STATO MAGGIORE DELL'ESERCITO UFFICIO STORICO
Autori vari
STUDI STORICO-MILITARI 1994
ROMA 1996
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SOMMARIO
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Edmondo PAGANELLI
Le compagnie di ventura in Romagna
Roberto DI ROSA
La Torre Martello di Magnisi
283
Riccardo GALLETTA
Strategia e Tattica nella manovra napoleonica
369
Ercole Ricotti alla prima Cattedra universitaria di "Storia Militare" sua vita, sue opere ( 1816/ I 883)
483
Note sulla partecipazione italiana a corpi di spedizione internazionali
497
Profili di capi militari italiani tratteggiati da uno di loro
533
L'organizzazione de lla nazione per la guerra nel I 914- 1918: Aspetti interforze e rapporti Esercito-Marina
573
Note storiche sui mezzi corazzati e blindati in Africa Orientale: 19351941 e in particolare s u di un piccolo Reparto formato dall' Ariete: La 32 1° Compagnia carri Ml I
615
Francesco FATUTIA
Cronache di guerriglia in Jugoslavia
751
Salvatore ORLANDO
Italiani in Russia
805
Renato ARTESI
Antone llo BIAGINl Leopoldo NUTI
Luigi Emilio LONGO
Ferruccio BOTTI
Patrizio TOCCI
EDMONDO PAGANF.LU
LE COMPAGNIE DI VENTURA IN ROMAGNA
Introdu zione L'obbiellivo di questo saggio è quello di presentare i risultali di una ricerca suffallività bellica in Romagna nell'epoca caratterizzala dalla presenza delle compagnie di ventura e dalle figure d ei condottieri. L'intendimento è slalo quello di realizzare u n'opera di divulgazione e non un trallalo di storia militare riservalo agli specialisti della m ateria, p er questo si è cercato di mantenere un certo equilibrio trn in form a zione cd interpretazione. Vi sono sempre c omp re n sibili motivi c he poss ono r e ndere impopolare un libro che tra lla di guerre, sia pure di un tempo lontano, m a ciononostante si è affrontato ugualmente un soggetto del genere confidando nel valore perenne ch e la co noscenza delle vicende d e l passato ha per coloro c he, indipend entemente da ll'inclinazione alle letture s toriche e mililar·i, amano conoscere «un poco di ciò che fummo pe r non essere d el tullo ignari di ciò ch e siamo » 1. Inoltre si è stati indotti all'impresa <la lla mancanza - a quanto consta - di altri s tu<li specifici sul mercenarismo e s ulle compagnie <li ve ntura in Romagna 2 • Pe1· la verità non mancano opere <li illus tr·i storici su tali argomenti , basta riferirsi a Ricolti E., "Storia delle com pag nie di ventura in Italia" e a Canestrini G., " Doc umenti per servire alla storia della milizia itali a na", ma si tratta di slu<li che illustrano gli argom en ti nella loro interezza, ossia con riferimento a tulla l'Italia e non è agevole selezionare da una mole tanto vasta di dati e <li no li1
P. Zam a, Romagna romantica . Donne, avvenlurieri e s ignori di Romagna, p.
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A. Vas ina, Comuni e Signorie in Emifia Romagna dal secolo Xl al secolo XV,
25. p. 146.
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Edmondo Paganelli
zie quelli riguarda nti la sola Romagna; per contro, invece, alcuni fatti di indubbio interesse locale non sono adeguatamente sviluppati n elle opere citate, mentre altri testi offrono m aggiori dettagli al riguardo che meritano di essere raccolti e riuniti in un contesto unitario; inrine le opere citate risalgono a oltre un secolo e mezzo ra e quindi per la specifica rorma letteralia non sono più di gradevole lettura. TI presente lavoro si propone per l'appunto di colmare tale lacuna illus trando fatti e misfatti d elle compagnie di ventura in Romagna nel Trecento e nel Quattrocento, d elineando il quadro com pl essivo dell'attività bellica di qu el per iodo ed il pro l"ilo de i su oi protagonisti. Per rngioni di completezza si è ri tenu to opportuno premetter·e a lla descrizione delle vicende re lative alle compagnie di ventura: - i lineamenti geografici e storico-politici d ella R omagna nei due secoli c ita ti in quanto n o n s i possono isolare fatti e avvenimenti belli ci d al più ampio contesto nel quale s i svolsero; - i dati essenziali s ugli ordinamenti, sui mezzi e sulle tecniche di combattimento delle compagnie stesse per consentire di apprezzarne le poss ibilità op erative; - le esigenze logistic he di una compagnia di ventura, per dare un'idea del peso c he poteva gravare su ll e popolazioni civili ch e avevano la disavventura di subire le scorrerie di quelle bande o <li trovarsi nei pressi degli itinerari di movimento o d elle zone di stazionamento d elle stesse. Ino ltre sono state esaminate le cause ch e favorirono il mercenarismo in Romag na, re nomeno così diffuso e spiccato da rendere la provincia una d elle aree più produttive in lla lia per il 1·eclulamen to di mercenari. Nel trattare p oi d ei condottieri si è cercato di non soggiacere alla suggestione e al fascino di questi soggetti com e è accaduto a molti dei primi biografi i qua li evidenziarono particolarmente le doti e gli aspetti positivi dei loro personaggi orfr·endo, in tal modo, immagini poco realistiche. I capita ni di ventura non erano una stirpe di supenwmini a sé stante, m a p ersone che, pur collocandosi in una posizione di distinzione lispetto alla massa, si comportava no e ag ivano secondo i costum i e la morale del tempo come facevano tutti gli uomini di potere. E siccome questi ultimi non d ettero soltanto dimostrazione di rettitudine e di saggezza n el governare, è più veros imile che a nc he i condottieri abbiano esercitato il lo ro pote re in modo non sempre appropr·ia to meritando
Le compagnie di ventura in Romagna
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dunque anche qua lche cons iderazione critica . Pure sollo l'as pe tto strettamente militare non s i può dire ch e i condottieri meritino l'a mmirazione d ei posteri per le doti di comando dimostrate o per gli apporti dollrinali innovativi. Molti furono d ei temerari, altri riuscirono a condizionare la politica di governanti e di sovrani, a lcun i arrivarono a conquis tarsi un principato e a farne un dominio personale, ma nessuno promosse mai vasti disegni sotto l'impulso di nobili ideali. 11 coraggio individuale, l'abilità tattica e la scaltrezza politica non sono virtù bastevoli per rendere illustre chi disp on e di grande roten za militare nelle propr ie mani. Per essere più espliciti: non c'è a lcu na figura di spicco tra i con<lolli e ri medievali che si possa porre al confronto con quelle dei grandi capitan i de ll'antichità o d ell'età moderna . Non s i vuole con ciò affermare c he i condottieri siano tutti e solo <la biasimare, ma non è nemmeno il caso di m agniricar·e c hi operò con le armi quasi semrre per calcolo in vista di un torn aconto personale, senza stimoli ideali. In sintesi attraverso la ricostruzione d e lle vicende d elle compagni e <li ventura e dei loro capitani ch e, tra il 1340 e il 1530, transitaro no per la Romagn a com batte ndo o a nche solo saccheggian d o, si è inteso offrire un contributo pe r· la stcH"ia ùella Romagn a nel tardo Med ioevo e nel primo p eriodo del Rinascimento. Se roi dai fa tti d escritti potranno a rrir·si utili prospettive e nuove direzioni di ricerca p er altri cultori di questa materia, vor rà dire che i risultati sono a n<lati o ltre agli intendimen ti e alle speranze dell'autore.
Capitolo plimo LA ROMAGNA NEL TARDO MEDIOEVO
1. Aspetti geografici e politici Quel territo rio posto: « ... tra il Po e 'l monte e la marina e 'l Reno» 1, denominato Rornània e poi Romagna, presentava agli albori del Trecento una fi s io n omia assa i diversa da quella di oggi nonostante avesse conformazione ed estensione pressappoco u guali a quelle attuali. Nella fascia appenninica le balze montuose della dorsale principa le erano coperte d a ininterrotte rorestc di aheti, anche alle quote ove ora domina il faggio. l contrafforti trasversali che delimitano i solchi dell e valJi presentavano come oggi i fianchi incisi dai calanchi, ma erano per lo più 1-ivestiti da querce e castagni. La deforestazione ern a n cora insignificante e comunq ue limitata ai fondi valle e alle colline sulle quali, ai mag1i pascoli disseminati da ciuffi di g inestre e di ginepri, si alternavano campi di cereali, uliveti e vign e ti. Dal piede delle colline verso nord, n ella pianura, le coltivazioni s i presentavano ordinate e fiorenti, ma non si estendevano a perdita d'occhio come si vedono oggi poiché le superfici incolte erano ancora molto estese. Nella parte b assa della pianura un'ampia zona di acquitrini e di paludi assediava Imola da nord e circondava Ravenna coll egandosi a lle "valli" del delta pad ano, m e ntre la fascia costiera era coperta dalle fitte pine te di S. Vitale, di Classe e di Cervia . Da tempo erano in atto lavori di bonifica per il 1-ecupero delle te.-.-e palu str·i , m a la struttura idrogeologica d el ter·ritorio s fuggiva ancora alle possibilità di controllo e di miglioramento delle comun ità urbane e rurali. Perciò la superficie coltivata non si estendeva molto al di fuori dei limiti segnati dalla colonizzazione romana. I fiumi, per la maggior parte, non scorrevano nei le tti attuali a cominciare dal Po che portava il suo ramo principale molto più a sud di oggi, nel Po di Primaro - l'attuale tratto terminale del fiume 1 Dan te, Purgawrio, X TV, 92. T confini della Romagna nel T1-ece nlo non coincid evano con quelli di oggi e nel tempo sono stati individuati secondo limiti diversi e collegati a ll e particolari vicende politiche a c ui la region e è andata soggetta.
~:dmondo Paganelli
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Reno - comprendendo nell'area del proprio <lella le va lli di Comacchio estese, verso occidente, fino a Portomaggiore e<l Argenta. Gli altri fiumi che scendono dall'Appennino, dal Sillaro al Lamone, sfociavano nel Po e solo il Montone ed il Savio sboccavano direttamente nel mare2 . È facile immaginare come doveva presentarsi l'ar·ea circostante al tratto terminale <lei Po nei mesi autunnali e primaverili quando le piene dei corsi d'acqua , malamente arginati, allagavano estensioni <li decine di chilometri quadrati in aggiunta alle piene del Po stesso: p er diverse mig lia attorno al Po erano paludi e acque morle. TI li to rale era più arretrato <li oggi: il mare lambiva Cervia, l'antica Cervia, quella che sorgeva ai margini della salina a due c hilometri ad ovest della c ittadina attuale che venne costruita solo a parli re d a l 1697. Ravenna distava da l mare non più di due miglia ed al mare era collegata da due corsi d'acqua che s i immettevano ne l Po di Primaro nei pressi della foce: il Padoreno (o Ba<lareno) e il Padenna '. Più a nord d ella linea pedemontana correva la via Emilia, la grande strada romana che aveva conservato il l'ondo lastricato consentend o una buona percorrihiliLà in qualunque stagione dell'anno. Le altre strad e, specie quelle <li collegamento con le valli dell'Appe nnino, erano in terra battuta e si svolgevano lungo rustici tracciati sovente intelTotte <la l'rane e attraversate da corsi <l'acqua i cui guadi non sempre erano praticabili. Alcune di queste s trade erano particolarmente importanti, come quella della Val Lamone, che consentiva fin dai lernpi più antichi il collegamento co n Firenze. Le co municazioni con la Tosca na e con il Montefe ltro erano com unque garan t ite da un buon numero <li rotahili e di passi e non esistevano seri ostacoli per il passaggio di merc i e di milizie. Ciò n on signi l'i ca che le condizioni delle stra<le fossero buone e c he il viaggiare fosse agevole; hasti pe nsare, per esempio, c he d'inverno pe,- il trasporto di merci da Ravenna a Bologna, si preferiva risalire il corso del Po di P1imaro e po i quello del R eno piuttosto che servirsi delle strade. l comuni ed i feudatari erano tenuti, c iascuno nei distretti di rispettiva giurisdizione, a garantire la manutenzione d elle strade, ma questo non bastava per riparare tempestivam ente i danni arre2 3
E. Rosetti, La Romagna, pp. 13, 14. J. l.arner; Signorie di Romagna , p . 7, (da qui in poi= Signorie).
T,a Romagna nel tardo m.e dioevo
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cati da lle frane e dalle intemperie stagionali. Ad aggravare l' incomodo del viaggio si aggiungevano i pedaggi ric hiesti dalle a utorità loca li ad ogni passaggio di ponte e gli incontri, non privi di oneri e di pericoli, con qualche banda di malviventi. Lungo la via Emilia, a ll'intersezione coi principali fiumi che scendono dalle valli dell'Appennino, sorgevano cinque delle sci città principali, allora come oggi: Rimini, Cesena, Forlì, Faenza e lmo la; la sesta, Ravenna, più a nord, giaceva in m ezzo alle paludi, in un'atmosfera di decadenza nel rico rdo dell'antica e perduta grandezza. Erano cittadine piccole al confronto con quelle attuali; infalti n essuna di esse superava i diecimila abitanti; tutte erano racchiuse entro una cinta di alle mura ed alcune , come Imola, Forlì e Cesena erano difese anche da una solida rocca o cittadella. Attorno a queste città p 1incipali sorgevano, nel raggio di una d ecina di chi lometri , paesi fortificati co m e Lugo, Ba gnacavall o, Cutignola, Forlim popoli e Savignano. Numerosi erano poi i piccoli horghi distesi lungo le valli o costruiti attorno a castelli appollaiati su lle co l I i n e come Caste l <lei Rio, Bri s i g h e lla, Castrocaro, Pre dappio, Bei-t i noro, M e ldo l a, M ercato Saraceno, Sarsin a, Ve rucchio e tanti altri. Fi tti erano infine i caseggia ti rurali nei terreni <li p ianura ove i campi si estendevano ordinati ancora secondo i "graticolati" d ella centuriazione romana4, mentre a mano a ma no c h e d al piano si sali va a lle colline diventava via via più rado ogni in sedia mento umano. La densità della popolazio ne era nel complesso molto elevala in confronto alle altre regioni d'Italia. Da uno dei documenti più antichi d is ponihili al rig uardo, la "Dcsc riptio Romandiole" compilata dal card inale Anglico Grimoard, legalo pontificio in Romagna nel 137!5, risulta che la d e nsità della popolazio ne nella provinc ia era compl ess ivamente ragguagli a hile a 34.644 "fuochi" (ovvero famiglie); in base a lle diverse valutazioni sloriche6 circa la consi4 O. G iorgelli, Fornrn Livi e l'asse/In del lerriLurio in età romana, in S1oria di Forlì. L'Evo Antico, voi. I , pp. 77-104. 5 L. Mascanwn i, La "Descriptio Romandiole" del card. Anglico. .Introduzione e tesw. 6 Il numero <li per·sone p er "fuoco" è un <lalo rappo1·tato alle cond izioni socioeco11omiche locali e qui ndi var-ia bile nel tempo e n e llo spazio. Le valutazioni relative a l 1350- 1400 variano da un minimo di 4 per·sone (Descriptio Romandiole) ad un m assimo di 5-6 (A. MAMHE1.u, La popolazione romagnola dall'età romana all'unità d'Italia cap . TV), rna le d iverse fonti sono poi concordi nel valutare il numern complessivo d egli abitanti intorno a i cen losettanta-centotta ntamila.
Edmondo Paganelli
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s tenza di un s ingolo "[uoco", risulte re bbe un num e ro di ahitanli oscillante tra i centosessanta e i centottanta mila circa 7 . Questa a lla d e nsità d ella popolaz ione fu certame nte uno d ei fattori che de ttero impulso al mercenarismo locale com e s i vedrà più avanti. L'economia della Ro m agna e ra essen zia lmente a gricola ; la produz io ne di cercali era di no rma sufficiente a l fabbisogno interno e talvolta si riusciva anch e ad esportarne. Non m ancavano tuttavia a nnate di carestia con con segu ente necessità di ricorrere alle March e , a ltro granaio dell'Italia del t e mpo, per l'importazione d elle granaglie occorrenti . Generalmente però la Romag na ve ni va considerata una terra fertile e produttiva. In realtà, nonostante la ridotta es tensione territoria le, era un'arca di gra ndi con trasti. La zona appe nninica era avara di prodotti e per la gente che l'a bitava e ra assai faticoso strappare alla terra di ch e vive re. Pastori , carbonai e leg na iuo li in tegrava no i loro scarsi proventi, dei qua li una bu ona parte andava a i fe udatari , raccogliendo magri raccolti di segale , orzo e castagn e dai quali traeva no il prin cipa le sosten tamento durante l'inverno. Sulle colline e più ancora in pianura la terra e r a in vece fe rtile e ricca di prodotti8 , scmprccché il gelo, la siccità o le cavalle tte non intervenissero a vanificare l'annuale fa tica de i contadini. L'indus tri a era qu asi d el lutto ines iste nte salvo quella dell'estrazione dello zol fo e del sale; le attività artigianali e manifatturie re erano appe na sufficie nti per soddisfare i bis ogni più semplici ; le merci ed i manufatti più pregia ti ve ni va n o importali d a Firenze o da Ve nezia. Del tutto inesistente l'industria bellica per così dire "pesante", pe r c ui si doveva ricorrere alle bottegh e artigianali di Milano o di Brescia pe r avere un'armatu ra d i pregio o un quantitativo con sistente di armi, di scudi e tc ... La principale ricchezza d ella regio n e consis teva pertanto nei prodotti agricoli e alimen ta ri . Sostanzia lme nte quindi la Romag na non era quel «verde giardino di invidiabile fertilità» com 'ebbe a de finirla Benve nuto d a Imola 9 nel 1380, c iò semmai era vero solo per quell a [ascia della pi a nu ra posta a cavali ere della via Emi lia; in ogni caso la pover tà della mo ntagna e l'improduttività della zon a
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J . Larner, Signorie, cit. , p . 60 . E . Rosctti, Romagna, cit. , pp. 33-39. '> Benve nuto da Imola , Cornenturn, vol. Il, p. 301. (Benvenuto nacque a Imo la tra il 1337 il 1340, fu docente di gra mma tica al l'Un iver sità di Bologna e ru uno <lei grandi <.:o rnmenlalori di Dante; morì a Fire n ze n el 1390). 8
T,a Romagna nel Lardo medioevo
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paludosa e della fascia litoranea, controbil a nc iavano la buona produttività del l'area pede montana. Ne fa fede una valutazione del g ià citato cardin ale Anglico Grimoard il quale affermava che la provincia, dal punto di vista economico, rappresentava soprattutto una passività 10 . Di danaro ce n'era poco in c ircolazione, specie tra i contadini che p raticavano ancora spesso gli scambi in n aturn . Tra le monete che avevano corso in Romagna la più conosciuta era la lira, l'antica moneta base <lei s istema monetario di Carlo Mag no il quale, dopo la fondazione de l Sacro Romano Impero, aveva imposto una sola moneta legale non soltanto nella terra dei Franchi e nei territori d el vecchio Regno Longobardo, ma anch e in gran p,.u-le del mondo occidentale. La lira , tullavia, non fu mai una moneta circolante; essa era in origine l'unità di peso: la libbra di metallo d'argento da cui si tagliavano 240 denari, ma non venne mai coniala e la si impiegava solo come unità di conto e come espressione numerica corrispondente a 20 sold i, ovven:> a 240 denari; un soldo quindi valeva 12 denari. 11 soldo ern una moneta d 'argento del peso di circa 20 grammi, mentre il denaro era un a moneta più piccola che pesava solo 1,7 grammi 11 • Col passar del tempo, tuttavia, venne meno l'un itarietà della moneta carolina e i vari Stati mettevano in circolazione monete che non corrispondevano più al titolo e a l peso originari e il progressivo scadimento fece così perdere loro il carattere di danaro unive r s almen te accettalo e favorì la proliferazione delle zecch e c he coni avano monete di circolazione e di uso locali. Negli scambi commerciali quindi le monete, benché conservassero una denominazione comune (lira, soldo, d enaro), avevano b isogno di essere determinate perché assumevano valori differenti in re lazione a l peso e a l titolo che le d istingu evano. Le a r ee di circolazione monetaria ven ivano definite, più che dai conf"ini politici dei vari Stati, dalle n ecessità di scambio e di commercio dell e popolazioni ed assumevano una l"isionomia monetaria individu ale conosciuta da tulli i banchieri e i commercian ti. In Romagna avevano corso la lira bolognese e la li ra ravennate; più diffusa e <li maggior valore la prima rispetto alla secon10 11
T.. Mascanzoni, La «Descriptio l?omandiole», c it. , p. 47. F. Cognasso, L'Jtalia del Rinascimento, voi. I, p. 707.
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Edmondo Paganelli
da. Circolavano anche altre monete d'argento quali 1 2 : - il grosso di Venezia, equivalente a 24 denari; - il grosso romano, equivalente a 22 d enaii; - il bolognino e il doppio bolognino o baiocco, ques t'u ltimo equivalente al den aro. Soldi, grossi, bologni ni e denari si possono considerare come le monete e.li "piccolo taglio" del tempo, impiegate per tutte le esigen ze minute e nel settore dei generi di p rima necessità oltre che per le paghe degli operai e sala riati; si può dire ch e fossero le sole monete conosciute dal popolo. Ma esistevano anche monete che, per contrapposizione a quelle citate, si possono c.lefinire di "grosso taglio", necessari e per le operazioni del grande commercio, per il lrasl'erimento di grosse somme di danaro da un paese all'a ltro e per gli acquisti di terreni e immobili . Si trattava e.li monete d'oro fino, tra le qual i la più nota era il fiorino di Firenze. Questa moneta, che fu coniata dalla Repubblica di Firenze nel 12S2, ebbe corso sino al 1530: pesava 3,54 grammi e per tutto il XIV secolo fu prevalente non solo sulle altre m o n ete s im ila r·i itali ane, ma anche su quelle dell'Europa occic.lenlale. Fu poi spodestata nel XV secolo dal ducato veneto, moneta che ebbe corso sino a l 1798 ossia sino alla caduta d ella Repubblica di Venezia; erano inoltre conosciute, tra le monete d'oro, il ducato o a mbrosino di Milano e il bolognino d'oro che, per titolo e peso, si allineavano al fiorino. Per avere un'idea del potere d 'acqu isto c.lella moneta circolante e del costo dell a vita, si riportano alcuni dati indicativi 13 : a) salari mensili espressi in lire b olognesi: -un medico: 30-35; - un sarto: 6-7; - un muratore: 4-5; - un manovale: 2-3; - un fa bbro: 10-12; - un mastro armaiolo: 12- 14; - u n insegnante: 11-12; - un impiegato e.li un banco di cr edito : 2-3; - un soldato di fanteria : 2-4; (per i soldati i compensi verranno inc.licati particolareggiatamente nel capitolo successivo) . b) costo di alcuni gen eri alimentari e al tri be n i significativi: 12 13
F. Cognasso. Ibidem. pp. 707-709. .T. Larncr, Signorie, cii., appendice l V.
La Romagna nel lardo medioevo
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un pollo: un cappone: 12 uova: una libbra ùi sale : una libbra di m anzo: una libbra di vitello: un paio ù i scar·pe: una giacca di velluto: un Laglio di s toffa p er abito: uno staio ùi grano (a Forlì lo staio era pari a lt. 72,16): - un a ppa rta mento in una casa decorosa in città: - una magio ne s ig norile con orto e giardino:
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2 soldi; 5 soldi; 1 solùo; 5 d enari; 6 soldi; 8 soldi; 20-40 soldi; 30-40 soldi; 30-50 solùi; 14-30 soldi; 55 - 80 lire bolognesi;
550-800 lire bolognesi ; - un libro, costava carissimo, ùa 3 - 5 lire si no a 40 lire bolognesi. Per un apprezzamenl·o p iù com pleto dei dati indicati occorrere bbero Labelle di corrisponed enza tra i valmi ùelle monele di que l tempo e quelli delle mone te d'oggi; a l rigu ardo p erò gli storici sono molto prudenti e non a,.za,-ùa no m a i confronti diretti a n ch e perdié la galoppante inflazione d ei nostri giorni renùerebbe superato in brevissimo tempo qu a lunque confronto. Tuttavia, se si desidera ad ogni costo stabilire un rapporto di valori monetari, si può parlire dal presupposto ch e, a fronte di un soldo per ùoù ic i uova, si spendono oggi d a ll e du em ilaseice nto alle tremila lire; di con seguenza si può r itenere c he al solùo m ed ievale corrispondano all'inc irca due milaottocento lire attuali e quindi alla lira bolognese corrispondano cinquantaseimila lire odierne. Per il fiorino è più difficile ipotiuare d e lle corrispondenze con i valo ri m o ne tari attua li, anche se è noto ch e verso la metà del Trecento la mone ta au r ea l"iorentina valeva circa tre lire bolognesi . In ogni caso, anche l'indicazione fornita con l'esempio d elle uova h a un valo re d el tutto t eorico e in pratica no n è possibile stabilire un confronto automatico; a dimost rarlo bas ta considerare che il costo di una magione con parco coster ebbe, al massim o, qua rantasei mili o ni (800 lire bolognesi x cinquantaseimila lire attuali) cifra ch e n o n è assolutamente vic ina a l costo attuale di un bene d el genere.
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~:dmondo Paganelli
Il commercio non era esercitato direttamente dai Romagnoli, o quanto meno le redini dei mercati erano in nrnno ai Fiorentini, a i Veneziani, e, in misura minore, ai Milanes i. Analogamente anche i banchieri erano for·cstieri con prevalenza di Toscani. Il sistema economico non era sorretto in Romagna da forze politiche suflicientemente omogenee e consistenti e di questo ne approfittarono gli Stati limitrofi per accaparrarsi ciascuno una fetta di mercato ne lla regione. Venezia già dal 1264 si era assicurata il monopolio commerciale lungo la costa adriatica, ponendo Ravenna sotto stretto controllo, sia mediante la costruzione di un castello, detto di Marcabò, erello su di un isolotto di sabbia alla foce del Po di Primaro, da cui si sorvegliava tutto il traffico marillimo da e per Ravenna, sia impone ndo alla città la presenza di un magistrato, il visdomino, per limitare il potere delle autorità cittadine nel com mercio, con particolare riguardo per quello del sale. L'influenza di Venezia si estese, col tempo, a Cervia e a Rimin i e per a lcuni periodi anche a Faenza. , Sulla rasc ia appenninica furono i banchieri fioren tini ed i mercanti toscani ad affacciarsi oltre la displu viale e a dilagare poi lungo le valli sino a ll a pianura. Anc h e magistrati, funzionari comunali, maestri d'arte ed artigiani in genere si stabilirono nei paesi della Romagna appenninica concorTendo ad accrescere quella penetrazione che sfociò poi in un vero e proptio assoggettamento di quella vasta area ch e fu conosciuta col nom e di "Romagnatoscana". L'occasione per passare dalla penetrazione economica all'occupazione mi lita re la fornì la coside tta guerra degli "Otto Santi" (dall'organo della Signoria di Firenze, gl i "OLLo di Balia", responsabili dei problemi militari e d e lle relazioni diplomatiche in lempo di gucrTa, r·ibatlezzati dal popolo gli "Otto Santi" ), un a gu erra combattuta dal 1375 al 1378 da Firenze e M ila no contro lo Stato pontificio e nel corso d e lla quale i Fiorentini, avvalendosi delle posizioni stabilile con l'infiltrazione economica, procedettero ad una vera e propria conquista a rmata penetrando profondamente e stabilmente nel ver·sanle romagnolo dell'Appennino. Alla occupazione militare seguì l'acquisto di terre e di d irilli dai signori e dai feudataii locali e in breve tempo la Repubblica di Firenze giunse ad allestars i a Firenz uola, Palazzuolo, Marradi, Modigliana, Tena del Sole, Galeata e Sorbano in alta val Savio. Questo complesso territoriale l'imase sollo il dominio dello Stato fiorentino fino all'unità d'Hali a ma, come il resto della Romagna, conobbe u gualmente le violenze e le afflizioni arrecale dal le com-
La Ruma~na nel tardo medioevo
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pagnie di ventura come si vedrà in segu ilo. Anc he lo Stato estense, profittando della g rave crisi attraversata dalla Chiesa a seguilo del Grande Scisma, estese la propria egemonia n ell'area compresa tra Conse lice, Lugo, Bagnacavallo e Alfonsine, intervenendo però più col danaro che con le milizie e realizzando una sorta di protettorato c he, pur con qualche s oluzione di continuità, conservò per tutta la durala della signoria deg li E s te n s i su Ferrara. Que s t'area fu co nosciuta c ol nome di "Romagn a estense o Romagnola" 14. L'influenza milanese gravitò principalm e nte ne l Piace ntino, nel Pa rme nse e nel Reggiano; raggiunse il Bolognese solo agli inizi del XV secolo, si affacciò in Romag na limitatamente alla zona di Imola-Lugo e, ad intervalli, anch e al Forlivese. Fu una penetrazione a utorevole e decisa, anche se ultima in ordine di tempo, condotta più con la foP.a delle armi c he dei cap ita li. Di con seguenza l'influe n za sulle econom ie locali s i awertì di meno di quella ese1-citata da Venezia e Pi renze n elle aree di rispettiva espan sione. Lo testimonia anche la scar sa circolazione d ella moneta milanese in questa zona ove il fiorino e il ducato veneto rurono sempre prevalenti rispetto all'ambrosino o duca to di Mila n o. /\ l"a lto r· co mune tuUi gli Stati menzionati, o ltre ad accaparrars i il monopolio comrne r·cia le s ui me rcati dell a Romagna, esteser o la loro influenza an ch e su gli ordinamenti cittadini e sulla condu;.,.ione d e lla po litica, impedendo, tra l'altro, la formazione di una classe impre nditoriale locale. La soc ietà romagnola rimase così a n corata alla rendita fondiaria sp ecie quando la proprielà s i idenli fi cava con l'a utorità ecclesiastica . .L:iniziativa ris tagnava e non s i realiaava no quegli impulsi di rinnovamento con l'investimento dei profitti n elle a ttività arligianal i e c ommerc ia li , co me in vece a vve niva nelle economi e di Ve nezia, di Mila no e di Fire n;.,.e. Pe r la verità non era tutta colpa dell'incapacità imprendito1-iale de i Ro m agnoli se non decollavan o le a ttività alteniative all'agricoltura; infatti in Romagna, più ch e a ltrove, qual s iasi iniziati va ven iva os tacolata dalla .frequente presen za di milizie le cui attività erano d e le terie per le economie locali e n o n lasciavano respiro per il lancio e la ripresa di attività commerc iali . Il persistere di o perazioni belliche in Ro m agna e la maggior
14 A. Vas i11a , Comun i e S i~rwrie, cil., p . 171.
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frequenza di scontri rovinosi per l'economia locale, furono conseguenza della penetral'.ione degli Stati limitrori citati, i qua li , dopo aver iniziato pacificamente la loro infiltrazione economica, finirono con l'incontrarsi in zone di attrito ove i reciproci interessi non erano più concili abili: l'area della Romagna divenne così il terre no di scontro più frequente fra le maggiori potenze d el tempo. Per completare il quadro va precisato che gli Stati che avevano interessi economici in Romagna, oltre a scontrarsi l'un contro l'altro secondo una politica di alleanze prima giurate, poco dopo tradite e talvo lta ristabilite, dovevano tutti, c hi prima chi dopo, chi in un modo c hi in un a ltro, fare i conti con la Sa nta Sede, d epos ita ria a pieno titolo dal 1278 del potere sovrano sulla Romagna . Aggiungasi, infine, che le c ittà e le campagne erano straziate da incessanti lolle rra le g randi famiglie per la conquista de l predominio locale. Sar·à pertanto opportuno, a questo punto, cer·care di conoscer·e qualcosa di più preciso su gli eventi s torici e politici che caratterizzarono la vila in Romagna nei due secol i di inler·esse. Vedia moli.
2. Lineamenti storici e politici Prima di d elineare il quadro degli eventi storici e politici dei due secoli che ci interessano è opportuno risalire un po' indi etro n el tempo e precisare quando e in che m odo la R omagn a venne assoggettala all'aulorilà papale. All'inizio del Trecento la provinci a faceva p a rte de ll o Stato della Chiesa da poco più di vent'anni. Ma lo Stato pontificio si e ra costituito mollo prim a, già dalla metà del secolo VIII, pressappoco nei confini dell'antico Ducato Romano- Bizantino e con una h ase tenitoriale di legittima proprietà rappresentata dal "patrimonio di San Pietro". Con questa espressione venivano indicati in origine i tenitori di Ameria, Orte, Bomarzo, Bieda, oltre al castello di Sutri, consegnati dal re longobardo Liutprando a papa Zaccaria , fra il 725 e il 741 15 . Quando i Franchi si prepararono a scendei-e in Italia su invito di p apa Stefano II e ad estromettere i Longobardi, il loro re Pipino il Breve che aveva usurpalo il trono a lla dinastia dei Merovingi ,
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O. B crtolini , F,ncicl. Catlolica, TX , 1952, coli. 9.'57-960.
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promise al pa pa, in cambio della legittimazione della propria rega1ità, di donare alla Chiesa, oltr·e al Ducato Romano, l'Esarcato e la Pentapoli in caso di villoria sui Longobardi. L'Esarcato era uno degli ultimi baluardi in Halia dell'Impero Bizantino 16 , un tenitorio che comprendeva, tra l'altro, le città di Ravenna, Cervia, Forlì, Tmola e Bologna; questo territorio fu strappato da Astolfo, uno degli ultimi re longoba rdi, ai Bizantini nel 751. La Chiesa si proclamò crede naturale dell'Impero e avan:1.ò pretese s u quel tcrritrn-io scomunicando il re longobardo ed invocando l'intervento armato dei Franchi. La P entapoli comprendeva le c ittà di Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia e An co na (esisteva anche una P e ntapoli "montana" dis tinta d a quella delle città marittime anzidette e comprendente: Urbino, Fossombrone, lesi, Osimo e Gubbio). Anche questi territori facevano parte d cll'lmpero Bizantino come l'Esarcatn 17• Ma il re Pipino non tenne fede a i pa lli e la donazione Iimase una promessa. Le successive conferme ,fa rrnrte degli imperatori Carlo Magno, Ludovico il Pio e Ottone l non si tradussero mai in atti concreti e la Chiesa mantenne il possesso e ffettivo solo sulle terre più vicine a Roma. Nel territorio dcll' Esar·cato gli arcivescovi di Ravenna, forti della pos izione di a utorità e di p1ivilegio conquistala sollo il potere bizantino, non erano affatto favorevol i al la prospettiva di finire sotto l'autorità papale. Essi preferivano sottostare agli imperatori del Sacro Roma no Impero il cui potere era, di fallo, poco più che nomina le piullosto che sperimentare la sudditanza al papa che s i prosp e ttava molto più vincolante anche per i legami religiosi e gerarchici csiste nl i I rn ,ircivescovo e papa. Così avve nne che che gl i arcivescovi finirono col dive nta re g ra ndi feudatari imperiali schierandosi contro il papa in d iverse occasioni e persino nella lotta d elle investiture. La Romagna, che era compresa ne l territorio d ell'Esarcato, rimase pertanto soggetta a ll'autorità imperiale fino a ll a fin e del secolo XI e venne amministrata come una provincia del Sacro Roma no Lmpero, mentre il territorio soggetlo alla Chiesa fino a tale epoca, era limitalo a ll'a ntico Ducato Romano, alla Sab ina, a qualche lem bo della Toscana meridionale e a ll 'Umbria sino al 16
A. Simonini , Autocefizlia ed Csarcato in Italia, cap . 1, pp. 40-41. A. Vasina, Possessi ecclesiastici ravennali nella Penlapoli durante il Medioevo, in «Studi Romagnoli». XVIII (1967), pp. 333-347. 17
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Trasimeno. Su questi territori i pontefici esercitarono un effettivo dominio che lentamente s i affem1ò saldamente contro le autonomie dei reudalar·i e delle comu ni Là ciltad ine. Duran te i secoli XI e XII le città romagnole, come d el res to tutte le città principali dell'Italia settentrionale, s i procurarono ampie aulo nom ie 18 ne ll'ambito d e lla strullura ammin islrati va e giuridica dell'Impero a scapito principalmente della autorità degli arcivescovi, ai quali s ubentrarono gradualmente nelle proprietà teJTiere, nell'esercizio di diverse magislra lurc e in a ltri <lirilli e privilegi. Erano cioè sorti i co muni cittadini. Anche nel contado la nobiltà laica era riuscita ad estromellere gli arcivescovi da vaste proprietà te1Tito1iali . Solo Ravenna e Cervia rimasero sotto il potere arcivescovile. Quindi l'origine dei comuni romagnoli e delle proprietà allodiali dei nobili può essere spiegata nei termini di contrapposizioni e conrliLLi avvenuti Lra vassalli via via più pote nti e posside nti orig inari in declino e soccomhenti. La lotta delle investiture tra Chiesa e Impero, sviluppatasi in concomitanza alla formazione dei comuni aveva causato, tra l'altro, uno scad im e nlo generale <lell 'autorilà impe ri a le e aveva favorito i dissidi e le lotte fra i comuni, in Romagna come altrove. Tali dissidi insorgevano p er mille motivi diversi, ma si potevano ricondurTe Lulli a ll'aspirazione c he c iascun a c ittà aveva di espandere il risp e ttivo dominio e di preva lere s ulle a ltre. Così Bologna aveva tentato di imporre la propria egemonia su Imola e su gran parte d ella Romag na, mentre Faen,.a, Forlì, R avenna e Rimini erano di volta in volta a lleate o nemiche. F u questo il periodo in c u i co muni, feudatari e cittadini si divise ro in guelfi e ghibellini ; sosten itori i primi d ell a causa pa pa le ed i secondi di quella imperiale. In origine la maggior par te delle città romagnole parteggiò p er l'imperatore, in seguito avve nne u na divisione in campi opposti ch e s i rivelò insanabile. Faenza e Cese na furono quasi sempre fedeli a lla parte g uelfa così come Forlì , Imola e Forlimpopoli lo furono a quella ghibellina; Ravenna e Rimini recero qualche cam bio di schieramento non senza pagare però, per questo, qualche
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A. Vasina , Le autonomie cittadine in Romagna, in R omagna medievale , p p .
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pesante scotto, com e per esempio Rave nna, che dovette s ubire la repress ione di Federico II nel 1240 . Quando a l trono del Sacro Romano Impero salì Enrico VI, il figlio del Barbarossa, lo Stato pontilkio avvertì una grave minaccia p er la propria sopravviven za. Infatti Enrico VI, sposando Costanza d'Altavilla, l'uni ca figlia di re R uggero II di Sicilia, ereditò tutta l'Italia meridionale. L'unione di ques to 1-egno a lle regioni dell'Halia settentrionale, già sottoposte alla sovranità imperiale, rappresentava un acce rchiamento mortale per lo Stato pontificio. Di qui la ripresa di aspre lotte tra Papato e Impero c he s i protrassero a lu ngo, con esiti a lterni e che costrinsero il papa ad affidare la difesa d ei propri interessi ad un prntellore stra nie ro: Carl o d'Angiò. In campo imperiale a Enrico VI era succeduto il Figlio Federico TT e a questi il fig li o naturale Manfredi, limitatamente a ll a sovrani tà n ell'Italia meridi o na le. Dopo l'incon>nai'. ione di M anfred i a re di Sicilia (1258) e la success iva v ittoria di Monteaper ti (1260) contro le foc·zc guelfe, sembrò ch e la fazione gh ibellina dovesse prevalere a nc he in tutta l'Italia centrale, ma lo Stato d ella Chiesa corse ai ripari, riuscì a rio1-ganiu.are le proprie ror'i'.e in Romag na impadronendosi di alcuni punti forti s ui quali i ncardinare la res iste n za; q u est i caposa ldi erano: Bologna , Ferrara, Ravenna e Rimini, ove la parte gu ell'a mantenne un pr·edomin io duraturo. La discesa in Italia di Corrad ino di Svevia, ultimo rampollo degli Ilo h enstaufen, e la sua marcia trion fale fin oltre Roma destò g iustiri cali t imori in tutti gli esponenti d el gu el fismo italiano e quindi anche d i quell o romag nolo , ma la de fini tiva sconfitta di Corradino a Benevento (1266) doveva far tramontare le speran ze egemoni c he d e i g hihe ll ini. Dopo quella b attaglia Carlo d'Angiò prendeva possesso del Regno d i S ic ilia sollo l'alta sovranità della Santa Sede e assicurava n e l contempo a llo Stato pontificio il dominio su l Ducato di Spoleto e sulla Marca d'Ancona. In Romagn a, però, le città ghibellin e no n si rasseg narono a lla sconfitta del potere imperiale e si coali zzarono scontrandosi a S. Procolo in un'aspra hallaglia ( 1275) co ntro le forze d elle città guelfe: le milizie ghibelli ne cond otte da Guido da Monteldtro inflissero un a clamorosa sconfitta a quelle guelfe gu idate da Malatesta di Verucchio e dal l'iglio G ia nc iollo (lo sposo tradito di Francesca da Rimini). La Curia romana, nonos tan te la sconfitta subita, era fermam e nte intenz ionata ad impa dronir·si d i tull i i t e rritori d e lla
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Romagna per esercitarvi quella "plenitudo potestatis" che considerava legittima in virtù della donazio ne di Pipino il Breve, ma poich é l'azione diretta e l'uso della forza non erano valsi a realiz:1.are tale intendimento, attese l'occasione favor·evo le per attuarlo con altri mezzi. L'occasione non s i fece attendere e s i presentò poco dopo l'avvento al Soglio pontificio di Niccolò III. Rodolfo d'Asburgo, anch'egli e letto da poco "r e dei Romani", titolo che i Grandi Elettori di Germania attribuivano al più probabile candidato al titolo imperiale, mandò un prnprio vicario in Romagna ad esigere dalle c ittà il g iuramento di o bbedienza. Ma il papa, p rima con le 1imostranze e le minacce, poi con la prom essa di sostenerlo all'elezione al trono impcr·iak, indusse Rodolfo a ritirar e il proprio vicario e a compi ere lutti gli atti n ecessari per rendere e ffettivo il trapasso dei p o teri in tutti i territori dell'a nti co Esarcato . Vennero perciò ritirati i funzionar·i imperiali, i feuda tari e le città vennero scio lti dal vincolo di ohhedien za e invitati a rico noscere l'autori ta del pa pa I 'I. Con ciò la R omagna venne formalmcn te t ras messa a Niccolò III, era il 29 maggio del 1278 20 . L'Impero abbandonava dopo qua ttro secoli un territorio ch e non gli apparteneva di diri tto e il Papa to otte neva un p ossesso cui aveva am bi to per altrettanto tempo, ma ch e avre bbe tro vato arduo d a amminis trare e da mante nere. Fu questo il momento d'inizio della convivenza d ella Romagna con la Santa Sede; una convivenza lunga, difficile e sovente dolorosa che doveva terminare solo c ol plebiscito d el 1859 che sanzionò l' un io ne de lla reg ione all'Italia risorgimentale. Lo Stato pontificio incorporando la Romagna diven ne uno dei più vasti Stati d'Italia per estensione e popolazione, secondo solo al Regno di Sicilia, ma la sua consisten za interiore si presentava debole e l'rammentaria sp ecie in Romagna ove comuni u,-bani e signorie feudali formavano un insieme di slalerelli locali per lo più ribelli a ll'autorità de lla Chiesa, s ia p er autonome aspirazion i d i indipen de n;.r.a , sia per p ressioni esercitate d a i potentati limi trofi d ai quali erano soggiogati economicamente. Il papa Ni ccolò Hl, ricevuta la donazione imperiale, fu sollecito a prenderne possesso e ad inviare nella provin cia un proprio
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G. Vill ani, Croniche, Lib. VLL. cap. 53. J . Larn er, Signorie, c ii., p . 58.
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vicario col tito lo di Conte di Romagna 21 , ma i comuni e i nobili romag noli, guelri o gh ihcllini che fossero, dopo un iniziale atto <li formale sottomissione, fecero chiaramente intendere di non essere disposti a rinunc ia re ad alcuna delle libertà possedute. Fu dunque necessario c he il pa pa ricorresse alla forza per imporre la propria autorità. Papa Martino IV, s uccessore di Niccolò , inviò in Romagna Giovanni d'Appia, gran co nsi glie re di Carlo d 'Angiò, con un buon ncr·bo cli tr u pp e francesi, ma nel 1282 a Forlì 22 queste vennero annientale dalle milizie ghibelline di Guido <la MonlefelLro in un fatto d'a rmi tanlo c ru ento da suggerire a Da nte l'espressione: « ... e di Franceschi san guinoso mucchio ... ! »23 • L'a nno dopo con l'intervent o de l nu ovo legato papale e cli Guido di Monforl, c he disponeva di maggiori fo r ze, fu possibile r iba ltare la s ituazio n e e sotto melle re quasi LuLLa la R omagna all'autorilà papale. La fazione gu elfa ebbe così m odo di perpelrare le proplie vendette e <li riconquislare le le ve del potere e fu sotto l'ombra d el gu elfi smo infalli c he alcune famiglie si affermarono nella lotta per la supremazia locale com e, a<l esem pio, i da Polenta a Rave nna. Cionondimeno l'a utorità <lei legali era tutt'altro che affermata, La nlo è vero che alcuni di essi furono impri gionali, a ltri cacciati con ign ominia da lle c ittà. Vi era un tacito accordo l"ra i com uni e le famiglie dei nobili nel non voler sottostare all'autorità dei legali <lei pa pa, anche fra que lli d i parte guel fa, ma a parte ciò m a i come in ques l'epoca le fazioni furono tanlo in contrasto tra loro per la supremazia locale e da quelle lotte si produsse il passagg io <la i comuni a lle signorie . Vediamo come c iò avve nne. I comuni esercilava n o il p rop rio potere mediante organi e mag istrature quali: il consiglio comuna le, il minor consigli o , il podestà e il capita no del p op olo, originariamente espressi dalla nobiltà, dalla b or gh esia urban a e dai notabili c ittadini 24 . Col tempo i comuni cercarono di estendere il loro dominio al te rrilorio c ircostante e pers uasero o costrinsero la nobillà <lei con21
G. Franceschini, Un caduto del sanguinoso mucchio , in «Studi Romagnoli »,
VI I, ( 1956), pp. 45-8 1. Il µ1-iLno ,·ett o ,·e fu Bertoldo Ors in i c he nel 1278 inse diò la
Curia Rettor a le, primo o rgano di governo per·manenle nelle nuove pr ovince. 22 L. Cohe lli , Cronache Forlivesi, pp. 11 3- 130 . 2-1 Dante, In ferno , XXVH, 44. 24 J . Larner, Signorie, cil. , pp. 16-29.
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tado a partecipare alla vita cittadina e a ll'esercizio del governo comunale. Quest'azione sembrò riuscire con pieno successo de i comu ni , ma in r·ealtà tale successo fu l'inizio della loro fine: la nobiltà del contado inurbandosi finì con l'occupare stabilmente i posti chiave del potere e col prevalere sull'intera strnttura comunale. J nohil i, grazie ai loro re udi, possedevano ricchezze fondiarie e potenza militare come nessun'altra classe sociale e la borgh esia cittadina non era in grado di contrastare la loro scalata al poter·e. Il risultato f"inale ru l'avvento <li una nuova classe dominante che subentrò a quella originaria dei comuni, ma che non si esprimeva mediante organi collegiali s ul tipo dei cons igli comunal i, bensì concentrava Lutto il potere nelle mani di una sola p ersona2 5. Il passaggio dei p oteri non fu naturalmente indolore, tutt'a ltro, poiché le fazioni in lizza non erano nellamente divise Lra nobiltà del contado e notabili cittadini: la lotta per il predominio vedeva il lizza Lra loro esponenti di una stessa parte e comportava alleanze instahili cd eterogenee. In politica, a ll ora come oggi, importante era il successo, non tanto il modo impiegato per ragg iungerlo. Di conseguenza tutte le c ittà della Romagna erano lacerate da lotte interne tra le grandi famiglie, in un contesto di anarchia ge nerale favorita dall'assenza <li una autorità centrale capace <li ristabilir·e e mantenere l'ordine. Da Roma non proveniva il g iusto impelio, il buon governo, ma il cattivo esempio, l'incentivo ai forti odii , a ll e passioni, al le rier·e inimi cizie Lra f"amiglia e [amiglia. Si ebbe così un popolo dedito alle fazioni, insofferente del giogo e impotente a scuoterlo . I cittadini, mentre protestavano contro il potere dispotico dei rc udatari, inn eggiava no al papa c he quelli aveva investito; erano frequentemente chiamati a versar danaro per provvedere ai bisogni degli uni e dell'alt ro e vivevano tiranneggiati e scontL:nti. Questa la condizione del popolo di Romagna agli albori del Trecento. Pe r uscire da una s itu a:1.ione <l i anarchia ristagnante, nobili e borghesi maturarono il convincimento che fosse necessario accettare l'autorità di una sola famiglia, o di una sola persona, purché questa fosse in grado di gara ntire un'ordinata convivenza. E così feudalità e borgh esia in ogni comune finirono per riunirsi attorno a lla farniglia più potente agevolandone la scalata al potere e, in
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J. Lamer; ibidem.
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breve, le famiglie più forti di ogni città finirono p er soggiogare le strutture comunali e imporre il proprio dominio . Ne ll a Romagna del XfV secolo quelle che raggiunsero questo obiettivo furono dive rse: gli Alidosi a Imola, i Manfredi a Faen za, gli Ordelaffi a Forlì, i da Polenta a Ravenna e i Malatesta a Rimini . TI po tere da essi con quistato non ebbe ini zialmente alcuna giustificazione legale: si trattava di un potere assoluto e dispotico raggiunto con la congiura e con la forza, us urpa to tanto a lle istituzion i c ittadine qua n to a ll'autori tà s ovrana della Chiesa e aveva tutte le connotazioni tipiche della dittatura p erson ale; solo che allora il "tiranno" si facev a chiamare "signore" e s i finì co l c hi a m a r·e "s ig noria" la struttura <lei suo potere. L'ascesa e l'affermaz ion e di questi regimi a utoritar i riduceva il già scarso prestigio dei rappresentanti de lla Chiesa in un mome nto in cui a nch e l'au tor ità del pa pa declinava a cau sa d el trasferimento de lla Santa Sede da Roma a d Avignone (1309). Il periodo de lla coside tta "cattività di Avi gnone" favori va anc h e i tentativi di res ta urazione dell'autorità imperiale in Romag na, te ntativi c h e furon o perpetrali dai ghibellini con l'imperator e Emico Vll - sulla cui cala ta in Italia tante s peranze aveva riposto anche Dante - e con Ludovico il Bavaro. Ma s i trattò di hrevi illusioni che peraltro ehhero il pote re <li stim o lare il pa pa a<l intraprendere con maggior fermezza l'azion e di sottomissione delle città ribelli. Per quest'opera la Cu ria p on tific ia c hiese in iz ia lm en te l' intervento degli Ang iò <li Napoli e con ferì l'incarico di r ettore di R o ma g na a l re Ro berto 26 , ma la sua azione, dopo un buon avvio, si rivelò inadeguata a ll'impresa. Fu quindi invia to il bellicoso legato Be rlrando de l Poggetto il qua le riuscì a piegare all'obbedienza, in sette a nni, tutte le città romagnole , compresa la bellicosa Forlì dopo un est enua nte assedio durato otto m esi. Ma contro Ferrara la sorte gli [u avversa: fu sconfitto e in una sola n o tte p erse tutto quello c h e aveva conquis tato fino allora. Quella sconfitta segnò l'inizio del pe riod o p iù oscuro per l'a utorità pa pa le in Romagna e i s ig nori locali ebbero modo di 1ientrare in possesso dei rispettivi do minii e di con solidare le proprie posizioni. Il papa, consapevol e di non poter reiterare altri te ntativi di sottomissione dei r ibelli, abbandonò temporaneamente l'idea di esercitare un governo diretto su tutta la provincia e accettò, come
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J. Larner, Si~norie di Roma~na. cii.. p. 106.
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soluzione di compromesso, la formula del vicariato. Questo provvedimento dava mandalo rapprese ntativo, con funzioni di governo a titolo personale e temporaneo, ai nobili locali che si erano impadroniti <lei pote re nelle varie città romagnole. Il titolo di vicario conferiva l'auspicala legillimazione del potere persona le ai tiranni che in tal modo diventavano i signori riconosciuti n el loro dominio e ne raffo rzava la posizione contro le pretese d ei rivali concorrenti e contro eventuali sommosse popolari . A beneficiare del titolo di vicario d ella Chiesa in Romagna ini ziarono gli Alidosi nel 1342 27 ; segu irono i Malatesta nel 135528 , poi i da Po lenta nel 1356 e infine i Manfredi e gli Ordela lTi, quasi contemporaneamen le, nel 13 79 (l a con cessione d e l vicariato a Francesco Ordelaffi nel 133729 , p eraltro revocala poco dopo, non è significativa in quanto attribuita d al papa Be nec.letlo XTT in stato di costrizione). La concessione del vicariato non migliorò le cose in quanto i vicari non pagavano i tributi d ovuti alla Chiesa e si consideravano indipe ndenti. Il Papato allora tornò alle maniere ro,-Li e in viò in Italia con pieni poteri e con un forte contingente di truppe francesi e spagno le il cardinale Egidio Albornoz, uomo di grande abilità diplom a tica e di notevole autorevolezza. Questi, con lucida vis io ne dei problemi e.la affrontare, seppe saggiam ente coordinare l'intervento armato con l'azione d iplomatica riuscendo a ricondurre a ll'obbedienza quas i tutta la Romagna, organizzando in modo e ffi ciente il sistema amministrativo e t ri butario con le fam ose "Co st ituzioni E g idiane" c h e r im asero a l ungo in vigore. Estromesso dall'incarico, fu poi richiamato a proseguire l'opera, ma la morte lo colse nel 1367 senza lasciargli il tempo di portare a compimento il mandato ricevuto. Gli s ubentrò il cardinale Anglico Grimoar<l, fratello del papa Urbano V, il quale merita di essere menzionato per aver lasciato quella preziosa relazione che è la "Descriptio Romandiole" già in preceden za ci t ata e contenente molti e interessanti Ùali su ll a Romagna <lei 1371. Il successivo legato, cardinale Pietro Bituricense, per meglio imporre la propria autorità fece ricorso ad un capitan o <li ventura
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J . Lamcr, ibidem, pp. 114-1 20. A. Vasina, Il dominio degli Urdelaffi, in Storia di Forlì , voi. TT, p. 172. 29 P. Bonoli, Tstoria della cillà di Forlì , voi. I, p . 381; E. R osetti, La Romagna, ciL., p. 58. 28
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ed ai s uoi mercenari 30 : s i trattava di John 1-Iawkwood, noto in Italia come Giovanni Acuto e tristemente famoso in Romagna per le stragi che perpetrò a Faenza e a Cesena. Va precisato che egli non fu il primo capitano di ventura ad operare in Romagna, altri avevano già fatto la loro apparizione suJla scena militare locale fin dal 1342 come si vedrà in seguilo. Intanto, ne l 1377, la Corte papale ritornava da Avi gnone a Roma preceduta dal cardinale Roberto di Ginevra - futuro antipapa Clemente VII - con un seguilo di venturieri b retoni non certo migliori di quelli dell'Acuto; gli uni e gli altri, anzi, gareggiarono in c rude ltà durante la strage di Cesena nel rebbraio di quello stesso anno. Ma il ritorno del papa a Roma favorì il Grande Scisma d'Occidente, qu el triste evento che durò quas i m ezzo secolo (13781429), d e terminando con la divis ione d ei cattolici la più grave crisi del Papato cu lminata con la contemporanea es iste nza di tre papi in contrapposizione tra loro. La f'rammentazione del potere spirituale si ripercosse inevitabilmen te su quello temporale e i legati po ntific i, in Romag na come altrove, fini ro no per non avere più alcuna autorità su ll e province amministrate. A beneficiarne furono i vicari e i signorotti locali ch e colsero la favorevo le occasione p er rendersi più autonomi; persino la fede lissima Cesena non era più governata direltamente da ll a Chi esa, ma era passata in m a n o ad un rampollo d e i Malatesta. Anche i potentati limitrofi allo Stato dell a Ch iesa come Firenze, Venezia e Milano, cercarono di approfittare di quella lun ga c risi del potere te mporale. In particolare fu il duca di Milano , Gian Ga leazzo Visconti, agli inizi del Quattrocento a rendere più insidiosa la poJitica di penetrazione nel territorio dello Stato pontificio. Infatti egli occupò Bologna e minacciò Faenza nel quadro di que l grandioso disegno di unificazione di tutta l'Italia settentrionale ch e da t empo perseguiva con lucida d eterminazione. La peste lo tolse prematuramente dalla scena politica itali a na e la sua fine segnò l'inizio di un p eriodo di eclissi della potenza milanese dando alla Chiesa il modo di r·istabilire la propr ia autorità su Bologna e sugli a lt ri territori dei quali aveva perso il con trollo. Firenze e
.io P. Bonoli, Istoria di Forlì, cit. , voi. 11, p . 8.
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Ve nezia mantennero invece una significativa influenza su vaste aree <lella Romagna orientale e meddionale. Le signorie romagnole, che non erano in grad o di contrastare la pr·essione d ei potentati limitrofi, finirono per legars i a ll' uno o all'altro diventando poco più che pedine nel quadro della politica di quei grandi Stati. Vi fu ch i s i illuse di poter mantenere una propria indipendenza come Sigismondo Pandolfo M a latesta, s ignore di Rimini e <li a ltre terre romag nole e marchigiane, fidando sulle propde capacità militali e sulle parentele con alcune Corti prestig iose. Ma la s ua azione isolata lo ridusse a compromettere in modo definitivo le fortune pers onali e quelle del proprio casato. Erano ormai passati i tempi in c ui esisteva qualche possibilità di affermazione individuale per i signori romagnoli che nu trivano velleità <li con<lotLieri. L'instabilità d el quadro politico generale della penisola stava lenlam enle, ma inesorabilmente, coinvolgendo le signo,-ie rnmagn ole che, ad una a <l una, erano destina te a scompaiire. Cominciò quella <legli Alidosi nel 1424: dopo due scontli tra le milizie fiorentine e della Chiesa <la una parte - a lle quali si appoggiavano gli Alidosi - e quelle milanesi dall'altra, concJusisi <.: nlrambi con la vittoria <li quest'ultime, Imola veniva occupata e la s ignoria d egli Alidosi soppressa p er sempre. La ciLLà doveva passare sotto il d o minio diretto della Chiesa in su ccessione <li tempo, poi dei Manfredi, quin<li <lei Riario-Sforza e d a ultimo nuovamente sollo la Santa Sede nel 149931 • Poco più Lardi toccava ai da Polenta <li Ravenna i quali s i erano lasciati sempre più condi zionare dalla invadente politica <li Venezia. La Serenissima, con l'abilità politica e con le pressioni economiche, riuscì a succedere n el potere della città a ll 'ultimo esponente del casa lo Polen Lario nel 1441 ed estese il suo dominio a nche su Cervia nel 1463. Restituì alla Chiesa le due città solo nel 1510 32 . Cesena tornava sotto il <lirello governo della Santa Sede nel 1465 alla morte di Malatesta Novello 33 . G li OrdelalTi, che erano stati i prestigiosi esponenti e i br·illanli 31 N. Galassi, Figu re e vicende di una città. fino/a nel tardo Medievo, voi. I , cap. IV,passim. 32 S. Bernicoli, Governi di Ravenna e di Ro magna dalla fìne del XII secolo alla fine del XJX secolo, cap . TV, passim . 33 J. Robe1tson, Cesena: governo e società dal sacco dei Breloni al dominio di Cesare Borgia, in Storia di Cesena, voi. TT/2, pp . 5-16.
La Ro magna nel lardo medioevo
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condottieri d ei ghibellini romagnoli, scomparvero dalla scen a politica in una luce sinistra, con l'awelenamento di Pino III; sulla città e s ull e Le rre de l Forlivese parve pe r un breve tempo ch e si potessero armonizzare le mire egemoniche di Milano e la volon là di restaurazione d ella propria sovranità d a parte d ella Chiesa; ciò avvenne duranle la pare ntes i di dominio di Girolamo Riario, nipote di papa Sisto IV, e di sua moglie Caterina Sforza, fi glia nalurale del duca di Milano Galeazzo Maria. Ma a n c he la vicenda pubblica di questi due esponenti della vita politica romagnola non doveva durare a lu ngo: il Riario ven iva ucc iso in una congiura nel 1488 e Caterina, nel 1500, dopo una onorevole difesa, dove va ced ere la c illà e la signoria a Cesare Borgia, il duca Val e ntino . Dopo pochi a nni la m orte di papa Alessandro VI, padre del Vale ntino, segnava la fin e d el breve dominio di quesl'ullimo sulla Romagna, e Forlì tornava sollo il dominio della Chiesa. Il tentativo condotto da Antonio Maria Ordelaffi di rislabilire la s ig nor ia ne l 1503, ebbe s uccesso d el tutto effim ero e con lui s i estinse il casato 34 . A Faenza i Manfredi riusc irono a resislere a ll e insidie interne della nobiltà ch e aveva n e i Naldi gli esponenti di spicco, e alle pr·essioni politi c he d ei 1'iore ntini e dei Mila n esi, ma non alle milizie di Cesare Borg ia, il qu a le nel 150 1 depose l'ultimo esponente della casata. Dopo la parentes i borgia na ed un breve periodo di soggezione a Venezia, anc h e Faenza tornava sotto il governo diretto della Chiesa 35 . A Rimini i su ccessori di Sigismondo Pandolfo Malalesla riuscirono a ripristinare per un certo pe1iodo la signoria sulla città, m a ve nnero a n ch 'essi estromess i dal la pro rom pe nte on da la di Cesare Borgia. Ritornati al potere dopo la caduta del Valentino, no n seppero impos tare una saggia politica e finirono col cedere i propri diritti a Ua Repubblica <li Ve nezia. A nulla valsero g li ultc r·iori te ntativi dl tornare al po tere condotti dagli ultimi rampolli della din astia sino a l 1528 36 . La caduta d elle signorie rom agnole era già in gran parte avvenuta quando nel 1494 calò in Italia Carlo Vili re di Francia. Tale evento sovvertì costumi di vita, equilibri commerciali e alleanze p olitiche, e di ciò approliltò la Chiesa pe r· r ipristinare la 14
35 36
A. Vasina, Il dominio degli Ordela({i, cit. , p p. 180- 182. P. Zama , / Manfredi, p p. 3 18 -320 . P. Za ma, / Malatesta, pp. 231-236.
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p r opria diretta aulo rilà su tutta la R omagna. I.:impresa non era facile, ci volevano forze adeguale e capitani intrepidi; p er una serie di coinc idenze favorevoli si trovarono gli uni e le a llre. Alessandro VI per p r imo s i accinse all'arduo compito a ffidandone l'assolvim ento al figlio Cesare. Questi , avvalendosi di un buon nerbo di milizie mercenarie locali e di consisle nli rinforzi di truppe francesi, perseguì il diseg no di riunire la Romagna con lucida d eterminazione e con corretta vis io ne strategica, riuscendo ·quasi a compl e tare l'opera che si er a prefisso. Ma la inopinata morte d el padre interruppe anc he la s ua missione. Qualche anno dopo papa Giulio 1J riprese il medesimo disegno conducendo di pe rsona le m ilizie della Chiesa con un'ene rgia ed un'autorevolezza sorprendenli e del tutto insolite in un papa, riuscend o a recuperare e a sottomettere l'intera regione. La restau ra;,. ion e così attuata delineò un nuovo assetto c he conferì alla Romagn a, a partire d a l 1503, una compattezza quale solo rorse ai tempi dell'Esarcato s i era risconlrnta: tutte le città, Bologna compresa, vennero governate direttamente dai rappresentanti della Santa Sede e tale assetto d oveva rimanere pressoché immutato sin o all'unità d' Italia. Questa la d costmzione degli eventi storici salie nti ; agli albori d el Cinqu ecento , infatti, le compagnie di ventura si avviavano a scomparire per sempre da lla scena militare italiana. Ci sarà ancora Giovanni d e' Medici a tener viva la fiaccola d ei capita ni di ventura, con le s ue "Bande Nere", s ino al 1526, ma s i tratterà di un ultimo b agli or·e. I veri protagonisti sui campi di battaglia dopo il 1510 diventarono i grandi eserciti s tranieri contro i quali le compagnie di ventura non avevano alcuna possibili tà di competere e anche l'azione di rest a urazion e condotta da papa Giul io 11 , avvenne con l'aiuto dell'eserci lo nazionale spagnolo di Ferdinando il Cattoli co.
Capitolo secondo LE MILIZIE MEDIEVALI E I MERCENARI
1. Generalità TI passaggio da ll'assello comuna le a qu e llo de lle sig norie in Romagna era awenuto, come si è visto, con la sopraffazione delle istituzioni cittadine da parte di capi fazione il c ui governo era radicalo ne l dispotismo, nell'oppressio ne dei sudd iti e nella proscrizio ne di ogni possibile rivale, senza alcun fine ideale, alimentato solo da sete di d ominio. Benvenuto eia Imola definiva tali tiranni: «Qui semper· inle r· se lacera nl el r-odunl e l suhdi los premunl el exco,-ia nl»1• Chi era giunto a l potere in un contesto di tal genere tem eva le ve ndette interne no n m e no d egli attacchi este rni e governava con poca forza e con nessuna quiete. «Romag na lua no n è e non lù ma i sanza guerra»2 così Da nle, con effi cace con cision e, definiva la s ituazione d ella provincia agli albori del Trecento, nel rispon dere a ll'ombra di Guido da Montefeltro c h e gli chiedeva noti zie di quell'amata le rra. Una terra inquieta dunque, ove alle contese interne si affiancavano le g uerre con gli Stati limitrofi per contrastanti interessi locai i o d i parte. M a da chi erano costituite le forze militari che si affrontavano e chi erano i capitani che le guidavano s ui campi di battaglia? Il Romagno lo d'oggi, che in genere no n ha vocazione milita re e c he sa di non avere tradizioni di tal genere n e l su o recen te passato, pe nserà c he anche a quei tempi le guerre s istematiche e prolungale non s i conf"acesse ro a l te mperame n to · irru e n to e sanguig no del prop1io ceppo etnico - più p ortato alle contese anche aspre, ma di breve dura ta - e penserà che i masnadieri che spadroneggiavano nelle c iltà agli ordini dei ti ranni e le milizie che si affrontavano in campo a perto, non fossero 01iginari della Romagna. Ciò in parte è vero, in parte no. In e lTe lli, dopo il 1340 in Jlalia, lu lte le b'"Uerre, brevi o lunghe ch e fossero, non vennero combattute più dai soli eserciti di tradizione fe udale o daHe milizie cittadine, ma da forze comprendenti 1
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B envenuto da Imola, Comentum, cit., voi. Il, p . 304. Danle, Inferno, XXVTT, 17-.18.
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in mis ura gradualmenle c rescen te solda ti di professione, per lo più stranieri, assoldati per brevi pe riodi e p er specifich e esigenze e che nulla a vevano <la spartir e idealmente co n le cause ch e <lele r m inavano i conflitti. Tu tl av ia , dopo l'ini 7. io d e l Quatt r o cento , fu proprio la Romagn a a forni re più di altre region i robusti contingenli di sold ati e di capitani m ercen a ri . Sembra a questo punto opporluno con figurare un po' meglio le caratteristiche d egli eserciti del tempo, lascia ndo p er il mome nlo da parte l'attitudine militare de i R o magnoli c he vedr·emo in p rosieguo.
2. Gli eserciti di tradizione feu dale
l.'.assetto socia le e politico dei paesi de ll'Eu ropa occid enta le , e quindi a nc he dell'Italia, tra l'VIII e il XIII secolo s i basava sul rapp or to p er sona le del sovra no coi s uo i vassalli ch e gli pres tava no o maggio , ossia sottomission e, col r ito d ella "imrnix lio manum" e a i quali egli promelleva pro tezio ne concedend o, a titolo <li be neficio, c ircoscrizioni terri to ri a li più o men o estese nelle quali essi eser citava no pe r s ua d elega tu tti i po te ri n ormalrne nte a llribuiti a d uno S tato : d alla riscossione d elle tasse a ll'amministrazione d e lla g iusli zia. Questo assetlo non p reved eva l'esistenza di eserciti p er m an enti; le forze armate si id e nti ficavano con qu ella pa rte della popolazio n e che godeva d el dir itto di po rta re le a rmi, vale a <lire la casta de i feudatari e d e i nobili e la m obili ta;,.ione si a ttua va su ordine <le i so vrano quando un a minaccia inco1nbeva o un'esigen za d 'altro gen ere lo ric hied eva. Ciascun feuda tario era obbliga lo a d accorre re colla su a cava lca tu ra, arma to ed equipaggia to, con un contingente di uomini arm a li rapporta to a i pr ivilegi e a ll'esten sione d el p roprio feudo, recluta ndoli fra i no bili e i gentiluo min i del co ntad o, ossia tra i cavalie ri . Vi erano due ordini di cavalie ri: i "b anderesi" (<la ba nnierets) detti a n ch e caval ie ri maggiori, signori di rango elevato che avevano la facoltà di alzar ba ndi e ra e di condu rre a i lo ro ordini altri armati, e i "bacellieri" (da b ach elie rs, bas ch evaliers ) detti anche cavalieri minori, in gene re figli cade tti <l i nobi li, oppm·e genti lu omini c he facevano parte <lei seguito d ei re o <li un banderese, p ort ando il p ro prio pennon e appeso a lla punta della lanc ia 3 . 3
Ph . Con Larnine, La guerra nel Medioevo , pp. 62-67, (d a q u i in po i = La guerra).
Le milizie medievali e i mercenari
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Tutti rendevano il servizio armato come omaggio al sovrano, ossia gratuitamente, ma tale servizio era limitato nella durata - in genere quaranta giorn i - e prestalo di regola entro i confini del regno; il sovrano quindi non era sicuro di poter contare su un esercito di questo tipo nelle operazioni di conquista 4 • Inoltre mancava del lutto omogeneità addestrativa e disciplinare tra le truppe e non esisteva una effettiva unità <li comando. Gli unici clementi di coesione degli eserciti feudali erano il senso dell'onore e la sincera devozione al Cristianesimo che cosliluirono la base dello spirito cavalleresco e la molla del comportamento e dell'etica militare di quel periodo. Col tempo però, qu a ndo gi ungeva l'ordine di mobilitazione, più di un vassallo esitava a lasciare il proprio feudo e il prop1io castello. Lui lontano, qualsiasi cosa poteva accadere: la congiura di un pare nte, l'atlacco di un vicino, la rivolta di un borgo ... , sicché divennero sempre più numerose le suppliche <li esenzione dall 'omaggio militare. Di qui il successo dell'iniziativa presa dal re d'Inghilten-a Enrico II Plantageneto, che nel 1159 istituì una tassa de tta "scutagium"5 pagando la quale il vassallo si sottraeva all'obbligo militare. Con quel danaro il sovrano assoldava allri armati c he combattevano per lui senza le esitazioni e i limiti dei feudatari . La stessa cosa si verificò per quasi tutto il restante Medioevo non solo in Inghilterra, ma anche in Francia e in German ia ove il sistema feudale durò a lungo. Tn prntica gli eserciti di tipo feudale si componevano di milizie d ell a coron a, fornite da lle città e dalle terre del patrimonio d el sovrano; milizie feudali vere e proprie, fornite <lai vassalli ùirelti del re, dai valvassori (feudatari dei vassalli) e dai con ven ti; milizie merce narie assoldate da l sovrano. Di regola erano eserciti non molto nume rosi il cui n erbo era costituito dai cavalieri, distinti a seconda del rango come si è visto. La fanteria, salvo alcuni corpi specializzati come gli arcieri e i bales trieri, era composta da gente umile, in genere contadini e borghigiani c he venivano costretti controvoglia a seguire i cavalieri. Arruolati al momento <le] bisogno, venivano raggruppati in bande o masnade (da cui derivò il dispreg iativo masnadiero) male armali e peggio comandati (nessun cavaliere si sarebbe mai abbas4
A. Mockle1: Storia dei mercenari, p. 32.
5
Ph. Conlamine, La guerra, c il. , p. 120.
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salo a comandare unilà e.li fanteria), venivano impiegati abitualm ente p er il trasporto dei bagagli d ei cavalieri, nei servizi logistic i e nei lavori campali . La fanteria reclulala ne lle cillà era assai più valida di quella del contado anche per l'esis te nza di associazioni di arcieri e balestrieri che non aveva no riscontro nei b or ghi e nelle campagne; di solito con tali elementi s i cosliluiva no i presidii delle forlezze e le guarnigioni delle mura e d elle porte delle città. Cavalieri e fanti erano vestiti e armati a seconda delle possibilità di c iasc uno e ognuno, par lend o da casa, doveva portarsi a l segu ilo i viveri pe r a lcuni g iorni poi, a seconda dei casi, s i sarebbe provveduto al vettovagliamento o col bottino di gu erra o con i 1ifornimenti dei distretti nei quali si andava a<l operare. Le g uerre erano brevi , o si vinceva in pochi giorni oppure si veniva a patti col n emico o s i rimandava l'impresa ad altro tempo. Di conseguenza le esigen ze logisliche non r ap pr·esentava no un p rn hle ma lra i più imporlanti .
3. Le milizie cittadine In Italia il feudalesimo ebbe più tardo radicamento e minor durata rispetto al resto d ell'E uropa in qua nlo venne messo in c ris i dalla realtà dei comuni. Anche gli eserciti di tradizione feuda le si sciolsero in gran parte p er lasciar posto alle milizie c illadine. Queslo nuovo tipo e.li forza armata era sorlo pe r rispondere a due esigenze preminenti: salvaguardare l'esisten za indipende nte del comune e difendere la centralità del potere a ttribuito a i vari organi de l comune stesso. Nei c illadini ve niva inculcala l'idea di dover r endere un pubblico servizio per un pubblico inte resse e la milizia assumeva il carisma di prima isti tuzione d ello Stato. Il concetto feudale dell'om aggio veniva così soppianlalo da que llo <li "servizio" che rappresentava un dovere di autodifesa ed una sorta di autarchia militare ch e venn e alimentata con spontaneità e con vinzione. Ogni città aveva al rig ua rdo le proprie leggi; in gener e tutti i ci ltadini, dai 18 ai 65 anni, erano obbligati a concorrere al servizio nella milizia con esclusion e d egli clementi polili came nle non a fli dahili e di qualche limila la calegoria di professionisti. Per esempio a R ave nna erano esclusi dalla milizia i cittadini di riconosciuta fed e ghibellina, a Forlì quelli di parte g uelfa, a Firenze i medici ed i notai, e così via ...
Le milizie medievali e i mercenari
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La m assa de ll a milizia era costituita e.la fanti. I cavali eri e rano pochi in qua nto solo no bili e be n estanti erano in grado <li fornirsi di tutto l'equip aggiame nto occorrente e d i m a nten ere uno o più ca valli <la guerra; a Firenze, per esempio, i cavalie ri prove niva no d alle "cavalla te" costituite solo da i citta dini facoltosi e d ai n ob ili , p ossessori di un reddito annuo n on in feriore a cinquecento fiorini . La campagna ed i bo rg hi d el contad o concorrevano a nc h'essi alla costitu zione della milizia, ordinati in "legh e" o "capitanie" 6 . La milizia era ordinata p er compagnie distin te per quartiere , pe r pa rro cc hi a o pe r porta o pe r cont rad a. Ciascuna aveva un pr·op rio capitan o, un gonfaloniere, un came rlen go e alcuni consiglieri. Il capita n o d el p opolo d el comune era n ello stes so t empo il dife nsore e <l il capita no generale di tutte le compag ni e d e lla città e d e l conta d o . Per cia scu na compagnia era definito u n luogo <li a dun a ta nella risp ettiva contrada chiama to "ridotto " ove erano cus todite le a rmi e a l qua le g li uomini accorrevano a l s uo no d e ll a campa na d e l comune. Di lì, una volta eseguito il controllo <lei presenti - ché i reni tenti e i diser tori venivan o giustiziati - la com pagnia .-aggiungeva il tratto di mura da pre sidiare o il set tor e da di fendere e il cap ita n o si accertava c he c iasc uno fosse a l p osto assegnato, c he le oste rie fossero chiuse e che non si giocasse a carte durante l'em e rgen za 7 . l c itta d in i e rano con s ide ra ti solda ti s o lo a l mo mento de lla radunata e nei giorni prescritti per l'a <lc.lestrame n to e l'ese1-c iz io delle a rmi; cessata l'em ergen za, depon evano le armi e torna va no a lle r·ispe tti ve attività . AJ tempo de ll a Lega Lo mbarda e du ra n te le lo tte c he le c ittà d ell'I talia settentrion ale sos tennero p er vent'a nni e più contro l'impe ratore Fede rico B a rbarossa , l'istituzione d ella milizia cittadina s i a ndò consoli<lan<lo e potenzia ndo e a l mom e nto de ll'impiego d ette prova di ottima capac ità combattiva : b as ti per tutti ricorda re il vittorioso esito della b a ttaglia di Legnano (1176) . A quell'epoca l'a more pe r l'indipend e nza d e lla pro pria c ittà era sincerame nte sentito d a tutti i citta dini di o gni classe sociale fino alle form e più im pegn a tive ch e si espressero anch e con la costituzio ne di compag nie s pec ia li fra le qua li la più no ta fu que lla d e tta "della morte" , d estina ta al presidio de l "carroccio" d el Comune <li Milano; ta le 6 G. Can es trini, Documen ti per servire alla storia della milizia italiana, p . XIV (d a quì in poi = Documenti). 7 G. Canestrini , Documenti, cil., pp. XVI-XVIll.
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unità era costituita da novecento giovani deliberati a morire piuttosto c h e a cedere o indietr·eggiare nel combattimento co n g li imperiali. Formazioni analoghe furono adottate in seguito dalle milizie di quasi tutti i comuni 8 . Col passar del tempo tuttavia lo spirito di servizio si affievolì, la partecipazione <lei cittadini fu meno spontanea e le esenzioni divennero sempre più numerose. Cos'era capitalo? Le classi dirigenti dei comu ni , ossia quelle dei notabili e dei cittadini abbienti, ch e normalmente avevano fornito alla milizia la maggior parte dei quadri di comando, si erano lasciati vieppiù assorbire dalle allivilà artigianal i e commer·ciali; del resto l'impegno del servizio armato diventava sempre più oneroso: era necessario un addestramento intenso e non di rado veniva richiesto di allontanarsi dalla città per lunghi periodi per mantenere l'ordine nel contado e per sventare le minacce ai confini territoriali. Ciò comportava l'interruzione dell'attività lavorativa e degli affari personali con svantaggi e danni sostan,.iali nel prnriuo. Furono quindi gli uomini della nascente borghesia a recalcitrare per primi, a non voler più m arciare sotto le insegne <lei quartiere e a non voler più ciugere la spada. Costoro non ripudiavano la guerra in sé, anzi erano loro a deciderla, a dichiar·arla e a finanziarla, semplicemente non erano più d isposti a combatterla: era più vantaggioso per loro pagare alt1i per combattere conservando per sé stessi la libertà di attendere ai propri affari. Un a ltro ra uore c he concorse a favorire l'in gaggio <li soldati di mestiere fu l'introduzione di nuove armi come la balestra e l'arco lungo9 che richiedevano un'abilità nel loro impiego che solo militi di professione potevano avere. La minaccia costituita dai dardi scagliati dalle balestre con forte capacità di penetrazione costrinse i cavalieri a sostituire l'armatura di c uoio e di maglie di ferro con quella a piastre di accia io e a ,-icercare un'analoga protezione anche per i cavalli. 11 peso del cavaliere armato e della bardatura s tancava presto il cavallo, il c he rendeva necessario disporne di a ltri in modo da poter cambiare cavalcatura specie in combattimento. Aumentando i cavalli occor-
8 9
G. Canestrini, Ibidem, p. X.lll.
Le balestre erano già in u so nelle legioni di Giulio Cesare, ma solo 4udle <li grandi dimensioni dette "da posta"; qu elle porta tili o "manesche" vennero importate dall'oriente verso il secolo XI. I.:arco lungo venne introdotto in Italia dai mer·cenari inglesi vero il 1360.
Le
miliz.ie medievali e i mercenari
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revano più uomini per governarli e condurli. Vi eran o, in sostanza, esigenze obiettive che richiedevano <li in crementare il numero dei soldati n egli eserciti e innovazioni che imponevano di pensare ai militi come a d egli specialisti o, quanto meno, a gente di mestiere. De tte esigenze allargavano il diva rio tra c hi faceva delle armi una profess ione esclusiva e chi invece le armi imbracciava solo occasionalmente e rendeva sempre più n ecessario, per c hi aveva bisogno di solda ti , ricorrere ai professionisti. Nasceva così il mercenarismo anche n ella milizia comunale, analogam e nte a quello indotto dallo "scutag ium" negl i ese,-cili feu dali; la raggiunta consapevolezza <la parte dei notabili della potenza <lei danaro ne aveva favorito l'insorgenza. L'uomo d'affari ern divenuto un borghese a tutti gli e ffetti (anche nel significato del termine di contrapposizion e a militare) e se ancora amava portare la spada al fianco e gli speroni ai piedi lo faceva unicamente per una pura [·unzione ornamentale. Infine va ricordato che, con l'avve nto d ell e Signorie, i principi e i sig nori detentori del potere locale si dimos trarono riluttanti a m a nte ne re in vita forti contingenti di milizie cittadine. T despoti <li ogn i te mpo non hanno mai amalo dist ribuire le armi al popolo prefere ndo, invece, a ffid arle a soldati fores tie ri più disposti a se rvire ovunque fosse loro ordinato con minor pericolo di un lon.> coinvo lgimento nelle vicede politico-m ili tari intern e. Di qui la tendenza delle Signo1ie ad a ssoldare unità costituite prevale nte m ente di m ercenari provenienti da a ltri stati o <la altre na zio ni e il temp o dimos trò c h e l'e ffici e n za operativa di quelle unità aumenta va in proporzione dire tta alla dis tanza d ei teatri d'operazio n e dai paesi d'origine dei m er cenari c he le componevano. L'impiego di milizie stranier·e pur presentando molti inconveni e nti o ffri va, com e si è visto, una maggior e affidabilità sotto l'aspetto politico non solo, ma i mercenari no n lasciavano vedove e orfani inopportuni e a l termine de i contralti <li ingaggio potevano esser·e licenzia li al contrario d ei militi cittadini reduci dall e cam pagne di gu erra. Così l'introduzione dei mer·cenari nelle milizie cittadine avvenne per ragioni socio-politiche e per fattori economico-mil itari: da un lato g li organi di governo dei comuni , i princ ipi e i signori non avevano diffi coltà a reperii-e il danaro necessario p er pagare soldati s tranie,-i, d a ll'a ltro sul fiore nte mercato della guerra erano disponibili numerosi professionisti de lle armi c he o ffri vano piena garanzia di espe r·ie nza e di ne utralità politica.
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4. I mercenari e i venturieri
M a chi era il mercenalio, questo tipo di soldato emergente agli inizi ùel Trece nto? 10. Inta nto veniva chiamato m ercen ario perché a differe n za <lei cavaliere feudale e del milite comunale si prestava a combattere unicam e nte per tornaco nto pe rsona le realizzabi le non solo col soldo, ma anche col bottino di guerra. Di norma si offriva per impegni <li durata limitata, aveva precedenti di mestiere e possedeva tutto, o quasi, l'equ ipaggia mento e l'armame n to occorrenti p er comb attere. Era, insomma, un gu erriero <li professione, m a bi sogn ava stare attenti a non lasciarlo senza paga o vettovaglie che in tal caso si trasformava in un ladron e ribell e e predatore qua nl'altri ma i. I primi mercenari dell'epoca, ossia del primo Trecento, furono, con tutta probabilità i reduci delle ultime Crociate. Quelle spedizioni avevano esaltalo lo spirito di avve ntu ra d e i partecipanti incentivando le vocazioni militari e favorendo, tra l'altro, la fondazione di ordini religioso-militari come i Templa ri , g li Os pila li e ri e i Teutonici c he divennero col tempo veri e propri corpi armati di elevala e ffi cienza operativa. Chi aveva assap orato l'e bbrezza delle battaglie e dei saccheggi s tentava, una volta tornato a casa, a reinserirsi nella vi ta di ogni giorno, c he per molti era condila di fa tica e di mise ria; il milite crociato si sentiva un disadattato com e i r educi di tutti i tempi e preferiva quindi offrirsi all'in gaggio per altre occasioni di avventura, s ia pure di mino r fascino. La condizione sociale di quei volontari era svariala: a lcu n i e rano cavalieri che vantavano ascendenze nobiliali, m a la maggior parte apparteneva a i più bassi ceti popolari. Anche la provenienza geografica era differ ente e be n pochi erano g li i talia ni . La loro consisten za variava nel corso d i uno s tesso anno: r ido tta durante l'autu nno e l'inverno, considerate stagioni morte per le operazioni militali, aumentava in primavera e in estate quando si organi zzavano gli eserciti e s i svolgevan o le campagne di gu erra. Altri me rce na r·i prove ni vano poi da i paese d'oltralpe. In tempi successivi, infatti, tra il 1310 e il 1335, schiere <li armali, per lo più ted eschi e ungheresi, avevano passato le Alpi al seguito d egli impeIO li solda to straniero ch e s i arruola per danaro è una figura onn ipresen te nella storia militare di tutti i tempi, ma uno dei periodi in cui il s uo impiego conobbe maggior sviluppo fi.1 quello d i transizione dall'Europa m edievale a q uella moderna.
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ratori gemrnnici Enrico VII di Lussemburgo e Ludovico il Bavaro e poi ancora di re Giovanni di Boemia; alla conclusione delle tre avventurose spedizioni non lutti i componenti di quelle schiere erano tornati ai paesi d'origine, ma anzi si erano riuniti in bande cominciando a rapinare e a saccheggiare e, naturalmente, ad offrirsi a chiunque ne ri c hie desse, pagando, i servizi armati . A queste primordiali fonti di alimentazione dei mercenari si aggiungevano personaggi di varia estrazione: cavalieri cui non rimaneva al mondo altra Fortuna che la loro spada, contadini e borghigiani stanchi della proplia miseria, esuli politici in fuga dalle cillà d'orig ine, cad etti esclusi dalla s u ccessione e quindi senza arte né parte, emarginati, banditi, sposlali, irrequieli, gente inseguita dalla giustizia o dai debiti. Insornma, si trattava di un campionario umano quanto mai vario ed eterogeneo, che tuttavia aveva una base di comune caratleri,.za,.ione: la mancanza di ideal i, la sete di danaro e di bottino unita al miraggio di una ricchezza che consentisse in breve tempo il riscatto dalla misera condizione di partenza. Per le autorità che li ingaggiavano essi venivano considerati dei salaliati apolidi 11 . Il Cantù li definiva: «gente rotta ad ogni vizio, senz'odio vero il ne mico, sen,.a amore verso i loro padroni, non bisognosi che di guen-e, di saccheggi e di bollino» 12 , mentre il Garland li considerava: «... soldati professionisti la cui condotta è dellala non dalla a ppartene n za ad una comunità politica, ma dall'attrazione d el guadagno» 13• ln sintesi, si lrallava di s ba ndati e di avventurieri sen za fede politica, la dri e violenti, privi di qualsiasi elica profess ionale. Una volta che i m e rcenari vennero immessi nei ranghi delle milizie comunali in numero semp1·e più consistente, il loro aggregar·s i in formazioni omogenee, agli ordini di capi scelti n el loro stesso ambilo, divenne una conseguenza inevitabile favorita principalmente da motivi economici. Essi infatti compresero ben pres lo c he avre bbero potuto prete ndere maggiori compensi se, anzic hé offrirsi all'ingaggio isolalamente o a piccoli gmppi, s i fossero presentati inquadrati in robuste unità idonee ad aJTronLai·e e condurre in proprio non soltanto combattimenti episodici, ma battaglie e campagne vere e proprie. 11
12 13
Ph . Contami ne, La guerra, c it., p. 147. T. Cantù, Fatti di capitani di ventura, p. 14. Y. Gadan. Gue"a e società nel mondo antico, p. 67 .
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Tn pr·inc1p10 furono gruppi modesti a costituirsi riunendos i attorno a capi coi quali si erano spontaneamenle slabi lili vincoli di stima e furono anzi quesli piccoli gruppi la presenza più cospicua e frequente nelle schiere delle milizie cittadine del primo Trecento. Poi col diffondersi del fenomeno e col veri fi carsi di c ircostaze favorevoli , i piccoli gruppi di vennero raggruppamenti sempre più consistenti fino a formare grosse unità operativamenle autonome: le cosidette compagnie di venlura. T mer·cenari luttavia, singoli o in piccoli grupp i, continu arono a coesistere, a fian co delle grand i compagnie. Si ebbero in tal modo sul mercato della guerra due prodotti similari ma distinti: il merce nario ed il venturiero (inlendendo con questo termine il componente di una compagnia di ventura) che tra loro avevano analogie e difrerenze. Tra le analogie rientravano l'assen:t.a di motivazioni ideali, la ricerca del guadagno come fine primario, la volontarietà e la temporaneità del servizio prestato. Tra le differenze - lulle a favore del venturiero - si possono indicare la possibilità di ottenere ingaggi più r·emunerativi, più frequenli e di maggior· durata e quindi con possibilità di realizzare maggiori profitti anche per la più ampia libertà d 'azione d i im por·re riscatti e di effetluare saccheggi e spoli azioni. Considerali i vantaggi, i venturieri erano des tinati a proliferare a scapito dei mercenari e di consegue n za erano deslinale ad affermarsi le grandi compagn ie. Queste unità divennero le forze prolagoniste della scena militare del Trecento senza tuttavia soppiantare mai del tutto le milizie cittadine e gli esercili feudali . Nell'Italia settentrionale e in Romag n a in particolare tutti i comuni , in fall i, continuarono ad assoldare mercenari singoli o in piccoli gruppi inquadrandoli n ella milizia c ittad in a locale c he non cessò di esistere per l'avvento delle compagni e di ventura. Nel <lit-e c iò s i inlende a ffermare che gli obblighi dei cittadini, non appartenenti a lla classe dei notabili , nei riguardi del servizio militare restarono in vigore anche n el periodo d i massima espansione delle compagnie di ventura e sarebbe erra to pensare che lo scenario militare del tempo fosse interamente rappresenlalo da quest'ultime. Difficilmenle vi furono in vita più di tre o quattro grandi compagnie contemporaneamente e pertanto le forze armate di base rimasero le milizie cittadine, insostitui bili nel presidio delle mura delle città, nel manlenimento dell'ordine pubblico e nelle operazioni di polizia negli abitati e nei relativi distretti. All'impiego di una grande compagnia di venlum si faceva 1icor-
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so in via eccezion ale e temporanea; no n tutti i comuni e ben pochi signori potevano permetlersi di sostenere la spesa per l'ingaggio di consistenti unità m ercenarie, an zi, i tiranni di Romagna non solo non e rano in grado di assoldare un'intera compagnia, ma sovente si offrirono essi stessi all'incanto sul mercato della guerra con gruppi più o m eno consi stenti di mercenari locali . I numerosi capitani di ventura delle famiglie Malatesta, Manfredi, Ordelaffi, Barbiano e da Polenta, sono esempi di signori che si of&irono d i combattere per soldo con unità costituite per lo più da sudditi dei loro <lominii. Nelle tante guen-e combattute nello Stato pontificio e nelle regioni limitrofe alla Romagna, furono sempre messi in campo eserciti di tipo misto comprendenti mi lizie cittadine e unità mercenarie. Ciò però nulla toglie al fenomeno delle compagnie di venturn che e hhe, in Italia, una risonanza non riscontrabile in altri paes i e uropei per sviluppo e durata.
5. li m ercenarismo in Romagna La R omagna non ha una solida tradi:1.ione militare. Questa affennazionc ha un fondamento inattaccabile nell'assenza di una realtà militare locale dal 1550 in poi e nel m od esto contributo dato dai Romagnoli alle guerre r·isorgim entali . La tra<lizione militare, inl"a LLi , è un legame con la realtà militare del passalo qu a ndo ques ta abbia operato per la realiu.azione d ello Stato di cui s i l"a parte e per la conquista d elle libertà e dei diritti c ivili ; è un legame fallo di clementi di facile comunicabilità c he su ggeriscono sentimenti di ordine e di disciplina, di coraggio e di ge nerosità, di unione nella gerarchia, di or·goglio e di consapevolezza <li a ppartenenza ad una vicenda s torica comune. Essa non è una s ugges tione legala a qualche personaggio di sp icco c hi amato a dar·e credibilità e lustrn ad eventi passati e a s uggerire l'attualità di taluni modelli di comportamento e non è necessariamente una inclinazione a lla be llicosità, al comhaLLerc. La tradizio n e m ilitare è, in ultima analis i, un tassello della propria c u ltura viva e come tale non invidia nulla ad altre culture e s i nutre della pn>pria autonomia; è un valore da c ustodir·e e eia perpeluare passandolo in consegna da una generazione all'altra. ln Romagna la realtà m ililare non è mai stata espressione di forze popolari locali e non erano composti da Romagnoli gli eserciti c he concorsero a costituire e a sostener e lo Stato pontificio, Stato
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che, peraltro, si sollraeva alla maggior parte dei canoni che caratterizza vano gli altri Stati italiani. Machiavcll i così si esprime al riguardo delle autorità di governo ecclesiali: « .. • essi hanno Stati e non li difendono, sudditi e non li governano; e li Stati per non essere difesi , non son o loro tolti; e li sudditi, per non essere governati, non se ne curano, né pensano né possono a lienarsi da loro ... » 14 • Il dominio d ell a Chiesa durò in Romagna quasi sci secoli, tuttavia lo Stato pontificio, proprio per il s uo carattere peculiare e irripetibile, non costituì mai un esercito permanente di tipo nazionale e non offrì quindi gli spunti necessari per l'innesco di una tradizione militar·e. Le uniche forze aventi un carattere permanente dalla seconda metà del Cinquecento in poi, comprendevano infatti solo cinque-seimi la snidati denominati "truppa regolata", distribuiti un po' dovunque nel territorio dello Stato con funzioni di presidio delle fortezze, di tutela dell'ordine pubblico e di rappresentanza, ma erano privi di cffeltiva capacità operativa in caso di guerra 15 . lnoltre questa "uuppa regolata" era composta in prevalenza di mercenari svizzeri e tedeschi e solo in minima parte d i sudditi pontifici, tanto è vero che alcuni comandi e alcune frasi convenzionali nel serviz io d i guardia venivano pronunciati in una ling u a bas tard a derivata dal tedesco; il "chi va là" delle sentinelle, per esempio, veniva intimato con la locuzione "verdò" che d erivava dalla parola tedesca "Wcrda" 16 • L'eserc ito vero e proprio veniva costituito so lo in caso di n ecessità facendo ricorso a massicci ingagg i di mercenari e di compagnie di vent ura fino ai primi decenni del Cinquecento e, successivamente, di reggimenti stranieri. Queste forze che ven ivano assoldate a l verificarsi di un'emergen:1.a davano vita all'esercito detto di "nuova leva" che poteva essere completato o rinforzato con contingen ti della milizia 17 mobilitati nelle province intcn.:ssate alle operazioni di gue1Ta. 14
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N. Machiavelli, Il principe, cap. XI. V. Ilari, La milizia prmtifìr.ia nel secolo XVI/ , p. 634.
V. ilari, La milizia ponti/ìcia, cit .. p. 564. V. Ilar-i, Storia del servizio militare in Italia, p. 141. N ello Stato pontiri cio esistevano vari tipi di milizie. Le più antich e erano quel le c ittadine dipendenti dalle amministrazioni comunali come la "Congregazione dei Numeri" di Forlì, quelle con funzioni di guardia costiera di Ravenna e Rimini dipendenti <lai Commissaria lo del Mare e quelle baronali dipendenti dai grandi fcudata 1·i del Lazio e dal Senato Romano. Oltre a queste venne costituita nel 1565 da papa Paolo TV una "Milizia delle Legazioni" alla quale ernno iscrilli lutti i citta dini dai 18 ai 45 anni in ragione di un uomo per ogni "fuoco"; tale milizia era anche denominala "hallaglie di fantcd a legionarie". 17
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La milizia era la sola componente nazionale dell'esercito, l'unica istilu,.ione militare che poteva trasfor mare i suùdi li in soldati. Ma per ottene re un risultato del gene re occorreva organizzar·la in modo da stimolare la partecipazione popolare a nche mediante misure parallele di buon governo come avvenne in Piemonte dove la "mili zia paesa na" istituita dal ùuca Emanuele Filiberto ùivenne la vera c ulla della traùizione militare dello Stato sahaudo. ln Romagna tutto questo non avvenne e n elle poche occasioni di impiego la mili zia non dette buona prova di sé e di conseguen,.a non fu mai uno strumento di innesco per una tradi zione militare . La sola realtà militare ùel passato p er la quale i Ro m agnoli d 'oggi avvertono, se non un legam e, una certa prope nsione , è quel la ùi ispirazione ghibellina che animò la scen a politica della seconda m età d el Duecento ed i campi di hattaglia di San Proeolo e di Forlì; cio è testimonia lo anche dall'attu a lità dell'episodio d el "sangu inoso mucchio" che, benché celebra to in c hiave l"olc loristica dai Forlivesi, non riesce a nascondere de l Lutto l'adesione iùeolog ica e c ulturale odierna all'indirizzo l"ilo-im periale, o meglio, a ntipapale delle milizie di Guido da Montefeltro . È lecito quindi supporTe c he la partecipazione popolare a ll e vice nde mili tari sarebb e s tata sensibilme nte diversa se la Romagna fosse s taia ing lohala in uno Stato la ico e g hibe llino (come il Duca to di Mila no) anzich é in quello d ella Chiesa. M a la sto ria non è fatta di "se" e di "ma"; nella realtà il po polo romagnolo n on si è ma i sentito pa rte attiva d e llo Stato di cui faceva parte , non ha mai comhalluto sponta n eam e nte per edificarlo e per di[e nùe rlo, non ha mai offerto il proprio consenso a l potere c he lo governava e quindi non ha mai avu to nulla da e reditare sollo l'aspetto militare. Cionond ime no la storia d e l lard o Medi oevo attesta che in R omagn a esis teva una p opolazion e a lla a lle armi , ch e da essa s i po te va trarre un bu on esercito e c h e alcuni espone nti d ella s ua gente erano degli a utentici talenti ùi gu er-ra. Questa attitu ùine a lla professione de lle arm i divenne talmente no ta c he, d alla fine d el Trecento e per tutto il Quattrocento, vennero in Rom ag na da tutta Italia gli uffic iali reclutatori, sicuri ùi r·eperirvi o ttimi fanti. Se i Romag noli foss ero stati soldati di poco con to non sarebb e venuto nes suno a cercarli. Al contrario, l'attivi tà di reclu ta mento giunse a un punto di intensità tale c h e la Curia pontificia, pe r salvaguardare il patrim o nio umano d ella provinc ia, c he rischiava ù'impo vc ri rsi, sentì il bisogno di e manare
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disposizioni che vietavano il reclutamento in Romagna e minacciavano severe sanzioni ai Romagnoli che avessero acceltalo ingaggi nelle compagnie di ventu ra o nelle milizie di a ltri Stati itali ani18. Viene spontaneo chiedersi quali fossero le ragioni che facevano della Romagna un vivaio così florido di gente disposta a votarsi a ll a proressione delle armi. Vediamo anzilullo quali erano i motivi di uttrazione contenuti nell'idea di rare il soldato. Per la nobiltà la professione militare costituiva, fin dall'epoca feudale, la condizione della proplia s uper-iorità sociale e d ella proplia distinzione che offriva con una discreta rendita, huone possihilità di sbocco in alcune funzioni di lilievo come il comando di una fortezza o di un presidio cittadino, oppure l'incarico di commissario o agente statale per gli affari militari 19 . Un cadetto di buon lignaggio, abbracciando la professione delle armi, poteva sperare in un futuro economicamente sicuro; se poi le doti personali possedute erano s uperiori allu media poteva far con to anche su 1iconoscimen li più consistenti. Quelle cariche, quei riconosc imenti superava no la portata di un incalico gerarchico militare in quanto in esse la funzione politica era prevalente su quella militare e offriva la possibilità di inserime nto nella ristretta oligarch ia c h e gestiva il potere. La crescente diffusione del mercenarismo non produsse quindi un'eclissi della nobiltà in campo militare; quest'ultim a a n zi accor·se sempre numerosa n ei ranghi della milizia cilladina ed in quella mercenalia continuando a fornire il nerbo della cavalleria e l'ossa tura della gerarchia , tanto in Romagna come nel resto d'Italia. Per la borghesia l'idea del servizio armalo era andata gradu alm ente perdendo <li attrattiva di fronte ai prn l'itti più consistenti e m eno r·ischiosi conseguibili col comme rcio e con le attività artigianali. L'attività mi litare rimaneva tuttavia legala ad una certa immagine di aristocrazia e rappresentava un m ezzo di promozione verso gradini sociali non raggiungibili con attività private o corporative20.
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V. Tla ,; , La milizia ponti(ic:ia, c il. p. 625. W. Barbeds, Le anni del principe, introduzione, p. XTX e cap. 11 p. 99 . W. Rarbe1is, lbidern. pp. 29-3 1.
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Per la povera gen te, per i più umili, p er i diseredati, l'idea di fare il s olda to non era tan to legata alla possibilità d i a vere una occupazio n e pe rmanente o di inserirs i in una ca rriera, qu a nto piuttosto alla speranza d i far fortuna in breve te m po e di tornare a casa con un buon gruzzolo p er comprare un p ezzo di te rra, per a prir bo llega o p er t rasformare un tug urio in un a abita :t..io ne decente. La brama d el soldo era dunque la spinta principa le, ma no n la sola: la condizion e m ilitare lasciava intraved ere an ch e ai più poveri spiragli di libe rtà privata n ormalme nte sconosciuti n ella fascia po polare, costituiti d a privilegi, concessioni ed esen:t..io ni. Il solda to, infatt i, poteva m u oversi in tutto il territor io dello Sta to porta ndo a rmi a nch e in te mpo d i pace, sia pu re con q ualche restrizio n e (erano vietate le arm i "ins idiose" tra le a rmi bia n c he e quelle da fu oco a ll' inte rno d elle città); egli poteva o ttener e la licen za di caccia ed era esonera lo da diversi obblighi e co n tr ibuzioni com e le corvées, la ma nute n zione di strade o di tratti d egli arg ini d e i fiumi, i servizi con carri e bestiame e tc ... 21 , god eva dell'esen zione da qua ls iasi p edaggio e non era tenuto a risarcire i da nni a rrecati dai p rop ri anima li a ll e coltivazio n i altrni ; non poteva essere arres talo p er accu se civili i n te mpo di gu erra e, pe r qu e lle p en a li, occo rr-eva il p reventivo b e n es tare d e ll'a u torità militare d a c ui dipendeva; e ra sott ratto alla m agis tratu ra ordinaria pe r i rea ti m ilita ri e, in ogni caso, ern imm une da pign oram e nti , rappresaglie e torture; era a utorizzato ad ind ossa re abiti e orna m enti non consentiti a i civil i d ella su a stessa condi zio ne socia le , incluso il permesso p er la mogli e d i vestire abiti preziosi. In caso di morte in serv iz io, in fi ne, i privilegi e le esen:t..io ni godute venivano estese pe r un d ecennio a i rig li o alla su a vedova 22 . La condi zion e m ilita re perta nto, agli occhi del popolano, trasfor·m ava le anni in uno s tr um e nto di p r om ozio ne socia le: porta rle di ventava segno di distinzion e. Il servizio milita re e la guerra in c ui questo s i esplicava, divenn e ro le due anime di una realtà ne lla qua le si riunivano e s i d istingu evan o gli esponenti d ella nobiltà pr ivi di a ltre risorse, i not abili della borghesia urba na in cerca di blasoni nob ilia ri e quella parte di popo lo umile ch e cercava un qua ls ias i appiglio p er uscire da una 21
V. llad , Storia del servizio militare in Italia, cit., pp. 8 1-83. A. Da Mosto, Ordinamenti militari delle soldatesche dello Sfato Romano nel secolo XVI, p. 89. 22
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condizione di mar·ginalità e ch e non aveva alternative praticabili. I motivi di attrazione insiti nella professione militare sin qui esposti avevano, tuttavia, un c arattere generico nel senso che potevano considerarsi validi p er le popolazioni di qualsiasi r·egione italia na, ma come mai allora, specie n el Quattrocen to, sia la nobiltà, sia il popolo in Romagna accorsero più numerosi ch e altrove ad a rruolarsi come mercenari ? La risposta si può intravedere n elle analoghe condi zioni che favoriro no e caratterizzar·ono la nascita d ella ranteria in Svizzera. Qui l'eccesso della popolazione in rappo rto alle risorse naturali e la consegue nte precarietà de ll'esistenza, in un paese aspro e montagnoso, p overo di industri e e di beni da commerciare, consentiva di distogliere gran parte degli uomini dalle attività lavorative senza incidere sull'economia generale del paese. La Romagna presentava non poche a nalog ie con la Svizzera. Vediamole. La popolazione romagnola, oggi, è di circa un milione di residenti s u una superficie di 4 769 Km 2 con una densità quindi di poco s uper-iore ai duecento abitanti per Km 2 3 . Nel 1371 invece, secondo i dati forn iti dalla citata "Descriptio Romandiole", s i può s timare una popolazione osci lla nte tra le centosessanta e le cen totta ntamil a unità, ma la superficie abita bile era inferiore a quella at tu a le probabilme nte di un quarto (s i è detto ch e tutta l'a rea appenninica era coperta da fitte l"oreste e ch e nella hassa pianura le zone acquitrinose e le pinete erano molto estese, mentre le terre coltivabili e gli insediamenti umani erano limita ti alla zona collinare e , pe r una no n trascurabile profondità, alla fascia della pianura solcala da lla via Emilia). Si può quindi sti mare una densità di c irca 40-50 abitanti per Km 2 , molto alta per quei tempi . Tuttavia non è soltanto dal rapporto popo lazione-superfic ie c he si possono r·icavar·e indicazio ni utili a i n ostri fini, occnrTe a n alizzare anche il rapporto popola:1.ione-economia. Si è visto ch e quest'ultima era prevalenteme nte agricola , c he le industrie erano inesistenti o quasi , ch e l'attività artig ian a le e m a nifatturi era era limitata al soddisfacimento d e ll e necessi tà locali e che il commercio, inrine, e ra in mano ad elem enti fores tie ri. La m aggioranza d ella popolazione era dunque impiegata nel21
1991.
I <.1aLi sono desunti dalla Guida d'Italia del TC.I, flmilia - Romagna, Milano
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l'agricoltura. Di consegu enza il regime d emografico dipendeva principalmente dai me/.zi di sussistenza forn iti dai prodotti agricoli e le possibilità di vita erano slrettamente collegale con le ampie oscillazioni delle produzioni annuali. Bastava un'estate di siccità o un gelo primaverile a compromettere i raccolti e ad imporre un regime di carestia. Verso la metà del Trecento la popolazione diminuì in tutta Italia del 27-30% a causa della prima grande epidemia di peste, la "peste nera" (quella celebrala dal Boccaccio), che infuriò per tutta l'Europa dal 1347 al 1350 spopolando specie le città ove le condizioni igienico-sanitarie erano più a rischio che nelle campagne. Per tulla la seconda metà del secolo la popolazione diminuì leggermente e solo con l'inizio del Quattrocento si ebbe un'inversione di tendenza24 con un conseguenle incremento della domanda dei m ezzi di sussisten/.a c ui non corrispose un proporzionale aumento dell'offerta degli stessi. Si <lclcnninò pertanlo una situazione di squilibrio che si manifestò con estese e prolungate carestie e con lo scadimento progressivo delle condizioni general i della vita. Sollo l'aspetto commerciale tale s quilibrio provocò un considerevole aumenlo dei prezzi dei cer·cal i e di tutti i prodolli agricoli in genere e più impelle nte si avvertì il bisogno di danaro. Ma di danaro non ce n'era e non c'c.;rano attività alternative all'agricoltura in Romagna che permettessero di guadagnarne. Nelle aree di montagna e nelle valli dell'Appennino più che altrove, la povertà era avvertibile ed è naturale che proprio da queste aree provenissero più numerosi i volontari del mercenariato, s pinti dall'indigenza e dalla mancanza di ogni altra possibilità di vivere decentemente, poss ibilità che s ussisteva, invece, ancorché minima nelle città e nella fertile pianura. Non tutti comunque erano volonlari per scelta consapevole; molti s i lasciavano convincere _d alle allettanti promesse degli ufficiali reclutatori d elle compagn ie d i ventura, che passavano periodi camente p er i borghi e per le campagne offrendo premi di ingaggio o anticipazioni sulle paghe future per invogliare gli incerti e per sedurre gli ingenui. La suggestione d el danaro era forte per chi non aveva avuto che di rado il piacere di sentirne il tintinnio e ne bastava anche poco per a llellare gente tanto povera! 24 A. Bellettini, La popolazione italiana dall'inizio dell'era volgare ai nostri Riorni, pp. 487-53 (La popolazione ita liana è così valutata: nel 1300 = 11 Milioni; nel 1350 = 9.5 Milioni ; n el 1400 = 8,5 Milioni; n el 1450 = 8,8 Milio1ù; n el 1500 = 10,3 Milio ni.
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Tra coloro c he si lasciavano irretire be n pochi avevano un a prec isa idea delle fatiche e d e i disagi c he li a ttendevano a rruolandos i e molti non reggevano alla durezza d ell'addestra mento e della disciplina o non avevano s ufficiente c oragg io p er affronta re i rischi d e i combattime nti e così finiva no p er a limen tare un fenomeno sempre presente nelle milizie m e rcenarie: la diserzione, che forniva poi i r incalzi a lle bande d i ma lviventi d e diti al brigantaggio spicciolo. Insomma, di male in peggio. A diffe r e n za degli Svi zzeri, che nn dall'infanzia venivano addestrati a ll'us o d e lle armi e a ll'idea del servizio militare, i m onta nari romagn oli non avevano alcu na esperie nza nel m aneggio d elle armi ed è quindi verosimi le ch e venissero impiegati come u o mini d i fat ica, come s i dice in termini militari per indicare i soldati comanda ti per la vori manu ali; tull'al più potevano svolgere compiti d i guastatori ne i lavori di forl iricazione campale. Poi, un po' alla volta, veniva no immessi nei ranghi d ella fa n teria dopo aver imparnlo, per imitazion e d ai più a nz ia ni , a d u sare la picca o, più spesso le a ltre armi cosidette manesche quali i falcioni, i ronconi e gli spiedj_ Normalmente veniva no equipaggia li con indumen ti prote ttivi m o lto sommaii comprend enti la cervelliera e u na coua 25 . Poveri come gli Svizzeri i R o m agnoli a limentarono so ltanto unità di fanteria. Arcieri e ba lestrieri , qu ando s i a rruolavan o, disponevano g ià de ll'equipaggiamento e d ell'arma individua le cd avevan o anche un su fficie nte grado di addestramento conseguito nell'amhilo d ell'associazione o d ella corporazio n e di c ui fa cevan o parte fin d a giovanetti . E ssi ve ni va no s ubito in seriti nei ra ngh i operativi e il loro livello di considerazione e di paga era sempre s uperiore a qu ello d el semplice fante; tullavia i m er cena ri di q ues ta s pecialità forn iti dalla Ro mag na fu rono sempre mo lto poch i. Nonostante i li mi ti a n zidc lli i fanti romagnoli nel Quattroce n to god evano di una buo na cons iderazio ne tra le milizie mercenarie, una considerazio ne conquistata a caro prezzo s ui campi di battag lia. Vi fu anche un breve momento in c ui a i [anti di Romagna venne Lo lla l'etich etta d i m ercenari: Caterina Sforza, infatti, istituì ne l I 496 una sorta d i miliz ia permane n te e "n azio nale" con il reclutamento d i millecinquece nto fanti e con la p rece ttazione di a ltrettanti su dditi d ei s uo i dominii 26 . 25 Vedasi Diziunarielln di alcuni termini militari in u so al tempo delle compagnie di ventura, in Appendice. (Dà qui i n p oi: Vds. Diziunarietto in Appendice). 26 P. Pie1·i, Il RimL~cimmto e la crisi 111ilitart> italiana . pp. 432-433 ..
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Da tale organizzazione prese poi le mosse Cesare Borgia per cosliluire, al lerminc delle campagne di conquisla della Romagna, una mili zia locale che potenziò e addestrò a lla maniera degli Svizzeri, formando un vero e proprio esercito di seimila fanti e mille balcslrieri r·cclulali nell'area appenninica romagnola e nelle cillà <li Faenza e <li Forlì; cinquecento <li questi fanti sfilarono a Roma nel 1502 davanti al papa 27 • Si è dunque dello che Lra la rine del Quallroccnlo cd i primi del Cinquecento i fanti rmnagnoli si erano conquistato un nome rispettabile. In particolare salirono agli onori della cronaca i "Bris ig hclli " o fanti d ella Val Lamone alla hallaglia di Ag nadello (1509) inqu adrati nella compagnia di Bartolomeo d'Alviano, al soldo di Venezia. In quella ci rcostanza le milizie della Serenissima comprendevano numernsa fanteria il cui nerbo era costituito , appunto, <lai Romagnoli, da tempo ormai addestrati alla maniera svizzera, che s i dislinguevano anche formalm en te per la smaglianle casacca a bande rosse e bianche 28 . Nella prima fase di quella battaglia i fanti romag noli : « ... ,~espinse,-o i Guasconi, obblig a rono l'artiglieria francese a retrocedere e avanzarono coraggiosamente ... » 29 . Tanlo va lore non fu purtroppo premialo dal risultalo final e della ballaglia c he vide sconfitto l'esercito di Venezia. La medesi ma situazione si verifi cò alla battaglia di Ravenna (1512): tra le schiere ispano-pontificie, uno dei quadrati di fanteria, comprendente quallromila picc hieri , era costituito da Romagnoli agli ordini del capi tano Ramazzotto da Forlì 30 ; questa unità si scontrò con un quadrato di picchieri guasconi molto più numeroso, ri uscendo a fre n arn e l'impeto ollensivo, m a a nche in questa c i,-cos la nza, co m e s i è d e tto, l'esi to (inale della battaglia ht sfavorevole a lle milizie cli c ui facevano parte i Romagnoli. E ancora, alla balta.glia di Vi cenza ( ISl 3) 3 1 i fanti <li Brisighella, guidali <lall'Alviano, ftu-ono i so li a battersi con valore, anche se con poca fortuna, in una battaglia ch e segnò la seconda grande sconfitta elci capitano gencrnle <li Venezia e delle sue milizie.
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P. Pieri, lbidern . Que lla dei Rrisigh elli lii una sig nifica liva anticipazione in q u a nto le prime uniformi negli ese1·cili c ompa1·ve1·0 in Francia solo ne l 1662. 29 P. Pie1-i, lhidem , pp. 4.56-461. 30 L. J\dami, La campag na d'Italia di Gasto ne di Foix , pp. 45-46; P. .Pieri, li Rinascim en to, cii., p. 402. 31 La battaglia è anc he nota col nome di battaglia del] ' Olmo. 28
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Il risultato sfavorevole di questi eventi non infirma, tutlavia, l'ardimento e la capacità combattiva dei fanti <li Romagna e gli storici del tempo, concordemente, hanno riconosciuto loro tali valori. In conclusione, la mancanza di tradi;,.ioni militari non significa che i Romagnoli non abbiano mai combattuto con perizia e coraggio; fu soltanto la situazione politica di quel particolare periodo ad impedire la nascita di un ideale per il quale valesse la pena di combattere lutti assieme con un esercito di popolo come invece avvenne in Svizzera, ove furono proprio le milizie popolari a conquistare l'indipendenza sui campi di battaglia riscattandola, con sanguinosi scontri contro gli eserciti mercenari degli Asburgo.
Capitolo terzo LE COMPAGNJE DI VENTURA
1. Origine della denominazione TI term in e "compagn ia" indica in generale un gruppo di persone c h e si associano per in teressi comuni , per a ffinità <li ideali o <li fede religiosa. Tn se nso militare la parola s ta a indi care una schiera di armati a l comando di un ufficiale. Negli eserciti moderni, più precisamente, la compagnia è il p iù piccolo reparto organ ico avente unità disciplinare, addestrati va e amministrativa; è composta da centocinquanta -duecento o più uomini al comando di un capitano; è articola ta in tre o più plotoni, ciascuno d ei quali inqu adrato da un uffic iale subalterno e J a diversi soLLulTiciali ; è di soli to monoarma, ossia esistono compagnie di carab inie ri, di fanteria (e relative specialità), d el genio, d elle trasmissioni e dei servizi logislici. Per le a rmi di cavalleria e di artiglieria le unità corrispondenti sono rispellivamente lo squa<lrnne e la balle ri a. ln origine, ovvero verso l'XI. secolo, col lermin e in a 1-gomento si indicavano associazioni di carattere commerciale o confraternile re lig iose e solo verso la metà del XTT secolo venne trasferito in ambito militare, specie nelle milizie comunali. Quasi nello stesso p eriodo si costituirono in Inghilterra e in Francia, col nome di compagn ie, unità m ercenarie che, dopo le prim e fasi della Guerra dei Cent'anni si d ilfo sero in Gei-m a ni a d urante le lungh e tregue di quell'interminabile conflitto che lasciavano senza soldo le formazioni mercenar ie. ln Italia la presenza via via crescenle <l i mer·cena ri stranier·i, fra i q u ali vi erano sicuramente anche gruppi d i redu ci d ei campi d i ballaglia de ll e F ia ndre, di Francia e di Spagna, deter·minò, nei primi decenni del Trecento, la formazione e la compa r sa d ell e prime compagnie che vennero denominate "di ventura". "Ventura" per "avventu ra"? Forse. Ma le vicende e le imprese di qu este formazioni inducono ad attribuire alla specificazione "<l i ventura" un significato più complesso. In fondo il t ermine avvenlura d à l'idea di un'impresa risc hiosa, ma attraente e lascia intravedere, pur con un margine d'incertezza, un lie lo fi ne. Nel caso delle co mpag nie di ventura s i trattò di tutt'altra cosa. Furono
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vicend e cd even li nei quali si con trappose il sopruso a l dirillo, la forluna a lla virtù, la violenza alla misericordia. Comunque s ia, con quesla denominazione vennero indicate le form a/.ion i mercenarie a utonome, compost e da snidali di provala esperienza nell'uso delle armi, operanli sollo il com a nd o di un capo e di u na ger arc hia, vincola li da un certo tipo di disciplina, pronti a g u e rr-egg iare per danaro ovunque e per chiunque, pre fe ribil m ente contro "i più deboli e i più d ovizios i" ' . Si trattava di unità sort e per aggr egazione spontanea e occasionale di gru ppi di mercenari di varia consistenza, ma avenli una sorla d i omogen eità nella regione di provc nicn/.a 2 , nella lingu a o anche soltanto nelle esperie nze d i guerra e nel tipo di am1amento. Non s i c hhe ma i una unità modello che servisse di rifcrime nlo ad allre, né c'erano regole che stabilissero il rapporlo inle r no ed il dosaggio tra le varie co mponenli. Al m omcnlo della costituzione veniva data la pre rerc nza a i cosi<l <lelti uomini d'arme o militi, ossia a i cavalie ri coi quali s i formava no le schiere della cavalleria pesante o corazzala, cons iderata l'arma di m aggior pregio e la più e ffi cace nella condotta d elle o perazioni. La fanteria ve ni va cons iderata una forza di s upporlo c q uindi era complem entare anche numcdcamen lc a lla cavalleria.
2. Affermazione e diffusione delle compagnie in Italia A partire daHa prima me là del Trecento, m e rcenari e compagnie di ve nlu ra e bbero in lta lia un c rescente sviluppo e s i a fl"er·ma ro no e si diffusero come in n essun'altra na/.io ne <l'Europa. Viene p erta nto spontaneo dom a nd arsi perc h é mai proprio in Ita li a? Tentati vi pcr· r·ispon<lere a qu esto quesito sono s tati falli d a l Ric olli e <la i Mockler i quali attribuiscono al la divisione polilica d'Italia la causa determinante dello svi luppo del feno m eno. L'Italia, infatti , era divisa in numerosi Stati c h e s i erano conquis tati am pie au lo1 A. Frnnd1e lli, / primordi delle s ignorie e delle compagnie cli ven tura, p. 9 1. I.e più antiche compagnie cli venturn possono esse1"C considerate que lle degli Almoga vari o Alrnovari , (d a ll'arabo = esploratori) , che si fo1·marono sui ca mpi <li hattagli a d e lla riconquista ca ta lana per· cornhau e ,-e gl i Arabi ne l loro s tesso m odo: in or·cline sp,u·so, sen za vinco li organici né d isciplinari e col solo impe lo s elva ggio . Queste com pagni e giunsero in Sic il ia al segu ilo cli Pielro ITT <l'Aragona e co mbatteron o nel 1282 contro le milizie Francesi di Carlo l d'Ang iò poi, co n Ruggiero <la f'l or, passa rono in G recia a l servi zio d ell'lm pernlt>r"e <l'O,-ie nle e, successivamente, al soldo di re Roberto <l'Ang ic'> com ha rtcro no contro i g hibe llini in Toscana. 2
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n o mie nell'ambito d ella sovrani tà impe ri a le o pontifi cia e si facevano frequ entemente gu en-a l'un l'altro offrendo condizioni ideali al la costitu zione di ba nde mercena rie, a l loro impiego e alla loro espansion e. A questa causa si possono aggiungere anche la m a n can za di una vera coscien za fe udale da p arte della nobiltà e l'assenza di eserciti permanenti di tipo "nazionale" . Due elementi, che vennero a manca r·e a causa d ella ricche:1,:,,. a d ei principali Stati italiani. Non è un p ara dosso: a quei te mpi l'llal ia e ra ricca più d ella Spagna, più della Germania e della s tessa Francia. Ma le sue 1-icchez:1.e erano meno legate a l ra ttore terra, rispetto ai paesi cita ti, il solo ad essere strettamente connesso all'istituto feudale. La solidarietà feudale d ei vassalli (e quindi la loro adesio n e alle richieste militari <lei sovra n o) , era sentita e si m a ni festava in misura direttam ente proporzionale a ll'estensione d e i territori posseduti e quindi da difendere; la ricchezza italiana era, invece, prevalentemente m obil e: ve ni va <la i cornme n.:i <li Ve nezia, dalla m e r catura di Firen ze e dall'a r ti gianato lo mbard o. ln Italia chi dis poneva di fiorini e di ducati contava più di chi possedeva terre e castelli. La r icchezza risiedeva ne ll e citlà, non nelle campagne; la prevale n za econ omi ca e p olitica de lle un e s u lle altre produsse, in ambito mi litare, un decadimento dello spirito cli servizio tra i cittadini abbienti e favorì, come g ià visto, l'i mpiego d e i me rcenari per le imprese cli guerra. Ciò impedì la costituzione di eserciti permane nti , lascia ndo spazio alle compagnie di ventura ch e po t er ono così a ffe rm a rs i com e le orga ni:1.:1.azioni mi lita ri preva le nti su qua ls iasi a ltre esistenti nella penisola. Vole n do passare ora ad esaminare le vicende d elle compagnie <l i ve n tura occor-re prima suddi vide re l'intero c iclo del la loro presen za sulla scen a m ilitare in due period i cron o logicamente <lifferenzia ti e caratterizzati da lla prevalente presen za, n el pr imo, di m ercenari s tra nie ri e, ne l secondo, di cle m e nti ita liani. Il primo perio do è p erta nto noto com e qu ello d elle grandi comp agnie straniere e inizia n el 1333, ann o in c ui un gruppo cli m e r·cenari venu ti in Ttalia a l segu ito di re Giovan ni di Boe mi a s i ri uni rono a lla Ba dia della Colomba nel Piacentino, sotto il n om e di "Caval ieri della Colomba" e termina nel 1378, anno in cui una delle u ltim e compagnie straniere venne scon l"itta sui colli Albani da lla compagnia italiana di Albe rico da Ba rbia no, denominata di "San G io rgio". Il periodo successivo, detto anche periodo d ei condottieri, inizia nel l 378 con la c ita ta ba ttagli a d ei colli Alba ni e s i
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conclude nel 1530, anno in cui si sciolse definì Livamente la compagnia delta delle "Bande Nere" c he ru l'ullima formazione di venlu1ieri veramente indipendenle. La comparsa delle prime compagnie e la loro iniziale affermazione avvennero per opera di genli straniere che iniziarono ad inserirsi gradualmente a fi anco delle milizie comunali e reudali comportandosi senza protervia e accettando di buon grado le cond iz ioni d'ingaggio che venivano loro proposte. Dapprincipio non sorsero problemi tra questi elementi e le autorità che li ingaggiavano e, se saccheggi e violenze vennero commessi dai mercenari, ciò avvenne di comune accordo con le milizie al cui fianco operavano. I problemi si presentarono quando i piccoli gruppi di mercenari diventarono unità di rilevante consistenza, in grado di operar e autonomamente. Da quel momento non fu più possibile alle autorità civili controllare queste unità e guidarle secondo i propri intendimenti; una volta assoldale ed a ffidato loro un compilo operativo, le compagnie stabilivano da sole com e assolverlo. Si comprende hene come unità di tal genere rapprese ntassero uno strnmenlo bellico di elevata pericolosità in quanto non c'era principe o comune che dispon esse di altre forze in grado d i imbrigliare le compagn ie e di tenerle in rispetto; la sola mani era di contrastarle era quelle di ricorrere ad altre uni là similari. Quando mancavano le r ic hiesle d'ingaggio le compagnie provvedevano da sole a procacciarsi di ch e vivere, sia saccheggiando intere province, sia costringendo borghi e c illà a pagare cospicui riscalti per non essere messi al sacco. La consapevole1J.a della propria potenza rese via via più violenti e più prolervi i venturieri c h e spadroneggiarono per mezza Italia per oltre trent'anni senza c h e alcuno tentasse di contrastarli. Fu n ecessario che gli Stati dell'Italia centro-settentrional e si coa lizzassero per porre un fren o all'azione di quelle soldataglie, ma c iò avvenne solo in poche e pa rli colari c ircos tanze, dopo il 1366. Nel frattempo l e compagnie imp e rversaro no in Tos cana , in Lombardia e in Romagna in particolar·e, come si vedrà in seguito. I risultati conseguiti s ul campo dalle forze degli Stati italiani coalizzatisi contro le compagnie non furono bri llanti, s ia per l'incapacità di organizzare un'a zione ben coordinata, sia per le mutue gelosie tra gli Stati membri c he vanificavano i proponim e nti ini ziali. Tuttavia furono proprio le milizie dei collegali, aperte anche a l rcclulamenlo di mercenari s tranieri , a segnare l'inizio del d ecli-
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no delle compagnie stesse in quanto si offriva in Lai modo un'alternativa ai mercenari in cerca di ingaggio. Oltre a questa è possibile che abb iano contribuito cause d'altro genere al declino delle compagnie s traniere, per esempio può aver avuto una certa importanza la crociata organizzata dalla Chiesa contro le "peregrine spade" impiegando predicatoti, poeti e persino una santa come Caterina da Siena. Inoltre negli ultimi decenni del Trecento s i venne a creare in Europa una situazione di estesa conflittualità (Crisi dinastica nel Sacro Romano Impero, Grande Scisma d'Occidente nel 1378, ripresa della Guerra dei Cent'anni nel 1380, "the peasant's revolt" in Inghilterra nel 1381, guerra di indipendenza Svizzera nel 138688) che contribuì a far tientrare nei paesi d'origine i capitani ed i mercenari che operavano in Italia in quanto s i erano create in patria le condizioni per il loro impiego. J maggiori Stati italiani cominciarono così a costituire milizie di tipo semipermanentc ricorrendo ancora a lle compagnie di ventura, ma preferendo quelle formate da elementi italiani, vincolandole al proprio servizio per periodi di alcuni anni e ponendole sollo il controllo di commissari governativi di piena affidabilità. E fu così che le compagnie straniere persero la supremazia e graduai mente scomparvero. L'evento che segnò il definitivo passaggio al petiodo <lei condottieri fo la costituzione della "Compagnia di San Giorgio" da parte del capitano romagnolo Alberico da Barbiano e la splendida vittoria che tale unità conseguì a Marino, sui colli Albani, contro un'analoga l"ormazione di mercenaii bretoni , ne l 1378. Con la "Compagnia di San Giorgio" ebbe inizio l'epoca aurea delle compagnie che si protrasse sen:1.a flessioni sino alla pace di Lodi del 1454. In merito al "timbro" <li italianità che il Barbiano avrebbe conferito alla proptia unità può anche darsi che ciò tisponda al vero per un brevissimo periodo, ma non è il caso di credere che i venturieri di quella compagnia ed il loro capitano nutrissero sentimenti di patriottismo, (su questo aspetto s i proporranno a ltre considerazioni nel capitolo successivo). Nel periodo dei condottieri si svilupparono dottrine e tecniche <li combattimento che rappresentarono un tangibile progresso dell'arte militare; alcuni capitani raggiunsero affermazioni notevoli sul piano politico riuscendo a conquistare estesi dominii personali e altri conseguirono traguardi a n cor più importanti fondando dinastie che mantennero il possesso di potenti Stati per decenni
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come Francesco Sforza che, <la semplice capitano di ventura, raggi unse la signoria e successivamente la dignità du cale nel più prestigioso Stato italiano del primo Quattrocento: il Du cato di Milano. La svolta verso la decad en za avvenne c on la cala ta in Italia d ell'esercito francese di re Carlo VTTT; <la quell'evento in poi nulla fu più u g uale a prim a in Halia, ma fu soprattutto palesata a ll'Europa la debolezza politica e militare della pe nisola. Gli eserciti stranieri, dopo quello <li Carlo VIII, si succedettero in Italia ad intcr·val li più o meno lunghi e la loro presenza limi tò alle compag nie <li ventura l'autonomia op erativa. Anche il c r escente costo d egli armamenti (specie delle artiglierie) contribuì a rendere insoste nibil e il peso economico di una g ucrr-a a dell e m-ganizza zioni private <li limitate possibilità quali erano, a ppunto, le compagnie s tesse. Tutte queste cause verranno esaminate in prosieguo, pe ,- ora si può concludere precisando che l'epopea del le compagnie di ventura s i co ncluse con lo scioglimento d elle "Bande Nere", subito dopo la caduta della Repubbli ca di Fire n:1.e, nel 1530.
3. Organizzazione del comando Negli eserci ti feudali e n e lle m il i:1. ie co munali, l'attività di comando, intesa come pi a nif"i cazio n e , direzio n e e controllo di opera zioni svolte da c le m e nti esecutori, e bbe di fatto un'a ttuazio ne assai modes ta sviluppandosi, per lo più , a i soli ve1-lici d ella gerarc hia militare. Negli cscr-citi feu dali, infatti, l'uomo d'armc conduceva il com battime nto individualmente ed in manicr·a autonoma e si disse che quelli erano eserciti di uffi c ia i i c he ubbidivano diretlamente ai loro re; in e ffetti mancavano quad ri inte nnedi e l'autorità del re s i fermava in pratica alla persona d ei suoi dire tti vassalli e alla scorta. Nelle milizie comunali i comandanti militari dispon evan o di un'autori tà limitala e dipendevano d a i commissari comun a li i qua li , oltre a stabilire le d ir e ttive s trategiche <li una campagna, imponevano anche le m od a lità <li attua zione pratiche, condi z ionando quindi anche la condotta dei combattimenti. Nelle compagnie di ventura, invece, la scala gerarchica assunse una fisionomia via via sempre p iù articolata e definita; comparvero infatti le fi g ure dei caporali, dei sergen ti , elc i conneslabili e d ei
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maresciaJli di campo, tutti gradi intermedi Lra il comandante ed i semplici venturie1i, ciascuno con autorità e funzioni ben definite. Al vertice d ella gerarc hia si collocava il grado di capitano c he identificava il capo, il com and ante per a ntonomas ia, una figura e un rango riconosciuto e a dollato in tutte le comp agnie, italiane e s lra n iere, piccole o grandi c h e rossero. Sicché veniva chiamalo capitano tanto il capo di una modesta form azio n e a utonoma di mercenari che con correva a costituire una grand e co mpagnia, qu a nto il comandante di una compag n ia vera e propria o a n c he <li un raggruppa me nto cli forze costituito da più compagnie di ventura e da milizie di altro Lipo. Il termine capitano d e1iva dal Ialino tardo "capitaneus", locu zio n e a sua volta derivante da "caput - is", ossia, capo. In 01igine, ne ll'ordina m ento feudale, il titolo non aveva il significalo di autorità mili tare che assunse più tard i, ma designava invece un personaggio di imporla n:1.a "capitale" apparten e nte ad un a ristretta élite del censo e del prestigio. "Capita nei" erano ù i no rma i vassalli diretti ùi un re, denomin ali a n c he "senior", i quali veniva no investiti "in capite" direllamente dal loro re di g randi poteri, di esenzioni e di imm unità, nonc h é del d iritto di essere g iudicati solta nto d al loro pari 3 . Nel Milanese "capitanei" ( italia ni zzato in "ca ttanei"), erano g li originari valvassori, una gerarchia interm ed ia Lra i principi e i loro vassalli, cui erano devoluti poteri di n a tura comita le in parti di conlee4 . Da l seco lo X si hanno notizie di "capitani della pleb e" , detti anche "capita nei ecclesiae o civitatis", n o bili di rango in feriore ai "senior", investiti di "ben efic ia" e dipe nde nti dal loro vescovo. Nel XJI e X TTT secolo il tito lo di capita no designava personalità politico-militari e g iudi ziarie del mondo comu na le quali : il "capitano d e l popolo", il "capitan o del golfo" , il "capita no di g iustizia", e tc ... Solo verso il XIV s ecolo il titolo assunse un s ign il'icato prettam e nte militare ed indicava il comandante di un reparto organico idoneo ad assolvere in modo a utonomo un compito op era tivo e tale significa to s i è poi m a ntenuto, pressoch é ina lterato, sino ai g iorni n ostri. 3 G. Fasoli , Feudo e c:aslel/o, in Storia d'Jtalia F.inaudi, voi. V p. 278; A. Vasina, Carea Emiliano- Romagnola, in Storia d'!Lalia <liretta da G. Galasso, t. VTTI, pp. 386-38. 4 M . Hloch , T,a so cietà (eudalc, cap. V, pp. 381-390.
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Nelle compagnie di ventura, poi, il capilano cominciò a circondarsi di cavalieri fedeli ed esperti che costituivano in embrione uno stato maggiore, di c ui egli si avvaleva per esplicare l'attività di comando specie in battaglia . Si può pertanto affermare che proprio dalle compagnie di ventura prese l'avvio in Italia Ja rinascita della gerarchia militare. La gerarch ia, specie quella di vertice, nelle compagnie di ventura straniere, aveva carattere e lett ivo e quasi collegiale; ciò potrebbe destare sorpresa, da ti i te mpi, ma non troppo poi se si pensa che in tali unità confluivano gruppi di mercenari precostituiti, dotati di specifica identità, omogenei p er regione di provenienza e per armamento, dotali di un proprio capo e di una organizzazione, s ia pur· embrionale, ch e le rendeva come altrettanti corpi franc hi distinti l'uno dall'altro. Non stupisce quindi c he il capitano venisse eletto a m aggioranza e che le decisioni operative venissero approvate e adottate d opo che lutti i gruppi in sottordine fossero stali consultati. Anche i contratti d'ingaggio ve nivano firmati non dal solo capitano , ma anche da un a specie di con siglio di compag nia comprende nte un certo numero di "caporalcs c l consiliarii" eletti dai vari g mppi 5 ; le pagh e pattuite ve ni va no, anzi, consegna te dall'a utorità politica a questo consiglio che provvedeva a ripartir·le [ra i capi dei vaii gruppi e da questi ai s ingoli mercenar·i. Il capitano della compagnia non aveva tutti i po teri di un coma ndante gerarchico, era piullosto una figura di coordinatore e d i incarica to d'affari ele va lo a quell'ufficio p er le riconosciute doti e capacità di trattare con le autorità politic he, oltre ch e per quelle di pia nil"icare e condurre le opera;.,.ioni di gu e1ra nel modo più redditizio. I capitani di queste unità non avevano aspirazioni molto diver·se da quelle dei loro ventmie ri : a rricchirsi il più possibile in breve lempo per tornare a l più preslo ai luoghi di prove ni enza. A differenza di qu elle s traniere, invece, le compagnie italian e si costituivano attorno ad un nucleo g ià forma to da un capo di prestigio, il quale scegli eva lui i suoi uomini, ne palluiva i compensi, ne stabiliva g li impegni e l'impiego, amministrando la disciplina e la giustizia con pie na e indiscussa autorità in pace e in guerra. In tal modo la coesione interna e lo spirito di corpo vennero esaltati e benché non si possa dire che i ven Lurieri italiani fosse5
M. Mallet, Sìinori e mercenari, cii. , p. 35.
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ro più disciplina li di quelli s trani eli, non c 'è dubbio c he essi furono più vincolati alle regole imposte dal capitano ed il loro comporta mento, pur non esente da atti di brigantaggio e di violenza, non raggiunse mai le punte d i crudeltà toccate d ai m e rcenari di alcune compagnie straniere, come si vedrà in seguito 6 . I ve ntu rieri italiani ebbero un ra pporto più dura turo e più regolare con le unità di c ui facevano p arle e queste ebbero, di regola, un'esis te n za più lun ga risp etto alle compagnie stranie re. Ciò è testimoniato, fra l'altro, dai docu m e nti contabili della compagnia di Mich e lc llo d egli Atte ndali (allro capitano di ventura romagnolo), dai quali r isu lta c he l' unità rimase in vita venticinque a nni, (dal 1425 a l 1449), durante i quali dei c inquecentododici capitani di gruppi in sott'ordine che la compo nevano, cinque vi pres tarono servizio d a lla costituzione iniziale sin o allo sciog limento, una ve ntina vi rimasero p er più di vent'anni ed un centina io per ol tre dieci anni 7 . P e r tutte le ragioni anzidellc s i verificò che le compagn ie italia ne finirono per id entil"i cars i nel loro capitano, ch e di solito era un a fi g ura carismatic a e dopo la prim a , quella detta di "San Giorgio", non ebbe ro nemmeno più un n ome pniprio e a distinguer-le fu il nome del loro com a nda nte . Se a l te mpo d ei trova to1i fu poss ibile far nascere la leggend a del cavaliere senza m acchia e senza pa u ra, a l tempo delle compag nie di ventura italiane po lé c rear si il mito del cond o lli cro ".. . pien o di ogni qualità e virtù", o anche: "capitano gravissimo d'an im osità e d'ard o re di cor valoroso, prode in gucrTa e d 'animo invitLo"8, e via elogiando .. . No n è d etto ch e ta li elogi fossero immeritati: sen za particolari capacità, senza es perienza, valore e autorevolezza, sarebbe stato diffi cile em ergere e ricevere buone offerte d 'ingaggio . Tuttavia è altre tla nlo vero che non tutti possedevano capacità e compete n za adeguate. Ch i era dunque in realtà il condolliero? Era un capita no di ventura ch e si era formato coi propri m ezzi, d a ll'a dd estram e nto a l combattimento, all'apprendimento dell'a rte d el comand o e che si era c reala una propria unità operati va di una ce1·La ri levanza di cui era in grado di o ffri re liberamente i servigi a chi meglio lo p agava. La spinta al guad agno era a ncora la
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E. R irnlli , Compagn ie di ventura , c it. , voi IV, pp. 135- 137. M . Del Trc ppo, Aspe/Li or{(anizzativi e ammin istrativi di una compagnia di ventura , p . 272. 8 G . Po1i ig liotti, T CondoJLieri, pp. 3-10. 7
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motivazione più immediata e ricorrente del suo operare, ma no n la sola. A differenza de i capitani s tranie ri quelli nostrani ambivano alla fama in vista e.li un traguardo ben più ambizioso, come la conquista di un c.lominio del quale proclamarsi s ignori. li nucleo della compagnia, attorno alla quale questa si costituiva, era il centro motore di ogn i allività . Tale nucleo era composto dai compagni d'arme d e l capitano e dai suoi parenti e vassalli , tulli a lui legati da vincoli di gratitudine sui quali si stabiliva un rapporto di lealtà e di assoluta fed eltà. Il tutto costituiva la "casa" del condolliero che consentiva alla compagnia e.li esistere anche quanc.lo sotto allo stendardo militavano pochi ventmieri. Il condolliero conquistava il suo grado per la capacità e il valore dimostrato in battaglia, ovvero per una condizione di prestig io e <li ricchezza già posse dute in partenza, oppure, inl"ine, per nomina da parte <li un principe o e.li un governo di un qualsiasi Stato. Di consegu enza egli non aveva alcun vincolo verso i propri suborc.lina ti (come invece avevano i capitani e le tti dai loro c.lipendenti nelle compagnie straniere) e poteva svolgere un'a,-_ione di comando più libera e più efficace. Al momento dell'ingaggio le compagni e straniere ve ni va no assolc.late nella loro interezza senza alcu na imposizione <li modifica ordinativa rispetto alla cons istenza originale. Quelle italiane, invece, venivano assoldate in base a precisi termini indicati ne l con tratto d'ingaggio, c he precisavano la l"orza complessiva <la raggiungere e la composizione del le singole specialità combattenti, in funzione <lel compito che ve niva assegnato o delle possibilità eco nomiche dell'autorità che offriva l'ingaggio, ed era compilo d el capitano arruol a i-e i m ercenari necessari per portar·e gli effettivi della compagnia al livello di forza richies to. Quando uno Stato in gaggiava diverse compagnie <li elevata consistenza, tanto e.la formare un vero e proprio esercito, nominava un "capitano generale" scegliendo quello di maggior fama rra i capitani delle compagnie assoldate, questi assurgeva a l"ig ura di "imperator", con tanto di st emma araldico e di mollo e lo scettro del comando gli veniva conrerilo nel corso di una cerimonia c he aveva tutte le caratteristiche di una investitura vera e propria. Da lui dipendevano lutti i capi tani delle compagnie per la condotta delle operazioni, ma non era infrequente il caso di insorgenza <li gelosi e e conflitti quanc.lo tra questi u ltimi c'erano clementi c h e aspiravano anch'essi all'incarico di vertice. Negli eserciti dello Stato pontificio, l'in carico di "Capitano
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Generale della Chiesa" veniva di regola conferito ai re ttori e ai legati pontifici che avevano dato prova di leallà, dote questa sempre ri cercata poiché l'aspirazione ad impadronirsi di qualche territorio per fa rn e un dominio personale era assai diffusa specie tra chi, come i coman<lanli militari, disponeva della forza necessaria .
4. La s truttura ordinativa La for;,.a e la composizione <li una compagnia non avevano alcun vincolo pres tabilito, n é un modulo unitario di articolazione. La consistenza numerica ern estremamente variabile: da qualche centinaia a qualche migliaia di unilà, e allo stesso modo era variabile il rapporlo rrn la cavalleria e le altre armi o specialità combatte nti . Di soli to una compagnia si formava, com e già visto, per ingaggio p rogressivo <li grupp i, bande o piccole compag nie, ciascuna delle quali si articolava in nuclei eleme nta r i costituiti non tanto per una esigenza ordinativa cd operativa, quanto piuttosto per uno scopo a mmini strativo . I libri paga d e lle genti d'arme portano, infatti , una seri e di conti intes tati ciascuno ad un capitano che vi l"i gura iscritto con un numero assai variabile <li cavalieri e fanti alle sue dirette dipendenze9 • Si può quindi dire che una compagnia di venlura era una unità formata <la ta nte compagnie più piccole c he n e riproducevano la struttura in scala ridotta cd in forma più se mplice e n el cui ambi lo avevano una certa autonomia. l comba tte nti venivano distinti in "milites" ed in "pedites". I primi erano i cavali e ri, detti anche uo mini <l'arme, che costituivano la cavalleria pesante; erano co nsiderati l'é lite <lei combattenti ed erano sostanzialmente d ei lancieri catarratli destinati a condurre l'attacco fronta le contro l'awersario, oss ia a condu rre l'azione ,-is olutiva d ella battaglia. Essi rappresentavano il n e rbo di ogni compagn ia e la loro consistenza e ra s uperiore a quella di tulle le altre compone nti oper·ative. Sotto l'asp etto fo,~m a lc e quello d elle precedenze, i cavalieri venivano a l primo posto; fra <li loro militavano i nobili che si consideravano gli eredi della tradizione cavalleresca medievale e quindi i ve ri esp one nti d ella aristocrazia militare. Non a caso ai cavali eri veniva no corrisposti compensi più c he 9
M. Del Treppo, Aspetti orga.riz.zativi di una compagnia di ventura, cil., p. 261.
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<loppi rispetto ai fanti, oltre a specifiche indennità p er i cavalli da battaglia. A questi cavalieri si affiancavano i cavalleggeri , considerati cavalieri di secondo ordine, s ia p er la più mo<lesta estra zione sociale, sia perché a<libiti a compiti complementari quali l'esplorazione, la protezione dei fianchi , l'inseguimento del nemico, la cattura di prigionieri e l'approvvigionamento di vettovaglie. I cavalleggeri avevano un equipaggiamento meno pesante dei cavalieri e disponevano di cavall i agili, veloci e di piccola taglia. In questa specialità erano compresi i bales trieri e g li a rci eri a cavallo, combattenti cli allo rendimento, idonei a l combattimento tanto da caval lo quanto da te1Ta, in formazione snelle, flessibili e m a novriere. Fecero la loro comparsa in Italia con gli Ungheri, incorporati n elle prime compagnie straniere nel 1347; in seguito la Repubblica di Vene:1.ia ne assoldò dall'Albania e da Creta ed erano conosciuti coi nomi di "stradiotti" e "cappelletti" 10. I "peclites" ovvero le truppe a piedi, comprendevano tutte le specialità della fanteria: picchieri, palvesali, Larghieri, arcieri , balestr·ieri, a1-chibugieri, etc .. . Il loro compito in ballag lia era pre ttamente dire nsivo e di supporto alla cavallcr·ia, salvo i casi di ope razioni d'assedio a ci ttà e fortezze nel corso delle quali gli assa lti a Jle fortificazioni non poteva no essere condo tti che da truppe a piedi. Tali comp iti rimasero immutati per tutto il Trecento e per buona parte del secolo su ccessivo, poi si ebbe anche in Italia un'evoluzione dell'arte militare c h e <lelerminò una graduale inversion e della supremazia tra le armi combattenti: la cavalleria perse il ruolo primario mentre la fanteria, nell'arco di un secolo, con quistò quello di "regina delle battaglie". In Italia questo processo evolutivo inizi<'> con notevole ritardo rispetto ad a ltre n azioni e uropee cd ebbe un ritmo di sviluppo assai le nto proprio a causa del la presenza delle co mpag nie di ventura che cercarono di mante n ere il più a lungo possibile invariati i compiti del la cavalleria pesante. Ma vediamo quale era la compos izione delle varie armi ch e costituivano una compagnia di ventura. Nella cavalleria pesante o corazzala, il nucleo elementare e ra la "barbuta", ten11ine che indicava la coppia di combauenti formala dal cavaliere e dal suo scudiero o dal s uo paggio, ma dopo il IO
M. Mallet, Signori e m ercenari, c it., p . 157.
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1361, con l'arrivo in lla lia dei venturieri inglesi, la barbuta venne sosliluita dalla "'lancia" che comprendeva il cavaliere ("capul lance"), lo sc udi e ro ("anniger") e un paggio-inserviente ("pagius, r igazzus"); di questi i primi due erano combattenti e possedevano cavalli da battaglia mentre il paggio dis poneva di un cavallo di minor preg io adibito al trasporto d elle armi e d ei bagagli 11 • Cinque "lance" formavano una "pos ta" comanda la da un caporale ("caput aut caporalis"), cinque "poste" formavaro una squadra o "b a ndiera" comandata da un conn eslabi1e 12 ("tribunus militum"). Ogni "bandi era" era dotata di un proprio stendardo, di un motto e alcune persino di un gi udice incaricato, non lanlo di istruir processi, quanto di ripartire equamente il bottino dei sacch eggi, cosa ben più difficile sia per le molte norme e usanze esis lenti al riguardo (che preve d evano ripartizioni differenl'.iate a seconda d e l grado e d el compito di ciascun venturiero e del valore dimos trato in combaltim ento), s ia per la difficoltà di valutare a ppropriatamente gli oggetti del bottino . Oltre alle "lance" es istevano le cos iddette "la nce s pezzate" costituite d a singoli c avalieri indipe nde nti , abili nel manegg io delle armi, esperti e valorosi; una sorta di campion i nel duello ch e s i o ffri van o individualmente a ll' ingaggio con sapevoli delle qualità possedule, trattando dire ttamenle col capitano d ella compag nia l'e ntità del proprio compenso e la qualità d e ll'incarico da svolgere; molti erano personaggi famosi per le imprese già svolle e di solito ve ni va n o impi egati come guardia d e l co rpo del comandante o come co nsig li e ri e luogotene nti. Col nome di "lancia spezzata" veniva anch e indica lo il cavaliere che aveva perdulo onorevolmenle in battaglia il proprio cavallo e c he prestava ternporanearnenle servizio come "ped es" (ma con la paga da cavaliere), in attesa di potersi ricomprare la cavalcatura e recuperare la primiti va condiz io ne di "eques". Nelle compag nie di ventura inglesi le "lance spezzate" ve niva no c hiamate "free lance" (la nc ia libera) e questo termine è tutt'ora in uso nella lingua inglese p er indicare il libern professionista (a ben pensarci l'accostamento di quest'ultima figura al libero cavaliere mercenario non è affalto impropria). Nell'ambito dei cavalleggeri si andò affermando, come unità e le me ntare, la "corazw", nucleo più cons istente della "lancia" c he,
11
Ph . Con ta mi ne, La /{Uerra, c it., p. 184. P e1· tutt i i termini ordinat ivi e gerar c hic i c itat i, vd s. Dizionariello in Appendice. 12
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nell'ambito delle milizie de lla Chiesa nel 1463, raggiunse i dieci eleme nti 13. Tale denominazione derivava dal fatto che i cavalleggeri non indossavano, in battaglia, l'armalura completa come i cavalieri corazzati, ma sempliccmenle l'elmo e la corazza (pettorale, schienale e spallacci). Nella fanteria l'unità elementare e ra la "bandiera" comandata di regola da un connestabile e comprendente: due caporali, dicc idodici fanti (lra picchieri , a rcie1i e balcstric,-i), otto-dieci pa lvesati o targhieri (portatori di scudo di g randi dimensioni), d a due-tre "raga zzi" e da un servo detto anc he "paga morta" 14. Gli sch ioppettali, come specia lità di fanteria, cominc ia rono a fare la loro apparizione verso il 1456 e gli a rchibugieri ancora più lardi; essi formarono sempre reparti a sé s tante, dislinti dagli altri . 1 fanti erano seguiti dalle loro salme rie dotate di muli e di cavalli addc tli al trasporto de i pochi bagagli . Dopo l'ini1.io del Quattroccnlo il progr esso impose anche alle compag nie di ventura l'adcu.ione delle armi <la fuoco e pertanto ,ii cavalieri e ai fanti si affia ncarono i pr imi a rti gli eri. Ques ti erano 1iparlili in tante squadre quanti erano i pezzi di artiglieria disponibili . "proto mastru bo mbardiere" era d e no minato il capo della squadra scrve nli e "maestri" i semplici bomhardieri. La composizione di una squadra serventi valiava in relazione al tipo di artiglie ria da impiegare: da venticinque addetti e più pe r le "bombard e" più pcs~nti a due-tre p e r le artiglierie più leggere come i "falconctti"15. Tra gli artiglieri e ra compresa anche la squadra degli scalpellini addetti a ricavare le palle da bombarda dai b locchi di pietra. I trasporti d elle artiglie rie e delle rela tive munizioni, data la loro onerosità, erano affidali ad un apposi lo impresario. Infine, facevano parte di una compagnia anche squadre di genieri, meglio conosciuti co me zappatori e mina tori. Si trattava di gente raccogliticcia la cui forza va riava giornalme nte in relazione alle esigcn1.e operative e c he veniva adde tta a i lavori di fortifi cazione campale e allo scavo delle gallerie durante gli assedi alle fortezze e a lle città fortificate. Tali squadre erano agli ordini di caporali d ella compagnia, ma non avevano alcun tipo di ordinamento organico. n A. Da Mosto, Ordinamenli militari delle soldutesche dello Stato R omano dal 1430 al 1470, p. 20. 14 Vds. Diziona rie lto in Appendic e. 15 Vedasi schema a pagina 72.
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Il nucl eo di comando de lla com pagnia era di regola formato dal comandanle, d a lle "lance spezzate" ch e costituivano una sorta di stato maggiore, da un alfiere o band eraro con paggio (a] quale era affidata l'insegna della compagnia), da due o più la mburini, da un cancelliere, da un commissa rio ch e , a vol le, disponeva di computis ti e di sottocommissari come a iutanti. L'età d e i venturieri e ra variabil iss ima: ai giova netti ancora imberbi , i cosidde lti ragazzi , s i a ffiancavano i veterani da lla b arba bianca, con vis tose c icatrici sul corpo che tesli mo niava no la loro esperien za di guerra ed il loro valore e delle quali erano, di soli lo, mollo fieri. Per s la bilire l'ido neità al serviz io non usava sottoporre i venturieri a d alcun tipo di visita medica; bas tava ch e l'aspirante solda lo avesse buona prestanza fis ica e ch e fosse esente da ma lattie in atto. Una volta arruolati i venturieri venivano iscritti ne i ruoli compila ti da l ca ncelliere detto, talvolta, a nche ''bu lla lo r equoru m". Delli ruoli ("scriptio aut d escriptio") , co ntenevano il nome, il grado, l'arma, la paternità, la patria n o nc hé i connola li e talvo lta a nch e l'età dei singoli venturieri. Anche i cavall i venivano iscritti nei ruo li con ricchezza di particolar-i di identilà 16 • Sulla base d i quesli ruoli le a ulo 1ità polili c he eseguiva no i controlli o rassegne com e s i vedrà in seguito .
5. L'armam ento e l'equipaggiamenlo
Le armi e l'equipaggia me nto dei ve nturieri 17 erano qua nto mai difformi ed eterogenei: s pade, la nce, picch e, archi, baleslre, scudi e armature non rispondevano a d alcun crite1io di uniformità ed il concetto di s ta ndardizza:t.ione era del tutto sconosciuto. Gli artigian i producevano le armi co n una po tenzia lità produttiva m o lto limitala e ciascuno o perava n ella massima libe rlà secondo bravura e fantas ia, salvo i casi di lavori eseguiti s u m od e lli campione. L'uni formità nelle armi e negli equipaggiam enti collettivi, cominciarono ad imporsi solo verso la fine del Cinquecento e le prime
1 " A. Da Mosto, op. cit. , p. 24. Tn un ruolo d el 1433 si legge: "Silvesler Tome d c Morig nano, iuvenis imbcrbis cum nevo sub amicola d extra, rolularius", mcnln:: un cavallo è cosl rcgis trnlo: "equus ba ius obscurus, s fac ialus, balzanus postel'ioribus". 17 F. Cognasso, L'l lalio. del Rinascimento, cit., voi. 11, pp. 690-712.
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uniformi vere e propr ie comparvero in Francia solo verso il 1662 18 . Nelle compagnie di ventura invece chi aveva le possibilità finanziaiie si equipaggiava con armi, materiali e ve.sli di maggior pregio e di mig lior fattura accrescendo in Lai modo la varietà delle "monture" che nel Quattrocento raggiunsero forme esasperale di personalizzazione. Le a rmi in dotazione ai comba lle nli si distinguevano in o llen sive e difensive . La distinzione non deve essere intesa in senso assoluto , in quanto lutte le armi offensive servivano anche a difend ersi, ma piullosto in funzione d ell a distinzione tra arm i vere e p ro prie ed equipaggiamenti protettivi . La più prestig iosa d elle armi offensive era la spada, considerata l'ar·m a per eccellenza, il distintivo degli uomini libeii, il simbolo della condizione mii ilare. Era un'arma a lama lunga e diritta , a due fili e con l'elsa a croce ed era usata prevalentem e nte per l'offesa di punta; il fendente, infatti, anche se inferto con grande vigolia, sp esso non riusciva ad essere letale in qua nto le parti vit~li del corpo d ei combattenti erano coperte dall'armatura, me n tre i colpi di punta avevano maggiore p robabilità di pe netrare e di mettere fuori combattimento l'avversario. A ciò s i aggiunga c he, a L,.a n<l o la spada per colpire <li Laglio col fendente, si esponeva il fianco e il braccio a r·mato all'eventuale colpo di rim essa dell'avversario, mentre colpendo di punta s i conservava una posizione più coperta. Do po la spada l'arma offensiva di maggior conto era la la n cia, arma propria dei cavali eri e quindi privilegio e simbolo di n obiltà. La lancia era un'a ,-m a dal forte valore simbolico: al tempo d ei Longobardi, infatti, costituiva simbolo di regalità e nel ri tuale di nomina di un re, ques ti riceveva una lancia co me s imbo lo della acquisita sovra n ità. Lo s t esso Odin o, i] dio principale d e i Longo ba r·di prima della loro convers ione al Cristianesimo, ven.iva ra f'ligurato annato di una o due lance che, seco ndo la saga, egli lanciava s ulle Les le dei n e m ici disp erdendoli nel panico; quindi simbolica mente le sue lance erano i lampi la c ui improvvi sa a ppari zione in cielo terrorizzava gli uomini. La lancia, di soli to , era formata d a un'asta <li frassino lunga dai due a i tre metri, terminante con una punta metallica conica o
18 Ph. Contaminc, op. cit., p . 265. Nd Medioevo, tuttavia, non m a ncarono milizie contraddistinte da stemmi o segn i pa1iicolar i; si p e nsi, ad esempio, ai crociati c he portarono croci di vario colore e di varia gra ndezza s ulle tunich e, a seconda della nazione di appar·tenenza.
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prismatica. I cavalieri a l momenlo della carica appoggiavano la parle pos teriore dell'asta ad un supporlo apposilo sporgenle dal pettorale della corazza detto "resta", da cui la dizione "lancia in resla" per indicare il cavaliere pronlo a lan ciarsi alla carica contro l'avve rsario. Calegorie parlicolari di lance erano la picca e l'alabarda. La picca era formata da un'asta di leg no duro lunga da cinque a sei melri e da una punta me tallica massiccia 19 e di forma romboida le; costituiva l'armame nlo specifico della specialità di fanleria che da Lale am1a prese il nome: i picchieri . Fu quesla l'arma che permise all e massicce rorma zioni di fanteria sv izzera <li arrestare per prime le cariche della cavalleria in num e rose battag lie determi nando la svolla nella tatlica che portò la fanteria alla supremazia su lle altre armi combattenli. L'al a barda era un'arma con l'asta lunga s ui due melri e con la punta m etallica larga la cui forma poteva essere a mezza luna, a doppio taglio, a co rna e presenlava all'innesto con l'asta una piccola scure da un lato e una o più punle dall'altro. Era l'arma c he distingueva i migliori combatlenli e divenne dotazione e privilegio dei sottufficiali (l'alabarda è tutùira in dota/.ione a l Corpo della Guardia Pontificia) . Allre varianti della lancia e rano la partigiana, la verga sar<lesca, il falcione, lo spiedo, lo spunlone, il rampone e l'angone. Le am1i per il lancio comprendevano l'arco e la baleslra, ma nulla c h e in qualche modo ri cordasse il g iavellollo greco o il "pilum" romano. L'arco era un'arma antichissima, impiegalo presso Lutti gli eserciti fin dai tempi più remoti; q uello in uso nelle compagnie ilali ane e tedesche era il cos iddetto "arco fran cese" che misurava un metro circa di apertura e col quale si lanc iava no frecce di sellanta centime tri. Quello impiega lo invece dai m e rcenaii inglesi era ''l'arco gallese" il "long bow", intro<lollo in Ita li a nel 1361; era un'arma temibilissima, spesso più a lto di colui c he lo impiegava e col quale si la nciavano frecce di un m e tro e venti dotate di grande forza di penetrazione. Gli arcieri ingles i riuscivano a lanciare le frecce ad un ritmo velocissimo: dieci-dodici al minuto o tre all'istante. Importato <lai Galles, questo tipo di arco si diffuse arnpiam e n19 R. A. Preston-S. F. Wise, Storia snciale della guerra, p.116. La punla era collegata al fu sto da un collo di ferro lungo quasi un me tro per impedi1·e che l'asta potesse essere tagliata da un colpo di spada.
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te nelle varie campagne <lella Gue1Ta dei Cent'Anni diventando l'arma distintiva degli "yeomen" e dei "rree holders", vale a dire di quei liberi cittadini non soggetti ai signori feudali, ma alla giurisdizione del loro re. L'arco era generalmente di legno, raramente di metallo; la corda di solito era di nervo o di canapa ritorta. La distanza di tiro utile non superava i settanta metri anche se la gittala era notevolmente superiore, specie nel caso d ell'arco gallese. Più potente dell'arco, sebbene più pesante e più lenta nella cadenza di Liro, era la balestra, considerata un'arma terribile per l'elevata distanza di tiro utile e per l'alto potere <li penetrazione dei dardi lanciati. Il Conc ili o del Laterano ne l 11 39 ne aveva vietalo l'uso 20 , a lmeno fra le milizie delle nazioni cristiane e l'arma non venne fabbricata in Europa, su larga scala, fino a lla metà del XIII secolo. Anche questa era un'arma concettualmente molto antica, certamente impiegata dagli eserciti romani e menzionala <la Vegezio nel suo trattato sull'arte militare (fine del TTT secolo d .C.) 2 1• La balestra era costituita da un arco fissalo ad un fusto longitudinale sul quale erano montati la "noce", che fermava la corda una volta tesa e la chiave o "manetta" che costituiva il congegno di scatto. Sul fusto era ricavata una scanalatura nella quale s correva il dardo al momento del lancio e fungeva pertanto da rudimentale canna conrerendo al dardo stesso una precisione sconosciuta alla freccia lanciata con l'arco. Quest'arma aveva dimensioni molto variabili a seconda dell'impiego e si distingueva in "balestra manesca", quella portatile e caricabi le da un sol uomo, e "balestra da posta" quella di notevoli dimensioni, impiegabile solo da appositi sostegni e servita da due o più u omini. T congegni che servivano per armare la balestra, ossia per tendere la corda di nervo, erano sostan zialmente di quattro tipi: a croceo, a leva, a martinetto e a mulinello. Per armare una balestira portatile occorreva appoggiarla a terra con l'arco e manovrare con ambo le mani il congegno di armamento per tendere la corda fino a quando raggiungeva la "noce" di arresto. La celerità di tiro non superava i due colpi al minuto, la distanza di tiro utile si aggirava sui cento metri, ma il
20 G. Vismara, l'roblemi storici e prohlemi giuridici nella ~rerra alto-medievale, in Ordinanenti militari in Occidente nell'alto Medioevo, voi. TT p. 436. Al 1·iguardo papa Innocenzo TT così si era espresso: "La mortale arma, odiala da Dio, non deve essere usata contro cristiani e ca ttolici, s otto pena di anatema ". 21 F. R. Vegc zio, L'arte militare, lib. TV, cap . XX.i, passim.
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da rdo poteva ancora uccide re un uomo a quallrocento metri . I proiettili comprendevano: dardi, verrelloni e quadrelle e potevano perforare scudi e corazze come pallottole. Quest'arma venne superata soltanto dalle arm i da fuoco , ma mai dall'arco. Si è d ello ch e in ballaglia n on risulta ch e venissero lanciati giavellotti, tuttavia un'arma da lancio m anuale esisteva ed era la scure (<le lla anch e ascia, francesca o bipenne). Erano i cavalleggeri a d u sarla e con essa svolgevano un'az.ione p aragonabile a quella dei frombolieri <lelle legioni romane, cercando di creare lo scompiglio nelle prime righe dello schieramento awersario in preparazione all'attacco; l'efficacia <li ta le azione era peraltro mollo scar sa. L'invenzione de ll a p olvere d a sparo e la realizzazione d e lle prime armi d a fu oc o segnarono l'ini zio di una nuova era nell a quale vennero sowerti le le tradizionali pote n zia lità d elle armi combatte nti e le dottrine dell'arte militare. L'evoluzione e l'a ffermazione di queste nuove armi furono le nte e occorre arrivare alla battaglia di Pavia (1525), per avere i primi risultati signi ficativi in campo ta ttico conseguenti a ll'impiego <li a rmi da fuoco portatili; nella c ircostanza furono infatli gli archibugieri spagnoli e te<leschi di Carlo V a fermare la cavalleria <li Francesco I e a decim are il fior fiore d ella nobiltà francese, contribuend o in mo<lo decisivo all 'es ito della ballaglia. La Romagn a sem bre rebbe vantare in Ita lia il primato dell'impiego in batlagli a dei primi rudimentali prototipi di armi da fuoco p orta tili : nelle cronach e d el tempo s i n arra inl'alli che Gui<l o da Montefeltro, n el corso <li un fatto d'armi a Forlì, n el 128 1, impiegò a lc une canne m e tallic h e fi ssate a manic i di legno che lanciavano: "frecce e sassi e pall e di piombo a g rande dis tan za i quali pe] gran rumore clic facevano, procacciarono a quest'armi il n o me di «sclopclli »"22, una so rta di marc hingegni più pericolosi per c hi li impie gava c he per il be,-saglio contro il quale s i sparava. Qu es ta noti zia, p e r la verità, d es ta qualche p e rplessità in qu a nto, se è vern che non si sa con precisio ne quando s ia stata inve ntala la polvere da sp aro, è a llrellanto vero che i plimi p erfezionamenti sul modo di fa bbricarla e di impiegarla furono resi no ti dal monaco tedesco Berthold Schwarz c he pare sia nato ve rso il 1310 a Goslar, quind i sorprende il fatto ch e già trent'anni prima Guido da Montefeltro dis po nesse di arm i da fuoco sia pure rudi22 L. Cubelli, Fatto d'armi in Forlì del 128 1 Ira Guido da Mon le(eltro, Giovanni d'Appia e Guido di Mon{orte , p. 13.
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mentali. Il primo impiego doc ume nlato in I t a lia delle a rmi da fuoc o , a vve n ne in Val d'Aos ta ne l 1346 e, in a llra circos ta n za, a Bolog na nel 1397. Diverso è il caso delle artiglie rie , o m eglio, delle bombarde in m e1;to alle quali la tradizione vuole ch e sia no state impiegale la prima vol ta nelle Fia nd re nel 1314, poi in Ing hilterra nel 1321 e a ncora da g li Ingle s i n e lla ballag l ia Crecy ( 1346) co ntro i Francesi 23 . Tn Italia risulta c he le p r ime artig li e rie furono impiegate dalla Repubblica di Venezia du ran le l'assedi o di Ci vida le d el Friuli n el 133124, poi dal cardina le Albornoz n e l 1358 all'assedio di F o rlì e a n co r a d a lla R e puh b lica di Ve n e,. ia n e ll a g u erra <li Chioggia nel 1378-1380; al 1igu ardo d i quest'ultima circoslan za lo s torico Paolo Bo noli, nel confe rma re la n o tiz ia, precis a : "È una glo ri a di Forlì ch e le bom hard e si a d op e rassero la prima volla sotto il coma ndo di fo rli vesi" 25. Gli arte fi c i delle nuove a 1-mi erano i costrullori di campan c 26 , gli uni c i a rtigiani c he avessero d imestic heu.a con la fus ione <lei m etalli e c he fino allora avevano lavorato pe r· il più pacifico degli scopi . lJ fa tto c he non si sap p ia con precis ione q ua ndo ap parvero le p rime a rmi da fuoco, né c hi sia st a to il loro inventore, dimostrn la scarsa importanza c he in p r incipio s i de lle a lle stesse e !'orse fu proprio per la pericolosità d el loro impiego e pe r la difficoltà d i m a neggia rle che la loro influe n za sull'arte militar e e sull'esito d elle ha llaglie si avverti so lo m o lto tempo d opo la loro co mpa rsa . I p rimi soldati dota ti di qucsle nuove armi ve ni vano chia m a li "schioppclla ri"; d uran te la seconda metà d e l Trecento essi pa rteciparo no ad alcuni falli d'a rme inqua d rati tra i b a les trie ri e solo nella p rima me tà del secolo successivo cominciaro no a costituirsi i p 1; mi reparti d istinti di quesla nuova specia lità. Nelle compagnie di ventura le arm i da fu oco venne ro impiegale sempre in mi sura m o lto li m ila la senza introdu rre, sino al 1450, alcuna variante ai tradi z ion ali p rocedime nli d 'impiego. I co ndotlie ri in particola re erano ta lmen te contrari all'uso di queste an ni c he tutti gli avversari catturati in combattim cnlo con uno schioppo in ma no, venivan o ucc isi sul posto. Ta nta. durezza, lullavia,
23
AA. VV., Armi ed eserciti nella storia universale, voi. 11, p . I 04 . C. Co rs i, S1oria militare, vo i. T, p . 103. 25 P. Bono li , Sfuria di Fnrlì, ci t., voi. II, pp. 22-23. 26 Ph. Contamine, La guerra, c it. , p. 205. 24
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dimostrava sì l'avversione per le armi d a fuoco, ma a nche il Li more per la loro crescente efficacia. L'arma da fuoco veniva cons ide ra ta, agli iniz i, sleale e contra1ia a ll'etica mili tare che si basava a ncora su l coraggio e s ul valore individ ua le; un anonimo colpo di "sdope tto", infatti, poteva uccidere da grande di s ta nza il più valido d ei cava lieri sen za c he questi potesse far nulla per difen dersi. Dopo il 1450 i soldati arm ati <li "sclopetti" divennero una componente via via crescente in tulle le princi pali compagnie; nel 1469 le milizie pontifi cie ingaggiate per la ca mpagna contro Roberto Malatesta compre ndevano, infatti, anche u n reparto di setta ntasette schioppellari comanclati da un ufficiale tedesco. Nel 1490 i b a lestrieri delle milizie ve nete veniva no sostituiti ùa schioppettari per ordine del Consiglio dei Dicci e nella gu erra tra Francia e Spagna p er il possesso d el Regno di Napol i (fine XV secolo), gli schioppe ttari a cavallo sosl.ituirnn o i balestrieti montati27 . Verso la fine del Qual trncenlo il vecchio "sclopetto" lasciava il pos to all'arc hibugio, un 'a,-m a assai perkz iona ta, an c he se più pesante d ella plima , tan to da rendere necessaria una forcella d 'appoggio per il puntamento e p er il tirn, ma che p resentava il grande vantaggio <li avere un gri ll e llo cd un nuovo sistema ùi accens ione dell a polvere di lancio il serpentino, sostituito poi dall'acciarino a rntella e questo, a s ua volta, clall'acciarino a p ietra foca ia. Per qua nto rig uarda le artiglie1ie va detto che le compagnie <li ventura non fu rono ma i in condizione di possederne molte dato il loro costo elevato c he solo i grandi Sta ti e le signorie più ricch e polevano permettersi di sostenere. L'uni co condottiero c h e poté disporre di numeros i pezzi di art iglieria, ru Cesare Borg ia du rante la prima cam pagna per la conqu ista della Romagna, c he impiegò co n particolare e ffi cacia negli assedi di Imola e cli Porlì, ma ta li a rtiglie rie g li erano s tate con cesse in ti nforzo te mporaneo <lai re di Francia Luigi Xll. Di artigli erie ne furnno costruite, sperimentate e impiegale diverse c he si differenziavano l'un l'altra per la forma, la s trullu ra e la po te n za. Quell e più conosciulc nel Quattrocento in Italia sono indicate nello sche ma c he segue con le principali caratteristic he:
27
M . Ma llcl, SiJ!nOri e m erce,zari, c.:it., p. 157.
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Artiglierie28
calibro in cm .
lungh ezza in m.
41 ,2 30 - 40
S - 6,7
Bombarda Mortaro Cannone o mezzana Cortana Spingarda Basilisco Passavolante Falcone Falcon etto Colubrina
tipo di proietto
peso del proietto in lb.
gittata max. in passi
pietra
300 200 - 300
900
1,7 - 2
15,5 20 - 25 32 12 - 18 10 - 12 IO 6 - 6,8 6 - 6,5
3 -4 50 2,7 70 - 100 2,7 - 3,3 ferro 10 - 15 7,4 - 8,4 20 6,8 16 2,2 ferro-piombo 5 1,5 - 2 3 3,12 3
1 - 1,5 l ,3 - 2
l - 1,2 1,5 - 1,8
1200
600 400 400 900
Anni porl;;ilili 28 Sclopcllo Archibugio
pio mbo
I oncia 5 on ce
200 400 - 500
Le artiglierie, a l loro primo appari re e per m o lto tempo a ncora, ven iva no guardate con grnn<le timore. Ce lo conf"erma una 01ig inale descrizione d ella bombarda del Villani: "Le bombarde facevan sì gran tremuoto e rumore c he pareva che Iddio tuonasse, con grande uccisione di gente e sfondamento di cavalli ... " 29 . Le artiglierie erano di solito impiegate da postazioni a terra o sulle mura delle fortezze; l'impiego campale in battaglia avvenne solo in un secondo tempo (verso il 1460) media nle trasporto su grossi e ingombranti cassoni di legno che fungevano da affusto. I Francesi, i grandi artiglieri del tempo, studiarono di re nde re più maneggevoli e più leggere le artig lierie campali e furono i p rimi a costn1ire affusti appropliati e ad inventare gli "orecchioni" (perni coassiali sporgenti dai lati opposli d ella bocca da fuoco coi quali la stessa appoggiava su lle "orecchioniere" dell'affusto con possibilità di ruotare in elevazione e di assumere agevolmente l'inclinazione necessaria p er il tiro) . Essi realizzarono artiglierie più
28 29
E. Bravetta, Le artiglierie dalle origini fino ai nostri giorni, pp. 83-84. G. Villani , Cronache, cit., t. XIV, p. 68.
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leggere e di minor calibro, impiegando per primi palle di ferro fuso come proielli, a l posto di quelle di pietra; tali proielli, benché di cal ibro limitato, avevano un maggior potere di penetrazione di quelli di pielra e riuscivano a demolire più rapidamente i tratti di mura contro i quali venivano diretti. Artiglierie di questo tipo vennero portate in Italia per la pi-ima volta da Carlo VIII il cui esercito ne disponeva di almeno centoquaranla, di di ve rso calibro, tutte in bronzo e montale su affusti a due e a quattro ruole, trai nate da cavalli e servi te da milleduecento mastri bombardieri, operai e condullori 30 . Gli artiglie1i italia ni, che ancora usavano le grandi bombarde installate su pesanti cassoni trainati da buoi, ne furono ammirati e stupiti . (Da alcuni documenti del Ducato di Milano del 1460, ri sulta che per il traino di cinque grosse bombarde con relativi rifornimenti di palle e di polvere di lanci o, erano necessari novantacin que carri a quattro ruote e cento paia di buoi). La differenza più rileva nte tra le artiglierie francesi e quelle italiane, tuttavia, non era tanto nella celetità di tiro, pur rimarchevo le , quanto nella rapidità con la quale i Francesi eseguivano le operazioni pcr l'ass unzione e la manovra degli schieramenti e per la preparazion e del tiro. Tra le tante cose c he cambiarono in Italia dopo la calata di Carlo V IH , vi furono anche le artiglierie, c he, dopo quell'evento, vennero costruite secondo il modello francese. Pochi a nni dopo, a lla hallaglia di Ravenna (1512) questa nuova arma combattente era g ià diventata tanto efficace da de terminare l'esito stesso della battaglia, ma per lullo il Quattrocento l'apporto dell e arliglierie nel combattimento fi.1 a lquanto modesto, specie negli scontri campali. Tra le armi offensive occorre considerar e anche le "macchine da g u erra" che, b enché obsole te e non molto diverse da quelle degli eserciti dell'antichità, erano ancora in d otazione alle compagnie di ventura e a lutti gli eserciti del te mpo e vi rimasero fino agli iniz i del Cinquecento. Si trallava di congegni che lanciavano grnsse pi e tre, contenitori con material e infiammabile, travi con funzioni di arieti d a getto, "falariche" 1 1 incendiarie e grossi g iavellotti. Erano macchine di laboriosa costruzione, lente da manovrar e e <la trasportare; inoltre richied evano f'requenti sostituzioni 111
31
C. Corsi , Storia rnilirare, cit., p . 11 9. Vds . Di zionariello i11 Appendice.
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d e ll e parti usale come molle <li propulsione per il lancio, costituite, di regola, da corde di nervo animale. Verso l'inizio del Quattrocento le m acchine più diffuse erano il "mangano" e il "trabucco" c he funzionavano sfruttando la forza di gravità <li pesanti contrappesi i quali , cad endo, facevano ruotare una trave di lancio alla cui estremità era fi ssala una specie <li fiond a o una cucc hiaia contenenle il proietto da lanciare; una traversa di arresto fermava il movimento d ella trave di lancio e il proietto partiva iniziando la sua traie ttoria verso l'obbiettivo. Con queste m acchin e ve nivano la ncia te pielre <la cento a quattrocento libbre a<l una distanza m edia di cinquecento metri, ma alcuni "trabucchi" realizzati dai Veneziani verso il 1470, la nc iavano pietre <la duecento lihhre a<l una distanza prossima ai m.ille metri 12 . Altre macchine, no n da lancio, erano impiegate nelle operazioni di assedio a città e fortezze per portare g li assalLalori a l li vello d e lle mura , a ssicurando loro a n ch e una certa protezion e. Tali erano i parapetti mohili e l e torri su n1ote, l e c ui caratte ris tic h e
erano, pressappoco, le st esse del tempo degli Assiri; quando venivano impiegate riproponevano un a vision e del co mha llimenlo a ltrettanto a ntica: spinle fin contro le mura avversarie, p e1-me tleva no ai manipoli d 'assalto di affrontare i dife n sori degli spalti da una piattaforma che, come un ponte levatoio, consentiva di passare dall a torre a lle mura. Il panorama degli armamenti si completa con le armi difensive ch e comprendevano tutti quei manufatti destinati a fornire protezion e ai soldati durante il combaLLime nto. Si trattava di oggetti costruiti in cuoio, in legno, o in metallo che costituivano la parte principale dell'equipaggiam ento pe rso nale dei comballenli la cui foggia e cons istenza variavano in relazione a l ruolo e all'incarico svolto da ques t'ultimi. Una parte de i manufatti venivano indossati e costituivano l'armatura, a ltr·i, in vece, come lo scudo, venivano impugnali o imbracciati e manovrati durante il combattimento pe r proteggersi. Lo scudo era una delle armi difensive più classiche di tutti i tempi c he nel corso d ei secoli non era sosta nzia lmente cambiato: consisteva in una pias tra di varia forma e grandezza, di legn o , cuoio o m etallo; veniva di solito imbracc iato col bracc io s inistro e solo quelli di grandi dimensioni ve ni va no trasportati a spall a (i
32
AA .VV., Armi ed eserciti, cit., p. 104.
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palvesi). La denomina;,.ione cambiava a seconda della forma e delle dimensioni: quelli più piccoli e rotondi, impugnati dai cavalieri, erano chi a mali "rotelle o brocchiere" quelli triangolari con la punta in basso, "scudi sanniti", quelli ovoidali con la parte stretta rivolla in alto "targhe", quelli rellangolari di grandi dimensioni "pavesi o palvesi". Questi ultimi in comba llime nto venivano adope rati appoggiati a te1Ta l'uno di fianco all'altro in modo da formare un riparo continuo dietro al qu a le si ponevano i fanti per soltrarsi al tiro d ell e rrccce avversarie e i balestri eri per ricaricare l'a rma. L'arm alura33 era costituita da indumenti destinati a rivestire il comb a tte nte per acc r-cscerne le possibil ità di difesa. Nell'alto Medioevo, ai tempi di Carlo Magno, si usavano le "colle" o maglie di [e rr-o ; indossate cop r iva no il soldato d a lla testa fin sollo a l ginocchio . No n cosliluivano certo una nov ilà in q uanto già dai Le mpi di Giulio Cesare i legionari romani in Gallia indossava no la "l01ica" che, di regola, era di c uoio, ma sovente di maglia ai fe1To, mollo s imile a lle tuni ch e o colle m edie vali . Verso la fine d e l Du ece nto le tuniche vennero accorciate e presero il nome di "giaco" m entre entravano in uso pantaloni in maglia d i l'erTo che miglioravano la protezione degli arli inferiori. Questa combinazione pesava su i dieci-dodici chili ed offriva u na huona protezione dai colpi di taglio, ma non da quelli d elle asce e delle mazze e ancor m e no da i dardi delle balestre. Si cercò allora di migliorare la protezion e sostituendo il "giaco" con un corpello di lamelle d 'accia io sovrapposte e riha ltute su panno o su cu oio c hiamato "brigand ina" 34; più tardi, venne aggiunto a nc h e una specie di gon n ellino, pure questo fatto di lamelle, per la protez ione dell'addome e del le cosce. Alle lamell e, col tempo, vennero sostituite las Lr·e di acc ia io r·ig id e che, poco alla volLa, fi nirono col rivestire intere regioni del corpo come la corazza ch e ricopriva Lullo il tronco. e l Quattrocento com parvero le prime armature complete, formale da un complesso di parti ch e ricopri vano tutto il corpo dei cavalieri, pe rsino i p iedi e le mani. Le parti rigide erano tra loro collegate da elementi articola li che con sentivano una certa lihertà di movime nto; l'elmo ad incastro, con visiera e baviera mobili (da aprirsi a piacime nto di c hi l'indossava), difendeva la Lesta e d un ricco pennacchio imprimeva elegan za e maestos ità alla figura del 33 34
Vds. Dizionariello in Appendice. VeJasi Dizionarietto in Appe ndice.
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combattente; la protezione del torace era data dalla corazza comprendente il pellorale e lo schienale, allacciati sopra le spalle dagli spallaci e stretti alla vita da una cintura; le braccia erano chiuse nei bracciali che dagli spallacci scendevano sino alle mani, protette da guanti a dita mobili; la "panzera" era a lamine articolale e reggeva i cosciali a piastre di un sol pezzo; le gambe erano difese superiormente dai sottocoscia li che, a mezzo dei ginocchietti articolati , s i congiungevano agli "schinieri" ap1ibili a cerniera su un lato; i piedi erano protetti da sovrascarpe, in lam ine articolate, di fom1a vmiabile a seconda dello sti le dell'armatura. Le armature più belle e più accurate erano fabbricale in Lombardia, in particolare a Milano e a Brescia da mastri armaioli che divennero famosi e che Lraman<larono la loro arte con una sorta di dinastia familiare come i Missaglia, i della Cesa e i Negroli 35 alcune di queste armature sono ancor oggi conservate nei musei e nelle armerie e testimoniano l'accuratezza della lavorazione e l'abilità degli artigiani lombardi. Un'armatura completa poteva pesare dai venticinque ai t rentacinque chili e più e occorreva un fisico robusto e resistente per tenerla indossata in combattimento. L'inconveniente maggiore, tuttavia, non era il peso, pur rilevante, ma la mancanza di aerazione che rendeva impossibile mantenerla indossata a lungo, specie in eslale. Per avere un'armatura funziona le occorreva or<linarJa rigorosamente su misura, come un vestito, poiché non c'era annaiolo, per grande c he fosse, c he disponesse di un campionario di taglie di armature adallabili a i potenziali acquirenti; c iò contribuiva a rendere molto elevato il costo di questo equipaggiamento al punto che, le ordinazioni di quelle più pregiate venivano fatte con tanto di allo notarile. Francesco Sforza p er un'armatura da parala, destinala al suo primogenito, spese nel 1459 più di settecento ducati, una somma superiore a l costo di una villa; evidentemente doveva trattarsi di un'ar·malura cesellata e rifini ta con metalli di gran pregio, tuttavia, anche le armature che potremmo chiamare ordinatie, costavano dai cento ai duecento ducati 36 , ossia una cifra pari, all'incirca, ai proventi annuali mcdi di un cavai iere. Del resto anche gli armaioli erano, tra gli artigiani, i meglio pagati con un salario mensile medio di tredici
35 16
L. G. Roccia , Armi e armature italiane, pp. 55-72. L. G. Boccia, Armi e armalure, cit., pp. :54-60.
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1ire37 • Si può quindi considerare l'armatura qualcosa <li più di un armamento difensivo e non sarebbe esagerato paragonarla a certi beni <li lusso come lo yacht, ostentato come "status symbol" dai ceti più abbienti dei giorni nostri. Tn effetti i capitani e i cavalieri nobili, s i comportavano con tale ostentazione e vanità da gareggiare tra loro per il pregio e la bellezza delle rispettive armature e per il lusso degli ornamenti, badando sovente più all'estetica che alla funzionalità . Tra gli equipaggiamenti è necessario includere pure i cavalli dal momento che anch' essi costituivano elementi attivi del combattimento. I quadrupedi erano una parte importante del patr·imonio <lei cavaliere, preziosi quanto l'armatura, tenuti in gran conto, curati ed addestrati con sollecitudine e pazienza. Si distinguevano in cavalli da battaglia e cavalli da trasporto. Tra i primi erano compresi il destriero e il palafreno; tra gli altri la chinea, il rom.ino e i cavalli <li poco pregio o vecchi. li destriero doveva essere capace di reggere il breve ma intenso sforzo della carica e doveva essere necessariamente robusto dovendo sostenere il peso del cavaliere cora:1.zato e quello d ella propria bardatura. Questa era costi tuita , in un prim o tempo, da una semplice gualdrappa imbottita, po i da una armatura metallica comprendete una testiera dotata di uno spuntone che rendeva il cavallo simile ad un unicorno, da un pettorale e <la un salvagroppa. La sella, di particolare, aveva gli arcioni molto alti in modo da fornire al cavaliere un solido a ppoggio specie nel momento dell'urto finale della carica. Il palafreno era di regola il cavallo di riserva, montato dallo scudiero il quale, a volte, in combattimento, si affiancava al cavaliere pe r· coprirgli un fi a nco o per dargli man forte; fuori dal campo di battaglia era questo il cavallo preferito per la caccia, per le su e doti di m aggior snellezza e velocità rispetto al destriero. La chinea e ra un cavallo a ddes trato a procedere con l'andatura a<l "ambio", tipica del cammello, consistente n ello spostamento contemporaneo degl i arti omolaterali, il ch e consentiva un'andatura più comoda per il cavaliere; infatti era questo il cavallo impiegato per il trasporto delle dame. li ron zino, infine, era un cavallo da soma a dorso <lei quale venivano caricate le armi, l'armatura e l'arfar<lellamento del cavaliere. A ciascun tipo di cavallo corrispondeva una ben precisa valuta-
37
Vedasi schema a p. 80 .
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zione' 8 che, espressa in fiorini, si aggirava attorno ai c inqu anta ottanta per un destriero, a i ven ti-quaranta per un palafreno, ai quindici - trenta per una chinea, ai cinque-dieci per un ronzino. Tuttavia i cavall i di particolari razze pregiate come qu elli arabi, berberi e a ndalusi, potevano raggiungere quotazioni anche superiori ai duecentocinquanta fiorini, indipendentemente dal loro impiego in guerra. Secondo il Ricotti, i cavalli iscritti nei ruoli degli eserciti di Milano, Firenze, Siena, Napoli e Stato pontilkio, nel 1439, ammontavano a sessanlaquattromilaseicenlocinquanta 19 . Come facesse l'ltalia di quel te mpo ad avere tanti cavalli è un mistero. Se a questa cifra ragguardevole, si aggiungono i cavalli impiegati negli eserciti degli Stati non co nsiderati dal Ricolti , come il Ducato di Savoia, e tutti i cavalli di proprietà dei privati cittadini, s i può rite nere che in Italia vi fossero oltre centomila qu adrupedi. Alcuni ind izi fanno p ensare che vi fossero delle diffi col tà nel rifornimento di questi animali, quali la meticolosità con c ui i commissari governativ i controllavano numero e qualità di ciascun cavallo delle compagnie di venture ingaggiale e la resis tenza che essi opponevano alle richieste di sostituzione dei cavalli feriti in battaglia, avanzate dai capitani delle compagnie s tesse. Le cronach e d el t empo non ci hanno lascialo informazioni precise per sapere come, dove e in che quantità venissero allevali i cavalli necessari per r ifornire gli ese rc iti . Alcuni condott ie ri e signori di piccoli Stati erano famosi per la compete nza sull'allevamento dei cavalli e per la quali tà dei soggetti a llevati come i Gonzaga di Mantova , g li E s tens i di Ferrara e i Malates ta di Rimini , Lullavia, non sono s uffic ie nti a chiarire g li aspelti generali del problema. Si d eve quindi ammettere c he, a ll'allevamento in terno, s i affiancasse un fioren te mercato d'importazione dall'estero e principal m ente dall'Ungheria e da lla Germania. L'argomento relativo agli equipaggiamenti può essere concJ uso con un cenno sui finimenti del cavallo e in partico lare sul la sella e sulle staffe; questi strumenti erano sconosciuti a l mondo grecoroman o, solo le briglie e il morso sono antichi e il loro uso era noto fin dai prim ord i della s tor ia. I caval ieri romani d el La rdo Impero, usavano una sorta di g ro ppiera di cuoio morbido, il cosiddetto "ephippium" e solo verso il V seco lo ve nnero realizzate le 38
Ph. Contamine, La guerra, cit. , pp. 142- 144. E. Ri colti, Storia delle compaJ!.nie di ventura, voi. 11. p. 41 8, (da qui in poi = Compagnie di ventura). 19
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prime selle imbottite come naturale evoluzio n e dell"'ephippium". La s taffa è invece uno strumento di orig ine indiana o persiana (ne è a ttestata la presenza anc he in Cina attorno a l V secolo) 40 , la cui apparizione è a lquanto rem ota e d i difficile datazione. Nel VI secolo venne ad ottata <lai cavali eri degli eserciti bizantini e solo due secoli dopo fece la su a apparizione tra gli uomini d'arme europei. Il primo a ri co noscere i vantaggi c he l'u so di qu esto semplice strumento poteva offrire a ll a cavalleria fu Carlo Martello il qua le ne favorì la diffusione e l'adozio ne nei propri eserciti 41 . S otto l'aspetto militare, infatti, la staffa e la sella rappresentavano, in combinazione tra loro, una formida bile innovazione capace di favorire lo sviluppo d ella cavalleria e di conferirle un ruolo pred o minante su l campo di battaglia. TI cavaliere ch e utili;,,.zava la sella da l pomo alto e con l'arcio ne posteriore c he gli impediva di scivolare all'indietro, poteva caricare con la lancia in resta in posizione quasi eretta coi p ie<li saldamente appoggia ti alle staffe, trasferendo n e ll'urto contro l'avver·sario, tutto l'impet o e tutta la forza del proprio cavallo; sen za sella e s enza sta lle sarebbe s tato in vece fatalmente disarcionato a l momento di colp ire il b ersaglio con la punta della la nc ia. Anch e nel co mbattimento ravvicina to con la spad a, sella e staffe consen tivano al cavaliere di rnantene re un assetto più stabile e cli impri mere maggior vigore ai suoi colpi. TI cavaliere era così di ventato un tem ibile strumento di o ffesa reso poi quas i invulnerabile quando la cotta di maglia di ferro venne sostituita con l'armatura. Tn sintesi questi due clementi dell'equ ipaggiamento del cavallo promossero u n rapido e sostanziale p rogr esso de lla cavalleria pesante e le con ferirono il ruolo di a rma combattente prevalente e d etermina nte dell'esito <le lla battaglia .
6. il soldo Una persona nel 1375, second o un d ocumen to dell'epoca, riusciva a vivere a Firen;,,.e con quindici fiorino l'anno garantendos i vitto, alloggio e vestiario42 ; come dire ch e si poteva campare con 40 41 42
L. White, l ècnica e socielà n el Medioevo, pp. 29-40. F. Cardini , Alle radici della cavalleria medieva le, pp. 267-282. C. Marchi, Giovanni delle Bande Nere, p. 77.
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poco più di un fiorino al mese. Si tratta ; probabilmente di un dato riferito a d un te nore di vila molto basso, m a è comunque un da to di riferimento utile per apprezzare meglio l'enlilà degli introili m edi dei venlurieri. Va premesso ch e le p agh e dei mercenari nel Trece nto er a n o mollo a lle, mentre ne l Quattrocenlo cala rono sensibilmente p er diversi motivi lra i quali, prem inente, il dim inuito p otere conlrattua le dei condottieri in seguito all'affe rmarsi degli eserciti semip ermanenti presso lulli i m aggiori Slati ita lia ni. Nel Trecento le compagnie era no poch e e gli Slali facevano a gara per assicurarsene i servigi, s ia pure per periodi molto brevi. Nel Quallrocen to, invece, si affermò la consuetudine di ingaggiare le compagnie per periodi molto lunghi con consegu ente diminuzione d ei co mpe nsi giacché la paga veniva garnntita anch e nei p erio di d i inattività opera li va. Le paghe m edie corrisp osle alle milizie m e rcen arie fiorenline, espresse in fiorini al mese, sono indicale nello schema che segu e nel quale sono evide n z iale le variazion i subite dal Trecento a l Cinquecento . Le pag he corris poste dagli altri Sta l i ilaliani non si discostavano soslanzialmente da quelle prati cale a F iren ze43 : catego ri e ùi mil itari un connestabil e una "lancia " un arciere o balestriere un fante un bombardiere un mastro armaiolo
nel 1350
nel 1440
ncl 1500
50 21 3-4 2-3
35 - 40 12 - 14 3
25 - 30 JO - 12 2-3
6-7
1- 2
4 -5 5-6
4-5
s
Dopo l'ini;,.io del Cinquece nlo, nello Slalo p o ntificio, il sold o veniva corrisposto in misura uguale pe r lutte le arm i e specia lità combaltenti, assegnando poi il cosiddetto "van laggio" a lle specia lità di maggior pregio secondo specifiche tabe lle . Ad ogni compagnia venivano attribui le a nche un cerlo numero di "paghe m orte" per ogni cento vive, che veniva no <lette "ono ran;,.e di bandiera" e che il capitano d is t1ibuiva a s uo beneplacito44 • 4 1 E. R icotti , Compagnie di ventura, cit. , voi. Tl, pp 337 -339; M . Mallet, Si~nuri mercenari, cit., pp. 140-144. 44 A. da Mosto, Ordinamenti militari delle soldatesche dello Stato Romano nel secolo XVI, pp. 8S.
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Quando d'inverno i mercenari venivano sistemati nei quartieri invernali, oltre a l soldo avevano diritto alle derrate alimentari a prezzo di favore, al letto gratuito (un pagliericcio con una coperta ogni Lre soldati), a mezza soma di legna al giorno e a trenta libbre di paglia per ogn i cavallo45 . Le paghe indicate sono quelle che ve nivano consegnate dalle aulori là politiche al comandante della compagnia, ma non è <lello che i singoli venlu1-ie r·i le ricevessero integralmente. I capitani, infatti dovevano provvedere a somministrare a i dipendenti vestiario e armamento decurtandone l'importo dalla paga e non è pensiero maligno ritenere c he essi trattenessero molto di più di quanto effettivamente occorreva per vestire ed armare i propri soldati. La tralle nula d i una percentuale sulla paga dei dipendenti era una consuetud ine affermala in tutti gli eserciti ed ancora attuata dai colonnelli comandanti di reggimento nella seconda metà del Seicen lo4 6 . P e r consentire ad una compagnia ingaggiata di mettersi in ordine veniva corr-isposlo un anticipo, d etto "prestanza", che veniva scontato poi con trattenute sul soldo. Alle paghe c he potremmo definire ordinaiie, si aggiungevano i premi e i proven ti reali:1.za li coi riscatti d e i prigionieri. I primi venivano concessi agli assaltatori c he riuscivano a sali re per primi sulle mura delle fortezze, agli artiglieri p er i colpi ben centrali su i be rsagli e in genere a c hi r·imaneva ferito combattendo con valore. Per i riscatti venivano corrisposti ai venturieri (per consuetudine affermata): cento fiorini per un cavaliere, cinquanta per un f"anle, duecento pe1- un co nnestabile o per u n nobile. A queste somme si aggiungevano i proventi dei saccheggi 47 , la c ui ripartiz ione, sempre di ITic ile, provocava sovente discu ssio ni e tafferugli. Resta quindi prohlcmalico valutare i reali guadagni mensili d i un venturiero, poiché le varianti in causa erano molteplici e ta lune di en lilà d el tutto imprevedibile. In ogni caso c'era la concreta poss ibilità di un rapido ar-ricchim enlo per coloro che erano capaci di amministrare con oculatezza i propri proventi; il proposito di molti venturieri, di militare soltanto un breve periodo per raggranellare un buon gruu.olo, per poi tornare alle ten-e di origine, non era privo di realismo. 45 A. <la Moslo, Ibidem. 46
D. Mc Kay, li principe h:ugenio. Ritratto di un condottiero , p. 5.
47 E. Ricolli, Compagnie di ventura, c il., pp. 150-5 1.
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I proventi elci capilani erano di gran lunga maggiori cli quel li dei loro d ipendenti. Questi personaggi, ed in particolare i condottieri del Quattrocento, non si considerarono mai degli stipendiati alle dipendenze delle autorità politiche, ma degli imprenditori che, da una posizione <li parità, trattavano un accordo o un contralto con lo Stato che ne richiedeva i servigi. Tale contralto veniva denominato "condotta" 48 (da cui <le1ivò poi l'appellativo condottiero). In tale conlrallo venivano specificati numero e tipo di soldati e di cavalli coi quali costituire l'organico della compagnia, il compenso per ciascuna specialità dei combatLenLi, le modalità per i controlli e le is pezioni, le regole per la ripartizione del bottino, i compensi per i riscatti dei prigionieri ed i prezzi per le eventuali forniture di viveri, foraggi cd a ltri rifornimenti. Lnsomma era un contratto in piena rego la, molto dettagliato, redatto dai legali delle due parli contraenti con minuziosa precisionc49. Non esistevano contratti standardizzati, tuttavia alcuni Lipi <li con<lolla erano conosciuti e applicati in tulla Italia; vediamoli: - "condotta a soldo disteso" : il condottiero con la sua compagnia veniva ingaggiato con un impegno senza limiti e, di solito, passava sotto il comando di un capitano generale designato dall'auto1ità politica; - "condolla a me,.zo soldo": il condottiero poteva operare in guerra autonomamente, con compiti complementari a quelli svolti da altre unità; l'impegno era meno vincolante, ma anche la paga era minore rispetto a l tipo <li condotta precedente; - "condotta d'aspetto" : l'autorità politi ca locatrice prenotava con questo tipo di contratto e con una somma limitata, i servig i di un condottiero in vista di una campagna probabile ma non immin ente; - "condotta di garanzia" (o d i riserva): l'auto1ità politica impegnava il conclottiern, già ingaggiato da altro Stato, a non compiere
48 Secondo un giurista del XV secolo, Giovanni da Legnano, la cond o tta era un con tratto di appallo con il qua le il pote re politico "localor" prendeva in art'itlo i servig i di un imprenditore "conduclor", un capi tano di ventura o un condottiero, in cambio cli un compenso slahilito, per 11n pe riodo e p er un compilo determina ti. Senofonte ncll'Anabasi, definiva s inallagmatico il rnpporto intercon:cnte tra committenti e mercenari, nel quale veniva retribuita, di questi, la prestazione e non la posizione occupata. 49 Ph. Contami ne, La guerra, cit., p. 227 .
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alti oslil i nel proprio Lerri Lori o (con questo tipo di condotta Firenze, nel 1375, pagò al capitano Giovanni Aculo l'eno,-me som ma di centotrentamila fiorini per salvaguardare il te1Titorio della Repubblica e.lai saccheggi e dalle violenze d i quel venturiero). Il p eriodo di durata della condotta si c hia mava "ferma", lermine c h e è rimasto in u so s ino ai giorni nostri e correntemente impiegato nell'ambie nte mililare (rcrma di leva, ferma volontaria, rafferma, etc ... ). Alla ferma seguiva il periodo <li "aspello", c.luranle il quale l'autorità politica si riservava il di1itto di rinnovare il conlratlo. Scadulo l'as pelto (in genere due mesi), il condottiero era libero di accettare nuovi ingaggi rispettando, però, la conc.l izione di non passare a servire un locatore nemico di quello precedente prima e.li sei mesi e <l i a lten<ler·e a lme no due anni prima di co mbattergli contro. È appena il caso di osservare che tali clausole venivano rispettale raramente e in parlicolar·e non le a ppli carono i capitani del Trecento. Ritornando ai compensi e.lei co n<lo ltieri si e v isto come Giovanni Ac uto avesse percepito una somma enorme da Firenze so lo p er offrire garan,-.ia di non mo leslare la c iLLà e il suo distretto. Un altro grande condottiero, Braccio da Montone, per una "condotta a soldo disteso" con trecento "lance", per di ciotto mesi e con a llre ollocenlo "lance" in "aspeLLo", ricevelle da papa Martino V cinquantadue mila fiorini ed il dominio temporaneo c.lelle citlà conquislalc nel corso di qLtella campagna. M ichele llo degli Attendoli, per una "condotta d 'aspetto" di un anno, riceve tte da Firenze mille fiorini al mese per sé e nove mila per la sua compagnia; per mettere assieme la stessa somma una media bollega artig iana avrebbe dovulo la vorare per· due secoli e m ezzo 50 . Ancorn , Francesco Gon zaga ( il m a rito c.lella famosa Isa bella d 'Es te e comandante delle milizi e italiane alla battaglia di Fornovo), ricevelle da F ir·cnze LrcnlaLr·emila fiorini per una "condotta a soldo disteso" con cento "lance", per un anno. lnl"ine, Francesco Maria della Rovere, altro rinomato condottiero, ricevetle dallo Stalo ponlificio cenlom il a fiorini per una "condotta a soldo disteso" con duecento "lance", per un anno. Nessuno pii':1 dei condottieri disponeva di tanto danaro liquido e nessun allro venne celebralo da tanti poe ti, pillori e scultori: dai
so J . Maccck, 1l Rinascimento italiano, p. 202.
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versi del Petrarca ai ritratti di Paolo Uccello, di Andrea del Castagno, di Antonello da Messina, alle statue equestri di Donatello e del Verrocchio oltre alle cronache, alla narrazioni e alle biografie, il più delle volte compiacenti. A volte poi i condottieri non si accontentavano delle pur cospicue somme percepite per le loro prestazioni e miravano ad impadronirsi di te1Te, castelli e città e qualcuno di principati interi. 11 buon esempio, se così si può dire, lo aveva dato Giovanni Acuto nel 1376 quando, per garantirsi sui compensi da ricevere dallo Stato pontificio, si impadronì di Cotignola e di Bagnacavallo; il papa che al momento non era in grado di pagargli gli arretrati, per non perdere la sovranità nominale di quelle località, gli legittimò l'alto nominandolo conte e vicario. Il caso più emblematico, tuttavia, fu quello di Francesco Sforza che, da condottiero, diventò inizialmente signore di un vasto territ01io nelle Marche e, successivamente, duca di Milano. Naturalmente non lutti i condottieri percepivano compensi tanto alti come quelli indicati e non tutti avevano le doti necessarie per aspirare ad un p1incipato; anche a quei tempi il successo era difficile da raggiungere e per a lTen-arlo occorreva "una marcia in più" che solo pochi avevano. Scorrendo l'elenco dei condottieri che nel 1439 militavano al soldo dei principali Stati italiani 5 1, si può osservare che su centosettanta pe rsonaggi elencati, solo cinque o sei erano noti e a ffermati e potevano aspirare ad alti compensi, tutti gl i a lLJ-i sicuramente dovevano percepire paghe molto più modeste. Compensi medi, contenut i dunque, ma sempre abbastanza consistenti da rendere chi li percepiva i miliardari del loro tempo. Tanto danaro liquido in mano ai mercenari, che in maggioranza non erano dei risparmiatori né dei sagaci investitori, produsse influenze non trascurabili sui costumi del tempo. Nel loro insieme mercenari e venturieri costituivano una piccola comunità corrotta dalla gue1Ta e dal danaro: la loro presenza si avvertì sicuramente nelle abitudini di vita e nelle economie locali e forse anche i piccoli e i grandi valori delle popolazioni con le quali vennnero a contatto ne forano turbati. Nobil i, artigiani, commercianti e popolo minuto, tutti ebbero modo di accorgersi del disordine provocato dal danaro facile dei soldati di ventura e le forme di mercato e le
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E. Ricotti, Compagnie di venlura, cil. , pp. 428-429.
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regole di scambio ne furono in qualche modo alterate. Il venturiero spendeva il suo soldo con una disinvoltura sconosciuta ai cittadini e a i campagnoli che, per secolare abitudine, lavoravano p er la sopravvivenza e c uravano con sollecitudine i piccoli patrimoni a ccumulati a prezzo di privazioni e di sudate fatiche. Il potere de lla moneta mal spesa era tale da intaccare anche i costumi, sgretolando m entalità e tradizioni ispirate al senso della misura quando no n ad una severa morale. Cl renomcno, infine, contribuiva anche ad accelerare processi di inflazione e toccava p ersino aspetti politici , p erché a lterava il gioco delle clientele, delle protezioni e delle alleanze. Tullavia si deve riconoscere che il quadro d elineato può aver agito anche com e causa di accelerazion e d ei fermenti innovativi che portarono la società itali a na ve rso il Rinascim ento.
7. Il vettovaf!,liamento
Do po il soldo l'as petto più importante d e ll 'organizzazione militare delle compagn ie di ventura era rappresentato dai ril"ornim e nti, con particolare rig u a rdo pe r il ve ttovagliamento d egli uomini e per il foraggiamento dei quadrupedi. Approvvig io na re migliaia di u omini e di cavalli, concentrali talvolta in piccole località , era una delle preoccupazioni primarie d ei co ndo ttieri; allora come oggi la previdenza costitui va la base più solida di un a buona organizzazione logistica e il concello di scorta n e ra ppresentava il punto di forza. Potrà m eravigliare, ma le compag ni e di vent ura, di regola, compravano in contanti le d errate occ01Tenti, anche se si viveva in un'epoca in cui la preda e i tr·ihuti costituivano ancora un modo u sua le pe r procurarsi l'occorrente per la gue rTa. Per avere un'idea delle quantità di viveri e di foraggi necessari giornalmente ad una compagnia e necessario s tabilire prima la qua lità e la quantità d elle razioni individuali in quanto non esistevano , a llora, s peLLanzc standardizzate come oggi. I cibi usuali erano pre parali con farine di cereali, ma non di solo grano; contadini e poveri di tutta Italia portava no in tavola pani, pole nte e minestre fatte con miglio, farro , segale ed a ltri cereali più umili come il panico, il sorgo e la meliga. Il mais non e ra a ncora giunto dall'America : la polenta di granturco si cominciò a vedere solo verso il 1600 e la carne, s pecie quella bovina,
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compariva piuttos to di rado alJa m ensa d ei meno abbienti. Si può dunque pensare che anch e per i s old a ti di ventura g li alime nti ordinari fossern cereali e leg umi, data anche la lor-o buona con sc rvabilità, senza escludere la c arne, visto c he potevano porta rsi al seguito le mandrie di ovini e di bovi ni razziate nelle campagn e o eventualmente acquis tate e non di rado potevano disporre d ella carn e d e i numerosi cavalli feriti o u ccisi in battaglia (ecc ezion ra tta per i mercenari inglesi i quali non si cibavano mai di carne equina, come d el resto avviene ancor oggi tra gli Inglesi in genere). Stabilire la quantità giornaliera dei s ingoli gene 1i non è facile, ma non impossibile, si può tener conto d el peso d ella ral'.ione viveri prevista n elle legioni romane pr·ecisato da Vegczio nel suo trattato s ull'arte militare: circa sellecento grammi 52 di cereali e legumi in proporzione imprecisata; con una certa approssimazione si posson o quindi indicare seicento g rammi di cereali e cento di legumi 53 ; per la carne è verosimi le ipotizzare una quantità di sessanta-se ttanta grammi g iornalieri nel presuppos to che non tutti i g iorni rosse possibile distribuirla e c u cinarla. Per i cavalli si pu ò fare riferimento a ll a ral'.ione giornali era in vigore per g li equini nel nostro Eser·cito, cons istente in c inque chili e mezzo di bia da e sci e mezzo di fieno al giorno 54; suppone ndo c he la povertà dei te mpi rispetto ad oggi si ril'letlesse in qu alc he modo anch e sull'a lim entazione dei quadrupedi, si possono ind icare come quantitativi ragionevoli (avvalorati peraltro da alcun e indicazioni reperibili in un libe r colo scritto d a L. Ba ttista Albe rti ne l 1460 p er il duca di Ferrara) 55 : tre chili di biada e cinque di f'ieno, immaginando c h e il r est o del l'abhisogno venisse soddisfatto col pascolo. Consideria mo ora una compagnia di ventu ra di m edia cons is ten za: qua ttromilaci nquecento cavalicr·i e duemila fanti , pe r· un to tale di seimila cinqu ecento uomini e qu a ttromilac inqu ecento cavalli; orben e, i] fabbi sogno g iornaliero di vive ri e f'o raggi, espresso in quintali sarebbe il s eguente: - cereali: trentanove; - legumi: sei e mezzo;
52 R. Vegezio, L'arte Militare, cit. , lib. I. ca p. XTX. 11 legi onario romano m arciava con u n a ffard ella m ento cli sessanta libbre com pre ru..lenli, sp esso, dieci razioni vive1·i. 53 La prnp or zionc di sei a uno tra cerali e legumi si ri scontra anche n elle 1·azion i viveri deg li eser citi <lei Sc i-Settecen to. 54 Minis tero Difesa, // vettova~liamento degli Equini, c irc. 4 /42000 d el 31/12/74 . 55 T.. H . Albetii, Il cavallo, p. 36.
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- carn e: quattro e venti ; - biada: centotre ntacinque; - fi e no: duecentove ntic inque. Qu es ti d a ti , o ltre a fornire un' idea con cr et a sull e quantità giorn alie re di viveri e foraggi occorre nti per alimentare una compag ni a , serviranno an c h e p er sviluppa r e a lcune con s iderazioni circa i d a nni provocati in Romagna da lle incurs ioni delle compa gnie di ventu ra, contenute n el capitolo s uccessivo. L'a p provvigio na mento dei rifornime n ti variava in r ela zion e a nche ai luoghi di op eraz ioni , a seconda, cioè, se s i e ra in t erritorio a mico o ne mico. Secondo le u sanze, infatti, quando un a co m pag nia operava nel le rr-ilorio dello Sta to <la i qua le era stata inga ggia ta d oveva provveder e in prop r io a tutte le esigen,r.e logistich e , sen za a 1Tecare danni alle p op olazio ni locali e con la sola agevola z io ne di poter acquista re i gen eli a prezzi di favore stabiliti <l a i governo. Nessuno Sta to dispo neva di organizzazio ni di intendenza precostituite e l'a pprovvigio na mento dei vari generi avveniva nell'ambito <li q uel m ercato costituito da m er can ti, a u siliari e faccendi eri c he seguivano la compagnia nei suo i s postam enti. Si tratta va di una sorta di grande e dis ordinato bazar nel quale i commercia nti vendevano a i capita ni e ai venturie ri o gni gener e di pro<lo tli e di servizi. Siccom e infalli ogni solda to doveva p rovvedere in proprio a m o lle incomben ze p ratic he , in quel tipo di m e rcato operavano calzola i , ba ,-bie ri, osti, vivandieri , lavand aie e altra gente poco raccoma ndabile , chi per soddisfare le effe ttive esigen ze dei m ercen a ri , ch i pe r permutarne e comprarne le p red e , c hi per sollecitarn e le d e bo lezze e le vanità . Le d o nne ra ppresentava no una parte cospic ua di questo seguito: addette a m acina r e il grano, a c ucina re, a lavai-e e a rammendare; molte e ra no le compagn e occasio nali o st a bili d ei soldati; talune disp onevano di paggi e di cam e1ieri e conducevano vita sfarzosa; tu tte, c hi in un rno<lo chi in un altro, prati cava no il più a ntico m estiere <lei mo ndo . Per aver e un 'idea di quest a moltitudine che seguiva i soldati di ventura s i può fare ril'erime nto a ll a "G ran Compagnia" ch e fu un'unità e mblema tica della p rima me tà del Trecento: e bbe ne questa unità che contava circ a diecimila comba tte nti, aveva al seguilo una tu rba di donne e merca nti di con sist e n za quasi doppia 56 . 06 E . Ricotti, Co mpagnie Ji ven tura, cit ., voi. TV, pp. 150-151; M. Mallct, Signori e rnercenari, cil. , p. 41.
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Qua ndo p ossibile, tullavia, si attuavano a ltr·i tipi di organizzazione logistica in accordo con le a utori tà politic he. Uno di qu esti consis teva nel costituire un centro di rifornimenti nel luogo pi ù conveniente, nell'ammassarvi le provviste e poi di lì awiarlc a più riprese nella zona di opera zioni d ella compagnia . Un altro tipo era quello di inviare agenti provveditori nelle zone di previsto impiego de ll a compagnia p er reali zzarvi depositi e a mm assamenti di ge neri di sussisten za rer distribuirli poi a ll'arrivo dei soldati. Si può obiettare che questi tipi di organizzazione sanno di teoria e di dottrina e si concorda con chi ritiene che le cose, in p ratica, funzionasse1-o in modo sostanz ia lmente diverso. Tn effetti , quando in una qualsiasi località sostavano dei sold ati, occorreva s istemarli tenendo conto del rango gerarchico e d ella condi z ione sociale di alcun i di loro; bisogn ava poi rifornirli di viveri e foraggi, in ca mbio di p oco o nulla quando erano a lleati, accontentandosi d i salvare la pelle se nemici; in tal caso l'in tero dist re tto veniva c hiamato a contribuire alle esigen ze e non c'era modo di sottrarsi a tale impegno se non si voleva correre il rischio di dover rifornire da sol i qualche distaccame nto di cavalleria. Certo la g u erra, per le p opolazion i ch e in qualche modo la subivano, era una tremend a calamità e il solo passaggio di una compagn ia era temuto come un flagello . Quando una compagnia entrava in territorio n emico era inteso che s i dovesse mantenere con le risorse locali . Cionondimeno una certa organizzazione veniva a ttuata anc he in tal caso, poiché i capita ni non gr adiva no ch e la truppa fosse libe ra di razziare in m odo incontrollato, in quanto c iò era nocivo a lla disciplina . Così la compagnia designava piccoli distaccamenti di cavalleggeri col compito di reperire e requisire i gen eri d i sussis ten za occorre nti ; il grosso de ll a Formazione invece partecipava a l saccheggio solo qua ndo tale facoltà veni va accordata d al coma ndante, come premio dopo comhattimenti particolarmente prolungati e accaniti contro for·tezze e città che, ol tre a resistere, non avevano voluto o potuto pagare un riscallo a l momento di capitol a re. I venturier i addelli ai rifornimen ti avevan o una straord inaria abilità per trovare qualunque cosa utile; dopo il loro pa ssaggio non restavano che dolorose testimonianze e desola nti reclami. E non era ancora il p eggio, giacché s i trattava solo di passaggi , brutti mome nti sì, ma transito r·i; altra cosa erano le soste di intere unità per p eriodi più o m eno lunghi. In questo caso n essun cap itano riusciva a d impedire a i s uo i ve n turieri, quando non erano
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impegnati in combattimento, di dilagare per i borghi e le campagne circostanti e di commettervi ogni sorta di scelleratezze; in tali circostanze erano tristemente no rm a li le vio le nze a ll e donne, i ladrocinii d'ogni genere e l'uccisione di quanti tentavano di reagire o di opporre resistenza. Una descrizione magistra le del comportamento dei venturieri è quella del Manzoni n ell'opera "l p rom essi sposi" che, benché riferita ad epoca diversa, può essere presa a modello per i mercenari di ogni tempo 57 : "... Una gran parte degli abitanti s i 1ifugiavan o su per i monti, portandovi qu el che avevano di meglio e cacciand osi innanzi le bestie; a ltri rima nevano, o pe r non a bba ndonare qualche ammalato, o per preservare la casa dall'incendio, o per ten er d'occhio cose preziose nascoste, sotterrate; altri perché non avevano nulla da perdere o anche faceva no conto <l'acqui star e. Quando la prima squadra arrivava a l paese d ella fermata si disponeva subito per quello e per i circonvicini e li metteva a sacco addi rittu ra; c iò c he c'era da godere e da portare via spariva; il rimanente lo distruggeva no e lo rovinava no, i mobili di ve ntavano legna, le case, le stalle: senza parlar delle busse, delle felite, degli stupri. Tutti i ritrovati, tutte le as tuzie per salvar la roba riuscivano per lo più inutili, qualc he volta portavano da nni maggio ri . r soldati, gente ben più pratica degli stratagemmi anche di questa gu er ra, conoscevano facilmente negli orti la terra smossa d i fresco; and aro no fin su per i mo n t i a rubare il bestiame; a ndarono nelle grotte, guidati da qua lche birbante del paese, in cerca di qualch e ricco che vi si fosse rimpiattato; lo strascinavano alla s ua casa e con torture e minacc ia di per·cosse lo costringevano a indicare il tesoro nascosto. Finalmente se n e a ndavano; erano a ndati, si sentiva da lontano morire il suono dei t amburi e d elle trombe; s ucced evano alcune ore di quiete spave nta ta, e poi un nu o vo m a le de tto battere di cassa, un nuovo maled etto suon di trombe annunziavano un'altra s quadra. Questi , non trovando più da far preda, con ta nto più fu rore faceva no s perpero <lei resto, bruciavano le botti votate d a quelli , gli u sci delle stanze, dove no n c 'er a più nulla davan foco a lle case, e con tanta più rabbia, s'intende, maltrattavano le persone; e così di peggio in peggio ... ". ln sostanza anche fuori da i campi di b attaglia la guerra era
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A. Manzoni, / pro messi sposi. cap. XXVIII.
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rovinosa e causava lutti, corr-uzione e impoverimento delle condizion i di vita.
8. Le forme di stazionamento L'alloggiamento dei soldati e ra un altro spinoso problema che andava r·isolto in rapporto alla stagione e a lla situazione operativa. Le forme possibili erano, allora come oggi, sostanzialmente due: l'attendamento e l'accantonamento. Quando una compagnia era impegnata in attività operative, il che succedeva normalmente nella buona stagione, i venturieri si attendavano e costruivano un accampamento. In tal caso, indipendentemente dalla forma conferila a l campo, ve niva eretto al centro i] padiglione del cap itano, mentre l'area circoslanle veniva suddivisa secondo la gerarchia, le specialità e le funzioni dei vari contingenli . Non tutti i soldati disponevano di tende; gli "stradiotti" ad esempio, erano soliti riposare a te1Ta vicino a i lorn cavalli coprendos i coi loro pesanti mantelli e usando le selle per cuscino 58 . TI perim e ln_) del campo era, di regola, rorliricato mediante lavori campali di e nlilà variabile in rapporto alla durala della permanenza p revista e alla entilà della minaccia avver saria; di solito ve ni va realizzalo un fossato e, più raramente, ven iva eretta una palizzata. Quando la compagnia, n el corso di un trasferimento, prevedeva di sostare per una sola notte in un certo luogo, faceva tappa pre fe r·ihilmente in un borgo; in Lai caso il grosso della formazion e era preceduto da un drappello composto da elementi di tutti i contingenti della compagnia che reperiva e requis iva gli alloggiamenti necessari preferibilmente nei grandi edirici (chiese, conventi, opifici) , assegnando li poi ai soldati al loro a1Tivo. Tale sistema f-1.1 frequentemente adottato dall'esercito francese di Cado VHT, i c ui furieri d'alloggiamento, nelle città di sosta, segnavano col gesso le porte delle case nelle quali avevano r e quisì to alloggi cosicché, all'arrivo dei vari reparti, fosse più facile sisternare i soldati. E così si di sse c he Carlo VIII conquistò l'Ha lia col gesso. L'accantonamento veniva attuato di norma in inverno quando le operazioni di campagna venivano inte1Totte e i soldati ragg iun-
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M. Mallet, Signori e mercenari, cit. , p. 148 .
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gevano i cosidetti quartieri invernali. Con quesla espressione s i indicavano s islemazioni diverse, ma in ogni caso più confortevoli della semplice tenda. Resta comunq ue abbastanza ardu o s tabi lire come Fossero realmente g li a lloggiamenti militari pe,-ma ne nti quando il con cetto di caserm a n on era ancora conosciuto. Peraltro, anche a llora venivano realizzate infrastrutture specifich e per l'a lloggiamento d ei soldati. Tal i erano, ad esempio, le sellan ta baracche di legno che Caterina Sforza fece costruire nel 1491 a ridosso delle mura della rocca di Forlì , ciascuna delle quali comprendeva una stan za per il soldato e la sua fam ig li a, una stalla e u n l"i en il e 59 . Analoghi erano gli accantonam enti ch e la Repubblica di Venezia fece costruire fuori dalle mura di a lcune c illà del Veneto, in apposi le ar·ee c hiamale "serragli ". A Firenze, invece, le miliz ie mercenarie venivano alloggiate in borgo sa n Lorenzo, in città, riservando loro interi caseggiati requisiti preventivamente a lla popolazione civi le. ln generale il compito di reperire o di costruire gli a lloggi necessari per l'acquartieramento invernale delle milizie dipendenti, spettava all'autorità politica, mentre l'organizzazione interna ed il mantenimento dell 'or·dine e del la di scip lina competevano esclusivamente all'autorità militare.
9. I regolamenti
Tra le tante clausole contenute nei contratti d'ingaggio di una compag ni a di ventura, ossia in una "condotta", erano comprese anche quelle r iguardanti il comportamento dei venturieri. Altri vinco li disc iplinari erano invece previs ti d a parti co lari cod ic i, sostan zialmente s imili in tutta ltalia, alla cui osservanza i condottieri si impegnavano nell'accettare le "condotte". Esempi di tali codic i sono r iportati ne lle opere, più volle c ilate, del Ricotti e del Canestrini dalle quali sono stati scelti gli articoli che si riportano di seguito in forma commentata : - i condottieri, i capilani e i connesla bili dovevano giura re solennemente sui Vangeli di servire fedelmente, di ubbidire agli ordini d ei commissari statali, di marciare ovunque e contro chiunque venisse ordinalo, di non pretendere più del soldo pattuito, di
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M . Mallct, Thidem, p. 147.
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no n congiurare contro lo Stato commitle nle e di d e nunciare eventuali cospirazioni scoperte; - gli ufficiali e i cavalieri, gli arcieri e i bales trieri, i fanti tedeschi e borgognoni, dovevan o possedere l'arma mento m eti colosam ente p recisalo per ciascuno; le inadempienze comportavano ri tenute sul soldo; - tra gli effettivi delle compagnie no n potevano venire arruo lati i cittadini e gli abitanti dei distretti d ello Stato committente; - i capitani e i connestabi li erano tenuti a compilare e ad aggiornare i ruoli dei rispettivi dipendenti, s icch é fosse sempre possibile il controllo degli e ffe ttivi; - i cavalli dovevano essere tenuti a registro come i solda t i, annotando a parte quelli uccisi in b attaglia e d e i qua li si chi edeva il rimpiazzo; pe r rornire la prova d el decesso di un quadrupe de occorreva esibire ai commissari statali la parte di pelle d ell'animale col mar·d1io; - i cavalli dovevano essere d i effettiva proprietà dei cavalieri e n on posseduti in prestito te mporan eo e dovevano risp onder e a i requisiti stabiliti per le funzio ni da assolvere; così l'uomo d'arme era tenuto a possed ere un d estriero del valore minimo di cinquanta fiorini, altrimenti gli veni va ratta proporzionale trattenuta sulla paga; - g li ufficial i non p ot evano a llontanarsi più di un mig lio da lla zona di impiego della compagn ia d i cui facevano parte; - le terre, le fortezze, i castelli e le arlig l ie rie prese al nemico in battagl ia, dovevano essere cedute ai commissari stata li e così anch e i prigionieri, pe r i qua li , però, veniva corrisposto un pre mio in funzione del rango e d ella speciali tà di ciascu no di loro; - il bollino realizzato coi saccheggi nel corso di un'intera cam pagna di gu erra, andava r·ipa rtito secondo le regole inten1e della compagnia, ma un decimo sp ettava a l capita no generale da cui la compagni a stessa dipendeva; - il venturiero, anche n e i m o m e nt i di assoluto bisogno, non poteva impegnare le armi o il cavallo né tantomeno venderli , pena la cancell azion e dai ruo li; - chi si rend eva colpevole di tradimenti o di "baraterie" , veniva punito nella p erson a e nei b eni second o le consegu e nze del suo d elitto; - c hi cadeva prigioniero in ballagl ia conservava diritto alla paga per due mesi, d op o di c he veniva cancellato dai ruoli ; - le vesti, le a rmi e i cavalli dei venturieri non potevano essere
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sequestra ti n elJe esecuzi o ni di pi g no ra m e nti giudiziari a carico d egli stessi; - du rante la ferma i venturieri god evan o d i immunità da ogni p ersecu zio ne giudiziaria , civile e pe na le, tra nne c he p er i delitti di lesa m aestà; - in caso di liti tra militari, a nch e con sp argim e n to di san gu e, esclu s i i casi di mutil azione e di o mic idio, le cause venivan o compost e o gi udicate dai connestabili della compagnia prepo sti a ll a g ius ti zia o d al capilano; - la compagnia , infine, god eva d i esenzio n e assoluta da dazi e gabelle. Pe r acce rtare c he una compagnia fosse in regola con il numero d egli effettivi, col tipo di a rmam e nto e coi cavalli, ve ni vano eseguiti controlli periodici d e tti "rassegn e", talvolta a nch e ogni quind ici g io rni . Ad eseguirli e rano commissari s ta tali o i coside tti "u fficiali d ella cond otta", ch e veni vano di staccali p r·es so la compagnia con il compito di accertar e ch e i p a tti sottosc1i tti venissero 1ispe tta ti. Ch i non compa riva a lla rassegna con le armi ed i cavalli pre scritti, s u biva una trattenu ta sul soldo, a ll a lerza volta, però, ve n iva cancellato da i r u oli. Tanta me ticolosità e ta nta sfid ucia <l a p a rte de ll'a utorità politi ca eran o a mpiam ente gius tificate da i frequenti te nta tiv i d ei capita ni di lucrare con l'inganno s ul numero d egli effettivi, u omini e cavalli. Avveniva ch e i connestabili si accord assero tra loro e s i presta ssero, in occasio n e d elle rassegne, un cer to nume r o d i sold ati o <li cavalli in modo d a far apparire completi i rangh i del reparto controlla to e intascasser o così il soldo rela tivo a soldati ralli fi gu rare p resenti, m a in realtà i nesistenti. I venturieri ch e si prestavan o a ques ta trulla ve ni va no c h iam ali "passavo]anti" e r icevevano per ]a loro prestazion e una m a n cia irri soria, m a correva no il r ischio, se scop erti, d ella cancellazione d a i ruoli.
IO. Il comhaUimenlo e l'evoluzione dell'arte m ilitare l'.insieme d elle n orm e c h e regolano il m ovime n to , lo s chierame nto e la ma novra de lle unità milita ri n el comba ttimento cos tituiscono quella b ra n ca dell'a rte milita re c h e é no ta col nome di ta ttica. Di tali n orme s i tratter à nel presente p aragrafo con riferim e nto, ovvia me nle, a lle compagnie di ventura. Per m ovimento tattico, s'inte nde que ll o a ttua to so tto la min ac-
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eia di offese avversarie per raggiungere la zona di sch ieramento o la base di partenza per l'attacco . Ovvio, perlanto, che si debbano osservare regole d i prudenza per evitare spiacevoli sorprese da parle avversaria; ciò si ottiene dislocando at torno a l grosso delle unità in movimento distaccamenti d i forze detti avanguardie, retroguardie e d islaccamenti liancheggianti. Queste regole erano note fin dai tempi più antichi ed attuate s ia dagli esercì li, sia dai popoli barbari nelle loro m igraz ion i; pertanto erano ben conosciute anche dall e compagnie di ventura. Quando una compagnia muoveva riunita, il dispositivo d i marcia prevedeva un'avanguardia costituita da cavalleggeri che precedeva il grosso; questo a sua voi la s i articolava in diversi raggruppamenti distinti per speciali tà e con l'avvertenza di mantenere a l centro di lutto il sistema in movimento i carriaggi e i rifornimenti; chiudeva una retroguardia, in genere di cavalleria pesante e talvolta venivano distaccali sui fianchi dei nuclei di caval leggeri. La lappa giornaliera s i aggirava sulle dieci leghe (circa quaranta c hi lometri). Quando le esigenze tattiche lo ric hiedevano la compagnia poteva dividersi in due scaglioni d i marc ia: uno operativo e l'altro logistico; in lai caso il primo muoveva più rapidamente percorrendo anche lappe più lunghe di quelle indicale mentr·e i carriaggi, con limitata sco11a, seguivano a d istanza di ore e talvolta di alcuni giorni. Il movimento comportava sempre delle soste durante le quali venivano attuate le fo1me di stazionamen to g ià descritte. Diamo ora u no sguardo a l modo ùi sch ierarsi sul campo di battaglia e a quello di combattere . A questo riguardo va detto c h e vi fu un lung o periodo di immobilismo nelle compagnie di ventura in quanto esse rimasero insensibili e rc l'r attaiie all'evoluzione che ebbero gli ordiname n ti, gli armamenti e le dottrine presso altri cscr·citi europei. Le compagnie di ventura accettarono solo limitate innovazioni nella tecnica d i combattime nto lasciando invmiati i ruoli e le priorità de lle varie arm i com.batten ti. Ma, in sostanza, com e com battevano queste compagnie? Le prime, quell e del Trecento, attuarono schem i lattic i a ncora molto simili a qu elli applicati negli eserc iti di tradizione fe udale. Invece i proced imen ti ad ottati dalle compagnie nel periodo elci cond o ttieri, s i ispirarono ai modelli fomi ti da d ue dei più famosi con d ottieri del t empo: Muzio Attenda lo sforza e Braccio da Montone, le cui scuole fecero testo sino a lla calata in Italia dell'e-
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sercito di Carlo VI 11. Si ebbero poi sforzi evolutivi nei primi decenni del Cinquecento, quando l'Italia cominciò ad essere percorsa dagli eserciti stranieri, ma ormai era troppo tardi. 11 periodo feudale non espresse, in Ital ia, né illustri condottieri né grandi strateghi. Un insieme di cause impedirono la cosliluz ione di eserciti regolari e numericamente cons istenti quali: l'ordinamento del sislema l"eudale che prevedeva il frazionamento teITitoriale, la mancanza di solide strutture politico-socia li e di adeguali organis mi burocratici, la complessità d ei sis temi di reclutarnento, diversi e.la un l"eudo a ll'allro60 . La capacità di reclutamento degli s tessi imperatori carolingi non superò, di regola, i c inqu emi la com batten li. Le guerre feudali ebbero quindi , per lo più, l'aspetto di brevi scontri, di rapidi colpi di mano, di attacchi a sorpresa e frequente ru il rifiuto della grande battaglia. N ell'alto Medioevo, la baltaglia campa le, cioé lo scontro predisposto in campo aperto tra eserciti di grane.li dime nsioni l"u un evento a lquanto saltuario; in Italia, infatti, in qua llrocenlo anni si annoverano solo sei grandi battaglie di questo tipo: fiume Panaro (643), t ra i Longo bardi di re Rola ri e le milizie dell'esarca di Ravenna Isacio; Forino o Avellino (663), tra i Lon gobardi di r·e Grimoaldo e l'esercito imperiale bizantino di Costante 11; Chiusa e.li Sa n Mi c hele (773), Lra i Franch i di Carlo Magno e i Longobardi di r e Desiderio; "Forche caudine", s ulla via Appia (843), tra g li eserciti d ei principi longobardi Radelchi e Siconolfo; Brenta (899), tra gli Ungheri e le mili zie ita liche di B erengario del Friuli e, infin e , la b a ttaglia di Fiorenzuola d'Arda (923) tra g li eserc iti di Berengario del Friuli e di Rodolfo di Borgogna. Anc he la La llica, nell'e poca feudale, e ra semplice e si basava sostanzialmente su due azioni: una c.l'ur·to, hn:ve e violenta, possibilmente d ecisiva e una lenta e progressiva di distruzione, estesa d a lle pa r ti a l Lullo. La prima veniva attuata con la carica d ell a cavall eria pesante e col combattimento corpo a corpo che seguiva all'urto iniziale; l'altra m ediante il combattimento a distanza attuato con le armi da getto. Ambedue le a zioni trovavano limitazioni a d una attuazione esclusiva e separala sul campo di battaglia ed in p r atica venivano
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Ph . Con tam inc, T,a g u erra, c ii., pp. 47-49.
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attuate in combina:1.ione lra loro cercando di integrarne gli effetti. I comandanti delle opposte forze, inolLr·e, prima di scendere in campo tenevano a rispettare un certo ritu ale: si sfidavano l'un l'altro e proponevano il comballimenlo per un certo giorno in un dato luogo, in genere una piana praliva non mollo estesa (i campi di battaglia erano allora piuttosto piccoli e la denominazione di campo ben si add iceva loro)_ Le ptime compagnie avevano tutti i requisili per somigliar-e ad un esercito feudale: non erano esageratamente numerose, disponevano di cavalleria pesa nte e di arcieri e sembravano modellate per attuare gli schemi tattici predetti6 1. Di r·egola una compagnia schierava la cavalleria pesante su tre ordini ciascuno <lei quali comprendeva dai quattro ai cinquecento cavalieti; davanti venivano disposli i pi cchieri e g li arcieri protetti dai palvesati che coi loro scudi formavano un lungo baluardo lineare. La battaglia iniziava con il lancio delle frecce e dei dardi di archi e balestre, destinati a colpire la cavalleria avversaria; l'effello di questa prima azione poteva riuscire di notevole efficacia qualora i I numero e l'addestramento dei tiratori fossero e l evati 62 • Successivamente i pa lvc.:sati aprivano dei varchi nel proptio schieramento dai quali trafilavano i cavalieri del primo or·dine che, riordinatisi, partivano alla carica contro l'analoga prima schiera di cavalleria avversaria. Le due formazioni piombavano una sull'altra in piena velocità; ogni cavaliere si sceglieva un avversario contro il quale puntava la lancia; dopo lo scontro chi era rimasto in sella sfod erava la spada o la mazza; iniziava la mischia, la lotta corpo a corpo. Chi era caduto a terra veniva a iu tato dai suoi paggi o catturato da quelli dell'awersario o u cciso63 (gli scudie1i e i paggi seguivano a piedi il cavaliere e intervenivano in suo aiuto quando il risultato del duello era ormai delinealo poiché il costume cavalleresco imponeva che i cavalieri lottassero solo contro allri caval ier·i)_ In ogni caso la battaglia si scomponeva e si stemperava in una setie di duelli e l'azione d'insieme non esisleva più. Alla carica del primo ordine seguivano quelle del secondo e poi del ter:1.0 fino a che uno dei due contendenti cedeva ritirandosi dietro agli scudi dei propri fanti per riorganizzarsi. La fanteria
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P. Pieri, Il Rinascimento, cit. , pp. 206-210. R. Barbcr, Tl mondo della cavalleria, pp. 224-226. 6 ' Tra i paggi e i valletti c'erano anche i cosidctti "coltcllicri" incaricali, appunto, di uccidere gli avversari atterrali <lai proprio cavaliere. 62
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svolgeva pertanto un compito secondario ed essen zialmente difensivo (salvo la fase iniziale degli arcieri e d ei balestrieri) cons istente nel trattenere la cavalleria avversaria mentre quella propria cercava di riordinarsi per tenta r e una ulteriore carica. Non era ancora una fanteria capace cli attaccare la cavalleria, tutt'al più era idonea a d arres tarne l'impeto offensivo dopo che la forza d'u rto originale si era in parte esaurita nella carica iniziale. Bisognerà attendere le fanterie svi zzere, la ric omparsa della lunga picca macedone e le m assicce formazioni a qua drato perc hé la fan teria diventi un'arm a idonea a nc he per l'attacco. Tuttavia, l'impiego be n coordinato di cavalieri e fanti poteva condurre facilmen te a lla villoria. In ogni caso l'esito di una battaglia non s i faceva attendere a lungo poich é nel breve volgere di alcune ore il comba ttime nto t ermin ava; lo sconfitto, oltre a ll e ammaccatu re e alle ferite non aveva, cli solito, grandi perdite da lam e nta re, salvo il caso di battaglie tra forze r ilevanti quali furono quelle in precedenza i n<l icate. Incisive modifiche a ques to sch ema furono introdotte <lai mer·cenari inglesi i quali giunsero in Hai ia nel 1361 : negli ordinamenti la "lancia" prese il posto della "barbuta"; negli armamenti il lungo arco gallese sostituì que llo cli tipo francese e nella tattica cambiò il modo di schierarsi e <li com batte re. La tattica inglese cons ist eva nel conse rvare costante mente un atteggiame n to dife nsivo-controffen sivo, all'insegna d e l "wait and see" (aspett a e vedi poi il da farsi) . La posi zione preferita pe r lo sch ieramento era quella ai m a rg ini cli un a ltopiano, tale cioè da costringere l'avversario ad attaccare in sali ta, e possibilmente difeso a i la ti d a ostacoli naturali per impedire aggiramenti. Sul davanti venivano costruiti due o più ordini di ostacoli per interrompere l'impe lo d e lla cavalleria avversaria. In prima linea venivano schi erati gli arcieri sostenuti dai picc hie ri ; questi si disponevan o con un ginocchi o a terra, la picca b en appoggiata al suolo e incl inata in avanti. Dietro di loro si disponevano le schiere dei cavali eri , m a a ppiedati, pronti con le lance in m ano per dar mar, forte a i picchieri; i cavalli venivano tenuti più indietro d ai paggi per sottrarli al tiro delle balestre avversarie. Se la emica n emica veniva arrestata dalla linea dei picchieri e <lei cavalieri della prima schiera, allora i cavali eri della seconda m o ntavano a cavall o e con trattaccavano, in genere con pieno s uc cesso. Se invece picchieri ed arcieri venivano spazzati via dalla cari ca avversaria sen za che venissero intlitle perdite rilevanti, allo-
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ra c'era il rischio di una rapida e completa disfatta in quanto i cavalieri non avevano tempo di montare a cavallo e di riordinarsi per combattere. Quando i cavalli passavano dal passo al lrollo, indi lanciati al galoppo l'uno di fianco all'altro, costituivano un'onda che si abbatteva su qualsiasi ostacolo con un impelo terribile, spesso irres istibile, in ogni caso difficilmente arrestabile . L'effello emotivo anticipava qu ello materiale sui combattenti che dovevano fronteggiare la carica e n on vi è dubbio che occorrevano coraggio e fermezza per rimanere al propr·io posto. Delineati così gli schemi di combattimento delle prime compagnie di ventura, per poter configurare compiutamente il quadro di sviluppo che con obbe l'arte militare nel Quallroccnto occorre far ri ferimento, prima che all'Halia, ai grandi Stati europei, alle monarchie di Francia, Spagna, Inghilte r ra cd Austria i cui eserciti, superata l'esperienza d e lle compagnie di ventura, assunsero le c.onnolazion i di forze armate naz ionali permanenti, stabilmente organizzate, diventando le istituzioni primarie di sostegno della coesione nazional e e del potere monarc hi co . In quegli eserciti vennero introdotti e sviluppati fin dall'inizio d el Quallroccnto i due elementi fondamentali di evoluzione della tattica: una fanteria valida, forte di un proprio spirito di corpo e di una propria capacità operativa ed una artiglieria campale idonea, per mobilità e potenza, a cooperare con le altre armi comhattc nti. Dal modo di combattere di questi eserciti scaturirono gradualm ent e i cambiamenti in c isivi che caratteril'.zarono le guerre del periodo rinascimentale in llalia e in Europa e che si possono riassumere nel modo seguente: - aumento del numero dei combatte nti in campo che, da seid iecimila, passava ai trenta-cinquantamila; - decadenza lenta, ma inesorabil e del ruolo della cava ll eria pesante; - rivalutazione della fanteria che assurgeva al ruolo di am1a principale e determinate del combattimento; - perfezionamento e diffusione delle armi da fuoco portatili e delle artiglierie; - trasformai'.ionc delle fortificazioni permanenti (dai cas telli turriti e dalle mura alte e sottili ai b astioni e terrapieni bassi e massicci). La rivalutaz ione del ruolo della fanteria fu opera e merito d egli Svizzeri. Questo popolo di montanari rustici e forti, stanziato
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su di un t erritorio di impervie montagne e di nudi altipiani era ricco solo di braccia, troppo numerose in rapporto alle modeste risorse di un'economia agro-pastorale, ma aveva acquisito una straordinaria abilità nell'uso delle armi coll'esercizi o continuo praticalo sotto una ferrea disciplina. Gli Elvetici consideravano il servizio armato un diritto imprescindibile legato alla loro condizione di uomini liberi ereditata dalla antica tradizione germanica dal c ui ceppo essi discendevano. Un nuovo e diverso spirito li animava: amor di patlia, rispetto della gerarchia liberamente eletta, fiducia nelle proprie forze, in contrapposizione al semplice amor di gloria del cavaliere feudale italiano. L a milizia nella quale tutti gli u omini, dai diclotto ai cinquant'anni, prestavano il servizio armato configurava non soltanto l'organizzazione militare predisposta per la guerra, ma anche lo strumento col quale il popolo svizzero cementava l'unione e il sentimento di indipendenza. Sull'esempio dei comuni lombardi le popolazioni dei cantoni di Urì, Schwytz e Untervalden avevano costituito organi autonomi di autogoverno dando vita al nucl eo primigenio della Confederazione; ad ess i si erano poi uniti i can ton i "forestieri", i Valdstatten desiderosi tutti di scrollarsi di d osso il dominio feudale di Casa d 'Asburgo cui erano soggetti. Troppo poveri per cos tituire unità di cavalleria, avevano formato soltanto reparti di fanteria, armati di picca, arma semplice, economica, ma efficace. Adeguarono la loro tattica al terreno montuoso sfruttando l'asperità del territorio per trasfo rmare la maggior potenza degli squadroni di cavalleria avversari in una cau sa di vulnera bilità . E così a Morgarten (1315) i cavalieri d'Asburgo, attirati d a i fanti svizzeri in un angusto fondo valle non riuscirono a dispiegare la propria forza d'urto; inva no misero piede a terra, ingombrati dalle pesanti armature e meno abili nel co mbattim e nto appiedati, furono accerchiati e fatti a pezzi. Successivamente a Sempach (1386) e poi a Nefels (1388) i fanti della giovane Confederazione riuscirono ad infliggere due decisive sconfitte alla cavalleria austriaca ponendo definitivamente termine al dominio degli Asburgo in Svizzera. Tatticamente l' "ordine svizzero" era quanto di più semplice si potesse immaginare in quanto opponeva alla forza d'urto espressa dalle cariche della cavalleria corazzata quella di una compatta massa di uomini appiedati schierati in blocco. Questi co mbattenti appiedati si affidavano al numero e alla
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lunghezza d elle picche per conlrobattere il superiore armamento e il migliore addestrame nto individua le dei cavalieri. r.:aspelto innovativo e quasi rivoluzionario fu proprio qu e llo di contrapporre all'individualismo del cavaliere m edievale, che c oncepiva la battaglia come un'esibi:1.ione di d estrezza e di valore individuale, l'espressi one di un più accentuato spirito di corpo che conferiva una straordinaria coesione a diverse mi gliaia di fanli strettamente sc hierati uno accanto a ll'altro. Il modello svizzero si riallacciava al mondo antico, alle falangi macedoni e a ll e legioni romane e prevedeva da uno a tre "quadrati" di fanti ciascuno esteso su di una fronte di ottanta-cento comb attenti per una profondità di setta nta-novanta righe occupanli una superficie quadrata di cen to metri d i lato. Nelle prime righe, tutt'attorno a l quadrat o, si schieravano gli uo mini più valorosi e più esperti, armati di picche lungh e da c inque a sei m etri c he, al momen to d' inizio del combattimento venivano impu gnate con a mbo le mani inclina te in avanti, conrere ndo a ll'unità il caratteristico aspetto di "istri ce" . I gradu a ti impug navano l'a la barda, arma mic idiale nella lotta ravvicinata contro i cavalieli; die tro e a l centro s i pigiava la massa, armala a lla meglio, ma utilissima n el sospifigere in avanti il quadrato . Sul campo di battaglia i tre quadrali si di sponevano obliquam e nte in modo da poter inle rve nire in su ccessione di tempo: il primo vibrava il colpo di maglio ini ziale, il secondo s i teneva in misura di debellare gli a llacchi sui fianchi e di reiterare lo sforzo del primo qualora l'impeto d i questo fosse s ta to rallentato o arrestato: il terzo costituiva la 1iserva taltica 64 . Questa formazione, na ta per fin a lità difensive, divenn e ben p resto il più efficace s trumento offensivo del Quattrocento e della prima metà d el Cinquecento . Le ragioni del successo no n deri va vano dalla sco pe rta di nuove a rmi, né da un diverso modo di m aneggiare quelle in dotazione; era il modo di ordinare i combattenti ch e costituiva la vera novità, era la massa e la coesione fisica e morale d elle truppe che consentiva ai quadrali di esprime r e una pote nza sconosciula a qualsiasi allra uni tà di fanteri a e s uperiore anche a quella delle unità di cavalleria. Per con seguire un s im ile risultato si rich iedeva ai soldati un perfetto addestramento individuale e ciascuno doveva
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P. Pier-i, Il Rinascimento, cit., pp. 234-239.
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a bitua rs i a considerare se stesso come parte fondamentale dell'unità di cui faceva parte la cui effici e nza era affidala a lla coesione collettiva. So lo con una ferrea disciplina s i poteva ottene re un risulalo d el gene re e, infatti, i combattenti che in battaglia abbandonavano il proprio posto o arretravano per timore, ven ivano condannati a morte e giustiziati dai loro st essi commilitoni, sicché "... per paura di vergognosa morte, non s i t emeva una honorata morte." 65 . Gli Svizzeri ignorarono quasi sempre le sofisticate regole della g uerra manovrata osservate dalle compagnie di ventura italiane c he preved evano elaborali piani <li baLLaglia e ingegnosi diversivi tattici. La loro forza risiedeva nella compattezza dei loro quadrati <lolali per loro na tura d i s carse poss ibiltà di man ovra e quindi cercarono sempre e dovunque lo scontro risoluti vo l"ronLale 66 . I primi qua drati erano composti d a cir ca duemila fanti, una massa ancora non rile va nte che poteva essere agevolmente aggirata e a n ch e disgregata da decise carich e <li cavalleria. Ma ben presto i quad rati ra<l<loppiarono e triplicaro no <li !"orza raggiungendo uno standard di otto-novemila combattenti. La fanteria diven ne in tal modo su i campi di battaglia una fo r za irresistibile t ogliendo alla cavalleria corazzata il ruolo <li arma decisiva del combattimento. TI quadralo di fanteria, una volta collauda to con s uccesso in Svizzera, divenne il modello <li riferim e nto per altri eser citi europei, in particolare p er quelli austro-tedeschi che formarono le un ità di "lanzichenecch i" e p e r quelli spagn oli c he dettero vita alla fanteria in-egimentata nei "terc ios". Tuttavia gli svizzeri rimasero per quasi due secoli i migliori l"anli d'Europa e a nc he se ta lvolta co nobbe ro la sconfiLLa come a Marign a no ( 15 15) e a lla Bicocca (1522), non p ersero mai il loro prestigio ed il loro ruolo. TI servizio m e rcenar·io a ll'estero dive nne be n presto la princ ipal e , se non l'unica, fonte di ricchezza p e r le popolazioni dei Cantoni svizzeri e la facilità nel trovare ingaggi ben retribuiti finì pe r co ndi l'.ion a re la stessa eco nom ia d e l paese il c ui svi luppo venne in tal modo frenato pe r lungo te mpo.
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P. Giovio, l/isloria del suo tempo, p. 341. R. A. Prcston -S. F. Wisc, Storia sociale della guerra , cit. p. 116. G li Svizzc1i furon o i p rim i solda li di un ese1·c ilo medievale a mar ciare al passo, al s uono d el 66
tamburi .
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Le unità svizzere vennero ingaggiate da tulli gli Stati europei, compresi quelli italiani che potevano permettersi di affrontare l'onerosa spesa per a ssoldarli . La sola condizione che i mercenari svizzeri ponevano, consisteva nel rifiuto di combatlere contro altre unità <li connazionali. I picchieri svizzeri prestavano servizio soltanto nelle loro unità nazionali, sotto le loro bandiere, comandati soltanto dai loro ufficiali, restando soggetti alla giurisdizione dei loro Cantoni d'origine i quali non rinunciavano mai alla sovranità s ui loro cittadini. Non si potevano quindi definire dei mercenari nel senso usuale del termine in quanto essi servivano agli ordini del loro paese. I contratti d'ingaggio, infatti, venivano stipulati dai Cantoni come tratlati di alleanza o "capitol azioni" con le quali veni va no de finiti tutti gli aspetti della prestazione militare da fornire. 11 soldato svizzero percepiva una paga come militare del proprio Stato che momentaneamente combatleva, in qualità di alleato, a favore di un altro Stato. La milizia svizzera fu un fenomeno presente, come già dello, in tutti i princ ipali eserciti europei e durò più a lungo <li qu a lsiasi a ltra milizia mercenaria: la Francia ebb e reggimenti svizzeri sino al 1816, il Regno di Sicilia s ino al 1859 e sino al 1870 ne ebbe lo Stato pontificio, nel quale l'attuale Cor-po della Guardia Svizzera Pontificia n e continua la tradizione. Oggi gli "alabardieri" di questo reparto d'onore, che assolve unicamente funzioni di rappresenta11Za e <li sorveglianza locale, vengono reclutati su base volontaria, ma occorre ancora l'autorizzazione del governo cantonale per c iascuno di loro. Il successo dei quadrati svizzeri durò sino a quando le armi da fuoco ed in particolare le artiglierie campali non raggiunsero una sufficiente efficacia da imporre un cambiamento degli ordinamenti. Le formazioni vennero necessariamen te snellite e nacquero le "battaglie" francesi e le "colunelas" spagnole da c ui d erivarono rispellivamente i battaglioni e i "tercios" che a loro volta dettero origine ai reggimenti e al grado <li colonnello (comandante di colonna) . Ma l'avvento di queste nuove formazioni si ebbe in un periodo successivo a quello in esame e pertanto non verranno considerate. Gli eserciti dei vari Stati italiani, costituiti per lo più da com pagnie di ventura , non svilupparono processi evolutivi simili a quelli descrilli e rimasero ad un livello di rendimento in[er·iore rispetto agli altri eserciti e uropei, principalmente per due motivi: per <lifello istitutivo, in quanto mantennero la caratteristica di
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eserciti mercenari e per difetto di forze di fanteria e di artiglierie campali. Siccome le compagnie di ventura combatterono sempre tra loro in Italia, esse non si accorsero della loro inferiorità fino alla calata dell'esercito francese nel 1494. Fino a quell'evento le battaglie vennero coni.battute facendo affidamento sulla cavall eria pesante, lasciando la fanteria ai compiti sussidiari indicati; negli assedi alle fortezze s i faceva a ncora ricorso alle macchine da guerra e le artiglierie, dato il loro peso rilevante e la difficoltà d i maneggiarle, venivano impiegate per lo più dagli spalti delle mura o comunque da postazioni fisse. Nella tattica tutte le compagnie del Quattrocento s i attenevano a lla dottrina delle "scuole" di Muzio Attendalo Sforza e di Braccio da Montone e pe1- oltre c inquant'anni si guerreggiò in modo che: " ... gli uomini non si ammazzavano, le città non si saccheggiavano e i principati non si distruggevano. Le guerre si incominciavano senza paura, si trattavano sen za peri colo e s i finivano senza danno 67 ... " ; e ancora: "Innanzi al 1494 erano le guerre lunghe, le giornate 68 non sanguinose e i modi dello espugnar terre, lenti e difficili e se ben erano già in uso le artiglierie, si maneggiavano con sì poca altitud ine che non offendevano molto: in modo che chi aveva uno Stato era quasi impossibile che lo perdesse" 6 9 . l due condottieri capi-scuola, Sforza e Braccio, che ebbero la ventura di vivere nello stesso periodo, furono entrambi abili capitani e seppero conquistarsi fama e potenza col proprio valore e con la propria capacità professionale. Combatter-uno innum erevoli battag lie, molle come avversari, impos tando il modo di combattere secondo concezioni personali, frutto cli esperienze dive rse maturate sul campo, ma che avevano dei punti in comune nell'impi ego della caval ler·ia pesa nte come an11a Iisolutiva e nel ricorso alla fortificazione campale. Sforza era intrepido, prodigiosamente forte, molto autorevole ed aslulo. La sua lallica si ispirava a lla prudenza e a lla cautela; evitava la battaglia se le circostanze non si presentavano a suo favore, ma una vol ta accettato il combattimento, lo conduceva con impelo, impegnando tulle le for;,.e di cu i disponeva in modo da sfen-are un attacco potente e possibilmente decisivo.
