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STUDI STORICO MILITARI 1990

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STATO MAGGIORE DELL'ESERCITO U F FICIO STORICO

STUDI STORICO MILITARI 1990

ROMA 1993


PROPRTETÀ LETTERARIA Tutti i diritti riservati Vietata la riproduzione anche parziale senza autorizzazione

© BY UFFICIO STORICO SME - ROMA 1993

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SOMMARIO PARTE PRIMA

SAGGI

Alberto Gennaro: La battaglia di Messina (3-7 settembre 1848) .. .. .. .. .. .... .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .... .. .. .. .... .. .. .. .. .. .. .. ... pag. Diego Leoni: La conquista delle Dolomiti....................

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71

Muzio Curcio Rubertini: La Divisione di Fanteria Catanzaro nel secondo conflitto mondiale.............. » 101

PARTE SECONDA

RICERCHE

Alessandra Panizza: Il Ministero della Guerra nella Repubblica Cisalpina .................................... ..............

»

377

Francesco Frasca: La coscrizione nei dipartimenti » 433 italiani dell'Impero francese................................... Glauco Lucchetti: Ancona piazzaforte del Regno d'Italia............................................................................

»

539


Angela Arzilli: l reggimenti toscani nelle campagne napoleoniche .. ... ... .. .. .. .. .... .... .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .. .... .. .. .. .. . pag. 7 47 Giampiero A vanzini: Catalogo delle cartoline postali in franchigia (1915-1918) .......................................... » 817 Luigi Emilio Longo: Il confine italo-austriaco dopo la prima guerra mondiale con particolare riferimento » 919 alla sella di Dobbiaco .. .... .. .. .. .... .... .... .. .. .... .. .. .. .. .. ...

PARTE TERZA

TESTIMON1ANZE

Carlo Alberto Rizzi: Breve storia del Campo P. G. n. 80 ........................................................................

»

953


PARTE PRIMA

SAGGI


ALBERTO GENNARO

LA BATTAGLIA DI MESSINA (3-7 SETTEMBRE 1848)

Durante la prima decade del settembre 1848, nel corso degli avvenimenti che caretterizzarono il nostro risorgimento, la città di Messina, rivoltatasi come le altre dell'isola al dispotismo borbonico, fu teatro di una memorabile e sanguinosa battaglia, spesso ricordata nei testi divulgativi di storia come un consistente ed unico, ininterrotto borbardamento, durato cinque giorni, che la distrusse interamente e che valse al sovrano partenopeo, Ferdinando II, lo spregevole ma eloquente appellativo di re "bomba". Se ciò da un canto è in buona parte vero, dall'altro il voler ricondurre quell'assedio ad un'unica azione artiglieresca è quanto mai riduttivo giacchè esso si articolò in ben più complesse operazioni militari condotte secondo i canoni della guerra del tempo, che previdero tra l'altro anche lo sbarco in Sicilia di un forte corpo di spedizione. Inoltre la reazione degli insorti, ordinati in un piccolo irregolare e~ercito, provvisto di artiglierie, non soltanto non mancò, ma fu tale da creare in determinati momenti non poche difficoltà al comandante del contingente napoletano. Quest'ultimo, tenente generale Carlo Filangieri, principe di Satriano, non indugiò nel corso della battaglia ad impartire l'ordine alla flotta che aveva operato lo sbarco, di allontanarsi dalla spiaggia, per fare chiaramente intendere alla sua gente che non ci sarebbe stato reimbarco nè ritorno dal mare. (1) Di conseguenza una vi-


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sione riduttiva di quegli eventi, che ha dominato una certa storiografia risorgimentale - esclusi ben inteso studiosi più attenti non giova alla verità: serve certamente a screditare un sovrano ed il suo esercito ma annulla anche frettolosamente la gloriosa resistenza della città, affatto passiva, ma permeata da momenti di splendente valore. Tuttavia è altrettanto vero che gli insistenti duelli di artiglieria - seppure di diversa potenza - ed i cruenti fatti d'armi in cui si frantumarono le ultime fasi della battaglia, condotti nel suburbio e nell'interno degli abitati, misero in essere un'accanita guerriglia con tutte quelle degenerazioni che quest'ultima comporta e che, oggi se pur sempre riprovate non meravigliano più. Di conseguenza non può non destare un certo interesse la rilettura sia pure succinta di quegli eventi volta al duplice fine di mettere in luce gli aspetti operativi connessi alla spedizione napoletana, e di rendere, nel contempo, omaggio alla memoria di quanti italiani e talvolta stranieri - soldati dei reggimenti svizzeri - caddero combattendo su opposte sponde in nome del dovere civico e militare.

Gli antefatti L'insurrezione siciliana ebbe il suo 1mz10 a Palermo il 12 gennaio 1848; ben presto propagatasi con inusitata violenza in tutta 1'isola costrinse le guarnigioni borboniche a ripiegare sul continente, dal quale in Sicilia si dichiarò separata ed indipendente sotto ogni aspetto politico e militare. A Palermo si costituì un governo provvisorio rivoluzionario, che assumendo i pieni poteri dichiarò decaduta la dinastia borbonica. Messina insorse il 29 gennaio, immediatamente successivo, e fino al settembre dello stesso anno, divenne un proprio e vero campo di battaglia, ove di fatto si decisero le sorti della rivoluzione siciliana. Ciò sopratutto perché in quella città erano rimaste in mano borbonica i complessi fortificati posti all'imbocco del porto: la famosa Cittadella,


La battaglia di Messina (3-7 settembre 1848)

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l'adiacente forte Don Blasco ed, al limite dell'istmo verso il mare, il forte del S. Salvatore. Diversa la situazione delle altre fortezze dell'isola, espugnate dagli insorti ed in loro saldo posesso. Di conseguenza le strutture fortificate messinesi, sopra citate, e che verranno analiticamente esaminate nel corso della presente esposizione, rappresentarono sia per la loro imponenza sia per la loro posizione strategica, una vera e propria spina nel cuore dei rivoltosi, giacchè oltre ad essere costantemente alimentate dal mare, tenevano sotto tiro la stessa città, apparentemente libera, e quel che è più grave potevano ad un tempo costituire un'eccelente testa di ponte per la riconquista dell'isola, come realmente avvenne. Infatti nell'agosto dello stesso anno allorché le sorti della prima guerra d'indipendenza apparivano compromesse dalla disfatta di Custoza, Ferdinando II, che tante umiliazioni aveva subito per essere stato costretto a ritirare le proprie guarnigioni militari dalla Sicilia, pensò bene che fosse giunto il momento di saldare il conto con l'isola ribelle disponendone la riconquista. Ordinò, pertanto, che fosse costituito un forte corpo di spedizione, idoneo a soddisfare rapidamente quell'improrogabile esigenza, e ne affidò il comando al migliore dei suoi generali, il già citato principe di Satriano, reduce da tante battaglie combattute all'ombra delle bandiere italo-napoleoniche. Nè dimenticò di svolgere nel suo stesso esercito appropriata propaganda psicologica, volta a galvanizzare il morale, dopo la cocente sconfitta. Tra le tante iniziative merita rilievo la stampa propagandistica affidata ad alcuni periodici militari, come La sentinella e L'araldo che, diretti da abili ufficiali di cavalleria della guardia reale, i capitani Michele Rota ed Antonio Fabbri, penetrarono nelle più disparate guarnigioni delle provincie del mezzogiorno tenendo testa ai fogli liberali. La loro diffusione non mancò anche in Sicilia, ove ebbe la funzione di screditare le forze militari rivoluzionarie, i cui componenti venivano chiamati briganti e traditori. Ovviamente il sovrano non teneva affatto conto che i siciliani invocavano la costituzione del 1812, ch'egli stesso quand'era in


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Sicilia, profugo da Napoli, aveva benevolmente concesso.

Il teatro della battaglia

L'impronta morfologica della città di Messina (figure 1 e 5) è simile ad un trapezio la cui base maggiore rivolta verso il mare è provvista di una appendice che si ritorce in modo estremamente caratteristico da originare il profilo di una falce, nell'interno della quale si trova il porto. Per tale motivo la città venne chiamata dai greci Zancle; termine quest'ultimo derivato da sostantivo zanklon, con cui si indicava il falcetto ricurvo usato fin dall'antichità dai contadini della Magna Grecia. I margini esterni della base opposta alla precedente, rivolti ad occidente si appoggiano alle ultime propagini dei monti peloritani formando caratteristiche collinette su cui svettano castelli e ville. Quest'ultimo è il lato più difficoltoso da superare per delle truppe che volessero conquistare la città, tanto ne è facile la difesa ed impervio il movimento. Altrettanto dicasi del lato nord: anche qui il terreno e mosso e collinare, la spiaggia alta, difficili gli approdi. Non così il lato di mezzoggiorno, che si presenta pianeggiante, allora punteggiato da cespugli e vigneti, percorso nella parte superiore dalla strada rotabile, a quei tempi bianca, ora asfaltata, che proveniente da Catania, raggiuge in linea retta la città, in prossimità della quale si dispone a mezza costa. Detta strada che rappresentava la via di facilitazione per eccellenza per raggiugere Messina, poteva altresì essere agevolmente guadagnata dal mare, la cui spiaggia bassa è attraversata da numerose fiumare o torrentelli, spesso asciutti, che scendenndo dalle colline del versante superiore si versano a mare, chiamato in quelle località mare Grosso o siciliano. La città era allora protetta da poderosi bastioni che la circondavano interamente, ai cui lati esterni scorreva un profondo fossato alimentato dallo stesso tipo di fiumare sopra accennate. Inoltre numerose opere fortificatorie, guarnite di artiglierie, rafforzavano il perimetro esterno della difesa. Questi i nomi delle più impor-


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tanti a partire da sinistra ed andando in senso orario: bastione del Don Blasco, individuato nella pianta morfologica della città con la lettera C, bastione di S. Chiara, lettera D e via dicendo, bastione di S. Bartolomeo (E), porta Imperiale (F), bastione del noviziato dei Gesuiti (G), bastione deHa chiesa dei Gesuiti (H) - questi due bastioni presero poi l'unico nome di bastioni del Noviziato porta Legni (I), torre Vittoria (K), castello di Matagrifone, poi rocca Guelfonia (L), porta Occidentale (M), bastione dell'Andria (N), porta Reale (O), forte real Basso (P). Chiudeva il porto, completando il disegno della falce, la penisola di s_ Ranieri, al vertice della quale si ergeva il forte del S. Salvatore o della Campana (B), sul cui rudere, oggi restaurato domina l'alta statua della Madonna della Lettera, protrettrice della città. Sul gomito dello stesso braccio vi era il Lazzaretto non utilizzato - e dal versante opposto una torre quadrangolare, massiccia, detta del Garofalo, sulla cui sommità brillava la lanterna-faro (S). Sovrastavano le colline, fuori della cinta muraria, altre due fortezze: il castello Gonzaga (R) ed il Castellacr.io (Q)_ Di entrambi e dei già citati forti del S. Salvatore e di Matagrifone si possono osservare in fig. 2 contraddistinti dalle medesime lettere i piani originari, così come risultavano all'epoca. Si soggiunge che il forte del S. Salvatore faceva sistema col forte del real Basso al fine di interdire 1'ingresso al porto. La struttura difensiva più imponente e di cui non si è ancora parlato era rappresentata dalla Cittadella, ora interamente distrutta per far luogo alla stazione marittima. Contrariamente a quanto possa sembrare costituiva il complesso fortificato più recente, voluto nel 1679 dagli spagnoli per rafforzare la città che malgrado le possenti opere difensive già nominate ed allestite fin dal XV secolo era stata più volte espugnata. Quest'ultima assurse a particolare rilievo nella rivoluzione del 1848 per cui se ne rende indispensabile la descrizione sia pure sommaria. Ideata e realizzata dall'architetto olandese Carlo Grunembergh secondo una pianta a stella - dettaglio in figura 3 aveva possibilità d'intervento a 360 gradi. Si articolava in 5 ba-


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stioni tanto da formare un pentagono regolare, cosÏ denominati, procedendo in senso antiorario: bastione S. Carlo (a); bastione S. Stefano (b); bastione S. Francesco (c); bastione S. Giacomo (d); bastione Grunembergh (e), dal nome del costrutture, e che i messinesi deformarono in Norimberga. I bastioni S. Carlo e S. Stefano erano muniti di cavalieri, cioè sormontati da alte torri che li dominavano, mentre gli altri tre contenevano le polveriere ch'erano a forma circolare ed a prova di bomba. Attorno ai cinque bastioni correva una falsa braga (2), bagnata dalle acque del mare che invadeva il fossato a giro d'orizzonte. Dal lato dei bastioni S. Carlo e S. Stefano, la cortina interposta era sprovvista di falsa braga ed al suo posto si ergeva il muraglione di protezione, detto della Concezione (h in figura) protetto in avanti da un rivellino a due lunette convergenti ad angolo acuto, intitolate a S. Teresa (fin figura). Dalla parte centrale della Concezione si dipartiva uno stretto camminamento coperto che raggiugeva il rivellino e da questo proseguiva a mezzogiorno completando l'attraversamento del fossato fino a congiugersi con la terra ferma ove si saldava ad altro camminamento (i in figura), chiamato la mezza Caponiera, da cui era possibile raggiugere al coperto il forte Don Blasco (C). Interposti ai bastioni S. Francesco (c) e S. Giacomo (d) sorgeva un altro rivellino (g in figura) della stessa forma del precedente, da cui si ripartiva un canuninamento che, custodito da ponte levatoio, consentiva di raggiungere dalla fortezza il porticciuolo esterno. Altri approdi utilizzabili dalla Cittadella erano sull'istmo o Penisola S. Ranieri nei pressi del forte del S. Salvatore. Va, infine, ricordato, per maggior chiarezza che nei mesi che precedettero lo sbarco napoletano le forze degli insorti si erano impossessate dei forti sopradescritti, posti sulle colline e lungo la cinta muraria della città , ad eccezione del forte Don Blasco (C) e di quelli che sorgevano sulla penisola S. Ranieri: cioè della Cittadella (A), del S. Salvatore (B), e della torre della Lanterna (S).


La battaglia di Messina (3-7 settembre 1848)

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SITUAZIONE GENERALE DELLE FORZE NEI CAMPI CONTRAPPOSTI ALLA VIGILIA DELLA BATIA GLIA

1. Forze siciliane La situazione delle forze militari rivoluzionarie era quanto mai critica. Eppur vero che nella seduta del 7 febbraio 1848, ed in quelle immediatamente successive il Comitato Generale aveva emanato ben precise norme per la costituzione di un esercito e di una marina da guerra nulla dimenticando, nè Stati Maggiori, nè unità di fanteria, di artiglieria, del Genio, nè arsenale e servizi di ogni genere, ma è altrettanto vero che ben poco si fece per tradurre in realtà quei provvedimenti se si prescinde dalla formazione di qualche reparto di fanteria di linea. Tuttavia alle lacune delle forze armate regolari surrogarono note figure di patrioti, alcuni già protagonisti della soffocata rivolta del 12 settembre 1847, come Antonino Capranica, che si fece carico di ogni iniziativa, ed altri eroici popolani passati dalla storia alla leggenda, come l 'intrepida Rosa Donato ed il giovane Antonio Lanzetta che, armati di un cannoncino arrugginito, compirono gesta memorabili (3). A questi si unirono uomini di sicura capacità organizzativa, reduci dalla vittoriosa liberazione di Palermo, come i primi tenenti d'artiglieria dell'esercito borbonico, Giacomo Longo e Vincenzo Giordano Orsini, nominati colonnelli dallo stesso Comitato Generale (4). Sotto la guida di costoro e con il concorso di altri volontari accorsi dalla provincia fu possibile mettere in piedi robuste squadre d'azione. Inoltre con un'audacia che ha dello inverosimile, alcuni ardimentosi, sfuggendo al martellate fuoco della Cittadella, che ad ogni movimento sospetto si riversava sulla città, dissotterrarono dall'arsenale, posto in prossimità del piano di Terranova, abbandonato e distrutto dai borbonici, alcune bocche da fuoco, subito riattate. Queste ultime, unitamente ai pezzi recuperati dalla fortezza di Milazzo e da quelle perimetrali della città, costituirono il saldo nerbo dell'artiglieria rivoluzionaria messinè-


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se, che fu poscia integrata coi mortai, fusi da Orsini e dal Longo con perizia e capacità non indifferente, giacché alcuni raggiunsero i massimi calibri. Di conseguenza ai primi del marzo del 1848 il Longo fu già in grado di attuare un vero e proprio progetto di difesa, che tenendo conto delle iniziative già prese dai rivoltosi, fu potenziato giorno per giorno tanto da ottenere la integrale approvazione del generale Ribotti di Molières (5). Questi nominato_ comandante supremo dell'esercito siciliano dal Comitato Generale era stato inviato a Messina ed investito della difesa della città sia per contenere i rilevanti danni che derivavano dalle artiglierie della Cittadella . sia per predisporre le misure necessarie atte a fronteggiare un possibile sbarco. Dallo studio delle fonti e dalle notizie frammentarie pervenute attraverso i cronisti del tempo, è possibile - sia pure con qualche incertezza - riferire sulla situazione di comando, sull'entità delle forze e sul predetto piano, così come si presentavano alla vigilia dello sbarco capitanato dal Ten. Gen. Carlo Filangieri. a. Comando della difesa Il governo provvisorio dell'isola aveva nominato, quale commissario del potere esecutivo, suo diretto rappresentante nella città, Domenico Piraino, un vecchio rivoluzionario di sicura estrazione liberale, ma di carattere irresoluto, ch'era stato eletto deputato alla Camera dei Comuni del nuovo parlamento siciliano, per la città di Messina. Di conseguenza"la responsabilità della difesa venne demandata all'autorità politica dallo stesso rappresentata. Da quest'ultimo dipendevano per la parte esecutiva molti alti ufficiali, investiti di varie responsabilità, tra cui in un primo tempo lo stesso Ribotti, i colonnelli Capranica, Calona, Longo ed Orsini, nonché altri di ogni grado, ma tutti sprovvisti - ad eccezione del Ribotti e degli ultimi due - della benché minima preparazione militare e di vera esperienza di guerra. Quando poi per effetto del contributo che la Sicilia volle dare ai rivoltosi calabresi, il Ribotti ed il Longo lasciarono la città, le funzioni di comandante militare


La ballaglia di Messina (3-7 sellembre 1848)

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della difesa - ferm~ restando le facoltà decisionali al Piraino furono affidate al Capranica, che essendo del luogo e più avanti con gli anni fu preferito all'Orsini. Quest'ultimo fu invece nominato - e ciò parve una necessità - comandante delle artiglierie di tutto il Vallo di Messina. b. Reparti e mezzi a disposizione

È possibile articolare i reparti approntati per la difesa della città in tre raggruppamenti distinti, di cui il primo composto dai cosiddetti "reparti regolari", reclutati per effetto del citato decreto 7. 2. 1848; il secondo dagli irregolari ed il terzo dall'artiglieria. Va subito detto che sia i cronisti sia gli storici che si sono occupati della battaglia valutano con sfumature diverse a circa 6.000 uomini il numero complessivo dei combattenti appartenuti alle forze militari dell'esercito siciliano che parteciparono alla difesa di Messina. 1) Reparti regolari

Spanno, il primo gruppo costituito essenzialmente da: - due battaglioni di fanteria di linea; - una compagnia pionieri del genio. I due battaglioni, rispettivamente X ed XI al comando dei colonnelli Amato Poulet e Rosario D'Onofrio, erano composti per la maggior parte da giovanissimi, d'età non superiore ai vent'anni; indossavano una blouse eguale per tutti, e vennero perciò chiamati "camiciotti". L'am1amento era quello della fanteria ma non tutti disponevano del fucile: solo 800 su 1.200 per ciascun battaglione. La compagnia del genio, comandata dal maggiore Minutilla, comprendeva un forte nucleo di zappatori, circa 150, abilitati allo schieramento dell'ostacolo campale (abbattute di alberi) ed al rafforzamento delle strutture difensive. Il precedente comandante, Colonnello Romej, era caduto mentre tentava con i suoi pionieri di consolidare il forte di torre Vittoria. Né mancarono tra questi, seppure in esiguo numero,


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provenienti dalle miniere siciliane, gli specialisti in lavori di mina. 2) Irregolari

Il secondo raggruppamento comprendeva i volontari che possono essere ordinati in 7 Squadre, di cui 3 più consistenti e 4 o 5 meno, valutabili complessivamente a circa 2.500 uomini. A differenza dei reparti precedenti le Squadre risultarono le più annate giacché si erano impossessate dei fucili abbandonati nei magazzini dai borbonici, che vennero ceduti solo in parte ai battaglioni di linea ed alle altre unità. Completavano gli irregolari: - un battaglione della Guardia Nazionale, che si radunava al1'occorrenza; - la Guardia Civica della città, ,che fu impiegata per il soccorso alla popolazione e per lo spegnimento degli incendi causati dalle granate incendiare. 3) Artiglieria

Un discorso a parte merita l'artiglieria, l'arma più organizzata, posta agli ordini di Vincenzo Giordano Orsini. Comprese ben 12 batterie in postazioni fisse per un totale complessivo di 79 bocche da fuoco. Tuttavia se si tiene conto delle batterie mobili irregolari, affidate alla iniziative di alcuni artiglieri volontari, ai pezzi isolati, ed al definitivo approntamento di quelli riattati o fusi negli arsenali di circostanza, il numero complessivo supera le 112 unità. c. Progetto della difesa e dislocazione delle/orze 1) Progetto della difesa (figure: 4, 5, 7). Il progetto della difesa, elaborato dal Longo, approvato dal Ribotti ed ereditato dal Capranica e dall'Orsini, dava per scontato il presumìbile sbarco del nemico sulla spiaggia di mare Grosso,


La ballag/ia di Messina (3-7 se/lembre 1848)

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cioè sul versante della città esposto a mezzogiorno. Tuttavia mirava a tenere sotto controllo uno spazio di costa molto più ampio compreso nell'angolo formato da Capo Peloro e delimitato da Milazzo, Faro, Messina e Scaletta (figura 4). Per difendere la città dal lato sud cioè da quello ove era previsto ed ove avvenne lo sbarco - furono allestite due linee difensive in profondità. Di queste la più interna, meno estesa e più forte, si avvaleva di ottime posizioni naturali che facevano capo ai bastioni sud della città (S. Chiara - Mezzo Mondello), al possente ospizio della Maddalena ed a Colle Reale. La seconda, invece, più esterna, detta trincea di circumvallazione iniziava dal porto all'altezza di largo d'Austria, rasentava il monastero di S. Chiara, attraversava gli omonimi bastioni, per inoltrarsi sempre più a sud in contrada delle Moselle e risalire poi verso nord appoggiandosi alla fiumara dello Zaera. L'inizio della trincea di circunvallazione risulta segnata col numero 2 sulla pianta topografica eseguita dal capitano del Carretto dell'Esercito borbonico -figura 7 - mentre il suo proseguimento risulta dalla figura 5, che è in pratica la riproduzione a scala della stessa carta con esclusione della parte che include la città. La linea di circumvallazione era stata ricavata in trincea ed era provvista di ostacolo campale. Anche l'artiglieria ebbe il suo piano di fuochi, ma assai limitato perché contenuto nei limiti delle gittate massime consentite dai vari pezzi, e pertanto volto soprattutto a controbbatere le artiglierie della Cittadella, del Don Blasco e del S. Salvatore. Nè risulta sia mai stata presa in esame l'opportunità di battere con efficacia il tratto di mare antistante la spiaggia di mare Grosso, se si prescinde da un'unica batteria che - come si vedrà - venne subito eliminata dal nemico. 2) Dislocazione delle forze

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Le forze disponibili furono così articolate: sulla linea di circumvallazione furono investiti i due battaglioni di linea ed alcune squadre, scelte tra le meno numerose;


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a presidio, controllo e prima elementare difesa (compito assai arduo) del triangolo sopra accennato furono destinate le tre squadre maggiori: a Milazzo il Maggiore Santantonio con oltre 800 uomini che furono distribuiti sul litorale; a Scaletta il maggiore Interdonato che vi costituì una colonna mobile forte di 500 uomini rinforzata da una batteria da montagna; a Faro l'ultima consistente squadra. Si tenne anche in conto che dette squadre all'occorrenza sarebbero potute rientrare in città per dar man forte alla difesa. L'artiglieria venne schierata a diretta protezione della linea di circumvallazione ed a presidio dei bastioni che circondavano la città al fine di assicurare la massima possibilità di intervento. Iniziando dal limite meridionale della trincea di circumvallazione è possibile individuare. le seguenti batterie, segnate in carta con lettera maiuscola (figura 5 e figura 1 per quelle occidentali): Batteria Sicilia o Fortino Moselle (SI), investita presso la foce della fiumara dello Zaera sul piano delle Moselle, era guarnita di fossato e di ponte levatoio. Disponeva del seguente armamento: 5 pezzi da 24 e 5 da 36, collocata ad 800-1.000 metri dalla Cittadella, doveva respingere ogni tentativo di sbarco sul suo fronte e battere la faccia del rientrante del bastione Don Blasco che saliva verso la città. Batteria di S. Chiara (D), detta anche Fortino, dei "Bravi", era investita al limite della trincea di circumvallazione del piano delle Moselle, a 1/2 tiro del bastione Don Blasco doveva batterlo d'infilata ad integrazione frontale dell'azione di fuoco della batteria Sicilia. Il suo armamento era costituto da 4 cannoni da 36 e da 2 mortai da 8. Batteria di Mezzo Mandello (E), detta della "Sentinella", investita sul bastione di Mezzo Mandello e forte di 4 cannoni da 24, 2 mortai da 8 ed un obice da 80 Paixhans faceva sistema con la Batteria di S. Cecilia alla Maddalena (T) - 2 mortai da 12 e 6 mortai da 8 - e con la Batteria di S. Elia (E) detta del 29 gennaio, armata, da 4 cannoni da 24. Tutte e tre ebbero il compito di tenere sotto tiro gli orti delle Moselle.


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Batterie del Noviziato (due: G ed H), erano collocate sui fianchi di sinistra e di dritta del bastione del Noviziato dei Gesuiti al limite della cinta murari di mezzogiorno. Armate da 6 pezzi da 24 e da due da 80 alla Paixhans davano sicurezza nei confronti delle eventuali provenienze da sud, ponente e nord. Batteria di Torre Vittoria (K), detta anche Fortino Romej, dal nome dell'ufficiale del genio che vi perse la vita nel potenziarla. Armata da 10 mortai da 12 e due obici cannoni da 80, ebbe obiettivi diversi tra cui la Cittadella ed il forte S. Salvatore. Fu sede di comando del direttore delle artiglierie del Vallo di Messina, Colonnello Orsini, che per la esecuzione del fuoco venne affiancato dal Capitano Palmeri. Batteria del!' Indipendenza (L), investita sulla sommità della rocca Guelfonia, armata con 8 cannoni da 24 e da due obicicannoni da 80, ebbe anch'essa il compito di battere la Cittadella. Batteria del!' Andria (N), collocata sui bastioni di S. Andrea, armata da 4 cannoni da 24 e da 4 mortai da 12, doveva integrare il tiro delle precedenti batterie sulla penisola di S. Ranieri. Batteria del forte Real Basso (P) detta anche forte del Popolo, armata da 6 obici-cannoni da 80, doveva dirigere i suoi tiri sull'istmo privilegiando come obiettivo il forte del San Salvatore. Come già in altra parte accennato alle sopradette batterie investite nei punti elevati della cinta muraria e sulla linea di circumvallazione vanno aggiunti i numerosi pezzi isolati gestiti dai patrioti nonchÊ le altre meno forti, talvolta mobili, che presidiarono S. Clemente, Colle Reale, porta della Zaera, l'interno dell'abitato cittadino a largo Austria, e che furono opportunamente potenziate nel corso della battaglia, quando cioè la linea di circumvallazione fu sopraffatta. d. Ostacolo

Gli zappatori del genio eseguirono numerose abbattute di alberi che vennero disposte dinanzi la linea di circumvallazione ed alle foci delle fiumare che adducevano alla consolare; inoltre con-


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corsero al rafforzamento di tutte le batterie fisse e delle opere campali predisposte in contrada delle Moselle. Infine una lunga carica esplosiva da mina, opportunamente articolata e governabile a distanza, venne interrata al limite del piano di Terranova nei pressi di largo d'Austria al fine di arrestare in tempo ogni eventuale sortita della Cittadella. Di quest'ultima è visibile il tracciato, segnato col nQ 3 ripetuto piÚ volte, sulla carta topografica rilevata dal già citato capitano borbonico del Carretto (figura 7), mentre le abbattute di alberi sono evidenziate con i numeri 6 in figura 5.

2. Forze borboniche

Le forze borboniche alla vigilia dello sbarco possono desumersi da un rapporto, inviato dal Maresciallo Pronio, che si qualificava Comandante delle Armi nella provincia e nella Real Piazza di Messina, al Ministro della Guerra pro-tempore. La lettera porta la data del 24 febbraio 1848 ma contiene anche il programma di potenziamento (6). Con questa si fa anzitutto il punto sulle artiglierie, articolate secondo le fortezze rimaste ai borbonici, che risulta essere il seguente: a. Fortezza della Cittadella Totali

parziali

Obici-cannoni da 80 .................................. 9 Obici-cannoni da 6 .................................... 4 ....................... 13 Cannoni da 24 ......................................... 26 Cannoni da 18 ........................................... 2 Cannoni da 16 ......................................... 17 Cannoni da 12 ......................................... 17 Cannoni da 8 ............................................. 1 Cannoni da 4 ............................................. 8 ....................... 71 Obici da 12 ................................................ 2


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segue

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a. Fortezza della Cittadella

Obici da 9 .................................................. 1 Obici da 6 .................................................. 1 ......................... 4 Totale bocche da fuoco ........................................................ 88 b. Batteria della Lanterna (a guardia del canale di Messina) 1 Obici-cannoni da 80 ................................ 14 Obici-cannoni da 6 .................................... 3 Cannoni di marina da 8 ............................. 3 Totale bocche da fuoco ........................... 20

c. Forte S. Salvatore Obici-cannoni da 80 ................................ 32 Cannoni da 24 ............................................ 6 Cannoni da 18 ............................................ 3 Cannoni da 12 ............................................ 2 Cannoni da 4 .............................................. 3 Totale bocche da fuoco .......................... .46 Totale generale ...................................... 154 Tuttavia, come si evince dallo stesso rapporto, fu predisposto per il successivo periodo, imminente alla battaglia, un potenziamento della difesa armando con bocche da fuoco il Lazzaretto, posto sul gomito dell'istmo ed allestendo una robusta batteria da 16 allo sbocco della Cittadella sul piano di Terranova sul fronte che dava verso la cittĂ , tanto da contrastare le difese statiche e le barricate, guarnite da pezzi di artiglieria al largo d'Austria. Inoltre il giorno 13 aprile, allorchĂŠ Siracusa venne completamente abbandonata, tutti i pezzi efficienti vennero trasportati alla Cittadella e soprattutto in questa si concentrarono le polveri e le granate da 8 tanto da aumentare considerevolmente le scorte di mumz1om.


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Infine nel computo generale delle artiglierie sopraelencate vanno altresì tenuti presenti i criteri restrittivi adottati da Pronio, il quale doveva pur avere dei pezzi inefficienti, od abbisognevoli di revisione, che non risultano essere inclusi, e che poi furono riattati. Nè si fa alcun cenno del Don Blasco che rimase sempre in mano napoletana. Con i rinforzi che affluirono contestualmente alla spedizione napoletana non pare che i cronisti dell'epoca di parte siciliana si discostino dal vero allorché affermano che alla vigilia della battaglia erano presenti alla Cittadella ben 300 bocche da fuoco di vario calibro, ivi naturalmente comprendendo i pezzi da montagna e campale che furono impiegati nelle varie sortite. Il morale della truppa era buono, giacché le possenti mura dei bastioni ed il grandioso spettacolo dei mezzi rassicuravano. I collegamenti con Napoli erano efficientissimi; ogni rinforzo assicurato in caso di necessità, ogni eventuale sortita era puntualmente protetta dalle artiglierie. Non si fa, comunque, menzione di reparti di linea, ma è certo presumibile che nella Cittadella fossero accantonate non meno di 8 compagnie di fanteria; ma di queste si riferirà più avanti in termini precisi. Era, peraltro, dominio comune che quelle stesse forze non sarebbero state chiamate ad azioni risolutive, ma erano proprio lì per costituire quella testa di ponte di cui si è parlato.

La spedizione napoletana Le operazioni militari attraverso cui si concretò la spedizione napoletana possono articolarsi in due tempi distinti: a) radunata delle truppe; b) battaglia vera e propria. La radunata si svolse nella massima segretezza nel periodo compreso tra il !tiglio 1848 e l'agosto successivo. La maggior parte delle unità predestinate furono concentrate in tempi diversi all'estremo limite della Calabria tra Bagnara e Reggio. Il 31 ago-


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sto, non appena i reparti trasferiti raggiunsero il previsto ordinamento, partì da Napoli la squadra navale destinata a tre compiti sostanziali: - trasferire in Calabria tutte le vettovaglie ed i supporti logistici della spedizione nonché alcuni reparti speciali ed artiglierie che avrebbero dovuto integrare le forze della Cittadella; - prendere a bordo, a momento opportuno, i reparti destinati. allo sbarco in Sicilia; - appoggiare col fuoco delle artiglierie navali e delle cannoniere le operazioni di sbarco e la condotta della battaglia. L'ordinamento completo delle unità della marina impiegate risultò essere il seguente:

Legni a vapore: 1. R. Corvetta Stromboli, Comandante Capitano di Fregata V. Salazar. Su questa s'imbarcò il Ten. Gen. C. Filangieri. 2. R. Corvetta Ferdinando II, Comandante Tenente di Vascello V. Lettieri. 3. R. Fregata Ruggero, Comandante Capitano di Vascello G. B Lettieri. 4. R. Fregata Carlo III, Comandante Capitano di Fregata O. Spasiano. 5. R. Fregata Ercole, Comandante Capitano di Fregata G. Mollo. 6. R. Fregata Sannita, Comandante Capitano di Fregata L. Settimo. 7. R. Fregata Roberto, Comandante Tenente di Vascello G. Marselli. 8. R. Fregata Archimede, Comandante Tenente di Vascello F. Cossovick. 9. Piroscafo Nettuno, Comandante Nicola Rocco. 10. Piroscafo Ercolano, con funzione di nave ospedale, Comandante Tenente di Vascello E. Morin. 11. Piroscafo Capri, Comandante Tenente di Vascello D. Salines.


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12. Piroscafo Cristina, Comandante Tenente di Vascello F. Cafiero. 13. Piroscafo Rondine, Comandante Tenente cli Vascello G. Flores. 14. Piroscafo Polifemo, Comandante Secondo Pilota C. Vinci.

Legni a vela

15. R. Fregata Regina, Comandante Capitano di Vascello V. Lettieri. 16. R. Fregata Partenope, Comandante Capitano di Vascello A. Bracco. 17. R. Fregata Amalia, Comandante Capitano di Fregata G. Ducarne. La squadra navale era seguita da una flottiglia di barche cannoniere destinate all'appoggio ravvicinato, mentre quasi tutte le unità avevano a rimorchio le barcaccie destinate all'approdo dei reparti sulla spiaggia (7). Il 31 agosto tutte le imbarcazioni presero terra in prossimità di Bagnara Calabra: reparti e vettovaglie vennero sbarcati. Il 12 settembre il comandante in capo della spedizione, Ten. Gen. C. Filangieri, passò in rassegna le truppe. Convocò subito dopo gli stati maggiori delle G. U. perfezionando con opportuni dosaggi l'articolazione delle forze. Nella notte sul 2, predisposte opportune misure di sicurezza, i reparti destinati alla Cittadella sbarcarono indisturbati nel piccolo porto della fortezza interpo~to tra i bastioni di S. Francesco e di S. Giacomo. Il 2 mattina, pertanto, le truppe della spedizione napoletana che dovevano condurre l'azione risultarono articolate in due divisioni secondo il seguente quadro di battaglia che nella prima G. U. comprende anche il rafforzato presidio della Cittadella.


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Quadro di battaglia della spedizione napoletana (8) Comandante in capo: Ten. Gen. Carlo Filangieri, principe di Satriano. Aiutante di campo: Capitano G. Galano. Stato maggior generale Capo di S. M.: Tenente Colonnello C. Picenne. Addetti allo S. M.: nQ 5 ufficiali inferiori. Aggiunti allo S. M. per le varie armi e servizi: Marina : Capitano di Vascello L. del Re, Comandante Generale della Squadra. Artiglieria : Capitani F. Antonelli e D. Andruzzi. Genio : Maggiore L. Tramazza. Fanteria : Maggiori G. Letizia ed A. de Jongh. Cavalleria : Colonnello R. d'Aragona di Cutrofiano. Gran prevosto dell'Esercito, 1Q Tenente S. Maniscalco.

1!! Divisione Comandante: Maresciallo di Campo P. Pronio. Aiutante di campo: F. Resta. Stato Maggiore: Capo di S. M: Capitano G. Ceci Ufficiali addetti allo S. M.: nQ 2 J'l Brigata

Comandante: Brigadiere F. Schmid (poi Rosaroll e Zola). Aiutante di campo: lQ Tenente C. d' Avella. 4Q Reggimento fanteria di linea (2 btg.) Un battaglione del 6Q rgt. di linea. Un battaglione del 5Q rgt. di linea. Due compagnie del genio. Tutto il Presidio della Cittadella, compresi i pezzi giĂ elencati e relativi serventi.


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2~ Brigata Comandante: Brigadiere G. Diversi. Aiutante di campo: F. Violante. Un battaglione di carabinieri. 132 Reggimento fanteria di linea (2 btg.). 4Q battaglione Cacciatori. Un battaglione del 3° rgt. Svizzero (1/3Q rgt. sv.). 1/2 Batteria obici da montagna. N. B. Il generale Schmid, Comandante della 1! brigata assunse il comando della Cittadella, in sostituzione del Pronio, nominato a sua volta Comandante della J ! divisione. A lui subentrò nel comando della 1! brigata il Col. Rosaroll, poi sostituito col generale R. Zola (ciò risulterà chiaramente nel corso della descrizione della battaglia).

2!! Divisione Comandante: Maresciallo di campo F. Nunziante. Aiutante di campo: 2Q Tenente F. Gotscher. Stato maggiore Capo di S. M.: Capitano T. Bartolini. Ufficiali addetti: n2 3 di cui uno Comandante la Guardia del Corpo a cavallo. 1~ Brigata Comandante: Brigadiere F. Lanza. Aiutante di campo: Capitano F. de Werra. 7Q Reggimento fanteria di linea (2 btg.) 12 Battaglione cacciatori. 3Q Battaglione cacciatori. 5Q Battaglione cacciatori.


LA battaglia di Messina (3-7 sellembre 1848)

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62 Battaglione cacciatori. Quattro compagnie del 5Q rgt. f. di linea. 1/2 Batteria obici da montagna. 2~ Brigata

Comandante: Brigadiere C. Busacca. Aiutante di campo: Capitano C. Grenet _ 32 Reggimento fanteria di linea (2 btg.). Un battaglione del 32 rgt. Svizzero (II/3Q rgt. Sv.). 42 Reggimento Svizzero (2 btg.). 1/2 Batteria da montagna . Due compagnie del genio (ciascuna su quattro plotoni: due zappatori, uno pontonieri (sic) ed uno minatori). I reggimenti di fanteria di linea inquadravano due battaglioni, ciascuno su sei compagnie, di cui quattro cli linea e due speciali: una granatieri ed una cacciatori. Il totale complessivo di ogni battaglione non superava i 1.200 combattenti. I battaglioni cacciatori erano, invece, su quattro compagnie, pari ad 800 unitĂ . Le relazioni militari di parte napoletana, piĂš o meno ufficiali, fanno ascendere il numero dei componenti il corpo di spedizione alle seguenti unitĂ : Ufficiali: 500 Sottufficiali e truppa: 16.000 Tali dati sono da considerarsi largamente superati ove si tenga conto che la spedizione non comprese solo le due divisioni sopraelencate, ma previde anche l'impiego di un battaglione del reggimento real marina, e di un consistente numero di marinai, molti dei quali parteciparono alla battaglia direttamente, come serventi ai pezzi delle barche cannoniere ed delle artiglierie navali. La sola Fregata Regina, nave ammiraglia della flotta, era armata da 50 cannoni. Le fregate a vapore, di costruzione recente, disponevano tutte di sei cannoni di grosso calibro.


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Né tanto meno va trascurato il complesso logistico sbarcato in Calabria che alimentò le unità operative. Di conseguenza non sono distanti dal vero coloro che affermano che contro la città di Messina, difesa da non oltre 6.000 patrioti, furono impiegati oltre 25.000 soldati, armati di tutto punto e provvisti di ogni mezzo di sostentamento.

LA BATIAGLIA

Le monografie storico militari dell'epoca di parte borbonica - tutte anonime e comunque non ufficiali - riferiscono che il generale Filangieri si sia attenuto nella condotta delle operazioni ad un piano ben congegnato ed altrettanto ben riuscito, dallo stesso ideato quando, sul cassero della nave da guerra che lo trasportava in Sicilia, giunse in vista delle coste dell'isola. Immagine pittoresca - se vogliamo - ma non assolutamente rispondente alla realtà giacché è vero il contrario, e cioè che la imprevista e forte resistenza dei patrioti siciliani lo costrinse nel corso della battaglia a mutare le linee generali del proprio disegno di manovra in modo del tutto nuovo al previsto sviluppo. E ciò, per altro verso può assurgere a suo maggior merito, in quanto non mancò l'esito risolutivo. In effetti il disegno strategico per la riconquista dell'isola era già nell'aria fin da quanto l'armata napoletana, abbandonata la Sicilia, vi aveva lasciati i presidi della Cittadella, ' del Don Blasco e della penisola di S. Ranieri, non soltanto tenendoli costantemente a numero, ma potenziandoli sempre più. Ovviamente in una siffatta situazione, come più volte detto, la stessa Cittadella - premesso che con improvvise e ripetute sortite non era riuscita, nè avrebbe potuto mai sopraffare i rivoltosi - rappresentava la precostituita naturale testa di ponte, costantemente disponibile per concorrere ad un'azione di forza. L'unico problema che si presentava al Filangieri rimaneva, pertanto, quello di


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scegliere la località più idonea allo sbarco. Se da un canto un'adeguata risposta poteva venire dalla stessa configurazione del terreno, già descritto, secondo cui era certo da preferirsi la spiaggia di mare Grosso, posta a mezzogiorno, dall'altro rimanevano all'attaccante non poche perplessità circa la consistenza .. delle opere allestite dai difensori in sei mesi di stasi. Si soggiunge, infine, onde completare ogni congettura che la composizione definitiva delle forze napoletane, sopra esaminata, consistente in due divisioni operative, diversamente bilanciate, inducono a ritenere la preesistenza di un disegno facilmente governabile con una siffatta articolazione binaria.

Disegno operativo del Generale Filangieri

Premesso quanto sopra il disegno di manovra del Filangieri previde lo svolgimento dell'azione in due fasi distinte: - la prima caratterizzata da combattimenti preliminari volti a saggiare le resistenze nemiche sul fronte prescelto per lo sbarco; - la seconda risolutiva, tendente ad awolgere le ali estreme dello schieramento siciliano. Quest'ultima fase in cui si concretò la battaglia vera e propria, ebbe come protagoniste entrambe le due G. U.: - prima a muoversi sarebbe stata la 2!! Divisione che, sbarcata sulla spiaggia di mare Grosso, avrebbe dovuto raggiungere l'abitato di Contesse per poi puntare su Messina, investendo l'ala destra nemica e tenendo come asse d'avanzata la consolare (figura 6); - si sarebbe poi mossa la 1!! Divisione che, proveniente dalla Cittadella ed affacciatasi sul piano di Terranova, avrebbe dovuto investire il fianco sinistro nemico che si estendeva dal bastione di S. Chiara al largo d'Austria (figura 7). Non è dato stabilire quale delle due G. U. fosse destinata ad entrare in città per prima - nè ce lo precisa il Filangieri - ma


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dalla impostazione della manovra si ha motivo di ritenere che l'azione delle due divisioni, appunto perché sfalsate nel tempo per il diverso percorso da superare, doveva concludersi contemporaneamente. . Gli eventi - come si vedrà - si svilupparono in modo diverso: la prima divisione, proveniente dalla Cittadella fallì in pieno il proprio obiettivo, che fu mutato e si concretò in altro volto a sostegno della 2!, la quale, viceversa, ebbe pieno successo. Le due divisioni entrarono contemporaneamente a Messina ma dall'unico fronte, quello assegnato alla 2! Divisione. Seguono le operazioni militari articolate nei cinque giorni della battaglia.

Le operazioni preliminari del 3 settembre (figura 5) Le operazioni preliminari, programmate ed eseguite il 3 settembre, si proponevano due scopi essenziali: a) distruggere la batteria o fortino "Sicilia" posto alla foce del torrente Zaera (indicato nella pianta con le lettere SI) di cui si aveva notizia da tempo e che più di ogni altro ostacolo rendeva difficile lo sbarco in prossimità della Cittadella; b) riconoscere tutta la fascia costiera di mezzogiorno sia ad est sia ad ovest della stessa batteria, onde individuare il tratto di spiaggia più idoneo allo sbarco e, comunque, fuori dalle offese delle artiglierie della difesa. A tal fine venne predisposta un'azione combinata con l'artiglieria della marina da guerra e con la 1! divisione (Pronio), al cui capo di Stato Maggiore il generale Filangieri consegnò personalmente la mattina del 2 settembre l'intero dettagliato progetto. Quest'ultimo previde le seguenti operazioni che, per comodità di esposizione. vengono articolate in tre tempi distinti.


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Operazioni di 12 tempo:

Nella notte sul 3 le seguenti unitĂ al comando del Colonnello Rosaroll: - un battaglione di formazione composto da 7 compagnie scelte (granatieri e cacciatori); - un battaglione di formazione, costituito da nove compagnie di linea; - un battaglione del 3Q reggimento svizzero (l/3Q rgt. Sv.); uscirono dalla Cittadella per attestarsi sulla mezza Caponiera che guardava il piano di Terranova. Da qui si tennero pronte a sortire, a segnale convenuto, dalla porta Saracena del bastione don Blasco ed immettersi sulla spiaggia di mare Grosso. Nella stessa notte una flottiglia composta da 21 barche cannoniere ed altro naviglio leggero, rimorchiato dalla fregata Regina e dai piroscafi Roberto, Ruggero e Carlo III, salparono da Reggio Calabria e raggiunta la Cittadella stettero alla fonda fronte ai bastioni di S. Stefano e di S. Carlo. Sul Roberto - riferisce testualmente la relazione (alias "Racconto storico" ) attribuita allo Stato Maggiore napoletano vennero imbarcati due gruppi di osservazione presieduti da due ufficiali di S. M. con l'incarico di ragguagliare il generale in capo sulla ricognizione generale del terreno adiacente a Contessa ed a Gazzi, nonchĂŠ a quale distanza dal bastione don Blasco il lido cominciava ad essere illeso da proietti nemici (8).

Operazioni di 2 2 tempo

Un 'ora prima dell'alba del 3 i mortai della Cittadella e gli obici del bastione don Blasco eseguirono ripetuti concentramenti sulla spiaggia di mare Grosso. In particolare il don Blasco ebbe come obiettivi i rovesci della batteria Sicilia al fine di completarne l' isolamento. Durante queste azioni la flottiglia che abbiamo lasciata alla Cittadella riprese il movimento verso sud e non appe-


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na raggiunse la spiaggia delle Moselle assunse lo schieramento di battaglia previsto. I legni leggeri si posero a scacchiera di fronte e lateralmente la batteria da distruggere. Indietro presero posto i piroscafi, ed in retroguardia la fregata Regina. Ultimato lo schieramento iniziò un violento cannoneggiamento dal mare che si sovrappose a quello delle artiglierie dei forti. Assai giusto ed efficace, per la vicinanza dal bersaglio, il fuoco delle artiglierie delle barche cannoniere. Il nemico, ricorda ancora la citata relazione, non rimase indifferente spettatore di quella distruzione e tempestivamente adattate quante artiglierie potè riunire nelle cannoniere poste sul fianco della batteria del Noviziato diresse i fuochi a danno delle cannoniere e dei piroscafi che le proJeggevano, protesi ali' assedio della batteria Sicilia. L'estensore della relazione afferma chiaramente il vero laddove accenna con terminologia che parrebbe impropria al!' adattamento delle batterie siciliane, giacché nessuna di queste, se si prescinde da quella attaccata, era stata originariamente schierata in modo da battere lo specchio d'acqua antistante la spiaggia. Tale grave inconveniente venne ovviato da Orsini, il quale resosi conto della situazione, dispose il tempestivo trasferimento di quante batterie mobili potè sul fianco destro del bastione del Noviaziato tanto da poter raggiungere con gittate efficaci le barche cannoniere, ed accompagnare successivamente al contrattacco i battaglioni siciliani. Azione la prima, certamente disperata e comunque tale da non poter impedire il cedimento del fortino che, martellato sui rovesci dagli obici del don Blasco, centrato nelle feritoie e nelle strutture protettive dalle cannoniere della marina borbonica, fu ben presto ridotto al silenzio.

Operazioni di 3° tempo

Poco prima erano stati trasferiti dal Roberto ed imbarcati sulle barche cannoniere i gruppi di osservazione dello S. M., i quali eseguirono a bordo di queste ultime, transitando a brevissima


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distanza dalla spiaggia, la rapida ricognizione a vista del terreno accompagnandola col fuoco ininterrotto delle anni di ogni tipo. Avuta la sensazione che l'intera fascia ispezionata era sgombra da focolai di resistenza ne diedero notizia al comandante in capo secondo il segnale convenuto. Quest'ultimo ordinò allora che venisse issata sull'albero maestro del Roberto la bandiera di guerra; il che significò l'assenso alle seguenti operazioni concordate: - sbarco ed occupazione da parte dei marinai imbarcati sul naviglio leggero del fortino; - sortita dalla Cittadella dell'unità destinata ad una più approfondita ricognizione del terreno; - allungamento del tiro delle artiglierie navali e dei forti, sulle fortezze che sovrastavano a giro d'orizzonte l'intera città. Di conseguenza mentre la batteria Sicilia veniva raggiunta ed assaltata dai fanti di marina, le unità poste al comando del generale Rosaroll uscivano da porta Saracena del don Blasco e si spiegavano sulla spiaggia delle Moselle, altrimenti detta di mare. Grosso. Quest'ultimo consistente nucleo di forze si articolava in avanguardia e grosso; nella prima entrarono a far parte le 7 compagnie scelte che che costituivano il primo battaglione di formazione (nella figura 5 - cui si rinvia - l'avanguardia è evidenziata da un battaglione contraddistinto dal numero 1, il grosso dai due battaglioni che seguono (2 e 3), la reazione dei siciliani dalle freccie bianche e dall'indicazione di forze imprecisate). Il movimento all'avanguardia venne protetto sulla destra da due compagnie di cacciatori che con risolutezza e coraggio si avventarono sulla linea di circumvallazione riuscendo ad avere la meglio su alcune sparute squadre, già scosse dai violenti bombardamenti dal mare e da terra. Tuttavia il pronto intervento delle riserve contenne l'irruenza dei cacciatori tanto da consentire un ripiegamento ordinato sulle più forti posizioni di Borgo S. Clemente, La Maddalena, Colle Reale, ove gli insorti si riordinarono agli ordini del comandante dell'XI battaglione di linea, colonnello Rosario d'Onofrio, e dei rispettivi comandanti di squadra.


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In breve l'inizio favorevole delle operazioni consentì al grosso delle forze napoletane di procedere speditamente e con sicurezza. Il Rosaroll che marciava col battaglione di primo scaglione all'immediato seguito dell'avanguardia, fu in grado di raggiungere rapidamente il fortino ed impanire l'ordine della completa distruzione, già iniziata dai marinai. I reparti di testa dell 'avanguardia si avventurarono senza incontrare resistenze di sorta oltre la fiumara dello Zaera: le compagnie distaccate al suo fianco destro tentarono di penetrare sempre più verso l'interno delle posizioni che avevano ceduto. Ma quest'ultima iniziativa venne frustrata dalla reazione della difesa, giacché i battaglioni siciliani, riavutisi dalla sorpresa ed ormai riordinati passarono al contrattacco minacciando di chiudere in una sacca quanti si erano avventurati oltre la linea di circumvallazione. A questo punto il Rosaroll, resosi conto della situazione, impartì immediatamente l'ordine della ritirata. Il rientro si svolse in ordine per il grosso della colonna; non per l'avanguardia, ed in particolare per le compagnie di destra, che agganciate dai difensori furono inseguite, bersagliate a sangue dai siciliani fino ai margini di sicurezza allorché furono centrate dalle salve delle batterie del Noviziato. Prima di concludere l'episodio precisando le perdite di entrambe le parti occorre accennare agli effetti dell'allungamento del tiro delle artiglierie borboniche che divenne oltremodo esiziale per la città. Le bombe impiegate furono d'ogni tipo e di ogni calibro: particolarmente insidiose quelle incendiarie che arsero molti edifici tra cui il palazzo del senato cittadino ove si riunivano i rappresentanti del comune, e ch'era stato eletto a posto di comando del commissario del potere esecutivo, Domenico Piraino, il quale si vide costretto a rifugiarsi nel convento di S. Andrea. Distrutto il Monte di Pietà che custodiva i beni di tanta poverissima gente, e moltissimi edifici pubblici nonché innumerevoli abitazione privare. Gli incendi divamparono da ogni parte, per lo spegnimento dei quali furono impiegati i marinai delle barche cannoniere, non diversamente utilizzate, e la guardia civica. Tuttavia le batterie sici-


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liane - oltre naturalmente quelle collocate da Vincenzo Orsini sulla fiancata destra del Noviziato - pur non potendo impedire lo sbarco risposero gagliardamente al possente volume di fuoco del nemico. Quelle poste sull'arco sud-ovest, S. Cecilia, Mezzo Mondello, S. Chiara, tennero costantemente sotto tiro le batterie del Don Blasco e della Cittadella. Quelle dell'arco nord-ovest, Andria, Torre Guelfonia, Real Basso, concentrarono i tiri sul S. Salvatore. Al centro Torre Vittoria, sede di comando dell'Orsini, cannoneggiò i bastioni di S. Carlo e di Grunembergh della Cittadella che le stavano di fronte, estendendo i suoi interventi anche sul S. Salvatore. Nè mancarono i successi, documentati anche da parte napoletana: le batterie dell'arco nord-ovest riuscirono a danneggiare in modo irreparabile, rendendoli inutilizzabili, i ripari del bastione della Campana al forte S. Salvatore. I serventi ai pezzi che colà si trovavano furono costretti ad abbandonarli per non esporsi senza alcuna protezione alla reazione avversaria. La batteria di Torre Vittoria riuscì con una potentissima salve a centrare la polveriera del S. Salvatore. L'esplosione che ne seguì fu tale che alcuni artiglieri vennero dall'onda d'urto proiettati fuori del fossato, mentre molti stramazzarono a terra: chi morto, chi ferito più o meno gravemente. L'evento fu accolto con entusiasmo da Orsini, che non era stato parco di consigli, e che in quel1'occasione si fece avanti abbracciando il comandante della batteria, Capitano Ignazio Palmeri. Altrettanto lusinghieri i successi dell'arco sud-ovest che non dettero tregua al don Blasco. Tuttavia si trattò pur sempre di azioni non risolutive ma che, comunque, dimostrarono la valida reazione della difesa.

Conclusioni

Il tramonto del giorno dava un attimo di respiro ali 'immane eccidio della città che si avviava a divenire un immenso braciere. Si contarono numerosi morti tra la popolazione; molto meno meno tra i soldati napoletani e siciliani che avevano combattuto al


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mattino: 200 i primi, solo 70 i secondi ivi compresi i difensori del fortino "Sicilia". Moltissimi, però, i feriti da entrambe le parti. In quella stessa giornata, per l'arco complessivo di 14 ore di bombardamento ininterrotto, il numero dei proietti di artiglieria impiegati da entrambe le parti ascese a ben 16.000 colpi. Cifra consistente per quei tempi, su cui tutte le fonti concordano. Da parte napoletana l'esito della ricognizione poteva considerarsi fruttuoso: il fortino era stato distrutto, la spiaggia di mare Grosso risultava sguarnita da difese oltre la fiumara dello Zaera, mentre appariva chiaro che la maggior consistenza della resistenza trovava alimento e sostegno dalle forti posizioni a ridosso della trincea di circumvallazione, a cavallo dell'asse della consolare presso la città . Da parte siciliana i messinesi, pur rendendosi conto che avevano perduto una valida struttura difensiva, cui avevano tragicamente imposto il nome dell'isola, gioirono nel vedere ripiegare frettolosamente le truppe napoletane nell'interno della Cittadella, ed in considerazione delle gravi perdite inflitte al nemico, interpretarono quell'evento come un grande successo militare senza tenere conto di non essere nelle condizioni di poter contrastare uno sbarco che si fosse effettuato al limite dello schieramento difensivo, fuori dalla gittata utile delle artiglierie. Tuttavia i pochi competenti si resero conto dell'azione che stava maturando e promossero l'invio di una delegazione a Palermo per chiedere urgenti soccorsi.

LE GIORNATE DEL 4 E 5 SETTEMBRE

Le giornate del 4 e 5 settembre trascorsero senza avvenimenti di rilievo, salvo da parte napoletana l'approntamento delle unitĂ per lo sbarco e, da parte siciliana l'esecuzione di alcuni provvedimenti volti ad integrare la difesa. In particolare nella notte sul 4 il


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micidiale fuoco delle artiglierie rallentò notevolmente consentendo ai siciliani la possibilità di completare i soccorsi alla popolazione così duramente provata e che ormai si accingeva a lasciare la città. Le riserve di munizioni si erano notevolmente assottigliate, e non buone notizie giungevano da Palermo, ove fin dal giorno 3 era stato inviato in tutta urgenza il barone Giuseppe Natoli con una qualificata rappresentanza, per chiedere soccorsi, cui si è già accennato. Il Piraino, così come era stato in precedenza convenuto, dispose il rientro in città delle robuste squadre di volontari inviate a suo tempo a presidiare Faro e Milazzo; lasciò in posto - e ciò fu gravissimo errore - la colonna mobile di Scaletta che, comandata dal maggiore Stefano lnterdonato, era rinforzata anche da una batteria di montagna. Nella mattinata del 5, rientrata finalmente la deputazione Natoli, si seppe che il governo dell'isola non aveva voluto cedere i battaglioni di fanteria di linea costituiti per la difesa di Palermo, mentre aveva offerto alcune squadre composte sopratutto da detenuti, liberati dalle carceri nelle giornate dell'insurrezione, e che non vennero accettate. Si prometteva, però, l'imminente imbarco sul Vesuvio- uno dei pochi piroscafi della nascente marina siciliana - con destinazione Spatafora di un manipolo di 1000 giovani volontari, armati di tutto punto, e posti agli ordini di Giuseppe La Masa. Quest'ultimo aveva proprio in quei giorni assunto il prestigioso titolo di capo di stato maggiore dell'esercito siciliano. Tali promesse risultarono infondate: gli aiuti del governo si ridussero ad alcune casse di munizioni per fucile, qualche arrna individuale e modeste somme di danaro. Il tutto fu consegnato al La Masa, che riuscì a raccogliere solo 200 volontari, con i quali sbarcato a Spatafora si avviò a piedi a Messina, ove accantonò le sue truppe al monastero di S. Salvatore dei Greci, luogo distante da dove si sarebbe riaccesa la battaglia. Da parte napoletana non mancarono le contrarietà: il generale Filangieri che aveva impartito l'ordine d'imbarco per la notte sul 4 si vide costretto ad attendere ancora giacché le condizioni proibitive del tempo non davano affidamento di poter condurre l 'operazione con pieno successo. Tuttavia profittò del rinvio per mette-


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re a punto l'organico della Cittadella tanto da rendere più efficace la prevista sortita facendo affluire in quella guarnigione 36 cavalli da traino per il treno delle artiglierie da campagna. L'imbarco potè essere completato solo il giorno 5 quando le condizioni del tempo si fecero più rassicuranti. Ciascuna unità venne largamente fornita di munizioni di pronto impiego e di scorta; ogni soldato fu provvisto di due giornate di viveri, vino, biscotti e formaggio. La sera del giorno 5 quando ebbe assicurazione che l'imbarco era stato completato, convocò nel quadrato della Fregata "Regina" tutti i comandanti delle navi e delle G. U. operative per definire nel dettaglio le ultime modalità dell'imminente azione.

Modalità esecutive per lo sbarco previste dalle direttive del Generale Filangieri Lo sbarco, cui era interessata la sola 2" divisione, doveva aver luogo il 6 mattina nella zona riconosciuta il giorno 3, al limite del tiro delle artiglierie della difesa: sostanzialmente nel tratto di spiaggia di ·mare Grosso, prospiciente la fascia di terreno compresa tra il torrente Bordonaro e la discesa del Carmine, fronte, quindi allo abitato di Contessa. Al segnale, ed a momento convenuto, corrispondente al consolidamento a terra della Divisione, l'altra, cioè la 1<i, che nel frattempo si sarebbe attestata sulla mezza Capaniera che dalla Cittadella porta al don Blasco, avrebbe dovuto eseguire la sortita in forze dilagando sul prospiciente piano di Terranova. ' I reparti della 2ll Divisione presero il mare a bordo di una squadra navale composta da: 3 fregate a vela, 13 fregate a vapore 50 imbarcazioni di vario tipo (cannoniere e scorridori da sbarco). La forte corrente dello stretto costrinse le fregate a vapore a prendere a rimorchio quelle a vela, mentre molte imbarcazioni incontrarono notevoli difficoltà a mantenere la rotta. Di conseguenza la· flotta potè trovarsi di fronte al litorale solo alle ore 06.30 del giorno 6.


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LA GIORNATA DEL 6 SETTEMBRE

Sintesi Le operazioni del 6 settembre possono articolarsi in fasi e tempi di sviluppo che vengono qui di seguito esposti in forma riassuntiva affinchĂŠ sia piĂš chiara ogni correlazione ed ogni possibile raffronto con la relazione dettagliata di ogni fatto d'arme. 2il Divisione, P fase: sbarco e consolidamento (figura 6).

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F tempo, dalle h. 08.30 alle h. 12.30: Sbarco, avvicinamento con risultati alterni. Raggiungimento della consolare da parte di alcuni reparti cacciatori. 212 tempo, dalle h. 12.30 alle h. 14. 30: Forzamento della consolare e consolidamento delle unitĂ sbarcate. Conquista del Villaggio Contessa. Cambio di fronte. Marcia della Divisione (2!!) in direzione Gazzi-Messina.

2,! Divisione, 2il fase: combattimenti sull'asse della consolare (figura 6). JQ tempo dalle h. 14.30 alle h. 16.30: I siciliani, costretti a ripiegare, rintuzzano il nemico. Riescono a sbarrargli temporaneamente il passo attestandosi su tre linee difensive successive; sul torrente Bordonaro, sull'abitato di S. Nicola, sul braccio del Monsignore. La 2!! Div_isione, superate dette resistenze riprende la marcia ma è arrestata a borgo S. Clemente, ove i difensori si avvalgono delle posizioni naturalmente forti di Colle Reale e dell'Ospizio della Maddalena. - 2Q tempo, dalle h. 16.30 alle h. 18.30: Il generale Filangieri al fine di riprendere il movimento dispone l'attacco di Colle Reale e dell'Ospizio della Maddalena. L'azione fallisce. I reparti si consolidano sulle posizioni raggiunte, ove trascorrono la notte.

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1" Divisione, unica fase, dalle 12.30 alle 16.30: attacco e ritirata (figura 7).

La J l! Divisione non appena la 2" si è attestata sulla consolare esegue la sortita dalla Cittadella muovendo verso il piano di Terranova. Dopo i primi successi viene arrestata . e centrata dalle artiglierie della difesa subendo notevoli perdite. Impossibilitata a proseguire è costretta a ripiegare nell'interno della Cittadella.

SVILUPPO DELLE OPERAZIONI

2" Divisione, 1.i fase, 12 tempo, dalle h. 8.30 alle 12.30.

Alle h. 08.30 dopo lunga preparazione di artiglieria, eseguita fin dalle prime luci dell'alba dalle batterie navali, iniziarono le operazioni di sbarco della 2" Divisione (Nunziante). Primo a raggiungere la spiaggia il 1Q battaglione del reggimento real marina che, sbarcato dalle cannoniere e dal naviglio leggero, fissò tra le siepi i guidoni indicativi dei vari battaglioni al fine di segnare i posti di raccolta e di spiegamento delle varie unità. Compiuta questa operazione si dispose a raggiera sul litorale fronte a Contessa ed aprì il fuoco a ventaglio contro i tiratori annidati_dietro le siepi, i muri ed i fossati, onde assicurare una certa protezione ai reparti in crisi, che lo seguivano. Fu presto raggiunto, dalla 11! brigata (Lanza), preceduta dal 12 battaglione cacciatori, con in testa il proprio comandante, maggiore Pianell. Quest'ultimo, affermano le varie relazioni e conferma lo stesso interessato nelle memorie postume, si inoltrò rapidamente in quelle specie di infido sottobosco, senza attendere che gli altri battaglioni che lo seguivano (3 2 , 52 , 6Q cacciatori) si riordinassero, riuscendo a giungere in vista delle prime case di Contesse al cui margine esterno sud-ovest si era diretto (9). L'intero abitato del villaggio era allo-


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ra presidiato dalla robusta squadra del maggiore Santantonio, rientrato da Milazzo su ordine del Piraino. Al limite esterno destro vi si trovava un forte gruppo di patrioti che non appena ebbero sotto tiro le compagnie avanzate aprirono il fuoco decimandole e posero in crisi l'intero battaglione costretto a fermarsi allo scoperto. Il generale Lanza, Comandante della brigata, corse prontamente ai ripari disponendo che: - il 6Q battaglione cacciatori si portasse subito lungo la salita del Carmine e vi si inoltrasse tanto da dare protezione al fianco sinistro del battaglione in crisi; - il 3Q si spiegasse a destra dello stesso reparto; - il 5Q serrasse sotto, pronto a sostituire il battaglione decimato. Nel frattempo continuavano le operazioni di sbarco e stavano riordinandosi i reparti della 2" brigata (Busacca), al cui S. M. si erano uniti il Comandante della Divisione, generale Nunziante e lo stesso Filangieri col suo S. M.. Quest'ultimo resosi conto della situazione ed intendendo risolverla rapidamente in partÏ opportune direttive al Nunziante intese ad investire con le forze della 2! brigata non ancora impiegate il tratto centrale della consolare compreso tra la salita del Carmine ed il torrente Bordonaro. Di conseguenza furono inviati in quella direzione il 2 2 battaglione del 3Q reggimento svizzero ed 12 battaglione del 32 reggimento di fanteria di linea, accompagnati dal fuoco della sezione di artiglieria della brigata. L'azione decisa di queste ultime unità preannunciò il successo: l'ala destra siciliana che aveva decimato il JQ battaglione cacciatori risultava ora premuta dal 52 battaglione che aveva scavalcato il lQ e contemporaneamente minacciata di aggiramento dal 62 sulla salita del Carmine. I difensori avuta, inoltre, la sensazione che stava per essere investito il centro dello schieramento di Contessa, temendo di non poter pii1 ripiegare su Gazzi si inerpicarono sulle colline abbandonando le posizioni cosÏ strenuamente contese, che furono subito occupate dai cacciatori.


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2!! Divisione, P fase, 2 2 tempo, dalle 12.30 alle 14.30

I combattimenti nell'interno dell'abitato di Contessa di cui era caduta solo l'ala estrema destra, e su cui era investita tutta la squadra dei milazzesi, continuarono ininterrottamente. Nè i cacciatori dalle loro posizioni, nè i battaglioni della 21! brigata potevano procedere, giacché venivano bersagliati dai volontari annidati sulle colline e da tiratori isolati posti sui tetti delle case. Finalmente alle h. 14.00 il 2 2 battaglione del 3Q reggimento svizzero, appoggiato dal fuoco congiunto delle artiglierie di entrambe le brigate, riuscì ad affermarsi su largo tratto della consolare, subito seguito dal 12 battaglione del 32 reggimento fanteria di linea che ristabilì il contatto con i battaglioni cacciatori che avevano fiaccato la resistenza dell'ala destra siciliana. Alle h. 14.30, allorché il consolidamento potè essere completato, il Filangieri, assicurate le spalle con i reparti eh' erano sbarcati per ultimi (22 battaglione del 42 reggimento svizzero ed altri) e che furono avviati sulla salita del Carmine, dispose il cambiamento di fronte della Divisione, in parte già eseguito dai cacciatori, per dirigersi su Messina tenendo come direttrice d'attacco l'asse della consolare. L'avanzata si svolse secondo il seguente schieramento: asinistra i cacciatori del Lanza; al centro il 7 2 reggimento fanteria di linea, seguito da 4 pezzi da montagna e dal 22 battaglione del 3Q reggimento svizzero; alla destra, il 12 battaglione del 3Q reggimento fanteria di linea, seguito dal 12 battaglione del 4Q reggimento svizzero ed affiancato sulla estrema destra dal battaglione del reggimento real marina. In riserva, dietro tutti, il 2 2 battaglione del 42 reggimento svizzero ed il 2Q battaglione del 32 reggimento fanteria di linea. L'intero dispositivo si completava sul mare, seguito a vista dalle barche cannoniere pronte ad intervenire.


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za Divisione, 2!! fase, 1

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tempo. dalle 14.30 alle 16.30

I difensori di Contessa ripiegarono sulla riva sinistra del torrente Bordonaro, ove il maggiore Santantonio unì i suoi resti ai battaglioni di linea X ed XI, che tenevano l'abitato di Gazzi dalla fiumara Bordonaro a quella di Monsignore; fiumara, quest'ultima che praticamente costituisce il secondo braccio dello stesso torrente. I volontari resero oltre modo difficile il movimento della colonna napoletana giacché occupavano le colline a mezza costa della strada e si avvalevano di ogni appiglio fino a raggiungere il campanile della chiesa di S . Nicola. Il 7 2 di linea che procedeva innanzi a tutti con i battaglioni in primo e secondo scaglione fu temporaneamente arrestato, prima sulle rive del torrente Bordonaro, e succesivvamente nell'interno dello stesso abitato di Gazzi, nella cui piazzetta, dominata da1 campanile della chiesa si accese la mischia. La confusione fu enorme. Affermano, al riguardo alcuni memorialisti siciliani che se in quel preciso momento fossero intervenuti i rinforzi, come la grossa squadra, provvista di artiglieria, del maggiore Stefano Interdonato, che, viceversa rimase ferma a Scaletta per ordine del Piraino, la battaglia avrebbe preso un altra piega, ben più favorevole ai siciliani. Si soggiunge che quando si presentò in linea Giuseppe La Masa, col suo sparuto numero di volontari giunti da Palermo, le sorti del combattimento erano ormai decise. I cacciatori avevano, infatti, sbloccata la situazione; risalendo i due bracci del torrente Bordlonaro e ridiscendendo su Gazzi erano riusciti a cogliere alle spalle i difensori, che furono costretti a ripiegare sull'ultima posizione difensiva dinanzi l'abitato di S. Clemente, largamente protetta dalle forti posizioni di Colle Reale e dell'ospizio della Maddalena. Il fronte del torrente Monsignore, affidato alla guardia Nazionale, male organizzato da un patrizio messinese, il duca della Montagna, aveva offerta ben poca resistenza. La strada per Messina appariva, ormai, aperta, agli attaccanti, ma allorché giunsero a S. Clemente furono accolti dal fuoco delle artiglierie di Colle Reale e trovarono largamente sbarrata


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la strada dai volontari che affluivano dalla Maddalena a getto continuo.

2;i Divisione, 21! fase, 2!! tempo, dalle 16.30 alle 18.30.

Il Filangieri che mai si era mosso dal suo posto di comando affiancando quello della divisione, al fine di eliminare queste ultime resistenze di cui non aveva ancora interamente vagliato l'entità, operò due tentativi: il primo a nord-ovest su Colle Reale, il secondo a nord-est sulla Maddalena. Il primo fu condotto dai battaglioni cacciatori che tentarono di portarsi in località Carrubare e Montesanto per poi scendere - come avevano fatto sul Bordonaro - attraverso le rive della fiumara dello Zaera per cadere alle spalle dei difensori. Ma questo tentativo fu subito sventato dal tempestivo intervento di una squadra volontari che disponendo di alcune artiglierie mobili fu in grado di fermare ogni velleità ed irruenza dei cacciatori. Il secondo tentativo, rivolto contro l'ospizio della Maddalena, fu operato dal colonnello svizzero Muralt. Un grosso raggruppamento, posto ai suoi ordini e composto da: - un ·battaglione del 4Q reggimento svizzero; - un battaglione del 3Q reggimento fanteria di linea; - una compagnia del battaglione del real marina; - una batteria da montagna (capitano Andruzzi dello S. M.); si diressero in formazione di combattimento verso il noto obiettivo.

L'azione si proponeva di occupare il convento, circondarlo e ritornare sulla consolare per cogliere alle· spalle le forti difese della stessa rotabile. Operazione quanto mai complessa, che in pratica abortì sul nascere per le forti resistenze incontrate all' abside della chiesa, difesa anche da una bocca da fuoco, opportunamente occultata. Da qui l'ordine agli attaccanti di sospendere l'azione per ritirarsi non più sulla consolare ma a ridosso del bastione del Don


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Blasco. Il che fa pensare ad un diverso orientamento del generale in capo. Era ormai il tramonto, scarse le condizioni di visibilità; ai reparti non rimase altra scelta che passare la notte nelle località raggiunte: l'ala sinistra sulle colline; al centro il grosso della colonna; largamente intervallati a destra, sotto le mura del don Blasco, i reparti che avevano operato agli ordini del col. Muralt.

P Divisione, unica fase, dalle 14.30 alle 16.30 (figura 7).

Il compito affidato alla P divisione si concretava nell'eliminazione della sinistra siciliana che si appoggiava ai bastioni di S. Chiara, S. Elia e nel raggiungimento, attraverso la linea di circonvallazione interna alla città, di largo Austria. Questa azione doveva ovviamente essere concomitante a quella della 2'\ ed entrambe volte a tenere impegnato il nemico su i due fronti, onde impedire ogni manovra. Secondo le direttive ricevute il Pronio intendeva muovere su due direttrici d'attacco distinte. La prima lungo i bastioni si prefiggeva il forzamento del bastione di S. Chiara e la conseguente eliminazione della batteria, per proseguire poi sull'altra batteria, quella di S. Elia; la seconda lungo l'argine del porto, ove si affacciava l'Arsenale, avrebbe dovuto raggiungere la città attraverso Largo Austria. Per far questo dispose che fin dall'alba i reparti uscissero dalla Cittadella per attestarsi sulla mezza Caponiera che guardava il piano di Terranova. La definitiva sistemazione, completata nella stessa mattinata, risultò essere, sostanzialmente, composta da un'avanguardia, da un grosso della colonna e da una riserva, così esattamente articolati: Avanguardia

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4 compagnie scelte del 42 reggimento fanteria di linea; 3 compagnie scelte del 6Q reggimento fanterie di linea; 1 distaccamento di pionieri;


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1/2 batteria da montagna.

Grosso della colonna attaccante -

4Q battaglione cacciatori; 4 compagnie del 4Q reggimento fanteria di linea; 4 compagnie del 5Q reggimento fanteria di linea.

Riserva -

13 2 reggimento fanteria di linea In tutto 3674 soldati e 112 ufficiali.

Sviluppo delle operazioni Non appena la 2! divisione riuscÏ a consolidarsi sulla consolare ed a procedere verso Messina, la bandiera di guerra venne innalzata sull'alber.o maestro della Fregata a vapore "Roberto". Il che fu il segnale convenuto per la sortita prontamente eseguita dall'avanguardia della P divisione. Si diressero a sinistra lungo il bastione, protetti all'esterno dalle artiglierie del don Blasco, le compagnie scelte del 4Q :reggimento fanteria di linea, seguite dal distaccamento pionieri; si diressero a destra, protette dal fuoco della Cittadella, a largo intervallo dalla banchina del porto le compagnie scelte del 6Q reggimento fanteria di linea. Entrambe le colonne non appena si affacciarono sul piano di Terranova furono salutate da nutrito fuoco a mitraglia; malgrado ciò, incuranti del pericolo, riuscirono a progredire rapidamente. Le compagnie del 4 2 si attestarono a ridosso del bastione di S. Chiara iniziando la perforazione del grosso muro di cinta del convento per poi cogliere alle spalle la batteria omonima. Le compagnie del 62 , invece, si spinsero piÚ avanti e sfalsandosi sulle precedenti superarono i fabbricati del diroccato arsenale si inoltrarono tra le vie che intervallavano le caserme di Porto Franco verso largo Austria. Ma apprendiamo dalla viva voce del Filangieri, giacchÊ su questa


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precisa fase c'è la sua testimonianza, l'evolversi della situazione (10). "Il lavoro di mina dei Pionieri che si erano attestati a S. Chiara, procedeva lentamente mentre il fuoco nemico si faceva sempre più intenso, di modo che il generale Pronio ordinava a tutte le truppe rimaste dietro lo spalleggiamento della mezza Caponiera di sboccare sul piano di Terranova onde accorrere in aiuto dell'avanguardia ed animarla a tener fermo nelle acquistate posizioni. Questo movimento venne eseguito senza alcuna esitazione, ma non appena le truppe si furono concentrate sulla linea formata dalle caserme, i cui punti estremi erano il Porto Franco ed il bastione di S. Chiara, il nemico retrocedette d'un sbalzo, abbandonando la batteria schierata a largo Austria, e diede fuoco al "salsiccione" (indicato in figura 7 con il numero 3), il quale dalla via Austria si protendeva ad otto fornelli di mina messi sotto i pilastri dell'edificio di Porto Franco. Le piogge cadute nei giorni precedenti impedirono l'accendersi della mina; si sfuggì alle conseguenze di questo scoppio, ma quasi al tempo stesso una bomba cadde tra le chiuse file dei soldati Ne uccise 12, molti altri ne ferì e fece divampare le cartucce eh'erano in serbo nei sacchi. Due compagnie del 69 di linea furono quasi internmente preda alle fiamme e si vide correre per ogni verso uomini uomini in fiamme che chiedevano soccorso, cadendo poi sotto il martirio di una straziante agonia. I soldati atterriti dalla certezza che la tragedia di cui erano vittime e spettatori, fosse l'effetto della mina generale, furono presi dal panico, e la voce dei loro ufficiali fu vana a rendere loro quel coraggio di cui fino allora avevano dato si bella prova. Il nemico fatto più ardito si slanciò sulle posizioni che i nostri avevano abbandonato e malgrado gli sforzi fatti dai due battaglioni del 132 di linea, giunti a passo di carica, per animare i loro fratelli d'armi, quelle posizioni furono perdute.

In pratica tutte le forze destinate alla sortita, avanguardia, grosso e riserva erano state impiegate ed in buona parte distrutte. Tra i morti il Capitano Pellegrino, comandante dell'artiglieria, ed il Colonnello Mori del 4Q reggimento fanteria di linea, che aveva assunto il comando dell'avanguardia. Al Pronio non rimase altra scelta che ordinare la ritirata sulla Cittadella. Le circostanze sopra esposte, narrate come si è detto dallo stesso Filangieri furono da questi apprese solo al termine dell'azione, allorché ricevette il


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capo di S. M. della 1ll divisione che gli diede ampia relazione dei fatti. Afferma al riguardo il von Steiger, presente alla battaglia quale ufficiale dei granatieri bernesi (42 reggimento svizzero), che il generale in capo non battè ciglio conservando la sua calma abituale. Si oppose vivamente al reimbarco rendendosi ad un tempo conto che la conquista di Messina diventava il compito della sola 2!! divisione. Dispose però immediatamente che la flotta prendesse il largo alla volta di Reggio, giacché era necessario - come egli stesso scrisse - togliere alla truppa ogni idea di ritirata. se mai tra i soldati vi fosse taluno che la rendesse possibile. (1)

Nuove direttive del Filangieri per l'azione del giorno 7

È da ritenere, sebbene le cronache non lo precisino, che il generale Filangieri sin dalle h. 00.21 del giorno 6 sia stato già in grado di impartire gli ordini per le operazioni del giorno successivo, ultimo della battaglia. In pratica il piano originario venne modificato con la rinunzia da parte napoletana di attaccare l'ala sinistra dello schieramento siciliano. La 1!! divisione, cui era stato originariamente affidato tale compito, ormai esausta e decimata, sarebbe stata rinforzata da unità della 2!! per agire a sostegno di quest'ultima. Queste le direttive articolate per G. U.: J!! Divisione (asse della consolare, fronte Nord-est): recuperati i soli reparti efficienti e rinforzata dai due battaglioni e dalla batteria di artiglieria della 21! Divisione .che avevano operato la giornata precedente contro l'ospizio della Maddalena passando poi la notte a ridosso dei bastioni del don Blasco, avrebbe dovuto ripetere la stessa azione ma con una nuova direttrice d'attacco: don Blasco, orti delle Moselle, ospizio delh Maddalena, consolare. 2!! Divisione (asse della consolare, fronte l'iod-ovest): avrebbe, invece, dovuto eliminare con un'operazione a·largo raggio -


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cioè passando per le Carrubare ed il Camposanto - le resistenze di Colle Reale - batteria della Zaera. Entrambe le divisioni ad operazioni ultimate, si sarebbero dovute incontrare sulla consolare al bivio ad ovest dell'ospizio della Maddalena per entrare contemporaneamente in città: la prima da Porta Nuova e la seconda col Nunziante ed il Filangieri, da Porta Imperiale. Segue lo sviluppo delle azioni, articolato per G. U.

LA GIORNATA DEL 7 SETIEMBRE (figura 6)

2~ Divisione L'azione della 2~ divisione iniziò all'alba con l'eliminazione della batteria siciliana investita sull'ansa della rotabile ali' altezza dell'abitato di S. Clemente. L'attacco venne condotto da due compagnie scelte del 7<2 reggimento di fanteria di linea accompagnate da due pezzi da montagna. Questi ultimi avanzarono con prudenza fino a portarsi in postazioni idonee a battere efficacemente la batteria nemica a vista, la quale fu poi aggirata dai fanti ed assaltata alla baionetta. I difensori, inchiodati i pezzi, trovarono scampo sulle barricate di porta della Zaera. A questo punto i battaglioni cacciatori, 12 e 32 , attraversarono liberamente la strada, ormai libera, e passando al largo di Colle Reale, onde evitare la reazione della seconda batteria, si avventurarono sulle colline ritentando l'azione fallita il giorno precedente. Accolti dal violento fuoco delle squadre siciliane che la notte si erano rafforzate, furono costretti a fermarsi sulle pendici di Montesanto, sulla sommità del quale sorgeva l'ospizio dei Carmelitani. Il generale Nunziante che aveva già predisposto l'impiego del 2 2 battaglione del 32 reggimento svizzero e di ben 4 compagnie del 7 2 reggimento fanteria di linea, dispose che detti reparti si spiegassero a sinistra


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dei cacciatori ed attaccassero le posizioni di Carrubare. L' apertura del nuovo fronte costrinse vari gruppi di difensori ad abbandonare il fianco esposto di Montesanto. Ne profittarono i cacciatori per infiltrarsi nello schieramento nemico ed occupare l'ospizio. L'intero dispositivo restò indebolito e tutti i difensori non ebbero altra scelta che ripiegare sulla sponda sinistra della fiumara dello Zaera. Frattanto gli svizzeri del 2Q/32 rgt. erano riusciti ad occupare Carrubare ed a portarsi su forte Gonzaga, privo di difesa fin dall'inizio dei combattimenti. Infine alcune compagnie del 7Q reggimento di linea non ancora impegnate, al comando del Col. Milon, riuscirono ad infiltrarsi nei giardini dell'ospizio di Colle Reale ed avere ragione della batteria siciliana investita su quella posizione. Gli eroici artiglieri ebbero appena il tempo di ripiegare su Messina, giacché i cacciatori che si erano impadroniti di Montesanto stavano ridiscendendo per la fiumara dello Zaera cogliendo alle spalle I'ultima batteria siciliana, collocata a difesa della porta omonima, che cadde come le precedenti. Erano da poco trascorse le h. 12.00: la 2~ divisione superate ormai tutti gli ostacoli che le impedivano l'accesso in città dalla porta che le era stata assegnata aveva esaurito i suoi compiti, ma non poteva ancora procedere liberamente giacché l'azione sulla Maddalena era ancora in corso. Seguiamone lo sviluppo.

1~ Divisione

Prima d'inoltrarsi nell'azione condotta dalla prima divisione, con cui praticamente si chiusero i combattimenti, appare indispensabile, per una maggior comprensione dell'entità dell'operazione fare precedere alla narrazione la descrizione sia pure sommaria dell'obiettivo che le era stato assegnato: il convento della Maddalena dei benedettini cassinesi. Quest'ultimo costituiva un'isola difensiva di grande estensione inclusa nell'interno della linea di circumvallazione, posta ad ultimo presidio di questa. In esso nel corso della battaglia, si erano progressivamente ridotti


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tutti i valorosi resti delle squadre e dei battaglioni volontari che, sebbene costretti a cedere alla pressione del nemico, non avevano alcuna intenzione di capitolare. Il convento, costruito su solide mura, era dominato, quasi fosse un castello da due imponenti torri, sulla piĂš alta sventolava il tricolore italiano con nel bianco il simbolo della Trinacria. L'imponente infrastruttura comprendeva in un unico complesso: la chiesa, il convento, alcune abitazioni rurali ed i grandi magazzini ove veniva conservato il raccolto; il tutto, circondato da un ampio giardino, era a sua volta avviluppato da un alto recinto di fabbrica, in pratica un grosso muraglione ove erano state praticate strette feritoie per essere utilizzate dalla difesa. Inoltre, tra il margine esterno dello stesso muraglione e la spiaggia di mare Grosso, il terreno si presentava per buona parte occupato da orti e giardini, tutti recintati da muri volti a limitare le varie proprietĂ ma ora potenziati dalla difesa. Infine risultavano ancora efficienti le batterie di mortai degli Orti delle Moselle e quella di Mezzo Mondello. Per dirla in breve chi intendeva espugnare La Maddalena doveva fare i conti con tre ordini successivi di resistenze: i recinti degli orti e le due batterie, l'alto muraglione ed, infine, le spesse mura del convento.

Le relative operazioni

Al nuovo tentativo parteciparono le seguenti unitĂ della Ji! divisione ancora efficienti dopo la sfortunata giornata del 6: -

12 battaglione del T2 reggimento svizzero (Col. Riedmatten); quattro compagnie scelte del 4Q reggimento fanteria di linea;

cui vanno aggiunti tutti i reparti della 2;i divisione già impiegati sullo stesso obiettivo e distaccati al bastione don Blasco: 22 battaglione del 3Q reggimento ¡fanteria di linea; 2Q battaglione del 4 2 reggimento svizzero (col. Muralt);


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quattro pezzi da montagna al Comando del Capitano Andruzzi; - un plotone di pionieri. Tutte le suddette unità , poste agli ordini del Generale Zola che aveva sostituito lo Schmid al vertice della brigata (1 li), costituirono lo scaglione avanzato d'attacco, seguito da una riserva composta nel modo seguente, ed alla cui testa si pose lo stesso Comandante della divisione, generale Pronio: - 4 2 battaglione cacciatori; - quattro compagnie scelte del 132 reggimento fanteria di linea; - 1/2 batteria obici della marina; - un distaccamento di artiglieri per inchiodare i pezzi; - una compagnia zappatori. In tutto per complessivi 3.700 uomini, ufficiali e sottufficiali compresi. L'azione iniziò all'alba con l'intervento del fuoco della barche cannoniere e dell'artiglieria della Cittadella. Alle ore 8.00 mossero lungo la direttrice d'attacco verso la Maddalena i reparti avanzati, cosÏ articolati: - a sinistra: col. Muralt al comando del reggimento svizzero di formazione costituito dal 12/3 2 rgt. (Riedmatten) e dal 22/42 in secondo scaglione. - al centro: generale Zola, con le compagnie scelte del 42 di linea, alla cui testa si pose, con le fun zioni di Comandante di battaglione, il capitano Rossi, aiutante di campo dello Zola. Le compagnie avanzarono in formazione spiegata: due sulla fronte e ' due in rincalzo; - a destra: l'intero battaglione del 32 di linea in forrnazione di combattimento (22 btg.). Seguiva la batteria al Comando del Capitano Andruzzi, ed a distanza di sicurezza la riserva sopracitata. L'attacco procedette lentamente giacchÊ si dovettero superare i vari muri di recinzione dei giardini ove non mancarono i difensori. Tuttavia le ali estreme sia quella di sinistra sia quella di destra raggiunsero ben presto risultati imprevisti. In breve, gli


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svizzeri del Riedmatten (1 2/3 2 rgt.), sebbene fatti segno a fuoco di mitraglia dalla batteria di mortai di S. Cecilia, riuscirono a raggiungerla, costringerla al silenzio ed a sopraffarla. Altrettanto esito positivo ebbe l'azione condotta dal 12 battaglione del 32 reggimento fanteria di linea contro la batteria di Mezzo Mondello, ormai al corto di munizioni: i difensori quando si resero conto della impossibilità di difenderla, inchiodarono i pezzi e ripiegarono su Messina. Ma dopo questi primi favorevoli risultati, che si concretarono nel superamento di quello che abbiamo chiamato il primo ordine di resistenze, gli attaccanti si trovarono di fronte all'alto recinto di fabbrica che avviluppava l'intero complesso della Maddalena, dalle cui feritoie, e talvolta anche dalla sommità, si aprì il violento fuoco dei superstiti delle gloriose squadre e dei "camiciotti" . In particolare crisi si trovarono i due battaglioni svizzeri, sopratutto il J!1/3Q rgt., i quali dopo avere espugnata la batteria si erano portati avanti. Costretti a fermarsi dal fuoco che proveniva dall'interno del recinto subirono notevoli perdite. Analoga sorte toccò alle compagnie scelte del· 42 reggimento fanteria di linea che avanzarono al centro in soccorso agli svizzeri: lo stesso capitano Rossi cadde in un coraggioso ma vano tentativo d'assalto. Una ulteriore manovra condotta col concorso delle artiglierie e di parte delle riserve, volta ad aggirare l'ospizio lungo la stessa via di S. Cecilia, ove si erano fermati i battaglioni del Muralt e del Riedmatten, andò tragicamente a vuoto, e segnò la perdita del Capitano Andrnzzi, ucciso mentre dirigeva a vista il fuoco dei suoi pezzi. Si corse l'alea della ritirata invocata dal Riedmatten, ma decisamente negata dal Pronio. Quest'ultimo al fine di non lasciare nulla d'intentato fece avanzare, protetti da una compagnia scelta del 132 reggimento fanteria di linea, un obice e due cannoni di marina. Bastarono pochi colpi per aprire una breccia nell' imprendibile muraglione, la quale fu poi allargata dai pionieri. Dopo di che i due battaglioni svizzeri si tolsero dall'incomoda posizione in cui si trovavano e dilagarono nel giardino. Appena, però, mossero i primi passi in direzione del grande cancello del convento, che trovarono sbarrato, vennero nuova-


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mente bersagliati dai tiratori isolati annidati sulle finestre e sulle alte torri dell'edificio; nè i capi vennero risparmiati: una palla da fucile ferì mortalmente al capo il capitano Manuel, aiutante maggiore del 4Q reggimento svizzero al seguito del Muralt, e questi stesso, comandante del reggimento di formazione, rimase a sua volta ferito di striscio. La forzata stasi dinanzi al grosso cancello completò la cattiva sorte del 12/3 2 svizzero, interamente decimato. Fu a questo punto, narrano le memorie dei reggimenti svizzeri, autori Von Steiger e Zum Stein, testimoni oculari, che il Comandante di quella unità, colonnello Riedmatten, ormai fuori di se, si rivolse al Muralt con queste precise parole: «Signor Comandante ho ormai perduto il reggimento!». Al che il collega, che non aveva perduto il sangue freddo così rispose: «Non si preoccupi signor colonnello, ecco il suo reggimento che riappare!», indicandogli ad un tempo dei soldati che in folto gruppo si avviavano al cancello che sbarrava il passo al battaglione. (11 ). Si presentò, infatti, ai loro occhi un 'immagine insolita: un robusto granatiere bernese agitatando furiosamente una grossa mazza d'acciaio si scagliò contro le sbarre del cancello riuscendo ad infrangerle. Quel gesto di valore compiuto da un semplice soldato in un momento particolarmente drammatico, riuscì a capovolgere la situazione, giacché consentì di superstiti di penetrare nel convento mettendo a ferro e a fuoco uomini e cose. Ciò che seguì fu un vero spettacolo desolante: confermato da tutti i cronisti dell'epoca, diede il segno della ferocia con cui si stava completando la battaglia. I rivoltosi siciliani che non riuscirono a · porsi in salvo furono massacrati nei corridoi, nelle celle del convento e nella chiesa. In quei momenti si perse ogni controllo: i soldati uccisero una vecchia, una giovinetta vestita da sergente. Uno solo, un vegliardo sfuggì alla morte e dovette la sua vita ad un ufficiale vallese che gli fece gridare: «Viva il re!». Altri, invece, dopo strenua lotta corpo a corpo, furono ridotti nel cortile interno del convento ove al centro si apriva un pozzo recintato da un basso muro. Costoro, ch'erano i più giovani, in massima parte superstiti dei gloriosi battaglioni "camiciotti, X ed


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XI, vistosi tagliata ogni via di scampo, piuttosto che arrendersi alla mercè del nemico, scavalcarono d'impeto il parapetto del pozzo precipitando nel vuoto_ Per primo, diede l'esempio Giovanni Bombara, subito seguito, uno alla volta, da Antonio Bagnato, Pasquale Danisi, Diego Mugelli, Giuseppe Piamonte, Giovanni Sollima, Nicola Ruggeri (12). La storia registrò quel tragico evento immortalando con una lapide apposta nell'interno del convento, oggi ricostruito come casa dello studente, i nonù dei quei valorosi. Mentre si compiva quest'ultimo atto della rivolta messinese, il tricolore ornato dalla triscele, simbolo della Sicilia antica, veniva ammainato dalla torre campanaria ed in suo luogo issata la bandiera di guerra del 32 reggimento svizzero, che per quel successo aveva pagato largo tributo di sangue. Erano le 14.00. A quel segnale il generale Filangieri col suo S.M., preceduto da un plotone granatieri con la bandiera del regno, attraversò la strada della Zaera e si portò sul bivio delle due vie che immettevano rapidamente a Messina. Qui fu raggiunto dai primi reparti delle due divisioni che avevano operato ai suoi ordini: la prima si riordinò sulla via di Porta Nuova, la seconda su quella di Porta Imperiale. Ma ancora non si poteva parlare di pieno successo: le notizie che provenivano dalla città non erano del tutto rassicuranti e davano ad intendere che la resistenza non era spenta. Due compagnie di granatieri bemesi - circostanza taciuta dalle relazioni di parte regia - che si erano avventurate in avanscoperta al largo Austria, erano state decimate dallo scoppio della Santa Barbara della Batteria siciliana, ivi investita, il cui comandante, l'eroico Antonio Lanzetta, aveva dato fuoco alle polveri al loro passaggio guadagnando poi la via del mare. Tali notizie e l'approssimarsi del tramonto indussero il Comandante in capo a procedere con cautela dispondendo opportune misure di sicurezza: furono inviati in città reparti speciali con compiti esplorativi; si rafforzarono i distaccamenti di Gonzaga, Castellaccio, Torre Vittoria e Convento dei Greci; si investirono posti di blocco sulle fiumare che dal mare raggiungevano la città. E giacché la notte trascorse senza novità di rilievo, il giorno 8 di buon mattino ebbe finalmente


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inizio I'ingresso trionfale dei vincitori, le cui bande militari che precedevano le formazioni, non valsero a sollevare il morale di quei soldati sia per il pregnante ricordo di tanti commilitoni caduti sia per l'aspetto miserando che presentava la città, ridotta ad un cumulo di macerie, ancora ardenti.

Conclusioni

Le perdite delle truppe napoletane, così come, riferiscono le relazioni militari più o meno ufficiali, risultano essere state le seguenti: ]<1 Divisione

-

Ufficiali Sottufficiali e truppa

2'1 Divisione - Ufficiali - Sottufficiali e truppa Totali

Morti

Feriti

5 107

21 481

Morti

Feriti

8 152 272

38 871 1411

I danni maggiori furono subiti dai reggimenti svizzeri: il 32 ebbe 47 morti e 201 feriti, il 42 , 48 morti e 125 feriti. Tuttavia, gli storici ed i memorialisti di parte siciliana ritengono che tali dati siano stati largamente superati; ma non si volle documentarli per intero per non appesantire la vittoria. Altrettanto notevoli le perdite del piccolo esercito siciliano: non meno di 300 morti sul campo e di 1000 feriti. Anche la popolazione civile ebbe i suoi caduti. Furono tali notizie, unite al massacro. consumato nelle vie cittadine a colpire profondamente i patrioti di ogni regione d'Italia, cui fecero eco illustri personalità del mondo politico internazionale. Nel carteggio personale di Michele Amari, custodito all'archivio di Palermo, si legge che Lord Napier passò


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la sera del 3 settembre a versare lacrime amare per l'eroica difesa di Messina; mentre l'ammiraglio Baudin scrivendo al ministro Bastide, assicurava di sentire il cuore straziato dal dolore. Analoghe espressioni di cordoglio per i messinesi e duri apprezzamenti per la spedizione napoletana, furono pronunciati in Inghilterra da Lord Palmerston alla Camera dei Pari e dal Sawne a quella dei Lords. Parole e lacrime che giungevano in ritardo, giacché come è stato ampiamente dimostrato da Vincenzo Fardella di Torrearsa, uno dei maggiori esponenti della rivoluzione, fu proprio l'atteggiamento incoraggiante di quelle nazioni che ebbero poi ripensamenti, a far sperare per una risoluzione diplomatica del conflitto e comunque tale da non richiedere l'approntamento di un adeguato esercito rivoluzionario. Per contro la mancanza di una vera e propria organizzazione militare fu la causa prima della capitolazione di Messina, che costò caro prezzo alla gente del popolo ed ai giovanissimi volontari, che cercarono con .le loro molteplici iniziative e col votarsi alla morte di surrogare le gravi lacune insite nel sistema di governo pigramente disposto a credere alla diplomazia europea. Un esercito non si improvvisa ma rappresenta il risultato di una lunga e sofferta preparazione non solo ideologica, ma anche tecnica. A Messina mancò ogni guida sicura: il generale piemontese Ribotti che avrebbe potuto, restando in posto, meglio potenziare la difesa, fu con il Longo e con oltre 1000 uomini, inviato in Calabria nel giugno precedente la battaglia, giacché lo stesso governo siciliano accarezzava la pretenziosa idea di dare sostegno ai rivoltosi delle calabrie, al fine di rovesciare il potere borbonico nell'intero mezzogiorno. Furono così sottratte all'isola forze oltremodo preziose, che avrebbero, viceversa, potuto sostenere l'eroica difesa di Messina. Ad inquadrare ed addestrare i reparti volontari rimasero degli ardenti patrioti, ma assolutamente inesperti dell'arte della guerra. Unico ufficiale di carriera Vincenzo Giordano Orsini. Quest'ultimo fece miracoli. A lui si deve la reazione dell'artiglieria messinese, che risultò efficiente ai limiti del possibile, ma che, comunque, non poteva mai sovrastare quel-


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la nemica per numero e potenza di mezzi. Ad un tenente sia pure proveniente dai severi studi dell'Accademia borbonica della "Nunziatella", non si poteva chiedere quanto la sua età e la sua scarsa esperienza di guerra non poteva assolutamente fare; nè tanto meno gli si possono fare addebiti sulla organizzazione complessiva e sulla condotta generale della difesa affidata ad altri, ed in buona parte carente. Ricordiamo alcuni luoghi comuni: il forte Gonzaga avrebbe dovuto essere investito da artiglierie, altrettanto il forte del Castellaccio; entrambi avrebbero impedito la manovra aggirante del giorno 7 della 2~ Divisione, fermando l'intera unità a S. Clemente e ponendola in crisi irreversibile. Ci fu molta dispersione di forze: alcune tra le più forti squadre, dislocate sul triangolo difensivo, rimasero inoperose. Benché richiamate per disguidi non risposero all'appello mentre avrebbero potuto costituire un ottima riserva difensiva da impiegare a momento opportuno. Ma indipendentemente da tali validi argomenti ove si faccia mente locale ci si rende perfettamente conto - come si è cercato di dimostrare - che l'attacco condotto dalla 2il Divisione incontrò sempre resistenze attive che ne ritardarono notevolmente lo sviluppo; e che in definitiva la 1~ Divisione fallì al primo colpo il suo obiettivo. Ciò non può essere attribuito al caso, bensì al merito di quelle poche sguarnite forze della difesa che seppero compiere il loro dovere fino al supremo olocausto. Dal punto di vista strettamente militare non mancò chi elogiò il piano predisposto dal Filangieri. Le Journal de sciences militaires Io additò come modello di arte militare. Sotto quest'ultimo aspetto se da un canto è possibile ammettere che da parte napoletana non ci furono carenze organizzative, nè tanto meno mancò l'appoggio della marina da guerra, particolarmente affidabile nelle operazioni di sbarco e di appoggio alle varie azioni belliche; d'altro canto è altrettanto vero che la stragrande sperequazione di forze a favore dell 'esercito napoletano nella proporzione da 4 ad 1, non può non attenuare il successo militare, che dal punto di vista operativo certamente ci fu. E ciò ove, soprattutto, si tenga presente che la lotta si sviluppò solo in minima parte in campo aperto in quanto ebbe il suo teatro


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operativo nell'interno del suburbio di Messina, ricco di casolari e talvolta di fabbricati naturalmente forti. Quel genere di guerriglia si presentò difficilmente governabili con unità impiegate con dispositivi adatti alle sole battaglie campali, e particolarmente vulnerabili in quelle condizioni d'impiego. Tale tipo di lotta cittadina potrebbe solo fare riscontro, anche per le degenerazioni che si manifestarono da entrambe le parti, sia pure con sfumature e tonalità diverse, a quegli avvenimenti bellici di cui siamo spettatori da molti anni e che si svolgono in città assediate, riconquistate, perdute secondo un processo che non ha mai fine. In ordine a tali considerazioni, pur prendendo le dovute distanze dagli aspetti più crudi di ogni evento bellico,. non si può non concordare con uno studioso di parte napoletana, Francesco Menichelli, il quale nella sua Storia delle rivoluzioni del reame delle Due Sicilie, nel riferirsi allo scontro della Maddalena che caretterizzò la fase fin ale della battaglia afferma testualmente che fu un fatto nobile e bello tanto per quelli che attaccarono tanto per quelli che ne tennero la difesa. Ma chi più di ogni altri si è avvicinato al vero raffrontando l'intera battaglia con le altre avvenute nello stesso anno nel nostro Paese, è certo lo storico contemporaneo Luigi Tomeucci, il quale così conclude una esauriente monografia sulle cinque epiche giornate di Messina:

Né Milano, né Roma, né Brescia, né Venezia subirono nel 1848 le rovine e le perdite di Messina per gli ideali italiani. Nella prima guerra d'indipendenza la battaglia per la conquista di Messina, può essere collocata tra Custoza e Novara ed ebbe effetti non meno esiziali per la causa della libertà e del/' italianità_ Come Custoza aprì la. via della Lombardia al!' Austria, così la caduta di Messina aprì la via della Sicilia ed infranse il prestigio delle rivoluzioni del mezzogiorno. La spada del Radetzki al nord e quella del Filangieri al sud, idealmente unite dai medesimi principf reazionarii, soffocarono ogni anelito d'indipendenza, ma convinsero i patrioti di ogni regione della penisola ad unirsi superando ogni incomprensione e municipalismo. (13).


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Prima di concludere queste pagine si vuole, però, ricordare che la stessa Cittadella di Messina con i suoi anticorpi difensivi, Don Blasco e del S. Salvatore, rimasero in mano napoletana anche durante la gloriosa liberazione garibaldina del 1860, e cioè, per essere più esatti, anche quando Garibaldi col Cosenz passò lo stretto risalendo la penisola. L'anima della difesa fu allora il maresciallo di campo Gennaro Pergola, ex allievo della Nunziatella, ufficiale di artiglieria, uno dei più valorosi dell'esercito napoletano, che resistette, coraggiosamente rispondendo con animo franco e leale alle drastiche intimazioni di resa del Generale Cialdini che aveva già espugnata Gaeta ed intendeva non coinvolgere la città in altre distruzioni (14). Ma su quest'ultimo punto i due generali, entrambi veri italiani concordarono, e la città fu salva. Tuttavia non mancò perfetta e mirata la reazione della Cittadella, sopraffatta il 12 marzo 1861 dal lacerante fuoco dei nuovi cannoni rigati e precisi delle batterie piemontesi. Solo allora Messina potè considerarsi libera interamente per congiungersi, una volta per sempre, con la più grande patria italiana.


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Note e bibliografia (1) RAvAsc1UERI Fmscm F1LANGlflRI TERESA, Il generale Carlo Filangieri, Milano 1902, pag. 191-192. La circostanza citata è testimoniata dalla figlia che ne ha raccolto e pubblicate le memorie postume. (2) Falsa braga o falsa braca era quel basso parapetto che si costruiva spesso dinanzi al muro principale delle cinte fortificate per dare maggiore consistenza alla difesa. (3) Rosa Donato e Antonio Lanzetta risultano citati più volte nei bollettini dei patrioti dalle origini della rivolta fino alla riconquista napoletana. Al secondo viene ascritto l'ultimo atto della rivoluzione che si concretò nel dare fuoco alle polveri della santa Barbara della batteria allestita dai volontari al Largo Austria, che saltò in aria al passaggio dei primi invasori. (4) Giacomo Longo (1818-1906) di famiglia messinese e Vincenzo Giordano Orsini (1817-1889) palermitano, sono da considerarsi le figure militari più prestigiose della rivoluzione siciliana. Provenienti entrambi dall'Accademia borbonica della "Nunziatella" ove erano stato educati da insigni maestri al cullo della libertà e del progresso sociale, furono assegnali, da ufficila!i alla guarnigione di Palermo, e colà arrestati alla vigilia della rivolla perché sospettati di esserne i promotori. Diedero volontariamente le dimissioni cd evasero dal carcere il 20 gennaio 1848 per dar man forte agli insorti cui si associarono nella buona e nella cattiva sorte. Dopo la riconquista napoletana soffrirono: il primo la condanna a morte, poi commutata in ergastolo; il secondo, l'esilio, finché riuscirono ad arruol arsi nell'esercito garibaldino partecipando alla liberazione del Mezzogiorno. Transitati nell'esercito italiano, !'Orsini divenne maggiore generale, comandante di brigata, mentre il Longo, raggiunto anche il grado di tenente generale, fu nominato presidente del Comitato di artiglieria e genio dell'esercito dell'Italia unita; comitato quest'ultimo poi trasformatosi in ispettorato d'arma. (5) Il generale piemontese Ribolli di Molières (1809-1864) fu il primo comandante dell'esercito siciliano. Inviato in Calabria, dopo breve periodo, gli successe nel comando Giacomo Antonini (1792-1854), anch'egli come il precedente nota figura di combattente delle rivoluzioni europee della prima metà del secolo XIX. Alla rinunzia dell' Antonini il comando passò al generale polacco Mieroslaswki, con cui si chiusero le vicende militari. (6) Cfr. Documento XVIII in "Schiarmenti e note" annessi alle Memorie istoriche per servire alla storia della rivoluzione siciliana del 1848-1849, pag. 466, Italia, 1853. (7) Memorie istoriche, op. cit., pp. 117 e seg. (8) Per i quadri di battaglia napoletani e la citazione si vedano il Racconto storico delle operazioni militari eseguite pel riacquisto di Messina dalle regie truppe napoletane, Napoli, 1848 e le Memorie istoriche, op. dt. (9) Rapporto del maggiore Pianell in Gian Giacomo de Felissent "Il generale Pianell ed il suo tempo", Verona, 1902, pag.189 e segg. (10) RAvAsc11rnRI Frnsc111 F1LANGIER1 TERESA, ecc. op. cit. La figlia racconta attingendo alle testimonianze scritte del padre, pag ..189. (11) JoHANN Z uM STEIN, Erlebnisse eines Bernischen Reislaurers in Neapel und Sizilien 1846-1850, Bema A. Fran.ke,1907, pagg. 232-233. Per la stessa episodica si


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confronti anche R. VON STBIOER, Les Régiments Suisses de Naples dans /es années 1848-1849, Neuchatel, 1851 (12) Cfr. Annali della città di Messina, Volume VII, continuazione dell'opera di C. D. Gallo a cura di Gaetano Oliva, Messina, 1939. Pregevole raccolta di interessantissima documentazione sugli avvenimenti di quel tempo. (13) L'esteso e dettagliato studio del Tomeucci, corredalo dall'indicazione delle fonti edite ed inedite, e da quelle bibliografiche ha per titolo, Le cinque giornate di Messina, cd. Messina, 1953. La citazione riportata nel Lesto è tratta da un suo articolo ripiegolativo, apparso nel 1961, sull'ARCHIVIO STORICO MESSINESE, Il contributo di Messina al Risorgimento ed all'Unità d'Italia, pag. 49. (14) Cfr. S.M.E. - UFFICIO STORICO - CoL. C. CESARI, L'assedio di Gaeta e e gli awenimenti del 1860-61, cap. XII, Roma,1926.

Cartografia I piani della Cittadella e dei suoi forti sono stati tratti dall'opera di AGATINO APARY (disegnati da PIERRE DEL CALLEJO Y ANGULO), Description de l' isle de Sicile, Amsterdam 1734; i grafici della battaglia dalla carta topografica del capitano del genio borbonico del Carretto, annessa al Racconto storico di cui alla nota 8. Per le figure 5 e 6 è stata utilizzata la medesima carta in scala ridotta come contenuta nel lesto di VtNCENZ.O FTNOCCHlARO, La rivoluzione siciliana del 1848 e la spedizione del generale Filangieri, Catania 1906; opera pregevole e particolarmente documentata. Per maggiori approfondimenti della parte tecnica relativa ai materiali di artiglierie investiti sulle fortezze ed impiegati dai reparti può essere consultala l'opera del Generale C. MoNTù, Storia del/' artiglieria italiana, che alle pagine 2348-2379, voi. V (Roma 1938), ne fa accurata descri:t.:ionc.


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La battaglia di Messina (3 - 7 sel/embre 1848)

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IL TRIANGOLO DIFENSIVO DEGLI INSORTI Si notano, segnati da frecce: (1) Milazzo, (2) Scaletta, (3) Punta del Faro e, sulla sponda opposta (4) Bagnara calabra, località prescelta per la radunata del Corpo di Spedizione del Gen. Carlo .Filangieri.


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IL TERRENO DELLA BATTAGLIA Si notano: La trincea dei sicìliani, l'ostacolo sulle vie di facilìtazìone (num. 6), le operazioni preliminari condotte dai napoletani il 3 settembre.

LE OPERAZIONI MILITARI DEL 6 E 7 SETTEMBRE A sinistra: Le brigate Lanza (Cacciatori) e Busacca (entrambe della 21 Divisione) all'attacco di

Contessa non appena sbarcate (6 sett.). A destra: l combattimenti del 7 settembre. Sopra: La 2! Divisione che è avanzata sull'asse della consolare elimina le posizioni di Carrubare - Montesanto - Zaera. Sotto: la}! Divisione, che fallita l'azione il gior.no precedente sul piano di Terranova, ove è stata stermianata dagli insorti (figura 7), concorre all'azione della 2! Divisione espugnando il forte Caposaldo della Maddalena, simbolo della

resistenza messinese.


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6 SETIEMBRE: LA FALLITA SORTITA DELLA P DIVISIONE (PRONIO) DALLA CIITADELLA La manovra dela 11 DIVISIONE, svolta in concomitanza con quella della 21 si riprometteva di avvolgere il fianco sinistro dei siciliani per completarne l'accerchiamento già in fase di avanzata per i successi della 21 sulla Consolare (destra dei siciliani). Ma l'unità napoletana viene ripetutamente centrata daglle artiglierie di Orsini e costretta al ripiegamento. Da qui la modifica della manovra iniziale ed il suo impiego in concorso diretto agU obiettivi della 21 (Caposaldo della Maddalena, figura 6, azione risolutiva del 7).


DIEGO LEONI

LA CONQUISTA DELLE DOLOMITI

Fu a partire dal 1700 che l'Europa civilizzata, l'Europa delle grandi città, delle prime industrie moderne, del pensiero matematico-scientifico, cominciò ad essere attratta, inesistibilmente, dal fascino delle Dolomiti (e, in generale, della Catena Alpina). La scoperta di uno spazio libero, vuoto, nel cuore del continente, indusse la meraviglia: contigua al territorio fortemente antropizzato, si scoprì un'area i cui caratteri - naturali e culturali - erano facilmente assimilabili a quelli delle aree extraeuropee. Le montagne avevano costituito una barriera nei confronti delle correnti di civilizzazione, ma anche un rifugio, e dentro esse si annidavano società e culture di uomini liberi: "arretrata", "primitiva", la cultura alpina poco aveva a che fare con quella della città, era "altra", diversa, e in questo si racchiudeva il suo potere d'attrazione. Ben presto, l'ambiente dolomitico divenne oggetto di studio e di osservazione da parte di naturalisti, botanici, geologi, esploratori; e, nel secolo successivo, oggetto di conquista da parte dei primi scalatori. Alpinismo scientifico e alpinismo sportivo erano accumunati dal fascino del "primitivo" e dalla necessità dell'atto eroico come affermazione dell'individuo, in un contesto sociale che ne esaltava i valori ma, contemporaneamente, tendeva a spersonalizzarlo.


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Non fu casuale che gli esponenti di spicco di questo primo alpinismo dolomitico fossero inglesi, cittadini di una nazione che, oltre ad essere la prima potenza industriale, era anche il più esteso impero coloniale, fondato sul dominio assoluto della natura e delle etnie non europee (1). Attorno al 1850 si ebbero le prime descrizioni delle valli dolomitiche (Gilbert e Churchill); negli stessi anni John Bali, Leslie Stephen e Francis Fox Tuckett aprirono le prime vie sulle pareti dei "Monti Pallidi". A tutti - scalatori, escursionisti, semplici turisti - le Dolomiti apparvero come "qualcosa di simile ad una rivelazione" (2): la letteratura di viaggio e di esplorazione inglese usava i modelli e le categorie dell'etnografia per descrivere gli "usi e i costumi" dei popoli della montagna (ma ancora nel 1917, le corrispondenze di guerra dal fronte trentino di Rudyard Kipling non si discostavano affatto da questi clichè di stampo coloniale). Arrampicatori come Neruda, Sinigaglia, Zsigmondy, Winkler parlavano delle Dolomiti "come si parla di una zona sacra" (3) e riferivano la loro esperienza di arrampicata in termini di assoluto misticismo. Gran parte della letteratura di montagna di quel periodo era permeata da questa ideologia, dalla "mistica delle vette", che pretendeva che l'ascensione fosse tale non solo in senso alpinistico: "A chi ha farne e sete di Dio, le montagne Lo rilevano: esse sono amore per chi è solo e libertà per chi è prigioniero" (4). Le "montagne sacre" rappresentavano l'innocenza, la naturalità, ma divennero ben presto anche simboli della libertà individuale, dell'eroismo, dello spirito romantico. Attraverso la mediazione della natura, era il mito dell'uomo conquistatore che cominciava ad affermarsi anche sulle vette inviolate, il mito dell "'homo faber" che fuggiva dal "pieno" delle città verso il "vuoto" delle valli alpine. Agli inizi del 900, il fenomeno dell'alpinismo sportivo era talmente .cresciuto che, dietro i singoli scalatori, cominciavano a delinearsi vere e proprie scuole nazionali - prime fra tutte quella


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inglese e quella tedesca - che sulle montagne si fronteggiavano, portandosi appresso le ideologie e i modelli culturali delle nazioni di appartenenza. Se nel 700 e nell'800 la natura alpina fu mediatrice innanzitutto dei valori individuali, nel 900 essa divenne terreno di affermazione dello spirito del Volk/Popolo, in una continua, e spesso aspra, contesa fra modelli aristocratici e borghesi di conquista. Lo scoppio della guerra avvenne in un momento in cui l'alpinismo era in piena fase di espansione: si stava imponendo l'arrampicata senza guida, ma, sopratutto, era in "graduale sviluppo un alpinismo sistematico e volontario, in cui ci si specializzava su una determinata montagna o, almeno, su un determinato tipo di ascensione" (5). E ciò, naturalmente, portava alla ricerca di sempre nuove vie, ma anche di esperienze, in cui il pericolo e la morte - come in guerra - erano nell'aria. Qualche mese prima che scoppiasse il conflitto mondiale, un gruppo di giovani alpinisti francesi fondò il "Group des rochassiers"; la guerra interruppe ogni sua attività, ma durante le licenze i membri del gruppo compirono ascensioni della massima importanza: «Queste nuove scalate vengono affrontate in un'atmosfera di rischio costante: dopo tutto, una caduta di pietre e un obice si equivalgono» (6). Ma sempre di più l'alpinismo- in particolare quello dolomitico, in cui era massiccia la presenza di scalatori inglesi e austrotedeschi - si stava identificando con la ricerca individuale di un'esperienza interiore che fosse anche espressione della forza e della nobiltà della nazione. Di questo si resero conto gli esponenti dell'irredentismo trentino i quali, denunciando il ritardo italiano nella corsa alla conquista delle cime dolomitiche, costruirono poco a poco un modello ideologico in cui la riaffermazione dei valori nazionali si associava sempre più a quella dei valori spirituali di cui la montagna sarebbe stata portatrice. Nel 1922, quattro anni dopo la fine della guerra e cinquanta


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dalla fondazione della Società degli Alpinisti Tridentini (SAT), uscì, a celebrare l'anniversario, un elegante fascicolo, con la copertina disegnata da Luigi Bonazza: la testa di un giovane eroe · alpinista, cinta da una corona di fiori, è sovrastata e protetta da una vetta che verso il cielo assume le sembianze di una donna, una dea. All'interno, numerosi scritti ripercorrevano la storia della SAT, la storia alpinistica trentina, le vicende della guerra di montagna: tutto riletto attraverso i miti dell'eroe e della sacralità della montagna, nei quali si riaffermava il simbolismo della libertà individuale e nazionale, a fronte di un conflitto che, con il suo enorme coefficiente di distruzione e di modernità, aveva minato ogni preesistente sistema di valori. I soci della SAT morti combattendo sulle vette dolomitiche erano "Gli Eletti" e così Mario Scotoni li ricordava e li celebrava: <<O Dolomiti bianche come cortina di un altare infinito, che celebrate i misteri dell'aurora spargendo a pieni mani le rose quando le campane levan la preghiera mattutina e le greggi escon dal chiuso e si dilungano via pei pascoli; le vostre rose infinite e quel canto sereno siano pei vostri figliuoli morti che giaciono lontano sotto un modesto cippo a mezza fossa, oppure sono sperduti senza nome e senza tomba chi sa dove, e attendono e attenderanno in lunga corona dall'Isonzo allo Stelvio, essi che vi amarono col fervore della vita gettata alla santa idea. Udiste il picchiare del loro martello e il batter del loro cuore sulle vostre pareti eccelse. Siate dunque le Pale dell'altare che guarderà nei secoli la loro giovanile gloria, poiché le corone di lauro vinte sul campo essi le spiccarono allora nei chiari mattini di loro giovinezza sulle vostre temerarie pareti» (7). La montagna, così caricata di valenza simbolica, rappresentava la saldatura fra il prima e il dopo guerra, fra il vecchio e il nuovo; rimarginava le ferite inferte dal conflitto: un vincolo insolubile sembrava legare l'alpe all'alpinista, portando l'una e l'altro ad innalzarsi al di sopra della materialità e del materialismo. «L'alpinismo - scriveva Giovanni Lorenzoni - spiritualiz-


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za i monti", i quali, a loro volta sono "scuola ed altare insieme" (8): frequentandoli, si entrava nella schiera degli eletti, perché "1' Alpe non diverrà mai volgare e respinge inesorabilmente gli inetti» (9). Ma tale concezione della natura alpina, che rimandava ai miti primordiali della Grande Madre Terra, era anche strettamente legata all'idea che "riuscire ad essere un popolo veramente alpino è fonte legittima di orgoglio ed ambizione, perché i popoli alpini fom1ano uno dei noccioli più duri ed infrangibili della forza nazionale" (10) e che "lo studio e la conoscenza dei (nostri) monti dovevano rafforzare lo spirito nazionale" (11), "per contrastare giorno per giorno allo straniero il dominio morale sui nostri monti in attesa del grande giorno vicino o lontano( ... ) di contrastargli il dominio politico" (12). La presunzione e la pretesa che il rapporto con la montagna fosse patrimonio di una nazione o di una razza, in contrapposizione alle altre, era comune a tutte le società alpinistiche che si contendevano sul campo la supremazia politica e morale; anche all'interno del DOAV (Deutscher und Osterreichscher Alpenverein, il Club Alpino austro-tedesco), «l'alpinismo non era mai stato concepito come attività non politica. Impegno nei confronti del 'germanesimo' e posizioni di prima linea contro le nazionalità austriache di lingua diversa, consapevolezza nazionalistica, patrimonio ideologico antimarxista e antisemita crebbero sempre di più fino al 1914>> (13). All'interno di un simile quadro ideologico, la montagna perse d'improvviso e del tutto, i connotati di neutralità, di innocenza, di sacralità universale, prima, e da molti, tanto celebrati. Le sue cime, le sue valli, i suoi sentieri vennero fatti oggetto di contesa politica: lassù si fronteggiavano gli uomini, alpinisti o turisti, ma dietro ad essi c'erano le nazioni, gli stati, ·i loro simboli. «Nel 1905 i tedeschi avevano battezzato la Cima Brenta col nome di Franz Joseph Spitze, issandovi un bandierone giallonero.


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Allora i due amici, C. Garbari, e G. Larcher, una notte, per viottoli traversi, si portarono inosservati ai piedi della cima; con le prime lucie dell'alba vi salirono, abbatterono l'invisa bandiera, ne asportarono il drappo e ne inviarono una parte come trofeo ... di guerra al ten. colonnello Mugnaini, Comandante del 6Q regg. Alpini di Verona» (14). L'episodio, ricordato da G. Marzani, ci introduce nella storia della contesa tra l'alpinismo trentino e quello austro-tedesco, che caratterizzò gli anni del 900 precedenti la guerra. Da una parte e dall'altra c'era la consapevolezza che lo scontro politico e nazionale dovesse svilupparsi innanzitutto sul terreno della conoscenza e della padronanza del territorio alpino. Nel notiziario del DOAV del 1917, tale consapevolezza si espresse con drasticità in quello che sembrava essere un bilancio ormai definitivo dell'esperienza di guerra sul fronte alpino: "I tempi nei quali noi alpinisti venivamo chiamati fanatici dello sport, rocciatori matti o roba del genere, qualunque fossero le espressioni usate, non torneranno mai più. La guerra, oltre ad aver buttato via un sacco di ciarpame inutile, l'ha fatta finita con questo giudizio ... L'alpinismo fu una scuola dura e seria in preparazione della guerra. La piccozza e lo scarpone sul campo di '"'battaglia divennero altrettanto importanti del fucile e della baionetta" (15). Esattamente le stesse cose che, qualche anno più tardi, verranno scritte dal satino G. Lorenzoni, a celebrazione della vittoria: «Le escursioni sembravano quasi allenamento a imprese più audaci e più decisive che la storia stesse preparando» (16). Ogni via, ogni rifugio potevano essere baluardo dell'una o dell'altra "civiltà", a seconda di chi li percorreva e di chi li abitava. In quegli anni si parlò sempre più spesso di "alpinismo" e di "turismo politico": la SAT da una parte, e l' Alpenverein dall 'altra, si presentarono in campo come i soggetti attivi di questa contesa. Il quotidiano meranese "Burggrraefler" del 2 settembre del


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1908 denunciava l'.assenza del governo austriaco "nella parte meridionale del paese": «Si permette tranquillamente che il prof. Tolomei conquisti all'Italia, dapprima letterariamente, la marca settentrionale italiana dell'Alto Adige e si tollera, come primo frutto di questa conquista letteraria, la conquista sportiva del Trentino e dell'Alto Adige». A sua volta, !'"Archivio per l'Alto Adige" recava <<notizie della pericolosa attività che dimostra nelle Alpi dell'Alto Adige e del Trentino la Società Alpina austro-germanica che, con l'attività e i contributi delle più lontane Sezioni germaniche - Berlino, Lipsia, Bamberga, ecc. - ha edificato rifugi ovunque, in questi ultimi anni, dando la preferenza al territorio delle Dolomiti» (17). E nel 1910 la Direzione della SAT, in un opuscolo "Sulle condizioni economiche della Società con riguardo alle nuove costruzioni", partendo dalla premessa che essa in alta montagna rappresentava una società sportiva «ma anche, e sopratutto, il Trentino e la nazione italiana di fronte allo straniero, (... ) sottolinea l'importanza che i pochi rifugi di sua proprietà rappresentino qualche cosa - di fronte ai molti dello straniero - - e occupino e conservino una posizione, e diventino centri d'interessi dove il nostro montanaro trovi coscienza della nostra forza». Dall'anno della sua fondazione fino allo scoppio della guerra, !"'Archivio per l'Alto Adige" è un osservatorio di straordinaria importanza per cogliere le strategie - non solo sue - che informarono la conquista pacifica, ma politica, del territorio, in attesa di qualche evento di maggiore portata che potesse risolvere definitivamente la questione nazionale. Sulle colonne della rivista di Tolomei si dava notizia, anno per anno, dei nuovi rifugi eretti dalla SAT come "segnacoli della millenaria civiltà latina" (18), di tutte le ascensioni compiute dagli scalatori trentini o italiani, delle escursioni effettuate dalle varie società sportive o alpinistiche, dello stato di avanzamento del rilievo cartografico del territorio, dell'afflusso turistico. Per contro, si offrivano anche dettagliate informazioni sulla penetrazione, negli stessi settori, del fronte avverso.


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Si intendeva, con ciò, tracciare le linee di un unico, ambizioso progetto di riconquista e riacculturazione del territorio alpino, che annetteva grande importanza all'uso dell'immagine come veicolo di propaganda, nella presunzione di poter definire e prefigurare un ordine visivo - accanto a quello politico - che avesse i caratteri dell'italianità (anche se poi la scelta dei modelli iconografici a cui far riferimento si ispirò, banalmente - ma, forse, necessariamente - ad un"realismo nazional-popolare" di scarso spessore): lo dimostra l'interesse con cui si seguivano e si promuovevano le esposizioni di quadri di "paesaggi alpini", o i progetti di nuovi alberghi, primo fra tutti quello di Cortina sopra il colle di Crepa, che, ''progettato in stile veneziano" da Marius Pictor, era visto come "affermazione nobile dell'arte contro il consueto stile bottegaio" (19). O, ancora, le mostre fotografiche e l'auspicato utilizzo del mezzo cinematografico per mostrare al popolo del Regno le attrattive della area dolomitica e incentivare in tal modo il turismo italiano a danno dell"'oppressiva invasione del turismo tedesco". Una parte assai significativa in questo progetto fu svolta dall'opera di ricognizione e di rappresentazione cartografiche della regione portata avanti da quella che potremmo definire la "Scuola geografica trentina", i cui massimi esponenti furono Battisti, Trener, Brentari: fu proprio in quegli angi che lo studio geoantropologico dell'area dolomitica produsse i suoi migliori risultati (per molti aspetti ancora insuperati) e si affermò, a fianco della cartografia, come strumento imprescindibile del controllo e della conquista dello spazio geografico e come riaffermazione dell'identità etnico-nazionale (20). Inutile dire che la pubblicazione di mappe e di guide, la costruzione di sentieri e segnavie venne intesa, al di fuori dell'ambito scientifico ed escursionistico, anche come vera e propria "attività di guerra" (21). Il trentino Giovanni Strobole, fuoriuscito allo scoppio del conflitto e, in seguito, ufficiale dell'esercito italiano nella zona della Marmolada, più volte dovette constatare, - annotandola sul


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suo diario - l'inadeguatezza della cartografia militare italiana (anche !"'Archivio per l'Alto Adige" aveva denunciato più volte questo ritardo), che costringeva i comandi ad operare sulla base di mappe non aggiornate e di carte al 75:000 o sulla scorta di precarie, e spesso fallaci, osservazioni aeree: fu proprio l'errata lettura di una fotografia, ad esempio, a suggerire l'insano progetto di conquistare la Marmolada per mezzo di un pallone aerostatico. Spettò, dunque, ai fuoriusciti trentini il compito di dare impulso allo sviluppo di una cartografia più dettagliata e rispondente alle esigenze di guerra. Ma altrettanto significativo fu il fatto, sovente e stizzosamente sottolineato da Strobele nelle note del diario, che la frequentazione della montagna e la profonda conoscenza del territorio, che erano stati importanti fattori di affermazione della coscienza nazionale e di coesione della comunità irredentista trentina, accentuarono .la forte carica di ambiguità insita nella loro diserzione e la diffidenza degli alti comandi nei loro confronti. (22). Allo scoppio del conflitto, l'alpinismo e la guerra trovarono sul fronte dolomitico un terreno che li accomunava e li iscriveva entro i confini del mito e dell'epos. Abbiamo visto come, prima del 1914, l'esperienza dell' ascensione fosse stata spesso vissuta e descritta come momento di conoscenza profonda del Sè; allo stesso modo venne intesa, in certi settori delle élites culturali europee, la guerra: è del 1922 il libro di Emest Jtinger intitolato "La guerra come esperienza interiore". Che vi potesse essere uno stretto rapporto tra alpinismo e guerra lo disse a chiare lettere il notiziario del "Deutscher und Osterreichischer Alpenverein'1 (DOA V), all'atto della mobilitazione: «Gli ideali che inducono (l'alpinista) ad impegnare la sua vita [ ... ] non sono forse gli ideali di un combattente? E non conosce anche lui, come il guerriero in battaglia, l'intrepido coraggio e l'intensificarsi del senso della vita che raggiunge il suo apice proprio di fronte alla morte?» (23).


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(Di questa analogia non c'è alcunché da stupirsi, se ancora nel 1978 un alpinista della statura di Reinhold Messner, in un saggio intitolato "Il limite della vita", dopo aver cercato di dimostrare come esista un rapporto inscindibile fra le "esperienze-limite" fatte in montagna e il recupero del senso profondo della vita e della morte e di una "seconda conoscenza", che giustificherebbe l'alpinismo estremo, era costretto a chiedersi: «Allora alpinismo in sostituzione della guerra ?» (24). In realtà, dietro il mito della "montagna sacra" si nascondeva e si rafforzava l'ideologia del dominio assoluto dell'uomo nei confronti della Natura. La guerra dolomitica fu l'estensione al massimo grado del1' alpinismo, dei processi di interazione fra uomo e ambiente e di riempimento, da parte della civiltà urbana, del "vuoto" della montagna. Da questo punto di vista, la guerra rappresentò il "pieno" assoluto: pieno di uomini, di tecnologie, di costruzioni, di potenziale distruttivo e costruttivo. Il soldato-alpino arrivò dove l'alpinista non era mai arrivato, usando chiodi, scale, scavando nella roccia e lì stanziandosi per mesi e anni: non solitario conquistatore, ma membro di una "tribù" che vantava decine di migliaia di appartenenti. Nulla fu uguale a prima, nemmeno la toponomastica alpina, che assume nomi nei quali erano racchiusi il dolore e il mistero della guerra: Roccia del Terrore, Col di Sangue, Sasso Misterioso, Sasso Spaccato, Sasso Tatuato, Punta della Fede ... La montagna cambiò volto: venne attraversata da sentieri, mulattiere, gallerie, strade (2500 Km di carreggiabili e camionabili sul fronte italiano: 400 solo su quello trentino), percorsa da teleferiche e funivie, occupata da baracche e fortificazioni. Opere e mezzi che imposero una diversa organizzazione spazio-temporale del territorio alpino, prefigurando e preparandone la conquista da parte del moderno turismo di massa. I segni premonitori di simile sovvertimento erano, in realtà presenti, ben prima dello scoppio del conflitto, nella produzione


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artistica di cubisti e futuristi: la guerra non fece che materializzare l'idea di un «mondo nuovo», che essi avevano ordinato figurativamente sulle loro tele. Picasso, vedendo le prime mimetizzazioni militari, poté orgogliosamente, e legittimamente, esclamare: «Siamo stati noi a inventare questo!». E Depero e Marinetti avrebbero potuto, a loro volta, vantare la primogenitura di quel «paesaggio artificiale», contrapposto alla Natura, che essi avevano preannunciato nel Manifesto per la «Ricostruzione futurista dell'Universo» (25): un paesaggio, quello creato dalla guerra, che appare il correlato oggettivo di un' «attività di intervento formale che non avveniva più come coinvolgimento entro il reale e con esso, ma come volontà creativa oltre il reale dato, in contrasto e in indifferenza della realtà (26).

E sulla base di questa correlazione che è possibile leggere nel paradigma futurista la metafora di una guerra che avrebbe azzerato qualsiasi precedente e tradizionale sistema di valori e avrebbe modificato il mondo «oltre il reale dato». La compenetrazione «fra linee-forza della velocità e lineeforza del paesaggio (27), la scomposizione dell'immagine. il divisionismo della percezione e della rappresentazione, che furono alla base dell'estetica cubista e futurista, costituivano, in realtà, le costanti della guerra moderna: un sistema privo di centro percettivo, fondato sulla «frantumazione delle unità di tempo e di spazio>> e sul «deteriorarsi del campo visivo», e nel quale il combattente poteva avere soltanto «impressioni laterali», come ebbe ad osservare in una sua lettera dal fronte Scipio Slataper (28). Questa «perdita del centro», che accomunava guerra e arti figurative, veniva così ricordata, nel 1938, da Gertrude Stein: La composizione della guerra 19 I 4-1918 non era la composizione delle guerre precedenti. Questa composizione non ern una composizione in cui c'era un uomo nel centro, circondato da una massa d'altri uomini, era una composizione senza capo né coda, una composizione in cui un angolo contava quanto un altro angolo: la composizione del cubismo, insomma (29).


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Il ricordo della Stein è riaffiorato, di recente, in uno studio di Stephen Kern sul rapporto che sarebbe intercorso fra il cubismo, la mimetizzazione - utilizzata per la prima volta nella grande guerra - e la democrazia: Tutti e tre insieme, quei fenomeni hanno significato che i modi tradizionali non sono necessariamente i migliori per ordinare gli oggetti nello spazio pittorico, o gli uomini e i cannoni su un campo di battaglia e, con una estensione interpretativa, per ordinare le classi o l'elettorato nella società (30).

Il teorema proposto dallo storico americano può valere anche nel nostro caso, solo che si tenga come denominatore comune la democrazia. sostituendo agli altri due termini il futurismo e la «deformazione artificiale del paesaggio»: infatti, come avremo modo di spiegare meglio in seguito, le nuove gerarchie imposte dai futuristi nel campo della rappresentazione, della percezione e della rifondazione del reale trovarono riscontro nella gerarchizzazione dell'ambiente alpino che la guerra impose e che aprì, nel dopoguerra, la fase dell'alpinismo e del turismo sociale. Due sono le figure che, nella guerra dolomitica, contribuirono più di qualsiasi altra, alla conquista delle montagne, dando origine al mito della guerra alpina, e assumendo esse stesse i contorni della leggenda. Da una parte, il soldato-alpinista, dall'altra il soldato-minatore: e fra essi la natura, alla quale venne riconosciuto lo statuto di terzo combattente, spesso il più crudele e il più cinico. · Se consideriamo bene le caratteristiche di queste due figure, possiamo capire come la guerra dolomitica sia stata un "unicum" nel contesto generale del conflitto moderno e di massa. In entrambi i casi, ci troviamo di fronte a due soggetti, la cui esistenza, le cui attività, i cui valori, i cui modelli di comportamento erano, anche prima dello scoppio della guerra, assolutamente dissimili da quelli di chi viveva e operava in città o in pianura: se il soldato-alpinista poteva raggiungere le vette scalan-


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dole, il soldato-minatore poteva farlo scavandole Questo loro "potere" ne fece, assieme all'aviatore, "figure di alternativa immaginaria per coloro che popolavano la superficie" (31 ), rafforzando vieppiù la dimensione di mito, di mistero, di magia, entro la quale da sempre vivevano e lavoravano il montanaro e il minatore. Per questo la guerra d'alta quota appariva, e veniva spesso descritta come assai simile alla guerra aerea, perché qui e là la moderna tecnologia si sposava ad un modo di combattere arcaico, tradizionale, preindustriale. «La stessa struttura particolare di reclutamento dei reggimenti alpini, a base territoriale, consente di porre a fondamento della condizione militare un tessuto sociale omogeneo che risulta invece disgregato nelle altre armi e che integra i montanari-soldati in quegli organismi unitari e compatti che sono i battaglioni e i reggimenti alpini. Essi sorgono su un fondo di tradizione e sentimenti comuni, relazione di parentela e di conoscenza sopra cui matura uno spirito di corpo robusto e durevole come in nessun'altra arma di fanteria, capace di far sopravvivere come gruppo gli alpini anche nei momenti di dissoluzione generale dell'esercito o dopo la conclusione dell'esperienza militare. Una rete di valori mani che umanizzano e rendono ancora in qualche modo cavalleresca la guerra tra alpini e Kaiserjager: poiché il fondo umano comune, la struttura militare e il tipo di guerra si estendono e sono comuni ai momentanei nemici, e la guerra - destoricizzata e apolitica dell'una e dell'altra parte - si combatte senza odio e senza speranza, come mestiere, prosecuzione della vita, che è per tutti fatica e soggezione alla sorte». (32). Lo scrittore subtirolese Hubert Mumelter ricordò, nelle sue memorie, un episodio rilevatore del carattere antico, cavalleresco, di questa guerra, al quale assistette a Travenanzes nelle Dolomiti del Fanis. Un gruppo di alpini, comandato dal capitano Baccon, era stato accerchiato e cadde prigioniero: «Per noi Baccon fu un


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grande e lieto successo, perché lo conoscevamo da tempo, attraverso le intercettazioni telefoniche quale comandante delle forze nemiche. Anche Baccon conosceva Raschin. Essi si intrattennero come vecchi rivali riconciliati, mentre noi stavamo rispettosamente intorno, nella baracca degli ufficiali. La sosta durò un paio d'ore, poi Baccon venne calato in basso con la teleferica. Così personale era la guerra delle Dolomiti con episodi cavallereschi, perché non era una guerra di massa e di tecnicismo, ma piuttosto un'avventura sui monti, per uomini di alta specializzazione» (33). Anche nel campo della tecnologia bellica, il moderno si alleava all'antico: allo storico britannico Trevelyan, in visita sul fronte trentino, una postazione d'alta quota apparve come <<una fortezza dedalica, con quattro ordini sovrapposti di cannoni e mitragliatrici. V'erano molte macchine di legno, simili a quelle medievali, per scagliare torrenti di pietre nei burroni, dai quali il nemico avrebbe potuto tentare la scalata» (34). Ma non fu solo una questione di antico e moderno che si compenetravano; forse mai, come nel caso della guerra dolomitica, il procedere del conflitto è valutabile in termini di ordine/ disordine, equilibrio/squilibrio: il disordine connesso alla tecnologia bellica produsse un nuovo ordine naturale; l'equilibrio del tempo biologico fu spezzato dall'accelerazione del tempo storico e questa asimmetria si iscrisse nella pietra al pari dei graffiti dell'uomo di Neanderthal. Montagne che avevano impiegato milioni di anni per formarsi vennero violate e trasformate nelle loro sembianze in, una frazione di secondo; segni che avevano richiesto secoli per imprimersi nella materia furono tracciati in pochi anni, mesi, giorni (35). Dietro questo procedere per opposizioni e accelerazioni, c'è il paradosso di una guerra che, nell'atto di affermarsi come espressione della modernità, costringeva i suoi "attori" a regredire un tempo antico, il tempo dell'uomo cacciatore: «Dove sono rimaste le tracce delle varie costruzioni successive degli alpini - scrisse


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C. Battisti - gli archeologi e gli etnografi potrebbero vedere riflessa la storia della civiltà umana, dirò meglio la storia delle abitazioni umane, con più profitto che frugando e raccogliendo gli avanzi preistorici nella nera terra. I primi ricoveri fatti lì paion abitazioni da trogloditi: sono caverne e semicaverne, buche ne terreno coperte con tronchi v'eran perfino buche nella neve! - pagode messe assieme con tronchi appoggiati a capriate: talora semplici pareti di frasche e rami rese impermeabili con calce fatta di terra e sterco animale» (36). Questa mutazione antropologica del combattente alpino caratterizzò ancor più l'esperienza di guerra lì dove la neve, il ghiaccio, il freddo attanagliarono gli uomini per molti mesi al1'anno: «Spesso la vita che conducevamo lassù- scrisse G. Langes chje ne fu testimone diretto - ci ricordava l'esistenza degli eschimesi» (37). Quell'ambiente, che sembrava aver costretto l'uomo europeo in un tempo e in uno spazio lontani e affatto sconosciuti, trasformò ogni soldato in "ricercatore", "conoscitore perfetto dei segreti del ghiacciaio, dei suoi crepacci, dei suoi movimenti"(38). Le necessità di quella guerra superavano, infatti, di gran lunga le conoscenze che del ghiacciaio avevano scienziati e alpinisti: quando gli "eschimesi" della Marmolada iniziarono a progettare le prime gallerie nel ghiaccio, «furono consultati per iscritto i più eminenti glaciologi: Bruchner (Vienna), Finsterwalder (Monaco), e la risposta fu che fino ad allora non erano mai state fatte gallerie nei ghiacciai» (39). Ancora una volta, fu l'esperienza della miniera a rivelarsi come la più prossima a quella bellica: «Nella mia compagnia di guide alpine c'era anche un sottufficiale che aveva lavorato otto anni nelle miniere di carbone americane. Egli costruì con lamiere di ferro dei trapani a mano per mezzo dei quali si riuscirà in pochi minuti a scavare nel ghiaccio buchi di un metro di profondità. Lo calammo in un crepaccio perché esperimentasse l'azione di vari esplosivi» (40).


