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Studi del Gen. CdA Salvatore Farina

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STUDI DEL GEN. CdA SALVATORE FARINA


RASSEGNA DELL'ESERCITO

2003 CapacitĂ operative e impegni internazionali, n. 2, pag. 30.


CAPACITÀ OPERATIVE E IMPEGNI INTERNAZIONALI di Salvatore Farina * L’Esercito vive una profonda trasformazione, volta ad accrescere il profilo qualitativo con una contestuale riduzione in termini quantitativi, dettata dai mutamenti del quadro strategico. Dalla dimensione iniziale di circa 230 000 uomini del 1992, interamente su leva, si procede oggi verso la riconfigurazione su 112 000 uomini e donne, tutti professionisti. La Forza Armata da un lato ha organizzato un dispositivo fondato sulle capacità operative (capability oriented), dall’altro ha strutturato l’organizzazione di Comando e Controllo per essere in grado di integrarsi nelle strutture multinazionali della NATO, dell’Unione Europea e in quelle derivanti da ulteriori iniziative e accordi internazionali. Il processo evolutivo è già entrato nella sua fase decisiva che porterà, nei prossimi anni, al completamento delle capacità e delle strutture di Comando e Controllo. Il presente articolo si propone di illustrare, a grandi linee, le capacità operative e gli impegni dell’Esercito in ambito NATO, Unione Europea e formazioni multinazionali. IL CONTESTO DI SICUREZZA E IL SISTEMA DI ALLEANZE Gli elementi di riferimento, per la definizione delle capacità e delle 30

strutture che meglio consentono allo strumento terrestre di confrontarsi nell’arena internazionale, dipendono dalle cause di rischio e di instabilità, dalla prevedibile fisionomia del futuro ambiente operativo e dal quadro delle alleanze nel quale opereremo. Per quanto concerne i rischi, possiamo affermare che la fine della contrapposizione bipolare ha avuto come conseguenza un elevato grado di frammentazione politica affiancata da una sempre più elevata globalizzazione delle instabilità (intesa come capacità di colpire ovunque e da basi anche disperse e ramificate) che rappresenterà il maggior elemento di incertezza in un sistema multipolare. Se è vero, quindi, che nel medio-lungo termine le probabilità che un attore internazionale possa minacciare interessi vitali nazionali e alleati, come l’integrità territoriale, con metodi tradizionali sono molto basse, è altrettanto vero che - come riferito dallo stesso Lord Robertson, Segretario Generale della NATO - il futuro della sicurezza sarà caratterizzato da più instabilità, più terrorismo, più conflittualità, più proliferazione, più entità statali in crisi. Sono quindi ancora prevedibili in futuro interventi per la sicurezza e il ripristino della pace anche in aree a grande distanza dal


teatro europeo. L’ambiente operativo futuro si presenta poi alquanto complesso. Da una parte, le caratteristiche morfologiche delle aree di operazioni aventi una maggiore urbanizzazione, un’elevata compartimentazione del terreno e la presenza di civili. Dall’altra, la contemporanea presenza, nell’ambito di una stessa operazione, di situazioni ad elevata conflittualità inserite in altre, più ampie, di minore tensione. In tale quadro risulta necessario adottare una strategia di sicurezza articolata su due direttrici concorrenti e complementari: sforzi diretti a neutralizzare la minaccia nell’area dove essa si annida, ricorrendo anche a combattimenti ad alta intensità, e azioni volte a favorire il ritorno alla normalità e il manteni-

Kabul: una nostra pattuglia nella periferia sud.

mento della pace. Un altro elemento fondamentale del quadro di sicurezza afferisce all’accresciuta fluidità delle alleanze. È un dato di fatto che nelle operazioni si faccia sempre più spesso ricorso a coalizioni ad hoc. D’altronde, anche gli Stati Uniti, che certo dispongono di notevoli risorse, ricercano la multinazionalità a livello organico e – soprattutto – nel corso delle operazioni, per i grandi vantaggi che un intervento multinazionale garantisce in termini di liceità degli interventi, di imparzialità, di supporto dell’opinione pubblica e - non ultimo - di possibilità di ottenere l’approvazione da parte dell’ONU. 31


L’aiuto umanitario tra i compiti della Forza Armata durante l’Operazione Ibis in Somalia.