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N. Machiavelli, Jstorie fìorentine, lib. V, passim. Il Ler-mine "giornata" era u salo anche pe1· significare scontro, battaglia. 69 F. Guicciardini, Ricordi politici e sociali, pp. 32-35-73 .. 68
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Braccio e ra invece un uomo di buon cuore, colto, più magnanimo e più acuto d'inle lle llo del suo a ntagonista. Porla lo più alla manovra c he agli attacchi frontali, impegnava l e sue forze per a liquote e in tempi s uccessivi, dosandole in rela :1.ionc a lle esigenze. Fu lui ad impiegare per primo le forze per squadre, inlroduccndo in tal modo, se n on il con cetto <li r iserva, a lmeno quello di rincalzo. Ad entrambi, però, per esser e veramente grandi, mancò un ideale che li elevasse al <li sopra delle ambizioni comuni a tutti i capitani di ventura; ci fu un mom e nlo in c ui le loro compagnie rappresentarono una forza invinci bile, co n la quale si sarebbe potuto realizzare un diseg no nazionale uni tari o, m a un s imile obbiettivo no n se lo pose nessuno dei due. Cionondimeno questi due personaggi reslano fi gure di primissimo piano nella storia dei condottieri rinascimentali, veri maestr i a lle cui scuole s i form arono tutti i grandi capitani italiani del loro secolo. La dottrina dell e due scu ole si ispirava al crilerio de lla difesa e <le] successivo contrattacco, un po' s imile a quella inglese . La prima preoccupazione di un capita no consisteva n el procurarsi u na hase s icura, un cam po trincerato o una fortezza, ove dislocare le proprie Lrnppe a l riparo da sorpres e. Da tale base egli poteva s tudiare le mosse d ell'avversario e attendere l'occasione opportuna per coglie rlo nei momenti di crisi (da qui l'ampio rico rso agli informatori e alle spie). L'ideale cons isteva nel sorprend ere l'a vve rsario in marcia, in cond izioni di difficoltà ad assumere tempestivamente uno schi eramento idoneo per la battaglia e fosse quindi costretto alla fuga o alla resa. In alternativa, si poteva manovrare d alla base con poch e forze per attirare l'awersario a combattere verso una posizione prescelta, oppure lo s i poteva a ssalire m entre era ancora impegnato a realizzare le proprie forlificazioni difensive . Ma tutte queste situazioni si ver-irica vano di rado e in pratica, il più delle volte, le compagnie si affrontavano in regolari battaglie in campo aperto. ln t al caso le forze venivano schierale secondo sch emi variabi li , ma che lasciavan o sem pre alla cavalleria pesante il compito di sferrare, prima o poi, la emica decisiva. Braccio, ad esempio, Leneva la cavalleria al centro e schierava i fanti e gli a rcieri ai lati e in avanti, quasi a formare due corna con le quali tentare l'avvolgimento della cavalleria avversaria dopo averla impegnata frontalmente con quella propria. l condollieri non conducevano m a i battaglie di annientamento e s i sforzavano <li battere l'avversario p er manovra più che sterminarlo, sicché gli scontri potevano svilupparsi in b rillanti falli d 'ar-
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me, ma anche in ver·gognose sceneggiate. Di sicuro essi non si intestardivano mai nella conqu ista <li una posizione se il prezzo da pagare, in te rmini di perdite, era alto; i massacri così frequenti nelle guerre e.lei secolo successivo eran o lontanissimi dalla loro mentalità, anche perché il nemico e.li oggi poteva diventare l'alleato di domani. È certo, infatti, che se uno dei due contene.lenti chiec.leva una tregua o la resa, questa veniva s ubito accordata, i prigionieii rispettati e a l più presto rilasciati com 'era nel costume tedesco 7°. Un esempio a questo riguardo fu la battaglia di Macloc.lio (1427) nel corso della quale il Carmagnola, capitano generale delle compagnie venete, catturò l'intero eserc ito del duca di Milano. In que lla hauaglia le compagnie ducali si lasciarono imbottigliare in alcuni stretti corrido i di teiTeno asciutto , circondati da paludi, nei quali si erano spinti per raggiungere e a ttaccare l'accampamento d i Maclodio, base delle forze Venete, ma vennero ben presto bersagliate da nugoli e.li fr·ecce e di dardi scagliati dagli arcieri e balestrieri veneti nascosti nei canneti ac.liacenli. Bloccali frontalmente dalla cavalleria pesante e aggirali e.la tergo da torme di cavallegger i, i ve nturieri ducali non ebbero n é modo di combattere né e.li fuggire e c.lovellero ar-rendersi. O ltre diec imila furono i piigionieri, tra i quali lo stesso condottiero ducale Carlo Malatesta, ma dopo poc hi g iorni vennero tutti liberati. Un altro esempio s ignificativo fu la battaglia di Caravaggio (1448) combattuta tra le compagnie agli ordini di Francesco Sforza, a l soldo della Repubblica Ambrosiana, e qu e ll e d i Mi ch eletlo degli Allendol i, a l servizio di Venezia. Non fu una battaglia c ruenta, ma le forze e.li Mi che letto vennern callurate quasi interamente dallo Sforza con un'abile manovra: in un primo tempo questi r·imase su lla difensiva, cer·cando di contrastare frontalmente le forze avversarie attaccanti e, in un sccon<lo tempo, con un rapido aggiramento piombò alle s palle delle schiere ven ete con drappelli <li cava leggeri. Fu una classica manovra difensiva-controffens iva . Miche letto venne licenzialo e conc luse ing loriosamente una carriera che lo aveva portato, n ei venticinque anni di attivi là <lei la s u a compagnia cli ventura, a combattere in tutta Italia figurando sempre tra i più quotali capitan i. Ma a Caravaggio s i
711 A. Mock.le1·, Storia dei mercenari, cap. 11, passim . l mercenari avevano una sentit a sol.i da1·ictà di mestiere anche quando cornhaLLeva110 gli uni conlrn gli altri. Unica eccezione gli Svizzeri i quali uccidevano quals iasi ptigionicro ch e non dava garan zia di poter paga i-e un congruo riscallo.
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lasciò giocare dal g iovane consanguineo e, come si suol dire , ci rimise le penne nonostante i suoi venturieri venissero tulli liberati sen za rich iesta di riscatto. Con l'inizio del Cinquecento anche le compag ni e di ventura cercarono di adeguarsi all e innovazioni aumentando guadualmen te il numero dei fanti a scapito di que llo d ei cavalieri corazzati. M a ormai non era solta nto una questione di ord1namenti e di arte m il itare. Sulla scena milita re ita lia na eran o comparsi nu ovi e più impo rta nti attori: le gr andi mon archie e uropee la cui pote n za sovrastava quella dei piccoli s taterelli italian i; non c'era più spazio ne mmeno per le compagn ie di ventura la cui struttura non poteva reggere il confronto né sul piano m ilita re né su quello economico con gli eserciti di quelle grandi poten ze. Così gradualmente esse scomparvero, lasciando forse a nc he qualche rimpianto tra le popolazioni perch é i soldati de l re di Francia e quelli del re di Spag na non furono mig lior·i d ei venturieri nostrani in fatto di rnhe rie, saccheggi e violenze, con l'aggrava nte d el numero che era quintuplicato.
Capitolo quarto
LE TNCURSIONI DELLE COMPAGNIE STRANTERE
1. Generalità La presenza di una compagnia <li ventu ra in una provincia comportava sempre un danno per la popolazione locale, sia che l'unità dovesse fermarvisi per combattere, sia che dovesse stazionarvi o anche solo transitarvi: saccheggi, devastazioni e soperchierie erano gli eventi ricorrenti e inevitabili come si è già visto in precedenza. Ma una cosa erano i saccheggi, un'altra le crudclta e le violenze. T primi si potevano in qualche modo comprendere dato il bisogno <lei venturieri di autosostentame nto, ma le seconde res tano comunque manifestazioni imper·donabili anche tenendo conto <lei costumi del tempo, nei quali una certa violen:1.a in situazioni di co nrlillualità era considerata inevitabile. Nella concezione della guerra come professione ese1-citata a scopo di profitto, l'odio e il furore, presupposti d ella violenza, erano sentime nti poco frequenti; più facile, invece, riscontrarli nelle contese sociali, nelle ribellioni e nelle lotte di fazione, Raramente quindi i venturieri infierivano con odio contro popolazioni inermi, anzi, fra i pochi meriti c he si possono loro riconoscere vi è l'aver introdotto un indubbio addolcimento nel costume militare guerresco: la resa <li un awersario era subito accolla e il vinc itore non infieriva mai stù vinto. Cionondimeno, atti di violenza e di crudeltà furon o commessi dai me rcenari e la Romag na, come terra-crocevia e area politicamente depressa, ebbe il triste privilegio <li subirne più di tante altre province. Nd descrivere le vicende delle compagnie <li ven tura in Romagna, tuttavia, non si può par1ire dalla cattiva nomea <li queste che non sempre si basava su fall i <li s icuro riscontro, anzi spesso era costru ita sui racconti popolari che amplificavano nei passaggi di tempo e di luogo la misura delle cattive gesta dei ventmieri. Per una valutazione obiettiva del comportame nto delle compagnie di ventura si d eve innanzi tutto tener conto delle diverse situazioni operative in cui esse potevano veni re a trovarsi e che erano sostanzialmente due: ingaggiate al soldo di qualche SI.alo per condurre operazioni belliche contro altre formazioni militari similmi, oppure momentaneamente inattive eù in allesa di ingaggio. Nel primo caso il comportamento delle compagnie non fu dis-
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simile da quello di qualasi altro tipo di milizia, ivi comprese quelle cittadine e comunali; dunque i danni e le violenze perpetrate in comballimento anche contro popolazioni inermi, ma dovute alle esigenze tecniche operative, non si possono add ebitare alla natura mercenaria delle compagnie. Anche l'eventuale saccheggio di una c illà rientrava nelle conseguenze di una guerra secondo le usanze del tempo e non lo si può addebitare a specifico vandalismo dei vent urieri. Altrettanto dicasi delle scor rerie condotte in territorio nemico, in quanto erano a ttività comuni a tutti g li eserciti e finalizzate a l reperimento di rifornimenti di generi di sussisten za. Nel secondo caso,invece, ossia ne i periodi di tregua tra un ingaggio e l'altro, le compagnie avevano tre possibilità: riti rarsi in qualche base di acquar tieramento vivendo dei guadagni accumulati nelle operazioni precedenti; trasfe rirsi verso province ove maggiori erano le probabilità di prossimi ingaggi; creare artificiosamente condizioni di guerra a proprio esclusivo vantaggio, condu cendo operazioni di brigantaggio. Le prime due possibilità erano piuttosto aleatorie poiché, per e le menti stranieri quali erano i componenti delle prime compagnie di ventura, non esistevano in Italia basi sicure ove ritira rsi nei periodi di pace e nelle pause invernali; nemmeno d a supporre poi la possibilità che qualch e cillà offrisse spontaneamente ospitalità a quelle bande. Solo le compagnie italiane del Ouattrocento potevano adottare questa solu zione, allorché il condolliero c he le comandava disponeva di possedimenti territoriali in proprio. La possibilità di trovare ingaggio in qualche a ltro angolo d'Italia non mancava mai, data la si tuazione politica del tempo; tu ttavia, secondo le consuetudini osservate <la Lulti g li eserciti, nei mesi invernali le operazioni belliche si sospendevano e un periodo di stasi era quasi inevitabile. Nell'attesa di un reingaggio quindi l'allività più praticabile era il brigantaggio, c he oltretutto era anche assai redditizia, specie con l'imposizione di taglie alle cillà più ricche in cambio dell'impegno di non sacch eggiarle . Esemplare a l riguar·do fu la t aglia pagata da Firenze a Giovanni Acuto, come già ricordalo, e da a ltre città della Toscana per garantirsi l'incolumità triennale dalle violenze di quel venturiero, che raggiunse l'astronomica cifra di duecentoventicinquemila fiorini 1, una somma che si avvici nava a lle
1
Ph. Contaminc, la guerra, cil. , p. 25.
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entrate a nnuali di un principato e che nessun ingaggio regolare avrebhe mai consen lito di realizzare. Ma non tutte le opera:1.ioni di brigantaggio erano così redditiz ie e incruente; la maggior parte consisteva in ranie, s poliazion i,assalti a castelli, a piccoli borghi e via dicendo, luttavia le violenze che si verificavano nel corso di tali azioni erano una conseguenza, maj un fine. Al di fuori delle s ituazioni delineale, vi furono due c ircostanze nelle quali, invece, alcune compagnie straniere si comportarono in modo anomalo, compiendo alli finalizzati di inaudita ferocia e di barharica violenza: l'occupazione di Faenza nel 1376 e l'eccidio di Cesena del 13 77. Esanlineremo in prosieguo i due episodi cui ora s i accenna soltanlo, precisando sin da ora che essi segnarono il culmine del vandalismo dei venturieri mai più raggiunto in llalia da altre formazjoni militari similari. Va precisato, infine, che gli atti di violenza e di vandalismo si verifica rono principalmente nei primi trent'anni di attività <lelle compagnie <li ventura; dopo il 1380 tali unità non furono più associazioni temporanee che ricercavano nella guerra un'occasione di rapido arricchimento, ma divennero organizzazioni più stabi li che inseguivano anche la continu ità e la sicurezza del soldo e mantennero un comportamen to me no banditesco. Da queste premesse s i può ora procedere a descrivere le vicende di quelle compagnie che, per scelta o per ventura, entrarono in Romagna e lasciarono traccia e ricordo del loro passaggio, escludendo quelle formazioni c he , per la limitala consistenza e per la breve esistenza, non riuscirono a conseguire una individualità ben delineata nelle cronache del tempo. Non sarebbe infatti possibile, nemmeno volendo, se1:,'U ire le vicende di tulle le compagnie minori che operarono saltuariamente in modo autonomo; basti pensare c.:h e trn il 1330 e il 1180 furono attivi in Ttalia circa settecento capitani di gruppi e bande mercenarie tedesche aventi ai loro ordini, complessivamente, circa diecimila uomini 2; una media, dunque, di appena una quindicina di mercenari a Lesta.
2. La "Gran Compagnia" e i suoi capitani Correva l'anno 1342 a l Soglio pontificio era salilo da poco il nuovo papa Clemente VI, la Santa Sede era ancora ad Avignone ed 2
E. Ricotti, Compagnie di ventura, cit. , voi. II, p . 5 ..
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in Romagna, dopo il fallilo lenlativo del cardinale Del Poggetto di sollomellere la provincia all'autorità della Chiesa, i signornlli erano tornati al potere nei rispettivi domini i. In particolare: a Forlì dominava Francesco Ordelaffi, a Fae nza Giovanni Manfredi, a Imola Lippo Alidosi, a Rimini Malalesla detto Guastafamiglia e a Ravenna Ostasio da Polenla. La displuviale appenninica e le propaggini settentrionali non apparlenevano ancora alla R epubblica di Firenze c he, tullavia, vi esercitava una forte influenza a vvalendos i di due fedeli famigli e nobili del posto: i conti Guidi e i della Faggiuola. In questo quadro una forma;,,.ione mercenaiia di no tevole consistenza si apprcslava a m etter piede in Romagna prove nie nte dalla Toscana. Qui, nell'es tate, era term inata la g uerra lra Pisa e Firenze per la città di Lucca, nel corso della quale Pisa aveva impiegato numerosi contingenti di mercenari tedeschi provenienti , per lo più, dalla diserzione d ell'esercito imperiale <li Ludovico il Bavaro e di quello di re Giova nni di Boemia. Conclusa la pace lra Pisa e Firenze le milizie vennero licenzia le; i mercenari,tuttavia, non si fermarono alle por·te di Pisa in vana attesa, ma pensarono, invece, di riuni rsi e di formare una compagn ia pe r guerreggiare "... i più deboli e i più doviziosi ... ", come g ià d ello, mettendo in comune i guadagni e ripartendoli poi secondo il grado e il merito di ciascuno. Chi aveva fatto l'accorta propos ta era un nobil e tedesco, Werne r von Urslingen, al quale, " ... al vanlo delle ardite gesta, all'alterezza e bravura dell'animo ed alla forza del corpo, accresceva pres tigio la nobiltà dei natali ... "\ Questi era sceso in Italia nel 1339 dalla nativa Svevia al comando di una robusta banda di svizzeri e tedeschi, " ... uomini l"orti, per la più parte t erribili di aspetto, di grande slalura e aggu erritissimi. .. " 4, e si era arruolalo al soldo di Lodrisio Visconti assieme ad un allrn no bil e tedesco, Conrad von Landau (che ritroveremo ben preslo in azione in Romagna) , nella co mpag nia d e nominata di "San Giorg io". TI Visconti mirava a sottrarre Milano ai cugini Azzone e Lu chino. Lo scontro decisivo tra le opposte l"or;,,.e avvenne a Parabiago (1339), nella parte nord occidentale del Milanese; si trattò di una dell e più aspre e cruente battaglie che fossero stale sino allora combattute e s i concluse con la sconl"ilta di Lodrisio
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E . Ricotti , Cornpagnie di ventura, cit . . voi. II , p. 50. G. Villa ni, Cronache, l. XT, p. 8 1 ..
Le incursioni delle compagnie straniere
Ili
Vi sconti e con la dis fa tta dell a c ompagnia di "S a n Giorg io". L'Urslingen, o duca Gua rnieri, come lo chia m ava no in Ita lia, d o po la scon filla di Parabiago, raggiunse la Toscana, offrendo il su o braccio a Pisa in guerra contro F irenze . Una volta conclusa la pace fra le d u e città fu a pp unto lui a riunire le ba nde mercen a ri e tedesche. Ele tto loro capo nel corso di un a tumultuosa assemble a 5 , ba ttezzò la n eo fo rmazione "G ra n Com p ag ni a". A os te ntazi o n e d e ll a p rop ria p rote rvia , s i fece costruire un a corazza sul pe ttorale de!Ja q ua le fece scri ve re, a letLe re d'argenlo; "Duca Guarni e ri signo r e de lla Gr an Compag nia, nim ico d i Dio di p ietà e di misericordia" 6 • Il Ricotti d i lui scri ve: "Non ebbe né vizi n é virtù degni de lla s lo ria e tuttavia il s uo n ome rissò, se n on l'origine, la c ompa rsa delle compagnie di ventura in llalia" 7 . Per q ua nto il grosso d ella "Gran Comp agnia" fosse cost ituito d a t e d esch i, no n ma n cavan o me rce n a ri i Laliani. Alcuni eran o capeggia ti dal bolognese E ttore d a Panigo il quale a lla battaglia d i Parab iago aveva mii ita to in cam po oppos to a qud lu del du ca Guarnieri, determinando, a nzi, col pr opr-io intervento l'esito stesso della battaglia; ma era p1;vilegio d ei mercenari alternarsi a combattere su opposte fronti sen za che c iò prod ucesse meraviglia o risentime nti p ersonali. Un allro ita lia no di una certa rinomanza presente nel la compagn ia f-u Fra ncesco Ordela ffi , sig nore d i F orlì, il quale , perallro, ricoprì ruo li a mbivalenli in quanto vi fu un periodo in cui da componente della compagnia di ven ne s uo ingaggia tore. Al mom ento de ll a s ua cos tilu,.ione la "Gra n Compagnia" comprendeva t rem ila "barbute", ossia seimi la com ba tte nti a cavallo, più un imprecisato nu mero di fa nti e di saccomanni. Era la p rima volta ch e un'unil à m e rcena ria auto noma raggi un geva una foo.a d el gen ere e immed ia ta fu la pa ura e l'a pprension e delle città toscane di veni re a ggr e<li le e sacch eggia le. Appena form a ta, la compag nia era in attesa di ingaggio e si è vist o c he l'a ttività tipica di qu es la posizion e di a llesa era il brigantaggio. E ques lo he n lo sapeva no le città tosca ne che si affrellarono a d o ffrire al duca G ua rnieri for ti somme di da naro per tener lontan a d a i loro territori La n ta cala mità . Furono dunqu e la cattiva 5
A. Franch clli , / primordi delle Signorie cit. , p . 9 1.
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G . Ca nestrini, Documenti, cii. , p. XXXTT.
7
E . Ricotti, ibidem, voi. 11, p. 79.
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nomea dei m ercenari e la paura delle loro violenze, più ch e la loro potenza militare, a g iocare un ruolo decisivo. La novità, la pa ura di una forza che si stava manifestando a llora e che la voce popolare ingigantiva oltre i limi ti r·eali , indussero città c he pur disponevano di solide mura e di milizie proprie, a chinare il capo e ad accellare l'imposizione di taglie, senza comhalle re. E p ensare che la "Gran Compagnia", com e tutte le prime compagnie di ventura, non era d otata delle macchine occorrenli per la guerra ossidionale e non sarebbe mai riuscila ad espugnare una città . Pisa o ffrì a l du ca Guarnieri e ai suoi venturieri quallro mesi d i paga a titolo di liquidazio n e p e r il precedente ingaggio e li aizzò contro i signori di Rom ag na ed i comuni d ell'Italia centrale pe r allontanarli d a l proprio territorio. Da Pisa, p e r Empoli e Poggi honsi , la compa gn ia giunse a Siena e quindi, p er la Val <l ' /\ rbia e la Val di Chiana, a Perug ia , d ep redando a piene m ani borghi e campagne lungo il percorso e cost ringendo po i le due città a pagare a caro prezzo il privil egio <li non essere attaccate e sacch eggiate. Questi primi s uccessi resero più protervi i venturieri e il loro com po r·ta menlo andò via via peggiorando. Da Pe rng ia la "Gran Compagnia" puntò a nord p e r Città di Castell o verso la R omagna, lasciandosi dietro una scia d i rovine, m en tre l'onda del racconto delle su e calli ve gesta la precedeva valicando l'Appe nni no, provocando panico e paralizzando le e ne rg ie. Intendimen to del duca Guarnieli era di di1igersi s u Rimini e s uccess iva mente <li puntare verso Bologna lungo la Via Emilia, portando via tutto ciò che la ri cchezza d e i luoghi e l'acquiescen za degli ab it anti locali polevano offrirgli. La decision e di entrare in Romagn a era s la ta indotta dallo stesso Francesco Ordelaffi ch e a veva assold alo un'aliquota d elle forze della compag nia slessa con l'intendimento di awalersene p er a tta cca re i feudi ma la t es tiani de l Rim i nese. M a Ma l at e sta Guas tafamiglia lo prevenne: t rasse infatti dalla propria part e il duca Guarnieri offre ndogli una cospic ua somma con l'incarico d i a llaeca re Fano, il c h e va lse a neutrali zzare il pro ponim ento d ell'Ordelaffi. Fano non s i sog nò n emme no di resistere a quel ra m igeralo capitano e questi si trovò a d aver assolto il compilo sen za colpo ferire . Siccome l'o,..io non produceva profitti, il capita no decise <li
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raggi ungere la zona di Imola e di Bologna e di lì puntare poi sulle r icche c illà della Lombardia 8 • La compagnia mosse dunque da Fano verso Rimini lungo la litoranea cd e ntrò in Romag na in un giorno d ell'autunno d el 1342. Avvic ina ndosi una siffatta minaccia, i s ignori di Ravenna e Ferrara ed i comuni di Bologna, Imo la c F ae nza si accordarono per unire le loro forze in una difesa c omune. Sorse così la prima confederazio ne di Stati contro le compagnie di ventura. Ciascuno dei confedera ti metteva in campo un contingente di forze e nominava un proprio cap itano, m a il comando generale sare bbe Laccalo a quello d ello Sta to nel cui territorio capitava di dover combattere. Dalla confed e raz ione ve nnero prontamente predis pos t e e d at tuale opportune misure di difesa. La linea di r esistenza venne fissata d ava nti a Faenza a ridosso d el co rso del l'ium e Lamone che in quella stagione doveva, g ià di per sé , costituire un ostacolo non fac il e d a sup erare. Per a ccrescere l'impedime nto d el corso d'acqua ven nero comu nque costruite difese campali co stituite da pmrondi fossati a s barramento d ei gua di più agevoli per interdire possibili infiltrazioni. Davanti e a i lati d ei fossati ve nnero realizzati campi ostaco li con pali e tronchi d'albero appun titi, piantali nel Lerr-eno con inclinazion e verso la direzione d i proven ie nza degli avversari, legati tra loro a ffin c hé non po tessero essere divelti e sp orgenti a s uffi c ie n n pe,- impedire il tra n sito alla cavallcria9 . Ta li ostaco li erano st ati predisposti in profondità, s u divers e linee, e d erano p oten ziati da presidii di arcie ri e balestrieri. Non si conosce lo sviluppo lineare di queste difese; certo dovevano raggiungere qualc he chilom etro per lo meno, altrimenti la fac ilità di agg irarle n e avrebbe vanificato l'utilità. U n s is te m a d i difesa campale di questo genere era antic hissimo.Vie ne immediato, infa tti, l'accos tame nto con quello, analogo, che Giulio Cesare aveva a llualo più volle nel corso della campagna di Gal li a ed in particolare nella battaglia di Alesia (52 a .C.). Nei suoi commentari Cesare h a lascialo d escriz ioni particolareggiate sulle m o dalità di costruz ione de i campi-ostacoli con l'impiego di pali di leg no che egli distingu eva in "cippi", "gigli" e "triboli" a seconda d el modo in cui veniva no col locali su I terreno e d egli x La Lombardia <li quei tempi comprendeva anche le ten-e del Piacentino, <lei Parme nse e del Reggia n o . 9 M. Malle l, Signori e mercenari, cii., P. 39.
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effetli che ci si proponeva di trarre contro un nemico ignaro e improvvido 10. Non si conosce chi fosse l'ideatore delle difese sul Lamone a Faenza, né se conosceva i commentari di Cesare; sta di fatto però che una strella analogia è riscontrabile e non si può quindi escludere una certa ispirazione alla tecnica difensiva di Giulio Cesare. Comunque, Cesare o non Cesare, la resistenza all'incursione della "Gran Compagnia" ebbe successo. Non risulta che vi sia stata battaglia davantia Faenza, ma sta di fatto che la compagnia venne fermala e per due mesi dovette segnare il passo. Ci si potrà ch iedere come mai le cronache non riportino alcuna notizia sul trasferimento della compagnia da Fano a Faenza. La risposta si può dedurre da due considerazioni: l'ingaggio da parte del Malatesta rendeva territorio al1eato della compagnia la ciltà cd il distretto di Rimini, territorio nel quale non dovevano essere commesse azioni ostili o di brigantaggio per· non correre il rischio di perdere parte della paga palluita. È da ritenere quindi che i venturieri siano transitati in quel territorio ordinatamente, senza produrre danni. La presenza poi di Francesco Ordelaffi nei ranghi della compagnia deve aver scongiurato atli di brigantaggio nei territori e nelle ciltà di Cesena, Forlimpopoli e Forlì. Tutto sommalo dunque sino a Faenza la presenza della prima unità di ventura in Romagna non dovetle essere un flagello. Ma torniamo ai venturieri in freddoliti (si era giunti nel frattempo a dicembre) e fermi davanti a l Lamone: il duca Guarnieri era perplesso, non si aspettava una resislenzs del genere. Siccome aveva sufficiente esperienza militare per valutare i rischi e i costi di una eventuale battaglia, decise a llora di ricercare un'intesa con gli Stati confederati per sbloccare la situazione di stallo in cui si trovava, decisione che confer·mava l'inadeguatezza operativa della compagnia di fronte a difese organizzate, permane nti o campali che fossero. Si g iunse così ad un accordo e la Confe<lera:1.ionc consentì a ll a compagnia di attraversare il territorio romagnolo e quello bolognese dietro garan:1.ia che i venturieri si sarebbero mantenuti sul percorso stabilito senza arrecare danni e offese alle popolazioni e ai territ01i circostanti. Per il duca Guarnieri fu giocoforza accettare e rinunciare al bottino di Faenza, di J.mola e a quello di Bologna
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G. Moscardelli, Cesare dice..., pp. 502 - 503.
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su l quale cerlamente in preceden za aveva fatlo conlo . lùttavia n ei <lue m esi di sosta forzata davanti a Faenza la compagnia per sopravvivere dove tte per forza saccheggiare b orghi e campagne in un'a rea mollo vas ta, in quanto è impen sabile che potesse avere a l seguito scor te di viveri s ufficien ti pe r un periodo così lungo. Si può anche ipo tizzare c he una parte d ei viveri venisse fornita dag li a lleati , come Francesco Ordelaffi e ch e qualc he piccolo quantitativo venisse acquistato dai mercanti a l seguito, ma certo la maggior parte d el fabbisogno ru requisita nei villaggi e nelle campagne circostanti provocando un impoverimen to delle popola:1.ioni in un'area molto ampia, cui seguirono lung hi periodi di carestia e talvolta di peste. Per farsen e un'idea basta calcolare il fahbisogno <lei princip ali generi di sostentamento pe r u o mini e qua drupedi in base agli elementi indicati nel capitolo precede nte circa le razioni unita ri e giornaliere. Consid erando c he gli e llellivi della "Gran Compagnia" erano diecimila uomini e seim ila cavalli, per <lue m esi il fa bbisogno di viveri e foraggi, espresso in tonnellate, era il seguente: - cereali: quattrocentottanta; - legu mi: sessan la; - carne: trentanove; - biad e: milleottanta; - fieno: m illeotlocento. A parte i danni, la Romagna uscì a testa alta da questa prima prova contro le compagnie di ventura, ma purtroppo l'intesa che era valsa a salvare le c ittà d a l saccheggio dei venturieti, non fu p iù r itrovata nelle s uccessive incursioni. Giunto in Lombardia il duca Gu a rnie ri si tifece ampiamente del "digiuno" imposlogl i <lalla Ro m agna: rubò, saccheggiò e impose taglie a suo piacere sen za c h e le città della reg ione tentassero <li opporsi, a n zi, i sign ori di Lo mbardia s i rad u narono a Ferrara e, con molto oro, s i accordarono col capitano per sottrarsi ad altri saccheggi. LUrslingen si ritenne soddisfatto d ei risullali conseguiti: ripartì il b o ttino accumulato tra i suoi e con la cospicu a parte ch e gli sp e ttava fece ritorno in Germania seguito dalla maggior parte de i ve nlurieri d'oltr'alpe, m entre quelli italian i si dis perdevano. Il "bell'esempio" del duca Guarnieri fu di grand e stimolo per al tri capita ni di ve ntura tedeschi. I facili su ccessi ch e egli aveva consegu ito stavano infatti a dimostrare che una com pag nia <li ventura di u na certa con s isten:1.a era in grado di scon-azzare p er
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l'Italia centro-settentrionale liberamente, data l'asseni'.a di un esercito in grado di contrastarne l'azione. Lo scacco subito davanti a Faenza, però, aveva dimostrato che i signori cd i comuni italiani, se si fossero accordati ad impiegare unitariamente le rispettive mili zie, avvalendosi anche di ben apprestate difese, avrebbero potuto tenere in rispetto qualunque compagnia, comprese quelle di rilevante consisteni'.a. Ma negli anni che seguiron o ebbe maggior seguito l'esempio fornito dalla "Gran Compagnia", mentre le con federazioni di Stati molto raramente riuscirono a passare dalle dichiarai'.ioni d'intenti all'attuazione di concreti provvedimenti operativi, come avevano fatto alcuni comuni del Bolognese e del Faentino ed i signo1i di Ravenna e di Ferrara. L'avventura della "Gran Compagnia" era durata meno di un anno; era stata proficua e non aveva richiesto contropartite rilevanti di perdite umane. Il duca Guarnieri si riposò per quattro anni poi, nel 1347, vinto dalla nostalgia dell'avventura o spinto dal bisogno di altro danaro, tornò in Italia al seguito di re Luigi I d'Ungheria e combatté con le milizie degli Ungheri contro Giovanna T regina di Napoli. Gli Unghcri rappresentavano una grossa novità tra i mercenari del tempo; infatti erano dei cavalieri completamente diversi da quelli italiani, francesi o tedeschi ; avevano cavali i di piccola taglia, ma res istenti e veloci, non indossavano armatura e combattevano principalmente da cavallo con l'arco. Di questi cavalieri lo storico Matteo Villani ci ha lasciato una bella descrizione che merita di essere riportata: " .. .la loro guerra non è nel cercare <li mantenere campo, ma nel correre, fuggire e cacciare, sae ttando le loro saette e di rivolgersi e di tornar·e alla battaglia . E molti son d estri a far preda o lunghe cavalcate e per tanto sono utili ove s ia c hi possa tener campo, pcrrocché di far guerra in corso e tribolar nemici son maestri e non si curan di morire ... " 11. La rapidità di questi cavalieri in battaglia e la loro idoneità a combattere senza armatura completa dettero vita alla cavalleria leggera e non vi fu esercito o compagni a che da quei dì non ne armolasse qualche contingente nei propri ranghi. Con una torma di questi Ungheri il duca Guarnieri operò nell'Italia meridionale sino al 1350, autonomamente; lo affiancava un suo vecchio compagno d'armi: Conrad von Landau (che gli Italiani chiamavano
11
M. Villani, /s torie fiorentine,
lorno, p.
276.
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conte Landa); accanto a loro s i era messo in evide n za un altro personaggio: Montréal ù'Albarno, un cavaliere prove n zale che per un certo tempo aveva militato coi cavalieri d ell'Ordine ùegli Ospila1ie ri e c he era conosciuto col nome di fra Modale. Ins ieme, questi tre personagg i, costituirono la più numerosa compagnia mai vista s ino allora in ltalia e, con poca fantasia, la riballezzarono "Grande Compagnia" . Questa unità sconfisse a Mile to le mili zie feudali dei baro ni napole ta ni e calabresi e si impossessò di un immenso bottino valutato a m ezzo milione <li fiorini: una somma veramente notevole, tanto c he i mercenari accorrevano aù arruolarsi ne lla compagn ia e non pretendevano il soldo, ma si accontentavano di poter partecipare alla spartizione <lei bottino. Ai prim i d ell'anno 1350 la compagnia si divise in due a liquote: il ùuca Guarnieri e il conte Lando, con una, puntarono a nord verso la Maremma, mentre fra Moriale restava ad operare nel me ridione d 'Italia con l'altra. Nel maggio di quell'anno, l'unità d el duca Guarnie1i, che nel fraltempo aveva saccheggia to la Toscana meridionale, venne chiamata in Romagna dai signo ri di Forlì, di Fae n za e di Bologna i quali si erano coalizzati per fronteggiare le milizie inviate dal p ap a nella provincia. Il pontefice aveva infatti allestito un esercito formalo in prevalenza d a m e rcenari l'rancesi, utilizzando il danaro raccolto per il giubileo e lo aveva poslo agli ordini di As torg io di Durfort, un suo nipote nominato per la circos tanza lega to pontificio e in cari cato di inte rvenire per ridurre all'obbedienza la Romagna. Questi riuscì precisam ente nell'intento opposto: grazie appunto al duca Guarnieli ed ai suoi venturieri, le milizie del papa Furono scon fi tte. Francesco Ordclaffi poté allora estendere il proprio dominio su Castrocaro, Dova dola, Meldola e B e r·tin orn; a ltreLLanto fecero Giovanni M a nfredi e Malates t a Guastafamigli a, che ampliarono i r ispettivi possedimenti, il primo verso l'Appe nnino, i secondo verso le Marche. Bologna invece, dopo l'esito favorevole d ello scontro, accolse gli Ungheri della "Grande Compagnia" come solda ti a lleati , apre ndo loro le porte della città, ma questi, una volta entrati, si comportarono da conquistatori e la saccheggiarono. La maggior ricchezza ùi Bolog na ri s pe llo a ll e più modeste città romagnole aveva salvato ques te ultime che non ebbero a soffrire violenze in quell a cir·costanza. Rie mpiti i sacchi col bottino e riscossi i compensi convenuti, il Du ca Guarnieri e il conte Lando si diressero n el Veneto accettando un'offerta d'ingaggio da Mastino de lla Scala, s ig nore di Ve rona, e vi si tratte nnero sino alla primave-
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ra del 135 1. Scadu ta anche questa condotta i due capitani s i divisero: il duca Guarnieri rientrò definitivamente nella nativa Svevia a godersi i frutti delle sue imprese e di lui non s i udì più parlare, il conte Lando, in vece, co n il grosso del la compag ni a, s i diresse verso il sud per congiungersi con i venturieri di fra Moriale. L'unificazione d elle formazioni dei due capitani dette origine ad una nuova compag ni a c h e però mantenne il nome di "Grand e Compagnia", come quella del duca Guarnieri; fra Moriale venne eletto capitano e il conte Landa s uo vicario. Fu q u esta la più poderosa compag nia di tulli i tem pi con o ltre dodic imila comballenti ed un seguito superiore a ventimila persone tra d onn e, m ercanti, facce ndieri e saccomanni. Tra il 1352 e il 1354 questa compagnia operò nell'llalia meridionale e in quella cen tra le; qui i comun i della Toscana e dell'Umbria, incap aci di trovare un accordo per realizzare una difesa comune, dovettero piegarsi a l ricatto e pagare somme considerevoli per non essere saccheggiali . Firenze, ad esempio, versò tremila fiorini agli ufficiali della compagnia e venticinquemila al suo capitano. I signori di Romagna tremavano al pensiero c he quel nuovo flagello si abbattesse s ulle loro teITe, ma non riuscirono a superare le divisioni politiche e non si ripeté l'esempio di qualche anno prima ch e li aveva vis ti uniti contro i venturi er i. Frn Mo r ialc intanto era indeciso se entrare o no in Romagna e, n ell'incertezza, [ece un tentativo accerchia ndo Rimini con una parte delle sue forze. A questa impresa egli era spinto, più che d a ll'avidità di bollino, da un vecc hio conto tra lui e Ma latesta Guastafamiglia, risalente a qu a ndo questi era capita no delle milizie di Luigi di Taranto, m arito di Giovanna regina di Napoli, il quale lo aveva stretto d'assedio nella c ittà di Aversa, costri ngendolo alla resa. Da quella vicend a fra Moriale aveva a stento salvato la vita, serbando in cuore propositi di vendetta; l'assedio di Rimini ne era una conferm a. Egli sperava in una rapida resa della c ittà, in quanto sapeva che il Malatesta era impegnato nell' assed io d ell a città di Fermo. Al prnfil a rsi della minaccia Malatesta G u astaramiglia e su o fratello Galeotto, a bbandonarono frettolosamente l'impresa contro Fermo e corsero a difendere Rimini. Fra Moriale informato del loro im m in e nte an-ivo, tolse l'assed io a lla c illà e r itornò in U mhr·ia femrnndosi a Città di Castello, ove lo raggiunse un'offerta molto vantaggiosa di alcune città lombard e in lega contro il Visconti. Il capita n o accellò l'o fferta inviando in Lombardi a il conte Lando con il grosso della compagnia; lui col resto d ei venturieri raggiun-
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se Perugia; qui lasciò le proprie ricchezze e gran parte del bottino in cu st odia a due dei suoi fratelli, Anniba ldo e Breton, e proseguì pe r R oma per riscuot ere un vecchio credito. A Roma il po tere era in mano a Cola di Rien zo, il quale pare fosse proprio il debitore in causa ave ndo avuto in p restito, mesi prima, più d i centomila fiorini da Breton . Pa re c he rra M oria lc non te nesse in gran co nto il focoso tribuno romano e che avesse proferito frasi minacciose e <li d isprezzo ne i suoi confronti. Sia quel che s i vuole, sta di fatto che Cola di Ri en zo, a pprofitta ndo d el fatto c h e il ve nturi ero si era portato a l seguito solo una piccola scorta, colse la facile occasione e lo fece prendere prigioniero dai propri armigeri, indi lo fece processare, condanna re a morte e g iustiziare, risolvendo in Lai modo anche la pendenza amministrativa. Con la m orte di fra Moria le la "Grande Compagnia" passò, a tutti gl i effetti , alle dipendenze del conte Lan<lo. Questi nel rrattempo aveva esplicalo il suo compito badand o più a saccheggiare borghi che a combattere avversari s icché ve nne dopo poco tempo licenziato 12. La "Grande Compagnia", libera dall'inga ggio in Lomba rdia, si avviò verso il Regno cli Napoli ove l'attendeva una nuova cond o tta, ma lungo la strada il conte La ndo fece una diversione verso Ravenna, n on ancora toccata dai ven turi eri , per ve ndicare l'affronto c he B e rnardino da Polenta, signore d ella città, aveva inllitto a d una gentildonna tedesca di passaggio. Riferiscono le cronach e d ell'epoca che Bernardino voleva la bella contessa d'Ale mag na, che però oppose disprezzo e rifiuto alle su e propos te e per no n cedergli si tolse la vita. Due suoi fratelli invitarono il conte Lando a vendicare l'offesa e ques ti col se il faci le pretes to per attaccare Raven na sperando in un facile su ccesso. Ma il d a Polenta si chiuse in città e i borgh i e k campagne circostanti ne fecero le spese venend o saccheggia ti. Dopo questa impresa il con te Lando si propose cli e ntrare in Toscana; era infatti prossimo a scadere il term in e di tempo per il quale si era impegnato a non molestare Firenze e il s uo t erritorio e quindi sperava <li pote r intascare una nuova taglia . Invece la città, al profilarsi della minaccia, arruolò quauromila balestrieri traendoli dai borghi d el contado e inviandoli apre-
12 Per i successivi nove a nni la campagnia restò sempre unita agli 01·d ini del Conte Lando e in qualche occasion e condusse oper,1zioni congiun te con i m er cen a ri di H a nnekin von Baurngarten, chiamato in Italia Anniehino Bogarten.
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s idiare i passi d ell'Appennino per impedire l'accesso in Toscana a lla compagnia. Il conte Lando, venuto a sap ere di quesli provvedimenti , valutò i pro e i contro, come di solito faceva, e pensò che gli conveniva evitare di comba llc n :. Accettò invece un nuovo ingaggio dalla lega costituita dai s ignori di Ferrar a, Manlova e Bolog na, per opporsi a ll e mire espansionistiche dei Visconti di Milano. Durante i trasferimenti compiuti, non risu lta c he la compagn ia abbia arrecato danni in Romagna. In quegli stessi anni di inizio della seconda metà del Trecento accadevano in Romag na a ltri falli c he, pe r la loro affinità con le vicende d elle compagnie di ventura , possono essere illu s lrali in questo contes to. Vediamoli.
3. I,e milizie del cardinale Alhornoz Dall'agosto del 1353 p a pa Inn ocenzo VT aveva no minato, d a Avignone, legato e vicatio gen erale d ello Stato pontificio il cardi n ale Eg idio Alvare;,. Carill o d 'Al bornoz, che si era distinto come cavaliere, combattendo contro i Mori in Spagna e com e consig li er e, poi, del precedente pontefice Clemente Vl. L'Albornoz aveva dimoslrato di possedere eccel le nti qualità di uomo politico e di diplomatico e sembrava p ertanto l'uomo a datto c ui a ffidare un' impresa ardua com'era quella di ricondurre all'obbedienza della Chiesa le numerose c ittà ribelli d elle Marche e della Romagna. Il cardinale era sceso in Italia con una pode rosa compagnia form a ta da merce nari spagnoli e francesi, in prevalenza fanti, rinforzala da conlingenli di milizie fo rnite da città d ello Stato pontificio fedeli all a Chiesa. Non si trattava p ertanto d i una compagnia <li ventura, m a piuttosto di una specie di esercito regolare ch e si avviava ad operare a ll'interno dell o stesso Stato pe r ricondurre all'obbedienza vassalli ribelli. In pratica invece, quesle milizie s i compo rtaro no com e venturieri, sacch eggiando campagn e e città , senza alcuna considerazione pe r le popolazio ni locali che in fondo non avevano alcuna colpa p er la ribellione de i sign ori ch e le governava no. Con non comune abilità il Cardinale alternò le pressioni militari alle trattative diplomati ch e e in pochi anni sottomise molte città tra le quali Rimini, Imola e Ravenna. M a g li Ordela lTi di Forlì e i Manfredi di Faenza, non si piegarono né agli inviti n é alle minacce del Cardinale e questi fu costretto a d impiegare le s ue
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milizie in operazioni di repressione. Capitano generale della Chiesa era Galeotto Malatesta e con lui militava anche Roherlo Alidosi , signore di Imola; quesli, passando all'azione contro gli Ordelaffi, occuparono Cesenatico nel maggio del 1356 e lanciarono le loro milizie a "correr gualclane" 13 nel c uore della Romagna, tra Cesena e Forlì 14. Ma qui trovarono un popolo fiero e fedele al proplio signore, disposto al saclificio e pronto ad opporsi alle inc ursioni e al brigantaggio dei mercenari del Cardinale. Alle violenze e agli incendi delle milizie guidate dal Malatesta, il popolo rispose con la guerriglia e le imboscate, col risultato di costringere il capitano a limitare le scorribande per le campagne e ad osservare maggior prudenza. Intanto il signore di Forlì, Francesco Ordelaffi, aveva richiamato in Romagna il conte Landa e con l'aiuto dei suoi venturieri aveva incomincialo a conlrallaccare i distaccamenti isolati delle milizie d ella Chiesa e ad effettuare, a s ua volta, incursioni nei territori d el Malatesta. L'Alhornoz aveva cap ito che "l'osso durn" era proprio l'Ordelaffi e aveva concentrato la propria azione contro Faenza per el iminare per primo il Manfredi avversario meno ostico, ed isolare così quello più temibile. Infatti , nel volgere di due mesi , anche il Ma nfredi fece allo <li sollomissione all a Ch iesa. Ma ormai era sopraggiunto l'inverno e fu n ecessario sospendere le operazioni e acquartierare le truppe che, per questa esigenza, vennero ripartile tra Imola, Faenza e Ravenna. Durante l'inverno sia l' Albornoz,sia l'Ordelaffi cercarono di potenziare le !ispettive forze in vista della ripresa primaverile dell e operazioni. ln qu esto quadro Francesco Ordelaf-fi divise le proprie milizie, mantenendone una parte alla difesa di Forlì sotto il s uo diretto controllo e ponendone un contingente minor-e a lle dipendenze della propria consorte, Marzia degli Ubaldini, alla difesa di Cesena . Cia, come tutti la chiamavano, era una donna di carattere fiero e di coraggio indomito e aveva g ià d a to prove di ardimento fin <lalla fa nc iull ezza a l Fianco del padre Vanni , signore di Susinana, combattendo contro il conte Carlo di Dovadola 1 \ si accinse p ertanto ad assolver·e il compito affidatole dal marito con determinazione d'intenti. Del resto Cesena, dotata di solide mura e 13
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Vds. Dizionarietto in Appendice. F Fil ippini, TI Cardinale Alhornoz, p. 129 e scgg. P. Zama, Romagna romantica , p. 76.
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di una massiccia rocca, ben si prestava per una difesa ad oltranza e costituiva un ohiettivo molto difficile da espugnare per qualunque esercito. Da pa rte sua l'Albornoz aveva chiesto aiuti al re d'Ungheria che gli inviò un migliaio dei suoi famosi cavalleggeri. Alla fine di april e del 1357, scoppiò in Cesena una rivolta popolare fomentata dalla fazione guelfa locale avversaria degli Ordelaffi e incoraggiata dall'approssimarsi dell'esercito d e lla Chiesa. Cia non fu in grado di reprimere i disordini.anche a causa del tempestivo arrivo dei cavalleggeri ungheri dell'Albornoz che dettero man forte ai rivoltosi, e così fu coslretla a ritirarsi con le sue truppe nella Murala, la parte più vecchia della ciLLà, posta nel luogo più alto e comprendente la piazza, il palazzo comunale e la rocca 16 . Ben presto anche le fanterie d el Cardinale, g uidate da Galeollo Malatesta, serrarono sollo le mura di Cesena e la cinsero d'assedio; l'Albornoz stesso volle dirigere le operazioni e giunse appositamente da Fano ove risiedeva. Le mili:1.ie della Chiesa comprendevano ,oltre ai mille cavalleggeri ungheri, circa centottanta "bandiere" per un totale di novemila fanti, mentre quelle di Cia non arrivavano a tremila soldati 17 • Il cardinale Albornoz, c h e aveva esperienza di assedi, si rese conto c he le sole forze di fanteria non sarebbero bastate a far cadere la rocca e fece quindi arrivare da Ancona e da Rimini alcune macchine d'assedio Lra le quali "mangani e trabocc hi" 18 ch e costituivano le artiglierie pesa nti del momento. Riuscì inoltre a reclutare un nutrito contingente di "guastatori", coi quali iniziò a scavare gallerie sollo le mura della città per provocarne il crollo. All'azione delle armi, tuttavia, alternava le trattative, secondo i suoi melo<li , e così, m entre l'assedio la nguiva, inviò come ambasciatore di pace a lla fiera avversaria il padre, Vanni degli Ubaldini, per indurla ad arrendersi o ad intavolare negoziati. Ma la coraggiosa dama non si lasciò commuovere dalle sollec itazioni paterne e gli tispose: " ... padre, quando mi ù esli a l mio consorte e signore Lu mi esortasti ancora a volermelo ubbidire in Lullo ciò che mi avesse ingiunto, cosa che sempre feci e farò sinché venga meno per 16 17 18
F Filippini, Il Cardinale Albornoz, cit., P. 145. P. Zama, ibidem, p. 77. F Filippini, Il Cardinale Albornoz, cil. , p.14 7.
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morle. Desso ru adu nqu e che m1 impose di non cedere codesta piazza senza di lui cenno e io non pretelirò dai suoi voleri a costo di mia vita e se tu mi volevi obbedienle ai luni co mandi no n dovevi a ll'a llrui dominio sollopormi ... " 19 • Preso da meraviglia per tanta fermezza e per tanto ardire, il padre sen z'altro aggiungere se ne partì. Fal li lo il lenlalivo diplomatico, il Malatesta ordinò la "cavata" della rocca, ossia lo scavo di galleria sotto le fondamenta della stessa per farla croll are, mentre intanto martellava coi "mangani" e i ''Lrabocchi" le mura e i suoi difensori. Cia non si dette ancora per vinta: fece rinchiudere in una tor-re, minacciata dal crollo delle gallerie soltos tanli, numerosi ostaggi che si era portata al seguito tra quali alcuni prelati e uomini politici di parte guelfa, cosicché il Malatesta dovette sospendere i lavori di scavo in galleria sotto le mura. Ma, nonoslanle ogni sforzo, la difesa era ormai agli estremi anche perché gli scavi sotto le mura avevano deviato le falde d'acqua che alimentavano i pozzi della Murata. Cia si rese conto che non era più possibile continuare a res istere e fu costretta ad arrender·si. Era il 21 giugno. L'intrepida signora aveva resislilo per due mesi , opponendo alla fine poco più di quattrocento fanti a ll e schiere del legato. E s i arrese comunque solo dopo aver ottenuto promessa di salvezza per i su oi soldati superstiti i quali poterono così lasciare Cesena senza ulteriori danni . Lei, invece, venne imprigionata e condotta ad Ancona assieme ai suoi fi gli e l'Albornoz la trattò col rispetto e coi riguardi c he m eritava 2° . L'assedio di Cesena des tò viva impression e nei contemporanei e venne ricordato a lungo per diversi motivi. Anzi tutto per la prontezza operativa dei cavalleggeri ungheri il cu i tempestivo intervento a fianco della popoluzione cesenate in 1ivolta, era valso a r isolvere a favore dell'Albomoz la prima fase d ella lotta, poi per l'efficacia dei "mangani" e dei "trahocchi" 21 e infine per gli effetti conseguiti coi lavori di "cavata" sotta le mura della rocca. Ma ancor più di questi aspetti tecnici e operativi, ciò c he con-
1 '' M. Villani, lslorie Fiorenline, cil., l. VTT, p. 69; P. B o noli, !storie della cità di Forlì, cii.., voi. 1, p. 417. 20 F. F ili ppini, Il Cardinale Alhornoz, c it. p. 147.
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Vds. Dizionaiietto in Appendice.
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ferì all'assedio di Cesena un carattere p eculiare fu la fermezza virile di Cia d egli Ubaldini. Dopo la resa di Cesena anche la rocca di Bertinoro, difesa da uno dei figli di Francesco Ordelaffi, fu costretta a capitolare e il Cardinale n e fece una base per le successive operazioni. Intanto il conte Lando, dopo le scorrerie condotte d'intesa con l'Ordelaffi, era tornato in Lombardia al s oldo di Barnabò Visconti. Questi, interessato a contrastare il dominio della Chiesa, rimandò in Romagna il capitano di ventura con la sua compagnia in aiuto a Francesco Ordelaffi m entre era in corso ancora l'assedio alla rocca di Bertinoro22 . Il capita no s i accampò a Villafranca, vicino a Forlì, e si limitò a condurre azioni di distur bo ne l territorio di Bertinoro, sen za attaccare direttamente le milizie del Cardinale. Questi capì a l volo la si tuazione e pregò il conte Lando di andarsene, accompagnando la ric hiesta, ben s'intende, con l'offerta di una cospicua somma a titolo di indennizzo. II venturiero non si fece pregare più di tanto: accettò il danaro e se ne a ndò, infischia ndosene della cau sa d e l Visconti e del suo a lleato l"orlivese. A fine agosto l'Albornoz cin se d'assedio Forlì; ma qui la situazione non era la stessa di Cesena: le difese d ella città e rano d ecisam e nte più pode rose, al punto da con sentire a ll'Ordelaffi di resistere ad oltranza e di costringere il Cardinale a togliere l'assedio. Passarono alcuni anni di alterne vicende, poi Forlì venne nuovame nte assediata ne l luglio del 1359 e, infine, dovette capitolare. Francesco Ordelaffi fu costre tto a fare a tto di sottomissione a lla Chiesa e in cambio ottenne la liberazio n e del la mogi ie Cia e d ei figli 23 e gli fu lasci a ta la signoria d i Forlimpopoli. L'anno dopo, l'indomito Ordelaffi cercò di provocare una sollevazione popolare a Forlì a p roprio favore, ma l'accorto Cardinale non si lasciò sorprendere e sventò su l nascere ]a congiura ponendo po i l'assedio a Forlimpopoli, d eciso questa volta a schiacciare d efinitivamente il livale forlivese. Le milizie d e l Cardinale comprendevano settem ila ungheri, ottocento cora zzieli d'Aushia e un numero imprecisato di fanti. Per l'Ordelaffi non ci fu possibilità di difesa : dovett e arrendersi e la sci are p e r sempre la Romag na . L'A]bornoz volle punire seve ra mente gli abitanti di Forlimpopoli
22
F. Filippini, ibidem, p. 148.
23
A. Vasina, lf dom.inio degli Ordelaffì, in Storia di Forlì, voi. II, p. 169.
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c h e avevano p a rtegg ialo cosi caldame nte per la causa de gli Orde laffi e ch e avevano addirillura allentato a lla sua vita, quando egli e ra entrato in città, lanciandogli contro un rudimentale ordigno esplosivo c he g li a ve va ucciso il cavallo. Ordinò pertanto ai suoi m ercenari di saccheggiare e di radere a l suolo la ciLtà24 e fece trasferire la sede d el vescovato a Bertinoro che in tal modo veniva elevata al rango c i llà25 _ Gli abitanti di Forlimpopoli lurono costre tti a cercar rifugio per le campagne e per i borghi d ella Romagna e conobbero, in a nticipo su Fae n za e Cesen a, il triste destino d ell'esodo in massa_ Solo ne l 1380 la città verrà ricostruila da Sinibaldo Ordclaffi, rientra to in possesso della sign oria forlivese . Dopo la dislru:1.ione -di Forlimpopoli anch e Lugo e Bologna riconobb ero l'auto rità del legalo, il qua le in tal modo poteva dire di essere riuscito a ricondurre all'obbedienza della Chiesa tutta la Romag na. Ma torniam o alle vicende della "Grande Compagn ia".
4. Il fatto d'armi delle Scalelle
Nel luglio d el 1358, i Sen esi aveva no invitalo il conte Lando a trasferirsi d a lla Lombardia all'Italia centrale per condurvi azioni di rappresaglia con tro i Pe ru g ini . La c ompag nia s tazio nava nel Bolognese. Per raggiungere la nuova zon a di operazioni il con te Lando aveva chiesto il libero passaggio lungo il territorio della Repubblica di Fit-enze, m a pare che usasse modi imperiosi e t ermini irrigu ardosi, minacciando di passare ad o gni costo, qua lora il permesso non gli venisse accordato. Tanta alterigia del capitano pare fosse d ovuta, in pa rte, ad un preciso mandato dell'imperatore Carlo IV, che, com e copertura lo aveva no minato suo vica rio di P isa, ma in segreto g li avrebbe affidato il compito di occupare a lcuni luoghi forti dell a Toscana d a c ui muovere in un secondo t empo per attaccare e distru ggere i co muni d i parte g u e lfa. Qualcosa di questi di segni trapelò e g iunse all'orecchio della Signmia di Firenze c he inviò ambasciatori al conte Lando per trattare e guadagnare tempo, al fine di predis porre opportune difese .
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F. Filippini, li Cardinale Albornoz, c it., p. 296. F. Fi lippin i, ibidem.
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Gli ambasciatori concessero a l con Le Lando il permesso di transito, a condizione che la compagnia muovesse in ordine e con disciplina lungo un itinerario prestabilito senza arrecare danni alle popolazioni, pagando inoltre i rifornimenti che lo Stato fiorentino avrebbe provveduto a predisporre nelle località di tappa. Firenze nel rraue mpo provvedeva, comunque, alle proprie difese temendo un attacco diretto e poneva un'inge nte taglia sulla testa del conte Lando , vivo o morto. Tra le ricompense figurava anche una condotta a vita per venti cavalieri o fanti, esempio ques to di "condotta apparente", offerta a puro titolo di gratificazione. TI capitano, però, era scaltro e intuì il doppio g ioco dei Fiorentini e, pur accettando le cond izioni poste dagli ambasciatori, partì convinto di doversi aprire la s trada, prima o poi, con le armi. Da Bologna la strada più comoda e rapida per il cenlrn Italia era qu ella della Val Lamone s ino a Ma rradi e poi per Dicomano e Bibbiena e per la Val Tiberina sino a Perugia. Su questo itine rario appunto, la "Grande Compagnia" mosse, alla volta di Perugia, il 23 lug lio 1358, forte di quattromila cavali eri, di un imp,·ec isato numero di fanti, oltre alla solita mol titudine di donne e m ercanti . Secondo i patti stipu lati la compagnia avrebbe dovuto passare in ordine e in pace, articolata in piccole unità di m arcia di dieci bandiere ciascuna (circa trecento uomini). Ma a l secondo giorno di marcia, ossia dopo Fae nza, l'ordine e la disciplina erano già spariti; rosse causa dell'abitudine dei venturieri di non osservare troppi vincoli formali nei trasferiment i, fosse perché il conte Lando li aveva verosimilmente esortali a tenersi pronti a combatte re, inducendoli in tal modo a credere che avrebbero attraversalo un territorio ostile, s ta di fatto che le rorrnazioni di movime nto venn ero sciolte, mentre i snidali sbandavano a des tra e a manca, fiutando il bollino e sfuggendo ad ogni controllo disciplinare. La gente della Val Lamone a bbandonava le case al saccheggio, cercando con la fuga di mettere in salvo almeno la vita. Verso i I pomeriggio del 24 luglio il grosso della formazione raggiu nse la località di Biforco 26 , poco oltre Marrad i, luogo conve-
26 Riforco, fraz ione d el comune <li Marra<li, ai piedi di un colle isolato su cui torreggia la Rocca Castiglione. Qui s i divide la strada d el Lamone. I.:una, la più a ntica, segue la valle del rio di Campi gno, g iunge al passo delle Scalelle e di Belforte, l'altra prosegue per Lamone, Crispino, passo di Casaglia per discendere poi nel Mugello.
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nuto per la lappa giornaliera e nel quale erano stati predisposti dai commissari fiorentini i ril"ornimenti. Soddisfatte quindi le esigenze essenziali del vellovagliamento non ci sarebbe slalo motivo per i soldati di andare in giro a rubare. Invece ci andarono e ruharono a piene mani dappertutto, nel raggio di alcuni chilometri; non solo, ma commisero nefandezze e violenze d'ogni sorta contro donne del borgo e delle campagne. I montanari del posto, pe rò, non accettarono di rimanere spellalori inerti di quelle barbarie: decisero di reagire, ma erano armali soltanto del loro furore e della loro sete di vendetta che, per quanto sacrosanti, si capì no n sarehbern serviti a scalfire le corazze dei venturieri. Qualcuno di loro intuì che la sola maniera di attaccare i venturieri con speranza di infliggere qualche danno era l'agguato, l'imboscata, da preparare lungo l'erta delle Scalelle, un lralto di strada angusto, disagevole, fiancheggiato da dirupi scoscesi per i quali non si poteva né salire n é scendere, ma dalle cui sommità sarebbe s tato facile sommergere le sch iere dei venturieri sotto valanghe di massi e <li pietre. A preparare l'imboscata e a richiamare sul poslo lutti i montanari della zona doveva pen'> bastare una sola notte. All'appello risposero con slancio gli uomini dei borg hi e de lle campagne; per lulla la notte vennero predisposti pietre e macigni sui balzi che sovrastavano il trallo prescelto per l'agguato. Secondo uno storico della Val La mon c, Antonio Metelli, a ll'impresa parteciparono soltanto popolani del posto, ma, tenendo conlo delle pn:<lisposizioni che Firenze aveva attuato per la difesa dei passi dell'Appennino e delle quali si è accennato in precedenza, non è da escludere che, al momento dell'azione, a l lancio delle pietre dei monlanar·i si aggiungessero i dardi dei balestrie1i fiorentini. Il giorno seguente, all'alba, la "Grande Compagn ia" r·iprese il movimento. Al conte Lancio non era sfuggito l'insolito movimento notturno dei valligiani e pertanto cercò di serrare le fila nelle sue unità riordinando le fonnazioni di marcia: articolò la compagnia in una avanguardia di soli cavalleggeri, a l cui comando pose il capitano Amerigo del Cavalletto, un grosso sollo il suo diretto controllo e una retroguardia di ottocento cavalli e cinquecento l"a nli agli ordini del conle di Broccardo. Commise tuttavia l'errore di non prevedere i distaccamenti fian cheggianti; forse l'asperità del terreno lo indusse a ritenere improbabili attacchi sui fianchi, forse n on volle dar peso a i sospetti né a lle capacità combattive di gente
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raccogliticcia e priva di armamento, ammesso che dai popolani <lei posto ci si dovesse attendere una qualunque offesa. Ma questo errore di valutazione doveva costargli caro. La compagnia iniziò il movimento e al bivio di Biforco imboccò la s t rnda per Belforte: " ... venendo da Biforco a Belforte presso a lle due miglia della valle e quinci e quindi fasciata dalle rupi e stretta nel fondo dov'era la via la quale si leva dopo il piano alquanto re pente ad erte a meraviglia inviluppata di pietre e torcimenti e tale passo è detto delle Scalelle che ben concorda il nome col fatto, ... " 27 • L'av anguardia superò tosto e senza danni il passo delle Scalelle; quando però vi g iunse il grosso, si rive rsò dall'alto dei dirupi sulle schiere sottostanti una te mpes ta di pie tre ch e provocò prima scompiglio, poi disorientame nto e quindi panico e terrore. Nessuna possibilità di rea,.ione poteva esserci in un luogo del genere e sotto quel diluvio di pietre; la strada angusta e la r ipidità <lei ve rsanti impedivano og ni sorta di manovra. Erano inoltre state predisposte interruzioni ch e, attuate in contemporaneità con l'inizio dell'assalto, impedirono a i venturieri di fuggire in avanti o <li tornare indietro. Tnvano il conte Lando ordinò alla sua scorta p ersonale di cento ungher·i di s montare da cavallo e di guadagnare il crinale e scacciarvi gli assali Lori: la ripidità dei versanti e la pronta reazione dei montanari va nificò anche questo estremo te ntativo. L'entità delle perdite inflitte alla compag nia non è nota. Di s icuro i vent urieri persero ogni possibilità ancorché minima di reagire e mollo probabilmente vennero messi fuori com battimento quasi tutti; anche il conte Broccardo , che era alla retroguar·dia, venne travolto da un macigno e rimase ucciso e lo stesso conte Lando venne catturato dopo essere s tato ferito alla lesta. Tuttavia non venne ucciso e, in seguito , si disse c he fu la generos ità de i montanari romagn oli a salvarlo; più realisticamente, fu lo s tesso capitano a salvarsi dichiarandosi pronto a pagare un pingue riscatto per la propria vi la . .Lillustre prigioniero venne condotto a Castel Pagano e tenuto in custodia <la Gioacchino di Maghinardo degli Ubaldini fino al pagamento del riscatto e anche ques to particolare induce a rite nere che i montanari non fossero soli, come si vorrebbe, nella loro imboscata. Inviato successivamente a Bologna, il conte Lando riacquistò
27
M. Villani, /storie fìorentine, lib. Vlll, pp. LXXIII e segg.
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la propria libertà e poté ricongiunsersi alcuni mesi dopo, ai resli d ella su a compagnia ch e Ame rigo del Cavallello, sfu ggi lo con l'avangu ardia a ll'agguato d elle Scalelle, aveva nel frattempo provveduto a radunare, ritirandosi a Forlì. L'ardita impresa delle Scalelle divenne un fatto celebre non solo in Romagna e in Toscana, ma in tutta Italia 28 e molte lodi ve nne ro rivolte ai prodi m o ntanari i quali , senz'armi, ma con il loro coraggio e con un accorto sfrullamenlo del terreno, erano riu sciti ad infliggere una sonora sconfitta alla più temuta formazione mercenaria del momento. Un a n o nim o poeta del lai-do Trecento c i ha lasc ialo un a c ronaca in versi d el fatto d'armi delle Scalelle intitolata: "Lamento de] co nte Lando dopo la sconfitta in Val Lamone", considerata una composizione poetica di scarso pregio, m a d i indubbi a e ffi cacia espressiva e de1la quale si riportano alcuni versi: " ... con dolorosi guai io conte Lanùo mi partì piangendo da Marrad i dicendo: Conte Broccardo dove ti lasciai! Val di Lamone perche ti vidi mai ! qu an to trovasti am a ri questi di R omagna e di Toscan a ... " 29 Occorre precisare che, all'epoca d ei fatti descritti, l'alta Val Lamone non era a ncora sollo il dominio di Fir·enze e la romag noJità della sua gente non era in alcun modo in discu ssion e. Solo con la g uerra degli "Otto Santi" (1 375-78) l'area venne occupata dalla Repubblica di Fire nze e annessa a l territorio toscano del quale fa tutt'ora parte; tuttavia alcuni caratteri romagnoli, ad esempio nel lingu aggio sono r iscontrabili ancor oggi nella popolazione locale.
5. La fine della "Grande Compagnia" e l'avvento dei venturieri inglesi
Amerigo d el Cavalletto , nel riordinare a Forlì i resti della compagnia dopo la batosta d elle Scalelle, accolse nei ranghi anche
28 S ecoli dopo. l'avvenimento venne immortalato d al pennello di Massimo d ' Azeglio in un cclc hrc dipi nto e d il paese di Marradi ancor oggi intito la a lle Scalelle la piazza principale . 29 T. Del Lu ngo, Lamento del conte Lando dopo la sconfitta in Val Lamone. pp. 3 - 19 .
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i m erce nari del capitano Annichino Bogarden ch e arnmonlavano a duemila "barbule" e ad alcune cenlina ia di fanti, quindi accettò l'ingaggio offerto da Fra ncesco Ordela ffi p er comba Ltere contro le milizie d el cardinale Albornoz per ve nticinquemila fiorini . La com pagnia, con i r·inforzi d e l Bogard e n, e ra lornata ad essere una temibile unità e di c iò si rese conto anche l'accorlo Cardinale che, venulo a conoscen za dell'ingaggio offrerto dall'Ordelaffi, convinse facilmente il capilano Amerigo a lasciare il sig nore di Forlì al prop rio destino, offrendogli un compenso doppio di quello pattuito del l'Ordclaffi. All'inizio della primavera del 1359 a nc he il conte Landa, liberato dopo il pagamenlo del riscatto, fece ritorno al la comp agnia con fieri propositi di vendetta conlro Firenze, ritenuta responsa bile di aver promosso e organizzato l'imboscala a l le Scalelle. Ripreso il comando della compagnia, il capitano ristabilì l'ordine e la disciplina ne i rnnghi, lasciò Forlì e si diresse verso la Toscana, impedendo questa volta sbandamenti e scorribande duranle il movimento e adottando lulli i provvedimenti tattici per evitare ulteriori sgradite sorprese. Non risulla, infatti , che durante quel lrasferi mento la compagn ia abbia arrecato danrti né in Romagna n é in Toscana, né, peraltro, che abbia s ubito attacchi. Non è nolo il percorso seguito; si sa soltanto che, una vol ta in Toscana, la compagn ia si diresse, pe r la val d'Arno, verso i confini occide nta li d ella Repubblica di Firenze, ove poleva contare su due fatlori favorevoli: l'a iuto della città di Pisa e il terreno pianeggiante che consentiva di schierare la cavaller·ia p esant e e di sfrutta rne a p pieno la grande potenza <l'urlo in caso di sconlro con le forze avversarie. Firenze, di fronle a ll a nuova minaccia, chiese e ollenne aiuti consi slenli dal re di Napoli e dai signori di Ferrara e di Padova. Venne cosliluilo un esercito confederalo, a l c ui comando venne preposto Pandolfo H M a latest a che condivideva la s ign oria di Rimini col fratello Ungaro e lo zio Galeotto. Le forze della "Grande Compagnia" e dell'esercito dei confed erati si equivalevano: tremila "barbute", mille cavalleggeri, duemila fa nli e un seguito di tremila ribaldi e saccomanni che all'occorrenza poteva no da re manforte ai fanti, da un a p arte, tremila "barbute", cinquecento cavall eggeri, duemilacinqu ecenlo ba lestri eri e mille fa nti, dall'altra. Lo s conlro tra queste o ppos te forze avve nne nel giugno del 1359 in territorio Lucch ese in una località denominata "camp o delle m osche", nome che divenne famoso p er la sfolgorante villo-
Le incursioni delle compagnie s lraniere
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ria dei confed era ti e la consegu ente sconfitta della "Grand e Compagnia" 30 . No n fu quesla, lullavia, la rine dell'unilà mercenaria, ma le sue ulteriori vicende non interessarono più la Romagna. Per com pletezza diremo che il conte Landa, dopo la clamorosa sconfitta s ubila in campo a pe rto, a hha ndo nò ogni proponimento di vendetta contro Firenze e passò a l soldo del marchese del MonJetTalo, poi dei Visconti, quindi dello Stato pontificio e poi di nuovo dei Visconli. Il marchese del Monferrato, abbandonato dal conle Lanùo e minacciato dai Visconti, invitò in I talia, nel 1361, una compagnia di m e rce na ri d i diverse na;,.ionalilà i quali, per· aver mililalo sollo gli Ing lesi nella "Guerra d ei Cent'anni" contro i Fran cesi e per averne adottato gli ordinamenti ed i procedimenti operativi, erano c hi ama li mercenari in gles i. L'unilà era d e nomi nala "Compag nia Bianca" ed era comand ata dal capitano tedesco Albert Sterz. Tra i capitani in sott' ordine c 'era anche John IIawkwood (Giovanni Acuto per gli Italiani) che si rese tris temente famoso quindici anni dopo e p roprio in Romagna per la reroeia dei suoi venlurieri. Con ques ta compagnia il marchese del Monferrato restituì ai Visconti pa n per focaccia, facendo saccheggiare molte terre d ella Lo mbardia come Pavia e Tortona. Il conte Lando, c he ormai condivideva il comando della compagn ia col Bogarden, militava com e già visto, pe r il Visconti ed inseguiva la "Compagnia Bianca" per a ffro nla rl a in comballime nlo e impedirle di p roseguir·e le incurs ioni in territorio lombardo. N ell'estate d el 1363 le due u nità s i affrontarono in una ba ttaglia decisiva: non fu una gran battaglia in quanlo la "Compagnia Bianca" a d ollava proced im enti tattici sconosciuti alla "Grnnde Compagnia" e dis poneva di armi di magg ior efficacia come l 'arco g alle se . In poco tempo la "Gra nde Compagnia" venne sopraffa lla e lo slesso con le Lando, a bba ndonato dalla sua scorta di cavalleggeri ung heri in un momenlo critico, fu accerchiato, ferito e ucciso. Soltanto uno sparuto drappello di quella che era s ta ta la più grande compag nia di venlura di quei tempi p oté essere recuperato e ricomposto da Annichino Bogarden e riporta to a l serviz i o d e i Visconti. Ormai, però, la "Grande Compagnia" e ra scompa rsa dalla scena mi lilare e i suoi resti fin irono per essere inglobati in quella stessa "Compagnia Bianca" c he
30
M. Mallet, Signori e mercenari, cii. , p. 43.
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l'aveva distrulla e che si proponeva come nuovo astro sorgente nel firmamento militare mercenario.
6. Giovanni Acuto e le sue tristi imprese in R omagna. Le principali novità portate in Ttalia dai mercenari inglesi consistevano, come si è visto, in una diversa composizione del nucleo elementare della cavalleria (la "lancia" al posto della "barbuta"), in una diversa tattica di combattimento e nell'impiego di armi più e1Ticaci come il "long bow". Tali inno vazioni, oltre all'elevato spirito di corpo e a l marcato tono disciplinare.conferivano ai venturier·i inglesi una efficienza complessiva decisamente superiore a quella delle altre unità similari. Ciò tultavia non li rendeva dei soldati modello, anzi, il Villani li definiva: "... caldi e fernc i, usi agli om icidi e alle rapine, pronti a correre al ferro e poco curanti della vita ... " 31 • La "Compagnia Bianca" nella quale essi militavano, veniva così denominata per l'os te ntato splendore delle corau.e c he indossavano i suoi cavalieri e che i paggi ad ogni sosta lucidavano meticolosamente sì c he: "... quando comparivano a zuffe, le loro armi parieno specchi ed. erano spaventevoli ... " 32 • 1 suoi ranghi erano composti da 33 mille "lance" e duemila fanti per un totale di c inquemila com battenti. Quando Giovanni Ac uto giunse in Italia con la "Compagnia Bianca", non era solo un sempl ice ufficiale subalterno e aveva g ià maturato esperienze nelle g randi ca mpag ne di Fiandra e di Francia. ln particolare si era messo il luce alla battaglia di Poitiers per il valore e per l'attitudine a l comando, meritando sul campo g li speroni di cavaliere. Veniva dal l'Essex, ove era nato nel 1320. Per sfuggire alla monotona professione di sarto, c ui lo aveva avviato il padre, si era arruolalo come semplice mercenario ancora g iovaniss im o e aveva combattuto in Fran c ia sotto le bandiere di re Edoardo 111 durante le prime fasi della "Guerra dei Cent'anni". Era poi lentamente salilo di grado tanto da riuscire a radunare una piccola unità di mercenari inglesi coi quali era entrato a far parte
11
F. Villani, Cronache, lih . X IV, p . 8 1.
32
G. Canesll"ini , Documenti, c if., p . XLII. M . Tabanelli, Giovanni Acuto capitano di ventura, p. 25.
11
le incursiuni delle compagnie s /raniere
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della "Compagnia Bianca" e con questa era venulo in flalia nel 1361 . Questa unità, per la via di Nizza aveva attraversato le Alpi Marittime ed era discesa ne lla valle d el Po p e r intervenire in difesa del marchese del Monferrato3 4 . Nei primi scontri conlro le milizie del con le di Savoia, avvenuti nei pressi di Citié, l'Acuto fece prigioniero lo slesso Amedeo VI, il "Conte Verde", il quale fu costretto a riscatta rsi c on l a b e lla somma di centottantam il a fiorini 35 . Combattendo poi contro le milizie dei Visconti la compagnia s i scontrò con l'unilà del conle Lando c he come g ià visto, rimase u cciso in combattimento; passò quindi a l soldo dei Pi sani conlrn F ire n ze. Dopo questo ingaggio il c apita n o Sterz coi merce nari tedeschi s i s taccò dalla "Compagnia Bian ca", volgendo verso imprese, assieme alle schiere del Bogarden, che non toccarono la Romagna. LAculo, invece, col r·eslo d ella compagnia, formata o rmai di soli Inglesi, rimase al soldo di Pisa e dopo altri ingaggi finì col passare al soldo della Chiesa. Erano onnai trascorsi quindici anni dal suo arrivo in Italia e in quel p eliodo era iiusci to a diventare il personaggio più rinomalo fra i capila ni di vc nlura. Era un soldato sobrio e severo, con sé stesso prima che coi sollo posti, un vero professionis ta, che t en eva assai alla propria reputazione miliLare. Aveva fama di mantenere la parola data e di essere leale , il ch e p eraltro non gli impediva <li taglieggiare borghi e c illà, come facevano tutti i capitani di ventura d el suo tempo, inoltre, non aveva molto rispetlo per la vita d egli in ermi c ittadini . Per n ove anni fu il prestigioso comandante d ella "Compag nia Bi a nca", c rescendo in considerazione e p oten za, tanto da diventare il capitano più pagalo e più Lemulo in Tlalia. Ne l 1375, qua ndo venne ingaggiato dallo Stato pontificio questo era in guerra contro la Repubblica di Firenze e il Ducato di M ilano. La Signoria di Fire n ze aveva aJ.b ùato i problemi milila ri e le relazioni con l'alleato milanese a un organo composto da otto cittadini e denominato g li "olto di ba lìa", ma i Fiorenti ni l'avevano ribatezzato "gli otto santi", non s i sa se per rispetto o per dispet to, e con questo nome passò alla s tolia quella guerra. Gli "otto santi" da un lato sobillarono i s ignori della Romagna a ribellarsi a lla autmità del legato pontificio e dall'altro offrirono all'Acuto la b ella somma di centotrentamila fiorini perché si tenes34 3'
E . Ricotti, Compagnie di ventura, cit. , voi. TT, p . 138. G. Caneslrini , Documenli, c il., p. XLI.
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se lontano dalla Toscana co n la sua compagnia. L'Acuto accettò e rimase a d operare entro i confini d ello Stato pontificio ove c'era un gran bisogno di ristabilire l'ordine interno. La ribellione ,infatti , minacciava di estendersi a m acchi a d'olio interessando diverse città della Romagna, delle Marche e d ell'Umbiia . Faenza, c he era sede d el rettore d ella provincia, non aveva osato ribellarsi apertamen te, tuttavia una parte d ei no tabili cittadini aveva trama to in segreto con Astorre Manfre di , figlio de ll'ultimo signore d ella città Giovanni, per favorire un tentati vo di quest'ultimo di riportare Faenza sollo il dominio del proprio casato. Astorre, che disponeva di un buon nerbo di milizie , era riuscito a d occupare il castello di Granarolo e di lì si accingeva a d e ntrare in F ae nza conta ndo sull'aiuto de i notabili congiurati . li cardina l legato, venuto a con oscen za di questo progetto, ordinò a Giovanni Acuto di interve nire con la sua compag ni a e ques ti prontamente cinse d'ass edio il castel lo di Granarolo, imped endo a l Manfredi ogni a ltra azione. Nel frattempo giungeva notiz ia che anche Bologna si er a ri bellala a lla Chiesa. L'Acuto, che reclamava paghe arretrale e che, a ti to lo di acconto, si era già impadronito de ll e terre e dei borghi di Cotignola e Bagna cavallo 36 , ebbe timore c h e una ribellione generale po tesse far c mll are il potere dell a Chiesa in Romagna e ritenne necessario premunirsi da una ta le evenie n za, assicurandos i il possesso di un pegno di valore a garanzia d egli arre trnti che gli erano dovuti. Ouindi, anziché dirigers i su Bologna per soccorr er e il legato Guglielmo di Noe lle t, e sedare la ribellione, puntò su Faenza coi suoi venturieri, la occupò e ne fece preda di gu e rra. Era il 22 marzo 1376, una delle più brutte g io rna le della storia di Faenza se non la p eggiore in assoluto . Le a utorità e il popol o di F ae nza no n avevano opposto resistenza a ll'ingresso degli Inglesi in città; essi non si erano ribe llali apertamente alla Chiesa e ritenevano di non aver nulla da temere dalle milizie dell'Acuto, milizie che erano a l soldo del legato, quindi le avevano accolte senza osti li tà 37 . li capitano inglese , invece, fece tutto ciò che era necessario per assicurarsi il possesso militare d ella città: occ upò la cittadella, le porte delle mura e le ton-i, disarmando tulle le milizie cittadine;
36
L. Ba lduzzi, Bagnacavallo e Giovanni Hawkwood, pp. 2 - 4. Annales Forolivienses, l. Xli, parte 11, p. 69; Chronicon Faventinum, l. XXVIII. paiie 1 passim. 37
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quindi mise in catene trecento cittadini fra notabili e autorità e ne espulse almeno altrettanti fra i più facoltosi. Lo storico faentino Valgimigli sostiene che rurono undicimila i cittadini messi al bando 38 , ma tale cifra è esagerata in quanto corrisponde ,all'in circa, all'intera popolazione della città di quell'epoca. L'Acuto si impadronì dei beni e delle ricch ezze dei proscritti, e, inspiegabilmente, concesse ai suoi venturieri la libertà di saccheggiare la città: per poche ore o per alcuni giorni, le versioni al riguardo sono contraslanli; ma questo poco importa di fronte alla gravissima decisione. Si deve infatti tener conto c he, in base ad una antica (anche se non scritta) tradizione militare, il saccheggio veniva praticato solo in territorio nem ico e costituiva una sorta di punizione che veniva inflitta a città assediate che avevano opposto una r·csistcnza particolarmente accanita e inflitto gravi perdite agli assedianti, respingendo poi ogn i proposta di resa o richiesta di riscatto. Nel contempo il sacch eggio costituiva un premio concesso a i soldati a compenso dei sacrifici, delle fatiche e delle ferite palile nel corso delle operazioni d'assedio. Con termine a ppropria lo, s i usava dire c he una città veniva "abbandonata" al saccheggio, volendo esprimere in lai modo la rinuncia <la parte dei comandanti a qualsiasi controllo sull'operato dei rispettivi soldati, i qua li, ben consci di c iò, in tali circostanze commettevano ogni sorta di malvagità nei riguardi delle persone e <lei loro be ni. Le truppe diventavano, durante il saccheggio, orde ingovernabili di malfattori sen,.a più vincol i disciplinari e organici c d era sempre problematico recuperarle alla normalità. Giu lio Cesare, nella campagna di Gallia, quando concedeva il saccheggio ai suoi legionaii disponeva sempre che g li uffic iali non vi prendessero parte per non esporli all'insubordinazione e alle 1-eazioni inconsu lte dei mi liti ebhri di violenza. I ventmieri in glesi , pur non avendo motivi di astio o di rancore verso i Faentini, si comportarono barbaramente: si gettar·ono su i be ni e su lle proprietà dei privati, rapinando tutto ciò che capitava a portata delle loro avide mani e uccide ndo tulli coloro che tentavan o di opporsi alla loro malvagità. Molli furono i cittadin i uccisi, molti quelli che cercarono scampo nella fuga; non furono 1ispettati né i luoghi sacri né gli edil'ici pubblici e non valsero né l'e tà né il sesso a destare sentimenti di misericordia.
38
M. Tabanelli, Giovanni Acuto. cit. , p. 89.
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Questa trisle impresa resta una macchia indelebile nell a sloria delle compagnie di ventura e costiluisce una precisa responsabilità sen,-.a attenuanti di Giovanni Acuto che la concepì e la ordinò senza che vi fosse slalo da parte dei Faentini alcun atto di ostilità nei suoi riguardi. Fu dunque un'azione brutale e ingiusta. Gli aggellivi non sono esagerati perché di pura brutalità si trattò, sufficientemente comprovata dal noto episodio della g iovane monaca. Era questa una novizia o rorse soltanto una fanciulla che si trovava in un monas tero come educanda; avvenne che due "caporali" (intendasi uffic iali subalterni), della compagnia, e nlrati nel monastero e non certo per spirito di devozione, si affrontassero con le armi perché entrambi volevano tenersi la bella fanciulla come preda. Sopraggiunse l'Acuto il quale, non riuscendo a ricondurre alla ragione e all'ubbidienza i due, prese la spada e uccise la g iovane donna. Altra versione dell'episodi o rirerisce che l'Acuto con un fendente avrebbe tagliata in due la poveretta grid a ndo: "metà per uno e quieti!" 39 . Un allo del genere non metita di certo l'accostam enlo a quello d el biblico re Salomone, né s i può con cordare con quei biografi dell'Acuto che sostengono che in quella c ircoslanza il capitano non ru mosso tanto da crudeltà quanto dalla preoccupazione di cvilare scontri tra membri della sua compagnia. La verità è che egli aveva perso il controllo disciplinare dei suoi so ldati, il cui comportamento era né più né meno quello di tutti i soldati esaltati dall'ebbr·ezza del saccheggio; egli stesso li aveva autorizzati a sfogare liberamen te tanta brutalità! Non è pertanto da ritene re attendibile nemmeno il suo preteso intervento personale per po1Te in salvo alcune centinaia di Faentini dalla violenza delle sue soldatesch e: se gli fosse s tata a cuore la sorte della popolazione avrebbe potuto ricorrere ad a llri mezzi per ottenere tutto il danaro che voleva, senza arrivare al saccheggio. ln a llre c ircostanze si era infatti dimostrato abilissimo nell'estorcere taglie a città ben più potenti e meglio difese di Faenza, mentre qui aveva operato deliberatamente col lerrore e non si può pertanlo concedergli alcuna attenuante. Faenza, comunque, non bastò a sa,-.iare l'ingordigia del capitano inglese che, tre giorni dopo, lasciato un robusto presidio nella città, si diresse verso Massa Lombarda occupandola e accampan-
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Cronaca Senese, t. XV, parte VT, co l 250.
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do anche questa volta lo stesso motivo addotto a Faenza: il rellore non gli aveva pagalo il soldo pattuito ed egli non sapeva come pagare altlimenti i su oi soldati. Non ancora soddisfatto, egli estese l'occupazione a Medic ina ove si accampò per raggiungere poi la cerchia muraria di Bologna, facendo prig ionieri e razziando bestiame. Ma i Bolognesi arrestarono alcuni cavalieri inglesi e due figli dell'Ac uto che risiedevano in c illà, e, avvalendosi d i quegli ostaggi ottennero la liberazione dei concittadini prigionieri e la restituzione del bestiame40 . I territori in mano a Giovanni Ac uto a lla fine di marzo di quell'anno costituivano un esteso dominio comprendente Faenza e il suo distretto, Massa Lombarda, Bagnacavallo e Cotignola; cc n'era a suffic ienza p er costituire un piccolo Slalo e per trasformare il capitano di ventura in uno dei tanti signorotti di Romagna, tanto più che egli aveva anche ottenuto d al papa l'investitura di vicario pe r l:3ag nacavallo e Cotignola. Egli fù infaUi il primo condottiero a 1icevere il titolo che legittimava l'esercizio del potere su un dominio personale; molti altli capitani seguiranno il suo esempio, s pecie nel secolo successivo. L'Acuto mantenne l'occupazione di Faenza e di Massa Lombarda p er un anno o poco più, poi vendette la prima a Niccolò d'Este marchese di Ferrara per ventimila scudi e restituì la seconda alla c illà di Bologna per trentamila ducati41 . Ma ntenne invece per quattro anni i feudi di Bagnacavallo e di Cotignola e li cedette poi, anche questi agli Estensi, nel 1379, per la cospicua somma di sessantamila ducati. Durante i quattro anni in c ui mantenne la signolia di questi feudi, fu quasi sempre lontano dai due possedimenti a causa dei s uoi impegni di condnlliero e li governò m ed ia n te dei f"iduc iari; cionondimeno ne ebbe cura poten ziando le fortificazioni di Cotignola, ove ancor oggi esiste la "torre dell'Acuto", e aprendo una strada militar·c che cong iungeva Bagnacava llo con un fortilizio denominato Bastia di Villanova , strada che, su antiche carte del tardo Settecento,era ancora indicata col nome di "strada Aguta" 42 . Nonostante la militanza di un a compagn ia possente quale era la "Compagnia Bianca", l'andamento delle operazioni militari non era sta to molto favorevole per lo Stato pontificio in quei primi 4
°Corpus Chronicorurn Bononiensium, l. XVTTT, parte TT, pp. 143 - 146.
41 42
Corpus Chronicorum Bononiensium, cit., pp. 243 - 246. L. Balcluzzi, Bagnacavallo e Ciovanni Hawkwood, cit. p. 4.
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mesi del 1376; molle erano ancora le città della Romagna in rivolta e la guerra contro la Repubblica di Firenze non aveva visto un solo successo delle milizie della Chiesa, anzi, al contrario, Firenze aveva occupato gran parle del versante settenlrionale dell'Appennino a nnettendosi quel vaslo lerritorio che venne denominato poi Romagna- toscana. TI papa Gregorio Xl prese alcuni provvedi menti per impon-e una svolla a lla condotta delle operazioni: nel maggio dello stesso anno sostituì Guglielmo di Noellet nominando legato pontificio delle Marche e della Romagna il cardinale Roherto di Ginevra , vescovo di Turenne e di Cambray, e assoldò una compagnia di venlura costituita da mercenari bretoni. Comandava l'unità il cap ilano Jean Malestroit al qual e erano affiancati come luogotenenti Sylvester Budes e Bertrand de la Salle. Con l'impiego di ques ta compagnia, che aveva fama di e ffi cienza e di crudeltà, il papa intendeva ricondurre a ll'obbedienza le citt~ romagnole ribelli, ricacciare a l di là dell'Appennino le milizie fiorentine e spingersi possibilme nle sino a Firenze. Si racconta c he il papa, convocalo alla propria prese nza il Malestroit g li c hiedesse se si riteneva capace di espugnare Firen:1.e e che questi gli rispondesse: "Padre Santo, v'e nlra il sole? Se v'enlra, v'entrerò anch'io", e calò in Tlalia con seimila cavalieri e quattromila ra nti sulla cui bandiera stava scrilto:" Al horà se vederà qui pueda mas o los Bertones o libertas" . Questa compagn ia ,che dive nne nola come "Compagn ia d e i Breloni" , passando allraverso Asti, Alessandr·ia e Piacenza, raggiunse il terrilorio di Bologna accampandosi a Pan:1.ano. Bologna non si lasciò inlimorire: si. chiuse a difesa all'interno delle mura e respinse gli inviti del legalo a sottomettersi a ll'ubbidienza della Chiesa. La compagnia non era equipaggiala per una lunga guerra d'assedio e, anziché circondare la città, si rivolse a saccheggiare borghi e campagne del distretto c he co stituivano un obb iettivo più facile. Peraltro, sull'Appennino bolognese alcuni dis taccamenli di venlurieri bretoni vennero sorpresi e sconfilli dai montanari loca li, associal i a nuclei di bales lri e ri fiorentini. Le scorrerie dei Breloni continuarono per tutta l'estate inlercssando anche il lerritorio di Imola. I.:ostililà e la resistenza opposla dai piccoli borghi, dai castelli isolati e dai contadini delle campagne sorpresero il legalo che si rendeva conto di logorare le proprie forze in una specie di gu eni-
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glia, sen za conseguire alcun risultato tangibile. Anche i ventu rie1i erano esasperati dalla insolita resis ten za a lle loro scorriband e e, ogni volta che potevano, reagivano con crescente crudeltà contro le popolazioni locali. Alle requisizioni e alle spoliazioni si aggiunsero quindi sempre maggiori violenze ed uccisioni; il cardinal legato assolveva i venturieri che g li mostravano le spade bagnate elci sangue dei borghigiani e dei campagnoli e li esortava a proseguire nella repressione di quelle genti c he considerava ribelli a santa madre Chiesa43 . ln settembre, dopo un infruttuoso tentativo di forzare le difese di Bologna con l'inganno e con l'aiuto di alcuni congiurati, il cardinal Roberto decise di rit irars i a Cesena, c ittà fedele al la Chiesa, e di acquartierarvi le sue truppe per l'inverno. Qui giunse il 24 novembre 137644 e venne accolto da Galeotto Malatesta che governava la città quale vicario pontific io. Nei mesi che seguirono i venturie1i bretoni, per non stare in ozio d el tutto, condussero scorre1ie nel telTitorio di Rimini, sia per far bottino, sia per intimidire le popolazioni locali e dimostrare la potenza del legato. Ma in realtà questo rnppresentante della Curia non era riuscito a conseguire alcun risultato positivo; egli, infatti, non era stato capace di ricondurre all'obbedienza Bologna e le a ltre c itta ribelli, né tanto meno di ricacciare le milizie fiorentine al di là dell'Appennino. La resistenza delle città romagnole e le difese predisposte sui monti da Firenze avevano logorato e scoraggiato la "Co mpagn ia de i Bre toni". Inoltre l'accorta Signor·ia di Firenze aveva pagato in segreto il Mal estroit, affin ch é si tenesse lontano dai territori che aveva fatto occupare dalle proprie milizie in Romag na. Intanto nei mes i invernali, a Cesena, la convivenza fra venturieri e cittad ini diventava sempre più difficile a causa delle prepotenze dei primi a danno dei secondi. I Cesenati, dopo aver a lungo pazientato, c hiesero tanto a Galeotto Malatesta quanto al cardinal Roberto di in terven ire per porre un freno a lla protervia dei soldati , ma inutilmente. Fu quindi fatale e inevitabile la ribelli one d i tutti i cittadini. Il primo giorno di febbraio del 1377, la tolle ram.a dei Cesenati raggiunse il punto di rottura. Una disputa tra venturieri e alcuni beccai provocò un tumulto che sfociò nel-
43
Corp11s Chronicorum Bononiensium, cit ., p. 323 .
44
J. Robertson, Cesena: governo e socielà dal sacco dei Bretoni al dominio di
Cesare Borgia, in Storia di Cesena, voi. 11/2, p. 6.
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l'uccisione di alcune centinaia di soldati breloni 45 che risiedevano in ciltà e nella cacciata dei rimanenti ventmieri che ripararono a stento nella Murata ove risiedeva il cardinal legato. L'indomani la "Compagnia dei Bretoni" si schierò al complelo e scese in città per vendicare gli uccisi e ristabilire l'autorità del cardinale, ma venne respinta dal Cesenati che inflissero consistenti perdite ai venturieri . L'intero popolo di Cesena si era opposto a l tentativo di repressione dei Bretoni e, sull'onda dell' insperato successo, avrebbe anche potuto inseguire e cacciare definitivamente la compagnia dal territorio di Cesena, ma si arrestò, prestando fede al tardivo intervenlo del cardinal Roberto. Questi, visto l'insuccesso dei suoi mercenari, aveva persuaso i ciltadini a deporre le armi invocando concordia e promettendo perdono, ma le sue belle parole nascondevano intenzioni vendicative46 • I Cesenati, non conoscendo questo esponente della gerarchia ecclesiastica, prestarono fede alle s ue promesse e sguarnirono le difese <lella ciltà. Lo stesso gion10 2 febbraio il cardinal Roberto inviava un messo a Giovanni Aculo, a Faenza ordinandogli di raggiungere Cesena con la sua compagnia di venturie1i inglesi nel più breve tempo possibile. L'Acuto eseguì l'ordine con prontezza e la stessa notle, con una marcia forzata, raggiunse la Murata. Al suo anivo venne accolto <lai Cardinale che gli impartì l'ordine di e nlrare in città e di infliggere una esemplare punizione ai cittadini. 11 dialogo tra i due, secondo alcune cronache <lei lempo, sarebbe stato il seguente47 : "Va, scendi sulla ciltà e fanne giustizia. Messere, vi andrò e farò sì che lascieranno l'armi e si renderanno a voi in colpa e in obbedienza. Non questo, non questo; sangue, sangue e giustizia. Messere ... pensate al fine ... Vanne, io così ti comando". L'Acuto, <lunque, espresse una certa riluttanza a<l eseguire un ordine del genere; forse il ricordo degli eventi di Faenza dell'anno prima g li pesavano sulla coscienza o forse s i rendeva conto che non poteva giovare a lla sua reputazione di condottiero commeltere eccidi contro intere popolazioni . Comunque, ammesso che il dialogo sia avvenuto realmente nei termini r·iporlati dai cronisti
45
J. Robertson , Cesena: governo e socielà, cit., p . 7.
46
J. Robertson,
47
G. Canestrini, Documenti, c il., p. XLVI; Cronaca Senese, cit. col. 452.
ibidem.
Le incurs ioni delle compagnie slraniere
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dell'epoca 48 , non testimonia altro che la perplessità di un momento da parte del capitano inglese, poiché questi condusse con immediatezza i preparativi per l'azione e impartì con sollecitudine gli ordini del caso, ordini che di certo non contemplavano alcuna disposizione per limitare la libertà d'inte rvento e d 'azione delle soldatesc he. E così, la notte del 3 rcbbraio 1377, Inglesi e Bretoni si lanciarono, uniti e di sorpresa, sui cittadini c he non sospettavano di poter essere assaliti dopo le promesse del cardinale. Non vi furono combattimenti, non c'erano difensori da debellare ed ebbe pertanto inizio subito una vera e propria carncficina 49 . Tulle le c ronach e del temposo definiscono il tragico avvenimento un massacro e forniscono particolari raccapriccianti su l comportamento dei venturieri, particolari che ci riportano verso i secoli più bui delle invasioni bai·bariche. I Bretoni dettero libero sfogo alla loro sete di vendetta e a l loro furore , ammazzando tutti coloro c he capitavano a portata delle loro spade, mentre dilagavano per la città; penetrarono anche nelle c hiese, che erano stipate da una mass a caotica di persone terrorizzate che speravano di trovare rifugio nei luoghi sacri, sfogando la loro ferocia su queJJa misera folla affranta. Dopo le persone i belli , gli arredi, le cose, tutto ve niva <listr·utto o rovinato, mentre alle s i levavano le fiamme degli incendi e le strade si bagnavano di sangue. Tre giorni durò la strage, al termine d e i quali cinquemila cadaveri giacevano per le vie, nelle piazze , nelle case, nelle chiese e persino nei pozzi <leJJa sventurata Cesena, che subì il più nefando deg li cecidi di tutta la storia d ella Romagna. L'anno dopo, quando Galeotto Malatesta , che per la sua fedeltà alla Chiesa aveva ricevuto la si g noria sui resti della derelitta Cesena, si accinse a ricostruirla e a restaurarla, trovò ancora diverse fosse pie ne di resti umani, testimonianza della strage fatta dai Bretoni e voluta <la un a lto esponente d ella Chiesa, da un candidato al Soglio. Secondo alcuni cronisti dell'epoca, gli esecutori dell'eccidio di Cesena sarebbero stati pr·incipalmcnte i venturieri bretoni; quelli
48 Cronaca Sen ese, cit., pp: 665 · 671. Anna/es Forolivienses , cit. , p . 69. so Corpus Chronico rwn Rononiensium, cit., pp. 331 · 332 ; Cronaca. malatestia· na, t . XTV, parle II, p. 169; Chronicon estense, t. XV, pa rte Tl, p. 490. 49
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inglesi dell'Acuto, che non avevano motivi di vendetta contro i Cesenati, si sarebbero dedicati più a far bottino che ad ammazzar cristiani e, anzi, viene testimoniato il loro intervento per favorire la fuga di mille donne dalla città. I cittadini che riuscirono a scampare all'eccidio ripararono a Rimini e a Cervia51 , mendicando poi aiuto per tutta la Romagna e raccontando le atrocità subite. La notizia giunse ben presto anche a Firenze, che si affrettò a comunicarla al re di Francia e ai Senesi con lettere commoventi 52 . Le c ittà delle Marche, dell'Umbria e della Toscana manifestarono la loro solidarietà agli scampati, aiutandoli, e partecipando alla loro tragedia chiudendo botteghe e osterie e ordinando pubb Ii c he esequie, come se si fosse trattato <li un lutto cittadino. Molta gente in Romagna "... non voleva più credere in papa né cardinali perché queste son cose da u scir di fede ... " 53 . Il cardinal Roberto venne parngonato a Erode e a Nerone e g li ve nne allibiato il titolo dispregiativo <li "beccaio d ei Cesena ti"s4 • Così concludono alcune cronache del tempo le d escrizioni di quel tragico avven im ento: "... e quella fu delle più inique e maggiori crudeltà che già mai fusse da Troia in qua... " 55 , e ancora: "... s icché non rimase né huomo né l"emina in Cesena, n é grano, né vino, né olio e fu vuota, arsa e dis tmtta la terra ... " 56 . Sulle responsabilità dell'eccidio non vi sono incertez:1.e <la pa rte degli storic i per quanto riguarda il cardinal Roberto al quale, concorde mente, addebitano la colpa di averlo ordinato con fredda e lucida volontà. Riguardo al l'Acuto, invece, non Lutti i pareri sono concordi e qualche biografo gli concede benevolmente sostanziali attenuanti rifacendosi a lla reticenza manifestata durante il colloquio col cardinale e all'episodio del salvataggio delle mille donne cesenati. Ci sembra, però, che il capitano non m eriti attenuanti. Egli avrebbe potuto infliggere ai Cesenati una severa lezione adottando altri provvedimenti: limitando le esecuz ioni capitali a i capi della rivolta, sempre individuabili , o a una parte degli uomini o in qualsiasi altro modo in cui fosse manifesta la volontà di punire in maniera selettiva; egl i, invece, lasciò mano libera a i soldat i e abbandonò la c ittà e i suoi a bitanti al loro arbitrio per tre giorni, 1
J. Robertson, S/oria di Cesena, <.: il., pp. 7 - 9. Chronicon estense, cil., p. 490. Corpus Chronicorum Bononiensium, cil., p. 332. 54 M. Tabanclli, Giovanni Acuto, cit. p . 103 . ss Cronaca senese, cit., p. 665. 56 Cronaca malatestiana, cit., p. 169. '
52 '1
Le incursioni delle compagnie s traniere
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senza alcun pensiero per quella parte di popolazione che non aveva alcuna diresa né alcuna colpa. Se poi nel corso della truce azione egli ebbe un molo di compassione per alcune donne, questo non lo scagiona e quindi egli condivide interamente la colpa e la responsabilità di que l misfatto con il cardinale Roberto di Ginevra. A rendere più fosca questa cupa vicenda si inse risce anche la figura di un ve ntmiero romagnolo: un componente deJla famiglia dei conti di Ba,-biano. Le cronache non riportano il suo nome, ma pe r diverse coincidenze ed indi zi c'é da credere che si tratti proprio di Alberico, il futuro condottiero ch e a due anni da quegli avvenimenti sconfiggerà con la sua compagnia di venturieri italiani, nella memorabile battaglia di Marino, quegli slessi mercenari bretoni c he avevano compiuto la strngc di Cesena. All'epoca dei fatti di Cesena queslo conte di Barbiano, di cui parlano le cronache, era a l soldo della Chiesa con duecento "lance" e fu proba hilmcnte lui il m essaggero inviat o a Faenza dal legato a richiedere l'intervento d ell'Acuto e della sua compagnia. Le cronach e n o n dicono altro, ma è possibile, a nzi probabile, che questo conte e le sue duecen lo "lance" abbiano preso parte a ll'assalto e alla strage di Cesena. Oggi un fatto del genere d esta sentimenti di indignazione e ci sembra ch e le spade <le i venturieri romagnoli che affondavano nelle carni di altri Romagnoli fossero ancor più inique e crudeli di altre, forestiere, ma allora il sentimento di appartenenza ad una comune realtà tra le genti era limitata a lla città, al borgo o al raggio in c ui si udiva il suono della stessa campana. Cesena, o quel che di essa rimaneva, e bbe il triste privilegio di dover convivere per a ltri sci mesi coi s uoi carn e l"ic i in quanto la compag nia d ei Bretoni lasciò la Murata solo il 13 agosto del 1377 57 . Gli Inglesi, in vece, dopo la spartizione d e l bottino, rientrarono a Faenza, ove rimasern solo fino ad aprile, qua ndo l'Acuto vendette la c ittà al marchese di Ferrara. Qualche tempo dopo ,tuttavia, l'Ac uto non esitò ad accettm-e il soldo di As torre Manfredi per strappare Faenza stessa agli Estensi; i costumi dei te mpi consentivano ai capitani di ventura tali repentini voltafaccia e nessuno si scanda lizzava per questo. Le successive vicende del condottiero inglese non coinvolsero più la Romagna salvo una in c ursione su Ravenna che l'Acuto
57
J . R obcrtson, S/oria di Cesena, ci t., p . 9.
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compì assi eme ai mercen ari del capitano tedesco Lucio Lando, figlio del protagonista delle Scalelle. L'Acuto operò in seguito pe r lo più alle dipendenze della Signoria di Fireni'.e, accrescendo la propria fama e la propria polenza al punto che, se avesse voluto, avrebbe poluto agevolmente impadronirsi di uno stato in Toscana, forse della stessa Firenze secondo il Machiavelli. Ma il potere politico non lo attraeva, g li baslava quello militare. Quando ebbe accumulalo abbastanza danaro, si tolse l a corazza e visse d a borghese tra i borgh esi a Firenze, badando a lle s ue fallorie e cercando di maritare conve nientc mcnle le sue figlie . Sperava di trascorrere gli ultimi a nni nella sua t erra natia cui era stato sempre fortemente attaccato conservando le abitudini e lo s tile di vita del suo popolo e non aveva mai volulo imparare l'italiano. Ma morì, prim a <li realizzare questo proponimento, a Fin:nze, ne l 1394. Molli anni dopo re Emico Vlll chiese la sua salma e la fece tra sportare in Inghilterra. Firenze volle ri cordare questo capitano.co nsid erato il più grande tra i condottieri s tranieri in Ita lia, e, subito dopo la sua morte died e inca rico ad Ag nolo Gaddi e a Giulia no d'Arrigo cli dipinge r·e un a ffresco in Santa Maria del Fiore 58 . Nel 1436 que l primo affresco venne poi sostituito co n que ll o, m aestoso, dipinto da Paolo Uccello e tuttora es is lente. Firen ze volle in tal modo dimostrare la propria riconoscen za a] condottiero p er i lunghi a nni di fedele e pro ficuo ser vizio prestato, ma nel momento in c ui tributava solenni esequ ie a lle s u e s pog li e e ne perpetuava la m e moria sotto la cupo la del Brunelleschi, non si ricordò, o non volle licordarsi, che lo stesso uo mo era l'autore del sacco di Faen za e della s tr·age di Cesena. L'ultima grande compag nia di ve ntura straniera in Italia fu quella di Sylvcs tcr Budes, uno dei luogotenenti d el Malestroit a Cesena. L'epopea di questa unità si sviluppò e si concluse nel breve volgere di pochi mesi e l'unità ve nne sbaragliata nel 1379 sui colli Albani, a Marino, da ll a prima compagnia di venturieri italiani: la "Compagnia <li San Giorgio" di Alberico da Barbi a no. Quella battaglia segnò la fin e del periodo d elle compagnie straniere a l quale seguì quello dei condottieli italiani.
5x
M. Mall et, Signnri e mercenari, cit., p . 63.
Capitolo quinlo LE COMPAGNIE E LCONDOTTIERI TTAUANI
1. La "Compagnia di San Gior~iu" di Alberico da Barbiano Il periodo delle compagnie di ventura ita liane è noto anche come periodo dei condoLLieri ed ebbe inizio ne l 1378 con la coslilu zione d ella "Compagnia di San Giorg io" da parte di Alberico da Barbiano, con le di Cunio, Lugo, Ba rbiano e Zagonara. P er quanto sia già c hia ro dai toponimi del Litolo nobiliare, va precisato che s i Lraltava di un Romagnolo di antica stirpe. Per uno strano caso tanto il prim o quanto l'ultimo dei condottieri di quest'epoca furono di origine e di sangue romagnolo. Se nel secolo precedente la Romagn a aveva s ubito passivamente le incursioni delle compagnie <li ve ntura straniere, con l'avvento di quell e ita liane dive ntò un a delle regioni più prolifiche di venturieri, alimentando intensamente il m ercato mercenatio e fornend o le figure più emblematiche de i condot t ieri. Di que sti il capostipite lu , per l'appunto, Alberico d a Barbiano. La "Compagnia di San Giorgio" fu l'ultima unità di ventura a di stinguersi per un nome proprio e tutte quelle successive s i identificarono col nome d el rispellivo condo ttiero; prima di qu esta a ltre due compagnie avevano po1iato il n o me del santo protettore <lei c avalieri : la prim a Fu qu ell a fondata <la Lodlisio Visconti nel 1339, la seconda quella di Ambrogio Visconti costituita nel 1364; e ntrambe comprendevano m ercenari in preval e nza s tranieri ed o perarono in Lom ban.lia e in Toscana. Questa d el Barbiano, dive n n e famosa come poche altre sia per la portata e la notorietà delle imprese compiute, sia p er essere stata composla (all'inizio) esclu s ivamente da venturie ri italiani. M o lto è slalo sc ritto su questa unità con sid e rala come l'espressione delle rinate v irtù militari italiane dopo un secolo e più di in contrastato prevaler·e di m ercenari s tranieri. Non è tuttavia d a c redere ch e il suo fondatore, quando dec ise di alzare l'insegna per proprio conto, fosse animalo da sentimenti di patriottismo 1 o da nobili ideali. E gli era un uomo del suo te mpo e dunque un capita-
1
P. Giovio, Gli elogi. Vite brevemente descrille di uomini illustri, p. 78.
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no di ventura come tanti altr i, e di questi n o n certo il miglior-e, chè non impose alcuna svolta radicale ne l costume milita re d ell'epoca . Fu solta nto un uomo acco rto, il quale , a d un certo mome nto della vita, capì di ave r acquis ito s uffic ie nti capac ità profession a li per p ot er c ompe tere coi capita ni s tra nieri n ella s partizion e di que i profitti ch e il fiore nte m e rcato d ella guerra aveva fino a llora riservalo in esclusiva a ll e compag nie straniere . Aveva avuto te mpo e mod o ùi confrontare con i m ercenari st ranie ri, o ltre alle proprie doti, a n ch e la comba ttività d ei soldati romagnoli che costituiva no il nucleo primigeni o d ella sua milizia e aveva visto che non c'era m olto d a imparare ùa i venturie ri d'o ltralpe . Aveva infatti milita to nella "Co mpag nia Bia nca" di Giovanni Acuto con un p iccolo contingen te di cavali eri recluta ti ne lle te1r e di Lugo , Bagnaca va llo e Cotigno la , imparando lutto ciò ch e serviva pe r di ve ntare un com batte nte e un comandante. Decise pe rc iò di m etters i in proprio e si fece avanti giocando una cart a nuova, ossia s tuzzicando n o n ta nto il senti me nto cli italian ità, ancora d el tutto inesis te nte nella gente comune , quanto piuttosto la prospe lliva di contende re ai ve nturieri oltrem o nta ni i pingui gu a d agni che essi venivano a prender si a l <li q ua delle Alpi . Fu su questa base che gli r iuscì di raccog lie re a ttorno a sè un certo numer o di cavalie ri coi quali poté assume re le prime condotte indipe nde nti. TI nucleo iniz ia le d ella sua com pagnia era cos tituito , com e già detto, ù a clem enti ro magn oli recluta li nei suo i fe udi , vincola ti a lui da conoscenza a ntica e dire tta e da stima , con un ra pporto di lealtà che non s i riscontrava nelle co mpagnie slrnniere. Gli a pporti s u ccess ivi di m erce na ri ve nnero a sso rbiti in que ll'a tmos fera di fed eltà al cap itano e ne ris ultò una coesio ne ch e esa.ltava l'efficie nza comples siva de ll'unità stessa. G raz ie a d una i-icca condo tta o fferta d a B arn a bò Visconti , in gue1Ta contro gli Scaliger-i , Alberico riuscì a portar e gli effettivi a du e mila "la n ce" , o vvero a s e imila cavalieri , d a ndo in la i m od o all'un ità la consisten za d i u na vera e p ropria compag nia di ventu ra c he b a ttezzù col nom e di "Sa n Giorgio", e ra il m ar zo del 1378. Ai suo i militi impose una disciplina severa ed un serra to ritmo addestra tivo. Impostò nuovi procedime nti cli impiego d ella cavalleria co nsistenti nell'a ttua re la cari ca per squadroni compa tti, in s uccessio ne di tempo, p iullosto ch e p er rormazioni bnea ri com 'era ù'uso. Migliorò la protezion e dei cavalieri aggiungendo a ll'elmo la visie ra a ripa ro degli occhi e a l p e llorale dell'arm a tu ra la gorgie ra, a difesa d e lla go la ; sost ituì le parti in c uoio (b raccia li e schinier i) con
Le compagnie e i condouieri italiani
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manuf"alti d'acciaio; munì i cavalli di armature in cuoio ricotto e la melle m etalliche a prolezione del pettorale e d egli arti inferiori e n e armò la tesla con un frontale dota lo di un puntale d'acciaio c h e r·e ndeva il qua drupede un a specie di unicorno capace <li ferire uomini e altri cavalli durante le catiche e nel corso d ei combattimenti. Si dice inoltre ch e nel reclulare i suoi venturieri, imponesse due giuramenti: non volgere mai le spa lle a i m e rcen aii d'oltralpe, impegn a rs i a cacciare dall'Italia ogni gente s traniera 2 . Tulle queste iniziative e innovazioni ric hiamaro no su <li lui l'atten zio n e dei pot enli del tempo; anch e gli uma nisti vollero vedere nella s ua pe rsona l'uomo invocato dal Pe trarca e capace di dar corp o a i versi profetici del poe la: "ch e fan qui tante p e regrine spade? (. ..); e pur c he voi mostriate, segno alcun di pietade, vertù contra furore prenderà l'anne, e fi a 'l comb a tter corto, c h é l'a nliquo valore ne !'italici cor no n è ancor m orto" 3 • Ma i prnponimenti di Alber·ico non eran o sorretti da llu virtù invocata dal poeta. Egli era figlio di gente c h e esercitava il mestiere delle anni <la qu alc h e gen erazione e non s i può quindi indagare spera ndo di trovare nel s u o animo qu ello ch e n o n aveva, c he non aveva m ai ricevuto e c he no n poteva quindi d are. La con ferm a <li qu esta valutazio n e è lui stesso a d offrid a, infatti,un a nno dopo il s uo primo vilto1ioso intervento a soslegno de lla cau sa del papa itali a no, egli comba tté conlro città italiane, aprendo l'accesso a lla s u a compagnia anche a i mercenari stranier·i e commis e nefandezze tali contn> in ermi popolazioni da f'a r ri r:np ia nger e i capitani stra11ie r·i4 . La s u a ascesa come capitano è legata a l pa pa Urbano VI, sali to a l Soglio nel 1378 in circostam.e drammatich e: il popolo <li R o ma temeva ch e l'elez ione di un papa francese potesse riportare la Sede Apostolica di nuovo ad Avigno n e e così, con minacce di aggressione, aveva costre tto i cardinali in conclave ad elegger·e u n pa pa i Lalia n o. Ma il gruppo dei cardinali francesi, scampato il pericolo, s i 2
3 4
P. Zama, Romagna rornantica, ci L. , pp. 99-101. Pe trnrca, Can zoniere; ftalia mia, CXXVIII, 20, 91-96. M. Mallct, Signori e mercenari, cit., p. 46.
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e ra riunito a Fondi il 21 settembre 1378 sotto la protezione del re di Na poli e aveva dichia rato illegalmenle e le tto Urbano procedendo quindi ad eleggere un allro papa. Il prescello era quel Roberto di Ginevra responsabile della strage di Cesena che prese il nome di Cleme nte VII e con la sua elezione ebbe inizio il Grand e Scisma d'Occidente. I cardinali francesi, so s tenuli d a l re di Napoli, inte ndevano caccia re da Roma Urbano per insediarvi Clemente e per riusci re n el loro intento, ingaggiarono la compagnia di ventura dei Bretoni di Budes e di la Salle, la stessa dell'eccidio di Cesena. Dal c anto suo pa pa Urbano si rivol se a l condottiero ila li ano più noto in quel momento, Alberico d a Barbiano a ppunto, offrendogli una sostanziosa condotta che permise all'emergente capitano di accorrere dalla Lombardia dove stava combattendo, con tre mila "lance" e poco più di mille ra nti . La scelta del papa non fu casuale, egli volle dare un carattere nazionale all'azione di di fesa della legillimità della prop1ia e lezione a l Soglio. Anche Catelina da Siena aveva rivolto ad Alberico u n caloroso incitamento5 a ll'impresa contro i cardinali scisrnalici, da lei definili "demoni incarnali". La "Compagnia di Sa n Giorgio" giunse quindi n el Lazio e s i schierò contro quella dei Breloni sui colli Albani, vicino al castello di Marino, alla fine di aprile d el 1379. Iniziò la battagli a l'avanguardi a della compagnia italiana guidata d a Galeazzo Pepali di Bologna, e dopo cinque ore di combattimenti insolilamente aspli e crue nti, Alberico riuscì a sopraffare e a disp erd er e gli avversari. fl capitano romag no lo divenne immedi a tamente un eroe, il salvatore d el papa italiano e de lla Chiesa di Ro m a e la sua fama s i diffuse rapidamente in tutta la penisola. Dopo la battaglia Albe rico si diresse a Roma e il papa gli a ndò incontro a piedi nudi, 1icon oscente. In San Pi e lro il condottiero ricevette il titolo di cavaliere di Cristo e il dono di uno s te ndardo bi a nco con una croce al centro e agli angoli la s critta: "Lib. Ha. Ab Ext.", ossia "Italia liberata d agli stranieri che dive nne p oi il motto della Compagnia e dei conti di Barbia no 6 . TI papa, Caterina da Siena e molta altra gente che aveva lemu-
5 6
G. Portigliotti, Condollieri, pp. 59- 60. P. Zarna, Romagna romantica, cit., p. 99.
Le compagnie e i condouieri iLaliani
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to le violenze dei Breto ni , salutarono con giu stificato entusiasmo la vittoria di Marino e il prode condottiero che li aveva preservati da oscuri pericoli. Effettivamente Alherico aveva preservato ad Urbano la tiara, ma non si puo andare oltre questo merito: egli non era il difensore della Chiesa, né il campione della cattolicità ita liana; egli era tanto lontano dal pensiero e dalla fede di Caterina da Siena quanto la spada può esserlo dalla preghiera e la cupidigia dall'ideale. Tnfatti, appena un anno dopo quella sfolgorante vittoria, Alberico veniva battuto dai venturieri di Lucio Landa e di Giovanni Acuto in Toscana, sotto il castello di Malmantile, mentre rapinava e saccheggiava per quelle contrade come un qualunque a ltro venturiero e nel 1381 metteva a sacco la città di Arezzo infierendo su gli inermi citta dini con una spietatezza che aveva poco da invidiare a quella dei Bretoni e di altri mercenari stran ieri. Le vicende s u ccessive lo videro imp egnato nel Regno di Napoli, schierato con Cado di Durazzo contro la regina Giovanna I. L'impresa andò a buon fine ed egli ebbe il titolo di "Gran Connestabile" del Regno. Le complicate vicende dei pretendenti al trono del Regno non r ientrano nei limiti del prese nte lavoro, tuttavia, si può accennar·e a l fatto c he, nel quadro delle lotte tra il re in carica e i pretendenti di casa d'Angiò, Alberico venne invialo in Romagna nel 1383 per sbarrare la strada coi suoi venturieri a lle milizie di Lodovico d'Angiò e di Amedeo Vl di Savoia che scendevano lungo la via Em ilia diretti verso Napoli. Era la prima volta che la "Compagnia di San Giorgio" ent rava in Romagna per esigenze operative. Purtroppo l'uni tà era a ranghi incompleti: disponeva infatti di quattromila cavalie1i in tutto e non era in grado di affrontare apertamente l'avversaiio che disponeva di forze ben più nume rose. Alberico si limitò pertanto a distribuire i su oi venturieri tra Forlì e Cesena per garantire la difesa delle due città. Se <la un lato gli riuscì di impedire che queste cadessero in mano ai mercenari francesi, d a ll'a ltro fu costretto ad arrecare notevoli danni a lle campagne dei due distretti in quanto fece ri corso a ll a tattica della terra bruciata , incendiando il foraggio e ogni altra risorsa affinché non venisse uti li zzata dagli invasori. Il resto lo fecero i Francesi: " ... le sementi vennero disperse, i solc hi rovinati dagli zoccoli dei cavalli, i vigneti divelti, stroncati gli alberi. Fu tutta una rovina, una devastazione per quelle terre già ricche di tante messi ... ". Pressato dal bisogno di rifornimenti, l'eserci Lo angioino lasciò rapidamente la Romagna e per le Marche e l'Abruzzo si portò in
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Puglia, ove peraltro, per lo scoppio di una peslilcnza che uccise lo stesso duca d'Angiò, si sbandò e si disperse senza consegu ire alcun risultato. Assnllo quell'impegno Alberico s i congedò d a l re di Napoli e tornò nei propri feudi per provved e re agli inter essi suoi e d ella sua famiglia. Bologna infalti , nella s ua politi ca di espansione, si era impadronita di terre e castelli, tra i quali quello di Barbiano, c ulla del ca sato di Albe rico. Ques ti, prima di impegnarsi a fondo nella riconquista d elle terre avite, piegò verso Tmola e pose l'assedio alla rocca di San Prospero che, assieme a quella di San Pielro, costituiva un caposaldo avan:1.alo dei Bo lognesi in Romagna. Bologna non esitò a d inviare le p ro prie milizie contro Alberico; si lrallava di un modesto complesso di forze cosliluito da due mila cavalieri e mille fanti, ma anc he il Barbiano dis poneva, al mome nto, di un ridotto numero di venlurie ri comprendente millecinqu ecenlo cavalieri e altrettanti fanti. Forze equivalenti dunque quelle che si affrontarono nei pr·essi di San Prospero per affermare, da opposte sponde, la signoria su un angolo di terra romagnola. All'inizio la battaglia sembrò volger·e a favore d ei Bologn esi, ma Albe rico, con una tempestiva m anovra della propri a cavalleria iiuscì a scompaginare lo sch ieramento d ei fanti avversari e a capovo lgere la si tua z ion e c o g li e nd o una sp le ndida vit tori a. La "Compag nia di San Giorgio" po té e ntrare in San Prospero a s ten dardi spiegati e qualche giorno dopo anche il castello di Barbiano lornava sotto il d ominio d egli antichi s ig nori. A Bologna non rimase altra scelta che riconoscere formalmente i di r·i Lli <lc i con li di Barbiano su quelle terre. Dopo quell'impresa che ti abili tava il prestigio d ella famiglia in Rom agna, Albe ri co tornò nel Regno di Napoli a combatle rc contro g li Ang ioini e ottene ndo come compenso la s i g noria di Tra ni , Giovinazzo e del contado di Conversano di Puglia. Ma nel 1392, in un comba ttimento presso Ascoli cadde p rigioniero e per riotte nere la libertà dovette pagar·e un riscatto di ventimila fiorini e prome tlere solennemente di non riprendere le armi contro gli Angioini p er al m e no di cci anni. La somma del riscatto era co nsiderevole; il Muratoti sostiene che a sborsarla fosse il duca di Milano allo scopo di legare a sé il capitano romagnolo; e c iò è poss ibile visto che, in effe tti, Albe ri co dopo quella vicenda p assò al sold o dei Visconti. Durante la prig ion ia di Albe rico un suo fratello, Giova nni, uomo irrequieto, ambizioso e di poc hi scrupoli, si era impos to a ll'atlen:1.ione in Romagna per una serie di ribalderie e di soprusi
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c onlro i borg h i e le ca mpagne limitro fe a ll e proprietà d e i Barbiano , ma soggetti alla potestà di Bo logna. P er qualche tempo gli riuscì di ra rl a rra nca, ma alla rine cadde prig ion iero d elle a ulorità bolognesi che, sen za tanti complimenti, lo c ond a nnarono alla p en a capitale assie m e a d alcuni membri della su a fam iglia. Albe r ico, da ll a Lombardia dov'era, accor se a ppen a gli fu p ossibile p e r ve ndicare il fra tello e i parenti, m a n el fra ttempo a B ologn a una sommossa inlern a aveva de lermina lo un cambi o d ei no la b il i a l pole re e que ll i responsa bili d ell'esecu zione di Giovan n i d a B arbiano erano s ta ti esili a ti, sicch é q u ando Alberico giunse a B ologn a ven ne accolto in a mic izia e con lulli gli o no ri d all e autor ità p o li tiche d ella città. Alberico si rivolse a llora contro Astorre Ma nfredi , signore di Faen za , che aveva avuto una parte di rilievo nella cattura e nella conda nna de i suo i congi u n ti e pose l'assedio a Fae n za, lascia nd o p ie na libertà a i suoi ventu rieti di depredare il territo rio faentin o. Per quell'impresa B o lo gna g li con cesse il rinforzo di un miglia io di fa nti e balestrieri al comand o di Pino II Ordelaffi, signore di Fo rlì, con l'o hhielli vo di recuperare il castello d i Solarolo <lei qua le si era impad ronito AstoITe M an fredi. Ancora un a volta i R om agn oli s i s tavan o comb a ttend o t ra lo ro c on un accaniment o d egn o di m iglio r causa. Ma c hi e ra q ueslo nu o vo conle nde nle d i Albe rico? Cerch iam o di conoscerlo un p o' m eglio.
2. La "Compagnia della Stella" di J\ s/orre Manfredi
As t orre Ma n fredi era coeta neo d i Alberico e qua ndo ques ti aveva cosli lu ilo la "Compagn ia <li San Gio rgio", per emulazion e o per reale vocazio ne , aveva anch'egli innal zato le in segne di ventura raggrup pand o a ttorno a sé, n el Pa rme nse, u na p ropria compag nia c he hallezzò "della Sle lla", un ilà d i modesta con sistenza che comprendeva alcune centina ia di "lance" e circa duemila fanti in massima parte b ologn esi e r omagnoli. U na volta cosliluila la compagn ia il Manfredi intendeva a ttravers are il territorio di Moden a, attaccare Bologna , sottom ette rla e success ivamente p roietta rs i co nlro Fo rlì e R imin i. Un progra mma a mbizioso in considerazione delle m o deste forze disponibili e in p ra tica b astò il rifiuto d el march ese di F errara alla richiesta di tra n s ito p er le terre del Mo de nese pe r cos lr·ingerlo a cambi ar lo . Ma nf"re<l i pe nsò allora di ditigersi verso Ge nova. La città , che non
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era preparala a difendersi, visto il profilarsi di quella minaccia, aveva acconsentito di assoggettarsi a l pagamento di una grossa taglia piuttosto che affrontare un combattimento cli esito incerto. La taglia però non bastò ad allontanare definitivamente la compagnia del Manfredi; infatti, passali alcuni mesi, questi tornò in Liguria, convinto di ritrovare la stessa ar-rendevolezza della prima incursione, per impadronirs i d i Genova e di a ltre città liguri. Ma questa volta si imbatté in una inopinata reazione: la sua compagnia, mentre era accampata nella val le del Bisagno ai piedi delle colline dell' Al baro in attesa di dirigersi su Genova, venne allaccala di sorpresa dalle milizie della c ittà e del contado e fu sbaragliala e distrutta . Nel breve volgere di un anno la "Compagnia della Stella" era sorta e tramontata per· sempre. Ma Aslorre non si dette pe r vinto d el tutto e riprese con più le na la sua attività d i capitano di ventura, g uerreggiando a l soldo di altri s ig nori più potenti di lui e leganòo il proprio nome, talvolta in b ene, tal altra in male, agli avvenimenti di Romagna l"ino a trovarsi assed ia lo nella sua stessa c ittà dalla compagn ia di Alberico da Barbiano. Torniamo dunque a quell'assedio. Mentre le operazioni attorno a Faenza languivano , a Bologna Giovanni Bentivoglio si proclamava s ignore della città ric hi amando i fuor-usciti e gli esiliati r·esponsabili dell a condanna di Giovanni da Barb iano, banditi poch i m esi innanzi. Sen;,.a frapporre indugi Alberico tolse l'assedio a Faenza e s i diresse verso Bolog na, saccheggiando le teITe e i borg hi del distretto ad essa soggetto, specie n elle zone di Medicina e Budrio, ripagandosi in la i modo delle spese sostenute per l'assedio di Faenza . Nel corso di tali incurs ioni si affiancò a l condottiero la sorella, Lippa contessa cli Cunio, spinta, sembra, da una irrefrenabil e scle di vendetta c ontro gli u ccisori del frate ll o minore Giovanni a l q ua le era particolarmente affezionata, ma sotto le mura di Bologna una i naspettata sortita delle milizi e d e l Benlivoglio riuscì a dispe r·dere l'avan guardia della "Compagnia di San Giorgio" e Albeiico fu coslrello a ritirarsi e ad accontentarsi di saccheggiare le campagne tra San Prospero e Doua.
3.
Le,
ultime imprese della "Compagnia di San Giorgio"
Mentre erano in corso questi avvenimenti, Roberto di Baviera, n ipote d ell'imperatore Ludovico il Bavaro, veniva a su a volta eletto
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imperatore a Francororle e subito dopo chiamalo in Halia dal papa per porre un freno alle mire espansionistiche di Gian Galeazzo Visconti duca di Milano. Questi , per far fronte all'esercito imperiale, radunò sollo le proprie insegne i migliori capitani di ventura italiani con le rispettive compagnie, da Facino Cane a Carlo Malatesta, da Ottobuono Te rzi a Galeazzo Gonzaga, costituendo un esercito di ventitremila uomini, diviso in due a liquote, al c ui comando generale pose Jacopo da l Verme e Alberico da Barbiano. Quest' ultimo, per assumere il nuovo prestigioso incarico, dovette sospendere l'impresa contro Bologna, proponendosi pe raltro d i condurla a termine appena possibile. Il 21 ottobre del 1401, vi c ino a Brescia l'esercito imperiale, a l quale si erano aggregate le milizie di Ve nezia e di Fire nze, benché superiore in forze a quello del Visconti, subì una clamorosa sconfitta . Nessuna forza si opponeva più ai disegni del duca di Milano, il quale mirava a riunire sotto il proprio dominio, come già visto, tutta l'Italia settentrionale. In questo quadro, il primo importante obbiellivo dell 'espansione ducale vers o sud era Bologna e ad Alberico non parve vero di poler tornare a completare l'opera contro questa cillà a l comundo dell'eser cito visconteo la cui consistenza gli permetteva di affrontare il Benlivoglio sia in campo aperto, sia di stringerlo d 'assedio nella sua città. In avvio di campagna Alberico riconquistò pe,- primi Lugo e Ba rbiano che ancora una volta erano passati sotto Bologna, mentre lui era impegnalo a rronteggiare l ' e s ercito imperiale in Lombar·dia e Fece trucidare i s oldati bolognesi delle guarnigioni pe r vendicare l'analogo trattamento che questi avevano inflitto ai difensori delle due loca li là alcuni mesi innanzi. Ne l rrallempo attorno a Bologna si s lava radunando l'élite militare del tempo in vista dell'imminente s contro. Erano col Bentivoglio le milizie fiorentine comandate dall'ultimo epigono dei venturieri stranieri: Bernardone di Guascogna, ai cui ordini militava anche Muzio Attendalo Sforza; inoltre c'erano le compagnie di ventura del Crivelli e quelle di Giacomo e Francesco da Carrara, signori .di Padova. Le forze viscontee erano ancora una volta sotto il comando generale di Albe rico, il "Gran Connestabile", come lo ch iamavano, a cui tutti riconoscevano grande esperienza e capacità nella condotta delle operazioni; tra i capitani in sott'ordine erano Jacopo dal Verme, Facino Cane, Pandolfo Malatesta, ciascuno con la propria compagnia di ventura, e in più alcun i contingenti di milizie
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inviate da Ravenna, da Spoleto , da Fabriano e da Mirandola. Le compagnie viscontee erano accampate a Casalecchio, sulla sponda occidentale del fiume Reno; quelle bologn esi sulla sponda opposta . La battaglia ebbe inizio il 26 gi u gno 1402, verso l'alba, con scaramucce tra opposte pattug lie. Poi Alberico prese l'iniziativa e passò decisam e nte all'attacco nei pressi del punte di Casalecchiu, al di là del quale la cavalleria fiorentina e bolognese era schierata, pronta a fronteggiare l'impeto awersario. Nelle fa si iniziali d ello scontro primeggiarono i venturieri del Crivelli e quelli di Muzio Attendolo, ma poi i due capitani, attratti in un'imboscata dal capitano visconteo Nanne de Gozzadini, vennero accerchiali, sconfitti e catturati. Muzio Attendulo da Cotignola era stato un pupillo di Alberico che lo aveva avuto alle dipendenze anni addietro, lo aveva c reato cavaliere a quattordici anni e g li aveva affibbialo il soprannome di "Sforza" per il suo carattere in1.1entu, nome destinato a rimanere a n c h e alla sua discendenza e a diventare uno d e i più illus tri d'Italia. Ora, caduto prigioniero del s u o primitivo capitano, attribuì la colpa di questa sua disavve ntura a uno d egli uffic iali d el Crivelli, un certo Tartaglia, al quale non perdonò mai il comportam ento ch e fu, secondo lui , causa dell'infausto esito della baltaglia. Alberico, accortosi della rotta s ubìta dall a compagnia del Crivelli e della fuga dei superstiti, sfruttò il momento favorevole gettando nella mischia tulle le forze disponibili, riuscendo, non senza pesanti perdite, a volgere in fuga l'intero esercito awersario. Ingente fu il bottino di cavall i e di armi; tra i prigionieri p iù illustri, o ltre all'Attendulo, c'erano i due fratelli da Carrara cd il condottiero d e i fiorentini, Bernardone di Guascogna. La cavalleria viscontea incalzò da vicino i fuggitivi; l'indomani maltina giunse sotto le mura di Bologna cd entrò in città senza trovare resistenze. Giovanni Be ntivoglio non si aspettava una sconfitta così completa e repentina; non avendo predispos to la fuga pensò di nascondersi in città, ma venne scope rto da alcuni popolani, condulto in piazza Maggiore e massacrato a furor di popolo 7 . Gian Galeazzo Visconti p ensava di rare di Bologna la base di operazione avanzata e si preparava a dilagare in tutta la Romagna
7
P. Zama, Romagna romantica, c il., p . 112.
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e a spingersi poi oltre l'Appennino per con ferire a l suo dominio l'est en sione territoriale d egna d i un regno, q u a ndo, c olpito da ll a pes tile nza che aveva inrierito per la pianura padana du rante tutto il m ese di agosto, moriva il 2 settembre di quell'anno. Non seguiremo le vicende di Alberico dopo la m orte del duca di Mil a no; diremo solo che egli indug iò in Romagna con la sua compagnia, pago di essere signore <li fotto n el contado imolese, in un territorio che comprendeva i feudi della fam iglia e si incuneava tanto verso Bologna quanlo verso Faenza. Nel 1403 Bolog na tornava sotto il dominio dire tto della Chiesa e Alberico capì di no n pole r più rivolgere le su e m ire su q ue lla città. Riprese allora l'azione contro il Ma nfredi, suo antico ,-ivale, e spinse la "Co m pagnia di San Giorgio" un'alt ra volta co ntro Fa e nza. La povera città, dopo un lun go assedio si ar rese e Alber ico: " ... con più cru d e ltà ch e virtù fece malgo ve rno d ei vi nti ... ". Qualche tempo dopo, o ppresso dal bi sogno di danaro, rinunciava a lle pretese su Castel San Pi etro e cedeva Faenza a l cardinal lega to Bal <lassan-e Cossa per un compe nso di venticinque mila fior ini , somma c he , peraltro, sembra non gli venisse mai pagata 8 . Richia m alo nel Regn o di Napoli da re Ladis lao , partecipò ancora alla g u e rra c h e in qu e l momento ved eva contrappos ti il re di Napoli e il papa. Tn ques ta campag na, m entre era in marcia con la sua legge nda r ia compag ni a per affrontare le m ilizie pontific ie, morì di "mal d'uret ra" in un cas tello vic ino a Perugia il 26 aprile 1409. La morte lo aveva fermato, im pedendogli di raggiungere la m éta di un principato che aveva sempre sognato e che altri capita ni, a nc he meno valorosi, avevano già conseguito o s i appres ta vano a raggiungere, sorretti d a indubbie capaci tà m ilitari e politiche, ma anch e da una fort una c he no n aveva arriso ad Alberico da Barbi a no. La sua compag nia finì con lui, ma <lai ranghi di essa erano g ià usciti i germogli e i virgulti c he avrebbero a lime nta to il fenom e no de i condottieri per tutto il XV secolo. I conti di Ba rbiano discende nti d e l "Gran Co nn es tabile", lasciarono definitivamente l a Romag na ne l 143 1, trasferendosi in Lombardia nel fe udo di Belg io ioso r icevuto dai Visconti e perpetuaron o il ca sato originario aggiungendo al blasone, il tito lo d i con ti di B elg io ioso.
8 L. A. Muralori , Annali d'Jtalia, voi. 1, p. 320.
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Alberico era apparso alla ribalta della scena militare circondato da un alone di virtù che in realtà non possedeva, ma che, ciononostante, gli rimase appiccicato per tutti i trent'anni della sua attività di condottiero; anche la storia lo ricorda tra quelli che più degli altri riful sero per meritata fama gueniera e perché segnarono con le loro imprese un'orma più singolare nello svi luppo dell'arte militare. ln realtà egli fu soltanto un uomo del suo tempo, un buon condottiero, ma con tutti i limiti, i vizi, e le vanità dei capitani di ventura.
4. Le compagnie di Mu zio ALlendolo e di Braccio da Montone Dopo la morte di Alberico da Barbiano seguì in Italia un periodo convulso e confuso per la maggior par·tc degli Stati italiani , in particolare: - in Lombardia, con la scomparsa di Gian Galeazzo Visconti, il Ducato di Milano si era in gran parte disgregato a causa delle contese tra i capitani già a l servizio dei Visconti e c he miravano, più o meno scopertamente a subentrare nella signoria del Du ca to. Tra costoro Facino Cane era diventato il padrone della situazione nel Pavese, m entre Pandolfo Malatesta dominava nel Bresciano; - nel Veneto la Repubblica di Venezia aveva cacciato i da Carrara, signori di Vicenza, di Verona e di Padova e aveva esteso il proprio dominio di terra a occidente sino a raggiungere il confine col Ducato di Milano; essa si proponeva, pertanto come principale antagonista di quello Stato, col quale si prospettavano imminenti e inevitabili contese per affermare la supremaz ia sull'Tta li a settentrionale; Venezia si preparava al confronto con Milano ingaggiando le migliori compagnie del tempo ed i capitani più noti come Jacopo dal Verme , Erasmo da Narni (i l Gattamclata) cd a ltri; - in Toscana la Signoria di Firenze, visto svanire l'incubo d ell'invasione viscontea in seguito alla scomparsa di Gian Galeazzo, aveva soprasseduto a ll e predisposizioni bellic he: i nom i d ei cap itani d i ventura, infatti, non compaiono spesso nei libri contabili delle spese militari della Repubblica tra il 1404 e il 1414; - nello Stato pontificio il quadro politico era estre mame nte confuso a causa dello scisma in atto, motivo principale della mancanza di un potere centrale efficiente ed autorevole. Fino a quando non giunse a Roma papa Martino V, ponendo fin e a l Grande Scisma d'Occidente, il te1Titorio dello Stato rim.ase l'area più insta-
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bile d'Italia e nella quale era più facile anch e per i condottieri realizzare sogni ambiziosi di dominio. Furono infatti dive rsi i capilani ch e riuscirono ad impadronirsi di Le rre, borghi e castelli, proclamandose ne signori e il papa, non avendo la forza n ecessaria per scacciarli, ricorse all'artificio di nominarli vicari pro-tempore, al fine di salvaguardare quanto meno la sovraniLà nominale su quei territori altri me n ti persi; - nell'Halia del sud, il re di Napoli, Ladislao, aveva compiuto dive rse operazioni di espansione verso nord , nel territorio dello Stato pontificio, impi egando un pode roso esercito col quale era riusc ilo ad impadronirsi anche di Roma (ma solo temporaneamente) e di parte del suo distretto, spinge ndosi a nord s ino a minacciare Arezzo e Sie na. Nel quadro delineato balzarono in evidenza, in campo mililare, due grandi condottieri: Muzio Atle ndo lo da Cotignola e Andrea Fortebracci dei conti di Montone d etto Braccio d a Montone . Creatori entrambi di una propria tattica di comba llimenlo, rurono co nsiderati due capiscuola; ciascuno d e i due choc un la rgo seguito tra i capitani del tempo e ad essi s i riferirono un po' tutti i comb a tte nti s ino a lla fine del Quattrocento. Le loro imprese più s ig n i f"i calive si svolsero n ell'Italia centro-meridi o n a le e in Le1-essarono la Romagna solo raramente . È nota la partecipaz ion e di e ntrambi alla battaglia di Casalecchio nel 1402 ne l corso d ella quale Muzio Atlc ndolo venne fatto prigioniero m entre combatteva com e capita no tra le milizie fiorentine; Bracc io , in vece, vi p a rte c ip ò nei ranghi della "Compag nia di San Giorgio" come semplice comandante di squadra. Dieci anni dopo Braccio, già condotlie ro a ffe rm a lo, venne eleva t o alla cari ca di gove rn atore di Bolog na dal papa Giovanni XXIII, carica che egli sfruttò per far danaro il più possibile, usando qualsiasi m ezzo per proc urarselo: a Lai fin e invase il territorio di Cesena, taglieggiò le città di Forlì, Ravenna e Rimini, espugnò Cesena tico ed il castello di Sadurano n el Forlivese. Saputo poi ch e papa Giovanni XXIII era s tato deposto dal Concilio di Costanza, lasciò Bologna dietro compe nso di centotta ntamila ducati, volgendo a lla conquis ta di Todi, Narni, Terni e Orvie to, di c ui si proclamò poi sign ore. Le vice nde particola ri di Braccio e della sua compagnia non interessarono in altro modo la Romagna e quindi non le seguire mo; invece sembra opportuno d elineare un po' m eglio la figura di Muzio Attendolo, visto c he si tratta di un personaggio di origi ne romagnola.
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Secondo una diffusa leggenda, Muzio Attendolo9 avrebbe abbracciato la professione delle armi per responso della sorle. Giovanetto di soli tredici anni , invitato ad arruolars i da un nucleo di venturieri reclulalori1° che transilava per le su e tene, mentre lavorava nei campi, egli avr·ebbe scagliato la zappa tra i rami <li un albero: se fosse ricaduta l'avrebbe ripresa per sempre, ma essendo invece rimasta sospesa tra i rami , abbandonò ogni dubbio e intese qual'era il suo destino; lasciò di notte la casa paterna, sottraendo un cavallo a l padre e partì sol<lalo. Dice il Ricolli che dopo quattro anni: "... essendo già diventato un valoroso domalor·e di cavalli, tornò a casa con voglia di maggior sorte" 11 . Focoso d'animo e rortissimo di corpo, Lanto da ii u scire a spezzare un ferro da cavallo con le sole mani 12 , desideroso <li !"arsi strada nel mondo dei ventmieri, ripartì da casa per sempre, portando con sé alcuni <lei suoi fratelli, altri congiunti e conoscenti coi quali coslituì il nucleo allorno cui formò la sua prima compagn ia. Si arruolò con Alberico da Barbiano che forse già conosceva; bisogna inraui dire che gli Allendolo non erano affatto una fami gl ia di pacifici agricoltori, b e nsì una schiatta di bellicos i e faziosi romagnoli in perpetua ed acerba contesa con i compaesani che non la pensavano al loro stesso modo e quindi erano, da generazioni, dediti anche al mestiere delle a rmi . Alberico aveva imposto al suo giovane conterraneo il soprannome di "Sforza" un giorno in cui questi stava a llercando con altri commiliton i e avendo tentato in vano di acquielarlo, se ne uscì u rlando: " ... tu dunque h ai viso di sforzare anche me? Ebbene abbiti il nome di Sforza" 13 . Così fu rinnovato il battesimo di Muzio Attendolo, rimaslo poi per sempre lo "Sfor za" per sé e per i suoi d iscendenti. Ben presto lasciò il suo maestro per servi re con altri rinomali capitani come il Broglia di Chieri, incominciando a salire i gradini
9 Lo s torico faentino F. Lanzoni , nella s ua biografia <lei condottiere p recisa che Muzio era nato Cotignola di Ravenna il 28 maggio del 1369 da Giovanni ed Elisa Petroncini; il suo nome di ballesimo era Giacomo , <la cui il diminutivo Giacomuzzo e da questo, Muzio. 10 S i tra l lava di un nucleo rcdulalo1·i della compagnia di Boldrino da Panicate. 11 E. Ricolli, Compagnie di venlura, cit. , voi. l , p . 227. 12 E . Ricotti, Compagnie di ventu ra, cit., voi. I, p. 228. 13 E. Ricolli, Ibidem, p . 228.
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della gerarchia militare e oltenendo n e l 1398 da Gian Galeazzo Visconti la prima condolla con una compagnia indipendente. Passò poi sotto Firenze nel cui esercito si trovò, alla ballaglia di Casalecchio, davanti al suo primo capilano e qui l'allievo non superò il maeslro, nonoslante la tradizione voglia che egli si batLesse come un leone sino a tarda ora, cedendo la spada solo quando si vide circondato da ogni parte. Successivamenle comballé col papa contro Napoli, poi con Napoli contro il papa, rivelando da un lato eccellenli doli di slralega e di comandante, dall'altro tutte le pecche del venluriero. Ideò infatti, come si è vislo, una nuova lattica che segnò un notevole progresso dell'arte militare tenendo nel contempo a rreno, con mano sicura la sua masnada di venlurieri. Per contro praticò il tradimento con sinvoltura, s ino a farsi sicario di un suo collega avversario, Ollobuono Terzi. Per conto del marchese d'Este e venne m e no a patti solennemente sottoscrilli col papa. Quando quest'ultimo lo scomunicò e fece affiggere alle porte di Roma la sua immagine appesa per un piede e con la scrilta: "Io son lo Sforza villan di Cotignola" 14, lui non se la prese più di tanto e disse che le scomuniche sono come il solletico e fan paura a chi lo senle. Morì nel gennaio ùel 1424, mentre attraversava un torrente in piena, cadendo da cavallo, nel tentativo di soccorr-ere un suo paggio caduto in acqua; scomparve Lra llulti assieme al suo paggio e il suo corpo non fu mai ritrovato. Si dice che Braccio da Montone (che da tempo era o rm ai il suo più accanito avversario), si rattrislasse della sua morte, presago forse del la sua rin e imminente, p redettagli da un astrologo molli anni prima, i1 quale aveva collegato l'una a ll 'allra la fine dei due grandi antagonisti. Braccio in f'alli di lì a pochi mesi rimaneva mortalmente rerilo nella sanguinosa battaglia dell'Aquila contro la compagnia sforzesca, guidata dal figlio di Mu z io , Francesco, il futuro duca di Milano. I due maeslri delle milizie venturiere italiane del Quattrocenlo scomparvern quasi contemporaneamente dalla scena mili Lare nella quale avevano interpretato il ruolo di prolagonisli, ma il loro valore fu fine a se slesso: ad en lrambi mancò un ideale e una buona causa per essere veramente grandi. Tuttavia "Sforza" e "Braccio"
14
E . R icotti, ibidem, p. 246.
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divennero gtidi di ballaglia che distinsero i venluricri dell'una e dell'allra scuola e tali si manlenncro anche per gli er·edi delle due dotttine tattiche, configurando due dislinte tradizioni nelle quali s i compendiavano sia l'arle militare sia l'etica e le virtù del costume mililare italiano del Quallrocento. Ma se è vero che continuavano a vivere tali tradizioni che conferivano continuità all'epopea delle compagn ie di ventura, è a ltrettanto vero c he con il 1424 i nii'.iarono a cambiare diversi fattori nella condotta delle operazioni di guerra. L'epoca dei capi lan i indipendenti, <ledili a ll a sola realizzazione ùi un utile personale ùa acquisire in breve tempo, slava per finire, mentre si andavano affermando i comandanti di milizie di Lipo sem ipermanente come ufficiali di cartiera a lle dipendenze stabili di uno Stato. Ai modelli ùi capitani quali Sforza e Braccio, si contrapponevano figure meno avvenlurier·e e più professionali come quelle di Bartolomeo Colleoni e di Gian Giacomo Trivulzio. I contorni delle compagnie sfumavano nelle dimensioni più ampie di organ izzazioni complesse come gli eserciti e i vincoli d'impiego, da saltuari e le mporanei, tendevano a diventare duratmi e permanenti. Un esempio a l riguardo ci viene l"orn ito dai documenli amm ini slrativi della compagnia di Micheletto degli Attendali (cugino <li Muzio), dai quali risulla che la su a compagni a, dalla data di costituzione (1425), a quella di scioglimento (1448), 1imase al serviz io del papa per più di sci anni continuativi , a i quali se ne aggiunsero allri tre dopo una dipendenza intermedia presso a ltri Stati; per altri quallro anni la compagnia rimase al soldo de] r e di Napoli e infine prestò servizio per la Repubblica di Venezia per più di sette anni 15 . La durata media dei contratti divenlava, dunque, più lunga di quella cui erano abituati i capitani di ventura <lei secolo precedente e finiva per conferire alle compagnie una connotazione di tipo "nazionale" , assimilabile alle milizie terri toriali e cittadine che ogn i Stato manteneva regolarmente in servizio allivo. La salluarictà dell'occupazione investiva solo alcune frange marginali delle compagnie, mentre la massa era impegnala in maniera duratura. Quelli c he dimostravano la maggior irrequietezza erano i cavalieri di alto rango i quali cambiavano con rrcquenza
15 M. Dd Treppo, A.spetti organizzalivi e amministrativi di una compaJ?,nia di ventura, c it. pp. 250-275.
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ingaggi e dipendenze nella spemnza di riuscire ad alzare, prima o poi, insegna per proprio conto e per questo erano insofferenli ad una posizione subalterna. Anche le denominazion i e i simboli cambiavano. Le compagnie di "San Giorgio" e "della Stella" furono le ultime a dislinguersi con un nome proprio, mentre ai vessilli d elle compagnie si sostituivano i gonfaloni degli Stati per i quali il condottiero militava. Anche le condizioni delle "condotte" cambiavano sostanzial m ente rispetto al secolo precedente. Anzilutto le paghe: a fronte di una maggior durata degli ingaggi con garan zia del soldo anche nei periodi di non helligeranza, i compensi subirono una progressiva e generale diminuzione. Se nel 1360 venivano corrisposti ventun fiorini per ogni "lancia", nel 1440 ne venivano concessi solo quattordici . Pe r contro i condottieri venivano considerati più alleati che dipendenti assoldati, le "co ndotte" diventarono d ei veri e propri trattati tra potenze pa ritetiche e i condottieri venivano menzionati anche nelle clausole da in serire nei trattati di pace a guerra con clusa. Molli elementi insomma concorrevano a m od il"icare le connotazioni c he avevano contraddistinlo le compagnie di ventura d el Trecento, tanto c he, anche le imprese compiute dai condottie ri e dalle c ompagnie d el Quattrocento finirono per fondersi con la storia militare degli Stati per i quali co mbattevano.
5. le compagnie di Pandolfo Malatesta e di Seccn da Montagnana Tornando alle vicende politiche e militari in Rom agna , dopo un decennio di relativa tranquillità, ve r·so il 1423 la tensione tra Fire n ze e Milano si era nuovam enle acuita a cau sa di Forlì poiché entrambi i potentati co nsideravano la città col relativo distretto una zona di propria influenza. Una sommossa della popolazione forlivese contro Lucrezia Alidosi, vedova d el defunto signore Giorg io Ordelaffi e tulrice del figlio Tebaldo, su ccessore d esignalo, aveva indotlo il duca di Milano ad inviare a Forlì il cap itano Secco da Montagnana con la sua co mpag nia di ventura per prevenire l'occupazione della citlà da parte di milizie fiorentine il cui intervento era stato sollecitato, appunto, da Luc rezia Alidosi16 .
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A. Vasina, Il dominio degli Ordelaf{i, cil., p. 176.
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La sommossa dei Forlivesi segn ò l'inizio di una lunga gu erra tra Milano e Firenze , guerra c he e bbe, come molte altre, ne ll a Romag na l'inevitabilè campo di battaglia. I Visconti mirava no ancora ad espandere il loro dominio oltre l'Appennino e quindi le città di Forlì, Imola e Faenza costituivano l'indispe nsabile base di operazioni per una tale impresa. Firenze, a sua volta, mirava a quelle s tesse città per far ne dei baluardi di difesa contro l'espa nsionismo milanese. Così, con la scusa di tutelare gli interessi dell'erede alla s ignoria di Forlì, i du e potentati concentrarono in Romagna i rispettivi corpi di spedizione , ciascuno de i quali comprendeva alcune compagnie di ve ntura. Capitano generale di quelle ingaggiate da Firenze era stato nominato Pandolfo Malatesta il quale, spod estato dalla signo r·ia di Brescia dal duca di Milano, odiava a m o rte i Visconti e dava quindi piena garanzia d i condurre con decisione l'azione co ntro le milizie viscontee in Romagna capitanale, com e si è visto, da Secco da Montagnana. Le forze contrapposte si equivalevano con una forza <li c irca quattromila cavalieri e di duemila fanti per parte . Un primo scontro avvenne n ei pressi <lei Ronco, a un miglio da Forlì, e il Malatesta mise in fuga i venturier i d el Secco; Forlì s i chiuse a difesa resistendo valida m e nte a ll'assedio d elle milizie fior entine. Ai primi di feb b raio d e ll 'anno s uccessivo, 1424, Secco da Monlag na na, d opo aver rinforzato la sua compagnia, tornò all'offen siva e riuscì ad occupare Imola approfittando del freddo eccezionale ch e aveva fatto gelare l'acqua del fossato attorno a lla c ittà rende ndo più facile l'assalto a lle mura. L'evento fu di particol a re importanza perch é segnò la fine d ella sig noria deg li Alidosi su Imo la e confermò, semmai ve ne fosse stato bisogno, la ripr·esa delle mire espansionistiche <lei Visconti in Romagna e, di qui , in Toscana. Scaduta la condotta il Secco con la s ua compagnia volse verso altre contrade e non rimi se piede in Romagna.
6. Le compagnie di Carlu Malatesta e di Angelo della Pergola Ne ll'estate di quello s t esso anno 1424, Pa ndolfo Malates ta venne rimosso dall'incar·ico di capitano generale delle mili zie fiore ntine e sostituito con il fratello Carlo, altro capitano di ventura già noto in lutta Italia per le numerose e vittoriose imprese com-
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piute nelle regioni centrali come capitano generale della Chiesa 17• Le milizie ducali, rinforzate da un contingente di fanti forn ito dall'alleato signore di Faenza, Guidantonio Manfredi, vennero poste alle dipendenze di Angelo della Pergola che, per fama e bravura, poteva essere considerato un degno avversario di Carlo Malatesta . Nel s usseguirsi delle scaramucce e deg li sconlri tra drappelli delle forze contrapposte, un manipolo di fanti romagnoli, inquadrato n e lle milizie fiorenline e comandato da Albe rico da Barbiano (nipote del grande omonimo), informalo dell'imminente arrivo in Romagna d ella compagnia di Angelo della Pergola, abbandonò l'assedio di Lu go, difesa da forze partigiane dei Visconti, e andò a rifugiarsi nel munitissimo castello di Zagonara, situato tra Lugo e Cotignola. Qui il co ndottiero dei venturieri ducali li assediò. Le for·zc di Carlo Malatesta, il cu i grosso era ancora dislocalo al Ronco, accorsero pronlamenle in aiuto de l Barbiano, togliendo in tal modo l'assedio a Forlì che, stremata dalla lunga resistenza, era ormai ridolla agli estremi. II Malatesta piombò sulla compagnia del d ell a Pergola dis locata allorno al castello di Zagonara e contemporaneamente il Barhia no effettuava una sortita in forze dall'interno d el castello stesso. Attaccata su due fronti , la compagn ia del della Pergola sbandò e sembrava ormai delinearsi un esito di pieno successo d elle forze l"iorentine. Il Ma latesta era talmente sicuro di un risu ltato del genere che inviò messi a Rimini e a Firenze per annunciare la vittoria, ma il condottiero dei ducali, dopo lo sbandamento iniziale era riuscito a contenere il ripi egamento della propria cavalleria e a riordinarla dopo una breve e opportuna riti rala. Era tornato quindi a ranghi serrati s ul campo di ballaglia mentre i venturieri del Malatesta e del Barbiano, imbaldanziti dal successo, avevano sciolto le formazioni abbandonando l'ordine e l'asse tto di com battimento. L'inaspettato riapparire della cavalleria viscontea, pronta per la carica, riempì d i sgomento i soldati avversari c he non ebbero né tempo né modo di ricomporre gli schieramenti sicché in breve la situazione si capovolse e furnno le milizie fiorentine a darsi alla fuga inseguite da quelle ducali. La vittoria del della Pergola fu clamorosa e completa e il Malatesta, con l'intero staff di comando cd il Barbiano, caddero prigionieri. 17 F. Biondo, Le istorie da la declinazione de l'impero di Roma infìno ai tempi nostri, voi. TT, lib. XXll, pp. 8-16.
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Lo slorico forlivese Biondo Flavio, afferma che il duca <li Milano se si fosse precipitato di persona, in Romagna a raccoglier·e e a consolidare i frulli di quella vitt01ia, avrebbe sicuramente poslo a lerm ine vantaggiosamenle a lla guerra con Firenze 18 ; egJi invece lasciò liberlà di condotta ai suoi capitani i quali, essendo dei venturieri, fecero soltanto ciò che ci si poteva attendere da loro: depredarono tutto il territorio d a Imola a Rimini avendo c ura di non risparmiar nemmeno quello degli alleati, seguendo le b en consolidate usanze mercenari e . Savignano che te ntò di opporre resistenza all'incursione di quelle bande di novelli vandali, venne assalita, espugnata e sacch eggiata. Firenze, passato il primo m o me nto di sconcerto per la sconfitta subita, non si dette per vinta e ricostituì subito un altro eser cito. Questa volta assoldò Niccolò Piccinina il quale rappresentava, al mom e nto, il continuatore e la punta di diamante della scuola "Braccesca" .
7. La compagnia di Niccolò Piccinina
Niccolò Piccinino era un capita n o di venlura fonnatosi n ei rang hi della compagnia di Braccio da Montone del qua le era diven lato be n presto il principale cons iglie re. Alla morte di questi aveva e reditato il comando della compagnia (per acclamazione d e i vent ur ieri), il motto, le in segne e la dotlrina tattica. Fu un fedele e inte lligente seguace del suo grande maestro del qua le perpetuò il ricordo manle ne do inalterato anche il grido di gu erra sicché la compagnia, nei m omenli <li esulla nza, a Braccio e non a lui inneggiava. Era pi cco lo , gracile e zoppo. Camminava sorretto da du e p aggi e saliva in sella co n grande fatica. Non aveva null a nella presenza che lo aiutasse ad imporsi al rispetto dei sottoposti , cionondimeno aveva un carisma tale da so ggiogare a nc he i capitani più spavaldi. Parlava poco, ma agiva con tempestività e audacia. Tra i condottie ri del suo tempo fu l'unico c he non accumulò ricc hezze e possedimenti benché fosse molto spesso vittorioso nelle sue battaglie. Tuttavia nemmeno lui fu capace di concepire grandi disegni
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F. Biondo, Le istoric, cil., pp.18-22.
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strategici e rimase vi ncolato al soldo e alla "condotta" come tutti g li allri capitani. Ebbe due figli, Francesco e Jacopo, che divennero entrambi capitani di venlura e condottieri rinomati senza perallro raggiungere la fama del padre. Questo a scetico capitano a l soldo di Firen ze , giunse in Romagna nel fe bbraio del 1425 valicando l'Appenn ino e alleslandosi a Montesacco e a Tredozio dopo averli occupati. La sua compagnia comprendeva mi lle "lance" e duemila fanti divisi in due aliquote delle quali una doveva puntare direttamente in Val Lamone verso la località di castello di San Cassiano (a metà strada tra Faenza e Marradi) , l'altra, invece, doveva percorrere la via d i Modig liana risalendo poi verso l'Appennino per congiungersi con la prima nei pressi di Brisighella. Con quesla manovra il Piccinino pensava di accerchiare la compagnia del d ella Pergola che stazionava, appunto, nei pressi di Brisighella. 1l movimento delle due aliquote doveva avvenire di notte per sf rulla re la sorpresa, ma Angelo della Pergo la non si lasciò sorprendere, anzi, avuta nolizia dei movimenti dell'avversario gli andò incontro e In a spetlò nei pressi di Fognano. Qui il Piccinina, co n la compagnia ancora incolonnata in ordine di marcia p e r attraversare il fiume Lamone, ven ne assalito d 'improvviso dai venturieri d el della Pe rgola; nella mischia che ne seguì il Piccin ina slesso rimase prigioniero, mentre uno de i suoi capitani in sottordine, Oddo da Montone, fig lio del famoso Braccio, rimase ucciso. L'intera compagnia b r accesca sbandò e i s uoi componen ti si dispersero in fu ga verso Modigliana e Mar-radi . Do po questa ulteriore sconfilla la R epubblica di Firenze era veramente proslrala e tutto sarebbe finito col predominio dei Visconti in Romagna se la Serenissima Re pubblica di Venezia, alleatasi con Firenze non avesse m inacciato lo Stato Milanese alla frontiera bresciana con un poderoso esercito guidato da Francesco d i Bussane detto il Carmagnola. Il duca di Milano fu per lanto costretto a richiamare a raccolta tu tte le forze di c ui disponeva comprese quelle d is locale in Romag na e, per non inimicarsi anche il papa, restituì alla Chiesa le città di Imola e Forlì coi re lativi territori 19• Il fronte principale s i era du nque trasferito in Lombardia a lla
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F Bio ndo, T,e isrorie, cit., lib. XXVI. pp. 91-93.
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frontiera tra gli stati <li Milano e Venezia e qui, a Maclodio, il 12 ottobre 1427, awenne la grande battaglia celebrata da stori c i e scrittori. L'esercito ducale ve nn e sconfitto da quello veneziano del Carmagnola . Questo condottie ro rino all'anno prima era stalo a l soldo del duca di Milano riconquistandogli in dicci lunghi anni di fedel e servizio, tulli quei territori che erano slali sottratti al Ducato dopo la morte di Gian Galeazzo; poi però, le gelosie e le ingiuste accuse dei cortigiani, invidiosi dei suoi successi, gli avevano alienato il favore del Duca e lo avevano coslrello a fuggire da Milano e a cercare altri ingagg i. Era diventalo così capitano generale delle forze di ten-a della Repubblica di San Marco e a Maclodio aveva inflillo a ll'antico s ignore la più tremenda delle scon filte riuscendo a catturare quasi tutto l'esercito avve rsario; gli mancò la volo ntà o la capacità di s futtare a fondo il successo conseguito sul campo, al lri menti avrebbe potuto marciare indisturbato s i no a Milano e occuparla. Naturalmente anche in Romagna si awertì il colpo r icevuto dal duca di Milano e da quel momento l'influenza viscontea nella regione andò declinando senza peraltro svanire del lutto: a Lugo, per esempio, rimase sempre presente ed attivo un presidio di milizie ducali la cui influenza si fece sentire su Im o la e Forlì anch e durante il dominio direlln della Chiesa. Malgrado il disastroso risultalo della battaglia di Maclodio, il duca Filippo Maria Visconti riuscì ben presto a ricostituire u n altro esercito e le os tilità si riaccesero anche in Romagna tra Milano da un lato e Firenze, Venezia e Roma dell'altro. Verso la fine del 1433 Fodì si ribellava, cacciava il rapp resentante papale e richiamava al potere Antonio Ordelaffi2 0 che, prote llo dai Visconti, s i era rifugiato a Lugo. Anche Imola e Bologna cacciarono a loro volta il legalo pontificio e le milizie ducali accorsero prontamente a presidiare le due ci llà. Gli eventi stavano prendendo una brutta piega per lo Slalo pontificio non soltanto in Romagna, ma a n c he nelle Marche e nell'Umbria ove un a ltro prestigioso cond ott iero, Francesco Sforza, stava occupando diverse locali tà con l a dichiarala inlen-
20 A. Vasin a, Il duminio degli Ordelaflì, cit. p. 177. (Sfruttando l'appogio visconteo. Antonio Ord elaffi non so lo occupò la rocca di Ravaldino, ma a n che i centri fortifi cati di Fiumana, Rocca d'Elmici, Pred a ppio, Caminate, Petr ignano c Dovadola).
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zione di proclamarsene signore. In Romag na il Visconli era ben deciso a mantenere il possesso del le ci tlà insorte contro la Chiesa e P,er riaffermare la propria influenza su tutta la reg ione aveva ingaggiato la compagnia di Niccolò Piccinino c he, come si è visto, militava in campo avversario sino a poco tempo prima. Questa unità entrò in servizio con tremila cavalieri e poco più di duemila fanti coi quali occupò agevolme nte Massa Lombarda e Sant'Agata togliendole ai Ma nfredi di Faenza a ll eati di Venezia e di Firenze. Nel fra llempo papa Eugenio lV, spaventato dai s u ccess i ollenuti d a Francesco Sforza nelle Marche, aveva intavo lato lrattative col capitano, riuscendo a farlo passare dalla proplia parte. Questo ventur·i ero emergente, destinato più di ogni altro in Itali a ad a ffermarsi come comandante e come politico, meri ta di essere ben conosciuto. Vediamolo.
8. Francesco Sforza: da venturiero a duca Fran cesco Sforza era il figlio primogenito del grande Muzio Attendalo da Cotignola cd aveva quindi sangue romagnolo nelle vene. Era cresc iuto lra i soldati del padre formandosi a l mestiere delle armi ancor giovane e affermandosi ben preslo come comandante a utorevole e combattente coraggioso. Quando suo padre morì, nel 1424, egli aveva ventitré anni, ma seppe imporsi con fermezza ai ventmieri della compagnia paterna nonostante la giovane età e li mantenne uniti e lig i a i suoi ordini. Era di aspcllo marziale e di fisico robusto, di tcmperamenlo calmo e rif.1essivo. Dominava emozion i e istinti con la ragione e li finalizzava ai propri intendimenti. Praticava indifferentemente la virtù e il com promesso, la rettitudine e la slealtà, a seconda delle cireostanze21 . Aveva anch'egli vizi e debolezze, ma riusciva a tenerli al guinzaglio senza mai lasciars i prendere la mano. Erede della dottrina lattica del padre, la fece propria apportando alcuni perfezionamenti e diventando ben presto un esperto d i arte militare, seguito ed imitato. Sape va di essere una buona spada e non si accontentò di ciò che g li aveva lasciato il padre, e c he non era poco. Mirò molto più in alto e liuscì a raggiunger·e un traguardo ch e nessun altro cor-
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C. Santoro, Gli Sforza , pp. 91-93.
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dotlie ro conseguì mai, né prima né dopo di lui . Fece le sue prime esperienze da capitano di ventura nel Regno di Napoli, ma nel 1426 il duca di Mila no lo assoldò per opporlo al Carmagnola e bench é alla battaglia di Maclodio militasse tra gli sconfitti non gli si può attribuire la responsabilità d ell'esito della battaglia in quanto non era a ncora il capitano generale di tutte le forze ducali e quindi le d ecisioni operative non erano di sua competenza . Nel 1434 combatteva n elle Marche contro le milizie pontificie nel quadro di quell'intramontabile progetto strntegico che il duca di Milano di tanto in tanto risp olverava e , in tale contesto non perse di vista, da buon venturiero qual'era, il tornaconto personale e si proclamò signore di un vasto territorio che era riusc ito ad occupare militarme nte tra Pesaro e Fano. Poi, come si è visto, si accor dò col papa Eu ge ni o l V, accetta ndo l'incarico di "Go nfaloniere della Chiesa", ossia di capitano general e delle milizie pontificie e la nomina di vicario delle terre occupate. Passò in tal modo al servi z io della lega costituita dal papa co n Venezia e Firenze, e le successive vicende lo portarono ad incrociare le armi col precede nte padrone, il Visconti, e sove nte c iò avven ne prop1io in Romagna. TI ne mico da battere era dunque il duca di Milano ch e, nel frattempo, aveva concentrato le proprie forze giusto in Romagna, tra Forlì, Lugo e Imola, a ff idan d o le a l comando di Nicco lò Piccini no. Nel campo dei Collegati Firenze aveva ingaggialo Niccolò d a Tole ntino con la sua compagnia ponendo ai suoi ordini a nc h e i venturie ri di Luigi dal Verm e e di Guidantonio Manfredi e Ve nezia aveva inviato in Rom ag na la compagnia di Erasmo da Narni detto Gattamelata. Il Tolentino, qual e capi tano generale d ella lega doveva coordinare l'impiego di tutte le forze, comprese quelle pontificie comandate dallo Sforza. Ciasc una delle due parti era in grado di schierare circa diecimila combattenti tra cavalieri e fanti. I due eserciti , in un primo tempo lasciarono ai drappe lli di cavalleggeri il compito di dar corso a brevi scaramu cce, poi si affrontarono col grosso il 28 agosto di quell'anno 1434, tra Imola e San Lazzaro, alle ghi a ie del torrente Sanguinaiio. L'abile Piccinina riuscì a circondare le unità avversarie con interventi avvolgenti delle proprie riserve, riu scendo a prevalere sui Collegati i cui capitani, in disaccordo tra loro, non erano riu-
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sciti a definire un piano di condotta di comune accordo. La sconfitta delle truppe della lega fu totale e i soldati sbandarono da ogni parle in foga d isordi nala. Fu, Lullavia, una scon fi lla cau sata dalla manovra avversaria più che dallo scontro frontale e le perd ile di vile umane furono limitatissime da entrambe le parti; numerosi, invece, i prigion ieri, Lra i qua li lo stesso N icco lò da To lentino e un m embro della famiglia Manfredi; il Gattamelata r iportò una fe rita al torace, ma riuscì ugualmente a fuggire con u n nucleo di fidi cavalieri e anche Gu i<lanlonio Manfr·edi , il signore d i Faen za riuscì a m ettersi in salvo. Tnge nle fu anche il bottino: oltre c inquemila cavalli e una gran quantità di armi e <li armature. Tulle le Lerr-e e i caste ll i Lra Imola e Faenza, tra i quali Granarolo e Castel Bolognese, vennero occupa li d al Piccini no per conto del duca di Milano. Questa sconfitta non bastò a piegare del lullo la lega e Firenze no minò capitano generale di un nuovo ese1-cito Francesco Sforza, col conse nso del papa. Lo Sforza accettò vole ntieri il nuovo incarico spernndo di acquisire meriti sufficienti per ottenere dalla Santa S ed e il riconosc imento definitivo <le i suo i posse dim e nti ne lle Marc h e . Passò quasi un anno d a lla ha llagli a del rio Sanguinario prima ch e lo Sforza giungesse in Romag na con le nuove rorze composte d a mille "lance" e tremila fanti. Già si pros pe ttava l'eventualità di un'a ltra g rande ha llag lia lra Collegati e ducali quando giunse notizia di una pace firmata tra il duca <li Milano e la lega. Pace che scombussolò una volta di più l'assetto politico della Ro mag na. Tnfa lli Tmola e Bologna dovevano ritornare s otto il do minio diretto della Ch iesa insieme a ll e altre c illà prolelle d a i Visconti come Forlì e Lugo, ma gli Ordelaffi n on erano affatto consenzie nti a cedere il loru dominio e quindi s i prepararono a resiste re d a soli senza l'aiulo del du ca d i Milano. li pa pa delle o rd ine a Francesco Sforza di intervenire con decisione e d ebellare rapidam e nte tulle le nslina le resiste nze romag nole cd in particolare quella degli Ordela ffi. Forlì venne assalita di slancio dalla compagnia sforzesca 1'1 1 luglio 1435; le difese non r·essero c he poc he ore all'urto e Antonio Orde laffi fu costre tto a lasciare la città e a rifugiarsi a Ferrara. Dopo Forlì toccò ai castelli circostanti che si arresero quasi Lulli pronla me nle ad eccezione d i quell i di Rocca d'Elmici e di Pre dappio,ne lla valle del Rabb i (c he a l lora si c hia m ava Acquaviva). Questi castelli, fedeli agli Ordelaffi per lunga tradizio-
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ne , opposero un'accanita resistenza , che costò perdite e distru zione di buona parte d elle opere di difesa, p rima di arrendersi. Da Forlì lo Sforza mosse poi contro Lugo ove era asserraglia lo Lodovico da .Barbiano con un buon nerbo di forze lasciategli dal Piccinina. Fu necessario un assedio di due settimane per far capitolare la città, ma alla fine anch'essa dovette arrendersi. Dopo Lugo a n c h e i cas telli di Zago n ara, Bar bi a no , Massa Lomba rd a e Sant'Agata aprirono le porte allo Sforza che n e prese possesso in nome del papa. Questi ced ette po i Lugo ai mar·chesi di Ferrara pe r ricavar·e il da naro occorrente pe r pagare il soldo a lle proprie milizie. Due a nni dopo la girandola degli avve nime nti riportava in Romagna il Piccinine, inviatovi dal Visconti con propositi di rivincila. Questa volta Lra gli a lleali del duca di Mil a no, oltre ai fed eli Ord ela ffi, c'erano anc h e i Manfredi di Faenza, Guidantonio e Astorgio II , i quali, con le loro milizie, forti di millecinquecento cavalli 22 , assaliro no e occuparono Russi e Bagnacavallo, rn e nL,-e il Piccinine assediava Ravenna. B en prest o le insegn e vi scontee sventolarono vitt01iose un po' d ovunque in Romagna: Ravenna si offrì al Piccinine e Imola ne seguì l'esempio. TI duca d i Mil a no vo lle premiare i Ma nfredi pe r il co ntributo dato n e l co rso di quella cam pa g na e nominò Guidantonio signore di Imola, dando inizio in tal modo al possesso ma nfre diano d e lla c ittà c he, tuttavia, non dur·ò a lungo e s i estinse col fi glio, su ccessor e di Guida nto nio , Tadd eo. Ma Firenze e Venezia non erano per nulla disposte ad accettare la s upre m azia di Mila no in Romagna. Rinnovarono quindi la lega, c hia m a ndo a farne pa rle a nc h e Ge nova e , nalura lme nle, Roma. Frnncesco Sfo rza ven ne nomi nato per la seconda volta capitano gen erale d el Collegati e, d a lle Ma rche ove s i trovava, venne in Romagna con una compagnia d i o ttomila cavalli e duemila fanti. La p rima città ri conquis ta ta alla Chiesa fu Forlimpopoli, che cadde dopo un breve assedio il 20 april e 1439. Fu quindi la volta di Forlì ad essere di nuovo assediata dallo Sforza ch e, oltre a circondare la città, inviò diversi dis t accamenti di cavalleggeri fino a Russi e .Bagn acava ll o a requi s ire viver i e roraggi. Nel campo opposto le milizie dei Collegati erano comandate d a Francesco Piccinina, figlio primoge nito dell'illustre Niccolò, 22 Con la dizione "cavalli" veniva no indicati sia .i cava li eri corazza ti sia i cava lleggeri nel loro insieme.
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r ic hi a malo poco t e mpo prim a dal Visconti ad operare in Lomba rdi a contro le milizi e di Venezia. L e operazioni ven ivano condotte d a a mbo le parti a ll ' inseg na de l dis impegno, ri velando chiaramente l'inte nzione dei due con dottie ri di far durare la guer-ra il più possibile evitando scontri c n1enti e decisivi; sembrava anzi c h e i due avversari cercassero di evitars i: in fall i, mentre lo Sforza attaccava il castello di Mordano nell'Imolese, il Piccinino vo lgeva in direzione opposta , verso M eldo la , per condurvi scaramucce inconcludenti. Si giunse p ersin o a concordare una treg u a per d ar modo a i conta dini di miete r·e il grano, provvedimento d avvero insolito! Le os tilità ripresero la primavera dell'anno successivo; per la circostanza il duca di Milano aveva rimandalo in Romagn a il vecc hi o capita no Niccolò Pi ccinino con nuove forze e con la direttiva di risalire le valli del M o ntone e del Rabbi , valicare l'Appe nnino e d ii-igersi c onlrn Piren z e. Ancora una volta riaffiorava l'antico sog no di es pansione viscontea verso s ud. Il P iccinina era giunto in Romag n a nel marzo di q uell'anno 1440 a ll a tes ta di una robusta compagn ia l"onn a ta d a s c i mil a cavall i e un irnprccisalo numero di fan t i. Da Fa e nza, per Modigliana e M arradi aveva valicalo l' Appennino e nt rando nel M u g e ll o e s pingend osi poi n e l Casentino e in Val di Chiana , lasciando in tendere di voler puntare su Firenze . Francesco Sforza, quale capita no ge ne rale della lega, fu in duhhio se accorrere o no in a iuto della R epubblica Fi o ren tina e salvar e la c ittà J a ll'attacco del Piccinina, ma poi non si m osse r itenendo c h e la c ittà fosse s uffi c ie nte m ente prolelta d a lle compagnie d i Mic hcletto degli Attendali c h e egli aveva ingaggiato co n una fe rma annuale l"in J a l maggio dell'anno prima 21 e da quella di Gia npaolo Orsini al soldo dirello J e i Fiorenlini. Questi due capitani, in fatti, accampati sulla collina di Ang h iari , seg ui vano le mosse d e l Picc in ino per non lasc ia rsi sorprendere e d intervenire a l momento opportuno. Quest'ultimo, conside ra la la la llica prudenz ia le degli avversari i quali, comunqu e, g li stava n o sban a nùo la slrad a per Fire n:1.c, decise di attaccarli. Lo scontro ebbe lu ogo il mattino del 29 giugno del J 440; la ballagli a ru m ovim entata , ricca di e pi sodi e di alterne vicende: colpi di mano, imboscale, m a novre di accerchia m enlo e qualc he scontro diretto non privo di impegn o
23 E . Ricolli , Cm npagnie di ventura, ciL. , voi Il, pp. 77-78.
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s pecie n ei pressi d i u n po nte , m a alla sera l'esercito ducale non esis teva più: millecinquecento i prig ionieri in mano ai vincitori tra i qua li ventic inque capitani e quattrocento connestabil i o ltre a d un bottino <li tremila cavalli , armi e ricch i carriaggi 2 4 . 11 Piccinino s tesso riuscì a stento a fuggire a Bo rgo Sa n Se polcro con pochi seguaci2 5 . Quella vi ttoria fu ritenuta a Fir enze un avve nim e nto <li grande importanza, tanto c he la S ig no ria d ecise di far rappresentare la battaglia d i Anghiari in un grande dipinto mura le da Leona rdo d a Vinc i nel sa lone <lei Cinquece nto di Palazzo Vecch io , ma il dipinto, eseguito con tec nica dive rsa d a ll'a ffresco , andò in rovina a n cor prim a d i essere compiuto. Rimasero i "cartoni" c h e il Ruhe ns riu scì a copiare in parte, prima c h e a nc he questi a ndassero pe rduti , in un disegno oggi conservato a l Lo u vre. Ma, ne lla realtà , quella d i Anghiari fu verame nte una grande battaglia o fu piuttosto una d elle tipic he e inc ru c nli m a novr e ta tti ch e nelle quali i condottie ri erano m aestri? Intanto s i può osservare c he la ba ttaglia dive nne fam osa per la strana affe rma z io ne ùel M achiavelli, il qua le disse c he un s o lo uo m o vi p erse la vita e non già per feri te, he nsì per·ch é cadde da cavallo e venne ca lpes tato d ag li zoccoli d egli a lt ri qua druped i aggrovig lia li nella misch ia . Fla vio Biondo, invece, r iferisce c he il hi la nc io de ll e pe rdite fu contenuto in sessan ta mort i e qua ttrocento feriti tra i ventur ie ri ducali e in d iec i morti e duecento feriti tra le schiere fiore nti ne 26 . An ch e se si vuol tener conto di q ues ti dati, s i o ssc r·va c he l'a mmontare d elle perdite, in rapporto a lle forze in campo e alla dura ta de ll a ha ttaglia , è ta lm ente m o d esto d a far p ensare c h e i combattim en ti, se pur ci fu r on o, ven nero condo tti sc n:,,.a troppo impegno d a ambo le parti. I l duca d i M ila no, dopo que lla sconfitta, cer cò di far p assare d alla su a parte a tutti i costi Fran cesco Sforza e avviò tratta tive col co ndottiero sapendo d i avc r·c in m a no la carta vincen te. Lo Sforza , infatti, a mbiva a lla m a n o di Bia n ca Ma ria Viscon ti, figlia cd c rede del duca ; il matrimo n io fu p ertanto il s uggello del la rinnovata intesa tra il capi tano e il duca e pe r il primo cos tituì il punto di par-
24
M. De l Trcppo , Aspelti orga n izzativi di u na compa~nia di v en l uru , CÌL., p .
25
M. De l Treppo, Thidem . F. Biond o , Le i storie, cil., li b. XXIX, p p. 110- 112 .
260 . 26
te compagnie e i condottieri italiani
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tenza per la scalata alla successione al ducato di Milano. In Romagna frattanto, erano riprese le incursioni delle residue milizie del Piccinino da una parte e di quelle degli a lleati di Vene:,.ia e Firenze dall'altra, con obbiettivo principale il botti no. Anche questa guerriglia venne però interrolta da una pace generale concordata nell'ottobre del 1441 tra le poten ze della lega e Milano. 11 Visconti si impegnava a non immi schiarsi più nei problemi della Romagna, mentre Venezia prendeva possess o di Ravenna dopo aver confinato nell'isola di Candia l'ultimo dei Polentani , Ostasiu, il quale vi morì l'anno dopo ass ieme al figlioletto di quattro anni; si estingueva così, dopo quella degli Al idosi di Imola, un'altra signoria romagnola27 . Ma la pace sottoscritta venne rispettata solo per poco ed il Visconti non ritirò mai dalla Romagna la compagnia del Piccinina, anzi ingaggiò altri capitani tra i quali Federico da Muntef"eltro, astro sorgente nel mondo dei condotti e r i, e Malatesta Novello signore di Cesena. lnoltre, pentito di aver concesso la mano della figlia allo Sforza, il duca di Milano s i alleò cui papa cedendogli temporaneamente anche il Piccinino il quale venne nominato "Gonfalo niere della Chiesa". Frattanto lo Sf"orza aveva consolidato ed esteso i domini marchigiani ed il papa lo aveva dichiarato ribelle e privalo del pr·estigiosu in carico di "Gonfaloniere" che aveva conferito, come si è visto, al Piccinino. Nel sud, sul trono di Napoli era salito Alfonso di Aragona (dopo aver battuto il contendente Re nato d'Angiò), il quale si alleò col papa contro lo Sforza. La fama di questo condottiero era talmente grande e diffusa che per affrontarlo in campo aperto ve niva costituita addirittura una lega, unendo le forze del Visconti, del papa e del novello re di Napoli. Del resto nem m e no lo Sforza era da solo; nel gioco delle contrapposizioni d ei potentati italiani egli sapeva di poter contare sull'aiuto econom ico di Cosimo de' Medici, di Venezia e di altri alleati minori come Sig ismondo Pandolfo Malates ta signore di Rimini. Per più di un anno le compagn ie d egli opposti eserciti scorazzarono p er le Marche e la Romagna dovette supportare il frequente transito dei contingenti mercenari di rinforzo che il duca di
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J. Larner, Signorie di Romagna, cil. p. 287.
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Edmondo l'aga ne/li
Milano inviava al capitano generale della Chiesa: Faenza, Forlì e Cesena, per la loro posizione s ulla via Emilia , divennero a llrettanti pos li tappa per le truppe di passaggio con Lu lle le conseguenze negative facilmente imm aginabili, in qua nto erano tenute a ril.ornire i conti ngenti in transito. Al papa premeva la r iconquis ta delle terre m archigiane di Macerata, Jesi, Fano e Pesaro ed era perlanto favorevole ad uno scontro d ecisivo con il temibile avver sario in quanto non c'era a ltro modo di sloggiarl o definitivamente dal le Marche. E così, anche per le pressioni del papa, l'auspicato scontro c i fu ed avvenne e Monteluro nel 1443, ma il risultato non fu quello speralo: dopo una ballagl ia aspra e violenta la villoria arrise all o Sforza e al suo a ll eato, nonché genero, Sigismondo Pandolfo Mala tesla. Quella battaglia, tullavia, non domò i vinti e non placò i vincitori : l'anno dopo infatti, i Collegali ci riprovarono, affidando il coman do delle loro milizie a Francesco, figlio del Picci nino e omonimo del grand e rivale. Ci fu pertanto una nuova battaglia, non mollo lontano dal luogo ove e ra slala combat tuta que lla dell'a nno precedenle: a Monlolrno, vicino a Fermo e ancora una volta a coglie re la vittoria ru lo Sforza ch e riuscì anche a far prigionit.:ro il condottiero avvers ario. Si dice c he la notizia, giunta in Lombardia ove si trovava il padre d e ll o sconfitto, il vecchio capitano Niccolò, fosse per lui cagione di tanto dolore da proc urargli in breve la morte. Dopo questa seconda battaglia seguì un periodo di relativa tranquilli tà e per un po' di tempo anche in Romagna non si videro le schiere dei venturieri prn-tatori d ei tris ti frulli del saccheggio e d elle soperchie rie e le popolazioni e hhero modo di dedi carsi ai loro com m erci e al loro lavoro in un'a tmosfera quasi di serenità. 11 teatro delle grandi lolle si e ra spostato verso nord ove, con la morte del duca Filippo Maria, ultimo espon ente maschio della dinastia dei Visconti, avvenuta il 13 agosto del 144 7, si erano accese aspre contese per la s uccessione nel gra nde Ducato di Milano. I pretendenti non erano espone nti di poco conto: da un !alo la Serenissima, dall'altro la Francia e, in m ezzo a tali co lossi, la città di Milano che, nella speranza di conquistare l' indipendenza, aveva dato vita al la R epubblica Ambrosiana, chiamando a difenderla i due massimi esponenti dei condollie1i del momento: Bartolomeo Colleoni e Francesco Sfcwza. 11 primo dei due riuscì a sventare la minaccia francese sloggiando dalle campagne di Alessandria i
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mercenari di Carlo Vll; il secondo riuscì a cogliere una delle più splendide villorie mai ottenute s ino ad allora: a Caravaggio infatti sconfisse le milizie venete guidate dal suo co nsanguineo romagnolo, Mi c hcletto degli Attendoli di Cotignola. Francesco Sforza, che aveva già combattuto ventidue ba llaglic senza conoscere la sconfitta, a coronamento d ella sua caniera di co ndotti ero , rius c iva anche a sogg io gare la R ep ubblica Ambrosiana e a cingere la corona ducale d ello Stato di Mil a no. Alla sorte e alla fortuna era piaciuto e levare il figlio di Mu z io Alle ndolo da Cotignola al trono del più s plendido principato italiano, offrendo a ll'Europa se non il primo, certo il più convincente esempio di quanto potessero le armi m e rce narie in un paese debole e diviso come l'Italia. Francesco Sforza fu il più grande dei condottieri ed il maggior capitano che l'lta lia abbia avuto dalla caduta dell'Impero Romano fino a l XVI secolo; tuttavia fu anche lui un uomo del suo tempo: s uperò, sì, i limiti d ella condolla, ma s i fer m ò e ntro quelli del dominio di un ducato. Le sue doti eccezio nali gli avrebbero, forse, consentito di raggiungere obbiettivi più a lti , m a non seppe o non vol le te ntare.
9. I principi condottieri Dopo la ful gid a fi gura sforzesca, la s tirpe d ei condottieri conohhc la decadenza; solo in pochi come Bartolom eo Colleoni, Giangiacomo Trivulzio e Fabrizio Colonna r iuscirono a ncora ad emergere e ad inte rpretare un ruolo dignitoso s ulla scena militare del loro tempo. Fu più freque nte, invece, vede r·e a lla ribalta figure modeste, per lo più principi e signori di qualche piccolo dominio convocaz io ni bellicose suggerite più da ll e necessità economiche e dai magri bilanc i che da vere attitudini militari e che i genere condussero le loro imprese e ntro i limiti dei loro possedim enti o di quelli c ircostanti. A modello può essere preso il casato dei Malatesta che fornì nume rosi esponenti di tal genere i quali, oltre a ricoprir·c il ruo lo di s ignori d e l loro modesto dominio , asp irarono anche a quell o di condottiero offrend osi con milizie proprie all'ingaggio d ei grandi Stati italiani, oppure conducendo anche piccole guerre per il predominio su i territori limitrofi. No n si può dire che questi principi condottieri a bbiano costi-
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Edmondo Paganelli
luito compagnie di ventura vere e proprie; essi formarono piuttosto unità regionali composte da elementi omogenei, reclutati nell'ambi Lo del rispettivo dominio e di consistenza inferiore a quella delle unità di ve ntura sin qui esaminate. Alcuni di essi come Galeo tto, Pandolfo e Carlo Malatesta ebbero p a rte <li rilievo nell e vicende di Romagna e sono infatti già stati citati : il primo nella strage di Cesena del 1377, gli altri due ris p e ttivamente nelle battag li e di Casalecchio del 1402 e di Zagona ra del 1424. Ma di lutto il casato l'esponente che si impose come la figura più vigorosa, ma anch e la p iù strana e contraddittoria, fu Sigismondo Pandolfo. Il suo esordio di comba tte nte awenne quando non aveva ancora quattordici anni, n e l l429, allorch é la s ig no1ia di Rimini, nella quale era da poco subentrato il rratello maggiore Galeotto Roberto, si trovù minaccia ta da esponenti <li un ramo co ll a terale della famiglia i quali, con alc une bande di mercenari, erano riusciti a d entrare d i sorpresa in città occupando alcuni punti c hiave. Ga leotto R oberto era un buo n uomo senza la minima attitudin e per il governo dello Stato e per il com a ndo e avrebbe sicuramente p erso il dominio se Sig ismondo non fosse corso a Cesena a radunarvi tremila cavalie ri coi quali torna re a Rimini a s loggiare le band e mercenarie avve rsarie 28 . Du e a nni dopo il len:itorio riminese ve niva invaso eia mi li zie pontifi cie agli ordini di Guidantonio conte di Urbino; il g iovane Sigismondo, raduna ti quanti più armati possibi le, le sorprendeva a Se rra Unga1ina s ul Metauro e le metteva in fuga. A sedici anni dive ntava sign ore di Rimini succedendo a l fratello d eceduto; a diciotto univa le proprie milizie a que ll e del fratello minor·e, Novello, sig nore d i Cesena, e assali va Forlimpopoli togliendola agli Or·de la fTi di F orlì (peraltro il pronto inte rve nto della compagnia del Piccinina, acco,-so in a iuto d e ll'Ordelaffi, lo costringeva ad una rapida riti rata). Passato al soldo di papa Eugenio IV ne l 1438, veniva incaricalo di prendere in consegna Bolog na c he, in seguito ad un trattato di pace, era stata restituita d ai Visconti alla Chicsa29 . Stava dunque iniziando bene la carriera d i capitano e di prin cipe, ma aveva davanti figu re di grande prestigio, soprattutto quelle del Piccinino, all'apice dell a fa ma e Francesco Sfo,-za in grande
ix 29
P. Zarna, l Malatesta , p .158. P. Zama, i bidem, p. 161.
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ascesa, poi un nutrilo gruppo di altri preslig iosi condottieri come il Gattamelata, il Colleoni e il Tole nlino. Non tem eva tulla via di confronlarsi con chichessia: e ra ambizioso, sicuro di sé, avido di potere e non gli m a ncava una discreta altitudine militare. Aveva preso per mollo "Semper Invic tus" qua si per testimoni a re la propria volonlà di affermazione e in effetti le vittorie a ll'ini1.io gli arrisero, anc h e se fu ron o il risultato di piccoli sco ntri. Alleato di Francesc o Sforza del qu ale era diventato il genero sposandone la figlia Paris ina, partecipò alle battag li e di Monteluro e Montolmo, già cita te, contro le compag nie d e i Piccinina padre e figlio, e in en trambe si batté con valore e fu tra i vincitori. Successivamente accettò un a condotta d al re di Napoli comba tte ndo con successo n eU'lta lia del sud. A lre nt'a nni, nel 1447, fu protag onista di un meschino episodio c h e doveva pesare a lungo sulla s ua reputazion e di capilano: ingaggia to dal re di Napoli per combatte1·e contro Piren1.e, riscosse a titolo di "prestanza" la somm a di trentamila ducati, ma poi d'improvviso passò dall a pai·Le di Firenze per comba llere contro lo s lesso re di Napoli riuscendo oltre tullo a sconfi ggerlo e, quel che è peggio, sem.a restituirgli il pre mio d'ingaggio c he aveva intasca to 30 . Nessun capitano di ventura aveva m a i comm esso un atto del genere: nulla da dire per il cambio di sch iera m ento, m a la ma n ca la restitu zione dell'anticipo vio lava le regole fondamentali del r apporto tra mercenari e com mitte nti. Non c'é d a m eravigliarsi se, dopo qu ell'evento, egli venne conside rato infido e corruttibil e. Assolto l'i mpegno con Firen ze r imase per un certo t empo senza a ltre proposte di ingaggio e fu in questo periodo c he dette avvio a lla lunga e aspra contesa con Federico d'Urbino, signore d el Montefeltro, dalla quale doveva uscire defi n i livamente sconfitto sia s ul piano mi litar·e ch e su quello polili co. Entramhi eran o principi di un piccolo dominio, vassalli della Chiesa e capita ni di ven tura, ma a differen za dei condottieri ch e non avevano uno Staio da salvag uardare e che ponevano lullo il loro impegno nelle "condotte", essi invece, pur accellando inga ggi un po' dovunque non dislogli evan o m a i gli occhi d a l prop1io terrilo riorio cercand o di in grandirlo ad ogni uti le occasione. Ma mentre Fed erico era d estinato a salire nella considerazio ne generale per le s u e doti di lealtà e rettitudine, Sigismondo era fatalmente
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G . Po rtigl iotli. I Condollieri, cit., p.139.
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condannato a perdere stima e prestigio per colpa del suo carattere egocentrico, avido e ambizioso. Anche com e capita no Sigismondo era inferiore a l riva le e di questo eg li ne era con sap evole pur senza a mmette rlo e ciò lo rendeva ancor più astioso ne i s uoi confronti. Si era ormai giunti alla m e tà del secolo e la situazione generale era di rela tiva tranquillità; non c he mancassero del tullo attriti e scontri tra i potentati d 'Italia, ma le contese venivano alimentate all'insegna di una generale stanc hezza, tanto che anche tra i venturieri sembrava s pe nto ogni a rdore e.li guerra. Si arrivò così a l 1453 quando giunse in Italia la notizia de lla cadu ta di Costantinopoli in mano ai Turchi e della mo rte del1'imperatore Costantino Palcologo: l'Impero di Roma aveva cessato definitivam ente di esistere e be nché la grandezza e.le i Cesari fosse solo un ricordo sbiadito dai secoli , la notizia causò grande emozione in tutte le corti <l'ltalia. Molte e inutili parole ve nnero pronunciate un po' da tutti i rappresenta nti e.lei vad Stati italiani ; l'unica reazione concreta fu quella di papa Niccolò V il quale bandì una c rnciala contro i Turchi, ma la fiammella della fede stentava ad accendersi nell'anima dei signori ita liani , ciascuno dei quali era più preoccupato de i problemi di casa propria che della caduta dell'Impero d'Oriente. Tullavia qualche altra rea,.ione positiva ci fu e a questo proposito si può c itan; la pace di Lodi, s tipulata tra Ven ezia e Milano nell'aprile del 1454 con la quale veniva r iconosciuta legittima l' assun zione di potere dello S l"o rza nel Duca to di Milano, stabilendo sull'Adda il conrine tra i due Stati e pone ndo così fine a<l u n lungo periodo di controversi e nel quale erano stati coinvolti tutti i princ ipali Stati italiani. Ma a dispetto della pace di Lodi Sigismondo Pandolfo continuava a far p arlare di sé e non certo in be ne; incura nte d ei su oi doveri di vicario della Chiesa, si 1iFiulava di pagare i dovuti tr·ibuti e di sottostare all'autorità del papa il quale, nel 1460, lo scomunicava. L'anno dopo il turbolento signore di Rimini scendeva addirittura in campo contro la Santa Sede affrontando le milizie pontificie a Castelleone nelle Marche. Si trattò più di uno scontro che di una battaglia, data la modesta entità delle forze in campo, ma fu un combattimento san guinoso e lo stesso capitano de i pontifici, Pier Polo da Forlì, vi rimase ucciso. Sigismondo cercò di enfatizzare la vittoria e i propri meriti di capitano, inutilmente però, perché il risulta lo non servì a procurargli nuovi alleati, come sperava, né ta nto m eno a domare i vinti: ci voleva ben altro a piegare la Chiesa! L'anno dopo infatti, il pa pa rinnovò la bolla di scomunica e d ichiarò Sigismondo decaduto dal vica-
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riato <li Rimini, mentre g li inviava contro un nuovo contingente di milizie per cacciarlo d a quel tenitorio. Sig is m o ndo chiese aiuto un po' ovunque e trovò ascolto presso g li Angioini di Napoli i quali gli accordarono un pres tito in danaro c h e gli perm ise di ingaggiare alcune piccole compagnie com e quelle d i Niccolò d'E ste, di Pino Ordelaffi e d el conte d ella Mi ra ndola. Le milizie pontificie comprendevano la compagnia di Napoleone Orsi ni e alcuni contingen ti <li soldati feltrani lrn i quali militava a nc h e Astorre II M an fredi con mille cavall eggeri e qua ttroce n to fanti. Questi , tuttavia , operava co n m olta autonomia ta nto è vero c he combatté sì contro 1'01-delaffi, ma più per il proprio tornaco nto c h e p er sconfiggere il Malatesta. Tn pratica egli assalì hor·ghi e castelli del Forlivese sui quali aveva mire di possesso com e Civi tcll a e le Caminate; te ntò a nc he di occupare Meldola, ma non vi r·iu scì, a n zi, proprio qui venne sconfitto da Malatesta Novello il quale, con un' improvvisa sortita d a lla città, lo costrinse a ll a foga. Fratta n to le co mpagnie di Napoleon e Orsini e le m ili zie ldtra ne di Fede rico d 'Urbino, salen do verso nord attraverso le March e, occuparono Senigalli a e Fano e sconfissero le forze di Sigismomlo Pandolfo s ul to n-e nte Cesano, dopo <l i ch e e ntrarono in Romagna espu gn a nd ovi i castelli di Sa ludecio e Montegiardino. Di fronte a ta li successi anch e i castelli <li Cariano, Montescudo e Scrravall e si arresero. Ri maneva d a espu gnare quello di Montc fi o 1-e Conca le c ui so lide fortifica zio ni e l'a n tica rocca romana costit uivano un ohh ie tli vo difficile da espugn are d a parte di un ità c h e n on d isponevano di macc hin e <la gu erra n é di artig li erie . Fe de r·ico d'Urbino tuttavia non si scoraggiò e la nciò con d ecis io ne 1ipe tuti assalti contro la fortezza, ma non ottenne risulta li positivi. Furono g li stessi di fen sori a c h ied ere, dopo alcune settimane d i r·esisten za, trattative di pace. Con essi non era tu ttavia d'accord o il comandante delle d_ifese, Giova nni , figlio naturale di Sigis m o ndo Pa ndolfo e da ques ti inves tito della respons a bilità de lla dil"esa di Montefiore, il qua le, si asserragliò nella rocca con un m anipolo di fede li co ntinu a ndo ancora a lungo a resister·c prima di capitolare. Do po Montefiore fu la volta di Veru cchio, c ulla dei Malatesta, a nch 'essa munita di soli<le mura . Fed e rico l"ece ricorso all'inganno : riuscì ad introdurre nel b orgo con un esp edie nte a lc un i suoi uomini c he ùi notte aprirono un accesso per il qua le fece entrare le proprie forze occupa ndo la cittadina.
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Dopo la caduta di questa roccaforte, posta sulle ultime propaggini del contrafforte che d elimita a sud est la valle del Marecc hia, s i arresero senza ulteriori resistenze le fortezze e i horghi di pianura: Santarcangelo, Savignano, Longiano, Gatteo e Bel la ria; l'intero distretto della città di Rimini era così perduto p er Sigismondo al quale restava la sola città accerchiata d alle milizie dell'odiato rivale. Sembrava dunque ormai prossima la scomparsa della signoria dei Malatesta; invece, a seguilo delle pressioni esercitate da Venezia sulla Santa Sede, le ostilità si arrestarono e vennero avviate trattative di pace al termine d e lle quali il papa revocò l a scomunica a Sigismondo lasciandogli, però, il solo dominio deHa città di Rimini. Abbandonalo ormai da tutti Sigismondo dovette chinare il capo e accettare le <lure condiz ioni impostegli paga ndo, per di più, il sovrapprezzo morale <li dichiararsi pubblicamente colpevole di eresia e <l i disuhhidienza al papa e invocando umilmente il suo pe rdono. B evuto quell'amaro calice egli si offrì po i come condottiero a Venezia p er la crociata contro i Turc hi a lla quale solo la Serenissima aveva aderito e no n tan to per maggior devozione al papa rispetto ag li a ltr i Stati italiani, m a so lo perché il s ulta no dei Turchi, Maometto TI, minacciava di occupare a nc he i possedimenti veneziani in Morea, ossia nel Peloponneso e in Albania. E così il 10 marzo 1464 Sigismondo accettava una condotta biennale com e capitano generale di Venezia nelle terre d'oltre m are con un compenso di trecento fiorini al mese: sornma in-isoria rispetto alle ci fre che pretendevano i capita ni del Trecento e che Lestirnor1ia com e fosse modesto il potere contrattuaJe di Sigismondo. Il reclutamento <lelle milizie venne condotto con difficoltà in quanto la fama di crudeltà e <li invinci hilità d ei "Giannizzeri", la tenibile fanteria turca, intimoriva i mercenar·i veneti e romagnoli, ivi compresi quelli di Bri s ig he lla c he pur venivano c itati come esempi o di ardimento e di valore in tutta Italia. La spediz ione salpò verso la fine di maggio, d opo c h e Sigismondo aveva ricevu to in San Marco il gonfalone di Venezia e il bastone di condottiero. Giunto in Morea però, si accorse di aver forze inadeguate a l compito da assolvere e s i pentì di aver accettato quell'incarico. Condusse tuttavia alcune operazion i in iziali fruttuose come la conquista dell'antica Sparta, sede del govern a to re d el sultano. Successivamente, di fronte a lle soverchianti forze avversarie, dovette ritirars i in un ridotto e manteners i sulla difensiva. La s ituazione era sen za vie <li uscila: Venezia non gli inviava
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alcun rinforzo e le sue truppe perdevano ogni giorno capacità operativa. Di fronte ad una realtà d el genere e prima di subire una sconfitta decisiva sul campo, Sigismondo chiese di essere soll evalo dall'incarico. Ritornù a Rimini senza gloria nonostante non avesse subilo a lcuna sconfitta . Ebbe ancora controversie col papa c he voleva toglierg li quel poco che g li era rimasto dell'antico d ominio in cambio della signoria di Foligno e con questo timore n el cu ore lo colse la morte il 9 ottobre del 1468, a Rimini, nel suo castello: Castel Sismondo. Questo rampollo <lei Malatesta fu un personaggio complesso che espresse col proprio modo di vivere lutti gli aspetti negativi dei pr'ìncipi del suo tempo; tuttavia possedeva anche alcune doti positive. Vediamo g li uni e le altre 3 1: era avido di potere e di 1icchczze, crudele e lussurioso; credeva d i essere migliore di chiunque altro; non aveva fede in Dio né misericordia per gli uomini . Qualcuno lo definì più belva che uomo ed in effetti la sua vita privata fu costellata di episodi ignobili e di azioni delittuose. Era per contrn un uomo colto, amante delle lettere e delle arti: scrisse egli stesso alcuni sonetti e ci ha lascialo una testimonianza di rara bellezza di arch itettu ra rinascimentale col Tempio di Rimini, cos truito per suo volere <la quell'impareggiabile archi tetto che fu Leon Battista Alberti. Come militare si deve riconoscere che aveva polso e buone capacità lattiche: sapeva ben valutare terreno e avversario ed era rapido e<l audace nelle decisioni. Ma gli faceva difetto la prudenza e il senso della misura per cui si inimicò con tutti e non capì che, da solo, non era in grado di far fronte a l pur modes to avversario del Montefeltro. Qui sta il s uo limi te di stratega e di politico che lo confina a l ruolo di personaggio di secondo piano, uscilo 1.Jalla mediocrità più per le sue qualità negative che per quelle positive.
10. Bartolomeo Col/eoni e Federico da Montefeltro nella guerra di Romagna del 146 7 La pace di Lo<li aveva aperto,come si è dello, un periodo di pace generale per l'intera Italia basalo sull 'equilibrio e sulla stabi-
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P. Zama, 1 Malatesta. cil., pp. 221-221.
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lità politica tra i quattro maggiori polcnlali: Venezia, Milano, Firenze e Napoli. Sembrava che nulla dovesse turbare quella pace prosperosa, invece bastò la morte di alcuni uomini di poler·e, quali Cosimo il Vecchio a Firenze e Francesco Sforza a Milano, per riaccendere le sopile discordie tra le grandi potenze italiane. A Firenze, contro il regime p e rsonale di Piero de' Medici, succeduto al padre, s i era costituito un partito teso a res taurare il sistema elettivo e a sottrarre Firenze dalla egemonia di Milano. Gli oppositori della s ignoria medicea non e bbero, però, successo e vennero esil iali. Animat i da propositi di rivincita e non privi d i mezzi finanziari essi si rivolsero a Bartolomeo Colleoni 32 , illuslre condo ttiero b ergamasco e capitano general e delle milizie venete, invocandone l'inlcrvcnlo pe r s podes tare con la forza delle armi Piero ùe' Medici. Venezia avrebbe visto con piacere la rine dell 'all ean za tra f,'irc nzc e Mil a no, non voleva però farsi accusare di turbare la pace e per di p iù con un conflitto il cu i esito si presentava incerto . I Savi di san Marco ricorsero p ertanto ad un espediente sotti le cd ambiguo: congedarono il loro capitano generale lasc ia ndolo lihero di a ccctlarc a llri ingaggi in moùo ùa poterne sconfessare gli atti in caso di sconfitta. Ma quell'ambiguità non ingannava nessuno: le milizie che il Colleoni reclutava s otto le propr·ic insegne erano quelle che con lui militavano rino a poco prima per Venezia . Non appena si diffuse la notizia ch e il Colleoni aveva accettato "condotta" dai fuorusciti fiorentini, gli Stati di Milano, hrenzc e Napoli si a llearono dando vita a ll a "Lega Italica" e nominando capitano generale delle forze collega te Federico da Montefeltro, c onte di Urbino, uno dei più famosi capitani del te mpo dopo la scomparsa d ella vecch ia gen erazione <le i condotti eri della quale iJ Colleoni, 01-m a i quasi settantenne, era l'ultimo epigon o. Bartolomeo Colleoni e F ederico da Montefeltro erano dunque i due campioni che dovevano scendei-e in campo per affrontarsi in quella campagna destinata a passare sulla Roma gna come un turbine d'estate lasciando una vermiglia traccia di sangue sulla terra e il nome di una battag lia ne ll a storia: la Ri ccardin a . Alcuni storici ricor·dano quell'evento col nome di Molinella, n.1a a torto, in quanto il paese di Molinella sorge a undici ch ilome tri dal campo di ba t-
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B . Belotti, Studi colleoneschi. pp. I 04 -11 O.
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taglia mentre la Riccardina, un vecchio r·ude re (oggi scomparso) c he so rgeva sulla sponda sinistra d el torrente !dice, ne distava poco più di uno. Bergamasco d'origine, il Colleoni s i era form a to alla scuola braccesca, poi aveva combattuto pe r Fra ncesco Sforza e per Venezi a e qua ndo ottenne, nel 1457, il capitanato generale dalla Serenissima aveva già dato prova delle proprie eccezionali capacità di comandante specie nelle battaglie contro i Francesi a Bosco Marengo nel 1447 e a Borgomanero nel 1449. Ma anche lui aveva le sue p ecche; p er esempio era vanitoso: o st e ntava p er ben tre volte n el s u o stemma "il carnai segno della masc hi a possa" 33 a ben s igniricare col proprio nome la sostanza vi1ile di cui s i sentiva plasmato e aveva per motto una parola al tre ttanto imp e riosa : "Bisogna" . D'altra parte occrn-re dire che aveva tutti i requisiti fisici p er imporsi all'a ttenzione, con una figura fisica imponente, almeno a giudicare d alla splendida statua equestre di Andrea del Verrocchio eretta in Piazza SS. Giovanni e Paolo a Ve n ezia. Il condott iero dei Co ll egal i invece, F e deri co III da Montefeltro, che dive ntò in seguito il primo duca di Urbino, era discepo lo di quel grande istitutore c he fu Vittorino da 1--<e ltre ed era uno d ei princ ipi più colti e più saggi del suo tempo; alla conoscenza dell'arte militare univa infatti equilibrio e saggezza. Come il suo grande antenato Guido, si sentiva romagnolo; a veva milita to nell a compag nia di Nicco lò Piccinino ed era quindi an che lui seguace della scuola braccesca nella cui osservanza aveva maturato le s ue esperienze b elliche e di comando. Aveva poi combattuto contro il Gattamelata e contro Francesco srorza e si era fallo un nome nelle numerose campag ne a.Ile quali aveva partecipato sotto le insegne di Firenze e d ella Chiesa. Vediamo ora come furono impostali i preparativi ed i piani operativi per quella g ue rra. Ai primi dell'a nno 1467 il Colleoni aveva r eclutato tremila fanti e quattromila cavalieri con o ttimi capitani quali Carlo Fortebraccio, i fratelli Martinengo, il marc h ese del Monferrato e Pino Ordelaffi 34 . A ca mpagna ini ziata s i unirono a lui anche Astorre Manfredi, Ercole d'Este, Alessandro e Giovanni Sforza. Nel campo d ei Collegati c iascun Sta to doveva a llestire un pro33 P. Bono li , Storia di Porlì, cit ., voi. 11 , p. 35. li cond o ttie 1·0 v iene citato col cogn ome di Cogl ioni. 34 B. Bclotti, Vita di Bartolomeo Col/eoni, pp. 375 e segg.
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prio con tingente di truppe e Fìrenze, temendo che il Colleoni nel f"rallempo potesse invadere la Toscana, aveva ordinato a Federico da Montefeltro di accorrer·e con la sua compagnia di duemila fanti e d i mille cavalieri nella zona d i Faenza e di Imola per sbarrare la strada di collegam ento tra la Romagna e la Toscana e di alle nde re s ul posto l'arrivo dei contingenti a lleali coi qua li l'esercito della lega avrehbe raggiunto una forza complessiva di quattromila fanti e ottornila cavalieri 3 S. Tra i Collegati i capitani più noti erano Roberto Orsini, Giacomo della Padula, Ugo di San Severino, don Alfonso d ' Avalos e lo slesso Galeazzo Maria Sforza duca di Milano. I] Colleoni, conscio di non poter eguagliare le forze che la lega era in grado di mettere in campo, capì che la sola possibilità di successo per lui risiedeva nell'affrontare e battere separatamente i contingenti alleati p1ima ch e riuscissero a congiungersi. Il suo piano quindi, si basava su una manovra "per linee interne" da attuarsi con un primo allacco in Lombardia contro le milizie ducali, poi con un veloce trasferimento in Romagna per annientare la compagn ia e.li Federico d 'Urbino prima dell'an-ivo dei venturieri napoletani; questi ultimi, se messi di fronte a lla sconriua e.lei due a ll eali, con ogni probabilità si sarebhero ritirali senza venire a battaglia. Ma quel piano non andava bene alle autor·ità veneziane c he, lasciando libero il Colleoni di incominciare la g uerra dalla frontiera dell'Adda, temevano di venire incolpate di complicità. L'ordine dei procuratori di San Marco fu pertanto perentorio: la guerra doveva essere combattuta a s ud del Po. Il Colleon i ru così costretto a modificare il su o pian o stra tegico e cambiare il teatro di operazioni. Decise pertanto di attaccare Federico da Montefeltro in Romag na prima c h e potesse congiungersi coi suoi a lleati. Ma a mellergli i bastoni tra le ruote intervenne anch e il marchese di Mantova il quale proclamò la propria neutralità e di fatto gli impedì di utilizzare la via p iù hreve c he porlava ad attraversare il Po ad Ostiglia. 11 condottiero bergamasco dovelle compiere una deviazione ch e gli costò tre giorni di ritardo sui tempi di trasferimento preve nti vati e allrave rsò il fiume Po a Ficarolo. Cionondim eno, in soli sei giorni, dal 9 al 15 maggio, riuscì a lrasferire le proprie forze da Villafranca di Verona a Lugo; il 15 maggio pertanto, le s ue pattugli e da ricognizione erano in vista del campo avversario ne l lerrilorio di Imo la , mentre le milizie del
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B. Belotti, l hirlem, p. 335.
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duca di Milano e quelle del re di Napoli distavano ancora due o tre tappe. C'era quindi ancora un g iorno, forse due, per costringere il con le d'Urbino ad accettare battaglia e per vincerlo. Ma Federico ùa Montefeltro non era un principiante; benché sorpreso dalla celerità di movimento dell'avversario, non si perse d 'animo: sapendo che questi era anivato da poche ore a Lugo, non esitò a fronteggiarlo a ndando a presidiare le rocche di Bagnara, Mordano e Bubano che, vicine l'una a ll'altra, costituivano come una linea di caposaldi in sistema tra loro, ben protetti sui fianchi dai corsi d 'acqua del Sil laro e d el Santerno, idonea a sbanare Ja direttrice Lugo-Imola. 11 Colleoni, l'indomani, fu costretto ad attaccare quelle tre fortezze c he si interponevano lra lui e l'avversario impedendo lo scontro risolutivo; per espugnarle glifo necessaria tutta la giornata. Federico sacrificò s ul posto i presìdi delle tre rocche , ma riuscì a ritirarsi verso Castel San P ietro col grosso, mettendo una Lappa di strada tra la propria compagnia e le forze avversarie, quanto bastava per sfu ggire al rischio di e ssere agganciato e costretto a com battere in condizioni del tutto svantaggiose. A Castel San Pietro trovò le avang uardie delle milizie ducali e il rapporto di forze volgeva ormai in suo favore. A] Col leoni era mancato un giorno per vincere e ora laccava a lui sfuggire alla caccia dell'avversario. Era tuttavia convinto che il tempo lavorasse a suo favore; anch'egli, in e lTelli, aveva ricevuto rinforzi, portatigli da Ercole d 'Este e da Alessandro Sforza, ma i due eser citi si fronteggiarono a lun go lasciando trascorrere circa due mesi in schermaglie e scaramucce inconcludenti. Era soprattutto il Colleon i c he cercava di non farsi agganciare; era inl"alli nei suoi intendimenti il tentativo di rompere il contatto con l'avversar·io, oper·are un'ampia diversione a nord, o l tn:passare Bologna, proseguire per Piacenza , varcare il Po e accettare battaglia solo dopo essersi schierato sul la sponda sinistra del gran fiume ove il valore impeditivo di quell'ostacolo natural e gli avrebbe consentito di colm are lo svantaggio di forze rispetto ai Collegati. Il Montefeltro, invece, c he desiderava uno scontro decisivo, tallonava d'appresso l'avversario mantenendo il contatto con un fitto andi1ivieni di palluglie da ricognizione. Nella notte precedente al 2S lu glio, il Colleoni levò il campo dalla zona di Castel Guelfo e mosse verso Argenta; il Montefeltro iniziava l'insegu imento con un ritardo di poche ore utilizzando un itinerario parallelo.
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Il disp ositivo di marcia d elle for ze colleon esche preved eva una avanguardia agli ordini di Alessandro Sforza, comprenden te mille cavallegger i e duemila fanti, poi uno scaglio ne di altri mille fanti comandati da Ercole d'Es te e, infine, il grosso con la cavalle ri a pesante e le artiglierie 36 . Giunto ne i pressi di Lavezzola, il Colleon i piegò a ponente verso M olinella, imboccando una semplice s trada campestre sperando di sfuggire a ll'inseguimento d ell'avversario, ma poco dopo g li esploratori lo informarono ch e le ava ngu ardie d ei Coll egati erano p oco dista nti. Sap endo di dove r a ttraversare il torrente Idice e temendo un attacco in quella fase critica, il Colleon i d ette a llora ordine all'ava nguardia di fermarsi al torre nte e di schierarsi a difesa per· protegger e il grosso durante l'a llraversamento de l corso d'acqua. E infatti il Montefeltro, verso le quattro del pome r·iggio, attaccò proprio dalla sponda destra d ell'Idice l'avanguardia d ello Sforza, c on un contingente d i circa tremila fanti napoletani. Il terreno era ovunque pa ludoso; una fitta rete di canal i impediva lo spiegame nto della cavalleria pesan te c he, di fatto, rimase estra nea alla battaglia da ambo le pa rti (con grand e vantaggio per il Colleoni che n e disponeva in quantità minore). I cavalleggeri dello Sforza, quasi tutti balest r ieri , e rano appied a ti e s i erano già appostati tra i can neti e i cespu gli, in agguato; gli acquitrini rallentavano il pa sso agli attaccanti che non ebbero modo di sottrarsi a l micidiale tiro degli a rc hi e delle balestre dei difensori i quali riuscirono a fermarli e a respingerli. Il Montefeltrn pensava che i colleonesch i fossero sfiniti d a lla giornata di ma rcia sotto la ca nicola estiva e r ite neva di poterl i ba tte re agevolmen te; vis to però l'insu ccesso del s uo p rimo allacco, fece intervenfre a nc he le compagnie del Sanse veri no e dell'Orsini che attaccarono d al centro e dalla sponda s inis tra d el torrente . Lo S for,-.a s i ritirò ve rso la Ri ccardina e , p er non soccombere, dove tte chie dere rinforzi: sopraggiunsero a dargli manforte, prima Ercole d 'Este e poi lo st esso Coll eoni con tutte le fanterie residue. Per compensare lo svantaggio numerico di queste il Condottiero ricorse all'impiego d i alcune colubrine montate su cassonetti ru otati e ippotrainati che consentivano di a ttuare rapidi cambi di schierame nto grazie ai q ual i era possibile impiegare il fuoco d e ll'artiglieria con u n crite-
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E. Ri cotti, Compagnie di ventura, c it., voi. TTT, p. 207.
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rio del tutto nuovo e quanto mai e fficace pe r· contrastare gli assalti in massa dei fanti avversari. Si può dire che in quella circostanza nacque, per me rito del Colleoni, la plima rudimentale forma dell'artiglieria da campagna impiegala in appoggio diretto all'azione della propria fanteiia 37 . I due eserciti s i erano impegnati in una battaglia aspra e cruenta; da ambo le parli si combatteva con valore e con insolita determinazione, anche quando, dopo sei ore <li lolla, la stanchezza appesantiva ormai i com battenti. Il sole era ormai tramontato, cala va la sera senza che le sorti della battaglia pendessero a favore dell'uno o dell'altro dei contendenti. Finalmente qualcuno propose una tregua; non si sa da quale parte venisse questa proposta, sta <li fatto c he le trombe dei due eserciti s uonarono quasi contemporaneamente il segnale di raccolta e<l i combattimenti cessarono. Si vuole c he sul campo <l i ballaglia Federico da Montefeltro, vedendo poco distante Alessandro Sforza, suo suocero, gli dicesse: "Signor padre, per oggi abbiamo fatto assai", e quello di rimando: "Questo rimetto a vo i" 38 . Insomma si sarebbe posto termi ne alla lotta di comune accordo, dopo di che, secondo quanto riferisce G iovanni Santi in una sua c ronaca in vcr·si ùi quella battaglia: "E i cavalier si salutan_> a llora con amichevol vista e dolce voce .. ."39 . l soldati dei due eserciti , sfiniti dopo quel tremendo cozzo, si ritirarono in quella stessa notte in posizioni p iù sicure a riordinare i ranghi e a riprendersi dalle estenuanti fati c he della g iornata. Sul campo di ba ttaglia giacevano più di cinquecento morti, oltre mille feriti e millecinquecento cavalli uccisi. Chi aveva vinto? Chi aveva perso? Molto si è <lisc usso al riguardo e le opinioni sono contrastanti. Per il Colleon i si può osservare c he, se sul piano militare non perse la battaglia, su quello politico perse la guerra. Infatti l'obbiettivo di riportare a l potere i fuorusciti fiorentini non venne raggiunto a n ch e per l'intervento d el papa il quale riuscì a far accettare ai contendenti prima un armistizio e poi, iI 2 febbraio 1468, una
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38 .1 9
E. Ricotti , Compagnie di ventura, cil., voi Hl , p. 208. B. BdoLLi, Vila di Barto lomeo Co/leoni, cit ., p. 306. G. Santi, Federico da Montefeltro duca d'Urbino, lib. XI, cap. XLlV, 9-10 ..
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pace ve ra e propria pe r cui la gu erra di Romagn a del 1467 poté cons iderar si conclusa sen za alcun r is ulla lo.
I I. Federico da Monle/èltro e R oberlo Sanseverino nella guerra di Ferrara Tra il 1468 e il 14 82 non si ebbe ro in Ro m agna even li bellici e nessuna compagnia di ventu ra e n lrò n ella r egio ne <la altri S tati. S i verificò solo qu alche sconlro tra i s ignori lo cali a testimo ni a nza del p erdurare di a ttrili e <li p roblemi d i poco conto. I.:u ni co awenime nto d i rilievo fu quello rigu ard a nte Taddeo M a nr,-edi signore di Imo la il qu a le , a cau sa d e lle pressio ni esercitate dal du c a di Milano , fu costre tto a lasciare la sign oria d el s u o piccolo dominio in camb io d ella p romessa, ma i m a n lenuta, di olle nere quella d i Torton a e de l relativo dis tre llo. TI du c a di Mil ano, o tte nu ta così a buon prezzo la città di l mola, la vend e tle al pa pa per quaranlamila fiorin i40 e questi la assegn ò in vicari a lo a l proprio nipote Girola mo Riario, futu ro mari to d i Calerina Sforza e con lei futuro s ig no re d i Forlì. Questo nipote d el pa pa aveva grandi ambizio ni e s i considerava a n ch e un vale nle capitan o; pe rvaso da m a nie di grandezza e J i con quista, prese di mira il D ucato d i Ferrara pr ovocando l'i nlerven to d e lla Repubblica d i Ven ezia c h e d a sempre nulri va mire di espansio ne in quel Len-itorio. S i ri accese in tal m od o la m iccia c he poteva far di vampare una g uerra tra i potc nla li italia ni. E in fa tti, in previs ione d i u n possibile con fl itto i vari Stati presero posizione: <la un la to Ve ne1.ia, R o m a, I mola e Forlì, d a ll'a ltro Mila n o , Fen-ara, Ma n lova , Bo logn a e Napoli . Venezia e i suo i a lleali affidarono il comando de lle loro miliz ie a Robe rto Sa nseverino, un capila no di origine na pole ta na che aveva cercalo fo rtuna in Lombardia riu scendo a mettersi in luce nella co mpagnia di Fra ncesco S fo r za. M ila no e re la Livi a llea ti , n omi n aron o in vece Fed erico d a Montefeltro capila n o gener a le delle forze collegale. Le Lruppe d el Sa nseverino occuparon o il Po lesine, Comacchio e Le ndin a ra e a lcu ne pattu glie arrivaron o in vis la di Ferrara a lla cui d ifesa erano schierate le m ilizie del Monlefeltro. Ma il papa,
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A. Burric l, Vita di Caterina Sforza Riario. lib. I cap. TI, p. 7 1.
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minaccialo nel frattempo da sud dal contingente del re <li Napoli guidato dal duca <li Calabria, richiamò le forze della Chiesa operanti col Sanseverino e le affidò al comando di Roberto Malatesta col compilo di accorrere a difendere la città di Roma minacciala dalle milizie napoletane. Robcrlo, questo rampollo della grande famiglia r iminese, era succeduto a l padre Sigismondo Pandolfo nella signoria di Rimini e, come il padre, cercava di inlegrarc le magre risorse dell'ormai piccolissimo dominio offrendosi come capitano di ventura a chi meglio lo pagava. Nella circostanza indicala il g iovane Malatesta affrontò le milizie napoletane a Civita Latinia, presso Vellelri, le mise in fuga e si presentò a Roma, accolto trionfalmente come u n salvatore della patria, ma alcuni giorn i dopo, mentre ancora stava assaporando il proprio successo, d'improvviso morì. Nello stesso giorno a Ferrara, moriva Federico da Montefeltro e il papa, allarmalo anche dai successi del Sanseveri no, s confessava l'alleanza con Venezia, cambiava bandiern e passava a fianco <lei duca di Milano, timoroso che la potente Repubblica di San Marco volesse annettersi l'intero Ducato di Ferrara che, dopo tutto, era pur sempre un territorio soggetto a lla sovran ità della Chiesa anche se governato <lagl i Eslensi. Venezia rimase così praticamente da sola a fronteggiare le forze di mezza Italia, ma non per· questo si lasciò intimidire; d isponeva di milizie comprendenti le migliori compagnie di ventura <lel momenlo con trentacinque capitani tra i più illustri come, Jacopo Piccinina, Galeotto <lella Mirandola e Antonio Ordelaffi. La sola cavalleria comprendeva novemilacinquecenlo cavalieri, più un numero imprecisato, ma comunque rilevante, di fanti 41 . L'esercito di Milano e relativi a lleati era di poco superiore, ma non per questo più efficente; annoverava ve nlilré capitani, con le r i spellive compagnie d i ventura, tra i q u ali don Alfonso di Calabria , Gian Giacomo Trivulzio e Lodovico Sforza duca di Bari detto il Moro, per un totale di oltre diecimila cavalieri e circa quattromila ranli 42 . Questi due grandi eser·cili s i affrontarono nel 1483 ad Argenta, in una battaglia di poco conto, di nessun effetto e con perdite irrilevanti e s i disse, giustamente, che quella fu una ballaglia non combattu ta.
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E. R icotti, Compagnie di venlura, cit. , voi. Ili. pag. 43 1. E. Ricotti, ibidem.
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Dopo quell'evento non ve ne furono altri significativi e anche quell a guer-ra, che venne detta di Feffara, si concluse con un nulla di fatto lasciando sostanzialmente im mutata la situazione degli Stati italian i. Se!:,'UÌ poi un altro periodo, se non di pace, di assenza di guerre. Ciò non significava però tranquillità in Romagna; basterà infatti ricordare che nel 1488, a breve distanza l'una dall'altra si e bbero: a Forlì la congiura di palazzo che c ulminò con l'uccisione di Girolamo Riario e a Faenza la congiura familiare che si concluse con l'assassinio di Galeotto Manfredi. Entrambi gli eventi, tuttavia, non riuscirono a modificare né l'assetto politico nelle due città né a spodestare le famiglie dominanti. A Forlì, infatti, Caterina Sforza, vedova del Riario, riuscì a mantenere nelle proprie man i il potere co n l'a iuto del duca di Milano per altri dodi c i a nni; a Faenza, Francesca Bentivoglio, organ iZ/.atrice e complice dell'assassinio del marito Galeotto, dovette fuggire dalla città lasciando la reggenza del figlio Astorgio III al Consiglio degli Anziani che lo mantenne al potere sino all'epilogo imposto con le armi d a Cesare Borgia43 . Causa iniziale di profond i mutamenti fu invece la morte di Lorenzo de' Medici, il Magnifico, avvenuta nel 1492. Suo era il rne1-ito principale dell'equilibrio raggiunto dai maggiori pote ntati italiani e quindi della pace c he aveva caratterizzato gli anni precedenti a ll a sua scomparsa. Egli aveva saputo appianare le controversie anche le più scottanti, con obbiettività e saggezza propone ndosi come giudice imparziale ogni qualvolta la pace veniva messa in pericolo. La sua scomparsa segnò la ripresa degli antich i contrasti tra Milano e Venezia, tra il Regno di Napoli e lo Stato pontificio, contrasti che finirono col favorire la calata in Italia dell'esercito di Carlo VIII di Francia.
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P. Zama, J Manfredi, pp. 317,318.
Capito lo seslo I GRANDI ESER CITI STRANIERI E LE ULTIME COMPAGNIE DI VENTURA
I. L'avanguardia dell'esercito di Carlo VITT Fin d all'ascesa a l lr ono Carlo VIII di Francia aveva van tato diritti sul regno di Napoli: egli era in effetti del ramo cadetto dei Val o is, m a apparteneva pur sempre a ll a grn nde dinastia dei Capeting i, la s tessa di Carlo I d 'Angiò, fondatore, n el 1266, d e l Regno di Napoli. L'opportunità cli l"ar valere i propri dititti gliela o ffrì Ludovico il Moro, reggente del Du cato di Milano,il quale sollecitò e favorì la cala la in Italia delle armi francesi nelJa speranza di abbattere la casa d 'Aragona regnanle a Napoli e protettrice dei diri tti d i Isabella d'Aragona moglie di Gian Galea,.zo Sforza, nomina lme nle duca di Milano ma in effelli "cluc hino" di nome di fatto. Il Moro puntava insomma s u Carlo VIII p er sostituire a tult i g li effetti il n ipote n ella sig noria del Ducato di Milano. Anc he Venezia vedeva di buon occhio l'imp r·esa del re cli Francia dal quale s i a tte ndeva consistenti aiuti da impiegare in una prossima campagna contro i Turc hi , in cambio della proptia neutralità. Il p a p a mantenne una cond o tta i n cerla, ma non ostile ai Francesi, m e nlre a F irenze il Savonarola invocava l'avve nlo di Carlo VIII, che d efini va novello Ciro, p er scacciare da Roma il co r·ro tto p apa Alessandro VI e p er r iformare la Chiesa. In reallà i responsabili della calata d ell'esercilo l"rancese nella penisola non furono solla nto questi; un po' tutti i p rincipi italia ni spernvano di ricavare vantaggi e be nefic i dall'arrivo d el r e di F ranc ia a d a nno , ovviam ente, dei rispettivi avve,-sari. Era quindi l'intera Italia d el te mpo a seguire la propria vocazione alla discordia, all'interesse particolare, perdendo di vis ta quello gen erale. Carlo VIII si lasciò convincere facilmente all'impresa, anche perché dal punto cli vista militare, con l'allean za di Milano e Ja neulralità cli Venezia, non c'erano esercì Li fino a Napoli coi quali doversi misu rare su l campo, salvo qualche compagnia cli venlurie r·i ormai disabituati a «morir di ferro», com'ebbe a dire più tardi Machiavelli 1.
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N. Macchiavclli , TI Principe , cap. XII.
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Anche la signora di Forlì e di Imola, Caterina, venne coinvolta nel gran polverone diplomatico e politico sollevato in preparazione <li quell'evento, e fu oggetto <li premurose e allettanti proposte sia da parte d el Moro sia da parte del re di Napoli, i quali t enevano enlrambi ad averla dalla propria parle in quanto il lerrilorio dei su o i <lominii era sulla slraùa d ell'invasione. L'accorta signora optò p er una neutralità di comodo ch e in pratica co nsentiva l'accesso nel te rritorio alle truppe a lleate d el re di Napoli e dell a Chiesa, a questo con vinta più c h e dal fiuto p olit ico da un cospicuo comp en so di sedicimila ducati d'oro 2 versati dal re di Napoli , dal papa e dai F iorentini . .Intanto nel settembre <li quell'anno 1494, Carlo VlU entrava in Ita li a con un esercito di diciottomila cavali eri e ventiduemila fanti. Ad Asti egli veniva accolto d al Moro con la compagnia di ventu ra <li Gaspare Sanseve1ino che avr ebbe parlecipalo come forza alleata alla campagna in cors o; a Vigevano Beatrice d'Este, moglie del Moro g li offriva un sonluoso riccv imc nlo e g li donava p a rlc d e i propri gioielli come contributo finanziario all'impresa. A Parma l'ingresso d elle truppe fra n cesi fu trionfale: anche la marchesa <li Mantova, Isabella d'Este Gonzaga, nota in tutta Europa per ingeg n o cd eleganza, si recò in quella c ittà p er assistere a lla s filata d ella cavalleria rrancese. Tn somma , la calata <l i quell'esercito sem b rava più una parata ch e un'invasion e. Gli alleati, per la veri tà, qualcosa facevano; vennero infatti inviate in Ro magna milizie ingaggiate da Alfonso Il , su cceduto a l padre Ferdinando sul trono di Napoli, e d a papa Alessandro Vl per sb arrare la via di Roma all'esercito francese. Compon eva no que ll e m ili z ie i più rin o m a ti cap ita ni co n le rispettive compagnie tra i quali c'erano il Marc hese di Pescara, Niccolò Orsini conte di Pitigliano, capitano generale della Chiesa, B a rto lo m eo d' Alvi ano e Annibale B e ntivog li o, oltre a l du ca di Calabria comandante in cap o delle forze alleate la cui entità raggiungeva i ventiduemila combattenti. Dura nte la ca mpag na di arruo la m e nto apcrla d a l conte di Pitigliano, i Romagnoli accorsero numerosi sotto le insegne della Chiesa; tra loro erano i capitani Vincenzo e Naldo di Brisighella con la loro co mpagnia di fa nti d e ll a Val L a m o n e e Annibale B entivoglio con contingenti di cavalleggeri d e l Bologn ese e del Lughese. 2
P. D. Pasolini, Caterina Sforza, voi. l , p. 330.
I grandi eserciti stranieri e le ultime compagnie di ventura
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L'avanguardia francese, comandata da monseigneur d'Aubigny, doveva transitare per il lerrilorio l"orli vese e raggiungere Firenze ove doveva attendere il grosso. Non sarebbe stato difficile a lle forze alleate affrontare l'avanguardia con successo dato il momentaneo favorevole rapporlo di l'orze. Invece, a causa di conlrasli tra i comandanti <lei vari contingenti, non solo non vi fu alcuna battaglia, ma l'avanguardia riuscì a trafilare tra le compagnie della Chiesa e quelle napolelane senza alcun danno. Solo I' Alviano coi suoi cavalleggeri assalì di sorpresa, nei pressi cli Sant'Agata sul Santerno alcuni drappelli di cavalieri rrances i disperdendoli, ma ru un episod io isolalo e privo di conseguenze. L'esercito alleato finì per ritirarsi e poi per dividersi e nulla quindi si opponeva più a Carlo VIII. L'impiego in Tlalia, per la prima volta, di un grande esercito nazionale straniero, non consente di effettuare un confronto con le compagnie di ventura sotto l'aspetto operalivo in quanlo quell'esercito, nella sua marcia verso il sud, non dovette combattere alcuna battaglia. Tullavia, sollo l'aspello formale una valutazione , seppur limitata all'avanguardia, può essere espressa, facendo rifctimento al fatto d'armi di Mordano. Era questo un castello [orlilicato a metà strada tra I mola e Lugo; all'epoca era presidiato da una guarnigione <li circa duecento u omini comandata dal castellano Ma1ino Mercatelli. Il 20 ottobre 1494, l'avanguard ia l'rancese, forte di quallordicim ila armali, con la quale marciava anche la compagnia italiana di Gaspare Sanseverino, giunse davanti a lle mura del castello. Il comandante francese Auhigny, invi ò il capitano Sanseverino a ch ieder·e la resa incondizionata di quel presidio e questi ne ebbe un netto rifiuto. Seguì un combattimento nel corso del quale i difensoti sfoderarono una insospellata capacità <li resistenza. Le truppe francesi, dotate di artiglierie efficacissime, crivellarono di colpi le mura e gli accessi e il caso volle c he una palla rompesse la catena di sostegno <lei ponte levatoio; gli assalitori ebbero così modo di penetrare nel castello, ma anziché accogliere la resa di quei prodi difensori, li massacrarono tutti. TI primo combattimento di quel la campagn a non può dunque ascriversi a gloria dei soldati francesi in quanto erano supetiori in forze almeno di settanta volte rispetto ai difensori di Mordano. Dei Francesi, invece, si impose all'ammirazione incondizionata degli Italiani l'artiglieria; essi disponevano di pezzi di piccole dimensioni, leggeri e manovrabi li , train ati da cavalli e dunque
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molto rapidi negli spostamenti, molto precisi ed efficaci nel tiro anche per l'impiego di palle di ferro fuso al posto di quelle di pietra, le sole in uso in Italia. Inoltre gli artiglier·i francesi erano molto ben addestrati: solleciti durante il movimento e nelle operazioni di schieramento dei pezzi, prec isi nel puntamento e rapidi nel caricamento, riuscivano a realizzare una celerità di tiro impensabile per i bombardieri delle mi lizie nostrane: a fronte di uno o due colpi all'ora sparnti dalle bombarde italiane, i pezzi francesi riuscivano a spararne dieci e più. L'artiglieria francese, pertanto, venne presa a modello da armaioli e capitani e da quel momento sempre più impiegala sui campi di battaglia con risultati ed efficacia via via crescenti 3 • Caterina Sforza venne tempestivamente informata del massacro di Mordano e, poiché le milizie napoletane e pontificie non intendevano farle alcuna promessa di difesa, si accordò con il comandante d'Aubigny per rispar miare al proprio popolo e alle proprie ten-e i danni del saccheggio, inevitabili in caso di opposizione al passagg io dell'esercito francese. Venne concordato c he i soldati avrebbero marc ialo ordinatamente lungo le strade, senza invadere borghi e campag ne, mentre Caterina avrebbe assicurato i necessari rifornimenti di viveri e foraggi nelle località e.li lappa. Ma, nonostante gli accordi , il passaggio di quelle truppe arrecò danni ingenti ; la distruzione nelle campagne forlivesi fu pressoché totale tanto che: « ... non restò albero in piedi, né legna, né frutto e similmente né vite alcuna, né frasca, anzi, dalle case dei contadini e dai palazzi toglievansi le travi, le porte e quanto si trovava atto per bruciare ... »4; per non parlare poi del saccheggio di ogni bene privato, del bestiame e delle violenze e degli abusi di ogni genere. Insomma, per dirla alla maniera romagnola: viva la faccia d ei venturieri, quelli almeno erano dei briganti dichiarati e s i sapeva cosa aspettarsi da loro! Quel grande evento lasc iò così le sue tracce di distruzione e di sangue forse più in Romagna che a ltrove. La marcia dei Francesi proseguì poi senza ostacoli: Piero de' Medici ed il papa, l'uno dopo l'altro, abbandonarono l'alleanza col
3 Lo storico P. Maravigna sostiene che le aiiiglie1ic italiane, al momento della calata di Carlo VIJT erano s upei-iori a quelle fran cesi, vd s. Storia dell'arte militare voi. I, pp. 60-61, ma altd come il Picri sono di parere opposto, v<ls. Il Rinascimento, cil., pp. 252-253. 4 A. Burr-id, Vita di Caterina Sforza, cit., lib. 11, cap . XXT, pp. 507-503.
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re di Napoli e lasciarono passare liberamente i Francesi attraverso i rispettivi territori. Nel reame di Napoli tutte le principali rorlezze capito larono una dopo l'altra senza difendersi e il re dovette abbandonare la città. L'avventura di Carlo VIII doveva peraltro concludersi ingloriosamente. Pochi mesi di occupazione dei soldati francesi baslarono perché nobili e popolo napoletani manifeslassero il proprio malcontento. Anche tra gli altri Stati si andò delineando una vasla opposizione ch e sfociò in una a ll eanza anti francese cui aderirono Chiesa, Ducato di Milano, Repubblica di Venezia, Spagna e Impero. Davanli a simile minaccia Carlo VIII decise di ritornare in Francia lasciando a Napoli un presidio di truppe. Sulla via del ritorno, giunto a Fornovo, nei pressi di Parma , trovò a sbarrargli la strada, l'esercito dei Collegati e fu costretto ad accettare ballaglia. Non ci furono né vinti né vincitori anche se la nlo il re di Francia quanto Francesco Gonzaga, capitano dei Collegati, rivendicarono la vittoria. In realtà i Francesi riuscirono ad aprirs i la slrada del loro ritorno in Francia sì, ma persero tutti i loro bagagli, i loro caiTiaggi, le loro scorte e parle delle artiglierie, c he rimasero preda dell'esercito dei Collegati. Po co tempo dopo Fornovo anche la guarnigione di Napoli veniva cacciala e g li Aragonesi potevano rientrare a Napoli. Carlo VIII moriva Lre anni dopo senza lasciare d iscendenti diretti, in modo ingl01ioso: battendo la tesla contro l'architrave di una porla e sul trono di Franc ia saliva Luigi XII del ramo d 'Orleans. Dopo questi eventi, sul cielo della Romagna si profilava il passaggio di un'altra meteora, deslinala a solcare splendente il ciclo, e a spegnersi nel volgere di soli tre anni: era quella di Cesare Borgia. Vediamola .
2. La prima campagna di Cesare Borgia in Romagna Cesare Borgia ru un principe smisuratamente a mbizioso. Possedeva luttavia un carattere d'acciaio e un'in telligenza eccezionale c he ne facevano un personaggio di grande rilievo, capace di reggere il confronto con qualunque a ltro protagonista de l suo tempo. Giovane, atletico, dotato di straordi naria forza fisica e di una eleganza impareggiabile, e ra un cavaliere abilissimo e un gentilu omo di modi raffinal i; non coltissimo, era tuttavia un pa rlatore forbito ed un corteggiatore galante. Ma era anche freddo, c inico, sicuro di sé e, all'occorrenza,
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spietato e crudel e. Nutrì grandi sogni e s i prefi s se obbiettivi a llrettan to g randiosi; fu forse l'unico fra tutti i s ignori rinascimentali a concepire l'idea di un unico grande Sta to italiano e occorre riconoscere che possedeva le capacità politiche per re alizzare un'idea de l genere. Rico prì inc arichi di pres tig io nella gerar c hia eccl es ias ti ca, nella politica e nell a milizia d ella Chie sa. Ci occ upere mo di lui so lo pe r quest'ultimo aspe tto e limita ta m ente a lle campagne c he egli condusse in Romagn a ten endo presente c h e fu capita no non già p er ele zione, ma solo quando le c ircostanze lo richiedeva no per il con seguimento d e i s uoi scopi. Nel campo militare, come in tulli gli altri d el resto, non ebbe bisogn o di "far gavella" per salire di grado; l'e ssere figlio d el pa pa g li pe rmetteva di colloca rs i in posizion e di ve r tice fin dagli esordi d ella carrie ra . I primi incarichi non furono se mplici: si tra ttava di spodestare tutti i s igno rotti locali dello Stato po ntificio e di ricomporre unitariam en te lo Sta to sotto l'effettivo domini o della Chiesa. L'incarico gli venne a ffida to direttame nte dal pa pa, s uo padre, il quale ave va provveduto anch e a decretare decaduti lulli i vicari dai loro d omini i. Il giovane Bor gia (a ve va solo ventiqu a ttr'anni ), si gettò nell'impresa con impeto e con c hiarezza di idee; otte nne dal p a dre quar anta mila ducati ·c oi qu ali po té recl u tare le miglioli compagni e d e l momento e chiese a l nuovo re di Fran cia, Lu ig i XII,un linforzo di cava lle ri a c di artiglielie. Questo sovrano nutriva viva s impa tia per il Borgia a l qua le aveva concesso in m oglie una prin c ipessa fra ncese , Carlotta d 'Albre t, sorella de l r e di Navarra, ch e aveva porta lo in do te il Ducato di Vale ntino, d a cui d erivò a Cesare l'appella tivo di du ca Va lentino o semplicem e n te, Valentino. Così Luig i XII concesse di buo n grad o al giovane Borgia un contingente d i trece nto "la nce" 5 francesi a l co ma ndo di Ivo d'Allegre, qua ttromila fanti svizze ri e guasconi guida ti d a An toi ne B issey detto il Ba lì di Di gion e e un buon nume ro di pezzi di artiglieri a. L'esercit o c ol qua l e il Bor·g ia m osse a lla co nqui s ta d ell a Romagna sfi o rava i quin dicimila u o mini e n essuno dei s ignorotti della region e era in grado di far fronte ad un a forza op erativa di tal gene re . Il Valentino iniziò le operazioni n ell'autunno d ell'anno
5 La "lancia" francese comprend eva da cinque a sette comha llenli, a differ enza d i q u ella italia na che ne aveva solo tre.
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1499 attaccando per primo il dominio di Caterina Sforza e il 24 nove mb re giunse nei pressi di Imola. Caterina nel frattempo non se ne era s tata con le mani in m a no e aveva predisposto a l meglio le difese delle proprie piazzeforti, sostitue ndo i castellani che non le davano affidamento, rinforzando le guarnig ioni, a u mentando persino le paghe perindurre i suoi soldati a battersi con maggior impegno. Già in questa fase di predisposizione della difesa dunque , Caterina dette prova di determinazione e di forza d'animo più ch e virili , ove si tenga conto, tra l'altro, di tutti i proble mi che d o ve tte affrontare in una s ituazione resa ancor· più difficile dalla pestilenza scoppiat a a Forlì in quell'estate6. Affidò poi il comando della difesa di Imola al figlio Ottaviano e nominò castellano della rocca Dionigi Naldi, il quale giurò di morir·e p iullosto che arrendersi. Gli Imolesi, tuttavia, benché avessero promesso di difendere la ci ttà, in realtà non avevano alcuna intenzione di b a lle rs i contro un esercito così numeroso e po le nte come quello d el Borgia e infatti, non appena questi e bbe cinto d 'assedio la cillà e intimato la resa, gli imolesi gli aprirono le porte senza combattere, tranne il Naldi c he, asseragliatosi nella rocca n on volle arrendersi. Visto c he la rocca resisteva, il Borgia fece intervenire tutte le proprie artiglierie riuscendo, in una n otte di tiro in interrnllo, ad aprire una breccia nella parete della fortezza vicino al ponte levatoio a tt raverso la qu a le i fanti svizzeri passarono all'assalto . Il prod e N a ldi respinse quel primo assalto e res islelle a ncora per qualch e giorno, poi, dopo aver informato Caterina, si a rrese ricevendo onorevoli cond iz io ni e lasciò la rocca solo 1'11 dicembre. Qualche giorno dopo l'esercito d el B orgia si dirigeva a lla volta di Forlì. Qui il Consiglio Gen e ra le del la c ittà rapprese ntò a Ca terina l'impossibilità di resis tere con qualche probabilità di su ccesso e propose quindi la resa senza combattere per evita re inutili perdite di vite umane e nella speranza di ev ita r e il sacco della città. In 1-ealtà il popolo e la nobiltà forlivese non amavano la loro signo r a e, stanchi de l s uo modo spesso vessatorio di governa re, speravano di avere col Vale ntino, un cambia m e nto in meglio. Caterina s i vide così costretta ad opporsi da sola alla conquista della città e con tale determinazion e s i asscragliò ne lla rocca <li R avaldino sperando che Pircnze, a lla quale si era rivolta, le invias 6
p. 254.
N. G razia ni, Caterina Sforza e la difesa di Ravaldinu in Storia di Forlì, voi. TT,
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se rinforzi. Il 19 dicembre Cesare B orgia e ntrava in Forlì dalla porta di San Pie lro 7 alla testa d elle sue truppe. l soldali , specie que lli francesi e svizzer·i, s i acquartierarono in città senza alcun ordine n é disciplina: entrava no di p repotenza a frolle nelle case cacciando fuori i p roprietari quando intendevano sis tem ar·visi, o rubacchiando e de vas la ndo quando e r a no in cer ca di preda. Bastonavano c hiunque facesse rimostranze e u ccidevano chi opponeva resistenza; poi, una volta sislematisi, andavano in cerca di vino e di d onn e e neppure le monache vennero lasciate in pace. Alcuni cava lieri francesi in g iro pe r la città capilarono davanti alla "Crocetta", la cappella votiva erella ne lla piazza m aggio re a s uffragio dei francesi u ccis i da i Forlivesi guidali da Guido da Mo nte re ltro il l maggio del 1282 (quell i del "sanguinoso mucch io"); l'opera e le scritte sulle la pidi rammentarono l'episodio a qu ei cavalieri i quali p retesero che l'aba lc di Sa n Mercuria le abbattesse la cappela. A ciò si o pposero numerosi Forlivesi ch e non vol evano perdere quel monumento che cons ideravano, per tradizione, un lalismano della città 8 ; dalle parole ai fatti e anche per questa causa vennero lasciale tracce di viole nza e di sangue n ella c illà. 11 popolo forlivese, ch e aveva aperto le porle della città al Valentino nella speran za di scampare a lle violenze della soldatagl ia, dovette amaramente ricred ersi e constat are sulla p ro pr·ia pelle che la resa all'avversario senza difesa si accompagna quasi sempre al dispreu.o di quest'ultimo. Le violenze ed i sacch eggi ebb ero termine s olo d opo l'inle rve nto direlto di Cesare Borg ia, invocato d a una delegazione di not abili della cillà. Ma le preoccupazioni del duca erano ù'altrn genere: Caterina infatti respingeva sistematicame nle ogni richiesta di resa e il fatto che a tenergli lesla fosse una donna non lornava certo a suo vanto. Pe r certi aspetti il comportamento di Calerina ricordava quello di Cia degli Ubaldini; come quest'ultima anch e Caler·ina nel r espingere le intimazioni di resa usò parole nobi li che suscitarono a mmirazione. Infatti, quando il Valentino, p er iscrillo, le propose di arrend ersi in cambio di lusinghiere condizioni di resa, ella così rispose, scrivendo di propria mano: «Monsignore, ho inteso sempre afferm a re che la fortuna aiula g li intrepidi e spinge indietro i codardi. lo fui figlia di un uomo intrepido che p a u ra non e bbe mai n é 7 8
N. Graziani, Caterina Sf<>rza, cit. p. 254. P. Bonoli, !storie della citta di Forli, cit. , voi III, lib. X , p . 285.
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codardia e sulle orme sue voglio vivere fino all'ultimo momento della mia vita ... Per quanto riguarda le promesse che mi fate e i bene fi ci che mi offrite, scusate se non vi credo ... » 9 . La rocca di Ravaldino ove si era rinchiusa Caterina, ben si prestava per una prolungata resistenza; si trattava di una fortezza incentrala nella rocca vera e propria alla quale si collegavano la residenza di Caterina stessa, d enom ina la "il paradiso", poi case, magazzini cd a ltri fabbricali e, infine, quattro "rivellini" 10 , ai quattro a n goli delle mura d ella rocca e tutto il complesso circondato da un ampio e profondo fossato allagato. Il Valentino fece ricorso all'impiego di tutte le sue artiglierie c he avevano fornito risultati tanto soddisfacen ti nell'espugnazione della rocca di Imola e cominciò a marte llare le mura della cittadella nei tratti ritenuti più vulnerabili, riuscendo ad arrecare considcr·evoli danni con tiri prolungati e precisi; ma Cate rina arrivava a riparare tempestivamente i crolli g iungendo anche ad infliggere qualche d a nno all'avversario con un oculato impiego delle poche bombarde di cui dis poneva. E così l'alba del nuovo secolo, il 1500, vedeva la coraggiosa signora di Forlì più che mai indo mita e battagliera. Da l punto di vista militare le operazioni di assedio possono essere distinte in due fasi tra le quali s i interpose una pausa di due giorni durante i quali i soldati di e ntra mbe le parti festeggiarono l'arrivo d el nuovo seco lo; la prima fase fu quella d ella vittor·iosa resistenza delle milizie di Caterina che: «dimostrarono gagliardissimo animo rispondendo assai bene con le artiglierie non senza uccisione di Francesi ... » 11 . La seconda fu caratterizzata da mutamenti di tattica e da innovazioni nell'impiego d e ll e artiglierie d a parte d ei Francesi e dal tradimento (o quanto m e no dalla pavida condotta) del comandante della cittadella di Ravaldino, Giovanni da Casale. Il cambiam ento di tattica consistette nel concentrare il tiro di tutte le artiglierie su un unico obbiettivo anziché battere diversi o bbiettivi alla volta; l'innovazione fu quella di sparare con l'artiglie1ia anche di notte per non dar modo ai difensori di approfittare del buio e dell a pausa nei tiri per riparare i danni arrecati di giorno. Questi due provvedimenti insieme, consentirono di aprire 9
A. Burriel. Vita di Caterina Sfr>rza Riario, cit. lib. 111, cap. Xli, p. 795. Vds. Diz.ionadetto in Appendice. 11 N . Graziani, CaLerina Sfr>rza, scit., pp. 256-257. 10
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una larga breccia n ella corlina m eridionale delle mura di Ravaldino. TI comandante d elle difese, anziché concentrare la resis te n za in corrisponde nza della brecc ia, dette fuoco alla polve riera (nel timore ch e cadesse in mano all'avversario) facendo esplodere il lorrione che si ergeva verso porta Cotogni.Quel fatto produsse uno sbandamento negli ignari difensori e ridette lena agli assedianti i quali riuscirono ad entrare n ella rocca; le difese vennero sopraffalle compresa l'ultima disperata resist e nza di Caterina che si era rinchiusa n el rivellino di porta Cotogni; qui infatti venne catturata da un connestabile guascone c h e la dic hia rò prigioniera del B a lì di Di gione suo superiore 12 . La rocca subì il sacch eggio di rito e tra i difensori vennero risparmiati so ltanto quelli in grado di pagarsi il r iscalto. Il Novacula, cronista del le mpo, nelle "Cronache rorlivesi", parla di quattrocenlocinquanta m orti.u na c irra che può essere cons iderata molto alta in rapporlo alle forze esigue che difendevano R avaldino. Anc he la valorosa Caterina pagò il prezzo della sconfitta a l vincitore, sia perdendo pe1· se111pre la signoria d ei suoi dominii, sia come d onna, poiché il Valentino non volle perdere l'occasion e d i avere alla propria discrel'.ione quella virago sul conto della quale circolavano voci di amatrice pe rrida e lussu riosa. Qualche tempo dopo la resa, il Va le ntino la portò a Rom a com e un trofeo: incatenala con due catenelle ù'orn, d'oro fin c he si vuole, m a pur sempre ca te ne.
3. La seconda campagna del Valentino in Ro mag na Dopo la conquisla di Tmola e Forlì, Cesare Borgia fu costrello ad una pa usa operativa imposla principalmente dal ratto che il re d i Francia aveva dovuto rich iam a re le truppe c h e gli aveva concesso in rinforzo per far fronte ad un capovolg im e nto di situazione in Lo mbardia in merito alla quale non entreremo. Il Borgia, col da naro o ttenuto d a l padre, fu tuttavia in grado di arruolare altre milizie italia ne 13 riuscendo così a rimpiazzare i rinforzi fra ncesi: ingaggiò , infatti , le compag nie di Vitell ozzo 12
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N. Graziani, Calerina Sj<,rza, cil. , p. 257. E. Ricotti , Compagnie di ventura, ci t. voi. TII, pp. 4 41 -442 .
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Vitelli, di Oliverollo <la Fermo e di Giampaolo Bagli oni. Con queste nuove forze poteva contare su di un esercito valutato in quattordicimila armati tra cavalieri e fanti. Nell'ottobre d i quel lo stesso anno 1500, completati i preparativi per u na nuova campagna, il Valentino tornò in Ro magna per completare l'opera contro i signori loca li . D opo aver occupato P esa r o puntò su Rimini; il popolo rimin ese che det es t ava Pandolfo, il s ignore di turno dell'antica casat a dei Ma latesta, g li aprì le p01ie della città senza combattere, m e n tre Pan dolfo fuggiva a B ologna . Fu quindi la volta di Faen za, ove le milizie borgiane g iunsero il 16 di Novembre ponendo l'assed io a lla cillà. Qui però la situazione s i presentava del lutto diversa da quella di Rimini: la popolaz io ne e i notabili cittadini erano d evoti al loro giovane signore Astorgio III Manfredi, al quale avevano solennemente promesso di resistere ad o llmnza. Completamente opposto era stato, invece, il comp ortamento dei campagnoli e b orghigian i d e l dislrello faentino, tra i quali lo stesso Dio nig i Nald i (il difensore della rocca <l i Imola), i quali si erano dic hiarali ravorevoli a l Valentino. Le cornpag n ie d e l Borg ia s i accamparono lungo il lato orientale della città, tra il Lamon e e il Marzeno; l'a ttacco a lle mura e bbe ini zio il 19 di novembre e la resiste n za d ei Faentini l'u decisa e tenace. In q uel primo gio rno d i assedio rifulse, a ncora una volta , il valore di una donna: Diamante Torelli , discendent e d a antica ed illustre famiglia oliginaria di Ferrara, la qu a le co nd usse e a nimò la resisten za in un tratto delle mura diroccato d alle artiglielie d el Vitelli, riuscendo a contener e prima e a respingere poi l'assalto de i venlulieli della compagnia del Bagli on i. Il 2 1 no ve mhre il Va le ntino , a causa del tempo inclemen te, interrompeva le operazioni di assedio, toglieva il campo e acquartierava le sue truppe per l'inverno tra Tmola e Forlì. L'assedio veniva ripreso solo il 13 a prile dell'anno successivo con un martellamento di artiglielie contro le mu ra della città, seguito da un ba ldanzoso assalto respinto dai Fae ntini. Gli assalti vennero reiterati il 20 e il 2 1, ma senza successo. ll Vale ntino aveva subito pesanti perdile: seicento morti e millecinquecento feriti14, ma a nc he i d ifensori, n onostante l'apparente successo, erano ormai stremati e consci di non pote r prolan-e ancora a lungo la resistenza. E così il
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P. Zama, I Manfredi, cit. p. 3 17.