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Grazie alle conoscenze e agli strumenti offerti dalla "paleotecnica" del soldato-minatore, sorse, per opera della Compagnia zappatori del tenente Handl, la "Città di ghiaccio": dentro la Marmolada, dove la temperatura scendeva di poco sotto lo zero. «Gallerie e scale conducono in un ampio rettangolo sul quale si affacciano gli alloggi scavati nel ghiaccio, i magazzini per i viveri e le munizioni. C'è una centrale elettrica con trasformatore, un centralino telefonico, una stanza di ritrovo e perfino una camera a tenuta di gas per il controllo delle maschere. La Città di ghiaccio diviene il punto centrale di tutta la difesa della Marmolada. Di lì si diramano le gallerie che conducono al Grande Poz, a Cima Undici, a Fessura, e a quota 3259, sulla cresta Serauta, una rete stradale sotto il ghiaccio della lunghezza complessiva di otto chilometri» (41): gelide profondità che si risolsero spesso, nell'esperienza di chi le abitava, in un "pauroso luogo psichico", dentro il quale si manifestavano le fantasie di morte, le immagini di malattia, il mutismo catatonico che la "guerra bianca" incessantemente produceva. Le testimonianze che da quelle profondità abissali sono giunte fino a noi sottolineano lo stato di separatezza in cui il «popolo dei cavernicoli» fu costretto: sprofondato nell'oscurità della terra; sperduto fra la sua attività di trasformazione e violazione della materia e il potere contaminante del sottosuolo; depositario dei segreti di una guerra, in cui le sue alchimie, oltrepassando ogni precedente limite, si assunsero «la responsabilità di cambiare la Natura sostituendosi al Tempo», avvolto e oppresso da un universo sonoro che noi oggi possiamo solo immaginare dovesse essere assai simile a quello descritto da Franz Kafka ne La tana, un racconto che è, esso stesso, «figlio dell'oscurità e del silenzio». La conquista militare delle Dolomiti sembrò risolversi come ebbe a dire P. Pi~ri, che ne fu attore e studioso - in «una lotta da una parte a sprofondarsi nelle viscere della terra e dall' altra a inerpicarsi per le immani pareti» (42): questa immagine speculare del conflitto, visto come salita al cielo e discesa agli inferi,


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che evoca antiche mitologie letterarie di eroi conquistatori e di viaggi iniziatici ai confini del mondo, ha valore di metafora di una guerra "moderna", che lasciò solo il combattente a misurarsi con le forze primordiali della Natura. Se prima del 1915 la conquista delle montagne dolomitiche veniva vista come un'anticipazione del conflitto che di lì a poco l'avrebbe insanguinate, finita la guerra, l'alpinismo ne divenne il surrogato, sostituendosi ad essa nella difesa delle terre strappate al nemico. Gli alpinisti tridentini erano arrivati in ritardo sui "Monti pallidi" e sulle altre cime regionali, perché prima di loro erano saliti i tedeschi e gli inglesi: così i giovani «sentivano cocente la vergogna di vedere gli stranieri, e specialmente i nostri nemici tradizionali, percorrere da padroni le nostre Alpi e scalarle con audacia» (43). L'impresa alpinistica, se non compiuta da un italiano, era semplicemente un oltraggio allo spirito nazionale; se poi un trentino si fosse trovato a combattere sulla montagna, ma dalla parte sbagliata, era condannato a non essere riconosciuto come figlio di quella madre: nel dopoguerra venne inserito nello statuto della SUSAT (la Sezione Universitaria della SAT) un articolo "in virtù del quale venivano esclusi dalla SUSAT i soci che in Austria si erano comportati da cattivi italiani" (44). Considerata tutt'altro che elemento di pacificazione e di riconciliazione, la montagna venne scelta come terreno sul quale continuare lo scontro ideologico. Ora si trattava di ritornare su quelle vette, che erano state teatro di guerra, da alpinisti o da turisti, ma con l'obiettivo comune e dichiarato di favorire "la penetrazione dell'italianità" lungo le valli dolomitiche strappate all'Impero: «La sentinella in tempo di pace è l'alpinista che in tempo di guerra si trasforma automaticamente in alpino» (45). Fra i molti temi che erano al centro del dibattito e dei progetti di "riconversione nazionale" delle "terre redente", assunsero rile-


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vanza la questione dei rifugi alpini e la questione turistica. Abbiamo già sottolineato il fatto che i rifugi, prima della guerra, erano considerati da parte della SAT e dell' Alpenverein come veicoli indispensabili della penetrazione in campo avversario: come tali, vennero caricati di valenze politiche e simboliche, che sopravvissero a lungo dagli anni dell'immediato dopoguerra ("per vandalismo o per vendetta politica sono stati saccheggiati o danneggiati il rifugio di Campo Tures e quello di Rondelle", riferiva l'Archivio per l'Alto Adige nel 1923) (46), fino alla fine degli anni sessanta, quando i rifugi italiani di confine divennero uno degli obiettivi preferiti del terrorismo sudtirolese. Mano a mano che l'esercito italiano avanzava verso nord, i rifugi dolomitici vennero tolti alla gestione dell' Alpenverein e, in un primo momento occupati dalla truppe, poi - portando a realizzazione uno dei punti qualificanti il programma di Tolomei consegnati al CAI, che provvide anche ad affigliare a sè (1923) le disciolte sezioni dell' Alpenvererin: «Le operazioni compiute in Val Pusteria - riportava "L'Archivio per l'Alto Adige" - riguardano la Società Alpinistica di Brunico (Alpenverein Bruneck) già sezione della Società Alpina Austro-Germanica; essa aveva le seguenti proprietà: Rifugio Plan de Corones (KronplatzHaus) ed una biblioteca presso la sede centrale. Il rifugio fu dato in consegna al signor Mutschlechener di S. Vigilio di Badia. Quanto alla biblioteca, situata in una sala dell'Hotel Posta di Brunico, essa venne data in consegna al sig. Giovanni Trappmann, ispettore scolastico in Brunico. La Società Alpina Alta Pusteria (Hochpustertal) possedeva il rifugio Tre Cime di Lavaredo (Drei Zinnen-Hutte) che fu ceduto in provvisoria consegna alla guida alpina Giovanni Forcher di Sesto» (47). I danni provocati dalla guerra, i duri e logoranti contenziosi sulle proprietà di alberghi e rifugi, la chiusura delle frontiere al nord provocarono un blocco del turismo dolomitico: «Dieci anni dopo la fine della guerra l'afflusso dei turisti, in termini di presenza, era quasi pari a quello dell'anteguerra, non superiore, italiani e stranieri compresi, a 900.000 giornate» (48).


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A nulla valevano i dati ottimistici e rassicuranti riportati dall'"Archivio per l'Alto Adige" e ancora meno le previsioni di un decollo basato sull 'arrivo di un "contingente colossale" di turisti dai paesi dell'Intesa, ma sopratutto dagli Stati Uniti: «La guerra arricchisce gli Americani a miliardi. Ristabilita la pace, il numero dei possibili turisti sarà aumentato a dismisura» (49). Il turismo austro-tedesco, visto specularmente a quello italiano come un potente strumento di penetrazione della cultura nemica, era stato inviso e sbeffeggiato; i toni usati erano quelli dalla più vieta propaganda nazionalista: nel 1917, I"' Archivio per l' Alto Adige" riprendeva dalla "Revue de Paris" la seguente corrispondenza di Mare Henry, "a proposito delle carovane tedesche nelle Alpi": «Si riconoscevano da lontano per il loro parlare autoritario e rude, per la loro pronunzia pretenziosa, per il loro modo di acconciarsi. Essi se n'andavano in schiere compatte, lungo le vie meravigliose, vestiti con i costumi degli abitanti di quei luoghi. Gli uomini portavano i calzano corti, le camicie di tela, le bretelle ricamate, il largo cappello verde ornato d' un tasso: le donne portavano larghe gonnelle in forma di campana e corserti a fiorami , largamente aperti; un piccolo fazzoletto copriva le spalle e ricadeva a punta sul dorso. Quegli abbigliamenti venivano acquistati nel gran bazar di Berlino di Wertheim: ogni costume costava 29 marchi. .. Gli odiosi viaggiatori venuti dal Nord penetravano in ogni capanna, interrogavano con arroganza ... I paesani li odiavano» (50). Ma questo turismo, sottoposto al sarcasmo franco-italiano, non poteva essere rimpiazzato in tempi brevi da quello nazionale (e tanto meno da quello estero), sia perché- come osservava un corrispondente dell"'Archivio" nel 1923 - non poteva essere trascurato «il benefico influsso che l' Alpenverein esercitava sul movimento turistico e sull'industria di quei paesi» (51 ), ma anche perché "non mancavano nel grande concorso dei turisti italiani in Alto Adige inconvenienti ridicoli e penosi; bisogna riconoscere che purtroppo la maggioranza dei turisti italiani non ha compreso come la villeggiatura in Alto Adige imponga un contegno ben


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diverso da quello che sarebbe lecito in altre provincie italiane» (52). Per arginare l'emorragia del turismo di lingua tedesca, «il visitare le regioni del Trentino e dell'Alto Adige, che prima che scoppiasse la grande tragedia era un dovere trascurato da troppa gran parte degli italiani, diventava - scrisse nel 1919 E. Tolomei - un dovere accresciuto e che non poteva più essere ignorato da nessuno» (53). Il CAI e il TCI se ne assunsero la direzione, pubblicando le famose guide "Sui campi di battaglia" e organizzando il turismo su quei "luoghi sacri", come nel 1921 con la "Grande escursione nazionale dalle Dolomiti al Brennero" o, nel 1925, con la "Escursione nazionale ai campi di battaglia", che altro non erano se non vere e proprie marce politiche a riaffermazione della nuova identità geografica e politica d'Italia (54). Valga, a titolo di esempio, la cronaca della prima di queste due Escursioni, quella del '21, così come apparve sull"'Archivio per 1' Alto Adige" : «Per l' iniziativa del CAI ebbe luogo nel settembre la marcia dalle Dolomiti al Brennero' per la quale il CAI di Bolzano si meritò la medaglia d'oro. Partendo da Bolzano, i cinquecento gitanti, convenuti da ogni parte d'Italia (notiamo che in tale occasione, che coincideva colle feste pel Centenario di Dante, il tricolore - negato dal Borgomastro Perathoner - fu esposto al Municipio di Bolzano per iniziativa del Fascio) presero la superba via delle Dolomiti, si portavano sull' altopiano di Siusi, percorsero la Val Gardena, risalirono la Valle dell 'Isarco, accolti festosamente a Fortezza, a Vipiteno, a Colle Isarco. La marcia continuò per la valle laterale di Fleres fino alla regione dei ghiacciai, ove, a 2422 metri, la compagnia, accolta con salve di fucileria dagli alpini che avevano preparato gli attendamenti, si accampò intorno al rifugio della Stua (battezzato in tale occasione rifugio "Dante"). Il 20 settembre la carovana discese a Vipiteno e si recò al Brennero ove incontrò Tolomei e parlarono il generale Gualtieri, il P. del CAI Eliseo Porro, e altri; furono distribuite le medaglie


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d'argento offerte dal 'Corriere della Sera' ai partecipanti che diedero prova tutti indistintamente di coraggio e di resistenza. Anche molti nuovi della montagna, anche le trentasette signore e signorine intervenute. Con una visita a Trento si chiuse la bella gita» (55). Altra iniziativa alpinistico-sportiva che si faceva notare per il suo significato politico fu l'organizzazione della "Tendopoli" della Sezione Universitaria del CAI (SUCAI) che, per diversi anni, dopo la guerra, trovò sistemazione in località montane del Sudtirolo: nel 1922, ad esempio, venne scelta la località di Sesto, dove «i centri di villeggiatura distrutti dal cannone sono risorti, esempio del grande potere italiano di ricostruzione». «L'alta Val Fiscalina - annotava il corrispondente dell'"Archivio" - è un vero gioiello. Gli abitanti, laboriosi lavoratori, maestri dell'arte forestale, hanno visto i loro alberghi riprendere vita, hanno veduto la gioventù d'Italia salire i monti ed amarli come loro, e prendendo contatto con i Sucaini, hanno conosciuto ed imparato ad amare i compatrioti» (56). Naturalmente sarebbe erroneo pensare che tutto il turismo italiano del dopoguerra fosse così altisonante, bellicoso, carico di retorica: paradigma del «teorema nazionalistico» di Tolomei. Anzi, per molti italiani la visitazione dei <<territori di frontiera» era associata all'aprirsi di una nuova dimensione spirituale, in cui la Natura, dopo il clamore della guerra, non si presentava più come spazio della contesa e della morte bensì del silenzio, della pacificazione, del ripiegamento dell'Io su se stesso. Fra le molte testimonianze del definirsi di questa «geografia interiore» spicca quella di Giani Stuparich, triestino, scrittore, reduce da una lunga e dolorosa esperienza, prima di combattente volontario nell'esercito italiano, poi di prigioniero: Apertoci l'Alto Adige con la nostra vittoria del '18, io andai peregrinando per le sue valli presto, ancora quando poche erano le automobili che percorrevano le sue strade e niente affollati gli alberghi. Me lo scopersi da me, solo, soletto: ricordo il primo giro che feci a piedi da Bolzano su per la Val d 'Ega, oltre il passo di Cost:alunga in Val di Fassa, Passo di


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Falzarego, Cortina, Passo alle Tre Croci, Misurina ... Quel pomeriggio che giunsi a Dobbiaco, dopo tre giorni di nudo paesaggio tra picchi e rocce: l'improvvisa apertura della verdissima Pusteria! Falciavano il fieno, l'aria era trascorsa da un vento profumato e ogni cigolio di ruote, ogni parola vi risuonava netta e cristallina. Com'era mutata in me la disposizione ad accogliere la montagna! Quell'impressione di forte, cupa malinconia, rimastami dal mio primo contatto con la montagna... , si distendeva ora in un senso di calmo e inebriato godimento. Imparai a conoscere la montagna con l'affezione di un innamorato. Non so ricordare le mie estati passate in alta montagna senza risentire la bellezza e il beneficio di quei silenzi immensi. Meravigliose pause, che non soltanto ridavano tono al mio sangue e ai miei nervi, ma mi tempravano Io spirito. Giorni e settimane di raccoglimento, di colloqui all'aperto con mc stesso, di distacchi guadagnati sulla stretta misura della vita (57).

Anche nel caso del turismo e dell'alpinismo, possono valere le nozioni antagoniste di ordine/disordine (o di tradizione/tradimento), per capire ciò che avvenne negli anni del dopoguerra. La montagna, straziata dal disordine della guerra, rinsaldò tuttavia i legami fra esperienza bellica e alpinistica: anzi, per uno di questi paradossi che spesso alimentano la storia, generò un ordine nuovo di accesso alle vette, determinando la nascita dell'alpinismo moderno: l'universo del non-equilibrio si configurava, in tal modo, ancora come un universo coerente. «Le Alpi - scrisse A. Berti - vedono prodigi in tempo di guerra, non solo di singoli, ma anche di grosse pattuglie, di plotoni, di intere compagne. E non solo si vedono eccellere i provatissimi ma anche le reclute trasformarsi rapidamente in campioni. Alcune vie nuove vengono aperte per necessità di guerra, ma anche sotto il fuoco nemico: Fusetti sale sul Sasso di Stria dal versante Settsdass e la morte lo invola sulla cima, Tarra con De Zolt e Salvetti passa per cresta dal Monte Giralba di Sopra al Monte Porpora; De Zolt sale sulla Cresta Zsigmondy dal versante Busa Di Dentro, Carugati conquista la Nemesis partendo da Cima di Tofana·III, Gardiol, Castagnero e Prinetti superano il Canalone di Forcella U di Croda Rossa, Vallepiana e Gaspard il Camino


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degli Alpini nella Tofana di Rozes, Lunelli la Torre Trento; e in campo avverso Innerkofler traversa il ghiacciaio Pensile, Forcher sale il Forarne de Fora dal versante Val Prà del Vecio e un gruppo di Kaiserjaeger da Forcellas Gialla>> (58). Questa pratica militare dell'alpinismo determinò il distacco netto tra due generazioni di alpinisti: quella di prima e quella del dopo guerra. Il conflitto mondiale - osservò M. Mila - sospinse verso le montagne dei confini masse che, volenti o nolenti, scoprivano il mondo delle Alpi in circostanze particolarmente disagiate. Di quelli che tornarono a casa, molti giurarono che non avrebbero mai più voluto vedere una montagna, neanche dipinta. Ma altri, nonostante il ricordo dei patimenti e delle sofferenze sopportati lassù, finita la guerra, alle montagne ci ritornarono. Ci tornarono da borghesi, magari con le scarpe chiodate e l'alpenstock che avevano imparato ad usare da alpini. Un mare di neofiti dell'alpinismo si spinse sui sentieri delle montagne di casa, portando gusti, costumi e attitudini certamente assai meno signorili e distinti che quelli dei pionieri ottocenteschi. Il fenomeno dei 'cannibali' è anch'esso un residuato di guerra. Ma da questa marea indistinta e vociante si staccarono punte avanzate, che si spingono oltre i limiti delle strade battute, che con robuste mani d'artigiano e d'operaio abbrancano la roccia o maneggiano la picozza. Non è una trasformazione sociale dell'alpinismo, sarebbe ingiusto e tendenzioso affermarlo. Non si tratta di sostituzione di ceti sociali, ma d'un'estensione. Queste punte avanzate un bel giorno avranno il nome Cassin, Tinozzi, Esposito, Ratti e saranno un guadagno netto, un arricchimento degli strati sociali componenti l'alpinismo italiano, nel quale non verranno fortunatamente a mancare le forze della cultura". (59) A seguito del conflitto si verificò, dunque, un allargamento della base sociale dell'arte di arrampicare e, contemporaneamente, si assistette ad un mutare di mentalità, di tecniche, di scuole. Nell'ambito italiano aumentò l'influenza dell'alpinismo dolo-


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mitico; in quello francese nacque, sulla scorta dell'esperienza di guerra, il "Groupe de haute montagne"; in quello europeo, infine, si aprì la strada dell'arrampicata artificiale e si diffuse l'ideologia dell'alpinismo come "culto per iniziati"(60), basato essenzialmente sulla mistica del pericolo e del sacrificio, e come mezzo di affermazione e di riscatto per le classi e le nazioni sconfitte in guerra. E se prima del 1915 «non esisteva nelle Dolomiti un alpinismo invernale", dopo divenne patrimonio comune, perché <<mai gruppi numerosi di uomini avevano vissuto a lungo così in alto, così isolati e lontani dalla basi» (61). Sulle macerie della guerra si strutturò anche un nuovo ordine turistico. Il quotidiano socialista "Volkszeitung" di Innsbruck, pubblicando il decreto prefettizio del 3 settembre 1923 che stabiliva il passaggio al CAI dei beni delle disciolte società alpinistiche aderenti all' Alpenverein, commentava: «Con altre parole, si rubano alle società alpinistiche i rifugi per donarli al CAI. Purtroppo vengono colpiti da questa sorte anche i rifugi eretti con grande sacrificio da operai turisti che ora passano senza spesa nè fastidio ai clubaioli alpini borghesi italiani>> (62). Ora, senza entrare nel merito della legittimità o meno di questo passaggio di proprietà, ci interessa sottolineare come il commento della "Volkszeitung", lì dove ne denunciava il carattere di classe, si riveli del tutto errato, alla luce di quanto si verificò in seguito. Sul disordine del conflitto (spesso sfruttando ciò che esso aveva lasciato dietro di sè: sentieri, vie attrezzate, strade, funivie) si imposero nuove forme e nuove dimensioni del turismo di montagna, assai simili, per cause e manifestazioni, a quelle dell'alpinismo. Il conflitto aveva determinato un ammodernamento delle strutture turistiche ma, ancor più, «evidenti modificazione nel costume turistico» che, dagli anni venti, «venne perdendo un poco alla volta il carattere aristocratico che ne aveva costituito il contrassegno nei due primi decenni del secolo» (63).


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La guerra, portando enormi quantità di uomini e di macchine in montagna ne aveva spezzato le vecchie gerarchie di accesso, aprendo la strada al turismo di massa e alla pratica diffusa degli sports invernali: è del 1921 la nascita della SOSAT (la Sezione operaia della SAT) che intendeva, appunto raccogliere questa eredità, dando vita ad un "alpinismo sociale", non più espressione del «monopolio di classe - come tenne a sottolineare Bonfanti, il segretario della SAT, in sede di costituente della Sezione operaia - ma esteso alle classi meno abbienti, accessibile agli operai» (64). Siamo, dunque, in presenza del fenomeno opposto a quello denunciato dal quotidiano socialista austriaco: se di carattere di classe si può parlare a questo riguardo, esso è però a favore delle classi popolari. Altri furono i problemi aperti da questa nuova dimensione del turismo: lo squilibrio che un po' alla volta si determinava fra la città (che sempre più andava assumendo la forma della megalopoli) e l'ambit:nte alpino; e l'avvio del processo di nazionalizzazione delle masse che, attraverso il rafforzamento della mistica della montagna- e del ruolo che essa avrebbe avuto nell'educazione e nell'innalzamento culturale e spirituale della classe operaia, «una specie di aristocrazia dell'intelletto e del cuore nata nell'Alpe, educata dalla guerra, e che canta la vittoria» (65) - alimenterà il mito di una guerra popolare e volontaria. All'orizzonte altre guerre si stavano profilando ...


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Note (1) La Gran Bretagna continuerà a guardare con particolare interesse - e affetto, quasi - alle Dolomiti, anche dopo la fine della guerra: le frequenti prese di posizione del governo britannico sul problema sudtirolese saranno in parte suggerite proprio dal legame storico e ideale che quel paese aveva mantenuto con quest'angolo di mondo. (Devo l'informazione a Gunther Pallaver). Ciò costituisce per noi uno stimolo a riflettere sul valore transnazionale che ambienti naturali di singolare bellezza e importanza ecologica potrebbero, e dovrebbero, assumere al di là di ogni localistica rivendicazione di proprietà e sfruttamento. (2) C. -E. ENGEL, Storia dell'alpinismo, Torino 1965, p. 133. (3) Ibidem, p. 133. (4) W. NoYcE, Men and Mountaim, London 1947. (5) C. -E. Engel, op. cit., p. 173. (6) Ibidem, pp. 170-171. (7) M. ScoTONI, La schiera dei Susatini, in La società degli alpinisti tridentini nel suo primo cinquantenario, Trento 1922, p. 82. (8) G. loREN:ZONI, La missione dell'alpinismo tridentino nel passato e nell' avvenire, in La società degli alpinisti tridentini nel suo primo cinquantenario, cit., pp. 67-

68. (9) G. REY, Alla SOSAT, in «Il Sosatino», anno II, n. 2 (1923), p. 2. (1 O) C. INZIONERI, Alpinismo spirituale e alpinismo snobistico, in CAI-SAT, XXVI Annuario 1930-1931, Trento 1932 p. 42. (11) G. MARZANI, La società degli alpinisti tridentini, in La società degli alpinisti tridentini nel suo primo cinquantenario, eit., p. 18. (12) G. LoRENZONl, op. cit., p. 61. (13) L. Steuret, Non tedesco ed ebreo, in «Materiali di Lavoro», nn. 1-2-3-4, 1988, p. 26. (14) G. MARZANT, op. cit., p. 18. Questa «guerra degli stendardi» continuò anche dopo la fine del conflitto, come ebbe a ricordare nel 1930 Tita Piaz, accusato di antifascismo e antiitalianità, in una sua "memoria difensiva": «Nel luglio 1919, temerari arrampicatori tirolesi rimasti finora ignoti, piantarono su di una guglia del Monte Scillar la bandiera bianco-rossa in segno di protesta e sfida contro il "nuovo padrone". Dietro ordine categorico del Generale Pecori Giraldi, furono fatti parecchi tentativi per allontanare quell'insulto, ma rutti fallirono, sia per mancanza di abilità sia per timore di rappresaglie tedesche. Eravamo ancora al tempo in cui gli Altoatesini si credevano in diritto di negare il fatto storico del novembre 191.8. L'autorità militare sbuffava, i tedeschi gongolanti sogghignavano e lo straccio tirolese sventolava indisturbato ... Finalmente, il giorno 26 luglio un uomo consegnava al Generale Cattaneo, Comandante di Corpo d'Armata, a Merano, quella bandiera che per molti giorni aveva turbato i sonni delle Autorità militari, quella bandiera che era stata sostituita dal tricolore di Casa Savoia. Quell'uomo aveva atteso a Castelrolto il cessare delle intemperie per arrampicarsi lassù a levare quell'insultante sfida: quell'uomo si chiamava Piaz». (AST, Fondo Questura Radiati). (15) Cit. in L. Steurer, op. cit., p. 26.


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(16) G. LoRENZ.ONI, op. cit., p. 60. (17) «Archivio per l'Alto Adige», 1906-7, p. 130. (18) Ibidem, p. 447. (19) «Archivio per l'Alto Adige», 1914, p. 268. (20) Qui non possiamo non accennare - quantomeno per sottolineare il ritardo degli studi in questo campo - ai rapporti esistenti fra la Scuola geografica fiorentina, nella quale Battisti si era formato, e quella tedesca, la cui figura dì spicco era rappresentata da Friederich Ratzel, fondatore della «scienza antropogeografica». Battisti aveva intrapreso la traduzione dell'opera di Ratzel Politische Geographie, edita in Germania nel 1897, e in più occasioni aveva espresso la propria ammirazione e il proprio debito scientifico nei confronti dell'autore tedesco: ciò è particolarmente significativo se si pensa che Ratzel aveva fondato un nuovo statuto disciplinare sui concetti delle «proprietà politiche del suolo» e della «potenza del suolo negli oppressi». L'influenza che i «principi deterministici» espressi da Ratzel ebbero sul pensiero geografico italiano - e, in particolare, su Battisti - può gettare nuova luce sulla complessa genealogia e sulla matrice scientifica del progetto irredentista che attribuiva al «suolo alpino» le «proprietà politiche» di plasmare l'anima nazionale della popolazione che lo abitava e di garantirne la coesione. Assai importante, al fine di intraprendere lo studio di questi temi, è la recente pubblicazione dei carteggi geografici di Battisti, curata da V. Calì. Nel volume è anche riprodotta la traduzione pan:iale che Battisti fece nel 1899 del testo di Ratzel. Vedi: V. CAù (a cura di), Cesare Ballisti Geografo - Carteggi 1891 -1916, Trento 1988. (Quanto stretto sia il rapporto fra identità nazionale e rappresentazione cartografica dello spazio - e che si configuri come problema più politico che tecnico - lo ha dimostrato, anche di recente, il dibattito aperto dal geografo tedesco Amo Peters a proposito della visione eurocentrica che la proiezione di Mercatore dà della terra, a tutto svantaggio dei popoli e degli stati del Sud del mondo). (21) C, Battisti compilò, prima della guerra, diverse guide niristico-escursionistiche del Trentino: una di queste, la Guida delle Giudicarie, edita nel 1909, fu immediatamente colpita da sequestro perché contenente «des<,Tizioni ed illustrazioni sulle campagne del 1848 e del 1866, ed itinerari di interesse militare. La Società alpinis tica Rododendro, promotrice di quella Guida, fu pur essa sciolta nel 1909 perché sospettata di attività patriottica». Vedi: Nota alla riedizione anastatica della Guida delle Giudicane, Trento 1985. Nel 1913, l'ufficio Monografie e Guide militari del terreno dello SM dell'esercito italiano incaricò segretamente Battisti di effettuare delle ricognizioni sul campo, al fine di redigere una guida militare del Trentino. Un anno dopo, la Guida Militare Nr. 12 Trentirw fu edita e pronta all'uso: nelle prime 59 pagine, una sintesi geografica della regione, nelle rimanenti 320, 153 itinerari, ciascuno con dettagliata descrizione logistico-militare e schema grafico a colori, in planimetria e sezione. Lo scoppio del connitto e l'arruolamento di Battisti interruppero un analogo lavoro dì ricognizione e descrizione della regione altoatesina. Vedi anche la lettera di Trener a Battisti datata Padova 26/4/1915: «C'è stato qui il Cap. Vigevano che come sai va a Belluno a piantare l'ufficio d'informazione reso ora autonomo e staccato dai Comandi di corpo d'armata.


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Egli vorrebbe che io raccogliessi e gli mandassi tutte le notizie che pervengono da Lavis e Primiero in su spec. altop. di Badia Ampezzo, Pusteria, Drava, Gaol. lo gli dissi che tu sei uno dei pochi che ccmoscono gli altopiani ladini e le valli della Pusteria e della Drava pei lavori fatti perTouring. [ ... ) TI Vigevano confessa che quella zona a lui sottoposta è terra incognita per lo stato maggiore per cui anche le notizie più piccole e insignificanti sono importanti». V. CALI (a cura di), Cesare Ballisti Geografo ... , op. cii., p. 310. (22) G. STROBELE, Diario di guerra 1915-1918, conservato presso il Museo del Risorgimento e della lotta per la libertà di Trento. (23) Cit, in L. STEUER, op. cii., p. 26. (24) R. MESSNER, Il limite della vita, Bologna 1980, p. 166. (25) G. BALIA - F. DEPERO, «Ricostruzione futurista dell'universo», Milano 1915. (26) P. FossATI, Pittura e scultura fra le due guerre, in Storia dell'arte italiana, voi. III, Il Novecento, Torino 1982, p. 214. (27) G . BALLA - F. DEPERO, op. cit. (28) S. SLATAPER, Lettere, voi. III, Torino 1931, p. 229. (29) G SrnIN, Picasso, Milano 1973, p. 21. (30) S. KERN, Cubismo, mimetizzazione, silenzio e democrazia: un approccio fenomenologico, in «Intersezioni», anno VII, n. 3, 1987, p. 514. (31) E. LEED, Terra di nessuno, Bologna 1985, p. 180. (32) M. IsNENGHI, li mito della grande guerra, Bari 1970, p. 324. (33) Cit. in G . LANGES, La guerra fra rocce e ghiacci. La guerra mondiale 1914 .1918 in alta montagna, Bolzano 1981, p. 78. Negli anni del dopoguerra, questo aspetto avvenruroso, epico, si ritagliò uno spazio di rilievo nella rielaborazione dell'esperienza bellica; la memoria letteraria ebbe il sopravvento sulle altre forme del ricordo e in essa la narrazione storica si dipanò attraverso le immagini del mito, «la forma narrativa in cui la trama diviene non solamente essenziale ma simbolica per eccellenza». P. FussEt., La Grande Guerra e la memoria letteraria inglese, in D. LEONI - C. ZADRA (a cura di), La Grande Guerra. Esperienza memoria immagini, Bologna 1986, p. 335. Avvinta da queste «trame sin1boliche», a guerra a!pina perse progressivamente connotati di crudeltà, di opposizione interna cd esterna, di disordine, di modernità, venendo sottoposta ad una censura netta e risolutiva, che si spinse fino all'invenzione della tradizione del canto di montagna, al fine di «cristallizzare la mitologia della condizione del popolo-alpino in guerra». Q. ANTONELLI, Dai canti di guerra ai cori della montagna, in D. LEONI - C. ZADRA (a cura di), op. cit., p. 440. Se ci fosse permesso di pensare - con una metafora fin troppo usata e abusata al campo di guerra come a un «teatro», potremmo anche immaginare che in primo piano si presentassero alla ribalta i personaggi descritti da Mumelter, ma quali e quanti altri comprimari attraversarono quel palcoscenico, quale parte era loro attribuita dalla Storia, su quali fondali si muovevano, con quali maschere recitavano? A tanti anni di distanza è ancora difficile mettere a fuoco la realtà di questa guerra, sia perché di essa ci è stata consegnata una memoria sacrale-mitologica difficile da scalfire, sia perché la storiografia militare ha prodotto troppo poco in questo campo. Vorrei ricorrere ad un ricordo personale per esemplificare quest'ultima afferma-


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zione: visitando il Museo all'aperto del Monte Piana, mi ha colpito una lapide, quella che ricorda un soldato morto il 24 maggio 1915, forse il primo caduto italiano su quelle balze che videro lo scontro fra i due eserciti risolversi poi in un massacro dalle dimensioni straordinarie: quel giovane soldato morto non era un alpino, era un fante ... Mi sono chiesto: quanti altri «non alpini» - fanti, bersaglieri, pionieri, gerùeri sacrificarono la loro vita, scomparendo come entità storica, al mito di una guerra di montagna combattuta da soli montanari'! Solo recentemente il ricorso a nuove fonti di matrice popolare ha aperto qualche squarcio nella «celebrazione» della guerra alpina; se ad esso si affiancasse uno studio attento e minuzioso delle forze in campo, dei reparti impiegati, dei comportamenti dei soldati, allora forse potremmo cominciare a distinguere fra la «verità di fatto» e la «verità d'invenzione» che la memoria letteraria, forte delle sue proprietà mimetiche, ha reso indistinguibile. (34) G. M. TREVELYAN, Scene della guerra d'Italia, Bologna 1919. (35) Per cogliere appieno le antinomie e le iperboli entro cui venne definendosi la guerra cli montagna; ovvero per sottolineare «la stretta associazione, a prima vista veramente paradossale, che può esistere tra strutn1ra e ordine, da una parte, perdite e sprechi dall'altra», converrebbe, anziché riferirsi a qualche categoria propria dell'indagine storica, mutuare dalla fisica moderna la nozione di «strnttura dissipativa», vale a dire una struttura che aumenta il suo grado di ordine e complessità «in situaz ione di non-equilibrio, in cui un sistema è sottoposto a forti condi1.icmamenti esterni». I. PRJGOGINE, la nuova alleanza, Torino 1981, p. 148. (36) C. BATrtSTI, Gli Alpini, Milano 1916, p. 19 e p. 37. (37) G. LANGES, op. cit., p. 166. (38) Ibidem, p. 166. (39) Ibidem, p. 177. (40)lbidem,p. 177. Nel pieno del conflitto, Cesare Battisti aveva rilevato il particolare rapporto che intercorreva fra emigrazione e guerra: «E dalla metà del secolo scorso, dall'inizio dei grandi lavori ferroviari, che il nostro montanaro vagabonda di terra in terra, e col suo doloroso pellegrinaggio molte cose ha appreso, molte cose ha acquisito, che se non hanno modificato le sue caratteristiche fondamentali e psicologiche lo hanno reso più adatto alla lotta per la vita ed hanno sviluppato le sue facoltà intellettuali ed affinata la sua forza di lavoratore». L'emigrazione avrebbe, dunque, forgiato il buon combattente, essendo, essa, affine alla guerra per azzardo e durezza: «Chi va alla guerra, va verso l'ignoto. Si affida alla buona stella, al destino. E il montanaro che emigra non si getta ogrù volta che varca la frontiera o valica l'oceano, in braccio alla cicca fortuna? (... J Non sa che una cosa sola: d'aver braccia robuste, volontà di lavorare, sentimento di rettitudine. E così amrnto và. Ben sa che la miniera è spesso più micidiale di una battaglia e vuole vittime a cento e a mille». C. BArnsn, Gli Alpini, cit., p. 35 e p. 40. Tale tesi venne ripresa, nel dopoguerra, da Pieri: «Ma l'alpino non è solo un valoroso soldato, è anche sempre un ottimo lavoratore: i soldati che egli [il col. Tarditi) aveva visto aggrappati inutilmente ai reticolati presso il Sasso Misterioso, eran quasi tutti valenti minatori che in Wcstfalia, in Austria, in Francia penetravano per metà


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dell'anno nelle viscere della terra a eseguirvi un diuturno e ciclopico lavoro di mazza e piccone». Se, dun_que, «l'alpino, anche in pace, col suo piccone cambiava faccia alla terra, perché non avrebbe potuto farlo anche in guerra?» P. PrnRI, La noslra guerra tra le Tofane, Napoli-Città di Castello 1930, p. 33. E da Tosti: «Erano abituali a vivere, per ore ed ore, alla luce di una lampada Davy, studiando la roccia, aggredendola, violentandola, per trame elementi di forza e di vita. Perché non si sarebbe potuto sfruttare questa fortunata coincidenza ed impiegare quegli uomini, una volta tanto, in una grande opera di morte? A. TOSTI, La guerra sotlerranea, Milano-Verona 1935, p. 96. Studiando recentemente il caso inglese, V. Foa ha osservato che «i minatori contribuirono moltissimo all'arrnolamenlo dei volontari: su un milione 116 mila minatori dopo sette mesi ne erano partiti 191 mila, in agosto 1915 molto più di 250 mila, dalle miniere gallesi e scozzesi più che da quelle inglesi. Nel Galles del sud alla fine di aprile 1915 oltre il 20% dei minatori dai diciotto ai quarant'anni erano al fronte: dei giovani da poco entrali nell'età adulta metà erano partiti. Ed erano gli uomini delle grandi lolle [ ... ]. Arnot, lo storico dei minatori di carbone, parla di "una forza torrenziale che rispondeva all' appello del sentimento patriottico e vede nella coisa all'armamento", "un terribile commento sui salari e sulle condizioni di lavoro nell'industria mineraria". Foa non condivide la tesi dello studioso inglese, ritenendola troppo semplicistica e meccanica per spiegare quell'adesione massiccia ed entusiasta alla guerra; e suggerisce un approccio più complesso al fenomeno, che tenga conto della coesistenza nella stessa persona, nello stesso soggetto proletario, di una pluralità di atteggiamenti, di stati e di moti della coscienza, col prevalere dell'uno e dell'altro a seconda della natura e della dimensione dei problemi che si presentano". Se questo suggerimento non può essere in ogni caso disatteso, rimane però innegabile e, a nostro avviso, determinante il peso che ebbe nell'arruolamento volontario dei minatori il fatto che il lavoro in miniera fosse assimilabile - per condizioni e tecniche - all'attività di guerra: altrimenti, come spiegare il loro «primato» nei confronti delle altre categorie professionali? V. FoA, La Gerusalemme rimandata, Torino 1985, pp. 194-196. Le specificità della guerra sotterranea sono state rilevate, anche di recente, a proposito del conflitto vietnamita. Nel corso di un'inchiesta svolta nel 1978 per conto della BBC. i due giornalisti inglesi T. Mangold e J. Penycate


LA Divisione di Fanteria "Catanzaro" nel secondo conflitto mondiale

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esplorante fanteria Forze Annate forward line our troops linea avanzata delle nostre truppe fucile mitragliatore fucilieri genio Guardia alla Frontiera Generale gruppo Her Majesty's Stationery Office-Istituto Poligrafico dello Stato Head Quarter ITALIA King's Royal Rifle Corps leggero; Libico/a legione medio Maggiore Maresciallo mortaio Medaglia d'Oro modello motociclisti Mitragliere/i mitragliatrice M ilizia Volontaria Sicurezza Nazionale Nota dell'Autore osserv azione-co Ilegamento Ordine Militare d'ITALIA opera posto comando


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P.D. pg. pi.

P.R. q. Q.G. R.A. R.A.F.

R.B.

R.E. ginneers r.f. rgpt rgt. R.H.A. r.t. R.T.C.

R.T.R. se.

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posizione difensiva pattuglia plotone posi7..ione di resistenza quota Quartiere Generale Royal Artillery Royal Air Force Rifle Brigade Regio Esercito-Royal Enradio fonia raggruppamento reggimento Royal Horse Artillery radio telegrafia Royal Tank Corps Royal Tank Regiment scaglione

sc."F" Serg. sq. sqd.

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Muzio CuRCIO RtmERTINI

LA DIVISIONE DI FANTERIA "CATANZARO" NEL SECONDO CONFLITTO MONDIALE INTR0DU7.l0NE - Cap. I. LE ORIGrNI: I. 1. La 3g D. cc. nn. "21 Aprile"; I. 2 La 64 2 D. f autotrasportabile "Catanzaro" - Cap. II. I PRODO!vfl DELLA BATIAGLIA: II. 1 I/ terreno del!' azione; II. 2. L'assunzione dello schieramento; II. 3. // nemico - Cap. III. LA "CATANZARO" NELLA BATIAGLIA: III. 1. Intendimenti del nemico e operazioni preliminari; III. 2. Alam El Rimth; III. 2. 1 Il 9 dicembre 1940; III. 2. 2. Il 10 dicembre 1940; IU. 3. Bir Tishdida; III. 3. 1. Il ripiegamento della Divisione; III. 3. 2. Il combattimento; III. 3. 3. L'epilogo; III 3. 3. 1. Il rientro nelle linee; III. 3. 3. 2 Consuntivo di una infausta giornata. - Cap. IV. CoNSIDERAZIONI: IV. 1. Dottrina d'impiego delle forze; IV. 1. 1. Italiane. IV. 1. 1.1. La difesa delle posizioni; IV. 1.1.2. Il ripiegamento; IV. 1.1.3. La zona di sosta; IV. 1.2. Britanniche; IV. 2. Le armi e i mezzi; IV. 2. 1. Italiani; IV. 2. 2. Britannici; IV. 2. 3. Risultanze di un confronto; IV. 3. Le operazioni; IV. 4. Gli uomini. - Cap. V. LE ULTIME SORTI. CONFERME E SMENTITE. ADDENDA. - BIBLIOGRAFIA. - APPENDICE I : Organici, Anni, Mezzi; Prospetto 1. Raffonto D. f. italiane tipo A. S. e D. cor. britanica; Prospetto 2. Armi automatiche; Prospetto 3. Mortai; Prospetto 4. Armi c/c e c/a; Prospetto 5. Artiglierie; Prospetto 6. Carri armati e "scout carriers"; Prospetto 7. Autoblinde e autoveicoli corazzati da combattimento; Prospetto 8. Trattori italiani; Prospetto 9. Mezzi di collegamento delle artiglierie campali italiane; Prospetto 10. Stazioni r. t.; r. f., e posti r. t. campali italiani; Prospetto 11. Trasmissioni della D. f. autotrasportabile italiana; Prospetto 12. Aeroplani, Forze navali e naviglio militare. - APPENDICE II: Raffronto delle forze in campo; Prospetto 1. Operazioni dei giorni 9 e 10 dic. 1940 (forze contrapposte); Prospetto 2. Operazioni dei giorni 9 e 10 dic. 1940 - (forze impegnate); Prospetto 3. Operazioni dell'll dic. 1940 Ripiegamento su Sollum; Prospetto 4. Operazioni del!' 11 dic. 1940 - Combattimento di Bir Tishdida; Prospetto 5. Riepilogo delle perdite. APPENDICE III: Schizzi topografici: Schizzo 1. Situazione operativa alla sera dell'8 dic. 1940; Schizzo 2. Attivilà operativa del 9 dic. 1940; Schizzo 3. Attività operativa del 10 dic. 1940; Schizzo 4. Attività operativa del!' 11 dic. 1940; Schizzo 5. Combattimento di Bug Bug - Bir Tishdida. - FOTOGRAFIE - RINGRAZIAMENTI.


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INTRODUZIONE Sul finire dell'estate 1983, la Radiotelevisione italiana Rete 1 - mandò in onda, a cura del dott. Massimo Sani, e con la consulenza del prof. Giorgio Rochat dell'Università di Torino, un ciclo di trasmissioni dal titolo Le battaglie 1940-1942. Il programma, realizzato dove possibile sui luoghi stessi in cui si erano svolte le operazioni, comprendeva anche una serie di interviste a ex combattenti delle opposte forze che in esse si affrontarono. Il 13 settembre 1983, la seconda puntata della serie, con argomento "Le campagne in Africa Settentrionale", presentava tra l'altro l'intervista, nello studio della sua abitazione in Alyth (Scozia), al "Brigadiere" dell'Esercito britannico Gey Mark Oswald Davy che a esse aveva partecipato, e che conservava assai vivo il ricordo di un episodio poco conosciuto della battaglia di Sidi el Barrani del dicembre 1940, e precisamente del fatto d'armi di Bug Bug, noto nella nostra storiografia col nome di Bir Tishdida. Il combattimento ebbe luogo l' 11 dicembre 1940, e vide contrapposte la ?!!Brigata corazzata (B. cor.) britannica della quale, come comandante in II del reggimento cavalleria (rgt. c.) 32 Ussari, aveva fatto parte il vecchio generale (ormai deceduto da tempo NdA), e nostre unità che lo stesso, non del tutto impropriamente come vedremo, ritenne appartenenti a una nostra Divisione camicie nere (D. cc. nn.) in ritirata. Nello scontro, che si sviluppò, da parte britannica, come un ardito attacco carrista al nostro speditivo schieramento basato quasi esclusivamente sulle artiglierie, il suo rgt. subì gravi perdite, e precisamente uno squadrone carri leggeri (sqd. carr. 1.) il quale "venne quasi distrutto". Ancora ammirato del valore dei nostri artiglieri, il Generale (Gen.) Davy


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cavallerescamente affermava: "Quasi tutti gli uomini di quelle postazioni (di artiglieria NdA) morirono poi sul campo dopo essersi battuti con molto coraggio". Da quella trasmissione ha avuto origine una ricerca che ha consentito di acquisire ulteriori testimonianze e di consultare, si ritiene, pressoché tutto quanto esiste di scritto e di documentato sull'argomento, di fonte sia italiana che britannica. Per quanto concerne le fonti nostrane sono rimaste escluse le relazioni dei comandanti delle unità a livello rgt. fanteria (f.) e battaglione (btg.) - gruppo (gr.), allegate ai fascicoli personali degli Ufficiali (U.) stessi, conservati alla Divisione Generale Ufficiali Esercito (D. G. U. E.) 8!! Divisione (Div.) " Disciplina" del Ministero della Difesa-Esercito, e pertanto riservati. Ciononostante è stato possibile ricostruire quasi completamente il quadro di quella giornata e degli eventi che l'avevano preceduta, insieme alla storia recente delle unità che a essa avevano partecipato. L' 11 dicembre 1940 segna infatti la fine della battaglia di Sidi el Barrani, divampata in territorio egiziano tre giorni prima, per iniziativa britannica. A ovest di Bug Bug, nei pressi della località di Bir Tishdida, situata all'estremità occidentale dell'ampio fronte di combattimento di quella giornata, si concludeva anche la vicenda bellica, come Grande Unità (G. U.) combattente, della 64!! D. f. " Catanzaro" e di gran parte dei reparti, appartenti a D. cc. nn. e non, che nei giorni precedenti della battaglia erano stati posti alle sue dipendenze, o le erano stati inviati in rinforzo per consolidare ed estendere il proprio schieramento. Dal momento della sua costituzione, con altro nome, nel settembre 1939, la G. U. aveva cambiato ben quattro comandanti, dei quali tre negli ultimi sei mesi. 1 Mai prima impiegata in combattimento (a differenza delle unità britanniche che avrebbe affrontato NdA), e costretta, fin dall'inizio della battaglia, a subire l 1azione avversaria a causa della penuria di autoveicoli e di mezzi corazzati idonei a contrastarla efficacemente, in maniera ben più grave avrebbe appalesato le indaguatezze tecniche e d'impiego dei materiali e le limitazioni operative che ne derivavano - nel successivo ri-


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piegamento durante il quale, raggiunta e circondata, durante una sosta, nei pressi di Bir Tishdida, non ebbe scampo nonostante fulgidi episodi di valore. Il combattimento, che costituisce l'epilogo della sua breve storia nel conflitto 1940-1943, per le conseguenze che ne derivarono ai fini della successiva difesa delle ultime nostre posizioni in territorio egiziano (quelle dell'Halfaia e di Sollum), e poi della stessa piazzaforte di Bardia, acquista un valore del tutto particolare che finora non gli è stato riconosciuto. Esso rappresenta inoltre, nel quadro operativo non africano, il primo esempio di diretto scontro, in terreno aperto, tra due G. U., ancorché di diverso livello organico (D. l'italiana; B. la britannica), delle caratteristiche affatto diverse, emblematico della sorte cui erano destinate le nostre D. f. nel confronto con forze nemiche numericamente molto inferiori, ma dotate di mezzi d'azione più moderni che conferivano loro una maggiore potenza.

· Note 1) MARIO MoNTANARJ, Le operazioni in Africa Settentrionale-Voi. /. Sidi el Barrani, Stato Maggiore Escrcilo, Ufficio Storico, Roma 1984, pag. 308.


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CAPITOLO I: LE ORIGINI

I. 1. La 3l! D. cc. nn. "21 Aprile" Per la sua partecipazione alla guerra 1940-1943, la D. f. "Catanzaro" nacque come 3;! D. cc. nn. "21 Aprile" (fondazione di Roma NdA), della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale (M. V. S. N.). Con tale nome essa venne costituita e inviata in Libia, prima dell'inizio del conflitto, insieme alle omologhe 1~-"23 Marzo"; 21!-"28 Ottobre"; 41!_ "3 Gennaio", avendo come comune retaggio un onorevole passato d'anni acquisito nel corso della guerra italo-etiopica del 1935-1936. Agli ordini del G~n. Nicola Spinelli, la "21 Aprile" giunse in Cirenaica nel settembre 1939, e insieme alla gemella "3 Gennaio" fece parte del XXII Corpo d'Armata (C. A.) di cui era comandante il generale Umberto Somma. 1-2 Nonostante l'aggettivo, solamente 1/3 delle camicie nere di quelle G. U. potevano dirsi propriamente volontarie. 3 Le rimanenti erano ex militari del Regio Esercito (R. E.) che, iscrittisi alla Milizia per poter più agevolmente ottenere un posto di lavoro nella vita civile, erano stati con loro grande scontento richiamati alle armi con cartolina precetto, mentre la "classe" di leva alla quale appartenevano rimaneva in congedo.4 Inizialmente, i reparti cc. nn. chiamati ad agire con le unità del R. E. nell'ambito della manovra divisionale, non superavano il livello ordinativo btg. f. Organico e armamento facevano d'essi una fanteria "leggera", dotata di "buona capacità di fuoco per la lotta ravvicinata e massima cajpacità d'azione per l'urto e per la


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mischia"5, da impiegare "nelle colonne d'attacco ... o anche con la riserva divisionale a seconda delle necessità"6 • Ordinati in G. U., queste ricalcarono nella struttura le D. f. tipo "Africa Settentrionale" (A. S.), derivate da quelle "normali" del primo ordinamento Pariani7 del 22/12/1938, entrambe "binarie" (su due rgt. f. in luogo di tre NdA). Poco opportunamente se ne vollero però conservare le originarie, peculiari caratteristiche di leggerezza delle formazioni e dell'armamento. Rispetto a quelle del R. E., le D. cc. nn. ebbero perciò organici ridotti, anche per quanto attiene ai principali mezzi di erogazione del fuoco - in particolare cannoni contro carro (cn c/c) da 47/32 mm. - la cui contingente indisponibilità era stata causa di significativi adattamenti dell 'iniziale disegno ordinativo Sottodimensionate quindi, e articolate in: Comando (Cdo) D.; 2 "legioni" (leg.) cc. nn. su 3 btg.; 1 rgt. artiglieria campale (a. cam.) su 2 gr. da 75/27 mm, 1 gr. 100/17 mm; 2 batterie (btr.) da 67/17 mm, 2 btr. contraeree (c/a) da 20 mm; 1 btg. mitraglieri (Mtr.), 1 btg. misto genio (g.); 1 sezione (sz.) di sanità; 1 sz. di sussistenza; 1 autosezione (asz.) mista, disponevano di 348 Ufficiali (U.); 392 Sottufficiali (SU.); 6851 militari di truppa; 9 non militari, con 170 fucili mitragliatori (fmtr.); 128 mitragliatrici (mtr.); 58 mortai (mo.) da 45 mm; 24 pezzi da 75/27 mm; 12 pezzi da 100/17 mm; 8 pezzi da 65/17 mm; 12 pezzi c/a ùa 20 mm; 197 automezzi di vario tipo; 36 trattori (per artiglierie dei calibri 75 e 100 mm NdA); 85 motomezzi. Non avevano quindi né mo. da 81 mm., né cn. c/c da 47/32 mm, e le btr. d'accompagnamento (ace.), dotate di 4 pezzi da 65/17 mm ciascuna, anziché alle "legioni" erano temporaneamente,assegnate al rgt. a. cam. per ragioni addestrative. Le "legioni" cc. nn. costituivano la fanteria delle D., e i btg che ne facevano parte si articolavano in: Cdo btg; 3 compagnie fucilieri (cp. fuc.), 1 cp. Mtr., per complessivi 29 U.; 27 SU.; 678 militari di truppa, e disponevano di 9 mo da 45 mm. (nel Cdo di btg.); 27 fmtr.; 12 mtr; 1 autovettura; 4 autocarri; 1 motociclo.8 Solo all'inizio del conflitto, con l'assunzione delle formazioni di guerra, le "legioni" avrebbero acquisito le cp. mo da 81 mm e le btr. ace. (1 per ciascuna).9


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Le arnti c/c (1 cp. cn da 47/32 mm modello 35 a livello divisionale) vennero invece assegnate in tempi successivi. 10 La "21 Aprile" era costituita dalle "legioni" 181'! e 203!11 (formate da Cdi "legione" e btg. che avevano fatto parte, in territorio metropolitano, ciascuno in una propria sede, dell'ordinamento della M. V. S. N.), e di unità del R. E. (la componente più propriamente tecnica), rappresentate dal 203Q rgt. a. cam.; dal 2032 btg misto g. (su 1 cp "zappatori-artieri" e 1 cp. "collegamenti"); dai reparti dei servizi, anch'essi distinti col numero 203. 12 Al momento in cui si erano stato approntati per l' A. S. anche i reparti del R. E. provenivano da unità e sedi diverse. Il 203Q rgt. a. cam., sbarcato a Derna il 16/9/1939 al comandò del Colonnello (Col.) Ermenegildo Farfaneti, traeva i propri gr e le btr. rispettivamente da:

-

I gr. da 75/27 mm II gr. da 75/27 mm

-

III gr. da 100/17 mm 2 btr. c/a da 20 mm 2 btr. ace. da 65/17 mm

: 72 rgt. a. C. A. Livorno; : 3Q rgt. a. C. A. Cremona; : 522 rgt. a. D. f. Civitavecchia :{ 12 rgt. a.D. f. Foligno.

All'inizio del 1940 il rgt. era largamente incompleto in personale (sopratutto U. e SU.) e dotazioni (automezzi in particolare), e il congedamento, avvenuto nel mese di ottobre 1939 delle classi 1902 e 1904, alle quale apparteneva la maggior parte dei soldati ne aveva messo i reparti in grave situazione di crisi, dalla quale cominciarono a riprendersi soltanto nel mese di febbraio 1940, con l'arrivo delle reclute dall'ltalia. 13 La situazione era analoga per gli altri reparti del R. E. inquadrati nella D., né migliore era quella delle unità cc. nn., ancorché non afflitte dal problema del congedamento. Il 2032 btg. Mtr. inoltre, sebbene reparto organico costitutivo della G . U., neppure faceva parte delle unità del R. E. a essa assegnate


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I. 2. La 64!! D. f. autotrasportabile "Catanzaro" Il 6 maggio 1940, ritenendosi imminente la nostra entrata in guerra, presso lo Stato Maggiore Generale in Roma fu tenuta una riunione, presieduta dal maresciallo d'Italia Pietro Badoglio, alla quale intervennero i tre Capi di Stato Maggiore (SM) delle Forze Annate; il Ministro dell'Africa italiana e il Sottosegretario alla Guerra. Oggetto della riunione fu 1'incremento delle nostre forze in Libia. Nel corso di essa, constatato che le D. cc. nn. erano ancora incomplete in personale e materiali, fu deciso, per metterle sul "piede di guerra", di sciogliere la "21 Aprile", di distribuire il personale (U; SU; truppa) delle "legioni" 18P e 2031! tra i reparti delle altre D. della M. V. S. N., e di costituire al suo posto una D. del R. E., utilizzando all'uopo Cdo; SM; 2032 rgt. a. cam.; btg. misto g. e servizi della G. U. disciolta, cui si sarebbero uniti provenienti dall'Italia, il 141 2 e 1422 rgt. f., oltre che il 2032 btg. Mtr. autocarrato. La nuova D, 641! di ordinale, avrebbe preso il nome di "Catanzaro"14, ereditando tradizioni e mostrine (nero scarlatte in strisce longitudinali con lo scarlatto all'interno), dall'omonima antica B., sciolta nel giugno 1920, alla quale avevano appartenuto i due rgt. f. Il Gen. Giuseppe Stefanelli, all'epoca nuovo comandante della "21 Aprile", avrebbe presieduto allo scioglimento dei reparti cc. nn. e alla trasformazione della G. U. in D. del R. E., dopo che, a trasformazione avvenuta, avrebbe lasciato il comando ad altro Generale, il terzo della serie. La B. f. "Catanzaro", nel prhno conflitto mondiale, era stata protagonista di epiche e tragiche vicende. Costituita da soldati del Mezzogiorno d'Italia, per la loro irruenza e saldezza nel combattimento e la paziente costanza nel sacrificio, era stata impiegata senza risparmio dove piĂš aspra era stata la lotta e piĂš alto il tributo di sangue. Aveva conosciuto la gloria del San Michele, di Oslavia, del1' altopiano di Asiago, del Nad Logen, meritando per questi fatti d'armi la Medaglia d'Oro (M. O.) al Valore Militare (V. M.), concessa alla Bandiera del 141 2 rgt. f. il 28/12/1916, ma aveva


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anche subito l'onta della decimazione e dello scioglimento dei propri reparti per la rivolta del 15n/1917, quando i suoi reggimenti, duramente provati nelle precedenti battaglie del Carso, e in turno di riposo a Santa Maria la Longa a sud di Udine, si erano ammutinati all'ordine di tornare in linea per una nuova offensiva in direzione di Trieste, prima che scadessero i venti giorni di tregua loro concessi. Fucilati gli istigatori della rivolta e i militari presi con le armi ancora calde che avevano fatto fuoco, provocando perdite, contro i propri Ufficiali (che cercavano di ricondurli alla ragione) e i reparti inviati a sedare la sommossa; dispersi gli uomini in altre unità, la B. venne ricostituita con nuovi elementi e tornò in linea nel 1918 al Monte Priaforà; in Val d' Astico e in Val Polena. Tenuta in riserva durante la battaglia di Vittorio Veneto, alla fine della guerra entrò in Trieste, sulla cui "direttrice" aveva più volte strenuamente combattuto. A partire dalla sua costituzione, nel marzo 1915, alla fine della guerra, il contributo di sangue e d'ardimento della B. alla Vittoria è indicato in queste cifre: oltre 6247 caduti (sono comprese solo le perdite subite nelle più aspre battaglie); 1 M . O. al V. M. alla bandiera del 141Q rgt. f.; 4 M. O.; 3 medaglie d'argento; 244 di bronzo al V. M. individuali. 15- 16 Per la guerra imminente, il Cdo; la cp. Cdo e il II btg. (Tenente Colonello Mario Levi) del 141Q rgt. f. si erano costituiti in Modena il 23/51940. In pari data, rispettivamente in Chiari e Livorno, si erano formati il I btg. (Maggiore Prospero Bonazzi e il III btg. (Maggiore Angelo Arrigucci). Il Col. Carlo Cassini a_veva assunto il comando del rgt. il 30 maggio. Dalle loro sedi di mobilitazione i reparti erano affluiti a Napoli per l'imbarco, e ricevuta il 31 la Bandiera di combattimento, il rgt. era salpato per la Libia alla 19, 30 dello stesso giorno. Giunto a Derna il 3 giugno, si era trasferito il 6 della zona di Acroma.17 Del 142Q rgt. f., il Cdo, la cp. Cdo e il III btg. si erano costituiti in Catania; il I btg. a Perugia; il II btg. a Bari. TI 3 giugno il Col. Carlo De Benedittis ne aveva assunto il comando in Catania. L'imbarco con destinazione Tobruk era avvenuto, per


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il Cdo rgt. e il III btg. a Messina, il 4 giugno. Sbarcati il 6 giugno, il Cdo di rgt. e III btg. si erano trasferiti ad Acroma, dove erano stati raggiunti 1'8 dal I btg. sbarcato, pure a Tobruk, nella stessa giornata, e il 9 dal II btg. sbarcato a Dema.18 Il 203Q btg. Mtr autocarrato di era imbarcato a Napoli il 30 maggio. Giunto a Dema il 12 giugno, il 10 dello stesso mese aveva inviato un'aliquota del personale che inquadrava al 141 Q f. per la costituzione della 64! cp. cn. c/c 19â&#x20AC;˘20 che, essendo divisionale, ne sarebbe dipesa soltanto amministrativamente. In pari data il predetto rgt. aveva pure assunto, nella propria forza effettiva, anche la cp. mo da 81 prevista dagli organici (come vedremo, senza bocche da fuoco NdA). 21 La dichiarazione di guerra, avvenuta il 10 giugno, trovò la D. "Catanzaro" in fase avanzata di completamento tra Acroma e Tobruk, dove si trovavano rispettivamente i reparti giunti dall'Italia e quelli della disciolta D. cc. nn. destinati a farne parte. Il 13 dello stesso mese, in zona Acroma, anche il 1422 f. ebbe (senza mo NdA), la propria cp. da 81 mm22 Nei giorni 15 e 16 i due rgt. si trasferirono per via ordinaria nella zona di Tobruk. 23-24 Il 20 giugno, al Gen. Giuseppe Stefanelli che, quale primo comandante aveva presieduto alla costituzione della nuova D., subentrava il Gen. Lorenzo Mugnai cui sarebbe spettato il compito di renderla operativa.25¡26 La "Catanzaro", subentrando alla "21 Aprile" nell'ambito del XXII C. A. (comandato in quel periodo dal gen. Enrico Pitassi Mannella), nei giorni iniziali del conflitto ebbe il compito, insieme alla D. cc. nn. "3 gennaio" di garantire il possesso della piazzaforte di Tobruk.27 Lo scorcio del restante mese di giugno vide il trasferimento, da parte del 203Q rgt. a. cam. ai due rgt. f., delle tre btr. da 65/mm organicamente a essi assegnate, che fino allora aveva provveduto ad addestrare e amministrare. Tra il 29 giugno e il 12 luglio avvenne pure la costituzione, nella misura di una per rgt. f., delle cp. "arditi" di formazione per il 141 Qf.; la 9Q cp. fuc. rinforzata da 1 plotone (pl.) Mtr. per il 142Q f. che, inquadrando personale scelto di ogni singolo rgt., o costituendone il migliore reparto,


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dovevano essere impiegate principalmente con le colonne "celeri" da opporre alle autoblinde e ai carri armati nemici. 28· 29 Tra 1'8 e il 9 luglio, la cp. cn. c/c venne distaccata a presidiare alcune "opere" della cinta fortificata di Tobruk, che i primi episodi della guerra avevano dimostrato essere esposta alle incursioni dei corazzati britannici. 30 Nei giorni immediatamente successivi alla dichiarazione di guerra si costituì anche la cp. bersaglieri motociclisti (b. mtc), prevista dal particolare ordinamento della G. U.31 In tale periodo deve essere pure avvenuto il completamento delle 2 btr. c/a da 20 mm/ del 2032 rgt.. a. cam., mediante l'acquisizione di altri 4 pezzi (2 sz.), in più rispetto all'organico della disciolta D. cc. nn. 32 La "Catanzaro" comunque, carente di personale (sopratutto U. e SU.) e dotazioni (automezzi in particolare) rimase non operativa per molti mesi ancora. L'ordinamento assunto dalla G. U. era quello di D. "autotrasportabile (autl.) tipo A. S." (appositamente studiato per l'impiego nel teatro operativo nord africano), che presentava rilevanti modifiche, per quanto concerne effettivi, armamento e mezzi di trasporto, rispetto alla D. f. cosiddetta "normale" del secondo ordinamento Pariani con il quale l'Italia era entrata in guerra.33 La D. conservava l'ordinamento "binario" ed era costituita da: Cdo D.; 1 cp mtc.; 1 cp cn. c/c da 47/32 mm mod. 35; 2 rgt. f. ciascuno su 3 btg., 1 cp. mo. da 81 mm, 1 btr. ace. da 65/17 mm; 1 btg. Mtr.; 1 rgt. a. cam. su 2 gr da 75/27 mm, 1 gr. da 100/17 mm; 2 btr. e/a da 20 mm, tutti a traino meccanico; 1 btg. misto g.; 1 sz. sanità; 1 sz. di sussistenza; 1 asz. mista. C'era pure un btg. complementi e l'organico prevedeva anche, come eventuale, 1 btg. carri (car.) d'assalto L/3/35, mai assegnato alla "Catanzaro", ma a essa dato in rinforzo, insieme ad altri reparti, soltanto alla fine della sua vicenda bellica. Così composta la D. avrebbe dovuto avere, nei propri ranghi, 453 U.; 594 SU.; 9931 uomini di truppa, e disporre di 262 frntr.; 232 mtr.; 111 mo da 45 mm.; 12 mo da 81 mm; 8 pezzi da 65/17 mm; 8 pezzi e/e da 47/32 mm; 24 pezzi da 75/27 mm; 12 pezzi da 100/17 mm; 16 pezzi c/a da 20


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mm; eventualmente 46 carri d'assalto L/3/35; 398 automezzi; 249 motomezzi; 36 trattori (per il rgt. a. cam.) e ben 180 biciclette, dotazione quest'ultima tanto consistente da rendere difficile ipotizzare come si intendesse impiegare lo specifico mezzo nel particolare ambiente in cui la G . U . era destinata ad agire. 34 Extra organico, successivamente alla costituzione, furono assegnate alla D. 12 carabine (meglio note col nome di"fuciloni") e/e "Solothurn" nella misura di 1 sz armi per ciascun btg. f., 35 e altri 2 pezzi da 47/32 mm con i quali venne costituito il V pl. cn. della cp. c/c divisionale, che così poté disporne di 10. 36 Probabilmente anche l'organico della cp., stabilito in 6 U e 120 tra SU. e truppa, 37 venne modificato. I "collegamenti" erano assicurati dalla cp "collegamenti" (clg.) - oggi diremmo "trasmissioni" - del btg. misto g., il quale inquadrava anche 1 cp "zappatori-artieri" (corrispondenti agli attuali "pionieri"). La cp. clg., con una forza di 5 U.; 12 SU.; 151 militari di truppa, disponeva di 16 apparati radio di vario tipo; 1 centralino telefonico a 30 linee; 5 centralini telefonici a 1O linee; 18 apparati telefonici; 50 Km di cordoncino telefonico per fanteria; 41 Km di cordoncino telefonico tipo genio. 38 Le altre unità avevano proprie specifiche dotazioni. Per quanto concerne gli automotomezzi, essi, oltre ad equipaggiare la cp mtc., avrebbero dovuto consentire la motorizzazione completa del rgt. a. cam.; delle 2 btr. ace. da 65/17 mm; della cp e/~ da 47 /32 mm; dei servizi. 39 Per il trasporto delle altre componenti organiche la D ., in aggiunta alle proprie dotazioni, avrebbe ricevuto, dalla G . U. di ordine superiore, un ri-nforzo di automezzi. L'asserto secondo il quale in A. S. la D . autl. avrebbe avuto automezzi bastanti solo alla "motorizzazione" del rgt. a. cam. e dei servizi non sembra attendibile, anche perché preceduto dall'affermazione che gli stessi erano nel numero di 400.40 Relativamente al rinforzo da ricevere, esso difficilmente avrebbe potuto essere concesso nella misura in cui sarebbe stato necessario, perché la disponibilità di automezzi alla "Catanzaro" (e non solamente ad essa) era notevolmente inferiore a quella prevista dalle


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tabelle ordinative. In effetti, al 2sn/1940, la situazione automezzi e personale del Cdo 10~ Armata (A.) le attribuiva un "carico" di soli 98 autoveicoli (85 autocarri di vario tipo e 13 autobotti), 1/4 di quelli previsti, per una forza complessiva di 378 U. e 9928 tra SU. e truppa.41 Appena migliore, quanto a numero, la situazione del 5/10/ 1940, alla cui data però, su 105 automezzi assegnati, solo 39 risultavano efficienti.42 Non si è a conoscenza di altri documenti ufficiali, analoghi a quelli citati, relativi all'esatta situazione in uomini e mezzi di trasporto all'inizio della battaglia nel dicembre 1940, ma essa, anche a volerla supporre migliorata, non doveva essere molto dissimile da quella di cui siamo a conoscenza. Come termine di paragone (sebbene i dati, tranne l'ultimo, si riferiscano agli organici del 1938, antecedenti l'ordinamento Pariani, per unità al completo di quadrupedi, carriaggi e materiali), si consideri che, per l'autotrasporto con autocarri pesanti (capacità di carico 25 uomini), ne occorrevano 30 per il btg. f.; 26 per il btg. Mtr.; 24 per il btg. cc. nn.; 95 per il rgt. f. (btr. ace. inclusa). Se ne potrebbe dedurre che per la sola btr. ace. occorrevano 4 autocarri pesanti, 1 almeno essendo necessario per la cp Cdo reggimentale. Disponendo invece di autocarri leggeri (capacità di carico 16 uomini) con rimorchio e "biga", particolarmente idonei al trasporto dei quadrupedi, il numero di essi occorrenti era rispettivamente 28 per il btg. f.; 42 per il btg. Mtr.; 15 per il btg. cc. nn.; 17 per la btr. ace.; 108 per il rgt. f.43 10 autocarri pesanti (in particolare Lancia 3 Ro) erano necessari invece per il trasporto della cp e/e da 47/32 mm.44 Durante l'offensiva del 13-16 settembre 1940, che portò alla conquista di Sidi el Barrani, la D. "Catanzaro", sempre inquadrata nel XXII C. A., venne impiegata per la protezione delle retrovie, con schieramento nella zona El Adem- Sidi Bu Amud- Bir Hamza- Gambut. 45 In vista della ripresa delle operazioni offensive verso Marsa Matruh, con ordine in data 25/11/1940 del Cdo Superiore Africa Settentrionale (A. S. I.), retto dal Maresciallo d'Italia Rodolfo


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Graziani, essa venne invece posta alle dipendenze del XXI C. A. (Gen. D. Carlo Spatocco) e destinata a schierarsi, insieme al raggruppamento (rgpt.) Maletti e alla D. f. "Cirene" nel II settore (Bug Bug), dove sarebbe stata di II schiera.46 Successivi ordini di dettaglio affidavano alla "Catanzaro" il compito di "sutura" tra la D. f. "Cirene" e il rgpt. Maletti, a sbarramento delle provenienze da sud est. 47


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NOTE Avvertenza: Quando non strettamente correlata al particolare argomento la nota si riferisce all'intero brano che la precede. 1) STATO MAGGIORE ESERCITO - UFFICIO STORICO, In Africa Settentrionale -La ·preparazione al conflitto - L'avanzata su Sidi el Barrani, Roma 1955, pp. 60-62. 2) STATO MAGGIORE ESERCITO - Umcro STORICO, In Africa Settentrionale, etc, op. cit. pg. 88. 3) STATO MAGGIORE EsERCJTO · UFFioo STORICO, L'Esercito italiano alla vigilia della Il guerra mondiale, Roma 1982, pg. 112. 4) GIUSEPPE BERTO, Guerra in camicia nera, Gar7.anti, s.l. 1955, pp. 23; 24. 5) ALBERTO BALDINI, "Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale" in Enciclopedia Italiana di scienze, lettere ed arti, Voi. XXID, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Rizzoli, Milano 1934, pg. 307. 6) GIOVANNI MARIETil, "Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale" in Grande Dizionario Enciclopedico, Voi. VII, Unione Tipografico Editrice Torinese (U. T. E. T.), Torino 1936, pg. 728. 7) ALBERTO PARJANI, Gen. C.A., Sottosegretario di Stato per la guerra e Capo di SM. del R. E. dall'ottobre 1936 a tutto il 1939. Fu il propugnatore dell'ordinamento della D. f. su base "binaria" che da lui prese. il nome. 8) MINISTERO DELLA GUERRA, Corpo di SM, Ufficio Ordinamento e Mobilitazione, circolare n. 31860/341 del 30/8/1939 aI!'oggetto "Costituzione di 4 D.cc.nn. per la Libia", c/o Ufficio Storico SME, Roma. 9) FILIPPO STEFANI, La Storia della dottrina e degli ordinamenti dell'Esercito italiano, Voi. li Torno I, Stato Maggiore, Ufficio Storico, Roma 1985, pag. 342. 10) COMITATO PER LA STORIA OELL' AR'J1GUERIA ITALIANA, Storia dell'artiglieria italiana, Parte V, Roma Voi. XVI, Biblioteca di artiglieria e genio, Roma 1955, specchio pg. 226. 11) MINISTERO DEl.l.A GUERRA, Corpo di SM, Ufficio Ordinamento e Mobilitazione, foglio n. 34830/341 del 9/9/1939, c/o Ufficio Storie<> SME. 12) MINISTERO DELLA GUERRA, Corpo di SM, Ufficio Ordinamento e Mobilitazione, ibidem, c/o Ufficio Storico SME. 13) RAFFAELE MARTINEZ, ail'epoca Capitano (Cap.) a., Aiutante Maggiore in I del 203 2 rgt. a. crun., relazione redatta in Yol (India) il 10/9/1944, xerocopia, archivio del saggista, per gentile concessione della Sig.ra Maria Fernanda Farfaneti Ghetti. 14) STATO MAGGIORE ESERCITO - Ur•FICIO STORICO, In Africa Settentrionale, etc, op. cit. pg. 73. 15) STATO MAGGIORE EsERClTO - UFFICIO STORICO, Profilo storico del ]4/Q Battaglione di Fanteria Motorizzato ( 14/Q rgtf "Catanzaro"), con motivazione della M. O. al V. M. concessa alla bandiera del rgt, "Per l'altissimo valore spiegato in molti combattimenti intorno al San Michele, a Os!avia, sull'altopiano di Asiago, al Nad Logen; per l'audacia mai smentita, per l'impeto aggressivo senza pari" per i quali "sempre e ovunque fu di esempio ai valorosi (luglio 1915- agosto 1916)". 16) ANTONIO PrrAMIZ, "Plotone di esecuzione italiano per gli eroi della "Catanzaro" in Storia Illustrata n. 279, A Mondadori Editore, febbraio 1981, pp. 22; 26; 27; 31; 32; 34; 35.


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17) Diario storico del 1412 rgt.f. E' limitato al periodo maggio- luglio 1940, c/o Ufficio Storico SME, Roma 18) Diario storico del 1422 rgt.f. E' limitato al periodo maggio- luglio 1940,non riferisce i nomi dei comandanù di btg. 19) Giuseppe Pernici, all'epoca Ten. (fen.) f. complemento (cpl.), Comandante (Cte) pl. cn. c/c/ della D.f. "Catanzaro", tesùmonianza archivio del saggista. 20) MARIO MONTANARI, Le operazioni in Africa Sellenlrionale - Vol. I, op. cit., pg. 598. 21) Diario storico del 1412 rgt.f., documento (dm.) cit. 22) Diario storico del 141 2 rgt.f., dm. cit. 23) Diario storico del 1412 rgt.f., dm. cit. 24) Diario storico del 1422 rgt.f., dm. cit. 25) Diario storico del 1412 rgt.f., dm. cit. 26) Diario storico del 1422 rgt.f., dm. cit. 27) STATO MAGGIORE ESERCITO - UFFICIO STORICO, In Africa Se//enJrionale, etc, op. cit.,pg. 116. 28) Diario storico del 1412 rgt.f., dm. cit. 29) Diario storico del 1422 rgt.f., dm. cit. 30) Diario storico del 141 2 rgt.f., dm. cit. 31) GASTONE MARANTONIO, Gen. C.A. (ris.), all'epoca Ten. b., Ufficiale di collegamento presso il Cdo D.f. "Catanzaro", testimonianza, archivio del saggista. 32) COMITATO PER LA STORIA DELL'ARTIGLIERIA ITALIANA, Storia dell'artiglieria italiana, Parte V, Vol. XVI, op. cit., specchio pg. 226. 33) Fn.lPPO STEFANI, La Storia della dottrina e degli ordinamenti del!' Esercito italiano, Vol. II, Torno I, op. cit., pg. 307. 34) FILIPPO STEFANI, La Storia della dottrina e degli ordinamenti del!' Esercito italiano, Vol. Il, Torno I, op. cit., pg. 341 35) CoMJTATO PER LA STORIA DELL' ARTIGUERJA ITALIANA, Storia del!' artiglieria italiana, Parte V, Voi. XVI, op. cit., pg. 216. (Relativamente all'impiego in combattimento,nda parte della D. F. "Catanzaro", dei fuciloni" e/e "Solothum", nulla risulta). 36) COMITATO PER LA STORIA DELL'ARTIGLIERIA ITALIA, Storia del!' artiglieria italiana, Parte V. Vol. XVI, op. cit., specchio pg. 226. 37) NICOLA PIGNATO, Armi della fanteria italiana nella seconda guerra mondiale, Ermanno Albertelli, parma 1971, pg. 52. 38) STATO MAGGIORE ESERCITO - lsPETTORATO DELLE TRASMISSIONI, ' Cenni storici sulle trasmissioni dell'Esercito italiano, s.l. 1966, pg. 57. 39) GrusEPPE MARIETTI, La "Divisione in A.S.'', in Grande Dizionario Enciclopedico-Supplemento, U.T.E.T, Torino 1940, op. cit., pg. 577. 40) STATO MAGGIORE EsERCITO - Urnc10 STORICO, In Africa Sellenlrionale, etc., op. cit., pg. 61, nota 1. 41) COMITATO PER LA STORIA DELL'ARTIOLlERIA ITALIA, Storia dell'artiglieria ita1iana, Parte V. Vol. XVI, op. cit., specchio pg. 226. 42) MARIO MoNTANAi1, Le operazioni in Africa Settentrionale - Vol. I, op. cit., specchio pg. 558. 43) MINISTERO DELLA GuERRA, CORPO DI SM, UFFICIO ADDESTRAMENTO, Dati


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logislici rela1ivi al movimenlo e allo slazionamenlo delle truppe, Poligrafico dello Stato, Roma 1938, pg. 38. 44) NICOLA PIGNATO, Armi della fanteria ilaliana nella seconda guerra mondiale, op. cit., pg. 52. 45) STATO MAGG!ORB ESERCITO - UFFICIO STORICO, In Africa Se11en1rionale, etc., op. cit., pg. 123. 46) STATO MAGGIORE EsERCITO - UFPIC!O STORICO, La prima offensiva brilanni, ca in Africa Settenlrionale, Tomo/., Roma., pg. 60. 47) GIUSEPPE AMICO, all'epoca Gen; B., Cte D.F. "Catanzaro", relazione sulle operazioni della D. dal 9 al 12 dic. 1940 (lucido schieramento d ivisionale il 9/12/1940 e schizzo topografico combattimento di Bir Tishdida allegati), e/o Ufficio Storico SME, Roma.


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CAPITOLO II: I PRODOMI DELLA BATIA GLIA

II. l. Il terreno dell'azione (vds. schizzo 1). Il terreno d'azione in cui la D. "Catanzaro" andava a schierarsi si trovava a nord della scarpata con la quale, con un salto di 200 m., il tavolato marmarico scende sulla parte più; ampia (poco più di 30 Km.) di una fascia costiera compresa tra essa e il Mare Mediterraneo. La scarpata, invalicabile, per i movimenti lungo i meridiani, a partire dai valichi di Bir Sofafi verso ovest fino al passo Halfaia, delimita una zona (figurativamente simile ad un'ampia cucchiaia) in cui schematicamente può vedersi un triangolo pressoché isocele, col vertice in basso, la cui ipotenusa è costituita dalla linea di costa tra Sollum e Sidi el Barrani, e i cateti degli allineamenti Bir Sofafi e Bir Sofafi - Sidi el Barrani. L'idrografia è costituita da numerosissimi "uidian", 1 che incidono profondalmente la scarpata e i pionori da essa degradanti verso il mare a oriente di Sofafi, ma che si perdono nella piana. L'ambiente è desertico, il terreno di color bruno, con radi cespugli, fondo roccioso, spesso coperto da consistenti strati di sabbia che rendono difficile il movimento ai mezzi ruotati, ma virtualmente percorribile, seppure non sempre in modo agevole, da quelli dotati di cingoli. In tutta la zona, gli unici punti di riferimento sono rappresentati da lievi edulazioni del terreno, antiche cisterne e tombe di "marabutti'',2 intorno alle quali si svolsero i combattimenti e, nella parte orientale, da piccoli rilievi isolati detti "gare". Carte topografiche e bussola occorrono per muoversi con sicurezza. In terreno poverissimo di acqua, piste carovaniere congiungo-


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no tra loro i vari pozzi e costituiscono la via di più sicuro e facile accesso. La viabilità si plasma quindi su di esse e corre, grosso modo, lungo i lati del triangolo proposto. Esistevano: lungo l 'ipotenusa, a nord, una strada rotabile con fondo in "macadam" (costruita dagli Italiani dopo la conquista di Sidi el Barrani e assai apprezzata dagli Inglesi),34 e una pista, con andamento ovest-est, da Sollum alla predetta località, nei pressi del mare, di cui la prima più interna, due piste lungo i cateti, con andamento rispettivamente sudest-nordovest e sudovest-nordest, l'una sull'alto della scarpata, da Sofafi a Sollum, l'altra attraverso il valico di Sofafi e sotto la scarpata fino a Sidi el Barrani. Quest'ultima, a mano a mano che si procedeva verso nord est, si discostava dalla zona a terreno impraticabile che scende a gradini verso la pianura, e sull'alto del quale si sviluppava un altro percorso verso la stessa destinazione. Una pista, con andamento merdiano, da Sofafi a Bug Bug, costituiva l'altezza dell'ipotizzato triangolo con vertice in Sofafi. A oriente di quest'ultima, compresa tra essa e la pista Sofafi-S idi el Barrani, congiunte da una "bretella" che passa per Sauani Samalus, si estendeva la zona di schieramento della "Catanzaro". La "bretella" si prolungava verso sud ovest, oltre la pista con andamento mediano Sofafi-Bug Bug, fino a incontrarne un'altra che, partendo immediatamente sotto e a nord della scarpata, a occidente della predetta ultima località, andava a incidere sulla rotabile costiera a ovest di Sidi Musa. In prossimità della costa, a tratti acquitrinosa e con frequenti "sebke",5 sono pure comprese, nel settore Bug Bug, ondulazioni allungate con andamento da oves a est, chiamate "hagiag" (ciglio), intervallate da bassure ("sghifa"), talvolta coltivate a orzo dalle popolazioni nomadi, che costituiscono la quasi totalità degli abitanti della zona. Queste ondulazioni, come vedremo, acquisteranno grande importanza nell'ultima fase del combattimento della D. L'unico porto, all'estremità occidentrale della zona considerata, è quello di Sollum, riparato ai venti del IV quadrante, che quando soffiano con violenza sollevano nell'entroterra tempeste di sabbia in grado di annullare la visibilità. Oltre a Sollum, il solo abitato esistente era


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quello di Sidi el Barrani. La localitĂ di Bug Bug, priva di case,6 al centro di una depressione assai vicina alla costa, e a mezza strada tra Sidi el Barrani e Sollum, deve la sua importanza ai pozzi d'acqua dolce che vi si trovano. I Turchi, dopo l'occupazione dell'Egitto da parte degli Inglesi nel 1881, vi avevano posto un presidio a tutela del confine orientale dei loro possidimenti in A. S.7 Gli Italiani, scacciati da poco dagli Inglesi succeduti ad essi, avevano accertato nei suoi pressi presenza cospicua d'acqua di duna, l'avevano captata con opportuni impianti, e in attesa della costruzione dell'acquedotto Bardia-Sidi el Barrani, ne avevano fatto il capolinea delle colonne di rifornimento idrico di tutto il nostro schieramento avanzato in Egitto. 8 Il clima, a mano a mano che ci si allontana dalla costa, si fa predesertico, con giornate calde e notti rigide. Si era ormai nella cosidetta "stagione delle piogge", i cui massimi si hanno nei mesi di dicembre e gennaio.9 Le effemeridi indicavano luna nuova, volgente al primo quarto con inizio il 6 dicembre. 10

II. 2. L'assunzione dello schieramento. (vds. schizzo 1) La D., per schierarsi nel settore Bug Bug, lasciò la zona di Gambut in due tempi, il 20 novembre e il 1Q dicembre 1940, effettuando l'autotrasporto prevalentemente con automezzi messi a disposizione dal Cdo A. Era agli ordini di un nuovo comandante, il Gen. B. Giuseppe Amico, che aveva assunto l'incarico il 27 novembre. Non tutti i reparti della D. si spostarono nella nuova zona. Il btg. complementi era impiegato in lavoro stradali; le cp. mo. da 81 mm, prive ancora di bocche da fuoco, erano rimaste a Tobruk per l'esecuzione di lavori all'areoporto. Difettavano, come si è visto, gli automezzi, e il comandante la D. lamentava che il g. da 100/17 mm disponesse ancora, per il traino dei pezzi, del trattore Fiat 708 cm, comunemente chiamato "trattorino" O. C. I. (Officine Costruzioni Industriali). 11 Il trattore in questione era stato approvvigionato per il traino in montagna delle artiglie-


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rie del calibro 75 mm e, in mancanza d'altro, era stato inviato a operare su terreno con caratteristiche del tutto diverse. Dotato di congeli a elementi corti, di limitata carreggiata, di scarsa potenza motrice e di limitato sforzo di trazione, aveva scarsa autonomia (cira 7 ore), e si era dimostrato poco idoneo al traino di un pezzo di medio calibro, del peso di circa 15 q. Sviluppava inoltre scarsa velocità (max su strada 16 Km/h), aspirava troppa sabbia e, inconveniente gravissimo, lasciava a terra munizioni e personale. 12 I gr. da 7 5/27 mm erano dotati inceve del trattore leggero " Pavesi P4 mod. 31 ", a doppio telaio snodabile e quattro ruote motrici di grande diametro, fomite di palette per aumentare l'aderenza, in grado di ·trasportare i serventi del pezzo e un limitato quantitativo di munizioni. Abbastanza idoneo al movimento in terreno vario, per la particolare conformazione del telaio era poco affidabile nel movimento veloce su strada (max 35 Km/h). 13-14- 15 Le posizioni che la D. andava a presidiare erano state fino allora tenute dalla 4~ D. cc. nn. "3 Gennaio" trasferita a Sidi el Barrani. Il dispositivo assunto dalla "Catanzaro" si plasmò, integrandolo, su quello preesistente, allo scopo di "costituire capisaldi forti in sé stessi per dosamento di fanteria, artiglieria, anni c/c e c/a capaci ciascuno di una funzione in proprio (resistenza ad oltranza) e di una funzione di reciproco appoggio, di concorso alla resistenza degli altri caposaldi (cps.), specie col fuoco d'artiglieria organizzato per l'azione sui 3602 ". 16 I cps., di forma grosso modo circolare o ellittica per la difesa a giro d'orizzonte, erano costituiti da "centri di fuoco" con postazioni e appostamenti protetti da muretti a secco, o in trincea, generalmente poco profonda perché la natura del terreno sottostante il superficiale strato di terra e sabbia ne rendeva oltremodo difficoltoso lo scavo, e da schieramenti d'atiglieria con piazzole, in corrispondenza delle quali, per facilitarne l'impiego (specialmente in funzione c/c) erano praticati dei varchi nella recinzione. I posti di comando (PC), i reparti, i servizi con le loro tende, ricoveri, riservette, materiali e dotazioni (autoveicoli esclusi con la sola eccezione dei trattori


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delle btr.), si trovavano all'interno della cinta perimetrale così delineata, e il personale affluiva alle postazioni, vigilate da "vedette" o presidiate da un'aliquota di forze, in caso di necessità. Non risulta che esistessero campi minati protettivi e/o fossati anticarro. Il Cte della D. intendeva peraltro che la difesa fosse anche improntata a grande reattività e aveva disposto all'uopo che reparti di fanteria, anni c/c e aliquote di artiglieria fossero tenuti in riserva.11 Schierata con andamento generale in "contropendenza", in modo da controllare, nella zona di responsabilità, le ampie vie tattiche che si sviluppano sui costoni della scarpata degradanti sulla pianura, e le carovaniere a giro d'orizzonte, favorita, per talune posizoni, dall'esistenza di modeste quote rilevate sul terreno circostante, la D. si articolò in otto cps., quattro del 14l2 f.; tre del 1422 f. uno del Cdo D. e reparti divisionali. Disposti a scacchiera, fronte a sud est, in "tre scaglioni", a partire da est e dall'avanti all'indietro rispetto all'orientamento assunto, essi erano i seguenti: - I scaglione: . Alam El Rimth: 1/141 2 f.; Cdo I/203 2 a.; 2ll e 3!! btr. f/203 2 a.; 1 pl. cn. c/c da 47/32 mm; 1 sz. da 20 mm; ovest di Sidi Abu Seid: II/ 141 2 f.; P btr. I/203 2 a.; 1 sz. da 65/17 mm del 141 2 f.; 1 pl. cn. c/c da 47/32 mm; I sz. c/a da 20mm; Alam Samalus: III/ 1422 f.; 511 btr. II/203 2 a.; 2 pl. cn. c/c da 47/32; 1 sz. c/a da 20 mm; Iluet el Katar: Cdo 1422 f.; I/1422 f.; Cdo. II/203 2 a.; 4!! e 6!! btr. II/2032 a.; 1 sz. c/a da 20 mm; - II scaglione: q. 38 nord ovest di Sauani el Khur: Cdo 141 2 f.; III/141 2 f.; 8i! btr. IIJ/2032 a; 1 pl. cn. c/c da 47/32 mm; 1 sz. c/a da 20 mm; Bir Nasib: 1 cp. Mtr del 2032 btg. Mtr; 1 sz. da 65/17 mm del 141 2 f.; - III scaglione: . zona di q. 50 sud di Iluet el Ausaga: Cdo D.; Cdo 2032 a.;


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Cdo. 2032 btg. Mtr; 2 cp. Mtr. del 2032 btg. Mtr.; Cdo III/ 2032 a.; 7!! e 9!! btr. 1II/203Q a.; Cdo; btg. g.; cp. g. "artieri" cp. g. "collegamenti", 2 sz. c/a da 20 mm; 1 cp. "arditi" (si ignora di quale rgt. NdA); sz. Carabinieri (CC); Bir Oasi: JI/1422 f.; 1 btr. da 65/17 mm. del 1422 f.; 1 sz. c/a da 20 mm; cp. mtc. Nello schieramento, articolato su due settori reggimentali il cui limite passava a occidente di BIR NASIB (141 2 f. a est; 1422 f. a ovest), le forze del cps. di BIR OASI, pur essendo inserito nel dispositivo di difesa del 1422 f., costituivano anche riserva divisionale (priva peraltro di armi c/c NdA). La vicinanza dell'autosezione mista rendeva questa riserva, almeno come ipotesi, impiegabile, in toto o per aliquote, motorizzata/e, e rinforzata/e al momento da armi c/c, pure al di fuori dei compiti specifici, nel controllo degli interspazi tra le G. U. contermini e nel concorso alla loro azione, qualora il "sottosettore della "Catanzaro" non fosse stato direttamente minacciato. I servizi della D. (asz. mista; reparto munizioni e viveri; sz. di sussitenza; sz. di sanità con ospedale da campo), erano infatti dislocati nella zona di Bir el Scibeika dove si trovavano pure, appartenenti alla Guardia di Frontiera (G. a. F.), il X gr. sqd. c. "Vittorio Emanuele II", armato di mitragliatrici Fiat 35 e al comando del Ten. Col. Guido Reyneri: 1 gr. a. cam. da 77/28 mm; 3 pl. cn. c/c da 47/32 mm; 1 sz. c/a da 20 mm, destinati alla protezione della base logistica di Bug Bug. Questa comprendeva tutti gli altri organi e impianti dei servizi (i così detti "stabilimenti"), in precedenza non citati, per il XXI C. A. e le altre unità schierate nel suo settore, probabilmente con la sola eccezione del rgpt. Maletti che, per ragioni di distanza, poteva essere più agevolmente provvisto dal centro logistico di Sidi el Barrani. Non così per l'acqua, fornita a tutte dal noto centro idrico di Bug Bug, costituito "da una fila di alte pompe, simili a quelle usate per riempire le caldaie delle locomotive" e da "due grandi serbatoi sotterranei di riserva". 18 Tra Bir el Scibeika e Alam el Scibeika risulta dislocata pure un'altra cp. mtc., della quale si sconosce l'unità di appartenenza, ma sorge il dub-


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bio che sia un reparto affluito (come vedremo) a offensiva britannica iniziata. 19-20-21 · 22·23 Così disposta, la D. copriva una fronte, con andamento nord est-sud ovest, di 16 Km per 9, 5 in profondità (zona servizi inclusa). All'intorno, in senso orario da SIDI el Barrani, per Sofafi, a Sollum erano schierate altre unità dell' A.: le D. cc. nn. "3 Gennaio" e 2ll Libica del" Gruppo D. Libiche"; il rgpt. Libico Maletti e la D. f. "Cirene" del XXI C. A. al quale essa stessa apparteneva; la D. f. "Marmarica" e la 21' D. cc. nn. "28 Ottobre" del XXIII C. A. Da Alam El Rimth, estremo limite orientale dello schieramento della "Catanzaro", le distanze delle predette unità variavano, in linea d'aria, dai 20 Km a nord est della "3 Gennaio", ai 23 a est della 2l! libica, ai 16, 5 a est sud est del rgpt. Maletti. Da Iluet El Katar, estremo limite occidentale, le distanze erano invece di 23 Km a sud per la "Cirene"; 26 a sudovest per la "Marmarica"; 42,5 a nord ovest per la "28 Ottobre". Il btg. complementi della "Marmarica peraltro, era dislocato a Sauani el Kasr, 9 Km a sud ovest del cps di Iluet El Katar. Nell'ambito stesso del XXI C. A. (D. f. "Catanzaro", D. f. "Cirene"; rgpt. libico Maletti), le distanze accentuavano la sensazione d'insicurezza derivante dagli ampi spazi tra di loro esistenti e difficilmente controllabili. Infatti, oltre ai già citati intervalli "Catanzaro" - "Cirene", un varco di ben 27 km esisteva tra il rgpt. Maletti ad Alam el Nibeiwa e la D. f. "Cirene" al Alam el Rabia. L'importantissima posizione di Bir Enba, al centro di questo varco, non era presidiata. Il Comando Superiore A. S. I., in considerazione del pericolo che ne sarebbe derivato per lo schieramento qualora vi si fossero insediati gli Inglesi, fin da 27 novembre aveva prospettato al Comando lQl! A. l'opportunità di occuparla con reparti della "Catanzaro" ancorché "nuovi al fuoco". 24 Il Comando lQll A. il 5 dicembre rispondeva di non avere le artiglierie da 105 mm occorrenti, e che l'occupazione della; posizione sembrava non conveniente qualora la situazione del momento, come tutto faceva prevedere, non dovesse durare a lungo (a causa della progettata operazione offensiva NdA). 25 Un'ampia zona, facilmente percorribile da unità meccanizzate, e


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nella quale si erano già svolti importanti combattimenti tra opposte forze mobili (culminati in un nostro grave insuccesso del 19 novembre ad Alam Abu Ilueuat), veniva lasciata così aperta all'iniziativa nemica, senza che fosse disponibile, a portata immediata d'impiego, una consistente forza in grado, per tipo di mezzi e potenza di fuoco, di contrastarla efficacemente. Né si avevano, per l'esercizio della funzione di comando" trasmissioni" affidabili. Date le distanze e la penuria di materiale (mancava il "cavo" telefonico e le dotazioni di "cordoncino" erano insufficienti), le comunicazioni tra i vari comandi erano difficili, dovendosi fare affidamento su rete aerea permanente, la cui palificazione era vìsibile e quindi molto vulnerabile ali 'azione aerea26 e alle incursioni dei "corazzati" britannici. Quelle del XXI C. A. col dipendente rgpt. Maletti, poichè non esisteva una linea diretta, dovevano passare per i centralini della "Cirene" a q. 226 sud est di Bir Sofafi; della "Catanzaro" a q. 50 sud di Iluet El Ausaga; del Cdo Gruppo D. libiche a Sidi el Barbani; della 2;i D. libica ad Alam El Tummar. Analogo percorso in un senso e nell'altro dovevano fare, a partire dal proprio centralino, quella della "Catanzaro". In queste condizioni, in combattimento, le comunicazioni più affidabili erano quelle radio in radio telegrafia (r. t.). 27 Nel contesto descritto, svanita l'eventualità di andare ad occupare e tenere, con un'aliquota delle proprie forze, le posizioni di Bir Emba, la D. "Catanzaro" passò i giorni tra la fine di novembre e il 9 dicembre impegnata in lavori di rafforzamento delle posizioni e nell'addestramento, inserita in un dispositivo che, nei . piani del Comando Superiore A. S. I., avrebbe dovuto costituire il trampolino per la progettata azione verso Marsa Matruh. In tale dispositivo il XXI Corpo, rispetto alla fronte a sud, dalla quale si riteneva fosse da attendersi la minaccia più pericolosa, era disposto "per ala" e ciò avrebbe dovuto consentire la manovra longitudinale, dall'indietro all'avanti, a sostegno del rgpt. Maletti e della D. "Cirene", e una manovra trasversale, da ovest a est, di concorso al predetto rgpt. Lo schieramento, in effetti, era da considerare bivalente, nel senso che così come era stato ideato avrebbe potuto


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far fronte anche ad un attacco da est verso ovest. In questo caso però, qualora le due D. e il rgpt. fossero stato impegnati contemporaneamente (come avvenne), non era possibile alcuna manovra nel senso della fronte per le caratteristiche del terreno d'azione (scarpata interposta; un solo asse, interrompibile, di movimento; un unico valico), mentre quella in profondità avrebbe dovuto essere devoluta al Comando A. Solo nei confronti del rgpt. Maletti il XXI C. A. sarebbe stato in grado di manovrare dall'indietro al1' avanti dello schieramento, ma la " mancanza di mezzi celeri, la notevole distanza di Alam el Nibeiwa dai cps. delle D. "Catanzaro" e "Cirene", la limitata consistenza della colonna mobile costituita dalla D. "Cirene" lo impedirono. 28 L'aliquota corazzata che il Gen. Spatocco intendeva approntare nel settore della D. "CIRENE" - zona di q. 226 - con gli assegnati btg. car. leggeri (1.) XX e LXIII, avrebbe dovuto, nelle sue intenzioni, provvedere al pattugliamento degli intervalli tra le G. U. dipendenti, e fonnare il nerbo di una riserva da impiegare per la manovra che si fosse resa necessaria. Ma dei due btg., quando gli Inglesi attaccarono, il LXIII era appena giunto a Bug Bug, e il XX non aveva ancora iniziato il movimento per raggiungere la predetta località .29

Il 3. Il nemico Le truppe britanniche che la D. avrebbe affrontato appartenevano alla Western Desert Force (W. D. F.), comandata dal Luogotenente Generale R. N. O' Connor, il quale si fregiava ancora della medaglia d'argento al V. M. italiana, meritata sulla nostra fronte nel 191830â&#x20AC;˘ La W. D. F. era composta tutta da truppe anziane, "regolari"31 (col quale termine nell'Esercito britannico prebellico, si intendevano le truppe a reclutamento volontario con vincolo di 12 anni), 32 e comprendeva all'epoca la 4~ D. indiana; la 7'!0. cor. britannica; i reparti della guarnigione di Marsa Matmh; il 7Q btg. del Royal Tank Regiment (R. T. R.). 33 Nel 1940 la D. cor. britannica era costituita da 2 B. cor. su 3


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rgt. c. o btg. car. 1., o medi (detti anche "cruiser") ciascuna; 1 "Support Group" (Gruppo di sostegno) su due btg. f. motorizzati (mot.), 1 gr. a cam., 1 rgt. a anti "tanks" (a/t); altre "truppe divisionali", sotto la cui generica indicazione sembrerebbe si debba annoverare ogni altra unità o reparto organico con compiti specifici per il combattimento o per i "lavori", le 'trasmissioni", i servizi. Nel complesso 9634 uomini, 24 cannoni campali; 56 cannoni anti "tanks"; 52 carri leggeri o medi rispettivamente per ciascun rgt. c. o btg. car., per un totale, nella D. su 6 rgt. o btg. c., di 312 carri. Di questi, i leggeri, per la ricognizione, erano veloci, leggermente corazzati, e armati di mitragliatrici; i medi (m.) o "cruiser'', corazzati più pesantemente, capaci di buona velocità, armati con cannone e mitragliatrice/i.34 Secondo altra fonte (di cui però non si è specificato da quale documento britannico siano desunti i dati riferiti), nel periodo indicato la D. cor. britannica avrebbe avuto circa 11000 uomini; 342 carri annati, 125 mezzi blindati esploranti; 88 "cingolette" ("scout carriers" NdA); 16 pezzi da campagna; 1639 automezzi (19 automezzi corazzati; 162 autovetture; 1403 autocarri; 55 autocarri speciali); 57 trattori; 66 rimorchi; 649 motociclette; 1 bicicletta.35 Le notizie relative all'ordinamento dei reparti sono dettagliate, si ché è possibile averne un quadro abbastanza preciso. I rgt. c. e i btg. car. erano costituiti da Cdo di rgt. o btg. e 3 sqd., ciascuno su Cdo sqd. (4 carri) e 4 "troops" (tp.) di 3 carri ciascuna: complessivamente 16 carri per sqd. Quattro carri leggeri o "cruiser" (leggeri per il btg. car.; "cruiser" per i rgt. c.) e 20 "scout cars" (autoveicoli blindati per la ricognizione NdA) armavano gli sqd. Cdo di rgt. o btg.36 Il rgt. c. e il btg. car. venivano così ad avere i 52 carri indicati nel primo ordinamento, anche se, come vedremo, carri "cruiser" e leggeri, negli sqd. dei rgt. c., furono in numero diverso e diversamente ripartiti da come indicato. I rgt. a. cam. e a/t si articolavano in batterie (bty) le quali, nel rgt. a. cam. per D. cor. erano 2 su 8 e 12 pezzi ciascuna, secondo che si consideri il rgt. su 16 o 24 pezzi.


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Soltanto i dati sinottici del secondo ordinamento evidenziano l'esistenza, nella D. cor., di unità per l'esplorazione, i cui autoveicoli specifici sono genericamente indicati come "mezzi blindati esploranti". Queste unità sono da annoverare (non esclusivamente, come appare dall'analisi finora fatta degli organici) nelle cosidette "altre truppe divisionali" del primo ordinamento, e non si comprende perché non figurino nel riepilogo del personale e dei sistemi d'arma principali della D. cor. Esse erano costituite principalmente dal rgt. c. autoblindato, cui era devoluta l'esplorazione tattica e che, forte di 57 mezzi ruotati da combattimento, si articolava in Cdo, dotato di 3 autoblinde (aubl.), e 3 sqd., ciascuno su Cdo e 5 tp. tutti di 3 autoblinde. 37 Per la ricognizione e l'esplorazione ravvicinata c'erano 120 "scout cars" (20 per ciascuno dei 6 rgt. c. o btg. car. della D. cor.), che sommati alle 57 autoblinde del sopraddetto rgt. danno però un totale di 177 "mezzi blindati esploranti" in luogo dei 125, indicati anche come aubl. 38 nel secondo ordinamento. Altre differenze sussistono tra i due sommari organici citati: artiglierie campali e carri armati sono rispettivamente 24 e 312 secondo il primo ordinamento e 16 e 342 per il secondo. Sorprende inoltre, in quest'ultimo, l'assoluta mancanza di ogni riferimento alle artiglierie alt e, in entrambi, alleanti aeree (a/a). Il complesso di forze finora descritto era imponente. Esso schierava infatti (con esclusione dei mortai e delle artiglierie anti aeree), 292-300 bocche da fuoco di vario tipo dei calibri tra 40 e i 100 mm., cui la nostra D. f. "autotrasportabile" tipo A. S. poteva opporne organicamente soltanto 52. Delle britanniche, 24 o 16 (secondo che si considerino le bty su 12 o su 8 pezzi) erano cannoni campali da 25 libbre (88 mm); 56 cannoni anti "tanks" da 2 libbre (40 mm): 220 costituivano l'armamento di bordo dei carri "cruiser" che in tal numero erano presenti nella D. cor.39·40 Di questi 184 erano dotati di cannoni da 2 libbre (40 mm); 36 (i cosidetti "close support", che erano 2 per ciascun Cdo sqd.), di obici da .3, 7 pollici (94 mm.). 41 La superiorità delle artiglierie britanniche sulle nostre (dei calibri 47; 65; 75; 100 mm) era per-

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tanto schiacciante (circa 6 contro 1), e calcolare quella in veicoli corazzati da combattimento ha un senso soltanto nel caso in cui, ai 555 britannici (per il secondo ordinamento) vengano opposti i nostri 46 carri leggeri (eventuali) armati di sole mitragliatrici o lanciafiamme (1·2 contro 1). Quali che fossero in realtà gli organici di riferimento, la 71! D. cor. (i cui componenti furono detti "topi del deserto" con relazione al "gerboa" raffigurato nell'emblema di cui si fregiavano uomini e mezzi), nacque in Egitto come "Mobile Force", agli ordini del "Brigadiere" H. E. Russel, con le unità meccanizzate e corazzate della B. c. del Cairo, nel settembre 1938, al tempo della crisi internazionale che portò agli accordi di Monaco in Baviera e al successivo smembramento della Cecoslovacchia.42 Nel mese di ottobre giunse dall'Inghilterra il Maggiore (Magg.) Gen. P. C. S. Hobart con l'ordine di costituire con essa una "Divisione Mobile" composta di I B. leggera; 1 B. pesante; I "Pivot Group" (letteralmente "Gruppo Cardine"NdA), che si trasformò successivamente in "D. cor.". Al Gen. Hobart, cui si deve l'elevato livello addestrativo raggiunto dall'unità, non venne concesso di comandarla in guerra perché fu richiamato in Patria nel dicembre 1939, dove la sua esperienza di Cte di unità corazzate era ritenuta più utile. 43 Al gen. Hobart successe nel comando il Magg. Gen. M. O'. Creagh,44 agli ordini del quale la D. assunse un nuovo ordinamento che aboliva, più di nome che di fatto, la distinzione tra B. leggera e B. pesante, continuando a incrementarsi in personale e mezzi, con l'apporto di nuove unità e la sostituzione del materiale obsoleto, fino al mese di ottobre 1940. Prima della battaglia, alla cui ideazione e pianificazione aveva partecipato, il Gen. Creagh si ammalò e fu sostituito nel comando della D. dal Cte della 41! B. . d"1ere" J. A. L . Caunter. 45 cor., " Bnga In vista dell'operazione "Compass"46 la D. era stata notevolmente rinforzata con reparti extra organici. Per quanto è dato conoscere esistono tre versioni del suo "Ordine di battaglia" nel dicembre 1940.4748· 49


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Di questi, quello riportato nella relazione della "Historical Section" del "War Gabinet" (relazione del periodo 9-11 dicembre 1940), elenca dettagliatamente le unità che presero parte alle operazioni, omettendo peraltro quelle delle "trasmissioni" e i "servizi". Confrontandolo con gli altri due e integrandone i dati in esso contenuti, è possibile avere il quadro esatto e completo delle unità, organiche e non, che la costituirono al momento, e determinarne il "peso" - inteso come capacità di fuoco e possibilità di movimento - che essa ebbe nella lotta. La D ., al comando del" Brigadiere" J. A. L. Caunter fin dal 4 dicembre, si articolava in quattro grossi complessi operativi: il Quartier Generale (dal quale dipendevano anche due "gruppi" affatto particolari); la 41! B. cor., la 7~ B. cor., il "Support Group", questi ultimi tutti adeguatamente rinforzati. Del Quartier Generale (Q. G. o H. Q. per Head Quarter), oltre al personale e ai mezzi necessari per il suo funzionamento, facevano parte: 1 compagnia (coy) del 1Q btg. King's Royal Rifle Corps (K. R. R. C.) e 1 tp. della 3~ bty del 1062 rgt. Royal Horse Artillery (R. H. A., motorizzato, anticarro e antiaereo) 50 destinata alla protezione antiaerea del Cdo D.; la riserva divisionale, costituita dallo sqd. "D" del rgt. .c. 11 2 Ussari e dalla H. Q. del 32 rgt. R. H. A. anti "tanks"; il Gruppo Roya1 Engineers" comprendente il 2Q sqd. campale Genio Reale (meno 1 tp.) e 1 tp. del 141 2 Parco Campale del Genio; il " Gruppo Protezione dello Scaglione B" ("impedimenta" NdA) costituito dalla coy "C" del 12 btg. K. R. R. C. e dal 106Q rgt. R. H. A. (meno 2 tp. della 3,i bty). 51 •52 La 4,i B. cor. (la vecchia B. pesante) era al comando del Col. H. L. Birts. Ne facevano parte: l'H. Q. della 4~ B. cor., il rgt. c. 11 2 Ussari (meno 2 sqd.): il rgt. c. 72 Ussari (meno 1 tp.) al quale era stata decentrata 1 tp. della bty "D" del R. H. A. (anticarro); il 2 2 btg. del R. T. R. (meno 1 sqd. carri "cruiser" più 1 sqd. carri leggeri del rgt. c. 32 Ussari); il 62 btg. R. T. R; le bty "C" e "F" del 4 2 rgt. R. H. A. (campale); la coy "D" del 12 K. R. R. C.; 1 "distaccamento" del 2 2 sqd. campale del Genio Reale.53·54 La 71! B. cor. (la vecchia B. leggera) aveva come comandante


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il "Brigadiere" H. Russel. Comprendeva: l 'H. Q. della 7i! B. cor.; lo sqd. "C" del rgt. c. 11QUssari; il rgt. c. 3Q Ussari (meno 1 sqd. car. leggeri più 1 sqd. carri "cruiser" del 2Q btg. R. T. R) cui era stata decentrata 1 tp. della bty "D" del rgt. R. H. A.; il rgt. c. 8Q Ussari, anch'esso "supportato" di 1 tp. della predetta bty; il 12 btg. R. T. R.; la bty "D" del rgt. R. H. A. (meno 3 tp.); la bty "A/ E" del 1Q rgt. R. H. A. (campale); 1 tp. di tipo imprecisato (contraerea?) della 3Q bty 106Q rgt. R. H. A.; la coy "C" del 2 2 btg. Rifle Brigade (R. B.); 1 distaccamento del 22 sqd. campale Genio Reale.ss-56 Il "Support Group" era agli ordini del" Brigadiere W. H. E. Gott. Lo componevano: l'H. Q. del "Support Group", il lQ btg. del K. R. R. C (meno 2 coy), cui era decentrata 1 tp. della bty "M" del 32 rgt. R. H. A.; il 22 btg. R. B. (meno 2 coy) anch'esso rinforzato da 1 tp. della predetta bty; 1 coy di fanteria di marina, motorizzata, francese; lo sqd. "A" del rgt. c. 11 2 Ussari; il 12 rgt. R. H. A. (campale) meno la bty "A/E"; la bty "M" (meno 2 tp.) del 3Q R. H. A.; 1 sz del 37! bty antiaerea leggera del 132 rgt. della a/a 1. Royal Artillery; 1 "distaccamento" del 2Q sqd. campale Genio Reale. 57· 58 L'ordine di battaglia come riportato subì delle modifiche nel corso dei tre giorni di combattimento durante il quale alcune unità cambiarono dipendenza.59 Quelle delle "trasmissioni" ("Divisional Signals"), che facevano parte della cosiddette "Divisional Troops",60 saranno state indubbiamente articolate secondo le esigenze, anche se è presumibile che l'aliquota più consistente abbia provveduto alla costituzione, presso l'H. Q., del centro trasmissioni divisionale. Componevano i "servizi" le coy rifornimenti 5!; 5811; 65!; 550!; 4i! neozelandese di riserva e 1 sz. non meglio identificabile; i reparti di sanità, costituiti dalla 2! e 3!! ambulanza campale del 3Q rgt. c.; il magazzino divisionale; il parco campale di artiglieria, la sz. avanzata rifornimento e officina; la P; 2!; 32 sz. riparazioni leggere.61 L'analisi dell'ordine di battaglia della "Historical Section"


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consente di rilevare: - un errore per quanto concerne il riepilogo fatto delle unità decentrate dai due btg. f. mot. del "Support Group". Il 12 btg. K. R. R. C. infatti aveva decentrato 3 coy e non 2 (1 all'H. Q. division·a1e presumibilmente per la sua difesa; la coy "C" per la protezione dello scaglione "B"; la coy "D" alla 4~ B. cor.); il 22 btg. R. B., invece, soltanto 1 (la coy "C" alla 7~ b. cor.) in luogo di 2; - l'esistenza di un quarto sqd., il "D", nel rgt. c. 11 2 Ussari. - un consistente incremento, rispetto ai 2 rgt. a. organici (1 campale e 1 anti 'tanks", secondo il primo degli ordinamenti esaminati), di artiglieria di tutti i tipi. Figurano infatti assegnati alla D. unità appartenenti a ben 6 rgt.: 12 R. H. A. campale e 1062 anti "tanks" e antiaereo (al completo); 42 R. H. A. campale (bty "C" e "F"); R. H. A. anti "tanks" (bty "D"); 32 R. H. A. anti "tanks" (H. Q. e bty "M"); 13 2 a/a 1. R. A. (1 sz. della 37!!bty.) Delle predette unità: - i btg. f . mot. del "Support Group" erano articolati in H. Q. e 4 coy fucilieri, 62 dotate di veicoli cingolati; 63 - lo sqd "D" dell' 112 Ussari era costituito dalla 2!! coy autoblindo della Royal Air Force (R. A. F) giunta nel mese di ottobre dalla Palestina, forte di 20 autoblinde di cui 4 di riserva;64- 65 - il 1062 rgt. a. (anti "tanks" e anti aereo leggero) era giunto dall'Inghilterra alla fine di settembre, per la rotta di Capo Buona Speranza, insieme al rgt. c. 32 Ussari e ai btg. 22 e 62 R. T. R .. Si ritiene che fosse dotato di 48 pezzi anti ,"tanks" e 20 pezzi antiaerei leggeri.66-67 ·68 La 7~ D. cor. disponeva dei seguenti sistemi principali d'arma: - carri armati: leggeri (rgt. c.), dei modelli MK IIB, III, VIB; 69 medi o "cruiser" (btg. car.), dei modelli MK I; II; III; IV; IVA, .noti rispettivamente anche come A9, AlO, A 13; A 13 MK II (entrambi i modelli IV e IVA);10-71 -72


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autoblinde (rgt. c. llQ Ussari),.dei modelli Morris Cs 9/Lac; Rolls Royce 1924 Mark I; Fordson;73-74 - "carriers scout" (btg. f. mot. del "Support Group"), del modello MK I; 75 - artiglierie: . campali: da 25 libbre (88 mm.) a traino meccanico;76 . anti "tanks": da 2 libbre (40 mm) a traino meccanico;11-18 . antiaeree leggere: da 40 mm. Bofors a traino meccanico;19-so Per quanto concerne i carri, il testo delle fonti bibliografiche consultate e le fotografie in esse contenute fanno ritenere che soltanto qualche esemplare o nessuno dei MK II e MK III leggeri, e pochi MK I "cruiser", di vecchio tipo, abbiano partecipato alla battaglia del dicembre 1940. Essi dovevano già essere stati ritirati dalla linea e sostituiti con carri dei più recenti modelli. Sono stati citati per completezza d'informazione e perché avevano partecipato ai primi combattimenti nel deserto. La D. "Catanzaro", nel corso della battaglia, dové fronteggiare, inizialmente da sola, poi rinforzata, soltanto aliquote più o meno consistenti di una linea di carri di 225-230 unità tra "cruiser" e leggeri, sostenute dall'artiglieria. Ciò in quanto la 7 2 D. cor. britannica, per le sue peculiari caratteristiche di mobilità e potenza di fuoco, poteva assolvere contemporaneamente più compiti. Dei predetti carri 145 sicuramente erano leggeri e da 78 a 85 "cruiser", nel caso in cui dal totale (275) di quelli disponibili presso la W. D. F. si detraggono i 52 o 50, o 45 carri I (infantery) "Matilda" del 7Q btg. R. T. R. 81 -s2 -s3 Il nostro servizio informazioni, ai primi di dicembre, attribuiva alla 7fl D. cor. 277 carri tra leggeri; esploratori (i "cruiser"); medi e di sostegno (i "close support") e 74 autoblinde, per un totale di 35 I mezzi meccanizzati,84 includendo chiaramente nel totale, oltre ai 16 "close support", anche i media "Matilda" del predetto 7Q btg. R. T. R., che non ne faceva parte. Poiché, come sappiamo, l' 11 2 Ussari aveva avuto in rinforzo le 20 autoblinde della R. A. F., è molto probabile che quest'ultime fossero in realtà una ottantina, come valutato dai nostri servizi, invece delle


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57 organiche. La valutazione, quanto a numero di cani e di autoblinde, corrisponde quasi esattamente alle disponibilità britanniche del momento. Poiché le cingolette "caniers scout" che equipaggiavano i btg. f. mot., del "Support Group", pur essendo senza copertura, avevano armamento e corazza equivalente ai carri leggeri ed erano quindi in grado di sostenere il confronto con i nostri L/3/35, ai predetti 275 del nemico vanno aggiunti almeno altri 40 veicoli corazzati da combattimento, tanti quanto il nostro servizio informazioni ne attribuiva ai sopraccitati btg.85·86 Occorre ora chiarire il valore, ordinativamente parlando, dei termini usati dagli Inglesi per indicare la loro unità. La B. su 3 rgt. o btg., equivale al rgt., sotto il quale termini essi intendono un complesso di forze che conisponde al nostro btg .. I rgt. sono depositari della tradizione, e da essi traggono origine, nel tempo, più btg. (ben 24, ad esempio, per il R. T. R.). 87 Fanno eccezione i rgt. c. che, di livello ordinativo equivalente al nostro gr. sqd., hanno conservato il numero e la denominazione storici. Alle bty dei rgt. a. cam. su 12 e 8 pezzi (secondo quale ordinamento si consideri), equivale il gr. Alle nostre btr. fanno riscontro le tp., le quali, nell'unità di cavalleria e nel R. T. R stanno ad indicare anche un reparto corrispondente al nostro pl. car. "Troops", articolate in "detachements", di livello squadra? (sq.), troviamo anche negli sqd. dei "Royal Engineers".


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NOTE Avvertenze: Quando non strettamente correlata al particolare argomento la nota si riferisce all 'intcro brano che la precede. 1) Il lingua araba plurale di "uadi", corso d'acqua asciutto fuorché nella stagione delle piogge. 2) Santoni musulmani. 3) STATO MAGGIORE EsERCITO - UFFICIO STORICO, In Africa Sellentrionale, etc., op. cit., pg. 12. 4) ALAN MooREHEAD, The Desert War, traduzione di CARLO EMANUELE GAlLOTn dal titolo La guerra del deserto· La campagna nell'Africa Settentrionale I940-1943, Aldo Garzanti Editore, Milano 1971, pp. 40;41. 5) "Sebka": tipo di terreno salato dcli' Africa Settentrionale, paludoso nella stagione delle piogge, che permette la vegetazione solo di erbe particolari. 6) ALAN MooREHEAD, The Desert W ar, La guerra del deserto, etc.• op. cit., pg. 9. 7) L. V. BERTARELLI, Guida d'Italia del Touring Club Italiano . Possedimenti e Colonie - Isole Egee, Tripolitania, Cirenaica, Eritrea, Somalia, Touring Club Italiano, Milano 1929, pg. 504. 8) STATO MAGGIORE EsERCITO - UFFICIO STORICO, In Africa Seuentrionale, etc., op. cit., pg. 12. 9) PIETRO RoMANELI.I, "Marmarica", in Enciclopedia Italiana di scienze, leltere e arti, Voi. XXlll, Poligrafico dello Stato, Roma 1951, op. cit, pp. 365,366. 10) MINISTERO DELL' AREONAUTICA - UFFICIO CENTRALE TELECOMUNICAZIONI ASSISTENZA AL VOLO, Effemeridi Aereonautiche per l'anno 1940, Trimestre Ottobre. Dicembre; Poligrafico dello Stato, Roma 1940, pg. 133. 11) GIUSEPPE AMICO, Gcn. B., relazione dm. cit. 12) COMITATO PER LA STORIA OEU,' AR'rlGLIERIA ITALIANA, Storia dell'artiglieria italiana, Parte V, Voi XV, Biblioteca d'atiglieria e genio, Roma 1953, pp. 456; 457. 13) VEZIO CAROBBI, all'epoca Ten. a.cpl., sottocomandante 53/IT/203 9 rgl.a., testimonianza, archivio del saggista 14) COMITATO PER LA STORIA DELL' ARTIOLlERIA ITALIANA, Storia dell'artiglieria italiana, Parte V, Voi.XV, op. cit, pp. 447~ 448. 15) N1c01.A PrGNATO, Artiglierie e automezzi dell'Esercito italiano nella seconda guerra mondiale, Ermanno Albertelli, Parma 1972, pg. 63. 16) GIUSEPPE AMICO, Gen. B., relazione dm. cit. 17) GIUSEPPE AMICO, Gen. B., relazione dm. cit. 18) ALAN MoOREIIEAD, The Desert War, La guerra del deserto, etc., op. cit., pg.42. 19) GIUSEPPE PeRN1CJ, all'epoca Ten. f. cpl., Cte pl.cn.c/c della D. "Catanzaro", testimonianza, archivio del saggista 20) GIUSEPPE AMICO, Gen. B., relazione dm. cit. 21) VEZIO CARODBI, Ten. a. cpl., testimonianza, archivio del saggista 22) STATO MAGGIORE EsERCITO - UFFICIO STORICO, La prima offensiva britannica in Africa Settentrionale, Tomo I, op. cit, pp. 96;97, Tomo li, schizzo n. 13. 23) N1coLÒ R101..0, all'epoca Ten. Col. a., Ctc l /2032 rgt. a. (subentrato nel co-


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mando del rgt. al Col. Ermenegildo Farfaneti quanto questi fu ferito), "Relazione sui fatti d'arme del 9-10-11 dic. 1940", senza data, in xerocopia, archivio del saggista, per gentile concessione della Sig.ra Maria Fernanda Frafaneti Ghetti, in copia all'Ufficio Storico SME, Roma. 24) STATO MAGGIORE ESERCITO - UFFICIO STORICO, La prima offensiva britannica in Africa Settenlrionale, ToflUJ /, op. cit, pp. 61. 25) STATO MAGGIORE ESERCITO - UFFICIO STORICO, La prima offensiva britannica in Africa Settenlrionale, ToflUJ I, op. cit., pg. 63. 26) STATO MAGGIORE EsERCITO - ISPETTORATO DELLE TRASMISSIONI, Cenni storici sulle trasmissioni del 'Esercito italiano, op. cit., pg. 58. 27) MARIO MONTANARI, Le operazioni in Africa Settentrionale - Voi. I, op. cit., pg. 306, nota 55. 28) STATO MAGOIORB EsBRCTl'O - UFFICIO STORICO, La prima offensiva britannica in Africa Settentrionale, ToflUJ /, op. cit., pg. 104. 29) STATO MAGGIORE EsERCITO - UFFICIO STORICO, La prima offensiva britannica in Africa Settentrionale, ToflUJ /, op. cit., pg. 97; 98. 30) BARNEIT CoRREU.l, I generali del deserto, Longanesi, Milano 1961 pg. 51. 31) BARNEIT CoRRELI.l, / generali del deserto, op. cit., pg. 43. 32) AMEDEO Tosn, Storia della seconda guerra moruiiale, Voi. I, Rizzo/i, Milano 1948, pg. 63. 33) I. S. O PLAYFAIR, The Mediterranean arui Middle East, Voi. /, H. M. S. O., London 1964, pg. 259. 34) I. S. O PLAYFAIR, The Mediterranean arul Middle East, Voi. /, op. cit., pag. 105; specchio pg.106. 35) MAruo MONTANARI, Le operazioni in Africa Settentrionale - Voi. /, op. cit., pg. 38, specchio pg.39. 36) MARIO MONTANARI, Le operazioni in Africa Settentrionale - Voi. /, op. cit., pg. 52, nota 48. 37) MARIO MONTANARI, ibidem. 38) MARIO MONTANARI, Le operazioni in Africa Settentrionale - Voi. /, op. cit., pg. 38, specchio pg. 39; pg. 52, nota 48. 39) N.S. LAwsoN, Major "Life Guards", in servizio al Ministry of Defence, Metropole Buildings, London, lettera del 16/8/1971 all'addetto aeronautico italiano, all'epoca Col. A.A.R.N. pilota Srnuo NARDINI, archivio del saggista, per gentile concessione dell â&#x20AC;¢intestatario. 40) I. S. O PLAYFAIR, The Mediterranean arui Middle East, Voi. I, op. cit., pg.188. 41) MARIO MONTANARI, Le operazioni in Africa Settentrionale, Voi. /, op. cit., pg. 51; 52, nota 48. 42) G. L. WERNEY. The Desert Rats, Hutchinson, London 1954, pg.17 43) G. L. Wmu,EY, The Desert Rats, op. cit., pg.18 ;19. 44) G. L. WERNEY, The Desert Rats, op. cit., pg.19. 45) I. S. O Pt.AYFAIR, The Mediterranean arui Middle East, Vol. I, op. cil., pg. 267. 46) "Compass": circonferenza. Nome in codice della prima offensiva britannica in A.S. (47) G. L. WERNEY, The Desert Rats, op. cit., "Order of Battle-November 1940", pp. 283. 284.


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48) MARTO MONTANARI, Le operazioni in Africa Settentrionale, Voi. I, op. cit., pg. 199. Si ritiene faccia riferimento a H. F. Jost..EN, Orders of Battle of the Second Word/ War 1939-1945, H.M.S.O, London 1960, dal predetto MARTO MONTANARI citato in Le operazioni ìn Africa Settentrionale, Vol. /, pg. 52, nota 48. 49) H1sTORICAL SECTJON OF THE WAR GABINET, Officìa/ Narrative of the Campaigns in the Middle East,. Gab. 44:48. Section 1, Chapter B "Defeat of Italian Attack in Egipt, 10 June-11 december 1940", c/o Public Record Office, London, pp. 185-187 in xerocopia, archivio del saggista. 50) N. S. Lawson, Major "Life Guards", lettera citata.. 51) N. S. Lawson, Major "Life Guards" ibidem. 52) HlsToRICAL SECTJON OF THE WAR GABINET, Officiai Narrative of the Cam paigns in the Middle East, dm. cit., pag. 185. 53) HTS1'0RICAL SECTION OF THE WAR 0AJ31NET, ibidem. 54) G. L. WERNEY, The Desert Rats, op. cit., "Order of Battle-November 1940", pg. 283. 55) G. L. WERNEY, ibidem. 56) H1sTORICAL SECTTON OF TliE WAR GABJNET, Officiai Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., pag. 186. 57) N. S. Lawson, Major "Life Guards", lettera citata. 58) HrsTORTCAL SECTION OF THE WAR GABINET, Officiai Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., pag. 186. 59) HrsTORICAL SECTJON OF THE WAR GABINET, Officiai Narrptive of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., pag. 187. 60) G. L. WERNEY, The Desert Rats, op. cit., "Order of Battle-November 1940", pg. 283. 61) G. L. WERNEY, The Desert Rats, op. cit., "Order of Batùe-November 1940", pg. 284. 62) STATO MAC'.GTORE ESERCITO - Umcro STORICO, La prima offensiva britannica in Africa Settentrionale, Tomo I, op. eit., pg. 89. 63) BRIAN TERENCE WHITE, British Tank.~ and Fighting Vehic/es 1914-1945, Ian Allan, London 1970, pg. 269. 64) N. S. Lawson, Major "Life Guards", lettera citata. 65) BRTAN TERENCE WHrrn, British Tanks and Fighting Vehicles 1914-1945, <lp. cit., pg. 128. 66) N. S. Lawson, Major "Lifc Guards", lettera citata. 67) G. L. WERNEY, The Desert Rats, op. cit., pg. 27. 68) l.S.O PLAYFATR, The Mediterranean and Middle East, Voi. I, op. cit., pg. 190, nota 1; pg.192. 69) N. S. Lawson, Major "Life Guards", lettera citata. 70) N. S. Lawson, Major "Life Guards", ibidem. 71) PtrnR CHAMBE.RJAIN ANO Cl!RIS E1.us, British and American Tanks of Word/ War li, Lione] Levcnthal, London, traduzione di NICOLA PIGNATO dal titolo Atlante mondiale dei mezzi corazzati, Voi.I, Ermanno Albertelli, Parma 1970, pp. 18; 22; 23; 28-31. 72) MARIO MONTANARI, Le operazioni in Africa Sellentriona/e, Voi. I op. cit., pg. pp. 51, nota 44.


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73) N. S. Lawson, Major "Life Guards", lettera citata. 74) BRTAN TERENCE WHn-E, British Tanks and Fighting Vehicles 1914-1945, op. cit. pp. 119; 120; 128; 130; 131. 75) BRTAN TERENCE Wmrn, British Tanks and Fighting Vehicles 1914-1945, op. cit., pg. 269. 76) N. S. LAWSON, Major "Life Guards", lettera citata; 77) N. S. LAWSON, Major "Life Guards" ibidem. 78) lAN V. Hooo, The guns 1939-1945, traduzione di N1coLA PlGNATO dal titolo/ cannoni 1939-1945, Ermanno Albertelli, Parma 1971, pg. 59. 79) N. S. Lawson, Major " Life Guards", lettera citata; 80) lAN V. Hooo, The guns 1939-1945, traduzione di NrcoLA P10NATO dal titolo/ cannoni 1939-1945, op. cit., pg. 85. 81) G. L. WERNEY, The Desert Rats, op. cit., pg. 27. 82) BASIL Lmow 1-l,\RT, The Tanks, Voi. 2 2 Casscl, London 1959, pg. 42. 83) MARIO MoNTM:,\Rl, Le operazioni in Africa Settentrionale, Voi. I op. cit., pp. 196; 305, nota 2. 84) STATO MAGGIORE EsERcno - UFFICIO STORICO, La prima offensiva britannica in Africa Settentrionale, Tomo I, op. cit., pg. 90. 85) STATO MAOOIORE EsURCCT'O - UFFICIO STORICO, La prima offensiva britannica in Africa Settentrionale, Tomo I, op. cit., 89. 86) BRIAN TERENCE WHn-E, British Tanks and Fighting Vehicles 1914-1945, op. cit., pg. 269. 87) BRIAN TERF.NCE WHJTE, British Tanks and Fighting Vehicles 1914-1945, op. cit., pp. 13-27.


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CAPITOLO III. LA "CATANZARO" NELLA BATTAGLIA.