Per ciò che riguarda il sistema di alleanze – di cui l’Italia è protagonista sia in ambito NATO sia in seno all’Unione Europea – occorre ancora dire che il quadro internazionale ha subito un salto concettuale a partire dalla crisi del Kossovo e ha avuto una ulteriore evoluzione con i tragici eventi dell’11 settembre 2001. Si è passati, infatti, dalla partecipazione a missioni di Supporto alla Pace (PSO), di norma sotto l’egida dell’ONU, alla pianificazione e condotta di operazioni di gestione delle crisi (Crisis Response Operations-CRO) nel Teatro kossovaro. Il Vertice NATO di Praga del novembre 2002 ha poi focalizzato l’attenzione su come 32

fronteggiare la minaccia terroristica, prevedendo anche la costituzione di una forza di risposta della NATO (Response Force-NRF) capace di intervenire con immediatezza anche in missioni di combattimento. Nell’attesa che l’Alleanza definisca con maggiore dettaglio le azioni discendenti dall’ultimo Vertice di Praga, si può certamente affermare che tutte le misure poste in essere in sede NATO e UE negli ultimi quattro anni sono orientate alla disponibilità di Comandi e forze a elevata prontezza rapidamente dispiegabili e dotati di tutte le capacità per intervenire nei più variegati scenari d’impiego, compresi quelli asimmetrici. Oltre agli sviluppi in ambito NATO ed europeo assumono particolare significato, anche per la loro particolare valenza politica, gli accordi inter-


nazionali tra gruppi di Paesi per costituire Comandi e Forze congiunte ai fini della condotta di operazioni in supporto della pace. In tale contesto, l’Esercito è stato protagonista nei progetti di costituzione di comandi e formazioni del livello Divisione e Brigata quali l’EUROFOR (con Francia Portogallo e Spagna), la Multinational Land Force (con Slovenia ed Ungheria), la SEEBRIG - South East European Brigade (con i Principali Paesi dell’area del Sud/est Europa) e partecipa alla SHIRBRIG - Stand by High Readiness Brigade resa disponibile all’ONU (con molti Paesi nord europei, il Canada e l’Argentina). Per completare il quadro di riferimento occorre considerare un ultimo parametro. Il sempre più frequente ricorso a operazioni di prevenzione, gestione delle crisi, sup-

Militari italiani in attività di sorveglianza in Bosnia.

porto della pace e ripristino delle condizioni di normale convivenza esalta il ruolo centrale e risolutivo dello strumento terrestre, che emerge ancora più rafforzato dagli ammaestramenti tratti nel corso delle recenti operazioni La presenza del «fante» sul terreno sarà tanto necessaria, in funzione preventiva e di deterrenza nelle fasi iniziali della crisi, quanto fondamentale nelle possibili azioni di coercizione e insostituibile in quelle successive di contenimento e di normalizzazione. Le forze di terra saranno pertanto chiamate a svolgere una gamma di missioni sempre più variegata. Ciò richiede la disponibi33


Militari italiani in attività di pattuglia a Timor-Est.

lità di uno strumento articolato, con capacità in tutte le funzioni operative, incluse quelle aree peculiari idonee a incrementare la protezione delle truppe e la riduzione al minimo dei disagi e dei rischi per le popolazioni civili. LE CAPACITÀ DELLO STRUMENTO TERRESTRE Emerge quindi l’esigenza di disporre di forze militari con capacità operative articolate, interoperabili e proiettabili, equipaggiate con sistemi d’arma all’avanguardia e molto efficaci, per grado di protezione, potenza di fuoco e precisione d’ingaggio. 34