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25 aprile, avuta assicurazione dal Valentino di salvezza per la vita dei difensori e di astensione dal saccheggio, la città si arrese. Ai Faentini premeva anche la sorte d el loro giovane signore e a l riguardo avevano ottenuta promessa di ampia e completa salvaguardia da Cosare Borgia. Ma il Valentino non mantenne le promesse fatte: Astorgio Hl venne tenuto per un po' di tempo dal duca nel proprio seguito e successivamente inviato a Roma e rinchiuso in Castel Sant' Angelo assieme al fratello minore. Nel giugno del 1502 entrambi i fratelli vennero misteriosamente uccisi, verosimilmente per ordine dello stesso Cesare. Si spegneva in tal modo anche la dinastia dei Manfredi e la loro signoria su Faenza. I.:intera Romagna, eccetto Cervia e Ravenna, era ormai riunita sotto il dominio del Borgia a l quale il papa conferì il titolo di primo duca di Romagna. Ma la provincia non era il solo obbiettivo del novello principe. Infatti, ne lla primavera del 1503 egli lanciò una terza campagna occupando in pochi mesi Urbino e Camerino. Ma i suoi successi intimorirono i suoi stessi capitan i i quali avevano tutti un piccolo dominio, chi nell'Umbria, chi nelle Marche o nel Lazio e che potevano a loro volta perdere. Spirava pertanto aria di fronda tra questi ufficiali a capo dei quali si pose il Vitelli che imbastì una congiura per far cadere il Valentino e per 1iporlare nei vari Stati gli spodestati s ignori. A far cambiare g li intendimenti dei congiurati va lse l'intervento diplomatico del papa a seguilo d el quale si parlò di riconciliazione generale e per render più solenne l'impegno di pace il Valentino organizzò a Senigallia un sontuoso convivio al quale invitò tutti i suoi capitani implicati nella congiura: il Vitelli, Oliverollo da Fermo, gli Orsini e Francesco duca di Gravina. Era una trappola: lulli gli invitati vennero imprigionati e uccisi. Machiavelli definì quel colpo un: «magnifico inganno »15, e molti altri regnanti e principi d'Europa e d'Italia lo giudicarono un atto di grande abilità politica, degno di ammirazione. La sorte pareva arridere al nuovo signore di Romagna che, a Cesena, eletta a capitale del Ducato romagnolo, iniziava a governare con abilità ed energia incontrando, specie nella popolazione, largo consenso. Ma come celere era stata l'ascesa, a ltrettanto repentina fu la cadu ta. La morte del padre, papa Alessandro VI, avvenuta nell'agosto del 1503 (non si sa se per un attacco di malaria perniciosa o per
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N. Macchiavelli , Opere, tomo TT, pp. 391 e segg.
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avvelenamento), mentre anche lo stesso Cesare cadeva gravemente ammalato, s troncava un'ascesa che sembrava ancora in corso e c.l iretla verso mete insolitame nte elevate. La rivolta contro il Valentino fu immed ia la. Dopo l'intermezzo di papa Pio III, c he rimase sul trono di Pietro p er un mese solo, salì a l soglio Giulio 11, il quale fece imprigionare Cesare Borgia dal re di Napoli e da questi trasferito in Spagna ove rimase p1igioniero per due anni. li Vale ntino 1iuscì però ad evadere dal carcere e si r-ifugiò al la corte del re di Navaffa, suo cognato. Il 2 m a rzo 1507, durante un combattime nto condollo per conto e.li questo sovrano contro un vassallo ribelle, egli venne ferito mortalmente; a veva a ppe na compiuto trentadue anni. Cesare Borg ia inca rnò come nessun altro le virtù e i difetti di un pr·incipe rinascime ntal e: fu un politico abile, m a spregiudicato e un d espota crudele, ma lungimirante. Tuttavia nel campo militare, benché le sue campagne siano state tutte corona te d a successo, non m ise in evidenza particolmi capacità tattiche o di comando c he valgano a conferirgli il titolo di condottiero. Quando condusse le due campagne in Romagna disponeva d i milizie talmente numerose e di armi ta lm e n le moderne ed efficaci (art ig li erie fra nces i), che non si trovò m a i nella condizione di dover combattere in situazione di equilibrio di forze; gli assed i a lle rocche di Imola, di Forlì e di Faenza, furono lulli eone.lotti e vinti all'insegna di un a schiaccian te superiorità di uomini e di mezzi 16 . Lo si può p ertanto annoverare tra i capitan i di ventura in quanto visse occasionali espe rienze mi litari, sen:1.a lullavia concedergli attributi onorifi c i né particolari attestati di m erito. La sua scomparsa dalla scena politica con sentì agl i Ordela ffi di ritornare al potere a Forlì e a Pando lfo Malatesta a Rimini. Venezia ne apprnl"ittù per· impa dronirsi di Faenza e di parte d el territorio e.li Lmola. 16 Anche l'assedio di Capua ciel 1501, benc hé condollo conlrn una città sa lda mente presidiala d alle mili zie di Fahi-i7.io Colonna e di Ugo di Cardona, non d elle modo a l Valentino, ch e partecipava a ll'impresa come capitano al soldo del r e di Francia, di dimoslrnre speciriche capacilà mi litari in q ua n to la defezione di alcuni difensori e .l a sedizione degli a bitanti di Capua a vevano consentito ai Pran ccsi di entrare nella città senza <lover· praticamente combattere, anzi, le cnideltà commesse in quell'occasione e il barbaro saccheggio della ciLLà, non fanno onore n é a i sold at i n é al lorn ca pitano . Il Muratori al rigu a,-d o sostiene vds. Annali d'Italia, anno MDL, c he i Francesi u ccisero almeno duemi la person e e che: « ... s fogamno la loro libid ine s opra le donne di ogn i condiziine sen7.a n eppure ri sparmiare le con sacr a te a Dio. TI du ca Valen tino che coi fran cesi pa rtecipò a quel1'01-gia, fallane una scelta di quaranta delle più belle, le r-itenn e per sé per non esser e da meno dei Turchi ... ».
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4. Guidarello Guidarelli cavaliere ravennate Guidarello Guidarelli in vita non fu un personaggio famoso e non si segnalò per alcuna impresa <li r ilievo; si deve riconoscere che la sua fama d eriva esclusivamente <lal1a suggestione che emana dalla mirabile lesta della statua di lui morto, esegu ita dallo scultore Tullio Lombardo nel 1525 per il suo sepolcro e oggi cuslodita ne l'Accademia delle Belle Arti di Ravenna. Il volto di quella slalua ha un fascino del tutto particolare tanlo c he molte visitat1ici si ch inano a baciarne le labbra dischiuse, spinte a farlo dalla pietà che ispira l'espressione di quel giovane cavaliere. Guidarello era nato a Ravenna nel 1468 ed ancora giovanello era stato nom inalo cavaliere dall'imperatore Federico III. Quando morì suo padre dovette sostenere liti giudiziarie con Ven ezia per i beni ereditati. Bastano queste due noti z ie per qualificarlo come persona di rango sociale ragguardevole; altre n otizie sul suo conto lo descrivono come uomo non alieno di studi e di umanità , dotto di greco e di latino 17 . A trent'anni si arruolò nelle milizie del duca Valentino nei cui ranghi partec ipò alle campagne di conqu ista della Romagna. Quando le operazioni subirono una inteffuzione (a novembre del 1500) per la pausa invernale, il Guidarelli venne nominalo dal Borgia "domino" d egli alloggiamenti di Forlì, carica che induce a credere che egli avesse anche un grado elevato nella gerarchia delle milizie borgiane e godesse di buona considerazione al cospetto del Valentino. Questa supposizione è avvalorala dal fatto che a lla fine di febbraio del 1501, Cesare Borgia, prima di riprendere le operazioni, convocò a Imola il suo "sla lT' di comando per definire epoca e modalità di ripresa dell'assedio di Faenza e tra i convocali c'era, per l'appunto, anch e Guidarello Guidarelli. Fu in quella circostanza che: «Miser Guidarello di Ravenna, soldato dignissimo del duca, abiando imprestata una cam isa a la spagnola, bellissima de lavori d'oro, a Virgilio Romano a Imola per far mascara e non ie la volendo rendere e cruzatosi con lui, cl dito Virgilio lo taiò a pezi e amazol lo; cl duca , fatollo piare, li fe' taiar la testa» 18 . Sono parole contenute nel la "Cronaca di Cesena" e scritte da Giuliano Fanlaguzzi, un cronista del tempo, pochi giorni dopo l'avvenimento e quindi atte ndibili. 17
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P. D. Pasolini, Ravenna e le s ue f!,randi memorie, pp. 171- 173. A. Campana, Perché fu ucciso Guidarello Cuidarelli. p. 4.
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Da questa scarna cronaca dell'episodio emerge che la causa della lite fu davvero banale: una camicia prestata per una resta in masch era! Ma a quanto pare l'uccisore fu preso e decapitato il che attesta quanto sbrigativa e tremenda fosse la g iust izia del Borgia e a nche in quanta considerazione egli te nesse la vita del Guidarelli . Non ha invece riscontro con la realtà quel «lo taiò a pezzi » in quanto il Guidarelli rimase ferito nella lite e morì solo alcuni giorni dopo, avendo tempo anche di fare testamento, che risu lta datato 6 marzo 1501 19 • Questo è tutto: un soldato di ventura, una lite, una morte causata d a futili motivi ed una mirabile statua a immortalare Guidarello Guidarelli cavaliere ravennate.
5. L'episodio di Barlella Qualche m ese prima che le fortune di Cesare Borgia volgessero a l d ecl ino, accadeva in Puglia un fatto d 'armi di assai modeste proporzioni per l'esiguo numero dei combattenti che vi parteciparono e di nessuna conseguenza pra tica o politica, ma che melita di essere ricordato in questo contesto per due motivi: primo perché i protagonisti erano cavalieri di una compagnia di ventura, secondo perché uno di loro era romagnolo. Quel fatto ve nne rispolverato agli albori del nostro Risorgim ento con un romanzo di Massimo d 'Azeglio, scritto p er ridestare negli Italiani la volontà di batlersi contro lo straniero che occupava le nostre regioni. "Ettore Fieramosca" è il titolo d i que l romanzo la cui vicenda ispiratrice è stata riproposta in anni più recenti anch e dal cine ma come esempio di virtù militari e come modello di valore; si tratta d ella disfida di Barletta: vediamo l'antefatto. Nell'aprile del 1498, Luigi XH, sal ito a l trono di Francia, oltre a far proprie le rivendicazioni d el pred ecessore sul Regno di Napoli, avanzò pretese anche sul Ducato di Milano, in quanto egli discendeva da Valentina Visconti, fi gl ia d e l duca Gian Galeazzo, a ndata in sposa al duca d'Orléans, fratello dell'allora re di Fra ncia Carlo VI. Valentina ne lla propria dote aveva portato una convenzione che la designava, mancando in qualunque mome nto la sue-
19
A. Campana, Ibidem, p. 6.
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cessione maschile, a succedere nel Ducato di Milano; morta lei, tale diritto passava ai s uoi discendenti. Per quanto si trattasse di un diritto contestabile, Luigi Xll l o fece valere e occupò l a Lombardia, cacciando da Milano Ludovico il Moro. Attuata così la prima parte delle sue rivendicazioni in terra d'ltalia, il re di Francia diresse il proprio esercito al sud per impadronirsi del Regno di Napoli sul quale però avanzava pretese anche il re di Spagna, Ferdinando il Cattol ico, nonostante il re in carica fosse suo parente. Nel 1500, tra i due sovrani concorrenti venne sottoscritto un accordo segreto a Granada per la pacifica spa rtizione del reame, c h e prevedeva di dare alla Francia Napoli, la Terra di Lavoro e l'Abruzzo e alla Spagna la Puglia e la Calabria. TI re di Napoli, Federico, tentò di organizzare una disperata difesa a Capua, facendola presidiare dalle compagnie di ventura di Fabrizio Colonna e di Ugo di Cardona. M a la città assediata dai Francesi (coi quali militava, come già visto, il Valentino), cadde per il tradimento di una pa r·te dei difensori e venne ahbandonata ad un barbaro saccheggio. Il re di Napoli si consegnò ai Frances i dai quali ottenne, in cambio della rinuncia ad ogni rivendicazione s u Napoli, il territorio del Ducato d'Angiò, in Francia, ed una cospicua rendita che gli consentirono di vivere agiatamente per il resto dei suoi giorni. Gli eserciti francese e spagnolo, una volta occupali i territori di rispettiva pertinenza vennero inevitabilmente a contatto e immediatamente sorsero questioni per la delimitazione dei confini non ben definiti nell'accordo di Granala. Da alleati che erano, i due Stati finirono col diventare nemici e farsi guen-a. I dissensi di fondo, tuttavia, non erano tanto legati alla d efinizione dei confini, quanto piuttosto a lla segreta aspirazione che ciascuno dei due aveva di r esta re l'unico padrone d ell'Italia meridionale. Negli scontri che seguirono agli attriti tra i due eserciti, ebbe inizialmente la meglio quello francese che giunse ad assediare gli Spagnoli in Barletta. In seguito la situazione si capovolse, ma il fatto d 'arrne che si vuol ricordare accadde proprio in quelle circostanze, ossia mentre gli Spagnoli erano assediati dai Francesi in Barletta. Veniamo quindi a quell'even to. Un giorno dei primi di febbraio 1503, un drappello di cavalleggeri spagnoli, nel corso di una sortita da Barletta, riuscì a catturare alcuni cavali eri l"rances i che venn ero poi condotti a ll'interno
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della cittadina. Qui, durante una cena, uno dei prigionieri francesi, Guy de la Motte, si espresse in termini oltraggiosi nei riguardi dei cavalieri italiani dicendo che essi: « . . . sono la più triste gente d'armi che abbia tenuto piede in staffa e vestito corazza, che poco fedelmente essi maneggiano l'armi e non possono in alcuna parte paragonarsi ai Francesi.. .»20 • Reagì contro tali ingiurie uno dei cavalie1i spagnoli presenti, Inigo Lopez de Ayala, il quale militava da tempo a fianco dei venturieri di Fabrizio Colonna, dicendo che egli stimava i cavalieri italiani non solo esperti e valorosi quanto quelli francesi nel maneggio delle armi, ma li riteneva redeli e devoti, tanto che su di loro egli poteva far assegnamento come sui suoi stessi soldati e aggiungeva che, certamente, se fossero stati presenti , avrebbero reagito con le armi agli insulti del cavaliere francese, in difesa del loro buon nome. I Francesi si dissero disposti a sostenere con le armi le loro accuse e del fallo venne informato Prospero Colonna, il più elevato in grado dei capitani i talian i ingaggiati dagli Spagnoli. Questi prowide a<l inviare ai Francesi una sfida formale: « ... tanti Francesi quanti essi volessero in battaglia, a tanti p er tanti, secondo le leggi e le consuetudini cavalleresche... » 21 • Fu concordato che si sarebbe venuti ad un combattimento a cavallo tra lre<lic i cavalieri italiani e altrettanti francesi e che ciascuno dei vinti avrebbe rimesso al vincitore il proprio cavallo, le proprie armi e cento ducati d 'oro; una posta dunque molto alta che lasciava intendere quanta importanza venisse attribuita da ambo le parti a quella prova. Si nominarono i giudici di parte e si scambiarono gli ostaggi, come previsto dalle regole e dalle consuetudini ed il campo dello scontro venne scelto in una località tra Adria e Corato e fu, infine, stabilita la data dello scontro per il 13 l"ebbraio di quell'anno 1503. Prospero Colonna, in qualità di comandante più anziano dei venturieri ita li a ni militanti nell'esercito spagnolo, doveva anche scegliere i tredici cavalieri da inviare a quella specie di torneo, ed egli li selez ionò tenendo conto unicamente della capacità combattiva, dell'esperien za, della prestanza fisica e del coraggio dei suoi cavalieri. È provato che nella scelta fatta dal condottiero non inter·ve n-
20 21
P. Giovio, Vita di Cansalvo Hemandez di Cordova, p. 93. P. Giovio, Vita di Consalvo di Cordova, CÌL., p. 93.
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ne ro allri !"allori, come le parentele o la nobiltà dei candidati a d influenzare la sua decis ione, tant'é ch e Pompeo Colonna, pare nte appunto del capitano Prnspc ro, e bbe poi sempre a lamentarsi con lui pe r essere stato escluso dalla lista d ei prescelti. L'ele nco dei conte nde nti , d ei giudici di campo e degli ostaggi, c he si riporta di seguito , ci è s tato tramandato d a Pie tro Summonte di Na po li e<l è riportato <la Paolo Bonoli nella s ua Storia di Forlì 22 •
COM BATTENTI
llaliani Ettore Fieramosca, di Capua Giovanni Bran caleone, di Genazzano Francesco Sa lomone, s ic ili a no Marco Corallaro, di Napoli Pietro Ri zio o Riccio, di Parma Guglielmo d'Albamontc, s iciliano Maria no <l'/\big ne n l.e, s icilia n o Giovanni Capoccia, di Roma Ludovico d'Abcnavolc, di Capua Ellore G iove nale,<li Roma Bartolom eo Fanfulla, di Lo di Moclc Tesi, di Pali a no Ro manello, <li Forlì
Francesi - Charles de Tourges - Mare dc Frigncs - Giraut ù e Forses - Martellin de Lambris - Pi er-re d e Li ayé - Eliot dc Baraut - Jacques de la Fontaine - J ean de Landes - Sacet <le J acet - Guy <le la Motte (o Mo the) - Jacques de Guigncs - Naule d e la Fraise - Cla ude Grajan d'Ast
GIUDICI DI CAMPO Francesco Zurlo, cli Napoli Francesco Spinola, ùi Genova Diego Vela, spagnolo Alfonso Lopez, spagnolo
-
Mo nscgn c ur dc Broglio Monsegn eur de Murti b rac h Mon segn eur de Bruet Monscgn c ur Etum Sulle
OSTAGGI Angelo Galeotto Albernuccio Valga
22
- Monseg n eur de Musnai - Monsegn e ur de Dumble
P. Ilono li, /storie della cillà d i Forlì , cii.. voi. TT, pp. 3 04-308.
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11 mallino della sfida i comballenli, dopo la messa, si avviarono verso il campo armati di tutto punto e coperti delle loro armature. Oltre alla spada e a l pugnale, che ogni cavaliere portava di persona, avevano appese a ll'arcione anteriore della sella una mazza e un'azza2 3 . T cavalli, a loro volta, erano coperti da guarnimenti di metallo sul pellorale e sui fianchi , menlrc dal frontale sporgeva il puntale d'acciaio. Non avevano una divisa né simboli parli colari per distinguersi dai frances i; ognuno si era ornato a capriccio, secontlo i gusti personali, salvo !'"impresa" che ciascuno portava dipinta sullo scudo. Dopo i discorsi di rito rivolti loro dal Capitano, i contendenti entrarono in campo dispone ndo le lance in resta, pronti a lanciarsi al galoppo per il p rimo assalto. Erano disposti su due righe contrapposte ed ognuno ebbe per avversario il cavaliere che gli stava di fronle. Al segnale delle lrnmhc i cavalie1i si lanciarono gli uni contro gli alLri; l' urto che ne seguì non provocò né danni né per·di te cd il combattimento proseguì con le mau.e e co n le spade. Da ambo le parti i cavali cr·i combattevano con d e term inazione impegnando lutte le energie, con sl'nggio di coraggio e di destrezza. Ma lasciamo prosegu ire a questo punto Paolo Giovio: « .. . parea Ja baltaglia pareggiata quando con animo grande Brancaleone e dopo di lui Fa n rulla e Roma nello, cadendo i loro cavalli, rimasti essi in piedi, subito dalo di mano agli spiedi e valorosamente fora ndo uomini e cavalli , fecern inclinare la vittoria pe r le armi italiane ... »24 . ln effetti i tredici cavalieri ita liani riportarono una vitlol'ia completa, poi ché tutti i francesi vennero falli prigionieri, aJcuni di essi feriti ed uno solo r·im asc ucciso sul campo, « ... ch'aveva n orn e Claud io , il quale sen do nato ad Asti, colonia d'Italia, pare che meritatamente mnrissc ... » 2 S. I.:ardita impresa cd il valore dei cavali eri italiani furono cele b rali in tutta Italia e la fama dei tredici comballenti di Barletta giun se neg li eserciti di tulla Europa . I.:esito di un modesto scontro valse più di una grande ballagl ia vinta a ridar lustro alle a rmi italiane. Con salvo d i Cordova, il gran capitan o, rese onore ai vincitori, li decorò d elle insegne cavalleresch e e volle che c iascuno di loro aggiungesse nel proprio stemma tredic i gemme, in ricor<lo di quella giornata di g loria.
23
Vds. Dizion arictto in Appe ndice. Giovio,Vila di Consalvo di Cnrdova, cil. , pp . 96-97. P. Giovio, i bidem.
24 P. 25
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6. La grande baltaglia di Ravenna a. Gli antefatti Torniamo al papa Giulio II che, come si è visto, s i era sbarazzato alla svelta di quello scomodo personaggio che era per la sua politica Cesare Borgia. Gli intendimenti di questo papa non erano molto diversi da quelli di Alessandro VI riguardo alla grandezza de l potere temporale della Chiesa che entrambi perseguirono anche a scap ito di quello spirituale: Alessandro con l'aiuto del figlio Cesare, Giulio, di persona, fidando solo su sé stesso, tanto da passare alla storia come il papa guerriero. Non appena ebbe tolto di m ezzo il Valentino, questo nuovo papa si a lleò con la Francia riuscendo a riconquistare Bologna e ad indurre Venezia a restituire Faenza, Cervia e Rimini. Poi con un disinvolto voltafaccia abbandonò la Francia e si schierò con la Spagna, si pose personalmente a lla testa delle proprie milizie e partì deciso alla conquista del Ducato di Ferrara. Pose l';issedio alla cittadina di Mirandola costringendola a capitolare e fu in questa occasione che diresse p ersonalmente il fuoco delle proprie artiglierie facendosi poi calare nell a città attraverso una breccia aper·ta ne lle mura con il tiro di artiglieria. Pochi mesi dopo, però, la sort e volgeva a favore de lle armi f"rancesi: a Casalecchio, nel maggio del 1511, le milizie pontificie ven iva no c lamorosamente sconfitte e i Bentivoglio, alleati dei Francesi, potevano rientrare vittoriosamente in Bologna. Giulio 11 non si dette per vinto e il 5 ottobre dello stesso anno costituiva la "Lega Santa" con Spagna e Ve ne z ia, a lla quale aderirono poi anche Inghilterra e Svizzera, ma sen za intervenire d irettamente nelle operazioni di g uerra. TI papa aveva proclamato di voler cacciare dall'Halia i barbari, ma di fatto la guerra era tra Spagna e Francia per il predo minio sull'intera p enisola. Sul versante opposto la Francia poteva contare sull'alleanza di Ferrara, sulle mili;,.ie dei Bentivoglio e su un forte contingente di fanti tedeschi, i lanzichenecchi, ingaggiati con il consenso dell'imperatore Massimiliano I d'Asburgo. La conseguenza pratica delle nuove alleanze fu la costituzione di due poderosi eserciti che, dopo alcuni scontri preliminari, si affrontarono in un'epica battaglia nei pressi di Ravenna 1'11 aprile del 1512. La "Lega Santa" era in grado di mettere in campo un forte
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esercito26 , m a per condurre con s uccesso una cainpagna contro le forze francesi e dei loro alleati, occorreva riunire in un sol blocco i contingenti di truppe fomite dagli Stati collegati o quanto meno coordinarne le inizi a tive. Invece le milizie spagnole e pontificie, guidate dal viceré di Napoli, don Raimondo di Cardona, si concentrarono nei pressi di Imola con obbiettivo la riconquista di Bologna , mentre quelle veneziane si mantennero in Lombardia puntando a strappare a i Francesi Bergamo e Brescia, ma le due azion i non erano legate tra loro da un unico disegno operativo. L'eserc ito s pagnolo, salendo dal Napole tano in Romagna, aveva sacch eggiato senza rigua rdo tutte le contrade attraversate, comprese quelle d ell'alleato Stato pontific io (gli Spagnoli per soddisfare le esigenze logistic he dei loro eserciti si basavano esclusivamente sulle risorse <lei territori ove ope ravano o s i stanziavano, ami c i o ne mici che fossero), in particolare nel Riminese i soldati spagnoli aveva no m e sso a sacco e a fuoco San Giovanni in Marignano e Coriano s olo perch é g li ab ita nti dei due borghi si erano rifiutati di farsi derubare impune me nte. Da ll'ottobre d el 1511, sino alla m età di gennaio d ell'anno successivo, il Car<lona rece stazio na re le sue milizie a Imola incerto sul da farsi e limitandosi a condurre azio ni di ness una utilità strateg ica, come la conquista di Lugo, i cui difensori , so praffatti dalla fanteria spagnola l'ultimo g iorno dell'anno 15 11, vennero qu asi tutti u ccisi. Al papa premeva invece una rapida conquista <li Bologna e a tal fine esercitava pressioni sul capitano gen erale , il quale, fin a lmente verso la m età di gennaio, si d ecise a c ingere d'assedio la cillà. Le truppe fra ncesi stanziate in Italia nell'autunno 15 11, erano inferiori a quelle della Lega con le quali non erano in grado di misu rars i in un confronto diretto e quindi, in altesa d e i rinforzi dalla Francia, si mante n evano su1la difensiva, all'interno delle città fortificate d ella Lombardia. Era capo supremo delle forze francesi Gas tone e.li Foix, duca di Nemour, nipote d el re di Francia, il quale, con le forze disponi26 L. Adami . La ca mpagna d'Italia di Gastone d i Foix, p. 6. Il quadro dell'esercito della lega er a il scguen le: - Pontifici: u omini d 'arme 1.200; cavalleggeri 500; fanli 6.000 ; - Sp agn o li: uomini J'anne 3.600; cavallegge1; 1.000; fa nti 10.000; - Ven eziani: uomini d 'arm c 2.400; Stra<lioli 1.000; fanli 8.000 ; per un totale di 37.000 combattenti.
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bili <lovette tenere a bada, vicino a Milano, oltre diecimil a mercenari svizzeri che mina cciavano una rivo I La armata contro i Francesi pe r quesLioni d i paga. Per fortuna gli Svizzeri si ritirarono nei loro monti senza an-ecare danni e poco dopo giunsero dalla Francia i sospirati rinforzi e i fond i che permisero di assoldare diverse compagn ie di fanLi iLa li ani e un grosso contingente di lanz ic he necchi27. Gastone di Foix trasferì il s uo quarLier generale nel Mode nese, a Finale Emilia, e divise il suo esercito tra Carpi, Finale e Mirandola in modo <la poters i dirigere tanto verso nord conLro i Veneziani, quanto verso sud contro g li Is pa no-Pontifici. Benché g iovan e, il capitano francese possedeva una innata aLLiLudine al comando e godeva di indiscusso prestigio. Tra i capitani d ella Lega , invece, non esisteva unità d ' inte nti; don Raimondo di Cardona era un in e tto e, i n pratica, si lasciava guidare dal coma ndante della fanteria spagnola, Pietro Navarro, uomo ambizioso e in p erenne disaccordo co n g li altr i c apitani, sp ecie con quelli italiani.
b. Assedio di Bologna e sacc heggio di Brescia Don Cardona, dopo ave r vanamente disputato p er nove giorni coi s uoi cap itani <lei com e e d el qua ndo attaccare le difese di Bologn a, dette infine avvio alle operazioni di espugnazione d ella città, sen za tuttavia invesLid a da tutti i lati, ma lasciando incredihilmenLe aperta una via d'accesso nel versante se tte ntriona le e proprio per tale via i Francesi riuscirono a far affluire rinforzi ai difensori. Infatti , nella notte del 5 fe bbraio, lo stesso Gastone di Foix con un buon n erbo di truppe, approfitlando ùel gran freddo e di una fitta nevicata, riuscì ad en t ra re in Bolog na p er porta S an Felice, con ta nta segretezza e s ilen zio che nessuno d egli assedianLi se ne avvide. Questi ultimi vennero a sapedo l'indomani da un prigioniero catturato nei pressi de lle mura e, a tale notizia, si persero d 'animo, levarono a lla svelta il campo , abbandonarono l'asscc.lio e 27 L. Adami, op. cit. p. 9. li quadro dell'eserci to rrnncesc era il seguen te: - gendann i o uomini d 'armc.: 7.800; · stradioti o cavalleggeri: 500; · fanteria francese (Guasconi e Pi ccardi): 8.000; · fan teri a tedesca (lanzich en ecchi): 6.000; · fanteria italiana: 5.000; per un totale di 27.400 combattenti.
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si ritirarono verso Imola subito inseguiti e moleslali dalla cavalleria francese. Frallanlo in Lombardia le milizie veneziane, il 3 febbraio, con un assedio breve e ben condotlo e con un appropriato impiego delle artiglierie, riuscivano a conqu islare la città <li Brescia. Quando la notizia giunse a Bologna, Gastone di Foix non ebbe esitazioni, lasciò le fanterie a presidio della città e cosliluì una colonna celere con la cavall eria e le artigli e rie leggere e raggiunse Brescia in ollo giorni, eliminando lungo la via due distaccamenli di cavalleggeri veneziani che, sull' Adi ge a Mag nanina e a Caslenedolo avevano Le ntato di contraslargli la m arcia <li avvicinamento a Brescia. Giunto su l posto, senza per·dere tempo, prese d'assalto le difese della città concentrando gli sforzi contro un rislrelto settore deJJe mura, riuscendo a sopraffare l'accanita resistenza <lei difensori e ad enlrare in città; Brescia ve nne abbandonata al saccheggio; per sette giorni i sol<lali francesi commisero ogni sorta <li soperchieria e <li crndeltà conlro gli abitanti e uccisero tutti coloro c he avevano parlecipato alla difesa. Gastone <li Foix, ricco di baldanza e di preda lasciava Brescia il 25 f"e hhraio e si avviava a ritornare a Bologna dopo aver lasciato nella marloriata città un adeguato presidio di Lruppe. In soli quindici g iorni aveva liberato Bologna dall'assedio d egli IspanoPo nlific i, sconfitto <lu e distaccamenti di cavalleggeri veneziani lunga la via per Brescia, assalita e occupata la c ittà stessa ed era già pronto per allri cimenti. Sulla via del rilorno, il capitano fran cese d eviò pe r Ferrara per concordare con l'allealo, Alfonso d'Este, le modalità di prosecuzione d ella campagna e, in tal e c ircostanza, venne deliberato di occupare Ravenna. /\. l"ine marzo le forze franco-ferrares i si raccolsero a M edicina e <li qui ini ziarono il mo vimento verso Ravenna . I.:esercito della Lega, pur mantenendo un altcggiamento rinu nciatario e difensivo , cercava di fronteggiare l'avversario muovendo di concerto con esso a cavaliere d e lla via Emilia <la Imola verso Forlì. T Franco-Ferraresi, mentre si avv ic inavano col g rosso a Ravenna, occuparono con l'avangu ardia i casle lli di Solarolo e Granarolo, sposlandosi quindi lungo l'asse di movimento: Massa Lombarda, Lugo, Bagnacavallo. I due eserciti si spostavano come se avessero dovuto cominciare la battaglia da un momento all'altro, procedendo ordinati e
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ca uti p e r non lasciarsi attir a re d all'avversario in terre no svantagg ioso. Gli "lspano -PonL ifk i, qua ndo intuirono il propo nim e nlo de l capi ta no fra ncese di a ttaccare Ravenna, vi invia ron o tempestivamente in rinl"orzo, pe r la via di Fo rlì, Ma rc'Anto nio Colonna con tutta la s ua compag nia di ventu ra e con due c ompagnie di fanti s pagno li di trecenlo ele m e nti l'una. Il gio rno 8 ap r ile 151 2 , l'eserci lo l"ra ncese g iun se in vis la di Ravenna e pose il campo in locali Là Ga ttine lle presso il caseggia to di Sa n Marco.
c. Operazioni pre liminari e assed io di Ravenna R avenna era cinta d a a n tic he e solide mura che erano s tate rinforzate dai Ve nezian i n el 1441 qu a ndo si impad ronirono d ella città ed era ino ltre difesa d a una fo rtezza e re tta anche questa dai Venezia ni ne l 1457 . Du e fi um i la c ircon dava no , il R o nco e il Montone, i quali ne lambiva no le mura da ogni lato salvo quello meridio na le, ve rso Porlì, e s i u ni vano po i in un sol corso a no rd est del m a u soleo di Teodorico. Fin o a l 1441 esistevano q ua ttord ic i porte d i accesso a lla c illà, m a doro i lavori di ra ffor zamento eseguiti d a i Ve neziani , ne rimasero a perte solta nlo quattro: l'Adr ia n a, la Gaza, la S is i e la Sa n Ma rnante; tulle erano muni l"e di pon te leva to io e di lorri an na te d i spingarde e di grosse bombard e 28 . Cesercito francese si accos tò a lla c ittà da lla po r la Adria na e Gasto n e di Fo ix d elibe rò di a ttaccare d a l la to m e ridionale nel tra tto in c ui le mura non erano la mbite d a i due cors i d 'acqua. Schi erò l'art iglieria a poco più di trecen to metr i d a lle mura e ini ziò a m a rLella rle co n un tiro p reciso ed e ffi cace, riuscendo in breve te mpo, ad a prire una brecc ia <li una venti na di m e tri , m a il Colonna, c he aveva assunto il coma ndo de lle difese, fece alza re tempesliva mente un teITa pie no ch e valse in qualche modo a ta mpo nare la brecc ia. Ai ve nturie ri di Marc'Antonio Co lonna s i uni ro no numero s i cittadini d esideros i <li par tecipa re a lla difesa d ella lo ro città e tra questi si distinsero trecento g iovani guida li <la Marco Grosso e Ra ffae le Rasponi c he vollero essere impiegali nei p unli più esposti e pericolosi. Gli assalitori a ttaccarono con impeto, m a i difensori resistet28
L. AJarni, La campa~na d'Italia di Gas/one di Foix. cil., p . 29.
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tera con accanimento e da ambo le parti ci fu ardimento e valore. I combattimenti si protrassero per o ltre cinque ore a l termine delle quali, stand o ai resoco nti del Guicciardini e del Muratori, si co ntarono più di mill ecinqu ecento morti, caduti dall'una e dall'altra parte; ma Ravenna era salva, per il momento! Il condottiero francese si era illuso di espugnare rapidam ente le difese delle mura di R avenna, così come aveva fallo a Brescia, ma questa volta dovette desistere di fronte a lla tenacia dei <lil"ensori. Tra questi viene menzionala da tale Marcello Pollonio 29 la figura di una valorosa donna ravennate che combatté con an imo virile per tulla la durata d ella battaglia, spingendosi arditamente là ove più fitta era la mischia e più aspra la lotta. Chi sar·à mai stata quella coraggiosa cittadina, u na fanciu ll a, una madre? Purtroppo nessun documento ricorda il s uo nome,tutlavia non ci sembra fuori luogo citare questa presenza femminile tra i difensori di Ravenna. I..:eserc ito della lega, avuta notizia dell'inizio della battaglia, mosse da Faenza lo s tesso g io rno 8 aprile e , per la via di Foriì 30 , s i s postò verso Ravenna impiegando due giorni per giungere in vista della cillà. Il 10, infatti, raggiunse la località Molinacce a quallro chilometri da Ravenna, sulla destra del Ronco e qui s i accampò dando subito inizio agli opportuni lavori di fortificazione e di trinceramento del campo. TI comandante fra n cese, davanti a questa nuova s i luazione non si perse d'animo, n o n ostante l'insuccesso contro Ravenna, tolse rapidamente l'assedio alla città e, dopo aver costruito nella notte e.lei 10 un ponte su l R onco, passò il fiume con tutto l'esercito. Lasciò nei pressi del ponte uno squadrone di cavai leria pesante agli ord ini di Ivo d' Allegr·e per parare evenlual i sortite dei difensori di Ravenna alle s ue spalle, indi ordinò le sue truppe per affrontare in battaglia l'esercito ispano-pontificio . d. l piani operativi per la battaglia Il disegno tattico di Gastone di Foix era quello di assottigliare l'ordinanza delle proprie schiere per poter avviluppare l'avversario 29 L A<lami, Ibidem, p. 3 4. Marcello Pollonio, patrizio romano, partecipi> a lla battaglia com e mili Le n ella compag nia <li Trailo Savelli. 30 La s lrnda a ttuale Forlì - Raverna fu aperta solo vers o il 1700; ai tempi della battaglia d i Rave nna esis tevano due carrarecce che correvan o sulla sommità de i due arg ini del Ronco.
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ed obbligarlo ad uscire e.lai campo trincerato. A tal fine egli articolò il proprio disposilivo di attacco, forte di circa ventitremila combatten ti3 1 nel segu ente modo (vedasi sche m a in Appendice): - Lulla l'artiglieria, comprend e nte c inqua nta p ezzi di vario ca libro, schierata in avanti s ulla deslra a ridosso d ell'argine d e l Ro nco, agli o rdini del duca di Ferrara, Alfonso T d'Este; - a ll 'ala destra, dietro a ll'artiglieria, la cavalleria corazzata, s uddivisa in d ue grossi squad ro ni , uno dietro l'a ltro, rispettivamente di novecen to e seicento gendarmi, a l comando di Giacomo Chabannes, signore di La Palice 32 ; - al centro la fanleria , comandala dal barone Dumolart, com prendente dic io ttomila picch ie ri, archibug ieri e balestii eri, di visi in tre "quad ra ti" de i quali:cin quemi la lanzichenecc hi a d estra, o ttomila Guasconi al centro e cinquemila Piccardi e Tlaliani a sinistra, di questi ultimi molti erano ferraresi e bolognesi inquadrali dal cap ilano Federico de i Gonzaga di Bo:1J.olo3 \ - all'ala s inistra la cavalle ria leggera, forte di tremila unità tra halesLrieri, stradiolli e archibugieri a cavallo, dei quali alcune centinai a erano fe rraresi; - la riserva non era esplic itamente pr·evis ta, ma a tale compito venne poi chiamato lo squadro ne lasciato a presid io del p onte sul Ronco di cu i si è già accennalo. Gaslone di Foix, com andante s upremo, n o n si riservò alcun co mando dirello, né alcun posto !"i sso nell o sc hiera me nto delle forze, m a con una scorta di a ppena trenta g iovani cavalie ri , volle mante nersi libero di accorrere ovunque rite nesse necessaria la sua presenza sul campo. Sul far del giorno (si era a l m attino d ell' 11 ). appena ebbe dati gli ord ini e prima c he le lru ppe ass umessero la prevista arlicolazione ta ttica p e r la battaglia, d a ll'argine del Ronco, Foix, novello Cesare, arringù i su o i soldati. Ma a differenza della "coh o rta liu"
3 1 C. Corsi, op. cit., p. 145 e Adam i, op. c it., p. 39. Le truppe franco -ferran~si p artec ipa nti alla b a t tagl ia comprendevano: 1900 geru.la ,-mi , 3000 cavalleggeri , 18000 fant i, SO pezzi <li ar1iglic1ia. La parola gendarme (da "geos cJ'armc") era l'equivalente <li uomo d'am1e, cioè <li cava lier e. 32 La Palice morì tredici a nni dopo, a lla battaglia d i Pavia e a ll a su a mo11e i s uoi solda ti tramandaro no una canzone che diceva: «Mo n s ie ur de La Palice esr rnort / il est m ort <levant Pavie / un quart <l'he u rc avant sa mort f il et.ait encore en vi e .. ./». E ssi intendevano dire c he il loro capitano s i e ra battu to fino agli ultimi is tan ti , ma n e venne invece, da q u ell'ingenuo r itornell o, il d e llo e.li "verità d i La Palice o lapalissiana" per ind icare una verità tanto evid en te d a risultare bana le. 33 P. Pieri , li Rinascimento, c it., p. 491.
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che Cesare rivolgeva ai s uoi legionari incitandoli a ballersi con valore per il prestigio di Roma, l'esortazione del condottiero francese fu invece una prom essa di saccheggio in caso di vittoria . Secondo la relazione del Guicciardinj su lla battaglia 34 così in fatti egli si espresse: « ... abbiamo l'occasione d i acquistare con infinila gloria la più mag nifica vitto1ia che mai alla memoria degli uomini acquistasse esercito a lcuno; perché non solo Rave nna, non solo le ten-e di Ro magna resteranno esposte alla voslra discrezione, ma saranno parte minima del premio per il vostro valore, conciossiacosaché non rimanendo in Italia chi possa opporsi all'armi vostre, scorreremo senza resisten:1.a alcuna sino a Roma ove le ricchezze smis urate di que lla scellerata corle ... saranno saccheggiate da VOI. .. ».
Nalurale quindi che l'esortazione venisse accolta da grida esu llanti e da rulli di lamburi, ma non c'é da stupirsi se quegli stessi saldali, l'indomani della villoria, si sentissero aulorizzati a saccheggiare, uccid e re e violentare come poi lccero a Ravenna. n formidabile esercito francese aveva di fronle un'armata quantilalivamente inferiore, ma comunque tem ibile e pienamente in grado di regge r·e il confronto in quanto disponeva di o ltre sedicimila combattenti. Tenuto conto dello sfavo,-evole rapporto di forze, il Navarro aveva fatto assumere uno schieram e nlo difensivo mante nendo le truppe a ll'interno del campo trincerato e arlicolandole nel seguente modo ~5: - tutta l'artiglieria, comprendente venticinque pezzi, era schierata in avanti, a ridosso del fossalo anteriore di pro lezione del campo e spostata verso l'argine del Ronco e quindi in posizione contrapposta all'artiglieria francese; - in p1imo scaglione, subito dietro l'artiglieria, uno squadrone di cavalleria pesante composto da otlocenlo uomini d'arme iLaliani agli ordini di Fabrizio Colonna, con la sinislra verso l'argine <lei Ronco e la deslra protetta da un quadrato di seimi la fanti spagnoli agli ordini d el capitano Zamaglio36 ; - in secondo scaglione un altro squadron e d i cavalleria corazzata con seicenlo uomini d'arme spagnoli comandai.i dal marchese della Palude, ass ie me a l quale erano anche il capitano generale
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F. Guicciardini, Opere, li b. VI, pp. 36 e segg.
C. Corsi , op. c it.. p. 146. L e lrnppe ispano -p o ntificie co mpr·endevano: 1700 uomin i J 'arme, 1500 cavall cgge r-i , 13000 fanti , 25 pezzi <l'artiglieria. ·36 L. Ada mi , op. c il., p. 39. Questo quadralo era composto <la 2/3 di picchieri e 1/3 di arch ibugieri. 35
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degli Ispano - Pontifici, don Raimondo di Cardona e il cardinale de' Medici, il futuro papa Leone X; sulla destra un altro quadrato di quattromila fanti spagnoli; - in terzo scaglione un ultimo squadrone di cavalleria di trecento uomini d'arme spagnoli agli ordini del capitano Carvajal ed un quadrato di quattromila fanti italiani, per la maggior parte romagnoli, comandati dal capitano Ramazzotto da Forlì 37 ; dietro e a destra di questo ultimo scaglione si trovavano millecinquecento cavallegeri sotto il comando di Fernando d' Avalo, marchese di Pescara, marito della famosa Vittoria Colonna, figlia di Fabrizio38 ; - in riserva un robusto reparto d ei migliori picchieri spagnoli di circa cinquecento unità agli ordini d ello stesso Navan-o, il quale si riservò la libertà di intervenire quando e dove lo avesse ritenuto opportuno. Da entrambe le parti erano presenti diversi capitani italiani con le rispettive compagnie, tra i quali i più noti erano il Colonna, il Gonzaga di Bozzolo, il duca d'Urbino e numerosi erano quelli meno famosi come il R a mazzotto, il Vitelli, il Baglioni ed altri; c'erano inoltre a lcuni dei tre dici cavali eri della disfida di Barletta come il Romanella da Forlì , Riccio di Parma, Fanfulla di Lodi, Salomone Francesco e Giovanni Capoccia, i quali militavano, per lo più con le forze della Lega . Si può dire c he a quella battaglia partecipò la maggior parte de i ve nturie1i d'Italia . Per l'imminente battag lia i reparti francesi si schierarono ad ampio semicerchio con la cavallerisa alle ali e la fanteria al centro articolata in tre quadrati affiancati, coprendo una fronte d'attacco complessiva prossima ai tre c hilometii; gli Ispano - Pontil"ici erano all'interno del campo trincerato la cui fronte non era superiore ai millecinquecento m etri. Se Gastone di Foix avesse attaccato l'avversario all'interno del campo, sarebbe in corso molto probabilmente in un insuccesso, perché l'attacco frontale ben diffici lmente sarebbe riuscito a disa rticolare il profondo e compatto dispositivo difensivo avversario e per di più non avrebbe avuto spazio per eventuali manovre s ui fianchi. Inoltre per an-ivare a contatto con le forze in primo sca-
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P. Pieri, il Rinascimenlv, ciL., p. 492.
Questa nobildonna era famosa per bellezza e culLura. Quando suo marito morì nella battaglia di Pavia, ella si chiuse in un monastero e scrisse sonetti in versi a ppassionati e sinceri; fu a nche in coffispondenza poeLica con Michelangelo ch e ebbe per lei un'ardente ammirazione.
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glione, occorreva s uperare i carri l"alcati 39 che il Navarro aveva posto a ridosso del fossato anteriore del campo e che costituivano un ostacolo insidioso e non evitabile. Bisognava pertanto costringere l'esercito avversario ad u sci re e ad accettare baltagli a in campo aperto.
e. La battaglia T combattime nti ebbero ini zio nella mattinata dopo che l'eser-
cito francese si era avvicinato a l campo avversario arrestando l'ala destra a non più di duecento braccia dag li a lleati e serrando sollo con il cen tro e l'ala sinistra; aprirono il fuoco le artiglierie e per b en due ore gli opposti schieram e nti rimasero a pié fermo sotto un tiro infernale che non mancò di provocare perdite specie tra i cavalieri francesi. Fu a questo punto ch e il duca d i Ferrara concepì l'idea di altuare un rapido cambio di schieramento, sposta ndo la maggior parte dei suoi pezzi all'ala sinistra in modo da poter ba ttere il fianco destro e le spalle de llo schieramento avversario; gli effe tti s i fecero sentire ben presto e provocarono gravissime perdite tra g li sq u a droni d e lla cavalleria spagno la e pontiri cia 40 . Fabrizio Colonna chiese ripetutamente al Navarro il permesso <li usc ire d a quell'ar ea di m a ttan za per sottrarsi a ll a tempesta d ei colpi di a rtig lieria m a inutilm e nte e pertanto prese J'inil'.iativa di a bba ndonare lo schieramento dentro a l campo e di dirigersi aJl'aperto contro la cavalleria fran cese. Non a ppe na il signore di La Pa lice vide venirgli co ntro la cavalleria pontific ia, lanciò s ubito i suoi ge ndarmi alla carica; l'ur·to c he ne seguì fu terribile: duemila cavalieri catafratti cozzarono gli uni con tro gli altro dando vita a ll'ultimo epico scontro di cavalleria di tipo medi eva le, dopo Ravenna i n fatti non vi saranno più caric he di cavalleria di quelle proporzio ni condotte con la tecnica de i cavai ie ri feudali. Pietro Navarro, per sottrarre i fant i al fuoco d ell'artiglieria fran cese, li aveva fatti stendere a terra, ma fu costre tto dall'iniziativa del Colonna a dare il seg nale di attacco anche per la fanteria , a seguito del qua le il quadrato d ei fanti spagnoli, u scito a sua volta
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Vds. Dizion arcllo in Appendice. Le perdite prnvocate d a l m artellamento dell'artiglic1ia francese furono di du emila u o mini e di c inquecent o cavalli; circ a un quarto d e llo squ adrone <li Fabrizio Colonna venne messo fu ori combattimento. 40
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dal campo, si lanciò contro quello dei lanzichenecchi: seimila spagnoli contro cinquemila tedesc hi! TI comballimento di queste grosse masse di picchieri che si colpivano con le lunghe picche cercando di scardinare i compalli ranghi in cui erano ordinate, era tremendo e rendeva la mischia lunga e accanita. Al rumore delle armi che si incrociavano tra i combattenti delle prime righe, s i univano i gridi di guerra dei rincalzi, le urla dei feriti, gli or-dini e i segnali di battaglia dei tamburi e de lle trombe: una scena non certo nuova, grandiosa e s uggestiva, ma terrificante ! A questi aspetti formali si agg iun geva quello morale non m eno d esolante: Bolognesi e Ferraresi da una parte, Romani e Fiorentini dall'altra, Romagnoli con gli uni e con g li altri, pronti a sca nnars i chi per la Spag na, c hi per la Francia senza alcuna coscien;,.a della comune italianità 4 1. La cavalle ria francese, dopo la carica cd il cambattim ento corpo a corpo, riusc iva a prevalere su quella pontificia e lo stesso Frabrizio Colonna cadeva pr·igion iero. Alla destra degli IspanoPontific i il rna r·chese di Pescara operava una sortita coi cavalleggeri spagnoli e con un'ampia manovra avvolgente si pr-oponeva di prendere sul fianco g li artig li eri del d uca di Ferrara, e, una volta sgo mina ti qu esti, di colpire alle spalle i gendarmi francesi; m a aveva appena iniz iato questa manovra qua ndo venne lui stesso aggredito sui fianc hi dagli a rcieri e dai [an ti di Fe derico Gonzaga, s uhe ndo una completa disfatta e rimanendo anch'egli prigioniero e ferito. Tuttavia nell'insieme il quadro della battaglia era a ncora incerto: ai lati s tava prevale ndo la cavall eria francese, al centro invece e ra la massa dei picchieri spagn oli a cos tringere gli avversari ad arre trare, ma ancora una volta doveva dimostrar·si rom.lata la regola ch e vuole vincit<H"e l'eserc ito ch e, pu r battuto al centro, riesce a prevale r·e sulle ali, com e avvenne a Mara tona e a Canne. Il capitano generale, d on Cardona, sp ave nta to d a lla gran s trage e dall'esito del combaltimento tra le opposte cavallerie, si era spostato presso lo squadrone aITetrato di Carvajal, ancora intallo, ma a nzic h é intervenire nella lo tta con questa unità di riserva , se la trasci nò dietro in una ve rgog nosa fuga verso Cesena prima, Rimini
41 Forse è di quei tempi l'orig ine d e l prove,·bio romagnolo c ht: <lict:: «Viva la Frnncia, viva la Spagna m t: a m ' n ' infol, hasla c a magna», A. Spallicci, Pro verbi Romagnoli, p. XIV. (Viva la F r a n c ia , viva la Spagna io m e n e inri sc hio purc hé mangi).
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poi , e che concluse solo quando raggiunse Ancona. Tulla la cavalleria ispano-pontificia era ormai in rotta, ma la fanteria continuava a battersi con incredibile tenacia. Mentre i picch ieri spagnoli e tedesc hi erano a lle prese tra loro, quelli guasconi avevano attaccato il quadrato dei fanti di Ramazzotto da Forlì i quali, benc hé avessero subilo perdite sotto il fuoco iniziale dell'artiglieria, erano ancora compatti e in fatti affrontaro no con decisione l'urto dei picchieri guasconi, manlendosi affiancati al quadrato degli spagnoli. I Romagnoli si comportarono con valore e sostennero egregiamente l'urto degli avversari i quali non cc l'avrebbero fatta a rompere le loro schiere se non fosse sopraggiunto Ivo d'Allegre con lo squadrone di riserva della cavaller-ia francese ad attaccarli sui fianchi. Questo capitano aveva visto poco prima cadere il proprio figlio, ucciso da un colpo d'archibugio, ed era quindi desideroso di vendicarne la morte: si gettò col suo cavallo tra le p icche dei fanti romagnoli con impelo e sprezzo del pericolo, rimanendo a sua volta trafi llo, ma riuscendo ad aprire un varco per il quale altri cavalieri penetrarono spezzando la compattezza del qu adrato, disgregandolo. Anche i fanti spagnoli, attaccati sui fi a nc hi, mentre di frnnte i tenaci la nz i riuscivano a resistere, stavano ormai cedendo. Lo stesso Navarro, benché si battesse personalmente comc un leone, venne preso prigioniero. Dopo otto ore di aspra battaglia il campo era coperto di morti e <li feriti; i vincitori s i riunivano esultanti attorno alle loro insegne, mentre gli sconfitti superslili si ritraevano imboccando la via per Cesena; tra ques ti un reparto dei formidabili p icchieri d el Navarro, indietreggiava per quella strada lentamente, ancora in ordine e compallo. Li vide Gastone Foix e no11 volle lasciarli andare così inquadrati da sembrare imbattuti; spronò il cavallo e li inseguì ; li raggiunse e li caricò, da solo, senza attendere nemme no la sua guardi a d el corpo. M a quell'atto di sconsiderato coraggio doveva costargl i la vita: l'argine su l quale eran o i fanti spagnoli offriva loro u n buon van taggio e infatti una decina di loro accerchiarono il condottiero, gli uccisero il cavallo e lo ferirono ad un fi a nco con un colpo di picca, poi, riconosciutolo lo trafissero barbaram ente infliggendogl i ben quattordici colpi di picca solo su l viso 42 . Aveva ventitré anni appena e in soli tre mesi era riuscito a rendersi famo-
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L. Adami, La carnpag na d'Italia di (;astone di Fou, cii. , p . 47.
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so in lulta Europa per la celerità e la decisione con cui aveva condotto le opcra:1.ioni in Italia, che g li valsero l'appellativo ùi "fulmine ùi g u e r ra", era diventato, insom m a, famoso come ge ne rale senza aver avu to il tempo d i essere un soldato. Per i Francesi la perdita del loro condottiero fu un colpo morta le quasi com e la sconfitta lo era stato per g li !spano-Pontifici e dovevano be n presto accorgersene. Questi ultimi persero tutta l'arliglieria, le bandie re e un gran numero ùi prigionieri tra i quali il Colonna, il Navarro, il Marc hese di Pescara, il Della Palude e il cardinale dc' Meùici; solo il Cardona, tra i comandanli , era riuscilo a fu ggire lasciando il suo esercit o disfatto e a llo sbando. Il numero dei morti fu mollo alto e al riguar·do storici e cronisli sono discorda nli: chi n e indica quallromila, chi dieci e chi sedicimila, ma n ella stele, crclla a ricordo della hattaglia nel 1557 vici no all'argine ùel R onco, dal pres idente di R omagna, Pietro Donato Cesio, sta scritto ventimila! Quale c he sia comunque la c ifra esatta si lratta di perdite clcvalissime e sconosciule alle gu erre comhallute prima di allora dal le compagnie di vcn Lu ra. Terminava quindi con un bilancio di Lai genere quella sa nguinosa hattaglia detla dei quallro eserciti (Spag na e Chiesa conl ro Francia e Ducato di F erra r a). LI com port a m e nlo di Marc'Anlonio Colonna, c he non si era mosso da R avenna durante la battaglia, ve nne con siderato un Lraùimento; in e ffe lli se egli avesse tentato una sortila, anche se non fosse riuscito a raggiu ngere il campo di battaglia, avrebbe p er lo meno impegnato e tratlenuto lo s quadrone ùi cavalleria di Ivo d 'Allegr e che presidi ava il ponle s ul R eno e c he invece venne impiegalo n ella battag li a com e riserva con un contr ibulo non indi fferente a ll'esilo vittorioso della s tessa.
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La resa di Ravenna
Le autorità di Ravenna, venute a conosce nza del ris ul lalo della battaglia, contrariame nte ad ogni aspctlaliva , decisero di arrendersi ai vinc ilori, ai quali versaro no un cospicuo riscatlo in ducali d'oro in cambio de lla promessa di inco lumità per i cittadi ni e per i loro beni. Marc'Antonio Colonna aveva provalo a sconsigliare alle autorilà un passo d el gene re, aveva avvertito di non fidarsi dei soldati francesi e aveva esortato tutti a r esistere, ma vedendo c he non veniva ascoltato, si rinchiuse nella forlezza con la sua compagnia di venlurieri.
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I Ravennati, stipulati gli accordi con i comandanti francesi, pensarono di essere ormai in pace anche coi loro soldati e sguarnirono le difese delle mura e delle porte, rassicurati anche dalla presenza in città di un presidio di truppe ferrares i da loro stessi richiesto nei patti di resa. Ma di notte, bande di lanzi e di guasconi in cerca di preda, dopo aver rapinato l'abazia di S. Apollinare in Classe, ed ucciso l'abate, si spinsero fin sotto le mura di Ravenna e, visto che non erano g uarnite di soldati e nemmeno vigilate, riuscirono ad entrare in città e iniziarono a rubare. La notizia giunse ben presto al campo e l'intero esercito si riversò come un'orda di ba rbari su Ravenna e ne fece scempio: tutte le soperchielie, tulle le nefandez:r.e che quegli stessi soldati avevano commesso due mesi prima a Brescia, le rinnovarono a Ravenna che rimase prostrata a terra e per più di un secolo non riuscì a risollevarsi. I capiLani francesi impiegarono più di quattro giorni a 1iprendere il controllo dei loro soldati e dovettero impiccarne alcuni per ricondurre gli altri all'ubbidienza e all'ordine. L'esercito francese si concesse dunque prima il piacere d e l saccheggio e solo dopo pianse il suo giovane capitano gloriosamente caduto in battaglia; i soldati bivaccavano oziosi e attoniti, più simili a vinti ch e a vincitori e il signore di La Palice, subentrato nel comando per dirillo di anzianità, a ttendeva pass ivamente ordini dal re di Francia. Nessun dubbio che se il Foix non fosse rimasto ucciso, quell'esercito, dopo Ravenna, avrebbe marcialo decisamente e rapidamente su Roma, occupandola, e poiché n on c'era rimasta in ftalia nessuna rorza in grado di fermarlo, sarebbe riuscito anche a conquistare il Regno di Napoli. Ma, ancora una volta, la storia non venne fatta con i "se" e le forlune di Francia in Italia cominciarono a decl inare proprio con la vittoria di Ravenna, o meglio, con la morte di Gastone di Foix . Infatti quell'esercito non ebbe la capacità di resit ere agi i attacchi delle ricostituite fo rze spagnole, veneziane e pontificie (queste ultime rese possenti per la presenza di un grosso contingente di picchieri svizzeri ingaggiali da papa Giulio II) e, in poco meno di tre mesi dalla sfolgorante villoria di Ravenna, venne cacciato dalla penisola. Dopo la battaglia i cullor·i dell'arte militare magnificarono chi il valore dei fanti spagnoli, chi la tenacia dei pi cchieli tedeschi, chi l'impe lo della cavaHer ia corazzata fran cese, chi l'efficacia d egli archibugieri; solo pochi valutarono appropriamente il contributo dalo dall'artiglieria del duca di Ferrara che era stata, invece, la chia-
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ve di volta della vittoria per le consistenti p erdite inflitte aHa cavallcr·ia ponlil"icia che ne avevano fiaccalo anzilempo l'impeto offensivo. Le compagn ie di venlura avevano partecipato numerose alJa battaglia, alcune al soldo della Chiesa, altre con le milizie del duca <li Ferrara, ma imbrigliate nell'ambito dei rispellivi eserciti aI1eati e senza alcuna autonomia operativa; queste unità si avviavano fatalme nte verso il declino: Francia e Spagna avevano invaso l'Italia con eserc ili di grandi dimensioni, costituiti da snidali ,-egolari e non più da mercenari, conferendo dunque nuovi valori ai rapporti <li forze sui campi <li battaglia . Inoltre le armi <la fuoco e l'accresciuta importanza del le masse di fanteria a scapito della cavalleria imponevano nuovi paramelri economici e tattici alle guerre. Tnfine, con la presenza ormai stabile in llalia di grandi e autorevoli potenze come Francia e Spagna, non era più consentito a nessuno <li armare gente sotto bandiere indipendenti come un tempo. Fece eccezione a queste regole Giovanni de' M edi ci ch e riuscì a mantenere a ncora accesa la fiaccola dei vcn luri e r·i per una ventina d'armi dopo Ravenna, ma fu solo l'ullimo bagliore prima che si chiudesse dcfinilivamenle l'epopea delle compagnie di ventura.
7. Le "Bande Nere" di Ciovanni de' Medici
a. La com pagnia I.:ultima compagnia <li ventura ita liana indipenclenle e con lulli i caratteri del primordiale ven luri s mo, [u quelJa delle "Bande Nere", cosliluila da Giovanni de' Medici nel I S 16. Questa unità non divenne mai abbaslan:1.a consistente da poter condu rre eia so la i nle,-e campagne di guerra in piena aulonomia operativa, come avevano fatto quelle del Piccinina e dello Sforza, ma operò inquadrata negli eserciti di Spagna e <li Francia o in coalizioni cli for:1.e al soldo ùella Chiesa raggiungendo un li vell o <li forza massima cli quattrocento cavall eggeri e di quattromila fant i. Cionondimeno espresse un'effic ienza operativa di prim'ordine e, cosa non da poco, fu lo stn1mento campale dell'ultima libera espressione dell'arte m ili lare nostrana, in un tempo in cu i dominavano incontrastate armi, dottrine e procedure straniere. Ciò fu possibile per la concomitanza di diversi fatLor·i posilivi: anzitutto un capitano d'eccezione, poi una selezione oculata nel reclulamenlo, un inquadramento capillare, una disciplina di ferro e un acide-
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s tramento rigoroso. L'unità operò le prime volte nel Lazio, n el Montefeltro e in Lunigiana, poi in Lombardia, in Toscana e nelle Marc he; allraversò la Romagna una volta soltanto e no n vi lasciò tristi ricordi. Combatté u n po' per tutti: per il papa, per il duca di Milano, per il re <li Spagna e per quell o di Francia, servendo c hi pagava meglio secondo la tradizione mercenaria. Riuscì a co nqui stare un posto di rilievo nella storia e nel cuore d egli Italiani del tempo e delle generazioni successive, ch e videro in quelle schiere una g loria nazionale e nel loro capitano la p iù spavalda rigurn di capitano <li tutta l'e popea dei venturieri. Tanta popolarità potrebbe indurre a c redere c he le "Bande Nere" ed il loro capitano, ahhiano com piuto gesta prodigiose o q uanto meno s uperiori a quelle <li tutte le altre compagnie di ventura. Non è così: n essuna grande impresa può esser loro a ttribui ta; la compagnia, infatti, fin dalle origin i s i caratterizzò come unità di fanteria cele re asso.lvendo quasi sempre compiti complementar-i come avangua rd ia o retroguardia delle formazioni nel cui ambito era inq u adra ta ; oppure svolgendo a zioni di disturbo, c olpi di mano e rapide scaramucce e solo rare volte venne impiegata in comballimenti rrontali c ontro forze avversarie consistenti. Si può <lire ch e essa operò principalmente second o la tattica della g ue rriglia e d el logoram ent o. S ul pia no del comportamento, i venturieri della compagn ia, quando ne ebbero l'occasione, saccheggiarono, violenta rono, uccisero, come i peggiori m ercenari di ogni tempo, e furono consid erati dalle popo lazion i a nco ,- più avidi <lei soldati stranieri al cui fianco o peravano; di questo fu correspon sabile il loro capitano, c he considerava il saccheggio un dirillo e la vio le n za un 'espressione di gagliarda d e i suoi dipendenti . Vi ene pertanto spontaneo domandarsi <la dove derivi la fama e la simpatia che ancor oggi accompagnano il loro ricordo; s i può ragionevolmente supporre che una parte del m erito (o <lei demerito) vada attribuito ai cronisti, biografi ci e storici contemporanei o addirittura testimoni delle vicende in argomento, i q uali nelle loro descrizioni , qua nd o non furono apologeti, soggiacquero a lla suggestione d elle illustri ascendenze43
43 Giova nni dc' Medici era pronipo te, in linea materna, del grande Francesco Sforza duca di Milano e, in linea palerna, di Lorenzo dc' Med ici, fratello di Cosimo il Vecchi o, il "padre della patria" con s ide.-ato capostipite d ella grande fami glia riorentina.
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del capila no delle "Bande Nere" e alle sue slrctte parentele coi due papi di casarMe<lic i, Leone X e Clemente Vll, confermando in tal modo che i testimoni oculari non sempre son:o storici attendibili . Entrare nella compagnia del signor Giovanni (come comunemenle veniva c hiama to il capitano), non era facile. La selezione era severa e i candidati, o l Lre a possedere buoni doti fisi ch e, dovevano <lar prova di coraggio e di saldezza di nervi. Lo stesso capitano conduceva il primo .esame e da quello stabiliva se accogliere l'aspiranle, quale incarico e quale livello di paga assegnargli. Gli ammessi venivano addestrati in<livi<lualmente nel maneggio delle armi e nelle tecniche di cambattimento dai luogolenenti o dal capitano in persona e per ottenere promozioni o aumenti <li paga dovevano dar prova di valore in comballimento, oppure affrontare in duello i velerani più esperti o addirittura il capitano. Chi s i macchiava di viltà fuggendo durante i cambattimenti, veni va radiato dai rangh i e talvolta condannato a morle 44 . In principio le sentenze capitali venivano eseguite da Giovanni in persona, poi i suoi luogotenenti lo dissuasero dallo svolgere comp ili di quel genere c he lo abbassavano a livello <li boia. In ogni caso la disciplina e la giustizia ven ivano amministrate sia <lai comandante s ia dai suoi luogotenenti in maniera dispotica e sbriga tiva. h. Il capitano
Giovanni de' Medici non era un fiorentino puro; era nalo infatti a Forlì il 6 aprile 1498 da Caterina S fo rza e da Giovanni de' Medici detto il "Popo lano". Per parte di ma<lre era dunque un <li scendente d egli Attendali, <li quella stirpe di Cotignola c he nel cuore <lella Romagna aveva dato i natali a La nti brillanti capitani e condottieri. Ma si sbaglierebbe anche se lo si volesse considerare un romagnolo; la località <li nascita e le ascenden ze materne non bastarono a dargli un'impronta di tal genere. Della Romagna non fece in tempo ad assorbire quasi nulla tranne l'aria <lell e prime settimane di vita; infatti, a pochi mesi dalla nascita, venne mandato a Firenze per a ll ontanarlo dai pericoli della guerra che Cesare Borgia stava conducendo in Romagna e segnalamenle contro i domini i materni di Imola e Forlì. In Toscana venne allevato e crebbe secondo le abitudini e la
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E. Ricolli, Compagnie di ventura, c it., voi. TV, p. SO.
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cultura del luogo; dal linguaggio ai gusti alimentari, dal modo di vestire a quello di comportarsi, Lullo di lui era toscano e d'altra parte le persone che gli vivevano accanto, dalla madre ai precettori, dai compagni di gioco agli inservienti , tutti contribuirono a consolidare la sua appartenenza a l casato paterno dei Medici . Anche il nome di battesimo , Ludovico, che gli era stato dato in onore a llo zio materno Ludovico il Moro, duca d i Milano, g li venne cambiato quando questi decadde dalla signoria del suo Stato e da quel giorno venne chiamato Giovanni, sia in memoria del padre, defunto, sia perché, com'ebbe a dire la stessa Caterina: «il nome di Giovanni fu sempre in grande onore in casa Medici ». Ma lgrado lullo, però, qualcosa degli avi di Cotignola c'era in lui e si manifestava anzitutto nell'inclinazione al mestiere delle armi, dote tanto rara tra i Medici quanto rrequenle tra gli Attendali, poi nel temperamento irruente, nella facilità con cui si accalorava nelle discussioni o si cacciava nelle situazioni con flilluali. Per la vedtà manifestò anche inclinazioni terribili, che non teniamo affatto ad assegnare alla componente romagnola, del suo carattere, come quelle di sventrar gatti, di malmenare maestri e precettori o di geltarsi con violenza nelle risse con compagnacci d 'ogni sorta, anivando ad ucciderne uno per moti vi banali. Per quest'ultimo fatto la Repuhhlica di Firenze lo bandì dalla città, quando non aveva ancora quattordici anni4 5. Disdegnava lo studio, non era portalo per alcuna disciplina culturale e scriveva con una grafia che tradiva le sue limitate dsorse scolastiche; su questo giovane, che diventò una figura di spicco del suo tempo, il Rinascimento non ebbe alcuna p resa. Fisicamente era robusto e di media statura; aveva viso pieno e la carnagione olivastra, la voce, come dice Gerolamo de Rossi s uo p1imo biografo e nipote era: «spaventevole quando nel combattimento esortava e comandava»46 . Aveva spalle larghe braccia grosse e possenti, mani tozze e piene; era stretto di vita e solido di gambe (la statua del Bandinelli a Firenze offre ampia testimonianza di queste s ue caratteristiche fisiche). Gli piacevano le donne e, da guerriero rude qua l'era, preferiva quelle an-endevoli e disponibili ai suoi subitanei e impetuosi desideri. Ebbe anche amicizie maschili e non d el tutto limpide come quella con Pietro Aretino. Aveva un carallere aspro, irascibile e prepotente, ma temperava 45
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G. C. De Rossi, Via di Giovanni de' Medici, p . 56. C. G. Dc R ossi, lbide,n, P. 36.
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quesli aspelti con un vivo senso di cameralismo e con un geloso attaccamento verso i suoi dipendenti. In campo era un magnifico combattente, esemplare nella foga del combattimento, rude e valoroso, sprea.ante di ogni pericolo e coraggioso s ino all'inconscienza. poi, per singolare contrasto, non si arrischiava di dormire da solo di notte; qualche bàlia doveva avergli inculcato, da piccolo, la paura del fol letto e quel terrore infanLile gli rimase appiccicato addosso per tutta la vi La. Era un irresistibile trascinatore di uomini; ad essi non diceva mai «andate», ma «seguitemi» e al Lermine delle giornate campali rientrava alla sua tenda impolverato, sporco e sudalo e talvolta insanguinato come l'ultimo dei suoi fanti 47 . I suoi soldati erano soggiogati dal suo esempio e per questo forse accettavano la ferrea disciplina con cui venivano governati. In un'epoca in cui la moda spagnola aveva portato, tra l'a llro, in Italia l'usanza dei capelli lunghi anche tra i soldati, egli pretendeva che i suoi venturieri tenessero cortissimi i capelli e puniva con esemplare severi Là i Lrasgressori. Qui si può osservare c h e queste qualilà militari, se ben si addicevano ad un gradualo o ad un connestabile di basso rango, non a llreltanto si confacevano a chi aspirava al grado di condottiero. Eppure fu proprio per il suo valore sul campo, per le sue doti di carattere e per i suoi metodi di governo del persona le che Giovanni divenne quel leggendario personaggio la cui fama si diffuse per Lulla l'Europa e si tramandò nei secoli . Ciò, fu anche il suo limite : egli rimase dal principio alla fine della sua vicenda militare sempre e soltanto un capitano, con un coraggio fuor di stagione e con la presunzione dei prodi, ma non divenne mai un generale. Per non parlare poi delle qualiLà politiche, che gli mancavano del Lullo; non aveva al riguardo, un minimo <li spirito d'intrigo, né una parola diplomalica. Era soltanto un avventuriero, più coraggioso che lungimirante. Gli mancò il tempo per una formazione politica, ma quand'anche avesse vissuto a lungo, ben difficilmente sarebbe riuscito a costituire e a governare un p1incipato, come in segreto desiderava, avendo d i mira la stessa Firenze48 . Questo era Giovanni, nel bene e nel mal e : un uomo di tempra sì, senz'altro, ma con vistosi limiti e con qualche fragi li Là.
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E. Ricotti , Compagnie di ventura, cit ., voi. lV, p. 42. C. G. De Rossi, Vita di Giovanni de' Medici, cil., p. 52.
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c. Le prime imprese. Per offrire a questo giovane irrequieto uno sbocco decoroso nella vita , ve nne sollecitato l'interessame nto del papa Leone X, che, anche se un po' alla lonta na, gli era pare nte. Questi lo chiamò a Roma e, considerate le gagliarde manifes tazioni di carattere del giovane lo affidò al proprio [ratello, Giulia no de'Medici, che aveva il co mando generale delle milizie d ella Chiesa, affinché lo avviasse alla carriera militare. Arriva rono i pr·imi incarichi, piccole imprese, prima contro la famiglia d egli Orsini, poi in aiuto del signore di Sem1oneta, vassallo della Chiesa, spodestato d a altri signorotti ribelli al papa. Fu in questa seconda impres a che Giovanni ingaggiò per la prima volta alcune b a nde di mercenari albanesi e corsi ch e formarono iJ nucleo più sol ido della sua compagnia e dai quali non si staccò più perché erano soldati frugali, rustici, capaci di sopportare qualsiasi fatica e soprallullo coraggios issimi in battag li a. N el 1516 ebbe inizio la prima campagna di guerra condotta dal pa pa contro il duca di Urbino alla quale Giovanni partecipò con un centinaio di cavalleggeri albanesi, maturando le prime vere esperienze di comando in guerra e riva leggia ndo in coraggio con altri capitani. L'anno dopo , nella seconda campagna di quella stessa gue rra; egli era già al comando di cento cavalleggeri e cinqueccn to fanti e proprio allora cominciò a mettere a punto quella tattica ch e doveva diventare tipica della sua scuola , basata sulla celerità <li condotta delle operaz ioni e sulla tecnica di logoramento dell'avversario. Per questo le sue truppe preferite erano i cavalleggeri, d ei quali si serviva an che per il tras po rlo d egli archibugieri in modo da increm entare la c elerità d ei movimenti ogni qualvo lta inte ndeva cambiare la loro posizione sul campo di battaglia. La seconda campag na d ella guerra d 'Urbino durò otto mesi e dette m odo a Giovanni di imparare tutto ciò c he c'era da apprendere sulle guerre mercenarie. Egli combatteva con tutta l'irruenza e l'ingenuità del suo temperamento: senza rispa m1io, ma si avvide ben presto che i primi a vversari erano i suoi stessi compagni d 'armc, ossia gli altri capitani della Chies a, che conducevano la guerra badando a farla durare il più possibile e ricercando sempre, più che i risultati operativi quelli del tornaconto personale. Nel corso di quella campagna operò isolatamente, nel versante seltentrionale dell'Appe nnino tosco-romag nolo e in tali circo-
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stanze entrò in Romagna spingendosi sino a Forlì per rivedere, si <lice, la rocca di Ravaldino ove era nato. I movimenti e la permanenza nella provinc ia di quel modesto drappello di forze, non d e ttero luogo ad e pisodi di violenza. Giovanni era a l soldo della Chiesa e la Romagna faceva parte dello Stato pontificio, per cui egli era te nuto a comportarsi correttam ente; inoltre non aveva bisogno di procurarsi i viveri ricorrendo al sacchegg io in qua nto era munito di lettere-patenti coi sigilli d ei protonotari della Santa Se de che lo autorizzava a ric hi ed ere i r ifornimenti e gli alloggiamenti n ecessari alle a utorità locali , in qualunque borgo o comunità della provincia. E così non si dovettero registrare inc id e nti di rilievo n ella temporanea convivenza d e i suoi venturieri con le popolazioni romagno le, più per merito, forse, della esiguità del numero dei soldati da rifornire che dell'autorevolezza d elle le tte re-pate nti. TI giovane capitano stabilì la propria base di operazioni a Cesena e di lì mosse poi ver·so g li aspri dirupi d el M ontefeltro, da San Leo a Pennabili a Car·p egna, per r intuzzare con continue scaramucce le milizie ed i presi <lì <le i deposto du ca d ' Urbino 4 9 . Mentre era a Cesena egli scrisse a Francesco Fortunati, curato <li Cascina e a mministra tor·e dei suoi beni in Toscana, per ordinare un vessillo p er la sua compagnia: «av re i des iderio», scrisse, «che mi faceste fare una bendiera di taffetà bianco e violetto a rig he ... »; in una analoga mi ssiva di alcuni mesi prima aveva richiesto un pennone col proprio s temma. Queste noti,.ie di pe r sé irrilevanti (contenute nella raccolta d elle lettere autografe nell'Archivio <li Stato <li Fi,-e nze), m eritano di essere r iportate perché testimonia no ch e le insegne della compag nia <li Giovanni, ai primordi d ella s ua costituzione, non furono bianch e o bianco e porpora com e indicato da ta luni biografi del condottiero. Tuttavia, quale che fosse il primitivo colore d elle insegne, a ll a m orte d e l papa Leone X ; Giovanni adottò insegne e vessilli di colore ne ro in segno di lullo e da allora, per il res to d e lla sua vita e per i post eri, dive nne Giovanni delle "Bande N ere". Nell'ottobre del 1517 ebbe termine la guerra d' Urbino; una guerra in cui tullo si era r·ivclato piccino e meschino: le cause di
49 Francesco Maria della Rovere era s tato n omina lo duca di Ur b ino da papa Giulio TT suo zio; quando per-ù salì al Soglio Leone X, questi lo destituì p er n o mina re al su o posto uno d ei propri nipoti, Lorenzo e il prnvvedimento fu a ppunto la causa prin cipale della guerrn del Montefeltro.
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insorgen za <lei conl1illo, gli interessi in gioco, le battaglie e i capita ni. Solo Giovanni ne uscì ingrandito ne lla cons iderazione e nel prestig io. In quella guerra l'apprendista condottiero aveva preso coscien za d ella prnpria forza e aveva imparato in che modo usarla; aveva forgiato da solo il proprio strumento operativo e da solo ne aveva d efinito i moduli d'impiego: alla cavalleria corazza ta, oberala dalla pesan ti armature a dai lenti d estrieri, aveva sostituito i cavalleggeri, equipaggiati con elmo alla borgo g no na e con una semplice corazzina e dotati di cavalli berberi e di ginnetti50 spag no li , snelli e veloci, ottenendo una truppa agile, celere e manovriera e che inoltre costava poco. Al la imposs ibilità di condurre cariche frontali egli aveva soppelito con attacchi di sorpresa sui fianch i, segui li da veloci sganciamenti , con rapidi cambi delle formazioni e delle posizioni. Aveva fallo po i <le ll a prnpria ra mi g lia militare un vero e proprio corpo di stato m aggiore, valorizzando in particolare tulle le " la nce spezzate", costitue ndo con essi quel fiorente vivaio di luogoten enti che unirono il proprio nome al suo nelle imprese più ard ue, con una fedeltà a lulla prova e che ro rnirnno eccelle nti quadri di comando per la compagnia . Dopo la guerra <lei Monte re ltro Giovanni ehhc dal p apa l'incarico di riconduffe all'obbedienza, n elle March e, i piccoli signorotti locali, riottosi all'autorità della Chiesa. Non s i tra ttò di un compito di partico lare rilie vo , ma piuttosto di un'operazione di polizia interna ch e, tuttavia, egli condusse con impegno tra il 1519 e il 152 1 e fu in ques ta ci rcostanza che intervenne anche contro i Mala testa di Rimini cacciandol i c.lalla c ittà . Nel 1521 passò in Lombardia p er pa rtecipare, sotto il comando di Prospern Colonna, alla guerra contro i Francesi e i Veneziani loro alleati. All'assedio di Parma prima e nell a piana della G hiara d'Adda poi, ebbe modo di dimostrare c he la propria tecnica di combattimento era utilissima anch e nell'a mbito dei grandi eserciti. ln particolare lo diede a vedere nei combattime nti di Rohecco e di Pontevico, quando, con le su e "Bande Nere" fu lasciato da solo a lla retrog uardia, mentre l'intero esercito ispano -tedesco si ritirava: la d eterminazione e l'incis ività dell e sue puntale co ntroffensi ve, costlinsero i Francesi ad arrestare il loro slancio e in tal modo perse r o i rrutti di una vittoria c he a vevano ormai in pugno. Successiva m e nte sull'Adda , con attacchi repentini sui fi a nchi de lle
so Vd s . Dizionarie tto in Appendice.
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forze francesi; le costri nse a ripiegare s u Milano. Qualche tempo dopo durante le operazioni di assedio della città, egli riuscì a penetrare per plimo in Milano con uno s lralagem ma contribuendo in modo determinanle a ll a conqu ista d ella città. Quella prima guerra combattuta a fianco di un grande esercito straniero, si conclud eva villoriosamente anche per le "Bande Nere": i Francesi, cacc iati da Milano las ciavano la Lombardia e il duca Francesco II Sforza veniva reinsedialo nel Ducato. Nel dicembre di quell'anno 152 1, moriva papa Leone X e Giovanni fece prendere il lutto alle s ue Bande come già visto. L'avvento di Adriano VI al Soglio, apriva le porte a ll e rivendicazioni dei signorotti spodestali dal precedessore un po' dovunque nello Slalo pontificio: i d ella Rovere tornarono ad Urb in o, i Baglioni a Pe1ugia, i Varano a Camerino, i Petrucci a Siena e i Malatesta a Rimini. Tn queste c ircostanze Giovanni accettò di servire per F irenze contro alcuni di questi signorotti che, non co ntenti di aver riottenuto b sir;noria perduta, volevano estendere i propri possedimenti a spese di Fire nze. Anche in questa occasione svolse il compito affidatogli con pieno successo. Mal ripagato, p erò, da Firen,..e per il serv iz io prestato e deluso dalle modeste offerte di reingaggio propostegli dal papa e dal duca di Milano, passò, l'anno dopo, al servizio del re di Francia. Fu quasi costretto a farlo in quanto le "Bande Nere", stan ch e di aspettare il soldo arretrato di parecchi mesi, s i erano am mutin ale e avevano saccheggiato Busseto. 11 Gui cciardini insinuò che Giovanni si fosse messo a ll' incanto e che i Francesi lo avessero vinto per aver offerto più del papa e del duca di Milano. Forse era vero: il giovane capita no aveva ormai imparalo c he, se voleva sopravvivere, doveva ve ndersi caro e farsi ben pagare, dall'uno o dall'altro poco importava; essere un onesto mercan te d i combattenti, vendere la propria prodezza e ricevere il giusto compenso senza un istante di riposo, c hé il riposo era la rovina di un condottiero. Questa era la regola dei venturieri e Giovanni l'aveva imparala e applicata.
d. La partecipazione alle grandi ba ttaglie in Lombard ia Nell'aprile del 1522 , agli ord ini del maresciallo Lautrec, comandan te in capo delle forze francesi, tornate in Italia all a conquista della Lombardia, Giovanni com ballé a lla Bicocca, nei pressi di Milano, ove si era allestato l'esercito impeliale (ispano-tedesco). TI nerbo delle fanterie francesi era composto da picchieri svizzeri,
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mentre tra quelle imperiali gareggiavano in bravura fanti spagnoli e lanzichenecchi. Giovanni, con la sua compag nia, costituiva l'avang u a rdia dell'eserc ito l"rancese; dopo aver coperto la marc ia di avvic inamento del gr osso con la consueta tattica, aveva poi pa 1-tecipato a l fianco dei picchieri svizzeri a i sa nguinosi assalti frontali contro i lanzi, incrociando le a i-mi con quel Giorgio Frundsberg c he di lì a quatlro anni sarà l'artefice della s ua morte. La disciplina degli svizzeri cd il va lor·e delle "Band e Nei-e" non bastarono, tuttavia, a i nl"rangere la compattezza dei quadrati di fanteria ispano-tedeschi, che passarono b en presto al contrattacco vittoriosamente. Di conseguenb za l'eser·cito l"rancese, e con esso anch e le "Band e Nere", dovette ancora una volta sgomberare dalla Lombardia. La battaglia della Bicocca è di parti co lar·e importanza sotto l'aspetto dell'arte militar·e pe 1-ché per la prima volta vennero impiegali reparti organici di tiratori armati di archibu g io e la loro azione s i m anifes tò talmente e ffi cace contro i quadrati di picchieri svizzeri da far di essi una componente ind ispe nsabile delle fo1·ze combatte nti da quel momento in poi 51 • Dopo qu ella battaglia Giovanni poteva dire di conoscere orn1ai tutto sulla guerra. Soprattutto aveva imparato c he non esisteva un padrone migliore dell'altro: an che i Francesi pagavano quando potevano e come volevano; le ruberie e la gretta dilTide nza dei commissari governativi le aveva provale sollo le chiavi di San Pietro e le aquile imper·iali come sotto i g igli di Francia. In altr·e parole anche i Francesi lo avevano licen ziato senza pagargli Lutto il dovuto e avevano concluso quella gucr-ra sen;,.a saldargli il conto. Per ques ta rag ion e accet tò, nel 1523, una condotta dal duca di Milano, satelli te dell'imperatore, e tornò a militare nei ranghi dell'esercito is pano-tedesco sotto l'o rm a i moribondo Prospero Colonna per combaLLcrc co ntro i Francesi. Ques ti, nel frattempo, e rano tornali in Lombardia con un altro esercito a l comando dell'am miraglio di Francia Bonnivcl, pe r riconquistare Milano. In questa g uerra, che durù fino ai primi mes i del 1524, Giovanni colse u na serie ininteITotta di su ccessi, misurandosi a Rebecco e ad Abbiategrasso con capitani avvcr·sari di gran fama com e il
1 ' C. Crn·s i, op. cil., p. 148. T pcrl'cziona m c nti a ppo1·1ati all'a chibugio consenLiva all'a rma di spara re s ino a 200 111 . e più e con u11a c eler·iLà d i Liro c he pc rn1c11cva d i eseguire non più una o due scari c he prima di r ipiega re in pos izione più a1TeLn1t.a, m a a n c he sci o selle.
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Ba iardo, il cavaliere "senza macchia e sen/.a paura" e a Chiavenna e a Bellinzona contro i formidabili picchieri dei canton i di Urì e di Unterwalden. Fu una guerra aspra e sanguinosa più di que lle precedenti e molteplici furono g li episodi di crudeltà dall'una e dall'a ltra p a rte anche contro le in ermi popolazioni locali; nemme no Giovanni ne andò esente e ad Abbiategrasso e a Caravaggio le "Bande Nere" non smentirono il loro carallcre venturiero, saccheggiarono brutalmente le ù ue c ittadine e il capi Lano spartì il bottino e le donne coi s uoi soldati . Una nuova vicenda veniva n el frattempo a confermare il comportamento instabile e ù a ltale nante di Giovanni. Il r e di Francia, Francesco I, scendeva perso nalmente in Ita li a co n un poderoso esercito di venticinquemila fanti Lra svizzeii, francesi e italiani e s e imila cavalieri, più c h e mai deciso a riconquis tare Milano e la Lombardia non solo, ma anche il r egno <li Napo li. Davanti a ll'imminente pe ricolo il duca di Milano manifestò l'in ten z ione di rinnovare a Giovanni la condotta, ma voleva s pendere poco sicché quest'ultimo, dopo una inutile lrallativa, r ifiutò l'offerta e finì con l'accettare qu ella del re di Francia. Pare c h e anch e l'ambigu a politi ca del papa favori sse la scelta di campo ùi Giovanni, ma più di tutti, è <la cred ere abbiano contribuito i trentase imila scud i d'oro prom ess i dal re p er una c ondotta annuale di trecento cavalleggeii e tre mila fanti oltre ad una pe n sione <li duemila scudi per la m oglie ed il collare de ll'Ordine di San Michele, la massima onorificien/.a francese. Giovanni n ell'accettare l'ingaggio d e lle prove ancora una volta della propria impre videnza amministrativa: in una le ttera inviata all'amico Aretino, egli affe,-mava di aver rimandato al "gran sire" il collare di San Mi c hele e di aver lacerato i docume nti della condotta, in quanto r ite neva di non merilar·e ancora l'alta onorificienza , m en tre p er i compensi proponeva a l r e di s tabilirli in pros ieg uo di tempo e in misura propor-zionale ai suoi meriti. Dietro a<l una facciata di modestia s i celava, forse , non poca presunzione e gli eventi ch e segu irono d oveva no farlo a mara1ne nte pentire di quel comportamento apparentemente cavalle resco, ma privo <li ogni elementa re prev idenza . li re di 1'rancia, giunto a Pavia, cingeva <l 'assedio la città con una parte <lei suo esercito e ne inviava il resto alla volta di Napoli. Le "Bande Nere" partec iparono all'as sedio <li Pavia ma, poco ad a tte per operazion i statiche, vennero impiegate p er rintu zzare le sortite av versarie. Fu appunto durante una scaramuccia di tal
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genere che Giovanni venne ferito a lla caviglia <leslra <la un colpo di archibugio e quindi trasferito a Piacenza per le cure del caso. Otto giorni dopo, il 25 febbraio 1525, nel parco di Mirabello, l'eserci Lo fra n cese veniva attaccalo <lai le forze imperiali ispano-tedesche condotte dal viceré di Napoli, Lannoy e dal marchese di Pescara, Davalo. La cavalleria francese venne arrestata e decimata dalle mi cidiali scar·iche degli a r·chibugi spagnoli, mentre la fanteria venne assalita alle spalle dalle forze che presidiavano Pavia, uscite in campo aperto con una coraggiosa e quanto mai opportuna sor·tita. Come a Marignano il re francese comballé da prode, ma ferito e disarcionato, dovette arrendersi, deponendo la spada nelle mani del Lannoy. Nell'annunciare per lettera la notizia della tremenda disfalla a lla madre a alla sorella, scrisse la famosa frase: "tutto è perduto fuorché l'onore». Le "Bande Nere" parteciparono a ll a battaglia, ma prive del lorn capitano, non si segnalarono per particolmi meriti. Gli stessi Frances i a mmisero poi che l'assenza di Giovanni era stata una gran sfortuna e che con lui presente le sorti della battaglia sarebb ero s tate be n diverse. In quella ballaglia Francesco l perse la libertà e Giovanni la paga . Inutilmente manderà poi messi alla Corte di Francia a reclamare il rispetto di patti che nessun trattato attestava e che il re, pri g ioniero a Madrid, non era in g rado di confermare. Forse Giovanni avrà meditato sulla propria imprevidenza, ma non poteva cambiarsi la testa e malgrado quella esperien:t.a conti nuò a<l esser·e un cattivo amm inis tratore delle sue sostanze e dei suoi proventi. La ferita di Giovanni non era grave e guarì in br·eve tempo; nell'autunno si trasferì a Fano e in quei m esi di pace gli venne l'idea di darsi alla guerra da corsa sui mari. Equipaggiò due vascelli e progettò di occupare Ancona per disporre di un porto adeguato a lle future imprese. Mentre era intento a preparare questa operazione (che peraltro non fece in tempo a tentare), il Machiavelli scriveva la sua famosa lettera a l Cuiccianlini 52 nella quale proponeva <li assoldare quanti più fanti e cavalieri possibile e di porli agli ordini di Giovanni de' Medici al fine di cacciare gli eserc iti stranieri dall'Italia. Giovanni veniva quindi esplicitamente ri conosciu to dal "segretario" fiorentino come l'unico condottiero capace ' 2 Il Guiccianlini r-icoprì l'i11car-ico <li Presidente e vice legalo in Romag n a da l 1524 a l 1526.
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<l i redimere l'Italia sul piano militare e di liberarla dalla presenza degli eserciti invasori.
e. L'ultimo c imento Dopo la ballaglia di Pavia l'esercito spagnolo aveva p reso in consegna tutte le fortezze della Lom hard ia spogliando di ogni potere il duca di Milano che s i era mostrato ambiguo e infedele all'imperatore. Tuttavia Francesco II Sforza aveva rifiutato di ce<lere anche il castello di Milano e vi si era rinchiuso dentro con ottocento fan ti e alcuni pezzi d'artiglieria, resistendo al l'assedio dei sold ati imperiali nella speranza di ricevere a iu ti dalle forze <lella lega di Cognac che nel frattempo era s t ata pattuita da Venezia Firenze, Roma e Francia nell'intento di controbil anciare la dilagante potenza spagnola nella penisola. t:esercito dei Collegati compre ndeva un contingente pontific io di quattromila fanti e trecento cavalleggeri agli ordini di Vitello Vite lli e cinquemila fanti e trecento cavalleggeri agli ordini di Giovanni (ossia la compagnia d elle "Bande Nere") e altre unità minori pari a duemila fanti. Il contin gente veneto compre ndeva d ieci mila fanti e seicento cavall eggeri al comando di M ala testa Baglioni, mentre il duca di Milano, assedialo nel castello sforzesco, <lava mandato al vescovo <li Lo<li per· ingaggiare diecimila picc hie ri svizzeri. Si trattava <li un esercito veramente impon e nte, superiore a tre ntamila soldati, idoneo a te ner testa alle fanterie ispano-tedesche di Carlo V. Occorreva, però, nominare un comandante di pres tigio capace di impiegare al m eglio una l'or;,.a così straordinaria. Nel trattato di Cognac era stato concordato di assegnare il coma ndo di tutte le forze collegate ad un condottiero francese, ma poiché la Franc ia non aveva ancora invialo il proprio contingente di truppe, s i fece avanti Venezia con la proposta di affidare il capitanato generale a Franceso Maria della Rovere, ex <luca d i Urbino, spodestato <lai Ducato per opera e volontà <lei papa. Come abbia potuto Clemente VII accettare quella proposta resta un mislem, tanto più che aveva sollo ma no un proprio candidalo: Giovanni, ancora giovane sì, ma dotato di vasta esperie nza e di comprovata capacità <li comando. Come poteva pensare il papa che il della Rovere, s uo dichiaralo nemico, si sarebbe impegnalo a combattere nell'interesse di c hi lo aveva privato <le] la dign ità ducale e del dominio? Si vede che era Lanla la fretta di avviare le operazioni che non
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si vollero frapporre ostacoli di nessun genere. Tuttavia l'acqui escenza del papa induce a credere che la candidatura di Giovanni ad un incarico ta nto prestigioso non fosse sosteni bi le. Comunque sia no andate le cose il papa sentì il bisogno <li non trascurare del tutto le capacità di Giovanni al quale fece conferire il comando (nominale) di tutte le fanterie dell'esercito dei Collegati. Le forze imperiali, avversarie <lei Collegati, non erano rilevanti: compre ndevano circa diecimila fanti spagnoli e duemila cavalieri tedeschi divisi n elle guarnigioni d elle città lombarde, ma la maggior parte (circa ottomila) presidiavano Milano e nello stesso tempo assediavano il castello sforzesco nel tentativo di farlo capitolare e di catturate il duc a Francesco ch e continuava a resis tere . L'imperatore Carlo V, al momento, non aveva altre forze alle dirette dipendenze d a impiegare contro i Collegati e c hie se pe rtanto aiuto al fratello Ferdinando, arciduca d 'Austria. Ques ti aveva già altri problemi cui pensa re, in quanto i Turc hi d i Soli mano erano a lle porte di Vienna e pertanto non aveva né rondi né milizie da co n ced ere a l fr·a te llo imperat ore. Tuttavi a convocò Giorgio 1'runds ber g, un vecchio capitano di ve ntura considerato un eroe naziona le tedesco che in quel momento rico priva la carica di capitano supremo de lla contea del Tirolo. Questi, stimolato dalla prospettiva del ricco bottino che potevano o ffrirgli i saccheggi delle ricche c ittà d'Italia, e in particolar modo <li Roma, e stuzzicato nei suoi sentimenti di convinto luterano, ferocemente avverso al papa, s i lasciò persuadere dall'arciduca e assold ò d o dicimila lanzichenecchi impegnando le proprie sostanze e le pro prie terre per realizzare il d anaro occorrente per gli anticipi d'ingaggio. Con questi mercenari costituì le sue falangi, attraversò le Alpi pe r val ic hi incons ueti e raggiunse, nel novembre de l 1526 il territorio di Brescia. Ma c hi erano questi lanzichenecchi c he s i accingevano a marciare s u Roma? Non sarà di troppo qualche dato particolare al loro riguardo. "Lanzichen ecco" è una parola usala qualc he volta ancor oggi, con un s ignificato dispregiativo, specie ne l linguaggio mil itar·e, per indicare soldati m a lvestiti, trascurali, indisciplinati e violenti. Una ta le accezione è esclusivamente italiana ed è e ntrata nell'uso dopo il sacco di Roma del 1527, quando le soldataglie del Connestabile di Borbone, che comprendeva no fanti spagnoli e mercenari ted e-
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schi , i lanziche necchi appunto, e n trarono in R oma perpetrando per più giorni ogni sorta di violenza e di soperchieria . Nella memoria degli abitanti dell' Urbe, il ricordo delle ncfande,.:1.e subile, rimase associalo a ll o strano nome, al particolare abbigliamento dei fanti tedeschi e al loro pessimo comportamento. La realtà, tuttavia, è storicamente diversa. I "lands K nech t" (compagni del paese), e ra no una specie e.li malizia paesana sorta spontaneamente per la difesa d elle comunità locali dalle soperchierie endemich e della nobiltà. Erano originari d e ll e regioni montuose dell'alto Reno della Svevia con f"in a nli con la Svizzera e avevano mutuato appunto dagli Svizzeri la tecnica di combattimento a massa, raggruppandosi nei compatti quadrali di picchieri. Talvolta praticavano u na sorla e.li guerra privata come i venturie1i italiani, depredando per proprio conto i viaggiatori, i raccolti e le greggi5 \ altre volte invece s i offrivano al servizio di città, principi e sig nor·i come mer·cenar·i. ln battaglia si erano dimostrati valorosi e disciplinati, ma a n che feroci e spietati al momento d el saccheggio. In Italia si erano visti a combattere la prima volta 54 all a battaglia di Ravenna ove s i e rano falli onore, poi a Ma r ig na no, a lla Bicocca e a Pavia e a nche in tali circostanze avevano gareggiato in coraggio e cambattività coi picchieri svizzeri e spagnoli. Vestivano costumi a sbuffo e portavano vistosi pennacchi sui cappelli e sugli elmi senza nulla concedere alle regole dell'uniformità e dell'ordine. Erano più alti e più robusti dei nostri venturieri e dei soldati spagnoli cd incutevano quindi timore g ià solo a vederli. Quando m arciavano s i raggruppavano senz'ordine, più per motivi di affinità elettiva che per vincoli organici e cantavano le loro canzoni paesane. Pe r tulle queste ragioni s i erano c reati una fama e.li invincibilità e di crudeltà ch e li rendeva temibili tanto ai soldati avversari, quanto a lle popola zioni civili che avevano la disavventura di t rova rsi sul loro cammi no. Di tale natura erano dunque i rinforzi che si apprestavano a dar man forte alle fanterie spagnole d islocate a Milano. L'esercito della lega r im ase c olpe vo lm ente in operoso per diverse settimane. 11 della Rovere aveva avuto tutto il tempo necess ario per passare decisamente all'offe n s iva e per cacciare gl i Spagnoli da Milano e dalla Lombardia con a ltissime probabilità di 53
Ph. Contamin e, La gu erra nel Medioevo , cit., p. 196.
54 P.
Pi cri, Ti Rinascimento, cit. pp. 250-251.
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s uccesso, tenuto conto de lla s uperiorità di forze. lnvece non si m osse, paralizzato da lla dubbia fede a lla cau sa per la quale combatteva e dalla discordia interna dei capita ni in sott'ordine. In verità questo ex duca di Urbino era un incapace, non solo, ma era anche un uomo sleale che voleva vendicare a modo suo i torti subiti dal papa. E così tra il rinviare, l'in terrompere e il differire, le operazioni langui vano in un'in erzia dannosa quanto una sconfitta. lnfalti g li spagnoli ebbero il tempo di far capitolare il castello sforzesco e i lanzi di a rri vare a Brescia. Quando Giovanni seppe che il Frundsberg, che s i credeva fosse ancora nel Tirolo, era g ià in Lombardia, partì senza indugio con le sue "Bande Nere" dirigendosi alla volta di Ma ntova. Anche il Frundsberg si era incamminato verso la stessa città dopo aver giudicato imprudente il te ntat ivo di puntare su Milano p er soccorrere gli Spagnoli. Il Frundsberg contava s ull'autoriu.azione del marchese di Mantova per attraversare il territorio di quel dominio e sull'aiuto del duca <li Ferrara per passare al di là del Po. Ebbe infatti il libero passo auraverso il gran parco murato del "Serraglio", <la i quale raggiunse Borgoforte ove sperava <li trovare le b arche ferrar esi. Vi trovò invece le prime pattuglie delle "Bande Nere" c he lo attaccarono sen za timore. I Lanzi s i r·itirnrono lungo l'argine <lei Po verso Ostiglia ove, era ormai certo, avrebbe trovato le barche per l'attraversamento del gran fiume. Ma per raggiungere Ostiglia bisognava superare un altro ostacolo: il Mincio e c iò imponeva un inevitabile rallentament o. La situazione non era favorevo le per i lanzi né sotto l'aspelto operativo né so tto quello logistico, m a fortunatamente per loro, giunsero da Ferrara un po' di viveri e alcuni "falconelti" d i piccolo calibro. Giovanni per tutto il pome riggio del 24 e il mattino del 25 novembre in calzò d'appresso i lanzi che dovette ro sostenere ben otto attacchi riuscendo a respingerli solo a prezzo di g ravi perdite5 5 .
f.
L'epilogo
Verso sera; giu nto ne i pressi di Governolo, Giovanni a ncora una volta guidò i s uoi cavalleggeri a ll'attacco; come un m astin o che insegue la preda non mollava gli avversari , i quali, per questo
55 P. Pit!ri, o p. cit., p. 575. Le perd ite suhilt! dai la nzi in q u elle poche ore furono di 300 uo mini, m entre lt! "Bande Nere" n e ebbero solo una cinquanlina.
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Fdmondo L'aga nel/i
gli a ffibi arono l'appellativo di "gran diavolo". Mentre l'attacco volgeva al termine, inaspe tta te m a nte una salva di "falconetti" a1Testò lo slancio de l capita no. Egli non n e sosp ettava l'esisten za in qua n to era noto ch e i lanzi non disponevano di artiglie rie ; alla seconda salva una palla 56 lo colpì a ll a gamba des tra, sopra a l gin occhio; mentre voltava il cavallo ritenendo finita la giornata per il sopragg iun gere dell'oscurità . La gravità della ferita a pparve subito evide nte e l'amputazione della gam ba s i rese purtroppo in evitabile. Giovanni capì che era giunta la su a ora, ma non si smentì nemmeno in un momento così drammatico, e, ancora una volta, manifestò un coraggio fuori dal com une, soppo rta ndo s toicam ente l'operazione e reggendo egli stesso, si dice, il lume al chiru rgo c he l'operava. I.:intervento non valse a salvarlo e morì quattro giorni dopo, il 30 novembre 1526, a soli ventotto anni. Scompariva con lui un capitano d'ecceziona le tempra ch e il Tasso definì: «S pa da d'Italia e scudo e scampo» 57 . La s ua morte arrestò di colpo ogni tentativo di contrastare la marcia dei la nzi verso Roma e d e terminò u n generale coll asso m orale <li tutto l'esercito dei Collegati . Senza i cannon cini <lei ferraresi i lanzi non sarehhe rn riuscili a sottrarsi all'azione di logoram ento co11<lo lla da lle "Bande Nere" e tanto 1nen o a s upera re il Mincio e il Po, men tre invece, eliminando G iovanni , essi poteron o transitare i due corsi d'acq ua tranquillamente ed accamparsi poi tra Pi ace nza e Parma . Le "Bande Nere" senza il loro capi ta no persero in poc he settim ane il loro slanc io aggressivo. Non s i può fare a m eno di pensare c he cosa a vrebbe potuto fare Giovanni se non fosse stato colpi to <la quel colpo mortale o, meglio ancora, se avesse p otuto guida re lui l'esercito dei Collegati. E' probabile c he in tutti e due i casi il corso d egli eventi sarebbe stato be n diverso. Alcuni m esi d opo la morte d el capitano, le "Band e Nere " par-
s,, La palla del "falco nello" pesava circa J ,6 Kg. mentre quella d 'archibugio c he aveva Ferito Giova nni la prima volta, pesava 5 o nce, ossia ci r-ca 150 g. s7 l n onore <li Giovan ni <le' Medi ci venne ro composte dive1·se e pigrafe. alcune delle quali sono riporta te da C. G . De Rossi nella hiogrnfia p iù volte cita ta, quali : «Qui giace Giovan ni <le' Medic i, duce di singolare virtù, c h e per co sso eia una pa lla <li a rtig lieria presso il Mincio, piuttosto a sciagurn d 'Italia d1e sua morì » e un'a ltra: «... Vivendo invitto in fi110 a vent'ott'anni/ Pe r libe r a r l'lta lia a ciò si sp ense/ E se parca la Parca e ra a' s uoi danni/ Cesa1·'era, c he venne e vide e vinse». Al ri gu ardo vedasi a nc h e S. Ammi rnto, Opuscoli, t. TTT, p. 206.
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tecipano a fianco dell'esercito francese alla campagna per la conquista del Regno di Napoli, ma la peste; la malaria e le sempre pjù a gguerrile fantede spagnole, vinsero quelle valorose milizie e solo un esiguo drappello fece ritorno da quella infelice sped i,-.ione . I resti della compag nia parteciparono ancora alla difesa della Repuhhlica di Fire nze nel 1529 sotto il comando dei capitani Lucantonio Cuppano e Francesco r-errucci. Dopo quesl'ullima vicenda le "Bande Ne re" s i disperse ro, ma r imase vivo in tutla Italia il ricordo delle loro impre se e quelle del loro inlr·epido capitano. Alcuni anni dopo un amabasciatore <li Fire nze in Inghilterra conslalò con sorpresa che le "Bande Nere" godevano ancora di grandissima r·e putazione ed il nome d e l s ign or Giovanni « .. . era le nuto in onore e in lerrore incredibili presso lutti quei popoli» 58 .
8. L'esercito del Gran connesLabile Torniamo ai lanzichenecchi lasciati, per seguire le ultime vicende delle "Bande Nere" , accampali nella zona di Parma. Qui ve nnero raggiunti dalle ranlerie spagnole c he presidi avano Milano, guidale dal Grami Connestibik, princip e di B orbo ne che, henché francese comba lleva per l'impe ratore dopo aver linnegalo il proprio re per questioni finanziarie e dinas tic he . .Leserci lo imperiale, benché r·iunito, rimase inattivo per alcuni m esi, m e ntre la mancanza di viveri, della paga e le malatlie ne assoltigliavano le fila. Ne l campo opposto il della Rovere, perseverando ne ll a mancanza di risolulen.a, sperava c he il tempo si incaricasse d a solo di disperdere de l tutto l'eserc ilo avversario. Anche il papa si era talm e nte illuso in un risullalo del genere ch e s'imbarcò in altre avvenltffe militari, al termin e de lle quali congedò le propri e milizie lasciando Roma sguarnita da ogni dif"csa atliva. Ve rso la rine del febbraio 1527, il Connestabile di Borbone decise di toglier e il campo e di dirigersi su Roma p er conquistar-la. Jni ,-.iò il movimento verso Bologna, lungo la via Emilia. Difficile stabilire, lra i soldati spagnoli e tedesc hi c hi fossero i peggior-i: le privazioni, la mancanza di paga e di disciplina con cui erano slali
5~
B. Varchi , Storie fìnrenline, l. II, p. 30 .
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governali da Lre mesi, li aveva trasformati in un'accozzaglia di predoni riollosi e crudeli, tanto gli uni quanto gli altri, e la sterminata serie di saccheggi da loro commesse da Parma a Rimini, se si potesse valutare globalmente risulterebbe più che doppia rispetto a quelli commessi durante il sacco di Roma. Si deve aggiungere;, per onestà, che in gara coi fanli lec.leschi e spagnoli c'erano anch e diversi ventur ieri italiani tra i quali quelli di Fabrizio Maramaldo che si renderà tristamenle cele bre <li lì a qualche tempo uccidendo Francesco Ferrucci, uno degli ultimi cap ita ni delle "Bande Nere". L'ese rcito c.lel Gran Connestabi le, ne) passare attraverso la Romagna diretto a Roma, inf"lisse alla provincia una ferila <lello s tesso gener·e di quella che a ltre milizie tedesche, quelle del duca Guarni e ri <li Urslingen, avevano infl iLLo c.lue secoli innan z i. Vediamola . Muovendo a cavaliere d ella via Emilia que lle Lruppe non venne ro molestate da alcuno e trovarono scarsa resis tenza nei borg hi, la magg ior parte d ei quali era abbandonala; evitarono di attaccare le città fortificate in quanto non disponevano di artiglierie e.li grosso calibro. Ai pr·imi <li marzo giunsero a San Giovanni in Persiceto e si accamparono. Trovarono la conLt-ac.la comple tamente d eserta; case, cascinali e stalle vuole: la paura dell'uragano i11 arrivo aveva marciato più a ll a svella delle truppe e la gente era fu ggita por tando via <le i Lutto ciò che poteva. La fame, il freddo di quello scorcio d'inverno e la ma ncanza d ella paga fecero scoppiare la rivolta; Lr-a i lec.leschi un lanzic henecco arrivò a minacciare con la picca niente di meno che il capitano Frunsberg. Il vecchio soldato, davanti a un fatto la nlo inaudito, montò su lulle le furie e mise mano a lla spa da per u ccidere sul poslo quel fante ribelle, ma a ll'improvviso cadde a terra colpilo e.la ictus e a nulla valsero le c ure prestategli in loco e, successivamente, a Ferrara; venne infine riportato al s uo castello <li Mundelheim ove morì alcuni mesi dopo se n za riprendere co nosce nza. 11 Borbone riuscì in qualche m odo a sedare la rivolta , facendo leva sul miraggio delle grandi ricch ezze c he si polevano saccheggiare una volla giunti a Roma, e, verso la Une di marzo, riprese il m ovim e nto verso sud. Ouesla massa di circa ventimi la uomini riusciva a sopravvivere nonostante la totale ma ncanza di organizzazione logis lica; tenuto conto c he i snida li non avevano la possibilità <li pagarsi nessun tipo di rifornime nto, ne consegue c he la loro unica fonte di sussislenza e ra il saccheggio. Le campagne, data la stagio-
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razzia completa di ciò che poteva esserci nei villaggi e nei casolari si riusciva a racimolare il minimo indispensabile per vettovagliare uomini e quadrupedi. Queslo esercito quindi si sposlava lasciandosi diclro un solco di desolazione largo decine di chilometri. Per valicare l'Appennino, il Connestabile di Borbone scartò la strada più breve della valle del Reno, perché lo avevano informato che lungo il tortuoso percorso che adduceva al passo della Porretta, vi erano diversi luoghi fortificati , difficili da superare e anche dalla Val Lamone i suoi nuclei da ricognizione erano slati vigorosamente attaccati e respinli dai valligiani, fra i quali numerosi erano i velerani di molte battaglie; oplò perlanto p er le strade delle valli del Savio e del Bidente che adducono a Bagno di Romagna e, di qui, al passo dei Mandrioli per il quale si scende a Bibbiena, in Toscana, senza troppe difficollà. Entrò dunque in Romagna con diecimila lanzi, setlemila ranli spagnoli, lremila fanti italiani, molti cavalleggeri ed un imprecisato n umero di aspiranli predoni che si erano associali per prendere parte al saccheggio di Roma, meta dichiarala <li quell'esercito. Era un esercito in condi zioni disastrose sotto ogni aspello: i soldali avevano spezzato i vincoli gerarch ic i e rimanevano uniti soltanto perché consapevoli che, sbandati, non avrehhero mai potuto assalire Roma. Quesla sol<lalaglia lacera, affamata si r iversò in Romagna come una torma di cavallctle, facendo impallidire di colpo il ricordo di ogni altra precedente incursione di venturier·i. L'esercito era preceduto e affiancato da nuclei di requisitori col compito <li reperire il più possibile per il soslentamento del grosso che marciava non su di un solo itinerario, ma diviso in due scag lioni su percorsi paralleli, in modo da consentire a ciascuno dei due di raslrellare una propria area onde accrescere le probabilità di repelire i rifornimenti occorrenti per sopravvivere. Infatti una parte deJJ'esercilo marciava a cavaliere della via Emilia menlre l'altra si spostava lungo la rolahile Medicina- Lugo - Bagnacavallo - Russi - Forlì. Furono appunto i soldati <li queslo secondo scaglione che, ai primi di april e, giunsero a Cotignola e la assalirono dopo aver sopraffatto il modeslo presidio di forze che ne dil"endeva le mura. Una volla penetrati all'interno del borgo, si abbandonarono a un saccheggio generale e sistematico e, prima di andarsene, appiccarono il fuoco alle case distruggendo praticamenle la c ittadina. Colignola, culla di tanti illuslri capilani di ventura, subiva la violenza di venlurieri come se il destino avesse volulo infliggerle quel-
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.é'dmondo Paganelli
le medesime sofferenze che i suoi figli mercenari avevano portato in tante a ltre città italiane. Anche a Meldola toccò una sorte analoga e qui le violenze e le uccisioni furono anche maggiori per l'accanita re sistenza opposta dai Melùolesi 59 • Dopo queste sanguinose tappe le masnade del Gran Connestabile imboccarono la valle ùe l Bidente e, per Civitella, Galeata e Santa Sofia, sali rono sino a San Piero in Bagno e a Bagno di Romagna. Fu da quest'ultima località che il Borbone scrisse al viceré ùi Napoli per respingere la proposta di sciogliere l'esercito dietro pagamento di una forte somma offerta dal papa (pare centomila fiorini). Dopo tutto egli era pur sempre un discendente di Brenno e l'idea di entrare in Roma dal Campidoglio e di imporre all'Urbe e al papa il "guai ai vinti", come aveva fatto quel suo lontano antenato Gallo, solleticava il suo arnor proprio. Decise dunque di proseguire per Roma sollo le c ui mura giunse il 6 maggio di quell'anno 1527. Ma, invece d ella gloria tanto desiderata, lo attendeva una palla di archibugio6 0 che doveva ucciderlo ancor prima che i lanzich enecchi scalassero le mura, pressoché indifese della città, per abbandonarsi poi alle efferate nefandezze ùel sacco di Roma. L.:incursione de i lanzichenecchi non f"u l'ultima ferita inf"erta alla Romagna da schiere di soldati , tu llavia quelle che seguirono non furono più opera di venturieri, ormai scomparsi per sempre d a lla scena militare. Pertanto, con la descri zione del passaggio ùei la n zi si conclude anche l'indagine sui fatti e misfatti delle compagnie di ventura in Romagna; resta solo da aggiungere una conclusione. Vediamola.
59
G. Zaccar-ia, Storia di Medola , pp. 12-25. Benvenuto Cellini, d1e e ra tra i poc hi difensori di Roma, volle a ttr-ibuirs i il merito di quel micidi a le colpo di archibugio. 60
CONCLUSIONI
1. TI tramonto di un'epoca La scomparsa d elle c ompagnie di venlura da lla scena militare ila li ana avvenne gradualmenle; un'istituzione come quella, c he aveva a bbracciato un a rco di tempo di due secoli co involgendo gli Stati e i popoli dell'intera p enisola, non poteva sp arire di colpo. In fa tti, di quelle formazioni, r·imase traccia negli ordinamenli, nell'amm inis trazione e in altri aspelli organizzativi degli eserciti ilaliani ed eu ropei fino alle soglie dell'Ottocento. Tuttavia, poiché è conven:1.ione comune lo slabilire e accellare un principio e una fine per tulle le vicende sloriche, si possono indicare come eventi di riferimento della fine delle compagnie di ventura, la caduta della Repubblica di Firenze o q uella dello s cioglimenlo delle "Bande Nere"; se poi si desidera a lulli i costi una data si può indicare l'ann o 1530. Com e s i è vis to ]e prime compagnie apparvero in Ilalia n ei primi decenni del Trecento, di venendo la forma premin enlc dell'organizzazione mililare per due secoli e toccando poi il culmin e dello sviluppo nella prima metà del Quattrocento. La lorn crescita e la loro diffusione lasciò Luttavia sempre un sufficiente spazio anche agli isti tuli del vassallaggio 1 e della mili zia citta dina che continuarono a coesisle re a l fianco de lle prime, sia pure come istituzioni complementari, per lutto il Medioevo. Poi, lentame nte, tutto il s islema delle "condotte" cominciò a declinare trascinato da lla crisi delle is lituzioni medievali e in particolare da quella della cavalleria pesan le o corazzata che dir si voglia. Non si trattò di una coincid enza casua le, ma d i una con seguenza i n evitabile, dovula probabilme nte a cause com uni e di na lura non solla nto militare, cause che sovvertivano i tradizional i ordinamenti sociali e imponevano nuove forme di organizzazione. Così, ad esempio, si possono individuare nelle armi <la fuoco un elemento innovalore che rendeva inadeguate e superate la preesi stente concezione di difesa collettiva (come i castelli turriti e le alte mura d i cinta delle c iLtà) e quelle d e lla difesa individuale 1 1nlendiamo qui per vassallaggio l'insieme degli obblighi militari dei vassalli nei riguarcli d ei sovrnni , quali: enti tà delle forze da fornire, durala del servizio etc ...
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(come le grevi a rmalu re d ei caval ieri corazzali ) e ch e, di consegue nza, faceva ma lurare il bis ogno di atluare radicali Lras formaz ioni strutturali tanto ne lle o pe re de lla fortificaz ione permancn le qua nto negli equipaggia menti individ uali. In gen era le ciò c h e av venn e a p a rli re dalla m e t à d e l Quattrocento pu ò essere s inle lizzato nel s egu ente modo: - la nobiltà cominciò a p erdere il m onopolio com e forza com balle nte perché s i prospettò un'alterna tiva alla c avalleria pesante com e forza risolutrice delle battaglie; - una nuova for;,.a combattc nle, alimentala dai ceti popolari, andè> impone ndos i co m e forza d 'urto a lle r nativa a lla cavalleria pesante, una nuova fo rza basata s ulla fanteria, impiegata a m assa in g ra ndi blocchi compatti, capaci di sprigionare una forza d 'urto no n inferiore a quella d egli squadroni coranati; - le a rmi da fuoco , in co ntinuo pcrfezioname nlo ed in crescente diffus io n e sui campi di ballag lia , imposero nuove concezioni dollrinali e nuovi procedime nti tattici; - la conflillualità tra le g randi monarchie europee per la conq uista d ell'egemonia in Italia , portò a lla costituz ione e all'impiego di eserciti a caralle re pe rma ne nte e di ri le vanli dime ns ioni , ostaco lando l'cs is le nza d elle p iccole formazioni indipendenti come le compagnie di ventura; - l'in gerenza delle grandi polenze s traniere n ella pol il ica itali ana tolse og ni a utonom ia politica agli Stati locali e, di con segue nza, a nch e le ta nle piccole g ue rre privale non potevano più essere comba ttule sen za il c onse ns o o il coinvolg im e n lo d ell e pole nze s t raniere stesse. Tullo ciò conda nna va a l tramo nto la cavalleria coraz;,.ala e imponeva nuove forme di organizzazion i milita ri in sosliluzione del siste m a delle "condo lle". Non era in discussione il prin c ipio del m ercenaris m o, che soprawisse, in fal.li, a ncora a lungo, o qu e llo de ll'esis lc nza dell'arma di cavalleria, c he conlinu ò a s ussislere, s ia pure con un di vc r·so ruo lo operativo. Erano pitlos lo in discu ss ione la fig u ra del condolliero com e imprendilore indipe ndc n le d e lla gue rra e la vecchia cavall e ria n obi l iare m edi eva le ch e n e era la base di s upporto ge nerale; cadendo quesla venne a cadere inevi ta bilme nte a nche l'altro. Ci si potrebbe c hiedere come m ai i condollieri non r iuscirono ad ade gu arsi a ll'incalzanle evoluzione ordinativa cd operativa, sosli lu endo la cavalle ria pesante con le compatte schiere di picchieri, addc-
Conclusioni
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strati a lla m aniera degli Svizzeri; in real tà n on s i può dire che essi non abbiano tentato di farlo; in fatti in tulle le compagnie di ventura dell a fine del Qua ttrocento e del primo Cinquecento, i cont ingenti di pi cchi eri andarono gradualme nte crescendo assieme a i fanti archibugieri, sino a dive ntare compo nenti prevalenti sulle altre a rmi. In particolare furono proprio i cont ingenti di rantcria reclutati in Romagna a caratterizzare lo sviluppo della fanteria ita liana e ad infoltire i ranghi delle com pagnie di Prospero Colonna, del marchese di Pescara , di B artolomeo d'Alviano e di Giangiacomo Trivulzio; n elle battaglie di Ravenna, di Ag na dello, <li La Motta , d ella Bicocca e di Pa via si possono indicare altrettante circostanze nelle quali i fanti di Romagna in genere e que lli di Brisighella in particolare, co mbatterono a lla pari in valore e bravura coi più famosi picchieri d'oltralpe, anche se con pochissima fortuna. Ma si trattò comunque di con tingenti di limita ta entità; la Rom agn a, infatti, era in grado di forn ire, agli inizi dd Cinquecento, c inque o seimila fa n ti in tutto i qu a li andavano ad a limentare compagnie diverse costituendo quindi contingenti piuttosto modesti in c iascuna di esse e non in grado di reggere il confronto con i fanti sviz:t.er i, s pagn oli e tedeschi che fornivano, invece, blocchi di dicci-quindicimila soldati coi quali venivano costituiti i poderosi quadrati di picchieri di o tto-novemi la unità ciascuno. Per la veri tà va detto c he, a parte la Romagna, ness un'altra region e italiana era in grado di rorn ire consistenti aliqu ote di fanti addestrali alla maniera degli Svi zzeri, q uindi anche volendo, non era facile p er i condottieri reperire in Jtal ia i fanti occorrenti per attuare le trasformazioni organ ic he richieste dalle nuove esigenze operative. Questa fanteria, inoltre, per essere ad eguatamente addestrata e proficuamente impiegata, ric hiedeva un e levato numero d i ufficiali d'inquadram ento, esigenza questa non avverti.la invece d a lla cavalleria che, in fondo, altro non era che un esercito di ufficia li. Allora per formare g li ufficia li non esis tevan o a ncora le accademie; si doveva quindi ricorrere ai vetera ni e soprattutto ai cavali eri, data la loro comprovata abilità nel maneggio delle armi. Ma n on e ra s ufficiente c he i cava) ie ri della piccola nobiltà foss ero d isposti a passare in fan teria, ché non sarebber o bastati; occo1Teva c he tutta la classe dirigente ed i no tabili della borghesia comprendessero la n ecess ità di concorre re all'inquadramento di que ll e g randi masse di combatte nti fo rnite dal popolo. Una presa di
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coscienza d el genere non poteva avvenire, pe rò, sotto le insegne mercenarie <li un condottiero. Se la classe dirigente doveva far proprie le esigenze della guerra occo1Teva c he fosse coinvolto anche lo Stalo; anzi, proprio dai vertici di questo doveva partire l'azione per la riunione d elle masse di suddili occorrenli per coslitui re i fo lli quadrali di picc hieri. Non era dunque soltanlo un problema di tecnica ordinaliva quello che si poneva ai condottieri italiani e, in ogni modo, non era l'uni co problema da risolvere. Concomilanl.e con il reclutamenlo si presentava inl'alli l'aspello finanziario. Si polrebbe obiellare che un quadralo di ottomila picc hi eri costava meno di uno squadrone di quallromila cavalieti corazzati, ma negli eserciti del Cinquecenlo un solo quadrato di fanti non bastava p e r affrontare una batlaglia; ne occorrevano a lmeno due o tre, o llre a consislenti aliquole di archibugieri, cavalleggeri e a un buon numero <li pezzi di artiglieria. Per avere un' idea di quanlo si fossero alterate le dimensioni delle forze necessarie per intraprendere una campagna di guerra, si pu ò osservare che, nel Trecento, la compagnia di Giovanni Acuto mise a soqquadro m ezza Italia con una forza di seimila venlurieri, lenendo in soggezione ciltà come Firenze e contrapponendosi autorevolmente per J.iversi a nni a lle milizie d ei più forti Stati ita liani. Nel Cinquecenlo un cap ita no di venlura ch e avesse voluto condurre operazioni <li guerra per proprio con to con una com pagnia equivalcnle a quella di Giovanni /\cuto, avr·ebbe dovulo fare i conti con uno degli eserciti nazionali di Francia o di Spag na, costituiti di solito da ve n limila e più fanti delle varie specialità, <la quatlro-cinquemila cavalieri tra pesanli e leggeri, <la due-lre mila guastatori e pionieri, o llre a qualche centi naio di arliglieri dotali di almeno una trenlina di pezzi d 'artiglieria. Non c'era quindi, per i condottieri , alcuna realistica possibililà d i sopravvivere; la guerra era diventata un affare di dimen sioni troppo vaste per essere in lrapresa in modo au lonorno d a un imprenditore privato, come era awenuto nei due secoli precedenti . Solo i grandi Stati o le coalizioni ùi più Stali, potevano costituire esercili di propor:t.ioni a deguale alle esigenze s trateg iche e talliche imposte dall'evolu zione dei tempi, e anch'essi ebbero momenti di difficoltà nel far fro nle all'enorme dispendio di risorse finanziarie imposto ùalle grandi masse di soldati d e i nuovi eserciti. Infine, le nuove arm i impiegale e il diverso modo dei combatlenti di affrontarsi in battaglia, provocavano perdite di vite u mane
Conclus ioni
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talme nle elevate da de terminare, talvolta , la dis truzione di un intero esercito, come accadde a Ravenna nel 1512 all'esercito ispanopontificio, o a Pavia a quello Francese. Nel migliore dei casi, comunque, la durata dell'effi c ienza operativa di un esercito era diventata incomparabilmente più breve di quella d elle compag nie di ventura. Tullo lo scenario militare era cambiato così profondamente da re ndere impossihile l'esistenza d elle piccole unità autonome quali erano le compagnie ùi ventura. Negli ultimi tempi d ella loro epopea, infatli, nessuna di esse fu in grado di alzare insegna indipendente; sopravvissero solo quelle che riuscirono ad inserirsi nei grandi eserciti stranieri, a fi a nco dei soldati permanenti <lei r·e di Francia o dell'imperatore, oppure n egli eserciti d elle coalizioni di Stati italiani come accadde alle "Bande Nere" di Giovanni de' Medici. La scomparsa d e lle compagnie di ventura, come già detto, non signiricò anche la fine <lei mercenari e non ci fu a lcuna crisi da s upe rare né a lcun vuoto da colmare negli eserciti. l nfalli, rin dall'inizio d el Cinquecento, fe rmo restando il ricorso ai mercenari (specie a quelli svizze1-i e tedeschi), fu genera le in Italia la restaurazione e il riordiname nto delle milizie cittadine, paesane o nazionali ch e dir si voglia, p erfezionate per la riconosciuta importanza della fanteria e dell'arligl ieria. I Ve neziani avevano chiamato ques ta mii i z ia "cerne" o "cernite"; la Repubblica di Firenze aveva rimesso in piedi le "milizie del contado"; il duca d'Urbino aveva costituito la "legione Feltria" ; Genova i "colonne llati" e il duca di Savoia aveva superato tutti, con la "milizia paesana" riuscendo a formare un solido esercito di trentaseimila uomini 2 . I popoli della Savo ia, d el Piemonte e del Nizzardo, assecondarono il loro princip e in questa iniziativa con uno spirito partecipativo ed una fedeltà che invano cerchere mmo negli altri Stati e che fu la b ase sulla qua le s i costruì la tradizione militare sabauda. Infin e a nch e lo Stato pontiricio e bbe una propria milizia popolare denominala "battaglie di fanteria legionarie". Ma in questo Stato, le divisioni politiche interne sempre presenti , la debolezza del pote re centrale, l'influenza di altri Pote ntati come Venezia, dividevano fatalmente i sudditi ed il con cetto di patlia non ebbe modo di affermarsi come in Piemonte o in Svizzera. Così anche la milizia popolare pontificia contava troppi elementi eterogenei e
2
W. B arbcris, Le armi del principe, cii., cap . I, passim.
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troppe erano le cau se di discordia interne che, nell'insieme, impedivano la nascita di una fratellanza d'a rmi, di una comunanza civile e di una coesione popolare che desse solidità allo Stato, come in Svizzera, o che costituisse base per una comune tra dizione militar e, com e in Piemonte. Anche sotto l'aspetto del re ndimento operativo le "fanterie legionarie " non divennero mai uno strumento affidahilc e d i qualità, al punto che papa Gregorio XTTT, nel 1574, fo costretto a sciog lierle3. In sostanza, dopo la scomparsa d elle compagnie di ventura, gli eserciti dei vari Stati italiani a ndaro no assumendo una configurazione c he, modellata sugli ordinamenti spagnoli, preved eva: - un'aliquota di truppe, cosidette "d'ordinanza", aventi caratteristiche di pronto impiego, costituite da m e r·cena ri e da solda ti p ermanenti (i provvis ion a li), stipendiati dallo Stato; - una milizia popolare, quasi una forza di mobil itaz ione, com posta da sudditi dello Stato, stipe ndiata e armata dalle comunità locali (comuni, legazioni e tc ... ), c he veniva riunita solo periodicamente p er il co ntrollo e l'a ddestramento, e alla quale venivano d evoluti essenzialmente compiti di difesa territoriale. Le truppe mercenarie rimasero perta nlo una componente sempre presente cd importante negli eserciti de l Cinquecento e del Seicento e gli svizzeri e i lanziche necchi conservarono ancora a lungo la loro fama di eccellenti soldati e di rapaci saccheggiatori. Nemmeno i condottieri sp arirono d el tutto. Vis tasi preclusa la possibilità di appaltare priva tame nte la gu erra , essi si offrirono d a soli al servizio dei grandi re e d ell'imperatore, guidando le schiere d ei loro eserciti s ui cam pi di battaglia di tutta Europa per più di due secoli a ncora, eguagliando e talvolta superando la fama dei più noti capitani d'oltralpe; tali furono, appunto, Giangiacom o Trivulzio, Bartolomeo d 'Alvia no, E manu ele Filiberto di Savoia, Ambrogio Spinola, Alessandro Farnese, Raimondo Montecuccoli e il principe Eugenio di Savoia. Lo stesso imperatore Carlo V, commentando la vittoria riporta ta a P avia nel 1525, espresse apertamente la propria stima verso i capitani italiani affermando che un buon esercito, per essere tale, doveva avere cor·po spag nolo e tesla italiana 4 • Questo dunque, in sintes is i, quadro generale del tramonto di un'epoca che aveva 3 4
A. Da Mosto, Ordinamenli mililari dello Stato pontifìcio nel secolo XVI, p . 97. P. Pi c ri, TI Rinascimento, cit. p. 613.
Conclusioni
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avulo com e protagonisti d ell a sce~a militare le compagnie di ventura e i condollieri.
2. Bilancio di un 'istituzione Per quanto è stato esposto sulle attività delle compagnie di ventura, parrebbe logico concludere con una valutaz ione del tutto negativa su quel tipo di istituzione militare, ma le vestigia lasciale da i condottieri che ne furono l'espressione e mblematica, n on son o cosliluile soltanto dal r icordo dei saccheggi e delle violenze brutali sulle inermi popolazioni, ma anche dai frutti delle loro esperienze in campo militare; né va dimenticato l'impulso (come conseguenza indirella) dato a lle attività a r tigianali, alle indust1ie e all'ingegneria edile. È necessario perlan lo considerare sia i g iud iz i negativi sia quelli positivi espressi dagli stori ci e dagli uomini politici del passato, prim a <li esprimere una valutazione glo ba le e conclu s iva. Anzilullo va detto che il mercenarismo medievale in genere ha assunto nelle indagini storiche condotte in questo secolo un valore completamente nuovo, s pecie in quelle condotte dagli stori ci tedeschi, come il Dclbruck, lo Schafer e il Borst5, i quali lo con s ide rano una delle [orme fondamentali dell'organizzazione militare m edievale, in grado di <lare un apporto di solidità e <li e ffic ie nza agli eserciti del tempo, su periore a quelle realizzabili con gli istiluLi d el vassallaggio o d elle miliz ie cittadine. li mercenarismo, secondo g li autori citati, non s i svi luppò da lla crisi degl i is tituti militari feudali e comunali, ma paralJel amente a d essi, e non solta nto mediante la monotona Forma dell'assoldamento diretto, ma secondo una molteplice varietà <li aspetti nei quali erano coinvolt i organismi m o narchici, ordini religiosi militari, comuni e signorie. TI Cognasso fa però osservare c he 6 gli studi degli s to ri c i tedesch i non riesco no a n ascond ere l'intendimento di reagire contro un g iudizio n egativo concor·dem ente espresso <la molti studiosi d el resto d'Europa sul conto <lei m ercenari in gen ere e <li quelli tedeschi in particolare.
5 H. Delbruck, Geschichte der Kriegskunst Das Mittelalter, voi. III; D. Schafer, Deutsche Ritter und Ede/khechte in ltalien wiihrend des 14 Jahrhuhderts; A. BcH"sl, Das Rillertum in Mittelalter. 6 F. Cognasso, Per un giu dizio de l Conte Verde sulle compagnie di ventura, p. 8.
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Anc he in Italia le voci di condanna contro i m ercenari d 'oltralpe sono state più d'una fin d alla prima me tà d el Trecento. Basterà ricordare quella del Petrarca contro le "peregrine spade", que lla di Benve nuto da Imola ne l suo comme nto alla Divina Commedia e quella di Santa Caterina da Sie na ne lle sue no te lettere. A queste voci, che esprimo no il pen siero d ella cultura umanistica e re ligiosa al rigua rdo, aggiungia mo i giudizi di un principe e di uno studioso di proble mi poli t ic i e militari : Amedeo VI di Savoia (il Conte Verde) e Machiavelli. Il primo, durante un incontro a Pa via col co gn a to Ga le a zzo Visconli7, espresse a l riguardo o pinio ni negative s ui ven turieri ch e quest'ultimo g li rinfacciò p o i beffardam en te in una lettera da ta ta 1373. Si trattava di va lutazio ni rigua rdanti i venturieri de lla compag nia di Hans von Baumga r then (Annichino Boga rt e n), ch e venivano de finiti : ".. .ils sont t o u ts lruans ... ils so nl touts gua rzon e t touts riha u s et sont gcns de riens" 1l_ 11 Conte soste neva ch e mille buone "la n ce" sabaude con u n bravo capita no sarebbero basta te per sgomina re d el Lutto l'intera compagnia di messer Annichino. 11 principe sabaudo così s i espr im eva qua nd o an cor a no n s i era trovalo nella necessità d i dover assoldare truppe mercen arie per condu rre op e raz io ni milita ri; pe r molto te mpo non n e aveva a vuto bisogno, p e rché, a differenza di a ltri prin c ipi ita liani, aveva u n a classe feud a le in Savoia e in Pie mo n te fedele e disciplina ta, c he g li forniva uno s trumento di gu erra adegua lo alle esigenze del suo Sta to. Ma s opravvenne ro circosta n ze ne lle quali n o n bastarono più le sole milizie fe udali e a nch e i I Co nte Verde fu costretto ad assoldar e la com pagnia di ve ntura di quell'Annichino c he con ta n ta sicumera aveva vilipeso, chiacch e r a nd o col Visconti. La chia m ò a l proprio serv iz io una prima volta nel 1362, contro il conte di Acaia ch e gli insid iava i1 t ro no, e una seconda volta n e l 1372, contro il m a rchese di Sa luzzo ch e gli rosicchi ava i territo ri di confine, e, se an ch e in entra mbe le occasio ni la compag nia dei venturieri tedeschi rimase al su o serviz io per periodi molto brevi, no n si può fare a meno di rilevare la contraddizio ne tra il giudizio espresso e le relazio ni che in seguito ebbe coi ventu rieri.
7 Galeazzo Visconti, signore d i M ilano, aveva sposalo Bia nca di Savoia so rella di Amedeo VT . 8 F. Cogn asso, Per un giudizio del Conte Verde, cit. p. 2: ( ... sono tutti slmccioni... tutta marmaglia, gente di nessun conto).
Conclusioni
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Il comportamento con traddittorio di Amedeo VI riflette d 'altronde quel lo più diffuso e più comune tra i si g nori del Trecento, i quali, se da un lalo disprezzavano le compagnie di ventura, dall'altro se ne servivano frequente mente riconoscendo implicitamente la loro magg iore efficienza rispetto alle milizie feudali e comunali . Se ne servivano, ma le temevano pe r il grave pericolo rapprese ntato proprio dalla loro potenza operativa. Tale pericolo, peraltro, esisteva solo al lo stato potenziale cd era m e n o immanente di quello rappresentato dalle milizie locali perché le compagnie di ventu ra norma lmente non erano idealmente schi erate a favore di alcuna fazione politica ed erano inte ressate più ad accumulare ricchezze c he a conquistare principati. C'é da dire ancora ch e sul giudizio espresso dal Co nte Verde p esa va sicuramente il ricordo del brutto tiro che g li avevano gioca lo a Cirié, vicino a Lanzo, nel 1361 i venturieri inglesi di Giovanni Acuto, i quali lo avevano fatto prigioniero e g li avevano imposto un grosso riscatto p er r estituirg li la libertà. 11 g iudi zio di questo principe quindi h a valore più che a ltro m orale specie se lo si interpreta come preannuncio di una volontà di rivalutazione d elle milizie d ello Stato (come poi fecero in effetti i suoi discendenti) da contrapporre alle armi m ercenarie. Pe r quanto riguarda il Machiavelli si deve ammcllere che, in m e rito alle compagni e di ventura, egli espresse giudizi esplicitamente ed esclusivam ente di condanna. 11 grande segretario fiorentino, s tudioso di problemi milita ri e testimone d ella crisi militare italiana del Rinasc imento, scrisse interi lrattati 9 per propagandare l'opportunità di costituire eserciti naziona li , forti e disciplinali. In lui l'idea d ell a forza si fondeva con quella della nazione e di ciò egli faceva il soggetto principale d elle proprie consid erazioni: la liberazione d ella patri a c he, n el momento in c ui scriveva, era ormai su ccube delle pote nze s traniere, e la creazione di uno stato unitario dovevano essere realizzati con un esercito nel quale il citta dino s i identificas se n el soldato. Così infatti si esprimeva ,-ivolgendosi ai principi d'Italia: "... vi avvedrete ancora a i vostri dì che differe n za è avere di vostri cittadini soldati p er elezio ne e non per corruzione come avete a l presente ..." 10 e ancora: " .. .in quale uomo
9 Valga per Lulle l'opera L'arte della guerra, che può essere considerato un traltato <loLLrinale completo sull'aite militare, s ia per gli a s petti relativi all'or·<linamento sia per quell i relativi alla tattica e a lla Lecnica del combattimenlo. to N. Machiavelli, Relazione su lla Nova Milizia, voi I. doc.
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infatti dobbiamo ricercare più fede, più onestà e virtù che in colui il quale deve essere pronto a morire per ]a patria?" 11 . Per contro, altrettanto esplicito era sul conto dei venturieri: "Le armi mercenarie sono inutili e periculose, perché le son disunite, ambiziose, senza disciplina e infedeli .... Vogliono ben essere sole.lati tua mentre che tu non fai la guerra, ma come la guerra viene o fuggirsene o andarsene .... che il loro scopo non è la vittoria, ma la preda ... " 12 . In sostanza il Machiavelli scongiurava i principi e le repubbliche itdiane di evitare l'impiego di truppe mercenarie o di chiedere l'aiuto di eserciti stranieri, onde conservare la propria indipendenza e raccomandava di organizzare un'armata reclutala esclusivamente tra i sudditi o i cilla<lini . Conscio inoltre del colpevole disinteresse dei principi italiani per i problemi militari, propose un modello di principe-condottiero che avesse sempre ben presenti le esigenze di guerra anche nel tempo di pace e si preoccupò di defi nire ordinamenti e regole tattiche d a osservare per affrontare con probabilità <li successo lo straniero e liberare così l'Halia 13 . Le so)u:,.ioni proposte dal Machiavelli per salvare la penisola non s i rivelarono attuabi li che molti secoli più tardi; nell'Italia rinascimentale, inraui, erano premature in quanto gli Stati italiani erano condannati, più dalle divis ioni politiche che dalla debolezza ddlc armi, a soccombere agli eserciti stranieri che si affrontavano s ul territorio della penisola. Tracc ia to in tal modo il quadro dei giudizi e delle valutazioni negative sul conto delle compagnie di ventura, esaminiamo ora ciò che di favorevole è stato detto sul loro conto. Già il Ricolti, che per primo si dedicò allo studio delle compag nie di ventura lasciandoci un'opera di importanza fondamentale per lo studio dell'argomento, affermò c he le compagnie di ventura altro non furono se non l'es pressione delle condizioni politiche del loro tempo, precisando che la loro forza nacque dalla debolezza degli Stati e la loro vio lenza dall'indisciplina: "... non dal loro interno scaturì la corruzione e la cupidigia, ma dalle lotte politiche e dagli odi di parte che laceravano la classe dirigente degli Stati italiani ... " 14. La presem.a <lei condottieri, sostiene ancora il Ricolli, favorì
11
N. Mac hiavelli , Dell'arte della guerra, cap. 1, p. 73. N. Machiavelli, Tl Principe, cap . Xli, pp. 86-87. 13 N. Machiavelli, Dell'arte della guerra, cap. 1, p . 75. 14 E. Ricolti, Compagnie di ventura, cil. , voi. TV, p . 298. 12
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la formazione delle signorie e costituì il principale strumento di equilibrio t ra gli Stati d 'Italia, gar antend o un lungo periodo di pace nella seconda metà del Quattrocento. Fu a ppunto in questo periodo che prese impulso il progresso de lle arti e dell'industria (o quantome no d ell'artigia na to). Nel ca mpo strettamente militare i capitani di ve ntu ra introdussero comportamenti più umanitari ne i riguardi dei feriti e dei prigionieri di gu erra, stimolarono il progresso degli armamenti e concorser o a migliorare le tec no logie metallurgiche, la progettazione di nu ove macchine, la viabilità, i t rasporti e la cartografia 15 . Si deve precisare ch e il Ricotti non h a espresso una valutazione compless ivamente favorevole ne i riguardi delle compagni e di ventura, tuttavia non ha mancato di evidenz iare quanto di positivo si può accreditare a l loro attivo. Oltre al Ricotti un altro studioso di problemi militari, il Maravig na, ha espresso considerazioni favorevoli sui venturieri; in particolare egli a fferma che i condottieri , spinti com'erano dal tornaconto personale a far durare le guerre il più a lungo possibile, dovettero ingegnars i di trovare il modo p e r sostitu ire in battaglia l'urlo risolutivo frontale con la manovra; ciò fece assumere a lla g uerra un aspetto meno cru e nto e richiese studio e abilità n ella defini zione degli schieramenti delle truppe e neJl a esecu zione dei movimenti sul campo di battagl ia. Sotto questo aspetto, quindi , essi dettero un contributo considerevole al progresso dell'arte militare e sovente furono, anzi, gli ideatori di nuove dottrine tattich e com e n el caso d e lle fa mose scuole di Sforza e di Braccio. Rifer e ndosi poi alle sole compagnie di ventura italian e del Qua ttrocento, il Maravigna sostiene che esse costituirono il primo esempio di organismi militari nei q uali la fo r za di coesione risiedeva p revalentem e nte nell'elem ento m orale, nella stima e nel credito dei gregari verso il comandante; in alcune di quelle compagnie nacque altresì lo s pirito di corpo ch e, come ne l caso delle "Bande Nere", risvegliò un s ano spirito militare in tutta ltalia; tale sti m o lo , anche se non d ette al momento frutti più significativi , rimase come valore da inn estare , più tardi, su g li ideali d el Risorgime nto 16 . Anc he lo storico co n temp oraneo Piero Pieri, nella sua opera
15 16
Ph. Conta minc, l ,a guerra nel Medioevo, cit., p. 4 13. P. Maravigna, Storia dell'ane militare moderna, voi. l cap . I.
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più volte citata, si esprime in termini di apprezzamenlo per taluni aspetti delle compagnie di ventura. In parLicolare egli ritiene che l'organismo miliLare iLaliano del Quatrocento non fosse inferiore, dal punto di vista tecnico, agli eserciti stranieri ai quali, a nz i, ofhiva spunti di ispirazione dottrinale Lanlo che tutta l'arte militare d'oltralpe, dopo il 1494, venne profondamente influenzata dalla slralegia, dalla tattica e dall'ingegne1ia militare italiana 17 • Il Pieri conclude affermando c he le armi professioniste italiane rappresenlavano realmente, alla fine del Quattrocento, uno slrumento scelto; le sconfitte cui andarono incontro non sarebbero imputabili a mancanza di valore o di perizia, ma all'ambiente politico italiano c he le impiegava divise e sovente contrapposte sullo stesso campo di battaglia. E non c'é stata g rande villoria anche <li armi straniere che non sia stata legata a qualche nome di condottiero italiano 18 .
3. I pro e i contro in Romagna A completamento dell e prec ede nti valutazioni conc lusive <li c arattere generale, si possono a ggiunge re a lcune considerazioni di s pecifico interesse sul ve nlurismo in Romagna. Anzitutto si può osservare che le incursioni e i conflitti avvenuti nella regione durante il periodo delle compagnie di ve ntura colpirono principalmente l'arca piu rertile, più ricca e più densamente popolata, quella c ioé a cavaliere della via Emilia tra Castel San Pietro e Cese na, con una e stensione a nord verso Massa Lombarda, Lu go, Bagnacavallo. Il Riminese e il Ravennate subirono anch'essi spoliazioni e distruzioni considerevoli, ma non con la stessa rrequenza di altre zone come l'Imolese, il Faenlino e il Forlivese. Neppure le valli appenninic he del Lamone, del Montone e del Bidente furono inde nni dalle soperchierie dei venturieri e quindi furono veramente poche le località che ebbero la fortuna di rimanere fuori dal raggio d'azione delle compagnie; tra queste: si possono elencare le alte valli del Santerno, del Savio e del Marecchia oltre a lle zone palustri a nord di Lugo- Ravenna e a q ue ll e impraticabili delle pinete litoranee e d ei versanti impervi dell'Appennino. T danni arrecati dalle incursioni dei venturieri non furono sol17
18
P. Pieri, Il Rinascimento, cit., p. 596 e scgg. P. Picri, ibidem.
Cunei usion i
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tanto materi ali , ma anche morali; al riguardo alcuni storici 19 affermano che la maggior parte dei conflitti medievali furono fatti d'arme di modeste proporzioni e le fasi di belligeranza non furono mai così inte n se e durature da provocare rovine irrimediabili, eccidi generalizzati o esodi di intere popolazioni; la maggior parte degli abitanti delle zone colpite dalla guerra ab bandonava temporaneamente le sed i stanziali , attendeva che l'uragano passasse per tornare poi ai propri villaggi e a i propri campi. Una valutazione del genere per essere considera ta valida anche in Romag na ha bisogno di non poche eccezioni: Forlimpopoli venne rasa al suolo nel 1359 e i suoi abitanti costretti a ll 'esodo in massa, le popolazioni di Faenza, di Cesena e di Ravenna vennero massacrale barbaramente rispettivamente nel 1376, 1377 e nel 1512; per non parlare dei piccoli borghi e dei castelli assediali e distrutti più volte come Lugo, Zagonara, Bagnara e Mordano. È difficile quantifi care i danni materiali arrecati alla regione; di certo si può ritenere che siano s tali rilevanti e che abbiano comportato sofferenze e privazioni specialmente ai contadini i quali venivano immancabilmente spogliati di ogn i lon-> aver·e, dei raccolti, del bestiame e degli impianti fruttiferi dei loro campi. Anche il commercio s ubiva interru zioni con la presenza dei venturieri, e c iò rallentava le attività artigianali e ogni altro lavoro produttivo con riperc ussioni negative sull'intera economia della regione. Né si può pensare che l'attività belli ca offrisse qualche risvolto compensativo d i natura produttiva o commerciale in qua nto, come s i è visto, la produzione di armi, armature ed equipaggiam e nti avveniva principalmente in Lombardia e nel Veneto. Sollo l'aspetto morale si è detto che i ven turieri costituivano una piccola com unità corrotta dalla guerra e dal danaro e s i è visto che la loro presen za ebbe ripercussioni sui costumi, sgretola ndo tradizioni e mentalità ispirate ad una morale "sparagnina" e severa. Tuttavia non vi sono studi in propos ito che possa no b en configu rare le influenze d ei ve nturieri s ui costumi romagnoli del tempo. Di certo si può osservare che si d iffuse, tra il popolo come tra i n obili romagnoli , il costume mercenario con la sua sete di guadagno , con la sua arr-e ndevo le tendenza alla violenza e a l sopruso e questo fu, di per sé, un danno r im archevole. Ma quest'ultim o aspetto introduce una considera;,. ionc di
19
Ph; Conlarnine, La ~uerra nel Medioevo, ci t. , conclusioni.
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n a tura opposta a quelle sin q ui formulate, in quanto si deve constatare c he in Romagna, più c he a ltrove in ILali a forse, ci fu una parte di nobiltà e di popolo ch e del venturismo seppe farne una fonte di guadagno, di prosperità e talvo lta di onori. Si tratta, pe r l'appunto, <li quegli esponenti <lelle signorie locali ch e alimentarono per oltre un secolo le schiere dei condottieri e di quei borghigiani e vallig iani c h e cor sero ad infoltire i ranghi d e lla fa nte ria dell e compag nie itali a ne. Non fu un fenomeno marginale né temporaneo, ma una consistente realtà, che iniziò verso il 1380 con Alberico d a Barbiano (i predecessori furono una qua ntità irri levante) e ta le rimase s in o a lla ca<luta <lella Repubblica di Fire nze n el 1530. Se si volessero elencar e tutti i capita ni e i condottieri romag noli nel suddetto r e r·iodo si arrivere bbe a un centinaio. Vi furono, infatti, famiglie di nobili c h e ebbero più di venti esponenti tra i condotti eri, come i Malatesta, m e ntre altre casate , se pur· n o n giu nsero a tanto, ebbero anch'esse numerosi condottie ri di gran fama com e g li Attenda lo <li Cotignola, i Barbiano, i Manfredi, gli Ordelaffi, i da Polenta e gli OrgogUosi . Numerosi furono,infine , i singoli capitani che riuscirono a conqui s tars i un a certa rinom a nza com e Ramazzollo da For Jì, Naldo e Vincen zo da B ri sig h e lla, Giovanni Sa ssat elli da Imola, Dionisio Naldi della val Lamone , Achille Tiberti di Cesena, Bra ndo li no d a Bagnacavall o, Brunoro Zampeschi di Forlimpopoli e lc ... 20 . M eno agevole è, invece, valutare l'apport o dato dai p opolani romagnoli alle fanterie dei venturieri. Anche p e r· essi l'intrnpn;sa m c rcenar"ia e bhe ini zio con l'avvento delle compagnie di ventura italiane, o poco p rima, incoraggiata dagli stessi capitani locali che con loro costituivano i nuclei iniziali d e lle proprie unità , reclutandoli <lai vi llaggi e dalle terre d ei ri spe tti vi dominii. Così nella compagnia di Mich ele tto d egli Attendoli alla battaglia di Caravaggio (1448), la fanteria era cos tituita in prevale nza d a Romagnoli della Val Lamone; alla battaglia di Agnadello (1509), l'esercito veneziano disponeva di numerosa fanteria (circa novemila u omini) il cui nerbo era costituito dai Brisi g hc lli , da te mpo orma i a<ldeslrali a ll a maniera degli s vizzeri; a lla batta glia di Ravenna (1512) uno d ei qua drati dell'esercito ispano-pontificio, di circa quattromila picchie ri, era formato da Romagnoli e così .alle
20
C. Argegni , Capitani, Condnttieri e 7i'ihuni, passim.
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battaglie di Vicenza (1513) e <li Marignano (1515), tra le milizie venete i picch ieri romagnoli erano presenli in misura rilevante da costituire almeno un quadrato. Si può quindi affermare che i val ligiani della Val Lamone, i famosi Bris igheJli, furono i fanti romagnoli per anlonomasia, ma che combatterono più al soldo della Repubblica di Venezia che per lo Slato pontificio del quale, pure, erano sudditi legittimi. Naturalmente non furono gli unici: da tulle le contrade della regione vennero sponlaneamente o forzosamente reclutali per cost i tu ire le compagnie <lei Ma latesta, dei Manfredi, degli Ordelafiì e degli altri capitani locali in quanlilà ch e, anc he se non documentate, si possono rilenere non trascurabili. Quale poi sia stato il beneficio che può essere derivato alla Romagna da questa attività mercenaria di condollieri e di fanti, è un dato n on valutabile; in ogni caso, però, non può aver compensalo i danni, le spoliazioni, le distruzioni e le violenze d'altro genere perpetrate dai venturieri nelle loro incursioni bisecolari. Dopo queste valutazioni e considerazioni conclusive, c iascuno potrà fare il bilancio che ritiene più giusto s ul conto dei condollieri e delle compagnie di ventura; a noslro parere è un bilancio che presenta numerosi segni negativi e nel quale, con difficoltà, si riesce ad inserire qualche segno positivo. Naluralmente non ci si può sottrarre a lla suggestione di personaggi come Alberico da Barbiano, a quel suo primo des ide rio di dare un'impronta italiana alla sua compagnia, o ai tredici vincitori della di s fi<la di Barletta; così come non si può non provare un impulso di ammirai.ione per lo sconsiderato coraggio di Giovanni dc' Medici ed un fremito <li orgoglio per le sue "Bande Nere" che con lanto im pelo egli lanciava in battaglia anche di fronte ad avversari dieci volte superiori di forze. Ma queste emozioni non baslano per far quadrare il bilancio; più delle suggest ioni emotive pesa no i ricordi dell e stragi di Faenza , di Cesena, dei ce nto saccheggi e delle mille aggressioni, tanlo più odiose quanto più inAitte agli umili , ai d eboli, a coloro che già penavano per vivere quando tutto andava bene e che non avevano alternativa alla mise r·ia e alla disperazione in cui venivano lasciali dai vent urieri. Citando le slragi di Faenza e di Cesena non s i è voluto porre sotto accusa soltanto i mercenari stranieri che ne furono gli aulori; a nc he quelli italiani, e tra questi anche i Romagnoli, furono rapaci e violenti, anche se non altrettanto crudeli.
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Sul conto degli uni e degli altri si può concludere citando un giudizio dell'illustre umanista romagnolo Benvenuto da Imola: "... omnes currunt in perniciem Italiae non tam viribus quam fraudibus et proditionibus".
APPENDICE -
Dizionarietto di alcuni termini militari medievali; Gridi di guerra di milizie medievali; Motti di capitani e condottieri; Schema della battaglia di Ravenna
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Appendice
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DIZIONARIETTO DI ALCUNI TERMINI MILITARI MEDIEVALI
ARMATURA: complesso de i manufatti destinati a d equipaggiar e il co m batte nte per a cc r esce rne le pos s ibilit à di difesa. Un'armatura comple ta comprendeva (XV sec.): l'elmo, la gorgiera, la corazza (form ata dal peltora lc, dallo schienale, dagli spallacci, dai fiancali e dalla panzera), il gu ardagolella, i bracciali, le cubitiere, le man opole, i cosciali, i ginocchielli, gli schinieri e le scarpe. Sotto l'armatura si indossava il giaco di maglia metallica per la prole/.ione delle ascelle e delle pai1i in conispondern•.a de lle giunture. ASPETTO: periodo di attesa imposto a d un con<lolliern a l ter·m i ne di una condotta durante il quale l'autorità politica commi ltente s i r iser·vava il diritto di rinnovare o m e no la condotta scaduta. Variava da 15 giorni a 2 mesi; in tale p eriodo il condolti ern non poleva accettare altri ingaggi. AZZA: arm a o ffe ns iva costi tuita da un breve m a nico in legno e da una lesla me tallica a foggia di marlello da un lato e con una lunga punta dall'altro. BANDIERA: unità e le mentare di s uddivisione dei reparti <li fanteria compre nde nte: 1 caposquadra, 2 caporali , 1 portabandiera, 1 tambu rino , 10 balestrieri o picchieri, 9 palvesati , l ragan.o e 1 servo o "paga morta". Il termine indicava anche il vessillo o stendardo di una compagn ia di ventura o una squadra di 75 cavalieri co razzati. BARBUTA: elmo senza cimiero con una breve cdniera che ne ornava la c resla, da c ui il nome . Poteva avere o no una ventagliata sul davanti ch e lasciava s cope rto solo il naso e gli occhi. Il te rmine veniva a nc he usato per indicare la più piccola unità di cavalleria pes ante (sino al 136 1) comprendente 1 cavaliere e I paggio . BERTESCA: opera dire ns iva di completam e nto di una rortiricazion e, cos lruita tra le merla ture e s po rge nte dalle mura per poter battere, restando a l coperto, gli assalitori. BUDRIERE : striscia di cuo io portata ad a rma c ollo, per appenderv i la spada o la mazza. BRIGANDINA, (da l fra ncese "brigandine"): giubboltn di spessa Le la ricop er1a di lam ine di acciaio. indossata normalmente dai fa nti n e l Xlll secolo. CAPITANO GENERALE: alto ufficiale al quale ve niva attribuito il comando di tutte le forze armate di uno Stato o di una coalizion e di Stati. Tn gen ere si tra ttava di u n esponente politico o
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di un alto magislralo, lalvolta, però, si identificava in un condottiero di fama. Riceveva il bastone e le insegne d el comando dalle mani d el principe o del capo dello Slalo, a l cospetto del popolo. CASTRAMENTAZIONE: l'arte di costmire e di organizzare gli accampamenti militati. CAVALLATA: contingente di cavaller-ia delle milizie comunali toscane cosliluilo da nobili e da cittadini dell'alta borghesia (con un reddito superiore a 500 fion1i all'anno). CARRO FALCATO: carro da ballaglia munito di spiedi, ramponi e falc ioni, sul davanli e sui fianchi, costruito ad imitazione di quelli dell'antichità; alcuni portavano pezzi leggeri di arliglieria; si faceva avanzare conlro le schiere nemiche per scompaginarle. CERVELLIERA: calotta metallica portata sotto il copricapo a difesa della testa. CLAVARINA: mazza di guerra in dotazione ai cavalieri corazzali. COMPAGNIA DI VENTURA: unilà comballente composta da cavalieri corazzati, cavalleggeri e fanti delle varie specialità, <li forza alquanto variabi le, ma comunque in grado di condu rre in pn>prio ed in modo autonomo intere campagne di guerra; talvolta operava inquadrata in raggruppame nti di unità similari sotto il comando di un capilano generale; normalmente operava isolata al comando di un capitano di ventura. CONDOTTA: patto o contratto col quale un capitano di ventura veniva assoldalo con la sua compagnia, per un periodo e per un compilo determinati in cambio di un compenso stabilito. O anche: "locatio operarum et rei" con cui un principe o altra autorità di uno Stato "localor", prendeva in affitto i servigi di un imprenditor·e militare "con<luctor", specificando durata dell'impegno, enlità del compenso, tipo e quantità delle lruppc <la fornire oltre ad altri doveri particolari. CONDOTTIERO: imprenditore militare di c hia ra fama, comandante di una propria unità operativa, in grado di offrire particolari servig i militari dietro compen so. In pratica era un capitano di ventura che prendeva in appalto la guerra di un principe o di uno Stato e la conduceva in modo indipendente e autonomo. CONNESTABILE (o conestabile o contestabile): ufficiale cavaliere che comandava un robusto squadrone di SO o più "lance". Portava, d'obbligo, l'armatu ra comp leta o almeno la corazza coi bracciali. Col lempo il termine indicò anch e cariche di rilievo non solamente militati (governatori o ufficial i della conma).
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COTTA: giubba di maglia m etallica usata come armatura prima dell'introduzione nell'uso dell'armalura a piastre di acciaio. FALARICA: sorta di grosso giavellotto in uso nelle legioni romane, c he poteva essere impiegalo anche come arma incendiaria. FERMA: durala, espressa in m esi, dell'ipegno contrattuale di una prestazione o di un servizio militare. GIANNETTA: bastone <li comando usato dagli ufficiali spagnoli nel Cinquecento. GILDA: associa7.ione corporativa o congregazion e rei ig iosa scandinava, importata in Francia e in Germania nel Xll secolo e in Italia nel secolo successivo. GINNETTO (o giannello): cavallo di razza spagnola, agile, veloce e resislenle, impiegato principalm e nte dai cavalleggeri. GUAITA (o gayla) (dal longobardo wahta=guardia): personale di guardia alle porte di un caslello o di una città fortificala. GUALDANA: scorreria a breve raggio di drappelli di cavall eria leggera condotta per far preda, per requisire rifornimenti o per far guasto in terrilorio nemico. LANCIA: arma offensiva propria del cavaliere corazzato, costituita <la un'asta di legno forte lunga da 2 a 3 metri, terminan le con una punta metal Iica. Dopo il 1361, con questo Lermine veniva indi cata anche l'unità elementare dei reparti di cava lleria pesante comprendente 1 capo lancia, 1 pi allo o scudiero, 1 paggio. Tn Francia comprendeva 5-6 clementi. LANCIA SPEZZATA: libero caval iere mercenario alle dirclte dipendenze di un capitano, assoldato individualmente; in pralica s i trattava di un libero professionista delle armi di comprovata perizia, esperien za e capacità combaltiva. MASNADA: era la famiglia armala di un signore medievale. La parola deriva da m a nso o podere, abitato da una o più famiglie in cond iz ione servile da cui venivano selezionati gli uomini pii:t idonei alle armi ed elevati dalla zappa a lla spada e resi poi liberi. Masnadieri erano i componenti della masnada, di norma fanti armati di spada e di spuntone o picca o di altra anna con asta. Col tempo il termine assunse significalo deteriore per il comportamento riprovevole di questi soldati. OSSIDIONALE: vedi poliorcetica. PAGA MORTA: la paga di un soldato assente o inesistente o que lla di un ragazzo o servo non ancora idoneo a com ballere. POLIORCETICA: branca dell'arle militare relativa alle forlificazioni pennanenti; riguar·dava sia il modo <li coslruire le fortezze sia
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quello di condurre gli assedi, la difesa e le tecniche di espugnazione. PRESTANZA: anticipo che veniva corrisposlo ai condottieri per consentir loro di provvedere agli equipaggiamenti e ai rifornim enti iniziali occorrenti per l'avvio di una campagna di gue rra e ch e veniva poi sconlala con lrallenule sulla paga. PROVVISIONATI (o provis ionati o provvigionati): fa nti addetti al presidio degli edifici sede delle auto rità sig norili o d i governo comunale o, a nc he, componenli della guarnigione di una fortezza o di una città, che ricevevano una paga regolare. Erano in sostanza dei soldati regolari, in servizio permanente o di lunga durata, c h e perce pivano il soldo regolarmente in pace e in guerra. RIVELLINO: e lem ento in muratura di una fortezza e r·e tto dinnanzi alle porte per· difenderle dal fuoco e d a i proietti nemici e per agevolare le so rtite d ei difen sori. SCARA (dal tedesco schar=schiera): insieme d ei servi o famigli armati ch e c us todivano la casa del signore e il buon ord ine nel distrello di u n feudo. Scarioni erano detti i graduati e scherani o scaraman ni i soldati. Da questo lermine è derivata la p arola sch iera e, su ccessivam ente, quella di squ ad ra. SCARAGUAITA: ronda notturna c ittadi n a composta da 3-5 soldalai scaramanni. SACCOMANNO: sold ato addetto ai servizi logistici e a lle salmerie, oppure servitore cli un cavaliere. Col le mpo il le rmine h a assunlo un significato deteriore per indicare un soldato che ruba e sacch eggia, o un predatore in gen e re. TARGA: sorta di scudo leggero, per lo più in legno, convesso, ricoperlo di pell e. TENZONE, scontro armato, duello, disputa tra cavali eri. TRABOCCO: macchin a d a g uerra cos liluita da una grossa trave ruo tan te attorno ad un pe rno e u tilizzata per lan ciare palle di pietra o contenitori di materiale incendiario a som iglian:t.a delle grosse baliste. L'ene rg ia di la nc io ve ni va ollenuta utilizza ndo pesanti contrappesi fissati ad una es tremità d ella trave di lancio. USBERGO: nell'armatura m edievale indicava la co lla di maglia indossata d a i cavalie r·i nel le grandi occasioni in quanto si lrallava di manufatto lavorato artisticamente e quindi di pregio. VISDOMINO: titolo cli varie magis trature , a Rave nn a indicava il mag istralo imposto dalla Repubblica di Venezia per controllare lutto il traffico in entrata e in uscita dalla città. ZAGAGLIA: arma simile alla lancia con la punta coslruila in modo d a poter offendere a nc he di taglio .
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GRIDI DI GUERRA DI MILIZIE MEDIEVALI
Generalità Le crociate e la cavalleria hanno dato origine ai gridi di guerra o quanto meno hanno conferito un'impronta più concisa e vibrante a lle urla scomposte e indeterminate che i soldati, negli eserciti di ogni tempo, usavano lanciare n ell'imminenza del combatti m e nto. I legionari romani non avevano gridi di guerra codificati, benché fossero abituati a lanciare urla confuse che g li storici denominavano "bellicus clamor". l primi gridi di gu erra di cui s i ha notizia documentata, sono quelli delle orde mongole di Gengis Khan (1155 - 1226) ed in particolare il be n noto "hurràh" che sarebbe stato diffuso nel periodo della massima espansione dell'Impero mongolo tra i popoli della Russia e <la questi ai popoli dell'Europa del nord. I gridi di guerra esprimevano concetti e sentimenti diversi: l'invocazione religiosa, l'amor d i patria, la sfida, l'ardore militare o l'esultanza. I gridi, infalti, venivano lanciati dai combattenti sia per autoesorlazione -autoesaltazione, sia per intimorire l'avversario o anche per dar sfogo a ll'esultanza e alla gioia in caso di vittoria. I gridi erano composti da nomi o parole o molli che alludevano al casato del sovrano, al nome di un santo protettore, ad un particolare d e ll'i mpresa del condottiero o al soprannome <li un capitano e così via ... Verso il 1600 i gridi di guerra incominciarono ad essere codificati ne i regolamenti militari e tutti gli eserciti li mantennero in vigore sino alla seconda guerra mondiale. Un antico regolamento del nostro esercito' così recitava al riguardo: « ... quando avanzando si suppone c he il nemico non sia più che a 40 o 50 passi di distanza, al terzo comando il tamburo balle il passo di carica accelerato, i soldati gridano con forza "Savoia" e si la nciano alla corsa sul nemi co con la punta della baionetta bassa e <liretta al petto del nemico ... ».
1 Ministro della Guerra; Regolamento s u{ servizio di campagna e per le evoluzioni della fanleria, prf 383 (Regolamento in vigore nel 189 J).
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Edmondo Pagan elli
Esempi di gridi di guerra - Esercili dello Sla lo ponlificio - Milizie faentine - Milizie bolognesi - Milizie fiore nline - Milizie milanesi - Milizie veneziane - Milizie genovesi - Milizie borgiane - Eserciti francesi - Ese rciti inglesi - Mercenari svizzeri - Ventu'rieri di Fortebraccio da Montone - Venturieri di John Hawkwood
"Chiesa! Chiesa!" "Estor! Estor!" 2 "Sega! Sega!" 1 "Palle! Palle!"4 "Duca! Duca!" "San Mar co! San Marco! " "San Giorgio! San Giorgio !" "Va lenza ! Va lenza!" 5 "Montjoie! Saint Denis!" "Sa int Gcorge!" "Dieu! Svisse! Nolre Dame!" "Braccio! Braccio!" "Carne! Carne!" 6
2 li g rido allude al n o m e d e l co ndo t tie ro e s ignor e di Fa en za Astor gio Manfredi. ' Il g1·ido allude a ll'arme d el .Bcntivog lio ncla l q u ale fi guravano i colori rnsso e oro riparli li a dente <li sega. 4 li grido allude all'arme de i Medici nella quale fi gu,-av a no c inque pa ll e. 5 TI grido a llude al Lilolo <li Cesare Bo rgia ch e era, appunto, duca di Valen za. 6 li m o tivo di questo g1ido è rimasto inspiegabile.
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MOTTI DI CAPITANI E CONDOTTIERI
Generalità I motti , in Araldica detli anche «divise », sono dei concetti, delle sentenze o delle frasi allegoriche espresse in forma concisa, che appaiono inseriti generalmente in una fascia sotto lo scudo o in qualsiasi altra posizione di uno stemma nobiliare e che servivano per esptimere in modo allegorico qualche pensiero o proponimento , o sentenza, oppure per indicare una impresa compiuta, una ricompensa ricevuta, la virtù e la fede di un antenato, il cognome di un casato e così via ... Anche i motti ebbero origine all'epoca delle Crociate e della cavalleria. Lo storico Paolo Giovio in un suo trattato sui motti e disegni d'arme indica le condizioni principali da rispettare per avere una perfetta insegna gentilizia e al riguardo egli sostiene che un n1otto: «non deve essere oscuro, ma nemmeno tanto chiaro che ogni ple beo lo intenda» e ancora: «l'impresa contenga un motto c he sia l'anima del corpo, ossia che dia sostanza alla figura». Esempi di motti - Albeiico da Barbiano "llalia liberata a barbaris" "Batti tutti se non guasta" - Barnabò Visconti "Egli è come Dio vuole" - Castruccio Castracani "Falis brachius omnia vincit'' - Braccio da Montone "A bo n d roil" - Francesco Sforza "Più oltre" - Niccolò Piccinina "Bis<>gna" - Ilartolorneo Colleoni "Loco e l lempore" - Alronso I d'E ste "Aut Caesar aul nihil" - Cesare Bor·gia "Primis mori quam fiòem ra llere" - Ors ini, conte di Pitigliano "Semper immola" o "Colun1na - Casato dei Colonna rlecti nescio" "Ferl" - Casato dei Savoia
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Edmondo PaKtmelli
SCHEMA DELLA BATIAGLIA DI RAVENNA SCHIERAMENTO INIZIALE DELLE FORZE
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CAVALLEGGE I
MOVIMENTO COMPIUTO DALLE ARTIGLIERIE DEL DUCA DI FERRARA
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FORZE FRANCESI
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indice
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INDICE
Introduzione
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Capitolo primo - La Romagna nel tardo medioevo 1. Aspetti geografici e<l economici 2. Lineamenti storici e politici
9 9 18
Capitolo secon<lo - Le mili;,.ie medievali e i mercenari 1. Generalità 2. Gli eserciti di tradizione feudale 3. Le milizie cittadine 4. I mercenari e i venturieri 5. Il mercenarismo in Romagna
31 31 32 34 38 41
Capitolo terzo - Le compagnie di ventura 1. Orig ine della denominazione 2. Affermazione e diffusione in Italia 3. Organizzazione del comando 4. La struttura or·dinativa 5. L'armamenlo e l'equipaggiamento 6. Il soldo 7. TI vettovagliamento 8. Le forme di stazionamento 9. I regolamenti 1O. TI combattimento e l'evoluzione dell'arte militare
51 51 52 S6 61 65 79 85 90 91 93
Capitolo quarto - Le incursioni delle compagnie slraniere 1. Generalità 2. La "Gran Compagnia" e i suoi capitani 3. Le milizie del cardinale Albornoz 4. TI fatto d'armi delle Scalelle 5. La fine della "Gran Compagnia" e l'avvento dei venturieri inglesi 6. Giovanni Acuto e le sue tristi imprese in Romagna Capitolo quinto - Le compagnie e i condottieri italiani 1. La "Compagnia di San Giorgio" di Albetico da Barbiano 2. La "Compagnia delle Stella" <li Astorre Manfredi 3. Le ultime imprese della "Compagnia di San Giorgio"
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4. Le compagn ie di Muzio Attendolo e di Braccio da Montone 5. Le compagnie di Pandolfo Malatesta e di Secco da Montagnana 6. Le compagnie di Carlo Malatesta e di Angelo della Pergola 7. La compagn ia di Niccolò Piccinine 8. Francesco Sforza, da ventur·ie ro a duca 9. I principi condottieri 1 O. Bartolomeo Coli eoni e Federico da Montefeltro nella guerra di Romagna del 1467 11. Federico da Montefeltro e Roberto Sanseverino nella guerra di Ferrara Capitolo sesto - I grandi eserciti stranieri e le ultime compagnie di ventura 1. L'avanguardia dell'esercito di Carl o VITI 2. La prima campagna di Cesare Borgia in Romagna 3. La seconda campagna del Valentino in Romagna 4. Guidarello Guidarelli caval ie re ravennate 5. L'e pisodio di Barlettta 6. La grande hattaglia di Ravenna a. Gli antefatti b. Assedio di Bologna e saccheggio di Brescia c. Operai.ioni preliminari e assedio di Ravenna d. I piani operativi della hattaglia e. La battaglia f. La resa di Ravenna 7. Le "Bande Nere" di Giovanni dc' M edici a. La compagnia b. 11 capitano c. Le prime imprese d. La partecipazione alle grandi battaglie in Lombardia e. L'ultimo cimento f. L'epilogo 8. L'esercito del "Gran Connestabile" Conclusioni 1. TI tramonto di un'epoca 2. Bilancio di un'istituzione 3. I pro e i contro in Romagna
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Indice
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Appendice 1. Dizionarictto di alcuni termini militari medievali 2. Gridi di guerra di milizie medievali 3. Motti di capitani e condottieri 4 . Gr-afico de lla ba ttaglia di Ravenna
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Bibliografia
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ROBERTO DI ROSA
LA TORRE MARTELLO DI MAGNISI*
GLI ANTEFATTI
Nel Mediten-aneo centrale in autunno avanzato le tenebre notturne sopraggiungono alquanto presto, ma, la sera del 7 ottobre del 1571 , parvero addirittura anticiparsi nella haia di Lepanto, complici basse nubi temporalesche 1• Sulle stesse tranquille acque, intorno al mezzogiorno un te1Tiricante c rescendo di squassanti boati, aveva preannunciato l'imminente scatenarsi della [uria più selvaggia a lungo preclusa. Dai portelli di murata delle sei galeazze, antistanti l'ordinanza occide nta le, un l'renelico lampeggiare di vividi bagliori, emttati dalle centinaia <li grossi peu.i na vali , ne certificò inequivocabilmente l'avvento 2. * li saggio ch e segue é l'elaborazione, compiuta dal tcn. col. Rohcrto Di Rosa, <lei <lati tecnici, <lei rilievi grnfici e fotografici, delle osse1vazioni storiche architettoniche, e delle 1icerche d'àrchivio, fornitigli dall'ing. Flavio Russo. 1 Per una <lellagliata esposizione della battaglia di Lepanto, con particolare ri gu,wdo p er le sue connotazion i n ava li , cfr. C. MAN~1wN 1, Storia della Marina flaliana, Roma 1897, voi. III, pp. 469-524. Per il suo inquadramento nella dinamica delle guerre occidentali , invece c fr. J. F. C. F111.LER, Le hauaglie decisive del mondo uccidenlale, Roma 1988, voi. I. pp. 489-503. Per una va lutazione strategica della stessa cfr. E BRAUDEI,, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell'elà di Filippo ll, Tor-ino 1976, pp. 11 65-1225. 2 La galeazza rappresentò la vera novità <li quell'immane scontro navale, ulti mo <lei genere del Mediterrnneo. Eppure la sua affermazione a ll'interno del bacino stentò moltissimi dece nni. Precisa in merito C. M. C IPOLLA , Vele e cannoni, Imola 1983. pp. 71 -73: "All'inizio del sedicesimo secolo fu introdotta un'importante innovazione: l'apertura di porte lli nello scafo (e quindi non ne lle sovrnstrnltu,·e) sicché fu possibile montare i cannoni non solo sul ponte s upe1iore o sui castelli, ma anche sul ponte principale ... Magnifici e temibili , erano tuttavia difficili a manovrars i ... 11 grosso veliero a rmato era d iventalo più una fortezza galleggiante c he un agile strumento di guerra ... T popoli mediterra nei rimasero indietro... I conservatol"Ì c he sostenevano l'impiego delle galere come forza di combattimento principale, risultarono in netta
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1 - Schieramento <lelle l1otle cristiana e turca a ll a battaglia <li Lepanto, da una s tampa dell'epoca. 2 - li c orsai-o Ulag h-Alì, (Uccialì ) una rnffigurazione dell'epoca .
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Per sei allucinan ti ore, storditi dallo spasmodico tuonare delle artiglie1ie ed aizzati dalle urla dei rerili, anticipate dagli schianti dei legni devaslali, nella tetra foschia prodotta dalle dense colonne di fumo di tanti bracieri gal leggianti, oltre 150.000 uomini si balLerono fanaticamente, nel ristretto specchio di mare. Nel crepuscolo d ella calante notte, una irreale quiete subentrò alla brutale efferatezza degli scontri dell'epico pomeriggio. Sulle c upe onde brulicanti di cadaveri deformi e di infiniti rottami, manovravano, ormai, incontrastate le vittoriose galere cristiane. Sebbene malconce negli scafi e provatissime negli equipaggi, ostentavano al traino, le già tracolanli unità nemiche superstiti, magnifico e remunerativo bottino. Soltanto una sparuta aliquota d ella possente formazione avversaria confondendosi, allo scadere del giorno, con il profilo della costa, sgaiatlolò dalla mattanza.
maggioran za. Dopo un pf'imo esperimento con navi da gu erra a vela nei primi dece1111i del sedicesimo secolo, questo tipo di vascel lo non fu più impiegato ... sin o all'iniz io d el secolo seguente". È i11teressante ancora 1icordare che i veneziani intrapr·esero intorno alla metà del secolo XVT la costmzioni di siffalle navi, da loro chiamate anche "galeoni grandi" ma i risultati pr·atici furono tutt'altro che soddi sfacenti. Afferma F. C. LANE, LR navi di Venez.ia, Torino 1983, pp. 296-297: "ll primo galeon e grande commissionalo dalla Signo1ia di Venezia venne costrnito tra il I 526 e il 1530 ... Come nave da guerra ... fu riten u to csLremame11Le soddisfacente ... Nel 1547 quando venne ,-adiaLo e smantellato... Si ordinarono s ub.ilo a lu-c due navi del medes imo tipo, ma l'ordinazione non ven ne soddisfatta che nel 1554 ... però l il galeone ... si capovolse all'uscila dd po.-to di Malamocco, durnntc il viaggio inaugurale... Un altro galeone ... non fi.1 varato che nel 1570, e dopo ques to viaggio venne u sato ben poco, per Lirrt1)1'e c he anch'esso s i capovolgesse.A quanto risulta il te11Lativo di costruire navi veloci che portassero un carico pesante di pezzi d'a1iiglie1ia sul ponte superiore e su i castelli produsse bas timenti insta bili" . Ci r ca g li e ffelli consegui ti a Lepanto dalle galeazze, è interessante, infine, citare G. PARKER, La rivoluzione militare, Bolog na 1989, p. 156, c h e così afferma al 1ig11ardo: "Nella batLaglia di Lepanto ... la flotta turca con fu se le sei galeazze veneziane per vascelli m ercanti li di rifornimento e le allaccò in forze. Pagarono a ca ro prezzo il loro ernll'e: si disse che non meno di settanta galee tiJrono affondate dalle nuove navi da guerra ..." . Ma forse la mi gl iore testimon ianza d ella rnggiunta validità bellica delle galeazze viene propl'io da un funzionaiio veneziano redu ce da una missione presso i cor sari b arbareschi. St:riveva infalli il Dragomanno G. B. SALVAGO, Africa nvero Barbaria, relazione al doge di Venezia sulle R.eggenze di Algeri e Tunisi 1625, ristampa Padova 1937, p. 76: "Di tutte le s1ll'Le di vasselli s i 1·idono i corsari sole le galee grosse temono e fuggono, et fieramente odiano per due cause Venetia11i a morte; l'una, p erché son decapitati, l'altra, p er-d,é non possono far front e alle galeazze. Pure vaneggiano c he se un dì si trovassero alquanti Bc rtoni Berbareschi sovrani con vento ruzo, vorrebber o ber·sagliarle. Un altro humore hanno, - d'assalirle a ll'imprnnto in qualche pmio - . Ques ti castelli alati e mobili bastioni delle Galeazze sono quelli che minacciano da !unge rovina alli corsaii a entrar nel Golfo Adriatico ... ".
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3. Di spaccio spagnolo c inquecen tesco pa17.ialme n le cifralo.
li Lrislemente cele bre corsaro Ulagh- Alì 3 , ca po h ranco delle sette imbarcazioni a lgerin e , filando con temeraria abilità tra i micidia li scogli affioranti e l'estrema a la destra nemica, riuscì così a guadagnarsi con .i suoi predoni il m,1re aperto. Nell'eu foria <le] momenln quel vile s uccesso non innescò sensi bili recrirninazin ni :ma per i più acuti osserva tori <li e nlramhi i conlendcnti, si configurò emblematico e for· iern <li successive conseguenze. La spregiudicata co nùolla dei razziatori barbareschi, infatti , si conl"ermava p remiante ed impunita a n c h e ne ll'ini mmagina hile cnn lesto dell'annie ntamento <lell a l"lotLa imperia le e della massiva presenza navale avversaria. Ovvio, quindi, p resumer·e che le future s tra tegie d'attacco musulmane ne avrebbero tenuto debito conto, accentuando esponenzialmente il ricorso alle moda li tà insidiose. Inevitabile pertanto pianificare accuratamen te idonee contromisure lun go le s terminale marine occidentale, per lo più prive di mode rne difese, e bersaglio elettivo di quei corsari. La giorn ata di Lepanto s i esaurì, nelle settimane seguenti, in
3 Su lla fi gura del 1-innegalo Ulag-Alì e sulle s ue imprese dr. R PANr.nA, Pirati e corsan· /urchi e barbareschi n el Mare Nos1rwn, Mi lano 1981, voi. I. pp. 204 e sgg., c he così ne s in tetizza l'o rigi ne: "Non si trattava di un turco o d .i un hcduino: era pur·Lrnppo un rinnegato c alabrese, n a to a Cu tro, nel golfo <li Sq uillace, a nome Luca Galcni...". È comunque c u 1·ioso ricordare c hc. a llo stesso personaggio r·eo di efferatissime inc ursioni sia stato eretlo un monum e nto presso i rud eri di T.e Cast.e lla a Capo R izzuto, voluto da Gustavo Valente c d inaugurato, so lennemente da ll 'Is t ituto llaliano dei Castel li alla presenza di un alto funzionario turco! S ull'argomenlo d1: D. DE MAJO, Fanòi, Calabria, Mu sulmani, Torri costiere , Ilergarno 1990, pp. 42-45.
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una orgia di festeggiamenti e di promozioni elargite ai principali protagonisti. Eppure a molli analisti militari non sfuggiva l'amaro paradosso di quella, per tanti versi, straordinaria e grandiosa vittoria:la s ua provocatoda sterilità. Gli occidentali, sen:1.a dubbio, avevano dimostrato finalmente la loro capacità ad infrangere la millantata s uperiorità ottomana, ma il saper trarre proficuamente partito dal glorioso esito, parve pavidamente deluso, avvalorando serpeggianti dicerie circa oscure trame ed infami tradimenti. Poc hi infatti si illudevano sull'incapacità turca a ricostituire, ed a riarmare in breve volgere la distrutta flotta. Quasi nessuno poi, essendo notissima la loro natura vendicativa, nutriva dubbi sull'esasperato d es ide rio di rintuzzare l'onta della patita disfatta. I mesi successivi, lungi dallo stroncare i sospetti e le recriminazioni, confermarono invece la fondate zza dei timori. Incessanti dispacci ci frati d i agenti segreti denunciavano gli immani sforzi dei cantieri turchi, tesi alla con cretizzazione del riarmo navale, ed al contempo l'incondizionato appoggio, politico e militar·e, ai corsari barbareschi4. Quanto fosse perfettamente recepita tale angosciante realtà appcna all'inc.lomani c.lella osannata vittoria - può valutarsi dall 'altrimenti contradittoria urge n:1.a con la quale, Filippo II, promosse una radicale liqualificazione delle difese static he lungo la <lelicatissi ma, ed estesissima, "frontiera marittima" d ei suoi possedimenti mediterranei. Da Castellaragonese, giù per Al g hero, a Cagliari, da Castellamma1·e giù per Trapani, Mazzara, Agrigento, e quindi su per Sirac usa, Augusta, Catan ia a Messina, <la R eggio Calabria su per Crotone a Taranto, e quindi di nuo vo verso suc.l per Gallipoli, a Otranto , risalendo infine per Brindisi , Monopoli, Bari,
4 Precisa F. IlRAt JDEL, Imperi ... , op. cit. p. 1200: "Non era una flotta trascurabile quella di Euldj -Ali [Altro nome cli Luca Galeni ass urto a l grado <li ammiraglio generale lurco]. La Turchia l'aveva 1·icostituita non con l'inesauribile facilità che di solito le s i attribuisce ma con p ena e fatica, con tutte le forze Lese per il pericolo. TI risultato di questo prodigioso sforzo, <li cui però la Cristianità aveva avuto echi precis i per lu tto J'inven10 , era di almeno 220 unità. Lra galere, galeolle e fuste. Certo, per una buona m eLà, er-ano <li recentissima costru zione, varate nell'inverno 15711572. Avevano poca fanteria. Ma Euldj-Ali aveva ammodernalo il loro armamento: fon1i le di arliglieria e <li archihugi, la loro potenza di fuoco era supe1iore a quella della flotta di Ali Pascià ... Eu ldj-Ali era, d'altra parle, riuscilo a cos Lrnir·e, sul modello d ella marina alger-ina [cor·saraJ, una flotta estr emamente mobile. Le galere più legger e, ma solida m ente costruite, meno carich e d'arliglier-ia e <li hagagli <li quelle cristiane. le vincevano in veloci là con sconcertante regolarità".
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4 - Alghero, fortificazioni rinascim entali.
5 - Siracusa, fortificazion i rinascimentali.
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6 - Gallipoli , fort il.icaz io11i rinascimentali .
7 -Monopoli, fortificazioni .J inascimenlali.
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Manfredonia, Vieste, a Pescara, la congiungente virtuale di quei caposaldi primari rappresentava appunto l'estremo perimetro del mondo occidentale. Su di essa s i abbattevano, con tragica frequenza, le efferate azioni della flotta turca e delle imbarcazioni barbaresche. Dalla sua tenuta dipendeva in ultima analisi la sopravvivenza dell a c ivi ltà cristiana. Tre regni dello sterminato impero spagnolo, quello di Sardegna, di Sicilia e di Napoli, presidiavano con uomini e mezzi la frastagliata teoria di coste, di concerto con gb organici dell'esercito regolare, inquadrati nei famosi "tercios" 5 . Ma mai come nell'inverno del 1571-72 le centinaia di fortificazioni costiere che scandivano la "frontiera marittima" apparvero insufficenti, deboli e scarsamente armate, inadeguate a sostenere sia l'iniziativa invasiva, sia quella incursiva. Interi settori, infatti, risultavano completamente sguarni ti, connotandosi come aree indifendibi li: e s i dovettero evacuare! Si tentò comunque, febbrilmente, di moltipicare almeno le strutture antincursive, eliminando le rischiose soluzioni di continuità, di aggiornarle, di dotarle di efficaci artiglierie, il tutto ovviamente nei limiti angustissimi delle 1isorse economiche, divorate dagli immensi cantieri delle piazze marittime. Nel febbraio del '72, ad esempio, una apposita commissione tecnica elaborò, previa minuziosa ispezione dell'intero perimetro della Sardegna, un articolato progetto, completo dei relativi grafici e piani di finanziamento per la protezione globale dell'Isola 6 • 5 Circa la formazione d ei tercios M. HowARD, La guerra e le armi nella storia d'Europa, Bari 1978, p. 64: "Gli spagnoli... organizzarono la loro ranleria nel 1534, in tcrcios di 3.000 uomini ciascuno...". Rigu ardo poi aJla composizione di ciascun tercins precisa P. MARAVI GN A, Storia dell'arte militare modema, Torino 1926, voi. T, p. 54: "Il Tercio (3.000 solaados) era comandato da un capitano-colonnello; si divideva in 3 bande di 4 compagn ie, unilà, quesle, sollanlo amministrative, e contava 2/3 di moschettie1; ed 1/3 di picchieri. l n ogni compagnia vi erano squadre di soldados muniti di scudo ed armali di spadone, cli spiedo ed anche di coltellaccio, la funzione dei quali era quella di u scire dalla formazione e di impegnare la mischia penetrando nell'ord inanza nem ica". Riguar·do poi il frnzionarsi di un lercio.\· in unità minori affer·ma R. P uoou, Il soldato gentiluomo, Vicenza 1982, pp. 238-239: "Al contrario del quadrato svizzero la cui forza riposava unicarnenle sulla massa compalla di migliaia di picchieri, il tercio poteva agevolm ente scomporsi in uni tà minori, delegando loro compili lallici autonomi: banderas, esquadras, talvolta dislaccamenli di pochi uomini, presidiavano città e fortezze, formavano «esquadrones volantes» ... ". 6 Su quell'inLerassanLissimo progello d'inte nti . conservalo presso l'Archivio Generale di Simancas (A.G.S) Sirn. E.327 - Relacion de todas las costas del Reyno de Cerdana - cfr: F. Russo, La difesa costiera del Regno di Sardegna dal XVI al XIX secolo, Roma 1992, pp. 73-134. Il documento originale, del J 572, citato dal F. Braudel, fu trascritto da E. Pillosu nel 1959, sul Nuovo Bollellino Bibliografico Sardo, n. 21.
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8 - Artiglieria cost iera su affusto a cassa (da M. Maw ·o).
9 - Torre costiera napoletana vicereale di m ed ia grandezza, a tre troniere per lal<>.
I O - T01Te costier a napoletana vicereale grande a cinque troniere per lato.
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Il - Le tt era autografa cli M. Antonio Colonna (1587) .
.,.fl·J"?#:/n. .4,.;vt..;.:_, ~.,,fb 7 Ac~ft..v'(M,u,...·
Traguardo prefisso l'erezione lungo le s u e coste di congrue lorri difensive, su lla ra lsariga di quelle, ufficialmenle già operative da Lre an n i ma in realtà in affannoso stalo òi inl'illimento, del napoletano.7 Analoghi dispositivi vararono, parallelamente, i genovesi per la Corsica. Anche in Sic ili a si cor·se al 1iparo aggiornando qua nlo esistente in materia ed avviando un programma di recupero e ùi inlegntz ione delle sue vecch ie ton-i 8 • Tra g li uomini eroicamente battutisi a Le panlo e viceammiraglio di don Giovann i d'Aus lria, si dis tinse il comandante generale d e ll'armata pontificia, don Marcanlonio Colonna9 , coadiuvato
7 Sulla grandiosa impresa, com pi u tasi in grnn pm"le tra il l 563 ed il 1569 elci torregg iarnento del Regno di Napoli , cfr. F. Russo, La difesa costiera del Uegn o di Napoli dal XVI al XIX secolo, Roma 1989, pp. 138- 189. 8 Circa la riqualificazione ed il potenziamento dello sc hieramento fortificato costiero s icili ano, antincu1·sivo ed antinvas ivo, cfr. F. Russo, La difesa cusliera del Regno di :iicilia dal XVT al XIX seculu, Roma 1995, pp. 307 e sgg. 9 È interessante l"icordarc cht! già w1dici anni prima di Lepanto Marcantonio Colo nna iniziò ad occuparsi attivam ente del la prntezione delle popolazioni ri viernsche minacciate dalle incm-sioni. Scl"ivcva infalli nel 1560: "A/li magnifici m assari di Nettuno, nostri carissimi - Dovete sapere come l'armala del Turco ha rotto l'armata del He noslro in Barberia, el hanno preso circa. ventotlo galere et multe navi; per il ch e facilmente polrehbe accapitare da coteste bande. Per tan/0 vi ordiniamo che dobbiate subito far sgombrare tu/Le le voslre robbe, donne e putti da Nellun.o; et li manderete dove meglio vi parerà. F,t farete fare le guardie a quelli che vi resteranno, con quella diligen za che si conviene:acciò venendo (il che Div non pennetta) ve possiate salvare Lulli. El m edesimamente (a rete stare vigilante la guardia di Aslura, e della torre di Anzio. S tate Sani. ": <la A. GuGLJELMOTTl, Storia delle fnrtijìcazioni nella spiuggia romana, Roma 1880, p. 5. La coslm zione uffi ciale delle torri n ello Stato Pontificio fu 01·dinata invece il 9 maggio ùcl 1567, per· volere di Pio V, il quale già per l'innanzi sollecitò lo stesso Marcantonio Colonna acl eriger·t! nuo ve toni nel territorio di Nettuno, in rnerito cfr G. M . D E Rossi, forri costiere del Lazio, Roma 1971, p. 14.
La Torre Martello di Magnisi
12 - Torre cost ie.-a s ic ili a na <li epoca normanna.
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13 - Torre cosl iern siciliana di epoca sveva. (T01Te d i Vendicari).
ùal s u o ingegnere di fidu c ia don Tiburzio Spanocchito_ In virtù della sua acclarata cap acità mi li Larc, nel fervore di quei l"ebbri li preparativi , fu cooplato da Filippo 11, e des ignato supervisore a lla fortificazione del Regno <li Napoli, cd in pa1·t icolare del s uo strategico fronte addatico. Trasc.orscro così quasi tre an ni , finché nel '74 la batosta subila a La Prevesa dalla llo tta confederata occiden Lalc, placò la sete di vendetta ottomana, congiunlamcnte alla onnai - peraltro reciproca - insostenibilità ulteriore degli astronomici oneri di quel duello navale. Del resto anche quella vittoria si confermò per turchi a ltrettan to sterile: l'offensiva is lamica fu delega ta a llora a i corsari 10 La hiugra [ia che ne traccia C. PKOMI S, Biografìe di ingegneri 1nili1ari ilaliani dal secolo XJV alla metà del XVIJJ , in Miscellanea di Storia llaliana, edita per cura del la Depu tazione d i Stor ia P atria, Torino 1874, tomo Xl V, pp. 583-591, così r-icoi-d a : "Tiburzio di Hianca <li Da<ldo Nicolucci e di l.u ca de ll'aulica nobilissima fami g lia d egli Spall11occhi nacque in S iena ... l'anno 1541 il giorno 18 otlobre... Giovin etto fi.1 in Roma, p rima col cardinal Dolfino, poi co11 quello d i Trento Ludovico Ma nd ruzzo ed essendosi fatto con oscere ve1·sato nelle [o,·tificazioni ... Mar·cantonio Colonna gen er ale dell'anna la Pontific ia lo d c h icse .. . Pr·imo saggio di sua a i-dita intelligen za [u il parere d ato a i Ire generali d ella Rotta d'incendiare a man salva la flotta Tu rca ancorala nel p01"lo di Modone ... qui nd i ... co mba ltè alla immortale battaglia d i Le panto: po i. .. servendo il Colonna .. vis itando il 1-cgno <li Napoli ... s icché n el gennaio d el 1577, f u eletto Vicerè di S icilia, e<l egli accompagnollo in qu e ll'isola, uve res taurò le foni fi caz ioni <li Girgenti e levata la ca rta della Sicilia intera, fo dal Colonna man<lala la Re. li qu ale ... visli ... i disegni di Sici lia, lo volle all a sua corte, ed a vutolo lo fece s uo gc nliluomo di camera, col cari co di visilar·e e fortificare le principali citLà <li Spagna .. . Nel 1580-8 1 accompagnò il Re alla conqu ista del Portoga ll o ... Nel 1598 f'ilippo III successo al padre g li confermò il posto di Sop.-intc nden le delle forti ficazioni di tu tti i suo i r·egni, volendolo s ubordinato solam ente al Re ed al Supremo Con siglio ... il 4 novembre del 1606, g li venne a morte in Madrid in clà di 65 anni, e fu sepolto nella chiesa d e' Chierici Minori...".
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Rubertu di Rusa
barbareschi, promossi al ran go di forza navale offensiva primaria, in virtù della loro accertata insidiosa aggressività. L'atlivilà forlifi calori a lun go le m arine toccò perciò H suo parossismo, costituendo, a sua volta, la risposta per antonomasia al crescendo incursivo, in virtù d ella altrettanto accertata superiorità Lecnologi ca occide ntale. Il Colonna designato, nel 1578, alla guida della Sicilia con l'o norifico incarico di vicerè, si cimentò in quell'ar duo compito, affidando al suo fedele ingegnere gl i aspetli tecnici-esecutivi dell'ambizioso programma. Poche le risorse, pochissimo il tempo 11 • Da secoli lungo le coste d ell'Isola, i governanti avvicendatisi vi avevano incenlivalo l'erezione di lorri di avvislamenlo.ln parlicolare sembra che, già nel XIII secolo, gli angioini fossero riu scit i a chiudere l'intero perimetro - di quasi 1.400 km 12 - in una ininterrotla rele di vig ilanza foran ea, supporlala da c irca un cenlinaio di snelle to1Ti in muratura. Mo lte di quelle, sebbene fatiscenti, ancora assolvevano, a i g iorn i de llo Spanocchi a lla loro vita le fun zione, frammiste ad altre più rece nti 13, d elle quali alcune persino compalibili con l'impiego dell'a rlig li eria. Per la m enzionata esiguità d elle fina n ze, occorreva in fase di redazio n e del progetto, val uta re tutte quelle permane nze, inse-
11 Affe r ma D. MACK SM1TH, Storia della Sicilia m edievale e moderna, Bari 197 1, pp.175: " ... n el 1559 e nel 1574 ci furono d egli s barc hi pe1·sino n eUe vicinanze d e Ua stessa Pale rmo, e l'isola <li Ostica di venne un covo <li pira ti a so le quarantac inque miglia dalla capitale ... Le dimen s io n i assunte dalla pirate ria e dalle azio ni delle navi corsa re, come q uel le <lei brigan laggio inlen10, erano espr·essio ne d ella es tn: m a modes tia d ell'impegno sp agn olo in Sicilia e d ell'incapacità degli isola ni a forn ire un contri buto notevo le a lla propl'Ì a <lifesa ... ". 12 L e ton-i a n gioine furono isp ezionate d allo Spanocchi c he s i infor m ò pur e <lel la loro re mola origine presso i popola ni. Al rigu a rdo, sebbe ne rel a tivamente a quelle del regno di Napoli, coeve e a rc h ite ttonica m e nte ug u a li, cosi pun tua li zza L. SANTORO, Castelli an~ioini e ara~onesi nel re~no di Napoli , Segrate 1982, pp. 93 e sgg.: "Tali to1Ti. .. furono rea lizzate ... quando gli An gioini crearono un primo s is tema completo e permanente di difesa e segna la zione ... A tal propos ito ricord iamo un disp accio del 1282 ... cd in ta l sen s o è l'ordine di Carlo principe di Salerno, inviato nel 1284 . .. «che gli uomini cli gu ardia siano allenti a sollecitamente avverti re l'avvicinarsi al lido delle na vi ne mic he e dei ribel li, con il seg no de l fu m o di giorno e col fu oco n ella n otte, e nel modo consueto per indicai·e il numero d elle n avi»". 13 Precisano S. M A1.zAR E1 .1.A e R. ZAN<.:A, ll lihm delle tnrri, le tnrri costiere di sicilia nei secoli XVI-XX, Pa lermo 1985, p. 4 1: "L'evidenza monumentale (e cloc u ment.alc), invece, m ostra la co st.ni zione d i torri nel periodo svevo, a n c he se le aggi un te e le modifich e d ei secoli s uccessivi hanno ag ito profondame nte su gli edific i sì da a lter arne in p arte la base <li p artenza s to rica, co me a t o rre Roccc ll a, a torre Vindicari, a torre della Tonnara d i Scop ello. Ancor più evide n te (ed è naturale) cii> risulta p er il per iodo aragonecsc c ui ad esempio risalgono le maggio1i toITi P ozzallo, B rueoli, Fica r izzi ...".
l,a 1iirre Martello di Magnisi
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rendole quando possibile nel moderno contesto, ed integrandole con a ltre nuove, dove strettame nte necessarie, per compravata inevitabilità. La missione c h e attendeva l'ingegnere non si prospellava Lra le più facili: coste sterminale, e rischiose per g li agguati corsari, con morfologie disparatissime ed es igenze socioeconomiche altrettanlo var·iahili ; particolarismi campanilistici e feudali affatto disponibili ad annientarsi in vista di un futuro interesse comune; diffidenze ed omertà fiscale, poi, inceppavano continuamente la scrupolosa indagine preparatoria. Persino le ampie c redenziali di plenipotenziario militare concesse dal vicerè all'ingegnere, quale opportuno viatico, non sempre ebbero ragione di quelle resistenze. Nonoslanle ciò, dopo alcuni mesi <li improho lavoro, il senese approntò i primi Lahulati, i primi grafici di prngello e huona parte dei rilievi prospettici delle località visitate, trasmettendol i, previa visione <lei Colonna a Madrid. Si trallava di un superbo atlante riccamente illustrato <la magistrali tempere, con acute proposizioni e pignoli computi melrici 14 . L'intero quadro difensivo costiero siciliano emergeva e tutte le in<li lazionabili integrazioni, vi s i Lrnvavano rilevate, progettate e quantizzale. L'imperatore co lpilo senza dubbio dalla Ùellagliatissima compilazione del documento, e !"orse ancora di più dalla felicissima mano del tecnico 1S, avallata dalle artistiche vedute , trascurando le prevedibili obiezioni del vicerè, avocò a cort e don Tihurzio Spanocchi. Per il senese ru l'avvio di una folgorante carriera che lo portò, in breve, al rango di principale consigliere militare del sovrano, con infiniti attestati gratificanlì . Per la Sicilia, invece, la promozione costituì indubbiamente una grave perdita. È credibile però c he, proprio per il suo profondo scrnpolo professionale, prima di lasciare per sempre l'Isola, lo Spanocchi si sia premuralo di suggerire al Colonna un successore. Si spi eghe rehbe così la singolarità di un secondo toscano - l'archi-
14 TI manoscritto dello Spanocchi , inti tolato: Descripcion de las marinas de todo el Reino de Sicilia, fu composto nella sua stesura definitiva - peraltro incompl eta - nel 1596, utilizzando i r ilievi e le osservazion i <lei '78. Da allora restò sempr e a Ma<lri<l, dove ancora è custodito presso la Iliblioteca Nazionale, con la sigla Ms. 788. 15 Precisava il C. P1mM1s, TJiogra/ìe di ingegneri... , op. c it.., p. S8S: "[TI Re <li 4uei disegni]. .. talmente se ne <lileltava che fissati con bullcttinc d'oro, per averli sempre sott'occhio, tcncval i nella sua più segreta galleria accanto a ll'alcova dove dormiva ... ".
R oberto di R osa
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DESCRIJ>CION Dli l.A SMARÌN"AS DETO.llO FT.
14 - Frontespizio ud rnanoscrillo su lle cos te d e lla Sici.lia di Tiburzio Spannocch i.
REÌNO DE SÌCÌLÌA
c.... oc.-., ""..l'"'"an.tu .Lid...N,t«I,.,,. ....,fd,W !.'" ft c .......Qu·I) ·nt. .. ,,.;. Sy&n,.,1,u:
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DÌ:RÌC,IDO AL PRIN C Ì PF. DON r Ì T. Ì rr N__VI:STR o
te tto Camilla Camillia ni 16 - a capo della 1-icosli luzionc della difesa cosliera a n lincurs iva della S icilia . Si spiegh er e bbero pure molle strette affinità, per nu ll a obbligale, tra i progetti dei due illustri t ecnici, non ultimo la loro sp le ndi da veste grnfi ca, sostanzialmente sim ile 17 . Non si spiega però la c uriosa evasione di alcu ne loro con cordanti prescrizioni, a carico di siti valuta ti p arlico la rrncn tc infesta ti.
16 Cam illo Carnilliani. giunto in Sicilia nel 1574 p er montare la fonta n a <li P iazza Pretoria a Palermo, opera di Francesco Cami ll ia 11i, vi rimase per i s uccesivi venti a nni . Dal vicerè Marcantonio Colonna fu incarica to nel 1583 di prosegui re l'opera dello Spanocchi , tan t'è che ne lle Ordinazioni e reP,olamenti del Regno di Sicilia , Palem10 1782. p. 143, s i legge: "Con l'occas ione della visita delle lorri e guardie marittin-,e che hor deve fàre il Capitano Cio. Ballisla Fresco si mandi insienrl' con lui Camillo Carnigliani con particolar cura d i riconoscer: .. dove si disegnerò. fàr allre Torri seguendo il principio da/O dal cavaglie,· Ttbnrl io - I Iuglio 1583 - ". Ora essend o in quel 1583 Tiburzio Spanocchi d esignato m embro del Consiglio Supremo di Castiglia , e primo consigliere Lec n ico imperiale. è impensabile ch e la scelt a di un suo successore in Sicilia potesse avvenire a s ua insaputa o sen za il suo beneplacito, n è, m e no c he mai, che Lale successor e osasse proseguire in maniera divergente l'impostazione della s ua opera. 17 Tl trattato d i Carnill o Cam illani, ritenuto irreparabilmente monco della parie grnfiea , ha trovato di r ecent e un :i fe lice r iscop erta. Presso la b iblioteca Nazionale lJ nivers ila ria J i Torino infatti fu r invenuto da di ligent i stud.iosi il m a noscritto comp leto dei relat ivi disegni. Mad na Scarlata lo h a p ubblit.:alO con un accurato e<l approfo n<li lo comrnento, in una splendida edizione del Poli grafico dell o Sta to nel 1992.
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GENESI DI UNA TORRE Molte delle torri da edificarsi infatti , previste dallo Spanocchi, risul tano pedissequamente riproposte dal Camillani: e per lo più, poi, trovarono eflcttiva concretizzazione, sotto la sua direzione. Altre per contro, nonostante la duplice autorevole proposizione , non oltrepassarono mai la soglia d'intento. Qualcuna infin e, richiese una gesla;,.io ne di quasi due secoli e mezzo, conferma esplicita e dell'invarianza difensiva e della perfetta calibrazione dei menzionati rilievi rinascimentali. Di una <li queste ultime, la c ui eccezionale storia si dipana, appunto, dal '500 alla seconda guerra mondi a le, c i è parso interes sante riproporne le tappe salienti. l piani <li l"or-tiricazion e costiera della Sicilia, sia dello Spanocchi che del Camillani , nonché le innume revoli memorie di precedenti e successivi t ecnici, evide nziavano costantemente la maggiore esposizione della sua costa orientale alle iniziative nemic he.Per giunta lra Capo Passero ed il Faro si su ccedevano le m agg iori c ittà del regno , in genere a ltrettante piazze marittime: Messina, Catania, Augusta, Siracusa. Come se non bastasse, sempre su quello stesso settore costiero, sfociavano molti ampi cors i d 'acqu a a regime p er enne 18 , lappe <l 'obbligo p er· i battelli corsari co stre tti a rei ntegra r e frequentemente le loro sco1-Le id r ic he. Tn particolare sull'are nil e Lra Siracusa cd Augusta per le estrem a m ente propizie connotazioni idro- morfolog ic he , g li atterraggi b arbareschi si avvicendavano sen za interru zioni.Sconvolti perciò i commerci e<l i Lrn lli ci marittimi delle due città, annientato il loro cab o taggio, seriam ente comprom essa l'a ttività d e i pescato ri , e d egli s tessi colti vatori, pere nnemente esposti alla callura. Ovvio quindi c he proprio Il l'attenzione d e i pianifica tori s'incentrasse, non pote ndosi tollerare l'abbandono della fertilissima piana irrig ua, tra le due potenti piazzeforti, per il timor·e de ll e incursioni. Nè m e no c he mai s i poteva lasciare aperta qu e lla comoda porta alla iniziative invasive nemiche. E tutti pertanto proposero un univoco rimedio, s uggerito proprio dal prorilo di quel vasto golfo . Quasi al centro del menzionalo arco s i pmtc nde verso il largo 18 Una esauri e n te d escrizione dei caratte1·i essen zia li di quei corsi d'acqua, venne fon 1ita da L. e C. MEZZACAPO, Studi lnpografìci e strategici sull'Italia, Milano 1860, pp. 264-266 .
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una vasta penisola - penisola Magnisi -, all'epoca però ricordata per isola d ei Manghesi 19 , pur essendo legata alla terra da un sottile istmo. In forza d ella sua imprendibile configurazione si proponeva ideale per l'impia nto di una g rossa torre difensiva. Lo Spanocchi infatti a nnotò: "Al principio d el! Isola deli Mang hesi sarebbe necessità fare a ltra tolTc c he corrispond erebbe con la To1Te cfAvalo 20 per guardia del d etto porlo. Un altra tor-re sara bisogno farsi in detta isola a lla punta ver so S.ta Pa nagia, per guardia di quel porto c he fa d e tta Tsola per sicurtà di tulla la spiaggia fino al capo d i S. Panagia d i spes a di d. 150." 21
A s ua vola il Camillani così si espresse al rigu ardo: "Sopra quest'Isola imporla sommamente fars i una torre, la quale sia di buona capacità, perché oltre alla r ispond enza d e' segnali, questa ton-e farà assai h11oni effetti. E prirneram.Le assicurerà tutto quel lido, et isola da' Corsali e sarà atta à defendere quel porto tanto più per i vasce lli Christiani, c he c i si ritrovassero, quanto a ncorn à 11011 lasciare entrare vascelli nemi ci. Sarà anco di grandissimo utile, perch é mediante essa ton-e questa Tsola si pot1-ia coltiva1·e la m aggior parte, talché se ne .-i trarrebbe grandissimo frutto. Et insomma non potrà passar vascello de' nemic i, c he detta to n-e dall'una e dall'altra parte 11011
]u scuopra."22
Entrambi i tecnici quindi accertarono indispensabile 1'ere7.ione e.li quella torre: il primo anzi, per il completo dominio d el sito, ne prescriveva ad<lirillura due, e e.li lak disposizione avremo modo di riparlarne. Concordavano inoltre, sebbene implicitamente, su l tipo di torre da adottare, ovvero finalizata alla difesa attiva mediante l'intervento balistico 23 . Un m ass iccio caposaldo, od un 19 T. a peniso la d i Ma g nisi fu antichi ss ima sede di u n insediamento dorico.Affenna S. MOSCATI, Italia Archeologica, centri g1-eci punic i etruschi italici, Nova ra 1980, p. 8.~: "Secondo Tucidite i colo11i [Do1·i di Megara l avevano prima te n tato di insediarsi a Tapso, nella peniso la di Ma g nisi e so lo in u n secondo momen to acceltarono il ler-rilof"Ìo o ffe r·to loro dal re locale lb lo". 20 La cosidetta ton-e di Avols, è in effetti un poderoso fone a pianta c ir-cola1·e a pe rta, impianta lo nella r-ada di Augusta pe1· volere del ma1·cl1ese d i Pescara, Ferdinando di Avalos, tra il 1570 ed il 1571. l:'cr u lteriori notizie c irca il co ntes to difensivo di cui faceva parte cf1: M. G1 uffRÈ, Castelli e luo?,hi forti di Sicilia Xll-XVJI secolo, Palern10 I 980, pp. 58-59. Pe r una più a pprofond ita ricerca, invece, dr. E. SALERNO, La torre di Avalos di Az.1[!,usta, in A1d1ivio S to,;co Sirac u sano, anno X.Ll-1966. 2 1 Da T. SPANOCCHJ , Descripcion de las marinas... , o p . cit., p. X TX. 22 D a C . CAM lLLlANl, Li bro delle torri marittime, trascri zione a c ura di A. Casam e nto , in «Stoda della Città», 12-13, 1979, p. Bl. 23 Pe r lo Spanocchi, in 1·ealtà l'effello di domi1ùo non era prospettato trnmite una unica torre di tipo massiccio, ma dalla cooperazione di due ravvicinale di tipo mino re. Il ris ulLato della loro reciproca interdipendenza perciò ci consente di accetta re il rag ionamento, costitu e ndo in pratica un m iglioram ento funzion ale di un'un ica l<>1Te da 300 ducali. Per il Seuese infatti, e q uindi per il Camillian i, le torri prassi seguita anch e per il regno di Napoli e di Sardegna - a mmettevano tre varian-
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16 - Rada di Augusta n ella cartogr a fi a TGM I.
17 - Veduta aerea d el forte di Avalos n ella rada d i Augus ta.
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articolato complesso binato, perciò, in grado di battere con i suoi pezzi lo specchio di mare antistanle, interdicendolo a qualsiasi aggressore, corsaro o mililare, coadiuvane.lo in c iò il circolare forle d'Avalos . .Il non prospettarsi l'impianto di una semplice, o di una unica, torre e.li sorveglianza foranea, conferma la specifi ca c.lelerminazione del ruo lo prefigurato p er la erigenda di Magnisi . Non diversamente però <la Lanti altri rilievi e prescrizioni conlcnuti nei due magistrali atlanti, anche per la torre e.li Magnisi null a s i r·ealizzò . Trascorse così il '500, trascorse pure il '600, e trascorse infine il '700. Agli inzi dcll"800 Magnisi reslava identica a come l'aveva visla il "magnifico ingcgniero" don Tiburzio, priva cioè di qualsiasi opera, pur riconfermandosi nelle relazioni lecniche, a r egolari scadenze, l'"improcrastinabile" esigenza di quella 24 • La turpe allività dei barbareschi, infatti, nel corso e.li quei secoli aveva registrato sollanto modeste flessioni , assurgendo a tlagello endem ico delle coste isolane sguarnite, e dei mercantili che lungo quelle bordeggiavano. Rimedio, incvadibile perciò, allo slrangolamenlo economico ed alla precarietà csislcnzialc lungo quelle marine continuavano a prospettarsi solo le tra<lil'.io nali torri.
LE TORRI COSTIERE Le torri, lo abbiamo in precedenza ricordalo, presero a scandire, in discrelo numero, i litoral i della Penisola, e d elle sue isole, sin dal XII secolo. La loro snella sagoma si stagliava sulle punlc più impervie onde segnalare, otticamente o acusticamente, alle indirese popolazioni limitrofe iJ prnfilarsi di una vela sospctta 25 . Nel X.111 secolo precise norme vennero promulgai.e per i regni ti tipologiche. Affermava inrnerito nella s ua opera innanzi citata, p. 8: "Las torres para hazerse de 11.uevo se ordenan de tres maneras um[onnc a la importancia del sitio !tis unas se diran de/a rnaìor grandeça para que las secundas de mediocre grandeça y las terzeras de/a minnr grandeça ... ". Ovviamente quelle di maggior grandezza ernno anche le più costose ascendendo la loro stima a 500 ducati; le intennedie a 250 e le minori a I SO. 24 Ancora nel .1 705 nella «Descrìpcion de la Jsla de Sicilia y sus costas maritimas» dell'ing. G. Formenti, citata da L. D1wouR, Augusta da ciftà imperiale a città milirare, Palermo 1989, p. 288, così s i eviden ziava al riguardo: "Es/a penisula... menos conbiene el hazerle alguna opra para guardarle, porque haziendose {onnalmente como debe ser, cos taria m.u chissimo, y causaria un perpetuo empeno para mantenerle guarnecido de genie, artelleria, y de,nas cosas necessarias pero en ctLm de querer aplicarle alcun remedio ... ". 25 Pe r approfondire l'argomento cfr. V. I'AGLIA, La difesa anticorsara ìn Italia dal XVI secolo, Roma 1974, pp. 7-27.
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di Napoli e Sicilia circa l'espletazione della vigilanza costiera, e si moltiplicarono le catene di torri poste a difesa - eufemismo sottintendente la rapida evacuazione - di intere contrade. Il vero salto di qualità si registrò però soltanto in età aragonese: l'avvento di efficaci armi da fuoco consentì d'organizzare una difesa costiera attiva, realmente degna del nome, in grado cioè di battere con le artiglierie di dotazione i vascelli incursori 26 . La struttura architettonica delle torri ovviamente mutò dovendosi integrare strettamente con le nuove armi, nonché sopportare le possenti offese inflitte dalle stesse. Tozzi torrioni su bentrarono alle sottili vedette. Sulle loro vaste terrazze di copertura - meglio definite piazze d'armi - pesanti e rozze bocche da fuoco, approssimatamente affustate, fecero occhieggiare le loro volate dalle cannoniere27. Altre ancora, di piccolo calibro, si disposero all'interno in regolare scansione dietro adeguate troniere. L'insormontab ile problema del rapido saturarsi per i fumi degli spari dei locali chiusi, limitò fortemente tale disposizione protetta, almeno fino all'impiego <li dfil;aci tirnggi 28 .
Torrioni del genere possono ancora visitarsi, perfettamente conservati, oltre che lungo alcune marine del regno di Napoli, anche in Sardegna, dove ad esempio quello massiccio di Oristano, ed ancor meglio quello di Bosa rappresentano degnamente la categoria29, e giustificano una breve divagazio ne, necessaria peraltro alla migliore comprensione dell'argomento. TORRIONE DI BOSA
L'aspetto archi tettonico esterno consiste in un tronco di cono, parte basale, del diametro di circa m. 30, sormontato da un cilin26 Circa l'avven to dell'artiglieria cfr E. BRAVETIA, L'artiglieria e le sue meraviglie, Milano 1919, pp. 77-110. 27 Sulle caralteri stichc dell'architettura militare arngonese, e più in generale su quella cosideua <li Lransizione, cfr: F. Russo, La. m.urazione aragonese di Napoli: il limite di un 'era, in A.S.P.N., 11. CHI, Napoli 19/!S, pp. 102- 116. 28 Per un più esauriente esame d elle carallerisliche slrullural i di quelle opere fortificate e dei loro cri teri informatori dr. A. CAssr RAME.Lu, Dalle caverne ai rifugi blindati, Mi lano 1964, pp. 327-338, cd, anche più schematko , d ello stesso a ulore, Castelli e fortifica zioni, Milano 1974, pp. 36-38. 29 Sull'argomento cfr. A. MAITONE, Le istitu zioni militari, in: Storia dei Sardi e della Sardegna, Voi. lll, Milano 1989, pp. 65-71. Circa la c onsislenza numerica di quelle lonla ne realizzazioni aragonesi, precisa l'autore a p. 66: "Un primo embrionale sistema di avvislamenlo cosliero esisteva g ià nel periodo aragonese. Si trattava per lo più di torri posle a difesa <li porli caricatori o di qualche approdo significativo. 1n tutto non superavano la d ecina ".
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18 - A.lgh ern, Torrione di Bosa, panorami ca.
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19 - Alghero, Torrione di Bosa, dettag lio ingr esso. 20 - Alghero, Torl'ioue Ji Busa, d e l taglio interno , pilastro cen trale.
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dro, parte agibile10 . Tra le due una cornice torica, redendone, con funzione di paraschegge, marca il cambio di inclinazione dell'estradosso lapideo. I.:accesso al piano abitativo, caratteristica questa comune a tutte le torri costiere di ogni epoca e tipologia, aweniva al di sopra <lei detto toro, ovvero a circa m. 6 dalla quota di campagna, tramite una leggera scala volante retrattile. All'interno quindi ed è importante sottolinearlo ai fini della nostra ricerca, si rileva un poderoso pilastro centrale, che sostiene con la s ua solidità la sovrastante piazza d'armi, trasformando il locale abitativo in una sorta <l'anello. Da qui tramite una scala realizzata nello spessore del muro, di oltre m. 3, si accede alla sovrastante piazza ed alla sua batteria. Nella sezione scarpata, infine, era alloggiata una capace cisterna e<l in alcuni casi depositi <li viveri e munizioni. Per l'autodifesa del caposaldo prowedevano una serie di piombatoie praticate anularmente e una bertesca ammorsala sulla verticale del vano d'ingr·esso. La vistosa possanza di sim ili strutture tradiva però la loro destin;izione predp1rn eminentemente ;intinv;isiv;i, non prest;indosi, per l'enorme costo, alla edificazione seriale massiva, altrimenti necessaria per la difesa costiera antincursiva. La rapida evoluzione dell'artiglieria, culminata verso la metà del XVI secolo con la comparsa di una efficiente artiglieria navale di piccolo calibro, indusse a<l una revisione <li quei canon i maestosi, consentendo inusitate contrazioni di spese e le concreta programazione di difese costiere balisticamente ininterrotte.
LE TORRI COSTIERE NAPOLETANE Il problema di una ott im ale standardizzaz ione delle torri costiere-' 1, su un elmento modulare suscettibile di poche varianti d imensionali , <li con tenuto importo e <li altissima Funzionali tà, trovò brillante risoluzione a partire dal 1563, nel napoletano, 30
In merito cfr F. Fors, 1brri spagnole e forti piemontesi, Cagliari 1981 , pp. 39. Approfondisce l'argomento V. FAGLIA, Tipologia delle torri costiere nel Regno di Napoli, Roma 1975, pp. 17-28, e d ancora F. Russo, La difesa costiera... Napoli, op. cil., pp. 170-189. 32 Una minuziosa indagine conosci Liva, compiuLa provincia per provin c ia, lungo tutte le marine de l Reg no di Napoli s i trova in V. FAGLIA, Visita alle torri co stiere nelle province d'Abruzzo, Roma 1977, Contributo alla conoscenza delle torri costiere in terra di Bari, Roma 1970, Cens imento delle torri costiere nella provincia di Terra d 'Otranto, Roma 1978, Visita alle torri costiere di Capitana, Roma 1978, Tipologia delle torri costiere di avvistamento e segnala zione in Calabria citra, in Calabria ultra dal XII secolo, Lissone 1984. In preparnzione il volume rdaLivo alle Lorri c..li Principalo e Terra di Lavoro. 31
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dando origine ad oltre 300 escmplari 32 . Abbandonata la pianta circolare, non ideale se di ridotlo diametro, in quanto intralciante il brandeggio di più cannoni, si optò per la quadrata. La scarpatura si prolungò all'intera altezza, fornendole così una configurazione tronco piramidale cd una notevole stabilità alle sollecitazion i statiche e dinamiche impresse dai pezzi. Un apparato sommitale a sporgere, su supporlo in conlrascarpa, assolse alla funzione autodifensiva . Attraverso le sue troniere verticali a "spatola" infatti, i pclricri caricali a mitraglia, potevano facilmente e rapidamente "spazzare" il piede della torre da quanti temerariamente vi si fossero avvicinati con intenzioni ostili3 \ Pur costando enormemente meno dei torrioni aragonesi la torre vicereale napoletana, vantava prezzi di tutto rispello in relazione alle coeve più elem entari: probabilmente proprio per tale indiscutibile ragione restò confinala alle sole marine napoletane34 • Per la Sardegna e la Sicilia si adottarono prototipi rispettivamente tronc ocon ici e prismatici su base tronco piramidale, comunque mP.no one rosi, sebbene anche meno validi delle precedenti. È interessante osservare che il modello adottato in Sicilia nella maggioranza dei casi, abitualmente attribuito al Cami llani, altro non è che la classica torre pontificia delle marine laziali, sulle quali operò la dirigenza militare del Colonna e quella tecnica dello Spanocchi, prima di Lepanto. Alcuni esernplmi del genere compaiono pure in Puglia, presso Nardò, e vanno però ascritti all'iniziativa privata del locale feudatmio, in stretti rapporti anch'egli con la corte papale. Lo Stato dei Presidi, in Toscana dipendendo amm ini strativamente da Napoli, a dollò la medesima torre vicereale tronco piramidale35 , mentre la Repubblica di Genova36 e le sue dipenden-
33 È fondamental e riba dire che il caratte1;s tico appa1·ecchio a spoq~ere d e lle torTi vicere ali napole tane non va assolutamente c onfuso con una fuga di "caditoie" di anacronis tic a rncm01ia e di assurdo impiego p er gli sparuti due o Lre uomini del pres idio. De l r esto i c apitolati d 'appalto delle m edesime torri parlano chiaro al rigua1·do, affe nnando: "i bulla{oci [lronier·e ve r ticali a sp a tola]. .. havranno da. frustrare tutta la torre da ba.scio lalmenle che ... Lin for7.a della ] difesa de detti butta.foci ... non vi s i possa reparare ... nissuni homn so tto ... " , Arc hivio di Stato di Napoli (A.S.N.) , Tesor·e ria Antica, Contabi lità Cassa Militare, 359-366, ff. 21 -22. 34 Approfondisce l'asp e tto e c onomico legato a lla costrnzione delle toITi vicereali n a poleta ne O. PASANJSI , La costru zione generale delle torri marillùne ordinata dalla H... Corte d i Napoli, in Studi in onore di M. Sc hipa, Napoli 1926, pp. 428-442. 35 Per lo studio delle torri cos tiere dello Stato de i Pres idi c fr G. CACJAGLI, Lo Stato dei Presidi , Firenze 1971. pp. 66-116. 16 · Per una bas ilare conoscenza della difesa anti corsara nel genovese cfr. DE M AESTRI, Opere di difesa nel secolo XVT nella Riviera di l'onente, in Quaderno n. 5 dell'Università degli Studi di Genova, Facoltà di a1·chitettura, ge nnaio pp. 1-118, Ge nova 197 1.
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TORRE VICEREALE MEDIA 1563
- --
O 1 2 2.5 m Troniera
Scalo olio
Fondazione.
21 - Torre vicereale napoletana media, s paccato assonometrico.
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TORRE VICEREALE GRANDE 1563
- --
o
1 2 2.5 m
Deposito
22 - ToITe vi<.:erealc napole tana grande, spaccalo assonometrico.
Gonlta
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23 - PetI;ero
S\I
torre vicereale in configurazione d ifensiva.
24 - Torre vicereale sarda. (T. Abbac Lffrente).
25 - Torre vicer e ale siciliana. (T. Maurria).
ro forre Martello di Magnisi
26 - Torre costiera Stato Pontificio. (da De Rossi).
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27 - Torre costiera presso Viesle, <li iniziativa p1;vata.
/.e, Corsica compresa, quella cilindrica scarpata. In d efini tiva può affermarsi che le cosle ilaliane reslarono racchiuse intorno agli inizi d el XVII da oltre un migliaio di torri, di quelle diverse Lipologie 37 . Il passare dei secoli nel sellore della difesa costiera antincursi va come non aveva visto il risolverersi d ella razzia barbaresca3 8 non vide nemmeno il superamento, sia concettuale che militare, dell'apporto delle torri le quali rappresentevano ancora a lla rine del '700 una imprescindibile esigenza lungo tutte le marine 3 9 . Generazioni di torricri continuavano incessanteme nte da quelle 37 Una bella raccolta fotogra fica di huona pa1te delle torri costiere ancora es.islcnl i in lLa lia , è l'opera di P. LEONARD I, Le /orri costiere d 'Italia, T'ir·enze 1991. 38 P e r un quadro cs uar·ienle del la Lragedia della corsa barbaresca nel m ezzogiorno cfr. V. MORELLI, I barbareschi contm il Regno di Napoli, Napoli 1920 . Ed ancora S . BoNo, / corsari harlmreschi, Torino 1964, pp. 92-93. Circa poi l'organ izzazio11e <li 4uegli s tati co1·sa r i dr. C. MANCA, Ti modello di sviluppo economico delle città marittime barbaresche dopo Lepanlu, Napoli J 982 , pp. 32-34. È in corso <l i slampa anc he il saggio di F. Russo, Guerra di corsa, R o ma 1996. 39 Nel R egno <li Napoli a<l esempio nel 1776 s i pmmulgò un urgcnlc <lispaccio <lin:llo ai Presidi provinciali mirani-e a l reslauro e <l a ll'aggiornamento delle toJTi costiere: "acci<i si riducano abi1abili... {noli/ìcandol che spesa vi bisogna per la riaLLaziune di ciascuna delle m eedesime . ..", A.S.N'., "Diversi" <lella Sommaria, fasc io 164, e d a n cor a ne l 1778 si rilevavano: "le Torri marittime .. . [per] formare piante, e Relazione di ciascheduna, e ripararla, e a' coslruirs i di nuovo... per Difendere coloro che ivi sollo della lorre, ù al di den/ro in te111po di raccolta v i ricovrano per garantirsi dalla schiavitù di quei Corsali ch e giornalmente si fanno vedere ... ", A.S.N., "Dive rsi" del la Sommal'Ìa, foscio 164.
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28 - Santuario Madonna dell'Arco (Pomigliano d'Arco - Na): tavoletta votiva sec. XVT raffigurante un assalto corsaro barbaresco.
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costruzioni corrose dal mare a scrutarne la sua superficie, con l'unica differenza, e non dovunque, dell'impiego di cannocchiali 40 . Spesso poi i cannoni, ancora più corrosi delle mura, erano gli stessi del secolo precedente, sempre però validi a dissuadere le insidiose fuste corsare. La straordinaria persistenza di quel semplice dispositivo difensivo, unico per durata nel settore militare, scaturiva dalla perfetta rispondenza alla m inaccia da rronleggiare. La corsa 41 , infatti , rappresentava una sorta di conflittualità arcaica e limitata nei mezzi come nella logica 42 , mirante semplicemente al bottino, rappresentato da prede materiali e umane.La inva rianza degli scopi ne aveva congelato, perché superflua, qualunque evoluzione, a differe n za di ogni altra modalità bellica. Per conseguenza le torri s ubiro no quella estesissima costanza fruili va, riproponendosi invariale per secoli. 11 loro interminabile stato di servizio n e aveva avallato la rispondenza funzionale, anche in quella arcaica veste architcllon ica, com pletam e nte giu bi lata da lla reslanle l"orlificazione illuministica. La s ua scarsa resistenza passiva ad esempio non decadde di validità con il progresso delle artiglierie navali, in quanto nessun corsaro si prefisse mai di attaccare una torre come Lale e di spianarla con le sue armi, per l'u nico risullalo d ella sua distruzione e della eventuale cattura dei due o tre uomini di presidi o, abitualmente vecchi e malandati 43 . La procedura tipica di azione corsara prevedeva invece l'avvi40 ln Sardegna i torrieri intorno al 1760 erano pe,· lo più dotati di tale strumento, rite nuto nella "Visita generale delle torri del Regno falla dal Cav. Ripol Capita110 Co111a11da11tc delle rncdcsirnc 1wll'a11no 1767", J\.S.T., Sardegna Economico, mazzo T cari. 3°, in<li sp c nsahi lc, ta nt'è c he mancando s i a ffe rmava: "Più ha /Jisngn.o fa delta Torre ... d'u,1 ca11nochiale". 41 La g uerrn <li corsa fu uffic ialmente abolita ne lla dichiarazione <li Parig i <lei 1856, allorch é s i s p ecifi cò c h e la "co rsa è e rirnane abolita". Fa rilevare A. MAR C HEGG IANO, Dirillo umanitario e sua introdu zione nella regolamentaz ione dell't:serci10 italiano, Roma 1990, voi. 1, pp. 55-56: " ... nel 1856, s i regolame ntavano, per la prima volta, Laluni usi di g u erra rnariLLima, LeJ fu un allo molto importante a n c h e per la presenza de lla Sublime Porta . Infatti, la prese nza de lla Turc hia, che figurava per la pl'ima volta nei trallali tra le Potenze europee, toglieva alla cristianità ... ncl su o insieme il monopolio del diritto ... ". 4 z È emblemaLico che 'co1·sa' derivi dal greco bizantino <li Kupurnm, pr-ima pe rsona del presente indica tivo del verbo: saccheggia re, razziare, fa re bottino. 41 DalJa me tà d e l XVIII secolo s i diffuse negli s tati rivieraschi la prassi <li destina re i milita ri inva lidi cd a nziani al servizio nelle torri. Del resto già in epoca vicereale il compito era affidato a vecchi caporali cli carriera, alcuni d ei quali ris ultavano a n cora in servizio e ffettivo a d oltre 90 a nni! Cfr. Enciclop edia Militare, a lla voce In validi.
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29 - R icostruzione di aggu ato corsaro.
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cinamcnto a terra furtivo, segu ito da un breve appostamento in attesa <lei transito di un mercantile. Alla comparsa di que lla ig nara vittima il veloce battello, a propulsione remica, scatlava per abbordarla, esaure ndo la sua azione nell'ar·co di brevissimi minuti44 . Tn a ltern a tiva i predoni non disdeg navano di sbarcare e di assali re qualche casale isolato, ne l cuore della notte ed a ll'improvviso, catturandovi gli inermi residenti e deportandoli come sch iavi 45 . In entrambe le modalità descr itte il fattore comune si cogli e nella rapidità e nella s ilenziosità. Strepiti o p eggio spari, anche di anni individuali , avrebbero infidato l'aggu ato o la sorpresa e vanificato l'inc urs ione. Tant'è che l'azione d ifensiva principale di ogn i torre consisteva appunto ne ll'allertare gli abitati lim itrofi con colpi di p e tricro 46 o con il suono delle "brog ne". Inimmaginabile pertanto un cannoneggiamento corsaro contro una torre: i loro battelli perc iò prop1io p er mani res ta inutilità evitavano il peso s uperfluo delle artig lier·ie . Ma oltre ai corsar i non rantmente, s pecie a partir·e d a l XVlll sec o lo, pure i vascelli da g uerra per condi zionare le mute voli a llean ze, iniziarono a prodursi in raid tenoris tici, o vviamente non finali zzati a l saccheggio ma al la distrn z ione. Particolarmente esposti erano gli ancoraggi cd i cantieri, la cui presenza obbligò ad una m aggiore protezione.
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Cos ì ricostruiscono sull a hase dei documenti d 'archivio R. C1sw,RNINO e G. Ln marina mercantile napoletana , dal XVI al XIX sec., Napoli 1954 , p. 34, un a bbo1·daggio ba1·ba1·esco: "Sono c ir ca le nove di se.-a , allorché prnveniente da terr a si prn rila minacciosa la sagoma cli una galera di in fedeli, c on la prora tesa su i d ue m ercantili. Se t1·isle è la sorte serhata a lla S. Ma1·ia del Carmine, drnmmatica e trngica quella del la S. Ma l'ia del Casale, c he la pri ma, ine m1c e più distante, può essere a bbandonata, l'altra invece, nonostan te l'inferio1;tà dell'armame nto, affronta coraggiosa m e nlt! la lol la ... e "dello nav iljo dc Antonio Pithicario fu preso da turchi jnsie,ne cnn tulle le genie non obslanle che havesse combattuto u n gra n pezzo" in A .S.N. , F. 1805/50440. 45 Quanto effera ti fo ssero que lle incurs io ni a tc tTa lo con fen na emblematicamente una relazione del .5 luglio d e l 1805, relativa atl una raZ7.ia compiuta d a corsari tunis i lra Ancona e Seniga llia : "dove hanno predato circa 500 persone, tra quali la 111erà coniava di piccoli dell'età. di sei anni al di sollo. La quantità della gente a bordo dei Corsari ha fatto scaricare i viveri per cui tutti questi infelici schiavi ne morivano cinque o sei al giorno ed i piccoli che domanda vano pane, non potendo sen P ORCARO.
tire le loro g rida li ammazzavano sollo gli occhi dei propri gen itori e bui/avano in Mare: lo stesso Rays assicura che neppure la m età di essi saranno a rrivati in Algeri ... ". A.S. N. E 4 176. 46 Prescriveva al riguar<lo ne l 1.594 l'ingegner C. GAMDACORTA, Visita delle Torri di Cap.lll 11el m ese d i dicembre 1594 e di quelle di Ahruzzn nel mese di ottobre 1578, m s . .1:3 .N . Parig i: "[la segnala;,.ioneJ se può complire con maschi [pt:trieri o mortaretti] che /i1rse fan più bof/a d 'altri pezzi ... ".
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30 - Rilievo tardo settecen tesco di batteria costiera.
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..;._~.n. T777iijE
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Progel Lo
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<lei XVIII secolo di forno a riverbero.
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Si adottarono a quel fine torri maggiorale, ùolate spesso di batter·ie basse con cannoni, per lo più obici, ùi rilevante calibro e con munizionamento speci fico per l'impiego antinave47 . L e lorri antincurs ive invece continuarono a sevirsi di piccoli pezzi, mediamente compresi fra le 3 e le 5 libbre di calibro48 , assolutamente inutili contro i vascelli da hallaglia, od anche semplicemente a vela. Ci sembra interessante puntuali zzare il perché di quella altrimenti curiosa anomalia hai islica. Difficile altrimenti accred i lare di qualsiasi validità, anche meramente dissuasiva, palle di circa 6 centimetri di diametro, non esplosive conlro scafi di oltre m. 50 di lungh e zza e m. 5 di larghezza, quali appunto le fuste barbaresche o le stesse galer·e. Jn realtà, ancora una volla, una attenta analis i della logica <l'impianto ci costring e a stimare perfettamenle idonea e rispondente quella scelta. Innanzitutto i piccoli cannoni risultavano facilmente brandeggiabili per· una s l r·iminzita guarnig ione, evitando la necessità, assoluta m e nte inevadibile, di magg ior per·sona le. Soprattutto però tirando conlro un naviglio a propulsione remica, la cui forza mnlr·ice, costituita da oltre un centinaio di vo gatori, costipava, insieme all'equipagg io ùa preda, l'intero ponle a "folJa compatta", potevano, con traiettoria radente, a prire s olchi sanguinosi tra le c iurme , inceppandone la sincronia di voga. Pallila a quel punto la sorpresa, pe rsa la confortevole certezza ù'impunità, scaduta vistosamente la velocità, il des is tere immeùiato dalla razzia si pruspeltava quale unico, e non facile, scampo. Discorso d.i tutt'altra natura, invece, pe r i panciuti scafi tondi,
47 È inte ressanlt: r"iconlarc ch e la diffus ione di ta li torri-batterie ric hiese l'ad J eslrnm e nlO di persona le qualificato. ma non Ji estrazio n e esclusivamente militare. La Reale Ordinanza per La foormazi on e d egli Artiglieri Litornli <le i 2S m arzo del 1793, c osì prescriveva p er il Regno di Napol i: "Volen do Noi con opportuni m ezzi provvedere alla consen 1azione de ' nnstri amatis sim i Sudditi, m eLLendoli in staio di respingere poderosamente qualunque allu di oslilità abbiamo particolarmente rivulla la sovrana Nostra attenziune a munire nel m odo con veniente f.', li estesi liii de' Nos tri d om ini; e co ns ide ra ndo ch e per la di fes a delle S piagge e per la prote z ion e del Commercio e della Navif.',azione cos tiera, egli è u n importantissimu oggello collocare delle Batlerie ne' siti opportuni e l'aver della gente b en istruita nel serviz io di esse. senza ch e in tempo di pace l'esorbitante n umero d i tu tta quella .. sia di gravezza allo SLalu;abbiam o [decisn]. .. formare d elle S cuule da is truire gli abita nti delle Marine, o nde poter nelle occas ioni servir con vanlaggin le varie artiglierie s ituale in esse... ". 4 x L'orJine orig inale di armamento del 1569. 1-elaLivo a 114 ton-i, settore adriatico-ionico, A.S.N., Collaterale Curiae , Voi. XXTT.ff.24 e sgg., prevedeva 9 pezzi Ja 1 libbra, 33 J a 2, SS da 3, 13 da 4, 11 da 6 , J da 8, conrerma inJi scutibile d ell'asserto.
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sospinti dalle vele , ùclle n avi ùa g uen-a. Conl rn quelli in fatti il d a nno d ei ri cordati proietti appariva irrisorio eù assolutamen le insig nificante 49 e per di più avrebbe provocalo una p ronLa risposta di ben alLra pote nzialilà devas tante. Sembrer e bbe, tuttavia, ancora inspiegabil e com e m ai uno o due canno ni di calibro maggiore tra le 24 e le 33 libbre potessero soste nere e sp esso 1in lu zzare, nelle Lon-i s urùimcnsionate, un conrro nto balisLico con vascelli armati di un ce nLina io di pe;,.z i. Affermava al riguardo il gen erale Btialmont: "Les andens aiiilleur-s fra11çais. pour caractériser l'in fériodté du lir dcs vaisseaux. disaicn l.: «Une ba!leric d c còte de 4 canons, bien placéc cl bien servic, doit avoi r raison d'un vaisseau d e 120 cano11s.»"50 "Gli an lich i artiglie1i fran cesi, per· sotto lineare l'infe1io.-ità del tiro dei vascelli, affermavano: «lJ na batte1ia da costa di 4 cannon i, ben posta ta e ben se1vita deve aver ragione d'un vascello da 120 cannoni »".
Il perché d i quella inferio1ità a nùava imput<1t.a a ll a incertezza della punteria, scossa dal rollio e d al beccheggio d ei ponti, non r.hé a lla difficoltà di un attendibile telemelraggio. Precisa, infatti, lo s tesso a utore: "t.:ineffi cacilé du ti r d cs vaisseaux prnvicn t 11011 seu lem cn l de l'instabilité des ca11on s. mais c ncore de la dillicu lté d 'estimcr avec que lqu c cxactit ude la distancc des navi res aux balle.-ies dc <.:Ìlle. Cetle dilTicul té est considérahlernent rèduilc pour les ba!ledc d c terre. sourtout quand elles se lmuvent à une gra nde hauteur a u-dcssus de l'eau ." 5I "!.:ineffi cacia del lirn n:w;i lc pmviene non soltanto dalla ins tahi liLà dei can non i, m a sopraltul l.o dalla d ifficolt à di valu tare con un mi n imo d i precision e la d istan za trn il vascello e la batte1fa cos1ic.-a. Questa difficoltà è mollo contenuta per le ballcrie terrestri. specialmente quando si trovino a grande altezza sul live llo dell'acqua".
lno lLrc i pezzi ùi tali torri goùeva no di un eccezio nale va nLaggio consis tente, non solo nella slabilità de lla piazza, ma nel presentar·si iJ be rsaglio sempre a lla s tessa a ltezza sull'acq ua. Bastava a llo ra diti-
49 Afferma al .-iguardo D. II OWARTH, f,'invincibile arinada, Trento I 984, p. t 65: " on era di nessu na utilità s parare con le mezze colubrine a occhio ... e m eno ancora serviva no sagri e folco nclli ... Successive csper·ienze comprovaruno la difficolli1 d i affonuar·e un bastimcnlo in legno co n palle piene: uno scafo ben costru ito poteva incassare colpi per· un'intera g iornata, e a lla fine r estar e pu ,- sem pre a galla .". 111 Da BRJAJ.MONT, ù, dé.(ense d es cotes et /es rete.\· de poni perm anentes. Bruxell es 1896, p. 4S. La citazione de l genernle invece è tratta da Aide-Memoire de l'arlillerie fìw1çuise d e 1836. 51 Thid., p. 48.
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gergli contro proietti "piattellanti" 52 sul mare pe r ave re la cerlezza d'impatto con lo scafo. Come se non haslasse, a differenza di un colpo forLunalo di un vascello in grado di sbr ecciare la muratura di una torre senza p erò s pianarla, un cen tro del canno ne di questa poteva m ettere in forse la sicurezza s tessa d ella nave, specie dopo l'introduzione d el Liro a pa lle roventi 53 . L'insediarsi infa tti nello scafo sfondato di una massa di circa 10 kg di ferro a 800° - scagliala con una carica di lancio voluta mente de bo le 54 per consentire all'energia cinetica residua <li trapassare soltanto la prima murata senza fuo riuscire dalla seconda - significava n el migliore dei casi, un pe ricolosissimo principio d'incendio, e nel peggiore, - per la presenza dei baril i di po lve re nelle stive - la deflagrazione del vascello. Quanto inefficace e rischioso fosse il ti ro navale conlrn o pere terrestri, lo con fermano innumerevoli resoco n ti bellici. Per restare ai corsari, d urante l'allacco inglese a lla loro città-stato di Algeri ne l 181 6, lord Exmouth, fatta accostare l' a mmirag lia Quenn Charlo tte a meno di 50 yard s da ll a halle ria del molo, la ma1·te1lò pesantissimamente con un d iluvio di proie ui 55 . Nonostante ciò il
52 I vantaggi del tiro "a rimbal zo" appaiono evidenti nella esposizione di G. B. PACCES , Trullalo ragionato sulle diverse batterie,. Napoli 1813, p. 121: 'Taltezza più convenie n te per ta li batte1;e al presente vien s tabil ila da 7 a 9 tese sul livel lo del mare. me ntn: si è sperirnen l.ato, c he con q u esta elevazio ne si colp iscono i vascelli s icuramente, e di piena ca1i ca, ed a rimbalzo Jalla Jistanza J i 100 tc.~c. sino a quella d i 600, sem.a Jar·e ai can noni m aggiore inclinazio n e di q ue lla di 5 gradi , n è maggiore elevazione d i 3. Si è sperime nta lo di pitt c he la balleria resta al co perto da' titi provenienti d a vascelli , i qua li ha nno sili mare lln'alrczza di du e in tre tese.". 53 Se mp re dallo stesso auto r e appre nd iamo i n m e1·i t o , p. 128 e sgg .: " Fin alme nte queste b alte ri e essen do destinate a far fuoco sopra legn i forniti di m a te rie a cccns ibili, e dove ndosi prodmTe sig nificanti effetti, Jovrnn no tirare c on palle infocale ... Una forna<:e a r-i verbcro adattata, è la più vanta ggiosa p e1· questo ... Oll csta fo rnac e può cont ene1·e 24 pall e d a 33, ed in 20 minuti Jopo a<:cesa sono al convenien te grado di fuoco. di mani era che in un 'ora se ne posson·o avere p iù di 80. Non vi è esempio c he s icn o s ta te fu se p er q ualunqu e te mpo sono r imas te n ella for·nace ... È n ecessario ch e fra la cal"ica, e la palla vi d e bba essere un corpo intcrmeJ io, acc iè> non si comunichi l'accen s ione alla polvere... komel un cilindro Ji u-eta... sostituit i... rdal zocchetti di legno a J u so J i palle infocate, dc' quali si fa u so. Si è sperimenta to a ncrn·a, c he int1·oducendosi la palla r ossa nel cannone. e questa facendola rimanere nel pezzo sin tanto c h e s ia di venuta interame nte fredda, m a i s i è comun icala l'acce nzion e a lla cari ca". 54 P recisa circa la car;ca di lancio il gen . G. ULLOA, Dell'arle della guerra, Torino 185 1, pp. 136-7: "Le caric he ... pc' tiri a palla rovente, allorc hé voglionsi bruciare le navi ne mic he, sono il quarto od il quinto del peso del proietLo, affinc hé questo pe netrando nel borJo della navi, ivi si sta nzii b ene e produca l'incendio ... [altt·ime ntìl s i avr ebbero .. . delle portate eccessive, se si facesse uso della car·ica or-<li nar-ia del ten:o.". ' ' Sull'episoJio c he viJe comu nqll c Al geri d evasta ta d a u no spaventoso uragano di fcn-o e d i fuoco, inten s ificato dall'impiego di m od erniss im i razzi e bombe a sch rapnel cfr A. L EVATI , S1oria della Rarharia, Mila no 1826, p. 128 e sgg.
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controfuoco di quella gli u ccise 8 uomini e g liene ferì 131.Una second a unità, l'Impregnabile, tenutasi pru<lenle m e nte tra le 1.200-1.500 yards, a fronte di un minor danno inferto lamentò 50 mo rti e 138 feriti! L'episodio citato, oltre a confermare quanto esposto, testimonia indirettamente una scarsa dimestic hezza de l1a flolla inglese a simili duelli 56 , temuti d a ogni com anda nle d e l M editerraneo. Ta n to i barbareschi infatti c he le marinerie mi lita ri degli s tati riviera schi , eran o perfettamente co nsci di quella rischiosissima in feriorità balistica:raramente perciò s i lasciavano tentare dal cimentarsi in tale duello dal quale aveva no tutlo da perdere. Ne conseguiva in d efinitiva una sorta ù i reciproca dissuasione inlrecciala: le toni anticorsare evitavano di provocar·e i vascelli di linea e quelli a loro volta evitavano le toni più grosse. L'intrusione però massiccia della flotta inglese negli ultimi decenni del XV ITf secolo nel Mediterraneo, lasciò motivatamente supporre che quel tacilo equilibrio taltico si sarebbe prima o poi infranto. MARTELI ,A POINT
La squadre navali di Francia ed Inghilterra sul fi nire del tor·m entato '700, presero a confro ntarsi sempre più l"rcquentemente nel Mediterraneo 57 . Gli esiti della Ri voluzione aveva no ulteriormente inasprito le secolari rivalità ed acuito gli inesting uibili antagonismi. La propagazione poi degli ideali repubblicani ed il proselitismo da quelli innescato, agirono da d e tonatore per un a più rabbiosa 56 O na lar-vala ironica eco d i quelle inconclude nt i missio ni si coglie ne l gen . B. F oRTEGUERRI, Memoria riguardan/e il s islema di Pace e di Guerra ch e le l'olenze Europee pralicano con le Reggenze di Harheria, Napoli 1796, p . 6: "T.a seconda maniera di attaccare i P orti della Barberia è il s istema d i hombardamenlo maritt imo; questo non espone a lle perdite d'individui com e negli sbarchi, è di fac ile esecuzion e, può ripetersi più volt e l'anno, cd è d i mediocre s pesa, ma l'e ffello è spesso ridicolo, e quasi sempre inutil e; il nemico pre p,H"atJJ per· impedù·e simile operazione la renderà fa cilme n te vana, e non sar à, c he nel caso d i una sorpresa, che s i potrà effe ttuare con qualc he va n taggio appar·ente . .. Disgrazia larnenle gli Europe i in questo secolo hanno d a to bastanti lezioni a i Barbari d a fare loro conoscere, che le minacce non sono sempre fl agelli reali, c he il mostrare i de11li non sempre indica poler· mordere, e c he a l contrario essi tengono mezzi per r esiste re, e risorse pe r non c urare il nemico.. .". 57 Precisa J. MoRDAI., Venticinque secoli di guerra sul mare , Torino 1973 , p . 139, c he l'esplode r e dell a conflittualità n a va le fra le due potenze iniziarono: "effellivamen le solo il J 7 giugno I 778 quando la Belle -Puolc, fregala <la 30, capitano Chaad eau d c la Cloc he lerie , dislo cata n e lla Manica per o sserva r vi i m ovimenti degli fng les i, capitò suJla squadra dell'ammiraglio Kcppcl, for·te di quattordici vascelli e alcune frega le ... Iniziato a lle 6 .30 del pomeriggio, il combat:timc nlo infuriò fin o a lle 11.30 e si concluse ... da l lalo francese ... rcon] quarantacinque morti e cinqua nl.aselle feriti; otto e lrenlasei r ispettiva m e nt e fra gli I nglesi.".
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conflittualità. E se i francesi, pressati a garantirs i basi ed alleanze per la loro politica impeiialis ta, ricorrevano a qualsiasi opportunità propizia, gli ingles i da parte loro non si peritarono di assistere passivamente ed a ppoggiarono, sempre meno discretamente, quals iasi insorgenza antirivoluzionaria, pur retriva ed illiberale c he fosse . Ow io quindi c he i vascelli dei due contentendcnti incrociassero, in spasmodica reciproca caccia, nelle acque del bacino, sen za per questo arrecare il minimo di sturbo ai soliti spietati corsari, c he anzi, approfittando delle ca n gianti alleanze, trassero ulteriore opportunità dalla precarietà inte1nazionale. La Corsica, contesa per seco li tra francesi e spagnoli, aveva trovato dopo il '500 una sua stabilità sott o il dominio genovese. Dalla Repubblica, secondo la logica dell'epoca era stata fortificata e munita, non diversamente dell e a ltre locali tà Iivierasche li guri, con torli costiere antincu 1-sive ed antivansive 58 . L'isola, di per sè, si prestava poco ad una campagna d i conqu ista da m are, configurandosi non solo impervia e montuosa all'inte1ì10, ma priva per g iu n ta d i una assortita disponibili tà d i approdi, indispensabili p er g li sbarchi . Solo s ulla costa orientale, infatti, s i a pr·ivano alcuni discreti porti - a n a logamente in ciò a ll a Sardegna - sempr·e comunque in nu mero esiguo. Tra loro spiccava quello a ntistante il piccolo centro rivierasco di S. Fiorenzo (ancora n el 1940 con tava c irca 1100 abitanti) affacc iato s ull'o m onimo golfo, a lla base d ella penisola di Capo Corso, assurto perciò ad a ncoraggio strategico, in quanto principale porta di p enetraz ion e nell' i so la. La cas ist ica s to r i ca , del resto , co nfermava a su fficienza l'asserto. Consegu enzia1c, quindi , un awicend arsi di congrue fortifica zioni sia contro g li onnipresenti barbareschi59 , s ia contro le inizia ti ve più s piccatamente invasive.
~x R. DE MAESTRI, Opere di difesa... , op. c iL pp. 47 e sgg., afferma in proposito: "Punto centrale dell'attenzione n o n crnno solamente le cos te liguri, ma il possesso genovese de lla Corsica , c ontr·o la quale si erano rivolte le a zioni d ei p irati barbar·eschi. Cominciò così l'o pera <li fortifica zion e della Cors ica con la costn Jzionc, n el 1540, della fortezza <li Porto Vecchio ... ed ancora dopo il 1553] sono da sottolineare i grnndi sforzi fatti dai Genovesi per· il rafforzamen to delle vecchie fortezze e per l'e dificazion e di nuove in Corsica . .. [in pa1iicolare nel] 1554, a nno cn.1ciale per le vicende de lla Corsica, dumnte il quale fu mno eletti dei deputati d ella Repubbl ica p er le for tifica zioni delle R iviere ... ". Sull'argomento cfr C. ARu , La d ifesa litoranea della Corsica durante il periodo genovese, in «Me<litc n-a n ca», Cagliari 1937, ed a ncora A. AMHRos ,, La défense de la Corse sous la domination génoise, in R evue <le la Corse, n. 48, 1937. 59 Li mitandoci alle sole incur·sioni devastanti a bbattutesi s ulla Cors ica negli anni a c avallo d i Lepanto, dobbiamo r ic ordare quella <lei 1553 perpetrata da Drag ut, be n du e nel 1583, e quindi un'al tra nel 1584.