III. 1. Intendimenti del nemico e operazioni preliminari. Negli intendimenti degli Stati Maggiori britannici in Egitto, l'operazione "Compass" doveva essere una incursione in forze, della durata di quattro, cinque giorni, nell'interno del nostro dispositivo oltre frontiera, allo scopo di sconvolgere i preparativi della nostra attesa offensiva. L'operazione ("interforze" per lo stretto coordinamento da realizzare, nella manovra, con i reparti della R. A. F. e le unitĂ della Royal Navy), secondo il Gen. O' Connor aveva come obiettivo in profonditĂ il nostro centro logistico di Bug Bug e doveva svilupparsi in tre fasi. Nella prima di queste, la 4i! D. indiana e il 7Q btg. R. T. R., passando attraverso il varco esistente nelle nostre linee tra Nibeiwa e Rabia, dovevano attaccare le posizioni del rgpt. Maletti a Nibeiwa e quelle della 2i! D. libica ai cps. di Tummar; i reparti della guarnigione di Marsa Matruh (Selby Group) dovevano "fissare" sulle loro posizioni o libici della 1i! D. a Maktila, mentre la 71! D. cor., agendo sul fianco sinistro della 4i! D. indiana, che era esposto, la avrebbe protetta da possibili interferenze italiane dalla posizioni di Sofafi e di Bug Bug, fronteggiando le posizioni tenute dalle nostre D "Cirene" e "Catanzaro", che gli Inglesi ritenevano essere rispettivamente la 3i! D. cc. nn. "21 aprile" (sciolta dando origine alla "Catanzaro") e la 1i! D. cc. nn. "23 Marzo". 1 Sulla linea Alam el Rimth-Iluet el Katar essi davano invece schierata la 21i D. cc. nn. "28 ottobre".2 Nella seconda fase, mentre la 41! D. indiana, sopraffatti il rgpt. Maletti e la 2i! D. Libica, avrebbe proseguito verso nord in dire-


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zione di Sidi el Barrani, la??. D. cor. doveva dirigersi verso Bug Bug interrompendo le nostre comunicazioni e distruggendo quanto avesse incontrato sul proprio cammino. In caso di successo di queste azioni, come terza fase, la 7! D. cor. avrebbe potuto essere lanciata a massa a nord ovest verso la costa, o a sud verso Sofafi, per eliminare e respingere oltre frontiera le nostre residue forze. Sgominato o distrutto il dispositivo avanzato avversario, la W. D. F. avrebbe potuto essere ritirata verso Marsa Matruh, lasciando soltanto truppe di copertura a controllare gli Italiani sconfitti.3 Nell'ambito della complessa manovra, la 7~ D. cor. aveva raggiunto la propria "zona di attesa" nell'area di Bir Enba, al centro del varco tra Nibeiwa e Rabia, nella notte dell' 8 dicembre 1940. Il movimento dall'area di dislocazione iniziale, a sud di Marsa Matruh, era iniziato il pomeriggio del 7 dicembre e si era protratto, inframmezzato da soste, per tutto il giorno 8 e nelle prime ore della notte illuminata dalla luna, che, a quella latitudine (31 ° 16' N) tramontava (ora astronomica (NdA) alle 1,49 del giorno'"'9.4 Settanta miglia erano state sorprendentemente percorse senza disturbo da parte dell'aviazione italiana, anche se un aereo aveva sorvolato le unità verso le ore 12 del giorno 8 e il pilota aveva fatto il suo rapporto, cui non era seguito alcun provvedimento da parte nostra. 5•6•7

III. 2. Alam El Rimth. III. 2. 1 Il 9 dicembre 1940 (vds. schizzo 2). La notte tra 1'8 e il 9 dicembre 1940 fu agitata per la "Catanzaro", come per tutte le altre unità del nostro dispositivo avanzato in Egitto. Alle 21, 30, dalle posizioni sulle quali era schierata, furono visti lampeggiamenti in direzione di Sidi el Barrani. Essi erano dovuti al bombardamento che navi ed aerei britannici effettuavano sulle nostre truppe che si trovavano nella zona. Alle 23,00 ebbero la loro parte, ma senza subire danni, anche quelle di


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estrema sinistra della D. "Catanzaro" (cps. di Alam el Rimth) sottoposto a bombardamento aereo. 8 Il 9 dicembre, all'estremo orientale del settore Bug Bug, dove trovasi il cps. del rgpt. Maletti di Alam el Nibeiwa (31 ° 24' di lat. N- 25° 54' long. E), il sole sorgeva alle 6,58 (in ore del fuso orario che differivano di 13' da quella astronomica corrispondente alle 6,45).9 La giornata, al suo inizio, era nuvolosa e nebbiosa. Alle 7 ,00, le artiglierie del predetto cps., dal quale ci si era accorti che qualcosa di molto grave stava avvenendo sul lato interno del nostro schieramento con fronte a sud, intervennero con azione di fuoco nella zona di coordinate 588358, 6 Km circa a ovest nord ovest dalle loro postazioni, contro autoveicoli in rapido avvicinamento. A subirlo inizialmente, peraltro senza danni, fu l' H. Q. della 1J l! B., della 4l! D. indiana, la cui artiglieria divisionale, schierata a nord ovest di Alam Abu Ileuat, per la scarsa visibilità, poté iniziare il predisposto tiro di "preparazione" soltanto alle 7,15, in ritardo rispetto a quanto era stato pianificato. 10 In ora imprecisata di quel primo mattino, il Ten. b. Gastone Marantonio, mentre tornava "da una ricognizione presso la 21! D. libica" che aveva anch'essa "appena subito un violento attacco aereo", vide "improvvisamente come bollire di polvere e di scoppi la zona in cui era schierato il rgpt. Maletti. Osservando col binocolo notò anche "il caratteristico polverone di sabbia prodotto dal movimento di carri da più punti convergenti sul rgpt". L'Ufficiale raggiunse il più rapidamente possibile il Cdo. D. e riferì al suo capo di SM, Ten. Col. Vittorio Nebbia, qÙanto aveva visto. 11 Fin dalle 7,00 il Cdo. del rgpt. Maletti, chiamato all'inizio del cannoneggiamento, non rispondeva. Nessuna notizia utile fu potuta dare al Cdo. XXI C. A. interpellato in merito. 12 Risulta peraltro che il predetto rgpt., tra le 1.00 e le 7.00 del giorno 9 era passato, d'ordine del Cdo. d' A., alle dipendenze del Cdo Gruppo D. Libiche, il quale però ne ricevette esplicita comunicazione soltanto alle 13,30 il Cdo. del XXI C. A. lo seppe alle 14.00.13 Il cps. di Nibeiwa era caduto alle 10,40.14


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Per il giorno 9, nell'ambito della manovra interessante le estreme posizioni orientali del nostro dispositivo con fronte a sud, alla 7~ D. cor. era stato affidato il compito di "tagliar fuori" le truppe italiane di Sidi el Barrani. Allo scopo, la 4~ B. cor., preceduta dall'llQ Ussari, coprendo il fianco sinistro della 4~ D. indiana, doveva muovere verso nord in direzione di Azzazya, dove era stata segnalata una unità carri italiana, e raggiungere, interrompendo così la via di comunicazione, la rotabile Sollum-Sidi el Barrani. Il "Support Group" aveva il compito di tenere sotto controllo le provenienze da Rabia e Sofafi, e di proteggere il fianco sud del dispositivo, mentre la 7~ B. cor. rimaneva in riserva a nord est di Bir Enba. 15 Nessuna unità corazzata italiana si trovava ad Azzazya. Con tutta probabilità erano stati scambiati per carri i "caterpillars" di qualche nostra colonna di rifornimenti, rilevati presso uno dei reparti "lavoratori" che provvedevano alla costruzione della strada e dell'acquedotto per Sidi el Barrani. L'llQ Ussari era al comando del Col. J. Combe. Il rgt., come sappiamo, disponeva di quattro sqd., essendo stato rinforzato recentemente dalla 2~ coy aubl. della R. A. F., divenuta sqd. "D", con 20 autoblinde Fordson. Era un notevole complesso di forze, cui erano affidati compiti esplorativi, per l'assolvimento dei quali gli sqd. si articolavano normalmente in tp. di tre autoblinde ciascuna: una autoblinda Morris dotata di apparato radio e due autoblinde Rolls-Royce; ovvero tre Fordson, tutte con apparato radio. Leggermente corazzate, molto veloci, annate, in torretta, oltre che di una o due mitragliatrici, anche di un fucile anti "tanks", esse costituivano un sistema d'arma molto efficace, in grado di sostenere con successo il confronto con i nostri cani leggeri, le cui corazze venivano perforate dai proiettili del predetto fucile, dotati di altissima velocità iniziale. 16 Compito del rgt., che la sera dell' 8 si era schierato, in osservazione, sulla linea Alam El Kresc-Uadi el Kabsc-Uadi el Sanab, 17 era: precedere la 4~ B. cor.; accertare la presenza o meno di unità corazzate italiane in cinque differenti aree; distruggere le linee telefoniche che collegavano tra loro i nostri comandi. Per il


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suo assolvimento, lo sqd. "B" (Magg. Miller), doveva muovere in direzione nord verso la strada costiera da raggiungere a ovest Sidi el Barrani; lo sqd. "C" (Magg. Payne Gallwey), aveva il compito di proteggere il fianco orientale della B.; lo sqd. "A" avrebbe sostenuto il "Support Group" che fronteggiava le posizioni italiane di Rabia e Sofafi; lo sqd. "D" doveva unirsi alla 7! D. cor. tenuta in riserva. 18 Alle 6,10 (erano i primi chiarori dell'alba NdA), i reparti avanzati della 4! B. cor. lasciarono le posizioni situate sull'allineamento Bir el Alliqiya-Bir Enba dove avevano passato, vigilando, la notte. Lo sqd. "B" dell'l 12 Ussari precedeva l'intero corpo di B. A due, tre miglia di distanza seguivano, sulla destra il 62 btg. R. T. R.; sulla sinistra il rgt. c. 7 2 Ussari, il cui fianco orientale era protetto dallo sqd. "C" dell' 11 2 • Appresso venivano l'H. Q. della 4! B. cor.; il 22 R. T. R.; il 42 R. H. A. (le cui bty "F" e "C" dovevano sostenere l'azione rispettivamente del 62 btg. R. T. R. e del 7Q Ussari); la coy "D" del 12 btg. K. R. R. C. Dopo aver sorpassato, alle ore 6,30, Alam el Qresc, lo sqd. "B" si aprì a ventaglio, distaccando dal "grosso" alcune tp. (sulla fronte; una a destra; una a sinistra), tra loro largamente intervallate. La tp. di destra, circa alle 7 ,00 fu rallentata nel movimento da fuoco del1' artiglieria italiana proveniente dal cps. di Nibeiwa (le cui brt. stavano intervenendo anche su unità della 4! D. indiana NdA), ma superato il momentaneo impedimento si riallineò col "grosso" che alle 8,20 aveva raggiunto la zona di Alam el Agrad. Proseguendo verso nord, il corpo principale dello sqd. catturò a Saniet el Tifli un nostro reparto (assai probabilmente "lavoratori" e comunque impiegato in lavori), di 300 uomini, mentre sulla fronte, la tp. n. 3 del Sergente (Serg.) J. Cameron, raggiunta la rotabile Sollum-Sidi el Barrani, si spingeva su di essa verso est, e a otto miglia dalla seconda predetta località, alle 8,55, intercettava una colonna di otto automezzi in movimento verso Sollum facendo 50 prigionieri. Meno fortunata fu la tp. di destra che, proseguendo sulla propria direzione di movimento verso nord, in località Iluet Dakat (588375) a sud della rotabile, poco più a est del luogo


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raggiunto dalla tp. n. 3, trovò una posizione italiana difesa da cannoni c/c. Nello scontro che ne seguì, una autoblinda fu incendiata, le altre due colpite. Vi furono tre morti e due feriti. I veicoli ancora in grado di muovere ripiegarono verso sud ovest, sul "grosso" dello sqd. che, dopo aver lasciato una tp. a protezione del proprio fianco sinistro, aveva raggiunto una posizione sita tre miglia a sud est di Saniet el Tifli, portandosi appresso i prigionieri che aveva catturato. A ovest della direttrice principale di movimento, dalle 6,30 in poi, la tp. di sinistra dello sqd., trovata priva di nemici la parte sud est dell'Uadi el Karruba, si era spinta verso nord e aveva raggiunto Bir el Azzazya, dove non c'era alcuna, nostra unità carri. I 400 militari che vi si trovavano si arresero e non si sa che fine abbiano fatto i prigionieri, perché la tp. proseguì verso occidente, alle 10,00 individuò un nostro reparto ad Alam el Barraki e successivamenternggiunse Darag (574369) che trovò sgombra. Si spinse ancora oltre, ma in località di coordinate 572369 incappò in una nostra postazione c/c che, ben occultata, aprì il fuoco di sorpresa, mettendo fuori combattimento un'autoblinda. La tp. fu costretta a ripiegare sul "grosso" dello sqd. a Saniet el Tifli, riportando però preziose informazioni relative ai nostri schieramenti di artiglieria a nord dei cps. di Alam el Rimth e di Sauani el Khur. 19· 20 Seguendo a distanza la tp. di sinistra dallo sqd. "B" dell' 11 2 Ussari, il 6Q btg R. T. R. passò tra l'Uadi el Karruba e Bir el Gumia o Gunila, dopo di che volse a nord est, andando a raggiungere, intorno alle 10,00, una linea di osservazione e sbarramento compresa tra q. 84 (588367) - q. 74 (582368) - Saniet el Tifli (584373) - Alam Hamid. La responsabilità di detta linea, tra q. 84 e q. 74 fu poi assunta, alle 13,45, dal 2Q btg R. T. R., che nel proprio movimento verso nord, dopo essere caduto sotto il fuoco della nostra artiglieria in località di coordinate 585349, era giunto alle 8,30 a un miglio a sud di Alam el Agrad per poi superarla sulla destra descrivendo un grande arco. Nel primo pomeriggio il 2Q btg R. T. R., facendo perno su q. 84 eseguì alle 14,15 una conversione a destra del proprio schieramento, portandosi con la


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sinistra sulle posizioni di coordinate 588369. Con tali operazioni, che ponevano il 62 e il 22 btg R. T. R. a cavaliere della rotabile principale e delle piste che da sud adducevano a Sidi el Barrani, ogni possibilità di afflusso e scampo alla e dalla predetta località fu preclusa alle nostre forze che, per riacquistare la disponibilità degli itinerari avrebbero dovuto effettuare il forzamento di una linea saldamente tenuta. Di sua parte, l'H. Q. della B., muovendo verso nord ovest, si era tenuto all'esterno e a oriente dell'intero dispositivo della G. U. Alle 7,15 era però caduto sotto il fuoco delle nostre artiglierie del cps. di Nibeiwa. Sottrattosi ad esso aveva raggiunto alle 10,00 una posizione a sud di Alam el Agrad, dove rimase per il resto della giornata.21 Lo sq. "C" dell' 11 2 Ussari, che "copriva" il fianco sinistro del 7 2 Ussari, accertato che non c'erano nemici nella parte iniziale dell'Uadi el Kabsc, si aprì anch'esso a ventaglio spiegando le proprie tp. su di una ampia fronte. Due di esse si diressero a ovest sud ovest andando ad assumere posizioni di osservazione ai piedi della scarpata, oltre l'Uadi el Sanab, in vista delle posizioni della D. "Cirene" e in condizioni di controllare le piste che da quelle adducevano al nord; una terza, staccatasi dal "grosso" un miglio circa a sud di Iluet Khaza' 11, superato l'Uadi el Kabsc, si pose a sud di Alam Samalus in modo da poter osservare la parte sud occidentale del nostro schieramento. Le rimanenti due, che avevano proseguito verso nord, si divisero poco dopo le 7,15. Una volse a nord est, e lasciato il 7 2 Ussari a vedersela con una presunta posizione italiana due miglia a sud di Alam el Rimth, superò l'Uadi el Karruba sfilando davanti al predetto cps. Per sua buona sorte riuscì a spingersi fino a un miglio da Bir el Azzazya, finché cadde sotto il tiro delle nostre artiglierie e fu costretta a ritirarsi. L'altra tp., in vista del nostro cps. di Sauani el Khur, piegò invece verso occidente, e a partire dalle 8,00, a mano a mano che vi passava dinanzi, individuò le nostre posizioni di Abar el Mà Abda (ovest di q. 38); Iluet el Ausaga (in direzione della quale effettuò una profonda puntata); Alam Samalus. Si infiltrò poi tra quest'ultimo cps. e quello di Iluet el Katar, rag-


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giungendo alle 11,00 la zona di coordinate 561360, dove rimase in osservazione fino al crepuscolo, inutilmente fatta segno al fuoco delle artiglierie del cps. di Alam Samalus. L'H. Q. dello sqd., a sua volta, si era posto in osservazione a Iluet Kaza'Il e, alle 10,00 era caduto sotto il fuoco di nostre brt. che si presume fossero del cps. di ALAM el RIMTH, perchĂŠ, come vedremo, nella zona indicata dalla documentazione britannica (di coordinate 579363, circa tre km a sud est del predetto cps.), non risulta esistesse alcun nostro schieramento di artiglieria. Con esclusione della tp. ritiratasi dalla zona a Sud di Bir el Azzazya, le posizioni raggiunte furono conservate dalle altre e dall 'H. Q. dello sqd. per tutto il giorno, e soltanto al calar della notte venne assunto un dispositivo piĂš raccolto. 22 Il 7Q Ussari (Ten. Col. F. W. Byass) era un rgt. veterano della guerra del deserto, il cui armamento principale era costituito da can-i leggeri e che si articolava in H. Q. e 3 sqd. carri. Oltre che di carri leggeri Vickers Mk VI b (come appare da una fotografia) e di autoveicoli da ricognizione ("scout cars"), disponeva anche di carri "cruiser" di tipo imprecisato (sette di numero nello sqd. "A" che pertanto risultava di composizione mista). La tp. di cannoni anti "tanks" da 2 libbre (40 mm), della bty "D" del R. H. A. decentrata al rgt., era stata suddivisa tra gli sqd. "B" e "C". Una tp. di carri leggeri, costituita togliendone uno ciascuno agli sqd. "B"; "C"; H. Q., e l'equipaggio per il carro dello sqd. H. Q. allo sqd. "A", era stata inviata a Marsa Matruh per essere aggregata al 32 btg. della Coldstream guards. 23 Compito del rgt. era distruggere i depositi nemici e i reparti che li difendevano ubicati nell'Uadi el Kabsc, a sinistra del costone che materializzava la sua direzione di movimento, e successivamente nell' Uadi el Karruba. Doveva poi schierarsi a cavaliere del predetto Uadi, fronte a nord ovest, a circa cinque miglia a sud di Azzazya. 24 In corrispondenza e a controllo del costone che adduceva a questo schieramento stava il cps. di Alam el Rimth, tenuto dal 1/141 Q f. "Catanzaro" e rinforzi. Il cps. di Alam el Rimth era di forma allungata e si stendeva,


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in contropendenza con direzione sud est- nord ovest rispetto alla provenienza del nemico, a nord dell'Uadi el Karruba che delimitava, a mezzogiorno e occidente, il costone sulle cui propaggini settentrionali il cps. era disposto. Da quanto può desumersi dalla documentazione italiana esistente, non sembra che esso, dalla località di Alam el Rimth, si spingesse per tre km a sud est fino alla parte alta e scoscesa dell' Uadi el Karruba, dove gli Inglesi, nella zona coordinate 579363, sostengono fossero almeno inizialmente schierati sei nostri cannoni, tra campali e anticarro. Non è peraltro da escludere che nella zona di cui sono date le coordinate esistesse una "avanstruttura" di sicurezza, con compiti prevalentemente di osservazione e allarme, ritirata al profilarsi della minaccia avversaria. 25-26 Con gli sqd. "B" e "C" rispettivamente avanzati a destra e a sinistra, il 7Q Ussari iniziò a muovere alle 6,15. Lo sqd. "B", che con la propria destra seguiva la "direttrice" di movimento della B. in direzione di Alam el Agrad, avrebbe dovuto occupare la metà destra dello schieramento che doveva fronteggiare Alam el Rimth. Lo sqd. "C" (Magg. Jaine) aveva invece il compito di distruggere i depositi incontrati sul proprio percorso e di occupare la metà sinistra del previsto schieramento a cavaliere dell'Uadi el Karruba. L'Uadi el Kabsc fu trovato sgombro di nemici. Quanto all'Uadi el Karruuba, la tp. dello sqd. "C" dell' 11 Ussari, che precedeva il movimento, aveva riferito essere presiediato nella sua parte scoscesa, nei pressi della "testata". La sqd. "C" ricevette pertanto l'ordine di attaccare la posizione e di distruggerne le difese, sostenute dal fuoco della bty "C" del 4Q R. H. A. (Magg. Goschen). Quando le tp. di testa dello sqd., alle 7 ,55, raggiunsero la zona indicata, non trovarono traccia del nemico. Quella di destra però cadde sotto violento fuoco di artiglieria proveniente dal cps. di Alam el Rimth, due miglia a nord della posizione che aveva raggiunto. 27 Dalle posizioni di Alam el Rimth il Ten. Col. Luigi Bonazzi, Cte del 1/141 Q f., aveva segnalato, fin dalle 7,40, l'approssimarsi di una quarantina di mezzi meccanizzati nemici. Aveva poi fatto


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entrare in azione le artiglierie disponibili nel proprio cps., cui si unirono 1'8!! btr. da 100/17 mm del cps. di q. 38 (Suani el Khur) e la btr. da 75/27 mm (1 !! /J./203 2 a.) del cps. posto a ovest di Sidi Abu Zeid, entrambe schierate nel settore del 1412 f., il cui comandante era stato avvertito dal Cdo D., fin dalla 7 ,30, di fornire il massimo concorso di fuoco al cps. di estrema sinistra. Benché a distanza superiore a quella normalmente prevista per l'impiego entrarono in azione anche le btr. da 100/17 mm del cps. divisionale.28-29 La reazione violenta e improvvisa della artiglierie italiane impose un tempo di arresto alla progressione degli Inglesi che alle 8,00, come sappiamo, si era fatti vivi, restando fuori tiro, anche nel settore del 1422 f., in direzione di Alam Samalus, in cui agiva, a protezione del fianco sinistro esposto del 7 2 Ussari lo sqd. "C" dell' 11 2 Ussari meno una tp. impiegata sulla frante. Nella zona battuta dal nostro fuoco accorsero il Cte del 7 2 Ussari e quello dello sqd. "A" di rincalzo (Magg. Seymour-Evans) che effettuarono, insieme al Cte dello sqd. "C", una ricognizione per individuare esattamente sul terreno le nostre posizioni in attesa che intervenisse la loro artiglieria. Il Cte della bty britannica arrivò all'H. Q. reggimentale alle 8,15, ma i pezzi si trovavano a ovest dell' Uadi el Karruba e caddero a loro volta sotto il fuoco delle btr. di Alam el Rimth. Una tp. entrò in azione per coprire la ritirata dell'altra che si spostava per assumere un nuovo schieramento a est dell'Uadi, dove fu poi raggiunta dalla prima che, nel duello ingaggiatò con le artiglierie italiane, aveva avuto un pezzo posto fuori combattimento e 12 uomini feriti. 30 Alle 8,50, coperto dal fuoco dell'artiglieria, il 72 Ussari iniziò, su ordine, una manovra che, dopo il superamento dell'Uadi el Karruba da parte dello sqd. "C", lo portò, a partire dalle 9,00, su una linea di osservazione e sbarramento la quale, fronte a nord ovest, si stendeva dalla zona di coordinate 579363 (un miglio circa a sud es~ dalle posizioni avanzate del cps. di Alam el Rimth) a sinistra, a quelle di q. 74 (tre miglia a sud della rotabile SollumSidi el Barrani) sulla destra, dove lo sqd. "B" prese contatto, alla


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estremità nord orientale dello schieramento assunto dal rgt., con elementi del 62 btg. R.T.R., giunti in zona alle 10,00.31-32 Il movimento era stato molto contrastato dalle nostre artiglierie che erano intervenute anche a controbattere quelle avversarie le quali, nella loro azione sul cps. di Alam el Rimth, avevano conseguito qualche risultato. La manovra britannica fu ritenuta così pericolosa per la sinistra dello schieramento della "Catanzaro" da indurne il comando, il cui cps. era stato bombardato dall 'aviazione nemica poco dopo le 8,30, a chiedere l'intervento dei nostri aerei per respingere quello che sembrava un vero e proprio attacco a quelle posizioni. La richiesta non ebbe seguito, ma il Cdo del XXI C. A., che era stato costantemente tenuto informato dello sviluppo degli eventi, preoccupato per il movimento avversario verso nord., poc'oltre le 8,15, aveva posto il LXIII btg. car. 1., che era giunto nelle prime ore del mattino a Bug Bug, alle dipendenze della D. Poiché la colonna rifornimenti della "Cirene" era in movimento verso Bug Bug, si ordinava di andarle incontro con qualche elemento per maggiore sicurezza. Inoltre, doveva essere bloccato il traffico sulla rotabile in direzione di Sidi el Barrani, e l'azione nemica contrastata con puntate a breve raggio di distaccamenti misti. Irrealizzabile, data la situazione e la mancanza di elementi idonei, era però la richiesta di cercare il collegamento con il rgpt. Maletti con il quale, come sappiamo, non esisteva neppure la linea telefonica diretta_ 33-34 L'unica possibilità era quella di riuscire ad attuare almeno quello radio. Il Gen. Amico aveva subito inviato un Ufficiale del Cdo D. al LXIII btg. car. con l'ordine di lasciare una cp. a Bir el Scibeika, nella zona dei servizi divisionali, pronta a muovere nella direzione che sarebbe stata indicata, e di portarsi, col resto del btg., lungo la strada di Sidi el Barrani, fino a incontrare il particolare topografico che materializzava sul terreno il meridiano passante per Alam el Sciuscia. Compito: sbarrare le provenienze da est, tenendosi in misura di usufruire del sostegno del fuoco che avrebbe potuto essere fornito dai cps. di q. 38 (Sauani el Khur) e di Alam el Rimth. Il btg., che era giunto da Bug Bug senza il co-


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mandante, agli ordini dell'Ufficiale più anziano, Ten. Michele Ventura, disponeva soltanto di una ventina di carri efficienti. Mosse comunque alle 9,50 per raggiungere la zona indicata.35 Alle 8,30 anche il gr. sqd. Mtr. "Vittorio Emanuele IIQ", che era già posto a difesa della base di Bug Bug, era stato informato dell'azione nemica verso nord. Circa alle 10,00, si ebbe notizia, da intercettazioni radio, della morte del gen. Maletti e del soverchiamento dei reparti posti sotto il suo comando.36 Gli Inglesi, messisi in condizione di controllare, dallo schieramento assunto a est di Alam el Rimth, i movimenti della "Catanzaro", erano sorpresi che la nostra reazione alla loro manovra si manifestasse soltanto col fuoco dell'artiglieria. Come sappiamo, la 4;i B. cor. doveva raggiungere e bloccare nella zona di Azzazya le vie di comunicazione costiere tra Sollum e Sidi El Barrani. Al compimento dell'azione partecipò anche il 7Q Ussari. Infatti, una pattuglia (pg.) del suo sqd. "B", portatasi in prossimità della rotabile a nord est di Bir el Azzazya, alle 9,30, nella zona di coordinate 582373, individuò 25 automezzi fermi sulla strada e molte centinaia di uomini ai margini di essa. Gli uni e gli altri appartenevano ai CXXXV e CXLV btg. cc. nn. e a una cp. Mitr. della D. "28 Ottobre" che da Sidi el Barrani, dove si trovavano per lavori stradali, si dirigevano verso Sollum per assumere un nuovo schieramento in vista della ripresa delle operazioni offensive da parte italiana. 37•38 Mentre la pg. rimaneva in osservazione, lo sqd. "B", avvertito, mosse il più celermente possibile per intercettare la colonna ma questa, verso le 10,00, risaliti gli uomini sugli automezzi, riprendeva il movimento verso ovest, prima che esso potesse tagliargli la strada. L'aliquota della tp . da 2 libbre della bty "D" del R. H. A., decentrata allo sqd., fece in tempo ad entrare in azione, mettendo a segno un colpo sull'ultimo autocarro prima che questo scomparisse alla vista. Superata la rotabile, lo sqd. incontrò alle 11,00, nella zona di coordinate 580374, un piccolo nostro campo difeso da mitragliatrici, che i carri dell 'H. Q. attaccarono catturandone il presidio costituito da 60 o 160 uomini, secondo


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l'una o 1'altra delle due fonti rispettivamente indicate in nota. 39·40 Quando da parte britannica si sviluppavano queste azioni, i cps. italiani venivano tenuti sotto osservazione. Alle 10,25 c'era uno scambio di notizie, per conto del XXI C. A., tra il comando della Catanzaro e quello della 10. A. Successivamente, in ora imprecisata, poiché un nostro non identificato reparto veniva dato per accerchiato a 10 Km a est di Bug Bug, fu dato ordine al LXIII btg. car. di inviare alcuni elementi in suo soccorso, ma non sembra, per quanto risulta dai documenti esaminati, che gli stessi siano venuti a contatto o abbiano potuto in qualche modo ostacolare la manovra del 7Q Ussari, tesa ad eliminare ogni nostra unità, qualunque ne fosse il tipo, ancora esistente a cavaliere della rotabile per Sidi el Barrani.41 Sta di fatto che il Ten. Col. Byass, comandante del 7Q Ussari, alle 11, 15 decise di eliminare un nostro reparto individuato, nei pressi della rotabile, a sud di Alam el Barraqi. Lasciata soltanto una tp. dello sqd. "C" a fronteggiare, dalla parte dell'Uadi el Karruba, il cps. di Alam el Rimth, il rgt. sferrò l'attacco alle 11,40, dopo aver circondato il nostro reparto da nord ovest con lo sqd. "A" (che era passato dietro la q. 54 di Alam el Barraqi); da nord est con lo sqd. "C" e da sud con lo sqd. H. Q. La nostra unità, che disponeva apparentemente di sole mitragliatrici, fu presto soverchiata e costretta ad arrendersi dopo breve combattimento, che causò in essa alcuni morti e la cattura, da parte britannica, di 20 automezzi e circa 150 prigionieri. Un nostro sconosciuto soldato (definito "fanatic" dagli Inglesi) che non rassegnato alla resa aveva ripreso il fucile e fatto fuoco sul Magg. Jaine, venne ucciso dal mitragliere del suo carro armato. 42-43 Le artiglierie italiane dei cps. del 141 2 f. e del cps. divisionale di Iluet el Ausaga, che la manovra avversaria sembrava voler direttamente minacciare (così infatti fu creduto da parte nostra), entrarono in azione "with considerable accuracy" costringendo l'avversario ad abbandonare gli automezzi catturati. Gli Inglesi, facendosi scudo dei prigionieri fatti marciare davanti ai carri o caricati sugli stessi, alle 11,45 iniziarono il ripiegamento sulle posi-


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zioni che avevano occupato in precedenza, sempre battuti dal fuoco delle nostre artiglierie, cui si aggiunsero, finché non fu chiarito l'equivoco, anche quelle britanniche che avevano scambiato le sagome dei propri carri per quelle di nostri mezzi similari. Alle 12, 10 l'intero rgt. era tornato sulle posizioni raggiunte nel mattino, dalla zona di coordinate 579363 a q. 74, dove rimase per tutto il resto della giornata. Nessun carro aveva subito danni e c'era stato un solo ferito. Dei prigionieri fatti nell'ultima azione fu calcolato che 50 fossero stati uccisi dal fuoco dell 'artiglieria.44 45-46-47

Poiché i movimenti dei corazzati britannici, a cavaliere della rotabile per Sidi el Barrani, provocavano molte preoccupazioni al Cdo della "Catanzaro", al LXIII btg. carr. veniva ordinato, alle 12,30 di tenersi in misura da impedire ulteriori infiltrazioni nemiche, rimanendo però nel raggio d'intervento del fuoco erogabile dalla artiglierie dei nostri cps. di Iluet el Ausaga, A bar el Ma' Abda (noto anche come q. 38 nord ovest di Sauani El Khur); Alam el Rimth. La richiesta, inoltrata al Cdo. superiore, per l'intervento della nostra aviazione, non aveva invece esito alcuno. 48 Sempre alle 12, 30 un Ufficiale sfuggito alla cattura raggiungeva le nostre linee e riferiva che gli Inglesi avevano catturato una cp. del CLXX btg. e una btr. da 65/17 mm., entrambe della D. cc. nn. "3 Gennaio", che da Sceferzen si trasferivano a Sidi El Barrani. Elementi del 141Q f., inviati sul posto, recuperarono e portarono dentro le nostre linee alcuni automezzi, la btr. da 65/17 mm e alcuni militi sbandati.49·50 La vicinanza della località dello scontro alle posizioni tenute dal 141 2 f, e l'ora in cui ebbe luogo, inducono a ritenere che siano stati proprio quelli i reparti, probabilmente già avvistati fin dalle 10,00 dalla tp. di sinistra dello sqd. "B" dell' 1 pi Ussari, che il 7Q Ussari aveva attaccato mentre erano in sosta. E se la btr. da 65/17 mm non intervenne nel combattimento si può supporre che essa fosse rimasta, poco opportunamente, caricata sugli autocarri, o che vi fosse stata rimessa in vista della ripresa del movimento. Questi eventi erano in corso quando, alle 13, 15, il Cdo. XXI


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C. A. ordinava al Gen. Amico di concentrare in Bug Bug tutti reparti (lavoratori compresi) dislocati nella zona e non organicamente dipendenti dalla D., al fine di costituirvi un forte presidio unitamente ai rinforzi che sarebbero stati inviati dall 'A. C'era stato un preavviso, alle 11,30, da parte del Gen. C. A. Annibale Bergonzoli, Cte. del XXIII C. A., che ne preannunciava l'arrivo precisando che erano tratti da unità poste alle sue dipendenze. L'ordine del XXI Corpo ne definiva l'entità: 1 btg. cc. nn.; 1 gr. a; 1. cp. mtc.; il XX btg. car. 1., tutti da mettere agli ordini del Col. a. Italo Curcio Rubertini, Cte l'artiglieria del C. A. Questi, dal Posto Comando (PC) del C. A. dove si trovava, doveva raggiungere i reparti in zona d'impiego e mettersi a disposizione del Gen. Amico, il quale veniva pure informato che il rgpt. Maletti era ripiegato sulla 2~ D. libica a Tummar ovest (si trattava in realtà delle sole forze del rgpt. che presidiavano il cps. di Alam el Iktufa (NdA). 51 -52 Mentre il Magg. Enrico Annarumma, del Cdo D., veniva inviato a Bug Bug con gli ordini di dettaglio per i rinforzi che erano stati preannunciati, movimenti avversari nella zona di Alam el Rimth e una intercettazione radio facevano ritenere che il nemico avrebbe sferrato l'attacco alle 15,00. C'erano state difficoltà per il rifornimento munizioni, ma queste vennero superate con spostamenti dai cps. meno impegnati, e con l'acquisizione di 6000 colpi d'artiglieria, che il Cdo. A. aveva autorizzato a prelevare da una colonna di "caterpillars" fermata mentre dirigeva a Sidi el Barrani, e che era stata sottoposta ad attacco aereo. Per ordine del Cte. della D. una sz. da 20 mm venne assegnata in rinforzo al LXIII btg. car. 1., e un'altra alla colonna munizioni che effettuava il rifornimento ai vari cps. 53 In attesa dei rinforzi, che si intendeva schierare sulla sinistra del dispositivo della G. U., fronte a est, il Ten. Col. Reyneri, Cte. del gr. sqd. Mtr. "Vittorio Emanuele II2", provvedeva, d'ordine del Cdo D., a disporre i reparti dipendenti in maniera da garantirsi da ogni attacco anche dalle provenienze da ovest. Venivano così costituiti quattro cps.: q. 44 con 1 sqd. Mtr. dotato da 12 mtr. Fiat


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35, e 1 btr. da 77/28 mm; q. 45 con 2 pl. Mtr. (6 mtr. Fiat 35), 1 sz. da 77/28 mm., 1 pl. cn. c/c da 47/32 mm; q. 18 (probabilmente q. 12, perché la q. 18 non è riportata nella cartografia), con 1 sqd. Mtr. (10 mtr. Fiat 35), 1 btr. da 77/28 mm, 1 pl. cn. c/c da 47/32 mm; q. 32 con 2 pl. Mtr. (6 mtr. Fiat 35), 1 sz. da 77/28 mm, 1 pl. cn. c/c da 47/32 mm.54 Delle predette località non vengono riferite le coordinate. Il primo dei reparti di rinforzo, la cp b. mtc. della D. cc. on. "23 marzo"55 , giunse a Bug Bug alle 17,15. Il paventato attacco non aveva avuto luogo (il messaggio intercettato doveva riferirsi evidentemente ad altra operazione in corso), e nell'attesa del Col. Curdo Rubertini si pensò di affidare il comando della difesa di Bug Bug al Col. a. Romeo Camera (del Cdo A.), il quale peraltro era già rientrato alla sede del proprio comando, in Bardia, e non poté ricevere quindi l'ordine scritto di cui era latore il Magg. Annarumma, ritornato espressamente a Bug Bug. Alle 21,30, al comando del Cap. Marcello Russo, arrivò il XX btg., di ridotta efficienza, che venne dislocato nella zona dei servizi divisionali, a Bir el Scibeika.56 Il 7 2 Ussari, ritornato poco dopo le 12,00 a occupare le proprie posizioni sull'allineamento zona di coordinate 579363-q. 74, aveva con questo conseguito gli obiettivi assegnati e assolto il proprio compito, che era quello di impedire a nostre forze di andare in soccorso delle unità del rgpt. Maletti e della 2 11 D. Libica, attaccate e soverchiate, nel corso della giornata, rispettivamente ad Alam el Nibeiwa e ai cps. di Tummar. Pur avendo perso, secondo nostra fonte, diversi automezzi ("scout cars" o autoveicoli dello scaglione "F" NdA) incendiati dal fuoco della nostra artiglieria,57 aveva avuto un solo ferito e i suoi carri erano ancora tutti efficienti. Il risultato, con il concorso a sud delle autoblinde dello sqd. "C" dell' 11 2 Ussari, era stato ottenuto senza che fosse necessario impegnarsi direttamente contro le posizioni organizzate dalla "Catanzaro" (che presentavano un saliente verso est costituito dal cps. di Alam el Rimth), ma limitandosi a fissarne i presidi col fuoco dell'artiglieria ed elementi di osservazione,


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poi raffittiti, a est della predetta località, con opportuno schieramento. Per la notte, mentre il 2Q e il 62 btg. R. T. R. rimanevano sulle posizioni raggiunte nel corso della giornata, il 7Q Ussari, arretrato lo sqd. "B" a Bir el Gunila, rimase con gli altri sqd. a sorvegliare il nostro cps. di Alam el Rimth insieme alla bty "C" del 4Q R. H. A.58 Il dispositivo assunto vide lo spd. "B" dell' 11 Q Ussari raccogliersi nella zona di coordinate 584365, mentre la bty "F" del 4Q R. H. A. andò a schierarsi a sud dell'Uadi el Karruba. Lo sqd. "C" dell' 11 Q Ussari, dopo aver ritirato le proprie tp. da ovest di Alam Samalus e dell'Uadi el Sanab, andò a dislocarsi, conservando la propria articolazione, in un'ampia zona, a sud ovest di Alam el Rimth, che gli consentiva di controllare la pista che da quella località conduceva ai cps. della D. "Cirene" a Sofafi. L'H. Q. della 4ll D. cor. rimase invece ad Alam el Agrad. Benché numerosi combattimenti aerei si fossero svolti nel cielo della zona nella quale operava, nessuna delle sue unità aveva subito attacchi da parte di nostri veicoli. La giornata si chiudeva per essa con un attivo di circa mille prigionieri e una cinquantina di non meglio precisati veicoli distrutti (o catturati NdA). 59 Comparando i dati forniti dalla fonti che sono state citate, queste furono le perdite della 4l! B. cor. britannica: 2 autoblinde e 1 pezzo da 25 libbre distrutti o posti fuori combattimento; 3 morti; una quindicina di feriti. Non note quelle della D. "Catanzaro".

III. 2.2. Il I O dicembre 1940 (vds. schizzo 3). Mentre sul fronte di combattimento la notte passava tranquilla, al comando della D. "Catanzaro" l'attività era intensa. Era giunta la conferma scritta della comunicazione verbale relativa all'afflusso dei rinforzi, con la precisazione che il gr. a. era del calibro 100/17 mm. Successivamente il Magg. Annarumma apprendeva dal Cdo A. che i rinforzi sarebbero stati più consistenti: 2 btg. cc. nn. (CCXXXI e CCXXXII) e I gr. da 100/17 mm del 2022 rgt. a. cam. della D. cc. nn. "28 Ottobre"; II gr. da 75/27 mm


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del 201Q rgt. a. cam. della D. cc. nn. "23 Marzo". L'analisi comparata delle fonti bibliografiche e documentali disponibili,60- 61 -62-6364 e l'acquisizione di nuove, inoppugnabili testimonianze costituite dalle relazioni di due ufficiali in comando delle unità che li componevano,65-66 consentono ora di individuarli come segue: - della D. cc. nn. "28 Ottobre": Cdo 231 ! leg. (Console Benedetto Arru); CXXXI btg. della 231 ! leg. (Seniore Attilio Di Domenico); CXXXII btg. della 231 ! leg. (I Seniore Guerino Venditti); btr da 65/17 mm della 231 ! leg. Cdo 202Q rgt. a. cam_ (Col. Gaetano Ninni); . 111/2022 rgt a. cam. da 100/17 mm; . 1 sz. c/a da 20 mm del 202Q rgt. a. cam; - della D cc. nn. "23 Marzo": . 1/201 Q rgt. a. cam. da 75/27 mm (Magg. Adolfo Pilan). Il 1/201 Qera stato dato in rinforzo al 2022 rgt. a. cam., i cui rimanenti due gruppi da 75/27 mm erano stati assegnati alle D. libiche fin dal tempo della nostra avanzata su Sidi El Barrani. 67 Con l'assegnazione al "gruppo tattico (gr. tat.) di formazione in rinforzo" alla D. "Catanzaro" (tale era la denominazione datagli), del Cdo e del III gr. del 202Q rgt. a_ cam., la D. cc. nn. "28 Ottobre" veniva a perdere tutte le proprie artiglierie campali. I sopraccitati reparti sarebbero andati ad aggiungersi alla cp. b. mtc. della D. cc. nn. "23 Marzo" e al XX btg. car. 1. già giunti a Bug Bug, dov.e, fin dal mattino del 9 dicembre si trovava anche una cp_ Mtr. (meno 1 pl.) del btg. Mtr. della "28 Ottobre", che aveva fatto parte della colonna sfuggita all'attacco dello sqd. "B" llQ Ussari, e che era stata trattenuta per rafforzare le difese della base logistica.68-69 Il Magg Annarumma provvedeva intanto a impartire gli ordini ai reparti arrivati il giorno 9, mentre erano già pronti quelli per le unità in afflusso. Essi disponevano che la cp. b. mtc. e il XX btg. car. 1. rimanessero nella zona dei servizi divisionali, pronti a muovere; un btg. cc. nn. e il gr. a. cam. da 100/17 mm si sarebbero schierati a q. 52; l'altro btg. e il gr. a. cam. da 75/27 mm


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avrebbero preso posizione a sud della predetta quota. sulla destra della rotabile per Sidi el Barrani, tutti pronti, anch'essi, a essere portati avanti, verso Alam el Sciuscia.70 La colonna dei rinforzi giunse a Bug Bug alle 4,00 del 10 dicembre, percorrendo la vecchia pista inglese a mare. I btg. cc. nn., sottoposti a bombardamento aereo nell'attraversamento di Sollum, avevano avuto delle perdite.71 Alle prime luci, agli ordini del Col. Curcio Rubertini, anch'egli da poco giunto nella zona d'impiego per la lunga via del Passo Halfaia (la pista Sofafi-Bug Bug non era sicura per la presenza delle autoblinde nemiche),72 i reparti iniziarono lo spiegamento sulle posizioni che venivano loro indicate: CXXXII btg. cc. nn., col IIl/202Q a. posto "a difesa del settore", nella zona di q. 52 di Alam El Scibeika, a nord della strada per Sidi el Barrani; CXXXI btg. cc. nn., col I/201 2 a. in analogo ordinamento tattico ("a difesa del settore"), a q. 40, posta a sud della predetta strada, tutti a sbarramento delle provenienze da est e da sud est. Il Cdo della 23 P leg., e del 2022 rgt. a., alle cui dipendenze tattiche era stato posto il 1/201 Qa., si trovavano a sinistra della strada, verso il mare. Del I/201 2 a. sappiamo che aveva assunto uno schieramento a triangolo, con le btr. ai vertici: due btr. avanti col CXXXI btg. (1 l! btr. a sinistra; 2l! btr. a destra) e una (la 3!! btr.) arretrata di circa 400 m. 73 Le btr. erano schierate considerando l'eventualità dell'impiego contro carri, orientate a intervenire su un settore di 3602 , ed è da ritenere che anche lo schieramento del 1II/202Q a. foss·e analogo, soprattutto nella considerazione che i btg. cc. nn. non disponevano di alcuna arma contro carro e c'era quindi la necessità che i pezzi, sforniti anche di munizionamento perforante, fossero pressoché in linea con le fanterie disposte a cps. Dei settori eventuali d'intervento del I/ 201 Q a., quello di destra corrispondeva alla D. "Catanzaro".74 Non sono noti ordinamento tattico e disposizione della btr. da 65/17 mm della 231 l! leg. Lo schieramento assunto dal gr. tat. copriva a distanza, dalla parte d'oriente, gli "stabilimenti" della base di Bug Bug, alla cui difesa diretta provvedevano invece i reparti della G. a. F. che vi erano da tempo preposti (gr. sqd. Mtr. "Vittorio


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Emanuele II"; 1 gr. a. cam. da 77/28 mm; plotoni cn. c/c da 47/32 mm; unità c/a da 20 mm), cui, come sappiamo, la mattina del 9 dicembre si era unita una cp. Mtr. (meno un pl.) della "28 Ottò.bre", della quale peraltro non si conosce quale sia stato lo schieramento. Tutti i reparti della "28 Ottobre", a somiglianza di quelli della "Catanzaro", non erano stati mai provati in combattimento, e fin al giorno 5 dicembre si trovavano dispersi tra Berta e Sidi el Barrani per l'effettuazione di lavori stradali.75-76 Alle deficienze connesse ad un qualche scadimento del livello addestrativo dei reparti di fanteria, dovuto ali 'attività lavorativa svolta per molto tempo, e alla mancanza di armamento contro carri, si aggiunse, gravissima, la sottrazione degli autoveicoli dati in rinforzo per l'autotrasporto ai reparti della "28 Ottobre". Per ordine dell' A., a movimento avvenuto, i conduttori dovevano rientrare col mezzo al proprio reparto, lasciando così appiedati i btg. cc. nn. Inoltre, del tutto inspiegabilmente, anche il 1II/202Q a. veniva privato dei propri trattori. 77 Per il 10 dicembre, la 41! B. cor. britannica aveva avuto il compito di tenere completamente isolata la guarnigione italiana di Sidi el Barrani e di concorrere, con il 22 e il 62 btg. R. T. R., alla sua conquista. A impedire alle nostre forze di accorrere in soccorso della D. cc. nn. "3 Gennaio" dovevano provvedere l' 11 2 e il 7Q Ussari. Con la "missione" di proteggere il fianco sinistro e le retrovie della B., le autoblinde dello sq. "B" dell'll!l Ussari avrebbero raggiunto ancora una volta la rotabile Sollum-Sidi el Barrani e si sarebbero spinte ancora più a occidente verso Bug Bug, mentre quelle dello sqd. "C" avrebbero operato a sud del predetto (tra la "Catanzaro" e la "Cirene" NdA), anch'esse su una linea di osservazione più avanzata verso ovest.78 Alle prime luci, lo sqd. "B" mandò avanti le sue autoblinde. Una pg. andò a mettersi in osservazione a nord-est di Alam el Rimth, avanti allo schieramento notturno del 7 2 Ussari; una seconda si pose a q. 74 (582368), poco oltre l'estremità nord dello schieramento del predetto rgt.; una terza a q. 74 di coordinate


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588369. Una quarta pg., superata la rotabile e la pista a nord di essa, effettuò una profonda puntata in direzione di Bug Bug. Passando all'andata a nord di q. 52 di Alam el Scibeika e al ritorno tra la predetta quota e Iluet el A usaga, muovendo senza disturbo non trovò presenza di nemico in direzione di Bug Bug, pur rilevando le posizioni del cps. divisionale e, intorno alle 10,30, movimento nei due sensi di nostri automezzi sulla rotabile. 79 Il resto delle sqd. avrebbe preceduto il 2 2 btg. R. T. R. nel movimento verso Sidi El Barrani, ripiegando, dopo aver assolto il compito esplorante, sulle posizioni a sud di Alam el Agrad, a partire dalle 15,30. 80 Il 7Q Ussari, per le operazioni del 10 dicembre, aveva avuto decentrata la bty "C" del 42 R. H. A. Avanti l'aurora aveva inviato una pg. dello sqd. "C" ad Alam el Barraqi, raggiunta alle 6,45, ma i movimenti dei reparti che abbandonavano lo schieramento notturno per rispiegarsi di fronte al nostro cps. di Alam el Rimth, da q. 74 alla zona di coordinate 579363, provocarono da parte di esso l'apertura del fuoco delle artiglierie campali, contro carri e delle armi leggere. La violenza degli interventi, che durarono fino alle 7,40, sorprese gli Inglesi i quali dapprima pensarono che preludessero a qualche nostra azione che tuttavia non ebbe luogo. s1-s2 Mentre dal Cdo della IQ!! A. giungeva alla "Catanzaro" l' ordine di saldarsi con le forze principali poste a difesa della base logistica di Bug Bug per sbrunre le provenienze da est, e duelli di artiglieria si svolgevano tra la bty "C" del 4Q R. H. A. e le nostre, gli Inglesi andavano acquisendo, tramite i loro elementi piÚ avanzati, ulteriori notizie sul nostro dispositivo, in vista dei possibili sviluppi dell'azione. A sud lo sqd. "C" aveva inviato pg. nelle zone di coordinate 576360; 568354; 565350, quest'ultima ubicata a ovest di Iluet Abu Mahzud, oltre la pista dai cps. della "Cirene", per Sofafi, a Bug Bug. Sulla prima erano intervenute nostre artiglierie ritenute dagli Inglesi appartenenti ai nostri cps. di Alam Samalus e di Khur (il nostro cps. era ubicato in realtà nella zona di q. 38 ovest di Sauani el Khur NdA), sulla terza quelle del cps.


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di Iluet el Katar, che venne riconosciuto costituire il fianco destro della "Catanzaro". A nord della predetta località venne pure avvistata una trentina di nostri automezzi in movimento. Dalla parte opposta del fronte divisionale le artiglierie dei cps. di q. 38 ovest di Sauani el Khur e di Alam El Rimth avevano aperto il fuoco contro la pg. del 7 2 Ussari ad Alam el Barraqi. 83-84 La profonda infiltrazione sul lato ovest delle nostre posizioni meridionali aveva allarmato il Cdo della D. "Catanzaro" che, fin dalle 9,30, non potendo più comunicare, via filo, col proprio Cdo superiore (la linea telefonica era stata evidentemente interrotta NdA), segnalava la pericolosità dell'azione al Cdo dell' A. e a quello del XXIII Corpo. Per allontanare la minaccia si suggeriva di ristabilire il collegamento, mediante reparti, tra la "Catanzaro" e la "Marmarica" venuto a mancare fin dal giorno precedente per il ritiro, da Sauani el Qasr, del LXII btg. complementi della "Marmarica" che aveva così lasciato incontrollato il varco esistente tra le due G. U.85 In effetti l'allarme era pienamente giustificato e ad accrescere la sensazione si insicurezza nelle retrovie contribuì una pg. dello sqd. "C" 11 Q Ussari che, spintasi ancora più a ovest, catturò due automezzi e 23 uomini della D. "Marmarica", i quali, con un Ufficiale cappellano dell'Aeronautica, cercavano i corpi di aviatori italiani caduti. 8<>- 87 A nord, elementi dello sqd. "B" 11!2 Ussari, in movimento verso Bug Bug, in ora imprecisata del mattino vennero "heavily attacked" da 3 BA 65 e 4 CR 32 del 162 gr. del 502 Stormo d'assalto. Nell'azione, durante la quale alcune autoblinde furono colpite, gli Inglesi (che riferiscono di essere stati.attaccati da 8 nostri aerei da caccia), ammettono di aver avuto soltanto due feriti e non fanno cenno ai danni materiali sofferti, che pure devono essere stati di qualche entità perché la loro progressione verso Bug Bug venne al momento arrestata e comunque resa più guardinga.88-89 Si era poi levata una violenta tempesta di sabbia che, se impediva ulteriori attacchi aerei da parte della nostra aviazione, ostacolava anche i movimenti delle autoblinde e dei carri avversari.90 Alle 11,00 una tp. del 72 Ussari, inviata in rico,gnizione, rag-·


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giungeva q. 42.91 Il Gen Amico aveva frattanto disposto che una colonna, tratta dalle forze di Bug Bug poste agli ordini del Col. Curcio Rubertini, effettuasse una puntata in direzione di Alam el Sciuscia per rilevarvi la presenza o meno di forze britanniche. La colonna, costituita da una cp. car. I. del LXIII btg. e dalla cp. b. mtc. della "23 Marzo", giunse alle 11,30 nella zona indicata, in mezzo alla tempesta di sabbia, e non vi rilevava la presenza né tracce del nemico, di cui fu data notizia con un messaggio che informava anche di aver trovato abbandonati, con caduti, 15 automezzi della D. cc. nn. "3 Gennaio", colpiti da mitragliamento (aereo?).92 Proseguendo sulla rotabile per Sidi el Barrani qualche elemento del LXIII btg. car. 1. arrivò "nei pressi di Alam el Barraqi", avvistando il nemico, ma non risulta che la notizia abbia fatto oggetto di ulteriore comunicazione al Cdo D.93 Perdurava l'interruzione delle comunicazioni col Cdo del XXI C. A. Al Gen. B. Giacomo Negroni, Cte il Genio dell'A., di passaggio al Cdo D., alle 12,00 venne perciò consegnato un plico contenente, per il Cdo A., e per conoscenza al Cdo XXI Corpo, copia degli ordini impartiti ai reparti giunti in rinforzo, mentre per la D. e il gr. sqd. Mtr. "Vittorio Emanuele II" si confermavano i precedenti schieramenti. Veniva sollecitata inoltre la costituzione del già richiesto collegamento con la D. "Marmarica".94 Nel frattempo lo sqd. "C" del 7Q Ussari si era messo in movimento per raggiungere Alam el Barraqi. L'alzarsi della tempesta di sabbia, che rendeva difficile l'osservazione, creò difficoltà. Alle 11,30 (alla stessa ora la cp. del LXIII btg. car. 1. e la cp. b. mtc. della "23 Marzo" giungevano ad Alam el Sciuscia), la visibilità era veramente cattiva. Non erano state individuate unità italiane nella zona,95 ma le notizie fino allora pervenute consentivano agli Inglesi di precisare i limiti dello schieramento della "Catanzaro". Esso correva ad Alam el Rimth a sinistra a Iluet el Katar a destra; da quest'ultima lòcalità a sud, a Iluet El Ausaga a nord. Khur (Sauani el Khur per la nostra cartografia NdA), appariva collegata ad Alam el Rimth da una linea di leggere difese, e la zona di Alam el Rimth e quella di coordinate 579363 erano forte-


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mente presidiata. Del nostro cps. di Alam el Rimth, fin dal giorno precedente, per diretta esperienza, di Inglesi sapevano quali e quante fossero le artiglierie che vi si trovavano (sei cannoni tra campali e c/c nella zona di coordinate 579363, e altri pezzi, definiti "heavy", ad Alam El Rimth), e come si presentasse difficoltoso il suo attacco da ovest perché le nostre difese si sviluppavano da sud est a nord ovest sul lato nord dell'Uadi el Karruba. Lascia perplessi la individuazione di una linea continua di difese tra Khur (o Sauani el Khur) e Alam el Rimth, perché a Khur, secondo le nostre fonti bibliografiche e documentali,9°"97 non esisteva un cps. che fosse presidiato. Quello più vicino alla zona indicata dai nostri avversari (escludendo q. 38 nord ovest di Sauani el Khur), era ubicato a nord di Sidi Abu Zeid (A bar el Ma' Abda per gli Inglesi).98 Poiché la "Catanzaro" aveva rilevato lo schieramento della "3 Gennaio", si può formulare l'ipotesi che a Sauani el Khur esistessero veramente vecchi apprestamenti abbandonati, quando la "Catanzaro" assunse la responsabilità del settore, perché ritenuti non rispondenti al nuovo schema difensivo elaborato dal suo SM e messo in atto dai reparti. Durante lo svolgimento delle azioni che abbiamo descritto il fuoco non languiva. Per tutta la mattinata, quando la visibilità lo consentì, la bty "C" del Magg. Goschen cannoneggiò le posizioni di Alam el Rimth. L'Ufficiale inglese però, ammaestrato dalla lezione ricevuta il giorno precedente, pare abbia schierato la propria unità a una distanza tale dal nostro cps. da non poter essere controbattuto dalle sue artiglierie né da quelle dei cps. più vicini.99 Tale nuovo schieramento (dalla zona di coordinate 580365 del giorno 9 a quella di coordinate 582365), trova confe1ma nelle fonti documentali inglesi, 100 non così (dall'esame della carta topografica NdA) la circostanza che esso non fosso battibile dalle nostre artiglierie per ragioni di distanza di tiro. Si può ipotizzare che la bty britannica fosse nascosta dalla "gara" dietro la quale risulta approssimativamente posizionata, e che la sua mancata localizzazione abbia fatto ritenere che essa fosse fuori gittata dei nostri pezzi campali, cosa peraltro nelle possibilità balistiche del pezzo inglese da 25 libbre.


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Perdurando la tempesta di sabbia, il Col. Birks, che comandava la B., alle 13,00 espresse al Ten. Col. Byass, Cte del 7Q Ussari, l'opinione che fosse possibile, sfruttando la scarsa visibilità (non superiore ai 200 m), circondare il cps. di Alam el Rimth e attaccarlo simultaneamente da nord ovest e da est. Lasciò però al Ten. Col. Byass la facoltà di decidere e questi, prima di impartire gli ordini per l'attacco, effettuò una ricognizione al termine della quale, dopo aver valutato la forza delle nostre posizioni a ovest e a nord-ovest di Alam el Rimth, ritenne che l'azione fosse rischiosa, avrebbe comportato perdite che si volevano evitare, e suggerì di abbandonarne l'intenzione, il che avvenne. Alle 14,45 infatti lo sqd. "C" venne ritirato sulle posizioni che aveva al mattino, lasciando sulla strada due pg. a ad Alam el Barraqi e l'altra tre miglia più lontano a ovest. 101 A partire dalle 13, 10 la "Catanzaro" era riuscita a ricollegarsi (si suppone via radio NdA), col Cdo del XXI C. A. Questo, e successivamente il Cdo d' A., avevano informato la D. che intercettazioni radio davano il nemico riordinato a ovest di Sidi El Barrani e intenzionato a proseguire verso occidente. Poiché dalle predette intercettazioni risultava inoltre che sue pg. avevano il compito di tenere sotto controllo le piste Alam Samalus-Bug Bug e Bug Bug-Sollum, facendo paventare una minaccia sul tergo dell'intero dispositivo della "Catanzaro", al Cte del 1422 rgt. f. , che presidiava le posizioni a cavaliere della pista Sofafi-Alam Salamus-Bug Bug; del gr. sqd. Mtr. "Vittorio Emanuele", e al Col. Curcio Rubertini, venne impartito dalla D. l'ordine di provvedere allo sbarramento degli accessi a Bug Bug da tutte le direzioni, e particolarmente dalle piste provenienti da ovest e da sudovest, oltre che dalla strada per Sidi el Barrani. La protezione ravvicinata del fronte a ovest e sud di Bug Bug venne affidata al gr. sqd. Mtr. "Vittorio Emanuele II" e agli altri reparti della G. a. F. già incaricati della difesa del centro logistico, rinforzati dalla nota cp. Mtr. della "28 Ottobre", cui si aggiunse il XX btg. car. 1., già dislocato, dal momento del suo arrivo, nella zona dei servizi divisionali a Bir el Seibeika. Sembrerebbe, ma non è confermato


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da nessuna fonte, che i reparti della G. a. F., abbandonate le posizioni sulle quali si erano schierati il giorno precedente, siano confluiti ad Alam el Kabia per metterne in atto la difesa. Quella della fronte a est era invece devoluta al gr. tat. Curcio Rubertini. Il LXIII btg. car. 1., come sappiamo, il giorno precedente e in mattinata si era già spinto, con una cp., ad Alam el Sciuscia e oltre, sulla strada per Sidi el Barrani. Avendo operato perciò agli ordini del predetto Colonnello è da suppore che fosse stato assegnato in rinforzo al gr. tat. Queste nuove acquisizioni documentaIi,102 consentono di rettificare, almeno per quanto concerne i succitati btg. car. 1., le zone di dislocazione quali esse risultano dalla più recente monografia sulle operazioni in A. S. edita dall'Ufficio Storico dello SME. 103 Per una singolare coincidenza degli effetti di opposte decisioni dei comandi britannico e italiano, avendo il XXI C. A. suggerito di abbandonare il cps. di Alam el Rimth, fu invece convenuto col Cdo di A. (contrario) e col predetto Cdo di C. A. che il cps. non sarebbe stato sguarnito. La minaccia alle comunicazioni con Sollum sembrava intanto prendere maggiore consistenza perché il XXIII Corpo segnalava, alle 14,15, la presenza di una pg. nemica a Forte Romano (Sauani el Kasr), dal quale la D. "Marmarica" aveva ritirato, come sappiamo, il LXII btg. complementi. La segnalazione era peraltro meno preoccupante di come in realtà stessero andando le cose. Alle 15,00 infatti, una pg. della sqd. "C" 11 Q Ussari (molto probabilmente la stessa segnalata dal Cdo XXIII Corpo), raggiungeva Alam el Idris (553360), individuava un nostro posto di osservazione (non citato peraltro dalle nostre fonti NdA) a Bir el Na' As (553363) e osservava autocarri in movimento nei due sensi sulla rotabile. Superata la strada si portava in vista della pista a mare e, dopo aver descritto un ampio arco, ritornava al proprio posto di osservazione a sud di Iluet el Katar. La riuscita del "raid" confermava agli Inglesi l'assenza, già nota per altre notizie ricevute (probabilmente dalla ricognizione aerea), di nostre unità a ovest di Bug Bug e l'isolamento della "Catanzaro" dal resto del dispositivo della 1Qll A. Alla ricezione


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della notizia dal Cdo XXIII Corpo, il Gen. Amico aveva reiterato la richiesta di un materiale collegamento tra la sua D. e la D. "Mannarica", ma l'istanza non venne accolta perché oramai superata dagli eventi. 104- 105 Nel pomeriggio, diminuita d'intensità la tempesta di sabbia, le nostre artiglierie entrarono in azione alle 14,30 contro mezzi corazzati nemici che si tenevano in vista dei cps. ai quali si stava effettuando il rifornimento delle munizioni. Quelle britanniche, da un schieramento posto più a sud di quello occupato al mattino (gli Inglesi peraltro non ne fanno cenno), si accanirono invece sui cps. di Alam el Rimth e di q. 38 a nord ovest di Sauani el Khur, dove si trovava il Cdo del 141 Q rgt. f. Con varie riprese di tiro da entrambe le parti il fuoco si protrasse oltre il calar del sole. 106- 107 Circa alle 16,30, secondo fonte britannica, una pg. dello sqd. "C" 11 Q Ussari era stata cannoneggiata, nella zona di coordinate 576360, da tre pezzi schierati due miglia a sud delle nostre posizioni di q. 38 (A bar el Ma' Abda per gli Inglesi), ma l'inesistenza, nella zona indicata, di una nostra struttura oltre a quella del cps. posto a ovest di Sidi Abu Zeid (peraltro già noto), concordando le distanze, induce a ritenere che il riferimento topografico sia errato (sud ovest in luogo di sud), e che i pezzi in questione siano stati quelli del cps. di Bir Nasib (1 sz; da 65/17 mm del 141Q f.), mai in precedenza dagli Inglesi segnalati. 108 Tra le 18,00 e le 18,20 entrò in azione anche il I/201 Q a., del gr. tat. Curcio Rubertini, al quale venne ordinato di effettuare concentramenti su un obiettivo indicato sulla carta ma con tiro non osservabile dalle sue posizioni. 109 Nel corso della giornata sarebbero stati distrutti, dal fuoco delle artiglierie italiane, una trentina tra carri armati, autoblinde e autocarri, 110 ma la notizia non trova conferma nei testi britannici consultati e dalle relazioni dei nostri Ufficiali in comando. È indubitabile però che il fuoco delle nostre artiglierie tenne le forze corazzate nemiche lontane dai cps della D. "Catanzaro" determinando una situazione di relativa sicurezza della quale si potè nelle ore seguenti trarre profitto. Le altre unità della 41! B. cor. erano state nel frattempo chia-


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mate in campo per portare a compimento la manovra che la W. D. F. aveva iniziato con tanto successo il giorno precedente. Mentre l 'H. Q. della B. rimaneva ad Alam el Agrad e lo sqd. "B" dell' 11 Q Ussari ritirava le proprie pg. dalle località in cui si trovavano per concentrarsi immediatamente a sud della predetta località (ore 15,30), il 2Q e il 6Q btg. R. T. R. (il 22 rinforzato dalla bty "F" del 4Q R. H. A.), davano il loro determinante contributo all'accerchiamento prima, e poi all'attacco, rispettivamente da parte della 4~ D. indiana e della Selby Force di Marsa Matruh, delle posizioni della 3~ D. cc. nn. "3 Gennaio" a Sidi el Barrani e della 1~ D. libica nella zona tra Sidi Abu Sitei e Sauani el Dirir, che esulano dall'argomento proposto. 111 •112 Nel settore della "Catanzaro", fin dalle 18, 15, il 7Q Ussari aveva incominciato ad assumere il dispositivo per la notte che doveva consentirgli di sorvegliare il fianco orientale della nostra D. Lo sqd. "C" venne posto a cavaliere della strada Sidi el Barrani-Sollum; lo sqd. "B" arretrava fino a una zona posta a un miglio a sud-est di q. 69 (582366); lo sqd. "A" e l'H. Q. del rgt. si schieravano tra i due. Lo sqd. "C", dell' 11 2 Ussari, su una linea corrente dalla zona di coordinate 576360, a q. 82 (574354), bloccava invece la pista da Alam el Rimth a Sofafi e Rabia. L' H. Q. della 4;i B. cor. e lo sqd. "C" dell' 1 lQ Ussari rimanevano a sud di Alam el Agrad. Su una pg. dello sqd. "C" del 7 2 Ussari ad Alam el Barraqi, come ultimo sussulto della giornata, si abbatteva il fuoco della nostra artiglieria che però non provocava danni. 113 Le posizioni occupate dagli Inglesi per la notte erano abbastanza lontane dai nostri cps. più avanzati. Su tutto il nostro schieramento, spente le ultime vampe dei colpi, cessato il fragore degli scoppi, fissati i turni di vedetta, ci si apprestava a riposare vicino alle armi. Per il giorno 11, gli ordini al 7 2 Ussari erano di muovere 114 all'alba verso ovest e di operare a nord della strada per Sollum. Per quanto concerne la "Catanzaro", alle 20,50 giunse al Cdo D. un messaggio dell'Armata. Fu finito di decrittare alle 21,30 e costituiva l'ordine per il ripiegamento in direzione di Sollum da effettuare durante la notte, con tutte le forze dipendenti e con i


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soli automezzi disponibili, avendo cura di realizzare la sorpresa. Si prescriveva una sosta, l'indomani, a Bir Tishdida, e che le artiglierie non trasportabili venissero inutilizzate. Il messaggio, comunicato poi anche al Cdo XXI C. A., aveva il n. 01475, era a firma del Gen. C. A. Italo Gariboldi che aveva assunto il comando dell' A. in sostituzione del Gen. A. Mario Berti in licenza in Italia, ed era d'ordine del Cdo Superiore FF. AA. A. S. I., cioè del Maresciallo d'Italia Rodolfo Graziani. Questi, relativamente alla sosta a Bir Tishdida, sostiene che il Gen. Gariboldi, su sua esplicita richiesta, gli avrebbe poi dichiarato che al Gen. Amico era stato precisato di effettuare il movimento in due giorni, ma di tale precisazione nulla è rimato agli atti. 115• 116 Comunque siano poi andate le cose, l'ordine, stiingato, era perentorio. Non trova riscontro quanto asserito, a molti anni di distanza, dal citato Ten. b. Gastone Marantonio, Ufficiale di collegamento al Cdo D., il quale afferma che il Gen Amico avrebbe inutilmente cercato di farlo revocare, rappresentando che il nemico, costituito da unità blindate e corazzate, alle quali potevano essere opposte soltanto pochissime armi c/c (16 pezzi da 47/32 mm NdA) era a contatto peraltro di posizioni assolutamente integre - disponeva di artiglierie mobili, potenti e di maggiore gittata delle nostre, ed era quindi in grado di contrastare o impedire il movimento, dato che la scarsezza di automezzi lasciava le truppe al suo comando pressoché appiedate. 117 Gli ordini per il ripiegamento furono dati rapidamente. I Cti del 141 2 e 1422 f. li ricevettero per telefono dal Capo di SM della D., Ten. Col. Nebbia; i Cti del 2032 rgt. a. e del gr. sqd. Mtr. "Vittorio Emanuele II" ne furono infom1ati a voce dal Cdo D. dove erano stati convocati; il Col. Curcio Rubertini li ebbe verbalmente tra le 0,30 e le 1,00 del giorno 11 dal Magg. Annarumma, dopo esserne stato con molta probabilità avvertito in qualche ., modo alle ore 23,00.118· 119 · 120 Per l'effettuazione del movimento retrogrado era stata stabilita la costituzione di cinque scaglioni di marcia. Il primo, avanguardia della colonna divisionale, sarebbe stato formato dal XX


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btg. car. 1. e dal gr. sqd. Mtr. "Vittorio Emanuele II"; li avrebbe seguiti, in secondo scaglione, il 141 2 f., il più lontano ed esposto, che doveva rompere il contatto sotto la protezione del gr. tat. Curcio Rubertini a sinistra e del 1422 f. a destra; i reparti del cps. divisionale avrebbero costituito il terzo scaglione; il 1422 f., in quarto scaglione e sotto la protezione del predetto gr. tat. avrebbe chiuso la colonna divisionale. A questa si sarebbero accodate le unità agli ordini del Col. Curcio Rubertini, in quinto scaglione, col compito di retroguardia, la quale avrebbe dovuto garantire l'ordinato deflusso della D. rimanendo schierata fino all'ultimo sulle posizioni di q. 52 e q. 40 a cavaliere della strada per Sidi el Barrani, per tutto il giorno alacremente apprestate a difesa. Nella relazione del Gen. Amico non è espressamente riferito il posto delle artiglierie nei predetti scaglioni. Dall'insieme delle fon ti a disposizione sappiamo però che il gr. a. cam. da 77/28 mm faceva parte del I scaglione; il III/203 2 a. (meno l '8!! btr. col 141 Q f.) era incluso in quello formato dai reparti divisionali; il 1/2032 a. era in 'coda al 141Q f. Per esclusione, il Il/2032 a. doveva necessariamente trovarsi nello scaglione cui apparteneva il 1422 f. Si può quindi affermare che le unità di artiglieria erano incluse negli scaglioni costituiti da quelle dell'arma base nei cui cps. erano state schierate nei giorni precedenti, come pare logico dovesse essere. 121 - 122- 123124

La retroguardia era costituita da un complesso notevole di forze (oltre cinque unità a livello _btg. f - gr. a.). Il Col. Curcio Rubertini la articolò in due scaglioni, il primo dei quali, al comando del Console Arru comprendeva: Cdo della 231.J! leg. cc. nn.; CXXXII btg. cc. nn.; Cdo 2022 rgt. a. cam. col 111/2022 (gr. da 100/17 mm); btr. da 65/17 mm della 231 ~ leg. Il secondo scaglione, che aveva come comandante il Seniore Di Domenico, era formato da: CXXXI btg. cc. nn.; 1/201 2 rgt. a. (gr. da 75/27 mm); cp. arditi della 231 ~ leg. (analoga a quella dei rgt. f.) del Centurione Angelo Polidoro; LXIII btg. car. I., il quale era stato raggiunto dal proprio comandante, Magg. Mario Bianchi. Il btg. carri, nel movimento, avrebbe chiuso la lunga colonna


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costituita dalla D. "Catanzaro" e dagli altri reparti del gr. tat. Il posto comando del Col. Curcio Rubertini sarebbe stato in testa al secondo scaglione delle unità poste ai suoi ordini. Non sono citate, nella relazione del predetto Ufficiale, le due sz. c/a da 20 mm (individuabili l'una nella sz. del 2022 rgt. a. giunta da Sollum; l'altra nella sz. del 2032 a. data in rinforzo al LXIII btg. car. I.), che il Gen. Amico, nel suo schizzo delle posizioni di Bir Tishdida, indica schierate con la retroguardia. 125 -126- 127 Delle due cp. b. mtc., una della D. "Catanzaro", l'altra della D. cc. nn. "23 Marzo", giunta in rinforzo il giorno 9, sembrerebbe che la prima sia stata impiegata, articolata in pg., per assicurare il collegamento tra Cdo D. e gli scaglioni di marcia, 128 e molto probabilmente in avanguardia; mentre per la seconda si può ipotizzare che abbia operato, come il giorno 1O, insieme al LXIII btg. car. I., costituendo pg. d'allarme e di collegamento. Come punto d'incolonnamento, il Gen. Amico indicava il bivio che la pista da Iluet el Katar faceva con la strada (o meglio pista) Sollum-Bug Bug, che, come sappiamo, si sviluppava a breve distanza dal mare, e che era stata scelta per l'effettuazione del movimento in luogo della rotabi le interna più esposta alle azioni del nemico. 129 Come previsto, i primi reparti giunsero al punto di incolonnamento alle 23,00. Ma esso, come fu poi dimostrato, era troppo lontano (oltre 15 km in linea d'aria) dal cps. di Alam el Rimth del 1412 f. per poter consentire all'intero rgt. di inserirsi quale secondo scaglione nella colonna, a meno di ritardare pericolosamente l'intera operazione. Si erano verificati anche due gravi inconvenienti, uno dei quali foriero di dannose conseguenze. Il Magg. Tagliacarne del Cdo D. (per questo Ufficiale non trovano riscontro, negli Annuari dell'Esercito anno 1941 grado, cognome e nome, unità di appartenenza), inviato nella zona dei servizi a Bir el Scibeika per predisporre l'inserimento:.dei reparti logistici e c/a da 20 mm nei vari scaglioni in cui si doveva articolare la colonna in ripiegamento, non riuscì a impedire che i predetti reparti, presi dal panico, si precipitassero, senza attendere altro, verso Bug


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Bug. Esiziale, per gli effetti che ebbe poi sulla riuscita dell'intera manovra, il secondo. Il XX btg. car. 1., che si trovavano anch'es.~o dislocato nella zona dei servizi divisionali e che, col gr. sqd. Mtr. "Vittorio Emanuele II" e il gr. a. da 77/28 mm avrebbe dovuto costituire l'avanguardia, per una errata interpretazione degli ordini del Cte il I scaglione, Ten. Col. Reyneri, invece di fermarsi al punto di incolonnamento, proseguì direttamente per Sollum, lasciando di conseguenza l'avanguardia priva del suo principale elemento di forza e di manovra. Per il ritardo del 141 Q f., il suo posto nella colonna fu preso dal 1422 , che divenne così di secondo scaglione, mentre il 141 Q f. finì col costituirne il quarto. Prima di lasciare il PC della D. e interrompere così le trasmissioni col XXI Corpo e con l' A., quest'ultima fu resa edotta dagli ordini impartiti e che l'arrivo dei reparti a Bir Tishdida era previsto per le 11,30. Sollecitato a far presto (contraddittoriamente, dato che era stato ordinata la sosta nella predetta località NdA), il Gen Amico rispondeva che le distanze e i tempi di percorrenza erano tali da non consentire di arrivare prima di quanto era stato comunicato, e chiedeva l'intervento dell'aviazione a protezione del ripiegamento nelle ore diurne. 130 Lasciate in sito tutte le linee telefoniche, data la scarsezza di automezzi furono portati al seguito, oltre a tutte le munizioni che poterono essere caricate, soltanto materiali indispensabili per la vita dellè unità, come viveri; acqua; cucine, e i bagagli ufficiali che non venivano equipaggiati dall'Amministrazione. La situazione delle artiglierie, uniche arrni efficaci contro i carri nemici, era desolante. Si dovettero abbandonare, per mancanza di traino, quattro pezzi da 77/28 mm. Del 203Q rgt. a. i gr. da 75 mm poterono portare al seguito solo le munizioni che poterono caricare sui trattori Pavesi mod. 31. Il gr. da 100/17 mm disponeva dei "trattorini" FIAT O. C. I. e dovette accontentarsi, per le due btr. che effettuavano il movimento con il Cdo di rgt. e la btr. Cdo reggimentale, dei due autocarri dell'acqua e della spesa viveri dei predetti. L '8~ btr. era col 141 Q f. e si trovò a far parte del quarto scaglione. Ancora peggiore era la situazione del III/2022 rgt. a.


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della "28 Ottobre" che non aveva nemmeno i trattori e i cui pezzi, per non abbandonarli, furono attaccati, con ripieghi vari, ad altri automezzi, carichi di munizioni e materiali indispensabili, sette dei1quali sottratti al I/20f1 a. della "23 Marzo" che aveva invece conservato i propri autoveicoli. Anche per questo gruppo la situazione munizioni era difficile. A ogni btr., partita per Bug Bug con 1.200 granate ordinarie ciagcuna, dopo l'azione di fuoco della sera precedente, erano rimasti soltanto 750 proietti. Il LXIIl btg. car. I., che già al suo arrivo a Bug Bug ne contava solamente una ventina, aveva dovuto abbandonarne altri per guasti ed era a corto di carburanti. i 3 1-132-133-1 34-135

III. 3. Bir Tishdida (vds. schizzi 4-5). III. 3. 1. Il ripiegamento della Divisione. Lo schieramento assunto per la notte dal 7 2 Ussari, data la sua distanza dalle nostre posizioni più avanzate (circa 5 km NdA), concedeva alle unità della "Catanzaro" lo spazio per la rottura del contatto che non fu in alcun modo contrastato. A facilitarlo contribu'ì, fuori d'intenzione, lo ste sso comando britannico che, nel corso di essa, cambiò gli ordini del 7 2 Ussari per il giorno a venire. Il Gen. O' Connor infatti, nell'ipotesi di un ripiegamento delle truppe italiane lungo il litorale, aveva pensato di lanciare la 7!! B. cor., che era rimasta in riserva per due giorni, verso Sollum, operando sull'alto della scarpata, in maniera da bloccarne il deflusso in quella strettoia. Il Gen. Caunter, che comandava la 7!! D. cor., obiettò che gli Italiani avrebbero potuto arrestare l'azione prima che fosse raggiunta la costa. (Le nostre truppe disponevano infatti sulla scarpata di posizioni naturalmente forti che ne avevano già sconsigliato 1'attacco nella fase iniziale dell'operazione "Compass", e l ' unica nostra B. cor. era stata schierata il giorno 10 nei pressi di Bardia, quale misura atta a potenziare lo sbarramento


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dell'Halfaia NdA). 136 Proponeva pertanto di muovere in direzion~ nord-ovest verso Bug Bug per tagliare la ritirata al nemico in quel punto. Il Gen. O' Connor accettò il suggerimento e vennero iippartiti gli ordini conseguenti. La 7! B. cor. perciò, rinforz,ata dall' 11 2 Ussari (meno gli sqd. "A" e "D"), avrebbe dovuto marciare in direzione di Bug Bug per distruggere le riserve che l'esplorazione aerea vi dava affluite, e operare da ovest e da sudovest contro i cps. italiani tra Alam Samalus e Alam el Rimth. Per l'assolvimento del compito, nella corsa verso il mare, suoi elementi si sarebbero dovuti spingere-il più a occidente possibile per stabilire il contatto con le unità nemiche che, eventualmente, ancora si trovassero nell'area tra Bug Bug e Alam Barghut. 137-138-139 Il 7Q Ussari, che fronteggiava da est la D. "Catanzaro", ricevette invece l'ordine, alle 3,00 del giorno 11, di rientrare a Bir Enba, dove lo avrebbe raggiunto il resto della 4! B. cor. (meno il 6Q btg. R. T. R.), in vista di un nuovo impiego. 140• 141 Il ripiegamento dei reparti della "Catanzaro" e rinforzi, iniziato alle 23,00 del 1Odicembre, si svolse fino alle 3,30 al chiaror di luna piena. Il 1422 f. precedette il 141Q che era in ritardo, divenendo così secondo scaglione nella colonna che, immessa su un solo itinerario, risultò molto lunga (oltre 19 km NdA) Il Cdo D., con i reparti divisionali e il III/203Q a. (meno 1'8! btr.), in terzo scaglione, si mossero dalle loro posizioni verso l' 1,00 del giorno 11. Al punto di incolonnamento, il Col Cassini, Cte del 141 2 f., preoccupato per il ritardo del I btg , temette e fece temere che questo e l'intera retroguardia si fossero erroneamente immes"' si sulla strada nuova, ma pg. di motociclisti inviate in ri.cognizione fugarono ogni timore, con gran sollievo suo e del Cte la D. Il gr. tat. Curcio Rubertini, giunto a sua volta al punto dtincolonnamento, si accodò al I/2032 a. che chiudeva lo scaglione (il quarto) di cui faceva parte anche il I/141 2 f. Del predetto gr. tat., il 1/201 Q a., che era rimasto in posizione per proteggere la rottura del contatto, aveva lasciato lo schieramento alle 4,00, quando la luna era già tramontata, e aveva iniziato il movimento nell'oscurità, seguito dalla cp. arditi della 231 ! leg. Il LXIII btg. car. 1. copriva sui


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fianchi e sul tergo il movimento dell'intera retroguardia, chiudendo la colonna in ritirata che, costituita da truppe che muovevano a piedi (anche i serventi dei pezzi delle artiglierie), aveva in teoria avuto un tempo di sfilamento di circa dieci ore. La marcia fu poi rallentata anche dal fuoco di interdizione di unità navali che costrinsero a diradare le formazioni, pur non provocando perdite, dato che i colpi risultavano generalmente lunghi rispetto alla pista. La retroguardia muoveva in ordine di combattimento, a sbalzi, di posizione in posizione, con una o due btr. del 1/201 2 a. sempre in condizione di poter intervenire col proprio fuoco. Da Alam el Scibeika alla zona in cui venne effettuata la sosta (inclusa) furono sette gli schieramenti assunti dal gr. Pilan a protezione delle unità che ripiegavano. 142• 143· 144· 145-146 Gli Inglesi si aspettavano che le truppe italiane avrebbero difeso le loro posizioni. Conseguentemente il Gen. Russel, Cte la 7~ B. cor., aveva deciso di fare muovere la propria unità con cautela, lungo una direttrice che per Alam Samalus e Bir Oasi adducesse alla litoranea a sud est di Bug Bug, facendosi precedere dall'l 12 Ussari che, ricuperato lo sqd. "B" per impiegarlo a protezione del fianco sinistro della B. tra Bir Riqeit e Sauani el Augerin, avrebbe posto lo sqd. "C" in avanguardia, col compito di raggiungere la rotabile nella zona indicata. Ma i rapporti delle pg. dello sqd "B", ripiegate all'imbrunire del giorno 10, avevano generato nel Col. Combe, Cte dell' 11 2 Ussari, l'opinione, non si sa su quali elementi fondata, che gli Italiani avrebbero abbandonato il campo senza combattere, inducendolo a ordinare allo sqd. "C" di puntare decisamente all'alba molto a ovest di Bug Bug per accertare dove fossero effettivamente i fianchi del nostro dispositivo. Le luci del giorno diedero ragione al Col. Combe. I cps. di Iluet el Katar e di Alam Samalus furono trovati deserti da una pg. dello sqd. il quale, spiegato su una fronte che andava da Alam Samalus a Sauani el Augerin, si era mosso alle 6,30 verso la costa. Dallo schizzo allegato alla relazione ufficiale britannica sembrerebbe inoltre che la protezione, da parte dello sqd. "B" del fianco esposto della B., sia stata alquanto più ravvicinata, e quin-


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di resa operante da una zona molto più a est dell'allineamento Bir Riqeit e Sauani el Augerin. La tp. n. 1 del 2Q ten. Reid Scott, dopo essersi impossessata di quattro cannoni campali inutilizzati (probabilmente la btr. da 77/28 mm non trainabile per mancanza di automezzi NdA), entrò alle 9,30 in Bug Bug che trovò abbandonata. Operando a ventaglio, le tp. 1; 4; 5 rinvennero in seguito altri quattro mezzi (sette secondo altra fonte), autocarri attardati o in "panne", e fecero circa 300 prigionieri (militari sbandati della colonna in ripiegamento NdA). La pg. di sinistra dello sqd., alle 10,30, raggiunse la rotabile principale nella zona di coordinate 543364, mentre quella di centro e la tp. H. Q. la superarono poco dopo le 10,35 a Bir el Na' As, dove lo sqd. pose il proprio PC. Con le azioni sopra descritte, a partire dalle 11 ,00, lo sqd. "C" dell' 11 Q Ussari aveva, da est a ovest, pg. in osservazione nelle zone di coordinate 557366; 553365; 543364 e confermava all'H. Q. reggimentale la notizia che le truppe italiane erano in piena ritirata, mentre nella zona infuriava una tempesta di sabbia che riduc~va la visibilità per le opposte forze. Più volte, nel corso della mattinata, il Col. Combe (preoccupato anche del problema dei prigionieri, che dovevano essere lasciati incustoditi), chiese al comando della B. di distogliere lo sqd. "B" dalla inutile protezione del fianco sinistro e del tergo del dispositivo, e di lanciarlo all'inseguimento del nemico. Il Gen. Russel era bloccato per un guasto al proprio carro, sopravvenuto mentre si dirigeva all'H. Q. del rgt. per meglio valutare la situazione, e non mutò le proprie decisioni relative alla direzione di avvicinamento della B., e all'impiego dello sqd. "B" nell 'inseguimento, fino alle ore 12,00, quando finalmente decise di accettare le valutazioni dello scalpitante Combe. Ordinò allora alla propria unità di assumere una nuova direzione di avvicinamento che portava a nord ovest di Bug Bug, e autorizzò il richiesto impiego dello sqd. "B" in un compito di gran lunga più redditizio. 147• 148• 149 La 7~ B. cor., come sappiamo, era costituita essenzialmente dai rgt. c. 3Q Ussari (Ten. Col. W. G. Peterick) e 8Q Ussari (Ten. Col. WatsÒn), e dal pi btg R. T. R. Ciascuno dei due rgt. c. era


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stato rinforzato per l'azione da 1 tp. di cannoni campali da 25 libbre della bty "A/E" del 12 R. H. A. , e da 1 tp. cn a/t da 2 libbre della bty "D" del R. H. A. Il 12 btg. R. T. R., insieme ad altri reparti, costituiva riserva di B., alla quale, a partire dalle 7,00 del giorno 11 dicembre, si unirono I 'H. Q. e la bty "B/0" del 12 R. H. A.ISO

L'unità, col 3Q Ussari in testa, 1'8Q Ussari in secondo scaglione e il 12 R. T. R. in riserva, aveva iniziato a muovere dalla propria zona di attesa di Ghot el Scialludi intorno alle 5,00, nel!' oscurità, diretta a sud est di Bug Bug. Per le 6,30 tutta la B. aveva abbandonato la zona, in cui doveva affluire la 41! B. cor. 151 La direzione di avvicinamento, per il 32 e 1'82 Ussari passava per la "testata" dell'Uadi el Kabsc e Abar Mideiwir el Arad fino a raggiungere le piste per Bug Bug che da Sofafi, per Alam Samalus-Bir Oasi-Alam el Kabia, già presidiate dal 1422 f. e dal gr. sqd. Mtr. "Vittorio Emanuele II", conducevano alla pista costiera. Il 12 btg. R. T. R., seguito dalla bty "B/0" del 12 R. H. A. e dalla coy "C" del 22 btg. R. F., dirigeva invece su Iluet Abud Mazud. Il 32 Ussari, superata Saniet el Sdnidirra, trovò le posizioni italiane sgombre e con i segni del ripiegamento. Seguendo la tp. dello sqd. "C" dell"l l 2 Ussari, poco dopo mezzogiorno, i carri leggeri MK VIB del predetto rgt. attraversavano Bug Bug e prendevano collegamento con il reparto esplorante. 152 Sembra peraltro che i suoi sqd. abbiano lasciato la località alla propria destra. 153 Avanti le 12,00, ad Abar Mideiwir, la tp. da 25 libbre della bty "A/E" del 12 R. H. A., al comando del Cap. Harmitage e assegnata all'8 2 Ussari, si era unita al rgt. in sosta per effettuare il rifornimento del carburante. Erano intanto maturate le decisioni del Gen. Russe!. Questi, con il mezzo in "panne" come abbiamo visto, modificava la direzione di avvicinamento dell'8Q Ussari, il quale sarebbe dovuto muovere verso la costa passando ora per Iluet el HalfaAlam el Idris - Iluet el Kursi, al fine di concorrere all'azione del 32 e dell' 11 2 Ussari che stavano per impegnare il nemico schierato su una posizione a ovest di Bug Bug. L'H. Q. della B. sarebbe stato durante l'azione a Bir el Balun, mentre il 12 btg. R. T. R.


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con la bty "B/0" del 12 R. H. A. e la coy "C" del 22 btg. R. F ., in riserva, avrebbero atteso ordini a Iluet Abu Mazud. Gli ordini furono portati all'8 2 Ussari dal "Brigadiere" A. H. Gatehouse e il rgt. riprese subito il movimento lungo la nuova direzione. 154· 155· 156 Nella zona ad est di Bir Tishdida prescelta per la sosta, le nostre truppe arrivarono a scaglioni tra le 8,30 e le 12,00 circa. I reparti erano molto stanchi, quasi allo stremo delle proprie forze quelli provenienti da Alam El Rimth, che avevano marciato affardellati per 12 ore circa. Di poco meno affaticati quelli del cps. di Iluet el Katar, all'estremo opposto dello schieramento della D. Secondo gli ordini del Gen. Amico, conservando in linea generale l'ordine di incolonnamento, essa, con le altre unità che ne condividevano le sorti, avrebbe dovuto provvedere alla propria sicurezza schierando, a blocchi, le artiglierie, le armi c/c, e parte dei btg. f. di ogni singolo scaglione, sul ciglio di una lunga ondulazione del terreno, esistente tra la nuova rotabile e la vecchia pista, che consentiva un buon dominio tattico sulle provenienze da sud, ben raccordandosi, a est e a ovest, con le alte dune costiere. A est, in particolare, dove la pista faceva un gomito, c'era uno sperone molto pronunciato che, in leggera pendenza verso nord, andava a morire in prossimità si essa. Al centro dello schieramento era situata una "sebka", e altre due ce n'erano, una a oriente e l'altra a occidente della posizione prescelta, quella a oriente molto insidiosa, perché apparentemente asciutta. Il dispositivo assunto dal1'intera colonna per la sosta, poiché i singoli scaglioni avevano serrato sulla testa quando essa era giunta nella zona indicata, aveva una fronte, verso sud (controllata anche su carta topografica al 100.000 dell'epoca NdA), di circa tre km, ed escludeva quindi il bivio in località Bir Tishdida (sette km a occidente), costituito dal raccordo della pista Sollum-Sidi el Barrani con Sidi Musa, sulla rotabile principale che correva a sud, occupato il quale da parte del nemico sarebbe stata preclusa alle truppe italiane ogni possibilità di ulteriore ritirata. Una mappa disegnata dal Gen. Amico non riporta quell'importante particolare topografico, né la "sebka, al centro del dispositivo assunto dalle nostre truppe,


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ma esso è dettagliatamente descritto nella storia dell' 11 2 Ussari che di quel racconto, ancorché conteso dal fuoco di nostri pezzi c/c, si servì nella fase finale del combattimento. 157- 158 La sopraccitata mappa reca schierati: - fronte a est (m 1.100): gr. tat. Curcio Rubertini: 2 btg. cc. nn.; I/201 2 a. (pezzi da 75/27); lfI/2022 a. (pezzi da 100/17); 2 sz. c/a da 20 mm; LXIII btg. car. I.; - fronte a sud: . per m 1.300: 141 2 f.; I/203 2 a. (pezzi da 75/27 mm); 8il/IIJ/ 203 2 a_ (pezzi da 100/17 mm); 3 sz. c/a da 20 mm; 1 cp. Mtr del 2032 btg. Mtr.; _ per m 300: reparti M tr. del 2032 btg. Mtr.; 2 sz c/a da 20 mm; . per m 1.300: 1422 f.; Il/2032 a. (pezzi da 75/27 mm); 3 sz_ c/a da 20 mm; - fronte a ovest (m 1.100): gr. sqd. Mtr_ "Vittorio Emanuele II"; gr. a. da 77/28 mm (meno una btr. abbandonata per mancanza di automezzi NdA); 1 pi. cn c/c da 47/32 mm; III/203 2 a. (pezzi da 100/17) meno 1'8ll btr.; reparti arditi e mitraglie-

n.• 159 Nella predetta mappa i reparti appaiono indicati per blocchi costitutivi piuttosto che con riferimento alla loro effettiva dislocazione sul terreno, ma un'altra ne esiste, limitatamente alla sola fronte ad est, alla scala approssimata 1: 10.000, nella quale invece sono graficamente raffigurate articolazione e dislocazione esatte di quelli del gr. tat. Curcio Rubertini, di retroguardia. Qualche altro elemento di conoscenza, in particolare per quanto concerne lo schieramento delle artiglierie, ci viene però da relazioni di Ufficiali in comando, testimonianze di combattenti, fonti bibliografiche. A partire dalla fronte a est sappiamo che: - fonti italiane: . il 1/201 2 a_e la btr. da 65/17 mm della 23 P leg. cc. nn. erano stati schierati sul già citato costone degradante sulla pista, tutti in linea e inframmezzati alle cp. arditi, mitraglieri e fucilieri della predetta legione; 160-161


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il IIl/202Q a., i cui pezzi s'erano dovuti attaccare con mezzi di ripiego ad autocarri carichi di cartucciame e materiali indispensabili alla vita dei reparti, aveva conservato la propria formazione di marcia, rimanendo ai lati della pista; 162 1'8~/II1/203Q a., dopo aver preso posizione, fronte a est, in attesa della retroguardia, all'arrivo di questa era ritornata sulla pista e avrebbe riassunto, combattimento durante, la predetta direzione d'intervento, venendo quindi a realizzare, in una zona che risulterà di vitale importanza, un raddoppio dello schieramento più avanzato; 163· 164- 165 il gr. tat. Curdo Rubertini aveva alla propria destra il 141 Q f.,.166 dei pl. cn c/c da 47/32 mm della cp. cn. c/c divisionale, decentrati ai btg. al! 'inizio delle operazioni, uno almeno di quelli assegnati al 141Q f. era schierato col rgt. fronte a sud, ma in posizione arretrata e in contropendenza rispetto ai reparti fucilieri; 167 il I e il II/203Q a (che pare avessero riacquistato unità tattica e d'impiego), erano schierati "immediatamente" a sud della pista Sollum-Sidi el Barrani, laddove il termine "immediatamente" va però inteso in senso lato, fino a includere il ciglio di fuoco o il pendio verso mezzogiorno della modesta ondulazione cui da cenno il Gen Amico; 168 la 5~/II/203Q a. aveva posto i propri mezzi in posizione scoperta, ma con buon campo di vista e di tiro verso sud, sul davanti di un rilievo del terreno (nel quale viene individuato quello dinanzi descritto), avendo alla propria sinistra, alla distanza di circa 250 m (ma dalla relazione del Gen Amico sembrerebbe almeno il doppio), una btr. del I/203Q a. e, sul tergo, reparti di fanteria, a ranghi serrati, per la sosta. Parrebbe inoltre che le forme del terreno le occultassero il reparto alla sua destra; 169 il III/203Q a. (meno 1'8i! btr.), venne inserito, nel dispositivo che si andava delineando, solo in un secondo tempo, andando a porsi, fronte a ovest, tra le posizioni occupate dal primo


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scaglione di marcia (gr. sqd. Mtr. "Vittorio Emanuele II"; gr. a. da 77/28 mm) e il 142Q f.; 170 - fonti britanniche: gli Italiani erano schierati con le artiglierie e le fanterie sulla cresta di alcune piccole alture disposte come la lettera L (i lati est e sud delle nostre posizioni NdA), in grado di dominare la strada principale (quella che correva a sud della pista NdA),111 artiglierie di piccolo calibro erano state individuate da una pg. dello sqd. "C" dell' 11 Q Ussari nella zona di coordinate 556367 (btr. da 65/17 mm del 141 Qf.? NdA ); 172 una "battery'' (da intendersi gr. al quale la bty britannica equivaleva NdA), era schierata fronte a sud verso le colline (dove si trovavano gli Inglesi NdA), apparentemente al limitare di una distesa fangosa, nella quale è da riconoscere la "sebka" che sappiamo essere situata al centro del dispositivo assunte dalle nostre truppe; 173 un'altra "battery" campale risultò schierata in corrispondenza del fianco destro dello sqd. "B" dell' 11 2 Ussari, e due pezzi c/c si svelarano in prossimità del bivio di Bir Tishdida per Sidi Musa. 174 Da quanto si è potuto desumere dall'analisi comparata delle fonti si ritiene di poter affermare che, per la prevista sosta, in luogo della costituzione di un dispositivo di sicurezza di G. U:, fu ordinato ai reparti di assumere singolam1ente misure di autoprotezione. Le truppe, appiedate, erano molto stanche, non disponevano di mezzi delle trasmissioni idonei, neppure era prevista l'effettuazione di collegamenti radio, da parte del Cdo D., con i comandi superiori. 175 Lo schieramento delle artiglierie (meno il I/201 2 a. della retroguardia), era tale da consentire la più rapida ripresa del movimento e quindi meno idonea a mettere in atto una difesa ottimale delle fronti dei rgt. f., di cui si ignora quasi completamente come avessero preso posizione le btr. da 65/17 mm e i pl. cn. c/c da 47 /32 mm decentrati, e quali interventi abbiano poi effettuato nel corso del combattimento. Lo stesso LXIII btg. car.


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l. dislocato sul tergo dei' rincalzi della 231 ! leg., ma con elementi posti sulla stessa linea dei reparti di fanteria, a sorveglianza del varco esistente tra la zona dunosa costiera e il costone degradante sulla pista, occupava una posizione che gli consentiva di riprendere rapidamente il proprio ruolo nella retroguardia. Protetto e defilato dal costone sul quale erano schierati gli altri reparti del gr. tat. Curcio Rubertini, era però anche in grado di intervenire con immediatezza contro minacce che si fossero manifestate particolarmente sul fianco sinistro del complesso di forze di cui faceva parte.116 Le condizioni di estrema stanchezza di alcuni reparti della D., non erano sufficienti a fare passare in secondo ordine la circostanza che una sosta prolungata esponeva tutta la colonna al pericolo di venire raggiunta da un nemico dotato di una velocità operativa notevolmente superiore. Pertanto, fin dalle 9,30, al Console Graziano Sardu, Ufficiale di collegamento dell'A., veniva comunicato, perché lo riferisse, al suo rientro, al comando superiore, che il movimento sarebbe ripreso all'imbrunire, a meno che altre esigenze, di cui si doveva essere tempestivamente informati, avessero richiesto il prolungamento della sosta oltre il tempo previsto. 177 Una ricognizione effettuata verso mezzogiorno dal Gen. Amico, rilevò la debolezza del dispositivo in corso di attuazione sulla fronte occidentale dello schieramento, inducendolo a ordinare al Cte del 2032 a., Col. Farfaneti, di schierarvi le due btr. da 100/17 mm del III gr., che avevano fatto parte dello scaglione di marcia del Cdo D., unitamente a reparti mitraglieri e arditi già tenuti in riserva. Dopo l'arrivo della retroguardia (11,30) e il suo schieramento (13,00) sulle posizioni prescelte per la sosta, venne comunicato ai Cti di scaglione che il movimento sarebbe ripreso all'imbrunire, e che alle 15,00 ci sarebbe stato rapporto per ulteriori ordini al Cdo D. (di cui si ignora dove fosse il PC NdA). Al Col. Curcio Rubertini fu in particolare comunicato che, precedentemente alla ripresa del movimento, avrebbe dovuto lasciare le posizioni occupate schierando "un btg. cc. nn. e il 1/201 2 a. (il più


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"munizionato") su una quota situata a circa 2 km dall'ala destra del dispositivo lungo la direttrice di marcia, allo scopo di sostenere lo scaglione di testa nell'eventuale urto contro mezzi meccanizzati affacciantisi lungo l'itinerario, e poi fiancheggiare la colonna, passando in seguito alla retroguardia." Non si poteva fare molto affidamento sul LXIII btg. car. 1. che sarebbe passato all'avanguardia, date le perdite per guasti meccanici che aveva subito e la conseguente scarsa efficienza illustrata dal suo comandante al Gen. Amico nel corso della ricognizione agli schieramenti, protrattasi fino all'arrivo in zona della retroguardia NdA)178· 179•180

III. 3. 2. /l combattimento (vds. schizzo 5). Mentre i reparti italiani erano impegnati in operazioni logistiche (rifornimento carburante agli automezzi; consumazione viveri di riserva) e nell'effettuazione di piccoli lavori in terra per la migliore sistemazione delle armi, la 7?,_ B. cor., con lo sqd. "C" dell' 11 2 Ussari, ristabiliva il contatto che le unità britanniche avevano perso nel corso della notte. Sulle posizioni italiane a est di Bir Tishdida convergevano ormai, da est, il 32 Ussari al completo dei suoi 2 sqd. car. 1. e 1 sqd. carri "cruiser"; da sud est, 1'82 Ussari, forte di 30 carri dei quali alcuni "cruiser" (entrambi i rgt. avevano avuto decentrata 1 tp. cn. da 25 libbre del 12 R. H. A.) e, pure da sud-est, lo sqd. "B" dell' 11 2 Ussari. Fin dalle 12,30 una pg. dello sqd. "C" dell' 11 2 Ussari, giunta nella zona di coordinate 557366, era stata cannoneggiata da nostre artiglierie di piccolo calibro (btr. da 65/17 mm del 14 12 f.? NdA), la cui posizione fu stimata essere nella zona di coordinate 556367), dove peraltro non risulta fosse schierato alcun nostro reparto. La designazione sembra pertanto errata perché le unità che occupavano le estreme posizioni orientali del nostro dispositivo con fronte a sud si trovavano spostate di almeno un chilometro (carta 1:100.000 NdA) verso ovest. A oriente, il contatto con la nostra retroguardia era stato stabilito dal 32 Ussari circa alle ore 13,00 alla distanza di


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circa un miglio a ovest di Bug Bug, dopo che lo stesso era stato fatto segno a fuoco di artiglieria un miglio a sud-ovest di Bir Naggasc (561368), ma di -questa, come della precedente azione, non esiste riscontro nei documenti di fonte italiana che si sono potuti consultare. Poco dopo le 14,00 comunque, tutte le unità britanniche sopraccitate erano giunte in zona, allertando gli Italiani, e il Cte dell'l1 2 Ussari, col Combe (che doveva trovarsi con lo sqd. "C" NdA) d'ordine del Gen Russel - . attardato come sappiamo da un guasto meccanico - assumeva il comando dell 'operazione, stabilendone alle 14,30 le modalità esecutive col Ten. col. Watson, comandante dell'8 2 Ussari e col Cap. R. H. A. Armitage.1s1-1s2-1s3 Contemporaneamente, da un aereo Gibli dell' Aereonautica Militare, il Cap. a. Osservatore Aereo Alessandro Baduel, lanciava nei pressi del PC della D. "Catanzaro", un messaggio del Maresciallo d'Italia Rodolfo Graziani che ordinava di riprendere al piÚ presto il movimento, non avendo la sosta alcun scopo tattico ma soltanto quello di far riposare le truppe; disponeva l'inserimento della D. nello schieramento in corso di attuazione tra l'Halfaia e il mare; avvertiva che la massa nelle forze meccanizzate nemiche stava per giungerle addosso. 184-185- 186 Dalle relazioni di nostri Ufficiali in comando, sembrerebbe che il combattimento abbia avuto inizio tra le 14, 15 e le 14,45 a partire dalle posizioni con fronte a sud, estendendosi rapidissimamente - anche se non preordinatamente - a quelle a est tenute dalla retroguardia. Per gli Inglesi invece, come vedremo, l'azione ebbe inizio sulla pista per Bug Bug, a cavaliere della quale operava il 32 Ussari, in corrispondenza della fronte rivolta a est nel nostro dispositivo, anche se non è da escludere che qualche colpo di cannone, contro le autoblinde dello sqd "C" in esplorazione, sia stato in precedenza sparato dalle artiglierie italiane schierate sul braccio lungo (quello meridionale) della L descritta dallo storico britannico. 187 Dallo schieramento del Il/2032 a. (alla destra della fronte a


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sud), si valutò in 50-60 il numero dei mezzi corazzati avversari che venivano impiegati sulla predetta fronte, e la valutazione sembra esatta perché nella zona, oltre alle tp. dell' 1 1Q Ussari in esplorazione, operavano l'intero 8Q Ussari e lo sqd. "B" del sopraccitato rgt. che giungeva a tutta velocità sul terreno dello scontro.188 E anche molto probabile che sia stato proprio il II/203Q a. a entrare per primo in azione, perché le btr del I/203Q, per scarsezza di munizionamento, avevano ricevuto l'ordine, dal proprio comandante, Ten Col. Nicolò Riolo, di aprire il fuoco solo alle brevi distanze. 189 Sta di fatto che dopo la ricezione del messaggio lanciato dall'aeroplano, poiché sulla fronte a sud e a est ormai si sparava, venne revocato l'ordine del rapporto alle 15,00 e i Col. De Benedettis (142Q f.) e Farfaneti (203Q a.), unitamente al Ten. Col. Reyneri (gr. sqd. Mtr "Vittorio Emanuele Il"), che erano già giunti al PC divisionale, rientrarono ai propri reparti per dirigere il combattimento. 190 È abbastanza agevole ricostruire con esattezza, dalle fonti bibliografiche, quello che accadde in campo britannico nelle prime fasi del fatto d'armi. Esso "ebbe inizio con uno scacco agli inseguitori, per uno sqd. del 3Q Ussari il quale soffrì pesantemente mentre cercava di circondare e soverchiare i cannoni italiani che chiudevano la colonna". 191 Il 3 2 Ussari infatti, aveva tentato di forzare le nostre posizioni a est con azione che risultò scoordinata rispetto a quella che il Col. Combe, Cte dell' 11 Q Ussari, stava organizzando col Ten. Col. Watson dell'8Q e il Cap. Armitage: del 12 R. H . A. Il nostro dispositivo era sembrato agli Inglesi "adatto alle guerre napoleoniche perché i cannoni e le fanterie erano sparsi lungo la sommità di un crinale a forma di L, attraverso il percorso estivo, e dominante a distanza la strada principale", 192 ma esso, almeno sulla fronte a oriente, tenuta dal gr. tat. Curcio Rubertini, si dimostrò di indubbia efficacia, come gli Inglesi dovettero constatare a proprie spese. Nel predetto settore, sul già citato costone che scendeva sulla pista, erano schierati, da sinistra verso destra, il CXXXI e il CXXXII btg. cc. nn., sprovvisti di armi c/c. Alle ali stavano le cp. Mtr., una a nord su una quota


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della zona dunosa a mare, in grado di battere il varco attraverso il quale, con una curva ai piedi del costone, passava la pista; l'altra a sud, sul fianco a monte del modesto rilievo dove la cp. arditi della 231 ll leg. chiudeva lo schieramento a est, collegandosi a destra con le posizioni tenute dal 141 2 f. Le btr. del I/201 2 a. erano in posizione sul costone, inframmezzate e praticamente in linea con le cp. fuc.: 1-3!! - una cp. fuc. - 21! btr. da sinistra verso destra, con PC di gr. dietro la 1ll btr. e PC tattico del gr. tat. alla sinistra della 2ll btr., da dove si aveva una migliore e più ampia visione dello schieramento e della zona antistante. La btr. da 65/ 17 mm della 23 P leg. era disposta sulla sinistra del I/201 2 a. e alla destra di altra cp. fuc., in posizione che il Col. Curcio Rubertini individua, insieme alla cp. fuc., sulle ultime propaggini del costone a sud della pista, e il Magg. Pilan, Cte del I/201 2 a., dice invece essere stata ai piedi del rilievo, dove esisteva il varco tra il costone e le dune a mare. Subito sul tergo, in corrispondenza di ciascuna btr., erano dislocati i trattori e gli automezzi per le munizioni e, più distanti, il posto di medicazione; due cp. di rincalzo; il LXIII btg. car. L, incaricato anche della sorveglianza dell'accesso orientale alla zona di sosta, oltre che riserva del gr. tat. 193-194 Il 32 Ussari non fu colto di sorpresa dal fuoco delle nostre artiglierie. Il Magg. Pilan stava facendo effettuare dei tiri di inquadramento su quote poste a distanze che variavano tra i 1.200 e i 2.000 m, quando su quelle più lontane a sinistra della pista apparvero i primi carri. (A sinistra anche per gli Inglesi, laddove in effetti risultano sulla carta esservi alcune quote isolate, per cui è assai probabile che l'indicazione data dal nostro Ufficiale debba intendersi riferita alla direzione di marcia del nemico NdA). I carri apparsi in vista delle nostre posizioni erano quelli dello sqd. "C" del 32 Ussari al quale, sulla base delle notizie fornite dallo sqd. "C" dell'l1 2 Ussari, era stato dato l'avventato ordine diandare a "fare una retata" di quella che a distanza sembrava "una folla alle corse". 195 · 196 La violenza del fuoco delle nostre btr. indusse lo sqd "C" a deviare per trovare riparo. Sopraggiunse celermente in colonna lo sqd "A" al comando del Magg. W. V. Ritson


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che, fatta assumere al reparto la formazione in linea di fronte, caricò con indubbio coraggio, ma temerariamente, il nostro schieramento, tentando di forzare il varco sulla destra, dove probabilmente la difesa gli era parsa più debole. Ma il terreno, nella zona in cui la carta topografica pur indicava esistere una "sebka", appariva in superficie compatto e con rada vegetazione, sicché lo sqd. che avanzava velocemente facendo fuoco con tutte le sue armi, vi si inoltro, nulla paventando, per raggiungere le nostre posizioni. Ma i carri furono grandemente rallentati dal terreno che cedeva sotto il loro peso e divennero così facile bersaglio per le btr. italiane che erano passate al tiro a puntamento diretto, con carica massima. L'attacco si esaurì a 300 m dalle nostre posizioni. Tredici carri erano rimasti sul terreno. Essi continuarono a far fuoco contro lo schieramento delle nostre artiglierie finché vennero incendiati dal preciso tiro dei cannoni, cui si erano aggiunti le mtr. Fiat 35 della cp. Mtr. del CXXXI btg. cc. nn., e le "mitragliatrici pesanti Breda" (cn. mitragliere da 20 mmc/a impiegate nel tiro c/c NdA). 197· 198· 199·200 Gli Inglesi avevano fino a quel momento impiegato sulla fronte a est del nostro schieramento una quarantina tra carri leggeri MK VIB, autoblinde e "scout cars" (impropriamente indicati come autoblinde NdA), e sostenuto la carica dello sqd "A" anche col fuoco della tp. da 2 libbre della bty "D" del R H A , decentrata al rgt. 201 Se uno sqd. era stato quasi completamente distrutto (13 carri incendiati; 22 tra morti e feriti di cui il Cte di sqd. a altri 2 Ufficiali caduti), aveva però causato diverse perdite tra gli artiglieri italiani: tra gli Ufficiali il Col. Curcio Rubertini, ferito da proiettile di mitragliatrice a una gamba rimase al suo posto di combattimento, mentre il Magg. Pilan, Cte del I/201Q a., colpito più gravemente due volte, fu costretto invece a lasciare il comando del gr. al Cte della 2! btr. Cap. Fausto Vannozzi. 202.203.204.zos.206 Mentre la lotta infuriava aspra sulla fronte a est, sulla fronte a sud gli Inglesi preparavano l'attacco decisivo al nostro schieramento. L'8QUssari era giunto alle 14,30 ad Alam Idris e il Ten. Col. Watson, precedendo il rgt. a Iluet el Na' As, si era incontrato


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al PC dell' 11 Q Ussari col Col. Combe, al quale il Gen. Russe! aveva ordinato di organizzare l'attacco alle nostre posizioni. Lo sqd "B" era stato inviato verso ovest sulla strada per Sollum dove una pg. dell' 11 Q Ussari (probabilmente dello sqd. "C" NdA) aveva catturato alcuni automezzi; il resto del rgt., con lo sqd. "A" in testa e lo sqd. "C" in riserva, mosse in direzione di Iluet el Na' As, al fine di raggiungere una posizione che gli consentisse di concorrere all'attacco, che il 3Q Ussari aveva ricevuto l'ordine di sferrare contro reparti di cc. nn., sostenuti da artiglieria, i quali presidiavano "the line of the Sidi el Barrani road" col compito di tenere aperta "the escape route" dalla predetta località Il racconto dello storiografo britannico si fa a questo punto confuso e impreciso. Parrebbe comunque che, giunto a Iluet el Na'as, lo sqd. "A", con gli unici tre carri di cui disponeva (o con soli tre carri), rimanesse a guardia di un gruppo di prigionieri fatti dall' 11 2 Ussari e che "just about this time" (proprio circa quel tempo), lo sqd. che era in testa (lo sqd. "A"? NdA), avvertisse alla propria destra e in direzione est, "a tremendous barrage" di artiglieria (da riferirsi al combattimento ingaggiato dalla nostra retroguardia con il 3Q U ssari NdA). Sta di fatto che al rgt. venne ordinato di fermarsi in attesa di ordini che giunsero rapidamente, insieme alle informazioni su quanto stava accadendo, e che davano uno sqd. e parte dell'H. Q. reggimentale del 3g Ussari posti fuori combattimento dal fuoco dell'artiglieria nemica. Lo sqd. "A", con i carri che gli rimanevano (o abbandonando la sorveglianza dei prigionieri), si spinse su una piccola collina "over the road" (sopra la strada). L'ordine del Ten Col. Watson, l'H. Q. reggimentale si pose al riparo dietro la collina; lo sqd. "C" serrò le distanze portandosi a ridosso del l'H. Q.; lo sqd. "B" che muoveva verso Sollum ricevette l'incarico di proteggere il fianco sinistro dell'unità . Era arrivato intanto anche il Gen. Russel, il cui carro era stato rimesso in efficienza. Insieme al Ten Col. Watson quegli raggiunse la sommità della collina per osservare lo schieramento nemico.207 Dal posto di qsservazione scelto sull 'altura (di Iluet el Na' As Nda), era possibile vedere a nord, "schierata sul margine della piana


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salata" (la "sebka" NdA), una "battery" da 75 mm che fronteggiava la collina, "con automezzi e dozzine di piccoli uomini in nero" (le uniformi grigio verdi - e le camicie, forse nere - degli artiglieri, visti a distanza), 208-209 "che si affrettavano intorno". (L'intera frase va però interpretata nel senso che il leggero rilievo sul quale era schierata la "battery" italiana, coprendo alla vista il terreno interposto tra questa e la "sebka", faceva apparire il reparto come schierato sul margine di essa NdA). A una distanza di circa 700 "yards" a ovest (chiaramente errato: deve intendersi a est NdA) della "battery'' erano poi visibili i carri in fiamme del 32 Ussari. 210 I movimenti dell '8Q Ussari che "correva al cannone" non erano passati inosservati. La "battery'' individuata dagli Inglesi entrò in azione, unendo il proprio fuoco a quello delle altre nostre artiglierie schierate con fronte a sud le quali, fino a quel momento, si erano limitate a contrastare le autoblinde dell' 11 2 Ussari con tiro a cadenza lenta, per risparmiare munizioni.211 -212 L'azione cli fuoco fu molto violenta e di indubbia efficacia perché lo sqd. "C" dell '8Q Ussari arretrò di circa 400 m per sottrarsi a essa.213 Si andava intanto organizzando la manovra britannica. Appoggiato, per la durata di quattro minuti e fino alla distanza di 500 "yards" dagli obiettivi, dal fuoco della tp. da 25 libbre del 12 R. H. A. (di cui si sconosce la dislocazione), 1'82 Ussari avrebbe "caricato" la "battery" al centro del nostro schieramento, avendo lo sqd. "C" in testa e il " B" di rincalzo. Lo sqd. "C" era di composizione mista e pertanto dotato sia di cani leggeri MK VIB che di cani "cruiser" dei quali sono ignoti numero e modello. È da rilevare che per mezzi corazzati dotati di velocità, in terreno vario, di circa 40 Km/h, quattro minuti conispondono a una distanza di circa 2.700 m. Le nostre posizioni si trovavano approssimativamente a 3,4-3,5 km dalla "departure line" del rgt. Dalla storia dell'unità non è dato conoscere quale fosse il compito assegnato allo sqd. "A" il quale, come abbiamo visto, si era portato, tutto o in parte, sulla collina di Iluet el Na' As. 214 Ma un'altra minaccia si era manifestata per lo schieramento


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italiano. Lo sqd. "D" dell"l1 2 Ussari, che aveva lasciato la protezione del fianco esposto e del tergo della B., era giunto sul terreno della lotta dopo le 14,00. Alle 14,30, nel rapporto dal Col. Combe insieme al Ten. Col. Watson e al Cap. Armitage, il Cte dello sqd. aveva concordato il piano per l '.~zione da svolgere, nel corso della quale la sua unità avrebbe dovuto raggiungere la pista per Sollum, immediatamente a ovest dello schieramento della D. "Catanzaro", per precluderle la sola via di ripiegamento disponibile. In questo tentativo però, giunto a 600 "yards" dalle nostre posizioni, lo sqd. cadde, sul fianco destro, sotto il fuoco di una nostra "battery" (probabilmente il III/203Q a. NdA), disposta nella zona di coordinate 553366 e fu costretta a ripiegare. Alle 15,30, quattro nostri aerei d'assalto BA 65 della 159!! squadriglia 50Q Stormo, decollati dall'aeroporto di Amseat, attaccavano con bombe i mezzi corazzati avversari, prima le autoblinde dello sqd. "B" dell' 11 2 Ussari sul lato occidentale del nostro schieramento, poi i carri armati davanti alle posizioni tenute dal 142Q f. I danni inflitti, anche se il gen. Amico, nella sua relazione, afferma che alcuni carri furono colpiti, sono di difficile valutazione. Gli Inglesi infatti appena accennano all'attacco portato contro lo sqd. "B" dell' 11 2 Ussari, mentre i velivoli italiani furono tutti danneggiati dal fuoco nemico erogato da "mitragliere" (fmtr. dalle autoblinde; mtr. dei carri, oppure tp. e/a della 3!! btr. 1062 R. H. A.? NdA). L'intervento della nostra aviazione, al di là degli effetti conseguiti, merita menzione anche perché i piloti, Ten. Adriano Visconti; Mar. Ennio Sagliaschi; Serg. Magg. Paolo Perno e Pietro Scaramucci, sorpresi da bombardamento aereo sul campo mentre erano già in linea di volo e con le eliche rotanti, non abbandonarono i velivoli per mettersi in salvo, e decollarono appena esplosa l 'ultima bomba, in mezzo alla polvere sollevata dagli scoppi.215•21 6- 217• 218

Sul lato orientale del nostro dispositivo, dove era schierata la retroguardia, la lotta era intanto ripresa accanita. Il Ten. Col. Peterick aveva infatti ordinato allo sqd. "C" (carri leggeri NdA) del 32 Ussari di andare a sua volta all'attacco, direttamente sul


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costone, sussidiando però la manovra con una azione da sud, avvolgente sulla destra, affidata allo sqd "B" costituito da carri "crnisers". L'azione frontale venne arrestata dalle nostre artiglierie, sia pure a caro prezzo di morti e di feriti. Tra i feriti, gravissimo, il Cap. Vannozzi, Cte della 2~/1/201 2 a., che aveva assunto il comando del gr. in sostituzione del Magg. Pilan e che non sarebbe sopravvissuto, e il Cte la 3~ btr. Ten. Francesco Martello. Le munizioni intanto, per l'intensità del fuoco sviluppato, cominciavano a scarseggiare.219-220 Contemporaneamente all'azione del 32 Ussari, alle 16,00, appoggiato dal fuoco dell'artiglieria, 1'82 Ussari attaccava da sudovest il centro del nostro schieramento nella zona a ovest di Kafret Abd, dalla quale i nostri pezzi cannoneggiavano Bir el Na'as. Lo sqd. "B" dell'l1 2 Ussari, seguito dallo sqd "C", si era invece diretto verso ovest, per tagliare la ritirata alla "Catanzaro" a Bir Tishdida.221-222-223-224-225 Gli eventi ormai precipitavano e non è agevole riferirli in stretta connessione cronologica perché alcuni di essi, rilevanti ai fini delle sorti del combattimento, si verificarono contemporaneamente, o quasi. Così è per la fronte a sud del nostro dispositivo dove il cedimento avvenne sulla sinistra e al centro per effetto degli attacchi del 3 2 e dell '82 Ussari. Alla sinistra della predetta fronte, lo sqd. "B" del 32 U ssari,226 al comando del Cap. Marsh, sfruttando la copertura offerta da una cortina nebbiogena distesa dai reparti di supporto ("close support tanks" o tp. della bty "A/E" 12 R. H. A. di schieramento ignoto? NdA), si era portato a sud del 1ilievo dal quale scendeva il costone dove era spiegato, fronte a est, il gr. tat. Curcio Rubertini. Salita la leggera china aveva poi caricato, con due tp. avanzate, la fronte tenuta dal 141 2 f. i cui reparti, fatti oggetto, parrebbe, anche di rado fuoco d'artiglieria, non potendo opporre, alle spesse corazze dei carri "cruiser" MK IV227 , altro che il fuoco dei pezzi da 47/32 mm decentrati e della btr. d'accompagnamento da 65/17 mm, vennero rapidamente travolti. Il tiro dei cannoni da 47/32 mm (tutti o in parte, poiché non si sa se qualche pezzo fosse stato


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abbandonato nel corso della ritirata NdA), risultò inefficace. Per un pl. almeno, schierato in contropendenza e arretrato rispetto ai reparti fucilieri, è anche probabile che, per la concitazione e la fretta conseguenti all'ordine di ripiegamento, siano state abbandonate proprio le munizioni c/c. Né migliore effetto sortirono le granate ordinarie dei pezzi da 65/17 mm della btr. d' accpmpagnamento.228-229 Proseguendo nello slancio, lo sqd. piombò mitragliando e cannoneggiando sul fianco destro e poi sul tergo dello schieramento del gr. tat. Curcio Rubertini che, come sappiamo, aveva bloccato davanti alle proprie posizioni, fino allora validamente difese e tenute, l'attacco frontale· dello sqd "C". Nella situazione gravissima che si determinò, i reparti cc. nn., sprovvisti di armi c/c, ressero fino a che le artiglierie, impegnate alle brevi distanze anche su fronte rovesciata, furono "overmns" (schiacciate) sui propri schieramenti. Ultima a essere sopraffata fu la 3~/I/ 201 Q a., che servita da pochissimi intrepidi artiglieri, agli ordini diretti del Col. Curcio Rubertini, continuò a fare fuoco contro i carri nemici fin a esaurimento delle munizioni. Il LXIII btg. car 1., che pure aveva tentato una reazione, non fu in grado di conseguire alcun utile risultato e si scompaginò come le fanterie. 230-231 Dei carri, oltre a quelli colpiti o divenuti inutilizzabili per guasti meccanici, tre soli, sfuggiti indenni all'accerchiamento, andranno poi perduti all'avanguardia, nel vano tentativo di aprire, ai reparti superstiti della D., un varco verso Sollum.232 Sulle posizioni sconvolte, in mezzo a un gran numero di carri nemici posti fuori combattimento o immobilizzati, il Gen. Amico vide alzarsi segni di resa. Proseguendo nell'azione, i carri britannici si diressero verso ovest, per attaccare sul fianco sinistro e sul tergo quanto rimaneva del nostro dispositivo ormai ritenuto scoperto. Ma a cavaliere della pista trovarono schierata l '8~ btr. da 100/17 mm del 203Q a., comandata dal Ten. Giorgio Pannaria che, intervenendo da una distanza di poche centinaia di metri, li costrinse ad arrestarsi con perdite. Il 32 Ussari poté vantare da tremila a quattromila prigionieri e la distruzione o cattura di 24 cannoni.233-234 235-236-237


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Mentre si verificavano questi eventi, lo sqd. "C" dell'8Q Ussari (Magg. Vernon-Miller), protetto dal fuoco dell'artiglieria, uscì da entrambi i lati della collina di Iluet el Na' As in corrispondenza di due avvallamenti, spiegandosi, con i carri "cruiser" e quelli dell'H. Q. al centro e i Mark VIB ai lati, nella piana antistante le nostre posizioni che, facendo fuoco con le armi di bordo, carico in linea, su una fronte molto ampia, interessando alle proprie ali, con movimento avvolgente su entrambi i lati, il IJ203Q a. 238•239-240241 Contro carri avanzanti, risultato inefficace il tiro di sbarramento, si passò a quello a puntamento diretto, pezzo per pezzo. In questa fase della lotta il Col. Farfaneti, dal suo PC, raggiunse col Cap. Raffaele Martinez, Aiutante Maggiore in I, che portava la Bandiera (Stendardo) del rgt., lo schieramento del I gr che appariva il più seriamente impegnato, e che trovò preso sotto il tiro sui due fianchi da parte dei carri i quali erano già giunti a qualche centinaio di metri di distanza. Spiegata la Bandiera tra gli artiglieri della I btr., dopo averli incitati a difenderla con onore, il Col. diresse il tiro del I pezzo contro carri nemici che facevano fuoco da quella che, per la conformazione del terreno antistante, appariva come una piccola gola posta a est dello schieramento della btr e, successivamente, contro un carro isolato che, riuscito a infiltrarsi nella posizione tenuta dalla btr. contermine a sinistra (la 3~), minacciava la 1~ sul fianco. L'8~/III/203~ infatti, che aveva temporaneamente arrestato la progressione dello sqd. "B" del 3Q Ussari, era stata a sua volta presa sul tergo dallo sqd. "C" dell'8Q e, pur avendo fatto fronte al nuovo attacco, era stata anch'essa soverchiata, lasciando scoperto Io schieramento dal I gr.242 Il carro "solitario" fu colpito e immobilizzato e il Col. Farfaneti, seguito dal Cap. Martinez con la Bandiera e dal Sottotenente (S. Ten.) Giacomo Gattini (Aiutante Maggiore in II del I/203Q a.), raggiunse il IV pezzo della 3~ btr. che era rimasto privo di serventi, sostituendosi al puntatore. Aiutato dai due Ufficiali stava puntando il pezzo in direzione di alcuni carri che sopraggiungevano sparando, quando una raffica di mitragliatrice investi il gruppetto, colpendo mortalmente alla testa il Col. Farfaneti e in maniera


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meno grave gli altri due improvvisati serventi. La lotta sullo schieramento (durante la quale la 5;i btr. del II gr. effettuò tiro di "repressione" sulle posizioni della adiacente btr. del I gr.), continuò finché furono finite le munizioni, e i feriti furono potuti raccogliere solo alla fine del combattimento. La Bandiera, rimasta accanto al pezzo, venne poi sepolta per sottrarla al nemico. Il prode Col. Farfaneti spirò alle 2,00 del giorno 12 senza aver ripreso conoscenza.243-244- 245 Le fonti britanniche sono molto parche per quanto concerne lo sviluppo dell'azione sulla fronte tenuta dal 1422 f. e dal II/2032 a. Si riferisce soltanto che le fanterie, dopo che i carri dell'8 2 Ussari avevano iniziato l'attacco, furono viste "sparpagliarsi e dirigersi verso nord. Lì, protetti dalla "sebka", riuscirono a raccogliersi di nuovo e subito dopo cominciarono a ritirarsi in ordine ragionevolmente buono, ad eccezione delle unità sul fianco destro che erano state circondate dal 32 Ussari." 246 La storia del 32 Ussari peraltro nulla riferisce di esplicito relativamente alle nostre fanterie. Quella dell'8 2 invece non fa cenno alcuno alla parte avuta nel combattimento dal suo sqd. "A" del quale, ad azione ultimata, due soli carri raggiunsero la zona di raccolta di Iluet el Halfa, dove, mentre gli sqd. "B" e "C" rimanevano sul terreno dello scontro a guardia dei prigionieri, affluirono l 'H. Q. del rgt. e le artiglierie che avevano partecipato al fatto d'armi. Nella stessa località convenne pure il 32 R. H. A., 247 ma di quest'ultimo rgt., che pure faceva parte della 7! D. cor. (Support Group), non si è in grado di sapere, al pari della tp. a/a(?) della 3! bty. 1062 R. H. A. (assegnata alla B.), se abbia assolto qualche ruolo nel combattimento che è noto nella storiografia inglese come "battle of Bug Bug".24s Relativamente al 1422 f. e al U/203 2 , lo schizzo topografico allegato alla relazione del Gen. Amico assegna alle due unità, unitamente a tre sz. da 20 mm, una fronte, verso sud, di 1.300 m. Per rendersi conto dell'ampiezza della manovra britannica nel settore, sarebbero da aggiungere a questi, verso est, i 300 m affidati a rep.arti del 2032 btg. Mtr. con due sz. da 20 mm, e altri 300-


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400 m del 1/203Q, vale a dire circa 2 km, troppi per un solo sqd., ancorché attaccante su ampia fronte, ma di forza ridotta (il rgt., come sappiamo, disponeva di soli 30 carri Nd.A). Poiché il 1Qbtg. R. T. R. era rimasto in riserva a Iluet Abu Mazud, lo sqd. "C" attaccava il I/203Q a., lo sqd. "B" era di rincalzo, anche se non era ovviamente necessario coprire l'intera fronte, le forze disponibili appaiono insufficienti. Non rimarrebbe quindi impiegabile altro che lo sqd. "A" (peraltro anch'esso di forza ridotta NdA), che era rimasto avanzato fino a Iluet el Na' As. A meno che lo sqd. "B", posto solo inizialmente di rincalzo, sia poi deviato a sinistra, in direzione del II/203Q a. e del 142Q f., per effettuare un'azione indipendente, estendendo così verso ovest la fronte d'attacco, e ciò spiegherebbe perché, nella fase centrale dello scontro, la 5~/II/ 203Q a. abbia potuto effettuare tiro di "repressione" sulla vicina btr. del I gr. La manovra descritta non è riferita dallo storiografo del1'8 2 Ussari, ma è graficamente rappresentata nella relazione ufficiale britannica della campagna, anche se attribuita a un'aliquota dello sqd. "C".249 Sulla destra del nostro schieramento l'azione del nemico, mentre esso assumeva il dispositivo d'attacco e nelle prime fasi del fatto d'armi, fu contrastata, come sappiamo, dall'attacco al suolo effettuato dai nostri velivoli d'assalto e, successivamente, dal fuoco delle artiglierie che si trovarono però ben presto a corto di munizioni. Mentre gli Ufficiali del Cdo D. si adoperavano per "disciplinare" i movimenti di alcuni reparti retrostanti le linee avanzate, il Ten. Marantonio venne inviato allo schieramento della retroguardia per una richiesta urgente di munizionamento da 75 mm per il II/203Q a. Giunto sul posto, l'Ufficiale trovò che esse erano quasi esaurite, e l'unico automezzo che ancora ne portava saltava in aria colpito in pieno da un fortunato colpo da 40 mm, sparato in corsa dal carro "cruiser", de11'8Q Ussari, di cui era capo equipaggio un non meglio identificato "Nelson", togliendo così ogni speranza di protrarre la lotta sugli schieramenti che stavano ormai per essere travolti. 250-251 -252 Sulla destra intanto le btr. del I1/203Q a. andavano progressi-


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vamente esaurendo le munizioni, mentre i reparti del 1422 f. cedevano all'attacco. Alcuni di essi riuscivano però a riordinarsi su una collinetta sovrastata da un torrione dove il Col. De Benedettis, che aveva nascosto il drappo della Bandiera sotto la camicia, e i Ten. Col. Giovanni Reitano (I/1422 f.) e Carlo Fabiani (II/1422 f.) tentavano di imbastire un'ultima resistenza insieme alle btr. del II/2032 a. (Magg. Luigi Boncristiano). Il Gen. Amico, insieme al Magg. Annarumma, lasciato il PC divisionale, riusci a raggiungere la collinetta (individuabile forse, nella carta al 100.000, in q. 19 di coordinate 553366, ma non riportata, al pari del PC, nello schizzo topografico del Gen.), dalla quale poté fare un esame della situazione detern1inatasi che mostrava: - alla sinistra, le posizioni della retroguardia sconvolte, con gran numero di carri e di autoblinde ("scout cars" NdA) nemici immobilizzati, ma sulle quali già si vedevano alzare segni di resa; - al centro: le posizioni del 141 2 f. del tutto abbandonate; . i residui reparti del 1422 f., raccolti per l'ultima difesa, ma impotenti a reagire efficacemente ali 'incalzare del nemico; - alla destra, dove erano arditi; mitraglieri; il 1II/203Q a.; il gr. a. da 77/28 mm; il gr. sqd. Mtr. "Vittorio Emanuele II" assoluto silenzio di fuoco. Resosi conto dell'inutilità di prolungare sulle posizioni ancora tenute una resistenza ormai senza speranza, il Gen. ordinava allora al Col. De Benedettis di avviarsi, con quanto rimaneva del rgt., verso la pista per Sollum e di aprirsi un varco per raggiungere le nostre linee, portandosi dietro i pezzi del II/2032 a. che erano rimasti senza munizioni. Il tentativo di salvare le artiglierie non aveva successo perché due btr. (da intendersi tp., probabilmente della bty "D" a/t del R. H. A., decentrata all '82 Ussari NdA), portate dal nemico a breve distanza, colpivano con preciso tiro i pezzi e incendiavano i trattori. 253 La suddetta azione, per testimonianza del Ten. Vezio Carobbi, sottocomandante della btr., non interessò la 5!/JJ/2032 a. (a sinistra nello schieramento del gr.), perché isolata e già sopraffatta.


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Mentre il Col. De Benedettis si allontanava per tradurre in atto gli ordini del Cte la D., questi, sempre con il Magg. Annarumma che era rimasto ferito a una mano, raggiunse il PC del 141 Q f. trovandolo deserto. Tornato al suo posto di comando apprese che nel frattempo anche la destra aveva ceduto. Dopo che lo stesso PC di D. era stato raggiunto dai carri nemici, sfuggendo alla cattura soltanto perché non visto, il Gen. Amico, col Capo di SM Ten. Col. Nebbia, gli altri Ufficiali del comando e il Col. Ninni della retroguardia, riuscì a raggiungere le colline sabbiose litoranee dove, "nella relativa sicurezza delle saline",254 e sotto la protezione delle mitragliatrici di un btg. decimato, aveva ripiegato con i propri uomini il Col. De Benedettis che non era riuscito ad aprirsi un varco verso Sollum.255-256 Come è noto, la minaccia alla destra del dispositivo italiano era stata in un primo momento sventata e lo sqd. "B" dell' 11 2 Ussari costretto a ritirarsi. Mentre era in corso l'attacco generale britannico il predetto sqd., seguito dallo sqd. "C" resosi disponibile, aveva cercato, muovendo sulla rotabile a sud del rilievo dove si svolgeva il combattimento, di raggiungere il più celermente possibile la pista che costituiva la via di ripiegamento della D. "Catanzaro", attraverso il raccordo tra le due vie di comunicazione che sboccava a ovest di Bir Tishdida.. Questo attraversava però un terreno fangoso e lo sqd. "B" incontrò notevoli difficoltà. Quando la tp. avanzata dello sqd., comandata dal 2Q Ten. Cunningham, giunse a distanza di tiro dal bivio, la ritirata delle truppe italiane in direzione di Sollum era in pieno svolgimento. L'intero dispositivo della "Catanzaro" volto a occidente, minacciato alle spalle, si era infatti dissolto. Mentre la tp. procedeva verso la pista per porsi di traverso a essa e così bloccare la nostra colonna, le due autoblinde Rolls-Royce si impantanarono e l'Ufficiale decise di proseguire da solo con l'autoblinda Morris. Da parte nostra entrarono in azione due pezzi c/c, ma sopraggiunse un 'altra Morris, quella del 22 Ten Halliday, le cui altre due autoblinde si erano pure impantanate. Nel breve scambio di colpi i serventi dei nostri due pezzi vennero uccisi (i cannoni da 47 /32 mm non erano


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scudati NdA). Sopraggiunse una terza autoblinda, quella del caporale Ramdel, liberatosi dalla stretta del fango, e i reparti bloccati non ebbero più scampo. L'azione fruttò agli Inglesi 1.800 prigionieri, ma a completare l'opera arrivò più tardi l'intero sqd. "B", il cui comandante ordinò al 2Q Ten. Halliday di proseguire velocemente in direzione di Sollum per intercettare coloro che erano riusciti a sfuggire. L'inseguimento, pur tra le difficoltà del terreno fangoso, fu coronato da successo. La colonna, che comprendeva tre carri leggeri (superstiti del LXIII btg. NdA) e un numero imprecisato di automezzi, fu sopravvanzata e costretta alla resa. Altri 2.000 uomini caddero così nelle mani dell' 11 Q Ussari.257-258 Col sopraggiungere della notte (il sole a Bir Tishdida 31 °30' Ne 25°23' E - era calato alle 17,45' e il combattimento era durato oltre quattro ore),259-260·261 si concludeva la vicenda, come G. U. combattente, della D. "Catanzaro", e dei reparti già posti alle sue dipendenze oinviatele di rinforzo per la difesa del centro logistico di Bug Bug.

III. 3. 3. L'epilogo

III 3. 3. 1. Il rientro nelle linee. La mattina del giorno 12, dopo una marcia durata tutta la notte in riva al mare, al largo del quale incrociavano tre navi britanniche, i resti della "Catanzaro", dei reparti della G a. F. e del gr. tat. Curcio Rubertini (un terzo circa del personale e poco materiale),262 raggiunsero le nostre linee a Sollum bassa. Da un primo sommario computo dei superstiti risultò che, insieme al Gen. Amico e allo SM della D., erano riusciti a sfuggire al nemico: della "Catanzaro", alcuni reparti del 142Q rgt. f., col loro Cte, Col. De Benedettis; del gr. tat. di formazione: la 3i! cp. del CXXXI btg. cc. nn. e la cp. "arditi" della 231 i! leg. col Console Ardu, Cte la leg.; il 1Q Seniore Venditti, Cte il CXXXII btg. cc. nn.; il Col. Curcio Rubertini, benché avesse riportato una ferita


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"transfossa" alla coscia destra fin dall'inizio del combattimento; il III/2022 rgt. a. (o almeno buona parte di esso NdA) e il Col. Ninni, Cte del rgt. Del III/2022 a., messosi in marcia all'inizio del fatto d'armi perché le condizioni del traino l'avevano reso non impiegabile, rientrarono sicuramente a Sollum sette pezzi rimorchiati dagli automezzi pesanti del II scaglione del I/201 2 a. 263•264-265 Una btr. da 105/28 mm, schierata nei pressi di Sollum per la "difesa antinave", chiamata al fuoco da un osservatorio della D. cc. nn. "28 Ottobre", avrebbe protetto, effettuando tiro d'interdizione, il rientro nelle linee dei predetti reparti, o di altri (successivamente sottratti alla stretta nemica? NdA), che il Maresciallo d'Italia Graziani dà ancora circondati e combattenti nei pressi di Bir Tishdida alle 10,30 del 12 dicembre.266-267 Di tali superstiti resistenze non vi è peraltro traccia nelle fonti documentali e bibliografiche inglesi.

III. 3.3.2 Consuntivo di una infausta giornata. Il mancato inserimento della D "Catanzaro" e rinforzi nello schieramento che si stava organizzando, tra l 'Halfaia e il mare, a protezione della linea Sollum - Capuzzo, nocque grandemente alla solidità del ·dispositivo da mettere in atto per la difesa delle nostre ultime posizioni tatticamente importanti in territorio egiziano; alla sua tenuta contro gli attacchi nemici; all'andamento stesso della successiva battaglia di Bardia, le cui difese non ebbero l'apporto di uomini e mezzi di fuoco che essi avrebbero potuto fornire. Il combattimento di Bir Tishdida (o di Bug Bug che dir si voglia), si era risolto in un vero disastro per le nostre armi. La tragica evidenza dei segni della disfatta, nelle truppe che rientravano nelle nostre linee, non mancò di influire negativamente sul morale delle unità che non erano ancora state coinvolte nella lotta.268 Un terzo circa della D. "Catanzaro" sfuggì alla cattura, ma la valutazione del Mar. d'Italia Graziani era ottimistica, se è vero,


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come asseriscono gli Inglesi, che caddero nelle loro mani 14.000 prigionieri e 68 cannoni.269·210· 211 La D. autl. tipo A. S. aveva infatti una forza organica di circa 11.000 uomini, e il gr. tat. di formazione Curcio Rubertini ne aveva inquadrati circa 2.500, ma forse il loro numero era inferiore perché, come non sarà sfuggito, il predetto Col., per i due btg. cc. nn. della 231 ;i leg., nello schizzo topografico allegato alla propria relazione sul combattimento, riporta schierate solo 6 cp. in luogo di 8 (4 fuc. e 2 mtr.) per cui, errore a parte (poco probabile d'altronde per la forma grafica del documento), si può suppore che, in considerazione della penuria di reparti ai cui soffriva la D. cc. nn. "28 Ottobre" di due btg., CXXXI e CXXXII siano state sottratte 1 cp. fuc. ciascuno.272 Non è nota la forza dei reparti della G. a. F. e logistici della base di Bug Bug. Dei 68 cannoni catturati non sono riferiti dagli Inglesi tipo e calibro, né è dato sapere se nel computo siano inclusi gli 811 caduti nelle mani dell' 11 QUssari quando cercava di ristabilire il contatto con le nostre truppe in ritirata. La D. "Catanzaro"; il gr. sqd. Mtr. "Vittorio Emanuele II" e il gr. a. da 77/28 mm (per la difesa del centro logistico di Bug Bug); il gr. tat. Curcio Rubertini disponevano complessivamente di 120 pezzi tra cannoni di vario calibro e mitragliere da 20 mm (84 campali; 16 c/c da 47/32 mm dei quali 10 della cp. cn. c/c divisionale e 6 assegnati ai reparti della G. a. F. per le loro esigenze; 20 c/a da 20 mm dei quali 16 delle btr. divisionali e altri 4 per il gr. tat. di formazione e la difesa delle installazioni di Bug Bug). La differenza (52), anche a volerla algebricamente aggiungere agli altri 8-11 catturati dall'llQ Ussari, è troppo grande (41-44), per non far ritenere che gli Inglesi abbiano voluto riferirsi ai soli pezzi campali effettivamente schierati, il cui numero può essere calcolato proprio in 68, escludendone i 12 pezzi da 100/17 mm del I1I/202Q a. del quale già ci sono note le vicende. Sconosciuto è il numero dei nostri caduti. Gli Inglesi, solo nel settore dove aveva operato il 32 Ussari, affermano di averne contati 52. 2?J:274 Essi erano per buona parte artiglieri delle linee pezzi, strenuamente difese, del I/201Q a. e della btr. da 65/17 mm della


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231 !! leg.. Il Gen. Amico e il Ten. Col. Nebbia scrivono nelle loro relazioni che i reparti ebbero forti perdite, anche per il fuoco dell'artiglieria nemica, il quale si abbatteva sulle unità prive dei ripari che l'organizzazione del terreno con lavori in terra avrebbe potuto loro offrire, e quindi praticamente allo scoperto.275-276 La relazione del Cte del 1/201 2 a. , Magg. Pilan, fornisce invece un elenco dettagliato delle perdite subite dal gr.. Di questo presero parte al combattimento 12 Ufficiali, 3 Sottufficiali, 163 militari di truppa, tra cui si ebbero (ma i dati, precisa il Magg. Pilan, sono incompleti): -caduti : - feriti Totale :

U.:

2 « 3 5 (41 %)

SU.: 1 «

1 (33%)

Truppa: 13 << 27 40 (24,5%)

I due Ufficiali caduti sono il Cap. cpl. Fausto Vannozzi, Cte la 2;i btr. e il S. Ten. cpl. Salvatore Cinieri subalterno della 31! btr.277, mentre per la truppa le perdite indicate rappresentano il 47 ,6% dei serventi delle linee pezzi, 84 uomini a pieno organico, il che non era. Mancano inoltre tutti i feriti (U., compresi) della 3!! btr. Il 2032 a., secondo quanto riferisce il Ten. Col. Riolo, Cte del I gr., ebbe le seguenti perdite: - caduti : -feriti Totale :

U.:

1

« : IO

11

su.:-«

Truppa: 13 « 32 45

Una nota riferita ai militari di truppa caduti precisa però che questi appartenevano tutti al 1/2032 , inducendo a ritenere che i dati per essi indicati siano poco attendibili o quantomeno largamente incompleti, basandosi su informazioni ricevute in prigionia.278 Il Ten. Carobbi, sottocomandante della 5!!/II/2032 a., nella sua testimonianza afferma infatti che il suo reparto (btr. o gr. ?)