Come detto, l’assenza di una minaccia ben definita e quantificabile cui fare riferimento ha richiesto la disponibilità di uno strumento operativo flessibile e immediatamente proiettabile. L’Esercito, dunque, si configura come un produttore di forze pronte, costantemente adeguate, in termini di efficienza/efficacia, a fronteggiare esigenze diversificate, in contesti spiccatamente interforze a prevalenza multinazionale. L’elevato grado di indeterminatezza, insito nelle operazioni di gestione delle crisi, richiede, inoltre, una grande flessibilità, anche per potersi velocemente adeguare a eventuali innalzamenti dell’intensità dell’operazione. Il problema operativo di riferimento, alla base della definizione del volume di forze terrestri necessarie per l’assolvimento delle missioni interforze, è descritto dal Concet-


to Operativo dell’Esercito che fissa, tra l’altro, i seguenti livelli di impegno delle forze: in attività di difesa del territorio e degli interessi vitali nazionali, la Forza Armata nel suo complesso; in caso di operazioni di difesa collettiva dell’Alleanza, le forze verrebbero suddivise in «pacchetti» o complessi di forze, in base alla pianificazione per l’assolvimento degli impegni concordati in seno alla NATO; in caso di operazioni di risposta alle crisi (Crisis Response Operations - CRO) di lunga durata è stata definita l’esigenza di Brigate di manovra e di supporti che consentano di partecipare a due operazioni di lunga durata (una Brigata in ciascun Teatro) e ad una terza operazione di durata limitata. Tali forze dovranno fornire un significativo contributo ai nuovi Comandi proiettabili dell’Alleanza Atlantica, dell’U-

nione Europea o nel contesto di accordi multinazionali. Tenuto conto anche delle forze da dedicare peculiarmente nei conflitti ad alta intensità, la componente operativa dell’Esercito ammonta a circa 80 000 uomini. Per le necessarie rotazioni delle unità e del personale nelle sole CRO – applicando la politica di rotazione basata su quattro turni di quattro mesi ciascuno – e dell’indispensabile capacità logistica necessaria al sostegno delle forze al di fuori del territorio nazionale, si ritiene che saranno necessari circa 52 000 uomini per garantire il soddisfacimento delle esigenze operative in tali operazioni (CRO). La restante aliquota di forze, circa 30 000 uomini, sono costituite da unità e reparti orientati per le operazioni ad alta intensità (unità di fanteria pesante, artiglieria controaerei, artiglieria semovente, ecc.). 35


Una lezione di riconoscimento di mine e ordigni esplosivi a una scolaresca di Sarajevo.

Infine, le attività di pubblica utilità sul territorio nazionale, potranno essere impiegate le forze non impegnate nell’assolvimento di altre missioni. L’Esercito del futuro dovrà, quindi, disporre di un insieme articolato di Comandi e di forze, in linea con i livelli standard dei principali paesi NATO ed europei e in grado di intervenire nelle molteplici situazioni di crisi e di conflitto. Si tratta in sintesi di dover disporre di: capacità di Comando e Controllo, garantite dal Comando di Corpo d’Armata ad alta prontezza e dai tre Comandi di Divisione di proiezione a prontezza graduata; Brigate di manovra proiettabili e un Comando Brigata non proiettabile, 36

per l’impiego di un’aliquota di forze per le esigenze di presenza e sorveglianza nella capitale; Brigate di Supporto al Combattimento (artiglieria, genio, contraerei, sorveglianza e guerra elettronica); una Grande Unità logistica di proiezione per il supporto di aderenza alle unità. Le Brigate di manovra proiettabili sono state funzionalmente articolate in tre principali tipologie: leggere, medie e pesanti, più una Brigata aeromobile. Tale suddivisione, garantisce ampia flessibilità per intervenire nei diversi scenari operativi, modulando task forces attagliate di volta in volta allo specifico ambiente/compito. In particolare, le future Brigate medie consentiranno di riconfigurare parte delle forze corazzate e meccanizzate che erano più idonee per gli scenari della guerra fredda. Le