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In de ttagJio garantivano la rada il forte Fornali, alcune batterie e un pa io di torri, c h e sebbe n e di vecc hi a concezion e 60 , s i supponevano, per qua nto esposto, pur sempre valide. Una in particolare d e tta delle Mortelle , o di Punta delle Mortelle - dall'antico toponimo roman o <li Myrteos - s'imponeva, a n cor-a alla fine del '700, pe r la su a pittoresca ubicazione, e per la su a robusta costruzione6 1• Dopo la br·eve pac ificazione gen ovese, intorno al 1755 riesplosern nell'isola, compl ice il malgoverno istauratovi, rabbios i moti insurrezionali miranti a porre termine a ll'odiata d ominazione . 11 trattato <li Cam piegne del 1768 sembrò assecondare ta le es igenza, assegnado la Corsica a ll a Francia, ma in pratica riattizzò le intol leranze, esistendovi un'allretla nto attiva ed agguerrita fazione antifrancese. I moli si protrassero per lung hi anni, trasformandosi in una endemica gu erriglia inestinguibile trn le aspre giogaie interne. Ancora nel 1774 combattimen ti , p iù o meno viole n ti, funestavano Je co nt rade più inaccessibili, sen za una possib ile soluzione. A seguito della Ri voluzione la Corsica dive nne un dipartime nto francese, particolare che rinvigorì l'indipendentismo, con novelle este rn azioni insurrezionali. Scontato, in siffatle circostanze l'aiuto 1nilitare ing lese, che, appena sollecitalo dagli insorti, non si fece minimante atten<ler·e. Una squadra britanni ca p ertanto comparve dinnanzi a S. Fiorenzo, il I S settembre del 1793, intimando la resa <lei forti . La cittadina, insieme alle sole due di Bastia e di Calvi, si professava
60 L a con figurnzione a r c h itettonica <li quelle toJTi andrc hhe assimilala a quella del: "to1Tione a pia n ta c irco la r e di Ced ale, la c ui costruzione venne r ic hiesta e<l acconlaLa nel 1564, . .. red avvia] una l'orma ti pologica di c oncezione più conson a alle es igen ze costrullive impos te dalle nuove tecniche belliche, tale forma s i ripete per llHLe le località ... red] è caraller izzata da proporzioni piulloslo massicce, con cm·donatura di coroname nto d ella scarpa situata cir·ca all'altezza delle cannonier·e . da coperLurn parziale d el piano d es tina lo alle batterie per creare un riparo agli artiglieri ed a i p ezzi, <lall'inlerTamen to s ino al livello d e ll'entra ta , da ca<l iLo ie in corris ponden za della porta." , <la R. DE M AESTRI, Opere di difesa... , op. cit., p . 7 1. 61 Stando a i rilievi pervenutici cd a lle sla rnpre coeve, la tor-re di p unta d elle MorLelle ern del tipo cilindrico a base scarpata, d i g rosse d imensioni. Trn la scarpatura e l'a lzato ver tica le vi era interposto un primo cm·done t01;co, mentr e u n secondo delim itava il primo livello dal secor1<lo, entrambi a gibili. Completava la sh1.11tura la pia zza di co pe r tura forata da una fitta teoria <li fe ri toie perime trali. T.c aperLur·e raffigurale nel paramento dei due p iani possono con faci li tà considerarsi altTettant.c feritoie per a rm i <la fuoco di piccolo calibro, analogamente a q u e lle presenti nel loni one <li Bosa in Sardegna. Cif·ca una rniglim·e individuazio ne <li yuanlo s intetizzato c fr. M. GRUNDY, The Martello Toers o{ Minorca, in T'orlress, Vol. J 9, 199 1, pp. 28 e sgg.
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32 - Antica raffigur azione di To rre d i Punla <lelle Mor·Lel le.
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) sempr e fedele alla Francia, ma rappresentava uno dei migliori ancoragg i in vista delle s uccessive operazioni di sbarco. Alla sua difesa p rovvedeva un distaccamento <li lira lori com a ndalo <lai ge n . Ge n til i. Anche nell a Lor-re di Punta Mo r te lla a lloggiava un pr·esidi o di a lcuni soldati di fanteria, sebbene scar sam ente addestrati p er sosten e re un attacco navale. Appen a <lue ore <li cannoneggiam e nto, in fa lli, della fregala HMS Lowesloffe, da 32 cannoni, bastarono ad annientare ogni velleità di ulteriore resistenza nella pavida gu arnigione. I su oi u omini, dopo le prime bordale, s i disperse r o s ulle a lture c ircos tanti, a bbandonando il caposaldo al suo destino62 . La torre tuttavia grazie alla sua o ttima muratura non riportò daon i ap prezzabili , ta nt'è c he gli stess i ing les i s i pre murarnno di tioccuparla, assicurandose il possesso indisp ensabile per le imminenti operazioni anfibie, impedite ormai esclusivamente dalle
1'2 Vi è d a rilevare tuttavia c he la caden za di fuoco dei vascelli hritannici era per l'epoca eccezion a le. Prec isa R. A. PRESTON e S. F. W1SE, Storia sociale della guerra , Vernna 1973, p . 194: ".L'aho .livell o dei brita nni c i fu o tle nulo aLLraver·so l'add es tramento e rne<lianle l' u so di d e terminati congegni tec ni ci. [Sir Cha rles Douglas, capita no agli ordini di Rodncy cd esperto di a rtigl ie ria j. .. so sLiLuì la ve<.:c hia micc ia con un sislema <l'a<.:ceus ione a pie tra focaia ... pe1· far sparare il cannone; egli intrndusse p er la polvere casse [cartocci] rives lite di rla ne ll a, la yua le, a d ifferenza <lella sela usala in pr·ecedem:a, non lasciava un res iduo d e lla combustione c h e doveva esser e poi estratto dall a canna; eg li co nLrollava inolLI·e il rinculo costringendo i can noni a salit·e lungo un piano in clinato e legandoli a molle d'acc iaio il c ui diame tro raggiungeva pe r s ino i 2S c m .". Su llo s lesso ar·gomento dr. M. HowA1rn, La guerra e le anni nella storia d'Europa , Bai; 1978, pp. 169-170 .
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restanti fortificazioni foran ee63 . Nei giorni successivi, inl"a lli, p er l'esalle/.Za il 20 settembre, sopraggiunsero altre due frega te ed un vascello di linea, c he dir·cssero il loro fuoco contrn l'altro caposaldo di S. Fiorenzo: il forte Fornali. Contemporaneamente re pa rti m iliziani indigeni, rincalzando un cenlinanio di soldati inglesi g ià sbarcati , attaccarono lo stesso a n c he d a ten-a. Nonostante però la duplice pressione, le n avi inglesi d ovettero, il giorno 22, rep li care il cannoneggiamento contro la coriacea posizione, lanciando soltanto il 30 l'assalto risolutivo. Ma l'investimenlo oss idionale fu stron cat o, in breve volgere, dal sopraggiungere dei rinforz i da Bastia, che costrinsero gli inglesi a riguadagnare precipitosam e nte i loro vascelli . Allontanatosi le n avi, g li insorti isolani, te ntarono, ed in c iò era ripos ta anche la speran za d ell'a mmiragliato di Londra, di m a n tenere la torre contro le sopraggiunte truppe regolari . Ma le loro illus ioni s i dissolsero imm edia tamente . La torre tornò quindi in mano fran cese, e ricevette un migliore armamento e una comba ttiva gua rnigione. Trascorsero, quindi, quasi cinque m es i e d il 7 febbraio 1794 ricomparvero nuovamen te, dinanzi S. Fiorenzo, le minacciose vele inglesi. L'HMS Fortitude e l'HMS Juno, armate rispettivamente <li 74 e 32 pez:t.i, senza frapporre indu gi, <lir·cssero tracotante m e nte contro la Torre di Punta Mortella. Un con citato sventolio di segnali , bastò a notificar e alle n av i la fuga degl'insorti e la presenza militare fra ncese. I cannoni di marina ruppero pertanto ogni ulte riore incertezza. Con puntuale preèisione, a ravvicinati intervalli, micidiali hor·d a te si avve ntavano, dalle due unità, co ntr·o la vecchi a torre. Ciascuna di loro constava di 16 pajle da 24, 29 da 18 cd 8 d a 12. I due vascelli di lord Hood soslennero per ore lo squ assante m arlcllame nto, ma il p ezzo del caposaldo m agistralmente servito, non s i peritò di conlrobballcre quella d evastante grandine. La sola tenuta archite ttonica della postazione cos tiera costituiva già una la mpa n te conl"crma della perfetta calibrazione slrulturale, persino in casi come quello in esame, ecced enti notevolmente i limili di progetto. Ma non fu certamente la semplice resistenza pas s iva ad impressiona re gli attaccanti.
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Bri tain .
S ull'episodio e h-. E . .T .
GRIMSL E Y,
Martello Towers, J.iphook 199 1,
Great
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La guarmg10ne dj Punta Mortella, infatti, dando prova di temerario sprezzo del pericolo, e di notevole addestramenlo, brandeggiando l'armamento principale - un pezzo, da 18 libbre, ruotanle inlorno al perno reale - ed il secondario - un cannone fisso da 6 dietro una cannoniera -, espletate le procedure <li attivazione del forno a riverbero per l'arrove ntame nlo delle palle, si produsse in un e fli cacissjmo controtiro. I tragici riscontri non si fecero attendere: dopo poche salve di aggiustamento, sulle <lue fragate, gli allibiti comandanti dovettero lamentare l'uccisione di 6 uomini ed il ferimento <li 54. l danni alle unità, poi si incrementavano colpo dopo colpo, lasciando presumere che il prosiequio dell'azione avrebbe messo a repentaglio la sicurezza delle stesse. Con immaginabile umiliazione fu gioco forza interrompere l'azione, ordinando la manovra di sganciamento. Si esauriva, così l'attacco navale contro Mortella Point. A quel punto più che la log ica lallica dell'intera operazione, dirottata su Bastia, fu l'or·goglio militare britannico ad imporre la capitolazione della vetusta torre. E vista fallire la tacita:t.ione <la mare, si intraprese in alternativa l'inveslimento diretto da terra. Un distaccamento prelevato dai 5 r·eggimenti <li fanleria, sbarcati nel frattempo nei pressi di 13astia, a meno di 20 km di distanza, al comando <lel gen. Dundas, ricevette pertanto la scomoda incombenza. L'operazione appar·entemente insig nificante, si propose, in r·ea l là s in <lai preliminari, irta di rischi e di difficoltà. Lo spianamento d ella torre con l'artiglieria si confermava di improba fattibilità in quanto le palle, impallando obliquamente per via della sua scarpatu ra troncoconica e d el suo corpo cilindrico, subivano, in massima parte, una innocua deviazione sul liscio estradosso. Ad un eventuale assalto poi la torre, come lulte le sue consorelle, offriva un unico stretto ingresso pensile, serrato da una massiccia porta, attraverso cui si sarebbe potuto introdurre un attaccante alla volta, sotto l'imperversare <lei fuoco della sovrastante moschetteria. Scapolata quella fase, gli uomini penetrati all'interno, avrebbero dovuto quindi guadagnare la piazza sommilale inerpicandosi, sempre uno alla volla, lungo la stretta ed arcuata scala nel muro, esponendosi al loro sbucare in copertura alla reazione dei difensori, e soltanto a quel punto ann ie nta rli. La sequen za illustrata più che suicida si connolava assurda. Si oplò, allora, per un nutritissin.10 cannoneggiamento, mi-
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rante a snervare la resistenza della guarnigione, interdicendole a l contempo ogni reazione. E, dopo due giorni di incessante martellamento, essendosi sviluppato un incendio di alcune strutture lignee interne della torre, e minacciando le riamme la S. Barbara, i 38 l"rancesi ivi asserragliati finalmente si arresero.
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La sofferta conclusione, quand'anche positiva, dell'attacco all'antica torre, lasciò negli ufficiali britannici preposti alle operazioni una profonda impressione. Mai fino a quel giorno avevano minimante supposto c h e la terribile e sper imentata efficacia distruttiva delle loro superhe navi, si sarebbe dimostrata così insufficiente nei confronti di una tanto modesta fortificazione. Si avviarono pertanto delle accurate analisi tecnico militari, tese ad accertare la concreta val idi tà difensiva di si llatte opere, on<le ricavarne se confermala, un prototipo aggiornato e potenziato della Torre delle Mortelle - riballez;,.ala nel frattempo , con la prover·biale sufficien;,.a anglosassone "torre Martello" - da impiegare nella di resa costiera statica. Non trascorse neppure un anno c he già alcune realiu.a;,.ioni d el genere, strettamente d e rivate dalla antica torre, si eressero a Minorca, ed in Sud Africa nei press i di Capo di Buon a Speranza. Che l'affinità strutturale non fosse frutto <li semplice coincidenza è confermato dal nome d e l loro propugnatore, il vice ammiraglio George E lphi stone, appunto uno d e i menzionali ufficiali di Mortella Poinl. Esaurita in tal modo la fase sperimentale, e accreditatasi maggiormente la difesa costiera statica imperniala s u caposal<li minimi interdipe nde nti , si innalzarono torri martello ovunque si st imasse necessario prolegger·e efficacem e nte e con poca spesa un vitale sellore marittimo. Per online de l luogotenen te generale Stuart, le coste della Bri tannia nel 1798 ne vennero munite, e quindi pure quelle di Minorca, <love lo stesso gen erale prestò servizio. Avremo occasione di incontrare a ncora una volta questo generale inglese, n el cor so della nostra ricerca, ulteriore riconferma della supposta paternità progettuale. Del resto già a Minorca nel 1798 le torri <la lui vol ute furono inizialmente chiamate Stuart Tower, e presentavano perfet tamente definite le caratteristiche che poi saranno precipue delle altrimenti note Torri Martello.
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Lo Stuart, infatti, era un'altro degli ufficiali di Mortella Point64 • Tuttavia sino a quel pe1iodo nessuna di tali toni si innalzò sul suolo inglese, vuoi per una sorta di relicenza ad ammeltere implicitamente tramite la loro adozione l'insufficienza d ella flotta, vuoi più semplicemente perché non se ne stimava utile la presenza. Fu l'avvento della potenza, apparentemente irrel"renabile e minacciosa di Napoleone, a fornire un improvviso stimolo alla loro fulminea proliferazione sulla costa m eridionale dell'isola. "Tn Tnghilterra l'Ordinance Cummillee del 1804 prende in considerazione due tipi di t01Ti per la difesa costiera: la prima di base quadrata con quattro cannoni in barbetta, l'altra rotonda co n un solo pezzo da 24 libbre e due cannoni navali corti, ma il più elevato costo d ella torre quadrata indusse all'abbandono del relativo schema" 65 . Fu la consacrazione monopolistica d ella torre martello! A pa rti re da l 1805: "esse divennero l'elemento fondamentale del piano di difesa costiera britannico: ben 73 torri (e due ridotti circolari) erano già state costruite entro il 180 8, a prnle:1.ione delle coste meridionali d ell'isola. Quasi subito dopo ve nn e avvialo un analogo programma r e lativo a ll e cos te orientali, che portò alla costru zione di altre 29 ton-i in questa zona e di un'ulteriore t01Te aggiunta alla linea di difesa meridional e) . Quando nel 1812, cessarono i lavori, la co s ta della Grnn Bre tag na era protetta da una catena di ben 103 torri costiere, che si este ndeva da Aldeburgh, n el Suffolk, fino alla foce del Conde, nell'Essex, e da Folkeslone, ne l Kenl, l"ino a Seal"ord, n el Sussex" 66 .
LA TORRE MARTELLO: AN ALISI ARCHITETTONICA
Sebbene le Martello Towers non fossero lullc ugua li , presentand o leggere var·ia nli in r·elazione a i sili <l'impianto ed alle esigenze tattiche, è lecito generalizzarle sotto il profilo architettonico. M Precisa I. Ilocc, Sturiu delle (urti(irn zioni, Novarn 1982, p. 134 : 'Tcpisodio ebbe tanto maggior citcHo in quanto alcuni d egli ufficiali di marina e d ell'esercito coinvolti nell'operazione si lrnvanrno a nni dopo a occupare posti cli grnnc..lc rcsponsa bil i tà pmprio me ntre vcnjva diba ttuta la questione delle difese costie1·e britanniche nei con fronti c..legli attacc hi frnncesi ". 65 O . H11c:HF.s, Cnnsidemzinni e teorie sulla difesa costiera inglese, in Castellum, n. 25-26 . Roma 1986, p. 33. Lo s tesso autore p untualizza l'ar·gorne nto in, Brilain in Mediterranean and the defence of' her naval stations, Liverp ool 1981, pp. 23, ricord ando c h e molte e rano state progettate c..la C. W. Pasley. 66 T. H uc.;c.;, Storia ... , o p. cit. , p . 134.
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33 - Torri Ma rtello di Minorca. 14 - Dis locazio11i delle torri Martell o in Gran Bretagn a.
"Le tolTi della costa dell'es l e ra no più largh e cli quelle d ella costa sud dell'Inghilterra e le loro stesse planimelrie era no del Lu tlo <liverse ... " 67 , ed in pa rtic olare quelle differenze riguardavano soprattutto la geometria di base. lnraLLi le pr·ime: "sono a pianta grosso modo ellittica ... mentre quelle costruite lun go la cos la m er·i<lionale h a nno pianla ovoidalc ... " 68 . Ma in definitiva la loro comune matrice appare sempre rispetlala, g iuslificando perciò la pred etta generalizzazione descrittiva. La to1Te Marlello pre se nlava una configu razione volumetrica 67 Q. IluG11Es, Considerazioni... , op. c ii., p . 33. 68 lbid ., p. 33.
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15 - Spaccato assonometrico di trnTe Martello tipo.
eslre m a menle semplice: un Lron co di cono, una specie di secchio rovesciato, privo di qualsiasi sporto, ad eccezione del parape tto sommitale e di un risalto torico di poco più basso. Il dia metro di base non eccedeva la ve nlina di melri, con un a llez1.a conlenula norm almente nella decina. La scarpatura continua , a sua volta, risultava dell'ordine del 10-15%, simile in ciò a quella d elle torri napoletane. Lo spessore delle sue mu.-a pa rtiva da c irca m. 4 , al livello di campagn a, per rastremarsi progressivamente fino ai quasi 2 del parapetto. Un robusto pilastro centrale, perfettamente analogo per forma e fun zione a quello lonta nissimo del Lorrio ne d i Bosa, supportava le stru tture mizzontali ch e segmentavano verticalmente la to1Te. In basso, p1ivi di accesso diretto dall'esterno, erano ricavati alcuni c..l epos iLi, una cislema e le riservelle di munizioni. Vi si perveniva tramite un paio di botole, aperte nel sovrastante plancito, con scale a pioli. A circa 6 m. era ubicato il piano agibile, dotato di vano d'ingre sso pensile, forato nella sezio ne a monte della Lorre 69 , serrato
69 La disposizione s ul settore a m onte sia d e ll'ing1·esso che d elle s tesse scale a spessore d i muro, nasceva dall a necessità di proteggere m eglio quelle vulnerabili esigen ze architettonich e dalle possibili offese ba listic he navali. Costituisce per·tanto una dis posizione canonica d ell'intero repertorio torriero.
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Robertn di Rosa
da una massiccia porta. La penetrazione si co nseguiva perciò arrapicandosi su di una incerla scale tta volante retraibile. TI solaio di quest'ambiente in molti esemplari era ligneo, poggiante su massicce travi di quercia incastrate tra una reseca Jel pilastro centrale ed un'altra, inintenotta, Jel mu ro perimetrale. La solu zione, sebbene non olti male sotto il profilo <lell a sicurezza alla combuslione, ostentava una indubbia convenienza economica cd una maggiore rapidità di costruzione: <lel resto non s i richiedeva una particolare r esistenza ai carichi, non essendo prevista a quella quota artiglieria. Non eccezionali tuttavia le torri che a l rosto dell'impalcato presentavano una volta a botte. 11 pilastro centrale rendeva taJe a mbiente circolare una sorta di gall eria anulare, scandita perimetralmente <la una serie di piccole feritoie per armi individuali, fungenti norrnalmenle da altretta nte finestre, profondamente stromba te. In aderenza al pilastro trovava s istemazione una ras trelliera circolare su cui erano riposti i mosc hetti della guarnigione, forte mediamente di 26 uomini. La copertura era sempre a vo lta, insistente sulla circonferenza del muro perimetrale e sul pilastro cent ra le. La solu zione consentiva una ampia 1-esis lenza a ll e sollecitazioni, s tat ic he e dinamiche, impresse dal pezzo pos tato in copertu ra, la cui reazione retrograda veniva smoP.ata scaricandone una r·ilevan tc componente ve1-so il basso, appunto sul pilastro. U no o più camine tti-foconi assicuravano s ia il riscaldamento ch e la cucina a ll a guarnigion e, in gra<lo di soggiornare autonomamente n ella torre pe r qualche settimana. U n condotto verticale, s imil e ad un pozzo, collegava questo livello con la so ttostante cisterna consentendone il prelievo dell'acqua - d'origine piovana - , accumulatavi tramite una discendente dalla pi a:1.za. Sempre s u questo piano si apriva un vano imme ttente ad una pi ccola scala, ricavata n ello spessore del muro, a la to terra, e montante co n andamento circolare, fino al terrazzo, su] quale lùorisciva mediante una bassa portella, aperta al <li sotto della banchina <lei parapetto, in mo<lo <la non intralciare minimam e nte il brandeggio <lei pezzo 7°.
70 li sottoa lluslo molante intorno al p erno r eale anlel"iore fu introdotto ne l Regno delle Due Sicilie su ispirazio ne fn.11H..:ese , a l pari di tutte le altre peculiarità dell'artiglieria, dal d e Pommereul, cf.-. A. S1M10 N 1, Cesercilu napoletano dalla minorità di Ferdinando alla Repubblica del 1799 in A.S.P.N . , voi. VJ e VTT, s.n., pp. 90-91.
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La copertura, ovvern piazza d'armi, in ultima analisi la ragion d'essere della t01Te, era realizzata in stretla interdipendenza con il can none c he l'armava. Questo infatti, abitualmente di calibro compreso fra le 24 e le 33 libbre, era di Lipo navale, ad anima lunga, montato su affusto a cassa. Al di sotto di quello vi si trovava un soltoaffusto a rotaie, imperniato n on all'estremità corrispondente alla bocca ma all'altra, di culalta. TI pe rno reale ven iva pertanto ad essere rigidamente ammorsato nel pilastro stesso, e trovandosi ad alte,.za m aggio re della guida di rotolamento anteriore, corrente sotto il parapetto, garantiva al soltoaffusto una discreta monta verso il centro. Grazie a quella il cannone riusciva a frenare per gravi Là la sua corsa retrograda - come già adottato sulle navi - bloccandosi dopo lo sparo, nei modelli più evoluti, in corri s ponde nza d el centro della torre assicurando così una comoda manovra di caricamento. Soddisfatta nel corso del combattimento tale esigen za, per la quale molti uomini del presidio si dovevano impiegare - formando una catena umana dai depositi di munizioni alla piazza - si sbloccava l'arpionismo e l'affusto rotolando sulle sottostan ti rotaie, si arrestava a l riscontro terminale inferiore, disponendo la bocca da fi.1oco al di sopra del parapello. Il brandeggio a quel punto non implicava rilevanti sforzi giovandosi a sua volta del rotolamento dei ruolini del sottoallusto sulla predetta g uida:un solo uomo infatti riusciva agevolmente ad assolvere la delicata fun zione. Nessu n settore riusciva defilato al pezzo per motivi di emergenze architelloniche dell a piau.a, o per ristrette zza d el settore di tiro:sotto quest'aspetto la torre martello puù considerarsi uno d ei rari manufatti militari quasi isotropo, in grado cioè di difendersi e di offendere, con equivalente potenzialità, a 360° 7 1 . Il parapetto, di oltre 2 m. di spessore, largheu.a ottenuta ricorrendo ad un leggero sporto in controscarpa - molto più efficace del risalto torico pe r deviare le micidiali schegge prodotte dalla frantumazione dell'estradosso lapideo d ella torre in caso d'impatto halistico - , si configurava a c uneo. Il suo profilo infatti non ostentava più la rotonc.lilà l"in lì adottala sui coronamenti d elle torri, ma si offriva ai proietti nemici come un perfetto e liscio piano incli71 il dettaglio apparentemente insigniri can te differenzia le lorri martello da tulle le altre costiece. sempre offensivamente 01ie nta te verso il mare. F. pertanto logico presumere che i suoi progeLLisLi inLe<lesser m realizzare un caposaldo balistico di tipo esplicitamente antinvasivo e per niente antincursivo, accentuando perciò le precipue connotazioni relalive g ià r-iscontrnle sulla torre di Punta Mortella, inves tila infatti da mare e da terra.
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nato di modestissimo angolo d'incidenza. In tal modo la <leviazione degli impatti riusciva non solo garantita ma assolutamente innocua, ritrovandosi il pezzo ben al di sotto <lei prolungamento immaginario della ruga del parape tto, e quindi praticamente invulncrabile72. A loro volta, e per analoga motivazione, anche i serventi in fase di caricamento risultavano perl"ettamcntc defilati al tiro n e mico, dallo stesso parape tto alto sulla piazza ben m. 1.8. Unico momento di vulnerabilità del pezzo, e degli artiglieri, si coglieva nella fase di puntamento, o di aggiustame nto della mira, sempre però per una palla estremamente fortunata. Un eventuale fuoco di l"ucileria dalla piazza, invece, poteva estr·i nsecarsi solo allorquando i fuciHeri d ella guarnigione fossero s aliti sopra la banchina che s upportava la guida <li rntolamento. Così riuscivano a sporger·e dal parape tto quanto necessario per sparare, ma allo scopo erano preferibili le str·ettc feritoie 7·1 basse d el piano agibile, di gran lunga meno vulnerabili. La disposizione apparente mente semplicissima ed ovvia, riso lveva definitivamente ed acutamente il problema della pericolosità ù elle cannoniere per grossi calibri, sempre facilmente imboccabili d a l tiro nemico con effetti terribi li e di struttivi . E proprio per scongiurare pericolose sbrecciature le lince di contorno più espos te, ovvero gli spigoli dei vani delle f"eritoi c, dell'ingresso e lo stesso parapetto s i realizzarono per lo più con ÙlH"issima pietra da taglio, a differenza della muratura in te n ero late ri zio. Ciò premesso, liesce difficile valuta re quante torri del genere siano state e n.:tlc in tutto il mondo, dal Canada a l Sud Africa, dall'India alle Baleari, d a l ge nio inglese: è credibile comunque farl e ascendere a diverse centinaia. Di certo si sa che l'ultima ad essere disattivala ru, nel 1873, quella di Key Wes t, in fòlorida. In Inghilterra, comunque, ne l 1940 molte di esse vennero riattale in run:1.ione di posta zioni d'avvistame nta mento antiaereo, n el c orso
72 Tn posizione <li caricamento , ovvero a 1-rc trnta, il p ezzo sovrastava la quota massima del parnpcllo di rne 110 di un me tro . Rie ntra va pcrc iù pc1-reuam e11le a l d i sotto del p.-olunga m c nto della sua s upe 1-ficie inclinata. Pe r colpi d o sarchhc pc r·tanlo occor so un tiro radente a lla piazza, a ppe na più alto del parape llo, ma non eccede nte il m e tro. Tale tiro avrebbe pcn·> ncccssai-iame nle supposto un ca nnon e postalo a lla stessa quota di quello d e lla tOITC, pra licamcnle impossibile sia per una batteria navale , s ia per u1ia terrestre. 7.1 All'e poca erano c hiamale "fuc iliere".
lLi 7òrrn Martello di Magnisi
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della mitica battaglia aerea, scatenala <lalla Luftwaffe 74 . E<l è a ncora più stupefacente ricordare ch e n el corso sempre de lla seconda gu erra mondiale s ulle isole normanne a lcune torr-i marte llo ve nnero adattale dalla We h rm acht a bunker per artiglieri e <li piccolo calibro, con interventi integrativi sornmitali. E particolare ch e riconfe1-ma a pieno la lo ro p e rfetta va lidità difensiva costiera, alcu ne a ltre di esse ve nnero costruite ex novo con identica form a e struttura ma in cemento armato, a ffiancandosi alle loro a ntenate con le quali condividevano le !"inal i Là. Ma soltanto un a m ezza dozzina di que lle torri interessarono l'Itali a, e p er l'esattezza la Sicilia, di queste que ll a senza dubbio m eglio conservata e forse più rappr·ese n lati va d e ll a categoria s i eresse s ulla pe nisola di Magnisi: la proposta d ello Spanocchi e quindi del Camilliani, trovò così finalmente concre tizzazio ne. Ma chi ne onlinù la cos tn1 z ione, in quali c ircosta nze e in c he anno, costituisc ono a ltrelta nte domande fino ra inevase, d e1ivate dalla prima affermazio n e circa la natura di quella c uriosa torre. Tenteremo p e1--c iò di soclcli sfare ordina tamenle i m e nzionali quesiti . sulla base di un attendibile ricostru zione s t orica d'arc hi vio e <li un'a n cora più oggettiva analisi c omparala a r·d1ile tton ica, tesa a confer mare inconfutabilmente qua nto g ià emerso documentatiamente, owero l'appartenenza della tozza opera di Magnis i alla tipologia brita nnica. Del miglia io quindi di torri costie re italiane, quella che gli ingles i eressero tra Aug us ta e Siracus a, costituisce p ertanto un esempla r·e se non unico, almeno ecceziona le: se n e p uò infatti rintracciare a nc h e un 'altra ne i pressi di Milazzo m a più modesta e per gi unta p essimamente conse1va ta e manomessa, essendo le pochissime a lt1--c comple ta mente <lislruLLe e cancella te persino dalle mcmmie s totic he locali . fl c he la r-cndc in de finitiva un perfe tto ed a ttendibile "fossile guida". E se per le inus ita te vicende storic he, c he a n<l1--cm o schem a tica me nte a ricordare, ru in nalza la, p e r vicende s toriche a ncora p iù incredibili e fortunose, ad o nta d egli eventi in cui si trovò coinvolta , ci pervenne sostanzialm ente intatta e perfettame nte in tegra fino a i nos tri g iorn i, sopravvi ve ndo a ll e dis truzioni di slravolgcnli impatti bellici cd, almeno fino a d oggi, a lle ancora più stravolgenti "valorizzazioni " lurisliche. Unica ser·i a minaccia a quall'unica tozza torre sembra se mai de ri varle proprio dall' ignorante inc uria ch e la c irconda.
74 Cir-ca i sislerni di a vvìs la m e nlo antia1·eo adotta ti nel corso d ella "Ha ttagli a d'Tngh iltc rra dr. D. Ric hards, La bal!atlia d 'l nthilterra, in Storia d ella Second a Gu er ra Mondiale, Milano 1967, vo i. l , pp. 377-398.
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LA TORRE MARTELLO DI MAGNISI La rivoluzione napoletana del 1799 costrinse Fe rdinando IV di Borbone a rifugiarsi a Palermo, abbandonando Napoli agli insorti7s. In tali circostanze la presenza d ella squadra inglese, agli ordini di Nelson, fornì al sovrano l'appoggio militar·e pe r resistere a lle mire francesi76 . L'ammiraglio p erciò, gratificato da innumerevoli attestati di riconoscimento - tra i qua li , a conclusione della riconquista fulminea del regno, il dono d ell'immenso feudo con iI relativo titolo duca le cli Bronte - iniziò ad organizzare in maniera oculata lo schieramento dei suoi uomini e d e lle su e navi, individu ando per queste le basi migliori 77 , da ottimizzarsi nell'immediato futuro . Ma la rapida r·iconquis ta guidata dal cardinale Ruffo, parve frustrar e quei lungimiranti piani insedia ti vi. 7 5 Così sc1ivcva su l Monitore Napoletano, 11. 1 del 2 febbrnio 1799, E leonar a Pimcnt c l Fo n scca. rievo cando la par·Lenza del sovrano: "È n ota ... la sua vilissima fu ga in Palermo, trasporta nd o scco s ull e n avi ing les i LuL Li i Lesor·i ammassa ti tirannicamente colla csp ilazionc della pubbl ica e delle privale fortune, e commettendo così l'ultimo furlo verso la Nazione... ". La partenza in realtà predisposta fin da l 16 dicernbr·e del 1798 avvenne il 23 segu ente sulle navi di Nelson, cd in pa r Licolare F erdinando si servì dell'amm iraglia. Sullo stesso e pisodio d r. P. CoLLEnA, Storia del Reame di Napoli, risi. anas . Napoli 1969, voi. T, pp . .187 e sgg. 76 Tn realtà i rnppo rli con l'Jng hille rrn, in izialmente di natura purnmente com merciali, s i ern no stabilili già da a lcuni d ecenni:in mer ito cfr. G. Nuzzo, La Monarchia delle Due Sicilie I ra Ancien Régime e aivoluzione , Napoli 1972, pp. 361-444 . Apprnfondisce ulteriormente i rapporti fra la Gran Bretagna cd il Regno d i Napoli E . Lo SARDO, Napoli e Londra nel XVTTT secolo, Napo Ii 199 1, ùove Lra l'altro a pg. 330 afferma : "Llnghil tcrra in fatti lrovè1, a par lir·e da l 1778, un potente alleato a ll'interno slesso del governo m eridionale: Giovann i Acto n. Hamihon n e r iferiva l'a1Tivo a Napoli nel giugno di quell'anno e ne tracciava una breve biografi a , sollolinendo ne soprattutto la caniera e le esperien ze m a1inar c. T rapporti tra l'esperto diplomatico e l'ambizioso u!ticiaJc, nato in Francia da fam ig lia di or-ig ine inglese... divennero ben presto mol to s trclli e confidenzia li. Ilamilton aveva avuto .-agione nel coltivarne l'amic iz ia e nel colmarlo di a llen zioni e Aeton ri cambiava pienamente, cc1io che l'appoggio della po ten te Inghilterra avre b be potuto proteggei-lo d agli attacchi cong iunti di fran cesi e spagnoli. .. ". Di certo, precisa C. ZAGHl, Napuleone e l'Europa, Napoli 1969, p. 194, a: "Londra il governo napolelano fin dal 6 marzo dello stesso anno [ 1798J c hi ed erà l'in vio d 'una no ua nel Mediten-aneo s uperio re a quella francese, pmn lo ad accor·darle lutti i vantaggi econ o mici e commercia li possibili , nonché illimitata ammiss ione e a p p r ovvig iona mento ne i suo i porti. Sub ito dopo l'occupazion e fra ncese d i M alta gli s fon:i d el governo di N apoli 11011 ebbero ch e un obiettivo: a ssicurare co n un Lralta to specia le la stabile permanen za della n o tta ing lese di Ne lson nel MediLerr-aneo a difesa esclusiva del Regn o" . 77 È emblematico ch e in tu tte le ope1·azioni navali di blocco intra prese contro la Re pubblica Paiienopea il naviglio militare napoletano costituiva, quando pur·e pr·esen te una aliquota insignificante. Del resto i marinai napoleta ni fuggili in Sicilia al seguito del Borbone iniziarono ben preslo a ribellarsi, tant'è ch e la stessa regina cosl scriveva in daLa 13 febbraio 1799: "toute notre m arine veut s'en aller à. Naples avec Caracciolo.Tou s /es o((iciers dem andent à retou n er à. Naples", cd an cora, più esplicitamente in data 16: "notre marine, offìci.ers et soldats, en pleine insurrection, veulent /ous s 'en aller a Naples, en commençan l par Cara u:io lo ...", eia M. Carolina,
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Nelle operazioni navali difensive della Repubblica Parlenopea, a l comando dell'ammiraglio Caracciolo, le barche cannoniere fornirono in diverse circostanze contro i vascelli inglesi, ottime pres tazioni. Si trattava di modestissime unità armale di un unico gmsso pezzo, a prua, in grado di scagliare con quello anche palle rovenli, preparate appositamente da una lancia dotata di fornello a riverbero, fungenle da nave appoggio78 . Quei fragili scafi erano addestrati ad operare in flotliglie, spesso di concerto con le ballerie costiere, in modo da riuscire validissimi nella protezione d ei litorali contro lenlalivi di sbarchi nemici. Gli ingl es i, da perfetti eslimatori della mate1ia, ne lrassern le debite conclusioni e considerazioni, a l pari della Torre di Punta Morlella. Disattesi i piani di insediamento stabile inglese nella Sicilia d a lla inimmaginabile epopea san fedista, il programma di adeguamenlo delle hasi navali dell'isola subì un imprevisto rinvio sine die, con malcelata soddisfazione dell'ombroso monarca che, comunque, ini ziava a diffidare della p resenza del potente alleato, fiducioso peraltro che ormai il peggio fussl'. alk spalle. Disgrazialamente per lui però la dinamica espansiva francese non aveva ancora raggiunlo il suo zenit. La vittoria di Napol eone ad Auslerliz del 2 dicernbre <lei 1805, infatti, segnava un più violento riproporsi dell'imperialismo francese. li 27 seguente lo stesso Bonaparte dichiarava decaduta la monarchia borbonica, e 1'8 febbraio del 1806, dopo una prem essa d'occupazione realiz zala dall'Armée d'Ohservation du Midi - conclusasi appena tre mesi innanzi -, le sue truppe agli ordini del generale Massena varcavano i confini del Regno di Napoli in assetto di guerra. Senza a llc ndcre i prevedibili svi luppi, Fedinando IV, ripropo nendo il vile copione del 1799, già il 23 genn a io si allonlanò prontamente da Napoli alla volla di Palermo. J I 14 rehhraio la capitale cadeva, senza a lc una resistenza, in mano nemica . L'eserc ito napoletano, nonostante Ja palese infcrioCorrispondance inédite de Marie Caroline avec le Marquis de Callo, Paris 1911 , vol. li, 43 e 4 S. Nessuna meraviglia perciò che il diffidente sovrnno si legasse sempre maggion nenle alla ma1ina britannica favorendola in ogni maniera possibile. TI Carncciolo, invece, giunto a Napoli il 3 rnarLo vi avviò nei g iorno successivi la rioq;anizzazione della m arina rcpuhhlicana da guen-a, cfr. B. M.ARr.SCA, ÙL difesa mari/lima defla Repubblica Partenopea nel 1799, in J\.S.P.N., anno X, Fa~c.1 pp. 788-791. 78 Tale battello subì ingentissimi danni il 17 maggio del 1799, durante un comba ttimento pr·esso Proc.ida. Fu necessario, p er salvarlo portarlo ad incagliare, e 11onostante ciò i tecnici non ritenevano sicurn il recupero d el fornello. La notizia fu riporta ta d a l Monitore Napoletano in data 18 maggio 1799, cfr: M. BATTAGLINI , Il Monilore Napo/itano 1799, Napoli 1974, p. 561.
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36 - Barc a cann oniera. (da Selvaggi - Di Somma).
tità, si cimentò in una manovrata ritirata verso s ud. Male armato, mal co mandato e quasi pe r· nulla nutr·ito: "non ùesla meraviglia c h e ... s ia stato battuto; desta m eraviglia piuttosto che esso s i sia battuto e che dopo abbia saputo ancora alla men peggio, sfuggire alla dissoluzione totale per raccogliersi in Sici lia ... " 79 . La sera del 18 marzo dopo aver sostenuto allucinanti traver·sic, c irca 2.000 soldati, affamati, laceri e profondamente umiliati unico residuo organico degli oltre 20.000 di pochi mesi innan;,.i sbarcarono a Messina 80 . Ow io quindi che da quei disperati superstiti nessu n apporlo dife nsivo ci si potesse attendere e che l'armata inglese s i confermasse la forza militar·e per a ntonomasia del derelitto monarca che, aù onta d ella su e insofferenze, s i vide costretto ancora una volta non solo ad accellame la p1-esenza, ma aù ùirilllu ra a sollecitan1e ed a sostenerne in maniera adeguata l'impegno. 79 Da U. BROCCOLI, Cronach e militari e mari/lime del golfi, di Napoli e delle isole pontine durante il decennio fran cese, Roma 1953, p . 321. 80 Sulla tragica campagna d r: A. P ucA, L'esercito napoletano nella campagna di Calabria , in A.S.P.N., n. Cll, 1984, pp. 365-388. Circ a poi le princ ipali ragioni della disfatta la Riservatissima coulenente le Osserva,.ioni del gc n. Damas, in A.S.N. Horbonc , fascio 591, così afferma: "L'abbandon o della maggior parte de ' capi d e' corpi, ed u(fìz iali ha contribuito più che Lu i/o alla diserzione de' soldati, e questa classe m erita tutta l'indignazione di V.M .... [inoltre per] la totale mancanza di precauzioni, prese an/cceden/emen/e al principio della Campagna... non era possibile di somministrare li viveri a.Ile truppe, nè d'eseguire veruna manovra con l'armata .. .".
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37 - Carta ottocentesca dello Stretlo <li Messina .
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"Dal momento che non esistevano un esercito o una marina sicili a na [nè ormai napoletanal <legn i di questo nome, nel 1806 J,c rdinando fu costrelLo a malinc uore a invitare una for;,.a britann ica ad assum e rsi quasi comple tamente la responsabilità d ella <li resa. Probabilmente i g norava c he il comandante britannico aveva avuto online di occupare la Sicilia con la for:1.a qualora ques t'in v i lo non fosse giunto sollecitamente ... [Anche i piani di Napoleone paradossalmente l prevedevano l a conquista dell'isola da p arte dei fran cesi, c he avrebbero così dominalo il Mediterraneo cen tra le . Da ll'a ltra parte d ell o s lrello di M essina Giuseppe Bonaparte, c he si era <lato il t itolo di re d e lle due Si c ili e, stava radunando per l'invasione un esercito mollo più num eroso di quello de i dife nsori, e Napoleone scrisse che la Sicilia p oteva considerarsi già conquistata"81 . 8 1 Da D. MAcK SM 1TH, SLuria d ella Sicilia... , o p . cit., p . 442. La iniziativa ricalcava a lmen o ne lle sue d ir·ettive generali , l'altra a n aloga maturata nei giorni su ccess ivi a lla fuga del re nel 1799. Anch e allora la conquis ta d ella Si cilia fo proposta e ipot izza l a, cfr. Diario napoletann dal 1789 al 1825 - Biblioteca Dell a S o c ietà Napole ta n a d i Stolia Patria - 26 e 27 gennaio 1799. 82. JI Colle lla nella sua opera ci tramanda il nome del gene r ale inglese: Giovanni Stuart. Si Lra llava in realtà d i Carlo Stuart, il cui stato cli se1vizio così viene lia<;sunto da lla Enciclopedia Militare , Mila no 1933. voi. Vl, a lla voce: "Genera le inglese (1753-1801 [erra to -1810]). Si distin se in America n el 1778. Da magg. generale ebbe il comando d elle trnppe c he si impossessarono dell a Cors ica e s i impo ssessò di quell'isola. Nel 1797 comandò le truppe inviale in aiuto al reggente del Po rtogallo e procedette all'organizazzione dcll'eserc ilo portoghese.Nel 1798 occupò l'isola di Minorca. Nel 1800 , durante l'assedio di M,ùla s'impadronì d el forte de lla Valletta. Fu poi in Sicilia in appoggio ai Borboni e partecipò ad a zioni in Calabria contro i Francesi".
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38 - Veduta aerea de ll a peni s ola di Magnis i.
Si trattava, però, di patetiche illusioni che dovettero ben presto essere rinviate a mig li ori circostanze. Da parte loro invece g li ingles i, consci dell'incombente minaccia, l'anticiparono attaccando la Calabria . La notte tra il 26 cd il 29 giugno sbarcarono i plimi contingenti inglesi a San ta Eufemia ed a Melito, raggiunti il I lug lio a d a ltri 6.000 soldati, per lo più britanni c i, coadiuvati ed appoggiati dalla flotta agli or·dini ciel generale Stuart, lo stesso cli Punta delle Mortelle 82 ! Compiuta con successo l'incursione, scompaginato con g ravi ss ime pe rdile lo s chieramento nemico 83, e valutando inutile ed insostenibile ogni ulteriore perma n e ni'.a in Calabria , Stuart s i liportò a Mess ina con l'i ntero corpo di spedizione, accingendosi alla diresa dell'isola , ben stimando c he p er l'ambizioso progetto [rancese sarebbero occors i ormai te mpi lunghi, da spendere quindi in proficui lavori di r·iqualificazione dife nsiva. Passarono infatti da allora b e n quattro ann i: G iuseppe Bonaparte fu sostituito alla c oron a di Napoli d a Giacchino Murat 8 4, e proprio l'indole avventurosa del secondo 85 , o forse la sua gelosia per le imprese del cognato, istigarono la millantata impresa. 11 16 maggio del 1810 le forze rranco napoletane - al-
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Cf. E.I. GR1Ms1.i-:v, Martello 'Jower... , cil. Le l"rn-ze militari frances i dì presid io in Cala h1i a, e d estinate all'impresa siciliana, agli m·dini del gene rale Rey nicr, assommavano a 12.629 uomini, quelle napoletane a loro volta ascendevan o a 18. 000, agli ordini de l generale Roger d e Darnas. Sui fatti è intcressaJ1le cfr. P. Co1.1.ETTA, Storia ..., op. cil., pp. 218 e sgg. 84 Giocchino Murat fu designato e.la Napoleone a sube ntra1·e al fratello quale re di Napoli il 15 luglio del 1807, e fece il s uo trionfale ingr·esso nella s ua Ca pita le il 6 selle mbr·e seguente . 85 Me no d i un mese dopo infatti d ella s ua incoronazione, Mural intraprese la libernzione di Capri dagli ing les i. In una d eci na di g iorni di aspri combattimenti otte nne la r esa della guarnig ione ne mica , co nfermando la s ua fama d i teme rario comanc.lanle. 83
La Torre Martello di Magnis i
39 - Veduta aer ea Ton·e di M ag11i si.
40 - Deilaglio To rre di Magnisi .
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R9ber10 di R osa
meno 15.000 uomini appoggiali <la circa 300 imbarcazioni d i m o d estissima stazza - p artirono a lla volta d e lla Cala bria, per avviare la conquista della Sicilia. Dopo una serie intermina bile di schermaglie preparalorie sulle acqu e d e llo Stretto, che registrarono le superbe manovre d elle cannoniere britanniche, l"ina lme nte la nolle del 17 settembre, contravven endo agli ordini assolulame nle contrari di Na poleone i prim i contingenti salparono alla volta dell'isola . "Tn contro a que lle schie r e, su le rive del Faro, da Messin a alla Torre, aveva messo il campo l'esercito inglese, dodicimila soldati 86 , e sopra i monti accampava in seconda linea l'esercito di Sicilia 87 , diecimi la a ltri uomini; stavano nel porto di M essina, ancorali o m obili, vascelli, !"regale, leg ni minori da g uerra, mentre si affaticavano a fortificar e la minacciala mari na grande numero di soldati e di operai ... Nel giorn o, nell a no lle, da Reggio a Scilla, da Torre di Faro a Messina, in mare, in terra era guena con tinua, ma più a sdegno ch e a d e ffe tto; le navi inglesi venivano a comhatlcrc le napoletane fin d entro alle cale del lito di Calabria .. . Così a nda runo le cose per· cento giorni, e già passato il mezzo di settembre ... bisognava a Gioacchino abhandona r con quei liti la s peranza della conqui sta. Ma volendo d ar pruova che lo sharco in Sici lia non era impossihilc, prepara te nella cala di Pentimele tant e navi quante bas ta vano a milleseice n to napole tani , coma n dò c h e a pprodassero a lla Scale tta i solda ti, e per via di Santo Stefano si mostr assero a ter·go d i Messina ... " 88 . I..:esito fu logicamen te disastroso, restando quei primi reparti assolutamente tagliati htori dai rinforzi e dagli approvvigio name nti, drasticamente recisi dalle uni tà navali inglesi. Il contrat tacco ebbe perciò buon gioco nel catturarli e porre fine a ll'impresa, la quale, s i d isse, fl.1 quasi. sabotata da llo s tesso Na poleone. TI merito m aggiore però del s uccesso è da attribuirsi alle cannoniere b1itanniche c he troncarono radicaJmenle ogni collegame nto tra i reparti s barcati cd il grosso della forza in Ca labria, impe dendo ogni mnvi-
86 li con tingent e blitannico presente in Sicil ia assommava all'epoca a 17.000 uorn i11i, con una forte componente navale s tanziata fra Mi lazzo, Messina, Au gu sta e Siracusa. l n pa1-1icola 1-c presso Mi lazzo vi ern la p1·icipale base navale e p resso Augusta il principale ancoraggio de lla sq uadra a lleata. 87 Non si trnttava cJcl l'cscn:ilo <li Sicilia, inesistente, ma d i popolani armati, d i cons istenza numerica peraltro molto inferiore. 88 Da P. Cou .ETIA, Storia del..., op. cil. , voi. II . pp. 338-340.
La Torre Mart ello di Ma gnisi
41 -
De tta glio piazza Torre tli Mag ni s i.
42 - Cartogrnfia ing lese della rada di Augu sta del 1824.
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Ruberia di Rosa
menlo nello Stretto. Nessun apporto in quelle operazioni provenne invece dall'ex eserci to borbonico, che il sovrano non solo non ricostituì, ma evitò persino di riorganizzare, nonostante gli aiuli economici inglesi ricevuti al riguardo. E proprio per meglio garantire l'azione delle cannoniere cd il loro ancoraggio si richiesero i menzionati lavori di fortificazione cosliera. Di questi abbiamo nelle parole del Colletta un incontestabile riscontro, quali opere erette dai britannici sollo la supervisione dello Stuart. Anche ad Augusta, dove già dal 1808 s i era istallato il brigadiere D. Giovanni Oswald, si provvedette a potenziare le difese della piazza, ricordandosi in tale conleslo anche della spoglia penisola di Magnisi. Al celebre generale non poteva sruggire la validità dell'impianto ùi una sua ennesima torre in quel silo adiacente a lla migliore base navale del regno borbonico. Trovavano così soddisfazione, dopo quasi due secoli e mezzo, gli oculati progetti dei Lecnici di Marcantonio Colonna! Pur non rinLt-acciandosi, finora, nessun risconlro documentale diretto circa l'edificazione ùi quella solitaria Torre Martello, altraverso ulte r·iori testimonianze oblique possiamo facilmente iibadirne la supposta Ùala di costruzione. Il cartografo W. H. Smyth infatti procedette negli anni 1814-15 ai rilevi ed alla compilazione di un accurato studio sulla Sicilia ed a ffermò in quelle sue carte, edite nel 1824, relalivamete alla penisola di Magnisi: "On its highest point, and opposite the islhrnus, is erected a stout martello tower which cornpletely commands the island , its approaches and its bei ng ballered on the land side. This, however, is injudic ious ly attached t:o the towcr, fora space between them, and entrance by a draw-br-idge, would have rendered the whole more secure" 89. "Sul suo punlo più elevato e di fronte a ll'istmo è innalzata una poderosa torre Martello che comanda comple tamente l'is ola, i suoi approcci e il declivio ver·so la terraferma. Oues to com u nque è scons ideratamente aderente a lla toJTe st essa: tr,1mite uno fossato tra loro e l'accesso a ttraverso un ponte levat.oio, avrebbero reso notevolmente più sicuro il complesso".
Rcsla pertanto certificato la edificazione della torre intorno al 1810, nonché la paternità della stessa, che già di per sè costituiva una conferma in<lirella. Dalle sue scrupolose carte naulichc è agevole rilevare come la
8 9 Dalle "Mernoir descriptive of the resources, inhabitants and hydmgraphy o( Sicily and its island" del cap. W. H . Smyth, London 1824, pp. 159-162.
T,a 7òrre Martello di Magnisi
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sua ubicazione non coincedesse slrellamcnlc con quella proposta a s uo tempo dallo Spannocchi, ma rispecchiasse invece l'idea del Camillani, essendo p eraltro immutata la finalità d'impianto. La soluzione, però, d estò in seguito alquante perplessità c irca la scarsa validità difensiva, con argomentazioni paradossalmente identiche a quelle del senese. Tramontato irreversibilmente l'astro napoleonico, il congresso di Vienna, tenutosi nel 1823, sancì l'affermarsi della potenza austriaca in Europa. Logicamente il Borbone seppe abilmente approffitare di quell'isperata opportunità per emanciparsi dal suo sempre più ingombrante alleato e per riconquistare la piena sovranità sul perduto stato, stringendosi, con inediti trattati militari, a Vienna9°. Ma g ià dal 1821 reparti dell'esercito austriaco erano presenti nel R egno con incarichi speciali. In quello stesso anno, ad esem pio, una nutrita schiera di tecnici del genio austriaco agli ordini del generale Caboga, raggiunse la Sicilia p er procedere, su mandalo reale, a lla ricognizione ispettiva di tutte le opere fortificate costiere, redigendone meticolose planimetrie. In quella circostanza, finalmente, anche la Torre di Magnisi ebbe l'onore della menzione e della levata cartografica di dettaglio. E come lei le sue consorelle, unica esplicita memoria della loro esistenza. Prima di procedere nella ricostruzione delle vicende di quella di Magnisi, è perciò interessante aprire una breve parentesi s ulle su e scarsissime gemelle.
LE ALTRE TORRI MARTELLO RILEVATE DAL CABOGA Le vicende delle guerre napoleoniche videro come accennato l'insediarsi militare della flotta inglese in Sicilia, ovviamente avvalendosi di idonee e basi navali indispensabili alla sua rilevanza. Queste si articolarono tra Milazzo ed Augusta, e specialmente la prima, già primaria piazza marittima spagnola e quindi borbonica, divenne l'ancoraggio cd il quartier generale britannico per antonomasia, richiedendosi pertanto che le su e adiacenze fossero
90 ln particolare il Trattato di Vienna del 31 agos to 1824, stabiliva fra Ausl.-ia e Napoli , consenzienti Russia e Prnssia una serie di a ccordi. Tn forza di questi gli aust1;aci avrebbero mantenuto nel Regno delle Du e Sicilie un contingente di 35.000 uomini rino al maggio del 1826.
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R nherto di R osa
43 - Milazz.o, ved u ta d ella (orlezza.
o ppo1-Lun a rn c nte fortific ale secondo pe rò la logic a dell'a m m iragliato. Ve ne ndo ad una p iù puntuale p r ecisazion e così vie ne ri co rd alo que l selle nn io in una d e ttaglia ta p ubblicazion e: "Du ra nte le g u e rre na poleo nic he ( 18 15- 18 12) il Cas le llo di M il azzo dive nne impor la n l issim a pi az;1.af o r le b 1·i La1111i ca. G li Ingles i lo p residia rono con ingenti [orze (da 15 a 20 m ila uo mini accampali l"uo r i le mura del la c illà) e g ran pa r·le d ella loro flo tta m ed iten:a nea: lord Willia111 Ben tik, ministro b,-ila nni co a lla Co,t e cli Pa le rmo , la fece m e ta cli numerose pro lungate vis i le . Da Mila no - cen lro ciel s is le ma d ife ns ivo c cl offe nsivo brita n nico d e ll'Isola - partirono le sp edizioni cont.ro le Cala brie e le iso le Par lcnopee : il 30 giug no 1806 s a lp ò l'a rmata d ell'amm . S idney S m ith con imha1-ca lo il crn-po di sp edi zione (5000 uomini) co mandato dal ge n . Joh n Stuart ch e , dopo lo s barco d i S. 1::-:u l"e mi a s i sare b be coperto d i glo ria contro i F ra n cesi de l ge n . Reyne r; 1' 11 giug no 1809 mosse d a Mi la ;1.zo l'i mporta nle ope raz io ne a nglo -borb o nic a (1 5. 000 uom in i nominalm e nte comandali da l p 1-in c ip e Leo pold o di Borbone, effettivam e nte d a l gen . in glese s ir J o h n S tua rt il vin c iton.: di Ma id a s co rt ali da una flotta britannica agli ordini d ell'a m m . Martin ) ch e c ondusse a lla occupa :r,io ne d i Proc ida
La forre Marlello di Magnisi
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JS I t}
44 - Palinu rn, d isposizione difensiva sec. XVII 1.
45 - Milazzo, ga bbia per condanna capitalt:. (da Mi<.:a le).
Rnberto di /{osa
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e <li Ischia (20-24 giugno); nel novembre del 1811, e nel f"ebbraio del 1813, presero il largo le incursioni anglo-borboniche contro Capo Palinuro e l'isoJa <li Ponza ... "91 . Un macabro ricordo della permanenza navale britannica, perfettamente illustrante i metodi disciplinari in auge presso tale istituzione, fu trovato nel f"ebbraio <lei 1928 allorché una squadra di detenuti - essendo il castello di Milazzo decaduto nel frallempo a rango di penitenziario - rinvenne una gabbia di ferro appena coperta da un leggero strato di terriccio presso le mura della "torre saracena". Così il medesimo autore innanzi citato ne tralleggia le caratteristiche: "Lo strano r·itrovamenlo, alto circa mt. 1.60 ed affondato nella nuda tena alla profondità di circa cm. 30, si presentava rozzamente modellato con liste di ferro sul busto umano, con due distinti appendici in corrispondenza degli arti inferiori e con in cima una specie di maschera con un'anello ed un'alta strozzatura all'altezza del collo; conteneva uno scheletro umano mancante delle parti inferiori delle gambe, della mano destra e <lelJ'inlero avambraccio sinistro. Oa cinque bottoni di metallo rinvenuti assieme allo scheletro e dalle laboriose ricerche u lteriori si giunse alla conclusione che la «gabbia del Castello <li Milazzo» era s tata costruita dagli inglesi di stanza a Milazzo durante le g uerre napoleonic he per pun ire il soldato irlandese Andrew Leonard <lei 27° Reggimento Fucilieri disertore con i Francesi e, per sua di sgrazia, caduto nelle mani dei connazionali. Processato a Milazzo secondo le leggi britanniche del temp o, a l Leonard furnno prima amputati gli arti inferiori e s uperiori per punire in modo evidente, soprattutto agli occhi <lei commilitoni, il tradimento cd il concor·so pres ta to a l nemico, e poi fu la sciato morire imprigionato entro l'informe gabbia, la quale, in ossequio a<l una antica consuetudine penitenziaria del r·egno Unilo, fu poi posta a penzolare, qual e sin istra e significativa testimonianza, dall a sommità del bastione S. Maria perché fosse di monito a lutti. Oggi la «gabbia di Milazzo» è uno dei reperti p iù pregevoli <lel Museo Criminale di Roma ... " 92 . Assodato qu indi la permanenza anche in t e rra borbonica di così inumane consuetudini, dalle qual i scaturiva la cieca obbe•ii
Da A. Micalc, Tl Castello di Mila zzo, Milazzo 1982, p.100.
92
ibidem, pp. 118-11 9.
La Torre Martello di Magnisi
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dienza degli equipaggi n elsonia ni, è del tutto logico che nulla d elle tra dizionali disposizioni d elle basi navali britanniche - specie se relative a lla s ic ure;,.za delle navi - venisse evitato. Ed ecco a llora erigersi intorno a Milazzo, in p articolare, ed a d Augusta, altro an coraggio strategico, alcune tipiche torri martello, opera del più volte c itato ge n. S tu a rt. Seguendo la numerazion e progressiva assegnata loro dal Caboga, che è bene sottolinearlo non costituisce affatto la scansion e d'impianto nè la scaletta di rilevan;,.a, passeremo a fornirne i d a ti salienti, precisando comunque che della m ezza dozzina, soltanto quella di Magnisi costituisce la migliore rappresentante sotto il profilo non s:olo architellonico ma a nc he strutturale e realizzalivo della categoria .
PLANIMETRIA N. 38/ 1823 TotTe CAPO di MILAZZO
Trattasi di una classica torre Ma rtell o ad un solo p iano, pos tala su basamento quadruto, all'interno del quale in conisp ondenza di d ue spigoli adiacenti erano state ricavate le c isterne per l'acqua. Ben evide n te il pi lastro centra le ed il parapetto a profilo sfuggente, a lla cui imposta s i distinguono i gradini che fungevano sia da banchina per i fucilieri s ia da pista di roto la mento del sottaff usto dell'unico cannone imperniato centralmente ed in grad o di brandeggiare su 360°. Evidente a nche l'ingresso sopraelevato e l'immissione nella scala a spessore di muro adducente d a questo a lla piazza d 'armi. Stando alle misure della sezione il diametro di questa torre doveva aggirarsi intorno a i 15 m. con una a ltezza de l corpo ci r·colarc di 7 c irca: nulla del genere esiste però attualmente in zon a, conferm andoci in tal modo la sua totale d emoliz ion e d opo l a parentesi britannica.
PLANIMETRIA N. 39/1823 Torre CAPO di MILAZZO - n. 2 -
Trattasi di una torre sostanzialmente id e ntica a lla precedente, sia come scanzione interna ad un solo pia n o· su basamento quadrato, sia come dimensioni di massima. Lievi differenze possono invece coglie rsi ne lla compa rtimentazione interna frutto probabil-
Roberto di Rosa
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46 - Ton-e Capo di Milazzo d ai rilievi d el gcn . Caboga.
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47 - Ton-e Capo di Milazzo. dai rilievi del gen . Caboga.
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La forre Manello di Magnis i
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mente <lei diverso angolo d'orientamento. Anche di questa tuttavia in zona nulla 1imane inducendoci ad ipotizzare una s imile e contemporanea fine della gemella.
PLANIMETRIA N. 42/ 1823 Torre MAZZONE È ques ta una completa torre Martello , strutturata su due piani, ben scompartiti, ed entrnmhi coperti da volte ad anello insistenti s ul pilastro centra le e sulle muratura perimetrale a scarpatura continua dalla base a l parpetto. Ben evid e nti il perno centrale sulla piazza d 'armi, e la banchina e gu id a di rotolamento anulare. 11 grafico di sezione ci mostra come la torre fosse insediata all'interno di una sorta di alloggiamento ad imbu to realizzato con un opportuno movimento di tara, che ne sottravea così quasi la me tà alle possibili offese balistiche nemiche e funge va a l contempo da fossato . È probabile che con il Lempo ta le accorgimento si s ia cancellato interrandosi e spianandosi, lasciando perciò della torre soltanto una parte in emergenza. A differenza dell e precedenti infatti questa ancora esiste, con l'identico nome, ed appare concorde sia archilellonicamente che dimensionalmente al citato grafico, con la sola eccezione appunto dell'altezza, attualmente a lquanto più bassa dell'epoca, per il motivo accennalo. C irca la sua descrizione , ne riportiamo la scheda tratta d a lla migliore opera sulla storia delle torri costiere siciliane che ci confenna tra l'altro l'intima incomprensione vigente intorno a tali anomale reali zzazioni: "MAZZONE Assume indifferentemente, l'altro nome di torre "Scoll ato". Nelle recenti carte lGM è chiamata anche torre "Bianca". Silo: È piantata sulla sabbia, circa 500 metri dopo torre Faro, in una zona fiorita di c ivettuole villette. Notizie storiche: Trattandosi di torre m inore, è semplicemente menzionata e localizzata, e solo dai principali autori. Descrizione: La sua volumetria è compatta, di forma troncoconica, alquanto tozza, al punto da sembrare mozzata o incompleta. Esternamente è rivestita d'un intonaco vagamente bianco, nel quale spiccano la porla su l lato levante (sban-é\ta con un'inferriata), una modesla finestra sul lato opposto, cd a lc un e feritoie verticali, regolarmente intervallate.
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' 48 - Ton-e MAZ7.0NF. , da i ri lievi d e l gen. Caboga.
49 - Torre MAZZONF., ai giorni nostri.
La Torre Martello di Magnisi
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Utilizazzione: In passato serviva anche, in particolarj circostanze, come base d'appoggio intermedia per il trasporto delle derrate. Infatti in alcune disposizioni del 1749 si legge: «Intorno alla provigion di Messina ... il pane cd altre provvisoni sj mandino da Milazzo nella torre <lei Mazzon e [evidente quindi che si tratta nel documento della Torre Mezzana citata dal Villabianca, d i chiara somiglianza onomastica e di cui in s ilo non resta nessuna traccia già da tempo n.<l.J\.l nel mezzo delli Mortilli e del faro»; e più oltre: «una o due [feluche] servano per por1:ar viveri da M il azzo alla Torre del Mazzone, e scaricarli sulla palizzata». Oggi tale utile runzione sembra sia sostituita con quella di supporto per antenne radiotrasmittenti e televisive, per ingresso d i cavi e per altre simili diavolerie. Andrchhe libe rala da lullo ciò, e mantenuta soltanto quale Les Limonianza. Ricognizione: Agosto 1977 ." 93 .
PLANIMETRIA N. 46/ 1823 Torre NATALE, presso MESSINA
Trattasi di una torre martello canonica, del tipo della precedente, a due livelli. TI silo d i uhica,._io ne esposto nella legenda d el gra l"ico austriaco lasc ia presumere c h e fosse poco distante da M essina, pe1· l'esattezza n e i pressi del Palazzo Natale. Nulla allualme nte ne resta ad indicar·e anche i11ccrtarnen te la sua esistenza. Le sue dime ns ioni possono stimarsi in ci1·ca m . 15 di diametro della piazza, con IO m. di altezza dallo zoccolo di fonda,..ionc.
PLANIMETRIA N. 49/ 1823 Torre di GAZZTRRT GRANDE, presso Messina Pur essend o sch e maticamente ciel tutto s imile alle precedenti, innalzandosi con ugua le compar·limentazione su du e piani, con pi lastrn centrale e volte anulari, questa s tando ai grafici, ostenta una grandezza maggiore, in particolare dcgl i spessori murari, che
93
D a S.
MAZZARELLA
e R.
ZAN CA,
secoli XVI-XX , Palermo 198S, p. 320.
Il libru delle torri. le torri costiere di Sicilia nei
Roberto di Rosa
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.')0 - Ton-e NATALE, presso Messin a, dai dlicvi del gcn. Ca boga.
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51 - Ton-e GAZZlRRl grande, presso Messin a, dai rilievi del gen. Caboga.
La Torre Martello di Ma!(nisi
35 1
alla b ase superano i 4 m. Per le restanti dimensioni si osservano circa 15 m. di diametro della piazza con quasi altrettanti dallo zoccolo di fondazione. Nulla si risconlra allualmcnlc lungo la fascia cosliera del suo presumibile impianto , ulteriore conferma della radicale eliminazione di tali ton-i, che potrebbe imputars i anche alla volontà britannica d i non lasciare valide fortificazioni costiere che avrebbero poluto ne l [uluro rivolgersi conlro le proprie navi.
PLANIMETRIA N. 50/ 1823
Torre S. PAOLO, presso Messina Anche quesla lone apparteneva alla tipologia delle martello di canonica concezione. Doppia altezza, pilas tro centrale, scarpatura continua, parapetto alto a profilo sfuggcnlc, volle anulari e scala a spessore ùi muro. Al pari di alcune già esaminate venne impiantata in una sorta di alloggiamento conico del t erreno: le sue dimensioni di mass ima res tano simili alle precedenti: diametro della piazza c irca 15 m., altezza dallo zoccolo quasi a ltr·c tlanlo. Ed analogamente alle precedenti nulla al presente si rintraccia in zona, nè nelle memorie storiche locali. Ed infine dalle magnifiche Lavolc del Cahoga, spunla la torTc di Magnisi, che nella rappresentazione dei tecnici austriaci è quella che a prima vista sembra meno appartenere alla menzionata tipologia, mancandole d cllaglin importantissimo il pilastro centrnle, che in rea llà però è ancora a l suo poslo, essendo questa t01Te miracolosamente scampata alla falcidia d elle precedenti, secondo esempio di sopravvivenza fortu ita. Dove pcr'Ò i grafi ci non ccr·til'icano la sua reale natura, supplisce la relazione del Caboga stesso al riguardo estremamente precisa ed inoppugnabile.
PLANIMETRIA N . 77/1823 LA TORRE DI MAGNISI NELLE CARTE DEL CJ\BOGA
Scriveva infatti il Caboga a l riguardo: "L'intera penisola ha un perimetro di circa Lrc miglia, è abbastanza pian eggianle ed è in media circa 18 piedi sopra il livello del mare: le rive sono pietrose e gli attracchi nella maggior parte dei casi favorevoli;verso l'istmo c he si eleva solo circa 4 piedi dal livello del mar·e, la sua discesa è bassa e sconnessa.Al centro della stessa ovvero accanto al congiun-
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RoberlO di Rosa
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52 - To1-rc S .PAOLO, p1·esso Messina, d ai rilievi d el gcn. Cahoga.
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53 - Torre MAGN1SI, dai rilievi <lei gen . Caboga.
La Torre Martello di Magnisi
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gimento all'istmo si trova una torre circolare costruita in muratura dagli Inglesi con un diametro di 7 Klflr fKlafter = m.1, 9] e 2 piedi cd una alle;,.za che costa di 27 piedi e mezzo; la piattaforma è a lleslila per un cannone mobile in senso cir·colare e la Lruppa non dovrebbe constare più di 20 uom ini. Cl'Inglesi, a i quali non sfuggì l'importanza di questa penisola, costruirono questa torre che doveva dife ndere tanlo la slessa penisola, quanto le due adiacenti haie:i l primo di questi due obiettivi, cioè la di fesa della penisola, è raggiungibile in quanto un allracco lì può avvenire solo sotto l'efficace fuoco dei colpi di cannone .. . ; ma il secondo obiettivo, cioè la d ifesa della baia, non è per niente raggiun g ihile ... per cui una batteria indipendente dovrebbe prcslare il necessario servizio nei dinton1i di Pun Lo Agi iari lo ... fed] una batteria simile sulla riva di Magnesia ... Ri guardo alla sicurezza de ll a haia sen;,.a questa balleria, la torre sembra solo una torre di guardia"94 . L'obiezione del Cahoga rirroponeva in sostanza l'osservazione dello Spanocchi, in merito all' insullic iem.a <li una unica torre per la difesa alliva d e l silo, lasciandoci presumere che la torre inglese fosse semplicemente l'antesignana di una più nutrita serie, peraltro mai costn1ita sulla piccola renisola, per iJ dirimersi dell'alleanza. La relazione del generale austriaco, accuratissima, era suffragala <la stupendi grafici a colori altrettanto minu;,-.iosi, illuslranti la planimetria, l'alzato e la se;,-.ione, in perfeua scala, di ogni singola opern Lrallala. Conservatisi perfettamente nell'Archivio di gucr·ra di Vienna, ci consentono a carico della nostra lnn-c una singolare osservazione. Oucsla 95 infatti virtuosamente disegnata appare nella sezione dotala <li un unko ambiente interno, ovvcrn non suddivisa in due livelli dal classico impalcato: nel noslro caso per giunta quello fu sostituito da una riù resistente struttura archivoltata, immune alle combuslioni e quindi sicuramente esistente. Come se non bastasse nessuna traccia si legge sul grnf'ico <lei caratteristico pilastro centrale portante, vera nota distintiva delle torri martello. L'ambiente inlerno, vistosamente interrato, appare inoltre munito da una numerosissima t eoria di piccole feritoie per armi individuali,
4 '' I1 <locurnenlo originale è conscnrato nell'Arc hiv io di Guerra di Vienna. insieme a ll'inte ro carteggio con le relative planimetr ie, La traduzione cilata invece è I ratta da L. D uFOUR, Augusw..., op. cit., p. 305. 95 È il disegno n . 77 rilevato nel 1823.
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54 - Rili evi dell a torre di Magnisi, oggi. (da Zanca - Ma zzarella).
Tum::: Mqnisi. . Sc:zio:ni: IUC'W.llna
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[flqnt.4 (ii pruno pWIO.
lungo il suo inlero perim etro. Queste in realtà sono soltanto lre, ora com e allora, comprovandolo la trama muraria d 'estradosso perfettamenle integra. Nessuna traccia, nel medesimo rilievo, della scala a spessore <li muro, n è in alternativa del suo "sbarco" sulla piazza d 'armi! Abbastanza esatta per contro la carallerizzazione di quest'ullima, con il supporto cenlrale, la banchina anulare, e l'alto parapetto inclina lo, segna to in basso dal risallo torico. Cosa d edurre da quanlo esposto? Proba bilmenle la proverbiale efficienza e serie tà teutonica, immessa n el clima m e diterraneo subì una profonda "na poletanizzaz ione", originando grafi c i a "orecchio", forte dell a presen za, costa nle e concordante, nello stesso contesto, di innumerevoli torri circolari lulle simili a quella disegnata , per cui visitatene alcu ne, per le restanti bastava ri levarne gli ingombri b asam e ntali e l'altezza slim a ta! Assoda ta la storica e d inu s itata deficienza, ci sembra indispensabile fornire della nos tra torre una accurata descrizione tra tta da un rilievo moderno, <li he n altra serietà 1icognitiva: "Si e rge ne l punto più a lto d e ll' omonima p e nis o letta ... Stranamente mule so no le fonti s toriche s u questa torre ... TI manufatto si presenla in stato di conservazione assolutam ente p e rf'ello, non pare abbia subito, nel tempo inle rventi o rimaneggiamenli rilevanti... TI paramento esterno, m acchiettato da allegri c iuffi di vegetazio ne, è inlerrotto solo da un'aperlu ra sconnessa al piano basso e
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da due altre aperture al piano superiore, quella a ponente praticabile da un terrapie no in declivio, posticcio, m a g ià esistente n el 1824 (Smith), contenuto da un muro a secco e servito da scaletta. La con cezione strutturale interna è molto singolare: ha un rulcro su di una potente colonna centrale a fungo, a s ostegno di una volta a holle anu la re, costruita in mattoni di laterizio ... Vengono così a r ealizzarsi due ambienti ad anello sovrapposti , comunicanti tra loro attraverso due botol e, servile solo da scala retrattile, in modo d a isolare la parte superiore in caso di a ttacco. Una di tali botole comunica con una cisterna di più r ecente impianto ... Nel piano superiore, a ll 'interno l'intonaco è perfettamente conservato;si notano due camini di sapore settecentesco con bocca riquadra ta in areanaria scolpita, due nicchie riposligl io, due sollilissime feritoie, la scala a ll a terrazza r icavala in curva entro lo spessor·e dei muri (variabile da m. 2.60 a m . 2.25) ed una t eoria continua, ad interasse di m . 2.20, cli piccoli aggelli par·allelepipedi a quota d'imposta de lle vo lle, certa men te d ecorativi ma di oscura funzionalità ... Nell'u ltimo periodo bellico la torre fu impiegata dalla marina militare, e di ciò rimangono alcune tracce.In allo è a hha ndo nata ... "96_ I.:acc u ra la desc1izio ne , compiuta d a autori senza dubbio preparati, ma all'oscuro della tipologia delle torri m artello ingle si , c i conferma in pieno quanto fin qui a ffermalo, e non ultimo le incr edibili a pprossimazioni austriache. Riguard o infine agli sporti - di analoghi è munito, n ella ide ntica posizionatura, anche l'anti co torrione di Bosa - potre hbero ricondurs i a s upporli per travi sulle quali , o a l d i sollo, sospendere d errate per la guarnigione. È interessante, per concludere questo periodo storico, ricordare ch e come gl'ing lesi dall a rotonda torre delle Mortelle, anche i frances i trassero ispirazjone, per analoghe realizzazioni, da quelle quadrate napoletane, tant'è che nel: "1811 il comitato centrale di artiglieria in Francia presentò molli modelli di torri destinate [alla di resa cos tiera] e ne furono scelte di tre specie ... Esse sono tutte quadrate, e coverte da volta a lla prova delle bombe, hanno un sotterraneo, un pia no nel quale si formano delle feriloje, e d una piattaforma con cannoniere; e tutte hanno un fosso ed un ponte levatoio. I sotterranei ve ngono destina li ad uso di magazzini, e per una c isterna; il piano è propriamente il quar96
Da S .
MAZZARELLA
e R.
ZAN CA,
Il libru .. ., cil. pp. 280-282.
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Ruberto di Rosa
tiere della truppa; e la piattaforma il silo per le bocche da fuoco. La loro altezza dal fondo <le i fosso alla parte superiore del muro della piattaforma, è <li 27 piedi, e di soli 20 piedi da l suolo del sollerraneo al livello della piallaforma superiore.esse s i elevano 18 piedi a l di sopra del terreno naturale. Per difendere il piede de lle torri, si adattano alla piallaforma quattro caditoie, con feritoie la terali destinate a difendere gli angoli. Queste torri non differiscono l'una dall'altra in modo positivo se non per la capacità, per la spessezza delle volte, e per l'armam ento ... "97. Già da questi brevi dellagli si coglie agevolmente la loro esatta equ ivalenza formale e slrullurale con le vicereali napoletane del lonLano 1563: ma, a differenza degli inglesi, i francesi non r·i cordarono, nemmeno vagamente nel nome, quelle meridionali ispiratrici ! Tornando alla Torre Magnisi, la fine della dinastia borbonica non segnò, come per molle a ltre torri del regno <lelle Due Sicile <l ismesse il 30 dicembre 1866 , l'uscita irreversibile <lall'ahito militare. Il Regio Decreto n. 3467, infatti, della raccolta uffic iale promulgato in Firenze da Vittorio Emanuele Il in data 30-12-1866 , e pubblicato su l G iornale di Napoli - Officiale per gli atti amministrativi e giudizi ari - n. 36, il 6-2-1867, controfi rmato da E. Cugia, non annovera ne ll'elenco delle opere che cessano di essere considerate come opere di fortificazione, la Torre di Magnisi. Anzi per essere esalti il menzionato elenco, così dellaglia quelle interessale al provve<limenlo nel settore di costa in cu i la stessa si ritrova: " ... Torre Vendicari, Torre Lognina, Castello <li Brucali, Castello <li Aci, Torre S.Anna ... "98 . È evidente perlanlo c he tutte le fortificazioni di Siracusa, di Augusta e di Catania , nonc hé alcune di quelle interposte tra le <lelle c ittà, almeno in tale c ircostanza non vennero ra<liate. Da altre l"onli però risulta che la torre di Magnisi sia stata con cessa a l Demanio nel 1866, ed il relativo verbale di consegna venne a sua volta registrato nell'aprile del 1883. Di certo nel medesimo documento s i può leggere c he la nostra Torre: "prese ntas i in ottimo stato di conse rvazione... tanto c he un paesano cavapie 1.-e , ne ha fallo Ja di lui abitazione"99.
9 7 Da J. N. Larny, Trattalo teorico e pralico delle ballerie. tradotto da l francese da P. Novi, capitano del Corpo reale di Artiglie ria, Napoli 18.1 0, pp. 208-2 11. 95 Dal Giornale di Napoli. n. 36, 6/2/ 1867, p . 2. 98 F. Russo, J.a difesa cosliern del Regn o di Sici li a ... , cil., p. 5 13. 99 TI documento è c itato da L D11rn11K, Aug u !> lll ...• op. c it., p. 77, sp ec ificando inoltre: "li verbale di consegna ... d ella To n-e Magnisi , s i lrova ... in Raccolta Blasco , voi. 787/ 1 L 5 1-52".
La Torre Martello d i Magnisi
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Del resto l'alienazione non contras tava con le direttive espresse nel 187 1 ne ll a "Relazione a corredo del Piano Generale di Difesa dell'!Lalia", presentato al minislro della guerra il 2 agosto 1871, dalla Commissione permanente per la difesa generale dello Stato, in c ui si afferma circa la difesa delle frontiere marittime: "6° Ahba ndona1·e interamente il s istema delle piccole balle1·ie, disseminat e lungo le coste a l solo scopo di protegger e il ca botagg io e di impedire sbard1 i parziali che non posso no condurTe ad a lcuna operazio ne essenziale" 100 .
Nello stesso piano tuttavia gli estensori rawisarono la necessità di con servare e di polen ziare le fortificazioni d ei: "... due impoi-ta ntissim i po rti cli Siracus a e di Aug us ta, quali stazioni mar-il.lime p e r la n ostra Outla ... " 101 •
Scendendo in d c LLaglio si destinavano ben L 2.000.000 a ciascuna piazza pe r la sua radicale trasformazione, o nde indipe ndente me nte potessero: "Assic ura1·c alla nostra ma1·ina il possesso di qu esta importantissima rada cd impe dirne l'occupazion e alle na vi nemic he" rnz_
Ma la sol ita ed endemica caren za di c.knaro costrinse ad una drastica revisione di quegli amhi:1.iosi propositi, ferma res tando la rilevan za d e lla difesa d e lle due s tra tegich e rade, con le relative pertinenze. Nel Controprogetto di Difesa del 1873 infatti, si legge a l r ig u ardo: "Pe r i po1i i e pe1· le mdc di .. . S iracusa ed Augusta c he lanlo la Commissione di Difesa qua nto la Giun ta parlamenla1·e conside rano come suffic ientemente prot e tt e da lle lorn d ifese attuali ... le sole ope re a costru irv isi per una convenie nte d ifesa s i conc rc te rebbern in ba uer-ie in te rra o sabbia e levale sul mare con un a nnamenlo cornrlcssivo r c1· ogni piazza d i 30 bocche a liioco con una spes a di L. 609.000... " '°3•
In a ltre parole ben pochi aggiornamenti inte ressarono le due Pi azze ed il loro litorale inte r·pos to. La Grande Guerra non m odifi cò se n sibilme nte la si tu azione, tranne c he per la dislocazione di alquante batterie lungo i litorali a rischio, il cui coordinamento ve nne così stabilito: Rela zio ne a curredo del Piano Generale di Difesa dell'!1a/ia , Roma 187 1, p. 15. l b id. , r- 24. [bici. , p. 56. Hn Sulla difesa generale degli sta/i, dell'Italia in particolare , Esame del conl rorrngctto cli difesa compilato dalla Giunta d ella Came.-a dei depulat.i sot to la data del 2 ap,·i le 1871, Roma 1873, pp. 5 1-52. IOO
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Uoberto di Rosu
"- le coste erano difese a mezzo delle piazzeforti marittime e, al di fuori di esse, dalle truppe dell'esercito (comandi di corpo d'armata territoriali). La giurisdizione su ll e coste era perlanto assegnala in parte all'esercilo e in parte alla mar·ina; - le piazzeforti marittime erano comandate da un ammiraglio, che si avvaleva di un generale dell'esercito per la difesa della fronte a ten-a, e di un capitano di vascello p er la di resa malittima ... - le batterie di medio e grosso calibro erano armate con personale e materiale della marina, le batterie «alte» e d i grosso calibro erano servite dall'artiglieria da costa; quelle contraeree, in generale da marina i" 104 • Conclusasi la guerra, senza particolari coinvolgimenti delle Piazze Augus ta-Siracusa, s i riavviò negli anni successivi il riesame difensivo nazionale, alla lu ce dei nuovi mezzi offensivi. Già nel 1921 l'Ufficio «O» del Reparto Operazioni dello Stato Magg iore del Regio Esercito, in un promemoria del 14 genna io, circa la difesa costiera così ricordava: "4 - Gli clementi <li d ifesa di cui potremo <lispol'l"e sono: a) Per lu di/èsa ,-nobile (difèsu principale): ... truppe e artiglie1·ie campali montate su autocarri (<lell'Ese1·cito); qualche treno armato (della Marina). h) Per lu difesa fissa : bat.terie costiere, osse1va tori, semafol"i ... truppe di presidio a dette opere (dell'Esercito) ... S - Dato il gran numero <li zone da cop1ire non sarà possibile o rganizzare la difesa dappertutto. Quella mobile s i pot rà limitare alle località più importan ti con s iderando queste come capisaldi, le coste int e rmedie come cortine. l capisald i potr·ebbero all'ingrosso fissarsi nelle località seguenti ... Sirncusa-Au g;usta ... " 105 .
Per T01re Magnis i si riaffacciava, nella sua definizione moderna di segmento di cortina, un nuovo ciclo b ellico.
IL GIORNO PIÙ LUNGO DELLA TORRE DT MAGNISI La carriera militare del la nostra tane a llor-d1é sembrava irrreversibilmente tramontata, avviandosi il manufatto a d una pacifica senescenza da civile abitazione, ebbe un inusitato rHorno di fiamma nei ranghi della Ma r·ina Militare. Sulla scorta dei documenti esistenli, peraltro molto fram me ntari e dispersi, tenteremo di for-
104 Da N. D E LLA VOLPI'., Difesa. del territorio e protezione antiaerea (1915-1943) , Roma 1986, pp. 55-56. 105 JJa N. DELLA V oLr l'., Difesa .. ., op. cii., p. 261.
La Torre Martello di Magnisi
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nire una sintesi delle estreme prestazioni belliche di quella singolare costruzione, prima del suo definitivo abbandono. La penisola Magnisi rientrava nella giurisdizione della Piazza Militare Marittima di Augusta-Siracusa ed in quanto tale la sua difesa dipendeva da Supermarina, attraverso il Comando Militare Autonomo della Marina di Sicilia dell'Ammiraglio Pietro Barnne. In particolare la p enisola faceva parte del fron le a mare della piazza, peraltro così delimilalo: "confinava a nord con il settore della 213~ div. costiera e a sud con quello della 206a div. costiera, [e] si estendeva da Cozzo dei Turchi a Masseria Palma presso Punta Milocca su un fronte marillimo di 75 chilometri e uno sviluppo reale cosliero di 91 chilometri. La sua profondità variava dai 13 a i 5 chilometri, mentre il perimetro del fronte a terra - dietro cui erano s tanziati il gruppo «Schmalz» tedesco e la div. ftr. «Napoli» correva per 52 chilometri, passando poco a s ud di Villasmundo, per monte Buongiovanni, lungo la dor·sale dei Monti Climiti, per Belvedere e pe r Masseria Bagni. Dei quattro battaglioni coslieri, il 385° copriva il fronte a mare compr·ende nle Siracusa, tra l'estremità meridionale della Piazza e Priolo Gargallo, e il 246° il r imanen te settore marittimo comprend ente Augusta ... " 106 . Una carta a l 25.000 della penisola, con le sue disposizioni difensive 107 , r edatta verso la fine d el '42, mostra un ininte1Totto reticolato andante dall a lorre d el Fico, fino al punto più strelto d el l'i slmo, quindi lungo il bordo esterno dell'inlera penisola ed ancora dall'is tmo verso Siracusa. S i ev idenz iano lungo tale schieramento, da nord verso sud nell'ordine: A nord di Magnisi: - una postazione campale pe r· fu c ile mitragliatore, a circa m. 500 da torre del Pico; - un posto di osservazione costiera - il 509 - 107; - due opere p ermanenti in calceslrnu.o insediate in corrispon106 A. SANTON I , Le operazioni in Sicilia e in Calabria (luglio-settembre 1943) , Roma 1989, pp. 17 1 - 172.49 104 - La carta è c us todita presso Archivio dell'Uffiçio Storico dello S. M. Marina , (A.U.S.M.) Arch. XV, çarl. 7/2 - Polc nziamcnto Pia zza di Augus ta-Sirac usa. 107 Così venivano delineati nella circolare <lei 24 o llohre 1941 , dello S.M.R.E., r iportata dal della Volpe nell'op. c it. a p. 282: "I pos ti di osservazione cosliera (P.O.C.) cffclluano servizio di vigilanza , allo scopo d i sn,prir·e, seguire e comunicare irnmediatamenle a gli enti interessali l'avvi cinai-si ed i movimenti di convogli o natanti avvcrsa1i o sospetti, ed i tentativi di sbarco. Il loro servizio non t: Lanlo importa nte in condizioni di buona visibilità ...
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Roberto di Rosa
55 - Cannone da 102/35.
<le n z a d ella 1111111111a larg h ezza d cll' is tim o di Magnisi, una per milraglicrn e l'altra per un pezzo conlrocarro, miranti ad interdire l'acceso all'enlrolerra dal la penisola. Su Magnisi: - una postazione campale per fucil e mitragliatore, in adiacen za, o forse aùùirillura s ulla stessa torre ; - due posti di osserva:1.ionc costie ra - il 508 ed il 507 - presso l'estremil à r·ispcLLivamenle setlenlriona le e m c 1·idionale della p enisola - ovvero all'incirca nei s iti dove lo Spannocchi era dell'avviso
quanto in c;ondizioni di sca1·sa visibilità, c he favoriscono la sorpresa. 1 P.0 .C. sono impiantati nei punti più importa nti d ei trai.li di cos la a ccessibile sforniti di semafori e sono affiancati - qua ndo possibile - ad osse1vatori d'artiglicd a. Sono com a ndati da graduati svelti e add estrati a ril evare e fornire dati di vera ulililà: posizione tipo e numero dei n a lanli nemici. direzione in cui mu ovono, <:he cosa fanno, punto predso in cui si tenta di effettu a r e o si è e ffettuato lo sbarco, punto pr·ec iso in cui si rilevano rumori o segn i di combattimento, e tc. e tc. 1 pos ti sono numerati - pe1· setto re costiero di divis ione (o hr-igala), o d i reggim e11lo autonomo, o «Difesa di porto» - in modo c he la sempli ce e nunciazione del numero individui inequivocabilmente la località, da cui provengono le notizie. Comunicano (con i mezzi di c u i in seguito) . second o formula d sempli c iss im i e chiari, s tabiliti dai <:omandi di settore di c ui sopra . Sono muniti di binocoli ... ".
T.1. Torre MarLellu di Maf(nisi
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di e riger e due torri per il controllo dell a rada e d ella costa; A sud di Magnisi: - un posto di osservazione costie ra - il 506 -; - op ere presidia te dalla Finanza - 23, 22 , 21 ... - a partire da Fondaco Nuovo È comunqu e evide nle c he la menzio nata carta non riporta i da ti d ell'armame nto principale, uomini ed a rlig lierie, dello stess o fronte. Tn me rilo ai primi va so ttolineato ch e il s ettore coslie rn in que stio n e era presidjalo dalla 7" legio n e della Milmart 108 al comando del cons ole Mario De Pasqu a le, a i c ui ordini si ritrovavano ele m e nli estratti p er lo più dai territo ri limitrofi, in pe r-l'ella continuità storica con qua nlo pralicato d all'epoca vicereale , n ella difes a costiera. A quelli stes si uomini la Ma rina aveva consegnato le ba lle rie ins ta llate n elle adiace nze di Aug usta. So llo il profilo quantitativo così possono e le ncarsi: "dal fe udo di Arcile al Monte Ta uro e d all'Oglias tro alla pe nisola M agnis i, sono ... dis locate b en quindic i batteri e navali cd antiaer ee. Le prime, contr assegna le d a un nom e g ià entrato n ella locale toponomastica , sono ai-male con due p ezzi da 203 mm. o tr·c d a 152 mm. Le altre, distinte da un nume ro, ha nno sei pezzi da 76 mm. o più rarnm e nle da 102 mm. ln complesso le bocche da fuoco, a parte le mitra gliere, sono due d a 203, sei d a 152, venliquallro <la 102, e qua ranto tt o da 76 mm .... "109 _ Pe r meglio valutare il ruolo difensivo coperto d alla penisola Magnis i è interessante fornire in de llaglio, s tralciandolo dallo stesso autor e, lo schierame nto balistico, te n e ndo prese nte che le batterie, sig lale A.S. - antisb a rco - si differe n ziavano in d.c. - doppio 108 Cir ca la presenza del la Miliz ia nella d ifesa costie 1·a è in teressante leggere un docume nto d el Com a ndo del corpo di S ta to Maggiore del 2 1 o llolm:: del 1937 , ci ta to da l Della Volpe a p. 2 74, ch e co sì affermava:" ... pre m esso: - c h e du1·ante le r ecenti m a novre in Si c ilia le ha u e r-ie costi ere (R.E .) non h a nno dato hu o na prova rn enlre il ballaglio n e d e lla M.V.S.N. ha risposto pcrl'ct· Lame n le; - ch e il progcllo realLivo alla sos liluzione d ei b atta glioni territoriali mobili e len-ito ,;ali con 12 1 b att agli o ni dcl i M.V.S. N. è da un a nno a ren alo per la insormon · ta hi lc opposizio ne <lei mini stero d elle Finan ze a con cedere 3 milio ni a nnui nccessa· ri per l'is truzion e dei b a ttaglioni stessi, Pro pone: b ) d i assegnar e a lla milizia an ch e le ha llerie co s lier·e (ballerie di piccolo calibro); d ) di assegn a re a I comando dei reggim enti costieri con soli della Milizia in sostitu zio ne <lei «vecchi» colonnelli che s i d imostra no «es ita nti cd incerti » nel comanda re la milizia". 109 T. M ARCON, Augusta 1940-4 3, cronache della piazzaforte, .... pp. 9.1 O.
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compito, ovvero antinave ed antiaereo e a.a. - antiaerea-: " A.S. 896 (d.c.) Arcile 6 x 76 / 40 [M.M.] A.S. 363 (d.c.) Campolato alto 6 x 76 / 40 Biagio Assereto Campolato 3 x 152 / 53 A.S. 674 (a.a.) Celona 6 x 76 / 40 A.S. 416 (a.a.) Cozzo 6 x 76 / 40 A.S. 364 (a.a.) Angarà 6 x 76 / 40 A.S. 362 (d.c.) Carrubbazza 6 x 76 / 40 A.S. 592 (d.c.) Sant'Elena 6 x 102 / 35 Bozzo Gravina Sant'Elena 2 x 203 I 50 Luigi di Savoia Sant'Elena 3 x 152 I 53 A.S. 360 (d.c.) Cugno 6 X 76 / 40 A.S. 56 1 (d.c.) Terravecchia 6 x I 02 / 35 A.S. 269 (d.c.) Perito 6 X 76 / 40 A.S. 741 (d.c.) Punta Girotta 6 x 76 / 40 [M.M.] 6 X 102 / 35"IIO A.S. 361 (d.c.) Penisola Magnisi È interessante osservare che il prospetto della Situazione Descrittiva della 6a Armata, in Sicilia, elencava con leggere varianti quello stesso schieramento, ovvero:
"SETTORE PIAZZA M.M. AUGUSTA SIRACUSA da Cozzo dei Turchi (escluso) a Mass. Palma (esclusa) btr. A.S. 896
A.S. A.S. A.S. A.S. A.S. A.S. A.S. A.S. A.S. A.S. A.S.
110 Thi<l.,
416 364 360 741 909 671 365 309 592 362 561
p. 10.
da 76 / 40 A.S. 363 A.S. 674 da 76 / 40 da 76 / 40 da 76 / 40 da 76 / 40 da 76 / 40 da 76 / 40 da 76 / 40 da 76 / 40 da 102 / 35 da 102 / 35 da 102 / 35
Cozzo Telegrafo da 76 / 40 Campolato da 76 / 40 Monte Tauro Costa dei Conti Ogliastro Punta Cugno Punta Girotta Santa Panagia Cappuccini Punta Caderini Faro Castelluccio Mon Le S. Elena Carrubbazza Terrcvccch i e
La Torre Martello di Magnisi
A.S. 269 A.S. 361 A.S. 493 una btr
<la 102 / 35 da102/35 da102 / 35 <la 381 / 40
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Perito Penisola Magnisi Cascina Messina Grotta Perciala" 111 .
Al di là delle lievi differenze la composizione dello schieramento delle batterie resta sostanzialmente confermalo. Ben 1. 700 uomini con 75 ufficiali lo presidiava no, forti di 2 pezzi da 381 /40, 2 da 203/50, 12 da 152/53, 42 da 102/35 , 66 da 76/40, 4 da 40/39, 31 da 13,2. In particolare, per tornare alla nostra torre cd alle sue immediate adiacenze, sei pezzi <la 102/35 vennero postati sul terreno della penisol a , oltre a quanto innanzi rilevato dalla carta al 25.000. È probabile che la batteria sia stata suddivisa in due sezioni, in corrispondenza forse <lei posti di osservazione , trasformatisi in altrettanti caposaldi difensivi. Res ta comunque accertato che nell'es tate del '43 torre Magnisi si trovò nuovamente occupata da soldati d estinati a difendere la costa re trostante, e nuovamente dalla sua piazza le vedette presero con spasmodica ansia a scrnlare l'orizzonte marino , forato nel buio della notte da 15 potenti rotocle ttriche. Al <li là però dei dati quanlinlalivi , di per se peraltro già alquanto carenti sc confrontati a quelli del Vallo Atlantico, occore spe ndere alcune parole circa la qualità delle armi, ed in particolare del cannone da 102/35. Era una bocca da fuoco prodotta dall'Ansaldo intorno alla fine della Prima Guerra Mondiale, tant'è che una sua fotografia illustra il trattalo sull'artigliaria del contrammiraglio E. Bravetta pubblicato nel 1919ll2 . La sua caratteristica princ ipale consisteva nell'e ssere incavalcato sopra un a ffusto "a perno ce ntrale", in grado di garantirgli un alzo prossimo alla vertic ale. In tal modo poteva effica cemente tirare sia contro unità navali , sia contro aereomobili: da qui la sua definizione di doppio compito.Ma lo stesso pezzo, indubbiamente modernissimo nel L91 8, non poteva definirsi più tale nel 1943, tanto più che non si trattava, per quelli schierati in Sicilia, di una recente costruzione di un vecchio progello, ma proprio <li vecc hi cannoni con tutti i loro immaginabili acciacchi. Non stupisce quindi che le batterie da 102/35 ebbero a lamentare anche
111 A. U.S.S.M.E., 6° Armata. Situazion e d esc1ittiva, .... 11 2 Da E. B RAVETTA, L'artiglieria e le sue m eraviglie, Milan o 1919, p. 384.
Roherto di R osa
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graviss imi incidenti come quello accaduto a ll a A.S. 592 il 28 novembre del '42, che vide la disastrosa esplosione di un pezzo 11 3 ! Ciò premesso ci sembra interessante, prima di concludere la nostra r·icerca, citare i pareri espressi all 'epoca dalle massime autorità sulla potenzialità dife nsiva della Sicilia in caso di sbarchi.Nella riunione a Palazzo Vidoni il 2 magg io del '43, l'ecc. Roa tta così riassumeva: "Passando dal campo generale a quello particola re della Sicilia, primeggiano le costatazioni c he l'avversario è m olto largam e nte fornito di r·epa rLi corazzati e di m e zzi speciali da sbarco, e c h e molli Lralli dell'isola s i prestano mate1ialmente - come spiaggia e come r e troten-a - allo s barco e d alla penetrnzione dei m ezzi corazzati . La difesa costiera (poco de nsa - p riva di artiglierie anti-nave e di artigl ie ria contraerea - scarsissima di rincalzi propr-i e di artig li e ri e contro carro appoggiata a lavori difensivi d a completare} non è in condiz ion e (fallo comune - ripe to a quasi tutt e le difese) di impedi1·e lo s ha rco. Ma è solo in misura di ostacolarlo. di r·itan.lado, e di conte nere per un tempo più o meno lungo l'avversario sbarcato ..." 114•
La situazione nonostante il precipitare degli avvenimenti nelle settima ne successive mutò pochissimo, tant'è c he il successore di Roatta, in data 14 giug no così notil"icava in materia allo Stato Maggiore del Regio Esercito: "Cirr.n l'assf'/lo difensivo costie rn eia al.lorn assai poco s i è progredito...
Perrnane invece invariata l'ineffi cienza di uomini e di a rmi adatti per oppors i a i te n tativi di sbarco. l battaglioni costieri sono fornati da solda ti di classi a n z ia ne e s pesso mal comanda ti ... molti sono co stituiti da elem e nti dell'isola c h e molto risentono d ello sta to morale d ella popolazio n e locale. Frequenti gli allonta namenti per rivedere le fam iglie no nostante che si ahhondi nella concessione di 1·egolari licenze. Circa le anni a d il'esa d ella costa prevalgono i f-t.1ciJi mitragliatori e le mitrag liat ri ci. Mancan o del tutto le ar·tiglierie contronave e difettano le altre: particolanne nle quelle controcarro. Di quest\Lltimo si ha un pezzo, dico un pezzo, per ogni 8 km ... " 11 5 .
J.:ultima prova p er torre Magnis i, e pe r lo sc hi eramento brevem ente descritto, insedia to nelle sue immediate adiacenze ebbe iniziò a lle ore 20 del 9 luglio del 43, allorché fu prospella ta la necesssi là, paventandosi imminente l'attacco da c ielo e da mare, di distruggere le batterie. Seguì , in falli , alle 21 un pesante bombarda-
A.lJ.S.M., A1-ch . XV, cart. 7/2. Da/\. S 11NTON1, Le o perazioni... , op. cit., pp. 472. 11 5 Tbid ., p. 482.
113 114
La Torre Martello di Mag nisi
365
mento aereo abbattutosi tra Siracusa e la foce dell'Anapo e quindi la segnalazione, alle 22.30, della presenza di paracadutisti nel perim e tro della Piazza, pervenutivi con lan c i o co n atterraggio di alianti. Ancora alle 22 un secondo fonogramma del comando Piazza, reiterò l'ordine di predisporre le batterie all'autodistruzione. In ottemperanza la 7" legione Milmart si accinse all'incombenza trasmettendo i relativi piani , ai singoli comandanti, intorno alle 05.00 -06.00 del I O luglio, ora in cui le navi nemiche appena avevano iniziato le operazioni di sbarco: "J fatali ordini di sabotare le postazioni giunsero pertanto, ai reparti quasi contemporaneamente ai primi accertamenti di un'invasione su larga scala ... " 116 . Gli uomini perciò iniziarono un rapido sbandamento originando diserzioni in massa, che condussero in breve al collasso del fronte a mare della Piazza prima che fosse concretamente investita dal nemico. Alle 02.10 di quel 10 luglio un commando inglese capeggiato dal col. Slater sbarcato sulla penisola della Maddalena riuscì, sul far d e ll'alba, ad impossessarsi delle batterie "Lambda Doria" , "Emmanuele Russo" , A.S. 365 e A.S. 493 . Nel pomeriggio di quello stesso giorno vennero abbandonate le batterie A.S. 309 e A.S. 671, postate presso Siracusa, nonché distrutta la colossale batteria da 381 di Capo S. Panagia. Nella notte seguente saltarono in aria le batterie A.S. 269, A.S. 383, A.S. 896, la Biagio Assereto, e probabilmente anche le restanti non speciricate. È lecito pertanto collocare in quelle convulse, ed ingloriose ore, l'autodistruzione della A.S. 361 e del dispositivo della pe nisola Magnisi, con il complelo abbandono del caposaldo e della torre. Finiva così, e questa volta irreversibilmente e con quasi due anni di anticipo rispetto alle sue colleghe britanniche, l'estrema prestazione dife nsiva della solitaria T01Te Martello siciliana. Cessati i boati dei cannoni, e l'a ncor più assordante tuono delle cariche di autodistn1zione, scomparsi i soldati del presidio, e quindi quelli venuti dal mare, i gabbiani ripresero possesso di quella loro già abituale e confortevole dimora. Ed ancora vi soggiornano indisturbati.
116
lbid ., p. 175.
366
Roberto di Rosa
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RICCARDO GALLETIA
STRATEGIA E TATTICA NELLA MANOVRA NAPOLEONICA STUDIO SULLA FILOSOFIA BELLICA Dl NAPOLEONE ED ANALISI DEI SUOL METODI STRATEGICI E DI COMBATTlMENTO. FONTI DELLE SUE IDEE
INTRODUZLONE La guerra è sempr·c sla la una tra le più spiacevoli e meno soddisfacenti espressioni connesse all'attivilà umana. Come dice un anlico proverbio scozzese, "La guerra comincia quando l'infe rno si apre" 1• Lo st esso co ncello venne espresso due secoli dopo dal genernle William Tecumseh Sherman, non eerlo uno dei più miti t ra i soldali durante la guerra civile americana, il quale in un discorso tenuto a Columbus, nell'Ohio, disse: "Certamenle molti di noi considerano la guerra qualcosa di g lorioso, ma vi assicuro che è tullo un infemo" 2 • Eppure, nonoslante la naturale repulsione che il dolore, la sofferenza e la crudeltà evocano alla mente degli uomini onesti , Lullo ciò che è guerra affascina in maniera più o meno latente una gran parte di noi. Come dice il grande scriLLore inglese Thomas Hardy " ... la gue1Ta movimenta la storia, mentre la pace è una ben misera lettura"·\ Jnollre, per gli studiosi di eventi bellici è più affascinante sludiare le m emorie di guerra dei grandi condottieri con l'ambiziosa speranza di scoprire il segreto dei loro successi ed i motivi delle loro scon filte attraverso un'approfondila analisi dei loro scritti e, ancor più, delle loro azioni.
1
2 3
A. Henderson, Scottish Proverbs, Edimbw·go , 1832. Cit da L. Lewis, The FiJ!,hLing Prophet, Columbus 1890, p. 212. T. Hardy, The Dynasts, Londra, 1908, parie II, cap. 5.
:no
Riccardo Galletta
A questo proposito non vi è mai stato un oggetto di studio più soddisfacente e nel contempo più sconcertante del metodo usato da Napoleone nell'intraprendere guerre o combattere battaglie. Esso ha attirato enorm emente l'attenzione di storici e studiosi (alcuni ammirat ori incondizionati, altri più circospetti ), ma è forse significativo c he le analisi più realistiche ed accurate che siano emerse sono contenute nelle opere di due celebri storici militari francesi, il generale H . Camon ed il capitano J. Colin4 . Tra i contemporanei di Napoleone, due soltanto (a giudizio u nanime degli storici) giunsero a comprendere, anche se non del Lullo, il suo genio militare. Il primo di essi fu il barone Jomini, che fece parte <lei seguito dell'Imperatore in veste di storico ufficiale e fu capo di Stato Maggiore del maresciallo Ney prima di passare agli alleati nel 1813. Egli comprese molti concetti fondamentali di Napoleone, ma purtroppo nei suoi scritti successivi tentò di metterli in relazione ai principii <lei diciottesimo secolo. TI secondo, il pru ssiano von Clausewitz, incluse gran parte degli insegnamenti bellici di Napoleone nella sua famosa opera "Zum Krieg" ("Della Guerra" ), articolata in tre volumi (che divenne poi la Bibbia militare <l i von Moltke, del conte von Schlieffen e dello Stato Maggiore prussiano) , sebbene "egl i abbia frainteso completam ente il significato della decisiva rnanoeuvre sur les derrières"\ che descriverò più avanti. La principale difficoltà che qualsiasi eventuale studioso incontra nelle sue ricer·che, consiste nel fatto che Napoleone non formulò mai un preciso sistema di guerra, almeno non per iscritto. Questo perché egli desiderava d e liberatamente (come osserva lo stesso Chand ler) lasciare all'oscuro i suoi contemporane i, non esclusi i marescialli; tale allcggiamento era la conseguenza <l irella del genio napoleonico, essenzialmente pratico e non teorico. Di conseguenza, nel suo modo di condurre le campagne militari, si possono riscontrare tante variazioni ed adattamenti <la giunge re alla conclusione che egli non possedesse alcun "sistema". A prima vista, l'asser;,.ione dello stesso Napoleone "J e n'ai jamais cu un plan d'operation" 6 , sembra confermare ciò, ma uno stud io più approfondito della sua voluminosa "Corrcspondance", rivela come
4 Vedi hihliogrnfia per l'elenco delle opere di questi <lue autori. s D.G. Chand ler, Le campagne di Napo leo n e, Londra, Macmillan, I 966,
p. 198. 6
E . La Cases, Jl Memoriale di S ant'Elena, Milano . Pizzoli, 1930, p. 169.
introduzione
371
in molte circostanze l'Imperatore si sia compnrlalo in maniera del tutto opposta. Infalli la corrispondenza ufficiale di Napoleone è piena di contraddizioni e, allo stesso modo in cui si può trovare nella Bibbia una sentenza che g iustifica quasi lulli gli aspetti dell'operato umano, per quanlo eslremi o dogmatici, così l'Imperatore sembra difendere ogni possibile e contraddittorio comportamento nell'azione bellica. Talvolta, a causa delle ambiguilà derivanti dall'errala scella dei vocaboli, è facile interpretare erronearnente il vero significato delle sue dichiarazioni. Questo accade, probabilmente, perchc Napoleone, "cùrso di nascita, non riuscì mai a padroneggiare completamente tutte le sottigliezze e le elaborate raffinatezze della lingua francese" 7 . In generale egli dettava con rapidità i suoi ordin i ad una squadra di affannati segretar·i i qual i passavano parola per parola a Berthier, Capo di Stato Maggior Generale, affinché questi le trasformasse in istruzioni scritte. Sebbene Berthier· fosse perf"etlamente in grado di diramare ordini ch iari e precisi ai comandanti dei vari reparti, egli era poco più di un celere capo uf"ficio, come lui stesso non esitava a def"inirsi: "lo non conto nulla nell'esercito", si lamentò una volta. "Ricevo i rapporti dei marescialli in nome dell'Imperatore e fin110 gli ordini in sua vece" 8 • I noi tre, l'insostituibile Berthier, del tutto privo di iniziativa, solo raramente (come specificherò in seguilo) s i sarebbe permesso di cambiare una sola parola di quanto Napoleone aveva dettato. Il risultato di tutto questo era che piccoli malintesi venivano inlrodotti negli ordini, il che ha contribuito ad aumenlare la con fusione nelle ultime generazion i di sludiosi di problemi militari che hanno cercato nei suoi scritti la parola del maestro. Bas terà, penso, un solo esempio a d illustrare tale difficoltà. Una delle fras i più note di Napoleone è la seguente: "gli elementi essenziali della guerra sono identici a quelli dell'assedio. Bisogna concentrare il fuoco su di un solo punlo poiché non appena viene aperta una breccia l'equilibrio si rompe ed il resto conta poco"9 . Come ha voluto giu stamente sottolineare il capitano B. H. Liddell Hart, gli studiosi si sono sofferm ati s ull 'espress ione "un solo punto", trascurando del tutto la parola chiave "equilibrio", che si trova verso la fine della frase e che indubbiamente racc hiude il 7
8 9
J. Bainville, Napoléon, Parigi , f'ayard, 1958, p . 6 1. F. L Pc tre, Napoleon's conquest of Prussia, Londra. 1907, p. 31. S. Wilkinson, The Rise of Cenerai Ronaparte, Oxfo1-d , l 930, p . 168.
Riccardo Calle/la
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m essaggio c he l'Imperatore inte ndeva trasmettere. ln falti so lo distruggendo l' "equilibrio" del nemico s i giunge alla vittoria; il concentrare il fuoco e l'aprire una breccia sono solo i mezzi per raggiunger·e lo scopo, cioè la demolizione psicologica della volon là del nemico di conlinuare il combattimento. Né questo è l'unico malinteso causato da tale frase. Sono sorlc controversie anche sulla parola "punto", poiché una corre nte di studiosi afferma che Napoleone inten d eva s ignificare il settore più forte d ella linea nemica, mentre un'altra sostiene che egli s i r·iferiva a quella più debole. Tuttavia, uno s tudio sulla campagna duranle la quale Napoleone pronun c iò lalc fra se (quella del 1794 contro il Piemonte), fa pensare che egli avrebbe polulo benissimo usare la parola "cardine" o "giuntura" al posto d ella parola "punlo". "Così una piccolez1.a come la scelta non accurata di una sola parola può condurre ad intermina bili disc ussioni cd errate interprelazioni "10. A Napoleone sono slale altribuite molte idee c he egli sarebbe stato il primo a confularc. Malgrado tali contraddizioni e m a ncan ze di c hiarezza, è sempre dalle pagi ne della "Correspondance" ufficiale di Na pol eo ne c he s i possono più agevolme nle s lralciare le sue teor ie fondamentali sulla guerra. I bolle ttini da lui e mess i durante le campagne ed i suoi ultimi scritti a Sant'Elena furono sp esso compila li co n la delibera ta inten zione di confondere il nemico e di giustificare con argomenti particolari alcuni suoi errori ed ha nno quindi un valore relativo. M a le sue lettere ed i suoi ordini di ogni g iorno sono ricchi di indizi, specialmenlc quando egli riprende qualche subordinato per gli errori commessi o aggiunge a pi è di pagina una nota esplicaliva riguardante le complica te istn1zioni per una ma novra. In tali fortuite circoslan zc Napoleone fece d on o ai suoi marescialli di occasionali "perle" di saggezza mi Ii lare c he servono a farci comprendere quali fossero le sue effettive convin zj oni. Napoleone, infatti, non si atlenne mai rig idamente a detenninati principii, ma sviluppò e mutò continuamente le sue idee a seconda d elle situa zion i che gli s i presentavano. Inoltre , talvolta, egli a da ltò i suoi consigli in base all'abi lilà cd a lle capacità dei s oldati o degli uomini politici ai quali erano destinali; e ne l fa re ciò, spesso sembrava
10
p. 11 9.
B . H. Lidd ell Ha rt, 1he Stra tegy of the indirecl appruach, Londrn , 1954,
Introduzione
373
contraddire le sue massime più importanti. La men te di un genio, come rivelano i suoi scritti ed i s u oi ord ini , è necessariamente co mplessa e spesso contorta come lo è d'altronde la strategia. Indubbiamente i fatt i valgono molto di più delle parole e ne consegu e che quals iasi analisi n el modo di combattere di Napoleone dovrebbe iniziare con uno studio sugli avvenimenti reali .
CAPITOLO l L'EREDITÀ DOTTRINALE
Napoleone trovò un esercito già formato e temprato alla guerra dai suoi pre decessori dell'Ancien Régime e della Prima Rivoluzione ed allo stesso modo egli "derivò molte delle sue idee sulla strategia e sulla tattica bellica dai teorici e dai condollieri che lo avevano preceduto" 1. Uno degli aspetti più interessanti del successo di Napoleone quale soldato sta nella mancanza di vera originalità (come tileva lo stesso Chandler). A parte qualche rara eccezione, in effetti, Napoleone non fu un innovatore, ma piuttosto sviluppò e perfezionò idee già espresse da altri. Egli seppe vedere più chiaramente di qualsiasi altro soldato della sua generazione le grandi possibilità offerte dall'esercito e <laJle dottrine militari francesi dell'epoca e fece in modo di riunirle e sfruttarle al massimo, spinto in questo <la una volontà spietata, fredda e calcolatrice che da sola poteva convertire semplici possibilità in ferree acquisizioni. Egli non apportò molto all'arte della guerra o all'esercito francese, eccetto le vittorie che conseguì trasformando la teoria in pratica. L'elaborazione delle sue concezioni militari fu dapprima soltanto un processo intellettuale che si sviluppò soprattutto negli anni dal 1778 al 1789, quand'egli era giovane tenente in servizio alla Scuola Addestramento di Artiglieria di Auxonne. Oltre ad essere capo del reparto sperimentale incaricato di mettere in pratica nuove teorie relative all'arma in cui prestava servizio - occupazione, questa, già abbastanza stimolante di per sé stessa, a mio giudi zio - il giovane Bonaparte trovava anche il tempo (come riferiscono i suoi più autorevoli biografi) di dedicarsi intensamente alla lettura usufruendo della biblioteca della Scuola, relativamente ben fornita, come nutrimento basilare per i suoi insaziabili appetiti mentali. Come dice il generale Camon, egli fu un "divoratore di libr·i" 2 • Sceglieva un volume, lo analizzava accuratamente per poi scartarlo a favore di un altro. Ne estraeva una serie di idee che vagliava 1
D.G. Chandle1; op. cii., p. 201. Gene rale H. Camon, Quand et comment Napoléon aconçu son systeme de bataille, Parigi 1935, p. l O. 2
376
Riccardo Galletta
con viva attenzione, per poi abbandonare quelle piive di qualsiasi valore o immagazzinare le altre in un a ngolo della sua sorprendente memoria. Gradatamente, le idee provenienti da diverse fonti cominciarono ad unirsi e ad amalgamarsi nella mente matematica di Bonaparte che scartava quelle non e sse nziali per afferrare il nocciolo della verità. Ed a poco a poco cominciarono ad emergere i concetti fondamentali sulla guerra che dovevano poi dominare i s uccessivi ventisette anni della sua vila. TI giovane ufficiale non si era cer·Lo imposto una disciplina facile. Anni dopo scrisse: "Sia nelle questioni militari che in quelle politiche o amministrative occon-e pensare ed analizzare a fondo così come occorre sapersi concen trare sulle cose per lungo tempo senza stancarsi" 3 . Fu pertanto più dai libr·i c he dall'esperienza diretta sul campo di battaglia che Napoleone trasse inizialmente le sue più grandi idee strategiche. È anche vero che queste sue acquisizioni ven ivano spesso modificale alla luce di una personale esperienza, ma al di sotto di esse si intuisce il pensiero di Napoleone: "Nell'arte della guerra - come in natura - nulla si crea, nulla si distrugge" 4 . Egli era conscio del fatto che il primo p eriodo della sua esislenza era un'esperienza vilale e rormali va. "Ho combattuto sessanta battaglie", dichiarò anni dopo "e non ho imparalo nulla che non sapessi già" 5 . Forse questa osservazione non corrisponde a verità e se fosse slala vera essa avrebbe, a mio giudiz io, costituito il più demolitoiio atto d'accusa contro Napoleo ne, quale generale. La dottrina militare deve, infatti, essere una scienza che cresce, si sviluppa e mig liora incessantement e, poiché allorquando essa degenera in puro dogma (come accadde all'esercito prussiano nel 1806) al1ora si delinea la sconfitta. D'altra parte furono pochi i soldati dell'e poca che riunirono nel corso della loro vita tanta esperienza bellica quanta ne ebbe Napoleo ne durante gli undici anni tra la sua nomina , n el 1785, ed il suo primo inca r·ico a l comando di un esercito. Il giovane Bonaparte fu eslremamenle rorlunato nei contatti che riuscì a stabilire durante i quindici mesi d el suo soggiorno di Auxonne. TI comandante d ella Scuola di Artiglieria era a quel tempo il barone Du Teil, famoso a rti g li ere, il quale fu uno dei primi a rendersi conto della potenziale abilità del diciannovenne 3 4
5
Generale H. Camon, op. cit., p. 11. Generale H. Camon, op. cit., p. 13. S. Wilk.inson, op. cit., p. 142.
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còr so. Sotto la sua gu ida e con l'incoraggiam en to d el Du Te il , Bonaparte fu indotto ad intraprend ere s tudi a pprofonditi di strategia mili tare, come pure di argomenti riguardanti speci ficatamente l'arma in cui egli prestava servii'.io. La biblioteca di Au xonne fornì molto materia le di lettura a Bonapa rte. È interessante, a mio avviso, fare d e lle congetture sui nomi d ei più autorevol i autori cons ultati e sui principali argomenti da lui affrontati. Per prime apparivano nella s ua lista le opere di storia militare. "Leggete e meditate sulle gue1Te condotte <la i più grandi condottieri", scrisse p iù lardi , "questo è l'unico mezzo p er imparare in maniera più esatta la scienza della g uerra" 6 . Leggeva con avidità qualsi as i cosa su c ui poteva mettere le mani, in modo pa rticolare gli scritti di Vegécé, Folard e Grimoard - s ulle campagne di Ciro e Alessandro Magno, di Cesare, Turenne , Luxc mburg, del Principe Eugenio, <le i ma resciallo di Sassonia e di Federico il Grande -. In seguito egli, probabi lme nte, cominciò a studiare gli scritti degl i studiosi di arte bellica suoi contemporanei, o quasi. Ancora una volta Federico il Grande era a capo dell a li sta e le s ue famose "Istru z ioni Segr·ctc" a i generali pmssiani s i guadagnaro no la piena approvazione ed ammirazione di Bonaparte per la loro chiarezza ed il loro realismo strategico. Può anche darsi che egli s i sia d edicato a lla lettura degli scritti d el gallese Lloyd che durante la me tà d el diciottesimo secolo prestò servizio s u ccessivamente n ell'esercito a u striaco, prussiano e 1usso e ch e abbia studiato i lavori analitici di Turpin <l e Crissé, Grimoard e Bosroger. "Ma soprattutto egli le sse e r ilesse il famoso "Essai générale de tactique" di J acques Antoin e H yppolite, conte d e Guibert, c he fu pubblicato p er la prima volta nel 1772, quando l'autore aveva solo ventinove ann i, ed a n che la s ua seconda opera "Dcfense du sys teme de guerre moderne" pubblicato sette anni più ta r<li" 7 . Bo naparte fu anche fortemente influenzato dal "Principes de la gu erre <les montagnes" scritto da PielTe de Boucerl tra il 1764 cd il 1771 , ed in quest'opera so no presenti molti piani di campagne poi attu a li da Napoleone n el 1794 e ne l 1796. P er lo studio dell'arm a in c ui serviva, Napoleone poteva rivolge r s i ai frat e lli Du Te il e d agli allr i di sce poli d e l grande Gribeauval.
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H . Sargcn t, Napoleon Bonaparte's {irst Compaign, Londra, I 895, p. 16. D.G. Chandler, op. cit. p. 204.
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Alla fine della sua esistenza l'Imperatore rese omaggio a questi autori che ispirarono il suo pensiero militare. Ma, in effetti, cosa imparò da essi? Si potrebbero menzionare molti passi di queste opere per poi confrontarli con altri passi stralciati dal carteggio di Napoleone c he riflettono le stesse convinzion i e le stesse idee, ma, per brevita di trattazione, preferisco descrivere la filosofia bellica dcll'T mperatore, gli elementi da lui ritenuti importanti ed il suo sistema di attu are le manovre e dare battaglia, aggiungendo via via delle note critic h e sulle fonti che influenzarono (a giudizio pressoché unanime degli studiosi e mio personale) la formazione delle sue idee nei vari periodi. Tuttavia, a questo punto, vale la pena, a mio avviso, d'includere pochi importanti passi presi dal Guibert, poiché essi contengono la profezia dell'avvento della Rivoluzione francese e di un grande condottiero. È altresì possibile che queste parole abbiano acceso le ambizioni cd i sogni del giovane tenente di artiglieria di Auxonne e, perciò, ritengo c he possano costituire un inizio appropriato per uno studio sulla strategia napoleonica. In uno scritto del 1772, ultimo periodo di splendore dell'Ancien Régime, il grande teorico stilò quella che doveva essere una sch iacciante accusa contro l'Europa del diciottesimo secolo (e contro i futuri nemici di Napoleone) criticandone il sistema economico, politico e sociale e le predominanti dottrine belliche; inoltre egli previde sia il concetto della "Nazione Armata" ch e l'avvento di un condottiero come Napoleone. Guibcrt c hiedeva ai lettori: "Quale può essere oggi il risultato delle nostre guerre?" "Gli Stati non possiedono tesori né una popolazione sovrabbondante. Le loro spese anche in t empo di pace sono m aggiori delle loro entrate. Nonostante c i ò ess i s i fanno la guerra. Scendono in campo con eserciti che non possono sostenere né pagare. Vi nei lori e vinti ne escono u gua l men le stremati . L'ammontare del debito nazionale aumenta. Viene negato ulteriore credito. Il denaro diventa raro. Le Botte scarseggiano di marinai e l'esercito di soldati. l ministri di ambo le parti pensano che sia g iunta l'ora per un negoziato. La pace viene conclusa. Qualche colonia o qualche provincia cambiano di proprietario. Spesso accade che la fonte della disputa non si sia del tutto esaurita e che c iascuna delle due parti sieda sulle proprie rovine cercando di pagare i debiti contratti e di affilare le armi.
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Ma supponiamo che possa sorgere in Europa una nazione dotata di energia, <li gen io, di risorse e di autorità. Una nazione ch e riunisca sia virtù di austerità che un esercito nazionale ch e s i prefigga un piano prestabilito di espansione; che non perda mai di vista questo scopo; che , sape ndo come condurre una gue rra a bassi costi e come mantenersi con le vittorie, non sia costretta a deporre le arm i per difficoltà finanziarie . Vedremo questa nazione soggiogare i popoli con i.inanti e capovolgere la nostra debole costituzione così come il vento del nor<l pi ega le esili canne" 8 • Gli attual i governi - continua Guibert in un'altra parte d ella sua opera - preferiscono a ffidare gli eserciti a persone mediocri "incapaci d i o rganizzarli, passivi, doci li ai capricci di chiunque, invece che ad un uomo s uperiore che sappia acqu istarsi grande fiducia, andare contro le opinioni correnti, diventare il trami te dei favori militari dell'autorhà e<l, infin e, essere considerato l'uomo dei soldati - il generale nato" 9 . Più avanti (riferendosi alla riduzione di un numero superfluo <li carriaggi) egli continua dicendo: "Tale rivoluzione può essere effettuata solo se cambieranno lo spirito e le abitudini che attualm ente prevalgono. Ma mutare lo spili to ed i costumi di una nazione non è compilo di uno sclittore, ch iunque egli sia. Ciò pu ò essere fatto solo da un sovTano o da un uomo di genio nelle cui mani le avversità e l'opinione pubblica, più forte degh intrig hi, porranno per una serie d i anni il timone de lla nave". E così egli conclude: "Tra uomini come questi lasciate che sorga - e non può c h e sorgere - un grande genio. Egli farà fruttare le esperienze di tutti, creerà il sistema politico e si porrà a l timone d ella nave dando impulso ai suoi movimenti". Come dice lo storico inglese Spencer Wilkinson: "Questa era un'immagine a tta a stimolare l'intelligenza, la fantasia e l'ambi:1.ione di un giovane ufficiale" 10 . Nelle sue linee generali la filosofia sulla guerra di Napoleone era semplice ed essen ziale. Una vol ta c h e s i fosse creato uno stato di ostilità tra la Francia ed un'altra potenza - aveva poca importanza che la guerra fosse stata dichiarata ufficialmente o no - l'Imperatore si muoveva J .A.H. de Guibert, F.ssai générale de laclique, Pa rig i, 1772, voi. I, cap. XIII. J .A.H. de Gu ibert, op. cit., vol. 11, p. 65. 10 S. Wilkinson, The French Anny be{ore Napo/eon, Londra, 1915, p. 82.
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senza ritardo o senza esitazione per distruggere con tutti i mezzi possibi li l'esercito nemico ed infrangere così la volontà della nazione awersaria ad opporre resistenza (o così, almeno, egli sp erava). I mezzi da usarsi per raggiungere lo scopo dovevano essere i più rapidi e violenti possibili, tutto il resto doveva essere considerato di secondaria importanza. "In Europa vi sono molti bravi generali", egli dichiarò nel 1797, "ma essi guardano troppe cose tutte in una volta, mentre io vedo una sola cosa e cioè la parte più forte dell'esercito ne mico. lo cerco di annientarla, pensando che le questioni meno importanti si sistemeranno da sole" 11 . Questa è l'essenza, il tema fondamentale del pensiero di Napoleone sulla guerra; l'attacco "blitzkrieg" mirante a distruggere ciò che di più importante possiede il nemico, cioè il suo esercito. Questa maniera realistica, brutale e calcolatrice di fare la guerra era un brusco passaggio dalle cavalleresche usanze militari vigenti nel diciottesimo secolo, ma è evidente (a d etta comune degl i storici) che Napoleone si ispirò molto agli insegnamenti di Federico il Grande. Nelle "Istmzioni Segrete" del 1748, inviale a i suoi comandanti, il grande condolliero pmssiano sosteneva il tipo di guerra che il suo ancor più importante successore avrebbe poi perfezionato. "Le nostre guerre", scrisse Fede1ico, "dovrebbero cssere brevi e violente, dato che non è nostro interesse tirare le cose per le lunghe. Tnf"alli una lolla prolungata condotta lentamente, logora il nostro ammirevole senso di disciplina e produce come unico risultato lo spopolamento d el nostro paese e l'esaurimento delle nostre risorse" 12. Federico indicò anche i m ezzi miglio1i per raggiungere un risultato veloce e decisivo: "Dovrete costringere il nemico a combatter·e appena vi avvicinate; a mezzo di marce forzate vi pOITete a lle sue spalle e taglierete le vie di comunicazione o, in alternativa, minaccerete una città il cui controllo sia per lui di vitale importanza ... " 13 . Tutti questi concetti, come vedr·emo più avanti, caratteri:1.zano ampiamente il sistema strategico di Napoleone. "Tu ttavia", continua Federico, "dovrete prestare molta atlen:1.ione nel compiere questo genere di manovra, per non trovai-vi voi stessi coinvolti in quella silua:1.ione scomoda".
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E.F. Berthezene, Suuvenirs militaires, Parigi, 1855. Federico TT di Prussia, The ins lructions of frederick the Great fi,r his generais; H a1Tisou bmg, 1960, p. 140. "Federico TT di Prussia, op. cil., p. 139. 12
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inflessibilmente il re di Prussia ripete ch e la "d annata decisione" (com e la descrisse più tardi von Cla u sewitz) era la "conditio sine qua non" per riusc ire vittoriosi. "Sono le ba llaglie che decidono il d estino <li una n a zione". Federico condanna senza esitazione alcuna le "gu e1Te di posizione" e di espan sione territoriale ne ll e quali s i indulgeva comune me nte ai suoi g io rni . Chi comballe <leve prendere l'iniziativa e mantenerla a tutti i costi. Bisogna resistere alla tentazione di divide re il propr io ese rcito. Bisogna ricorrere ad ogn i m ezzo, astuzia, tradimento, distruz ion e del territorio avversario (ed anche d el p roprio) pur di raggiungere lo scopo . Soprattutto il n emico deve essere colto di sorpresa. "In linea di massima qua lsias i m ossa a lla quale il nemico non sia preposto lo sconcerterà e lo costringerà ad a bbandonare la sua posizione". "Le migliori battaglie sono quelle in c ui costring iamo un n emico riluttante ad accettarle". Notiamo che Napoleone riprende continuamente qu esti concetti: "È sul campo d i battaglia che si d ecide la sorte di rorlezze e di imperi"H. I.:Imperatore approvava l'insieme d i forza e astuzia enunciato da Federi co. "In g uerra lutto c iò che può essere utile è lecito", era la sua spietata e<l opportunistica conclusione 1S. Tuttavia, egli non mancò di senso critico n ei confron ti del suo grande predecessore. Sebbene ripetesse c osla ntemenle che le idee fondam e ntali espresse <l a Federico erano esatte, Napoleone era u gualmente sicuro che il re di Prussia non possedesse, alla sua epoca, lo str umento per reali zzarle. Vi l"urono altre Fonti cui Napoleon e attinse ispirazione per la sua filosofia bellica. Guibert apportò un contributo preciso, sebben e talvolta indiretto, con la s ua incessante c ritica a i s istemi degli ann i intorno al 1770. "Abbiamo dimenticato l'arte di m anovrare gli eserciti", egli afferma ad un certo punto. "Possiamo vincere p iccoli scontri ma non sappiamo com e vincere grandi ba tlaglie" 16 , dice in un altro. Ril"e re ndosi a i m e diocri gen era li c h e vennero dopo Turenne, Guibert lanciò un'accu sa contro "falsi" aspetti del modo di gu erTeggiare nei secoli d ic iassettesimo e dic io llesirno. "Questa poli tica d i non condurre mai una guerra "en m asse", cioè di non operare mai con l'intero esercito e di n on osare impegnarsi in bat-
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H . Sa1·gcn t, op. cit., p . 173. Napoleone I. Massime di guerra, F in:nze, Barbera, 191 S, p. 2 1. 16 Generale H. Camon, op. cii., p. 173. 5
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taglia, ma di ado ttare una politica di decentramento, di movimenti in piccoli gruppi che sfociano nell'incessante compromesso di reparti isolati, ciò è d el tutto contrario a i princ ipi della grande tattica moderna. Infatti significa degradare tale arte ... " 17• Queste critiche, senza dubbio, potrebbern essere state prese a cuore dal giovane Bonaparte. A tal riguardo, a mio avviso, i consigli di Lazare Carnot, il rivoluzionario "organizzat ore di vittorie", anc h 'egli discepolo di Guiberl, furono ancor più pertinenti. In un certo senso Camot era più un Leorico che un uomo d'azione. Il suo più grande contributo alle guerre napoleoniche è dato dall'aver creato un'armata efficiente dai caotici e fanatici eserciti volontari della Rivoluzione. Ma alcu ne teorie della sua dottrina militare sono senz'altro degne di nola: "L'audace, l'auùace-toujours l'audace", era la costante esortazione di Carnot ai suoi generali , ripetendo le parole <li Danton. Molte sue idee collimaro no strettamente con quelle esposte da Guibert; inoltre egli fu molto vicino a scoprire il segreto di una guerra vittoriosa qua11<lo scrisse: "L'arte del generale è quella di acquistare superiorità ogni qualvoJta g li si presenti il nemico" 18 . Tuttavia Carnot non possedeva un'abilità od una personali tà tali da imporre la piena adozione delle sue convinzioni e fu compito di un uomo ben più grane.le di lui condurre queste idee fino alla loro logica e pratica alluazione.
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Generale H . Camon, op. c ii., p. 238. M. Weyagan<l, Histoire de l'Armée {rançaise, Parigi, 1938, p. 222.
CAPITOLO II NAPOLEONE: LE QUALITÀ ED l DlFETIT DEL CONDOTTIERO
Prima di addentrarci nell'esame della filosofia bellica di Napoleone, rilengo opportuno delineare, seppur per grand i linee, i caratteri salienti della figura del grande Imperatore come soldato, in modo tale da individuare una preziosa chiave di lettura e di inlerprelazione del suo pensiero militare. Nell'esaminare lo speci fi co aspetto di Napoleone come soldato e come comandante è opportuno suddividere le noslre osservazioni in due parli: fare, cioè, prima un'analisi delle qualità mililari di Napoleone nel suo periodo migliore, e poi un esame del loro indebolimento. È difficile tracciare con sicurezza una linea di separazione lra gli anni del successo e quelli del graduale declino; ma, almeno dal punto di visla mililare, rite ngo di dover concordare con l'opinione del Chandler laddove egli afferma: "si può stabilire che Napoleone raggiunse l'apogeo nel dicembr·e 1806" 1. Molli slorici e biografi preferiscono considerare la confer·enza di Tilsit del 1807 2 , ed anch e l'incontro di Erfurt del 1808\ come la fase c ulminante del Primo Impero. Pe r quanto ciò possa essere vero, a mio giudizio, dal punto di vista politico e cosliluzional e, vi sono buone ragioni per cr·edere che il declino militare di Napoleone ebbe inizio dopo la duplice villoria di Jena-Auerstadt. A soslcgno di questa t esi, sono importanti i segucnli r·i lievi: nonostanle l'apparente completezza del trionfo militare sulla Prussia (non meno del 70% delle sue forze era stato messo fuori comballimenlo o catturato dopo la duplice vittoria e le successive settimane di inseguimenlo), Napoleone non riuscì ad ottenere l'auspicata pace con la Prussia (ovviamenle, in base ai termini che egli proponeva). Come accennato in precedenza, Napoleone mirava sempre all'improvviso colpo decisivo, alla rapida e poco costosa distruzione della volontà di resistenza del nemico. Questo, evidenlemente, non si realizzò dopo Jena-Auerstadl; per quanlo Federico Guglielmo Hl fosse vaci llante, "la forte volontà della regina Luisa
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D.G. Chan<ller; op. cii., p. 27. Così il Tarle nel su o Napoleone, Milano, Mursia, 1964, cap. VII. Così il Tular<l in Napoleone ed il Grande i mpero, Verona , Mondadori, 1985.
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di Prussia rimase decisa come prima e quindi l'Imperatore hJ privalo di un successo definitivo"4 • Qu esto scacco ai suoi piani ebbe due effetti <li rilevante significato. In primo luogo portò immediatamente alla non prevista, e certamente non d esiderata, campagna invernale del 1806- 1807 in Polonia e nella Prusssia Orientale. Ciò comportò, per di p iù, un ulteriore confronto diretto con lo zar Alessandro di Russia, complicazione questa che Napoleon e aveva cercalo di evitare, nella speranza che un urto di estrema violenza con la Prussia avrebbe definitiva m ente messo "hors dc combat" tale potenza ed avrebbe quindi dissuaso la Russia dall'entrare in un conrlitto già chiaramente concluso in favore della Fra ncia. E<l in pratica questo piano era fallito. Altra conseguenza immediata del coinvolgimento della Russ ia e ra stato lo scacco subito d a lla Grande Armata ad Eylau nel febbraio 1807. "Per quanto il reale esito di questa ballaglia fosse stato accuratamente nascosto dal la propaganda imperiale, la veri Là in proposito era nota in Russia e si sparse rap idamente tra i gruppi <li patrioti che operavano contro la Francia in Germania ed in Italia"5. Si <leve a mmettere che l'esito di quella battagl ia può obiettivamente essere attribu ilo soltanto a lla sorte, ma ciò non deve portare a d una sottovalutazione <lei suo significato di allora; la verità era c h e il supposto infalli bile vincitore di Arcole, Rivoli, Marengo, Austerliz e Jen a, aveva subìto un ne tto scacco m ili tare. La notizia ebbe un effetto tonificante sugli avversari e la sua reputazione soffrì il primo vero colpo che n é il success ivo trionfo di Friedland, né la messa in scena di Tilsit riuscirono a cancellare. L"'orco s i era rivelato vulnerabile" 6 . In secondo luogo, alcuni mesi prima di quello c he può dirsi il massacro di Eylau, Napoleone aveva commesso (a giu<li,.io pr·essocl1é unanime degli storici), un fondamentale errore di grande strategia che, a lla ri ne, si rivelò fatale per il suo l m pero. Privato, dopo Jena-Auerstadt, di una pace da conquistatore ed irritato per questo apparen temente piccolo insuccesso con la "nazione di bottegai", egli aveva tentalo un'al tra strada per colpire la Gran Bretagna che, fin dalla vittoria <li Trafalgar (2 1 ottobre 1805), era stata in g rado <l i s ridare impunemente le minacce di un attacco in forze attraverso la Manica. 4
II. Belloc, Napoleone, Milano, Longa nes i, 1967, p. 2 15. J . Godcchot, Napoleone, De J\gostini, Novara, 1969, p. 236. 6 E.V. Tarle, op. cit., p . 284.
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Fin dal 1803, se non da prima, Napoleone era ossessionato dal d esid erio di costlingere il Regno Unito a scendere a patti. Tutti i malanni dell'Europa irn.periale venivano comunemente imputali a l "connubio tra l'oro e l'intrigo britannici e la marina reale" 7 • Persino nel bollettino della vittoria di Austerlitz, Napoleone aveva parlato in tem1ini sprezzanti dell'aiutante di campo preferito dallo zar "giovane turiferario dell'Inghilterra" 8 . Ora, ad un anno di distanza, egli tornava a pe nsare al modo di sottomettere il popolo britannico. La conseguenza di c iò fu il Decreto di Berlino del d icembre 1806. Comprendendo che in quella s ituazione non vi era modo di esercitare una pressione militare diretta, Napoleone decise di colpi re l'Inghilterra attraverso i suoi vitali commerci. "Non vi era nulla di realmente huono nell'idea di un blocco economico, ma mai prima di allora era stata richiesta un'esclusione così radicale di prodotti avversari, non soltanto nell 'Tmpero, ma anche nel resto dell'Europa" 9 . Tuttavia ne derivò che, non appena questa dichiarazione di guerra economica totale venne resa uula , si ripe rcosse vendicativamente contro chi l'aveva pronunciata e d e terminò tre gravissime conseguenze: in primo luogo essa mancò totalme nte di sottomettere l'Inghilterra ed anche di dann eggiarne in forma duratura la posizione economica. Ciò avvenne perché era impossibile applicare la politica anzidetta con assoluta efficacia e perché il dominio dei mari consentì agli lngles i di avviare verso nuovi mercati oltre Atlanti co i prodotti res pinti. In secondo luogo le varie contromisure a c.lollate successivamente dagli Inglesi vennero applicate con efficacia assai maggiore e l'economia francese, malgrado le sue risorse naturali e quelle che riusciva a spreme re dai suoi satelliti e dai suoi a lleati, alla lunga fin ì per risentirne il peso, specialmente intorno al 1812. Ino ltre, molti degli inconvenienti e dei disagi provocati vennero attribuili dai paesi del continente all'Imperatore, mentre le misure sempre più severe che egli fu costretto ad adottare per far sì che il s uo Blocco fosse rispettato, lasciavano soltanto una scia di risentimento e di cattiva volontà che indebolì le fondamenta dell'Impero con conseguenze sempre più gravi; le evasioni dal Blocco si diffusero
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Las Cases, op. cit., p. 133. Apoleone I, Proclami e bollettini, Parigi, 1889, p. 29. D .G. Chandlcr, op. cii., p. 38.
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gradualmente e si sviluppò con rapidità un inLenso traffico di contrabbando fra l'Inghilterra, l'Olanda, l'Italia e, in maniera inferiore, la Germania. Alcuni fra i più fedeli a lleati di Napoleone erano con nive nti con queste evasioni, inclus o il fratello Luigi re d'Olanda (fino a quando, nel 181 O, non fu costretto da Napoleone ad abdicare), Massena in Italia e Bourienne, governatore di Ambur·go. Infine, cosa assai più grave di tutte, la crescente ossessione di Napoleone di estende re, perfezionare e render e operante il Blocco, non ebbe una parte secondaria nell'indurlo a compiere que lli ch e, a giudizio pressoch é unanime degli s torici, possono essere considerati i suoi due fondame ntali errori in campo politico e strategico-militare: la decisione di invadere il Portogallo e la Spagna, nel 1807-1808, e quella di attaccare la Russia, n e l 1812. Tutte queste difficoltà de rivarono dall'azione intrapresa nel 1806; "questa data" q ui n di "rappresenta quasi certa mente il segno d e l d esli no <li Napoleone" 10• Non avendo la pretesa di stend ere un compendio di tutte le caratteristiche che fecero di Napoleone un grande condottiero, mi limiterò, dunque, ad accennare agli aspelli più evide nti del s uo gen io. Per prima cosa, <lirù eh<.; <.;gli av<.;va alcuni pregi personali, non necessariam ente limitati al solo campo milita re, che fecero di lui un gra nde capo. Al primo posto n ell'elenco d elle su e qualità va messo il magnetismo da lui emanalo. Napoleone esercit ava un potere pressoch é ipnotico su coloro che incontrava a Lu p e r Lu. Era un misto d ella s ua ferrea volontà, del su o irresistibile fascino e della sensazione dei suoi in terloculori di trovarsi al cospetto di un uomo eccezionale. Fisicamente era insignificante, pi ccolo d i statu ra, r ude e perfino volgare nei modi, qua si sempre brutalmente esplicito; eppure, se voleva, poteva conquis tare completamente qualsiasi uomo o donna. Il fascino dei suoi grandi occhi g rig i (che , come rilevano tanti s uoi contemporanei, per quanto sembrassero quasi privi di espressione, vedevano lullo e capivano tutto) era irresistibile. Perfino un veterano indurito d alle gu erre come il generale Vandamme, ammelleva di sentirsi smarrilo quando era al cospetto dell'Imperatore: "Awiene che io, che non temo nè Dio nè il diavo-
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D.G. Chandler; op. cit., p. 30.
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lo, mi senlo lremare come un ragazzino quando lo avvicino" 11 . Indubbiamente, questo fasci no ipnotico contribuiva in gran parte a l dominio c he egli esercitava sui militari di ogni grado. Era pienamenle consc io del potere della s ua personalità e se ne serviva deliberatamente e sislemalicamente per i suoi scopi. Era pronto a fare qualunque cosa per conqui s lare un uomo se capiva che ne valeva la pena. Inoltre, dobbiamo ricord a re la quas i incredibile varietà e l'ecce:1.ionale potere delle capacità intellettuali di Napoleone. Stando alle parole di uno tra i suoi biografi più recenti, Octave Aubry, Napoleone possedeva "]a più grande personalità di tutti i tempi, superiore a quella di qualsiasi altro uomo d'azione, per la penetrante chiarezza della sua intelligenza, la sua prontezza di d ecisione, la s ua incrollabile determina:1.ione, il suo acuto senso della realtà, uniti all'immaginazione che arricchisce le menli più grandi"12 . Non si trallava <li un mililarc di caniera dalle vedute limitate; i suoi interessi erano, anzi, infini ti. Qualunque fosse il soggetto, era raro che la sua mente n on si impadro nisse di una nuova idea e, per di più, essa possedeva l'a bilità di vedere tutti g li aspetti di un problema, senza cadere nel pericolo di perdersi in minuzie . Egli stud iava nel suo insieme ed in pro l"ondità qualunque problema gli venisse sottoposto. Era in grado di pe n elrare l'essenza di ogni argomento e, nel contempo, di tener conto di tutti i suoi aspe tti collaterali. La sua padronanza d e i deltagli era fenomenale e, nel suo periodo mig li ore, tale d a far sì c h e cgl i conoscesse il s uo esercito fin nei più minuti particolari. Il s uo potere di concenlraz ione era straordinario e lullavia egli poteva passare istantaneamente da un genere di pensieri all'altro, senza che la sua mente ne rimanesse minimamente offuscata. Una volta descrisse così quesle sue facollà menta1i: "l vari a rgomenti ed i diversi problemi sono disposli nella mia mente come in un armadio. Quando voglio interrompere un determinato pensiero chiudo quel cassetto e ne apro un allro. Voglio dormire? Mi limi lo a chiudere tutti i cassetti ed eccomi addormentato" 13. Ugualmente impressionanti erano le sue possibilità mncmoni-
11 W.H. Hudson , nie man Napuleon, Londra, 1915, p. 213 . 12 Octave J\ub1-y, Napoléon, Parigi, I 964, p . 3 74. 13
F.M . Kfrchciscn, Menwirs o{ Napoleon I, L ondra, 1929, p. 25.
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che. Secondo le testimonianze, qualche volta alquan to sospette, di Bourienne, Napoleone ricordava meglio fatti, località e statistiche che non nomi, date o parole; ma anche se ciò era vero, lo era soltanto in parte. Due esempi possono illustrare la forza de lla sua memoria. Nel settemhre 1805 l'Imperatore ed il suo Stato Maggiore incrociarono una Brigata della Grande Armata, recentemente costituita, che, durante la lunga marcia di avvicinamento dalle coste de lla Manica al Reno, era rimasta separata dall'unità consorella. Il suo comandante non aveva capito gli ordini e non sapeva dove trovare la sua divisione. Mentre g li ufficial i dello Slalo Maggior·e si affannavano a consultare carte e a sfogliare un gran numero di brogliacci e di duplicati di ordini, Napoleone, senza ricorrere ad alcun fascicolo, informò seduta stanle l'attonito ufficiale su lla dislocazione dell'unità consorella in quel momento e su dove l'avrebbe trovata nelle tre notti successive, fornendogli per di più un dettagliato resoconto sulla forza e sullo stato ùi s e rvizio del comandante di divisione. In que l periodo erano in movimento non meno di sette Corpi d'Armata, cioè 210.000 uomini; non ritengo di dover aggiungere altre osserva zioni. In un'altra occasione , nel 1813, mentre i suoi reparti d ' intendenza erano impegnati per· tentare di compensare le perdite di materiale subite durante la campagna Ji Russia, sappiamo c he "Napoleone scrisse un appunto al ministro della guerra per segnalargli che ricordava d i aver visto due cannoni sul fronte costiero di Boulogne" 14 • Molto probabilmente erano trascorsi otto interi anni dall'ultima visita fatta-dall'Imperatore a quella città. Sembrava, inoltre, che Napoleone avesse una memoria fotografica per le statistiche, cosicc hé dive rsi attoniti alti funzionari od alti ufficiali si sentirono elen care per intero i dati sul comme rcio di una derrata, per i cinque anni precedenti. Analogamente, egli aveva la facoltà di ricordare i volti cd i precedenti dei soldati. È indubbio che vi fosse, da parte dei veterani, la tendenza ad esagerare le prove d i memoria visiva che in qualche remota occasione del lontano passato l'Imperatore aveva dato riconoscendoli, ma non si devono mettere in dubbio tutte le testimon ianze. Uno degli interessali, Coignct, racconta che l'Imperatore lo riconobbe in mezzo ad un gran numero di soldati dopo una rivista passata al 14° reggimento di linea in piazza a Saint Etienne, nel 18 15, e che
14
G. GuaLLier_i, L'Aquila sconosciuta, Firenze, 1921 pp. 217.
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lo promosse maresciallo d'alloggio 15. Qu esto era il tipo di cose intorno alle quali si formavano le leggende, ma è indubbio che servivano a mantenere alto il morale e ad ispirare nei ranghi sentimenti di attaccamento per "Le Tondu". S i tralla va di un altro aspetto del suo magico fascino. Napoleone possedeva, ino ltre, una fenomenale capacità di lavorare intensamente e con continuità. "li lavoro è il mio e lem ento. Ho scoperto i limiti della mia vista, delle mie gambe, ma non ancora quelli della mia capacità di lavoro" 16 . In un'altra occasione rivelò che lavorava a tavola, a teatro ed anche a lello. Diciollo o venti ore di lavoro a l giorno non rappresentavano per lui nulla di straordinario. Leggeva molto ed avidamente. Sfruttava le sue affaticate squadre di segretari e scrivani quasi fino all'estremo limite . Questa grande capacità di resistere alla fatica fu uno dei principali segreti d e l suo successo. La tensione per un lavoro così intenso e per continui spostamenti c he acco mpagnavano inevitabilmente ogni campagna era certamente molto !"orte. N é il fisico di Napoleone era così resistente come talvolta è stato descritto: sappiamo dai suoi camerieri che aveva certamente bisogno di sonno. Egli aveva pe rò la l"acoltà di riuscire ad appisolarsi in momenti tranquilli della giornata; persino nel frastuomo di Wagram s i bullò nel s uo tappeto di pelle d'orso p er un breve sonno. Ma era anche frequentemente ammalato (soffriva s.i a di emorroidi che di disturbi alla vescica), ed il fattore salute non è di importanza trascurabile se s i considera il suo comportame nto in due situazioni critiche nelle quali si rivelò a ssai lontano dal le sue condizioni migliori, cioè a Borodino e a Waterloo. Le s u e abitudini alimentari tendevano ad essere irregolari durante le campagne e questo influiva sulla s ua digestione. Quando era necessario poteva lavorare per giorni interi di seguito senza adeguato riposo, sebbene le conseguenze si facessero sentire dopo. È noto che in un'occasione lavorò per· tre giorni e tre notti sen/.a riposarc 17 . 11 fattore che rendeva possibile questi sforzi era la sua carica di energia nervosa. Ma inevitabilment e, com e è stato giustamente rilevato 18 , ciò lo rendeva tanto un "uomo
1 ~ J .R . Coignet, Vent'anni di gloria e di imprecazioni cnn l'Tmperalore, Ginevrn, 185 1, p . 306. 16 E. Las Cases., op. cit., voi. II, p. 359. 17 G. Guattieri, op. cii., p. 149. 18 E. Bukhari, Napoleon, Ed. MarshaJa, T.o ndra, 19.58, p. 77.
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di nervi" quanto un "uomo nervoso" . Die tro alla calma ed all'appare nte impassibilità del suo viso si celava una grnnde emotività ch e talvo lta si rivel ava a ttraverso violenti accessi di rabbia ed allacchi istero-epilettici, tali che chi g li slava vicino aveva buone ragioni di tem ere. In qualche caso colpì camerieri ed uffic iali con il frustino da cavaller i/.Zo che portava abitualmente; una volta diede un calcio nello stomaco ad un ministro, prima di suonare tranquillamente il campanello affinché i serv itori venissero a solleva re dal pavim e nto il poverello c he si cont orceva; ed in un'altra occasione afferrò il povero e solerle Berthier per il collo e gli sbattè la testa contro il muro. Comunque, di norma, egli control la va strettamente le sue emozioni, facendol e diventare strumenti della sua volontà. Le su e speci fiche doti milita ri erano veramente straordinatie. Non intendo ora descrivere in d ettaglio in qual e modo pianificò ca mpagne e condusse operazioni - cosa ch e cerch erò di fare in seguito -, voglio semplicem ente a na lizzare le qualità che da esse traspa io no. U n a delle più importanti tra queste, era, a mio g iudizio , la completa padrona nza della s ua p rofessione. Una volta egli affermò che "sap eva come fabb1icare polvere da sparo, com e fondere i cannoni e s parare, come costn1ire cani e rimorchi" 19. Questo interesse p er i dellagli nell e questioni militati faceva parte d ella sua ricerca di perfezione. Naturalmente, aveva i suoi punti d eboli, per esempio, " non s i preoccupò mai di compr·endere a fondo le complica zioni d ella g uerra matittima e fino all a Fine della sua carriera non riuscì a valuta re l'influsso delle maree e dei venti su ll'a ndamento di uno scontro navale" 20. Allo s tesso modo si può dire c he egli si inte ressò sempre poco ai dettagli tattici del combattimento terrestre. A Sant'Elena riconobbe che una formaz ione lineare a doppia schiera era l'ideale, ma non l'adottò mai nelle sue preced e nti campagn e. A Somosierra (nel 1808) sacrificò uno squadrone di cavalleggeri po lacc hi pe r una mancata valutazi o ne di c iò c he voleva. Molto opportunament e, egli lasciava che gran pa rte d e l le decisioni tattiche fossero prese da chi era sul posto, ma a parte la sua di chi a rala preferenza p er "l'ordre mixle" nelle formazioni di fanteria, dedicò r elativa-
l'J
G. Lombroso, Vita guerriera., po/irica e privata di Napoleone, Milano, 1850 , p .
20
C. Falls. L'a rte della guerra, B ologna, Cappelli , 196S, p. S6.
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mente poca attenzione alle tattiche minori. Questo, naturalmente, non deve traffe in inganno sulla sua abilità nelle grandi tattiche, nelle quali fu maeslro d i impareggiabile Lalenlo, a lm eno nella maggioranza dei casi. Il parere dato a Lauriston nel 1804 è, a mio avviso, assai imporlanle nell'economia di questa rasseg na delle qualità militari dell'Imperatore. Egli enumerò tre requisiti fondamentali per ottenere un generale successo: concentrazione delle forze, intraprendenza e ferma risolu :.r.ione di perire g loriosamenle. "Sono i Lr·e principi di arte militare che hanno fatto volgere la fortuna a mio favore in tutte le mie operazioni. La morte non è nulla, ma vivere come sconfitlo è come morire ogn i giorno" 21 . E queslo doveva essere il suo destino. Tuttavia, un quarto principio può essere aggiunto ai primi tre, come suggerisce il colonnello Vachée: "Sorprendere il nemico con slrategie ed a ll'i mprovviso attraverso l'imprevedibilità e la rapità delle operazioni" 22 . Avvalendosi delle sue grandi capacità intellettuali, Napoleone aveva l'abitudine di prevedere ogni problema militare giorni ed anche m esi prima. Questa concentrazione d i pensiero non era cosa facile, ed una volta egli paragonò lo sforzo per dar vita ad uno schema a quello sopportato da una donna per mettere al mondo un fi gl io. Egli analizzava sempre tutti gli aspetti di un problema, considerando ogni possibilità prevedibile e tenendo conto di ogni eventuale complicazione. Jmprovvisò una solu zione a l momento soltanto nelle occasioni (peraltro rare) in c ui i suoi calcoli si rivelarono incompleti. Napoleone era certo che "un com a ndante mi litare deve possedere tanto carattere, quanto intelletto - la base cioè, deve essere uguale all'altezza" 23 . Egli, come ho già cercato di far rilevare, fu ampiamente dotato di e ntrambe. Era anche convinto che "la principale qualità di un generale consiste nel conoscere la m entalità dei soldati e nel guadagnarsi la loro fiùu cia" 24 . Anche in questo fu grande maestro: conobbe le quali tà e le debolezze del soldato francese fin nei minimi particolari , dal s uo "coraggio di tipo impaziente", alla sua tendenza ad
21
Cnrrespnndance de Napoleon Premier, Parigi, 1870, voi. X, p. 69. A. Vachee, Napoleon at work, Londra, 1914, p. 17. 23 T. Jung, T.ucien Bonaparte ets es mémoirs, Parigi, 1836, voi. TI, p. 162. 24 J.A. Chaptal. Mes souvenirs sur Napoléon, Pa,;gi, 1893, p. 296.
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abbattersi dopo le sconfille. Era perfettamente edotto di gran parle degli aspetti psicologici del governo degli uomini. La centralizzaz ione dell'aut01ità suprema fu un a llro dei cardini che Napoleone considerava indispensabili per il successo dell'azion e. "In guerra gli uomini non sono nulla; un uomo è tutto", o ancora: "Megl io un cattivo generale che due buoni". li grado di centralizzazione che egli raggiunse fu fantastico. Quasi ogni decisione promanava da lui solo, ed i suoi contemporanei si meravigliarono di come egli potesse condurre una guerra e l'Impero allo slesso tempo. Finché le sue armate rimasero di proporzioni controllabili , ques to sistema di comando unico funzionò molto bene; l'armata francese si muoveva secondo uno schema accuratamente coordinato, diretto da un'unica intelligenza. Più tardi, il rigido deside1io di centrali u .azione divenne fonte di insidie e <li delusione. Infine, dobbiamo parlare del genio di Napoleone, quella qua1ità assolutamente indefinibile che g li permise di awalersi al massimo delle sue grandi forze e delle sue grandi <loti. "U n'in finita capacità di prendersi cura di tutto" 25 fu s enza dubbio un aspello del suo "daemon", ma non il solo. AJLre caralleristiche del suo genio furono una fertil e immaginazione (per adattare i piani a ll e s ituazioni particolari), un profondo istinto (per comprendere le inten:1.ion i del nemico), un'indomabile forza di volontà (per raggiungere il suo s copo, quali che fossero gli ostacoli da affrontare), e quella che il generale Camon de finisce "fortezza d'animo" (il suo rifiuto di permettere che lo scopo p1incipale fosse sviato o indebolito dal logorìo degli eventi minori e dalle compli cazion i). Una volta Napoleone cercò di definire il "genio". "Il genio è talvolta soltanto un istinto incapace di perfezionarsi. Nella maggior parte dei casi, l'arte <li giud icare correttamente si perfeziona solo atlraverso l'osservazione (compreso lo studio) e l'esperienza"26. Inoltre, alla base di tutto ciò, vi era un'ambizione s frenata, che originò la "divina scin tilla" . "L'ambizione è la principale forza trascinatrice dell'uomo" scrisse una volta. "Un uomo sfrutta le sue capacità finché spera di innalzarsi; ma quando ha raggiunto il massimo, chiede solo di fermarsi". Per quanto riguarda Napoleone, gli storici sono pressoché unanimamente concor·di nell'affermare che la sua ambizione era
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Generale H. Camon, Cenie el m élier chez Napoléon, 1936, p . I 3. F.M. Kircheisen, op. cit., p. 242.
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insaziabile. Questo determinò tanto il successo quanto i1 disastro. Per il resto, ritengo di dover concordare con l'opinione del generale Camon, affermando che la sua impareggiabile abilità fu dovuta a lla combinazione di "genie et métier" , "d i genio e compet enza profess ionale, di ispirazione e durissimo 1avoro" 27 . Perché dunque cadde? Anche qui non è facile nè semplice r·ispondere. Ma, dopo l'inizio del 1807, qualcosa mancò, qualcosa andò male in quest'uomo di straordinaria potenza , particolarmente per quanto riguarda il suo caraltcrc" 28 . L'astuto Talleyrand fu tra i primi a notare il sottile cambiamento di atmosfera e, non volendo essere direttamente coinvo lto nel crollo che si awicinava, diede le dimissioni dal ministero degli affari esteri poco dopo l'apparente successo di Tilsil. l o ritengo che molte delle debolezze che cont1-ibuirnno al declino ed alla caduta di Napoleone ebbero origine proprio dalle qual i Là che gli avevano reso possibile l'ascesa. Ogni dote ha il suo contra1io, e la linea di demarcazione fra genio e follia è notoriamente sottile. Alcuni psichiatri moderni atTivano oggi ad affermare che Na poleone fu uno psicopatico in stadio avanzato. Egli certamente rivelò sintomi di parossismi nevrotici cd isterici, e può anche aver sofferto come Alessandro il Grande e Cesare - di isteroepilessia (chiamata anche "sindrome del conquistatore"). Certo, col passare del tempo l'illusione cominciò ad annebbiar e le sue capacità di giudizio nei momenti c ritici; cominciò a c redere quello che desiderava credere e non quello che i fatti, analizzati obiettivamente, indicavano come giu sto. Cominciò a giocare per poste sempre più alte, rifiutando di liconoscere che la fortuna gli aveva om1ai voltato le spal le. Rifiutò di riconoscere quello che era real izzabile e quello che non lo era, confida ndo c he i miracoli venissero in suo aiuto. Così un ministro d ell'Impero descrisse ques ta tri s te tendenza: "È strano c he sebbene il buon senso di Napoleone arrivasse al genio, egli non riuscisse ma a vedere i limiti del possibile" 29 . È da queste manchevolezze che trac origine il disatro del 1812 e la caduta finale di Waterloo. A poco a poco le capacità di Napoleone cominciarono ad atrofizzarsi o a subire anomale distorsioni. "La sua passione per l'ardi27
Generale II. Camon, Genie et métier... , op. cit., p . 27.
28
D.G. Chandlcr, op. cit., p. 15. f', Markham, Napoleon, Londra, 1963, p . 42.
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ne, l'efficienza e la centralizzazione d el potere degenerò nell'egois m o e nella tirannia oppressiva"·rn. I.:ingeneroso Lrallame nto d e lla famiglia reale spagnola a Bayo nne, g li ordini sempre più frequenti di spedizioni punitive per s pargere il Le rror·e ne ll e province, la rapida espansione dell'apparato terroristico di polizia n ell'Impero s tesso, furono tulli segni, a mio avviso, di una crescente megalomania. Come nell'immagine de ll'a ntica favo la, la rana stava tentando di go nfiars i fino alle dimensioni di un bue . Uno per uno, molli degli antic hi ideali furono abbandonati e disprezzati; l'ambizione d ell'Imperatore venne sempre di più indir i,.zala verso il ris tabilimento d e ll'Impero di Carlo Mag no ed il p otenziame nto privato d e lla fa mig lia B on ap art e . La lotta contro la Gran Bre tagna assunse gli aspetti di una vendella còrsa: o i paesi erano completamente sottomessi a l volere di Napoleone, oppure venivano considerali ostil i. Se il famoso aforis ma di Lord Aclon "i l pote re corromp e; il potere assoluto corrompe assolutamente" supera in un certo senso il caso di Napoleone, esso contien e comunque un elemento di ve ri tà. I più ovvi risultati dell'insazia bile sete di potere d ell'Imperatore furono due: una crescente insofferen za <lei sudditi (almeno fuori della Francia) a lle incessanti doma nde di uomini, armi e denaro; ed un naturale aumen Lo d i se n Li men ti nazionalistici fra i vinti c h e Napoleone, dopo esserne s tato il divul gato re, te ndeva a sottovalutare com e forza autentica, de lla quale era n ecessario tene r conto. Entrambi i risultati eran o destinali a provocare difficoltà. "Verso la fine dell'Impe ro, Napoleone di ve nne sempre più irraz io na le e soggetto a sbagliare"-~1• Anc h e a ll'inizio <le i 18 14, qua ndo certam ente le carte erano ormai s ulla tavola, egli rifiutò di ammettere l'id ea di una di sfa tta e, non osta nte le rimos tranze di Caulai n court, respinse (come aveva fatto nel 1813) varie possibilità di soluzioni <li comprom esso c he avrebbero lasciato sostanzialm ente intatto l'Impero francese propria mente detto. Egli credette <li poter ris ta bilire il grande Impero "napoleonic o" , ch e in real tà era scomparso n el limbo ne i catastrofici mesi del 1813. Là dove Napoleone era interessato, doveva avere tutto o niente, ed in quella convinzione continuò a combattere contro forze di ec i vo lte s uperiori.
30 31
F. Markhan , op. cii., p. 46. E. Ludwing, Napoleone, Milan o, Dell'Oglio, 1977, p. 409.
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"Mentre dobbiamo ammirare l'estremo coraggio e la determinazione dell'uomo, non possiamo approvare l' irrazionalità che trapela <lalla sua oslina7.ione. Jn precedenza egli era stato il più grande realista della s ua epoca" 12 . Con la delusione sopravvenne la crescente sfiducia nei suoi subalterni. Questo ru evi<lenle fin <lai primi g iorni <lei maresciallato. "Coscientemente o no, Napoleone non potè mai sopportare l'idea di un rivale" 33 . Ecco perché, a mio g iudizio, egli non potè mai an<lare <l'accordo con Moreau o (per lungo tempo) con lo zar Alessandro; anch e con Desaix sarebbe forse stato lo stesso, ma lo sfortunato generale morì prematuramente a Marengo. Di conseguenza, per guardarsi <lal pericolo di s ubordinati troppo abili, l'Imperatore privò deliberatamente i marescialli dell'insegnamento dei suoi metodi, che, probabilmente (azzardiamo un'ipotesi), avrebbe reso possibili comand i autonomi . Napoleone non istituì mai, per esempio, un corso di Stato Magg ior·e. Sino a lla fine, egli volle tene re in pug no tulle le redini del potere civi le e militare. Tuttavia, ciò che era stato possibile nei giorni fortunati del 1805-1806, con armate di proporzioni contenute in 200 .000 uomini, divenne assolutamente irrealizzabile quando le sue armate aumentarono rapidame nte cd un secondo [ronle si aggiunse a rendere ancora più complicato il compito. Come poteva un solo individuo sperare di controllare 600.000 uomini spars i lungo una distanza di o ltre 800 c hilom etri, quando la radio non era stata ancora inventata? Eppure, questo fu esattamente quanto Napoleone cercò di fare, con i risultati ben noti. Questo errore di g iudi zio, deri vante dalla su a completa fiducia nella propria capacità <li vincere ogni ostacolo , coincise (come fanno iilevare molti storici) con un certo peggioramento delle condizioni fisiche di Napoleone fin dal I 809. Sebbene questo declino sia slalo spesso esagera lo, vi sono pochi <lubbi che qualche cosa dell'antico slancio mancò nella direzione della campagna di Russia fino a lla metà de ll a ritirata del 1812, quando semhrò che egli avesse ricevuto un nuovo impulso di vitalità. " I 1 modo in cui condu sse la campagna del 1813, anche se m eno biillante che negli anni del suo sple ndore, fu nell'insieme ottimo fino a ll'cpilogo" 34 e le sue
32
J.C. llernld, Vita di Napoleone, Milano, Il Saggiatore, 1967, p . 301. D .G. Chandlcr, op. cii., p. 37. 14 D .G. Chandler; op. c ii ., p . 40. 33
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imprese del 1814 hanno suscitato la più calda ammirazione di molti esperti dell'arte della guerra. Comunque, il detto "per la guerra c'è un tempo particolare" 35 , pare sia stato fin troppo vero nel suo caso. Assillato dalle difficoltà, ebbe tendenza a criticare i suoi marescialli. Ora, a me pare certo c he essi fossero stanchi della guerra; Ney, per esempio, non si riprese più dagli effetti della ritirata del 1812. È vero che essi si rivelarono del tutto incapaci <li far rronte a situazioni inattese, ma chi è <la biasimare per questo? Napoleone, e non i suoi principali collaboratori, che egli aveva deliberatamente privato <li una preparazione autentica sulle più alte responsabilità dell'arte della guerra. Per troppo tempo, forse, egli aveva adottato la norma degli antichi imperatori "<livide el impera". Questa politica machiavellica ricadde sul suo capo come una vendetta. "Questi uomini credono di essere indispensabili", ebbe a <lire una volta. Essi non sanno che ho cento comandanti di divisione che possono prendere il loro posto" 36 . Eppure egli non fece mai nulla per riformare il suo sistema di comando. Naturalmente, alcuni <lei suoi marescialli furono, senza alcun dubbio, dei grandi soldati - Massena e Davoul fra i migliori - ma un sistema deliberatamente fondato su di una completa fiducia nell'Imperatore e sulla sottomissione a l suo comando era chiaramente sbagliato. Così la fine arrivò nel 1814 - dopo l'ultimo gu izzo de i Cento Giorni del 1815 - una grande fi gura scomparve per sempre dalla scena della storia mondiale. Ciò avvenne tuttavia, non senza che egli lasciasse l'impronta del suo genio, in special modo nell'ambito dell'arte in cui si era rivelato, per c irca un ventennio, maestro indi scusso: l'arte della guerra. Cercherò, quindi, di seguito, di illustrare quelli che sono gli elementi essenziali della filosofia bellica di Napoleone, nonché dei suoi metodi strategici e di combattimen to.
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Corresponda.nce, voi. VT, p. 14. F. Pisani, Con na poleone nella campagna di Russia, Milano, 1942, p. 124.
CAPITOLO Hl LE COMPONENTI DELLA GUERRA NAPOLEONICA
Prima di anali zzar·e i sistemi di manovra e di battaglia adottati da Napoleone, è necessario, a mio avviso, esaminare gli clementi che sono alla base di ogni piano dell'Imperatore. Parlare dei "principii di guerra" di Napoleone significa soltanto equivocare perché la parola "principio" richiama alla mente l'idea di un modo di agire regolato da una legge fondamenta le. La caralleristica più rilevante del modo di combattere di Napoleone risiede, invece, proprio nella sua illimitata flessibilità e variabili tà. Tuttavia, "sebbene la sua condotta in azione non fosse mai strettamenle legala a dei principii", come rivela lo stesso Chandler, "vi furono alcune regole vitali di combattimento che gli considerò sempre con molta allenzionc" 1. In verità, egli parla spesso dell'importanza di tenere in debita considerazione i "principii di guerra". Ma nel seguente passo egli chiarisce in maniera più esatta il significato che attribuis ce a questa frase più volte ripetuta. Così egli scrisse nelle sue "Maximes" 2 : "Tra lulli i grandi generali dell'antichità, come pure quelli che hanno degnamente seguito le loro orme, compirono le loro epiche gesta sottostando alle regole ed ai principii dell'arte strategica, cioè con l'ortodossia dei loro piani cd un attento equilibrio di mezzi e di tisultati , sforzi ed ostacoli. Essi hanno avuto successo solo perché, qualunque sia stata d'altra parte la temerarietà delle loro in.prese e la varietà delle loro operazioni, hanno accettato queste regole. Non cessarono mai di fare della guerra una vera e propria scienza. Essi costituiscono i grandi esempi da seguire e solamente imitandoli possiamo sperare di emulare le loro gesta". Due frasi di questo passo si distinguono, a mio avviso, in modo particolare: "un attento equilibrio di mezzi e risultati" ed "il fare della gue1Ta una vera e propria scienza". La prima implica l'idea di un'economia delle forze, c ioè l'accurato adattamento di tullo i I potere sia militare che politico alle esigenze degli scopi da conseguire, distruzione della volontà di resistenza nemica; evitare
1 D.G. Chandlcr, op. cil., p. 210 2 apoleonel. Maximes , Parigi, 1874,
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l'impiego non necessario di uomini in formazioni troppo elaborate e l'inutile spreco di inviare forti contingenti contro obiettivi secondari; evitare anche l'estremo opposto, c ioè di inviare troppo pochi uomini e troppo tardi, dato che è impossibile averne a disposi:1.ione in gran numero sul campo di battaglia o nelle sue vicinanze, e soprattutto raggiungere un accurato e calcolato equilibrio tra mezzi e risultati e tra precedenze contraslanli, in modo da rompere l'equilibrio del nemico, possibilmente prima di combattere la battaglia decisiva. La seconda frase si riferisce alla necessità di condurre le guerre in modo realistico e con fermeu.a. Questo aspetto d elle idee di Napoleone è già s tato trattato là dove si è parlato dell'eredità dottrinale che egli raccolse. Con quali mezzi esordì Napoleone per raggiungere questi obiettivi politico-militari? Primo, "per mezzo di una audace azione offensiva"3. "Fate la guerra attaccando: è l'unico modo per diventare un grande comandante e capire a fondo i segreti dell'arte bellica"4. Il soldato che se n e sta seduto nella s ua postazione a spettando che gli avversari lo attacchino è già quasi battuto prima che siano scambiali i primi colpi - come il g iovane Bonaparte aveva capito sin da quando aveva scritto "Le souper de Beau caire ". Tuttavia, il bisogno di essere aggressivi non dovrebbe portare ad un livell o di tem erarietà e ad attaccare solamente per il gusto di farlo: bisogna tener presente anche le esigenze della s icurena. La fusione ideale di questi due fattori apparentemente in contrasto tra loro era per Napoleone "una difesa ben ponderala e c ircospetta seguita da un attacco rapido ed audace" 5 ; c ioè egli preferiva attaccare da una posizione forte, il centro operativo, sapendo che le sue vie di comun ica:1.innc erano sicure, dopo aver lasciato trascorrere il tempo su fficiente perché il nemico rivelasse le sue intenzioni di massima e, nel contempo, i suoi errori di posizione e di calcolo . Napoleone e ra estremamente accurato in tutti i suoi piani; al caso veniva lasciato il meno possibile. Non appena s i delineava la possibilità di una guerra contro un'altra potenza e uropea, l'Imperatore m a ndava a chi amare i suoi bibliotecari e chiedeva loro di portargli un gran numero di libri - storici, descrittivi, geog rafici e toponomastici - che egli leggeva con tutta la sua passione e l'allenzione di quando fr·equ e ntava Auxonnc, in modo da 3
J. Godechot, op. cit .. p. 162. Corrcspon<la nce, voi. XXXT, p. 209. ' Correspondance, voi. X lll, n ° I 0558, p. I O. 4
Le componenti della guerra napoleonica
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costruirsi mentalmente una chiara visione dei suoi futuri n emici. Non g li piaceva preparsi ad una campagna in modo rapido ed incompleto. "Sono abituato a pensare a quello che farò con tre o quattro mesi di anticipo e baso i miei calcoli te nendo conto di tutte le situazion i, anch e le più avverse" 6 . Questa affermazione, sulla qua le ritengo opportuno riflettere, rivela ch iaramente tanto il metodo quanto il calcolo dei tempi n ei progetti di Napoleone. Egli creava invariabilmente un ipotetico piano di azione che comprendesse le più complesse situazioni militati che la sua fertile mente poteva immaginare, tenuto conto di quanto sapeva sulla forza, le alleanze ed i "penchants" del possibile avversario. M a il piano principale che ne derivava non era rigidamente vincolante circa la condotta che sarebbe st ata adottata; era piuttosto il m ezzo o la pie tra di paragone con la quale si sarebbero p otuti misurare tutti i probabili avvenimenti e possibilità ed anticiparne le conseguen ze. N a poleone prevedeva sempre un "pia no alternato", cosa c he aveva appreso dagli insegna menti di Bourcet, il quale sosteneva la necessità di un "piano a molti sviluppi"7 . Infatti, dopo aver stabililo qua le sa re bbe st a ta la s ua strategia principale, l'Imperatore prendeva in considerazione og ni a lternativa poss ibile per essere certo che le su e dispos izioni generali avrebbero potuto far fronte a qualsiasi ina ttesa circostanza. "Niente si ottiene in guerra se no n per mezzo di precisi calcoli", egli scrisse. "Nel corso di una campagna, quals iasi cosa che non venga considerata a fondo in ogni dettaglio non dà risultato. Ogni impresa dovrebbe venire condolla secondo un dato sistema; il caso, da solo, non è mai apportatore di successo" 8 . Tuttavia Napoleone non sollovalutò mai la parte affidata al caso nelle guerre. Invece di considerarla come un elemento impondera bile, c hied eva che fosse affrontata ed inquadrata in un sistema. Sosteneva che gli eflelli d eleteri del caso possono essere minimizzati tramite un'attenta p revisione. Ciascun piano <li Napoleone, s ia per la marcia di un giorno che per un'intera campagna, comprendeva un margine di tempo in più p er far fronte o sfruttare l'imprevedibile . Durante l'azione Napoleone soppesava continua mente i va ntagg i a suo favore.
6 Corres pondance, n ° 10810, p. 210. 7 P. de Bourcet , Mémoires his toriques sur la guerre ... 1757- 1762, parigi, 1792, p. 88. 8 Sargent , op. cit. , p . 15.
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All'inizio della battaglia di Waterloo disse a Soult che le possibilità di una sua vittoria erano del novanta per cento; quando iniziò l'interve nto pn1ssiano le portò a sessanta con tro quaranta. Questo rivedere incessantemente la situazione alla luce di nuovi avvenimenti era un aspetto importante del talento di Napoleon e . Raramente egli non sapeva come comportarsi; la sua m e moria e nciclopedica e la sua acule;,.:1.a mentale gli p ermettevano di prendere in considerazione con ore o giorni di anticipo qualsiasi possibile s ituazione. Come affermò una volta: "La scienza militare consiste nel calcolare per p rima cosa ed accuratamente tutte le eventuali tà possibili e quindi dare al caso un posto esatto, quasi matematico, ne i propri calcoli. È su questo punto che non bisogna sbagliare, p erché perlino un decimale in più o in m eno può capovolger e tullo. Ora , questo insieme di intuizione e di scienza non può essere presente c he nella mente di un genio ... Eventu a li tà, caso, sorte, chiamatela come vi pare, mentre è un mistero p er gli uomini norma li , diventa una realtà p er gli uomini dotali di intelligenza superiore" 9 • In guerra, un m odo pe1· ridurre gl i clementi affidati al caso è quello di assicurare la p ro tezione del segreto mi I i lare. Ques to implica il nasconde re a l nemico la proplia forza e le proprie intenzioni, e Napoleone era m aes tro in ta le arte. Molto prima che venisse in trapresa una campagna, la cortina della s ic urezza militare veniva sol itamente a bbassat a. La stampa ch e nel diciottes im o secolo era sp esso fonte di informazioni c irca le imminenti m anovre m ili tari, veniva incessantemente controllata ed "orchestrata", in modo da dare le informazioni ch e Nap oleon e desiderava che il nemico venisse a sapere. "Qualch e settima na pri1;na di un importa nte s postamento", come descri ve elTicace me nte He rold, "le fron tiere francesi ven ivano chiuse agli stranieri e la p o li zia segreta di Fo uché raddoppiava la s ua a ttività nel sorvegliare gli elementi sos pe lli. Allo st esso tempo ven iva no approntati e portati a termine elaborati piani fitti zi ed offen sive secondarie onde conronde re il ne mico e metterlo in uno stato di incertezza" 10. Tulle queste caratteristiche comuni alla sicurezza militare ne l ventesimo secolo vennero adollale da Napol eone agli inizi d el diciannovesimo.
9 Mmc C. cle Rernusal, Mémoires 1802-8, Londra, 1895, p. 135. I O J .C. H erold. op. c it., p. 176.
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Poi, quando il vero spostame nto <li fone ini ziava, allora ve niva usato un grande numero di abili stratagemmi per ingannare il nemico. Alla testa delle colonne che si muovevano rapidamente, la cavalle ria leggera, u ssari , lanci eri, caccia tori , formavano uno schermo fitto e mobile attraverso il quale le pattuglie di ricogni zione ne mic he non potevano penetrare. Queste cortine mobili dissimulavano la linea di operazione (o ùi marc ia ) di Napoleone cd allo stesso tempo proteggevano le sue linee di comunicazione che si snodava no a ll'indi e tro fino alla "piace dc campagne" (o base di operazioni) dove, all'inizio, veniva no dis locati i d epositi , gli ospedali ed i parchi dei carriaggi. Inoltre, p er magg ior s ic ure zza , Napoleone aveva l'ahitudinc di cambiare continuamente la composizione d elle sue formazioni p1incipali per motivi s ia logistici c he tattici, aggiugendo qua una divisione, togliendo una brigata d a un 'a ltra parte, cr·cando occasio nalmente un Corpo d'Armata provvisorio per una missione s peciale a metà di un a ca rn pagna. "Provvedimenti di questo genere" , come rivela giustamente il Chandler, "servivano a confondere ulteriorm e nte il nemico" 11 . Comu nque, durante tullo questo tempo, oltre ad adempiere al s uo compito di controspionaggio, la cavalleria di p edu straz ione d i Napoleone esplo rava scientificamente ogni villaggio, vuotando ogni buca posta le a ll a ricerca di informazioni sul n emico, a volte catturando qualche prigioniero o trovando u n ma nipolo di disertori o ascoltand o e poi riportando i pettegolezzi locali. Da questo insieme di info,-ma/.ioni Napoleone cd il s uo Stato Maggiore erano se non altro in grado di individua1~e i luoghi n ei quali il nemico non s i trovava e pertanto di farsi un'idea di dove egli potesse essere. Come disse il duca di We llington: "Tutta l'ar t e b ellica consiste nel duscire a scoprire cosa c 'è dall'altra parte de lla collin a o, in altre parole, n ell'accertare quello ch e sappiamo e quello che non sappia m o" 12 . Ma n m a no ch e la distanza tra i due eserci ti nemici diminui va, diveniva più difficile mantenere il segr eto ed ambedue le p arti ricevevan o un a vala nga di informazioni , a lc une senz'altro false, ma la m aggior parte di un certo valore. Poi, quando il "velo era stracciato", Napoleone contava sulla rapidità di movimento per completare il suo avvic inamento a ll' ig naro nemico. La lunghezza
11 D .G. Cha ntllcr, op. cil., p . 214. 12 The Crnke1· papers, Londra , 1885, voi. 111, p . 276.
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delle marce giornaliere veniva aumen lala di colpo e veniva proibìlo di procacciarsi il cibo mentre le scorte, fino a quel momento gelosamenle cuslod ile sui carri-viveri, venivano distribuite. Come dice il Colin: "La rapidità è un elemenlo essenziale e preponderanle nella strategia napoleonica" 13• Ritengo opportuno spendere qualche parola su questo concetto. L'insistere sulla velocità e su lla m o bililà dall'inizio alla fine era una caratteristica fondamentale delle campagne ùeJl'lmperalore cd era l'aspetto della sua slralegia che disorientava e turbava la maggior part e dei suoi avversari i qua li e ra no stati allevati secondo una tradi zione che insegnava un tipo di strategia mollo più le nto. Tre esempi saranno s ufficienti per dimostrare cosa intendevano dire i "grognards" francesi (letl. "bronloloni") , quando, un po' lamentandosi ed un po' compiacendosi, affermavano: ''L'Imperatore ha scoperlo un nuovo modo di fare la guerra: usa le nostre gambe al posto delle nostre baionetle" 14 • Pr·imo esempio: in una fase c rili ca della prima campagn a d'Italia il generale Au ger·eau fece percorrere alla sua divisione una distanza ùi 85 chi lomelri in 36 ore p er raggiunger·e il campo di Castiglione in tempo utile per la battaglia contro Wuru ser. Secondo: ne l 1805 Napoleone fece marciare 2 10.000 uomini dal R eno al Danubio, e di lì una parle di essi fino ai dinlorni di Ulm, in soli 17 giorni; n el p eriodo tra il 24 sett embre ed il 16 ottobre (per no n c ilare c he un esempio), il comando del maresciallo Soult percorse un totale di circa 400 c hilometri, ovviamente a m a rce forzate. La stessa campagna offre un esempio di un'altra marcia forza ta a ncora più famosa: richiamato da Vienna per raggiungere Napoleon e ad Austerlitz, Davoul guidò la divisione princ ipa le del TU Corpo d 'Arm ata su di un p ercorso accide ntale di 140 chilome tri in poco pi ù <li 48 (ffe, delle quali non m e no di 35 di marcia. Questi esempi, sebbene n otevoli, non l"urono gli unici . Napoleone potè infatti dichiarare: "Le marce sono la guerra" 15 • Queste stupefacenti esibizioni sulle strade d 'Europa erano rese possibili, a mio giudizio, da lre fattori: l'autodisciplina e la relativa indipendenza d el s iste ma fra n cese d e ll e di v is ioni e dei Corpi d 'Arma ta; la consuetudine di fare a meno d ei lunghi e Jenli convogli di scorte, "vivendo invece de lle risorse locali"; e, per ultimo, la ferrea 13 J . Colin, The Lrans{urmalìons o{ war, Londra 1912, p . 254. 14 Correspondance, vol. XJ, n ° 9392, p . .136. 15 Nap o leone, "Massime di f!.Uerra" , op. c it., p. 27.
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volontà e la fermezza dell'Imperatore il q uale poteva tiranneggiare, adulare e stimolare i suoi uomini p erché g li a ccordassero cieca obbedie nza un g iorno dopo l'a ltro, sellimana per settimana. Consid ererò questi elementi con maggiore attenzione più avanti; ma finora poss o dire che Napoleone conside rnva la velocità come l'eleme nto che poteva trasformare il pericolo in circostanza favorevole e la disfatta in vittoria. Questa insistenza n el considera re la rapid ità di movimento come un principio [onc.lamentale <li guerra mette a fuoco un altro e.lei concetti base di Napoleone, cioè il vitale significato del tempo e la s ua accurata suddivisione in rapporto alla distanza. U na volta egli asse rì : "La perdila e.li lempo è irre p arabile in guerra" 16 • Le cons ide razioni sul tempo e la distan za erano i dati fondamentali che stavano alla base di tutte le sue g randi mosse slralegiche: "La strategia è l'arte d i rare buon uso del tempo e d ella distanza. Sono m eno pars imonioso con la seconda che con il p ri mo; la distanza può infatti essere recuperata , il tempo m a i". " Polrei perdere una battaglia, ma non p erderò mai un minuto". "TI Lemro è l'elemenlo co mpensa tore rra massa <l'urlo e forza di p en etrazione" 17 • La "Correspondance" è piena di riferimenti a questo modo di combattere così come c oncepito da Naroleone. Si possono r isparmiai-e o guadagnare ore e p erfino giorni scegliendo attentamente le strade migliori per raggiungere un determinato obiettivo. Per· la verità, Napo leone non richiedeva abitualm e nte un irragionevole sforzo da parte d elle sue colonne in marcia, a c.l eccezione, come ho già de tto, de i momenti di crisi. In condizioni più o m eno normali ch iedeva ai soldati di pe r·corre,-e solo una m edia oscillante tra i 18 e<l i 20 chilometri al giorno. Infatti, il vero segreto d ei suoi rapidi concentram ent i di forze e delle inasp ettate "Blitzkrieg" sta nella scelta di s t rad e più brevi e più facilmente p ra ti cabili pe r raggiungere i punti prestabiliti, piuttosto che nell'esortare i suoi uomini a continuare in sfor zi sovrumani. Questo tipo di vera "economia dello sfor·:,,.o" diminuiva il logor·io d e ll e truppe, ri<lucenc.lo le perdite causate da malattie e diserzioni , ed in teoria lasciava ogni giorno un margine di tempo per fronteggiare quals iasi imprevisto od adempiere a qua lsiasi ca mhiam e nlo di programma.
16 Napoleone, "Massime di guerra", op. cit. , p. 29. 17 Corrcspondance, voi. XVIII. n° 14707, p. 2 18.
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Naturalmente questa semplicità di mosse str ategiche, con la sua infinita adattabilità, è solo appare nte. TI compito di coordinare e correlare i movimenti giornalieri di una dozzina o più di formazioni che si muovono tulle su strade diverse, di assicurarsi che ogni elemento si trovi ad uno o al massimo due giorni di marcia dal suo vicino più immediato, ed allo stesso tempo conservare l'apparenza di una dispersione arbitraria e mal coordinata di un gran numero di unità in modo da ingannare il nemico sulla vera gravità della situazione, questo è, come dice il Chandler "lavoro di una mente matematica di calibro non comune" 18. Infatti "quell'in rinila capac ità di sostenere la fatica costituisce l'impronta del genio". Premesso uno scopo ben definito e la determ i nal'. ione di Napoleone a raggiungerlo, unili a l suo indubbio talento per i calcoli esatti, ad una buona capacità <li valutare il terreno e ad una fantasia capace di costruire un'immagine accurata del terreno s ul quale doveva operare basandosi soltanto su vaghe informazioni contenute su di una mappa, non c'era niente c he potesse fermare l'arrivo dell'esercito francese alla destinazione prescelta. Talvolta i subalterni deludevano le aspettative del loro capo e compl icavano ulteriormente la situazione; ta lvo lta il nemico adottava la soluzione meno probabile; talaltra ancora l'avversi Là del tempo o lo straripamento <li un riume interrompevano il regolare svolgersi del piano; ma quasi sempre ognuna di queste evenienze era stata prevista e considerata dalla poliedrica m ente dell'Imperatore. Egli era contentissimo <li continuare a marcare le carte topografiche militari con l'aiuto del suo compasso aperto s u una distanza giornaliera di 20 chilometri, modificando il p iano principale a seconda delle circostanl'.e, ma sempre persegue ndo inesorabi lmente e con calma l'obiettivo della campagna. L'obiettivo fondamentale di tutta questa ben ponderata attività e ra di radunare il maggior numero possibile <li uomini sul campo di battaglia che in qualche o ccasione veniva scelto con mesi di anticipo sul verificarsi degli eventi. Bouriennc tramanda la sua celebre - anche se probabilmente abbellita - testimonianza oculare - del primo console che a ll'ini zio della campagna d'Italia <lei 1800, disteso sul pavimento appuntava spi lli colorati sulle sue carte e diceva: "lo comballerò qui , nella pianura dello Scrivia" 1'1, con
18 D.G . Chan<ller; op. cit. , p. 21 8. 19 L.F. de Boudennc, Mém n ires de Napulen I. er, Parigi , 1836, vol. l, p. 349.
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quella chiaroveggenza che non era altro se non il fru tto di calcoli mentali estremamente complessi. Dopo aver consideralo tulle le possibi li azioni dell'austriaco Melas, ed averle esaminate una alla volta, e dopo aver tenu to conto dell'influenza del caso negli avvenimenti, Bonaparte trovò una risposta - in seguilo convalidala <lagli eventi del 14 giugno nella zona di Marengo che si trova proprio nella pianura delimitata dai fiumi Scrivia e Bormida. Questa precisione profetica non e ra sempre possibi le - infalli né Auslerli lz, né J ena erano state esattamente previste -; ma in quasi tutti i casi Napoleone conosceva in anticipo i probabili movimenti del nemico per mezzo di un attento esame di tulle le possibil i Là. Napoleone poteva ben dire che "per un generale l'attitudine alle manovre è l'arte suprema, è uno dei doni più utili e vari dai quali si riconosce il genio" 20 . Naturalmente le marce e le manovre quotidiane erano in funzione di un unico obiettivo finale: ottenere al più presto possibile una situazione tattica favorevole. Tuttavia, p1ima di intraprendere l'azione decisiva, era necessario soddisfare a lcune esigenze; e questi "principi" della strategia napoleonica possono ben essere compendiati sotto il titolo di "riunione e concentramento". O vviamente, era assiomatico per Napoleone riunire il maggior numero possibile di baionette e sciabole per impiegarle insieme in battaglia, ma raggiungere tale concentramento non significava semplicemente riun ire in un dato punto un gran numero di unità. Infatti il decentramento prima dell'azione era altrettanto importante quanto il concentramento durante l'azione. Alla vigi lia di una ballaglia, era più utile che le truppe venissero "adunate" piuttosto che "concentrate". Per "adunata" Napoleone intendeva il dislocamento della maggior parte delle sue unità a d istanza di marcia dalla località prescelta per lo scontro, anche se non riteneva necessario che venissero a contatto con il nemico o fra di loro. Se era imporlante disporre <lei maggior numero di uomini possibile per la "dannata decisione" dell'indomani, era altrettanto vitale che, alla vigilia del combattimento, le truppe fossero distrihui te in modo da rendere possibi le l'intervento di una formazione pronta a disporsi di rinforzo in qualunque settore l'Imperatore l'a-
2
°Colin, o p. cit. , p. 262.
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vesse designala nei suoi ordini finali di comballimenlo, senza che ciò richiedesse notevoli spostamenti delle altre un ità. Inoltre, dato che la situazione di ogni battaglia poteva mutare, le divisioni poteva no esse re d isposte in modo da poter far fronle a qualsiasi improvviso ed inaspettato sviluppo, con il minimo di disorganizzazione possibile. Infine, come osserva giustamente il Quarrie, per ragioni di segretezza e per nascondere a l nemico le intenzioni dell'Lmperatore, era interesse dei Francesi dare il minor numero di indicazioni possibi le sulla direzione da cui proven iva l'assalto" 21 . Può sembrare problematico conciliare queste opposte esigenze di concen tramento e dispersione, ma è un miracolo che Napoleone compiva ogni volta. 11 segreto del suo successo in tale tipo di tattica risiede, a mio avviso, nella creazione di una rete di formazioni accortamente disposte. All'inizio de ll a campagna tale rele slrategica era spesso estesa su larghi tratti; talvolta somigliava ad un cordone. All'inizio dell'aprile 1796 l'Armata d'Halia era schierata su un fronte di J 20 chilometri; a m età settembre del 1805 la Grande Armata copriva una l"ronte <li 200 chi lometri tra Strasburgo e Wur,.burg; un a s imile estensione fu raggiunta n ell'ottobre 1806; ed ai primi di giu gno del 1812 il mezzo milione di uomini della Grande Armata di Russ ia formava, di etro la Visto la, una linea d i partenza lu nga più di 400 chilometri. 1 vantaggi apportati da questi fronti così estesi erano triplici. Primo, l'estensione dello schieramento iniziale dell'csLTci to frn11ccse non per·melteva a l nemico di sapere da quale punto sarebbe provenuto l'attacco più massiccio; in secondo luogo l'adattabilità operativa offerta dalla disposizione su largo fronte de ll e divisioni fra11ces i pcnr1cllcva a Napolco11c Ji i11lrappolar·e il nemico in qualsiasi luogo egli avesse deciso di concentrare le forze. Napoleone non era legato a seguire nessun piano d'azione da lu i pr·eeedcnlemenle stab ili to, ma poteva adallare il suo piano operativo principale ad ogni particolare circostanza che si fosse verificata. Terzo, il nemico era spinto a spiegare anch'egli le s ue fo rmazioni nel tentativo di coprire lutti i settori dell o schieramento francese e questo facilitava la sua distru zione non appena la trappola strategica si fosse richiusa su di lui. Poi, mentre l'a,.ione s i sviluppava, le posi,.ioni slralegiche dei
2 1 H. Ouanic, Le campagne di Napoleone , Milano, Mursia, I 977, p. 48.
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vari Corpi d'Armata cambiavano radicalme nte, Come regola generale, man mano che l'esercito francese si avvicinava alla preda, il suo fronte si restringeva gradatamente. Così, quando nel 1805 la Grande Armata raggiunse il Danubio, il suo fronte si era ristretto da 200 a 90 chilometri. "Ma, a seconda delle esigenze della situazione, l'este nsione del fronte si allargava e si restringeva continuamente, in modo da confondere e sconcertare il nemico" 22 • Così nel 1806 Napoleone, per il difficile attraversamento della foresta di Turingia, ridusse il fronte del suo esercito da 200 a 45 chilometii, e poi, per l'avanzata verso Lipsia lo schi e rò nuovamente lu ngo 60 chi lometr i prima di ordinare il concentramento improvviso di tutte le divisioni verso Weimar non appena ebbe scoperta la posizione dell'esercito prussiano dietro il fiume Saale. Rite ngo opportuno sottolineare questo aspetto della strategia napoleonica, aspetto di indubbia importanza, come dice il Colin: "Questa adattabilità e mobilità strategica (resa possibi le dal sistema su cui si era basalo il Corpo d'Armata e dai metodi di appoggio logistico più semplilkati) erano la rovina dei nemici dell'Impero ed uno d ei grandi segreti del successo di Napoleone" 23 . Tra l'altro, l'estensione d el fronte iniz ia le non era in relazione a l numern delle for,.e francesi impegnate: l'Imperatore insisteva sul fatto che ogni settore del fronte doveva essere te nuto (è da notare - anche se non necessariamente "occupato") per quanto piccolo fosse il suo eserc ito. Ma questa "larga base" della sua strategia non contraddiceva affatto il s uo principio di "concentramento" per la battaglia, dato che le due fas i dell'azione si sviluppavano log icamente in un'unica sequenza di operazioni. Il filo conduttore di questo cl e men Lo basi lare del la strategia napoleonica è contenuto n ella massima dell'Imperatore: "L'esercito deve essere riunito (rénui) e la maggior forza possìbile concentrata (concentré) sul campo di battaglia" 24 . In a l tre pa role, la dispersione iniziale lasciava il posto ad una fase di concentramento accuratamente graduata man mano che il momento dello scontro si avvicinava. La Grande Armata convergeva com palla sulla sua vitti ma, e quando alla fine la rete si stringe-
22
23 24
B. Quarrie, up. <.:Ì l., p . 53. J . Colin, op. cit., p. 129. Cor-n:spun<lan<.:t:, voi. XXXI, n ° 56 14, p . 4 18.
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va, il nemi co s i trovava impigliato senza speranza nelle maglie. Spesso Napoleone completava il suo concentramento finale piombando all'ultimo sull'avversario. Dopo aver dato al nemico un senso di falsa sicurezza, tenendo ferma la maggior parte delle sue truppe ad una distanza di due giorni di marcia dal punto prestabilito per lo scontro, l'Imperatore "rubava una marcia ordinando di muoversi rapidamente con l'a usilio delle tenebre (come prima delle battaglie di Lodi nel 1796 o di Jena nel 1806), guadagnando così un giorno di marcia. La mallina seguente egli non avrebbe offerto a l suo stupefallo nemico altra allernativa che quella di accettare il combattimento con 24 ore di anticipo sul tempo previsto e prima che potesse schierare in cam po tulle le sue for:1.e" 25 . Tn tal modo Napoleone fuse il combattime nto con la manovra e ciò rese possibile (così come concordemente sostiene la maggior parte d egli studiosi) il suo grande contributo all'arte della guerra. È fondamentale notare, infatti, com e tutti i suoi piani stra tegici si propongono una battaglia d ecisiva e tutti i movimenti d elle su e truppe sono studiati per ogni possibile situazione di combattimento. Diversamente dai suoi predecessori del diciottesimo secolo , che distinguevano in modo netto il compiere manovre dal dar battaglia, adottando diverse formazioni per c iascu n caso, Napoleone ruse la marcia, il combattimento e l'inseguimento in un'unica azione continua Uno deg li elementi fondam e nta li del suo successo ru, come rileva accortamente il Camon, il s istema dei Corpi d'Armata. "Egli era consapevole del fatto che ciascun Corpo d'Armata disciplinato era in grado di impegnare o tenere a bada pe r molle ore una ror·mazione mollo più numerosa della sua, e durante tale periodo le formazioni vicine potevano correre in s uo aiuto ad aggirare il nemico" 26 . Questo fattore essenziale faceva sì c he l'eserci to potesse muoversi in gruppi divisi , con vantaggio per i rifornimenti e per la velocità di movimento, ingannando così il nemico. Tuttavia, nonostante l'apparenza, questa dispe rsione era a llentamente control lala, dato c he l'intero esercito era "riunito" lungo un'unica linea di operazione in un unico numero di formazioni accuratamente divise, la più famosa delle quali era il "bala llion ca rré" c he poteva
zs D.G. Chandler; op. cil., p. 222. 26 Generale H. Camon, op. cit., p . 61 .
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essere in grado di eseguire un rapido "concentramento" nello spaz io di uno o due giorni, non appena la situazione di com battimento desiderata fosse stata raggiunta. Ancora una volta dobbiamo notare come gran parte della dotLrina napoleonica sul decenlramenlo delle forze si ispirasse agli insegnamenti di scrittori antecedenti: Bourcet sottolinea la validità di un decentramento ben calcolato quale mezzo per indurre il nemico a disperdere a sua volLa il proprio esercito, esponendos i così ad un rapido riconcentramento da parte francese contro un settore prestabilito delle disperse forze avversarie. Allo stesso modo le parole di Guibert influenzarono moltissimo il giovane Bonaparte: "L'abilità tattica consiste nello spiegare le proprie forze senza esporle, nel circondare il nemico senza disperdersi, nel coordinare i propri movimcnli o l'attacco per sorprendere il nemico lateralmente, senza esporre il proprio fianco" 27 . Nel riunire in questo modo i vantaggi e gli svantaggi del concentramento e della dispersione e nel fond ere quesli <lue elementi contradd itLori in un'unica opera:1. ione bellica, Napoleone rive lò il suo vero gen io militare. Basandosi sui principii dell'azione offensiva, della velocità, s icurezza, riunione e con centr amento, Napo leone riuscì m olto spesso a sorprendere i suoi avversari ed un nemico sorpreso equivaleva spesso ad un nemico demoralizzato. Egli fu sempre consapevole <lella vitale importanza del morale in guerra ed un'altra delle sue massime dice che hl. guerra il morale sta al fisico in rapporto di tre ad uno 28 . Ancora una volta a Sant'Elena, egli ribadì la sua convinzi one che "la forza morale più dell'entità numerica decide la vittoria" 29 . Napoleone aveva molta cura per i principii militari del morale e del comando e, se necessario, li creava artificialmente. È pur vero, a mio giudizio, che, ancora una volta egli fu fortunato a vivere in quell'epoca e nella sua nazione di adozione perchè il profondo e ntusias mo e l'apertura m e n tale di cu i erano dotati g li eserciti rivoluzionari fornivano una solida base e forgiavano nuove tradizioni che potevano ispirare gli eserciti dei coscritti del Consolato e dell'Impero, terrore d'Europa.
27 Cit. da Liddel Hart, op. cit., p. 114. 28 Cil. dal Camon, op. cit., op. 5. 29 Generale G. Gourgand, Journal, Parigi, 1899, voi. Il, p. I J 9.
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Per ottenere l'assoluta obbedienza dall e sue truppe, Napoleone cercò senza a lc una esitazione di guadagnarsi il loro attaccamento ed il loro rispetto, Egli d esiderava sviluppare n ei su oi ufficiali e nei suoi soldati due qualità principali: "Se il coraggio è la prima caratteristica del soldato, la perseveran za è la seconda " 30 . Il coraggio era n ecessario su l campo di battaglia, nei momenti di crisi; la perseveranza e la sopportazione in tutte le a ltre occasioni. Napoleone era consapevole del fatto che "il coraggio non si compra" 31 e mirava deliberata mente a creare l'illusione d ella gloria, facendo leva s ulla vanità e sulla credulità de i suoi uom ini . Una volta egli dichiarò: "Un uomo non si fa u ccidei-e pe r poc hi soldi al giorno o per una piccola medaglia"; "Dovete parlare al c uore per elettrizzare gli uomini" 32 . Un sistema di ri compe nse milita ri accuratamente ordinato per gradi e che andava da ll'am bit a Croce della Legion d'Onore a caric h e onorifiche, con cessioni pecuniarie e nomine nella Guardia Imperia le p er le truppe, fino a ricompense d i duca ti , principati e perfino troni ai migliori coma ndanti , era un aspetto della su a politica. Un secondo era di pre miare il talento e la provala a bilità accelerando le promozioni milita ri; un terzo sistema era quello di creare un'atmosfera di cameratismo generale con i soldati semplici. Napoleone, indubbia mente, conosceva i su oi uomini e le cose c he facevano presa su di essi, le loro virtù ed i loro difetti, le loro sp eran ze ed i loro tim ori. Per la parte attiva vi era la loro inte lligen za, il loro tem erario coraggio ed il senso dell'umorismo; a l passivo vi erano la loro tenden za all'insubordinazione, il risentimento per la disciplina c lo scoraggiamento nella sconfitta. Egli considerò attenta m e nte quanto fosse necessario bilanciare le lodi con i rimproveri. Era solito aggirarsi tra i bivacchi servendosi de lla sua enciclopedica memoria visiva p er scovare qua e là un vetera no. "Tu e ri co n m c in Egitto? Quante campagn e? Quante ferite?" . Gli uo mini lo am avano per il suo apparente interessam e nto a lla loro carriera ed al loro benesser e. li massimo premio era ch e l'Imperatore pre ndesse tra pollice ed indice il lobo di un orecchio e gli desse una buona tirala. Eg li ascoltava attentamente le lag na n:1.c e di solito si assicurava ch e venissero prese in
°
-1 Correspondance, voi. VI , 11° 4855, p . 323. 31 Co1Tcsponda ncc, voi. TX, n° 7527, p . 239. 32 A. Levy, The private /i(e o( Napoleon, Londra 1394, voi. 11, p . 293.
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considerazione. "Spesso era pronto a sorvolare persino sui più flagranti atti di indisciplina, se essi non com prom ellevano i suoi piani"33. All'occasione, tuttavia, Napoleone poteva trasformarsi in un rigoroso custode della disciplina militare, al cui cospetto, come ricorda il Ludwig, "avrehhe tremato anche il più coraggioso granatiere"34. "Fatelo scrivere sulla loro bandiera", disse una voi ta in Italia mentre passava in rassegna una recalcitrante mezza-b1igata", "che essi non appartengono più all'Armata d'ltalìa" 3 S. Anche tra gli a lti ufficiali pochi osavano tene rgli testa quando era in co lle ra. Bestemmiava in modo profano l'oggetto d ella sua ira, usava spesso il frustino, che abitua lme nte teneva con sè, sulla testa e sulle spalle <lella sua vittima, ed è noto che, in alcune occasioni, prese per·sino le sue vittime a calci nello stomaco. Nonostante cioè indubbio che egli si preoccupasse d ei suoi uomini, anche se in modo del tutto particola re. Era capace di mandare un gran numero di essi incnntn> a morte certa senza battere ciglio, cd era anche pronto ad abbandonare interi eserciti (come nel 1799 in Egitto o nel 181 2 nella Russia occide ntale) qualora essi non avessero raggiunt o lo scopo desiderato o rossero compromessi senza alcuna speranza. Per prima cosa egh era un duro realista e<l uno spietato opportunis ta, anche se, come rilevano molti autori, talvolta l'uomo faceva breccia attraverso l a scorza indurita del ge neral e e dell'Imperatore. "La vista di un campo dopo la battaglia è suffic iente ad ispirare a i mon archi l'amore per la pace e l'orrore p er la guerra", dice una delle sue massim e 16 . Dopo Eylau, nel 1807, suisse a Giuseppina: "La campagna è coperta di morti e reriti. Questo non è certo un lato piacevole della b'llerra. Si soffre, e l'animo si se nte oppresso al vedere tanti uomini soffrire" 37 . Ed allorché le sue legioni disfalle stava no per iniziare la loro lunga ri tirata da Mosca verso casa, Napoleone ingiunse a Mortier: "Prestale ogni cura ai malati ed ai feriti. Sacrificate i vostri bagagli e qualsiasi cosa per essi. Fate sì che i carri s iano adibiti al loro trasporto e, se necessario, a nche le vostre selle ... " 38 . Eppure era lo
33 H. Belloc, op. cit., p. 181.
3 4 E . LuJw ig, op. cit., p. 253. 35 Con-cspondarlce, vol. 11, n ° l 170, p. 103. 36 Napoleone I, ."Massime guerra", op. cit. , p . 4.
dz
37 Corrcspondance, voi . X.lV, 11° 1 1813 , p. 304. 3 &J .S.C. Abbot, Life o{ Napoleon Bonaparte, Lond ra, J 899, p. 403.
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stesso uomo c he poteva ordinare a sangue freddo esecuzioni in massa in zone ostili, il massacro de i Turchi a Giaffa, o che poteva far notare a l dip lomatico austriaco Metternich che "un uomo come me si preoccupa poco della vita di un milione di persone" 39 . Certamente, il comportamento di Napoleone verso i suoi uomini - come, del resto, per molte altre cose - era un enigma, ma non vi è alcun dubbio che egli avesse il potere di is pirarli e legarli al suo servizio. Anche se questo modo di agire era solo il risultato di una fredda e ben calcolata politica, non per questo era meno efficace. Come disse Wellington: "Ero solito dire di lui che la sua presenza s ul campo di battag lia rappresentava una differenza di 40.000 uomini in più" 40 . I.:accoglienza che riceveva sul campo di battaglia allorché passava in rassegna una divisione, rappresenta l'indiscussa evidenza del suo potere sugli uomini e della sua abilità nel tenere alto il morale. Credo sia opportuno altresì notare c he se l'Tmperator·e teneva conto dell'importanza di mante nere alto il morale dell e sue truppe, egli progettava anche co n molta attenzione i suoi piani per distruggere lo spirito di corpo dei s u oi avversari. Oltre ad una gu erra con cannoni e baionette egli combatteva un a guer..-a psicologica la cui forza poteva essere disastrosa per la sorte dell'awersaiio. l mezzi da lui u sati p er raggiungere tale scopo erano velocità, sorpresa ed azione offensiva. Forse il miglior esempio dell'annienta mento da parte sua della fiducia e del morale nel nemico si verificò nel 1805, quando la Grande Annata distiusse la retroguardia dello sfortunato generale austriaco Mack e con la sua eccezion a le velocità di movim e nto trattenne vicino ad Ulm l'esercito asburgico, magnetizzato e quasi inattivo, finché non ebbe altra possibilità se non la resa. È c hiaro che questo aspetto del la strategia napoleonica implicava un accurato studio del carattere del suo avversario e molto spesso i suoi piani erano concepiti per ricavare il massimo dal la sventatezza o dall'esitazione del nemico. "Conosci il tuo nemico" era un antico detto preso molto a cuor e dall'Imperatore, ed in generale egli si prendeva g ioco dei suoi avversar·i con consumala perizia ed abi li tà. 3 9 J. Seeley, A short history o{ Na poleon I, Londra, 1899, p. 195. 4 0 P.H. Stanhopc, Conversations with the Duke of Wellington , Londra, 1899, p. 9.
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Si potrebbe continuare quasi all'infinito nel descrivere ed analizzare i vari aspetti della strategia napoleonica, ma qui vi è spazio sufficiente per enunciare ancora un altro dei suoi principii, forse il più importante di tutti, cioè quello dell'uni là di comando. L'Imperatore, sin dall'inizio della sua carriera militare, era convinto del fallo che "una casa divisa internamente non può slare in piedi" 41 . Sin dal 1796 un comando diviso era per lui un anatema. Quando il Direttorio voleva dividere il comando dell'Armala d'Italia con il generale Kellermann, Bonaparte minacciò di ritirarsi: "Meglio un cattivo generale che due buoni" 42 fu il contenuto della sua risposta a Parigi. Molle volle le offensive facevano fiasco o davano solo risultati deludenti a causa dello scarso coordinamento degli eserciti. Nel 1796, per esempio, il fallimento di Jourdan compromise le operazioni di Moreau sul Danubio cd aumentò il pericolo per l'Annata d'Italia. Nella primavera del 1800 l'intransigenza e la lentezza di Moreau su l Reno rischiò di rovinare il piano di operazioni per quell'anno d el Primo Console e solo un rilevante cambiamento nel piano salvò la situazione. Non appena fu in grado di imporre la sua autorità Napoleone eliminò il sistema adottato nel periodo rivoluzionario di avere in azione un'intera serie di eserciti autonomi e centralizzò tutte le formazioni in un unico esercito sollo la guida di un unico capo - se stesso. Cosicché, nel 1805, le truppe di Massena nell'Halia del nord e quelle di Saint Cyr a Napoli facevano parte della Grande Armata, allo stesso modo delle formazioni che si muovevano sul Danubio. Col passare degli anni Napoleone sarebbe andato in contro a difficoltà sempre maggiori per tenersi in stretto contatto con i suoi dis taccamenti lontani, ma in linea generale il s uo desiderio di semplilkare al massimo la struttura dcll'alln comando era, a mio avviso, ineccepibile. L'unità di comando, asseriva Napoleone, era "la prima necessità in guerra" 43 ; "Il comandante in capo è il condottiero; egli è tutto per l'esercito; non fu l'esercito romano a conquistare la Gallia, ma Cesare ... Non fu l'esercito prussiano a di rendere la Prussia dai tre più potenti Stati europei, ma Federico" 44 . Questo accentramento dell'autorità militare doveva risultare 41 Napoleon e T, Pensieri, Firenze, Oye, 1940, p. 17. 42 M.me de Remusat, op. cit., p. 58. 4 3 Correspondance, voi. XXXI. p. 41 8. 44 H . Sargenl, op. cit. , p. 175.
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tuttavia un'arma a doppio tag lio e, ollre a cosliluire un'importante fattore d ei pi(1 grandi su ccessi di Napoleone, fu anche una <lelle cause principali delle sue successive sconfitte. Prima della scoperta d el telegrafo era infatti imposs ibile conlrollare un esercito od un gruppo di eserciti schierati su larghissimo fronte. E qui sta la difficoltà: il genio dell'Tmpcralorc non po teva superare il problema materiale della distanza. Questi erano, dunque, i fattori principali od i vari ingredienti che facevano parte dell a slra legia napoleonica. A parte la sua insist enza sull'importanza del combattimenlo slralegico com e parte pri nei pale e solo m ezzo possibile per un vittorioso piano <li cam pagna. N a poleone apporlò un co nt r ibuto modesto. I gen erali hanno sempre tentato, nei limiti delle loro possibilità, <li ollenerc veloc ilà, sorpresa, concentramento ed il resto. Inoltre il sistema <li guerra napoleonico doveva g ran parte della s ua attuabilità (così almeno a me pare, in ad erenza a ll'opinione del Lefevre45 ) a Lre e redità lasciategli d a ll'Anci e n R égime e dalla Rivoluzione. I nnanzilulto, l'idea di suddividere gli eserciti in divisioni permanenti ed autonome. Tale s istema era s tato attuato pe r la prima volta durante la Guerra d e i Selle Anni dal maresciallo Broglie il quale, a sua volta , applicava le ide e <li un ce r·Lu co rilc MoHLaigne. Nel suo libro "Istru zione" del 1761, Broglie enunciava i principii su cui furono poi basali i sistem i napoleonici d elle d ivisioni e dei Corpi d'Armata. "Le due linee <li fanteri a d e ll'eserc ilo durante la campagna saranno divise in quattro divisioni ", ord inò il maresciallo. "Og ni divisione sarà composta dalla qua rta parte delle brigate della prima e seconda linea e sarà com a ndala da un te nente generale, d esignato p er l'intera campa gna , il quale avrà sollo di sè altri generali. Il Le ne nte generale sar à responsabile di tutto c iò c h e riguarda la sua divisione, di sciplina, marce, polizia, rifornimenti e g uardie. E gli riunirà in una brigata un battaglione di granatieri cd uno di caccialori. A ques ta darà in dotazione un cannone ... Avrà anche una divisione di artiglieria chiamala colonna di avanguardia, costituita da dieci p ezzi da 12 libbre e dieci pe,.:1.i da 8 libbre, con Lulle le munizioni necessarie per questi cannoni e per l'artiglieria del reggimento ... "46 .
4 s G . Lefevr e, Napoleone, Bari, L atcrza 1960, p. 288. 46 Maresciallo V.F <le Broglie , Jnstruction de 1761,Parigi, 1926, p . 38.
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Se sostituiamo il grado di "maresciallo" con quello di "ten ente generale", mutiamo la frase "colonna di avanguardia" in "corpo di riserva di artiglieria" e non facciamo caso al sistema sorpassato di dividere l'esercito in "linee", questo passaggio potrebbe servi re a descrivere i Corpi d'Armata di Davout o Massena cinquant'anni dopo. Questa, dunque, era la prima delle importanti eredità r icevute da Napoleone e, sebbene tale s istema non fosse s tato più usato dopo la morte di Broglie, il concetto aveva formato una par te integrante degli insegnamenti di Guibert e, ne l febbraio 1793, il sistema d elle divisioni p ermanenti (costituite da quattro me ue-brigate ciascuna), venne adollato definitivamente per gli eserciti rivoluzionari s u consiglio <li Dubois-Crancé. Perc iò Napoleone ereditò d a i suoi pre d ecessori un esercito già pronto e continuò a perfezionarlo ed a potenz iarlo, fino a che non ottenne la rormazione perfetta - i Co rpi <l 'Armata - con la quale alluare i suoi principi di g ue rra mobile, a largo raggio. Inol tre, Napoleone ereditò dalla Rivoluzione l'idea di "vivere delle risorse del p osto" 4 7 . Sin d ai tempi più remoti, per il loro sos tentam e nto g li eserciti avevano sem pre fatto affidame nto in maniera più o meno grand e sulle provviste prese con la forza, requisite o (molto raramcr1le) acquistate sul posto; m a nei secoli diciassettesimo e diciottesimo era invalsa l'usanza <li affidarsi, quaJc fonte pr·inc ipale di rifornimento, a lunghi e lenti convogli di carri, che operavano da depositi e magazzini riforniti in precedenza. Ques to, direi, per due motivi: primo, n ell'"Età della Ragion e" vi era stata una reazione contro la spietatezza e gli orrori che si erano verificati dLtranle le guerre di religione e l'opinione pubblica si era opposta ai s accheggi indiscriminanti. In secondo luogo "la maggior parte degli eserciti era composta da uomini non volontari - contadini coscritti , co ndannati liberati e simili - ai quali non si poteva p ermellere <li allontanarsi con l'incarico di approvvigionarsi da soli, per il timore di una diserzione in massa" 48 . Tuttavia, ne lle prime g uerr-e rivoluzionarie, l'attegg ia mento d el governo francese e del basso popolo verso la gu erra era molto cambialo. Ve ni vano arruolati enormi eserciti (anche 600.000 uomini in una volta) di volontari (e più tardi di coscritti) cd era impossibile dar
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C. Falls, op. cit., p. 12. J. Col in, op. cit., p. 28.
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loro s upporto logistico "convenzio n ale". Qujn<li pe r necessi tà, piuttosto che per dire ttive politiche, gli eserciti francesi dovevano basarsi quasi completam ente sulle risorse locali . I carriaggi esistenti erano ri servati alJe munizioni. Si trattava di decisioni azzardate ma ch e si r ivelarono attuabili. Grazie all'intelligenza cd al fervore rivoluzionario de l nuovo tipo di soldato popolare, il pericolo delle diserzioni in massa non sussisteva più. "All'ini zio ogni fran cese era armato dal sentimento di difesa d e lla patria e della Rivoluz ione contro fo rze straniere reazio narie . Più tardi la missione di proselitismo dell a Rivoluzione, il biso gno di divulgare il nuovo Vangelo di libertà, fra te rnità ed eguag lia n za alle a ltre nazio ni oppresse e liberarle dalle loro catene fu un nuovo incenti vo" 49 . Come risultato sul pia no logistico fu possibil e far muovere inte ri eserciti co n scarsissi m e risorse e Napoleone e reditò tale sistema - o piuttosto manca n za di s istema - <li far vivere le truppe con le risorse del posto. An cora una volta, dunque, egli migliorò e regolarizzò una si tuazione già esistente. Quantunque n e l 1805 il P r imo lmpero fosse in g rado di provved e re al vettovaglia m ento necessario per le sue truppe, Napoleone adottò deliberata mente i vecchi , sbrigati vi m etodi. L'esercito c he marc iava verso il Dan ubio portava con sè le ra zion i sufficienti pe r soli o tto g iorni e queste venivano dis lrihuile solamente quando il nemico era vici no e, di conseguenza, n on era prude nte mandare i soldati a prowed ersi di cibo. Solo ne l 18 12, di fronte a lle immense, desolate pia nure e foreste della Santa Russia, Napoleone tentò di ricor-rc re al vecchio sistema d ei convogli (e, si no li , sen za molto s uccesso). rn tutte le altre occasioni egli sfruttò a fondo la maggiore mobilità olle nibile fa ce ndo a m eno d egli ingombranti convogli, associando il s is tema d elle d ivisioni e d e i Corpi d'Annata con la politica di "vivere delle risorse locali". "Per facilitare gli approvvig ioname nti, l'esercito fra ncese si spos tava in forma zioni a utonome be n distanziale, ciascuna con la propri a aerea di a pprovvig ionamento, pe r poi concentrarsi rapidamente al momento della ballaglia. Qu esta era l'essenza d ella Blitz kri eg napoleonica, e si dimostrò fatalmente sconcertante per i governi reazionari euro pci"50 . Terzo: la Rivolu zione fornì a Napoleon e un s istema di promo-
~ 9 G. Lcfcvn:, o p. cit., p. 89. :,Q N. Nicolson , Napuleone in Russia , Milano, Rizzoli, 1987, p. 48.
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zioni ch e lasciava aperta ogni possibilità al talento. Non si può sottovalutare l'importanza di questo lascito; con esso si operava una selezione naturale del "comandante nato" che emergeva da lle fil e degli eserciti rivoluzionari per comandare battaglioni, mezze-brigate, divisioni, Corpi d 'Arm ala ed Arm ate; "fu questa selezione che", secondo Chandler, "r ese possibili le imprese di Napolcone" 51 . O vviamente, lui stesso era il prodotto di questo aspetto della Rivoluzione. È dubbio se, sen za distinzione di nascita o parentele influe nti , a Napoleone sarebbe mai stato concesso di raggi ungere un'alta emica al di fuori della sua Arma. È comu nq ue certo, come a mio giudizio giustame nte rileva il Tulard, che egli "non sarebbe sa lito così rapidamente, n é mai avrebb e raggiunto una rosi/.ione dalla quale poter coord inare e controllare ogn i aspetto dello sforzo b e llico francesc" 52 . Analogamente, egli avrebbe ottenuto poco senza l'ab ile a iuto di soldati come Lannes, Davout, Massena o Murat, s u oi validi collaboratori. S e Napoleone appo rt ò ispirazione, intelligenza e forza di volontà, i suoi s uba ltern i ap po rtarono forza fisica , coraggio e, anche se in quantità rn.inore, l'intelligenza che trasformava la Leoria in pratica. Alla fine de lla rapid issima carriera dell'Imperatore, la via della promo/.ione per ogni soldato dell'esercito francese passava altraverso il coraggio e l'abilità. "Tout soldat fra nsais porte d a n s sa giberne le baton dc ma r·echa l", avrebbe, secondo alcu ni storici, a ffe rmato Napoleone53 . Questo aspetto del suo genio fu pienamente riconosciuto dal grande storico vittoria no Tho m as Carlyle il quale scrisse: "Fino a ll 'ultimo egli ebbe una certa idea, cioè la carrièrc ouvcrle aux talents, gli stmmenti a chi è capace di maneggiarli" 54 . Ma, come per altre cose, la for·mulazione <li questo concetto non era opera sua. Dall'iniz.io alla fine egli perfezionò, piuttosto che creare.
Sl D.G. Chan<ller, op. cit., p. 23 1. 52 J. Tulard, Napoleone, Milano, Rusconi, 1980, p. S3. S3 II. Lachonque, La (;arde Imperiale, Parigi, Lavan selle, 1982, p. 121. 54 T. Carlyle, Criticai and Miscellaneuus Essays, Londra, 184 3, voi. IV, p. l 09.
CAPITOLO IV
CONCETTI STRATEGICI Passa ndo alla descrizione dei modi con i quali Napoleone applicava questi "principi od ingredienti" per il proseguimento della guerra, è necessario, a mio avviso, chiarire fin dall'inizio che i suoi metodi strategici e tattici non seguivano strettamente alcuno schema prestabilito. Ogni operazione era unica e nessuna assomigliava alle altre. Tuttavia, alla base di ogni campagna e di ogni battaglia vi erano alcune idee fondamentali che venivano applicate a seconda delle circostanze. Queste idee fondamentali meritano di essere studiate in modo approfondito da chiunque desideri raggiungere un'accurata valutazione dell'abilità di Napoleone come generale. "La strategia è l'arte di usare in maniera esatta tempo e spazio", scrisse l'Imperatore 1• Essa comprende la programmazione e l'esecuzione dei movimenti dall'inizio di una campagna di guerra sino al momento decis ivo. Come ho dello prima, Napoleone insisteva sul fatto che la battag lia costituisce soltanto una parte della programmazione strategica. Ogni campagna vittoriosa poteva, nella sua mente, essere divisa in tre parli: il movimento per entrare in contatto, la battaglia ed infine la fase di inseguimento e l'a zione conclusiva. Naturalmente queste non erano fasi autonome; tutte e tre erano collegate l'una all'altra perché una campagna militare è essenzialmente un tutto unitario, un unico tema che passa attraverso vari stadi. Napoleone enunciò cinque principii per iniziare una campagna di guerra ed essi, a mio avviso, meiitano di essere tenuti presenti quando si studia la sua teoria bellica o qualcuna delle azioni. Primo: un esercito deve avere un'unica linea di operazioni, cioè l'obiettivo deve essere chiaramente stabilito ed ogni formazione disponibile deve essere mossa in quella direzione. Questo non significa che tutte le truppe debbano usare una sola strada; come abbiamo visto, per ragioni di segretezza, logistiche e di celerità, le forze in campo dovrebbero muoversi su diverse strade. Ma l'obiettivo finale deve essere ben chiaro sin dall'inizio e gli uomini non
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voi. XVlll, n. 14707, p. 218.
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devono essere affalicati in operazioni di secondaria importanza. Secondo: l'obiettivo dovrebbe essere sempre costituito dal nucleo principale dell'ese rcito avversario; solo distruggendo le sue forze si può indurre il nemico a desistere dal combattimento. "In alcune occasioni Napoleone si comportò in maniera leggermente diversa dai principii da lui enunciati, di solito costrettovi dalle cin.:oslanze o per qualche altro valido motivo. Nel 1800 egli attaccò Melas in un rrontc di importanza secondaria (l'Italia del Nord) me ntre la strada alla vittoria finale era situata sul Danubio verso Vienna; a l contrario, nel 1805 egli scelse quale obiellivo iniziale l'am1ata di Mack ad Ulm quantunque dal punto di vista strategico le forze principali austriache fossero nell'Halia d e l nord, al comando del 1'arciduca Carlo" 2 • Tn linea di massima, lullavia, Napoleone mirava sempre con la sua Blitzkrieg a colpire il nucleo più consistente dell'esercito nem ico. Terzo: l'esercito rrancese doveva muoversi in modo tale da raggiungere il fianco o le spalle del ne mico e questo per motivi psicolog ic i e strategici. Quarto: l'esercito francese doveva sempre fare in modo da aggirare il fianco più esposto del nemico, cioè tagliado fuori dai suoi depos iti, dalle forze alleate vicine o dal suo centro di operazione. Quinto ed ulti mo: l'Imperatore sottolineava la necessità c he l'esercito france·s e mantenesse le su e linee <li comunicazion e sicure eù aperte. Ma in quale modo tutto ciò veni va realizzato? È quanto cercherò di esaminare di seguito. "In linea di massim a , Napoleone usava tre diversi tipi di manovre strategiche per raggiungere il suo obiettivo mililare" 3 , c ioè la creazione di una situazione di combattimento favorevole, capace di determinare risultati d ecisivi. Esse si possono descrivere nel modo seguente: l'avanzata <li acce rc hiamento ("la manoe uvre sur les derrières") c he può essere anche chiamata, secondo la terminologia di Liddell Harl, "avvicinamento indiretlo"4; secondo, la strategia della "posizione centrale" e terzo, q uella della "penetrazione strategica". La "manoeuvre sur les derrières" venne usala non meno di
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B. Quanie, op. cit, p. 46 Generale H. Camon, Les systemes de guerre de Napoléon, Paiigi, 1935, p. 3 1.
B.H. Liddell Hart, op. cii., p. 11 .
Concetti strategici
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trenta volte tra il 1796 ed il 1815 ed era intesa a schiacciar·e un'unica armata avversaria c he fosse rimasta isolata dai suoi alleati o dalle sue forze di appoggio. Il suo scopo era quello di raggiungere una favorevole situazione di combattimento secondo i pi ani di Napoleone. L'Imperalore, come disse von Clausewitz, mentre era pronto "a rompere le uova per fare la frittata"\ mirava sempre ad assicurarsi una vittoria complet a con un m inimo di uomini e di sforzo. Di conseguenza, egli non amava combattere una grande batlaglia frontale, cioè marciare direttamente contro il nemico per combatterlo su di un terreno scelto (dal nemico stesso), per·ché tali battaglie erano in ev itahilmenle costose e raramente decisive (come quella di Borodino nel 1812). Invece, ogni volta che ciò era possibile, dopo aver impegnato il n em ico frontalmente con un attacco che lo tenesse fermo, egli faceva muovere il suo esercito princ ipale per la strada più veloce e "sicura", nascosto dallo schermo della cavalleria e dagli ostacoli naturali, in modo da portarsi a lle spalle o di fianco al suo avversario. Dopo aver compiuto con pieno successo questa manovra, egli occupava una barriera naturale o "cortina strategica" (solitamente un tratto di fiume o una catena montuosa), ordinava il blocco di tutti passaggi e, così facendo, isolava la vittima designata dai su oi deposi Li di retrovia e riduceva le sue possibilità di ricevere rinforzi. Dopodiché Napoleone avanzava inesorabilmente verso l'esercito avversario, offrendogli solo due al ternative: combattere su un terreno non scelto da lui (dal nemico) o arrendersi. I vantaggi apportati da tale strategia sono, a mio g iudizio, evidenti. "Non soltanto", infatti (come rileva accortamente il Chandler), "l'esercito nemico veniva colto di sorpresa, ma veniva certamente demoralizzato dall'improvviso appar·ire a lle sue spalle dell'avversario che g li lagli ava le vie di comunicazione"6. E cosa poteva fare a llora il nemico? Esso poteva tentare di salvare la situazione in tre modi: se era abbastanza lemerario poteva continuare la sua avan,-.aLa contro le forze che tentavano di immobilizzarlo; oppure poteva tentare di piazzarsi di traverso alle principali linee di comunicazione francesi che erano necessariamente estese; oppure poleva effettuare una immediata ritirata in direzione del nucleo principale dell'armata francese, con la speranza di
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K . von Clausewitz, Memorie sulla campagna del 1813, Milano, 1924, p. 51. D.G. Chandler·, up. c it., p. 234.
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riuscire ad aprirsi un varco attraverso il quale 1iallaccia re le sue comunicazioni: in altre parole, accettando battaglia. Tuttavia, "l'ingegnos ità e l'adatta bilità del piano rondamentale <li Napoleone erano talme nte grandi ch e nessuna di queste m a novre po teva in qualche modo compromettere i suoi piani o l'evenlale risultato della campagna" 7 . In primo luogo l'Tmperatore si assicurava attentamente c he le unità destinate ad "inchio dar·e" il n e mico s ul posto, o forze d i cop ertura, fossero abbastanza forti da resistergli per un determinalo periodo di t empo. Nell'aprile del 1800, Massena, assediato a Genova, fu lo specchietto c he attrasse l'attenzione <li Mclas; nel 1805 la cavalleria di Mura t e le truppe <li Ney (inizial m e nte) ebhero la stessa hrnz ione tra i pass i della Foresta Nera contro il gen eral e Mack; nel 1806 ru Luigi, re d'Olanda, che adempì a questo m ed esimo compito occup ando le fortezze <le i Reno e compiendo a ttacchi diversivi sulla riva destra. Na poleone, quando era possibile, si preoccupava anche di procurare alle forze che effettuavano gli attacchi secondari un rifugio s ic uro - una serie <li fortezze o larghi tratti di fiume - entro o dietro i quali esse si potessero r irugiare in caso <li una fo rte reazione da parte <le] nemico Ma, come sostie ne il Camon, "la vera forza del piano risied eva nel fatto che, se a nche il nemico riusciva vittorioso contro il suo avversario immediato (le truppe che d ovevano tenerlo impegnato e quindi bloccarlo) e guadagnare teneno, finiva pe r addentrarsi sempre più nelle maglie della ret e s trategica l"rancese, frapponendo una sempre maggior distanza tra sè e le prop1ie basi e d impegnandos i ad operare in un t erritorio ost il e, mentre Napoleone distruggeva la sua re troguardia" 8 . Se, d'altra parte, il nemi co operava con lrn le linee di comuni cazion e francesi, Napoleone restava egu a lmente impassibile. Per compiere tale operaz.ione il n emico era costretto a divide re le sue truppe: parte per controllare le unità d estinate ad immobilizzarlo, part e per coprirsi le spalle, man mano che Napoleone si avvicina, il rimane nte per l'operazione in corso . E questa dispersione delle forze nemiche, tornava utile a Napoleone. Jno ltre, l'esercito fran cese, grazie a lla sua consue tu<li ne d i approvvigionar·si sul posto,
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Generale H. Camon, "Quand e t eom enl Napoléon ... ," op. cii., p. 43. Generale H . Camon, "Les syslemes ... " op. cii., p. 38.
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era molto meno vulnerabile per quanto riguardava le comunicazioni del suo avversario, che faceva affidamento su di esse. Man mano che la campagna procedeva, Napoleone manteneva di proposito le sue comunicazioni immediate a breve distanza e sotto controllo, avendo fatto affidamento su di una serie di "posti principali" o "centres d'operations" situati proprio alle spalle del suo nucleo di forze principale, dove gli ospedali, i convogli con le munizioni ed i più dotati depositi campali potevano radunarsi per appoggiarlo nelle sue manovre. Ogni qualvolta l'esercito principale si muoveva a più di sei giorni di marcia dal suo "centre d'operations", Napoleone sceglieva una nuova zona e tutta la sua organizzazione logistica vi si spostava immediatamente. In tal modo il generale teneva la "coda" delle sue forze a portata di mano e molto vicina al fronte. Naturalmente egli faceva sempre affidamento sulle sue principali linee <li comunicazione che si estendevano, per esempio, fino al Reno, p er rinforzi, munizioni e, soprattutto, per tenersi in contatto con Parigi, ma era anche pronto ad accettare una momentanea interruzione di questi servizi se ciò significava che l'esercito nemico, indeho le ndosi progressivamente con la suddivisione delle forze, finiva per mettersi in una situazione di netto svantaggio. Infine, se il generale nemico adottava il terzo sistema e marciava contro Napoleone per dargli battaglia, esaudiva pienamente i desideri dell'Imperatore, accettando il combattimento su un terreno a lui sconosciuto, con il morale scosso e, molto probabilmente, con le sue formazioni disperse dal caos e dalla confusione di una ritirata precipitosa. "Ogni eventualità, eccettuato l'intervento attivo da parte di un vicino eserci to nemico o di considerevoli rinforzi, era stata attentamente considerata dal duLtile piano di operazioni di Napoleone"9. Anche quest\ùtima complicazione poteva spesso essere prevista ed il suo effetto minimizzato. Infatti, distaccando "corpi di osservazione" già precedentemente desig nati per occupare e tenere linee di sbarramento strategiche atte a bloccare le eventuali direttrici di avvicinamento nemiche, Napoleone poteva ritardare il nuovo intervento fino a quando non avesse completamente annientato il primo avversaiio. Nella campagna del 1805 egli adottò questo piano di operazio-
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Generale H . Camon, "Les systemes ... ", op. cii., p. 41.
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ni : dopo aver· attraversato il Danubio, distaccò due Corpi d'Armata - quelli di Bernadotte e di Davout - per tenere le linee dei fiumi Issar, Ammer e Ilm e prevenire la possibi lità di un intervento russo da est. Allo stesso tempo, un'altra unità (quella del ma resciallo Soult) marciava su Memmingen per tagliare le linee secondarie di ritirata (o rinforzo) del generale Mac k c he si muoveva lungo il fium e Tller verso il Tirolo dove si trovava l'armata dell'arciduca Giovanni; nel contempo il resto dell'esercito, Murat, Ney, Lannes e Marmont, si ditigeva verso il vero obie ttivo, cioè l'armata austriaca d el generale Mack isolata n ei pressi di Ulm . Secondo il piano originale di Napol eone, Soult avrebbe dovuto avanzare risalendo il fiume Iller verso Ulm, in modo da accerchiare il fianco strategico di Mac k e tag liare i suoi collegamenti con il Tirolo. Nel frattempo il Corpo d'Armata di riserva d el Maresciallo Augereau (il VIJ) s i muoveva dal Reno per proteggere le princ ipali linee francesi di comunicazione c h e si sno dava no o ltr e il Danubio verso Nordlingen e (per ultima) Strasburgo, mentre la città di Augusta sul fiume .Lech, facilmente accessibile ed in pos izione centrale, serviva come centro di operazion i pe r tutte le formazioni della Grande Arm ata fino a sud d el Danubio. "Bisogna tutta via notare ch e tutte queste forze formava no una fitta t ela di ragno e tutti i settori potevano ricevere rinfou.i ra pidamente" 10 . 11 generale Mack fu talmente scoraggiato da queste manovre francesi che il 2 1 ottobre capitolò senza offrire resiste nza e Napoleone conquistò una vittoria del tutto incruenta. Subito dopo rivolse la sua attenzione a d est e partì per distruggere a loro volta i Russi, cosa che riuscì a fare il 2 dicembre ad Auste rlitz. Come gius tamente rileva il Camon, "non vi è dubbio che il giovane Bonaparte avesse formulato questo piano prima d e l 1796, perch é nella seconda rase de lla campagna d'Italia di quello stesso anno egli lo attuò in modo già pe rfe:,.ionato, anche se esso poi fallì nel s uo obiettivo finale" 11 • Dopo l'armistizio di Cherasco con il Regno di Sardegna, l'Armata d 'Italia si mosse per prendere in trappola e distruggere l'esercito austriaco del gene rale Beaulieu che controllava la pianura lombarda ed il milanese. Beaulieu aveva riunito la maggior pa rte delle sue truppe dietro i torrenti Agogna e Terdoppio, prevedendo chiaramente il tentativo francese di attra-
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11
B. Fen,u; , Austerlitz: 1805, Mila no, 1963, p. 24. Generale H . Carnon, "Quand e t comm ent ...", op. cit., p . 65.
Concelfi s trategici
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versare la riva nord del Po passa ndo per Valenza , una cillà d el Piemonte i cui ponli, a seguito dell'armistiz io, erano a disposizione d ei Francesi . Intu endo che il nemico avrebbe operato lungo queste linee, Bonaparte dec ise di serv irsi d ella divis ione di Sérurier per u n f'inlo attacco contro Valen za (onde con fermare l'impressione di Beaulieu e lenerlo fermo). M a, mentre in tal modo l'attenzione degli Auslriaci veniva dirottata, il grosso dell'esercito (guidato da una divisione scel ta di cava lleria e granatieri a l comando di Dallemagne e con La Harpe, Massena e Augereau c he seguiva no ad intervall i lissati con allenzione) avanzava con marce for/.ale per impadronirsi di una lesta di ponte lungo il Po vicino a Piacen za (appartenente a ll a neutrale Parma dove egli era s icuro di poter trovare i ponti ed i traghelli intatti). Dopodiché i Francesi proge ltarono di occupare le sponde dell'Adda impadrone ndos i di Lodi ed altri passaggi p e r tagliare la linea di ritirata a Beaulieu. Le operazioni di trasferimento furono effettuate tra le quattro del 7 maggio e le prime ore del g iorno 10, ma Beaulieu si rese conto d el pericolo proprio a ll'ullirno momcnlo e, con una precipitosa ritirata (e la violaz ione della neutralità di Vc ne/.ia, mossa c he imparò da Bonaparte e c he usò poi con buon risultato contro di lui) gli Austriaci riuscirono ad attraversare l'Adda in due colonne, rispettivame nte a Lodi e Cassano, prima ch e i Fran cesi potessero impad ro nirsi dei passaggi ed intrappo larli ad ovest del fiume. La s u ccessiva villoria a Lod i, dove Bonaparte colpì duramente la retroguardia austriaca, fu infatti un hen misero p re mio di conso lazione a dispetto dell'importanza che essa ha nella mitologia napoleonica. Nonostante ciò, il piano c he sta a lla base de l movimento s trategi co ci forn isce un perfetto esempio d e ll'obiettivo c h e una "manoeuvre s ur les denières" doveva raggiungere. Tutte le caratteristiche necessarie, il movimento iniz ia le celato da u na "cortina di manovra" (il Po), una "barriera strategica" (l'Adda) e le "forze di copertura" (Sérurier a Valenza), come pure un adeguato "centro di o perazion i" ( Piacenza), sono present i in questo attacco . "Negli ultimi a nni, in molte occasioni la manoeuvre s ur !es derrières non e hbe s u ccesso" 12 . Per c itare un esempio, il 3 febbraio 1807, i Francesi non riuscirono a chiudere in trappola l'esercito msso del generale Ben nigsen ed il nemico riuscì a scivolare fu01i dalla rete
12 C.cnerale II. Camon, "Les sysli:rncs ... ", op. cii., p. I 06.
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Riccardo Calle/la
al momento crilico, dopo aver appreso cosa slava accadendo da un messaggio catturalo. Nell'insieme tullavia, la "manoeuvre sur les derrières" risultò il più riuscito piano d'altacco di Napoleone fin verso la fine del 1813. "Gli avversari di Napoleone erano lenti nel far tesoro dei loro stessi sbagli e solo dopo una dura lezione, cioè una dozzina di pesanli sconfitte in un periodo di diec i anni, impararono a prendere le misure necessarie" 13. Come giuslamente, a mio avviso, afferma il Colin, "il segreto della "manoeuvre sur les derrières" consiste nel mantenere l'iniziativa sin dal primo momento e nel disorienlarc il nemico tagliendogli le comunicazioni, per a nnientarlo quindi con un accerchiamenlo che innuisca anche psicologicamenle sul morale delle sue Lruppe" 14 (come nel caso dello "sfortunato generale Mack"). Una volta preso nella ragnatela, per il nemico era virtualmente impossibile opporre resistenza . Tuttavia, vi era un a ntidoto a lale sistema e due volte, verso la fine delle guerre napoleoniche, gli alleati lo usarono a loro vanlaggio. Tn primo luogo, data la circoslanza favorevole della superiorità nume rica e di considerevoli scorte trasportale con i loro eserciti e la conoscenza delle mosse che Napoleone avrebbe probabilmente compiute, la risposta era ignorare la sua presenza al le spalJe e farsi slrada per raggiungere l'obietlivo alleato. Il 4 ottobre 1813 a Duben, gli alleati scoprirono il gioco di Napoleone e non si lasciarono distrarre dalla sua avanzata lungo il fiume Mulde per tagliare le loro comunicazioni; e ancora il 23 mari.o 1814 gli a lleati continuarono ad avanzare su Parigi nonostante il ben esegu ito attacco di Napoleone contro la loro retroguardia, inteso a fermare la loro marcia. Tultavia, come in molli altri casi, "Napoleone non fu l'ideatore di questo sistema di accerchiamento strategico a mezzo dell'avvici namento indiretto" 15• Come abbiamo vislo, sia Federico il Grande nelle "Istn1zioni Segrete", che Bourcet nei "Principes dc la guerre des monlagnes", avevano sostenuto tale strategia. Inoltre , circa un anno prima che Napoleone assumesse il coman<lo dell'Armata d'Italia, il generale Jourdan aveva dimostralo praticamente le possibilità offerte da tale idea (sebbene quasi p e r caso). fnvece di
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Yorck von Warlenburg, Napuleon as Cenerai, Londra 1902, p. 26. J . Colin, op. cit., p. 52. 15 B.H. Liddell Hart, op. cit., p . 362. 14
Conce/li slralegici
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assediare Namur, come da istruzioni ricevute, egli lasciò solo un contingente a guardia di quella guarnigio ne prima di muoversi con un'ala dcll'"Armée de la Moselle" per piombare sulla retroguardia del generale Coburg ne ll e vicinanze di Charleroi. Non appena venne a conoscenza di quello che stava accadendo, Coburg ordinò al suo esercito di ritirarsi e, di conseguenza, si trovò in svantaggio nella successiva battaglia di Fleurus (26 g iug no 1794) dove subì notevoli perdite. Questo non fu un vero trionfo nella t rad izione napoleonica, ma cost1inse l'intera Armata ad una r itirata precipitosa. Tuttavia, appare evidente che Jourdan "non si rese mai conto <lei motivo della sua vittoria, poiché due anni dopo egli permise che l'arc iduca Carlo (su consiglio di un certo generale di brigata Na nendorff) muovesse 12.000 soldati austriaci contro il fianco del !'esercito francese" 16. La conseguente e precipitosa ritirata di Jourdan per salvare le sue linee di comunicazione comportò il fal li mento completo della principale offensiva progettata dal Direttorio p er il 1796, perché il cedimento di Jourdan sulla sinistra cost1-inse Moreau ad indietreggiare per mantener e unito il fronte e provocò l'abbandono francese de ll a Baviera , con conseguente aumento della pressione austriaca su Bonaparte in Halia. Ancora una volta, perciò, a Napoleone veniva offerto un esempio ed un insegnamento su cui ponderare quando ideava i suoi piani strategic i. Nondimeno, "egli applicò il suo genio al le idee di a ltri e r iuscì a produne il più abile ed apparentemente infallibile sistema di manovra dei s uoi giorni" 17. Vi furono tuttavia molte occasion i in cui i Francesi dovettero far fronte non ad uno ma a due o ad una serie intera di armate ne mic he ch e si trovavano ad una dis tanza di appoggio r eciproco. Messo di fronte a tale difficile situazione, Napoleone spesso adottò un secondo s istema di manovra, cioè la "strategia de lla posizione centrale". Molto spesso in tali circostanze i Francesi si trovarono a combattere in svantaggio numerico contro le forze riunite dei loro avversari, ma potevano essere superiori di numero contro o gni singola parte delle forze nemiche. Ed era questo second o fattore c he il sistema doveva sfrullare al massimo. "li talento di un generale consiste nell'essere superiori al
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S. Wilkinson, op. cit., p . 143. Generale H . Camon , "Geni e et métier: .. ", up. cii., p . 7 1.
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nemico sul campo di battaglia quando s i è inferiori di numero" 18 • fn breve, Napoleone si assu nse il compilo di isolare una parte dell'esercilo nemico, concentrare un maggior numero di forze per ollenere la sua sconfitta e possibilmente la s ua distru zione, per poi ri volgersi con la massima potenza offensiva con t ro il secondo esercito nemi co; cioè, invece di un solo e decisivo allacco egli ideò una serie di attacch i minori contro avversa ri spars i al lo scopo di dislruggerli uno alla volta. Ma come si p o leva a rrivare a questo? Ancora una volta la formula vien e rivelata dalla sequenza deg li altacchi napoleonici. Per prima cosa l'Imperatore raccoglieva il m aggior numero di informazion i possibile sul ne mico che g li s tava di fronte dai giornali inlercettati, dai disertori e s pecia lmente dalle sue pattuglie <li cavalleria in pe rlustrazione . "Dalle infor mazioni così ollenute egli di segnava a ttenla mente sulla mappa le posizion i con osciule dei s uo i avversari e poi individuava le zone s u c ui convergevano le ali eslreme dei rispeltivi esercit i" l9. Questo era il "cardine" o la "cerniera"della dispos izione stralegica del ne mico e com e lal c era vulnerabile all'attacco. Tale punto veniva prescello da N a poleone p er il suo allacco iniziale e fulmineo c he sovente no n veniva sferralo col g rosso delle forze. Prolella d allo schermo della cavalleria, l'Armala francese compiva un improvviso conce nlramento e piombava come un fulmin e sul pugno di lruppe c h e difen d eva quesla po s i z i o ne centrale . Invariabilmente Lale assalto iniziale aveva successo. Non a ppena Napo leone aveva riunilo le sue truppe nel nuovo seltore guad ag na to, diveniva pa drone della "posizione centrale", cioè aveva frapposto con pieno successo le su e l'orze Iiunite lra gli esercili dei suoi nemici i quali, sotto l'urlo dell'imprevisto assalto indietreggiavano, aumentando la distanza che li separava. Quest o significava inevi tabilmente ch e il nemico doveva operare "per linee esterne" (cioè do veva percorrere di s tan ze magg iori per riun i rsi) m enlre i Fra ncesi, che si trovavano nella posizione migliore, potevano raggiungere più rapidamente l'uno o l'altro deg li schieramenli avversari. Sorgeva poi il problema di dis lruggere le s ingole parti delle for:1.e nemiche. Naluralmente , se i Francesi erano poco prudenti e si livolgevano con tulle le loro fon.e contro un unico avversario,
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Generale G. Gourgaud, op. cit., voi. Il. p. 32. H .A.l.. Pisher, Napolenn, Torino, Universale Cappelli, .1964, p. 79.
Cancelli slralegici
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correvano il rischio che l'altro esercito nemico non impegnato nella battaglia manovrasse contro il loro fianco esposto e la loro retroguardia e corresse in aiuto del suo vicino attaccato. Di soli to Napoleone riusciva ad evitare questa pericolosa possibilità. Sin dall'inizio dell'attacco l'esercito francese veniva diviso in tre parti: ala sinistra, ala destra e corpo di riserva centrale, ognuna formata da due o tre Corpi d 'Armata agli ordini di un comandante designato. L'Imperatore, che aveva il comando supremo, accompagnava generalmente il corpo di riserva che includeva sempre la Guardia Imperiale, il grosso dei corpi di riserva di cavalleria ed artiglieria e, possibilmente, uno o due corpi addizionali. "Non appena la posizione centra le era sicuramente occupata, Napoleone trasformava una città vicina nel s uo centro d'opcrazioni e dava inizio alla seconda fase del suo piano strategico" 20 : isolamento della prima vittima designata ed adozione di misure preventive contro ogni interferenza estranea nella manovra. Una volta che l'obiettivo immediato era stato scelto (di solito la forza nemica che si trovava a minore dis tanza dalle for;:e francesi) l'ala più vicina della Grande Arma ta s i muoveva subito per incontrarla cd inizi are un combattlmento che la tenesse impegnata. Simultaneamente il corpo di riserva avanzava in suo aiuto, tentando di iniziare una manovra di aggirnmento o soltanto di rafforzare il fronte a seconda del le circostanze. Nel frattempo l'altra ala avanzava a distanza per servire da forza di copertura ed assicurare che il secondo nucleo nemico non fosse in grado di intervenire nella battaglia già in corso . Quest'ultimo non era un ruolo puramente d ifensivo; "l'Imperatore insisteva sul fatto che fermare il nemico non era sufficiente, e voleva c he il comandante dell'ala di copertura muovesse all'attacco del secondo nucleo nemico e facesse tutto il possibi le per tenerlo impegnato e fosse pronto per la terza fase dell'offensiva"2 1. Inoltre, quando nel settore secondario del fronte il nemico s i rivelava debole numericamente e moralmente, il comandante francese doveva distaccare metà delle sue forze (come avvenne il 16 giugno 1815 alla divisione di D'Erlon, facente parte del comando di Ney a Quatre-bras) ed inviarle a completare l'accerch iamento del nemico nel settore più importante.
20 Generale H . Camon, La guerre napoleonienne, précis des campagne.i·, Pari gi, 1925, p . 74. 21 J. Colin, Tes grandes batailles de l'histoire, Pa1·igi, 1915, p. 104.
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Tuttavia , il compito più importante di questo corpo era di costru ire uno schermo protettivo per la manovra principale. Dopo la sconfitta d el primo awersario designalo, Napoleone di s taccava una parte delle sue truppe vittoriose per inseguire le formazioni in fuga e poi par·tiva immediatamente con le altre unità per ripetere il medesimo t em a di a ttacco contro la seconda forza ne mica. Se tutto procedeva b e ne, dopo due o tre giorni di continui com b a lli menti e manovre, le varie p arti d egli eserciti n emic i sarebbero state a turno completamente sconfitte e la situazione strategica generale si sarebbe orientala a favore d ei Francesi . Com e semp re, ques to schema e questa sequen za di manovre eran o suscettibili di infinite vari azioni nei particola ri . Così nella breve campagna di Waterloo, "Nap oleone partì all'inizio con l'idea di b aLLe rc Wellingto n pe r p r imo, m a spostò il s uo obiettivo su Blucher qua ndo i suoi esploratori r ivelarono ch e l'esercito prussiano s i era pericolosamente esposto muovendosi per concentrars i in una posi:1.ione più avan zala nei dintorni di So mbreffe e Ligny, mentre l'esercito britannico era ancora lonlann" 22 . Un soJo ord ine da parte ù e ll'Tmperat ore fu su ffi c ie nte a modificare il piano in m odo tale da sfruLLa rc la nuova op portunità cd il corpo di r·iserva centrale s i mosse verso nord-est da Charler oi con tro Blucher invece ch e verso nord-ovest contro Wellington. Tuttav ia, i vantaggi e g li svantaggi deriva nti da questa m an ovra, basata sulla "posizione centr a le" e le "linee inte rne," in pratica s i equi valevano. Da una p arte c i si poteva aspe ttare c h e il ne m ico reagisse co n un certo sgomento alla prima incursione francese; esso p oteva inoltre essere indotto a combattere in due o più parti s taccate e sovente a nc he in condizio ni di inferiorità num e rica e su di un terre no non di sua scelta. D'altra parte era molto difficile per Napoleone coordinare e controllare amb edue le a li del suo esercito con precisione perché, ovviamente, egli poteva essere presente di p ersona so ltanto in un settore alla volta. Ben osserva il Camon quando rileva che "dal punto di vista di Nap oleone , la necessità di passare subito da un nemico appena sconfitto ad un a ltro e ra an cor più da nnosa perché escludeva la poss ib ilità di un inseguimento fina le ch e completasse l'annie ntamento del p rimo" 23 . In altre p ar o le, questo sistem a tend eva a priva re Napoleone d e ll a sua vittolia decisiva: egli poteva
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C.H. Lac houque, Wa terloo, Pa rig i, SLoch , 1974, p. 59. Generale H. Camon, "Les sysLen, es ... ", op. cii., p. 84
Concetti strategici
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con facilità vincere una serie di piccoli combattimenti ma vi era poca probabilità di ripetere Austerlitz o Jena-Auerstadt. Il barone Jomini asserisce che tale tipo di manovra "era il preferito di Napoleone" 24; ma il fatto che avesse poche probabilità di portare ad un risultalo positivo, rapido e chiaro, difficilmente può averla consigliata a Napoleone, sostenitore di un unico attacco annientatore. Di conseguenza, egli usava questa tattica solo quando vi era costretto dalle circostan ze: quindi essa può essere definita la sua "strategia inferiore". Nondimeno, tale sistema di manovra fu adottalo in molte occasioni. Fu usato continuamente durante la terza fase della prima campagna d'Italia, dato che il generale Bonaparte lottava per tenere divise consistenti forze austriache che miravano ad unirsi in ripetuti tentativi con lo scopo di togliere l'assedio a Mantova. La situazione creatasi nel novembre 1796 fornisce, a mio giudizio, un esempio perfetto della tattica napoleonica nell'attuare questo sistema. Fronteggiato dagli eserciti di Davidovich e di Alvinczy (che stavano convergendo rispettivamente da Trento e da Bassano) egli lasciò Vaubois con una divisione ridotta per frenare l'avanzata del primo (dalle Alpi) mentre si affrettava con Massena ed Augereau per far fronte al secondo. Respinto a Caldicro in una battaglia frontale contro Alvinczy, egli si r·itirò allraverso il suo centro di operazioni a Verona, rifornendosi nuovamente, ed indi intraprese la famosa manovra tattica di accerchiamento lungo l'Adige fino ad Arcole. Questa non riuscì in pieno poiché le forze austriache com batterono con tenacia imprevista per il possesso del ponte di Arcole. Inoltre, Napoleone non fu in grado di trarre profitto dai vantaggi acquisiti in quel settore per la precaria situazione di Vaubois, il quale attendeva preoccupato di essere attaccato da forze superiori sulle rive del lago di Garda. Di conseguenza. nelle prime due notti d ella battaglia, che durò tre giorni (dal 15 al 17 novembre) il comandante in capo francese fu obbligato ad abbandonare i territori così duramente conquistati e ritirarsi sulla riva meridionale de ll'Adige, pronto per una marcia di emergenza in soccorso di Vaubois. Ciò non fu necessario e durante il terzo giorno Napoleone tra-
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Generale barone A.H. Jomini , Lifè of Napoleon, Kansas City, 1897, p. 241.