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ebbe da solo 12 perdite, oltre a lamentare il ferimento di un Ufficiale. 279 Più sicure sembrano invece le notizie relative agli Ufficiali che, oltre al caduto (il prode Col. Farfaneti), riferiscono anche nominativamente i feriti appartenenti al Cdo rgt. e ai tre gr., trovando conferma, per il II gr., in quelle riferite dal sopraccitato Ufficiale. 280-281 Il LXIII btg. car. I. perse tutti gli L/3/35 (una ventina) tra il giorno 9 e la fine del combattimento il giorno 11. Al rientro dei superstiti nelle nostre linee risultavano mancanti 6 Ufficiali e 36 militari truppa, su un totale rispettivamente di 15 e 156 (i dati relativi ai secondi sembrano comprensivi anche dei Sottufficiali NdA), anche se non è dato conoscere il numero dei caduti né quanti, tra i prigionieri, fossero i feriti. Le notizie sono desunte dalla relazione, in data 19/12/1940, del Gen. D. Carlo Spatocco, Cte del XXI C. A., il quale smentisce così autorevolmente ogni altra informazione che dà il btg. perduto nella successiva battaglia di Tobruk al quale partecipò invece, con 32 carri interrati perché inefficienti, altro btg. dello stesso 42 rgt. f. carrista cui esso apparteneva, e precisamente il XXI, erroneamente indicato come

LXIII.2s2-zs3 Delle perdite subite dalle altre unità non è stato finora possibile raccogliere alcun elemento. Ciò in considerazione del fatto che non sono ancora accessibili (perché conservati nei fascicoli personali degli Ufficiali già prigionieri sottoposti a procedimento disciplinare NdA), o non sono state ritrovate, le relazioni di tutti gli Ufficiali in comando, a livello reparto autonomo; btg. - gr.; rgt., che hanno partecipato al combattimento_ Inoltre, il Diario Storico del Comando Supremo per le operazioni del 1940 è stato rinvenuto dopo la guerra deteriorato per incendio e manomesso. In quello del giugno 1943, contenente il memoriale del Maresciallo d'Italia Graziani, ricco di 28 fascicoli di allegati, mancano i primi cinque e il 182, e il testo stesso del memoriale il quale, peraltro, è riportato integralmente nel libro del predetto, dal titolo Africa Settentrionale 1940-1941. 284 Le perdite britanniche in personale ammontarono a 7 Ufficia-


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li e 29 tra Sottufficiali e soldati di cui non si specifica se morti o feriti. 285 Dagli storiografi dei rgt. sappiamo però - ciascuno per il proprio - che il 32 Ussari ebbe 10 morti (tra cui il Cte dello sqd. "A", Magg. Ritson e altri due Ufficiali) e 13 feriti, tre dei quali Ufficiali,286 mentre 1'82287 e l' 11 2 Ussari non avrebbero riportato perdita alcuna. Non si è quindi in grado di stabilire a chi attribuire la differenza (13) a 36. Quelle in mezzi corazzati furono invece le più gravi dagli Inglesi subite in un singolo combattimento durante la loro prima offensiva in A. S .. Ammissione autorevole ne fu fatta dal Gen. O' Connor il quale, fatto prigioniero nel corso della controffensiva italo-tedesca della primavera 1941, nella relazione del 24/4/1941, inviata all'addetto militare statunitense a Roma, Col. Fiske, scrisse che "nell 'aspro combattimento" la 7! B. cor. aveva avuto "delle perdite piuttosto dure in carri armati", senza peraltro indicarne il numero.288 Questo, nella relazione ufficiale della campagna, fu poi precisato, senza riferirne il tipo, in 10 distrutti e 18 posti temporaneamente fuori combattimento, tutti appartenenti al 32 e 82 Ussari. 289 Ma lo storiografo del 32 Ussari e que1Jo della 7! D. cor. affermano che i carri distrutti furono 13, anziché 10,290-291 e ulteriori precisazioni ci vengono da altre fonti: le perdite riguardarono lo sqd. "A" (carri leggeri, classificati "medi" dalle nostre forze per la loro mole e il peso superiore alle 5 t NdA) del 32 Ussari. Lo sqd. venne quasi completamente distruttò, 292 e anche, insieme a questo, parte dello sqd. H. Q. dello stesso rgt. 293 Per il solo sqd. "A" esse sarebbero state di 10 MK VIB di una fonnazione costituita da 12 elementi.294 Quest'ultima notizia trova conferma nella relazione del Col. Curcio Rubertini, che proprio in 10 indica i carri distrutti, dalle artiglierie poste ai suoi ordini, nel corso del primo attacco portato attraverso la "sebka". L'Ufficiale aggiÙnge però che nella successiva azione, sussidiata dalla manovra avvolgente sulla destra dei carri "crniser" dello sqd. "B", non meno di altri 20 mezzi corazzati, tra carri e autoblinde, furono posti fuori combattimento, laddove col termine "autoblinde", in mancanza di obiettivo riscontro da parte britannica, parrebbe si


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debbano intendere gli "scout cars" che sicuramente furono impiegati, almeno sulla fronte del 32 Ussari, nel corso del fatto d'armi.295 Autoveicoli ruotati da ricognizione della Dailmer, noti anche col nome di "Dingo" (cane selvaggio australiano NdA), gli "scout cars" erano assegnati in vario numero alle unità corazzate britanniche per l'esplorazione ravvicinata e altri compiti, ed essendo armati e dotati ai corazzatura pari a quella dei carri "cruiser" di più recente modello, avrebbero potuto, come avvenne, serrare sotto ai nostri schieramenti prendendo parte attiva alla lotta. Per l'opportuno raffronto è ora necessario riferire della valutazione di parte italiana delle perdite subite dal nemico. Nella relazione del Ten. Col. Riolo è detto che le btr. del 2032 a. riuscirono "a colpire gravemente molti automezzi (sic!) nemici che rimasero davanti ai nostri pezzi. "Poiché non è pensabile che gli Inglesi andassero all'attacco degli schieramenti di artiglieria con automezzi, e nel periodo successivo del testo si fa riferimento a carri armati, il termine usato risulta fuori luogo, a meno che esso si riferisca ad altri autoveicoli corazzati, gli "armoured cars" o autoblinde che dir si voglia. Le quali autoblinde appaiono più volte, con esplicito riferimento alle loro azioni e ai danni che sarebbero stati act esse inflitti, nelle relazioni di nostri Ufficiali in comando, e in particolare nella descrizione del tentativo di avvolgimento del fianco destro del nostro dispositivo, a opera dello sqd. "B" dell' 11 2 Ussari, durante il quale esse, pur tenendosi a distanza, diressero il fuoco delle loro armi sui nostri schieramenti che reagivano con l'impiego di artiglierie campali; c/c; mitragliatrici, alla minaccia costituita dalla loro manovra. 296 E non v'è dubbio alcuno che a tale azione abbiapo partecipato artiglierie del 2032 rgt. (III e probabilmente II gr. NdA). Il Ten. Carobbi riferisce poi di 5-6 carri immobilizzati, solo nel settore della 5/II/2032 a. che, a voler essere cauti, potremmo estendere a tutto il settore del gr.; e il S. Ten. Gattini, di un altro carro che fu posto fuori combattimento dal I pezzo della 1~/1/203 2 a., direttamente agli ordini del Col. Farfaneti.297 ·298


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Altre perdite inflitte al nemico sono citate da: - il Ten. Col. Nebbia e il Ten. Marantonio che narrano come 1'8!!/III/ 2032 a., al comando del Ten. Pannaria, poi rimasto ferito, riuscisse a colpire e arrçstare alcuni carri i quali, dopo aver sfondato le nostre linee, minacciavano alle spalle il nostro schieramento con fronte a sud;299-300 - il Gen. Amico, che vide un gran numero di carri e di autoblinde nemici immobilizzati e in fiamme sulle posizioni difese dalla retroguardia e quelli colpiti durante l'intervento della nostra aeronautica. 301 Si può quindi affermare che almeno una trentina tra carri, autoblinde e/o "scout cars" vennero temporaneamente posti fuori combattimento, il che contraddice i dati forniti dagli Inglesi i quali, peraltro, di autoblinde e "scout cars" colpiti non parlano affatto. Sussistono però ragionevoli dubbi relativamente alla sqd. "A" dell'8 2 Ussari del quale, come sappiamo, mentre gli sqd. "B" e "C" dello stesso rgt. rimanevano sul terreno dello scontro a guardia dei prigionieri, due soli carri raggiunsero la zona di raccolta di Iluet el Haifa. Pur volendo concedere che durante e dopo il combattimento altri tre abbiano continuato a sorvegliare, a sud di Iluet el Na'As, i prigionieri fatti in precedenza dall'l 12 Ussari, la mancanza di ogni accenno all'impiego dello sqd. nelle operazioni dei giorni successivi potrebbe voler indicare che l'assenza di perdite sia da riferirsi solo a quelle umane, mentre quelle in mezzi corazzati abbiano avuto ben altra rilevanza di quanto appaia nella storia del reggimento, tali comunque da "cancellare" per un lungo periodo un intero sqd. car. 1., ancorché a ranghi ridotti. 302 Altre perplessità sorgono relativamente all'11 2 Ussari (che aveva operato con l'H. Q. di rgt e gli sqd. "B" e "C"), nella cui illustrazione storiografica non esiste alcun cenno alle perdite subite nel combattimento in seguito ad azione nemica. Lo sqd. "B" in particolare, era stato respinto dal fuoco delle nostre artiglierie quando aveva tentato l'avvolgimento a breve raggio della fronte a occidente del dispositivo della "Catanzaro". Aveva poi subito un


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attacco bombe da parte degli aerei d'assalto del 502 Stormo e quattro sue autoblinde si erano impantanate prima del bivio di Bir Tishdida, anche se una di esse venne recuperata nel corso stesso dell'azione. Significativamente però si ammette che "ci volle gran parte del giorno 12 prima che lo sqd. fosse di nuovo portato alla sua normale forza di combattimento", chiaro segno che non ne era uscito indenne. 303


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NOTE Avvertenza: Quando non strettamente correlata al particolare argomento la nota si riferisce ali 'intero brano che la precede. 1) H1sToRICAL SECTION OF THE W AR CABINET, Officia/ Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., pg. 184. 2) HisTORICAL SECTION OF THE WAR CABINET, Officia/ Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., pg. 196. 3) I. S. O. l'LAYFAlR, The Medite"aMan and Middle East, Voi. I, op. cit. pp. 259261. 4) MINISTERO DELL'AERONAUTICA · UFFICIO CENTRALE TELECOMUNICAZIONI ASSISTENZA Voto, Effemeridi Aeronautiche anno 1940, Trimestre Ottobre-Dicembre, op. cit., pg. 139. 5) I. S. O. PLAYFAIR, The Mediterranean and Middle East, Vol. I, op. cit. pg. 267. 6) BASIL LIDDEL HART, The Tanks, op. cit., pp. 42; 43. 7) RoooLFO GRAZIANI, Africa SettenJriona/e (1940-1941), Danesi, Roma, 1948, pg. 131. 8) GIUSEPPE AMICO, Gen. B., relazione, dm. cit. 9) MINISTERO DELL'AERONAUTICA - UFFIOO CENTRALE TELECOMUNICAZIONI AsSISTBNZA Vot.0, Effemeridi Aeronautiche anno 1940, Trimestre Ottobre-Dicembre, op. cit., pg. 139, tavola 31• 10) HISTORICAL SECTION OF THE WAR CABINBT, Officiai Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., pg. 166, schizzo topografico pg. 165. 11) GASTONE MARANTONIO, Gen. C. A. (ris.), testimonianza, archivio del saggista. 12) GIUSEPPE AMICO, Gen. B., relazione, dm. cit. 13) STATO MAGGIORE EsEROTO· UFFIOO STORICO - la prima offensiva britannica in Africa Settentrionale, op. cit., pg. 102 nota 1. 14) I. S. O. PLAYFAIR, The MediterraMan and Middle East, Voi. I, op. cit. pg. 268. 15) I. S. O. l'LAYFAIR, The Mediterranean and Middle East, Voi. I, op. cit. pp. 268; 269. 16) STATO MAGGIORE EsERaro - UFFJao STORICO - In Africa Settentrionale etc., op. cit., pg. 93. 17) HISTORICAL SECTION OF THE W AR CABINBT, Officiai Narrative of the Campaigns in the Midd/e East, dm. cit., pg. 184. 18) Duot.EY CL"RKE, The E/eventh aJ War, Michael Josef, London 1952, pp. 129;

130. 19) HrsTORICAL SECTION OF TIIB WAR CABINET, Officiai Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., pp. 187; 188; schizzo topografico pg. 189. 20) DUDLEY CLARKE, The Eleventh at War, op. cit., pg. 130. 21) HISTORlCAL SE.CTION OF THE WAR CABINET, Officia/ Narrative o/ the Campaigns in the Middle East, dm. cit., pg. 188; schizzo topografico pg. 189; pg. 190. 22) H1sTORICAL SECTION OF THE W AR CABINET, Officiai Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit.; schizzo topografico pg. 189; pg. 190.


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23) G . M . O. DAVY, The Sevenlh and Three Enemies, W. Hcffer and Sons, Cambridge 1953, pg. 59; foto tra pp. 74-75. 24) G. M. O . DAVY, The Sevenlh andThree Enemies, op. cit., pg. 61. 25) GIUSEPPE AMICO, Gen. B ., relazione, dm. cìt. 26) HISTORICAL SECTJON OF THE WAR CABINET, Officiai Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., pg. 190; schizzo topografico pg. 193. 27) G. M. O. DAVY, The Seventh and Three Enemies, op. cit., pg. 61. 28) Grns1wPe AMico, Gen. B., relazione, dm. cit. 29) NICOLÒ R10LO, Ten. Col. a., relazione, dm. cit. 30) G. M. O. DAVY, The Seventh and Three Enemies, op. cit., pg. 61. 31) G . M. O. DAVY, TheSeventhandThreeEnemies, op. cit., pp. 61; 62. 32) HlsTORICAL SECTJON OF THE WAR CAB!NllT, Officiai Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., pg. 191; schizzo topografico pg. 193. 33) GIUSEPPE AMICO, Gen. B., relazione, dm. cit. 34) STATO MAGGIORE ESERCITO- UFi::rcto STORICO - La prima offensiva britannica in Africa Settentrionale, Tomo I, op. cit., pp. 97; 103; 104. 35) GIUSEPPE AMICO, Gen. B., relazione, dm. cit. 36) GIUSEPPE AMICO, Gen. B., relazione, dm. cit. 37) G . M. O. DA VY, The Seventh arui Three Enemies, op. cit., pg. 62. 38) STATO MAGGIORE ESERCITO- UFFICIO STOR.ICO - La prima offensiva britannica in /1.frica Settentrionale, Tomo I, op. cit., pg. 80 no ta I; pg. 117 nota 1. 39) G. M. O. DA VY, The Seventh and Three Enemies, op. cit., pg. 62. 40) H1sTORICAL SECTION OF THE WAR CA!lINET, Officiai Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., pg. 191. 41) GIUSEPPE AM1co, Gen. B., relazione, dm. cit. 42) HrsTORICAL SECTION OF TliE W AR CA!l!NET, Officiai Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., sclùzzo topografico pg. 189; pg. 191. 43) G. M. O. DA VY, The Seventh and Three Enemies, op. cit., pg. 62. 44) GIUSEPPE AMICO, Gen. B., relazione, dm. cit. 45) HlsTORICAL SECTJON OF T11E WAR CABINET, Officiai Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., pg. 191. 46) G . M. O. DAVY, The Seventh andThree Enemies, op. cit., pp. 62-63. 47) BRTAN TERENCE WHITE, British Tanks Markings and Names, op. cit., pp. 78; 82 figura 144. 48) GIUSEPPE AMrco, Gen. B., relazione, dm. cit. 49) GIUSEPPE AMICO, Gen. B., relazione, dm. cit. 50) STATO MAGGIORE EsERCTTO- UFFICIO STORICO - la prima offensiva britannica in Africa Settenlrionale, Tonw I, op. cit., pg. 80 nota 1; pg. 117 nota 1. 51) GIUSEPPE AMICO, Gen. B., relazione, dm. cit. 52) STATO MAGGIORE EsERCiro- UFFJCIO STORICO - La prima offensiva britannica in Africa Sellentrionale, Tomo 11, op. cit.,pg. 62. 53) GIUSEPPE AM1co, Gen. B., relazione, dm. cit. 54) GIUSEPPE AMICO, Gen. B., relazione, dm. cit. 55) Ezto MuRRONl, L'assedio di Bardia, Minipress, Cagliari 1982, pg. 61. 56) GIUSEPPE AMICO, Gen. B., relazione, dm. cit. 57) NICOLÒ R.!oLO, Ten. Col. a., relazione, dm. cit.


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58) HISTORICAL SECl'ION OF THE W AR CABINET, Officìal Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., pg. 191. 59) HisTORJCAL SEcfION OF THE WAR CABINET, Officiai Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., sclùzzo topografico pg. 189; pp. 191; 192. 60) GIUSEPPE AMICO, Gen. B.• relazione, dm. cit. 61) EZIO MuRROl'<ì, L'assedio di Bardia, op. cit., pg. 61. 62) STATO MAGGIORE ESERCITO- UFF1c10 STORICO - La prima offensiva britannica in Africa Settentrionale, Tomo/, op. ci t., pg. 107 nota l. 63) MARIO MONTANARI, Le operazioni in Africa Settentrionale - Voi. /, pg. 220. 64) MINISTERO DELI.A GUERRA, Corpo di SM, Ufficio Ordinamento e Mobìlitazione,fogli n. 348301341 del 91911939 e 354301341 del!' 111911939, c/o Ufficio Storico SM, Roma. 65) ITALO CuRCIO RuBERTINI, all'epoca Col. a., Cte a. XXI C. A.. designato quale Cte del gr. tat. di formazione a difesa della base logistica di Bug Bug, "Relazione sul ripiegamento da Bug Bug" (con schizzo topografico allegato), redatta in Napoli... gennaio 1941, in copia dattiloscritta, archivio del saggista, data in xerocopia all'Ufficio Storico SME, Roma. 66) ADOLFO PrLAN, all'epoca Magg. a., Cte T/201 2 rgt. a., "Relazione sull'attività operativa del gruppo nel periodo 9 dic. 1940 - 12 dic. 1940'', redatta in Yol di Kangra (India) il 15/6/1942, in copia dattiloscritta, arclùvio del saggista, data in xerocopia all'Ufficio Storico SME, Roma. 67) STATO MAGGIORE EsERCITO- Ul'f'IC!O STORICO - La prima offensiva britannica in Africa Settentrionale, Tomo I, op. cit., pg. 80 nota 1. 68) STATO MAGGIORE ESERCITO- UFFICIO STORICO - La prima offensiva britannica in Africa Settentrionale, Tomo I, op. cit., pg. 80 nota 1; pg. 117 nota 1. 69) MARIO MONTANARI, Le operazioni in Africa Settentrionale - Voi. I, op. cit., pg. 220. 70) GIUSEPPE AMICO, Gen. B., relazione, dm. cit. 71) ITALO C uRCIO RuBERTINI, Col. a., relazione, dm. cit. 72) ITALO CuRcro RUBERTL'<I, Col. a., agenda 1940, diario 1-28 dicembre, archivio del saggista. 73) ADOLFO PrLAN, Magg. a., relazione, dm. cit. 74) ADOLFO Pn.AN, Magg. a., relazione, dm. cit. 75) STATO MAGGIORB ESERCITO· UFFICIO STORICO - La prima offensiva britannica in Africa Settentrionale, Tomo I, op. cit., pg. 80 nota l; pg. 117 nota 1. 76) ITALO CuRCIO RUBERTINI, Col. a., relazione, dm. cit. 77) ITALO CuRcro RUBERTINI, Col. a., relazione, dm. cit. 78) DuDLEY CLARKE, The Eleventh at War, op. cit., pg. 130. 79) HrsTORICAL SECTTON OF Tllll W AR CABINET, Officiai Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., pg. 192; schino topografico pg. 193. 80) HrsTORJCAL SECflON OF THE W AR CABINET, ibidem. 81) HrsTORICAL SECllON OF THE W AR CABINET, ibidem. 82) G. M. O. DAVY, TheSeventh andThree Enemies, op. cit., pg. 63. 83) GrusEPPE AMICO, Gen. B., relazione, dm. cit. 84) HtSTORICAL SECTION OF TIW W AR CABINET, Officiai Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., pg. 192; schizzo topografico pg. 193; pg. 194.


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85) GIUSEPPE AMICO, Gen. B ., relazione, dm. cit. 86) DUOLllY CLARKE, The Eleventh al War, op. cit., pg. 130. 87) H1sTORTCAL SllcnoN OF THE WAR CABINET, Officiai Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., pg. 192. 88) DuoLEY C!.ARKE, The Eleventh at War, op. cit., pg. 130. 89) NINo ARENA, 5~ Stormo d'assalto, Ufficio Storico SMA, per i tipi della S. T. E. M. Mucchi, Modena 1979, pg. 80. 90) DuoLEY CLARKE, The Eleventh al War, op. cit., pg. 130. 91) H1sToRICAL SEcnoN or nm WAR CABTNET, Officiai Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., pg. 194. 92) GmsEPPB AM1co, Gen. B., relazione, dm. cit. 93) hAW CuRc10 RUBERTINl, Col. a., relazione, dm. cit. 94) GIUSEPPE AMtc.u, Gen. B., relazione, dm. cit. 95) G. M. O. DAVY, The sevent a,ui three Enemies, op. cit., pg. 60. 96) GrusllPPE AM1co, Gen. B., relazione, dm. cit. 97) STATO MAGGIORE ESERCITO· Urnc10 STORICO - La prima offensiva britannica in Africa Settentrionale, Tonw I, op. cit., pp. 96; 97, Torno II, schizzo n. 13 . 98) H1sTORICAI, SECl'ION OF THE WAR CAIJ1NET, Officiai Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., pg. 192; schizzo topografico pg. 193. 99) NICOLÒ R1ot0, Ten. Col. a., relazione, dm. cit. 100) HlsTORICAL SECTION or THE WAR CAIJINET, Officiai Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., pg. 192; schizzo topografico pg. 193; pg. 194. 101) G. M. O. DAVY, TheSeventhandThree Enemies, op. cit., pg. 64. 102) GIUSEPPE Awco, Gen. B., relazione, dm. cit. 103) MARIO MONTANARI, le operazioni in Africa Settentrionale - Voi. I, op. cit., carta n. 7. 104) GtuSllPPE AMICO, Gen. B ., relazione, dm. cit. 105) HTSTORICAL SEcnON OF THE WAR CABTNET, Officiai Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., sclùzzo topografico pg. 193; pg. 194. 106) GrnsEPPP. AMrco, Gen. B., relazione, dm. cit. 107) N1coLÒ R101..o, Ten. Col. a., relazione, dm. cit.. 108) HISTORTCAL SEcnoN OF 'l'li.lJ WAR CABJNET, Officiai Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., pg. 195. 109) MAc.o. ADOLf·O PILAN, Magg. a., relazione, dm. cit. 110) STATO MAGGIORE EsERCJTO- UFFICIO STORICO - La prima offensiva britannica in Africa Seuentrionale, Torrw !, op. cit., pg. 112. 111) HISTORTCAL SricnoN OF THE WAR CABINET, Officiai Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., pp. 194; 195. 112) STATO MAGGIORE EsEROTO- UFFICIO STORICO - La prima offensiva britannica in Africa Settentrionale, Tomo II, schizzo n. 14. 113) G. M. O. DA VY, The St.'Venth a,uJ Three Enemies, op. cit., pg. 64. 114) G. M. 0. DAVY, ibidem. 115) GIUSEPPE AMICO, Gen. B., relazione, dm. cit. 116) RODOLFO GRAZIANI, Africa Settentrionale (1940-1941), op. cit., pg. 136. 117) GASTONE MARANTONIO, Gen. C. A. (ris.), testimonianza. archivio del saggista.


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118) GrusEPPf A¼ICO, Gen. B ., relazione, dm. cit. 119) ITALO CuRcro Rum,RTJNI, Col. a, relazione, dm. cit. 120) ADOLFO PILAN, Magg. a., relazione, dm. cit. 121) RAFFAELE MARTINEX, Cap. a., relazione, dm. cit 122) GIUSEPPE AM1co, Gen. B., relazione, dm. cit. 123) VEZIO CAROBBI, Ten. a., testimonianza, archivio del saggista. 124) ITALO CuRCJO RUBERTINI, Col. a., relazione, dm. cit. 125) Grus EPPE Awco, Gen. B., relazione, dm. cit. 126) ITALO C uRcro RuBERTINJ, Col. a., relazione, dm. cit. 127) ADOLFO PILAN, Magg. a., relazione, dm. cit. 128) GIUSEPPE AMICO, Gen. B., relazione, dm. cit. 129) GIUSEPPE AMICO, Gen. B., relazione, dm. cit. 130) GrusEPPE AM1co, Gen. B., relazione, dm. cit. 131) RAFFAELE MARTIN EX, Cap. a., relazione, dm. cit. 132) GIUSEPPE AMlCO, Gen. B., relazione, dm. cit. 133) NICOLÒ R10LO, Ten. Col. a., relazione, dm. cit. 134) ITALO CURCJO RuBERTINT, Col. a .• relazione, dm. c it. 135) ADOLFO PlL.\N, Magg. a., relazione, dm. cit. 136) STATO MAGGIORE ESERCITO- UFFICIO STORICO - La prima offensiva britannica in Africa Settentrionale, Tomo I, op. cit., pp. 107; 108. 137) HtsTORlCAL SEcnON OF THE WAR CABJNET, Officia! Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., pg. 187 nota b); pg. 197. 138) BAsIL LIDDEL HART, The Tanks, op. cit., pg. 49. 139) DuoUrx' CLARKE, The Eleventh af War, op. cit., pg. 131. 140) G. M . O. DAVY, The Seventh and Three Enemies, op. cii., pg. 64. 141) BASIL L1DDEL HART, The Tanks, op. cit., pg. 49. 142) RAFFAELE MARTINEX, Cap. a., relazione, dm. cit. 143) GIUSEPPE AMICO, Gen. B., relazione, dm. cit. 144) ITALO CuRcro Ru1rnRTINT, Col. a.• relazione, dm. cit. 145) ADOLFO PnAN, Magg. a., relazione, dm. cit. 146) VITTORIO NEBBIA, all'epoca Ten. Col. sSM, Capo di SM D. f. "Catanzaro", relazione sul ripiegamento della G. U., e/o Ufficio Storico SME, Roma. 147) DuDLEY CLARKE, The Eleventh at War, op. cit., pg. 131. 148) DuDLEY CLARKE, The Eleventh at War, op. cit., pg. 132. 149) H1sTORICAL SEC110N OF THE WAR CABINET, Officiai Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., pg. 196; schizzo topografico pg. 198. 150) HrsTORICAL SECTION ol' TIIE WAR CABINET, Officiai Narrative of the Campaigns in the Middle Eaft, dm. cit., pg. 187 nota D; pg. 197. 151) HrsTORICAL SEcrtoN or THE WAR CARINRT, Officia/ Narrative of the Campaigns in the Middle Ea~t, dm. cit., pg. 197. 152) DuDLEY CI.ARKE, The Eleventh at War, op. cit., pp. 132; 133. 153) HJSTORTCAL SECTION or TIIE WAR CABINET, Officiai Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., schizzo topografico pg. 198; pg. 199. 154) OLIVIA FITZROY, Men of Valour, L iverpool 1961, pp. 36; 37. 155) DUDLEY CLARKE, The Eleventh at War, op. cit., pg. 132. 156) H1sTOIUCAL SECTION OF THE WAR CABINET, Officiai Narrative o/ the Campaigns in the Middle East, dm. cit., pg. 197.


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157) GIUSEPPE AMICO, Gen. B., relazione, dm. cit. 158) DUDLEY CLARKE, The Elevenlh al War, op. cit., pp. 133, 134. 159) GIUSEPPE AMrco, Gen. B., relazione, dm. cit. 160) ITALO CuRcro RunERTINI, Col. a., relazione, dm. cit. 161) ADOLFO Pn.AN, Magg. a., relazione, dm. cit. 162) ITALO CuRcro RuBERTINI, Col. a., relazione, dm. cit. 163) GASTONE MARANTONIO, Gen. C. A. (ris.), testimonianza, archivio del saggi-

sta. 164) AooLFO PrLAN, Magg. a., relazione, dm. cit. 165) VITTORIO NEBBIA, Ten. Col. sSM, relazione, dm. cit. 166) ITALO CURCIO RunERTINI, Col. a., relazione, dm. cit. 167) GIUSEPPE PERNICI, Ten. f., testimonianza, archivio del saggista. 168) NICOLÃ&#x2019; R10LO, Ten. Col. a., relazione, dm. cit. 169) VEZIO CAROBBI, Ten. a., testimonianza, archivio del saggista. 170) GIUSEPPE AMICO, Gen. B., relazione, dm. cit. 171) HECTOR Bouro, The Galopping Third, John Murray, London 1963, pg. 253. 172) HISTORlCAL SECTION OF THE WAR CABINET, Officiai Narralive of lhe Campaigns in the Middle East, dm. cit., pg. 196; schizzo topografico pg. 198. 173) 0!.IVTA FrrzROY, MenofVa/our, op. cit., pg. 37. 174) Duouw CLARKE, The Elevenlh al War, op. cit., pp. 133; 134. 175) VITIORIO NEBBIA, Ten. Col. sSM, relazione, dm. cit. 176) ITALO CuRCIO RunERTlNI, Col. a., relazione, dm. cit. 177) GIUSEPPE AMICO, Gen. B., relazione, dm. cit. 178) GIUSEPPE AMICO, Gen. B., relazione, dm. cit. 179) ITALO CuRcro RunERTINI, Col. a., relazione, dm. cil. 180) VITTORIO NEBBIA, Ten. Col. sSM, relazione, dm. cit. 181) DUDLEY CLARKE, The Elevenlh al War, op. cit., pg. 133. 182) HlsTORTCAL SECTION OF THE WAR CABTNET, Officiai Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., pp. 196, 199. 183) OLIVIA FITZRoY, Men of Valour, op. cit., pg. 37. 184) GIUSEPPE A"11CO, Gen. B., relazione, dm. cit. 185) RODOLFO GRAZIANI, Africa Settenlriona/e (1940-1941), op. cit., pg. 136. 186) STATO MAGGIORE ESERCITO- UFFICIO STORICO - La prima offensiva britannica in Africa Settenlrionale, Tomo I, op. cit., pg. 113. 187) HECTOR Bouro, The Galopping Third, op. cit., pg. 253. 188) VEZIO CAROBBI, Ten. a., testimonianz.a, archivio del saggista. 189) GIACOMO GAnTNI, all'epoca S. Ten. a., Aiutante Maggiore in II del I/203 9 a., lettera-relazione redatta in Yol (India) il 21/9/1944, in xerocopia, archivio del saggista, per gentile concessione della Sig. ra Maria Fernanda Farfaneti Ghetti. 190) GJUSBPPE AMICO, Gen. B., relazione, dm. cit. 191) BAS!L LIDDEL HART, The Tanks, op. cit., pg. 50. 192) G. M. O. DAVY, The Sevenlh and Three Enemies, op. cit., pg. 65. 193) ITALO CURCIO RunERTINI, Col. a., relazione, dm. cit. 194) ADOLFO PII.AN, Magg. a., relazione, dm. cit. 195) D.UDLEY CLARKE, The Eleventh at War, op. cit., pp. 132; 133. 196) HECI'OR BoLITo, The Galopping Third, op. cit., pg. 253.


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197) ITALO CuRcIO RuBERTINI, Col. a., relazione, dm. cit. 198) ADOLFO PrLAN, Magg. a., relazione, dm. cit. 199) HECTOR BoLITO, The Galopping Third, op. cit., pg. 253. 200) "Magazine Section" del giornale The Sunday S1a1esman, Calcutta (India), Sunday 17/8/1941, traduzione del Ten. a. cpl. Vezio Carobbi, già sottocomandante delle 5§/ll/2032 a., archivio del saggista, per genti.le concessione del traduttore. 201) ADOLFO P1LAN, Magg. a., relazione, dm. cit. 202) ITALO CURCJO RunERTR<1, Col. a., relazione, dm. cit. 203) ADOLFO PII.AN, Magg. a., relazione, dm. cit. 204) HECTOR BoUTo, The Galopping Third, op. cit., pg. 253. 205) G. M. O. DAVI, The sevenJ and Three ennemies, op. cit., pg. 65. 206) H1sTORICAL SecnoN OF THE WAR CABINET, Officiai Narrative of lhe Campaigns in the Middle East, dm. cit., pg. 199. 207) 0LIV1A FITZROY, Men ofValour, op. cit., pg. 37. 208) Per le "camicie nere", cartolina del 2022 rgt. a. "28 Ottobre". 209) Per le "unifonni grigio verdi" vds. ALAN MOOREHAD, La guerra del deserto, op. cit. pg. 42. 210) OLIVIA FITZROY, Men ofValour, op. cit., pg. 37. 211) GIUSEPPE AM1co, Gen. B., relazione, dm. cit. 212) GIACOMO GATT!Nl, S. Ten. a., relazione, dm. cit. 213) OuvIA FITZROY, Men of Valour, op. cit., pg. 37. 214) 0UVL.\ FITZROY, ibidem. 215) GIUSEPPE AMICO, Gen. B., relazione, dm. cit. 216) DuDLBY Ci.ARKE, The ElevenJh al War, op. cit., pg. 133. 217) HISTORJCAL SEcT!ON OF THE WAR CAlllNET, Officiai Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., pg. 199. 218) NINO ARENA, 50q Stormo d'assalto, op. cit., pp. 80; 81. 219) ITALO CuRc10 RUBBRTINI, Col. a., relazione, dm. cit. 220) FhsTORICAL SecnoN OF THE WAR CABINET, Officia[ Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., pg. 199. 221) GIUSEPPE A1v11co, Gen. B.. relazione, dm. cit. 222) VnTORJO NEBBIA, Ten. Col. sSM, relazione, dm. cit. 223) GIACOMO GATTJl\'1, S. Ten. a., relazione, dm. cit. 224) HISTORJCAL SECTION OF TIIE WAR CABINET, Officiai Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., pg. 184. 225) DuDLEY CLARKE, The ElevenJh al War, op. cit., pg. 133. 226) In realtà era lo sqd. "B" del 22 btg. R. T . R. 227) N. S. LAWSON, Major "Life Guards", lettera citata. 228) GIUSBPPE PERNICI, Ten. f., testimonianza, archivio del saggista. 229) G. L. WERNEY, The Desert Rats, op. cit., pp. 30; 31. 230) ITALO CuRcro RuBERTINl, Col. a., relazione, dm. cit. 231) ADOLFO PlLAN, Magg. a., relazione, dm. cit. 232) DuDLEY CLARKE, The ElevenJh at War, op. cit., pg. 134. 233) GASTONE MARA.'1TONJO, Gen. C. A. (ris.), testimonianza, archivio del saggista. 234) G1usEPPE AMICO, Gen. B., relazione, dm. cit.


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235) VrrroRJo NEBBIA, Ten. Col. sSM, relazione, dm. cit. 236) G. L. WERNEY, The Desert Rats, op. cit., pg. 31. 237) HisTORJCAL SEcnON OF THE WAR CABINET, Officiai Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., pg. 199; shizzo topografico pg. 200. 238) NICOLÒ R1ow, Ten. Col. a., relazione, dm. cit. 239) GIACOMO GA1TINI, S. Ten. a., relazione, dm. cit. 240) VrrroRJo NEBBIA, Ten. Col. sSM, relazione, dm. cit. 241) HlsTORICAL SECTION or THE WAR CABINET, Officiai Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., shizzo topografico pg. 198; pg. 199. 242) OuVIA FIT2'ROY, Men of Valour, op. cit., pg. 37. 243) RAFFAELE MARTINEZ. Cap. a., relazione, dm. cit. 244) GIACOMO GA1TINI, S. Ten. a., relazione, dm. cit. 245) VEZIO CAROBBI, Ten. a., testimonianza, archivio del saggista. 246) DuDLBY CLARICE, The Eleventh at War, op. cit., pg. 133. 247) OLIVIA FJTZROY, Men of Valour, op. cit., pg. 38. 248) OLIVIA FITZROY, Men ofValour, op. cit., pg. 34. 249) HisTORICAL SECTION OF THE WAR CABINET, Officiai Narralive of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., shizzo topografico pg. 198; pg. 199. 250) GASTONF. MARANTONIO, Gen. C. A. (ris.), testimonianza, archivio del saggista. 251) GIUSEPPE AM1co, Gcn. B., relazione, dm. cit. 252) OLIVIA FIT2'ROY, Men o/Valour, op. cit., pg. 37. 253) G1usBPPE AMico, Gen. B., relazione, dm. cit. 254) Dum.EY CLARKE, The Elevenlh at War, op. cit., pg. 133. 255) GIUS EPPE AMico, Gen. B., relazione, dm. cit. 256) VITTORIO NEBBIA, Ten. Col. sSM, relazione, dm. cit. 257) D uot.EY CLARICE, The Eleven1h al War, op. cit., pp. 133; 134. 258) HlsTORJCAL SECTION OF THE WAR CABWET, Officiai Narraiive of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., schizzo topografico pg. 198; pg. 199. 259) MINISTERO DE!LL'AllRONAUTICA • UFFICIO Cl!NTRALE T ELl!COMUNICAZIONI ASSISTENZA Vow, Effemeridi Aeronauliche anno 1940, Trimestre Ottobre-Dicembre, op. cit., pg. 143, tavola 31. 260) VrrroRJo Neaav,, Tcn. Col. sSM, relazione, dl)l. cit. 261) "Magazine Section" del giornale The Sunday S1a1esman, dm. cit. 262) RoooLFo GRAZIANI, Africa Se1tentrionale (1940-1941), op. cit., pg. 136. 263) GrusEPPll AMrco, Gcn. B., relazione, dm. cit. 264) ADOLFO PILAN, Magg. a., relazione, dm. cit. 265) ITALO CuRcro RullERTINI, Col. a., agenda 1940, diario 1-28 dicembre, dm. cit. 266) GrusEPPll SAPIENZA, Gen. B. (ris.), testimonianza, archivio del saggista. 267) Rooou:o GRAZJANI, Africa Settenlrionale (1940-1941), op. cit., pg. 139. 268) Rooou:o GRAZIANI, Africa Setlenlrionale (1940-1941), op. cit., pg. 137. 269) BASJL LmDEL HART, The Tanks, op. cit., pg. 50. 270) HlsTORJCAL SECTION or THE WAR CABINET, Officiai Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., pg. 199. 271) G. L. WERNEY, The Desert Rats, op. cit., pg. 131.


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272) ITALO CuRcro RUBERTINI, Col. a., relazione, dm. cit. 273) HECTOR BoUTO, The Galopping Third, op. cit., pg. 253. 274) G. M. O. DAVY, The Seventh and Three Enemies, op. cit., pg. 65. 275) G1usEPPE AM!co, Gen. B., relazione, dm. cit. 276) VITTORIO NEBBIA, Ten. Col. sSM, relazione, dm. cit. 277) ADOLFO PILAN, Magg. a., relazione, dm. cit. 278) Nrcot.ò Rrow, Tcn. Col. a., relazione, dm. cit. 279) VEZIO CAROBBI, Ten. a., testimonianza, archivio del saggista. 280) Vrmo CAROBBI, Ten. a., testimonianza, archivio del saggista. 281) Nrcot.ò R1ot.0, Ten. Col. a., relazione, dm. cit. 282) CARLO SPATOCCO, all'epoca Gen. D., Cte Xgl C. A., relazione datata 19/12/ 1940 - P. M. 221 C, e/o Ufficio Storico SME, Roma. 283) SSTATO MAC,<HORB faBRCITO- UFFICIO STORICO - La prima offensiva britannica in Africa Settentrionale, Tomo I, op. cit., pp. 155; 156; 175; 179; 181; 188; 194; 333. 284) STATO MAGGTORB faERCll'O - UFFICIO STORICO - In Africa Settentrionale elc., op. cit., prefazione. 285) HrsroRICAL SECTION OF THE WAR CABfNBT, Officia! Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., pg. 199. 286) HECTOR BoLITo, The Galopping Third, op. cit., pg. 253. 287) Ouv1A FrTZROY, Men o/Valour, o p. cit., pg. 38. 288) Rooou,o GRAZIANI, Africa Settentrionale (1940-/941), op. cit, pg. 319. 289) HISTORICAL SECTION OF THE WAR CABINET, Officiai Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit., pg. 199. 290) HRCTOR 801.rro, The Galopping Third, op. cit., pg. 253. 291) G. L. Wm~..'l"EY, The Desert Rats, op. cit., pg. 31. 292) Testo dell'intervista fatta dal dott. Massimo Sani, della Radiotelevisione italiana - Rete 1 - al "Brigadier" dell'Esercito britannico Gey Mark Oswald Davy, in xerocopia, archivio del saggista, per gentile concessione dell'intervistatore. 293) OLIVIA FrrZROY, Men o/Valour, op. eit., pg. 37. 294) "Magazine Section" del giornale The Sunday Statesman, dm. cit. 295) "Magazine Section" del giornale The Sunday Statesman, dm. cit. 296) GIUSEPPE AMICO, Gen. B., relazione, dm. cit. 297) VEZIO CARORBI, Ten. a., testimonianza, archivio del saggista. 298) GIACOMO GATTINI, S. Ten. a., relazione, dm. cit. 299) GASTONE MARANTONIO, Gen. C. A. (ris.), testimonianza, arclùvio del saggista. 300) Vrrroruo NEBBIA, Ten. Col. sSM, relazione, dm. cit. 301) GrusRPPE AMICO, Gen. B., relazione, dm. cit. 302) OLIVIA FJTZROY, Men ofValour, op. cit., pg. 38. 303) DUDLEY CLARKB, The Elevenlh at War, op. cit., pg. 134.


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CAPITOLO IV: CONSIDERAZIONI

IV. 1. Dottrina d'impiego delle forze. IV. 1.1. Italiane. La nostra dottrina tattica era codificata in un certo numero di pubblicazioni di carattere generale, particolari d'arma, e di specialità (per le unità carri), di cui quella dal titolo Addestramento della fanteria - Voi. Il - Impiego e addestramento tattico del marzo 1939 è basilare ai fini dello studio intrapreso. Il corpo dottrinale, nel suo complesso, si era formato negli anni dal 1931 agli inizi del 1939, e teneva conto, ove ritenuto necessario, degli ammaestramenti che il nostro SME pensava d'aver tratto dalle guerre d'Etiopia (3/10/1935 - 5/5/1936) e civile di Spagna (16/7/ 1936 - 30/3/1939), e del nuovo ordinamento "binario" della D. f. che di quelle esperienze era il più vistoso e, al pari d'altri, fallace o mal meditato effetto. 1 Per quanto concerne la D. f. "Catanzaro", la sua azione nel settore Bug Bug va esaminata comparando, alla normativa vigente, l'impiego che di essa fu fatto nella posizione di difesa, nel ripiegamento, nella zona di sosta prescelta. IV. 1.1.1. La difesa delle posizioni. Relativamente alla difesa delle posizioni, bisogna riferirsi a quanto prescritto dall'Addestramento della fanteria - Voi. II per l'organizzazione difensiva, la quale doveva sfruttare al massimo le possibilità di fuoco delle unità che la presidiavano, valorizzan-


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do le funzioni del terreno e dell'ostacolo. Costituita da una "posizione difensiva" (P. D.) della profondità di 3-4 km, essa si articolava, dall'avanti all'indietro, in "zona di sicurezza" (Z. S.) larga da 2 a 3 km, per l'osservazione; l'azione di logoramento e ritardo; l'eventuale "arresto" del nemico da posizioni naturalmente forti con funzioni c/c - e "posizione di resistenza" (P. R.) da poche centinaia di metri a 1 km. La P. R. era materializzata, sulla fronte, da una linea di "centri di fuoco" avanzati che si fiancheggiavano reciprocamente ("linea ai resistenza"), e in profondità da una serie di cps. disposti a scacchiera, anch'essi articolati in "centri di fuoco", avanzati (squadre fuc.) e arretrati (squadre Mtr.; mo; cn. c/c; eccezionalmente artiglierie), tra loro cooperanti e in grado di battere, col fuoco delle proprie armi, gli intervalli. Conferivano elasticità al dispositivo unità mobili per il contrassalto e il contrattacco. In siffatta organizzazione, la D. f., normalmente rinforzata da unità mitraglieri (assegnate poi organicamente alle D. autl. tipo A. S. NdA), e da artiglierie suppletive di C. A., difendeva una fronte dai 3 ai 5 km (btg. f. da 500 m a 1 km). Le forze erano ripartite normalmente in due scaglioni, eccezionalmente in tre, costituiti da btg. f. che davano vita ai predetti "centri di fuoco" avanzati e cps. Ogni btg. f. di primo scaglione si articolava normalmente in due cps. avanzati e uno di rincalzo a livello cp. fuc. variamente rinforzate. II presidio del cps. di rincalzo aveva anche il compito del contrassa1to. La profondità del dispositivo del btg. poteva raggiungere il km. I btg. di secondo scaglione, dislocati sul margine posteriore della P. R. a intercettare le linee di più probabile avanzata del nemico, costituivano riserve parziali di settore, per effettuare il contrattacco laddove la situazione risultasse compromessa dalla sua penetrazione nel settore reggimentale, o per sostituire i reparti logorati nel combattimento. Il terzo scaglione, qualora costituito con unità organiche e/o suppletive, formava la riserva divisionale il cui compito era il contrattacco per il ripristino dell'integrità della P. R., da effettuare col concorso di fuoco di forti aliquote di artiglieria e, quando possibile, di unità carriste. 2


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Le artiglierie operavano normalmente accentrate, alle dirette dipendenze del Cte la D., con possibilità però di articolazione in "artiglierie massa di manovra" e "artiglierie a difesa di settore", quest'ultime per il sostegno di fuoco ai btg/rgt. f., anche se il rgt. disponeva di una btr. da 65/17 mm. Schierate sul tergo della P. R. e scaglionate in profondità, esse dovevano poter intervenire sul davanti della "linea di sicurezza" (margine anteriore della Z. S.) e all'interno della Z. S. e P. R., tenendosi in condizione di effettuare, tutte, lo "sbarramento" davanti alle posizioni che materializzavano la "linea di resistenza". Appoggiavano poi, col fuoco di tutte le unità disponibili, l'effettuazione del contrattacco.3 I carri, quando non costituivano l'elemento di base delle unità corazzate, erano da considerare mezzi ausiliari della fanteria. Essi agivano col fuoco delle proprie armi e con l'urto della propria massa d'acciaio. In movimento, il fuoco erogato dalle mitragliatrici, data l'imprecisione del tiro, era efficace solo contro truppe allo scoperto; quello del cannone (nei carri di maggior mole, o medi, di peso tra le 5 e le 15 t), scarsamente redditizio, mentre il lanciafiamme era impiegabile solo alle brevi distanze (50-60 m). Ne conseguiva che le anni di bordo potevano venire usate al meglio solo da fermi, con soste assai brevi per il puntamento e l'esecuzione del fuoco. La migliore difesa del carro, più che nella corazzatura, stava nella velocità; nella cooperazione tra carro e carro, con le fanterie che li seguivano e le artiglierie che ne sostenevano l'azione. Questa culminava con l'urto materiale del mezzo ("schiacciamento") sulle difese avversarie, coincidenti o meno con l'obiettivo, od obiettivi, questi ultimi anche distinti,e suddivisi o non, tra i reparti, per le azioni in profondità. Per realizzare la sorpresa, compatibilmente con le forme e la natura del terreno, l'attacco doveva essere portato dalla direzione più improbabile, a muovere da una base di partenza raggiunta, ove possibile, utilizzando una via di approccio al coperto. Lo sbocco per l'attacco, a massa (da un pl. a più btg.), e alla maggiore velocità consentita dal mezzo, doveva essere preceduto e appoggiato dal fuoco di accecamento e neutralizzazione degli apprestamenti nemici effet-


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tuato dall'artiglieria. L'impiego dei carri era quindi sempre offensivo e si traduceva, sul terreno, nel passaggio da quelle di marcia a quelle proprie del combattimento, in un rapido e continuo gioco di formazioni. Quelle fondamentali erano: la "colonna" (un carro, un pl., una cp. dopo l'altro, a distanza NdA); la "linea" (un carro, un pi., una cp. a fianco all'altro, a distanza NdA); lo "stonno" (carri disposti a losanga, a distanza NdA), quest'ultima propria del solo pl., ma elemento costitutivo di "linee" e "colonne" di cp. Il pi. era costituito da 4 carri; la cp. da 15 di cui 1 per il Cte e 2 di riserva. Le formazioni normali di combattimento per il pl. e la cp. isolata erano rispettivamente lo "stormo", e la "linea" di pl. a "stormo". II btg., su 3 cp., disponeva di 46 carri, di cui 1 del Cte.. In attacco agiva per "ondate": tre "ondate" di cp.; due "ondate" con 2 cp. avanzate e 1 cp. di rincalzo; una sola "ondata", costituita da una "linea" di cp. in "linea", tutte con i pi. a "stormo". La profonditĂ di ogni singola "ondata" era di I 00 m; la distanza tra due "ondate" 500 m; la fronte di un pl. m 100; di una cp. m 500; di un btg. su tre "ondate" m 500; di un btg. in "linea" di cp. 1.550-1.700 m. Nell'azione difensiva che specificamente ci interessa, l'impiego dei carri I., in cooperazione con la fanteria posta a presidio di un settore di P R, era considerato auspicabile, neppure eventuale. Esso si estrinsecava nel contrattacco, sostenuto, come abbiamo visto, dal fuoco dell'artiglieria, indispensabile prima dell'azione, nel corso di essa e, a obiettivo conseguito, finchĂŠ non fossero raggiunti dalle fanterie sulle posizioni riconquistate. 4 Nel settore divisionale di P. R., al genio "zappatori artieri" erano affidati principalmente la costruzione di osservatori e PC e la messa in opera di ostacoli anticarro e campi minati. Al genio "collegamenti" competeva invece l'impianto, la manutenzione e l'esercizio della rete delle trasmissioni del Cdo. D. 5 I servizi "di campagna" (in zona d'operazioni NdA) per le D. e i C. A. erano costituiti dai cosiddetti "stabilimenti di I linea" che avevano il compito "di provvedere ai piĂš diretti e urgenti bisogni delle truppe". 6 Responsabile della loro organizzazione era il Cte della G. U. dalla quale essi dipendevano operativamente,


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avendo quale caratteristiche ottimali la mobilità (da perseguire ponendo le dotazioni su automezzo NdA) e la frazionabilità. Questa doveva permettere di ubicarne gli organi esecutivi in luoghi diversi per rispondere a esigenze tattiche, di funzionamento e di sicurezza. Soddisfacevano alle esigenze dei servizi di sanità (sz. di sanità con ospedale da campo NdA); di commissariato (in particolare sz. di sussistenza NdA); dei trasporti (asz. e autogruppi NdA); di artiglieria (posti avviamento munizioni NdA); del genio militare; delle tappe (Cdi tappa NdA); postale nùlitare (P. M. NdA ); del genio civile e delle strade (che impiegava i btg. "lavoratori" NdA); dei legnanù; idrico; chimico; veterinario. Gli "stabilimenti" operavano quindi per "materia" con riguardo a: personale (servizi di sanità, del genio civile e delle strade, delle tappe NdA); animali (da soma e da traino e per il controllo delle carni ai fini alimentari NdA); blocchi di materiali affini (viveri e foraggi inclusi NdA), per i quali provvedevano, ciascuno per proprio conto, ma coordinati dal Cdo della G. U., alle attività sanitarie; ai rifornimenti; recuperi; sgomberi; mantenimento (piccole riparazioni NdA); trasporti. I criteri d'impiego erano quelli di: agevolare le operazioni avendo cura di non appesantire i reparti con l'assegnazione di mezzi non strettamente necessari; scaglionare i mezzi e le dotazioni in profondità, anche se il più avanti possibile (compatibilmente all'esigenza di non creare intoppi alle unità operanti), ma in maniera tale da rendere tempestivi i rifornimenti e gli sgomberi. I trasporti, indispensabili per il funzionamento di tutta l'organizzazione logistica, dovevano essere ridotti al minimo. I servizi, per tutte le ragioni sovra esposte, trovavano dislocazione dietro gli schieramenti delle artiglierie, in sito dal quale potessero agevolmente attendere alle loro specifiche funzioni.7 Un cenno merita la cooperazione aeroterrestre. L'intervento delle forze aeree a favore delle unità dell'Esercito era stato codificato solamente per quanto concerneva l'esplorazione, svolta da speciali reparti dell'Aeronautica (esplorazione strategica), e dal1' Aviazione per il Regio Esercito (esplorazione tattica), quest'ul-


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tima con equipaggi di volo misti (pilota: aeronautica; osservatore: esercito NdA). Sebbene le G. U., per supplire alla mancanza di idoneo armamento c/c, chiedessero assai di frequente il concorso diretto di fuoco aereo, ed esistesse un regolamento specifico per i collegamenti aeroterrestri, mancava una organizzazione "ad· hoc" che potesse renderlo tempestivo. 8 Quanto all'efficacia essa dipendeva dall'armamento (di lancio e/o di caduta disponibile, e più o meno idoneo per lo specifico bersaglio), che il velivolo poteva impiegare, e dalla capacità dei piloti. Il dispositivo e, in minor misura, le modalità d'azione delle forze terrestri sopra descritti, generalmente non trovarono applicazione in territorio nord africano (e successivamente in Russia), dati gli ampi spazi esistenti e l'evidente impossibilità, per ragioni sia tattiche che logistiche, di saturarli con una linea continua di forze. Nella campagna in corso, solo per le piazzeforti di Bardia e di Tobruk (che peraltro disponevano di fortificazioni - semipermanenti a Bardia; permanenti a Tobruk - affidate alla G. a. F.), c'era la possibilità di adottare lo schema di difesa proposto dalla dottrina, perché le ali dello schieramento si appoggiavano al mare, rendendolo continuo dall'uno all'altro estremo. Le truppe chiamate a presidiarle, dovendo guarnire una linea rispettivamente di 32 e di 50 km, 9 si sarebbero però dimostrate insufficienti per numero e per mezzi, come, a maggior ragione, lo erano quelle della D. cc. nn. "3 Gennaio" posta a difesa della base logistica di Sidi el Barrani, su una fronte di oltre 20 km, 10 per la quale occorrevano almeno quattro D. Il Gen. Amico e il suo SM adottarono per la "Catanzaro" un dispositivo che contemperasse i dettami della regolamentazione tattica e l'ampiezza del settore assegnatole. Con una fronte di 16 km per 9, 5 di profondità, la G. U. venne articolata in due settori reggimentali e, seppure con una forzatura concettuale, su tre "scaglioni". La forzatura consisteva nel fatto che il IIl/1422 f. rinforzato, presidio del cps. di Bir Oasi e riserva divisionale in luogo delle unità suppletive di C. A. che normalmente venivano assegnate per lo specifico compito, assolveva nel settore del proprio


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rgt., per la posizione in cui si trovava, anche le funzioni di Il scaglione. Non esisteva Z. S. perché la D. comunque di 21' schiera, presidiava quella che potremmo chiamare una 2! P. D. predisposta, in cui la predetta zona era costituita dallo spazio esistente tra essa e le G. U. antistanti a est e a sud, e all'interno della quale l'azione di logoramento e ritardo, improponibile per reparti di f. "a piedi", avrebbe potuto essere effettuata, con adeguato rinforzo, dalle unità carri che le furono assegnate a battaglia iniziata. 11 In tale spazio, almeno il 1/141 2 f., posto a difesa del cps. di Alam el Rimth, pare abbia messo in opera una avanstruttura di sicurezza, per l'osservazione e, forse, con funzioni c/c. 12 La norma relativa all'approntamento e difesa di una linea continua di "centri di fuoco avanzati" venne ignorata perché avrebbe dovuto "coprire" tutto il dispositivo della D. Si ricorderà infatti che una linea similare, porzione o abbozzo della predetta, predisposta dalla D. cc. nn. "3 Gennaio" tra Sauni el Khur e Alam el Rimth, venne abbandonata dalla "Catanzaro". In luogo dei 12 cps. a livello cp. fuc. normalmente costituiti dalla D., impiegando la totalità delle forze disponibili (servizi esclusi NdA), ne vennero approntati soltanto 8, di entità variabile tra la cp. (cps. di Bir Nasib) al rgt. (cps. divisionale di Iluet el Ausaga), tutti rinforzati in diversa misura da artiglierie c/c, e/o campali, e c/a, e per rgt. f. Le artiglierie risultarono quindi tutte "decentrate", anche se le due btr. da 100/17 mm del III/2032 a. nel cps. divisionale potevano rappresentare una esigua "massa di manovra". L'inviluppo delle varie posizioni (zona dei servizi di Bir Scibeika compresa, ma escluse quelle della G. a. F. e del gr. tat. di rinforzo per la protezione della base logistica di Bug Bug), era di oltre 40 km. Lo schieramento realizzato, privo di appoggio d'ala (perché posto in pieno deserto marrnarico), senza ostacolo naturale su cui appoggiarsi su tutta la fronte, né fossato anticarro e campi minati che, nel loro insieme, ne incrementassero la capacità di arresto, era vulnerabile da ogni direzione. L'amplissimo sviluppo perimetrale, per le. sole armi efficaci contro i carri annati e le autoblinde (cannoni campali; per rgt. f.; c/c NdA), ne consentiva una densità


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media di una ogni 740 m, laddove, sulla maggiore delle fronti normali (5 km. NdA), la proporzione si riduceva a m 92. La diminuzione, rispetto alla norma, del numero dei cps., e l'aumento degli intervalli tra loro esistenti - pure dovuta all'ampiezza della fronte - limitava la cooperazione tra le strutture statiche della D. "Catanzaro" al solo fuoco delle armi con maggior braccio (quasi esclusivamente alle artiglierie NdA), anche se in definitiva, contro unita corazzate, erano le sole che contassero. Ciò, se da una parte sembrava offrire al nemico seducenti prospettive d'impiego, lo convogliava invece, per l'appropriata articolazione e disposizione delle nostre forze, in zone ristrette nelle quali poteva essere concentrato a massa, e da più parti, il tiro delle armi più potenti ed efficaci. Le altre G. U. omologhe schierate nel deserto (2 D. Libica; rgpt. Libico Maletti; D. "Cirene"; D. "Marmarica" NdA), erano articolate in un numero ancora minore di cps. (da 2 a 4 NdA), presidiati da forze assai consistenti, ma molto intervallati tra loro (D. "Marmarica" NdA), o con ampi schieramenti a "tau" (D. "Cirene" NdA), o lineari in senso equatoriale o meridiano. Se aumentava la potenza intrinseca di ciascuna struttura, per l'ampiezza degli spazi interposti veniva a mancare, totalmente o quasi, ogni possibilità di cooperazione e si offriva al nemico il destro di attaccarle singolarmente, costituendo "massa" di forze e fuoco, in tempi successivi. Le forme del terreno forse non davano, agli SM delle predette G. U., diversa alternativa, che costrinse però, in due diversi settori (del rgpt. Libico Maletti e della 2ll D. Libica NdA), a pagare un caro prezzo alla manovra del nostro antagonista. Per quanto concerne i "servizi", nel settore in esame operavano gli "stabilimenti" della D. "Catanzaro" (a Bir el Scibeika NdA), oltre a quelli del XXI C. A. ed altri imprecisati, che dovevano trovarsi proprio a Bug Bug, unitamente al noto centro idrico. Il rgpt. Libico Maletti, che disponeva di unità carri e di salmerie (sic!), faceva parte del XXI C. A. ma, come è stato già detto, si sconosce se, per i propri rifornimenti, facesse capo a Bug Bug o non, piuttosto, al più vicino centro logistico di Sidi El Barrani.


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Nel primo caso è evidente che quello del XXI C. A. doveva disporre anche di organi propri del servizio veterinario. 13· 14 IV. 1.1.2. Il ripiegamento. La regolamentazione del ripiegamento è riportata nelle Norme per il combattimento della Divisione del 1936,15 alle quali si richiama, 16 precisando, l'Addestramento della fanteria, Voi. II del 1939. Scopo della manovra, secondo la normativa, era quello di guadagnare spazio. Essa si sviluppava in varie fasi, con modalità diverse, secondo che si svolgesse o meno sotto la pressione del nemico. Nell'un caso o nell'altro, il ripiegamento avveniva sotto la protezione di una retroguardia, costituita, per le unità a contatto, con una aliquota delle proprie forze schierate su idonee posizioni retrostanti le linee avanzate; in assenza di pressione dell'avversario, da unità di riserva incaricate dello specifico compito e preventivamente disposte su opportuno schieramento. La rottura del contatto aveva luogo di notte, a partire dai reparti più avanzati, che effettuavano il movimento retrogrado articolandosi in scaglioni di marcia. La retroguardia ripiegava, su ordine, soltanto quando era stata superata dal grosso delle unità in ripiegamento. Se attaccata, cercava di rallentare il nemico senza impegnarsi a fondo, per sottrarsi alla sua azione nel momento più opportuno. Unità carri lanciate di sorpresa sul fianco del nemico, e il tempestivo intervento di forze aeree d'assalto, potevano ottenere allo scopo grandi effetti. Non riuscendo nell'intento, per garantire il deflusso delle truppe amiche, non esitava a sacrificarsi sulle proprie posizioni. 17 Tutta la manovra di ripiegamento (che si sviluppava sullo o sugli itinerari prescelti dal Cte la D.), doveva effettuarsi in un "ambiente" reso quanto più sicuro possibile da apposito dispositivo e da particolari provvedimenti per la difesa c/a e da attacchi di forze motorizzate nemiche. Di tale dispositivo, detto di "sicurezza", facevano parte la retroguardia, a protezione del tergo della G. U.; l'avanguardia, che agiva in testa alla colonna/e divisionale/i;


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il/i distaccamento/i fiancheggiante/i, mobile/i o fisso/i, a protezione del fianco/fianchi esposto/i. Retroguardia e avanguardia assumevano una propria articolazione. La retroguardia, dall'indietro all'avanti, in direzione del nemico, costituiva un "grosso"; punta/e di sicurezza; pattuglie d'allanne. Le pg. d'allarme si tenevano a 1.000-2.000 m dalla punta/e; la punta/e tra 700 e 1.000 m dal "grosso"; il "grosso" a 3-4 km (un'ora di marcia circa NdA) dai reparti di coda della colonna. L'avanguardia poteva essere costituita (la normativa prevedeva lo specifico caso NdA), da uno scaglione motorizzato o autoportato che si articolava, dall'avanti all'indietro, in pg. esploranti; punta/e di sicurezza; "grosso". Le pg. esploranti precedevano la/e punta/e di 5-6 km; la/e punta/e, e il "grosso", gli elementi retrostanti di 1.000-2.000 m. La forza del dispositivo di sicurezza "in marcia" (tale era la terminologia NdA), per una D. era dell'ordine del btg. f. rinforzato con cn. c/c - ed eventualmente carri 1. - per avanguardia, retroguardia, distaccamento/i fiancheggiante/i. Normale l'assegnazione di artiglierie "decentrate". 18 I carri armati e le altre armi (artiglieria, genio NdA), avevano nel ripiegamento specifiche modalità d'impiego. Nella "rottura del contatto", quando operavano con la fanteria, i carri I., impiegati con unità a livello pl., dovevano reiterare, su larga fronte, rapide "puntate" per costringere il nemico a fermarsi e a difendersi; nella protezione del ripiegamento, sempre per pl., insieme a pg. di motociclisti, gli tendevano agguati lungo le direzioni più pericolose per il movimento dell'unità a favore della quale operavano, per farle guadagnare tempo. Le unità carri I. impiegate in avanguardia dovevano concorrere alla "sicurezza in marcia", contribuendo a chiarire la situazione sul fronte della colonna/e in movimento e a eliminare le unità nemiche che vi si opponessero. All'interno dello specifico elemento del dispositivo, esse costituivano quindi componente essenziale per azioni manovrate e di forza. 19 Nella situazione e nell'ambiente in cui operava la D "Catanzaro", tenendo conto che il nemico era costituito da unità corazza-


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te, le modalità d'impiego dei carri 1. potevano essere ritenute simili a quelle previste per le unità motorizzate, o autoportate, quale essa era almeno in teoria. Queste modalità, rispetto alle altre citate, ampliavano le distanze esistenti tra le varie articolazioni del dispositivo di sicurezza, e tra questo e l'unità protetta. Nel particolare caso, durante il movimento, le unità carri avrebbero dovuto essere impiegate, oltre che in avanguardia e retroguardia, anche nel fiancheggiamento, unitamente a reparti motociclisti. In avanguardia e retroguardia i carri avrebbero fatto parte del "grosso", nell'un caso e nell'altro preceduti o seguiti da pg. di motociclisti, spinte a 5-6 km di distanza, con eliminazione quindi delle "punte". Le distanze dell'avanguardia e della retroguardia, rispettivamente dalla testa e dalla coda della colonna, variavano in questo caso tra i 10 km per l'avanguardia, e i 4-5 km per la retroguardia. Nel fiancheggiamento, carri e motociclisti insieme muovevano parallelamente alla colonna, e per prevenire sorprese effettuavano "puntate" su particolari topografici tatticamente rilevanti ai lati del percorso. 20 Come abbiamo visto, nell'ambito del dispositivo di sicurezza in marcia della G. U., i motociclisti potevano venire impiegati in cooperazione o meno con i carri 1. Nel primo caso essi costituivano pg. miste, e li precedevano o seguivano di qualche km nel loro movimento, in funzione sempre di "occhi" dell'unità carri che faceva parte del "grosso". Segnatamente in avanguardia, i motociclisti svolgevano l'esplorazione "ravvicinata" che aveva lo scopo di riferire, al comandante di questa notizie, positive o negative relativamente alla presenza del nemico lungo l'itinerario, o in località espressamente indicate. Per assolvere il compito essi muovevano articolati in pg. (una coppia di motociclisti almeno NdA), da punto a punto di osservazione, nel quale sostavano cercando di non farsi scorgere dal nemico, e segnalavano, con modalità e completezza d'informazione diverse secondo il mezzo di trasmissione disponibile, quanto potevano vedere. Preso contatto col nemico, lo mantenevano e cercavano d'acquisire e riferire ulteriori e più complete notizie, ripiegando soltanto se ricevevano sostituzione.21


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Le modalità d'impiego dell'artiglieria nel ripiegamento, erano diverse secondo che questo si svolgesse o meno sotto pressione del nemico. Nel primo caso le artiglierie, assegnate al complesso di forze che avrebbero poi costituito la retroguardia, nella fase di rottura del contatto intervenivano con tutta la massa e la potenza del loro fuoco sulle fan terie avversarie, non esitando a portarsi allo scoperto per agire con più efficacia a puntamento diretto contro di esse. Il ripiegamento poteva avvenire solo su ordine del comandante della retroguardia. Impegnata alle brevi distanze, resisteva sul posto anche dopo aver ultimato le munizioni per i pezzi, combattendo con le mitragliatrici e le armi individuali. Nel secondo caso le artiglierie d~lla retroguardia assumevano in precedenza, e di giorno, uno schieramento dal quale proteggere l'operazione, e sul quale resistere fino a ricezione dell'ordine di ritirarsi. Le altre artiglierie della G. U. ripiegavano insieme agli scaglioni nei quali venivano inserite, o andavano a schierarsi autonomamente in altra zona ali 'uopo indicata. Essendo a traino meccanico esse incontravano difficoltà nel muovere fuori strada, e gli schieramenti, quindi, dovevano essere vicini alla viabilità esistente nella zona, per facilitare la presa e l'abbandono delle posizioni e il rifornimento dei proietti alle linee pezzi.22 I compiti del genio nel ripiegamento erano molteplici. Gli "artieri" trovavano impiego nel campo della viabilità, per agevolare i movimenti delle proprie truppe e per ritardare, col combattimento "d'arresto", quelli del nemico mediante la posa di sbarramenti di mine. La nonnativa li vedeva assegnati, per aliquote dotate dei relativi mezzi d'azione (specialmente mine NdA), sia in avanguardia che in retroguardia. I telegrafisti e radiotelegrafisti, dal canto loro, dopo aver provveduto - tempo e sviluppo delle linee pennettendo - al loro ricupero e alla distruzione delle centrali e delle stazioni che non si potevano portare al seguito, dovevano assicurare il collegamento radio tra i comandi in ripiegamento e l'intercettazione delle comunicazioni radio nemiche. 23 Il ripiegamento della D. "Catanzaro" e rinforzi fu condizionato dalla penuria e dalla qualità degli autoveicoli disponibili che,


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con gravissime conseguenze, trasformarono un movimento, altrimenti motorizzato, in una estenuante marcia a piedi, con variazione delle distanze. che avrebbero dovuto correre tra le varie articolazioni della colonna e tra i suoi singoli elementi, come dei tempi di percorrenza dell'itinerario prescelto. Ogni trasferimento veniva effettuato con una particolare tecnica, che formava oggetto di una specifica e recentissima normativa del Corpo di SM, dal titolo Istruzione sul movimento e lo

stazionamento. Le colonne di truppe, comunque costituite, dovevano articolarsi in "scaglioni di marcia", a loro volta suddivisi in "unità di marcia" omogenee, formate preferibilmente con reparti della stessa arma per avere la stessa velocità di movimento. Scopo dell' articolazione in ''scaglioni" era quello di localizzazione gli allungamenti anormali, dovuti a cause imprevedibili, e conferire alla colonna scioltezza di progressione. Quello in "unità di marcia" invece, doveva servire a limitare l'allungamento normale che si stabiliva tra uomo e tra mezzo e mezzo, e che doveva essere riassorbito alla sosta, serrando sulla testa dell'unità. Gli "scaglioni" non dovevano superare i 3-4 km di lunghezza, corrispondenti, per truppe a piedi, a 1 h. di marcia, e si distanziavano, su rotabile, di 10', pari ancora, per le stesse truppe - e considerando le soste orarie di 1O' - a 800 m di percorso. In terreno malagevole il distanziamento poteva arrivare a 30'. Queste distanze, che venivano prese inizialmente, non si ripristinavano ad ogni tempo di marcia, e pertanto gli "scaglioni", nelle brevi fermate, sostavano dove erano giunti. Nelle colonne costituite da reparti di armi e specialità diverse, la velocità di marcia era quella dell'unità meno veloce. Di conseguenza i reparti autoportati e l'autocarreggio muovevano in coda agli "scaglioni", o costituivano "scaglioni" a sé, indipendenti nel movimento, tutti, in entrambi i casi, opportunamente distanziati nel tempo. Nelle autocolonne, la distanza in m tra autoveicolo e autoveicolo corrispondeva al valore della velocità espresso in km; tra "unità" e "scaglioni di marcia" esse erano invece 10 e 100 volte rispetti-


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vamente quella sopraddetta. Così, ad esempio, in una autocolonna che, come quella della D. "Catanzaro", comprendesse trattori Fiat 708 O. C. I. con velocità media di 10 km/h, le distanze tra veicoli, "unità" e "scaglioni", di marcia sarebbero state, nell'ordine, 10; 100; 1.000 m. 24 Gli autoveicoli (eccezion fatta per i trattori delle artiglierie), in relazione al carico cui venivano specificamente adibiti, venivano articolati in due blocchi denominati rispettivamente I e II scaglione. Del primo scaglione facevano parte armi e munizioni; materiali per i "collegamenti"; sanitari; da "zappatore"; per l'impiego tecnico dei reparti. Al II scaglione erano invece destinati quelli da cucina; viveri e acqua; i materiali d'equipaggiamento (vestiario, coperte, etc.) e d'uso generale (tende, tavoli, sgabelli, sedie, etc.). Quando il movimento avveniva in zona in cui era probabile l'incontro col nemico, gli automezzi di I scaglione muovevano in coda alla rispettiva unità, se questa era motorizzata (ad esempio I scaglione dei gr. a. cam. NdA), procedevano invece a sbalzi, in coda alla colonna, se appartenenti ad unità che muovevano a piedi. Quelli di II scaglione si accodavano, se l'unità era motorizzata; costituivano invece scaglione a sé ed effettuavano il movimento in maniera indipendente, raggiungendo la località di tappa, se appartenevano ad unità appiedate.25 Per avere un'idea dei limiti di spazio e di tempo all'interno dei quali la D. "Catanzaro" e rinforzi avrebbero potuto effettuare il ripiegamento, avendo a disposizione tutti gli automezzi, organici e di rinforzo, che occorrevano, in mancanza di specifici dati afferenti al "movimento" delle D. f. autl. tipo A. S., occorre riferirsi a quelli della D. f. motorizzata del I ordinamento Pariani (dic. 1938), anch'essa "binaria". Questa, a differenza della "autotrasportabili" di successiva costituzione, disponeva di automezzi per l'integrale autotrasporto delle unità, e relativi materiali, che ne facevano parte. Dalle predette (quando dotate del btg. car. 1. NdA), la D. f. mot. differiva per avere, in luogo di un btg. Mtr., un'analoga unità di motomitraglieri; una cp. cn. c/c in più (2 in luogo di 1 NdA); un btg. mtc., e un autogruppo (livello btg. NdA)


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al posto ciascuno di 1 cp. e 1 asz. (pure a livello cp. NdA), ma non il btg. complementi, da non considerare perché al momento (al pari delle 2 cp. mo. da 81 mm NdA) non disponibile per la D. "Catanzaro". Se si aggiungono, al totale delle unità di quest'ultima, alcuni reparti di quelle avute in rinforzo, per numero di automezzi, la cp. mtc. della "23 Marzo", e la btr. da 65/17 con la sz. c/ a da 20 mm della "28 Ottobre" (di eventuale impiego similare NdA) vanno con molta probabilità alla pari rispettivamente del btc. mtc. e della seconda cp. cn. c/c entrambi della D. mot. Non è specificato quali reparti (oltre a quelli dei "trasporti" NdA) costituissero i "servizi" della G. U., anche se il tipo non può essere che quello ormai noto: sanità e commissariato (sussistenza NdA). Orbene, siffatta unità, nel movimento "logistico", in lontananza quindi dal nemico - a meno delle distanze tra gli "scaglioni" e ai tempi di sfilamento relativi - su un unico asse e alla velocità di 25 km h, aveva una "profondità" di colonna di km 35,600 con un tempo di "sfilamento" di lh 26' circa.26-21-28 Per la "Catanzaro" peraltro è da rilevare che diverso avrebbe potuto essere il numero delle unità di marcia, e che essa disponeva, per il traino del gr. a. cam. da 100/17 mm, dei trattori Fiat 708 O. C. I., la cui velocità massima su strada era di 16 km/h, sicché quella di normale impiego poteva appena superare i 10 km/h. L'intera colonna di conseguenza avrebbe avuto tale velocità di marcia, pari alla distanza interveicolare (non mai inferiore alla distanza di sicurezza NdA), che comportava una diminuzione della sua lunghezza sull'itinerario, ridottasi a km 14,240, e un tempo di sfilamento pressoché uguale. Ma la D. "Catanzaro", oltre i rinforzi già conteggiati, ne aveva altri ben più consistenti. Tralasciando il XX btg. car. I., di cui ci sono note le vicende, e il LXIII btg. car. l. che corrisponde a quello organico della D. f. mot. ed è stato già calcolato, dovevano ripiegare anche un btg. Mtr. autoportato (gr. sqd. Mtr. "Vittorio Emanuele II" NdA); due btg. cc. nn. (CXXXI e CXXXII della "28 Ottobre" NdA); tre gr. a. cam. (gr. da 77/28 mm della G. a. F., III/202Q della "28 Ottobre", I/201 2 della "23 Marzo" NdA), a


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meno di una btr. da 77/28 mm dovuta abbandonare per indisponibilità di trattori, più tre pl. cn. c/c da 47/32 mm e una sz. c/a da 20 mm pure della G. a. f. che, grosso modo la equivalgono. Sempre facendo riferimento alla D. f. mot., ed equiparando i suddetti reparti rispettivamente a: btg. motomitraglieri; 2/6 dei rgt. f. su autocarri; rgt. a. cam., e considerando una velocità di marcia di 10 km/h, si ottengono per essi le profondità di colonna e i tempi di sfilamento sottoelencati: - gr. sqd. Mtr. - 2 btg. cc. nn. - 3 gr. a. cam.

m m m m

480 1.360 3.000 4.840

2'53" 8'10" 18'00" 29'03"

Poiché il gr. sqd. Mtr. e i btg. cc. nn. avevano profondità di colonna e tempi di sfilamento inferiori a quelli attribuiti e calcolati, i dati che si riportano, relativi all'intera D. "Catanzaro" e suoi rinforzi, per la velocità di marcia indicata, sono da considerare per eccesso. Si hanno (v. marcia; profondità colonna; tempo sfilamento): a 10 km/h - km 19,080- lh 54'30". 29 Ma il movimento si svolgeva in vicinanza del nemico ed era quindi "tattico". I dati riferiti vanno pertanto completati delle distanze tra i vari scaglioni e tra le articolazioni del dispositivo di sicurezza, oltre che dei tempi di percorrenza relativi. Sappiamo che la colonna della D. "Catanzaro" e rinforzi era articolata in sei scaglioni, uno dei quali in avanguardia e due in retroguardia. Se la D. avesse effettuato il ripiegamento tutta autoportata, come per la D. mot., l'avanguardia avrebbe dovuto precedere il "grosso" di 10 km, la retroguardia lo doveva seguire a 4-5 km di distanza. Gli scaglioni del "grosso" erano tre e quindi due gli intervalli; un solo intervallo esisteva invece tra gli scaglioni della retroguardia. Alla velocità di marcia di 10 km/h, rimanendo invariate le distanze dal "grosso" dell'avanguardia e della retroguardia, gli intervalli tra gli scaglioni sarebbero stati di 1.000 m ciascuno, per un totale di m 3.000. A 18 km di maggiore lunghezza della colonna sarebbe perciò corrisposto un incremento di 1h 48' di percorrenza. I pre-


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detti valori vanno aggiunti a quelli calcolati per il movimento "logistico". Profondità di colonna e tempi di sfilamento della D "Catanzaro" e rinforzi, per la velocità di marcia indicata, sarebbero stati rispettivamente km 37,080 e 3h 42' 30", pg. esploranti e d'allarme escluse. 30 Poiché Sollum distava circa 43 km dal punto di incolonnaménto divisionale e Bir Tishdida solamente 18,000, è evidente che il ripiegamento, ancorché effettuato alla velocità di 1O km/h, si sarebbe potuto svolgere in un'unica tappa, nel solo arco notturno. È ben vero che alle sopraccitate distanze vanno aggiunti, per i singoli reparti, percorsi (e tempi relativi) esistenti dai vari cps. al punto di incolonnamento indicato, i quali, per le ali estreme del dispositivo di difesa erano rispettivamente di 16 km a est-sud est (cps. di Alam el Rimth NdA), e 11 km a sud-sud est (cps. di Iluet el Katar NdA). Tali percorsi o tempi, sarebbero peraltro stati influenti soltanto per quanto concerne l'ora di presentazione dei singoli scaglioni al punto di incolonnamento, dal quale iniziavano quelli relativi alla marcia dell'intera colonna divisionale. Una conferma indiretta dei tempi di percorrenza citati ci viene dal movimento notturno, probabilmente solo "logistico" effettuato dai due btg. cc. nn. della 231 ll leg. della "28 Ottobre" e dai gr. a. cam. TII/2022 ("28 Ottobre") e I/201 Q ("23 Marzo") che, partiti dal bivio per l'Halfaia alle 23,00 del 9 dicembre giunsero a Bug Bug alle 4,00 del 10. 31 -32 Come è ovvio, anche per truppe autoportate o motorizzate, il movimento non poteva essere continuo. Nei tempi di percorrenza citati sono inclusi quindi anche quelli delle fermate, di norma della durata di 15-20 minuti dopo alcuni km di percorso, per la messa a puntò dei veicoli e l'eliminazione di piccoli inconvenienti e, successivamente, di 10' ogni 110 minuti di marcia, per il ripristino dell'articolazione della colonna. 33 Il complesso di forze costituito dalla D. f. "Catanzaro", reparti della G. a. F, gr. tat. Curcio Rubertini, dovette effettuare il ripiegamento praticamente a piedi perché i pochi automezzi disponibili (relativamente al numero degli uomini che lo componevano


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NdA), furono destinati al traino e/o trasporto delle artiglierie; delle armi di maggior peso e calibro; del maggior quantitativo possibile di munizioni; dei viveri, acqua e materiali indispensabili per l'impiego tecnico e la vita dei reparti. Con la sola eccezione naturalmente delle unità e dei servizi completamente motorizzati tra i quali pare, come vedremo, almeno una forte aliquota del gr. sqd. Mtr. "Vittorio Emanuele II" in avanguardia. I primi elementi dell'avanguardia (a meno del XX btg. car. I. NdA), partiti alle 2,00 dal punto di incolonnamento giunsero al traverso del termine della seconda "sebka", che si trovava a nord della pista sulla direzione di Sollum, alle 8,30, dopo aver impiegato 6h 30' a percorrere 11 km, alla velocità di marcia di km/h 1,692. La retroguardia arrivò alla grande curva della pista oltre la prima "sebka" alle 11,30. Tre km la separavano in quel momento dall'avanguardia. Con la velocità di marcia fino allora tenuta le sarebbero occorsi ancora lh 46' per raggiungere la stessa posizione. Il tempo di sfilamento dell'intera colonna (dalle 2,00 alle 13,16 NdA), sarebbe stato quindi di h 11,16', la lunghezza (o "profondità") dell'intero dispositivo km I9,063, con la stessa velocità di movimento.3435-36 Il Gen_ Amico aveva comunicato al1' A. che la D. sarebbe giunta a Bir Tishdida alle 11,30. Dal punto in cui l'avanguardia aveva fatto l'alt alle 8,30 mancavano ancora 7 km per giungere alla prescritta zona di sosta. Qualora essa avesse proseguito il movimento, a velocità invariata le sarebbero occorsi ancora 4h 08' con arrivo alle 12,38. La retroguardia avrebbe concluso la propria marcia alle 17,24. Il movimento, assai lento per le ore notturne in cui si svolgeva (che dimezzava la velocità di marcia), e per il tiro di interdizione effettuato da navi nemiche, si svolse abbastanza regolarmente. Ad un terzo circa del percorso si può valutare che ci fosse soltanto un leggero ritardo rispetto alla tabella di marcia, e ciò confermava la giustezza della valutazione dello SM della D. "Catanzaro" sui tempi di percorrenza della tappa. La stanchezza evidente delle truppe, alcuni reparti delle quali marciavano dalle 23,00 del giorno precedente, deve però aver indotto il Gen. Ami-


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co a mutare la zona di effettuazione della sosta, individuata, previa ricognizione del Magg. Annarumma, nelle posizioni poste a nord ovest, di Kafret Abd (555367), che offrivano buoni appigli per una eventuale difesa. 37 Il I/201 Q a. della "23 Marzo" disponeva per il trasferimento di 15 trattori e 15 automezzi dei quali 14 "pesanti". Sette di quest'ultimi, perché non venissero abbandonati i pezzi, erano stati ceduti al III/202Q a. della "28 Ottobre" rimasto, come è noto, senza traini. 38 Il 2032 rgt. a. cam;. della "Catanzaro" poteva però fare assegnamento al massimo su 45 autoveicoli- trattori e automezzi di vario tipo - mentre non è noto quanti ne avesse il gr. a. cam. da 77/28 mm della G. a. F. che, sempre per scarsezza di automezzi, aveva dovuto lasciare sulle posizioni 4 cannoni inutilizzati. Le artiglierie campali potevano quindi disporre di una ottantina di autoveicoli (almeno 48 erano i trattori, tra TL 31 e FIA T 708 O. C. I. NdA) i quali tutt'insieme, avrebbero formato una colonna di 1.550-1.650 m, volendo calcolare soltanto le distanze interveicolari in 10 m, e tra i 7 e i 10 m la profondità del mezzo con l'eventuale traino. 39•40 Quanto agli aspetti tattici della manovra è da rilevare che non venne costituito un distaccamento fiancheggiante sul lato esposto (alle minacce da sud NdA), anche se la retroguardia provvide in proprio con il LXIII btg. car. I.; né poterono dispiegarsi compiutamente le distanze, dal "grosso", prescritte per avanguardia e retroguardia, e questo anche per la limitata lunghezza del tratto di pista, interessato al movimento fino alla zona di sosta effettiva, perché era inferiore alla profondità della colonna. Mancano inoltre notizie relativamente all'impiego di pg. di motociclisti da parte dell'avanguardia, per l'azione esplorativa 5-6 km innanzi ad essa in direzione di Sollum. Oltre ad aver perso, per le note ragioni, il XX btg. car. I., la colonna non poté neppure disporre, all'avanguardia e alla retroguardia, di alcun reparto del genio "artieri" decentrato per l'eventuale combattimento d'arresto. Probabilmente non c'era disponibilità di mine, o mancavano, al solito, gli automezzi per il trasporto. Eppure le mine erano molto temute


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dagli Inglesi i quali, solo ad opera di esse, avevano subito perdite in "scouts carrier" e carri armati I (infantery) Matilda MK II da 27 t. nell'attacco al cps. del rgpt. Maletti ad Alam el Nibeiwa. 41-42 IV. 1.1.3. La zona di sosta. Nella Istruzione sul movimento e stazionamento delle truppe del 1940, la sola differenza che si faceva per indicare una interruzione nel procedere di una colonna era tra breve e lunga fermata. La seconda era propria delle colonne profonde e con lunghi tempi di percorrenza, e di durata tale da consentire, al reparto ultimo arrivato nella zona prescelta, di riposare per almeno un'ora. La località nella quale effettuare una lunga fermata doveva essere preventivamente riconosci uta per accertarne la rispondenza o meno a molteplici esigenze: di sicurezza riguardo a possibili azioni nemiche sia terrestri che aeree; di copertura e occultamento all'osservazione; di agevole rifornimento dei mezzi, ristoro delle truppe e ripresa del movimento.43 La lunga fermata in operazioni aggravava per le unità i problemi di sicurezza, e imponeva l'adozione di particolari misure, atte a prevenire la sorpresa, la cui maggiore o minore gravosità era legata al tempo di permanenza nella località prescelta. Queste misure potevano limitarsi all'autodifesa da parte dei singoli reparti, o comportare la costituzione, se non preesistente, di un vero e proprio "scaglione di sicurezza" o "sistema di avamposti" che l'unità in sosta disponeva intorno a sé. 44 Il "sistema di avamposti" doveva garantire all'unità dalla quale veniva distaccato il riposo delle truppe e la libertà d'azione. Si articolava in posti di sorveglianza e segnalazione; posti di sbarramento; grosso di avamposti. I posti di sorveglianza e segnalazione erano costituiti da sq. fuc. con compiti di osservazione e di allarme, dislocate a sicura distanza di collegamento dei posti di sbarramento_Questi, dell'entità di un pl. fuc. rinforzato con armi c/c ed eventualmente carri leggeri, venivano disposti in località e modo idonei a bloccare le vie di facilitazione, o in corrispondenza


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di incroci stradali, ad una distanza di 2-3 km dal grosso, suddiviso di norma per compagnie le quali, in caso di allarme dovevano occupare. e difendere posizioni già predisposte per la resistenza. Queste posizioni sarebbero dovute distare anch'esse 2-3 km dall'unità cui fornivano protezione, per dare loro il tempo di prepararsi alla difesa o, nel caso specifico, di sottrarsi ali' azione del nemico. La cp., dove il valore tattico della posizione lo richiedesse, poteva anch'essa costituire posto di sbarramento. Di estrema importanza, in tale organizzazione, erano i collegamenti, da realizzare con mezzi radio a livello pl. - cp. - grosso dell'unità protetta; normalmente ottici (bandiere a lampo di colore NdA) per le squadre. Incaricati della costituzione di un sistema di avamposti erano di norma un btg. f. che si dispiegava per cp. o, nel caso in esame, le già esistenti articolazioni del dispositivo di sicurezza in marcia. 45 Pur essendo appena accennato, laddove si tratta della costituzione dei posti di sbarramento, l'impiego dei carri, a protezione di una zona di sosta nel corso di un ripiegamento, rientrava nel più ampio contesto esaminante l'intera manovra, con riferimento specifico ad avanguardia, retroguardia e distaccamento/i fiancheggiante/i ché, qualora disponessero di carri, erano tenuti ovviamente ad usarli anche nel sistema di avamposti. Si pone il quesito se la "Catanzaro" e rinforzi, al momento del ripiegamento, configurassero una unità di fanteria (dato che muoveva quasi tutta a piedi), o non piuttosto una unità motorizzata, per la quale il nuovo regolamento, Impiego delle unità carristi del 1938, prevedeva, per quest'ultima, particolari modalità d'azione per la sicurezza e la salvaguardia delle zone di carico, scarico e schieramento, che possono essere concettualmente assimilate a una zona di sosta. La protezione immediata dell'unità era fornita dal dispositivo stesso di sicurezza, cioè avanguardia, retroguardia, distaccamento/i fiancheggiante/i che, agli ordini del comandante l'unità carristi che ne faceva parte, spingevano distaccamenti di motociclisti e carri, decentrati per plotone, a occupare nodi stradali o punti di particolare importanza, mentre il grosso dell'unità si raccoglieva in località


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centrale pronto a ogni evenienza. Qualora il dispositivo messo in atto non avesse retto all'attacco del nemico, motociclisti e carri, i secondi impiegati per plotone, avrebbero effettuato puntate offensive a breve raggio, per arrestare temporaneamente l'avversario e dare la possibilità al grosso che proteggevano di guadagnare spazio.46 L'azione, in particolare, doveva essere eseguita dalle unità carri della retroguardia o del distaccamento/i fiancheggiante/i, mentre quelle dell'avanguardia avrebbero dovuto aprire la strada al grosso a viva forza. L'artiglieria poteva venire impiegata per rinforzare il dispositivo di sicurezza. Effettuava in questo caso l'interdizione sulle vie di provenienza del nemico e lo sbarramento davanti alla linea tenuta dal grosso, concorrendo eventualmente all'azione contro carri.41 Il genio "artieri", con unità a livello plotone, seguite dal proprio parco e assegnate alle articolazioni dello scaglione di sicurezza, trovava impiego, anche se non esplicitamente codificato, nella costruzione di sbarramenti con mine. Detta azione era peraltro prevista a fattor comune nell'ambito generale d~l ripiegamento, nell'esplicazione del quale, per quanto atteneva, la normativa tattica non faceva differenza tra fase dinamica o statica.48 Una specifica pubblicazione, la Memoria sul!' organizzazione e l' impianto di sbarramenti nel combattimento d'arresto del 1935, considerava peraltro il suo impiego nonnale per la protezione dei fianchi e del tergo delle G. U. durante le soste. Questo si estrinsecava nella costituzione di un "sistema d'arresto" che, nel caso particolare, si sarebbe configmàto nella costituzione di "settori d'arresto", posti in opera con - mine dai plotoni decentrati. Più settori costituivano una "zona d'arresto", di cui era responsabile .la compagnia.49 Al genio "collegamenti" non venivano attribuiti compiti particolari nella zona di sosta che, nel caso specifico, risentiva delle necessità proprie del ripiegamento, ma anche, data la fase statica, dell'eventuale difesa dello schieramento assunto su una fronte di 5 km. Nell'un caso e nell'altro, i telegrafisti e radio telegrafisti


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avrebbero dovuto provvedere a impiantare ed esercire le reti dei comandi e speciali (aeronautica, difesa aerea, osservazione, intercettazione) anche se per comandi non è chiaro se debbano intendersi solo quelli in subordine, o anche (si ritiene a maggior ragione NdA), almeno nella sosta, che sola, nella quasi totalità di casi, lo rendeva possibile, quelli superiori che guidavano e coordinavano la manovra. so Nella zona di sosta di Kafret Abd, lo scaglione di sicurezza non mise in atto un sistema d'avamposti. Si intendeva riprendere il movimento ali 'imbrunire, cioè dopo il tramonto, che il giorno 11, come sappiamo, avveniva alle 17,45.51 L'avanguardia vi era giunta alle 8,30', la retroguardia alle 11,30. La sosta sarebbe durata per la prima 9h 15'; per la seconda 6h 15'. Molte cose, anche nella più ottimistica delle previsioni, potevano accadere in quel1' ampio lasso di tempo, considerando il fatto che il nemico impiegava truppe corazzate. È evidente che l'attuazione di un sistema d'avamposti richiedeva, nel particolare ambiente e con siffatto nemico, truppe dotate di mezzi celeri di trasporto per portarsi nelle località idonee, a giro d'orizzonte (la D. era disposta a quadrato), dalle quali assolvere la loro missione. Ed è altrettanto evidente che, data la penuria di autoveicoli, quelli eventualmente reperiti scaricando materiale indispensabile, assai difficilmente avrebbero potuto essere recuperati, in caso di attacco nemico, al pari delle truppe trasportate. L'unità più idonea all'assolvimento del compito, per l'occorrenza, sembra fosse il gr. sqd. Mtr. "Vittorio Emanuele II", almeno in parte, pare, autotrasportato. La "dottrina" prescriveva invero plotoni fucilieri, ma questi erano assolutamente inidonei ad affrontare autoblinde e carri armati. I reparti avrebbero dovuto essere costituiti da mitraglieri, pl. cn. c/c da 47/32 mm o sz. da 20 mm impiegabili nel tiro c/c, pg. osservazione e collegamento (o. c.) d'artiglieria; in secondo tempo, eventualmente, car. 1., per costituire almeno dei robusti posti di sbarramento. Sarebbe stato assolutamente necessario che essi si fossero schierati, a est e a sud almeno, su quelle che poi furono le basi di partenza dell'attacco nemico, dalle quali si controllavano


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le piste ad esse adducenti, e che si trovavano, dallo schieramento della D., a distanze compatibili con la nonna. L'avanguardia però aveva perduto il XX btg. car. l., e il gr. sqd. Mtr. pare potesse fare affidamento su un solo pl. cn. c/c da 47/32 mm. Il dispositivo però avrebbe potuto essere completato a mano a mano. Ciò non avvenne e non se ne conoscono i motivi. Forse si ritenne che, comunque, gli avamposti non sarebbero riusciti ad imporre al nemico un sufficiente tempo d'arresto che concedesse alla D. l'agio di sfuggirgli. Né, come sappiamo, all'inizio del combattimento venne fatto alcun tentativo in tal senso. All'oscuro dei movimenti del nemico (non si fece intercettazione radio né si prese collegamento col comando A.), si ritenne che l'osservazione e lo schieramento delle artiglierie, armi c/c e di parte delle unità di fanteria sul ciglio di fuoco, sarebbero bastati a garantire l'unità dalla sorpresa, e che le autoblinde nemiche, che pure apparivano a distanza, si limitassero, come nei giorni precedenti, a controllare il dispositivo della D. e non costituissero piuttosto i più avanzati elementi di un'intera B. cor. in avvicinamento. Certamente la stanchezza dei reparti, evidentemente non più allenati alla marcia, deve aver fatto ritenere che essi non sarebbero stati in grado di proseguire il cammino, conservando una qualche capacità di reazione, a meno di molte ore di riposo in una zona di sosta diversa da quella prescritta, e la cui ubicazione (ancorché nulla risulti dalle relazioni degli Ufficiali in subordine consultate NdA), deve essere stata loro comunicata percorso durante, perché essi sapevano che dovevano giungere a Bir Tishdida. A presidiare il bivio per Sidi Musa, di vitale importanza per il felice esito della manovra di ripiegamento, l'avanguardia prima, e poi il Cdo D., non inviarono alcun reparto, con rinforzo di artiglierie, c/c o campali, e genio "artieri" (qualora ci fosse stata disponibilità di mine), nella considerazione forse che il terreno d'azione, ritenuto erroneamente ovunque percorribile da mezzi ruotati e cingolati, avrebbe sempre consentito al nemico di avvolgere il fianco destro dello schieramento, o la testa della colonna in ritirata, quando e dove avesse voluto.


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IV. 1.2. Britanniche. Della dottrina d'impiego dell'Esercito inglese interessa al nostro studio soltanto quella relativa alle forze corazzate, le sole che furono contrapposte alla D. f. "Catanzaro" e ai suoi rinforzi. Gli Inglesi sono stati i primi nel mondo a impiegare i carri armati. Fu durante il primo conflitto mondiale, sul fronte francese, nella battaglia della Somme il 15 settembre 1916, e successivamente a Cambrai il 20 novembre 1917, quando il loro Royal Tank Corps (R. T. C.) andato all'attacco con 381 carri, realizzò una penetrazione di 8 km nella linea ·"Hindenburg" germanica perdendone 179. 52 Ufficiale alle operazioni del R. T. C. era il Col. John F. C. Fuller il quale, da generale in servizio, e poi nella riserva, fino oltre la metà degli anni Trenta, teorizzò l'impiego delle forze corazzate. Nella sua opera principale, On Future Warfare, egli scrisse: «All'apertura delle ostilità, l'armata dei carri farà irruzione nel campo avversario in cooperazione con la flotta aerea; essa distruggerà i centri vitali, si getterà sull'esercito nemico organizzato alla vecchia maniera, l'avvilupperà, l'attaccherà di fianco, lo distruggerà.>> 53 L'armata corazzata sarà costituita solo di carri armati, 54 ma ricordando il campo di battaglia di Cambrai affermo pure: ''l'anna superiore dell'avvenire è il cannone ... l'esercito superiore è una forza basata su un'artiglieria meccanizzata." 55 Le tradizionali artiglierie di grande gittata e calibro sarebbero state ancora usate, ma la loro importanza sarebbe diminuita, perché nelle battaglie tra eserciti siffatti occorrevano bocche da fuoco di modesta portata, leggere, quindi di piccolo calibro (di poco sopra le 6 libbre), con proietto di alta velocità iniziale, perforante. L'arma doveva avere inoltre una grande precisione di tiro, ed essere capace di grande volume di fuoco, per un impiego a puntamento diretto contro bersagli poco visibili e fugaci. Questi cannoni in avvenire sarebbero stati montati sui carri, o impiegati contro di essi. Per il combattimento ravvicinato invece, era necessario disporre di una mitragliatrice pesante, con proiettili da mezzo pollice a un pollice. 56 Queste enunciazioni fecero del Gen


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Fuller il fondatore di una scuola di pensiero militare che, arricchita del contributo di pochi ma illustri seguaci, e trasformato in dottrina d'impiego, provocò, all'inizio della seconda guerra mondiale, una vera rivoluzione nell'arte della guerra. Il più famoso tra i seguaci del Gen. Fuller fu il Cap. Basil H. Liddel Hart, che definì meglio la funzione dell' aereonautica la quale, intervenendo con notevoli forze nella battaglia terrestre, avrebbe dovuto appoggiare, in stretto coordinamento d'azione, le unità corazzate in campo tattico, a livello B. 57 In The British Way in Warfare sostenne poi che, per organizzare un esercito veramente moderno, il primo obiettivo da perseguire era la mobilità, elemento vitale della tattica e della strategia, ottenibile con la meccanizzazione totale di tutte le sue componenti. A tale scopo, e in contrasto questa volta con l'opinione del Gen. Fuller, propugnò la costruzione di artiglierie semoventi (peraltro, al momento della prima formulazione del concetto, di piccolo calibro), e di veicoli trasporto truppe blindati per le fanterie. La disponibilità di tale veicolo, la cui funzione era quella di far giungere gli uomini indenni e non affaticati fino a distanza d'attacco, avrebbe trasformato il ruolo della fanteria, facendone un'arma di élite, costituita da uomini ben allenati al tiro e agli sforzi fisici, ma con equipaggiamento leggero, idonei a essere impiegati nei combattimenti particolari (nei boschi, negli abitati, nella controguerriglia) e in quei terreni dove i carri non potevano andare. Contro difese comprendenti opere della fortificazione permanente e semipermanente, si sarebbe fatto ricorso ad artiglierie pesanti autotrainate. 5s-59 A tradurre in norme concrete e attuabili d'impiego le idee dei teorici dell'arte della guerra moderna, fu soprattutto fu un valente e "scomodo" soldato, il Gen. Percy C. S. Hobart, proveni~nte dall'arma del genio, ma nel 1929 comandante di btg. car. alla P B. R. T. C. sperimentale. Tale B. era costituita da un btg. di "tanchettes" o carri leggeri, e tre btg. di carri medi. I btg. di carri medi, accogliendo il suggerimento di Liddel Hart, ebbero dapprima costituzione mista (cp. "tankettes"; cp. carri medi, in rapporto, si ritiene 1 a 2); successivamente, a partire dal 1931, tutte le cp.


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del btg. furono miste, e articolate in 1 sz. carri medi su 5 tanks, e 1 sz. "tankettes" su 7 "tankettes". Il btg. disponeva anche di 1 sz. tanks di appoggio (close support). 60-61 Di costituzione mista, come si ricorderà, era almeno uno sqd. dei rgt. c. 72 e 8Q Ussari. Il criterio posto alla base di tale costituzione mista era che i carri leggeri, più veloci, dovevano accerchiare le posizioni nemiche, per trovarne i punti deboli che avrebbero forzato attirando l'attenzione della difesa, onde consentire ai carri medi di attaccarli da un'altra direzione.62 Che sarà poi la tattica seguita dal rgt. c. 7Q Ussari il 9 dicembre 1940 per eliminare, a nord est del dispositivo della D. "Catanzaro", i nostri reparti, quali che fossero, privi comunque di armi c/c o di artiglierie in condizioni di intervenire nel combattimento. Per quanto concerne l'impiego delle armi, i carri leggeri, nonostante i brillanti risultati ottenuti dagli equipaggi con intenso addestramento al tiro, dovevano effettuare il fuoco solo da fermi, sfruttando le pieghe del terreno per sottrarsi alla reazione nemica. Non cosi i carri medi, più protetti, i quali però, dopo le prime deludenti e amare esperienze di guerra si uniformarono agli stessi principi.63 La B. sperimentale venne però sciolta e i suoi reparti suddivisi tra le D. di fanteria con funzioni di btg. cor.. Percy Hobart, divenuto ispettore del R. T. C. dové assistere impotente all 'impiego delle unità carri con funzione di rinforzo alla fanteria, che dimostrò come carri "veloci" e fanti "lenti" non fossero compatibili gli uni agli altri. Nel novembre del 1933, lo SM inglese ci ripensò e decise di .ricostituire la B. cor., questa volta non più sperimentale, ma permanente. A comandarla fu chiamato il "Brigadier" Percy Hobart, il quale si consultò con Liddel Hart, per conoscere le sue opinioni al riguardo dei criteri d'impiego della unità che gli era stata affidata. Questi sosteneva che le unità corazzate, per la loro mobilità, potevano minacciare contemporaneamente più obiettivi, e una volta penetrate in territorio nemico, potevano rifornirsi in loco di viveri e benzina, incontrando sempre minore opposizione a mano


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a mano che vi si inoltravano. Con questi suggerimenti, e mettendo a frutto le esperienze fatte alla 1! B. cor. sperimentale, il Gen. Hobart redasse una direttiva che, approvata con poche modifiche dallo SM generale, gli consenti di addestrare la propria unità come voleva. 64 La 1! B. cor. permanente era costituita da un btg. car. 1. e tre btg. car. m. La direttiva per il suo impiego svincolava i carri dal ruolo limitato dalla cooperazione con la fanteria. Essa poteva essere impiegata in una missione strategica indipendente, o semi indipendente, contro alcuni importanti obiettivi nelle retrovie nemiche; doveva evitare i punti forti e attaccare i deboli; qualora la situazione lo avesse richiesto, poteva essere capace di più stretta cooperazione con le unità di fanteria. 65 Tradotta in termini addestrativi, questa direttiva si proponeva di incrementare la mobilità dei reparti, perfezionando le tecniche di rifornimento, per renderli capaci di effettuare spostamenti di 110 km/giorno, o di 250 km in tre giorni, concludendo comunque la fase di movimento con un atto tattico. Essenziale per il successo era poi il concorso che la R. A. F. poteva fornire all'azione dei corazzati. Ma quest'ultima proposizione trovò l'aviazione restia. 66 A partire dal maggio 1934, quando a Cambrigde si iniziò l'addestramento, la B. effettuò con il suo SM un ciclo di esercitazioni, nove in tutto, che si concluse con una manovra di quarantadue ore, nella quale i carri medi coprirono una distanza di 200 km e i carri leggeri 250. Le esercitazioni dimostrarono che una G. U. corazzata, minacciando contemporaneamente diverse località, poteva effettuare lo sfondamento delle linee nemiche, e tagliare le comunicazioni dell'esercito avversario senza essere disturbata. La velocità operativa della B. era di 13 km/h (8 miglia), che le consentiva di coprire una distanza da 100 a 115 km in 10 h, con solo il 5% di perdite per avarie meccaniche ai mezzi. Fronte e profondità erano dell'ordine di 15 km. Il btg. car. I., spiegato su larga fronte, precedeva di circa 8 km il grosso, costituito dai btg. car. m. che muovevano su due-tre assi stradali su una fronte di 5-8 km. Deviazioni dalle rotabili, e improvvisi cambiamenti di dire-


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zione,. anche notturni, risultarono alla fine effettuabili in tempi soddisfacenti (meno di 1 h). I movimenti eseguiti di notte con i fari azzurrati, per la stessa percorrenza, furono di durata di poco superiore a quelli compiuti di giorno. Gli ordini venivano impartiti per radio telefono, di cui tutti i carri erano dotati. I veicoli destinati ai servizi vennero ridotti da circa 400 a 117. Il concorso della R. A. F., nonostante l'importanza decisiva attribuitale per il successo delle azioni, si limitò a una squadriglia di ricognitori e a una di caccia.67 Le manovre del 1934 che, prime al mondo, mostrarono le possibilità dei mezzi corazzati, costituirono una svolta nell 'evoluzione del pensiero e delle tecniche militari, subito avvertita, in Germania, dal Gen. Hans Guderian, che solo un anno dopo, al comando di una D. cor., fece tesoro dei loro ammaestramenti, improntando ad esse l'addestramento della propria unità.58 Non altrettanto avvenne in Inghilterra. Il Gen. Hobart comunque non demordeva e l'anno seguente, nella piana di Salisbury, al di fuori delle direttive dello SM, che prescrivevano l' analisi dell'impiego tattico della B. cor. nell'area della battaglia quale era allora intesa, effettuò una esercitazione che si proponeva, invece, di verificare l'applicabilità del metodo di avanzata strategica, e di saggiare la capacità acquisita dai reparti a compiere una lunga marcia di avvicinamento, in ordine ancora più sparso dell'anno precedente, con soppressione dei trasporti, già ridotti a soli 99 veicoli. Per fare ciò tutti i rifornimenti necessari per l'avanzata furono stivati sui carri. Ma non gli fu possibile sviluppare, come si era proposto, la cooperazione con gli aerei, perché il concorso della R. A. F. fu ancora più limitato dell'anno precedente.69 Pare che in questa, come nelle precedenti esercitazioni, la B. cor. non abbia avuto artiglierie campali in rinforzo, perché il Gen. Hobart, e buona parte dei comandanti del R. T. C. avevano sposato in merito le idee del Gen. Fuller, il quale vedeva le G. U. corazzate costituite di soli carri, e non riteneva n.ecessari i semoventi caldeggiati da Liddel Hart.7°Conseguenza di tale orientamento mentale fu che, all'inizio della


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guerra, le D. cor. britanniche si trovarono sbilanciate quanto a rapporto artiglieria-carri, rendendo necessari adeguati correttivi. Una esercitazione più complessa, a ciclo addestrativo di B. concluso, fu fatta a fine settembre 1935, allo scopo di sperimentare l'impiego di una "divisione mobile" quale ulteriore passo in avanti. Costituirono la "divisione mobile", d'esercitazione la 1~ B. cor.; la VTI B. di f.; una B. d'artiglieria da campagna motorizzata; parte di un rgt. autoblinde; servizi, posti agli ordini del Gen. D. George Linsay. La manovra, non adeguatamente preparata, con SM esercitati che non avevano mai operato insieme, fallì lo scopo per il quale era stata ideata, a causa di difficoltà nei collegamenti, e per i troppi vincoli d'orario e di terreno imposti.71 L'insuccesso raffreddò gli entusiasmi, e la costituzione della D. "mobile" venne rinviata a tempi migliori. La B. cor. comunque, per decisione del Ministero della Guerra, non ne avrebbe fatto parte perché, dopo molti ripensamenti, venne deciso che la G. U. sarebbe stata ordinata su 2 B. c. e truppe ausiliarie.72 La sola consolazione del Gen. Hobart fu che, accogliendo una sua proposta, i rgt. c. (2 per B.), sarebbero stati costituiti di carri leggeri i cui equipaggi, peraltro, non sarebbero stati tratti dal R. T. C., come sarebbe stato logico, ma dalla cavalleria, e quindi ancora tutti da addestrare. Fanteria motorizzata avrebbe invece forn1ato l'aliquota cui era affidato il compito del combattimento a piedi.73 I compiti della nuova D . sarebbero stati però analoghi a quelli della vecchia D. c. "montata", cioè esplorazione; protezione del fianco esposto; eliminazione dai centri minori di resistenza del nemico; inseguimento. Niente quindi azione indipendente, né massa corazzata di manovra. La B. cor., tenuta in riserva, avrebbe assolto quest'ultima funzione.74 Si era ancora nella fase di progetto, e il Gen. Hobart osservava amaramente che la meccanizzazione dell'Esercito non era "solo questione di fornire veicoli e addestrare gli uomini a usarli ma" esigeva "un cambiamento di mentalità, grande come quello che si ebbe in marina quando, dai bastimenti a vela, si passò alle corazzate a vapore."75 Quando, dopo molti tentennamenti, nell'autunno del 1937 il


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progetto ebbe attuazione, la D. "mobile" venne posta agli ordini del Gen. Alan Brooke, che non aveva esperienza di unità corazzate, mentre il Gen. Hobart, che tutti ritenevano sarebbe stato il più idoneo a comandare l'unità in guerra, venne nominato direttore dell'addestramento militare, incarico peraltro prestigioso perché, in tale veste, aveva potere d'indirizzo, nei limiti però che gli venivano consentiti dal Capo di SM imperiale, Gen. fohn V. Gort.76 La crisi dell'autunno 1938 per il problema dei Sudeti, cui seguirono gli accordi di Monaco di Baviera, accelerò il processo di formazione delle unita corazzate. Il Gen. Hobart, inviso allo SM, ma già, negli intenti del Ministro delle Guerra Leslie HoreBelisha (e su suggerimento di Liddel Hart), destinato al comando della D. "mobile" che si voleva costituire in Egitto, vi fu inviato (era già "divisionario"), con tale incarico alla fine del mese di settembre. La G. U. fu costituita, all'inizio, da una B. c. (72 e 8Q Ussari), ribattezzata B. cor. "leggera"; da un battaglione e mezzo di carri medi, e da un ottimo rgt. di autoblinde, 1'11 2 Ussari. Nonostante fosse stato male accolto, sotto la sua guida capace e mercé i suoi metodi addestrativi, la D. "mobile", divenuta "corazzata" già nell'estate 1939, poi 7\ raggiunse un elevatissimo grado di efficienza, conseguito in esercitazioni nel deserto Occidentale, dove aveva per base Marsa Matruh.11-78 Scoppiata la guerra, il gen. Hobart non ebbe la soddisfazione di condurre la propria unita al fuoco contro gli italiani, per il momento "non belligeranti". La travolgente vittoria tedesca in Polonia convinse anche i più scettici della giustezza ed efficacia delle idee da lui propugnate, e messe in pratica con folgoranti, effetti dai tedeschi, ottimi discepoli. Sostituito nel dicembre 1939 dal Gen. M. O Moore Creag, e rientrato in Inghilterra, nei primi mesi del 1940, per insistenza di Winston Churcill, venne posto al comando della 1 P D. cor. che si distinse sul fronte francese nelle battaglie del maggio-giugno successivi. E non è un mero caso che le uniche D. cor. britanniche a segnalarsi nei primi due anni di guerra (la 71! e la 111!) abbiano avuto, come maestro, il Gen. Hobart.19


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Queste D. cor. nel frattempo erano cresciute in armi e mezzi, potenziandosi particolarmente per quanto concerne i "servizi". L'ordinatore perse peraltro di vista la massima, tanto cara a Hobart, del Gen. Sherman ("ridurre i bagagli per aumentare la velocità") con la conseguenza che esse divennero più lente. 80 Relativamente ai "servizi" va detto che, diversamente dalla nostra organizzazione logistica (per materia), quella britannica era per funzioni, o attività. Ciò significa che ogni organismo a essa preposto svolgeva le classiche e abitudinali attività di approvvigionamento, rifornimento, sgombero, con l'esclusione, pare, del "mantenimento" (riparazioni NdA), nei riguardi di tutti i tipi di materiale, qualunque ne fosse la natura. Nel caso specifico si ricorderà che la 7~ D. cor. disponeva di 5 coy e 1 sz. rifornimenti (si ritiene con relativi trasporti), che provvedevano quindi alle predette funzioni per ogni tipo di materiale, probabilmente ciascuna per una aliquota di forze (quattro furono le articolazioni principali della D. NdA), attingendo al "magazzino divisionale" e, per le artiglierie, al relativo "parco". Per il "mantenimento" esistevano tre sz. riparazioni e una sz. avanzata rifornimenti e officina, alla quale saranno affluiti i materiali sgomberati. Carente, come abbiamo visto, era il servizio sanitario, che disponeva di sue sole ambulanze campali, anche se non ci è noto su cosa potessero fare affidamento quanto a materiali e apparecchiature. È comunque certo che lo sgombero, dalla linea di combattimento e la prima cura dei carristi feriti, costituirono un problema angoscioso, di difficile soluzione. Resta da dire che, successivamente, senza le drastiche riduzioni volute dal Gen. Hobart, i "servizi" per una sola B. cor. richiesero ancora l'impiego di oltre 400 automezzi, 81 più di quanti ne erano previsti per una intera D. autotrasportabile come la "Catanzaro", anche se all'inizio dell'operazione "Compass" essi furono molti di meno.


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IV. 2. Le armi e i mezzi.

IV. 2. 1. Italiani. I progetti di ammodernamento del nostro Esercito risalgono al termine degli anni Venti, quando si rese innanzi tutto impellente dotare le fanterie: - di una nuova mitragliatrice; - di armi: a tiro curvo, che consentissero di battere anfratti e rovesci; per l'azione aderente, nell'attacco (accompagnamento) e nella difesa (arresto); controcarri, impiegabili anche nell'azione di accompagnamento; contraeree, leggere e molto mobili; ed infine: - di un carro potente e veloce. 82 Analoga esigenza era avvertita per l'artiglieria. In particolare occorrevano: - per l'artiglieria divisionale: una bocca da fuoco da 75 mm idonea all'impiego in montagna; un cannone, pure da 75 mm, di grande gittata; un obice leggero da 105 mm; - all'artiglieria di corpo d'armata: un obice da 149 mm e un cannone da 105 mm; - per l'artiglieria d'annata: un cannone da 149 mm e un obice da 21 O mm di grande portata e potenza; - per quella contraerea infine, una bocca da fuoco da 75 mm. 83 Per la fanteria, gli studi e le sperimentazioni portarono all'adozione di: - una mitragliatrice calibro 8 mm; - un mortaio leggero da 45 mm; - un mortaio medio da 81 mm; - un cannone c/c da 47/32 mm impiegabile anche per l'azione di accompagnamento e arresto.


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un cannone mitragliera c/a da 20 mm impiegabile anche nel tiro c/c; - un carro leggero da 3,3 t. Delle armi predette verranno però esaminate, in questa sede, soltanto quelle il cui impiego ebbe una qualche rilevanza nelle vicenda della D. "Catanzaro" e rinforzi. Per le mitragliatrici, l'arma da sostituire era la Fiat 14 calibro 6,5 mm, i cui inconvenienti erano il raffreddamento ad acqua; la scarsa celerità di tiro; il limitato calibro; il peso eccessivo. Si pensò di utilizzare all'uopo le numerosissime Fiat 14 del primo conflitto mondiale (ne erano state costruite, fino al 1920, 47.500), trasformandole in modo da ottenere un'arma meno pesante, con maggiore velocità iniziale del proiettile, traiettoria più tesa, maggiore penetrazione, oltre che dotata di una superiore celerità di tiro e della capacità di usare munizionamento speciale. La prima esigenza venne soddisfatta adottando il raffreddamento ad aria, che eliminava il bidone del peso di kg. 18,8 e il relativo servente di squadra; l'ultima modificando il sistema di alimentazione (da caricatore a cassetta a caricatore a nastro metallico che eliminò il 90% degli inceppamenti. Le altre trovarono adempimento nella maggiorazione del calibro, portato da 6,5 a 8 mm, che le consentì di impiegare, oltre alla cartuccia normale, anche quelle di aggiustamento, traccianti, e perforanti. Il calibro 8 mm fu studiato per la prima volta per quest'arma, e venne poi adottato da un'altra mitragliatrice, la Breda 37, che però era un'arma moderna, di concezione del tutto nuova. La trasformazione delle Fiat 14 in Fiat 35 venne iniziata nel 1935, e non era ancora ultimata all'inizio del secondo conflitto mondiale. I primi a esserne dotati furono i carri L/3. 84 La mitragliatrice era comunque ancora troppo pesante per truppe moventi a piedi (40 kg in due carichi NdA); di meccanica complessa; soggetta ancora ad inceppamenti, nel particolare ambiente africano, per polvere e sabbia che penetravano nei meccanismi. Ai fini del nostro studio interessa particolarmente il potere perforante dei proiettili contro piastra d'acciaio, che erano, per la Breda 37 con canna più lunga e maggiore velocità


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iniziale, di 5; 6; 10; 11,5 mm rispettivamente a m 1.000; 600; 200; 100 e con angolo di impatto a 90°, almeno in teoria efficaci, ma solo alle distanze di 200 e 100 m, contro le corazze delle autoblinde britanniche.85 Il cannone c/c da 47/32 mm venne adottato nel 1935. Il calibro venne scelto nella considerazione che, per studi ed esperienze condotte in Italia e all'estero, nessun carro armato allora esistente era dotato di una corazzatura di 50-55 mm che lo avrebbe reso invulnerabile ai proietti di cannoni c/c dei calibri tra 45 e 50 mm, i quali lo avessero colpito, alla distanza di 300-400 m, con un angolo di impatto di 90° e velocità iniziale di 550-600 m/s. La nostra bocca da fuoco, ebbe un proietto perforante-esplodente capace di·una penetrazione di 30 mm a 500 m con angolo d'incidenza ottimale, inferiore quindi con angolo di incidenza minore, e al momento in cui venne impiegata in Africa Settentrionale risultò efficace soltanto contro le autoblinde. In teoria, avrebbe dovuto esserla anche contro i carri leggeri e "cruiser" A9 britannici la cui corazzatura non superava i 14 mm. Ma nella costruzione di una corazza per carri il fattore "metallurgico" poteva essere tale da garantire, con minore spessore, pari resistenza. E ciò deve avere avuto il suo peso. 86-87 Un cenno a sé, pur se non compreso nell'elenco delle realizzazioni proposte, merita il "fucilone" c/c a fun zionamento semiautomatico della fabbrica d'armi svizzera "Solothurn". L'arma venne acquistata nel 1940 per ovviare alla scarsezza di cannoni c/c, e assegnata alle unità di fanteria nella misura di due armi per btg. Il potere perforante del proiettile (dotato anche di una piccola carica esplodente), data l'alta velocità iniziale, era di 30 mm a 500 m con angolo di impatto di 90°. L'arma sparava però col calcio appoggiato alla spalla, su bipiede o su carrello con ruote pneumatiche, e il rinculo, nonostante il freno di bocca, era notevole, e tale da provocare all'arma uno sbandamento massimo di 30° rispetto ali' orizzonte dell'arma, evidentemente eliminabile dopo ogni singolo colpo, perché pare che l' arma fosse molto precisa, di facile e sicuro impiego, essendo tra l'altro dotata di un


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meccanismo di chiusura a prova di polvere, e di un cannocchiale che ingrandiva il bersaglio di 2, 3/4 volte. 88·89 Non sembra peraltro che i "fuciloni" "Solothurn" della "Catanzaro" abbiano conseguito qualche apprezzabile risultato. Gli sviluppi dell'aviazione imposero di dotare la fanteria di un'arma per la difesa c/a a bassa quota (fino a 500 m), idonea anche ad essere impiegata nel tiro c/c. L'arma prescelta, costruita dalla Breda nel 1939, fu un cannone-mitragliera del calibro 20 mm. Nel tiro c/c si riteneva che un'arma di tali caratteristiche potesse ottenere un effetto perforante di 30 mm a 300-400 m di distanza, con angolo d'impatto di 90°, ma tale dato non trova, che si sappia, conferma alcuna, per la nostra, la quale, così utilizzata, non sembra abbia conseguito risultati degni di nota. Nel tiro c/a si dimostrò efficace non oltre i 500 m di quota, ancorché ne fosse possibile l'impiego fino a m 2.000. Ebbe due versioni, il modello 35 (che ci interessa) e il modello 39, da posizione. 90 Durante il primo conflitto mondiale, sulla fronte italiana non venne fatto uso di carri armati. Una unità carrista venne costituita a Roma nel gennaio 1923. Essa disponeva di carri Fiat 3000 mod. 21 e 30, il cui armamento era costituito rispettivamente da una mitragliatrice binata in torretta, e da un cannone da 37/40 mm pure in torretta. Questi mezzi non diedero buona prova di sé in Tripolitania, e successivamente in Cirenaica dove, nel 1926, vennero impiegati nelle operazioni per la conquista di Giarabub, in cui, per la loro scarsa velocità, rallentarono la marcia delle unità operanti. Nel 1926 i reparti carri divennero "specialità" della fanteria, e nel 1927 venne costituito il 12 rgt. carristi. Nelle grandi esercitazioni estive del 1929. alla frontiera orientale, i carri mod. 3000 si dimostrarono ancora una volta troppo pesanti, poco manovrabili e veloci per operare sui nostri abituali terreni operativi, nei quali invece agivano abbastanza soddisfacentemente le "tankettes" inglesi da 1,5 t, che la ditta Ansaldo aveva armato di mitragliatrice pesante Fiat 14 con raffreddamento ad acqua, e denominato carro Fiat 29. Quella sperimentazione fu all'origine della nostra scelta di un carro leggero derivato dal Carden Lloyd


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inglese Mark VI "tankette" senza torretta, che si concretizzò in un "carro veloce 33", poi 35, il quale pesava il doppio del proprio modello. Il carro veloce 35, di 3,3 t. al pari dei suoi predecessori mod. 29 e 33, aveva l'armamento in casamatta ma disponeva, invece di una, di due mitragliatrici abbinate, o di un lanciafiamme_ 91-n Il nuovo carro venne inviato in Africa Orientale per la guerra contro l'Etiopia del 1935-1936, sui fronti eritreo e somalo dove, pur essendo di ridotte dimensioni, non sempre si dimostrò facilmente e utilmente impiegabile in terreno rotto, risultando peraltro vulnerabile al fuoco delle artiglierie c/c. Molto efficace si rivelò invece l'impiego dei carri lanciafiamme contro postazioni d'anni in caverna. La successiva guerra civile di Spagna non fece che confermare quanto già emerso a riguardo dei limiti del mezzo. In essa inoltre, tra l'ottobre e il novembre 1936, ebbero luogo i primi combattimenti tra carri nel mondo, in cui furono impegnati i nostri L/35 e i T 26B russi del Gen. Pavlov armati di cannone da 45/46 mm, contro i quali i nostri si dimostrarono impotenti. Le loro corazze venivano perforate non solo dai proietti dei carri e dei cannoni c/c, ma anche da quelli delle mitragliatrici di grosso calibro mentre, per contro, il tiro delle loro armi riusciva quasi del tutto inefficace, in movimento, per l'instabilità del mezzo e l'installazione in casamatta che, come già provato in Africa Orientale, ne limitava il brandeggio.93 Infatti, per avere un tiro efficace sarebbe occorso un carro più stabile, e quindi più pesante, con armamento in torretta. Quanto alla protezione contro i proietti delle armi c/c dell'epoca, essa veniva assicurata soltanto da una corazza dello spessore minimo di 31 mm, contro i 13, 5 dei nostri carri i quali, tra l'altro, per la loro limitata lunghezza (m 1,45) non erano in grado di superare larghe trincee. Sorprende quindi che l'allora Col. Valentino Babini, dal 15 ottobre 1937 comandante in Spagna del rgpt. carristi, esprimesse in una relazione inedita un giudizio positivo sul mezzo che "aveva vinto le sue battaglie" in virtù soprattutto della sua piccola sagoma e della robustezza dei suoi organi meccanici. Il Colonnello ne metteva


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però anche in evidenza i numerosi inconvenienti: l'avviamento del motore dall'interno, a mano, era difficile e non sempre possibile; il carro, in terreno sconosciuto, nel superamento di ostacoli consistenti, si rovesciava per la scarsa stabilità del mezzo; l'autonomia reale si riduceva a 80/90 km invece dei 150 teorici; il collegamento tra i carri era assicurato con un'asta da segnalamento che costringeva i capi equipaggio ad agire per imitazione nel1'ambito del plotone, e sulla base degli ordini, ricevuti in partenza, a livello superiore, o quando operavano in cooperazione con la fanteria; la visibilità era nulla per il capo carro, deficientissima per il pilota, obbligando gli equipaggi ad aprire i portelli ed esporsi al fuoco nemico. Per quanto concerneva la protezione, il Col. Babini sosteneva che essa veniva dal movimento e che il mezzo, in virtù. delle sue limitate dimensioni, era quindi vulnerabile solo al fuoco delle anni anticarro, questo però in condizioni di immobilità o semimmobilità. Una corazzatura maggiore avreb-be aumentato il peso a scapito della mobilità e velocità, il che sarebbe stato in contrasto con i concetti d'impiego del carro d'assalto e veloce, mentre sarebbe stato opportuno disporre di carri "cannone" per il sostegno di fuoco a quelli d'assalto. Per i carri leggeri si suggerivano una maggiore corazzatura alla parte inferiore dello scafo perché il mezzo, in terreno vario e nel superamento di ostacolo, si presentava spesso impennato; e una mitragliatrice di calibro 10-12 mm. La Fiat 35 infatti era ingombrante e complessa, con limitato settore di tiro orizzontale e con alimentazione a nastro che spesso, per le posizioni assunte dal carro in movimento, rendevano impossibile il suo impiego. L'arma inoltre, a causa dell'aspirazione di terriccio prodotto dalla ventola, era soggetta a inceppamenti che non potevano essere eliminati azione durante. Per contro, il carro lanciafiamme era molto buono, anche se sarebbe stato opportuno dotarlo pure di una mitragliatrice; abolire il ril!}orchietto porta liquido che lo rendeva poco manovrabile in terreno vario, e applicare invece il serbatoio del liquido dietro la cabina di combattimento, dove sarebbe stato protetto dal portello lasciato aperto e fissato in qualche modo.94


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A metà degli anni Trenta, la Fiat e l'Ansaldo ebbero l'ordine di studiare un carro di "rottura" del peso di 8 t (con. torretta girevole per la collocazione di parte almeno dell'armamento di bordo), che avrebbe dovuto sostituire i vecchi Fiat 3000. Ma lo sviluppo dello studio, dal quale sarebbero derivati i nostri carri M 11 e 13 fu molto lento.95 Poiché, come carro di "rottura" si disponeva allora del solo Fiat 3000 mod. 31, si vollero distinguere le funzioni dell 'L/3 chiamandolo carro "veloce" quando operava con la cavalleria nelle fasi della battaglia che le erano caratteristiche, e carro "d'assalto" quando operava invece con la fanteria. In questa seconda evenienza i carri d'assalto, tra gli altri compiti, avevano anche quello di partecipare ai combattimenti preliminari per aumentarne la capacità di penetrazione. Era però escluso, per le caratteristiche del mezzo, l'attacco a posizioni organizzate a difesa, che solo in casi eccezionali poteva essere affidato a carri medi.96 Nessuno di questi si trovava in Libia quando l'Italia entrò in guerra. All'inizio dell'offensiva britannica essi erano peraltro 72 (inefficienti compresi NdA) la maggior parte M 11/39 con cannone in casamatta, e il rimanente M 13/40 il cui cannone era invece in torretta.97-98

Delle artiglierie divisionali previste dal programma di riammodernamento 1929-1939 nessuna era in dotazione alla D. f. "Catanzaro" e rinforzi. Il programma previsto, nell'aprile 1938 aveva subito delle modifiche che avevano privilegiato la costruzione dell'obice da 149/19, ritenuto la bocca da fuoco di cui al momento si aveva maggiormente bisogno. La maggior parte dei fondi disponibili fu quindi impiegata per il soddisfacimento di quell'esigenza, e la sospensione del programma di ammodernamento dell'artiglieria divisionale, giustificata con la considerazione che le bocche da fuoco moderne fino allora costruite, insieme a quelle vecchio tipo ancora in uso, erano per quel periodo di tempo bastanti a fronteggiare le sue necessità, le quali non richiedevano una bocca da fuoco di gittata superiore ai 9-10 km. 99 Tali necessità erano state inizialmente individuate in un obice da 75


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mm da impiegare in terreno di montagna, someggiabile, carrellabile e autotrasportabile con trattore; in un cannone, pure da 75 mm a lunga gittata per le D. motorizzate, e in un obice leggero da 105 mm. 100 I pezzi che scaturirono da tale esame furono il 75/18 dei modelli 34 someggiabile (per D. f.) e 35 (per btr. a cavallo e motorizzate), con gittata max di 9.400 m, e il cannone da 75/32 mm per btr. motorizzate, con gittata max. di 12.500 m. Il pezzo da 105/23 non andò oltre la fase di prova della massa oscillante (bocca da fuoco, slitta e culla). 101 La costruzione, e la distribuzione di tali armi alle G. U., era condizionata dalle possibilità economiche e di produzione degli impianti, e i pezzi prodotti fino al dicembre 1940 consentirono di armare soltanto alcune D. f. in Grecia, e altre altre G. U. di fanteria divisionale in territorio metrepolitano.102 Le nostre D. f. in Africa Settentrionale erano quindi equipaggiate con artiglierie concepite prima del conflitto 19151918, e costruite non oltre la fine di quello, anche se rese trainabili da automezzi, senza l'interposizione del carrello sul quale venivano in precedenza sistemate. Le sole altre novità furono l'adozione di ruote gommate per i pezzi dei calibri 75 e 100 mm, 103 e di un munizionamento di nuovo tipo (mod. 32 NdA) o per impiego particolare, di cui peraltro non sembra fossero dotati, evidentemente per indisponibilità, tutti i reparti. I cannoni da 75/27 mod. 06 e 12 erano sostanzialmente identici, ma con varianti per il secondo (ginocchiello e settori di tiro verticali maggiori ) che ne riducevano la gittata max di circa 1.500 m. 104 È interessante notare che il 203 2 rgt. a., con i suoi 24 cannoni da 75/27 mod. 12 impiegava poco meno della metà dell'intero quantitativo di tale bocca da fuoco esistente al 12 giugno 1940.105,106 ; Il pezzo da 100/17 mm era il migliore materiale austriaco della fabbrica d'armi Skoda, di preda bellica, trainato, per il 2032 rgt. a., dal trattore FIAT 708 O. C. I., di cui la programmazione aveva previsto l'impiego su strade di montagna col pezzo da. 75/ 18, di peso notevolmente inferiore. Non disponeva di granata perforante. 1ITT· 108


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Il cannone da 65/17 era un vecchio materiale dell'artiglieria da montagna assegnato, con personale dell'arma stessa, per l'accompagnamento e per l'arresto. Veniva autoportato e l'adozione della granata perforante (di cui peraltro sembra non disponessero le unità della D. "Catanzaro" e rinforzi) lo abilitava all'eventuale azione c/c. La sua efficacia nel tiro c/c col nuovo munizionamento non ci è nota. 109 Per il limitato settore di tiro orizzontale, tutte le bocche da fuoco sopraddette erano poco adatte al tiro c/c. Inoltre gli scudi erano perforabili dai proiettili delle mitragliatrici nemiche di maggior calibro. 110 Quanto finora esposto a proposito delle artiglierie, e di quelle divisionali in particolare, vuole mettere in evidenza che non mancarono progettazione e lavori per dotare il nostro Esercito di un moder:no parco di artiglieria, ma che la deficienza di mezzi finanziari, la scarsa disponibilità di materie prime (per la produzione degli acciai), l'inadeguata potenzialità delle industrie belliche non consentirono di soddisfare le richieste. Si ricordi che prima del 1940 l'Italia era stata impegnata in due guerre: d'Etiopia e di Spagna.111 A completare il quadro delle nostre armi e mezzi rimangono da esaminare "trasmissioni" e trasporti. Dei primi si dà dettagliato conto in allegato, dei secondi non si possono fare a meno di citare l'autocarro leggero SPA 38 Re l'autocarro pesante Lancia 3 RO MN dei tipi SP (con semipneumatici) e P (con pneumatici) che furono, tra tutti quelli delle varie specie, i più noti. È da dire che nel nostro Esercito, poiché si riteneva che i teatri d'operazione europei, nei quali sarebbe stato chiamato a operare, non avrebbero consentito un largo impiego di automezzi, il problema della motorizzazione non fu particolarn1ente sentito. Il criterio generale era che dovessero essere motorizzate le artiglierie di maggior calibro, di C. A. e d' A. (per le quali occorrevano "trattori", riferiti in allegato) e i servizi principali. Per le altre necessità si faceva affidamento sulla requisizione degli automezzi civili, la cui progettazione e costruzione venne sottoposta a parti-


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colari norme per unificarne i tipi. Quanto a quelli "militari", si provvide a costruire autoveicoli d'impiego speciale, quali autombulanze e autofrigoriferi; per montagna (autocarrette); fuoristrada (del tipo "dovunque"). Il primo impiego su larga scala di questi automezzi venne fatto nelle operazioni in Africa Orientale nel 1935-1 936. Fu dopo quel conflitto che vennero costituiti la D. mot. "Trento", e il Corpo automobilistico, e dato inizio alla motorizzazione della D. f. "Po".112 La successiva guerra civile di Spagna, con la battaglia di Guadalajara, diede una battuta d'arresto alla motorizzazione delle grandi unità. L'll marzo del 1937, una colonna di quasi mille automezzi appartenenti alle divisioni legionarie italiane, posta, per la profondità di 10 km, su di un 'unica strada e senza dispositivo di sicurezza anti aereo, venne attaccata di sorpresa da una trentina di aeroplani di fabbricazione sovietica che provocarono panico, gravi danni e la ritirata di parte delle unità. 113 L'ammaestramento erroneo derivato da quella esperienza, stabilì che molti automezzi fossero più un intralcio che un vantaggio per una divisione la quale, con una fronte in attacco, di soli 1,5 km, e 3-5 in difesa, poteva disporre in genere di un solo asse rotabile per i rifornimenti e gli sgomberi. La proposizione, se poteva essere valida per i teatri operativi dell'Europa Occidentale e balcanica, non lo era affatto per quelli dell'Europa Orientale e del Nord Africa, deve poi le nostre truppe dovettero operare per quasi tutta la durata della guerra. Tale tendenza si invertì poi quando di essa si precisarono fronti e obiettivi, ma il nostro apparato industriale non fu in grado di fornire tutti gli autoveicoli che sarebbero stati necessari per un esercito come il nostro, basato sul numero o come si disse "multitudinario". Di tali autoveicoli, quelli che maggiormente trovarono impiego in A. S., e che costituirono buona parte delle dotazioni della D. "Catanzaro" e rinforzi, furono il leggero SPA 38 Re l'autocarro pesante Lancia 3 RO. Il primo pesava kg 3.200, e con capacità di carico di kg 2.500 poteva trasportare in alternativa 25 uomini. Il motore era a benzi-


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na, sviluppava una velocità max. di 52 km/h, ma aveva un elevatissimo consumo di carburante (100 km con 34 1), e una autonomia di 290 km. 114 L'autocarro Lancia 3 RO invece, a iniezione, particolarmente idoneo (si riteneva) all'impiego nelle colonie, aveva una tara di 5.610 kg, una portata di 6.390 kg, e poteva trasportare in alternativa 42 uomini. La sua velocità max era di 45 km/h e l'autonomia 500 km. 115 Il modello SP montava ruote semipneumatiche che, nei trasferimenti fuori strada su terreno sassoso quale era spesso quello del deserto marmarico, gli imprimevano tali vibrazioni da rompere sospensioni e trazione, oltre che affaticare moltissimo gli equipaggi e gli eventuali reparti trasportati. Data la loro mole costituivano inoltre un vistoso e ottimo bersaglio per l'aviazione nemica, e la loro perdita, per la quantità del materiale o il numero del personale imbarcato, costituiva sempre un danno o un nocumento rilevante.