Brigate medie saranno equipaggiate con veicoli blindati della famiglia «Centauro», nonché con i VBC 8x8 di prossima introduzione in servizio, e permetteranno un impatto operativo immediato, una volta in Teatro, caratteristica questa ben più importante della sola capacità di schieramento strategico. Parallelamente, l’Esercito potrà disporre di un qualificato bacino di Forze per Operazioni Speciali/FOS. Questa componente è oggi assai più importante che in passato perché in grado di risolvere le difficili situazioni del complesso ambiente operativo e dei confronti asimmetrici con avversari non organizzati in modo convenzionale. Una maggiore efficacia operativa sarà raggiunta anche attraverso lo sviluppo dei supporti al combatti-

mento e logistici nonché di particolari nicchie di eccellenza. In definitiva, la Forza Armata, raccogliendo anche le sfide lanciate in ambito NATO dalla Iniziativa per le Capacità di Difesa (Defence Capability Iniziative), e dagli impegni assunti nel summit di Praga, ha già avviato il potenziamento delle capacità C4, di proiettabilità e di sostenibilità e di protezione NBC dei propri contingenti in operazioni. In merito alle componenti peculiari e alle nicchie di eccellenza, lo strumento terrestre sarà dotato di maggiori capacità in cinque settori: RISTA-EW, con la costituzione di un raggruppamento che consentirà, a livello tattico-operativo di poter acquisire in tempo reale il quadro della situazione informativa; il progetto è in fase di pieno sviluppo e il suo com37


Pattuglia italiana in attività di vigilanza in una strada di Kabul.

fine di incrementare il livello di protezione dei contingenti.

pletamento è previsto per il 2008; EOD (rimozione e neutralizzazione di ordigni esplosivi) e di forze per le contromisure per le mine mediante il potenziamento delle unità ai minori livelli inserite nei reggimenti genio; difesa NBC, attraverso la costituzione di un nuovo reparto dotato di assetti che andranno a integrare e potenziare quelli già in vita; CIMIC (Cooperazione Civile-Militare) che consentirà all’Italia di poter esprimere un ruolo leader nella Regione Sud della NATO e di grande ritorno per il Paese in tale preziosa attività; comunicazioni operative, per garantire il massimo sostegno alle unità nazionali in operazioni, da parte della popolazione locale, al

IL CONTRIBUTO ALLA NATO

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All’Alleanza il Paese è legato per la firma del Trattato istitutivo, che prevede i ben noti vincoli di difesa comune in caso di attacco contro uno dei partecipanti, dando luogo alle operazioni normalmente identificate sotto l’appellativo «Articolo 5». Operazioni rievocate proprio a seguito del noto attacco contro gli Stati Uniti, evento che ha imposto non solo una rielaborazione dei meccanismi tipici della guerra fredda ma, soprattutto, la revisione del concetto stesso di «difesa comune». In sostanza non risultava più suf-


ficiente prevedere comandi e forze tendenzialmente ancorati al Teatro europeo, ma bisognava prevederne l’ impiego anche in aree molto distanti per la gestione di crisi o di conflittualità latenti, non ultima la lotta contro il terrorismo internazionale. In base a tale nuovo criterio, i comandi e le forze offerte alla NATO, sono state suddivise in due nuove categorie: le forze proiettabili (Deployable) e quelle più stanziali (In Place Forces). A seconda del tempo in cui sono disponibili sono state previste tre categorie di prontezza: alta prontezza (High Readiness Forces - HRF, con tempi da 0 a 90 giorni); bassa prontezza (Forces at Low Rea-diness-FLR, con tempi tra 90 e 180 giorni). È stata prevista infine la possibilità d’incremen-

to nel lungo termine della potenzialità dello strumento terrestre delle nazioni e quindi dell’Alleanza ( Long Term Build Up Forces LTBF) in caso di un significativo e profondo cambiamento delle condizioni di riferimento della Sicurezza. Tale processo innovativo ha portato alla costituzione di 6 Comandi di Corpo d’Armata ad alta prontezza (Rapid Deployable Corps) di recente «certificati operativi» dall’Alleanza, più altri tre a bassa prontezza (FLR) ancora in itinere certi-ficativo. Tali comandi, che nascono con strutture basate su un «telaio» nazionale o bi-multinazionale, rappresentano - di fatto - le nuove capacità di Comando e Controllo realmente proiettabili dello strumento militare dell’Alleanza. L’Esercito contribui39