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sformò la fase di stasi in vittoria s ull'Alvinczy, esau sto ed indeboli to, e trovò anche il tempo di trasferire il grosso d elle sue divis ioni verso nord, pronte a fronteggiare l'attacco di Davidovich . Questo non s i concretizzò mai e la seconda armata austriaca fu sfortunata a fu ggire a ll'allacco di Bonaparte. "Questo è un esempio quasi p er fe tto dei vantaggi apportati dalla tattica delle linee interne e d a lla posizione centrale" 25 • M a bisog n a nolar·e c h e nes s uno d e i summe n :1. ionati s uccessi di Napoleone fu completo e che i soli risultati tangibili e.lei suo brillan te modo di guidare l'Armala d 'Italia furono il guadagno di un breve riposo per le sue formazioni duramente provate e la continuazione ininterrotta e.lei te rzo assedio di Mantova. Se l'e pisodio di Arcole è uno d ei migliori esempi e.li questo sistema di manovra, ve ne sono comunque molti a ltri. La medes ima campagna d'Italia del 1796-1797 vide sin c.lall'i n izio lo sfruttame nto de ll'eccessiva estensione e.lei fronte austro-piemontese, seguito a tempo debito dalla manovra nel settore Castiglione-Lonato. E, dopo Arcole, vi fu il fallimento dell'ultimo tentativo austriaco e.l i l iberar·e il maresciallo Wurmser - l'egualmenle nolo episodio di Rivoli-Mantova del ge nnaio 1797. Negli anni e.li maggior p rosperità del Primo Impero troviamo m eno episodi bellici in cu i Napoleone applicò la "strategia <ldla posizione centrale" perch é in li nea di m assi ma i Francesi godevano di superiorità in tutte le forze e di consegu e nza non avevano hisogno di ricorrere a questo stratagemma "di difesa". Ma nel 18 13, 18 14 e, naturalmente 1815, qua ndo Napoleone combatteva in netto svan Laggio, egli ricorse ripetu ta m e n Le a questo tipo di manovra nel suo disperalo te ntativo di evitare la catastro fe. E le deficienze d el s istema s i manifestano d urante quest'ultimo periodo. Per esem p io, "nel giugno 1815, il brillante inizio s trategico della campagna di Waterloo portò solta nto a lla sconfitta; dopo aver sorpreso gli alleati e fatto in cuneare una formazione tra e.li essi (il g iorno 15), sconfitto B lu c h er a Lig n y e trattenuto Welling ton a Quatre-Bras (i l 16), Napoleone trascurò e.li ordin are sia un pronto inseguimento d ei Pruss ian i da parte di Gronchy, s ia un'imme diata marc ia per sostener e Ney contro Wellington" 26 • In seguito a questi errori i Pru ss iani si r itirarono non visti verso
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26
M. Reinhard, Avec Bonaparte en ltalie, Parigi, .1946, p. 149. D.G. Chan<ller·, Walerloo, Mlilano, Rizzoli, 1982, p. 184.
Concelli slralegici
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Wavre a nord (invece che ad est verso Liegi come ritenuto dall'Tmperatore), Wellington evitò di accettare battaglia il giorno 17, ed a lla fine, il 18, fu in grado di m a ntenere una posizione di sua scelta fino a quando Blucher ed i suoi Prussiani poterono aggirar·e su di un fianco la posi:t.ione di Napoleone e tramutare così un piccolo e1Tore tattico in una piena sconfitta dei Francesi. Sul terzo tipo di manovra napoleonica non è n ecessario, a mio avviso, soffermarci a lungo. Si tratta della "penetrazione s trategica", un sistema studiato per fare da introduzione o inizio ad uno o all'altro dei più importanti sistemi già analizzati. Quando Napoleone si imbatteva in un awersario che manteneva una lunga linea di difesa "a cordone", cercava il modo di spezzarla in qualche punto favorevole, facendo seguire una rapida marcia ben addentro a l territorio awersa1io (servendosi della velocità per evitare il pe1icolo di ven ire c ircondato), in modo di impa<lronir·si di qualche città o paese da utilizzare quale centro ùi operazioni per la successiva fase della campagna. Perciò, nel 1796 egli "ruppe la linea fur·mata d a Colli ed Argentau a Ceva per guada gnarsi la posizione centrale; poco dopo, inseguendo Beaulieu, si fece strada attraverso la linea di difesa del Mincio a Borghetto per· dividere in du e gli Austr·iaci" 27 . La più memorabile manovra di questo Lipo ebbe luogo nel 1812 , quando i Francesi attaccarono sul Niemen e si ùir·essero verso Vilna nel lenlativo di evitare alla maggior parte dell'esercito di Barclay di venire a co ntatto co n il gener·a le Bagration. Successivamente, l'avanzata principale di Napoleone verso Vile bsk e Smolensk "fu dettala dal suo desiderio di ottenere una penetrazione strategica attraverso le linee russe predisposte lungo il sistema flu viale Dvina e del Dnieper" 28 • Tale manovra, tutlavia, non fu mai completa per se sLessa; essa non portava ad una battaglia decis iva, ma alla creazione di una s ituazione in iziale favorevole o di ciò c he potremmo definire un "trampolino di lancio" <lai quale si potevano poi intrapre ndere le principali operazioni della campagna. Tuttavia, nel distinguere qu esti lre importanti sistemi adottati da Napoleone, è importante a mio giudizio, tener pr·esen tc che nessuno di essi necessariamente, o anche abitualmente, escludeva gli altri due. Il grande genio di Napoleone era in grado di trovare il
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M. Reinhard, op. cii., p. 63. . icolson, op. cii., p. 49.
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modo di riunire le caratteristiche di tutti e tre in un'unica campagna, come nel 1796, quando lrasformò un'iniziale "penetrazione s trategica" (Ceva) in un'azione basata sulla "posizione centrale" (le ballagli e di Dego e l'azione su Mondovì) prima di passare ad un'intera serie di "manoeuvres sur les derrières," ne l vano lenlalivo di intrappolare Beaulieu prima che quest'ultimo potesse darsi alla fuga. Poi, tramutatasi la sua azione offe nsiva in una fase difensiva, man mano che gli Auslriac i ripeleva no i loro poderosi sforzi per liberare Mantova, il generale Bonaparte riprese il suo concetto di manovrare intorno ad una "posizione centrale" con ritorni occ asionali a brevi "accerchiamenli" (come ad Arcole). "La s trategia napoleonica era complessa, era un mutevole calendoscopio di manovre ed inte nzioni che da sole servirono a <lisorienlare e a slup ire i suoi nemic i dalla mente convenzionale ed a metterli in quello stato di sconcertante inferiorità che si tradusse spesso ne ll a loro catastrofica sconfitta" 29 .
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Pieler Geyl, Napulevn, Londra, 1946, p. 38.
CAPITOLO V TATTICA SUL CAMPO DI BATTAGLIA Dopo aver esaminato i metodi strategici a<lollali da Napoleone per la disfatta e la distruz ione d ei su oi n emici, è opportuno passare a considerare i sistemi tattici da lui adottati per ottenere il successo nei momenti estremamente critici ùel le operazioni, cioè nelle ore ch e precedono il combattime nto ed in quelle ùuranle e dopo la battaglia. l sislem i lattici nell'era napoleonica comprendevano la scienza e l'arte di guidare gli uomini, i cavalli ed i cannoni , durante le operaz ioni c ruciali, allorché era sta lo slahi I i lo uno stretto c ontatto con il nemico. Es s i non aveva no niente a c he vedere con le ùisor<lin a le e mutevol i tec nic he dei combattimenli corpo a corpo, dato ch e ques te ultime appartengono al r egno d ella "tattica s picc iola" vera e propria, sfera questa che, 11011 essendo connessa con il concetto e.li manovr a", esula dalla Lesi in oggetto e ch e quindi, per brev ità, o metterò di trattare. Invero, Napo leone apportò pochi contiibu li lallic i personali all'arte d ella gue1Ta, c onsiderando praticam e nte un caso unico il s uo sviluppo della "divisione quadrata" in Egitto. Mi preoccuperò in questo capitolo di esaminare tutti i m etodi adottati da Napoleone per dominare il n emico n elle ultime ore che precedono la batta g lia, sconfigger lo su l campo e, in ultimo, annientarlo durante la sua fuga . Come ho già <letto, in preceden za, il più grande co ntributo dato dall'Imperatore all'arte strateg ica co nsistette n ell'a ffermare ch e "la manovra e la dannata d ecision e sono e ntram be parti integranti d ella strateg ia" 1, in contrasto con il punto <li vista comunemente accettato n el diciottesim o secolo, secondo cui la manovra e la battaglia erano due azioni b elliche d el tullo distinte, apparten enti una a lla scienza strategica, l'altra alla tattica. Napoleone la p ensava in modo diverso: "Spesso il t ipo di battaglia che si ingaggia viene concepito nel corso della campagna"2 , egli asseriva. Napoleone doveva_ mollo del s uo con cetto di battaglia agli a uto-
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Correspondance, voi. XVI, n ° 187 1. p. 321. Correspondance, voi. Xll, n " 10032, p. 230.
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R iccardo Galletta
ri da lui studiali ad Auxonne. Il gallese Lloyd, per esempio, gli insegnò che le battaglie dovevano essere fluide e non rigide e che la sorpresa era il mezzo migliore per scoraggiare un nemico e metterlo in svantaggio. Una idea del Lloyd è spesso ripresa nella "Correspondance": "Una battaglia è un dramma teatrale con un prologo, una parte centrale ed un epilogo" 3 • Ma il maggior contributo apportato dal gallese a ll'educazione del giovane Bonaparte ru, a mio avviso, la sua insistenza sul fatto che Federico il Grande avesse dimostrato il suo genio militare soprattutto nella battaglia di Praga (6 maggio 1757), quando attaccò il maresciallo austriaco von Borowne nel momento in cui quest'ultino stava per rompere la sua linea. Il comportamento di Federico a Praga doveva influenzare molte delle concezioni tattiche di Napoleone perché lo indu sse ad ideare un sistema di combattimento che costringesse l'avversaiio a rompere la continuità della sua linea, esponendosi così all'attacco fatalc 4 . D'altra parte, il contributo di Guibert fu m eno notevole. Egli sottolineava la necessità di scegliere con la massima cura l'obiettivo giusto, l'importanza Ji avanzare in battaglia con numerose piccole colonne a i fini della mobilità, ma di schierars i a l m omento del combattimento, ed i vantaggi che il compromesso della formazione di battaglia in "ordr·e rni xle" aveva sia sull"'ordre mince" che sull'"ordrc profonde". Tutte queste idee lattiche ebbero un posto di ri lievo nei p ensieri di Napoleone, ma Guibert enunciò a nche parecchi concetti che sembrarono particolarmente eretici al giovane artigliere corso, il più iniquo dei qua li era la sua convinzion e che l'artiglieria fosse più di d a nno che di aiuto sul campo di battaglia. Napoleone non cessò mai di ripudiare tale idea nei suoi scritti: "È necessario avere tanta artig li eria quanta ne ha il nemico. L'esperien1.a in segna che è necessario avere 4 cannoni per ogn i I 000 uomini ... Quanto migliore è la fanteria, tanto più bisogna accompagnarla e sostenerla con delle buone batterie ... " 5 • "Le armi da tiro sono ora le più im portanti" egli scrisse facendo eco all'asserzione di Turpin de Crissé" secondo c ui "al g io rn o d'oggi le battaglie si decidono col fuoco e non con lo sconlro" 6 . O,
3
Generale T.loyd , L'introduction à /'hisluire de la guerre en 1756, Bruxelles,
1784. 4
5 1 '
veùi C.J. Duffy, The wild goose and the eag/e, Londra, 1964, cap. XV. Correspondance, voi. XXXI, pp. 328-329. Correspondance, voi. XXXll , p . 27.
Tallica sul campo di hallaglia
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ancora: "La guerra si combatte con l'artiglieria" 7 . Napoleone adottò, quindi, liberamente l'insegnamento del Du Teil secondo il quale le batte rie sono il vero segreto d ella vittoria. Bona parte studiò anche con prorondo interesse le grandi controversie militari dei suoi tempi e da un paragone generale degli awenimenti ed una sele:r.ione di con cetti egli elaborò lentamente la sua idea ùi una forma di combattimento, o piuttosto un'intera ser ie di alternative c he facessero da c oro llario ad un tema centrale o ideale. Alla base del suo pensiero vi sono alcune idee rondamentali. Trn le più importanti troviamo il concetto d ella battaglia offensiva - basata s ull'attacco completo - mirante a concludere la guerra in un sol colpo. Questo ideale stra tegico e tattico, com e ho già avuto modo di sottolineare, non costituiva, in Napoleone, ni ente di innovativo: l'Imperat ore lo aveva ricavato d agli insegnamenti di Federico il Grande, il quale a su a volta si basava su i metodi del grande generale persian o Ciro che pe rfezionò l'idea d ella battaglia m a novrnta. Mol to raramente troviamo, in effetti, Napoleone impegnato in una battagli a veramen te difensi va; il più sfruttato d etto di Napoleone "la miglior· difesa è l'attacco" 8 , espone questa l'il osofia in poc he parnle. Solo tre volte Napoleone combattè per difenders i: a Lipsia nel 18 13, a La Rothière e ad Arcis l'anno seguente; ma in ognuna di queste occasioni, come rileva accortamente il Chandler, "egli ripiegò sulla difensiva dopo il triste fallimento di un attacco iniziale"9 . Napoleone rimase durante tutta la s ua carriera militare fedele a l prin c ipio di attaccare il nemico, otten endo con ciò il vantaggio di disorientarlo facendo fallire i suoi piani e mante nendo l'iniziativa per tutto il tempo. Pe rs ino ad Austerlit:1., dove sembrerebbe a prima vista ch e i Francesi s te ssero fer mi in attesa d e ll' attacco de gli alleati, Napoleone aprì l'offensiva. Ma con infinita agilità egli aveva creato un'impressione di debolezza ed indecisione d a parte francese e ciò indusse i suoi più potenti avversari a compiere e rrori fatali. ln effetti la vera batlaglia offensiva-difensiva non trovò posto nel
1
Co rrespondan ce, voi XXX, p . 447. x Napoleone I, Raccolte, Firenze, 1929, p. 11. 9 D.G. Chandler, "Le campagne ... ", up. cit., p. 250.
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repertorio napoleonico, se bbe n e nella penisola iberica alcuni generali dcll'Imperalore, principalme nte Sou ll e Masse na, la usassero con notevole successo conlro il duca di Wellington. Tullavia , se i Francesi preferivano sempre attaccare, si vcriricò paradossalmente, co me fa notare il Colin, ch e furono proprio i nemici che s tavano più decisamente sulla diren s iva a s ubire minori rovesci nelle b a ttaglie con Napo le one 10 ; gli esiti d e lle b al lagli e di E ylau, B orodino e Waterloo sembrano convalidare tale tesi. Perciò, in linea di m assima, gli attacchi di Napoleone erano completame nte corona ti <lal s u ccesso solo quando egli s timolava il suo avvcr·sa1-io a compiere contrattacchi mal con gegnati ed intempestivi. Se "to ujours l'a llaqu e" costituisce una hase d ella filosofia s trategica di Napoleone, "toujours confondre" ne costituisce un'altra. TI nemico deve essere disorie ntalo s in dal plimo momento e quindi deve essere manlenulo in questa condizione. Per· raggiungere tale scopo, Napoleone si servì, a mio giudi zio, del consiglio <li Turpin de Crissé: "È molto importante conoscere la genialità, il talento cd il carallere del generale nemico; è su questa conoscenza c he s i posson o sviluppare dei piani ... " 11 e molti schemi di ba ttaglia di Napoleone erano studiati d eliberatamente per adattarsi appunto a ll' impressione da lui riportala sulla forza e sulle debolezze de l suo nemico. Se l'Imperatore ve ni va a conta tto con un avversario perspicace oppure molto forte, troppo tardi nel corso della giornata pe r poter condurre un'azione d ecis iva contro di lui , non rimandava il suo attacco a l giorn o seguente. Spess o invece ordin ava un immed iato - sehhene solilamente breve - attacco di disturbo tendente a fermare il nemico, preclude ndogli la possibilità di rifiu tare il comba ttimento con una r·itirat.a notturna e nello stesso tempo rompere la s ua rormazione di battaglia, trascinandolo in logoranti scaramu cce con l'intento di sfruttare la m alli.na segu ente lo sco mpig li o provocato. Queste erano le intenzioni nascoste sollo le azioni app aren temente premature del primo g iorno ad Eylau ed a Wagram com e pure dietro la più importa nte battaglia di Friedland. Napoleone era, cioè, dall'inizio a ll a fin e deciso a dominare e ad in t imidire il su o avversario, costruendosi una s uperiorità mora-
lO J. Colin , ''Thc transforma tion ... ", op. cii., p . 122. 1 l T.R. Bugeaud, Apers us sur q uelqu es détails de la guerre, Parigi, 1846, p. 27.
Tallica :;u/ campo di hatla~lia
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le che era spesso più utile del puro vantaggio numerico. A mio avviso, è a ltresì importante rilevare c he come nel s uo sis tema <li attacco, cos:ì nelle sue formule Lattiche, Napoleone conside rò della mass ima importanza realizzare l'accerchiamento del nemico; questo era il terzo fondamento della sua filosofia strategica. Se egli doveva a Federico il Grande il concetto di strategia, a Bourcet egli era debitore della concezione lattica. I.:avan;,.ata "in ordine obliquo" e.li Federico non trovò posto immediato nei piani napoleonici, benché egli ne adottasse alcune caratteristic he per l'attacco finale decisivo. Egli faceva mollo più affidamento sulla manovra di aggiramento per conseguire dei risultati veramente notevoli. Lo scopo dell'attacco sul fianco, così come ven iva attuato in quasi tutte le battaglie napoleoniche, e.lai modesto scontro di Cairo Montenotte nel 1796 a que llo più complesso di Castiglione nella stessa campagna, s ino al concetto pienamente sviluppato nella battaglia di Bautzen nel 1813, era sempre quello di creare un presu pposto per la vittoria totale, d isturbando il nemico e sconvolgendo il suo equilibrio ed il suo morale, creando cioè un'atmosfera ed una situazione della quale si poteva approfittare con risolutezza. Non si può fare a m eno, come sostiene il Camon, di riconoscere "l'effetto psicologico provocato dall'improvviso rombo di cannoni o daJl'a pparire di una g rande nuvola Ji polvere verso il fianco o la retroguardia di un esercito" 12; ad Arcole (terzo giorno) ru l'apparizione di uno s quadrone di cavalleria francese sul fianco del nemico a decidere le sorti di quella giornata; mentre nella battaglia del Monte Tabor (1799) bas tarono esallamente due ben dis tribuiti colpi di cannone per causare il panico e la fuga dell'enorme armata di Damasco. Si potrebbero citare molti altri esempi. Studian do le fasi della varie battaglie napoleoniche, ci si accorge, tuttavia, come vi sia un'importante variante all'idea fondamentale di aggirare il nemico su] fianco con l'aiuto di una forza indipendente che Napoleone usava quando non era abbastanza farle da poter disporre di truppe per tale scopo. TI Chandler d e nomina tale a lternativa come "movimenlo tattico di aggiramento sul fianco" 13. La differenza fra le due manovre è, a mio avviso imporlanle, sebbene a prima vista sembri insignificanle. Un movimento "aggirante" poteva ven ire eseguito solo da un'adeguata formazione
12
Generale H. Camon, La bataille napoléonienne, Parigi, 1936, p. 34. n D.G. Chandl er, "Le campagne .. .", op.cii. , p. 252.
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- a lme no un corpo a rang hi completi - che fosse in grad o di entrare in azion e indipendentemente dal nucleo principale. Un attacco del genere, be n regolato, poteva condurre alla distruzione del ne mico se la form azione "agg irante" era in grad o <li piazzars i hen e dietro la re troguardia nemica, obliquame nte alla sua linea di ,itira ta. Un movimento "sul fi anco" , invece, provocava dei ris ultati m e no dram m atici. Esso ve ni va eseguito d a u na f"ormazione facente parte integrale della linea di combattime nto fra ncese e c he restava sempre collegata con il fron te p,-incipale; essa non ern , in nessun caso, una e ntità a sè stante. Tale assalto poteva spesso costringere il nemico a cambiar fronte o a modiricare p arzialmente Ja su a linea, ma ciò difficilmente comportava un maggior spostamento d a ll a posizione nemica, re nd endo in tal m odo possibile la s chiacciante viltmia che Napoleon e cercava sempre di conquistare. Tuttavia, come vedremo in seguito quando cerch erò di cons iderare dettagliatame nte la sequenza di una battaglia na poleonica "ideale", l'entità <lel successo dipend eva da un'esatta suddivisione <lei tempi. Come Na poleone be n sapeva, tutto dipendeva dalla corretta e tempestiva sequenza <lel concentramen to iniziale, appariz ione della formazione <li aggiramento, bombardamento d ecisivo <lei settore c hi ave nemico e, p e r ultimo, dal lancio de ll'a ttacco distruttore. "La su a abilità nel saper cogliere il momento giusto le coup d'oeil - era un elem ento vita le" 14 . Come per il suo sistema di m anovra strategica, è pass i bi le distinguere tr·e tipi diversi di battagli a nap oleonica, sebbene, ancora una volta, è opportuno sottolinea r e ch e ess i foss e r o tutti concclt i essen z ia lmente fluidi , suscettibili di infinite varia zioni e perfino amalgama bi li , a seconda d elle circostan ze: la battag lia basata s ul sempli ce a ttacco fro nta le, la hallaglia doppia e l'accerchiame n to o "la battaglia strategica ". Non vi è dubhio, come rileva il Pollio 15, ch e il terzo sistema fosse qu ello preferito dall'Imperatore e, di consegue nza, non è, a mio avviso, n ecessario descr·ivere troppo dettagliatamente gli a ltri due. La ba ttaglia lrontale rassom ig liava strettamen te a gran parte di q uel le d el diciottesimo secolo; si trattava gen eralmente di due eserc iti, schierati in formazioni piuttosto rigid e o entro u na posiz ion e esattamente delimitata, c he s i battevano c on spara torie e con assalti f"ino a quando uno o l'altro s i dic hi arava sconfitto.
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Gen erale H . Camon, "La balaillc ... ", op. cit., p. 36. A. Pollio, Napoleone I, Livorno, 190 1, p . 28.
Tattica sul campo di battaglia
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Probabilmente a Napoleone non piaceva q uesto genere di battag lia <li logoramento e credo che ciò fosse dovuto a due motivi. Primo, esso poteva costare molte vite umane e, contrariamente alla creden za popolare, Napoleone leneva sempre a risparmiare i suoi soldati anche se non indietreggiava di fronte a lla prospettiva ai gravi perdite, qualora queste fossero inevitabili o necessarie. Tn secondo luogo, era me no rroba bile che la battaglia frontale desse un ristùtato veramente decisivo, poiché la parte sconfitta poteva gen eralmente ritirarsi lungo la sua linea di comunicazio ne. Tuttavia, in certe occasioni, egli era pronto ad intraprendere una battaglia di questo genere; talvolta le esigenze della s ituazione s trategica rendevano n ecessario il combattimento in qualsiasi condizione, come a Rivoli il 14 gennaio 1797, quando il generale Bonaparte tentò disperatamente di [ennare e possibilmente disperdere la branca settentrionale della tenaglia (caratteristica manovra in cui ve ngono usali movimenti simul ta nei sui l"ia nchi per convergere sul nemico e tagliarlo fuori dai suoi alleati e dai suoi centri di rifornimento) di Alvinczy, prima che la sua branca meridionale potesse aprirsi una via sulJ' Adige verso M antova. In questa occasione "Napoleone accellò il combattimento s u di un a ltipiano piuttosto stretto che consentiva d e lle manovre tattiche poco importanti" 16. Anch e in altri casi, quando il nemico era stato abbastanza ingenuo da mcltersi in una posizione estremamente sl"avorevole , come a Friedland , il 14 giugno 1807, quando Bennigsen piazzò il suo esercito a ttraverso la strozzatura di un'ansa del fiume Alle con un suo a fflue nte (i l l"iume Muhlen), divid endo ultcricxmcntc la sua linea di combattimento, Napoleone era pronto a combattere con azioni frontali per sfruttare tali favorevoli circostanze. In altre occasioni una haltaglia di ques to genere gli veniva imposta; Marengo (18 giugno 1800) n e è un esempio notevole. Similmente a Borodino, essendo la Grande Armata troppo indebolita dal logorio strategico p er essere in grado di compiere un altacco di aggiramento su vasta scala c ontro il fianco sinistro di Kutuzov che si trovava esposto (o almeno così asseriva Napoleone, sebbene Davout fosse di opinione diversa) ed essendo l"allito il movimento tattico di aggiramento sul Uanco sinistro russo del principe Poniatowski, l'Imperatore fu costretto ad accettare su tutto il fronte un'altra battaglia di attrito" 17 . 16 R .. Phip p s, !.,es armées francaise de la PrenriereRépublique, Parigi, 1935, voi. lV, p . 67. 17 N. Nicolson, np. cit., p. 198.
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Un altro caso del genere è la ballaglia di Lipsia nel 1813, sebbene in questa occasione fossero invece gli alleati a condurre il gioco. Bisogna sottolineare tuttavia che la battag lia generale ''rrontale", nonostante certe somiglianze, non deve essere confusa con l'attacco iniziale di disturbo, facente parte dell'a zione ideale napoleonica, che descriverò più avanti. C'era poi la doppia battag lia. Ancora una volta, anche questa variazio ne non può essere considerata una cosa a sè stante, p erché spesso si ricorreva alle battaglie doppie in concomilanza sia con le battaglie frontali che strategiche. Come abbiamo visto, esse avevano invariabilmente un ruolo nello sviluppo della strategia basata sulla posizione centrale. Le battaglie doppie ve nivano a nche soliLamente combattute quando la zona dello scontro era divisa in due da qualche caratteristica geografica (una montagna od un fiume, per esempio) o quando il gran numero di tmppe impegnate nel combatlimento d a ambo le p arti non rendeva possibile altra alternativa. Così ad Austerlilz, menlre la battaglia principale si svolgeva intorno alle alture di P ratzen ed il Lerreno a sud di esse,l'area nord del massiccio [u designata da Napoleone come area di combattimento secondario e a Lam1es e Murat, riuniti intorno a ll'altura di Santon che domina la strada principale da Olmtitz a Brtinn, era affidato il compito fond a m e nta le difensivo di impedire all'esercito di Bar·grntion (ala destra degli alleati) di interferire nella battaglia principale. Ancora a Borodino, "l'azio ne che si svolgeva intorno al villaggio che portava tale nome e poi si spinse lungo l'argine settentrionale del fiume Koloc', fu originariamente affidala al IV Corpo del principe Eugenio come un'azione secondaria quantunque , in una fase più avanzata della battaglia principale, Napoleone p ensò fosse più opportuno trasferire metà delle truppe di Eugenio su ll'a rgine meridionale, per prendere parte al comba ttimento principale che s 'imperniava sulla presa d ella grande ridotta" 18 • Occasionalmente, una "battaglia strategica" poteva essere trasformata in una "doppia battaglia" dalle circostanze. Così il 13 oltobre 1806 la battag lia s trategica che nell e intenzion i di Napoleone era diretta contro un nem ico c he si presumeva fosse riunito n e lle vicinanze di Weimar (e n e lla quale Davout e Bemadotte dovevano avere il ruolo di forze di aggiramento) , s i Lramu t ò nella "doppia battag lia" di Jena - Auerstadt, allorché
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N. Nicolson, op. cii., p. 201 .
1àttica sul campo di battaglia
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Napoleone si accorse che i Prussiani si erano spostati dalle loro posizioni originali verso est e verso nor<l. Quatre-Bras e Ligny sono, a mio giudizio, un altro buon esempio di doppia battaglia, in questo caso str·etLamente associata con la strategia della posizione centrale. Infine , la famosa battaglia <li Waterloo, qualora (a mio avviso) si procedesse ad una lettura d egli eventi secondo questa chiave interpretativa, dovrebbe in realtà essere designata come una battaglia doppia , sebbene come a Jena - Auersladl, c iò f"osse dovuto alle circostan ze phtttosto che ad un piano deliberato. Una denom i nazione più appropriata s are bbe quindi quella di "Waterloo-Wavre", perché "il fallimento <li Gronchy ne l tener fermo Bluc her in un'azione secondaria a Wavre, molto ad est d el princ ipale campo di ballaglia, ebbe un 'importanza assolutamente decisiva sul risultato <li quel giorno, lungo l'altura di Monl Saint Jean" 19 . Tuttavia, a questo punto è opportuno distinguere tra la doppia battaglia con le sue azioni principali e sussidiarie (che nel la strategia napoleonica sono analoghe alla scena ma<lre e scena secondaria nella rappresentazione teatrale) e gli importanti assalti p1inc ipale e seconda,-io c he si ritrovano prevalentemente nella battaglia strategica. Qui non si tratta, e ci tengo a sottolinearlo, <li solli lizzazioni accademiche, perché le intenzioni implicite erano fondamentalmente diverse. Da ques ta breve d escrizione della battaglia frontale e doppia di Napoleone passiamo al suo tipo ideale <li azio ne, la tipica, vera battaglia strategica. Questa forma di "tattica" venne usala in nume rose occasioni tra il 1796 cd il 1813 e si può dire che essa costituisce l'effettivo "momento <lella verità" nella guerra napoleonica. "Come la sua manovra strategica preferita, così la sua battaglia ideale l"aceva perno sul concello di un attacco avvolgente, inteso a scuotere i nervi del nemico ed a provocare l'in<lcbolimento d ella sua principale linea di combattimento in un punto critico presta bit i to" 20 . Come sosteneva continuamente Napoleone: "Le battagli e si vincono aggirando il nemico, attaccandolo sul fianco" 2 1• Egli non ritenne mai conveniente modificare la sua convizione fondamentale (salvo, forse, a Borodino), poiché questo era il mezzo per creare
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H . Lachonquc, "Watc1·loo", op. cit., p. 179. Generale II. Camon. "La bataille ...". op. cit., p . 42. 2 1 Napoleone, "Massime di guerra ... ", op. cii., p. 8. 20
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una breccia nella linea <li combattimento nemica con relative perd ile e, "una volta aperta la breccia, l'equilibrio è rollo e qualsiasi altra cosa diviene inutile" (per il comandan te nemico) 22 • Associalo a ll'allacco avvolgente, che creava la premessa per una villoria completa, era il concetto (per dirla con Cam o n ) <lei "coup de force" o colpo maestro, che Lrasrormava la premessa in effettiva vittoria. Per raggiungere il vero successo, il concetto si basava sull'esatta scelta dei tempi e sul coordinamen lo. Infine vi era l'organizzaz ione e l'esecuzione di un efficace inseguimento inteso a distruggere ciò che fosse rimasto della coesione d ell'avversario e della su a volontà di opporre ulteriore resisLenza: è il concetto d ello sfruttamento del successo. Pertanto, questi tre concetti , aggiramenlo, breccia e sfruttamento, costituivano i princ ipali elementi della battaglia strategica napoleon ica. Ogni altra cosa nell'azione era subordinata a faci li Lare qu esti tre stadi successivi. La sequenza di una tipica battaglia strategica segu iva spesso queslo schema: non appena veniva informato dalla cavalleria di copertura che l'esercito nemico era riunito nelle immediate vicinanze, Napoleone ordi nava alla formazione più grande e più vicina (generalmente un Corpo d'Armata a utonomo) di avvicinare il nemico e tenerlo fermo a tutti i cosli nel luogo ove si trovava, fornendo in tal modo un punlo fisso sul quale si potesse concentrare LuLLo il resto dell'esercito francese. Grazie alla magnirica adallabilità del sistema napoleonico di spostare le divisioni s u vaste distanze in una fo r·maziune sparsa , ma attentamente coordinata, aveva poca importa n za in quale punto dell'area il nemico venisse scoperto. Se in testa, entrava in azione l'avanguardia; se sul fianco s inistro della li nea ava nzala (come n ella campagna di J e na) il Corpo <l'Armata più vicino (inizialmente su di un fianco) veniva designato come nuova avanguardia e l'in tero schema delle formazioni francesi ven iva solloposlo ad un lieve adattamento, per far fronle alla nuova situazione man mano che l'intero esercito convergeva verso il punto cruciale. Comi nciava in tal modo il primo atto della battaglia napoleonica. TI s istema d ei Corpi d'Armata, oltre a rendere possibile questo alto grado di manovrabi li tà ed adallamento, "faceva sì che u n
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S. Wilkinson, op. cii., p . 168 .
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unico corpo potesse affrontare a più r iprese p er un certo periodo di tempo formazioni avversarie di forza numerica pari a ll a sua" 23 . Infatti , ciascun Corpo aveva i propri reparti di fanteria, cavalleria ed artiglieria ed era in realtà un esercito in miniatura. Molto spesso, l'apparente debolezza d elle forze francesi impeg nate a l momento, consigliava al ne mico una carica immediata per distruggerle. Questa esca funzionò a Jena il 13 ottobre 1806, quando il prussiano Hohenlohe credette di trovarsi di fronte ad e le menti isolati di copertura dell'esercito napoleonico allorché il maresciallo Lannes a llraversò la Saale pe r occupare una posizione non protetta sul Landgrafeuberg e, di conseguenza , s postò i suoi uomini con calma onde ottenere una facile vitt01ia il giorno dopo, quando sarebbe sopravvenuto un maggior numero di truppe francesi. E ssa fun zionò ancora meglio a Friedland (il 13 giugno e la mattina d e l 14 giugno 1807) quando B ennigsen abboccò all'esca fornita (ancora una volta) dalla pos izione apparen te mente esposta e disperata di Lannes e fece affrettare le divisioni ru sse oltre il fiume Alle in una posizione di battaglia molto pericolosa, credendo c he non vi fossero formazioni francesi ad una distanza di a ppoggio dalla sua villima designata. Tuttavia Napoleone sapeva c he i suoi Corpi d'Armala, con i loro complementi di fanteria, cavalleria leggera ed artiglieria (sia divisionali che in Corpi di riserva) erano in g rado di mantenere le loro posizioni e resistere p er almeno un g iorno, incuranti delle perdite, fintantoc hé si potessero inviare in fretta formazioni vicine a marce forzate. Prima che spirasse questo periodo di a ttesa, i Corpi d'appogg io pi ù vicini giun gevano sulla scena per dar man forte ai loro cam erati schierali in combattimento e, con s ua grand e sorpresa, il gen erale n emico veniva a trovarsi coinvolto in una battaglia di attrito contro un sempre maggior n umero di truppe francesi. Ancora una volta, la sua rea:1.ione naturale in tali circostanze era quella di impegnare le riserve nella battaglia, nel tentativo di mantenere la sua superiorità iniziale ed ottenere la vittoria plima che tale opportunità svanisse inesorahilme nte. "Ciò era proprio quello che Napoleone desiderava - il pronto assorbimento delle form azioni di appoggio nemiche" 24 . E così il crescendo della battaglia fron-
23
24
Genernle R. Savary, Memoire sur /'Empire, Padgi, 1828, voi. 111, p. 2. Gen erale H . Camon, "La b ataillc ... ", op. cii., p. 39.
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tale si trasformava gradatam ente da un casuale rombo di cannoni e raffiche di fucilieria in un continuo scoppio di esplosioni, man mano ch e divis ioni di fanteria sempre più numerose, appoggiate da divi s ioni di artiglieria e formazioni di cavalleria entravano in azione per tenere fermo, fre nare e ridurre l'eserc ito nemico; se necessario, anc he riserve special i (<la n o n confondersi con le riserve generali tenute dall'Imperatore per i momenti di emergenza o per intliggere il "coup <le grace") venivano inviate a rinforzare la linea francese. Durante tutto questo tempo, nascoste di etro lo schermo della cavalleria e non viste dal preccupalo nemico, le truppe <li aggiramento di Napoleone si affrettavano verso un punto designato del fianco o della retroguardia n emica. Dato che la velocità era ovviamente <li importanza vitale p er tale manovra, gran parte <li questa azion e veniva affidata a formazioni prese dalla riserva di cavalleria, a ppoggia te da a rti g li eria ippotra inata, sebbene vi fossero incluse anche potenti colonne di fanteria. Di solito Napoleone affidava il comando di queste m anovr e decisive ai s uoi più l"i<la ti collabora to ri "perché se i1 risultato del loro intervento doveva essere decisivo, lutto dipendeva d all'arrivo d i ques te truppe nel lu ogo esatto ed al momento giu sto" 25 . Tra l'altro, prima di ques to congiungimento, l'Imperatore aveva stabilito quale fianco n e mico aggirare, lenendo in considera zione la pos izione della linea naturale <li ritirata del nemico; il fianco contro cui egli muoveva era quello più vicino a quest'ultima. Tuttavia, ad Eylau egli tentò un doppio aggiramento (Ney <la nord, Davo ut <la s ud) , ma non riuscì a realizzarlo a causa d el rita rdo della prima delle due aliquote awolgenti (que lla proveniente da n ord) n el raggiungere la zona d'incontro designata. C'era anche l'importante problema di cogliere il mo m e nto adatto perch é la forza di aggira mento rivelasse la s ua scon certante posizione sul fianco ne mico. Per raggiungere il massimo dell'e ffe tto era importante che ciò non avven isse prima c he il nemi co avesse impegnate tutte o gran parte delle sue riserve n ella battaglia frontale e questa necessi tà di un'accurata tempestività dell'attacco s ul fi a nco "richiedeva una grande capacità di giudizio da parte di Napoleone e de i suoi principa li collaboratori" 26 . TI primo doveva
25 26
J . Colin, "Thc tra nsfonna tion ...", op. cii. , p. 263. Generale H . Camon H. "Les systemes d e guerre ...", op. cii., p. 132.
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slabilire il momento in cui le truppe nemiche fossero impegnate nella batlaglia frontale (e con le fluttuanti nubi di fumo nero che cancellavano la scena, quesla non era una cosa facile); i secondi avevano il compito di tenere le loro impazienti truppe "al guinzaglio" in modo da evitare qualsiasi attacco prematuro che ne rivelasse la presenza. Poi, al momento giusto, Napoleone dava il segnale. Se l'attacco avvolgente doveva essere effe ttuato da una distanza considerevole, si usava un segnale speciale dato con l'arliglieria (per esempio trenta cannoni c he sparavano contemporaneamente due volte di seguito con un intervallo prestabilito); se la forza ch e doveva compiere l'aggiramento sul fianco era a portata di mano (nel caso che una manovra lattica di aggiramento fosse la forma di attacco prestabilita, come con i Corpi d'Armata di Soult ad Austerlilz e Jen a), l'Imperatore inviava l'ordine necessario a mezzo di un fidato aiutante di campo o si recava personalmente a cavallo a dare il segnale. Poi l"'attaque débordante" iniziava. Un lontano rombo di cannoni sul fianco c he fino a quel momento riteneva sicuro, faceva sì che il generale nemico guardasse con apprensione alle sue spalle e, prima c he lrascorresse molto tempo, i cannocchiali d el suo ansioso Stato Maggiore erano in grado di avvistare una striscia di polvere e fumo che avanzava sul fianco o da tergo. Quesla minaccia alle sue comunicazioni ed alla sua linea di ritirata non poteva essere ignorata dal comandante nemico che in teoria poteva allora attuare due soluzioni (ma in pratica soltanto una): on.linarc un'imn1ediata titirata generale per sgusciare fuori dalla trappola prima che questa si richiudesse sul suo esercilo (sebbene di solito ciò fosse mollo difficile perché Napoleone avrebbe sicuramenlc lanciato un attacco frontale contro Lulti i settori della linea nemica della quale era st a ta individuata la forza di aggiramento in modo da inchiodarla ancor più saldamente nella sua posizione); oppure l'avversatio era costretto a prelevare truppe da qualche altra parte per formare una nuova linea ad angolo rello con la sua posizione principale, allo scopo di far fronte al nuovo attacco e proleggere il suo fianco. Dato che tutte le riserve erano gia impegnate in combattimenlo, questa manovra poteva essere rapidamente effettuata soltanto ind e bolendo i setlori frontali più vicini alla nuova minaccia. Ques to assottigliarsi del fronte nemico era quello che Napoleone chiamava l"'evento" ed era proprio ciò che egli desiderava accadesse. Ora scendeva il sipario sul primo atto; il nemico reagiva nel
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modo pre visto; la distruzione della coesione della sua linea e la rottura fin ale del suo equilibrio potevano essere intraprese con la massima garanzia di successo. Cominciava adesso a delinearsi il secondo atto del dramma d ella battaglia, l'attacco decisivo. Il su o scopo era quello di sferrare un attacco di sorpresa contro il "cardine" recentemente indebolito dalla linea di hattaglia nemica con truppe fresche e con forze tali <la ottenere una breccia e la divisione dell'esercito ne mico in due parti sconnesse. In preparazione di qu esta fase, durante tutto il primo atto, Napoleone ammassava segretamente dietro al fronte una massa di rottura formata da truppe scelte d i ciascu na arma. ln teoria tale forza doveva restare nascosta dietro ad un riparo naturale, sino a l momento d ecisivo - ad Austerli tz furono il versante di un pendio vicino a Schlappanitz e la nchhia mattu tina c he nascosero la presenza delle divisioni d'assallo <li Vandamme e Saint Ililafrc agli occhi dello Stato Maggiore austro-russo. Mollo spesso questa forza d 'assalto ven iva schierala in un ampio quadrato: l'artiglieria di riserva l"ormava i.I fronte, due divis ion i di fanteria (in colonna) formavano i lati , gli squadroni riuniti della riserva di cavalleria la parte posteriore. Ancora una volta "il calcolo dei tempi di a llu azione del piano era di suprema imporlanza" 27 • il processo di indebolimento della posizione n e mica nel settore stabilito doveva essere completalo, o almeno a buon punto, pr·ima c he ini ziasse l'attacco principale francese; in questi momenti della battaglia Napoleone teneva sempre i.n mano il suo orologio (com e ci riferiscono i suoi più eminenti biografi), controllando da vicino il trascorrere di ogni minuto. Ad Austcrlitz domandò a Soult quanto tempo avrebbero impiegalo le sue divisioni per prendere d'assalto le a ltur·e di Prntzen : "Venti minuti sire!", fu la risposta. "Allora aspetteremo un a ltro quarto d'ora", rispose l'Imperatore, ansioso che le colonne russe cd aus triache del settore centrale alleato ( il punto d'a llacco prestabilito) avessero tutto il tempo necessa rio per venire coinvolte n ell'aspro comhattimento che infieriva all'estre1nità sud della linea. Ogni uomo disponbile (eccetto la Guardia) veniva tenuto pronto per il grande attacco. Come disse Napoleone stesso : "Vi è un momento nei combattimenti, in cui la minima manovra è decisiva
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O. Aubry, op. cii., p . 279.
Tattica s ul campo di battaglia
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ai fini della vittoria; è la gocc ia d 'acqua che fa traboccare il vaso" 28 • Quando il momento era giunto, i segu gi venivano lasciati liberi. "Al suo segnale le batterie riunite de lla Guardia di riserva si lanciavano a l galoppo verso il fronte, pronte a far ruoco ad una distanza di 500 m etri , e p rocedevano con estrema rapidità ad a prire dei vuoti nel la formazione di battag lia nemica con scariche di proiettili" 29 . Con questo accompagnam ento t onante e funereo (il numero d ei canno ni variava d a 50 a 11 2, a seconda delle occasioni) le colonne di fanteria s i affrettavano in avanti, mentre i tamburi battevano il "pas de c harge". Prima di giungere ad un corpo a corpo con i logorati s uperstiti delle unità nemiche più avanzale, spesso si spiegavano in linea o in "ordre mixte" e piombavano sulla mischia con la baionetta. In aiuto della fanteria ven iva no lanciate anch e reiterate car·iche di cavalle ri a , per obbligare la fanteria nem ica a formare dei quadrati, riducendo in tal modo il numero dei moschelli che essi potevano impiegare contro le colonne fra ncesi ch e si avvicinavano. All o stesso modo, "le batterie di artig lieria ippotrainata portavano avanti i loro cannoni con balzi progressivi per d istruggere con tiro diretto quegli invitan ti bersagl i nemici"10 • Con un'attenta coordinazione dai vari elem.enti c h e componevano l'attacco, si riusciva a d aprire un largo varco nel fro nte nemico. Questo momento era così importante per ]a riuscita dell'intera battaglia che Napoleone era p ro nto a subire gravi perdite pur di avere successo e un'unità dopo l'altra veni va lanciata nella mischi a. Formazioni di appoggio si facevano avanti per a llargare la breccia e po i, riun itas i nuovamen te dopo le prime carich e, l'orgogliosa cavalleria francese, guidata dai corazzieri, dai carabinieri e dai granati e ri a cavallo della Guardia, si sarebbe la nc iata a ll'attacco col fragore di un tuono cd un incessante alzarsi e cadere di scia bo le, per sfruttare la penetrazione ed assalire il vacillante nemico fino a qua ndo ciò ch e rimaneva d ella sua coesione no n si fosse spezzato sotto lo sforzo. Una volta che la breccia era stata aperta, la battaglia in sè stessa era vinta; restava solo da determinare la misu ra della vittoria. Senza indugio alcuno, il terzo atto faceva immediatamente seguito
28 Correspondance, voi. XXXII, p. 82. 29 A.F. Bcc kc, An introduction lo the his tory of tactis, Londra, 1909, p. 3 1. 30 G. Blond, Storia della Grande Armée, Milano Rizzoli , 198 1. p. 24 7.
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al secondo, menlre iniziava la fase di sfruttamento. Questo era il compito particolare della cavalleria leggera (lancieri, cacciatori ed ussari) e dei dragoni, appoggiati da batterie di artiglieria ippolrainata e seguiti dalle sfinite, ma esultanti, colonne di fanteria. Dopo una vittoria Napoleone non concedeva n é a l nemico n é ai suoi uomini il minimo respiro: i superstiti venivano annientati senza pietà finta nloché ogni resistenza fosse stata abbandonata o repressa. L'inseguimento dei Prussiani, sconfitt i dopo Iena da parte della cavalleria di Murat è la più famosa operazione d'inseguimento negli annali del Primo Impero; "già un'ora dopo la fine della battaglia, Murat si trovava di persona a Weimar, a circa 20 ch ilometri di distanza, massacrando i fuggitivi, per non dar loro alcuna possibilità di riunirsi nuovam e nte in formazioni" 31 . Come conseguenza, se si riusciva a mantenere tale pressione per qualche g iorno, si potevano ottenere sorprendenti risultati contro un nemi co stordito e demoralizzato. Per esempio, nella terza settimana dell'ottobre 1806, munite fortezze prussiane a ranghi completi di truppe, artiglieria e scorte, capitolarono senza opporre la minima resistenza davanti alle deboli forze della cavalleria francese prive di appoggio. Questa era la "Bl itzkrieg" ad oltranza e nessuno meglio di Napoleone sapeva come sfruttare un successo a l massimo. Tuttavia, le possibilità di inseguimento si realizzarono pienamente soltanto in quattro occasioni, e precisamente dopo Rivoli, Austerlitz, Jena e Eckmuhl. Questo, dunque, cm lo svolgimento e la stretta concatenazione di ciò che Napoleone considerava un ideale dramma b ellico, con il s uo inizio, la parte centrale e la conclusione. Naturalm e nte, in molte occasion i l'ideale non veniva raggiunto, ma prima di dare battaglia l'Imperatore preferiva sempre clabornre quello che egli considerava dovesse essere il miglior metodo di attacco. Poi, a seconda delle circostanze, il piano veniva progressivamente modificato finché veniva improvvisala una soluzione favorevole alla situazione determinatasi in campo. Napoleone esigeva dalle sue formazioni la massima flessibilità perché voleva che con un suo solo ordine esse fossero in grado di abbandonare un determinato piano di azione per adottarne un altro. Così a Wagram (il secondo giorno) il contingenlc di MacDonald fu fermato a metà strada mentre si dirigeva a rinforzare Davoul s ulla destra e gli fu ordina-
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F.L. Petr·e, op. cit., p. 163.
1à.ttica sul campo di battaglia
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to di ritornare senza indugio sui suoi passi per andare a combattere nel settore di centro s inistra, minacciato da una manovra di aggiramento austriaco; questo mutamento rad i cale nel piano venne accetlato senza esitazione e le piccole e agili colonne di MacDonald fecero una conversione e s i trasformarono rapidamente in un largo quadrato pronto a ricevere la cavalleria austriaca. Analogamente a Jena, "al Corpo di Soult venne ordinalo all'improvviso di agire da forma,.ione di aggiramento laterale quando fu chiaro che Davout non s arebbe stato in grado di inler·venire32. In tal modo il piano originale ideato da Napoleone, che di solito seguiva grosso modo lo schema desc ritto sopra, poteva subire modifiche istantanee. È significativo, a mio avviso, che soltanto due volte Napoleone diede battaglia in modo del tutlo inaspettato, e precisamente a Marengo e a Friedland; inoltre a Jena l'azione ebbe luogo due giorni prima d ella e.lata da lui stahilila. Ma, come regola generale, egli attaccava un nemico quasi ipnotizzato in una stupefatta inazione causata dal rapido sviluppo della situazione strategica e poi procedeva, con l'aiuto d ella grande fluidità ed adattabilità d ei suoi movimenti lattici, per assicurarsi una costosa ma indiscussa vitt01ia. Naturalmente a Waterloo ogni cosa andò per il verso sbaglialo: fu il classico caso dei "pifferi di montagna". "L'inattesa apparizione di Blucher sul rianco francese provocò lo stesso effetto di un attacco avvolgente napoleonico, cioè costrinse l'Imperatore a coinvolgere la Giovane Guardia ed il Corpo di Lobau e tutte le rimanenti riserve, ad eccezione deJla Vecchia Guardia, onde creare un nuovo fronte sul fianco del Plancenoit; indi , come vedremo in seguito, permise a Ney di condurre malamente gli attacchi iniziali contro Mont Saint Jean e coronò l'infausta giornata rifiutando di lasciare andare la Vecchia Guardia al momento c ruciale della battaglia, quando Ney si era finalmente aperto una breccia al centro delle forze di Well ington" 33. Quando, alla fine, la Vecchia Guardia ru inviata nella mischia oramai troppo tardi, alle sette di sera -, essa non riuscì ad aJlargarsi e, di conseguenza, fu subito sconfitta. Un insieme di contrattempi ed errori annullò le successive possibilità di vittoria e mise fine alla carriera militare di
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33
F.L. Petre, op. cii., p. 151. D.G. Cha ndler, "Waterloo" , op. cii., p. 254.
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Napoleone con una nota discordante, del tutto immeritata, forse, per la genialità che egJi aveva dimostrato durante i primi anni. Ma, come egli disse nel 1805: "Non vi è che un breve tempo per la guerra" 34 . Al tempo in cui s i combatté la battagJia di Waterloo egJi aveva già passato il suo momento mig liore come generale, a lmeno nella sfera dei sistemi tattici.
34
Correspondance, voi. XVIII, n ° 15013, p. 22 1.
CAPITOLO VI GLI ERRORI DI NAPOLEONE IL MALFUNZIONAMENTO DEL SISTEMA
Ho cercalo sin qui di presentare gli elementi essenziali della filosofia bellica di Napoleone, di analizzare i metodi strategici e lallici d e ll'Imperatore, con riferimento pressoché costante agli esempi concreti fornitici dalle campagne da lui condotte e dalle battaglie combattute dalla Grande Armée, nonché alle probabili fon li d'ispirazione delle sue idee. A questo punto potrebbe sorgere legittima una domanda: il sistema ideato, o meglio (come ho già detto) più che altro perfe zionalo, d a ll'imperatore funzionò sempre con successo? Già in altre occasioni ho avu lo modo di accennare alle sconfitte subite da Napoleone; credo, comunque, sia ora opportuno soffermarmi, a conclusione di questo studio, sui principali episodi che evidenziano il fallimenlo della manovra strategica e tattica <lell'LmperaLor·e e sulle cause che determinarono Lullo c iò. Anche portando all'estremo limite l'a mmira z ione per Napoleone, bisogna riconoscere che egli ha commesso degli ernn-i gravissimi. lo, a dir il vero, credo poco alla critica militare storica, specialmente quando si Lralla delle operazioni dei grandi condottieri. È possibile, dopo più di un secolo e mezzo, sapere tutte le ragioni che hanno consigliato Napoleone ad eseguire un'operazione piuttosto c he un'altra, di attaccare la destra piuttosto che la sinistra nemica in un dato giorno di ballaglia? Sappiamo noi lo stato della viabilità, le condizioni del suolo, lo stato delle truppe, le convenienze personali, le esigenze politiche che possono aver guidato quel generale in un modo piuttosto che in un altro? Certo quando si legge una c ritica in un libro, l'autore, che ha p er ultimo la parola, sembra che abbia ragione, ma ad ogni osservazione critica non se ne può contrapporre un'altra che la distrugge o l'attenua? La critica militare di Napoleone, sollo un certo punto di vista, è facile.L'ha fatta egli stesso con una certa imparziali Là. I suoi errori egJi ]i con fessa. Aggiunge, è vero le ragioni che lo hanno d eterminato a commetterli, come per scusarsi, ma noi non
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dobbiamo (se non parzialmente) tenere conto di queste ragioni. Prendiamo la campagna che fu , f"o1-se, la sua più deho le: quella del 1813 in Sassonia. Possiamo noi ammettere che un uomo dotalo di tanto genio non abhia visto, "prima", i difetti dei suoi piani? È possibile che egli non abbia visto, per esempio, che nelle condizioni in cui si trovava, i due movimenti su Berlino (quello di Ney e quello d i Oudinot), anche se fossero riusciti, non avrebbero potuto avere un grande effetto, finché l'esercito principale a lleato, quel lo comandato da Schwarzenberg, non fosse stato battuto? Egli ordinò quei movimenti, s pinto dal desiderio di "frapper l'imagination des peuples" e guidato dall'orgoglio che gli imponeva di non cedere di un passo. Dall'Elba all'Oder, dall'Oùer alla Vistola! Questo era il suo programma. È possibile che egli che ha saputo, in tante campagne, dimos trare luminosamente il vantaggio di riunire tulle le truppe disponibili sul campo di battaglia, trascurando gli accessmi, non vedesse il danno che poteva risultargli lasciando Saint Cyr e Mouton a Dresùa, mentre egli scendeva l'El ha, prima di attaccare Blucher per poi concentrarsi a Lipsia? Ma abbandonare Dresùa em una confessione di inferiorità, una ritirata, ed egli non la voleva! Dal 1812 al 1814 è una continua successione non di errori, ma dello s tesso en-ore: la sproporzione fra il fine ed i mezzi! ll primo stadio, cioè, della follia. Se avesse potuto egli dirigere ogni cosa, comandare in ogni battaglia, come aveva fatto n e l 1796 in Ttalia, io credo che le sue operazioni, se non nel 1812, nel 1813 sarebbero state coronate <la s uccesso, e che egli sarebbe rimasto s ul trono. Ma il teatro di opera:1.ioni era così vasto, che egli non poteva bastare. E non potendo essere il Briareo dalle cento mani del la favola, ne fu l'Encclado. Nel 1813 il suo scacchiere e ra tutta l'Europa occidentale. Infatti: Rapp teneva ancora a Danzica, le truppe di Suchel tenevano ancora il R egno di Valenza, Tarragona, Tortosa e le piazze della Catalogna. L'esercito di re Giuseppe e Jourdan combattevano con lro Wellington nel Regno di Leon e nella vecchia Castiglia ... a 2500 km, in linea retta, da Danzica. Il principe Eugenio combatteva in Italia, e le truppe francesi occupavano il Regno di Napoli. Si vede, insomma, chiaramente, come in lui l'idea politica e la smisurata ambizione abbiano, nelle sue ultime campagne, e special-
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mente in quella del 1813, compromesso le operazioni del generale. M a qua li sono i suoi più grandi errori? A mio avviso, primo di lulli, è quello di aver voluto trovare a nord-est, la soluzione della grande questione che era invece a sudovest, in Spagna. Nel 1811 -12 ciò che più premeva era di battere Wellington. Tutto il resto era secondario. Napoleone non ne conviene interam ente: dice bensì che doveva farlo, ma che non poteva ingolfars i in Spagna prima di essersi assicurato il nord. Diversamente, avre bbe potulo averlo improvvisamenle conlro, come era accaduto nel 1809, quando le minacce dell'Austria lo costrinsero a sospendere l'inseguimento di Moore e lornarc a Parigi. Questo è verissimo, ma un'altra cosa non è meno vera. Ed è che, la nc iandosi in Spagna, egli si lasciava alle spalle la Francia e questa, con le risorse di cui di spo neva, poteva b enissimo difendersi da attacchi provenienti dalla Prussia e dall'Auslria, che d el resto - nulla faceva prevedere. Ed invece, lancia ndosi in Russia, egli si lasciava tutta l'Europa a lle spalle: l'Europa nominalme nle a lleala, m a in fondo nemica. E gli non poteva farsi l'illusione ch e, in caso di rovescio, sarebbe rimasta fed ele. ln o llr·e, pe nso di dover aggiungere come non mi sembri n emmeno necessario l'essersi egli stesso recato p ersonalme nte in Spagna. Se vi avesse, invece, mandato rinforzi, se avesse investito uno de i suoi luogotenenti, per esempio Suchet, di piena autorità su tulle la penisola, se vi avesse mandato le centinaia di milioni che furono assorbite solo dai giganteschi preparativi della gu erra di Russia, io ritengo senza dubbio ch e, presto o tardi , la Spagna si sarebbe sottomessa. Credo che Sm:hel fosse , appunto, l'uomo adatto. Ecco come lo giudica Napoleone s tesso. Sono poche le parole, ma valgono tutto un "libretto personale! ". "Such et era un uomo in cui l' intelligen za ed il carattere avevano avuto uno sviluppo sorprendente. Ciò che egli scrive vale più di que llo c he dice. Ciò che fa vale m eglio di quello che scrive: è il contrar io di quanto si osserva in molti a ltri" (Prefazione dalle Memorie di Suchet) 1• L'esercito di Wellington, non era ta nto forte da poter resislere
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Marescia llo H . Suchel, Mémoires, Parigi , 1836.
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contro un grande esercito francese ben guidalo, lanl'è vero che il generale inglese, anche dopo la vittoria di Salamanca <lei 22 luglio 1812, avendo inutilmente assediala Burgos, splendidamente difesa da l generale Debreton, dovette nuovamente ril irarsi a ll'avvicinarsi dei Corpi d'Armala di Souham e di Soult. E ciò mentre l'esen.:ito l"rancese di Spagna, non solo non aveva ricevulo nessun rinforzo, ma ne aveva <lovuli dare molti alla Grande Armée <li Russia. Per me, questo è l'errore poi i lico-militare capitale di Napoleone. Essersi ingolfato in Russia, mentre ciò che più premeva era di definire le cose in Spagna. Molto si è detto per spiegare questa sua decisione di fare la guerra alla Russia. È certo che molti hanno cercato <li dissuaderlo dall'impresa, fra gli altri r icordiamo Caulaincourt, Duca <li Vicenza, che era stato ambasciatore a Pietrohurgo. Al <li là del le menzogne e delle esagerazioni <lei conlemporanei, appare in modo certo che l'Tmperatore era come suggestionato dall'idea di entrare a Mosca. In uno studio intitolato "11 Segreto del 18 12", pubblicato nel 1899 sullo "Spectateur Militaire", Alfredo Sud re ci narra un fatto curioso, e cioè che la casa imperiale avrebbe inviato in Russia, in un carro strettamente scortato, un misterioso carico: gli abiti e gli ornamenti che erano serviti il 2 dicembre 1804 a Napoleone per l'incoronazione in Notre-Dame. Ed a che scopo? Perché Napoleone voleva farsi incoronare nel Cremlino, dopo aver battulo i Russi, quale Imperalore d'Occidente e capo della Confederazione europea. Seconro il Sudre, Napoleone avrehhe sognato un ideale di gloria, di potenza, una favolosa cerimonia, che lo avrebbe messo su di un piedistallo che non avrebbe conosciuto eguali nell'era moderna. Quale scenmio più splendido poleva immaginarsi, per una simile apparizione, nella città santa dei Russi, <lel la misleriosa Mosca dalle cento cupole dorate, perduta in mezzo alle solitudini del nord, città mezza asiatica, la cui esislenza, per le difficoltà di comunicazione di quel tempo, pareva quasi favolosa? Napoleone ha, in definitiva, commesso una serie di errori per non aver voluto convenire che, anche per un uomo del suo stampo , vi erano lim iti che non si potevano oltrepassare. È nolevole il fatto che nel 1803 il suo giornale ufficiale, il "Moniteur", contiene le seguenti linee, dovute senza dubbio a lla sua penna, dirette alla Russia. Quesla, impegnata contro i Tartari ed i Persiani, voleva intervenire negli affari <l'Europa, e Napoleone giudicava che ciò
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fosse troppo ed al di sopra delle forze dello zar. "Per potenti che siano i sovrani, per valorosi che siano i loro soldati, essi sono sempre uomini, essi non possono nulla al <li là <lei limiti segna li dalla natura delle cose umane". (Moniteur del 13 termidoro, anno XJ I - 1° agosto 1803 ). Nessuno, meglio di Napoleone stesso, h a così indicalo, secondo m e, la vera ragione per la quale egli è stato abbattuto. Ma, dopo l'errore capitale <li ingolrarsi in Russia, un altro egli ne commise che egli stesso chiama "il più grand e della sua vita" quello, cioè, di esser r-imasto a Mosca dal 14 settembre al 19 ottobre - 35 giorni! L'incendio di Mosca è una delle cause a cui si attribuisce la terribile catastrore del 1812. Napoleone stesso ha detto che senza quell'incendio, l'esercito avrebbe svernalo a Mosca "come un vascello in mezzo ai ghiacci" e che, all'arrivo della primavera, esso sarebbe corso a nuove villorie. La gran parte dei biografi più vicini all'Imperatore concorda con lui. A mio avviso, accogliendo l'opinione del Pollio 2 , lutlo questo è leggenda! Non si deve creder·e che quanto restava in Mosca, dopo l'incendio, non fosse sufficiente per fare accantonare le truppe e che mancassero interamente le lisorse per nutrire l'esercito in quella città. Io non credo nemmeno che la ritirata sarebbe slala molto meno disastrosa, se fosse cominciata due o tre settimane plima. E dico due o tre settiman e, perché non è ammissibile che, subito dopo l'entrata in Mosca, i Francesi potessero tornare indietro. Era ben necessario un lungo riposo alle tntppe, alcune delle quali avevano percorso migli aia di c hil ometri, e che tutte avevano combattuto nella teITibile battaglia della Moskowa (o <li Borndino). Ciò che produsse fino alla Beresina, ed oltre, la immensa perdita di uomini e soprallutlo di cavalli, non fu tanto il freddo, che non era mai stato eccessivo - tanto è vero che anche nei giorn i della Beresina, questo corso d'acqua non era gelato e vi si dovettero gettare due ponti - ma ru la mancanza di viveli e di foraggi, mancanza quasi assoluta, specialmente perché s i rirece la strada già percorsa, in un paese già interamente sfruttato n ella marcia del Niemen, a Mosca.
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A. Pollio, Napoleone 1, Livorno, 1901.
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Io credo fermamente che la ritirata sarebbe stala sempre disordinala e demoralizzante, anche se fatta con il più bel tempo atmosferico del mondo. Com'è possibile salvare dalla disorganizzazione un grande esercito che marcia su di una sola strada, senza viveri, senza foraggi, senza materiale sanilario, ed in un paese selvaggio, deserLo, dove il solo nutrimento per i cavalli era la paglia del Lello delle capanne abbandonale? Una prova di quanto asserisco, sla nel fallo, ben noto a tutti i miliLari, che quando il tempo è cattivo, difficilmente vi sono trainards, i quali invece abbondano quando fa caldo. Se ve ne furono nella ritirata di Russia parecchie decine di migliaia, fu perché i soldati erano obbligati a sbandarsi per cercar da mangiare: e quindi la disorganizzazione. E ciò è tanto vero, che anche nella campagna di Sassonia dell'anno successivo, 1813, vi furono egualmente molte migliaia di sbandati, quantunque fino a ll'a rrivo sul Reno il termometro non fosse mai disceso a zero (Memorie di Marmont, vol. V, p . 303): "Ognuno si occupava, prima di tutto, di cercar da mangiare". Questi sba ndati , c he nel 18 12 erano sta ti chiamati "rotisseurs", nel 1813 furono chiamali "fricoleurs". Nell'una e nell'altra campagna, la deficienza di mezzi rispetto allo scopo, ed i I cattivo funzionamento del servizio di intendenza, produssero gli stessi risultali . Nel passaggio della Beresina, 26-29 Novembre 1812, una enorme massa di Lali sbandati (la quantità precisa non la si saprà mai) cadde in mano dei Russi. Freddo terribile ve ne fu solo in dicembre , dopo la B eresina, presso Wilna e su l Ni e me n; m a allora la disorganizzazione era già completa. Secondo il mio avviso, il soggiorno a Mosca La nlo prolungato (quei fatali 35 giorni) dettero essenzialmente il tempo ai Russi di riordinarsi e rinforzarsi; dettero il te mpo a Kuluzoff di riformare l'esercilo che inseguì e tagliò in parte la ritirata dell'esercilo francese, dettero il Lempo a Wittgenstein ed a Tschichagoff di accorrere rispettivamente da nord e da sud, di respingere le truppe formanli le due ali di protezione d e i Francesi, per poi m e ltere Napoleone dinanzi a Borisoff, in una situazione tenibile , da cui egli ha potuto sfuggire solo con miracoli di audacia, di energia e di fortuna, ma sacrificando decine di migliaia di soldati. Perché Napoleone non si è ritirato prima?
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Perché egli, comprendendo che il ritirars i equivaleva ad una prova di impotenza, sperava nella pace: come se avesse potuto aspetlarsela seriamente da nemici che, bruciando Mosca, la ciltà santa, gli avevano provato ch e erano determinati a resistergli con ogni mezzo. Tan lo, dunque, possono la suggestione, l'idea preconcetta, la forza d elle illusioni, anche in un cervello come quello di Napoleone. Tulti gli a ltri errori, quas i, s i rassomigliano. Non voler mai cedere o ced ere troppo tardi, quando non v'era più rimedio: ecco quale fu costantemente il suo proponimento. Ma, come militare, non posso non avere una certa indulgenza per tutti questi errori. Scindiamo in due la p ersonalità <li Napoleone e consideriamo dapprima il sovrano, l'uomo di Stato. Ha ragione, a mio avviso Chateaubriand quando, valutando l'impera tore sotto questa particola re ottica, lo considera "quasi un folle" 3 • Un sovra no che, dopo la catastrofe di Russia, non accetta i palli proposti durante l'armistizio (come egli fece in seguito all'armistizio di Poischwitz), è sen za dubbio colpevole. Un gen erale che, dopo tanti rovesci, non si sc oraggia, non cede né vuol cedere s u nulla, che improvvisa eserciti, che è baltuto ma è anche, spesso, vincitore, che g iunto agli estremi in cui si trovò nel febbraio 1814, e ridotto fra la Senna e la Ma rna, parla ancora di riapparire sulla Vistola, che, an che dopo Waterloo , calza nuovame nte i suoi stivali e ra preparare i cavalli per andare di nuovo a combattere, rivela una tale tempra d 'animo da far sì che qualunque militare non possa fare a meno di dimenticare i torli e le colpe d ell'uomo politi co, per fermars i entusiasta dinanzi a tale formidabile energia . Egli s tesso, del resto, lo ha detto alla Camera dei Pari nel g iugno 1815: "È nei tempi difficili che le grandi nazioni, come i grandi uomini, spiegano tutta l'energia del loro carattere e dive ntano oggetto <li ammirazione per la posterità" 4 • Dire, come i panegeristi ad ogni costo, che Napoleone non ab bia commesso errori n ella campag na <le i I 812, nemme no a Borodin o il 7 setlembre, mi sembra p oco giusto.
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F.R . <le Chaleaubriand , Napoleone, Firen ze, Sansodi, 1978. N apoleone 1, l'roclami e discorsi, R oma 1886.
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Un altacco di epilessia, secondo alcuni; una grave perturbazione, secondo altri, lo ten ne inchiodato quasi tutto il giorno a lla ridotta di Schwardino e gli impedì di dirige re convenientemente la battaglia, che Napoleone chiamò della Moskowa! Ed invece, la causa per la quale n o n ebbe completa vittoria, fu semplicemente la ripugnanza a gelta re ne lla mischia (in ques to concordo con l'opinione del Chandler), alle 11 del mallino, l'ultima s ua riserva: la Guardia imperiale! Egli stesso ci dà di questa mancala decisione una spiegazione, ch e soddisfa meglio di quelJe de i suoi panegiristi . Ed è che egli non poteva ritenere che i russi avessero a quell'ora, già impeg na te tutte le loro tn1ppe e che, a poca distanza da Mosca, cuore d ell'lmpero, ess i non avessero altre riserve pronte ad entrare in azione. 11 generale Gourgaud, uno dei fanatici, ci fa vedere l'azione e nerg ica spiegata dalla Guardia imperiale ne ll a ritirata, unico c orpo sfuggilo alla dissoluz ion e quasi generale , se si ecce ttu a, l' ammirabile Guardia reale itali a na, e c i v uol far credere che , sen za la previdenza di Napoleone, c he non volle impegnare s u gli insanguinali campi della Mos kowa qu ell'ultima riserva, l'esercito francese , n ella ritirala, sare bbe stato distrutto. È facile Iispondere ch e se la Guardia rosse stata lanciata là dove voleva no Ney e Murat, se invece di una me:1.:1.a villoria, quasi come ad Eylau, vi ross e stata una splendid a vittoria come a Friedland, le cose avrebbero p reso una piega ben diversa. E poi: impegnare una riserva vuol forse dire farla distruggere? Il fatto è che lo stesso Napoleon e ha detto, secondo quanto rirerisce il maresciallo Marmo nl, che "i gene rali i quali conservano la loro riserva per l'indomani sono sempre battuti" (Memorie di Marmont, voi. Vlll, p. 143). E la p rev ide n za eccessiva , quella timid ezza alTallo insolita in lui, avvezzo a d a rrischiare il tutto per tutto , gli produsse ro un danno incalcolabile. Pur tenendo conto d i tutte le possibili attenuanti, è certo che il genio di Napoleone non bril lò a lla Moskowa con lo s t esso ful go r e c h e a R ivoli, ad Aus terlitz, a Friedland, ma egli, a Borodino , non fu n emmeno Lale quale era stato ad Eylau e ad Ess ling. Si racconta che Napoleon e avrebbe ader·i lo alle istanze di Murat e di Ney, se non ne fosse s tato distolto da questa osservazione dal comandante della cavalleria della Guardia impeiiale, maresciallo Bessières, ufficiale p rod e ma, a mio avviso, di idee ristrette. "Farò osservare a Vostra Maestà che ci troviamo a sellecenlo leg he dalla Francia".
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Se pure Bessières h a <lelto queslo, la responsabilità della decis ione spetta pur sempre all'Imperatore. Un altro grande errore militare che si rimprovera a Napoleone, è quello di avere, con le incomplete disposizioni date per l'inseguimento del grande esercito allealo, dopo la vittoria di Dresda, preparato il disastro di Kulm (in tal senso si sono espressi il Lefevre, il Quarrie, il Col in, ed altri) . Anche in tal caso i panegiristi attribuiscono, ad ogni costo, la catastrofe ad una grande indisposizione sopraggiunt a a Napoleone, la quale lo obbligò a riparare a Dresda. A mc pare di dovere, riguardo alla soluzione di questo problema , concordare con i I Poli io, il quale scrive: "Io ho studialo a fondo le operazioni che si sono svolte dopo il 27 Agosto, e, confesso, non ho capito bene a chi debba risalire la responsabilit à di quell'insuccesso" 5 • Le interpretazioni, in effetti, sono le più diverse. Furono ordin i mal concepiti dall'Imperatore? Ordini mal dali <la Berthier? Fu l'audacia stravagante di Van<lamme, che vo leva ad ogni costo divenlat-e m aresciallo di Francia? Fu mal volere di Gouvion Saint-Cyr, generale ottimo ma "mauvais coucher" anzi cattivo camerata, tanto da lasciar sch iacciare tranquillamente un vicino se non aveva ordine di muoversi? Fu mollezza da parte di Mortier? Fu la fatalità? È ben difficile aver·e una risposta certa! E non aiuta molto il cons ultare direttamente gli ordin i impartiti dall'Imperatore. Da questi possiamo risalire a l giorno ed a ll 'ora in cui furono spediti. Ma quando furono ricevuti? Chi lo sa! Allorché awiene una catastrofe come quella di Kulm, ognuno cerca di scagionarsi e, se dice la verità, <lillicilmente lo fa in maniera integrale. Certo è che il Corpo <li Vandamme, il quale doveva essere sostenuto nell'inseguimento, dai Corpi di Saint Cyr e di Mortier, s i trovò da solo impegnalo contro i Russi il giorno 29 agosto, due giorni dopo la battaglia di flres<la, poi anche con gli Austriaci il giorno 30. Vandamme, dapprima attacca e non riesce, poi è attaccato a sua volta e poi, quasi ad anticipare Walerloo, è preso di fianco dai Pn1ssiani, che sul principio erano stali creduti Francesi. Il Corpo di Vandamme è quasi tutto distrutto ed il generale, ferito,
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A. PoJlio, np. cit., p. 70.
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è fatto prigioniero.
Gli ordini per l'inseguimento erano stati dati, ed a me sembra che fossero chiari e perentori, ma è certo che il Servizio di Stalo Maggiore nell'esercito francese, che era sufficiente nelle prime campagne dell'Impero, è andato sempre peggiorando fino al 1815. La ragione principale, secondo me, è da ricercarsi nei vuoli immensi fatti dalla morte di numerosi ufficiali e nella necessità di formare di continuo nuovi Corpi d'Armala e nuove divisioni. "Stati Maggiori , perciò, improwisati, necessità di servirsi anche degli elementi più scadenti, impossibilità di educazione e di preparazione116 • lo ritengo che questa sia stata la ragione principale degli errori di esecuzione delle ultime campagne dell'Impero, ad onta che il gen io dell'Imperatore non fosse mai realmente declinato. Come ho avuto modo di ri levare in a ltro capitolo, è certo che la personalità schiacciante del Capo dell'esercito (l'Imperatore) e l'accentramento di ogni potere n elle sue mani, paralizzavano in parte l'aulorilà e J'inizialiva dei capi in sott'ordine e degli Stati Maggio ri . TI padmne era diffi c ile da co ntenta re, sia perché in un istante vedeva tutti i difetti delle risoluzioni altrui, sia perché non ri sp a rmi ava rimproveri ed umiliazioni (come già più volte ho messo in rilievo). Lo stesso Berthier, Vice Connestabile dell'Impero, principe di Neufchàtel e di Wagram, piuttosto che generale dell'esercito o Capo di Stato Maggiore, era un segretario dell'Imperatore. Esatto, di una diligenza esemplare, possedeva il dono di "saper subito coordinare e compilare gli ordini dell'Imperarore, compito di p er sè stesso schiacch iante, perché Napoleone pe nsava a ll'insie m e cd ai particolari al contempo" 7 . Ma se l'Imperatore non ordinava una cosa, Berthier, anche accorgendosene, non provvedeva. Si racconta così, cd anche da persone degne di fede 8 , che essendogli stato fatto notare a Lipsia, nel 1813, che v'era un solo ponte s ull'Elster per ritirarsi, ed invitato a provvedere, avesse rispos to: "l'Imperatore non ha dato ordine di gettarne altri". Quest'episodio, relativo alla battaglia di Lipsia, è tanto grave, che credo sia opportuno soffermarvisi un poco.
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D. Chan<llt:r·, op. c ii., p. 473. L. Chardign y, Les marechaux de Napoléon, Parig i, Tallandier, 1982. L. Marmonl, Mémoires, Parigi, 184 3.
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Per evi tare di essere tagliato fuori dalle proprie linee di comunicazione con la Francia, Napoleone, troppo debole ormai per resiste re sull'Elba, concentra le sue forze sull'importante punto strategico di Lipsia, contro cui convergono gli eserciti austriaco, russo, prussiano e svedese. Il giorno 16 ottobre si impegna la prima battaglia, fra il grande esercito austro-russo-prussiano comandato da Schwarzenberg e l'esercito napoleonico. Quest'ultimo è d emoralizzato dalle sconfitte sofferte a Kulm, a Wahlstatt ed a Dennewitz. Ma tale è la superiorità del genio nilitare di Napoleone, che, in quel giorno, egli può ancora combattere con forze quasi eguali a quelle degli avversari_ Fedele al suo principio della "massa", concentra tutte le forze disponibili sLÙ punto decisivo e, lasciando Ney a nord con 3 Corpi d'Armata per combattere Blucher, egli si lancia ad una vigorosa controffensiva contro Schwarzenberg in direzione sud-est, allo scopo di avvolgere la destra e gettarla n e lla Pleisse, affluente dcll'Elster. Quasi vi riesce a prezzo di sacri fici enormi: lancia anche la vecchia Guardia che rovescia il nemico verso sud, ma alle altre truppe ri esce difficile progredire. Esse conservano però il campo di battaglia fino a sera. Blucher, intanto, sopraggiungeva e batteva Marmont a nord di Lipsia. Il 17, Napoleone, per guadagnare tempo, cercò di intavolare trattative. Non volle - egli disse - sacrificare uno dei suoi Corpi (Rey nier) ed il gran quartier generale che non avevano ancora potuto ripiegare su Lipsia e non rece quello che doveva: ritirarsi. Eppure egli sapeva che se doveva ancora riunire a sè un Corpo, gli a lleati potevano, nello stesso giorno, ricevere, come infatti ricevettero, un rinforzo di 70 o 80.000 u omini. Fu in quel giorno 16 che si parlò a Berthier della necessità di gettare altri ponti su i vari bracci dell'Elster, non essendovene che uno solo. Il 18 ottobre si combatté la seconda battaglia d i Lipsia, la più grand e, forse, di tutti i secoli, battaglia in cui davanti a quella schiacciante superiorità di forze ed in quella posizione, non v'era nessuna probabilità di vittoria, nemmeno per Napoleone. Nella notte si incominciò la ritirata, attraverso le strade de lla città e sull' unico ponte. Il nemico preme da tutte le parti ed un caporale zappatore, a cui era stata data la consegna di far saltare il ponte all'arrivo del nemico, vedendolo effettivamente venire, dà
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fuoco a lla miccia ed il ponle crolla. Ma gli avanzi di 3 Corpi d'Armata restano sulla riva destra, in gran parle prigionieri. Un maresciallo si salva per miracolo: MacDonald; un altro, Ponialowski, maresciallo da 48 ore, annega. Ecco, a larghissimi tratti, come avvenne il disastro. I soliti panegiristi, basandosi sul Bollettino pubblicato nel Moniteur del 30 ollobre, allribuiscono il disastro al colonnello Montfort del genio, che doveva guardare il ponte, ed al povero caporale lasciato solo per un momento. Ora io ritengo che, rosse o non saltalo il ponte, le truppe francesi rimaste sulla riva destra dell'Elster, col nemico che sopraggiungeva da ogni parte, sarebbero state comunque perdute, perché Lipsia non era fortificata e nemmeno raffm-zala. Essa non poteva quindi servire come testa di ponte. Quei 3 Corpi d'Armata, i quali del resto dopo la battaglia non contavano, forse, più di 20.000 uomini complessivamenle, sarebbero stati egualmente tagliati fuori dalle truppe alleate, le quali insieme coi Sassoni, che avevano defezionato, si trovavano già in parte a lla s ini stra dell'Elslcr. Quei Corpi vennero, pressappoco, a trovarsi nella stessa condizione in cui si trovò l'ala destra dell'esercito di Bennigsen il 14 giugno 1807, quando Napoleone, apprezzando retlamenlc la situazione, lanciò Ncy per occupare Friedland ed i ponti sull'Alle. I Russi del 1807, forse superiori ai soldati francesi del 1813, ma certamen te meno scossi, piulloslo che arrendersi, preferirono tentare il passaggio dell'Alle e perirono a migliaia. Ma l'errore tattico di Bennigsen, del quale Napoleone seppe così bene giovarsi, lo commise l'Imperatore stesso sci anni più tardi. "La prima condizione di un campo di battaglia" - dice Napoleone a Sant'Elena9 - "è di non avere una stretta a tergo", e lo dice criticamente nei confronti di Wellington il quale, il 18 giugno 1815, prese posizione davanti a Waterloo con la foresta di Soignes alle spalle, attraversata da una sola carreggiahile. È giustissimo, ma non ha egli fatto di peggio a Lipsia? La fanteria può, infatti, più facilmente ritirarsi attraverso una foresta, che passare senza ponte un corso d'acqua inguadabile. Ora, a mio avviso, è semplicemente incredibile che, giunti a Lipsia il 15, lo
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F. Las Cases op. cit., p. 328.
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Stato Maggiore, il comandanle del genio, il comandante d ell'artiglieria, l'inlendenle generale ecc., non abbiano fatto il loro dovere pensando ai passaggi sull'Elster. Con le risorse di Lipsia, e con un corso d'acqua che era piultoslo un fosso che un fiume, in tre giorni di Lempo, si potevano gettare venti ponti. Questa negligenza è davvero incredibile; nè vale a scusarla il fatto che Napol eo ne era solito ordinare tutto lui . Ma è incomprensibile che un comandante così previdente come egli fu, non abbia avuto l'idea, in quei giorni, almeno di domandare se si era pensato a i ponli . Berlhier forse non volle far nulla per non svelare che l'esercito si ritirava! Ma, dopo la prima battaglia del 16, non era possibile pensare ad altro che a ritirarsi? Nella campagna di Russia si era veduto con terribile evidenza la deficie nza dei servizi nell'eserc ito fra ncese. /\ Smolensk, p er esempio, dove le Lesle <li colonna in ritirata giunsero affamate il 9 novembre, e dove si sarebbero dovuti trovare, a seconda degli ordini <lell' lmperatore, immensi magazzini, non si era Lrnvalo, invece, quas i nulla. E così a Wilna. Orn, far risa li,-e lulla la responsabilità di queste deficienze all'.Lmperatore, mi sembra eccessivo. Non solo i grandi funzionari, ma anche i capi in sott'ordinc devono occuparsi dei bisogni delle loro truppe, sen:1.a dover aspettare l'imbeccata". 11 generale Marbot, colonnello nel 1812 del 23° cacciatori a cavallo, ci racconta nelle sue memorie 10 , che ben 693 militari del suo reggimcnlo h anno riattraversato il Nie1nen dopo la campagna <li Russia, fatto tanto straordinario, che merilò un encomio speciale da parte dell'lmperntore. Egl i aveva semplicemente pensato a pre munire i suoi soldati contro il fi.-eddo e la fame. È vero che quel reggimento non era slalo a Mosca, e si era riunito solo alla Beresina a lla Grande Armée, ma i grandi freddi colpirono l'eserc ito francese solo dopo la Beres ina. Non è ridicolo leggere che Napoleone non pensò a far <list1ibuire a Mosca cuoio per riparare le scarpe ("Souvenirs" di Fézensac), fe rri e gh iaccio per quadrupedi, ecc. S ono cose a cui dovevano pensare, non dico i generali, e nemmeno i colonnelli , ma i capitani. Certamente non poteva bastare, come accennato in più punti, a lullo la personalità, per quanto eminente, del comandante in
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Generale L. Marbot, Souvenirs de la campa~ne de I 8 I 2, Parigi, 1837.
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capo, come era bastala nella campagna d' Italia del 1796. Questi sono stati gli effetti negativi di un'eccessiva strategia di comando accentratrice. Senza la divisione del lavoro, le grandi masse non si possono nemmeno muovere. Parlando degli errori militari di Napoleone è impossibile non accennare, sia pure brevemente, a lla sua ultima campagna: quella del 1815 in Belgio. Quante cose si sono delle, ripe tute e credute a taJ proposito! La descrizione di Waterloo falla da Victor Hugo: splendida ma puerile! La storiella di Cambronne e della Vecchia Guardia: una cosa graziosa ma assurda! Come se, nel frastuono della battaglia fosse stato possibile, come al tempo d i Omero, un dialogo rra comandanti , s ia pure brevissimo, perché Cambronne non avrebbe de tto che una sola parola. Secondo altri 11 : Napoleone, invecchiato, non ha più né ardore, n é attività, né rermezza di idee; è quasi l'ombra del Napoleone di una volta! Si legge persino, nello studio del colonnello Yorch "Napoleone comandante d 'Esercito" 12 , che l'Impera tore aveva contratto un a malattia segreta lasciando Parigi per l'isola d'El ha. Come se non si sapesse c he Napoleone è andato all' Elba, da Fontaine bl eau, 14 mesi prima della campagna! Grouchy è il colpevole, dicono alcuni! 13 . Per altri è Ney (lo s tesso Napoleone nel "Memoria!" lancia accuse, a mio avviso m gran parte ingiuste, contro il più prode d e i suoi marescialli) . Per altri a Wate rloo la battaglia è s tata vinta, dagli alleati, "a causa" degli errori di Lord We llington 14 • Pe r altri è stata vinta dalla [erm ez,.a eroica di Wellington e dagli Inglesi 15. Per altri da Blueher! 16 . Pe r a ltri Napoleone è stato battuto, perché aveva piovuto torrenzialmente la nolle! 17 .
11
Generale J omini, Précis polit ique et mililaire dc la campagne de IR I S, Par-igi,
1849. 12
Col. W. Yorch, Napoléon en campagn e, Par igi, 1885 . Col. Grouanl, l a cril ique d e la campagne de 18 15, Par-igi, 1904. 14 F. De La Tour O'Auve rgne, Walerloo - Elude de la campagne de I RI S, Par-ig i,
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1870. 1'
Lord G. Roserby, Napoleon - the lasl phase, Lo ndra , 1823. Generale Von Clausewitz, Storie della campagna del 1815, Milano, 1857. 17 E . Quinet, Histoire de la campagne de 18 15, Parigi, 1865.
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Gli errori di Napoleone · il malfunzionamento del sis tema
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Per altri la battaglia fu perduta, perché invece di Berthier e di Murat, vi erano Soult e Ney, c he li soslituivano e non li valevano 18• Per le ragioni a ll e quali ho accennato poc'anzi parlando della crilica militare, dopo più di un secolo e mezzo di discussioni, mi pare che si sia pressappoco allo stesso punto di prima, cioè alla confusione delle idee. Non pretendo certo io di m ettere in luce la "vera e definitiva verità storica". Più modestame nte, dirò quale idea mi sia formata io della campagna del 1815. Secondo il mio avviso, Ja campagna in oggetto, dal punto di vista dell'arte militare (sia a riguardo della manovra strategica, che di quella tatti ca), è forse la più bella campagna c he sia stata mai combattuta. E ciò perché, da parte ùi ciascuno dei tre eserciti che vi concorser·o, noi lroviamo abilità nei capi, immense energie e valor·c nelle lruppe. Fra i tr·e comandanti, uno, Napoleone, è immensamente superiore agli altri due. Wellington e Bluch e r, specialmente il primo, commisero, è vero, gr andi errori, ma li ripa raro no e Napoleone n e commise, for·se, uno solo, ma esso non fu riparato a te mpo n é da lui, né dal l'a llro gen erale c he lo poteva: da Grouchy. Salito nuova mente al trono, e vedendosi nuovamente conlro tutta l'Europa, Napoleone, che aveva a stento potuto mettere ins ieme un esercito di 130.000 combatte nti c irca, decide, e non poteva fare dive rsame nte, di prendei·e l'iniziativa contro gli eserciti più vicini ; l'anglo-olandese, comandato da Welling ton, cd il prussiano, comandato da Blucher, i quali eser·c iti e rano accantonati nel Belgio. E d ecide, appmfittanùo della dispersione in cui si trovavano le truppe nemiche, di eseguire la radunata dietro a i boschi di Maubege, di passare la Sambre presso Chaderoi , di piombare di sorpresa in mezzo agli accantonamenti nemici, e precisamente nella "giuntura" fra i Prussiani e gli Inglesi, e di battere separatamente le due masse nemiche. Queste, complessivamente, contavano 225 .000 uomini c ir·ca. Egli aveva, quindi, circa 100.000 uomin i di meno. La sua persona doveva e poteva compensare la differenza . E per poco non la compen sò effcttivamenle. N el 1805 egli aveva scritto al fratello Giuseppe, re di Spagna: "Jn guerra la difficoltà non è di avere degli uomini, ma di avere un uomo" . - Cioè, voleva egli dire, un comandante che avesse, come
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H. Houssaye. Waterloo, Parig i, 190 5.
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egli aveva aggiunto a Sant'Elena con una frase efficace ... "molta virilità". Quelle parole erano esagerate, ma lo erano per reazione, vista la mollezza con la quale il fratello dirigeva le operazioni militari. In fondo in fondo, sono vere e poco è mancato che egli stesso, Napoleone, lo dimostrasse in modo luminoso proprio nella campagna del 1815. La sorpresa riuscì. E mentre Ney, davanti al crocevia di Quatre-Bras, opponeva una fiera resistenza agli Inglesi ed impediva loro di congiungersi con i Pruss iani, Napoleone batteva Blucher a Ligny (16 giugno). L'importanza strordinaria e d ecisiva di Waterloo ( 18 giugno) ha offuscato la portata effettiva della battaglia di Ligny, tanto c he quest'ultima viene considerata e discussa, in genere, quasi di sfuggita dagli storici. Invece, a mio giudizio (in aderenza a quanto affermalo dal Pollio 19) , essa "è una delle più belle battaglie che Napoleone abbia mai vinte", e non c'è dubbio che, se tutti gli ordini da lui dati fossero stati eseguiti, essa sarebbe stata decisiva come Austerlitz e Jena. Disgraziatamente, un equivoco di ordini e di contr'ordini che, con le sue conseguenze, non sarà forse mai ben chiarito, impedisce ad una notevole parte dell e s ue forze, a tutto il l Corpo d'Armata, (20.000 combattenti) di sboccare dietro ai Prussiani, in direzione di Saint Arnand. È noto che, mancata la cooperazione di quel Cor·po , Napoleone battè egualme nte i Prussiani, m a è facile immaginare qual i immensi risultati egli avrebbe ottenuti, se il comandante di quel Corpo (D'Erlon) avesse attaccato energicamente Blucher anche da tergo. La campagna sarebbe stata dec isa i1 16, perché i Pru ssiani non avrebbero potuto più sostenere gli Inglesi e q uesti, da soli, sarebbero stati certamente battuti. Il generale D'Erlon era stato richiamato dal maresciallo Ney, il quale aveva davanti a sè forze superiori, temeva di pote r avere tutto l'esercito inglese di fronte ed ig norava che l'Imperatore avesse già disposto del l Corpo. Questo si era fermato, aveva retroceduto, si era nuovamente fermato , e finì per giungere troppo tardi anche per sostenere le
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A. Pollio, op. cit., p. 81.
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truppe di Ney; quindi non solo fu inutile ma dannoso, perché dai Francesi, che combattevano a Ligny, il T Corpo, da principio, fu credulo essere nemico e ciò produsse una sosta nella battaglia. Accadde, cioè, esattamente l'opposto di quanto avvenne due g iorni dopo a Waterloo. Ollenuta la villoria, non vi fu inseguimento. Le truppe erano stanchissime per le rapide marce eseguite su strade orribili e la battaglia si era tanto prolungala che a lle 9 e mezza di sera si sparava ancora. Gli Inglesi si ritirarono e presero posizione davanti a ll a foresta di Soignes, a sud di Waterloo. Jmpedito dalle piogge torrenziali e dall'allagamento del terreno, Napoleone li attaccò solo fra le 11 e mezzogiorno del 18. Ma era da poco incorniciala l'azione, quando egli vide presso la Chappelle Saint Lambert, in direzione est, la prima colonna prussiana, creduta all'inizio francese, accorre re verso il rombo dei cannoni. Era il Corpo di Bulow. È noto che, distratto da quella potente diversione, egli non potè diligere la battaglia come avrebbe potuto, e gravi errori furono commessi dai suoi lu ogotenenti. Ma, ad onta di ciò, le riserve da lui disposte su una fronte quasi perpendicolare alla sua linea di battaglia principale, riescono a contenere e poi a respingere le colonne prussiane accorrenti. Ed egli spera di aver ancora tempo di battere gli Inglesi. Questi erano già scossi dalle cariche furiose fatte dalla riserva di cavalleria, forse intempestivamente impiegata. Un ultimo sforzo e rorse essi sarebbero stati completamente baltu li. E così egli lancia la sua ultima riserva: otto battaglioni della Vecchia Guardia. È l'ultima c ar-ta c he viene giocala dall'Imperatore. E "gli immortali" (così il resto dell'esercito francese chiamava i fedelissimi veterani della Guardia) quasi riescono nella loro impresa; ma, mentre l'oscurità incomincia ad invadere il campo di ballaglia, la Divisione Durutte, che era al vertice dell'angolo della linea di battaglia, non può resistere all'attacco di nuove truppe prussiane accorse (Ziethen e Pirch) e si sbanda. Da quella breccia irrompono i Prussiani; Wellington passa dalla difensiva alla contr'offensiva. I Francesi, ormai 1 contro 2, non possono più resistere, e, nell'oscurità del la notte, il panico e il disordine si spandono nelle loro file. Tutto viene travolto; anche, e definitivamente, la fortuna dell'Imperatore che salva a stento la sua persona.
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Intanto Grouchy, a soli 15 km. dal campo di Waterloo, attacca Wavre: impr·esa derisoria! I critici militari, col senno del poi, hanno avulo buon gioco su questa campagna ed hanno scritto molte cose ch e, specialmente a lla luce degli evenli svoltisi, sono certo giustissime. Altre, però, mi paiono senz'altro pueril i. P er esempio l'asserz ione che Napolone, non avendo p iù l'energia necessaria, quasi non abbia fallo il suo dovere cd a hhia perduto tempo. Ma che u n condottiero d el suo stampo, mentre rischiava la vita, il trono, l'avvenire della Francia, badasse alle fatiche e d alle comodità, è dawero inconcepibil e ed in non lo concepisco. Il giorno 15 giugno il maresciallo Soult scrive, è vero, a l re Giuseppe c he "l'Imperatore è stanco". Sono però le 9 di sera, l'lmperalore è a cavallo da lle 3 del mattino e deve rimontare a cavallo a mezzanotte. Sappiamo anche che, invece, rimontò in sella alle 2 , perché da mezzanotte alle 2 conferì col maresciall o Ney. Sappiano c h e nell a nolle dal 17 al 18 egli, a piedi, e sotto una pioggia torrenziale, ha fatto di persona, attraverso i campi a llagali, la ricognizione de lle lince inglesi n e ttamente segnate dai fuochi dei bivacchi. Da alcuni critici 20 è s tata biasimata }"'inazione" <lei malli no del 17, mentre, si dice, i Francesi avrebbero dovuto inseguire i P russiani per metterli <lefinilivamenle l"uor·i causa. È molto facile a dirsi, se non s i tiene conto della situazione nella quale Napoleone si trovava . Egli aveva, cioè, sul fianco sinistro tutto l'esercito inglese comandato da Well ington, cscr-cito il quale avrebbe potuto, anzi dovuto essere tutto riunito fin dal giorno 16. E Javanli ad esso non vi era c h e il maresciallo Ney con 40.000 uomini. Nessuno dei critici, certo, si è trovato mai in una situazione sim il e a qu ella in cui s i trovò l'Imperatore, il quale aveva anche la prospettiva di dovere, qualora fosse riuscilo a ballere gli Tnglcsi cd i Prussiani, andare di nuovo a combattere altri Tedeschi, gli Austriaci ed i Russi. Si dimentica facilmente , a mio avviso, c he in guerra non s i muovono i Corpi d 'Armata come se fossero batta glioni, ch e le lnJppe l"rancesi avevano esegui to lu nghe marce con tempo cattivo
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H . Quarrie, /,e campagne di Napoleone, Milano, Mursia, 1982.
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e strade oITibili ed avevano comballulo, a Ligny, una delle più cruente battaglie dei Lempi moderni. E si dimentica anche che Napoleone era, dopo tullo, un uomo e che, per quanto geniale, non aveva i I dono di poter predire il futuro. li mattino del 17 egli è rimasto sì inattivo materialmente, ma nella posizione in cui si trovava, non g li era possibile muovere le proprie forze. Che cosa avrebbero fatto gli Inglesi ed il Corpo prussiano (Bulow) che non aveva combattuto il 16 (in tutto circa 120.000 uomini)? Gli sarebbero venuli di fianco da Quaile-Bras, di fronte da Wavr·e o da Gembloux? Con la falsariga, che spesso si vuol dare ai comandanti di eserciti, Napoleone "avrebbe dovuto" penetrare in mezzo ai Prussiani ed agli Inglesi, prima battere i pruss iani e poi i Britanni ci. Ora, per quale prodigio doveva Napoleone necessariamente ritenere di dover prima batlere Blucher e poi Wellington? Egli non sarebbe stato quello che fu se gli si volesse assolutamente prestare tale idea preconcetta. Che cosa doveva fargli supporre che doveva, e poteva, battere prima i Prussiani e che gli Inglesi lo avrebbero lasciato tranquilla mente sconfiggere i loro alleati? A g iudizio di parecchi critici (il Camon, il Quarrie , il Lach ouque, ecc.), la cosa non sarebbe stata molto difficile. "Bastava stabilire Ney a Quatre-Bras !" 21 • E sarebbe inoltre, stato un errore, da parte del maresciallo, non essere riuscito ad impadronirsi di quella località né il 15, né il 16. Ora: che cosa è Quatre-Bras? È un crocevia in un paese pianeggiante, solcato da molte strade di campagna. Niente di più e nie nte di meno. Che Ney fosse a Quatre-Bras, più avanti o più indi elro è, a mio avviso, questione secondaria. "L'essenzia le - come sostiene il Pollio - "era c he egli impedisse a ll e truppe inglesi di congiungersi con i Pruss iani"22 ; ed in questo egli era riuscito. L'immensa superiorità di Napoleone su i due generali avversari, si rivela splend idamente nella stessa giornata del 16. Se i suoi ordini fossero stati eseguiti e se, quindi, si fosse impegnalo anche D'Erlo n , tutte le sue truppe sarebbero s tate a l fuoco, mentre ai Prussiani mancava lutlo il Corpo di Bulow (30.000 uomini) e gli Ing lesi non ebbero in combattimento, contro Ne y, che 40.000
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B . Ouanic, op. cii., p . 329. A. Pollio, Waterloo, 18 15, Roma, 1906, p . 98.
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uomini tutt'al più ed a lla fine della giornata. l Francesi combattevano ancora in numero inferiore a Ligny: 64.000 contro 80.000, ma la superiorità anche tattica della direzione, assic urò loro il su ccesso che, torno a dire, sarebbe stato decisivo senza gli errori del I Corpo. Al generale Friant, comandante dei granatieri della i Guardia imperiale, che d eplorava a Ligny il mancalo concorso del f Corpo, Napoleone rispondeva "che non vi era un solo mezzo per vincere una battaglia, e ne dava la prova sfondando il centro della linea dei Prussiani ed obbligandoli alla 1itirala"2 3 . La giornata del 16 è per mc una di quelle in cui il genio napoleon ico ha brillalo maggiormente: ru l'ultima luce, ma fu abbagliante. Invano cercheremmo nella storia militare un altro esempio che dimostri, come fu dimostrato in quel giorno, quanto valga in gu erra il genio del comandante e "come a lla guerra la difficoltà non sia di avere degli uomini, ma un uomo". I.:errore unico, forse, di Napoleone in questa campagna, [u commesso il 17, allor·ché distaccò Grouchy. O i Prussiani s i ritiravano ver·so la Prussia, cioè verso es t in direz ione di Liegi o Na mur, cd allora, dovendo egli, Napoleone, portarsi verso nord-oves t, contro gli Inglesi, se ne a llontanava per doppia ragione, e bastava osservarli con un Corpo di cavalleria. Oppure si ritiravano manovrando, per riunirsi agli Inglesi ed aJJora, rinforzati che rossero dal Corpo di Bi.ilow, che non aveva comballuto a Ligny, e non essendo stali completamente balluti, erano ancora Lanto superiori a Grouchy che quest'ultimo avrebbe polulo essere, a sua volta, completamente battuto. Anche in questo caso, quindi, bastava osservarli e tenere tulle le forze riunile, pe r correre "au plus pressé" 24 , cioè a combattere gli Inglesi. Si poteva così guadagnare tempo sui Prussiani che, p er congiungersi con gli Inglesi, dovevano fare un lungo giro, mentre egli , Napoleone, teneva la linea inlerna. Si poteva forse guadagnare una giornata, anche m ezza gion1ata, ma questa quasi certamente sarebbe bastata per ottenere un trionfo su Wellington. Ed infatti a Waterloo poco mancò che i Francesi non battessero gli fnglcsi, mentre mancavano ad essi i 34.000 uomini di Grouchy,
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H. Iloussaye, op. cii., p. 176. E. Las Cases, op. cii., p. 322.
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m entr e il Corpo di Monton, la giovane Guardia e pa rte della Vecchia Guardia furono impegnati contro i Prussiani dopo le 2, mentre, infine, mancò nella condotta della battaglia parte dell'energica influenza <liretta <li Napoleone che, invece, doveva pa rare aJ pericolo sempre crescente di vedersi aggirato a destra dai Corpi di Blucher. Napoleone, a mio avviso, avrebbe potuto riparare all'errore , richiamando senza indugio a sè Grouchy. Non risulta, da i documenti e dalle testimonianze disponibili, che egli lo abbia fatto, e non se ne comprende la ragione. Nelle sue "Memorie", l'Imperatore assicura <li ave rgli mandato l'ordine ma che questo no n g iunse. Comunque sia, il giorno 17, che i critici dicono quasi perduto, fu impiegato da Napoleone per riunire tutte le s ue forze, tranne Grouchy, presso Plancenois. Si trattava di riunire 70.000 uomini in un ristretto spazio di terre no, e non si può dire di certo che ci volesse meno di un giorno, quando si pensa che da Lighy a Plancenois vi sono circa 25 km. Si pensi, inoltre, alla cruenta battaglia del 16, alle gravi perdite, alla necessità dei 1ifornimenti di munizioni, specialmente per l'artigl ie ria (i c ui parchi avevano appena potuto seguire), alla convenienza infine, per Napoleone, di tenere sottomano la maggior parte d ella cavalleria, per servirsene contro l'esercito di Wellington che aveva otto divisioni di cavalleria. Perché lo ripeto, dopo Ligny, Napoleone non si trovava nel le stesse condizioni dell'indomani di Austerlitz, di Jena, di Friedland, ecc. Gi à dopo Wagram (6 luglio 1809) "egli si era trovato in condizioni meno favorevoli per la minaccia d ell'a rrivo a lle spalle dell'arciduca Giovanni" 25 • Dopo Ligny, non era la minaccia, ma era la certezza di avere sul suo fianco sinistro o alle spalle, se avanzava, un esercito solidissimo di più di 90.000 uomini e <li 120.000 con il Corpo di Bulow. Se mi si domandasse ora quale sia la mia opinione s ulla condotta di Groucny, io direi c he egli non ha agito come avrebbe potuto, ma che non si deve, ad ogni buon conto (e commettendo una certa ing iusti zia, della quale lo stesso Napoleone ha dato l'esempio), chiamarlo "il responsabile <lei disastro di Waterloo ed in colparlo, come fa il Thiers, di cecità unica nella storia" 26 • TI g iorno 17, fr-a le 11 e mezzogiorno, Grouchy riceve l'ordine 25
D. Chandler, "Le campagne .. .", Op. cit., p. 629. Da O. Mea ra , Memo rie da Sant 'Elena, M ilan o, 1926: "Avre i vinto ( a Waterloo) senza l'imbecillità di Grouchy". 26
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di portarsi a Gembloux, di spingere ricognizioni verso Namur e Maestricht, di inseguire .il nemico e di riconoscerne le inten;,.ioni. Quest'ordine rivela l'idea preconcetta di Napoleone: che i Pn1ssiani si ritirassero verso la Pn1ssia; ed era un'idea che i fatti dimostrarono essere errata. Ma, da Gembloux, il maresciallo era in grado di fare meglio quanto gli era prescritto nella terza parte delle sue istruzioni, cioè riconoscere se il nemico (Blucher) voleva ancora riunirsi con gli Inglesi "per coprire" Bruxelles e Liegi e dare nuovamente battaglia. Ora, se si pensa che Bruxelles era verso nord -ovest, Liegi verso est, e che gli eserciti belligeranti si trovavano quasi in mezzo a quelle due località, non si comprende bene che cosa volesse dire il maggior generale, Capo di Stato Maggiore generale, maresciallo Soult con l'espressione "coprire Bruxelles e Liegi". Che cosa ha detto Napoleone a voce a Grouchy, per megli o precisare le sue intenzioni? Non lo si saprà mai. Il certo, documentabile storicamente, è che le istru;,.ioni scritte erano vaghe e contenevano, a mio avviso, il gerrne dell'errore involontario in cui incorse Grouchy, cioè l'idea preconce tta che i Prussiani, invece di 1iunirsi con gli lnglesi, tendessero ad allontanarsene. Eppure Napoleone doveva con oscere la tenacia del vecchio Blucher, nonché il valore del s uo ispiratore, e Capo di Stato Maggiore, Gneisenau. I.:altro ordine spedito il 18 alle 10, prescrive a Grouchy di portarsi verso Wavre e, nello stesso tempo, di avvicinarsi al grosso e mettersi con questo in rapporto di operazion i. Questa era una contraddizione, perché per andare verso Wavre, Grouchy, invece di avvicinarsi al grosso, doveva a llontanarsene. Quei due ordini, mal concepiti, scusano la falsa manovra di Grouchy. Tuttavia egli , a parer mio, non ha eseguito bene il primo ordine. Giunto infatti a Gemblou x, egli seppe (come ricorda il Chandler27 ), che una grossa colonna s i era ritirata verso Wavre. Ma, se vi è da prestar fede ai dati storici che sembrano più certi, la testa della colonna ai Grouchy (Vandamme) non si sarebbe mossa da Gembloux che alle 9 a.m., cioè 5 ore dopo lo spuntar del giorno ( 18 giugno 1815 a 51° di latitudine nord) e 17 ore dopo l'arrivo a Gembloux. Ora si comprende c he Grouchy sia rimasto fino a sera a
27
D. Chandle1~ "Waterloo", op. ciL., p . 71.
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Gembloux, perché le notizie della marcia di un nemico, che è in 1itirata da un giorno pr·ima, non si potevano raccogliere così velocemen le come un profano può credere. Ma, per quanto si vogl ia scusare il maresciallo, non si può fare a meno di osservare che egli avrebbe dovuto imprimere un magg ior vigore a i propri movimenti. È da credere che Murat, a l suo poslo, avrebbe fatto crepare uomini e , speci a l m en le, cavalli, ma sarebbe partito molto pr·ima: forse anche la sera innanzi e, ad ogni modo, s i sarebbe trovato certamente davanti a Wavre pr·ima de lle 10; ed i Prussiani, prima delle 10, erano tutti intorno a Wavre. E se si pensa che soltanto fre le 7 e 1/2 e le 8 di sera i Corpi di Ziethen e di Pirch decisero dell a villoria, giungendo sul campo, si può facilmente immaginare quale altra piega avrebbero preso g li avven imenli se i 34.000 uomini di Grouchy, c he non ritardarono di un solo minuto quella marc ia, che non poteva essere più rapida, si fossero schierali davanti a Wavre, per impedirla, o avessero, almeno, minacciato il fianco sinistro d e lle colonne in marc ia. Cosa sarebbe accaduto? Avrebbe potuto Grouchy rinnovare il miracol o di Davout ad Auerstadt nel 1806? Oppure, nella p eggiore delle ipotes i, sarchbe egli stato distrutto? Comunque sia, Napoleone poleva, col grosso, battere nel fratt empo gli Inglesi (secondo l'applicazio n e più tradi ziona le della "manovra per linee interne" o "da posi z ione centrale") e ricacciati, almeno, questi ultimi nella forcs la di Soignes, poteva benissimo porre riparo a lla s ilua zione ancora una volta. Non è possibile, infine, giustificare l'az ione di Grouchy, quando si ricorda il s uo rifiuto di aderire all'iniziativa del generale Gérard, uno dei più distinti ufficiali di quel periodo, di muovere sen,.a indugio verso Waterloo, allorché qucsl'ultimo udì il cannoneggia mento provenie nte dal campo di battaglia. "O i Prussian i sono lontani (e quel che a noi deve pre mere maggiormente è di aiu tare l'Imperatore a baltere gli Inglesi)" sosteneva il generale, - "o essi sono su l campo di battaglia, e noi, in tal caso, vi dobbiamo accorrere egualmente p er ristabi lire l'equilibrio delle forze" 28 .
28 Vi è , a ta l proposito, chi nega che Ge rarcl a hhia fallo queste osservazioni (ricordiamo il Duran<l, il Mistclcr, l'Aubry).
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Grouchy invece non accondiscese: aveva l'online di marciare su Wavre. Era la lettera dell'ordine, ma non era lo spirito. I luogotenenti di Napoleone, come ho già detto, erano abituati ad un'obbedienza passiva, e Grouchy obbedì passivamente. Avrebbe egli potuto, se avesse agito diversamente, mutare l'evolversi delle cose? Non vi è dubbio: sì! Se egli fosse giunto alle spalle, o sul fianco sinistro del primo Corpo prussiano che si impegnò in battaglia (Bulow), questo, che a mala pena si poté reggere, prima contro le unità francesi di Lobau, e poi contro la giovane e parte della Vecchia Guardia, sarebbe stato quasi certamente battuto. E Napoleone avrebbe potuto, più tardi, aver sotto mano tutte queste truppe, c ioè la riserva di fanteria che, invece, gl i mancò p er sfruttare i successi della cavalleria. E gli altri due Corpi prussiani, quelli di Ziethen e di Pirch, che decisero della vittoria in favore degli a lleati, se fossero stati trattenuti per un'ora non avrebbero potuto, probabilmente, giungere in tempo sul campo di battaglia giacché, non disturbati affatto, non vi arrivarono che verso l'imbrunire. E pr·endiamo ora in considerazione un ultimo elemento. Le piogge torrenziali sono state una delle cause della sconfitta di Waterloo, dell'insuccesso della manovra tattica dell'Imperatore? lo r·ispomlo scuza csitar·c <li sì. E dirò anzi che, secondo me, ed in aderenza a ll'opinione di Quinet 29 , esse ne furono una delle cause principali. Le pi cco le cause producono spesso g ra ndissimi effelli. Napoleone era in presenza degli Inglesi fino dalla sera del 17 ed avrebbe potuto attaccarli all'alba. Invece lo stato del te1reno era tale c he, a detta dello stesso Drouol (comandante dell'a rtiglieria), i pezzi non avrebbero potuto muoversi , ed era necessario che alcune ore di sole lo asciugassero. Non si può melter·e in dubbio che lo stato del terreno fosse realmente quello che ci fu desc ritto. Diversamente, non si potrebbe immaginare che un generale come Napoleone, sempre tanto risolu to nel dar battaglia (battaglia che, nella situazione in cui s i trovava, gli era assolutanente imposta), perdesse tempo senza ragione. Non si può dire, o a lmeno non s i può dire in modo assoluto, che senza la pioggia torrenziale anche i Prussiani si sarebbero mossi
29
E . Quinet, op. cit., p.
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prima e quindi sarebbero giunti prima sul campo di battaglia, perché una cosa è manovrare sul terreno, a llra cosa è marciare sulle strade. Ora, se il terreno fosse stato buono, la battaglia poteva benissimo incominciare alle 6 (orario, perallro, usuale per l'inizio delle battaglie napoleoniche). E la prima testa di colonna prussiana giunse alla Chappcl le Sainl Lambert, a 6 km. d a l campo di battaglia, verso l'una pomeridiana. Si è già visto che, contro queste prime truppe, furono dislolti dall'attacco d ecisivo contro gli Inglesi, il Corpo di Lobau, quasi tutta la giovane Guardia e 4 battaglioni della Vecchia Guardia; in lolale da 18 a 20.000 uomini . To ritengo (concordando con l'opinione del Chandler) che se anch'essi fossero slali lanciati contro g li Inglesi, la vittoria sarebbe stata decisa in favore dell'Imperalore , prima dell'anivo dei Prussiani. Credo, infine, evidente che qualunque altro generale si fosse lan cialo, come Napoleone, con for·ze lanto inferiori, contro due eserciti comandati da Blucher e da Wellington, sarebbe slato battuto. Il genio dell'imperatore, però, poteva e doveva compensare quella sproporzione di forze. L' errore commesso nel dis taccar·e Grouchy (enore tattico), e nel contribuire a lanciarlo in una falsa direzione, ha pa ralizzato e poi distrutto i vanlaggi enormi che Napoleone, grazie alla sua abilità, si era assicurati. E così "la brutale forza del numero" 30 riprese il sopravvento. Una cosa ancora mi preme accennare. Ed è c he quest'uomo, il quale fu anche accusato di non curarsi più di nulla dopo un rovescio, seppe dare disposizioni tali per assicurare la ritirala, c he Grouchy giunse inlatto, o quasi, a Laon, dove potè riunirsi un esercilo ancora rispettabile, ad onta del disastro subito. Questa felice ritirala di Grouchy - operata in quelle condizioni - fu quasi un miracolo e dimostra quanto egli fosse un generale di m erilo. Ma, pur tenendo conlo di tutte queste circostanze, resla sempre l'impressione che a Napoleone, in quella campagna, fosse mancala qualche cosa. Che cosa? Forse la "fede". Ed in guerra, forse più che in qualunque a ltra circostanza della vita "c'esl la foi qui sau ve!" 31 •
10 ·
31
E.V. Tarle, Napoleone, Roma, Editori Riuniti, 1975, p. 573. E . Las Cases, op. cii., p. 123.
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Lo ha detto l'Imperatore stesso, e<l è forse stato sincero: "Non a vevo più in me la fiducia nel successo definitivo. La mia antica confidenza era svanita; sia p e rché ricominciavo in un'età in cui la fortuna non segue più i nostri passi, sia perché ai miei occhi e<l alla mia immaginazione il meraviglioso splendore della mia caniera era già oscurato; sentivo che mi mancava qualche cosa .... Davanti a me avevo ormai il severo <lesUno al quale slrappavo, a forza, alcuni favori, ma che es so dopo si faceva pagare molto caro ... Avevo il presentimento che non sarei riuscito, quantunque es so non abbia inlluilo per nulla su lle mie <lelerminazioni e sull e mie misure" (Memoriale di Sant'Elena).
CONCLUSIONI
Ho cercato, in questo mio lavoro, di analizzar·e specificatamente la figura di Napoleone come condottiero e di prendere in esame, in particolare, i I i neamenti di base della filosofia bellica de ll 'Imperatore, le varie componenti della guerra napoleonica, nonché i diversi sistemi strategici e di battaglia da lui adottati. Sebbene, come ho avuto modo di esporre nel corso dell'intera trattazione, Napoleone non abbia mai ideato un sistema globale per la risoluzione di ogni problema operativo, è altrettanto innegabile che egli (come ho più volte evidenziato) abbia elaborato e pe rfezionato idee e concezioni strategico-tattiche for·mulate da pensatori militari che lo avevano preceduto e che sia ricorso quasi costantemente al loro impiego, pur adattando, di volta in volta, i principii teorici generali alle mutevoli circostanze contingenti. Le caratteristiche pri ne i pali della dottrina di guerra napoleonica si possono, dunque, così riassumere: lo scopo della guerra è la distruzione delle rorze nemiche. Quest'ultima si raggiunge con l'opportuna utilizzazione delle forze, per la qual cosa è necessario un "capo" di grande valor·e intellettuale , che assicuri unità di comando e di azione. Per subordinare il nemico al proprio scopo, il capo impiegherà la manovra, il cui risultalo sarà quello di avere in un d e terminato tempo e luogo la "massa", ossia la prevalenza sul nemico. La m a novra sarà ispirata ai concetti dell'economia delle forze; della dilatazione e concentrazione delle stesse; del concentramento degli sforzi; dell'azione sulle retrovie o da posizione centrale. La manovra rende così inevitabile la battaglia, ma questa deve essere impegnata in condizioni di prevalenza morale, demoralizzando, cioè, il nemico. La manova sarà perciò ispirata alla celerità, alla segretezza ed alla sorpresa. Per completare, dopo la battaglia, la distruzione delle forze nemiche, occorre un inseguimen to senza posa e con grandi forze. Le diverse manchevolezze manifestate in talune circostanze, gli errori commessi in fase di realizzazione, non pregiudicano certamente la validità complessiva di questo "corpo dottrinale" (chiamiamolo così), ancor oggi valido ed applicabile nelle sue linee essenziali, nonostante la costante evoluzione degli strumenti bellici e delle relative tecniche di impiego operativo. Questa può considerarsi senza dubbio, a mio avviso, la reale e più consistente eredità lasciata da Na poleone. Egli ha costituito, e
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costituisce tuttora, inesauribile oggetto di studio per storici, politici, pubblicisti, romanzieri, psicolog i. Ha eccitato le fantasie in tutte le maniere possibili ed immaginabili. L'immensa letteratura n a poleonica c i prese nta questa figura storica mondiale in una incredibile multiformità di aspetti. Sotto alcuni di questi, ritenuti fondamentali, si è cercato di classificarla, come più autori hanno già rilevalo. Nessuno degli storici (militari e non) si è ritenuto, tuttavia, in grado di affermare di a ver detto su di lui l'ultima parola. Ma se (per dirla come si è espresso Goethe) si rappresenta il rapporto fra individuo cd universo in una forma estrema, non suscettibile di maggiorazione, nessuna penna sarà mai capace di svelarne completamente il mistero.
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RENATO ARTESl
ERCOLE RICOTTI ALLA PRIMA CATTEDRA UNIVERSITARIA DJ "STORTA MILTTARE": SUA VITA, SUE OPERE (1816/1883)
Torino nel primo quarantennio dell'Ottocento S e prendiamo in m a no le raccolte d e i periodic i di un secolo fa, non a ncora quo tidiani e rido tti a quattro pagine di formato inferiore ad un quarto d i quelle dei giornali d'oggi, be n poco inte r·cssanle c i appare la vita della capita le d e l Regno di Sard egna, nel pe riodo fra i re pressi te ntativi insurrezionali del 1830/31 e il 1848. Alla atmosfcrn gr eve della corte e d ei circoli ufficiali s i adeguava que lla della c ittà: le più vibra nti manil"es tazio ni della vita t orinese d ovevano essere le rapprese ntazioni tea trali se i lorn resoconti occupavano il più largo spazio in quelle b en d osale gazzclte: d o po le relativamen te abbo nd a nti notiz ie de ll'este ro, qualche disquis izio ne sulle più recenti invenzioni, come la trazione a vapo1·c e l'illuminazione a gas e qualche raro comunicato sulle torna te della "Reale Accadem ia delle Sc ienze": di s to1ia recente o remota be n poc o , come del res to compo rtavan o i te mpi : no n so lo in Pi emonte. Si pens i dunque a l rumore o nde fu percorsa To rino, quando nel nume ro 22 dell a "Gazzella Pie montese" del 27 ge nnaio 1838 s i lesse il seguente comunica to: "Nell'adunanza tenuta dalla classe di scienze morali, s torich e e l"il ologic hc della Reale Accadem ia il 25 del corrente mese ed alla quale era s tato invitato il s ignor Ercole Ricotti vincitore del pre mio propos to dalla med es ima, il preside nte della m edesima , il pres ide nte d ell'accade mia Sig nor Marc hese Lascaris di Ve ntimig lia, previa una breve e d elegante a llocu zio ne, con segnò al pred e tto s ignor Ricolti, la medaglia di lire seicento, p r·emio assegnato a chi meglio avesse svolto il tema per essa propos to" . Qua ndo p o i s i seppe che Erco le Ricotti , igno to l"ino a llora a lla
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Renaio Arte.si
ERCO L E RICOTTI
Ercole Ricotti cd/a prima calledra 11niversi1aria di "Storia militare"...
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maggior parte dei torinesi, era un ingegn ere ventiduenne, rumore e stupore dovettero certame nte crescere. Chi era Ricotti ? Donde era venuto nella capitale sarda? Perchè da ingegnere s i era tramutato in st01iografo? Quale era stato il tema d a lui trattato? Queste e mille a ltre domande corsero certamente p er i salotti, i frequentati caffè, le case torinesi non avezzi ad un evento tanto sin golare. Nonostante il s ilenzio em1etico de i gio rnali seguito alla pubblicazione del breve comunicato, lutti coloro c he si interessarono della notizia vennero a sapere che Ercole Rico tti di Voghera, figlio di u n valente medico di quella città, ove era nato il 14 settembre 1816, aveva colà compiuto gli s tudi classici, era poi passato a lla Univers ità di Torino, ove s i era laureato ingegne re idraulico nel 1836 a ll'età di appena vent'anni, avendo com e insegnanti Giovanni Plana e Giorgio Bidon e e come compagno Severino Grattoni. Ma poi, di punto in bianco, aveva mutalo indirizzo a lle sue attività gettand osi a capofitto nello studio d e lla storia per svolgere que l lem a ch e era stato propos to d a ll a Reale Accad emia delle Scienze nello s tesso anno 1836. Il Ricolti, che aveva rallo gli studi di ingegneria con il prnposito di esercitare la pro fessione in Vogh e ra e di sollevare con il lavoro la famiglia r imasta priva di sostegno per la morte del padre, a la urea ottenuta, era ritornato nella città natale. Ma aveva portato con sè, o ltre ai suoi buoni propositi di professare l'ingegneria idraulica, anche il seme d a cui doveva germogliare la sua vera vocazione e la sua fama. Nel maggio 1836, qu ando si preparava all'esa me finale per il consegu imento della laurea, era capitato in un caffè di Torino e p er caso aveva letto su di una paginetta sgualcita della "Gazzetta Pie montese" un progr-amma di concorso bandito dalla classe statica della Reale Accademia delle Scien ze circa "le ori1::,rini, le vicende e gli e ffetti delle Compag nie di Ventura in Ttalia". " Fu questo - scrisse il Ricolti s tesso nei suoi "Ricordi" 1 l'accidente determinalivo d ella mia vita, la quale probabilm ente av rebb e preso un a ltro indirii"J .O se quel giorno non fossi entrato in quel caffè e n on mi fossi abbattuto in que llo sporco pezzo d i carta".
1 "Ricordi d i Ercole Ricotti" pubblicalo da Antonio Marrno (Tor ino, Roux e favale , 1866).
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R enato Arte:,i
Fra i vani tentali vi di otte nere un impiego tecnico remune ralivo in Voghe ra e le sollecitazioni e le promesse del celebre Giovanni Plana , già suo maeslro alla Università di Tolino, c he si ado perava per fargl i ottenere prima una cattedra di matemalica a Biella, che il Ricolli ricusò, poi il grado di tenen te nel Genio Militare, che non gli fu concesso per i pregiudizi di casta a llora vige nti, Ricotli covava in segrelo il tema delle "Compagnie di Ve ntura" e d esiderava ritornare a Tor ino ove avrebbe po tuto rep erire le fonti adegua te ai suoi studi. Fu p er ciò be n lieto qu a nd o il Plana gli pro pose di entrare co me allievo straordinario d el Genio Civile e potè ripre ndere la via de lla capitale. Si mise accanitam e nte al lavoro e vi durò d e ll'aprile al 30 se tlembre 1837, giorno in c ui, alla scadenza d el concorso, presentò il s uo po nderoso lavoro che si c omponeva di "600 pag ine fitte, ritte". Lo slesso Ricolti dice di quel periodo, nel qual e p rodigò tutte le su e giova nili energ ie e che ru certamente non u ltima cau sa della s ua cagio nevole salute. "Io condussi cotes ta vita in Torino dal 22 d eJl'aprile a l 30 d el sette mbre nè la rammento se n o n con orrore e s tupore, per chè sembrami impossibil e d'avervi res is tito. Ma io e ro s timolato d a l proposito inc rolla bile di finii-e il mio tema di concorso o m o1ire, e se non fosse sta to il rig u a ,-do dell a mia (ami g l ia, mi sarebbe importalo assai poco, di morire s ubito dopo averlo finito". Quasi q uattro mesi d ovelle atte nde re il 1isu llato: l'op ern era ponderosa e rese n ecessario un lungo esame del quale fu incaricata apposita giunta accademica, c he ne r iferì favorevolmente. Ed il 25 gennaio 1838 le gazzette piemontesi facevano conoscere il nome del giovanissimo s torico. De l tri onfo accademico , il Minis tro dell'lnle rno, dal quale allora dipendeva il Genio Civil e, fu scandalizzato e no n ne tacque con i supetiori de l RicoW: il cele bre Plana , poi, c he lo aveva prote tto e con vinto che il Ricotli fosse dedito a lle sole mate matiche, quando seppe c he era stato pre miato per un grande lavoro storico, mon tò su tutte le !'urie, caricò di rabbuffi il suo ex discepolo addoloralo e attonito e giunse ad opporsi a che fosse nominalo insegnanle di matematic he nella Accademia Militar e.
Una carriera rapida e brillante Da allora, la vita di Ercole Ricolti fu una continua ascesa : la "Deputazione di Stolia Patria" di Torino nel 1839 lo volle fra i suoi
c reole Ricolli alla prima rnlledra universitaria di "Storia m ilitare"...
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soci, o nore mai concesso in così giovanile età e che gli valse una uùienza da re Carlo Alberlo, che des iderava conoscerlo. L'a nno successivo, onore ancora più insigne e raro, a soli 24 anni , il Ricoui venne accollo rra i membri ùella "Reale Accademia delle Scienze" la q uale annoverava, a llora, fra i suoi componenli uomini già celebri nelle scienze fi siche e malem atiche come Plana e Avogadro, e in quelle morali e storic he come Cesare Balbo, Marmo, i due Saluzzo, Cibrario, i due Promis. Mancava ancora in q uel tempo il Parlamento e p erciù qu ell'allo consesso, favorito dal re, stimato in lla li a e a ll'estero esente dalla censura civile e religiosa e che sareb be s tato un potente mezzo di diffusione d ella cu ltura e delle idee più progredite: è naturale immaginare come uno dei più ardenti a professare fosse il giova ne accademico, che da appena un mese e mezzo era stato nominato tenente del Genio Militare. Quattro anni dopo, Ricotti ,·iccvette le insegne di "cavaliere dell'ordine civile di Savoia". A trent'anni, nel 1846, fu nominato pro[essore di "Storia Militare", poi de lta m oderna , alla Università di Torino, primo caltedratico in una materia così vasla, ma che rn.:ssuno mai prima d'al Iora aveva affrontato. Nel 1848, Cesare Balbo aveva vo luto c he facesse parte della commissione incaricala d i proporre la legge e lellorale. Da l 1862 al 1865 tenne i I rettorato del l'Università e continuò ad insegnare fino a l 188 1, p er oltre lrcnt'anni. L' "Accademia delle Scienze" di Torino lo nominò direuore di classe nel 1877 e presidenle due volte nel 1879 e nel 188 1. Fu anc he deputato nel primo Pa rlamento suha lpino nel 1848 e del quarto nel 1849: senatore del R egno dal 1862 fino a lla morte avve nuta a Torino il 21 (chhraio 1883.
Il Soldato Ricotti venne a trovarsi nel periodo in cui le idee di unità e di indipende n;,,.a si andavano sempre più affermand o e certam e nte non avrebbe potulo sottrarsi a quel clima nel campo militare. Già nella s ua adolescenza, prima di decide rsi per lo studio nella Un iversità, aveva sentito l'impulso ad a bbracciare la carriera militare: ne era stato dissuaso da considerazioni familiari. Nel 1836, Plana si era adoperato per far ottene re il grado di
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R enaio Arresi
tenente d el Genio Militare a l Ricotti, da poco laureato, ma nonostante il potente appoggio, la domanda del gio vane ingegne re fu rifiutata , perc hè, come diceva la risposta del Ministero della Guerra "di regola gli uffi ziali del Genio d ovevano uscire dall' Accad emia Militare e s e s i e ra fatta qua lche eccezione era s tata solamente in favore di g iovani di distintissima famiglia". Il ri fiuto accese allora m aggiormente nel Ricotti il desiderio di farsi o n ore nell'opera intrapresa, onore c he non fu ultima cau sa del diverso risultato, questa volta positivo della pro posta, fatta nel 1840 e che gli valse al6ne la nomina a lenente J e l Genio Militare. Bisogna cons iderare i sistem i ancora vigenti a quel tempo, per i qual i s i poteva essere no minati ufficiali di un 'am1a o corpo indi pendentem en te d a lle propri e capacità e p erfino per solo diritto di casta e talora per prestarvi servizio, ma unicamente "pro form a". Ri co tti , ben conscio di ciò, aveva onestamente dic hiarato a l general e Agostino Chiodo, a llora comandante del corpo de l Genio Militare, e che lo sollec itò ad accettare il gra do, ch e non avre hhe potuto distrars i dalla sua opera di s tudioso allo ra o rientata verso la pubhlicazione della sua "Storia delle Compagnie di Ve ntura" e, solo a lla condizione <li avere u na propr ia libertà di agire, accettò. A q u esti primi ap procci fra R icotti e il servizi o de l Genio Militare a ltr i ne seguirono: non ostante le conve nzioni con il generale Chiod o, Ricotti no n p oteva troppo a lungo sottrarsi ai doveri d ella milizia, pc,- cui , da lì a poco, prese serviz io a ll a Direzione del Genio Militare di Torino . L'attività del Gen io Militare si riduceva allora negli uffic i territoria li a lla ma nute nzio ne degli im mo bili : nessu n nuovo studi o o progetto e nessun lavoro, s ia per la pe nur ia di mezzi fin a nziari, sia perchè le nuove forliricazioni agli sbocch i delle Alpi, costrui te pe1· ordine della Santa Alle nza, e rano ormai fin ite. Nel 1844 la personaJe s tima di Carlo Albe rto valse a l Ricott i l'ambito incarico dell'ìnsegnamento delle matematic he, delle fortificazioni, dell'arte militare e dell'artig lieria a i due figli <li Don Carlos, già pretendente a l trono di Spagna, c he erano ospiti a corte. Ciò g li p ermise di a cc ingers i co n maggio re le n a al la s u a "Storia delle Co mpagnie" c he fu completala e pubblicala nel 1844, perch è e ra stato dispensa lo del servizio ord ina rio alla Direzione del Genio, potendos i così d edi care al suo lavoro nella seconda melà d ella giornata. AJl'a prirsi delle ostilità per la prima gu erra d' indipende nza, Ri co tti, da due ann i capitan o a scelta e professore o rdinari o
Ercole Ricorti alla prima cattedra universitaria di "Storia militare"...
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dell'Università, a bbandonò il servizio a corte e chiese di esser e destinato nell'esercito. M a in quella prima parte della campagna non si destinarono al la g uerra più di qua ttro capita ni e i p iù anziani d e l Genio: Ricotti fu comandato di stan za a Todno. Gli insu ccessi mi litari susseguitisi spin sero Ricotti a presentars i al generale Olivero, c he faceva le veci d i comandante del Genio, ins istendo perchè venisse adoperato in prima linea. Fu, quindi, destinato a diretlore d el Genio nella Divisione di Novara, con l'incarico di dispo rre quanto occorresse per l'esercito in ritirata. Partì da Torino il 3 agosto e, passando per Novara, arrivò a Milano, ove l'esercito sardo battuto stava ritirandos i combattendo: presi o rdini d al generale Chiodo , comanda nte del Genio, si avviò per torn are a Novarn ad organizzarvi quan to necessitasse per le truppe, m a, giunto a Sa n Pie tro all'Olmo , fu fat to pri gioniero da uno squadron e di cavalleggeri a ustriaci. Co ndo tto a Mantova, fu liberato da lì a poco tempo, in forza dell'intervenuto armistizio di Salasco (9 agosto 1848). In ricompensa de i s uoi servigi ebbe la croce al valore m ilitare. Fra il servizio militare nel Genio, le lezioni a lla Università, la compilazione delle num erose o pere s toriche, gli incarichi politici, trascorsero gli anni d el Rico tti fra il 1849 e il 1856 in molteplic i attività così affannose ch e, in quell'anno, al concl udersi della guerra di Crimea, egli chiese a l Ministero della Guerra di es s ere dispen sato d al servizio militare per poters i dedicare a stilare la "Storia della Monarchia Piemontese". li gen erale Durando, che era allora M inis tro della Guerra nel m aggio 1856, destinò Ricolti "in soprannumero" a l Genio Militare in modo <.:he po tesse attendere alla nuo va "Storia" intrapresa. Durò in tale posizio ne p er due anni, trascor si i qua li, nel 1858 accettò di essere collocato a riposo con la prom ozione a maggiore.
La "Scuola di Guerra"
Sommo merito del Ricotti , nel corso della sua carriera militare , fu quello di aver b a ndito e soste nuto tenacemente, per molti a nni , tra la quasi gen erale indiffe,-enza , un suo progetto di un Istituto Superi o re , c h e fu p o i crea to n e l 1867 , con il nome di "Scu ola Superiore di G uerra".
Renato Artes i
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Questo proposito g iova m e tte rlo in eviden za per r icordare i m eriti del Rico tti : esso si fece strada ne lla s ua m e nte fin da quando, nel 1840, era entrato ne ll'esercito e aveva avuto mo<lo di soppesare i I grado <li istruzione degli uffic ia i i di allora, fungendo da esaminatore n ell'Accademia Militare , ma com e dice nei suo i "Ri cordi" tutto era insegnato in quell 'Is tituto senza a lc una connessione con l'a rte della gu erra. M a ncava an z i lo stimolo a studiare p e r c h è le cariche d e l Corpo di Stato Maggiore, c he avrebbe dovuto essere il nucleo principale dell'alto comando, e rano allora quasi escl usivo privilegio e a ppannaggio de lle Famiglie tito late pie montesi. Da ciò la sua persuasio ne che l'is tru zione militare fosse sbagliata, c he si trascurasse il fine p er g li accessori, che, invece, fosse dovere p rimario dell'ufficiale di apprend e re tattica e strategia , non ridotte a rormule, che non potessero effettu a rsi in faccia al ne mico, ma s tudiale nella loro vera base, che, a suo avv iso, doveva essere la s to ria dei falli milit;:iri . " Pa rtendo da qu es te considerazioni, io mi immaginavo un a scuola di uffiziali scelti fra le di verse armi per a ddestrarli alle caric he effettive d'a iuta nt e di campo, <li uffiziale <li s tato m agg iore, d'uffi,.iale s uperio re e di uffiziale generale. Come in cim a a lutti gli s tudi medi ci, s ta la cl inica cioè lo stu dio delle malattie e del m odo di curarle, così ne lla mia m e nte io poneva in cim a d ella scuo la s uddet ta lo s tudio de i fatti militari, dai quali gradatamente s i sarebbero d e rivali i principi generali ed e te rni d ella s trategia, della tattica, d e ll' ammini s trazio ne e della politica militar e, spiegandos i quindi a l rigua rdo di quei p1inc ipi i regola m en ti di tattica c he erano prescritti n ell'eserc ito, a ll a rgandose ne il campo e mos tra ndosi il com e e il qu a ndo si dovessero a ll'u o po temperare sul terre no d ei comba ttime nti". 2 E qu esto insegna m ento no n avrebbe d ovuto essere di m era e rudi zio n e , m a voleva c h e fosse "pra tico al possibile e slorico essen,.ia lme nte" con in izio dalle più r ecenti g u e r-re di c apital e importanza e cioè dalle napo leoniche. L' idea, la quale del resto era già, sia pure in parte, colti vata in Pruss ia, nella "Scuola Ge ne ral e di gue rra", non fu a bbandonata d al Ricotti durante i sedici anni. Ma n essuno co mprese e sepp e apprezzare il con ce tto di
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Opera citata .
f:rcole /Vcotti alla
prima calledra
u niversitaria d i
"Sfuria
militare"...
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Ricotti, c he lo aveva espresso nel 1843 nella dedica al re della sua "Storia delle Compagnie di Ventura". In tale proposito Ricotti tornò ad infcrvorar·si appena terminata n el 1844 la pubblicazione della sua opera, consacrando il tempo disponibile a studiare libri e piani di b a ttaglie e relazioni e ordini fino al principio del I 846. Dal suo disegno fu evidentemente distratto negli anni success ivi per le assorbenti occupa;,.ioni a corte, alla Università , nel Pa rlamento, ncll'Acca<lemia delle Scienze, ma ad essa tornò quando, d opo i disas tri rnilitari del 1848/49, si pensò di istituire una Giunta per lo s tudio dei rimedi al cons tatato difetto d'istruzione militare n ell'esercito : e <li essa fu chiamalo a farne parte. La Giunta, composta per la m aggor parte di ufficiali generali, con ollime intenzioni, ma "imbevuti di idee vecc hie e pigre", lo incaricò personalm ente <li presentare con crete proposte: ed egli pro pose sostanzialmente c he si c reassero n ei reggimenti e nelle divisio ni, scu ole di var·io 01-<line p er l'istruzion e dei graduati di truppa <lei vari gradi, co n una logica connessione fra scuola e scuola e sostenne a ncora la sua proposta di una "Scuola Superiore di g ucrTa a lla a preparare gli uffi z ia li al servizio di aiutante <li campo e di stato maggiore ed agli uffiziali s uperior·i, tanto d ell'esercito combattente quanto d ell'intende n za militare". Data la sorte che avevano avute le preced enti proposte del Ri cotti è inutile dire come anche queste furono a mano a mano ta nto alterate e male applicate nella parte relativa alle scuole di truppa da re nderli inutili e addiritturn in alcun conto per le proposte sc uole divisionali e per· la "Scuola Superiore di guerra". Questa ultima, proprio con il nome esallamente indicato da Ricolti rin dal 1849 e poi abbrevialo in quello di "Scu o la <li Gu e rra" fu costituita solo dopo i disa stri militari del 1866, ch e rimisero in luce le d e fi cienze già lamentate dal Ricotti fin dal 1840 e esperimentale dolorosamente nel 1848 e nel 1849. Alla ingiusta sorte de lle proposte di Ricotti fece poi seguito il silen zio che sul loro autore tennero coloro che, trattando d ella "Scuola di Guerra", accennarono alle su e origini. Primo di essi il Corsi, c h e in un suo studio d el 1888 3 , indicando come punto di partenza della istituzione la triste esperienza del 1866, accennò solamente ed assai vagamente in un inciso a ll a 3 "Degli studi d ella srnola di guen-a" in - Rivista mili Lar e italiana - aprile/magg io 1888.
Renato Arlesi
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Giunta con le parole: "Fuvvi allora chi fece osservare o, per dir meglio prima del 1859, n'era slalo tenuto proposito a Torino sotto il Ministero del gen erale Alfo nso La Marmora , che quegli abi li gen era li e qu e l m eravigli oso corp o di s tato maggiore d e l R e Guglielmo ecc." Di Ricotti, primo au tore di lali p roposte originali e risale nti ben più in là del 1859, Co rs i no n disse nulla d el su o scritto. Nè tale s ilenzio fu rollo da Costanzo Rinaudo quando della "Scuo la di Gue1Ta" scrisse nel 1894 4 e nel 19 ll 5 e, accennando alle origini della istituzione, non fu capace di risalire ne l tempo oltre il 1866 e, quindi, a l promotore di tale idea , c ioè il Ricotti.
Lo storico e L'educatore
I rece nti ssimi eve nti, l'epopea n a poleonica, l'aspirazione alla unità nazionale, i fasti militari degli italiani che avevano versato il sangue per la Franc ia e il suo imperatore, fecero s bocciare, lra il 1815 e il 1848, una notevole fioritura di storie. I nomi di Cesare Balbo, Carlo Bolla, Cesare Cantù, Alessandro Saluzzo, Colle tta, Ces are De La ugier, Guglielmo P ep e e di cento a ltri sono ben noti a tutti. Eppure a quel tempo anc he nei mi gliori istituti di educazione le nozioni di s toria general e erano impartite con il contagocce, quell e di storia moderna addirittura bandite: que l poco di s toria che si imparava era un mosaico informe di cogniz ion i che non poteva no appo rtare a lcunc h è di costruttivo p e r la formazione intelle ttuale degli alunni. Ciò era la conseguenza d ella viva, per quanto sorda, avversione dei governi, del clero, cui in massi ma parte era affidala la cura della educa zione giovanile, per la d iffusione delle conoscenze storiche, delle quali o non ne comprend evano l'importanza o la compre ndevano troppo. Ma l'ambiente era assetato di conoscenze storiche e perci ò Ricotti, nel quale era già viva l'inclinazione fin daJla g iovinezza , la seguì con tenace volere e, pur attendendo agli studi di i ngegneria e affermandovisi brillantemente , si interessò profondamente di storia. Non fo, solo scrittore, ma anche educatore e maestro, da quan4
Rivista M ilitare llalia na -1894. C. Rinaudo - "La Scuola di gue1Ta dal 1867 a] 1911" - Tip. Olivero e C. Torino - 19 1 I. 5
F.rcole Ricoff i alla prima cattedra univers itaria di "Storia militare"...
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do a trent'anni era slalo incaricalo a ll' insegnamento della "Storia Milita r·e" nella Università <li Torino a seguito dei primi di quei rinn ovam e nti d egli s tudi d ell'ateneo torin ese, voluti d a l m a rc hese Cesare Alfieri che aveva idealo la nuova cattedra per il Ricotti. Quel ti tolo di "Storia Militare" b en si attagliava alla figura del Ricotti un pò per riguardo alla sua professione d'armi , un pò per invogliare maggiormente a llo s tudio della storia l'ufficialità di a llora o nde convogliare in un corso di studi superiori militari , quella messe ingente di nozioni s toric he, prevalentemente militari, che Ricotti aveva raccolto e r·iunito in anni <li pazienti ricerche nelle biblioteche <li Torino. Al Ricotti il vanto d'essere stato il primo a d insegnare da una cattedra uni vers ita ria italiana la storia militare d'Italia. Dai primi studenti del suo corso libero di storia militare d e l 1846/47 , con gli anni e con il muta re d e ll e cose e con esse degli uom ini , egli aveva osservato con soddisfazione come a mano a mano s i elevassero le m enti dei suoi a scolta tori di pari passo e levò il tono delle sue lezioni, ciò che portò all'aumento degli ascoltatori. Dapprima gli era bastata un a s tan zetta, poi gli occorse una sala p iù grande consacrata alla scuola di letteratura, ma presto questa non bastò ed egli dovette trasferirsi nell'a nfiteatro della facoltà giuridica, che fu anche <la lì a poco insufficiente e lo costri nse a valersi del vastissimo anfiteatro di fisica. Altro merito del Ricotti fu l'ispirazione tutta ita lia na delle sue lezioni, da lui pubblicale in ope re monumentali . Sua fu l'indagine di cento e cento ignorati particolari, travisati nelle storie straniere, sue e prettamente italiane p e r gli intenti, per la c hiarezza e p er il rigore ma temati co le dedu zioni, ciò c he rispondeva a quel suo orgoglioso sentimento patrio e nazionale che nei suoi "Ricordi" g li fece scrivere con rammarico "esser l'Italia quasi dimentica della propria forza". P rosato re elegante n e lla forma scabra e tagliente d ei suoi scritti più maturi, fu anche per tal verso o r iginale e moderno. E da artista egli professò con inesausta passione le discipline storiche e ne scrisse perchè sentiva la storia come cosa viva più che o ggetto di museo, si considerava compartecipe della vita e della passione de i grand i dei quali narrava i disegni, le imprese, gli intrig hi e sentiva quelli compartecipi delle proprie passioni che erano quelle stesse della nazione allora in fermento di evolu zione: basterebbe a convincersene la lettura delle pagine d ella sua "Storia della Monarchia Piemontese" dedicate a Carlo Emanuele I.
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Renaio Artesi
AlliviLà versatile e prodigiosa Egli visse una attività prodigiosa fra le armi, la caltedra, lo scrittoi o, sui quali consumò le su e scarse risorse fisiche fin dalla p1ima giovinezza. Riferendosi ai primi m esi del 1848, oneroso periodo della sua vita, Ricotti, scrive: "lo non so veramente come le forze mi s iano bastale in questi tempi, perch è il lavoro pi-esso la Giunta Superiore di Revisione6 e cotesti temporanei incarichi erano episodi di una vita piena di continue fatiche. In ratti io avevo inaugurato all'Università il corso di Storia moderna e qu e llo di Geografia, avea principiala la stampa delle lezioni dell'anno precedente e continuava la pubblicazione del Liber Jurium e l'instituzione dei principi spagnoli e inseriva gravi articoli nel giornale "Il Risorgimento" circa il riordinamento degli studi e la condizione delle nostre finanze, argomento allatto ignoto alla comune". Forse questa sua vera e propria severità verso se slesso e verso gli altri si deve "se non avrò di fon1rnrsi una famiglia": nei suoi "Ricordi" due donne solamente trovano posto e menzione: la madre e la sorella. La morte lo colse a Torino il 24 febbraio 1883 e Torino volle commemorarlo ai posteri con la intitolazione di una via.
Conclusione l pregi di Ricotti, con naturati alla sua formazione mentale prima e a lla mili zia nella quale trascorse gli anni e per di più acce ntuati dal suo carattere un pò angoloso, erano incompatibili con la can-iera politica, alla quale giovavano maggiormente a quel tempo le maniere garbate e insinuanti . Ercole Ricotti, benvoluto da Cesare Balho, amico di Cavour, di Vilfredo Pareto e di tanti uomini politici di allora, solo che avesse voluto avrebbe polulo ascendere ai più a lti gradini della politica. Nella prima legislalura del Parlamenlo Subalpino rappresentò come depulato il collegio della sua città natale Voghera, poi nella quarta, quello di Ventimiglia. Partecipò con sufficiente assiduità ai lavori parlamenlari, 6 incar icata d ella censura p reventiva della stampa periodica dopo la promulgazione dello Statuto.
Ercole Ricotti alla prima ca ttedra universitaria di "Storia militare".. .
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s e dendo lra i liberali de lla Destrn, ma si ritirò presto dalla vita
politica militante, non solleci Lan<lo u Ite r-iormen le alcun seggio: <lei Senato, solo nel 1862, ne fu nominato senatore. Angelo De Gubernat is, in fatti, scrisse di lui nel suo "Di z iona rio biografico" nel 1879: "Che uno s torico di tanta fama, un uomo di tanto m elito, un cittadino così virtuoso e sperime ntato, pieno di buo n s enso, di lealtà, di nobiltà, che ebbe tanta par·te a far grande il Piemonte perchè potesse farsi liberatore <l'llalia , non sia mai s tato chiamato nei consigli d ella Coron a , n on abbia ancora governato del nos tro paese il Ministero d ella pubblica istruz ione, è cosa che n on ci fa meraviglia troppo , fra le stranezze delle guaii ci <là spettacolo dalla morte d el Cavour in poi la politica italiana: non fa m erav ig lia troppo, m a c i umilia un poco". Le parole <le De Gubernalis riassumono tanto efficacemente i pregi di questo multiforme ingegno com e u omo, storico, maestro e in seg n an le . Non poche sue vedute e non pochi suoi propositi furono vere e proprie divinazioni e anticipazioni: perciò egli si rivela moderno ed a ttuale nel s uo grande sphito, vivo compai1ecipe della vita dei s uoi lempi, ma el evato precursore di un a nazione più gra nde.
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Renato Arlesi
Principali npere a slampa di Ercole Ricotti • "Sull'uso delle mili zie m cr cenarit! in Ita lia. sino alla pace d i Costanza" (Cenni storic i 13 giugno l 839) - in 'Mem . Ace. Se. - Torino - 1840 • "Sulla Milizia d ei Comuni italiani nel Medio Evo" (Cenni slorici 13 f'c h hraio 1840) - in 'Mem. Ace. Se. - Torino -184 1 • "Sloria d elle Compagnie di Ven tum in I talia" - Torino C. Pomba e C. editor i - 1844/45 - voi. 4 N.B. = Avanti a] frontespizio d i ogni volume si trovano 4 incisioni d ei r·itralli dei segu enti condott.ic1i: 1) Alherico da Ba1·biano - 2) Carm agnola - 3) Frnncesco Sforza - 4) Gio. Medici. • "Dell'indole e d ei progressi degli studi st01ici in ltalia" - (Relazione ad un corso di storia militare d'llalia, detta nel dì 27 n ovembre 18 46) • "Corso di Storia d 'Italia, professato n ella R. Univers ità di Torino (Dal Basso impero a i Comuni )" - Torino d alla Stamperia Reale - MDCCCXLVIII • " Breve storia d 'Europa e s p ecialmente d'Ita lia (Dal Basso Impern sino a l 18 15)" - varie edizioni dal 185 1 al 1867 - volumi 3 • "Breve storia d 'Europa e s pecialmen le d 'ltalia dall'a. 476 al 1861" - edizioni 12 (N.d.a.) Queste due opere furono i testi più diffusi ne lle scuole secondarie di Torino e del Piemonte. •" Nozioni compendiose di geografia" varie edi~.ioni dal 185 1 a l 1869 • ''T..iber .Turium Rei publicae Genucnsis" - Tomus I (II) - in "H istoriae Patriac Monumcnta" - Aug.Tatll'. 1854 • "Della vila d egli sc,·itti cle,I Conte Cesare Balho" (Rimenbranze .. con d ocu menti inediti) - Firenze - Felice Le Monnier - 1856 • "Compendio d i Storia P atria" - Torino - Stamperia Reale - 18S6 • "Storia della Monarchia Piemontese" - Firenze - G. B arhera editlffe - 1861 vol.6 • "B1·eve storia della Costi tuzion e inglese" - Torino - Loescher· - Tipogr. V. Bona - 1875 • "Della Rivoluzione protestante" (Discorsi storic i) - Torino - Loescher Tipogr. V. l::lona - 187S • "Ri co rdi di En.:ole Ricotti" pubblicati a c ura d i Antonio Ma nno Tmino/Napoli - Roux e ravale - 1886 • inoltre una intensa collabornzione alle maggiori .-iviste storiche e letterarie d el tem po: memorie su svariati argomenti in atti accadern it.:i: commemorazioni di uomini illus lri, di scorsi parlamentari.
Opere consultate • Dc Guhernatis An gelo - "Dizionalio Biog rafico" (voce Ercole Ricotti) - 1879. • R icci Malleo - "Ercole Ricotti" - in ' Rassegna Nazionale" - 1883. • Rinaudo Costanzo "Ercole R icotti" - Torino - 1883. • Chinazzi Giuseppe - "Della vita e degli suilli di Ei·cole Ricotti" - Genova 1883. • Cipo lla Carlo - "Ercole Ricotti" in Annuar io R . Università - Torino - 188}/84 pp. B3/139. • Ma nno Antonio - "Ercole Ricotti - Ricor·di di mia v ita" - Torino - 1886. • Ferrero Ermanno - "Della vita e degli scritti di Ercole Ricotti" - in 'Mem o .-ie Accademia delle Scien ze di Torino' - 1887 - II XX.X.Hl - pp. 309/40 1. • "Annuario Biografico lJni ver·sale" - Torino - Union e Tipografica Edi li-ice Tor-inese - 1885/ 1886 - vol.J - p.4.~ e seg. - voi. ll p.520 e seg. con la bihliografia delle opere di Ricotti. • Ros i Michele "Dizionario del Risorgimento Nazionale"- Dalle ori gin i a Roma cap ila le - Fatti e per sone - voi. IV - Le Pe1·sone R/7. - Mi la no - edit. Francesco Vallardi - 1937 - (voce E r cole Ricotti). · • Ercole Francesco - "Enciclopedia e Bibliografi a Ita li a na" - serie XLJl - "li Risorgimento Italia no - Gli uomini politici" - voi. Hl - Roma - Istituto Editoria le Italiano B ernardo Carlo Tosi - 1942 - (voce Ercole Ricotti). 0
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ANTONELLO B1AG1N1 - LEOPOLDO NUTI
NOTE SULLA PARTECIPAZIONE ITALIANA A CORPI DI SPEDIZIONE INTERNAZIONALI Dalla rine <lei diciannovesimo secolo agli ultimi anni del ventes imo le Forze Armate Italiane hanno partecipalo attivamente a corpi di sp ediz io ne multinazionali. La n atura di queste missioni, così come l'entità dei reparti invia ti, son o talmente diverse da re nd ere m olto difficile l'identificazione di un filo condutto,-e che leghi tra loro eventi tanto dissimili; c io nonostante sembra possibile identificare nella politica estera italiana una sorta di "complesso della Crimea", per cui, memo ri dei successi e d ei risultati positivi conseguiti con quella spe dizione, gli statisti italiani ha nno in certi momenti rite nuto opportuno far pa rtec ipare le Forze Armate italiane a missioni dalle quali l'Italia non avrebbe ricavato b enefici immediati ma vantaggi d'o rdine politico generale e alle quali si riteneva necessario esser·e pr·esenti "per il nostro prestigio di grand e potenza", come notava il marchese Tornasi Della Torretta a proposito dell'invio di un contingente di soldati ita lian i in Murmania nel 19 18. 1 Così come, de l resto, sembra lecito vedere nell'insistenza con la quale i governi italiani si sono spesso adoperati perché ra ppresen tanti d elle Forze Armate fossero inseriti nei corpi di spedizione internazionali un a ltro as petto d i q u ella ricerca della parità formale con le grandi potenze, che è un po' una costante della p olitica estera italiana e che agli inizi del 1959 l'ambasc iatore inglese a Roma Sir Ashley Clarke definiva scherzosam ente come "me too, please". 2 Ai fini d i una maggiore chiarezza esposit iva le missioni internazionali più importanti cui p arteciparo no militari italiani sono
1 Il reggenle l'ambasciala in Russia, Tornasi del la Torretta, al ministro degli Esteri , Sonnino, I agosto 1918 , in Documenti Diplomatici Italia ni, V Sel'ie, 19141918, voi. Xl , 1 giugno-3 novembre 191 8, Roma, I stitu lo Poli gral'ieo d e llo Stato, 1986, pp .2S2-253. 2 Annua! Review of Ital_y for 1958, Sir· As h ley Clarke (British Embassy in Rome) lo Foreign Office, 7 Ja nuary 1959, in PRO , FO 37 1, RT 1011/ 1.
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Antonello Riagini - Leopoldo Nuti
state qui di segu ilo raggruppate in ordine crono logico in tre sezioni principali, l'età dell'imperialismo, il periodo tra le due g uerre e il periodo s uccessivo al 1945. I) L'età dell'imperialismo. In questo primo periodo la partecipazione italiana a spedizioni internazionali di carallere mili tare (Creta, 1896 - 1905; Cina, 1900; Venezuela, 1902 - 1903; riorgan izzazione della gendarmer ia Macedone, 1904 - 1908) si colloca a cavall o di due date ben precise, la sconfitta di Adua del 1 marzo 1896 e la dichiarazione di gu e1-ra alla Turchia del 29 settembre 1911: la prima nave ita liana a 1Tivò infatti a Crela nel maggio 1896, e il generale Robi]ant, incaricalo della riorganizzazione della gendarmeria Lurca, lasciò Costantinopoli il 27 settembre 19 11. Fu questo un periodo in cu i la politica estera italiana entrò in una fase di transizione e di raccoglimento dopo la débàcle abissina, momento culm inante dell'espansionismo colon iale che tanto aveva condizionato l'attività di Cr·ispi, e in cui il sistema politico interno si trovò a dove r affrontare una crisi così profonda, da non consen tire l'uso della forza a sostegno di avventure colonialiste fin quando non fosse rior·gan izzato su basi più sol ide. La gestione internazionale di quelle crisi in cui si trovassero coinvolti interessi italiani, veri o presunti, sembrò dunque l'unica soluzione idonea per evitare che il già scarso prestigio nazionale suhisse l'ulteriore umiliazione di vedere l'Italia ig no rata dal consesso deLle grandi potenze e per rallor/.are al tempo s tesso la penetrazione italiana in certe regioni. Linvio di contingenti militari nell'ambito di un corpo di spedi z ione internazionale puù perciò essere visto com e lo strumento scelto dalla politica estera ita liana in un momento in cui iniziative di carattere unilaterale sembravano di ratto prec1use o comunque troppo rischiose. 2) Il periodo successivo alla prima guerra mondiale. Più difficile é trovare un filo conduttore c h e dia carattere univoco all'invio di reparti i tal iani nelle spedi zio ni c he seguono la fine ùella prima guerra mondiale (Russia, 1918 - 1919; Fiume, 1918 - 1919; Alta Slesia, 1920 - 1922, senza contare il caso a sé stanle della Saai~ 1934 - 1935). La spedizione russa s i pone infatti in un con testo tutto particolare, legato soprattutto alle vicende del plimo coniliLLn mondiale, così come profonde differenze esistono a nc he tra l'invio del corpo di spedizione a Fiume e quello d ei reparti in Alta Slesia e nella Saar: Mentre nel primo caso - Fiume - si trattò infatti di sostenere, con l'occupazione militare, le rivendicazioni nazionalistic he su quel territorio, e il carattere multinazionale del cor·po di
Note sulla partecipazinne italiana a corpi di spedizione inlernazionali
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spedizione fu solo un tentativo malcelato di coprire le ambizioni iLa liane, nel secondo e nel Lerzo caso - Alla Slesia , Saar - s i Lratlò di usar e reparti dell'esercito per operazione di polizia militare e di ordine pubblico in aree geografiche dove l'Italia non aveva interessi direLLi . Solo quesli due ullimi casi, peraltro ve1ificalisi ad oltre diec i anni di distanza e in contesti internazionali ben differenti, presentano dunque qualche affinità tra di loro e sembrano avere come denom inalore comune la volontà di inserire l'Italia tra le grandi pote nze, affidandole un molo di primo piano anche in questioni nelle quali non fossero coinvolti interessi nazionali. 3) Il periudu successivu alla secunda guerra mundiale. Più agevole é infine definire il carattere della partecipazione italiana alle operazioni miliLa ri internazionali svolLesi dopo il secondo conl'l iLLo mondiale (Corea, 1951 - 1955; Congo, 1960 - 1962; UNlFlL, 1979; MFO, 1982; Suez , 1984; Libano I e II, 1982 - 1984; Golfo Persico, 1987 - 1988; ''Tempesta nel deserto", 1990 - 1991; "Airone" T e H , 1991 ), perché la maggior parte di esse si sono svolte in un unico teatro, il Medio Oriente, con l'ovvio scopo di fornire un connibuto al tentativo di stabilizzare quella regione. Quanto al perché del s uccesso di una rormula a ppli cata con ta nla l"r··eque nza, sembra opportuno far 1iferimento ai mutamenti intervenuti nell'opinione pubblica italiana dopo la seconda guerra mondiale e alla diffusa avversione per l'uso della forza e dello strumen to militare, nonc hé alla p e r enne precarietà d el sistema politico italiano: tenendo in con siderazione questi elementi, risulta più facile comprendere come mai governi mollo spesso assai instabili a bbiano deciso l'im popolare impiego delle Forze Armate sola mente quando si siano sentiti pienamente legittimati a farlo, sia dall'inserimento in una coali z ione in lerna ,.ionale, s ia da l caralle re uma nitario deUe varie missioni da compiere.
Creta L'insurrezione c r·etese d el 1896 e la successiva guerra g recoturca del maggio 1897 costituirono una d elle ultimi appendici d ella secolare questione d'Oriente. Il progressivo indebolimen to dell'Jmpero Ottomano aveva permesso alle popolazioni della penisola balcanica di raggiungere l'indipe nde n za e l'unità nazionale e di eliminare quasi completamente, con l'appoggio ora dell'una ora dell'altrn delle grandi potenze, la presenza turca da quest'ultimo
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lembo di territorio europeo. Negli ultimi anni del secolo XlX, tuttavia, le grandi potenze, e in particolare la Russia e l'AustriaUngheria, sembravano inclini a non aprire nuova me nte la questione orientale e a spegnere ogni possibile focolaio di tensione; pe rc iò quando nella primavera del 1896 la popolazione cristiana di Creta, ancora soggetta al dominio ottomano, insorse chiedendo l'annessione dell' isola alla Grecia, tutte le gra ndi potenze cercarono di svolgere opera di mediaz io ne e di evitare che Grecia e Turchia giungessero a uno scontro aperto. Al momento della rivolta cretese la posizione diplomatica italiana era particolarmente delicata, poiché il gabinetto di Rudinì, e in p articolare il ministro degli esteri Visconti Ve nosta, erano impegnati nel difficile compito di liquidare con una politica cauta e moderata " il fai Ii men Lare tentativo crispino di trasferire nel Mediterraneo e nell'area coloniale il centro di gravità dell'applicazione della Trip li cc"3, c ulminato n el disastro di Adua. D'altro canto, come notò più lardi in Pa rlamento lo stess o ministro degli Esteri, per l'Italia era molto diffi cile rinunciare a svolgere un ruolo di rilievo in una grave crisi m editerranea, Lanlo più in un momento in cui sembrava profilarsi la possibilità di un condomin io austro-n1sso che e scludesse ogni inrluenza italiana dalla penisola balcanica. La linea di condotta di Visconti Venosla, per tutta la durala della crisi, fu dunque di cercare una soluzione della vertenza all'interno del concerto de lle potenze europee, di farne funzionare il "difettoso meccanismo", e di far avere a ll'Tta lia una parte di primo piano nelle ini ziative congiunte stabilite dalle potenze. L'attuazione di questa politica, peraltro, fu resa difficile dalla costante pressione di una rumorosa corrente d 'opinione filo-ellenica, che, me more delle tradizioni risorgim entali, chiedeva a gran voce una politica più marcatamente favorevole alla Grecia, quando non addirittura interventista. l primi disordini si verificarono a Creta nel maggio 1896, e il console italiano nell'isola s i a ffre ttò a richiedere l'invio di una nave da guerra per proteggere gli interessi italiani. Nei mesi successivi, continuando i fermenti insurrezionali, gli ambasciatori delle grandi potenze a Costantinopoli ce rcarono di pers uadere il Sultano a adottare alcune misure che potessero soddisfare le esigenze degli indipendentisti e prevenire un conflitto aperto tra la Grecia e l'im3 Ernesto Ragio nieri , La s toria. politica. e sociale, in Storia d 'llalia, Voi. 4, Dall'Unità a.d oggi, tomo TTT, p. 183 1. Torino: Einaudi, 1976.
Noie sulla partecipazione italiana a corpi di spedizione inlernazionali
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pero Ottomano. Fu così deciso, tra l'altro, che le potenze europee avrebbero curato la riorganizzazione della gendarmeria cretese, e a tale scopo agli inizi di rehhraio 1897 il governo italiano inviava a Creta 3 ufficiali e un sottufficiale dei Carabinie1i. Quando i militari italiani giunsero nell'isola, tuttavia, la situazione si era già gravemente deteriorala, e il 5 rehhraio i consoli delle potenze europee furono costretti a rifugiarsi a bordo delle navi ormeggiate nel porto. Nei g iorni immediatamente successivi, il governo italiano decise di inviare nell'isola in un primo tempo la corazzata Stromboli e l'incrociatore Ruggero di Lauria, e successivamente l'intera prima divisione della squadra navale attiva, al comando del vice ammiragli o Felice Napoleone Canevaro. Contemporaneamente giungevano a Creta anche navi inglesi, francesi, russe e austro-ungariche, alle quali si aggiunse in un secondo momento una nave della Marina Imperiale tedesca. L'ammiraglio Canevaro, la cui anzianità gli valse il comando del Consiglio degli Ammiragli delle potenze, ricevette inizialmente l'ordine di impedire eventuali atti ostili da parte di navi greche e di consultarsi con i comandanti delle allre squadre navali circa l'adoz ione di nuove misure. Intanto, in mancanza di un blocco navale vero e proprio, alcuni r·eparti di volontari greci riuscirono a sbarcare nell'isola e ad attaccare le fou.e turche. Il protrarsi dei disnr·dini spinse gli ammiragli delle flotte europee a porre La Canea sollo la prote:1.ione di un contingente internazionale di marinai, a bombardare il forte di Akrotiri, da cui gli insorti greci sparavano sulle posizioni turche, e, successivamente, a estendere la protezione delle navi al la costa meridionale dell'isola. Infine, dopo lo scoppio di un'insurrezione tra i gendarmi turchi, il 5 marzo il Consiglio degli ammiragli chiese ai rispettivi governi di procedere al blocco totale d eJl'isola e dei principali porti della Grecia, nonchè di inviare un contingente di truppe. La proposta fu accellata il 17 marzo, e il 21 il blocco entrò in vigore con il divieto di accesso alle acque di Creta per tutti i natanti greci; pochi giorni dopo arrivò a Creta anche un contingente italiano di circa 600 marinai, costituito da 5 compagnie di marinai della difesa costiera e di equipaggi di alcune navi in riserva. Nei mesi successivi la tensione salì notevolmente, fino a culminare nella guerra aperta comhattuta tra Grecia e Turchia dal 17 aprile al 20 maggio e conclusasi con una netta sconfilla delle truppe greche. Le ostilità si svolsero quasi esclusivamente in Tessaglia, senza coinvolgere direttamente Creta: tuttavia la situazione dell'iso-
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la divenne sempre più difficile, e già prima dello scoppio del conflitto le p otenze avevano deciso di a umentare il contingente di truppe <li occupazione. li 17 a pr·il e lo SME ordinava perciò l'approntame nto di un battaglione dell' 8° R gt. bersaglieri e di uno del 36° fante1ia , nonchè di una batteria del reggimento di artiglieria da montagna, che avrebbern sosliluilo le for/.e inviale in preced e nza: il 20 apri le i rep arti italiani (697 fanti, 685 bersaglieri e 130 artiglieri, per un Lola le di 1.553 uomini) si imbarcarono a Napoli, e il 24 giunsero a Creta. All'apice della crisi, l'Italia schi erò dunque a Crela un contingente militare di dimensioni analoghe a quelli delle altre potenze e un complesso navale di circa 30 unità , di cui 6 corazzate, 7 incrociatmi e allro naviglio minore . Le navi ebbero il compilo di perlustrare le acque dell'isola, in partico lare le baie di Ierapetra e di Suda, n on c hè alcuni tratti di mare greco; ins ieme a dis taccamenti di a ltre n azional ità , i ,-eparli de ll'esercito compirono invece frequenti ma rce nell'interno, in zon e spesso controllate dagli insorti. Per ovviai-e poi ai problemi causati dalla fuga degli organi giudiziari turc hi dopo lo scoppi o d ell 'ins urrezione, le pote n ze occupanti costituirono una Commissione lnle mazionale <li Poli zia MiliLare con Pres idente, awocalo fiscale e codice militare di guerra italiani. No n essendo riuscite a impedire lo scoppio delle ostilità, le polen/.e europee s i pre fi sse ro lo scopo di mantenere l'ordine a Cre ta in a ttesa che venisse raggiunto un accordo soddisfacente per entrambe le parti. Nonostante la vi ttoria turca n el breve conflitto, le potenze erano orie ntate verso una solu /.ione c he, ma nten e ndo la sovranità turca sull' isola, conced esse a l tempo stesso maggiore autonomia alla popolazione greca. La gestione della crisi si fece lutlavia difficil e a l m o m e nto di scegliere un governatore c he potesse riu scir e gradi to a tutte le p oten ze: Germania e Aus tria-Ungh eria respinsero 1a propos ta russa di nominare il principe Giorgio di Grecia, e nel m a rzo d e l 1898 dec ise ro di a bba ndona re il blocco navale. Il governo italiano scelse invece di restare e <li appoggiare la tes i franco-rus sa, "la prima vera incrinatura della posizione stre tta mente triplicista m a ntenut a fino a quel mom e nto dall'Italia" .4 Dopo la partenza delle navi austro-ungariche e tedesch e il Consiglio d egli ammiragli decise ai primi di aprile di manten e re un presidio multinazionale a lla Canea e di ripa rtire l'isola in 4 settori di occupazione tra Francia, Italia, Russia e Gran Bretagna: 4
Mario Tos ca no, S toria dei Jrallali e politica in tern a z ionale , Tor·ino
Giappich elli, 1963, p. 342.
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a lle truppe italiane fu afli<lalo il settore orientale, lungo circa 75 c hilome tri e profondo tra i 30 e i 40 km da una costa all'altra. Nel corso <le ll'estate del 1898 le pote nze formularo no un progetto in base a l quale Crela venisse affidata a un governo provvisor io aulonomo, e s uccessivam ente si a<l<livenisse a un ritiro almeno parziale <lella gu a rni gione turca. In settembre la c ris i d egen e rò pe rò in aperta ribellione, e un piccolo reparto inglese fu assediato a Candi a da una folla di rivoltosi musulmani: per r iportare l'ordine fu fa tta intervenire una compagnia del presidio internazion a le della Canea, composta <la bersaglieri italiani e marines francesi, sollo la p rotezione di tre navi da gu erra. Quest'ultimo grave incid ent e s pinse il consiglio d egli am miragli a rafforzare anco ra il contingente militare (l'Italia inviò il 11/49 ftr.), e a sottoporre al sultano un vero e proprio ultimatum , in cu i si c hi edeva di ritirare tutte le truppe turche e di a ffidare alle potenze il governo provvisor· io dell' isola. Il governo turco accellù e e ntro la metà di novembre completò l'evacuai. io ne delle proprie truppe; nel frattempo l' Ita lia aveva aumentalo a ncora il proptio contingent e invia ndo in o ttobre il II/93 ftr. per garantir·e l'ordine durante la partenza dei sol<la li turc hi. U n a volta terminata l'evacu azione, le potenze deciser o d i ridurre notevolme nte le prorpie forze, e entro la fine di nove mbre furono rimpa triati il 1/36 fl r. e il XII/8 bersaglieri. Il 5 dicembre fu fina lme nte tolto il blocco navale . N el corso <l ei 1899 l'isola sembrò avviarsi verso un graduale ritorno alla nomrnlità: le poten1.e nominaron o il principe Giorgio <li G rec ia Alto Commissario d ell'isola, e le forze rimaste passarono sotto il su o comando; fu inoltre ele tta un'assemblea costituente, venn e dato vi ta a un governo cretese, e fu completata la 1iorganizzazione della Gendarmeria . l contingen ti in lernazionali furono ulteriorm ente ri<lolli, e alla fine d ell'anno le forze italiane nell'isola ammon tavano a un solo ba llag lione, il US ftr. che aveva sostituito il 11/93, e a un nucleo di Carabinieri in caricali dell'addestrame nto della Gendarmeria. TI contingent e multinaziona le restò ne ll' isola fino al 1906, quando l'ennesima insurrezione degli annessionisti e il riaccendersi d ella guetTiglia spinsero i governi europei a ordinare il rimpatrio di tulle le proprie truppe: il 31 dicembre 1906 lasciarono Creta gli ultimi soldati italia ni . Pe r quanto fosse 1iuscita a circoscrivere la c r·isi , la missione internazionale non aveva potuto tuttavia risolvere <lef"inili va mente il problema della sovranità de ll'isola: c he gi unse a soluzione solo nel corso de lle guerre balcaniche quando, n e l 19 13, Creta fu annessa definitivame nte a lla Grecia.
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Cina
Negli ultimi anni del XIX secolo l'espansione coloniale delle potenze europee sembrò indirizzar·si verso il decadente impero cinese, i1 cui immenso territo rio era amministrato da una burocrazia tanto vasta quanto corrotta e incapace e difeso da un esercito che, sebbene in via di modernizzazione, non poteva reggere il confronto con i più efficienti apparati militari europei. Sopratutto dopo la guerra sino-giapponese del 1894-1895 l'attività coloniale dei paesi europei in Cina aveva ricevuto notevole incremento, e le grandi potenze si erano assicurate nel territorio impetiale concess ioni e sfere d'influenza. La crescente penetrazione straniera comportava per i cinesi non soltanto la co nvivenza con costumi e religioni spesso in stridente contrasto con le proplie secolari tradizioni, ma anche una setie di innovazioni economic he e tecnologighe che incrinavano la s truttura tradizionale della società cinese e talora ne danneggiavano ampi settori. Si d iffuse perciò una crescente xenofobia, alimentata in particolare dalle società segrete e tra queste da quella dei "Pugni Giusti e Armo niosi" (o, seco ndo un'altra dizi one, dell e "Ba nde Giuste e Armoniose"), indicata dagli occidentali come setta dei "Boxers". Molte di queste sette avevano origini antichissime ed erano state a lungo in aperto contrasto con il potere imper·ia le; tuttavia verso gli ultimi anni del secolo l'imperatrice vedova Tzu Hsi cominciò ad attenuare l'ostilità del governo verso i Boxer s e a tollerare sempre più apertamente la loro propaganda xenofoba e i loro attacchi contro la penetrazione religiosa occidentale in Cina , probabilmente con la speranza di limitare la crescente espansione straniera. Quest'appoggio imperiale semi-ufficiale e le crescenti tensioni sociali favorirono la rapida crescita della setta. Su questo sfondo si collocò il maldestro tentativo italiano di ottenere una concessione in Cina a l pai-i delle altre grandi potenze europee. Alla fine del 1898, in un periodo di gravissime lotte sociali interne, il primo ministro Pelloux e il ministro degli esteri Canevaro affidarono al ministro a Pechino Giacomo De Martino il compito di scegliere un porto lungo la costa cinese e, dopo aver presentato una formale richiesta di concessione, di farlo occupare valendosi dell'appoggio militare fornito dall'incrociatore Elba e del tacilo sostegno delle altre potenze europee. Il 20 febbraio 1899 Dc Martino chiese quindi la concessione di una base navale nella baia di San Mun, ma il governo cinese oppose un netto rifiuto e respin-
Note sulla paYlecipazione italiana a corpi di spedizione internazionali
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se ogni successivo tentativo di Lrovare una soluzione di compromesso, nella speranza che opponendosi al più debole tra gli stati europei potesse mellere fine alla continua catena di concessioni. Sconsigl iato dalle altre potenze di ricorTerc alla forza, il minislro degli esteri Canevaro dovette rassegnarsi all'insuccesso e in maggio fu sostituito dal più espe rto Visconti Venosta. Poco te mpo dopo lo smacco diplomatico subito dall' Italia, i fermenti xenofobi a limentati dai Boxers aumenlarono di intensità, e case e negozi di cinesi c risLian izzati vennero assaliti e disLrulti. La repressione di questi incidenli d a parte dell'esercito imperiale cinese fu progressiva mente r idotta, e n ella primavera del 1900 il movimento rivoltoso si eslese rapidamente, divenendo ben presto incon lrolla hile: gli attacchi contro i miss ionari e i cinesi cristianizzati s i moltiplica r-ono, e ben presto furono <lirelti anche contro gli e uropei e le loro proprielà. Alla fine di maggio del 1900, dopo l'assassinio di due missionali inglesi, il corpo diplomatico europeo a Pechino ordinò alle n av i dislocate lungo la costa di concentrarsi nel porto di Taku e di inviare nella capitale un contingente di truppe. Per l'Italia sbarcarono due piccoli gruppi di marinai: dalla R . Nave Elba 39 ma rinai al comando del te ncnle di vascello Federico Paolini e del sottotenenle Angelo Olivieri, e , pochi giorni dopo, dalla R. Nave Calabria u n al tro d istaccamento di 39 uomini agli ordini d ei te nenti di vascello Giuseppe Sirianni e Camillo Premoli ; q ue t' ultimo gruppo , insieme a un drappello francese, dovette però fermarsi a Tients in a cau sa d ella presenza di grosse formazioni di Boxer s e soldati imperiali lungo la strada p er Pechino. Poco d opo l'arrivo di queste tru ppe i Boxers cominciarono i primi allacchi contro le proprietà slraniere a Pechino, e il 9 g iugno il minis tro ing lese chiese alle navi lungo la costa di inviare quanto prima altre truppe nella capitale: la colonna di soccorso organizzata dall'ammiraglio Seymour~ cui le due navi italiane avevano fornito un (;Onlingcnte di altri 20 marinai, rimase però bloccata lungo la line a ferroviaria Lra Tientsin e Pechino perchè i Boxers avevano in più punti distrutto i h inari, e il 15 giugno [u costre tta a ritornare verso la costa . Negli slessi giorni i Boxers occuparono la città di Ti e ntsin, e quasi contemporaneame nte i comandanli delle navi europee all a fo nda a Taku decisero di allaccare le fortificazioni d e l porto per assicurars i il controllo di questa città di vitale importan,.a per i collegamen ti con l'inlerno. All'alba del 17 g iu gno i forti furono bombarda li dalle navi e occupati dopo brevi combattimenti: agli scontri partec iparono a nche una ventina
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di mariani italiani ag li o r dini d el tenente di vascello Giovan Battista Tanca. Quest'iniziativa militare degli occid e ntali spinse probabilmente il governo cinese a emanare l'ultimatum del 19 giugno, con il qual e ingiu nse al personale delle legazioni di abbando nare Pechino. l ministri decisero all'una nimità di non lasciare la ci ttà, ma il gion10 s u ccessivo a ll'emanazione dell'ultimatum il minis tro tedesco von Ketteler fu ucciso d a un soldato cinese mentre si recava a protestare con il min istro degli esteri cinese; quel giorno stesso fu assa lito i l quartiere delle le gazio ni e il 21 il gove rno c in ese d ic hiarò gu eITa alle pote n ze straniere. Ebbe così ini:1.io un lungo assedio nel corso del quale a improvvise onda te di attacchi violen tissi mi e a ll 'esplosion e di mine i cin esi a lternarono lung he pause, fi nch è tra la fine di luglio e i primi di agosto s i arrivò a una vera e propria tregu a. La guarni gione militare delle legazioni poteva contar·e in que l momento su circa 400 tra soldati e m arinai, <lei qu a li 28 marinai italiani al coman do d el te ne n Le Paolini, e su alcuni pezzi di artiglieria; la legazione italiana e ra stata distrutta quasi all'inizio d ell'assedio, cosicch è i marinai italiani fu rono dislocati presso un a ltro settore insie m e a un contingente g iapponese. Altri undici m arinai italiani, con il tene n te O livieri , parteciparono alla difesa della catlt:dralc con un <l istaccamento di m arinai francesi. La notizia <le i combattim e nti ebbe in E urnpa un impatto dramma tico, alimentato e ing igantito oltre misura da una stampa sensazionalisti ca, e ben presto le pote n ze decisero di invia re in Cina un c orpo di spedizi one multinaz ional e a l co m a nd o d el Feldmaresciallo tedesco von Wa lde rsee. Il governo itali ano fino a q uel momento s i era limi tato a seguire la linea delle altre pote nze e ad affidare ogni d ecisione ai prorpi com and anti navali in loco; la formazione di un a s pedizione multinazio n a le lo spinse p erò a inviare anche un p roprio contingente, sia pe r m antenere l'Ita lia su un piano <li parità con le altre poten ze sia nella speran:1.a <li otte nere in seguito l'ambita Concessione g ià negata l'anno precedente. Il 5 lug lio 1900 il ministro della guerra disponeva l'invio di un battaglio ne <li fa nteria , uno di bersaglieri, un a balleria <li mitragliatrici, un distaccamento misto d el genio, un drappello di su ssistenza e un ospcda letlo d a campo: in tutto, 83 ufficiali e 1882 sold ati al comand o d e l colonn e llo Garion i. L a marina inviò , a l c omando dell'ammiraglio Cand ian i , l e navi Vettor Pi sa ni, Fieramosca , Vesuvio e Stromboli ; quest'ultima fu u sata come scorla a ll e navi trasporto Giava, Singapore e Mingh elli che, partite da
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Napoli il 19 luglio, giunsero a Taku a lla fine cli agosto, dopo una navi ga:t.ionc nel corso della quale la truppa soffrì molti e gravi disagi a causa della scarsa c ura con cui le navi erano slale preparale per· un viaggio nei mari tropicali. Al mome nlo dell'arrivo ciel contingente multina:t.ionale in Cina, tuttavia, la fase c ritica dell'i nsurrezione era ormai terminata: dopo aver completamente riconqu istato Tientsin alla metà di luglio, gli a mmiragli che presiedevano Taku decisero di tentare nuovamente l'invio di una forza di soccorso verso Pechino, e il 4 agosto una colonna forte di circa 20.000 uomini, di cui una cinquantina circa marinai italiani, partì alla volta del la capitale. Dopo a lcuni scon tti vittoriosi con i Boxers e con truppe regolari cinesi, la co lonna g iunse a Pechino il 14 e polè rnmpere l'assedio che ancora cingeva il quartiere delle legazioni e la caltedrale. Seguì un vero e prop1io sacco della cillà, in cui i marinai italiani tennero un com portame nto relativamente moderalo e s i astennero dall'infieri1·e contro la popolazione. Anche le operazioni del corpo intern azionale ass unsero b en presto il carattere di una sped izio ne punitiva: con le legazioni già libernle, furono effettuate varie spedizioni ve r·so quelle località dove si supponeva che s i trovassero grosse bande di ribelli e r·cparti di truppe imperiali. Le truppe ital iane parteciparono alle sped izioni su Peitang e Pao-ting-fu , a lla lun ga m a rcia su Kalgan, e a ll'a ttacco notturno a ll a c ittà di Ku-nan-shien; molle ciltà si arresero senza opporre resistenza, e i pochi combattimenti furono di lieve entità. Non mancarono anche in questi casi saccheggi e violenze, spesso contro la popolazione civile, dai quali però il contingente italiano fu uno dei pochi ad astenersi. Agli inizi <li di ce mbre le operazioni del corpo di spedizione erano virtualmente terminale e nell'estate successiva la maggior· pa1·tc d e lle truppe italiane fu rimpatriala: erano caduti un cen linaio tra soldat i e marinai, di cui una ventina in combattimento. I successivi negoziati di pace costrinsero il governo cinese a paga re in genti ripar·azion i e a subire la distruzione delle mura di molte città, misure sanc ite tutte con il protocollo di pace del settembre 1901. Con l'accm·do <lel 2 giugno 1902 il governo italiano ottenne una riparazione in denaro di circa I 00 milioni di lire e una Concessione a Tienlsin , in perpetuo e a titolo di affitto, di circa 500.000 mq. di superficie, situata tra la Concessione russa e quella austriaca: occupata dai g iapponesi nel 1938, soprawisse giuridicamente fino al 1945.
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Venezuela L'interesse de l governo italiano per l'America Ia lina crebbe nel secolo scorso di pari passo con l'inten sificarsi d ell'emigrazione italiana, e la presenza di n u merosi nuclei d i italiani in var i stati s udamerican i spinse il governo del regno ad invia re spesso navi de ll a R . Marin a in q u elle acque, allo scopo di tutelarne gli interessi e di d a re maggio re solid ità a una p enetrazione com merciale cd econo mica c h e in alcuni casi cominciava ad avere p roporzioni ragguardevoli . Alla fin e del secolo si sviluppò, in particolare, u n notevole interesse per il Venezuela, sia pe r la s u a accresciuta importanza strategica in relazio ne alla poss ibile costruzione del canale di Panama, sia p er una ripresa dell'emigrazione italiana verso quel paese dopo una prolungata interruzione d ovuta sopratutto ai ripetuti sconvolgimenti politici là verihcatisi 5 . La crescente atten zion e di alcuni gmppi commerciali italiani verso il Venezuela si scontrava tuttavia con la diffiden za del Ministero dcgl i Esteri, che proprio a causa dei t urbamenti rivoluzionari era giunto a sconsigli are l'emigra,.ione verso quello stato. Dopo un' ennesima rivoluzione che aveva portalo al potere il dittatore Cipriano Castro, nel 1900 la situazione politica cd economica del Venezuela cominciò ad aggravarsi al punto che si profilò la possibilità di un'azione di forza da parte di quegli stati che più vi avevano investi to p er ristabilirvi l'ordine e assicurnrsi il pagamento dei debiti. 11 governo italiano, sollecitato anche dalle ripetu te richieste di protezione da paiie della comunità degli emigrati, inviò du e n avi della Marina militare c he nei primi mesi del 1902 in iziaro no un regolare servizio di pattugliamento nelle acque venezuelane. In seguito al diffonders i di voci sempre più frequenti circa un possibile intervento straniero in Venezuela, la d iplo mazia italiana comi nciò però a temere di venire improvvisamente isolata e messa di fronte a un fatto compiuto che non tutelasse in maniera adeguata gli interessi italiani nella regione. Il Minislcr·o degli Esteri cercò qui n di di manovrnre per arrivare ad un'azione collettiva n ei con fronti del governo venezuelano, ma qu esta linea politico-diplom atica si scontrò con l'intenzione tedesca d i m in im izza re la portala della crisi, e più volte ai diplomatici italiani fu fatto notare che l'in5 La com unità italiana in Venezuela contava circa 4.000 persone. de<lite perlopiù ad attività commerciali, e disponeva di pe1iodici in lingua, la "Voce d 'llalia" e "li com mercio italo-venezuelano".
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tervento <li un numero eccessivo <li potenze europee avrebbe polulo allarmare gli Stati Un iti. Quando un intervento militare congiunto an g lo-tedesco sembrò imminente, l'Italia venne perciò a trovarsi comple tame nte isolata e corse il rischio di non veder adeguata mente ri con osciuta a livello internaziona le l'importanza dei propli interessi in America latina. Una tardiva richiesta itali a na al governo inglese affinchè anche l'Italia fosse associata a un'eventuale azione militare contro il Venezuela ottenne il lisultato di includere la Regia Marina nella successiva fase delle operazioni, dopo che il 7 dicembre 1902 Gran Bretagna e Germania avevano già presentalo a l governo venezuelano i propri ultimatum, con i quali si chiedevano i risarcime nti dei danni subiti <lai c ittadini inglesi e tedeschi durante le gu en-e civili. t:Halia presentò un proprio memorandum di contenuto analogo l' 11 <licemhre, quando truppe a nglo-tedesche erano già sbarcale nel porto di La Guayra e avevano affondalo alcune imbarcazioni <lella marina venezuelana. Nei gio rni seguenti le n avi anglo-ted esche proce<lettern al cannoneggiamento di alcuni fo rti venezuelani, e il ministro residente italiano fu incaricato di rompere le relazioni diplomatiche con il governo di Castro. Verso la fin e di dicembre ebbe ini:r.io la partecipazione ital ia na al blocco delle cos te venezuelane con la R. Nave Bausan agli ordini <l ei capitano di vascello Orsini: il blocco italiano, limitalo al porto di Vela <le Coro, divenne effettivo a partire dall' 8 gennaio 1903 e continuò fino al J 5 febbra io, senza che peraltro la nave italiana fosse impegnata in vere e proprie operazioni di carattere belli co. La vertenza si risolse quando tutte le parti in causa si accordarono per affidare la soluzione d ella controvers ia in un primo mome nto a ll ' arbitrato d el president e americano Theodore Roosevelt, e, dopo il r·ifiuto di questo, alla Corte Arbitrale dell'Aja. La se ntenza d efinitiva fu emessa soltanto n el 1906, con la condanna del gove rno venezuelano al pagam e nto di oltre un milione e mezzo di sterline. Buona parte di questi pagamenti non vennero peraltro mai effettuati, nè ebbero maggior fortuna i tentativi effettuati da parte de lle principali ditte italiane in Venezu ela di riscuotere un adeguato indennizzo.
La Riorganizzazione della Gendarmeria Macedone
Nell' autunno d el 1902 la questione d'oriente fu riaperta da un' insurrezione an tilurca in Macedonia, c h e continuò nella pri-
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m a ve ra seguente estendendosi anche a li' Alba n ia. AustriaUngheria e Russ ia decisero comunque di continuare la loro politi ca di collaborazione volta a ù ev it are lo sgretolamento ùell'Tmpero Ottomano, e con l'accordo di Murzs teg (2-3 ottobre 1903) cercarono <li r isolvere la nuova crisi imponendo al sultano una serie di riforme che avrebbero dovuto soddisfare le aspiraz ioni delle popolazioni ancora soggette a l dominio lurco. TI programma prevedeva la nomina di due agenti civili (uno austriaco e uno russo) presso l'ispettorato gen erale turco d ella Macedonia, il r iordiname nto della gendarmeria locale tramite uffic iali e uropei a l servizio <lei su ltano e un nuovo assetto dei distre tti amministrativi turchi. La rio rganizzazione della gendarmeria macedone costituiva il punto cruciale ùel prog ra mma di riforme, e su di esso concentrò le proprie attenzioni la diplomazia itali an a, inte ressala ad inserirsi graùalamenle nella regione balcanica in appoggio alla lenta penetrazione commerciale ed economica g ià in atto da t empo, e preoccupata dalla prospelliva di un consolidamento dell'intesa austrorussa in quella r egione . Il minis tro deg li esleri ita li ano Tittoni ottenne perciò nel gennaio 1904 che a capo del programma <li riorganizzazione d ella gend arm e ria rosse posto i I generale italiano Emilio De Giorgis e che nel programma fossero in seriti anche a ltri ufficia li ù ei carabinie ri. Negli anni successivi, Tittoni continuò ad adoperarsi p erchè l'ltalia rosse co munque ch iam a ta a svolgere un ruolo nell'esecuzione degli acc01·di di Murzs teg, o, quando c iò no n si rivelò possibil e, perchè la loro attuazio ne fosse affidata al concerto delle p otenze europee piuttosto c he esclusivamente ai governi russo e austro-ungarico. L'attua,.ione ùel programma di riforme fu tutt'altro che facile a causa delle difficoltà frappos te dall e autorità ottomane, e ciò spinse l e poten ze a un passo militare conlro il governo di Costan linopol i. Nel nove mbre 1905, al fine di sollecitare l'inlrodu zio ne de lla riforma del sislema f'in a nziario, Austria, Francia, Gran Bre tagna, Italia e Russia effettuarono lo sbarco dimostrativo di un contingente di truppe che procedette all'occupazione d ella dogana dell'isola turca di Mele lino (per l'Italia parteciparono a ll'azione l'incrociatore Garibaldi e il et. Ostro); le navi s i spos tarono poi a Lem nos, dove lo sbarco fu ripetuto il 5 dicembre , e poco tempo dopo il governo lurco si accinse a l riordino del proprio sistema fiscale mediante la nomina di un' apposita commiss ione .
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La riforma della g e n c.la r·m er ia si rivelò pe rò un compilo ancora più arduo. Agli inizi il gen . Dc Giorgis e i s u oi colla bora tori c ongedarono g li c lementi p eggiori, apriro no sc uole p er allievi gendarmi e u fficiali a Salo ni cco, Monastir e Skoplje, progettarono la co s tru z ione di nuove caserme e proced ettero all'arruolame n to di ele m e n ti cri s ti a n i. Tuttavia queste mis ure furono di scarsa efficacia di fronte all'arrelrale ;r.za del sis tema a mministra ti vo tLll'CO, a ll'ostilità delle a utorità lo cali, e alla continuazione dell'attivi tà delle b ande di ribelli c he miravan o ad impedire l'a ttuazion e d elle r iform e proprio p er evitare c he un loro su ccesso fin isse per port are a un even tua le con solidame nto c.le l d o m inio turco. Il poss esso d i a mmo derna m e nto d e ll a gend arm e ria p roced eva pe r ciò con molta le ntezza quando nel 1908 la rivolta d ei "giovani turc hi" e il loro tenta ti vo d i rivita lizzare l'impero o tto mano p ortarono inev itabilmente a una modi fi ca d el rapporto esite nte tra il s ultano e le poten ze europee. Il nuovo governo Lur·co fece in fa tti capire c h e la presen za degli uffi c ia li europe i in Maced o ni a no n era più gra d ita, e Austria-U ngheria e Germa nia p roced ettero all'immediato riti ro de i p rop ri militari ; Franc ia, Gran B re tag na, Ita lia e Russia p referiro n o in vece a ttendere ancor a qu a lche tem po, pe1· evitar e ch e un ritiro affretta to po tesse essere interpretato com e un a tto di s fidu c ia verso il nuovo governo, e m olli dei lor o ufficiali si trovavano ancora in Maced o nia qua ndo sopraggiunse la cris i causata d a ll'annessione a us triaca d ella Bosnia. Il period o di ten s ion e c h e seguì la c ris i b osniaca mise in secondo p ia no il p ro ble ma d ella p e rma n e nza d ei milita ri europ ei e d e lla riorganizza zione d e ll a gendarm eria m acedone , e n el n o ve mbre d e l 1908 il gen e rale Mar io di R obila nt, succedu to a l gen e r a le De Giorg is d o p o la scom parsa di q uest' ultimo , fu a n ;r. i co n vocato a Cos tant in o p o li dove gli venn e proposto di seguire un p rogr a mma di riorganizzaz io n e d ell'intera gendar·m e ria esteso a tutto l'impero, non p iù sotto l'autorità e uropea ma sotto un più stretto controllo d a parte d el governo turco . All o scopo di a ttuare questo nuovo programma nel marzo 1909 il go ve rn o turco rese poi noto di vole r r iassume re , alle m edesime condizioni fina nziar-ie, pressochè tutti g li uffic iali italiani c he erano stati allontanati su bilo do po la rivolu zio ne d ell' a nno precede nte ; a d ess i, pe r ragioni di opportuni tà po litica , furono aggiunti a nch e alcuni uffic iali l'rancesi e inglesi. 11 governo italiano a ccettò la proposta e gli ufficiali dei carabinieri rimasero in Turc hia fino al 27 settembre 19 11, quando furono improvvisamente richiamati in
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patria alla vigilia della guerra italo-turca che doveva concludersi con l'annessione della Tripolitania e della Cirenaica 6 .
L'intervento alleato in Russia
L analisi della partecipazione ita liana al corpo di spedizione inviato dalle potenze alleate in Russia nel 1918 pone un problema preliminare di cara ttere storiografico, dal momento che quella spedizione può essere vista sia come una missione a sé stante sia come un aspetto del ciclo operativo del primo conflitto mondiale. L'iniziativa alleata venne infatti concepita nel contesto della prima g uerra mondiale come un'operaz ione strettamente antitedesca e s olo gradualmente, con molte incenezze e per un periodo assai breve , essa si trasformò in un s ec ondo te mpo in missione di appoggio alle forze dei russi h ian c hi impegnati nella guerra civile. Poichè però fu in questa seconda fase che le unità italiane furnno impegnate più intensamente , si è ri lcnulo opporluno analizzarla separatamente dalle operazioni d ella grande guerra . Dopo la firma del trattato di Bres t Litovsk tra gli Imperi Centrali e il governo rivoluzionaiio bols cevico, t ra il giugno e il luglio 1918 il Consiglio Supremo di Guerra aJlcato decise <li inviare nei porti settentrionali d ella Russia un corpo <li spedizione interalleato, sia a llo scopo <li impedire che gli ingenti quantitativi di armi e mun izioni che vi erano depositati potcsscr·o cadere in mano a forze tedesche, sia per galvan izzare quelle forze locali che sembravano disposte a continuare la lotta contro la Gennania . Il governo italiano acconsentì a inviare un corpo di spedizione di poco più <li mille uomini composto da un btg. di l"tr. (lV/ 67) , 1/ 2 Sez ione CC.RR., 1/2 cp. te legral"isti, 1/2 sez. sussistenza e un ospedaletto da campo agli ordini <lel ten. colo nnello Sifola: in tal modo nel settembre 1918 gli alleati potevano disporre in Lutto tra Murmansk e Arcangelsk di circa 15.000 uomini, perlopiu inglesi, russi e carcliani . Una parte delle forze italiane venne organizzata come colonna mobile (225 uomini, quasi tutti prove tti sciatori), mentre il res to fu dislocato di g uardia a i depositi e a compiti di presidio. In novembre la fine delle ostilità contro g li Imperi Centrali mise fine all' esigenza per la qua le le truppe erano state inviate, 6 Cfr. /1.. Biagini, Momenti di storia ba lcanica (18 78 -1914). Aspe/li m i/ilari, Roma 1981.
No te sulla partecipazione ilaliana a corpi di !;pedizio n e inLemazionali
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ma il sop raggiungere dcli' inverno artico costrinse a rinviare il loro Iientro in patria fino alla primavera, causa ndo un profo ndo malcontento tra i soldati7. N e l 1919, con l'inasprirsi della guerra c ivile russa, g li a lleati si orie n tarono gradualmente verso una politica di a ppoggio limitato ai russi bianchi e in maggio il corpo di spedizione lanciò con successo un' offe nsiva a lla qua le partecipò anche la colo nna mobile ita liana per assicurare il controll o della riva sette ntrio nale del lago Onega e l"acilitare un' ulteriore ma rcia verso s ud delle forze russe bia nche. Già d a l m aggio 19 19, comunque, il Ministero d ella guerra italiano era g iunto a 1la conclusione di ritirare i propri reparti a causa d el crescente malcontento della truppa e di sostituirli eventua lmente con contingenti composti inte ramente d i volontari. Dopo l'azione verso il lago Onega, peraltro, gli a lleal i decisero di non intervenire direttamente nel pros ieguo delle ostilità e nel corso de l!' estate il Corpo di Spedizione fu ritiralo interamente: il 17 agosto 19 19 le truppe ital iane giunsero a Le Havr e, e di lì a poco in Italia. Oltre a l Corpo di Spedizione nella penisola di Kola, nell'esta te del 1918 g li alleati aveva no sbarcato truppe anc he ne lla Sibe ria orienta le, sia allo scopo di imped ire che la Ge rmania po tesse o rganizzare in reparti comb a lle nti i numerosi prigionieri di guerra a ustriaci e tedeschi de i campi sibe ria ni , sia per a iutare la ritira la della L egione Cecoslovacca c he avre bbe dovuto raggiungere Vla di vostok e da lì imbarcarsi p er il fronte occidentale. 1n Estremo Oriente s i trovava in quel momento anche circa 3.000 p1igionieri di guerra a uslliaci di lingua italiana, perlopiù tre ntini, che erano stati raccolti in territorio russo e swrtati fino aJJa legazione italiana di Tientsin d a una Missione Ln-edenti guidata dal Magb•"iore dei CC.RR. Cosma Manera, pe r essere in un secondo tempo inviati in Italia. In g iugno il governo italiano decise di accettare la proposta del maggiore M anera di u tilizzare sul pos to questo contingente insieme ad una Missione Militare TLaliana inviala allo scopo di perfeziona rne l'inquadrame nto: perlanto in luglio p artì da Napoli un corpo di spedizio ne al com ando del col. Fassini Camoss i comprendente 62 tra ufficiali e truppa del 4° rgt. hers., la 159a sezione CC., e una sezione <li artiglieria da montagna, c he si congiunse con i "redenti" a Tientsin il 12 set-
7 A d e tta del len. col. Si fola, i soldati italiani si mantennero comunque "seri e disciplinali", a l con t rario di inglesi e rrancesi; lellt: ra d el ten . col. Sifol a al co l.Gloria, 9 febbrn io 1919, in AUSSME, E /8, racc. 90, b . 14 .
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tembre 191 8. rl corpo di sp edizio ne fu co sì composto da un b tg. "rede nti" interame nte volo nta rio, un cp . m:itrag liatrici, una sezio ne art. da montagna e un plotone del genio. Alla fin e d el conllitto mo ndiale l'unità fu lascia ta in Siberia per provveder e al mantenimento dell'ordine insieme alle altre urutà alleate, e tra il m aggio e il giugno del 1919, die tro richiesta del Corpo ceco slova cco, fu impegna ta in varie azio ni di gu erra contro i bolscev:ichi nella zona di Kras noj arsk ins ieme ai cechi e a<l alcuni r e parti di russi bianchi. Ne lJ'es ta le del J 9 19 il nuovo g ove rno Nilli , che ce rcava <li a ttu a r e una polilica volta a un gr adua le r ico n oscimento del nuovo reg ime s o vie tic o, d ecise di riti rar e tutte le truppe italia n e in Russ ia: il corpo di spedi zio ne in Siberia fu ricondotto a Tien tsin nell' agos to del 19 l 9, per g iungere in Ita lia ncll' april e d el 1920. Nitti decise ino ltre di no n d are seg uito ali' accordo s ta bilito co n la Gran Brelagna dal preced ente governo Orla ndo, ch e nel giugno 19 19 si era assunto nmpegno di invia re u n contingente italiano nel Caucaso per sostitui re le truppe b ritanniche dis locate a protezio ne <li q uei territori dalla pen etra:1.ione bolscevica. Tra il m a rzo e il giugn o del 1919 il primo ministro inglese Lloyd George aveva infa lli r ipe tuta mente discusso con Orla ndo la poss ibilità che m ediante l'i.nvio di un contingente milita re nel Caucaso l'Italia vi assumesse u na pos izione premine nte che potes se ga ranti re l'o rdine inten10 e l' indip e nden za <ldle nuove repubbliche, e in m aggio una mi ssion e militare ita lian a <li 18 uffi c ia li a l co m a nd o del col. Melchi a d e Gabba aveva visitato la Georgia e l' Azeirbagia n . Tutto era g ià p redisposto per la pa rte n za d el XlJ Co rpo d ' Armata quando , pochi giorni dopo la sua no mina , il primo minis tro ita liano d ecise appunto di a nnulla re la spedi z ion e. Ne l fe bbra io d el 1920 Nilli accettò pe rò ch e l'Italia pa rtecipass e con un p roprio ba ttaglione all'invio di un co rpo di spedizione intera lleato ne l Ca ucaso, m a l'intera spedizione fu poi cancellata d agli alleali nell' esta te d el 1920 8 .
L' Occupazione Alleata di Fiu m e Me ntre il primo conflitto mondial e volgeva al teDTiine, la c ittà di Fium e, il più importan te p orlo d ell' a driatico dopo Trieste, fu
8 A. Biagini, In Russia tra gu erra e rivolu zione. La Missiune militare Italiana {19 15-19 18), Roma 1983.
Note sul/ti partecipazione italiana a corpi di spedizionP i11tenwzionali
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evacu at a daUe auto rilà ung he resi e il 29 otto b re 19 18 fu occupata da r e parti mililari del Consiglio Na1.io n ale Jugoslavo di Za gabri a; il giorn o successivo il Cons ig lio Nazionale crea lo d a lla locale popo laz io ne itali a na n e proclamò invece l'annessione a ll'Ita lia, palesando così il contrasto tra le aspirazioni italiane e quelle slave. In fatti, sebbene Fiume non tientrasse tra i leITitori <.li cui il governo italia no aveva c hi esto l'assegnazione tramite il patto di Londra, nel cl im a di esasperata re torica nazionalis tica ali m e ni.ala dalla vi ttori a la questione nella sua a nnessio ne d ivenne di cru ciale importanza p e r· l'opinione pubblica ita lia na. In attesa c he il su o futu ro fosse definilo in sede d i confere nza d e lla Pace, gli alleali decisero ch e Fiume dovesse essere posta sotto l'occu pazione di un contingente interalleato a l comando del gene rale Enrico As inari di San Marza no, e il l 7 nove mbre entrò in c ittà la brigata Gra nati eri d cli' esercito ita lia no , seguita il 20 da un btg. a me ricano e da alcuni repa rti di marinai italiani e americani, ai quali si aggiunsero poco dopo a nch e l n 1ppe inglesi e francesi. La presen za di queste ultime creò però una prima complicazio ne in quanto il loro comandante, generale Traniè, e ra più anziano d el generale San Marza n o e non p oteva perciò essere posto alle sue dipe nde n ze. San Marzano fu allora sostitui to il 28 novembre con il gen . Francesco Saverio Graz ioli , ma fin da i p ri mi giorni s i verificar o no nuovi gravi c ontras li tra questi e il gen. Trani è, il q uale aveva ricevuto il compilo di stabilire nella città una base autonoma per i ri[ornime nli delle forze francesi nei Ba lcani e continuava a non ricon oscere il generale italiano com e suo superiore. L occu pazione di F ium e fu perciò co stellata d a frequenti incid enti, acu iti dallo sco ntro accesosi a lla confere n za ti ella pace circa il futuro della c itlà. L' e pisodio più b'Tave si verificò agli inizi di luglio d el 19 19, q uando alcuni soldati francesi fu rono u ccis i in un tu multo c u i parteciparono a n c h e marinai i ta li a ni : un' a p posita Commissione d' inchies ta alleata suggerì q uin<..li u na ridu zione d el contingente italiano, la sostituzione d ei repar ti fran cesi e il ric hiamo del generale Grn;,.ioli, accusato di favorire i nazio nalis ti italiani e in p articolare la Legio ne d ei Volontati F ium ani. L' applicazione d e lle d ecisioni d ella Commiss ione forn ì l'atteso pretest o a quei gruppi nazionalis ti che stavano prepa rando un colpo di mano e il 12 se ttembre alcuni r e part i italia ni si ammutinarono mentre il Consig lio Nazionale fiumano con feriva a Gabrie le D' Ann unzio poteii di Llatoriali sulla città. 11 13 sctlembre il gen erale Pittaluga, c he aveva da poco sostituito Grazioli, dic hiar ò scio llo il Corpo di
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Anione/fa Riagini - Leopoldo Nuti
spedizione interalleato, le cui truppe furono rapidamente ritirale mentre il controllo della città fu assu nto dai reparti guidati da D' Annunzio. La questione di Fiume entrò così nella sua fase più critica, che cominciò ad avviarsi verso una solu z ion e solo nel novembre del 1920 con il trattato italo-jugoslavo di Rapa llo.
Il Corpo di Spedizione in alta Slesia Durante i lavori della conferen:1.a della Pace a Versailles, il Consiglio Supremo decise nel g iugno del 1919 di far svolge re un plebiscito nella regione de ll' Alta Slesia con lcsa tra German ia e Polonia. L' 11 feb bra io 1920 si insediò p erciò nella regione una Commissione Tnteralleala di governo e ple biscito, composta da un rappresentante ciascuno per Francia, Gran Bretagna e Italia. La Commissione assunse temporaneamenlc la sovranità sul tenitorio, e per il mantenimento dell'ordine fu messo a sua disposizione un contingente mi litare di circa 20.000 soldati, dei quali circa 15.000 francesi e 4.000 italiani. I primi reparti de l Co1-po di Spedizione italiano giuns ero in Alta Slesia il 16 febbraio 1920 agli ordini del colonnello F ilippo Salvioni, c he entro breve tempo polè disporre del 135° rgt. ftr. al completo, di un battag lione del 32° rgt. ftr., di un Gruppo Speciale di Artiglieria, del 458° Plotone CC.RR., di un plotone genio tel egrafisti, di una sezione sussistenza, di un ospedale tto da campo, e di un autodrappcllo. Nonostante la sua nolcvole co nsistenza numerica, il contingente internazionale s i trovò spesso in condizion i di non poter fronteggiare adeguatamente le frequenti agi tazioni s ia polacche sia tedesche. Durante i primi disordini dcli' agosto 1920, le truppe ita liane tennero un com portamen lo quanto piLt possibile imparziale, in contrasto con l' atteggiamento marcatamente antitedesco dei reparti francesi: il c he attirò s u di loro l'ostilità d ella popolazione polacca, suscitata dalla linea moderatamente a nlipolacca adotlata dai governi italiano e d a quello britannico in seno alla Commissione per il Plebiscito. Il plebiscito s i svolse senza incidenti sotto la sorveglianza delle truppe alleale il 20 marzo 1921, con 707 .605 voli per la Germania e 479.359 per la Polonia (59,6% per la Germania): la distribuzione geografica dei voli fu però tale ch e non si potè giungere a una chiara ripai-Lizione de l territorio su base etnica, e la Commissione dovette quindi rinviare una soluzione definitiva. Questo stato di
Noie su/fa partecipazione italiana a corpi di spedizione inlemazionali
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in certezza acuì no tevolm cnle le tensioni Lra i due gruppi etnici e sfociò il 3 m aggio d e l 1921 nel te ntalivo p o lacco di occupa re un'a mpia porzione della regione tramite bande di insorli c he agivano in strella coordinaz ione in base ad un pia no prestabilito. Le truppe iLa lian e si trovaro n o coinvolle n elJ'ins urrczione e resis tellero con le am1i a l tentativo p o lacco di occupare con la fo rza akune città, in particolare i centri di Cosel e di Rybnik, dove il presidio italia no f'u assedia to e potè essere liberato solo con l'intervento di a ltri r eparti ital iani: n egli scontri con gli insorti, le truppe italiane ebbero 19 caduti e 34 feriti . Dopo questa grave crisi, la Commissione no n riuscì a t rovare un possibile compromesso, cosicchè il 12 agos t o il Consiglio Supremo decise di al'l'idarne la so lu z ione a ll a Società d e ll e Nazion i, c he nell'ollobre del 192 1 emanò u n a raccom andazione per una soluzione di compromesso in base alla quale la Polonia avrebbe ollenuto c irca il 40% del Ler-ritorio dcli ' Alta Slesia. La proposta suscitò notevoli protes te da parte tedesca p erchè [orti minoranze dell'una e dell'altra elnia venivano escluse dal tcrrilorio nazionale, e sopratutto p crchè nel terri lorio e tnicamente a maggioran za polacca si trnvavano le miniere più iicche e le industrie più produttive. Ciononosta nte la proposta fu applicata, e nel t 922 il contingente internaziona le fu rimpatria to9 .
Il Plebiscito nella Saar TI trattato di Versa illes aveva s tabilito c he la regione della Saar fosse a ffidata pe r 15 a nni a un' amministrazione autonoma d irettamente dipende n te dalla Socielà d elle Naz io ni e che al term ine <li questo perio<lo l a popolazione scegliesse mediante un plebiscito se mantenere un'a mministrazione au tonoma o se a nnettere la regione alla Francia o alla Germania. Nel 1934 la Società d e lle Nazioni cominciò i preparativi per il plebisci to ch e avrebbe dovuto svolger si l'a nno segu ente , e stabill ch e la Saar avr ebbe dovuto essere presidiata d a un Corpo di Spedizione internazionale incaricato dal m a ntenim en to d e ll'ordi ne pubblico dura n te lo svolg imento delle vo tazioni, previste per il 13 genn a io 1935. L'Ola nda accon -
9 /1.. Biagini, li problema della Slesia e la missione militare in Polonia, in "Pulonia Restituita".
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A11tonello Biagi11i - f,eopoldo Nllli
sentl ad invia re un htg. di 250 fanti di marina, la Svezia un numero analogo di fanti del Reggime nto delle Guardie, la Gran B re tag na 1.200 uomini ( di c ui 2 btg. ftr., uno s quadrone blindato e un autoparco), e l'Ttalia c irca 1.300 ( un btg. di Carabini e ri, un rgt. di formazione "G ran atieri di Sardegna", uno squadro ne carri leggeri, un autoreparto). Il coma ndo d e l Corpo di Spedi zione fu affidalo a l gen erale inglese Brind, mentre il c ontinge nte ita li ano fu posto agli ordini d el gen . Se has tiano Vi sconti Prasca. I reparti ita liani partirono per la Saar neJla seco nda decade d el dicemhr·e 1934, per essere dis locati nel settore di Saarbrucke nStadtkreiss e Saarbruck e n-Land . Duran te il v iaggio a ttraverso la Francia furono fatti oggetto di calorose accoglien ze da parte della popolazione e dell e a u tori tà frances i, probabilme nte a l fine di generare simpatie per gli inte ressi francesi. Non va peraltro trascurato il ra tto che in quel m omento le relazion i tra il governo fascista e quello fra ncese erano ne lla fase d i maggiore c ordialità dalla fine del primo conl1i tto monoial e, fase culminata agli ini zi di gennaio del 1935 con g li accordi Mussolini-Lava i. li pe riodo precede nte il plebisc ito e la g iornata del voto rurono re la ti va mente calmi e vide ro i rep a r·ti internaz iona li impeg na ti nelle regolari a tti vità di p res idio e nella sco rta d el trasferimento d e lle urne presso le sedi d esi g na te a ll o spogli o. In un prim o mo mento la notizia d ella vittoria tedesca (circa il 90% d e i voti, contro il 9% per il mantenimento dello s ta tus quo) non provocò particolare te nsione, ma con la nai'. ificazione della regione iniziaro no gli e pi sodi di intoll e ra n za n e i confronti d e i filofran cesi e d egli autonomisti, fino a provocarne l'esodo verso la Fra nc ia. Se bbe ne il Corpo di Spediz ione fosse critica to soprattulto d a lla s tampa fran cese pe r una certa pa ssività nei confronti di ques te rappresaglie, il contingente italiano fu esente d a critiche e riscosse invece particolari simpatie un po' da tutte le parti. L'unico inc idente di rilievo re lati vo a un militare italiano s i era ve rifi cato d el resto prima del ple biscito, con l'aggressio ne notturna di un uffic ia le d e i Carabinie ri, peraltro se nza gravi co nseg uen ze. Terminato il loro compito, i reparti italia ni fecero rie n tro in pa tlia a i primi di m arzo. Cureu
La fine d ella seconda g ucn-a m o ndia le lasciò la pe nisola coreana divisa n elle due zon e di occupazione sovie tica e a me ricana ,
Note rnlla parlecipazione italiana a cnrpi di spedizione internazionali
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n e lle quali , con il cristalli zzars i del la g u e r ra fre dd a, le poten ze occupanti de tte ro vila a un governo filosovic ti co al No rd e ad uno riloa m er icano a l Sud . Il 24 giugno d e l 1950 reparti de ll'esercito d ella Co rea d el N o rd va n ;arono il con l"ine del 38° pa rallelo e p e n etraron o in territorio sudcore ano, da ndo in izio a una delle c ris i più gravi d el d o pogu erra . In tutte le capita li occidenta li si fo rmò infatti ra pid a mente la convinzio ne c he quell ' a ggress ione non p o teva esser e avvenuta sen za la conn ivenza, se no n con l'incoraggiame nto, d el governo sovietico, e fu perciò i n te rpretata come un'ennesim a p rova dell'esp a nsionismo di Mosca cui l'occide nle doveva d a re u na risp osta fe rma e immedi a ta. Pochi g iorni d opo l'ini zio d elle ostilità le Nazioni Unile, dietro iniziati va degli Stati Uniti, au torizzarono gli stati me mbri a ll'uso de lla forza p er respingere l'agg ress io n e n ordcoreana. L'ini ,-.io d e lle ostilità n e lla p e ni so la coreana e il su ccess ivo intervento delle Nazioni Unite m isero il governo italian o nella ùiflk ile p osiz ione ùi dover fo rnire p ieno appoggio d iplomatico a ll'alleato a m ericano e, a l tempo stesso, di n o n fa rsi trascina re nel conOitto. La gu erra di Corea fu a ccolta inl"alti con n otevole appren s ione dal governo De Gasperi il quale, se d a una parte fece p ropr ia la tesi occidentale ch e vi vedeva u na m ossa chiaramente is pirata d a ll'espan s ionism o sov ieti co, dall'altra era soprat utto preoccupa to per le ripercu ss ion i ch e q u e l con fli tto poteva avere sulla s ilua,-.ion e politica interna in Ita lia, dove l'oppos iz io ne dei p a rtili di sinistra aveva a limentato una vio le nta campagn a cont ro la linea po litica occidenta le. Qua ndo il segr etario generale dell e Nazio ni Unite lanci6 un appe llo perch è gli stali m e mbri fo rni ssero a iut i m ilitari per respi nge,·e l'aggress io ne nor d-corea na il governo ita lia n o si lim itò perciò a u n a dic hia ra zion e di solidarie tà , g iu stificandosi co n il fatto d i non essere a ncora stalo a mmesso a far parte d e ll 'ONU . Con l'inte ns ificarsi del le ostilità tu ttav ia a u mentaro no le p ress io ni d a parte d e lla dipl om azia a m e r·ican a p erch è anch e l'Ita li a contribuisse in qu a lche m o do a ll o sforzo be llic o colle ttivo <lell e Nazioni Unile, e n el sette m bre del 195 1 il governo ita lia no, dopo aver scartato l'ipotesi di fornire un re par to comb a tLe nLe, annuncio c he avreb be invia to in Corea l'ospeda le d a campo n . 68 del la Croce Rossa. L'u ni tà, mobilita ta il 16 agosto, s i basava iniz ia lm en te s u un o rgan ico d i 7 1 c le m e nti e 100 p os ti le tto, agli o r din i d e l Maggiore Medic o Prof. Fabio Pe nnacchi. Il t ra sfe rime nto ne lla zona di o perazion i avven ne a bordo di una n ave t ras porto trupp e
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s lalunitense, e a l suo arrivo l'ospedale venne dis locato nella località di Yong Dung Po, vicino a Seul, al seguilo d e ll'8• J\rmata USA. GJi esordi dell'ospedale non devo no essere s tati dei più felici se nel giugno <lei I 952 il capo d ella missio ne diplomatica a Tokio, ambasciatore B]asco d'Aje ta, inviava un rappo rto a l Segretari o Generale <le i Ministero d egli E steri in cui la m e ntava la scarsa preparazione d el pe rsona le e lo sta to cli confusione che regnava no nell'osp edale, aggiungendo che la mancan 1.a di attren.a ture scons igliava cli a ndare anche a "fars i tag liare le ung hie" n el reparto m edico ita liano 10• Col passare del te mpo, tuttavia, l'osp edal e fu rinforzalo con un poliambulatorio e vari r eparti specia listici, e fu insignito di vari ticonoscimenti da parte delle autorità sud -corean e e d e ll e Nazioni Unite. Nel g iugn o 1953, inoltre, l'ospedale italiano inviò un proprio distaccamento in Gia ppone in occasione di alcu ne disastrose alluvioni che s i erano là verificate, svolgendo opera di soccorso presso la popolazione civile. Quando n el 1953 la g u e rrn di Corea ebbe termine con la firma dell'armistizio di Pan Mun Jon, il Dire ttore dell'ospedale fu inviato a rappresentare l'Italia a lla cerimonia. L'unità rimase ancora in Corea per tutto il 1954 e r ie n lrò infine in Italia agli inizi di ge nnaio del 1955.
Congo
La nascita dello stato congolese (30 giugno 1960) fu accompagnata da viole nti disordini c h e condussero in poco te mpo a una sang uinosa gu erra civile. L'indipende nza d ella colonia dal Belgio fu infalli seguita <la un ammutinamento d e ll'eserc ito e, poco dopo di una settimana, dalla na scita cli un movimento s eparatista n ella zo na mineraria del Katanga, incoragg ia to dall'ex-madrepatria ch e sperava così di mantenere sia una propria influe n za s ulla r egione s ia, s oprattu tto, il conlrollo sui vasti gia cimenti di rame. I primi disordini che seguirono la con cessione delJ'in<lipe n den za furono causati in particolare <lai rifiuto d e i soldati d e l nuovo esercito congolese di continua re a servire so tto ufficiali belg i, nonostante questi si fossero formalmente impegnati a se rviIO Citato in Giovanni Andrea Campana, L'Italia e la crisi coreana, 1950-1953, in Ennio Di Nolfo , Romain Ra i nero e Brnnello Vigezzi (a cura <li), L'Italia e la politica di potenza in Europa negli anni '50, Milano, Marzorali, 1992.
Note sulla pa 11ecipaz ione italiana a corpi di spedizione internazionali
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re fcdcJme nle il nuovo stato: gli a mmutinamenti delle tr·uppc sl"oc ia rono p resto in a tti di violenza cont ro la pr·esenza europea n ella regio n e, e vari governi mise ro in allo <lei ponti aerei allo scopo di evac uare i propr·i c iUa<lini. 11 governo italiano d ec ise il 9 luglio 1960 <li inviare a Elisabethville due aerei C. I 19G d ella 46" aerobrigata d e ll'aeron a utica m ili tare in soccorso d ella comunità ita liana, che con circa 5.000 persone costituiva il terzo gruppo etnico europeo n e ll 'ex colo nia b e lga. Quando i <lue aere i g iun se r o a Elisabethville, comunque, la calma era s ta ta p arzialmente risla hilita e molti italia ni aveva n o già trovato rifugio aulonomamenle ne l.la vicina Rhodesia; restavano comunque <la evacuare gli italia ni residenti nei territori più isolati, e i due velivoli furono impeg nali d i ques to gener e di attività fi no a l 19 lug lio, d ata d el loro rientro in Ita lia. Altri aerei inviati s uccessivamente dall'Italia svolsero missioni analoghe e conlr·ibuirono a rifornire la popolazione di gene r·i a lime ntari: in tutto, in 5 16 ore di volo, furono evacuati 429 passeggeri e trasportate 57.350 lihhrc <li materiale. ln luglio il govern o congolese <le i Presidente Kasavubu e del pri mo ministro Lurnumba s i e r a rivolto ri p e tula m c nl e a l Segre ta rio Gen erale delle Nazioni Unile Dag Hammarskjo ld per ot te n ere una coll a borazion e duratura c he permettesse al nuovo stato di mante ne re l'ordine pubblico e lo aiutasse a rronlcggiare il p rob lema dei secessionisti. 11 13 luglio l'O NU aveva disposto l'invio sotto la propria a uto rità <li un contingente internazionale con il compilo di preservare l'ordine nel p aese, precisando però che tale c ontin gente non s arebbe stato impegalo in opera zioni militari contro le truppe belg he pr·esenli nel Katanga. Il governo italia no accolse la richiesta <li fornire un contingente di aerei <la trasporto per le forze dell'ONU, e decise di in via re I O aerei C.119G della 46" A/B, con un organic o di circa I 00 u o mini tra p iloti e special isli d es ti nati a<l avvicendars i ogni 45 giorni c i rea. TI Consiglio de i Ministri d ecise altresì di inviare un'uni tà ospedaliera della Croce Rossa Ita liana, e a tale missione venne des t inato l'Ospeda le <la Campo n.01 O. Giunti il 28 agosto e nei g iorni segue nti all'aeroporto di N'Djli a 15 km. da Leopo ldvi lle, i C 119 furono incaricati di provvedere a l supporto logistico d e lle varie g uarnig ioni de ll 'ONU, operando in circostanze rese diffic ili dalla care nza di moderne attrezzature tecnich e, d all'inegualczza <lei vari aeroporti e dalla mancanza di un servil'.io informazioni. Gra zie all'assolvi m ento d i 4ueslo compito di primo piano da p ar t e del co ntin gente i ta li a no - unico r e pa rto
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aereo organico a disposizione dell'ON U - il colonnello d ell'aeronaulica militare Francesco Pi crotti fu nominato vicecomandante d elle for ze ae re e dell'ONU in Co n go. Quanto al1' 0 s pe<lal e d a Campo, esso fu dislocalo ad Elisabethville, con due distaccam enti ad Alhcrlville e a Kamina. N el corso del 1960 la s ituazio ne congolese andò progr essivamente peggiorando, e in settembre il p1i mo ministro Lumumba fu d esti lu ito con un colpo di slalo dal colonnello Mobulu, c h e lo accusò di svolgere una politica filocomunisla per a ver richi esto il sos tegno sovietico a ll o s cop o di por fine a ll a secessione del Katan ga. L'ini ziativa di M o bulu provocò un nuovo mo vim e nto separatista da parle dei seguaci di Lumumha, che in nove mbre <l e lle ro vit a a una R epubblica Libera d el Con go co n capitale Stanleyville: in questo contesto <l i progressivo sgretolamento d ello stato con golese le Na:r.ioni Unite approvarono il 2 1 febbraio 196 1 un a moz ione con cui si autori zzava il contingente ONU a ll'uso d ella forza p e r p revenire una guerra c ivi le . Alla l"in e dell'estate iniziaro no perciò le prime op eraz ion i dirette ad espellere le truppe m erce narie che <lil"e nclevano il governo sciss ionista del Katanga. Gli aerei it aliani svolsero un ruolo importante nel corso di ques t'offe nsiva, poic h è , con una serie <li voli compiuti nollele mpo p er evit are g li attacc hi d ella caccia kata ng hese, furono gli unici in g rado di assicu arar e i ril"nrnime nti alle truppe ONU c he avevano occupa to la c iltà cli Eli zabe thvi ll e. Nel novembre 1961 il re parto aereo italiano ebbe a s ubire gravi p erdile: g li equipaggi di due aerei atterrati all'aeroporlo di Kindu furono trucidali da un gmppo di sol<la li d e ll'esercito r egola re congolese che li accusarono di essere paracadutisti be lg i a l soldo del governo de l Katanga. Oltre a i 13 av ia tori caduti in quell'occasione , la "Sezione Congo" d ella 46" aerobriga la pnse altri 8 u omini in incidenti aerei dovuti a ll e difficoltà o per a tive d e ll e missioni affidat ele, e un caporale della Croce Rossa fu u c ciso a <l Albe r·l vill e durante un attacco del le forze ribelli. Ai primi di luglio del 1962, sebbene la situazione generale ciel Congo fosse a ncora b en lontana <la un chiarime nto definili vo, il distaccamento aereo ita li ano completò il suo c iclo operativo e rientrò d efinitivamente in p a tria. Gli aerei italiani avevano effettuato 8469 ore di volo, per un totale <li 758 miss io ni, di cui 660 in Congo e 98 p er l'avvicendamento dei velivoli <la i l'Italia. L'aviazione i talia na peraltro mantenne d e i legami con l'apparalo militare del nuovo stato africano anche dopo la l"ine de l ciclo operativo del le
Nule s ulla parteci11azione italiana a c:urpi di spedizione inlerna ziona/i
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Nazio ni Unite: nel febbraio <lei 1963 furono ceduti a ll'a reonautica con golese 5 caccia F 86-E d ell a 4° A/B e nel maggio d el 1964 il governo italiano e quello congo lese fi r m aro n o un protocollo ùi cooperazione tecnica mi lita re aeronautica, in base a l quale venne inviata in Con go una De legazione Militare Aeronautica e alcuni ufficiali co ngolesi furo no a mmessi a rrequ entare i corsi dell'accaùe mia aeronautica italiana. L'ospedale ùa campo d ella Croce R ossa cessò invece la sua atLiv ità in data 4 giug no 1964, q uando tutte le forze a rm ate dell'ONU furono riti rale ù a l Con go.
Medio Oriente A p artire dalla fine d egli an ni settanta il governo italiano partecip ò con propri contingenti militari a molle missioni internazional i per il mantenimento della pace in Medio Oriente, dive rse tra loro per natura e entità, ma tutte accom unate da llo scopo di riùu rr·e quan to più possibile la situazione di grave insta bilità causa ta in q u ella regio ne s ia ù all'iffisolto problema ùel rapporto tra lo stato di Tsrae le e gli s tati arabi, s ia ùalle te n s ioni interne a l monùo arabo stesso. ParaHelamente al crescente impegno italiano in quella regione, le Forze Armate iniziarono un processo di revisione del la propria impostazione strategica, esaminando l'o pportunità di modificare un modello ùi difesa esclusiva mente imperniato s ul concetto di rar f"rnnte a un attacco d a ll'Europa orientale per adottarne uno che accentuasse le capacità di proiezione este rna ùello s trume nto m ilitar·e nazionale. I ) UNTF IL. Nel 1978 l e forze a rn1ate israeliane a llu anJ no u n' invasione d el Libano rne riùi ona le (ope razione "Litani") come rappresaglia contro u n a ttacco compi tuto dall'Organizzazione p er la Liberazione ù ella Palestina, che in quella regione aveva co ncentra to l a maggior parte del le proprie basi e del le proprie forze. Quando le truppe israeliane si furono r itirate, le Nazioni Unite decisern nel marzo di quello s tesso a nno ùi inviare un contingente multinazionale a pres idi are la fascia di ter ri torio liba nese confinante con Israele, per impe dire la continuazione degli scontri trn i pa les tin esi e la mili z ia cristiana filo -i sraeliana d e l maggiore Ha ùdad. Ini zialmente il contingente inviat o dall'ONU (UNIFIL, United Nations l nteri m Force in Lchanon) e bbe un organico di c irca 6.000 u o mini , con 8 hallaglioni operativi, un ha ttaglione
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logistico, un reparto trasporto, uno squ adrone e licotteri e un osped ale da campo. Nel luglio 1979 il governo ita li ano accettò la proposta del Segretario Generale de ll'ONU di inviare uno squadrone elicotteri p er sostituire quel lo precedentemente fo rnito dal governo norvegese, e inviò in Liba no un contingente interforze composto <la elicotteristi d elle tre forze armate, con un organico di 4 elicotteri AB-204, 13 piloti e 2 1 specia listi; a lla fine del 1983 gli apparecchi furono poi sostituiti con i più moderni AB-205 e il loro numero fu porta lo d a 4 a 6. Le attività dello squadrone e licotteri ita liano furono soprattutto di carattere logistico e di collegam ento; ciò nonostante gli elicotteri fu rono s pesso attaccati, sia in volo sia a terra, e nell'apri le del 1980 due di essi furono distrutti. Sia i palestinesi d ell'OLP sia le mili z ie Hadda d, infatti, continuaron o i co mba llimcnti nonostante la presen za di UNTFTL, e sebbene nel 1982 la sua forza fosse s tata portata a 7.000 uomini , il contingente multinazionale, tuttora in allivilà, non riuscì p erò che in minima parte nel compilo affidatogli di mante nere la pace al confine tra Libano e Tsraele. 2) La Forza Multin azio na le di Osservazione (Multinational Force and Observers, MFO). Gli accord i ri rmali a Camp David nel marzo del 1979 d a i governi di Israele, Egitto e Stati Unili s tabilirono c h e le truppe is rae li ane s i ritirassero dalla p enisola del Sinai , d ove erano rimaste dopo la loro controffe ns iva nella gu erra arabo-israeliana dell'ottobre 1973. Per sorvegliar e l'esecuz ione di tali accordi i firmatari decisero di isti tui re una forza multinazionale di osservazion e, con il com pilo specifico di controllare l'applicazione del trattato di p ace e di notificarne le eventuali vio lazioni. Il governo italia no accettò di entrare a farn e parte, insieme a Australia, Colombia, I so le Fiji, Fra n c ia, Gran Bretagna , Norvegia, Olanda, Stati Uniti e Urugu ay, e alle Forze Armale italiane fu affidato il compilo di provved ere ai pattugliamenti navali ne llo stretto di Tiran e nel golfo di Aqaba, a llo s copo di garantire la libertà <li na vi gaz ion e in q u elle acque com e previs to d ag li accordi di pace. Lo Stato Maggiore Marina cos tituì perciò il 10° Gruppo Navale Costiero con un organico di circa 92 uomini tra ufficia li, sotto ufficiali e marinai e tre draga mine d ella classe "Agave", ritenute le più adatte a lle condizioni del m are nella :t.ona d ello stretto; le navi giunsero a llo loro base di Sharm el Sheikh nell'a pril e d el 1982 e da allora svolgono una continua a ttività di pattugliamento, co n regolari avvicendamenti di uomini e m eu.i . Tn base ad
Note sulla partecipazione italiana a corpi di spedizione internaz.ionali
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un accordo firmato il 12 giugno 1982, il Quartier Generale dell'Organi zzazione è s tato spostato dagli Stati Un ili a Roma. 11 3) Le due missioni libanesi. Il 6 giugno del 1982 le forze armate israeliane lanciarono l'operazione "pace in Galilea", un'invasione su larga scala del L ibano, come rappresaglia per l'attentalo contro l'ambasciatore israeliano in Gran Bretagna compiuto pochi giorni prima da un gruppo terrorista palestinese. Do po alcun i giorn i di aspri com battimenti, le fo rze israeliane raggiunsero Beirut e accerchiarono completamente 14.000 palestinesi e una brigata dell'esercito siriano, schierata in Libano sin dai tempi dell a guerra c ivil e libanese del 1975-76 come parte d e lla "Forza di Dissuasione Interaraba". Cominciò così un lungo assedio, con violenti bombardamenti da ambo le parti, che provocò g ravi danni sia a lla c ittà s ia a lla popolaz ione c ivile. Mentre g li isrneliani stringevano sempre più il cerchio intorno a Beirut, il governo degli Stati Uniti si sforzò di raggiunger·c una soluzione di compromesso che permettesse l'evacua zione dei soldati palestinesi e s iria ni dalla c ittà assed iala. ll 19 agosto 1982 l'OPL accettò così di ritirarsi sotto la supervisione di una forza multinazionale composta da Stati Uniti, Ita lia e Franc ia, che derinirnno le modalità della propria partecipazione con una serie di accordi bilaterali con il governo libanese. La poss ibili tà c he a l governo ita liano ven isse ch iesto di in viare un proprio contingente militare allo scopo di garan tire l'evacuazione delle forze palestinesi aveva cominciat o ad essere ventilata s in dagli in izi di agosto, perme tte ndo a llo SME <li svolgere i necessari preparativi; fu pertanto deciso di inviare il battaglione bersaglieri "Governolo", agli ordini del ten. col. Bruno Tosatti, poichè questa unità era g ià stata scelta si n <lai 1980 per essere impiegala in missioni all'estero e sottoposta perciò ad addestramen to particolare. Il battaglione lasciò Brindisi il 21 agosto sulle navi Grado, Caorle e Buona Speranza e sbar·cù a Beirut il 26, subilo dopo quello francese e prima di quello americano. I suoi compiti furono il presidio di alcune zone critiche a ll'inte rno d ella c ittà e la formaz ione e la scorta dei convogli delle forze da evacuare via terra lu ngo la
11 Cfr. legge 29 dicembre 1982 , n. 968, Ratifica ed esecuzione de ll'a ccordo di sed e Ira i l governo dell a Repubbl ica Ita liana e la Forza Multinaziona l e e Ossc rva to1·i ( Mf.O) per lo s t abilimento in 1.talia del Ou art.ie r Gen e rale dell'Organizzazione, firmalo a Roma il 12 g iugno 1982 , in Supplemenlu onlinar·iu a lla Gazzetta Ufficiale n. 7 dell'8 gennaio I 983.
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Antonelfo B iagini - /,eopoldn Nuti
s trada ver·so Damasco. In una settimana furono scortati senza particolari inc identi cin.:a 3.000 solda ti s iria ni e più di 6.000 palestin esi e ai primi di sette mbre l'operazione sembrò pratica mente conclusa; dopo a lc uni giorni di ina ttività, fu perciò deciso di ritirare la forza multinazionale, e il "Governolo" si imharcò il 12 settembre. TI 14 scllemhrc, il giorno s tesso in cui si imbarcò l'ultimo con tingente della forza multinaziona le, il neo-ele tto presidente liba nese Bechir Gemayel fu u cciso in un attentato, e l'esercito israeliano e n tn'> nuova mente in forze a Beirut alla ricerca di eventuali sacche di comba ttenti libanesi. Non vole ndo pe netrare direttamente nei campi dei profughi palestines i a Sabra-Chatila e a Borj el Brojn e, g li israe li an i a ffid a rono l'ope raz ione alla milizia dei cristiani maroniti libanesi, la Fala nge, c he inf"ie r-ì brutalmente sulla popolazio ne c ivile dei campi causando o ltre 700 vittime. L'uccis ion e <li Gem ayel e i massacri d i Sahra-Chatila resero evidente la precarie tà d e lla s itua zione libanese e in<lu ssern i gove rni d'Italia, Francia e Stati Uniti a costituire di nuovo una ror·za multi11az io11alc c he p rot eggesse la popolazione civile di Beirut dalle lotte intestine, e a l tempo stesso ass is tesse il governo libanese nel recupero della pien a sovra nità nazionale e nel ripristino <l e ll'onJ ine. Il 21 scllembre il governo ita lia n o decise di inviare, al coman d o <lel colonnello rrnnco Ang ioni, un contingente di almeno 1.100 uomini compo s to da un b a tta g lione bersag li e ri (ancora il "Gove rnolo"), un o paracadutis ti (1 ° Btg. CC Paracadutisti "Tuscania ", con una cp. inc ursori del 9° btg. para. "Col. Moschin") e un btg. di fanteria di marina "San Marco". Le truppe ita li ane g iunsero a Be irut il 27 s ettembre, dopo ch e i governi componenti la nuova forza multinaziona le e hhern d efini to i compiti della missione mediante nuovi accordi bilaterali con il governo liba nese, in fo rza dei quali fu inoltre fu costituito un comitato politico-militare composto dagli ambasciatori dei tre stati, dai c omandanti di ciasc un contingente e da un rappresentante del governo liban ese 12 . Il contingente a mericano fu dislocato n el settore m eridionale 12 Cfr. lo scambio di lettere d e l 29 sett embre tra l'a mbascia lore. ita lia no a Hcirut e il mini slrn degli esteri libanese, ri pm-tato in legge 29 dicembre 1982, n.970, Ratifica ed esecu zione d ell'accord o effett ua te m edia nt e sca mbi o <li lettere tra il governo della Repubblica Ita lian a ed il governo d ella R epubblica Libanese per la pa 1tecipaz.ione dell'lta lia alla n uova Forza Multinazionale di pace per Beirnt, fir·m a to a Be irul, il 29-9- 1982 , in "Supplem ento Ot·dinario alla Gazzetta Ufficiale", n.7 , 8 ge nnaio 1983.
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della città, intorno all'aeroporlo, quello francese nel sell<n-e selle ntrionale, e quello italiano nella fascia centrale tra i due, comprende n Le i due campi profughi di Sabra e di Borj el Eroine. Complessivamente all'Italia fu affidalo un sellore <li circa 30 km. 2 , con un perimetro di 24 km, in una zona densamente popolata. Oltr·c a l manlcnimcnlo dell'ordine e alla protezione dei civili, l'attività del contingente italiano fu eslesa alla bonifica d egli ordigni inesplosi, cui provvide uno speciale nucleo di sedici incursori, e al servizio san ilario presso i campi prolùghi , dove il 20 sellemhre fu installato un ospedale da campo. Alla fine del 1982, quando cominciò a profilarsi la possibilità di un impegno protratto nel lempo, l'organico del conlingente fu aumentalo fino a 2.300 unità. Nella primavera del 1983 la situazione interna libanese cominciò a d eteriorarsi e aumentarono gli attentati contro le postazioni israeliane. 11 15 mai-zo 1983 fu effeltuato i I primo allacco vero e proprio contro la forza multinazionale quando una pattuglia motorizzala del hallaglionc San Marco venne aggredita da sconosciuti che causarono al contingente italiano la prima perdita e due fe1-iti gravi; nei giorni seguenti gli allacchi contrn la MLF si fecero più frequenti, fino all'attentato contro l'ambasciata americana de l 18 apri le. La precar·ia tregua tra le fazioni lihanesi, che semhrava essersi consolidata dopo l'an-ivo della forza mullinazionale, andò invece soggetta a sempre più frequenti violazioni: il punto di svolla l"u raggiunto pn>bahilmcntc co n il riliro d e ll e forze armate israeliane dalle alture dello Chouf, un'importante zona collinosa prospicente la capitale libanese, c h e in ba se all'accordo tra il governo <l i Tel Aviv e quello di Beirut avrehhe dovulo essere occupata dal ricosti tuito esercito regolare libanese. Invece il ritiro degli israeliani nel settembre d el 1983 riaccese la contesa tra l'esercito regolare e le milizie druse che nello Chouf avevano il loro capoluogo, e causò un ulte riore deterioramento della situazione. La MLF fu fatta oggetto di attacchi crescenti, culminati il 23 ottobre negli attentali contro il quarlie,-e generale dei marines americani e la caserma dei paracadutis ti francesi, e ciò sembrò preludere a un radicale cambiamento dell'impostazione della MLF e dei compiti slessi che essa era ch iamala a svolgere. li crescere della tensione mise altresì in rilievo le divergenze tra le concezion i che c iascun governo aveva delle funzioni del proprio contingente, evidenziando la mancanza di una slralegia comune s ul modo di affrontare l'inasprimento d ella crisi. Quando alla fin e ùel 1983 divenne chiarn che la confer·en:1.a di Ginevra, che avrchhc
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Antonello Riagini - T,eopoldo Nuti
dovuto portare alla conclusione di un accordo tra tutte le parti interessate, era prati camente fallita, fu in evitabi le cominciare a programmare il ritiro della MLF. Il governo italiano avanzò una proposta in sede ONU per la sua sostituzione con reparti delle Nazioni Unite, ma questa venne respjnla, e nel febbraio del 1984 vennero rimpatriati i vari contingenti: quello italiano partì da Beirut il 20 febbraio. 4) Molto più breve fu la missione svolta dalla Marina Militare italiana nell'estate del 1984, quando numerose esplosioni di mine di provenienza sconosciuta nel canale di Suez spinsero il governo egiziano a chiedere la collaborazione di altre nazioni per procedere allo sminamento. Accettarono la richiesta egiziana i governi di Stati Unili , Francia, Halia, Gran Bretagna e Olanda e la loro partecipazione alla bonifica del canale fu organizzata tramite una serie di accordi bilaterali tra ciascun governo e quello egiziano. Lo Stato Maggiore della Marina Militare costituì il 14° Gruppo Navale al comando del Capitano di Vascello Fernando Cinelli, composto da tre cacciamine deJla classe "Castagno", la nave appoggio "Cavezzale" e un nucleo di specialisti sommozzatori. l'.attività del gmppo si svolse tra la fine di agosto e gl i ini zi di ottobre del 1984, nella i'.Ona meridionale del canale tra il Grande Lago Amaro e la baia di Suez: nonostante l'intensa a ttività esplorativa, il gruppo italiano non riuscì comunque a reperire nessuna delle misteriose mine. S) La missione navale nel Golfo Persico. Nel 1987 il governo italiano fu invitalo da quello degli Stati Uniti a partecipare con un proprio contingente navale alla forza multinazionale che si slava costituendo per proteggere il traffico mercantile nel Golfo Persico. Durante il con rlitto tra Iran e Irak a llora in corso, infatti, entrambi i contendenti avevano spesso attaccato il naviglio mercantile neutrale allo scopo di ostacolare i traffici dell'avversario, e gli Stati Unili avevano deciso di provvedere alla sicurezza della navigazione inviando in un primo momento una propria squadra navale e in un secondo tempo suggerendo la costituzione di una multilaterale. ln un primo momento il governo itali ano declinò l'invito statunitense, probabilmente in vista dell'imminente scadenza elellorale; la proposta fu poi rinnovata nell'estate del 1987, suscitando un aspro dibattito inleno che non s i era ancora spento quando ne lla notte tra il 2 e il 3 settembre motovedette iraniane attaccarono il mercantile italiano "Jolly Rubino" , causando gravi danni a llo scafo, alcuni feriti tra l'equ ipaggio e costringendo il governo italiano a inviare un proprio contingente navale.
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La d ecisione fu peraltro aspramente criticata e venne approva,la dal parlamento solo dopo che il governo e bbe posto su di essa la questione di fiducia. Dal 15 settembre 1987 al 31 dicembre 1988 si svolse perciò la prima missione navale italiana in i'.ona di gu erra dopo il secondo conflitto mondiale. Un totale di 19 navi italiane (11 fregate delle classi "Maestrale" e "Lupo", 6 cacciamine d el le cl ass i "Lerici" e "Castagno", 2 rifornitrici della classe "Stromboli" e la nave appoggio "Anteo") riunite nel XVlll gruppo navale al comando dell'ammiraglio Angelo Mariani, compirono 82 missioni di scorta diretta a mercantili italiani e 22 missioni di contromisure mine per un totale di 46.000 ore di navigazione . La missione e bbe caratte re stre ttamente difensivo e le unità ebbero c ura di mantenere la più assoluta equidistanza tra i belligeranti: dopo il loro anivo non si ripet erono altri a ttacchi contro navi italiane. 6) La gu erra del G o lfo. Agli ini zi d 'agosto del 1990 le forze armate irachene invasero e occuparono nel g iro di poche ore lo stato del Kuwait, di cui dopo qualche giorno il dittatore irach eno Saddam Hussein proclamò l'a nnession e . La flagrante violazione de ll'indipendenza d el Kuwait , l'importa n za cruciale dei suoi giacim enti p etroliferi e il timore per la crescente aggressività del regime di Bagh<laJ spinsero la comunità internazionale a c ri ti care duramente l'aggressione irachena, e il 6 agosto 1990 le Nazioni Unite a dottaro no una riso lui'.ione con c ui s i invitavano gli sta ti membri a un embargo generale contro l'Iraq. Il 25 agosto una nuova risoluzione dell' ONU autorizzò gli s tati membri a prendere misure a d eguate p e r garantire che le sanzioni contro l'Iraq fossero attuate, san i'. ionando così l'operazione "Scudo d e l deserto" dec isa dagli Stati Uniti al fine di protegge re g li a ltri s tati del golfo da un'eventuale aggressione irac he na e di convincere il gover·no di Baghdad a evacuare il Kuwait. Anche il governo ita lia no decise di partecipare a ll'applicazione dell'emba rgo e di inviare a tal fine un proprio continge nte navale: tra il 18 agosto e la fine di settembre partirono pertanto per il golfo persico le tre fregale portaelicotteri "Libeccio" , "Zeffiro" e "Orsa", e la nave rifornime nto "Stromboli", costitue nti il 20° gruppo navale; il 25 settembre partì altresì per la hase aerea di Al Dhafra , negli Emirati Arabi , un R e p ar to Auton omo di Volo d ell'Ae ronautica Militare, compos to da dodici cacciabombardieri "Tornado" provenienti d al 36°, 6° e dal 50° stormo, con il compito di assicurare la necessaria copertura aerea alle navi in mare.
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La natura della missione italiana cambiò drasticamente quando tra il 17 e il 18 gennaio 1991 gli stati m embri della coalii'.ione antiirac hena decisero di iniziare una vera e propria campagna militare per liberare il territorio d e l Kuwait, l'opera zione "Tempesta ne l deserto". Sebbene in Italia i partiti di opposizione contestassero duram e nt e questa d ecisione, anche il Reparto Autonomo dell'Aeronau tica italiana partecipò alle azioni di combattim ento svolgendo in tutto 226 sortite per compless ive 568 ore di volo e sganc iando 556 bombe per un totale di 280 tonnellate di esplosivo. li reparto italiano attaccò esclus ivamente obiettivi militari, subendo la perdita di un "Tornado" (il cui equipaggio fu libe ra to aJ termine delle ostilità) durante la prima missione ad opera della contraerea irachena: nelle missioni successive l'adozione di tecniche di bombardamento diverse impedì l'abbattimento di a ltri aerei. In sieme al Reparto Autonomo, l'operazione "Tempesta nel Deserto" impegnò un reparto di 6 intercett01i-ricogn itori RF I 04-G del 3° stonno, c h e dal 6 gennaio 1991 al I I ma1-zo furono schierati insieme ad altre forze NATO nella Turchia meridionale, vicino a l conf"ine iracheno, dietro specifica rich iesta turca agli altri govern i dell'alleanza. Furono ino ltre impegnati numerosi aerei del la 46° Aerobrigata per compiti di trasporto e r·irornimenlo logistico e fu rafforzato il dispositivo navak co n l'invio di u n cacciatorpediniere, di due fregate, di una nave traspoi-to e di una nave riforn itrice; il navig lio italiano non fu però impegnato in ai'.ioni di combattimento, ma svolse perlopiù compiti di scorta del Gruppo Portaerei e di Gruppi Anfibi della coali zione. Le ostilità cessarono a ll'a lba del 28 febbra io con la comple ta vittoria delle forze a nti -irachene e entro la metà di marzo tutti i reparti italia ni fecero ritorno in pat r ia. 7) Missioni successive alla guerra del Golfo. L a rine dei combattimenti coincise con numerose insurrezio ni in territorio irac heno, soprattutto da parte di a lc uni gruppi e tn ici particolarme n te vessati dalla dittatura di Saddam Hussein . Ne l nord dell'lraq la popol az ione c urda insor se n e lla s pe ranza <li approfi ttare del momento critico in cui si trovava il regime per ottenere l'indipe nden za, ma le forze a rmate irach e ne repressero la rivo lta con particolare durezza e ferocia, provocando un vero e proprio esodo dei curdi verso la Tu rchia. Per persuadere i curdi a ritornare nei loro territori e per assicurare loro la n ecessaria protei'.io ne <la eventua li rappresaglie irachene, gli s tati memhri d ell a coalizione anti-irach e na misero in a tto l'opcrai'.ione "Provide Comfort", con l'in vio d i reparti mi li tari c he fornissero alle popolazioni le necessarie c ure
N ote sulla partecipazione italiana a corpi di spedizio ne internazionali
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mediche e provvedessero a lla distribu zione <lei gen eri di prima necessità . Alla missione il governo itali a no partecipò con l'operazione "Airone", durante la quale, <lai primi di maggio al 17 luglio 199 1, un contingente militare italiano fu dislocato nel Kurdistan iracheno agli ordin i del generale Mario Bu scemi. Il contingente italiano co mprendeva un'aliquota di velivoli da trasporto d ella 46°A/B, un Gruppo Squadroni Elicotteri d e ll'ALE e un Gruppo Forze Operative di cui, oltre all'ospedale da campo d ella brigata alpina "Taurinense", facevano parte reparti d e ll a brigata paracadutisti "Folgore" e il btg. trasmissioni "Leonessa"; i reparti rurnno impeg nati in operaz ioni di polizia militare e di presidio, nella bonifica d e i campi minati, in interventi san ita ri , nel trasporto e nella distribuzione di derrate alimentari. Dopo la partenza, un'aliquota di circa 150 pa racadutisti rimase in tenitorio turco, vicino al Kurdistan irachen o, insiem e ad altre forze inglesi e americane co m e d eterr ente contro nuove aggressioni i r a chene. Nel Golfo Persico rimase a ltresì in servizio un gruppo navale di tre cacciamine per le operazioni di bonifica dei campi minati.
LUJGJ EMILIO LONGO
PROFI LT DT CAPI MILITARI ITALlANl TRATTEGGIATI DA UNO DI LORO
11 generale Francesco Saverio Grazioli ha lasciato, nel pensiero e nella cultura rniliLar·e italiana, una profonda traccia testimoniala da una notevole attività pubblicistica alla quale è specificam ente riservato un capitolo della biog rafia e dita dall'Ufficio Storico dello Stalo Maggiore Esercito 1• A parte gli argomenti di ordine strettamente professionale, il grosso della produzione è di carattere storico, ed in particolare storico-milita r·e. Ma al di fuori delle opere pubblicate, la spiccata inclinazione e facilità allo scrivere dell'autore ha fallo sì che, della d ocume ntazione custodita presso l'archivio d ella famiglia Gra;,.ioli , faccia parte una copiosa quantità di carte: sotto forma di appunti, annotazioni, commenti, riflessioni, ricordi , promemoria, piani di lavoro, alle quali solo parzialmente è stato possibile fare rife rimento nella stesura della biografia. Tra esse, una serie di "profili" di personaggi di primo piano dell'ambie nte militare italiano tra la fine del 1800, in coincidenza con la prima impresa africana, e la seconda g uerra mondiale. Come risulta da alcune lettere intercorse nel 1948 fra Graziali cd E milio Canevari, fedele collaboratore ed amico di antica data, questi gli aveva rivolto l'invito a mettere per iscritto impressioni e giudizi derivanti d alle esper·ie nze, dirette ed indire tte malurntc nel corso della sua lunga carriera con i vari esponenti dell'alta dirigenza in grig ioverde. Graziali, all'epoca, se pur ormai prossimo agli 80 anni, continuava a d attendere ai vasti interessi artistici e storico-letterari ai quali sin da giovane si era sempre dedicalo (pro prio in quello stesso 1948 aveva redatto un saggio p er l'Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito relativo a lla prima guerra di indipendenza). Aveva pertanto guardato con piacere alla possibilità, prospettatagli
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L. E. LoNco, Francesco Saverio Grazio/i, Roma, USSME, 1989.
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Luigi Emilio Longo
<la Can evari, di pubblicare questa galleria di ritratti, cd aveva prontamente messo a punto un primo ele nco di o ltre una cinqu antina di nominativi compilando, per c iascu no <li essi, una sorta di "scheda" che riassumeva le conno tazioni di fondo della slrullura psicologica e dell'azione <li comando. 1'ra g li appunti del generale è sta to rin ve nuto un secondo, più a mpio elenco di nominativi com prend e nte personaggi mili tari del Risorgimento e rigu re minori, rimasto peraltro a llo slalo di progetto. Anche i profili elaborati, d'altra pa rte, non sarebbero mai s tati pubblicati, molto probahilme nte per difficoltà editoriali contin genti tr a le quali, forse, anche una certa r ilutta nza legata al fatto che g iudizi e valutazioni riguardavano, p er circa la metà, protago nisti della seconda guerra mondiale tuttora viventi . Le schede d e lle quali è possibile disporr-e a mmontano a 56 nomina tivi, ripartiti dallo s tesso au to re in 4 aree te mporali: - dopo il 1870: 2 - guer-ra libi ca: 7 - l guerra mondiale: 20 - A.O.I., Spagna, II gue rra mond iale: 27 Manoscritti su fogli di carta quadrettata, con un a grafi a nitida e chi ara, questi "m edaglioni" s ono redatti in forma concisa e s intetica, non comune nello stile a hi luale del periodare di Grazioli che, se pur sempre chiaro e scorrevole, non era a lieno da qua lche 1idondan za e r·icercatezza tipiche, d'altra parte, delle persone di un certo livello intellettivo la cui maturazione culturale s i era sviluppala lra la fine dell'Ottocento ed i p rimi del Novecento. I profili dei diversi p erson agg i presi in considerazione sono espressi p e r alcuni in poche 1ighe, per altri, la m aggioran za, in 1-2 facciate; solo lievemente più lung hi r is ultano quelli rela tivi a Cav ig li a, Giardino, Badoglio e Graziani. Ne è d erivata una messa a fuoco di incisiva e fficacia, scevra di circonloc uzioni e perifrasi , con aggettivazioni d ecise, attenta sia agli aspetti professionali c he a a qu elli caratte riali e temperamentali. Proprio per ques ta essenzialità, oltre c he p er la statura del compila tore, un contributo di notevole interesse. La seque n1.a d ei nominativi è preceduta da una classificazione tipologi ca dei capi militari, s uddi visa da Grazioli in 7 categorie c iascuna delle quali è accompagnata da una breve d e rini zione: quelli c he ha nno vera stoffa d i condottiero - g li audaci con poco cervello - i pavidi - i teorici d e ll'arte d e lla guerr a - i gligi - i genialoidi - i coloniali. Nel r ipo rtare i 56 profili, si è ritenuto opportuno rispettare la ripartizione e pocale dell'autore, solo disponendo
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secondo l'ordine a lfabetico, per· maggior e comod ità del lettore, personaggi esami nati.
Tipi di capi militari
1 - Quelli che hanno vera sto-ffa di cun.dolliero Sono ra1i. Talvolta nascon o na turalmente; sono i condottieri d'istinto, come quelli delle nostre compagni e di ve nl urn d e l Rinascim ento, o quelli degli eserciti improvvisati della Rivoluzione francese o della Russia bolscevica. ln genere la loro abilità è frutto di un felice accordo di qualità fis iche, intellettuali, morali, culturali e professionali : grande resistenza fisica, mente fredda, semplice, chiara , calcolatrice; colpo <l'occhio; n otevole ascendente sulle masse, tetragoni a l rluttuare degli eventi su l cam po di battaglia; adamantina volontà, energia a tutta prova, rotti alle pratiche del mestiere.
2 - Gli audaci con. poco cervello Le qualità d'azione personale predominano sulla med itata attitudine direttiva. Possono essere in determin a te circostanze ottimi "ge nerali d'avanguardia"; ma in genere sono elementi per·icolosi quando sono lasciati trnppo a loro s tessi, perché il deficiente loro criterio direttivo può determinare s ituazioni irreparabili. Sono uomini di spiccato coraggio p ersonale e, come tali , generalmente dotati di alto asce ndent e sulle truppe poste sotto il loro com ando. M a vanno ben guidati e nelle s ituazioni d elicate tenuti a l guinzaglio.
3 - I pavidi Non tanto per coragg io fi s ico deficien te, quanto per paura della propria respo nsabilit à personale d i comando. Sono in genere e lementi di scarso rendimento e talvolta a d dirittura esiziali quando, per la loro p avid ità e per inattitudine a<l ogni iniziativa, fanno perdere occasioni preziose di buon successo. Per lo più la loro incapacità a cogliere queste occasioni si traduce su l ca mpo di battaglia in un inutile spreco di vite e di umane energie nei propr·i subordinati. Non conviene mai affidare a capi di questo tipo missioni difficili e risc hiose.
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Luigi limilio Longo
4 - I teorici dell'arte della guerra Uomini di solito assai colli, d i a lto ingegno, esperti scritt01i di cose militaii, ma di qualità d'azione d eficienli. Si sono visli alcuni capi di queslo Lipo che pure andavano per la maggiore in fatto di dottrina militare, fallire miseramente posli in posizioni di alta responsabi liLà di comando. Vanno di solito lasciati ai loro studi, a beneficio del livello culturale militare generale che ha pure grande importanza per l'integrale efficienza delle forze armale. 5 - I grigi
Sotto questo nome va individuala quella numerosa schiera di capi militati nei quali, alla mediocrità congenita di ogni sos tanziale qualità di comando in guerra, corrisponde una impeccabile diligenza e scrupolosità nell'esercizio dei loro normali doveri militari. Quando Lipi siffatti, a forza di far bene il proprio dovere (cd avviene spesso), riescono ad accedere agli alti gradi, vi p01·tano tutto il grigiore dei loro metodi hurocralici privi di ogni luce di originalità e diffondono negli strati inferiori la loro pialla menlalità diffidente di ogni co lpo d'ala che tenti il volo dal basso. Sono un po' d ell e cappe di piombo, uomini da ordinaria amministrazione, ottimi in te mpi normali, inutili e spesso dannosi in tempi diffic il i esigenti risoluzioni energiche e radicali. Fra costoro molti sono i pavidi, di cui alla precedente 3° categoria, allorché dal campo delle normali fun zio ni di pace ve ngono sbalestrati sui campi di battaglia. Addirittura detestabili si dimostrano quando a lla loro mediocrità si aggiungono anch e tendenze di vanitosa presunzione d'essere dei grandi uomini di guerra.