IV. 2. 2. Britannici.

Delle armi britanniche che trovarono impiego contro la "Catanzaro", non può essere sottaciuto il fucile mitragliatore Bren, che deve il suo nome alle prime due lettere di Brno in Cecoslovacchia (dove era stata costruita l'arma che l'esercito inglese nel 1925 aveva preso in valutazione per una gara d'acquisto), e le prime due di Enfield dove venne poi fabbricato su licenza. Era un'arma del calibro 7 ,7 mm, di grande precisione di tiro, dotata anche di treppiede e di supporto per il tiro c/a, con il solo inconveniente delle cartucce bordate che potevano provocarne, se mal disposte nel caricatore, l'inceppamento. Il peso (10 kg con il bipiede), ritenuto eccessivo dagli Inglesi, era inferiore a quello del Breda 30 italiano. Il fucile mitragliatore costituiva armamento di bordo di autoblinde; "scout carriers" e "scout cars", oltre che dei minori reparti fucilieri. Non è stato possibile accertare se all'epoca disponesse o meno di munizionamento perforante. 117


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Il fucile controcarri Boys calibro 13,97 mm trasse il nome dal Capitano che l'aveva progettato. Era un'arma di peso rilevante, assegnato ai plotoni di fanteria, e dotazione di bordo di autoblinde e "scout carriers". Il potere perforante del suo proiettile (16 mm a 457 m con impatto di 90°), era giudicato insufficiente dagli Inglesi già nel 1939, ma perfettamente in grado di trapassare le corazze dei nostri carri L/35. Il rinculo, molto forte nonostante un riduttore applicato alla canna, e il limitato rifornimento di munizioni, costituivano i principali inconvenienti dell'arma, che si ritiene però fossero ridotti nelle installazioni di bordo. 118 Il cannone c/c da due pollici (impropriamente detto da 37 mm, ma in realtà del calibro 40 mm), scudato e con ruote gommate, era una vera e propria artiglieria, dotata di una piattaforma crnciforme che si poteva abbassare sollevando le ruote, e che consentiva di far fuoco a giro d'orizzonte. Il pezzo, autotrainato, con proietto perforante a palla, rispetto al nostro 47/32 mm era molto pesante e, a differenza del nostro, impiegato dall'artiglieria, con rgt. di due bty articolabili in tp. normalmente decentrate. Rimase in linea dall'inizio della guerra a tutto il 1941. 119 •120 Gli Inglesi avevano tutta una tradizione d'impiego delle autoblinde in territori extraeuropei, ancorché gli Italiani fossero stati i primi nel mondo a servirsene, in Libia, nel 1911. I nostri avversari le avevano usate, nel primo conflitto mondiale, in Mesopotania, in Persia e, èbn Lawrence d'Arabia e altri, in Palestina e in Siria. In Palestina le autoblinde diedero un grande contributo al successo di Megiddo, e alla vittoria finale che si concluse con la conquista di Damasco. In Africa gli Inglesi le avevano già impiegate in Egitto, nel 1917, all'oasi di Siwa, contro il Gran Senusso che appoggiava l'impero turco. Essi prediligevano a quei tempi l'impiego notturno, nel quale si servivano di grossi fari. 121 All'inizio del secondo conflitto mondiale l'Esercito britannico disponeva di due ottimi rgt. di autoblinde: l' 11 2 Ussari in Egitto, e il 122 "Royal Lancers" in territorio metropolitano, i primi dell'arma di cavalleria a essere meccanizzati, fin dal 1928.122 L' 11 2 Ussari era stato dotato di autoblinde Rolls Royce 1924


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Mark I e Morris CS 9/LAC. La prima, per l'impiego in Egitto, aveva subito la trasformazione della torretta, che nella versione modificata era a cielo aperto. Fucile c/c Boys; fmtr. Bren e spandinebbia costituivano il suo armamento. Non disponeva di apparato radio. 123 Lo scafo dell'autoblinda Morris era stato montato sullo "chassis" dell'autocarro Morris Commercia! dell'Esercito, al quale era stato allungato di 18 pollici il passo delle ruote per aumentare la stabilità del veicolo, che era equipaggiato con torretta a cielo aperto armata ai fucile c/c Boys; fmtr. Bren e spandinebbia. Più che autoblinde, le Morris, erano veicoli leggeri da ricognizione. Dotate di radio, furono utilizzate come carri capi pattuglie e H. Q. di sqd. e rgt. Il veicolo era a trazione anteriore, muoveva agevolmente sulla sabbia soffice, ma la guida non era molto soddisfacente ad alta velocità. 124 Le due autoblinde, che agivano accoppiate o per tp. di una Morris e due Rolls Royce, erano molto veloci (oltre 72 km/h) e per l'armamento di cui disponevano costituivano un sistema d'arma molto efficace, in grado di vincere il confronto con i nostri carri L/35. Lo "scout car" Dailmer "Dingo" era un veicolo da collegamento e ricognizione biposto, con scafo ottagonale a piastre inclinate; motore posteriore, quattro alberi di trasmissione; ruote, sterzatura, sospensioni indipendenti. Assai veloce (oltre 88 km/h), dotato di corazzatura di 30 mm e armato di fmtr. Bren, era praticamente invulnerabile, tranne che nelle ruote, al tiro delle nostre artiglierie campali e c/c. Oltre che nei compiti che gli erano propri venne impiegato per il ricupero dei feriti dei carri posti fuori combattimento. 125 L'artiglieria campale della D. cor. britannica, a differenza di quella delle nostre D. f., era monocalibro. Il pezzo da 25 libbre (88/27 mm) fu frutto di lunghe esperienze. I suoi progetti erano stati definiti fin dal 1930, ma la bocca da fuoco venne sperimentata soltanto nel 1937, utilizzando la "culla" del vecchio pezzo da 18 libbre. L'ibrido che ne risultò venne ribattezzato "25 libbre


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Mark 1" col quale venne riequipaggiato l'Esercito in attesa del 25 libbre col nuovo affusto. Questo era a una coda, dotato di una piattaforma di tiro che consentiva a un solo uomo di brandeggiarlo per 360°. Il nuovo pezzo da " 25 libbre Mark 2" entrò in linea nei primi mesi del 1940, ed ebbe il battesimo del fuoco in Norvegia. La battaglia di Francia però fu combattuta col Mark 1, il cui affusto non permetteva di utilizzare la massima carica prevista per la bocca da fuoco, che aveva quindi una gittata inferiore. Il pezzo fu poi dotato anche di un proietto perforante che però richiese un aumento di carica. Ciò lo rese poco stabile, sì da richiedere l'applicazione di un freno di bocca per ridurre il rinculo. 126 Sembrerebbe che l'artiglieria campale della 7! D. cor., prima della operazione "Compass", abbia subito ben due cambiamenti di materiale: il primo tra marzo e agosto del 1939 mediante la sostituzione del vecchio 18 libbre con il "25 libbre Mark 1",127 il secondo nel settembre del 1940, quando fu possibile distribuire ai reparti il nuovo "25 libbre Mark 2". 128 Il carro leggero Vickers MK VIB, fu il penultimo di una lunga serie derivata dai carri leggeri della Carden Lloyd, assorbita 1 dalla Vickers nel 1928. La produzione dei carri della serie MK VI era iniziata nel 1936. Il MK VIA, rispetto al modello MK V precedente, aveva una torretta diversa, sfaccettata e più ampia posteriormente per consentire l'installazione della radio; il modello MK VIB ebbe invece una torretta circolare e, particolare importante per un veicolo destinato a operare anche in territori coloniali, una presa d'aria di un sol pezzo sul radiatore, che consentiva un migliore e più rapido raffreddamento del motore. Progettato come carro esplorante, venne spesso impiegato come carro "cruiser" subendo, per il limitato spessore della corazza, gravi perdite. 129 Il carro medio "cruiser" Vickers MK 1, conosciuto come A9, fu progettato nel 1934. Primo carro britannico con torretta a brandeggio idraulico, entrò in produzione nel 1937. Pur essendo dotato di freni e sospensioni molto buoni, aveva un equipaggio troppo numeroso (6 uomini) e ridotta corazzatura (max 14 mm). 130


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Il carro AIO non fu che un miglioramento dell'A9 giudicato poco protetto. Conservando lo stesso scafo e la stessa torretta dell' A9, la maggiore protezione fu ottenuta imbullonando piastre supplementari esternamente allo scafo e alla torretta. Lo spessore della corazza fu così portato a 30 mm, ma l'aumentato peso comportò una riduzione della velocità, già non molto elevata. Non sufficientemente corazzato per un carro destinato a cooperare con la fanteria, fu messo in produzione come carro "cruiser" pesante. 131 La genesi dei carri A 13 e A 13 MK II è molto interessante, perché vide confluire le idee del Gen. Percy Hobart in merito al carro medio, e la capacità realizzatrice del Ten. Col. L. Q. Martel, vice direttore della meccanizzazione. Il Ten. Col., dopo aver assistito nel settembre 1936 alle manovre in Russia, dove era rimasto colpito dalla velocità e dalle prestazioni dei carri BT, pensò che fosse possibile applicare all' A9 le sospensioni e il motore degli stessi, che erano modello Christie, statunitensi. Procuratosi, per conto del Governo, un carro Christie negli U. S. A., iniziò lo studio per la realizzazione del prototipo, che comportò la modifica dello scafo dell 'A9 il quale venne allargato e allungato. Il nuovo carro, che sviluppava una velocità di 48 km/h, aveva una corazzatura di soli 14 mm (15,2 secondo Liddel Hart) e cannone da 40/52 mm. La corazzatura, se dello spessore di 15,2 mm, era appena sufficiente ad affrontare i cannoni c/c dell'epoca, ma non soddisfaceva il Gen. Hobart che la voleva da 30 mm e che, all 'epoca Vice Direttore del Personale di SM, incaricato anche della supervisione sui programmi per la produzione dei veicoli corazzati, fece portare avanti contemporaneamente due progetti, quello del Ten. Col. Martel per l' Al3, e un altro per un nuovo carro che associasse il vantaggio delle sospensioni Christie alla maggiore protezione del mezzo. Il Gen. Hobart chiedeva per il suo modello, A 13 MKII, anche una velocità maggiore, dell'ordine dei 50 km/h su strada e 40 km/h in terreno vario; una autonomia di 320 km; la possibilità di superare una trincea di 3 m, e una pendenza del 40%. Delle specifiche richieste, oltre alla corazzatura di 30 mm e


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al cannone da 40/52, solo quelle relative alla velocità vennero pressoché soddisfatte. Le rimanenti rimasero quelle dell' Al3. La produzione del MK III A 13 iniziò nel gennaio 1938; non appena essa fu ultimata prese il via quella del MK IV (A 13 MKII). Entrambi i tipi di carro trovarono impiego nel deserto marmarico con la 7?, D. cor. negli anni 1940-1941, insieme agli A9 e Al0.132.133

IV. 2. 3. Risultanze di un confronto. Fin dall'inizio dell'offensiva britannica il 9 dicembre 1940, quando la "Catanzaro", sebbene in seconda schiera, fu subito coinvolta nella lotta, apparve chiaro che i protagonisti del confronto erano il carro armato e il cannone o, come più suggestivamente si è soliti dire, "la corazza e il cannone". Le nostre fanterie, nel particolare ambiente, sulla linea tenuta da un btg. (estesa a mo' di esempio dai 500 mdi Kafret Abd ai circa 6000 di Alam el Rimth), quale armamento c/c potevano schierare soltanto 2 cn. da 47/32 mm della cp. cn. c/c divisionale decentrati e' 2 "fuciloni" "Solothurn". Infatti, i pezzi della btr. d'accompagnamento reggimentale da 65/17 mm, come è noto sembra non disponessero, per il tiro d'arresto, di munizionamento perforante, e il proietto ordinario dell'arma aveva una velocità iniziale assai ridotta. I fanti si trovarono, di conseguenza, subito a mal partito contro i carri avversari che attaccavano a massa, normalmente per sqd. di 12-16 carri, con fronte in linea di 400-500 m pari a quella di un btg .. Il munizionamento delle armi c/c di cui i nostri reparti disponevano per fronteggiarli, aveva per giunta un limitato potere perforante-esplodente. Progettate per trapassare entrambe corazze di 30 mm a 500 m di distanza con angolo d'impatto ottimale, esse si dimostrarono alla prova dei fatti del tutto o scarsamente efficaci contro i carri più pesantemente protetti ("Matilda" e "cruisers" AIO - A13 MK II), che continuavano ad avanzare anche se colpiti in parti non vitali, secondo quanto confermato dagli stessi Inglesi e constatato con sgomento e ama-


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rezza dai nostri soldati. 134-135 In quella "campagna" il cannone da 47/32 mm pare abbia conseguito qualche successo solamente contro le autoblinde, che disponevano di minore protezione. In realtà il suo proietto perforante era dotato, per un 'arma c/c, di scarsa velocità iniziale (630 m/s), e per l'esiguità della carica di scoppio aveva anche scarso potere d'offesa anti equipaggio. Inoltre non disponeva di scudo, di modo che i cannonieri rimanevano tutti esposti al fuoco delle armi di bordo dei carri e, grave "handicap" per un'an11a di quel tipo, alla quale in ogni evenienza si richiedeva grande celerità d'intervento, non poteva (a differenza del 2 libbre britannico NdA) fare fuoco sulle ruote che dovevano essere tolte per porla in "batteria". In queste condizioni avvenne che, quando le fanterie non poterono, come a Kafret Abd e a Tishclida, fare assegnamento sulla protezione offerta da lavori in terra e campi minati, né sul fuoco dell'artiglieria perché anch'essa direttamente. investita, i suoi reparti furono irrimediabilmente e rapidamente travolti, non essendo assolutamente nelle condizioni di opporre una resistenza che potesse, in qualche modo, essere produttrice di effetti. I fanti, e col ten11ine si intendono anche le cc. nn. (che come sappiamo neppure disponevano di armi c/c NdA), si trovarono e si sentirono praticamente disarmati, e a nulla valse il disperato valore di quelli tra loro che attaccarono i carri con le bombe a mano. 138 Le artiglierie campali (perché di maggior calibro e potenza di colpo singolo NdA), erano le uniche armi sulle quali le nostre truppe potevano fare affidamento per contrastare efficacemente, e con qualche probabilità di successo, le forze corazzate avversarie. A Kafret Abel esse erano superiori per numero a quelle britanniche (alle quali peraltro si aggiungevano i pezzi da 2 libbre anti "tanks" e dei carri "cruiser" NdA), ma risalivano alla prima guerra mondiale ed erano ormai di concezione antiquata. Le artiglierie divisionali italiane erano dei calibri 75 e 100 mm; per 2/3 in A. S. cn. da 7 5/27, i cui proietti erano assai meno efficaci di quelli del pezzo campale da 25 libbre 88 mm) britannico. Esse avevano tutte una gittata massima notevolmente inferiore a quelle nemi-


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che, che avevano così la possibilità di sottrarsi alla "controbatteria" e, inconveniente più grave per una lotta imperniata sul duello carro-cannone, pur essendo stati prodotti anche proietti perforanti, disponevano al momento di sole granate ordinarie, il cui effetto era pressoché nullo sulle corazze di rilevante spessore. Impiegate nel tiro controcarri, esse resero palesi altre limitazioni dei materiali, concepiti per tutt'altro impiego: piccolo settore orizzontale che costringeva, per i grandi e improvvisi spostamenti, a muovere tutto il pezzo; proietto disgiunto dal bossolo (tranne per il pezzo da 65/17 mm dei rgt. f. NdA), che riduceva le celerità di tiro; scudi perforabili dalle pallottole delle mitragliatrici di calibro rilevante, con conseguente vulnerabilità dei serventi. 137 La mobilità del materiale fuori strada, sebbene i pezzi fossero stati dotati di ruote in semipneumatico, era scarsa, perché i mezzi di traino, TLA Pavesi mod. 31 e "trattorini" Fiat 708 O. C. I., erano stati concepiti per l' impiego in tutt'altro terreno. È evidente che a sopperire a tali limitazioni non erano sufficienti l'elevato grado ai addestramento e i~ cuore dei nostri artiglieri, riconosciuti anche dal nemico. 138 La validità dei nostri carri leggeri, anche nel confronto con quelli nemici di minor tonnellaggio, si dimostrò praticamente nulla. Le corazze degli L/3 infatti, sicuramente perforabili dal fucile c/c calibro 13,97 delle autoblinde, pare lo fossero anche dalle mitragliatrici calibro 12,7 dei Vickers Mk VI, 139 i quali veloci, poco rumorosi, con corazzatura di 14 mm, non temevano di affrontare anche i nostri carri M/11/39 armati con cannone da 37/40 mm. 140• 141- 142• 143 A maggior ragione i L/3/35 nulla poterono contro i pezzi da 40 mm e le corazze dei "cruisers" avversari. Significativamente, Io storiografo del 3Q Ussari neppure menziona quelli del LXIII btg., con il quale il rgt. si scontrò a nord di Kafret Abd, e il cui soverchiamento è però citato da altro autore. 144 Dei nostri carri leggeri in generale, con esplicito riferimento a quelli armati di lanciafiamme, si riconosceva il valore degli equipaggi che "erano votati alla morte, malprotetti com'erano da quelle corazze sottili". 145 Quelli inglesi, da parte loro, impiegati come carri


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"cruisers" nell'attacco di nostri schieramenti d'artiglieria, subirono vere falcidie. 146 L'esperienza del combattimento dimostrò che la comandabilità dei reparti poteva essere assicurata al meglio soltanto da mezzi di trasmissione in radiofonia, affidabili e di adeguata portata, come quelli di cui disponevano carri armati e autoblinde Morris britannici, e che invece mancavano pressoché totalmente ai nostri. Infatti soltanto i carri comando di cp. e di btg. (quest'ultimo senza armamento) erano dotati di apparati similari, ma di "braccio" limitato, e ciò impediva alle nostre unità l'effettuazione di quelle azioni a largo raggio, che la capillare disponibilità del mezzo radioelettrico consentiva al nostro avversario. Per concludere, come ammesso anche dai nostri nemici, ''l'equipaggiamento italiano, in tutte le cose essenziali, come cannoni, carri armati, autocarri, munizioni, non era di buona qualità, che la grande abbondanza non poteva compensare". 147

IV. 3. Le operazioni Lo schieramento della D. "Catanzaro", nel settore che le era stato assegnato, non subì attacchi e quindi non si è in grado ai formulare un giudizio relativo alla solidità del dispositivo attuato, né se avrebbe tenuto all'urto di forze corazzate. Non si può però fare a meno di constatare che il comandante del 7 2 Ussari, Ten. Col. F. W. Byass, quando il 10 dicembre 1940 gli fu suggerito, dal comandante della 4l! B. cor., Col. H. L. Birks, di attaccare le posizioni di Alam el Rimth, espresse l'opinione, accettata, che l'attacco, dato il posizionamento delle difese del cps. e l'ubicazione di quelli contermini, si presentava difficoltoso e avrebbe provocato perdite. Né che gli Inglesi scambiarono nostre avanstrutture di sicurezza per posizioni organizzate a difesa, perdendo tempo e veicoli corazzati senza poterne avere ragione perché i loro presidi ripiegarono.


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Nel campo che, all'epoca in cui si svolsero le operazioni, era definito dagli Inglesi "strategico", la 7!! D. cor. ebbe un impiego da manuale. A parte l'avvicinamento alla zona di attesa, le cui modalità erano state tanto esattamente definite nelle esercitazioni del Gen. Hobart anni prima, nella prima fase della battaglia, alla G. U. erano stati affidati e furono assolti, per aliquote di B. cor. e Support Group, più compiti: il "fissaggio" sulle loro posizioni delle D. "Cirene"; "Catanzaro"; "3 Gennaio"; l'effettuazione di una profonda penetrazione nelle nostre retrovia in direzione di Bug Bug, obiettivo della manovra della W. D. F.; il concorso diretto all'attacco delle fanterie alle posizioni della D. "3 Gennaio" (da ovest), e della l ll D. libica (da sud e da est). Nel campo "tattico", per quanto riguarda il settore della D., la 4ll B. cor., dopo averli circondati, aveva attaccato, con carri leggeri e "cruiser", nostri reparti isolati, in sosta o addetti ai lavori stradali, costringendoli alla resa. Le autoblinde, mobilissime, ben comandate e condotte da equipaggi dotati di grande iniziativa, avevano scorrazzato in lungo e in largo sulla fronte, sui fianchi, fin sul tergo della nostra D.; effettuato frequenti runtate in profondità; creato quella sensazione di insicurezza delle truppe e dei comandi che fu all'origine dell'ordine di ripiegamento; tenuto sotto costante osservazione il nostro dispositivo; interrotto le linee telefoniche e ogni via di afflusso lungo le piste, a integrazione del "blocco" delle provenienze da est e da sud est effettuato dalle unità carri. La loro estrema mobilità le aveva preservate da danni conseguenti al tiro delle nostre artiglierie campali, non così da quelle delle armi c/c improvvisamente svelatesi. Per quanto ci riguarda, la massa corazzata (una quarantina di carri dei btg. car. 1. LXIII e XX) che il Gen. Spatocco, come è noto, intendeva dislocare sulla scarpata con la D. "Cirene", per il precipitare degli eventi, venne a costituirsi invece nella zona di Bug Bug. Essa rimase sottimpiegata e non poté svolgere alcuna utile funzione, anche se una cp. del LXIII btg., dapprima sola, poi, il giorno 10 dicembre, con il rinforzo della cp. b. mtc. della D. "23 Marzo", ebbe il compito, più che di contrastare l'avversa-


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rio, di effettuare azione esplorativa nella zona di Alam el Sciuscia. Il btg. però, in quel lasso di tempo, era agli ordini del Ten. più anziano e, come è noto, soltanto i carri comando di btg. e cp. erano dotati di stazioni radio ricetrasmittenti, di portata tra i 5 e gli 8 km a carro fermo e 1-2 km in movimento. I motociclisti ne erano totalmente sprovvisti. Spingersi oltre Alam El Sciuscia, come peraltro avvenne il giorno 10 con alcuni elementi che giunsero in vista di Alam el Barraqi, avrebbe significato andare oltre la sicura portata radio dal comando della D. "Catanzaro", a favore della quale i reparti operavano, mentre la cooperazione con l'artiglieria, che sola avrebbe potuto sostenerne l'azione, richiedeva trasmissioni ad "hoc" per le richieste d'intervento, intese, accordi e personale a ciò addestrato. Si può peraltro ipotizzare che una volta costituita, con l'arrivo del XX btg. car. I., la massa corazzata, con adeguato rinforzo di artiglieria e armi c/c, avrebbe potuto andare in soccorso della D. "3 Gennaio", o effettuare comunque un tentativo di forzamento del "blocco" messo in atto dalla 41! B. cor. britannica, per consentire alla stessa D. di sottrarsi alla stretta nemica. Probabilmente però, i conosciuti limiti dei mezzi, che avrebbero dovuto affrontare autoblinde, carri leggeri e "cruiser" (questi ultimi assai di loro più potenti NdA), e forse, da parte dello SM della D. "Catanzaro", una mancanza di dimestichezza nell'impiego di unità la cui assegnazione era stata del tutto casuale, indussero, in vista di future evenienze, e in assenza di ordini in merito, .a non spenderla in azioni di grande rischio e di esito incerto. · L'impiego delle artiglierie campali, nei primi due giorni della battaglia, era stato intenso dall'una parte e dall'altra e non senza effetti. Le nostre avevano tenuto a distanza i carri nemici con improvvisi e potenti "concentramenti", e avevano anche conseguito apprezzabili risultati nel tiro di controbatteria che resero gli Inglesi più guardinghi inducendoli (secondo nostra fonte) a sfruttare la gittata notevolmente più lunga dei loro pezzi per portarsi fuori tiro e battere così impunemente le nostre posizioni. (Contro i 12.260 mdi gittata dei loro 25 libbre stavano infatti gli appena


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6.900 m dei 75/27 mod. 12 e i m 8.710 dei 100/17 mod. 14 del 2032 rgt. a.). Perdite sensibili in carri furono inflitte al nemico a Bug Bug (Kafret Abd) il giorno 11. Inoltre, per sua stessa ammissione, i nostri pezzi da 47/32 mm conseguirono, almeno in due occasioni, qualche apprezzabile risultato contro le autoblinde. Le nostre truppe, fin dall'inizio della battaglia, per l'impossibilità dimostrata di reagire con la manovra delle forze all'azione avversaria, avevano confermato la loro inidoneità a operare in terreno, quale quello del deserto marmarico, in cui caratteristica principale dei reparti avrebbe dovuto essere la mobilità, che solo adeguati mezzi di trasporto poteva consentire. La loro carenza costituiva per esse un grave "handicap", che divenne tragico quando la "Catanzaro", e i rinforzi che aveva ricevuto, furono costretti ad abbaridonare le proprie posizioni. Per il ripiegamento infatti non le furono assegnati gli automezzi di rinforzo che le erano necessari in quanto unità autotrasportabile e non motorizzata, per giunta molto al di sotto della dotazione organica di autoveicoli. Quanto ai reparti di rinforzo della "28 ottobre", si ricorderà che erano stati loro sottratti fin dall'arrivo nella zona d'impiego. La ritirata si svolse così praticamente a piedi, e la penuria di automezzi costrinse ad abbandonare, come sappiamo, non solo tutti i materiali di equipaggiamento e d'uso generale, tranne i viveri e l'acqua, che costituivano il cosiddetto II scaglione, ma anche armi e munizioni che, con i materiali per i collegamenti, da zappatore, per l'impiego tecnico di reparto e sanitari, costituivano il I scaglione dei mezzi di trasporto complessivamente disponibili. Questo muoveva a sbalzi, in coda ai singoli scaglioni di marcia delle fanterie, la cui velocità di movimento (e per esse dell'intera . colonna), poiché la ritirata aveva avuto inizio di notte, risultò essere di circa 2 km/h e subì un ulteriore, seppur piccola riduzione, a causa del tiro di interdizione delle artiglierie navali nemiche. Ben diversa la situazione degli Inglesi, che erano completamente meccanizzati e che disponevano di veicoli di alte prestazioni. Essi, seppure non realizzarono la velocità operativa che i mezzi di cui erano dotati rendeva possibile (8 miglia/h), 148 erano in condi-


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zione di raggiungere e superare agevolmente le nostre truppe, pur partendo da una "zona di attesa" distante circa 25 km dalle nostre posizioni più avanzate di Alam el Rimth. Furono solo l'incertezza sui nostri intendimenti, e la conseguente prudenza del Gen. Russe!, Cte la 7?, B. cor., a vanificare in parte le possibilità che gli erano offerte dai mezzi di cui disponeva, i quali gli avrebbero consentito di cogliere le nostre truppe in crisi di movimento ancor prima che potessero giungere tutte al riparo delle dune di Kafret Abel. Dette possibilità, con nostro grave danno, furono poi appieno sfruttate dall' 11 QUssari, nella parte finale del combattimento, che si concluse con la cattura, da parte del predetto rgt., nel corso dell'intera giornata, di 7 .000 prigionieri. 149 Un certo numero di questi, come è noto, era stato fatto ancor prima che iniziasse l'attacco, ed era costituito da militari appiedati, ritardatari e sbandati, o occupanti di qualche veicolo in "panne" o rimasto privo di benzina, e forse anche da qualche II scaglione, o piccolo reparto che durante la marcia notturna aveva sbagliato strada (come si era temuto per il I/141 Q f. e la retroguardia) al punto di incolonnamento, immettendosi sulla rotabile principale per Sollum anziché sulla pista a mare. " Il combattimento vero e proprio in realtà non si svolse a Bir Tishidida, ma tra i sette e i dieci km più a oriente sulla pista Bug Bug-Sollum, e quindi molto più vicino alla prima località che a quella da cui, per noi, ha tratto nome il fatto d'armi. Bir Tishdida è infatti il luogo nel quale una parte dei resti della D. "Catanzaro" e rinforzi, disfatti sul campo, furono intercettati dallo sqd. "B" dell'llQ Ussari e costretti alla resa. Si ritiene che il mancato,raggiungimento, da parte della D., della località prevista per la sosta, sia da spiegarsi con la stanchezza degli uomini che può avere indotto il Gen. Amico, per ridurre la lunghezza della tappa, a cercare lungo l'itinerario una posizione idonea anche a una eventuale difesa. In quella circostanza mancò comunque al Generale la spietatezza del "marcia o crepa" che sola gli avrebbe consentito di raggiungere, come da ordine, Bir Tishdida. Lì le truppe avrebbero potuto fermarsi al riparo della zona acquitrinosa che, se


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ostacolò poi tanto, come ci è noto, le autoblinde dell' 11 2 Ussari, ancor maggiormente avrebbe ostacolato i ben più pesanti carri dell' 8Q il quale, a combattimento finito, ve ne perse uno che era stato inviato a recuperare una autoblinda impantanata dell'llQ. 150 Ma soprattutto, da posizioni più idonee alla difesa, avrebbero potuto tenere il bivio per Sidi Musa, da dove veniva loro la più pericolosa minaccia del nemico. È intuibile peraltro cosa sarebbe successo se, prolungando la marcia dell'intera colonna ancora di qualche ora (dalle quattro alle nove con la stessa velocità di marcia NdA), gli Inglesi avessero potuto sorprendere parte delle unità della D. e rinforzi ancora in movimento, e snodate lungo il percorso. A meno che, p~rdurando l'incertezza sui nostri intendimenti (proseguire o fermarsi NdA), il Gen. Russel avesse ancora ritardato le proprie decisioni. Lasciando il campo delle ipotesi, il cui avverarsi, nella prima evenienza, avrebbe potuto far svolgere il combattimento proprio a Bir Tishdida, risulta comunque chiaro, dai documenti italiani e britannici di cui, in tempi diversi, si è avuto conoscenza, che la localizzazione del fatto d'armi non è quella indicata nel volume del Gen. Montanari, il quale si rifà infatti al precedente saggio dell'Ufficio Storico dello SME. 151- 152 La "battle of Bug Bug" vide impiegati, da parte britannica, oltre 110 tra carri armati, autoblinde, "scout cars" dei rgt. c. 3Q, 8Q, 11 QUssari; 2 "troops" a. cam. della bty "A/E" del 1QR. H. A. (praticamente tutta la bty NdA); 2 "troops" del rgt. R. H. A. (anti "tanks") e, probabilmente, ad attacco già iniziato, una aliquota almeno della btg "M" del 3Q R. H. A. (pure anti "tanks", che troviamo a fine combattimento nella zona di raccolta di Iluet el Halfa NdA) e 1 "troop" antiaerea della 3~ bty. 106Q rgt. R. H. A. I carri, con corazzatura robusta (i "cruiser" A 13 MKII in particolare), veloci, ben armati, in grado di poter comunicare tra loro e con il proprio comando via radio, furono condotti, con ardimentosa spregiudicatezza, a "caricare" i nostri schieramenti, anche quando essi erano costituiti da sola artiglieria. Tra essi meritano una particolare menzione i MK. VIB leggeri, che destinati all'esplorazione, agirono invece come carri "cruiser" ripor-


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tando gravi perdite. Assai brillante fu l'impiego delle autoblinde che ristabilirono il contatto con le nostre forze in ritirata; ne precisarono gli estremi dello schieramento nella zona di sosta; parteciparono direttamente all'azione, prima tentandone l'avvolgimento a breve raggio, poi precludendo loro ogni via di scampo a Bir Tishdida dove, mentre il grosso dello sqd. "B" 11 2 Ussari era ostacolato e ritardato dalla zona acquitrinosa, gli equipaggi di due sole di esse non esitarono ad affrontare, con grande determinazione e coraggio, una nostra grossa colonna in ripiegamento e le sue armi c/c, dando un apporto determinante al successivo compimento della manovra del proprio reparto. Efficaci e tempestivi si rivelarono gli interventi delle artiglierie campali, alle quali molto probabilmente va attribuito lo stendimento della cortina nebbiogena dalla quale sbucarono i carri dello sqd. "B" 32 Ussari. Quelle anti "tanks" presero parte attiva a tutto il combattimento e, in un caso almeno (è probabile fossero del 3Q R. H. A. NdA), furono portate avanti arditamente per una assai fruttuosa azione alle brevi distanze contro i trattori del II/2()3Q a. Senza entrare nel merito di quello che sarebbe potuto accadere qualora la sosta a Kafret Abd o a Bir Tishdida, addirittura non fosse stata effettuata, per ciò che concerne le nostre forze desta una certa sorpresa la dichiarazione del Capo di SM della "Catanzaro" Ten. Col. Nebbia, secondo la quale nessuna comunicazione era possibile con i Cdi superiori stante la distanza: "nessun telefono, nessuna radio, perché non c'è, a portata dei nostri mezzi, nessun comando con cui comunicare." 153 Ciò poteva essere vero per il Cdo lQi! A. a Bardia, ma solo r. f.; non per il Cdo,XXIII C. A. (che avrebbe potuto fare da "ponte") all'Halfaia. Quest'ultima località era ampiamente nella portata sia r. t. che r. f. dei due apparati R4A, di cui il pl. marconisti della cp. "collegamenti" divisionale disponeva, a meno che tutti e due gli apparati fossero stati danneggiati irreparabilmente, o entrati in avmia, o abbandonati a Iluet el Ausaga, dopo che giunse l'ordine di ripiegamento. Il Cdo D. era arrivato al posto prescelto per la sosta alle 9,00 del giorno 11, e c'era quindi tutto il tempo di montare l'antenna e


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rimettere in funzione gli apparati per riprendere il collegamento con almeno uno dei due comandi. Tra l'altro, la D. avrebbe dovuto anche disporre di otto radio RFC3 su motociclo, di portata, almeno in r. t., sufficiente alla bisogna, e di due ricevitori RA2, pure su motociclo, per l'ascolto degli aeromobili, seppure di limitato "braccio". Senza contare le RI2 per l'intercettazione delle trasmissioni radio nemiche. 154- 155 Cosa impedĂŹ l'impiego dei predetti mezzi del "Genio" (di cui allora facevano parte le "trasmissioni"), dato che il motivo addotto non pare giustificabile? Solo la tutela del segreto dell 'ope:r:.azione poteva indurre a non prevedere e stabilire, durante la sosta, un collegamento: che, unito all 'intercettazione e all'ascolto (possibili se gli apparati non erano rimasti sulle posizioni abbandonate ed erano indenni), avrebbero consentito la tempestiva informazione dei movimenti del nemico e la ricezione, in tempo utile, dell'ordine per la ripresa del movimento che venne invece affidato al messaggio lanciato dall'aereo. Il dispositivo adottato dalla D. "Catanzaro" e rinforzi a protezione della sosta, secondo quanto dichiarato dal Gen. Amico prevedeva, "lasciando i reparti secondo l'ordine di incolonnamento" ... "lo schieramento delle artiglierie e dalle armi anticarro e di parte dei btg. f. di ogni scaglione, a blocchi, lungo le colline interposte tra la strada nuova e la pista inglese, aventi buon dominio tattico e con le ali ripiegate, a protezione delle provenienze sia da Bug Bug che da Sollum". 156 Il fronte divisionale aveva uno sviluppo, ali comprese, di oltre 5 km (nella norma, considerati i rinforzi ricevuti NdA), con una profonditĂ , fino al mare, di 2 km. Non dovendosi costituire una P. R. non erano stati disposti capisaldi, nĂŠ approntate riserve, e i reparti, intervallati, erano disposti a cordone. Per la sosta, invece di mettere in atto un dispositivo di sicurezza per la G. U. nel suo complesso, predisponendo un sistema di avamposti con elementi spinti, come abbiamo visto, a distanza dal grosso delle truppe, per l'osservazione e la prima difesa, furono adottate misure piĂš propriamente definite di ."autoprotezione", che alla prova dei fatti si dimostrarono inadeguate, perchĂŠ l'approssimarsi in forze del nemico da sud fu segnalato sol-


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tanto quando l'intero 82 Ussari giunse a Iluet el Na' As. Non ci si giovò (o poté giovare) così dei vantaggi, che si sarebbero potuti ottenere da una tempestiva segnalazione e prima difesa, qualora ci si fosse spinti con qualche reparto fino alla predetta località, come sarebbe stato possibile, perché l'avanguardia aveva raggiunto la zona di sosta alle 8,30, mentre le pg. dello sqd. "C" dell' 11 2 Ussari non ne furono in vista che intorno alle 10,30. 157-158 Di fatto, essendo venuto a mancare il XX btg. car. 1., si sarebbe potuto fare assegnamento inizialmente soltanto su reparti autocarrati del gr. sqd. Mtr. "Vittorio Emanuele II", sostenuti da un pl. c/c e pattuglia o. c. di artiglieria. Non sappiamo se il terreno interposto (dalla zona di sosta a Iluet el Na' As NdA) fosse percorribile dagli automezzi come lo fu poi dai carri, ma non risulta che sia stato fatto in merito alcun tentativo. Come è noto, gli Inglesi avrebbero poi fatto della succitata collina la loro base di partenza per l'attacco da sud. Date le condizioni di armamento, e soprattutto di munizionamento, delle nostre truppe, è però opinabile che gli eventi avrebbero poi avuto esito diverso. Dall'analisi delle fonti parrebbe che, per l'effettuazione del movimento o giunte nella località di sosta, le btr. decentrate ai vari cps. abbiano ricostituito, tranne 1'81!/IIJ/2032 a., i loro vincoli organici con i rispettivi Cdi di gr., di guisa che i blocchi che si formarono in vista di una eventuale difesa furono omogenei, di sola fanteria o di sola artiglieria. Non si reaiizzò quindi il tipico schieramento di artiglieria "a difesa di settore", ma ogni btg., ogni gr. a. ebbe il proprio da difendere, con la sola eccezione della retroguardia, che non disponendo di armi c/c, pose le proprie btr. al centro e inframmezzate ai reparti cc. nn., sì da coprirne col fuoco, anche alle brevi distanze, tutta la fronte. Il 141 2 f., dovendo combattere, nel proprio settore, praticamente da solo, senza il sostegno delle artiglierie di maggior calibro e potenza (anche del colpo singolo) nel fuoco c/c oltre a quelle disponibili (btr. ace. da 65/17 mm; pl. c/c da 47/32 mm NdA), e non avendo quindi armi efficaci da opporre ai "cruisers" attaccanti, cedette, come è noto, rapidamente, scoprendo sul fianco destro la retroguardia. Le


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cc. nn. invece, potendo disporre sulla loro fronte, contro i MK VIB, dell'efficace tiro del 1/201 2 a. e della btr. da 65/17 della 231! leg., dopo che erano stati respinti, con gravi perdite per l'attaccante, due tentativi di sfondamento delle proprie linee, conservarono coesione più a lungo, e si dispersero soltanto quando, attaccate dai "cruisers" sul fianco destro e sul tergo, soverchiate o esauriti i colpi, le btr. videro preclusa la via dello scampo. Il 142Q f. fu più fortunato. Avendo potuto usufruire di un certo sostegno di fuoco da parte di almeno due btr. del II/203Q a. (la s~ btr., alla sinistra nello schieramento del gr., sembra sia stata sopraffatta in precedenza di tempo rispetto alle altre NdA), riuscì a riordinarsi a nord delle "sebka" e alcuni suoi reparti, e altri della retroguardia sfuggiti all'accerchiamento, riuscirono a rientrare nelle nostre linee. Un cenno particolare meritano le vicende del combattimento all'ala destra del dispositivo divisionale, che cadde per manovra, minacciato alle spalle dall' 8Q Ussari, non tanto per spiegare il motivo del cedimento, che era inevitabile data la situazione determinatasi, quanto per mettere ancora una volta in evidenza come alla fine si sia dimostrata di capitale importanza, per la salvezza della G. U., la mancanza inopinata, fin dalla notte precedente, del XX btg. car. 1. il quale, destinato all'avanguardia, per una errata interpretazione degli ordini, era fovece rientrato direttamente a Sollum. Il btg., seppure dotato di un mezzo di combattimento scarsamente competitivo, e ridotto di numero, disponeva ancora di una certa capacità di azione che gli consentì in seguito di partecipare alla difesa di Bardia. Inviato, tutto o con l'aliquota maggiore dei propri carri, a "tenere" il bivio di Bir Tishdida, o precedendo la colonna degli scampati, anche a prezzo di gravi perdite nel confronto con le autoblinde dell'llç Ussari, avrebbe potuto tenere aperta, o aprirle a viva forza l'unica via di salvezza, consentendole così di raggiungere le nostre linee. Il fatto d'armi non fu per gli Inglesi la facile "retata della folla al campo delle corse", che in un primo momento avevano ritenuto di potere effettuare. E al1'8 2 Ussari occorsero ben più dei


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quattro minuti di fuoco della "troop" del 1Q R. H. A. per avere ragione delle btr. del I e del II/203Q a. Iniziato poco dopo le 14,00, il combattimento si protrasse accanito per oltre quattro ore, finendo che era oramai notte, 159· 160 e le sue fasi culminanti vanno poste tra le 15,00, ora d'inizio dell'attacco dello sqd. "A" del 3Q Ussari allo schieramento della retroguardia, e le 16,30, quando lo sqd. "B" dello stesso rgt., superate le difese del 141Q f., prese alle spalle lo schieramento del gr. tat. Curcio Rubertini. Contemporaneamente 1 '8Q Ussari, che aveva superato la "start line" alle 16,00 protetto dal fuoco dell'artiglieria, piombava sugli schieramenti del I e del II/203Q a. Le nostre truppe, finché ebbero qualche possibilità di opporsi efficacemente ai corazzati avversari, lottarono con valore. I soldati più intrepidi assaltarono i carri con le bombe a mano. Superbo fu il comportamento degli artiglieri che lottarono fino ali' esaurimento delle munizioni (e ciò spiega gli improvvisi "cedimenti" attribuitici dai nostri avversari NdA), o fino a quando le posizioni vennero materialmente schiacciate dai carri, suscitando l'ammirazione del cavalleresco nemico. Di esso è testimone il "Brigadiere" G. M. O. Davy, già Ufficiale del 3Q Ussari, combattente a Bug Bug-Bir Tishdida, intervistato, come è noto, dalla radiotelevisione italiana, il quale (non sembri eccessivo il ripeterlo), riferendosi evidentemente ai serventi delle linee pezzi dichiarò: "quasi tutti gli uomini di quelle postazioni morirono poi sul campo dopo essersi battuti con molto coraggio", il che conferma come le linee pezzi disponessero, rispetto agli organici, un numero ridotto di serventi (vds. specchio perdite del I/201 Q a.).

IV. 4. Gli uomini Con molta probabilità nessuna ricompensa al V. M. ha premiato i fanti e le camicie nere caduti mentre assaltavano i carri armati con le bombe a mano, né gli artiglieri schiacciati sui pezzi infranti, i carristi uccisi dietro le loro sottili corazze, o il soldato


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di Alam el Barraqi che, in un soprassalto di orgoglio, riprese l'arma preferendo la morte alla resa. E che dire di quelli che, risparmiati dalla sorte, non ebbero testimoni al loro valore che potessero fame memoria? Due nomi tuttavia e due medaglie assurgono a emblema dell'intrepido ardimento dimostrato anche a Bug Bug Bir Tishdida dai nostri soldati. Sono essi quelli del Col. Ennenegildo Farfaneti, Cte del 203Q rgt. a., caduto sul campo, decorato di M. O. al V. M.; e del Col. a. Italo Curcio Rubertini, Cte della retroguardia della D. "Catanzaro", ferito nel combattimento e insignito, per esso, della Croce di Cavaliere dell'Ordine Militare d'Italia (0. M. I.), nelle nostre FFAA la massima decorazione, in cinque classi, concessa per atti di valore congiunti a capacitĂ di comando. Le motivazioni delle medaglie, anche se redatte sulla base delle incomplete notizie che del combattimento si avevano all'epoca, bastano a descrivere l'asprezza della lotta e il sacrificio anche dei soldati posti ai loro ordini, che essi degnamente rappresentano al cospetto della PATRIA e della STORIA. Col. Ennenegildo Farfaneti, da Bagno di Romagna (FO), Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria: "Comandante l'artiglieria di una divisione di fanteria, con perizia e valore prodigava ogni sua energia per contenere, con ben organizzato tiro, 1'urto di preponderanti forze corazzate, riuscendo a rendere inviolate, in due giorni di aspra lotta, le posizioni della propria grande unitĂ . Successivamente, accentuatasi la pressione per l'intervento di altre formazioni corazzate avversarie, con, elevato spirito di abnegazione e supremo sprezzo del pericolo, animava e incitava i propri uomini a strenua lotta, per infrangere l'urto avversario. Di fronte all'irruenza di preponderanti forze, in un supremo disperato sforzo, visto che a un pezzo la maggior parte dei serventi erano caduti, si poneva al pezzo stesso sparando gli ultimi colpi contro alcuni mezzi corazzati penetrati nello schieramento. Colpito da raffica di mitragliatrice, si abbatteva sul pezzo, affermando col suo fulgido eroismo le piĂš gloriose tradizioni dell 'anna di artiglieria." A. S., 9 - 11 dicembre 1940.162


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Colonnello Italo Curcio Rubertini, da Polla (SA), Croce di Cavaliere dell'ordine Militare d'Italia al Valor Militare: "Comandante di un gruppo tattico destinato a protezione di un ripiegamento, pur disponendo di modesti mezzi, reagiva all'azione avversaria e con esemplare calma, energia, coraggio, malgrado gravi perdite, protraeva l'epica resistenza finché, esaurite le munizioni e rimasto privo di ogni mezzo di difesa, riusciva con pochi superstiti a evitare la cattura." A. S., Tishdida, 11 dicembre 1940. 163·164 Il quadro non sarebbe completo se non si citassero i prodi dell'avversa schiera, per i quali valgono le considerazioni già espresse per quelli delle nostre armi. Non si è a conoscenza se sia stata concessa o meno dagli Inglesi una decorazione al V. M. alla memoria del valoroso Magg. W. V. Ritson, caduto in combattimento mentre, alla testa dello sqd. "A" del 32 Ussari, guidava la carica, emula di Balaclava, alle batterie della retroguardia della "Catanzaro". Le insegne della prima delle tre classi del "Distinguished Service Order" (D. S. 0.) vennero conferite rispettivamente al Magg. Peter Paine Gallway, comandante dello sqd. "C" dell' 11 2 Ussari, "for brilliant handling" (a senso "brillante comando" NdA), esercitato in combattimento dal 9 all' 11 dicembre; 165 e all'Ufficiale medico del 32 Ussari, Cap. Tom Sommerville. Questi, durante la "battle of Bug Bug" dell'll dicembre, sotto il fuoco di artiglieria e di armi automatiche della nostra retroguardia, da solo e pilotando personalmente un "Dingo" recuperò, dai carri immobilizzati e in fiamme, molti feriti dello sqd. "A" e, sempre sotto il fuoco, vicino a un carro posto fuori combattimento, effettuò sul terreno l'amputazione di una gamba a un carrista ferito, servendosi di un coltello a serramanico. 166· 167 Finito il combattimento, gli Inglesi, raggiunto il posto di medicazione del 1/201 Q a., ne requisirono l'Ufficiale medico per portare soccorso ai propri feriti. 168 I nostri peraltro ebbero poi, dal servizio sanitario britannico, tutte le cure di cui ebbero bisogno,1 69 e il Col. Curcio Rubertini ricordava che il nemico, dopo averlo intercettato, aveva fatto proseguire verso le nostre linee un auto-


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mezzo carico di feriti, tra cui il Cap. Vannozzi, poi deceduto per le gravitĂ delle lesioni riportate. D'altra parte, delle unitĂ ai suoi ordini, la cp. Mtr. del CXXXI btg. cc. nn. aveva fatto fuoco contro i carristi del 32 Ussari che cercavano scampo dai carri in fiamme.


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NOTE Avvertenza: Quando non strettamente correlata al particolare argomento la nota si riferisce all'intero brano che la precede. 1) FILIPPO STEFANI, La storia della dottrina e degli ordinamemi del!' Esercito italiano, Voi. Il, Tomo I, op. cit. Per quanto riguarda le pubblicazioni di carattere generale: Direttive per l'impiego delle G.U.; Nome per il combattimento della D.; La dottrina tattica nelle realizzazioni dcli 'anno XVI; L'esplorazione; Collegamenti aeroterrestri; Acrocooperazione, vds. pp. 379; 561. Per quanto riguarda specificamente le armi di fanteria; le unità carri; le armi di cavalleria, artiglieria, genio, vds. pp. 492-498; 560; 561;593;596;597, 676;678;679. 2) FH,lPPO STEFANT, La storia etc., Voi. li, Tomo/, op. cit., pp. 478-480. 3) FILIPPO STEFANt, La storia etc. , Voi. Il, Tomo I, op. cit., pg. 643. 4) Fll-IPPO STEFA1'fl, La storia etc., Voi. li, Tomo/, op. cit., pp. 543-548. 5) FILIPPO STEFANl, La storia etc., Voi. li, Tomo I, op. cit., pp. 663; 664. 6) MINISTERO DELLA GUERRA, COMANDO CoRPO DI S. M., Nomenclatore organico-tattico-logistico, Istituto Poligrafico Stato, Roma, 1938, voce specifica pg. 58. 7) Fn,IPPO STEFANl, La storia etc., Voi. II, Tomo/, op. cit., pp. 226; 227. 8) FtUPPO STEFANI, La storia etc., Voi. li, Tomo I, op. cit., pp. 555; 561; 596. 9) STATO MAGGIORE ESERCITO, La prima offensiva britannica in Africa Settentrionale, Tomo I, op. cit., pp. 137; 169. 1O) STATO MAGGIORE EsERCITO, La prima offensiva etc., Tomo/, op. cit., pg. 95. 11) FILIPPO STEFANl, La storia etc., Voi. I/, Tomo/, op. cit., pp. 412; 427. 12) HtsTORICAL SECTION OF TIIE WAR GABINET, Officiai Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit. pg. 190; schizzo pg. 189. 13) ALAN MooREHEAD, (The Desert War), La guerra del deserto etc., op. cit. pp. 34; 38. 14) ANTONIO CARBOTTI, all'epoca Magg. f. Sottocapo di SM del rgpt. Maletti, Memoriale, per gentile concessione del nipote Magg. CC Antonio Carbotti. 15) FILIPPO STEFANI, La storia etc., Vol. li, Tomo I, op. cit., pp. 382; 427 nota 5. 16) FILIPPO STEFANI, La storia etc., Voi. II, Tomo I, op. cit., pp. 475. 17) FILIPPO STEFANI, La storia etc., Voi. II, Tomo I, op. cit., pp. 408-409. 18) FILIPPO STEFANl, La storia etc., Voi. li, Tomo I, op. cit., pp. 475; 476; 641. 19) FILIPPO STEFANI, La storia etc., Voi. I/, Tomo I, op. cit., pp. 547; ?48. 20) FILIPPO STEFANI, La storia etc., Voi. li, Tomo I, op. cit., pg. 550. 21) FILIPPO STEFANI, La storia etc., Voi. li, Tomo I, op. cit., pg. 377. 22) FILIPPO STEFANI, La storia etc., Voi. Il, Tomo I, op. cit., pp. 644; 646. 23) FILIPPO STEFANI, La storia etc., Voi. Il, Tomo I, op. cit., pp. 660; 665; 666; 669; 670. 24) MINISTERO DELLA GUERRA, COMANDO CORPO DI SM, Istruzione sul movimento e stanzionamento, Poligrafico dello Stato, Roma 1940, pp. 12; 13; 15; 22. 25) MINISTERO DELLA GUERRA, COMANDO CORPO DI SM, UFFICIO ADDESTRAMENTO, Dati logistici relativi al movimento e allo stanzionamento delle truppe, Poligrafico dello Stato, Roma 1940, pp. 39; 40. 26) Per "profondità di colonna" si intende la "distanza che intercorre fra la Lesta e


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la coda di una colonna in dipendenza della formazione di marcia adottata". " Per "formazione di marcia" si intende poi la "disposizione nel senso della fronte e della profondità che i singoli elementi prendono nella colonna per la marcia". Vds. Nomenclatore organico-tattico-logistico, op. cit., pp. 46; 20. 27) MINISTERO DELLA GUERRA, Dati logistici etc., op. cit., pp. 31-35. 28) MINISTERO DELLA GUERRA, Dati logistici etc., op. cit., pp. 37. 29) MINISTERO DELLA GUERRA, ibidem. 30) FILIPPO STEFANI, La storia etc., Voi. Il, Tomo!, op. cit., pg. 550. 31) ADOLFO Pn.AN, Magg. a., relazione, dm. cit. 32) GIUSEPPE AM1co, Gen. B., relazione, dm. cit. 33) MTNTSTERO DELLA GUERRA, COMANDO CORPO DI SM, Istruzione sul servizio auJomobilistico, Voi. Il, Tipografia Regionale, Roma 1939, pg. 142. 34) GIUSEPPE AMICO, Gen. B., relazione, dm. cit. 35) ADOLFO PILAN, Magg. a., relazione, dm. cit. 36) ITALO CuRc10 RuBERTINI, Col. a., relazione, dm. cit. 37) GIUSEPPE AMICO, Gen. B., relazione, dm. cit. 38) ADOLFO PILAN, Magg. a., relazione, dm. cit. 39) GIUSEPPE AMICO, Gen. B., relazione, dm. cit. 40) MINISTERO DELLA GUERRA, Dati logistici etc., op. cit., pg. 26. 41) ALAN MooREHEAD, (The Desert War), La guerra del deserto etc., op. cit. pp. 17; 34. 42) I. S. O. PI.AYFAIR, The Mediterranean a,uJ Middle East, Voi. I, op. cit., pg. 268. 43) MINISTERO DELLA GUERRA, COMANDO CORPO DI SM, Istruzione sul movimento e stMzionamento, op. cit., pp. 25; 28; 29. 44) MINISTERO DELI.A GUERRA, COMANDO CORPO DI SM, Nomenclatore organico-tattico-logistico, op. cit., pp. 2; 56. 45) FILIPPO STEFANI, La storia etc., Voi. Il, Tomo I, op. cit., pp. 455-457; 475; 480-483; 492. 46) FILIPPO STEFANI, La storia etc., Voi. li, Tomo I, op. cit., pp. 548-550. 47) FILIPPO STEFANI, La storia etc., Voi. li, Tomo I, op. cit., pg. 641. 48) FILIPPO STEFANI, La storia etc., Voi. Il, Tomo I, op. cit., pp. 660; 665. 49) FILIPPO STEFANT, La storia etc., Voi. Il, Tomo/, op. cit., pp. 669; 670. 50) FILIPPO STEFANT, La storia etc., Voi. Il, Tomo I, op. cit., pp. 658; 660; 664; 666. 51) GmsEPP8 AMICO, Gen. B., relazione, dm. cit. 52) CIRO D1 MARTINO, Gen. C. A., "Carri armati britannici a Carnbrai", in Rivista Militare, luglio-agosto 1985, Roma 1985, pp. 16; 17; 22; 24. 53) COMITATO PER I.A STORIA DEU.' ARTIGLIERIA ITALIANA, Storia dell'artiglieria italiana, Parte V, Voi. XV, ()p. cit., pg. 482. 54) BASIL LTDDEL HART, Mer1UJirs, traduzione di VITTORIO D1 GIURO dal titolo L'arte della guerra nel X.X secolo, Arnaldo Mondadori, Milano 1971, pg. 69. 55) COMITATO Pl!R LA STORIA DELL'ARTIGLIERIA ITALIANA, Storia dell'artiglieria italiana, Parte V, Voi. XV, op. cit., pg. 482. 56) COMITATO PER LA STORIA DELL'ARTIGLIERIA ITALIANA, Storia dell'artiglieria italiana, Parte V, Voi. XV, op. cit., pp. 482; 483.


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57) BASIL LIDDEL HART, (Memoirs), L'arte della guerra nel XX secolo, op. cit., pg. 189. 58) BASIL LIDDEL HART, (Memoirs), l'arte della guerra nel XX secolo, op. cit., pg. 69.

59) COMITATO PER LA STORIA DELL' ARTIGLIERJA ITALIANA, Storia del 'artiglieria italiana, Parte V, Voi. XV, op. cit., pg. 486. 60) BASJL LTDDEL HART, (Memoirs), l'arte della guerra nel XX secolo, op. cit., pg. 64. 61) COMffATO PER

LA STORIA DELL'ARTIGLIERIA ITALIANA, Storia dell'artiglieria italiana, Parte V, Voi. XV, op. cit., pg. 486. 62) BASIL LIODEL HART, (Memoirs), l 'arte della guerra nel XX secolo, op. cit., pp. 131; 132. 63) BASJL LIDDEL HART, (Memoirs), l'arte della guerra nel XX secolo, op. cit., pg. 131. 64) BAsn, LTDDF.L HART, (Memoirs), L'arte della guerra nel XX secolo, op. cit.,

pp. 181; 183. 65) BASIL LIDDEL HART, (Memoirs), l'arte della guerra pg. 183. 66) BASIL LIDDEL HART, ibidem. 67) BASIL LIDDEL HART, (Memoirs), L'arte della guerra pp. 183; 188; 189; 190. 68) BASIL LmoEL HART, (Memoirs), l'arte della guerra pp. 180; 189. 69) BASIL LIDDEL HART, (Memoirs), L'arte della guerra pp. 200; 201. 70) BASIL LIDDEL HART, (Memoirs), l'arte della guerra pg. 69. 71) BASIL LIDDEL HART, (Memoirs), L'arte della guerra pp. 191; 193. 72) BASIL LIDDF.L HART, (Memoirs), L'arte della guerra pg. 303. 73) BASIL LIDDEL HART, (Memoirs), l 'arte della guerra pg. 199. 74) BASIL LIODEl. HART, (Memoirs), L'arte della guerra pg. 342; 343. 75) BASIL LIDDEL HART, (Menwirs), l'arte della guerra pp. 320; 321. 76) BASIL LIDDF.L HART, (Memoirs), L'arte della guerra pg. 341. 77) BASIL LIDDEL HART, (Memoirs), l'arte della guerra pg. 341; 451; 452. 78) G. L. WERNEY, The Desert Rats, op. cit., pg. 18. 79) BASIL LIDDEL HART, (Memoirs), L'arte della guerra pp. 65; 341. 80) BASIL LmoEL HART, (Memoirs), l'arte della guerra pg. 190.

nel XX secolo, op. cit.,

nel XX secolo, op. cit., nel XX secolo, op. cit., nel XX secolo, op. cit., nel XX secolo, op. cit., nel XX secolo, op. cit., nel XX secolo, op. cil., nel XX secolo, op. cit., nel XX secolo, op. cit., nel XX secolo, op. cit., nel XX secolo, op. cit., nel XX secolo, op. cit.,

nel XX secolo, op. cit., nel XX secolo, op. cit.,


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81) BASTL LIDDEL HART, ibidem. 82) COMITATO PER LA STORTA DEU.'ARTIGUERTA ITALIANA, Storia dell'artiglieria italiana, Parte V, Voi. XV, op. cit., pp. 322; 323; 324. 83) COMITATO PER LA STORIA DELL'ARTIGUERIA ITALIANA, Storia dell'artiglieria italiana, Parte V, Voi. XV, op. cit., pg. 324. 84) N1cotA ProNATO, Armi dellafan1eria italiana nella seconda guerra mondiale, op. cit., pp. 34-38. 85) MINISTflRO OflLLA Dil'ESA, STATO MAGGIORE ESERCITO, UFFICIO REGOLAMEN11, Armi e mezzi in dotazione al/' Esercito, op. cit., pg. 44. 86) COMITATO PER LA STORTA OEU.' ARTIGLIERIA ITAUANA, Storia del 'artiglieria italiana, Parte V, Voi. XV, op. cit., pp. 500-504. 87) CENTRO ADDESTRAMENTO ARMI o' ACCOMPAGNAMENTO, c/c E C/A DELLA 5' A., Appunti sul cannone da 47132 mm, pg. 4 .. 88) NICOLA PIGNATO, Armi della fanteria italiana nella seconda guerra mondiale, op. cit., pp. 71-73. 89) CENTRO ADDESTRAMENTO ARMI D'ACCOMPAGNAMENTO, c/c E e/A DELLA 5 1 A., Appunti sul fucile S da 20 mm, pp. 3; 4. 90) N1coLA PrGNATO, Armi della fanteria italiana nella seconda guerra mondiale, op. cit., pp. 43; 47; 48. 91) EDOARDO SCALA, STATO MAGGJORE ESERCITO, ISPETTORATO ARMA DI FANTBRlA, Storia delle fanterie italiane, Voi. X, Le fanlerie nella seconda guerra mondiale, Tipografia Regionale, Roma 1956, pp. 18; 19. 92) BENEDETIO PAFT (a cura), Storia dei mezzi corazzali, Fabbri Editore, Milano 1976, pp. 98-101. 93) NICOLA PIGNATO, Mezzi corazzati e blindati 1935-1939, Curcio, Roma s.d., pp. 23;25;41;43;49;51;52. 94) NICOLA PIGNATO, Mezzi corazzati e blindati 1935-1939, op. cit., pp. 57-62. 95) BtNED61To PAFT, Storia dei mezzi corazzati, op. cit., pg. 102. 96) FIUPPO STEFANI, La storia etc., Voi. I!, Tomo 1, op. cit., pg. 548. 97) B. P. BoscHEST, Le armi, i protagonisti, le baltaglie, gli eroismi segreti della guerra di Mussolini, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1984, pp. 74; 88. 98) STATO MAC.GJORE ESERCITO, UFFToo STORICO, 1n Africa Settentrionale etc., op. cit., pp. 91; 193. 99) COMITATO PER LA STORIA DELL' ARTTGUER(A ITALIANA, Storia del 'artiglieria italiana, Parte V, Voi. XV, op. cit., pp. 326; 359; 361. 100) COMITATO PER LA STORIA DELL'ARTIGUERIA ITALIANA, Storia dell'artiglieria italiana, Parte V, Voi. XV, op. cit., pg. 324. 101) COMITATO PER LA STORTA DELL'ARTIGLIERIA ITALIANA, Storia dell'artiglieria italiana, Parte V, Voi. XV, op. cit., pp. 333-339. 102) NICOLA PIGNA TO, Artiglierie e automezzi de/I' Esercito italiano nella seconda guerra mondiale, Ermanno Albertelli, Parma 1975, pp. 5; 13. 103) NICOLA PIGNATO, Artiglierie e automezzi etc., op. cit., pg. 5. 104) NICOLA PIGNATO, Artiglierie e automezzi etc., op. cit., pp. 38; 59. 105) COMITATO PER LA STORIA DELL'ARTIGLIERIA ITALIANA, Storia del 'artiglieria italiana, Parte V, Voi. XV, op. cit., pg. 397. 106) L'attribuzione al 203 2 rgt. a. del pezzo da 75/27 mm mod. 12 deriva dalla testimonianza del Ten. a., Vezio Carobbi, vice comandante della Y/11/203 2 a., già citalo.


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107) N1coLA PlGNATO, Artiglierie e automezzi etc., op. cit., pg. 57. 108) COMITATO Pl.lR LA STORIA DELL'ARTIGUERIA ITALIANA, Storia dell'artiglieria italiana, Parie V, Voi. XV, op. cit., pg. 397. 109) Cm,fffATO PER LA STORIA DEI.L' ARTIGUERIA ITALIANA, Storia dell'artiglieria italiana, Parte V, Voi. XV, op. cit., pp. 125, 177. 110) ADOLFO P1LAN, Magg. a., relazione, dm. cit. 111) CoMrrATO PER LA STORIA DELL'AR11GUERIA ITALIANA, Storia dell'artiglieria italiana, Parte V, Voi. XV, op. cit., pg. 968. 112) N1coLA P10NA·10. Artiglierie e automezzi etc., op. cit., pg. 61. 113) N1coLA PIGNATO, Mezzi corazzati e blindati 1935-1939, s.d., pg. 47. 114) N1coLA PIGNA"IO, Artiglierie e automezzi etc., op. cit., pg. 85. 115) N1cov. PJGNATO, Artiglierie e automezzi etc., op. cit., pg. 85; 86. 116) AL.AN MooREHEAD, (The Desert War), La guerra del deserto etc., op. cit. pp. 37; 38. 117) A. J. BARKER, British and American lnfantry Weapon of Word! War li, Lione! Levemhal, London 1969, pp. 41; 42. 118) A. J. BARKER, British and American /nfantry etc, op. cit., pg. 56. 119) A. J. BARKER, British and American lnfantry etc, op. cii., pg. 58. 120) IAN VAN Hooo, (The Guns 1939-1945), I cannoni 1939-1945, op. cit., pp. 59; 72. 121) BENEDETTO PAR, Storia dei mezzi corazzati, op. cit., pp. 86; 87. 122) B. T. WHITE, British Tank Markings and names, op. cit., pg. 27. 123) B. T. WHITE, British Tank and Figthing Vehicles 1914-1945, op. cit., pp. 119; 120. 124) B. T. W11rrn, British Tank and etc., op. cit., pp. 130; 131. 12.5) B. T . WHITE, British Tank and etc., op. cit., pp. 143-145. 126) lAN VAN Hooa, (The Guns 1939-1945), I cannoni 1939-1945, op. cit., pp. 33; 34. 127) G. L. WERNEY, The Deserl Rais, op. cit. pg. 18. 128) I. S. O. PI.AYFAIR, The Mediterranean and Middle East, Voi. I, op. cit., pp. 190; 192; 260. 129) PETER CHAMBERLAIN AND C11R1S ELus, (British and American Tanks etc.), Atlante mondiale dei mezzi corazzati, Voi. I, op. cit. pp. 18-23. 130) PETER CHAMBERLAIN AND CHRJS ELLis, (British and American Tanks etc.), Atlante mondiale dei mezzi corazzati, Voi. I, pg. 28. 131) PETER CHAMBERLAIN AND CHRIS ELUS, (British and American Tanks etc.), Atlante mondiale dei mezzi corazzati, Voi. I, pg. 29. 132) PETER C11AMDERLAIN ANO CHRIS Ews, (British and Amerìcan Tanks etc.), Atlante mondiale dei mezzi corazzati, Voi. I, pp. 30; 31. 133) BASIL LIDDEl. HART, (Memoirs), l'arte della guerra nel XX secolo, op. cit., pp. 310; 311. 134) GIUSEPPE PERNICI, Ten. f., testimonianza, archivio del saggista. 135) BASTI. LIDDEL HART, The Tanks, op. cit., pp. 45; 49. 136) V1rroR10 NEBBIA, Ten. Col. sSM, relazione, dm. cit. 137) ADOLFO PJLAN, Magg. a., relazione, dm. cit. 138) Testo dell'intervista fatta dal dott. Massimo Sani, della radiotelevisione ita-


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liana - Rete 1, al "Brigadiere" dell'Esercito britannico Gey Mark Oswald Davy, in xerocopia, per gentile concessione dell'intervistatore. 139) STATO MAC.GIORE ESERCITO, UFFICIO STORJCo, In Africa Settentrionale etc., op. cit., pg. 93. 140) ADOLFO Pu.AN, Magg. a., relazione, dm. cit. 141) G. M. O. DAVY, The Seventh ami Three Enemies, op. cit., pg. 57. 142) HECTOR Bomo, The Galopping Third, op. cit., pp. 250; 251. 143) B. P. Bosc1ws1, Le armi, i protagonisti etc., op. cit., pg. 74. 144) AL.AN MooREHEAO, (The Desert War), la guerra del deserto etc., op. cil. pg.42. 145) At.AN MooREHEAD, (The Desert War), la guerra del deserto etc., op. cit. pg. 37. 146) PETER CHAMBERLAIN ANO C11RJs ELus, (British and American Tanks etc.), Atlante mondiale dei mezzi corazzati, Voi. I, op. cit. pg. 22. 147) ALAN MooREHEAD, (The Desert War), la guerra del deserto etc., op. cil. pg. 37. 148) BAsn. LmDEL HART, The Tanks, op. cit., pg. 43. 149) DuDLEY CLARKE, The Eleventh at War, op. cit. pg. 134. 150) OuvIA FITZROY, Men of Valour, op. cit. pg. 38. 151) MARIO MONTANARI, le operazioni in Africa Settentrionale, Voi. /, op. cit., cartan. 7. 152) STATO MAGGIORE ESERCITO, U1nc10 STORICO, la prima offensiva britanica in Africa Settentrionale, Tomo li, op. cit., schizzo n. 14. 153) VITTORIO NEBBIA, Ten. Col. sSM, relazione, dm. cit. 154) STATO MAGGIORE EsERCTT'O, ISPETTORATO DELLE TRSMISSJONI, Cenni storici sulle trasmissioni dell'Esercito italiano, op. cit. pg. 57. 155) MJNISTERO DELLA GUERRA, lsPJ!"n"ORATO DELL'ARMA DEL GENTO, Memoria sull'organizzazione e sull'azione del genio in guerra, Appendice, Poligrafico dello Stato, Roma 1938, pp. 56; 57; 60; 61; 64; 65; 74. 156) GIUSEPPE AM1co, Gen. B., relazione, dm. cit. 157) GIUSEPPE AM1co, Geh. B., relazione, dm. cit. 158) H1sTORICAL SEcnoN OF TJJE WAR GABINET, OjJicial Narrative of the Campaigns in the Middle East, dm. cit. pg. 199; schizzo topografico pg. 198. 159) VrrTORIO NllDBlA, Ten. Col. sSM, relazione, dm. cil. 160) "Magazine Section" del giornale The Suruiay Statesman, Calcutta (India), Sunday 17/8/1941 , traduzione, dm. cit. 161) ITALO CuRao RunERTINI, Col. a., relazione, dm. cit. 162) COMITATO PER I.A STORlA DELL'ARTIOLJERJA ITALIA."IA, Storia dell'artiglieria italiana, Parte V, Voi. XV, op. cit., pg. 1003. 163) GRUPPO DECORATI ORDINE MILITARE D'ITALIA, Ordine Militare d'Italia Albo d'oro, Roma s.d., pg. 620. 164) La decorazione al Col. a. Italo Curcio Rubcretini, su proposta del Gen. A Italo Gariboldi, già Cte della 10' A. all'epoca del combattimento, fu concessa il 10/7/ 1950, a morte già avvenuta dell'Ufficiale, e consegnata alla vedova, sig.ra Annita, il 2/ 6/1951, in Napoli, nel corso della solenne cerimonia militare per l'anniversario della proclamazione della Repubblica.


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165) DuoLEY CLARKB, The Elevenlh at War, op. cit. pg. 136. 166) "Magazine Section" del giornale The Sunday Statesman, Calcutta (India), Sunday 17/8/1941, traduzione, dm. cit. 167) HecroR Bouro, The Galopping Third, op. cit., pp. 253; 254. 168) ADOLFO PILAN, Magg. a., relazione, dm. cit. 169) ADOLFO P1LAN, Magg. a., relazione, dm. cit.


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CAPITOLO V: LE ULTIME SORTI. CONFERME E SMENTITE

Il combattimento di Bug Bug - Bir Tishdida è stato ricostruito, nei suoi episodi e fasi, sulla base delle relazioni di alcuni degli Ufficiali in comando italiani, e di fonti documentali e bibliografiche britanniche. Le relazioni riferiscono evidentemente quanto visto e appreso di persona dagli estensori, e possono quindi essere imprecise se riferite a un ambito più vasto, soprattutto per la mancata acquisizione delle notizie relative a numerosi reparti. Così per quelle che attengono alle unità superstiti dello scontro, che la mattina del 12 dicembre 1940 raggiusero le linee della D. cc. nn. "28 Ottobre" schierata tra l 'Halfaia e il mare. Col Gen. Amico e il Col. Curcio Rubertini sfuggirono alla cattura lo SM e un terzo forse della D. "Catanzaro" che aveva perso tutte le artiglierie, oltre ad alcuni reparti delle G.a.f. e della retroguardia. Il Gen. Amico, il 13 dicembre, assumeva d'ordine dell 'A. il comando della "piazza" di Bardia. 1 Il Col. Curcio Rubertini invece, ferito e smistato sugli ospedali di Derna e poi di Bengasi, tornava in patria con nave ospedale, sbarcando a Napoli il 23 dicembre.2 Le vicende della guerra condussero poi i due Ufficiali a morte: l'una gloriosa e tragica,3 l'altra lenta e oscura.4 I superstiti della "Catanzaro" (la maggior parte appartenenti al 142Q rgt. f.), furono riordinati, e ripartiti tra i vari settori in cui si articolava la difesa del "campo trincerato",5 parrebbe per inclusione nei presidi dei cps. della G. a. F. 6 Trattandosi di truppe moralmente provate dalle vicende dei giorni precedenti, la loro presenza influì negativamente sullo spirito dei reparti ai quali vennero assegnati.7 250 uomini furono


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sgombrati su Tobruk servendosi di motovelieri vuoti. 8 Singolare fu il comportamento dei prigionieri fatti dagli Inglesi nel combattimento. Con una disciplina che stupì il "Brigadiere" Gatehouse, essi radunarono e incolonnarono i propri automezzi, vi salirono sopra, e coi i propri conduttori, senza scorta alcuna, affluirono al centro di raccolta di Maktila.9 Ciò non accadde invero per tutti i reparti, giacché sei-settemila uomini, in uniforme grigioverde e "bustina" di panno, su due colonne in fom1azione per quattro ai lati della pista, si avviarono a piedi verso i campi di prigionia, sorvegliati all'esterno da pochi soldati e al centro da qualche camionetta con fmtr. Bren. 10 È però probabile che gli autocarri, i quali avevano trasportato i primi prigionieri a Maktila, siano poi andati avanti e indietro più volte per effettuare il trasferimento di tutto il personale. L'impiego sopraccitato fu l'unico che ebbero le fanterie della 7~ B. cor. britannica (coy "C" R. B. NdA) in tutta l'azione che portò alla disfatta e alla resa della "Catanzaro" e rinforzi. La perquisizione ai bagagli degli Ufficiali del 2032 rgt. a. portò purtroppo al rinvenimento di una carta topografica, della zona di Tobruk, sulla quale erano segnate le difese della "piazzaforte", che così furono svelate al nemico il quale ne trasse grande vantaggio nelle successive operazioni.11 Degli altri reparti che avevano condiviso le sorti della D. "Catanzaro", ancora una volta va smentita la notizia che il LXIII btg. car. 1., del gr. tat. Curcio Rubertini in retroguardia, abbia partecipato come tale alla difesa di Bardia con la D. "Marmarica",12 e poi di Tobruk, insieme al I btg. car. Mll, nei ranghi del 42 rgt. car.13 Sappiamo infatti dal Geo. D. Carlo Spatocco, Cte il XXI C.a., che il btg. perse tutti i suoi carri tra il 9 e 1'11 dicembre, per guasti meccanici e in combattimento a Bug Bug - Bir Tishdida. 14 Poiché buona parte del btg. (tra cui 9 U.) rientrò nelle nostre linee, la persistenza dell'errore può derivare dal fatto che il personale superstite pare abbia partecipato alla difesa della piazzaforte di Tobruk fornendo buona parte degli equipaggi a 32 carri interra-


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ti, perché inefficienti, del XXI btg. car. I.. Quanto quella opinione abbia influito sul travisamento delle vicende è provato dal fatto che la stessa sintesi storica del btg. accredita l'evidente equivoco.15 Fino al 15 dicembre, 70 o 73 (secondo altra fonte), tra medi e leggeri, furono i carri perduti complessivamente dai btg. II/42 rgt. car. (rgpt. Maletti NdA); IX (2,i D. libica NdA); LXIII (D. f. "Catanzaro"). 16-l 7 Del gr. tat. Curcio Rubertini trovarono invece impiego nella difesa della piazzaforte di Bardia alcuni reparti delle D. cc. nn. "28 Ottobre": il Cdo della 231,i leg.; il CXXXI btg. della stessa; il Col. a. Gaetano Ninni Cte del 2022 rgt. a. e almeno due btr. del IIJ/2022 a. I primi due, schierati in zona di sosta nella parte nord del settore affidato alla retroguardia, a poca distanza dal mare, avevano potuto evidentemente sottrarsi all'accerchiamento, rinsaldandosi intorno alla 3,i cp. e alla cp. arditi della leg. ripiegate la prima in buon ordine, la seconda insperatamente e in maniera fortunosa. 18•19 Il 111/2022 a., all'inizio del combattimento, perché al momento non impiegabile per i noti motivi, si era rimesso in marcia verso Sollum, e aveva così raggiunto le nostre linee sfuggendo alla sorte degli altri reparti. Ne troviamo conferma nella nostra prima pubblicazione ufficiale sulla prima offensiva britannica, nella quale esso è innanzi citato come costituito da due sole btr., poi indicato graficamente col simbolo di gr. Va però precisato che i pezzi erano da 100/17 mm, non essendo possibile che fossero del calibro 75/27 mm. mod. 06 in quanto, come è noto, il rgt. aveva già perduto, perché assegnati alle D. libiche fin dall'avanzata su Sidi El Barrani, nel mese di settembre, i gr. I e II di tale calibro.20.21 •22•23·2A Una convalida della perdita pressocché totale delle nostre artiglierie (con la sola esclusione del III/2022 a.), ci viene da fonte inglese che, corregendo il numero dei pezzi catturati da 68 a 88, conferma le ipotesi già fatte, dato che sembrerebbe includere nel computo, oltre a quelli schierati per il combattimento (68 NdA), anche i 16 c/c impiegati, e abbandonati, al pari della btr. da 77/28 mm della G. a. F., per mancanza di automezzi e sopravvenuto "panne" agli stessi.25


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Può destare una certa sorpresa l'apprendere che buona parte del gr. sqd. Mtr. "Vittorio Emanuele II" (precisamente due sqd.), già in avanguardia, sia riuscito a sottrarsi alla cattura. Li troviamo infatti impiegati nella difesa costiera della "piazza" di Bardia col compito di riserva mobile. Ma stranamente si afferma che l'unità fosse dotata di mitragliatrici "Schwarzlose" (austriache, della prima guerra mondiale NdA), di preda bellica, anziché delle Fiat 35 che le aveva attribuito, nella sua relazione, il Gen. Amico. 26-27 Relativamente alla sua insperata salvezza (automezzi compresi? NdA), si può ipotizzare che, al profilarsi della minaccia sul tergo, i 2/3 di essa, schierata fronte a ovest, abbiano potuto eludere la manovra nemica. Le nuove armi forse, perdute le proprie, le furono date da qualche magazzino di Bardia di cui non esiste notizia. Ultimo dell'elenco, ma primo a essere sfuggito alla conclusione disastrosa della vicenda, è il XX btg. car. I., che venne dislocato nel settore della piazzaforte difeso dalla D. cc. nn. "23 Marzo". 28 Per quanto concerne la 7! D. cor. britannica, un malinteso nella interpretazione degli ordini aveva impedito, lo stesso 11 dicembre, alla 4! B. cor. (meno il 6'1 Ussari impiegato con la "Selby force" contro la nostra 1! D. libica), di fare subire alla D. "Cirene" la stessa sorte della "Catanzaro". Nei giorni successivi e fino alla fine del mese, dopo che la stessa B., il giorno 14, superato l'antico confine, ebbe subito delle perdite in uomini e mezzi per un violento attacco di nostri velivoli, l'intera G. U. con 1'11 2 Ussari, raggiunta la costa a occidente di Bardia, provvide all'isolamento della nostra piazzaforte, a riordinarsi e a rimettere in efficienza i mezzi di cui era dotata, in vista delle future battaglie.29·30 Sulle nostre difese, alle quali nessun aiuto poteva essere dato dall'esterno, si accanivano la R. A. F. e Royal Navy, della quale il monitore "Terror" e le cannoniere "Aphis" e "Ladybird", in più riprese, per tutto 1' 11 dicembre, avevano sparato sulla fascia costiera, lungo la quale stava ripiegando la "Catanzaro", ben 220 colpi da 15 pollici e 600 da 6 pollici che, come sembra, seppure non provocarono alla D. perdite umane né danni, contri-


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buirono a rallentarne il movimento. 31-32-33 Il prezzo pagato dalla 7i! D. cor. britannica nel ciclo operativo che si era concluso col blocco di Bardia, era stato solo apparentemente di poco conto, come invece vorrebbe far credere qualche opera storica relativa alle unità che vi avevano preso parte. In realtà, il 18 dicembre, dei.223-230 carri di cui disponeva all'inizio della battaglia ("some" 75, secondo fonte britannica, erano "cruiser"),34 ne rimanevano alla D. soltanto 175, e precisamente 86 alla 41' B. Cor. (31 "cruisers" e 55 "light tanks"); 81 alla 7i! B. cor_ (28 "cruisers" e 53 "light tanks"). 35 La 7i! B. cor., dopo la "battle of Bug Bug", non aveva partecipato ad alcun altro combattimento, né aveva subito perdite (come la 4i! B. cor. Nda) per attacchi aerei successivi al fatto d'armi, per cui è da ritenere che i carri dati come posti temporaneamente fuori combattimento nello scontro (18) non fossero a quella data ancora utilizzabili (se mai le furono in seguito NdA). Sommati ai 13 dati distrutti (totale 31 NdA), si raggiunge la forza di 112 unità, tra carri "cruiser" e leggeri, che le era stata approssimativamente attribuita il 110. È anche probabile che tra le perdite accusate per la 4i! B. cor., nonostante il diniego e silenzio di altre fonti britanniche, siano da computare almeno una parte di quelle che nostri Ufficiali in comando della D. "Catanzaro" asseriscono essere state inflitte, nei giorni 9 e 1O dicembre, al 7Q Ussari. 3&-37 Con riferimento ai dati di fatto elencati, e limitatamente (ma in maniera significativa), ai tre giorni di combattimento che videro contrapposte la D. f "Catanzaro" (e rinforzi), e aliquote più o meno consistenti della 7i! D. cor., è perciò possibile dare risposta agli interrogativi, sull'impiego delle artiglierie italiane nella campagna d'Africa Settentrionale 1940-1941, che il saggista prof. Lucio Ceva pone all'Ufficio Storico dello SME, in un suo libro ormai di qualche anno. Non "un difetto nell'organizzazione del tiro: forse troppo accentrata e basata sulla manovra del fuoco ... poco adatta contro bersagli mobili", e non certo "poco numerosi",38 ma soltanto la mancanza del munizionamento perforante impedì loro di infliggere alle unità corazzate nemiche perdite ben


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più gravi di quelle ammesse, le quali, nonostante la vetustà dei materiali e le limitazioni tecniche già evidenziate, furono frutto pressoché esclusivo del tiro "a puntamento diretto, pezzo per pezzo"39, alle brevi distanze. A parte il fatto che gli Inglesi, in più occasioni (come è stato già fatto notare), diedero prova di temere molto i nostri "concentramenti" e "sbarramenti" di fuoco. Per quanto concerne infatti la regolamentazione specifica dell'arma, integrando nello stesso anno la diramazione del Vol. III del!' Addestramento del!' artiglieria - Impiego e addestramento tattico Parte I - L'artiglieria nel combattimento del 1937,40 la circolare 10000 del suo Ispettorato indicava come "normale" l'impiego dell'artiglieria contro i carri armati, che costituivano "uno degli obiettivi più frequenti e pericolosi del campo di battaglia". Ne venivano poi precisate le modalità di impiego, sia in marcia che schierati: azione d'iniziativa, con qualche pezzo, messo celermente in posizione nel primo caso; azione per batteria contro carri che attaccassero a massa, ma ancora a distanza tale da non rendere opportuno I 'impiego singolo per pezzo; e azione individuale, cannone contro carro, a distanza ravvicinata, nel secondo. Si prescriveva inoltre l'uso del munizionamento ordinario, con la massima carica, per le azioni a distanza, e di quello perforante nel tiro per pezzo.41 L'Addestramento del!' artiglieria - Vol. III, precisava che nell'azione difensiva e nel proprio settore normale, le batterie effettuavano tiri d'interdizione vicina a distanze vieppiù minori, fino a fissarsi nello "sbarramento", e che le armi c/c, e le batterie d'accompagnamento delle fanterie, lo avrebbero integrato con tiri di "arresto" non appena i carri fossero a distanza efficace di tiro. L 'intervento, nei settori d'azione eventuale, sarebbe stato effettuato d'iniziativa del Cte la btr., qualora la propria unità non fosse già impegnata; su ordine nel caso in cui, pur essendo ingaggiata in proprio, l'azione dei carri fosse ritenuta dal Cte di gr. troppo pericolosa per l'intero schieramento.42 Non mancavano quindi i fondamenti teorici dell'impiego, e nel caso specifico poi, l'esaurimento, a Bug Bug - Bir Tishdida, delle poche munizioni che si poterono portare al seguito, pose prematuramente fine a una lotta


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già di fatto impari per la troppo diversa qualità dei sistemi d'arma contrapposti. Per i cannoni c/c da 47/32 mm delle fanterie, dei quali alcuni sembra siano stati abbandonati per mancanza di automezzi! sussiste invece il dubbio che, al momento del ripiegamento, almeno qualche reparto abbia lasciato per errore sulle posizioni proprio i proietti perforanti, che costituivano peraltro solo i 2/3 delle dotazioni, già intaccate nei precedenti giorni di combattimento, e forse nemmeno trasportabili per il motivo già esposto.43-44 Quanto poi abbiano nociuto il mancato inserimento della D. "Catanzaro" e rinforzi, e la perdita pressoché totale delle loro artiglierie, alla tenuta del dispositivo che il Maresciallo Graziani intendeva costituire a difesa della linee Sid Omar - Halfaia - mare e a protezione del porto di Sollum, 45-46 appare evidente dal giudizio espresso in proposito dal Magg. Gen. Playfair il quale scriveva: "La loro propria esperienza" (degli italiani) "di rifornire una grande forza su rotabile per una lunga distanza, avrebbe dovuto mostrare" loro "che la più·sicura via per mettere freno all'avanzata britannica sarebbe stata negarle il porto di Sollum. Invece di fare ogni sforzo per fare ciò" essi "lo lasciarono andare e racchiusero la maggior parte delle loro forze nella difesa di Bardia."47. Le unità britanniche infatti, allontanatesi dalla loro base di Marsa Matruh per la "five day baule", avevano considerevolmente allungato le proprie linee di comunicazione, ed erano quasi al limite della loro autonomia, nonostante l'allestimento di nuovi depositi campali portati, dai quattro che erano all'inizio dell'offensiva, a sette. L'abbandono di Sollum e la conseguente sua conquista da parte degli Inglesi il giorno 16 dicembre, determinata dalla scarsa consistenza della nostra fronte minacciata di avvolgimento, consentì pertanto al nemico di risolvere i propri problemi logistici in vista delle operazioni contro Bardia, che potevano essere alimentate facendo ampio ricorso ai trasporti marittimi,48 e trasformò la sua puntata in profondità nel nostro dispositivo, cui doveva seguire un celere ripiegamento, in una grande vittoria. Null'altro resta da dire di quella nostra amara vicenda africa-


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na. Al di lĂ delle ombre e delle pur vivide luci, oltre al ricordo "delle Insegne, delle Armi e delle Ossa dimenticate"49, se ne tramandi in monito che proviene dalle sue ancora in parte disperse memorie, dal tempo ormai affidate alla STORIA. S'innalzi per Esse, con le parole di Walt Whitman,50 l'epicedio "Le battaglie si vincono e si perdono con identico cuore./ Io faccio rullare i tamburi per tutti i Morti/ per Essi faccio squillare le trombe in tono alto e lieto./ Viva color che caddero, viva chi perde in mare i propri vascelli./ Viva quelli che affondano con essi./ Viva tutti i generali sconfitti e tutti gli Eroi schiacciati/ e gli innumerevoli Eroi sconosciuti/ uguali ai piĂš grandi e conosciuti Eroi".


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NOTE Avvertenza: Quando non strettamente correlata al particolare argomento la nota si riferisce all'intero brano che la precede. 1) STATO MAGGIORE EsERCITO, La prima offensiva britannica in Africa Settentrionale, Tomo I, op. cit., pg. 138. 2) ITALO C URCIO RUBRRTINT, Col. a., agenda 1940, diario 1-28 dic., dm. cit. 3) Il Gen. Amico, quando Bardia venne conquistata dagli Inglesi, riuscì ancora una volta a evitare la cattura, raggiungendo le nostre lince a Tobruk. Fu rimpatriato e nel luglio del 1941 assunse il comando della D."Marche" in Dalmazia, distinguendosi per i successi ottenuti nell'accorta opera di pacificazione che gli meritò il conferimento della Croce di cavaliere dell'Ordine Militare di Savoia. Promosso Gen. di D. nel gennaio 1942, rimase al comando della stessa G. U. Nel settembre 1943, all'atto delJ'armistizio, reagì all'azione delle truppe germaniche con le quali, d'ordine superiore, giunse a un accordo che fu da esse violato. Preso prigioniero e condotto in una caserma di fronte agli uomini di un suo btg. per indurli alla resa, li arringava incitandoli alla lotta, e da essi liberato muoveva col reparto all'attacco del presidio tedesco che costringeva a ritirarsi. Desisteva dalJ'azione d'ordine del proprio comandante, ma caduto di nuovo in mano dai tedeschi veniva fucilato a Ragusa il 13 settembre 1943. Alla sua memoria venne concessa la M.'°. al V. M. O llre a quelle citate era decorato di altre due Medaglie d'argento e tre di bronzo. (STATO MA,.GTORR DEU.'EsRRCITO, Gli Ufficiali di S. M. cadU!i in guerra, Roma 1954, pp. 127; 128). 4) Il Col. Curcio Rubertini, rinunciando a parte della licenza di convalescenza ottenuta per la ferita riportata nel combauimcnto di Bug Bug - Bir Tishdida, rientrava via aerea il Libia il 15/3/1941. Rimaneva in Tripolitania, con vari incarichi di comando operativi e addeslrativi d'artiglieria fino al 6/4/1942. Rimpatriato per avvicendam.ento, il 12 giugno successivo partiva per l'Albania dove assumeva il comando dell'artiglieria del IV C. A. (Gen. C. A. Carlo Spatocco), che conservò quando, nel dicembre 1942, venne promosso Gen. di B. Si erano intanto manifestati i primi sintomi di una "polineurite" che interessava gli arti inferiori, entrambi lesi dalle ferite riportate in combattimento durante la guerra 1915-1918 e a Tishdida. Rimpatriato per cure 1'8 luglio 1943 veniva in seguito riconosciuto grande invalido di guerra per "paraplegia" agli arti inferiori, aggravatasi poi in "tetraplegia". Si spegneva a Napoli 1'8 luglio 1949, dopo sei anni di grande sofferenze fisiche e psichich e sostenute con forte animo. Oltre che della Croce di Cavaliere dell 'O. M. I. conferitag1i nel 1950 a morte avvenuta, era decorato di allrc due Medaglie d'argento (concesse sul "campo"); 2 Medaglie di bronzo; 1 Croce di guerra al V. M., e della "Military Cross" britannica meritata nel conflitto 1915-1918. Aveva preso parte a quattro guerre (Libia 1912, 1915-1918; Etiopia 1935-1936; 19401943). Il suo nome, quale grande invito di guerra, deceduto per le ferite e l'infermità ivi riportate e contratte, è inciso, insieme a quello del Col. a. Ermenegildo Farfaneti, nel marmo del lapidario dei "Caduti" per la "Patria" dell'Accademia Militare di Modena, della quale i due Ufficiali erano stati allievi. (Stato di servizio del Gen. B. Italo Curcio Rubertini, D. G. U. E., Ufficio Generali). 5) STATO MA,.GIORE EsRRCTTO, UrncTO STORICO, La prima offensiva britannica in Africa Settentrionale, Tomo I, op. cit., pg. 139.


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6) MARIO MONTANARI, Le operazioni in Africa Settentrionale, Vol. I, op. cit., pg. 256. 7) RODOLFO GRAZIANI, Africa Settentrionale (1940-1941), op. cit., pg. 182. 8) STATO MAGGIORE ESERCITO, UFFICIO STORICO, La prima offensiva britannica in Africa Settentrionale, Tomo/, op. cit., pg. 138. 9) BASIL LIDDEL HART, The Tanks, op. cit., pg. 50. 10) AI.AN MooREHEAD, (The Desert War), La guerra del deserto etc., op. cit., pg.42. 11) OuVIA FITZROY, Men ofValour, op. cit. pg. 38. 12) MARIO MONTANARI, Le operazioni in Africa Settentrionale, Voi. I, op. cit., pg. 256. 13) STATO MAGGIORE ESERCITO, UFFICIO STORICO, La prima offensiva britanica in Africa Settentrionale, Tomo/, op. cit., pp. 155; 156; 175; 179; 181; 194; 333. 14) CARLO SPATOCCO, Gen. D. relazione, dm. cit. 15) Sintesi storica del LXill btg. car. "Mantova" in Cordenons (PN) avuta nel 1968 dal suo comandante, Magg. Riccardo Dibitonto. 16) G. L. WERNEY, The Desert Rats, op. cit., pg. 31. 17) I. S. O. PLAYFAIR, The Mediterranean and Middle East, Vol. /, op. cit., pg. 273. 18) ITALO CuRcio RUBERTINI, Col. a., relazione, dm. cit. 19) STATO MAGGIORE ESERCITO, UFFICIO STORICO, La prima offensiva britanica in Africa Settentrionale, Tomo Il, op. cit., schizzo n. 16. 20) ADOLFO PILAN, Magg. a., relazione, dm. cit. 21) ITALO CuRCIO RuBERTJNI, Col. a., relazione. 22) STATO MAGGIORE EsERCITO, UFFICIO STORICO, La prima offensiva britanica in Africa Settentrionale, Tomo/, op. cit., pp. 144; 146. 23) STATO MAGGIORE ESERCITO, UFFICIO STORICO, la prima offensiva britanica in Africa Settentrionale, Tomo Il, op. cit., schiu.o n. 16. 24) STATO MAGGIORE EsERCITO, UFFICIO STORICO, La prima offensiva britanica in Africa Settentrionale, Tomo I, op. cit., pg. 80. 25) BAslL LJDDEL HART, History of the Second Word[, traduzione di VITTORIO GHIRELLI dal titolo Storia militare della seconda guerra mondiale, Arnoldo Mondadori Editore, Milano luglio 1971, pg. 159. 26) GIUSEPPE AMrco, Gen B., relazione, op. cit. 27) STATO MAGGIORE EsERcrro, UFFICIO STORICO, La prima offensiva britanica in Africa Settentrionale, Tomo/, op. cit., pp. 141; 147. 28) STATO MAGGIORE ESERCITO, UFFICIO STORICO, La prima offensiva brilanica in Africa Settentrionale, Tomo Il, op. cit., schizzo n. 16. 29) I. S. O. Pt..AYFAIR, The Mediterranean and Middle East, Vol. /, op. cit., pg. 271. 30) G. L. WERNEY, The Desert Rats, op. cit., pg. 32. 31) I. S. O. PLAYFAIR, The Mediterranean and Middle East, Voi. I, op. cit., pg. 271. 32) GrusEPPE AMrco, Gcn. B., relazione, dm. cit. 33) VITTORIO NEBBIA, Ten. Col. sSM, relazione, dm. cit. 34) KENNET JoHN MAKSEY, Tank Force - Allied Armour in the Second Word/ War, Mac Donald and Co, London 1970, pg. 65.


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35) G. L. WERNEY, The Desert Rats, op. cit., pg. 32. 36) Nicolò Riolo, Ten. Col. a., relazione, dm. cit. 37) STATO MAGGIORE EsERCITO, Umcro STORICO, La prima offensiva britannica in Africa Settentrionale, Tonw l, op. cit., pg. 112. 38) Lucro CEVA, Africa Settentrionale 1940-1943, Bonacci Editore, Roma 1982, pg. 23; 24. 39) Luao C!lvA, Africa Settentrionale 1940-1943, op. cit., pg. 27. 40) F1t.IPP0 STEFANI, La storia della dottrina e degli ordinamenti dell'Esercito italiano, Voi. Il, Tonw l, op. cit., pg. 676. 41) COMITATO PER LA STORIA DELL'ARTIGLIERIA ITALIANA, Storia de/l'artiglieria italiana, Parte V, Voi. XV, op. cit., pp. 517-520. 42) COMITATO PER LA STORIA DELL'ARTIGLIERIA ITALIANA, Storia de/l'artiglieria italiana, Parte V, Voi. XV, op. cit., pp. 516; 517. 43) GIUSEPPE AM1co, Gen. B., relazione, dm. cit. 44) GIUSEPPE PERNICI, Ten. f., testimonianza, archivio del saggista. 45) STATO MAGGIORE EsERCITO, UFFICIO STORICO, La prima offensiva britannica in Africa Settentrionale, Tomo l, op. cit., pg. 117. 46) RODOLFO GRAZIANI, Africa Settentrionale (1940-1941), op. cit., pg. 138. 47) I. S. O. PI.AYFAIR, The Mediterranean and Middle East, Voi. I, op. cit., pg. 363. 48) I. S. O. PLAYPAIR, The Mediterranean and Middle East, Voi. I, op. cit., pg. 278-280. 49) PAOLO CACCIA DoMINIONI, in calce, con i versi di W. Whitman, a un proprio disegno riprodotto in Truppe Coloniali Italiane, tradizioni, colori, medaglie, di ANTONIO GJACIU, Ed. Grafica-Lito, Firenze 1977, pg. 135. 50) WALT WHITMAN (1819-1892), il più grande poeta statunitense dell'Ottocento, propugnatore degli ideali democratici. Opera principale Foglie d'erba.


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ADDENDA

Nelle remore tra la presentazione del saggio dell'Ufficio Storico e la sua pubblicazione, sono state acquisite altre testimonianze che confermano e integrano, in qualche parte, quanto in esso riferito. Il dato di fatto più importante (e che spiega l'estrema stanchezza dei reparti della "Catanzaro", dopo il ripiegamento notturno dalle loro posizioni fino alla "zona di sosta" di Kafret Abd a ovest di Bug Bug) è costituito dalla mancanza di addestramento alla marcia degli stessi. Le "fanterie" della "Catanzaro" erano formate da richiamati di classi anziane, che trovatisi in guerra quindici giorni dopo l 'incorporazione, e per di più facendo parte di una Divisione cosiddetta "autotrasportata", non avevano avuto più l'opportunità e la possibilità, per le sopravvenute esigenze (quali quelle di proteggere il fronte a sud della piazzaforte di Tobruk, e successivamente le retrovie del nostro dispositivo delle "incursioni" delle forze meccanizzate britanniche) di effettuarlo. Abbiamo in merito due significative testimonianze: quelle del Cap. f. cpl. Mario Pellissetti, all'epoca Ufficiale addetto all'autodrappello reggimentale del 141 2 f.; e del fante Stanislao Di Lorenzo, della cp. Cdo I/141 2 f., entrambe riferite alla marcia di trasferimento che nei giorni 14 e 15/6/1940 portò il reggimento da Acroma a Sidi Mahmud, nei pressi di Tobruk. Il primo, nel suo diario, sotto la data 14/6 annota "Ordine di partenza per Tobruk. Il reggimento si trasferisce a piedi". Il gior-


I.A Divisione di Fanteria "Catanzaro" nel secondo conflitto mondiale

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no seguente, 15/6, scrive: "Alle ore 3,30 mi svegliano ... C'è l'allarme, gli inglesi sono con forze meccanizzate a 30 Km. da Tobruk ... Il reggimento è appena giunto, stanchissimo. Si tratta di gente di 30 anni che dopo 15 giorni di richiamo (sono in realtà 25, NdA) hanno affrontato una marcia di 32 Km." Il secondo, sempre riferendosi alla predetta marcia, scrive: "Il 10 giugno ci mettemmo in marcia (da Acroma, NdA) verso Tobruk per difenderla da infiltrazioni di blindo inglesi. Su 800 uomini ne arrivarono 200 sfiniti, assetati. Gli altri furono raccolti lungo il deserto da autocarri mi1itari il giorno dopo." (Mette conto di rilevare che il "diario storico' del 141 Qf. registra il trasferimento alle date 15 e 16/6/1940). L'aver avuto il 6 giugno (come scrive il Cap. Pellissetti) per il trasferimento da Derna ad Acroma, 145 autocarri (tanti ne occorrevano!) per il trasporto del I e 11/141 Q(il terzo sarebbe seguito) deve aver illuso i fanti della "C,atanzaro" sulle effettive nostre disponibilità di automezzi, e forse fatto anche considerare non troppo importante un addestramento che la realtà della guerra dimostrò poi, almeno per le nostre truppe, indispensabile. Sempre dal Cap. Pellissetti abbiamo conferma, sotto la data del 9/12, dell'attacco britannico al cps. "Bonazzi" (Alam el Rimth) e dell'intervento (dal cps. reggimentale a q. 38 di Sauani el Khur) della 81l/lil/203Q a. (pezzi da 100/17) che "colpisce l'artiglieria nemica", come ammesso dagli stessi inglesi. Sotto la data 10/12 l'Ufficiale, oltre a confermare l'azione di fuoco delle artiglierie inglesi (" 16 pezzi") contro il cps reggimentale, registra l'abbattimento di un aereo nemico, di tipo imprecisato, ad opera della sz. da 20 mm schierata nel cps., e l'ordine di ripiegamento su Sollum, ricevuto alle ore 22, 00. L'll/12 il Cap. Pellissetti annota:" Alle ore 15,00 veniamo attaccati nei pressi di Bug Bug (ovest) da forze corazzate nemiche. Dopo circa due ore di difesa accanita dobbiamo arrenderci perché la nostra artiglieria è rimasta senza munizioni ed eravamo accerchiati." . . . "La notte nostri aerei bombardano il campo di battaglia."


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Relativamente alle artiglierie del gr. tatt. "Curcio Rubertini" e al III/2022 a. "28 Ottobre", rimasto senza automezzi per i pezzi (da 100/17, NdA) apprendiamo dal Sig. Alfonsi Tegami, all'epoca Ufficiale di batteria alla 2~/I/202Q a., che tutte le bocche da fuoco del rgt. erano trainate dai " trattori" 708 O. C. I., i quali peraltro (quelli per i pezzi da 75 mm almeno, NdA) venivano per i trasferimenti caricati sugli autocarri Lancia 3/RO, mentre le bocche da fuoco venivano attaccate al gancio di traino dello stesso autocarro. Evidentemente il III/202Q a., assegnato al "gr. tatt. di formazione" non disponeva al momento neppure dei trattori O. C. I. (forse sottratti per costituire i cosiddetti "treni" dei rifornimenti, sicché l'ordine dato all'Armata, che tutti gli automezzi rientrassero a Bardia (l'ordine doveva riferirsi agli automezzi non "organici", che il I/201Q a. "23 Marzo" conservò i propri) lasciò il gruppo "appiedato". E sappiamo con quali ripieghi, e attraverso quali vicende, esso poté salvarsi dalla rotta. Merita un commento il fatto che, nei giorni 9 e 10/12/1940, le autoblinde inglesi abbiano potuto effettuare, pressoché indisturbate, profonde penetrazioni alle spalle del dispositivo della "Catanzaro". Si possono formulare tre ipotesi: la prima, che gli inglesi abbiano ritenuto di essere giunti dove in effetti non erano, la seconda, che le tempeste di sabbia ne abbiano coperto molte volte i movimenti (come d'altronde accadde anche a nostre forze); la terza (ed è la più probabile) che i nostri reparti non abbiano volutamente aperto il fuoco per non svelare i propri schieramenti.


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BIBLIOGRAFIA

Fonti A) Documenti 1) Italiani a) Carteggio: - Ministero della Guerra, Corpo di SM, Ufficio Ordinamento e Mobilitazione: c/o Ufficio Storico SME, Roma. f. n. 31860/341 del 30/8/1939; . f. n. 34830/341 del 9/9/1939; . f. n. 35430/341 dell'llf)/1939; b) Diarii storici (c/o Ufficio Storico SME), Roma; - del 141 11 rgtf. "Catanzaro" E' limitato al periodo maggio-luglio 1940; - del 142!! rgtf. "Catanzaro" E' limitato al periodo maggio-luglio 1940; c) Relazioni: (1) c/o Ufficio Storico SME, Roma - del Gen. D. Carlo Spatocco, Cte XXI C. A.; - del Gen. B. Giuseppe Amico, Cte D. f. "Catanzaro"; - del Ten. Col. sSM Vittorio Nebbia, Capo di SM D. f. "Catanzaro"; (2) Archivio del saggista: - del Col. a. ITALO CURcro RUBERTINT, Cte a. XXI C. A., designato quale Cte "Gruppo di formazione a protezione della base di Bug Bug", data in xerocopia all'Ufficio Storico SME, Roma; - del Ten. Col. a. N1cotò R1ow, Cte 1/2032 rgt. "Catanzaro" data in xerocopia all'Ufficio Storico SME, Roma; - del Magg. AooLFO PrLAN, Cte 1/201 2 rgt. a., "23 Marzo", data in xerocopia all'Ufficio Storico SME, Roma; - del Cap. a. RAFFAELE MARTINEZ, Aiutante Magg. I del 20311 rgt. "Catanzar.o"; - del S. Ten. a. GrAcoMo GATTINI, Aiutante Magg. II del 1/20311 rgt. "Catanzaro"; d) Testimonianze (archivio del saggista); - memoriale del Gen. B. Antonio Hermann Carbotti, all'epoca Magg. f., Sottocapo di SM del rgpt. libico Maletti;


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lettere: del Geo. C. A. (ris.) GASTONE MARANTONIO, all'epoca Teo. b., Ufficiale di collegamento presso il Cdo D. f. "Catanzaro"; del Geo. B. (ris.) GrusEPPE SAPIENZA, all'epoca Cte btr. da 105/28 mm operante nel settore della D. cc. nn. "28 Ottobre"; del Cap. f. cpl. MARIO Pm.ussETII, all'epoca Ufficiale addetto all'autodrappello reggimentale del 1412 rgt. f. "Catanzaro"; del Teo. a. cpl. VEzro CARoBBI, all'epoca Ufficiale sottocomandante della 5!/IJ/2032 rgt. a. "Catanzaro"; del Ten. f. cpl. GIUSEPPE PERNICI, all'epoca Cte pi. cn. della cp. c/ c D. f. "Catanzaro"; del Sig. ALFoNso TEGAMI, all'epoca Ufficiale di batteria alla 2!/J/ 2022 a. "28 Ottobre"; del fante STANISLAO DI LORENZO, della cp. Cdo 141 9 f. "Catanzaro"; - diario-agenda del Col. a. ITALO CURCio RUBERTINI, periodo 1-28 dicembre 1940. 2) Britannici: a) Relazioni - Historical Section of the War Cabinet, Officiai Narrative of the Campaigns in the Middle East, Section 1, Chapter B, "Defeat of Italian Attack in Egipt, 10 june-11 December 1940", CAB 44/88 (e/o Public Record Office, London), in xerocopia; - Ministry "'of Defence, London: pubblicazione "Secret" declassificata di titolo non noto, Capitolo "The Firts Offensive in the Western Desert" (c/o Ministry of Defence, Air Historical Branch, London), in xerocopia; - Sir Richard N. O' Connor (Lieutenant-General), Cte Western Desert Force (Yv. D. F.): "Condotta britannica della campagna nel deserto occidentale. Considerazioni e note di osservatori", pubblicata come allegato in: RODOLFO GRAZIANI, Africa Settentrionale (1940-1941); ,.. b) Testimonianze (archivio del saggista): - del "Brigadier" GEY MARK OswALD DAvY, all'epoca Cte in II (si ignora il grado) del rgt. c. 32 Ussari: testo dattiloscritto in xerocopia dell'intervista televisiva fatta in Alyt (Scozia) dal dott. Massimo Sani della Radiotelevisione Italiana, Rete 1; - di autore ignoto in "Magazine Section" del giornale The Suruiay Statesman, Calcutta (India), Sunday 17/8/1941, traduzione del Ten. a. cpl. Vezio Carobbi; c)Lettera (archivio del saggista) del Ministry of Defcnce, Army Historical Branch, London, in data 16/8/1971, a firma del Major N. S. Lowson


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delle "Life Guards", diretta all'addetto aereonautico italiano, all'epoca Col. A. A. R. N. pilota Stelio Nardini. B) Pubblicazioni ufficiali 1) Italiane:

soe

ARENA NINO, Stormo d'assalto, Stato Maggiore Aeronautica, Ufficio Storico, per i tipi della S. T. E. M. Mucchi, Modena 1979. - Ministero dell'Aeronautica . Ufficio Centrale Telecomunicazioni e dell'Assistenza Volo, Effemeridi Aeronautiche anno 1940, Trimestre Ottobre-Dicembre, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma 1940. - Ministero della Difesa Ispettorato delle Trasmissioni, Cenni storici sulle trasmissioni del/' Esercito italiano, s. I., 1966. Stato Maggiore esercito, Gli Ufficiali di S. M. caduti in guerra, Roma 1954. Stato Maggiore Esercito, Ufficio Addestramenti e Regolamenti, Sz. regolamenti, Armi e mezzi in dotazione ali' Esercito, Roma 1955; Stato Maggiore Esercito - U(licio Storico, In Africa Settentrionale -la preparazione al conflitto - l'avanzata su Sidi El Barrani, Roma 1955. Stato Maggiore Esercito - Ufficio Storico, la prima offensiva 1 britannica in Africa Settentrionale (ottobre 1940-febbraio 1941), Tomo I., Narrazione e allegati, Tomo Il, Schizzi, Roma 1964. Stato Maggiore Esercito - Ufficio Storico, l'Esercito italiano alla vigilia della li guerra mondiale, Roma 1982. - Ministero della Guerra, Corpo di SM: Ufficio Addestramento, Dati logistici relativi al movimento e allo stazionamento delle truppe, Poligrafico dello Stato, Roma 1938. Istruzione per la mobilitazione del R. E., "Formazioni di guerra per i rgt. f. carrista - Il btg. carri leggeri", Roma 1939. Istruzione sul movimento e stazionamento, Poligrafico dello Stato, Roma 1940. Istruzione sul servizio automobilistico, Tipografia Regionale, Roma 1939. Nomenclatore organico-tattico-logistico, Istituto Poligrafico Stato, Roma, 1938. Mm>1TANARI MARIO, le operazioni in Africa Settentrionale, Voi. -


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2) Britanniche: - PLAYFAIR Major Generai I. S. O., History of the Second Word/ War - The Mediterranean and Middle East, Voi. /, Her Majesty's Stationnery Office, London, Founh impression 1964. 2) Altri autori e pubblicazioni consultati: I) Italiani: - ANGELUZZI ENZO E MATRICARDI PAOLO, Atlante enciclopedico degli aerei militari del mondo dal 1914 ad oggi, Arnoldo Mondadori, Milano 1980; - BALDINI VITTORIO, "Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale" in Enciclopedia Italiana di scienze, lettere ed arti, Voi. XX/II, fondata da GIOVANNI TRECCANI, Rizzoli, Milano 1934; - BERTARELLI L. V., Guida d'Italia del Touring Club Italiano - Possedimenti e Colonie - Isole Egee, Tripolitania, Cirenaica, Eritrea, Somalia, Milano 1929. - BERTO GIUSEPPE, Guerra in camicia nera, ¡ Aldo Garzanti editore, Milano 1969. - BoscHESI B. P., Le armi, i protagonisti, le battaglie, gli eroismi segreti della guerra di Mussolini 1940-1943, Storia Illustrata, Arnoldo Mondadori editore, s.l. 1984. - CEVA Lucro, Africa Settentrionale 1940-1943 negli studi e nella letteratura, in "I fatti della Storia", collana diretta da Renzo De Felice, Bonacci Editore, Roma 1982; - Difesa Territoriale di Firenze, Centro Addestramento armi d'accompagnamento, e/e e e/a: . Appunti sul cannone da 47/32 mm, s. d.; . Appunti sulfuciles da 20 mm, s. d.; - Comitato per la storia dell'artiglieria italiana Storia dell'artiglieria italiana, Parte V, Voi. XV, Biblioteca d'artiglieria e genio, Roma 1953;


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Storia del 'artiglieria italiana, Parte V, Voi. XVI, Biblioteca d'artiglieria e genio, Roma 1955; DI MARTINO, Gen. C. A. Crno, "Carri armati britannici a Cambrai", in Rivista Militare, luglio-agosto, Roma 1985; FALESSI CESARE, vds. PAFI BENEDETro; FIORE GOFFREDO, vds. PAFI BENEDETio; GIAcm ANTONIO, Truppe Coloniali Italiane, tradizioni, colori, medaglie, Ed. Grafica-Lito, Firenze 1977; GRANDI FELICE, Le armi e le artiglierie in servizio, per i tipi della tipografia Giuseppe Vogliotti, Torino 1938, quarta edizione; GRAZIANI RoooLFO, Africa Settentrionale ( 1940-1941 ), Danesi, Roma, 1948; GRUPPO DECORATI ORDINE MILffARE o'ITALIA, Ordine Militare d' Italia -Albo d'oro, Roma s.d. MANGANONI CARLO, Artiglierie su affusto Ă ruote e in istallazioni mobili - Dati principali e caratteristiche, Scuola d'applicazione d'artiglieria e genio, per i tipi dello stabilimento tipografico Lorenzo Rattero, Torino 1931; MARIEITI GIOVANNI: "La Divisone in A. S.", in Grande Dizionario Enciclopedico Supplemento, sotto la direzione del Prof. Pietro Fedele, Unione Tipografico Editrice Torinese (U. T. E. T.), Torino 1940; "Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale", in Grande Dizionario Enciclopedico - Voi. VJJ, sotto la direzione del Prof. Pietro Fedele, Unione Tipografico Editrice Torinese (U. T. E. T.), Torino 1936; MATRICARDI PAOLO, vds. A.NGEUJZZI ENzo; MoNTU' Gen. CARLO, Storia dell'artiglieria italiana - Parte IV Voi. IX, Rivista di artiglieria e genio, Roma 1943; MURRONI ENZO, l'assedio di Bardia, Diario d'un combattente d'Africa, Minipress, Cagliari 1982, seconda edizione: PAFI BENEDETIO, FALESSI CESARE, FIORE GoFFREOO, Corazzati italiani 1939-1945, D'Anna, Roma 1968; PAFI BENEDETIO (a cura), Storia dei mezzi corazzati, Fabbri editore, Milano 1976. P!GNATO NICOLA: Armi della fanteria italiana nella seconda guerra mondiale, in "Piccolo atlante delle armi leggere" Ermanno Albertelli, Parma 1971; Artiglierie e automezzi dell'Esercito italiano nella seconda guerra mondiale, Ermanno Albertelli, Parma 1975; Mezzi corazzati e blindati 1935-1939, in "Gli eserciti del ventesimo secolo 12", Curcio, Roma s.d.;


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TOSTI AMEDEO, Storia della seconda guerra mondiale, Voi.!, Rizzoli, Milano 1948.

2) Britanniche: - BARKER A. J., British and American lnfantry Weapon of Word[ War Il, Arms and Armour Press, Lionel Leventhal, London 1969, Reprinted 1978; - Bourn HEcroR, The Galopping Third - The Story of the 3rd King' s Own Hussars, John Murray, London 1963; ÙIAMBERLAIN PETER AND ELus Oms, British and American Tanks of Word! War Il, Arms an Armour Press, Lionel Leventhal, London s. d., traduzione di N1c01.A PIGNATO dal titolo Atlante mondiale dei mezzi corazzati - Vol.l - Stati Uniti, Gran Bretagna e Commonwealth nella seconda guerra mondiale, in "Documentari della storia e della tecnica", Ennanno Albertelli, Parma 1970; - CLARKE Brigadier DuDLEY, The Eleventh at War-Being the Story of the XI Hussars (Prince Albert' s Own) Trough the Years 19341945, Michael Josef, London 1952; - CoRRELU BARNET, The Deserts Generals, traduzione di ELENA PEPE dal titolo I generali del deserto, Longanesi, Milano 1961, quarta edizione; - DAvY Brigadier G. M. O., The Seventh and Three Enemies - The Story of Word/ War ll and the 7th Quenn's Own Hussars,, W. Heffer and Sons, Cambridge 1953; - Etus CuR1s, vds. CHAMBERLAIN PETER; - FITZROY OuvA, Men of Valour - The Third Volume of the History of the Vlll King's Royal Irish llussars, 1927-1958, s. d., Liverpool 1961;

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La Divisione di fanteria "Catanzaro" nel secondo conflitto mondiale

Appendice I:

ORGANICI - ARMI - MEZZI


Prospetto 1

Raffronto D. f. italiane A. S. - D. Cor. britannica Forze/mezzi Personale fmtr. mlr. mo. leggeri mo.medi fucili e/e pezzi e/a pezzi e/e pemacc. pezzi cam. pezzi cam. autoblinde cingoleue car. le car.me. aut. li cor. autovetture autocarri aut.li spe. trattori motocicli biciclette

I

D. cc. nn. italiana 7.252 170 128

6,5mm 8mm 45mm 6

54

12 -

20mm

D. f. auto. le italiana 10.978 262 232 11 1 12 12 16 10

6,5mm 8mm 45mm 81mm 20mm 20mm 47132mm

8

65/17

8

65/17

24 12

75/27 100/17

24 12

75/27 100/17

? ? ? 36 85 ?

-

46

I

191

?

? ? ? 36 249 180

(eventuali)

I

398 I

2

7

9

3

D. cor. britannica 9.639 ? ? ? ? ? ? 56

24 -

7,7mm 7,7mm 51 mm 76mm 14mm 40156mm 40/52mm 88/27

-

8

4

D. cor. btrtannica 11.000 ? ? ? ? ? ? ?

5

7,7mm 7,7mm 51mm 76mm8 14mm 40156mm 40/52mm

16

88/27

-

125 88 122 220 19 162 1403

? ? 92 10 220 1342 ? ? ? ? ?

55 57 649 1

-

10

I

342

1639


Marzio Curcio Rubertini

312

Segue Prospetto I

NOTE: 1) Ordinamento del 30/8/1939 (foglio 31860/341 "Costituzione di quattro D. per la Libia" del Ministero della Guerra - Corpo di SM- Ufficio Ordinamento e Mobilitazione). 2) Ordinamento dell'l/1/1940. 3) Secondo il Major Generale I.S.0. Playfair. 4) Secondo Mario Montanari, il quale fa probabilmente riferimento a H.F. Joslen. 5) TI nostro S.I.M. attribuiva ai due btg. f. mot. della D. 100 fmtr. 6) Con l'ordinamento dell'l/1/1940 avrebbe dovuto avere 12 mo da 81 mm. 7) Extra organico del 1/1/1940. 8) li nostro S.I.M attribuiva ai due btg. f. mot. della D. 32 fucili c/c. 9) Di cui due extra organico dell'l/1/940. 10) Carri "cruiser" dei quali 184 annali con cannone da 40/52 e 36 "dose support" (C.S.) annali con obice da 94 mm.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI SIBFANI, La storia della dottrina e degli ordinamenli dell'Esercito Italiano Voi. Il. Tomo[, Stato Maggiore Esercito, Ufficio Storico, Roma 1985, pp. 307;

Fn.IPPo

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Prospetto 2 ARMI AUTOMATICHE Caratterisùche Tipo Denominazione/mod'. Calibro Alimentazione Velocità iniziale Lunghezz.a Peso arma Peso sostegno Raffreddamanto Puntamento mirino alw

Gittata max tiro Distanz.a impiego Funzionamento Tipo di fuoco Celerità ùro teorica praùca cartuccia Munizioni

)) )}

))

Italiana fmtr. BREDA 30

Britannica

6,5mm caricatore 20 cartucce 620m/s 123cm

fmtr. BRENMk 1 (BRNO-ENFIELD) 7,7mm serbatoio 30/100 cartucce 744m/s 115,2cm

11 kg con bipede1

IOkg con bipede1

ad aria normale ritto con cursore 2800m fino500m utiliuazione rinculo automaùco 500 c/l' 150 c/1' ordinaria 22,6 gr.

ad aria normale circolare 1830 mcirca fino 460 m circa sottrazione gas singolo - automatico 500c/l' 450 c/1' ordinaria 11,3 gr

Italiana

Britannica

mtr. FIAT35

mtr. VICKERSMk 1

8mm nastro 50 cartucce 760m/s 125cm 17 kg. 23 kg. con treppiede3 ad aria normale · a reticolo4 ritto con cursore 5200m fino 1000m sottrazione gas automaùco lento/rapido 600 c/1' 250-350 c/1' ordinaria gr 30,5 aggiustamento gr30,3 perforante gr 29,6 gr28,4 tracciante

7,7mm nastro 250 cartucce 744 ms/ circa 111,8 cm circa 14?7 kg con treppiede ad acqua serbatoio 4,5 kg. a lamelle ritto con cursore 3660 mcirca fino 1830 m. circa utilizz.azione rinculo automatico 500 c/1' ? ordinaria gr ll ,3


Marzio Curcio Ruberlini

314

Segue Prospetto 2

NOTE 1) L'arma disponeva anche di un supporto per il tiro e/a e fu montata su motocicli e autocarrette. 2) L'arma disponeva di treppiede per il tiro terrestre e e/a. 3) Con elementi aggiuntivi il treppiede poteva essere trasformato in supporlo per il tiro e/a. 4) Per il tiro e/a.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI Armi della fanteria italiana nella secoruia guerra mondiale, Ermanno Albcrtelli editore, Parma 1971, pp. 29-38;

NJC.'OLA PtGNATO,

A. J. BARKER, British and American lnfarury Weaposn of the Word/ War Il. Lione!

Lcvenlale, London 1969, reprinted 1978, pp. 41; 42; 44; 73.


Prospetto 3 Carattensuche Tipo Nome -modello Calibro Lunghezza bocca da fuoco Peso affusto 1 piastra Funzionamento orizzontale Settori verticale Puntamento direzi~ne elevazione H.E. fum./dir. Munizioni fumogena illumin.te segnala.ne

MORTAI Bntaruuco

Italiano mortaio leggero BRIXIA35 1 45mm 72,5 cm ...

19 kg4 -

controcarica dentato lastrina graduata congegno con volantino linea di mira alzo a quadrante 0,480kg

-

mortaio leggero MKI -8 51 mm lungo-cortc3 (non nota) ... 4,76 kgS · 8,62 kg6

avancarica -leva sparo snodo collimatore alw a quadrante 1,02kg 1,02kg 0,9fJ7 kg 0,453 kg'0 0,9fJ7 kg · 0,453 kg 11

Cariche di lancio

caricatore 1Ocartucce

unica

Carica di scoppio Velocità iniziale massùna Gittata non nota Celerità di tiro Raggio azione bomba Trasporto Livello ordinativo

70 gr varia (regolazione gas) 500m 92 m. circa I5 · 25 colpi/I' 20m spalleggiato cp. (sq. di 3 armi)

non nota non nota 460 mcirca12 non nota non nota non nota spalleggiato-carrier pi. (I arma)

Italiano mortaio medio -

81 mm2 115cm 20. 4 7kg I8 kg 58,4 kg 20kg avancarica . per gravità 150° 40°. 85° collùnatore quadrante a livello 3,265 kg'. 6,600 kg kg9

I

Britanmco mortaio medio

-

76mm 71,1 cm 19.96kg7 I6,78 kg 57,1 kg 20,41 kg avancarica -per gravità 5,30° destra-sinistra 45°. 80°

I

collimatore

-

non noto non noto

quadrante a livello 4,536 kg 4,536 kg 4,536 kg 4,536

-

-

7 (bomba ghisa acciaiosa) 5 (bombe grane capacità) non nota variabile con carica 5000 mg.a.ba./1 I00 g.c. 114m 8 · 30 colpi lf 40( g.a.) m (g.c.) 120 a spalla-autotrasportato rgL (3 pi. di 2 armi)

2 non nota variabile con carica 1463 m. 2650m13 non nota non nota a spalla-carrier non noto


316

Marzio Curcio Rubertini

segue Prospetto 3 Note

1) Per la scarsa efficacia venne poi ritirato dalla linea. 2) Al momento dell'assunzione del dispositivo le cp.mo della "CaLanzaro" rimasero a Tobruk. 3) Per le truppe paracadutiste. 4) La bocca da fuoco era unita all'affusto, ribaltabile. 5) Con base a pala. 6) Con base a piastra. 7) A bipiede. 8) Bomba di ghisa acciaiosa. 9) Bomba a grande capacità. 10) Con angolo di elevazione a 85° raggiungeva l'altezza di m. 152. 11) Dei colori bianco; rosso; verde; rosso e verde. 12) Il mortaio per truppe paracadutiste aveva una gittata di 320 m. 13) Con cariche aggiuntive, dopo che fu rinfoo.ata la piastra.

Riferimenti bibliografici NICOLA PlGNATO, Armi della fameria italiana nella seconda guerra mondiale, opera già citata, pp. 54-57;

A. J. BARKER, British and American lnfantry Weapons of the Word/ War li. opera già citata, pp. 48-51; 74; 75; 77.


Prospeuo 4 ARMI C/C E C/A

Dati tecnici e di impiego

Italiana

BritaMica

Italiana

Italiana

Britannica

Britannica

Tipo Nome e modeUo Calibro (mm oaltro Lunghcu.a/calibri Pesoarma (kg) Alimentazione Ti po di fuoco

fucile c/c SOLOTHURN' 20 71 84,7' Seibatoio IOcanucce semiautomatico'

fucile c/c BOYSMK I 13,97 o0,55 inches 54,54 16.33 Serllatoio 5 canucce ripetizione ordinaria perforante (non noto)

caMone c/c' BREDA 35s 47 32 277 (in batteria) col po a colpo carica succcssica1• perforante 2,065"

Munizioni • peso (kg)

perf./espl. 0,928

-

carn1onc c/c MK9 40o2 1bs' 50 805 (inbatteria) colpo a colpo carica successiva perforante I,l

-

cannone mitrg. e/a' BREDA35 20 65 330 (in batteria) lastrina 12canucce automatico'' perforante 0,337"

-

caMone c/a1 BOFORSMK 16 40 56 2585 (in baneria) caneUa automatico perforante 2,070

-

-

esplodente 0,320" canoccio/proieno 240 830 -100 +&QO 360° 2400 e/a -5500 terr. 500 tiro e/a 600 tiro e/e nonnota non nota non noto meccanico capo pezzo+ 6 uomini

esplodente 2,130 canoccio/proicno 120 853 -6° +90° 360° 4700 e/a -? obj terr. 800 tiro e/a ? tiroc/c nonnota 32 non noto meccanico capo pezzo+ 6 uomini.

Carica di lancio Celerità tiro colpi/I ' Velocità iniziale m/s ven. Settore tiro orizz. Ginata massima (m) Gittata M~ impiego (m) Penetrazione Carica di scoppio (gr) · Raggi~azione (m) Traino Servizio aU'arrna

can~ccia/pallottola non nota 832

canuccia/paUonola no,t nota 866 a91ms.l.m.

non peninente

non penineote

1500 (d'alw)

non nota

500

460 circa

30mm/500m/90° non nota noo peninentc autoponato 2uomini

I6mm/457m/90° non esplodente non penioeote spalla-veicolo cor." I uomo

esplodente 2,860 canoccio/proieuo 12/14 c/c . 28 ace. 630 perf. . 250 espi. -10° +56° 600 dcstra-sinisLra 7000 600tiroc/c" 4000 tiro ace. 30mm/50~n/90° 30 perf. - I50 espi. 200? esplodente autoponato" capo pea.o + 5uomi.ni

canoccio/proieuo non nota &53 non noto 360° 7315 nonnota non nota non peninente non peninente meccanico non noto


318

Marzio Curcio Rubertini

segue Prospetto 4 Note l) Impiegato anche come arma d'accompagnamento. 2) Impiegato anche nel tiro contro obj terrestri e e.e. 3) Impiegato anche nel tiro e/e.

4) Brevetto e costruzioni svizzeri. 5) Brevetto Boheler. 6) Brevetto e fabbricazione svedesi. 7) Impropriamente noto come cannone da 37 mm. 8) Compreso carrello a ruote pneumatiche del peso di Kg. 30. 9) L'anna poteva far fuoco sulle ruote o su un bipiede incorporato; il rinculo veniva ridotto da un freno a bocca. 10) Per far fuoco si dovevano togliere le ruote e l'arma poggiava anteriormente su di un sostegno collocato sotto la culla (ginocchiello mm.885). 11) Poteva sparare su treppiede (ginocchiello mm 780) o sulle ruote (ginocchiello mm 885). 12) Era anche tracciante. 13) Esistevano proietti traccianti; perforanti esplodenti; traccianti perforanti espodenti; traccianti esplodenti autodistruggenti; extrasensibili; esplodenti extrasensibili. 14) L'ordinata max a 600 m. era di m. 1,20. Ciò consentiva, dai 600 m. in giù di sparare senza variare la graduazione in elevazione puntando alla base del carro. 15) Costituiva l'arma e/e del pl.fuc. britannici e armamento di bordo delle autoblinde e degli "scout carrier". 16) Veniva caricato e scaricato a mano in 40".

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI NICOLA PIGNA"ID, Armi dellafQ!Ùeria italiana nella seconda guerra mondiale, opera già citata, pp. 43-48; 49-53; 71-73; A. J. BARKER, British and American lnfantry Weapons of the Word/ War Il, opera già citata, pp. 55; 56; 58.

IAN V. Hoao, The Guns 1939-45, Ian V. Hogg (traduzione italiana di Nicola Pignato, / cannoni 1939-45, Ermanno Albertclli Editore, Parma 1971), pp. 59, 85, 156; 157; Centro Addestramento armi accompagnamento, c/c e e/a della 5' Armata, Appunti sul cannone da 47132, pp. 3-5; 9-11; 34-35; Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell'Esercito, Ufficio Addestramento e Regolamenti, Sez. Regolamenti, Armi e mezzi in dotazione all'Esercito, Roma 1955, pp. 161; 162;


la Divisione difanJeria "Catanzaro" nel secondo conjlillo mondiale

B.T.

319

British Tanks and Fighting Vehic/es 1914-1945, Ian Allan, London 1970, pp. 120; 128; 130; 269 per quanto allicne al fucile c/c Boys installato sulle autoblinde e gli "scouts carricr";

WHTIE,

ELI,Is,British and American Tanks of Word/ War Il, Lione! Leventhal limited, London (traduzione di Nicola Pignato, Atlante mondiale dei mezzi corazzati Stati Uniti Gran Bretagna e Commenwealt nella Seconda Guerra Mondiale, Ermanno Albertelli Editore, Parma 1970, pp. 28; 29 per quanto attiene al pezzo da 2 lbs che venne installato sui carri "cruiser".

PmER CHAMBERLAIN ANO CHRIS

Centro Addestramento armi d'accompagnamento, c/c e c/a della 51 Armata, Appunti sul fucile S da 20mm, pp. 3; 4. Centro Addestramento anni d'accompagnamento, c/c e c/a della 51 Armata, Appunti sul cannone mitragliera da 20 mm., pg. 41.


Prospetto 5

ARTIGLIERIE Italiane

Da1i tecnici e di ·imoie1w Tiix> Modello Calibro (mm o al1ro) Lunghezza in calibri Peso in balleria (kg) Ginocchiello (mm) peso (kg) 1 Munizioni peso (kg) Carica di lancio Celerità tiro-colpi Velocità iniziale Mx vert. Set1ore tiro orizz. Gittata massima (m) Carica scoppio (gr) Raggio d'azione (m) Traino Tempo di messa in blr. Servizio ali' arma

cannone per f. 65 17 345 671 5,040 espi. 5.132 per f. 10 cartoccio proieuo

-

Britanniche cannone campale MKII 883 o 25 lbs 276 1860 1165 ll,340H.E. 9,890 A.P.

cannone campale 06-12 75 274 1015 • 1073 950-990 6,333 espl. 7 ? perf. 11

cannone campale SKODA 5 a.p.b.1 TP. 2ss 1050 1000 6,530espl.8

obice campale SKODA 14 a.p.b. 100 17 1417 1018 13,800 espl.9

-

-

cartoccio proietto bossolo12 ? 509 m/s -7°30' +18° 2x4° 73()()17 150 67019 100 autoportato ? ?

-

-

bossolo 4/1' a 6/1' 430 .go +48o 5"21' 8710-92901a ? 150 trattore Fiat OCI 708 5' -10' ?

bossolo 3/1' a 5/1' 518 -5° +48° 360°\S 12260 827 ? meccanico ? caix> pezw + 5 uom.

6/1' a 12/1' 345 m/s -7°30' +20° go

bossolo 4/1' a 8/1' 502m/s .JOO +160ll 7014

6500 65 100 auloportato ? ?

8380 • 690016 ? 100 trauore leg. Fiat 31 5' - IO' caix> pezw + 6 uom.20


322

Marzio Curcio Rubertini

segue Prospetto 5

NOTE 1) a.p.b. = artiglieria preda bellica. 2) In effetti 76,5 mm. 3) In effetti 87,6 mm. 4) In effetti 30 calibri per il mod.06 e 28,4 calibri per il mod. 12. 5) In effetti 30 calibri. 6) In effeui 26,8 calibri con freno in bocca. 7) Peso riferito alla granata ordinaria mod. 32. Di peso diverso erano le granate originali: ordinaria; grande capacil.à; a pallette; ad azione dirompente-esplodente; a mitraglia, ancora in servizio, e la granata dirompente-esplodente mod. 32. 8) Peso riferito alla granata originale ad anelli. Di peso e gittata diversi erano le granate shrapnel. 9) Riferito alla granata ordinata mod. 32. Di peso diverso erano le granate originali: ordinaria; ad azione dirompente-esplodente; le tre a pallelle e quella ad azione dirompente-esplodente mod. 32. 10) Non risulta che le btr. da 65/17 della "Catanzaro" e della "28 Ottobre" disponessero di munizionamento perforante, le cui tavole di tiro erano state peraltro annunciate con la Circ. n. 659 del 14/9/38 (G.M. 1938 pg. 2288) e n. 103 del 21(2/ 1940 (G.M. 1940 pg. 227) che ne costituiva l'aggiornamento. 11) I gr. da 75(27 mod. 12 della "Catanzaro" e il I/201° a. (pure da 75/27, ma mod. 06), della "23 Marzo", non disponevano di munizionamento perforante. 12) Bossolo per la granata shrapnel e la granata dirompente-esplodente originale. 13) Per il mod. 12: 12°; + 18° 1(2. 14) Per il mod. 12: idem. 15) Dell'affustino sul corpo dell'affusto: 8°. 16) Rispettivamente con la granata ordinaria originale e con la granata ordinaria mod. 32. Non è noto di quale tipo disponessero i reparti. 17) Gittata massima con granata ordinaria originale ad anelli. 18) Rispettivamente con granata originale e granata ordinaria mod. 32. Poiché il lll/203° a (meno 1 btr.), il 9/12/1940 intervenne, dal cps. div.le di Iluet el Katar, a favore di quello di Alam el Rimth, ad una distanza di oltre 9 Km, è probabile che il gr. disponesse di granate mod. 32 che consentivano una maggiore gittata. 19) Rispettivamente nelle granate originale e ad azione dirompente-esplodente originale. 20) Da testimonianza.


La Divisione di fanleria "CaJanzaro" nel secondo conflitto mondiale

323

segue Prospetto 5

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI armi e le artiglieri in servizio, 4 1 Ed., Tipografia Giuseppe Vigliotti, Torino 1938, pp. 68; 69; 116; 117; 141; 144; 151; 159,; 161-164; 174; 181.

FF.LTCE GRANDI, Le

CARLO MANGANONI, Artiglierie su affusto a ruote e in istallazione mobili - Dati principali e caratteristiche, Scuola d'Applicazione d'Artiglieria e Genio, Stabilimento tipografico Lorenzo Rattero, Torino 1931, pp. 17-19.

!AN V AN Hooo, The Gwis 193945, op. cit., pp. 33; 34; 156; 158. Artiglierie e automezzi del 'Esercito Italiano nella seconda guerra mondiale, Ermanno Albertelli Editore, Parma 1972, pp. 35; 38; 42; 59.

NICOLA PIGNATO,

La storia della dottrina e degli ordinamenti del 'Esercito Italiano, Voi. Il, Tomo JQ, Stato Maggiore dell'Esercito, Ufficio Storico, Roma 1985, pp. 198;

FILIPPO SlEPANI,

199; 233; 238; 239. CARLO MoNTĂ&#x2122;, Storia del 'artiglieria italiana, parte IV, Voi. IX, Rivista d'artiglieria e genio, Roma 1943, pp. 155-157; 162-165. Comitato per la storia dell'artiglieria italiana, Storia dell'artiglieria italiana, parte V, Voi XV, Biblioteca d'artiglieria e genio, Roma 1953, pp. 407; 408. Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell'Esercito, Ufficio Addestramento e Regolamento, Sez. Regolamenti, Armi e mezzi in dotazione ali' Esercito, op. cit., pp. 171; 172. Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell'Esercito, Ispettorato Arma Artiglieria, Ad-

destramento dell'Arma d'artiglieria, Voi. I, Addestramento al pezzo, Fascicolo cannone da 88127, s.l. 1951, pg. 16.


Prospetto 6 CARRI ARMATI E "SCOUT CARRIER"

Caraueristiche Tipo Ditta costruurice Modello Equipaggio Peso Dimensioni

largheiza Junghewi altcu,a

Carreggiata Largheu,a cingolo Guado Gradino Trincea MOlorc: potenza (HP) strada Velocità Mx. terreno vario Autonomia su strada Corraizatura Armamento

mx.

min. princ. calibro sccon. calibro nebbiogeni

Brandeggio Elevazione Munizioni Trasmissioni

armam.to princ. armam.10 sccon.

Italiano carro leggero FIAT L3/35 2uomini 3,21 1,40 m 3,15 m 1,28 m non nota 0,19 m 0,70 m 0,65 m 1.45 m 43 beni. 4 cilin. 42km/h non nota 120km 13.5mm 6mm 8mmx29

24° -12~ +15° 3200colpi

riceuasmi11en1e19

Britannici

I

"scout carrier''' NUFFIELD1 Nl MARK I 3 uomini 41 2,11 m 3.66 m 1,37 m non nota non nota non noto non nolo non nota 65 beni. 48,3 km/h non nota 257,6 km 12mm non nota 13,97 mmx 1'0 7,7 mmxl" 3 a braccio congegno punt. arma non noto non noto ricetrasminentc"'

carro leggero VICKERS MKVIB 3 uomini 5,325 t 2,972 m 3,95 m 2,222 m 1,739 m 0,242 mcirca 0,61 m

0,60

m

1,60 m 88 benz. 6 cilin. 56km/h

40km/h 200km 14mm 4mm 12,7mmx 111 7,7mmx I'' 2" 360° -10" ; t 37° 400colpi 2500 colpi ricctrasmiuente

car. me. "cruiser"

car. me. "cruiser" VICKERS' MKP 6uomini 12,7301 7,555 m 5,79 m 2,565 m 2,18 m 0,27 m 0.72 m 0,91 m 2.50 m 150 ben1. 6cilin. 37 km/h 24 km/h 240km 14mm 6mm 40/SOmm x 19 7,7 mmx 3'5

VICKERS' MKII; MK IIA' 5 uomini 14, 3761 2,538 m 5,582 m 2,64 m 2,18 m 0,27 m 0,91 m 0,60 m 1,80 m 150 beni. cilin. 25 km/h 19 km/h 160km 30mm' 6mm 40/50mmx l" 7,92mm x2"

-

-

360° non nota JOOcolpi 3000colpi rice1rasmi11ente''

360° non nota 100 colpi 4050 colpi ricc1rasmi11ente''

car. me "cruiser" NUFFIELD MKJV; MK IVA' 4 uomini 14,987 t 2,54 m 6,02 m 2,59 m 2,108 m 0,257 m 0,91 m non nolo 2,30 m 340 benz. I2 ci lin. 48km)h 38 km/h 144km 30mm 6mm 40/50 mn1 X 112 7.7 o7,92 mmx 117 2" 360° noo nota 87 colpi 3750colpi ricetrasmi11entc''


Marzio Curcio Rubertini

326

segue Prospetto 6

NOTE 1) Trasporto truppe cingolato da ricognizione. Equipaggiava i btg. f. mot. delle D. cor. britaruùche. Era senza torretta, a ciclo scoperto, e aveva un armamento equivalente a quello di lUl carro leggero. 2) Anche Aveling Barford. 3) Anche Harland and Wolff. 4) Anche Birminghan Railway Carriage Co e Mctropolitan Cammei. 5) Noto come A9. 6) Noto come Al O. 7) Noto come A13 Mk Il. Il carro era simile all'Mk III A13 (t 14, 224 e corazzatura 14/6 mm) dal quale differiva soltanto per il maggiore peso, lo spessore della corazza, l'armamento secondario dell'Mk IV. Lo Mk Ili A13 venne impiegato dalla 7a D. cor. britaruùca nel 1940-'41 in un modesto numero di esemplari. 8) Il maggiore spessore della corazza era stato ottenuto imbullonando piastre supplementari alla torretta e allo scafo dell'A9. 9) Mitragliatrici Fiat o Breda 38 binate in casamatta. Il carro era privo di torretta. Esisteva pure la versione lanciafiamme con serbatoio rimorchio biga, di cui si sconosce il numero sul totale (46) del btg. D. aut!. perchè l'organico differiva da quello previsto nella Istruzione per la mobilitazione R.E. 1939 (58 di cui 12 con lanciafiamme). 10) Fucile c/c Boys. 11) Mitragliatrice Vickers in torretta girevole. 12) Cannone a tiro rapido, semiautomatico, in torretta girevole. 13) Fucile mitragliatore Bren con supporto c/a. 14) Mitragliatrice Vickers in torretta girevole, coassiale alla 12, 7 mm. 15) Mitragliatrici Vickers delle quali 1 in torretta girevole, coassiale al cannone; 2 singole in casamatta sulla prua dello scafo. 16) Mitragliatrici Besa, delle quali 1 in torretta girevole, coassiale al cannone; 1 in ca~amatta sulla prua dello scafo. 17) Mitragliatrici Vickers 7,7 mm per l'MkIV e mitragliatrice Besa 7, 92 mm per

l'Mk IVA. 18) Rilevati da foto. 19) Solo i carri Cdo di btg. e cp. 20) Ne era dotato lUl numero imprecisato di veicoli. 21) Rilevate da foto.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI BRIA."I TERENCE WHITE, British Tanks and Fighting Vehicles 1914-1945, lan Allan, London1970, opera già citata, pp. 266- 269;

PE'l'ER

CHAMBERLAIN ANO CHRJS Eu.1s, British and American Tanks of Wordl War li, Lione! Levental limited, London (tr. it. di NICOLA P1GNATO, Atlante Mondiale dei mezzi corazzati - Stati Uniti Gran Bretagna e Commawealt nella Seconda Guerra Mondiale, Ermanno Albertelli Editore, Parma1970), opera già citata, pp. 23; 2832;


La Divisione di fanteria "Catanzaro" nel secondo conjlilto mondiale

327

Mezzi corazzati e blindati 1935-1939, "Gli eserciti del ventesimo secolo 12", Curcio, Roma, pp. 9; 63;

Nra>LA P10NATO,

BENEDETTO PAFI - CESARE FALESsI - GOFFREDO F10RE,

Corazzali italiani 1939-45, D'An-

na Editore, Roma 1968, pp. 65-83; Ministero della Guerra, Comando Corpo di Stato Maggiore, Istruzione per la mobilitazione del R. E. Tomo I, Formazioni di guerra per i rgt. f . carrista, li btg. carri leggeri, Roma1939, per concessione dell'Ufficio Storico dello SME, con riferimento alle stazioni ricetrasmittenti dei carri comando e carri lanciafiammrne.