Bersaglieri presidiano un abitato di kosovari di etnia serba.

sce in maniera determinante a questo processo con il neo costituito Rapid Deployable Corps - IT, con sede a Milano - Solbiate Olona, che nel dicembre 2002 ha conseguito la piena operatività. Il Comando di Corpo d’Armata di Milano - Solbiate ha le capacità di dirigere quattro Divisioni e forze complessive che possono raggiungere 50 000 uomini e comprende tra i suoi ranghi oltre 2 000 uomini dell’Esercito più uno Staff multinazionale, con personale di dieci Paesi NATO posti sotto Comando Operativo delle Autorità Militari Alleate. La prevista costituzione della NATO Response Force si tradurrà in u40

na sorta di Forza di Risposta, tecnologicamente avanzata, altamente flessibile e pronta a intervenire in aree di crisi in brevissimo tempo. Saranno richiesti più complessi di forze a livello Brigata che le nazioni saranno chiamate ad approntare nei prossimi tre anni. I progetti di revisione della struttura e delle forze della NATO ci vedono quindi determinati protagonisti anche in relazione alla posizione geostrategica dell’Italia e all’importanza della Regione Sud che deve essere messa nelle condizioni di poter garantire efficacemente la stabilità nei Balcani e nel bacino del Mediterraneo. In questa prospettiva, l’impegno dell’Italia per la NATO è costituito da tre fondamentali elementi. Un Comando NATO di livello Cor-


po d’Armata di Reazione Rapida (il citato Nato Rapid Deployable CorpsIT), con affiliato un pacchetto di forze incentrato su un Comando Divisione e 4 Brigate di manovra, più i previsti supporti specialistici, tattici e logistici (artiglieria terrestre e contraerei, genio, trasmissioni, sorveglianza-esplorazione, logistica di aderenza) inquadrati in raggruppamenti a livello Brigata. A queste forze vanno aggiunte le componenti peculiari quali le Forze per Operazioni Speciali, le unità per la Difesa NBC e la funzione CIMIC. L’intero pacchetto comprende oltre 30 000 uomini. Un pacchetto di forze per il Comando di Corpo d’Armata di Reazione Rapida a guida britannica ARRC (UK), cui sono affiliate forze dell’Esercito pari a un Comando Divisione e un totale di 4 Brigate più i

Paracadutisti italiani presidiano un checkpoint in Somalia durante l’operazione «Restore Hope».

supporti specialistici, tattici e logistici, per un totale di circa 20 000 uomini. Un Comando Divisione, una Brigata di manovra e una rosa di unità/formazioni di supporto, nel pool delle forze a bassa prontezza (LFR). È da sottolineare che l’impegno sopradescritto si riferisce tanto alle operazioni di Difesa Collettiva, quanto alle Crisis Response Operations, significando che per queste ultime potrà essere previsto un impegno massimo prolungato nel tempo pari a 13 000 uomini. L’offerta delle forze terrestri nazionali alla NATO è, come si può con41


Incursore con alcuni piccoli afghani.