6 - I genialoidi Vanno messi in quesla categoria coloro che sotto una brillante vernice di ostentata capacità di comando nascondono squallida povertà di id ee, superficiale cultura militare e, assai spesso, pecorile conformismo per accaparrarsi a buon mercato la stima dei superiori comandi. Verso i propri dipe ndenti indulgono vole ntieri per procacciarsi comoda popolarità. Sono in genere degli ambiziosi proclivi alla faciloneria; caratte ri deboli sempre pronti, nel proprio interesse, a piegarsi al vento che spira. A forza di abilità r iescono spesso a "darla ad intendere", "vendendo vasetti" come suol dirs i in gergo militare; ma posti di fronte a situ azioni difficili falli-
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scono miseramenle provocando Lalvolta danni irreparabili. Sono piante c he allignano faci lmente in amhienti scolas lic i, dottrinari, dove è possibi le sorprendere la buona fede di s uperio ri poco accorli o troppo sensibili allo sc inLillio di qua lilà superficiali o all'adulazione da p arte de i propri inferiori. 7 - 1 coloniali
Appartengono ad una categoria a parte, in quanto posseggono indubbi amente spiccate a ttitudini a guidare con intraprenden za e spesso con rortuna o pera:1.io ni militari nei te rritori coloniali dove clima, terreno, nem ico, risorse s i presenta no in condizioni affatto speciali in confronto a que lle d egli ordinari teatri di guerra europei . Chiamati a<l operare fuori dalle colonie, spesso questi uomini colonia li deludono la loro fama di a hili comanda nti. Sono in genere più adatti a l comando di piccole colonne mobili co n vasta libertà d'azione rotti ai ripieghi di fortuna necessari in ambienti p1ivi d'ogni risorsa locale, esp e1·ti in materia di politica indigena intimamente connessa, di solito, alle operazioni mililari coloniali. Particolarmente difficile è la condotta in regio ni assolutamente desertiche di tipo saha riano, per i quali sono n ecessarie qualità di audacia, di iniziativa, di dinamicità e di carattere non comune. Ad ogni modo è certo che un periodo di esercizio di comando in teatri d'operazione coloniali rappresenla un assai utile tirocinio complementare anche come scuola di comando.
Capi militari dopo il 1870
Antonio Baldissera Tempra di co ndottiero. Idee semplici, c hiare , pratiche. Suprema e nergia d'azione e di comando sotto una veste abitualmente calma e bonaria, ma con scatti di estrema violenza allorché n ei momenti crucial i dell'azione senliva il bisogno di imporre la sua irresis tibile volontà. Niente dottrinarismo; anzi irriducibile avversione ad ogni tendenza dottrinaria. Implacabile contro i caratteri superficiali, dilettantistici, tendenti a sfuggirgli di mano. Per istinto diffidava di quei suoi dipende nti che, sotto veste brilJantc, nascondevano mediocri qualità d'azione e farraginosa pseudocultura guerresca. Le sue simpatie erano p er i modesti ed intelligenti esecutori di ordini, che dimostravano però soli<le qualità
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Luigi Emilio Longn
n e lla lo ro sl'era di comando . So tto l'a ppare n 1.a fredda e n1de aveva c uore nobilme nte gene roso. Lo dimostrò a l processo contro Oreste Baratieri , l'infelice su o pred ecessore nel comando in Arrica ed il vinto di Adua del 1° Ma rzo 1896 . Lo confo rtò abbracciandolo ed e sortandolo con le pa role: "Sta tranquill o: io non so se, a l tuo posto, avrei potuto far m eglio !". Profo ndo sentimento cameratesco verso un condottiero s fortuna to di lui tanto infe ri or e n e ll 'arte d el comando. La s ua marc ia s u Adig ra t, d opo la débàcle di Adua, fu un miracolo di ordine, di disciplina, di impo nenza guerrie ra. Valse a rialzare d 'un colpo il prestigio d elle nostre a rmi in faccia a l n emico inebrialo della vittoria. Fis icamen te rasso mi gliava s tran amenl e a Lord Ki tc h en er, il fa m oso generale inglese vincito re di Omdurma n, c he io co nobbi nel 1897 a Massau a. E la rasso miglia n za n on e rn solta nlo fis ica; eran o du e caratte ri s imili, due te mpre s imili di c ondo tti eri di ferro. Tanc:redi Saletta
Artig li e re pie montese d e l vecchi o stam po . Aus tero, d iritto , scru po losam e nte rigid o nell'ademp imen to d ei s u o i doveri; ma carall e re du ro, diffic ile, più Le m u to c he a m a lo d a i suo i dipende n ti. Il su o n o me è legato al nostro p rimo s barco a Massau a nel 1885, q uando ebbe il coma nd o de l nostro piccolo corp o d 'occupazion e, com an do c he tenne con ferm a ma n o e con on o re e che riebbe po i u na seco nda volta d opo l'eccidio di Dogali d el gennaio 1887 awenuto sotto il suo s uccessore generale Ge né. Qua ndo, dopo la giorna ta di Adua d el I m arzo 1896 il Capo di Sta to Maggiore dell'Esercito gen erale P1imera no venne eson era lo d alla carica, il Sale tta fu ch iamalo a succed e rgli cd in quella carica reslò be n 12 a nni, coincid e nti a ll'in iz io con un period o non fac il e d ell a nos tra prep a razio n e militare per la gen e rale d e pressio n e d egli a nimi conn essa all a sventu ra di Adua e p e r la d e leteria influe n za de lle corre nti p olitic he a ntimilitaris te. Ma verso il te rmine della s ua miss ione, a llo rch é lo spirito milita re e le condi zio ni economic h e del Paese accennarono ad un p rovviden zia le risvegli o, l'alta s u a azio n e dire ttiva p oté manifestarsi con maggiore efficacia favorita, se non d a lle su e d oti intelle ttuali c he n on erano supe rio ri alla med ia, dal suo forte carattere e da lla su a inf.1essibile volon tà tutta tesa a l prog ressivo miglio ra m e nto de ll e condi i. ioni d el nost ro a ppa rato militare .
l'rofìli di capi militari i1aliani trnffeggiati da
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A lui s i dovettero, infatti, i primi provvedimenti per rafforzare le difese della nos tra inrclice fronli cra n ord-orientale fino allora totalme nte trascu ra ta, nonché un notevole sviluppo impresso a lle grandi esercitazioni estive con le truppe che egli voll e plasmate sullo stile delle grandi manovre imperi a li germa niche cui aveva assis tito per invito dell'imperatore Gugli e lmo II. Non aveva qualità eccezionali di organiv.atore militare; m a l'al La autorità c he si era conquistata con l'austerità e fenne zza d el suo temperamento gli pe rmisero fra il 1903 cd il 1908 (data neJla quale lasciò il servizio allivo per età), di gettare le basi su cui il suo g iovane e vale nte successore generale Alberto Pollio poté poi d a re un ben più illuminato impulso a lla nostra pre parazione hellica , m e ntre l'a mbie nte internazionale andava facendos i sempre più denso <li oscure minacce di guerra.
Capi militari della guerra libica
Giovanni Ameglia Simpati co tipo <li intrapre nde nte sabreur n el suo focoso e<l esuberante temperamen to siciliano. Non era un'aquila, come condottiero; ma popolare e fortunato, ed amava esaltare le s ue gesta o ltre misura con un certo piglio d'artagnanesco che piaceva ai s uoi soldati . Aveva !"allo le sue prime arm i nella vecchia Eritrea, come comanda nte di que l 5° battaglione indigeni che non si trovò ad Adua ma che valse a raccogliere ed a riordinare molti laceri avanzi di quell a infausta giornata. TI suo nom e tifulse nella guerra libica come co mandante d'avanguardia allo s barco di Benga s i, poi a l comba ttimento d elle Due Palme ed infine come capo <lei corpo d 'operazione cui si dovette la fulminea conquista di Rodi. Durante la guerra I 915-191 8 ru Governatore d ell a Libia e la tenne abbastanza tranqu illa, ridolla com'era a quel tem po alla sola striscia costiera.
Carlo Caneva. Le sue doti principali erano il buon senso e la prudenza. Un buon senso tranquillo, alime ntato cla una solida cultura e da un profon<lo sentime nto umano. Ma l'eccessiva prudenza gli toglieva la poss ibilità di energic he risoluzioni n elle s ituazioni difficili ecl imprevedute . Lo d imostrò al supremo comando nella ptima fase
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Luigi Emilio Longo
d e lla g uerra libica c he, <lopo i primi s barchi, impaludò in una lunga s tas i pe r l'awersione del comandante ad a ffrontare i rischi d i qualsiasi genere. Pesava ancora a quell'epoca, s ulle cos cien ze militari ilaliane, il ricordo de lla sconfitta di Adua del ' 96 e faceva lesto invece l'ese mpi o del prude nli ssimo Aless a ndro di San Marzano che, dopo Doga li , sen za colpo fer"ire, aveva indollo il Negus Giovanni a lla ritirata. E Caneva, per molli aspe tti, era un redivivo San Marzano. Coelaneo <li Luigi Cado rna, rappresentavano entrambi, inlorno a l 19 11 , le due figme più in vis la (oltre il Pollio) d ella nostra massima gerarchia mililar·e. Ma erano due lemperamenti nellam e nte diversi . Con Caneva (se avesse avuto il comando supremo nel 19 15-191 8) non s i a vrebbe certo avu lo Caporetto; ma nemmeno la ful minea m anovra di Gnri ;,;ia dopo l'arr-eslo dell'offens iva a uslria ca del Trenlino, n é la magis lrale ritirata s ul Piave e sul Grappa dopo la sventura di Caporelto. A Caneva mancava il mordente p er essere un grande condollier o. Era un bu on generale di atmos fera grigia , senza luc i né ombre atte a ravvivare il quadro de lla sua a zione cli coma ndo.
Vincenzo Garioni Su a dote precipua e r a la d irittura del car-allere , che non amrnelteva né per sé né per i suoi suhor<linati compromessi <li n essun gen e re <li fronte a ll a su prema esigem·.a del più scrupoloso a dempimento del dove re. Non aveva intelligenza hrilla nte, e m odesta era la su a cultura; m a il suo quadrato buonse nso e lo spirilo pratico , c he era un'altra caralleri s tica d ella sua indole ferma e risolula, irnplimevano vigore n ei mome nti difficili al la sua azione di comando. A lui debbo una salu tare lezione sul campo cli hallaglia, proprio a ll a vigilia della m ia assunzio ne al genemlato. Si era in piena gu erra libica, nel 1912, pochi g io rni dopo il diffic il e sbarco di BuC he nnez Avevamo a ffrontato in forze il nemico, asse rragliato sull'aspra e nuda altura di Sidi Sa id. Il comhallimento ferveva accanito da parecchi e ore, e le nostre colonne stentavano ad avanzare, ha ltule di fronte e minacciate sul fianco dal deserto insid ioso. li generale Garioni con il comando dirigeva l'a zio ne da un osservatorio molto avanzato battulo dal fuoco nemi co. lo, su o capo di slato maggiore, ero a l suo fianco inlenlo a seguire le fasi del combatlimento e d a
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diramare i suoi ordin i. Ad un certo punto, per la cattiva piega c he slava prendendo il nostro allacco, non seppi astenermi dal manifestare insistentemente a l mio capo i mi ei dubbi sull e possibilità di sradicare il nemi co da quella [orm idabile posizione difensiva e la mia o pinione sulla n ecess ità di sospendere l'azione. TI generale Garioni, sereno e tra nquillo, l'occhio al binocolo taceva, segui tando a rinnovare l'attacco. E tacque imperturbabile fino a c he n on vide il ne mico improvvisamente cedere ed i nostri mettere pied e con un supremo sforzo su l lanlo contrastalo Marabull. Allora, scattando dopo tanto s il enzio, mi asses tò un vio le nti ssi mo pugn o urlandomi nell'orecchio : "Hai finito di torturarmi con le tue prediche?" Dopo di che mi abbracciò, felice d e lla vittoria a caro prezzo conqu is tata. Mi tornò in mente in quel mome nto l'apostrofe di Garibaldi a Bixio sul campo di Calatafimi: "No Bixio , q uì si fa l'Italia o si muore". Paragoni a parle, l'episodio era simile. Ed io non lo dimenticai mai più, e qua ndo ebbi poco più tardi n e ll a grande guerra, alte responsabilità personali di comando, in gravi frangenti j} ricordo di quell'episodio ritornò più volte ammonitore al mio sp iri to: non disperare mai, a nda re s ino in fon do fino a voler for/.are la mano a l destino. Ta le il segreto della vittoria. Salu tare lezione di Sidi Said del generale Garioni . All'epoca de lla grand e gu erra, Garioni tenne bravemenle il comando del VII Corpo a ll'estrema destra de lla 3° Armala, e passò primo l'Tsonzo attestando al terribile Carso. Poi ebhe meno fortu na , e l a fine della g u erra lo trovò a l Governatorato della Tripolitania, dove, mal servito dagli organi politici s uoi dipendenti , esilò ad intraprendere con energ ia la riconquista del terreno p erduto du rante la guerra eu ropea, come più tardi seppe rare invece Giuse ppe Volpi.
Albertu Pollio Quando nel 1908 fu no minato, ancor giovane generale di brigala, a l posto di Capo di Stato Maggiore dell'Esercito succedendo a l vecchio e già s uperalo generale Tancredi Saletta, parve che un soffio di aria nuova fosse spirato su l nostro grigio a mbiente mii ilare. Quella scelta era veramenle felice. Pa llio aveva ingegno da vendere, larga e profonda cu ltura, idee moderne e lungimiran ti. Si era già reso noto per due inte ressantissime pubhlicazioni storiche: "Waterloo" e "Custoza 1866", dense di profonde cons iderazioni di alto valore istruttivo cd educativo. Arrivato a l timone della pre pa-
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f ,uigi Emilio Longo
razione dell'Eserci to a lla guerra, non smentì certo le generali as pellative. De lle gagliard o impulso agli s tudi m ilitari ed a lle grandi esercita zioni delle maggiori unità. F u maestro in s ign e del Corpo di Stato Maggiore. Curò con nuovi e più razionali criteri la scel ta d ei capi. Meridionale qual'era , rivend icò in un "Bollettino s torico" da lui fondato le splendide testimonianze di va lor militare delle nostre popolazioni de l Mezzogiorno, cui avevano nociuto le vicende politico- militari de l 1860 fra le c ontrastanti passioni d e l Risorgimento. Dettò norme tattich e m agistrali. Concorse con a lta mente alla nostra non facil e im p resa libica, e sarebbe stato di certo un grande capo nell a prima nostra guerra mondiale se la mort e non lo avesse improvvisamente colto a Torino, ancora in verde e tà ed alla vigili a dello scoppio d el conflitto. Era della buona scuola che aveva segna to il p rimo sostanziale risveglio della nos tra cultura militare, e lo di m ostrò favo re ndo la pubbli cazione di un giornale, "La preparazione", diretto dalla eletta m e nte di Enrico Barone e che fu pe r· quei tempi un modello di giornale politico-mili tare che molto concor.se a chiarire idee e metodi p er la guena im min ente.
Tommaso Salsa Alto, asciu tto, diritto, s pirante m editala energia da ogni suo gesto, p arco di parole, risoluto e p ro nto n elle d ecisioni, ta le era Tommaso Salsa. Ch i scrive lo conobbe nella vecchia Eri trea reduce a ppena dalla diffi cile miss io ne presso il Negus c he gli aveva a ffidato dopo Adua Anto n io Baldissera. Baldissera s timava grandemente quel giovane ma ggiore di Sta to Maggio re, de l qu ale intuiva l'eccezionale person a lità, fino a l punto di esserne tacitamente geloso, una delle s trane originalità d el s uo cara tter e. E pure i due avevano non p oche affinità di tempe rame nto. Anche Salsa era un condottiero nato. Lo dimostrò 16 ann i più tardi , da gen erale, sul tormentato teatro d'azione della Cirenaica ne lJ a gu erra libica. Comand ante di gran classe di fronte alle più dure situazion i, oppo neva a l destino la limpida e cosciente ser enità d ella sua adamantina volontà. Né era solo un capo di combatte nti. Aveva maturato nel s uo spirito vasto ed alac re chiare idee in mate ria di politica indigena nella lunga esp erienza d a lui raccolla in Etitrea, e poi come capo dell'ufficio politico-militare in Tripolitania. Purtroppo un male ins idioso aveva cominciato a minare quella
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fortissima fibra in a ncor giovane e tà. Fu giocoforza rimpahiarlo. Ma poi vennero i giorni tristi pe1- la Cirenaica sollo la pressione implacabile deg li arabo-turchi e dei r ibel li . La situazione s i era fatta assa i grave, a tal punto che si rccc manifesta la necessità di ri da rgli il co mando, ed il Minis tro delle Co lonie del te mpo fece appello no n invano al suo p atrio ttis mo. Chi scrive queste rig he lo ricorda quale lo vide usc ire dalla s tanza di lavoro del ministro dopo il colloquio. Era ridotto l'ombra di sé stesso, pa llido, emac ialo; di sfolgorante non aveva c he lo sguanlo, l'inconfondibile sgua rdo del condottiern. Aveva acce LLa lo comprimendo le sue torture fisich e. Ed a ndò, e si copd di gloria ris tabilendo d a par s uo la situazione. Ma l'a lbero era inesorabilmente fe rito a lla rad ice. Ritornò in fla li a p er morire in età a n cora verd e . Se fo sse vissuto, l'Ita lia avrebbe fo rse avuto ne lla prim a g ueJTa mondia le il su o mi gl ior generale .
Paolo Spingardi Alla Camera, quand'era Minis tro de lla Guerra, lo chia m avano "bocca d'oro" per quella su a oratoria avvi ncente, ravorita da u na voce quanto mai armoniosa e simpatica. Ern uomo di grande ingeg no, e con Pollio Capo di Stato Maggiore dell'Esercito formò un binomio folice a l sommo della gerarc hia militare . Il suo ingegno stupiva a nche i parlam e nta ri meno prope nsi a ri co noscerl o. Ri co rdo di aver sentito dire d a ll 'o n . Giuseppe Bertolini , una dell e creature più vicine a Giolitti, questa frase: "Spinga rdi è veramente uomo di grande ingegno e di bella cultura, non s i direbbe un generale". Battuta c he può fare il pa io con quella at tribu ila come è n olo a Clem enceau : "La gu erra è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai generali". Comunque fu ai suoi tempi com e Ministro della GucITa ch e collab orò a l risveglio d el nostro apparato m ili tare fra il 1908 cd il 19 11. Ebbe tuttavia non pochi avversari che lo taccia rono di cara ttere dubb io e di molto opportunismo.
Giulio Tassoni Ecco un caso s ingolare di comandante indubbiamente dota lo di squisite qualità di energia e di capac ità, e tuttavia troppo spesso insidiato da avversa fortuna. Forse a qu esta contrarietà non l'urono estra nee certe durezze eccessive <le i s uo carattere, fi ero e ro bu sto ma scontroso; sì ch e a lla stima universale da cui era circonda-
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f ,uigi F.milin f ,nngn
to tolsero il caldo afflato d ell'affetto dei subordinati. In certi scatti d 'ira, diventava intrattabile: usava chiudersi in sé slesso corrispondendo per iscritto persino con il s uo capo di stato maggiore su affari di servizio, Ciononosta nle la sua opera di condottiero ebbe spunti vigorosi. Nella guerra libica si distinse allo s barco di Tolmetta, a quello difficilissimo <li Zuara e più a ncora capilanando quel raid, rim aslo famoso, tra B e ngasi e C i rene. Ma nel 1915, nominato poi Governatore della Tripolitania, si trovò impigliato, per colpa non sua, nelle tragiche vicende che seguirono il già avvenuto, disastroso sgombero del Fezzan, e fu costretto a raccogliersi alla costa. Rienlralo in Ha li a duranle la prima guerr-a mondiale, ebbe ad un certo punto il comando della Zona Carnia, che egli tenne con l'u sala energia e con mollo va lore. Se n on che, avve nu lo Caporetto e ritrattesi la 2° e 3° Armata a l Piave, la Zona Carnia benché intatta, si trovò scoperta e fu giocoforza sgombrarla . E lo sgombero necessariamenle avve nn e rra in d ic ibili difficoltà a lle quali egli [ece lesta con eslrema energia, senza polere però evi tare perdite gravi per quanto gloriose. La ritirata a traverso l'aspra zona montana dell'alto Piave fu quanto di peggio potesse capitare ad un condoltiero d ella sua tempra. Poi ebbe il comando della 7° Armata sulla fronte occide ntale de l salie nle trenlino, sellare inada llo a guerra manovrata. E là lo trovarono le ultime vicende della gue1ra e d i là, nelle gloriose giornate di Vittorio Veneto, concorse da par suo alla fulminea occupazione del Trentino e dell'Alto Adige.
Capi militari della 1° guerra mondiale
Alberico Albricci Generale brillante e cavalleresco. Dotato di grande prestanza fisica, ardito cavaliere; anima di soldato e di artista; colto, attivissimo, era stato da giovane uno dei più distinti ufficiali di Stato Maggiore. Lo ebbero carissim o i due Capi di Stato Maggiore dell'Esercilo Salelta e Pollio. Fu addetlo milita re a Vienna alla vigilia d ello scoppio d ella g uerra it a lo-austriaca nel 1915. P oi Cadorna Jo volle al Comando Supremo. Generale d i brigala, operò per breve tempo sulla fronte alpina settentrionale. Fu poscia cap o di Stato Maggiore della 1° Armata con Pecori Giraldi sulla fronte
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Trentina. Al comando <lel 11 Corpo sulla fronte giul ia delle prova della sua energia riconducendo in perfetto ordine al Piave il suo Corpo d'Armata dopo Caporetto. Deciso l'invio di un nostro Corpo d'Armata in Francia, fu prescelto il suo, a lla cui testa egli si coprì d i gloria nelle operazioni de l 191 8, segna landos i in modo particolare a llo Ch e min des Dames cd a Bligny. I generali francesi Petain e Foch ne ebbero altissima stima. Sollo di lui il prestigio del le nostre armi in Francia toccò vette mai raggiunte. Rientrato in Ttalia, fu Ministro della Guerra nel Gabinetto Nitti, e quel periodo, sconvolto da contrastanti passioni di politica interna, non giovò alla sua fama. Meglio sarebbe stato per lui appagarsi della sua fulgida gloria raccolta s ul campo anzich é trovarsi ingolrato dal suo posto di mi nistro nei turbinosi eventi di quell'agitato dopoguerra. Poi ebbe il comando del Corpo d'Amrnta di Napoli dove, pel suo caratlere affabile e simpatico, ru molto amato dalla migliore società napoletana. Grande animatore sportivo, appassio nalo d'arte e di ogni nobile manifestazione dello spirito, fu senza dubbio uno dei più brillanti nostr·i capi militari, e terminò la sua caniera generale d'arma ta e senatore del Regno.
Pietro Badoglio Stridenti contrasti di luci e di ombre si rifletlono su questa figura di generale assurto in primo piano fra le turbinose vicende di quest'ultimo trentennio. All'origine, nessuno dei suoi coetanei poteva prevedere un così raro fenomeno. Era, sì, un esperto e zelante ufficiale, ma non rivelava nessuna qualità eccezionale . All' inruori di una tenace e robusta volontà, derivatagli dalla sua rude terra subalpina, e di una non comune, raffinata furbizia a far sue le buone idee degli altri, non sembrava, fra i tanti, uomo chiamato a grandi cose. Intelligenza comune, cultura limitata all'esi genza del mestiere, tcm peramento calmo, freddo, sotto una apparenza bonaria di stile quasi contadinesco. Ma possedeva una spiccata chiaroveggenza ad indovinare la via per farsi largo nella carriera ed una attitudine unica a servirsi delle circostanze, huone o ca ttive, per approl'ittarne senza tanti scrupoli, sospinto da una i nsa;r.iabile ambizione. Quale ufficiale di Stato Maggiore, la guerra libica del 191119 l 2 gliene offrì la prima occasione. Poi, nella grande guerra 19151918, dopo un periodo iniziale d i modesto rilievo, ebbe la fortuna
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Luigi F.mi/io Longo
di essere chiamato a funzionare da capo di slalo maggiore di Luigi Capel lo alla vigi lia della battaglia di Gorizia e, all'ombra d i quell'irruente ed csperlo condollicro delle prove indubbie di saperlo ben coadiuvare. All'inizio della bauaglia ch iese ed oltenne il comando di un reggimento deslinato all'altacco de l Sabotino, punto c ruciale sul quale erano slati accumulati in abbondanza mezzi poderosi di rollura. 11 Sabotino fu preso di primo s lancio, e quel bri llante successo, sapienlemente srruttato, segnò l'origine delle sue l'ortune: promoz ione per m e rito di g u erra e fuluro marc hesa to del Sabotino. Sempre sulla scia dell 'inlraprendentc suo capo, colse altri a llori e relative u llcrior i promozioni nelle successive vittoriose giornale del Kuk e d e l Vodice. Fin qui, dunque, fortuna ben merila ta e prove indubbie di solida attiludine al comando. Ma poi scende un'omb ra obliqua su l s uo rapido cammino. Comandante di Corpo d'Armata, con 4 divisioni ai suoi ordini, si trovò schieralo di fronte a lla lesta di ponte nemica di Tolmino, e nel maltino del 24 o ttobre 1917 la sua linea venne brutalmente infranta. La sua azione <li comando in quella tragica vicenda res ta ancora sotto il p eso di grnvi responsabilità p e rsonali che un giorno forse la storia docume ntata chiarirà. Ma non è qui il caso strano: qualsiasi generale può essere a vo lla sforlunato, salvo a subirne le conseguenze. Lui invece, dopo quel fatto, venne, con unanime sorpresa elevalo alla carica di Sollocapo ùi Stato Maggiore da l nuovo generali ssimo Diaz. Altri invece, corresponsabili non più di lui d e lla sve nt u r a di Caporelto vennero s ilurati. li s uo Corpo d'Armata, sebbene infranto , non venne di sciolto. Dopo ques ta oscura vicenda, ceco un nuovo sp razzo di luce, ed è la valida collaborazi on e di Baùoglio a ll e due g randi villorie d e l Pi ave e di Vittorio Veneto che procurano a Diaz il s uperbo lit olo di Duca della Vittoria ed a Badog lio il maresciallato d'Italia. Ormai, ed in gran parte per suo merito, è arrivato. In ancor giovane età e per la malferma salute di Diaz, egli rappresenta l'espone nte più in vista dell'alta nostra gerarc hia mil itare. Ma al di sopra della fortuna restano i settor i d'ombra del suo carattere ambi guo, sospinto da insonne ambizione, avido d i onori e sempre più vistose pre bende. L'avvento del fascismo (nonostante la sua in iziale, avventata opposizione) lo annovera be n presto fra i p iù con formisti seguaci e fra i più interessati profittatori. Dopo una breve parentesj quale ambasciatore in Brasile, eccolo nominato da Mussolin i all'altissima nuova carica di Capo di Stato Magg iore Generale. Egli avrebbe po tuto essere, in tale vesle, il vero, grande,
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moderno riformatore d ell e nostre forze a r mate, tanto più che ebbe la straordinaria fortuna di res tare in quella carica (sia pure con varie assenze) ben 15 ann i. Ma non aveva la stoffa né l'ingegno, né il coraggio dei g randi organizzatori militari . Aveva lo sgu ardo volto p iù al passato che all'awenire; soffriva di torbide gelosie per cui diffidava di collaboraLOri di m ente ape rta e lungimira nte; e ra più sollecito di togliers i d i mezzo possibili competitori che non di creare uno s trumento gu erresco capace di fian cheggiare la intraprendente ed audace politica estera d el regime. Il r isultato lu il dcfic ie n tissimo e superalo apparecch io militare con il qua le l'Ita lia si presentò a lla seconda, inevitabil e guen-a mondia le. Durante questo lungo periodo di così c.ldiciente preparazione bell ica d el quale egli porta la responsabilità, la fortuna altre due volte gli arrise. In Libia, pe r coronare s otto il suo nome la g ià quas i compiuta integrale conquis ta; in Etiopia quale comandante su premo del Corpo di occupazione nella folgorante campagna del 1935-1936, della quale egli seppe essere, sotto l'abilissimo impulso politico di Mussolini, condottie ro espertissimo e fortunato. Torne) in P a tri a carico di o nor·i e di prebe nde: Viceré, duca e.li Addi s Abeba, una so ntuosa villa a Roma e vis tosi co mpe nsi p ecuniari. L'uomo non lesinò mai le pretese di ricompensa dei su o i servizi ! Tuttavia ( nuova zona d 'ombra) una volta occupata Addis Abeba e nominato Viceré, si era affrettato a piantare in asso la sua conquista tutt'altro ch e assodata e completata, lasciane.lo ad altri le enormi difficol tà ancora da superare . Dopo questi nuovi su ccessi, il suo orgoglio non ebbe più freni. Così che, a llo scoppio della seconda gu erra mondiale, egli pretese ed o ttenne ch e la sua posizione presso il e.l uce del fasc ismo, nominalo dal re Coman d ante Supremo, non fosse quella di semplice Capo di Stato Maggiore, ma assurgesse a vero e proprio collahoratorc del Comandante Supremo nella direzion e effettiva d elle opera:r.ioni. Ciò c he non gli impedì (altra zona d'ombra), q uando le operazioni volsero a m a le nella sciagurata campagna di Grecia, di riversare ogni colpa su l suo capo e di Fare la vittima sd egn osa, come s i rileva d a l suo libro"L'Ita li a nella 2 ° g u e rra m ondiale". Dimessosi (ahimé troppo tard i!) dalla su a carica , si ritirò cruccia to sollo la tenda dove pcrù, n ell'ombra, restò vigilante, come a l solito in attesa di nuove occasioni per risorgere ad u lte riori fortune, in un malcelato risentimento verso Mussolini e contro tutti color o (cd e rano molti e d a uto revoli) che, be n conoscendolo, gli erano nettamente nemi c i.
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Luigi Ernilio Lungo
E l'occasione venne, e fu il 25 luglio 1943, q uando cacciato Musso1ini dal Re e fra le angustie <lcll a guerra ormai p erduta, anche per colpa della <leficientissima preparazione badogl iesca, egli fu assunto a capo del nuovo governo, dove pertanto risorse in veste <li "salvatore del P aese". Della sua opera, come capo del governo, resta imperitura, incancellabile macchia la ben nota inabilità, e più ancora la pavidità morale con la qua le manipolò cd attuò quel fata le armisti zio e relativo passaggio a l nemico. Ciò, o ltre a determinare lo sfacelo delle forze armate, dette un colpo mortale al nostro prestigio anche di fronte ai nuovi alleati, c he ci ricompensarono con la resa incondizionata e con gli orrendi bombardamenti che ben 1icor<liamo.
Luigi Cadnrna Genialoide. Uomo di esuberante e nergia. Generale <li spiccale qualità manovriere. Uno <le i migliori prodotti d el 1isvcglio cu lturale militare italiano seguilo alle sconfitte del 1866 e <li cui erano stati principali esponenti i Ricci, i Pianell, i Pen:ucchetti, i Marselli e, ultimo fra tutti , Enrico Barone. Le s ue s pi ccat e qua lit à era no mente chi ara cd indomita vo lontà, condite c;on una mal celata ambizion e e con qualche punta <li superfi ciale faci lo n eria. La immatura morte di Alberto Pollio determinò l'assunzione del Cadorna a l Comando Supremo nella guerra 1915- 1918. Egregiam e nte coadiuva to <lai Mini stro della Guerra Vittorio Zupelli, organizzatore di acuta mente e di consumala esperienza, mise in piedi un esercito di discreta efficienza materiale ma <l i ammirevole effic ienza morale. Sotto la guida del Cadorna, queste forze affrontarono con onore e con rara tenacia le sangu inose battaglie sull'Ison zo. Ma l'arte manovricrn del Cadorna rifu1se nel 1916 con la pronta parala contro la poderosa offensiva aus tri aca dal Trentino e la immediata, successiva risposta con la vittoriosa battag lia di Gorizia. Poi la guerra impaludò lungo la fronte troppo estesa e<l in un atroce logorio di forze materiali e morali negl i sforzi per spingere sempre più innanzi il nostro sch ieramento. Fatale conseguenza fu Caporetto; ma, nel generale scoramento, la suprema energia del Capo ritrovò il suo slancio nel guida re con s icura mano la ritirata su l Piave e sul Grappa dove l'impeto nemico fu arrestato. Cadorna fu sostituito da altri nel Comando Supremo; ma la sua fama di esperto e tenace condottiero, dopo un' inevitabi le parentesi
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oscura, ri sorse nell'opinione del Paese c he non n e disconobbe 1c alle benemerenze allorc hé la gu erra fu cornna ta dalla vittoria . Luigi Capello
Intelligenlissimo. Spregiudicalo. Uomo di vivaciss ima azione. Ambi z ioso . E suberante. Aveva c hiare idee e mente aperta all e novità. Temperame nto vulcanico, in co ntrasto con la grig ia atmosfera d om inante, agli iniz i della prima g u crTa mondiale , sulle noslre alte gerarchie militari dalle quali era poco ben visto. Ma aveva spiccate qualità di comando, c he dimostrò in modo egregio alla haLLaglia di Gorizia e nelle s u ccess i ve a;,.i oni s ino al la Ba insizza. Si e ra fallo strada da sé co l suo innegabile valore ma a n ch e con cerla sua m a n canza di scrupoli con la quale aveva superato ogni ostacolo (una specie di enfant terrible per i posati ortodossi d el tempo). La sventura di Caporello, dovuta più c he altro alla d efi c ien le azione di com a ndo di un su o luogotenente, n e arrestò la fortunata carriera . Ma, anche dopo quello scacco, n ei pochi giorni ch e restò a l co ma ndo, dimostrò rara e ne1-gia n el ricostituire nelle r e trovie, con l'accozzaglia de i fuggiaschi , un'ar·mata capace di ripresentarsi efficiente all'azione. Era senza dubbio una magnifica te mpra comandante. Gli nuoceva l'eccess ività di certi suoi pregi e difetti, e forse una qualche d eficienza di equilibrio. Ebbe nemici acerri mi , come le personalità a forti tinte. L'ambizione politica offuscò alquanto la s ua ra ma di condo ttie ro. /-<,'nrico Caviglia
Schietto temperamento ligure, di que ll'audacia e tenacia c he, secondo Carducci, "posa nel gius to, ed a l'alto m ira, e s'irradia nell'ideale" . Te mpra volitiva. Parole poch e e scarne, Lutto uomo d 'azio ne. Fine e perspicace osservatore, a lui m o lto giovò in giove ntù la missione a ffidatagli presso l'eserc ito gia pponese nell a guerra russo-giapponese d el 1904, la prima grand e g uerra del secolo XX. Ne trasse la rgo corredo di acute osse1vazioni pass ate al vagli o del s uo s pir ito e minente mente prati co. Lo si vide c hiara mente n ell' eserc iz io d el comando in guerra. Generale di brigata, poi di divis ione, di corpo d'armata e di armata, ne lla gu e 1Ta 1915-1918 emerse come tempra di condottiern. A Caporetto t enne in pugno il suo Corpo d'Arma ta ch e si cm già coperto di glori a alla Bainsizza e lo riportò incolume nella ritirata, ciò che no n valse, p er la bassa invi-
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Luig i J::milio Longo
di a di Badoglio, ad evitarne lo scioglimento, mentre ben pw a ragione avrebbe dovuto essere sciallo il XXVI r che, al comando di Badoglio, era stato miseramente sfondato. Ma il valore di Caviglia non ne restò sommerso. L'uomo gigan teggiò pochi mesi dopo ne l comando dell'8° Armata c he, do po la vittoria del giugno 191 8, ru la decisiva punta acciai ata che spezzò lo schieramento nemico a Vittorio Veneto ed assicurò la vittoria finale. Magnifica la manovra laterale da lu i ideata cd attuala per dete rminare la caduta della resisten:1.a nemica a Nervesa, punto cruciale della battaglia. Dopo la guerra fu, per poco, Ministro della Guerra. Non era incarico per lui, uomo di comando, alieno da ll e beghe politiche e dalle mis erie di Gabinetto. Si ritrasse sotto la tenda dedito ai suoi studi ed a stendere i suoi concettosi scritti sulle esperienze materiali e morali tratte dalla sua alacre vita di guerra. Riapparve, r igido qual'era, a lla tesla del Corpo di truppe incaricato di por fine alla commedia dannunziana a Fiume c he minacciava di cadere nel ridicolo, e fu implacabile restauratore dP.lle tradizioni di lealismo e di disciplina, vanto secolare del nos tro esercito, contro la generosa ma centrifuga fantas ia del soldato-poeta. Poi ritornò nell'ombra, inte n to soltanto a raccogliere di s ua iniziativa nozioni utili su quanto facevasi all'estero in materia di radicali riforme. Ed il frutto dei suoi studi portò nel Consiglio dcll'Eser<.:ito, dove fu sempre esponente illustre della corrente progressis ta. Aveva mente eclettica. Non si chiudeva nel ristretto ambito del sapere militare. Possedeva a nima d'artista, e delle arti belle fu conoscitore e raccoglitore assiduo, competente cd apprezzato. Era in relazione con la personalità più spiccate dell'arte e della scienza. Scrittore denso di idee e di stile robusto, pubblicò opere che fecero testo. Nella tremenda crisi deJl'8 settembre, la sua virile figura fu la sola nell'alta gerarchia militare che si levò autorevole per tentare di porre riparo a llo sfacelo prodotto dal modo bestiale con c u i f1,1 manipolato e<l attualo l'armistizio. Pur troppo invano, perché la situazione era già troppo pregiudicata dall'inc redibile ignavia con la quale le forze armale italiane erano stale abbandonate a loro stesse per la fuga dell'a lto comando. Fu senza dubbio il migliore fra quanti uscirono dalla prima guerra mondiale con il grado òi Maresciallo d'Italia.
Alfredo Dallo/io Espertissimo artigliere della vecchia, gloriosa tradizione artiglieresca italiana. Tecnico illustre, intelligente organizzatore, minu-
Profìli di capi m ilitari ilalùmi tralleggiati da uno di loru
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lo, preciso, famoso per· la sua formidabile m e moria che non ebbe limiti di età, sì c he, sebbene novantenne, dava dei punti ai suoi giovani collaboratori. Nella guerra 1915-1918 tenne il sotlosegretariato delle armi e munizioni, ed in modo così egregio che a lui si dovetle principalmente il rapido e poderoso riarmamento del nostro esercito dopo la sventura di Caporetlo e la messa a punto delle artiglierie per le due grandi ha uaglie del Piave e di Vitlorio Veneto. Dopo la guerra e durante il ventennio fascista, sebbene già vecchio, fu uno degli esponenti più fattivi della Commissione Suprema di Difesa dello Stato, e chi scrive lo udì sempre parlare in quell'alto consesso con rara competenza tecnica, con spregiudicato coraggio, denunc iando apertamente deficienze e formulando proposte, sollec ito soltanto di contribuire con l'usato valore alla potenza militare del Paese. Questa era la s ua sola a mbizione , e forse perciò tutti lo stimarono e lo amarono anche per l'umana bontà d ell'animo.
Antonio Di Giorgio Intelligente, colto, pronto all'azione e quando era necessario alla polemica, talvolta aspra, puntigliosa, mordace. Focoso temperamento siciliano, dette nella grande gue rra prove luminose di a lta capacità di com ando sul Grappa, e più ancora alla testa di un Corpo speciale ch e protesse con a bile manovra sul Tagliamento la scompigliata ritirata della 2° Armata dopo Caporetto. Nei primi anni d e l regime fascista, successe a Diaz (ammalato) nella carica di Ministro della Guer-ra. Ed in tale inca rico dimostrò spiccate qualità di e ne r·gico e l ungimirante r iformatore , proponen do un nuovo o rdinamento dell'ese rcito ispirato alle reali condizioni del bilanc io ed alle nuove esigenze tecniche del la gu erra. Non fu capito dalle alte au torità militari del tempo, immobiliste ed ancorate al passato. Dovette sost enere in Senato un'implaca bile opposizione che fronteggiò, secondo il suo temperamento, con astiosa e vigorosa coerenza. L'intervento del Capo del Governo valse a trovare una via d'uscita, e fu deciso di riprendere da capo l'esame dell'ordinamento. Naturalmente Di Giorgio si d im ise. La morte lo avrebbe colpito pr·ematuramente.
Armando Diaz Esempio tipico de lla capricciosità d e ll e umane fortune! Per molti anni, da uUiciale su periore, me todico e modestissimo segre-
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L11igi l:i111ilio Lungo
Lario del comando del Corpo di Stato Maggiore. Nessun indizio di spiccale qualità né culturali né di comand o. Uomo d'ordine avvers o ad ardile novità; dote precipua, l'ass iduità e la ossequiente obbed ienza alle dircltive supe riori. Ma nella guerra libica s i rivela buon co mandante di reggi mento , saggio e valoroso, pur n on uscendo dalla sua naturale modestia. Nel primo periodo del la gu erra 19 15-1918, lo ritroviamo assiduo collaboratore nel Comando Supremo per le questioni relative al pe rsonale; poi al comando di una divisione e di un corpo d'armala, dove s i comporla assai bene pur senza svelare nessuna bril lante qualità che lo distingua fra gli a ltri suoi pa ri grado. Ma in quel comando è notalo con particolare sim patia da re Vittori o Emanuele III, forse per un 'evidente a ffinità di carattere, ostile a tutlo ciò che sapesse di qualch e genialità , anche come contrasto alla esuberante e poco comoda personalità d e l Cadorna, per il qual e il sovrano era tutl'allro c h e tenero. Su cced e Caporetto, Caclorna è liquidato, e s u o successor e nel Comando Supremo viene chiamalo, con sorpresa di tulli , Armando Diaz. E coslui porta nel s upremo comando tutta la grigia gamma delle sue qualità intellettuali e tecniche, ma a nche le innegabili su e doti di cuore che lo fanno particolarmenle sollecito ne l benessere del soldato, fino a llora troppo trascura to. A parlc questo lato lodevole della sua azione di comando, vano sarebbe tentar di rintracciare in lui un'influenza p ersonale dire lliva n elle grandi e vi ttoriose operazioni c he segui rono. Egli s i li mitava a non ostacolare con interventi inopportun i l'opera dei suoi collaboratori nel comando, fra i quali alcun i giovani intelligentiss imi. Con la duplice villoria del Piave e di Vittorio Ve neto la guerra è vinta. Diaz firma il celebre bolle ttino fina le, e diventa nientemeno che Duca della Vittoria, titolo c h e nessuno dei più g randi Capitani della Storia, d'ogn i secolo e paese, poté mai vantare!
Giulio Duuhet Fu compagno di corso di chi scrive nell'Accademia Mili tare di Torino. Amico carissimo, predilello. Aveva m e nte ferv idiss ima, eccezionale ingegno aperto a tulle le disc ipline ma specialme nte inclinato a quelle matematiche ed in genere al sapere scientifico. Fu artigliere esperto e lungimirante. Precocemente intuì la n ecessità di radicali riforme nel materiale e nell'impiego delle artiglierie, manifestandosi subilo uomo d' avanguardia. Ma poi, spirHo
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profetico qual'era, si dedicò appassionatamente al problema del volo c h e a ppe na a llora si delineava n ei s uoi primissimi tentativi di atluazione. E dei futLwi, immancabili progressi come arma destinata a rivolu zionare l'arte delle guerra ebbe immediata ed esatla percezione, e vi dedicù con entusiasmo la vasta sua mente affrontando le immancabili opposizioni d egli incerti, dei pavidi, deg li irriducibili misone isti . I suoi scritti coraggiosi e rivoluzionari s ull'argomento, da lui esposti con travolgente stile dialettico e le aspre polemiche da lui soslenu te con le sfere ufficia i i allora dominanti, se pote rono ritletters i con suo danno n ella carriera, non impedirono che la sua fama di pioniere tecn ico, strategico e tattico d e lla terza arma vo lasse alta dentro e fuori d'Italia. Il suo nome resta circon f"uso dall'aureola di aver primo p resagito la e norme runzione aggressiva de ll'arma azzurra alla quale Halo Balbo d ette poi il suggell o della sua intrapre ndente praticità . Ebbe poi un'inrinità di felici iniziative. Fra le altr·e, 1'11 il primo a lanciare n el mon<lo l'idea di onorare nell'apoteosi di un Milite Tgnolo lutti gli oscuri comhatlenti caduti n ella plima guerra mondiale. Nel suo grande cuore sentiva c h e ess i, e no n soltanto i capi, erano stati gli artefici dell a vittoria. La morte lo colse ancora giova n e e privò l'Ttalia di una mente aperta a g ra ndi cose e di uno spirito eminentemente acuto e progressista.
Emanuele Filiberto di Savoia, Duca d'Aosta Aveva ereditato dagli avi il sentimento dell'onor militare e le più lùlgide virtù di soldato. Gran s ignore, n ella cavalleresca a lTabilità del trnlto non disgiunta da un'ar;s tocrnlica coscie nza della sua di gnità di principe reale. Possedeva un'arte incomparabile di renders i simpatico ai suoi dipendenti di ogni grado ed alla massa dei gregari d ella sua Ar·m a la, a lla quale seppe subito imprimere una individualità così spiccata da rnppresentare una forza morale <li altissimo valore. Vi concorse non poco la s ua faci le ed infiammante oratoria, alla quale teneva in sommo grado, rara eccezione nei confronti della t.-adi zionale taciturnità d e ll a maggior parte dei Savoia. Le sue qualità tecniche di comando erano modeste, ma vi suppliva con il suo largo buonse nso e con la sua cordiale acce tlazione del con t ributo di idee dei propri valenti collaboratori. Durante la guen-a 1915-19 18, e più ancora nel fosco p e riodo politico seguito
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alla villoria militare dimostrò senlimenti forlemente nazionalistici non celando la sua contrarie là per l'indirizzo, a suo parere, disfattista del governo e pe rfino p e l troppo passivo contegno del sovrano. Un venticello di fronda s i agitò intorno a lla sua alla e nobile figura; ma lù ven to passeggero che non scalfì il suo intemeralo lealismo di principe e di saldalo. Noi, suoi generali d'alto g rado diretla mente da lui dipende n ti , lo a dorammo per le sue squis ile qualità morali di com ando. A buon diritto dorme in pace a Redipuglia l'ra le migliaia di cadu t i c h e, sotlo di lui, conobbero gli erois mi d el Carso.
Gaetano Giardino Uscì dal la g uen-a 1915- 1918 Maresc iallo d 'Italia e la con vinzione profonda di essere un grand'uomo. In realtà, fino all'eslate d e l 19 16, era s talo be nsì fra g li ufficiali meglio quotali de l nostro Esercito ed aveva cope rto n ello Stalo Maggiore caric he irnporlanli dimostra ndo sempre inlelligenza, zelo ed apprezzala c ultura tecni ca; ma, c he si sapesse, nessuna eccezionale qua lità di comando. Pervenuto in g uerra al coma ndo di una divisio ne su lla fronte di Gori zia, lo esercitò in un m o do tullo s uo particolare, astenendosi irremovibilmente dal farsi vedere dalle s ue truppe in linea e trascon-endo le giornate e rmeticamenle c hiuso nel su o ufficio inlento a compilare ord ini complicali e me ticolosi od a pole mizza re p e r iscritto con una dialettica inflessibile con i s uoi com a ndi superiori . Tutli ne avevano un sacro rispetlo per la s lima <li ufficiale parlicolarmente dislinlo ch e aveva s aputo accaparrarsi; ma nelle trincee dove si combatteva, nessuno della sua division e aveva mai avulo il be ne di vederlo. Fu poi promosso comandanle di corpo d'armata; ma, dopo pochi giorni , dive ntò Minislro della Guerra per ché rilenulo specialisla in materia di ordinamenlo. Come tale, nel gi orno preced enle a ll a grand e offe n siva nemica di Caporelto, assic urò la Camera c he la voce di una p ross ima offen siva austro-ted esca no n aveva alcun fondamento. Caduto d a mini s tro , fu nominato 1 ° Soltocapo di Stato Maggiore del nuovo Comandante Supremo Diaz , ma pe r poco, p erché il 2 ° Sottocapo (che era B a dog li o), con uno de i su oi so lit i sgam betti, se lo levò dai piedi pe rs u adendo Diaz ad inviarlo a comandare l'Armata d e l Grappa. E ru la sua forluna. P e rc h é il Grappa diventò il piedistallo incrolla bile della sua fama di condotlie ro, o scurando complelame nte la glori a della p1ima e roica difesa
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di quel sacro monte nel tragico inverno del I 91 7- 1918, quando fu sbarrato al nemico dal pcllo dei soldali e senza ombra di fortificaz ioni. De l Grappa, diventato poi un alveare di profonde caverne irte di artiglierie d'ogni calibro, egl i posò ad essere l'invincibile difensore dal suo qwu-lier generale di Galliera, ad alcune decine di c hilomelri dai suoi "soldatini" oscmi artefici della sua gloria. Dopo la guerra, salito in a lto prestig io, [u il massimo esponente d ella corren te conservatrice in materia di ordinamenti militari. Tutto pi eno di orgoglio per i suoi successi difensivi, volle essere scmpoloso difensore elci vecchi canon i organici che ci avevano dato la villoria e nemico convinto di ogni novità. Celebre la sua violenta opposizione al Senato contro il progetto di riforma Di Giorgio quando, in sostegno delle sue idee, complicò talmente la disc ussione da generare nell'assemblea, tecnicamente incompete nte, una tal confusione da richiedere l'intervenlo chiarificatore del Capo di Governo che pose fine al generale disorientamento. Ebbe ancora qualche velleità cli ambizione pol it ica, m a senza conseguenze.
Luigi Amedeo di Savoia-Aosta, Duca degli Abruzzi Aveva nel sangue qualcosa che ricordava le figure più illustr i della stirpe sabauda. Volontà indomabile; ambizione nobilissima; hero soldato e profonda cultura, specialmente scientifica. Fu marinaio esperto cd ammiraglio inlraprendente ed audace; magnifico e sploratore alpinistico, polare ed africano. Campione di fama mondia le per le sue fortunate imprese cd esempio agli italiani di vigor di vita. Avrebbe potulo essere in guerra un nostro grande capo su l mare. Gli nocque la punta di gelosia c he covava nell'animo di re Vitto1io Emanuele ITT per i suoi più brillanti cugini del ramo di Savoia-Aosta. Ma il forte carattere di Luigi Amedeo, duca degli Abruzzi, non ne serbò rancore. Lasciata la Marina, s i dedicò interamente ad imprese esploratrici e colonizzatrici nella nostra bella Somal ia, dove profuse con ardore e grande competenza tecnica le sue superbe energie. E là morì in giovane età, e là volle essere sepolto da buon pioniere della nostra espansione afticana, ahimè oggi stroncala dalla perduta 2° guerra mondiale.
Ettore Mambretti Il suo nome ebbe un periodo di alta risonanza nella guerra libica, per aver rronteggialo con virile e ferma energia una delle
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più tragiche situazioni operative in Cirenaica. Nella grande gu erra, per tu tta una serie di circostanze, fo meno fortunato di quanto meritasse. Uomo di solitudine, aveva buone qualità di carattere; rcrmo, posato, alieno da intrighi ed ambizioni smodate. Tdcc chiare, quadrata energia di comando. Luca Montuori
In lui predominava la dote del coraggio personale, assai pm che le qualità direllc di comando nelle quali, d'altronde, non ebbe occasione di dare prove di particolare valor·e. Come comandante d'armata, era stato protagonista della strenua difesa della regione degli Altipiani nel secondo periodo della guerra dopo aver, nella tragica riti rata di Caporello, tenuto interinalmente il comando della 2° Armala sfondata nell'alto Tsonzo e rimasta priva del suo comandante Capello caduto ammalato. Paolo Marrone
Brav'uomo, pacifico e sereno nella sua gagliarda obesità, do Lato di largo buonsenso e di una fine astuzia di irnpronta tutta partenopea. Lo scoppio <lei la gu erra 1915-J 918 lo trovò, pel regola re corso della carriera nel vecchio Stato Maggiore, pervenuto a l grado di generale cli corpo d 'armala, senza essersi trovato mai sino allora (come del resto tanti altri) a dover comandare in guerra. Fu il fenomeno caratteristico di quel primo periodo della nostra guerra nel quale dominò negli alti gradi una eccessiva dose di dottrinarismo cd una tendenza generale alla staticità. Gli alti generali passavano ore ed ore nei ben trincerati osservatori e, più ch e condottieri veri e propri, erano saggi manipolatori di ordini ed inesauribili r·if"ornitori d'uomini per· colmare i vuoti nelle tormentate tr·incee. I futuri capi del secondo periodo della guena, assai più giovani, facevano intanto la loro feconda esperienza sulle linee quali comandanti di reggimento e di brigata. Marrone l"u certamente fra i migliori di quelli del vecchio stampo. Aveva ottime qualità organizzatrici; possedeva saggia prudenza ed una acuta e felice intuizione di uomini e cose. Uscì dalla g uerra generale d'armata a titolo permanente, avendo comandato nel secondo periodo <lei conflitto grandi unità tenute quasi sempre in seconda linea. Figura di modesto rilievo ma inte lligente, onesto, non roso cerlo dal tarlo dell'ambizione, ma tratto in a lto dalla corrente c he ,
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prima della guerra, scorreva placida e tranquilla all'unisono col suo felice temperamento e con la sua non agile costituzione fisica.
Mario Nicolis di Rnbilanl Nobile pie monlese; figura arislocratica di lar·ga e varia cullura. All'apparenza riservato e talvolta sd egnoso, era però nell'intimità un piacevolissimo causeur. Come generale, nella guerra 19151918, si affermò buon condottiero comandando la 4 ° Armata fra le alte valli del Cadore. Avvenuto lo sfondamento del novembre 1917 sulla fronte g iulia, sebbene non premuto dal nemico nel suo ampio settore montano, ricevette ordine di far r etroced ere in gran fretta la sua armala su l Grappa pe,- salda i-si al nuovo schieramento dell'esercito sul Piave. Coetaneo di Cadorna, non correva fra i due buon sangue, e <l'altra parte, persuaso come egli era <li poter tenere il Cadore quale baluardo avanzato s ul fianco del nuovo schieram ento, esi tò non poco ad eseguire l'ordine attirandosi la riprovazione del Cadorna al quale p erò dovette, sebbene a malincuore, obbedire. Caduto in quei giorni Cadorna in disgrazia, sperò di essere nominato successore nel Comando Supremo. La nomina di Diaz lo sorprese e lo amareggiò . Ma da buon soldato quale era rispose capeggiando assai bene quella eroica prima difesa del Grappa dell'inve rno 1917- 1918, pagina g lor·iosa rimasta poi troppo nell'ombrn per le s u ccessive vicende sullo s tesso monte. E salvò l'Esercito dalla minaccia <li un disastroso avvolgimento sul fianco. Fece poi parte del Comitato d ei generali p el comando unico interalleato di Parig i. Nell'esercizio d el comando predominava in lui la calma e la serenità. Pur facendosi vedere di rado fra le truppe impegnate, era sempre perfella menle a l corrente della si tua zion e, grazie ad un felice is tinto , diremo così, "topografico", pel quale l'esame attento della carta equivaleva in lui a<l aver sott'occhio ogni particolare del t e rre no e d ello schieramento. Molto c1iticata fu la sua azione successiva come membro dell'alta co mmissione di in c hiesta interalleata pei dolorosi fatti di Fiume d el giugno-luglio 1919. Gli fu rimproverata dalla pubblica opinione una esagerata r·emissività alle pre tese rranco- ing lesi contrarie alle aspirazioni patriottiche fiumane . Si disse motivata dal s uo des iderio <li essere nominalo ambasciatore a Pa rigi. N e l Consiglio dell'Esercito si dimostrò uomo di soda esperienza guer-
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resca, di largo buon senso e di fine equilibrio <li vecchio ed intelligente soldato.
Guglielmo Pecari Giraldi Toscano fino a ll e midolla p er la vivida intelli gen za, la gustosa e pronta mordacità e la piacevole e brillante conversazione. Era stato a lungo al seguilo di Baldissera in Africa e<l era un suo caldo ammiratore; al punto di pres umere di imitarne qualità ed originalità. Ma la stoffa era ben differente. Gli mancava, nell'esercizio del comando, il mordente caratteristico del suo modello. Meticolosam ente ordinato al suo tavo lo di lavoro (fino a non trascurare mai di nettare diligentemente il pennino dopo aver scritto con impeccabile p erfezione calligrafi ca), era a l contrario più brilla n te che profondo nelle sue hrn:1.ioni di comandante . Gli nuoceva anche la s ua p recoce sordità. E' ve ro c he egli soleva dire, con una punta di ma lignità, che lui tutto quel poco c he sentiva lo capiva pronta m e nte, m entre a ltri c he sentivano tutto non capiva no ni ente; ma, in fo ndo, il suo era un difetto pe r lo meno incomodo in un uomo di comando . Tullavia quella imperfezione fisica aveva il vantaggio di procurargli una ina lterabile calma anche nei momenti più tragici della b attaglia. Corna ndanle <li divisione in prima linea a lJe falde del Carso , un proiettile austriaco da 305 piombò in pieno un g iorno, con un fracasso spaventevo le , sull a casa dove aveva posto il comando dis tn1ggendola a mezzo . Ed egli, intento al lavoro, credendo avessero picchiato alla porta d ella stan za, si limitò imperturbabile a risponder e all'ignoto vis itatore con il solito "avanti!". Comandante di Cor-po di Armata e poi della 1° Armala s ulla fronte tre ntina, settore rimasto lungam ente statico, non ebbe occasione di fare grandi cose. M a, rotto l'eser cito austriaco a Vittorio Veneto, la fortuna gli a prì le porte d el Trentino e gli offrì il destro di liberare finalmente l'i tali anissima Trento e dilagare in Alto Adige sino al Brenne ro. Dopo la guerra, Mare sciallo d ' Italia, fu nel Consiglio d ell'Esercito un valido esponente d ella corrente media fra le due te ndenze opposte, misoneista e progressista. In Senato, la sua parola risuonò sempre come quella di un vecchio capo intelligente e colto ed ispirata dal suo simpatico temperam e nto <li placida ed umanamente tollerante fiJosofi a.
Profìli di capi militari italiani Lralleggiali da uno di loro
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Carlo Porro Il "teoricismo" fatto persona. Rigido, legnoso, ponderalo, pareva creato per una cattedra assai più che per fun z ioni di comando. E ru difalli per molli anni apprezzalo prorcssore di geografia nella Scuola di Guerra di Torino. Fu uno <lei più aulorevoli iniziatori della nuova scuola di geografia militare, che al metodo descritlivo volle sosliluire il melodo scienliri co rondalo essen:r. ia lmente sulla investigazione geologica. Come sempre avviene agli ini ziatori, esagerò, sì che a forza di ricorrere alle origini geologiche e<l ai fattori geologici <lei lerreno, l'apprezzam e nto militare d e i t eatri di operazione si perdette in uno pseudo-scientificismo che non diceva nulla di verame nte concreto a c hi era poi chiamato a combattervi sopra con le truppe. E la conoscen za descrittiva concreta d el te1Teno, così importante specie n el raggio tattico, ebbe non poco a soffri rne. Negli anni che precedettero la prima gu e rra rnondi.ale, gli fu offerto il posto di Ministro della Guerra, ma egli rifiutò l'incarico perc h é non g li volevano concedere l'imponente assegnazione di fondi c h e egli riteneva indispensabile per una buona pr·epara:r.ione. Scoppiata la gu e1Ta, fu assunto dal Cadorna come Sottocapo di Stato Maggiore de ll'Eser·cilo. Tn quest'incarico si manifestò qual'era: uno scolastico, senza nessuna carallerislica <li condolliero, un a lle nto ed ordinato collaboratore senza peraltro alcuna influenza sulle operazioni milita ri dalle qua li ru tenuto costantemente lontano dal suo dire tto superiore. Fu, ciononostante, anch'egli coinvolto nel rovescio di Caporetto per il quale no n aveva avuto la benché minima r espo n sa bilità salvo quella , co mune all'intero Comando Supremo del tempo, di non averlo saputo prevede re. Giuseppe Vaccari
Un altro esempio dello scarso discernimento col quale si procedette in Jtalia, anche dopo la guerra 1915-1918, alla scelta dei generali da destinare alle più elevate carich e direttive. Nel 1921 il generale Vaccari fu nominato, con sorpresa di tutti, Capo di Stato Maggiore dell'Esercito. Orbene, Lutti pensaro no c he quell'alta carica non fosse adatta per lui; e non lo era difatti, perché a lui mancavano certe qualità di intelligenza e cultura e certe attitudini organizzative superiori che, per quell'in carico, sono indispensahili. E fu, come era da aspettarselo, un mediocre Capo di Stato Maggiore dell'Esercito.
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In compenso, però, aveva dimostrato di essere un valorosissimo trascinatore d 'uomini sul campo di battaglia. Aveva cominciato a rivelarsi tale in Cirenaica nella guerra libica, quando, capo di stato maggiore di una grande unilà , s i e ra posto un g iorno alla tcsta della cavalleria ed aveva brillantemente caricato il n emico sbaragliandolo. Poi, neJla guerra 1915-1918, fu comandante di hrigata su I Carso così strenuamente aggressivo che i suoi soldati erano s tupefatti d el suo spregiudicato coraggio personale. Più ancora, come coma nd ante di corpo d'arma ta s ul Piave ed a Vittorio Veneto nel 1918, combatté alla testa delle sue lruppe, mentre inlorno a lui il fu oco nemi co faceva strage dello stesso suo seguito del comando. A Vittorio Veneto fu il primo a passare il Pi ave a Nord d e l Montello; e si dovette alla s ua iniziativa ed al suo esempio personale se il ponte colà gettato sotto il violenlo fuoco nemico, e più volle dislrullo, lù a lfine br·illanlcmcntc o ltrepassato dalle sue truppe per dilagare poi in quella piana di Sernaglia dove il nemico fu da lui dec isamente sconfitto e respinto su Belluno ed oltre. Era u omo d'azione, non di cervello; e lo dimostrava ne l suo modo carallcrislico di ragionare, tutto impulso e scatti più che a logica e meditata conseguenzialità. Ma in Italia, anche allora, era sconosciuta l'arte essenz ial e di porre ogni capo militare al posto corrispondente alle peculiari attitudini di ciascuno. Grave iattura!
Vittorio Emanuele di Savoia-1\usla, conle di 'forino Brillante ed esperto cavaliere, tutto forma e poca soslan;,.a per la modesla inte lligenza e la scarsa cultura professionale. Ma aveva a ltissimo, come tutti i Savoia, il senso dell'onore militare e la dote del coraggio. Da g iovane, prnvocò a duello il duca d'Orleans che aveva osato mettere in dubbio, dopo Adua, il valore del soldato italiano, e gli assestò una salutare ferita. Amava svisceratamente la sua Arma; ma, g iunto in ancor giovane età ai sommi gradi (per virtù della nascita reale), gli mancò la slo lla per· diventare l'esponente supremo capace di escogitare ed attuare quelle radicali riforme che i nuovi tempi reclamavano per l'Arma di Cavalleria. Fu un buon soldato in pace ed in guerra cd un impeccabile gentiluomo; gran cuore e modesto cervello. D'altronde non ebbe mai grandi ambizioni di comando; ubbidì sempre lealmente e con onore.
Profìli di capi militari ilaliani tratteggiati da uno di loro
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Capi militari dell'A.O.I., della Spagna e della 2° guerra mondiale
Nota preliminare La 2° guerra m o ndi a le trovò nei comand i più eleva ti del nostro esercito u om ini (quasi tulti ap p arte n e nti a ll o Stato Maggior·e) che nella 1° guerra m ond iale eran o s tati, al massimo, capi di stato maggiore di divis io ne o in cariche equivalenti. Come tali, possedevano senza dubbio, dal più a l meno, un buon fondam e nto di esperie n za della guerra reale, ciò che li avrebbe posti, nel caso di una nuova gu erra, in condi zio ni favorevoli per costituire un'alta gerarchia dotata di solide qualità di comando. Ma per·ché ciò avvenisse, sarebbe stato necessario che, nei 22 a nni di intervallo fra le due guerre, il supremo responsabile d ella scelta e d ella p reparazione d ei capi avesse saputo infondere nei futuri candidati al comando delle m aggio ri unità lo spirito, la cultura e il senso pratico che sono indispen sabili in gu erra per· tenere con salda mano il comando. Questa esigenza essenziale non fu soddisfatta per la defici en te personalità dell'uomo (Badoglio) c he , per· almeno 17 anni, detenne la suprema responsabilità tecnica della preparazione a lla guerra, e per la mediocrità dei successivi capi d i stato maggiore dell 'esercito, da lui scelti di proposito fra coloro che più sembravano a lui d evoti e meno sospetti di dare ombra alla su a scon f"ina ta am bi zion e. No n ultima responsabilità, questa, del Maresciallo Badoglio del disastro piombato su ll'Ttalia. Così fu che, salvo rarissime eccezioni, la massa degli alti capi della seconda gue rra mondiale risultò notevolmente inferior e per qualità di com ando a quelli che nella pr·i ma g ue r ra mondiale condussero le nostre armi alla vittoria.
Vittorio Ambrosia Lo ebbi alle mie di pe ndenze al termine del mio servizio attivo (19 36-1937) in una manovra di pace, ne ll a quale mi si rivelò m ediocre, punto aggio rnato s ull'impiego di grandi unità celer·i, form a li stico, di modesta inte lligenza. Era però uomo di solid o carattere e di elevato spirito militare. Condusse bene la marcia delle nostre truppe lungo la costa dalmata n ell'a prile 1941 , m arcia che però non presenlava serie difficoltà. Mi sono sempre meravig li ato di vederlo arrivare a generale di arm ata, a capo di stato
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Luigi bnilio Longo
maggio re dell'esercito, e più ancora a capo di stato maggiore generale.
Amedeo di Savoia, Duca d'Aosta Aveva nel sangu e lo spirito gue1Tiero e la nobile magnanimità di suo padre il duca Emanuele Filiberto di Savoia, l'invitto comandante della 3° Armata nella p1ima guen-a mondiale, a cui aggiungeva le brillanti qualità di intelligente pioniere, di audace esploratore e di appassionalo a fri canista dello ;,.io, il duca degli Abruzzi. Di buon'ora sentì il fascino miste1ioso della te1Ta d'Africa e, schivo di onori e d i comodità, fu soldato eroico ed avveduto nelle campagne memorabili per l'integrale riconquista della Libia. Ben a ragione la voce popolare lo r ibattezzò "principe sahariano", e difatti tale si d imostr·ò, e superbamente abile e coraggioso in quelle dinamiche operazioni a largo raggio in regioni desertiche sollo il comando d el generale Graziani. Gli fu premio, da lui assai ambito, la nomina a Viceré nel nostro impero etiopico, succedendo allo stesso Graziani. E seppe essere un Viceré in grande stile, perfettamente preparato tanto in politica indigena, quanto nelle complesse operazioni di polizia contro le numerose bande ribelli quanto, infine, nello s timolare ogni ramo di progresso civile nel nascente impero. Purtroppo, lo scoppio della 2° gu erra mondiale gli creò in quel lontano vicereame, ancora non assodalo e scarsamente provveduto di mezzi di difesa, una situazione irta di enormi difficoltà, contro le quali tuttavia egli lottò da par suo fino all'estremo, sotto i poderosi attacchi concentrici di prevalen ti for;,,.e britanniche dotate di mezzi modernissimi. Ridottosi alla fine sull'aspro ed isolato baluardo dell'Amba Alagi, vi restò imperterrito fino a che ebbe viveri e munizioni, e non cedette che all'ordine da Roma d i por fine a quella ormai inutile resistenza. Ne u scì con l'onore delle a,-mi, e andò pr·igioniern con i resti d e i suoi soldati dai quali non volle mai essere separato. Morì dopo poco, insidiato com'era da una fatale malattia da lui sempre trascurata.
Federico Baistrocchi Nella guerra 1915-1918 fu uno dei migliori comandanti di artiglieria di grandi unità, aggiornatissimo sui nuovi criteri di impiego dell'Arma e famoso per la s ua inesauribile attività sul terreno . Aveva sempre avuto la passione dell'addestramento lattico; passio-
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ne ch e, negli alli gradi da lui raggiunti, lo rese maestro di folle sempre più numerose <li giovani ufficiali. Gli nuoceva alquanto una eccessiva verbosità tutta meridionale, resa talvolta stancante <la] timbro a lquanto ingrato della sua voce e dalla interminabilità di certi suoi commenti oratori al termine delle manovre. Aveva un cuore d'oro, esuberante negli affetti, generoso ed espansivo. La sua maggiore disgrazia fu di essere chiamato da Mussolini nel 1933 a funzionare <la Sotlosegrelario a ll a Guen-a con poteri di Ministro. Animato dal più sacro fuoco e da una traboccante devozione nel Duce, si fece in quattro per seguirne, esagerandole, le non sempre ponderate direttive in materia di educazione disc iplinare e formale delle truppe, rompendo troppo bruscamente certe costumanze <l'm-dine e di austerità che erano tradizionali nelle nostre forze armate. Tuttavia anche il bene che fece non fu poco. Spronò lo spirito di iniziativa ed impresse atlivilà dinami ca manovriera. Dettò norme più aggiornate per l'impiego delle Grandi Unità. Durante la gue rra etiopica tenne assai bene il suo posto di1igendo in Patria i poderosi app reslamenli logistici cd assicurandone il trasporto in Africa Olientale. Fu criticato per aver troppo supinamente aderito alla tendenza del regime di concedere gradi militari per meriti politici; ma sottoposto a giudizio, dopo la caduta del fascismo, fu pienamente assollo da questa imputazione. Era soprattutto un bel soldato, che doveva essere lascialo a l comando di Lruppe piuttosto c he impegolato nei meandri ministeriali.
Ettore Bastico Una perl'etla nullità fortunata. Presuntuoso, puntiglioso. Uno dei più scadenti ufficiali <li Slalo Maggiore c he io abbia conosciuto. Eppure è arrivato a Maresciallo d'Italia. Frutto dei tempi!
Raffaele Cadorna U ltim o gettone di una stirpe illustre. Era un bravo ufficiale inferiore di cavalleria . Salito in a lto, fu comandante del la Divisione "Ariete" che si trovò coinvolta nella tragica difesa di Roma del settembre 1943, e mi pare che non abb ia spiccato, in quelle c ircostanza, per iniziativa e per doti <li comando. Aviola nciato in seguito in Alta Italia alle spalle dei tedeschi, fu posto alla testa dei partigiani come supremo capo militare e, come
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tale, si trovò indirettamente implicato nelle sanguinose epurazioni contro i fasc isti, uscendone non so con quanto vantaggio pel suo nome. Fu poi Capo di Stato M aggiore dell'Esercito, non dimostrando nessuna particolare qualità; del r es t o la situazi o n e d ell'Esercito non era tale da consentirlo. Figura incerta, niente di straordinario.
Mario Caracciolo M ediocre, secondo me. Alquanto vanesio e presuntuoso. Non riusciva simpatico ai suoi dipe ndenti. Come comandante della 5° Armata dopo 1'8 settembre, la sua az io ne fu addirittura miserevole. 11 suo successivo libro dal titolo " E poi?" fa piangere. Lo ebbi a l mio seguito in una missione mili tare a Vienna nel 1937, e non ne e bbi una buona impression e . Scrittore militare più brilla nte c he pro rondo . Giacomo Carboni
L'ho conosciuto bene. E ssere spregevole e d infingardo. Capace di ogni bassezza. Ottima mente d escrilto d a Cav igli a nelle ben note memorie postume. Intelligente, scaltro, viscido, volgare, "venditor di vasetti". La sua azione di comando intorno a Roma nei funesti giorni d el settembre 1943 fu semplicemente n e fasta. Appare addi r iltura sba lord iti vo come Badoglio, Ambrosia, Roatta p otessero servirs i di un tal uomo per u n co mando di qu e ll a falla. Molla r·es ponsa bililà del disastro ricade su di lui.
Ugo Cavallero Intelligen za pronta, vivacissima; c ultura eclettica ; spirito sensibile a lle tendenze progressiste in ogni ramo de llo scibile militare. Giovanissimo, fu uno dei più apprezzati uffic iai i di Slalo Maggiore d e l Coma ndo Supremo n el secondo periodo d ella g uerra 1915191 8. A lui sembra risa lga il m aggior m erito n ella ideazion e ed elaborazione dei piani per le due grandi vittoriose battaglie d el Piave e di Vittorio Ve neto sollo il s ig illo di Diaz e di Badoglio . Così alta collaborazione intellettuale lo dis tol se in g ioven tù dall'e ffe lti vo comando di reparti di truppe, sì che la su a pratica in questo ramo, così importante nella preparazione della personali là di un uomo di comando , ne restò deficie nte. Ambiziosissimo, ascese rapida me nte agli alti gradi, nonostan-
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te una breve parentes i durante la quale, insofferente del troppo tardo procedere dell e carriere nel difficile dopoguerra, aveva dirotlalo verso ambienti induslriali dove dimostrò comunque apprezzatissime atlitudin i direttive. Rit ornato nell'Es erc ito ed assunto dal fascismo a Solloscg rctario per la Guerra con funzioni di Vice Ministro , si trovò in urto insana bile con l'altrettanto ambizioso Badoglio, Capo di Stato Maggiore Generale. Fu una lotta personale a colpi di reciproche accuse con alterne vicende. Cavallero n on durò a lungo nel Sottosegretariato; poi ebbe un periodo africano in cui fu operoso capo di stato maggiore del Duca d'Aosta Viceré <l'Etiopia. Ma , caduto Baùoglio d opo la disastrosa campagna di Grecia nella 2° g uerra mondiale, ecco il suo emulo Cavallero ritornare in auge ed esse re nominato al suo posto Capo di Stato Maggiore Generale e per di più Comandante in capo del nos tro Corpo d 'operazione in Albania, dove con loùevolc e ne rgia ed abilità ristabilì la situazione e preparò la riscossa. Ne l 1943 si trova invischialo nei tenebrosi comploll i politi ci miranti a sos tituire Mussolini nel governo e nel comando de lla guerra. La sua elastica coscienza e la sua insofferente ambizione gli procura no, dopo il 25 luglio, non poc he disgrazie , sotto le qua li c'è naturalmente la longa mano di Baùoglio. Dopo 1'8 settembre, un colpo di pistola alla nuca (mi sterioso fino aù un cerlo punto) spegne ques to impaziente arrivista che, se si fosse limitato alla sua attività militare, per la quale possed eva innegabili e non comuni qualità, avrebbe potuto essere uno d ei più brillanti c<l esperti nostri uomini di guerra.
Renzo Dalmazza Lo ebbi a lungo a ll e mie dipende n ze quale uffi ciale di Stato Magg io re durante la 1° guerra mondiale. Temperamento br·i llantc, indole vivace, ùinamica. Molto ingegno, per·ò a lquanto superficiale. Estr·emamente amhi1.ioso cd avido di ricompense c d onori. Nell'u ll ima guerra , salito ad alti gradi, ha comandato in Africa cd in Balca nia. Ho udilo su di lui giudizi di scordi. Ben guidato dall'alto po teva tuttavia, secondo mc, essere uno dei migliori comandanti di Grande Unità.
Gastone Gambara Lo conosco pochissimo. Da giovane prometteva molto. Uomo
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d'ingegno caro al fascismo. Comandò in Spagna, in Al"ri ca e , mi pare, anche in Balcania, ma ebbe g rane un po' dappertutto. F u poi nella Repubblica di Salò, ma ignoro come vi si condusse.
Italo Cariholdi Uomo duro, scontroso, c h e sap eva pe re) i] fatto suo profession a lmente e di forlc carattere. Lo ebbi mio sottocapo <li slato magg iore alla 4 ° Armata sul Grappa ne lla 1 ° gu erra m o ndiale, e lo apprezzai come coll aboratore coscienzioso cd inle lligente. Mi pare però che, salito in alti gradi non a bbia molto soddisfatto la nlo in Africa Scltenlrionale quanto in Russia. È s talo, su entrambi questi teatri d'operazione, mollo criticato. Niente genialilà . Uomo di secondo piano.
Pietro Gazzera Giovane generale di soli<la preparnzione t ecnica, intelligente, colto, provetto in ogni ra mo <li ser vizio. Aveva doli non comuni di saggio e metodico amministralore , e lo dimostrò in seguilo, ne l p erio do n on bre ve in cui tenne con ferma mano il minis tero della Guerra reagendo con aulorità a lla faciloneria e d al dil e ttantismo dilaganti. Aveva però m entalità poco propensa a staccarsi da vecc hi schemi in mate ria di ordinamenti militari, tanto è vero che marci ò sempre perfettame nte d 'accordo co n l'onnipot e nte Badoglio e si oppose ad ogni radicale riforma. J noltre, pel temperamento duro ed a lquanto puntiglioso, non sapeva infonde re intorno a sé quell'atmosfera di a ffettuoso e spontaneo consenso che spi a na ta nte minori difficoltà a chi de liene la responsabi li tà <li un alto comando. Tultavia più tardi, nominato dopo la conquista dell'Impero Governatore della non fac ile e vas ta regione del Gimma, seppe reggerla con molto senno ed energia e, scoppiata la 2° guerra mondiale, difende rla a lun go e con onore contro i concentrici attacchi delle forze britanniche, pur essendo rimasto isolato e con impari forze e mezzi a disposizione. Fra l'attivo ed il passivo, resta uno dei migliori nostri generali dell'agita to periodo storico che l'Italia ha di recente attraversato.
Carlo Geloso Andava assai per la maggiore come ufficiale superiore di Slato Maggiore . Intellige nte, colto , studios o. Co mandò una divisione
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nella guerra italo-greca uscendone, mi dicono, assai bene. Poi ru comanda nte in capo ad Atene. Ebbe un inc idenle di carattere politico in Grecia, ma da cu i fu assolto. In complesso lo ritengo uno de i migli ori fra la nte mediocrità. Fu anche Governa lorc di una provincia dell'Impero, e fece bene.
Rodolfo Graziani La s ua rapida a scesa agli altissimi gradi la si d ovelte esclusivamente alle sue eccezion ali qua lità di uomo d'azione, sen za alcun vialico ùi scuole speciali e di titoli accademici. LAfrica, con il suo ins uperabile fascino, ben preslo lo a llrasse, e fu il campo d ella s ua rapida ascesa. Capitò in Libia quando, dopo la guerra del 1915-1918, se n e iniziava la riconquisla a rmala e subito si livelò, quale era, insu pera bile co mandante di colonne mobili a ulon omc nelle operazioni c h e ci ridettero il possesso d e lla Gcfara e d el Gebel tripolino. Ancor· più alla salì la s ua faina allorché la nostra p enetrazione si estese alle regioni ùese rlichc più interne, d ella quale, come generale ùi b r·igala al comando di tmppe saharia ne, fu l'artefice principale, tanto nelle dinamiche opern/.ion i combinate sul 29° parallelo qu anto, e più ancora , n e lla r apid a avan zala ve r so il lontano Fezzan e la regione di Fella, a Nord de lla quale coronò la sua bella · impresa con la d ifficile vittoria di Bir Tagrift in pie no sconfinato deserlo assolutamente inesplorato. Poco dopo , a lui si dovette la integrale riconquisla armata d el Fezzan fino a Ghat. Prom osso generale d i divisione e nominato Vice Governatore d ella Cirenaica, grazie a lla sua adamantina e ne rgia quest a fu finalmente pac iricala e pro letla dal le in cursioni o ltre confine ; la lon la niss ima oasi di Cufra felicem ente occupata. Dopo un hreve periodo al comando di un c orpo d'a rmata in Patria, lo troviamo nel l'oltohre 1935 alla testa d el Corpo d'operazione del frnnle Sud nella gu erra etiopica. E s i dovette più c he a ll rn alla s ua intraprendente iniziativa se quel [rnnle Sud, considerato inizialmente com e rronte difensivo, si trasformò invece, ne l corso di quella for tunata campagna , in una poderosa punta offensiva di inestimabile e ffi cacia in concorso con le op erazioni principali procede nti da Nord. Harrar, a circa 1300 km. dalla cosla dell'Oceano Indiano, fu raggiunla da Graziani in p erfetta sincronia con l'univo de lle lruppe d el fronte Nord capitanate da Badogli o in Addis Abeba. Graziani fu premiato con la promozione a Maresciallo d'Italia
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e subito dopo, per l'affrellata partenza di Badoglio per l'Italia , nominato Viceré ad Addis Abeba, in una s ituazione tremendamente caotica e difficile del non ancora interamente occupato e pacifi calo Impero. La storia reale di quel p eriodo, con grandi difficoltà di ordine gcnernle e locale, costituisce genuina testimonianza, con tro tulle le malvagie insinuazion i in contrario, delle eccezionali qualità di Graziani non solo come condottiero colon iale ma anche come uomo di governo e politico energico e avveduto. Quel periodo fu il suo duro calvario, a conferma d e1le amarezze c he sono riserbate ai forti allorché assurgono ad alte responsabi li tà. Poi fu per breve tempo Capo di Stato Maggiore dell'Esercito in mome nti difficilissimi all'inizio d ella 2° guerra mondiale, cd infine comandante supremo del nostro corpo d 'opcr·azione in Africa Settentrionale. La sua opera di condotticrn su quell'importantiss imo teatro oltremare fu variamente giudicata, ma su di esso la storia d ocumentata dir·à un giorno la sua serena c d obiettiva parola. Certo è che, pel modo come la guerra in qu el settore era stata preparata e per le oscillanti dire ttive superiori , ben difficilmente un generale al suo posto avrebbe potuto fare di più. Gelosie e calunnie concorsero ad offuscarne la condotta. La scarsezza dei mezzi in confronto a ll a preponderante pote nza nemica segnò il nos tro destino, e Graziani ne uscì immerita tamente sconfitto e, come sempre succede, sui suoi g randi m e riti precedenti calò come un'ombra, con somma soddisfazione d e i suoi molti invidiosi avversari. E fu messo al bando nel successivo corso de1la nostra disgraziata guerra. Ma fu a llora, quando un disorie ntame nto generale era piombato su ll a nostra Patria infeli ce sì che nessuno sapeva più quale fosse la via più propizia per rendere meno com pleta la catastrofe, che egli , an,-.iché nascondersi nella generale dispera zione, ritrovò d' un colpo la sua impavida energia e, scelta la s ua via quale gli pa rve più adatta a diminuire il calvario del Paese, vi si cacciò con indomita e coraggiosa fede, andando fino in fondo, sapendo c he l'attendeva fatalmente il sacrificio della sua persona. l pos teri giudicheranno. Oggi, troppe contrastanti passioni annebbiano la verità. Ma fra tante figure grigie e vili, l'uomo che fu il capo delle forze armate del di s p erato t e ntativo di una Repubblica Sociale fascista contro gli orrendi e discriminati attentati alla nostra Pal1ia prostrata, dovuti a lla cieca e bestiale incomp rensione dei vincitori ai quali ci eravamo arresi, avrà un g iorno della generosa op e ra sua onesto e g iusto r·iconoscimento.
Pmfìli d i capi mifitari italiani lrat1e1:1:iati da uno di loro
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Comunque, il nome di Rodolfo Graziani va messo senza dubbio fin d'ora fra quelli dei nostri più illustri condottieri coloniali d'o gni tempo.
Alfredo Guzz.oni Uomo di senno e di solide qualità intelle lluali e militari. Di Giorg io lo stimava mollissimo, e ciò torna a suo onore. ln Sicilia trovò una situa;,.io ne già pregiudicata. Fu un buon Sottosegretario alla Gue rra. È, per me, uno dei migliori in questa m e diocre schiera di capi.
Giovanni Messe Sotto il punto di vista della capacità di c omando, lo rite ngo il migliore di tutti. Anch'egli però opportunis ta ed ar-rivista senza tanti scrupoli. Era stato nella prima guerra mondiale un ottimo comandante di battaglione d'assalto. La sua azione in Russia cd in Tunisi a mi sembra degna di lode. H a forti ambiz ioni politiche. Esaltò il fascismo finché poté, poi, r itornato dalla prigionia, posò a campione dei tempi nuovi, avido di popolarità.
Guglielmo Nasi S chietta stoffa di condottiero sotto la rude e<l un po' scontrosa scorza d e l suo temperamento austero, schivo di onori e di basse mire ambiziose. In pace ed in gu erra si segnalò quale esperto comandante d'artiglieria. Ufficiale di Stato Maggiore, fu addetto militare a Parigi; poi capo di stato maggiore in Tripolitania all'epoca de lla brillante rioccupazione di quella colonia, dettando norme prez iose per l'impiego <li truppe sahariane in terreno desertico. Dopo la guerra etiopica, cui aveva preso parte al comando <li una di v isione libica sul fronte Sud, fu saggio e fattivo Governatore dcll'Harrar. Aveva idee semplici, pratiche, intorno a l governo ed all'amministrazione di quel vasto territorio appena conquistato dalle nostre armi, e rifuggiva dalle tendenze euforicamente retoriche a llora dominanti dopo la sfolgorante conqu ista d ell'Impero. Guidò magistralmente l'occupazione d e lla Somalia br·itannica ai primordi della 2° guerra mondi a le. Poi, venuti i tempi tragici del poderoso attacco concentrico nemico co ntro il nostro non assodato Impero, la sua fi g ura grandeggiò nella s trenua, lunga, eroica difesa <lei Goggiam, da lui diretta con s uprema energia pur nella
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estrema penuria dei mezzi disponibili e nel più completo isolamento p er l'avvenuto sgombero delle regioni circostanti. Mentre tutto era caduto, solo il Goggiam resisteva ancora, e parve un miracolo. Ma i suoi ordini brevi e stimolanti erano squilli che rid estavano le più stanche energie, e quei laceri combattenti affamati e con scarse munizioni non si arresero c he quando furono ridotti all'estremo, uscendone con l'onore delle armi. Sono queste le prove che rivela no, senza orpelli di grandi onori e di laute prebende, le vere stigmate di un condottiero di razza.
Taddeo Orlando Serio, equilibrato, colto, era fra i migliori nostri ufficiali di Stato Maggiore. Non ho dati per giudicarlo come com a ndante in guerra. Lo ritengo più uomo di studio e di uffic io che uomo d'a:1.ione. Ha però solide qualità morali. Combatté in Tunisia. Fu poi ministro delle Guerra a Brindisi e poi Comandante Generale dei Carabinieri.
/\[berta Pariani Era da giovane una deHe p iù promettenti speranze dello Stato Maggiore. Serio, lavoratore coscienzioso, rervido ingegno, equilibrato, molto senso pratico. E tali qua lità dimostrò anche durante la missione politico-militare che gli fu affidata in Alba nia prima della guerra. Ma poi, assunto alla carica di Sottosegretario a lla Guerra, si direbbe che la fortuna g li abbia dato alla Lesta. Da prudente cd equilibrato, come era sempre stato, diventò ad un tratto una specie di sognatore di grandi imprese e man ifestò idee strampalate, più da dilettante che da uomo eoJto ed abile qual'era. Ricordo di avergli sentito emettere progett i di opera zioni i n Spagna ed in Africa da vero megalomane. Questa sua trasformazione è rimasta sempre per me un mistero. Peccato, perché possedeva solide qualità e forse, se non fosse salito al Ministero, avrebbe potuto essere uno dei nostri migliori capi. La famosa "divisione binaria" fu una delle sue discutibilissime creazioni.
Pietro Pinlor Era uno dei più quotati nostri ufficiali di Stato Maggiore, e particolarmcn te apprezzato in ma te ria di addestramento.
Profìli di copi mi/ilari ifa/ioni lralleggiaL i da uno di loro
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Intelligente ed assai colto. Ma mentalità con i paraocchi e di logica esasperante. Eccezionalmente rigido in certe opinioni personali, generalmente un pò mi so neistiche. Tullavia, p er le s ue innegabili alle qualità di sapere e di carallere, avrebbe potuto essere una fig ura d i primo piano nell'ultima guerra se la morte non lo avesse colpito ancor giovane in un incidente <li volo. Era mollo nelle m a nich e del Re. Come uomo, giudicalo assai equilibralo. F u insegnante di arte militare a l Principe di Piemonte, ed era in pectore per Minis tro della Guerra. Badoglio ne aveva grande stima, e lui era a Badoglio molto d evo to. Si c itavano i 3 Pietri (Badog lio, Gazzera, Pi nlor) come una santissima trin ità!
Alessandro Pirzio Biroli Uomo d'azione ma tesla svampata. No n e hhc mente quadra la né logica. Fu molto criticalo dal governo del Goggiam . L'ultima gue1Ta lo ehbe comandante in Montenegro. Non ho dati sufficienti per giudicare la sua azione in quella circostan za . Mentalità bersaglieresca . Ricordo ch e gli d e tti voto contrario per la promoz ione a generale d'armata, ciò che non impedì più tardi che raggiungesse anche lui quel grado. Mario R oa/la
Quando era colonnello ne avevo molta considerai.ione, avendolo notato come abile e pronto nel comando di un reggimento di manovra. Ufficiale colt o, di ingegno brillante, buon addetto mil ita re in Polonia, prometteva assai bene. Credo però che, salendo n ei gradi e n e lle responsabi li tà, m olto gli a hbiano nociuto alcune debole:r.ze di carattere e l'ambizione forse eccessiva. Ho l'impressione che si sia rivelato opportun ista , conform ista, troppo preoccupato della popo larità. Si trovò poi, specie in Balcania, in s ituazioni certamente molto diffic ili . Le stretle relazioni col poco c hiaro Zanuss i gli nocquero. Al comando in Sic ilia rimase troppo poco p e r co nsiderarlo resp o n sabile de lla mancata difesa dell'isola. Come Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, credo abbia fatto ahbastan za bene. La su a azione, però, per l'armistizio e que lla come capo del S.I.M. hanno punti oscur i ancora da c hiarire. Riprovevolissima la su a fuga da Roma ne lla n otte dell'8 settembre. Era quello per lui il momento di rivelars i un grande uomo d 'azione, cd invece si d irchbe che a bbia avuto paura.
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Francesco Rossi L'ho conosciuto pochissimo. So che era uomo serio, posalo ; ma più collaboralore che capo. Niente ùi geniale e di eccezionale.
Ubaldo Soddu Una nullità dottrinaria. Ambiziosissimo. Arrivista. Invidioso specie contro Graziani. Fece miserevole figura in Albania, eppure riuscì a trovare i galloni di generale <l'armata! Pronto a piegar la schiena a d ogni circostanza.
Umberto di Savoia, Principe di PiemonLe Gli nuoceva l'apparenza di leggerezza, mentre non g li mancavano doti di serietà. Molto spirito militare, ma non stoffa di comandante. Come comandante del gruppo di armate nell'Italia meridionale ed insulare nel 1943, fece rigura piuttosto meschina conclusasi con la partecipazione a lla fuga d el Re, del governo e del supremo comando verso Brindi s i. Il suo bisnonno, Vittorio Emanuele TI, si sarebbe comportato in quelle circostanze ben diversamente, pur essenùo stato, da principe, tenuto anche lui troppo a balia dal suo amletico padre Carlo Alberto.
Mario Vercellino Era un ufficiale di Stato Maggiore spec ia lizzato in materia logistica. Non lo credo comandante di granùe tempra, anc he per la sua scarsa resisten:1.a fisica . Fu insegnante alla Scuola ùi Guerra. Non ho elementi per giudicare della s ua azione come comandante di armala nella Francia meriùionale.
Sebastiano Visconti Prasca Molto ingegno, brillante ma superficiale. Lo ebbi mio capo di stato maggiore a Bologna, e constatai le sue tendenze molto moderniste. Aveva doti più diplomatiche che militari. Scrisse un li bro arùito sulla guerTa ùinamica che piacque assai al Duce. Nella guen-a italo-greca dimostrò molla faciloneria. Ma f"u anche vittima dell'insipienza badogliana. LI suo libro "Ho aggredito la Grecia" é interessante in proposito.
FF.RRlJCCTO IlOTII
L'ORGANIZZAZIONE DELLA NAZ IONE PER LA GUERRA NEL 1914 - 19 18: ASPETTI INTERFORZE E RAPPORTI ESE RCCTO-MARINA
Premessa
La prima guerra mondiale è s tata anche la prima guerra in<lustrialc 1 - e la prima guerra to ta le - <lei secolo XX. La mobilitazione è, <la semp re, rivolta non solo agli uomini ma anche alle risorse. Accanto alla mobilitazione degli eserciti e flotte (con le rispettive aeronautiche a ncora allo stato e mhrionale e generalmente imperniale su l dirigibile) 2 nel 1914- 1915 essa ha r·eso necessaria per la p rima volta una mobilita zione c ivil e e industriale peraltro non preparnta da nessuna nazione nel periodo p1-ece<lente, perché tutti credevano nella guerra hreve e decisiva e - com e scriveva il generale De Chau rand fin dal 1895 - agli apprestamenti militari già a llora veniva attribuito un ruolo dissuasivo. S i pensava infatti che g li enom 1i eserciti in confl illo e i potentissimi mezzi di distruz ione re ndcreh-
1 Crr·. in m er·ito, R. Luraghi , L'ideologia della guerra indusliale, «Memorie storic he militari 1980, Roma, SME-UL S torico 198 1, pp. 169- 190». TI T.urag hi indica nell a guerra di secessione ame1icana , i cui a mmes trame nli sono stati tr ascurati in Euro pa , il primo esempio di guerTa indus tr ia le. Per quanto 1·iguarda l' llal ia, comunque , vanno ricor·dati taluni am maestramenti nel c ampo degli apprnvvigiona m e nti e d e ll a logistica di prntluzione e mers i in occasione della g uerra del 1866, d1e già dimostra l'impossibilità per l'econom ia e l'industria naz ionale di sostenere da sole le Fo1·ze Armale d e l nuovo Slalo unitari o e impone il ric<ffso a massicc i approvvigionamenti su l m ercato estem per arm i, eq ui paggiament i e vettovaglie (Cfr. F. Botti, To. logislica dell'flsen:ìto llaliano, Voi. 11 (1861 - 1918), Roma, SME-UL Stol"ico. 1991, Parte Prima). Né vanno trascurale Lalw1e preveggen ti intuiz ioni d el d c Cha ura nd, del Marazzi e del PeITu cchetti sul rapporto tra la nuova g ue r-n1 e l'ind u stria militar·e e civile, n ella società di tipo indus triale dell'iniz io de l secolo XX (Cfr. F. Bo tti , Noie sul pensiero militare italiano dalla fìne del secolo XX all'iniz io della prima guerra mondiale - l'arte I, "Studi storic o -militari 1985", Roma, SMF. UL Storico, 1986). i Sul r uo lo dell'Aernnautica e su lle r-isorse ad essa dedic ate dal J 910 in poi s i ved a F. Botti - M.Cerrnelli, La teoria della guerra. aerea dalle origini alla seconda guerra mondiale ( 1888- 1939) , Roma, Sta to Maggiore Ae ronautica - Ufficio Stori co 1989, Ca pito li X-XV.
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Ferruccio Botti
bero la lotta più cni<lele e pii1 disastrosa di qualunque altra ahhia funestalo il genere umano; tale da mcllere in causa l'esistenza stessa delle nazioni 3 .
Fin dallo scoppio del conflitto europeo nell'agosto 1914 anche in Italia - nonoslante la temporanea neutralità decisa dal Governo - s i è rivelato lo slretto rapporto ch e interc01Te tra strategia ed econom ia e si sono resi necessari, in tutti i settori della vita nazionale, dei provvedimenti rientranti nell'organizzazione della nazione per la gu erra. Per tale Lermine , che neppure oggi è enlralo a far parte della nomenclatura militare ufficiale, si può intendere "complesso delle predisposizioni e d ei provvedimenli, da adottare fin dal Lempo di pace, aventi lo scopo di creare le premesse e le bas i economiche, industriali e sociali necessarie per alimentare, sostenere e faci li lare il passaggio delle Forze Armate <lai piede di pace a l pi ede di guerra e la successiva condotta delle operazioni n el quadro di una guerra integrale". In altre parole, l'organizza/.ione della nazione per la guerra - il cui aspetto più appariscente dal 1915 in poi è la mobili Lazio ne anche civile - riguarda: a) in tempo di pace, la pre disposizione di misure c he rientrano nell'economia militare; h) all'emergenza, il passaggio co n mis ure di carattere eccezionale all'economia di guerra; c) durante il conflitto, tutto c iò c he è connesso con l'economia di guerra e ha come fine ultimo e prioritario il rifornim e nto alle fou.e armate degli uomini e dei generi, materiali e m ezzi necessari per condurre a buon fine le operazioni. Per chiarire meglio il significato dei vari fattoti e i complessi rapporti tra di essi intercorrenti , va ricordato quanto scriveva nel 1937 il Possony, studioso tedesco di economia militare in disaccordo sia con la visione dirigistica che i governi italiano e tedesco avevano allora del rapporto tra strategia cd economia sia con la loro fiduc ia nella guerra breve e offensiva: come oggetto di discussione teorica l'economia militar·e non esiste che dal pe1iodo precedente alla gu eJTa mondiale, e divenne veramente di aLLualità p er causa dei problemi econo mi c i quasi insolubili sor·Li nel corso di essa. L'economia militar·e moderna s i propone l'organizzazione dell'economia di pace in modo che, quan<lo ci sia la guerra, non sorgano difficoltà, né per l'alimentaz.i onc della popolazione, n é per il soddisfacimento dei bisogni militari. L'economia militare non è dunque economia di g ueITa vera e propria: per quest'ultima si intende l'organizzazione economica vigente durnnle la guerra;
3 F. De Chaurand De S.E., Le istituzioni m.ilitari odierne e il loro avvenire, Roma, Voghera 198S pp. 180-181.
L'organizzazione della nazione per la guerra nel 1914-1918: aspe/ti interforze...
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l'econom ia mii ilare invece ]1a per oggetto i camhiarrn:nli apportati all'economia di pace in vista di una g uerra eventuale4 •
l.:organizzazione d ella nazione per la guerra abbracc ia dunque un campo assai vasto ed estremame nte complesso, che n el p eriodo con siderato già riguardava fin dall'inizio della guerra ambedue le Forze Armate (Eserci to e Marina) e per la p1ima vo1La ha imposto fin da a llora uno stretto raccordo e rapporti continui n ella loro preparazione, a nche se - per il resto - le for ze di terra e di mare fino al 19 18 hanno fatto c iascuna la sua gu erra con obiellivi strategici non coordinati, a causa della deficienza di una direz ion e supre m a unitaria d elle operazioni c h e nel caso italiano è stata a n cor più grave ch e a ltrov e, e ha avuto consegu enze negali ve denunciate nel periodo tra le du e g uerre, sia dal ge n eral e Bencivenga che d a ll'ammiraglio Ginocchielli 5. In secondo luogo, l'organizzazione della nazione per la guerra dopo il 1914 non può esaurirsi nel suo aspetto più eclatante (la produzione di manufatti in dustriali e di m acchin e e artiglieri e principalmente rcr l'Esercito) m a richiede un esame esteso ai provvedimenti n ei vari setto ri (a cominciare da quello del per·sonale fino a quelli del commercio interno ed internazionale, dell'industria e dell'agricoltura) te nendo presente che, com e scrive sempre il Posson y, occorre fissa,·e il fabb isogno gen era le proprio dell'economia di gueJTa cd indagar e quali cambiamen ti, causa ti dalle misure proposte, s i verificherebbero ncll'ingrnnaggio dell'economia generale, la capacil.à pmdulliva della quale è pu1·e la base di ogni economia bellica. Soltanto d opo aver compiuto quesli si.ud i si sarà in grado di valut a r e debitamenle i prnvvedimenti proposti oppure di porne in d iscussione allri, la cui utilità può risultare soll.anlo lene ndo d 'occhio lullo l'insieme dell'economia6 .
Se s i a pplica questo m etro di giudi z io al caso particolare della prima g u e rra mondiale, s i p erviene a due acquisizioni teoriche importanti e allora nu ove, ma tuttora estremamente diffi c ili d a tradurre in pratica: a) non solo la produz ione di materiale bellico, ma l'intera econom ia di gu erra richiede la definizione e il p erse-
4
S. H . Possony, r:economia della 1;uerra totale, Torino, Einaudi 1939, pp. 17-1 8. R. Benc ivenga , Saggio critico s ulla noslra 1;uerra - la campagna del 19 / S, Ro ma , Tip. M a dre di Di o , 1933, Voi. IJ, pp. 90- 93 e 287-290, e A. Ginocchietti , Nozioni di arie militare marittima, Roma Tip. Sena lo 1928, pp. 150- 151. 6 S .H . .Possony, Op. c il., p. 18. 5
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guimento di precise priorità interforze, che vanno molto al di là della preminenza da dare, in senso stretto, all'una e all'altra Forza Armata; b) come si dimostra nell'Allegato "A", nel caso della prima guerra mondiale le spese relative al personale ùell'Esercito e al suo mantenimento in efficienza sono state quelle preponderanti e hanno superato largamente (53,4% contro 31,8% del totale) quelle relative ad armamenti, mezzi aerei, quadrupedi e automezzi. Le opere finorn pubblicate s ull'argomento sembrano tene re scarsamente conto della necessità di una visione interforze e del d iverso peso delle componenti della logistica di produzione, con molto minore incidenza complessiva delle attività connesse al la branca tecnicamente più interessante (la produ zione di artiglierie, muniz.ioni e armi portatili) . Oltre ad essere rivolte in massima parte al rapporto tra esigenze dell'Esercito e logistica <li produz ion e trascurando la Marina, esse r iguardano soprattutto le artiglierie e la mobilitazione industriale 7 • Tenendo conto che i provvedimenti adottati molto spesso interessano direttamente anche la Marina e quindi hanno un profilo spiccatamente interforze, il prese nte saggio s i ripromette di fornire un primo contributo alla definizione di rapporti Esercito-Marina nell'organizzazio ne della nazione per la gueITa dal 19 14 a l 19 18, e a l ruolo che in essi vien e assegnalo a ciascuna Forza Armata. In questo senso, esso intende integrare e approfondire l'analisi - rivolta principalmente a lla logistica "te1Tes tre" e di distribuzione - da noi compiuta in altra opera 8 . L'obiettivo indicato re nd e necessario definire, in prima approssimazione, lo specifico ruolo della Mar·ina nella logistica di produzione e di distribuzione e le p eculiarità che in questi settori presenta il sostegno logistico de lle forze di mare rispetto a quelle di terrn. Risultato non secondario sarà così quello di caratterizzare meglio il p eso di quest'ultima nel supporto logistico totale, e il concorso anch e operativo c h e tale peso richiede al potere marittimo. A proposito di potere marittimo, va messo subito in evidenza
7 Cfr. lra l'alLro, M. Mazzetti , L'industria italiana nella grande guerra, Roma. SME - Uf. Storico 1979; V. Gallinari, Il generale Alfredo Dallo/io nella prima guerra mondiale , in SME-Uf. Storico, "Memo1ie storico-militari' 1977, Roma 1977. e V. Franchini, La mobilitaz.ione industriale dell 'Italia in guerra. Roma, 1st. Poligrafi co d ello SLato 1932. 8 F. Botti, La logistica dell'esercito ilaliano, Voi. II (1861 -191 8), Roma , SME-Uf. Storico 199 1, Capitoli XV-XVlll.
L'o r?,a11izzazio11P della 11azio11e per la guerra 11el 1914- 1918: aspelli interforze...
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lo stretto legam e c h e d opo i I 1914 intercorre tra il su o e ffettivo eserci;,.io e la logistica di produzion e, quindi a nc he l'organi zza zione della nazio ne p er la gu e rra in generale. Nella guerra breve e decisiva ipotizzata p rima <lel 1914 l'organi zzazion e della nazione per la guerra non era necessaria e il raccordo generale tra forze d i terra e di mare non era molto se ntito ed eviden te. Le Ma rine <la guerra esaurivano praticamen te il loro com pito n ella ricerca auto noma d i uno scontro con la M arina contrapposta, scontro a l quale le prevalenti teorie s trategiche ispirate a lle opere di A.T. Mah an tendevano ad a ttribuire la l"isionomia di confronto d ecis ivo tra gra ndi navi, sempre manca to dopo la battaglia di Tsushima (1905 ). Anch e la Ma rina italiana, nel 19 14, possed eva un buon nucleo <li m od ern e e costosissime g randi navi, c h e poi n o n eserc iteranno alcun a pprezzabile ruolo du rante la guerra . L a gu e rra totale e di logoramento, con la doma nda di materiale bellico in misura crescente e senza preced enti che essa pr ovoca, cambia totalmente lo scenario strategico e logistico precedente, a cominciare dal ruo lo delle Marine e del la M a rina ital ia na in particolare. Le na1.i oni e uropee schiera te nei due campi n on riescono più a soddisfare da sole le esigenze logistich e d ella guerra e il successo d ipende in ultima analisi da l soddisfacimento di yueste esigenze: diventano così vitali i riromimenti prove nienti da nazioni oltremare, mentre le Marine assumono un ruolo sostan1.ia lmente logis tico e legato a lla gu erra d ei convogli, con il na viglio mercant ile - e tutto ciò ch e serve a dife nderlo e proteggerlo direttamente - in primo piano. Come scrive Giulio Douhe t ne l su o saggio del 1928 "Probabili aspetti de lla guerra futura", Le marine:: runzionarono come:: o rgani acceleratori e ritardato1; dell'esaurimento; acceleratori, quando impediro no l'uso <li risorse; ritarclatlH"i qu ando lo agevolarono.
P e r quanto concern e la condo tta d e lle operazioni d a parte dell'Ita li a , i su ccessi de lla gu erra sottom arina ted esca nel 19 17 porta no il nostro s is te ma industiialc per la produzione bellica - e , con esso l'intero Esercito al fronte, ch e manca di forze - pericolosamente vic ino al crollo, per d eficien za di carbone, m a terie prime e prod otti alimentari per l'Esercito e la popolazio ne 9 • Ne consegue
9 Cfr. in merito, E. Faldella, La grande guerra, Milano, Longa nesi , I 978, Voi. l p. 30 8 e V. GaUinari , Ari. c:iL., p . 132.
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che la g uerra terrestre sull'Isonzo ass ume un ruolo p redominan le r is petto al la gu erra nell'AdriaLi co, nella quale è impegna la in misu ra quas i esclusiva la noslra Marina. L'esito della guerra dipende da ciò che può fare l'Esercito sull'Isonzo e dai rifornimenti ch e può r icevere olLremare. Mentre il centro di gravità della guerra si sposta in un'area nella quale il ruolo della Marina da guerTa ita li ana è r elativamente m argi n a l e (l'Atlanlico e le ro tte m e rcantili da Gi hilterra a Suez), a lmeno p e r l'Italia (diverso è il discorso per altri Paesi) sono le forze terrestri ad assumere il ruolo strategico de terminante e ad assorbire la maggior parte delle risorse. Questi ruoli imposti dagli eventi a lle due Forze Armate di allora non possono essere ignorati in una visione strategica e logistica complessiva: essi sono, p erciò, alla base dell'analis i che condurre mo e costituiscono lo sfondo st rategico dei provvedimenti interforze per la disciplina dell'economia e della produzione militare e c ivile.
La logistica marittima e quella terrestre: analogie, differenze e raccordi La preparazione d i un organ ismo militare a un possibile scontro con l'avversario non s i esaurisce nella definizione di una strateg ia, nella scelta dei Capi e in un ordinamento de lle forze in sintonia con i grandi obie llivi fissati dalla strategia stessa, ma comprende un compl esso di attività finalizzate a conseguire nei p iù di sparati settori i massimi traguardi di efficie n za, a cominciare dalla branca logistico-amministrativa che è la base su cui costruire, perché da gran tempo - e specie per una F o rza Armata ad elevata valen za tecnica come la Marina - è vero ciò ch e diceva il generale Li uzzi per l'Esercito dopo la prima guerra Mondiale: "Sono i Servizi a mettere le ali alle truppe". Parafrasando questa affer·mazione, potremmo dire che anche nel caso delle forze navali "sono i Servizi a far muovere la ilotta". La qualità di una flotta, cioè, d ipende prima <li tutto da come vivono, lavorano e sono alimentali e pagati i su oi ufficiali ed equipaggi, e da come sono p roge tta ti, costruiti, collaudati, gestiti e mantenuti in costante e s icura e ffi cien za gli infiniti meccanismi c h e costituiscono l'inscindibile trinomio "n ave-equipaggio-base-navale". Si può anche aggiungere che, ancora a monte <li questo trinomio, è la nazione intera a fornire le basi morali, materiali e tecniche che rendono possihile all'intero organism o militare e no n solo
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alle flotte - di vivere, muovere e comba ttere nelle migliori condizioni di efficienza in guerra, e di essere competitivo rispetlo agli amici ed avversari in pace. Sempre parafrasand o il dello del Liuzzi , possiamo quindi aggiungere che, specie oggi, «è la nazione a mettere le ali a lle forze militari". Come osservava, nel 1937, il tenente colonnello commis sario della R. Marina Sandiford, oggi la preparazione alla guerra implica l'organizzazione d ell'i ntero paese alla resistenza f .. l Le più sva,;ate risorse <li un p aese acquistano importanza vitale agli effetti della r esistenza e de l successo finale. Questi nuovi as pelti <lella guerra hanno am:he una ripercussione nel campo della lolla su l m are, la quale acquista un duplice valore, un valore strettamente militare, ch e consiste nella supremazia su lle forze navali avversarie, e uno con riOessi logistici, che consiste nel mantenimento <lellc linee di comunicazione [ ... ] cioè permetlere l'arrivo dei rifornimenti , delle materie prime n ecessarie per· a limen ta1·e la lotta e la resistenza 10_
La recente crisi del Goll"o Persico dimostra l'attualità d i queste paml e d el Sandiford, che anch'essa sottolineano i risvolti marittimi della lugi.stica. Termine sul cui significalo è necessario soffermarsi, anche perché non esiste oggi una sua defiiùzione ufficiale, né tanto meno una d efinizione ch e valga per tutte tre le forze armate o solo per la Marina. In generale potre mmo d efinire, in maniera assai sinte tica, la logistica navale come « il complesso delle predisposizioni e de i p rovvedimenti nece!Ssari per consentire alle forze navali di muovere, vivere e combattere nelle migli ori condizioni di benessere e efficienza". E anche nel caso de lle forze navali potremmo distinguere tra logistica di produ zione, riferita cioè alla disciplina, organizzazione e gestion e c..l egli approvv igionamenti, del le ma terie prime e delle a tti vità industriali necessarie in tutto il Paese per le esigenze delle forze annate e quindi anche della flo tta , e in logistica di distribu zione (nel l'ambito delle forze operative), che definisce le modalità e gli organi necessari nelle basi e n ella Dotta per far giunger e in ogni momento alle singole navi i generi e materiali prodotti o raccolti dalla logistica di produzione e p er assicurare la manutenzione d el naviglio. Il Bernotti sull'Enciclopedia Italia na tratta della logistica navale in maniera ancora sostanzialmente valida, a mpliando, peraltro, notevolmente il suo campo d'azione e riferendosi in prevale nza alla logisti ca <li disttibuzione:
10 R . Sandiford, Dall'assedio delle cillà ai hlocchi di inleri Paesi, "Rivis ta d i Commissarialo e de i Servizi Amministrativi m ilitari" n. S/1937.
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a nche ndl'arte del la gueJTa m a rillima è usa la l'espr essione logistica, c::he ha s ignifica to convenzionale e s i riferisce alle predisposizion i, ai ser vizi e a lle opernzioni occorrenti per a limentare e salvaguardare l'e fficien za delle for ze navali e l'esecuzione dei trasporti per mare. La capacità op erati va delle fo r1:e nava li è subord inala a necessità logistiche: l'attività navale deve infalli a lter narsi con permanenze nei porti conven ien temente s ituati e o rga nizzat i, a ffinché le navi possa no mantenersi in vigile a llesa ed esegui1·e rifornimenti e riparazioni (basi nava li). Rientrano nella logistica le pr·edis posizioni e i servizi per tutelare la s icw ·ezza della forze navali durante le penna nen ze nelle basi e le navigazioni. La sicu rezza d 'azione ha prevale n temente carallere strategico, ma s u essa ha nno grande in nuenza fanori logis tici, e pa rlico la1menle la trasmissione d egli ordini e delle notizie (servizio de lle comu11-icazio11i) 11•
Nonostante la sua basilare importan,..a anche per individuare la m atrice di talune d ecisioni operative e le ca use vicine o lontane degli avvenimenti della guerra nei tre ambienti, lo studio dei problemi della logistica e dell'amminis trazione in genere è stato finora p iuttosto trascurato, non solo in Italia . È spesso ve ro, anche ai nostri tempi, qua n to scriveva nel 1928 il generale Fosch in i: "Nel nostro E sercito non vi è u fficiale, di qu e lli cosidde lli 'brilla n ti' o ch e tali s i giudi chino pe r proprio conto , i l qua le no n consideri poco m e no di una disgrazia il dovers i occupare di Servizi [ ... ]. Sino alla passata gue rra i Se rvi zi ven ivano cons iderati un ram o di s tudi di importanza affatto secondaria ... " 12 • A queste affermazioni fa da pendant, in campo maritti mo, quanto scrive oggi il prof. J .L. George, cx-uffic iale della U.S. Navy: "vi è un vecchio d ello che suona pressappoco così: di s tra legia si o ccupano i dilettanti , ma i prol'essionisti si occupano di logislica. Eppure è tris te constatare c he nella g raduatoria d'importa n za de lla vari e discipline connesse a ll'attività bellica, specialmente in tempo di pace, la logis tica e i rifo rnimenti sono all'ulli mo posto" 13 . Discende da q uesta consta tazion e la n ecessità di ri c hi amare taluni aspelli m arittimi d ella logistica n e l nostro secolo, iniziando dai prnblem i d ella logistica di produzione c he improvvisamenk sorgono allo scoppi o d ella g uerra e uropea n e ll' agos to de l 1914 , q ua ndo la prospetti va d ell'inevi ta bile intervento pone per l'Tta lia, Paes e povero <li ri sorse e d i materie prime e con un'indus tria (e un'indu s tria militare) poco sviluppata, due esigenze fo ndame nta li :
ll "Enciclopedia I taliana", Voi. XXIll , p p. 401-404. Su significa lo e conte nuti della logistic;a na va le Cfr. anc:: he "Encic lopedia milit are" (Ed. il Popolo <l'Ita lia, Roma, 1933), Voi. TV, pp. 636-637. 12 F. f'osc::hini, Appunti di logistica applicata, "Esercito e Nazione" n. 12/1928. 13 J.L. Georgc, Navi ausiliarie, compon enti f<md11menta li d i una Marina d'alt u ra, "Rivista Marittima", n. 6/1990.
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a) approw1g1onare e/o produrre in tempi rislretti i generi , le materie prime e i materiali hellici necessari p er portare su l piede di gu e r ra un Esercito di dimen sion i sen za precedenti e una Marina anc h 'essa a bbisognevole d e i più moderni ritrovati t ecnici e di un'e ffic ie nte organizzazione dei porti , d e lle piazze marittime e degli arsenali; b) importare a ll'estero, via mare , la m aggior quantità possibile dei generi a limentari (ave na, carne e rrume nto) e d elle materie prime (lan a, cotone, acciaio, carbone, combustibili liquidi in p articolar modo) necessari p er soste nere duran te la gu erra la popolazione c iv ile, la produzione industriale e le forze arm a le. Di qui l'importanza senza prec ede nti che assumo no la marina m er cantile e le vie di comunicazione marillime, particolarmente p er l'Itali a. Per quanto più specifi catamente concerne l'or ganizzai.ione degli approvvigioname nti e la logistica d i produzione, s i tm tta ora di esamin a re il quadro legislativo generale e la s ua evolu zione, approfondendone i riflessi di più d iretto interesse per la Maiina e s tabilendo , là ove possibile e convenien te, d ei confronti con l'E sercito. Tn propos ito va tenuto presente ch e g ià nella guerra del 1866 l'Italia d eve ricoITere a ll'estero per alime ntare le nuove Forze Annate nazionali, e nasco no problemi d i raccordo tra Eserc ito e Marina 14 .
L'organizzazione della na zione per la guerra: lineamenti genera.li dei provvedimenti di legJ!.e interforze Do p o il 19 14 il prohlema logistico ro m pe tutti i conl'ini tradizionali: o ltre a non poter più essere un affare esclusivo di forza armata, "cons iderato nel s uo complesso e in r elazio n e a lla su a soluzio n e ch e deve essere unitaria, cessa <li essere a ffare <li soldati, pe r divenire fun zione squisitame nte po litica" 15. Nasce da questa fondamenta le esigen za un complesso di provvedimenti di legge ch e ora s ia pure in maniera sommaria esamine remo, provvedimenti c h e sovente hanno caratte re inter fo r ze e insiem e poli tico , militare ed economico, qu indi sono tali da condi zionare dire ttamente a nche l'efficienza della Marina.
14 Cfr. , in m erito, F. Bott i, La campagna del I 866: cooperazione EsercitoMarina e lras porto via mare, "Rivista Marittima", rehhraio 1989. 15 G. R eisoli, Evolu zione di idee sul pmblema logistico, "Rivista di Comrn issadato e dei Servizi Amminis LrnLivi Militari" 11. 4/1 937.
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Ferru ccio Bolfi
Nei cruciali anni 1914 e 191 5 i più importanli problemi militari do v re bbero essere affronla ti e riso lti d a lla "Commissi one Supre ma Mi sta per la Difesa de llo Stato" istituita con legge 17 lug li o 1910, n . 5 15 per risolvere, in tempo di pace, i principali nodi della preparazione militare nel suo compl esso . La composizione della Commissione, definita con Regio Decreto 9 aprile I 9 14, n. 212 16 , rispecch ia il con ce llo - ancora limitato e d essenzialmente "milita re" - che a l Lempo s i h a della difesa del Paese: è presiedula dal Presidente del Consiglio (in sua assen za, dal Mini s tro della gu erra o della Ma rina , ch e p er inciso sono de i mi litari), m a, per il resto, è compos la solo dai più alti esp onenti dell e due F orze Armate, con l'esclusio ne di quei rappresentanli dei Minis le ri economici che nell'ormai vicina guerra totale sarebbero diventati così importanti. Nessuna meraviglia, p erciò, se l'opera della Commiss ione non si ra sentire, e se più tardi è il Governo s tesso ad adottare d'urgenza (su p roposta o meno dei Minis teri militari) i p rovvedimenti necessari . I p rinc ipali provved imenti p er l'organiz1.azion e d ell a nazione per la guerra posson o essere suddivis i in tre grandi categori e (per ragion i di spazio , omettiamo la cita zione di quelli c he meno interessano la Marina): - di carattere com me rciale; - di carallere ammini s trativo e con tabile; - pe r l'organi zzazione della produzio ne a fini mili Lari. Quest'u ltima categoria è evide nte mente la più importante: 1a esam ineremo pe r ultima solo perché a bbraccia una proble matica che, in senso crono logico, è precedu ta e anc he prepara ta da lle preced enti. Va infa t ti te nuto co nto c he fino a ll'entrata in g u erra dell'Italia (24 maggio 191 5) il Governo ha facoltà d' intervenlo nell'econo mia e nell'industria molto limitale, vige la <lo llrina economica libe r is ta e l'autorità pubb lica pu ò solamente crea re d egli in centivi all'investimento d i capitali nei settori c he interessano, agevolare le comm esse e i relalivi pagam enli, regolare importazioni ed esportazioni e favorire la disponibilità cli mano d'opera spec ia lizzata per l'industria. Anche la legge 2 1 m a rzo 19 15, n . 273, "porlanle provvedimenti p er la difesa economica e m ilitare dello Stato" ha limitata incide nza perché a utorizza il Governo a sLabi1ire
legge
..'~ n,:ora in poi , "Reg io Dee1·eto" sarà abbrevialo in "R.D." e "Regio Decreto III R.D.L. .
L'organizzazione della nazione per la guerra n el 1914-1918: aspetti interforze.. .
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norme <la osservare per un determinato periodo di tempo in sett01i molto sp ecifici (operazioni geodetiche, impianti radiotelegrafici, polizia delle vie di comunicazione e dei mezzi di trasporto, espatri, soggiorni d egli stranieri, tutela del segreto ccc.) che incidono più c he altro s ulla libertà d ei cittadini, ma Laccano solo marginalmente l'economia, la produzione milita re e l e eccezionali esigenze delle due forze armate.
Provvedimenti di carattere commerciale S i ripromettono di impe dire le esportazio ni di materiali e generi di interess e d e l la difesa nazionale e di facilitare la loro importazio ne, combattendo la spccula;,.ione com e sempre provocata dalla rarefazione delle merc i e delle materie prime per così dire s trategic he, e dall'aume nto d ella richiesta che parte dalle nazioni che sono g ià in guerra. Hanno ini;,.io fin dai primi giorni d ella gue1ra e u ropea, con il R.D.L. 1 agosto 1914 n . 75 8 che vieta l'esportazione di cereali, fornggi, quadrupe di e carne f,-esca, oggetti e m aterie p rime p er il vestiario ed equipaggiamento, veicoli (com presi aerop lani e dirigibili), macchine e loro parti, carburanti e lubril"icanli , materie pdm e e metalli pregiati di interesse militare (rame, alluminio, piombo, acidi pe r la fa bbricazione di esp losi vi ecc.), m a te rial e sanitario, e infin e "le m erci indicale nell'Art. 216 del Codice deJla marina mercantile" . A questo prowedimento ne fanno seguito anch e guerra durante molli altri dello stesso genere, che in pratica vietano qualsiasi esportazio ne, e invece cercano di agevolare l'importazio ne di gen eri o materiali di interesse prioritario (com e per· esempio il R.D.L. ottobre 1914, n.1115, c he riduce temporaneamente il da zio dogan ale sul grano e altri derivali). Di più diretto inter·esse marittimo due d ecreti del novembre 1914 (R.D. 12 novembre 1914., n. 1233, e R.D. 24 novembre 1914, n. 1303). li d ecreto del 12 novembre vieta le triangolazioni ante litteram: le m erci soggelle a divieto d'esportazione non possono essere rispedite all'estero con le formule del trans ito doganale o del trasbordo, quando siano arrivale a un porto dello Stato con polizza c.:he ne indichi la destinazione d'origine pe r l'Italia o manchino di d estinazione certa. Il decreto del 24 novembre è anch'esso finalizzato a impedire l'esporta zione di materiali e generi non consentiti, e si ripromette di coor·ùinare l'azione delle varie Amministrazioni compe te n ti in materia di divieti d'esportazione e di transito. E' per-
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Ferruccio Bolli
Lanto istituito presso il Ministero delle finan ze un comilalo consultivo interministeriale per l'applicazione delle di sp osizioni re lative a i predelli di vieti, presieduto dal Sollosegretario di Slalo alle fina nze e del qual e fa parte anche un delegalo d e l Ministero della M arina. Il Comilalo deve esprimere un pare re s ulle d omande di eccezione a i divieti ùi es portazion e e di transito, proporre ecceziona li d eroghe a Lale divieto oppure la loro este nsio ne ad a ltre merci, p ronunciarsi sulle controversie e su tutte le ques tioni rela tive a lla materia c he gli vengono sottoposte <lai Ministero ù elle finanze. Qu es ti decreti n on pre vedono speci l"i c h e san zioni pe nali e pecuniarie per i contravventori. Forse perché essi risultano di li mita ta efficacia, pesanti pene sono inflitte a c hi tenta ùi aggirare il divie to con la c ilata legge 21 marzo 19 15, c he p revede pene d ete ntive fino a 5 a nni e la confisca della merce per "chiunque in qua lsiasi modo esporta merce del la quale il governo abbia vi etato l'esporlazione, o non la reintroduce nello Stato, nei termini s tabiliti ùa lle norme rela ti ve, se spedila in cabotaggio oppure la ù ev ia - se destinala originariame nte a porto ita liano e dell e coloni e - ver·so uno Stato este ro, o a n ch e soltanto ten ta di esp ortarla o deviarla . Se il reato è commesso per n egligenza o impru de n za del proprietario, d e ll'armatore, <lei capita n o o padrone di una nave, questi sono puniti con Ja reclusion e ù a tre m esi a un a nno e con la multa da lire trecento a duem il a".
Provvedimenti di carattere amministrativo e contabile H a nno lo scopo di rimuovere le r e m o re burocrati c h e e gli oslacoli creati dalla macchinosa legge di contahi lità generale de llo Sta to , facili tando e ren d e ndo più s pedita la spesa straordinaria delle Amministrazioni d ella Guerra e d ella Marina, contraend o i te mpi delle commesse e incoraggiando l'industria privata ad investire volonta riamente nella produzione milita re e a concorrere per le comm esse mil itari. I.:esige nza p1imaria che si pone fin a ll'est ate 1914 è infatti quella di rendere prontamente utili zzabile l'aumentato volume d ella spesa militare, con provvedimenti che peraltro all'inizio possono aver e solo carattere settoria le e contin gente. Infalli solo all'atto della m o bilila;1.ione generale, con la legge 22 maggio 191 5, n. 671, sono conferiti al Governo p oteri straordinari anche in materi a econ o mia e di spesa e di hila n cio , d andogli facoltà di emanare dispos izioni aven ti valore di legge, per quanto
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1ichiesto dalla difesa dello Stato e da urgenti e straordinari bisogni dell'economia nazionale, di ordinare le spese necessarie e di provvede re con mezzi straordinari ai hisogni del Tesoro. Dall'agosto del 1914 a ll'inizio della guerra si susseguono pertanto una serie di decreti - legge (poi tutti convertiti in legge) che al largan o sempre di più le agevolazioni e le deroghe. Il primo provvedimento è il R.D. 4 agosto 1914, n. 770, che autorizza le Amministral'.ioni della gue1Ta e della Marina a derogare fino al 31 ottobre 1914 dalle norme della legge di contabilità generale dello Stato, per quanto riguarda gli approvvigionamenti, le lavorazioni, il trasporto, l'imbarco e sbarco di generi e materiali; in seguito la scadenza d el decreto è più volte prorogata. Con il success ivo R.D. 22 agosto 1914, n. 927, per determinate categorie e.li contratti i Ministeri della Guerra e della Marina sono autorizzati ad effettuare, prima della liquidazione rinale, il pagamento di acconti in relazione ai materiai i e lavori forniti e collaudati , in tal modo facilitando la disponibilità di capitali e g li ampliamenti degli impianti per le imprese. Per la parte di competenza del Ministero della Marina, i contratti per i quali è concessa facoltà di effettuare i pagamenti in acco n to riguardano gli acquisti e le lavorazioni relative a: apparati motori e macchinari; navi e galleggianti; artiglierie, carbone e naha; materiali di consumo; materiali per costruzione e riparaz ione navi; facchinaggio e trasporti; viveri e vestiario. L e maglie dei questi prim i decreti sono allargate con il R.D. 4 ottobre 1914, n.1103, che estende - per i contratti già stipulati l'autorizza,..ione a corrispondere gli acconti alle forniture e i lavori esegu iti ma non ancora definitivamente collaudati: il pagamento degli acconti non potr·à comunque superare il SO 0!r1 delle forniture o dei lavori. Con il R.D. 24 gennaio 1915, n. 42, l'autorizzazione a derogare dalle norme della legge di contabilità generale dello Slalo è estesa ai pagamenti per "affitti e t emporanee occupazioni di immobili occorrenti urgentemente pel ricovero di truppe, quadrupedi , materiali ecc ... ". Un ulteriore ampliamento della deroga a lle norme del regolamento di contabilità generale dello Stato avviene, ormai alla vigilia della guerra, con il R.D. - legge 2 maggio 1915, n. 571, che estende la deroga ai lavori di fortificazione, di costruzione e sistemazione di fahbricali, ecc. del Genio militare fino a l 31 dicembre 1915 (ricordiamo, in merito, ch e da sempre il settore delle infrastru tture di terra della Marina rientrava nelle competenze c.lell'Arma del Genio dell'Esercito).
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Organizzazione della produzione ai fìni militari Non com prende solo le misur·e volte a coordinare, gestire, disciplinare e sviluppare la produzione militare sulla base delle esigenze quanlilalive e qualitative dell'Esercito e della Marina, ma altli interventi collaterali in settori di importanza primaria per la produzione stessa (come quello dei brevetti e soprallutto della manodopera, quindi anche del reclutamento delle due Forze Ai-male). Va subito chiarito che quando nel 1914 ernerge la necessità di affrontare su nuove basi il problema della produzione militare, le condizioni di partenza delle due Amministrazioni della Guerra e della Marina e i criteri e meccanismi a i quali esse 1ispellivamente informano la costruzione e l'approvvigionamento dei mezzi e materiali sono ben diversi, anzi opposti. In estrema sintesi, la Marina per le costruzioni da gran tempo si rivolge soprattutto all'in<lustr"ia privala, mentre l'Esercito fa ancora fronle alle sue necessità produttive prevalentemente con numerosi stabilimenti militari, gestiti in economia non solo per la produzione di armi, artiglierie, carriaggi, munizioni ed esplosivi, materiali del genio, ma anche per la molitura del grano, la confezione del pane, la produzione cli carni in conserva o di oggelli vestialio ed equipaggiamento. Ne consegue c he fin dalla gue1Ta <li Libia (quando si pone il problema della produzion e in tempi listretli e in numero consistente delle nuove artiglierie da 75/27 a tiro rapido) gli stabilimenti militari dell'Esercito non sono in condizione di far fronte da soli all'esigenza, e il Ministero della Guerra è costrello a rivolgersi per la prima volta e in misura massiccia all'indust1ia privala, come da te mpo è abituata a fare la Marina. Naturalmente la necessità di ricorrere all'industria privala s i riaffaccia con ancora maggior vigore dall'agosto 1914 in poi, quando si tratta di colm are in poco tempo le numerose lac une di dotazioni e materiali non so lo dell'Esercito, ma di ambedue le Forze Armate. Alcuni provvedimenti di dirello interesse per la produzione militare sono comunque adottati fin dal 1912, quando per le esigenze della gu erra di Libia il Governo cosliluisce, con R.D. d e l 18 genna io, un a "Commissione Consultiva p e r gli Approvvigionamenti dello Stato", con il comp ito di disciplinare e coordinare - a vantaggio di lulli - gli approvvigionamenti delle varie Amministrazioni, nel contempo assicurando all'indust ria, "un lavoro ben regolato, possibilmente n on interrotto, senza notevoli variazioni nella quantità, con equa distribuzione fra le
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di verse regioni <lei Regno, a condi zione e p rezzi convenienti p er lo Stato e pe r le indus trie , avuto rigu a rdo a i prezzi d ei mercati intern azionali" 17 • L'ope ralo de lla Commissione non corrisponde alle attese, a nc he p er mancanza d ei dati di base necessari per: avviarne il funzionament o; in tal modo, come osserva il Franchin i, la preparazione a ll a g uerra avviene senza alcun incisivo intervento di organi costituiti e a carattere interministeriale , e più che altro per inizi ativa d e lle s ingole Amministra:1.io ni o grazie alle personali conoscenze e compe tenze <li singoli dirigenti 18 • Fin dalla primavera d el 1914, comunque, sono adottali ta lu n i provvedimenti c he mira no a salvaguardare le esigenze di personale d e ll'industria di interesse militare. In questo sen so, le esigenze della Marina sono tenute in particolar modo presenti con il R .D . 17 maggio 1914, n. 548, c he prevede, tra l'altro, l'esonero temporaneo in caso di mobilitazione (e no n la dispensa, che ha carattere definitivo) per i militari in congedo illim itato c he: a) facciano parte d el corp o delle g uardie di città carcerar·ie, o app art e n gano a l p ersonal e operaio (macc hinisti, elettricisti o foc hi sti) a<l detlo al servizio d ei battelli incrociatori per la vigila n za finanziada dei laghi e delle lagune e a lle re lative o ffi cine di riparazione; · b) s i trovino a prestar servizio com e specialisti laureati, capi tecnici principali, capi t ecnici, capi disegnatori , di segnatori , ragionie ri capi, ragio ni e ri, gesto ri di m agazzino e di cassa, archivisti ed ufficiali d'ordine assistenti di m agazzino , negli istituti, n egli stabilimenti militari marittimi o nei R egi Arsenali e co me operai o manovali , purché questi u ltimi vi s ia n o a ddetti a lm eno da tre mesi; c) sia no impiegati a ruolo organico n elle Capi tanerie di Porto o nel servizio semaforico d e ll a Regia Marina , compresi i fattorini semaforici. Questo provvedimento è ins uffic ie nte: orma i la protagonista d ella prod uz ione militare è l'indu stri a privata , ch e dunque non può essere messa in crisi propr io nel momento del massim o bisogno con il richiamo del p ersonal e c he impiega, ad e levata specializzaz ione e pe r ciò molto ambito dalle Forze Armate 17 V. l'ranc hini, La mobilitazione industriale de/l'Italia in guerra, Roma, Ts l. Poligrafico dello Stato 1932, pp. 76-77. · 18 l vi, p . 77 .
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e specie dalla Marina. Le predisposizioni per la mobilitazione fino a quel momento adottate ùa\J 'Esercilo e dalla Marina ignorano in vece completamente il problema della riparlizione del personale tra le esigenze delle For:1.e Armate mobilitate e le esigenze civili, per le quali bisogna cons idernre non solo le esigenze degli sLahi lim enti privati addetti alla produzione bellica, ma anche quelle dei sellori produllivi g iudicati ugualmente indispe nsa bili per assicurare la vita normale dei militari e d elle popol azioni c ivili . Ne nasce una siluazione dove ognuno dei protagonisti (tra i quali, ovviamente, la Marina) non sen za buon e rngioni tira l'acqua al suo mulino, così d escritta dal Franchini: le dimos trazioni d ella necessità di encwm i qua nlilà <li materiali d i artigliel'ia palesarnno la necessità di portare a ll'effi cacia massima anche g li slahilim e nli p1ivati, cosicché sorse be n presto il prohle ma <li pnivvedere al perso na le operaio di quesli s lahili menti; prnble ma c he i regolamenti sulle dispen se dalle chiamate a lle armi per mobilitazione non avevano r-iso lto adeguatamente. La "Di1·ezion e Ge nerale di a rtiglieria e gen io " Ldel Min islern della Guerra I assunse J'ini z ialiva della ri solu zione; m e n tre le altre Direzioni Gen erali d e lla Guerra, il Comando del Corpo di Stato Maggirn-e ed il Minis tero de lla Ma1ina s i assoc ia rono, la Dir·ezi one Ge nerale Leva e Truppa del Mini ster o d el la Guerra annu ì, intravede ndo per a ltro nella concessione <li uomini per gli sta hilimc nti soltanlo una pericolosa sottrazion e di comba tt enti. Venne nominala all'uopo una Commissione per slu<lia,-e il pmble ma: ed essa , tra opposizio ni e difficoltà riuscì a concretare il prowed imento disciplin a n te l'isti tuto <lelle esonerazioni tempor anee (R.D. 22 aprile 19 15, 11. 506) dal servi zio e ffet tivo sollo le armi de i militari richiamati, col quale si lasciavano g li operai specializzati agli s tabilime nti p r ivati c he provve<levano mate riale o lavor o per l'Eser ci lu u l'Armala. Si risolse s ubito dopo il lavoi-o r e la tivo a lla compilazione del R egolamento di a pplicazione del soprac itato dec r eto e con circola re del 2 maggio 1915 furono diramati gli ordini a i Com a n<li <li Cor·po d 'a rmata re nd e ndos i così possihil e evi la r·e c h e, a ll'indomani d e lla dic hiarazione d i rnobililazion e, veni sse trnncato o rid otto ne lle fahhric hc il lr-e pi<la11le fervore della produzione della armi e <le lle rnu1ùzioni 19 .
11 preùello dec reto viene perciò emanato quando è ormai in corso da tempo la preparazion e a lla g uerra, le industrie hanno già ricevuto gran copia di comm esse, la guerra è a] le porte. Esso s tabilisce che possono essere temporaneamente esonerati dal tichiamo alle armi i militari ch e prestino la loro opera presso stabilim e nti privati o imprese "che provved a no maleriali o lavori per conto del R. E serc ilo o d e lla R . Marina , ovve ro forniscano le m at erie prime per i materiali suddelli". Gli ammessi all'esonero temporaneo non vestono l'uniforme, ma sono considerati a dispo-
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l vi, p . 78.
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sizion e dell'autorità militar-e e soggelli alla giurisdizione militare, pur non avendo diritto ad assegni. Speciali Commissioni locali compos te all'occoITenza anche da ufficiali della R. Marina accertano le condizioni che danno diritlo all'esonero. I. ricorsi avversi a lle decisioni della commissione sono rivolti al Ministero della Guerra o a quello della Marina. I r·icorsi relativi a militari dell'Esercito c he lavo ra no per- conto della Marina (o viceversa) sono comunicati dal Ministero della Gue1Ta a quello della Marina (o viceversa). In merito ai ricorsi o a ll'applicazione della legge, i Ministri della Guerra e della Marina possono anche sentire il parere di una comm issione centrale , presieduta da un generale dell'E sercito e composta da 7 ufficiali superiori o l"unz io nari civili , dei qual i 4 appar·tenenti all'Amministrazione della Guerra e 3 a quella della Marina. Questo provvedimento non dà, a lme no nei primi mesi della guerTa, buoni risultati, soprattutto perché tardivo: a parte la persistente mancanza di una vera e propria mobilitazione industriale, il 23 maggio 1915, quando viene dichiarata la mobilitazione generale , le commission i locali che c.Jovr·ebbero indicare il personale da esentare non sono ancora entrate in a zione. Ciò causa ritardi e disse rvi z i nella produzione e confusione e pcr·ditc <li tempo nella mobilitazione delle due Forze Armate, rendendo necessarie successive parziali smobilitazioni, anche perché alcune limitate misure di richiamo alle armi iniziano rin dai primi di agosto c.Jel 1914 (per· la Marina addirittura a fine lu glio, con il R.D. 30 lu glio 1914, n. 801), mentre con il R.D. 6 agos to 1914, n. 790 è sospesa la facoltà di emigrare.
La legisla zione sulla produ zione miliLare del 1915 e il ruolo della
Marina I provvedimenti che prima abbiamo esaminato hanno un prec iso s ignificalo. Dall'agosto 1914 fino all'entrata in gue1Ta (24 maggio 1915) l'economia italiana, fino a quel momento improntata a criteri di accentuato liber·ismo economico dei quali dovevano tener conto anche le due Amministrazioni militari, inizia a trasformarsi in economia militare. Con tale termine, come si è visto, s i intende, secondo la definizione data dal Possony, "l'organizzazione dell'economia di pace, in modo che, quando ci sia la guerra, non sorgano difficoltà, né per l'a lim e ntazione c.Jella popolazione,
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né per il soddisfacimento dei bisogni militari" 20 . Come si è acce nnato, fino all'entrata in guerra il Governo non ha ancora gli strnmenti giuriùici necessari per indirizzare con provvedimenti forzosi l'economia e la produzione a fini militari, quindi i suoi interventi - nonostante il premere delle esigenze - sono ancora limitati e [rammentari, e mirano p iù che altro a incentivare o disincentivare - a seconda dei casi - la produzione, il commercio o determ inate altre attività. Solo nell'estate 191 5, quando dopo un mese o due di guerra tramonta anche per l'ltalia la prospettiva della guerra breve e s i passa alla g uerra di trincea, vengono adottati provvedimenti storici, perché sono il risvolto più immediato dell'avvento della g uerra totale e delle sue implicazioni logistiche, con il passaggio dell'economia militare - ch e ne è il preludio e la preparazione - all'economia di guerra, c ioè a un'organizzazione economica particolare, limitata al tempo di guerra e imposta con provvedimenti eccezionali che hanno il solo fine di rimuovere qualsiasi ostacolo giuridico a lla mobilitazione economica. ln questo settore, a lmeno ne i primi g iorni di guerra la Marina s embra volersi muovere per c onto suo, con il Decreto Luogotenenzia le 2 g iugno 1915 , n.837 21 che costituisce una Commissione, incaricata d i coordinare e disciplinare la capacità produttiva del Paese "in relazione agli scopi della guerra su l m are ed a l mantenimento in potenza delle forze navali nazionali". La Commissione, presieduta da un Ammiragli o e composta da sci membri (dei quali tre ufficiali dei Corpi tecnici della R. Marina e tre esperti "esterni"), deve proporre al Ministro della Marina i provvedimenti che ritiene c he ritiene necessari per la conservazione e l'incremento della potenza delle forze marillime. Eviden temente questi interventi "di Forza Annata" non sono ritenuti sufficienti e s i passa ben presto a provvedimenti di portata molto più vasta, che oltre a dare finalmente al Governo l'autor ità di interven ire con misure dirigistiche senza precedenti sulla produzione di interesse milita re da parte delle industrie, per la prima e ultima volta assicurano un coordinamento tra le esigenze logistiche dell'Esercito e d ella Marina. Fondamentale, in questo senso, è il R.D. 26 giugno 1915, n.993, "portante provvedimenti intesi ad
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S.T. Possony, Op. cii., Torino, Einaudi 1939, p. 17. D'ora in poi "D.L.".
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ass icurare il rirornime nto dei materiali necessari all'esercito e all'armata durante lo stato di guerra". Pe r la produzione delle munizioni e di tutti gli altri materiali bellici, il decreto dà racoltà a l Governo di imporre e far eseguire i lavori occorrenti per aumentare la produ zione degli stabilimenti pr ivati di interesse dell'Esercito e della Marina, di ordinare a qualsiasi stabi lim e nto la costruzione di ma nufatti su disegno di un'altra ditta, e di dichiarare in tutto o in parte soggetto alla giurisdizione mi litare (con conseguente applicazione d el codice penale di guerra) il personale degli stabil imenti che producono materiali per l'Esercito e la Marina. Gli industriali non possono rifiutare la fabhricazione e la forniturn del materiale n ecessario agli usi di guerra, devono accettare i prezzi stabilili dall e Amminislra:1.ioni militari e sono obbligati anche a fornire agli organi di quest'ultime tenuti a l segreto di ufficio - tutte le informazioni che vengono loro 1ichieste. Il Decreto del 26 giugno è seguito dal R .D. 9 luglio 191 5, n . 1065, c h e istituisce un Comitato Supremo per le armi e le munizioni interministeriale e pres ieduto dal Presid e nte del Consiglio, con il compito di coordinare i rifornimenti delle armi e munizioni sia p er l'Esercit o c he p er la Marina. Quale organo direttivo alle dipc n<le r1:1.e <lei Cornilalo Supn;mo <ldk armi e munizioni è creato un Sottos egre tario per le armi e le muniz ioni (generale Dallo lio), al quale fanno capo gli organi direttivi d ella produzione <li a rmi e munizi o ni dei du e Mini s t e ri d e lla Guerra e d e lla Marina. Nelle attribuzioni del nuovo Sottosegret ario rientra la direzione e il controllo della produzione non s olo delle armi, artigl ierie e mate riai i d'arma m ento, ma a nc he degli automezzi e del materiale chimico . Limitatament e a questi settori, sono posti sotto la s ua giurisdizione anche gli stabilimenti p rivati che ricevono commesse per la Marina. TI Mini stro della Marina conse rva dunque piena autorità sui propri stabilime nti e arsenali e sulle costruzioni navali, ad eccezione appunto delle armi, d elle munizioni, degli automezzi e dei materia li per la guerra c him ica; g li s tabilime nti militari dell'artiglieria e d el genio dell'Esercito sono invece alle dipendenze del Sottosegretario, c he è un generale dell'Esercito. L'organizza zione della mobilitazion e industriale cotTisponde ntc ai settori prima citati , con al vertice il So ttosegretario per le armi e muni zioni, è ùefinila con il D.L. 22 agosto 19 15, n . 1277, ch e approva il regolamento di esecuzione d el citato R .D . del 26
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giugno 191 5. Tn eslre ma sinlesi, Lale regolamento prevede un organismo direttivo centrale e degli organismi periferici per il controllo e la direzione degli s lahilime nli mobililali, c h e h a nno carallere interforze e comprendono anche rappresentanti della Marina, ma sono controllati dal Ministero della Guerrn, a l quale è aperlamente riconosciuta la preminenza del settore. Significativa, in merito, la relazione del Ministern della Guerra che accompagna il regolamento mettendo l'accento sulla necessità di coordinare e disciplinare specialmente la prodw•.ione di arm i e muni zioni (va notato , a tal proposito, che il decreto del 26 giugno riguardava un ambito più vasto, accennando a "m uni:r.ion i e a tutli g li a llri maleriali <la guerra"). Dopo aver accennato alla necessità di "chiamare a massimo sussidio ]'industria privata, specie quella alla a produrre armi e munizioni" il Ministro accenna ai problemi di coordinamento con la Marina, con delle considerazioni assai interessanli, che pertanlo meritano <li essere qui riportate: infine ho cons ideralo se l'organismo p roposto d i mobilitazione industriale dovesse scnli1·c solo per la Guerra , o se non dovesse invece agire cumulativamente tanto per la GuerTa quanto per· la Marina. La conclus ione non poteva essere dubbia essendo evidente la necessità, o per lo m eno la grande opportunità, di un'azione uni ca co01·dinata, come q uella c he m eglio ragg iunge lo scopo unico, di provvedere anni e munizioni ed alLl'i mater iali durante la guc1Ta. Sarebbe, invero, assurdo pensare che vi sia una mobilitazione per· l'Eser·cilo e un'allrn per· la Mar-ina, per-d1é g li stabilimenti ausili ar-i dell'E sercito sarnnno quasi sempre i medes imi della Marina; le maestranze, gli operai, le attitudini di lavoro richieste essendo in cnti·ambi i casi le stesse r... l. Se ven-à il momento, e non s i può escludedo, ed è bene pr·em unir-si, in cui la gu c1Ta richicgga contemporaneam ente un grande consumo d 'armi e di munizion i, tanto per l'Esen;ilo quanto per· la Mar·ina, non v'è chi no n vegga quanto sarebb e utile l'unità della mobilitazione industriale. Dire che si coordinere bbero g li sforzi del la Guerra da un lato, e dell a Marina dall'al tro, non basta. Ci vu ole qualcosa di più e d i meglio: ci vuole l'azione unica diretta da un centro unico, applicata dai m edesimi organi esecutivi. E cco perché ho l'itenulo mollo opportuno che l'orga nismo di mobilitazione indus triale serva tanto alla Guerra, quanto alla Ma1;na. Ecco perché, così nel comitato centrale, come n ei comitali regionali , fu data a ll a Marina una giusta r appresentan za . Certo vi predomina alquanto la rnppr·ese ntanza dell'Esercito, ma ciò deriva d alla s tessa natura d ella gueffa, che richiede rifornirnenli assai maggiori per l'Ese1-cito che per la Marina. Ed è naturale ch e a cap o del comitato centrale vi sia il s ottosegretario di Stato per le armi e le munizioni, il nuovo mcrnhro del governo creato apposta p er la mobili tazione in parola, intesa nel sen so più lato. Del resto, già nei suoi alti precedenti, il Governo s'è mostrato convin to dell'unicità d ell'azione, perch é tanto il Comitato supremo per le arm i e le munizioni, qu a nto il R. decr eto di mobilitazione 26 giugno 1915 , n . 993, furono creati per la mobilitazione cumula tiva, ossia tanto per la Guc1Ta quanto per la Ma1ina, e non si vedrebbe davvero il perché il deueto dovesse applicar-s i in un modo e con un o r·ganismo dalla Gue1Ta, ed in a ltro modo e con altro organismo dalla Ma1-ina .
L'organiz.zazinne della nazione per la guerra nel 1 914-1918: aspetti interforze...
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Ciò s a rebbe non soltanto illog ico, ma anche dannoso, per ché - dicia m o la verità - poln:bbe generare fra i due o rganismi dei con fl illi, c he per quanto d erival i dal desidc1-io p a lT"Ìo llico di giovare ognuno alla propria causa, s i tradurTebbero ciò nonostante in ritard i, d anni e m irnu-e effic ienza del r is ultato com ple ss ivo . Così se i t:om itati r egiona li ser vissero soltan to al Mi nistern della Gue!Ta, e controllassero e rego lassern la produzione d egli stabilimenti ausilia1i ne l suo solo in teresse, in qual situazion e si troverebbe la M a rina ? Com e poti·ebbe essa agire fra i com ita li regionali e gli s tabilim ent i s ottoposti ? La Marina si lrove1·ebbe evidente m ente in una condiz ion e <l'inferiorità, as solutame nte inammiss ibi le e g rnvida d 'ineonvenien ti. Dopo lutto ciò n on cred o necessario di spend er e a ltre p arole, per dimns lrnr·e la necessità, od almeno la gra nde opportun ità dell'azione unica propugna ta".22
Il regolame n to de l 27 agosto preved e 7 Comita li ,-egionali di mobilita zione industriale e un Comitato centrale, che esaminiamo per u ltimo pe rc hé ha scarsa rilevan za. l Com itali regio nali sono composti da 7 Me mhr·i, nominati dal Minis tero della Guerra di con certo con i Ministeri dell a Ma rina, degli Interni e del Tesoro: un pres ide n te (ufficiale generale o supe1iore d ell'Esercito o della Marina), due esperti c ivili, due membri scelti fra gli industriali e due m e mbri scelti tra gli operai, p iù un uffi c iale dell'Eser cito segretario e personale d 'ordine. Sono "organi esecutivi solleciti e d ecen trati dalla mobilitazione indus triale" e applicano le direttive em a nate dal cen tro, a dattandole alle condizioni locali. H anno perc iò (Art. 4 del r egolar:ne nto), "fun z io ni informative e consultive rispelto ai Minis teri competenti, funzioni d eliberati ve cd esecutive ris petto agli stabilime nti privati mobilitati. Tali stabilimenti s ara nno de no minati: Stabilimenti ausiliari". J. Comita ti hanno sede presso i Com andi <li corpo d'a rmata territoriale dell 'Ese r-cito e corrispond o n o dire ttamente co n il Sotto segretariat o p er le armi e muni zioni e/o con la di rezione generale d 'artiglieri a e armamenti d el M ini stero della Marina, tene ndoli continu am e nte informati sull'andam ento disciplinare e tecnico e sulla produzione d egli stabilimenti e inoltrando loro even tuali proposte. Esercitano su questi ul timi u n' ispezione disciplinare e tecnica e d irimono immediatamente le conl.-ovcrs ie disciplinari ed economiche ch e sorgono tra industriali e maestranze, a nche se la sorveglianza disciplinare su l pe rsona le degli s tabilim enti milita riz1.ati non compete a loro ma a ufficia li dis taccati dai Comandi t erritoriali d e ll 'Ese rc ito o , in loro mancanza, ai 22 Mi nistern de ll a Guerra - Sottnscgr elaT"Ì ato per le an11i e le muni zioni , Decreti, regolamenti e norme relativi alla mobilitazione industriale, Roma, Lab. Tip. Mi11. Guerra, 1916, pp. 19-21.
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Carabinieri. Infine, hanno il compilo di agevolare i rapporti tra gli stabilimenti e Servii'.i delle due forze armate da un lato, e g li stabilimenti privati ausiliari da ll'altro, "affinché l'opera cumulativa riesca vieppiù feconda per la produzione e l'approvvigionamento d e i materia li d a guerra". li Comitato centrale ha sede presso il Ministe ro della Guen-a, è presieduto dal Sottosegretari o <li Stato p er le fabbricazioni di guerra (generale Dall'Olio), ed è composto da altri 8 membri: un ufficiale del R. E sercito, un uffic ia le a mmirag lio o gen erale della R. Maiina, un Consiglie re d i Slalo, un funzionario d el Minis tero del Tesoro, qualtro esperti estra n ei all'Amministrazione. r membri sono nominati per d ecr e t o rea le, s u proposta d e i rispettivi Ministeri. Il Comitato centrale non è, come i Comitati regio na li , un o rga no <li gestione operativa : ha funzioni solo consultive ne i riguardi dei Ministeri d ella Guerra, della Marina e del Tes oro su tutto quanto rig uar·da la mobilitazione industiiale , e inoltre d ecide immediatam ente sui ticors i che gli vengono inùiriu.ali avversi alle decis ioni dei Comitati regionali in materia di controvers ie tra maestran ze e industliali. Questa s trullu ra, il c ui perno operativo sono i Com ita ti reg io nali , p resenta una triplice novità: a) reali i'.Za ne l p reminente interesse d elJa produzione mi litare una fusione dei contrapposti interessi di capitale e lavoro, i cui rappresentanti sied ono per la prim a voi la in un organismo collegiale a par·i Là di di ri lli e doveri; b) armonizza l'attività produlliva per conto delle due Forze Armate, lasciando peraltro ampia a utono mia a l Ministero d ell a Marina, che può corrispondere direttamente - e non t ramite il Sottosegretariato - con i Comitati regionali ; c) coord ina, sempre tramite i predetti Comitali, la produzione d egli stabilimen ti militar·i e l'a llività degli organi militari de i Serviz i con que ll a degli stabilime nti privati ausiliari, che p er la prima volla - e a dis p etto del loro no me - anc he pe r l'Esercito, come già avveniva per la Marina, di venla no i protagonisti plincipali della produzione. Il rapprese ntante de lla M arina nel Comitato centrale a ll'atto d ell a sua costilu zione è il Vice-Ammiraglio Giulio Bertolini . I 7 Comitati r egio nali sono prev ist i a Torino, Milano, Genova, Bologna, Roma, Napoli e Pa lerm o e gravitano quindi s ul cosiddetto triangolo industriale. Tre di essi (que lli di Genova, Roma e Napoli) sono presieduti da uffic ia li di Marina (rispettivamente, i contrammirag li Giuseppe Ettore Coltelletti, Donato Fiordalis i e Edoa rdo Borrello). Il Ministro della Guerra ne lla cita la relazione
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sente il bisogno di precisare che il loro numero è stato mantenuto a 7, a causa della difficoltà di disporre di ufficiali superiori della Marina e dell'Esercito da nominare presidenti, "che abbiano le attitudini e l'energia necessarie al compito delicato". Questo assetto degJi organi della mobilitazione industriale non subisce varianti di rilievo fino al termine della guerra. Nello stesso anno 1915, comunque, con il D.L. 26 settembre 1915, n. 1437 le attribuzioni del Comitato Supremo per le armi e munizioni sono e s tese anche alle armi , munizioni e materiali speciali dell'Aeronautica per l'Esercito e per la Marina. 11 Sottosegretario per le armi e munizioni, perLanLo, provvede anche a queste branche e assume alle sue dipendenze sia la direzione generale d'aeronautica del Ministro della Guerra che quella del Ministero della Marina .
L'evoluzione degli organi centra.li dal 1916 al 1918 La svolta del 1915 non rimane senza seguito. Le pr·essanti esigenze logistiche e amministrative ch e si creano nel corso della guerra vanno tutte in direzione di un'intensificazione dei rapporti non solo tra i due Ministeri militari, ma anche tra Minister·i militali e civili. Se nel 1915 compare la guerra totale, dal 1916 in poi prende sempre più corpo una logistica to ta le c he è tipica dell'economia di guerra, anche se lascia un'eredità per il tempo di pace tutta da meditare e approfondire. La logistica di "Forza Armata" - rin da allora - si dimostra perc iò nettamente superata, e si assiste a una proliferazione di organismi dalle competenze non sempre b en chiare e definite, mentre il Sottosegretariato per le anni e munizioni subisce un'evoluzione che poi diventa involuzione. Il R.D. 16 giugno 1917, n. 980 lo trasforma in Ministero per le armi e munizioni con attlibuzioni momentaneamente invariate, che risultano però accresciute in misura notevole dal successivo D.L. 15 luglio 1917. Sulla base di quest'ultimo decreto, rientrano nelle competenze d e l nuovo Ministero anche per le pratiche di esonero per esigenze produttive del personale dell'Esercito e la Marina, alle quali provvede con un ufficio centrale per le esonerazioni temporanee ar·t icolato in varie sezioni (guerra e marina, amministrazioni pubbli c he, economia nazionale, aziende agricole, industrie varie). Gli esoneri temporanei vengono estesi a settori - come
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Ferruccio Rolli
quello agricolo e alimentare - non direttamente connessi con la produzione militare; inoltre (segno e loquente dell'importan za assunta dalla componente marittima) con D.L. 4 ottobre 1917, n. 1667 sono concessi anche al personale d ell a marina mercantile e addetto alla pesca. Anche per effetto di questo provvedimento, i poteri che si sono andati concentrando nel Ministero per le armi e munizioni (e ne l Ministro generale Dall' Olio) sono assai vasti e complessi e destano critic he, contrasti e risentimenti nei Ministeri e negli Enti che ques ti poteri hanno cedulo. 23 A fine 19 17 ha inizio il processo inverso: con R.D. 1 Novembre 1917, n. 1813 Ja branca della produzione aeronautica per ambedue le Forze Armate è sottratta al Ministero d elle anni e munizioni e diventa autonoma, con la costituzion e di un Commissarialo generale per l'Aeronautica. Il Commissario per l'Aerona utica è autorizzato a partecipare alle sedu te d el Consiglio dei Ministl'i o <lei Parla m ento l1ua11ùo s i trattano question i di carattere aeronautico, e con propri organismi provvede a i programmi, contralti , fornitu re, ecc., prendendo accordi con il Ministero de lle a rmi munizioni e con i due Ministeri militar i quando si tratta di "questioni fondamentali relative ai programmi e agli organici aventi relal'.ioni con l' impiego di mezzi aeronautici". li processo di involuzione e di riduzione dei poteri de l Ministero delle armi e munizion i prosegue nel 1918, dapprima co n la defenestrazione (magg io 1918) del generale Alfredo Dall'Olio, cioè d e l vero Deus ex ma china della mobilitazion e industriale e del più acceso s ostenitore d el processo di accentramento, e si conclude a poch i giorn i dalla fin e del la guerra con il D.L. 15 settembre 1918, n. 1318 c he a bolisce il Ministero delle armi e mun izioni e affida le s ue aLLJ-ibuzioni a un Commissariato generale che ha la piena rappresentanza g iur·idica dello s tesso Ministero. Tutta la problematica r elati va alla produ zione bellica e facen le capo al nuovo Com missa riato e a quello dell'Aeronautica riceve un nuovo assetto e (recita il decreto) "è rappresentata in Consiglio dei Ministri, <lal Ministero dei trasporti marittimi e ferroviari, che assume il titolo di Ministro per le a rmi e i trasporti. Tulli i provvedimenti per i quali sia richiesta
23 Su.Ila figura del gent:r-ale Da ll 'Olio e sulle vicende della produzione di armi e muni zioni nella prima guerra mondiale. Crr. Anc he V. Gallinari, Ari. cii ..
L'organizza zione della nazione per la guerra nel 1914-1918: aspetti interforze. ..
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una deliberazione del Cons iglio d ei Mini s tri saranno presi s u proposta del Ministrn suddetto c he firmerà gli atti relativi, assumendosene la responsabilità". Il d ecr eto istituisce anche un CumilaLo Amministrativo Centrale "incaricato di regolare l'asseg nazione di mate ri e prime di uso comune fra tutti i servizi alli ne nti alla produzione bellica". Questi provvedimenti dimostrano e in certo senso riassumono i profondi mutamenti c he la guerra totale h a imposto alla logistica e all'amministra zione militare in gener·e, in un quadro di accentu ala interdipend e nza che dopo l'abolizion e del Ministero c.lell e a rmi e munizioni non spinge a r itornare a ll'antico semplicem ente restitue ndo ai Ministeri militari le loro tradiz ionali e hen dis tinte attribuzioni , m a, a l contrario, impone un raccordo tra la produzione per i due Ministeri mililar·i e i trasporti, e, nell'ambito dei trasporli, tra trasporti marittimi e ferroviari. Evidenti anch e i riflessi s ulle attribuzioni del Mi11isteni della Mar ina, che tendono per qu es to stesso fatto a d essere ulteriormente limitate. Gli ampi poteri attribuili a l nuo vo Minis tero per i trasporti marittim i e ferroviari cos tituito durante la guerrn da una parte dimos trano J'impo rlan:1.a assunta dai trasp orli marittimi e dal l'altra non sono un fatto isolato, ma fanno parte di un vasto ria ssetto dei poteri centrali dello Stato imposto d a ll 'econo mia di guerra e d alla necessità di specializzare e al tempo stesso diversamente raggn1ppare i poteri e i corris pondenti organismi. Sono così creati nel corso della guerra diver si nuovi Minister·i, che a volte sottraggono a i Ministeri militari la competenza su alcune brnnche o fronteggiano nuo ve es ige n ze del le quali i Ministeri milita ri s tess i d evono te nere conto. In questa comp lessa rete di rapporti e di interdipe nd e nze prima non necessarie, prendendo com e riferimento temporale l'es tate 1918 il Minis tero d e lla Ma rina ha rapporti o terreni di lavoro comun e, o ltr·e c he con il Minis tero per le armi e muni z ioni e con il Commissariato p er l'aeronautica: a) co n il Ministero della agricoltura (proveniente da lla scissione del preesistente Ministero d ell'agricoltura, industria e commerc io) per il rifornimento di alcune derrate a lim e ntari o p er l'eventuale concessione temporanea di militari pe r lavori a gricoli; b) con il Minjstero per g li approvvigio namenti e consumi, <la quando tale Ministero viene costituito e acce ntra gli approvvigionamenti; c) con il Ministero dell'assistenza militare e pen sioni dj guen-a;
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d) con il Commissariato generale per i combustihili nazionali (per il gas e i comhustibili liquidi) e con il Commissariato generale pe r l'approvvigionamento e la distribuzione del carbone (per il combustibile solido); e) con il Ministero per i trasporti marittimi e f"erroviari (per i trasporti ferrov iari <li personale e materiale militare e per i trasporti marittimi non aventi carattere strellamente militare); f) con il Ministero della guetTa, p er quanto concerne la dif"esa costiera e i trasporti marillimi di esclusivo carattere militare, cioè di tmppe e materiali dell'Ese rcito; g) con il Ministero degli esteri (m issioni e addetti militari all'estero, situazione commerciale e industriale , acquisti a ll'estero); h) con il Ministero <lel tesoro, per 1c ques tioni di bilancio; i) con il Ministero delle poste e telegrafi. Senza bisogno di ulteriori commenti, questo assello di rapporti e poteri ne l campo non strcllamente operativo raggiunto ne l 1918 è un ennesimo riflesso della mutata nat11ra della g uerra, che impone anche all'Amministrazione della Marina una serie di non facili adattamenti .
Il ruolo determinante dei trasporli marittimi dal I 9 I 5 al 19 I 8 È doveroso completare questa prima analisi rivolta agli aspetti marittimi della logistica di produz ione con un breve accenno al ruolo determinante che assumono per il buon esito della guerra i trasporti marittimi. L'impeg no d ella Maiina da guerra in una difficile lotta nell'Adriatico contro il secolare nemico a uslro-unga1ico p er vendicare Lissa, non può far dim enlicare che le rotte mercantili da G ibilterra (ancor più che da Suez) sono vitali, perché sono la via uni ca e insostituihile per i rifornimenti che consentono ad ambedue le forze annate di combattere, alla popolazione civile di vivere e alle industrie di produrre. ll vero baricentro della guerra sul mare per l'Italia tende a spostarsi dall'Adriatico alle rotte che collegano i porti del Tirreno con l'Atlantico. l generi e le materie prime essenziali sono importati dall'es tero prevalentemente via mare, e l' imponente quadro <lei traffici marittimi è riportato nell'Allegato "B". Oltre alle esige nze di scorta e dif"esa antisommergibile che fanno capo all'Ispettorato di difesa del tral1ico marittimo dello
L'organizzazione della nazinne per la guerra nel 1914- 19/R: aspelli interforze...
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Stato Maggiore Marina, si rnnde necessaria la costituzione di una serie di organismi speciali 24 : a) la Commissione Centrale del traffico marillimo, c he fino alla costituzione del Ministero p er i trasporti marittimi e ferroviari è l'organo tecnico fondamentale per la predisposizione dei provvedimenti di legge relativi al traffico marittimo, la gestione del traffico stesso, la riparti zione del tonnellaggio, il coordinamento tra trasporti marittimi e ferroviari; b ) il Comitato ferroviario marittimo, per risolvere tutte le questioni connesse con l'esigenza di accelerare al massimo lo scarico n e i porti (in particolar modo Genova, Savona, Vado Ligure, Livorno, La Spezia); c) la Commissione di requisizione delle navi; d) il Cornitato per i servizi marittimi sovven zionati per l'impie go del n aviglio delle Società sovvenzionate dallo Stato; e) l'ufficio trasporli militari marittimi di New York, per dirigere e coo ,-dinare su l posto il traffico dei pirosc ari interessanti il Se rv iz io armi e munii.ioni, particolarmente intenso perché gl i Stati Uniti sono la fonte <li approvvigionamento principale di materie prime; f) la delegazione della. direzione trasporti dell'Intendenza generale dell'Hsercilo, che in collaborazione con i predetti Enti provvede ai trasporti di diretto interesse dell'Eserc ito e all'inizio del conrlitto, quando non sono ancora costituiti i vari commissariati e organismi, organizza i trasporti marittimi direttamente dagli Stati Uniti di cereali, carboni legnami e mate rie prime per il Servizio delle armi e munizioni; g) g li u({ici trasporti militari marittimi, composti da ufficiali delle due forze armate, che operano a lle dipende n ze della predetta delegazione in porti <li particolare importanza per gli imbarchi e sbarchi di truppe (Napoli, Taranto, per le truppe di Macedonia e Albania; Venezia, istituito dopo l'armis ti z io); h ) gli uffici militari d'imbarco e sbarco , ist itui ti in vari porti alle dipendenze degli uffici trasporti militari marittimi. Come già s i è accennato, nel 1917 la guerra sottomarin a a o ltranza scatenata con ottimi risultati anche nel Mediterraneo dalla Germania per poco non mellc in ginocchio la produzione 24 Cfr., in meri lo, Ministero della gucr-ra - SM Centrale - Uf. Scg1-ctcria, / ri(urn imen ti dell'Esercito Mobilitato duranle la guerra alla fm nle iLaliana, Roma, St a b . Po ligr. Amm . Dello S lalo, 1924, pp. 1-3 38-40, 112-114, 138-147, 258-260.
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Ferruccio Rntfi
militare e l'alime ntazion e della popolazione c ivile e <lelle truppe. La cris i raggiunge il cul mine nella primavera 1917, q u ando l'Esercito h a fatina solo per pochi gion1i e scarseggia il carhone , mettendo gl i organi competenti di fronte all'alternativa tra riduzione della produzione militare o ridul'.ione <lei trasporti militari, e - per i trasporti marittimi - tra il trasporto di grano oppure ùi cai-bone. Le perùite della Malina mercantile sono elevatissime (1387000 t di naviglio perduto, del le quali 1055000 per eventi hcl lici) e non sono compensate n é con il ricorso alla requisizione del naviglio che in iz ia lmente si intendeva evitare, né con nuove costruzioni o acquisti. In particolare, le costruzioni di nuovo naviglio raggiungono livelli modesti, sia per le accresciute esigen,.e <li riparazione s ia per carenza di materie prime. Nel 19 14 si costruiscono 45000 t di naviglio e nel 1915 24000, ma dopo un'impennata nel 1916 (77000 t) il tonnellaggio costruito diminuis ce a so le 37000 t nel 1917 e 59800 nel 1918 2 5. I.:aumento degli aff'onùamenti a fronte della scarsa disponibilità di naviglio nuovo o requisito provoca una caduta c he non è esagerato definire drammatica della quanti tà di materie prime, comhustibili e merci varie c he si riesce effettivamente a importare. Secondo l'economista Epicarmo Carbino (che era stato ufficiale delle Capitanerie di porto) «pe r l'azione dei sommergibili il movimento della navigazione, e particolarmente <li quella internazionale , cadde a cifre irrisori e: la stazza delle navi arrivate da ll a media di 53 milioni di tonnellate del 1911-1915 s i ridusse a 15 milioni nel 19 17 e a 12,4 milioni nel 1918 26 » . I dati statis tici forniti sulle m erci sbarcate in Italia dal Ministero <lei trasporti marittimi c ferToviari sono diversi: dai 16268000 t del 1915 si passa a i 15371000 t del 1916, per poi cadere brusc am e nte ai 10720000 l del 1917 e ai 10610000 t del 1918 27 . Di particolare gravità la crisi delle importazioni di carbone, c he passa dai 96 17000 t del I 9 14 a i soli 5038000 t del, 1917 nonostante i tentativi di importazione via terra dalla Francia. 28 25 M. Mazzetti, L'indus tria i ta liana nella grande gu erra , R oma, SME - ur. Storico, 1979, pp. 32-33 e 49. 26 E. Corbino, L'economia italiana duran le la guerra 1915-1918, in Alli del X LJ Co ngresso di S1oria d el Risorgimento ita lia no (Tr·ento, 9- J 3 giugno 1963), Roma, IstituLo <li Strn-ia d el Risorgimento Italiano 1965, p. 46.'i . 27 Cit. Jn M. Mazzetti, Op.cii., p. 30 . 28 Ministero d ella guerra, i riforn imenti ... (ciL.), pp. 11 2- 11 3 .
L'o1ga nizza ziu11e della 11a zione per la guerra nel I 9 14-1918: aspelli inlerforze...
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Ques ti dati hanno un preciso significalo. A prescindere dalle vice nd e s trett a m e nLe militari e stra te g i c h e dell a g u erra nell'Ad1-iatico, sull'Ison zo e poi sul Piave, nel 1917 l'Ha lia sta per crollare pe r l'an e mizzazione d e i rifornimenti m a rittimi, e solo il prog ressivo successo a lleato n ella guerra dei convogli in Atlantico evita anc he per l'Italia la sconfitta. Ciò <li mostra che la rivoluzione industriale da una parte a umenta la pote nza d egli armamenti e la possibi lità di costruire gran numero di macchine per la g uerra n ei tre eleme nti, ma dall'altra r ichiede grandi risorse finan:r.ia rie e di materie prime aumentando proporzionalm e nte la dipe ndenza dei rifornimenti marittimi, specie per un Paese com e l'Halia. Di conseguenza, a parlirc dal 1915 .la Marina m ercantile acquista un ruolo fondamen tale e <li vero e proprio s trume nto belli co, dando orig ine a nuove dimensio ni <le i p roblem a dell'equilibrio tra Ma rina militare e merca ntil e e tra forze m a rittim e in senso lato e le Forze Armale.
Conclusione Gli avvenimenti d ella prima guerra mondiale dimos trano ch e i I baricentro <lella g ue1Ta te1Tcstre si è sposLato sulle retrovie. Per
la gu e rra marittima, a s ua volta il baricentro si sposta s ui trasporti marittimi e su tutto ciò c he li rende poss ibili e sicuri. fn sostanza dal 19 14 al 191 8 la gu erra marittima te nde a imperniarsi assai di m eno su llo scontro decisivo tra (lotte di gran<li navi. Anche prescindendo dalla possibilità e d ai risultali d i tale scontro, s 'impone la necessità di mantenere in costante efficienza una numerosa flotta mercan tile e di pruleggcrla in ogni m o mento soprattutto dall'insidia sottomarina, per la prima volta capace di compromettere - in un ione a lla crescente minaccia ae rea - il predominio delle ("lotte di s uperfic ie. Queste esigen ze - impos te dagli avven im enti più c he d all'evoluzio ne d elle teorie strategiche - corrispondono in ultima analisi all'accresciuto profilo logistico non solo d ella guerra terres tre, ma della gu erra in generale. Ed è sempre il grande r ili evo assunto dalla logistica a r ic hiedere dal 19 14 in poi un'impostazione completam ente n uova e diversa - t e ndenzialmente interfor:r.e d egli approvvigionamenti e della produzione militare, creando delle fasce sempre più ampie di sovrappos izione e interdipendenza tra i du e M inis te ri militari e Lra i Ministeri milita ri e civi li. Fenomeno, ques to, tanto più notevo le, perché a una più stretta
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Ferruccio Botti
in tegra zio ne delle atti vità n el campo logis tico e a mm1mstr a ti vo, com e g ià si è visto no n corrisp o nde - o corrisp o nde assai me no un ' in tegrazio ne opera tiva e s trategica tra le due Fo rze Arma te . Cio nonos ta nte, i rapporti tra Ministero d ella gu e rra e della Ma rina e i reciproci concors i sono sta ti inte nsi e fruttuosi, come dimostran o a nch e i da ti ri porta ti n ell'Allegato "C". Ben a ragione, dunque, Liddel Hart conclude il suo libro s ulla prim a gu erra m o ndiale poco conced endo a qu a lsivoglia esclusivis mo d i Fo rza Armata, là ove osserva c he in u n conl1itto fra 11azion i 1. .. 1 la Vium;a è un risultalo cu mulativo, a l quale conttibuis<:ono tu tte le armi militari , eco11omichc e psicologi<:he d ell'awersario. Tn guen-e d i questo genere la vittoria può andare soh anto a qudla nazione ch e più d elle altr·e si d imostr a in grado di u tilizza re e <:om binare tutte le r isorse. 29
Ques to ern vero allora, come è vero oggi. La tradizione ing lese è ricca di insegna menti in proposito, con u na stra tegia peri[er ica teorizzata da l Callwell e d a l Corbetl, ne ll a qu a le le rl o lte - oltre a sostenere logisticam e ule gli eserciti e agevola rne i rapidi sp ostam e nti age ndo così da force multiplies - n on fanno c he applicare rin d a ll'e tà n a p ol eoni ca u n a n ti co p rincip io g ià enunc ia to d a M . B ernardino R occa, scrittor·e mili tare ita liano del secolo XVI: "lo scopo dell'assedio è di vie tare le vettovagli e al nemico e l'a rmala del mare è quella c he <lè e togli e la fame a luoghi vicino a l mare". ln effetti, a nche nella prim a guerra mondia le lo scenario o perati vo p er ambedue le Forze Ar m a te ha risentito - a m aggior ragione per l'Ita lia, Paese povero di m aterie prime - di questo duplice ruo lo delle forze mar ittime, che ha influe nzato anc he i provvedim enti ad o tta li per la comune logistica <li produ z io ne e sop rallu llo i loro risulta ti.
29 B . H. Liddcll Hai;, La prima guerra mundiale 1914 -1918, Mila no, Rizzoli 1972, pp. 604-605.
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SPESE DI GUERRA IN CIFRE GREZZE ASSOLUTE NON RIPORTATE CIOÈ AD UNITÀ DI MONETA (MILIONI DI LIRE CARTA)
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Assegni ai militari e sussidi alle famiglie Sussistenza Equipaggiamento Quota trasporti Giacitura e riscaldamento Servizio sanitario, Croce Rossa e Ord. di Malta TOTALE per il combattente Armi, munizioni, attrezzi bellici Aeronautica Quota trasporti Quadrupedi Automobili TOTALE per le armi Genio militare e civile Servizi c ivili, contributi agli altri Ministeri e Commissariati, terre liberate o redente, spese varie di minor con to Quota trasporti Libia TOTALE per l'ambiente
I
TOTALE GENERALE
GL'ERRA .\iEDL\
N·
I
1913-14-15- 16
(orevis1oneJ
191 4-15
2 16.0 93.2 27.6 2.5 7.1 4.6 351.58.0 4.0 0.2 9,0 0.8
264 518 441 34 IO 10 1.277 144 9 20 338 12 523 42
72.33.1
N
SPESE DI GL'ERRA 1915-16
1916-1 7
1.68 1 1.716 987 165 169 160 4.878 1.086 110 94 173 33 1.496 658
2.316 2.088 1.051 328 155 250 6.188 3.369 300 200 144
77 4.090 1.386
1911-18
3.081 3.087 1.658 309 246 229 8.610 5.594 1.064 181 85 133 7.057 1.739
I
1918-19
3.467 2.782 1.601 470 280 213 8.8 13 3.337 441 273 66 173 4.290 1.817
i::,
N
1912-20
1.923 1.063 880 394 181 93 4.534 2.551 14 233 24 142 2,964 1.371
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12.732 11.254 6.618 1.700 1.041 955 34.300 16.081 1.398 l.001 830 570 20.420 7.013
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32 50 35 775 7.149
176 94 85 86 30 30 1.677 1.949 11.955 117.616
I
(F. Zugaro, Il costo della guerra italiana, ROMA, STAB. TIP. AMM. GUERRA 1921, p. 19).
761 128 55 2.761 15.864
730 1.805 113 472 35 200 2.249 9.490 9.747 64.210
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L'organizzazione della nazione per La guerra nel 1914-1918: aspetti interforze...
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Allegato "B"
DATI STATISTICI RELATIVI ALLO SFRUTTAMENTO DEI PORTI E AI TRASPORTI MARITTIMI*
A) PRINCIPALI TRASPORTI MARID'fMI PER RIFORN IMENTO.
Richiamati dalle Americhe. - Rimpatri a ti a c ura del Comm issa rialo d'e mi g razione: movimento compl ess ivo d a l 1 ° luglio al 30 novemhre 1915 di circa 100 mila immigra li; d i circa 30 m ila dal 1° dicembre 19 15 a l 30 aprile 1916 e progressivamente decrescente nei periodi s uccessivi. Quadrupedi. - 1 Trasporti d 'importazione dei qua drupedi ve nnero effettuali con piroscafi di linee transat lantiche delle Società I tali ane di Nav igazion e riu nite o con a llri piroscafi, i ta liani e d esteri, a ppositamente n oleggia ti. Caratteristica di tale trasporlo ru q ue ll a c he esso ven ne compiuto al di l"uori di ogni ingere nza d e l Governo, ma per co nto dei s ingo li fornitori c he consegnavano i quadrupedi nei po r li n ,17.iona li e quindi coi r ischi di Lraversata a prop.-io carico. TI m aggiore movimento s i e bbe ne ll'anno lugli o 1915 - gi ugno 19 16, pe r una c i fra com pl essiva di c irca 17 .000 capi dei qual i I 1.800 fu rnno s barcati , nel primo semest re dell 'anno sopraindicato, da 17 piroscafi nel r orto di Spezia e da 3 in quello di Napoli . / ,ei11ame. - L' i mportazione del legname pei bis ogni de ll'Esercito raggiunse il qua ntitativo di circa 150 mila mc. Esso ve nne importato d al Messico ed a l suo trasporto furono adihiti 15 pirosca fi , per la maggio r parte requisiti, ed una ventina di grossi velieri. Cereali. - Il rifornimento <le i cereali venne in princip io com piuto e.lai Ministero di agri coltura, per la porolazione civile, e d al Minis tero dell a gu e rra, per i bisogni de ll'Eserci to. Costituitasi, successivam en te, la Commi ssione centrale approvvigionamenti grano, furono in essa r iunite le m ansioni per provved ere a lutti i ri l"o rnimenti di cercali. Ai trasporti vennero adibiti pi roscafi requis iti e noleggiati time charter ' per viaggi isolati. Tale servizio s ubì , nel primo pe riodo della guen-a, una crisi di 1 Noleggio a tempo deLerminato, scaduto il q u ale il conlrallo poteva dnnovars i o 1isolvers i. * Da Ministero d ella GueJTa, I rifornimenti del/ 't::serr:ito m obilitalo durante La guerra alla fronte italiana, R oma, Stab. Tip. Amm. de lla Gue1Ta 1924, PJJ. 258-260.
606
Ferruccio Bulli
Segue allegato "B" u na certa impo rta nza p er il fatto che l'Ing hilterra requisì un certo numero di navi già des tinate a l traspo rto de i nos tri cercali e si ru costretti a colrnar·e in p arte la lacuna con oneros i no leggi s u hand iera estera; in seguito, mediante accordi col Governo inglese, ch e ced ctle un certo numero di pi roscafi no leggia ti e qualcuno coll'intero carico, s i p o tè rar fro n te a lle pi ù essen zia li esigenze, ma sem pre con sensibile deficcm.a di ton nellaggio. Per dare un'idea di tale movimento negli anni 19 16 e 19 17 s i riportan o le segue nti cifre: da dicembre 19 15 a l lu glio 19 16, piroscafi 260 , to nn. trasporta te l.500.000: d a lug lio 19 16 al m ar zo 19 17, piroscafi 280, tonn . traspo r tate 1.600.000. Carni congela te. - Qu es t o serv izio f u a cce n t ralo in una Commi ss ion e in ternazio na le residente in I nghilte r ra, che compì un tra ffi co tutto s pecia le c d indipenden te. A m a no che veni vano assodati i rappo rti fra le disp on ibilità della m erce e le r ic hieste d e ll e naz io ni a llea le , la Co m m issio ne dispo n eva i trasporti , a mezzo de i piroscafi frigoriferi . Si può calco lare c he tale servizio a bbia <lato un movime nto m ed io sem estrale di 50 piroscal"i , con impor tazio ne di 50.000 to nnellate di carne per sem estre. Ma teria.li aeronautici ed oggetti di vestiario ed equ ipaggiamento. - Per tali tras porti ve nnero utili zzate le <lisponihilità di s ti va de i piroscafi a dibiti ad a ltri trasporti. Materia.li interessanti le armi e munizioni. - Il t raflico m arittim o p er l'impo rtazion e di armi e munii.ioni, esplosivi e materie prime occorrenti pe r la preparazione e fa bbricazione del materi a le bellico, no nchè del carbone per l'indus tria relativa, assunse fin dai p rimi a nni dell a gu erra, con rapida progressio ne , uno sv iluppo gigan tesco. Un' indice del gra ndioso movimento rela ti vo a ta le servizio può essere d a to d a l seguen te specchi o che indica i t rasporti e ffettuati ne l perio do dal settembre 19 16 al marzo 1917:
L'organizza_zùme della nazio ne per la gu erra nel 1914- 19 I 8: aspetri interforze...
607
Segu e a llegato "B" Piro~cafi in effettivo se1vizio
Al 1° sellembrc 1916
Al I' dicembre 1916
~1
h
lonnellalc di z~ ponata
lh.
':à tonnel late
Y..i
di
ponala
Al 1° ~ennaio
=
I 17
2 ~ to nnc llalt"
6.~ P. ~
z:;j
dì
pona1a
Al I' febbraio 1917
Il
/. ~
ton n<'ll.,1 e di portala
Al t
0
ma17.o
1917
~1
~&. % ~
lormdlatc dì portata
Piroscafi nazionali requisiti
53 250.646 53 250.646 53 249.046
57 255.321 54 257.97 1
28 142.388 34 190.518 4 1 223.883
3S 204.583
Piroscafi esteri noleggiati
36 208.183
Pimst:afì aust1iaci o germa nici requisiti
TOTALE
5
29.276
s
29.276
5
29.276
86 422.3 10 92 470.440 99 502.205
6
32.376
98 492.280
6 32.376 96 498.530
In complesso, q u indi , un Lo ta le di circa I 00 pi roscafi al rrwse con u n to n nell aggio di p orla ta aggira ntesi into rno a l mezzo milione d i to nnella te. Di ta li p iroscafi circa 50 , in m edia, ru rono destina ti a l t raffico in America, 40 c irca, al t raffico con l'Inghilte rra , e da 6 a 8 a l lrafrico nell'interno ùc l Medite r rnn eo. B ) TRASPO RTI MARITTIM I 0T MOBILITAZJO NE .
S coppi a te le os tilità , i traspo rti m arittimi co ncor sero a ll a m o bilitazione. Impo rta nti furono quel li d elle tntppe ùel XII Corpo d'arm a ta (da lla Sicilia) e d ell a 25• Divisi.o ne (da lla Sardegna ) s ui porli di Ge nova , S pezia e Livorno. C) TRASPORTI MARITTI Ml COMPIUTI CON MEZZI JT/\ LI ANI PE R CONTO DEGLI ALLE ATI. Va nno n ota ti que ll i da Taranto a S a nti Qua ran ta (dicembre 19 16 - genna io 1917) dei m a te riali d ell'Esercito francese ùesti na ti a lla missione in E piro pe r i rifornimenti verso Mo nastir; quelli p c i m ov ime nti di milila ri fra n cesi perm issiona ires e, fra dicembre 19 16 e fe bbraio 1917, il trasporto effettua lo ( con piroscafi rrnnces i e ita lia ni) di c irca 700 uffi c ia li e 2 8. 000 u o mini di truppa dell'Esercito francese da Taranto a Sa lon icco. Un'id ea d ella m edia <l e i m o vi m e n lo a nnu a le fra Ita lia e d Alba nia e Macedo nia può essere d a ta d alle segu e nti cifre:
60X
Ferruccio Bolli
Segue allega lo "B"
Uomini Quadrupedi Mate riali e derrate Foraggi e paglia
N. S0.000 N. 60.000 QI. 300.000 Ql. 30.000
D) OPERAZIONE DI SALVATAGGIO DELL'ESERCITO SERBO. Esso si compì in 3 fasi: Rifornimenti da Brindisi a S. Giovanni di Medua: Movimento di piroscafi : N. 5 1. Tonn ellate di rifornim e nto: n. 30.000 (dall'ottobre 19 15 al dicemhre 191 5).
Imbarco del/'Esercilo serbo (profughi e prigionieri) a Durazz.o e Valona e sbarco a Valona, Hrindisi, Corfù, Biserta, Asinara, isole Tirreniche 2 : Piroscaf"i ita liani impiegati: 45. Viaggi compiuti: 202. Uomini trasporta li : 112.268. Quadru pedi trasportati: 10.153. Cannoni trasportati: 68 (d a dicembre 191 5 a l ma rzo 19 16 ). Trasporlo dell'Esercito serbo riorganizzato da Co rfù a Salonicco: Piroscafi impiega ti: n . 7. Uomini traspor tat i: n. 30.000 (d a ll'aprile 19 16 a l maggio 19 16).
2 Qualora s i t:omprendano le operazione di shart:o ed imbarco m:I porto di sm is tamcnlo di Valona, il numero delle persone trasportale asce nde a 150.000 ci rca.
Allegato "C" DATI STATISTICI RELATIVI AL TRAVASO DI FORZE TRA ESERCITO E MARINA (1915-1918)" 1. PERSONALE ALLE DIPENDENZE DEL R. ESERCITO
A) REPARTI COSTITUITI DALLA R. MARINA ALLA DIPEKDENZA DI COMANDl DEL R. ESERCITO Ispettorato Fronte lsonw e difesa levante
Anno e Trimestre
di Pano Lignano Ufficiali
Militari
C.R.E.
Ufficiali
Brigata .\farina
difesa
Difesa del Garda
mobileal
Militari
C.R.E.
Destinazioni
fronte
Comando
terrestre
della Brigata
Cfficìali
Militari
C.R.E.
Raggruppamento
Reggimento
Regia ~farina
Marina
Ufficiali
Militari C.R.E.
Ufficiali
Militari
C.R.E.
Totali
varie
Ufficiali
I Militari C.R.E.
2° Trimestre 1915 3° Trimestre 1915 4° Tri mestre 1915
3 23
425 964
3
4
1
4
25
978
1
3
5 1
1° Trimestre 1916 2° Tri mestre 1916 3' Trimestre 1916 4' Trimestre 19 16
34 38 38 39
968 934 969 678
I 2 2 3
75 ì7 73 69
41
1.347 1832 1947
3 3 4 7
64 62 155 233
J
5
13
543
28
IO
288 401 431 443
4 4 5 6
14 22 27 27
40 42 38 37
1754 3400 3433 3337
39 30 25 47
I' Trimestre J91 7 2° Trimestre J917 3' Trimestre 191 7 4° Trimestre 1917 I' Trimestre 1918 2' Tri mestre 1918 3' Trimestre 1918 4' Trimestre 1918
61
66
17 19 15
Ufficiali 6 28 29
Militari
C.R.E.
429 969 979
4
265
39
2 2 9
308 232 219
42 42 51
1308 1319 1274 906
7
180
51
1591
12 11
141 I
76 81
2,35 2103
i30
6
16
60
1522
3330 4301 3610 3747
4
18 18 17 17
111 117 116 134
5390 8120 7491 7544
lI
Annotazione: Questi dati sono stati desunti da documenti di carattere amministranvo; è però da notere che, durante il periodo bellico, Ufficiali della Regia Marina e militari del C.R.E. destinati a servizi di guerra terrestre aila clipendenza di Comandi del R. Esercito hanno continuato per un certo periodo di tempo ad essere amministrati da Au torità Marittime lontane dal territorio di operazioni.
* (Ministero deUa Guerra, S1a11stica dello sforzo militare italiano nella guerra mondiale - La Forza dell'Eserciro, Roma, Stab. Poi. Amm. Guen-a 1927. pp. 35-19 1)
Ferruccio Butti
610
Segue allegato "C" B) PERSONALE DELLA LEVA DI MARE CEDUTO DALLA R. MARINA AL R. ESERCITO ~
Classe
Uomini ceduti
Annotazioni
-
3398 ) 2.623
1885 1886 1887 1888 1896 1897 1898 1899 1900
2.775 42 3.785 15.813 12.901 16.715 25.000
Totale
83.052
Tn base al Decreto Luogotenenziale Num. 528 del 1° aprile 19 I 7
-
L'organizzaz ione della nazione per la ~uerra nel 1914- 1918: aspetti interforze... 6 11 - - - - - - -- -- - - - - - -- - - - -- -- - - - - -- - - - - - - -- -- - - -
Segue allegato "C" 2) PERSONALE DEL R. ESERCITO COMANDATO ALLE DIPENDENZE DELLA R. MARINA
A. MlLITARl DEL R.E CHE AD OGNl FINE DI SEMESTRE RTSUT.TANO ASSEGNATI ALT.E VARlE STAZIONI DI AVlAZIONE DELLA R. MARINA DURANTE LA GUERRA 191 5-1918. 191 5
Desti na:r.:ioni
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Garda e Ca...cina Farello
Ufficial i °frupJJa
Ve nezia e Marcon Poggio Renatico e Ferrar..i:
1917
19 16
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A11 0011a e Jesi Venmo
Ta ranto e G rottaglic
S. Vito dei Normanni
Siracusa
1
Ufficial i
1
6
Il
20
2
S2
24
26
24
2
32
31
S77
Ufficiali Ufficiali
31
13
Truppa
114
152
Uffici ali
2
Truppa
9
Uffic iali
8
13
19
24
Truppa
7
6
8
9
Ufficiali
3
Truppa
28
6
5
32
Uffiçiali
Sama Ma1ia di Lcuca Valona e · fajra~a
Palcnno
Milazzo
Ufficiali
6
3
65
3 17
Uffic iali
CMa nia
Sapri
2 66
I
1
s
34
57
82
Ufficiali Trnppa
2
1
83
57
Ufficiali Truppa
6
6
7
20
114
11 5
2 14
282
Uflìcia li
2
1
4
1
Truppa
42
64
108
146
Ufficiali
I
2
s
6
45
76
113 108
Ufficia li
.l
74 4
Truppa
43
59
4
Ufficinli
3
2
1.
Tmppa
3Y
64
81
Ufficiali 11fficiali
Truppa Pon1.a
2 53
Ufficiali
Tmppa Napoli
2 39
Truppa
Truppa ·taormina
2
Truppa Truppa
Trapa ni
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Tnippa
Truppa Otr·a11lu
~~
27
'fruppa
Poiio Corsini e Pesaro
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19 18
tlftìciali
Truppa
1
4
5
38
43
76 7
4
5
41
78
n
3
3
30
44
- -~ Jegue
61 2
Ferruccio Rotti
Segue a llegato "C" nmlinua dalla pagi11a prea,ln1t~
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191 5
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Ufficiali Ufficiali Uffi ciali
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l!llkiali Tr'u pp.1
R,,pallo Spezia Po1to Mauri,.iu
Var.izre
S.1n Rcnt0
Caj\liari Tc1rJ11uova J'aus.1nia
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52
Trnp~
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Tru1>pa Campiglia Maril.
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Tl'UPl)c1
u,bc,cllo
1918
46
Ufficiali
lhoppa Ufficiali Tnoppa Uffi ciali TrupJXI Ufficiali
&I 2 31 1 73
TmpJXI Ufficiali Tmppa Ufficiali TrnpJXI Ufficinli
72 104
TrnpJXI TOTALE
.,.1 2
28
4
740
b
5
S4 2
58 4
M 2 57 1
78
97
120 1 48
.1
31 1 72
1 36 4 71 4 12 1 6 89 4 93
3 121 2 li()
3
3
34
38
J 61
1296
1\IU2
11lO
L'organizzazione della nazione per la guerra nel 19/4-1918: aspetti inter{orzè...
613
Segue a llegato "C" B - MILITARI DEL R.E. CHE AD OGNI FINE DI SEMESfRE RISULTANO IMBARCATI SULLE AERONAVI O ADDETTI AGLI AEROSCALI DELLA R. MARINA DURANTE LA GUERRA 1915-1918.
Data Inizio guerrn Fine II semestre Fine I semestre Fine Il semestre Fine l semestre Fine Il semestre Fine I semestre Fine guerra
1915 1916 1916 191 7 1917 19 18
Ufficiali
Ba~sa forza
3 3 3 9 48 54 65 86
2 1 3 6 305 440 964 1420
Totale 5 4 6 15 353 494 1029 1506
C - MILITARI DEL R.E. CHE AD OGNI FINE DJ SEMESTRE RISULTANO DESTINATI Al SERVIZI AEROSTATICI DELLA R. MARINA DURANTE LA GUERRA 1915-1918 19 15
"' D~li11aziu11.i
~t
:s 5 ,s
0D
~ 5 )11 Se7_ da Fortez7..a, Venezia
52.a Scz. da Fo 11~a.a. Vcnc,ja s3'· Scz. da f ortezza, Venezia
54 ~Scz. da Fo n cu.a, Ve11e1.ia 55' Sez. da Fortezza,
Ufficiali Tmppa
99
191 7
1916
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4
4
4
98
98
100
4
4
91
93 3 100
Tnipp.a
93
92
Uffidali
3 101
fru ppa Ufficiali
~ [:
(C
4 J
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99
I Jffici:lli
19 18
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100 95 3 100
Tmppa
4 77 7 104
Ullìciali lhi ppa
16
l llfici~li n , 1ppa
I 12
72"- Scz. di Maiina,
Uffici.:1li
Brindisi 7J3 Scz. di Marina, Sir,u.:usa 91 ° &z. spt:t:iale,
Trnppa Ufficiali Tiuppa
Vcnczi;.1 Com. 25 Grup. da fort., Vene1.ia 71~ Sc1.. di M :ui nil. Taranto
Ven~z..ia
l"ruppa
Uffit:iali
Ancona 94" Scz. speciale,
Ufficiali
4 148
Ufficiali Truppa
95" Scz. s peciale.
"'G ..si: ~
""il-
101 4 95 3 103 4 78 7 104 2 li
TOTALI
"i}~
1.efj
~;; 101
4 96
3 105 4 78 7 104 2 16
12
6
73
73
73
62 5 149 5 110
64
60 5 147 5 110
6
s 150 110. 118
Ufficiali 192
191
5 192
Ufficiali "fruppa
fa.ran LO
""~t-
I 12 73
IJfficiali Tn1pp,1 1h1ppa
J-'c1Tara
ò"
"e"~
4
Trnppa
921 Scz. specia le , Orindisi 9.V· Se1~ ~peciale,
ol "O
83
!03
199
197
301
456
11 80
1256
1408
Fem,ccio Bolli
614
Segu e allegato "C" D - UFFICLALl TN SERVIZIO A:JTTVO PERMANENTE DI COMPLEMENTO E M[T.TZTA TERRlTORTALI, APPARTENENTI ALL'ARMA DEL GENIO MTLITARE, DESTINATI AI SERVIZI DELLA R. MARINA, DURANTE LA GUERRA 1915-1918. (SERVIZI DEL GENIO MTLITARE PER I.A MARINA) 191S
-
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Dcsti 11aLi<Jnj
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Mi nistero dC'lla M..a,ina
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3 7
Srezia ((.u111pn..-so Li\'On)(I) Taranto (t.-ump,csi Naroli, Urindisi, Tricasc, Valona, S..,111i Uuaranl:l, Rodi Gar~~u, ioo, S. Severo, Capoialc e Vitsi ;) Vc1lC'7ia (c.ompn.-si Po 110 Corsini, C.rado e AIM:ona) 'Jo,ol,
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Note s toriche sui mezzi cora zzati e blindati in Africa Orientale: 1935- /94 1...
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PATRIZIO TOCCl
NOTE STORICHE SUI MEZZI CORAZZATI E BLINDATI IN AFRICA ORIENTALE: 1935 - 1941 E IN PARTICOLARE SU DI UN PICCOLO REPARTO FORMATO DALL'ARIETE: LA 321 ° COMPAGNIA CARRI M 11 L'esigenza AO. Il cunfliUo Ttaloetiopico: fronte nord Per l'Esigen za AO: il conflitto italoetiopico che porlò a lla conquista dell'Abissinia, l'esercito ita liano effettuò il primo, massiccio impegno bellico di carri armali c autoblindo inviando ne circa 500 nei lerr-i lori c h e allora erano colonie ilali anc: Libia 1, Eritrea e So m a lia . Tra l'agosto 1935 e il gennaio 1936 rurono inviati in Etitrea 2 g ruppi squadroni carri veloci, un baltaglione carTi <l'assalto, un ploto ne autonomo carri veloci e un battaglione Automotoblindalo ; si andarono ad unire allo squadrone cv "Eritrea", dislocato in quella colonia s in dal 1934. In Somali a furono inviali: 5 compagni e carri d'assalto , 2 Squadriglie Autoblindo "Lancia TZ", I Sez ione Autoblindo "Fiat 611" c h e s i a ffia ncarono ai corazzati ch e si trovavano in loco: una compagnia carri armali eq uipaggiata con 10 carri d'assalto e 4 autoblindo "Lancia IZ". Lo Stalo Maggiore d el R. Esercito per i carri a rma ti non ebbe problemi di sorta: era in prnduz ionc da poco tempo il carro leggero, poi omologato come "L3 ", mezzo di nuova concezione c he doveva essere prova to in guerra. Vigeva all'epoca la disposi:1.ionc di denominarlo: "Carro Veloce" se equipaggiava i reparti celeri: B e rsag lieri e Cavalleria; "Carro d'/\ssallo" quelli di Fanteria Carrista.
1 ! '.invio di reparti in Libia si rese necessai; o perch é l'lnghiltc n"a concen tn) delle truppe in Egitto
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Patrizio Tocci
Per le auloblindo, mezzo su cui non si erano sviluppati progetti e s i era rimasti a ciò che si era prodolto durante la I guelTa moncliale , lo Slato Maggiore dovette andare a recuperare quanto si trovava nella colonia libica, nei magazzini e presso r·eparti vari. Furono reperite 36 "Lancia IZ", mate1iale distribuito "a consumazione" che risentiva della vetustà del progetto e dell'usura del tempo. L'autoblindo mitragliatrice "Lancia IZ", lunga oltre m 5,50 e alta m 2,40, pesava con equipaggiamento al completo tonn . 4,2; era mossa da un motore Lanc ia da 35 cv c he consentiva su s trada una velocità massima di krnh 60. Era una velocità in effetti teorica perché bastava una modesta salita o muovere fuori stra<la per farla scendere di molto. Raggio <li volta 7 m etri . La blindatura era formata da corazze di acciaio a l molibdeno e aveva uno spessore variante da 8 a 6 mm. L'armamento e ra composto da 3 mitragliatrici Fiat mod. 14: due in torretta girevole per 360° e una a poppa. A questo armamento si era giunti in maniP.rn definitiva durante le operazioni di riconquista de lla Libia ed era stato codificato nel "Quaderno di caricamento d ell'Abrn Lancia ad una o <lue torrette" ed ilo nel 1928. Nel 191 5 quando furono costruiti i primi esemplari dell e "Lancia IZ" l'armamento era composto da mitragliatrici Maxim , poi per mun irla di un'arma di maggiore calibro nel 1917 fu adottata la francese "St. Etienne" mod. 1907 , cal 8; ques ta pur essendo un'arma pregevole per la sua formula di progettazione, aveva la caratteristica negativa di inceppars i co n estrema faci l ità. Successivamente f"urono provate le "Colt'' cal 6 ,5 e a lcune mitragliatrici da aereo come le riat e le Lewis. Infine nonostante l'ingombro del raffreddamento ad acqua, si utilizzò la "Fiat '14", l'unica che dava affida m ento certo. Le poche "Lancia" che operarono nel 2° conflitto mondiale sostituirono queste anni con le Tiat 35', quando fu possibile reperirle. Le "Lancia IZ" durante tutta la loro vita operativa mantennero la verniciatura avuta a ll'origine: marrone scuro. Per le operazioni in Africa Orienta le furono dotate <li gomme di m aggiore sezione e conseguentemente furono modificati i parafanghi. Per integrare i blindali lo Stato Magg iore ricorse al M inistero degli Interni che cedette il materiale moderno di c ui era stato dotato il Corpo degli Agenti di PS per l'ordine pubblico: le blindo "Fiat 611", le motoblindo e le motomitragliatr·ici "Guzzi". Le autoblindo 'Tiat 611" nascevano da un progelto Fiat di utilizzare il telaio dell'a utocarrn a tre assi "Dovunque 33", con la colO
Note storiche s ui mezzi corazzati e blindati in Africa Orientale: 1935-1941...
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laborazione dell'Ansaldo per la corazzatura. Si produsse, in serie limitata, un mezzo corazzato ibrido c he a delle innova,.ioni tecniche univa delle concezioni sorpassate. Di buona abitabilità aveva un equ ipaggio di 4/5 uomini; la sagoma, che risentiva molto dell'origine del "Dovunque", era pesante, tozza. Peso: tonn. 8,2; motore Spa di 82 cv che permetteva una velocità massima su strada di circa kmh SO e fuori strada d i 9. Raggio di volta m 6,5. La corazzatura, fortemente angolata, era di spessore variabile: anteriore 13 mm, laterale 8 mm, posteriore, cielo e fondo 6 mm. L'armamento previsto era di due tipi: a) cannone semiautomatico da 37 mm in to1Tetta e 2 mitragliatrici; inizialmente dovevano essere 'Fiat 35' furono invece montati i "fucili mitragliatori Breda 30" 2 , uno posto nella parte posteriore della torretta e l'altro a poppa del mezzo; b) 3 mitragliatrici "Fiat 35" o f.m. "Breda 30" 2 in impianti individuali sulla parte anteriore della to1Tetta; una a poppa . La torretta, di forma otlagonale, era brandeggiabile a mano per 360°. La verniciatura era grigioverde. Sul Fronte Nord (Eritrea) operarnno: il IV gruppo sqd cv "Duca degli Abruzzi"; il V gruppo sqd cv "Baldisscrra"; il XX battaglione carri d'assalto "Randaccio"3; il battaglione automotoblindo "Casali"4, lo squadrone caITi veloci "Erilrea", il plotone autonomo carri veloci "E" ed un reparto radio per reggimento di cavalleria privo di carn. I fatti di maggiore risonanza cui parleciparono furono: il cornbaltimcnto di Dernbeguinà il 15.12.1 935, doloroso per· le armi italiane, la marcia su Addis Abeba 23.4.J 936 e l'occupazione di Gondar 15.3-1.4.1936. Il IV gru ppo squadroni cv era composto dagli squadron i: 10° "Esploratori del Nilo", comandante Capit. Ettore Crippa
2 I fucili mitragliatore "Breda 30" adottati come arma automalica della squadra fuc ilieri avevano canna e blocco giustorotanti , rinculanti assieme all'otturatore; le car tucce erano lub1ificatc automaticamente. Erano considerati 'gioielli' della meccanka armicra ed in effetti lo era no ma come strumento bellico presen tavano il grave inconveniente di in cepparsi con una frequenza esasperante. Nei manuali dell'epoca venivano indicati come usuali 5 inconvenienti: scatto a vuoto, incompleta chiusw·a della cam era, mancala espulsione del bossolo, mancala estrazione d el bossolo, impcrretta pr·esentazione d ella cartm.:cia all'imbocco della carnera. A questi si aggiungevano varie a ltre cause d 'inceppamento fra cui la lubrificazione delle cartucce che comportava il rnccoglicre fe cce, sabbia, ten-a . 3 Maggiore di fanteria Giovanni Randaccio medagl ia d 'oro al v.m . alla memoria sul Timavo nel 1917. 4 Capitano di fanteria Alessandro Casali medagl ia <l'oro al v.m. alla m emoria sul Carso nel 1917.
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Patrizio 1òcci
11 ° "Esploratori dell'Etiopia", comandante Capi l. Guido Pagnacci 12° "Esploratori della Somalia" comandante Capil. Giovanni Salvetti. Il g1uppo non operò mai liunito ma, a seconda delle necessità contingenti, i suoi squadroni furono assegnati a differenti comandi. Nel tardo pomeriggio del 12 Dicembre 1935 il 10° squadrone con 8 cv, per ordini ricevuti dal Comando de l TI corpo d'armata , Gen. Maravigna, giunse come supporto al campo del 'Gruppo Bande dell'Altopiano', spinto in osservazione sul Tacazze; si paventava una mossa offensiva di Ras Immirù contro l'ala destra del corpo d'armata. Il "Gruppo Bande dell'Altopiano" comandato dal Magg. Criniti era uno dei più antichi reparti del R.C.T.C. dell'Eritrea; dall'etagà, la fascia colorata che i reparti coloniali portavano in vita, bianca con striscia orizzontale celeste, aveva una ror·za di oltre 1600 gregari, di rcclut,imento locale, articolata in 4 Bande: del Seraè, dell'Acchelè Guzai, dell'Hamasien e di Cheren, quest'ultima composta interamente di mussulmani; armato con fucili Mannlic hcr· 95, e per la guerra anche di armi automatiche, era uno strumento bellico agguerrito, agile, adatto all'esplorazione e alle operazioni di avanguardia. Nella notte tra iI 13 e il 14 dicembre repar·ti regolari di ras lmmirù guadarono il Tacazzé a meridione del tratto sorvegliato dagli Italiani; il Gruppo fu posto in allarme e si preparò a sostenere s ul posto l'urto <lei nemici; si disboscò la zona attorno al campo creando un vasto settore per il tiro cd una pista ad anello affinché i carli veloci potessero evoluire. Nella stessa giornata il Magg. Criniti fece rientrare nelle linee italiane una colonna di salmerie cammellate che compì il lungo tragitto senza subire alcun attacco; come senza alcun intoppo giunse il Ten. Armane.lo Ciarpaglini, comandante del deposito avanzato di carburanti di quota 2140, che con due autocarr-ette portò i lifornimenti per i carli veloci; questi avevano un consumo molto elevato e un serbatoio scarsamente capiente: poco più di 47 litri. All'alba del 15 il Tc n. Ciarpaglini con i suoi due veicoli mosse per rientrare al deposito; lo scortavano una centuria della Banda d el Seraé e due carri veloci; con la piccola colonna rientravano anche 1O militari del Genio. Verso le h 8 dal campo <lei Gruppo si udì una fortissima fucile-
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ria sulla pista per Dcmbeguinà; un for te contingente abissino, valutalo da 3.000 ai 5.000 uomini, passato il Tacazzé aveva taglialo la ritirata ùegli Italiani, occupando la sella di Dembcguinà e ostruendo la pista con un muro di pietre molto alto e profondo. Ad un biglietto del Ten. Ciarpaglini che comunicava che nell'impossibilità di passare, ripiegava verso il Gruppo, il Magg. Criniti fece uscire in appoggio altre due centurie della Seraé; poi datane comunicazione al Comando del II corpo d 'armala, ordinò di preparare la colonna per il ripiegamento. Nel frattempo i resti della colonna d e l Ten. Ciarpaglin i raggiunsero il campo; le due aulocarrette ed un carrn veloce erano stati distrutti dagli Abissini che spintisi fin s otto le posizioni del Gruppo, alla sua reazione si ritirarono rapidame nte. La colonna iniziò la marcia verso le h 10 con la seguente formazione: in avanguardia: 2 carr-i veloci e la banda dcll'Ilamasien; il Comando del Gruppo, la banda Chcrcn, le salmerie e la sezione radio, la banda del Seraé. In estrema retroguardia 3 carri veloci al comando del Ten. Franco Martelli; i ùue rimanenti disposti uno per c iascun lato; in uno <li questi , che muove va all'altezza del Comando vi era il Capit. Crippa. Mancava la banda dell'Acchelé Guzzai perché dislocata su altra parte del fronte. Come la colonna si avvicinò al passo, l'attacco abissino si manifestò con violen,.a. Constatato che per superare il passo bisognava occupare due piccole altur·c sovrastanti, Criniti fece chiamare il Capit. Crippa perché con alcuni carri appoggiasse l'azione. Crippa non fece a tempo ad uscire dal carro che fu colpilo da due fucilate: una alla tempia e l'altra alla mano sinistra; moren le ru rimesso sul suo carro e il pilota, carrista Bruno Cordiali, lo trasportò in un luogo riparato; per questo intervento ricevette la medaglia di bronzo al vm. Criniti giacché il Ten. Martelli era con la retroguardia, dette g li ordin i al sergente Giuseppe Bruno; il combattimento e la lenta, sanguinosa marcia ripresero cd uno ad uno i carri veloci che eseguivano continue puntate offe nsive rimasero immobilizzati o per esaurimento del carburante o per la perdita di cingoli o pe r altri guasti alle sospensioni. Per come e ra posto l'annamenlo: 2 mitragliatrici in casamatta con un brandeggio limitato: 24° ori;,.zontalc e 27° verticale (15° in elevazione e 12° in depressione) non avevano alcuna possibilità di difesa nelle parli laterali e posteriore. Gli Abissini che in quello
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Patrizio Tocci
scontro mostrarono il loro atavico furore bellico che raggiunse il parossismo, accortisi di queste zone morte non esitarono ad affampicarsi sul di dietro dei caffi per bloccare o incendiare il motore, per forzare i portelli e colpire l'equipaggio e finanche a ficcare le canne dei fucili nelle feritoie per sparare a bn1ciapclo ai carristi. Non esitarono neppure ad appollaiarsi su i carri immobilizzati per percuotere con grossi sassi le canne delle mitragliatrici con l'intento di piegarle. L'intero 10° squadrone "Esploratori del Nilo" fu distrutto 4 bis: persi tutti gli 8 carri, 1O morti fra gli equipaggi compreso il Ten. Martelli che fu colpilo mentre fuori del suo corazzato cercava di indirizzare i suoi uomini nella confusione del combattimento. L'equipaggio di un carro immobilizzato fu catturato dagli Abissini; i due soldati italiani risparmiati fortunosamente dalla furia nemica, furono successivamente trasferiti ad Addis Abeba dove ebbero la sorte di essere liberati all'atto d ell'occupazione italiana della città, senza aver subito gravi violenze4 tcr. ll bilancio delle perdile della colonna Criniti fu molto pesante: alto il numero di ufficiali morti e feriti fra i quali lo stesso comandante colpito ad una gamba; in totale 400 perdite. Per il fatto d'armi di Dembeguinà il Capit. Crippa e i Ten. Ciarpaglini e Martelli furono decorati di med. d'oro al vm alla m emoria. Quando gli Italiani avanzando rioccuparono Dembeguinà, nella sella fu innalzato un obelisco a memoria dei carristi lì caduti. I corpi recuperati furono tumulati in un piccolo, ordinato cimitero a cui fu posto ai lati,come monumento commemorativo, due carri veloci del 10° Squadrone. A m età degli anni '60 il cimitero, anche se in stato di abbandono e con i carri saccheggiati di alcune parti era ancora lì. Da questo avvenimento negativo dell'impiego dei carri veloci si trassero le prime valutazioni sul mezzo e si cercò di porre rimedio ai difetti:
4 h;, Decedettero: Capitano Ettore Crippa, Ten. Franco Martelli, Cap Magg. Giuseppe Travaglia, Cap.Magg. Rem o Guerrieri, Cap. Giuseppe Gallizia, Cap. Carlo Caccia, Cap. Lino Lovo, Cap. Giov.Battista Mantoan, Cap. Virgilio Erialesi , Soldati: Egisto Francescutti, Severino Da R o is. 4 ter Pochi giorni d opo il combattim ento Azadù Gheremedin, un indigeno che le trnppe del ras Tmmirù avevano lralle nulo per qualche Lempo in un loro campo, 1iferì al Comandi italiani di ave,· visto 2 militari italiani con tuta blu, ai quali erano stati imbrattati di nero il viso e le m a ni.
Note sturiche sui mezzi corazzali e blindati in Africa Orientale: 193.5-1941...
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il sistema di sospensione fragile con conseguente rottura di perni, balestre etc. fu modificalo negli ese mplari costruiti successivamente. Fu aumentata la capacità dei serbatoi del carburante; ma il problema della difesa della parte posteriore rimase insoluto giacché il miglioramento delle feritoie per spararvi attraverso con la pistola non fu che un modesto palialivo. Il 16 marzo 1936 il IV gruppo cv "Duca degli Abruzzi" venne disc io lto; i carri efficienti già confluiti nell'l 1° Squadrone passarono poi a rafforzare il XX battaglione carri d 'assalto. I gruppi squ a droni cv che operarono s ul fronte nord non erano dotali di automezzi per il trasporto; il procedere cingolati su lunghi percorsi in terreno spesso difficil e, comportava una notevole usura dei mezzi, danni aJle sospensioni che mostrarono la fragi lità con cui erano state ideate e costndte, ed un elevato consumo di carburante. 11 V gruppo squ adroni carri veloci "Bald isscrrn", che aveva i reparti ed i carri intitolati a eroici ufficiali ed a battaglie delle precedenti campag ne coloniali italiane, era comandalo dal Magg. Ma rio Grignolo. Lo componevano: 13° squadrone "Arimondi " comandante Capit. Ruspoli 14° squadrone "Daborrnida" comandante Capit. Biancoli 15° squadrone "Dogali" comandante Capit. Barzon. Alle dipendenze del I corpo d'armata ebbe gli squadroni impiegati separati, là dove si riteneva che la loro opera fosse redditizia. Alla fine del mar zo 1936 con la battaglia di Mai Ceu g li Italiani distruggevano ogni reale possibilità di resistenza delle armate etiopiche; il 15 aprile gli agi li battaglioni eritrei occuparono Dessié e il Maresciallo d'Italia Badog lio, comandante superiore in AO , con felice intuizione decise di marciare direttamente su Addis Abeba con una colonna motorizzata . Quella ch e fu definita la 'marcia della ferrea volontà'\ forte di I 500 automezzi mosse da Dessié il 23 aprile e il 5 maggio contrastata più da lla mancanza di piste transitabili che da attacchi abissini, giunse ad Addis Abeba ponendo fine virtualmente alla campagna.
5 Per i partecipanti all a "Marcia della Ferrea Volontà" fu coniato uno speciale distintivo ricordo da porta1·e sopra i nastrini d elle decorazioni. Era di metallo argenta lo rotondo, con raffigurate 2 file di e ucalipti, albern che contorna A<l<lis Abeba, e un piedista llo dove poggia il Leone di Giuda, sormontato da un volo d 'aqui le: 3 grandi e 2 picco le . Nella pa1ie infe ri o r e la dicitura "Marc ia su A<l<lis Abeba" .
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Patrizio Tacci
Il V gruppo non potendo partecipare al completo perché troppo e levata sarebbe stata la scorta di carburante da portare al seguito, costituì uno squadrone di formaz ione con l O carri veloci a l comando del 1° Capit Angelo Barzon; fu assegnato al lV battaglione 'Toselli", avanguardia della colonna, con compiti di protezione durante la marcia e le soste e m e ntre venivano eseguiti i lavori stradali che si rendevano necessari per avanzare. Lo squadrone rimase di presidio ad Addis Abeba, prendendo il numero ordinativo 15°. l primi tempi di occupazione della città fu un susseguirsi di operazioni per allentare la stretta in cui era tenuta da folti gruppi di armati etiopici ch e non avevano alcuna intenzione di cedere le armi; ad aggravare la situazione d egli llalia ni soprnggiunsero le piogge che inutilizzarono le piste dell'aeroporto e resero imprnticab ili le strade, isolando la città; unica via di comunicazione rimase la ferrovia per Gibuti, insidiata da a l tre formazioni abissine. Lo s quadrone cv fra i gravi problemi provocati dai cingoli e dalle sospensioni che si guastavano con una continuità esasperante, ru impiegato nelle operazioni di grande polizia . Il 29 maggio in un'azione contro un nucleo di ribelli etiopi c i ne i pressi del torrente Gabanà , verso la ferrovia all'a ltezza della stazione di Acachi lo s quadro ne poté intervenire con solo tre cani in appoggio a 2 compagnie <lell'VHl btg eritreo, etagà rosso-azzurTo; nelle fasi convulse del combattimento i tre carri attaccarono un fabbricato fortificato d a i ribelli . Gli ascari impegnati in altra parte non li seguirono e qua ndo uno dei carri veloci scingolò, nell'impossibilità di ripararlo s ul posto, sotto il fuoco abissino, fu gioco forza per il pi ccolo reparto corazzato rimaner·e fermo, unito in attesa di rinforzi; furo no disimpegnati solo dopo molte ore dall'i n tervenlo del VII btg eritreo, etagà rosso-nero. TI 28 luglio J 936 migliaia di armati abissini, guidati da autorevoli capi, investirono Addis Abe ba con il preciso scopo di riconquistarla e distruggere gli Italiani. Il Maresciallo d 'Jta lia Graziani, viceré <lell'AOI, attendendosi una simile azione, aveva fatto attuare un piano di difesa che si dimostrò o ltremodo valido a rintuzzare prima e a infrangere poi le velle ità abissine. Nei numerosi com battimenti che si accesero fin d entro la città, lo squadrone cv fu impiegato con continuità per la sua celerità nell'intervento ma lo slancio degli equipaggi era mortificato dall'improvviso blocco dei carri provocato dalla perdita dei cingoli: il pilota cap. mag. Olindo Pazzi nello svolgh11ento di un'azione si portò in prossimità di un
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luogo dove si eran o asserragliati degli Abissini. M e ntre manovrava il suo carro perse un cingolo rimanendo bloccato con la poppa ve rso i n emici, quindi n ell'impossibilità di utili zzare le armi di bordo. Me ntre il mitraglie re sceso a te rra compiva la lunga operazion e di r imontaggio d el c ingolo, il P azzi dalla piccola ferito ia pos teriore cer cava di coprirlo co n il fuoco d e lla sua p istola. La fucileria abissina era così fitta e be n mirata che quas i subito un colpo entrato nel piccolo pertugio, lo ferì. Ma il Pazzi deciso a con tinuare a collaborare al recupero del s uo c arro non si dette p er vinto e seguitò a sparare; un'altra pallottola, centrata la fe ritoia lo colpì alla testa, u ccide ndolo. Per questa azione fu d ecorato di m ed aglia d'argento alla m emoria . Lo squadrone rimase in Addis Abe ba sino al gennaio 1938 comandato dal STen. Fabrizio Cartolari. fl V gruppo "Baldissen-a" fu dis locato dapprima a Enda J esus n ei pressi di Macallé, sede del quartiere generale d el Com and o Superiore d elle Forze Armate in AO, con distaccamento comandato dal Ten. Presine tti a Mai Edagà vicin o al grande campo d 'a viaz ione di Gura; p o i si riunì p er intero in quella loca lità. N e lla seconda decade del febbraio 1937 rimpatriò. Se mpre sul fronte nord operò uno strano reparto blindato che venne utili zzat o oltre ch e come s trume nto b e llico anc he come 'espe1ienza'. Infa tti in quegli anni si andava p rovand o se le m o to armate e blindate avessero un effettivo re ndimento s ul campo. Il "Battaglione Auto m o toblindo" con una forza di 7 ufficiali, 13 sottufficiali e 117 uomini di truppa, era composto da l Comando con 4 blindo, una compagnia autoblindo su 3 plotoni con 12 m acchine complessivamente ; una compagnia motoblindo su 3 plo toni : 2 motoblindo ed uno m otomitraglieri. Complessivam ente 16 autoblindo, 16 motoblin<lo, 27 motocicle tte, 2 motocarrelli, 1 mototriciclo, 5 a utocarri, un'auto fficina ed un 'autovettura . Le blindo erano tutte "La ncia IZ"; le moto blindo, come s i è detto materia le di recente costru zione ceduto al R. Esercito d al Corpo degli Agenti dj PS, eran o dclJe motocaiTnzzette del tipo "Guzzi Sport 14" munite in luogo del pa rabrezza di una corazza fortemente a ngola ta co n ampia fin estratura rettangola re , a protezione del motociclista. Sul sidecar era monta to, su di un supporto, un f.m . 'Breda 30' protetto da una corazza simile alla precedente. Le m o to mitragliatrici, sempre ced ute d a lla Po li z ia, erano "Guzzi Sport 15", armate del "Breda 30" !"i ssato all'asse del m anu brio .
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Patrizio focci
Il comand0 del battaglione fu affidato al Magg. Guido Raby6 ufficiale di profonda esperienza in guelTa con autoblindate, maturata durante la 1° guerra mondia le con 1'8° squadriglia autoblindomitragliatrici, quando si era battuto tenacemente per coprire la ritirata da Caporetto e aveva agito con decisione nelle operazioni dell'o ttobre- novembr·e 1918 catturando tra Venzone e Stazione della Carnia il Ten Maresciallo Schamschula comandante del XXIV corpo d'armata austroungarico e il Ten. Maresciallo Luxardo, comandante della 34° divisione di fanteria. Con l'inizio del ciclo operativo il Battaglione Automotoblindo ebbe 13 blindo giacché 3 furono dovute lasciare alla base perché inefficienti per guasti meccanici; un'altra si dovette abbandonare nei pressi dell'Angareb per rottura dell'ingranaggio primario del cambio. Il battaglione fu assegnato alla "Colonna Celere A0"7 che guidata da Achille Starace, ufficia le dei Bersaglieri e Lgten generale d ella MVSN, allora segretario del PNF, partì da Om Ager sul Setit il 20 marzo 1936 e occupò Gondar il 1° aprile. La colonna, che aveva come motto "Usque ad finem", to talmente motorizzata con 433 autoveicoli, era composta da: Comando, reggimento di formazione su 3 btg B ersaglieri ed uno <li Camicie Nere, battaglione Automotoblindo; gruppo di artiglieria da 77/28 con 6 pe,.:1.i; reparti de l Genio, della Sanità, della Sussistenza e del Corpo Automobilistico p er i carburanti necessari e le parti di r·icambio. L'o rdine di marcia prevedeva un dis taccamento esplorante comprendente 6 blindo e 8 tra motomitragliatrici e motoblindo, 4 scaglioni a ciascuno dei quali era assegnata una coppia di mezzi del btg "Casali" e la retroguardia con 4 blindo e 2 motomitragliatrici. Anche questa colonna più che con gli armati di ras Immirù e del tentennante ras Aialeu Burrù, guadagnato da azioni politiche alla causa degli Italiani ma che p er un complesso di motivi non aveva potuto disertare, dovette battersi contro le asperità del terreno. In particolare le "Lancia IZ" che erano mosse da un motore
6 Guido Raby nel 1942 da colonnello comandò il reggimento di cavalleria corazzata "Vittorio Emanuele II" della divisione "Ariete II"; dopo 1'8 settembre 1943 era fermamente intenzionato a reagire ai tedeschi; dovette suo malgrado accellare le condizioni d ella "resa di Roma". Continuò comunque la resistenza ai Tedeschi ma catturato fu da questi fucilato a Codroipo 7 An che per la "Colonna Celere AO" o "Colonna Starace" fu istituito un dis tintivo ricordo. Di metallo argentato a forma rettangolare rappresentava un leone Lrnfitto da un gladio romano con affian calo un fascio littorio. Nella parte supe1iore vi era la dicitura 'Usque ad finem' motto d ella colonna
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che dava scarsa potcn;,.a soprattutto in salita, in molti tratti dovettero essere trascinate di peso e collezionarono oltre 220 forature. Dopo pochi giorni di marcia il Lgten Generale Starace tenendo conto delle inrormazioni sul nemico fornite dall'osservazione aerea, mutò la composizione degli scaglioni rinforzando la retroguardia a ssegnandole tutte le blindo e dandone il comando al magg. Rahy. Il 29 marzo la colonna raggiunse il monte Ametuà; constatando che l'apertura della pista per gli automezzi avrebbe richiesto lungo tempo, il comandante decise di frazionare le sue truppe per ahhreviare i tempi. L'autocolonna fu lasciala a prepararsi la pista mentre Starace con 2 btg Bersaglieri e quello CCNN procedette a piedi, avendo come rifornimento di munizioni, acqua e viveri solo quanto ogn i militare poté portare con sé. 11 1° ap1ile Gondar fu occupata senza alcun contrasto. In quel torno di tempo gli armati del cagnasmacc Aiané Haica attaccarono più volte la re troguardi a dell'autoco lonna che faticosamente procedeva verso Gondar. Furono attacchi a cui tutto sommato s i dette scarso rilievo ma che comunque seppure brevi si manifestarono violenti. Per quattro volte gli Abissini cercarono di sorprendere gli Italiani ma davanti alla dura rea;,.ione dovettero ritirarsi con perdite. 11 1.4.36 l'autoblindo d el 1° Capit. Torella di Romagnano fu presa sotto il tiro degli Abissini al torrente Devez dove il reparto era stato bloccato dallo stato della pista e gli equipaggi erano scesi a terra per riattarla. La reazione del Capitano fu immediata e pur se le pallottole Mause r foravano allegramente le corazze delle vecchie Lancia, rispose a l fuoco con numerose raffiche di mitragliatrice nella boscaglia che falciarono alcuni aggressori. Il carrista paolo Colasanto a terra per s istemare la strada alle macchine, ru colpito aJJ'addome mortalmente; alla sua memoria con quella certa facilità che vi fu nella concessione di alcune decorazioni nel conflitto italoetiopico, fu data la medaglia d'argento al v.m .. La sera di due giorni prima due blindo al comando del serg. carrista Raffaele Toti dovettero intervenire per recuperare due autieri c he in un agguato al torre nte Zacha erano stati dati per dispersi. Nonostante i gravi ostacoli: gli Abissini imboscati nella fitta vegetazione, l'oscmità e le condizioni del terreno la missione fu compiuta con il recupern dei due: uno morto e l'altro gravemente ferito. In totale la colonna ebbe 6 morti e 7 feriti. N ella prima decade di aprile la colonna degli automezzi raggiunse Gondar e il hattaglione Automotoblindo vi fu dislocato come presidio, ma la scarsità e l'impraticabilità delle piste 11011 pem1ette-
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vano che eseguisse lunghi movimenti. Vi rimase fino ai primi mesi del 1937 quando fu rimpatrialo, lasciando in AO la "Lancia fZ". rt XX battaglione carri d'assalto "Randaccio" mobilitato nel settembre '35 giu nse in Eritrea nell'ottobre successivo; sul fronte nord ebbe un impiego limilalo giacché fu tenuto come riserva da quel Comando Superiore. Agli inizi del ma rzo 1936, dopo la vittoriosa conclusione del la battaglia dello Sciré, il M. Ilo Badoglio e il capo del governo chiesero al Gene rale Graziani, comandante delle Forze Armale del fronte Sud, di a gire offensivamente verso l'Ogaden e Harar. Graziani per intraprendere l'offensiva richiese vari rinforzi e il M.llo Badoglio gli dette comunicazione con il te legramma 1714 del 14.3.36 di avergli invialo dall'Eritrea 4 squadroni di carri veloc i. Il XX battaglione, dopo aver incorporalo come dnforzo il 15 marzo 1'11 ° sqd cv "Esploratori dell'Etiopia" del JV gruppo, si trasferì in Somalia. Il 1° giugno 1936 e ra dislo cato a Mogadiscio al comando del 1° Cap. Catini. Sul fronte nord per sorvegliare la frontie ra con il Sudan e coprire la zona del bassopiani occidentale da eventuali offensive degli Etiopi provenienti dallo Uolca it , il Comando Superiore FA dell'AO, vi dislocò il "Raggruppamento Celere" che operò tra il fiume Raad, Barenlù, Gadabi e Om Ager. I..:unità, che aveva soprattutto compiti di copertura, era comandata dal Col Carlo Gaslinelli ; era formala da : Comando; Squadrnne carri veloci "Eritrea" com .Ten. Achille Quadri; Banda a Cavallo dell'Amhara7 his com. Capit. Alberto Bechi Luserna, Banda Cammellata com. Capil. Cesare Fabbd; Batteria 7 h,s La Banda a Cavallo <ldl'Amhara no n deve esser e conh1sa co11 il Grnppo Ila nde a Cavallo de ll'Amhara; qucsla ru formalo nel 1935 con la d enominazione "Ba nda a Cava llo <li Ch er en " o "B a nd a a Ca va ll o d e l Bassopiano Occid enta le" comandala dal Capit. Pompeo Zamo lo. Nel 1936 prese il n o m e di "Banda a Cavallo dell'Amhar a" e hl agli ordini del Capit. Alberto Bechi T.userna; dopo la campagn a ila loeliopica passò alle dipende n ze d el Comando Truppe de)l'Amhara , ebb e sede a Gonda1~ e il comandante ru il Ten. poi Ca pitan o Luigi Ca va rzerani di Ne mea . ll l gennaio '39 s i tras formò in XTV Gruppo s qua droni cavalleria col. de ll'Amhara com andato d a l Magg. Giulio De Sivo; part ecipò alla difesa di Gondar dis tinguendos i nella cai·ica s ul Megh ecc dove due suoi ufficiali il Capit. Giuseppe Rosso e il Ten. Vincen 7.o Pa store l'urnno d ecorati di m edaglia d'oro alla m e moria. Il Gruppo fu cita lo due volte sui bollettini di gue rra del Comando Supremo. Aveva l'etagà bianca con un a s triscia orizzontale r ossa ; il m otto " ...e la morte a paro a paro" e lo stemn1a formalo quando era Ba nda a Cavallo <la 2 s iel e 2 gura d è (spade a bissine una a lam a drilla e l'altrn ondulala) sonnontate dalla corona reale. Quando divenne il XIV gn1ppo sq : due scimita rre incrocia le, elsa d 'oro e lam a d'argento, conlornavano un tes c hio. 0
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Cammellata com. Capit. Paolo Saroldi; Colonna Munizioni com. STen. Dino MarazzinL Lo Squadrone cv "Eritrea" era g iunto in quella coloni a nel 1934, all'epoca era comandato dal Ten. Paolo Gaspari e sull'esempio di quanto era stato fatto in Somalia integrò il suo personale con ascari. Non e bbe modo di essere utilizzato in azioni b ellic he rilevanti e al comando d el Ten. Achille Ouadri 8 nel 1936 era dislocat o a Barentù. Vi rimase a nc he quando il "Raggruppamento Cele re" fu sciolto e rimpatriò nei primi m esi del 1937. Ne ll'autunno del 1935 fu dis locato ad Assab il Ploto n e Autonomo Carri Veloc i "E" co m a ndato d a l t en. Giuseppe Massarclla. Nel marzo '36 una colonna italiana formata da irregolari clancali mosse d a Assab a Bcilul per occu pare l'Aussa e la capitale Sardò. Il plotone cv non venne impiegato né era p ossi bile a causa del terreno impervio e delle difficoltà d e lle pis te; rimase di pres idio a d Assab fino ai pr-imi mesi del 1937 quando fu rimpatriato.
Ti conflitto italoetipico: fronte sud S ul fron te Sud (Somalia) la particolare conformazione del terreno p ermise un u so più proficuo delle blindo e dei carri leggeri. In questa colonia le esperi enze e l'utilizzazione dei m ezzi blind a ti risa li va no al 19 26 qua ndo il governatore D c Vecchi <li Val Cism on dovendo effettuare l'occupazione c.ldl'OlLre Giuba, ceduto dall'Inghilterra, e le operazioni nella Somalia settentrionale p e r imporre il di retlo dominio ai Sultanati, il 31 agosto e m anò un decreto con cui dava un nuovo or·diname nto a l R CT C della Somalia. Erano previs te fra l'a ltro due squadriglie di autoblindate; in effetti d a ll'Ita li a g iunsero 6 "Lancia IZ": 5 andarono a costituire una squadriglia e la sesta fu utilizzata, a ssiem e a due autocarri per il "Nucleo Sc uola Automobilisti e Autoblindate". Si ritenne c he i coloni a li fossero più a datti a sopportare le elevate temperature che si sviluppavano all'interno delle blindo e quindi il personale ~ella Squadriglia Au toblindo fu misto; furono addestrati alcuni ascari co m e conduttori m eccanici e mitrag li cri. Successivamente i reparti carristi che furono invia ti in Somalia e poi operarono nelle 8 Ufficio Storico d ello SM Esercito "AOI: dis locazione Comandi , R cpat-ti , Se1vizi d al 1.6.193 5 all'l.1.1940" lo cita una volta an ch e come Quadda.
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allre regioni dell'AO ebbero pe rsonale mis lo; e tanto i nazio nali che i c oloniali indoss arono tutti l'eLagà nera c he e ra divenuta il d istintivo de i carris ti in S o malia fin da quando fu cos li tuita la Squadriglia Autoblindo; e gli uffic iali ebbero a nc he le contros palline bordate di nero. La Squadriglia Autoblindo dislocala nel 1927 a Mogadiscio al comando del Te n. Dini, aveva un organico di I ufficiale, 2 sottufficiale, 1O g raduati e 20 ascari; per i servizi utilizza va 3 autocarri . Le autoblindate non furono dire ttam ente interessate alle operazioni ; la loro opera fu essenzia lm ente di pattugliare i confini incerti e dissuade re le cabile turbolente d a po rs i fuori legge . Il Nucleo Scuola Automobilis ti e Autoblindate , disloc ato a Mogadiscio, era al comando di un sottufficiale, nel 1927 il M.llo Alunni; fra il s uo ridotto p er sonale 9 vi erano quattro operai civili per l'addestramento ai molo ri; com e dis lintivo aveva l'etagà giallor ossa. Agli inizi degli anni '30 furono inviati in Somalia alcuni esem pla ri di ca rri armati "Carden Loyd" per effettuare prove ed esperie nze. fl "Ca rden Loyd " era s tato acquista to dall'indus tria inglese pe r eseguire s tudi e valutazioni s u di un c a rro arma to piccolo e leggero che fosse adatto ad opera re su terreno montano delle l"rontiere italiane. I 25 esemplari acquista ti cos tituirono 2 compagni e "Carri Veloci mod 1929 CL" (CL p er Car<le n Loyd), inquadrate nel battaglione aulo blindomitraglialrici del Reggi mento Carri Arma ti 10• Da ques to mezzo de rivò il caJTo L3 c he fu coslruilo dalla Fial e l'Ansaldo in consor zio; la consegna si ini 1. iò nel 1933, da qui l'omologazio ne come "cv33"; era arma lo di una sola mitragliatrice "Fia t aereo". Gli s tudi strategici ita li ani ancora influe n zati da lla l a guerra m o ndiale e ori e ntati s opratlullo a di fend ere le fro ntiere a lpine, ig noravano g li e ste s i spa z i pi a n eggi a nti d e ll a Libia e d e l la So malia. N el 1934 una compagnia <li cv33 con l O c orazzati fu tras ferita al RCTC della So ma lia dove inglo bò le 4 blindo "Lancia IZ" già s ul 9
Un sottufficiale, 6 grad uati , 11 ascari t! 4 operai civili Ne l m a r zo del 1929 il Rt:ggime n to Carri Ar ma ti fo r m i) 2 Sq u adr igli e Au to blindo, num erate progr essivam en te d a J a 4 d a a sst:gn a re ai 4 ha llaglioni can-i arma ti . Nel maggio 193 1 lt: 4 Squadriglie, d1e ernn o d otate <li "Lan cia rz", furon o r iun ite in u n battaglion e; d u e mesi dopo 2 squadrig lie furono sciolte t! sost ituite da 2 co m pagnie "caITi veloci 1929". 10
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posto; era al comando <lei Capit. Mario Ravazzoni. Sul fronte sud si ebbero il primo impiego bellico della Fanteria Carrista, il primo scontro in AO tra blindati e venne concessa la prima medaglia d'oro al vm ad un carrisla. Il primo impiego in un fatto d' armi di un reparto carrista avvenne a Ual Ual il 5-6 dicembre 1934. Si affermò poi che tale episodio fu premeditato dal governo italiano per creare lensione con l ' Etiopia e costituire un prodromo alla guerra contro l'Abissinia. Ual Ual, località dell'Oga<len, è un poslo di grande importanza in quella regione arida perché vi sorgono 359 pozzi perenni, essenziali per la vita delle tribù nomadi che si spostavano a seconda delle loro esige nze tra l'Etiopia, la Somalia Italiana e quella Inglese. I confini non erano tracciati chiaramente e l'Italia nel 1930 lo aveva occupalo, interpre tando con una certa larghezza i trattati con l'impero abissino, rivendicando che sin lì arrivavano in passato i confini del Sultanato di Obbia. Vi era stato costn1ito un piccolo forte: una trincea rinforzata da rami e tronchi chiudeva uno spiazzo circolare <love era stato scavato un poz:1.0 e costruite delle capanne per il ricovero delle truppe, delle loro famiglie e delle mun izioni. Una "zeriba" con due aperture, proteggeva esternamente questa modesta fortificazione. A Uarder, località a 12 km da Ual Ual con cui era unita da una camionabile, era stato riattato un vecchio fortino del Sultano d i Obbia e ne era stato costruito un altro con criteri più moderni. A Ual Ual era dislocato di presidio una banda Dubat al comando di graduati coloniali: la forza prevista doveva essere di 150 gregari ma per i servizi di pattugliamento, le malattie etc. erano presenti costantemente poco più di 60. Le comunicazioni con Uarder, dove il presidio era più numeroso, venivano mantenute da un camioncino r-ord, utilizzato anche per i rifornimenti. I Dubat: dub=turbante, at=bianco, ma per la guen-a divennero kaki, erano delle truppe irregolari somale adatte alla guerriglia cd ai colpi di mano. L'addestramento che ricevevano era basato soprattutto sull'uso del fucile che dapprima fu il "Vetterli Vitali 7087", poi il "mod 9 1" ed infine per omogeneità con gli altri reparti del R. Corpo il "Mannlicher mod 88". L'armamento era completato dal "billao" il letale coltello somalo dalla la rga lama. T Dubat, che un film dell'epoca definì "Sentinelle di bronzo", non avevano uniforme ma all'atto <lell'arruolamcnto volontario ricevevano tre "fute": una da drappeggiare
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in vita, l'altra da portare arrotolala a tracolla per coprire il dorso durante le ore notturne e la terza, più corta, da utilizzare come turbante. l 60 proiettili della dotazione individuale erano conservati in cartucciere di pelle grezza di produzione locale. Erano inquadrati da pochi ufficiali, scelti in preferenza tra quelli provenienti dai reparti alpini, da graduati dei reparti coloniali regolari e da loro graduati: capobanda comandante, capobanda, sottocapobanda; l'insegna di grado di questi era formala da un lungo cordone dove era attaccato il fischietto, con due fiocchi; a seconda del g rado variavano i colori: capocomandante verde; per g li altri due rispettivamente rosso e nero. Le bande Dubat, o come recitava la dizione ufficiale: "Bande Armale di Confine" erano state formate nel luglio 1924 dall'allora governatore dalla Somalia: De Vecchi di Val Cismo n sia per inquadrare più razionalmente le b ande di Cabila già utili;,.:1.ate in man iera periodica su gli incerti confini di quella colonia e sia per· avere dei reparti armati che dipendessero direttamente dall'Amministrazi o ne Civile e non <lai R. Corpo. E ciò in contrasto con l'allora comandante di quel Corpo: T. Col. Renzo Dalmazzo per profondi dissapori sulle operazioni da compiere per il disarmo e l'occupa;,.ione dei Sultanali prntctti. Gli ufficia li d ei Dubat erano quindi distaccali in "servizio civile" e le bande che facevano capo ad un Ispettorato, dipendevano dai Commissari Reg ionali. Con la mobilitazione per l'Esi genza AO i Dubat, aumentati di numero e potenziati nell'armamento, passarono a far parte d el RCTC della Somalia. Nel novembre del 1934 i presidi co nfinari di Ual Ual e di Uarder furono posti in stati di a llarme dalla discesa verso i confini di un numeroso gruppo di armati etiopici al comando del fitaurari Tesammà Scifarrà, governatore dell'Ogaden e di Giggica, che scor·tavano una Commissione AngloEtiopica per la delimitazione de i confini. Mentre in un clima di t e nsione s i intavolavano colloqui tra il comandante del Settore Bande Capit. Roberto Cimmaruta, de ll'artiglie1ia alpina, e i componenti la Commissione, le truppe italiane furono tinforzate. A Ua l Ual la forza del presidio fu aumentata a 200 Dubat m e ntre a Uarder giunse una Sezione d ella Compagnia carri d'assalto d ella Somalia, al comando del Ten. Osvaldo Mazzei composta da due carri d'assalto e da due "Lancia IZ". Veniva inviata sul pos to anche una Sezione di aerei "RO J" c he fece base sul campo d'atterraggio di Galadi mentre a Uarder si ini;,.iava la costruzione di u n campo di fortuna. Sempre in questa località vi ru poi trasferito un
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plotone carri d'assalto comandato dal Ten. Gabriele Verri . La Commissione AngloEtiopica dopo alcuni giorni si ritirò per protestare essendo slala sorvolala da 2 "RO l" con atteggiamento minaccioso ed effettivamente da uno dei velivoli fu sparata una raffica di mitragliatrice. In un clima di tensione sempre più aspra r·imasero a fronteggiarsi gli Etiopi, che nel frattempo erano aumentati a circa 1200 con 6 mitragliatrici e 1 pezzo di piccolo calibro, e i Dubat ita l iani. Questi, comandati dallo jusbasci Mahamud Hassan e dal capocomandante Alì Huelie erano stati schierati a difesa dei pozzi in trincee speditive. Gli Etiopici li fronteggiavano schierati su di una linea formata da numerosi piccoli nuclei armati e su una seconda linea formata da tre accampamenti fortificati. Tra le 17 e le 17,30 del 5 dicembre 1934 11 , un armato etiope sparò un colpo di fuci le in aria; era il segnale dell'attacco perché subito dopo una nutrita scarica di fucileria si abbatté su i Dubat. Questi nonostante l'inattesa aggressione avesse provocalo numerosi morti e feriti, reagirono con energia e pur arretrando verso la linea italiana contennero gli attaccanti con un nutrito fuoco. In paritempo mandarono ad avvertire il Comando a Uarder; da questo presidio mosse il Capit. Cimmaruta assieme a l Ten. Ma:1.Zei con una blindo ed un calTo armato. Nel frattempo si alzarono in volo anche due aerei. Il Ten. Mazzei giunto sul luogo del combattimento divise le sue magre forze e con la blindo, il cui equipaggio era composto oltre che da lui stesso, dal serg. mag. Giovanni Consolini, dal carrista Zerbo e da due carristi coloniali, si portò nell a striscia di terreno lra le due linee e con il fuoco delle mitragliatrici riuscì a contene1·e gli Abissini più avanzati. Il carro, il cui equipaggio era compos to dai cap. mag. Fcr·dinando Giarrella e CamiHo Montani, superò la prima linea avversatia e con un lungo giro finì nel centro dell'accampamento fortificato abissino posto ad est. Da qui continuò nella puntata offensiva riportandosi a lle s pal le della linea etiopica. Gli Abissini scossi dalla comparsa dei due mezzi corazzati e dal loro continuo sparare e anche dal fatto di essere stati colti alle spalle si sbandarono e dettero l'illusor·ia apparenza di essere stati lolalmenle sbaragliati. Ma quando il Ten. Mazzei entrò nelle linee dei Dubat ci si rese conto che il carro armato, era il n. 3 della Compagnia, era scomparso alla visla della blindo e non se ne
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conosceva la sorte. Il tenente avrebbe voluto andare a cercarlo, nonostante l'incipiente oscurità, ma il Capit. Cimmaruta si oppose sia perché con la notte la ricerca era rischiosa e sia perché il presidio <li Ual Ual necessitava di rifornimento <li munizioni e di rinforzi. Infatti i Dubat pur di contenere i numerosi nemici avevano sparato in continuazione e <lupo aver consumato la dotazione individuale di cartucce, avevano poi attinto senza precauzione alla riserva, consumandola completamente. Il capitano inviò il Ten. Mazzei con la sua blindo a Uarder perché controllasse il rifornimento mentre gli Abissini rinfrancati sia dalla scomparsa dal campo di battaglia dei due corazzati sia dal fatto che i Dubat sparavano con minore intensità, se1Tarono di nuovo sotto la linea italiana. Dopo circa due ore il Ten. Mazzei fu di ritorno con le munizioni e i rinforzi e i Duba t ripresero con vigore a fronteggiare gli Etiopici. La "Lancia IZ", segno della vecchiaia del mezzo, dopo questo viaggio ebbe necessità di fermarsi per alcune ore per poter effettuare delle riparazioni . All'alba ricomparve il caiTo d 'assalto; era avvenuto che nelle molteplici evoluzioni effettuate <li tardo pomeriggio contro gli avversari, l'equipaggio sia per la scarsa visibilità che si aveva dall'interno del mezzo e sia per l'uniformità del paesaggio aveva perso l'orientamento fra l'intrigo della boscaglia. Con molto buon senso Giarretta e Montani invece di consumare carburante, con il pericolo di rimanerne senza, in giri che la notte avrebbe reso vani, si era ferma to in attesa dell'alba. Gli Abissini , nella notte lo avevano circondato e avevano cercato in vari modi di colpirlo e di distruggerlo. Per un po' la mitragliatrice '1--i"iat aereo' di cui era armato li aveva tenuti a distanza: poi questa si era guastata irrimediabilmente. Gli Etiopi approfiltando di tale evento pressarono sempre più da vicino il ca1To e allora Giarretta e Montani utilizzarono l'espediente che quando gli avversari si facevano più intraprendenti mettevano in moto il corazzato eseguendo una limitata serie di puntate. Dovettero ripetere questo ripiego varie volte nella notte ma ottennero di tenere a bada gli avversari. Al mattino alle 6 i Dubat, che già nella notte avevano bloccato gli Abissini, passarono all'offensiva appoggiati dai 2 mezzi corazzati e dagli aerei. La blindo e i1 carro superata la prima linea avversaria, la percorsero sul rovescio prendendo alle spalle gli AbissinL Poi sco nvolgendo le comunicazioni con gli accampamenti si spinsero dentro a quello orientale, il più consistente. La rotta abissina fu totale: abbandonarono rapidamente la
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zona non lasciando arm i pesanti ma tutto il loro equ ipaggiamento da campo e sanitario. Le loro perdite furono di 120 morti accertat i sul campo, aumentate poi a 300 dai numerosi feriti, che per la lunga ritirata fra le genti ostili dell'Ogaden, decedettero. I Dubat, nel fatto d'armi ne furono impiegati complessivamente poco più di 200, subirono circa 90 perdite tra morti e feriti. Secondo i piani strategici italiani il fronte sud, nel conflitto con l'Abissinia doveva assumere un atteggiamento di difesa attiva, teso in particolar modo a garantire l'integrità della colonia; solo in un secondo momento se si fossero presentate le condizioni favorevoli si poteva passar·e ad una manovra offensiva. Nel 1934 il R.C.T.C. della Somalia era un piccolo organismo allo a presidiare i confini e a mantenere l'ordine pubblico ma non certo a difendere la colonia da un'offensiva abissin a. Mentre a rinforzo giungeva la divisione "Peloritana" (e successivamente le divisioni: "Tevere" della MVSN e "Libia" formata da ascari della colonia mediterranea), si lavorò alacremente per rafforzare i1 R. Corpo. Secondo un programma di massima, stilato <lai comandante: Gcn. Luigi Frusci, per la fine del gennaio 1935 i battaglioni coloniali dovevano aumentare a 9, articolali su 3 raggruppamenti arabosomali; a ciascuno di questi doveva essere <lato in rinforzo una compagnia di carri veloci (se possibile anche due) mentre doveva essere disponibile un battaglione carri ar·mati su 3 compagnie di cui una lancial"iam mc. Per attuare tale programma, che poi lù ampiamente superato raggiungendo i 15 battaglioni arabosomali sudd ivisi in 5 raggrnppamenti, tra l'agosto e il novembre 1935 giunsero in Somalia la 1° Squadriglia Autoblin<lomitragliatrici equipaggiata con "Lancia IZ" , la Sezione Autoblindo Speciale "S" con 10 "Fiat 611" di cui 5 armate di cannoni; la 1° e 2° compagnia caiTi d'assalto dotati di cv35, il secondo tipo del carro leggero prodotto dalla Fiat Ansaldo, armato con 2 mitragliatrici 'Fial 35', comandale rispettivamente dai Capit Lapo Molignoni e Giuseppe Limer. Le due compagnie venivano dalla Libia dove si erano formale con i nuovi corazzati quale evoluzione delle Squadriglie Autoblindo che avevano operato nella campagna di riconquista e paci l"icazionc di quella colonia. Le 3 compagn ie carri del RCTC della Somalia, assieme alle blindo, furono riunite nel I battaglione carri <l'assalto; la Compagnia carri d'assalto già dislocata in Somalia assunse l'ordi0
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nativo n. 3. li comando del ballaglionc fu assunlo dal Magg. Mario Ravazzoni e il reparto ebbe un suo gagliardetto composlo da: un'as la lerminanlc con la l'Ìproduzione di un gladio romano e un drappo rosso e blu, frangialo d'oro e caricalo dello slemma della Somalia 12 • Alfiere ne era il carrista Camillo Montani promosso sergenle per la sua condotta ad Ual Ual. Sul fronte sud operò anche un a ltro piccolo reparto hlindato: il Centurione Licari fra i pochi italiani inquadrati nella MVSN residenti in Somalia or·ganizzò il "Reparto Mitraglieri Autoportato d ella MVSN" dotato di autocarri Ford , corazzati in loco. Gli automezzi erano stati muniti di alte sponde in lamiera ed egualmente erano state blindale le por·tier·e delle cabine. Su ogni automezzo erano montate due mitragliatrici scudate: il reparto pe r sopperire alla carenza del personale integrò i suoi organici con una d ecina di militari colonia li . Il "Reparto Mitraglieri autoportato della MVSN" agì al le <liretle dipe nde n ze del generale comandante del R. Corpo; F1usci con non voluta, affettuosa ironia lo definì "interessante unità". Per il suo modesto organico non ehhe il modo di csser·e impiegato in azioni di rilievo. Servì comunque, assieme alle esperienze effettuale sul fr·onte nord, a concretizza1·e l'idea di utilizzare autocarri blindati in luogo delle autoblindo d e lle quali si aveva scarsa disponibilità . Nell'autunno 1935 il Gcn. Graziani fece eseguire una serie di operazioni offensive verso l'Ogaden per rettifi care la linea di copertura. Il 6 novembre lungo la valle del tugh Fafan fu occupata Gorrahei e sulla pista per Sassabaneh , Giggica e Dire Daua fu lanciata una colonia per sfruttare il successo e saggia r·e la consislenza d elle linee nemiche. La colonna agli ordini del Col. Pietro Maletti 12 Lo stemma della Somalia era formato: tronca to e innesta to d'a1·gen to sull a p arti zione; a l 1° d'ai'.zurro a l leopardo <l'orn, chiazzalo <li ner'O, sormontato da una s tella d'argento n el punto del cap o; a l 2" di rosso a due s telle d'argento a 6 raggi poste in fascia. La p1;ma partizione al campo d'azzurro simboleggia la nobiltà e la fede ltà. TI leopardo, fi gurn nohile <lell'arald ica, c he vi campeggia in orn s ta a significare la natura selvaggia di quella terra e l'oro la sovr a nità itali a na s u quelle gen ti oneste e costanti, raffigurale quesle <lut! ultime qualità dal n ero d elle chiazze. La s tella d'argento a 5 punte che sovrasta il leopard o rammenta la stt-ctta unione d elle genti somale con l'Esercilo Italiano allrnve1·so il servizio militarn n ei battaglioni ascar·i. La seconda p artizione è rossa perché indica l'audacia e il coraggio; le du e stel le <l'ar·genlo a 6 punle, posle in fascia e cioè occupanti il ten:o di mezzo della partizione, indicano l'emisfero au strale dove sorge la Soma lia . T.o stemma era sormonlalo <lalla cornna a 9 punte di palma.
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era composta <la: Comando, ridotto che trovava posto su 2 automobili; dal 3° Gruppo Bande Dubat comandante Magg. Agosti, trasportalo su 15 Ford del 1° autogruppo d e lla Somalia, dalla 1° compagnia carri <l 'assalto (Ardita) al comando del 1° Capitano Lapo Molignoni su 2 plotoni: len Cassata e STen. Macina; complessivamente erano 11 carri leggeri, trasportati su autocarri "Ceirano 47" ; dalla 1° Sezione Autoblindate "S" comandala dal Ten. Renato Ghetti con 5 Fiat 611 armale con il pezzo da 37; una delle blindo in caso di scontro con il n emico poteva dare un contributo limitato per avaria al motore; da alcuni autocarri con le riserve di carburante, acqua, viveri e munizioni. L'8 dicem bre la colonna dovelle fermarsi a Gabredarre per le piogge torrenzial i c he a vevano ridotto la pista ad un fiume di fango. Solo il 10 fu possibile riprendere l'ava nzala ed a lla sera, sorpassala Uarandab, si fermò a God Addc senza aver trovato resis tenza ma solo piccoli gruppi di indigeni e qualche armato nemico. L' 1 1 novembre alle tre la colonna riprese la marcia verso Sassahane h; alle 5,30 le palluglic di avanguardia si scontrarono con un nucleo abissino di 7 armati: 3 furono catturati mentre g li altri riuscirono a fu gg ire. La colonna alle 6, 15 raggi unse la zona <lei pozzi di Hamanlei, dove il Tugh Gicrrer confluisce ne] Fafan. Qui la pista s'inoltrava p er 2/3 km in una boscaglia molto fitta; poi sfociando in una radura scendeva al grelo d e l Gierrcr, lo attraversava a guado per poi risalire in cresta alle alture che cos teggiano la destra del Tugh. Lungo le rive <lei corso d'acqua, che era asciutto, crescevano numeros i e grand i baobab e sicomori e vi erano numerosi anfratti. Qui s fruttando il terreno gli Etiopi avevano costituito una linea di resistenza presidiata da 500/700 uomini , il Col. Maletti li indicò in un migliaio, agli ordin i del fitaurari Gua ng ual Kolasé, governatore <lei Cerccr. Erano truppe regolari, inquadrale da ufficiali europei, con armamento moden10: Mauser, Vickcrs, fucili mitragliator·i con abbondanza <li munizioni. Inoltre potevano contare sul supporto di 7 autocarri blindati , armati di mitraglia 13 e di a ltri 4 camion per il rifornimento cd il trasporto di truppe. La linea era slata or·ganizzata con molta maestria: si erano utilizzate le radici dei sicomori e de i baobab e le anfrattuosità e le
13 Erano blindali leggermente e armati con mitrag liatrici s u affosto a candelier e; le forze abissine nell'Ogadcn n e avevano a disposizione circa 20.