Prospetto 7 AUfOVEICOLI CORAZZATI DA COMBAITIMENTO

Bri taMici

Caratteristiche Tipo Ditta costruttrice Modello Equipaggio

-

Peso

Dimensioni

larghezza lunghezza altezza

Corazzatura Motore Potenza del motore Velocità Autonomia primo calibro Annamento secondo calibro nebbiogeni Brandeggio Trasmissioni

autoblinda FORDSON2

scout cars1 DAILMER Mks 1-IB-II-IIP 2 uomini 2,8 t Mks 1-IB 3tMk II 3,15tMKIII 1,71 m 3,20 m 1,48m 30mm DAILMER• 55 HP 88,514 kmftt 322km 7,7mmx 16

autoblinda MORRIS CS9/LAC 4uomini

autoblinda ROLLS-ROYCE 1924MARK l 3 uomini

3 uomini

4,2 t

4,15 t

non noto

2,04m 4,76m 2,20m 7mm MORRIS 96,2 HP 72,420 kmftt 386km 13,97 mmx 15 7,7 mmx 17 l non notù9 ricetrasmittente

1,93 m 4,93m 2,54m 9mm ROLLS-ROYCE 50HP 72,420 kmftt 290km 13,97 X 15 7,7mmx l7

1,93m 4,93 m 2,54m 9mm ROLLS-ROYCE 50 HP non nota non nota 13,97 X 15 7,7 mmx 2a

1

-

-

non notù9 ricetrasmittente

360°in direzione10 ricetrasmittente

non noto ricetrasmittente11


330

Marzio Curcio Rubertini

segue Prospetto 7

NOTE 1) Autoveicolo corazzato da ricognizione e collegamento, noto anche con il nome di "dingo". 2) In dotazione alla 2 1 cp. autoblinde della R. A.F. in rinforw all'll O Ussari. Utili7,.zava motore e carrozzeria (leggermente modificata) dell'autoblinda Rolls-Royce, montati su autotelaio Fordosn (donde il nome) con passo più lungo e ruote tipo autocarro. 3) Autoveicoli dotati di quattro ruote motrici e sterzanti, con sospensioni indipendenti a spirale. 4) Motore posteriore. 5) Fucile c/c Boys in torretta scoperta. 6) Fucile mitragliatore Bren in casamatta. 7) Fucile mitragliatore Bren in torretta scoperta. 8) Di cui 1 mitragliatrice Vickers e 1 mitragliatrice Lewis in torretta, quest'ultima montata su di un anello posto sulla sommità della torretta stessa. 9) Per il limitato settore di tiro in elevazione e direzione, qualora attaccate da aerei, le autoblinde si disponevano a triangolo o a stella per eliminare gli angoli morti e poter controbattere il fuoco avversario qualunque fosse la sua direzione d'attacco. 10) Limitatamente alla mitragliatrice Lewis in torretta, non noto per le altre armi. 11) Desunto da foto.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI BRIAN TERENrn WHIIB, British Tanks and Fighting Vehicles 1914-1945, Ian Allan, London 1970, opera già citata, pp. 119; 120; 128; 130; 131; 142- 145; FRANCESCO MusCARÀ GEN., Storia dell'osservazione aerea dell'Esercito, Stato Maggiore dell'Esercito, Ufficio Storico, Roma 1974, pg. 87.


Prospetto 8 TRATTORI ITALIANI

Carauerisùche trattore legg. ruotato• FIAT3 P/4/31 33 HP 500kg 60%Max. 35 km/h 1,80m 4,05m non nota non nota 2000kg non noto

Tipo Ditta costruttrice Modello Potenza Carico utile Pendenza superabile Velocità massima Larghezza Lunghezza Altezza Carreggiata Sforzo di trazione Peso rimorchiabile NOTE

1) Era costituito da due telai snodabili, collegati da una trave centrale. Aveva tutte e quattro le ruote motrici, gommate, di grande diametro, munite di palette ribaltabili per adattarsi al terreno. Era impiegato per il traino del pezzo da 75/27. 2) Era dotato di cingoli a elementi corti, tipo carro L/35. Derivato dalla trattrice agricola Fiat 700 era impiegato per il traino del mezzo da 100/17. 3) Noto anche come trattore Pavesi ("P", dal nome dell'ingegnere progettista).

trattore legg. cingol.2 FIATO.Cl 708C.M. 30HP -

50%Max.4 16km/h 1,23m 3,04m 1,47 m 0,99m 1600kg 1700kg 4) Senza rimorchio. Con rimorchio di kg 1700, 30%.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI Fa.ICE GRANDI, Le armi e le artiglierie in servizio, 41 Ed., opera già citata, pg.480; Comitato per la storia dell'artiglieria italiana, Storia dell'artiglieria italiana, Parte V, Voi. XV, opera già citata, pp. 428-435; 447; 448; 455-457. w

w


Prospetto 9 MEZZI DI COLLEGAMENTO ARTIGLIERIE CAMPALI ITALIANE1

Gruppo

Denominazione Stazioni ottiche mm 80 Telefoni genio/artiglieria Telefoni per guardiafili Borse telefonisti e guardiafili Centralini Filo telefonico Bandiere a lampo di colore Bandiere da segnalazione Cartucce da segnalazione Posti R. A. I. Stazioni R. F. 2 Teli da segnalazioni per aerei

Batteria

2 6 4 8 p 20km 4

4 6 4 8 2z 30km 6 12 360

8 240

1

-

4 48

-

2

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

NOTE 1) Organici di pace. 2) A. 10 linee. 3) A 6 linee.

F.e.uce

GRANDI,

Le armi e le artiglierie in servizio,

opera giĂ citata, pg.485;

4 1 Ed.,


STAZIONI R.T.; R.F. E POSTI R.T. CAMPALI 1T ALIANI

Traspono

Ponata(km)

Peso (kg)

Denominazione

Impiego di massima

R.4/A

autocarro

240

R.F3/C

Comandi G.U. e coo aerei in volo interno wiità

mototriciclo

120

R.F/1

nel rgt. f.

spalleggiabile

17

R.F/2

nel rgt. a.

spalleggiabile'

44

R.F.C.A.

unità cani

su carro

-

R.l.28

mototriciclo

84

-

R.A.28

intercettazione nei Comandi G.U. ascolto aerei volo

mototriciclo

65

35

r.t. 10

R.A.18

ascolto aerei volo

spallegiabile

15

30

r.t."

70 50

r.t. r.t. 60 r.t. 40 r.t. 10 r.t. 3 r.t. 20 r.t. 8 r.f. 1/2 movimento•

-

Unità di assegnazione repani collegamcnti D. repani collegamenti D. rgt. f. rgt.; gr.; b!r. a

b1g.;cp.' 5/8 fermo repani collegamento D. rcpani collegamento D. rgt. f.; rgt. a.; gr. a.

Tipo antenna apena aereo bifilare' lungom 30 chiusa telaio circolare; superficie mq. 1,4 chiusa telaio circolare; superficie mq. 0,5 chiusa telaio circolare; superficie mq. 0,5 chiusa a telaio apera aereo unifù.9 lungo m25 apena aereo unifù." lungom 12 chiusa a telaiofisso al cofano

Alimentazione; P/Wau autooomia/2iomi: h/2 a pile; 15; a pile; 20; a pile; 7; a pile; noo nota;

-

-

a pile; 13; a pile;

40 8h/g 25 8h/g 3 8h/g IO' non note 25' Sh/g

-

8h/g

!OOh

a pile; - ,

40h


Marzio Curcio Ruberlini

336

segue Prospetto 10

NOTE 1) Sostenuto da alberi tubolari metallici alti m 9. 2) Complesso ricetrasmittente r. t. e r. f. ripartito in due cofani; uno apparati; uno pile a secco per l'alimentazione. 3) L'alimentazione poteva essere anche elettromeccanica. 4) Complesso r. f. ricevente e trasmittente. 5) Soli carri comando di btg. e cp. 6) Alimentazione con batterie accumulatori e gruppo survoltore. 7) Senza ricarica degli accumulatori. 8) Posto r. t. campale solo ricevente. 9) Sostenuto da albero tubolare metallico alto m 7,20 con presa di terra. 10) Solo in r. t. 1 I) Sostenuto da due alberi tubolari metallici alti rispettivamente m. 3, 75 e m. 2,25 con presa di terra.

RIFERIMENTI BIBLOGRAFICI Ministero della Guerra, Ispettorato dell'arma del Geruo, appendice; Merrwria sull'organizzazione e sull'azione del genio in guerra. Appendice, Poligrafico dello Stato, Roma 1938, pp. 58-67; 72-74; FELICE

GRANDI, Le armi e le artiglierie in servizio, 41 Ed. pg.485.


Prospetto 11

TRASMISSIONI NELLA D. f. AUTOTRASPORTABILE 1TALIANA TIPO A.S. Ponù radio

Stazioni radio

Unità

cp. coli. div.le reggimenù f. reggimento a. cam. btg. carri L/35 1

R4A 2

RF3C

-

-

8

-

RA2 2

RI2

2

-

-

-

72

-

-

-

-

RFI

RF2

RAI

RFCA

3()4 -

-

-

A300 2

4s

-

-

-

46

-

2i

NOTE

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

1) La cp. collegamenti, nel parco telegrafisti di cp. e nella sez. parco telegrafisti del pi. telegrafisti disponeva inoltre complessivamente di km 40 di cordoncino telefonico tipo genio; 1 centralino a 30 linee; 5 centralini a 10 linee; 18 apparati telefonici; km 50 di cordoncino telefonico tipo fanteria. 2) Impiegata nell'ambito dei rgt. f. se ne sconoscono il numero e il livello ordinativo. 3) 1 per rgt 4) Se ne sconosce il numero a livello rgt., ma erano 4 per ciascun gruppo e 2 per ciascuna btr. 5) 1 presso il comando di rgt ed 1 per ciascuno dei cdi d i gr. 6) Soltanto i carri comando di btg. e di cp.

Stato Maggiore dell' Esercito, Ispettorato delle trasmissioni, Cenni storici sulle trasmissioni dell'Esercito italiano, 1966, pg. 57. Ministero della Guerra, Ispettorato dell'anna del genio, Merrwria sull'organizzazione e sull'azione del genio in guerra, appendice, opera già citata, pp. 58-67; FELICE GRANDI,

le armi e le artiglierie in servizio, 4 1 Ed., opera già

citata, pg.485;


Prospetto 12 AEROPLANI'

Italiani

Caraucristichc Sp:cie Nominazione Caproni Modello Anno Tipo Motori Apertura ala Lunghezza Altezza Peso V. massima V. crociera Autonomia Tangenza Armi/calibro Equipaggio

ricognitore CA. 30\l1 Costruuore unico 1937 monoplano' 2da 200 HP' 16,20m 12,85 m10 3,04m" l750kg" 260Kmh 2IOkmh 1500km 4250m spez1.oniera mtr. 7,7mmx2 3 u.

caccia C.R. 32 FIATS.A. quauro serie' 1935 biplano I da roo HP 10 9,50 m 7,45 m 2,63 m 1850 kg" 375 kmh" non nota 750km 8800m

caccia C.R.42 FIAT. S.A due serie5 1939 biplano I da 840" 9,70m 8,26 m 3,30m 2295 kg" 440kmh" non nota 785km 10500m

mtr.12,7 mmx 2

mtr. 12,7 mmx 2

I u.

1u.

Britannici caccia d·assalto BA. 65 BREDA unico 1935 monoplano' I da 1000 HP" 12,IOm 9,30m 3,20m 3490 kg" 430kmh non nota 550km 8300m bom. 1000 kg mtr. 12,7 x 4 I u.

caccia GLOSTER GLAO!ATOR GLOSTER MKI;II' 1937 biplano I da 840 HP" 9,83m 8,36m 3,15m" 2155 kg' ..9 407 kmh'"'' non nota 690km" IOOOOmu

caccia HURRICANE HAWKER MK !; II; !IA; !IB 1937 monoplano' 1da 1030 HP" · 12,19m 9,55m 3,99m 2816 kg 11 50\l kmh'' 290kmh" 966km 10180 m

mtr. 7,7x4

mtr. 7,719 mmx 8

I u.

I u.

trasp. bombard. BRISTOLBOMBA Y SHORT AND HARLAND MKJ 1939 monoplano' 2 da 1010 HP15 29,18m 21,!0m 2,71'° 9060 kg11 256kmh25 193 kmh" 2414-531 km" 7@ m bomb907 kg mtr. 7,7mmx 2 4 u.


Marzio Cure io Rubertini

340

segue Prospetto 12 NOTE I) Gli aerei delle specie, tipi e modelli sotto descritti non sono tutti quelle di cui disponevano le forze aeree italiane e britanniche, ma soltanto i velivoli, tra i quali vi fu diretto confronto e/o che trovarono impiego contro le opposte forze terrestri nel settore in cui operavano la D. f. "Catanzaro" e le B. cor. britanniche 41 (notte giorno 8; giorno 9; giorno 10/12/1940) e 71 (giorno 11/12/1940). 2) Venne impiegato anche come ricognitore dal 208° sqd. della R. A. F. (4 Hurricanes e 8 Lysanders) di uno speciale complesso operativo Esercito/Aviazione per la cooperazione aero-terrestre. 3) Noto col nome di "Ghibli'' 4) Costruito fmo alla primavera del 1939, le quattro serie differivano tra loro nell'armamento e in particolari strutturali e aerodinamici. 5) La seconda serie era del 1941. 6) L'MK II era del 1938. 7) Ad ala bassa. 8) Ad ala alta. 9) Motori in linea Alfa 115-1. 10) Motore Fiat A30 RA, a 12 cilindri a V, raffredato a liquido. 11) Motore Fiat A74 RC38 radiale a 14 cilindri, raffreddato ad aria. l 2) Motore Fiat A80 RC41 radiale a 18 cilindri, raffreddato ad aria. 13) Motore Bristol Merury IX radiale a 9 cilindri raffredati ad aria. L'Mk II aveva un motore Bristol Mercury VIII A. 14) Motore Rolls Royce Merlin II a 12 cilindri a V raffrcdati a liquido. 15) Motori Bristol Pegasus XXII radiali a 9 cilindri raffreddati ad aria. 16) Per l'Mk II m 3,10. 17) A vuoto. 18) Al decollo. 19) Per l'Mk II kg 2200. 20) A m 3000. 21) A m 6000. 22) A m4420. 23) Per l'Mk II Km/h 414. 24) A m 5406. 25) A m 3000. 26) Km 715 per l'MK II. 27) Rispettivamente col minimo e massimo carico utili. 28) m 10210 per l'Mk II. 29) 12 mtr. calibro 7,7 modello. Mk IIB. 30) Secondo dati fomiti dall'Ufficio Storico SME. 31) Secondo dati fomiti dall'Ufficio Storico SME.


LA Divisione di fanteria "Catanzaro" nel secondo conjlillo mondiale

341

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI FRANCESCO MuscARÀ GEN., Storia ta, pp. 111; 112.

del 'osservazione

aerea dell'Esercito, opera già cita-

I. S.O. PLAYFAIR, The Mediterranean and Middle East- Voi./, opera già citata, pp. 264; 266; 272. E PAOLO MA1RICARDI, Atlante enciclopedico degli aerei militari del mondo dal 1914 ad oggi, Arnoldo Mondadori, Milano 1980 pp. 109; 124; 133;

ENZO ANoauCCJ

134; 156; 182; 184; 212; 215-218; 244; 345;346; 348;354; 381. Ministry of Defence - Air Historical Branch, London, pubblicazione "Secret" declassificata di titolo non noto, capitolo "The First British Offensive in the Western Desert", pp. 77 (Opsum 183) 78.

FORZE NAVALI E NAVIGLIO MILITARE Il ripiegamento della D. f. "Catanzaro" e delle altre forze con essa operanti, nelle prime ore dell' 11 dicembre 1940, fu ostacolato e ritardato dal tiro di interdizione di artiglierie navali. Una speciale forza della Royal Navy detta "Force W", operava a sostegno delle forze terrestri britanniche. Il nucleo di questa forza era costituito dal monitore ''Terror" e dalle cannoniere "Aphis"; "Gnat" e "Ladybird". Il monitore ''Terror" era armato di 2 cannoni da 15 pollici (381 mm) e da 8 cannoni da 4 pollici (101,6 mm); le cannoniere di cannoni da 6 pollici (152,4 mm) e 3 pollici (76,2 mm oltreché di mitragliatrici (pom-pomps).

RIFERIMENTO B1BLIOGRAF1CO I.S.O. PLAYFAIR, The Mediterranean and Middle East- Voi. /, opera già citata, pp. 212; 261; 271; 290.


La Divisione di Fanteria "Catanzaro" nel secondo conflitto mondiale

Appendice II: RAFFRONTO DELLE FORZE IN CAMPO

343


344

Muzio Curcio Rubertini

PROSPEITO

1

OPERAZIONI DEI GIORNI 9-10 DIC. 1940 ZONA COMPEIBNZA D. F. "CATANZARO" FORZE CONTRAPPOSIB Italiane1

Britanniche1

D. f. 1 1 3 1 3 1 1 3 2

7 8 D. corazzata: 10 2 sqd. rgt. c. 11 Ussari; 4 1 B. corazzata ; 11 1 rgt. c. 72 Ussari I tp. bty "D" rgt. R.H.A. (a/t) ;12 1 bty "C" rgt. 4!l R.H.A. (cam.); 13

l 1 1 1 1

1

autotrasportabile "Catanzaro" cp. motociclisti cp. e/e btg. 141° rgt. f. btr. ace. 141° rgt. f. btg. 1422 rgt. f. btr. ace. 142° rgt. f. btg. Mtr gr. 203 2 rgt. a. cam. btr. e/a 203 2 rgt. a. cam. cp. artieri btg.g. cp. clg. btg.g. sz. sanità ass. suss.za sz. mista sz.

°

cc

G. a. F. Bug. Bug: 1 gr. sqd. Mtr. "Vittorio EM. II" -

1 gr. a. cam. 3 pl. e/e l sz. e/a

Rinforzi: - 1 btg. car. I. LXIII 1 cp. Mtr. (-) - l cp. motociclisti - l btg. car. I. XX Cdo. leg. cc. nn. 231 1 - 1 btg. f. cc. nn. CXXXI/231 1 - 1 btg. f. cc. nn. CXXXII/231 1 - 1 btr. ace. leg.231' Cdo. rgt. 2022a. - l gr. a. cam. III/2022a.

• 2

'

• 3

'• 4 .' s '• 6 '• 7 '• '•

7 7

'• 7 '• 8

'• 8 '


LA Divisione di Fanteria "Catanzaro" nel secondo conjlillo mondiale

- 1 sz.c/a 2022 a. - 1 gr. a. cam. I/201 2 a.

345

,,8 • 9

•

complessivamente (servizi esclusi): 14 - 10 unità livello btg. f. ;1s - 6 unità livello gr. a. cam. - 2 unità livello btg. car. I. - 11 unità livello cp/btr. - 5 unità livello pl. - 84 cn. cam.; 16 cn. c/c; 20 cn. e/e; - 40 car. I. almeno.

complessivamente:

1 unità equivalente btg. car. I. /m. 2 unità equivalenti cp. car. I. 1 unità equivalente gr. a. cam. 1 unità equivalente btr. a. - 40 car. almeno (7 m. "cruiser") - 36 autoblindo ,16 - 8/12 cn. cam. '.11 - 6? cn. c/c ' - "scout cars" n. imprecisabile

Note: nel riepilogo le unità britaruùche sono indicate con le abbreviazioni delle corrispondenti unità italiane 1) L'armamento, di massima, è quello riportalo nell'Appendice I - Prospetto 1. 2) 12 pezzi da 77/28. 3) btg. car. L{3/35 ad organici ridotti (una ventina), giunto a Bug Bug la mattina del giorno 9/12/1940. 4) Meno un pi. Era del btg. Mtr. D. cc.nn. "28 Ottobre", sfuggita con perdite, la mattina del 9/12/1940, mentre era in trasferimento da Sidi el Barrani a Sollum, ali' attacco dello sqd. "B" del 72 Ussari. 5) Della D. cc.nn. "23 Marzo" giunta in rinforzo alle 17,15 del 9/12/1940. 6) btg. car. L{3{35 ad organici ridotti giunto in rinforzo alle 21, 30 del 9/12/1940. 7) Della D. cc. nn "28 Ottobre" giunto in rinforzo alle 04,00 del 10/12/1940. 8) Pure della D. cc. nn. "28 Ottobre" giunto in rinforzo alle 04,00 del 10/12/1940. 9) Della D. cc. nn. "23 Marzo", giunto in rinforzo alle 04,00 del 10/12/1940. 10) Autoblinde Rolls Royce e Morris. 11) Carri leggeri VICKERS MK VIB e medi "cruiser". Livello ordinativo btg. Si ignora se il rgt. fosse ad organici completi. Mancavano comunque 3 carri (una "troop") inviati in rinforzo al 3 2 btg. "Coldcstram Guards" a Marsa Matruh. 12) Livello ordinativo btr.a. 13) Livello ordinativo gr. a. 14) Non si è tenuto conto delle unità in transito delle D. cc. nn. "28 Ottobre" e "3 Gennaio", né dei reparti "lavoratori". 15) Equiparando a btg. f. il gr. sqd.c. "Vittorio Emanuele II " e il btg. Mtr. "Catanzaro". 16) Secondo che si considerino gli ordinamenti riferiti rispettivamente da H. F. Joslen o da I.S.O. Playfair. 17) Secondo I.S.O. Playfair la D. cor. aveva 56 cannoni a/t ; ma se ne sconoscono il numero delle bty, il numero delle "troops" e i loro organici.


346

Muzio Curcio Rubertini

PROSPETTO

2

OPERAZIONI DEI GIORNI 9-10 DIC. 1940 - ZONA COMPETENZA D. F. "CATANZARO". FORZE IMPEGNATE O COMUNQUE INTERVENUTE NEL COMBAITIMENTO Italiane

Britanniche1

Giorno 9 dic.1940 - 1 pi. e/e G.a.F - 5!/11/203 2 rgt. a. cam. - 2! e 3! 1/2032 rgt. a. cam. - 1/141° rgt. f. - I pi. cp. e/e. div.le - 1 sz. e/a 1/2032 rgt. a. cam. - 81/III/I 2032 rgt. a. cam. - 1!/1/203 2 rgt. a. cam. - 71 e 9 1/IIl/203 2 rgt. a. cam. - 2 sz. e/a 203° rgt. a. cam. - LXIII btg. car. I. Giorno 10 dic. 1940: - l/141°rgtf. - 1 pi. cp. e/e div.le - 1 sz. e/a 203° rgt. a. cam. - 21 e 3/1/203° rgt. a. cam. - 5!/11/203° rgt. a. cam. - 8 1/111/203 1 rgt a. cam. - 1!/1/2032 rgt. a. cam. - 4 1 e 6!/11/203 2 rgt. a. cam. - I cp. LXIII btg. car. - 1 cp. motociclisti - 1 sz. cn. ace. 141 2 rgt. f. -1/201 2 rgt. a. cam.

2

3 4 4 4

15 15

4 5 6

7 7

4

4 4 4

3

Giorno 10 dic. 1940 - 3 pg. sqd. "B" rgt.c. 11 2 Ussari - sqd. "C" rgt.c. 112 Ussari , - rgt.c. 7 2 Ussari(-) ' - 1 tp. bty "D" rgt. a/l R.H.A - bty "C" rgt. cam. 4° R.H.A

15

5 6

9 , 10

'• ':

11

12

• 13

'

Impiego massimo corrispondente a: - 1 btg. f. - 3 gr. + 1 btr. a. cam. - 1 sz. cn. ace. - I btg. car. I. - 1 cp. motociclisti

Giorno 9 dice. 1940 - 1 tp. sqd. "B" rgt.c. 112 Ussari • - sqd. "C" rgt.c. 112 Ussari ' 2 • - rgt. e 7 Ussari(-) ' - 1 tp. bty "D" rgt. a/t R.H.A. - bty "C" rgt. cam. 42 R.H.A.

Impiego massimo equivalente a: - 2 cp. car. I. • - 1 btg.car.l./m. '• - 24/27 autoblinde

'

16 17


La Divisione di Fanteria "Catanzaro" nel secondo conflillo mondiale

- 3 sz. e/a - 2 pi. e/e

- 40 cn. cam.; 2 cn. ace.; 6 cn. e/a; - 4 cn. e/e - 20 car. I.

- 40 car. almeno (7 m. "cruiser") - 8/12 cn. cam. - 6. cn. e/e 16

347

..

• 18 • 19 • 20

- "scout cars" n. imprecisabile.

Note: Nel riepilogo le unità britanniche sono indicate con le abbreviazioni delle corrispondenti unità italiane: 1) L'armamento è quello riportato nell'Appendice I - Prospetto 1; l'ordine quello del testo del saggio. 2) Posto di sbarramento a ovest di Darag. 3) Nel cps. di Alam Samalus. 4) Nel cps. di Alam el Rimth. 5) Nel cps. di q. 38 ovest di Sauani el K.hur. 6) Nel cps. a ovest. di Sidi Abu Zeid. 7) Nel cps. di lluet el Ausaga. 8) Nella zona di Alam el Siuscia Non venne a contatto col nemico. 9) Nel cps. di lluet el Katar. 10) Nella zona di Alam el Barraqi. Non venne a contatto col nemico. 11) Nella zona di Alam cl Barraqi. Non venne a contatto col nemico. Era della D. cc. nn. "23 Marz.o". 12) Nel cps. di Bir Nasib. 13) Nella zona a sud di q 52 di Alam El Scibeika. Era della D. cc. nn. "23 Marzo". 14) Carri leggeri L(3(35. 15) Mancavano 3 carri leggeri (una "troop") inviati in rinforzo al 32 btg. Coldstream Guards a Marsa Matruh. Si ignora comunque se il rgt. fosse ad organici completi. 16) Il rgt. era di costituzione mista perché uno sqd. disponeva di carri leggeri e medi "cruiser". 17) Dei modelli Rolls-Royce e Morris. 18) Carri leggeri Vickers MK VIB e medi "cruiser" di modello imprecisato. 19) Secondo che si considerino gli ordinamenti riferiti rispettivamente da H. F. Joslcn e da I.S.0. Playfair. 20) Secondo I.S.O. Playfair la D. cor. aveva 56 cannoni a/t, ma se ne sconoscono il numero delle btr., il numero delle "troops" e i loro organici.


Muzio Curcio Rubertini

348

PROSPETIO

3

OPERAZIONI DELL'll DIC. 1940 - RIPIEGAMENTO SU SOLLUM (1)

FORZE CONTRAPPOSTE Britanniehe2

Italiane - G.a.F. Bug. Bug - avanguardia: - gr. sqd. Mtr." V.E.Il" } - 1 ep. Mtr. (-)3 - 3 pi. e/e I se. - 1 sz. e/a - 1 gr. a.cam. (-)4

- D.f. autl. "Catanzaro" - grosso: - I/li/III/ btg. !42Q rgt. f } - btr. ace. 142 rgt. f. - Il/203Q rgt. a. - 2 pi. ep. e/e div.le - 3 sz. e/a/ 203 2 rgt. a.

II se.

J

espi.

71 B. eor. - rgl. e 32 U ssari1 2 - 1 tp. bty A/E rgt. cam.

12 R.H.A - 1 tp. bty "D" rgt. a/t

- rgl. e.a. 82 Ussari - 1 tp. bty A/E rgt. eam.

- Cdo D.

- I/li/III btg. 1412 rgt. f. - btr.acc. 1412 rgl. f. - 1/2032 rgt.a7 - 1 ep. Mtr. - 8'/111/ 2032 rgt. a - 3 pi. ep. e/e div.le - 3 sz. e/a 203Q rgt. a.

- sqd. "B" rgt. e 112 Ussari - sqd "C" rgt. e 112 Ussari

R.H.A13

- sz. cc. - cp. ardili5 - btg. Mtr. (-)6 - Cdo 203 2 rgl. a. - 7! e 9/III/ 203Q rgt. a. - I sz. e/a 203Q rgt. a. -Cdo btg.g. - cp. artieri btg.g. - cp. clg. btg.g. - cp. mte. (?) - sz. sanità - sz. suss. za

7'D. cor.: - H.Q. rgt. e 11 2 Ussari11

lQ R.H.A. - 1 tp. bty "D" rgt. a/t. R.H.A

III se.

- H.Q. 72 B. cor. - btg. JQ R.T.R. 14 - H.Q. rgt. eam. 12 R.H.A.15 - bty B/0 rgl. cam. I Q R.H.A. - eoy "C" btg. f. 2Q R.B. - dist. 22 sq. R.E. - 1 tp. bty 31rgt. 1062 R.H.A. Altre unità - rgt. a/t 3Q R.H.A. 17

IV se.

ris.


La Divisione di Fanteria "Catanzaro" nel secondo conflitto mondiale

349

gr. tat. di fonnazione-retroguardia: 8 - Cdo leg. 231! cc.nn. - btg. CXXXIl/231! cc.nn. - btr. ace. 231! cc.nn. - Cdo 202° rgt. a I se. - III/2022 rgt. a - 1 sz. e/a 20251 rgt. a - blg. CXXXI/ 231!cc.nn. - 1 sz. e/a 203 2 rgt. a - 1/2012 rgt. a - btg. LXIII car. l. - cp. arditi 231 ! cc.nn. - cp. mtc.

II sc. 9

Complessivamente (servizi esclusi): 10 - 10 unità livello btg. f. - 6 unità livello gr. a carn. - 1 unità livello btg. car. l. - 11 unità livello btr./cp. - 5 unità livello pl. - 80 cn cam.; 16 cn. e/e; 20 cn. e/a ; - 20 car. l. circa

Complessi varnente: 2 unità equivalenti cp. car. l. 2 unità equivalenti btg. car. 1/m.; 1 unità equivalente btg. car. m. ; 2 unità equivalenti gr. a. carn. 18 ; 4 unità equivalenti btr/ cp. 1 unità equivalente pi. 1 unità liv. imprecis. a. e/e 16/24 cn. carn; 12 (?) cn. e/e 6 cn. e/a(?) 37 autoblinde - 110 cr. I. e m. "cruiser" circa - "scout cars" n. imprecisabile - altri cn. e/e n. imprecisabile

Note: nel riepilogo le unità britanniche sono indicate con le abbreviazioni delle corrispondenti unità italiane 1) Le operazioni ebbero inizio, col ripiegamento della D. f. "Catanzaro" e delle altre fone messe ai suoi ordini, alle 23,00 del 10 dic. 1940. 2) Le unità, quando non espressamente indicato, includono i rispettivi Cdi e Q. G. e sono elencate, per blocchi (ma all'interno di essi non in stretta successione), secondo l'ordine di movimento. Le note si riferiscono alle unità e reparti, non alle articolazioni tattiche. 3) Meno un pi. Era della D. cc. nn. "28 Ottobre". 4) Gruppo da 77/28. Meno una batteria abbandonata per mancanza di automezzi. 5) Probabilmente del 1422 rgt. f. 6) Meno una cp. col 141 9rgt. f. 7) Del btg. Mtr. divisionale.


350

Muzio Curcio Rubertini

8) Nell'ordine di movimento della D. f. "Catanzaro" era indicato come V scaglione. 9) Della D. cc. nn. "23 Marzo". 10) Di cui 2 btg. Mtr. 11) H. Q. e unità de11'11 11 Ussari furono assegnati alla 7 1 D. cor. nella notte 10/11 dic. 1940. 12) Uno dei tre sqd. era costituito da carri m, "cruiser" dì mod. AIO o A13MKil. 13) Uno sqd. era di cosùtuzione mista, carri 1. MK VIB e m. "cruiser" di numero e modello imprecisati. 14) Era cosùtuito di carri m. "cruiser"; di mod. Al O e Al3MKII. 15) H. Q. e bty B/0 furono assegnati alla 71 D. cor. partire dalle 07,00 dell'll dic.1940. 16) Controaerea. 17) Unità non meglio specificata il cui H. Q. faceva parte, il 9 dic. 1940, della riserva della 7 1 D cor., mentre la bty "M" era stata assegnata al "Support Group". 18) Su 2 btr. di 4/6 pezzi ciascuna., assimilandola, btr. le "troops", con lo stesso numero di pezzi dei rgt. a. cam; britannici.


LA Divisione di Fanteria "Catanzaro" nel secondo conflitto mondiale

351

PROSPETTO

4

OPERAZIONI DELL 'll DIC.1940 · COMBATTIMENTO DI BIR TISHIDIDA FORZE IMPEGNATE O COMUNQUE INTERVENUTE Italiane1

Britanniche

Settore gr. tat. di fonnazione - Cp. Mtr. CXXXI btg. cc.nn. - btr.aee. 231 !Ieg. cc.nn.2 - CXXXI btg. ce.nn. (-) 2 - Cdo 231!legg. ec.nn. - I/201 Q rgt. a. eam. - 1 sz. e/a 2022 rgt. a cam. - l sz. e/a 203 2 rgt. a cam. - Cdo 2022 rgt. a cam. - CXXXII btg. cc.nn. - cp. arditi 23I!leg. ee.nn. - LXIII btg. ear. I. - cp. mtc. "23 Marzo"

7!D. eor.: - H.Q. rgt. e 112 Ussari - sqd. "B" rgt. e 112 Ussari - sqd "C" rgt. e 112 Ussari

Settore D.f. aut!. "Catanzaro" - l/lI/111/141 2 rgt. f. - btr ace.I 4 l2 rgt. f. - 3 pl. cp. e/c div .le - 3 sz. e/a 203Q rgt. a .cam. - 1 ep. btg. Mtr. div.le3 - 8!/111/ 203 2 rgt. a.earn. - I/ 2039 rgt. a.cam. - reparto/i btg. Mtr. div.le4 - 2 sz. e/a 203 2 rgt. a.eam. - II/ 2032 rgt. a.eam. - I/II/III/ 142Q rgt. f. - btr.aee. 1422 rgt. f. - 2 pl. ep. e/e div.le - 2 sz. e/a 203 2 rgt. a.eam.5 - 1 sz. e/a6 - Cdo D.6 - sz. CC.6 - Cdo 203 2 rgt. a.cam.6 - Cdo btg. g.6

7!B. cor.; · rgt. e 32 Ussari - 1 tp. bty "A/E" rgt. cam. 12 R.H.A ; - 1 tp. bty "D" rgt. a/t R.H.A - rgt. e.a. 82 Ussari - 1 tp. bty "A/E" rgt. cam. 12 R.H.A ;. - l tp. bty "D" rgt. a/t. R.H.A - H.Q. 7 2 B. cor. - 1 tp.a/a 3Qbty rgt. 106Q R.H.A. 12 Altre unità - rgt. a/t 32 R.H.A.


352

Muzio Curcio Rubertini

- cp. artieri6 - cp. clg.6 - sz. sanità6 - sz. sussistenza6 - cp. mtc. "Catanzaro" Settore G.a.F.: - reparto Mtr. 7 - cp. arditi8 - 7! e 9/III/ 203Q rgt. a.cam. - 1 gr. a.cam. (-) 9 - gr. sqd. Mtr. "V.E.II" - 1 pJ. C/clO

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Complessivamente (servizi esclusi): - 10 unità livello btg. f. 11 6 unità livello gr. a cam. I unità livello btg. car. I.

8 unità livello btr./cp. 6 unità livello sz./ pi. - 68 cn. cam.; 12 cn. c/c; 20 cn. c/a; - 20 car. I. circa

Complessivamente: 2 unità equivalenti cp. car. I. 2 unità equivalenti btg. car. 1/m. ; 1 unità equivalente gr a..car.13 3 unità equivalenti btr.14 1 unità livello imprec. a.c/c 15 8/12 cn. cam; 12 (? cn. c/c cn. e/a(?) n. 6 (?) - 37 autoblinde ; 75 car. I. e m. "cruiser" circa "scout cars " n. imprecisabile - altri cn. c/c n. imprecisabile.

Note: nel riepilogo le unità britanniche sono indicate con le abbreviazioni delle corrispondenti unità italiane 1) Ripartite per blocchi, secondo la fronte, le articolazioni e l'ordine sommario di spiegamento, da est a ovest, in senso orario. 2) Meno la cp. Mtr. in precedenza elencata. 3) Arretrata, con schieramento fronte a est. 4) Non è dato sapere se una o due cp. 5) Della G.a.F. 6) Dislocato/a sul tergo delle unità di f. e a. 7) Compagnia Mtr. della "28 Ottobre"(-) o una cp. del btg. Mtr "Catanzaro". 8) Probabilmente del 142° rgt. f. 9) Meno una btr. abbandonata per mancanza di automezzi. Era del calibro 77(28.


La Divisione di Fanteria "Catanzaro" nel secondo conflillo mondiale

353

10) Secondo lo schizzo planimetrico del Gen. Amico. Sembrerebbe che 2 pi. cn. della G.a.F. fossero stati abbandonati. 11) Dei quali 2 Mtr. 12) Di impiego probabile a difesa dello sqd. "B" 11 2 Ussari. 13) Su 2 btr. di 4/6 pezzi ciascuna. 14) Di cui una probabile c/a. 15) D'impiego probabile. Risulta aver raggiunto, alla fine del combattimento, la zona di raccolta di Iluet el Haifa.


Muzio Curcio Rubertini

354

PRosPETIO 5 RIEPILOGO PERDITE COMBATTIMENTO BIR TISHIDIDA 1

Forze italiane

Forze britanniche:

Personalez 1) Fonti italiane: 29 - caduti 74 - feriti 42 - dispersi 145 - Totale - prigionieri 2/3 delle unitĂ

Personale - caduti - feriti -Totale

2) Fonti britanniche: - caduti - prigionieri

52

3 4

10

9

2610 36

5

Armamento:

- carri leggeri distrutti 13 - car. l. o.m. "cruiser" posti f.c. 18 - Totale 31 6

14.000

Armamento

I) Fonti italiane: - carri leggeri - cn. calibri va. 2) Fonti britanniche: - carri leggeri - cn. calibri va.

circa 20 100

7

8

3

88

Note 1) Solo perdite documentate. 2) Limitatamente ai soli reparti dei quali si hanno .e si sono.ponite consultare relazioni di ufficiali in comando (203 2 rgt. a.; 1/201 2 rgt. a.; LXIII btg. car. le. 3) Dei quali 3 U. e 1 SU. 4) Dei quali 14 U. 5) Dei quali 6 U. e 36 tra SU. e truppa del LXIII btg. car. I., non si sa se caduti; feriti e/o prigionieri. 6) Contati nel solo settore in cui operava il 3 2 ussari. 7) L'intero LXIII btg. car. l. (quanto ne era rimasto). 8) SfuggĂŹ alla cattura il solo III/2022 rgt. a. (pezzi da 100/17) che non schierato prosegui all' inizio del combattimento per Sollum e del quale troviamo impiegate 2 sole btr. nella successiva difesa della piazza di Bardia. 9) Dei quali 3 U. e 7 tra SU. e truppa del 32 Ussari. 10) Dei quali 3 U. e 10 tra SU. e truppa del 32 Ussari.


LA Divisione di Fanteria "Catanzaro" nel secondo conflitto mondiale

Appendice III

SCHIZZI TOPOGRAFICI

355


356

Muzio Curcio Rubertini

Avvertenze 1) Gli schizzi sono stati pantografati per riduzione o ingrandimento della cartografia italiana dell'epoca (fogli al 100.000 con reticolato chilometrico dell'I.G.M.-luglio 1941), in una zona di sovrapposizione corrispondente alla località di Bug Bug. La loro scala pertanto, per la vetustà del documento di base; la difficoltà tecnica indicata; le distorsioni dovute agli apparecchi di fotoriproduzione, non è del tutto esatta, ma le distanze misurate sulla carta si avvicinano, con buona approssimazione, a quelle reali e sono compatibili con le esigenze dello studio. V'è da tenere conto inoltre che le coordinate topografiche, desunte da documenti (cartografici e non) britannici, sono espresse in "yards", non in metri (1 "yard" == 0,9144 m) per cui la loro trasposizione sulle nostre carte, in mancanza di particolari topografici inequivocabili (quali pozzi; quote; etc.) comporta sempre degli errori. 2) L'equidistanza degli schizzi al 250.000 èdi m 50, quella dello schizzo al 50.000, m. 1O. Peraltro, gli schizzi al 250.000 hanno la sola zona di schieramento della D. "Catanzaro" rappresentata con l'equidistanza di m. 10 per dare al lettore una più esatta ed efficace visione delle forme del terreno. 3) Negli schizzi sono stati riporati soltanto le località, gli schieramenti, i reparti inclusi nella zona di responsabilità operativa della D. "Catanzaro" o che abbiano in qualche modo interessato la sua azione. 4) Nello schizzo n. 5 non sono indicati le sz.c/ada20mmei pi.e/ c da 47/32 organici decentrati dei quali,, al pari delle btr. da 65/17 dei rgt. 141 2 e 1422 f. non si conoscono gli schieramenti. 5) Per ragioni di spazio, e quindi di chiarezza grafica, gli ordinali dei btg. cc.nn. (CXXXI; CXXXII) e del btg. car. I. (LXIII) sono stati indicati con i numeri arabi anzicché romani.


La Divisione di Fanteria "Catanzaro" nel secondo conflitto mondiale

Segni convenzionali riportati negli schizzi

[2]

unità esploranti

@

unità di cavalleria

~ ~

unità di fanteria

G~

o

unità di fanteria mot. unità carri unità di artiglieria

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reparti servizi

[±]

forze navali

1

cannoni c/c

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mitragliatrici cannoni medio calibro

357


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La Divisione di Fanteria "Catanzaro" nel secondo conflillo mondiale

FOTOGRAFIE

363


Muzio Curcio Rubertini

SCOUT CAR MARK 1B "DINGO" Il carro in secondo piano è uno Stuart, non impiegato nella campagna 1940-1941. Visibili sul "Dingo" "gerboa" o "topi del deserto", emblemi rispettivamente della 7! D. cor. (grande, a sinistra guardando) e della 4! B. cor. (piccolo, a destra guardando). Da B.T. White, British Tank Markings and Names, Arms and Armour Press, Lione) Lenenthal, London 1978, pg. 17

-CARRO L/3/35 ITALIANO Dal Mini.stero della Guerra, Calendario R.E. 1939-XVII, s.e., sJ.


La Divisione di Fanteria "Catanzaro" nel secondo conflillo mondiale

365

CARRO LEGGERO BRITANNICO VICKERS MK VIB. da P. CHAMBERLAIN AND C. Ews, British and American Tanks of Wordl War Il., tradu1jone di NICOLA P1GNATO,Atlante mondiale dei meai corazzati, Albertelli Parma 1970, pg. 23

CARRI LEGGERI BRITANNICI VICKERS MK vm IN AZIONE NEL DESERTO. Modello con protezione cingolo, spandi nebbia e faro per il combattimento notturno. Da K.J. MAKSEY, Tank Force-Allied Armour in the Second Word/ War, Mac Donald and Co, London 1970, pg. 64


366

Muzio Curcio Rubertini

Carro leggero inglese Vickers Mk VIB (modello con protezione cingolo, spandinebbia) incendiato nella "sebka" a ovest di Bug Bug 1'11 dic.1940. Da J.S.O. PALYFAJR, The Mediterranean and Middle East, Voi. I, op. cit.,a fronte di pg. 280

CARRO M. "CRUISER" INGLESE NUFFIELD MK IVA (A 13 MK IO da P. CuAMBERLAIN E C. Ews, British and American Tanks of Word/ War II. (Atlante mondiale dei mezzi corawm-Stati Uniti, Gran Bretagna e Commonwealt nella seconda guerra mondiale), op.cit.

pg.32


La Divisione di Fanteria "Catanzaro" nel secondo conflitto mondiale

367

AUTOBLINDA INGLESE ROLLS ROYCE, MOD. 1924 MARK I CON TORRETTA MODIFICATA. VISIBILI IL FMTR. BREN; IL FUCILE Aff BOYS, LO SPANDINEBBIA. Da B.T. Wll!TF,, BriJish Tank and Fighting Vehic/es 1914-1945, op.cit. pg. 120.

AUTOBLINDA INGLESE MORRIS MOD. CS9/LAC.. VISIBILI IL FUCILE Mf BOYS, LO SPANDL~EBBIA, IL FMTR. BREN, LA BASE DELL'ANTENNA RADIO. Da B.T. Wnm:, British Tank Marking and Names, op. cit. pg. 28.


368

Muzio Curcio Rubertini

"SCOUT CAR" INGLESE DAIMLER MARK II. VISIBILE IN ALTO, A DESTRA, LA BASE DELL'ANTENNA. Da B.T. Wmr&, BRJTTSH TANK AND FtG1IT1NG VE111cus 1914-1945, op. cit. pg.143.

"SCOUT CARRlER" INGLESE MARK I. VISIBILI, AL CENTRO, IL FMTR. BRE!'; E, SOTTO, LO SPANDiNEBBIA; AVANTI lL FUCILE Ml'BOYS. Da B.T. Wmn:, BR1T1s11 T11NK 11No F1c11TtNG Vt mcus 1914-1945, op. cit. pg. 269.


La Divisione di Fanteria "Catanzaro" nel secondo conflitto mondiale

369

ARTIGLIERIE ITALIANE IN MARCIA. In primo piano trattore leggero Fiat O. C. I. 708 C.M., al traino di un pezzo da 100/17 mm con ruote gommate. In secondo piano, al di sopra della mezzeria del pezzo, è visibile urrsoldato che spalleggia una radio R.F.2 con antenna circolare. Da "Il Giornale", Milano 27/10/1984.

EGITTO 1940. Nel deserto marmarico la gloriosa Bandiera del 141° rgt.f. "Catan1.aro" decorata di M.O. al Val ore Militare. Al termine dei combattimenti sostenuti nei giorni 9-10-11 dicembre 1940, dopo la ritirata notturna a piedi, nella posizione di Bir Tishdida (fra Bug Bug e Sollum), il reggimento venne soverchiato, con l'intera divisione, dopo strenua difesa, da forze corazzate inglesi. La Bandiera venne distrutta dal Colonello Carlo Cassini e la lancia sepolta nel deserto. (Cap.f.cpl. Mario Pellissetti, Ufficiale addetto all'autodrapello del 141° rgt.f. "Catanzaro").


370

Muzio Curcio Rubertini

-·~·a·=~~-22_.,_,_'~ DESERTO MARMARICO 1940. Seppure vicini al nemico gli uomini non dimenticano Dio. Momento solenne! L'Elevazione davanti al reggimento schierato in armi. (Cap.f.cpl. Mario Pellissetti, Ufficiale addetto all'autodrapello del 141° rgt.f. "Catanzaro").


La Divisione di Fanteria "Catanzaro" nel secondo conjlillo mondiale

37 1

UN BLENHEIM IV INGLESE AB· BATTUTO (TOBRUK-AGOSTO 1940). L'apparecchio faceva parte di una for· mazione che attaccò improvvisamente i depositi di materiali, veicoli e ospedaletti situati nella zona del "Pilastrino". L'attacco di sorpresa trovò la difesa impreparata. Un caporale, da solo, si portò animosamente a una mitraliera da 20 mm e con una raffica ben centrata abbatté l'apparecchio. (Cap.f.cpl. Mario Pellissetti, Ufficiale addetto all'autodrapello del 141° rgt.f. "Catanzaro").

BRISTOL BLENHEIM MK IV. Costruttore: Bristol Aeroplane Co. Ltd. - Tipo: bombardamento · Anno 1939 • Motore: 2 Bristol Mercury XV, radiali a 9 cilindri, raffreddati ad aria, da 920 Hp ciascuno . Apertura alare: m 17,17. Lunghezza:m 12,98 • Altez· za: m. 2,99 • Peso al decollo: Kg 6166 • Velocità massima: Km/h 428 a 3350 m di quota . Quota massima operativa: m 6700 • Autonomia: Km 2350 • Ar· mamento: 5 mitragliatrici; 600 Kg di bombe • Equipaggio: 3 persone.

Da Atlante enciclopedico degli aerei del mondo dal 1914 a oggi, a cura di ENZO

ANGELUCCI, te~1i di Paolo Matricardi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1980, pp. 258,281.


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Muzio Curcio Rubertini

Ringraziamenti

Il saggio proposto non ha la pretesa di voler essere l'ultima parola in merito alle vicende che vi sono narrate. Ringrazio fin d'ora chi vorrà comunicarmi qualunque notizia che possa costituire apporto alla loro completa conoscenza ai fini storico-militari. Del pari ringrazio quanti col loro interessamento e/o con l 'invio di testimonianze e documenti hanno reso possibile la stesura e il compimento dello "studio": il dott. Massimo Sani della radiotelevisione italiana, Rai 1 TV, per il testo dell'intervista, al "Brigadiere" Gey Mark Oswald Davy, che ne ha fornito lo spunto; il direttore de Il Giornale, dott. Indro Montanelli, il direttore del periodico Tradizione Militare, Ten. Gen. (ris.) Giustino Barneschi, e della rivista Unuci, Sig. Giovanni Spadea, per aver voluto pubblicare, sui rispettivi quotidiani, periodico e rivista, la mia richiesta di notizia indirizzata ai superstiti combattenti di quelle giornate: alla dottoressa Maria Fernanda Farfaneti Ghetti, figlia del Col. a. M. O. al V. M. Ermenegildo Farfaneti, gloriosamente caduto a Bir Tishdida, la quale ha voluto inviarmi copia delle relazioni di alcuni Ufficiali del 203 rgt. a. "Catanzaro" che agli ordini del suo eroico genitore presero parte a quel combattimento; al Gen. C. A. (ris.) Gastone Marantonio; al Gen. B. (ris.) Giuseppe Sapienza, al Ten. f. cpl. Giuseppe Pernici, al Ten. a. cpl. Vezio Carobbi che a più riprese, rispondendo all'appello letto sui giornali e da me sollecitati, mi hanno inviato le loro testimonianze; al Magg. CC Antonio Carboni per il memoriale del defunto omonimo suo zio, Gen. B. (ris.), già sottocapo di S. M del rgpt. Maletti; al pluridecorato al V. M. Ezio Murroni, combattente d'Africa, per le notizie che ha voluto darmi, in aggiunta a quelle preziose contenute nel suo libro L'assedio di Bardia e per il ricordo che conserva di mio padre, al figlio del Cap. f. cpl. Mario Pellisettei; al Sig. Alfonso Tegami; al fante S. Di Lorenzo. Le notizie acquisite non sarebbero però bastate a dar corpo alla ricerca se non avessi avuto la preziosa collaborazione di un gran numero di colleghi che mi hanno dato il loro consiglio e


LA Divisione di Fanteria "Catanzaro" nel secondo conf/illo mondiale

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permesso 1'accesso e il reperimento delle fonti documentali primarie: il Gen. B. Pierluigi Bertinara, Capo dell'Ufficio Storico dello SME; l'addetto Militare a Londra, Col. f. sSM Salvatore Sabatino, al quale devo la quasi totale acquisizione del materiale documentario di fonte britannica; il Col. A. A. R. N. pilota Ugo De Carolis, addetto aeronautico a Londra, per quanto attiene ad analoga documentazione in possesso dell' Air Historical Banch dell'Ufficio Storico del Ministero della Difesa britannico. Ringrazio inoltre per la loro cameratesca e fattiva collaborazione il Gen. B. Adriano Galli, Cte t. del predetto C. M. T. in Firenze; il Gen. B Matteo De Salvia, Cte t. del predetto C. M. T. ; il Gen. B. A. (aus. ) pilota Gino Persichetti; il Col. Franco Torbidoni, Capo della 10" Div. Doc. della D. G. U. E. ; il Ten. Col. Aldo Testegrossa, direttore della Biblioteca di Artiglieria e Genio in Roma. NĂŠ posso dimenticare il Magg. Gen. Rolando Ghiggio e il Col. Maurizio Pampaloni dell'L G. M. di Firenze; il Col. g. Enrico di Bacco del VIJ C. M. T. e i disegnatori sig. ri Luigi Trotta e Roberto Ricci, il primo della Direzione Lavori Genio di Firenze e il secondo dell'I. G. M. , per i consigli e l'aiuto datomi nel reperimento della documentazione cartografica dell'epoca e nel materiale completamento e ritocco degli schizzi topografici. Una particolare menzione merita poi il Major N. S. Lawson, delle 'Life Guards" britanniche, al quale devo la bibliografia, completa, relativa alle unitĂ della 7th Annaured division che fu impegnata in combattimento dalla D. f. "Catanzaro", e per essa il Gen. S. A. pilota Stelio Nardini, nel 1971 addetto aeronautico a Londra che, molto gentilmente fin d'allora me ne rese edotto, inviandomi l'originale di una lettera a lui diretta dal predetto Maggiore in seguito a sua esplicita richiesta da me sollecitata. Un grazie anche al personale della biblioteca del British Instituto of Florence che per me ha richiesto in Inghilterra tutti i testi britannici non reperibili nelle nostre biblioteche pubbliche e, solo ultimi in ordine di tempo, al Prof. Universitari Giorgio Rochat e Lucio Ceva, ai quali .avevo mandato in visione il mio


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elaborato, per i preziosi consigli e suggerimenti che mi hanno consentito di ampliare e, spero, migliorare lo "studio" frutto di una lunga ricerca. A tutti quanti, conosciuti e sconosciuti amici, e a mio fratello Fabio che mi fa costantemente assistito e si è interessato della riproduzione del materiale fotografico, va la mia riconoscenza.


pARTE

SECONDA

RICERCHE


ALESSANDRA PANIZZA

IL MINISTERO DELLA GUERRA NELLA REPUBBLICA CISALPINA

SOMMARIO: Nota Critica sulle fonti; 1. La Nascita della Repubblica Cisalpina e la genesi della sua Costituzione; 2. Breve analisi del testo costituzionale cisalpino; 3. La Costituzione e le attribuzioni dei Ministri; 4. Attribuzioni, responsabilità e garanzie dei Ministri nel testo della legge del 21 pratile anno VI; 5. Il Ministero della guerra nella Repubblica Cisalpina (organizzazione, competenze, personale); 6. I Commissari di guerra; 7. Il Regolamento del 9 brumale anno IX e l'istituzione dell'Ufficio di Compilazione del Codice Militare; 8. Confronto tra l'organizzazione del Ministero della guerra della Repubblica Cisalpina e quello della Repubblica Italiana; il Consiglio d'amministrazione della guerra; 9. L 'attività svolta dal Ministero al tempo della Repubblica Cisalpina; 10. Rapporto <li un anonimo impiegato sull'andamento del Ministero della guerra negli ultimi dieci anni; Biibliografia.

Nota critica sulle fonti

Quello della Repubblica Cisalpina è un periodo storico di grandissima importanza dal punto di vista istituzionale, perché è un momento di profondi cambiamenti, di entusiasmi e delusioni, come sempre avviene quando si rompe col passato e si inaugura qualcosa di veramente nuovo. Nonostante ciò, ben pochi studiosi si sono finora interessati, dal punto di vista istituzionale, a questo periodo, quando invece i


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lavori più propriamente storici sono numerosi e molto particolareggiati. Dovendo ricercare informazioni su quel settore dell' amministrazione centrale della Repubblica Cisalpina che è il Ministero della guerra, non ho potuto fare altro che basarmi sui documenti conservati nell'Archivio di Stato di Milano. E qui in effetti il materiale da esaminare è di gran mole, in quanto esistono ben 2894 cartelle contenenti documenti relativi al Ministero della guerra a partire dal 1797 fino al 1814. Il fondo è denominato Ministero della guerra, e le cartelle vengono ripartite per argomento, in base alle seguenti voci: abbigliamento, accampamenti, appendice, approvvigionamento d'assedio, armamento, artiglieria, atti di governo, casermaggio, comandi, congedi, contabilità, corpi di guardia, diserzioni, equipaggi, figli di truppa, fondi, formazione dei corpi, gendarmeria, Genio, archivio italiano, Guardia Reale, indennità, leva, Ministero della guerra, movimenti e stazioni, offerte, ospitali, Personale, Polizia, rimonte, sanità militari, scuole, soldo , stampe, stati di situazione, sussistenze, topografia, trasporti. Dato che il mio interesse era rivolto all'organizzazione interna del Ministero, mi sono dedicata soprattutto all'esame delle cartelle comprese sotto la voce " Ministero della guerra", e in particolare la cartella n. 1O17, intitolata "Organizzazione - Ufficio centrale Ragioneria e Consiglio Amministrativo ... al 1806": qui infatti ho potuto trovare gran parte del materiale su cui in seguito mi sono basata. Nella cartella 1016, con la stessa intitolazione della 1017, ma contenente solamente documenti datati a partire dal 1802, si può rinvenire il decreto con cui il Bonaparte istituisce il Consiglio d'Amministrazione della guerra; mentre le cartelle 1060 e 1061 (Rapporti al Ministro Triennio) contengono i resoconti inviati al Ministro dalle varie Sub-divisioni del Ministero, e i rapporti stesi dal Ministro stesso per il Direttorio Esecutivo. Per il resto, i documenti si riferiscono all'amministrazione militare vera e propria dello Stato, e riguardano aspetti di natura


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tecnica connessi con i vari problemi e bisogni dell'esercito. Questa grande mole di materiale è però per la massima parte riferita al periodo di tempo coincidente con la nascita della Repubblica Italiana fino alla caduta del Regno d'Italia: moto più difficile è trovare notizie relative agli anni di vita della Repubblica Cisalpina. Questo probabilmente per due ragioni: da una parte la Repubblica Cisalpina rappresenta una fase d'assestamento e un periodo di relativa confusione; dall'altra non bisogna dimenticare che nel corso della Repubblica Cisalpina si è avuto l'intermezzo di tredici mesi causato dalla temporanea rioccupazione asburgica della Lombardia: anche questo senz'altro può aver contribuito alla perdita di molto materiale. Comunque, quello che è rimasto mi sembra sufficiente a tracciare un quadro abbastanza chiaro di quello che doveva essere l'organizzazione del Dipartimento. Un altro fondo su cui mi sono basata per la mia ricerca è il fondo "Militare" (parte antica), e precisamente le cartelle 5 e 6, che mi sono state utili soprattutto per la parte relativa ai problemi dell'esercito cisalpino. Fonte preziosa e indispensabile pre chi voglia studiare correttamente le vicende istituzionali della Repubblica Cisalpina è la famosa raccolta Veladini, ovvero la "Raccolta degli ordini, avvisi e proclami pubblicati in Milano nell'anno V Repubblicano francese", Milano 1797, in cinque volumi. Nell'appendice del quarto si può rinvenire il testo costituzionale, nel tomo terzo invece è contenuto il testo della legge che fissa le attribuzioni dei Commissari di guerra e il famoso proclama del Bonaparte in cui, a nome della Repubblica Francese, rinuncia ai diritti di conquista sulla Repubblica Cisalpina, nomina il Direttorio Esecutivo e successivamente i Ministri. Infine il tomo V comprende il testo della legge del 21 pratile sulle attribuzioni, responsabilità e garanzie dei Ministri della Repubblica. Quest'opera si trova presso la biblioteca dell'Archivio di Milano.


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Purtroppo, nella parte della mia ricerca relativa alle discussioni assembleari che hanno portato alla stesura del testo definitivo della legge del 21 pratile, ho potuto solo in parte basarmi su documenti originali. Nell'opera del Montalcini "Assemblee della Repubblica Cisalpina", Bologna 1917, sono riportati i verbali delle sedute del Gran Consiglio, fra cui anche quelle dei giorni 2 piovoso, 21 piovoso, 7 pratile e 6 fiorile dell'anno VI, che in parte sono dedicate alle discussioni generate dalla mancanza di una precisa normativa, peraltro prevista dalla Costituzione, sulle attribuzioni ministeriali: emerge una serie di problemi che si cerca di superare presentando un progetto di legge relativo a questo argomento, progetto che sfocia appunto nella già citata legge del 21 pratile. Le fonti da cui attinge il Montalcini sono l'opera del Duvergier "Collection complète des lois, décrets, ordonnances, réglements, etc. " Paris 1835, oppure il "Redattore del Gran Consiglio della Repubblica Cisalpina", un giornale politico dell'epoca, stampato a Milano, che riportava i verbali delle assemblee tenute dal Gran Consiglio, di cui l'editore Veladini ha pubblicato una raccolta di tutti i numeri editi nel 1797 e 1798, in due anni di vita del giornale. Quanto all'opera del Duvergier, ho purtroppo constatato che non esiste copia nelle biblioteche di Milano. Per quel che riguarda il "Redattore" invece, sempre presso la biblioteca Sormani esiste un solo volume della raccolta, relativo ai numeri del giornale pubblicati nei mesi di nevoso e frimale del 1798, dunque relativi ad un'epoca differente da quella oggetto della mia ricerca. Fortunatamente di più ho potuto trovare presso la biblioteca del Museo del Risorgimento, dove sono reperibili i tre volumi comprendenti i numeri pubblicati nel secondo bimestre dell'anno VI, cioè riferiti ai mesi di piovoso e ventoso. Il primo volume parte dalla seduta LXIII dell' 1 piovoso e arriva fino alla seduta LXXXI del 19 piovoso; il secondo parte dalla continuazione della seduta LXXXI del Gran Consiglio e arriva a comprendere la seduta XCVI del 4 ventoso; infine il terzo inizia con la seduta XCVII del S ventoso e termina con la CIX del 17 dello


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stesso mese. Nel primo volume ho potuto rinvenire i resoconti delle discussioni del 2 piovoso, e nel secondo volume quelli della seduta tenuta il 21 dello stesso mese. La seduta del 2 piovoso, che doveva essere stata molto lunga e dibattuta, è ripartita tra i numeri 2 e 3 del secondo bimestre del giornale, mentre il materiale relativo alla seduta del 21 è riportato nel numero 37, sempre del Redattore. Purtroppo la raccolta si limita a questo ristretto arco di tempo, e così per la parte dedicata alle sedute dei giorni 7 pratile e 6 fiorile, non ho potuto fare altro che rifarmi a quanto riportato dal Montalcini nella sua opera.

1. La nascita della Repubblica Cisalpina e la genesi della sua Costituzione.

La prima citazione ufficiale della Repubblica Cisalpina a livello internazionale è nell'articolo 8 dei preliminari di Leoben, confermato solennemente e consacrato dagli articoli 7 e 8 del trattato di Campoformio. La Repubblica Cisalpina nasce grazie all'imperiosa volontà del Bonaparte, che riesce ad imporsi al Direttorio e a prevalere sull'Austria. Sia 1-' Austria che il Direttorio, per motivi differenti, si oppongono alla creazione di una grande repubblica nel nord dell'Italia: l'una riluttante a rinunciare ad una terra strategicamente ed economicamente importante come la Lombardia, l'altro più interessato a raggiungere i confini del Reno. Inoltre il Direttorio terne la nascita di una Repubblica Cisalpina che avrebbe senz'altro costituito un elemento di instabilità nei già delicati equilibri europei. Nonostante ciò, è l'abilissima ed instancabile manovra del Bonaparte a prevalere: la Cisalpina nasce come Stato (teoricamente) indipendente, che ha in sé uno spirito fortemente annessionistico. In breve tempo si annette i territori della Repubblica Cispadana e in seguito, sempre dietro l'attenta regia napoleonica,


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la Valtellina, da sempre zona d'influenza austriaca. La Cisalpina viene a costituirsi così come Repubblica abbastanza forte ed estesa, che raggiunge ad est il mare Adriatico ed a Meridione i confini della Toscana e delle Marche. Tralasciando di parlare della struttura di governo della Lombardia austriaca, perchè il discorso si farebbe troppo lungo, per riuscire tuttavia a comprendere il modo in cui si perviene a mettere in moto la complessa macchina organizzativa della Nuova Repubblica, e di conseguenza per inquadrare meglio il punto focale della ricerca, cioè la genesi del Ministero della guerra cisalpina è bene almeno accennare all'iter attraverso cui si arriva, dopo i primi approcci coi francesi alla creazione della Costituzione Cisalpina. Il 9 maggio 1976, prima di partire, lasciando la Lombardia nelle mani dei francesi, il Governatore Ferdinando aveva nominato una Giunta incaricata della Direzione degli affari; in ogni modo, gli atti emanati dalla Giunta sono molto scarsi ed il potere effettivo, in questa breve fase di intervallo tra la partenza degli austriaci e l'arrivo dei francesi, viene esercitato dal Consiglio dei Decurioni. Il 17 maggio Bonaparte è alle porte di Milano, e due delegazioni gli si fanno incontro, una in rappresentanza delle maggiori autorità politiche della Lombardia, l'altra della Società popolare. In tutte le Province italiane occupate dai francesi nel 1796, Bonaparte instaura governi provvisori; infatti la situazione stessa richiede simili provvedimenti, a causa dell'occupazione militare e dell'incertezza degli avvenimenti, dovuta al perdurare dello stato di guerra. Cosicché, motivando le sue decisioni con l'urgenza, il Bonaparte cerca di indirizzare maggiormente le faccende italiane verso i suoi fini, non concordanti con quelli del Direttorio. La linea seguita per la creazione dei governi provvisori è quasi sempre la stessa, e può essere così schematizzata: precede un proclama di rassicurazione ai popoli sul rispetto delle persone, della proprietà e della religione; segue un ordine di generale disarmo da comp.iersi in breve tempo, infine un elenco delle autorità sop-


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presse, di quelle mantenute e di quelle create dal nuovo. Il problema che si pone nello studio di questi governi provvisori è quello dei rapporti che intercorrono fra essi e la Francia, in particolare riguardo ai poteri che la Repubblica vuole riservarsi nei paesi conquistati; ed è un problema che va risolto caso per caso, data la mancanza di una legge che regoli la questione, e l'elemento comune che va osservato di volta in volta per la soluzione è dato dal giuramento di fedeltà cui sono sottoposte le autorità civili da parte dei francesi: dall'esame del testo del giuramento si deduce , la posizione delle autorità locali nei confronti del potere centrale di Parigi. Due casi esemplificativi sono quelli di Milano e Bologna. A Milano i municipalisti giurano" di non riconoscere d'ora in avanti che la sola Repubblica Francese, e d'impiegare tutto il loro potere al mantenimento e all'esecuzione delle leggi che sono emanate e che emaneranno dalla stessa Repubblica". (1) Da questa formula di giuramento si ricava come i lombardi fossero effettivamente sudditi dei francesi. Infatti si rilevano due elementi essenziali per stabilire il rapporto di sudditanza: il riconoscimento della potestà sovrana come esclusiva e l'obbedienza alle leggi emanate o emanande dalla Francia. La situazione è diversa per Bologna: qui non c' é un rapporto di sottomissione o di sudditanza, ma semplicemente un obbligo di fedeltà. E anche questo lo si può ricavare dalla formula di giuramento: le autorità bolognesi giurano "di non fare cosa contraria agli interessi dell'istessa invitta Repubblica, e di esercitare l'ufficio loro come buoni cittadini, rimosso qualunque odio e favore. "(2) Non appena entrati in Milano, i francesi aboliscono la Giunta provvisoria, sostituendola con un'Agenzia militare, formata da 3 francesi. Viene abolito pure il Magistrato politico camerale, e mantenuta invece la Congregazione di Stato, incaricata dell'amministrazione della Lombardia, che avrebbe dovuto esercitare le sue funzioni in nome della Repubblica francese e sotto la sorveglianza delle autorità militari. Viene sciolto il consiglio dei decurioni, mentre rimane la Municipalità di Milano, ma presieduta dal


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comandante della piazza di Milano, il Despinoy. È evidente qui l'intenzione delle autorità francesi di voler mantenere in vita, almeno in un primo tempo, quegli organi che, come la Congregazione dello Stato e la Municipalità, sono più vicini ad un certo spirito rappresentativo, per non scontentare le avanguardie progressiste filo francesi. I membri della Municipalità vengono però sostituiti con elementi più vicini alle idee rivoluzionarie, scelti appositamente dal Bonaparte, che inserisce un buon numero di moderati. Il decreto del 19 maggio che istituisce la nuova Municipalità di Mflano, benché molto vago ed indeterminato, lascia tuttavia sottintendere che i poteri di quest'organo si debbano limitare al campo puramente amministrativo. Tuttavia non passa molto tempo che la Municipalità entra in conflitto col Despinoy, proprio per il fatto di essersi attribuita poteri che dovrebbero esserle estranei: emana decreti al carattere legislativo e tende a considerarsi un'assemblea costituente "in nuce". Nello stesso tempo il comandante francese a Milano è lasciato dal Direttorio senza direttive precise sull'atteggiamento da assumersi nei confronti delle magistrature locali. Il 19 luglio la Municipalità propone di creare un Comitato al suo interno per elaborare un piano di sistemazione costituzionale della Lombardia, mentre il Serbelloni, deputato inviato a Parigi presso il Direttorio, al suo ritorno a Milano propone di creare un comitato di corrispondenza per tenere vive le relazioni tra la Municipalità e i suoi rappresentanti a Parigi, il Serbelloni appunto, il Niccoli e il Sopransi; inoltre invita a redigere un progetto di costituzione, , basato su quella francese del 1795, da con_segnare al Bonaparte e al Saliceti. Così viene creato un Comitato di sette membri, sia per la corrispondenza, sia per il piano di costituzione, e vengono eletti a farne parte il Verri, il Porro, il Vismara, il Corbetta, il Sommariva, il Visconti e il Pelegatti. Tuttavia i lavori di questo comitato non iniziano nemmeno, non tanto perché ostacolati dagli agenti francesi, quanto perché alla fine dell'agosto del 1796 si ha finalmente una normalizzazione della situazione istituzionale della Lombardia: l'Agenzia mili-


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tare viene abolita e le subentra un nuovo organo non più militare ma civile, l'Amministrazione generale della Lombardia. In essa confluiscono tutti i compiti politici e i progetti costituzionali che erano stati propri della Municipalità, ora di nuovo ente puramente amministrativo. Nata semplicemente per subentrare all'Agenzia militare, col compito principale di raccogliere l'importo mensile della contribuzione da devolversi alla Francia, come già era stato per la Municipalità, anche l'Amministrazione generale della Lombardia, va a sconfinare ben presto dal campo amministrativo in quello politico. Protetta dalla fiducia del Bonaparte, il 29 ottobre le vengono attribuiti i pieni poteri per l'amministrazione interna della regione Per tutto il 1796 non possono realizzarsi ancora i progetti costituzionali dei Lombardi, a partire dai preliminari di Leoben, nell'aprile dell'anno dopo, si può iniziare a concretare l'ideale politico che si tradurrà nella formazione della Repubblica Cisalpina.

2. Breve analisi del testo costituzionale cisalpino.

Il 29 giugno 1797 Napoleone, rinunciando per la Repubblica francese ai diritti di conquista sulla Lombardia, annuncia la nascita della Repubblica Cisalpina. Subito dopo nomina un comitato incaricato di redigere la costituzione. I lavori del comitato sono rapidissimi, perché dominati dalla fretta sia del Bonaparte che del Direttorio; cosicché già l' 8 luglio viene reso noto il testo della costituzione. Si può dire che la Costituzione della Repubblica Cisalpina, fra tutti i testi costituzionali redatti nelle repubbliche giacobine italiane, sia fra quelli che meno si differenziano dalla Costituzione francese dell'anno III, priva quindi di quegli sprazzi di originalità che caratterizzano per esempio la Costituzione della Repubblica partenopea. Sia la Costituzione francese dell'anno III, sia le Costituzioni italiane che ad essa si sono ispirate, hanno una caratteristica che


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salta subito agli occhi, la loro lunghezza: il testo francese conta ben 377 articoli, e quello cisalpino 378. Questo perché, a causa della fiducia illimitata che il pensiero illuminista aveva nel potere della legislazione, si cerca, in campo costituzionale, di codificare quanto più possibile dei rapporti tra Stato ed individuo, dei diritti e doveri dei singoli, dei poteri dello Stato. Così, in queste costituzioni si trova la trattazione minuziosa di materie che nei testi moderni sarebbero regolate da norme che nella gerarchia delle fonti occuperebbero certo un rango inferiore a quello costituzionale. Queste Costituzioni, sia la francese che la cisalpina, sono divise in articoli raggruppati in titoli, a seconda della materia trattata, e sono precedute da una Dichiarazione dei diritti e doveri dell'uomo e del cittadino. Alla dichiarazione fa seguito il testo costituzionale vero e proprio, che esordisce con tre articoli programmatici e di carattere generale. Il primo titolo tratta della "divisione del territorio", riguardo a cui legislatori si sono rifatti al sistema adottato in Francia, cioè la divisione in Dipartimenti, a loro volta comprendenti Distretti, e in ultimo le Comunità. Provvisoriamente la Repubblica è divisa in 11 Dipartimenti: Adda, Alpi Apuane, Crostolo, Lario, Montagna, Olona, Panaro, Po, Serio, Ticino, Verbano. Il II titolo riguarda invece lo "stato politico dei cittadini", punto fondamentale della costituzione perché se, come s'é visto, la sovranità risiede nei cittadini, qui sono elencate le condizioni necessarie per essere o per poter diventare cittadini: età minima di 20 anni, iscrizione al registro civico comunale, esclusione per mendicanti e vagabondi. In seguito verrà richiesto anche il saper leggere e scrivere, esercitare una professione meccanica, possedere un fucile e presentare un certificato attestante d'aver svolto il servizio militare. Il III titolo si occupa del sistema elettorale, che viene riproposto a doppio grado, e in base al quale si costituiscono dapprima le Assemblee primarie, divise per Cantoni e composte dalla totalità dei cittadini; esse si riuniscono in primo luogo per approvare e


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respingere i cambiamenti alla costituzione proposti dalle Assemblee di revisione, poi per procedere alle elezioni dei membri delle Assemblee elettorali, dei giudici di pace e dei loro assessori, degli ufficiali municipali nei Comuni con più di tremila abitanti. Per poter far parte delle Assemblee elettorali requisiti sono molto più restrittivi che non per le primarie, e il compito principale cui sono chiamate è l'elezione dei membri del corpo legislativo, che risulta diviso in due diverse. camere: il Consiglio dei Seniori e il Gran Consiglio, simili fra loro, e le cui differenze riguardano solo il numero, l'età e le condizioni di reclutamento dei loro membri. La preoccupazione principale dei legislatori era stata quella di evitare qualsiasi forma di dittatura, sia del corpo legislativo che del potere esecutivo, e contro questa eventualità avevano cercato di provvedere separando rigorosamente i due poteri, circoscrivendone rigidamente i compiti e limitando fortemente i contatti fra di essi. Questo stato di cose presenta sia dei pregi che dei difetti: si ha da una parte la possibilità che l'esecutivo agisca troppo indipendentemente, trascurando le indicazioni del corpo legislativo, dall'altra però è svincolato dai mutamenti di corrente che spesso si verificano negli organi assembleari. Per quanto attiene al Direttorio, come nella Costituzione francese del 1795, così pure nel testo cisalpino è previsto un organo esecutivo collegiale, composto da cinque membri, eletti dal corpo legislativo secondo una complicata procedura in base alla quale il Gran Consiglio propone una lista di nomi, e dopo una serie di scrutini, la scelta definitiva spetta al Consiglio dei Seniori. Il Direttorio è da rimuoversi per 1/5 ogni anno, e per i primi quattro anni la scelta del membro da sostituire avviene per estrazione a sorte. Gode degli stessi poteri propri del Direttorio francese, e come questo dispone della forza armata, senza però poterla comandare direttamente: infatti il comando militare effettivo darebbe al Direttorio troppo potere e la possibilità di operare pressioni sul corpo legislativo; inoltre procede alla nomina dei generali in capo.


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I Ministri sono nominati dal Direttorio, e sono revocabili a sua discrezione: sono a capo di uffici amministrativi, simili agli attuali gabinetti ministeriali, con la differenza che il personale non muta col mutare del Direttorio, ma è permanente. I Ministri cisalpini sono sei: di giustizia, della guerra, degli affari esteri, degli affari interni, di polizia e di finanza. Essi non formano un consiglio e sono responsabili nei confronti del Direttorio della mancata esecuzione delle leggi, mentre non hanno alcun potere in campo legislativo, essendo i due poteri del tutto separati. Per quanto riguarda il potere giudiziario, i costituenti cisalpini si sono rifatti ad alcuni principi fondamentali, quali l'indipendenza della magistratura (ribadendo così il precetto della separazione dei poteri), l'elettività dei giudici, la gratuità della giurisdizione, la pubblicità delle udienze. Inoltre vengono tenute ben separate la giustizia civile e quella penale e, così come nel testo francese, é prevista la possibilità di ricorrere in appello. Infine l'uniformità del diritto è garantita da un tribunale di cassazione, unico per tutta la repubblica, cui ci si può rivolgere per l'annullamento delle decisioni inappellabili prese nei tribunali dello Stato. Il titolo IX riguarda invece la forza armata, suddivisa in guardia nazionale sedentanea e in truppa assoldata. La prima è composta da tutti i cittadini che siano in grado di portare le armi, e il farne parte è condizione per esercitare i diritti di cittadino. Volontari sono invece i membri della truppa assoldata, che viene mantenuta anche in tempo di pace. Sorvolando sui titoli X (pubblica istruzione) e XI (finanze), di contenuto marginale rispetto a questa ricerca, si può terminare questo breve esame del testo costituzionale cisalpino ricordando che si tratta di una costituzione rigida: è prevista una procedura di revisione, ma molto complessa, così come si desume dal XIIl titolo: in primo luogo la proposta di revisione deve partire dal Consiglio dei Seniori; quindi è necessaria la ratifica per tre volte da parte del Gran Consiglio, a distanza di almeno tre anni l'una dall'altra. Se questo si verifica si può costituire un'Assemblea di


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revisione, incaricata di redigere un progetto che dovrà essere approvato dalle Assemblee primarie.

3. La Costituzione e le attribuzioni dei Ministri. Nella Costituzione della Repubblica Cisalpina, precisamente al VI titolo, dedicato al Potere Esecutivo, sono contenuti alcuni articoli relativi alla nomina dei Ministri, alle loro attribuzioni e alle loro responsabilità. Articolo 148: "Il Direttorio nomina fuori del suo seno i Ministri, e li revoca allorché lo giudica conveniente. Non può eleggerli dell'età minore di trent'anni, nè tra parenti o affini dei suoi membri nei gradi enumerati nell'art. 139". Come si è visto in precedenza, i redattori della Costituzione Cisalpina si erano ispirati rigorosamente al principio della separazione dei poteri che, coi suoi pregi e difetti, aveva portato alla mancanza quasi assoluta di contatti tra l'Esecutivo e il Legislativo. Una conseguenza di questo sistema è appunto, come s 'é visto nell'art. 148 sopra citato, la dipendenza esclusiva dei Ministri nei confronti del Direttorio, che gode così di una illimitata facoltà di nomina e di revoca; ne consegue una eccessiva facilità nel ricambio dei Ministri, che generalmente riescono a rimanere in carica solo pochi mesi, e vengono poi sostituiti al minimo contrasto col Direttorio, così da provocare un elemento di disturbo e discontinuità nella vita dello Stato. L'articolo 150 della Costituzione rappresenta tuttavia un'eccezione al principio della separazione dei poteri, in quanto stabilisce che spetti al Corpo Legislativo di determinare le attribuzioni dei Ministri; lo stesso articolo precisa inoltre quanti e quali debbano essere i Ministri della Repubblica: di giustizia, di guerra, degli affari esteri, degli affari interni, di polizia, delle finanze. Questa disposizione non viene però immediatamente rispettata, perché solo il 21 pratile dell'anno VI, praticamente un anno dopo la pubblicazione della Costituzione, il Corpo Legislativo finalmente emana una legge che fissa le attribuzioni dei Ministri, i


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loro compiti, le loro responsabilità e le loro immunità. Questa legge pone fine ad una situazione d'incertezza che fino a quel momento aveva causato, come si dirà più avanti. non pochi contrasti tra Direttorio e Corpo Legislativo, proprio riguardo ai poteri che avrebbero dovuto spettare o meno ai Ministri. Infatti il testo costituzionale è molto laconico al riguardo, limitandosi ad affermare che, art. 149, "i Ministri corrispondono immediatamente colle autorità ad esse subordinate" e, nell'art. 151, che "i Ministri non formano un consiglio". Nonostante il ruolo di coordinamento e supervisione del Direttorio, per il fatto che ogni Ministro agisce indipendentemente da ogni altro, si ha come conseguenza che molte volte la politica del governo si presenta disorganica e frammentaria. Più tardi, con la Repubblica Italiana, il Melzi si sforzerà di porre fine a questo .inconveniente, cercando di stringere maggiormente i legami tra i Ministri, così da creare un vero e proprio governo più unito e interdipendente. Tuttavia il Melzi non riuscirà a portare a termine i suoi propositi. Nella Costituzione Cisalpina l'ultimo articolo dedicato ai Ministri è il 152, in base al quale "i Ministri sono rispettivamente responsabili dell'inesecuzione sì delle leggi che degli ordini del Direttorio" . In tutto subordinati al Direttorio, i Ministri ricoprono quindi il ruolo di semplici fun zionari di grado e di importanza comunque elevati, che però non svolgono mansioni di carattere politico, ma più che altro amministrativo. Del resto i loro compiti non sono specificati in modo preciso che con la legge del 21 pratile anno VI, che, un anno dopo la pubblicazione della costituzione, finalmente pone fine alla situazione d'incertezza che certamente doveva sussistere in proposito. Il proclama con cui si procede alla nomina dei primi sei Ministri della Repubblica Cisalpina è datato 12 messidoro anno V (30 giugno 1797); esso è preceduto dalla famosa dichiarazione in cui il Bonaparte, a nome della Repubblica francese, rinuncia al diritto di conquista sulla Repubblica Cisalpina e da al popolo cisalpino la propria costituzione. Inoltre annuncia come per la prima volta i


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membri del governo e del Corpo Legislativo saranno da egli stesso nominati, e non eletti dal popolo, per evitare un passaggio troppo brusco dal regime tirannico alle istituzioni democratiche appena introdotte. Segue quindi il decreto di nomina del Direttorio esecutivo, firmato dal Bonaparte: sono solo quattro i Direttori nominati, perché il quinto lo sarà dopo brevissimo tempo, e sono i cittadini Serbelloni, Alessandri, Moscati e Paradisi. Come Segretario generale del Direttorio è nominato Giambattista Sommariva, mentre la carica di Ministro di polizia viene ricoperta da Gaetano Porro; Ministro della guerra è Ambrogio Birago, delle finanze Lodovico Ricci, di giustizia Giuseppe Luosi, degli affari esteri Carlo Testi, mentre per il momento non si procede alla nomina del Ministro degli interni, le cui funzioni sono provvisoriamente ricoperte dal Ministro di polizia.

4. Attribuzioni, responsabilità e garanzie dei Ministri nel testo della legge del 21 pratile anno VI.

Sia nel testo della Costituzione che nel decreto di nomina del 12 messidoro, non compare alcuna indicazione relativa alle precise funzioni che i Ministri dovranno svolgere nell'esercizio del loro compito. Di conseguenza questo stato di cose non poteva che portare al verificarsi sia di eccessi di potere da parte dei Ministri, sia di un ingiustificato controllo (in quanto non autorizzato dalla Costituzione), sull'operato dei Ministri da parte del Corpo Legislativo. Di questi contrasti sono testimonianza i verbali delle Assemblee della Repubblica Cisalpina, in cui più di una volta si rinvengono elementi a riprova di una divergenza di vedute tra Direttorio, Corpo Legislativo e Ministri circa il ruolo effettivo dei Ministri stessi. Queste discussioni non rimangono comunque senza esito, in quanto culminano con l'approvazione di una legge specifica sull'argomento, suddivisa in tre titoli riguardanti le attribuzioni, la responsabilità e le garanzie dei Ministri.


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Questa legge è datata 21 pratile anno VI (9 giugno 1798), e il suo testo non differisce molto dai progetti che al riguardo erano stati presentati nel corso della seduta del 6 fiorile anno VI (aprile 1798) e del 9 fiorile. In nome della Repubblica Cisalpina Estratto dei registri del Direttorio Esecutivo. Seduta del giorno 21 pratile anno VI Repubblicano Il Consiglio dei Seniori ha fatto deporre agli Atti del Direttorio Esecutivo la seguente Legge: In nome della Repubblica Cisalpina una, ed indivisibile Milano 13 pratile anno VI Repubblicano Sessione CLXXXVII del Consiglio dei Seniori Il Consiglio dei Seniori ha decretato caso d'urgenza il seguente: In nome della Repubblica Cisalpina, una, ed indivisibile Seduta CXC del Gran Consiglio Milano 11 pratile anno VI Repubblicano Il Gran Consiglio al Consiglio dei Seniori Il Gran Consiglio considerando, che per l'articolo 22 dei diritti la garanzia sociale non può esistere se la distinzione dei Poteri non è stabilita, se non sono fissati i loro limiti, e se non è assicurata la responsabilità dei Funzionari pubblici Considerando, che per l'articolo 150 della Costituzione il Corpo Legislativo determina gli attributi dei Ministri, Dichiara l'urgenza sul motivo di affidare un punto essenziale della Costituzione; Dichiarata l'urgenza - Risolve;

Titolo I - ATIRIBt.rrI DEI MINISlRI

Ministro della Polizia Generale 1) 2) 3) 4)

È incaricato della vigilanza sulla sicurezza, e tranquillità pubblica Della conservazione della pubblica decenza, e del costume pubblico. Della polizia dei Culti, dei teatri e dei pubblici spettacoli , Dello sbratto dei mendici, dei vagabondi, ed oziosi, e dei forestieri, sospetti · 5) Della polizia delle carceri, case d'arresto, di giustizia, di forza, e di detenzione 6) Della ispezione sul servizio della Guardia Nazionale Sedentaria per tutto ciò che rigµarda il mantenimento dell'ordine pubblico. /

Ministro della Giustizia 1) È incaricato della stampa, e della spedizione delle leggi, dei decreti, dei


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proclami, ed istruzioni del Direttorio Esecutivo alle Autorità Amministrative e Giudiziarie 2) Da ai giudici le istruzioni necessarie, li richiama alle regole, e invigila perché la giustizia sia bene amministrata, senza però immischiarsi sul merito degli affari.

Ministro degli Affari Interni I) È incaricato del mantenimento del regime costituzionale, e dei regolamenti riguardanti le Assemblee comunali, primarie ed elettorali 2) Della tutela delle Amministrazioni Dipartimentali e Municipali quanto alle spese pubbliche 3) Della ispezione economica sui beni finora addetti all'esercizio di Culto 4) Della sovrintendenza sull'Amministrazione della Guardia Nazionale Sedentaria 5) Dell'agricoltura, disseccamenti, e dissodamenti dei terreni 6) Delle Miniere e delle cave 7) Della costruzione, e manutenzione delle strade, ponti, canali, edifizi, case nazionali, ed altri lavori pubblici di terra e di acqua 8) Della navigazione interna, trasporti e pubblici mercati 9) Del commercio, industria, arti, invenzioni, opifici, e manifatture; dei premi di incoraggiamento su questi diversi oggetti 10) Della sovrintendenza ai pesi, e alle misure 11) Della formazione di tabelle di popolazione, di economia pubblica, dei prodotti territoriali; delle importazioni, ed esportazioni, e della bilancia del commercio 12) Della sovrintendenza sulle discipline relative alla caccia, ed alla pesca 13) Della ispezione sull'annona, e sulle vettovaglie 14) Della vigilanza sulla pubblica sanità 15) Della sovrintendenza sugli ospitali civili, stabilimenti di pubblica beneficienza, e sussidi civili 16) Della istruzione pubblica, delle biblioteche, archivi, musei, ed altre collezioni nazionali, delle scuole, teatri, e feste nazionali.

Ministro delle Finanze 1) È incaricato della vigilanza sul Dipartimento, e la esazione delle contribuzioni dirette e sulla percezione delle indirette, come pure di ogni altra imposizione, o tassa 2) Ha la direzione del censimento 3) Invigila sulla Tesoreria nazionale, sulla contabilità, e sulle zecche 4) Dirige l'amministrazione dei beni nazionali, e le poste delle lettere, e dei cavalli, i procacci, le dogane, e tutti gli stabilimenti, aziende o imprese, che rendono al pubblico Tesoro


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5) Ha la nomina, e l'ispezione degli impiegati alle dogane.

Ministro della Guerra 1) È incaricato della leva, ispezione, disciplina, e movimento delle armate 2) Invigila sull'artiglieria, il genio, le fortificazioni, le piazze di guerra, i depositi delle reclute, gli ospitali militari, e le case degli invalidi 3) Ha l'ispezione sulla distribuzione dei gradi militari, avanzamenti, ricompense e soccorsi militari 4) Soprintende all'equipaggiamento, ai viveri, ed alle provviste per l'armata 5) È pure incaricato della leva, ispezione, disciplina, e movimento della forza armata sui laghi, e sul mare 6) Regola l'amministrazione dei porti, arsenali, magazzini, approvvigionamenti destinati al servizio della forza sui laghi, e sul mare 7) Dirige la costruzione, e la conservazione, il ristauro, e l'armamento dei legni sui laghi, e sul mare 8) Esercita la polizia rispettiva sui medesimi legni, e sugli equipaggi, che vi sono impiegati 9) Spedisce le patenti di navigazione.

Ministro degli Affari Esteri 1) Ha la corrispondenza cogli Ambasciatori, Ministri, Residenti, Agenti, o Consoli, che il Potere Esecutivo spedisce, o mantiene presso le Potenze Estere; come pure con quelli, che le Potenze Estere spediscono, o mantengono presso la Repubblica Cisalpina 2) Tiene pure la corrispondenza per le rispettive occorrenze coi Ministri degli affari esteri delle rispettive Potenze, e colle Autorità locali dipendenti dalle Potenze medesime 3) Invigila all'esecuzione dei trattati 4) Ha l'ispezione sui confini del territorio della Repubblica.

Titolo II- RESPONSABILITÀ DEI MINISTRI I Ministri sono responsabili per le operazioni del loro ministero. 1) Di tutti i delitti da loro commessi contro la Costituzione, e la sicurezza generale 2) Di ogni attentato alla libertà, ed alla proprietà individuale 3) Di ogni impiego dei fondi pubblici senza un Decreto del Corpo Legislativo, ed un ordine del Direttorio Esecutivo, e di ogni dissipazione dei pubblici denari, che avranno fatta, o favorita


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4) Di ogni usurpazione del Potere Legislativo, e Giudiziario, o inesecuzione delle leggi 5) I delitti dei Ministri, le riparazioni, e le pene, che potranno essere pronunciate contro i Ministri colpevoli si detenninano dal Codice penale.

T itolo I II - GARAN71A DEI MINis1R1 l) Niun Ministro in funzione, o fuori di funzione non può per fatti della sua amministrazione essere tradotto in giustizia in materia criminale se non sopra denuncia del Corpo Legislativo, o del Direttorio Esecutivo 2) Ogni denuncia di qualunque altra Autorità costituita, e di qualunque cittadino contro un Ministro, sarà portata o al Gran Consiglio, o al Direttorio Esecutivo 3) Qualora la denuncia contro un Ministro sia ammessa dal Gran Consiglio, viene trasmessa al Consiglio dei Seniori per essere confennata. Ogni discussione nell'uno, o nell'altro Consiglio relativa alla denuncia di un Ministro si fa in Consiglio composto della metà almeno. Ogni deliberazione sullo stesso oggetto si fa coll'appello nominale, ed a scrutinio segreto 4) Ogni Ministro, contro il quale vi sia un atto di accusa sopra denuncia del Corpo Legislativo, o del Direttorio Esecutivo, può essere convenuto in giudizio per danni, ed interessi dai cittadini, che hanno provato una lesione risultante dai fatti, i quali hanno dato luogo all'atto d'accusa 5) Le procedure si fanno davanti il tribunale del Dipartimento, in cui risiedeva il Potere Esecutivo in tempo del delitto 6) L'azione in materia criminale, come anche l'azione accessoria per danni, ed interessi, per fatti d'amministrazione d'un Ministro fuori delle sue funzioni, è prescritta dopo due anni, contando dal giorno in cui si suppone che è stato commesso il delitto. La presente risoluzione sarà stampata Segnat. Luini Presidente - Varesi, Rossi Segretari Milano lì 21 pratile anno VI Repubblicano Sessione CXCV del Consiglio dei Seniori Il Consiglio dei Seniori approva Nani Presidente - Ventureli Segretario - Orioli Segretario Il Direttorio Esecutivo ordina, che la presente legge sia munita del Sigillo della Repubblica, pubblicata ed eseguita. Il Presidente del Direttorio Esecutivo. - Finn. Costabili pel Direttorio Esecutivo il Segretario Generale. - Sott. Pagani Luogo del Sigillo. Certificato confanne. Il Ministro della giustizia Luosi. Bellerio Segretario (3)


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Riguardo alle competenze dei Ministri, bisogna dire che queste · sono state minuziosamente elencate soprattutto coll'intenzione df evitare gli abusi di potere che in precedenza si erano verificati, e eµ circoscrivere l'attività ministeriale in un ambito ristretto: a questb proposito risulta senza alcun dubbio come i Ministri agiscano ,in un'area che non sconfina mai nel politico, ma che è ristretta al settore amministrativo: l'indirizzo politico viene fissato dal Direttorio, sempre naturalmente sotto l'attenta sorveglianza delle autorità francesi. È interessante notare il rilievo dato al Ministero di polizia, posto in posizione di primo piano e diviso da quello degli interni; la sua attribuzione principale riguarda "la vigilanza sulla sicurezza e tranquillità pubblica". Evidentemente da parte francesec'é la preoccupazione di mantenere sotto controllo una situazione non ancora del tutto stabilizzata, e di evitare possibili ritorni di fiamma per l'Impero austriaco, o troppo manifesti desideri di indipendenza ed autonomia dalla Francia. Più tardi però, passati i primi momenti di confusione ed' incertezza, è lo stesso Bonaparte a proporre di abolire il Ministero di polizia e di incorporarlo a quello di giustizia; ma i membri del corpo legislativo si oppongono a questo cambiamento, ritenendolo una violazione delle disposizioni costituzionali. Le attribuzioni del Ministro di giustizia sono soprattutto di ordine burocratico, riguardando più che altro la stampa e la spedizione delle leggi alle autorità interessate. E' chiamato sì a vigilare sull'amministrazione della giustizia, senza però poter entrare nel merito delle questioni: questo è a riprova del fatto che, pur essendo in teoria creata un'autorità che viene chiamata a presiedeze l 'amministrazione della giustizia, nella !ealtà si rivela come i poteri che le sono attribuiti siano più di carattere formale che sostanziale. Di ben altra estensione ed importanza sono i compiti riservati al Ministro degli interni, la cui attività spazia in diversi campi, dall'amministrazione locale, all'agricoltura, commercio ed industria, alla sanità, ai lavori pubblici. Dai verbali delle assemblee in cui vengono riportate le discussioni che · avevano accompagnato la presentazione dei progetti


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\precedenti il definitivo testo di legge, si nota come si volesse in un primo tempo togliere al Ministro degli interni quelle attribuzioni di darattere più strettamente economico-finanziario, ed affidarle invecè al Ministro di finanza. E in un primo tempo questa tesi era prevalsa; tuttavia nella legge definitiva si è affermata invece la linea di chi non considera logico separare la soprintendenza sul commercia da quella sulle importazioni ed esportazioni, di modo che le attribuzioni di questo Ministro rimangono molto vaste. In un solo caso raggiungono anche una sfera non più limitata al campo della semplice amministrazione, quando cioè viene affidato al Ministro degli interni il mantenimento del regime costituzionale. Si può ben dire che in questo caso le competenze del Ministro implichino decisioni e provvedimenti che sconfinano nella sfera della politica. L'unica attribuzione che, se nel progetto del 6 fiorile era propria del Ministro degli interni, nel testo di legge viene invece attribuita a quello di finanza, è la direzione del censimento: infatti si ritiene che alla base di tutte le spese pubbliche vi sia appunto il censimento. Oltre alle materie strettamente finanziarie, sono affidate a questo Ministro anche la direzione delle poste e il controllo della Tesoreria, che, come s'é visto, i francesi avevano fatto in modo di sottrarre alla supervisione del Legislativo per il fatto che, essendo il Direttorio una creatura della Francia, sarebbe stato più facile ottenerne le onerose contribuzioni in denaro che non dal Corpo Legislativo. Anche se del Ministro della.guerra si parlerà più estesamente in seguito, si può già da ora osservare che le sue attribuzioni riguardano il buon funzionamento dell 'armata cisalpina, la leva, il rifornimento di viveri e materiali, la disciplina e il movimento delle truppe. Ha inoltre anche l'amministrazione della marina, costituita non solo dalla forza sul mare, ma anche da quella sui laghi. Le relazioni estere sono fra quelle competenze che i francesi non vogliono lasciarsi sfuggire dalle mani nella Repubblica Cisalpina. Per questo motivo, e per il fatto che la incerta situazione a livello internazionale permette contatti solo irregolari fra le varie Potenze, il Ministro degli esteri cisalpino, pur esistendo sulla carta, di fatto


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esplica solo mansioni di ordinaria amministrazione: presso la Cisal-/ pina non vengono mai ac(..Teditati rappresentanti diplomatici stranie/ ri, mentre a Parigi esiste solo una Legazione italiana, priva di importanza. Le uniche relazioni che la Cisalpina può intrattenere a livello internazionale, e comunque non certo su un piede di parità, sono con la Francia. Una attività maggiore viene svolta dal Ministro durante la Repubblica Italiana, con invio di legazioni a Genova e Parma, in Spagna, Svizzera e Olanda, in Toscana e a Venezia, mentre diplomatici stranieri risiedono a Milano; tuttavia si tratta solo di una parvenza di autonomia: è il Bonaparte che, attraverso il Marescalchi, dirige la politica estera italiana. È per questo motivo che il Ministro degli esteri risiede a Parigi, mentre a Milano è presente un semplice incaricato del portafoglio del Ministro degli affari esteri. Considerando le responsabilità in cui incorrono nell'adempimento delle loro funzioni, è chiaro che si sia voluto limitare il più possibile l'attività dei Ministri, circoscrivendola esclusivamente alle attribuzioni elencate nel primo titolo della legge: in particolare si vuole mettere in guardia i Ministri da possibili intrusioni nel campo del Legislativo. In ogni caso però il loro operato è circondato da una serie di garanzie, che impediscono la denuncia dei Ministri da parte di privati, e anche di Autorità pubbliche che non siano il Corpo Legislativo o il Direttorio. Quanto alla denuncia, essa deve seguire lo stesso 'iter' legislativo: in un primo tempo viene trasmessa al Gran Consiglio, che deve dare una prima approvazione, mentre la conferma deve emanare dal Consiglio dei Seniori; tutto naturalmente avviene a scrutinio sweto. Le garanzie che circondano l'operato dei Ministri sono comunque molto lontane per estensione da quelle spettanti sia ai membri del Corpo Legislativo che del Direttorio; in primo luogo non si esclude affatto la messa in stato d'accusa per un Ministro, anche per gli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni; l 'unicalimitazione è data dal fatto che la denuncia può partire esclusivamente dal Direttorio o dal Corpo Legislativo. Inoltre non è posto alcun divieto all'arresto del Ministro interessato, che non viene in seguito giudi-


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cato dall'Alta Corte di giustizia, come avviene per i Consiglieri e i Direttori, ma dal tribunale del Dipartimento in cui risiedeva il Potere Esecutivo al momento del delitto, come per qualsiasi privato cittadino. Anche questo è un sintomo del fatto che la funzione ministeriale è da collocarsi ad un livello inferiore rispetto a quella propria dei membri del Direttorio e del Legislativo: essendo minore la responsabilità e l'importanza delle funzioni espletate, di conseguenza le garanzie politiche che la circondano sono più ristrette.

5. Il Ministero della guerra nella Repubblica Cisalpina (organizzazione, competenze, personale).

Il periodo intercorso tra l'occupazione della Lombardia da parte dei francesi e la nascita della Repubblica Cisalpina, rappresenta ovviamente una fase d'incertezza a livello istituzionale, sia per la presenza del Governo militare provvisorio (l'Agenzia militare), sia per la soppressione di molte antiche magistrature, la conservazione di altre, la creazione di nuove. Riguardo all'amministrazione militare, nell'Archivio di Stato di Milano non si trova praticamente nulla riguardo a questo periodo di transizione. Probabilmente gli affari d'ordinaria amministrazione rimangono affidati alla Congregazione dello Stato, sotto l'attenta sorveglianza dell'Agenzia militare Tuttavia ci sono prove che, nell'ingarbugliata situazione lombarda del tempo, agiscano altri organi, al di fuori di quelli sopra citati, relativi all'amministrazione militare della Lombardia. In primo luogo esiste la proposta datata 14 pratile anno V di un Comitato d'organizzazione militare sull'adozione di un Codice penale militare per le truppe cisalpine (quando ancora la Repubblica non è stata ufficialmente istituita); inoltre è provata l'esistenza di un Comitato Militare Centrale presso l 'Amministrazione Generale della Lombardia (in quanto esiste una lettera inviata da parte di questo Comitato al generale La Hoz e datata 24 germinale anno V).


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Perché la situazione si assesti dal punto di vista istituzionale, è necessario aspettare la creazione della Repubblica Cisalpina, la pubblicazione della Costituzione e l'entrata in funzio~e del Direttorio e del Corpo Legislativo. Anche i Ministri entrano in carica, ma s' é visto come la mancanza di una legge specifica sulle loro attribuzioni generi non pochi contrasti col Corpo Legislativo. Una disposizione in tal senso viene emanata solo un anno dopo la nascita della Repubblica (Legge 21 pratile anno VI). Quindi si suppone che in questo arco di tempo esista un'organizzazione abbastanza approssimativa all'interno dei vari Ministeri, e per quanto riguarda il Ministero della guerra, il primo documento comprovante l'esistenza di una vera e propria organizzazione burocratica è da far risalire all' 11 frimaio anno VI (1 dicembre 1798). Nonostante ciò, l'attività di questo Ministero deve essere ritenuta di una certa importanza dalla Francia se, dopo soli sei mesi dalla sua nomina a Ministro della guerra, Ambrogio Birago viene sostituito dal francese Vignone che entra in carica il 21 novembre 1797. Ed è proprio il nuovo Ministro della guerra che presenta il Piano d'organizzazione del Ministero, approvato dal Corpo Legislativo 1'11 frimaio 1798. Questo Piano presenta una struttura abbastanza articolata, operando all'interno una ripartizione in Divisioni (in numero di tre); a loro volta le Divisioni si ripartiscono in Sub-Divisioni, all'interno delle quali operano dei 'bureaux'. Anche le competenze sono minuziosamente stabilite per ogni 'bureau' di ogni Divisione. Ne risulta il seguente quadro: , PRIMA DIVISIONE OcrGETII DA

DISIMPEGNARSI DALLA PRIMA

Stm-D1vrsr0NE:

I BUREAU L'apertura delle lettere di tutto il Ministero, la loro ripartizione e la loro registrazione generale. L'estratto di quelle che ne sono suscettibili


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La corrispondenza coi Generali e Commissari ordinatori di guerra sulle loro operazioni generali I progetti generali da presentarsi al Direttorio I piani di Campagna Gli affari urgenti, quelli che non hanno diparĂšmento fisso e dei quali il Ministero si riserva la speciale conoscenza Compilazione dei Regolamenti ed istruzioni relative alla organizzazione e polizia dei Corpi Esercizi ed evoluzioni militari Polizia militare, Consigli di guerra, disertori, prigionieri, perdoni, Consigli di disciplina, polizia generale delle caserme.

Il BUREAU Nomina ed assegnazione degli ufficiali generali, aiutanti generali, aiutanti di campo, aggiunti, comandanti di piazza amovibili, aiutanti di piazza, Segretari, Scrivani di piazza, Castellani, e portinari Spedizione dei Brevetti, Commissioni e lettere di servizio, certificati, congedi, dimissioni, sospensioni, reintegrazioni e Passaporti, proposte di ritiro, stati di pensioni, e corrispondenze su questi oggetti. ()c;GETII DA DISIMPEGNARSI DALLA SECONDA SUB-DIVISIONE:

I BUREAU La creazione, organizzazione, leva, reclutamento, ispezione, rivista, licenziamento dei corpi d'Infanteria, di Cavalleria, di Gendarmeria nazionale, della Guardia del Corpo Legislativo e del Direttorio Esecutivo Nomina di tutti gli ufficiali di tutte quest'armi, discussioni sui ranghi, dimissioni, sospensioni, congedi assoluti e limitati, proposte di ritiro e stati di pensioni, certificati di servizio, spedizione dei Brevetti, Lettere e Commissioni.

II BUREAU Confezione ed invio ai diversi Corpi di Registri di controllo, stati di situazione, stati generali di reclute o di situazione, le mutazioni dei bassi ufficiali, o soldati di tutte le armi, le fedi di morte.

III BUREAU I movimenti delle truppe, la loro riunione, gli stati generali di situazione dell'effettivo e delle guarnigioni


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Gli ordini di marcia, le Rotte, e tutte le notificazioni del passaggio delle truppe.

OGGETTI DA DISIMPEGNARSI DALLA TERZA SUB-DIVISIONE: !BUREAU Le leve, compra o requisizione dei cavalli per la Cavalleria, gli equipaggi dei corpi di truppa, lo stato del bisogno di cavalli dei corpi, ordine di distribuzione alle truppe ed agli ufficiali, ed al seguito dei corpi per trasporti dei loro effetti Il personale, il materiale, e la contabilità dei depositi di rimonta La scuola diequitazione.

Il BUREAU Le stampe, il collocamento, e l'invio delle Leggi o proclamazioni a tutte le autorità militari, la registrazione e la comunicazione di tutti i decreti del Direttorio Esecutivo, o ordini generali di diversi uffici, ed il collocamento delle dette determinazioni, ed ogni altra stampa relativa al Dipartimento della guerra Il contrassegno generale delle lettere, loro invio alla Posta, la registrazione delle lettere caricate I passaporti e corrieri straordinari.

III BUREAU L'archivio generale della guerra, vale a dire il deposito delle carte inutili alla spedizione degli affari correnti, e la conservazione delle carte delle altre Divisioni del Ministero per oggetti determinati Lo spoglio delle carte dell'antico Comitato Militare della Lombardia La spedizione delle copie degli atti dell'archivio quando il Ministro le ordinerà.

SECONDA DIVISIONE 0GGETI1 DA DISIMPEGNARSI DALLA PRIMA SUB-DIVISIONE:

Le sussistenze militari, i viveri, pane e carne, provviste delle piazze di guerra, somministrazioni straordinarie, i foraggi, il personale, la contabilità del servizio delle truppe I trasporti militari alle armate, cioè gli equipaggi dei viveri, foraggi e spedali, i trasporti del bestiame, le riviste di questi equipaggi


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La contabilità e la corrispondenza relativa a questo servizio Gli speziali veterinari Il vestiario, l'equipaggio, l'accampamento delle truppe di tutte le armi, il pagamento delle fatture del vestiario dei corpi e delle spese eccedenti, il denaro destinato all'intrattenimento, la ferratura ed i medicinali dei cavalli I magazzini, il versamento e gli ordini da dare ai corpi ed agli individui La contabilità relativa a tutto ciò. L'amministrazione dell'ospedaletto I letti militari, la manutenzione e sostituzione degli utensili per le caserme alloggio delle truppe, i corpi di guardia e loro provvisioni La legna, i lumi, la polizia delle caserme. 0GGETn DA DISIMPEGNARSI DAll.A SECONDA

Sun-DMSIONE:

Soldo e tutto ciò che v'ha rapporto, gratificazioni per l'entrata in campagna, stati del soldo degli ufficiali generali, e dei commissari di guerra, debiti dei militari Spedizioni degli ordini di pagamento e stati di distribuzione per tutti i servizi, tenuta di giornali, transunto, stati di situazione e dell'impiego del denaro, conti del Ministro e generalmente tutto ciò che ha rapporto ali' erario ed alla contabilità di guerra Denaro da mettersi a disposizione dei Generali e dei Commissari ordinatori, tenuta dei conti aperti a tale effetto, spese segrete dei Generali, spese dei Bureaux , degli Stati Maggiori Generali, dei Commissari di guerra ordinatori, ed ordinari, approvazione dei conti dei reclutamenti, comandanti, segretari, portinai, castellani delle piazze, Bureaux di posta alle armate e spese per la posta ai militari che viaggiano per il servizio, spese dei disertori stranieri Spese straordinarie, sconto delle truppe, rivista delle sussistenze delle truppe, e degli ufficiali senza truppa Riscontro per le riviste, verificazione dei fogli di prestito, collocamento e recezione degli stati portanti il nome degli ufficiali, corrispondenza relativa a tutto ciò. Deposito generale delle riviste Lo stabilimento L'amministrazione e la sopravigilanza degli ospitali sedentari ed ambulanze dell'armata Nomina degli ufficiali di salute, congedi e licenziamento Denaro destinato alle spese degli ospedali militari, paga delle giornate dei militari stati in cura negli ospedali civili, e generalmente


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tutte le spese del servizio della salute Le indennità da concedersi per perdita di vetture o cavalli al servizio dell'armata. OGGETTI DA DISIMPEGNARSI DALLA TERZA SUB-DIVISIONE:

Liquidazione dei conti delle municipalità per le somministrazioni di viveri ed altro fatto alle truppe.

TERZA DIVISIONE OGGETTI DA DISIMPEGNARSI DALLA PRIMA Sun-DrVISIONE:

Organizzazione delle truppe d'artiglieria a piedi, ed a cavallo Nomina di quest'arma, spedizione dei brevetti, congedi e movimenti, proposte di pensioni, scuole, lettere d'esame, nomina della guardia e dei conduttori dell'artiglieria Il personale del Genio, zappatori, minatori, promozione agli impieghi, movimenti, soldo, rimborso delle spese di viaggio, congedi, scuole. 0GGErn DA DISIMPEGNARSI DALLA SECONDA SUB-DMSIONE:

Fucine, fornelli, fonderie, arsenali, equipaggi dei ponti, costruzione e conservazione degli Edifici dell'Artiglieria, tutti i dettagli relativi alla grossa artiglieria, manifatture d'armi d'ogni specie Case militari, manutenzione delle Fortificazioni nelle piazze di guerra, sulle coste, nelle guarnigioni dell'interiore, mercati ed aggiudicazioni, contabilità per tutti questi oggetli Le flottiglie sui laghi, la loro organizzazione ed il loro intrattenimento L'ispezione sugli Edifici e mobili addetti al Dipartimento della guerra, e tutte le spese relative alla loro manutenzione, ed a tutti gli scagni del Ministero della guerra comprese le stampe relative alla geografia, ed alla istoriografia militare. ÙGGETII DA DISIMPEGNARSI DALLA TERZA SUB-DIVISIONE:

Disegni di fortificazione e di artiglieria, carte geografiche Deposito di tutte le carte e piani del Dipartimento della guerra. (4)


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In pratica, la prima Divisione, a parte il primo 'bureau' della prima Sub-Divisione, che si occupa esclusivamente di questioni burocratiche, è incaricata dell'organizzazione della fanteria e della cavalleria, anche per quanto riguarda l'assegnazione di ufficiali e soldati, il loro inquadramento professionale, il rifornimento di equipaggiamento ai corpi di truppa. A parte sono da considerare il secondo e il terzo ufficio della terza Sub-Divisione chiamati, l'uno ad occuparsi delle leggi e dei decreti aventi a che fare con la materia regolata dal Ministero, l'altro alla cura dell'Archivio e delle carte del Dipartimento. La seconda Divisione è chiamata invece ad occuparsi (I SubDivisione) di tutti i rifornimenti di materiale, viveri e vestiario all'armata; mentre con la seconda Sub-Divisione, della contabilità per tutto ciò che ha a che vedere con gli affari del Ministero: in definitiva la gestione finanziaria. Infine la terza Divisione ha il compito di curare l'organizzazione dell'Artiglieria e del Genio, tenuti separati dalle altre armi, (perché considerati corpi tecnici, quindi con differenti esigenze), oltre alla manutenzione di tutti gli edifici assegnati al Ministero, come delle fortificazioni e delle Caserme. In definitiva, si tratta di una ripartizione razionale dei compiti, di un tentativo per rendere il più lineare possibile l'amministrazione militare della Repubblica. Per quanto riguarda il personale addetto al Ministero, l'attività di direzione e coordinamento è lasciata naturalmente al capo di tutto il Dipartimento, il Ministro; inoltre vi sono i vari CapiDivisione e i Capi per ogni Sub-Divisione; infine i Capi di 'bureau', gli Scrittori di prima e seconda classe, Disegnatori, il Segretario particolare del Ministro, un interprete, e poi i vari fattorini e portieri. È da rilevare come gli impiegati del Ministero siano inseriti in una vera e propria carriera, con possibilità, per i più meritevoli, di progredire e di acquisire posizioni più vantaggiose: confrontando lo stato degli impiegati del Ministero della guerra al tempo della Repubblica Cisalpina con lo stato degli impiegati al tempo


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della Repubblica Italiana, si nota come in alcuni casi, per determinati impiegati, si sia verificato un avanzamento nella gerarchia del Ministero, ad esempio dal grado di scrittore di seconda classe a quello di capo d'ufficio. Del resto si può trovare ancora nell'Archivio di Milano una copia della 'Pianta degli impiegati' della Segreteria Generale del Ministero della guerra, più tarda rispetto al periodo trattato, in quanto al tempo della Cisalpina non esiste una Segreteria Generale del Ministero, ma indicativa nel mostrare con quale attenzione venga seguito ogni impiegato nel corso della sua carriera; in questa pianta del personale ogni individuo viene analizzato tenendo conto di queste voci: cognome e nome, età, religione, condizione personale, corpo di studi, scienze e lingue che possiede, condotta (sia morale che nell'ufficio), grado attuale, trafila degli impieghi coperti, soldo, totalità degli anni di servizio. Quello che più colpisce è che si indaghi anche negli aspetti privati della vita della persona, come la religione e la condotta morale, secondo una concezione del rapporto d'impiego del tutto diversa da quella attuale. D'altra parte questo modo di procedere è tipico dell'ideologia razionalizzante del periodo illuminista: in fondo quello che si vuole ottenere è una conoscenza assoluta dell'individuo, anche negli aspetti più privati e personali. Inoltre è interessante notare come per tutti i dipendenti pubblici, quindi anche per gli impiegati del Ministero della guerra, vi sia l'obbligo di prestare giuramento di fedeltà alla Repubblica, in base alla legge del 21 dicembre 1797. Ci è pervenuto anche il testo del giuramento prestato dai dipendenti del Dipartimento della guerra: "Io N. N. giuro inviolabile osservanza alla Costituzione, odio eterno al governo dei Re, degli Aristocratici, ed Oligarchi, e prometto di non soffrire giammai alcun giogo straniero, e di contribuire con tutte le mie forze al sostegno della libertà, e dell'eguaglianza, ed alla conservazione, e prosperità della Repubblica". (5} Dal testo del giuramento si rileva lo spirito radicale da cui è pervasa, almeno agli inizi, la Repubblica Cisalpina, un giacobini-


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smo che va declinando dapprima con la Repubblica Italiana, e poi definitivamente col Regno d'Italia.

6. I Commissari di guerra

Subordinati al Ministero della guerra, sono i Commissari di guerra, la cui condizione è regolata dalla legge del 6 ottobre 1797, legge che fissa le funzioni, la giurisdizione, il numero, l'uniforme dei Commissari di guerra. Essi sono incaricati della vigilanza per un buon funzionamento dell'amministrazione militare, e sono così classificati: Commissario Ordinatore, Commissario Ordinario di prima classe, Commissario Ordinario di seconda classe. Un Commissario Ordinatore viene posto a capo della I Divisione del Dipartimento della guerra, mentre altri quattro Commissari Ordinari di guerra di I classe sono attaccati alla I Divisione in qualità d'ispettori, incaricati di vigilare sul buon andamento del dicastero. Altri Commissari inv,ece svolgono la loro attività presso le varie Divisioni dell 'armata e presso i corpi dell'Artiglieria e del Genio, mentre altri ancora operano presso le Divisioni Territoriali Militari della Repubblica. Essi vengono nominati dal Direttorio su proposta del Ministro della guerra. In pratica quindi i Commissari sono chiamati in parte a svolgere funzioni burocratiche presso il Ministero, in parte a prestare la loro opera direttamente presso l'armata o nelle Divisioni Territoriali. Le loro attribuzioni sono elencate nel primo titolo della legge; qui si trova scritto: "La cura della rettitudine, del buon ordine, della disciplina, e della vera economia nel maneggio del contante, delle generi, e degli effetti, che occorreranno, e che di mano in mano verranno somministrati tanto per il mantenimento, servizio ed uso della forza armata della Repubblica, quand'anche per la costruzione, adattamento, e conservazione in istato di buon servigio di Piazza d'armi, Forti, Arsenali, Fonderie, Magazzini, Caserme, e Quartieri, sarà particolarmente affidata agli Commissari di guerra". (6)


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S'è visto come i Commissari di guerra vengano assegnati anche alle varie Divisioni TeITitoriali Militari in cui è ripartita la Repubblica Cisalpina, in base alla legge del 24 brumale anno VI. Da essa risulta appunto la ripartizione in sette Divisioni Militari, presieduta ognuna da un Quartier Generale, e in tre Divisioni d'Artiglieria e Genio con a capo un Direttore e un sotto-direttore ciascuna. La legge stabilisce che la prima Divisione comprenda Dipartimenti del Rubicone, del Lamone, delle Alpi Apuane e del Reno, e ha il Quartier Generale a Bologna; la seconda è costituita dal Basso Po e dall'Alta Padusa e ha il Quartier Generale a Ferrara; la terza comprende il Mincio e il Panaro, con Quartier Generale a Mantova; la quarta invece il Benaco e il Mela e ha Quartier Generale a Lonato; la quinta è costituita dai Dipartimenti del Serio, della Montagna, Adda ed Oglio con Quartier Generale a Bergamo; la sesta è invece formata dai Dipartimenti dell'Olona, del Lario, del Verbano e del Ticino e ha a Milano il suo Quartier Generale; infine la settima comprende l'Adda, l'Alto Po e il Crostolo, con Quartier Generale a Cremona. Si prevede inoltre che ogni Divisione venga distinta in due Circondari e che sia comandata da un Generale (le è anche assegnato, come s 'é visto, un Commissario di guerra). Delle tre Divisioni d'Artiglieria e Genio, la prima ha un Direttore a Ferrara e un Sotto-direttore a Rimini; la seconda un Direttore a Mantova e un Sotto-direttore a Brescia, mentre la terza ha rispettivamente a Milano e Pizzighettone il suo Direttore e il suo Sotto-direttore. La stessa legge prevede anche la presenza di un Arsenale di costruzione e di una Fonderia a Crema, di una fabbrica d'armi a Brescia, di una scuola militare del Genio e dell'Artiglieria a Modena e di un poligono, sempre a Crema. Da tutto ciò si rileva una profonda attenzione rivolta al settore militare, considerato di primaria importanza, un settore che viene organizzato sia dal punto di vista burocratico (il Ministero con tutti gli uffici da esso dipendenti), sia dal punto dal punto di


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vista logistico e più propriamente indirizzato al buon funzionamento dell'armata cisalpina.

7. Il Regolamento del 9 brumale anno IX e l'istituzione dell'Ufficio di Compilazione del Codice Militare Un vero e proprio Regolamento del Ministero della guerra non si rinviene fra i documenti dell'Archivio, almeno per quanto riguarda la Prima Repubblica Cisalpina; lo stesso non si può dire per la Seconda Cisalpina, in quanto esiste la copia di un Regolamento proposto dall'Ispettore Generale di guerra, Polfranceschi, e approvato dal Direttorio con decreto del 9 brumale anno IX. Questo Regolamento modifica in parte lo schema organizzativo del Ministero già riportato, nel senso che questo viene semplificato e razionalizzato, mentre vengono aggiunti degli uffici che in precedenza non esistevano. Le Divisioni rimangono tre, la prima addetta al personale del1' armata, la seconda al Genio e all'Artiglieria, la terza al materiale dell'armata. Ogni Divisione è divisa in due sezioni, e queste in uffici; esistono però due sezioni isolate: della Marina e di Liquidazione. La prima si occupa di tutto ciò che ha a che fare con l'organizzazione della forza sui laghi e sul mare, la seconda della contabilità per tutto ciò che riguarda il Ministero della guerra. Inoltre è introdotta la Segreteria centrale del Ministero, le cui competenze riguardano soprattutto l'archivio e il protocollo del Dipartimento. Una innovazione rilevante è che i Capi di Divisione e i Capi di Sezione formino, unitamente all 'Ispettore Generale di guerra, una Commissione chiamata ad occuparsi d'ogni oggetto militare, ordinariamente ogni quindici giorni, o tutte le volte che 1'Ispettore lo ritenga opportuno. Questa nuova sistemazione del Ministero, pur non distaccandosi molto da quella vigente al tempo della Prima Cisalpina, tuttavia si presenta come un passo avanti rispetto al passato, per gli indubbi miglioramenti introdotti: in complesso l'assetto del Di-


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partimento risulta semplificato, i compiti sono meglio ripartiti, e la creazione dei nuovi uffici da più ampio respiro a tutto lo schema organizzativo. Del resto questo della Seconda Cisalpina è un periodo felice per quanto riguarda l'organizzazione del Ministero della guerra, un periodo ricco d'iniziative e d'innovazioni, come quella che porta all'istituzione e al Regolamento dell'Ufficio di Compilazione del Codice Militare. Questo Regolamento è presentato dal Ministro della guerra, e approvato dal Direttorio il 12 termidoro anno IX, è composta da 20 articoli che illustrano l'organizzazione e le funzioni che il nuovo organo è chiamato a svolgere: l'Ufficio è diviso in quattro Sezioni, delle quali la prima è incaricata della compilazione del Codice di leva, organizzazione, promozione, vestiario, armamento e soldo delle truppe, la seconda abbraccia invece l'educazione, l'istruzione, l'esercizio, servizio e tattica di ogni arma; la terza si occupa del Codice dell'amministrazione e della contabilità, la quarta del codice disciplinare e penale. L'intenzione è quella di realizzare una Costituzione Militare per la Repubblica Cisalpfoa, con un'appendice dei diritti e doveri dei militari di ogni grado, e infine un piano di legge per l 'esercizio dei diritti civili da parte delle persone militari. E' interessante l'articolo 9 del Regolamento: "Non s'intende che tutto ciò che è riportato nelle leggi, e Regolamenti militari francesi formi parte integrante degli articoli e titoli dei Codici Cisalpini, ma soltanto serva di base. Quindi le leggi, ed istruzioni militari di altri Governi antichi, o moderni, conosciute sagge ed utili, potranno inserirsi nella Compilazione. " (7) Questo articolo denota l'intenzione dei Cisalpini di non adottare in blocco quanto è già in vigore nella Repubblica francese, ma di riservarsi di utilizzare (forse un residuo del mito teresiano?) quanto in altri ordinamenti l'esperienza ha rilevato utile. Sono forse questi gli ultimi tentativi di una certa indipendenza dalla Francia, che però vengono meno definitivamente con la fine della Cisalpina e la nascita della Repubblica Italiana. D'altra


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parte anche in questo caso l'autonomia dalla Francia non è, o non può essere totale: nel testo del Codice infatti notiamo la divisione della pagina in tre colonne, delle quali in una sono elencati gli articoli veri e propri in ordine numerico; un'altra, intitolata 'citazioni', indica la legge o Regolamento da cui si è ricavato l'articolo controscritto, se l' articolo è tratto da una legge o Regolamento francese; la terza si intitola 'annotazioni' e chiarisce i motivi delle modificazioni fatte agli articoli delle leggi francesi, o delle loro soppressioni in quella materia, o gli usi adottati in altri governi, e tutto ciò che serva a giustificare l'introduzione di quell'articolo in quella forma. Insomma, pur non volendo essere condizionati in tutto dal protettore francese, i Cisalpini nello stesso tempo si sentono in obbligo di doversi giustificare per ogni iniziativa non del tutto in linea con le direttive provenienti dall'alto, soprattutto in questa materia che è ritenuta delicata, come tutto ciò che ha relazione con le istituzioni militari. n passato, durante la prima Cisalpina, la materia era regolata da un Codice Militare Provvisorio, valido solo per le forze armate italiane, mentre le truppe di occupazione rimanevano sottoposte alle leggi francesi. (8)

8. Confronto fra l'organizzazione del Ministero della guerra della Repubblica Cisalpina e quello della Repubblica Italiana; il Consiglio di amministrazione della guerra

Il periodo della Repubblica Cisalpina può forse considerarsi un momento di collaudo e di preparazione verso forme di governo più mature: è un periodo sperimentale in cui più che altro si cerca di mettere in moto istituzioni nuove, imposte 'ex novo' dai francesi, prive dell'autorevolezza che una lunga tradizione di governo aveva invece attribuito alle Magistrature durante il periodo austriaco. Quindi è normale che all'interno di queste istituzioni si assista ad una progressiva evoluzione, a un continuo tentativo di


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migliorare e soprattutto di rendere più funzionali i vari organi, rispetto ai compiti che sono chiamati a svolgere. Lo stesso discorso vale anche per il Ministero della, che, come s'è visto, già al tempo della Seconda Cisalpina viene modificato nella sua struttura dal Regolamento del 9 brumaio anno IX; le successive modifiche alla struttura del Ministero si hanno durante la Repubblica Italiana (1802-1805). Presso l'Archivio di Milano è conservato lo schema organizzativo del Dipartimento, risalente appunto alla Repubblica Italiana: pur restando nelle sue grandi linee simile al Ministero della guerra Cisalpino, tuttavia risente di quell'evoluzione appena ricordata. In primo luogo le Divisioni rimangono tre, la prima addetta al personale, la seconda al Genio e all'Artiglieria, la terza al materiale; invece che in Subdivisioni sono ripartite in Sezioni, a loro volta comprendenti due uffici. (9) Fino a qui le differenze rispetto alla struttura vigente al tempo della Cisalpina son più che altro nominali, e riprendono quanto già era stato modificato dal Regolamento del 1801; più interessante è notare che vengono stabiliti alcuni Uffici che, dalla loro collocazione all'interno del Quadro organizzativo, sembrerebbe che debbano agire con una certa autonomia rispetto alle tre Divisioni. Questi Uffici vengono così denominati: Ufficio d'Istruzione Teorica provvisoria per ogni arma; Consiglio di Sanità; Direzione del Genio; Ufficio Topografico; Direzione d'Artiglieria; Cassa Militare e Ispezione delle Riviste. Dalla stessa intitolazione di questi uffici si vede come le competenze spettanti al Ministero della guerra non siano molto variate col passaggio dalla Repubblica Cisalpina a quella Italiana: quello che muta, più che la sostanza, è la forma. In pratica, la stessa materia viene affrontata in modo più razionale, tenendo probabilmente conto dei pregi e dei difetti evidenziati dalla precedente organizzazione. Restano staccate le Sezioni di Marina e di Liquidazione, come pure la Segreteria Centrale, suddivisa in un Archivio, in un Protocollo e in un reparto addetto alle spedizioni,


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probabilmente di missive e di documenti ai vari Corpi d'Armata. Fino a questo momento dunque, l'organizzazione del Ministero della guerra procede abbastanza linearmente, senza particolari scosse e cambiamenti. Quello che introduce una vera e propria innovazione è la creazione del Consiglio d'amministrazione della guerra, istituito con decreto del 3 luglio del 1802 dal Bonaparte. Questi, dopo essersi consultato coi Consiglieri Legislativi residenti a Parigi (si suppone però che il loro parere non sia stato di gran peso!), decide l'istituzione di questo Consiglio, composto dal Ministro della Guerra, da tre Consiglieri e un Segretario. Ogni Consigliere ha le sue competenze, che riguardano materie diverse e concernenti l'organizzazione militare della Repubblica: il primo si occupa del rifornimento dei viveri e dei vari materiali occorrenti all'Armata; il secondo degli ospedali, dei Commissari di guerra, degli ufficiali di sanità e in genere dei vari agenti addetti all'amministrazione dell'Armata; infine il terzo è addetto all'equipaggiamento, alla fornitura dei cavalli, ai trasporti e convogli militari. Ogni Consigliere è tenuto a render conto della situazione degli affari affidati alla sua direzione, propone progetti e si occupa dei contratti di appalto; tutto questo materiale va poi presentato al Vice Presidente. Il Consiglio si deve riunire almeno due volte la settimana ed entro ventiquattr'ore dalla seduta deve essere inviato il verbale al Presidente della Repubblica a Parigi, verbale tenuto dal Segretario del Consiglio. Al Ministro è lasciata la supervisione degli affari di competenza dei Consiglieri, a lui spetta la decisione ultima, come pure la firma su tutti gli atti del Consiglio. Dalle premesse del decreto si apprende che questa innovazione è stata introdotta per alleviare un poco i compiti del Ministro, ritenuti troppo vasti e gravosi. Questa componente deve aver certo giocato a favore dell'istituzione del nuovo Consiglio; esaminando meglio però il testo del decreto, si nota come dietro questo pretesto si nasconda la volontà di accentrare quanto più possibile il potere nelle mani del Presidente: prova di questo fatto è l' obbligo d'invio al Bonaparte dei verbali delle sessioni entro le venti-


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quattr'ore. In sostanza si avverte il bisogno di tirare le fila di un'amministrazione che andava un po' disperdendosi, con la creazione di nuovi uffici e l'eccessiva articolazione interna. Parallelamente al consolidamento della posizione del Bonaparte in Francia, in periferia si avverte questa tendenza alla concentrazione dei poteri che, in ambito più ristretto, si rinviene anche nell 'organizzazione del Ministero della guerra.

9. L'attività svolta del Ministero al tempo della Repubblica Cisalpina

Da quanto sopra esposto appare chiaro che i cambiamenti via via imposti all'interno del Ministero della guerra tendono verso due finalità: da una parte la ricerca della maggiore efficienza possibile nel disbrigo degli affari, che porta ad una sempre più marcata ripartizione di competenze; dall'altra l'irrigidirsi ed il rafforzarsi del controllo da parte francese su tale Dicastero. Dalla prima esigenza deriva l'aumento delle Sezioni ed Uffici interni al Ministero, cui viene affidata la cura di materie che già in precedenza erano comprese fra le competenze riservate al Dicastero della guerra, ma che erano state trascurate e trattate in modo abbastanza approssimativo. In seguito invece, vengono creati Uffici 'ad hoc', ognuno dei quali é incaricato della cura di un ramo particolare dell'amministrazione militare (durante la Repubblica Italiana si rinviene, come s'é visto, un Ufficio d'Istruzione Teorica provvisoria per ogni arma, un Consiglio di Sanità, u.n 'Bureau' topografico). L'altra tendenza si manifesta in vari tentativi delle autorità francesi di stringere in una morsa di controlli sempre più severi l'amministrazione militare, prima della Cisalpina, poi della Repubblica Italiana: un segnale é dato dalla sostituzione dal primo Ministro della guerra, Ambrogio Birago, rimasto in carica solo pochi mesi, col più fidato generale v·ignolle. Ma la più palese dimostrazione dell'accentuato interesse francese per l'organizza-


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zione militare italiana é data dalla creazione, nel 1802, del Consiglio d'amministrazione della guerra, che, come s'é visto, conferisce al Bonaparte notevoli poteri di supervisione e di controllo. L'analisi dell'attività del Ministero della guerra può fornire preziose indicazioni sulla posizione assunta da tale Dicastero nei confronti delle autorità francesi, ed un'analisi corretta la si può ottenere dall'esame dei rapporti che sono stati inviati al Ministro dai Capi dei vari Uffici subordinati (Divisioni, Sub-divisioni), oppure dai rapporti inoltrati al Direttorio dal Ministro stesso. Per il periodo della Repubblica Cisalpina, presso l'Archivio di Stato di Milano, nel Fondo Ministero della Guerra, si trovano due cartelle, entrambe contenenti numerosi rapporti che abbracciano tutto l'arco di tempo dell'anno VI repubblicano (1798). Una parte del materiale osservato si riferisce alle relazioni inviate al Ministro dal Capo della III Sub-divisione della I Divisione, cioè quel settore del Dipartimento della guerra incaricato sia del rifornimento e mantenimento dei cavalli dell'esercito (I bureau), sia della stampa e distribuzione delle leggi a tutte le autorità militari (II bureau), sia infine della conservazione del1'Archivio del Ministero (III bureau). La frequenza dei rapporti inviati dal Capo della terza Subdivisione al Ministro della guerra é molto elevata (si tratta in genere di un rapporto ogni due giorni), cosa che denota regolarità nello svolgimento dell'attività da parte di questo settore del Ministero, ed anche vivacità d'azione. D'altra parte per quanto riguarda le altre Sub-divisioni, non esiste una raccolta così completa di rapporti; a mio parere questo non significa un'assoluta mancanza di attività delle altre Sub-divisioni del Ministero, piuttosto penso che tutto il Dipartimento abbia avuto una vitalità intensa come quella della Sub-divisione considerata; infatti non sarebbe logico pensare che all'interno di un organismo solo un settore sia in funzione, mentre gli altri rimangono inoperosi. Sono però pervenuti solo alcuni dei rapporti stesi dalle altre Sub-divisioni, perché la grande maggioranza probabilmente é andata perduta. In ogni caso dal materiale rimasto si possono ricavare notizie


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importanti sul modo di lavorare dei vari Uffici interni del Dipartimento, come la marcata dipendenza gerarchica delle varie Divisioni, Sub-divisioni e 'bureaux', nei confronti del Ministro: ogni rapporto degli uffici subalterni é indirizzato al Ministro, ogni questione, anche se di importanza irrilevante, deve essere sottoposta al suo esame. Di conseguenza, l'interesse si viene a concentrare più sulle questioni d'ordinaria amministrazione che non sull'indirizzo di fondo e i problemi centrali del Ministero. D'altra parte sembra altamente probabile che i Ministri della Repubblica Cisalpina agiscano in un ambito che resta semplicemente circoscritto alla sfera dell'amministrazione: il Ministro cioè non stabilisce la linea di condotta politica che il suo Dicastero deve seguire, ma si limita ad indirizzarlo lungo una linea che altri (il Direttorio) predetenninano. Va poi precisato che di una vera e propria linea di fondo nell'andamento del Ministero della guerra non si può parlare: piuttosto penso che le questioni di maggiore importanza che di Direttorio e che le decisioni in merito siano prese non prima di aver ricevuta l'approvazione da parte delle autorità francesi. I compiti affidati agli Uffici del Ministero sono esclusivamente quelli indispensabili per il buon funzionamento della macchina militare: del resto é impensabile che si attribuiscano maggiori responsabilità alle Sub-divisioni, settori per loro stessa natura subordinati e chiamati a svolgere incarichi di semplice esecuzione. Più interessante é rivolgere l'attenzione all'attività svolta dal Capo del Dipartimento ed alla sua posizione nei confronti del Direttorio, cioè l'autorità direttamente superiore, quella che ha la facoltà di nominarlo e di revocarlo a piacere, e verso la quale il Ministro ha l'obbligo di render conto del suo operato: ed effettivamente numerosi sono i rapporti verbali indirizzati al Direttorio, rapporti il cui contenuto riguarda in generale l'andamento dell'amministrazione militare della Repubblica. La grande maggioranza di queste relazioni si riferisce a questioni puramente burocratiche, ad esempio la proposta d'avanza-


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mento di un impiegato ad una carica di maggiore responsabilità, oppure la presentazione di una lista di nomi per il brevetto a Commissario di guerra, o la sottoposizione al Direttorio del Ruolo degli impiegati presso il Dipartimento, perché venga approvato. Comunque, anche per questi problemi di secondaria importanza, si vede come sia sempre necessaria l'approvazione del Direttorio esecutivo, alla cui supervisione viene sottoposto veramente tutto quello che ha a che vedere con gli affari del Ministero. Se questo si verifica per le questioni burocratiche e d'ordinaria amministrazione, ne consegue necessariamente che riguardo ai problemi più importanti, relativi all'andamento globale dell' amministrazione militare, difficilmente il Ministero possa assumere una posizione autonoma e svincolata dall' indirizzo imposto dal Direttorio. Se tutto deve essere deciso da quest'ultimo, al Ministro rimane però la possibilità, valutati gli elementi che può osservare dalla sua posizione di Capo del Dipartimento, di criticare gli aspetti che gli sembrano negativi, e di proporre le soluzioni costruttive atte a risolvere problemi che si pongono. Del resto i problemi che i Ministri della guerra della Repubblica Cisalpina si trovano a dover affrontare non sono certo pochi, e riguardano in particolare il funzionamento dell' Am1ata. Questa forza militare era sorta come necessaria conseguenza dell'idea nazionale, come pure si era verificato per le altre Repubbliche giacobine "liberate" dalla Francia. Lo stesso Napoleone favorisce la nascita di questi primi eserciti nazionali, soprattutto per il desiderio di creare unità complementari come appoggio all'Armata francese. Questo processo si verifica anche nella Cisalpina, dove verso la fine del 1797 le milizie nazionali ammontano a circa 8000 uomini. La nascita della Repubblica Cisalpina é accompagnata da manifestazioni d'entusiasmo popolare, che via via col passare dei mesi si va affievolendo, lasciando il posto ad una certa freddezza ed indifferenza: le conseguenze di questo stato di cose freddezza ed indifferenza; le conseguenze di questo stato di cose si fanno


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sentire anche in seno all'Armata Cisalpina che, già nel 1798 si trova a dover affrontare i problemi della mancanza di uomini e delle frequenti diserzioni. Testimonianza di questa difficile situazione sono due interessanti relazioni inviate al Direttorio milanese dall'allora Ministro della guerra, il francese Vignolle. Questi due rapporti sono significativi perché per la prima volta si vede esprimere da parte di un Ministro della guerra un'opinione personale e una vera e propria critica alla politica del Direttorio. Un particolare da non sottovalutare é però che il Ministro in questione é un francese, e di conseguenza sente meno del suo predecessore italiano la sottomissione al massimo organo del Potere Esecutivo, mentre senza dubbio gode dell'appoggio delle autorità francesi. Nel rapporto datato 3 fiorile anno VI, il Vignolle mette in luce tutte le mancanze e i problemi che l'Armata cisalpina si trova a dover affrontare, e che consistono soprattutto nelle continue diserzioni e nell'insubordinazione ed indisciplina delle truppe. Inoltre evidenzia i motivi che hanno portato a questo stato di cose ed afferma che le cause del disordine sono anzitutto: "I - il ritardo del pagamento del soldo. Vi sono corpi a cui sono dovuti dei mesi interi; II - lo stato di nudità in cui i soldati veggonsi ridotti malgrado le speranze dategli di vestire tutti i corpi di nuovo, e per intero; III - il modo attuale del reclutamento, vale a dire l'ammissione al servizio militare di stranieri di ogni nazione, la maggior parte disertori, che invece di aumentare la forza de' corpi tendono a indebolirla, perché vi introducono un cattivo spirito, e provocano le successive defezioni; IV - finalmente la separazione dì alcuni corpi, non solo per Battaglione, ma anche per Compagnie, ciò che impedisce l'istruzione, ed esercizi, tiene i soldati nell'assoluta ignoranza". (10) I punti da sottolineare in questa relazione sono il primo e il terzo: il primo perché mette in evidenza una cattiva gestione finanziaria, probabilmente comune a tutta l'amministrazione cisalpina: sono infatti ripetuti i rapporti provenienti dalle amministrazioni dei vari corpi che lamentano il mancato pagamento delle


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truppe; la disorganizzazione finanziaria é un elemento negativo sempre presente nell'organizzazione militare cisalpina, ed é un fattore che condiziona fortemente l'andamento generale dell 'Armata, influenzando negativamente il morale e la disciplina delle truppe. L'altro punto fondamentale sottolineato dal Ministro riguarda il reclutamento massiccio di stranieri, in gran parte disertori. Se in un primo tempo si era pensato di poter supplire alla mancanza d'uomini con la coscrizione volontaria, in seguito questo metodo si rivela uno strumento del tutto insufficiente: erano ben pochi i cittadini che volontariamente si offrivano di far parte di un'Armata in cui non erano garantite le più elementari esigenze della truppa, come il regolare pagamento del soldo l'adeguatezza del vestiario, le condizioni igieniche e via dicendo. Tanto più che nei bassi strati della popolazione, la tradizionale riserva cui attingevano gli uffici di reclutamento, la fedeltà all'idea repubblicana non era molto sentita. Un rapporto, sempre indirizzato al Direttorio e datato 26 nevoso anno VI, chiarisce meglio questo punto: in esso Vignolle si propone di fornire un quadro preciso della situazione reale dell'Armata, paragonata a quello che avrebbe dovuto essere secondo la legge. In primo luogo afferma che il numero d'uomini facenti parte delle truppe é del tutto inferiore a quello che dovrebbe essere in base alle disposizioni legislative; inoltre afferma che non si possa in alcun modo parlare di un'Armata nazionale, dato che le truppe solo in minima parte sono di nazionalità cisalpina: il resto delle forze é costituito da circa 6000 polacchi, 2000 veneziani, e disertori stranieri (piemontesi, francesi, tedeschi). Queste truppe, di provenienza così disparata, non formano un esercito nazionale fedele alla patria, ma un'accozzaglia indisciplinata, spesse volte dedita al saccheggio (numerose sono le lamentele delle varie amministrazioni dipartimentali sul comportamento delle truppe polacche in particolare). Il Ministro propone di istituire la coscrizione obbligatoria, dato che quella volontaria non fornisce nemmeno 100 reclute al


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mese, e precisamente la requisizione forzata in ogni Dipartimento, proporzionalmente alla popolazione locale. (11) Il Vignolle attribuisce lo scarso attaccamento all'Armata nazionale al disinteresse e alla diffidenza dei cittadini nei confronti delle istituzioni repubblicane, e afferma: "Siasi timore naturale negli abitanti non avvezzi al mestiere dell' anni, siasi effetto dei maneggi segreti dei nemici della rivoluzione che accecano il popolo sui suoi veri interessi, e vorrebbero allontanarlo dall 'affezionarsi al nuovo sistema repubblicano; é certo che fino a che lo spirito pubblico continuerà nello stato attuale di freddezza e di indifferenza, l'Annata non sarà mai completata, e sarà sempre composta di stranieri". (12) 11 Ministro avanza anche una proposta per cercare di infondere l'attaccamento per la Repubblica fra i soldati, in modo da renderli più consapevoli del loro ruolo e di conseguenza più responsabili: la sua idea é di diffondere tra le truppe giornali di idee repubblicane, che possano informare sui progressi delle democrazie straniere, e che infondano una coscienza politica e il senso del dovere tra i soldati cisalpini. (13) In seguito, fra i vari giornali verrà scelto per questo scopo "Il Redattore", ma anche in questo caso la decisione definitiva verrà presa dal Direttorio; Da questo esempio particolare si può dedurre quello che doveva essere il metodo di lavoro all'interno del Ministero: il Ministro, cioè l'organo che per le sue stesse funzioni é dotato di una visuale d'insieme sugli oggetti che competono al Dicastero, evidenzia gli aspetti positivi e negativi, fa le sue osservazioni e propone i miglioramenti che gli sembrano più opportuni. Ogni decisione però é di spettanza esclusiva del Direttorio, senza la cui approvazione non può essere introdotta alcuna innovazione; una volta che si stabilisce di procedere in un determinato modo, si affida il compito relativo alla particolare branca del Ministero che, per le competenze che le sono riservate, é chiamata a tradurre in pratica le direttive fissate.