statare, certamente di elevato profilo ed è in linea con il livello di partecipazione attiva del Paese nell’ambito dell’Alleanza Atlantica. IL CONTRIBUTO ALL’UNIONE EUROPEA Più recente ma non meno importante è l’impegno per le Forze di reazione dell’Unione Europea. Gli Stati membri hanno manifestato chiaramente la loro determinazione a dotarsi di un’autonoma capacità militare a supporto della Politica Europea di Sicurezza e Difesa (PESD) quale sviluppo del concetto di Identità Europea di Si42

curezza e Difesa, nell’intento di permettere all’Unione Europea di svolgere appieno il proprio ruolo sulla scena internazionale. In tale contesto, l’Unione Europea ha intrapreso il cammino per disporre, entro il 2003, delle risorse necessarie per costituire una forza di 60 000 uomini sostenibile per almeno per un anno in missioni di mantenimento e supporto alla pace e di tipo umanitario. Purtroppo l’Unione non dispone, allo stato attuale, come le esperienze nei Balcani hanno dimostrato palesemente, degli strumenti operativi idonei a fronteggiare situazioni di crisi implicanti missioni coercitive di imposizione della pace. Ci si riferisce, in particolare al Comando e Controllo, al trasporto strategico,


all’intelligence e agli armamenti di precisione. Il processo avviato ad Helsinki ha portato all’offerta delle nazioni di circa 115 000 uomini, in termini numerici. Questo bacino di forze appare sufficiente a garantire la sostenibilità di un Corpo d’Armata per un periodo di un anno, secondo quanto stabilito dalle Autorità politiche. In tale contesto, il contributo dell’Esercito al pool di forze a disposizione dell’Unione Europea si estrinseca in un pacchetto comprendente tre essenziali elementi. Un Comando di Corpo d’Armata, coincidente con il Comando di Milano - Solbiate Olona, previo rilascio delle Autorità NATO o, in alternativa, un Comando di Divisione. Forze di manovra comprendenti

tre Brigate, di cui due meccanizzate, una alpina, delle quali due impiegabili contemporaneamente per operazioni di lunga durata più una Brigata aeromobile per un periodo di tempo limitato. I necessari supporti tattici e logistici, rappresentati da unità delle trasmissioni (CIS), della cavalleria dell’aria, di sorveglianza ed esploranti (ISTAR), del genio, di artiglieria terrestre e per la difesa aerea (ADA), per la difesa nucleare biologica e chimica (NBC), logistiche e sanitarie. Il bacino di forze complessivo offerto per l’Europa ammonta a circa 20 000 uomini. Il limite massimo sostenibile nel tempo è di circa 13 000 uomini. In altri termini, la composizione 43


Kabul: pattuglia in attività di sorveglianza nel centro della città.

della forza varierà a seconda del tipo di operazione da svolgere; delle caratteristiche dell’ambiente naturale; del bacino reso disponibile. In conclusione, dal punto di vista meramente quantitativo, l’impegno dell’Esercito Italiano è in linea con quello degli altri maggiori Paesi europei (Francia, Germania, Regno Unito) e rappresenta la volontà della Nazione di partecipare in misura paritetica e decisiva alla costruzione dell’Identità Europea di Difesa e Sicurezza, pilastro fondamentale dell’Unione Europea. 44

GLI ALTRI IMPEGNI MULTINAZIONALI Vi sono, infine, gli impegni spesso definiti «minori», dal punto di vista delle forze impegnate, ma che assumono comunque importanza per la connotazione politico-militare degli accordi posti alla loro origine. Si tratta dì quattro formazioni, di seguito descritte, cui l’Esercito partecipa permanentemente in termini di personale per i Comandi con unità «su chiamata» (on call) sia per operazioni sia per eventi addestrativi. EUROFOR è un Comando di Grande Unità di livello Divisione/Brigata, orientata alle missioni di Petersberg (peace-keeping, supporto della pace ed umanitarie) alla quale partecipano Italia, Francia, Spagna e Portogallo, dislocata a Firenze nel 1996. Il