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caverne naturali per creare delle postazioni per le ann i automatiche che risultarono essere naturalmente mimetizzate e blindate. Numerosi tiratori scelti si erano appostati nell'intrigo della boscaglia; g li autocarri blinda ti si erano disposti, mimetizzati fra la vegetazione, al limite della radura divisi in due nuclei a i lati della pista. Il fallo d'armi di Hamanlei deve dividersi in due fasi: la prima dalle 6,30 alle 9; la seconda dalla 10,30 alle 16,50. Il Col. Malctti giunto ad Hamanlei e dillidando della zona: i 2/3 km in cu i la pista correva nella boscaglia, fece fermare la colonna; erano le 6, 15. Da vari indizi raccolti, non ultima la pa lluglia nemica incontrata poco plima, riteneva di essere in presenza del nemico. Falle prendere le misure d'attacco, e i carri d'assalto furono scaricati dagli automezzi, alle 6.30 lanciò in avanti il 2° Sollogruppo Bande, comandalo dal Ten. Ghillemi. I Dubat poco dopo aver iniziato il movimento in avanti si scontrarono col nemico e rurono subito sostenuti dal Capit. Molignoni con il plotone carri de l STen. Macina e da due blindo comandate dal Ten. Ghelli. Lo sconlrn condotto con molto impeto, ru violento e mentre i Dubat esaltati dalla battaglia serravano sotto, i carri d'assalto e le Fiat 611 scompaginavano le linee n e miche. Il Tcn. Ghelli una volta che g li autocarri blindati etiopici si svelarono, in c ir·ca 15 minuti li distrusse uno dopo l'altro sparando in rapida successione con i pezzi da 37. In pratica la battaglia fra i blindati non ehhe storia. Poi assieme ai carri superò il Gierrer e rece un largo giro sulla riva opposta continuando a sparare su i nuclei nemici che avvistava. Anche i carri ar·mati dopo aver attaccato, spingendosi sollo i centri di ruoco abissini che si mos travano, raggiunsero il Tugh e seppure con una certa cautela perché il l"ondo si vedeva che ern molle, lo passarono andando a scorrazzare sull'altra sponda. Alle 9 il comhallimen lo era in pratica terminato; gli Abissini h-a cui i carlisti avevano avvistato alcuni uffic iali bianchi, subite notevoli perdile si ritirarnno su lle alture che fiancheggiano la d es tra del Gierrer lasciando come retroguardia alcuni nidi di mitragliatrici e tiratori scelti. Il Col. Maletti constatando che non era convenien te continuare ad ava nzare perché non si sapeva quali a lLr·e linee di resistenza nemiche si sarebbero incontrale o quali rinforzi gli Etiopi avrebbero ricevuto, stabi lì di ritirai-si e fece richiamare i reparti impegnati. Nel f"ratlempo si tentò di rimorchiare come preda bellica un autocarro nemico ma date le condizioni in cui era ridotto per i colpi ricevuti, si desistette. Nel ripassare il Giarrer il carro del
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STen. Macina, pilotato dal carrista Cillia trovò del fondo che se appariva secco in super-fic ie, in realtà era molle sotto. Il carrn si impantanò "sedendosi" sul greto del tugh. E qui iniziò la parte più drammatica e talvolta caotica del fatto d'armi. La zona del guado era tenula sollo Liro <la una mitragliatrice, sembra azionata dallo stesso Guangual Kolasé, piazzata in una sorta di a nfratto nascosto fra le radici di un albero sulla riva sinistra del Tugh. A quest'arma se ne un1 almeno un'altra ma che aveva un campo di tiro più defilato, ed alcuni tiratori scelti. Il Capit. Molignoni alle 10,30 avver·tì il colonnello di quanto era avvenuto a l STen. Macina; ne ricevette l'ordine <li recuperare il carro: "... ad ogni costo". Evidentemente non si voleva lasciare in mano a l nemico come preda un nuovo mezzo di guer-ra, sar·cbbc stato uno smacco troppo demoralizzante. 11 primo tentativo <li <lisincaglio ru effettuato dallo stesso capitano; mentre con le anni di bordo controbatteva la mitragliatrice nemica, il suo pilota cap Nello Natali uscì dal mezzo e cercò di agganciare la fune di traino; non vi riuscì perché fu ferito ad una mano e dovette ritirarsi. Provò allora il cap mag Umberto Jannuzzi e fatto disporre il suo corazzato in posizione adatta, uscì dal mezzo che comandava: ma non appena ru fuori dal portello fu raggiunto da alcune pallottole ch e lo ferirono ad un bracc io e alla testa e fortunosamente poté rientrare nel suo abitacolo. 11 capitano decise allora di inviare un nucleo <li ascar·i della compagnia comandati dallo jusbasci Mohamed Hamed; protetti dalle armi <li alcu ni car-ri ar·mati provarono a raggiungere il m ezzo del STen. Macina ma il fuoco nemico, sempre molto fitto, prima che arrivassero al caffo immobilizzato li inchiodò al greto del tugh e molti rimasero re r·iti; fra questi lo Jusbasci colpito ad una gamba e il muntaz Salad Ersi, a mala pena riuscirono a ritirarsi. Nel frattempo raggiunse la zona il carro di riserva della compagnia, capocarro cap mag Raimondo Pr·i1.z i, prec iso narratore dei fatti con l'intenzione di provare a portare soccorso a quello immobilizzalo. Ma ru sopravanzato dal corazzato del serg Giovanni Sarotti, pilotato dal canista Fao Occidente. SaroUi aveva una lunga esper·ienza dei mezzi blindati e corazzati; aveva operato in Libia con il Gruppo Autoblindate cd era alla 1° Compagnia caffi d'assalto in pratica dalla sua costitu zione. Fece porre il suo carro in linea con quello del STen. Macina e con calma, nonostante il fuoco nemico, uscì dal mezzo cd agganciò la fune di rimorchio. Mostrando imperturbabilità prima di rientrare nel corazzato provvide a sbaltere gli scarponi contro la corazza per evitare di sporcare l'interno
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col fango <lei Tugh. Sembrava risolto il problema. Ma non appena rientrato il sergente, Occidente accelerò il motore cd il cavo andò in tensione e si spezzò il cingolo destro del suo corazzato. Ora i carri immobili1.zati erano <lue . Il capitano s i recò subito a fare rapporto al Col. Maletti, erano le I 1,30, e il colonnello per risolvere il proble ma che si faceva sempre più p esante, lanciò a ll'attacco il 1° Sottogruppo Duhat cÒman<lato dal Ten. Raffaele Musti e le blindo del Ten. Ghetti. ll piano operativo era di creare una zona di rispetto attorno a i carri immobilizzati e quindi operare il rec upero. Il Tcn. Musti non appena entrò in azione fu colpito in maniera g rave; il giorno dopo spirò, venne decoralo di medaglia d'argento al vm alla m e mor-ia. Lo sos tituì il Ten. Berretta del Comando Colonna. Intervennero anche gli a ltri carri della compagnia e quello comandato dal cap. mag. Mario Supino, pilota il carrista scelto Eugenio Petrone, riuscì a distruggere la mitragliatrice nemica che batteva il gua<lo ma non in man iera diretta. L'azione italia na si rivolse tutta alla mitragliatrice abissina s ulla riva sinistra del Gierre r; era quella l'arma che teneva sotto tiro il guado e che rendeva impossibile il recupero. Vi si fecero contro concentramenti di fuoco, il Ten. Ghetti le sparò numerose cannonate da più posizioni, alcuni Dubat cercarono di gettarvi della benzina e darle fuoco con le bombe a mano: ma ru Lutto inutile, non si riuscì a neutralizzarla. Nel tentativo di creare la zona di rispetto la hlindo di cui era capocarro il serg. Carmelo D'Aquino s i impantanò nel fango d el Gierrer. Il Ten. Ghetti non esitò ad uscire <lai suo mezzo e coadiuvato validamente dal serg. Cosimo Binetti e dai carristi Primo Cacioli e Emilio Vegezi e dall'autiere Luciano Villa , accorso volontariamente a pr·estare aiuto, riuscì a farla <lisincagliare. li Capit. Moli g noni dopo aver sostituito il suo pilo ta Natali con il serg. Nicola Battino tornò al guado e reiterò il tentativo <li recupero. Molignoni era fermamente <leciso a portare a termine l'operazione e non appena giunto sul pos to scese all'aperto; fu colpito da una pallottola a l petto, ebbe il polmone sinistro trapassato, e s i dovette recuperarlo e condurlo al posto <li medicazione che nel frattempo il STe n . medico Forti aveva impiantato e che ormai si stava riempiendo di feriti. TI colonnel lo avuta la notizia del ferimento di Molig noni ordinò a l Ten. Cassata di prendere il comando della compagnia e di affrettare il tempo di recupero; temeva un ritorno offensivo <legli Abissini e soprattutto che ques ti con un largo giro gli sbarrassero la via del ritorno o lo attaccassero su i fianchi. TI corazzato
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del Prizzi rimasto di guardia ai due immobilizzati fu colpito da più raffiche di mitragliatrici: il capocarro rimase ferito ad un braccio e a un ginocchio e fu forato il radiatore del mezzo. Poté rientrare a stento al carreggio della compagn ia. Per il recupero fu un prodigarsi continuo di tutti i carristi della compagnia c he non badarono a pericoli o stanchezza. Il carrista Emanuele Turco, pilota di un carro d 'a ssalto si ritiene quello dello Jannuzzi, avendo avuto il capocarro ferito , lo accompagnò all'infermeria e poi tornò al guado nell'intento di rendersi utile. Provò a risolvere la situazione il cap . m ag. Angelo Nicolosi con il s uo carro pilotato dal carrista Carlo Arrnini . Giunti sul posto Armini non fece in tempo a socchiudere il portello che una pallottola gli trapassò il cranio, facendolo ri cadere morto al su o pos to di pilotaggio. Nicolosi fermo sotto il fuoco nemico, a portelli chiusi, facendo tesoro di una eserc itazione che il Capit. Molignoni a veva fatto eseguire al suo reparto, riuscì in un'impresa impossibile. Nonostante l'angus tia d ell'abitacolo spostò il corpo morto di Armini sul su o sedile e occupalo quello di guid a rientrò alla base di compagnia. Il sergente Ballino, preso a bordo come mitragliere il carrista Francesco Ascoli, tornò di nuovo a l Gierrer dete rminato a recuperare i carri immobilizzati. Per evitare il raggio di [uoco de lla mitragliatrice nemica, fece un largo g iro sulla destra e poi scese nel greto, aveva p ercorso pochi metri quando un proiettile di grosso calibro centrò un bullone fresato della corazza laterale s inistra del suo carro che divenuto a sua volla un micidiale proiettile lo colpì, ucc ide ndo lo. I carri immobilizzati erano divenuti tre e l'ultimo distava dagli altri due alcune centinaia di metri. Si affermò poi che a colpire il corazzalo di Battino e a ucciderlo fosse stato un colpo di arma anticarro m a le poche armi di tale tipo che avevano gli Etiopic i: cannoni t edeschi da 37 mm e Oerl ikon da 20 mm antiaerei, non erano schierate ad Hamanlei perché altrimenti be n più elevate sarebbero state le perdite de i carri a rmati italiani. ll Col. Ma leLLi sempre più preoccupato di un ritorno offensivo etiopico al quale non aveva più forze fresche da opporre, a l le 16, 15 dec ise di ritirarsi e di cessare i tentativi di recupero. Nonostante i sette ch e vennero effettuati, a causa della mitragliatrice abissina che si era rivelata essere invulnerabile, la situazione era solo peggior-ala. La colonna italiana aveva consumato gran parte del suo potenziale bellico; aveva numerosi feriti ai quali si dovevano prestare cure più appropriate e la scorta idrica si era notevolmente
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ridotta per il grande impegno <li o ltre 9 ore di combattimento. Il colo nne llo ordinò allora al Ten. Cassala di impo rre agli equipaggi d ei 3 carri immobilizzati <li a bbandonarli e di ritirarsi. Il STen. Macina e il suo pilota Cillia obbedirono. Sarotti con Occid ente e Ascoli con a fianco il cadavere d e l serg Battino, rifiutarono. Mostrarono una fre dda d e terminazion e e un p rofondo allaccam ento ai loro carri c he non vollero lasciar e al nemico. Alle 16,50 la colonna Maletti, con il colo nnello per ultimo si ri tirò su Gorrahei: con i m ezzi corazzati e blinda ti in testa e in coda, nel cen tro su 6 automezzi i nu merosi feriti, o ltre una cinqua ntina. Dopo 5 km <li m a rcia gli Abissini tentaron o di bloccarla con una fitta fucileria e col fuoco di varie mitragliatrici ma la reazione italiana li respinse. Ci s i riprome tteva <li tornare il giorno su ccessivo a recuperare i 3 carri armali e i 3 carristi ma altri avvenimenti lo impedirono e le forze italia ne tornarono ad Hama nle i solo nell'aprile successivo. De lla fine di Sarotti, Occ idente e Ascoli non si ha alcuna versione precisa. Si può solo ricostruire in base a lla testimonianza di Labib H assa n , cittadino eg iz iano, in fermiere della Mi ssion e Sanitaria d 'Egitto in Abissinia. Si <leve ritenere che i tre carristi con ti n uassero a difendersi con le mitrag liatrici di bor<lo, per quanto con sen ti va il limitalo brandeggio e la p osizione dei carri immobilizzati, <la lla p ressione sempre più a udace degli Abi ssini. P oi un carrista fu ucciso e due cattu rati . Secondo le efferate a bitudini, dettate dalla differente civi ltà di que lle genti , i corpi dei du e m orti furon o o ltraggiati, mutilati e infine decapitali per presentare com e trofeo le leste al Negus Negheslì, del quale s i attendeva una visita. Labib Ilassa n g iunse con la Missione a c ui app arteneva il 9.12.1935 a sera a Dagabur. La mattina segu e nte vide avanzar·c un folto gruppo <li arma ti etiopici c he facevan o fanlasia e che portavano in trionfo due corpi decapitati <li bianchi e le loro Leste infilate su delle lance. Seppe ch e si trattava di <lue d e i 4 Italiani catturati poco p1ima su due carri armali. Spostatosi a Bollali per ragio ni del s uo incarico ebbe m odo di vedere i due canisti italian i s uperstiti; eran o tenuti sotto un a tenda, strellamcnte legati mani e piedi; avevano varie ferite sul corpo e il volto tumefallo p er le p ercosse ricevute. In continuazione gruppi di Abissini curiosi a ndavano a vederli e infierivano su di loro. Non ve nivano nutrili e il Labib Ilassan affermò di averli imboccati essendo impossibilitati a mu overs i per i legacci. li 13 dicembre giun se Hailé Sellasié e, sem-
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pre secondo il Labib, alla richiesta fattagli dal medico egiziano Mohammed es Sakkui non volle intervenire a favore dei due prigionieri . Po i furono condotti a<l H arar ed u ccisi in epoca imprecisata. Il serg. Sarotti fu d ecorato di med. d 'oro al vm alla memoria, la prima concessa ad un carrista. I1 carris ta Occide nte di m eJ. d'argento a l vm a lla m e moria e il ca rrista Ascoli di med. di bronzo al vm alla memoria. Il carro d'assalto di Sarotti ed Occidente, contrassegnato col n. "1-9", recuperato nel 1936 fu a lun go esposto al museo africano di Roma; ora è conservato al museo dei Carristi sempre a Roma, a S. Croce in Gerusalemme. In m erito al fatto d 'arm i di Hamanle i, un avve nimento minuscolo se ripor talo ad altri di maggiore import anza di tutta la campagna, si è sclitto molto. Dopo la guerra contro l'Etiopia furnno pubblicati numerosi libri dovuti a Frnsci, Sandri, Benedetti, d e Monfreid ; ma lutti ne naiTano sia per convenienza che per scarsa informazione in maniera vaga oppure mutila qua ndo addirittura non roman zata. Gli a uLor·i stranieri c he scrissero per parte etiopica, sempre particolarmente acrimon iosi conlro gli Tla lia ni, ripo1-Larono esag erazioni raccolte dalla stampa estera o dalla fantasia degli indigeni. Ciò ch e su ccessivamente s i è scritto sull'argomento, a nche di recenle, riporla dali ripresi dalla pubbli cislica dell'epoca. Nel 1937 a cura del Comando Superiore delle Forze Armate della Somalia fu pubblicata alla relazione ufficiale "La guerra italoetiopica: fronte sud" redatta su i docu menti relativi a lla campagna. La relazione del Col. Maletti, allegato 2 13 , sul fatto d'armi di Hamanle i è esatta e se ne ha la prova confrontandola con varie testimonianze dirette. Nel 1966 Caccia Dominioni nel suo libro "Ascari K7" riportò uno stralcio della "Relazione di Gabriele Verri, tenente carrista, circa le opera zioni di Gorrahei e Hamanlei (5 e I O novembre 1935)". 11 Verri , a ll'epoca prestava servizio al 1° battaglione carri d'assalto della Somalia; dopo una esposizione dei luoghi e d ei fatti muove severe critic he a ll'operalo del Col. Male lli c he si possono riassumere 1n: c onv inzione di effettuare una passeggiata militare e quindi trauma psicologico quando s' incon trò una linea organ iu.ala di resistenza nemica; cattivo impiego d ei blindati non inviati in avanti per esplorazione ma t enuti nella colonna come scorta; sorpresa tattica del comando co lonna c he non seppe reagire con luc idità e impiegò a spizzico i reparti senza prima rendersi conto dell'ubic azione e della consistenza delle forze nemic he e quindi un'azione
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slegala n el tempo e nello spazio; ins ufficiente a zion e de i Dubat, truppa troppo leggera per l'arm a m en to e l'a ddestra mento avu to e quindi a datta solo ad azi o ni d i guerriglia e di razzia; l'ascolto ch e il colo nnello delle alle "chiacchiere di u n prigioniero abissino" s ul prossimo arrivo di una ipo te tica colonna autocarra ta nemica c he m a i fu avvistata dall'aviazio n e. Infi ne la cons tatazione della faciloneria ita liana nell'organizzare e op erare in imprese milita r-i: "... la Compagnia carri impiegata ad Hamanlei faceva parte di un ballaglione raccogliticcio". Sulla base degli avven imenti del 2° conflitto mo ndiale è accertato, d a più fonti, che il colo n nello, poi generale, Ma letti no n avesse chiaro l'impiego più adatto dei m ezzi corazzati e motori zzati ù i cui dispo neva. Tan to n e ll 'avanzata italiana in E gitto s u S id i el Barra n i, e il M.llo Grazia ni lo a fferm ò c hiaram ente nel su o libro "AS 1940-41", che nella organizzazio n e d e l caposaldo di Alam Nibewa e del b a ttaglion e carri Ml 1 di c ui disponeva, il suo operato fu o paco e incerto. Com11 nque il Gen. Pi etro Ma letti, che era considerato uno degli u fficiali colonia li p iù esp erti ro rma tosi a lla scu o la d i Grazia ni agli ordini de l q ua le op erò il Libia e in AO, m ostrò le su e qua li tà p e rsonali cadendo s ul campo eroicamente. Ma sull'episodio d i H amanlei a lcune critiche d el Verri pur essendo m o tivate risulta no essere forzose. Non è em e rso ch e la colonn a Male tti s ubisse u na sorpresa da parte degli Abissin i e qu in di patisse un trauma p sicologico; pur mancando l'esplorazio ne dei blindati il Col. Malelti fece fermare la colo nna prima di entrare nei 2/3 km <li pis ta immersa nella boscaglia, sventand o l'aggu ato nemico. Secondo u na concezio ne colo niale c he era d i molti u fficiali su per io ri , lanciò a ll 'attacco prima i Du ba t m a s ubi to dopo li fece appoggiare da 5 carri armati e da 2 blindo, d osando le forze d i cui di spo n eva in previs io ne di ulteriori scontri. La boscaglia copriva i repa rti n emici da ll'osservazione aerea. Dette forse trop pa importanza a lle "chiacchiere di un prigioniero abissino" ma u n comanda nte d i colo nna spinta n el d ispositivo ne mico no n poteva no n te nere conto degli eventuali rinfo rz i ch e p otevano giungere agli Etiopi, che fra l'altro in quel comba ttimento m os trarono di avere di sponibilità di autocarri. Né poteva sottovaluta re la no ta a bilità degli Abissini di infiltrarsi e <li attaccar e ai fianch i l'avversario. E l'attacco sub ito dalla colonna dura nte il r ipiegamento su Gorrah e i lo dimostra chiara men te. Comunque in due ore e mezza di com battimenti la colonna italia na con scarse perdite sgominò il ne mico distruggendogli i 7
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blindati e i 4 autocarri e costringendolo a ritirarsi. Senz'altro nei tentativi di recupero vi furono azioni slegate e non coordinate ma quando Maletti decise di creare una zona <li rispetto impiegò tutte le forze disponibili. Il dramma, che si iniziò realmente con la rottura del cingolo destro del carro del serg Sarotti, va imputato .solamente ad un'industria c he in un regim e in pratica di monopolio, spesso con tecniche e materiali non sufficientemente collaudati, fornì mezzi corazzati delicati nei sistemi di c ingo latura e di sospension i e quindi destinati fatalmente a bloccarsi nel momento critico dell'azione. E il governo pressato dalla minaccia di chiusura di grandi stabilimenti che occupavano un elevato numern di maestranze non poté che accettare e lo S. M. Generale si dovette adeguare alla fornitura di tali mezzi. La Compagnia carri impiegata ad Hamanlei sarà pure appartenuta ad un battaglione "raccogliliccio" ma è certo che della s ua a:1.ione in quell'awenimento emerge, e in modo chiaro, il buon grado di preparazione e di coesione che avevano gli equipaggi. La Compagnia era sorta dalla tras l'ormazione del Gmppo Autoblindate della Libia quindi con pe rsonale esperto nell'uso di me:1.zi motoriu.ali e corazzati in operazioni coloniali. Prima del conflitto italoetiopico aveva avuto tempo e modo di curare l'addestramento sul carro L3 , me:1.zo bellico del tutto nuovo. ln margine a quanto è stato scritto s u Hamanlei vi è da registrare ancora che: tra il 197 5 e il 1988 Angelo Del Boca ha seri tto su ll a storia co loniale ita liana in Africa un'opera di sei volumi; documentandosi con puntiglio e in maniera capillare, in pratica consultando tutto ciò che è stato scritto o pubblicato sull'argomento e raccogliendo innumer·evoli tes timonianze ha redatto un'opera fondamentale per la conoscenza dell'argomento. Nel compilare la storia della vicenda di Ilamanlei il Del Boca si è documentato sulla relazione Maletti e su quell a de l Verri riparlala dal Caccia Dominioni 14 . Forse in base ad elementi che non indica, ma vista la sua meticolosità è da escludere, oppure per banale errore, fa risalire il numero d ei carri persi a quel l'atto d'armi a quattro. Non è escluso che vi abbia incluso il corazzato del Prizzi che per la riparazione dei guasti provocati dalla foratura del radiatore dovette restare fuori servizio a lungo; comunque è bene precisarlo si ritirò
14 Angelo Del Boca "Gli llaliani in Africa: la conquisla dcl l'Tmpcro", Bari 1979, pg 420/421.
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regolarmente alla base di c ompagnia. Provoca disag io invece il fallo che in un'opera pubblicata nel 1989 dall'Ufficio Stori co de llo SM Eserc ito: "Ceva-Curami La meccani zzazione d ell'ese rcito italiano sino a l 1943", voi. 1°, pag. t 92, gli autori riprendend o e citando il Del Boca scrivono che i carri a rmati persi ad Ha manlei furono quattro. Nell'autunno de l 1935 p er a ve're una migliore distribuzione delle forze co razzate il Comando del fro nte s ud dette una nuova s trullura ai reparti carris ti. Rimaneggiando le compagnie carr i d'assalto e i reparti blindo giunti d all'Italia fu form a lo il II batta glione carri <l'assalto coma ndato dal TCol. Amedeo Pederzini. Dopo le operazioni di re ttifica sul fronte dell'Ogaden il Gen . Graziani dovette affronta re l'a rmata di ras Destà forte di quara nt amila armali, c h e minacciava di passare a ll 'offensiva lungo il Giuba p e r raggiu ngere il B e na dir. Fu la "b a ttaglia del Gana le Do ria" ch e tra la ter za decade del dicembre 19 35 e i I 20 genna io 1936 impegnò le tnippe italiane, e l"ra queste il TI battaglio ne carri d'assalto e che si risolse, con il determinante contributo dell'aviazio ne, nella disfatta di ras Destà e n ell a conq uis ta di Negh ell i. Il 1 ° genna io 193 6 il Co mando d e l Sottosello re Do l o , Col M ic heli, s pin se in es pl orazio n e un repa rto d e l I Gruppo Bande Dubat, c omandante TCol. Prig io tli , su Are ri, località lungo il Dmi a 15 • Gli Abissini aveva n o fortifica to la località co n due o rd ini <li trincee e i gregari somali dopo aver a ffro nta to la prima linea nem ica s i ritira rono sen za perdite. Il g iorno seguente la pun ta ta esplo rativa fu 1ipetuta con maggior i forze: un Sollogruppo Dubat a ppoggi a lo d a lla S ez ion e Blindo d el Te n. Lui g i Pinna c o n 4 "La nc ia IZ". Nonos ta nte la vio lenta reazione a bissina le blindo sfondarono la p rima linea e s i portarono sulla seconda; i Duba t le seguirono e cercarono di impegnare e superare questa. Gli Etio pi , che furon o va lutati in circa 600 con 2 mitraglie, mettendo in a tto la loro a ntica abili tà ta ttica di colpire a i fianchi il nemico, lasciaro no pochi u omini a gua rnire il se condo o rdine di t1incee e a tta ccarono i Dubal e Je blindo ai la ti. Gli Italiani r iuscirono a contenerli e per ordine del Ten . Pinna i 15 Il Ca na le Doria è form a lo d a due fi u mi : il Cana le Guddà e il C a n a le Cam bcll o che nasco no tla i mon t i Sid a rno; dopo aver for ma to le casca le Barntie r i e Da l Venne, 1i cevcntlo vari trihulari tra cui l'Uebi Gestrn, confluisce poi col Da ua Pam1a, formando a Do lo il Gi uba . TI n ume Do ria gli fu d a to da Villorio J3o tlegu a ricordo d el presitlenle della R.Sucietà gcogrnfica , sost en iLrice d ei s uoi viaggi d 'es plora zio ne: marchese Giaco m o Dori a.
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Dubat ripiegarono portando con loro i feriti, mentre le "Lancia IZ" coprivano il movimento all'indietro. Alla blindo del tenente che chiudeva la marcia, forse per una pallottola o per la temperatura esterna molto elevata, scoppiò una gomma e si insabbiò rimanendo isolala e immobile sollo l'azione nemica. Gli abissini serrarono sotto convinti di averla facile preda e ci volle tutta la delerminazione e la tenacia sarda di Pinna perché la difesa della blindo si concludesse relicemenle. Per un'ora la Lancia rimase bloccata sollo la costante offesa nemica che cercava il modo di distruggerla. In un piccolo ambiente chiuso, già saturo di vapori di benzina e di gas di scarico delle Fial, con una lemperalura che la sosla sollo il sole aveva fatto salire a valori impossibili, i carristi italiani senza badare a l caldo elevato e alle ustioni che le armi arroventate e le fiamme delle raffiche producevano su lle loro braccia, privandosi dell'acqua per raffreddare le armi, contenendo la paura angosciosa che i sinistri suoni delle pallottole sulle lamiere producevano, riuscirono a respingere il nemico, provocandogli un elevalo numero <li perdile: alla fine <lei combattimento i morli e i l'erili abiss ini rurono valulali a 150. Sopraggiunsero poi di nuovo i Dubat e le 3 Lancia della Sezione c la blindo del Ten. Pinna fu disimpegnata. In totale il combattimento durò 7 ore. 11 cap mag Amedeo Scircoli, pilota e mitragliere di altra Lancia , sopraggiunto in aiuto a quella del s u o comandante, scese dal suo mezzo e con grande capacità contribuì a disincagliarla e procedendo a piedi la guidò nelle linee italiane. Il 23 gennaio il Gen. Bergonzoli mosse da Neghelli con una colonna aulocarrala, preccdula da alcune blindo, per un'esplorazione lontana, destinazione Ua<larà una località a circa 100 km posta sullo spartiacque tra la valle del Ganale Doria e il bacino del Daua Parma. Gli Abissini avevano intcrrnllo la pista con un vaslo scavo che proteggevano con delle postazioni di fucilieri. l.l serg carrista Carlo Bersi non appena la colonna si dovette fermare, sceso dalla sua Lancia e nonostanle fosse rimaslo ferilo dalla ruci leria nemica, lavorò alacremente per rendere transitabile la pista e poi tornò al suo posto. Il carrista Carmine Pagliai, mitragliere di una "Lancia l Z", quando lo scontro con gli Abissini aveva raggiunto la sua massima intensit à, ebbe la sua macchina bloccata da un guasto a l motore. Con calma, quasi non fosse bersagliato dai nemici, scese dal mezzo e lo riparò. Il 19 e 20 febbraio 1936 due plotoni della 1° compagnia carri d 'ass ai to co mandati dal Ten. Guido Mannacio e dal STen. Francesco Borellini eseguirono una ricognizione offensiva oltre
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Uadarà. Per rotazione del personale furono presi a bordo il serg magg Mario Mattioli, capo o fficina della compagnia come pilota e il serg Pasquale Palmieli, sollulTiciale di conlabilità come capocarro. Gli Abissini non avevano linee be n stabilite ma nuclei di di fesa dislocati a scacchiera che entravano in azione in genere per colpi re ai fi anchi il nemico avanzante. Oltre Uadarà n ella grande fores ta d i a lberi ad alto rusto 11 esislente, si rivelò a ll'improvviso un robusto trinceramento abi ss ino. Il STe n . Borelli lo affrontò con due carri, riuscì a superarlo e rimase a rastre llar e la zona fino a n o tte. Il Ten. Mannac io superò il bosco e resp ingendo elementi ne mici si spinse fino al profo ndo vallone di Socorà (o Succarà ); la pis ta in discesa era molto diffic ile e m entre il carro pilotato dal cap Isidoro Zagar la affrontava per continuare ad inseg uire g li Abissini , poco prima ne aveva travolto uno, gli si spe:1.zò un cingolo e il carro scivolò nel baratro per oltre 200 metri. Zagar, mantenendo la ca lma, nonostante il suo mezzo precipi tasse a valle, manovrando le leve di comando riuscì a frenarlo mandandolo a cozzare contro un albero. Gli Abissini, s parsi in gruppi, continuarono a sparare ma i carlisti italia ni non vi bad a rono pur <l i po rtare aiuto all'equipaggio accidentato e tentare di recuperare il corazzalo. Mentre i m itraglieri rimanevano sui carri p er riballere a l nemico e a controllare un su o rilorno offensivo, scesero in a iuto d el corazzalo di Zagar: il Ten. Mannacio, il serg. capocarro Giovanni Ca nnulli , i pi lo ti Giuseppe Lombardi ed Ennio Pioli. No nos tante la fucileria etiope, lavorando con metodo per c i rea m ezz'ora rimon tarono il ci ngo lo spezzato, raddrizzarono il carr-o e infine lo riportarono sulla pista. Nel febbraio 1936 giunsero in Somalia a ll!·e due compagnie ca rri d'assa lto 16 e n e l marzo la 2a Squadri g li a Spec ia le "S" Autoblindo; successivam e nte arrivò dall'Eritrea il XX btg carri d'assalto. Il Comando delle Forze Armate della Somalia provvide a da re un nuovo ord inam e nto ai reparti carri e blindo e cos tituì il "Raggruppam ento carri d 'a ssa lto d ella Som a lia"; ne ass unse il comando il TCol. Amedeo Pe tersini ; era composto da : Co mando I Gruppo carri d'assa lto comandante Magg. Ravazzoni I compagnia com. Tcn. Fazzina O
16 Comando delle Forze Annate della Somalia "La guen-a ita loetiopit:a front e sud", Addis Abeba 1937, vol. 1°, pg 299.
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2° compagnia com.. Ten. Vincenzo Mannacio 3 ° compagnia com. Ten. Guido Bajeli Sezione Speciale Autohlindo "S" com. Ten. Renato Ghetti, con 5 blindo "Fiat 611" armate di cannone da 37 Sezione Autoblindo com. Ten. Armando Liguori I I Gruppo carri d'assalto comandante Magg. Emanuele Rossi 4 ° compagnia com. Capit. Gennaro Podio 5 ° compagnia com. Capit. Bnmo Rossi 6° compagnia com. Capil. Achille Pettirossi Sezione Speciale Autoblindo "S" com. Ten. Luigi Pinna Squadriglia Autoblindo "Pautasso" com. Capit. Giuseppe Pautasso XX battaglione carri d'assalto "Randaccio" com. I ° Capil. Pietro Galini; era dislocato a Mogadiscio; il Gen. Graziani ne lamentò l'impossibil ità <li uli li ,.:1.arlo a causa dell'alto numero di carri d'assalto inefficienti 17 • De posito carri d 'assalto com. Capit. Pugliesi, con sede a Mogadiscio. Durante le operazioni i vincoli or·ganici dei Gruppi non furono sempre mantenuti per le varie esigen ze e per i problemi log isti c i, mollo pesanti sul fronte sud, e che talvolta costrinsero ad alchimie <li cessioni e.li ril"ornimenli d a un re parto ad un altro. Il 14 aprile 1936 dopo una lunga sosta per la preparaz ione logistica e I O giorni di continui bombardamenti aerei sulle linee abissine, iniziava la "battaglia c.lell'Ogaden" c he si sarebbe conclusa dopo aver travolto la linea fortificata etiopica, il 5 maggio con la conquista di Giggica, 1'8 di Barar e il 9 di Dire Daua con il congiungimento con i reparti italiani proven ienti d a l fronte nord. Gli Italiani mossero su tre colonne: "<li sinistra" comandata dal Gen. Nasi; composta dalla div. "Libia " e rinforzata fra l'altro dal TI G ruppo carri d'assalto con le compagnie 5° e 6° "di centro" comandante Gen. Frusci, composta dai reparti d el R . Corpo e con il rinforzo del I Gruppo carri d'assalto co n le compagnie 1°, 3° e le Sezioni Blindo: Speciale "S" e "Autonoma" "di destra" comandata dal Lgten Gen. Agostini composta da Bande Autocarrate e.lei Carabinieri, dall a Coorte della Milizia Forestale e da Bande Dubat.
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Fra le forze abi ssine da a ffrontare il servi zio in formazioni aveva individua to una d ecina di a u tocarri blindati e armati di milraglie su affuslo a cand e lie re. Nelle colonne "<li s inis tra" e "di centro" i carri d'assalto non erano sit uali in punta m a nello scaglione Comando p erché fossero pronli ad essere impiegati come supporlo a lle unilà d i fanteria di prima schiera. La colonna Nasi a Gi a nagobo, sullo uadi Korrak, com batté dura m en te d a l 15 a J 17 apr ile; con o llim o intuilo tatti co gl i Abissini avevano forli ricato delle caverne pus le in contro pe ndenza nell e alte e fras tagliate spo nde del corso d'acqua, da qui pulevano effetlua re tiri incroc iati, inoltre ad oslacola r e gli lla liani eran o sopraggiunle le piogge e lo uadi in genere facilmente guadabile e co n g ran parle del letto pe rcorribile, era gonfio d 'acqua. Sul lo uadi Korra k operò la 5° compagni a carri d'assalto d e l Capit. Bruno Rossi, il cui impegno nella guid a del suo reparto fu tale da fargli meritare la m e uaglia d 'argento al vm. I ca1Ti erano intervenuti per coadiuvare le l"antelie colon iali ma soprattutto per eliminare i centri di fooco nemici in caverna , il plotone carri lanciafiamme del Ten. Adduca l"u p articolarmente impegnato nell'a ppoggiare il TT Gruppo Bande Dubal; se la caverna veniva centrata e il liquido in lfamma bile era dosato con at te nzione, le fortificazioni abissine in breve erano annie ntate. Ma i carri d'assalto n e ll e evolu zio ni ch e e rano costretli ad effettuare per mitrag lia re con e fficacia le l"ortificazion i nemich e, ricadevano ne i soliti, gravi problem i provoca ti dal fragile s is tema delle sospensio ni e delle cingolature. In tutti i fa tti d'arme in cui furono impegna ti i corazzati italiani durante la campagna contro l'Abissinia vi fornno sempre, oltre alle azioni degne di r ilievo individuaH e <li reparto che ve1Tebbe da definirle fis io logic he, degli episodi d rammatici e valorosi nello s lesso tempo per polTe in salvo equipaggi e recuperare carri rimasti immo bilizzal i a stretto con ta tto co n il n e mico. T carris ti con coscienlc determin azion e lasciavano la protezione d ell e corazzature pur di accorrere a salvare i commilito ni e i loro mezzi immobili sollo il fuoco n e mico. Durante il comballimento d ello uadi Korrak il Te n . Robe rto Genli le mentre s i lrovava di l"ro nte a d una caverna fo r lificata e sollo il tiro de lle a rmi lì a pposta te s i accorse ch e il s uo carro aveva perso un cin golo. Scese dal mezzo s ia pe r continuare a controllare l'operato de l s uo p lotone ch e per rimettere in efficienza il s uo corazzalo quando s i rese conlo c he un aJLro can-o del suo
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reparto, pilotato dal cap Aldo Turine tto era limasto immobilizzato. Gli Abiss ini sparavano in continuazione contro i due carri [ermi e un gruppo di essi manovrò per portarsi a ridosso di quesli. Gentile dapprima con lancio di bombe a mano e poi con una mitragliatrice del suo corazzato appostata a lerra, creò una zona di rispetto atto1no ai due mez:t.i immobilizzati; accorse a coadiuvarlo un capocarro mitragliere del suo plotone, il Serg. Stanislao Chenone e mentre gli altri corazzati s i schieravano a protezione dei due carri intervenne il pi lola del comandante la compagnia cap Domenico Barbieri che, a piedi, riuscì ad agganciare un cavo ad un mezzo immobilizzato, e giacché il cavo s i era sfilato a riagganciarlo di nuovo; con l'attiva collaborazione di tutti i carristi, nonos tante il fuoco nemico, i due carri s i poterono recuperare. Nello stesso fatto d'armi i1 Serg. Vittorio Pi ccinini , addetto al plotone comando, si sostituì ad un capocarro mitragliere ferito a morte e tornò a hatte re i centri fortificati abissini; pur se una pallottola che a veva imboccato una feritoia lo aveva ferito al braccio sinistro, rimase al suo posto continuando a comba tter e sino al termine dell'azione. Il STen. Giovanni Ferreri giacch é la visibilità nel carro d 'assalto ern davvero limitata, per coordinare e seguire l'azione del plotone che comandava non esitò ad aprire il porte llo cd a sporgersi; dei colpi sparati dall'a lto oltre che felirlo alle hraccia e in altre parti del corpo, si infilarono nell'abitacolo ferendo il pilota cap Giovanni Giorgi al p etto e a l bracc io sinistro; entrambi i carristi, nascondendosi l'un l'altro le ferite continuarono a combattere sino a l termine delJ'azione. Il carrista Aronne Magris capocarro mitragliere agì contro una caverna fortifi cata e ne annientò g li Abissini che la occupavano; vide poi che il comandanle del suo plotone non riuscendo con il cmro ad elim inare un altro centro di fuoco nemico era uscito dal corazzato e lo stava affrontando con bombe a mano; sces e a nc he lui e si precipitò ad aiutarlo; rimase ferito mortalmente all'addome e poco prima di spirare disse al cap. Rossi che lo confortava, delle parole d 'incoraggiamento c he commossero quanti gli erano attorno; fu decorato di medaglia d'argento a l vm alla m emoria. Negli ultimi momenti delle tre giornate di combattimento un reparto ita liano r·imase bloccato dagli Abissini che, con le loro improvvise e temibili capacità cli r ianim ars i improvvisamente nella battaglia, stavano per sopraffarlo. lntervenne con il suo pl otone il Ten. Francesco Andreani nonostant e stesse per terminare il carburante e liuscì con azione tempestiva a ricacciare il nemico. Il
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Ten. Sirio Monticelli era a disposizione del Comando del II gruppo; fu a ddetto ai rifornimenti e al collegamento durante i tre giorni di ballaglia; superato il disappunto di no n poter partecipa re in maniera diretta con i carri ai combattimenti , provvide c he il delic ato compito di rifornime nto di carburante fosse effettuato con tempeslività e pe r avere la certezza che ciò avvenisse provvide in più di un occasione a consegnarlo di pe rsona sotto il fuoco nemico. Gli furono di valido aiuto il Scrg. Carlo Chiara e in parti colare il carrista Luigi Baroni ch e con due cammelli carichi di tankhc di benzina attraversò il campo di battaglia pur di rifornire un plotone carri d'assalto. La co lonna Nasi travolta la difesa Abissina a Gianagobo il 19 a ffrontava le nuove linee ne miche e le travolgeva. G li Abissini erano sconfitti ma a dimostraz ione del loro valore g uerriero folti gruppi s i aggiravano attorno a lla zona della battaglia pronti a cogliere, in particolare su i fianchi , qualsiasi cenno <li debole sorveglianza <lt:i re parti i taliani. La sera de l 19 parcava a Bircu l una numerosa colo nna di automezzi; era com andata dal STen . carrista Giuseppe Fa hio e aveva com e scorta solo un carro d'assalto p ilotato dal cap Dante Sappino. In pie na notte l'autocoI01111a ru attaccata dagli Abissini , che in aggu a ti e colpi di mano vantavan o una grande maestria; il sottotene nte organizzò la difesa dei mezzi con gli autisti, ch e erano tutti armati di fuc ile, e p e r respingere il nemico là dove premeva di più ed era in proc into di cogliere <lei s uccessi fece m anovrare il carro di Sappino; la reazione italiana fu tale c he gli Etiopi furono conte nuti sino a ch e a d allontanarli de finitivamente non sopraggiunsero <le i rinforzi . Il 24 aprile la colonna centrale Frusci afT rontò la I i nea di res isten za abissina ai po:1.zi di Birgo t vicino alla confluenza del fium e Fafan con tugh Giarrer dove e rano s ta ti abbando na ti nel novembre precedente i tre carri <l'assalto de lla I compagnia. G li Abissini dell 'armata di ras Nasibù avevano c reato un a robusta cd articolata linea difensiva, s fruttando con m olta a bilità il terreno che si presentava profondame nte segnato dalle acque di supe rficie; la vegetazione particolarmente fi lla servì loro come ottimo elemento per il mascheramento. Sfruttando le rad ici dei grossi alberi e i tro nc hi, scavati col fuoco, e le anfrattuosità create dalle acque erano state cr eate delle postazioni per armi a u tomatiche con feritoie invisibili a fior di terra; le caverne sulla sponda destra d el fiume e rano state mutate in nidi di mitragliatrici con ampio campo di tiro s ulle vie di penetrazion e italiane; numerosi O
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centri di fuoco erano stati approntali per colpire ai fianchi ed alle spalle gli eventuali reparti italiani che si fossero infiltrati nelle lince; tiratori scelti erano piazzati tra le chiome degli alberi ben mimetizzati; erano state praticate varie intern1zioni sulle piste e nelle zone dove era possibile il passaggio di autocarri; erano stati approntati in luoghi adatti, enormi mucchi di ramaglie che incendiate avrebbero impedito il transito delle blindo e forse a nche dei carri. Il profondo letto del Fafan in parte coperto dalla vegetazione serviva come rifugio alla riserva etiope. Gli Abissini, circa 5000, avevano un am1amento moderno con grand e disponibilità di munizioni; inoltre sch ieravano tre cannoncin i Oerlikon, uno montato su a utocarro, e un certo numero di lanciabombe. Questi , reperiti sul m e r cato mondiale delle armi, erano degli stru menti rudimentali che lanc iava no a buona distanza un proietto formato da un involucro in duralluminio ripieno <li polvere nera; alla prova si rivelarono delle armi poco pericolose. Alle 9 d e l 24 apri le il gen . Frnsci per riconoscere le linee ne miche, inviò un ufficiale del suo comando con la Sezione "Fiat 611"; percorsi circa 4 km le blindo giunsero alle falde delle alture c he sovrastavano i pozzi di Birgot: qui furono impegnate <lai tiri degli Ocrlikon e dalle mitraglie nemiche; per sbarrare il loro cammino g li Abissini incendiarono a nc he i cu muli di ramaglie. Reagendo con le armi di bordo i blindati permisero all'uffi ciale di assolvere a l suo impegno. Alle 10,30 le truppe italia ne presero contatto con il nemico; iniziava la battagli a che con punte molto aspre si protrasse per oltre 22 ore. Il Magg. Ravazzoni, comandante d e l TT gruppo, che era stato privato d elle "Lancia IZ" cedute alla colonna di sinistra, si portò sulle prime lince e scel.ta una posizione sopra un'altura esaminò la zona con allenzione per dare disposizioni ai suoi ufficiali sui percorsi d a compiere. I carri d'assa lto dovevano coadiuvare la ra nteria ed essere l'eleme nto essenziale per rompere le linee abissine ma non poterono intervenire nel pieno delle loro possibilità perc hé il terreno limitava molto i movimenti. Il Ten. Verri e il STen. Macina con i loro plotoni superarono la fante ria più avanzata e scegliendo con c ura il percorso da seguire investirono le posizioni nemiche. Gabriele Veni, pilotando personalme nte il suo carro, per due volte s i portò a ridosso dei centli di fuoco abissini che il mitragliere cap mag Giuseppe Zabardi batteva con le armi di bordo; e perché il tiro fosse più preciso, senza badare al fitto fuoco, si sporse più di una volta d a l portello. Nel tentati-
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vo di prendere sul rovescio una postazione etiope, il terreno poco consi ste nte fra nò sotto il ca rro di Verri, immobilizzandolo. Il ten ente, c he nei successivi avvenime nti della 2 ° g uerra mondiale mostrò ampia mente il s erio e cosciente impegno con cui serviva la nazione, scese dal cairo p er te ntare di liberarlo dall'insabbia m ento; per controbattere il fuoco degli abissini ch e s i era concentrato sul cora zzalo fermo, da bordo lo Zabardi sparava raffiche in rapida successione. rl Serg. Magg. Giuseppe Tesla s i affiancò col suo m ezzo a quello del comanda nte <l i plotone e ini :1.iò subito a coadi uvarlo p er mettere il caITo in grado di r iprendere la m a rcia. Accorse nel frattempo il cap mag Gaetano Marchese c he pilo ta ndo il suo carro s i fermò in manie ra tale <l a coprire co n la s ua m assa il mezzo fenno. Mentre erano in corso i lavori di r ecupero, alla fin e il Testa Iiuscì a rimorchiare il carro del te nente, alcuni g ruppi di Etiopi u sci ti dai loro rifugi si avvicinarono, sfru llando il mascheramen to offerto dalla vegetazione. E ra loro intenzione colpire i canisli a t erra e tentare di rendere in ser vibili i corazza li. Ma erano stati avvis ta ti d al mun la:1. canista Aoud Alì che al comando di una squadra si a ggirava sul cam po di b attagli a per tenere i collegam enti fra i reparti carri; incitane.l o i suoi ascari attaccò gli Etiopi con lancio <li bombe a mano costringendoli a ri tirars i. l collegamenti nei repa1ii carristi privi di radio, essendo <lei Lutto aleatolio il s is tema di ban<lie rine, era necessariam ente tenuto da portaor<lini che per le condizioni <lei terreno dovevano proce<lere a piedi, in pratica inermi. E a nche questo s istema non era sufficiente tanto c he per orienta rsi d uran te il combattimento il Serg. Michelangelo Bagnoli non esitò sotto la fucileria nemica a<l usc ire dal carro. Anch e le blindo Fiat si portarono per il percorso che potevano seguire, a 1i<losso d elle fo r tificazioni n e mich e, i loro pezzi da 37 erano essenziali per neutrali zzare le caverne fortificate. Ma la particolare posizione defila ta d i queste no n permetteva risultati <legni d i ri lievo; il Serg. Giovanni Serrau dopo u na breve consultazione col suo ufficiale, uscì volontariamente d alla blindo, p orta ndo con sé delle tan ic he di ben zina; la sparse s u alcuni centr·i di fuoco nemici e la incendiò; m e ttendoli fu ori combattimen to permi se che alcuni carri d'assalto rimasti immobilizzati nel tentativo di raggiungere le linee nem iche, fossero recuperati. Nel proced ere della battagli a le blindo s i trovarono la strada sbairata <la un'interruzione; alcuni carristi scesi da i mezzi iniziarono a riattarla ma un nucleo <li Abissini, appostati in una zona particolarmente impervia e d ifficilmente ragg iungibile dalle armi di b ordo delle Fial, rend evano impossibili i
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lavori. SeITau scese di nuovo daHa sua blindo e porlalosi in posizione favorevole riuscì a snidarli. Il Serg. Mag. Salvatore Loi era il capomeccan ico della Sezione "Fiat 611"; prese parte al combattimento facendo parte dell'equipaggio di una blindo perché in casi di pesante impegno era bene che uomini di esperienza componessero gli equipaggi . Avendo constatato che una Fiat era rimasta bloccata in mezzo al campo di battaglia per avaria al molare, scese dal suo mezzo e con la rapidità datagli dalla competenza, la riparò. Il VI blg arabo somalo, elagà rosso nera, comandato dal Magg. Boglietti fu l'unità più avanzata nella ballagl ia; affronlò il nemico con attacchi reiterati che se comportavano qualche modesta conquista di posizioni lutlavia lo decimarono: 6 ufficiali e oltre metà degli effettivi furono posti fuori combaltimento. Dopo ore di scontri il VI mostrava di aver perso mordente per la sua ridotta potenzialità bellica. Tn suo aiuto intervenne la 3° compagnia caITi d'assalto comandata dal Ten. Guido Bajeli, che aprendo la strada agli ascari dette di nuovo vigore al reparto che passato di nuovo all'offensiva, riuscì a travolgere il nemico. Nel le ullime ore del combattimento di Birgot si dovette rastrellare il campo di battaglia per eliminare quegli elementi abissini che nonostante fossero stati ampiamente superati, continuavano ostinatamenle a combaltere; e si dovette anche affrontare gli ultimi reparti etiopici che continuavano a battersi con lulle le loro energie perché decisi a resistere fino all'annientamento. Il Te n . Salvatore Cassata col suo plolone carri slava raslrellando i luoghi degli scontri quando si accorse che un battaglione arabosomalo non riusciva a superare la resistenza nemica anche perché ostacolato da un corso d'acqua profondo e con le rive paludose. Cassata interve nne e guadando con i suoi corazzati il. corso d 'acqua fra molte dillicoltà, batlé la linea nemica risolvendo la precaria situazione di stallo degli ascari. La sera del 25 aprile le truppe italiane raggiunsero Hamanlei e il luogo della battaglia dell'l 1 novembre 1935. Furono recuperali lre carri cd uno, si ritiene quello del serg. Battino, fu trovato in condizioni tali da essere reinlegralo nella I compagnia dopo un breve lavoro di ripristino 18 . Si recuperarono i corpi di due carrisli che da vari indizi vennero ritenuti quelli dei Sergenti Sarotti e Battino; alle spoglie venne <lala sepollu ra in piccolo cimitero di guerra; le due tombe strettamente affiancate furono ricoperte da pesanti lastre <li pietra. O
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Luigi Frusci "In Somalia s ul front e me1;dionale", Bo logna .1936 , pg 11 7
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Palrizio Tocci
La conquista integrale dell'AOJ e le operazioni di "grande polizia coloniale"
Terminata la campagna italoetiopica a ll'Eritrea, alla Somalia e al l'Etiopi a, che ebbero la denominazione ufficiale di "Africa Orientale Italiana" , ru data una ripartizione del tutto nuova che comportò la costituzione di sei Govern i: Eritrea, Amhara, Harar, Galla e Sidamo, Somalia, Addis Abeba che comprendeva solo la città e il suo distretto. Successivamente quest'ultimo fu sciolto e con altri territori fu formato il Governo dello Scioa. Anche l'ordinamento militare ebbe una nuova regolamentaz io ne: vennero disciolti i R.C.T.C. dell'Eritrea e della Somalia e furono costituiti dei Comandi Truppe per ogni Governo. T Comandi Truppe dell'Harar e del Galla e Sidamo furono formali avendo come base il RCTC della Somalia con i suoi regolamenti, usi e foggia delle uniformi: quelli dell'Amhara e successivamente dello Scioa avendo come base il RCTC dell'Eritrea. T r·eparti carri a1mati subirono un totale riordinamento: rimpatriati quelli che avevano operato sul fronte nord, tranne le blin do "Lancia IZ" del battaglione automotohlindo e il XV sqd cv che rimase di presidio in Addis Abeba. Fu disciolto il "Raggrnppamento carri d'assalto della Somalia"; al s uo comandante TCol. Amedeo Pedersini fu concessa la medaglia d'argento al vm. T reparti che lo avevano costituito andarono a formare la componente corazzala e blindata di questi Comandi Truppe che dovevano affrontare lunghe operazioni per occupare interamente il loro territorio e per neutralizzare i folti gruppi di Abissini che non avevano deposto le armi. Il I gmppo cani d'assalto divenne il "Battaglione carri d'assalto e.li Harar" comandato dal Magg. Emanuele Rossi. 11 reparto operò tra l'agosto e il settembre 1936 per l'occupazione del Cercer e del Garamu lata; il 30 agosto alla sella di Amagià vi fu un aspro combattimento tra le unità italiane, tra cu i la 6° compagnia carri d'assalto comandata dal 1 ° Capit. Achille Pettirossi e agguerrite formazioni di armati etiopici, definiti 'ribel1i' dagli i tali ani e "patrioti" dagli Abissini. La compagni a rra carri in avaria e distaccamenti poteva contare su pochi corazzati ma furono suffic ien t i, operando in manie-
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ra coordinata con le unità di fanteria , a creare i presupposti dell'es ito vittorioso dello scontro . Il STen. Eugenio Del Giudice con 2 carri superò di s lancio la linea nemica e ini z iò a dis perdere gli armati etiopici; poi, come al solito dovette intervenire per recuperare un carro che aveva p erso un cingolo. Il STen . Giulio Palla riusciva con un'azione improvvisa ad occupare una posta;,.ione nemica, causando un decisivo sbandamento fra gli Abissini mentre il Serg. Ettore Bezzi con il suo carro prese alle spalle un folto gruppo di "ribe lli ", che si e ra asserragli ato in una forte posizione de l terreno, sgom inandoli. U 17 settembre 1936 durante un'operazione offensiva a Langhei, piccola comunità montana a circa 40 km da H arar, le blindo del Te n . Liguori furono duramente impegnate . 11 Tenente con un'autovettura e 2 blindo precedette la colonna p er eseguire una ricognizione, in una zona che si riteneva sotto controllo d ei ribelli ma si prese ntava d e l tutto tranquill a. Gli Abissini si mostrarono all'improvvis o con un preciso fuoco di fucili ed armi automatiche: l'auto dove si trovava il Tenente fu incendiata e questi riparò n ella blindo pilotata dal cap. Giuseppe Pucci che si era offerto volontario pe r pa rtecipare a quell'operazione. In breve la blindo fu crivellata d a oltre 80 colpi e si ebbe l'amara r iprova, che i proiettili dei Mauser foravano con es trema facilità le corazze al molibde no. Tutto l'equipaggio fu colpito e il Tenente, anch'esso ferito, si portò al posto di un mitragliere e seppur con difficoltà reagì sparando; gli Abissini ritenendo che la blindo fosse ormai facilm e nte catlurabi le s i [ecero sotto cercando di fon:arne i portelli. Ma intervenne il Ser g. Consolini con la s ua "Lancia IZ" che postos i a breve distanza d ella macchina ferma , la difese con tutto il suo volume di fuoco. P assaro no 6 o re prima che g iungessero altre unità italiane e che si potesse constatare che di quanti erano nella Lancia immobilizzata solo il Tenente era ancora in vi ta. Si organizzò il ritorno ne ll e li nee italiane con le 2 blindo in coda; ma l'awentura del Liguori non era ancora terminata p erch é mentre la colonna percorreva una strada a m ezza costa, la blindo dove si trovava precipitò a valle. Interve nn e di nuovo il Consolini c he estrasse i corpi dalla macchina ribaltata e fece intervenire i soccorsi. Il Ten. Liguori e il cap. Pucci furono d ecora ti di m ed agli a d 'argento a l vm. S e mpre nello stesso fatto d'armi rimase ferito il Serg. Magg. Gennaro Capone mentre con la blindo c he comandava difendeva un nucleo di ge nie ri che dovevano riparare u na linea telegrafica. Capone s i era già distinto ne ll'aprile p recedente a Dago Medò pro-
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teggendo con la sua "Lancia IZ" quella del Comando che di notte era rimasta immobilizzata sotto il fuoco nemico. E ancora a Colluhi nell'agosto quando non essendo sufficiente l'osservazione dall'inlerno della macchina, per ballere con precisione un nucleo di "ribelli", nonoslanle lo scontro in corso era sceso dalla blindo per osservare meglio il bersaglio. Dopo l'occupazione di Addis Abeba i ribelli etiopici nel tentalivo di isolare complelamcnte la città, gravitarono lungo la ferrovia Gibuti-Addis Abeba, eseguendo numerose incursioni con blocco d el traffico ferroviario per vari giorni. L'8 luglio 1936 ru inviato in treno verso la capitale a disposizio ne del Settore Occidenlale Ferrovia, un plotone carri del ballaglione carri d 'assalto di Harar a l comando del STen. R enzo Riccomini; il convoglio su c ui viaggiava nella /.ona di Adama, un grosso centro a circa 100 km dalla capitale, fu attaccato dai "ribelli"; il Riccomini, agendo con molta lempestività, fece scaricare i s uoi carri e collaborando con un battaglione cami c ie nere, già impegnato, conlribuì fattivamente a risolvere positivamente la situazione 11 Comando del Settore iichiese ed ollen nc che il plotone carri fosse dislocato proprio ad Adama, che era e rimase a lungo una /.ona calda per il ribellismo etiope. Il Riccomini, promosso Tenente lo comandò s ino a tutto il 1936, poi fu rimpatriato e sostituito dal STen. Carlo Pol lini. Al Settore Orientale Ferrovia fu assegnala la 5° compagnia del battaglione carri d'assalto di Harar; era agli ordin i del Ten. Gentile ch e aveva sostituito il Capit. Bruno Rossi; fu impegnala in una lunga serie di pattugliam enti e piccoli scontri per allontanare e dissu adere i "ribelli". Per difendere la linea ferroviaria il Presidio di Addis Abeba organizzò dei "Treni Annali" c he prestarono servizio dalla capitale a Duallé, ultima s tazione in lerrilorio italiano. Fu uliliu.alo il modesto materiale ferroviario di cui era fornita la "Compagnie du chemin dc fcr Franco Ethiopien", che con la conquista italiana da franco etiopica era divenuta franco italiana. Un treno armalo era composto da un locomotore, manovrato da militari del Genio Ferrovieri, armato con un'arma automatica; alcuni pianali blindati con sacchelli a terra o con cassoni ripieni di pietrisco, armali con 2 mitragliatrici oppure con 2 mortai; un paio di vagoni, le cui pareti in legno erano state rinforzate, che ospitavano repa11i di zaptié o <li ascari , che avevano il compilo di agire a terra; lo completavano: una stazione 1-adio, un nucleo di
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sanità e una squadra di genieri. Il battaglione carri d'assalto di Harar fu ùi nuovo impiegato in lensamente nell'estate ùel 19 3 7 nelle operazioni di grande poi izia coloniale rese necessarie per reprimere la grave ribellione etiopica. Il 1° novembre 1937 a Cettù in un combattimenlo di estrema durezza i carri armati ùella I compagnia furono impegnati a l limite delle loro possibilità e, solito dramma, numerosi rimasero bloccati sotto il fuoco nemico per la perdita dei cingoli . Con l'appoggio degli altri corazzati che falciarono gli Abissini che serravano sotto per distruggerli, furono rimorchiali o addirittura riparati sotto il fuoco nemico. TI STen. Macina, ebbe due carri del suo plotone bloccati in pieno combaWmento; si preoccupò subito di proteggerli con le armi del suo mezzo e poi, c hiamato in ausilio un altro carro, riuscì a rimorchiarli entrambi alla base; per· questo episodio fu decorato di medaglia di bronzo al vm. 11 11 gruppo carri d'assalto divenne il "Battaglione caffi d'assalto del Galla e Siùamo", comandante il Magg. Mario Ravazzoni. Dipendeva dal Comando Truppe del Galla e Sidamo, un lerritorio estre mamente vasto che agli jnizi d e ll'estate del '36 era ancorn tutto da occupare e dove si erano rifu giali num e rosi resti delle armate negussite. 11 battaglione fu inquadralo nella divisione speciale "S" poi divenuta divisione "Laghi", comandante il Gen.Carlo Geloso, governatore designato del Gall a e Sidamo; capo di SM ern il Col. Vittorio Emanuele Terragni. 11 suo compito era: battere definitivamente l'armala del ras Destà, ridotta nel numer·o ma ancora agguerrita, occupare il Borana e il Sidamo e installarvi l'autorità ilaliana. Dopo i combattirnenti ùi Mega e l'occupazione di Mojal e nel giugno 1937, dove la Sezione blindo comandata dal Ten. Luigi Marnali operando a i Iuli della colonna italiana, stroncò i lenlativi ab issini di prenderla alle spalle, fu ripresa l'avanzata verso nord ma la s tagione de lle piogge costrinse le truppe italiane ad una sosta prolungata ad Agheremariam. Le compagnie carri e le se zioni blindo furono estremamente necessarie a lla scorta delle autocolonne di riforn imento e ad eseguire il control lo delle retrovie rese insicure da infiltrazioni abissi ne e dalla situazione l1uida. Con la ripres a delle operazioni le truppe e.lei Gen.Gcloso si trovarono la strada sbarrata ùal monte Giabassiré, alto m 2576, che gli Abissini avevano fortificato con numerose opere. Il 14 ottobre la divisione "S", di visa in tre colonne, affrontò la robusta linea f01iificata. li battaglione carri dapprima tenuto in riserva, fu poi impiegato a O
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sostegno della colonna centrale comandata dal Col. Zambon. Per un'accurata organizzazione tecnica del tiro dell'artiglieria e del movi m enlo delle fan lerie, e con l'a ppor lo della R. Aeronautica che eseguì numerosi voli di bombardamento nonostante il cattivo tempo, il Giabassiré fu conquistat o con p erdite minime. La cima a lle 13,30 fu occupata d a lla co lonna Za mbon mentre le due c olo nne laterali dovettero combattere tenacemente ancora per varie ore per superare la resistenza nemica. Fra il vario armamento catturato vi Furono a nche 3 pezzi a nlicarro cli produzione tedesca da 37 mm , che non avevano avuto modo di aprire il fuoco contro i carri armati del II btg. JI cap. m ag. Rivo Rocchi, pilota del comandante la 4° compagnia 1° Capit. Podio, con manovre perfette superò le difficoltà del terreno e consentì al suo ufficiale di mitragliare con precisione un centro di fuoco abissi no. Po i avvis ta te le posta/.ioni a nti carro vi mosse contro m entre l'ufficia le falciava i serventi di un p ezzo prima c he lo ponessero in azione. Il Scrg. Vittorio Buratti meccanico della compagnia provvide per quasi tutta la mattinata al rifornime nto di carbura nte per i carri de l suo repar·to; poi d ovendosi sostituire un pilota ne prese il posto e con il corazzato m arciò verso le lince nemic he affro ntando un terreno in forte pend enza; nel percorso scingolò, sceso d a l carro per riparado si rese conto di esser e a ridosso di un trinceram ento masch erat o da cui alcuni Abissini gli sparavano contro; assolutamente non intimorito rispose con il la ncio di bombe a m ano c he disperse i nemici. Era aperta la via per l'occupazione d el Sidamo e il movimento in avanti fu ripreso all'alba d el 20 ottob re lungo la pista che dalla pi a na di Sammalo conduceva a Sadé, Uollo, Trgale m. La pisla, in alcuni punti poco più di una traccia sul terreno, era immet·sa in una fitta foresta; saliva dolcemente un'altura poi con una c urva a gomito scendeva con notevole penden za in un a profonda in cassatura dove in fondo scorre lo uadi Sadé che attraversava con un piccolo ponte per poi risalire r apidamente l'alta p end ice opposta. La gola <lei corso <l'acqua era coperta <la un fo lto sottobosco che non permetteva alcuna osservazione m e ntre dalla p e ndice opposta, distante circa 500 m, si poteva tenere sotto controllo la c urva e la discesa. La colonna italiana procedeva avendo come avanguardia un nutrito scaglione al comando d el Col. Zambon formato dal IV Gruppo squadroni "Aosta" rinforzato da una compagnia arabosomala; a breve <lis tan/.a segui va la 2° compag nia carri d'assalto con 8 corazzati e 4 blindo, una sezione da 65/17 e una batteria da
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77/28. In estrema avanguardia, ad un'ora circa di marcia dalla colonna er-a stata spinta una banda del T Gruppo Dubat, comandata dal Ten. dell'artiglieria alpina Antonio Daniele, affiancata da un folto numero di armati irregolari Borana, tutti autocarrati con i mezzi del 14° Autogruppo Speciale della Somalia. Poco prima delle 7 non appena gli autocai-ri con i Dubat superarono la curva a gomito caddero in un agguato teso dagli Etiopi al comando del degiacc Gabré Mariam. Era questo un anziano capo, molto esperto nella guetTa, pervaso da un profondo sentimento antiitaliano. Aveva a disposizione circa 2000 Amhara con numerose mitragliatlici e alcuni pezzi anticarro tedeschi; aveva fatto disporre le sue truppe ai due lati della straùa, dalla curva in giù sfruttando tutti i ripar·i naturali possibili, Inoltre aveva distrutto il ponte e sull'alta pendice di fronte aveva appostato numerose armi automatiche e vari cannoni anticarro. In breve tempo la banda Duhat ancora su gli autocarri, che impossibilitati a manovrare per la ristrettezza della pista rimasero bloccali sotto il fuoco nemico, fu ùistrutla. Cadde il Ten. Daniele e d in un attim o gli Amhara fecero scempio del suo corpo; fu decorato di medaglia d'oro al vm; caddero anche gli autieri Guido Brini, Luigi Fossà e Corrado Redini; per la decisione con cui si schierarono accanto ai Dubat e per la determina:,.ione con cui continuarono a battersi anche dopo aver csaulito le munizioni furono tutti e tre decorati di medaglia d'argento a l vm alla memoria. Il cap. rnag. autiere Antonio Baghini, con un nucleo <li Duhat, riuscì a forzare la stretta degli Abissini che ormai li avevano circondati per coi-rerc a dare l'allarme alla colonna. TI suo impegno fu ricompensato con la medaglia d'argento al vm. D 'altra parte il Col. Zambon al rumore della intensa fucileria aveva già fatto prendere ai reparti la posizione d'attacco. Per riconoscere le posizioni nemiche fece avanzare la 2° compagnia catTi che iniziò la discesa verso lo uadi; i pezzi controcarro etiopici, uno era manovrato dallo stesso Degiacc, iniziarono un fuoco mirato che fu micidiale per i corazzati e blindati italiani anche perché non vi era lo spazio suffic iente a manovrare. ll carro pilotato dal cap. Francesco Barbagallo, c he per l'azione fu decoralo di m edaglia di bronzo al vm, ebbe un proiellile anticarro nella piastra frontale che o ltre ad incrinare la corazza ferì il pilota mutilandolo ad una mano. Quello che aveva come capocarro il Serg. Benedetto Barbuscia ebbe il serbatoio perforato e si incendiò; il sergente recuperando una mitra-
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gliatrice dal carro s i appostò a terra e sparando continuamente impedì a gruppi di Amhara di infiltrarsi a ll e spalle dei mezzi italiani impegnati. Fu decorato di medaglia di bronzo al vm. Il carro d'assalto pilotato dal cap Giacomo Savasta fu raggiunto da vari colpi che lo danneggiarono ma non lo fermarono; poco dopo un altro proiettile colpì il motore e ferì leggermente il pilota ad un occhio; Savasta nonostante la momentanea menomazione riuscì a disimpegnarsi e a riportare alla colonna il suo carro. Ebbe la croce di guerra al vm. Le "Lancia TZ" sia per la mole che per la modesta blindatura subirono le perdite maggioli; la blindo su cui era mitragliere il carrista Carlo Ross i s'immobiliz:1.ò colpita al motore e con due feriti a bordo; ferma sotto il tiro nemico fu raggiunta da altri colpi che squarciarono le lamiere e misero fuori uso la mitragliatrice azionata dal Rossi. Questo, sen za perdersi d'animo s i spostò ad un'altra macchina che aveva avuto il mitragliere ferito e continuò a sparare fino a che essendosi sviluppa to un ince ndio nella blindo fu costretto a lasciarla. Fu decoralo di medaglia di bronzo al vm. La "Lancia lZ" pilotata dal cap Gabriele lacobini fu colpita da più granate anticarro; oltre ai notevoli danni riportali ebbe tutto l'equipaggio ferito in maniera più o meno grave. Iacobini nonostante l'angustia della pista e le condizioni in cui era r·idotto il veicolo, riuscì con numerose m anovre a voltare la blindo e a riportarla alla base della colonna; egualmen te il Serg. Amedeo Scircoli nonos tante la blindo che pilotava fosse stata colpita in più parti, riuscì a manovrare e a portarla in posizione riparata. La " Lancia IZ" pilotata dal carrista GB Pagliasso finì nel campo di tiro degli anticarro abissini; fu cen trata ripetuta mente e il pilota rimase ferito; nonostante la menomazione tentò di manovrare nel breve spazio disponibile ma altri colpi la centrnrono, incendiandola e decapitando il Pagliasso al posto di gu ida. Gli fu conferita la m edag lia d'argento al vm alla me moria. Nel caos provocato dall'agguato il STcn. G ino Gallarini si mantenne tranquillo ed agì con molta determina zione; avendo visto il carro del comandante della comp agnia immobili zzato sotto il fuoco nemico lo sorpassò e con una serie di puntate offensive tentò di proteggerlo. Poi pe r essere certo dell'incolumità del suo capitano, tornò verso le linee italiane, u scì dal suo corazzato ed intercettato un plotone di ascari lo schierò a difesa del carro fermo, unendovisi con il lancio di bombe a mano. Accortosi infine che la sezione da 65/17 aveva i serventi sotto il tiro nemico, raccolse il fucile di un caduto ed accorse in loro
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dil"csa. Il STen. Antonio Comino si avvide che degli Abissini infiltrandosi per la boscaglia cercavano di aggirare i reparti italiani bloccati lungo la pista. Nonostante il teITeno fosse difficile Iiuscì a portarsi a tiro degli Etiopi che annientò sia con il fuoco delle mitrag liatrici che schiacciandoli con il carro. Ad entrambi venne con cessa la medaglia d'argento al vm. In pratica n el combattimento di Sadé la 2° compagni a caITi d'assalto ru distmtta: 6 carri su 8 e tutte e 4 le blindo furono poste fuori combattimento. Ma si era riusciti a svelare lo sch ieramento nem ico e si era cons tatata l'impossibilità di forzare la linea abissina lungo la pista. La sezione da 65/17 si portò in prima linea e pur avendo perdite tra il personale sparò a lungo accelleratamente suJle postazioni etiopi. Mentre le truppe dell'avanguardia, rinforzate d a l X btg arabo somalo, etagà bianco g ia lla , tenevano impegnato il nemico rrontalmente, l'XT btg arabosomalo, etagà bianco azzurro, fu inviato a d aggirare sulla destra la linea abissina, passand o p er le creste delle alture. Il movimento richiese molto tempo sia per l'asperità del terreno c he per la fitta vegetazione; quando il battaglione ru sul punto di g iungere s ull'obietlivo, la manovra venne integrata a sinistra dai cavalieri "Aosta" appiedati. L'azione si concluse felicemente al trnmonto con la veloce ritirata d egli Amhara che s ubirono perdite e levate, anch e il degiacc Gabre Mariam rimase ferito, e abbandonarono numerose armi a uto matiche e i pezzi anticarro. L'inseguimento da parte della divisione "S", c he nel comballiment o aveva subito 300 perdite tra reriti e morti, non fu possibile co ntinuarlo subito a cau sa della mancanza d i piste transitabili e delle difficoltà del terreno. I pezzi callurati, prodotti dalla Rheinmetall Bosi k, erano a li' epoca una delle migl inri armi anticarrn in produ zione; con gli esempla r·i in migliore stato di conservazione ru costituita la 4° batteria cont rocarro del 4 ° gruppo d'artiglieria motorizzata del Comando Truppe del Gallo e Sida mo. Com e si rileva dal comba ttimento di Sadé la concezione Lattica "coloniale" di utilizzare i Duba t, o a ltri reparti indigeni leggeri, per l'esplorazione avanzata in luogo dei blindati era generalizzata fra gli u ffi ciali superiori dell'epoca. Dipendeva dal fatto che nel R. Esercito mancava una conoscen za dei carri armali e delle blindo e delle loro effettive possibilità . Dura nte la la guerra mondiale l'Italia per la conformazione d e l fronte contro l'Austria Ungheria non ebbe modo di utilizzare tali nuove armi . Comunque nel 1918 acquistò dalla Francia alcuni
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esemplari di carri armati che servirono non per essere utilizzati operativamenle ma per esperienze e valutazioni alle ed indirizzare le indu strie nazionali. E i reparti sperimentali furono via via col lempo: il "Reparlo Speciale di Marcia di Carri d'Assalto di Verona", la "Batteria Autonoma Carri d 'Assallo" che dopo un tentativo senza esito di impiego in Tripolilania, nel 1919 divenne la "Compagnia Carri d'Assalto" di Nelluno; il " Gruppo Carri Armati" di Roma divenuto nel 1923 il "Reparto Carri Armati". Per attuare l'ordinamento dell'esercito emanato nel 1926, il 1° ollobre 1927 fu coslituito il Reggimento Carri Armati comandato dal Col. Giuseppe Miglio. S ' iniziò allora a codificare le dottr·ine talliche sull'utilizzaz ione dei corazzali, a dividerne l'impiego a seconda del peso e dell'armamenlo. Ma fu una ricerca ed una evoluzione di norme lenta perché necessariamente legata al materiale in distribuzione che per molto tempo ru composto solo dai 'Fiat 3000' e dalla "Lancia IZ". Avvenne che tali dottr·ine nonostante la diffusione e l'applicazione sperimentale nelle grandi manovre, Iimasero astratte e che fra la gran parte dei quadri del R. Esercito non si creasse una conoscenza sull'esatto modo d'impiego di questi mezzi. Ancora nel 1930 si insegnavano agi i u lliciali, antiche formu le risalenti alle esperienze fatte in Francia durante la l " g uerra mondiale. Sulle blindo, come si vedrà la conoscenza era ancora più scarsa. Il XX battaglione carri d'assalto "Randaccio" 1irnase dislocalo a Mogadiscio sino a l 1937. Successivamente fu sciolto il "battaglione carri d'assalto del Galla e Sadamo" e il XX ru trasferito alle dipe ndenze di quel Comando Truppe e, comandato dal 1° Capil. Sal vatore Zappalà, fu dislocato a Sciasciamma nella zona dei laghi. Terminata l'occupazione integrale dell'Etiopia e il primo ciclo di operazioni di "grande polizia colon ia le" si iniziò a sciogliere i battaglioni carri d'assalto. Nel 1937 il "battagli one carri d'assalto del Galla e Sidamo", ridotto nel personale e n ei caITi per il lungo ciclo operativo e per le perdite subite, fu sciolto. I pochi carri efficienti furnno versati a l XX battaglione carri d'assalto che, come si è detto, lo sostituì nel Galla e Sidamo s ino ai primi mesi del 1938 quando fu rimpatriato. Le Autoblindo furono definitivamente organizzate come Reparti Autonomi. Il "battaglione carri d 'assalto di Harar", decorato di croce di guerra per le operazion i dall'aprile 1936 al luglio 1937, comandante interinale Capit. Ferdinando Monchiero fu
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sciolto; i suoi pochi carri rimasti efficien ti furono versati a llo Squadrone carri veloci "Cavalieri di Negh elli" m e ntre le blindo divennero Sezioni Autonome. Lo s qua drone cv "Cavalieri di Neghelli", dotato di 15 carri a rmati L3 , era sorto in quel torno di tempo com e trasformazione del I 5° s qua drone cv dislocato ad Addis Abeba. Deno minato in qualche d ocumento an ch e come "Squadron e carri veloc i d ello Scia", dal Comando Tru ppe da cui di pendeva, era inqua drato nel "Raggruppamento Cavalieri di Neghe1li", l'unico reparto d i cavalleria n azionale previslo nell'ordinamento mililare dell'AOl. Il Raggruppamento s i era formato con ele menti dei 4 gruppi di cavalleria milraglie ri autocarrati , m o bilitati d ai reggimenti "Genova" e "Aosta" che sul fronte sud, n ella marcia su Neghell i s i compo rtarono con molla bravura. Da qui la nuova denominazione. 1 "Cavalieri di Neghelli" che pe r un certo periodo di tempo furono inquadrati nella divis ione "Grana tieri di Savoia", erano articolati su 3 squadroni cavalieri e d I carri veloc i. Autocarrati, negli ann i precedenti il 2° conflitlo mondiale ebbero uno squadrone a cavallo. Avevano com e insegn a un gagliardetto bia n co con a l centro una croce patente azzurra caricata del rregio dei lancieri. L'ordinamento militare dell'AOl, emanato ne l 1937 e il nuovo sch e ma approvato nel 1938, non prevedeva per quelle forze armate alcun reparto di carri armati. Le blindo La n c ia e Fiat furono tutte lasciate in Africa Orientale non solo pe rché no n e ra convenien te riporta rle in Italia ma p erché necessitavan o per le scorte alle autocolonne e per tenere aperte le s trade nelle zom: d ove imperversava il ribellism o. Ma n on erano s u fficienti e per la vetus tà del mate riale e le continue o perazioni a cui dovevano partecipare, comportarono u n e levato grado di usura con la consegue nte radiazio ne di un gra n numero di m acchin e. Ad esempio la "Squ a d rig li a Autoblindate La ncia d e l Ga ll a e Sidamo" o "1 • Squadri g lia Autoblindo" per l'e le va to num e ro di blindo dovute rad iare fu d isciolta e con tratta nelJa "Sezione Autoblindata Lancia del Ga lla e Sidamo" che per continuare ad operare dovette dotarsi di a utocar1i blindati: questa sezione nel 1940 era comandata dal Ten . Nicola Campo, menlre durante le o perazioni della 2° guerra mo ndiale fu posta agli ordini d el Ten. Cajano. Per ovviare alla care nza di bli ndo, stante la necessità im pcllenle c he se ne aveva, si rico rse ad autocarri armati e hlindati da officine locali. In merito alle a utoblindo la conoscenza c he si aveva nei q ua-
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dri d el R . Esercilo era decisamente carente. Erano dei mezzi c h e seppure coslruiti in numero sufficie nte, poco più di 120 esemplari con cui Furono costiluile 17 squadriglie, n ella l n guerra mondiale a causa della con l"ormazionc d e l fronte italoau s triaco e rano state utilizzate solo sporadicamente e in casi particolari: a copertura della ritirata da Caporelto e inquadrale nelle divis ioni di cavalleria per sfruttare il successo dopo la ro tta auslroungarica. Più c h e come strumenti bellici venivano ide nlif'icate come mezzi di polizia a lti all'ordine pubblico come e ffettivamenlc vennero impiegate tra il 1919 e il 1922. Una trcnlina di esem plari fra "Lancia lZ" e "Fiat Tripo li" furono inviale nel dopoguerra in Libia per le lung he operazioni di riconquista di quella colonia, dove emerse l'utilità delle loro preslazioni: nelle ricognizioni, negli insegu imenti, n el controllo delle s trade e ne lla difesa delle colonne. Furono esperi e n ze di grande interesse c h e unite alle lucid e norme emanale n ell'otto bre del '18 e a quanto operavano le altre nazioni nelle loro colonie avrebbero dovuto creare una coscienza del mezzo blindato s u ruote e sulla s ua assoluta necessità in una g u erra moderna, c he sarebbe stata senz'altro motorizzala. Ma lutlo ques to bagaglio di esperienze f-t.1 disalleso; lo Stato Maggiore Ge ne rale non colse assolutame nte il problema e se ne disinteressò; l'indust.-ia nazionale produsse solo prototipi e progetti in a lcuni casi al limite d ella fantas ia. Le "Fiat 611" prodotte in serie molto limitata , rima sero un caso a sé s tante che interessò so lo il Mini s tero degli Interni per il Corpo degli Age nti di PS. Per avere un'autoblinda moderna, rispondente alle varie necess ità di impiego, s i dovette a ttendere il 1940 quando fu iniziata la distribuzione de lle AB 40, altra blind o costruita su specifica commissione di un corpo di polizia: la PAI. Già durante la campagna contro l'Etiopia, s u l l"ronte nord si presentò urgentemente la n ecess ità di blindo per proteggere le li nee di rifornimento dalle infiltrazioni abissine e per la scorta a lle a utocolonne logistic he. Non essendovi alcuna poss ibilità di ottenere dall'Italia mezzi simili che non esistevano neppure in rase di progetto, si ovviò sul posto. Il 4 ° Autoraggruppame nto in breve allestì 22 autocarr i Chevrolet armati e blindati. I m ezzi, muniti di un liflcttore sulla cabina, avevano il cassone blindato con sacchetti a terra posti vertica lmente contro le fiancate e mantenuti da un'int elaiatura di legno; oppure una blindatura m e no provvisoria formata d a un'intercapedine composta dall e f'iancate dell'autocaffo e da una para-
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tia di eguale dimensione, riempita <li ghiaia co mpressa . L'armamento era composto eia due mitragliatrici Schwar,.lose dapprima pos tate in maniera fortunosa su basamenti fatti da cubi <li cemento o d i legno, poi su treppiedi a ppositamente studiati. Di questi "fortini mobili", così vennero definiti ufficialmente, ne furono approntati durante la campagna circa 40 e risposero egregiam ente ai compili a cui erano destinati. Per la mancanza di blindo e la loro estrema necessità, dopo la conquista dell'Etiopia, f"u stabilito <la quel Comando Superiore <li costruire autocarri armati che fossero meno provvisori di quelli apportali d a l 4° Autoraggruppamento. Lo schema <lei l'ordinamento militare dell'AO[, approvato nel 1938, prevedeva la costituzione di 6 compagnie di autocarri armati, una per c iascuno Commando Truppe. Furono adattati, fra innumerevoli difficollà, cir-ca 90 a utomezzi e nell'aprile del '39 tre compagnie erano state costituite e altrellante erano in corso <li costituzione. Si uti liu.arono autocarri di vario tipo: Fiat 646, Ford V8, Chevrolet, Bussing, con blindat ure differente nelle forme e nei materiali. Si utilizzarono lamiere recuperate di ogni gener·e, parti della " La ncia IZ" poste fuori servizio, e perfino blindature fon11ale dalle balestre <l egli au tocarri inutilizzati, genialmente e pazientemente saldate l'una con l'altra. S i ebbero così autocarri armali e blindali co11 il cassone aperto e a ltri totalmente chiuso, più o meno munito <li torretta girevole . Anche l'arma m e nto variava a seconde d elle disponibilità ma com unque si generalizzò nei tipi a cassone aperto in una mitragliatrice Schwarzlose scudata r uotante su 360° e un f m "Br-eda 30" posto in cabina al lato dell'autista . La necessità estrema che si aveva in AOI di autoblindo o comunque <li autocarri armati è tes timoniata dalle disposizioni prese dal Governo dell'Amhara per controllare e difendere il bassopiano dal ribe ll ismo e dalle infiltrazioni <la i Sudan: 3 gruppi di autocarri armati dovevano essere in servizio mobil e d i vig ilanza mentre sull'altopiano una linea continua di fortini doveva servire come ulteriore sbarramento. Nel marzo 1938 questo progetto non poté essere attuato perché a causa delle limitate risorse presenti in AOI , l'approntamento <legli autocarri armati richiedeva molto tempo. Nel 1938 iniziarono a sbarcare in AOI i reparti del Corpo di Polizia Co lonia le, successivamente divenuto Polizia Africa Italiana, istituito alla fine del 1936. Per le mansioni che questo corpo andava a svolgere nell'Impero necessitava di autoblindo. Tn attesa che l'industria completasse i progelli e reali zzasse il mezzo prescelto dal Ministero dell'Africa Italiana, che fu J'Ab 40 adottata
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anche <lallo SM Generale per i reparti celeri, furono approntati in Italia degli autocarri armati e blindati. Si utilizzarono dei Fiat 634 che vennero blindati, quasi certamente dalla stessa Fiat, con una tecn ica pedezionata. Il cassone, a cielo aperto era difeso da alte fiancate corazzate in parte ripiegabili munite di feritoie rotonde chiuse da battenti. Si era provveduto a proteggere le ruote con corau.e ripiegabili per permetterne la sostituzione; l'armamento era composto da una Schwarzlose con scudo fortemente a ngolato, ruotabile per 360° e d a un'arma automatica leggera posta in cabina di fianco all'autista. In margine alle autoblindo artigianali vi è da notare che non fu un espediente a cui ricor·sern solo g li Ttaliani. Anche gli Inglesi ne costruirono e ne impiegarono in numero rilevante. Tralasciando le 'Armadillo', approntate per difendere la Gran Bretagna dal pave ntato sbarco tedesco i Africa Ori e ntale ne rurono provvisti anche il Suùan Defence Force e le truppe del Sud Africa. In particolare autoblindo improvvisate, simili a quelle Italiane descritte, equipaggiarono i reparti esploranti del "Pretoria regiment". Nel 1940 con l'entrata in guerra il Comanùo Truppe ùi Harar, ùivenuto Scacchiere Est, approntò la "Compagnia Motociclisti di Harar" formata da 80 motocicle tte, in gran parte di requisi:1.ione e da 2 autoca1Ti corazzati. Questo reparto terminò il suo ciclo operativo nello Scacchiere Sud, già Governo del Galla e Sidamo, dov'era ripiegalo a Dembidollo (Sa.io), il 3 luglio 1941 con la resa del comandante di quello Scacchiere, Gen . Pietro Gazzera, al Gen. belga Gillieart, comandante superiore d e lle truppe del n o r·dest; si trattava di reparti d el Congo Be lga schieratisi con gli Inglesi. 1 Belgi, fra il m ateriale catturato agli Italiani, trovarono un autocarro blindato della "Compagnia Motociclisti di Harar"; era stato allestito utilizzando il telaio e il motore d i un autocarro Ford con una blindatura chiusa a linee molto squadrate, e un'alta torretta circolare; il lavoro era eseguito con molta cura. Il motore, che nella blindatura ricordava le "Fial 6 l 1", aveva nelle parti anteriore e laterali ampi sportelli apribili per la ventilazione , m entre le ruote sia per non gravare eccessivamente il peso che per non limita re la manovrabi li tà, non erano protette. Dal 1938 al 1940 i reparti canisti delle forze armate italiane in A.O. furono Carri Armali: squaùrone carri veloci "Cavalieri di Neghelli" co n 15 carri L3; comandante Ten. Rinaldini; dip en deva dal
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Comando Truppe Scioa Autoblindo e Autocarri Armali: secondo una situaz io ne fornita dall'Ufficio Storico de llo SM Esercito 19 e in tegrata da p ochi altri e le m en ti , le autoblindo e gli autocarri armati erano r ipartiti: Comand o Truppe di H arar·: Sezione_Autonoma Autoblindo "Fia l 6 11 ", annate con il pezzo da 37 mn'l; 5 m acchine; comandante d all'autunno del 1938 Te n . Gas lone Camurri Sezione Aulono ma Autoblindo "Lanc ia IZ"; comandante Ten. Sirio M o nticelli . 4 m acc hine Comando Truppe del G a lla e Sidamo: Squadriglia Autoblindo "Lancia" de l Galla e Sidamo con sede a Gimma; fu contralla prima della gu erra, per ma ncan;,.a di mezzi in Sezione Autoblindo <lei Ga lla e Sidamo; n el 1939 era coma ndala dal Te n . N icola Campo, durante il 2° conrliuo mondiale fu pos ta agli ordini del Ten. Ca_jano Sez io n e Autoblindo "Fiat 611" armate con mitragliatr ic i; 1 macch ine; operava per Ja difesa del lraffico dai ribeJli nella ;,.ona ad occide nte del lago Ruspoli tra Javello e Gardulla Compagnia AutocarTi Arm a ti comandante Capit. Giuseppe Roma, dis locata a Gimma Sez io n e Aulocarri Armati coma n<l a n lc Tcn . Gottardi; era d islocata al 10° cantiere s tradale della "Addis Abeba-G imma (strada n. 7); su ccessivamente fu tras l'erila ad Uolisò Sezione J\ulo hlinclo comandante Te n . Vcnl u ri, disloca ta a Uolisò, centro dei Galla Uolisò e sed e del Commissa r·ialo d ei Guraghe, al 123° km della strada n. 7 Comando Truppe Amhara R eparto provvisorio /\ulohlindo com Cap. Vitt.orio di Tarsia di slo calo a Dc brivar, o Debarec Nuova, s ulla strada n. 6 del "lago Tana" ch e collegava Asmara con Gon<lar. Sezione Autoblindo Lancia con 6 macchine dislocala a Debra Ma rcos (Goggiam meridion ale). Successivamenle co n sede a Gondar in località Radio Marina, fu costituita la Compagn ia Carri Armati, con un organ ico cli 367 uomini , fra nazionali e coloniali, e 34 Aulocarri Armati. Aveva vari dis taccam enti ; comandante fu il Capit. Alberlo Pug liese, s ostituito ne i primi mesi del '40 dal parigrado Bruno Nicoli. 19 his 19
Ufficio Storico dello SM dell'Esercito "AOJ: dislocazione ... ". l%is AUSSMEn . 15 19 ; 1537.
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Ad Addis Abeba, nello Scioa, dipendente dall'Autocentro PAI vi era: Reparto Autocani Armati PAI Si deve tener presente c he la segu ente tabella può presentare delle imprecisioni per l'impossibilità di rcpcri r·e dati certi sui vincoli organici, dovuta al frazionamento e a i temporanei trasferimenti ad altri Comandi Truppe per le operazioni di polizia co loniale. Nella parata militare che si lenne ad Addis Abeba alla presenza del viceré Amedeo di Savoia duca d'Aosta il 9 maggio 1939 per celebrare l'annive,-sario della fondazione dell'Impero, dielro i carri L3 dello squadrone cv "Cavalieri di Neghelli" sfilarono alcuni Fiat 3000. Si trattava di carri armati ceduti sia in regalo che in vendila a l negus H a il é Sellasie dal regno d 'Italia sul fi nir·e degli anni '20. Istruttore per gli equipaggi abissini era stato l'a llora Serg. Magg. Francesco Dc Martirii che per le sue spelicolate ed intrepide azioni in AO nella 2° gu erra mondiale fu decoralo di medaglia <l'oro al vm. I "Fial 3000" durante la campagna italoab issina non erano stati impiegati e recuperati dagli Italiani dopo la conquista dell'Etiopia servirono come "d imoslrazione di potenza" verso gli indigeni; ma il loro valore bellico era nullo sia per le condizioni in cui versavano e sia perché mateiiale vetuslo <li ideazione antiquata.
Gli Ml 1. La 2a guerra mondiale: Cassala la conquista e la difesa
Con l'approssimarsi delle possibi lità di intervento dell'Italia nella 2a gue1Ta mondiale, il capo <l i S.M.Generale M.llo d 'Italia Pietro Badoglio, ribadì per l'AOI la direttiva di mantenere integro il lerritorio della colonia e di astenersi da operazioni offensive ad eccezione di alcune di particolar-e interesse. Prima fra queste la cosiddetta "Esigenza G" ovvero l'occupazione di Gibuti a ll'epoca colon ia l"rancese, del suo porto e del capoli nea della ferrovia con Addis Abeba. Per questa es igen za lo SM Generale nell'intento di venire incon lro a lle numerose richieste di arm i e maleriali del Comando Superiore delle Forze Armate dell'AOI, il 6 aprile 1940 stabilì di inviare in quell a colonia del materiale di rccenle costru zione. Enlro il mese giunsero in AOI una Compagnia Speciale Carri Ml 1 con 24 carri, una Compagnia Speciale Carri L3 con 24 carri, 3 Gruppi organici da 105/28 con 32 pezzi; 2 Gruppi da 76/46 con 16
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p ezzi, 24 mitragliere da 20 mm con nuclei di p ersonale a<l<leslrato, il materiale per costruire 4 compagnie mortai da 81, 300 ufficiali e un'aliquota non elevala di personale sp ecializzalo. Quindi all'entrala in g uerra d ell'Italia, le for·ze armate dell'AOl disponeva no di una compone nle corazzata composta ùa: 24 carri armati Mll , 39 carri armati L3 , 126 a uloblindo e autocarri armali. TI carro a rmato Ml 1, o M39 d all'anno di omologazione, e ra nel 1940 il mez:.r.o corazzato più potente in servizio nel R . Esercito. Progettato e costruito d a ll'Ansaldo, do p o una geslazione durata troppo a lungo, era lo sviluppo d el carro da rottura ù a 8 Lonn. Pesava 11 ton n, era mosso da un motore F ia t ad iniezione posto a poppa e sep a rato da una paratia metallica da lla camera di combatt.im enlo. Si trattava di uno Spa 8T diesel con 8 cilindri a V pe r· una cilindrata tola le di 1140 e me per 105 cv. Velocità s u strada 32 km h , s u terreno vario 15 km h. I 180 litri di n afta, conte nuti nei due serbaloi posti ai lati del motore pennellevano un'autonomia ùi 200 km su strada e I 04 l'uol'i . Raffreddamento ad acqua, mossa da una pompa cen trifu ga e raffredda ta da due ve ntole. L'avviam e nto era duplice: elettrico, a m e;,Jo di due motorini; a m ano con manovella sia a ll'i n lerno c he all'este rno <lei me ;,.zo. L'energia elettrica pe r· la messa in m oto e per l' illuminazione inte rn a eù eslerna: 2 fari anter·io ri e 1 fanalino posteriore, era fornita da 4 batterie Ma rdli 3MF da 6 v ciascuna e da una dinamo. 5 mar·ce nonnali e altrettanle rid o tt e; ruote molric i anteriori e ru ote <li rin vio e tendicingoli posteriori; tre rulli guida pe r· lato. Le sospens ioni erano formate da 2 carrelli oscillanti per lato indipe n<le nli uno dall'altro; ciascuno di questi aveva ùue mlii porta nti gommati. Cingoli in acciaio con 81 m aglie, larghe ciascuna 24 c m . Corazzatura formata da p iast re di acciaio , imbu llonate e chioda te: 30 mm fronta le, 15,5 la teral e , 6 cielo e fondo. Arma m e nto : cannone semiaulomatico da 37/40, in casam atta , con una do tazione d i 84 proiettili; 2 mitragliatrici Breda cal 8 binale, con 2808 cartucce ciascu na, poste in torretta brandeggiabile a mano per 360°. Equipaggio composto ùa 3 uomini: capocarrn m itragliere con a disposizione un periscopio per l'osservazion e a po rtello chiuso; pilota a sinis tra; per l'osservazione a veva una larga finestratura r-ettangolare e quando questa era chiusa un iposcopio c h e con sentiva una buona visione. Cannoniere a destra, a ffiancato a l pilota; pe r il punta m ento utilizzava un apposito cannocchiale. Era previs to l'impianto di un a ppa recchio radio ricetrns milte nte Marelli "rf 1 ca" m a s ui 24 carri inviati in AOT non fu montato e quindi per comunicare tra d i lorn d ovevano ricorrere a
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b a ndierine, segn al i convenzionali o staffe lle, mezzi che ovvia m ente mancavano di immediatezza e che nella concit azione delle azioni divenivano di problematica comprension e. Le dime nsioni del ca1To erano: hm 2,25; lung m 4,85; larg m 2,17. I.:Mll s uperava una Lrincea cli 2 m, un guado di 1 m , u n a pen<lenza di 45° , uno scalino di 80 cm .. Il di ametrn di volta per l'inversion e di m a r·c ia era di 6 m . Il carro ch e risentiva ne lla reali zzazione finale dei numerosi rima negg iamenti apportati a l progetto base, aveva un efficace rapporto peso/potenza; dimensioni contenu te, una buona s tabilità: trasversale statica 45°, trasversale dinam ica 40°; armamento sufficiente. Ma la d isposizione delle am1i era il diJello maggiore d el corazzato: il cannone poslo ne llo scafo, con un brandeggio limitalo: ori;1.zontalmente 15° per lato, verlicalmenlc 12° in elevazione e 8° in depress ione, non permetteva di centrare il bersaglio in movimento. Per farlo si doveva procedere dire ttam ente sull'obie llivo o ricorrere a evoluzio ni complesse ch e ralle ntava no la te mpestività del fuoco. Inol tre l'M 11, rrutto di una indus t1ia non suffic ie nte mente avanzala in campo tecnologico e anc h e per l'uso <li mate riale non collaudato in maniera ba stevo le, presentava fragilità al cambio e agli o rgani di trasmissione: il gruppo e pic icloida le era soggetto con facilità a rompersi con conseguente immobili u.azio nc del mezzo; il s istema di lub,~ifi cazio nc runzionava irregolarme nte con s ussegue nte fusione delle bronzine e fe rmo <lei carro. Nonostante l'e n tusiasmo c he il nuovo corazzato aveva ingen eralo a lla sua comparsa, lo SM del R . Esercito <luranlc le grandi manovre del 1939 s i rese conto del grave dife tto che presentava il cannone nello scafo; per tale motivo la commessa fu limitata a 100 esempla ri giacché s i preferì il modello più evoluto: l'M 13 con il cannon e in torretta. Non a torto quindi l'Ogorkiewicz ha <ldinilo l'Mll, "... quasi il peggiore model lo deJl' epoca". Gli Ml 1 non a ppen a usc ivano dag li s tabilimenti di Sestri Ponente andavano ad equipaggiare il 3 2° reggiment o ca1Ti "Arie te" di stan za a Vernna. Il II battaglione di questo reggime nto mobilitò una "Compagnia Speciale Carri M" dotata di 24 carri armali, con pe rsonale in gran parte volontario. 11 28 a pril e d el 1940 la compag nia ag l i ord ini del Capit. D ' Amico s 'imba r cò pe r l'Africa Orientale. Lì giunta, quel Comando Superiore nell'intento di a ppl icare un'equa distribuzione di forze fra i vari Scacchieri divise la compagnia in due: 321 a e 322a compag nia carri Ml 1, c h e nel numero distintivo ricorda vano il reggimento di appartenenza. L a "Compagnia Speciale Carri L" fu mobilitata dal 3° reggi-
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mento carrista di stanza a Bologna; giunta in AOI assieme agli Mll, ebbe la stessa evoluzione organica e fu divisa in: l a compagnia carri L e in 2a compagnia carri L. Le quattro compagnie carri entrarono a far parte della riserva generale divisa tra Addis Abeba e Dess ié . Nel 1957 Bruttini, capo del servizio informazioni dell'AOI nel periodo del conflitto, e Puglisi, un giornalista italiano a lungo attivo in E ritrea, scrissero nel loro lihro "l'Impero tradito" che il duca d'Aosta fece riunire tutti i mezzi corazzati e blindati presenti in AOI, li integrò con le artiglierie più moderne e con batterie leggere montale su autocatTo con funi.ioni anticarro e costituì così un'unità che chiamò "Formazione Celere". Non è da escludere che la costituzione di una simile unità sia stata vagliata in particolare per un eventuale piano offensivo nel Sudan nel tentativo di prendere contatto con le forze italiane in Africa Sette ntrionale. Ma la realtà storica è differente. Le rorze corazzate e blindate dell'AOI come i reparti più addestrati e i mater"ial i più moderni furono ripartili fra i vari Scacchieri in cui era divisa quella colonia. E ognuno di questi, a parte lodevoli eccezioni, condusse una "sua" guerr-a senza fornire reciproco appoggio. Con l'inizio delle ostilità la 321 a fu trasferita alle dipendenze dello Scacchicn..: Nord, comandan te gen Luigi Frusci, che comprendeva l'Eritrea, esclusa la Dancalia, e l'Amhara e faceva fronte al Sudan angloegiziano. La compagnia articolala su 4 plotoni: 1 comando e servizi e 3 carri fu incorporata nel comando truppe dell'Eritrea retto dal Gcn. Tessitore. Aveva una forza di 3 ufficiali, 1 meno di quanto previsto dall'organico, 3 sottufficiali e 51 carristi; era equipaggiata con 12 Ml 1. 3 motociclette, 4 autocarri cd un autoveicolo speciale. T mezzi furono mimetiu .ati a losanghe grig ioverdi e sabbia e l'id entifica,.ionc, come dalla circolare 4400 del 1938 dello SM R Esercito, fu ottenuta con un rettangolo colorato 20 attraversato da fasce bianche verticali, 1,2,3 a seconda del numern del plotone, posto sul lato sinistro dello scafo e sull a parte posteriore della torretta. Il suo impi ego era previs to nel bassopiano occidentale dove il terreno è pianeggiante, stepposo, inciso a tralli e rotto da rilievi isolati.
20 TraLlamlusi di compagnia che por lava l'ordinat ivo 321 ° il colore del rettangolo doveva esse1·e rosso.
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I pi a ni offensivi del Comando Superiore d ell'AOI contro il Sudan, sempre restando fe rma la direttiva dello SM Generale di ma ntenere integro il territorio d ella colonia , pre vedevano operazioni <l i <lifferenlc raggio. Si scelse l'occupazione di Cassala, c illà s ul Gasc, s tre tta fra i monti Mocram e Cassala, posta a 26 km dal confin e eritreo. La scelta cadde su questo o bi ellivo per vari motivi: era un ganglio importa nte de lla ferrovia Porto Su<lan-G hedarel'; poteva servire da base pe r l'u turc azioni ; l'operazione richied eva uno sforzo logistico limitato e mentre si sarebbe infe rto un colpo a l mo rale d el ne mico si sarebbe sollevato quello ita lia no e de lle popolazioni soggelte, conquistando un luogo ch e nel 1897 la passività d ei politici aveva fatto abband onare. li presidio ing lese di Cassala e ra composto complessivamente da 320/350 uomini <lei Sudan Defence Force così divisi: una compagnia di fanteria au toportata della "Eastern Arab Corp", 3" e sa co mpag n ia mitraglieri motoriu.a ti ( m o lar mac h in e g u n) , una sezione anticarro con 2 anni, elemen ti della Polizia Ind igena. L e co mpagnie motorizzate avevano complessivamente 35 a utomezzi scudati in varia maniera e a rmati di mitragliatrice e 6 Universal Carrier·, un c ingolato legger o, corazzalo, a c ic lo scop erto , veloce oltre i 50 krnh che poteva essere armato con un mitragliatore Brcn oppure con un mortaio o con un fucile anticarro "Boys". Era questa un'ar·ma cal 13,97 a 5 colpi a ripeli:1.ionc ordinaria c he riusciva a perforare a 300 m una corazza di 2 1 mm. 11 piano operativo italiano 2 1, la cui esecu zione era a ffida ta al Gen. Div. Vincenzo Tessitore prevedeva: a) <li investire la città da tre la ti con a ltrettante colonne : a d estra la cavalleria co lonia le, nel ce ntro la fanteria coloniale e a s inistra i reparti motocorazzati b) assicu rar·e il saldo possesso della città co s tituendo una tesla di ponte sul Gasc c) spingere l'occupazio n e sulla riva s ini s tra del Gasc fino alla stazione <li Tegalus hi e Malawaja d) sbarrare le provenienze a d orie nte da De rudeb e ad occid e nte da Khashm el Girba , e ntrambi centri sulla linea ferro viaria , per evita re l'arrivo di eventuali rinforzi n emici e il ripiegame nto della guarnigione di Cassala su ta li dire ttrici e) distaccare elementi leggeri in osservazion e s ull'Alhara Era p revisto l'impiego di un robus to corpo d'operazioni : 6.000
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Cassala'. AUSSME N 1525
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uomini secondo le fonti ufficiali, ollre 10.000 secondo altra autorevole fonte: il Magg. Cargnelutti, capo ufficio operazioni dello SM dello Scacchiere Nord . Diviso in tre co lonne doveva investire Cassala su tre differenti direttrici con l'ausilio di formazioni aeree da bombardamento e da caccia del Settore Aeronautico Nord. TI Comando Italiano valutava le forze avversarie presenti a Cassala a 700 elementi e riteneva probabile l'intervento in ausilio di questi di 2300/2700 militari, dislocati in varie località nella zona di Khashm el Girba, distanti dalla città c irca 60 km. Perciò si ricercava un successo sicuro c he una forte preponderanza di forze avrebbe certamente dato. Le operazioni iniziarono nella nolle del 4 luglio 1940: alle h 3 mosse la colonna centrale comandata dal TCol. Giovanni Girlando e composta: 12a brigata coloniale comandante Col. Ugo Tabellini XVI gruppo artiglieria someggiata coloniale l plotone carri Ml 1 della 321a compagnia: 4 carri annati Banda PAT di confine comandante Capit. Mario Simula Plotone R Guardia di Finanza com. Ten. Pasquale Calabrese Reparti vari del Genio e dei Servizi Il suo com pi I.o era di muovere dal confine eritreo, risalire il Gasc e transitando nella stretta tra il fiume e il monte Cassala, investire l'abitato. Per vari motivi: ritardo nell'inizio del movimento, soste inopportune, insabbiamenti si portò su ll'ob iettivo dopo le h 16 quando Cassala era stata già occupata e i combattimenti erano in pratica cessati. TI plotone carri Ml 1 fu posto all'avanguardia assieme al 36° btg col., etagà bianco arancione, e a 2 batterie col. da 65. Quando la colonna dopo le h 12 affivò in vista della stretta tra il mon le e il fiume sostò perché era stata segnalata la presenza di cavalleria sudanese; fu una delle molte cause per le quali la colonna Girlando mancò il suo compito. Fu eseguita un'esplorazione dei carri medi e degli ascari di una compagnia del 36° e si rilevò che la strada era libera. Alle 5 mosse da Sabderat la colonna di destra: aveva il compito di investire Cassala da nord aggirando il monte Mocram. Al comando del T Col. Cesare Fannucci era composta da Raggruppamento Cavalleria d ell'AOI con TT gruppo cav col. dell'Eritrea com Magg. lanari III gntppo cav col. dell'Amhara com Magg. Segreto
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V gruppo cav col. dell'Amhara com Capit. Anlonio Riccoboni del Il in sostituzione del Magg. B ergis ferito in un bombardamento aereo. XV g ruppo cav col. d ell'Erilrea com cap it. Ismaele Za n a in luogo del Fannucci che, c ome s i è dello, aveva preso il com a ndo d el Raggruppa mento Squadron e Autocarra to d el V Gmppo 2 plotoni carri L de lla 1a compag nia con il comandanle Te n. Gentile: 7 carri leggeri. Sezione d'artiglieria d a 65/17 dcllVIII gr. art. som. col, con i pezzi monlali su autom ezzi Squadra Telegrafisti auto po rta ta ch e dura nte la marcia provvide a riallare la linea le lefonica Cassala-Sabderat, inlerrolla con l'ini zio del conflitto. La colonna di destra fu l'unica ch e mante nne la lahella di m arcia; poco prima delle 8,30 era in vista del m. Moc ram e il XV gruppo che era in avanguardia, prese contatto con elemen li nemici avanzati. Gli inglesi ,ivevano dislocato a difesa del passo tra il monte <li Cassala e m . Mocram, una compagnia di l'a nteria c he s i appoggiava a hincee s peditive . JJ TCol. Fannucci avendo avuto notizia ch e le altre due colonne e rano attardate, prese l' iniziativa e me ttendo in atto un'azione risoluta conseguì un hrillante su ccesso. Fece appiedare il XV gruppo e gli fece impegnare le difese della s lretta, dandogli come supporto lo squadrone Autocarrato, l'atto appied a re, e un plolone di cmTi L ; la Sezione d'artiglieria iniziò a ballerc le posizioni nemic h e. Nello s lesso tempo o rdinò al Il gruppo, rinforzato dall'altro plotone cani L, di aggirare il m . Mocram per andare a cadere sul rovescio d egli Inglesi. J l'anti sudanesi impegn ali l'rontalmenle non ebbero la possibili tà di parare l'aggiramen to e gli eleme nti che furono spostati a nord del m . Mocram l"u rono facilm e nte sopraffa lli dal Il gruppo c he eseguì l'aggiramen to con celerità. Nel frattempo uno squadrone del XV, rimontato a cavallo, caricò superando un'estrem ità d ella linea di dil"esa d ella strella segui to a stretto contallo dal III e V gruppo e da l plotone carri L. Alle I O la colonna Fannucci e ra nell'abitato di Cassala e sempn: batte ndosi contro il nemico in rotta, occupò il forte Barallie ri, fatto costruire nel J 893 all'atto d ell'occupazione italia na di quella ciltà s u disegno del Capit. Acerbi. Alle 11 l'azione de lla colonna di destra er-a conclusa e sul forte aJ posto dell'Union Jack, c he a mmaina ta divenne preda di guerr-a, in m an canza di una handier a nazionale fu issata la drappella d el 1° squadrone del TI gn1ppo c he portava da w1 lato i colori d el repa rto: verde e scozzese e da ll'altro la Croce bianca di Savoia su campo rosso hordato di azzuffo.
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Alla carica, assieme a l comando di Raggruppamento, partecipò come volontario soldato di cavalleria, arruolato nel Gntppo Bande a Cavallo dell'Amhara, Alessandro De Giovanni Pizzorno, di 16 a nni, nipote dell'allora capo di SM dello Scacchiere Norù e nel dopog uerra capo <li SM dell'Esercito Italiano: Giuseppe Pizzorno. Nume rosi furono i giovanissimi residenti nell'AOI, ancora seni.a obblighi di leva, che si arruolarono volontari prendendo parte alle operazioni sino all'ultirno. Così il figlio d e ll'e nergico T Col. Nemo Largajoli d ella PAI, che entrò nel corpo come Guardia Ausiliaria. Die tro la colonna di destra muoveva il Comando 'fallico d el Gen. Tess itore e la Riserva. Questa era co m a ndata dal TCol. Genova ed era composta da: btg col C e CIII autotrasportati; Gr uppo Motorizzato Misto dell'Eritrea; CVI gruppo artiglieria 77/28 auloportato; batteria d a 105/28 autotrainata. La colonna di sinistra partì puntualmente a lle h 5,30. Era motocorazzata, al comando del Magg. Nicola Galelli era composta da: XLIII htg col "Aùua", etagà verde aa.urTo, aulocarrato 11 Gruppo Band e PAI Motorizzate dell'Eritrea: co m. Cap Walter Cerrini CIV grnppo artiglieria 72/28 autoportalo, su due batterie 1 plotone carri Ml 1: 3 carri armali 1 plotone carri L della 1" compagnia carri L: 4 carri leggeri Plo tone cammellato della Banda di Om Ager Squadra della 3" compag nia ùel btg Ge nio Artieri dcll'Eritr·ea. Muoveva dal villaggio Gasparini, prossimo a Tesse nei e doveva risalire il Gasc sulla sponde occidentale e i nveslire la stazione ferroviaria <li Cassala che dis tava c irca 3 km dalla città. Doveva coordinare i suoi movimenli con quelli della Colonna Centrale, e ciò non era fac ile tra ttandosi di una formaz ione motocorazzata e dell'altra appieda ta. La colonna nonostante non subisse alcuna offesa nemica durante il percorso, procedette con molto rilento rm incertezze ed eccessive cautele; p er compiere un percorso <li 55 km impiegò 8 ore. Alle IO il Comando per radio incilò la colonna Galelli ad affrettare la marcia. Finalmente alle 12 era in vista della stazione l'e rrovimia e l'avanguardia composta da carri Le da alcuni buluc mot01izzati del XLIII venne a contatto con clementi avversari di copertura che furono respinti con facilità. Alle 14,05 fu raggiunto finalmente l'obiettivo e m entre gli ascari <lei Ten. Rosario Staffa occupavano il complesso ferroviario, la squadra Artieri sotto la protezione dei carri L, si affre llò aù interrom-
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pere la linea ferroviaria, asportando circa 60 m elri di binario. In queslo momenlo m entre la colonna a ppena g iunta era ne lla fase delicata del cambiamenlo di formazione, s i pronunziò il contrallacco inglese portato con oltre 20 mezzi tra cingola li e blindati . A reagire immediaLamente fu rono i carri L, e in particolare il plotone del STen. Ferdinand o Roani Filippucci, che nonostante il n utrito ruoco awersario, in particolare dei fucili controcarro 'Boys' le ta Ji con i loro perforanti per gli L3, fu il primo a contenere l'impeto n emico che bersaglialo dai can noni dei carri medi subito intervenuti, si ritirò mome ntaneame nte. Ma gli Ml 1 dovevano a p rire il fuoco con il pezzo da 37 con oculata parsimonia giacch é per disorganizzazione dei serviz i avevano solo una ridotta dolazione di proie ttili. Gli Inglesi s fruttando la manovrabilità e la velocità dei loro mezzi rinnovarono le puntate offensive contro un'altra parte d ella colo nna ancora in crisi di movimento. Approfittando della confusione un nucleo d i m ezzi n e mici s'innltrò fra i reparti <lei X LUI ; r eagì con grande determin azione il Te n . Ulderico Cucci ch e fatti schierare i suoi ascari blo ccò g li Inglesi e n onosta nte rim anesse ferito a l pello da un colpo di mitraglia r imase al suo p os to di coman do, con t inuando a dirigere i suoi dipen denti si n o a lla m orte. Un nucleo nem ico più avanzato d egli altri, raggi unse l'autocarro do v'era posta la stazione radio del ba ttaglione; intervenne allora l'an ziano sciumbasci Tellà Ogbu ch e riuniti attorno a sé poc hi ascari partì all'attacco con lanci di bombe a mano, costringen do i nemici ad una rapida r itirata . Gl i Tnglesi reiterarono la loro ta llica di ritirarsi dove trovava n o resisle n za, pe r rinnovare l'assalto su altra parte del fro n te dove i reparti ita liani, a n co ra su gli a utocarri mostravano di n o n essere a ncora pronti all'impiego. Fu inves tito il gru ppo PAI e in particola re a d essere impeg nata fu la Y Ba nda; lo sciumbasci Abdalla Oman forte <lellc su e esperienze malurate n e lle campag ne di Libia e dell 'Etio pia , fece far fronte alla sua centuria con calma m a n ello stesso te mpo rapidamente e fece aprire il fuoco con tutte le am1i del rep a rto. TI giovane ascari PAI Amhara Maccon e n I mer nell'ent usiasm o del momento si s la n ciò all'assalto dei mezzi n e mici; una pallottola lo fulminò ma il suo gesto servì a galvan izzare i s u oi commilito n i c h e respinsero gli I nglesi. Nel frattempo la g uardia PAI Giovanni Z afferi, autiere d el Gruppo, accorse nella zon a battuta dalle mitraglie d ei m ezzi n emi ci e recuperò un a utocarro del reparto r imasto immobilizzato. Il Serg. G iuseppe Alemanno d ella l a compag nia carri L invece resosi conto ch e alcuni a ulocarri carichi di munizioni si eran o
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insabbiati sotto il fuoco nemico, accorse con il suo carro e trainandoli li Lolse dalla siluazione di pericolo. In questo frangente i carri L, sfruttando la loro manovrabilità, si slanciarono nella zona dove il nemico tentava di colpire, sostenuti subito dopo dai più lenti Ml 1. Durante uno dei numerosi contrassalti il carrista Agostino Compagnoni della I a compagnia ebbe il suo mezzo, dove operava come mitragliere, colpito da un proiettile a n ticarro e posto momentaneamente fuori uso. Con calma riuscì a far portare il suo corazzato in posizione defilata, perché immobile non ricevesse a ltri colpi e poi sostituì volontariamente il mitragliere di un altro carro che aveva necessità di essere rimpiazzato. Dopo oltre un ora di eomballimento, quando la colonna motocorazzata, contenu te validamente le molteplici puntate nemiche stava organizzando un contrattacco decis ivo, intervenne la R. Aeronautica che in breve con un violenlo spe:.,.;,.onamento costrinse i mezz i nemici a disperdersi e a ritirarsi d efinitivamente. Subito dopo un violento nubifragio pose fine alla lotta. Durante tutta l'azione il STen. Terso Scarpetta comandanle del plotone Ml 1, nonostante non versasse in buone condizioni di salute, manovrò i suoi carri con perizia e riuscì più di una volta a far r itirare precipitosamente i veloci mezzi nem ici, giungendo loro addosso con tempestività. Nel combaltimento si pose in luce il comportamento del portaordini Giovanni Rossi, nativo di Carrara, del la I a compagnia carri L che mostrando indifferenza a i numerosi colpi di mitraglia e di anticarro scorrazzò con la sua moto per tutto il campo di batLaglia per tenere i contatti fra i vari reparti carri; e non s i limitò a questo ma recuperò la salma di un ufficiale ucciso e poi trasportò con il s uo me:.,.,_o un ascari fe1ito all'infen11eria da campo. Per la completa conquista di Cassala non rimase che rastrellare l'abitato dove oltre a vari nuclei nemi c i dispersi e a qualche blindalo e rano rimasti a coprire la ritirata i poliziotti sudanesi. Dalle strade laterali e da qualche costruzione aprivano improvvisamente il fuoco contro g li Haliani. Allo zaptié Teccà Gherechidan della Sez ione Zaptié della 12" brigata coloniale erano stati affidati 4 ascari sudanesi catturati; u n blindato nemico a ll a ricerca di una via di scampo, passandogl i vicino falciò i 4 con una sventagliata di mitragliatrice; lo zaptié non avendo altri mezzi reagì sparando vari caricatori col suo moschetto contro il mezzo nemico; rimase ferito dal fuoco di risposta e venne decoralo al vm. 11 rastrellamento fu portato a Lermine dalla l" compagnia cani Le per il suo impegno
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si pose in luce il Serg. Marte Pollauaszach. Le perdite italiane furono di 43 morti e 114 feriti ; non fu poss ibile accerlare quelle nemic he che comunque furono basse. I prigionieri, pochi, rurono soprallullo poliziotti sudanesi. Modeslo il bottino di guerra: I milrag liatri ce Maxim matricola K691, con nume rosi naslri e casselle di munizioni, catturata dalle "Pe nne di Falco"; 36 fu cili di vario modello, 3 autocarri e 2 au tomobili. l carri Ml I nel loro primo impi ego in battagli a non s ubirono danni degni di rilievo; s i c ollaudò in mani era complela il nuovo corazzato e se n e constatarono i difetti di cui s i è fatto cenno, ma soprallullo si amalgamò il personal e c he da ll'impiego trasse nolevole esperienza. Durante la ballaglia di Cassala emerse chiaramente la m a ncanza di perizia e di pe rcettività di a lcuni comandi nell'utilizzazione delle forze motocorazzale in campo tallico. D'altra parle erano me;,.1.i quasi sconosciuti ai più e quindi mancava un a ddestramento anche solo orientativo su l loro uso. Rinunciando a bloccare le prove nienze lungo la ferrovia in Cassala furono subito coslruili d egli appreslamenti difensivi con un sislema di caposaldi, integrali da campi mina li, r e tico lali e ostacoli anticarro. La Pia;,.za d oveva servire come base pe r evenluali a zioni o ffensive conlro il Sudan. A lale scopo il Col. Favilla, comandante d e l genio d e ll'Erilrea, c on la con s ulenza d ell ' in g. Mocchioni, direttore del le "Ferrovie Erilree" idearono di sfruttare la linea ferroviaria sudanese e il material e abbandonalo dagli Inglesi con 2 locomolive di manovra opportuname nte m o dificale esse ndo differente lo scartamento. Per difendere quel trallo di linea si ideò genialme nlc anche uno stra no autotreno blindato: su di un carro rerroviario furon o adattali 2 lelai di Fial 634 in m od o da ave re con i due motori la marcia nei due sensi. P e r la blindatura si rico rse alle lastre di acciaio al ca rbonio, recuperando quelle che aveva no composlo i fortini mob ili ideati dal Ge n.Pio Scaccamcla e che s ul finire del XIX secolo erano stati instal lali in Eritrea. Non essendo l'acciaio al carbonio s ufficien le a resistere a i colpi d elle armi moderne, le las tre furono impiegale in c oppia co n interpost o una tavola di legno duro alto 5 cm oppure una lastra di granilo o di quarzilc. 11 pres idio di Cassala fu affidalo a reparti d e lla 2a divisione col oniale, costituita in quel to rno cli lcmpo , al comando d e l Ge n .Bergonzi; la 321 a, comandata dal Ten. Pollini, inquadrata in quesla g rande unilà ru dislocata ne lla testa di ponlc oltre il Gasc.
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Successivamente quando il presidio della città fu ass unto da r·cparti dalle 4a divisione col comandanle Gcn.Baccar·i, la compagnia passò a lle <lipen<lenze <li questa. Dall'ottobre del 1940 gli Ingles i, ricevuti continui rinforzi, iniziarono ad effelluare assidue puntate offensive con le loro colonne molobl i ndale, a scopo <li disturbo e di osservazione della difesa della Piazza . Fu allora che gli Ml 1 divennero il fulcro della difesa; infatti era l' uni co reparto in grado di opporsi val id amente al nemico motoblimlato, mancando la guarnigione italiana di armi contro carro ed avendo solo una ridotta dotazione di automezzi. Con continue crocier-c la 321 " parò le numerose punlale orfensive nemiche; gli Jnglesi di fronte alla minaccia dei carri m edi italiani preferivano dtirarsi dopo un breve scambio di colpi . In queste azion i par·Lec ipò con entus iasmo il Te n. Vincenzo Gioia, d a breve Lempo assegnalo alla 321" com e comandante di plotone carri. Il Gioia era in servizio al IV Autogruppo di manovra di Addis Ahcha, Reparto Cater-pi llar· comandalo dal Capil. Alfio Chis ad. Con una Sezione di questi potenti cingola ti c h e lrns por lavano ovunque montagne di rifornimenti, aveva partecipato alla campagna per la conquista della Somalia Inglese; avendo visto in azione g li M 11 Jella 322" compagnia ne era rimasto entusiasta e aveva chiesto 1ipe tutamente di esservi assegnato. li Comando Scacchiere Nord per ovviare alle co ntinue a:1.ioni del nem ico che investiva no lulta la linea italiana e si andavano facendo sempre più insidiose, stabilì sul finire dell'ottobre '40 di occupare 111onte Sciusceib per avere un elemento avanzato <li conlrullo e di osse rv azione. Si Lraltò di un'operazione condotta con scarso ciiterio c h e portò al blocco di quel presidio, in pratica assediato e privo di mezzi di comunica:1.ione e a ll a per·dita di una carovana di rifornim e nti e della sua scorta. Per risolvere tale incresciosa situazione lo Scacchie re Nord decise l'invio di un'agguerrita colonna di soccorso; per dare a quesla un sostegno e un a lleggerime nto all'eventuale reazione inglese ordinò al presidio di Cassala di effettuare una puntata offensiva in tenitorio s udanese. AHe prime ore del 12 novembre la colonna di soccorso mosse da Sernbatib per il m. Sciusceib e in pari tempo uscì da Cassala una colonna formata da due battaglioni coloniali appiedati, due batterie col som , la 321 a M 11, la 1'' L3 e lo "Squadrone Corazzalo dell'Amhara" invialo espressamente come elemento di rinforzo. Al comando del Te n. Giuseppe Antonelli era composto da 9 "Chevrolet 37" corazzati un pezzo da 65/ 17 montalo in caccia su di un Fiat 634, con [unzioni anticarro.
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La composizione mista della colonna di Cassala la esponeva nel caso non improbabile di scontro con il nemico a<l un eventuale insuccesso. I battagliorù appiedati e l'artiglieria someggiala in una marcia contro un nemico moloblindato, su di un terreno privo <li appigli, divenivano clementi di debolezza e ostacolo gravoso per i motocorazzati che impegnati a garantirne la difesa non polevano manovrare con Lutte quelle possihilità che i loro mezzi consentivano. La colonna, uscila da Cassala, assunse una fonnazione di marcia adeguata alla sua composizione misla e mosse in territorio nemico con obiettivo monte Tibut. I motoblin<lali inglesi apparvero sin dall'inizio dell'operazione: manlennero il loro solilo atteggiamento: osservazione guardinga a distanza e qualche veloce puntata, accompagnata <la azioni di fuoco. Provavano a sfondare la protezione dei motocorazzali italiani per cogliere qualche successi su i reparti colon iali. Ma la reazione dei cani ilaliani li rintuzzò sempre. Il reparto più impegnato fu la 321 " che spostando a seconda della necessità i suoi plotoni contenne brillante mente il nemico, nonoslante alcuni colpi e.li 'Boys' raggiungessero i carri, incidendone la corazza ma non perforandola. Il presidio <li m. Sciusceib fu rilevato senza incontrar·e il nemico menlre la colonna <li Cassala rientrò nella Piazza, concludendo la sua 1icognizione offensiva sempre tallonata <lai hlindati britannici ma senza alcu na perdita.
Da AgordaL a Massaua: gli avvenimenti dello Scacchiere Nord TI Comando Scacchiere Nord s in dalla metà <lei novembre 1940 prese in considerazione il ripiegamenlo delle forze italiane a ridosso dell'allopiano eritreo. Tramontato definitivamente il periodo delle possibililà offensive italiane, il costante rafforzamento delle for:1.e nemiche di cu i si avevano molleplici segnali con l'a umentata azione aerea inglese e con aiuti più cons istenti ai 1ibelli etiopici, l'isolamento dall'Italia che si faceva sempre più sentire, consigl iarnno la contrazi one dello schieram ento per affro ntare l'imminente ballaglia nelle migliori condizioni possihili. Vari fattori provocarono il ritar·do nell'abbandono del bassopiano occidentale sopratlullo incertezze nei comandi e resis tenze a vario live llo provocate anche dalle preoccupazioni di eventuali ripercussioni morali per l'abbandono di territori ch e erano sotto la sovranità italiana da o ltre mezzo secolo. Si giunse infine ad una sorta di compromesso e il 17 gennaio 1941 le forze italiane ruppero il contatto
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con il n emico e si and a rono a<l attestare in due masse di ma novra: a Cherù e ad Aicotà quali antemurali della linea di[ens iva ch e si appoggiava all'altopiano e c he faceva perno su Agordat e Bare ntù. La r iser·va ru dislocata a Biscia. Agordat posta in una piana leggerm e nte ondulata, circonda ta da monti, era il capoluogo de l Commissariato del Bassopiano Occide ntale; aveva una p articolare importanza tattica giacc hé le m ontagne che la circondano formano un ottimo a ppiglio difen sivo. Era inoltre un nodo s trada le e ferroviario per Asmara, il mare e l'inte rno d ell'E tiopia : Cafta e Bircutan. Collegata ad Asm a ra e al porlo di Massau a da 310 km della "Ferrovia Eritrea" sorge al 180 km dell'allora strada statale n 5 "dell'Eritrea occidentale" , una grande a rteria compl etamente asfaltata, che partendo <la Asm ara passando per Cheren raggiungeva Ago rdat; poi dopo 65 km toccava Barentù e a ncora dopo 25 km la cantoniera di Aicotà pa conti nuare inl"ine verso Tessenei e Sabderat s ul confine con il Sudan. Cherù è invece una località lu n go la pista c h e a nord di Agordat con 152 km di percorso raggiunge la frontiera a Sabderat. Questa pista per 41 km , da Agordat a Biscia, era una camiona hile con un buon fondo, si sviluppava ass ieme al l'ultimo tra tto della Fe1Tovia Eritrea. Diveniva poi una carovaniera non sempre facile agli a utomezzi . A Cherù, situato ad una cinqu antina di km d a Bisc ia, vi sono dei pozzi e la pista corre in una stre tta formata d al monte omonimo che assie m e a ll'Alghe<len, al Siror e al Laudana costituiscono una catena 1nonta n a. Nel pia no di a lleggerime nto delle forze itali a ne proietta te a i confini, la 321a s in dall'ultim a set tim a na d el ' 40 si trasferì da Cassala a Cherù dove entrò e far parte di qu ella massa di manovra cosliluita dai r eparti de lla 4" divisione col. Da questa loca lità, ass i e me a lla 1" compag ni a ca rri L, al 2 ° R aggr u ppamento Motori zzalo B a nd e PAl d ell'Eritrea, a lla Compagnia Vo lo ntari Ted eschi a utocarrata e a l plo to ne B ersagl ier i anticarro, i carri m edi avevano la possihiliLà di intervenire contromanovrando su l fianco e a lle spalle del nemico s ia che questi provenisse dall'aggiram ento d el Siror e sia ch e superata la difesa di Aicotà, muovesse contro Biscia e B a rentù. La Compagnia Volontari Tedeschi era composta da 147 uomini arruol ati fra gli equipaggi e i passeggeri <lei 13 mercantili germanici bloccati d alla guerra ne i porli del I'AOl. Costituita p er il vivo interessamento del doLL SLrhom, console generale della German ia nell'AOl, fu a ddestrata in Addis Abeba presso il deposito della divis ione
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"Granatieti di Savoia", d ella quale entrò a far pa rte. Era coma ndanta d a l Ten. Gustavo Federic o Hame l c he aveva come sottordine il STe n H einz We rne r Schmit; aveva divisa , equipaggiamento, armi e distintivi di grado italiani; la nazionalità tedesca si distingueva per una fasc ia rossa con al centro un d isco bianco caricato della svastica ne ra, portata a l braccio s in is tro e da mostrine bianche filettate di rosso con piccola svas tica in lu ogo delle s tellette. L'armame nto era co mpos to d a fucili " Mod 91 ", 3 f.m. "Bre d a 3 0" e 4 milr. Sch warzlose. Il Plotone Bersaglieri Anticarro, com e consimili reparti di Gra natieri ed Alpini d ella "Granatieri di Savoia", erano s tati formati dotandoli d ei 30 fucili a nti carro "Boys" catturati ne l Somaliland. ll prohlema di questa arma di pred a bellica era il munizio na m e nto giacché ne era s tato trova to in quantità minime e il Servizio Tecnico dell'Artig lieria dell'AOT stentava a r·iprodurlo mancando d ei materiali necessari . Pe r ovviare a tale situazione il centro locale del SIM pose in atto una sp regiudicata azio ne per ottenerlo <lagli stessi lnglcsi. Testimonia il Gen. C,im urri c.he ai m ilitari italiani che aveva no raccolto i pro iettili d i "Boys" com e r icordo della campagna, i comandi li pagavano sino a IO li re ognuno. I plotoni a nticarro integravano la sca rsità <lei mu niziona m ento d e lle lorn armi con i "Volontari Anticar-risti", uomini scelti che affrontavano i corazzati ne mic i con bottiglie di be nzina e ordigni di circostanza. Il J 8 genna io 194 1 le forze ing lesi iniziarono ad avanzar·e in Eritrea; erano a l com ando del Gen . William Platt e si articolavano su 2 di visioni indiane: la 4a e la sacon numerosi reparti di supporto: artiglieria, motoblindati, corazzati fra cui due squadroni <li carri pesanti. Notevole era l'apporto d ell'aerona utica . Gli Inglesi m ossero animati da un e levato spitito aggressivo con a ll'avanguardia repart i m o to blin<lati a gguerrili e pie ni di iniz ia tiva, pr·onti a sfru t.La re a fondo i m ezzi veloci di cui e ra no d otati. r-ra quesli s i distingueva la "Gazzelle Force", comandata da l Col. della cavalleria indi ana F W Messerwy, formata ne ll'autun no de l '40 proprio pe r agire n el bassopi a no occi d en ta le e ri treo e com p os t a dal r gt. m o tobli ndato "Sk inne r's Horse" della cavalle ria indiana , da Lre compagnie, Moto r Machine Gun, del Su<lan Defence Force, da una hatteria motori zzala e da una compagnia indiana d i fanteria a utoportata. TI 19 gennaio m en tre il Coman<lo Italia no era ancora in fase di d ecis ione se opporre resis ten za a Cherù e Aicolà, o rdinò a lla 32 1" assieme ai carri L , a i Volontari Tedeschi e al Raggruppame nto PAT di ripiegare ai pozzi di Sciagle t, posti lungo la camionabile per Agorùa t a 27 km da questa c ittà. Fra i pa lm izi che sorgevano lungo le rive del fi ume
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Odgh eredin i reparti tnwarono un'ottima copertura da ll'offensiva aerea nemica, c he si faceva sempre più attiva. Il 2 gennaio 1941 il capitano Alfio Chisari assunse il coma ndo della 321"; i 3 plotoni carTi erano comanda ti : il 1° dal Ten. Vincenzo Gioia; il 2 ° dal STen. Terso Scarpetta e il 3 ° <lai STen. Giovanni Molino. La compagnia aveva in forza IO can-i: 1 per il comandante e 3 per ciascun plotone; i due mancanti erano in officina a<l Asmara per gu asti c he presentavano notevoli d iffi coltà a<l essere riparati. Il Capit. Chisari aveva una vasta esperienza dell'Africa e <lei mezzi cingolati; aveva partecipato alla campagna per· la conquis ta dell'Etiopia e nel 1937 era in servizio pr·csso l'/\ulogruppo di Addis Ahcba. I] 19 febbraio 1937 era pr·esenle nel Ghebbì quando avvenne l'attentato al viceré d el l'/\01 M.llo Graziani. Rimase ferito assieme a numerosi al tri Ltaliani: il suo referto recita: "feri te multiple da schegge di bombe a mano agli arti inferiori interessanti i comuni legamenti" 22 • Essendo l"erite di lieve entità e a causa della drammatica situazione che s i era creata in c illà <lopo l'attentato, scelse di rientrare al suo reparto. Promosso cap itano assunse il comando dell'Autoreparto Caterpillar facente parte del IV Autogruppo di Manovra, comandato m:1 l 939 dal Magg Angelo Bar·,-_on 22 his e nel 1940 dal Magg. Attilio Alati,e con il suo reparto prese parte alle operazioni per la conquista del Somalilan<l. La 1a compagn ia carris ti L3 con un organico di 4 ull., 8 sottuf. e 4 5 uomini aveva in forza 12 cani ma alcuni, 3 o 4, erano da tempo in r·iparazione ad Asmara. Era comandata dal ten. Roberto Gentile, ufficiale carrista di vasta esperienza c he, come si è detto, s i era formato nel "Raggrnppamento carri d'assalto della Somalia" e allo uadi Kon-ak nell'aprile del 1936 aveva merita to la medaglia d'argento a l vm. Aveva trasfuso al suo reparto le sue cogn iz ioni e curando l'addestramento aveva ottenuto un piccolo ma clTiciente strumento be11ico. La mancanza grave era nei car-ri che pur essend o notevolmenle migliorati nelle sospens ioni rispetto alle prime serie, er-ano pur sempre dei corazzali troppo leggeri comunque inferiori ai mezzi sim ilari che l'I nghilte1Ta produceva cd impiegava. La 321° M11 e la l a pur non essendo mai s tate riunite in un reparto organ ico operarono assieme sino a ll a loro fine. 22
J\SMAI pacco 12 TI T Col. Angelo Ban:011 comandant e del 11 btg del)' 11 ° "Grnna licri di Savoia" cadde a Cher·en il 16 marzo 1941; alla sua memtH"ia fu conce ssa la medaglia <l'oro a l vm . Ne l 1935 da Capitano pr·ima <li partire p er l'AO , prestò servizio presso il R eggimento Car-ri Armati. 22
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Il 21 gennaio gli Inglesi investirono i d ue perni del piano difensivo itali ano: Cherù e Aicotà. Ini ziava la battaglia d el Basso piano Occidentale che talune fonti autorevoli definirono la "Mancala batta glia del Bassopiano Occidenta le" che vide dalla parte italiana: incertezze, imprecisioni e lentezze dovute anch e a mancanza di comunicazioni rra alcuni coma ndi italiani, riscattate però dal compo r tamento di alcuni comandanti e de i repaii i colo niali e nazionali che si batterono con grande forza d'animo. Da parte inglese vi fu invece lucida determinazione nell'utilizzo della superiorità de i mezzi e dell'armamento e nello sfruttare tempestivamente ogni occasione si presentasse. Ad Aicotà le forze italiane erano dislocale in una zona più an-etrata di quella prevista dal piano d 'operazione; rimase così scoperta la pis ta trasversa le che per la stretta di Adal univa Aicotà a Biscia, alle spalle del cap osaldo italiano di Cherù. Era una via forma ta dal piano di un tratto di fen-ovia mai armato e da varie pis te tutte trans itabili seppure con qualche diffi coltà. A Cherù la 41 a brigata col. del Ge n. Fongoli, r inforzata d al C btg col. , dal "Gruppo Rande a Cavallo de ll'Amhara", fermò l'avanzata nemica sfruttando il terre no e le fortificazioni predisposte. TI "Gruppo Ba nde a Cavallo d ell'Amhara" era stato formalo a Gondar nel febbraio 1940 dal Te n. Amedeo Guillet che ne assunse il comando. Aveva un organico di circa 600 uomini eritrei, a mhara, arabi , sauditi e jeminiti. Era articolato su 4 bande a cavallo; 1 banda cammellata e 1 banda a piedi; 1 sezione mitragliatrici; I sezione arm i controcarro; 1 sezion e mortai da 8 1, 1 reparto salmerie121cr_ Ben addestrato e amalgamato divenne in b reve un reparto dotato di profondo spirito aggressivo. Lo dimos trò durante la campagna 1940-194 1: dapprima con numerose incursioni in Sudan a lle spalle delle linee nemiche e poi con continue ricognizioni offensive e furiosi assalti alle forze inglesi avanzanti. Com a ndato a proteggere i reparti che ripiegavano su Cherù, ad Aua,;ciait il 2 1 gennaio il Ten. Renato Togni, al comando d i una ba nda a cavallo e di una a piedi , caricò i carri atmati nemici in un episodio che non è retorica definire eroico. Il gru ppo con gli e ffettivi sempre più ridotti si batté sino a che gli Inglesi non ebbero occupato l'Eritrea. A Adì Teclasa n, dopo il crollo del rronte di Che ren, rinnovò le sue risolute azioni assaltando a lle spalle le formazioni nem ic he avanzan ti. A Cherù gli Inglesi ritennero di trovarsi davanti ad un ostacolo difficile d a s uperare e sosta rono in attesa del sopraggiungere delle
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loro artiglierie pesanti. Intervenne però un ordine del Comando Scacchiere Nord che slabilì il riliro delle forze di Fongoli per accettare battaglia su terreno più favorevole. All'alba del 23 gennaio duranle la marcia di ripiegamento, mentre il Gruppo del Ten. Guillet proteggeva il lato sinistro, probabile provenienza nemica, la 41" brigata col. fu intercetta da mezzi celeri nemici, sopravvenuti da ovest dalla pista Aicotà-Adal-Biscia e sopraffatta. Lo stesso Gen. Fongoli cadde prigioniero. Il 24 gennaio per ordine del Gen.Frnsci accorso sul posto per accerlarsi di persona d ella situazione, la 321 a, la 1a carri L, il Raggruppamento PAT e due btg della 2" Brigata col. s'incolonnarono per muovere su Biscia e portarsi in appoggio al Gen.Fongoli di cui ancora non si conosceva la sorte. Alle 14 il movimento fu sospeso, quando s i conslalò c he ormai si era a stretto contatto con le avanguardie nemiche e nella stessa giornata le lruppe italiane sgombrarono Biscia retrocedendo ad Agordat. La 321a si accampò sulla riva destra del Barca dove fra le fillc palme trovò una buona copertu ra dagli aerei nemic i. I 10 carri mcdi nonostante gli inconvenienti che il materiale modesto inevitabilmente provocava, erano tutti in grado di operare. I carri Ml 1 d ella Compagnia Speciale erano giunU in AOT con una normale dotazione di parti di ricambio; i difetti del carro negli organi <li lrasmissione e nel cambio li aveva fatti consumare in breve tempo; essendo sopraggiunto il 2° conllillo mondiale e il conseguente blocco dall'Italia riuscì molto difficoltoso riceverli. I.:unico mezzo erano i trasporli aerei gravati da numerose altre incombenze . In mancanza di ricambi per lenere in efficienza le due compagnie Ml 1 si eseguirono complessi scambi tra reparti, si rinunciò ad utilizzare qualche carro medio che presentava guasti maggiori per cannibalizzarlo e si tentò di a<lallare a llri pezzi o di ricostruirli s ul posto. Durante la campagna del Somalil and la 322" Mt 12 3 ebbe numerosi corazzati bloccati p er la fusione delle bronzine e poterono essere ripa rali con molte difficoltà per la totale mancanza di queste. Nell'ottobre del '40 i ricambi per i carri si resero estremamente necessari e furono richiesti con urgenza al Comando supremo. All a fine dell'anno non erano ancora giunti e la 322a Mll e lo Sqd.cv Cavalieri di Neghelli' furono dichiarati inefTicienli. 23 Il comandante d elle FA dell'AOI al duce p1imo maresciallo d ell'lmpero "Riflessioni morali d egli ultimi avven im e nti d e ll"Tmpero 16.1.4 1" . È in Ufficio Storico SM Esercito "Le operazioni in AO", Ro ma 1988. voi. 2°, pg 134.
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Il 15 gennaio '41 il Comando Supremo <lell'AOI richiese ancora a l Coman<lo Supremo l'invio di parti di ricambio per gli Mll; il 2 febbraio successivo fu costretto a sollecitare l'invio, reiterando la prec isazione che già nume ros i carri, in un momento così delicato per l'AOl erano fermi p er mancan za di licambi24 . Nella stessa giornata d el 24 gennaio il Gen. Frusci con il suo seguito verso le h 13 s i recò a Barentù p er un ispe:1.io ne a que lla Pia:t.za. Nel pomeriggio <lurante i] ritorno lungo la piana di Turchinà , a 33 km da Agor dat, sfuggì a s tento ad alcuni blindati nemici che in fi l tra tisi ruori strada senza trovare ostacoli d i sorta, eseguiva no ricognizioni e puntate di d is turbo. La linea <li con giunzione tra i due cardini della difesa italiana, non protetta in alcun modo, era compro m essa. Il g io rno successivo 25 la 2" compag nia carri .L3 , dislocata ad Agordal, fu inviata in rinforzo alla Piazza di Barentù. A causa dell'allarn1e avutosi col tentato attacco alla colonna di a uto del Comandante dello Scacchiere, si mossero solo i carri cingola ti ; lù lascialo alla base l'autocarreggio <lel reparto, anche perché non era ancora pronto, con la scorta del plotone carri d el STen. Giuseppe D'Amico. l cani non incontrarono ostacoli di sorta e giunsero regolarmente a Barcntù; nel pomeriggio mossero g li automezzi <le lla compag nia con i carri <li scorta. Lungo la stra da furono intercettati d ai blindali inglesi; la scorta reagì con viole n za e nel combattimento il STen. D'Amico, ch e s i e ra spin to verso il nemico, fu centrato da a lcun i colpi a nticarro che lo u ccisero e distrussero il suo m ezzo. Un altro L3 fu raggiunto da vari proiettili che lo danneggiarono gravem ente ma riuscì, assieme agli a ltr i, a sfilarsi e a proced ere verso Ba re n tù; l'aulocarreggio fu perso. Le comunicazioni fra le du e Piazze erano definitivamente interrotte e la strada s tava divenendouna trappola; già a lle 16 d ello stesso g iorni un pl otone d e l Ge nio T<lrici , a l coman<lo <lei Te n . Girotti, avendo esau rito il s uo compito, fu fatto rientrare da Barentù ad Asmara; a l colle Sibabò Farà, a circa 12 km da Agordat, fu a ttaccalo da blindo ne mi c he poste in agguato nelle pieghe del terre no ai lati della s trada. L'armamento individuale del reparto non permise alcuna reazione valida; il tenente, sebbene rimasto gravem e nte ferito a ll'addome, decedette il g io rno dopo, s i preoccupò solo di r iunire i genieri rimasti incolumi e di avviarli ad Agordat perché dessero l'allarme. Il comandante di questa Piazza ordinò una r·icogni :1.ion e 24 Ufficio Storico SM E sercito: "Diario Stoi-ico d e l Comando Supremo", Roma 1989, voi. 3°. tomo 1°, pg 33 e 245.
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esplorativa alla 1a compagnia carri L3; il Ten Ciappelloni mosse con soli due carri e percorrendo la statale verso Barentù fece scoprire i numerosi blindati nemici in agguato. Nonostante il loro elevato volume di fuoco, reagì decisamente con le Breda e sfruttando la maneggevole:1.za dei suoi mezzi riuscì a disimpegnarsi e a comunicare al Comando l'avvenuto blocco delle comunicazioni con Barentù. Iniziava la battaglia di Agordat: uno scontro modesto se rapportato a tanti a ltri della 2a guerra mondiale ma del quale poco si conosce. Comunque è un fatto d'armi che va ricordato in particolare a memoria dei carristi italiani che vi combatterono con serena determinazione e fermezza la m aggiore battaglia di carri avvenuta in Africa Orientale durante il 2° conflitto mondiale. Il TCol. Luziani, comandante della 42a brigata col., e che ad Agor·dat combatté a fianco de i carri, ha scritto: "L'a zio ne dei carrisl.i ilaliani è stata una delle più belle di tutta la campagna. I comandanti erano disposti al sacrificio pur di salvare l'onore della giornata "24 bis_ Agordat sorge lungo il fiume Barca, dall'aJveo molto esteso in una vasta pianura leggermente movimen tata, c ircondata da montagne. La cintura difensiva, di un sviluppo complessivo di 22 km, si appoggiava ai monti con opere semipermanenti. Il concetto difensivo italiano c he si richiamava ad un vecchio piano di operazioni, era di sbarrare i due varchi: fluviale e stradale e tale concetto era stato rafforzato dal ritenere che gli Inglesi motorizzati "non lasciavano le strade"; fatto poi dimostratosi ampiamente errato. A nord erano presidiate le pendici dell'isolato monte Taninai. Dopo la lunga pianura attraversata dal Ghiaghe, tributario del Barca, le fortificazioni sorgevano sui monti Caianaic e Itabarrè; nel varco del Barca dove passa vano la Hnea ferroviaria e la camionabile per Biscia-CherùSabderat vi erano stati praticati dei trinceramenti con postazioni blindate per armi automatiche e qualche sbarramento e<l un campo minato posto in opera all'ultimo momento. 11 Laquatat era stato sistemato a caposaldo ma il varco piano tra ques to monte e il Cochen, dove passava la strada statale, largo 3,5 km non era stato sbarralo con alcun lavoro e solo nell'imminenza della battaglia gli ascari del CLI btg col. vi scavarono fosse e buche che a giudizio del Gen. Lorenzini erano degli ostaco li di ben scarsa e ffi cacia. TI Cochen che era il pilastro di sinistra della difesa non era stato fortificato né presidiato giacché per le sue pareti estremamente ripide e 24 bis
Strike".
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impraticabili si ritenne, imprudentemente, inaccessibile al nemico. Il Cochen termina con un lungo pianoro dominato dalle guglie rocciose delle quote 1052, 1154, 1151; quest'ultima, formata da tre spuntoni permette il controllo della p iana di Agordat. U monte sporge sul varco con uno sperone che gli Inglesi si affrettarono a ribattezzare "Gibraltar". La difesa di Agordat, affidata alla 4" divisione col. del Gen.Baccari, fu integrata oltreché da numerosi reparti che avevano ripiegalo dal confine, anche dalla 2a brigata col. Questa fatta affluire da Cheren per l'emergenza provocata dal ri piegamento e dall'agganciamento delle forze italiane da parte del nemico, era fra le unità coloniali una delle più agguenite, m eglio equipaggiata e addestrata. Composta da solidi battaglioni eritrei cd am hara: TV, V, IX, X, CLI, alcu ni di antico prestig io come il l V "Toselli", unico reparto colon iale decorato <li m edaglia d 'oro al vm, era al comando del Gen.Orlando Lorenzini, ufficiale di profonda esperienza e di grande prestigio che nell'agosto preceden te, durante la campagna del Somaliland, con le sue intuizioni tattiche era stato l'elemento d eterminante che aveva provocato il crollo della resistenza britannica. La brigata stanca per una serie di marce dovute all'indecisione del Comando Scacchiere Nor·d su dove accettare battaglia, il 24 era d is locala ad Agordat ad esclusione del IX btg col. comandant e Magg. Zoppis, dislocato inutilmente ai pozzi di Tocolai c r·imaslo tagliato fuori. Comunque con una ma rc ia fortunosa il 27 riuscì a ri e ntra re nelle linee italiane. Nella notte tra il 24 e il 25 gennaio il Gen.Baccari fu rimosso dal s uo incarico e il comando della 4a d iv. col. e della Piazza di Agordat fu affidato a l Gen. Lorenzini. Lorenzini ereditava una situazione caotica e pesante. Il Comando Piazza non aveva ancora assunto una mentalità da prima linea ma continuava con indifferenza ad operare com e se si fosse ancora in pace. l materiali c he giu ngevano con la ferrovia non venivano sgomberati ma rimanevano accatastati all'aperto, soggetti all'offesa aerea nemica. T servizi in linea non erano curali e con burocratica pignoleria si lesinavano, quando addilittura non si rifiutavano, gli attrezzi per il lavoro. Il Comando Tappa, retto dal Magg. Carmelo Plai a, un a n ziano commerciante richiamalo per mobilitazione, era rimasto travolto da ll'improwiso e caotico ammassarsi di tn1ppe e servizi e non riusciva a venirne a capo. Ai reparti in movimen to per· schierarsi in linea s i frammischiavano quelli stanchi dalla ritirata, bisognosi di riposo e di rifornimento, salmerie, colo nne di automezzi. Ad accrescere la confusione ed a minare il morale si unirono poi i numerosi sbandati dell a 41 a brigala col. che nessuno aveva provveduto a rac-
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coglie re ed a sgomberarli e che facevano dei racconti impressionanti sulle terrificanti ar mi del nemico. Il Ge n . Lorenzini reagì con decision e: emanò ordini e disposizioni perché rosse sciolto tutto que l caotico disordine e si sgomberasse quanto non era necessario. In questa sua attività complessa e resa concitata dal premere degli Inglesi che già avevano iniziato il fuo co d'artiglieria contro la Piazza, fu ostacolato e frastornato dalle presenza del Gen. Baccari. Questo assieme al Gen. Tessitore era tornato la sera del 27 su autorizzazione del Gen. Frusci, con un non chiaro compito di "supervisore" cd entrambi i generali con consigli ed intromissioni, intralciava no l'unicità d i co m a ndo. Il Gen. Lo r e nzini pressato da numerose,gravi incombenze non ebbe il tempo <li formu lare un suo piano d i difesa, ma s i attenne, senza alcuna variante, a quello già posto in atto. Né poté controllare d i persona che tutta le linea difensiva fosse organizzata nella maniera migliore e che fossero distaccale pallugl ie esplorative in osservazione d elle eventuali vie d 'accesso del nemico. il piano della <li fesa della Pia:/.Za di Agordat prevedeva la divisione della lin ea in due Settor·i: Settore di Destra o Nord andava dal Caianac al varco d el Barca; era al comando TCol. Luziani e pres idia lo dalla sua 42a brigata col. formata dai btg col. XXXV, Cl , CXI. e dal 42° gruppo artiglieria som .col. Aveva come rinforzo il CL btg ccnn, la Compagnia Volontaii Tedeschi e la 321a. S e llore d i Sin istra o Sud: andava dal varco d el Barca a l m .Cochen; era affidato alla 2a brigata col. e sch ierava in linea il CLI btg col. amhara com. TCol. Poddigue ch e occupava i] caposaldo del Laquatal, rinforzato da alcuni pezzi da 77/28; controllava il varco s tradale dove, come si è dello, erano stati eseguiti solo dei lavori di scavo poco profondi, e il Cochen con una sola paltugl ia d istaccata in esp lorazione a mezza costa. Fidando delle asperità del monte e del fatto che "gli ln;:lesi non lasciavano le strade"era questa l'unica presen za italiana sul pilastro di sinis tra della d if"esa. TI II gruppo artig lieria som. col., comandato dal TCol. Moy, uno dei pochi che in organico aveva oltre a 2 ballerie da 65/ 17 una compagnia di mortai da 81 su 6 armi, fu schierato su q. 726 con funzioni anticarro p e r le prove nienze dal varco stradale. Le artiglierie: 2 gruppi da 77/28 e il XXV da 105/28, erano .sch ierate ad ovest d el bivio d i Barentù in grado di battere efficacemente il valico del Barca e, con minore intensità , il vali co s tradale. Tre batterie d a 120/25, 75/A e 70/15, m ateriale vetusto in dotazione a lle compagnie coloniali cannonieri pe r il presidio dei forti, erano schierate nel forte <li Agordat a d ifesa della c ittà. T pe:,.zi da 70 erano posta ti in maniera d a effettuare
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anc he tiri controca1To. Una b a tteria da 20 mm contraerea, una delle poche esistenti in AOI, e ra schierata, divisa in sezioni, a difesa d egli obiettivi di maggiore importa n za. Il concetto ope rativo a cui si attenne il Gen. Lorenzini fu: resiste re in I i nea con i reparti schierati, costituire una forte riserva con cui interve nire là dove il ne mico avrebbe prodotto il tentativo principale di sfondam e nto che sarebbe awe nuto necessariamente su uno de i varchi se non addirittura su entrambi. Ma riten endo, e a ragione, che lo sforzo maggiore g li Ingles i lo avrebbero effettuato contro il varco strndale, ordinò di dis locare la riserva divisionale composta da i btg col V e X e dalle due compagnie carri, a cavall o di qu est o dietro il Laquatat e il Cochen. Al m a ttino del 27 genna io la 321 a assieme al X btg col, coma ndante Magg. Maglione, si trasferirono fra i bassi speroni del Cochen coperti di acacie spinose e baobab che fornivano una buona copertura contro l'azione aerea blitannica sempre più intensa anche p erché poco contrastata dall'aeronautica del Settore Nord in cris i per le continue perdite di veli voli no n ripianate. I.:altra frazione della riserva si dislocò nell a depressione boscosa a nord est de l Laqualat. Nel pome riggio del 26 gennaio il Gen. Lorenzini riunì a rapporto i comandanti di brigata e d e i reparti autonomi; espose il concetto difensivo e animò Lulli , insistendo perché si assumesse un atteggiamento aggr·essivo e deciso. In particolare, dis pose ch e gli ufficia li de lla 1iserva divisionale oltre c he esegu ire ricognizioni sul terreno dove presumibilmen te sarebbero stati impiegati, curassero per quanto possibile l'i ntesa fra gli ascari e i carri armali. Poco dopo isp ezionò ]e due compagnie ca1Ti e ravvivò il morale degli equipaggi assicurando loro che sarebbero s lali impegnati a stretto contatto con la fanteria. Gli Inglesi iniziarono l'investimento de lla Piazza il 26 gennaio quando le loro artiglierie da 25 li bbn:: aprirono un n utrito fuoco dis turbo e di dis tr u zione sulle linee difensive italiane e sulla Piazza. Il tiro di conlrobattelia italiano non ebbe mo lla elficaeia a causa delle elevata mobilità dei pezzi nemici. 11 27 il nemico passò all'attacco: la "Gazzelle Force" guada to il Barca, investì il Settore Nord ma fu re rma ta sia dal te1Teno impervio, non transitabile con automezzi e sia dal fuoco dei 65/ 17 del 42" g ruppo; linunciò a continuare le operazioni e rimase a Fronteggiare quel tratto di linea italiana. Co ntro il Se llore Sud mossero: la V brigala indiana che andò a saggiare la resis ten za d el caposaldo del Laquatat e i reparti dell'Xl b r igata indiana c he , a ppiedati, si infiltrarono nella vall e d ell'Entraieb, fiume che scorre tra il monte omonimo e il Cochen. La zona era totalmente priva di sorveglianza italiana; gli Inglesi,
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indisturbati, ammassarono nella valle 2 battaglioni di fanteria che ne ll a notte aggirarono il Cochen, sfilarono sotto il monte Hot non presidiato, risalirono parte de lla valle d el torrente Damatai, tributario d ell'Entraieb, e pur fra mille difficoltà salirono le par·eti m e ridionali del Cochen. Il 29 erano s ulla vetta d el monte e nel pomeriggio loro pattuglie respinsen:> ele me nti del X btg col ch e, come si è visto, era dislocato sulle pendici orientali della montagna assieme a i carri medi. rl pilastro di s inis tra della difesa di Agordat era fortem.ente compromesso. Già dalla notte del 27 gennaio un ascari sbandato rientrato n elle linee aveva avvertito il Gen. Lore nzini che la val le dell'Entraie b era piena di nemici. Ci si accorse allora ch e il TCol. Luziani per ordine d el Gen . Baccari aveva r iconosciuto la zona e non aveva escluso l'accessibilità del Cochen e del Damlai e la pe rcorribilità con a utomezzi della stretta dell'Entraieb; ma la sua relazion e era stata <lisaLLesa dal Comando e di conseguenza non era stato preso alcun provvedimento. Il Gen. Lorenzini sin <lai 26 gennaio aveva provveduto a far· controllare la valle d ell'Entraieb, ordina ndo al Raggruppamento motorizzato Bande PAI di distaccare pattuglie in osservazione sulle alture del Dam tai; ma queste pattuglie s ia per la stanchezza accumulata negli ultimi giorni sia pe r· l"iacche:1.za nell'agire non si erano spinte in avanti in modo da avere in vista tutta la valle del Damlai e le pendici <lei Cochcu . Per tali motivi gli Inglesi s i erano potuti infiltrare indisturba ti . ll Gen. Loren;,.ini per para re una loro eventuale risalita nella valle del Damtai vi inviò il Ten. Guillet con una banda di forma zione che riuniva gli elementi ancora in grado di operare del suo Gruppo. JI Guillet con i suoi gre gari in iziò la marcia all'alba del 2 8 ma giunse s ul posto solo nel pomeriggio a causa della s possateaa del suo reparto. Sulle pendici del Damtai Cochen furono fem1ati dai nemici con un serrnto ruoco di mortai e mitragliatrici. Costretto a ripiegare, poco dopo fu mggiunto dagli ascari <lei I X btg col, c he avendo udito il fuoco e pur essendo p1ivi dei loro ufficiali reca tisi tutti in ricogn iz ion e sulla linea, accorsero d'ini;,.iativa, guidati dai loro graduati, e insierne al Ten.Guillet riuscirono a contenere la spin ta nemica. All'alba del 29, dopo un pesante fuoco d'artiglieria gli Indiani della V brigata assalirono il Laqua tat; g li Amharn del CLI dimostrarono le loro elevate qualità gueffiere e respinsero il nem ico; se qualc he quota fu dovuta a bbandonare, fu subito dopo riconquistata. Il Ge n .Lorenz ini preoccupato della presenza n emica sul Cochen c he voleva significare l'aggiram e nto della linea italiana, stabilì di rioccuparlo utilizzando quanto aveva sotto mano: il X btg
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col. della r iserva divisionale. A sera tarda gli ascari della etagà bi a nco -a z zurro, erano sulla sommità del monte e la 4a compagnia si abbarbicò attorno alla cima ovest, una delle tre punte di quota 1151. La resistenza indiana mostrava di essere molto dura e spesso il nemico, coadiuvato da un nutrito fuoco cli mortai, passava al contrattacco. In rinforzo ai fanti indiani e ntrarono in linea a nche i genieri bengalesi che sino a d allora avevano provveduto a tracciare i sentieri per la salita delle truppe e de i rifornimenti. Il 30 all'alba il Gen . Lorenzini p er dare s upporto al X fortemente impegnato, ed eventualmente per recuperarlo pe r la riserva, inviò all'attacco del Cochen la 12a brigata col. comandata dal Magg. Galelli e formata dai btg XXXVI e XLIII. Gli assalti si prolungarono per l'intera giornata sempre con il X in punta ma non ebbero esito favorevole. L'opera di comando del Galelli, per diretta affermazione del Gen. Lorcnzini, fu opaca, priva di d ecisione e te mpestività. E nonostante l'impegno degli ascari e degli ufficiali non si riuscì a far sloggiare il nemico dal Cochen. La battaglia si frazionò in una miriade di scontri, in un confuso mescolio di schieramenti: quando gli Indiani sembrava no cedere, rinforzati da nuovi rinca lzi , s i riprendevano tenacemente resistendo, a dimostrazione d elle loro antiche virtù belliche . A sera inoltrata del 30 gennaio il Gen. Lorenzini avendo appn;so c he il X, sempre in funzione di punta avanzala sul Cochen, aveva estrema necessità di sostegno, si privò dell'altra parte della riserva divisionale e inviò il V btg col. Poi per ricostmire un minimo di forze della riserva ordinò che il settore Nord, a l mome nto non impegnato, trasferisse al bivio di Ch eren a controllo del valico stradale che mostrava di essere il più minacciato: il CXI btg. col, la Compagnia Vo lontari Tedesch i, una sezione mortai e metà del CL btg ccnn d'Africa com. Seniore Marlinoni, e cioè due compagnie per 450 uomini. Era ques to un reparto p ermanente, formato da volontari che erano nella maggioranza elementi di età matura, arruolali non ta nto per scelta o per convinzione quanto p er avere la certezza di un reddito. Per lungo tempo era stato utilizzato, inquadrato nel Comando Truppe Amhara come presidio di fo rtini che controllava no le vie di comunicazione o a ltri centri importanti nelle zon e dove era vivo il "ribellismo etiop e". Questo impiego, gravato da una continua monotonia, e un inquadrame nto non su ffi cientemente solido aveva fatto scemare l'entusias mo e la coesione. Era quindi solo un semplice reparto presidiario. A causa d ell'aleat01ietà dei collegamenti: scarse e non sempre Funzionanti le stazioni radio, interrotte dal fuoco n e mico le linee telefo-
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niche, qu esti reparli alle 8 del 31 a ncora non avevano concluso il movimento. Sempre nel pomeriggio del 30 gli Inglesi rinnovarono i loro attacchi: sul Cochen fanti scozzesi andarono in aiuto d egli Jndiani impegnati sulla vetta e iniziarono ad infiltrarsi verso lo spe rone dello "Gibilterra". Contro il Laquatal, dopo una potente preparazione di artiglieri, la V brigala Indiana reiterò i suoi assalti, con il supporto di una co lonna corazzala c he però non si impegnò a fondo. Gli Amhara del CLI respinsero con molta foga il tentativo nemico. La 32 t • Ml 1 e la 1" L3 che schierava 8 carri, venute a conoscenza della presenza di una colon na corazzata n em ica si apprestarono d'in iziativa ad entrare in azione ma poi il movimento rientrò perché non p iù necessario. Le due compagnie avevano effettualo i rifornimenti e integralo la dotazione di munizioni: gli Ml 1 ebbero le cartucce cal 8 più che raddoppiate e 35 perforanti da 37 in più; furono distri buiti anche numerose bombe a mano. Dopo la battaglia di Agordat furono mossi 1ilievi a ll'operato del gen. Lore nzini per la sua ostinazione a riconquistare il Cochen invece di conlromanovrare, aggirando con forze mobili il Settore Nord impegnato solo da reparti di copertura. E forze mobili, motocoraz7.ale, ne aveva a dis posizione come si è visto. Ma queste critiche si basano so lo sulla teoria perc hé non tengo no in alcun conto che il Gen. Lorenzini aveva a disposizione uno strumento bellico non omogeneo, con grave penuria di mezzi di comunicazione, stanco per le marce e la lunga rilirata, con il morale che si andava incrinando nel constatare la preponderanza nemica in artiglie1ia, m ez:r.i aerei e mobilità. D'altra parte il Lorenzini era al corrente di avere come avversario un nemico potentemente armato e equipaggiato, mosso da una spregiudicata aggressività che i seppur limitali successi colti sino a quel momento avevano rafforzalo. Si comprende quindi perché il coman<lanle italiano, pur di essere certo <li riuscire nella difesa, cercasse l'app ig li o tattico de lle montagne. Jl Gen. Lorenzini ben conscio della silu azione sin dalla mattina del 28 aveva p rospettato il 1ipiegam ento su altre linee che lasciassero fuori l'abitato di Agordat; ma queste sue richieste non vennero accellale dal Comando de llo Scacchiere Nord che ritenne opportuno anch e non inviargli rinforzi per non impegnare reparti destinali a difendere lo schieramento retrostante. Gli scontri sul Cochen continu arono con notevole violen:r.a per tutta la notte poi alle 5 del 3 1 il dispositivo be ll ico inglese riprese il s uo movimento in avanti con l'appoggio dell'artiglieria a cui poco dopo si unì l'aviario ne. Mentre i Siks del la V brigata indiana impegnavano il caposaldo del Laquatat, sul
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Coch en i R ajpuls e i Camerons iniz iaro no a p remere conlro gli ascari ila li an i, s finiti p er la lu nga lotta sostenu ta e ri<lolti p e r le perdite s ubite. Da l Laqua lat, n on ostante la ne bbia ma ttutina os tacolasse l'osservazion e, i 77/2 8 in iziaro no a b a ttere gli Scozzesi su "Gibil Le1Ta" m a con scarsi r is ullati sia perch é gli a nl"ralti e i bun-oni d e lla m ontagn a o ffri van o un buon r ipa ro a i fa nti nemic i e a n che p e rc hè molte grana te a causa della vetu st à e del callivo s talo <li conservazion e giungevan o sul bersag lio serL1.a esplodere. Alla s tessa ora il valico tra il La quatat e il Coch en veniva inves tilo d a fante ri e a ng lo in<liane appoggia le <l a una colonna c oraz:1.a ta. Dopo aver fa tto fle ttere lo schi era me nto estremo s inis tro d el CLI, il n e mico bersaglia lo <la i medio calibri ita liani si r itirò mo men ta neamente. Si trattò di una b reve sosta d ell'assalto inglese; verso le h 7 la colon na nem ica tornò a <l avan zare verso il valico s tradale. Il TCol. Podd igue segna lò al com ando d ivisione ch e l'a ttaccante aveva"... 16 carri armati di dimensioni mai viste fin ora". L a concitazione degli osservatori e i bombardamenti in corso fecero errar·e il comandante <lel CLI sul n umero effe ttivo dei card pesan ti inglesi a ttaccanti; d'altra parte i comba tte nti italian i, im pegn a ti nella battaglia, equivocarono anch e sulla n azio na lità dei n emici che ava n zavano : li ti tennero /\ustra liani per i cappelli a largh e falde in<lossati da alcun i re parti in diani. La l"orza inglese c h e investì il va lico t ra il La qu a tat e il Cochen era comp osto da: 111/1 ° Punjabis, I btg del "Royal Fu siliers" con il supporto di 16 co razza ti tra pesanti e leggeri: lo Squad ro ne B del 4° R .T.R . con 7 "Mark II" Matilda, 6/7 "Bren carrie r" <lei reparto esploran te degli "Ilighla nde,-s" al com a ndo de l vicecoma ndante del b tg scozzese magg C.S. Duncan e da qua lche a ltro corazzato leggero. Il "Matilda", caiTo per appoggio a lla fanteria, fu la vera arma segr e ta ch e sorprese le for ze italian e ne11e pr·im e o ffen sive britanniche in Africa. Enorme, p o tentemente corazza to , p roced eva le n to senza c h e in a ppa renza nulla lo fermasse. Impenetrabile ad ogni colpo di arma a n tican-o era in grado di rimanere in linea s ia che avesse s ubito danni a lle sospe ns ioni e s ia ch e avesse inca ssato u no o più colpi . Per q uesto car...-o gli Inglesi, sempre a lla r icerca di s l"ruttare psicologicame nte la p ropaganda di guerra, coni a rono il te rmine d 'ispirazion e biblica: "le mac ine d i Dio". No n a ppena a ppa rve in linea d e tte agli ILalia ni l'impressio n e di u n m as todonte no n a rresta bile e creò un 'e ffetto matilda' c h e fu superato solo do po a ver vinto la sorpresa inizia le e il timore is tintivo c he provocava, e aver cons ta tato ch e aveva va ri punti deb oli.
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L'ironia dei carristi italiani fece girare fra gli uomini dell'Ariete in Arrica Settentrionale la battuta che "l'unico mezzo per mettere fuori combattimento il pilota del Matilda, vista la corazzatura che lo proteggeva, era solo ... la morte naturale". 11 "Matilda" pesava poco meno di 27 tonn, era mosso da 2 motori Leyland da 95 HP ciascuno che fon1ivano una velocità modesta: 24 kmh su strada e IO kmh in terreno vario. L'equipaggio era di 4 uomini, la corazzatura di prua era di 78 mm e di 75 mm in torretta, girevole per 360° e armata con un pezzo da 2 libbre (40 mm); completava l'armamento una mitragliera Besa cal 7,92. TI Gen.Lorenzini non appena apprese la notizia <lell'allacco si recò immediatamente in lin ea per organizzar·e la controffensiva della Riserva Divisionale. Trovò pronti a muovere la 32 l ", la 1a e la Compagnia Volontari Tedeschi. I militi del CL avendo male interpretato g li ordini si erano fermati al 2° km della strada per Cheren e stavano allestendo delle fortificazioni speditive. Energicamente li spinse in avanti e cercò di affrettare il movimento del CX I btg col, com Capit. Mariolti, che non orientato con precisione dove dovesse operare si era fermato oltre il 4° km. Loren:1.ini, infaticabile, trasmettendo entusiasmo ed energia a ll e truppe, fece poi raccogliere, intervenendo anche direttamente, tutti i militari colonial i e nazionali dei vari reparti spars i nella zona creando dei nuclei di ruoco sulle alture che costeggiano la strada in direzione di Cheren. Infine ordinò al lV btg col. di inviare alcuni reparti in rinforzo al TCol. Poddigue. La colonna inglese avanzò verso il valico con a sinistra andando verso Agordat, rasente la statale, i Punjabi s appoggiati da 2 Matild a e a destra fra le propaggini g ibbose del Cochen e "Gibilterra" i "Royal Fusiliers" con il supporto degli a ltri corazzati. I carri pesanti avanzavano con estrema lentezza per cercarsi la strada ne l terreno impervio. Comparvero a ll'i mprovviso a poco più di 200 m dov'era schierata la 32 1", fra il 3° e il 2° plotone. Senza es itazioni il Capit. Ch isari, sul suo carro pilotato dal cap magg Mario Capezzali, si lanciò a ll'attacco con il 2° plotone a destra e il 3° a sinistra, lasciando il primo a presidiare la linea; gli Ml 1 marciarono alla maggiore velocità che il terre no consentisse. Chisari per nulJa Lurbato dalla novità dei mastodontici corazzati che il nemico metteva in linea li affrontò con fredda d e terminazione anche ad esempio per i suoi equipaggi. T carristi italiani costretti a continue manovre con i lorn mezzi per centrare il bersaglio con i cannoni, ben presto si resero conto che le loro granate perforanti
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da 37 s i smorzava no sulle corazze d ei Matilda o sch izzavano via. Gli Ing lesi, all'apparire d e i carri m edi italiani, risposero con un fitto fuoco delle a rmi dei loro carri. Numerosi colpi inquadrarono il carro più avanzato d el Capit. Chisari che fu ferito a morte alla testa; anche il suo pilota Ca pezzali rimase ferito a l capo. Si sono raccol te due versioni s ul ferimento a morte del Capit. Chisari: la prima che è d el Ten. G iovanni Molino, comandante d el 3° plotone carri della 32 l a, e la second a di un funzionario coloniale richiamato come ufficiale di fanteria che era a l seguito del gen. Lorenzini. Quesl'ultimo ebbe a raccontare che l'Ml 1 d e l Capit. Chisari fu raggiunto da un colpo di fucile an ticarro alla base della torTe tta ch e, forando la corazza ferì a morte il capitano e alla t es ta il pilota24 tcr_ L'altra, che deve ritenersi esatta perché di un diretto p a rtecipa nte al fatto d'a rmi 2 s: il Capit. Chisari mentre avanzava si era sporto dalla t orretta sia pe r avere una migl ior·e osservazione e s ia per d a re ordini ai suoi carri. Fu colp ito alla fronte da una pallottola di mitragliatrice e deced ette sul colpo; per i proiettili che raggiunsero il carro anche il pilota fu rerito alla testa. Capezzali fre dd amente si tamponò all a m eglio il s angue e m a ntenne il controllo d el m ezzo e con s ta tato che il Capita no e ra stato colpito ripi egò verso il campo ba se per fargli prestare d elle cu re. La nutrita sparatoria d e i carri e della colonna inglese aveva colpito anche due carri del 1° ploto ne rim asto il linea: quello del com Ten. Gioia e quello de l Serg. Mag. Corriera; tratta ndosi di danni facilmente riparabi li ed essendo vic in a l'officina d ella Co mpag nia, s i ritira ro no d a lla linea e si portarono alla base. Essendo quindi Gioia presente quando venne liportato il cm-po del Capit. Chisaii, trattandosi de ll'ufficiale più elevalo in grad o assunse il comando della 32 1a. Poco dopo un carrista motociclista portò a l Gen. Lorenzini la n oti z ia d e l d ecesso d e l Capit. Chi sari; il Comandante della Piazza, t ramite lo s tesso portaordini, dis pose c he il Ten. Gentile assum esse il comando dei carri medi e leggeri; ordine ch e confermò poi via radio. Con la prima puntata offensiva d egli Ml 1 ava nzarono a nche i m o tociclisti per il collegamento fra i carri e quando necessitava 24,c,- Taa
Jd Jott Sirnoncini. TI carrista d 'Italia novembre -dicembre 1985: G iovanni Molino "31 gennaio 1941 : AgordaL". 25
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anche con il campo base. Fra questi vi era il cap. magg. Renzo Fioroni, uno dei più abili motociclisti della 321 a. Quando gli M 11 ent rarono in azione Fioroni si ritrovò con la sua "Guzzi 500" fra i reparti della colonna nemica; reagì eseguendo numerose evoluzioni e lanciando con la maggiore celerità possibile numerose bombe a mano. Precursore dei pasdaran iraniani nella lunga guerra contro l'Traq degli anni '80. ln questa sua scorreria il Fioroni si trovò di fronte un fante nemico che terrorizzato dalle esplosioni era rimasto stordito; senza es i Lare lo caricò con tutto l'equipaggiamento sul sellino posteriore della Gu,.zi e a gran velocità per evitare ripensamenti , lo portò prigioniero alla base. La c olonna inglese saggiata la resistenza italiana si ritirò momentaneamente; gli Ml J del 2° e 3° plotone 1ientrarono nella loro linea. Verso le h 8 comparirono a c irca 150 m dallo schieramento dei carri italiani due "Mark II" che per circa 20 minuti scorrazzarono, sparando in continuazio ne. Per affrontarli avan,.arono due Ml 1 <lei 2° e 3° plotone: capocarri can-. Bizzarro e cap. magg. Diego Fiori. Bizzarro, con molta difficoltà per il limitato brandeggio del pezzo, riuscì a centrare uno dei corau.ati nemico ma quando i proie ttili colpirono le cora,.zc del mezzo pesante inglese schizzarono via come fuochi d'artHicio. Jl carro di Bizzarro, ricevuti alcuni colpi, fu immobilizzato. L'Ml 1 di Fior·i rm;11tre cerca di bloccare un "Matilda" ricevetle una granata s ulla prua che ferì gravemente il pilota e compromise in parte il movimento del mezzo. Fiori, con la fredda ostinazione della gente sarda, sbarcò il pilota e prese il suo posto; mostrando una consumata abilità nel m a novrare il meuo, seppure danneggiato, mosse contro il "Mark 11" con l'intenzione di speronarlo ma una cannonata centrò in pieno il posto di pilotaggio e lo uccise. Il Ten. Gentile, lasciato il comando degli L3 a l Ten. Ciappelloni , si portò sulla linea e constatato che i due carri immobilizzali avevano ancora il pezzo in e fficienza li fece rimorchiare all'es trema s inistra della linea, alle falde del Cochen perché funzionassero come centri <li fuoco statici. Il cap. magg. Mario Emilio Compagnoni assunse il comando del can-o immobilizzalo c he era stato di Fiori. Dopo questo episoJio gli Inglesi si litirarono e sottoposero la linea dei carri italiani ad un pesante fuoco di artiglieria senza però provocare danni degni di rilievo. Alle 10 il Ten_ Gentile si recò a rapporto dal Gen. Lorenzini c he nel frattempo perché la difesa del valico avesse una guida più precisa, chiamò dal Settore Nord il TCol.
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Luziani, affidandogli tale compito. Alle 10,30 gli Inglesi riuniti i loro m ezzi corazzati avanzarono sulla destra del valico con l'inte nzione di aggirare la linea dei carri medi. Gli M 11, arliancati agli L3 , si schjerarono a copertura dell'intero valico; iniziò di nuovo il combattimento. il cap Cape;1.zali sbarcato il corpo del capitano, dovendo il suo carro tornare al fuoco rifiutò ostinatamente <li lasciare il suo posto <li pilotaggio e fattasi medicare la ferita alla testa, una volta che fu sostituito il capocarro, si riunì agli altri M 11. T carTisli italiani continuarono con accanin1ento a manovrare, sparando, per bloccare i "Matilda" nonostante apparisse sempre più evidente che i loro perforanti anche se hen centrati non erano s ufficie nti a fermarli. D'altra parte l'unico punto debole che il Mark li presentava agli Ml 1 era il sistema di brandeggio della torretta che si bloccava anche per una piccola scheggia; ma questo dato era allora sconosciuto agli Italiani. Non rimaneva, secondo quanto cndif'icalo <lai regolamenti lo speronam ento dei m ezz i n e mi ci per farli scingolarc. E il Capezzali, forte d ell'esperienza appena compiuta insistette con l'ufficiale capocarro per speronare un "Matilda" e con tutta la velocità che il tcn-eno permetteva diresse contro un Mark 11; ma giunto a pochi metri una precisa can no nata <li questo perforò la corazza dell'Ml 1 nella casamatta all'altezza del posto di pilotaggio e lo u ccise, immohilizzan<lo definitivamente il c.anu. Il STen. Molino durante il movimento si accorse c he alcu ni carri an11ati leggeri nemici con movimento aggirante te ntavano di accerc hiare i Volontari Tedeschi; con azione tempestiva diresse g li Ml 1 contro questa minaccia, seguito dai carri del suo plotone. Tale manovra del suo reparto, mancando i corazzati italiani di radio cd essendo aleato1i per la conrusione del momento gli altri siste mi di comunicazione, fu eseguita d'iniziativa, testimonianza dell'elevato grado di addestram ento e di affiatamento raggiunto dagli equipaggi della 321a_ Con una dura lolla Molino e i suoi riuscirono a r·esp ingere il nemico una prima volta e a bloccare un nuovo tentativo di isolare i Tedeschi, p em1ett endo a questi di collegarsi con le Camicie Nere e agli altti reparti c he via via sopraggiungevano. Fra questi vi era anche il Plotone Lanciafiamme costitui to dal l btg speciale Genio; questo reparto "ardito" fu utilizzato senza i suoi particolari apparecchi ma com e plotone fucilieri. I Volontari Tedeschi affrontarono la lotta con risolutezza, utilizzando soprattutto bombe a mano; se costretti a fennarsi per la reazione nemica non si demora lizzavano ma con teutonica disciplina tornavano all'assalto seguendo il TCol. Luziani, i militi e i cani leggeri. La Comp. Volontari Tedeschi ebhc 39 caduti
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nella difesa del valico lra il Laquatat e il Cochen; il STen. Schmit rimas to fortunosamente incolume , successivamente fu rimpatrialo per via aerea; qualche mese dopo, addetto a l Comando d el DAK in Africa Settentrionale, ru d ecorato di m ed. d'argento al vm. n STen. Molin o dopo aver ristabilito la siluazione della fanteria mosse di nuovo contro i "Matilda", andandosi a lrovar·e nel pieno delle forze avversarie, i suoi carri fùrono sottoposti ad un'intensa a:1.ione di fuoco d a parte degli Inglesi, ma nonostante incassassero numerosi colpi, continua rono a manovrare, sparando con le armi di bordo; poi gli Ml 1 del suo plotone iniziarono ad immobilizzarsi . Molino resos i conto che il plotone era circonda to e c h e i suoi carri erano ormai in una silua:1. ione da non poter tenlare di libe rars i, fece distruggere le armi e danneggiare gli Ml 1 che ancora avevano qualc h e possibilità di muovere e con i suoi equipaggi, passando fra le file ne miche, ripi egò nelle linee italiane. Da un carro M, che i proiettili nemici avevano incendiato, si gettò fuori il canist;:i Luigi Bieego; era rimasto orrendamente ferito al basso ve ntre; no nostante le sue condizioni disperate si accorse di un gruppo di carristi italiani feriti che, cattura ti dal nem ico, erano stati tiuniti sollo la sorveglianza di a lcune sentinelle. Bicego, supe rando l'atroce dolore che lo attanagliava, s i trasc inò verso di loro nel tentalivo di li berarli e raccoglie ndo disperata menle le l"onc inga ggiò una furiosa colluttazione con un fante n e mico al quale, ptn- rimanendo colpito a morte, r·iuscì a strappare il fucile mitragliatore. Il Te n. Gentile con gli altri Mll, badando che anche i carri L lo coadiuvassero nel movimento in avanti, contrattaccò il ne mico. Il Ten Gioia con alcuni cruTi riuscì a parlars i a lle spalle della fan teria nem ica, scompaginandone le fila e causando perdile. Delle così modo ai fanti italiani di riordinarsi per to rnare all'a ttacco con m aggior·e decisione. Poco dopo però <lovellc affrontare i "Matilda" che sopraggiu ngevano seppure lentamente e la lotta durò a ]ungo tra manovre brusche, fuoco co nlinuo e vani le nla li vi cli speronamento. Po i esaurite le munizioni e con g li Ml I che uno ad uno si fermavano p er le granale ne mic he e per l'usura a cui erano sottoposti gli organi cli trasmiss ione a causa delle manovre c onc itate eseguite nello sco n tro, Gioia comprese di essere sopraffallo. Circondato dal nemico, con e ner·gia radunò presso di s é tutti i carristi che polerono raggiungerlo e provvide a rendere inutilizzabili quei can-i che erano ancora in grado di muoversi, recuperando parle dell'armamento. Fatto ciò con un assalto condotto con bombe a mano, pislole e perfino baionette riuscì a rompere il cerchio ne mico e a portare in salvo la parte di equipaggi che aveva
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radunato. li cap Mario Emilio Compagnoni, nativo di Pancarale un piccolo centro alle porte di Brescia, era volontario come i suoi tre fratelli. Dall'Ml 1 immobilizzato a cui era stato assegnato, nonostante il limitato brandeggio del pezzo, sparò in continuazione cercando di centrare un qualche corazzato inglese: eseguì anche alcuni tiri contro le fanterie nemiche sino a c he non esaurì le munizioni. Avendo visto che l'avanzata del nemico non era stata fermata e che era inutile continuare a presidiare l'Ml l privo di munizioni e immobilizzato, lo abbandonò dopo aver inutilizzato le armi e assieme ai carristi che erano con lui e qualche altro che, avendo avuto il carro fermo, si aggirava per il campo di battaglia, t entò di assalire un "Matilda" con il lan c io di bombe a mano. Nel tentativo ebbe un piede asportato da una granata; allora con fredda coscienza del suo stato, decedette poco dopo, per non esporre i suoi commilitoni ad ulteriori pericoli volle esser·e lasciato sul campo e ingiunse a questi di tornare nelle file italiane dove come personale specializzato potevano ancora rendere utili servizi. Il combattimento durò sino alle 13; i carristi italiani valendosi della buona conoscen1.a del terreno continuarono a baltersi con energia; poi gli Ml 1 furono tutti immobilizzati. Gli equipaggi, in gran parte feriti, rimasero sul campo; solo quei pochi che seppero reagire allo sfinimento de lla lunga baltaglia, guadagnarono a fatica la base che era in procinto di essere raggiunta dagli Inglesi. Tra le 12,30 e le 14 del 31 gennaio 1941 il sacrificio della 321 a compagnia carri M 11 era com piuto e si concludeva il più grande scontro di carri armati in Africa Orientale del 2° conflitto mondiale. Gli Inglesi avanzarono lentament e e con precauzione: dapprima i "Matilda" che rullando sul campo del la baltaglia, can noneggiarono gli Ml 1 abbandonati con l'intenzione di incendiarli; poi alle 15 mosse la fanteria; i prigionieri in grado di camminare furono sgomberati mentre i fer iti grav i e i morti rimasero sul campo sorvegliati da un reparto munito di 2 mitragliatrici nel timore di chissà quale reazione; solo la mattina s uccessiva furono raccolli dai reparti sanitari nemici. l carristi superstiti della 321 a riuniti attorno al Ten.Gentile e a qualche altro ufficiale scampato, seppure esausti e in gran parte feriti recuperarono un M 1 1 che a stento poteva muovere e quanto altro era possibile dell'equipaggiame nto del loro reparto e a bordo di alcuni 634 della compagnia ripiegarono verso Cheren e le retrovie. A contenere l'ava nzata nem ica e permettere lo sganciamento rimasero pochi nuclei di Italiani . Il Ten. Ciappelloni, avuti i mezzi
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della sua compagnia immobilizzati sia per i colpi ricevuti ch e per guasti meccanici, riuscì a far riparare alla meglio due L3 e con questi eseguì alcune puntate offensive per aJJeggerire la pressione britannica. A protezione dello sganciamento rimase anche una compagnia del V btg col., dall'etagà scozzese, comandata dal STen. Luigi Grollo. Gli ascari eritrei, si lanciarono contro la fanteria nemica esaltati dalla battaglia, in una serie di ostinati conLrassalLi . Fra gli ascari italiani, e in parlicolarc quelli eritrei, e i fanti indiani vi era un profondo antagonismo. L'avanzata inglese per breve tempo fu tamponala poi, con un violento fuoco, riprese. Gli ascari del V furono decimati ed ebbern la quasi totalità delle armi automatiche distmlte; i pochi superstiti si raccolsero intorno al loro ufficiale che seppure rerito continuava ad animare la resislenza. Pressato da vicino da alcuni lndi a ni che dopo avergli intimato la resa cercavano di catturarlo, rispose, come in un'oleografia ottocentesca, sparando la sua Beretta e incitando gli ascari a continuare a combattere. Colpito a morte cadde fra i suoi gregari che rimasti privi di munizioni ed esausti, furono uccisi uno ad uno dagli Indiani. Poco dopo sopraggiunsero i "Matilda" che schiacciarono il gmppo d ei caduti sotto i loro cingoli non solo per avere la cer·tezza d e ll'annientamento totale degli avversari ma per terrorizzare i nuclei che ancora resistevano. Il STen. Grollo fu proposto per la medaglia d'oro al vrn. Fra gli ultimi a lasciare Argodat Lu Orlando Lorenzini; passando il Barca trovò lungo le sponde del fiume una balleria da I 05 del XXV gruppo che il Capit. Scalfaro stava provvedendo a far saltare perché l'avanzata inglese aveva reso impossibile ritirarla. Il generale rivolse qual che cenno di incoraggiamento agli artiglieri che risposero con entusiasmo che fu conferma d ella determinai.ione morale delle truppe italiane nonostante la sconfitta subita. Gli In glesi occupata Agordat rastrellarono il campo di battaglia, fra l'altro recuperarono i carri L e M immobilizzati e li a lli nearono con impeccabilità sassone. La fo to di questi corazzati italiani catturati, sorvegliati da sentinelle indiane con la baionetta innestata, fu utilizzata per la propaganda. Ma è sufficiente un'osservazione più accurata delle foto per accorgersi d elle effettive condizioni in cui erano ridotti i cani armati italiani: corazze divelte o infrante, segni evidenti d'incendio; ulteriore dimostraz ion e de llo spirito combattivo dei carristi iLaliani. Non è stato raccolto alcun dato sulle perdite che i carristi italiani produssero a lla formazione corazzata inglese. Le fonti inglesi, sempre scarsam e nte 0
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obiettive nei confronti dell'operato militare degli Italiani, non hanno mai accennato a perdite di loro corazzati durante la battag lia d i Agordal. TI Baker nel s uo Ii bro "Eri tr·ea 1941 ", scr·i tlo nel 1963, affermò che un colpo dei ca rri medi italiani distrusse la mitragliatrice di un "Mark II" che già aveva il cannone in avaria; anche se in modo mollo velalo da questo s i trae la prova de l huon grado di addestramento e della d eterminazione che animava i car risti italiani: nonostante si trovassero di fronte dei carri armati nemic i <li dime nsioni par·i a quasi lre volle i loro, serravano sollo nel tentativo di centrare il b ersaglio. La 2a compagnia carri L3 agli ordini d el Ten. Nicola Astengo e ave ndo come sotlorclini i Ten .i Francesco /\nclrog na e Ludovi co Fanti e il STe n . Giuseppe D 'a mico, nel giugno del 1940 faceva parte d ella frazione d ella Riserva generale dislocata nella zona di Ha ra r. I..:l 1 agosto del 1940 il Ge n . Frusci, in una memoria inviata al Comando Superiore delle f'A dell'AOI in cui progettava di d a re sviluppo all'occupazione di Cassala spingendosi nel territorio sudanese sino a ll'Albara, richiedeva alcu ni reparti l"ra c ui la r L3 e la 322" M 11 . I..:operazione non fu più effettua t a ma il Comando Superiore g li concesse co munque la 2" carr i L3. Fu posta a lle clipenclen:1.e cJ e ll a 4" Divi s ione col. e il 12.Xl.'40 pa rtec ipò a llo sblocco d el presidio de l m . S ci usceib . I carri furono inqua drati nella Riserva della colonna: procedettero in coda ai reparti pronti ac.1 intervenire in caso <li necessilà ma come si è <lello, gli Inglesi non ostacolarono l'operazione. Nella terza decad e del gennaio '41 era dis locata ad Agordat e il 25 gennaio si trasferì a Barentù. Duranle il tras l"erimenlo a n<lò pe rso l'au locarreggio e cadde il STen. D'amico sul suo carro dis trutto. Dislocata nella conca di Ilarentù entrò a far parte delle truppe <li quella Pi a zza che era slala form ala il 19 gennaio con gli elem enti di quella di Cassala, comandante Co l. Orest e Delitala. Bare ntù nel 1941 e rn un piccolo paese, sed e di R.Res idenza, centro commercial e <lei Baria e clei Cu n ama, gente <li stirpe nilotica <li religione mussulmana e pagana; sorge lungo l'allora strada statale n. 5 a 64 km da Agordat, a 61 da Aicotà e 104 da Tessenei. La strada dopo aver valicato le colline di Basa li e di Aliscia, dov'era stato cos truito un fortino, scendeva al piano, passava il torrente Mai Tsada e toccava l'abitato di Barentù, ai piedi della collina dove sorgeva l'e legante edificio della Reside n za. li paese è circondato, ad una distanza di 4 km, a nord e ad ovest da alture (circa 1000 m di
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altezza) mentre negli altri due lati il terreno è piano, facilmente percorribile . Lungo la vecchia pista per Agordat, a i piedi delle colline Basali vi era un aereoporto regolarmente armato. La guarnigione era formala: Raggruppamento Squadroni Autocarrato, composto da 4 squadroni di cava lieri nazion a li , agli ordi ni del T Co l 1'errero Gruppo Motorizzato Misto Eritrea; reparto formato dalla MVSN dell'Eritrea con pochi uomini ma un nutrito arma mento: 9 f.m. "Breda 30" e 12 mitragliatrici CLXX Btg ccnn d'Africa; ern in AOI sin dal dicembre del '37 e a lungo era stato di presidio a Cafta, nell'Amhara, dove aveva combattuto i ribelli del fitaurari Masfin. Con la guerra era stato spostato di pres idio a Sabderat, sul confin e. Nonostante i lunghi pef'iodi di tempo trascorsi in presidio non aveva perso coesione e addestramento tanto che si presentava come un reparto solido e disciplinato. CIII Btg col della XJ I br·igata; Nucleo Motomilraglieri Plotone Alpini Anticarro Plotone Granatieri Anticarro entrambi con tre fuc. ac. di P.B. Balleria da 105/28 motoria.ala con a lmeno un pezzo mon Lato s u autocarro; com Ten Almerico Naddei Batteria da 75/13 coloniale da posi zione; com Tcn Rolando Enzo 2" Batteria da 70/15 com. Ten Antonio Mm·edclu Sezione da 70/15 2a Compagnia Artieri; R eparto Pontieri, Plotone Telegrafisti e Nuclei Radiotelegrafisti Ospedale da campo 0520 Elementi vari dei servizi e della Sezione dell'Ufficio Lavori del Genio; il comando del Genio della Pia z za fu assunto dal Capit Giorgio Della P011a. A Barentù vi erano riserve di viveri e carburanti a sufficienza; munizioni in gran copia. li 28 e il 29 il Presidio ebbe il rinforzo dei reparti della 2a divis ione col: 8 " e 16a brigala co loniale; Squadrone Autocorrazzato dell'Amhara. L"8" brigata col all' inizio delle osLil ità era comandata dal Col. An tonio Rizzo ch e promosso generale era stato trasrerilo al Settore
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Uolcait Tzeghedé; inizialmente era fom1ata dai btg. col. Cll, CVUT, CX e dall'8° gruppo art som col. Durante la ritirata dal confine il comandante d ella 2a ùiv. col, interpretando male gli ordini del Comando Scacchiere Nord, in luogo di imbastire il perno di manovra di Aicotà, aveva dislocato le sue truppe nel tratto di 35 km della statale n. 5 ùa Aicotà ai pozzi di Eimasà; aveva lasciato il CII btg col, rinforzato da una sezione da 65, ad est ùi Aicotà con fun zioni di coper tura; il comandante del battaglione aveva a sua volta schierato una compagnia ancora più ad est, ai pou.i di Tudluc, vicini al Gasc. Nella notte del 21 gennaio un reparto motoblinùato inglese si infiltrò su lla rista di Aicotà-Adala-Biscia, accertò che la stretta di Ada) era sguarnita e poi con una rapida conver·sione sorprese il CII senza che questo avesse il tempo per organizzare una qualche reazione. Si salvarono solo la compagnia dislocata ai pozzi di Tudluc e alcuni ufficiali momentaneamente non rresenti. L'8" brigata col. risentì fortemente del colpo e nell'ulteriore ripiegamento entrò in crisi; nonostante la bassa numerazione questa unità coloniale era stata fo rma ta da poco tempo con battaglioni, come il CX, costituiti solo da qualche mese. Erano stati arruolati fra i Baria e i Cunarna e pur ùi formare i reparti non si era badato molto al reclutamento. L'inquadramento era insufficiente non nella quantità ma sulle particolari qualità degli ufficiali dei reparti coloniali che dovevano possedere una particolare preparazione psicologica e militare per tenere bene alla mano i reparti e far si che un btg. col. divenisse uno strumento bellico valido . Per la ritirata su Barentù si dovevano lascia r·e necessariamente le terre dei Baria e Cunama al nemico avanzante; da ciò le numerose defezioni ùegli ascari per con-ere a proteggere le proprie genti e gli averi. Non era ancora venuto meno nei reparti coloniali la fiducia nelle possibilità militari ùell'ltalia c he nei mesi successivi fu causa di notevoli diserzioni fra i reparti indigeni, ma era il primo segno, e significativo, dell'incrinatura della macchina militare coloniale dell'AOI. Durante il ripiegamento su Barentù il CVlll perse per defezioni e azioni di guerra ci rea 145 ascari; il CX invece giunto nella Piazza con circa 350 ascari, non appena fu in linea ne perse circa 70 di razza Cunama. La 16a brigata col. era invece una grande unità di maggiore solidità, anche se la sostituzione del suo comandante Col. Manlio Vannetti, avvenuta improvvisamente nel dicembre 1940, ne aveva
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in qualche mo do sminuito l'entusiasm o. Era formata da battaglioni di più antica costituzione: il XXTl, d all'etagà verde giallo ori zzontale, già fo rmato per la riconquista della Libia come XXII btg eritreo misto, dove mis to stava per l'arruolamento degli a scari che avveniva in Etiopia; era comanda to dal Magg. Mancuso; il suo gagliardetto era decora to di una croce di g uerra per le operazioni di riconquista della Cirenaica e di medaglia d'argento per la gu erra d'Ahi ss inia. XXIII htg. col., dall'etagà bianco arancione orizzontale, com Magg. Minas; XLVII btg. col. dall'etagà arancione verde orizzonta le; Llll btg. col. dall'etagà bia nco amaranto orizzontale; 16° gru ppo art som col. Per la difesa della Piaz,-.a il perime tro venne diviso in Settori: furono a pprontate varie ostrnzioni e campi mina ti lungo la sta tale, tanto a l nord che ad ovest da dove sarebbe venuto l'attacco ne mico. 1 reparti inglesi che investirono Ba rentù a ppartenevano alla 5a divisione inc.Ji ana, com a nda ta dal Magg. Gen.L.M.Hcat e precisamen1 e: a nord, proveniente dalla strada per Agorda t ILI X hrigal a indiana, com Ge n. Fletcher, rormata dal 11 "Higland Light lnfantry'; IV/10° "Baluc regiment"; III/1 8° "Royal Garwal Rilles"; da ovest proveniente da Aicotà la 9a brigata indiana, com. Gen.J.C.O. Ma rrio t, compos ta dal I. "Worchester", IJT/2° "Punjab regiment"; VI/12° "Royal Frontier Forces Rifles"; con il supporto delle batterie della "Royal Artillery", dei reparti del "R oyal Bo mbay Sappe rs and Miners" e di reparti mo toblindati fra cui il Il "Sudan Dc fen ce Force". La sera de l 25 ge nna io alcuni blindati ingles i, provenienti dalla strada per Agordat, s i spinsero fin sollo le linee ita li ane ponendolo in a llarme. IL 27 genna io dive ne ndo la pressione nemica sempre più forte nella zona n ordovest, il Comando Piazza invi<'> il peno da 105/28 autoportato c he alle 10,5 ini ziò a battere glieleme nti avversari . Dopo un pa io d'ore il cannone dove tte re lrocedere di 2 km pe r sottrars i a l fuoco delle armi automatiche inglesi c he presero sotto tiro anc he il R eparto Ponti eri ch e, rafforzalo da squa dre di Artieri al coma ndo del ste n M inni ti , era intento a caricare i fornelli di mina. Si stava minando un lungo trntto a mezza costa della stata le, alla prog ressiva kilomc trica 242. Il lavoro continuò comunque e alle 14, p resente il capit Della Porta c he h1 infati cabile ne lla difesa de lla Piazza , furono fat te b rillare le cariche ottenendo un n o tevole sbarramento. Nei gio rni successivi furono fatti saltare il ponte metallico sul Gasc al 42° km della s trada Barentù -Biac undi; il po nte a l km 248° della statale e furono innescati vari campi minati c he det tero huoni ris ulta ti giacché s i osservò ch e
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Patrizio focci
alcune camion e lte nemi c h e sp inte in esplorazione vi saltaro no sopra. Alle 13 la zona a cavallo della statale presidiata dal CLXX btg ccnn fu investita dal n em ico ch e s i era fallo precedere da un nutrito fuoco d'artigliera. I militi, n o n os tante qualche limitato cedimento c he fu subito ripristina to, s i batterono con bravura sino a sera, costringendo i ranti "Garhwal" e "Balu c h" a retrocedere. Il 28 gennaio a lle 5,45 le artiglieri e ingles i ini zia rono un pesante fuoco di pre parazione che durò alcune ore, sul tralto di line e italiane di n ordovest. Po i le fa nterie nemiche passarono a ll'attacco del fro nte del CLXX; dopo un lungo, estenuante combatlim ento, furono ricacciale. Il nemico faceva largo uso di pa llottole esplosive che mutilavano o procuravano d elle orrende feri te. I militi, nonos tante mancassero di rincal z i, p oich é per co ntenere l'assalto inglese avevano dovuto spiegare in linea tutli i loro re parti, non e bbero rlessioni. Alle 1 I gli Ing lesi attaccarono a n ch e il tralto di fronte pres idiato da l 1° squadrone del R gt. sqd. autocarrato; miravano ad occupa re un altura per utilizzar]~ come osservatorio della Piazza. JI reparto ita liano, formalo da elementi nuovi a ll'azione, dapprima vacillò e poi cedette; m a il te mpestivo inte rve nto del 2° s qd . che nel contrassalto trasc in ò con se i cavalici-i del primo, ripristinò la si tu azio ne s tro ncando l'offe ns iva n emi ca. L'artiglieria itali a na, in pa rticolare la batteria da I 05 e quelle da 65 fornirono continuo e ben miralo fu oco d'a ppo ggio, essenz ia le per respingere gli assalti nemici. Nei primi tempi tiella ballaglia m e no soddis facenti furono le prestazio ni de lla batte1ia col. da 75/ 13 da posizione. Compos ta da e le menti indigen i non scelti, intorpiditi dalla lunga inazione nel presidio d ei rorti, inquadrata dalle a rtig li erie nemich e , subì p e rdite in uo mini e mate riali e fornì un fuoco lento e discontinuo. Mutata di posizio ne, rinfrancato il personale dette poi un valido apporto a lla ba ttaglia. N el pome1iggio del 28, due compagnie di "Hig hlander" m ossero a ll'attacco della "Piramide", un'altura delle colline nordorientali . Gli Inglesi avevano estrema necessità per sbloccare la situazione di un luogo elevato da utili zzar e come osservatorio. Per raggiungere la sommilà della "Piramide" gli Scozzesi dovevano percorrere circa 150 m di salita aspra, priva di ripari. Preceduli da l fu oco de lle loro artiglierie avanzarono ed alcuni clementi raggiunsero la ve tta ma furono s ubit o ributta li d agli ascari del LJIL Gli "Highla nders" non mollarono e mostrarono un solido coraggio c he su ccessivamente lo stesso col De li tala vol le lodare; dopo un ulteriore e più potente preparazione di artiglieria, tornarono a ll'assai-
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lo raggiungendo ùi nuovo i bordi dell'altura. Gli ascari italiani con grande determinazio ne, crearono uno sbarramento di bombe a mano e ributtarono gli Scozzesi decimandoli: ne caddero più della metà. Dopo questi due aspri tentativi il comando della X brigata indiana rinunciò ad occupare la "Piramide". Il Gen. Fl etcher nell'inte nto di trovare una via di infiltrazion e nelle vie italiane, spinse i su oi reparti esploranti all'estremità orientale del Settore Nord e da qui iniziarono a risalire la vecchia pista per Agordat. La s ituazione da p arte itali ana dive nne delicata p er c hé il luogo e ra in piano, privo di consistenti appigli ta ttici ed era difeso sola dal Gruppo Motorizzato Misto Eritreo. Tempestivamente il Comando Piazza inviò in suo rinforzo la 2" cani L3 e lo sqd. a utocorazzato "Amhara"; i nemici di fronte ai corazzati e blindati italiani prefelirono non impegnars i e rimasero a fro ntegg iarli . Il 29 gennaio sem pre alle 5,45, segno ch e a que ll'ora le condi zion i atmosferiche consentivano una buona visjbi lità, riprese il fuoco l'artig li eria inglese sui Settori Nord e Ovest: segui rono assalti delle ranterie nemiche che rei te rarono i loro tentativi offc nsivi per l'intcrn giornata . Pur con qu a lche flessione i reparti italiani con te nnero gli Ingles i e p oi, con l'appoggio d i formazioni tolte mom entaneamen te da altre zone non investite, ripristinarono la linea. Il CITT btg col già schierato nella parte sud della Piau.a, fu spostato sulla vecchia pista per Agordat, rinforzato d a lla Sezione da 70/15. Il Settore Sud, che stava per essere investilo dalla IX brigata indiana, fu affidato all'8a briga ta col. Il compito di questa unità, come si è vis to notevolmente ridotta di forze, era diffi cile: d oveva presidiare una zona m olto ampia, piatta, percorribile da ogni senso dai m o toblindati ne mic i. TI comando de lla brigata pe r garantire u na copertura a Lutto il Settore a ffi<l atogli, divise i su oi reparti in gruppi lattici ch e s i d isposero a scacchicra, fu occupa la l'unica modesta altura posta tra la sta tale e la strada per Bia c undi, c on un Buluc fucilieri rinforzato da mitragliatric i. L'8° gru ppo art som co l, inqua dra to n elJe artiglielie de lla Piazza, concorreva a d a ppoggiare con il su o fu o c o i reparti d ella briga ta e a s e conda delle neccssi là d e l momento , a l lri obiettivi. La 2a batteria <la 70/ 15 fu schierata nel Settore Sud con co mpiti essenzia lmente anticarro; i vetusti pezl'.i a d affusto ri g ido, nonostanle la lentezza del tiro, davano buo ni risulta ti con le loro granale contro i bl indati. Il 30 gennaio ne ll e prime ore ùel mattino le artiglierie ing lesi ini ziarono un nutrito fuoco di distruzione sulle linee ita lia ne e lo estesero a nche alle lince di rifornime nto e a lle b allerie. Cercavano
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Patrizio Tacci
di cenlra re quel la da 105/28 che con le granate da 16 kg causava al nemico gravi danni; spesso fu inquadrata dal tiro awersario e nonostante spostasse la s ua zona di sch ie ramento ebbe due pezzi s montali e personale colpilo. I cannoni ita lian i risposero con Lutta la loro capacità di fuoco m entre le fant erie nemich e passavano all'aLLacco su Lutti i Settori. In quello Esl la r esisle nza del CIII btg col. e d e l Gruppo Mo torizzato Mislo Eritrea, e le ben coordinate punlate di alleggerimento d ella 2a can-i L3 e de i blindali, riuscirono a contenere la spinta nemica. L'ufficia le comandante del p ezzo da 65/17 autoporlato dell o sqd . aulocorazzalo fu feriLo; lo sosli tuì vol o ntariame nte il STen. Gioacchini Cardamonc del 16° gruppo; mosso da profondo enlusiasmo iniz iò ad utilizzare il cannone mobile con spregiudica tezza, lanciandos i contro il nemico con conlinue e rapide evoluzioni. Nel Settore Nord dopo ore d i continu a pressione le fante1ie i ndiane r iu sciro no a rompe re le lince itali a ne; per parare Lale grave minaccia il col. Delita la fu costretto a d utilizzare l'unico rep arto che Lencva com e riserva: il XXJ r htg coJ. Inquadrato da uffic ia li esp erli , con un buon livello di addes tra mento, mosso da un notevole spirito aggressivo il battaglione si lanciò a meritare la 2a m edaglia d'argento al vm, preceduto dal gagliarde tto verdegiallo con i due lunghi nas tri del le decorazioni svolazzanti. In breve tempo con un'azione viole nta e be n coordinata non solo riconquistò le posizioni p erdulc m a n e llo slan c io offens ivo raggiunse quelle nemiche, coslringendo gli Indiani a ritirarsi precipitosamente e cattu rando vario materiale. Per dare appoggio all'azione del XXII, i militi del CLXX nonos tante anche il loro tratLo di fronte fosse attaccato, mossero all'assai Lo con molta energia e con violenti scontii co strinsero i Baluc his a ripiegare, infliggend o loro notevoli perdite anche fra gli ufficiali . Il Ba ker ha scritto ch e le Camicie N ere erano giunte fresche sul campo di battaglia ed è per tale m o ti vo, fa intendere, c he ebbero il sopravvento su gli fndiani c he s i deve obiettivamente r iconoscere erano in linea da tempo. L'unico repa rto della MVSN presente a Ba renlù era il CLXX btg ccnn d'Africa, impegnato com e s i è detto sin dal 27 gennaio ; nonostante l'esaurimento dovuto a 4 giorni di ba llaglia, le perdite, il costante bombardamento ne mico, il poco o nessu n conforto, i su oi comp onenti seppero trovare in lo_ro la forza per passare al con trassalLo e operare con successo. Nel Se ttore Sud per l'intera mallinata i reparti della 2a brig. india na saggiarono la consistenza della di fesa d ell'8a brig. col. Nel
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pome riggio il fuoco di artiglieria del ne mico s i fece molto più pesante e poi a lle 15 i Punjabis ed i Fucilieri di Frontiera Indiani e gli Inglesi dd Worchester assalirono l'inlero Settore. Il comando dell'8" brigata col, gios lrnndo con g li esigui reparli a disposizione, seppur a fatica contenne la spinla avversaria, respingendo i numerosi attacchi. Il fuoco d ell'arliglieria ing lese si fece ancora più violenlo e oltre a distruggere 3 pezzi della 2a batteria da 70/ 15, colpì il rovescio de lle posizioni italian e provoca ndo elevate perdile di uomini e la distruzione di vari materiali. [ Punjabis premettero conlro la bassa altura vicino al bivio e nonostante fossero più volle respinti alla fin e riuscirono a conquistarla. Gli inglesi oLLenevano un osservalorio ch e seppur di modesla altezza consenliva loro di dirigere il tiro d'artiglieria su una vasta zona di Barentù. li Col. Delitala parlicolarmente preoccupato de lla situazione c he si era creata in quel Settore, r·itirò dal fronlc Est la 2a carri L3, tranne un plolone che fece rimanere presso il suo Comando come riserva estrema, e la inviò d i rinforzo all'8a brig. col. Al mattino del 31 gli Ing lesi in litardo perché dalle prime ore del malli no una fitta nebbia aveva g ravalo sulla zona, reiterarono i loro tentativi di rompere le lince italiane contcmporanearnenle nei S et tori Nord, Sud ed Est. Nel primo settore i combattimenti si protrassero nell'arco de ll'intera giornata; ai continu i determina li assalti del nemico, gli Italiani ri sposero con caparbietà resislen<lo e là d ov'erano costretti a cedere qualche posizione, ri conquistandola. Il col. Delitala mancando completamente di riserva inviò ne l Setlore Nord come rincalzo qualche reparto, temporaneamente spostato dal settore Ovcsl che gli Inglesi non avevano investito. Gli fu possibile far inlervenire tempcslivamente i reparti tolti da a ltri settori perché gli ufficiali del suo comando, a cui era slalo <lato l'ordine di guidare gli sposlamenti, avevano preventivamente riconosciuto tutte le zone della Piazza. Nel Settore Sud i Punjabis e i Worches ter mossero all'attacco sin dalle prime ore del mallino; gli I ndiani appoggiati dal fuoco delle loro balterie, dopo ore di continua lotta al1e 10 riuscirono a pene lrare nelle lince italiane all'alLc;,.za <lel bivio stradale. Immed ialamente per e li minare l'infillrazione nemica c he si faceva se mpre piLL consiste nte , il comando del SeLLore lanciò a l contrattacco una compagnia di ascari e la 2" L3. I '.assalto ila liano ebbe pieno su ccesso: gli Indiani furono costretti a ripiegare e le linee ricoslituite. Il Tcn. Mureddu che aveva dovuto ahhan<lonare i 2 peni da 70/15 superstiti, e g li arliglieri colonia li si eran o s bandati, radunati alcuni ascari di fanteria riusciva a
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Patrizio Tucci
riconq uistarli e a porli di nuovo in condizione di fare fuoco. Durante l'azione nella quale l'opera dei cani leggeri fu essenziale, il Ten. Astengo s i sporse fuori d el suo corazzato per controlla re l'andamento della lotta e mentre il fatto d'armi si slava concludendo fu raggiunto alla lesta da una raffica di mitragliatrice che lo uccise. Per il suo operalo fu decorato di medaglia d 'argento al vm a lla memoria. Lo sporgersi dal portello del Te n. As tengo non s i deve rite nere un atto di spavalderia né di eccessivo e ntusiasmo e neppure com e scrisse il col. Delitala " ... insofferenza alla claus ura del carro" ma un atto cosciente e responsabile di un comandante di reparto ca1ri L3 che chiuso nel suo mezzo non aveva alcuna possibiliLà effettiva di conLrollare lo svolgimento dell'azione e l'opera d e i suoi carri. Nel Se ttore Es Lgli Inglesi Iinnovarono la pressione con reparti meccanizzali ; le forze italiane li contennero ma a fa tica e per arginarli avevano eslrema necessità di Iinfor:t.i. Il Comandanle della Piazza comprendendo c he si doveva comunque sostene re il Sellore E.st vi invi ò l'ultima modesta Iiserva che aveva a disposizione: il plotone carri L3. I quattro corazzati assie m e ai pochi aulocani armati in g rado di muovere e col supporto allivo del pezzo mohile da 65/17 comandato dal STen.Cardamone, imbastirono una serie di puntate controffensi ve che fermarono il nemico. Nel pomeriggio di questo gioi-no (altra !"onte afft:rma il 30 gennaio) l'aereo inglese "'Lysand e r" matricola L4676, appartenente a l 237° Squadrone capo equipaggio Ten . Miller atterrò nell'aeroporto di B are nlù. Durante un volo di trasfetimento doveva aver perso la rotta ed equivocalo s ul campo di atterraggio. I due piloti nemici furon o catturali; l'aereo mancando sul posto un pilota italiano che lo trasferisse in a ltra base fu privato degli strumenti di bordo, d elle anni e dell'equipaggiamento che poteva interessare e poi fu distrutto dai genieri. L'aeroporto di Barenlù n on ospitava a lc un velivolo nazionale giacché questi erano divenuti troppo importanti per essere dislocati nelle zone coinvolte dall'avanzala nemica. L'aviazione inglese durante tutta la battaglia, anche se non intervenne pesantemente, poté agire liberamente ostacolata solo dai tiri contraerei dei reparti . Al tramonto gli sforzi offensivi inglesi cessarono ma nella notte, alle h l ùcl 1° fehhraio preceduto da un viole nto tiro di artigl ie ria il nemico attaccò di nuovo il Settore Nord. Il comhattimenlo, contrassegnalo da episodi di estrema durezza, s i spense alle 3,30 senza che gli Inglesi avessero conseguito alcun successo. Alle prime luci del-
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l'a lba l'artiglie1ia nemica, ben diretta dall'osservat01io posto sull'altura vicino al bivio stradale, iniziò un continuo fuoco di distruzione su lulla la Piazza. Momentaneamente la minaccia maggiore veniva dal Settore Sud e il Comando dell'8a brig col. comunicò che alcuni reparti nemici avevano superalo la sinistra del suo schieramento. Con le scarse forze a disposizione di quel comando, fra le quali i cani d ella 2a compagnia e con una compagnia trasferita momentaneamente dal Settore Ovest, fu organizzato un contrattacco che ristabilì la situazione respingendo i Punjahis. Nel Settore Nord le [anterie angloindia ne erano di nuovo tornate all'attacco: le difese italiane resistevano ma mancavano totalmente i rincalzi necessari per i contrassalti di a ll eggerimento. Il Col. Delitala ovv iò a tale situazione col sistema divenuto ormai abituale di spostare a seconda delle necessità altii piccoli reparti dai settor·i non paiiicolarmenle impegnati. Nel frallempo era giunto a l Comando Piazza e a quelli di biigata e d i reparti a utonomi l'ordine del Comando Scacchiere Nord di ritirarsi. La caduta di Agordat rendeva inutil~ continuare la resistenza a Barenlù. U comandante della Piazza decise l'inizio del ripiegamento per le 19 del 1° febbraio s ull'itinerario stabi lito dal Comando Scacchiere: Tolé, Su:,,.ennà, Valle dell'Amhesà, Arresa sull'altopiano, e dette disposizioni al comandante del genio Capit. Della Porta. Questi rimase in Barentù con un nucleo di genie ri per le ultim e distruzio ni mentre alle 12 fece muovere la 2a compagnia artieri perché divisa in plotoni r-ialtasse la pista da percorrere, rendendola adatta anche agli automezzi pesanti; lavorando intensamente entro il 3 febbraio i Genieri prepararono 75 km di pista. Verso le h 19 i reparti italiani del Sellare Nord, in crisi per l'intera giornata di lotta cedettero. La ritirata diveniva impossibile. Il Col. De liLala rendendo partecipe della grave s ilu a:,,.ione che si era creata il comandante del Settore gli inviò alcuni scarsi rinfor-:,,_i. Quel comandante radunando tutti gli uomini comunque disponibili e recuperando quanti avevano ceduto lasciando la linea, passò a l contrassalto e seppure momentaneamente ristabilì il fronte. Nella notlc si iniziò la ritirata senza che il nemico se ne rendesse conto: le munizioni c he rimanevano in gran quantità furono o distrutte oppure interrate. Sul pos to r imaneva l'infermcr·ia del presidio, menLr·e l'ospedale 0502 già dal 31 gennaio era stato fatto sgomberare a Suzennà con i numerosi feriti che ricoverava, per toglierlo dal raggio d'azione dei mezzi nemici. La lunga colonna degli Italiani, oltre 200 autocarri fra cui alcuni Fial 634 trainanti i pezzi da 105 residui, si awiò lungo il
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Palrizio focci
difficile itinerario. Come retroguardia vi erano i can-i leggeri e gli au tocarri armati. Al mattino del 2 fe bbraio gli Inglesi ripresero il canno neggiamento: poi constatata la n essuna reazione ita liana avan zarono, occupando Ba rcntù: trovarono solo i feriti e i can noni distrutti. JI 2° Sudan Defence Force si lanciò a ll'inseguimento ma fu fermato dalla r etroguardia ita liana . li STen. Cardamone con il s uo pezzo automontato agì con notevole decis ione: facendo fuoco e spostandosi in rapida successione, riuscì a trattenere i moto blindati nemici. Sino a che inquadrato dalle armi inglesi rimase ferito assiem e a ll'autista e ai due serventi c he lo coadiuvavano e con l'automezzo colpito. Solo a llora p erché impossibilita to a qua lsiasi reazione, cedette. Fu decoralo di m edaglia d'argento al vm. La ri lirata si svolse fuori dal contatto nemico; l'unica o ffesa awersaria venne da ll'av iazion e c he eseguì alcuni mitragHamenti che causarono lievi perdite. li 7 febbraio d opo una m arcia lenta, faticosa la colon na s i trovò a 30 km da Arresa, sotto l'ultimo scalino d ell'altipiano eritreo. Mancava la p ista per continuare la ritirata con tutti gli automezzi, a rmi e materiali a l seguilo e gl i artieri erano pronti a tracciarla. Ma allora giunse l'ordine del Comando Scacchiere Nord di procedere a piedi e di inutil izzare quanto n on era trasportabi le a spall a. I carri L3 della 2" compagnia, g li ultimi blinda ti d ello Squ adro ne Au tocorazzato Amhara, gli oltre 200 au tocarri, i m otocicl i, i pezzi superstiti , le radio e tutlo l'altro m ateriale c he uomini spossali da 6 gionù di combattimenti e a ltrettanti di ripiegamento non potevano di certo porta re, fu dis trutto con dolornsa amar·czza d i lutti e particolarmen te dei Genie1i che tanto a vevano lavorato per costru ire la via di ritirata. La colonna 1'8 rcbbraio raggiunse Arresa. Questo ordine fu poi giustificato con l'insulsa affermazione che no n si voleva creare un'altra strada di pen etrazione a l n emi co sull'altopia no eritreo. Come se gli Inglesi non avessero re parti del genio con numeros i mezzi e non vi rosse s ta to in tutto lo Scacchier e Nord esplos ivo sufficiente a far saltare la pis ta dopo il passaggio de lle truppe italiane. L'opera che il Ge nio attuò per bloccare strade e ferrovia ch e portavano a Ch ere n avrebhero dovuto far tacere il responsabile di tale ordine; com e lo avrebbe dovuto far tacere l'episodio awenulo nel settore Alagi, dove s i era ritirato anche il capo di S.M. dello Scacchiere Nord. Caduta Dessié il STen. d'artiglie1ia Giovanni Maria Mossa non accetta ndo di a rrendersi, decise di ritirarsi su Amba Alagi e nonostante la presen za delle truppe nemic he nella città, caricò assieme ad un nucleo di marinai e di a ,tiglieri 8 autocarri con 6 mitraglie
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pesanti Breda 13,2 7 mitragliatrici Colt, 60.000 cartucce per mitragliatrici, 5.000 bombe a mano, un certo numero di moschetti, 32 rucili mitragliatori "Breda" e un'elevata quantità di viveri; si impossessò anche di un'autoambulanza e di una moto. Lungo la strada incontrò 4 autocarri italiani già in possesso <lei nemico, carichi di due pezzi da 76/40 e di un numero e levato di munizioni e si impadronì anche di questi. Percòrrendo la strada statale n.2 "della Vittoria" giunse dopo 117 km a Ualdia dove trovò due ponti distmtti per bloccare l'avvicinamento nemico a l settore Alagi. Al STen. Mossa il TCol. Tramontano del Comando Superiore ordinò di passare solo con gli uomini e l'armamento leggero e di bruciare gli autocarri con quanto contenevano. rl Mossa, caparbiamente ririutò, e dopo l'intervento de] Comando Superiore gli fu permesso di tentare il passaggio dell)nterruzione con adattamenti di fortuna con l'obbligo poi di ripristinarla. Tn 1O ore animati da grande entusiasmo il Mossa e gli uomini ai suoi ordini lavorando con !,'Tande lena fecero transitare gli autocarri con il loro pre;.r.ioso carico e lipristinarnno in tutto l'interruzione. Occupata Agnrdat gli Inglesi continuarono ad avanzare verso il ce ntro dell'E.1itrea; il 2 febbraio erano a ridosso dell'aspro sistema montano che circonda Cheren, il capoluogo del Senhait, dove il Comando Scacchier·e Nord aveva stabilito di effettuare la battaglia di arresto. La battaglia di Cheren si svolse dal 2 febbraio al 27 marzo 1941 ed ebbe un andamento di 3 cicli: 2-13 febbraio; 14 febbraio14 marzo; 15 marzo-27 marzo. Fu diretta per gli Italiani dal Gen.Nicolangelo Carnimeo, comandante della la divisione co l, coadiuvato dal Col. LamborgMni, comandan te dell'artiglieria, che utiliz:t.ò i pezzi in maniera eccezionale nonostante la loro vetustà e le carenze del munizionamento. Provenendo dal bassopiano le vie di accesso a Cheren sono solo la ripida gola di Dongolas, rra i monti Dolodorodoc e Sanchil dove passavano la forrovia e la statale n.5 e a settentrione la stretta del fiume Anseba dove transitava la pista per Cub Cub. I Genieri Italiani con numerose mine provocarono delle interruzioni imponenti; g li Ing les i quindi nell'impossibilità di utilizzare i loro corazzati e blindati, furono costretti a sostare e poi con furiosi assalti di fanteria tentare di scardinare le difese italiane. Durante il primo ciclo della battaglia la sera del 7 febbraio, la 5" brig. indiana trovò la via per infiltrarsi nella zona meridionale dello schieramento italiano. I fanti Indiani giunsero con l'appoggio di corazzati legger i
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Patrizio Toc:ci
a poco meno di 2 km dal centro de lla città eritrea. Inlervennero il III Gru ppo squadroni cavalleria coloniale e il IV "Toselli" che, con accaniti com battimenli respinsero il nemico oltre le linee, ristabilendo la s ituazione. Due "Bren caiTier" immobilizzati rimasero ai m argini meridionali. dell'abitai.o a tes tim o nian za de lla puntata offens iva nemica e di come era stata prontamente s troncata. Durante il terzo cic lo d ella battaglia gli Inglesi posero in atto il piano per scardinare la linea italiana; elemento fondamenta le era la conquista del Dolodorodoc; dalle prime ore d el 16 marzo i fanti del "West Yorkshire", scavalcati gli Indiani ch e si battevano <lai giorno prima, rius cirono a occuparlo dopo furiosi combattimenti e Lerrificanti bombardamenti <l 'artiglie1ia da entrambi le parli . La quota 1501 , la cima più alta d el monte, è formata da un pianoro <li modesta estensione in leggera ascesa dove sin d a l 1881 sorgeva un fo rtino dipinto di bianco a co ntrollo della stretta e della strada c he vi passava. Durante la battaglia questa costruzione fu utilizzata come osservatorio d'artigli eria. Le nuove fortificazioni, costruite nel 1939, comprendevano una trincea con parapetto in cemento c he recingeva tutto il pianoro con alcune piazzole e qualche ricovero, protei.le da reticolati s p e ditivi. Il forlino era co llega to a Cheren da una buo na rotab ile. Da quel momento obiettivo ptincipaJe del Gen.Carmineo fu la riconquista della posiz io ne di così vita le importanza per la difesa di Cheren. Dal 17 marzo iniz iarono i co ntrassalti italiani condotti da numeros i reparti; a lle 15 di quel giorno cadde colpilo da schegge il Gen. Orla ndo Lore nzini, m edaglia d 'oro alla memo ria, mentre organi zzava un te ntativo de ll a s ua 2a brigata c ol. E la sua morte portò sgom e nto fra i combattenti ita lia ni : nazionali e colo niali , de tte però una maggiore determinazio ne nella ricerca <le i successo. Sino al 2 1 marzo furon o effettuati 5 ten tativi e alcuni furono sul punto di raggiungere la m e ta poi la superio rità <l'artiglieria, d i armi a utomatic he e di aerei del nemico li r espin se tutti. Uno d egli ultimi tentativi pe r 1ioccupare la quota 1501 fu eseguito nella notte tra il 22 e il 23 marzo, affidato ad una colonn a composta dall'LXXXV btg col , eta.gà arancione a maranto, di reclutamento Amhara, comandante TCol.Michele Ruiu e dai carri superstiti della 321 a e del la l a. Dopo la ritirata da /\gordat la s ituazio n e d ei car ri armati dipend enti dallo Scacchiere Nord era: carri M 11: uno recuperato d a l campo di battagli a e due ad Asmara in a ttesa di riparaz io ni
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carri L3: un paio ritiratisi da Agordat in condizioni meccanic he precarie e 2 o 3 a d Asmara in riparazione . TI Comando Scacchiere Nord contrasse la 321a compagnia Ml I sul 4° plotone Ml 1 e la I" compagnia cani L3 su 2 p lotoni. Per l'impiego erano a disposizione di tale Comando, mentre ai soli effetti territoriali erano alle dipendenze della J3 Div. col.. I carri mcdi necessitavano di riparazioni complesse soprattutto ai malori e agli organi di trasmissione, difficili non solo per la mancanza di ricambi ma soprattutto per la scarsa conoscenza che si aveva in loco di quei meccanismi del tutto nuovi. Per le gravi difficoltà di riparare le avarie degli L3 non fu mai possibile l'impiego contemporaneo d ei due plotoni; in genere erano in grado di muovere dai 2 ai 4 corazzali. Così il 22 marzo quando i ribelli abissini intcrrnppero la linea telefonica tra Axum ed Enda Sellasié, il Comando Scacchiere per dare supp01io al LIII btg. col. schierato nella zona poté inviare un solo L3 con la rise rva ù i mandarne altri 3 quando possibile. Dopo la riti rata da Agordat il Ten. Gentile mantenne uniti i resti della 32 I a; si sperava che con i 2 cani in riparazione ad Asmara si potesse tornare ad avere mezzi per· conti nuare a battersi. Ad Asmara, presso l'officina delle "Ferrovie Eritree" vi si lavorò a lungo e di fretta necessitando i carri per la difesa di Cheren, ma il 20 marzo fu possibile rendere operativo solo un Ml 1 e 3 L3 . Al comando del Ten. Gentile, nel frattempo promosso Capitano, furnno inviati a Cheren dove per contrattempi vari giunsero in ritardo tanto che l'azione condotta dal TCol. Ruiu ru dovuta rimandare alle 22,30. TI piano d'operazioni italiano contro il Dolodorodoc per la notte tra il 22 e il 23 marzo prevedeva: u na nutrita preparazione d 'aiiiglieria della durata di circa due ore e poi l'assalto a tenaglia della colonna, c he si doveva avvicinar·e nel maggior silenzio possihile; lo sferragliare dei carri sarebbe stato cope1io dal frastuono dei pezzi; si doveva cosl sfruttare la sorpresa che avr·ebbero provocato i carri armali. Alle 20,30 del 22 l'artiglieria ita liana aprì il fuoco e a lle 22,30 mossero i reparti : uno degli L3 nonostante i r·eilernti tentativi e tutti gli accorgimenti posti in atto andù in avaria e non si riuscì a mellerlo in moto. Il motore riparato come possibile non aveva retto alla limitata marcia effettuata dalla ferrovia a l Fallsloh, posizione di partenza. Si dovette abbandonarlo. La colonna Ruiu avanzò sino a ridosso delle trincee occupate dai Siks del 3° Royal Fronlier Force, senza essere avverlita. L'attacco improvviso e la presenza dei ca1Ti armati fece sbandare molti nuclei di Tnùiani ma altri resistettero con caparbietà. Nonostante l'elevato volume di fuoco del nemico, gli ascari italiani e
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i carri riuscirono a superare in vati tratti le linee nemiche e ad occupare il fortino; ma quando s i profilava possibile un successo si abballé su di loro un violento fuoco di repressione dell'artiglieria inglese a cui fece seguilo un contrattacco degli Indiani, rinsaldatisi per i rincalzi ricevuti. La lolla fu aspra: numerose volte gli Italiani dovettero abbandonare le posizionj raggiunte per poi riconquistarle. Infine il fortino fu dovuto abbandonare de fini tivamente. Fra gli ufficiali cadde su l campo il com.le d ella 2a cpa dell'LXXXV Ten. Augusto Angelini Marinucci; rimasero feriti: il TCol. Ruiu, il Ten . Luigi Pian.a a nche lui della 2" cpa e il Capit. Roberto Gentile; nessuno di questi volle essere sgomberato ma tutti vollero rimanere a l loro posto. Poco prima de lle 3 del 23 marzo il TCol. Ruiu constatò che i reparti ai suoi ordini duramente colpiti ed esaus ti non avevano più possibilità ùi riuscita nell'allacco; decise qui ndi il ripiegamento che venne compiuto ordi natamente ag li ordini d el Capit. Olindo Bartolo mei cmte della 4a cpa de ll'LXXXV. Gli Ttaliani nel ritira rsi si lasciarono dietro un corazzato in fiamme. Si concludeva definitivamente il ciclo operati vo della 32 l a compagnia carri M 11. Nelle due relazioni dell'ufficio storico dello S.M . dell'Esercito pubblicate nel I 952 e nel 1988: "La guerra in AO" non vi è accennato a lla partecipazione all'attacc o del 22 /23 marzo ' 41 al Dolodorodoc dei carri carri armati italia ni. Testimonianza se ne ha invece nel libro del Gen. Carnimeo, pubblicato nel 1950, ch e però non riporta il nome dell'ufficiale comandante d e i corazzati e nell'opera del Col. Baker già c itata. Ma la conferma viene non solo dalla motivazione della m e d aglia di bron zo al vm con cessa a l Capit. spe Roberto Gentile ma anche da quanto dic hiarò all'apposita commissione il TCol. Ruiu al rientro dalla prigionia. A ricordo dell'operato dei car risti della 32 1a Ml 1, piccola unità ignorata e confusa nelle storie uffic iali, rimangono le decorazioni concesse: per la battaglia di Agordat 3 1 genna io 1941: m edaglia di bronzo a l vm alla Fiamma della 321 " Compagnia Carri Ml 1, conferita sul campo dal viceré Ame deo di Savoia duca d 'Aosta m e daglia d'arge nto al vm alla mem oria: Capitano Alfio Chisari, caporale Mario Emilio Compagnoni , ca rrista Luigi Bicego, caporale Mario Capezzali m edaglia d'argento al vm: ten Vincenzo Gioia, s len Giovanni Molino, Cap.Magg. Enzo Foroni medaglia di bronzo al vrn alla memoria : Cap. Magg. Diego Fiori
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medaglia di bronzo al vm: Ten. Roberto Gentile Cheren marzo 1941 medaglia di bronzo a l vm al Capitano spe Roberto Gentile "Comandante di una formazione di carri armati, in aspro combattimento portava avanti i suoi mezzi con grande decisione. Ferito rifiutava di lasciare il suo posto di combattimento fino alla fine dell'azione AO 20-25 marzo 1941" Gli Inglesi recuperarono i carristi d eceduti ad Agordat e li seppel lirono in un campo provvisorio; quelli deceduti a Cheren furono recuperati dagli Italiani e tumulati provvisoriamente nella concessione Ertola. Successivam ente le sepoltu re temporanee furono dismesse e i caduti italiani in Eritrea furono in gran parte concentrati nel cimitero di Cheren. Per vari motivi, fra cui i ripetuti trasferimenti, molti caduti non vennero identificati. Nel cimitero di Cheren, attualmente, fra i molti ignoti sono reperibili le sepolture di due soli appartenenti a1la321 3 MII: cap magg Diego Fiori n 267 Capitano Alfio Chisari n 397 Della 1a compagnia carri L3: cap magg Luigi Bergotla n. 502 cap magg Alvise Squecco n 503 cap Attilio Gasparotto n 50 Nella tomba 326 sono conservati i resti del STen Giuseppe D'amico caduto il 25 gennaio 1941 La 1a compagnia L3 nonostante non avesse più potenziale be llico continuò ad operare e prese parte alJa difesa di Massaua testimonianza della volontà dei carristi, condotti dal STen. Ciappelloni e dal suo parigrado Apostolo Rabaioli, di continuar·e il loro com pilo sino all'ultimo. Due carri L3 superstiti da Asmara furono inviati a Massaua dove entrarono a far parte della guarnigione di quella Piazza. La Piazza di Massaua, comandata dal Contrammiraglio Mario Bonetti, comandante superiore della R. Marina in AOI, era stata costituita il 1° febbraio 1941. Sin dal gennaio di quel l'a nno si era inizialo l'alles timento del fronte a terra che fu diviso in tre Settori: nord, occidentale e sud. Era previsto che si articolasse su due Iinee, a circa 5/6 km dall'abi Lato, esterna ed interna per assicurare profondità alla difesa e fosse integrato da reticolati e campi minati battuti dalle armi automatiche dei caposaldi.
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In mancanza di mine terrestri furono approntati vari campi minati utilizzando torpedini da getto da 50 e 100 kg di tritolo e mine navali "Bollo" con una carica di 125 kg di esplosivo e "C15" da 100 kg preda bellica austrou ngarica. In particolare nel Sellare Nord, dove il terreno pe1n1etteva la faci le circolazione degli automezzi, era stato impiantalo un campo minato di notevole potenza. Per la difesa d i Massaua, sfruttando le risorse della base navale, Lùrono posti in atto tutti gli accorgimenti possibili; s i recuperarono per ogni dove armi e uomini e si utilizzò ogni possibile risorsa. Pur senza compromettere il suo particolare compito, la difesa contraerea di Massaua, armata con 8 hatterie da 76 e 1 da 120 a cui si aggiungevano numerose mitraglie da 13,2 fu or·ganizzata in maniera da poter battere le provenienze terrestri del nemico. L'opera della difesa contraerea della base di Massaua, armata dalla R. Marina e al comando del I Tcn di Vasc. Luigi Uccelli, per il suo grande impegno durato senza flessi on i dal I O giugno 1940 all'8 apri le I 941 è una di quelle in trepide a zioni delle arm i italiane che meriterebbero di essere conosciute e che la sconfilla e le successive vicende hanno fatto dimenticare. Le batterie antinave, per· quanto possibile data la loro dislocazione, fu1-ono orientate a coadiuvare il fronte terrestre. Per integrare la difesa del fronte a terra, il comando della Piazza fece montare su autocarri una batteria da 76/30, tre complessi binati da 13,2 mm e alcune canne da 25 per tiri ridotti, per inviare celermente pe:1.:1.i d'artiglieria, anche con fun zioni anticarro, là dove la pressione nemica lo avrebbe richiesto. Nei caposaldi che si andavano costruendo furono distrihuite 11 mitraglie da 13,2 sempre con funzioni anticarro. Furono requisit i 12 cannoni di fabbricazione germanica fermi in dogana, destinati all'A l"ganistan: erano cal. 75/22 ed erano privi di munizioni; per utilizzare i proiettili da 75 italiani, c he risultavano essere di cal ibro inferiore, s i provvide a saldare nelle camere di caricamento una camic ia di metallo che ven ne poi opportunamente torn i la. In tale modo si approntarono 2 batterie, ciascuna su 4 pezzi. Si sbarcarono i cannoni e le mitraglie delle navi inutilizzate e con trovate geniali s'impiantarono a terra su robusti basamenti di c ir·costanza. Si approntarono degli ordigni anticarro e si studiò un attrezzo per lanciarli. Per la difesa del fronte a terra della Piazza, difettando i reparti dell'esercito ed essendovi a disposizione solo un ballaglione coloniale costiero di scarsa consistenza, ru costituito un battaglione fucilieri della R.Mar·ina, composto da nazionali e coloniali; successivamente con il personale recuperato, compreso l'equipaggio del cac0
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ciatorpediniere "Leone", perso per incaglio, ne fu costituito un secondo. Con alcuni superstiti della Compagnia Volontari Tedeschi e con altri marittimi delle navi germani che bloccate in porto, s i costituì un plotone di una quarantina di uomini ch e fu dislocato a difesa di una zona nevralgica interna. Per presidiare il fronte a terra della Piazza, il Comando Scacchiere Nord stabilì l'invio del 136° btg ccnn d 'Africa con 548 militi; del gruppo misto mobilitato della R. Guardia di Finanza dell'Eritrea, comandato dal Magg. Michelangelo Puglisi s u 3 compagnie, inizialmente su 304 finanzieri nazionali e coloniali, poi con il recupero dei vari militari delle molte brigate e comandi che venivano evacuati per l'avanzata n emica, aumentati di un altro centinaio; di un gruppo di artiglieria su 1 batteria da 120 e 3 da 77/28. Successivamente per dare allo schieramento difensivo una maggiore consistenza fu inviata anche la 42a brigata colonia le, comandante TCol. Luziani, ma nella terza decade di marzo questa unità fu litirata perché necessitava per l'estrema difesa dell'Eritrea e a Massaua, dopo la resa di Asmara avvenuta il 1° apri le 1941, afllu irono numerosi resti dei reparti che avevano combattuto a Che ren e ad A<li Teclesan. 11 Contrammiraglio Bonetti poté così ricuperare, a parte un elevato numero di ufficiali che volevano sfuggire alla cattura ma c he non sempre trovarono un valid o impiego nella difesa della Piazza: 1'11 ° battaglione di formazione del 10° "Grana tieri di Savoia" al comando del TCol Pasquale Di Leo; il btg. alpini "Amba Uork", comandante Capit. Rodolfo Muller con 21 O m ilitari; un reparto bersaglieri composto da 50 uomini, resti del 3° btg. dell'l 1° "Granatieri di Savoia"; 250 camice nere al comando del Seniore Belloni; una compagnia del genio con 200 elementi; una balleria col. cammellata da 65/17; 1100 ascari Amhara, resti dei vari btg. col. che avevano combattuto per la difesa dell'Eritrea. Durante l'asse<lio della Piazza, aven<lo <lefezionato parte del btg. col. costiero, il Contrammiraglio Bonetti, ritenendo che gli ascari Amhara non dessero più affidamento e perché non divenissern elemento di grave disturbo alla difesa della Piazza, li congedò pagando le loro competenze, dando loro un muletto e lasciando vari oggetti di corredo; alla spicciolata furono fatti uscire dalla Piazza. A causa <lella scarsità <li truppe il comando di Massaua decise di presidiare solo la linea inte1na di difesa. Il comando del fronte a terra fu affidato a l Col. Ferdinando Oliveti reduce da Cheren. li Settor·e Sud ru presidialo <lal 136° btg ccnn; il Settore Orientale dai fucilieri della R.Marina e il Settore Nord dal Gruppo della R.G. di Finanza. Successivamente con l'arrivo dei nuovi reparti il Settore Nord fu a ffi-
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dato al comando del TCol.Di Leo cd ebbe in 1inforzo l'XI btg. di formazione dei 'Granatieri di Savoia', i due carri L3 della l" compagnia, 2 mitragliere Vickers Te rni da 40/39 della R. Marina e la batteria col. cammeJla ta da 65/ 17. Il Settore Nord che andava dal mare al monte Uadi escluso, era articolato su 12 caposaldi numerati da O a 10 più il 3/bis. Una compagnia di granatieri presidiava i caposaldi da O a 3, gli altri i fina nzieri con i plotoni nazionali in linea e quelli ascari di riserva. Il comando di Settore si era situato dietrn i caposaldi 5 e 6, presso la pista per Emberemi. La riserva di Settore: i 2 carTi legge1i e l'altra compagnia granatieri, era attestata presso il comando. Le forze nemiche che investirono la Pia:,,.za furono : da Asmara la X brigata indiana rinforzata da uno squadrone di "Matilda"; da nord la "Brigg's Force"; una grande unjtà a l comando del Gen. H .R. Brigg che aveva investilo l'Eritrea d al nord ; era formata dalla 7" brigata indiana: IV/ 16° "Punjabis " e I "R oyal Sussex"; dalla "brigata d'Orie nte", francesi degaullisti, comandata dal Col. Mondar (Magrin Verneret) fom1ata dal 14 ° battalion Etranger, reparto che aveva combattuto a Narvik e che incorporava vaii elementi italiaru fuoriusciti, 9 d ei qu a li caddero durante la ca mpagn a in A.O.I .; Troisemm e Battalion de Mar·c he, detto "battaglione Garby" d al comanda nte , arruola to nel Tchad. Alcune batterie del 28° field regi ment. Gli Inglesi nell'investire Massaua furono notevolme nte facilitati dall'aver titrovalo in un comando italiano d i Asmara abbandonato, una dettagliata carta della difesa della Piazza. Opportunamente conh·ollata dall'osservazione aerea che agiva indisturbata in totale mancan za di velivoli della R. Aeronautica e provvedeva a ditigere i tiri <lcll'artig l icria, fu la causa princ ipa le della vanifica:,,.ione di ogni sforzo difensivo italiano. Episodio oscuro, uno dei tanti awenuli durante la 2" guerra mondiale, dovuto a tradimento o peggio a sciattelia morale. Il 3 a prile gli Inglesi iniziarono l'investimento della Piazza con potenti con centra menti di artiglieria a i quali rispose vigorosamente quella italiana. Le batter·ie d ella difesa centrate a causa dell'esatta individuazione da parte d egli Ing lesi, durante le ore no tturne venivano riparate con ogni mezzo per poter dprendere il fuoco il giorn o s uccessivo. La X brigata indiana fronteggiava il Settore Occidenta le; il battaglione Garby quello me ridionale mentre la I3 indiana quello settentrionale. I fanti d el "R oyal Essex" sul fronte .Nor·d d isinnescarono le potenti mine navali ch e bloccavano la pista Emberemi-Otumlo, prevedendo il loro piano d'attacco l'avanzata lungo questa strada. l Fina nzieri attuarono un a difesa dinamica delle linee che pre-
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sidiavano, controllando con palluglie notturne il terreno antistanLe. TI Ten . Dosi e i brigadieri Vincenzo Cani e Salvatore Puggion i furono costantemente impegnati in quesle aLLiviLà: e se più volte furono c ircondali e invilaU alla resa, negli scontri che si accendevano alla loro reazione violenta, procurarono agli Essex perdi Le e prigionieri. Il Ten. Ferdinando Dosi, un ufficiale pieno di spirito aggressivo e di iniz ia liva, che si era distinto sul confine sudanese, resosi conto che gli Inglesi avevano disinnescato le mine che sbarravano la pista per Emberemi , di nolle Lolse da altre torpedini navali interrate in luoghi di minore importanza l'innesco e rese di nuovo attive quelle sulla pista. Alle 0,30 dell'8 aprile, dopo giorni di intenso e preciso tiro di arligl ieri a c he aveva sconvolto gran parle delle difese italiane, gli Inglesi ripresero il cannoneggiamento in maniera ancora più intensa. Alle 2 le truppe nemiche, riallale le interruzioni s tradali e bonifi cal i i campi minati, passarono a ll'allacco: la X brigata indiana investì il Settore Orientale avendo come obiettivo immediato quota Segnale; nonoslanle la reazione italiana fosse decisa, una compagnia ascari della R .Marina passò al contrattacco e raggiunse il c iglion e destro dell'altura ma non vi si polé consolidare perché battuto fortemente dal nemico, l'intervento dei 'Matilda' decise l'azione a favore degli Inglesi. La linea italiana fu rolla e il nemico r·aggiunse sul rovescio monte Uadi; il ballaglione del Tchad, infiltratosi ai margini del Settore difeso dai mari nai, occupò forte Vittorio Emanuele e prese sul rovescio il Settore meridionale. Verso le 10,45 alcuni drappi bianchi s ul M. Uadi e sul forte mostrarono che la difesa di Massaua era ormai rotta. Il contrammiraglio Bonetti dette ordine al Col. Oliveti di distn1ggere le armi pesanli e di r itirarsi con le truppe recuperate, verso l'abitato. Alle 2 anche la 7a brigata indiana passò all'attacco del Settore Nord. Il piano della "Brigg's Force" ern <li impegnare l'intera linea col fuoco dell'a rliglieria e delle armi automatiche e procedere su due diretttici: la prima con truppe appiedate lungo il litorale p er prendere sul rovescio i caposald i i Laliani, la seconda con mezzi meccaniu.ati per la pista di Emberemi per giungere a Olumlo, punto centrale della difesa. Sulla prima direttrice i fanli dell'Essex, eludendo la vigilanza dei granalieri, passarono lungo la spiaggia e vennero a trovarsi alle spalle della difesa. Attaccarono i caposaldi 3, 3/bis e 4. Sulla seconda la colonna molorizzala fu bloccata dalle mine navali che con esplosioni di grand e potenza distrussern alcun i "Bren carrier": dopo aver superato un periodo <li frastornamento non indifferente, i fanti inglesi proseguirono
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appiedati. Il nemico, proveniente dalla spiaggia, si scontrò con il plotone ascari di finanza comandato dal Mar. Luigi Piccinni Leopardi; la lotta si frazionò in una serie confusa di scontri; il sottufficiale riuniti i gregari che poté radunare, passò al contrattacco con baionette e bombe a mano; cadde e fu decoralo di medaglia d'argento a lla memoria; in pratica il suo reparto fu disperso senza che il nemico fosse fermato. Alle prime luci dell'alba con un'azione di sorpresa il numero 4 h.i occupato dagli Essex. Il Magg. Puglisi per non permettere che si consolidassero lanciò immediatamente all'attacco un ploton e di ascari comandalo dall'A. di B. Giovan Ballista Steri: il sottufficiale nell'impeto della lotta giunse da solo sulle postazioni perse, facendosi strada a colpi di bombe a mano; fu colpito a morte, anche lui venne decorato di medaglia d'argento alla memoria, ma i suoi gregari de i quali aveva assunto il comando lo sciumbasci capo Mohamad Ibraim riuscirono ad occupare parte del caposaldo; anche questo s ottufficiale indigeno fu decorato di medaglia d'argento al v.m. ma il plotone dello Steri aveva subito nell'azione perdite tali che non g li permettevano di mantenere le pos izioni raggiunte. Fu allora che il Ten. Col. Di Leo, sapendo che il num ero 4 era essenz ia le anche p e r la difesa de lla pista di Emberemi, vi inviò alla riconquista in pratica tutta la riserva del settore: la compagnia "Granatieri di Savoia" e i 2 L3. I carri leggeri precedendo i granatieri dagli "alamari azzurri" mossero contro gli Inglesi; il contrattacco, condotto in maniera decisa nonoslanle la violenta reazione degli Essex ebbe successo e l'inte ro caposaldo n . 4 fu riconquistato. Nello stesso tempo i fanti nemici si infiltrarono numerosi fra i capisaldi 5 e 6 giungendo a ridos so del comando di Settore. Furono fermati dal fuoco sen za interruzioni dei 4 pezzi da 65 e dalle 2 mitraglie pesanti; poi la l " compagnia finan zieri, guidata dallo stesso Magg. Puglisi , a cui si aggiunsero anche reparti della riserva, bloccarono l'attacco nemico. Caddero feriti molti fanti nemici, fra i quali il vi cecomandante del battaglione inglese, e numerosi rimasti tagliati fuori si arresero. Cessato momentaneam ente l'attacco, riprese vio lento il fuoco dell'artiglieria nemica che aveva spostato in avanti i propri p ezzi approfittando che quelli italiani erano già stati catturati . Ma l'Essex , prostata d allo sforzo effettuato non ebbe la capac ità di rinnovare l'attacco. Il Settore Nord tenne tesla al ne mico sino alle 13,30 quando giunse l'ordine di ripiegare verso l'abitalo; la marcia avvenne regolarmente. Si deve ritenere c he prima di ritirarsi, non essendovi altra possibilità di offesa al nemico, furono distrutti i due L3.
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La campagna per la conquista della Somalia inglese Nel luglio del 1940 il Comando Superiore dell'AOI avanzò allo SM Generale la proposta di eseguire un'offensiva contro la Somalia Inglese. I risultati che si volevano conseguire con questa operazione erano molteplici: una notevole diminuzione del confine da difendere, l'eliminazione di una base probabile punto di partenza di un attacco contro il centro dell'AOI, un miglioramento del morale tanto indigeno che nazionale con l'occupazione di un terri torio inglese da antica data e infine l' isolamento definitivo dei Francesi d e lla Costa dei Somali che stentavano ad accettare le condizioni dell'armistizio. Il M.llo Badoglio accettò la prnposta nella convinzione che la guerra non sarebbe durata a lungo e il Somaliland sarebbe stato un pegno territoriale da portare nelle trattative della pace. E dalla proposta del Comando Superiore dcll'AOT scaturì il telegramma di incitamento d e l capo c.Ji SM Generale al Vicerè duca d'Aosta: "... su, su da bravi. Bisogna portare qualcosa sul tavolo della pace". fl piano di operazioni prevedeva l'invasione della Somalia inglese, tenitorio desertico privo di risorse, con 3 colonne: obiettivo prioritario Berbera la capitale del territorio e il porto di maggiore importanza. La colonna di sinistra doveva puntare su Zeila, al confine con la Somalia Francese, ed eventualmente scendere lungo la costa su Berbera; la colonna centrale, la più agguerrita, doveva affrontare la linea fortificata nemica del tugh Ar·gan d1e copriva la strada verso la capitale; la colonna di destra doveva girare la linea difensiva britannica dando appoggio alla centrale. Il coman do dell 'operazione fu affidato al Gen di C d'A Gugliemo Nasi, comandante dello Scacchiere Est. La colonna <li sinistra, autocarrata, era comandata dal Gen div. Sisto Bertoldi; formata da 8 battaglioni coloniali e nazionali e da 4 batterie col. mosse da A<lelé con obiettivo Zeila. La colonna centrale comandata dal Gen div. Carlo De Simone era formata dalla "divisione speciale di Harar" 26 ; mosse da Giggica con obiettivo Berbera;
26 I..:autm·e d eve ringraziane: il Gen.Gastonc Camurri per la sua cortese collaborazio ne s ia nel compilare l'organigramma della "Divisione Speciale Ji Harar-'' e sia con numerose notizie ineJite a complemento del suo "Brogliaccio".
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La colonna di destra, com. Gen Arturo Bertello era composta da 2 gruppi bande Dubat, 1 btg arabosomalo, I batteria col cammellata e la Sezione Autonoma Autoblindo "Lancia" com dal Ten. Sirio Monticelli; mosse da Dagahur con obiettivo Adadleh. La "Divisione Speciale di Harar" era formata: COMANDO Gen. Div. Carlo De Simone SM: capo di SM Col. C lemente Menzio, ufficio operazioni Magg Salbitani; ufficio servizi Capit Capra PLOTONE MITRAGLTERI DELLA R. GUARDIA DI FINANZA, com. STen. llùebranùo Pucci, con il preciso compito della difesa ravvicinata, del Quartiere Generale 1Y BRIGATA COL: com. Gen. Cesare Nam battaglioni coloniali : XX TCol. Gennaro Sora; IXL TCol. Zangrillo; XLIII Magg Ziliotto 13° gruppo art som col 14a BRIGATA COL COM. Gen. Carlo Tosti battaglioni coloniali: XXXVII, XXXVIII Magg Cabras, LXlV Magg Riaudo Abd el Kader; LXXXIII Magg Pecorin 14° gruppo art som col 15a BRIGATA COL com Col. Antonio Graziosi battaglioni coloniali: XL,IL,LXVI 15° gruppo art som col 1° RAGGRUPPAMENTO MOTORIZZATO BANDE PAl DEI.LO SCTOA: com. T Col.Cesare Fabbri: 1 ° gruppo Bande PAI dell'Amhara com Capit. Barbaro Ugo Bencive nga 2° gruppo Bande PAI dell'Amhara com. Capit. Luigi Galante l gruppi erano articolali su due ba nde Compagnia Motociclisti PAI: com . Cap. Gaetano Genco S i trattava di un reparto ben addestrato composto da nazionali e coloniali 322a COMPAGNIA CARRI M 11 com Capit. Vincenzo Schettini: plotoni carri: 1° Ten. art Gentile; 2° Te n. carr. Antonio Taruffi; 3° Ten. can : Miotti; plotone comando e servizi: Ten . aut. Mariano Lorenzutti. 12 carri medi trasportati su rimorchi trainati da autocarri "OM Tau1us". $QUADRONE CARRI VELOCI "CAVALIERI DI NEGHELLI" com Ten . Nicola Rinalùini; 15 can-i leggeri S EZIONE AUTONOMA AUTOBLINDO "F1AT 611" com Ten. Gastone Camurri;
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5 blindo armate con il pezzo da 37 mm ARTTGLIERA Batteria obici da 149/13 (raggiunse la divisione in un secondo tempo) Batteria da 105/28 3 batterie da 100/17 X gmppo artiglieria contraerea da 76/46 su 2 batterie Batteria c a da 20 mm com Capit. Edoardo Coronato GENIO Reparti vari fra cui la Compagnia Marconisti comandata dal Capit. Antonio Cavalieri AuTOGRUPPO n1 MANOVRA comprendente il Reparto Katerpillar comandato dal Capit. Alfio Ch isari ELEME NTI DET SERVlZT La divisione aveva in forza anche il CXL btg col, Magg. Viozzi,asscgnato ad una delle tre brigate coloniali. Riserva , a disposizione della colonna centrale: 2a BRIGATACOL: com Col. Orlando Lorenzini battaglioni coloniali: IV, V, IX Magg. Zoppis, X Cap. F.A. Gal lucci , CL TCol. Poddigue 2° gruppo art som col 70a BRIGATA coL: com Gen. Giuseppe Muller battaglioni coloniali: T0 arabo somalo, LXTT , CXUT Magg . Micheli 70° gruppo art som col La campagna iniziò il 3 agosto '40 e si concluse, vittoriosa per le am1i italiane, il 19 successivo. Il maggiore impegno fu esercitato dalla colonna centrale ovvero dalla "divisione speciale <li Harar" e dalla Riserva giacché le altre due colonne erano troppo lontane e con scarsi collegamenti e quindi poco o nulla influirono sullo svolgimento delle operazioni. Un macroscopico errore nelle carte geografiche in distribuzione non con-etto neppure dopo le precise segnalazioni dell'osservazione aerea, la carenza di coordinamento e la scarsità di collegamenti fecero mancare la cooperazione tra i reparti e fecero affrontare alla colonna centrale 4 giorni di duri, estenuanti combattimenti sulla linea difensiva inglese dell'Argan. Infine il 15 agosto le truppe del Gen. De Simone sfondarono le fortifica zioni nemiche e continuarono nell'offensiva verso Berbera. Il Gcn. Dc Simone, che nonostante il successo fina le considerò l'arresto impostogli sull'Argan come uno smacco personale, fu
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descritto dal Vi ceré come " ... personalmente coraggioso, dinamico, instancabile, energico fino a lla rudezza" 27 ; ma non erano qualità sufficienti per un comandante di grande unità di complessa ror·mazione che doveva affrontare l'agguerrito esercito inglese, di antiche tradizioni. L'offensiva della colonna centrale ehhe inizio alle 20 del 3 agosto dai pozzi dai Garbailek; mosse come punta esplorativa la Sezione Blindo "Fiat 611", con le macchine mimetizzate con strisce di colore sahbia sul la vernice marrone originale, lavorn esegu ilo dai carristi del reparto. Nel pomeriggio del 4 le blindo raggiunsero una zona che poi ru identificata come monte Dabuto (Daholek), dove la pista si ino ltrava nella boscaglia molto fitta. Intuendo il pericolo sostarono ed aprirono il fuoco; il nemico Iispose con alcune raffiche. Essendo impossihile aggirare il luogo per l'impraticahi lità del terreno, le Fiat, ricevuti in rinforzo i motociclisti della PAI, proseguirono; alla sommità di una breve salita i centri di fuoco inglesi iniziarono a sparare; fra questi un fucile anticarro "Boys" che ben mimetizzato e a hreve distanza ehhe facile successo con i suoi proiettili da 13 sulle corazze delle blindo italiane. La Fiat del comandante la Sezione fu centrata da più colpi c he colpirono l'intero equipaggio: a morte il pilota cap Hul drini e il serg mitrngliere di torretta La Speme; feriti: il Ten. Camurri e due ascari mitragJieri; nonostante fosse stato forato uno d ei serbatoi del carburante la macchina non si incendiò. Sorte peggiore ebbe la FiaL del Serg. magg. Tonuccio Corraùetti che era in seconda posizione e reagì con alcuni colpi delle sue armi; centrata da più colpi di "Boys" ebbe l'equipaggio colpilo: ferito a l braccio destro il capomacchina, a l Corra<lelli gli dovettero poi amputare l'arto destro, il pilota Bartolutti, il cannoniere Aldo Locatelli, il mitragliere cap. magg. Nicolò Pizzinollo e il c arr- isla milraglier·e Luigi Ve nturi. La blindo si incendiò. Nonostante la ferita il Ten. Camurri accorse per salvare J'equipaggio; in aiuto accorse anche la guardia PAI Giuseppe Tagarclli mentre il STen. PAI Vinicio Borghini, con il suo plotone motociclisti, cercava di aggirare le posizioni nemiche e provocava la r itirata degli Inglesi. li Ten. Camuni nonostante la ferita continuò a comandare la sua Sezione, ormai ridotta a tre macchine. Per la sua azione di
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Ufficio Storico SM Esercito "Le Operazioni ... " vo i. 2° pg 270.