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10. Rapporto di un anonimo impiegato sull'andamento del Ministero della guerra negli ultimi 10 anni Se a prima vista il complesso apparato del ministero della guerra sembra ben congegnato, rispondendo ad esigenze di razionalità e di equa ripartizione dei compiti, tuttavia, dalla lettura dei rapporti inviati dal Ministro Vignolle al Direttorio, emerge come le funzioni che questo Dicastero é chiamato a svolgere non vengano esplicate nel migliore dei modi, ma vi siano anzi numerose manchevolezze e una chiara disorganizzazione di fondo. Una confem1a di questo fatto la rinviene in un rapporto anonimo, non datato e privo d'intestazioni, steso da un impiegato del Ministero, rapporto molto interessante per il fatto che l'impiegato in questione affenna di essere a1le dipendenze del Ministero da dieci anni, ed é quindi in grado di dare un giudizio motivato e pertinente sull'andamento del Dicastero. (14) Dal testo del rapporto sembra che il suo Autore sia persona di una certa cultura, sia per i concetti che esprime, sia per la scorrevolezza del suo francese (il testo infatti é scritto in questa lingua): é quindi probabile che al Ministero ricoprisse una posizione di un certo rilievo. Le affermazioni contenute nel rapporto sembrano dunque attendibili, ed interessanti proprio perché provengono da una persona che può avere una visuale completa del problema. Va sottolineato che questo impiegato del Ministero scrive al tempo del Regno d'Italia, in un periodo successivo a quello considerato, di cui é però la naturale continuazione; se ne deduce che 1'estensore del rapporto doveva ben conoscere il Ministero in tutte le successive modificazioni che abbiamo in precedenza esaminato. Poiché il periodo di stesura di questo documento é quello del Regno d'Italia, si rivela necessario almeno accennare brevemente alla struttura del Ministero della guerra in quell'epoca, per meglio comprendere il punto di vista da cui il rapporto trae origine. Come per il passato, il Dicastero risulta ripartito in Divisioni, che però vengono aumentate a quattro, da tre che erano: in parti-


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colare la prima si occupa di tutto ciò che riguarda il personale, la seconda dei trasporti, del vestiario, dei viveri, degli ospedali e della contabilità; la terza ha l'incarico di provvedere ai Corpi d'Artiglieria e del Genio, alle fortificazioni ed alle scuole militari; infine la quarta riguarda esclusivamente la direzione della Marina, divisa in tre diverse sezioni: personale, materiale e contabilità. Uffici autonomi agenti all'interno del Ministero sono la Direzione delle Rassegne e Coscrizioni militari e il Deposito di guerra, in cui sono custoditi i documenti relativi alle campagne militari già avvenute ed ai piani militari futuri. L'anonimo redattore del rapporto non si limita a criticare l'organizzazione del Ministero della guerra esistente nel momento in cui scrive questo resoconto, ma esprime un giudizio negativo che abbraccia tutta l'evoluzione che questo organo ha avuto dal momento dell'instaurazione della Repubblica Cisalpina. Infatti afferma che: "Le Département de la Guerre Italien, n'a toujours démontré, et ne presente maintenant qu'un amas informe". (15) Questo perché gli incarichi sono mal distribuiti tra le Divisioni, non vi sono regole fisse e una linea di condotta ben stabilita da seguire. L'autore attribuisce questo stato di cose soprattutto agli inconvenienti prodotti dalle diverse organizzazioni succedutesi nel Dipartimento ad ogni cambiamento di Ministro : quella di sostituire con grande facilità il Capo del Dicastero della guerra, é una caratteristica già presente al tempo della Repubblica Cisalpina, e che evidentemente continua anche in seguito. Se ogni Ministro in carica vuole portare cambiamenti nell'organizzazione e nel personale del Dipartimento, é difficile che si stabilisca una linea d'azione omogenea. Questo si manifesta soprattutto nel settore finanziario dell'amministrazione militare, spina nel fianco del Ministero, che ha sempre trascurato la cura della contabilità e non ha mai istituito organi di sorveglianza a questo proposito: nessun ufficio é mai stato incaricato di controllare ad esempio tagliandi per le indennità di viaggio, e in genere di verificare le spese del Dipartimento: chi é chiamato a controllare i conti é nello stesso


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tempo autorizzato ad approvarli. A queste gravi manchevolezze in cui incorre l'organizzazione del Ministero della guerra, l'anonimo redattore del rapporto suggerisce di rimediare presentando un progetto per una nuova sistemazione del Dipartimento: il Piano prevede che la parte esecutiva dell'attività del Ministero venga affidata al Segretario Generale ed a due Divisioni, di cui la prima incaricata del personale, e la seconda del materiale dell'Armata. Si prevede inoltre che le attribuzioni riguardanti l'Artiglieria e il Genio vengano affidate a queste due Divisioni, mentre nel passato erano di competenza di un settore a parte del Dipartimento. Il settore finanziario del Ministero, cioè quello relativo alla contabilità. viene amministrato da una Divisione a parte, intitolata Contabilità Centrale, incaricata della revisione e della liquidazione delle spese di tutti i Corpi d'Armata. A fianco di queste tre Divisioni operano altri organi, che consistono in una sezione a parte dedicata interamente alla Marina; in un Ispettorato Centrale alle Riviste con incarico di controllo sia all'interno del Ministero, sia in seno all'Armata; in un Commissariato Centrale di guerra, chiamato a soprintendere all'attività dei Commissari di guerra; in una Direzione di Sanità e in un Deposito di guerra di cui s'é già parlato. Inoltre, affiancate al Ministero della guerra sono la Direzione _ Centrale del Genio e dell'Artiglieria, col compito d'assicurare uno svolgimento del servizio più regolare. Da quanto si può notare, il progetto che qui viene proposto non introduce particolari novità nell'organizzazione del Ministero: in definitiva la struttura originaria non risulta alterata di molto, non vengono introdotti Uffici con nuove responsabilità, ma gli unici cambiamenti riguardano la differente distribuzione delle competenze, che si cerca di ripartire più razionalmente. Difatti il progetto di organizzazione non é la parte più interessante di questo rapporto, ma piuttosto le osservazioni che l' ac~ compagnano. Lo stesso anonimo redattore sottolinea come non sia sufficiente semplicemente una più corretta distribuzione degli incarichi per il buon funzionamento del Dipartimento e per un


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andamento più rapido ed ordinato del servizio, ma suggerisce che s'imponga un nuovo tipo d'inquadramento del personale impiegato presso gli uffici del Ministero. Infatti viene osservato che non esiste una proporzione tra l'importanza delle funzioni conferite ai funzionari di grado maggiore, e il trattamento economico ad essi riservato (questa osservazione é una spia della posizione dello scrivente), ma anzi, il più delle volte gli impiegati del Ministero si trovano in una posizione economica umiliante rispetto a quella dei funzionari amministrativi dell'esercito, sebbene questi ultimi siano soggetti ai primi per posizione ed impiego. E ' giusto poi che i funzionari del Ministero siano insigniti di un grado adeguato al posto occupato nella gerarchia degli impieghi, soprattutto per acquisire maggiore autorità nei confronti dei subordinati: così il Segretario Generale dovrebbe essere preso dallo Stato Maggiore Generale, il Capo della Divisione del personale tra gli aiuti-comandante, Capi-Divisione del materiale invece tra i Commissari di guerra. In pratica qui si vuole sottolineare che negli alti gradi della gerarchia del Ministero le cariche più importanti non sono sufficientemente ricompensate ne' in denaro ne' in prestigio, quando invece stipendi proporzionati potrebbero favorire la fine di fenomeni di corruzione , soprattutto nella concessione dei contratti d'appalto per i viveri e il materiale dell'esercito. Un punto di vista abbastanza interessante che viene avanzato dal redattore del rapporto é la proposta di effettuare scambi periodici fra il personale del Ministero e quello che svolge la sua attività presso l'esercito: in questo modo gli impiegati che lavorano al Dipartimento verrebbero a contatto direttamente coi problemi che di solito sono abituati a trattare a tavolino, e vedrebbero applicati nella realtà i risultati delle disposizioni ministeriali; viceversa i membri dell'amministrazione militare che solitamente svolgono la loro attività più a contatto con la vita reale dell 'esercito e che sono quindi maggiormente a conoscenza dei problemi concreti, potrebbero suggerire all'amministrazione le idee per dei


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miglioramenti e i mezzi da impiegarsi per realizzarle. In questo modo si avrebbero impiegati con una conoscenza sia burocratica e teorica dei problemi, sia un'esperienza diretta della vita militare. Però per fare sì che l'attività del Ministero si svolga nel migliore dei modi, é necessario non solo ricompensare adeguatamente i funzionari di grado più elevato, ed assicurare loro una dignità proporzionale all'importanza delle funzìoni che sono chiamati a svolgere, ma si devono anche incoraggiare gli impiegati subalterni. Questo lo si può ottenere facendo in modo che l'anzianità sia 11 principio alla base delle promozioni: la proposta avanzata suggerisce che ogni promozione debba avvenire per anzianità, almeno fino al grado di Capo-Sezione, a meno che non vi sia prova d'incapacità o di demerito da parte dell'impiegato; é poi importante che si stabilisca con ordine superiore che ogni volta che una persona entra a far parte del personale del Ministero, non possa essere più licenziata senza prova d'incapacità certa e di negligenza nei suoi doveri. In pratica, con questa proposta si vuole porre al riparo gli impiegati del Dipartimento dagli abusi che nel passato erano stati commessi: infatti, ogni qual- volta il Ministro era stato costretto a lasciare il suo incarico, o volontariamente aveva rassegnato le dimissioni, il successore era solito sistemare presso i vari uffici del Dipartimento persone a lui fidate. presso i vari uffici del Dipartimento persone a lui fidate. Questa pratica aveva dato il via ad una gestione clientelare del potere, che fra i suoi lati negativi annoverava anche il fatto che in questo modo gli impiegati si sentivano esposti ad arbitri ed all'eventuaijtà di poter perdere il lavoro da un momento all'altro. La precarietà del posto di lavoro - dice l'Autore del rapporto - non favorisce certo negli impiegati del Ministero lo zelo e la coscienziosità: privi di protezione e mal pagati, essi svolgono i loro compiti grossolanamente, non avendo gli incentivi a migliorarsi. In definitiva questa relazione, pur emanando da un singolo individuo, costituisce lo sfogo per un'insoddisfazione presente a


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tutti i livelli della gerarchia burocratica del Ministero: sia i funzionari che gli impiegati di grado inferiore si sentono inseriti in un meccanismo amministrativo ottuso, che non lascia possibilità ai singoli di evidenziare la propria personalità, e che delega ad essi unicamente compiti esecutivi. Il giudizio che si trae da questo rapporto sull'organizzazione del Dipartimento della guerra é abbastanza negativo, e i numerosi difetti che vengono evidenziati testimoniano una situazione di confusione e di disagio, non certo favorevole alla trattazione di affari importanti e delicati: una disorganizzazione diffusa che si manifesta soprattutto nella cattiva distribuzione delle competenze tra i vari uffici; la presenza a tutti i livelli di un personale insoddisfatto perché privo di certezze e non ripagato proporzionalmente alle funzioni che svolge. Però non bisogna dimenticare che l'anonimo redattore di questo interessante documento é parte in causa rispetto ai problemi che tratta nel rapporto: é impossibile che la sua esposizione sia stata del tutto distaccata. Se il fatto d'aver partecipato direttamente a quell'organismo di cui poi l'anonimo impiegato fa questa critica spietata può essere considerato un elemento favorevole per una più esatta conoscenza dei problemi, nello stesso tempo é indubbio che abbia causato un coinvolgimento emotivo dannoso per un'analisi imparziale. In realtà, l'organizzazione del Ministero della guerra, a partire dalla Repubblica Cisalpina fino alla caduta del Regno d'Italia, presentava numerose pecche e manchevolezze, che si ripercuotevano anche sull'efficienza e il buon andamento dell'esercito nazionale; tuttavia occorre ricordare che si trattava di una delle prime applicazioni pratiche (così come l'organizzazione degli altri Ministeri), di un'amministrazione centrale dello Stato rivoluzionaria rispetto al passato. Per la prima volta si osserva una così netta distinzione tra i poteri dello Stato e, riguardo al potere esecutivo, una precisa ripartizione di compiti fra i vari Ministeri. Un precedente lo si può rinvenire soltanto ai tempi delle riforme di Giuseppe II, e


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precisamente con l'istituzione del Consiglio di Governo, articolato in sei Dipartimenti; d'altra parte quella fu un'innovazione che rimase in vigore solo pochi anni, poiché venne abolita da Leopoldo, favorevole ad un ritorno al precendente sistema della Conferenza Governativa. In conclusione mi sembra che l'organizzazione del Ministero della guerra, così come si sviluppa nell'arco di tempo considerato, rappresenti, nonostante le manchevolezze evidenziate in precedenza, un passo avanti notevole nella cura dell'amministrazione militare. D'altra parte é anche comprensibile lo stato d'animo di chi, vivendo in prima persona i grandi cambiamenti inaugurati in Lombardia dalla Repubblica Cisalpina, rimanga poi deluso dal cattivo funzionamento degli organi statali e dal fatto che la realtà non corrisponda alle aspettative: dopo il 'battage' pubblicitario promosso dagli illuministi lombardi e dagli agenti francesi, ci si aspettava l'instaurazione in Lombardia di uno Stato perfetto in tutti i suoi congegni. È difficile comprendere che anche i meccanismi istituzionali più efficienti possono aver bisogno bisogno di un periodo di rodaggio, e soprattutto di conciliarsi lentamente con la mentalità popolare, specie allorché si tratta di superare una tradizione di governo molto ricca e importante, quale per la Lombardia era la tradizione asburgica.


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Note

(1) Citato da Pivano S., Albori costituzionali d'Italia, Torino 1913, p. 215. (2) Citato da Pivano S., op. cit., p. 217. (3) Raccolta degli ordini, avvisi e proclami pubblicati in Milano nell'anno V Repubblicano francese. Ed. Veladini, Milano 1797, tomo V, pp.132-134. (4) Archivio di Stato di Milano (ASM) - Fondo Ministero della guerra, cartella 1017: Organizzazione - Ufficio centrale Ragioneria e Consiglio amministrativo ... al 1806. (5) ASM, Fondo Ministero della guerra, Cartella 1017. (6) Raccolta degli ordini ... (ed. Veladini), op. cit. voi. m, p. 162. (7) ASM, Fondo Ministero della guerra, Cartella 1017. (8) Il Codice militare provvisorio per le truppe dell'Armata cisalpina si trova all'Archivio di Stato di Milano, nel Fondo Militare, Cartella 6. (9) ASM, Fondo Ministero della guerra, Cartella 1017: questa ĂŠ la ripartizione dĂŠlle competenze nei vari uffici del Ministero: I DIVISIONE - I SEZIONE - I ufficio: manovre, polizia e disciplina, Consigli di guerra, e Revisione; disertori, prigionieri e perdoni; amnistia generale e paniale; corrispondenza su tutti questi attributi. II ufficio: Ricompense, soccorsi e pensioni; ritiri di arnm. agli invalidi; leva e licenziamento di truppe; reclutamento; ispezione e riviste; depositi di rimonte; scuole militari; corrispondenza su tutti questi attributi. II SEZIONE - I ufficio: nomina ed assegnazione degli ufficiali, matricole generali degli ufficiali e particolari; spedizione dei Brevetti; translazione degli ufficiali da un Corpo all'altro; corrispondenza relativa; Comandanti di piazza. II ufficio: Stati di situazione dei Corpi e delle Piazze; stati generali di forza; matricole dei sott'uff. e soldati di ogni Corpo; passaggio dei sott'uff. e soldati da un Corpo all'altro; congedi assoluti e limitati; prigionieri di guerra; movimenti di truppa. Il DIVISIONE - I SEZIONE : fortificazioni permanenti e passeggere; progetti di difesa, di armamento dei porti, coste e litorali; ponti e canali; riparazioni di caserme; locali degli stabilimenti militari; ispezione generale del Genio; direzione e sotto-direzione del Genio; corpo degl'ingenieri militari; scuola militare di Modena, ragionateria centrale; ragionati di fortificazione; corpo topografico; istnizione, servizio, disciplina, avanzamenti, congedi dei rTlilitari, zappatori e deposito, guard1:1l di fortificazione. Il SEZIONE: parchi, arsenali di costruzione; fonderie, laboratorio di artifizio, fabbriche ed acquisto d'armi; miniere, polveriere e raffinerie; armeria nazionale; munizioni in genere; armamenti ed approvvigionamenti in genere; ispezione generale d'artiglieria; guardia d'artiglieria; istruzione, servizio, disciplina, avanzamento, congedi, dei cannonieri a piedi e a cavallo, operai, pontonnieri, freno e deposile~ scuola pratica e poligono. III DIVISIONE - I SEZIONE - I ufficio: attivazione delle leggi; casermaggio, scuole di scherma e d'equitazione; approvvigionamenti d'assedio; regolamenti, registri; Il ufficio: soldo; trasporto militare; spedali; indennitĂ di via. Il SEZIONE - I ufficio: vestiario, rimonte, veterinaria. Il ufficio: corrispondenza ed ordini del giorno; regola., menti; registri relativi. (10) ASM Fondo Militare p. a. Cartella 6. (I 1) ASM Fondo Militare p. a. Cartella 6.


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(12) ASM Fondo Militare p. a. Cartella 6. (13) ASM Fondo Militare p. a. Cartella 6. Rapporto verbale del Ministro al Direttorio del 19 ventoso a. VI. (14) ASM Fondo Ministero della guerra Cartella 1017. (15) ASM Fondo Ministero della guerra Cartella 1017.


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FRANCESCO FRASCA

LA COSCRIZIONE NEI DIPARTIMENTI ITALIANI DELL'IMPERO FRANCESE

Introduzione

Il reperimento alle Archives Nationales di Parigi di 387 documenti contenuti in due cartoni della serie AF IV 1126/46 e 1147 consente all'Autore di terminare il nostro lavoro riguardante la coscrizione nei dipartimenti italiani dell'Impero francese. Si è visto nel precedente studio, come il Piemonte sia un caso unico in Italia a causa della caratteristica specifica dell'Istituzione militare adottata durante l'Ancien Regime simile, in forma ridotta (milizia, volontari e mercenari) a quella francese. Esso appare come un caso esemplare di un paese annesso dove l'"esprit militaire", sia stato reimpiegato dalla Francia nel quadro della sua politica di espansione. La coscrizione introdotta per la prima volta in Piemonte, malgrado i miglioramenti progressivi dell'apparato del reclutamento, incontra resistenze passive, attive e violente, con il verificarsi costante di renitenza e diserzioni, comportamenti per nulla disapprovati dalla pubblica opinione, che mal sopporta la pesantezza dell'imposta di sangue dovuta al quasi continuo stato di guerra, che non permette il congedo dei coscritti dopo i cinque anni di servizio, come previsto dalla legge. Le perdite considerevoli della Grande ArmÊe, l'attività degli agenti della diserzione (al servizio delle coalizioni antifrancesi), le morti in battaglia senza sacramenti, la triste condizione riserva-


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ta agli invalidi, sono fattori che hanno importanza, per spiegare i fenomeni di opposizione. D'altra parte la situazione del Piemonte non differisce molto da quella esistente in Francia dove la ineguaglianza fra regioni e fra uomini, le dispense e le esenzioni a volte ingiustificate, l'istituto della surrogazione, che privilegia le classi sociali più ricche, il metodo della estrazione a sorte, che fa della coscrizione una lotteria, l'uso di arruolare a forza i discoli; provocano rancori nello spirito dei coscritti designati a partire e li respingono alla diserzione (1).

1) Vedi GusTAVE VAlLÉE, La conscription dans le Département de la Charente (1799-1807), thèse de doctorat ès-lettres prèsentée à la Faculté des Lettres del' Université de Paris; ed. Sirey, 1936, sopratutto le conclusioni. FRANCESCO FRASCA, La coscrizione nei dipartimenti piemontesi dell'Impero francese(] 800-1810), Studi Storico Militari 1988, USSME, Roma 1990.


LA coscrizione nei dipartimenti i1a/iani de/l'Impero francese

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La situazione italiana anteriore alla "lnstruction generale sur la conscription".

PIEMONTE

Reclutamento I dati relativi alla coscrizione sono i seguenti: Per una Francia di 34.813.473 abitanti, il Piemonte ne ha 1.813.473. Dal 1800 al 1810 11 classi di coscritti sono formate. Il loro prodotto totale in uomini realmente iscritti nei registri della leva è di 156.556. Le riforme si elevano a 53.700 uomini, cioé 1/3 degli uomini iscritti sui registri. Il numero totale dei coscritti incorporati è 35.281. Gli arruolamenti volontari sono 2.682. Gli ammessi nel corpo dei veliti 280. Totale degli incorporati comprendendo i volontari e i veliti: 38.243. Con approssimazione il numero totale dei disertori e renitenti è di 9.272, 6.272 anni IX-XIII e 2.929 dal 1806 al 1810. Ma tra i disertori, vi è un buon numero esattamente conosciuto: quello dei renitenti. In effetti i prefetti redigono lo stato di tutti quelli condannati come tali, essi si elevano in totale a 6.938.

Inquadramento. La ripartizione deri coscritti piemontesi avviene generalmente fatto in tutte le unità dell'Année française, salvo alcuni corpi che mantengono una referenza regionale. La breve storia riportata qui a seguito è stata estratta da quanto contenuto nei cartoni delle serie Xb 319, Xh 26, Xl 16, Xl 18, Xl 19, Xl 20, Xab 29, reperiti al Service historique del l' Armée del Terre presso il Chateau del Vincennes (d'ora innanzi S.H.A.T.), fonte già utilizzata da Eugène Fieffé- per la stesura della parte riguardante le truppe italiane della sua opera intitolata Histoire des troupes étrangères au service de la France depuis leurs origine jusqu' à nos jours et tous les regiments levés dans les pays conquis sous la Ière République et l' Empire edita a Parigi nel 1854, reperibile alla Bibliothèque Nationale di Parigi, serie 82 L50 f 46, vedere in particolare le pagine da 26 a 35 e da 114 a 120. Inoltre alle Archives Nationale di Parigi si è fatto particolare riferimento alla Serie AF III 79 che ha fornito interessanti documenti per lo studio della storia dei trattati


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fra la Francia e il Piemonte, riguardanti le clausole militari intercorse fra i due Stati durante la Rivoluzione. Utile è stata la consultazione dell'opera di Nicola Brancaccio L'esercito del vecchio Piemonte sunti storici dei principali corpi, I. P. A. G., Roma, 1922, e della Storia politica d'Italia - Il periodo napoleonico di Fiorini & Lemmi, Firenze, 1914. Il trattato di pace, del 15 maggio 1796, fra la Repubblica francese e il Regno di Sardegna, che mette fine alla partecipazione di questo ultimo alla prima coalizione, conclude rovinosamente una campagna militare mal condotta e sopratutto mal concepita fin dall'inizio. La perdita di Nizza e Savoia è grave al pari dello stato di sudditanza militare nel quale il Piemonte viene a trovarsi nei confronti della Francia. È per mezzo di "trattati di alleanza", che gli vengono proposti più volte, che gli si domanda di fornire soldati da aggregare come forza ausiliaria all' Armée d'Italie. Il primo progetto del 25 termidoro anno IV (12 agosto 1796) prevede la cessione alla Repubblica francese dei diritti del re di Sardegna sull'isola della Sardegna (art. 1) in cambio dei territori del Milanese (art. 2) alle condizioni seguenti: riunione delle truppe sarde con quelle francesi (art. 3), fornitura a queste ultime di supporto logistico (art. 4), la Repubblica francese consente al re di Sardegna di sostituire questo titolo con quello di re di Lombardia (art. 5) garantendogli il territorio acquisito in cambio di quello ceduto-(art. 6) (A. N. Af III 79 Piemont, doc. 88-89, projet de traité avec le Roi de Sardegne: articles separés et sécrets). Il secondo progetto di trattato del 25 febbraio 1797 prevede la fornitura di 7 .000 uomini e 40 cannoni in cambio di compensi territoriali in Liguria, che però non viene ratificata dal Direttorio di Parigi [un ulteriore progetto di alleanza ritorna sulla cessione della Sardegna in compenso di una espansione nel continente (Lombardia e Parma) (A. N. AF III 79 "Piémont, doc 108, projet d'alliance avec le roi de Sardaigne" annesso alla lettera inviata da Torino il 5 brumaio anno V da E. Pousseielgue primo secretario della Legazione della R. F. a Genova al presidente del Direttorio)]. Un altro trattato del 5 aprile 1797, all'articolo 4, domanda


La coscrizione nei dipartimenti italiani dell'Impero francese

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8.000 uomini e 40 pezzi di artiglieria, in cambio viene promesso il territorio de Ducato di Panna (Corr. Nap., Il, n9 1687, 16 germina! an V 5 avril 1797). Una nuova richiesta di 9.000 uomini più le anni e gli approvvigionamenti delle piazzeforti per quattro mesi è presentata il 30 novembre 1798, contenuta nell'ultimatum del Direttorio. I giorni 5 e 6 dicembre 1798 il Piemonte viene occupato dai Francesi, il generale Joubert comandante delle forze francesi nella Cisalpina accusando il re Carlo Emanuele IV di duplicità proclama l'incorporazione delle truppe piemontesi nel1'Armée d' Italie il Sovrano forzato dagli avvenimenti deve rinunciare il 19 frimaio anno 7 all'esercizio di ogni potere in Piemonte, ordina a tutti i suoi soggetti di obbedire al Governo provvisorio che viene messo in piedi dal generale francese, e inoltre alle sue truppe di considerarsi come parte integrante dell'Armée d' Italie, e di obbedire al suo generale (A. N. AF IIl 79 Piémont, doc. 92, acte d' abdication. Ora nel 1798 la forza delle "regie truppe sarde" è di 35.216 fanti e 3.352 cavalieri per un totale di 39.568 uomini; quando il 7 dicembre il Sovrano parte per la Sardegna seguito da un reggimento di fanteria, uno di artiglieria e poche Guardie del Corpo; transitano nell 'Armée d' Italie tre mezze brigate di linea, una mezza brigata leggera, quattro reggimenti di dragoni, uno di artiglieria, il corpo del genio. Molte unità si riducono a parvenze di reparti per la defezione di molti ufficiali, che non accettano il mutamento istituzionale e preferiscono dare le dimissioni ed emigrare all'estero dove militano negli eserciti austriaco, russo, prussiano ed inglese. Il Piemonte paga ai Francesi come indennità di guerra 10.338.610 lire dal dicembre al marzo 1799, altri 6.000.000 vengono, nello stesso periodo, da questi requisiti, impossessandosi inoltre dei magazzini militari per un valore di 3 milioni dell'arsenale d'artiglieria valutato 11.000.000, per un totale di circa 37.000.000 in numerario e materiali (Brancaccio, op. cit., p. 408). L'organizzazione delle milizie piemontesi, forza annata della proclamata Repubblica, è affidata al generale Suchet ed è la seguente (febbraio 1799):


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La fanteria di linea è costituita da tre mezze brigate, alle quali viene dato l'ordinamento della fanteria francese del 21 febbraio 1793: 1 rgt. di 2.400 uomini composto da 3 btg., ogni btg. da 10 compagnie da 30 uomini ciascuna (Brancaccio, op. cit., p. 425). La li mezza brigata é costituita dai soldati dei reggimenti Savoia, Aosta, Lombardia, si compone a Cremona e a Bozzolo. (Brancaccio, op. cit., p. 115). La 2! mezza brigata è formata dai reggimenti Monferrato, Saluzzo, Alessandria (Brancaccio, op. cit., p. 116). La 3! mezza composta con i reggimenti Piemonte, Regina, Marina (Brancaccio, op. cit., p. 116). La fanteria leggera è costituita da una mezza brigata leggera con ciò che rimane del rgt. Guardie, truppe leggere, btg, pionieri e del corpo franco, su modello dell'analoga francese stabilita dall'ordinamento del 21 febbraio 1793: 3 btg. di 800 uomini, ogni btg. di 10 compagnie di cui una di granatieri e un'altra di cacciatori. La seconda mezza brigata leggera viene reclutata fra gli elementi più esagitati dei giacobini piemontesi, mai impiegata in battaglia (Brancaccio, op. cit., p. 139). Con la Guardia Svizzera sono costituite due legioni elvetiche (Fiorini & Lemmi, Storia politica d'Italia Il periodo napoleonico, Firenze, 1914, p. 274, n. 6). La cavalleria nel dicembre 1798 ha al suo servizio quattro reggimenti di dragoni al comando del generale Fresia (Fiorini & Lemmi, ibidem). Le Guardie del Corpo vengono in parte destinate a reggimenti di cavalleria e quelle che rimangono formano, uno squadrone o Corpo dei Carabinieri piemontesi, addetto al quartier generale dell'Armata francese. Dell'artiglieria vi sono due battaglioni passati al servizio della Repubblica piemontese per un totale di 1.316 uomini, che però disertano in massa verso gli eserciti austriaco e russo (Brancaccio, op. cit., p. 346) La milizia urbana di Torino viene trasformata in Guardia Nazionale. Le milizie provinciali passano al servizio della Repubblica .nel dicembre 1798 (Brancaccio, op. cit., p. 450).

Nella campagna del 1799, al gen. Scherer sono assegnati il 12 e il 32 btg. della 3 mezza brigata di linea, la 1! mezza brigata leggera, i 4 rgt. dragoni, al gen. Gauthier vanno la 2! mezza brigata di linea, a Schérer vengono affidate il 12 e il 2 2 btg. della 1!! mezza brigata di linea. In Piemonte il resto. Tuttavia la forza iniziale di 10.000 uomini decresce nel corso delle operazioni a 4.000, .causa le diserzioni (Brancaccio, op. cit., p. 422). Il Direttorio dichiara guerra all 'A\lstria il 13 marzo 1799, le Truppe pie-


Archives Nationales série AF IV* 538 Livret des Armées, compagnes des années IV-VII, situation des armées an 8-12. Tableau de la force des troupes auxiliaires et hors ligne aux epoques de nivòse an 8, vendemiaire, nivòse et germinai an 9, comparée avec celle au l°' germinai an 12. Armée de la Republique française Situazione della Forza delle truppe ausiliarie e "hors ligne" al nevoso anno 8, vendemmiaio, nevoso e germinale anno 9, comparata con quella al 1° germinale anno 12 (traduzione) 1RUPPE AUSILIARIE 1° Germinale anno 12 Nevoso Germinale Nevoso Vendemmiaio Unità effettivi pres. osped. anno 9 anno9 anno9 anno 8 17.428 1.893 15.535 18.000 18.000 19.000 19.460 Truppe Batave 1.694 19.737 18.043 10.520 9.850 8.265 Truppe Italiane 9.560 ---* 5.324 6.005 6.382 7.205 Truppe Piemontesi 4.589 4.229 360 2.780 2.548 2.276 2.854 Truppe Elvetiche 2.671 2.491 180 5.250 5.385 5.690 Truppe Polacche 6.560 899 41 858 3.000 3.000 3.000 3.000 Truppe Liguri Truppe ausiliarie _ili _.lQ _.L.fil1Q --1..B2Q _1.QQQ ~ ..1...800 dell'armée d'Oòent 45.590 41.674 4.198 46.674 46.588 46.503 50.639 Totale 1.179 26 1.153 Truppe Hannoveriane 64 64 Truppe Irlandesi 999 802 197 Battaglione di Pionieri neri _m ...l.Q42 ~ Disertori stranieri. 48.850 4.476 44.374 46.674 46.588 46.503 50.639 Totale

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Nota*: Diventati Leggero, Dragoni e 26 Cacciatori, Così, deduzione fatta degli ospedalizzati e dei prigionieri di guerra, la forza delle truppe in attività al 1° Germinale anno 12, presentava comparativamente con quella delle altre epoche una differenza in meno: 2.214 2.300 2.129 6.265

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Unità Franchi del Nord Légion Expéditionnaire Corpo franco dell'Ovest Cacciatori Baschi Ussari Volontari ?

Nevoso anno 8 2.433 5.491 1.115 _.2.8Q 10.019

Truppe "HORS UGNE" Vendemmiaio Nevoso Germinale anno 9 anno9 anno9 1.452 1.415 1.288 2.414 imbarcati 2.675 1.953 1.813 1.012 917 1.090 1.344 1.769 775 __m _.2Q2 875 9.944 7.094 5.688

(traduzione) 1°Germinale anno 12 pres. effettivi osped.

36 36

~

~

.16 36

Legione Piemontese 1221 217 1.095 Battaglioni Corsi 1.555 33 1.588 44 278 Compagnie franche Corse 234 Battag. franchi dell'Isola d'Elba757 757 Tirailleurs du Pò 796 102 898 Disertori francesi 173 233 60 Battaglioni coloniali 290 1.755 1.465 Coscritti renitenti 227 12 ~ 9.944 7.094 10.019 5.668 6.338 663 7.001 Veterani 439 12.764 11.157 11.364 11.520 11.615 12.325 Gendarmeria N .le 12.202 12.613 15.612 13.212 13.316 15.592 20 Ufficiali di Stato Maggiore e delle Piazzeforti 4.335 4.335 4.335 4.335 4.335 4.335 Guardia del Governo 1.200 4.000 4.000 ....Q..QQQ 3.000 6.000 Totale 41.256 40.161 38.924 44.590 1.122 45.712 38.913 Così, deduzione fatta degli ospedalizzati e dei prigionieri di guerra, la forza delle truppe in attività al 1° Germinale anno 12, presentava comparativamente con quella delle altre epoche una differenza in più: 4.239 7.677 3.334 5.676

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La coscrizione nei dipartimenti italiani dell'Impero francese

441

montesi aggregate a quelle francesi, combattono ripetutamente lungo l'Adige, il 25 marzo ad Incaffi San Fermo nelle vicinanze di Affi (a sette chilometri del lago di Garda) e San Massimo presso Verona (cfr. Pinelli, Storia militare del Piemonte, Torino, 1854, II, p. 123-124; cit. da Fiorini & Lemmi, op. cit., p. 274, n. 9-10). Dopo sconfitta dello SchÊrer a Magnano, l' ArmÊe d'Italie si trova costretta ad indietreggiare sul Mincio, poi sull'Oglio e quindi sull'Adda dove i Francesi il 28 aprile perdono la battaglia di Cassano e il giorno seguente anche quella di Verderio. In conseguenza di ciò si sciolgono quasi interamente le mezze brigate piemontesi, dei loro soldati circa 2.000 si sbandano, gli altri seguono i Francesi in ritirata. Gli elementi rifluiti in Piemonte si uniscono ai Valdesi del Geymet e del Rossignoli coprendo l 'Amministrazione repubblicana nel suo ripiegamento verso la frontiera francese. Il giorno 11 maggio i confederati austro-russi passano il fiume Po a Passignana, mentre le terre del Piemonte si sollevano contro i Francesi (Brancaccio, op. cit., p. 409). Il generale Suvarow, comandante dell'Armata austro-russa, il 26 maggio in Torino costituisce un Consiglio supremo iterinale per S. M. il re di Sardegna. Pone d'assedio successivamente le cittadelle di Torino, Alessandria e Cuneo, si rivolge quindi contro il generale Macdonald in ripiegamento da Napoli e lo sconfigge sulla Trebbia il 20 giugno. L'Austria intende incorporare nel proprio esercito i soldati piemontesi. Alle istanze del Suvarow che intende mobilitare i reggimenti provinciali piemontesi, risponde il generale Melas, comandante delle truppe austriache, che pretende solamente la formazione di corpi franchi da porre a sua disposizione. Solo nel dicembre 1799, dopo beghe infinite fra il Melas e il Consiglio supremo iterinale, che si riesce a dare inizio al riordinamento dei Corpi piemontesi con l'istituzione di una commissione per dirigere gli affari militari (Brancaccio, op. cit., pp. 305, 306, 307). Vengono costituiti 5 btg. di fanteria d'ordinanza (4.404 uomini), 10 btg. provinciali (6.456 uomini), 1 rgt. d'artiglieria (1.300 uomini), 2 btg. di cavalleria e di dragoni appiedati (1.655 uomini), 2 corpi stranieri (550 uomini), per un totale di 14.365 uomini


442

Francesco Frasca

(Brancaccio, op. cit. p. 321 ). Sono ripartiti fra le unità di guerra alla ripresa delle ostilità contro la Francia. Dopo la vittoria di Marengo il Piemonte viene rioccupato dai Francesi. A Milano, Bonaparte con decreto del 24 giugno getta nuove basi all'organizzazione militare del Piemonte, viene da lui ordinato di costituire: 4 battaglioni di fanteria di linea, 2 battaglioni di cacciatori, un reggimento di ussari, un reggimento di dragoni, 2 compagnie di veterani, 300 gendarmi a cavallo e 300 gendarmi a piedi, 2 battaglione d'artiglieria, 2 compagnie di operai, 1 compagnia di zappatori e 1 di minatori (Brancaccio, op. cit., p. 423). Ristabilito quindi il Governo repubblicano un proclama di questi del 3 luglio 1800 richiama in servizio tutti i militari che erano iscritti in ruolo al 15 giugno, invitandoli a presentarsi all'ufficio del soldo nel termine di dieci giorni sotto pena di essere considerati disertori (Brancaccio, op. cit., p. 458). Essi vengono riuniti nel deposito di Torino, per gli ufficiali che chiedono di riprendere servizio è la Commissione militare a esaminarne i titoli. Sono costituiti cosi quattro battaglioni di fanteria (Brancaccio, op. cit., p. 427): Vecchi reggimenti Piemonte, Savoia, Monferrato, Marina, Alessandria Regina, Alessandria, Cuneo, Saluzzo, Truppe leggere, Aosta

nuovo battaglione lQ Piemonte 2

2 Monferrato 32 Saluzzo 2

4 Aosta

mezza brigata

~

~

1!

2!

'

Il 26 agosto 1801 un decreto consolare stabilisce incorporazione delle truppe piemontesi nell' Armée. L'ordinamento viene affidato al generale Colli. Ora, essendo le mezze brigate dell'esercito francese 11 O, le due piemontesi prendono il numero di 111 ! e 112! (Brancaccio, op. cit., p. 427). Riassumendo, le truppe di fanteria formano due mezze brigate di linea e una mezza brigata leggera, Ie- truppe di cavalleria costituiscono un reggimento dragoni (21 2) e uno di cacciatori (262), 1'artiglieria un battaglione è


La coscrizione nei dipar1imenti iJaliani dell'Impero francese

443

incorporato in un reggimento francese, le truppe del genio sono ripartite nei corrispondenti corpi francesi, i rimanenù dispersi in varie unità francesi (Brancaccio, op. cit., p. 424). Il decreto 24 settembre 1803 restituisce il nome di reggimenti alla 111 i! mezza brigata (111 Q), la 112i! si era sciolta il 6 aprile, e ripartita fra la precedente e la 31i! mezza brigata leggera (E. Fieffé, op. cit.). Nel giugno 1814 il 111 Qrientra in Piemonte dove viene ripartito fra i nuovi reggimenti dell'Armata Sarda (Brancaccio, op. cit., p. 427). La Legione valdese chiamata anche, corpo dei cacciatori valdesi, viene riunita da Messena, il 20 agosto 1800, alla forza armata piemontese, con la denominazione di 1i! mezza brigata leggera, con l'incorporazione delle truppe piemontesi nell 'Armée française diventa la 31 mezza brigata leggera, poi il 24 settembre 1803 prende il nome di 31 Qrgt. leggero e incorpora nello stesso tempo un battaglione della disciolta 112i! mezza brigata di linea. Nel 1814 si scioglie e un suo battaglione concorre a costituire i Cacciatori nella Armata sarda (Brancaccio, op. cit., p. 429). Un certo numero di volontari tratti dai dipartimenti della 27i! divisione formano nel 1803, il battaglione expéditionnaire piemontese, reclutato a Torino e organizzato su modello della fanteria leggera francese, prende la denominazione di Tiraielleurs du Po nel mese di dicembre, e incorporato alla fine del 1811 nel 1 lQ reggimento di fanteria leggera, dopo essersi distinto ai 2Q e 4Q corpo della Grande Armée in Germania. La 11.! legione piemontese organizzata dal generale Fresia a seguito dal decreto 18 maggio 1803 del Primo Console dispone di un organico di 4.000 , prende nel luglio 1804 la denominazione di Légion du Midi. Una parte di essa viene inviata a Santo Domingo e in Martinica, dove transita nell'82Q reggimento di linea. Il resto serve in Spagna, in Portogallo e in Italia e viene versato, 1 '11 agosto 1811 quando viene sciolto, nei reggimenti di fanteria leggera 1 JQ e 31 2 • Gli Ussari piemontesi organizzati nel mese di agosto 1800 dal piemontese Armando Gros passono, il 26 agosto 1801, nella Arméefrançaise e prendono la numerazione di 17Q reggimento di cacciatori a cavallo, poi di 26Q nel maggio 1802, che conservano fino al 1814. Analoga-


444

Francesco Frasca

mente i dragoni piemontesi, entrano al seivizio francese alla stessa data del precedente, formano il 21 2 reggimento di dragoni francesi. I dragons des chasses, sorta di guardie forestali, vengono impiegati dai francesi in operazioni militari per un anno, nel 1803 compresa nella riorganizzazione dell'amministrazione forestale del Piemonte. L'artiglieria piemontese viene incorporata in quella di Francia il 10 ottobre 1801, e le due compagnie di cannonieri veterani formate nella 27~ divisione militare, riorganizzate nel 1803, vengono inviate in seguito a Nizza e a Saint-Tropez per ordine del Primo Console. La 15~ compagnia operai d'artiglieria francese riceve anch'essa alcuni piemontesi. Queste truppe seguono le sorti dell'esercito francese fino all'abdicazione di Napoleone, dopo rientrano in Piemonte. Così scrive a questo riguardo il 21 settembre 1814 la gazzetta di Parigi il Moniteur Universel (n2 264): Piémont. Turin, le 4 septembre ... ... Le roi de Sardaigne, en rétablissant dans ses Etats .... , Ics exellentes lois de l'ancienne constitution du pays, avec quelque modifications dictées par les lumieres et les circostances du tcmps, a eu meme temps appelé à des fonction importantcs, tant judictiaires qu'administrative et diplomatiques, un grand nombre de ses sujets employée ci-devant par le Gouvemement français et distinguée par leurs probité et leur mérite... L'établissement de la gendarmerie a été maintcnu ct amélioré. Cc corps a pris le nom dc carabinicrs royaux. Il est composé en grande partie d'ancicns gendarmes, officiers et soldats, et le pays jouit de la plus grande tranquillité malgré les bruiL<; absurdes qu'on a repandus d'une pretendue réunion de brigands ... L'armée se forme avec activité. Les cadres de 10 régiments d'infanterie et d'artillerie de 14 régiments d'infanterie provinciale et 6 régiments de cavalerie sont déjà à-peuprès remplis. Outre le noyau de l'ancienne armée dont la réputation était si bien et si justement établie, elle est composée de beaucoup d'officiers et d'un très grand nombrc de sous-officicrs ct soldats qui servent dans l'armée française, qui se sont emprcssés d'offrir dc consacrer leur expérience et leur entier dévounement au servicc de leur légitime souverain. Les conscrits que servent dans l'arméc française, qui sont rentrés en Piémont et qui se trouvent hors d'état de continucr à servirà cause de leurs blessures ou de maladics rcçoivcnt des pensions dc retraile.


LA coscrizione nei dipartimenti italiani dell'Impero francese

445

Tuttavia, alla Restaurazione l'arrivo dei soldati provenienti dal servizio francese pone non pochi problemi di inquadramento nella Annata Sarda, in effetti nel Moniteur Universel di Parigi n2 38 di martedì 7 febbraio 1815: Piémont Turin, le 26 janvier : L'armée s'organisc très difficilement. Les soldats qui sortent du service de la France continuent à montrer un esprit d'indépendance et d'insurbordination, quoique le gouvemement fasse tous ses efforts pour gagner Icur affection. S.M. a autorisé les soldats et sous-officicrs qui ont obtenu la croix de la Légion d'honneur à la porter. Les officiers, les coionels, les généraux et ceux qui tienngnt à l'ordrc civil doivent obtenir l'autorisdtion de S.M.

Da segnalare anche la formazione di èorpi che si possono considerare di origine o di fom1azione italiana. La Guardia Nazionale, viene con decreto imperiale 12 novembre 1806, ricostituita per servizi militari negli anni 1806, 1807, 1808, 1809 per la sorveglianza e per le difese delle coste marittime. Riorganizzata nel 1812, viene ripartita in due coorti la 82a e la 83a, riunite nel gennaio 1813 formano il 1562 rgt. di Linea, che viene inviato nella francia del nord (Brancaccio, op. cit., p. 446). Un decreto imperiale del 12 aprile 1809 prescrive, nei dipartimenti: Po, Stura, Dora, Montenotte, Appennini, Genova, Marengo, Taro, costituenti la 27! e la 28! divisione, la leva di una compagnia di Guardie d'onore a cavallo, per essere al servizio presso il principe Borghese, governatore generale di questi dipartimenti. Organizzata a Torino, viene reclutata tra i fratelli, figli, nipoti, pronipoti e cugini di membri dei collegi elettorali, e giovani coscritti, figli o nipoti dei più imponibili di queste due divisioni militari, viene sciolta il 12 maggio 1814 (E. Fieffé, op. cit.). In seguito al decreto imperiale del 24 marzo 1809, vengono costituiti i Veliti, destinati al servizio presso i membri della famiglia imperiale. Ovvero due battaglioni di volontari, presi dalle 27\ 23! e 29! divisioni militari, aventi essi o le loro famiglie un reddito annuale di duecento franchi. I Veliti di Torino e di Firenze hanno l'onore di appartenere alla Guardia Imperiale.


446

Francesco Frasca

Vi è testimoninaza nelle Archives Nationales di Parigi della loro partecipazione attiva sia nella campagnia di Russia che in quella di Germania, nella serie AF/IV/1651, cartone n2 2, fascicolo Intendance générale vedi état général des approvisionements de l'Armée au IO février 1813, Garde Imperiale Infanterie à la suite de la Garde. Per avere un'idea generale dell'inquadramento dei piemontesi nei vari corpi dell'Armée française, esaminare, lo stato per dipartimento dei coscritti messi in attività sui chiamati alle armi dai senato-consulti imperiali fornisce utili informazioni. Consideriamo per primo quello del 4 dicembre 1806 per la messa in attività di 80.000 uomini (A. N. serie AF IV 1123 doc. 28). Dipartimenti NQ uomini NQ uomini che i dipartimenti da fornire forniscono ciascun corpo e corpi riceventi dell 'Armée française Dora

526

16Q Leggero 45; 25Q Leggero 254; Fucilieri della Guardia Imperiale 18; 102 Corazzieri I 6; 2Q Carabinieri 3; 13Q Dragoni 6; 16Q Cacciatori 40; 21 2 Cacciatori 26; 3Q Art. a piedi 10; 9Q Treno p.le 16; 4Q Zappatori 4; Totale 438, restano disponibili 88.

Marengo

705

27Q Leggero 404; Fucilieri della Guardia Imperiale 18; 1Q Carabinieri 1; 2Q Carabinieri 3;


LA coscrizione nei dipartimenti italiani dell'Impero francese

447

5Q Corazzieri 26; 8Q Dragoni 60; 26 Dragoni 1O; 1OQ Cacciatori 65; 3Q Art. a piedi 15; 9Q Treno p.le 16; 5Q Zappatori 4; Totale 622, restano disponibili 83. Po

871

111 2 di Linea 497 Fucilieri della Guardia Imperiale 18; 12 Carabinieri 4; 1Q Corazzieri 32; 182 Dragoni 56; 72 Cacciatori 58; 16Q Cacciatori 55; 32 Art. a piedi 32; 32 Treno p.Ie 30; 12 Pontieri 8; 5Q Zappatori 4; Totale 784 restano disponibili 87.

Sesia

453

9Q Leggero 262; Fucilieri della Guardia Imperiale 18; 12 Carabinieri 2; 22 Corazzieri 17 21 2 Cacciatori 69; 32 Art. a piedi 5; 9Q Treno p.le 16; Totale 389, restano disponibili 64.

Stura

963

7 2 Leggero 551; Fucilieri della Guardia Imperiale 18; 22 Carabinieri 4; 22 Corazzieri 36;


448

Francesco Frasca

82 Dragoni 39; 182 Dragoni 80; 7 2 Cacciatori 90; 32 Art. a piedi 24; 9 2 Treno p.le 25; 52 Zappatori 4; Totale 871, restano disponibili 92. Dallo stato dei coscritti che ogni dipartimento deve fornire sulla riserva del 1806 e dei Corpi sui quali devono essere diretti (A. N. serie AF IV 1123 doc. 3). Dipartimenti N2 uomini N2 uomini che i dipartimenti da fornire forniscono ciascun corpo e corpi riceventi dell' ArmÊe française Dora

189

12 Carabinieri 2; 9 2 Corazzieri 6; 12 Art. a piedi 6; Art. marina 20; 92 Leggero 155

Marengo

279

22 Carabinieri 2; 52 Corazzieri 6; 42 Art. a piedi 6; Art. marina 20; 272 Leggero 245;

Po

336

12 Carabinieri 2; 12 Corazzieri 6; 42 Art. a piedi 6; Art. marina 20; 111 2 di Linea 185; 392 di Linea 117;


La coscrizione nei dipartimenti italiani dell'Impero francese

Sesia

174

449

1Q Carabinieri 2; 1Q Corazzieri 6;

4Q Art. a piedi 6; Art. di marina 20; 31 Q Leggero 332 Dallo stato dei coscritti che ogni dipartimento deve fornire sulla classe del 1808 ai sensi del decreto 18 aprile 1807 (doc. 94) estraiamo: Dipartimenti NQ uomini N2 uomini che i dipartimenti da fornire forniscono ciascun corpo e corpi riceventi dell' ArmÊe française Dora

394

Fucilieri della Guardia Imperiale 2; 32 Art. a piedi 30; 26Q Cacciatori 1O; 62 Leggero 220.

Marengo

527

Fucilieri della Guardia Imperiale 2; 3Q Art. a piedi 35; 82 Dragoni 15; 88Q di Linea 242. 1052 di Linea 50.

Po

659

Legione di Metz 220; 12 Carabinieri 1; 11 2 Corazzieri 6; Fucilieri della Guardia Imperiale 2; 32 Art. a piedi 45; 262 Cacciatori 20; 111 Q di Linea 245; Tirailleurs du Po 120;


450

Francesco Frasca

Sesia

339

Legione di Rennes 113; 1Q Carabinieri 1; 11 Q Corazzieri 6 Fucilieri della Guardia Imperiale 2 32 Art. a piedi 20; 4 2 di Linea 103; Tirailleurs du Po 100.

Stura

718

Legione di Versailles 239; 2Q Carabinieri 1; 11 2 Corazzieri 6; Fucilieri della Guardia Imperiale 2; 32 Art. a piedi 50; 18Q Dragoni 20; l 8Q di Linea 190; 31 2 Leggero 210.

Dallo stato dei coscritti che ogni dipartimento deve fornire sulla classe del 1809 (A. N. serie AF IV 1123 doc.216): Dipartimenti NQ uomini NQ uomini che i dipartimenti da fornire forniscono ciascun corpo e corpi riceventi dell' ArmÊe française Dora

367

12 Carabinieri 1; Minatori a Metz14; 12Q Leggero 319; 3!! Legione 32.

Marengo

537

1Q Carabinieri 2; 3Q Artiglieri a piedi 8; 3Q Artiglieria a cavallo 7; 9Q Operai d'artiglieria 3; 42 Zappatori 15; Minatori a Metz 6; 242 Leggero 450; 31' Legione 46.


La coscrizione nei dipartimenti italiani dell'Impero francese

Po

630

22 12 61 2 111 2 2§

Carabinieri 2; Pontieri 3; di Linea 206; di Linea 370; Legione 49.

Sesia

315

12 342 682 3§

Carabinieri 2; di Linea 134; di Linea 153; Legione 26.

Stura

674

12 32 22 52 262 662 822 31 2 4~

Carabinieri 2; Art. a piedi 6; Art. a cavallo 12; Operai d'artiglieria 4; di Linea 150; di Linea 150; di Linea 196; Leggero 100; Legione 54

451

Dallo stato dei coscritti che ogni dipartimento deve fornire sulle classi 1806, 1807, 1808, 1809 e designazione dei corpi ai quali sono assegnati, del 1808: Dipartimenti N2 uomini N2 uomini che i dipartimenti da fornire forniscono ciascun corpo e corpi riceventi dell' Armée française Dora

498

Deposito dei fucilieri della Guardia Imperiale 50 a Parigi; 2 5 Zappatori 8 a Tolone; 162 Fanteria di battaglia 158 a Tolone; 682 Fanteria di battaglia 52 a Lussemburgo; Legione di Grenoble 230 a Grenoble.


452

Francesco Frasca

Marengo

954

Deposito dei fucilieri della Guardia Imperiale 95 a Parigi; 2 3 art. a piedi 14 a Tolosa; 52 Zappatori 18 a Magonza; Minatori 4 a Metz; 662 Fanteria di battaglia 394 a Bordeaux.

Montenotte

786

Deposito dei fucilieri della Guardia Imperiale 80 a Parigi; 2 2 Zappatori 13 a Metz; 662 Fanteria di battaglia 606 a Bordeaux; Legione di Metz 230 a Metz.

Po

760

Deposito dei fucilieri della Guardia Imperiale 80 a Parigi; 12 Pontieri 5 a Strasburgo; 52 Zappatori 1O a Magonza Minatori 4 a Metz; 882 Fanteria di battaglia 66 a Rocroi; 102 Leggero 125 a Shelestadt; Tiralleurs du Po 100 a Besanรงon; Legione di Grenoble 370 a Grenoble.

Sesia

393

Deposito dei fucilieri della Guardia Imperiale 40 a Parigi; 2 5 Art. a piedi 4 a Metz; 52 Zappatori 5 a Magonza; 92 Leggero 100 a Longewy; 162 Leggero 100 a Maรงon; Legione di Metz 144 a Metz;

Stura

862

Deposito dei fucilieri della Guardia Imperiale 85 a Parigi; 2 5 Art. a piedi 13 a Metz;


La coscrizione nei dipartimenti italiani dell'Impero francese

453

5Q Zappatori 14 a Magonza; 6Q Leggero 150 a Phalsourb; 7Q Leggero 100 a Huningue; l 7Q Leggero 100 a Strasburgo; 24Q Leggero 125 a Metz; 26Q Leggero 78 a Metz; 28Q Leggero 78 a Magonza; Legione di Metz 97 a Metz. La ripartizione fra i dipartimenti dei 24.169 coscritti di riserva del 1811 (A. N. serie AF IV 1126, doc. 5): Dipartimenti NQ uomini NQ uomini che i dipartimenti da fornire forniscono ciascun corpo e corpi riceventi dell' ArmÊe française Dora

160

Fucilieri della Guardia Imperiale 1O; 1Q Carabinieri 1; 115Q di Linea 50; 116Q di Linea 99.

Marengo

217

Fucilieri della Guardia Imperiale 1O; 2Q Carabinieri 1; I 19Q di Linea 50; 122Q di Linea 156

Po

262.

Fucilieri della Guardia Imperiale 10; 2Q Carabinieri 1; 111 Q di Linea 100; 117Q di Linea 79; l 18Q di Linea 72.

. 133

Fucilieri della Guardia Imperiale 10; 2Q Carabinieri 1; 144Q di Linea 122.

Sesia


Francesco Frasca

454

Stura

282

Fucilieri della Guardia Imperiale 1O; 2 2 Carabinieri 1; 27 2 di Linea 63; 282 di Linea 153; 342 di Linea 55.

Per combattere i fenomeni di renitenza e diserzione la Gendarmeria stenta ad agire con efficacia a causa dei pochi effettivi. Un documento inedito reperito agli Archivi di Guerra di Vencennese ci consente di ricostruire le vicende che portano alla costituzione della Gendarmeria piemontese. Si tratta di un rapporto risalente alla restaurazione della Repubblica piemontese (18001801), redatto dal cittadino Francesco David, capo brigata, primo comandante del Corpo (2): La motivazione "Dopo la battaglia di Marengo il Piemonte era diventato preda di bande di assassini e di nemici dell'ordine sociale: la Consulta presieduta dal generale Dupont ministro straordinario della Repubblica francese decretò la pronta formazione del Corpo della Gendarmeria piemontese con legge del 4 tennidoro anno 9". "Gli Austriaci evacuando il Piemonte non lasciarono che i resti dei vecchi Corpi militari, che erano in completa dissoluzione: una parte dei soldati di questi erano andati ad ingrossare il numero dei briganti, occorreva necessariamente organizzare un nuovo Corpo per la repressione del brigantaggio e per ricondurre sotto le bandiere repubblicane questi militari perduti dai nemici dei Francesi". "La natura del terreno irregolare, circondato dalle Alpi, le colline, le numerose foreste e i boschi che coprono il territorio del Piemonte, la tattica adoperata· dai Babetti, spesso nascosti in covi, dove l'Arma di 2) "Factum concernant la Gendarmerie piémontaise d' après la loi de la Consulta, dressé le 27 prairial an 9 par le soussigné Chef de Brigade Commandant le dit Corps David". S. H. A. T. serie XL 16, Gendarmerie piémontaise. Durante il governo provvisorio costituito dai Francesi nel 1878 si era decretata la formazione di un Corpo di Gendarmeria Nazionale che non ebbe vita durevole perché l'anno successivo le truppe austro-russe ripristinarono nominalmente la monarchia sabauda in Piemonte. Dopo Marengo, tornati i Francesi, a quattro battaglioni speciali vennero affidate le funzioni di polizia. Si trattava di formazioni provvisorie, composte dei Piomentesi, che si trasformarono in Gendarmeria.


La coscrizione nei dipartimenti italiani dell'Impero francese

455

Cavalleria era inutilizzabile, la natura e il carattere degli abitanti della campagna e numerose altre riflessioni determinarono la Consulta a portare il numero delle compagnie di gendarmi a dodici di cui sei a piedi, e sei a cavallo". "L'assassinio e il brigantaggio erano molto sviluppati al tempo dell'ancien regime: l'anarchia nella quale fu immerso il Piemonte per molto tempo diede a questi fenomeni nuovo impulso". L'ex-soldato piemontese, non sembrava atto a soddisfare le funzioni di gendarme: uso a obbedire solo alla vista del bastone, la sua disciplina era molto degenerata durante il regime Austro-Russo, e il vincolo del giuramento non era più un legame per lui, che aveva contratto l'abitudine di infrangerlo". "In generale l'ex-soldato piemontese era completamente analfabeta, e di conseguenza non poteva esercitare le funzioni di gendarme". "Fu dunque decretato dalla Consulta che nessun individuo non sarebbe stato iscritto nei ruoli della Gendarmeria, se non portatore di certificato della municipalità del Comune di sua residenza, vidimato dai Commissari del governo : questo certificato doveva attestare il civismo, la moralità e il coraggio del postulante". "È con questi precedenti, che ci si occupò della formazione del Corpo della Gendarmeria, alfine di opporsi alle bande di briganti, che in più punti sì organizzavano sulla retroguardia dell' Armée d'Italie. L'assassinio di militari isolati, e di altri, restava impunito fino alle porte di Torino"

L'organizzazione. "Secondo la legge, l'organizzazione non era affatto conforme a quella della Gendarmeria francese, dove l'impiego dell'Aiutante maggiore e del Capitano Quartier-Mastro erano sconosciuti". "Fra i postulanti che si presentarono in massa per essere immessi nei ruoli della Gendarmeria, vi furono anche numerosi cattivi soggetti, che grazie a certificati, che imprudentemente rilasciati dalle municipalità, e da altre Autorità costituite, che non conoscevano la natura del servizio del gendarme si infiltrarono nei suoi ranghi : i briganti raddoppiarono d'audacia, e dei sintomi di insurrezione si manifestarono in differenti provincie". "Così appena arruolati gli uomini occorreva armarli e inviarli in seguito, benché sforniti d'uniforme, sui differenti punti minacciati dai briganti". "Dal termidoro anno 8 fino alla fine del germinale anno 9, i gendarmi fecero di volta in volta servizi differenti : sia riuniti in colonne mobili, che distaccati sui punti minacciati dai briganti, ma privi di regolamento,


456

Francesco Frasca

non coordinati negli spostamenti; la Gendarmeria piemontese non poteva così avere quell'insieme di disciplina e unità di governo che era necessario soprattuto in un corpo di nuova formazione". "Nel mese di frimaio il capo brigata David lasciava la reggenza del Bureau de la Guerre e prendeva il comando della Gendanneria, al quale era stato nominato con decreto del Governo in data del 1O fruttidoro ". "La sua prima preoccupazione fu di allontanare dal Corpo i soggetti sospetti, e di stringere il pugno per mantenere la subordinazione e la disciplina. Sollecitò da ogni parte, e principalmente dalle Autorità costituite informazioni sulla condotta passata, e il carattere di ciascun individuo del Corpo, nessun rapporto fu trascurato. Fece perseguire e consegnare ai rigori delle leggi i colpevoli, e cacciare dal Corpo ogni individuo, della cui moralità si poteva avere qualche sospetto; malgrado tutte queste misure indirizzo alle Municipalità una lettera circolare nella quale dopo averli invitati a fornirgli nuove informazioni sulle qualità civiche e morali dei gendarmi del loro Comune, li informava sugli abusi dei certificati di moralità troppo facilmente rilasciati, e sui mali che ne erano seguiti". "Ottenne, dopo aver più volte domandato,dal tenente generale Delmas, comandante militare del Piemonte, un'organizzazione territoriale sul modello della Gendarmeria francese, Io stazionamento della Gendarmeria in ragione di due compagnie per ciascun dipartimento. Ai gendarmi mancava un regolamento che fissasse le loro attribuzioni, e i loro doveri: in seguito al decreto dei Consoli del 12 germinale pubblicato a Torino, il capo brigata David, ritenne conveniente far tradurre in italiano il regolamento francese, e farlo stampare nelle due lingue per distribuirlo aUe differenti stazioni. Da molto tempo aveva richiesto al Governo piemontese il regolamento per la Gendarmeria: la Consulta aveva incaricato uno dei suoi membri di redigere secondo il progetto che gli aveva presentato basato sul regolamento francese in tutto ciò che risultava compatibile con le leggi della Consulta, ma la morte prematura del membro relatore, e la soppressione della Consulta fecero decadere questa disposizione". "Per ciò che concerne il soldo il Corpo era alla data del 27 pratile anno 9 in arretrato di sette mesi malgrado le pratiche, e le più pressanti sollecitazioni fatte presso il Bureau de la Guerre. Questo è l'ostacolo che il capo brigata David trovò al progresso della organizzazione e alla esattezza del servizio.Fece punire, o cancellare dai ruoli gli elementi senza carattere o gli insubordinati, ma mai dei codardi. Numerosi generali francesi diedero in differenti occasioni segni inequivocabili della loro soddisfazione nei confronti del Corpo".


la coscrizione nei dipartimenti italiani dell'Impero francese

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A. N. AF IV* 534 DIVISIONE MILITARE DEL PIEMONTE 20 PRATILE ANNO 9 TRUPPE PIEMONTESI Unità

Ubicazione

Battaglione di Guarnigione 1° Rgt. di Dragoni 1° Rgt. di Ussari Artiglieria Minatori e Zappatori Gendarmeria a piedi Gendarmeria a cavallo Deposito di fanteria Deposito di cavalleria Veterani piemontesi

Torino Torino Chivasso

Torino Lavenaria

Forza uomini cavalli 400 250 348 537 149 406 262 185 69

287 30 123

300 91

1.000 3.606

831*

* Non compresi circa 4.000 uomini e 600 cavalli stanzionanti nella Repubblica cisalpina Ricapitolazione Truppe francesi Truppe piemontesi Totale truppe in Piemonte

12.339 3.606 15.945

2.821 831 3.652

La situazione in effettivi della Gendarmeria piemontese è di 406 gendarmi a piedi e 262 gendarmi a cavallo. Bonaparte affianca ad essa tre corpi di "éclareurs", per combattere efficacemente il brigantaggio, dalla Correspondance de Napoleon (3):

3) CORRESPONDANCE DE NAPOLEON Ier, VIII. N° 6301.


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Francesco Frasca

Paris, 16 Fructodor an X (3 septembre 1802) Art. I Il est créé trois corps d'éclureurs dans la 27e division militaire.

Art.2 Chaque corps d'eclereurs serà composé de 200 hommes d'infanterie, de 60 hommes de cavalerie et de 30 gendarmes, commandé par un officier supérieur, et aura à sa suite une commission militaire extraordinarie, composée de cinq officiers et presidée par un officier supérieur.

Art. 3 Chaque corps d'eclereurs serà chargé parcuir deux départements. Il se rendra altemativament dans toutes Ies communes qui ont apposé résistance à la gendarmerie depuis le ler vendémaire an X, procédera à leur désarmement, fera arreter et traduir devant la commission militaire extraordinarie tous le individus prevénus d'avoir, à main armée, repoussé la gendarmerie. Art. 4 Au ler frimaire an IX, ces commissions militaires cesseront Ieurs fonctions, si elles ne sont conservées par un arreté du Gouvemement.

Art.5 Les préfets feront connaltre par des proclamations aux habitants le respect qu' il doivent porterà la gendarmerie et Ies malheurs qui ils encurent en opposant résistance.

Art. 6 Les ministes de la guerre, de I' interieur et de la policie sont chargés, chacun en ce que le concerne, de l' exécution du présent arreté.(2)

Infine dopo l' 11 settembre 1802, la Gendarmeria piemontese viene incorporata nella Gendam1eria francese e ne segue le sorti fino al 1814. Di essa, alla restaurazione di re Vittorio Emanuele I, gli elementi cli origine piemontese costituiscono il primo organico del Corpo dei Carabinieri Reali, che vengono istituiti con le Regie Patenti del 13 luglio 1814.

Le opposizioni passive e violente alla coscrizione, loro contributo allo sviluppo del brigantaggio e loro repressione. Per integrare il lavoro già svolto riguardante i fenomeni di opposizione alla coscrizione, la nostra attenzione si è questa volta ri-


La coscrizione nei diparti=n1i italiani dell'Impero francese

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volta allo studio minuzioso del "Bullettin du ministére de police", che fornisce nuovi elementi per valuurre i fenomeni di resistenza alla coscrizione. Occorre tener presente che essendo le fonti di carattere poliziesco non permettono di misurare in termini rigorosamente statistico-quantitativi l'incidenza dei fenomeni di opposizione, ma piuttosto di tracciarne uno schizzo impressionistico. Louis Madelin, nella sua opera "Fouché" così ne descrive la funzione (vedi in particolare pp. 515-519): "Il Bullettin du minislére de police" teneva quotidianamente al corrente Napoleone dello stato dell'ordine interno del suo impero. Ne esiste una Lriplice serie, notevole nella quantiléà e qualità delle informazioni che in esso vi sono riportate: a) Minute correue a mano dal ministro Fouché. b) Copie conservate negli archivi della polizia. c) Bollettini consegnali alla Segreteria di Stato imperiale. Il "Bullettin" è suddiviso generalmente in quatlro, cinque o sei parti a secondo della lunghezza del testo scritto. Vi si Lrovar10: 1. Corrispondenza minisleriale, estratti o riassunti di lettere, e rapporti indirizzati al ministro, riguardanti gli stranieri di passaggio, i giudizi resi dalla commissioni militari, la situazione dell'ordine pubblico nei dipartimenti dell'Impero, i fenomeni di brigantaggio, i giudizi resi dalla commissioni militari, i fatti diversi, i prigionieri inglesi di Verdun, inoltre prigionieri spagnioli, russi, prussiani, napoletani, la coscrizione, gli incendi, i nobili emigrati rientrati in Patria, i nuovi ambasciatori accreditati, la cronaca mondana, e in parte confidenziale aggiunta spesso a mano da Fouché, le notizie clell 'arnbiente politico, del faubourg Sant-Germain, del Senato, del clero, la corrispondem:a con l'estero, gli agenti francesi a Londra, Amburgo, Berlino, Vie nna, Roma, Napoli, Palermo, Madrid, ecc., ed infine gli estratti clei giornali inglesi. 2. I bollettini dei consiglieri di Stato, contenenti informazioni sugli stessi falli accaduti in provincia in particolar modo sul clero, sui nobili emigrati rientrati in Francia, sui salotti, circoli e clubs, sulla Guardia Nazionale, sulla pubblica opinione nei dipartimenti. 3. Il bolleuino del 3° "arrondissement" di polizia (Parigi) riassunto dal bollettino indirizzato giornalmente dal prefetto di polizia al ministro. 4. Il bollettino dell'estero, che riporta gli avvenimenti accaduti presso le corti europee, gli atti e le decisioni prese dai governi stranieri, le attività del partito degli emigrati, della Casa di Borbone in esilio, degli agenti inglesi, dei rifugiati politici in tutta Europa. 5. Riassunto estratto dei delitti commessi il mese precedente.


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La situazione in Piemonte

Per ciò che riguarda le opposizioni violente alla coscrizione, il loro contributo al brigantaggio e la loro repressione nella nostra precedente pubblicazione sulla coscrizione nei dipartimenti piemontesi (1800-1810) si è descritta l'attività delle bande di briganti e coscritti renitenti capitanate dal brigante Saletto nel dipartimento della Stura (4), non si tratta di un caso isolato, ve ne sono molti altri, che qui riportiamo in ordine cronologico. Nel mese di fruttidoro il commissario generale di polizia a Torino, comunica al senatore-ministro Fouché che vi è nella foresta di Leguy, a due leghe dalla città una banda costituita da docidi a quattordici briganti armati di rtromboni che attaccano e spogliano i viaggiatori. Segnala, inoltre quattro attacchi recenti, effettuati a poca distanza da Torino. Il commissario lamenta la scarsa disponibilità di mezzi atti alla repressione". In margine la lettera ha una annotazione fatta dal Fouché che si esprime in questi termini: "Dans ce pays, le mal est au sommet" (5). Il Prefetto del Po a Fouché: rende noto della situazione di questo dipartiment~, durante il mese di germinale. Il brigantaggio è stato meno frequente ... probabilmente a causa della distruzione delle bande Valpiano e Leyni. Però, vi sono ancora numerose rapine a mano armata. Centocinquantacinue arrestati in questo trimestre, di cui dodici briganti e assassini... Restano alcuni malentenzionati, che cercano di corrompere lo spirito pubblico, ma sono poco numerosi. L'ordine e la tranquillità regnano nelle assemblee cantonali (6)". Ma nel vendemmiaio anno XIII vengono .,

4) Archives Nationales BB 18 Justice 77, rapport du général Moucey, 26 fior. XJI. A Reignier ministre de la justice. FRANCESCO FRASCA, La coscrizione nei dipartimenLi

piemonLesi dell'Impero Francese (/800-1810), in Studi Storico-Militari 1988, Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, Roma: 1990, p. 587. 5) A. N. AF IV 1491. Bulletin du 25 fructidor an XII. Mercredi 12 septembre 1804.. E. d' Hauterive, op. cit., tome 1, p. 84, 85. 6) Aréhives Nationales AF IV 1490. Bulletin du 3 thermidor an XIII. Samedi 28 juillet 1804.. E. d' Hauterive, op. cit., tome 1, p. 23.


La coscrizione nei diparJimenti italiani dell'Impero francese

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segnalati frequenti attacchi presso Torino e furti notturni nella città attribuiti a una banda che svaligia le diligenze, un'altra è segnalata a Pinerolo (7). Anche la situazione politica risulta estremamente agitata. "La Lega italica (patrioti che si battono per l'unità e l'indippendenza italiana N.d.T.), estremamente audace aizza il Paese contro i Francesi" (8). I disordini continuano, "gli abitanti di Formio di Rivara (dipartimento della Dora) si armano, tirano sui gendarmi che si recano là per arrestare due coscritti e li respingono" (9). "A Paustrana, cinquanta briganti impiccano ad un albero in presenza di sa moglie, la guardia campestre Figaro, che ha fatto arrestare dei briganti" (10). Nel mese di nevoso anno XIII le misure prese contro il brigantaggio portano all'arresto di tutte le persone senza professione, senza mezzi, vagabondi armati, ecc ... 499 sono imprigionati a · Torino (11). Nel mese di piovoso anno XIII "il generale Menou amministratotore della 27! Divisione militare comunica a Fouché alla data del 3, che, per effetto delle misure che ha preso, il brigantaggio è interamente cessato in Torino ... Ma gli anarchici sono in stato di agitazione, dice questo generale, per opporsi ai cambiamenti annunciati. Essi hanno dei corrispondenti a Venezia, Napoli, Genova, Roma, Milano e Parigi. Usano qualsiasi mezzo. Li si sorveglia" (12). 7) A. N. AF IV 1491. Bulletin du 3 vendemiaire an Xlll. Mardi 25 septembre 1804.. E. d' Hauterive, op. cit., tome 1, p.106. 8) A. N. AF IV 1491. Bullctin du 6 vendemiaire an Xlll. Vendredi 28 septembrc 1804. E. d' Hauterive, op. cit., tome 1, p. 114. 9) A. N. AF IV 1491. Bullctin du 12 vendcmiaire an XIII. Jeudi 4 octobre 1804. E. d' Hauterivc, op. cit., tome 1, p. 112. 10) A. N. AF IV 1491. Bullctin du 23 vendcmiaire an XIII. Lundi 25 octobre 1804. E. d' Hautcrive, op. cit., tome 1, p. 136. 11) A. N. AF IV 1492. Bullctin <lu 25 nivòse an XIII. Mardi 15 février 1805. E. d' Hauterive, op. cit., tome 1, p. 219. 12) A. N. AF IV 1492. Bullctin du 16 pluvòse an XIII.Mardi 25 février 1804. E. d' Hautcrive, op. cit., tome 1, p. 280.


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Francesco Frasca

Ma quali sono i cambiamenti annunciati e perchè vi si oppongono? Il piovoso anno XIII corrisponde al 21 gennaio-20 febbraio 1805, Napoleone da poco incoronato sta per liquidare la Repubblica italiana, assumerà il titolo di re d'Italia il 18 marzo 1805. È naturale che gli si rivoltino contro, giacobini, comunisti ante-litteram seguaci di Filippo Buonarroti, anarchici. L'opposizione politica trova alleati proprio fra i briganti; e le bande insorgenti, in cui al motivo antifrancese si unisce il desiderio di saccheggio da parte degli stati più bassi della popolazione sono particolarmente attive. Nel floreale anno XIII arriva a Fouché un dispaccio riguardante la banda del brigante Mayno, tra i suoi componenti vi è un disertore disposto a consegnarlo ai gendarmi in cambio della grazia e della taglia offerta: "con lettera 28 germinale il Prefetto di Marengo comunica che tre briganti della banda che si persegue da molto tempo, sulla frontiera di Genova, sono stati presi e impiccati fra Novi e Genova. Questa banda, che ha per capo Mayno, sembra sostenuta dai contrabbandieri milanesi e genovesi. Per distruggerla si è costituita una colonna mobile a Novi, territorio di Genova. È comandata da una donna e da uno dei suoi complici, Guasta, che ha osato farsi vedere ad Alessandria, il 24 germinale. Sul punto di essere catturato da una pattuglia, si è gettato giù dai bastioni perdendo il cappello, il mantello e una borsa piena d'oro. La donna e Guasta sono stati arrestati. Do, altro complice è stato raggiunto presso Genova dalla colonna mobile. È stato ucciso durante il combattimento. Quattro soldati, francesi o genovesi, sono periti. Sulla testa di M~yno è stata posta una taglia per 3.000 franchi, così come su quella di due o tre altri briganti. Un disertore ci ha offerto di far prendere Mayno nel giro di otto giorni, in cambio della grazia e della ricompensa promessa. Il prefetto di Marengo ha acconsentito" (13). La storia ha un seguito poichè

13) A. N. AF IV 1493. Bullctin du 9 floreal an XIII. Lundi 28 avril 1805. E. d' Hauterive, op. cit., tome 1, p. 400.


La coscrizione nei dipartimenti italiani dell'Impero francese

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poco tempo dopo " . . .Mayno è ancora ad Alessandria. Alle 8 di sera, attende alla porta di un albergo il gendarme che aveva arrestato la sua donna, probabilmente per ucciderlo. Due granatieri del 14g mentre escono vengono assaliti dal Mayno, che avendoli mancati con un colpo di carabina, li carica con la sua baionetta, li ferisce gravemente, ma lo è anch'esso da uno dei due. Il prefetto si lamenta della polizia locale, sfidata da questo audace bandito. Domanda la destituzione dei commissari, eccettuando il medico Ferrati, il cui servizio è utile per la sanità pubblica" (14). La taglia e la grazia sono i mezzi più sicuri per poter aver ragione su un così feroce bandito infatti nel pratile anno XIII" il prefetto della Stura annunciando la distmzione della banda del celebre Mayno, detto l "'Imperatore delle Alpi" la cui testa era stata messa al prezzo di 3.000 franchi, osserva che i due fratelli che lo hanno messo a morte, Be1thélemy e Joseph Onia, coscritti renitenti, sperano di ottenere la loro amnistia. Comba, arrestato a Torino, nomina i suoi complici, tra cui il capo della banda, Valenti, che è ucciso. Tre altri sono stati arrestati" (15). Dopo l '"affaire" Mayno la situazione migliora, tuttavia vi sono ancora strascichi della vicenda, poichè "nel messidoro anno XIII" un componente della banda nominato Gallot tenta di assassinare i due coscritti che avevano ucciso il bandito". A parte questo regolamento di conti" lo spirito pubblico è buono" (16). Ma non per molto, infatti, otto giorni dopo nel dipartimento di Marengo "25 briganti forzano il prete Berettini, uomo d'affari del marchese Negroni, a consegnare loro grosse somme" (17). Nel Termidoro "con lettera del 18 questo mese, il generale

14) A. N. AF IV 1493. Bulletin du 17 florcal an XIII. Mardi 7 mai 1805. E. d' Hautcrive, op. cit., tome 1, p. 413. 15) A. N. AF IV 1493. Bulletin du 17 florcal an XIII. Jcudi 6 juin 1805. E. d' Hauterivc, op. cit., tome 1, p. 463 16) A. N. AF IV 1494. Bulletin du 8 messidor an XHI. Jeudi 27 juin 1805. E. d' Hauterive, op. cil., tome 1, p. 494. 17) A. N. AF IV 1494. Bulletin du 16 mcssidor an Xlll. Vendrcdi 5 juillet 1805. E. d' Hauterivc, op. cit., tome I, p. 509.


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Menou espone che, sebbene vi siano state numerose battute generali e molti arresti di briganti, in Piemonte ve ne restano ancora un gran numero. Vengono dagli Stati di Genova, Parma e Piacenza e cercano di sottrarsi alle ricerche delle squadre della Gendarmeria che ivi sono state prontamente organizzate. Si spera che esse potranno concentrare le loro operazioni con le stazioni della 27! divisione e che allora la sicurezza potrà essere egualmente ristabilita in tutte queste contrade" (18). Nel dicembre 1806 "il generale Moncey segnala un moto rivoluzionario provocato da Garbino e Bustori nella vallata di Fontana-Bona, dove il capitano Paris si è recato con 80 gendarmi" (19). Nel gennaio 1807 ad "Alessandria, il generale Menou, riferisce che Cangiasso, luogotenente di Mayno e capo della sua banda, è stato ucciso in combattimento" (20). Una nota a margine della lettera sottolinea che " è egualmente alla Spinetta che Mayno è stato sorpreso e vi è morto, dopo aver ucciso il tenente Gonin e ferito gravemente tre gendanni come viene riportato dal bollettino di polizia del 22 aprile 1806" (21). La Commissione militare di Alessandria comunica a Fouché di aver fatto stampato dei manifesti per infonnare la popolazione dell'avvenuta uccisione del bandito Cangiasso esposto cadavere sulla pubblica piazza per dodici ore con cartello appeso con scritto: Cangiasso, d'Alessandria, compagno del brigante Mayno della Spinetta, ha così vissuto. Questa ordinanza è stata stampata ed affissa in 600 esemplari. 11 Sindaco di Alessandria fa presente che aveva promesso a due briganti di questa banda, Caniggia e

18) A. N. AF IV 1494. Bullctin du 28 therrnidor an XIII. Vendredi 16 aoGt 1805. E. d' Hauterive, op. cit., tome 3, p. 48. 19) A. N. AF IV 1498. Bulletin du 4 décembre 1806. E. d'Hauterive, op. cit., tome 2, p. 75. 20) A. N. AF IV 1499. Bulletin du 6 janvrier 1807. E. d'Hauterive, op. cit., tome 2, p. 118. 21) A. N. AF IV 1499. Bulletin du 9 janvrier 1807. E. d'Hauterive, op. cit., tome 2,p. 114


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Facqué, la grazia e 2.000 franchi per la consegna di Cangiasso; sono loro che lo hanno attirato, con il suo compagno Mosso, nella cascina dove sono stati sorpresi, con il pretesto di attaccare e svaligiare due ricchi mercanti genovesi che andavano a Torino. Essi hanno dato l'avviso grazie al quale la spedizione è stata pensata ed è riuscita. Il sindaco ha domandato l'autorizzazione per adempiere alle promesse fatte a questi due briganti" (22). Ma nonostante tutti gli sforzi i banditi riappaiono senza sosta in tutti i dipartimenti, Fouché a Parigi non è affatto soddisfatto della situazione e domanda al " generale Menou le cause di questo disordine e sopratutto se i briganti hanno complicità sia con gli abitanti del paese, che con l'estero". Il generale risponde con lettera del 24, che si tratta di "ex-contrabbandieri, che intende perseguire successivamente. Il nemico agisce nascostamente per addestrarli. Qualche sindaco, malevolo o intimidito dalla loro minaccie, li protegge". Ma non tutti, in generale la ricca borghesia o la decaduta nobiltà, accettano il regime francese" vedo in effetti-scrive il generale Menou-che essi non favoriscono i briganti e che non sono affatto agenti di potenze straniere. Però rimpiangono il loro rango- perduto con la Rivoluzione N.d.T.- e il vecchio geverno; ma tutti sanno che è finito e che essi non hanno altro di meglio da fare che di seguire, in tutto e per tutto, l'attuale" (23). Prosegue intanto l'attività nella repressione del Brigantaggio. Il generale Menou scrive ancora a Fouché, in data 19 luglio, per metterlo al corrente del rastrellamento fatto insieme al generale Montchoisy e al prefetto di Montenotte, utilizzando numerosi distaccamenti di truppe di fanteria di linea e di gendarmeria per la ricerca dei briganti segnalati nei dipartimenti della Stura e di Montenotte. Sedici briganti vengono arrestati, tra cui si trovano

22) A. N. AF IV 1499. Bulletin du 10 janvrier 1807. E. d' Hauterive, op. cit., tome 3, p. 116. 23) A. N. AF IV 1500. Bulletin du 30 juin 1807. E. d' Hauterive, op. cit., tome 3, p.291


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due complici di una banda che aveva ferito gravemente, con due colpi di fucile, un soldato del 92Q di linea. L'indennità dei distaccamenti impiegati in queste ricerche viene dichiarata a carico dei comuni, dove i briganti trovano rifugio. Il generale Menou osserva che i sindaci e gli abitanti delle campagne non collaborano e che i briganti agiscono indisturbati proprio grazie alla loro protezione. Segnala inoltre l'esistenza di loro rapporti con i briganti del regno di Napoli" (24). Con decreto del 2 luglio il generale Menou prescrive differenti norme per accellerare la distruzione delle bande: "Riunione a Savona e a Cuneo di tutti i genitori, fino al 3° grado incluso dei briganti che compongono le bande di Montenotte e della Stura, per risiedere nelle due ciltà sotto sorveglianza delle autorità. Traduzione davanti alla commissione militare di ogni individuo che fornirà ai briganti asilo, viveri o altri soccorsi. Ricompensa di 3.000 franchi per la cattura di un capo; di 300 franchi per gli allri."

Queste misure sono seguite da qualche risultato favorevole: 36 briganti vengono catturati, di cui 1O pericolosissimi, in particolare il capo detto Dragone. Le battute procurano l'arresto di un gran numero di coscritti renitenti (25). "Il 9 luglio, sei gendarmi mentre ne stanno per arrestare alcuni della banda di Narzola riuniti presso un mugnaio di Cherasco, vengono da questi attaccati, uno viene ucciso, un altro gravemente ferito. I restanti quattro si ritirano. Il 13, Barberis della banda di Montenotte, è ferito ed arrestato dai suoi parenti che lo segnano ai gendarmi. Non ne resta di questa che uno, nominato Borghesio, che ha avuto un ginocchio rotto da un colpo di arma da fuoco" (26). Nell'agosto 1807 "i briganti di Narzola sembrano protetti .... hanno passato tre giorni a Falze, presso Saluzzo, dove Gustaldi 24) A. N. AF IV 1500. Bulletin du 3 juillet 1807. E. d' Hauterive, op. cit., tome 3, p.295. 25) A. N. AF IV 1500. Bulletin du 17 juillet 1807. E. d' Hauterive, op. cit., tome

3,p.308.

.

26) A. N. AF IV 1500. Bulletin du 22 juillet 1807. E. d' Hauterive, op. cit., tome

3, p. 312.


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sindaco di quella città, ha delle proprietà, senza essere denunciati. Gustaldi si trovava a Falze alla stessa epoca e non ha dato notizia di questo fatto. Il prefetto ha egualmente osservato il silenzio (27). La Commissione militare lavora a pieno ritmo, dal 16 febbraio al 3 maggio 1808: 309 giudizi, 38 condannati a morte, 37 ai ferri o alla detenzione, 234 assolti. Resta ancora qualche brigante sopratutto ad Asti. Contrabbando e vagabondaggio nel dipartimento di Marengo" (28). Nel luglio 1808 ecco riapparire la banda di Narzola, 18 dei loro componenti rapinano a Racconigi la casa dei fratelli Caire e sequestrano il capofamiglia per domandare un forte riscatto. Il direttore generale di polizia di Torino fa a questo riguardo le seguenti osservazioni: "Questi briganù spesso si separano, ma sono sempre più numerosi dei gendarmi (ve ne sono tre in ogni paese). Hanno spie che pagano molto caro .... esercitano le più crudeli vendette su quelli che li denunciano".

Allora pensa utile impiegare forti somme per introdurre fra essi spie fidate e ricompensare quelli che forniranno delle utili informazioni. Un'altra banda, costituita da due dragoni disertori e da dieci coscritti renitenti appare nei villaggi di Cessole e Lazzarolo nel dipartimento della Stura (29). Ancora sulla banda di Narzola il direttore generale comunica a Fouché "l'ulteriore arresto di dieci dei suoi componenti e due donne loro complici. Vengono tradotti davanti alla la commissione militare con gli altri cinque già arrestati (bollettini del 13 e 16 agosto). Il processo viene fissato il 16 per essere svolto nella più grande sala pubblica di Torino. I banditi dichiarono che se non fossero stati catturati, avrebbero sequestrato, il giorno 23, simultaneamente i 19 più rie27) A. N. AF IV 1500. Bulletin du 10 aoùt 1807. E. d' Hauterive, op. cit., tome 3, p.323 28) A. N. AF IV 1503. Bulletin du 7 juin 1807. E. d' Hauterive, op. cit., tome 4, p. 218. 29) A. N. AF IV 1503. Bulletin du 5 aoùt 1807. E. d' Hauterive, op. cit., tome 4, p.313.


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chi proprietari del Paese onde ottenere forti riscatti. Vivalda uno dei capi rifiuta la qualifica di brigante, dichiara di essere capo di un partito per il quale riscuoteva imposte per esso: e racconta di essersi recato recentemente a bordo di un vascello inglese, che incrociava davanti a Genova, dove il capitano gli aveva promesso di mettere a sua disposizione 500.000 franchi quando la banda sarebbe diventata più numerosa" (30). Da questo racconto sono evidenti i collegamenti del brigantaggio con l'opposizione politica antifrancese. La storia ha un seguito, poichè nell'ottobre 1808 "vi sono attualmente nelle prigioni di Torino 65 individui che devono essere giudicati incessantemente dalla la commissione militare costituita per l'affare dei briganti di Narzola. Si presumono da 12 a 15 condanne a morte. Le prove si accumulano sulla complicità di due curati Trona e Barolo e sembrano così circostanziate che per la loro pena sarà al meno di 20 anni di ferri" (31)

Il processo si svolge per il 4 novembre 1808, il direttore di polizia di Torino indirizza il giorno seguente un rapporto al consigliere di stato del 2 2 distretto di polizia, il seguente rapporto: "Dopo i dibattimenti, una discussione si è levata fra i membri della commissione sulle proprie competenze. Tre erano del parere che la commissione aveva il diritto di giudicare tutti gli accusati, due invece solo quelli presi con le armi in mano (in conformità al testo di legge che ha istituito la commissione). Si è deciso di investire del problema il ministro della giustizia, e per il momento di giudicare i colpevoli di banda annata. Di conseguenza, solo quattro sono stati condannati a morte: Scarzello, Vivalda, Gancia e Jean Perno capobanda, giustiziati il 5. Un quinto capo Etienne Perno, soggetto alla stessa pena, avendo fatto del'le importanti rilevazioni, ha avuto la pensa sospesa, per lui la commissione ha domandato al ministro della giustizia. una commutazione. Due: Poncino e Artusi sono stati condannati a 24 anni di ferri ... Il direttore di polizia ... osserva che la commissione doveva pronunciarsi su tutti gli accusati tradotti davanti ad essa ... osserva che se questo affare sarà rinviato a una 30) A. N. AF IV 1503. Bulletin du 22 aout 1807. E. d' Hautcrive, op. cit., tome 4, p.333. 31) A. N. AF IV 1504. Bullet.in du 16 octobrcl808. E. d' Hauterive, op. cit., tome 4, p. 403.


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corte criminale è importante che sia quella di Torino" (32). "Vi sono nello Stura (dipartimento N.d.T.) , circa 400 individui condannati in contumacia o colpiti da mandato di cattura. Lo stesso numero di coscritti refattari o disertori. Tutti vivono indisturbati nei loro comuni.La forza pubblica (dice il direttore di polizia di Torino) non può o non vuole perseguirli. Stesso disordine nella maggior parte degli altri dipartimenti aldilà delle Alpi. Il direttore propone diverse misure per rendere le ricerche attive ed efficaci in tutti i comuni.Il senatore-ministro devrà emanare direttamente da Sua Altezza Imperiale il Principe governatore (Borghese N.d.T.)" (33)

Nel dicembre 1808 " ... La Gendarmeria informa che la Commissione militare ha ripreso le sue sedute il 16 di questo mese per giudicare i 41 altri accusati (della banda Narzola N.d.T.) e ha pronunciato il 20 le seguenti condanne: l a morte: Scarzello, fratello di uno dei capi condannati nel primo giudizio; 10 ai ferri, di cui 2 in contumacia; 13 alla detenzione più meno lunga; 4 alla deportazione, di cui 2 preti; l inviato al deposito coloniale; 12 assolti e in libertà. Totale 41 La Gendarmeria aggiunge che la la Commissione militare ha destinato 8.000 franchi per i gendarmi e i militari feriti da questi briganti in diversi scontri a fuoco e alle famiglie di coloro che sono caduti in combattimento" (34).

Interessante segnalare i risultati ottenuti dalla repressione: nel fruttidoro anno XII " la diserzione è quasi nulla nei dipartimenti del Po e di Marengo" (35).

32) A. N. AF IV 1504. Bulletin du 14 novembre 1808. E. d' Hauterive, op. cit., tome 4, p. 434-435. 33) A. N. AF IV 1504. Bulletin du 20 novembre 1808. E. d' Hauterive, op. cit., tome 4, p. 442. 34) A. N. AF IV 1504. Bulletin du 31 décembre 1808. E. d' Hauterìve, op. cit., tome 4, p. 487. 35) A. N. AF IV 1490. Bulletin du 27 fructidor an XII. Vendedri 14 septembre 1804. E. d' Hauterive, op. cit., tome 1, p.88.


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Nell'ottobre 1804 "il prefetto della Stura evidenzia che non vi sono più Babetti nelle montagne e che gli abitanti sono attualmente in pace. I prefetti delle Basses-Alpes e Alpes Marittimes rinnovano di conseguenza la loro domanda di soppressione delle compagnie di " eclareurs". Al contrario, i prefetti dei dipartimenti contigui (Bouches-du-Rhone, Vaucluse, Var) e il generale Cervoin, sollecitanto vivamente la conservazione di queste compagnie, come solo mezzo di concludere l'estirpazione del brigantaggio nelle contrade meridionali e di impedire che si rinnovi. La Gendarmeria ha segnalato qualche assassinio; anche nelle AlpesMaritimes, e la Liguria, frontiera di questo dipartimento, ospita numerosi "terribili" briganti (36). Nell'agosto 1808 "sono arrestati 21 disertori o renitenti" (37). In ottobre "Il direttore della polizia di Torino riferisce che grazie l 'azione esercitata dalla gendarmeria in questo dipartimento ha prodotto l'arresto di più di 300 coscritti renitenti che tutti sono stati inviati ai loro corpi"(38). Nel giugno 1809 dei "179 coscritti partiti in Marengo non ne manca nessuno all'arrivo. Nello Stura, sono partiti tutti i contingenti. Quello del Po deve fornire 74 uomini" (39). Ma non vi è la "diserzione a Poyrino di 23 soldati che si recavano ad Alessandria, nel cui comune questo fenomeno è frequente" (40). Nel luglio 1809 "si fa una battuta generale per la ricerca di disertori nei dipartimenti di Genova, Appennini, Montenotte, Taro e Marengo. Se ne arrestano 235. Il prefetto di Genova ha invitato i capi del clero ad ordinare ai curati di far osservare le 36) A. N. AF IV 1491. Bulletin du 12 vendemiaire an Xlll. Jeudi 4 octobrc 1804.. E. d' Hauterive, op. cit., tome I, p.112. 37) A. N. AF IV 1503. Bulletin du 12 aoiìt 1808. E. d' Hauterive, op. cit., tome 4, p. 322. 38) A. N. AF IV 1504. Bul\etin du 29 octobre 1808. E. d ' Hauterive, op. cit., tome 4,p.416 39) A. N. AF IV l 506. Bulletin du 11 juin 1809. E. d' Hauterive, op. cit., tome 5, p. 79. 40) A. N. AF IV 1506. Bullctin du 22 juin 1809. E. d' Hauterive, op. cit., tome 5, p. 98.


LA coscrizione nei dipartimenti italiani dell'Impero francese

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leggi sulla coscrizione. Il vescovo d' Acqui è il solo ad essersi conformato" (41 ). Le ricerche di coscritti nei cinque dipartimenti piemontesi danno maggio 1810 i seguenti ri.sultati: nel dipartimento del Sesia 284 renitenti e disertori. braccati dalla Gendarmeria e costretti alla vita randagia decidono di entrare volontariamente ai corpi, ne restano 9 da catturare, nel dipartimento della Stura 596 arrestati, più 161 dei dipartimenti del Po, Dora, Montenotte e Marengo (42).

LIGURIA Reclutamento

Con l'annessione della Liguria all'Impero francese, 11 giugno 1805, essa viene a costituirne la 28~ Divisione militare territoriale. Poco dopo viene introdotta la coscrizione in Liguria insieme alla leva di mare, che grava su una popolazione di 500.000 abitanti. La novità si urta però contro l'opposizione del governatore Lebrun che ha proibito la leva dei marinai a Genova. Napoleone lo ammonisce da Parigi: "È senza dubbio un modo di rendersi popolare, ma anche per nuocere al bene del servizio" (43).

41) A. N. AF IV 1506. Bulletin du samedi 29 juillct 1809. E. d' Haulerive, op. cil., tome 5, p.133) 42) A. N. AF IV 1508. Bulletin du 28 mai 1810. E. d' Hauterive, op. cit., tome 4, p.409. 43) Corrisp. Nap. X, 9064, 23 thenn. XIII. A Lebrun, citata da G. Vallée in Compte général de la conscription depuis l'an 7 jusqu'à l'an 13 d'A .. · A Hargenvilliers, pag. 120, nota 17.


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In effetti, Napoleone ha "annesso Genova per poter avere dei marinai" (44). Ma ora vuole ad ogni costo trame dei coscritti: "Non posso ammettere in principio che non vi sarà coscrizione nello Stato di Genova, ma solamente che sarà leggera in considerazione delle sue circostanze particolari. Però occorre che sia introdotta. Prendete i coscritti dei tre dipartimenti con l'aggiunta che ne ho fatto per 300 uomini e destinateli al reggimento genovese di cui ho ordinato l'organiz.zazione a Grenoble" (45).

Ma la coscrizione dei tre dipartimenti liguri Appennini (Tortona, Chiavari, Pontremoli, Sarzana, La Spezia), Genova (Genova, Bobbio, Novi, Tortona, Voghera), Montenotte (Savona, Acqui, Ceva, Porto S.Maurizio) ha dei risultati molto mediocri. Vi è a questo proposito la lettera del prefetto di Genova che segnala gli incredibili ostacoli che incontra la coscrizione dell 'anno XIV. La situazione non migliora negli anni seguenti, in parte a causa della repugnanza dei genovesi per il servizio nell'esercito. Di conseguenza la diserzione assume valori importanti anche con la complicità degli abitanti e delle autorità. I risultati sulla coscrizione dal 1806 al 181 O sono i seguenti: (46) Iscritti nelle liste di coscrizione Riuniti da inviare alle armi riformati incorporati renitenti restano liberi dal servizio

38.862 13.065 15.900 11.657 4.911 12.775

44) Corrisp. Nap. XI, 9106, 4 fruttidoro XIII. A Lebrun, citata da G. Vallée in ibidem. 45) J. Bore!, Gènes sous Napolcon I, Parsi 1929, p. 48.6. Vallèe, op. cit., p. 120 nota 19. 46) A. N . AF IV 1124., Compte général sur la conscription de 1806 à 1810, par Lacuèe.


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Inquadramento Per lo studio dell'inquadramento delle truppe liguri nell' Armée française al S. H. A. T . (Chateau de Vincennes) si è fattoriferimento su quanto contenuto nei cartoni della serie Xl 25, già utilizzati da E. Fieffé, nella sua opera, vedi in particolare le pagine 115-120. I resti dei reparti liguri sopravvissuti all'assedio di Genova vengono ricostituiti su modello francese e svolgono un ruolo ausiliario fino a che, con l'annessione della Liguria all'Impero francese, 11 giugno 1805, di cui viene a costituire la 282 divisione militare, sono inquadrati nell'Esercito francese. Al momento dell'annessione di G enova alla Francia il Corpo della Gendarmeria è versato nella Gendarmeria Imperiale; ma una speciale compagnia viene formata il 2 novembre 1805, con il nome di "chasseurs auxiliares", sciolta il 6 settembre 1806. I contingenti generalmente non formano reggimenti organici, ma sono distribuiti , promiscuamente con i contingenti piemontesi esuberanti, nonchè illirici e francesi, in vari reggimenti. Vi è però l'eccezione del 322 reggimento di fanteria Leggero, costituito il 14 luglio 1805, da truppe liguri. Ma in esso , vi sono ammessi anche soldati provenienti dagli Stati romani, da Napoli, da dipartimenti di Montenotte e del T aro. Gli stati di ripartizione dei coscritti fra le unità della Armée française reperiti alle Archives Nationales permettono di sapere i reparti di assegnazione dei coscritti liguri. Leva di 80.000 uomini, ch iamati con senato-consulto del dicembre 1806 (A. N. serie AF IV 1123 doc.28) : Dipartimenti NQ uomini N 2 uomini che i dipartimenti da fornire forniscono ciascun corpo e corpi riceventi dell' Armée franç aise Appennini

416

242 d i Linea 155; Tirailleurs du Po 84;


474

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Fucilieri della Guardia Imperiale 18; I Q Carabinieri 2; 5Q Corazzieri 18; 20Q Cacciatori 43; 3Q Art. a piedi 12; 8Q Treno p. al 15; Totale 343, restano a disposizione 69 Genova

816

I 7Q Leggero 45; 12 Carabinieri 3; Fucilieri della Guardia Imperiale 18; 102 Corazzieri 29; 132 Cacciatori 54; 82 Dragoni 70; 32 Art. a piedi 20; 9 2 Treno p. al 15; 4 2 Zappatori 4; Tirailleurs du Pò 16; Totale 693, restano disponibili 123;

Montenotte

629

17 2 Leggero 45; Fucilieri della Guardia Imperiale 18; 272 Leggero 180; 12 Corazzieri 21; 21 Q Cacciatori 82; 2 2 Carabinieri 3; 32 Art. a piedi I O; 9 2 Treno p. al 20; Totale 517, restano disposizione 112;

Dallo stato dei coscritti che ogni dipartimento deve fornire sulla riserva del 1806 (A. N. serie AF IV 1123 doc.3) :


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415

Dipartimenti N2 uomini N2 uomini che i dipartimenti da fornire forniscono ciascun corpo e corpi riceventi dell' Armée française Appennini

204

12 Carabinieri 2; · 22 Corazzieri 6; 32 Art. a piedi 6; Art. di marina 20; 42 di Linea 53; 172 Leggero 117;

Genova

339

12 Carabinieri 2; 12 Corazzieri 6; 4 2 Art. a piedi 6; Art. di marina 20; 762 di Linea 305;

Montenotte

261

22 Carabinieri 2; 11 2 Corazzieri 6; 62 Art. a piedi 6; Art. di marina 20; 2 2 Leggero 117; 592 di Linea 61.

Dallo stato dei coscritti che ogni dipartimento deve fornire sulla classe del 1808 risulta (A. N. serie AF IV 1123 doc.94): Dipartimenti N2 uomini N2 uomini che i dipartimenti da fornire forniscono ciascun corpo e corpi riceventi dell' Armée française Appennini

309

Genova

618

Legione di Metz 103; 572 di Linea 206; Legione di Versailles 206; 12 Carabinieri 1;


Francesco Frasca

476

Fucilieri della Guardia Imperiale 2; 3Q Art. a piedi 35; 57Q di Linea 102; 642 di Linea 99; 102 Leggero 173. Montenotte

464

Legione di Versailles 155; 2Q Carabinieri 1; Fucilieri della Guardia imperiale 2; 22 Art. a piedi 25; 31 2 Cacciatori 25; 26!! Leggero 256.

Dallo stato dei coscritti della leva della classe del 1809 risulta (A. N. serie AF IV 1123 doc.216): Dipartimenti N2 uomini NQ uomini che i dipartimenti da fornire forniscono ciascun corpo e corpi riceventi dell' ArmÊe française Appennini

294

12 Carabinieri 2; 21 2 Leggero 273; 2!! Legione 19.

Genova

576

22 Carabinieri 2; 322 Leggero 527; 4!! Legione 47.

Montenotte

474

12 582 322 4!!

Carabinieri 2; di Linea 361; Leggero 73; Legione 38.


La coscrizione nei dipartimenti italiani dell'Impero francese

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Dallo stato dei coscritti relativo alla leva delle classi 1806, 1807, 1808 e 1809 (indetta nel 1808) risulta: Dipartimenti NQ uomini N2 uomini che i dipartimenti da fornire forniscono ciascun corpo e corpi riceventi dell'"ArmĂŠe" Appennini

415

Deposito fucilieri della Guardia Imperiale 40 a Parigi; 3Q Art. a piedi 7 a Tolone; 2 2 Zappatori 7 a Metz; 572 Fanteria di battaglia 160 a Strasburgo; 2 63 Fanteria di battaglia 41 a Belfort; 1052 Fanteria di battaglia 160 a NeufBrisach.

Genova

831

Deposito fucilieri della Guardia Imperiale 85 a Parigi; 2Q Zappatori 12 a Metz; 822 Fanteria di battaglia 655 a La Rochelle; 2 111 Fanteria di battaglia 79 a Spira.

Montenotte

706

Deposito fucilieri della Guardia Imperiale 80 a Parigi; 2 2 Zappatori 13a Metz; 662 Fanteria di battaglia 606 a Bordeaux; Legione di Metz 87 a Metz.

Dalla ripartizione fra i dipartimenti dei 24.169 coscritti di riserva del 1811 risulta (A. N. serie AF IV 1126 doc.5):


478

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Dipartimenti N 2 uomini N 2 uomini che i dipartimenti da fornire forniscono ciascun corpo e corpi riceventi dell' Armée française Appennini

121

Fucilieri della Guardia Imperiale 10 a Parigi; 12 Carabinieri 1; 17 2 Leggero 30; 262 Leggero 60.

Genova

239

Fuciliari della Guardia Imperiale 1O a Parigi; 2 1 Carabinieri 1; 342 di Linea 180; 592 di Linea 48.

Montenotte

177

Fucilieri della Guardia Imperiale 1O a Parigi; 2 2 Carabinieri 1; 1202 di Linea 75; 31 2 Leggero 91.

Le opposizioni passive e violente alla coscrizione, loro contributo allo sviluppo del brigantaggio e loro repressione. La situazione delle resistenze alla coscrizione viene così descritta dai bollettini della polizia. Nell'ottobre 1806 il prefetto degli Appennini scrive a Fouché: "La coscrizione incontra le più grandi difficoltà in questo dipartimento. Il contingente dell'anno XIV non è stato ancora fornito. Questo sono dovute dalle lunghe assenze che ogni anno fanno i coltivatori ed operai per poter lavorare in Toscana e nel Regno d'Italia" (47) 47) A. N. AF IV 1498. Bulletin du 7 octobre 1806. E. d' Hauterive, o.e., tome 2, p.9


La coscrizione nei dipartimenti italiani dell'Impero francese

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Però la situazione nel dipartimento Montenotte è diversa "ben eseguita", poche riforme" (47 bis). Il prefetto di Savona l'anno seguente, nel giugno 1807, scrive che " i tre quarti del contingente sono in viaggio e che il resto partirà presto. Lo stato del miglioramento è stato sensibile.Vi sono stati pochi reclami e i coscritti sono partiti contenti. Il sottoprefetto d' Acqui ha quasi completato il contingente del suo distretto e ha agito con zelo e regolarità" (48). A Genova "si è costretti, ad aprire presso il Municipio due registri per iscrivere nel primo quelli che vogliono farsi sostituire, e nel secondo i surroganti. Coloro che domandarono la surrogazione vengono divisi in due classi a secondo dei versamenti che devono fare: 1200 franchi e 800 franchi. I surroganti ritenuti idonei al servizio ricevono il compenso così suddiviso: 100 franchi all'entrata del deposito, 400 alla partenza del distaccamento, all'arrivo e all'incorporazione 700. Con questa disposizione vengono ammessi alla surrogazione 99 giovani. .. " (49). Nel maggio 1808 nel dipartimento di Genova il contingente assomma 768 uomini fra attività e riserva (50). Nel dicembre 1808 nel dipartimento di Montenotte su 786, sono partiti in 686 (51). Nel gennaio 1809 il contingente del dipartimento di Genova pari a 4.559 è formato per intero (52). Questa leva è quella che ha avuto più successo, i coscritti sono ben disposti e non si impiega nessun mezzo di correzione, nel dipartimento di Montenotte si dimostra buona volontà, la co-

47 bis) A. N. AF IV 1498. Bulletin du 5 novembre 1806. E. d' Hauterive, o.e., tome 2, p. 46. 48) A. N. AF IV 1500. Bulletin du 17 juin 1807. E. d' Hauterive, o.e., tome 2, p. 281. 49) A. N. AF IV 1500. Bulletin du 14 juillet 1807. E. d' Hauterive, o.e., tome 2, p.305. 50) A. N. AF IV 1502. Bulletin du 13 mail808. E. d' Hautcrivc, o.e., tome 4, p. 182. 51) A. N. AF IV 1504. Bulletin du 11 decembre 1808. E. d' Hautcrive, o.e., tome 4,p. 478. 52) F 7 3762. Bulletin du 22 janvier1809. E. d' Hauterive, o.e., tome 4, p.518.


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scrizione è accettata con naturalezza, nessun disertore, la misura dei "garnisaires", già impiegata negli anni precedenti, non ha avuto luogo (53) Ma un fatto viene a guastare questi buoni risultati, il prefetto di Genova informa nel luglio 1809, che emissari del nemico percorrono le campagne, diffondendo false notizie sugli avvenimenti della guerra e cercano di impedire ai coscritti di obbedire alle disposizioni. Ne risulta che si ha appena ottenuto la metà del contingente, e che numerosi di quelli che partono, disertano durante il viaggio". Tuttavia, "il commissario generale di polizia ha sottolineato che la situazione è tranquilla: l'umore del popolo si è manifestato il 24 giugno, festa di Genova, che è stata celebrata con grande solennità .... "(54). Lo stato di calma cambia completamente durante l'anno seguente causa la campagna di guerra in corso, secondo il direttore di polizia di Torino" il numero dei disertori e renitenti è considerevole nel dipartimento di Genova: per i renitenti a 6.000 di cui 4.000 per l'esercito e 2.000 per la marina". Le stazioni della Gendarmeria essendo sotto organico, il prefetto di Genova emana, il 25 novembre, un decreto con il quale ordina che nei cantoni di Novi, Gavi, S.Quilico, Ovada, Sestri e Voltri, tutti gli abitanti da 20 a 60 anni, siano organizzati in guardia nazionale e ne facciano il servizio seguendo gli ordini dell'autorità... (55). Nel maggio 1810 le ricerche dei coscritti danno i seguenti risultati: a Genova; 546 arrestati; negli Appennini: 599 arrestati (56). Anche per i dipartimenti il brigantaggio è diffuso e parte dei malviventi sono disertori e renitenti. "Neila 28!! divisione militare

53) A. N. AF IV 1502. Bulletin du 22 avril 1808. E. d' Hauterive, op. cit., tome 4, p.150. 54) A. N. AF IV 1506. Bulletin du 5 juillet 1809. 55) A. N. AF IV 1507. Bullctin du 8 décembre 1809. E. d' Hauterive, op. cit., tome 5, p. 262. 56) A. N. AF IV 1508. Bulletin du 28 mai 1810. E. d' Hauterive, op. cit., tome 4, p.409.


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le voci di guerra continua hanno ispirato ai briganti nuova audacia. I furti si moltiplicano. Due corriere sono state saccheggiate. Si è forzati di far scortare i viaggiatori dalla gendarmeria. Gli agenti dell'ex Repubblica Ligure sono generalemnte sospettati di vendere la loro protezione ai briganti (57). Il prefetto degli Appennini scrive a Fouché in data 17 ottobre, che i briganti provenienti dal Regno d'Italia sono giunti a Castiglione, hanno riscosso le imposte e bruciato gli archivi. Il prefetto aggiunge: "Truppe dell'Impero, del Regno d'Italia e Principato di Lucca, sono in ogni parte per perseguire i briganti. D'altra parte, la stagione li forzerà ben presto a lasciare le montagne e scendere in pianura. Saranno facilmente arrestati" (58).

PARMA Reclutamento I ducati di Parma, Piacenza e Guastalla occupati dai Francesi sono annessi alla Francia il 21 luglio 1805, di cui costituiscono il dipartimento del Taro (28Q Divisione militare territoriale) istituito il 28 maggio 1808, anch'esso soggetto alla coscrizione: Décret Impérial relatif à la lévéc de la conscription de l'an 14 Décret Impérial de Boulogne, le 8 fructidor an 13 Art. 1 Les trentc mille conscrits de J'an 14, qui cn vertu de la loi du 27 nivòse an 13, doivent ètre lcvés pour complétcr l'armée sur le pied de son organisation, et !es trente mille destinés à rester en réserve ou à porter

57) A. N. AF IV 1495 Bullctin du 6 fruclidor an XIII. E. d' Haulcrive, op. ciL, tome 1, p. 57. 58) A. N. AF IV 1495. Bullctin du 9 nivose an XIV. E. d' Hauterive, op. cit., tome 3, p. 216.


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l'armée au pied de guerre, sont mis en activité; ils seront designés et diriges sur !es divers corps, ainsi qu'il est precrit-ci-après.

Art.2 Les arrondissements des départements du Tanaro de la Stura, et de Marengo, qui ont été réunis à d'autres départements, foumiront pour l'an 14, un contingent égal à celui qu'ils ont foumis en l'an 13 Les autres arrondissements des départements de Genes. Montenotte et Apennins, fourniront ensemble, pour l'an 14, un contingent de trois cent hommes pour etre incomporés dans le régiment ligurien. Chaque arrondissement foumira le nombre d'hommcs fixé par le tableau nQ3 annexé au présent décret. Les duchés de Panne et Plaisance foumiront pour l'an 14, un contingent de deux cents hommes, la levée sera opéree sous la direction et surveillance de l'administrateur général préfet. Les duchas de Parme et Plaisance, dans leurs anciens limites, foumiront chacun le nombre d'hommes fixé pour le tableau n° 3 annexé au present décret.

Eccone i risultati, dal 1806 al 181 O, per una popolazione di 300.000 abitanti si hanno: Iscritti nei registri di leva rifonnati esentati contingenti riuniti delle leve renitenti incorporati disertori in viaggio di trasferimento restano liberi

16.419, 3.073, 69, 4.450, 797, 3.190, 225

884 7.960

Dal Compte général de la Conscription depuis l'an 7 jusq' uà l'an 13 par A. - A. Hargevilliers risulta che gli Stati di Parma e di Piacenza più la Liguria riuniti alla Francia aggiungono alla popolazione dell'Impero 800.000 abitanti di cui 300.000 gli Stati di Parma ecc. e 500.000 la Liguria. Per un totale della popolazione totale dell'Impero francese di 35.613.473.


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Inquadramento. Esiste al S. H. A. T. al (Chateau de Vincennes) un cartone della serie Xl 24, utilizzato da E. FieffÊ, che segnala la presenza di parmensi nella compagnia di Guardie d'onore a cavallo al servizio del principe Borghese e nel 32Q reggimento leggero di fanteria. La ricerca alle Archives Nationales ha integrato quanto sopra, considerando gli stati di ripartizione delle leve nei dipartimenti: Dipartimenti NQ uomini NQ uomini che i dipartimenti da fornire forniscono ciascun corpo e corpi riceventi dell' ArmÊe française Per la riserva del 1806 (A. N. serie AF IV 1123 doc.3): Parma& Piacenza

108

63 2 di Linea 108.

Per la leva del1808 (A. N. serie AF IV 1123 doc.94): Parma & Piacenza

210

Legione di Metz 70; 22 Carabinieri 1; Fucilieri della guardia 2; 32 Art. a piedi 15; 632 di Linea 108.

Per la leva dell809 (A. N. serie AF IV 1123 doc.216): Parma & Piacenza

604

1Q Carabinieri 2; 1Q Pontieri 3; 37Q di Linea 550; 2~ Legione 49.


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Per la leva delle classi 1806, 1807, 1808, 1809 (A. N. serie AF IV 1123): Taro

1.316

Fucilieri della Guardia Imperiale 135 a Parigi; 2 3 Art. a piedi 11 a Tolosa; 12 Pontieri 5 a Strasburgo; 22 Zappatori 23 a Strasburgo; 192 Fanteria di battaglia 142 a Douai; 262 Fanteria di battaglia 1.000 a NapolĂŠon.

Per la ripartizione dei 24.169 coscritti di riserva del 1811 (A. N. serie AF IV 1126, doc. 5): Taro

250

Fucilieri della Guardia Imperiale 10; 22 Carabinieri 1; 652 di Linea 30; 692 di Linea 25; 762 di Linea 184.

Le opposizioni passive e violente alla coscrizione, loro contributo allo sviluppo del brigantaggio e loro repressione. A Parma la resistenza alla coscrizione prende forma di rivolta. I disordini iniziano a seguito della leva della milizia. Il 5 nevoso anno XIV (26 dicembre 1805) si segnala! nel Piacentino un "moto di 200 uomini armati a causa della formazione della milizia. Bottly, colonnello di quella, indica i principali colpevoli" (59). Quattro giorni dopo "Moncey annuncia l'arresto dei due principali capi della ribellione. Rivolte analoghe hanno luogo al59) A. N. AF IV 1495. Bulletin du 5 nivose an XVI. E. d' Hauterive, op. cit., tome 3, p. 216.


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trove. Il brigantaggio è più frequente (60). Ecco la cronaca degli avvenimenti dal rapporto del capitano della Gendarmeria trasmesso dal gen. Moncey à Fouché: "Il 27 frimaio, 400 miliziotti si riunirono in anni nel piana di Vigoleno et nominarono gli ufficiali. Il 28, 7 di essi si recarono a Besedasco, suonarono l'adunata e ne reclutarono 200 altri. Il 29, essi acquistarono munizioni di guerra a Castell'Arquato, si recarono da là a Lugagnano, dove ordinarono al capo degli sbirri di far portare a Vigoleno delle sussistenze per 600 uomini. Il 1Q nevoso, tutta questa truppa si portò a Salsomaggiore, fabbrica di sale imperiale, dove 22 forzati erano impiegati ai lavori. Si prese allora delle misure per dissolvere e sottomettere questo assembramento. Un distaccamento di 600 uomini du 6° di Linea e un altro del 85 gendarmi puntarono su Salsomaggiore. I ribelli si ritirarono a Vigoleno, villaggio situato su una altura e fortificato, dichiarando l'intenzione di difendersi. Però, alla prima intimazione, essi resero le armi e si rientrarono in famiglia. Si è proceduto di seguito al disarmo di tutti i comuni dove gli attruppamenti si sono fonnati. Numerosi ribelli sono stati designati per il servizio e inviati a Modena. La leva continua. Le autorità locali mal assecondano questa opeazione cosi come ogni altro servizio della gendarmeria. Esse non hanno fatto un solo arresto" (61). "S.A.S. l' arcitesoriere fa conoscere per mezzo di numerose lettere, scritte dal 12 al 7 gennaio, le cause e le principali circostanze della rivolta del Piacentino: "I disordini non sono ancora sedati. I ribelli minacciavano ancora i'altro ieri. Le truppe hanno dovuto arrivare lo stesso giorno. C'è più terrore che pericolo reale... " "S.A.S. pensa che questa insurrezione era stata preparata lontano, dall'estero, assecondata dalla disorganizzazicne générale e Io stato d'anarchia nel quale il paese si trova in questo momento. S.A.S. sta occupandosi dei mezzi per ristabilirvi prontemente le leggi e il potere delle nuove autorità".

In data 7 gennaio 1806 il prefetto di Marengo rende conto al senatore ministro delle misure prese affinchè i ribelli non possano 60) A. N. AF IV 1495. Bulletin du 9 rùvose an XVI. E. d' Hauterive, op. cit., tome 3, p. 210. 61) A. N. AF IV 1496. Bulletin du 11 janvier 1806. E. d' Hauterive, op. cit., tome 3, p. 222.


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penetrare in questo dipartimento ... questi erano padroni di Bobbio e avevano intercettato la strada d'Alessandria a Piacenza. L'assembramento sembra essere costituito da 1.200 a 1.500 uomini" (62). Nel bollettino del 27 gennaio 1806 leggiamo" ... è verosimile che vi sia stato un piano generale d'insurrezione, lungo la costa, dai confini della Toscana fino al Piemonte. Non è però apparsa traccia d'influenza inglese o napoletana. Non si è trovata che moneta del paese, nessun pezzo straniero. Russi ed Austriaci trovati fra i ribelli erano disertori fuggiti dai distaccamenti di prigionieri di guerra. Sono stati tradotti davanti a una commissione militare. I capi erano abitanti della zona: un notaio, pieno d'audacia, dei preti, dei sindaci ... Non vi è stato nessun movimento sensibile nello Stato di Parma. Tutto si è limitato alle montagne meridionali del piacentino fra Bobbio e la valle del Taro. Il numero dei ribelli è stato stimato a 11.000-12.000. Il Vicerè ha inviato 10.000 uomini ... Le cause del moto sono pressapoco le stesse di quelle indicate dal ministro Pino: "odio dei nobili contro la Francia che credono ancora in rivoluzione, resistenze dei preti al concordato, anarchia momentanea dovuta alla sospensione dei vecchi poteri per l'esecuzione delle nuove leggi. Da questo ne consegue che 5.000 o 6.000 insorti si sono trovati riuniti prima che l'autorità ne sia stata informata. Numerose sono le lamentele riguardanti le imposte principalmente quelle indirette o addizionali, la leva delle guardie nazionali, per la quale non sono stati forniti gli stati esatti, ecc." (63). Nel bollettino del 5 febbraio 1806 viene segnalata che "una nuova insµrrezione è scoppiata nella vallata della Trebbia. Si è suonata la èampana a martello immediatamente dopo la partenza delle truppe. La vallata del Tidone sembra disposta a prendere parte a questo movimento. Il capitano ne ha informato il generale Pouyet e l'amministratore generale. Una colonna di 200 uomini, avente alla sua 62) A. N. AF IV 1496. Bullctin du 13 janvier 1806. E. d' Hauterive, op. cit., tome

3, p. 22.1. 63) A. N. AF IV 1496. Bulletin du 13 janvier 1806. E. d' Hauterive, op. cit., tome 3, p. 223.


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testa un tenente della Gendarmeria e quattro gendarmi è stato nella vallata della Trebbia. L'"adjudant" Grandseigne si è mosso contro gli altri insorti con un distaccamento di 300 uomini. Un battaglione del lOQ di Linea è stato inviato su Castell'Arquato. Restava a disposizione del generale Pouyet 2.200 uomini, non compresi i depositi di Parma e Piacenza . .. " (64). La notizia della rivolta nella vallata nella Trebbia era giunta a Fouchè subito dopo a quella in cui si annunciava trionfalmente della pacificazione del piacentino, quasi dimostrare dell'ingovernabilità della situazione, leggiamo nel bollettino del 27 gennaio 1806: "La gendarmeria annuncia che la nuova insurrezione del Piacentino era sedata. Il generale Junot conferma questo rapporto. L' insurrezione è assulutamente estinta. Gli abitanti rientrano nelle loro case. Il loro disarmo si opera senza difficoltà. Si cercano i capi. Molti sono arrestati. Qualcuno di loro pagherà con la propria testa. Moreau de Saint-Méry scrive egualmente che la calma era interamente ristabilita alla fine di gennaio. La sua lettera contiene il racconto intero dei disordini di questo paese e di tutto quello che può esservi relativo. Espone i motivi che pensa si debba attribuire a loro: forniture all' Armée d 'Italie di cui il pagamento era arretrato; requisizione di 12.000 uomini della Guardia nazionale, per l'effettuazione di questo servizio. Ecco, dice l'amministratore generale, le principali cause dell'insurrezione. Nobili e preti si sono messi in mezzo ai ribelli, con il pretesto di trattare con essi. Essi hanno riferito le loro condizioni: ristabilimento della costituzione dello Stato di Parma, reintegrazione dei monaci nei loro beni, soppressione delle imposte doganali e di quelle su porte e finestre; esenzione di ogni servizio militare . . . nulla prova che il nemico abbia fomentato la rivolta. Tre preti segnalati come fra i principali capi e sono stati arrestati ... " (65). La conclusione è descritta nei bollettini di domenica- 24 e lunedì 25 gennaio 1808 64) A. N. AF IV 1496. Bulletin du 21 janvier 1806. E. d' Hauterive, op. cit., tome 3, p. 269. 65) A. N. AF IV 1496. Bulletin du 21 janvier 1806. E. d' Hauterive, op. cit., tome 3, p. 269.


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(A. N. AF IV 1502 / E. D'Hauterive, op. cit., tome 4, p. 31) dove si legge che "il Governatore degli Stati di Parma scrive che il brigantaggio è finalmente distrutto in queste contrade; si viaggia con sicurezza, il giorno e la notte. Sembra che, dal 1Q gennaio 1807, il paese sia stato purgato di più di 800 briganti. Ecco la tabella che questa lettera racchiude: 4, uccisi durante gli arresti; 27, condannati a morte; 59, ai ferri; 19, ai lavori pubblici; 163, alla detenzione; 51, a diverse altre pene; 292, militari, marinai, condotti alla loro destinazione; 196, detenuti per misure amministrative; 47, in giudizio presso la commissione militare. Vediamo ora l'andamento della coscrizione. Il 22 dicembre 1808 il prefetto del Taro scrive a Fouché che "dall'introduzione della coscrizione in questo dipartimento, di 39 ca,ntoni, 7 hanno sempre resistito alla coscrizione e hanno goduto di una sorta d'impunità a causa della loro posizione nelle montagne e alle frontiere: due nel distretto di Pam1a, due in quello di Borgo, tre in quello di Piacenza. I contingenti di questi cantoni sono quasi interamente forniti dagli altri 32. Il prefetto ha preso questo anno delle misure per far cessare questi abusi, 140 refrattari di questi cantoni sono attualmente riuniti ... Molti sono consegnati dai genitori stanchi dei garnisaires. Alcuni padri, la cui insolvibilità assoluta aumenta la resistenza, sono stati arrestati. Li si rilascia quando i figli si presentano. In generale, la coscrizione sembra attualmente applicata in tutti i punti di questo dipartimento" (66). Si riesce a far tem1inare le operazioni di leva nel febbraio 1809, "grazie I 'invio di garnisaires nella pa1te montagnosa del parmense" (67). Nel maggio 1809, "su i 400 conscritti convocati, alla notizie delle nostre sconfitte , solo 50 si presentano, alla notizia delle nostre vittorie, gli altri 350 appaiono" (68). 66) A. N. AF IV 1505. Bulletin du 3 janvier 1809. E. d' Hauterive, op. cit., tome 4, p. 490. 67) A. N. AF IV 1505. Bulletin du 27 février 1809. E. d' Hautcrivc, op. cit., tome 4, p. 490. 68) Niccolò Giorgetti "Le armi toscane e le occupazioni straniere in Toscana (1537-1860) "Comando del Corpo di S.M. Ufficio Storico, Città di Castello, 1916.


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TOSCANA Reclutamento Per la Toscana occorre distinguere da essa l'isola d'Elba e i vicariati di Pontremoli. L'isola d'Elba, già possesso della Toscana, viene annessa ufficialmente alla Francia nel 1802, ma la coscrizione vi viene applica già dall'anno IX (settembre 1800-agosto 1801), come risulta dal registro redatto da A.-A. Hargenvilliers (A. N. AF IV 1123). In prodotto è il seguente: Chiarnaù alle armi iscritti nelle liste di leva 1149 (277 anni XI-XIIl/922 anni 1806-1810) riuniti da inviare alle armi (126 anni XI-XIII/162 anni 1806-1810, riformati 127 ( 8 anni XI-XIII/ 119 anni 1806-1810), incorporati 189 (12 anni XI-XIII/ 117 anni 1806-1810), disertori 114 negli anni XI-XIII di cui se ne riesce ad arrestare 1 nell'anno XIII, la proporzione perccnLUale tra disertori e numero di chiamati è ben del 90%. Dal 1806 al 1810 il numero dei renitenti è di 35 a questi devono essere aggiunti 24 che hanno abbandonato il loro distaccamento in marcia, il totale è quindi di 69, Guardia coste 476 (69).

Per i Vicariati di Pontremoli i dati disponibili sono: Coscritti riuniti da inviare alle armi 92, incorporati 82, coscritti in eccedenza 18, coscritti che hanno abbandonato il distaccamento in marcia 29, coscritti in viaggio di trasferimento 17.

Occupata nel 1796 da Bonaparte, nel 1801 la Toscana diventa Regno di Etruria a favore dei principi spagnoli successori dell'ultimo duca di Parma. Nel dicembe 1807 con l'annessione d'Etruria del Regno alla Francia, si formano il 24 maggio 1808 i dipartimenti dell'Arno, del Mediterraneo e dell 'Ombrone: 29l! Divisione militare. La prima imposizione di un contingente di 1500 uomini è del 1808. 69) A. N. AF IV 1124, Comple général sur

Lacuée.

la conscription de 1808 à 1810 par


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I dati che riguardano la sua applicazione nei dipartimento del1' Arno, dell 'Ombrone e del Mediterraneo negli anni 1809-1810, sono i seguenti: Coscritti riuniti da inviare alle armi 3.011, incorporati 1.001, coscritti in viaggio di trasferimento 860, coscritti che hanno abbandonato il distaccamento in marcia 415.

Nello stesso cartone in cui si trova il registro del generale Lacuée dal quale si sono tratti questi dati, vi è un rapporto sulla situazione delle leve in Toscana al 1!! aprile 1810, che ci fornisce un quadro un po' più dettagliato: Dipart.

Arno

classi

1808 1808* 1809 Mediter- 1808 raneo 1808* 1809 Ombrone 1808 1808* 1809 Totale

conting. parti ti arri vati

692 210 900 318 160 400 148 100 200

701 162 841 361

148 162 330 202

72

72

492 187 75 241

166 98 75 96

3.128

3.132

1.349

numero dei coscritti assenti totale restanti per causa da far legittima partire 439 583 109 162 48 = 432 762 138 297 11 95 72 98 -176 342 58 58 196 -- 8 ec 75 25 -110 205 -1.306

2.655

487 14 ec

* il secondo appello sul 1808 è per la formazione delle compagnie diriserva di ogni dipartimento.

I 487 restanti da far partire sono per la maggior parte disertori di cui i dipartimenti devono la surrogazione. Niccolò Giorgetti, nella sua opera Le armi toscane e le occupazioni straniere in Toscana (1537-1860), segnala una leva imposta dal decreto 3 febbraio 1811, il cui contingente tratto dalla classe 1810 è di 2.365 uomini, un'altra decretata 1'11 agosto re-


LA coscrizione nei dipartimenJi italiani dell'Impero francese

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cluta 4.900 fra Toscani, Umbri. Giorgetti calcola 14.700 toscani reclutati nell' Armée dall'anno 1808 al 1813.

Inquadramento Per ciò che riguarda l'inquadramento dei cos<..Titti della Isola d'Elba, E. Fieffé segnala, prendendo come riferimento quanto contenuto nel cartone Xl 29 del S.H.A.T. un Bataillon auxiliaire con incarico di polizia nell'Isola. Questo viene sostituito, il 15 giugno 1805, riorganizzato nel 1810 come guardia nazionale, conservato da Napoleone nel 1814 all'epoca della sua reggenza, viene licenziato nel 1815. Egli cita anche la compagnia franca di Capraia costituita nel 1813 per il servizio di guardia costiera. Vediamo ora gli stati della ripartizione delle leve fra i dipartimenti: Leva di 80.000 uomini, chiamati con senato-consulto del dicembre 1806 (A. N. AF IV 1123, doc. 28): Dipartimenti NQ uomini NQ uomini che i dipartimenti da fornire forniscono ciascun corpo e corpi riceventi dell' Armée Française Isola d'Elba

17

642 di Linea 13; tot. 13 restano 4.

Dallo stato dei coscritti che ogni dipartimento deve fornire sulla riserva del 1806 (AF IV 1123, doc.3): Dipartimenti NQ uomini NQ uomini che i dipartimenti da fornire forniscono ciascun corpo e corpi riceventi dell 'Armée Française Isola d'Elba

12 lOOQ di Linea 12.


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Dallo stato dei coscritti che ogni dipartimento deve fornire sulla classe 1808 risulta (A. N. AF IV 1123, doc. 94): Dipartimenti N2 uomini N2 uomini che i dipartimenti da fornire forniscono ciascun corpo e corpi riceventi dell' Armée française Isola d'Elba

13

Legione di Versailles 4; Tirailleurs corses 9.

Dallo stato dei coscritti della leva della classe del 1809 risulta (A. N. AF IV 1123, doc. 216): Dipartimenti N2 uomini N2 uomini che i dipartimenti da fornire forniscono ciascun corpo e corpi riceventi dell' Armée française Isola d'Elba

15

Tirailleurs corses 15.

Dallo stato dei coscritti relativo alla leva delle classi 1806, 1807, 1808 e 1809 (indettta nel 1808) risulta: Dipartimenti N2 uomini N2 uomini che i dipartimenti da fornire forniscono ciascun corpo e corpi riceventi del!' Armée française Isola d'Elba

52

32 Leggero 52! Parma

Dalla ripartizione fra i dipartimenti dei 24.169 coscritti di riserva del 1811 risulta (A. N. AF IV 1126, doc. 5): Dipartimenti N 2 uomini N2 uomini che i dipartimenti da fornire forniscono ciasc!-}n corpo e corpi riceventi dell' Armée française Isola d'Elba

5

272 di Linea 5


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Per lo studio dell'inquadramento dei coscritti toscani le fonti d'archivio si trovano al Chateau de Vincennes, vedere in particolare la serie Xk34, Xl 29, Xab 28 già utilizzate da Lugène Fieffé. All'atto dell'annessione della Toscana all'Impero francese, le modestissime forze militari del cessato Regno d 'Etruria costituite dal reggimento di fanteria Real Reggimento Carlo Ludovico e da uno squadrone di dragoni giurano fedeltà a Napoleone. I coscritti sono ripartiti nei seguenti reparti 35Q, 37_';, 54Q, 84Q, 112Q reggimenti di Linea, e nell' 11 Qe 27Q reggimenti Leggeri. Costituito il battaglione di Veliti di Firenze, con gli elementi della borghesia e nobiltà fedele al regime. va a far parte della Guardia Imperiale. I coscritti renitenti dei dipartimenti italiani formano il 27 gennaio 1810, il reggimento del Mediterraneo, che prende il numero 1Ql' 11 marzo 1811, poi 35Qleggero il 20 settembre 1812, poi 113Q reggimento di fanteria di Linea continuando ad essere reclutato quasi esclusivamente di coscritti dei dipartimenti della Toscana. I Dragoni toscani, organizzati a seguito del decreto imperiale del 7 gennaio 1808, diventano il 29 maggio, il 28Q reggimento di Cacciatori a cavallo. La Toscana il 3 marzo 1809 viene eretta formalmente in Granducato, onde conferire una grande dignità dell'impero alla principessa Elisa, sorella di Napoleone. Per essa un decreto imperiale del 1Q aprile ordina la formazione di una compagnia di Guardie d'onore a cavallo, organizzata ed equipaggiata, come l'omonima in servizio presso il principe Borghese a Torino. Nate come reparti di rappresentanza, nel 1813 le due compagnie vengono mobilitate ed inviate in Germania dove vengono inquadrate nella Grande Armée. Il I 3Q reggimento Ussari organizzato con decreto del 28 gennaio 1813, a Roma e a Firenze viene fuso nel 14Q, ali' atto della costituzione a Torino di questo reggimento. Le opposizioni passive e violente alla coscrizione, loro contributo allo sviluppo del brigantaggio e loro repressione. Il fenomeno delle opposizioni passive e violente alla coscri-


Archives Nationales AF IV 1124 Etat des départernents où se sont recrutés certains corps aux quels Sa Majesté a assigné un recruternent particulier Dipartimenti nei quali questi corpi si sono reclutate per leve ordinarie 1807 1806 1808 1809

Corpi designati

111 2 di Linea Piemontesi

Po

1132 di Linea Toscani & Romani

-

31° Leggero

Piemontesi

32° Leggero

Piemontesi &Genois

• Tiralleurs duPo 2

21 Dragoni

Corsi& Piemontesi Piemontesi

..

Po

Po

Po

Toscani

Toscani

=

Stura

Stura

Stura

Pays de Dome

--

Genes Monten

Genes

Appen.

Po Sesia Sesia

-

Appen.

Stura Sesia Genova Po

-

28° Cacciatori Toscani & Romani

Genova, RhinH.te .