Comando è completamente multinazionale ed è prevista una periodica rotazione della nazionalità degli Ufficiali nei principali incarichi. Dal 1° novembre 2000 al 2 aprile 2001, il Comando è stato impiegato in Albania nell’ambito dell’Operazione Joint Guardian. Sarebbe auspicabile il suo sviluppo in Comando di forze di reazione immediata per l’Unione Europea. Multinational Land Force (MLF), è una Grande Unità di livello Brigata, orientata anch’essa alle missioni di Petersberg, cui partecipano Italia, Ungheria e Slovenia. In questo caso, il Comando è su «telaio» italiano, con base la Brigata alpina «Julia», nel cui comando sono permanentemente assegnati rappresentanti magiari e sloveni. Il contributo di forze da parte delle altre due parti consiste in un

gruppo tattico sloveno e uno ungherese con i rispettivi elementi di supporto nazionali (NSE) inseriti nel dispositivo logistico italiano. L’accordo trilaterale sull’organizzazione della Multinational Land Force è stato firmato il 12 luglio 2001. Nel corso del 2002 il Comando ha raggiunto la piena operatività (Full Operational Capability-FOC). South East Europe Brigade (SEEBRIG), è un Coamndo di Grande Unità di livello Brigata, nata nel 1996, che raccoglie l’adesione di sette Nazioni (Italia, Grecia, Turchia, Albania, Romania, Bulgaria e Fyrom) ed è orientata all’intervento nell’area balcanica per lo svolgimento di missioni sotto capitolo VII della Carta dell’ONU. Gli Stati Uniti e la Slovenia partecipano come «osservatori». Il contributo nazionale in termini di forze 45


Il controllo del territorio rientra nei compiti affidati al nostro contingente a Kabul.

di manovra consiste in un Reggimento a base italiana di forze leggere con unità Macedoni e Albanesi del livello compagnia. Stand by High Readiness Brigade (SHIRBRIG), è un Comando di Grande Unità di livello Brigata, destinata a operare nel quadro ONU sempre per missioni di mantenimento della pace, alla quale partecipano numerose Nazioni (con una formula di «partecipazione aperta»). Nata da un’iniziativa danese del 1996. È stata impegnata nell’operazione UNMEE in Etiopia ed Eritrea nel novembre 2000 per un periodo di circa 6 mesi. Dopo il previsto periodo di ricondizionamento e addestramento degli assetti, l’Unità è 46

stata nuovamente messa a disposizione del Segretario Generale dell’ONU. Il contributo nazionale in termini di forze di manovra consiste in un reggimento di forze leggere. CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE L’evoluzione del quadro geostrategico di riconfigurare lo strumento nel senso di una migliore qualità e una ridotta quantità, ha imposto all’Italia - di pari passo con le principali Nazioni - un riesame radicale del sistema di sicurezza in senso internazionale ed orientato alla proiezione di forze pronte. Nel contesto dell’oramai abituale ricorso alle formazioni multinazionali, che permettono, a ogni Nazione, di affrontare i problemi di difesa e sicurezza in una visione e


in una dimensione più aderenti al quadro delle alleanze cui partecipa. Il risultato è certamente positivo, sia per le economie di scala, sia per la crescita qualitativa imposta dai processi di integrazione a livello politico-militare e tecnico/operativo. L’Esercito, chiamato a una rapida trasformazione, ha saputo fornire forze preparate ad assolvere un numero considerevole di missioni in varie aree di crisi, nell’ambito di dispositivi NATO o di coalizioni all’uopo costituite. Tanto, insomma, è stato fatto in tempi molto ristretti e tanto è ancora da fare per rendere completamente operativo quanto impostato in questi anni. Lo sforzo per i pianificatori militari non sarà in futuro certo trascurabile, anche a causa dei tempi dilatati imposti dalle limitate

Una pattuglia delle «Guide» presidia un punto sensibile durante un’azione preventiva di controllo.

risorse rese disponibili per raggiungere i traguardi fissati. Oggi è però possibile affermare che l’Esercito italiano è ben avviato lungo la strada di un ulteriore incremento delle capacità operative, della multinazionalizzazione e della integrazione dello strumento in ambito NATO e Unione Europea, per essere pronto a soddisfare le sempre più complesse esigenze di sicurezza. Ž

* Colonnello, Capo Ufficio Pianificazione dello Stato Maggiore dell’Esercito 47


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