N ote s 10riche sui mezzi cnraz.zat i e hlindati in Africa Orientale: /935-194/...
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monte Dubatto fu decorato di medaglia <l'argento a l vm ; la croce di guerra a l v m fu invece assegnata a Loca telli, Pinizzotto e Venturi; Corrade lli venne pro mosso maresciallo. La blindo del Ten . Camurri, riparat a dall'autofficina del reparto, ragg iunse le altre 3 Fiat sul finire dell'agosto, testimonianza del buon grado di capacità de i carristi meccanici. Nel 1949 Raffaele Di La uro scrisse " ... un'a uto blindata d e lla PAI [u incendiata da una granat a inglese. In tale circostanza s i poté constatare il mediocre addestramento del p ersonal e e d ei comand anti nell'impiego e n ella m anovra dei pochi mezzi corazzati"28. No n considerando l'equivoco di r iten ere le blindo a ppa rtenenti a lla PAI, questo giudizio del Di Lauro, pur sempre obiettivo ed informato, all'epoca era direttore di governo di 2a classe in servizio presso il Governo d ell'Amhara, è immeritato e ingiusto. I carristi di ogni grado che operarono nei reparti carri e blindati d e ll'AOI, nel corso dell'intera campagna non ebbero mai a mos trare pecche durante l'impi ego ma anzi si deve riconoscere loro, prescindendo dal valore personale, un'approfondita professionalità. Ne l caso specifico di monte Dubatto, stante l'impossibilità dell'aggiramento de ll o schieramento nemico, la perdita delle 2 "Fiat 611" va imputato non ad errore d 'impiego ma a ll' inevitabile fataIità c he domina gli eventi b ellici. 11 giorno seguente i carri veloci e gli Ml 1 sostituirono le Fiat nell'esplorazione avanzata della Colonna e ad H a rghe isa s i scontrarono con uno schieramento inglese ch e aveva compiti di ritardo. l carri m ed i sop ravan zarono i leggeri e marciarono contro i centri di fuoco britannici. 11 carro del Capil. Schettini , pilotato dal cap . magg. Ferildo Beltrame mosse in testa a lla compagnia e fu bersagliato da varie granate an ticarro. Una colpì la lastra frontale e la perforò; una sch eggia ferì il pilota a ll'occhio d estro; il comanda nte si preoccupò di farlo sostituire dal cannoniere ma B eltrame, nonostan te l'atroce dolo r·e, con mo lta dedizione non volle fermare l'azione e continuò a manovrare l'Ml l fino a c he la ferita g lielo pe rmise. Fu ricompensato con la medaglia d 'argento al vm . li ser-g. Adriano B ovo e bbe il carro raggiunto da alcuni proiettili che bloccarono la to1Tetta; non bada ndo all'avaria del corazzato continuò ad avanza re fi no a che raggiun se le posizioni nemiche e le costrin -
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Ra ffae le Di Laurn "Come a bbiamo difeso l'Impero" R oma , 1949, pg 73 .
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se a ripiegare rapidam ente. Nel pomeriggio del 10 agosto la divisione raggiunse la piana <li Daharboruk che precede le a llure dell'Argan dove gli Inglesi avevano erello una linea difensiva molto robusta, in grado di battere il terreno circostante e protetta da profondi relicolali. Fennatasi l'avangu ardia motocorazzata, ava nzarono le brigate coloniali che il g iorno 11 la J4° a<l occidente e la 15° a d oriente attaccarono le linee n emiche. Per carenza di collegamenli, imprecisione <l'indicazioni , contrattempi di ogni genere la 14a brigata col. Tosti partì all'offensiva con un solo battaglione; come su pporto ebbe la 322a Ml 1. I cani medi avanzando a fatica per il ler-reno impraticabile si portarono lentamenle sollo le linee nemiche; furono inquadrati da u n nutrito fuoco d'artiglieria e di armi controcarTo. TI Comando divisionale per evitarne la distruz ione ne ord i nò il ripiegamento; ma mentre g li Ml I esegu ivano la m a novra a ritroso, vennero ritenuli inglesi , altra prova di n essun coordinamento e di mancanza di preparazione; si approntarono reparli per respingerli e una batteria da 100 aprì il fuoco contro d i loro. l'.MI I , in parte avariato c he apriva la ma rcia ru centrato da una granata italiana che entrò nell'abitacolo per un portello la sciato aperto per la lemperatu ra molto elevata e ne distrusse l'equipaggio. Questo carro medio, <leve ritenersi quello del capocarro carrisla scelto Aminta Benanti che aveva avuto il corazzalo già colpi to e lui stesso ferito, veniva di nuovo rerilo a morte mentre cercava di porlare in salvo il suo mezzo. Fu decorato di medaglia d'argenlo al vm alla memoria. Nello stesso fatto d 'armi di Daharboruc il sergente Angelino Viola, pilo ta di un M 11 , f"i nì in una zona estremam e nte accidenlala c he gli bloccò il caITo; ne tentò il recupero e nonosta nte l'artiglieria avesse colpito il m ezzo, con lin uò il suo lavoro finché un altro proie llo ben cen trato provocò gravi danni all' Ml 1 e lo uccise. Fu decorato di m edaglia di bronzo al vm alla memoria. Alle 16,30 del 15 agoslo, dopo un ennesimo attacco, gli ascari della 13 a brigata col. ben appoggiati dall'artiglieria e da formaz ion i aeree, occuparono il fortino inglese "Sandalo! "; in i:1.iava lo sgretolamento della linea nem ica; g li Tnglesi con rapidità si ritirarono. Il Gen De Simone stabilì di riprendere con urgenza l'avan zala verso Berbera e di incalzare il nemico per non dargli tempo di riorganizzarsi s u nuove li nee. Costituì una colonna, di cui prese il d irello comando, su due scaglioni formata da r eparti motorizzali e corazzati, da elementi mitraglie ri co loniali , arligli eria e dalla 70a
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brigata col. . Il movimento inizi ò nella notte del 17 con all'avanguardia i motoc iclisti PAI; si riteneva ch e gli Inglesi fossero in ritirala e si volevano affrettar·e i tempi; per tale motivo non furono posti in testa i carri e i blindati. Alle 11 i motociclisti PAI giunsero nella conca di Laferug dove furono bloccati da una cortina di fuoco messa in atto dai fanti del II battaglione dei "Black Watch" e del 2° "King's African Rifles". Gli Ing lesi utilizzando le alture avevano creato una linea fortificata solida e profonda. Si riaccese una battaglia aspra c he vide impegnati via via che giungevano i battaglioni coloniali. La 322a M 11 si portò in linea per appoggiare il 1° Gruppo Motorizzato Bande PAI: il pilota cap magg E liseo Longhin portò il suo carro contro un ridallo nemico da cui partiva un fuoco violento, micidiale per gli ascari. Dei colpi arrivarono sulla sua feritoia e lo ferirono al viso. Nonostante il sangue g li ostacolasse la vista conti nuò l'azione sino a che, accecato, dovette lasciare il posto di pilotaggio. Il caiTista scelto pilota Gino Fiorini individuò un'arma automatica pesante nemica particolarmente insidiosa per i repai-ti di fanteria italiani; per due volte puntò contro questa col suo Ml 1 l"ino a c h e non gli riusc:ì di distruggerla. Il Ten. Antonio Taruffi nelle evoluzioni per raggiungere il nemico rimase separalo ùai carri del suo p lotone; senza badarvi continuò ad avanzare e andò ad appoggiare un reparto di ascari che si era portalo a ridosso di una fortificazione inglese. Poi mentre la hattaglia era in corso, g li Ml 1 ini ziarono a hloccarsi perché l'eleva la temperatura faceva scoppiare i manicotti del raffreddamento. Il carrista Fiorini ebbe il carro bloccato da tale avaria; sceso sotto il fuoco nemico eseguì una riparazione di fortuna e riuscì a sottrarre il mezzo dall'offesa del!' artiglieria inglese. Durante questa azione un ascari PAI si rese conto che un carro medio procedendo verso le linee nemiche stava pe r offrire un fianco ad un arma pesante in g lese. Lo rincorse, vi monlò sopra e accucciandos i vicino alla torretta svento lò uno straccio davanti alla feritoia del pilota e lo guidò fuori dal pericolo. Alla fine del pomeriggio i reparti britannici, minacc iati alle spalle dalla 2a brigata col si ritirarono; nella notte del 18 ripr·esc l'avanzata italiana con in testa i carri veloci, i mitraglieri autocarrati e le blindo Fial e Lancia della Sezione comandata dal Ten. Monticelli , che esaurito il suo compito nella colonna di destra, era stata incorporala in quella centrale. Il 19 fu raggiunta Berbera.
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Al termine d ella campagna la "Divisione speciale di Harar" fu sciolta; la 322" riparate le avarie e i d a nni r iror-tati in combattim e nto tornò a far parte de lla Riserva Generale ma non era utili;,.zabile al comple to per mancanza di ricambi. Le hlindo Fiat e Lancia d opo un periodo di riposo ch e necessi tò per eseguire lavori d i ripara;,.ioni alle macchine ormai molto usurate, tornarono alle operazioni contro i rihelli . Questi si stavano rafforzando sempre di più: genti ritenute sino a quel momento fedeli improvvi samente cambiavano idea e divenendo una minaccia interna crescente, da affronta re con decisione.
Gli altri avvenimenti negli Scacch ieri: Giuba, Est, Sud, Ovest Nello "Scacchiere Giuha": il Fronte somaloke niota, vi era un unico reparto hlinda to forma to da 4 "Lanc ia TZ" e 2 "Fiat 611" armate con mitragliatrici. Era materia le consunto, in particolare le Lancia c he per essere in grado di o perare abbisognava di continue riparazioni; era estremamente difficile avere in scrvi;,.io tulle le macchine insieme. In Som alia dopo le prime, modeste operazioni di rettifica d elle frontiere non vi era stata a tti vità bellica degna di rilievo s ino a l 16 dicembre 1940, qu a ndo una colonna motori;,.zata s udafri cana aveva travolto il presidio di E l Uac h. E l'episodio aveva co mportato l'immediato r im patrio del Comand ante dello Scacchiere Gen. di C. d'A. Gustavo Pesenti e la sua sostituzione con il Gen. De Simo ne. La difesa del piatto territorio somalo era affidata sopra ltu lto a reparti colon ia li appie dati quindi ben poco mobili; i nemici s uda frica ni invece erano to ta lm ente m o torizzati e con nume rosi re parti blindati e corazzati; aveva no inoltre la t o ta le padrona nza d el cielo. Nel tentativo di avere un appig lio tattico valido per ferma re il nemico, il Comando Superiore d ell'AOI fece attes ta re la difesa lungo il Giuha. Ad Afmadù fu costituito un caposaldo avan za to del Sottoseltore Gelib del Settore Basso Giuba; il presidio era composto dal XCIV btg ara hosomalo; una b atteria da 65 , una compagnia co l mitrag lie r-i con 8 armi; una Sezione Au toblindo con 3 macch ine di cui 2 "Fiat 611"; d oveva trattarsi delle uniche blindo in grado di operare fra quelle dislocale in Somalia. Per cost ituir·e una difesa più attiva il XCJV btg aveva schierato una compagnia all'interno
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del ridotto e tre n ella boscaglia perché gli ascari ben mimetizzati attaccassero il nemico avanzante ai fianc hi. Al mattino del 1O febbraio Afma dù fu sollo posto ad un duro bombardamento aereo a c ui seguì un intenso fuoco ù 'arliglieria. Alle 9 le fanterie nemiche iniziarono l'attacco che seppure con qualche cedimenlo fu contenuto. Dalle 15 si no a ll'imbrunire i velivoli sud africani con cadenze di mezz'ora eseguirono pesanti bombai·damenli , volando senza p ericolo perché totalmente inesistenle la caccia italiana. Nella notte le artiglierie n e mic he bersagliarono in co ntinuazione il caposaldo italiano. Al mattino ù e ll'I I, poco prima ùel nuovo assalto nemico, le blindo c he avevano collaboralo a respingere le fanterie sudafricane cercando , per quanto possibile dallo slalo delle piste, di aggirarle, furono fatte ritirare su Gel ib in scorta ad un'autocolonna carica di fe riti . La Sezione blindo, ridotta alle sole 2 "Fial 6 11 " fu assegnata a l pres idi o di Mansur Bulo Eri ll o facen te parte del caposaldo di Gelib. Le truppe c he difendevano il piccolo centro sulla riva destra del Giuba, imm erso nella grande foresta omonima, furono: LXXV btg col, etagà viola m a n-onc, batteria da posizione d a 70/15 e b atteria ca da 20 mm. La difesa era s tata organizzata bloccando le piste con fossi e mine e stendendo fitti relicola ti ; giacché il nemico cm costretto a d avanzare appiedato nella foresta, dove per il fitto sottobosco la visibilità era limila ta, fra la vegetazione erano stati approntati ùei centri di fuoco e delle brevi piste, accuratamenle mim e tizzate, p erché le b lindo potessero m anovrare e portarsi a tergo de l n e mico. Il 13 febbra io gl i ascari del 2° reglo "Gold Coast" appoggiati dall 'artiglieria e da numer-os i aerei, che a bassa quota spezzonavano le linee italiane, mossero all'a llacco. La r esis ten za ita liana s i mostrò te n ace, le hlindo con le loro appariz ioni improvvise fecero num erosi vuoti fra i reparti a ttaccanti. Poi minaccia ti sul r ovescio, con il m a teria le d'artiglieria in grn n parte colpito, gli ascari italiani cominciarono a ced ere e fu ordinato il r ipiegamento. I vetusli pe1.z i da 70 e le 2 blindo, immobilizzat e per avaria, n o n essendovi la p ossibilità di r imor chia rle, furono lasciate s ul posto, pr·iva te delle am1i. Nel testo "The Abyssinian campaign: the officiai story of the conquest o f Tlal ia n East Africa" pubblicata a Londra nel 1942 s i legge c he i fanti de l 2° "Gold Coast" a Buio Erillo catturarono 5 blindo italiane ed una a ddirittura con un assalto a ll a baionetta. Chiarame n Le s i trattava di una "Fial 61 1" già abbandon a la.
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Le forze sudafricane attestate nel Kenya passarono all'offen siva nella seconda metà d el gennaio 194 l anche contro lo Scacchiere Sud. Vari presidi di frontiera vennero attaccati e gli Ttahani fra alterne vicende dovettero ripiegare. Il 9 febbraio dopo aver occupato Ban no, nel Terta]e, ad est del lago Stefania, i Sudafricani si rivolsero verso Mega. Era un centro posto in una valle lunga e larga va ri km, circondata da ripidi monti; ricco d'acqua era un nodo di comunicazioni per il lago Stefania, Neghe lJi, Javello e per Mojalc e la frontiera. Con la g uerra Mega per la su a posizione e per la sicurezza che offiiva era divenuto il centro logis tico d e lla zona. Nel febbraio 1941 il pr·esidio, che aveva il Comando in un fortino merlato dipinto di b ianco e contorna to da palme, con effetto mollo esotico, era formato dal CCCXXXVI btg ccnn di marcia comandato dal Seniore Steni: aveva forza ridotta e mancava di addestramento; l gruppo artiglieria d a posizione, com. Capil. J em ina: era formato da nazionali e coloniaH ed era articolato su 3 batterie: 2 da 77/28 ed una da 120/25; numerosi elementi dei servizi. Successivamente, ripi egata dai pozzi di Taas posli sulla pista per Mojale, si aggiunse una compagn ia del LX btg col, etagà c ele ste a rancione. I Sudafrica ni prima di investire Mega, transitando per il Terlalc, vollero c reare una fascia <li s ic u rezza a settentrione e ad oriente della città per bloccare un eventuale ripiegamento del presidio. A seguito di lali movimenti d e l n e mi co il Gen.Gazzera ordinò a l Comando Gruppo Divis ioni "Sinis tra Omo", Gen.Tissi, di esegu ire una puntala offensiva c h e liberasse la strad a M egaJavello. L'operal'.ione h.1 affidata a l TCol.Briu.olara che costituì un a co lonna composta d a l ballag li one col. che comandava: 11 " Hidalgo", etagà azzurro, una batteria da 77/28, la 4" batteria antican-o da 37mm, entrambi del IV gruppo artiglieria motorizzala, lo squadro ne carri veloci "Cavalieri di Neghelli" giunto in rinforzo dallo Scioa e da un nuc leo di motociclisti della PA I. Nell e tarde ore de] pomeriggio del 14 [ebbraio la colonna mosse da Javello; non avvistata da lla ricognizione aerea nemica all'alba del 16 si a ttestava a Dubuluc a 1idosso del blocco s uda f"ricano. I.:attacco italiano fu improvviso; i Sudafricani anche se colti di sorpresa r eagirono con energia pur se confusam e nte. Me ntre i pezzi italiani be rsagli ava no il parco m acchine e le posizioni nemiche, gl i ascari d e l n, antico battaglione co n il gagliardetto decorato di m ed aglia d'argento, due medaglie di bronzo e di croce di gu eITa per le campagn e di Libia e dell'Etiopia, scattarono preceduti dai carri L
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con i quali avanzarono i motociclisti PAI. I Sudafricani non riuscirono ad imbastire una difesa valida e si ritirarono con rapidità, sfruttando la boscaglia, tallonati dai carri veloci e dai motociclisti. Il STen.Garofalo <lei "Cavalieri di Neghelli" con il suo corazzalo incalzò un gmppo di nemici che alzarono le mani; l'ufficiale italiano scese dal carro per disarmarli e ra<lu nari i ma alcuni sudafricani estrassero le armi e lo uccisero. Lo stesso allo infido che i g iornali dell'Intesa imputavano ai r·eparti tedeschi durante la 1a guerra mondiale. Ma la colonna Brizzolara seppur·e vittoriosa sia per l'esiguità delle [orze che per le elevate perdite su bi te non fu in grado di sfruttare il successo e non poté sbloccare il presidio di Mega, c he il 19 era costretto a chiedere la resa. La sconfitta subita dagli Ttaliani e il consegu ente abbandono della Somalia portarono le azioni belliche nello Scacchiere Est. Le truppe coloniali e sudafricane del Gen.Cunningham occupata Mogadiscio il 26 febbraio, con tinuarono ad avanzare seguendo la stessa strada che 5 anni prima aveva percorso il M.llo Graziani, avendo come primo obiettivo l'altopiano di Harar. Il Comando Scacchiere Est, trasferito il Gen.Nasi al comando d ello Scacchie re Ovest, fo affidalo a l Gen. De Simone29 ripiegalo dalla Somalia; questi imbastì una linea difensiva che dal lago Abbe , n e lla Costa dei Somali, seguiva il vecc hio co nri ne del Somaliland scendeva a Giggica e term inava ad Ilarar. P er dife nde re questa linea vi erano disponibili numerosi reparti colonia li su i qual i però si poteva contare poco perché erano profondamente minati ne l morale dalle sconfitte subite dagli Italiani; ini ziavano a sfaldarsi raggiungendo punte di diserzioni molto elevate. Solidi battaglioni coloniali che sino a quel mome nto s i erano battuti con grande agg ressività, improvvisamen-
29 Particolarmente tragiche fu1·ono le vicen<le familiari d el Gen. Dc Simone durante la ca mpagna in AO. La sua fami glia, ch e risied eva ad Harar era formata da lla mogl ie, dal figlio Gustavo sottotenente spe <le i Bersa glie1i in ser vizio presso i reparti coloniali e da una fi g lia <li 13 anni. Nel genna io '41 la moglie <lei generale fu punta ad un braccio da un insetto velenoso; g li s i dovelle amputare il braccio m a f"u inutile p erch é poco uopo d ecedette. li gen era le fu costretto a lasciare la figlio la ospite <li una famiglia amica a Mogadiscio e po té d ved erla so lo quando rimpatriò n el dopog u erra. TI fi g lio, che aveva pa1·tecipa to a ll a ca mpagn a <lei Somaliland, ripiegù con il s uo 1·eparto n ello Scacc hi ere SuJ; fu Jeslinato ad un r eparto motociclisti addetto a tenere liher·e le strade att01no a Gimrna d ai rihclli Ahissini. Durante una p erlu s tra zione avend o udi l i d e i colpi di anna d a fuoco, l asciò la molo e imbracciando il suo fucile milrngliatore salì s u di un a ltu ra pe1· ossei-va1·e co sa a vvenisse: poggiò l'arma a tcn-a e da questa partì acciden talm ent e un colpo che entrandogli d a un fian co raggiunse il cu ore u ccidend o lo istan taneamente.
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le si sfasciavano lasciando solo piccoli gruppi di ascari che per fedeltà o convenienza non volevano a llonlanarsi. Il Comando, comprendendo c h e la difesa di Harar sarebbe slala comu nque momentanea, preparò il ripiegamento sul fiume Auasc per coprire Addis Abeba e su l Galla e Sidamo, dove la situazione militare non era ancora compromessa. Una ricognizione ordinata dal Gen.De Simone alla Sezione Blindo "Fiat 611" che mosse ùa Oagabur consla lò la prudenle ma continua avanzata nemica. TL ripiegamento doveva avvenire s u due direttrici: una alta: Dire Daua, Miesso, Auasc ed una bassa: Dire Dana, Cercer, Asba Littorio, Bari d'Etiopia, Anasc. Per proteggere la ritirata lungo l'itinerario basso il Comando Scacchie re costituì un Raggruppamento Motorizzato che prese nome ùal suo comandante Col. Buonamico. L'unità risultò essere composta da: Com ando, mollo ridotlo 322a compagnia carri Ml 1 com Capil. Schettini Sezione Autonoma Autoblindo "Fiat 6 11 " com Ten. Camur-ri Nucleo Autocarri Armati: 3/4 "Bussing" blindati: uno armalo con un pc:1.:1.0 da 50/55 di preda be1lica montato su a ffus to a candeliere; gli altri c on mitragliere da 13,2 cedute dalla R. Marina, adatte per il tiro contraereo. Balleria da 65/17 aulocarrala Plotone anticarro armato con fucili "Boys" preda bellica Il Raggruppamento non aveva alcun servizio; per il carburante le munizioni, le riparazioni e i viveri o gni reparto doveva pr ovvedere in proprio. Il comandante Col.Giuseppe Bu o namico del Corpo Automobilistico già apparlencnle a l Comando Truppe d e lla Somalia, anche se in più di un'occasione mostrò coraggio personale, mancava di ogni cognizio ne sull'impiego d e i motocorazzati. Rinunciò sempre ad ogni form a di manovra là dove i carri armati e i blindati avrebbero potuto conseguire d ei significativi risulLati; la scel la dei luog hi dove schierare i m ezzi per costituire una linea difensiva seppure momenlanea, fu infelice o errata. La linea ris ultava costituita in maniera elementare con i carri, le blindo e gli aulocarri armati fermi allo scoperto con schierati die tro i pezzi da 65 30 ; a questo si deve aggiungere le comu nica:1. ioni tra il Comando e i
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Gastone Camurri "Brogliaccio" pag 23,28, 29.
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reparti m anchevoli e talvolta aleatorie e il grave problema di non aver proweduto alla questione logistica; fu un ulte1iore gravam e per j reparti che oltre ad essere impegnali in com battimento si trovarono senza alcuna forma di alimentazione e assistenza garantite. Il Raggruppamento enln'> in linea tra il 27 e 28 marzo con il compilo di proteggere il fronte su<l della piazza di Dire Daua. Il 30 maggio, per coprire lo sgombero del Cercer, fu dislocalo ad oriente d i Arbò, allo sbocco della strada per Ghelemsò. Mentre venivano eseguiti questi mov imenti il Ten. Lorenzutti addetto ai servizi della 322a Mll, con due automezzi ed una piccola scorta andava cercando r iforn imenti per la s u a compagnia . A causa del la fluidità della situazione fin ì in territorio controllato dal n emico e un rollo reparto di questo aprì il fuoco contro la piccola autocolonna: un autocarro fu bloccato e fra i militari italiani vi furono morti e feriti. Lorenzutti reagì con fermezza: nonostante si trovasse sollo i l Liro nemico, dispose la scorta in posi z ione opportuna per bloccare gli attaccanti e con un fi tto lancio di homhe a mano li disperse. Recuperato l'autocan-o fermo e fallivi caricare i morti e i feriti, rientrò al reparto. Le truppe del Sellore Cercer giunte a Ghele msò dovevano divid e rs i in due colonne: una formala <la reparti coloniali appiedati doveva r ipiegare s u Mecciar, Siré, Aselle, Sciasciamanna. L'altra colonna, autoportata, composta da nazionali e artiglieria doveva r ipi egare per Asbà s u l l'Au asc; qui riunirsi a lle truppe di quel Settore, c he già dovevano aver iniziato il m ovimento retrogrado: proseguire per Sciasciamanna transitando per Adama e Ascl le; dove va no formare un'unica colonna divisa in 5 scaglioni, l'ult imo dei quali doveva essere composto dal R agto Buonamico con funzioni di retroguardia. Il movimento iniziò tra il 1° aprile e la nott e seguente: il Raggruppamento schierato ad Arbò alle 9,30 del 2 aprile fu attaccato da numerose truppe nem iche; resistette sul posto sino a che le forze <lei Cercer ebbero sfilato, poi alle 14,30, dopo che era stata interrotta la strada Arhò-Ghcllcmsò mppe il contatto e ripiegò dietro l'Auasc. In estrema retroguardia la Sezione blindo <le] Ten . Camurri ridotta a 3 macchine; durante un'azione e ffettuata da 2 cani armati e una blindo F iat, uno dei m ezzi blindati artig ia nalmente, impossibilitato a muovere ruori strada, fu centrato dall'artiglieria ne mica e incendiato. Il Raggruppamento si schierò nella pia na di Matahara con l'or·dinc di precludere l'avanzata del ne mico per l'intero giorno 4
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aprile; nel pomeriggio reparti motorizzali sudafricani se1Tarono sollo le posizioni del Raggruppamento ma l'energica reazione di questo li fece retrocedere. Il 5 aprile l'unità riprese il suo compilo di retroguardia delle truppe in l"ipiegamento che proseguì sino al 9 quando furono raggiunti i territori dello Scacchiere Sud. Sulla pisla Aselle Sciasciamanna per l'impervio fondo stradale s i ribaltò l'Autoca1To Armato con il pezzo da 55 che si dové abbandonare. Gli ultimi giorni del ripiegamento pur se non a contatto con il nemico furono lo stesso duri e impegnalivi perché tra Adama e Aselle la ribellione etiopica era in pieno sviluppo con continue aggressioni a piccole autocolonne e a vetture isolate. Con l'occupazione dello Scioa si apriva per lo "Scacchiere Sud" il fronte nord che fu difeso con le forze recuperate dalla ritirata; ma quesle seppure numerose erano formate da reparti molto provali, con i coloniali ormai demolivali a continuare la lotta. Sul finire dell'aprile '41 il Comando Superiore dell'AOI ordinò al Comando "Scacchiere Sud" di eseguire una puntata offensiva lungo l'itinerario Coffolé, Aselle, Adama: lo stesso percorso effettuato agli inizi del mese dalle h-uppe in 1ipiegamento. TI suo scopo era d'interrompere la ferrovia Dire Dau-Addis Abeba per bloccare i rifornimenli a lle truppe nemiche che pressavano il ridotto dell'Amba Alagi e di minacciare gli Inglesi alle spalle. Successivamente per abbreviare il percorso fu indicato l'itinerario Adami lùllò, ponte sull'Auasc, Moggio. Il Gen.Gau.era affidò l'esecuzione di quest'online al Gen. Berlcllo, ripiegato dalla Somalia, e le forze assegnategli furono: 3 0bis RAGGRUPPAMENTO BuONAMTCO formato da: 322a compagnia carri Ml 1 con 10 carri Squadrone carri veloci "Cavai ieri di N e ghelli" com Tcn. Rinaldini con 12 carri Sezione Aulonoma Autoblindo "Fiat 611 " con 3 macchine, rinforzata dall'autocarro blindalo comandato dal Ten. Rosini Plotone Molociclisti A questi reparti si aggiunsero: IJN BATTAGLlONE COL. AUTOCARRATO c on la forza di 500 ascari; DLXXXV BTG CCNN m MARCTA autocaiTato; com Seniore Suggi; aveva forza ridolla, circa 300 militi, ma era ben inquadrato e vantava un elevato livello d'addestramento. 10 b ;s La colonna Bc rt ello fu , con ins ulsa retorica, d e nominata anc he "Colonna Fede".
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77 /28 autoportatc; I BATTERIA DA 20 ca su 3 armi GF. LO ARTIERI; ELEMENTI DEI SERVIZI. TI Gen.Bertello che aveva dovuto lavorare in gran fretta, vincolato dal massi mo segreto non ebbe tempo per amalgamarne i reparti; l'elemento essenziale di questa puntata offensiva era la sorpresa e per tale motivo si doveva avanzare nelle ore notturne onde evitare la ricognizione aerea nemica. AHc prime ore del 29 aprile la colonna iniziò la marcia; i problemi s i presentarono immediatamente con gran perdita di tempo per l'incolonnamento; si rese necessario quindi marciare di giorn o e fu subito avvistata dall'osservazione nemi ca. Poco dopo si presentò il problema del .Dadaba; il ponte era stato fallo saltare dai reparti italiani in ritirata e la colonna dovette sostare a lungo perché gli Artieri preparassero un passaggio del fiume, che portava un'elevata massa d'acqua. Il Gen.Berlello procedendo a velocità molto ridotta per lo stato de ll a pista, attaccato dagli aerei inglesi e sudarricani, il 3 maggio aveva percorso 50 km dal punto di partenza. Qui sostò mentre le Fiat 611 in esplorazione presero contatto con forze motoblindate nemiche che da i Laghi Alga lo e Langana erano avan zale per sbarrare la s trada agli Itali ani. 11 generale valutando che era venuto a mancare l'eleme nto della sorpresa e che in un eventuale attacco non avrebbe avuto rifornimen ti e rinforzi dalle linee italiane, s tabilì di ripiegare su Dadaba. Dopo questo tentativo fallito, che aveva logorato men.i e carburanti e aveva richiamato il nemico sul fronte di Dadaba, fu attuato un riordinamento dei mezzi motocorazzati. Lo squadrone cv "Cavalieri di Neghelli" che aveva i mezzi logod in condizioni di poter operare limitatamente fu incorporato dal presidio di Dadaba dopo aver ceduto alla 322° M 11 un plotone formato da i carri in rnigliod condizioni comandato dal STen Vismara. Gli L3 se utilizzati in azione assieme ai medi avevano un rendimento decisamente superiore. I reparti sudafricani investirono il caposaldo di Dadaha il I O magg io; era il pilastro di d estra de l fronte nord del Gruppo Divisioni "Sinistra Omo". Nella nolte tra il 12 e il 13 le linee italiane, che fino ad allora avevano resistito egregiamente, vennero sottoposte ad un incessante fuoco d'artig lieria che smontò i pezzi e distrusse la maggior parte d ei materiali e dei ricoveri. Alla mattina le fanter ie italiane, precedute dai pochi c arri d e i "Cavalieri di Neg helli" in condizioni di muovere, operarono un contrattacco s ulla sinistra della linea dove maggiore si s tava svi luppando l'offensiva nemica. In questa azione, che segnò la fine della diresa di BATTERIE DA
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Dadaba, lo squadrone avuli immobilizzati tulli i cani e callurati gli equipaggi andò di strutto. La Sezione Autonom a Autoblindo "Fia t 61 1" fu di visa in du e frazio ni : una operò nella zona di Sole m entre l'a ltra, con il comandante Fu assegnata al presidio di Uondo, che ern un centro logistico. Fra i suo i compiti vi fu la protezione dello sfilamento della 2 4a div. coloniale impegnata in una lunga, penosa ritirata. 11 comandante Ge n . Emanuele Beraud o di Pralormo per averla condo tta con energia e competenza ve nne decorato di m edaglia d'oro al vm. Nella terza decade del maggio '41 Uondo, mancando di valide difese, fu occupata dal ne mico e il suo presidio ca ttura to; scomparve così la Sezione Autono ma Blindo "Fiat 6 1 l ". Delle a ltre poche blindo ch e s i trovavano n e llo Scacchiere Sud s i sono r e perite scarse noti zie: La Sezione Autoblindo "Fiat 6 11 " armata con mitragli atrici, su 3 macchine, operò ne lla zona di Uondo dov'era giunta dopo una lunga 1i tira ta dalla frontiera con il Kenya. La Sezione Autoblindate del Galla e Sidamo, comandata dal Te n. Caj a no, avute tutte le Lancia distrutte o immobilizzate p er avaiie irreparabili, le sostituì con 3 Autocarri Blindati; negli u ltim i mesi delle ostilità nello Scacchiere Sud ru in a zio n e a l fronte nord combattendo soprattutto contro i numerosi Etiopici c he affiancavano gli Inglesi. Il 1° m aggio dopo una c ruenta, valorosa difesa cadeva il presidio italiano di monte Fichè, pi lastro di sin istra del fronte nord del Gruppo Divisioni "Sini stra Omo". li Comando p e r sban-are la strnda al nemico organizzò una de bole linea d ife nsiva a l torrcn te Gidu pres idia ta dal V Gruppo Bande Dubat del Magg. B assot. Questo reparto, che aveva assorbito i resti del disciolto II G ruppo Dubat, aveva una forza di 500 uomin i, s tanc hi e d emotivati , in ritira ta dal Somaliland. Jl 5 maggio il n emico attaccò la linea del Gidu; i Dubat nonostante le loro condizioni morali e materiali resscrn sino a lle h 7 quando minacciati alle spalle dai ribelli a bissini e presi sui fianchi da dementi n emici ch e fuori osservazione avevano guadato il corso d'acqua, ripiegarono. Una nuova linea italiana era stata approntata sul torrente Bubissa; era presidiata dal DLXXXV b tg ccnn di m arcia, dalla Compagnia col "Amhara" com Cap . Sartoli, una hatteiia da 77/28 ed una da 70/15 e dalla 322a M 11 con il ri nforzo dei carri L3 del STen.Vismara; vi si aggiunsero i Dubat d el V Gru ppo . Le camicie nere eran o schierate a cavallo della pista con le batterie a tergo; i carri a rma ti erano s ul lato de lla linea mentre i
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Dubat si posero in agguato nella boscaglia per intervenire alle spalle del nemico una volta che li avesse sorpassati. Alle prime luci dell'l I maggio i Suda&icani iniziarono il tiro d e lle artiglierie e attaccaro no sul fianco destro travolgendo gli ascari del Capit Sartori; e ra un reparto ritiratosi dallo Scioa con il personale esausto e <lemoralizzato. ln pari tempo un nucleo di ribelli abissini infiltratisi, occuparono la s tazione rad io italiana, posta dietro lo schieramento. Accompagnati dal tiro dei 77/28 e dei 70/15 , ben appostati, con perfello sincronismo i reparti italiani passarono al contrassalto: le camicie nere sul fronte, i carri armati sul fianco del nemico e i Dubat alle spalle. In breve la vittoria italiana fu completa: i reparti nemici si ritirarono precipitosamente per circa 25 km. Furono catlurati un ufficiale e alcuni sottufficiali, 60 ascari Kikuju, terrorizzati dalle truppe italiane, armi, alcuni autome:1.:1.i e 3 au tohlindo 31 . Il successo non si poté sfruttare perc hé mancavano gli automezzi e poi non s i aveva alcuna certezza che un'eventuale puntata controffensiva potesse essere alimentata. Il Comando della 25" d ivisione col, Gen.Liberati, <la cui dipendevano le truppe sch ierate sul Buhissa, delle quali aveva assunto il comando il Col. Adria no Dc Cieco, ordinò per il 19 maggio il ripiegamento oltre Colito sul torrente Billate32. La marcia fu particolarmente dura per le condizioni della pista <li venuta un mare di fa ngo a causa del le forti piogge. La 322\ i carri mcdi erano ridotti a 5, dovette lavorare al lu ngo con grande logorio dei corazzati, per togliere dal fango e trainare gli aulocmTi delk artiglierie e delle munizioni . Alle 6 del 18 la linea su I Billate era raggiunta. Fatto ripiegare s u basi arretrate il V Dubat, rimasto con 200 uorrtini privi di ogni possibilità d'impiego, le forze che occuparono la linea sulla riva ùestra del Billate, furono: il DLXXXV htg ccnn di marcia che s i dispose, organizzato a centri di fuoco , a cavai lo tiella strada per Soddu all'altezza del p onte c he era stato fatto saltare; la batteria da 70/15 d e l Ten. Corona, appostata assieme al ba ttaglione con funzioni a nticarro; la Y batteria da 77/28 comandante Ten . Rutter a cui si aggiunse la sezion e da 65/ 17 del Tcn . Tusa . La 322" Ml 1, con 5 carri medi e 2 leggeri, dopo essere stata per breve tempo a disposizione della colonna Agosti, tornò a lle dipendenze d el Col. 31 G. Favern in "Ricordi d'Afric.:a" n. 6 del 1967: accenna anc he alla caltura di una batteri a da 90 mm su 6 pezzi . 32 ASMA! pacc.;o 13 .
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De Cieco e si dislocò a cir ca 5 km dal Billa le a d un guado della camion abile Colito-Soddu. Alle h 10 del 19 maggio le truppe suda fri cane provenienti da Colito e Sciasciamanna, precedu le da un pesante fuoco d'a r tiglieria, iniziaro no l'attacco; la linea italia na reagì vivace mente m enlre fo lli gn1ppi nemici, guadalo il Billate a mo nte tentava no di prendere sul fi a nco lo schieramento; il Col. De Cieco cor se il rischio d i essere catlu rato. Allora mandò ad avverti re il Capit. Schetti ni perché avanzasse sia per sosten e re i repa rti i n line a e sia per pro teggere l'eventuale r ipiegamento. li portaordini, a ppiedato pe r mancanza di mezzi, dette no lizie no n ch iare a l com a ndante della 322~ ta nto che questi decise d'invi a re alla ricerca d el colonne llo due carri Ml I comandati da l serg m agg Gino Murraro. Alle 16 gi unse presso Sch e ttini il Capi l. Luigi Rolando a ddetto a l com ando del So ttosettore Centrale che gli r iferì che il col. De Cieco incontrati i d u e Ml I era sa lito s u q ue llo d i tes ta ed aveva mosso verso la Ii nea. Il comanda nte della 322a decise d i muo vere in avanti p er portare aiuto a l colonn e llo e imbarcato il Capit. Rola ndo com e guida avan zò con i 3 m edi ed i due leggeri. Lungo la s trada il suo ca1To, ch e precedeva gli altri, fu investito da u n nutrito fuoco da parte di un pa tluglione nem ico in aggua to lungo la s trada . Si trattava di un r ep arto coma ndat o da u n sottufficia le sudafricano e formato da suoi connazionali e da Etio pi . La reazio ne dei 5 carri fu immediata e decisa: i nemi c i furono s baraglia ti e inseguiti nella b oscaglia. Dura nte q uesta azione il Capit. S c h ettini avvis lò un Ml 1 fermo al bordo de ll a stra da con gli sportelli a petti e dei m orti a tlo rno. Dopo aver ritenuto c he il carro fosse s tato co lpi to dall'artigli eria si cons talò c he era in buo n e condi z io ni e ch e i morti erano il Col. De Cieco, ucciso da u n colpo di arm a da fuoco al la testa, il cann on iere carrista Virgilio Farina, colpito a l cuore e il capocarro serg magg Murraro. rI pilota n on fu rinvenu to po i comp arve incolume da lla boscaglia dove, sconvolto, si era rifu gia to. Da l racco nto di q ues to si seppe ch e il Col. D e Cieco era salito sull 'M 11 e il corazzalo aveva proced uto verso le linee con velocità molto bassa per via de lle cond izioni del terreno. Da lla vegetai.io ne Filta era s bucato un sottu ffic ia le nemico che salito s ul carro dalla poppa aveva ap erto il portello su perio re della to rretta, che no n era fermato da l chiavistello, e sparando nel vano aveva u cciso il colo nn ello e i due ca rristi. Il pilo ta era stato ris pa rmia to giacché il sudafrica n o aveva inten1.ione di parlare il carro, in un' incu rs ion e improvvisa, a lle spalle de lle linee itali ane. Il sottufficiale sud afri-
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cano, persona di grande coraggio, era stato disturbato in questo suo proposito dal sopraggiungere degli altri carri; di nuovo provò a tendere un agguato e mentr·e i suoi uomini sparavano sui corazzali, tentò di salire, sempre dalla poppa, sull'Ml 1 che seguiva quello del capitano. Avvistato dal terzo carro medio fu costretto a scendere e schiacciato. Al Col. De Cieco ru concessa la medaglia d'oro al vm a lla memoria. Pochi giorni dopo il 22 maggio la 322a compagnia carri Ml 1 cessò di esistere travolta a Soddu dal nemico insieme ai resti della 25a divisione coloniale. Da una statistica pubblicata dal Gazzera, in genere manchevole per difetto, durante le operazioni effettuate nello Scacchiere Sud il reparto ebbe un ufficiale rerilo, 3 uomini di truppa deceduti e 5 feriti. Lo squadrone cv "Cavalieri di Neghelli": un ufficial e morto ed uno ferito, 4 uomini di truppa morti e 8 feriti. La Se;,.ione Autonoma Au toblindate 'Lancia JZ' del Comando Truppe d i Harar, dopo aver partecipato alla campagna del Somaliland, fu inviata nella zona di Lechemti dove i ribe lli Etiopici, con l'aiuto degli Inglesi, avevano creato dei grav i problemi. Operò assieme alla Sezione Autoblindate "Fiat 61 1" e questa collaborazione fu utile agli equipaggi delle Lancia perché affiancati da blindo con corazze e armamento più potente, agivano con maggiore serenità: era infatti un dato consolidato che la corazza delle Lancia era perforabile dalle armi degli Abissini, in par·ticolare dai Mauser. Dopo queste operazion i di polizia entrambi le Sezioni furono rinviate a llo Scacchiere Est per essere impiegate contro i Sudafricani. Il Ten. Monticelli fece presente con c hiarezza lo stato in cui versavano le sue Lancia: i motori erano logori a tal punto che p er camminare si doveva ricorrere a mille ripieghi; la loro capacità bellica era talmente ridotta che sarebbe stato un sacrificio inutile d egli equipaggi mandarle a combattere contro truppe nemiche dotate di anni moderne. Le s ue ragioni furono accettate e la Sezione fu dislocata ad Ambò a l 131 ° km della strada statale n 8 di "Lechemnti" collegante Addis Abe ba con il capoluogo del Lieca . 11 tratto di questa strada tra Addis Alem e Ambò, poco più di 70 km, corre a lle falde dei monti Uorchè dove si ann idavano migliaia di ribelli abissini , s i parlò di oltre 12000, comandati dai fratelli Agiagamà e Assegà Kellò. Il compito della sezione era di pattugliare la strada assieme
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al VI gruppo squadrnne cavalleria col, el agà azzurro scozzese, e di scorta alle autocolonne; e du rante una di quest e operazioni fu ucciso il Ten . Monticelli, colpito a ll' interno d ella sua bli nd o. Come il 2 aprile fu ucciso tra Gaggi e Neghesti il carrista pilota d e lla ' Lanc ia IZ' ch e scort ava una grossa colonna della PAI carica di civili che ven ivano sgomberali su Addis Abeba. Il 4 aprile il Magg. Emiliani, comanda nte de l VI gruppo sq cav bloccato d ai ribelli n el ridotto di Gaggi, con vari feriti e 200 familia ri d egli a scari del XV btg col, decise di ritirarsi su Addis Alem. La colonna, multo pesante, mosse verso le h 11 ; all'avanguardia vi era una "Lancia IZ", forse l'ultima in grado di operare, giunta la sera prima traspo rtan d o alcuni geni eri per ripristinare la linea telefonica. Sin dall'u sc ita del r idotto g li Abissini, sempre pi ù numerosi, attaccarono; alle 13 il VI gruppo sqd dovette ferm arsi per fro nteggiare gli Etiopi e il Magg. E m iliani fa tti caricare i feriti più gravi sull'autobli nd a la inviò ad Addis Alem a chiedere rinforzi. Non s i hanno dati per sapere se la Lancia riu sc isse nel suo compilo, certo è che aiu ti alla co lonna non ne giunsero; e fu la completa distruzione. Alle 18 dopo ch e m o lti combatt enti ita lian i erano caduti e le mogli e i l"igli degli ascari erano stati uccisi atrocemente, caduto il Magg. Emiliani, il Capit. Crivelli Visconti con un centina io di cavall eggeri col. rimastigli, provò l'estrem o te ntativo di s fondare l'accerch ia m e nto degli Abissini co n una carica . 11 Te n . Archimede Martini cadde e fu decorato di medaglia d'oro al vm alla memoria; il Capitano ebbe il cavallo ucciso e fu cattu ra lo dagli Etiopici. Delle oltre 725 persone ch e co mponevano la colo nn a giunsero ad Addis Alem 3 ufficiali e 77 ascari di cavalleria. Nell'Amhara vast e zon e non erano mai state pacificate; sin dalla conquis ta le truppe italiane periodi camente dovevano e flettuare que lle ch e u ffic ialm e nte erano de nominate "operazioni di grande polizia coloniale" m a che in e ffetti erano vere campagne di guerra . La r ibellione, e nde mica fra g li Etiopi, a lime ntata dappr ima dai servizi segreti s tranieri e d a age nti dell'antifascismo poi con la 2" guerra mondiale ru sostenuta ed u tiliz,:.,.ata d agli Inglesi . l r ibelli difficilmente si facevano agga nciare dai reparti italia ni a m en o che le operazioni non fossero condotte ùa reparti leggeri, comandati ùa ufficiali di grande esp erienza, che utiliu.avano la loro stessa tattica e c ioè l'aggu a to improvviso, il colpo portalo rep entinamen te ai fianchi o a lle retroguardie d elle colonne ita liane gravate dai feriti e d a lle salmerie. Le "Lancia IZ" e g li Autocarri Arma ti ùel
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Comando Truppe dell'Amhara ebbero come compito continuo la scorta delle autocolonne, la dil"esa dei cantieri stradali e il controllo delle strade. Nel marzo '40 si rese necessario per il Comando Truppe dell'Amhara eseguire un'azione tra Burié ed Engiabara nel c uore del Goggiam per reprimere l'azione dei ribelli fartisi sempre più intraprendenti. Alla colonna che eseguì l'operazione li.irono assegnate 2 "Lancia IZ" comandate dai cap magg Eugenio Rebato e Norino Settimo della "Sezion e Autoblindate" di Debra Man.:os. La loro dislocazione: dappr·ima una in testa e l'altra in coda alla colonna e poi, quando s i rientrò, entrambi di retroguardia è la dimostrazione della difficoltà di agganciare effettivamente le formazioni rihelli che sparpagli atesi davanti al grosso delle truppe italiane, o mimetizzate lra la popolazione, si riunivano poi e tentavano degli agguati a lle retroguardie . E durante il combattimento che fu molto duro entrambe le Lancia furono hloccate dai pneumatici forati e i capohlind a furono costretti ad uscire allo scoperto per sostituirli. Nel 1941 la "Sezione Lancia JZ" di Debra Marcos aveva la forza ridolla a 20 uomini con 6 blindo ma di queste solo 3 o 4 erano in grado di muovere. li 16 .2.41 s i costituì a Burié la Col onna del Goggiam Meridionale, com.te Col. Leopoldo Natale, con il compito di sgomberar·e gran parte dei presidi di quella r·egione e attestare le forze raccolte in posizioni convenientemente scelte. A causa del ribellismo etiopico alimentato dagli Inglesi era impossibile mantenere il dominio su quelle terTe. 114 marzo la Colonna iniziò il ripiegamento su Debra Marcos; il 5 sin dalle prime ore del mattino nella piana del torr-e nte Cerecà, nel ten-ilorio della viceresidenza di Dembeccià, dovclle combattere a lungo e aspramente per superare la dura oppos izione di reparti anglosudanesi e numerosi ribelli etiopici, sistemati a difesa nell'arco di tutto il corso d'acqua. In ava nguardia vi era l'XI btg col. , etagà celeste bianco, rinforzato <la 1 Sezione di bombarde <la 58 e con il supporto di una Sezione di "Lancia ]Z". Nel lungo combattimento i due blindali, muovendo quanto possibile fuori strada, fornirono appoggio agli ascari e batterono con nutrile scariche le linee del nemico. Alle 11 e ntrambe le macchine erano fuori uso: il comandante della Sezione ferito più volte, una blindo era distrutta con più della metà dell'equipaggio colpito; l'altra ei-a immobilizzata con tutte le gomme !orate. Alla fin e, pur con numerose perdile, cadde fra gli a ltri il Ten. Pietro Volpi medaglia d'nm al
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vm alla memoria, la colonna italiana riuscì a passare formando un "effetto valanga" che costrinse il nemico a ritirarsi celermente. Agli inizi dell'aprile la Sezione di Debra Marcos aveva solo 2 macchine in grado di operare. Furono impegnale a proteggere autocolonne che sgomberavano Debra Marcos. All'alba del 3 aprile da Usciater, sulla pista per Addis Abeba, mosse un autocolonna con destinazione Debra Marcos; doveva riconsegnare gli autocarri che erano stati utili;,.zati per un trasferimento. La scorta era formata da un plotone di CCNN, da circa 50 paesani armati e dalle 2 "Lancia IZ". A 2 km dal cantiere "Gibuti", 35 km da Debra Marcos dove un lato della pista era coperto da boscaglia, cadde in una imboscala tesa da ribelli etiopici. Le 2 macchine furono subito inutilizzate dalla foratura delle gomme; i carristi si difesero strenuamente ma gli allaccanti ebbero il sopravvento. Quando il 4 aprile la colonna del Col. Maraventano transitò in quel luogo trovò 7 cad averi di militari bianchi ricoperti di ferite, vari autocarri bruciali o danneggiati e le 2 blindo con i pneumatici forati, le coraue con grandi squarci e le armi e i motori asportati. L'aum e ntata aggressività dei ribelli abissini comportò una recrudescenza degli agguati e colpi di mano sul traffico <lei veicoli. TI 6 dicembre '40 su ll a camionabile Gonùar-Metemma un'autoblinda del Comando Truppe dell'Amhara in senii,.io isolato fu attaccata dagli etiopici; le loro armi moderne e la loro determinazione ebbero ragione dell'equipagg io che, nonostante l'accanita difesa fu interamente ucciso; il mezzo distrutto e le armi asportale. Con il progredire delle offensive britanniche il Comando Superiore delle Forze Armate dell'AOI stabilì di dare un organizzazione militare ai territori più rispondente alla realtà degli avvenim e nti bellici in corso. Il 4 febbraio 1941 fu costituito con i te rritori dell'Amhara e di parte del Goggiam lo Scacchiere Ovest, che fu affidalo al Gen.Nasi. Questi , mentre la situazion e militare stava velocemente precipitando in maniera negativa per gli Tlaliani, accentrò il sistema difensivo nell'Amhara e sfr·uttando le asperità montane della regione formò la Piazza di Gondar con 2 caposaldi interni, 4 esterni e 2 ridotti staccati. Lo sforzo logistico ed organizzativo fo spinto al massimo; si sfruttarono tutte le risorse e i mezzi possibili, anche minimi. Le truppe dello Scacchiere Ovest man cavano tota lmente <li m ezzi corazzati; perso sollo i I ciglione di Arresa lo Squadrone Autocoraualo Amhara rimaneva solo una ' Compagnia Autocarri Armati' munita di pochi mezzi ormai sfruttati al massimo delle
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possibilità, con i molori che necessitavano di grandi rev1s1oni e addirittura d i essere sostituiti e con le blindature che non erano p iù sufficienti a resistere alle numerose armi automatiche che armavano i reparli nemici. Vi era stalo qualche sporadico tentativo di potenziare gli autocarri armati, dotandone alcuni di 2 mitragliatrici 'Fiat 35' ma era slato solo un paliativo c..li scarsa efficacia. Il Comando Scacchiere nel piano di utilizzazione di ogni risorsa stabilì c..li allestire de i carri armati utilizzando dei trattori "Caterpillar"; in tale modo si avevano dei mezzi corazzati utili per proteggere le colonne di rifomimenlo ai caposaldi, insidiate continuamenle dalle notevoli infilLrazioni abissine e nello stesso tempo si sarebbe avuto uno slrumento di guerra che solo con la sua presenza avrebbe risollevato il morale dei combattenti. Il "Calerpillar" mosso da un potente motore a nafta da 75 cv aveva una grande aderenza dei cingoli e si prestava a sopportare una corazzatura pesante e un armamento numeroso. Le corazze si ottennero saldando assieme in senso verLicale foglie di balestre recuperate dai molti aulocarri inutilizzat i. L'armamento era composto, a seconda c..lei tipi, da mitragliatrici Schwarzlose o Fiat 35. Ne risultò un corazzato lento, velocità massima kmh 5, di difficile e incerta manovrabilità, ma in grado di muovere in ogni tipo di terreno, con qualsiasi tempo e d i sviluppare un elevato tenore di fuoco , con una corazzatura resistente alle raffiche delle mitragliatrici nemiche a distanza di 200 metri. In pratica si trattò di centri d i fuoco corazzati e semoventi. Sulla fine dell'agosto 1941 due carri am1ati, uno pesante e l'altro leggero erano in stato di avanzato approntamento e nel settembre success ivo ne erano operativi tre. In totale ne furono allestiti 6 ma in Italia giunse la documentazione fotografica solo ùi 2 inviata dal Gen.Nasi allo SM Generale e al Ministero dell'Africa Italiana. Seguendo una tradizione c..lei corazzati italiani a questi 2 esemplari fu dato un nome che li contraddistinguesse e che furono "Uolchefit" e "Culquabert", due dei caposaldi che in quel periodo si opponevano tenacemente all'avanzata inglese su Gondar. TI carro armato 'Uolchefù' del tipo pesante aveva una corazzatura che nel corpo centrale era quadrangolare; nella parte posteriore sporgeva a "V" ricordando la poppa delle "Lancia lZ". Il cielo era a piani inclinati mentr·e la parte anteriore, a difesa del motore, era vagamente rettangolare; dalla parte superiore sinistra fuoriusciva il tuho c..li scappamento verticalmente.
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La prua era sagomata a "V" e nel centro erano state ricavale 5 finestrature rettangolari, difese da sbarre corazzate, per la ventilazione del motor·e; nella parte bassa a sinistra, fuoriusciva l'attacco per· l'avviamento a mano d el motore. Nella zona frontale era prati cala una vasta finestratura rettangolare per il pilota; lre altre finestrature erano state praticate su ogni lato , ad alteu.a e forma difforme; vi erano ancora delle altre fineslrature: una nella parle sporgente posteriore sinistra della poppa e una chiusa da due battenti, sul cielo. Equipaggio da 8 a I O uomini. L'armamento era composto da 7 mitragliatrici Schwarzlose disposte in maniera c he il meu.o non presentasse zone morte: 2 erano poste a prua a fianco del motore, 2 nella parte frontale ai lati del pilota, una per lato ecl una pos teriore, sporgente dal cielo inclinato della poppa. ll carro armato "Culquaber", del tipo leggero, si presentava con una sagoma più agile. La corazzatura, sempre quadrangolare, aveva il cielo a spioventi inclinati e la poppa sagomata in maniera meno pronunciata. Il motore era difeso dalla solita corazzatura rettangolar·e con il cielo a spioventi pronunciali, con il tubo di scappamento verticale fuoriuscente a destra. Sulla prua erano state praticate le fineslrature per la aerazione. Nella parte centrale della easamalla era praticata una finestratura per il pilota, sormontata da un grosso faro; altre finestralure erano due per· la to, sfalsale e tre nella parte posteriore. Sul cielo si apriva uno sportello a due ballenti. L'armamento era composto da tre mitragliatrici "Fiat 35": due a i lati del pilota ed una a poppa. Equipaggio: 4/5 uomini. L'abitabilità di ques ti mezzi era dec isamente precaria tanto che il Gen.Nasi nelle sue periodiche relazioni al Comando Supremo riferì che in un'operazione lutti gli equipaggi, p er il caldo interno e le esalazioni del gas del motore e delle mitragliatrici ebbero a soffrire di deliqui. Il 13 settembre un plotone di 3 carri arrnati, o come venne defin i lo da altra fonte ufficia le "Squadriglia carri di formazione" al comando <lei Ten. di cavalleria Arnaldo Chiti, prese parte assieme al XIV gruppo sq cav col d ell'Amhara, etagà bianco rosso orizzontale, a lle operazioni esegu ite sul torrente del Meghecc per conten ere nella zona tra il caposaldo di Azozò e quello di Celgà notevo li forze etiopiche. L'operazione si concluse felicemente con la carica <lei cavalier·i coloniali. Egualmente almeno un carro armalo fece parte della scorta dell'autocolonna che tra il 16 e il 20 novembre '4 1, solo una settimana prim a de lla resa, rifornì il caposaldo di Celgà. I.:operazione richiese continui combattimenti contro folli gruppi di
Note storiche sui mezzi corazzati e blindati in Africa Orientale: ! 935- 1941...
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armati etiopici, inquadrati dai Britannici. La colonna italiana si dovette difendere anche dalle insidie di numerose mine che il nemico aveva disseminato con il precipuo scopo di bloccarla. Sempre n el piano di utilizzazione di ogni risorsa durante il periodo di inveslimento nemico dello Scacchiere Ovest, le o ffi c ine Mo nli di Gondar approntarono un blindato su ruote che risultò di proporzioni cnormi 33 . Utilizzando un tel a io Fiat 634 ebbe una corazzalura di 10 mm ottenuta col s istema collaudato di saldare assieme le molle delle balcslre di autocarri Fial 634 e integrarle con ferri ad L cd a U provenienti dai tralicc i della rete elettrica. La velocità media su pista o strada era di kmh 45 . Autonomia 500 km; slazione radio, equipaggio 15 uomini; riserve di carburante e lubrificanti, munizioni, acqua e viveri. Armamento: 3 mitragliatri ci pesanti Schwarzlose e 8 f m Breda 30. I.I mezzo, con il molare blindato, aveva una casamatta che inglobava il posto di guida, di forma quadrangolare con la poppa inclinala. Una doppia torretta recuperata da una "Lancia IZ" 1° serie crn montata al centro della casamatta; sul ciclo di questa erano sta ti praticati dcgl i sportelli, necessa ri soprattutto per la aerazione. Le arm i, di numero troppo elevato, erano disposte: 3 mitragliatrici pesanti sulla doppia torretta, i fucili mitragliatori: 2 sul cruscotto per sparare nel senso di marcia, due in 1itirata, e due per ciascun lato. TI volume di fuoco per ogni lato era di 5 armi: le tre pesanti e due fucili mitragliatori. Successivamente fu potenzialo, o meglio miglioralo dale le prestazioni del "Breda 30": uno di questi sia a prua che a poppa fu sostituito da una Schwarzlosc. Non s i deve ritenere che i carri armati e la blindo di Gondar rossero solo una manifestazione esteriore del d esiderio di resistenza degli Italian i; furono mezzi estremamente utili non solo nella scorta dei rifornimenti ai caposald i ma a proteggere le truppe schierate e a dissuadere i ribelli abissini. A ricordo dei loro equipaggi vi è da rnmmentare l'operato del sergente auliere Enzo Bordini che fu assegnato al Reparto Carri Armati con le mansioni di m otorista e mitragliere; durante un'operazione il reparto c he il corazzato sco rta va fu attaccato a vo lo radente da un velivolo nemico che lo mitragliò a lungo. TI Bordini smontata dal carro l'arma a cui era addetto uscì allo scoperto e riuscì ad abballere l'aereo inglese.
33
ASMAI pacco 12.
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Patriz io Tacci
In appendice della storia dei corazzati italiani in Africa Orientale vi è da aggiungere: nel 1950 l'Italia ottenne dall'Onu l'amministrazione fiduciaria della Somalia. Per l'ordine pubblico e per salvaguardare i confini dello Stato vi inviò un corpo di sicurezza comandato dal Gen.Arturo Ferrara, che da colonnello aveva retto l'ufficio militare del Ministero dell'Africa Italiana durante il 2° conflitto mondiale. Dello Stato Maggiore del Corpo ne faceva parte il Ten. Col. Luigi Pinna. Il Corpo di Sicurezza era composto da battaglioni motoblindati che comprendevano un plotone di carri armati M3A3 'Stuart'; dopo un primo periodo di assestamento il Corpo di Sicurezza ebbe una nuova struttura e gli "Stuart" furono riuniti nella l a Compagnia Carri Armati della Somalia; seguendo la tradizione dell'Esercito Italiano, con una cerimonia ufficiale, ogni carro ebbe il nome di un carrista decorato al vm tre Stuart furono d edicate a Giovanni S.;irotti, Carlo Armini e Jacopo Rossi caduti ad Hamanlei nel 1935.
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Cronache di guerriglia in lu~uslavia
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FRANCESCO FATU'lTA
CRONACHE DI GUERRIGLIA IN IUGOSLAVfA
PARTE 3"
LUGLIO-DICEMBRE 1942 Continua, con il secondo semestre del 1942, la disamina degli avvenimenti che hanno coinvolto le unità del R egio Escrciln sul fronte balcanico, redatta in base ad alcune fonti ufficiali iugoslave 1 e confutata, ove era possibile, co11 pr·ecisazioni e puntualizzazioni ricavate da diver·se pubblicazioni italiane. Questa scelta si è resa necessaria data l'impossibilità di accettare incondizionatamente i fatti riferiti dalle fonti iugoslave, troppo attente, per motivazioni diverse, a fornire una loro versione degli avvenimenti. 11 concetto che è alla base di questo studio rimane, in ogni caso, quello di prcscnlare, in maniera sintetica e cronologica, l'evolversi di questa campagna della Seconda Guerra Mondiale, atipica quanto sanguinosa nel ripetitivo succedersi di eventi bellici sia di piccola che di grande pnrlata. 1 Come pr·e<:isalo nel parag1·afo "Crit eri d'Impos ta zione, Consider-azioni e Prcci.sazioni", inserito nella l " Parte di 4uesla r-ice rca, puhblicata negli Studi Storico-Militari /992 i lesti hasc iugoslavi sui quali sono state effettuale le ricerche sono: - AA.W. - Oslohodilaéki Ra/ Naroda Jugoslavijc /941-1945 (La guerrn di liherazionc del popolo iugoslavo) - Vojnoislor-i.iski lnstitul (Istituto di Storia Militare) - 2 Volumi- Belgrado 1958-1961. D'ora in avanti fonte citata come O.R.N.J. - AA .VV. - Hron ologija Os lobodila cke Borbe Naroda .Tugoslavije 1941 - 1945 (Cronologia della g uerra di lihcrazionc del popolo iugoslavo) - Vojnoislorijski Tnstitut ( Istituto di Storia Militare) - Belgrndo 1964. D'ora in avanti fonte citata come Ilrnnologija. · Per verificare, da un punto di visla ilaliano, g li aspclli generali dell'occupazione e delle operazioni svolte lra il 1941 e il I 943, c i s i è bas ati su lla Relazio ne Ufficiale edita dall'Ufficio St01;co: Cfr. S11LVIITORE Lo, - Le operazioni delle unità italiane in Iugoslavia ( /94/-1943) - Ufficio Storico Stato Maggiore Ese1·c it o - Roma 1978.
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Francesco Fatui/a
Principali avvenimenti del semestre Il secondo semestre del 1942 sul territorio iugoslavo fu caratterizzato da un'attività sempre crescente delle formazioni partigiane, le quali si dimostrarono in grado di svolgere anche azioni più complesse e coordinate, atte a contrastare le forze de11'Asse. 1 responsabili partigiani si dimostrarono molto abili nello scegliere gli obiettivi da attaccare e le direttrici di ripiegamento delle loro unità, sfruttando l'ottima conoscenza delle aree geografiche interessate ed evitando, ove era possibile, scontri in terreno aperto, ove la superi01ità campale delle forze italo-tedesche sarebbe stata difficile, se non impossibile, da controbbattere. Come già accaduto nei mesi precedenti, a nche nel periodo Luglio-Dicembre 1942 il Comando Supremo dell'Esercito Popolare di Liberazione Iugoslavo cercò in ogni maniera di scompaginare la struttura delle fonnazioni collaborazioniste. In particolar modo vennero intensificati gli attacchi ai presidi tenuti dalle unità regolari dell'esercito dello Stato Indipendente di Croazia, ossia i "domobrani". Questi u ltimi, scarsamente addestrati e poco motivati, rappresentavano un obiettivo ideale per le formazioni partigian e, che ottennero numerosi successi ad un prezzo, in termini di perdite, estremamente limitato. Nel contempo i partigiani riuscirono ad an-uolare nei loro ranghi un buon numero di ex "domobrani" presi prigionieri, ottenendo così il duplice risultato di indebolire numericamente l'avversario e rafforzare invece le proprie forze. lnoltre nel dimostrare l'incapacità dei reparti regolari croati, costrinsero il Governo di Zagabria a far sempre maggiore affidamento su gli "ustasci" 2 e sulla loro ferocia, finendo in tal modo per coinvo lgere inevitabilmente ed in maniera sempre più <liretta una gran parte della popolazione civile nella lotta armata. In maniera analoga s i sviluppava la lotta al movimento dei "cetn ic i" di ispirazione monarchica che com batteva anch'esso le forze italo-tedesche, visto come potenziale pericolo all'egemonia comunista attraverso la quale Tito avrebbe gestito il potere in quella nuova Iugoslavia ch e sarebbe sorta al tcr·mine del conflitto.
2 La perdita di efficien za e di capadLà operaLi vc da parte delle unità regolari dell'esercilo dello Stato Tndipendente di Croazia continuò nel Lempo, Lanto da costringer e i responsabili milita1i di Zagabria, nel corso d e l 1944, a costituire unità miste a livello divisionale. Le compon evano sia reparti di "domobrani" c he di "uslasci", con questi ultimi quasi "controllori ", in un rapporto molto prossimo a 1: 1, delle forze regolari.
Cronache di f!.Uerriglia in Iugoslavia
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Specifiche azioni belliche furono sviluppale e realizzate al solo scopo di estirpare il movimento "cetnico" in determinale aree geografiche, anche al prezzo di interrompere la pressione sulle unità dell'Asse. Questo fenomeno, ancora in fase crescente e che vedrà il suo culmine nel corso del 1943, portò ad un cambiamento di fronte da parte di numerose unità composte da "cetnici", che finirono così per affiancarsi alle forze italiane 3 nella lotta alle formazioni parligiane di ispirazione comunista. Dal punto di vista delle operazioni belliche, tra Luglio e Settembre del 1942 le formazioni partigiane iugoslave furono particolarmente attive nella Bosnia Occidentale, specie lungo la linea ferroviaria Sarajevo-Mostar; l'operazione che si risolse in un insuccesso per i partigiani, insegnò loro molte cose, specie nella valutazione d elle forze avversarie e nel maggior coordinamento del le proprie. Riuscì invece, nel mese di Novembre, l'azione offensiva che portò alla caduta del presidio croato di Bihaé e a lla lihcrazione di un vasto tcrritorio4, prima azione ad ampio respiro che aveva visto il rapido coinvolgimento di unità partigiane provenienti da notevoli distanze.
3 Cfr. 01>1>0NE TALPO - Dalmazia una cronaca per la Storia ( /942) - Ufficio Storico Stato Maggiore Esercito - Roma 1990 - Volume TT, pag. 684-696. Ne ll a sezione "Allegati al capitolo IV" viene ripmiato un documento emesso dal Comando della Divisione di fanteria Sassari relativo all'organizazzione delle bande dell a M.V.A.C. (Milizia Volontaria Anli Comunista), denominazione ufficiale con la quale le f01n1azioni locali di volontari erano riconosciute dal nostro Stato Maggiore. Vi s i possono rintracciare elementi riguardanti l'organica dei reparti, le dipenden ze, l'armamento, l'equipaggiamento, l'alloggiamento, la disciplina, ecc. Cfr. TEODORO FRAN CESCON I, Le Bande V.A. C. in Dalrnazia 1942/4 3, Editri ce Militai·e Italiana, Milano 1992, pag. 19-24 . Vengono fornite inler·essanti informazioni rigu a rdo le formazion i della M.V.A.C. in Dalmazia a di sposizione del XVIII Cor·po d 'Armala ch e assommavano a circa 6. 500 effettivi. Di questi 5.000 erano inquadrati in una unità denominala "Dinara" e provenivano dal distretto di Tenin (Knin), menlr·e i restanti operavano nella provincia di Zarn inquadrati in 2 Battaglioni, il XX Battaglione d'assalto "Cattolico" (Band e l ", 2", 3", 6", 7°, 8") e il XXII Battaglione d'ass alto "GrecoOrto<losso" (Bande 4" e 5"). 4 Cfr. G1Nu BAMHARA - La Guerra di Liberazione Na zionale in Jugoslavia (/94/ 1943) - Ugo Mursia Editore - Milano 1988 - pag. 169. Vi si afferma che "Coperazione Ilihoc ebbe Lermine a metà Novembre con la liberazione di un ten:ito1io vasto circa 50.000 kmq, tra i fiumi Una e Korana, e con un bottino rappresentato da grandi quantità di armi e munizioni. Essa dimostrò che le unità partigiane erano in grado di svolgere azioni ad ampio r espiro su te rTitori vasti e lo n tani dalle hasi di partenza (si conside1-i che la 3" Brigata Krajiska era giunta da una distanza di 130 km) e di entrare rapidamente in azio ne; dimostrò an ch e c he il coinvolgimento politico-militare della popolazio ne era orm ai un d ato acq uisito.
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Relativamente tranquillo rimase il Montenegro, ove le precedenti azion i di rastrellamento a largo raggio condotte dalle forze italiane avevano coslretto le formazioni partigiane a cercare aree meno presidiate per riorganizzarsi. S i verificò così l'allontanamento di gran parle delle unità mobili partigiane dal lerritorio montenegrino con direttrici di ripiegamento verso la Bosnia e la Serbia. In Slovenia invece la situazione stava progressivamente degenerando con le rormazioni partigiane dedite ad un crescendo di attacchi che miravano a rendere insicure le principali linee <li comun icazion e, sia stradali che ferroviarie, e ad isolare i presidi italiani di minore enlilà. L'accrescersi dell'attivilà lerroristica e degli attacchi in regioni c he non distavano molto dalla vecchia linea del confine italo-iugoslavo, costrinse i responsabili della 2a Armata a prendere serie misure per contenere il fenomeno. Queste si concretizzarono in una lunga serie di operazioni concatenate affidate a ll'XI Corpo d'Armata, che doveva svolgere i compiti di accerchiamento, e al V Corpo d'Armata, cha aveva invece compiti di contenimento e di sbarramento nella zo na di confine tra la Croazia e la Slovenia. Nonostante l'alto numero di e ffettivi impi egati e la durata delle operazioni, c he si protrasse in pratica tra il Luglio cd il Novembre 1942, scarsi furono i risu ltali ottenuti e l'atlivilà partigiana nel territorio, una volta terminati i cicli di rastrel lamento, divenne ancor più vin1lenta.
Evoluzione delle formazioni partigiane iugoslave Il continuo evolversi della lotta partigiana e l'ampliarsi dei fronti ove era possibile operare, imposero al Comando Supremo partigiano la necessità di costituire unilà di livello ancora maggiore delle Brigale, alle quali affidare i compiti tatlico-operativi più complessi che, nel prosieguo d e l conllitto, si sarebbero presentati . Fu per tale motivo che nel Novcmhre 1942 vennero costituite le prime Divisioni Parlig iane: si trattava di unità formate da reparti compatti e decisi, ricchi di esperienza bellica, in grado di poler svolgere compili offensivi di un certo impegno. Le nuove unità erano solitamente composle da 3 Brigate (ma a volte e per particolari impieghi il numero poteva sal ire a 4 o 5) e disponevano inoltre di una Compagnia esplorante, di una Compagnia collegamenti, di una di sicurezza e di una d el genio. Quasi sempre erano disponibi li una Balleria di artiglieria ed una struttura di intendenza e di sanità ridotte a ll'essenziale. Queste componenti però, nel pros ie-
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g uo del conflitto, furono ampliate, raggiungendo livelli organici di Gruppo e Battaglione. Og ni unità divisionale disponeva di un comando, composto dal comandante, dal commissario politico, dai loro gregari, oltre che <lai responsabili per il servizio di informazione e la sicurezza, l'inte nde n za e la sanilà. Dal com a ndo divisionale potevano dipendere anche tutti gli "Odred" partigiani che si trovavano nell a r·egion e ove l'unità s lava operando. Da un punto di vista numerico, una Divisione partigiana, tra il 1942 e l'inizio d e l 1943, contava mediam ente s ui 4.000 effettivi, che raggiunsero i 5-6.000 nell'es tate de l 1943, per attestarsi intorno ai 10.000 uomini nell'ultimo periodo del conflitto. Complessivamente l' Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo mise in campo 62 unità a livello divisionale delle quali 9 n el 1942 S, 18 nel 1943, 32 nel 1944 e 3 ne ll'ultimo anno di guerra. Tutte le Divisioni, essendo definite grandi unità a carattere lerritoriale-nazionale, a ll'atto della costituzione ricevevano un numero di idenlificazio ne prngressivo e, a volte, se le Brigate che le costituivan o erano etnicamente omogenee, anc he un nome geografico c he s i rifaceva alla regione dalla quale traevano origine gli effettivi ch e le componevano. Facevano eccez io ne le prime due Divisioni alle quali era riservata la denominai.ione di "Proletaria d'Assalto", in quanto composte dalle più titolate Brigate proletarie e quindi considerate rappresentative dell' in tera nazione iugoslava. Da notare che soltanto un'altra Divisione, la 6a, per l'ero ismo dimostrato <lai suoi effettivi, ricevette il titolo di "Proletaria" pe r decisione d ello stesso Tilo6 . In b ase ai meriti con seguiti sul campo di battaglia , ad a lcune Divis ion i fu poi riservato l'appellativo onmifico "d'Assalto" c he , va precisato, rispondeva a scelte di tipo propagandis tico e non aveva
5 crr. VLAoo STRUG,\R - Jugoslavia 1941- / 945 - Vojnoizdavaski Zavod (I stituto Editoriale Militare) - Belgrado 1970 , p ag. 123. La fonte rip01·ta, per la fine del 1942, l'esisle nza di 9 Divisioni, 37 Brigate, 12 Battaglioni autonomi e 24 "Odred " per un totale compless ivo di 150 .000 u omi ni . Precisa comunque che in questa cifra, oltre agli effettiv i d elle u ni tà com ha ttenti, er ano compresi anche quell i delle fon.e presi<lia rie d elle aree libere e d elle retrovie, o ltre ch e elementi ai·mati appartenenti a fo1mazioni di a utodifesa rura le, alle strutture di difesa del P.C.J. e ad altre or ganizzazion i antifascis te. 6 Cfr H ronologija, op. cit., pag. 697. La dec isi one di assegnar e l'appella ti vo d i "Pro letaria" a lla 6" Divis io ne fu presa il 19 Marzo 1944 da Tito, quale ricon oscimento agli effettivi dell'unità per i r isultati ottenuti nell e operazio ni bellich e.
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alcuna attinenza ad uno speci fi co addestramento degli effettivi o a un particolare fine operativo dell'unità medesima, come l'appellativo stesso potrebbe far pensare. Molto raramente, infine, alle Divisioni veniva concesso l'onore di portare il nome di un eroe o di una personalità nazionale di notevole importanza7 .
RASSEGNA CRONOLOGICA DEGLI AVVENTMENTl ANNO 1942: MESE Dl LUGLIO BOSNIA 1 Luglio: Un ità partigiane appartenenti al 5° "Odred" Krajiski
entrano a Drvar, dalla quale, lo stesso giorno, erano stati ritirati gli ultimi contingenti del la Divisione di fanteria Sassari. I I Luglio : Un Battaglione appartenente al la Divisione di Fanteria Sassari, appoggiato da artiglierie, da una Compagnia carri e da circa 250 "cetnici", muove da Bosanski Grahovo e, con i1 supporto dell'aviazione, attacca i partigiani del Battaglione Starac Vujadin nella zona del Livanjsko Polje. L'azione prosegue sino al giorno 13 quando un contrattacco portato dal Battaglione partigiano, al quale si erano unili e lementi del 2° Battaglione Dalmata d'Assalto, nei pressi del villaggio di Sajkovié, costringe le unità italiane a ripiegare su Bosanski Grahovo. Durante l'azione vengono presi prigionieri 38 soldati italiani, alcuni dei quali successivamente affogano nelle paludi di Zdralovac8 . 14 Luglio: Unità italiane e "celnici" provenienti da Rama e
7 Era questo, ad esempio, il caso della 6• Divisio n e "Nikola Tesla", ch e prendeva il nome del celebre fi sico statunitense di origine crnata. 8 I:affcrmazione che i prigionieri "affogano ne lle paJudi di Zdralovac" lascia piuttosto perplessi e nasconde sicuramente un eccidio. Non era inf requentc il fatto che sold ati italiani presi prigionieri (in particolar modo cara binieti, alpini e bersaglieri, effettivi appartenenti a reparti ove molto forte era il senso del dovere e lo spirito <li corpo, in altre parole elementi che diffici lmente avrebbero disertato o colluso con il nemico), venissero fisi camente eliminati. Analoga sorte era riservata con maggior frequenza agli effettivi della Milizia, ai quali molto spesso toccava, soprattutto per motivazioni ideologiche, una fine a troce . Tipico esempio quello <li un cen tinaio <li militi del XL Battaglione CC.NN. "Verona" caduti prig ionic1i dopo una imboscata nel Maggio 1942 nei pressi di Capljina, ch e furono condotti da i partigiani e dagli ahitanti del posto fin sulle rive di una palude e a viva forza fatti affogare immersi nel fango (Cfr. MAuR1z10 B Ass1 - Due anni fra le bande di Tito - Cappelli Editore - Bologna 1950 - pag. 104.)
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Jablanica, raggiungono Konjic, che era stata abbandonata dai repa rti della 1a Brigata Proletaria e dal Battaglione Moslarski . 20 Luglio: A Nevesinje viene fucilato, per ordine dell'autorità italiana, il commissario politico del Gruppo Operativo per l'Erzegovina e la Dalmazia Meridionale Miro Popara, eroe nazionale. CROAZIA
i Luglio : Sul monte Promina, contingenti italiani 9 , "ustasci", domobrani e "cetnici", accerchiano circa 170 partigiani inquadrati nel Battaglione Bude Borjan i quali, perdendo una decina di uomini riescono a ripiegare in direzione di Bikovica, d opo aver causato pesanti perdite 10 ai reparti che li braccavano. Tra la località di Blata e la stazione ferroviaria di Liéka Je se ni ca, la Y Compagnia del 3 ° Battag lion e (2° "Odred" Kordunaski) danneggia la linea ferroviaria, causa ndo il deragliam e nto di un convoglio. A seguito di ques la azione vengono presi
' J Cfr. GIULI O B EDESCHI - Fmnte jugoslavv-balcanico: C'ero anch'io - lJgo Mur·sia Editore - Milano 1985 - pag. 325-327. La testimonianza del tenente Fnmcescu Sulliotti del 3° Reggimen to alpini consent e di precisare ch e le unità italiane impegn ate s ul monte Promina era no il Battaglione Fenestrelle (28•, 29' e 30" Compagnia) e la 2• batteria del Gruppo Susa, operanti a lle dipendenze tattiche di un Reggimento della Divisione di fanteria Sassari. IO Cfr. EMILIO fALDELI.A - Storia delle Lruppe a lpine - Cavallo tti Editore - Milano 1972 - Volume II - pag. 1333-1336. Vi si trova conferma delle unità italiane impiegale nell'azione e della presenza di re p arti regolari dell'esercito croato. Per quanto r iguarda le perdite subite dalle unità italiane in questa specirica azione, non vengono forniti dati precisi; la fonte citata indica per il ciclo operativo del mese di Luglio d el 3° Reggimento alpini le cifre di 54 caduti e 150 feriti, ma è da notare c he i Battaglioni Pinernlo, Exilles e Fenestrelle ch e costituivano il 3° R eggimento, rurono impiegat i dopo l'azione sul monte Promina, tra il 5 e 1'8 Luglio in un r astrella mento costiero fra Sebenico (Sihenik) e Spalato (Split), tra il 16 cd il 20 Luglio in una serie di rastrellamenti nei dintorni di Tcnin, il giorno 21 nello sblocco del presidio di Gradac ed il giorno 23 in un comballimento nella zona di Bnivno che costò al Ba ttaglione Exilles 9 feriti. Sicuramente nell'azione sul monte Prornina s i ebbero perdite, ma la definizione "p esanti" è s icuramente eccessiva rispetto alla realtà dei fatti, m entre le perdite partigiane, indicate in 10 uomini, sembra no piuttosto limita te specie in considerazione del fatto ch e la fonte italiana termina la d esc1izione d ell'operazione con le parole. "I partigiani rurono letteralmente sp azzati via dal m o nte e sgomberaron o la zona". Cfr. O onoNE TALPO, op. cit., pag. 567. Vengono indicate le forze collahorazioniste che parteciparono a ll'azione e cioè una Compagnia di "domobrani" e tre form azioni di "cetnici", una forte di 150 uomini, la seconda ch e ne contava un centinaio e la terza di forza imprecisata. Le perdite subite dalla formazione partigiana vengono indicate in 32 morti e 3 prigionieri il primo giorno di scontri e in 18 morti il secondo gion10.
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prigionieri 29 soldati italiani, 4 "domobrani" e 3 "cetnici". l partigiani si impossessano di 25 fucili e 2 pistole. 2 Luglio: Lungo la rotabile Otocac-Segna (Senj), aliquote partigiane appartenenti al Battaglione d 'Assalto per la Lika, tendono un agguato ad una colonna mista composta da soldati italiani e "cetnici", causando la morte di 11 uomini. 4 Luglio: A Cekina, nei pressi di Signo (Sinj) unità partigiane appartenenti a ll'"Odred" Seve rnodalmatinski attaccano e disarmano il presidio italiano e si impossessano di 75 fucili ed altro materiale bellico. 5 Luglio: Lungo la rotabile Kompolje-Zuta Lokva (nei pressi di Brinje) unità partigiane appartenenti al Battaglione d'Assalto per la Lika operano contro reparti italiani . Nell'azione viene catturato un autocarro carico di soldati. Fra le località di Grohnico (Grobnik) e Kamenjak, nei pressi di Fiume (Rijeka), unità partigiane appartenenti al 2° "Odred" Primorsko-Goranski, tendono un agguato ad una colonna italiana e causano la morte di 9 soldati. Nell'azione rimane ucciso anche il comnùssario dell'"Odred" partigia no, Nikola Car Cmi, eroe nazionale. 6 l ,uglio: Tra le località di Brlog e Kompolje, nei pressi di Brinje, unità partigiane della Lika attaccano un r·eparto italiano, u ccidendo 5 soldati e prendendone prigionieri 21, tra i quali alcuni ufficiali. Cadono in mano partigiana un fucile mitragliatore, 15 fucili, 2 pis tole, 3.200 cartucce e 64 bombe a mano. 9 Luglio: Tra le località <li Blata, Lic ka Jesenica, Javornik e Rudopolje, unità appartenenti alla 1a Brigata Hrvatska ini ziano una azione offensiva, della durata di 3 giorni, contro le forze italiane presenti nella regione 11 . Rimangono uccisi 40 soldati altr·i 44 vengono presi prigionieri, mentre i pa rtigiani, che nell'azione hanno avuto 2 morti e 3 feriti, riescono ad impossessarsi di 3 fucili mitragliatori, 44 fucili, 10.000 cartucce, 200 bombe a mano ed altro materiale bellico. Unità italiane e contingenti "cetnici" provenienti da Gracac e Otrié, attaccano nella zona di Debelo Brdo reparti del 3° "Odre<l" Licki, ma dopo alcune ore di combattim e nto rientrano alle guarnigioni di parten za.
11 Cfr: 0.R.N.J ., op. cit., pag. 294. Precisa che l'azione era dire tta principalmente contro la linea ferroviaria Ogulin-Gospié, 16 chilometri d ella qu a le vengono distrnlli, comprese le postazioni <li guardia.
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I O Luglio: Ha inizio l'attacco di forze italiane provenienti da Bosanski Grahovo, Signo, Vaganj e Vrlika contro le unità partigiane operanti sui Monti Dinara 12 . L'azione, che dura 3 giorni, viene contrastata da ll e unità partig iane appartenenti alla 4a Zona Operativa p er la Croazia. I O/ 11 Luglio: Nei pressi di Ogulin, fra le località di Gornja e Dolnja Du brava, unità partigiane appartenenti al 1° Battaglione (2° "Odred" Kordunaski ) interrompono in due tratte la linea l"erroviaiia, cau sando il deragliamento di un convoglio. Nell'azione vengono distru lle 2 locomotive e 7 vagoni, mentre vengono presi prigionieri 4 ufficiali "domo brani" e 2 sollu ffic iali italiani. 12 J,uglio: Unità italiane appartenenti al V Corpo d'Annata iniziano una vasta operazione contro le fo rmazioni del 2° "Odred" Primorsko-Goranski nella regione compresa fra Delnice, Lokve, Mrzla Vodi ca, Gerovo e Prezid. Nell'azione, protrattasi sino al mese di Agosto, risultano fucilate c irca 200 persone, bruciate un mi glia io di case e avviati all'internamento 2.500 abitanti. A Podhum, nei pressi di Sussa (Sus ak), viene effellualo un massiccio rastrellamento 13: ve ngono fucilate 169 persone, avviati
12 Cfr. O .R.N .J ., op. cii., pag. 298. Precisa d 1e l'azione veniva condotta da 5 Ba ttagli o ni ila liani e c h e le unità par·tigiane appartenevano a ll "Odred" Srcdnjo-Dalmatinski e al Battaglione "Starac Vuja d in". u Cfr. E NZO Co1.1.0TT1 - L'occupazione naz.isla in E uropa - Sezione III - PERO
MoRACA T crimini commessi da occupanti e collaborazionisti in Jugoslavia durante la seconda guerra mondiale - Editori Riuniti - Roma 1964 - pag . 544. I:a;,.io ne nel villaggio di Podhum vien e datata 11 Luglio e vi sono divergenze anch e per quanto r ig uarda le persone fucila te che sar ebbero stale 11 8 e non 169, m entre il numero dei dep ortati continua ad esser e indicato in 800. Cfr. GIACOMO Scorn - Bono Jàliano - L a Pietra - Milano 1977 - pag. 106. I:azio ne su Podhum viene indicala come a vvenuta il 12 Luglio , i fu c ila ti questa volta risultano essere stati 108, m c ntr·e quadra il nume ro <lei deportati indica ti in 185 nuclei fam iliari per un totale di 800 persone. Va fatto notare c he le font i citate parlano gen e1;cam c nt.c di "spe dizione puni tiva"' intesa a s t roncar e l'a ttivit.à partigiana n ella zona, senza e ntrare n e l merilo d ei motivi ch e erano sla ti alla base d el.l a rappresaglia. Non è stato poss ibile consultare relazioni ufficiali da parte italiana. ma testimonia n ze orali consentono di ri coslruire la din a mi ca dei fatti c he avevano portalo alla r appresaglia stessa. Oltre a lla c rcscenle attività partigiana lungo la linea fc rrov iar·ia c he da Fiume portava a Karlovac e Zagabria . che mina ccia va quindi una via di co municazione strategicam e n te essenziale, ncll'immedia lo r etroterra d el capoluogo giuliano si era vel""i fi cato i] rapime nto d i un insegnante ita li ano e d ella sua consorte, entrambi s uc cessivam e nte massacrati da clementi partigian i locali. Sembra ch e l'insegna nte fosse s tato un agente dell 'O.V. R.A. (Orga n izzaz ione Volonta ria R e pressione Antifascis m o) e c he avesse s fruttato la sua posizione di insegnante n ei paesi del circoncJa r-io fiuma no per fo rnire in forn1 a zioni sui Fiancheggiatori del movimento partigia no . Ciò spiegherebbe la <lur·ezza e la rapidità con le quali l'azione d i rappr·esaglia
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ai campi di internamento in Italia 185 nuclei familiari (circa 800 persone), bruciate tutte le case e requisito il bestiame. 14 Luglio: Inizia un'azione offensiva, della durata di 3 giorni, condotta dai gruppi partigiani della Lika contro i presidi militari d ella regione. Negli scontri, protrattisi sino al 26 Luglio, i partigiani s i assicurano il controllo delle località di Baéinac, Baske Osta rije, Bogdanié, Buzim, Donje Paza ris te, Kalinovaca, Podum, Popovaca, Ras toka, Smiljan, Sv. Ivan e costringono i presidi italiani, "ustasci" e "domobrani" a ripiegare su Carlopago (Karlobag), Gospié e Otocac, dopo aver subito p esanti perdite. Successivamente nella zona ve ngono distrutti ponti, acquedotti e danneggiate le s trade. 14/15 Luglio: Unità della l a Brigata Hrvatska iniziano un'azion e offensiva, durata due giorn i, contro le installazioni militari poste a protezione d ella linea l"erroviaria Pla~ki-Vrhovine. Vengono d anneggiati 16 chilometri di linea ferrovia ria ed 8 di linee te legrafiche e tele foniche, mentre fall isce l'attacco al presidio di Licka J esenica. A seguito dell'azione, i p residi ita li a ni lamentano 42 morti tra ufficiali e u omini di truppa, un alto numero di p1igionieri e 44 feliti. I parti giani 14 si impossessano di 3 fucili mitrag lia tori, fu organizzata da l Prefetto di Fiume, Tem istocle Testa, preoccupa to inolti·e per la cr escen te attività partigiana in prossimità del territorio italia no e pertanto d eciso ad u sare il pu gno di fer ro. I.:o pernzio ne fu portata a term in e da unità di p o lizia d ipendenti d alla Prefellurn di Fiume, dall'LXXXIII Ballaglio n e CC.NN. "Piacenza", da u n Ballaglio nc della Legione Mi lizia Confina 1;a "Monte Nevoso", supporta ti da elementi for niti dal Com a n do d e lla 2" Armata , fra i qua li reparti d e l V TT Battaglion e minatori e u na Compagnia lan ciafì a mmc del II Ballaglione ch imico. Per c iò che concerne invece l'a ttendibilità d elle cifre indi cate su Hronologija, sar à bene far rilevar e che n ella p1;ma parte d e lle n otizie relative alla g iornata del 12 Luglio ven gono indicati dati nume rici relativi alle operazioni di rastrellamento effettuate da uni Là d el V Corpo d'Armata Lrn il Luglio e l'Agosto 194 2. Qucslc cifre compre ndono anch e quelle connesse a i fatt i d i Podhum (c h e si trovava n el terTitorio di pertinenza del V Corpo d 'Arma t a) . esempio di duplicazione dei dali riscontrabile con una certa frequen za s ulle fonti iugoslave. 14 Ris ulta piulloslo curioso ch e in una azione ad ampia portala come quella indicata per le giornate d el 14-15 Lug lio n on s iano s tate evi<l en ziatc le p erdite avute dai partigiani , considerando a nch e il fallimen to de ll'a tt.acco a Licka Jesenica (peraltro ammesso dalla fo nte slava). Riusci re a precis are tali perdi te risulta estre mamente complesso in ma ncan za di con ferme ufficiali in qu anto i p artigiani prestavano la massi m a attenzione n el 1·ecuperare i cadaveri dei caduti ed i feriti, in man iera che per l'avver sario fosse molto difficile, se non impossibile, valutai·e i dan ni inflitti alle formaz ioni ir regola ri . A questo pro p osil o si confronti qu anto scritto d a M AURI ZIO B ASSI, op. cii., pag. 208-209: "Ern sla ta creata presso i partig iani una scu ola d i propaganda a lla quale s i pres tavano, come insegn anti , g li s tudenti in iziati alle dottrine comunis te, ed in gen ere colorn c he davano a ffidam ento di fedeltà alla cau sa partig iana e parlecipavan o a lle imboscate. Principio assoluto per coloro c he segu ivano i corsi era di no n cade,·e nelle m a ni dei noshi, nè morti, nè vivi, perché attrnverso i cadaveri s i pote-
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52 fucili , 1 l.000 cartu cce, 200 bombe a mano ed altro materiale bellico. La linea ferroviaria rimane inlerrotta per otto giorni. I 6 Luglio: Inizia l'allacco di forze italiane valutate in circa 7 Battaglioni 15 e del Reggirnenlo "cetnico" Petar Mrkonjié contro le unità partig iane del 3° "Odred" Licki operanti nell'alta Dalmazia e nella Lika meridionale . Negli scontri durali sino al giorno 24 le forze iLal iane riescono a respingere i partigiani nella regione di Srb e a rastreUare Bruvno prima di rienlrare a Gracac. 18 Luglio: Il Governatore della Dalmaz ia informa Mussolini circa la s ituazione poJitico- militare nei territori di sua competenza e richiede l'invio di una Divisione pe r combatte re il movimento partigiano . va apprender e il numem delle p erdite, ma a nche s i potevano riconoscere gli uomini che partecipavano alle imboscale, con conseguenze spiacevoli per i parenti di questi. Ogn i combatlenle aveva l'obbligo, dopo il combattimento, di trasporlan: via morti e [<c>riti, perchi< i nostri trovasser o di front e a se il vuoto. In con seguenza era cura del l'or·ganizzazione partigiana d'occultare, nella forma più assoluta, l'entità delle forze, il metodo militai·e e politico, la loro spedalità. /1.vevo, infatti, vislo g iungere tre lunghe file di carri con numerosi feriti e moltissimi mort i. Era fatto assoluto obbligo ai partigia ni di soccorrersi rcciprocarm:nte; e se qualche vol ta alcuni cadaveri eran o rimasti sul tcn-eno c iò dipend eva dal fa tto che le cose erano anda te pe1· loro molto male. Cfr. RODOLFO P ULETTI - (;enova Cavalleria 1683- /983 - Giuseppe De Stefano Editore - Padova 1983 - pag. 325-327. A conferm a ch e l'azione partig iana mir ante ad interromper·e la linea fen-ovia1-ia non p o teva non costare perdite alle formazioni partigiane, basterà ricordare che per i fa tti di Javomik de l 1S Luglio 1942 furono con cesse due Croci di Guena a l Valor Militare e due Medaglie di Brnn zo alla rnemo1ia ad altr ettan ti dragoni del XTX Gruppo a ppiedato Genova Cavalle1ia, ch e presidiava un tratto di 15 km della linea ferrovia r ia Ogulin-Gospic n ella tralla Plaski-Vrh ovine. Da lle motivazioni, con fermanti il fatto che le for;,.e itali ane subirono perdite nell'azione, traspai-c anche molto chi aramen le l'asp1·ezza degli scontri , la ,·esistenza opposta dai piccoli distaccamenti presidia1i e le gravi per·dite inflitte ai reparti allaccanti. · 15 Cfr. O.R.N.J ., op. cit., pag. 2S8. Precisa trnttars i per· la maggior parte di un ità della Divisione di fanteria Sassari c he muovono dalle località di Plavno, Paden e, Mokro Polje , Evernik e Zega1·. · Cli-. Ù l)OONE TALrO , op. cii., pag. S73. Vengon o indicate le unità che fornirono reparti per l'oper azione "Ve lebit", coordin a ta dal generale Ettore Giannuzzi, coman d ante della fa nteria del la Divi sione Sassari e cioè: 15 1° R eggimento fa n teria, 3 ° Reggimento a lpini, 73" Legio n e M.V.S.N., CV 1 B a ttag l ione mi t ragli er i, 1 2• Compagnia ca nnoni e Aereoraggruppamen to "Zara". Viene valuta ta inoltre la consistenza delle forze partigiane nel settore in circa J .600-1.700 uomini, mentre per quanto l'iguarda le perdite , quelle partigiane comprovate vengono indicale in 120 morti a cui sar·ebbern d a aggiungere a ltre dovute a mitrag liamento e spezzonamento d elle formaz ion i superstiti in fuga, quelle italiane in 5 morti e 50 feriti. Come di consuelo, con siderando il rnvescio milita1·c su bito, le fonti iugoslave o m ellono di parlare d i perdile, comprese anche quelle italiaue.
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Lungo la rotabile Novi (Novi Vinodolski)-Segna, unità parligiane apparten enti al 1° Batlaglione Proletario della Croazia e al 3 ° Battaglione del 1° "Odred" Primorsko-Gorans ki lcndono un agguato ad una Balleria motorizzata del 57° Reggimento arligli eria appartenente alla Divisione Lombardia. Vengono distrutti 4 cannoni, 2 aulocarri ed una autoblindo, m entre cadono in mano ai partigiani una mitraglialrice e 12 fucili. Reparti italiani , "domo brani" e "ustasci", provenienti dalle località di Rakovica, Trsée, Sturlié e Ladevac, iniziano ad operare c ontro le formazioni parti g iane apparlenenti al 2 ° "Odr·ed" Kordu naski nella regione compresa fra M oci la e Masvina. Dopo quattro giorni di combattimcnli l'azione viene inlcrmlla causa la resiste n za opposla dalle formazioni p a rligiane; in qu ei giorni vengono dali alle fiamme il villaggio di Mudrié Se lo e una parte di quelli di Mocila e Jelov Klan ac. 19 Luglio: Nel la regione di Gradac unità partigiane a ppartenen li al Battaglione Jozo Jurcevié attaccano una colonna italiana costringend o la, dopo sei ore di co rnbal timenti, a rilira rsi su Gradac. 22 Luglio : Fra le localilà di Bac ina e Grnca, ne i pressi di M etcovi ch (M e lkovié ), formazioni p ar tigiane apparle nenti a l Batlaglione Jozo Jun:cvié a ttaccano una picco la colonna italiana composla da 2 autocarri cd una autovettura. Ou csl'ultima ed un a utocarro ve ngono distrutti, l'altro viene danneggiato. Muoiono o rim angono feriti 12 soldati, m entre i p a rligiani si impossessano di 2 mitragli alrici, 7 fucili, 3 pislole, 2.000 cartucce cd altro mate1iale b ellico. 24 Lu glio: Unil à parti g iane a pp a rlen e nti all' "Odre d " Primorsko-Goranski e a l I O Ba ttaglione Prolc la rio della Croazia attaccano la local ità di Gomirje nei pressi di O gulin , disarmano una cinquantina di "celnici" ma non ri escono ad insediarsi ne l paese da to il sopraggiungere di carri armati 16 d a V,-bovsko. Nella zona del monte Sopljc, nei pressi di Vodiz zc (Vodice), la Compagnia partigiana "Primors ka" respinge l'attacco di forze ila-
16
Cfr.
ETTORE
L ucAs e
GIORGIO V ECCHI -
S1oria dP./le Un ità Comballenti della
M. V.S.N. - Giovanni Volpe Editore - R o m a 1976 - p ag. 472.
Vi si precisa che i11 soccorso del p residio d i Gomirjc, o ltre ad un Plo tone carri , vennero inviali due Plotoni di CC.NN., un Plo tone mo1tai etl una Squadra mitrag liatrici appa1·tenenli alla 117" T.cgione M.V.S.N.
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liane, inlliggendo loro pesanti perdite 17• 29 Luglio: Tra le località di Bili Brig e Trnuva Poljana, sulla rotabile Signo-Livno, uni là rarti giane appartenenti al 1 ° Ballag lione d 'Assalto dalmata tendono un aggualo ad una colonna motorizzata italiana. Nell'azione vengono incendiati 16 aulocarri e 7 rimangono danneggiali , circa I 50 soldati rimangono uccisi mentre i parligiani s i impossessano di un morlaio con 72 colpi, 41 fucili , 2.500 cartucce ed altro materiale bellico. Unità partigiane, dopo 9 ore di combattimenti, s baragliano nei pressi di Proloska Draga una colonna molori zzata italiana che trasportava il cambio alla guarnigione di Vaganj , e causano 35 morti e 63 feriti . 30 Luglio: Sul massiccio del Biokovo unilà r arligiane apparten enti al Battaglione Jozo Jurcevié respingono un allacco italiano diretto ai villaggi di Graéa, Bac ina e Bri st, nella regione di Melcovic h , infli ggendo ai reparti impegnali sens ibili perdite, valutabili in 6 morti e 60 ferili 18 . 17 Cfr. T EOllOIW F~ANCESCON I , up. cii., pag. 18. Si r icavano alcune precisaz ioni su ll'azione <li rnslrellamento nei dintorni di Vodi zze che cm stata organinala in quanto la zona era infes tata da parti giani che potevano conta,·e s ulla solidarietà di una pa,·te degli abitanti. lnoltr·e il giorn o 18 una m oto-maona in servizio passeggeri fra Scardona (Skradin) e Sebenico era stata attaccata dai partigian i i quali a vevano ucciso il carabiniere di scorta e 6 civili, fra i quali una donna (da notare che la fonte iugoslava più precisa - Hronologi.ia - evita accuratamente di citare l'evento, d'altronde come sempre quando dei civili risu ltano u ccisi dalle Formazioni partigiane). All'operazione di rastrellamento presero part e i Battaglioni CC.N N. CXTT "Tevere" e CLXX "Vespri Sicili a ni", il TT/ 26° Hatlaglione della Divisione di fa nteria Bergamo, il B attaglio ne Bersaglieri Zara e contingenti d ella Regia Ma1-ina. TI rns tr·el lamenlo con sentì l'aggancio dei partigiani c he suhirono per·Jite valutabili a d un centinaio d i uomini, m entre i super·stiti si dispet·devan o. Le perd ite italiane furono invece di J 3 caduti , 11 dei quali hersaglieri del Battaglione Zara, decisamente molto meno di quelle partigiane e pertanto le informazioni forn ite dalle fonti iugoslave risultano decisamente CITatc. Cfr. OoDONE T,uro, op. cii. , pag. 581 . Vi si dcavano dati ancor più pr·ecisi riguardo le p e rdite: quelle dei hersaglieri hircmo d i 2 ufficiali, J sottuffic iale e 8 soldati cadut i e 2 1 feriti; il Battaglione di fantel'ia e bbe 2 morti e J feriti, me11tr·e la Milizia ebbe 3 feriti. Le formaz.ioni pa rtigian e lasciarnno sul teJTeno 83 morti, dei quali 16 Jorme in abiti masc hili e 5 bambini utilizza ti come r ifornito ri o s taffe tte . Due m esi dopo, in un a caverna ne lla zon a, fu rono ritrovati gli scheletri di I O partig iani, probabilm ente dccedut i in seguito a lle fcl'itc riportale. 18 Cfr. EnoRE LUCAS e GIORGIO VECCHI , op. cii. - pag. 459. li rastrel la m ento nella regione di Metcovic h , svoltosi dal 28 a l 30 Luglio, fu effettuato da un Raggruppamento tattico comandato dal Console Lor·enzo Pozzoli c he inquadrava la 108" Legione d'assalto M .V.S.N. (Bauaglioni CII "Perngia" e CVIII "Ancona" e 108' Compagni a mitraglieri "Ancona"), da du e Ba ttc1·ic del 2° Reggimento artiglieria <lella Divisione di Fanteria Messina e da un r·eparlo lanciafiamme. Le perdite subite durante il rastrellamento furono di 2 morti e 54 l'c.-iti.
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31 Luglio: Unità partigiane appartenenti alla 1a Brigata Hrvatska supportate da elementi della sa Zona Operativa conducono un attacco contro il presidio misto (italiano e "cetnico") di Prokike, nei pressi di Brinje. L'attacco fallisce ma costa sensibili perdite ad entrambe le parti, ossia una cinquantina fra morti e feriti tra i difensori ed un morto e 20 feriti fra gli attaccanti. Un gruppo operativo partigiano distrugge a Posti ra, nell'isola di Brazza (Bra::), l'archivio municipale, il registro esattoriale e le liste di leva, dopo aver sopraffatto il piccolo presidio composto da soldati italiani e gendarmi croati. Reparti italiani, "ustasci" e "domobran i" provenienti da Gospié respingono unità partigiane appartenenti al l "Odred" Licki dalla regione compresa fra éukovac, Ostrovica e Siroka Kula, ma vengono bloccate a Barleta. Nel corso degli scontri vengono incendiati i villaggi di Ostrovica e éukovac. O
MONTENEGR0 19 24 Luglio: A Cettigne (Cetinje) viene sotto.scritto un accordo tra il Governatore del Montenegro, generale Pirzio Bimli, e il presidente del Movimento Nazionalista Montenegrino, generale Bla?.a Dukanovié, che prevede il comune impegno nella lotta alle formazioni partigiane. Gli accordi prevedono inoltre la formazione di un Comitato Nazionale con sede a Cettign e e la costituzione di 3 "Odred" celeri.
SLOVENIA 1 Luglio: A St. Jost, nei pressi di Kra nj, unità italiane sorprendono contingenti partigiani appartenenti al 2° Gruppo "Odred" che stava no tentando di infiltrarsi lungo la lin ea di demarcazione fra la zona italiana e quella tedesca. In un primo tempo riesce a infiltrarsi unicam ente il 1° Battaglione dell'"Odred" Savinskj, mentre altre unità vengono respinte e disperse. 4 Luglio: A Lubiana (Ljubljana) viene tenuta una riunione fra i 19 La s ituazion e nel Montenegro, dopo la rihellione del 1941 e le mis ure di repressione e controllo prese dalle autorità italiane, migl iorèi sen sibilmenle 11el c<H"so del 1942. Queslo fallo è evidenziato da pa recc hi e fonti sia pur con m otiva zioni diverse (a<l esempio Cfr. STEPH EN C1.1ssoLD - La Iu goslavia n ella tempesta Gananli - Milano 1950, pag. 128, e SALVATORE Lm, op. cit., pag. 250), ed è soprattutto suffragato dalla fonte cronologica iugoslava (Cfr. H ronologija) la quale p er quanto riguarda il Monten egm nel periodo Giugno 1942 - Marzo 1943 omelle i m esi di Luglio, Agosto e Ottobre e limita a poche righe i restanti mesi.
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comandanti del V, XI e XX.111 Corpo d 'Armata, durante la quale vengono concordale le misure da adottare n e l corso delle prossime operazioni anti-partigiane previste in Slovenia e Croazia. 8 Luglio: Ne i dintorni di Dobrava, Polhov Gra<lec e Dvor hanno inizio durissimi scontri, protrallisi per 5 giorni, tra J'"Odred" partigiano Dolomitski e reparti della ùivisione di fanteria Granatieri di Sardegna, appoggiali da unità tedesche. Pressali da più direzioni i partigiani si disperdono nelle boscaglie. 13 Luglio : Essendo praticamente accerchiate <la for·ze partigiane, unità ital iane abbandonano Zuzemberk, ormai in<lirendibile. Nella zona i partigiani creano il primo Comando Territoriale in Slovenia. 16 Luglio: Ha inizio l'offensiva italiana20 contro i territori controllati dalle formal'.ioni partigiane in Slovenia. Durante il suo svolgimento vengono impiegali 75.000 uomini che dovranno operare nei territori della Carniola Inferiore (Dolenjsko, Notranjsko e Be la Krajina) ove si trovano la la Brigata Proletaria Tone Tomsié cd il 3° e 5° Gruppo in Lutto 2.500-3.000 partigiani. Tra le località di Mm.inca Vas e Les (nei pressi di Zuzemberk), unità partigiane appartenenti all"'O<lred" Zapadnodolenjski attacca no la 105a Legione M.V.S.N., le infliggono perdite e la costringono al ripiegamento. 17 Luglio: Forze italiane provenienti da Borovnica, Blokc e Cerknic a attaccano l'"Odred" Krimski, il quale per evitare lo scontro frontale è costretto a scindersi in piccoli nuclei che si infiltrano nella regione di Krim e nei dintorni di Lubiana. 30 Luglio: Truppe italiane sorprendono la 2a Compagnia del 2 ° Battaglione ("Odred" Dolomitski) che riesce a 1ipiegare combattendo. ANNO 1942: MESE DI AGOSTO BOSNIA
6 Agos to: Viene raggiunto un accordo tra il comando italiano della 2a Armala ed i responsabiJi del movimento "cetnico" per la Bosnia Orientale e l'Erzegovina che prevede la fornitura di armi ed equipagg iamenti per 5.000 volontari "cetnici". 20 crr. O.R.N.J. , op. cit., pag. 309-313. Vie n e fornita una deLLagliata r elazione in er e nte alle diver se fa s i ope ra ti ve nelle quali l'o ffensiva stessa era stata suddivisa. Un sunto di tale relazione costituisce l'Allegato Nr. 6 di questo studio.
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CROAZIA
1 Agosto: Unità italiane prove nie nti da Spalato, Salon a (Solin) e Clissa (Klis) attaccano un a Compagnia partigiana a Koziak, costringendola a ripiegare in direzione d el monte Moseé. Nel corso dei combattimenti il villaggio viene incendiato. 2 Agosto: Tra le località d i Gerovo e Cmi Lug, nei pressi di Delnice, unità partigi a ne appartenenti a l 1° Battaglione d'Assa lto della Croazia e a l Battaglione d 'Assalto del 2° "Odred" PrimorskoGoranski attaccano una autocolonna 21 ch e trasportava all'internamento 400 persone, liberandole. Nel corso dell'azione vengono bruciati 1O autocarri e 5 autocorriere mentre 1O soldati italiani ven gono u ccisi. Un Battaglione di CC.NN. provenien te <la Cabar, nel Gor·ski Kotar, incendia i villaggi di Cmi Lazi, Majer, Trsée, Kmji Vrh, Milanov Vrh , Novi Kot, Sta ri Kot, Trava ed avvia a ll'internamento gli abitanti. 2/3 Agosto: Unità partigiane apparten enti al 1 ° e 2° "Odrerl" Kordunaski attaccano senza su ccesso i presidi italiani di Ostarije e Kosare, nei pressi di Ogulin. Durante l'azione ve ngono distn1tti 500 m etri di linea ferrata, un p onte in ferro e linee telegrafiche e telefoniche p e r o ltre 10 chilom etri. Ele m e nti a ppartenenti a l 2° "Odred" Korduna.~ki attaccano il maganino militare italiano a Vera, nei pressi <li Plaski, impossessandosi di un fuc ile mitragliatore, 4 fu c ili , 5.000 cartucce , 20 uniform i e a ltro mate1iale bellico. 5 Agosto: Nei pressi di Vaganj, lungo la rotabile Signo-Livno, un ità p artigiane appartenenti all'"Odred" Srednjodalmatinski si scontrano con il locale presidio. Dopo 5 ore di combattimenti sono costrette però a desiste re e a ripiegare dopo aver avuto 6 morti e 20 feriti, mentre il presidio italiano lame nta 1 morto, 11 feriti e 2 disp ersi. A Vrgorac, aliquote de l Battaglione parti g ia no Jozo Jurcevié attaccano una colonna italiana e le causano 10 morti. Durante l'azione i partigia ni si impossessano di 6 fucili e 250 cartucce. 11 Agosto: Tra le località <li Mrzla Vodica e Jelenje (nei pressi
i i Cfr O.R.N.J. op. cii., pag. 300. Vi si afferma che la colonna trasportava 1.132 person e d estin ate ai campi d'internamento in Ita lia, 400 delle qua li vengono liberat e e che ci rca una lrentina di autocarri ven gono dati a lle fi a mme.
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di Delni ce), unità partigiane appartenenti al 1 ° Battaglione Proletario croato e al Battaglion e d'Assalto del 2° "Odred" Primorsko-Goranski attaccano una colonna motorizzata italiana causandole perdite valutabili a 15 morti e 12 feriti. Nello scontro vengono distrutti 2 autocmTi e 2 autovetture, mentre i partigiani si impossessano di 2 mitragliatiici, 20 fucili e una grane.le quantità di munizioni. 12 Agosto: Il comandante d el Vl Corpo d'Ar·m ata, gen erale Renzo Dalmazzo, giunge a Sussa per concordare con i vertici e.li Supersloda22 i piani e.li al'.ioni per il rallestramento da effettuare sul massiccio del Biokovo. ll comandante del XVIII Corpo d ' Armata sottopone a Supersloda la proposta e.li rendere invivibile la regione del Biokovo mediante la distmzione dei villaggi e l'jnternamento degli abitanti. Nella regione del Biokovo, unità appartenenti alle Divisioni di fanteria Messina e .Bergamo supportate da reparti "ustasci" "domobrani" e "cetnici" iniziano le operazioni of'f'ensivc contro le unità partigiane dalmate. Nei combattimenti , protrnttisi sino al 2 Settembre, le forze italiane e collaborazionis te riescono a respingere il Battaglione Jo7.o Ju rcevié in direzione di Arzano, rastrellano numerosi villaggi incendiandoli e fucilano dei c ivili 23 .
22 Cfr. Nemacke, llalianske, Bugarske i Madarske Snage na 1èriwriji Jugoslavije u Toku Rata 1941-/ 945 (composizione e dislocazione d elle ror·ze armate tedesche, italiane, nulgare e unglu:res i sul territorio iugoslavo nel corso d el conflitto 1941-1 94 S), Vojnoist01;jslci Glasnik ( Bollettino di Storia Militare) Nr. 3 - Belgrado 1952, pag. 65. Vi si rileva c he a partire dal 9 Maggio 1942 il comando della 2" Annala assunse la d e nominazione di Comando Super-Ì<H'e FF.AA. "Slovenia-Dalmazia", contratto per semplicità nell'acronimo Superslod a. 2 3 Cfr. O.R.N .J., op. cii., pag. 299. Precisa c he i villaggi rastrellati e bru c iati sono decine m e ntre il numero deg li abitanti uccis.i o internati si aggira i nlorno ad alcune centinaia. Cft'. 0DDONE T ALPO, op. cit., pag. 595 e 658. Vi s i ricavano dati riguardo le penlite subite durante l'operazione di rastrcllarnenlo c he aveva coinvolto forze partigiane numericamente nen superiol'Ì a quelle indica te dalle fonti iugoslave. T paf'Ligiani avrebbero lasciato s ul t erreno 1.00 8 caduti (compresi probabilmente anche coloro che, trovati in possesso di a rmi o di doc um enti comprnrnellenLi, ernn o stati passati per le an11i - N.d.R.). Pc,- quanto riguardava le forze italiane, la Divisione B erga mo aveva avuto 31 caduti e 87 feriti, la Messina 1 morto e 4 rer iti, mentre le formazioni M .V.A.C. (Milizia Volontari a Anti Comunis ta) a vevano avuto 38 morti, 39 fci-iti e 50 dispersi. Vengono inoltre indicale le forze impiegate nel corso de ll'operazion e "Alni a", ma non vi si trnva traccia di elementi "ustasci" o "domonran i" . In ques to caso le fonti iu goslave hanno rallo lorn le propagandistic h e affermazioni del Governo di Zagabria il quale, avendo avuto l'operazione esito positivo, si era inven tato la presen7.a di "reparti dell'Esercito croato". In realtà l'unica componente slava presente nell'operazione fu quella delle unità M.V.A .C., ossia "cctnici" inquadrati da ufficiali italiani.
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Dopo 8 ore di violenti combattimenti nella zona del monte Travnik, n ei pressi di Mrzla Vodica nel Gorski Kotar, unità partigiane appartenenti al 1° Battaglione Proletario croato respingono un allacco condollo da reparti italiani provenienti dai presidi di Cmi Lug e Mrzla Vodica. 14 Agosto: Tra le località di Cmi Lug e Gerovo, nel Gorski Kotar, unità pa rtigiane appartenenti al 1° Battaglione Proletario croato tendono un agguato ad una colo nna ita lia na. Dopo uno scontro durato 3 ore, causa il sopraggiungere di rinforzi dotati an che di carri armati, le forze partigiane intetTompono l'azione. Le forze italiane lamentano n egli scontri 16 morti e 2 prigionieri mentre i partigiani, che da parte loro lamentano 3 fe1iti, riescono ad impossessarsi di un rucile m itragliatore e 10 fucili. 16 Agosto: Tra le località di Prokike e Brinj e, il 3° Battaglione ( 1° "Odred" Primorsko-Goranski) attacca una colonna italiana provocando la morte di 15 soldati. 23 Agosto: Nella località di Divoselo, nei press i di Gospié, unità appartenenti al 1° "Odred " Licki Velebi t, dopo un furioso combattimento, riescono a respingere un attacco italiano condotto da elementi del presidio di Gospié, infliggendo p esanti perdite agli attaccanti. Soldati italiani incendia no i villaggi di Ponikve e Osojnik e successivamente rastre lla no quelli di Veli e Mali Jadré, Liplje, Zdihovo, Malik, Otok, Grabrk e Trosmarija. Tra le località di Cabar e Trsée il 2° Battaglione (2° "Odred" Primorsko-Gora nski) allacca una colonna italiana cau sandole 25 m orti ed un numero maggiore di feriti. 25 Agosto: Reparti it aliani, "us tasci" e "cetnici" provenienti dalle locali tà di Lovi nac, M e tak e dal la stazione ferroviaria di Raduc, iniziano una operazione della durata di 2 g iorn i contro il I "Odred" Licki Velebit, concentrato nei pressi di Radt.i, e lo costringono a ripiegare verso i monti Veleb iti (Velebit). Nel corso dell'operazione vengono incendiate diverse case, arrestati gli a bitanti e conriscato il bestiame. 30 Agosto: Nella regione compresa fra Siroka Kula e Vrepac, contingenti italiani, "ustasci", "domobrani" e "cetnici" proven ienti da Gospié, allaccano unità partigiane d ella Lika. Dopo un violento comb attimento, le unità attaccanti rie ntrano a lla guarnigione di partenza dopo aver bruciato i villaggi di Ostrovica e éukovac. 3 1 Agosto: Tra le località di Ogulin e Gomirje il 2° Battaglione (1 ° "Odred" Primorsko-Gorans ki ) provoca il d eragliamento di due 0
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convogli ferroviari causando la morte o il ferimento di un centinaio fra ufficiali e soldati italiani e la cattura di 2 ufficiali "domobrani", 9 soldati italiani, 7 gendarmi croati e 35 ferrovieri. I partigiani distruggono 16 vagoni e si impossessano di 4 fucili, 7 pistole e grosse somme di denaro 24 . MONTENEGRO
30 Agosto: Il comandante delle unità "cetniche" per la regione del Lim e del Sangiaccato, prende contatti tramite suoi emissari con il comando della Divisione di fanteria Venezia allo scopo d i concordare azioni comuni nella lotta alle formazioni partigiane di ispirazione comunista. SLOVENIA
9/10 Agosto: La Divisione di fanteria Cacciatori delle Alpi giunge, attraverso Kocevje, nel settore compreso fra Crnomelj ed il fiume Semié, zona di sua pertinenza nell'ambito delle operazioni di accerchiamento del Kocevski Rog, ove si trova concentrato il grosso delle unità partigiane slovene, compreso il Comando degli "Odred" pe r la Slovenia. La 1" Brigata Tone Tosmié attacca il presidio fortificato italiano di Ratei, ma non riesce nell'intento di ann ientare la guarnigione. 13114 Agosto: La 1a Brigata Tone Tosmié sorprende il presidio di Sv. Ana, nei pressi di Novo Mesto, composto da clementi della
24
Cfr.
A RMA NDO MAFR ICI -
Cuerriglia sulla ferrovia del pet rolio (Croazia 1942-
1943) - Corporazioni arii grafiche - Roma 198 1 - pag. 5 6.
I:aulore , c he oltre ad aver preso p a rte alle operazioni nelle località indicate, ha a n c he cons ulta to il Diario del 74 " Reggimento fanteria Lombardia. fornisce alcuni ele m enti alli a char-ire gli evenli: "Un altro tratto d el.la ferrovia era inteno tto, nelle vicina n ze della città, e una locomotiva con due uomini a b o rdo, deragliando , e ra precipilata nella scarpala sollostante. TI gio rno seguente, Luned l 3 1 Ag os to, all'alba la I o• Compagnia del 111/74" rinforzata da mitragliatrici e mortai da 45, partì di scor ta al carru-alln:zzi invialo per il rec upe ro della va porie ra. Sembrava c he tullo fosse finito. Invece, a lle 20,30, nuovo fonog ramma d el Comando Pres idio. Questa vo lta l'interruzione era nelle vicinanze di Gomirije. Un inte ro tre n o civile era slato incendiato e distrutto dai guerriglieri, con m o1ii e fe1;ti. Un altro carroattrezzi venne inviato con una Compagnia di scorta su l luogo d e l sini stro p e r rimuove re le carcasse bruciate". Da qua nto sopra esposto è possibile verificare come le due versioni differiscano: i convog li ferroviari sono effettivamente du e, m a in un caso s i tra tta di una sola locomotiva, nell'altro di un convoglio civile. È co nfennalo anc he da pa rte itali an a che vi siano s LaLi morti e feriti nelle due a zioni, ma riesce piuttosto difficile, pe r non d ir e impossibile, accettare la versione iugoslava e le a lle perdile riporta i.e .
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"Bela Garda". L'artiglieria italiana supporta l'azione difensiva d el presidio facendo fallire l'azione. 14 Agosto: Le forze italiane inizia no l'attacco al Kocevski Rog ove, accerchiati, si trovano i membri d el Comitato Centrale del Partito Comunista Sloveno, del Comando degli "Odred" per la Slovenia, del Comitato Esecuti vo per la Liberazione ed i supporti sanitari del 5° Gruppo "Odred". 16 Agos to: Nei pressi di Gornja Sevnica, unità partig ian e appartenenti al 3 ° Battaglione (" Odre<l" Krs ki) attaccano una colonna italiana in movimento da Trebnje a Catez, costringendo la a rie ntrare alla base di partenza. 17 Agosto: Reparti ital iani appartenenti a diverse unità divi s ionali completano l'accerchiamento d el Kocevski Rog.
ANNO 1942: MESE DI SETTEMBRE BOSNIA
9 S ettembre: fl Comando Supremo ordina a Supersloda di predisporre una operazione offensiva a la rgo raggio contro le formazioni partigiane operanti nella regione di Most ar. Successivamente viene deciso che l'operazion e interesserà anch e il te1Titorio com preso fra Jmotski , Travnik, Mrkonjié-Grad e Glamoc. 19 Settembre: Riunio ne a Zagabria fra il comandante della 2a Armata italiana, generale Mario Roatt a, e il "pog lav nik" Ante Pavelié per concordare una linea d'azione comune durante l'operazione "Dinara" contro le form azioni partigia ne o pe ra nti in Bosnia Erzegovina. CROAZIA
I Settembre: Contingenti italiani, "domobrani" cd "us tasci", provenienti da Gospié, ini,.ian o una azione offensiva protrattasi per 2 giorni contro le formazioni partigiane operanti nell'ambito d el 1° "Odred" Licki, schierate nella zona coni.presa tra Divoselo, Citluk e Pocitelj . Nel corso dell'operazione, c he si conclude con il ripiegamento delle unità partigiane, vengono incendiati i villaggi di Divoselo e Citluk. Unità pa rt igiane appartenenti al 1° Battaglion e (2° "Odrcd" Kordunaski) provocano il deraglia m e nto di un convoglio ferroviario tra le località di Gornje e Dolnje Dubrave. L'azione porta a lla
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distruzione di 17 vagoni e alla cattura di 19 "<lomobrani", 5 gendanni croati, 3 "ustasci" e un soldato italiano. 2 Sellembre: Tra le località di Trsée e Cabar, unità partigiane appartenenti al 2° "Odred" Primorsko-Goranski attaccano una colonna italiana causando la morte di 16 uomini tra i quali un ufficiale. 3 Settembre: Tra le località di Brinje e Prokike, unità partigiane appartenenti al 1° "Odr·ed" Primorsko-Goranski attaccano una colonna mista composta da soldati italiani e "cctnici" infliggendole perdite valutabili a 30 tra morti e feriti. 4 Settembre: Un gr uppo di partigiani appartenenti alla Compagnia Primorska attaccano uno stabilimento balneare posto in prossimità del porto di Sebenico, provocando la morte di 4 soldati italiani, mentre uno viene preso prigioniero. 7 Settembre: A Dugo Polje, lungo la linea ferroviaria SpalatoSigno, unità partigiane appartenenti a l la Compagnia Mosecka bloccano un convogl io merci, lo distruggono ed uccidono alcuni soldati italiani di scorta. 9 Setlemhre: Elementi appartenenti alla M.V.S.N. cd in forro a l presidio dell'isola di Eso (li) arrestano una sessantina <li giovani del posto per avviarli a l centro di internamento di Zara (Zadar). Durante il trasfcri mento i prigionieri riescono a sopraffare e ad uccidere i militi della scorta, su ccessivamente fanno rientro nell'isola ove e liminano 4 informator·i locali 25 che avevano portato al loro arresto, per poi raggiungere le formazioni partigiane operanti nella zona <li Zaravecchia (Biograd na Moru). 11 Settembre: Reparti italiani e contingenti "cetnici" sorprendono la 1a Brigata H rvatska che era in fase di riorganizzazione nella Lika e più precisamente tra le località di Dabar, Glavace, 2 s Cfr: OoooNE TALI'<>, op. c it. pag. 579-587. Le fonti iugoslave parlano sempre <li "spie" o "informatori", ma in realtà molto frequenlernenle si Lattava di vittime innocenti che nulla avevano a che ve<lerc con tali attività. Si potrebbero parlare diversi esempi di aggressioni e violenze a i dannj d i c ittadini italiani o c illadini slavi, questi ultimi con siderati simpalizzanli italiani m aga ri per il solo fatto di non voler far fron te comune con i parli giani comunisti. Inoll1'e, che alla base <li molte di queste azioni vi fosse unicam e nte la volontà d i usare la violenza per· sparge1,e rnaggi01rnenle il terrore fra la popolazione c ivile può essere provalo <la numerosi fatti qua le ad esempio quello di Vodizze d e l 15 Luglio 1942, ove i 1ibelli, non avendo trnvalo i due uomini c he intendevano sopprimere, uccisero la madre e la moglie <li uno di qu esti. Spesso invece la violenza colp iva i più benestanti, colpevoli magari di non aiutare econorni<.:arnenle le form azioni pa1·tigiane, come nel caso dell 'uccisione di un cornmcrcianle di Brazza, massacralo il 2 Luglio 1942. E con esempi del genere si polrebbe continua re a lungo...
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Doljane, Podume e Skare. L'azio ne h a inizi a lm e nte s uccesso in quanto vengono raggiunti e rastrellati i villaggi di Skare, Dolja n e e Brezovac, questi ultimi due poi a bba ndo nati p er la r eazion e delle forze partigiane. Queste negli scontri, u ccidono 17 "cetnici", ne feriscono un numero maggiore e si impossessano <li 12 fuc ili e diverso m ateria le b ellico. 13 Settembre: Unità partigiane a ppartenenti a l 4° "Odred" Licki attaccano a Kosinj (nei press i di Perusié) reparti ita lian i e "ustasci ", infligge ndo loro p esa nti perdile cd impossessa ndos i di 2 mitragliatrici, 2 fu c ili-mitragliatori, 20 fu c ili e altro materiale bellico. 15 Sellemhre: Formazioni partig ia ne appartenenti alla Ia e 2a Brigata Hrvatsk a e a l battaglione Krbava, in iz iano una azione offensiva lungo la linea ferroviaria Perusié-Vrhovine attaccandon e gli apprestamenti difensivi. Le l'orze italiane e i "d omobran i" c he le pres idiavan o perdono circa 150 uomini, m e ntre i partigiani lasciano sul terreno 8 morti e t 2 feriti; gli attaccanti riescono ad impossessarsi di 1 mortaio con 90 bombe, I la nc ia fiamme , 3 m itraglia trici, 3 fucili-mitrag lia tori, 17.000 cartucce, una stazione radio ed altro m a teriale bellico m e ntre vengono distrutti 13 autocarri. 16 settembre: Ha inizio un grande contrattacco <la parte delle forze ita liane contro le unità partigia ne della Croazia e del Go rskiKotar26. I reparti italia ni avanzano da Prolcike, Zuta Lokva, Brinje, Jezerane, Plaski, Josipdol, Ostarije, Gomirje, Ogulin , Mrkopalj, Lokve, Fu/. in c e Lic. L'operazio n e s i protrae sino a ll'inizi o di Ottobre coinvolgendo tutta l'area interessata ove vengon o rastrellati e bruciati diversi viHaggi. Al termine dell'op era;.,.io ne i reparti impiegati fanno rientro ai loro presidi. 17 Settembre: A Jabuka, nei pressi <li Signo, reparti del 4 ° Ba ttaglione (la Brigata Dalmatinska) attaccano una colonna ita liana rinforzata da cani armati e dopo un violento scontro durato alcune ore, du rante il quale cadono 10 sold a ti italiani, la costrin gono a ripiegare su Trilj. 18 Settembre: Unità a pparte nenti a l Battaglione partigiano Mosecki si ·impossessano di un importante magazzino mili ta re s itua to a Mué, nei pressi di Sig no.
26 Cfr. O.R .N.J., op. c il. , pag. 301. Vi s i precisa c he n ella regione operava il 1° "Odred" Primo r sko-Goranski.
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20 Settembre: Unità italiane riprendono il controll o di Dni nica, ne i pressi di Ogulin. Un Plotone appartenente alla Compagnia Mosor·ska elimina 4 informatori delle forze italiane a Vojnié, nei press i di Signo, effettua un colpo di mano contro il presidio italiano di Trilj e successivamente si ritira, senza perdite, verso il monte Mosor: 26 Settembre: Unità appartenenti al 3 ° Battaglione della 1 a Br·igata Hrvatska e la la Compagnia del Battaglione Bozidar Adzija danneggiano la linea ferroviaria tra le località di Plaski e Vrhovine ed attaccano un convoglio misto. Ne ll'azione vengono distrutti una locomotiva e 9 vagoni, vengono bruciati 20.000 litri di benzina e presi p1igionieri 8 "ustasci" ed un soldato ita li ano. 27 Settembre: Sul lago Prukljansko, la 1 a Compagnia partigiana Primorska attacca una imbarcazione a motore c he da Malfi (Zaton) si portava a Scardona. Muore un ufficiale del Battaglione CC.NN "Vespri Siciliani" e rima ngono feriti un a ltro ufficiale ed 8 soldati27. 2X Sellemhre: Unità partigiane appartenenti al 1° "Odred" P rimorsko-Goranski attaccano i presidi ita li a ni di Tisovac e Josipovac (tra Ogulin e Jasenak) causando 160 tra morti e feriti 28 . Le forze partigiane, che negli scontri hanno avuto 6 morti e 1O [eriti, si impossessano di 6 mortai, 4 fucili mitragliatori, 40 fucili e 7 .000 cartucce. Su ll a rotabi le Gospié-Otocac, tra l e lo calità di Janjcc e Studenci, unità partigiane appartenenti a lla 2a Brigata Hrvatska attaccano una colonna italiana e, dopo aver distrutto 3 autocarri e cau sato pesanti perdite, la c ostringono a ripiegare su Perusic.
27 Cfr. 0DDON E TALPO, op. cii., pag. 631. Vi s i rileva c he rimasero uccisi un Caposquadra della M.V.S.N. e il pa<lrnne dell'imbarca zione, mentre 5 militi rimasero reriLi. 28 crr. O.R.N . .T., np. cii., pag. 301. Le perdite 1·elative alle forze ilaliane vengono ind icate invece in 180 fra m orti e rerili. Cfr. ARMANDO MAFRI CI, op. ci i. - pag. 69. Si conrerrna che dis taccamenti del 111/74° Reggimento della divisione di fanteria Lombardia dislocati fra Zvidovac e il bi vio per Tisovac furono attaccati da forze par·Lig iane. L'allacco fo r esp into grazie anc he a l tempestivo inlervt:nlo <li u11 Plotone carri che col fuoco delle armi di bonlo contribuì a ricacciare il nemico con molle pt:r<liLe. Si parla di fe riti i.tal.iani recuperati c on una autoambulanza. il c he ra pensare a perdite piuttosto limitate, ben lontane da yuei 160 o 180 tra mori i e fe rii i indicali dalle fonLi slave. Visto c h e la zona di operazione è ben precisa. 1·iman e difficile da ipoti zzare anch e un errore di data che Lrnverehhe c omunque riscontro nella fonte iLaliana piulloslo precisa e ben documentata .
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29 Settembre: Tra le località di Delnice e Brod na Kupi, unilà partigiane appartenenti al 2° "Odred" Primorsko-Goranski, allaccano una colonna ila liana infliggendole perdite valutabili a 150 fra morti e feriti. i partigiani si impossessano di 5 fucili -milraglialori, 50 fucili, 4.000 cartucce e 60 bombe a mano. MONTENEGRO Duranle il mese , secondo le fonti iugoslave consultate per redigere questo studio, ne ll a regione non s i sono svolti eventi significativi che abbiano coinvolto le forze italiane. SLOVENIA
IO Sellemhre: Nella località di Babna Polica, nei pressi di Cerknica, elementi dell' "Odred" Los ki operano contro il presidio formato da soldati italiani e "belogardisti" sloveni. J I S ellembre: TI Comando Operativo d egli "Odred " s loveni imparLisce onli11i i11crcuti alla lolla cuulru le formazioni collaborazioniste della "Bela Garda" c he rappresenlano un pote nziale pericolo per le unità partigiane in riordinamento dopo le fasi cenLrali dell'offensiva ila liana29 . 22 Settembre: Tra le local ilà di Tanca Gora e Dragatus , nei pressi di Crnomelj, unità partigiane appartenenti a lla 4a Br·igata Slovens ka allaccano una colonna italiana, causandole 120 tra morti e feriti. Nell'azione i partigiani si impossessa no di 1 mortaio, 5 mitragliatrici, 3 fuci1i-mitragliatori e 68 fucili, m entre ven gono distrulli 7 autocarri e 20 cisterne per nafta. 23 Settembre: A Lubiana le forze di s ic ure zza ita liane riescono a scoprire e a dis truggere la tipogrnfia utilizzata dal Comitalo Centrale del Partilo Comun ista Sloveno.
29 Come abbiamo già avu to m odo di precisare nel parag rafo "Pr-inci pali avvenime nti <lei sernesLr·e", uno <legli obiellivi primari deJle forze partigiane fu quello di contrastare con ogni m ezzo il sorgere di for mazioni collabo rnzionis le. Ciò avvenne in tulle le r·egioni del paese s pecie in Sloven ia, ed in particolar modo nella provincia di Lubiana, ove il tcssut.o sociale era tull'a ltro che favor·evo le alle forze partigiane: "L'ambiente è o stile al comunismo: ostili so no gli abitanti del contado e della m ontagna, ostile è il clero, ostili sono i ceti m edi e la classe politica" (cfr TEODORO I'RANCEscoNr, up. c ii ., pag. 19). Ei-a ovvio ch e con ta li presuppos ti le formaz ioni dell'Esercito Popolar e di Liberazione ope ranti in Slovenia d ovessern porre particolare cura nel combattere il feno m eno del collaborazionis mo, in quanto senza l'aperto appoggio della popo lazione il movimen to era destinalo a subire un progressivo isolame nto che n el tempo av1·ebbe drasticamente limitato le su e capacità operative.
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ANNO 1942: MESE DI OTTOBRE BOSNIA 5 OLLohre: E lementi appartenenti al VI Corpo d'Armata (cir·ca 4.000 uomini ) e ai Corpi "cetnici" Tr·e binjski, Nevesinjski e Roma nijski (per circa 5.000 uomini), suddivisi in cinque colonne, con l'appoggio del 7° e del 15° Reggime nto di fanteria "domobrano" ed il supporto a ereo, danno l' iniz io a ll'opera7.ione "Alfa" che fa parte <le i c iclo delle operazioni "Dinara" volute dai Comandi italiano e tedesco per allontanare le formazioni partigiane dal bacino minerario di Mos tar e della linea ferro via ria Sarajevo- Mostar. Dispe rsa s u di un fronte di circa 60 chilometri la 10" Brigala Hercegovacka non riesce a contrastare l'avanzata di forze così consistenti , le quali entro il giorno 10 si assicurano il c ontrollo delle località di Soviéi, PrO/.or, Scit e Ravno, ras trellano i villaggi3° disseminati s ui monti Ljubusa, Vran, Paklina e Radusa e ristabiliscono i collega m e nti con le forze "ustasci" e "domnbrane" lungo la linea Duvno, Sujica, Garni Vakuf e Ha d;.ié i. 8 O lto bre: 11 XXIX Battaglione B ersag lie ri e il Tf /9 4° Reggim ento della Divisione <li Fanteria Messina liprendono il controllo di Prozor, respingendone g li clementi d ella 10" Brigata Hc rcegovacka che vi si erano asse1Tagliati 31 •
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3 Cfr 0DDONE TALrO, op. d t., pag. 7S1. Vie ne precisato c he durant e il ciclo operativo le perdite s ubi te dall e formazioni p artigiane ammontarono a 680 morti , ma a lm eno 2.000 uomini riuscirono a <lile~uarsi ; le l'orze iLalianc non ebbero p erdite mentre quelle delle unità M.V.A.C .• che avevano sostenuto il grosso degli scuntr-i, lame n tarono 134 m orti, 33 feriti e 25 dispe ,·si. Da 110Lare che le forze c roa te n o n presero parte all'azione ma fun>no impiegate s oltanto p er sbarrnre la s trnda alle formazion i partigiane, cosa c h e non fecero visto l'alto numero di partigiani sfuggiti a lla catturn. Se mpre a proposito di questa azione, 11oti7.ie di fon te iugos lava, riportano c he i "cetnici" saccheggiaro110 l'intera regione, bruciando decine di villaggi. Nel solo com pre nsorio d i Prozor avrebbero u cciso 638 persone fra le quali donne e bambi ni, e bru ciato 656 case. La fonte italiana c iuta riporta c h e nella fa se iniziale delle ope rn7.ioni si verifi carono alcuni episodi di violenza da parte degli effettivi della M.V.A .C. (di origine ser ba) co11trn elementi croati, con uccisione di c ivili e incendi di a bi tazioni . Furono presi provvedimenti contro alcuni elt:me nLi catturati dalle truppe i ta l i,rn c. i cui capi furono defer·iti a l TT'ihun a le d i guerr a, ma non fu ron o comminate pene capitali p er non provocare reazioni eccess ive fra i reparti della M.V.A.C. 31 Cfr. SALVATORE Lo1, up. cil., pag. 21 2 . Vi s i legge "Alle 13 dcll'8 Ottobre 1942. il XXIX BaLLagliun e del 4° Bcrsaglic,·i e il 11/94° Reggime n to fanteria Messina e ntravano in Prozor". Come si può no tan:- è uno d ei pochi casi in c ui le infom,azioni di fon te slava e q uelle di fonte ita li ana co ll ima n o p erfe ttam e nte. Non meraviglia l'assenza d i notizie rela tive a lle perdite: le fon t i ita lia ne, consi cleran do il su ccesso dell'operazione e prnbabilmente la limi tatezza <lellc pe1-d ite stesse. non 1ite ngono n ecessario citade, le l'o n ti s lave, g ià cos tret te ad ammettere una sconfitta, preferiscon o evi tare ogni ulteriore comme nto.
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Francesco Falulla
21 Ottobre: Reparti italiani a ppartenenli al XVIII Corpo d'Annala, la Crna Legija 32 ed elementi "cetnici" appartenenti alla Divisione Dinarska, per una forza complessiva di 12-14 Battaglioni , muovono dalle locali là di Kupres, Duvno, lmo tski , Signa, Sujca e Vrlika, dando così inizio all'operazione "Beta" . Quest'ultima, sempre facente parte d el ciclo di operazioni italo-tedesch e denomina to "Dinara", era finalizzata a riprendere il controllo d ella regione di Livno. L'azione vien e rallen Lata d a i contrattacchi portati dalla 1a Brigata Dalmatinska e dal 3° "Odred", che riescono a trattenere almeno cinque d elle colonne avanzanti. Quella proveniente da Kupres riesce però a raggiungere Livno costringendo le fou.e partigiane a d abbandonare la regione e a ripiegare verso il monte Kamesnica. 26 ottobre: Nella regione di Bosanski Grahovo, per decisione del Coma ndo Supremo delle Forze Popolari di Liberazione, inizia una controffensiva portata dalla 1" e 2a Brigata Proletaria e dalla 4" Br·igata Krajiska contro le unità della Divisione di Fanteria Sassari e le formazioni di "cetnici" apparlene nti alla Divisione Dinarska, allo scopo di togliere l'iniziativa a lle forze italo-tedesch e e collaborazioniste impeg na le nei vaii cicli dell'ope razione "Dinara". Da lo il lento e parziale raggruppamento d elle forze partigia ne, fallisce l'azione <li sorpresa, e viene meno la possihilità di riuscita del contrattacco. Non ostan te c iò riesce un a ttacco pa rligiano condotto contro il villaggio di Stnnica, me ntre pesanti perdile ve ngono inflitte alle forze italiane e "cetniche" in forza a l presidio di Bosan s ki Grahovo31 . Tra le perdite subile dalle forn1azioni pa rtigiane, fra gli altri c'è da rilevare la morte di Radisa Ra dosaljevié Sosa, e roe nazionale 34 . 12 La Crna I.cgija (Legione Ner a) era una forrn azione composta da "u slasci", pa1·ticolarmen te agguell'ita quanto Lristem ente n ota per i suoi eccessi. All'operazione "Be ta" prese ro pa rle 4 d ei suoi Ba tt aglioni, pos t i agli ordini d el comandante la Legione colonnello Jurai T'rancetié, uno dei mig lio ri ufficiali cli Ante Pa vclié, m a a nch e uno <lei più spie tat i. Du e m esi d opo, il Fra ncctié, a seguito di un in cid ente ae1·eo fu costretto a la m:im·si con il p aracadu te nei pressi d i Slunj; riconosciuto eia a lcun i contadini fu consegna lo ai partigia ni e d a questi soppresso, seco ndo a lc une fon ti d opo hreve processo , secondo a ltre sommariame nte. n Cfr. 0DDONF. TA i .PO, op. cii., p ag. 766-767 . Riguar·<lo le perdite s ubite dalle forma zioni parl igia n e n ell'attacco a Bo sanski Grahovo, pur evidenziando l'impossibil ità <li precisare con esattezza il lorn numero, vengono indicate stime c he padano di c irca 500 cadu ti e 750 feri ti . Le perdi te ita liane vengono indicate in 16 morti e 6 2 fe l'iti, quelle delle unità M.V.A. C. in 59 m orti, 22 fe riti e 6 disp ersi e quelle dei civili in 15 morti e 6 fel'iti. Perdite pesanti certa m enle, come affermano le fonti iugos lave, le quali limita ndos i a ricon.lar e la m o,ie di un eroe nazionale "l'ra g li altri", non accenna no m inimamente all'en tità delle lom perdite. :i4 Cfr. o,moNE T ALPO, op. cit., pa g. 760. Vengono indicate le perdite subile dalle formazion i pa rtigiane nel corso d ell'opera zio ne "Beta" e cioè 950 morti e 41 prigionieri. La stessa fonte precisa le perdite iLaliane. ch e furono di 4S mor'li, 120 fe,;1i e 2 di spe r-si e quelle delle unità M.V.A.C. c he furono <li 8 1 mmii, 61 [eri ti e 100 dis persi.
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CROAZIA
2 Ottobre: Nella località denominata Na krinac, nei press i di Delnice , tre Battaglioni 35 appartene nti a l 2° "Odred" PrimorskoGo ra nski attaccano il 122° R eggimento della Divisione di Fa nteria Macer a t a in movimento da Delnice a B r od na Kupi. Nell'imboscata cadono 72 soldati italiani cd un ce ntinaio rimangono feriti. I pa rtigia ni si impossess ano di 5 fu cili-mitragliatori e 50 fu cili. Nella località di Sv. Gospa, nei pr·cssi di Sebe ni co , unità partigiane appa rte n e nti alla Compag nia Primo rska a ttaccano una Compagnia di CC.NN. del Battaglione "Vesp1i Siciliani", provocando la m o rte di 2 militi ed il ferimento di 6 36 . 3 Ou obre: Unità parti g iane a ppar t e n e nti a lla 9 a Brig ata Hrvalsk a allaccano il m agazzino d 'appoggio di Ribnik, n ei pressi di G ospié, presidia t o da s olda ti itali a ni cd "uslasci" . Nell'azione ve ngo no uccis i 70 uomini ed un nume ro a n cora m aggiore rimane ferito , m e ntre le forze p:1rtigian e si impossessano di 1 mor taio, 1 fu c ile-mitragliatore , 38 fucili ed oltre 6.000 cartucce. 4 Ottobre: Il 3° Battaglione d ella I a Brigata Hrvatska allacca il p res idi o italia no di Ruòo polj e (nei pressi di Otocac), causando p erdite valuta bili a d una settantina tra morti e feriti . 5 Ottob re: Unità italiane e "cetnic i" compio no a zioni di r astrella m e n to nei v ill aggi di Gala, Tugare, Du g o P o lj e , Ko tlenice, Zvecanje, Cis la e Gornje Dolac, n ella r egio n e d ei monti Mo,.o r. Soltanto n ella località di Gata ve ngo no uccise 190 persone 37 .
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Cfr. O.R.N .J ., op. cii., pag. 301. La fo nLe rellil"ica la n otizia cd indica le fon:e ita lia ne in u n a colo1ma di circa 300 uo mini e n on di 3 Battaglio ni. 36 Cfr. OoooNE T AL PO, o p. c ii. , p ag. 63 2. Vien e confermata la m o rte di 2 milili d el CLXX Balla glione CC.NN. "Vesp,·i Sicilian i" e<l il fer ime nto <li S, ma vi ene pure precisato che i partigiani lasciarono s u l terreno 2 m orti ed un imprecisato numer o di (e,·ili, c he le fo nLi iugos lave tralasc iano . 17 Il rischio c he le fa ic.l e inter-ctnichc p1·cndcssero la m a n o duran te le azio n i di rastrellament o era p iuto sto comune e s pesso r isultava di ffici le, in questi casi, contrnllare l'operalo c.lelle bande <li volonlari anli comunisti operanti al nos tro fi anco. Cfr. TEO DOR O FRA NCESCON I, op. cit. pag. 22: "J.:ad deslram enlo d e i r·epa r·ti e la lo ro e ffi cienza m o rale ed o perativa è cli sca rso rilievo. T.c capacità comballive si rivela no soltanto q u ando è possib il e far e d e lle razzie".
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7 Ottobre: Nella locali tà di Bacina, nei pressi di Macarsca (Makarska), soldati italiani e gendarmi croati ince ndia no 15 case appartenenti ad cl em enti partigiani ed arrestano 30 persone. 8 Ottobre: Forze italiane, "ustasc i" e "cetnici" provenienti dai villaggi di Metak e R a duc, attaccano lo schieramento d e lla 9" Brigata H rvatska a Papuca e Kruskovac, nei pressi di Gospié . Gli attaccanti subiscono sensibili perditc38 . 9 Ottobre: Reparti italiani e "cetn i ci" attaccano i l 4 ° Battaglione della 2" Brigata Dalma tinska a Peulje, n ei p ressi di Bosanski Grahovo. Sorpreso dall'attacco, il Battaglione, supportato dal 2° d ella medesima Brigata, riesce a s l'uggire a ll'accerchiamento e punta sul monte M arino. Le sue perdite sarebbero state di 9 morti e 6 dispersi. 13 Ottobre: Tra le località di Dicmo e Du go Polj e, lungo la linea fe r rov iaria Spalato-Signa, unità partigiane appartenenti a lla Compagnia Mosorska e gruppi locali autono mi attaccano un convoglio, uccidendo 21 soldati italiani e ferendone 3 39 . 14 Ottobre: A K lanac, nei pressi di Brin_je, il 3" Ha ttaglionc della 6" Brigata Hrvatska, attacca una colonna ita liana infliggendole perdite valutabili a<l un centinio fra morti e feriti. 17 Ottobre: A Poloj , nei pressi di Slunj, unità partigiane a ppartenenti a lla 2" e 4" Brigata Hrvatska attaccano una colonna compos ta dal Reggimento Cavall eggeri d i Alessandria e dall'LXXXI Battaglione CC .NN., rafforzata da 4 cannoni e 8 carri armati40 . 18 Lascia piuttosto perplessi la laconicità d el comunicato, l'uso di una diversa terminologia 1·ispctto a notizie analoghe e la mancanza di nume1·i . Con buona pro babilità l'azione riuscì e furono i p artigia ni , sorpres i impreparati, a subire per·dite consis tenti c he per prndenza non vengono ci late. J<J Cf1: OoDONE TALPO, op. cit., pag. 1120 . Vi si rileva che le p e r·d ite subite n ell'imboscata di Dic mo furono di 26 soldati e 10 civili uccis i e 7 soldati e 8 civili fe riti. Si tr atta di uno dei rarissim i casi in c ui le perdite indi cale dalle fonti iu goslave ris ultano inferio1i a q u e lle indicate dalle fon ti italiane . 4 Cfr. G 1u1.10 BEDESCHI , op. cii., pag. 180-1 82. Si precisa c he i quattro ca nnoni apparte neva no ad una Batteria ippotrainata del 1/23° Reggimento artiglieria della Divisione Re, mentre i ca rri armati I. appartenevano al Gruppo San Giusto. Per quanto riguarda le perdite, quelle del Reggimento Alessandria c he contava 760 effettivi, vengono indicate in 7 1 m011:i cd o ltre 60 fe r·iti, mentre i cavalli perduti sarebbero s tati cir·ca 200. Cft: RODOLFO PULETTI - Caricat - Edizioni Capito! - Bolog na 1973 - pag. 304-305. Si trnva conferma c h e la carica di Poloj , l'u ltima dcUa cavall c.-ia italia n a, costò a l Reggim e nto Cavalleggeri d i Alessand ria la pe rdita fra morti e feriti di 9 ufficiali, 4 sottufficiali e 11 6 cavalleggeri . Cfr. CARLO DE VIRGILIO - Poloj: l'ultima carica - Ar·ticolo appai·so su Rivista
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Nello scontro rimangono u ccisi 150 italiani 41 e 33 vengono presi prig ion ieri, mentre i par tigiani, che hann o avuto 5 mor ti e 8 feriti, si impossessano di un carro armato, 2 cannoni, 7 autocarri, 9 tra mitraglia tric i e fuc ili-mitrag li atori, 122 fuc ili e 300.000 cartu cce. Tra le locali tà di Perusic e Janjce, unità partigiane appartenenti al 4° "Odred" Licki attaccano 2 autocarri italiani, uccidendo 27 solda ti. Nell a località di Cista, lungo la rotabile Trilj-Imotski, il 3° Battaglione della 1a Brigata Da lmatinska attacca una colonna i Laliana, c ostringendola a rip iegare su Trilj. Cadono 20 sold ati italiani, me nt re i partigiani lamentano 3 feriti. Nello scontro viene distrutto un carro armato . 21 Ottobre : Tra le stazioni re rroviarie di J avornik e Lic , lungo la linea re r rov iaria Zagabria-Spalato, unità partigia ne appartenenti al 4° "Odred" Licki attaccano un con voglio italia no, distrugge ndo 15 vagoni e infliggendo pesanti pe rdile. 25 Ollvbre: A Tugare, nei pressi di Spala to, il 4° Ba ttaglione de ll a I " Bri gala Oa lma tinska attacca un forte contingente di trupp e italia n e in movimento da Almissa e dopo alcune ore di comhaLtimenti lo respinge a ll e posizioni d i pa r te nza, dopo avergli inl·l i tto pe rd ile valutabili a 20 morti e 40 feriti. 26 Ottobre: A Radovica, nei pressi d i M etlika , reparti italiani attaccano il 1° Battaglione Proletario della Croazia e il Ba ttaglione Jos ip Kras. 26-27 Ottobre: A Vaganj, lungo la rotabile Signo-Livno, unità partigiane appartenenti a lla 2" Brigala D a lm ali ns ka, allaccano un contingen te itali a no della forza di un B a ttaglio n e, infliggendogli pesanti perdite. I partigiani si impossessan o di 2 m itragliatric i, 2 fuc ili-mitraglia tori, 30 fucili , 200 homhe a m a no, 6.000 cartucce , m a te riale sanitario ed altro materi ale b ellico. 27 Ottobre: N ella località di Ljubocina, nei pressi di Ogulin,
Militare Nr. 4/ 1983 - pag. 135-141. Sempre a proposito di perdi te vie n e confermata la cifra di 131 u omi n i (70 morti e 6 1 feriti) per i Cavalleggeri d i Alessandria menl!·e l'artiglie l"Ìa aveva avuto 1 fer ito e 12 d ispersi, oltre la p e rdita d e i 4 p ezz.i. Riguardo i c ani L, si rileva c he q u e sti appartenevano al 3° Squadrone del Gruppo San Giusto. 41 Cfr. O.R .N.J ., np. cit., p ag. 296. Vi s i preci sa ch e le perdite ita liane erano state di 150 fra morti e fe r·i Li. Ecco un classic o esempio, per nulla infrequente, che senza opportun a ve rifi ca d e lle stesse font i iugo s lave potrebbe trarre in inganno 1·igu a1·do l'entità d e ll e c if, ·e ; in fa tti 1-Ironologija, se nza a ndare troppo p er il sottile, parla d i 150 mo1·1i fra gli italiani , computando ins ieme sia i morti che i fer iti.
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unità della 6a Brigala Hrvatska, minano l a linea ferroviaria distn1ggendo un convoglio ed allaccandone la scorta. Nello sconlro muoiono 25 soldati italiani, 16 "cetnici" e 25 "domobrani". Vengono distrulli una locomotiva e 2 vagoni, mentre la linea ferroviaria rimane interrotta per 6 giorni. 28 Ottobre: A Jusiéi, lungo la linea ferroviaria Triesle-Fiume, la 1a Compagnia par·ligiana istriana "Vladimir Gortan" provoca il deragliamento di un convoglio rerroviario causando la morte di c irca 150 42 tra ufficiali e soldati italiani. Nell'azione vengono distrutli I locomotiva e 6 vagoni. Forti contingenti ilaliani, ledeschi e "ustasci", provenienti da Businja Vas, Metlika e Vivodina, iniziano una azione della durata di quattro g iorn i contro le unità del l Battaglione Proletario croato e del Battaglione Josi p Kra~ schierati fra le località di Lesce, Visoée, Magovac, Pilatovci e Bulié . Dopo scontri molto violenti, il giorno 31, le unità partigiane riescono a forzare l'accerchiamenlo nei pressi di Glusinja, raggiungendo il l Novembre Donja Kupcina. Unità della Compagnia partigiana Primorska attaccano in occasione della restività l'hotel Krka di Sebenico ed aprono il fuoco s u un gruppo di ufficiali italiani, 4 dei quali rimangono feriti. 0
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MONTENEGRO Anche durante questo mese, secondo le fonti iugoslave consultate per redigere questo studio, nella regione non si sono svolti eventi s ign ificativi che abbiano coinvolto le forze italiane. SLOVENIA
14 Ottobre: A Prislava, nei pressi di Visnja Gora, il 3 ° Battaglione della Brigata Matija Gubec s i scontra con un continge nte italiano forte di circa 150 uomini causandogli perdite. 23 Ottobre: A Koren , n e i pressi di Lubiana, la 1a e la 3" Compagnia della Brigata Ljubo Sercer atlaccano una colonna composta da circa 1.200 soldati italiani e 300 "belogardisli". La colonna subisce perdite mollo pesanti. 4 2 Cli-. G1ACOMO Scorn , up. c ii ., pag. 118. Vi s i afferma ch e le perdite suhite durante l'attacco al convoglio ferroviari o furono <li 120 Lra ufficiali e soldati, e ch e a seguito d ell'azione tutte le forze militar i italiane di sponibili nella r egion e, c irca 12.000 uomini, vennero impegnate in un gigan tesco raslr-dlamento s ul monte Lis ina .
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26 Ottobre: Nei pressi di Log, nei monli Dolomiti, il 3° Ballaglione dell'"Odred" Dolomitski si scontra con un forte contingente ita liano rafforzalo da aliquote di "belogardisti", infliggendo loro pesanti perdile.
ANNO 1942: MESE DI NOVEMBRE
CROAZIA 4 Novembre: Unità della 6a Brigata Hrvatska, nonostante l'in tervento di contingenti italiani ed "u stasci" da Josipdol, riescono ad impossessarsi del presidio di Modrus, nei pressi di Ogulin. 5 Novembre: Unità partigiane appartenenti al Battaglione partigiano Vid Mihaljevié, attaccano lungo la rotabile Macarsca-Zadvarje una colonna italiana, causandole perdite valutabil i a 10 morti e 4 feriti43 . l partigiani, dopo aver distrutto 2 autocarri , si impossessano di 2 fucili-mitragliatori, 10 fucili, 24 bombe a mano e 1.000 cartucce. A Grljevac, lungo la rotabile Spalato-Almissa, unità partigiane appartenenti al Battaglione Mosorski attaccano e distruggono 2 autocarri italiani. Nell'azione cadono 20 soldati e altri 2 vengono presi prigionieri, mentre i partigiani si impossessano di 1 mitragliatrice, 1 fucile mitragliatore, 14 fucili e circa 1.500 cartucce. 7 Novembre: Tra le stazioni fe1Toviarie di Gomirje e Hreljin, lungo la linea Fiume-Ogulin, unità partigiane appartenenti al Battaglione "Giovanile" della 6a Brigata Hrvatska attaccano un convoglio italiano, causando una ventina fra morti e feriti. Lungo la strada fra Praznica e Nerezisée, elementi partigiani operanti nell'isola di Brazza (Brac) attaccano un autocarro militare italiano e prendono prigionieri il comandante del locale presidio e la s ua scorta. 8 Novembre: Tra le località di Metak e Ribnik, lungo la linea ferroviaria Ogulin-Tenin, il 1° Battaglione Licki attacca un convoglio italiano, causando pesanti perdite 44 . 4 3 Cf1: O oooNE TALPO, op. cii., pag. 1123. Ve n gono confer ma le le perdite che sarebbe ro comunque s tate di 8 mori.i e 4 <lisper-si, uno dei quali fu comunque ritrovato vivo il gior no dopo. 4 4 Cfr. ARMANDO M AFRJ CJ, op. cit., p ag. 111. Si precis a c he l'attacco r iguardò il Treno Blinda to 11r. LO; in que ll'o cca s ione l' in ter o TTT/74° R eggimento d e lla Divisione di Fa n teria Lomhar<lia uscì <la Pl ask i pe r ras trellare le zone circos tanti . Viene c itato il 1;trovamento de l cadave re sventra to di un so ld a to i.n forza al Treno Blindalo, segno c he il pe rs ona le fu massacr a lo <lopo l'attacco , ma non ven gono precisate le pe1·d ite globali s u b ite .
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10 Novembre: Eleme nti p a rti g ia ni appartenenti alla l a Compagnia istriana Vladimir Gortan u ccidono, nel villaggio di Seme, 2 informatori ita liani 45 . 13 Novembre : Lungo l a rot a bil e Schenico-Capoccsto (Primo.st en), partigfani a pparte n e nti a lla Compagni a S ihen ska a ttaccano u na colonna di autocarri ch e trasportava soldati italiani, u ccide ndone 14 e prendendone 6 in ostaggio46 • Per rappresaglia vengono rastrellati ed incendiati i v illaggi di Drve nik , Krc ulj, Draga, Prhovo e Smrdclovci, me ntre Capocesto, Siroka Glavica, Grebastica, Rogozn ica e Bilina ve ngo no hombardate dall'aviazione e cannoneggiate dall'artiglieria e da unità navali. Muoion o c irca 45 Cfr. 0DDONE TALPO, op. cii., pag. 1233 . L'eli minazione fi s ica di elementi riten uti pe1·icolosi pe,· il movimento partigiano era fen omeno m o lto comune sia in Ts tria che in Dalmazia e, come ahhiarnu g ià a vuto modo <li ricor·dare, 11 011 inte,·essava soltanto possibili fia n cheggiato ri delle fo1·ze di sicurezza italiane m a coinvolgeva un gran numero di civili. Tn u n a le ttera inviata dal Governatore della Dalmazia B astianini ne l Novcmhrc 1942 si legge: "In poco più di due mes i, olti·e duecen tocinquanta d elilli son o s tati con su mati dall e ba nde comuniste s ulle p ersone d i uomini, d o nne e ragazzi inn ocenti ... ". 46 Cfr. TEODORO FRANCESCON I, op. cii., pag. 19 . S i precisa che a Capocesto i partigiani avevano effettuato una inten-uzione alla rete telefonica allo scopo d i attirare in una imhoscata gli a<l<lclli alle riparazion i. TI giorno 13 Novembre due autocarri con 11 genie ri e 18 marinai di scorta caddero n ell'imbosca ta: 14 fu rono i morc i, 7 i feriti e 7 i d ispe r·s i; i partig iani infierirnno su i corpi dei caduti, ad alcuni d ei q uali tra l'altro furono anche asportati organi. La rappresaglia fu mo.lto dura: p ezzi di artiglier ia e la can n o ni ern"G iovannini" homhardarono i villaggi d ella zona prnvocando un'ottantina di morti txa gli abi tanti. Come si·vcdc le cifre 1·cla t ivc a lle perdi le italiane so no i11 4ues lo caso a bbasta nza esalle. mentre q uelle dei civili , secondo le fonti iugoslave ri su ltano praticam e nte r addoppiate . Cfi: OooONE TALPO - op. cii. , pag. 11 27. Ve ngono forniti a lcu ni da ti numel'ici a ncor-a più precis i: i marinai sarebbero s tati 18 al comando di un Sergente, il che p o11a il numero dei sold a ti italia ni a .1 0; di ques ti 14 perirono (3 <lei quali Lrn le fiamme di un autocarro), 7 rimasero feri ti , 7 furnno con siderati dispersi e 2 rimasero illesi. Resti dei corpi, loro oggelli, armi e munizio ni in dotazione fu rono poi r itrovali in alc une d elle case rastrella te. Pe r quanto 1·igu arda le cifre d elle vittime civili delle 1-appresaglie, vengono fo1·ni tc c ifre di ve rse: il Diario Stor-ico d ella Divisione Zara parla di 100 morti , il Comando Maiina di Sebe nico di 77 morti, il direttore de ll'osped ale di Sehe nico d i 55, m e ntr·e una ndazione d ella Commissione di Stato iugoslava, cita ta dalla fonte italiana, parla inizialmente di 82 m orti e successivam e nte di 80. l n fine va l'i levalo c h e la tu1·pe consuetudin e di infie1-ire sui corpi degli uccisi era piuttosto frequent e cd er a tipica del la m e n talità del cornhaLLen le halcanico, forgiato in secoli di dura lolla contro i Turchi, il q uale disprezzava il soccombente s ino a oltraggia rne il corpo a nch e do po morto. Nel caso dei partig iani sla vi l'alto assumeva a nc h e un ulte1·io1·e significato: que llo di esasperare l'avversa rio portandolo ad agire con brutalità cont1·0 un ne mi co s pesso evanescen te, fin endo pe1·tanlo con il coinvolge1·e quas i immancabilment e la popolazione civile n ella rappresaglia, cd innesca nd o in tal modo un perverso quan to inarresta h ile meccanis m o di vendette.
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150 persone ed altre 200 vengon o arrestate e concentrate nel villaggio di Vodizze, nei pressi di Sebenico. Ne i pressi d e l la loca I i Là di Du brava , n e lla p eni sola di Sabbioncello (Peljesac), una formazione p a rtig iana a ttacca e lem e nti "d o mobrani" e finan zieri italiani , cau sando 2 morti e 5 feriti 47 . 20 Novembre: Nei pressi di Rapajin Klanac, lungo la rolab ile Otoca c-Brinje, il 1 ° Battaglione della 6 a Brigata Hrvatska attacca una colonna m ista composta da soldati italiani e "cetnici" , causando la morte di 32 uomini. 22 Novembre: Sotto la pressione d elle for-ma:1.ioni partigiane, il presidio composto da solda ti italiani, "domobrani" e gendarmi croati a bbandona no il presidio di Sucuraj, nell'isola di Lesina (Hvar). 28 Novembre: Nella l ocalità di Grahrovrec , n e i press i di Me tlika, unità partig ia ne a pparten enti a lla 13a Brigata Josip Kras allaccano una colo nna ita liana in movimento costringe ndola a tipiegare s u Metlika, causandole pe rdile valutabili a d un centinaio di u omini. I partigiani, a seguito del l'azione, s i impossessano di 2 mitra g liatrici, 2 ru c ili- milraglialori, 15 fucili, 3.400 ca rtucce, 60 bombe per mortaio ed altro ma teriale b ellico . MONTENEGRO Anche durante questo mese, secondo le fo n ti iugoslave consultate per redigere questo studio, nella regio n e no n si son o svolti eventi significativi che abbiano coinvolto le forze ita liane. SLOVENIA
6 Novembre: Nella valla ta d el fiume Mirna, il I O Ballaglione della Brigat a Matija Guhec a ttacca una grossa pattuglia composta da solda ti itali a ni e "belogardisti", infliggendole perdite. 7 Nov embre: a Mirna P ec, nei pressi di Novo M es to, un a Compagnia d el 3° Battaglion e della B rigala M a tija Gubec attacca un convoglio ferroviario distruggendo due locomotive ed alcuni vago ni c isterna e danneggia la linea ferroviaria causando un a inte1Tuzione durata alcuni g iorni.
47 Cfr. OoooNE TALPO , op. cil., p ag. 1184. Si p recisa che il distaccamento era compo s to d a 15 fina n zieri ita li a ni e 2.'i "clomobrani"; le perdite furono l'ufficiale ita liano che coma ndava il contingente ed una guardia di fi nanza, i fe1;ti 5, di c ui uno slavo.
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8 Novembre: Lungo la rotabile Metlika-Novo Mesto, unità partig iane appartenenti alla Brigata Matija Gubec attaccano una colonna italiana infliggendole gravi perdite. 11 Novembre: Nella località di Gomij Ig, nei pressi e.li Lubiana, il 3° Battaglione della Brigata Ljubo Sercer attacca una colonna italiana rinforzata da carri armati ed autoblindo, costringendola a ripiegare. 15 Novembre: Nei pressi della località di Mackovec, il 3° Battaglione della Brigata Matija Gubec si scontra con un reparto italiano forte e.li 150 uomini e lo costringe a ripiegare su Novo Mesto. 27 Nuvemhre: Unità partigiane appartenenti a lla 13" Brigata Hrvatska e alla Brigata s lovena Ivan Cankar s i impossessano del magazzino militare di Suhor, nei pressi di Metlika, difeso e.la elementi italiani e "bclogardisti". Nell'azione vengono presi prigionieri 110 soldati mentre i partigiani si impossessano e.li 4 lùc il i- m itragliatori, 104 fucili e 7.000 cartucce. 28 Novembre: Forti continge nti italiani iniziano una operazione e.li rastr·ellamento nei dintorni di Gori:1.ia, ove erano stati segnala ti elementi c.lell"Oc.lred" partig iano Sos ki. 30 Novembre: Il 1° Battag lione dcll'"Odred" Dolomitski attacca il presidio di Dravlje, composto da soldati italiani e "belogardisti", causando pesanti perdite.
ANNO 1942: MESE DI DICEMBRE CROAZIA
3 Dicembre: Nella località di Gradina, nell'isola e.li Curzo la (Korc ula), un gruppo di partigi a ni attacca un reparto italiano, uccidendo 9 soldati, ferendone 5 e bruciando un autocarro4 8 . 4 Dicembre: Ha inizio l'attacco di forti contingenti italiani contro la 1a Compagnia istriana Vladimir Gortan nella zona di Plavnik, sul Monte Maggiore (Ucka), azione che costringe l'unità a scindersi in tre gruppi. Il primo si porla in direzione di Brkini, nei pressi di Bisterza (Ilirska Bistrica) per unirsi a ll"'Odred" sloveno
48 Cfr. OnnoNE TALPO, op. cit., pag. 11 85. Si trova conferma del fatto e del numero <lei morti (4 guardie di finanza, 2 cara binieri, un milite portuale, 2 soldati), m entre i feriti sare bbero stati 6.
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Soski, il secondo si disperde nell 'lslri a oc c ide ntale, mentre l'ultimo si concentra nel villaggio di Smrdcca. Nella località di Podstrana, lungo la rota hilc S pa la lo-Almissa, il 3° Battaglione della 3" Brigata Dalmatinska allacca una colonna italiana uccidendo circa 40 soldati e d imposs cssa 11cJos i di 11na grande quantità di armi. Per rappresaglia il villaggio vie ne ras i re ilato: 30 case vengono bruciate e 23 abitanti fucilati. Unità partigiane appartenenti alla 13" Brigata croata .J osip Kras entrano nella località di Radatovié i, nei pressi di Mctlika, dopo che la stessa era stata abbandonata dal presidio italiano. Dimostra zioni a Spalato contro le autorità italiane; motivo degli incidenti la presenza in città di 90 abitanti di Castelvecchio (Kastel Stari) arrestati ed in attesa di essere avviati ai campi di internamento. 6 Dicembre: Tra le località di Seget e Marina, nei pressi di Traù (Trogir), unità appartenenii alla Compagnia Trogirska attaccano una colonna italiana causandole 14 morti e 5 feriti49. I partigiani, nell 'azione, si impossessano di 16 fuci li , 2.200 c artucce, 29 bombe a mano cd altro malerial e helli co. 7 Dicembre: La Compagnia parlig ia na Braèka attacca il presidio di Praznica nell' isola di Bra:1.:1.a, com pos to J a soldati italiani e gendarmi croati. La maggior parte Ji questi ultimi viene presa prigioniera, mentre i r imanenti , insieme ai soldati italiani , r iescono a ripiegare su Nerezisée. 8 Dicembre: A Sdma, nei pressi di Sebenico, reparti italiani attaccano unità del Battaglione parti giano Prim orski e, Jopo un duro scontro, lo costringono a ripiegare verso il monte Svilaja50 . 49 Cfr. OnnoNE T ALPO, op. cit., pag . 1186. Ancora un caso piuttosto raro come si è potuto rilevare, in c ui le fonti iugoslave imlic ano per le forze italiane perdi te inferimi a quelle realmente avute, infatti oltre ai 14 morti ( IO cavalleggeri del Regg imento Alessandria e 4 carabinieri) e a i 5 fe r iti vi furono anche 4 dispersi. so Cfr. TE01>011.o F11.~NCEscnN 1, op. cit., pag. 32. È possibile ricavarne una descrizione molto più accurata del fatto: per c ontra star e la minaccia rappr·esentata agli i11izi del Dice mbre I 942 dal Battaglione del Li torale (Primorski), forte di c irca 200 uomini, il Comando della Divisione Zara predispose un'a zione di rastrellamento n e lla zona Vodizze-Malfi. Le forze m esse a disp osiz ion e del Colonnello Luc chetli, comanda nte del 292° R eggimento, il CXll Battag lio ne CC.NN. 'T evere" rinforLato da una Compagnia del CLXX B attaglione CC.NN. "Vcs p1·i Siciliani" , da una Batte1ia di artiglieria da 65/17 e da quattm Bande Anticomuniste (2", 3", s• e 6"), fon11ate da volontari locali, 1i unite in un ballaglione di form azione comanda to dal Capitano lommaso David . I.a forma zione partigiana ve1me agganciata e dopo una serie d i sconLri, che le costarono S4 morti e un numero imprecisa to di feriti, dispersa ; le forze italiane e collabornzionisle e bbero invece 12 c aduti. La fonte iugoslava e vita quindi di entrare n e i dettagli e preferisce parlare di "duro scontro" e "r-ipiegamcnto" piuttosto c he indicare chiaramente le perdite dalle due pa11i .
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9 Dicembre: Unità partigiane apparlenenli alla 6a e 14a Brigata Hrvatska allaccano il presidio di Gomirje, nei pressi d i Ogulin, formato da "cetnici", e la locale stazione ferroviaria difesa da elementi italiani e collaborazionisti. l n quest'ultima azione muoiono 15 "cetnici" e 7 soldati italiani, mentre i partigian i s i impossessano di 4 mitragliatrici, 5 fuci li-mitragliatori, 180 fucili, 20.000 cartucce ed altro abbondante materiale bellico 51 . 15 Dicembre: Tra le stazioni ferroviarie di Labi n e Castel Vecchio, lungo la linea Spalato-Tenin, unità partigiane appartene nti al 3° Battaglione della Y Brigala Dalmata, attaccano un convoglio italiano. Nello scontro durato 4 ore cadono 12 soldati italiani ed un numero maggiore rimane ferito 52 , mentre la linea ferroviaria subisce danni tali da 1imanere inlerrolta per diverso tempo . 25 Dicembre: Unità partigiane appartenenti a ll a 6a Divisione iniziano una operazione offensiva della durata di sei giorni contro i presidi di Raduc, Metak e Lovinac , controllati da tmppe italiane e contingenti di "ustasci" e "domobrani". L'azione sfuma in quanto le forze partigiane non riescono ad impossessar·s i delle località, cau sa anche il sopraggiungere da Gospié di consistenti rinfor:1.i, ma le stesse riescono ugualmente a infliggere ai difensori pesanti perdite valutab ili a 650 fra ufficia li, sottufficia li e soldati, ad impossessarsi di 3 mortai con 253 bombe, 4 mitragliatrici, 3 fucilimitragliatori, 160 fucili, 75 bombe a mano ed altro materiale bellico. Vengono inoltre pres i prigionieri 80 soldati, d istrutti 2 carri armati e un aereo. 31 Dicembre: Unità partigiane proveniend da Podgora, nei pressi di Macarsca dopo scontri con truppe italiane ed elementi "ustasci" 1iescono a callurare 6 piccoli battelli che trasportavano generi alimentari.
SI Cfr. O.R.N.J ., op. cii., pag . 357. Vengono indicate le perdile suhiLe dalla guarnig ione italiana e dai "ccLn ici" a Gomirijc in 203 Lra motti e prigionie1;. Da notare c he quesla azione risultò decisiva per la sconfitta dei "ccLnici" nel Gorski Kota1: in quanto Gomirijc era la hase operaLi va principale di tale movimento, ch e in ogni caso non aveva un gran seguito nella regione. 52 Cfr. Giuuo BEDESCIII , op. cii., p ag. 6 1. La testimonianza <lei fanle Marco Cavalla,; ch e si trovava su l Lrcno aLLaccaLo perrneLLe di confutare le cifre indicate dalle fonti slave. Non ci sarebbern infatti s tate vittime, in quan lo in soccorso del convoglio deragliato " ... g iunse <la TraLJ un BatLaglione bersaglieri, accompagnato dal Liro della nostrn artiglieria. l partigiani s i 1;tirarono e noi poLem rno s fuggire a quella micidiale imboscala, r ienLrando sani e salvi con pochissimi fe1;ti a Spalato".
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MONTENEGRO Anche durante questo mese, secondo le fonti iugoslave consultate per redigere questo studio, nella regione non si sono svolti eventi significativi che abbiano coinvolto le forze italiane. SLOVENIA
13 Dicembre: Nei pressi della località di Dobrava, lungo la rotabil e Trebnje-Zuzemberk, il 2° Battaglione della Brigata Matija Gubcc si scontra con reparti italiani e "belogardisti", costringendoli a ripiegare. 15 Dicembre: Unità partigiane appartenenti alla Brigata Matija Gubec attaccano una colonna italiana forte di circa 500 uomini in movimento da Trchnje a Zuzemberk. Solo a sera la colonna italiana riesce a sganciarsi e a raggiungere Zuzemberk. Unità partigiane appartenenti alla za Zona Operativa Slovena attaccano i presidi ita li an i e "belogardisti" delle località di Turjak e Skocjan. L'az ione riesce solo in parte 53 . 18 Dicembre: A Kljuc, soldati italiani e "hclogar·disti" attaccano
il 2° Battaglione d ell' "Od red" Dolomitski. A s e rn i resti del Battaglione, a stento, riescono a portarsi sulle nuove posizioni di Babna Gora 54 . 24 Dicembre: Nelle località di Ajdovec, Mala e Vela Lipovec, nei pressi di Zuzemberk, circa 2.000 soldati italiani attaccano gli acquartieramenti della 2a Brigata Slovena Matija Gubec ma vengono respinti e costretti a ripiegare con perdite. Nella regione di Kostajnska, nei pressi di Kamnik, i battaglioni Kamniski e Moravski dell'"Odred" Kokrski attaccano fort i contingenti italiani, infliggendo loro perdite. 26-27 Dicembre: Le guarnigioni italiane poste lungo la val le del f"iume Mirna, ossia Krrnelj, Trzisce e Dob vengono attaccate da unità partigiane. La guarnigion e di Dob 55 viene annientata ed i partigiani si impossessano di rilevanti quantitativi di anni e munizioni. 53 Notare la laconicità con la quale la fonte iugoslava liquida il fatto; purtrnppo non è stato possibile rintrncciare informazion i di fonte itali ana riguardo ques to evento, m a, considerando analoghi commenti fatti in occas ione di altri scontri verificabili , il cui esito è risultato favorevole a lle arm i ita liane, vi sono pochi dubbi c he l'attacco s i sia risolto in un disastro per le formazioni pa1iigiane. 04 Il fatto che le stesse fonti iugoslave parlino di "res ti d el Battaglione" implica l'amm ission e c he l'unità sia stata pressoché a nnientata , ma c ome al solito non viene fon1ito alcun elemento numerico, attraverso il quale poter stabilii-e l'enti tà delle perdite. 55 Cfr. ETTORE L UCAS e GIORGIO VECCHI, op. c ii., pag. 4 52. La gua rni gione di Dob,
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Allegato N. 1 ORDINE DT BATTAGLIA DELLE GRANDI UNITÀ DIVISIONALI DIPENDENTI DALLA 2a ARMATA E DAL COMANDO TRUPPE MONTENEGRO - ANNO J 942 Attraverso un esame delle situazioni riepi logative reperite sulle fonli iugoslave utilizzate per redigere questo studio e su altre complementari56, è stato possibile ricoslruire un ordine di batlaglia di massima delle Grandi Unità divisionali operanti nell'ambito della 2a Armala e del Comando Truppe Montenegro, sulle quali gravò il grosso delle operazioni antipartigiane avvenute nel corso del 1942. DIVISIONE GRANATJERT DI SARDEGNA Inquadrava il I e 2° Reggimento granatieri, il 13° Regimenlo artiglieria, il XXI Battaglione mitraglieri, il XXI Ballaglione misto genio (21 a Compagnia telegrafisti, 54a Compagnia pionieri, 26a Sezione foloelettricisti), la 121a Compagnia cannoni da 47/32, e la 55a Legione M.V.S.N. Il suo comando ebbe sede a Lubiana e la Divisione rimase alle dipendenze dell'XI Corpo d'Armata sino al 16 Settembre, per poi passare, sino alla fine dell'anno, alle dipe nde nze del V Corpo d'Armata. O
DIVISIONE ISONZO Inquadrava il 23 ° e 24° Reggimento fanlcria, il 6° Reggimento artiglieria, il XIV Battaglione mortai, il XIV Battaglione misto genio (14a Compagnia telegrafisti, 40a Compagnia pionieri, 30a Sezione insediata presso il locale castello d ei conti Logotd1, ern composta da un capomanipolo e 17 militi del CX VIT Ballagl ione "Civi t avecchi a" appartenente alla 98" Legione M.V.S.N .. Allaccali da un consistente nucleo di partigiani, le CC.NN. resistellero p e r· du e giorni ai continui ass alti e cadd ero tulle in combattimento. Inferociti p er le numerose perdite s ubite, i partigiani diedero alle fiamme il castello e trucidarono il conte con i familiari e i se1vitod . Da n o tare come la fonte iugoslava non accenna minimamente alle perdite subile nei due giorni di comhallimenti e preferisce ricordare le quantità di anni e munizioni callurate, le quali, considerando l'esigua consis tenza della guarnigione, non potevano essere poi tanto "r-ilevanti". 56 Per sli lar·e l'elenco è s tato utilizzalo anche lo s tudio Nernacke, l talianske, Bugarske I Madarske Snage Na Teritoriji Jugoslaviie U Toku Rata 1941- 1945 (Composizione e dislocazion e delle fo rze armate tedesche, italiane, bulgare e unghe,-esi sul territorio iugoslavo nel corso del conflillo 1941 -1945) pubblicato in più puntale s ul Vo_jnois torijs ki G lasnik (Bollettin o di Storia Militare). edito a Belgrado tra il 1952 cd il 1953.
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fotoelettricisti), la 14" Compagnia cannoni da 47/32, e la 93• Legione M.V.S.N. Il suo comando ebbe sede a Novo Mesto e la Divisione
rimase per lulto l'anno alle dipendenze dell'XJ Corpo d'Armata. DIVISIONE CACCIATORI DELLE ALPI Inquadrava il 51 ° e 52° Reggimento fante ria, il 1° Reggimento artiglieria, il XXII Baltaglione mortai, il XXII Battaglione misto gen io (22a Compagnia telegrafisti, 56a Compagnia pionieri, 21 a Sezione fotoelellricisti), la 22a Compagnia cannoni da 47/32, e la lOY Legione M.V.S.N. Il suo comando ebbe sede a Mostar nel mese di Gennaio , si trasferì poi a Ragusa (Dubrovnik) sino a Marzo, a Nevesinje ad Aprile, a Metcovich a Maggio e successivamente al trasferimento in Slovenia fu a Visnja Gora a Giugno, Grosupljc a Luglio cd infine a Lubiana sino alla fine dell'anno. La Divisione limase alle dipendenze del VT Corpo d'Armata sino al mes e di Giugno e successivamente fu assegnata all'XI Corpo d 'Armata. DIVISIONE MACERATA La Divisione era giunta dall'Italia in va ri scaglioni tra il 3 e il 18 Giugno 1942. Inquadrava il 121 ° e 122° Reggimenlo fantelia, il 153° Reggimento artiglieria, il CLTH Baltaglione misto genio (1 SY Compag nia LelegrafisU, 153a Compagnia pionieri) e la 153a Compagnia cannoni da 47/32. Il suo comando ebbe sede a Koèevje e la Divisione rimase per lulto l'anno a lle dipendenze del l'XI Corpo d 'Armata. DIVISIONE LOMBARDIA Inquadrava il 73° e 74° Reg gimenlo l"anleria, il 57 ° Reggim e nto artiglie ria, il LVIJ Battaglione mortai, il LVU Battaglione misto genio (5 7a Compag nia telegrafisti, 3 7a Compagnia pionieri, 66a Sezione fotoelettricis li), la 57a Compagnia cannoni da 47/32 e la 137• Legione M.V.S.N. Il suo comando ebbe sede a Delnice sino al 30 Ottobre per pas sare poi a Ogulin e successivamente dal 15 Dicembre a Karlovac; la Divisione rimase p er lullo l'anno alle dipendenze del V Corpo d'Armata. DIVISIONE RE Inquadrava il 1° e 2° Reggimento fanteri a , il 23 ° Reggimento artiglieria , il XIII Battaglione morlai, il XIII B a ttaglion e mislo
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genio (13" Compagnia telegrafisti , 383 Compagnia pionieri, 28a Sezione fotoelettricisli), la 13" Compagn ia cannoni da 47/3 2 e la 75a Legione M.V.S.N. 11 s uo comando ebbe sede a Gospié sino al I Dicembr·e e successivamente si trasferì a Olocac; la Divisione rimase per tullo l'anno alle dipende n ze del V Corpo d'Armata. 0
DIVTSIONE SASSARI
Jnqu adrava il 151 ° e 152 ° Reggim ento fanteria, il 34 ° Re ggi m en lo artiglieria, il XII Battaglione mortai, il Xl I Battaglion e misto genio ( I 2 3 Compagnia telegrafisti, 34 a Compagnia pionieri, 27a Sezione rotoclettricisti), la 12" Compagnia cannoni da 47/32 e la 73a Legione M.V.S.N. Il suo coma ndo ebbe sede per tutto l'anno a Tcnin mentre la Divisione operò alle dipendenze del VI Corpo <l'Armata sino al 18 Fehhraio per poi passare alle <li pe ndenze del XVHI Corpo d'Armata. DIVTS IONE BERGAMO
Inquadrnva il 25° e 26° Reggimento fanteria, il 4° Reggimento artiglieria, il XV Battaglione mortai, il XV Battaglione misto gen io (15" Compagnia telegrafisti, 36" Compagnia pionieri , 31" Sezione foloclettiicisti), la 15a Compagnia cannoni da 47/32 e la 89a Legione M.V.S.N. Il suo comando ebbe sede a Signo sino al 4 Agosto, si spostò poi a Spalato e dal 1 Dicembre si trasre rì ad Aln1issa; la Divisione operò alle dipendenze <lei VT Corpo d'Armata sino al 18 Febbraio pe r poi passare alle dipendenze <lei XVIII Corpo d'Armala. DIVISIONE PERUGIA
Inquadrava il 129° e 130° Regg imento fanteria, il 151 ° Reggimento artig lieria, il CLI Ba llag li one misto gen io (151 a Compagnia telegra fi sti, 151 a Compagnia pionieri), e la 151 " Compagnia cannoni <la 47/32. Il suo comando ebbe sede a Spalato s ino a l 3 1 Luglio e in una località imprecisata del Montenegro s uccessivamente; la Divisione rimase alle dipendenze del VI Corpo d'Armata s ino al 18 Febbraio, passò poi sino al 31 Luglio al XVIT Corpo d 'Armala cd infine fu assegnata al Comando Truppe del Montenegro. DIVISIONE EMILIA
La Divisione era giunta dall'Halia in vari scaglioni a Cattaro (Kotor) tra il 16 Mar-/.0 e il 15 Aprile 1942. Inquadrava il I 19° e 120°
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Reggimento fanteria, il 155° Reggimento artiglieria, il CLV Battaglione misto genio (1 SY Compagnia telegrafisti, 155a Compagnia pionieri) e la issa Compagnia cannon i da 47/32. Il suo comando ebbe sede a Prfanj sino al 1° Giugno, si trasferì poi a Cattaro ed infine dal 1 ° Dicembre passò a Castelnuovo (Herceg Novi); la Divisione rimase per Lutto l'anno alle dipendenze del VI Corpo d'Armata. DIVISIONE MURGE La Divisione era giunta dall'Italia in vati scaglioni a Cattaro tra il 16 Marzo e il 15 Aprile 1942. Inquadrava il 259° e 260° Reggimento fanteria, il 154° Reggimento ar-tig lieria , il CLIV Battaglione misto genio ( 154a Compagnia telegrafisti, 154a Compagnia pionieri) e la 154a Compagnia cannoni da 47/32. li suo comando ebbe sede per tutto il corso dell'anno a Mostar e la Divisione timase sempre alle dipendenze del VI Corpo d'Armata.
DlVISIONE MARCHE Inquadrava il 55° e 56° Reggimento fanteria, il 32° Reggimento artiglieria, il XXXII Battaglione mortai, il XXX.li Battaglione misto genio (32a Compagnia te legrafisti, 3a Compagnia pionieri, 4.53 Sezione fotoelettricisti), la 32" Compagnia cannoni da 47/32 e la 49a Legione M.V.S.N. Il suo comando ebbe sede a Ragusa sino al 1° Febbraio, si spostò poi a Trebinje sino al mese di Aptile per poi ritornare nuovamente a Ragusa, mentre la Divisione operò per tutto il corso dell'anno alle dipendenze del VI Corpo d'Armata. DIVISIONE MESSINA La Divisione era stata trasferita nel Febbraio 1942 dal Comando Truppe del M ontenegro. Inquadrava il 93 ° e 94° Reggimento fanteria, il 2 ° R eggimento artiglieria, il XVUl Battaglione mortai , il XVIII Battaglione misto genio (18 " Compagnia telegrafisti, 48" Compagnia pionieti, 22• Sezione fotoelellricisti), la 118a Compagnia can noni da 47/32 e la 108" Legione M.V.S.N. Il suo comando ebbe sede a Castelnuovo sino al 1 ° Agosto poi si spostò a Metcovich; la Divisione operò per tutto il corso dell'a nno a lle dipendenze del VI Corpo d'Armata. DIVISIONE ZARA Era stata costituita per trasformazione del "Corrnrndo Truppe Zara" in data 1 ° Novembre 1942, conglobando in gra n pa rte le
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Lruppe già esislenli. Inquadrava il 29 1° e 292° Reggimento fanteria, il 158° Reggimento artiglieria, il XXX Battag lione misto genio e la Compagnia cannoni da 47/32 "Zara". Ebbe sede a Zara e operò sempre a lle dipe ndenze del xvrn Corpo d'Armala. l a DIVISIONE "CE LERE"
Tnquadrava il 12° Reggimento Cavalleggeri di Salun.o cd il 14° Reggimento Cavalleggeri di Alessandria, l'I 1° Reggimenlo hcrsagHeri , il I Gruppo Carri L "San Giusto" e la I Ola Compagnia mista genio. li suo comando ebbe sede a Karlovac e successivamenle a Spala to e la Divisione 1imase alle dipendenze de l V Corpo d 'Armala sino al 23 Novembre per poi passare a quelle del XVIII Corpo d'Armata. DlVlSIONE TARO lnquadrava il 207° e 208° Reggimento fanleria, il 48° Reggimento artiglieria, il XLVIII Ballagli o ne mortai, il XLVIII Battaglione m isto genio, la 4ga Compagnia canno ni da 47/32 e il CLXN Ballaglio ne CC.NN.. Il suo <.:ornando ebbe sede a Ccttigne e la Divis ione operò alle d ipendenze del Comando Truppe del Montenegro s ino alla data <lei suo Iimpa trio avvenuto nell'Agosto 1942. DJV fSIONE VENEZIA ln quadrava 1'83°, 1'84 ° e il 383° Teggimento fanteria , il 19° R egg i m e nto ar ti gli e ri a, il XIX Ba ttaglione m orta i, i I XIX Battaglione mis to genio, la 19a Compagnia cannoni da 47/32 e la 72 " Legio ne M.V.S .N. Il suo comando ebbe sed e a Berane e la Divis io ne operò per lutto il corso d ell'anno a lle dipe nden ze d el Comando Truppe de l Mo nte negro. D1V1S10NE FERRARA In quadrava il 47 ° e 4 8 ° R egg im e nto fant eria, il 14° Reggim e nto a rtiglieria , il XXIII Battag lio ne m o rtai, il XXIII Battaglio ne mis to genio, la 23" Compagnia cannoni da 47/32 e 1'82a Legione M.V.S.N. li suo comando ebbe sede a Niksié e la Divisione operò pe r tutto il corso dell'anno a lle dipendenze <l e i Comando Truppe del Monten egro. DIVISIONE ALPINA TAURINE NSE Era giunla da Torino tra il 6 e il 21 Genn a io 1942. Inqua drava il 3° e il 4° Reggimento alpini , il 1° Reggimento artiglie1ia alpina e
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il I Battaglione misto genio a lpino (lOla Sezione fotoelettricisti, 111a Compagnia telegrafisti , 121 3 Compagnia artieri). 11 suo comando ebbe sede a Mostar sino al 1° Apri le e si spostò successivamen tc a Kalinovik e Melcovich, per trasferirsi poi nel Montenegro; la Divisione rimase a lle dipendenze del VI Corpo d'Armala sino al 24 Luglio e passò su ccess ivamente alle dipenden ze del Comando Truppe del Montenegro.
DIVISTONE ALPINA PUSTE RlA Inquadrava il 7° e 1'11 ° Reggimento alpini, il .5 ° Reggimento artiglieria alpina e il V Battaglione misto genio alp i no (105 a Sezione fotoelettricisli, 11 sa Compagn ia tel egrafisti , 125 3 Compagnia arlieri). Il suo comando e bbe sede a Plevlja e la Divi s ione operò a ll e dipendenze d e l Comando Truppe del Montenegro sino all'Agosto 1942 , data del s uo rimpatrio. DTVTSlONE ALPINA ALPl GRAIE Inquadrava il 2° e il 4 ° Gruppo alpini Valle, il 6° Reggimento artigli eri a alpina e l'XT Batta glione m islo genio alpino ( 106" Sez ion e foloelettricisti, 1 16a Compagnia telegrafisti, 126" Compagnia artieri). 11 suo comando ebbe sede a Savnik e la Divisione operò all e dipendenze del Comando Truppe del Montenegro sino al Dicembre 1942, data del suo r impatrio.
Allegalo N. 2 PRINCIPALT "ODRED" PARTIGTANl COSTITUITI TRA IL LUGLTO E IL DICEMBRE 194257 CROAZIA 4° LICKI: Costituito nel Sette mbre 1942 nella Lika con il Battaglione "Bozid ar Adzija" e la Compagnia "P eru sicka". Nel Novembre successivo i s uoi ellettivi confluirono nella 1• Brigata Hrvatska in qualità di complementi. Nel suo ambito operarono i Battag lioni 1° e 2°. 57 I dati s tor-ici rdalivi a lle vicende organiche d egli "Odi-ed " par·Ligian i, evide nziati n e ll'Alle::gato Nr. 2, son o s lali desunti da Partizanski Odredi U NOR Naruda lugoslavije 194 1-45 (Gli "Odr ed" partig iani nella gu erra di liberazione:: d el popolo iugoslavo) , pubblicata sulla Voj na En ciklo p edija ( Enci cloped ia Militare) - II Edi zione - Belgrado 1971.
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LICKI: Costituito alla fine dell ' Ottobre 1942 co n due Battaglioni appartenenli al Comando Partigiano Autonomo per la Lika. Nella metà dell'Agosto J 943 i suoi effettivi entrarono a far parte della ricostituita saBrigata Dalmalinska. SLOVENIA DOLOMITSK.l (POLHOGRAJSKI): Costituito il 1° Luglio 1942 sui Monti Polhograjski, per essere poi disciolto nell'Ap rile 1943. Nel suo ambito operarono i Battaglioni I 2° e 3°. SOSKI: Costituito il 27 Agosto 1942 nella regione della Notraj ska p e r trasformazione del 3° Batta glione d e ll' "Odred" Kocevski , con l'iniziale denominaz ione di Loski, c h e mutò agli iniz i di Ottobre. Fu sciolto il 13 Febbraio 1943 ed i suoi effettivi conflu irono negli "Odred" Juz noprimorski e Severnoprimorski. Nel suo ambito operarono i Battaglioni I 2° e 3°. VZHODNOLENJSKI (TSTOCNODOLENJSKT): Costituito il 16 Settembre 1942 nella regione del Dolcnjsko p er trasformazione di parte dell' "Odred" Krski. Fra le unità che operarono nel suo ambito è stato possibile rintracciare soltanto il I Battaglione. 0
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Allegato N. 3 BRIGATE PROLETARIE COSTITUITE TRA IL LUGLIO ED IL DICEMBRE 1942 58 1a HRVATSKA (LICKA) (po i PROLETARIA): Costituita 1'8 Luglio 1942 a Toboli c e c ompos ta dai Battaglioni 1° "Marko Ores kovié", "Petar Vuksan", 2° del 1° "Odred" Kordunaski e dal Battag lione d 'Assalto dell' "Odred " B a nijs ki , i qua li assunsero ri s pe ttiva men te la nuova numeraz io n e di 1 °, 2 °, 3 ° e 4 °. Nel Novembre 1942 la Bri gala e ntrò a far parte d e lla 6" Divisione assorbendo nel contempo, in qualità di complementi, g li effettivi del disciolto 4° "Odred" Li:ki. I a SLOVENACKA "TONE TC6MIC" (poi 14a PROLETARIA): Costituita il 23 Luglio 1942 a Cesta, nei pressi di Koccvje, con 58 T dali storici 1·elativi alle vicende organiche delle Brigate p a rtigiane, evidenziali negli Allegati Nr.3 c Nr.4, sono s tati desunti da Brigade V N OR - l'regled (Le Brigate nell a g uerra di liberazione - Prospello Rie pilogativo) pubbli ca la s ulla Vojn a Enciklo pedija (Enciclopedia Militar e). op. cii.
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Battaglioni imprecisati, i quali assu nsero la nuova numerazione di 1° e 2°. Nel Lu g li ol943 la Brigata e ntrò a far parte d e lla 14a Divisione. 6a ISTOCNOBOSANSKA (poi PROLETARIA) : Costituita il 2 Agosto 1942 a Sekoviéi, nei pressi di Vlasenica, con Battaglioni imprecisati i quali assunsero la nuova numera;,.ione di 1°, 2° e 3°. 10a HERCEGOVK:KA (poi 17a PROLETARIA): Costituita il 1O Agosto 1942 a Malovan, nei pressi di Kupres, per trasformazione degli "Odred" Hercegova:ki e Kalinovcki e del Battaglione Mostarski; i suoi Ba ttaglioni assunsero la nuova numerazione di 1°, 2°, 3° e 4°. Il 12 Novembre la B1igata assorbì, in qualità di compleme nti, parte degli effettivi d ell' "Odred" Juznoda lm at in ski ed i Batta glioni "Vojin Ziroevié" e "Mihovil Tomie" che si fusero, formando il 5° Battaglione. Sempr·e nello stesso m ese la Btigata entrò a far parte della 3a Divisione d'Assalto; tra il Marzo e la metà di Aprile d el 1943 l'unità assorbì l"'Odred" Juznohercegova':ki ed il Battaglione "Iskra", pote ndo così complementare il 2° ed il 5° Battaglione e crearne uno nuovo, il 6°. 2a HRVATSKA (LCKA) (poi PROLE TARIA): Costituita il 15 Agosto 1942 a Laudanov Gaj, ne i pressi di Bunic, con i Battaglioni "Miko Radovié", "Ognjen P1ica", "Stojan Matié" cd il Ba ttaglione d'Assalto de l Gruppo "Odre d" de ll a Lik a, i quali ass unsero la nuova numerazione di 1° , 2 v, 3° e 4 °. Nel Novembre 1942 la B rigata entrò a far parte della 6a Divisione. 3a KRAJEKA (poi PROLETARIA): Costituita il 22 Agosto 1942 a Kame nice, nei pressi di Drvar, pe r tras fom1azione del 5° "Odred" Krajiski, ccl ini zialmente strutturata su 2 Battaglioni , i quali dive n nero successivamente 4 e a ssunsero la numerazione di 1°, 2°, 3° e 4 °. Nel Novembre 1942 la Bri gata e ntrò a far p arte della 1n Divi s ion e Proletaria d'Assalto. 1" DALMATINSKA (poi PROLETARfA): Costituita il 6 Settembre 1942 a Dobro, nei pr·essi di Livno, con i Battaglioni "Bude Bo ria n", "Jozo Ju rcevié", 1° e 2° Battaglione dell' "Odrcd" Srednjodalmatinsk.i , i quali assunsero la numerazione di I 2°, 3° e 4°. Nel Novembre 1942 la B1igata entrò a far· pa,-te della 3a Division e d'Assalto. 9" HRVATSKA (poi Y LICKA, poi PROLETARIA): Costituita il 9 Se ttembre 1942 a Mogorié, nei pressi di Gospié, con i Battaglioni "Bico Kcs ié", "Mirko Stulié", "Velebit" e "Krbava", i quali assu nsero la nu merazione di 1 °, 2°, 3° e 4°. Nel Novembre 1942 la Bliga ta entrò a far parte della 6• Divisione. 2• DALMATJNSKA (poi PROLETARIA): Costituita il 3 Ottobre 1942 a Unista sulle Alpi Dinarich c, per trasformazione dell'"Odred " 0
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Severnodalmatinski e de i Battaglioni "Dinars ki" e "Vagansjski". l suoi Battaglioni, ristrutturati, assunsero la numerazione <li I 2°, 3° e 4 °. Nel Novembre 1942 la Brigata entrò a far parte della 2a Divisione Proletaria d'Assalto. 1 Y HRVATSKA "Josip Kras" (poi 13a PROLETARIA "Rade Koncar"): Costituita tra il 7 cd il 10 Novembre 1942 a Sjenicak, n ei pressi di Karlovac, per trasforn1azione dell' "Odred" ZumberackoPopunski e d el 1° Battaglione Pro letario della Croazi a . T s uoi Battaglioni assunsero la numerazione di 1°, 2° e 3°. Nel Novembre 1942 la Brigata entrò a far parte della 7" Divis ione, ma il mese successivo divenne autonoma. 0
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Allegato N . 4 BRIGATE COSTTTUITE TRA IL LUGUO ED IL DICEMBRE 1942 BOSNJA 2" KRAJISKA: Costituita il 2 Agost o 1942 a Bosn_jaci, nei pressi di Sanski Most, con due Battaglioni ceduti d a l 2° "Odred" Krajiski ed uno ceduto dal 1° "Oclred" , i quali assunsero la nuova numerazione di 1°, 2° e 3°. Nel Novembre 1942 la Brigata entrò a far parte della 4a Divisione d'Assalto , che lasciò però nel Maggio su ccessivo. 4" KRAJISKA: Costituita il 9 Settembre 1942 a T:iéevo, ne i pressi di Bosanski Grahovo, con i B attaglioni "Buducnost", "Gavrilo Princip" e "Starac Vujadin", i quali assu nsero la nuova numeraz ione di 1°, 2 ° e 3°. Nel Novembre 1942 la Briga ta entrò a far p art e d ella sa Divisione d'Assalto. 6a KRAJISKA: Costituita il 14 Ottobre 1942 a Podgrmec, p er trasformazione del 1° "Odred" Krajiski. i su oi Ba tlaglioni assunsero la nuova numerazion e di 1°, 2°, 3° e 4°. Nel Novembre 1942 la Brigata entrò a far parte della 4• Di visione d'Assalto. 7a KRAJISKA: Costituita i1 27 Dicembre 1942 a Orahvljani, nei pressi di KJju.:, con gli effettivi della Mezza Brigata Krajiska ed elementi del 3° "Odred" Krajiski . T suoi Battaglioni assunsero la nuova numerazion e di 1°, 2°, 3° e 4°. Nel Novembre 1942 la Brigata entrò a far parte della S" Division e d'Assalto, m a il 6 Marzo 1943 passò alle dirette dipendenze del Comando Supremo Partigiano. ga KRAJ1SKA: Costituita il 28 Dicembre 1942 a Cazin, con il 3° Battaglion e d ella 6a Brigata Krajiska ed clementi partigiani locali .
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I suoi Battagli oni assunsero la nuova numerazione di 1°, 2°, 3° e 4 ° e la Brigata entrò a far parte della 4a Divis ione d'Assalto. CROAZIA 4a HRVATSKA (KORDUNASKA): Costituita il 20 Agosto 1942 a Budacko, nei pressi di Vojnié, con due Battaglio ni <l'Assalto ceduti rispettivamente <l a i 1 ° e dal 2 ° "Odred" Ko r dunaski e dal B a tlaglione Giovanile d'Assalto "Joza Vlahovié" , i quali assunsero la nuova numerazione di 1 °, 2° e 3°. Nel Novem bre 1942 la Brigata entrò a far parte dell'8a Divisione. s a HRVATSKA (KORDUNASKA): Costitu ita il 16 Settembre 1942 a Radmanova Poljana, nei pressi di Vojn ié, per trasfonnazione del 1° e 2° "Odred" Kordunaski. I suoi Battaglioni assu nsero la nuova numerazione di I O , 2° e 3°. Nel Novembre 1942 la Brigata entrò a far parte dell'8a Divis ione. 6a HRVATSKA (PRIMORSKO-GORANSKA): Costitui ta il 12 Ottobre 1942 a Dreznica, nei pressi di Ogulin, con i Battaglioni 1° e 2° <l'Assalto, "Ljuhica Gerovac" e "Marko Trbovié" del 1° "O<lre d" Primorsko-Goranski, i qual i assunsero la nuova numerazione di 1 °, 2°, 3° e 4 °. Nel Novembre 1942 la Brigata e ntrò a far p a rte ddl'8a Divisione che las c iò comunque il mese su ccessivo per divenire autonoma. Nell 'Aprile 1943 fu infine assegnata alla 1 J3 Divisione d'Assalto. 3a DALMATINSKA: Costituita il 12 Novembre 1942 a Vrba, nei pressi di Signo, con i Battaglioni "Mose:::ki" e "Mosorski" oltre alla Compagnia "Rogoz inic ka ". I su oi Battaglioni assunsero la nuova numerazione di 1°, 2° e 3°. Nel Febbraio 1943 la Brigata entrò a far parte della 9'~ Divisione. Fu poi disciolta il 6 Giugno 1943 ed i su oi e ffettivi vennero assorbiti in qualità di complementi dalla I a e 2a Divisione Proletaria. La Brigala poi fu ricostituita 1'8 Settembre 1943. 14a HRVATSKA (PRIMORSKO-GORANSKA): Costituita il 26 Novembre 1942 a Dre1.nica, nei pressi di Ogulin, per trasformazione del 1 ° e 2° "Odred" Primors ko-Gorans ki. I suoi Battaglioni assunsero la nuova numerazione di I 0 , 2° e 3 °. Nell'Aprile 1943 la Brigala entrò a far parte della l Y Divisione d'Assalto. 1 sa HRVATSKA : Costi tu ila il 5 Dicembre 1942 a Ve lik a Kladusa, con il 3° e 4° Ba ttaglione della l a Brigata Hrva lska ed il Battag li one d 'Assalto de ll"'Odred " Kordunaski, i quali assunsero la nuova numerazione di 1°, 2° e 3°. Nel Dicembre 1942 la Bligata e ntrò a far parte dell '8a Divisione.
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16a HRVATSKA: Costituita il 26 Dicembre 1942 a Kla~nica, nei pressi di Ogulin, con tre Battaglioni ceduti rispettivamente dalla 7\ 8" e 15a Brigata Hrvatska, i quali assunsero la nuova numerazione 1°, 2° e 3°. Nel Dicembre 1942 la Brigata entrò a far parte della T Divisione; fu sciolta però il 30 Giugno 1943 ed i suoi effettivi confluirono nella 7a e ga Brigala Hrvatska .
SLOVENIA 2a SLOVENAtKA (poi 4a SLOVENAtKA " MATIJA GUBEC"): Costituita il 4 Settembre 1942 a Trebelno, nei pre ssi di Novo Mesto, per trasformazione degli "Odred" Zapadnodol e njski , Pohorski e Krski, i cui Battaglioni, riordinati, ass unsero la nuova numerazione di 1 °, 2° e 3 °. La Brigata mutò numerazione nel Luglio 1943, quando entrò a far parte d ella 15a Divisione. Y SLOVENAtKA (poi 5a SLOVENAtKA " IVAN CANKAR"): Costituita il 23 Settembre 1942 a Lapinje, nei pr·cssi di Kocevje , con il 1° Battaglion e òella Br·igata "Matija Gubcc", il 1 ° dell' "Odrcd" Belokranjski cd effettivi dell ' "Odred" Kocevski. Tali Battaglioni, una volta riordinati, assunsero la nuova numerazione di 1°, 2° e 3°. La Brigata mutò numerazione nel Luglio 1943, qua ndo en trò a far paiie della 15" Divisione. 4" SLOVENACKA (poi za SLOVENAtKA "LJUBO SERCER"): Costituita il 6 Ottobre 1942 sui Monti Mokrcc, con il 1° Battaglione dell "'Odred" Krimski, il 2° dell '"Odred" Notranjski ed effettivi dcli' "Odred" Kocevski. Tali Battaglioni, una volta riordinati, assunsero la nuova numerazione di 1°, 2° e 3°. La Brigata mutò numerazione nel Luglio 1943, quando entrò a far parte della 14" divisione.
Allegato N. 5 DIVISIONI PARTJGTANE COSTITUlTE TRA I MESI Dl LUGLIO E DICEMBRE DEL 1942 59
Così come già fatto per gli "Odred" e le Brigate, sempre nell'intento di rendere il più completo possibile il panorama relativo alle
59 T <lati s lorici r elativi all e vicende or·gan ichc de lle Divisioni partigiane, evidenziati nell'Allegato Nr: 5, sono s tati reperiti direttamente s ulla puhhlicazione cronologica Hronologija.
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for:1.e partigiane iugoslave, abbiamo ritenuto opportuno fornire brevi cenni organici riguardanti le unità a livello divisionale che hanno operato contrn le forze italiane. Dato il preciso periodo storico preso in esame, abbiamo indicalo unicamente le Divisioni costituite nel semestre e, ovviamente, omesso di c itare tutte le evoluzioni organiche subite da tali unità nel periodo successivo al Settembre-Ottobre 1943. I a DIVISIONE PROLETARIA D'ASSALTO: Costituita il 1° Novembre 1942 riunendo la ia Brigata Proletaria, la 3a Proletaria (Sandzacka) e la Y Krajiska. za DIVISIONE PROLETARIA D' ASSALTO: Costituita il I Novembre 1942 riunendo la za Brigata Proletaria, la 4a Proletaria (Crnogorska) e la za Dalmatinska. 3a D1VISIONE D'ASSALTO: Costituita il 9 Novembre 1942 riun e nd o la 5a Brigata Crnogorska , la 10a H erccgovacka e la P Dalmatinska. Nel Febbraio 1943 le sue unità furono cornplementate con effellivi prove nienti dal disciolto "Odred" Ramski. 4a DIVISIONE D'ASSALTO: Cos tituita il 9 Novembre 1942 r iunendo la za, 5a e 6" Brigata Krajiska, a lle quali nel mese di Dicembre si aggiunse 1'8" e successivamente la I O". Nel mese di Maggio 1943 la Divisione cedette la 2" Brigata e nel Giugno anche la sa, m e ntre nel m ese di Agosto, al loro posto ricevette l'l l" Brigata Krajiska. Nel suo ambito furono costituiti gli "Odred" Drvarsko-Petrovacki e Podgrmecki. 5" DIVISIONE D'ASSALTO: Costituita il 9 Novembre 1942 riunendo la l ", 5" e 7a Brigata Krajiska; ques t'ultima fu comunque ceduta il 6 Marzo 1943. Nel Maggio successivo le sue unità furono complemcntate con effettivi prove nienti dallo sciogl ime nto del 4 ° "Odred" Krajiski. 6a DIVISIONE: Costituita il 22 Novembre 1942 riunendo la I\ 2a e 9" Brigata Hr'Valska. 11 17 Maggio 1942 la 9a Brigata assunse la numerazione di 3a_ r DIVISIONE: Costituita il 22 Novembre 1942 riunendo la r, ga e 13a Hrvatska (sostituita il 26 Dicembre successivo dalla 16a). Il 30 Giugno quest'ultima fu disciolta ed i suoi effettivi furono assorbiti, in qualità di complementi, dalle a ltre due Brigate. ga DIVISIONE: Costituita il 22 Novembre 1942 riunendo la 4 5a e 6a Brigata Hrvatska (sostituita 1'11 Dicembre con la lSa) _ A par·t ire dal 17 Maggio 1943 le tre Brigate vennero rinumerate, divene ndo rispettivamente I a , 2a e Y. 0
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Allega lo N. 6 NOTA SULL'OFFENSIVA ITALIANA IN SLOVENTA 60 Nella prima e seconda fase dell'offensiva italiana (dal 16 al 24 Luglio) le Divisioni di ra nteria Cacciatori delle Alpi e Granatieri di Sardeg na , rafforzate da alcuni Ballagl ioni CC.NN "M " 6 1 , carr-i armati ed autob lindo, circondano l a reg ione compre sa fra L ubiana, Smarje, Grosupl_je, Zdcnjska Vas, Velika Bloka, Cerknica e Borovnica, che iniziano a rastrellare, ponendo particolare allenzione alla zona montana di Krim e Mokrec. L' "Odred" partigiano Krimski, c he operava nella zona, riesce a 1ipiegar e nella regione di Travna Gora da dove, già il giorno 28, ritorna n ell'area appena abbandonata dall e ro rzc italiane che la r itenevano ormai sicura . Nella terza fase dell'offensiva (dal 24 Luglio al 23 Agost o), le truppe italiane rastrell a no la regione a d occidente e a sud di Kocevje, oltre c h e il Kocevski R og dove di trovavano il Comando partigiano per la Slove nia e l"'Odred" Kocevski. Esse ndo a conoscenza di ciò, le forze italiane iniziano que ll a che le fonti iugoslave definiscono !"'offensiva d i R cika", ch e ved e impeg na te le Divis ioni di Fanteria Gran atieri di Sa rdeg na e Cacciatori de lle Al pi , i g ruppi mobili delle Divisioni Macerata e Iso n zo cd il Gruppo Battaglioni CC.NN. 62 • Queste unità, a p artire d al 17 Agosto, completano l'accerchi amento del Kocevski R og e n e iniziano il rastrellamento ,
60 La n ota sull'offensiva iLa liana in Slovenia è sta ta red atta in base alle consider azioni espresse s u O .R .N.J ., op. cit. pag. 309-3 13 e le nendo prese nte q ua n to scritto da Metod Miku z nell o st udio l ta lianska Ofan ziva Pro/iv Namdnooslo bodilacke Vojske Slovenije Od 16 lula Do 4 Novembra 1942 Codine (I.:offen siva ita liana contro le forze di liberazione della S lovcn ia da l 16 Luglio al 4 Novem bre 1942), apparsa sul Vojnoistorijski Clasnik (Bollettino di Storia Militare) Nr. 1 del 1950 , edito a Belgrado, 61 T Ba Ltaglioni "M" erano unità della Milizia Volontaria Sicurezza Nazio n ale, par·t icolannente distin tcsi in operazioni bellich e. Complessivamente i Battaglio ni che poLerono fregiarsi d ella "M" (d a "Mussolini") in smalto rosso riportala su lle mostrine furono 22 e p iù pr·ecisamente: V "Tortona", VT "Vigevano",VIII "Varese", X "Vog hera", XII "Aosta", XlV "Bergamo", XV "Brescia", XVI "Como", XXTX "Aro na", XXX "Novara", XXXTV "Savona", XXX.Vili "As ti" , XLT "Tre nto" , XLII "Vicen za" , XLTTT "Belluno", L "Treviso", LX "Po la" , LXIII "Udine", LXXl "Fa en za", LXXTX "Reggio Emili a ", LXXXI "Ravenna" e LXXXV "Massa". Durn11Le le opernzion i di rasLre llamento in Slovenia furono imp iegati 4 di q u esti B a ttagli o ni (VTTT, XVI, LXXl e LXXXV). 62 Cfr. M ETOD MIKUZ, op. cit., pag. 54 . I.:au tore fornisce uno specchietto riepiloga tivo dal qua le è possibile rilevare
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durante il quale l'"Odred" Kocevski viene praticamente annientato. TI Comando partigiano per la Slovenia tenta già il giorno 16 Agosto di lasciare la zona, ma non vi riesce; solo una parte di tale Comando ritenta l'operazione in tempi successivi nella zona di Podlipoglav (nei pressi di Lubiana) riuscendovi. li resto del Comando si disperde nelle fitte hoscaglie e riesce pertanto a sfuggire ai rastre llamenti condotti dalle unità italiane, le quali , una volta terminata l'operazione, abbandonano la zona. In ogni caso, per ammissione delle stesse fonti iugoslave, dopo le prime tre fasi dell'offensiva, una parte degli effettivi sloveni rientra alle proprie case, altri si consegnano alle forze italiane. li movimento collaborazionista della "Bela Garda" (Guardia Bianca) si fa più forte e la paura di rappresaglie, dopo questa grossa operazione , riduce l'impatto che la propaganda politi c a di ispirazione comu nista era in grado di fare sulle masse popolari. La quarta fase dell'offensiva (iniziata il 24 Agosto) vede le Divisioni di fanteria Cacciatori delle Alpi e Granatieri di Sardegna. appoggiate da contingenti della Divisione Tsom.o e da nuclei di collaborazionisti della "Bela Garda", muovere da Novo Mesto lungo la linea Kocevje, Podstenice, Zuzemberk, Krska Vas, Razice con l'obiettivo di intercettare le formaz ioni partig iane in ripiegamento e nella successiva quinta fase (protrattasi da 30 Agosto al 5 Sette mbre) d i spingerle verso la linea di demarcazione rra la zona di influenza italiana e quella tedesca, con l'obiettivo di distruggerle in una serie di azioni concordate con le forze germaniche. Dato che nel frattempo le formazioni partigiane avevano accresciuto la loro attivit à nelle regioni del Gorski Kotar e del Kordun, i responsabi I i i tali ani sono costre tti a trasfcri re dal la Slovenia alla Croazia la Divisione Granatieri di Sardegna ed i Battaglioni "M" XVI e XVIII6 3 . L'allontanamento di queste forze l'en tità d elle forze italiane impegnale nelle operazioni, s uddivise p er unità di appartenenza : - Division e Cacciatori delle Al pi = 15. 721 effettivi - Divisione Tsonzo = 13.588 effe ttivi - Divis ion e Macerata= 8. 722 effe LLivi - D ivis ione Granati eri di Sardegna = 20.000 effettivi - Xl Raggruppamento Guardie a lla Frontiera = 8.558 effettivi - 2 Legioni M.V.S.N. = 1.800 effettivi - 4 Battaglioni "M" = 2.800 effelli vi per un totale <li 71.189 tra ufficiali, sottufficiali e uomini di truppa. 63 Non risulta essere mai esis tito un XVTTT Ballaglione "M" e p ertanto s i tra tta di un errore riportato d alle fonti slave, m esse a volte in difficollà dalla numerazione romana . Probabilmente il Ballaglione che si vo leva indicar e era l'Vlll.
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porta inevitabilmente ad un indebolime nto d ella pressione offensiva in Slovenia ed in tale maniera le formazioni partigiane locali riescono, con relativa facilità, a raggiungere zone già rastrellale dalle forze itali ane o zone ove non erano previste azioni similari, s fuggendo p ertanto ad un p ossibile annientamento. Proprio in questo delicato periodo avvien e la ristrutturazione delle formazioni partigiane slovene con la nasci ta, fra Settembre ed Ottobre, di 4 piccole Brigate costituite da elementi scelti. Le ultime quattro fasi d e ll' offensiva (dal 2 Ottobre al 2 Novembre) interessano la zona m o ntana di Gorjanci, ove le autorità militari italiane ritenevano trovarsi un consistente nucleo partig iano, così come nelle zone di Krim, M o krec e Kocevski Rog. Oltre alla Divisione Cacciatori delle Alpi e reparti delle Divisioni Isonzo e Lombardia operano anche 3 Ba ttaglion i "ustasci", unità d ella "B ela Garda" e contingenti ted eschi d ei quali si ignora la consistenza. Le unità tedesche e "ustasci" fom1a no lo sbarramento da nord e da est. mentre le unità italiane devono "pellinare" il te rritorio e s tendere una cortina di accerchiam. e nto intorno ai Ba ttaglioni sloveni Belokranjski e Gorjanski e a quelli croati Jos ip Kras e 1° Proletario. 11 grosso <li quesle uni là riesce p erò a rompere l'accerchiame nto nei pressi di Mrzlo Polje nella notte fra il 31 Ottobre ed il 1° Novembre, m entre il resto si fraziona in piccoli nuclei, alcuni dei quali vengon o inlercellati dalle forze italiane e successivame nte annientali. Anche se gli obiettivi di questa offensiva in Slovenia, durala complessivamente quattro m esi, no n ruron o raggiunti" ... neanch e lontanamente ... ", come riconosciuto dalle stesse fo nti italiane64, ugualmente essa mise in crisi, d a un lato, alcune strutture legale a d organizzazioni quali la " Narodna Zas lit a" 65 e il Partito Comunista Sloveno, m entre dall'altro favorì il contemporaneo sviluppo di organizzazioni p aramilitari collaborazioniste qua li la "Bela Garda". Ed era proprio lo s manlella m e nlo delle strutture operative di queste organizzazioni che diveniva ora obiettivo pri-
64 TI testo iugoslavo riporta evidenziala lra virgole tte la frase " ... neanche lonLamenle... " 1·ip 1·es a di cer to d a qualch e documen to italiano ma, s tr anamente, non ne precisa g li estremi. 65 La "Narodna Zastita" (Protezione Popola re) era l'organi zzazion e delle Forze di Liberazio n e s lovene incaricala di rnccogliere aiuti per i combattenti, p er i loro familia1·i e per i fuggia schi.
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mario delle formazioni partigi a n e, tutt'altro ch e annient a te e d ancora in grado di con troll are efficacem ente il loro territorio66 .
Abbreviazioni utilizzate AA.VV. Autori Vari CC.NN. Camicie Nere Cfr. Confronta d .i. = Dala imprecisata M .V.S.N. = Mili zia Volonta ri a Sicurezza Nazionale op. cit. Opera citata pag. Pagina P.C.J . = Partito Comunista Jugoslavo
Per quanto riguarda i nomi geografici riportati nel cor so d el testo questi ultimi sono stati indicati nella forma italiana, sempr·e che la stessa esista. ln ogni caso, al fine di facilitarne il reperimento s u carte geografiche attuali , s i è cercalo di indicare tra parentesi an ch e l'equivalente forma s lava, la prima volta c h e il nome stesso compare.
66 Cfr. METOD MlKuz, op. cii ., pag. 58. A riprova del fatto che i respon sabili militari italiani furono consci del fallimento della gigantesca operazione di rastr·dlarnenlo fin dal le sue prime fasi, vien e r iportato u n b r a n o co n clus ivo del rapporto effettuato dal responsabile del Servizio In formazioni della 209" Sezione Carabinied il 20 Luglio 1942: " ... in effetti le nostre un ità avanzano e raggiu ngono gli obiettivi, ma n on trovano traccia delle forze partigiane. Se ciò continuerà a verificarsi anche nel [ulurn, il risultalo dell'operazione sarà senza <luhhio negativo. Quando i rastrellamenti sara nno tem1inati, i par tigiani si faranno nuovamente vivi, ancor piLt forti ed attivi, ancor p iù desiderosi di vendetta".
SALVATORE ORLANDO
ITALIANI IN RUSSIA
È noto che la dolorosa odissea dei soldati italiani in Russia fu voluta da Benito Mussolini con ostinazione, nonostante il parere contrario del Comando Supremo dell'Esercito che aveva prospettato una serie di difficoltà. Fra queste, sono da sottolineare quelle dovute alla sottrazione da altri scacchieri operativi di Grandi Unità e l'impossibilità di fornirle di adeguate dotazioni di carr-i armati, armi controcarro e controaerei , senza scrivere dell'inadeguatezza dell'equipaggiamento individuale e d ella carenza di automezzi necessari per le esigenze di mobilità delle truppe e per il funzionamento dei servizi nel vasto teatro in cui le unità italiane avrebbero dovuto operare. La partecipazione dell'Italia alla campagna tedesca sul fronte russo, ebbe inizio nel mese di giugno del 1941 con l'invio in Ucraina di un Corpo d'Armata denominalo C.S.T.R. (Corpo di Spedizione Italiano in Russia). Nel successivo luglio del 1942, al C.S.I.R. subentrò l'ARMIR (8" Armata italiana in Russia), la quale passò in agosto alle dipendenze del Comandante del Gruppo di Annate "B" germanico e inserita in prima schiera in un sellare del medio Don, nell'area compresa tra Pawlowsk e la confluenza del fiume Choper. Così, come era accaduto negli altri scacchieri operativi, anche in quello russo le Unità italiane furono chiamate ad assolvere compili la cui portata era sproporzionata rispetto alle loro deficitarie possibilità materiali, organiche ed operative; esse furono così costrette a subire una serie di privazioni e di sforzi fisici particolarmente duri, in aggiunta al logorio dei combattimenti e alle perdile subile. Sorretti tuttavia da una eccezionale forza morale, i nostri soldati avanzarono nella polvere, nel fango e nella neve per centinaia di chilometri, sostenendo con tenace impegno decine di combattimenti e affrontando stoicamente disagi , fatiche e difficoltà di ogni sorta, senza manifestazioni di insofferenza o di indisc iplina fino al termine della ritirata tristemente famosa. Per· quanto riguarda le vicende operati-
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ve del Corpo di Spedizione prima e dell'8a Armata poi, nel de ttaglio esse sono conosciute 1• Poco note a nco r-a oggi, nonostante la soverchia bibliografia in m a teria e l'impegno degli s t o riografi, son o invece le vicend e di alcune Unità costituite da m ilitari ita lia ni , ex prigionieri dei ted eschi, c he combatterono nell'ultimo a nno di gu erra a fianco d elle Arma te Sovietich e nella loro avan zata verso la Ge rmania . Gra zie al ritrovame nto pre sso l'Archi vio Storico dello Stato Maggio re de ll'Eserc ito di docume ntazione rela tiva al "65° battag li o ne genio militare volontari italiani", inquadrato nell'Ese rc ito russo, è stato possibile ricostruire la storia di una di queste unità. Una mic ros toria che, se niente aggiunge alle vicende complessive della campagn a , fa conoscere p articolari aspe tti di una "cobeliigera nza" quasi sconos ciuta. Il 12 gennaio 1945 , mentre americani ed ingles i contrattaccavano nelle Ardenne, le Armate sovietich e muovevano all'offe nsiva su tutto l'arco d el fro nte o rie nta le. Lo s forzo maggiore fu com piu to d ai sovietic i n ella p arte centra le del fro nte, dove, a ccerchia te e di strn lle le divisioni tedesche nell'arca di Vite bs k, fu aperta una b reccia di b en 50 chilom etri nelJe linee n emiche. Iniziava, così, quella stre p itosa avan zata ch e avrebbe porta to le Armate sovieliche prima n ella Russia b ian ca e p oi n ella Polo nia o rienta le , fino a giungere, d o po aver supe rato 700 c hil o metri in m e no di due m esi, in prossimità dell a Vi s tola , non lo ntano d a Varsavia , a ll a frontiera con la Germa nia e p enetra re profonda m e nte in Alta Slesia.
1 Adam i Giuseppe , Relaz ioni sul ripiegamenlu del 5 ° reggimenlo alpini dalla linea del Don (15 - 3 1 gennaio 1943), cd. Ufficio S torico SME, R o m a 1984 ; Capizzi Ma r io, La divisione "Ravenna " in Russ ia, ed . U ffi c io Storico S ME, Rom a 1985; Dc Fran ccschi Costantino - De Vecch i Gio1·gio, Le operazioni delle u nità i1alia11e al fronte msso, (1941 - 1943), ed . Uffic io Storico SME, Rom a 1977; Dc Franccschi Coslantino - De Vecchi Giorgio, I servizi lu~istici delle unità italiane al fronte msso (1941 - 1943), ed. Ufficio Storico S ME, R oma 1975; Giamba rtolo m ei Aldo, Campagna di R ussia 1942 - 1943. La guerra del 6° reggimen to bersaglieri, ed . Ufficio Storico SM E, Roma 1981; Ina u di G iu seppe, la n.otte più lunga, la battaglia del solstizio d'inverno sul Don, ed . Ufficio Stor ico Roma 1979; Leon e Ugo , T,e operazioni del CSlR e de/l'ARMIR dal giugno 1941 all'ollohre 1942, ed. Ufficio Storico SME, Ro m a 1947; Mantova ni f' a bi o, L'Italia nella relazione uffic iale sov ietica sulla seconda Guerra Mondiale, ed . Ufficio Storico SME, Roma 1978; Ufficio Storico SME, T,'8" armata italiana nella seconda battaglia difensiva del Don (11 novemb re 1942-31 gennaio 1943), e<l. Ufficio Storico S MF., Roma 1946.
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Durante la grand e avanzata, molti campi di prigionia tedeschi ubicati su quei territori furono liberati o addiritlura abbandonati dai tedeschi prima d ell'arrivo dei sovietici. Ed è in questo scenario che si colloca la vicenda di circa 1500 i Lai ian i ·prigionieri dei ted eschi che, liberali dai soldat i sovietici, furono da questi organizzati in alcune unità organi che poste alle dipendenze delle propri e Armate. Fra la docume ntazione rinve nula 2 , particolarmente inter essanti appaiono le relazioni d el tenen te di fa n leria Emanuele Bulgheri e del sottotenenle di a rtiglieria Luigi R oasio (riportale integralmente in allegato), internali rispettivamente nel campo lavoratori di Ri egersf eld e n e l ca mpo di concentramento di Kla usberg (Mikulczyce), nell'allua le Slesia polacca . Secondo tali t estimonianze, la m aggior parte dei prigionieri liberati da lle Armate russe fra il 23 gennaio e J'J febbraio 1945, fu avviat a verso alcuni ce ntri di raccolt a , tra i quali quello di Czeslochowa sempre in Polonia, dove a fffl u irono gli italiani protagonisti d ella nostra vicenda. Dopo due settimane di permanenza presso questo centro, i 1500 militati italia ni furono reg istrati ed inquadrati in due battaglio ni genio, secondo l'ordinamento dell'Esercito Italiano. Il primo di essi fu denominalo, testimone il ten. Bulgh eri, "65° baltaglione genio militare volontari italiani"; del secondo b a ttaglione se ne persero le tracce allorché, il 24 febbraio del 1945, fu dato l'ordine di partire verso le diverse zone d'impiego e , fino ad oggi, non è s ta to possibile individuarne eventuale d ocumentazione all'interno <ldl'archivio dell'Ufficio Storico. Il 65° batlaglionc fu dislocato inizialmente sull'Oder nei pressi di Neusaltz, zona che venne raggiunta dopo tre giorni di viaggio parte a piedi e parte in treno. Esso era costi tuito da 4 compagnie ad ognuna delle quali era prepos to un ufficiale italiano. Ogni compagnia contava circa <luecenlo italiani, in massima parte ex prigionieri militari e per il resto civili ex internati o già residenti in Germania, quali ilaliani a ll'estero o lavoratori con contratto. Secondo la testimonianza del sottotene nLe Roasio, comandante la 2 a compagnia, i civili a lle sue dipenden ze erano in tutto venli, comprese sette donne. La presenza di donne, in Unità operanti inqua drate nelle grandi Unità n1sse, non deve m eravigliare, se si considera che i sovietici utilizzavano normalmente e 2 Cfr. Archivio d ell'Uffi cio S torico <le llo SME, fondo: "Diari Storici" - 2• Guerra Mondiale n.1 - 11 busta 2271 C.
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in larga misura come combattenti elementi femminili. Il numero di posta militare russo in tempo di guerra assegnato al 65° battaglione fu il 65539, assegnazione questa che denota come l'organizzazione dell'Unità fu curata nei particolari. Sempre secondo la testimonianza, le compagnie dipendevano dal Comando di battag lione , formato interam.ente da militari russi, che era g ià stato costituito all' arrivo degli italiani; al Comando, vi era un maggiore de l geni o russo affiancato da un commissario politico, come nelle consuetudini dell'Armata sovietica. Il battaglione dipendeva da un Comando Generale non m eglio specificato, che faceva riferimento a l maresciallo Konieff, comandante il Fronte Sud o Fronte Ucraino delle Forze Armate russe. 11 Comando di compagnia era costituito da un capitano del genio sovietico, dal quale dipendeva un gruppo di militari russi; e, coadiuvato da un interprete, da un ufficiale italiano, dal quale dipend evano direttamente tutti gli italiani effettivi alla compagnia. Questi erano suddivisi in gruppi di lavoro, la cui forza variava giornalmente a seconda della quantità e qualità del lavoro richiesta dal Comando russo di compagnia ed in relazione a lle direttive impartite dal Comando di battaglione. Gli ordini arrivavano agli italiani tramite il Comando russo di compagnia che, nel comunicarli all'ufficiale italiano, l'orniva pure una scorta armata di militari russ i, in quanto agli italiani non era consentito tenere armi. L'ufficiale formava i gruppi di lavoro secondo le esigenze, ave ndo cura di porre in ognuno di essi un sottufficiale italiano che potesse coadiuvarlo nell a direzione dei lavori e nella protezione degli uomini. L'equipaggiamento iniziale, in dotazione alle unità, era costituito da picconi, pale, martelli, segh e e accette in numero e quan tità assolutamente insufficienti a svolgere qualsiasi lavoro s ul campo di battaglia. In seguito, con il materiale racimolato nelle fabbriche tedesche ormai deserte, ci fu la possibilità di costituire e attrezzare al meglio un gruppo di fabbri, un gruppo· di carpentieri e l'alegnami, uno di minatori, uno di saldatori e più gruppi zappatori per ogni compagn ia. Con il recupero, inoltre, di cavall i e carri abbandonati dai tedeschi in fuga o trovati nei villaggi deserti, fu possibile in seguito creare anche dei gruppi conducenti che, come il gruppo cucinieri nel quale erano inquadrate anche le donne, passò alle dirette dipendenze dei russi.
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Per quanto riguarda il vestiario, i sovieti c i fornirono agli italiani solo una bustina militare di panno kaki, m entre il resto d egli indumenti veniva ri m ediato nelle case abbandonate dei villaggi a ttraversati. Le attività operative e le zone di impiego d el 65° battaglione posson o essere così riassunte: - AREA DI NEUSALZ: scavo di tiincee a Ovest e a Sud della città; costruzione di un ponte di legn o su palafitte sul fiume Oder per il passaggio di carri arm a ti pesa nti . Neu salz s i trovava a 11a base Sud d el cuneo sovietico lungo la direttr ice di s fondame nto del fronte tedesco in direzione di Berlino . Il battaglione rimase in questa zona per tutto il marzo del J945; - AREA DI LIEGNITZ: scavo di trincee a d Oves t e a Sud dell a città, lavori di fortifi cazione intorno all'aeroporto. Il battaglione operò in questa zona fino al 10 maggio 1945; po i, man mano che i ted eschi si ritiravano, r aggiunse Neukirch s ulla strada Li egnitz Hirschsberg - Praga, pochi c hil o m etri oltre Goldberg; - AREA Dl LlPPE N: lavori di demolizione d el ponte feIToviario posto a Nord - Est di Neusaltz che e ra c rollato e impediva di conseguen za la navigazione sull'Oder. In tale area il battag lione r·i mase per tutto il giugno d el 1945, fino a ch e, alla fine del mese, ebbe l'ordine d i interrompere i lavori e raggiu ngere Neusaltz, sed e d el proprio Comando, da dove fu fatto proseguire fino a Liegn i tz. In quella città, il battaglione fu preso in forza dal Centro Italiano Raggruppamento Prigionieri e Deportati, agli ordini del maggiore di fanteria E ttore Ma nnucci, e d è con questo atto che cessò di esistere come Unità autonoma. Gli ex prig ionieri italiani rimasero in questo centro fino a l 17 ottobre 1945, giorno in cui il Coma ndo r u sso della città trasferì in tre no tutti gli italiani fuori d ella linea di d emarcazione situata poco ollre Dresda, passandoli in consegna agli americani. Questi ultimi fecero proseguire infine il convoglio per Verona passando per Hof, R egensburg, Monaco, lnnsbruck e Brennero. Giunti a Verona il 21 ottobre 1945, i prigionieri furono reg istrati a l Centro Alloggio di "Pescan tina" e il g iorno dopo lascia ti in libertà per raggiungere la prop1ia residenza. Si concludeva così la vicenda poco conosciuta di questi nostri connazionali che, comballendo negli ultimi mesi di guerra al fianco dell'Esercito sovietico, portarono il loro contributo a lla liberazione d ell'Europa da lla minaccia tedesca.
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Contributo che, secondo le testimonianze pervenuteci, ebbe il suo costo in vite umane, poiché a fine campagna il battaglione contò circa 10 caduti, affiancatisi a lle migliaia di caduti italiani sugli a ltri fronti, che morirono per quella libertà che noi tulli vorremmo mai piu minaccia ta.
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Roma lì 20/7/1952 Al Distretto Mili tare di Roma Sezione Matricola Ufficiali Oggetto: 65° Btg. Genio Militare (2° Compagnia) incorporato nell'Esercito Russo. Con riferimento alla Vostra del 20/6/ 1952 n. TI/C/8229 <levo far presente che a più d i sette anni di distan za dagli avvenimen ti mi è impossibile fare una relazione esatta e circostan ziata dell'attività della Compagnia in oggello comandata daJ solloscritto in quanto tutte le carte relative, ruolini e diario mi sono state tolte dai Ru ssi prima del rimpatrio. Comunque racendo appello ai mei ricordi sono riuscito a mettere insieme le seguenti notizie c he spero vi siano sufficienti. Il 23/ 1/1945 l'Esercito Russo occupò KJausberg (Oberschlesien) lihP.rando dal campo di con centramento tedesco i prigionieri ivi rinchiusi ordinando loro <li raggiungere a piedi il centro di raccolta a Czestochowa (Polonia). Si formò così una colonna di ex prigion ieri la quale si ingrandiva sempre più per la via dato il continuo incontrarsi con altri elementi provenienti dai numerosi Lager de lla zona. Il comando e la gui<la di questa colo nna fu assunto <lai Ten. Art. Peronaci Franceso da Roma, dal S. Ten. Art. Roasio Luigi da R oma, dal S. Ten. Art. Pattarino Saverio da Roma, e dal S. Ten. Genio Martelli Ermanno da Castenase (B olog na). Il 30/ 1/1945 s i giun se a Cz es tochowa ove d ' ord in e del Comando Russo della Città tutti gli Haliani, circa 1.200, furono registrati e inquadrati in compag nie a ognuna delle quali fu p reposto un Ufficia le Italiano; la mia Compagnia era costituita <la circa duecento italia ni in massima parte ex prigioneri e per il resto da civili ex interna ti e <la civili residen ti in Germania come Italiani all'Estero e come lavoratori con contratto. I c ivili erano in tutto (comprese sette donne) una ve ntina. Dopo qualche tempo la mia Compagnia ricevette l'ordine di parli re p er il fronte e dopo tre giorni di viaggio parte a pie<l i p a rte in treno, giuns e a Neus alz su ll'Oder. Appresi così c he la mia Compagnia era in effetti la 2a Cp. del 65 ° Btg. del Genio Militare Volontari Italian i incorporata n e l l'Esercito Ru sso ave nte il N. 65539 d ella Posta Militare R ussa <li Gu erra. La Compag nia dipendeva da un Comando di Battaglione form a to in teramente da Militari Russi e il s uo Comando era costituito da un Capitano
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Russo da l quale dipendeva un gruppo di militari russi e d a l sottoscritto (coadiuvato da un interprete) dal quale dipendevano direttamente tulli gli italiani costituenti la Compagnia. Questi erano suddivisi in Gruppi di Lavoro la cui forza variava giornalmente a seconda della quantità e qualità del lavoro richiesto dal Coman<lo Russo di Compagnia. L'organizzazione era la seguente: il Comandante Russo mi comunicava gli ordini ricevuti e forniva la scorta armata. Io formavo i gruppi di lavoro avendo cura di porre in ognuno di essi un sottufficiale italiano che potesse coadiuvarmi , pur lavorando egli stesso, nella direzione del lavoro e n e lla protezione degli uomini dato che io non potevo essere continuamente e contemporaneam e nte d appertutto e dato che il Comando Russo non mi ha mai concesso di avvalermi ufficialmente d ell'aiuto che potevano darmi i sottufficia li agli effetti dell' inquadrame nto e dell'esecuzione del lavoro, accampando la scusa che ce la facevo da solo e che tutti dovevano lavorare p er finire prima la guerra. Inoltre , ùato che la "norma" richiesta come minimo di lavoro per ogni individuo era, nel caso dello scavo di trincee e a seconda della natura del terreno, da dieci a quindici metri di scavo al giorno, la m ia Compagnia veniva a dis tendersi su di un fronte troppo esteso per essere guidala e protetta da una persona sola, in modo efficace. Cosicch é io accompagn avo i Gruppi sul posto di lavoro ove rimanevo fino a c he non mi giungeva l'ordine di rientrare con tulla la Compagnia. La forza numerica della Compagn ia variava giornalmente a causa del fatto che man mano che si avanzava si aggiungevano dei gruppi di italiani che venivano lasciati liberi dai tedeschi in ritirata e ch e ci venivano assegnati dal Comando Russo come rinforz i. Contemporaneamente avvenne il fatto che i reparti russi operanti nelle adiacenze c hiedeva no e ottenevano dal comando Russo di Btg. <lel personale italiano speciali zzato come meccanici, autisti ecc. Inoltre durante l'avanzata i Russi formavano dei centri di suss istenza per il loro esercito e in queste "fattorie" raccoglievano tutto il bestiame e i viveri trovati ne lla zona. Il personale di queste faLLorie era fornito dalle Compagnie llaliane. Comunque la forza non scese mai, all'incirca, sotto i centocinquanta uomini e nel periodo Aprile-Maggio, prima metà di Giugno, raggiunse il numero approssimativo di quattrocentocinquanta uomini. r:cquipaggiamento all'inizio della campagna era costituito da picconi, pale, martelli, seghe e accette in nume ro e qualità assolutamente insufficienli . In seguito col materiale racimolato qua e là
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nelle fabbriche Ledesche, ebbi la possibilità di costituire e allrezzare bene un gruppo fabbri , un grnppo carpentieri e fal egnami, un gruppo minatori, un gruppo salda lori oltre na luralmente g ruppi zappatori cosliluenti il grosso della Co mpag nia. Avendo ra zziato dei cavalli e dei can-i, fu coslituilo a nc he il gruppo conducenti ch e però, come il gruppo cu cinieri de l quale faceva no pa rte le donne, dipendeva dai Ru ssi. Per quanto riguarda il vestia rio, i Russi non ci diedero altro ch e una bu stina milita re di pa nno kac hi e dovemmo quindi sempre arrangiarci con quello c he r iuscivamo a trovare nelle ca se a bhandonate. La Compagnia assunse le seguen li d is locazio ni e prese parle alle operazioni appresso indicale: Neu s alz: scavo di trincee a d Ovest e Sud de lla città , coslruz ione di un ponte in legno su palafilte sul fiume Oder per il passaggio di carri armali pesanti. Ne usa ll'. e ra a lla base Sud de l cuneo che cercava di sfon da re il fro nte lc<lesco per raggiungere B e rlino. Si r imase in qu es ta zo na fi no a Ma rzo 1945. Liegnitz: scavo di u-incee ad Ovesl e Sud de lla c iltà, lavori di l'ort ilkazione intorno all'aeroporto, costruzion e e a dalta m ento di ope re offen sive e dife nsive nella zona ad Ovest e Sud de lla città. Ave mmo anc h e a c he fare con campi mina t i. La compagnia op e rò in quest o se tlo re fin o a l 10/5/1 945 data della fine dei combattim enti n ella zo na. In q ues ta data, avanza ndo m a n mano che i tedeschi si ritiravano, er avamo quasi giunli a Neukirch sulla stra da Li eg ni Lz - H irs c h b e r g- Praga p ochi e h i lom e tri o ltre Go ldberg. Lip pen : vicino a queslo villaggio poslo a Nord-Es t di Neu salz un pont e fe rrovia r io c r o ll a to impe diva la n avig a zio n e s ull'Oder. Lavor ammo alla dem o liz ione del tra tto centrale del ponte e a lla costruzione di due p alificale di guida per l'imbocco del tratto reso navigabile . Ques lo fino alla melà di giugn o a llo rch é giunse l'orc.J ine di interrompere il lavoro e di raggiungere il Comando d i Battag lio ne a N eu salz. Qui trovammo l'ordine di p rosegui re per la città di Liegnitz. Liegni lz: qui giunti fummo presi in forza d a l Centro rLaliano di Raggruppamento Prig io nieri e Deporta li agli ordini de l Magg. F a nt. Eltore Ma nnucci e cessammo di es is lere com e 2 3 Comp. del 65° B tg. del Genio Militare Volo n tari
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Ltaliani dell'Esercito Russo. Rimane mmo in questo Cen tro finché il 17/ 10/1 94 5 il Com a ndo Russo della Città ci mise in tren o e ci fece passare la linea di d emarcazione poco ruori Dresda , consegnandoci agli America ni che ci fecero proseguire immediata m e nte per H of, R egens burg, Monaco, lnn s bruc k, Bre nnero, Verona. Verona: qui giunti il 21 / 10/ 19 45 fu m mo registrati al Centro Alloggio di Pescan tina e il giorno dopo lasciati in libertà per le rispettive destinazioni di residen za. Pe r quanto rigu arda l'ultimo punto delle vostre richieste, sono spiacente di dovervi comunicare di non ricordare o di non aver mai saputo nulla sul Comando Ru sso e.li Btg. o ltre al fa tto che dipendeva da un M aggi o r e d e l Genio Russo, c h e c'era un Com missario Politico, c he era costi tuito e.la tutti Russi e ch e g ià esisteva quando arrivammo noi e c he gli ord in i ch e ci passava tramite il Co m a nd o Ru sso e.li Compagnia proven i v~rno <l a un Comando Generale non meg lio identificato ma c he dipendeva dal Maresciallo Konieff comanda nte il Fronte Suc.l , d e tto a nche 2° Fronte Ucrai no, delle Forze Armale Russe. Ri cord o ch e dello stesso Btg. faceva parte la l " Comp agn ia comandala d a l Ten . Art. Carossa E milio da Torino. Quest'altra Compagnia e la mia, h a nno avuto quasi sempre le stesse dis locaz ion i e h a nno partecipato quasi sempre alle s tesse operazioni . Non mi risulta ch e il 65° Btg. avesse in organico altre Compagnie o ltre la "Carnssa" e la " Roasio". D ifatti di volta in volta a seconda d elle necessità ve niva no rastrella li e costrelli a l lavoro i civili tedesc hi ch e venivano inquadrati dagli Ufficiali e sottufficiali del Comando Russo di Blg. tanto è vero c he una volta n o n dis pon e ndo più di Ufficiali Russi che conoscessero il tedesco il Comando di Btg. mi affidò anche il comando di q u attrocento d onne tedesche per l' improvvisa n ecessità di scavare t1incee di etro un corso d'acqu a prospiciente una zona di boschi nella quale s i erano venuti a trovare alcu ni reparti t ed esc hi rimasti tagliat i fu or i dal loro grosso. Quest o avve nne dal Giovedì Santo a l Martedì d opo Pasqua del 1945 e in questo periodo lasciai la mia Compagnia al Ten. Carossa portando con me solo una tre n tina e.li Ita liani necessari per i servizi e la scorta. Questo lavoro straordinario avvenne a La ngwaldau, località a Nord di Liagnitz. Anche per quanto riguarda i nominativi d ei componenti il Comando Russo di Compagn ia no n licordo nulla e.li quel poco che
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sapevo. Il ratto è c he il Commissario Politico mi aveva chiaramente avvertito che era b ene non fa re troppe do m ande e che dovevo so lamente preoccuparmi di eseguire gli ordini e io mi sono preoccupato di comporlarmi in conseguenza. Gli unici nomi ch e ricordo sono: Chirchiso, Marecia], Teofan, Lanciarne e Cusman n. Sono nomi di graduati e solda li russi c he facevano parte d ella scorla e che prestavano servizio al Btg. , ora alla 1a Comp . ora alla 2a e viceversa. S . Ten . Art. in congedo Roasio Luigi Rom a, Piazza Risorgim en lo n. 36
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RAPPORTO
Richiesto dal comando del Distretto militare di Belluno in relazione alla pratica n. 529/13 prot. Uff. reclut. Sez. Malr. Truppa - oggetto: allestimenlo pratica medico-legale del Maresc. Magg. Ftr. e.e. Marcone Giuseppe di Evarsito cl. 1908, effettivo al D. Belluno - affetto da: infiltrazione specifica apicale dx. A seguito dell'offensiva russa iniziata il 12/1/1945 da Varsavia, le Truppe Russe occuparono, nella terza deca de di gennaio, numerose località dell'Alta Slesia. In tali frangenti le Autorità Tedesche si rilirarono improvvisamente e i vari campi prigionieri, lavoratori ed internati militari posti nella zona vennero abbandonati al loro destino. La maggior parte di chi, come il sottoscritto, si trovò in quel le circostanze, ritenne preferibile ruggire e chiedere protezione alle truppe avanzanti . Fu così che la quasi totalità dei componenti il campo lavorator·i di Riegersfeld, c ui il sottoscritto ed altri uffic iali (Carrossa, Mulini, Peretta) erano in forza quali ex 0.M .l. (zona di Oppeln, lin ea ferroviaria Ratihor Heydebrech), si rifugiarono presso i Russi. Questi li avviarono e li concentrnrono in Censtokowa (Polonia). Così avvenne anche per gli appartenenti ad altri campi della zona e questo movimento ebbe inizio per la massa, il 25 gennaio 1945 e termine l' l febbraio 1945. Dopo un paio di settimane circa, il Comando Russo - rappresentato nei nostri confronti da un maggiore mai potuto identificare, convocò noi ufficiali ed a mezzo di un nostro collega - che per la sua origine s lovena era in grado di fungere da inte,-prete, ci comunicò c he per disposizioni superiori noi itali a ni, dato il numero raggiunto (1600 circa) dovevamo costituire due battagl ioni secondo il nostro ordinamento. Il primo di essi, per motivi di a n zianità di grado, fu posto sotto iI comando del sottoscri Lto mentre al Comando del Il venne preposto il Ten. Compi. di Art. Carrossa, di Torino. Di questo secondo Btg. il sottoscritto perse ogni traccia allorché (24 febbraio 1945) ricevette ordine dal Comando Russo di p artire, sotto scorta russa, verso la zona di impiego alle dipende nze dell'Am1ata del II fronte Ucraino (così fu detto). Detto I battaglione era inquadrato così: Comandante: il sottoscritto - Com.te la l " comp. il Sot. Ten. Ftr. Compi. Mulini Francesco di Barcole (Trieste cl. 1913) - Com.te il 1° Plot. Maresc. Capo Marcone Giuseppe di Belluno - Com.te il 2° Plot. non lo ricordo - Com.te il 3° Plol. Serg. Cristiani Ugo di
italiani in Russia
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Ve rona - Com.te il 4 ° Plol. non lo ricordo. Nota : facevano parte anche il Serg. M agg. Ri zzi Manli o di Trev ig li o, commerciante d i frutta a ll'ingrosso s u quel mercato, un'appunta to dei carabinieri c he in Pa lria era stato a ddetto al com. d o Carab . di Asti (cuoco mensa uffi cia li ) ed un cerlo Ghirla nda Maria (di Sanda lo) che era il mio attend e nte. Com . le la 2a compagnia Sot. Te n . art. compl. Palla rino di Roma - Com.le la 3a comp . Sol. Te n. Art. Compi. Roasio di Roma Com.le la 4a comp. S ot. Ten. Ftr. comp i. P ere tta di Trani o Barletta. Nota : le lacune c h e si ril evano sono do vu le a l fatto c h e a distanza di sette anni no n è facile ricordare a m em o ria ta nti nomi, dato ch e i l ruolino di marcia d el sottoscri llo ve nn e s marri Lo durante le peripezi e passa te p er po ter rientrare in Patria. a) TI Comando Russo no n comunicò m a i a l sottoscrillo l'esatto no minativo assegnato a l Blg. Solo ad armistiz io avvenuto il solloscrilto seppe da alcuni militari che un Ufficiale Russo aveva letto un bo llettino ne] quale ern s ta to elogiato il comporta m en to <lcJ 65° Btg. Gen io Militare Itali a no e ch e tale Btg. era quello da noi formato. Mai il sottoscritto riuscì ad avere maggiori precisazioni. b) La conoscenza d el sottoscri llo col M a resciallo Maggiore M arcane Giuseppe di Evar-is to, classe l 908 D istretto di Belluno, risale a l 2 feb b. 1945 e pertanto egli non è in grado di fornire precisazioni su detto so ttufficiale per quanto riguarda fallo verificatosi ante1iormente a detta data. Detto sottu fficia le prestò servizio nel c ita to reparto d a lla s ua costituzione al suo scioglim ento e cioé dal 14/2/45 circa, al 27 maggio 1945 circa. c) Dura nte il ciclo di o perazioni le va rie compagnie del Btg . vennero impiegate separatamenle p resso differenli reparti russ i, cosicché il sottoscritto perse su bito ogn i contatto con la 2 3 , 3a e 4a compagnia né, ebbe rnai più notizie attendibili sulla sorle d e lle stesse. 11 solloscritto ri tiene c he la prima compagnia d el Blg. (e forse così sarà avvenuto per le altre), a bbia operalo spostamenti a piedi per c irca u n mig lia io di chilome lri, p artecip ando a lle op era zioni r elati ve a lla presa di num erose locali là princ ipali fra le quali : Francoforte sull'Ode1~ Bunz lau - Dresd a, c illà quest' ultima ne lla quale ci sorprese l'armis tizio dell '8 maggio 1945 e poi lo scioglim ento del reparto. La prima compagnia lavorò a ttivamente e duramente, a lla messa in e fficienza di po nti sull'Oder~ sull'Elba e sulla Sprea , in
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Salvatore Orlando
località in parte non potute accertare. La prima compagnia ebbe due morti, per i quali a suo tempo il sottoscritto fece in Patria ampia relazione. A quanto riferitomi, pare che anche la 2a o 3a compagnia abbia avuto 5/6 morti, ma di tale notizia non ho mai avuto conferma. Nota: Per l'ampliam e nto e la conferma di quanto precede potranno essere rintracciati gli ufficiali e sottufficiali nominati, nonc hé il Ten. Artigl. Compi. Pcronacci Piero (cl. 1913?) già assistente di fisica dell'Università di Roma, al quale venne affidato il comando di reparto perché trattenuto a disposizione del Comando Russo. Genova 1° maggio 1952 Dr. Emanuele Bulgheri Capitano Ftr. Comp. Comando distretto militare di Genov,1 Si convalida la firma del Capitano Bulghe1i Emanuele F.to il Capo Sez. Ma tr. Uffic iali Tcn. Col. Sebastiano Gaudioso.