-

Po, Cotedu Rhone

=

-

Taro

PaysdeDome H.te Loire

--

Stura

--

--

Montenotte ~

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---

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Po

Stura

---

--

-Mont Tonnaire

--

-

!sere

Nievre Sarre Aisne

Lys

Lys

Roer, Mont Tonnaire

Ome Roer

Po Dora

Seine Meurthe Meuse

Ome

Gironde, Vienne Loire H.te Aveyron, Dyle

Calvad

Toscani

Toscani

--

--

Daube Sesia Stura Dora

supplementari complementari

<:,

Sesia 26° Cacciatori Piemontesi ·

""' ""'

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1810

Po

.Stura

Monten. Toro, Genes

straordinarie

(traduzione)

-

-

--

--

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2


La coscrizione nei dipartimenti italiani dell'Impero francese

495

zione è attivo visto che, per la loro repressione, viene organizzata una gendarmeria di 340 uomini in aggiunta alle quattro compagnie di sbirri create nei tre dipartimenti toscani, con decreto della Granduchessa il 19 maggio 1809, naturalmente con l'assenso dell'Imperatore. Le compagnie di sbirri ricevono da Napoleone un mese dopo il nome di compagnie di polizia. Queste fanno lo stesso servizio della Gendarmeria ed sono poste sotto la direzione del consiglio d'amministrazione della legione della Gendarmeria della divisione militare nella quale esse si trovano (E. Fieffé, op. cit., p. 119, n2 2). In Toscana, tra le attività banditesche di renitenti e disertori, vale la pena di citare nell'agosto 1809 l'azione di una "banda, avente la base di partenza nel Regno d'Italia, che passata la frontiera della Toscana, è attiva nel dipartimento dell'Arno. Essa risulta costituita da 600 uomini, disertori e renitenti, francesi, italiani, e prigionieri di guerra, che cercano proseliti, riscuotono tributi, vendono il sale a 6 centesimi alla libbra, bruciano i registri delle amministrazioni, 2.000 uomini sono inviati contro la banda. La sua attività non è dovuta al fanatismo, ma è una reazione alla gravosità delle imposte" (70). La situazione in seguito migliora, come riportato dal direttore della polizia nel raporto à Fouché del 12 settenbre 1809: "dal 2 maggio non si è avulo in Toscana nessun segno di agitazione. La vecchia nobilt.à si riavvicina alla Corte, si affezzione al servizio d'onorel si lega con i Francesi, è pronta a concorrere alla repressione del brigantaggio e al mantenimenlo dell'ordine per la conservazione delle propriet.à. La classe media ha più malcontenti, particormente per ciò che riguarda il commercio, poiché vi è stagnazione. L'ultima classe, artigiani, lavoraLori e altri non si lamentano che della coscrizione, e ci si adatterebbe se i preti e i monaci non se ne servirebbero per coltivare in fra di essi motivi di lamentela. La Toscana sarà assoggettata, solo quando si avrà secolarizzato i monaci, organizzato il clero, ridotto il numero dei preti, assicurato il loro mantenimemo" (71). 70) A. N. AF IV 1506. BulleLin du 1 aout 1809. E. D'Hauterivc, op. cit., tome 5, p. 136-137. 71) A. N. AF IV 1506. Bulletin du 12 settembre 1809. E. D'Hauterive, op. cit., tome 5, p. 195.


(traduzione) Archives Nationales AF IV 1124 Compte général sur la coscription de 1806 à 1810 par Lacuée Stato generale dei riformati Stato generale degli iscritti nelle liste di leva · Dipartimenti 1806 Appennini 2 183 Genova 5558 Montenotte 3309 3285 Taro 299 Elba (Isola) Arno Mediterraneo Ombrone Vicariati di Pontremoli

1807 2185 402 1 2950 3039 169

anni 1809 2014 1999 4467 4110 3090 3059 4133 34023 133 137 1808

1810 2095 4 180 3642 2880 184

Totale 10476 22336 6050 16419 922

Stato generale dei contingenti riuniti delle leve ordinarie, straordinarie, supplementari e complementari anni Dipartimenti Totale 1806 1807 1808 1809 1810 674 572 547 594 2959 Appennini 572 5529 Genova 1177 113 1 1130 1070 1021 914 4577 944 924 892 903 Montenotte 832 1205 1081 4550 Taro 572 860 Elba(lsola) 54 26 29 31 22 162 1750 Arno 850 900 438 400 838 Mediterraneo 423 Ombrone 223 200 92 Vicariati di Pontremoli 42 50 Totale gen. 144140 107993 109243 1112081166676 per l'Impero

559260

1806

1807

436 1254 747 615 17

480 1387 754 455 26

anni 1808 1809 548 6 16 1622 1661 1138 1082 630 761 22 31

1810 520 2379 1276 612 24

Totale 2600 8303 4997 3073 199

Stato generale degli incorporati anni 1808 1809 1810 Totale 522 434 2614 505 4893 1035 953 709 4 145 731 838 830 597 1000 664 3190 14 20 117 20 452 161 291 374 265 109 106 69 175 82 46 36 108252 104911 1049 19 104666 108552 531302 1806 610 11 12 879 393 41

1807 543 1089 867 536 22


(traduzione) Archives Nationales AF IV 1124 Compte général sur la coscription de 1806 à 1810 oar Lacuée Coscritti in eccedenza Coscritti in viaggio di trasferimento anni anni Dipartimenti 1810 Totale 1808 1809 1807 Totale 1806 1810 1808 1809 1806 1807 226 46 29 91 358 60 54 77 70 93 Appennini 64 110 37 21 19 549 33 115 133 114 90 97 Genova 68 14 12 16 26 143 460 85 73 68 Montenotte 91 884 155 253 209 160 107 Taro 21 3 2 7 8 Elba (Isola) 1 357 133 224 Arno 279 207 72 Mediterraneo 1 1 224 118 106 Ombrone 18 18 17 14 3 Vicariati di Pontremoli Totale gen. 9147 978 2827 2003 959 2882 6554 26970 5176 4435 4333 per l'Impero 6472 Coscritti che hanno abbandonato il distaccamento in marcia anni !Dipartimenti Totale 1809 1810 1808 1806 1807 43 282 81 38 70 50 Appennini 700 197 147 145 60 151 Genova 114 14 34 46 20 Montenotte 225 79 100 99 80 Taro 24 2 2 7 5 Elba (Isola) 8 187 65 122 Arno 191 125 66 Meditterraneo 37 29 8 Cabrane 29 21 8 Vicariati di Pontremoli Totale gen. 4925 31174 4560 6727 6603 per l'Impero 8899

N.B.: Il fenomeno dei "deserteurs en route" cioè dei coscritti che hanno abbandonato il distaccamento in marcia rende ardua la soluzione del problema del numero dei disertori, poiché le autorità civili si rifiutavano di considerarli renitenti in quanto non più sotto la loro giurisdizione e le autorità militari non ne tenevano conto perché essi non erano stati ancora incorporati.


Archives Nationales AF 1124 Compte général sur la coscription de 1806 à 1810 par Lacuée (traduzione) Esentati in quanto iscritti alla leva di mare, a Scuole, ecc. Stato generale dei retinenti Dipartimenti anni anni 1806 1807 1808 1809 1810 Totale 1806 1807 1808 1809 1810 Totale Appennini 95 146 Genova 182 235 Montenotte 145 140 Taro 16 14 Elba (Isola) 10 56 Arno Mediterraneo Ombrone Vicariati di Pontremoli Dipartimenti

159 26 151 10 38

184 72 184 11 38

Coscritti restanti dovuti anni 1806 1807 1808 1809

Appennini 64 93 Genova 97 114 Montenotte 91 73 Taro 179 296 Elba (Isola) 13 4 Arno Mediterraneo Ombrone Vicariati di Pontremoli

70 95 68 263 9 /

54 117 85 205 11

146 75 203 18 35

2600 590 823 69 117

292 1761 209 82 12

669 147 142 114 7

417 218 34 144 7

239 139 14 169 7

243 197 288 2

1950 2469 499 797 35

1810

Totale

1806

Coscritti restanti liberi anni 1807 1808 1809 1810 Totale

160 312 183 417 8

141 735 500 1360 45

686 1152 1238 2000 206

254 1049 974 1624 54

215 1471 961 1728 38

394 1168 864 1267 30

592 508 1249 1281 101

2141 5242 5280 7690 429


LA coscrizione nei dipartimenti italiani dell'Impero francese

499

UMBRIA E LAZIO Per i dipartimenti del Trasimeno e del Tevere (Roma) creati il 17 febbraio 1810 e che costituiscono la 30~ Divisione militare territoriale il primo reclutamento è quello del 20 marzo 1809 di 500· uomini seguito da quello del 3 febbraio 1.811 di 1.000 coscritti della classe 1810, forse altrettanti l' 11 agoisto 1811. Anche qui i fenomeni di diserzione e renitenza sono presenti. Infatti, ci informa E. Fieffé, anche per il dipartimento di Roma vengono costituite compagnie di sbirri, che prendono nome di compagnie di polizia con decreto imperiale, del 31 luglio 1811, e una compagnia di guardie civiche a piedi e a cavallo, destinate a servire da ausiliarie alla Gendarmeria per la repressione del brigantaggio, viene costituita con decreto del 5 novembre 1813, in ciascun cantone dei due dipartimenti. Fieffé segnala anche la formazione il 21 giugno 1810 di una compagnia romana di guardia costiera e di un battaglione di veterani romani il 30 aprile 181 O, versato il 25 agosto seguente nel 9Q battaglione di veterani insieme a due compagnie di veterani liguri (E. Fieffé, op. cit., p. 120).

LA SITUAZIONE POSTERIORE AL 1811 Nel territorio dell'Impero francese il riordino completo delle disposizioni della coscrizione viene effettuata con la pubblicazione il 1Q novembre 1811 da parte del generale e.te Dumas della

lnstruction général sur la conscription. Alle Archives Nationales è il primo documento contenuto nel cartone della serie AF/IV/1126/46, risulta stampato a Parigi dall'Impremerie Impériale nel 1811. è composto da 3 volumi in 82 • L'Istruction costituita da 1.275 articoli, modifica, tra l'altro il regime delle esenzioni e della surrogazione. La sua applicazione viene messa in atto in condizioni di relativa tranquillità, viste lo stato di pace degli anni 1810-1811.


Francesco Frasca

500

Ne esiste anche una copia pubblicata per estratto con il titolo: "Extrait pour les conscrits de l 'Instruction général sur la conscription. Droit et devoirs des coscrits et leurs famille", stampata a Parigi nel 1811 in 8Q e avente 184 pagine. Le nuove disposizioni vengono applicate per la prima volta a una leva marittima, ma il senato-consulto del 14 dicembre 1810, da applicare ai trenta dipartimenti costieri, per reclutare 40.000 uomini, dispensati dal concorrere alla leva di terra indetta per un totale di 120.000 uomini sulla coscrizione del 1811, con un aumento del 50% del contingente di leva di ciascuna classe, che in precedenza era di 80.000 , una parte consistente dai quali di riserva. I documenti della serie AF IV 1126 /46 ci forniscono utili dati relativi all'andamento di questa leva. Per i dipartimenti italiani la ripartizione fra i dipartimenti dei 24.169 coscritti domandati riserva del 1811 fra i corpi dell' Armée è la seguente: Dipartimenti N2 uomini NQ uomini che i dipartimenti forniscoda fornire no ciascun corpo e corpi riceventi dell "' Armée" Appennini

121

Fucilieri della Guardia Imperiali 1O; 1Q Carabinieri 1; 172 Leggero 50; 262 Leggero 60

Dora

160

Fucilieri della Guardia Imperiali 1O; 1Q Carabinieri 1; 1152 Leggero 50; 1162 Linea 99.

Isola d'Elba

5

272 di Linea 5


La coscrizione nei dipartimenti italiani de/l'Impero francese

501

Genova

239

Fucilieri della Guardia Imperiali 1O; 12 Carabinieri 1; 342 di Linea 180; 122Q di Linea 156.

Marengo

217

Fucilieri della Guardia Imperiali 1O; 12 Carabinieri 1; 119Q di Linea 50; 1222 di Linea 156.

Monte notte

117

Fucilieri della Guardia Imperiali 1O; 2Q Carabinieri 1; 1202 di Linea 75; 122Q di Linea 156.

Po

262

Fucilieri della Guardia Imperiali 10; 2Q Carabinieri 1; 111 2 di Linea 100; 1172 di Linea 7; 118Q di Linea 72.

Sesia

133

Fucilieri della Guardia Imperiali 1O; 2Q Carabinieri 1; 1442 di Linea 122;

Stura

282

Fucilieri della Guardia Imperiali 10; 2Q Carabinieri 1; 272 di Linea 63; 282 di Linea 153; 342 di Linea 55;

Taro

250

Fucilieri della Guardia Imperiali 1O, 2Q Carabinieri 1; 652 di Linea 30; 692 di Linea 25; 76Q di Linea 184.

Totale

1.786


502

Francesco Frasca

Oramai non si distinguono più i contingenti destinati al servizio attivo da quelli della riserva perché si vogliono fare leve in maniera progressiva e nel corso dell'anno. In più ridiviene anticipata la chiamata delle classi, rendendo vano tutto il lavoro svolto fino ad allora per la sua regolarizzazione. Così dopo la chiamata dei due terzi del contingente del 1811 nel mese di febbraio, un terzo a luglio, il 24 dicembre 1811 un nuovo contingente, per 120.169 coscritti, viene votato dal Senato per il 1812, con le stesse condizioni del precedente (72) e solo nove mesi più tardi quella del contingente 1812. Riassumiamo qui di seguito il suo andamento: Al 1Q aprile 1812 il numero dei coscritti incorporati è di 52.063, quelli in viaggio di trasferimento verso i reparti di 56.424, i coscritti prossimi alla partenza 11.682, rispetto al numero degli incorporati (documento 41). All'l 1 aprile 1812 gli incorporati sono 75.872, in marcia per raggiungere i corpi 34.679 i restanti da far partire 9.725, esiste una differenza in più di 106 uomini dovuti a qualche eccedenza fornita dai dipartimenti. Gli stati generali dei 75.871 coscritti incorporati presentano 985 uomini che hanno abbandonato i loro distaccamenti durante il viaggio di trasferimento. Il 20 aprile il numero degli incorporati si eleva a 86.568, quelli in marcia 27.758, i restanti da far partire 6.034 (documento 58). Al 30 aprile gli incorporati 98.729, in marcia per raggiungere i corpi 16.646, restano da far partire 5.011 uomini (documento 72). Al 10 maggio gli incorporati sono 103.149, in marcia di trasferimento 12.905, da far partire 4.342 (documento 75).

72) François Monnier, Conscription voce del "Dictionnaire de Napoléon" a cura di Jean Tulard, Paris, 1987, p. 467. A Jean-Gérard Lacuée, conte dell'Impero sotto la denominazione da Cessac, generale di divisione, direltore generale del!' Amministrazione della Guerra, succede Etienne d'Hastrel de Rivedoux, barone dell'Impero, generale di brigada.


La coscrizione nei dipari imeni i italiani del/'/mpero francese

503

Al 20 maggio gli incorporati sono 107.303, in marcia per raggiungere i corpi 9.984, da far partire 3.260. Il totale del 107.303 coscritti incorporati non presenta che 1.100 uomini, che hanno abbandonato il loro distaccamento in marcia contro i 1.225 del 10 maggio, molti sono stati arrestati ed altri si sono presentati spontaneamente fatti che ne ha ridotto il numero (documento 75). Un rapporto a S.M. l'Imperatore del b.ne D'Hestrel, direttore generale della coscrizione militare, ci fornisce il risultato del numero totale degli uomini domandati della coscrizionez fatta nel 1812, che assomma a 198.813 uomini suddivisi in 120.169 per "l'armée de ligne" e 78.644 per le coorti: " ... I contingenti sono stati riempiti con rapidità: nello spazio di un mese e mezzo i due terzi gli uomini comandati da S.M erano già arruolati: oggi la leva è terminata. E' stata fatta con estrema regolarità. Il piccolo numero di uomini che sono presentati, come ancora in viaggio di trasferimento è prova dell'ordine che ha regnato nella condotta dei distaccamenti. Questa leva non conta affatto, come le precedenti, di uomini negli ospedali o nelle mani della Gendarmeria. Tutto ciò che è stato designato è entrato nei quadfri dell'esercito: non restano che 418 uomini da ricercare, come aventi abbandonato il loro distaccamento lungo la via. Il decreto di organizzazione delle coorti è del 14 marzo 1812; ha messo in attività 78.644 coscritti. I dipartimenti hanno fornito 83.094 uomini. L'eccedente è l'effetto della surrogazione dei coscritti promossi, dopo l'organizzazione delle coorti, ai gradi di furiere e caporale. Questa leva è stata fatta egualmente con celerità... Vi è stata qualche sfumatura fra i dipartimenti , non vi è affatto differenza nella dedizione dei prefetti. Il loro zelo e la loro attività sono state dovunque gli stessi .... L'Istruzione generale pubblicata l'anno scorso a molto efficacemente contribuito al successo e alla regolarità delle leve. È una nuova prova che devo alla amministrazione del mio predecessore (e.te Dumas N.d.T.) ... In totale sono stati incorporati 11.683, messi in viaggio 1599, eccedenti 123, alcuni dipartimenti hanno nell'insieme un'incompleto di 265 altri hanno fornito un eccedente di 388."

Lo stato della renitenza e della diserzione delle classi 1806, 1807, 1808, 1809, 1810, 1811 dopo 1' applicazione dell'amnistia del 289 marzo 1810 e lo scioglimento dell'ultima colonna mobile


504

Francesco Frasca

avvenuto il 12 febbraio 1812 (documenti 61 e 62) danno i seguenti risultati: Renitenti Disertori

74.660 100.992

Depennati: Renitenti Disertori

amministiati: renitenti 42.756 arrestati disertori 46.298 e inviati ai Corpi o depositi restato da perseguire: Renitenti: 8.978 Disertori: 26.432

22.826 28.262

La situazione dei dipartimenti esistente al 25 marzo 1810 sulle classi degli anni 1806, 1807, 1808, 1809, 1810 (documenti 60 e 61): Dipartimenti

Renitenti

... ...... Appennini Arno Dora Genova Marengo Mediterreneo Montenotte Ombrone Po Roma Sesia Stura Taro Trasimeno

Condannati come Disertori renitenti

349

= = = = = = = = =

=

3

735 732 1.298

= = =

=

3

762 877 165 1.048 350 488 315

o

361 243 72 476 121 45 275 21 ' 193 206 76 269 406 270

Gli sforzi compiuti dall'Amministrazione militare sono tutti volti alla preparazione della campagnia di Russia, per la quale


505

La coscrizione nei dipartimenti italiani dell'Impero francese

viene anticipata la chiamata della leva del 1813, prendono cosÏ avvio una serie di misure atte a reperire il piÚ gran numero di uomini: 120.000 domandati nell'agosto 1812. Il numero degli uomini chiamati è per l'esercito di 177.492, per la marina 10.151 cosÏ suddivisi in 1.551 per l'Olanda e 9.000 per il 302 dipartimento marittimo, per la surrogazione delle coorti 17.000, per un totale di 145.045 uomini. I suoi risultati per i dipartimenti italiani, al 19 novembre 1812, sono i seguenti (documento 86): Dipartimenti Appennini Arno Dora Genova Marengo Mediteraneo Montenotte Ombrone Po Roma Sesia Stura Taro Trasimeno Totale per i dipartimenti italiani Totale per l'Impero

contingente 353 1.581 864 700 1.098 794 487 402 1.326 1.234 712 1.499 1.204 612 12.866 117.492

numero dei coscritti da partire partiti

=

353 1.281 696 700 1.098 794 487 402 1.065 1.234 712 1.262 1.204 612

966 28.753

11.900 88.790

=

300 168 = = = = =

261 = =

237 =

Situazione della leva del 1813 della marina per i dipartimenti italiani:


506

Dipartimenti Appenini Genova Montenotte Totale per l'Impero

Francesco Frasca

contingente 279 636 325 10.551

numero dei coscritti partiti da partire

=

= =

279 636 325

1.445

9.106

L'andamento generale della leva è il seguente per l'Impero: Al 20 dicembre 1812, il numero uomini partiti si eleva per l'esercito a 106.408, la marina 9.515, le coorti O, per un totale di 115.923. Le incorporazioni sono per l'esercito 61.258, la marina 5.849, le coorti o per un totale di 67.107. Restano da far partire nei dipartimenti per l'esercitol 1.084, la marina 1.036 e le coorti 17.000. Il numero dei coscritti che hanno abbandonato il loro distaccamento lungo il percorso si eleva a 968 (documento 90). Al 31 dicembre 1812, il numero uomini partiti dai dipartimenti si elevano per l'esercito a 108.240, la marina a 9.650, le coorti 1.986, per un totale di 119.786. Le incorporazioni assomano per l'esercito 82.768, la marina 6.506 e le coorti 263 per un totale di 89.537 uomini. Iscritti che restano da far partire sono per l'esercito 9.252, la marina 901 e le coorti 15.104, per un totale di 25.257. Il numero dei coscritti che 'hanno abbandonato il loro distaccamento durante il viaggio di trasferimento è di 1.507 (documento 91). Al 10 gennaio 181-3, il numero degli uomini chiamati è per l'esercito 117.492, per la marina 10.551 e per le coorti 17.000, tatale 145.043; il numero degli uomini partiti è per l'esercito 109.967, la marina 9.619 e le coorti 5.528 per un totale di 125.114, le incorporazioni per l'esercito 91.545, la marina 7.648 e le coorti 2.552, per un totale di 101.745, restano da far partire per l'esercito 7.529, la marina 932 e le coorti 11.472. Il numero dei coscritti che hanno abbandonato il loro distac-


LA coscrizione nei dipartimenti italiani dell'Impero francese

5<17

camento lungo il percorso è di 1.615 (A. N. AF IV 1147 documento 9). L' 11 gennaio 1813 viene ordinata una leva di 100.000 uomini sulle quattro classi del 1809, 1810, 1811 e 1812 (vedi a questo riguardo alle Archives Nationales la serie AF IV 1147, i documenti 2, 3, 6, 8). Lo stato di ripartizione dei 100.000 uomini fra i dipartimenti italiani è il seguente: Dipartimenti N 2 uomini N 2 uomini che i dipartimenti da fornire forniscono ciascun corpo e corpi riceventi dell 'Armée Appennini

350

Guardia Imperiale 43 a Courbevoie; 7 2 b.tg. bis del Treno 13 a Verona; 32 Zappatori 45 ad Alessandria; 92 b.tg Equip. Mil. 35 a Piacenza; 11 2 di Linea 114 a Grenoble; 242 di Linea 100 a Lione.

Dora

600

Guardia Imperiale 70 a Courbevoie; 72 b.tg. bis del Treno 17 a Verona; 32 b.gt Zappatori 65 ad Alessandria; 9 2 b.tg Equip. Mil. 60 a Piacenza; 18 2 inf. Leggera 248 a Grenoble; 2 2 r.gt art. Marina 140 a Tolone.

Genova

Guardia Imperiale 70 a Courbevoie; 7 2 b.tg. bis del Treno 15 a Verona; 12 Zappatori 65 a Alessandria; 2 2 b.tg. Minatori 12 ad Alessandria 92 b.tg Equip. Mil. 60 a Piacenza; 292 di Linea 378 a Lione.

N.B. I documenti a cui si fa riferimento nel testo d'ora innanzi appartengono al cartone della serie AF IV 1147.


Francesco Frasca

508

Marengo

1000

Guardia Imperiale 120 a Courbevoie; 7Q b.tg. bis del Treno 22 a Verona; 1Q Zappatori 55 ad Alessandria; 9Q b.tg Equip. Mil.100 a Piacenza; 2Q di Linea 150 a Besanรงon; 93Q di Linea 200 a Besanรงon; 8Q Leggero 152 a Genova; 16Q Leggero 146 a Maรงon.

Montenotte

600

Guardia Imperiale 70 a Courbevoie; 7Q b.tg. bis del Treno 15 a Verona; 3Q Zappatori 69 ad Alessandria; 9Q b.tg Equip. Mil. 60 a Piacenza; 2Q b.tg. Minatori 12 ad Alessandria; 5Q di Linea 178 a Grenoble; 79Q di Linea 100 a Chambery; 2Q r.tg. art. Marina 100 a Tolone.

Po

1.100

Sesia

700

Guardia Imperiale 85 a Courbevoie; 7Q b.tg. bis del Treno 18 a Verona; 3Q Zappatori 7 5 ad Alessandfia; 2Q b.tg. Minatori 17 a Alessandria; 9Q b.tg Equip. Mil. 70 a Piacenza; 11 Q Leggero 435 a Mesel.

Stura

800

Guardia Imperiale 95 a Courbevoie; 7Q b. tg. bis del Treno 19 a Verona; 1Q Zappatori 85 ad Alessandria; 9Q b.tg Equip. Mil. 80 a Piacenza; 11Q inf. Leggera 521 a Mesel.

Guardia Imperiale 130 a Courbevoie; 7Q b.tg. bis del Treno 24 a Verona; 3Q Zappatori 95 ad Alessandria; 22 a comp. Armieri 10 Bayonne; 9Q b.tg Equip. Mil. 111 a Piacenza; 111Q di Linea 730 a Spira.


La coscrizione nei dipartimenti italiani dell'Impero francese

Taro

920

Totale

6.670

509

Guardia Imperiale 11 O a Courbevoie; I Q Zappatori 95 ad Alessandria; 7Q b.tg. bis del Treno 19 a Verona; 22 b.tg. Minatori 19 a Alessandria 9Q b.tg Equip. Mil. 95 a Piacenza; 111 2 di Linea 582 a Spira.

Al 20 gennaio 1813, la situazione della leva del 1813 è la seguente: il numero degli uomini partiti per l'esercito è di 112.454, per la marina 9.473 e per le coorti 10.569. Gli incorporati sono per l'esercito 100.249, la marina 8.932 e le coorti 7 . 1O1, per un totale di 166.282, restano da far partire per l'esercito 5.085, per la marina 808 e per le coorti 6.388, cioè un totale di 12.281. Il numero dei coscritti aventi abbandonato il distaccamento lungo il percorso è 1.116 (doc. 19). Su i 100.000 uomini chiamati con decreto dell'll gennaio sono solo 90.490 quelli messi in attività e 9.510 restano da chiamare nelle divisioni militari 29!, 30!!, 31i! e 32i!. Vengono domandati il seguente numero di coscritti per divisione militare: 4.200 alla 27!!, 2.470 alla 28i! su i 90.490, 2.800 alla 291! e 2.800 alla 3Qi! sui 9.510 di cui alla leva è sospesa (doc. 27). I dipartimenti italiani concorrono con i seguenti contingenti (documento n2 11): Dipartimenti

Appennini Arno Doire Genova Marengo

nQ coscr. deduzione restante Conting. proporz. da fare alla popo!azione 3.004 11.054 2.887 2.940 3.525

2.104 7.734 2.017 2.060 2.465

900 3.320 870 880

l.060

363 1.925 788 766 986

Aumenti Conting. e dimi- definitivo nuzioni proposti -550 -1.820 -270 -280 -60

350 1.500

600 600 1.000


Francesco Frasca

510

Mediterraneo Mo.ntenotte Ombrone Po Roma Sesia Stura Taro Trasimeno Totale per l'Impero

3.500 2.728 2.846 2.660 6.387 1.246 1.400 2.142 5.362

1.500 1.180 1.220 1.140 2.740 830 600 920 2.310

961 534 483 1.196 1.927 650 1.350 1.242 958

-700 -580 -720 -40 -940 -130 +200 -920 +l.310

800 600 500 1.100 1.800 700

369.853 277.523

119.330

120.000

+4.250 -22.960

100.000

5.000 3.908 4.069 3.800 9.127 2.076 2.000 3.062 7.612

800

o 1.000

Un successivo decreto (doc. 86) prevede la chiamata in servizio attivo dei 9.150 coscritti della leva di 100.000 uomini ordinata con decreto 11 gennaio 1813. Si domandano coscritti ai dipartimenti nelle seguenti quantità: Amo 1.500, Mediterraneo 800, Ombrone 500, Roma 1.800, Trasimeno 1.000. La ripartizione per dipartimenti è la seguente (doc. 38) Dipartimenti N2 uomini N2 uomini che i dipartimenti da fornire , forniscono ciascun corpo e corpi riceventi dell"'Armée" Arno

1.500

Guardia Imperiale 150 a Parigi 12 Carabineri 2 a Lunevillei 28Q Cacciatori 134 a Orleans; 2Q di Linea106 a Besançon; 12Q di Linea106 a Mézières; 17Q di Linea 106 a Lilla; 19Q di Linea 106 a Dounai; 21 2 di Linea 106 a Juliers; 11 12 di Linea 400 a Spira 113Q di Linea 284 a Orleans.


LA coscrizione nei dipartimenti italiani dell'Impero francese

Mediterraneo 800

Guardia Imperiale 80 a Parigi; 1Q Carabineri 2 a Luneville; 28Q Cacciatori 71 a Orleans; 25Q di Linea 106 a Landreciers; 30Q di Linea 106 a Magonza; 332 di Linea 106 a Magonza; l 9Q di Linea 106 a Dounai; 113Q di Linea 329 a Orleans.

Ombrone

500

Guardia Imperiale 50 a Parigi; 1Q Carabineri 2 a Luneville; 282 Cacciatori 44 a Orleans; 37Q di Linea 106 a Besanรงon; 46Q di Linea 106 a Arras; 113Q di Linea 192 a Orleans.

Roma

1.800

Guardia Imperiale 180 a Parigi; 12 Carabi neri 2 a Luneville; 282 Cacciatori 161 a Orleans; 482 di Linea 107 ad Anversa; 562 di Linea 107 a Grave; 572 di Linea 107 a Strasburgo; 61Q di Linea 107 a Worms; 852 di Linea 107 a Coblenza; 93Q di Linea 107 a Besanรงon; 108Q di Linea 107 a Anversa; 1132 di Linea 708 a Orleans.

Trasimeno 1.000

Guardia Imperiale 100 a Parigi; 22 Carabineri 2 a Luneville; 28Q Cacciatori 90 a Orleans; 1132 di Linea 487 ad Orleans; 7 2 Leggero 107 ad Huningue; 132 Leggero 107 ad Ostenda; 15Q Leggero 107 a Parigi.

5 11


Francesco Frasca

512

Al lQ gennaio 1813 il numero dei disertori nell'esercito è di 36.578, quello dei renitenti 15.787 per un totale di 52.703 (documento 20). Il rapporto a S.M. l'Imperatore e Re presentato il 16 gennaio 1813 (documento 13), offre un quadro della situazione dei depositi generali dei renitenti:

"... n22 dicembre 1812, 878 uomini sono l'effettivo dei depositi generali (di cui 468 italiani). Da questa data e fino al 12 gennaio 740 sono entrati in questo stabilimento di cui 68 it.aliani. Tot.ale 1.618, di cui 536 dei depositi generali dei renitenti di Genova, Civitavecchia, Portoferraio.".

Ma vediamo quale è lo stato per dipartimenti del numero dei renitenti e dei disertori da perseguire al 1Q gennaio 1813, dal dossier 21 estraiamo i seguenti dati: Disertori

Totale

Appennini 107 59 2811 29!! 241 345 Arno 272 Dora 21 77 2 132 468 28 Genova 27!! Marengo 185 17 2 191 29 Mediterraneo 107 281! 188 Montenotte 118 292 Ombrone 8 81 2 29 Po 66 219 2 Roma 509 38 30 40 272 Sesia 17 2 240 158 27 Stura 2 207 246 28 Taro 89 Trasimeno 330 302 2.814 Totale dipartimenti italiani 1.990 34.578 Totale per l'Impero 15.787 Disertori stranieri non divisi per dipartimenti Totale generale per l'Impero

166 586 98 600 202 298 306 89 285 847 57 398 453 419 4.804 50.365 2.338 52.703

Divisioni Dipartimenti

Renitenti


La coscrizione nei dipartimenti italiani dell'Impero francese

513

Per regione: Piemonte Liguria Parma Toscana Umbria e Lazio

Renitenti 279 309 207 356 839

Disertori 761 763 246 617 427

Il 20 gennaio 1813 viene ordinata una nuova leva di 150.000 coscritti sulla classe 1814 (vedi alle Archives Nationales il documento 18 della serie AF IV 1147, che fornisce la ripartizione di queste forze fra i vari corpi). Siamo ormai all'intero gettito della classe 1813, sono domandati 350.000 uomini di cui 100.000 dalla Guardia Nazionale, 100.000 sulle classi 1809, 1810, 1811, 1812 i restanti 150.000 sulla classe del 1814 (per l' esattezza sono 154.108 di cui 148.141 messi in attività (documento 51). La ripartizione fra i Corpi militari dei coscritti dell'anno 1814 è la seguente (documento 55) Guardia Imperiale Cavalleria Artiglieria Genio Equipaggi marittimi Compagnie di riserva Fanteria Totale

120.111 13.500 7.500 2.473 2.242 3.093 105.741 146.590

Il terzo dei contingenti messi in attività nei dipartimenti olandesi è di 1.551, che appartiene alla marina, il totale dei coscritti messi in servizio attivo, con il decreto 20 gennaio è uguale a 148.141. L'Imperatore destina la totalità del contingente piemontese


Francesco Frasca

514

5.470 uomini ai reggimenti stanziati al di là delle Alpi (documento 55). La ripartizione fra i dipartimenti italiani dei coscritti della leva del 1814 è la seguente: Dipartimenti N2 uomini N2 uomini che i dipartimenti da fornire forniscono ciascun corpo e corpi riceventi dell' Armée française Appennini

450

Arno

1.790

Dora

878

Guardia Imperiale 37 a Courbevoie; 12 Carabinieri 3 a Luneville; 21 2 Dragoni 25 a Sainter; 32 b.tg. Zappatori 13 ad Alessandria; 22 b.tg. Minatori 7 ad Alessandria; 92 b.tg. Equip. Milit. 10 a Piacenza; Compagnia di riserva 16 a Chiavari; 572 di Linea 190 a Strasburgo; 292 Leggero 149 a Beauvoir. Guardia Imperiale 145 a Courbevoie; 12 Carabinieri 3 a Luneville; 282 Cacciatori 88 a Orlean; 12 b.tg. Zappatori 55 ad Alessandria; Compagnia di riserva 21 a Firenze; 52 di Linea 464 a Grenoble; 622 di Linea 140 a Marsiglia; 162 di Linea 150 a Tolone; , 792 di Linea 389 a Chambery; 81 2 di Linea 150 a Chambery; 181 2 Leggero 186 a Grenoble. Guardia Imperiale 71 a Courbevoie; 12 Carabinieri 3 a Luneville; 21 2 Dragoni 43 a Saintes; 32 b.tg. Zappatori 29 ad Alessandria;


La coscrizione nei dipartimenti italiani de/l'Impero francese

515

9 b..tg. Equip. Milit. 22 a Piacenza; Compagnia di riserva 17 a Yvrai; 182 di Linea 500 a Strasburgo; 1852 di Linea 193 a Neufbrisach. Genova

854

Guardia Imperiale 69 a Courbevoie; 12 Carabinieri 3 a Luneville; 142 Ussari 48 a Orleans; 12 b.tg. Zappatori 26 ad Alessandria; 9! b.tg. Equip. Milit. 12 ad Alessandiia; Compagnia di riserva 55 a Genova; 322 Leggero 622 a Tolone.

Marengo

1.229

Guardia Imperiale 100 a Courbevoie; 22 Carabinieri 3 a Luneville; 262 Cacciatori 63 a Samur; 32 b.tg. Zappatori 26 ad Alessandria; 92 b.tg. Equip. Milit. 30 a Piacenza Compagnia di riserva 26 ad Alessandria; 2 57 di Linea 540 a Strasburgo; 632 di Linea 425 a Belfort.

Mediterraneo

909

Guardia Imperiale 7 5 a Courbevoie; 22 'Carabinieri 3 a Luneville; 282 Cacciatori 43 a Orlean; 12 b.tg. Zappatori 29 ad Alessandria; Compagnia di riserva 15 a Livorno; 112 di Linea 300 a Grenoble; 242 di Linea 345 a Lione; 22 r.gt. art. Marina 100 a Tolone.

Montenotte

660

Guardia Imperiale 54 a Courbevoie; 12 Carabinieri 3 a Luneville;


Francesco Frasca

516

262 Cacciatori 37 a Saumur; 32 b.tg. Zappatori 20 ad Alessandria; 92 b.tg. Equip. Milit. 15 a Piacenza Compagnia di riserva 25 a Savona; 1222 di Linea 150 a Vendòme; 4 2 Leggero 156 a Parigi; 162 Leggero 200 a Maçon. Ombrone

456

Guardia Imperiale 38 a Courbevoie; 22 Carabinieri 3 a Luneville; 282 Cacciatori 19 a Orleans; 12 b.tg. Zappatori 16 ad Alessandria; Compagnia di riserva 8 a Siena; 12 di Linea 372 a Marsiglia.

Po

1.510

Guardia Imperiale 123 a Courbevoie; 2 2 Carabinieri 3 a Luneville; 262 Cacciatori 7 5 a Orlean; 32 b.tg. Zappatori 51 ad Alessandria; 92 b.tg. Equip. Milit. 38 a Piacenza; Compagnia di riserva 55 a Torino; 632 di Linea 107 a Belfort. 111 2 di Linea 876 a Spira 11 2 Leggero 182 a Mesel.

Roma

1.428

Guardia Imperiale 116 a Courbevoie; 22 Carabinieri 3 a Luneville; 132 Dragoni 43 a Colmar; Compagnia di riserva 21 a Savona; 162 di Linea 200 a Tolone; 622 di Linea 228 a Marsiglia; 1132 di Linea 690 a Orleans; 182 Leggero 100 a Grenoble.

Sesia

805

Guardia Imperiale 65 a Courbevoie; 22 Carabinieri 3 a Luneville; 21 2 Dragoni 40 a Saintes;


La coscrizione nei dipartimenti italiani dell'Impero francese

511

32 b.tg. Zappatori 27 ad Alessandria; 9 2 b.tg. Equip. Milit. 20 a Piacenza; Compagnia di riserva 17 a Vercelli; 3Q di Linea 350 a Strasburgo; 105Q di Linea 196 a Neufbrisach; 152Q di Linea 87 a Strasburgo; Stura

1.512

Guardia Imperiale 123 a Courbevoie; 22 Carabinieri 3 a Luneville; 21 Q Dragoni 40 a Saintes; 14Q Ussari 52 a Orlean; 3Q. b. tg. Zappatori 51 ad Alessandria; 9Q b.tg. Equip. Milit. 38 a Piacenza; Compagnia di riserva 17 a Cuneo; 31 2 Leggero 890 a Navarrein; 116Q di Linea 298.

Taro

1.383

Guardia Imperiale 122 a Courbevoie; 22 Carabinieri 3 a Luneville; 26Q Cacciatori 77 a Saumur; 12 b. tg. Zappatori 41 ad Alessandria; 9Q b. tg. Equip. Milit. 31 a Piacenza; Compagnia di riserva 34 a Parma; 1002 di Linea 200 a Metz; 24Q Leggero 300 a Metz; 262 Leggero 285 a Metz; 9 2 Leggero 300 a Metz;

Trasimeno

71 O

Guardia Imperiale 58 a Courbevoie; 2 2 Carabinieri 3 a Luneville; 132 Ussari 30 a Colmar; Compagnia di riserva 12 a Spoleto; 292 di Linea 307 a Lione; 81 2 di Linea 200 a Chambery; 1452 di Linea 100 a Tolone.

Totale

14.574


518

Francesco Frasca

Una lettera del 13 febbraio 1813, indirizzata all'Imperatore dal b.ne d 'Hastrel, direttore generale della coscrizione militare, mette in evidenza l'esaurimento, in tutto il territorio dell'Impero, di tutte le leve anteriori alla chiamata del 18'14 (documento 46). La situazione del 10 marzo della leva di 100.000 uomini ordinata con classi del giorno 11 gennaio sulle classi 1809, 1810, 1811, 1812, ci informa che la partenza dei coscritti delle divisioni militari 171!, 29!, 301!, 3 P, e 32~ che è di 9.510 viene sospesa. La leva che si effettua in questo momento è di 90.490 uomini, di questi ne sono partiti dai dipartimenti 77.291. Le incorporazioni sono 33.989. Restano da far partire 13.199 coscritti (documento 64). La situazione al 25 marzo delle incorporazioni avvenute è di 55.976, restano da far partire dai dipartimenti 9.567 coscritti, il numero degli uomini che hanno abbandonato il loro distaccamento sono 1.200. Con classi 4 aprile 1813 vengono domandati ancora al Senato 80.000 uomini delle classi 1807, 1808, 1809, 1810, 1811 e 1812. La ripartizione fra i corpi di 74.224 (la leva è di 80.000 ma 5.776 restano a casa in riserva) delle classi del 1807, 1808, 1809, 1810 e 1812 messi in attività dal classi 4 aprile (documento 94) è la seguente: Guardia Imperiale a Parigi Guardia Imperiale a Magonza Artiglieria a piedi Fanteria Totale

12.000 u. 12.000 u. 3.000 u. 47.224 u. 74.224 u.

In più viene chiamata la leva del 1814 (documenti 91-92) per un contingente di 158.141 uomini. I dipartimenti italiani concorrono nella quantità seguente:


519

La coscrizione nei dipartimenti ilaliani de/l'Impero francese

Situazione all'8 aprile 1813 (doc. 91) Dipartimenti Conting.

Appennini Arno Dora Genova Marengo Mediterraneo Montenotte Ombrone Po Roma Sesia Stura Taro Trasimeno

Esercito N2 coscritti partiti restanti

=

450 1.791 878 854 1.229 909

251 272 728 300

660

=

496 1.510 1.428 805 1.512 1.383 710

= 219

= 349

=

190

=

Conting.

Marina N2coscritti partiti restanti

= =

= = = = = =

660

307

=

496 1.291 1.428 456 1.512 1.193 710

= = = = = =

450 1.540 606 126 929 909

275

= = 345

=

275

= = 345

=

= 307

=

= =

= = = =

=

= = = = = =

La ricapitolazione per tutto il territorio dell'Impero fornisce i seguenti risultati: Contingente 146.590 11.551 158.141

Esercito Marina Totale

N2 coscritti partiti restati 46.436 1.107 47.543

100.154 10.444 110.598

La ripartizione fra i dipartimenti dei 74.224 coscritti (la leva fatta su queste classi è di 80.000 ma 5.776 restano in riserva) è per quelli italiani: Dipartimenti N2 uomini N2 uomini che i dipartimenti forniscoda fornire no ciascun corpo e corpi riceventi dell' Armée française Apennini

449

352 di linea 231 a Padova 532 di Linea 218 a Pesaro.


Francesco Frasca

520

Dora

366

84Q di linea 366 a Padova

Genova

799

31 2 Leggero 500 a Navarreins

Marengo

636

53Q di linea 282 a Pesaro 84Q di linea 134 a Padova 922 di linea 220 a Vicenza

Montenotte

582

1Q di linea 291 a Marsiglia 62Q di linea 291 a Marsiglia

Po

820

111 Q di linea 300 a Spira; 11 2 Leggero 300 a Mesel 62 di linea 220 a Roma

Sesia

405

92Q di linea 280 a Vicenza 106Q di linea 364 a Udine

Stura

644

6Q di linea 280 a Roma; 106Q di linea 364 a Udine

Taro

769

Totale

5.473

9Q di linea 500 a Padova 35Q di linea 269 a Padova

Il decreto del 20 gennaio che mette in attivitĂ i coscritti del 1814 nei dipartimenti dell'Impe~o, chiama egualmente i coscritti di questa classe di Roma, e della Toscana e quelli degli anni 1812 & 1813 nelle lT\ 3P & 32~ divisioni militari. Con rapporto a S.M. datato il 29 gennaio 1813, il,quale il direttore generale della coscrizione d 'Hestrel informa che: " ... L' Olanda, la 32~ Divisione militare, la Toscana e Roma reclutano Corpi che sono esclusivemenle composti da Olandesi, d'Amburghesi o di Toscani ... ".

Per ciò che riguarda il corpo toscano: "Bisognerebbe fornire al 1132 reggimento 2.000 uomini, alla cavalleria e ai corpi d"'clile" 1.470 uomini. Totale 3.470. I dipatimenti toscani e


LA coscrizione nei dipartimenti italiani dell'Impero francese

521

romani hanno da fornire un contingente di 5.600 uomini. C'è dunque da impiegare un eccedante di 2.130. Totale uguale a 5.600."

La situazione per l'Impero del numero del totale dei coscritti chiamati al 18 maggio 1813 è la seguente (documento 102): Numero dei coscritti chiamati: deduzione fatta di 9.510 coscritti di cui la leva è sospesa nelle divisioni militari 17!, 291!, 30\ 31! e 32!: 90.490. Esercito 146.570 Leva del 1814 Marina 11.551 Totale 158.141 deduzione fatta di 5.776 coscritti, la cui Leva di 80.000 u. leva è sospesa nelle divisioni militari, 17\ 291!, 30\ 31 ! e 32!!: 7 4.224 TOTALE per l'Impero 322.855.

Leva di 100.000 u.

Numero di uomini incorporati: Leva di 100.000 u. Leva del 1814

Leva di 80.000 Totale

77.495 87 .104 per l'Esercito 3.991 per la Marina 91.095 per il totale 11.915 180.505

Numero di uomini restanti da far partire: Leva di 100.000 u. Leva del 1814

Leva di 80.000 u. Totale

3.505 16.369 per l'Esercito 1.401 per la Marina 10.766 per il totale 26.526 47.800


Francesco Frasca

522

Il numero di uomini che hanno abbandonato il loro distaccamento durante il percorso è per la: Leva di 100.000 u. Leva del 1814 Leva di 80.000 Totale

900 3.368 341 4.609

Per l'anno 1814 sono 14.575 i coscritti dei dipartimenti italiani che vengono domandati (doc. 103). Lo stato dei renitenti restanti da perseguire al 12 giugno 1813 (doc. 107) è il seguente: Divisioni

Dipartimenti

Appennini 28" Amo 29" 27l! Dora 28l! Genova 27l! Marengo 29l! Mediterraneo 281! Montenotte 29l! Ombrone 29l! Po 301! Roma 271! Sesia 27l! Stura 28l! Taro 3Ql! Trasimeno Totale per i dipartimenti italiani Su un totale per l'Impero

Renitenti 144 480 21 407 42 335 198 56 139 429 28 174 280 669 3.402 27.313

Disertori N A N A N A N A N B A

277 643 87 628 232 278 241 146 259 536 46 261 285 116

Totale N N N N N

N N

4.035 45.232

A: "garnisaires" B: autorizzazione domandata per i "garnisaires" N: sembra necessaria l'applicazione di "garnisaires"

371 1.081 108 1.035 274 613 439 204 398 965 74 435 565 785 7.347 75.106


La coscrizione nei dipartimenti iJa/iani dell'Impero francese

523

Ma non basta, con classi 26 agosto 1813 vengono chiamati altri 30.000 uomini delle classi 1812, 1813, 1814, da inviare ai Corpi dell' ArmĂŠe d'Espagne (doc. 122, 123, 124). Nell'ottobre 1813 ancora 285.000 di cui 120.000, con senatoconsulto del giorno 9 (documenti 172 e 176) delle classi 1808, 1809, 1810, 1811, 1812, 1813, 1814 e 120.000 con leva ordinata con classi del 13 ottobre 1813 sulle classsi 1814, 1813, 1812, 1811, 1810, 1809, e 1808 (doc. 171 e 180) portata in seguito a 165.000 uomini (20 novembre). La leva di 120.000 uomini ordinata con senato-consulto del 9 ottobre 1813 sulle classi del 1808, 1809, 1810, 1811, 1812, 1813 e 1814 viene cosĂŹ ripartita fra i dipartimenti italiani (doc. 173): Dipartimenti NQ uomini NQ uomini che i dipartimenti forniscoda fornire no ciascun corpo e corpi riceventi dell"'ArmĂŠe" Appennini

400

Fucilieri della Guardia 5 a Parigi; Giovane Guardia 79 a Magonza 1Q di Linea 162 a Marsiglia; 52 di Linea 160 a Grenoble;

Dora

600

Fucilieri della Guardia 5 a Parigi; Giovane Guardia 158 a Magonza 24Q di Linea 247 a Lione; 792 di Linea 240 a Chambecy.

Genova

400

Fucilieri della Guardia 5 a Parigi; Giovane Guardia 158 a Magonza 16Q di Linea 322 a Tolone

Marengo

500

Fucilieri della Guardia 5 a Parigi; Giovane Guardia 90 a Magonza 62Q di Linea 191 a Marsiglia; 6QQ di Linea 214 a Ginevra.


Francesco Frasca

524

Fucilieri della Guardia 5 a Parigi; Giovane Guardia 73 a Magonza 23Q di Linea 327 a Ginevra;

Montenotte

400

Po

1.200

Sesia

300

Fucilieri d~lla Guardia 5 a Parigi; Giovane Guardia 52 a Magonza 32Q Leggero 93 a Tolone; 622 di Linea 150 a Marsiglia;

Stura

1.000

Fucilieri della Guardia 1O a Parigi; Giovane Guardia 180 a Magonza 8Q Leggero 908 a Ginevra; 32!l Leggero 202 a Tolone; 18Q Leggero 300 a Grenoble.

Taro

300

Fucilieri della Guardia 5 a Parigi; Giovane Guardia 56 a Magonza 11 Q di Linea 239 a Grenoble.

Totale

5.100

Fucilieri della Guardia 1O a Parigi; Giovane Guardia 217 a Magonza 81 Q di Linea 300 a Chambery; 145Q di Linea 340 a Marsiglia; 2!l Art. di marina 333 a Tolone;

La ripartizione fra i dipartimenti dei 165.000 coscritti decreto del 20 novembre (doc. 181), (in principio leva di 120.000 uomini ordinata con decreto del 13 ottobere 1813 sulle classi del 1814, 1813, 1811, 1810, 1809 e 1808) si applica nella seguenti quantitativi per i dipartimenti italiani:


La coscrizione nei dipartimenti italiani dell'Impero francese

525

Dipartimenti N2 uomini N2 uomini che i dipartimenti forniscoda fornire no ciascun corpo e corpi riceventi dell' ArmÊe Française Appennini

1.000

Fucilieri della Guardia Imperiale 5 a Parigi; Giovane Guardia 73 a Metz; 12 di Linea 362 a Montenotte; 52 di Linea 160 a Grenoble 622 di Linea 200 a Marsglia; 1452 di Linea200 a Marsiglia.

Dora

1.100

Fucilieri della Guardia Imperiale 5 a Parigi; Giovane Guardia 108 a Metz; 52 di Linea 175 a Grenoble; 11 2 di Linea 150 a Grenoble; 242 di Linea 247 a Lione; 792 di Linea 240 a Chambery; 182 Leggero 175 a Grenoble.

Dora

1.200

Fucilieri della Guardia Imperiale 5 a Parigi; Giovane Guardia 73 a Magonza 162 di Linea 722 a Tolone; 322 Leggero 400 a.Tolone.

Marengo

1000

Fucilieri della Guardia Imperiale 5 a Parigi; Giovane Guardia 90 a Magonza; 52 di Linea 175 a Grenoble; 11 2 di Linea 150 a Grenoble; 602 di Linea 214 a Ginevra; 622 di Linea 191 a Marsiglia; 182 di Linea 175 a Grenoble.


526

Francesco Frasca

Montenotte

700

Fucilieri della Guardia Imperiale 5 a Parigi; Giovane Guardia 73 a Metz; 162 di Linea 150 a Tolone; 232 di Linea 322 a Ginevra; 322 Leggero 150 a Tolone.

Po

1.700

Fucilieri della Guardia Imperiale 1O a Parigi; Giovane Guardia 217 a Metz; 22 Art. Marina 333 a Tolone; 232 di Linea 150 a Ginevra; 6()!! di Linea 150 a Ginevra; 81 2 di Linea 300 a Chambery; 1452 di Linea 340 a Marsiglia; 82 Leggero 200 Ginevra;

Stura

2.000

Fucilieri della Guardia Imperiale 1O a Parigi; Giovane Guardia 180 a Metz; 232 di Linea 150 a Ginevra; 602 di Linea 300 a Ginevra; 82 Leggero 308 a Ginevra; 182 Leggero 650 a Grenoble; 322 Leggero 202 a Tolone;

Taro

700

Fucilieri della Guardia Imperiale 5 a Parigi; Giovane Guardia 56 a Magonza; 11 2 di Linea 239 a Grenoble; 792 di Linea 200 a Chambery; 81 2 cfi Linea 200 a Chambery.

Dopo la battaglia di Lipsia, viene indetta un'altra leva per 300.000 uomini, da effettuare sulle classi degli anni 1811, 1812,


La coscrizione nei dipartimenti italiani dell'Impero francese

527

1813, 1814, di cui metà da porre al servizio attivo (73). Nella documentazione relativa a questa, non sono riportati i dipartimenti italiani nella situazione dei dipartimenti al 31 dicembre 1813. Si arriva così all'ultima leva domandata ai dipartimenti italiani di 18.984 uomini dei 14 dipartimenti al di là delle Alpi ai sensi del decreto 10 gennaio 1814; un rapporto in data gennaio 1814 contenuto nel dossier 237 oltre a darci l'entità del contingente ci fornisce anche la popolazione:

Dipartimenti Dora Marengo Po Sesia Stura Totale

27l! Divisione Militare (Piemonte) Popolazione Contingente 242.134 1.023 315.313 1.625 406.523 1.658 200.915 892 426.496 1.923 1.591.381

7.121

28ll Divisione Militare (Parma, Genova) Dipartimenti Popolazione Contingente Appennini 222.268 1.010 Genova 395.156 1.643 Montenotte 288.330 1.246 Taro 81.087 1.787 Totale

Dipartimenti Arno Mediterraneo Ombrone Totale

1.287.441

5.686

29ii Divisione Militare (Toscana) Popolazione Contingente 598.560 1.933 314.307 972 162.458 534 1.075.325

73) François Monnier, op. cit., p.460.

3439


Francesco Frasca

528

30" Divisione Militare (Stato Romano) Dipartimenti Popolazione Contingente Roma 587.857 1.768 Trasimeno 291.098 970 Totale

Divisione Militare 27" Totale 28" Totale 29" Totale 30" Totale Totali

878.955

2.738

Totali Popolazione 1.591.381 1.287.441 1.075.325 878.955

Contingente 7.121 5.686 3.349 2.738

4.833.102

18.984

I 18.984 concorrono alla leva del 1815 che domanda un contingente di 78.356 uomini (doc. 256). Viene effettuata per sostituire all 'Armée d 'Italie i 21.000 uomini, che sono stati richiamati in Francia, da destinare alle riserve di Lione, Grenoble, Marsiglia, Tolone, Genova e Savona. Questa leva incontra serie difficoltà. Infatti, da un rapporto dell'l 1 febbraio 1814 (doc. 274) risulta che: " ... Il prefetto di Genova ha espresso inquietudini sui movimenti ai quali questa leva potrebbe dare e sull'impossibilità di reprimerli. S.A.S. il Principe governatore dei dipartimenù al di là delle Alpi è stato pregato di assicurarsi sulla situazione del diparùmento di Genova, dove la leva sarà sospesa se S.A.S. giudica indispensabile. La leva di Toscana è egualmente sospesa per ordine di S.A.S. la Granduchessa"

Yves-Marie Berce nel suo saggio riguardante i reggimenti di renitenti nei dipartimenti italiani ci descrive gli ultimi mesi dell'occupazione francese in Italia: "La decisione dell'evacuazione delle amministrazioni e delle truppe francesi non è provocata da disordini locali, ma dall'avanzata delle truppe di Murat. Le operazioni iniziano alla fine di gennaio, i primi dipartimenti sono quelli


La coscrizione nei dipartimenti italiani de/l'Impero francese

529

del Trasimeno, dove l'ultima colonna parte da Spoleto il 20 e di Roma, dove le ultime reclute vengono incorporate il 19. In Toscana, dove i prefetti hanno rinunciato a chiamare la classe del 1815, il 5 febbraio le truppe francesi ripiegano da Firenze a Lucca e a Pisa, su 2.000 uomini sono 700 i coscritti. A Parma, la guarnigione riesce a far fronte agli attachi, solamente il 7 marzo lasciere la citta ripievando verso ovest. A Genova alla fine del dicembre 1813, si continua a dirigere i coscritti renitenti verso Bastia, poi, dal febbraio 1814, per timore delle navi inglesi, verso Tolone. Convogli di renitenti della classe 1815 sono ancora incorporati nel deposito di Genova fino al 13 aprile 1814. Le operazioni della coscrizione vengono sospese il 19 marzo. Il 21 marzo, marinai genovesi disertano in massa a Tolone. La guarnigione francese abbandona Genova il 21 aprile. In Piemonte alla fine di marzo, si constata che i coscritti del 1815 sono poco numerosi, ma si continua ad inviarli a Chambery e Lione. I Francesi lasciano la città il 27 aprile" (74). Nei documenti ricapitolativi delle situazioni dei dipartimenti alla data 1O febbario 1814 non figurano i dipartimenti italiani in quanto per essi le partenze dei coscritti incominciano il 20 marzo. La leva è sospesa nei dipartimenti degli Appennini, Genova, Taro e nelle 29! e 30! Divisione Militare (doc. 286). Nell'ultima ripartizione fra i dipartimenti di 58.142 coscritti della classe del 1815 non vi figurano i dipartimenti italiani. Si ritene opportuno menzionare in conclusione anche il reclutamento nelle coorti, ovvero nelle truppe ausiliarie. Dal "Repertoire de contròles troupes (Révolution et Empire 1789-1815)" reperibile presso il S. H. A. T. risultano costituite:

74) Yves-Marie Bercé. les régimenJs d'insoumis dans /es départements italiens ( 1803-1814), Rivista italiana di studi napoleonici, Pisa: Giardini ed., 1989, pp. 78-80.


530

Coorte 2i! 82!! 83!! 84!! 85!! 86!!

Francesco Frasca

bando 12 12 12 12 12 12

dipartimenti Roma-Trasimento Dora-Po-Sesia Marengo-Stura Taro-Appennini Genova-Montenotte Arno-Mediterraneo-Ombrone

anno 1812; 1812; 1812; 1812; 1812; 1812.

Prima di partire per la guerra contro la Russia, al fine di lasciare in Francia forze sufficienti per difenderla, Napoleone per mezzo del senato-consulto del 13 Marzo 1812 divide la Guardia nazionale in tre aliquote a seconda delle classi di età: il 12 bando comprendente gli uomini da 20 a 26 anni, che, appartenendo alle sei ultime classi della coscrizione messe in servizio attivo, non sono stati chiamati nell'esercito; il 22 , tutti gli uomini validi dal 262 anno di età fino a quaranta anni; infine l"'arrier-ban" quello dal 402 al 602 anno. Cento coorti, prese dal primo bando, sono messe a disposizione del ministro della Guerra; ma, in realtà, 88 solamente sono levate e organizzate con decreto del 14 marzo. Anche i dipartimenti stranieri forniscono i loro contingenti a queste coorti, che differiscono poco dalla fanteria per ciò che riguarda l'organizzazione militare; questo è il motivo che spinge Napoleone a irreggimentarli. Così, il 12 gennaio 1813, le coorti sono trasformate in reggimenti di fanterie di linea. La situazione italiana è la seguente (cfr. E Fieffé, op. cit., voi.II, pp. 196-198): Ripartizione fra i dipartimenti stranieri e formazione d~l primo bando della Guardia nazionale sulle classi 1807 - 1812 Div. mil. 27!!

249r 82l

dipart. conting. da fornire Dora Po 397 Sesia 242 Marengo 450 Stura 438

I

n2 coorti

83!!

reg. cost

1562 di Linea


LA coscrizione nei dipartimenti italiani dell'Impero francese

Div. mil.

dipart.

conting. da fornire

2811

n2 coorti

531

reg. cost

8411 Appennini 320 1372 di Linea Taro 568 Genova 478 8511 Montenotte 41 O Arno 600 Mediterraneo 217 1372 di Linea Ombrone 171 710 Roma Trasimeno 27 8 La Restaurazione abolisce la coscrizione all'art. 12 della Costituzione del Regno di Francia e il 10 marzo 1818 una nuova legge viene votata sulla coscrizione che limita la chiamata dei contingenti non superiori a 40.000 uomini, con sei anni di ferma, solo in caso di insufficienza dell'arruolamento volontario dell'esercito. È stato calcolato per tutto l'Impero francese più 2 milioni di uomini siano stati chiamati in servizio di leva dal 1800 al 1814, cioé in media il 36% di coloro che potevano prendere servizio e solamente il 7% della popolazione totale, può sembrare molto, ma è poco se confrontato a quanto è stato domandato fra il 1914 e 1919, circa 8 milioni di uomini pari al 20% della popolazione della Francia degli inizi del XX secolo (75).

L I

r

I

Ricapitolazione della coscrizione nei dipartimenti italiani Divisioni militari

anno cli introduzione delle coscrizione

2711 (Piemonte) 2811 (Liguria & Parma) 2911 (Toscana) 3011 (Umbria & Lazio)

1802 1805 1808 1809

* approssimazione per difetto 75) François Monnier, op. cit., p.475.

Tot.aie contingente domandato

80.000 40.000 13.000 10.000

* * (14,700) *


532

Francesco Frasca

Il numero dei disertori, con molta approssimazione è di 10.500 per il Piemonte, 8.400 per la Liguria e il Parmense, 3.700 per la Toscana e 3.500 per l'Umbria e il Lazio.


La coscrizione nei dipartimenti italiani de/l'Impero francese

533

CONCLUSIONI Lo stato dei documenti d'archivio consente di conoscere in maniera quasi completa il gettito coscrizionale fino al 181 O, a partire da tale data, viene a cessare il prezioso lavoro di rendiconto effettuato dai due primi direttori generali della coscrizione Hargenvillers e Lacuée, redattori dei due registri riassuntivi di tutta la coscrizione. Per gli anni successivi la situazione si complica, non esistono registri, o se sono esistiti sono andati perduti, così si è fatto riferimento ai rapporti inviati da Dumas e d 'Hastrel, successori dei primi due alla direzione generale della coscrizione, al1'Imperatore riguardanti lo stato della leva. Il materiale presenta lacune e non consente di sviluppare il tema in modo organico, come è già stato fatto per la situazione anteriore. Tuttavia, basta per far luce, sull'importanza della coscrizione, e sui fenomeni della renitenza e della diserzione. Per ogni leva, gli stati delle ripartizioni dei coscritti per dipartimenti, danno l'idea del prelievo effettuato in quelli italiani, che è notevole ed è lo stesso in proporzione a quello effettuato in Francia. In questo trova applicazione quel principio generale di sfruttamento dei paesi occupati dai francesi e che è stato esposto chiaramente da Napoleone: "la Francia prima di tutto". Un'Italia vassalla, produttrice per la Francia di materie prime e consumatrice dei suoi prodotti finiti, diventà così· anche fornitrice di uomini per le guerre dell'Impero senza ricevere nulla in cambio di esso. Lo strumento militare ubbidisce a una precisa istanza di supremazia della Francia, sull' Europa continentale. L'inquadramento degli stranieri nella Grande Armée diventa quindi una necessità, essendo i nazionali francesi divenuti insufficienti a garantirne gli effettivi. Politica di potenza dettata sopratutto da ragione economica, che vede Napoleone rispondere, alle rimostranze del vicere d'Italia contrariato dall'eccessivo protezionismo francese: "È quindi giusto che, essendo la Francia la più forte sul continente, essa vi faccia trionfare il suo commercio". Tuttavia questa politica economica fallisce. In effetti quale che siano gli sforzi fatti dagli


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eserciti occupanti di vivere sul paese, la guerra anche vittoriosa non riesce mai a ripagare totalmente la guerra. Tutt'al più si limita a compensarne parzialmente i costi. È sul piano politico (espansione territoriale, potenza o semplice gloria) o su quello economico (ricadute industriali), che si situano gli eventuali profitti. Si riscontra una spinta verso l'alto, per ondate successive, degli effettivi, dunque una tensione permanente sul mercato degli uomini, per lungo tempo uno dei più grandi mercati internazionali d'Europa, il più omogeneo nei prezzi, il più standardizzato nella definizione delle quantità disponibili, e anche il più fluido non essendoci imposte sulla circolazione delle persone. L'introduzione della coscrizione consente l'accesso a una mano d'opera facile da formare, praticamente gratuita e di cui si può disporre liberamente alla sola condizione di poterla equipaggiare e mantenere (76). Grazie al coinvolgimento delle masse, viene data una nuova dimensicne ai conflitti in Europa, che diventa l'elemento di rottura nella teoria e nella pratica della guerra. Si assiste al introduzione di valori ideologicinella loro traduzione politica: "Con la leva di massa della Nazione armata, guerra diventa affare di popolo ma di un popolo di 30 milioni di abitanti, che si considerano tutti cittadini dello Stato" (77). Quale profondo stacco dalla mentalità del soldato dell 'Ancien Régime epoca durante la quale le principali motivazioni degli arruolamenti sono la vocazione alle armi, il bisogno e il desiderio di cambiamento. In effetti, in mancanza di vocazione l'ingagqio rappresenta il pane assicurato. In Francia prima della Revoluzione molti giovani si arruolano per spirito d'avventura, o per il desiderio ai sottrarsi alla patria podestà, per fuggire dalle ristrettezze della povera vita del villaggio o alle durezze del mestiere. Alcuni per riparare a qualche scappata di gioventù, altri coste;ti a seguito di azioni delittuose. In questi casi 76) Maurice Aymard, Le cout de la guerre, intervento alla sedicesima settimana di studio "Gli aspetti economici della guerra in Europa, scc XIV/XVID, dell'Istituto Internazionale di Storia Economica "Francesco Datini" di Prato, 1984. 77) Karl von Clausewitz, Della Guerra, Ufficio Storico dello Stato Maggiore del R. Esercito, Roma, 1942. Ed. Mondadori 1970, voi. II, pag. 792.


LA coscrizione nei dipartimenti italiani dell'Impero francese

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giudici e Maréchaussée si mostrano "comprensivi" se i rei decidono di arruolarsi come volontari nei reggimenti dell' Armee Royale (78). Curioso a dirsi ma è elevato numero di orfani riscortrato fra i volontari, soprattutto quelli di madre. Se il decesso del padre spesso richiede la presenza dei giovani maschi in famiglia al fine di assicurarne la sussistenza, quello della madre se seguito dal rimaritarsi del padre è causa del loro allontanamento. In Francia, durante l 'Ancien Regime , gran parte del reclutamento viene effettuato in città e in particolare a Parigi. Le reclute sono spesso gente di passaggio, giovani recatisi invano in città per trovare lavoro. L' Armée royale sembra attirare una notevole parte della popolazione rurale, che emigrata nei centri urbani non riesce ad inserirsi nelle nuove realtà di vita (79). Nella stessa epoca, un discorso a parte deve essere fatto per l'arruolamento degli stranieri. In generale questi servivano in reggimenti costituiti da soldati della stessa nazione, si ha per es. il Royal Italien e il Royal Corse, che inquadrano soldati italiani e corsi. In Francia nel 1789 i reggimenti stranieri contano 30.000 uomini, di cui da 23.000 a 25.000 sono stranieri, cioè 13%-14% dell'effettivo totale dell'esercito, percentuale superata da quelle esistente, alla stessa epoca, negli eserciti inglese e prussiano che oscillano dal 40% in tempo di pace. al 60% in guerra. Ma, alla fine del XVIII secolo il risveglio del sentimento nazionale rende più difficile, in generale, il reclutamento degli stranieri (80). In effetti, il loro numero al servizio della Francia dei primi anni della Rivoluzione scende a 3.000 78) André Corvisier, Problemes du recruJement des armées du X!Ve au XVllle siècles, intervento alla sedicesima settimana di studio "Gli aspetti economici della guerra in Europa, sec. XIV/XVIlI, dell'Istituto Internazionale di Storia Economica "Francesco Datini" di Prato, 1984. Les Armées et la guerre, in "L'Europe à la fin du XVIIIe siècle, Paris: SEDES, 1989, pp. 243-244. Armées et sociétés en Europe dc 1494 à 1789, Paris: Presses Universitaires de France, 1976, pp. 143-149 e 80, 126-127. Dalle milizie mercenarie all'esercito permanente, in Europa moderna. La disgregazione dcli' Ancien Régime, Banca Nazionale del Lavoro, 1990, p. 45. 79) Picrrc Carie, voce Etrangers (régiments) del Dictionnaire de Napoléon, a cura di Jean Tulard, Parigi: 1989, pp. 704-705. 80) Yves-marie Bercé, op. cit., pp. 56-58.


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uomini. Però, in seguito, la situazione cambia. Non sembra che la leva di corpi stranieri sia dovuta a una deliberata politica di Napoleone (75). Appare piuttosto come il fatto di un pragmatismo causato essenzialmente dal bisogno d'aumentare rapidamente gli effettivi: i corpi stranieri costituiti da soldati già addestrati si possono mettere in campagna immediatamente, al contrario dei coscritti, che devono essere istruiti per un certo periodo di tempo. A questo, si aggiungono considerazioni di ordine pubblico: le operazioni di guerra colmano i depositi di prigionieri da mantenere, poiché i trattati di pace, modificando le frontiere o riducendo negli effettivi gli eserciti sconfitti, gettano sulla strada ex-soldati senza mezzi di sussistenza. Alcune cifre: 7 .000 agli inizi del 1806, 24.000 nel 1807, 34.000 il 12 gennaio 1808, 51.000 nel gennaio 1809, 64.000 nell'agosto 1811. A partire da questo momento il reclutamento degli stanieri diminuisce. Due le cause: nel 1811, l'Impero raggiunge il numero massimo di 130 dipartimenti, trasformando in sudditi francesi un numero considerevole di popolazioni. I coscritti dei dipartimenti così annessi, divenuti di diritto cittadini francesi, sono immessi nei reggimenti nazionali dell' Armée. La seconda, è dovuta dalla trasformazione dell'Europa in Stati vassalli aventi armate nazionali, cne concorrono alla formazione dei "corps auxiliairés" della Grande Armée. Così nel 1813 si contano 36.000 uomini. A fronte delle continue defezioni delle truppe straniere Napoleone è costretto a rivedere i principi del loro impiego, la purga che ne segue ne riduce talmente il loro numero che all'atto della prima abdicazione, il 6 aprile 1814, sono rimasti in 10.000, che vengono congedati e rinviatj nei loro paesi d'origine (75). Per ciò che riguarda il reclutamento e l'inquadramento degli italiani dei dipartimenti dell'Impero francese, la coscrizione viene ad applicarsi a territori di Stati italiani, che hanno visto il sorgere di milizie già a partire dal XVII secolo: Piemonte, Venezia, Stati della Chiesa, Napoli, Toscana, Genova, Parma, Modena, Milano. Dunque, il problema per il reclutamento nei dipartimenti italiani annessi all'Impero francese non riguarda l' attittudine alle armi delle popolazioni, a cui esse sono già avez-


La coscrizione nei dipartimenti italiani dell'Impero francese

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ze, ma l'adattamento psicologico a una situazione "innaturale" imposta da ragioni politiche. Gli italiani dei dipartimenti dell 'Impero sono divenuti cittadini francesi, ai quali viene applicata la legge Jourdan sulla coscrizione. Essi si sentono parte della "Grande Nation"? Dallo studio condotto si è visto come il gettito della leva vari con proporzioni considerevoli. Influiscono positivamente o negativamente differenti realtà sociali, politiche e psicologiche dei paesi, differenti posizioni geografiche dei dipartimenti, periodi di stabilità o di incertezza politica. Il dispositivo di inquadramento e di formazione dei coscritti evolve costantemente dal 1803, specializzando e diversificando i mezzi messi in opera. Tutti gli aspetti del recupero dei renitenti vengono minuziosamente regolamentati, i convogli, scortati dalla Gendarmeria, hanno un calendario regolare e seguono itinerari prefissati. L' amministrazione imperiale apporta estrema attenzione alla razionalizzazione del rendimento della coscrizione con l'introduzione nel 1811 dell 'Instruction général sur la conscription. Il meccanismo concepito e effice, e mette in evidenza 1' alta capacità organizzativa raggiunta dall'amministrazione dell' Armée, che si avvale delle menti più brillanti del tempo (81). In Francia la "militarizzazione" degli scienziati iniziata dal generale Lazzaro Carnot durante la Rivoluzione da buoni risultati. I connotati generali della renitenza restano rimarchevolmente stabili sia che si tratti della loro origine sociale o geografica. Il fenomeno è generalmente rurale e limitato nettamente alle zone montagnose, caratterizzate dalle loro difficoltà d'accesso, o alle zone di frontiera, che permette sconfinamenti ai precettati. Sono gli abitanti delle montagne dei cantoni più isolati, che forniscono il più alto tasso di renitenti. Ma oltre ai rifiuti dovuti alle ovvie ragioni di carattere economico, visto che la coscrizione leva braccia all'agricoltura, si riscontrano anche quelli causati dalla opposizione politica al regime francese,

81) G. Fenzi, Brigantaggio e popolare popolare, in La Toscana nell'età rivoluzionaria e napoleonica a cura di Ivan Tognani, Napoli: Edizioni Scientifiche Italiane, 1985,

p.238


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e dal sentimento religioso. Il timore dei coscritti di morire in battaglia privi del conforto dei sacramenti induce Napoleone a reintrodurre nell 'Armee la figura del cappellano militare, già abolito nelle armate della Rivoluzione. Da non trascurare infine anche i fattori riguardanti la "sensibilità" e la "mentalita" rientranti fra motivazioni di carattere pslcologico: paura della morte, orrore per la guerra e per la violenza, il dolore per il distacco dalla terra natia, ecc. Di fronte a questi comportamenti l'atteggiamento delle autorità è oscillante: a volte si ricorre alle amnistie come nel 1806 e nel 1810, o si sceglie la via della repressione, moltiplicano la frequenza e la forza delle colonne mobili di gendarmi. Sono questi i vari fattori determinano l'irregolarità dei flussi di coscritti, che arrivano nei depositi. Come opposizione violenta alla coscrizione, le bande di renitenti e disertori che si danno al brigantaggio costituiscono un fenomeno di natura congiunturale che si sovrappone a una situazione endemica già esistente. Scelta estrema fatta dai coscritti quando tutti gli espedienti per sottrarsi la leva si sono rivelati inutili. I mezzi per combatterlo sono spesso insufficienti considerata la sua virulenza, spesso alimentata dagli agenti delle coalizioni antifrancesi, che non si fanno scrupolo di utilizzare banditi di strada per i loro scopi. Al brigantaggio fa eco la valenza eversiva delle credenze religiose popolari, percepite dalle autorità in termini di fanatismo cieco, che opportunamente manipolato può degenerare in autentica insurrezione: "Furor populi, furor Dei!,". La funzione sociale dei parroci diventa il fondamentale strumento di controllo,da parte del potere, delle masse contadine (77). Queste situazioni riguardano anche, nella stessa, epoca, il Regno d'Italia, come sarà illustrato nello studio pubblicato negli Studi Storico Militari 1992.


GLAUCO LUCHETII - RUGGERO BELOGI IUUSTRAZIONI GIUSEPPE LEONI

ANCONA PIAZZAFORTE DEL REGNO D'ITALIA

La Piazzaforte di Ancona realizzata dopo il 1860 è un esempio importante di intervento del giovane Stato Italiano proteso verso il compimento dell'unità nazionale. Anche se dopo pochi decenni le fortificazioni saranno lasciate in disuso, la progettata organica interdipendenza in un complesso difensivo sia dal mare che da terra, le rendono interessanti oggetti di studio, come modello tipico di apprestamento bellico del secolo. Hanno contribuito alla stesura dell'elaborato per: l'introduzione, la descrizione della Piazza e la conclusione, Glauco Lucchetti; per l'armamento delle opere, i Reparti di stanza e gli stabilimenti militari, Ruggero Belogi. Introduzione

La riconosciuta importanza militare dal punto di vista terrestre-marittimo di Ancona, dopo il completamento dell'unificazione del territorio nazionale, deriva dal fatto che oltre all'essere l'unico porto tra Venezia e Brindisi accessibile alle navi di grosso tonnellaggio, la città permette di costituire uno sbarramento delle comunicazioni che costeggiano il litorale adriatico e di coprire lo sbocco delle strade rotabili e della ferrovia che convergono sulla litoranea alla vicina foce del fiume Esino. È anche la testa della importante linea di difesa avente l'altra estremità in Gaeta e che


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avrà comunque il massimo peso nelle operazioni militari di cui, in entrambi i versanti appenninici, potesse o dovesse essere teatro_ Questo secondo le considerazioni dell'epoca. Nonostante tutto ciò le sue fortificazioni, per quanto esaltate dalla stampa e dagli scrittori contemporanei, secondo il giudizio dei tecnici però piuttosto imperfette, deboli e non completate, non hanno fatto mai della Piazza di Ancona una delle più qualificate. Sotto il profilo difensivo la maggior difesa della città è stata offerta dalla sua posizione naturale. È quindi importante un esame della configurazione del terreno interessato dal quadro strategico e tattico. Il contrafforte compreso tra le valli del Musone e dell'Esino, ai piedi del quale giace la città, si stacca dalla catena dell' Appennino al monte della Penna (sopra Gualdo Tadino) e corre verso il mare sviluppandosi per un centinaio di chilometri in direzione nord-est. Giunto però alla Montagnola volge repentinamente ad est e proseguendo per una decina di chilometri va ad incontrare il mare a monte Mezzaluna (q. 237); qui si divide a fom1a di "T" con due ramificazioni orientate parallelamente alla catena appenninica, della lunghezza di km. 5 circa ciascuna. Il ramo di destra fa capo al monte Conero (q. 522), quello di sinistra si dirige verso monte Pelago (q. 188) dove genera le due propaggini del Guasco, su cui sorge la Cattedrale S. Ciriaco, e dell' Astagno, il noto Capo di Monte, che accolgono Ancona ed il suo porto. La parte iniziale di questa dorsale, aspra e montagnosa con improvvise impennate, si distende poi gradatamente fino ad assumere nel tronco Montagnolo-monte Mezzaluna aspetto decisamente collinoso; in tale zona, quasi ovunque i suoi versanti verso terra sono praticabili e di facile accesso, quelli verso mare invece, in virtù di continue, secolari corrosioni, scendono quasi a picco. Da qui si sviluppa una ampia fascia di alture adiacenti all 'abitato, sulle quali insistono le fortificazioni di prima e seconda linea, sorte dopo il 1860. Ad Ancona confluiscono importanti linee di comunicazione ferroviarie e stradali, oltre naturalmente a quelle marittime.


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L'unica ferrovia che solca la zona è quella litoranea adriatica i cui tratti Rimini-Ancona ed Ancona-Pescara vengono inaugurati rispettivamente 1'11 novembre 1861 ed il 17 maggio 1863. La linea da Falconara lungo il mare giunge ad Ancona alla Stazione, scalo ·abbastanza vasto ed organizzato, prosegue per la valle di Miano attraversando il contrafforte con una galleria in curva di 1.500 metri e scende nuovamente verso il mare per le valli di monte Acuto, della Baraccola e dell 'Aspio. Tale linea, a semplice binario, ha una notevole potenzialità ed importanza strategicocommerciale, specie dopo la realizzazione del collegamento Ancona-Foligno, il 29 aprile 1866, che da Falconara attraversando la valle dell'Esino ed il passo di Fossato, si allaccia alle linee dell'altro versante appenninico della Media Italia. Unico inconveniente è che correndo per quasi tutto il percorso lungo il litorale, è particolarmente esposta alle offese di una flotta nemica. Più ricca è invece la rete stradale e ben sei vie rotabili convergono sulla città. 1. La rotabile di Jg classe da Bologna, che passa per il Piano San Lazzaro e con una diramazione entra in città per il borgo di Porta Pia. 2. la rotabile di 3g classe da S. Maria Nova, per Polverigi, Sappanico, passa fra le due Montagnole al colle Piacevole e poco dopo si biforca: il ramo di destra per il Pinocchio, quello di sinistra per Posatora che poi si congiunge al precedente. 3. La rotabile di Jg classe che da Agugliano sale al colle Lodola, passa nel versante settentrionale del Montagnolo e da Posatora, scende al Piano San Lazzaro. 4. La rotabile di lg classe proveniente dalle province del Sud, che dalle valli dell' Aspio e della Baraccola passa per il Pinocchio e discende al Piano San Lazzaro. 5. La rotabile di 2g classe che da Camerano scende nel vallone di Boranica, tocca gli Angeli, passa per Varano, Tavernelle e per le Grazie giunge al Piano San Lazzaro. 6. La rotabile di 3! classe che da Numana, Sirolo, Poggio, Piè della Croce scende con due diramazioni tra monte Pulito e


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monte Cardeto per accedere alla città attraverso Porta Cavour. La città mostra con evidenza le fasi del suo sviluppo: i due insediamenti nella parte antica sorta sui colli Guasco ed Astagno si sono collegati ed in fasi successive hanno dilagato nella zona pianeggiante scavalcando di volta in volta le mura che venivano edificate a difesa. Pur non rimanendo risolta la controversa questione sui fondatori di Ancona per la contemporanea presenza di più gruppi etnici e l'arrivo di altri che si unirono ai precedenti, tuttavia è stata accertata la presenza di un nucleo piceno insediato sulle pendici del colle Cardeto e nella valle adiacente fino alla base del colle Cappuccini, già nel XIV secolo a. C .. Successivamente sopraggiunsero gruppi Umbro-Pelasgici, Greci,. Sabini e, nel 387 a. C., Sicelioti Siracusani. La presenza greca creò forti legami con il Mediterraneo orientale. Il nome stesso di Ancona, dal greco ancon=gomito che sottolinea la forma del tracciato della costa, è chiara indicazione dell'origine della città. Infatti è certo che dal1' acropoli sul colle Guasco, posizione forte per natura dal lato settentrionale a picco sul mare e resa fortissima con una cinta di mura, nel VI e V secolo a. C. la città greca si estendesse sulle pendici sud-ovest del colle stesso. Quasi inesistenti i resti archeologici, solo pochi tratti di mura di blocchi tufacei nell'interno dell'Istituto Birarelli, però alcune testimonianze di fonte medievale portano a credere che le mura greche partissero dal muro dell'acropoli correndo parallelamente alla costa lungo via della Cisterna, proseguendo per il volto dei Seniori, Piazza Stracca, vicolo dei Tribunali dietro la chiesa del Gesù, Via Birarelli, fino alla sommità di Via Fanti ove era l'unico accesso, porta Cipriana, e volgessero al mare nella valle tra i colli Guasco e Cappuccini. In quest'ultimo tratto alcuni studiosi segnalano la presenza di una porta Superiana per l'accesso all'acropoli da una via a monte lungo la sommità delle rupi, lato protetto naturalmente (tav. A). L'occupazione romana dopo la guerra con i Piceni del 269 e


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268 a. C., accentua l'importanza militare di Ancona che diviene una munita base navale. Il lungo dominio di Roma consolida le strutture della città e determina il suo ingrandimento. Nel 103 d. C. l'imperatore Traiano vi crea un ampio porto fortificato e protetto e gli anconitani riconoscenti gli erigono un arco trionfale, su disegno di Apollodoro da Damasco. Le nuove mura corrono parallele alla costa fino alla chiesa di S. Maria della Piazza, da dove salgono per Via Bernabei e Via Fanti, seguendone l'andamento, per congiungersi alla cinta greca a porta Cipriana (tav. B). Ancona segue le sorti dell'impero romano e della dominazione bizantina. Dopo gli assedi degli Ostrogoti (539) e dei Longobardi (568), nell'VIII secolo Ancona allarga le sue mura, cingendo la china meridionale del Guasco con una mura detta "tagliata". Spesso queste opere sono veri e propri muri di sostegno data la pendenza del terreno e assolvono quindi una duplice funzione. Il limite del nuovo ampliamento segue il ciglio orientale del colle Cappuccini, fino all'arco Ferretti nei pressi della chiesa di S. Pietro, volgendo quindi al mare vicino alla Loggia dei Mercanti. Ma nell'846 i Saraceni espugnano la città apportando estese distruzioni. Si rende quindi evidente la necessità di fortificare il lato mare, scarsamente difeso e si provvede con la costruzione di 18 torri schierate, senza interposte cortine lungo l'arco di costa alla base dei colli Guasco ed Astagno. Anche le mura sono rinforzate e protette da fossati. Dall'878 Ancona pur reggendosi a repubblica, ha riconosciuto la sovranità dello Stato della Chiesa e viene quindi coinvolta nelle sue vicende. Ma l 'efficenza delle sue fortificazioni le permette di resistere agli assedi di Federico Barbarossa (1167) e dell'Arcivescovo di Magonza, Cancelliere dell'Impero, Cristiano di B uch ( 1173) in maniera più che onorevole. Alla fine del secolo XII, la città ha una cinta costituita sul mare da torri staccate che seguono il percorso di Via Saffi e, nel retroterra, mura che iniziando nei pressi della chiesa di S. Maria della Piazza salgono per Via Bernabei alla cui estremità, ove


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apresi l'arco Ferretti, flettono a sinistra parallelamente a Via Scosciacavalli per terminare sulla rupe alla base del Colle Cappuccini (tav. C). L'ampliamento più consistente che determinerà il futuro aspetto della città si verifica però nel XIII secolo. Il lato sul mare viene chiuso da una cortina sulla linea delle torri; sul fronte di terra le mura attraversano la valle all'altezza della parte alta della piazza del Plebiscito, allacciandosi alla porta S. Pietro (già chiamata arco Ferretti e più nota con la denominazione popolare di arco di Garola) riedificata in severo aspetto dal Maestro Filippo nel 1221. Il collegamento con gli insediamenti sull'Astagno non è però completo e le mura salgono solo fino alla chiesa di S. Francesco ad Alto, che rimane esclusa, e ridiscendono per il ciglio della rupe collegandosi al fronte di mare nei pressi della chiesa di S. Agostino. Vicino alla chiesa di S. Biagio, prima di proseguire per via ad Alto, viene aperta la porta S. Giovanni e innanzi alla chiesa di S. Agostino, la porta di S. Giacomo (tav. D). La città guelfa ed indipendente accresce i suoi fiorenti commerci e di conseguenza la favorevole situazione economica le permette ulteriori sviluppi urbanistici ed il sorgere di sontuosi edifici. Il colle Cappuccini ed una fascia più ampia della valle Pannocchiara vengono inglobati nel nucleo urbano che raggiunge la vetta dell 'Astagno. Tutto il fronte delle mura si allarga, seguendo Via Belvedere, Via Goito, scende a Piazza Roma, ove è inalzata Porta Calamo (1329), sale via Torrioni, abbraccia la chiesa di S. Francesco ad Alto, si estende sull' Astagno fino a Porta Capodimonte (1335) che rappresenterà il principale accesso ~d Ancona fino al 1787, quando sarà aperta la strada lungo il litorale. Dall 'Astagno le mura discendono con un'ampia curva all'altezza della batteria Dorica e si congiungono alla precedente cinta presso la chiesa di S. Agostino. L'accesso dal lato mare avviene attraverso numerose portelle (tav. E). È di questo periodo la costruzione di un importante opera sul colle Cappuccini, la Rocca di S. Cataldo, iniziata dai Malatesta nel 1348 in terra e legname, trasformata dall' Albomoz in una fortezza di grande rilievo tecnico ed artisti-


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co, ritenuta dagli anconitani un mezzo di oppressione e per tale motivo espugnata e distrutta a furor di popolo nel 1383. Dal tracciato del XIV secolo, salvo il concretamento dei fronti con le rettifiche, le integrazioni ed i perfezionamenti dovuti all'evoluzione dell'architettura militare ed al miglioramento urbanistico e viario, fino alla seconda metà del XIX secolo non si sono verificati ulteriori ampliamenti. La cinta pontificia segue il percorso già indicato fino alla Cittadella, costruita nel '500, che ristabilisce il dominio dello Stato della Chiesa sulla città, e di qui, dopo porta Capodimonte, scende a porta Pia e si collega al fronte di mare (tav. F). In questo lungo periodo molte opere difensive sono state realizzate. Sono edificate anche alcune importanti costruzioni totalmente o parzialmente destinate ad uso militare che meritano di essere segnalate a parte. Tra queste emerge la Cittadella del Sangallo sulla sommità del colle Astagno, iniziata nel 1532, opera di architettura militare di grande rilievo anche per il suo impiego politico di controllo della città. Segue quasi immediatamente l'integrazione di tale fortezza nel 1542 con un Campo Trincerato su progetto del Paciotto, che completa la funzione della Cittadella, proteggendola da sud e da est. Altre notevoli istallazioni difensive sono create sul fronte di mare. Il Fontana nel 1562 costruisce i due baluardi di S. Agostino e di S. Lucia alla base del colle Astagno a difesa dell'imboccatura del porto. A breve distanza dal baluardo di S. Lucia, per risolvere un grave problema sanitario, sorge in mare nel 1733, su disegno del Vanvitelli, il Lazzaretto, che è anche munito verso il porto di un baluardo a nove cannoniere a fior d'acqua. Dalla parte opposta del porto, il Marchionni prolunga il molo nord e lo fortifica nel 1774 con una batteria sulla quale innalza la torre della Lanterna. In effetti dal XIII secolo le opere di difesa della città non sono state mai seriamente impegnate. È solo verso la fine del XVIII secolo che la situazione caratterizzata da un'alternanza di occupazioni straniere e dal succedersi di domini e governi, coinvolge il sistema difensivo.


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Quattro occupazioni francesi, tre austriache, il Regno d'Italia Napoleonico, il Regno delle due Sicilie, i moti insurrezionali del 1820 e del 1831, la Repubblica Romana, interrompono e riallacciano il dominio Pontificio prima dell'annessione al Regno di Vittorio Emanuele. Dopo l'occupazione francese del 1797 le strutture difensive, certo non ottime, non sono potenziate come la situazione avrebbe richiesto anche se Napoleone aveva disposto la costruzione di un'opera permanente sul colle Cappuccini e suggerito di fortificare il Gardetto ed il colle S. Stefano, come decide di fare con ritardo il gen. Monnier nel 1799. Dal lato mare la città è difesa dalla batteria in barbetta della Lanterna, dai baluardi di S. Agostino e S. Lucia, e dalla muraglia che chiude tutto l'arco del porto. Il fronte di terra a est è costituito da una cinta non terrapienata, ad eccezione di alcuni bastioni nel tratto fra il forte dei Cappuccini e la cittadella. A sud la protezione è rappresentata dal Campo Trincerato e dalla mura che congiunge la porta di Capodimonte alla porta di Francia (ex porta Pia). Le opere sono ben lungi dall'essere adeguate alle esigenze dell'epoca e le carenze si rivelano nell'assedio del 1799 quando, nonostante i lavori campali effettuati al Cardeto, innanzi alle porte Calamo, Farina e di Francia tipo trincee e barricate ed al Montagnolo, il gen. Monnier deve infine arrendersi. Gli austriaci riparano le opere danneggiate, ma in seguito alla battaglia di Marengo (14 giugno 18.00) la città è nuovamente ceduta ai francesi che dopo 17 mesi la restituiscono al Legato Pontificio. Nel 1805 i francesi ritornano improvvisamente ed iniziano subito a rinforzare le difese. Questa attenzione verso le fortificazioni cresce durante il Regno d'Italia del Principe Eugenio, anche per il pericolo rappresentato dalle scorrerie della flotta inglese che applica un rigido blocco alle coste. È questo il motivo della costruzione a Portonovo del forte bastionato con caserma ed a Grottino di Posatora di altro fortino a protezione dell'imboccatura del porto.


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Nel 1812 sono munite di ponte levatoio porta Pia, la lunetta S. Stefano ormai riconosciuta opera indispensabile di difesa, la lunetta Spirito Santo innanzi. la tenaglia del Campo Trincerato e la porta Calamo. L'anno successivo si verifica l'occupazione delle forze napoletane di Gioacchino Murat che, oltre al ripristino della Cittadella danneggiata dal cannoneggiamento, provvede ad un riordino delle fortificazioni ed in particolare del Montagnolo. Ma il sogno dell'unità italiana vagheggiato da Murat svanisce a Tolentino; con la vittoria dell'l giugno 1815 gli austriaci conquistano anche Anco.na e poco dopo iniziano la demolizione dei forti; sono fatti saltare la lunetta S. Stefano, la lunetta Spirito Santo, i forti di monte Cardeto e dei Cappuccini, gli angoli del Campo Trincerato, il Cavaliere a basso della Cittadella. Il 25 luglio la città è riconsegnata al Governo Pontificio ed il Pontefice Pio VII fa sospendere le demolizioni. Ma solo nel 1821 iniziano i restauri delle opere danneggiate. Ormai però le idee liberali divulgate dai francesi e le cospirazioni carbonare importate dai napoletani, hanno trovato proseliti nelle Marche ed Ancona paga alla causa della libertà il suo tributo di sangue nel 1820 e undici anni dopo quando vi si ricoverano i sollevati delle Romagne, che dopo aver occupato la Cittadella, sono costretti poi a far vela verso l'esilio. Intanto la città è in continua apprensione di cadere nuovamente sotto gli austriaci che scorrazzano per le Marche. Il 22 febbraio 1832 invece con una improvvisa operazione di sbarco i francesi occupano Ancona e si dedicano subito a rafforzare le difese migliorando la vecchia cinta; ricostruiscono alcune opere ed aggiungono trinceramenti a monte Pulito ed a monte Pelago. Solo nel 1838 i francesi lasciano Ancona. Nella sua visita alla città nel settembre 1844 il Pontefice Gregorio XVI ordina di rimettere in efficenza la Cittadella e la costruzione del nuovo bastione che prende il nome di Gregoriano. Durante la Repubblica Romana del 1849 la situazione difensiva non riscontra varianti notevoli anche per il disegno del col. Livio Zambeccari di tenere, per la scarsezza delle truppe, solo le


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posizioni racchiuse nella cinta. Perciò la resistenza viene effettuata utilizzando le strutture esistenti sul fronte di terra, proprio aderenti all'abitato; più efficiente è invece il fronte di mare. Infatti la cortina difensiva, lambita dalle acque del porto, è protetta da opere staccate e da appostamenti di artiglieria da porta Pia al forte di monte Marano. Tra questi due estremi si susseguono il baluardo di S. Lucia, la Batteria Dorica, i baluardi di S. Agostino e S. Primiano, la batteria Molo, i fortini della Darsena . Punti avanzati da ambo le parti il Lazzaretto e la Lanterna la cui batteria, già scoperta, è ora sistemata in casamatta su due ordini di fuoco di cui solo il superiore in barbetta. Dopo 25 giorni di assedio, il 19 giugno gli austriaci entrano in città ed alzando la bandiera pontificia sulla Cittadella iniziano un'occupazione che durerà dieci anni. In questo lungo periodo eseguono lavori alle fortificazioni della piazza di notevole entità: riparano infatti la Cittadella, il Campo Trincerato, la lunetta S. Stefano, la batteria S. Lucia, quella della Lanterna, i Forti dei Cappuccini e di monte Cardeto. La guarnigione di 2.000 uomini è accantonata al Lazzaretto. Il 4 giugno 1859 finalmente gli austriaci escono dalla fortezza dirigendosi alla volta di Senigallia. Con il ritorno delle truppe pontificie nessuna variazione notevole si verifica nelle fortificazioni ad eccezione di qualche apprestamento predisposto dal gen. Lamoricière in vista dell'avanzata dell'esercì to sardo. Vengono rinforzate le opere avanzate su monte Pelago, monte Pulito e sullo Scrima. A Pietralacroce sull'Altavilla è costruita una trincea per avamposti con funzione di osservatorio. Le opere tuttavia rimangono inidonee al compito difensivo: le lunette di monte Pelago e monte Pulito sono costituite da un semplice parapetto in terra senza alcuna difesa alla gola e senza ricoveri, la lunetta dello Scrima è debolissima sia per la sua struttura campale, sia per essere in posizione insostenibile se non protetta dal Montagnolo. Nessun cambiamento nella cinta nella quale manca ancora quasi ovunque -la strada coperta. Inoltre gli spalti e tutta la zona esterna sono occupati da giardini, siepi, vigne ed in qualche parte addirittura da case.


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Neppure dal lato mare viene migliorato lo stato esistente; si aggiunge solamente, arretrata rispetto al molo, la batteria della Sanità per proteggere la difesa interna del molo ed il rovescio della Lanterna; al centro del fronte di mare è abbattuto il complesso edilizio fra il palazzo Trionfi e quello dell'Appannaggio creando un varco (denominato poi scalo Lamoricière) per l'istallazione di due pezzi a difesa dell'imboccatura del porto e per facilitare il passaggio delle artiglierie. Queste le difese che si accingono ad opporsi nel settembre 1860 all'esercito del Re di Sardegna. Sono giorni di attesa e di ,ansia, ma anche di entusiasmo e certezza quelli che vive Ancona. "I cittadini festanti dai balconi e il popolo accorso dalle vicine città e borgate facendo corona sulle alture circostanti applaudivano il valore dell'esercito italiano ed uscirono in un urlo di gioia allo scoppio della polveriera ed al ruinare della Lanterna, che per poco coprì la città di una nube". La battaglia di Castelfidardo è già segnata sul libro della Storia; il generale Lamoricière è asserragliato nella Cittadella, senza speranza alcuna, tanto che il 29 settembre scende a patti ed il giorno successivo le truppe del generale Cialdini entrano in Ancona; è la libertà dopo 328 anni di dominio pontificio. Gli eventi incalzano a ritmo frenetico. Già si prepara la visita del Re di Sardegna, fissata al 3 ottobre. Illustrazioni, racconti e le cronache dei primi numeri del quotidiano Il Corriere delle Marche, testimoniano la solenne ed entusiastica accoglienza fatta da Ancona a Vittorio Emanuele IL Archi trionfali, trofei, bandiere tricolori e tanta gente. Il centro di Ancona nel 1860 era stretto verso est dalle vecchie mura bastionate che dal Forte Cappuccini, scendendo per la via ora detta del Liceo, attraversando l'odierna Piazza Roma, risalivano Via Torrioni congiungendosi al campo trincerato. Fuori delle porte che si aprivano su tali mura poche costruzioni degne di rilievo e molte casupole costituivano i borghi Farina e Calamo dai nomi delle Porte medesime.


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Uno dei primi atti del Consiglio Municipale Anconitano è quello di decretare 1' ampliamento e l'abbellimento della città. L'ampliamento si era reso palese già negli studi dell'ing. Bevilacqua del 1845 e nel progetto del conte Godeardo Bonarelli che nel 1847, oltre a proporre una galleria tra il Piano S. Lazzaro e la Piana degli orti, realizzata solo dopo un secolo, indica la nuova Cinta: "a una muraglia che partendo dall'angolo del Campo Trincerato formasse poi la Porta di S. Stefano ed abbracciando il Forte della Lunetta discendesse fino all'apertura della Porta Mastai e rimontasse a congiungersi al Forte di Monte Cardeto". Una volta tanto le aspirazioni locali coincidono con le esigenze militari, almeno a questo riguardo. Si può anzi dire che quasi le previene un provvedimento che tende ad attenuare il peso delle conseguenze di trasformazione della città in Piazzaforte. Fin dal 5 novembre 1860 con Decreto n. 350 il Commissario Generale Straordinario nelle Provincie delle Marche, Lorenzo Valerio (1), concedeva gratuitamente "in piena proprietà al Comune di Ancona il terreno già fossa militare, situato fuori delle mura in adiacenza delle Porte Farina e Calamo, della superficie di mq. 58.354 descritto nel quadro dimostrativo del cav. Cesare Serra ing. capo del Genio Civile del 16 ottobre p. p. e nel tipo a quello annesso, il cui valore complessivo secondo la stima del predetto ingegnere era di lire italiane 50.242 e centesimi 95, sotto le seguenti condizioni: 1) che il detto terreno sia entro un decennio edificato nella sua totalità, eccettuata solo la parte necessaria per le strade, ovvero ridotto a pubblico giardino". (omissis) , Ed appena due giorni dopo, il 7 novembre con Decreto n. 361 venivano dichiarate opere di pubblica utilità "le fortificazioni da costruirsi a difesa della Piazza di Ancona tanto dal lato di terra che di mare nelle Regioni di Montagnolo, Torre d'Ago, AltaVilla e Pelago, nei terreni attigui alla Batteria Dorica presso la Porta Pia ed in quelle occorrenti per l'ampliazione del recinto della città". Veniva dato così il via al rapporto della Commissione specia-


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le presieduta dal Luogotenente gen. comm. Menabrea (2) in data 7 ottobre 1860 ed a quanto proposto dalla Commissione di difesa nominata il 16 successivo, presieduta dal col. di Artiglieria Battista Spano e composta dal cap. vasc. Pompeo Provana del Sabbione, dal luogoten. col. del Genio Angelo Caprilli, dal magg. del Genio Vittorio Carlo Morand e dall'ing. Cesare Serra. Infatti il nuovo Stato Italiano confinante a Nord col basso Po dovevasi preparare alla difesa degli Appennini dal Sasso Simone alla Cattolica. Quindi il bisogno di sostenere la Piazza di Ancona, accessibile dal mare, con fortilizi che di poi s'innalzarono a difesa del Porto e della costa e sulle principali alture dei suoi dintorni. Si credette allora di renderla più formidabile, conducendo una cinta militare continua fra il Cardetto, la Lunetta S. Stefano e il Campo Trincerato; chè per questa aggiunta Ancona era dichiarata Piazzaforte di prim'ordine e colpita dal rigore delle servitù militari. (3)

Le opere militari decise già nei giorni della visita di Vittorio Emanuele II, procedono con alacrità e di pari passo con quelle civili pressoché coincidenti, e già nel 1867 Ancona si presenta nella nuova veste. È tutto un fervore di attività in cui il Municipio gareggia con il Governo e sorgono teatri e stabilimenti balneari, viene istallata l'illuminazione pubblica a gas e sono incrementate le industrie. Certo la realtà di una Piazzaforte "atta a contenere un cinquantamila uomini" (4) come riporta Michele Maroni in Guida di Ancona nel 1884, non è elemento trascurabile nell'avvenire e nella wita sociale della città che fino dagli antichissimi tempi fu creduta base di ogni operazione strategica nella penisola e Tito Livio stesso la definisce cardine delle operazioni navali in Adriatico. (5) Non è quindi un avvenire sereno e pacifico.che sembra prospettarsi agli Anconitani già provati da molteplici occupazioni ed avvicendamenti di truppe straniere. Ma intanto la città si sviluppa, il Porto è in piena attività e si prevede gli sia riservata una sorte splendida poiché "dalla sua posizione geografica sembrava non soltanto destinato alla difesa


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nazionale, ma chiamato altresì alla ampliazione degli scambi mondiali per il Canale di Suez, che si stava a que' giorni costruendo.( ... ). Il naviglio anconitano si componeva di ben 104 navi della capacità di 19.250 tonnellate già nel 1860". (6) Tale favorevole situazione economica favorisce una brillante attività sociale e teatri e circoli sono fiorenti. Il Casino Dorico ha acquistato un bel titolo di benemerenze e prestigio con la festa data in onore di Vittorio Emanuele II la sera del 7 ottobre, festa solenne e brillante ove gusto ed eleganza hanno gareggiato per la eccezionale occasione. E subito dopo rinnovando lo Statuto, la Presidenza ammette al Casino Dorico, Soci onorari di diritto, gli Ufficiali Superiori dell'Armata di terra e di mare sino al grado di Maggiore incluso. Gli altri Ufficiali vengono ammessi purché vestano I'uniforme. (7) Quindi gli Anconitani accolgono con gentile ospitalità e rispetto i militari che si accingono a presidiare la Piazza ed il nuovo Esercito diviene parte integrante della popolazione locale che seguiterà anche in seguito ad essere affettuosamente legata alla presenza delle truppe di stanza. Alcuni episodi dolorosi, ampliamente pubblicizzati e per lo più mossi da sollecitazioni esterne, non hanno incrinato tale sentimento. La Piazzaforte di Ancona ha riconoscimento ufficiale dai 1861 al 1899. Un periodo travagliato e complesso, sia sotto l'aspetto politico che quello militare. 11 Regno d'Italia, proclamato il 15 marzo 1861, si dibatte nelle difficoltà conseguenti al suo rapido espandersi e non sono sufficienti gli entusiasmi del momento a sopperire alle impellenti, molteplici esigenze create dalla nuova situazione che le nazioni europee non sembrano accettare di buon grado. Ma il Governo non intende far ristagnare 1'opera iniziata e da ogni segno appare chiaro che tutto lo sforzo nazionale è teso verso l'unità completa del territorio italiano: questo si avverte nelle caute mosse politiche e nella preparazione militare. La liberazione delle Marche ha messo Ancona in primo pia-


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no. La breve resistenza del gen. Lamoricière nella cittadella ha dato un crisma guerriero alla città che ha visto sulle alture circostanti i pontifici contendere invano il passo allo slancio inarrestahile degli attaccanti. Ancona è divenuta così la fortezza avanzata del Regno di Sardegna che sta unificando 1'Italia. I lavori di fortificazione iniziano immediatamente dopo il passaggio delle consegne degli impianti, stabilimenti, magazzini militari da parte delle truppe pontificie, come contemplato nell'art. 2 della "Convenzione sulla capitolazione di Ancona" sottoscritta il 29 settembre alla villa Favorita sotto Castro, dai Commissari Pontifici cav. Mauri e rnarch. Lepri, aiutante di campo, e dai Commissari Sardi magg. di S. M., De Sonnaz e Bertolè Viale. Infatti il Decreto n. 34 del Commissario di Governo Lorenzo Valerio, in data 8 ottobre 1860 stabilisce che: "Considerato essere urgente di provvedere al riordino delle fortificazioni della Piazza di Ancona; all'ampliamento del recinto della città; al miglioramento del porto e dei relativi stabilimenti per i bisogni della marina militare e mercantile; Visto il rapporto della Commissione Speciale presieduta dal Luogotenente Gen. e Comandante Superiore del Genio, comm. Menabrea; in virtù dei poteri conferitigli col R. D. 12/9/1860 DECRETA Art. 1. Sarà immediatamente posto mano ai lavori necessari sulle basi della predetta commissione; Art. 2. A tale effetto è intanto stanziata nell'esercizio dell'anno corrente la somma di un milione di lire italiane; Art. 3. Con Decreto successivo sarà provveduto allo stanziamento della somma necessaria a misura del procedere dei lavori; Art. 4. Sarà istituito un servizio tecnico speciale per i lavori di cui nel presente Decreto." Il previdente Stato Maggiore non si illude di poter dormire sugli allori, anche perché deve risolvere a favore del Re la situazione creata dalla rapida avanzata di Garibaldi nel meridione d'Italia.


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Cialdini infatti scende verso Gaeta ed è necessario aspettarsi un eventuale attacco alle spalle partente dalle forti posizioni del quadrilatero, base dell'esercito dell'Imperatore d'Austria. Ancona deve quindi divenire solida fortezza terrestre, ma anche potente difesa dal mare per contenere la flotta nemica nell 'Adriatico. La Piazzaforte di Ancona rappresenta in quel momento la difesa del Corridoio di passaggio fra il territorio italiano del nord e quello del sud. Tanto più nece~saria perché nello stesso periodo l'Austria, completate le fortificazioni della Piazzaforte di Verona, progettata dal gen. von Scholl e realizzata tra il 1833 ed il 1859, ha iniziato il perfezionamento e l'integrazione delle opere a seguito dell'avvento.,delle artiglierie a canna rigata, con una nuova cerchia difensiva costruita dal col. del Genio Andreas Tunkler proprio tra il 1860 ed il 1866. (8) Eguale sorte sembra accomunare queste due Piazzeforti: mai investite dal nemico, subiranno il degrado del tempo e la manomissione del!' uomo per rivivere solo nelle memorie degli studiosi. Intanto il Regno delle Due Sicilie si è completamente dissolto; anche le ultime resistenze per quanto tenaci vengono a cessare: il 13 febbraio 1861 cade la fortezza di Gaeta, il 13 marzo capitola la cittadella di Messina ed infine il 20 successivo a Civitella del Tronto è ammainata l'ultima bandiera borbonica. Rimangono sul suolo nazionale, potenziali nemici per Ancona, la guarnigione straniera di Roma e l'esercito austriaco nel Veneto. Le opere militari di Ancona che dopo il rapido inizio sono eseguite con priorità assoluta, proseguono alacremente nonostante varie difficoltà di natura locale sulla base degli studi approntati, si può affermare, di pari passo con l'avanzata vittoriosa. Anche la Giunta Parlamentare nella seduta del 13 febbraio 1862 insiste sulla proposta di fortificare e provvedere quella Piazza sempre di grande importanza e sottolinea il pericolo di operazioni di sbarco che fossero tentate sul litorale.


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I vecchi concetti su cui si basavano le fortificazioni permanenti sembrano però superati e idee nuove vengono dibattute sia negli ambienti militari, sia in quelli politici. In attesa delle decisioni finali, i lavori per il completamento della Piazza di Ancona stanno assumendo una forma ben definita. Sono opere imponenti. Interminabili file di carri portano dagli approdi la pietra proveniente dal Conero per le fondazioni ed i muri di sostegno o fanno la spola dalle fornaci dell'intera regione per approvvigionare l'enorme quantità di mattoni occorrenti per le casematte (9), i muri di scarpa (1 O) e controscarpa, le caserme. Anche l'acqua per gli impasti, mancando un acquedotto, viene trasportata con botti su carri. Migliaia di operai scavano i fossati e li ricoprono, creando i rampari (11), le gallerie. Un Corpo di Ufficiali del Genio Militare dirige con competenza l'esecuzione dei lavori che è rapida, ma curata in ogni particolare. Sostengono tale impegno Governi a cui spesso partecipano alti ufficiali, quali il gen. La Marmora, il gen. Fanti ed il gen. Menabrea, proprio il promotore delle opere di difesa di Ancona, come Comandante Superiore del Genio, e tali presenze assicurano indirettamente il compimento dei lavori anche in mezzo alle difficoltà finanziarie ed alle opposizioni parlamentari. Nella seduta delle Camera del 13 febbraio 1862, l'on. Bixio, eletto nella circoscrizione di Ancona, sollecita con la sua impetuosa eloquenza (12) oltre alle opere sul fronte terrestre, anche lavori di fortificazione e potenziamento del Porto: "Che cosa farete voi quando una flotta nemica ci minacciasse davvero e proteggesse degli sbarchi sulla costa adriatica? (... )Che cosa avete fatto voi per riuscire a tenere solidamente Ancona, per mostrare che questa Piazza non è solo una fortezza, ma è una testa di ponte nell'Adriatico? ( ... ) Quando le fortificazioni a cui si dà mano alacremente saranno compiute, bisognerà tenervi almeno una guarnigione di 50.000 uomini. Ora, se queste fortificazioni e questi uomini devono garantire il porto, certo è che se ne comprende il bisogno, altrimenti non si saprebbe il perché di tanto spreco di uomini e di denaro". Alla pressante interpellanza dell'on. Bixio, l'on. Menabrea,


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Ministro dei lavori Pubblici, risponde: "Rispetto al porto di Ancona si è studiato al modo di ampliarlo sicché potesse servire sì alla marina mercantile che alla militare, e non creda l'on. Bixio che quando il Governo si accingeva a fare di Ancona una fortezza di prim'ordine, dimenticasse la marina militare, mentre egli sapeva bene che l'ultimo crollo, per così dire, dato a quella fortezza lo fu dalla nostra flotta. In conseguenza non poteva sfuggire anche alla mente più ristretta, che pure dal lato del mare la città deve acquistare una importanza assai maggiore di quella che non avesse per lo addietro. ( ... )So che tutto il disegno per i lavori di Ancona non è ancora svolto, so che vi è allo studio un bel progetto (13) che comprende anche la costruzione di alcuni bacini di carenaggio. ( ... ) Vi sono altre idee sulla difesa e provvedimenti pel porto di Ancona che io credo inutile di esporre alla Camera, perché appunto sarebbe un entrare in quel sistema di cose che si sapranno un giorno, ma che non conviene di svelare attualmente". . È evidente la cura nell'evitare di tenere un contegno provocatorio verso l'Austria che pur rimane 1'obiettivo primario da battere. Non è così cauto però l'on. Depretis che nello stesso dibattito caldeggia la tesi dell'on. Bixio con motivazioni precise: "L'importanza del porto di Ancona ognuno di noi la vede, se considera che essa è una testa di ponte dalla quale devesi uscire e valere in una guerra contro l,'.Austria". (14) Queste istanze però non raccolgono molti consensi e i lavori portuali ad Ancona rimangono per lo più nelle intenzioni anche se la sua particolare posizione viene messa nuovamente in luce nella Relazione del luogotenente gen. conte Menabrea intor,no alla difesa della 3~ zona territoriale dello Stato -15 novembre 1865 (15); che comprende un piano difensivo sulla linea degli Appennini per proteggere la Toscana in generale e la nuova capitale Firenze in particolare. Ancona vi è cltata come il fulcro della difesa marittima contrapposto alla potente base austriaca di Pola, per ostacolare possibili operazioni di sbarco sul litorale a sud di Rimini e manovre di aggiramento dell'intera linea difensiva. È ev1dente che l'idea del completamento dell'unità nazionale


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rimane sempre viva ed essendo finito il tempo dei moti insurrezionali, l'unica via appare quella della manovra politica, appoggiata su una solida base militare. In questo quadro si inserisce nel 1866 l'alleanza con la Prussia in funzione antiaustriaca. L'Italia è percorsa da un fremito di passione. Già da tempo i volontari hanno risposto all'appello. Da Ancona il 23 maggio è comunicato: Da ier l'altro quando furono aperti i ruoli, fino a tutt'oggi, sono 450 i volontari dichiarati abili fra i presentatisi. Altri 100 ne partirono oggi. Ancona è anche il luogo di raccolta delle squadre di battaglia della flotta al comando dell'ammiraglio conte Carlo Pellion di Persano e si prepara a divenire la base delle azioni sul mare. Questi sei anni della città nel Regno d'Italia, si sono svolti in un clima di soddisfazione ed ottimismo. I lavori delle fortificazioni e delle altre opere civili richiedono numerosa mano d'opera. Il Cantiere viene attrezzato per il rimodernamento e la riparazione delle navi. In genere "la presenza di rilevanti forze militari impresse alla città un intenso ritmo di vita che servì in qualche modo a coprire il disagio economico che era stato causato dalla diminuzione dei traffici. L'essere poi divenuto centro, non solo di una più vasta provincia, ma della intera Regione, serviva a lusingare l'orgoglio di quanti avevano lottato per abbattere le vecchie istituzioni". (16) Frequenti visite di Sovrani e Principi sono un riconoscimento dell'importanza raggiunta dalla città ed è in questo quadro ottimistico che Ancona vede l'inizio della guerra contro l'Austria nel 1866.


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Note introduzione

(1) Nato a Torino nel 1810, proveniente dall'industria e dal giornalismo è deputato nel 1848. Nel 1860 prefetto di Como accetta la nomina a Commissario Straordinario per le Marche ove dimostra eccezionale abilità. Senatore nel 1862, nel 1865 è prefetto a Messina ove muore. (2) Generale, scienziato ed uomo politico nato a Chambéry nel 1809. Laureato in ingegneria a Torino entra nel Genio Militare divenendo insegnante ali' Accademia Militare per 10 anni. Parlamentare nel 1848, torna successivamente all'attività militare nel 1859 e come Comandante del Genio partecipa agli assedi di Ancona, Capua e Gaeta. Senatore diviene Ministro della Marina nel 1861, poi Ministro dei LL. PP. dal '62 al '64. È a capo del Governo nel 1867. Tre anni dopo è inviato in missioni all'estero, poi è ambasciatore a Londra e a Parigi. Autore di numerose opere tecniche e militari, muore a Chambéry nel 1896. (3) G. BBVII..ACQUA, Ancona descritta nella storia e nei sui monumenJi, Ancona 1870, p. 149. (4) M. MARONI, Guida di Ancona, Ancona 1884, p. 223. (5) Trro LMo, Ab urbe condita XLI-1.2. "adversus lllyriorum classem creati duumviri navales erant, qui tuendae viginti navibus maris superi orae Anconam velut cardinem haberant" per operazioni che si svolgevano tra Aquileia e Taranto. Tale concetto è ribadito su una lapide sul baluardo presso la Porta Marina; "Innocentius decimus, Anconam ltaliae cardinem, novis excitatis moenibus contra barbaros munivit, anno salutis nostrae MDCXXXXVIL" (6) G. BRUZlO, Il porto di Ancona, Bologna 1898, pp. 18-19. (7) G. PALEANI, Il Casino Dorico Anconitano, Ancona 1921, p. 193. Fondato nel 1806 il Casino Dorico accolse nelle sue sale Regnanti e Principi a cominciare da Eugenio Napoleone, vicerè d'Italia e insigni personalità, rimanendo in periodi difficili un centro di fervente patriottismo oltre che di attività culturali e promotore di splendide feste, "trattenimenti e banchetti, animati dello spirito del social divertimento". (8) V:'JACOBACCI, La Piazzaforte di Verona sotto la dominazione austriaca 18141866, Verona 1980, p. 96. (9) Locale chiuso di una fortificazione con una o più cannoniere o con feritoie, con copertura a prova di proiettile. (10) Il muro interno del fossato mentre quello verso l'esterno dicesi controscarpa. I passaggi ricavati dietro tali muri sono definiti gallerie e servono alla difesa dal nemico penetrato nel fossato. (11) Massa coprente di un'opera di fortificazione, che va dal piazzale interno che trovasi a livello del terreno naturale, fino alla base della scarpa del fosso. (12) Il dibattito è riportato in A..BLIA, Ancona porto militare, Roma, 1880, pp. 10-11. (13) Progetto dell'ing. Serra di un bacino di carenaggio della lunghezza di m. 130, il più grande d'Italia da costruirsi fra la barriera e lo squero. (14) L'on. Agostino Depretis convinto di tale importanza, divenuto nel 1866 Ministro della Marina, venne appositamente in Ancona· per indurre l' amm. Persano, reticente, ad attaccare la flotta austriaca, azione che si concluse con la battaglia di Lissa.


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(15) Fascicolo litografato, Torino 1865, p. 99 - Capitolo: "Toscana. Litorale da Genova al Capo Argentario. Appennino dal Colle dei Giovi al monte Maggiore sul Metauro e litorale adriatico da Rimini a Cattolica", che ipotizzando uno sbarco a Rimini dalla flotta austriaca partente da Pola prospetta un intervento navale dalla base di Ancona. (16) M. NATALUCCI, Ancona attraverso i secoli, CittĂ di Castello, 1960, voi. ID, p. 312


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LA PIAZZAFORTE DI 1! CLASSE

COSTRUZIONE - La ricerca di documenti sulla costruzione delle fortificazioni è stata estesa da Ancona a Bologna, sede dei Comandi del Genio Militare, a Roma, Firenze e Torino, le Capitali del Regno, solo in questa ultima città, ove il Ministero della Guerra ebbe sede fino al 1867, è stato possibile reperire uno sparuto gruppo di fascicoli interessanti gli anni 1861-63, presso l' Archivio di Stato ove tali documenti in forza di uno specifico D. L. vennero versati sotto la voce "Contratti fortificazioni Ancona". In effetti Contratti veri e propri non se ne sono reperiti; solo lettere di trasmissione documenti, relazioni e rapporti con Imprese edili, preventivi e bandi di appalto che permettono però di ricostruire con precisione l'andamento dei lavori nel periodo sopracitato. Certo è che appena espugnata la Piazza di Ancona,il Ministro della Guerra gen. Manfredo Fanti (1) ordinò al Genio Militare di procedere urgentemente al restauro dei forti esistenti ed alle nuove costruzioni occorrenti per assicurare in modo provvisorio la Piazza da un possibile attacco dal lato di mare, e di studiare intanto le fortificazioni da erigersi a difesa della medesima dalla parte di terra. I lavori provvisori per la difesa fronte mare vennero sollecitamente intrapresi ed eseguiti, stante la somma urgenza, con procedimenti eccezionali ed ai primi di marzo 1861, cioè solo cinque mesi dopo la liberazione della città, erano da considerarsi ultimati. Questo è espresso nella "Relazione a S. E. il sig. Ministro" redatta dal Capo Divisione Tecnica Genio-Stato Maggiore, n. 4 in data 14 marzo 1861, oggetto: Appalto dei lavori da eseguirsi nella Piazza di Ancona per la nuova fortificazione.


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La relazione conferma inoltre che "gli studi per la difesa dal lato di terra furono pure spinti con molta attività e già fu all'E. V. presentato il piano generale che Le piacque di approvare definitivamente colle disposizioni fatte sotto la data 28 febbraio; si stanno ora compiendo gli studi particolareggiati di ciascheduna opera, i quali per alcune di esse sono già ultimati.( ... )". In un così breve lasso di tempo dunque era stato redatto, in parte elaborato nei particolari, ed approvato il piano di difesa della Piazza. La citata Relazione ha lo scopo di richiedere l'autorizzazione all'appalto dei lavori, suggerendone le modalità, onde non frapporre soluzioni di continuità fra la presentazione dei progetti definitivi e l'esperimento dell'appalto. La lunga precisa Relazione illustra il vantaggio di procedere all'appalto dei lavori per mezzo di pubblico incanto o licitazione privata invitando Ditte già conosciute per capacità e per avere realizzato importanti opere per 1' Amministrazione Militare, oppure Ditte che facendo domanda di partecipare alla gara siano state riconosciute idonee dagli Uffici del Genio Militare. Si propone inoltre: - che l'appalto non venga frazionato fra più Imprese, ma commissionato ad una sola Ditta; - che a base dell'appalto stesso sia posto un elenco prezzi e non un computo metrico, il che ha "il vantaggio essenziale di facilitare la contabilizzazione, di consentire, senza approvazione da parte dell'Impresa, tutte quelle variazioni che nel corso dei lavori possono manifestarsi necessarie e di allontanare tutti quegli appigli che gli Impresari non mancano di far valere in loro vantaggio quando alcuni degli articoli o per variazioni introdotte dopo la compilazione del calcolo o anche talvolta per difetto di primativa calcolazione, eccedono la tolleranza in più o in meno che d'ordinario suole essere fissata ad un decimo del rispettivo loro ammontare, bastando nel- · l'impresa ad elenco che l'ammontare complessivo di essa non ecceda i limiti prescritti dai veglianti regolamenti per tutti i lavori del Genio Militare e specialmente per i lavori di fortifi-


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cazione per i quali non si somministrano i disegni ali' appaltatore, sia per prudenza, sia per poter determinare a mano a mano del procedere dei lavori secondo meglio l'arte fortificatoria può consigliare in seguito a più minuti studi della località." Il Consiglio di Stato, interpellato per il suo parere per ordine del Mi.nistro Fanti, si esprime favorevolmente alla licitazione priV{lta, con titubanza all'accollo delle opere ingentissime (oltre 4 milioni di lire) ad una sola Impresa a meno che non sia proprio indispensabile e conferma la possibilità di utilizzare un elenco generale prezzi pur nel rispetto delle norme. Ritiene anche opportuno aggiungere all'elenco delle fortificazioni Torre d'Ago ed i due Montagnolo. La licitazione privata è tenuta il 28 marzo 1861 sulla base di L 4.400.000.= ed i lavori sono affidato all'Impresa Bolla Gianpietro di Torino, il quale successivamente e cioè il 3 settembre firma anche altro contratto per l'ampliamento del Porto. Ma il Bolla, pur dando inizialmente prova di grande alacrità, comincia presto a trovarsi in difficoltà per la durezza del terreno incontrato e per l'approvvigionamento della pietra da costruzione. Evidentemente l'impresario piemontese aveva fatto una errata valutazione non conoscendo la durissima argilla anconetana e non tenendo conto delle difficoltà di trasporto per i pesanti carichi di pietra sia da parte di mare che di terra. Invia quindi ripetute richieste in data 28 novembre e 3 dicembre 1861 per ottenere nuovo prezzo per lo scavo in roccia viva nei fossati della Lunetta Umberto e nella Batteria Marrano ~erroneamente chiamata talvolta "Mazzano"), contabilizzata invece dal Genio Militare come roccia tenera; sollecita anche la concessione di sostituire nelle murature la pietra del Conero, da trasportare durante l'inverno con gran difficoltà su .barche, con pietra da estrarsi dal Colle del Trave presso Monte Acuto. Seguono da parte della Direzione lavori numerose contestazioni per lo scarso impiego di mano d'opera, ma i lavori procedono a rilento sebbene il Comitato del Genio Militare prenda atto


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delle difficoltà ed approvi le richieste del Bolla. Infatti con Deliberazione n. 631 del 26 dicembre 1861 il Comitato aderisce alla richiesta "ritenendo incontestabili le difficoltà di un tragitto di 12 Km. per mare in questa stagione da Monte Conero alla Punta Mazzano (sic) dovendo essere fatto con piccole barche, perché il profondo non permette di avvicinarsi alla spiaggia presso la cava; considerato che la pietra calcarea la quale si rinviene nelle vicinanze di Monte Acuto nella località detta del Trave è di qualità sufficentemente buona e resiste ad una pressione non minore di quella di Monte Conero; sul riflesso che la medesima deve venire impiegata in muratura rivestita di mattoni e che pertanto non troverassi esposta all'azione atmosferica, alla corrosione delle acque salmastre ed all'urto delle onde del mare; considerando ancora che l'impiego di siffatta pietra permetterà all'Impresa di sviluppare la voluta attività nella costruzione della Batteria Mazzano (sic) che in caso contrario soffrirebbe dannoso ritardo; considerato in ordine al prezzo che se la cava del Trave trovasi ad una distanza dalla città minore di Km. 4 di quella del Conero, devesi nullameno avvertire che il trasporto della pietra deve essere fatto per istrade a ripida pendenza e molto cattive e che per tale circostanza il costo della pietra che trattasi di sostituire, non risulta inferiore a quella del Conero". Il Bolla non pago di essersi accollato un così imponente lotto di opere governative, cerca anche lavori di carattere civile e si offre al Comune per aprire la via nova (il futuro Corso Vittorio Emanuele) a prezzi vantaggiosi. assicurando anche alloggio agli abitanti delle case da demolire. In tale occasione il Bolla è descritto dalla stampa locale (2) come solerte e perito nonché di inappuntabile solvibilità. In effetti tali qualità gli permettono non solo di impegnarsi alla costruzione dei 50 alloggi necessari, ma di garantirne l'agibilità dopo un mese dalla loro realizzazione. (3) L'instancabile Bolla riesce ad ottenere infine la costruzione della cinta provvisoria per eliminare i gravi inconvenienti della barriera daziaria posta ancora lungo la vecchia cinta pontificia che taglia ormai in due la città.


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L'opera del Bolla dimostra in questo caso la sua inappuntabile amministrazione, l'alacrità dei suoi dipendenti e secondo il giudizio del cronista, egli è il più distinto e solerte fra tutti gli imprenditori che oggi conta l'Italia. (4) Ciò non ostante se i cittadini gli sono grati per aver risolto rapidamente un loro grave problema, non altrettanto soddisfatti del Bolla sono gli ambienti militari per quanto riguarda l' andamento dei lavori delle fortificazioni. Infatti a poco servono i richiami e le facilitazioni e 1'11 settembre 1862 il direttore del Genio Militare di Ancona relaziona esaurientemente al Ministero sulla lentezza con cui l'Impresa conduce i lavori. Ingiunzioni successive fatte anche tramite la Prefettura, non hanno risultati concreti e lo stesso direttore tecnico -e rappresentante in Ancona dell'Impresa Bolla, ing. Mario Donegani, nel dicembre 1862 se ne dissocia. La situazione diviene così critica che nel marzo 1863, il Bolla chiede ed ottiene di poter far subentrare nell'appalto come esecutore dei lavori a tutti gli effetti, Angelo Padovani banchiere, noto per le vaste imprese governative in Bologna. A quest'epoca l'Impresa Bolla ha già eseguito la costruzione del Forte Marano, dei Magazzini fuori Porta Calamo, l'Ospedale Militare e la nuova Piazza d'Armi. Non sono opere da poco, ma realizzazioni considerevoli sia per il breve tempo impiegato (2 anni), sia per le difficoltà incontrate. A parte l'Ospedale Militare Divisionale, ricavato nell'ex Convento degli Zoccolanti dividendo nella sua altezza la Chiesa adiacente con la creazione di due grandi sale con 350 letti, la grandiosa costruzione del Forte Marrano testimonia l'impegno dell'Impresa. "Anche i due Magazzini fuori Porta Calamo costruiti entro uno stesso recinto sono opere notevoli. In uno sono stati posti numerosi cannoni da 24 e 40 rigati destinati ai forti quando saranno finiti, l'altro accoglierà i carriaggi ed il materiale di mobilitazione. Il piano superiore dei magazzini con i suoi vasti locali è invece destinato ad accantonamento delle truppe." (5)


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Il Bolla ha contemporaneamente iniziato la Lunetta Umberto. il Forte Scrima, la nuova Cinta fra il Cardeto, la Lunetta S. Stefano ed il Campo Trincerato. Il Padovani si impegna con termini precisi a consegnare ultimati: - la Lunetta Umberto per il 31 luglio 1863; - la nuova Cinta per il 30 maggio 1864; - il Forte Scrima per il 30 settembre 1863; - il Forte Altavilla nel termine di 1Omesi dalla data della consegna dei lavori. Veramente eccezionale l'impegno assunto e realizzabile solo con un massiccio impiego di mano d'opera e con un ben organizzato afflusso di materiale. Se ne rendono conto sia le Autorità che l'opinione pubblica, come si legge sul Corriere delle Marche del 29 maggio 1863: "Ci viene assicurato che il Ministro dei LL. PP. gen. conte Menabrea, nella sua venuta in Ancona, abbia dato ordini più pressanti perché i lavori del Porto procedano alla massima alacrità e vengano riparati gli sconci derivati dalla cessata Impresa". Sono evidenti i ripensamenti sugli enfatici giudizi espressi in precedenza sul Bolla ed appare anzi che l'articolista calchi la mano: "Il sig. Padovani doveva sormontare vari ostacoli prima di poter conferire un impulso vigoroso all'andamento della sua Impresa. La giornata degli operai venne debitamente regolarizzata entro i limiti delle oneste esigenze, rimessi i tanti abusi per lo innanzi introdottisi, abusi non tollerabili da una saggia Impresa che sappia e voglia condurre a termine gli assunti impegni. Se non siamo male informati i salari rimasero quali erano, ma si pretese il lavoro corrispondente. La vertenza per le cave del Conero venne pure appianata. I mezzi di trasporto sia dal lato di mare che di terra vennero regolarizzati con equità e giustizia, smettendo da una parte quello spirito di coazione e consorteria col quale tentavasi di far pressione all'Impresa e da questa, largheggiando sì, ma vigorosamente e rigorosamente esigendo, l'adempimento e la regolarità del lavoro".


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Affiorano qui i motivi del difficoltoso andamento dei lavori, intuendosi da parte dell'appaltatore un tentativo di sfruttamento della mano d'opera per una maggior produttività, forse non concepibile negli usi locali, e nello stesso tempo una resistenza organizzata contro l'impresario forestiero da parte dei trasportatori tesi a ricavare il massimo frutto dalla eccezionale occasione. Anche per il nuovo Impresario le cose sono rese difficili dalle condizioni meteorologiche ed infatti il 3 marzo 1864 i lavori sono in lieve ritardo sul programma. Infatti il solerte cronista sul Corriere delle Marche segnala che "i lavori governativi assunti dal sig. Padovani stanno per essere riattivati. Certo è che se non viene la buona stagione che rende praticabili le strade pel trasporto dei materiali, non basterà il buon volere dell'Impresa. Il Forte Scrima, il più avanzato di tutti, dicesi che potrebbe essere armato quanto prima ed il Forte Pelago (6) ugualmente. Attese le contingenze di una guerra più o meno prossima, questi due forti potranno rendere assai utili servigi alla difesa di questa Piazza. Chiunque ha potuto osservarli, gli ha giudicati degni del genio italiano, che sempre, ma specialmente in questi ultimi anni, ha dato prove incontestabili della sua non comune perizia." Dall'andamento delle costruzioni, dai rapporti fra direzione lavori e appaltatore, dai documenti ritrovati, è anche evidente la corretta applicazione delle disposizioni che regolavano la progettazione, l'appalto e la esecuzione delle opere dello Stato, che proprio in quel periodo avrebbero ricevuto con la Legge 20 marzo 1865 n. 2248 una normativa che in linea di massima è quella seguita fino ai nostri giorni. L'esame dei computi metrici estimativi di alcune opere permette di avere un quadro esatto sia delle quantità che della qualità dei materiali impiegati nei lavori. Le quantità più notevoli riguardano i laterizi e la pietra. I laterizi, quasi tutti mattoni ordinari, risultano con piccole differenze nelle dimensioni a seconda delle fornaci da cui provenivano. Costituiscono le volte e rivestono le grosse murature di pietrame; opportunamente lavorati ad arte negli archi, i pavimen-


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ti, le volte a piccolo raggio, nelle scale, nelle feritoie in idonee sagomature o cuneiformi. In genere i mattoni impiegati dimostrano la loro ottima resistenza. È pur vero che all'interno dei fossati l'azione del vento è minore che non alla superficie, però l'umidità ristagna maggiormente e quindi si nota che i mattoni sono stati scelti con cura e sono come il Capitolato prescrive mattoni d' acqua dolce, certo meticolosamente controllati prima della loro posa in opera che è stata eseguita con la massima precisione. I laterizi sono ben cotti e di colore chiaro giallognolo. Alcuni di essi di colore tendente al rosso per la prevalenza di ferro nel1'argilla, sono stati usati per creare motivi ornamentali: portale della Lunetta (8) Umberto, facciata del Forte Altavilla, fasce e archi al Forte Scrima. Poiché tale colore è molto vivo, ma non tale da qualificare il l~terizio ferrigno o ferriolo, per eccesso di cottura, quindi da scartare, viene confermato il parere positivo sul prodotto impiegato. la enorme quantità di mattoni posti in opera proveniva dalle fornaci della regione ed anche da zone limitrofe dell'Umbria. La pietra è stata usata nella costruzione dei muri contro terra e solo nei locali interni è in vista, mentre gli unici esempi di muratura non rivestita di un paramento di mattoni all'esterno, sono la capponiera (9) del Forte Pezzotti ed i locali dell'Altavilla. Tale pietra proviene dalle cave di Monte Conero, in particolare dalla cava dei Soliti (Comune di Sirolo) e dal colle del Trave nei pressi di Monte Acuto; pietra bianca calcarea di discreta resistenza al gelo. Pietra d'Istria dei Borioni invece è impiegata in parti decorative lavorate a superficie piana o curva a mezza martellina per soglie, gargoglie e grondaie e coperti di muri e a granafina per cornicioni, bugne e altri ornamenti delle porte. Unico esempio dell'impiego del tufo per le murature in questo periodo si riscontra, secondo testimonianze di anziani del luogo, nel Forte Montagnolo Torre, per la vicinanza di cave di tale materiale che è anche molto impiegato in quella zona nelle costruzioni rurali. In precedenza il tufo era stato usato nelle opere


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militari, allorquando Napoleone voleva fortificare Ancona. Difatti nella convenzione di una Impresa per opere murarie sul monte Cardeto, nel Campo Trincerato (10), Colle S. Stefano, da eseguire negli anni 1810-1812 si prescriveva che "la pietra per le volte e i paramenti esterni fosse estratta all'intorno del Montagnolo e fosse della migliore qualità: spogliata fino al vivo e ripulita; ch'ella fosse tutta di una mostra e qualità ed avesse almeno dai m. 0,35 ad 1 m. di coda, fosse collocata alternativamente cioè un letto nel senso della sua lunghezza e l'altro in larghezza, fosse bene squadrata sulle facce di maniera che le connessioni riuscissero ben unite e ben serrate e in quelle e su le facce visibili fossero scalpellate". (11) Pietra di Pesaro (probabilmente di Cagli) è stata prescritta per selciati, rampe, strade e cunette. Come leganti sono indicati la pozzolana e la calce di Macerata. È pure previsto ferro opportunamente forgiato e lavorato alla lima per inferriate, cancelli, cardini e catene, mentre corda di ottone e ottone lavorato si utilizzeranno per i parafulmini di protezione dei locali per la polvere. L'impiego del legname consiste nella quercia in tronchi per ponti, nel larice per porte, finestre, tavolati per i ponti di cui sopra, nell'abete per le impalcature ed i tavolati nei Corpi di Guardia e nei Magazzini a polvere. Domina nella costruzione la struttura muraria ad archi e volte. Queste coprono le interminabili casematte ed i vari locali. Le pareti a grosso spessore sono realizzate con la parte interna di pietrame in scapoli e rivestimento di mattoni sulle due facce come si vede nei bastioni (12) del Forte Scrima. I muri di sostegno controterra sono a struttura mista, in genere di tipo listato cioè con strati di pietrame cui si alternano a distanza verticale di circa 80 cm. da asse ad asse, corsi sottili di muratura laterizia, le cinture. Tali muri sono curvi con la convessità verso terra nelle casematte, mentre sono a gradoni di spessore decrescente verso l'alto nella parte interrata dei muri di controscarpa. Le volte sono in genere di unico tipo, a botte o cilindriche. Le


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volte degli ingressi dei forti per lo più hanno la linea direttrice che segue l'andamento dei piedritti; in alcuni casi è in curva (volta anulare) per evitare i tiri d'infilata. Anche i vani scale di accesso alle gallerie sono coperti da volte a botte in forte pendenza con mattoni posti a spina di pesce. Corridoi e casematte hanno pure volte dello stesso tipo con le direttrici parallele ai muri esterni. Particolari difficoltà negli angoli sono superate con vera maestria (Lunetta Umberto). La copertura di alcuni corpi di fabbrica sono in travi di quercia e tavoloni (Porta S. Stefano); in questi casi i solai sottotetto sono ricoperti da uno spesso strato di terra in funzione antiproiettile. I tipi di costruzione elencati devono avere avuto come supporto un preciso lavoro di carpenteria che, per la sua entità, fa supporre la presenza di numerosi abili operai probabilmente provenienti anche dai cantieri navali. Planimetricamente il corpo di Piazza presenta forma romboidale, di cui due lati costituiscono il fronte di mare e gli altri due verso terra sono protetti da una duplice serie di forti staccati disposti a semicerchio. Questi ultimi, avvicinandosi alla costa, divengono sempre più consistenti nelle strutture e nell'armamento. La Cinta e i Forti di 2;i linea sono costruiti con le strutture murarie descritte, mentre i Forti di 11! linea sono quasi interamente realizzati in terra e questa è stata la causa principale della loro scomparsa. Per la completa agibilità delle nuove costruzioni 11 Governo provvede con R. D. del 20 novembre 1864 a determinare il numero e fissare la larghezza delle zone da sottoporre a servitù militare da applicarsi alle proprietà fondiarie in vicinanza delle opere di fortificazione della Piazza secondo un piano approvato dal Genio Militare con Deliberazione n. 1686 del 28 settembre 1864. L'esame delle fortificazioni verrà riferito al periodo 1885/ 1890 dato che in questi anni si è detem1inata una situazione di stasi nella strntturazione delle opere e nell'armamento che in precedenza è stato invece soggetto a numerose modifiche. La descrizione di ogni singola opera è preceduta, quando ne-


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cessario, da notizie sugli avvenimenti che si sono verificati nella posizione a partire dal 1797, allo scopo di evidenziarne l'importanza militare. In tale anno infatti la cittĂ viene occupata dai Francesi e riceve la visita di Napoleone che intuisce subito la sua importanza strategica ed indica la linea della cinta di difesa che sarĂ realizzata dopo quasi 70 anni. (13)


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Note "La Piazzaforte di l' eia~" (1) Nato a Carpi nel 1808, cospirò nel '31 con Ciro Menotti. Esule in Francia e poi in Spagna combauè con i carlisti. Nel ' 48 fu nominato maggior generale dal governo lombardo; nel 1854 prese parte alla guerra di Crimea e divenne generale di divisione nel 1859. Comandò l'esercito per la liberazione delle Marche e fu Capo di S. M. Rivestì le cariche di deputato, senatore e Ministro. Morì a Firenze nel 1865. (2) "Corriere delle Marche" del 27.2.. 1862. (3) lbid. dell'l.6.1862 (4) lbid. del 3.6.1862. (5) lbid. del 10.4.1863. (6) Trattasi del Forte Umberto che sorge sul monte Pelago. (7) Provenivano da fornaci quasi tutte ancora a fuoco intermittente. Anche la formatura dei maltoni è a mano e si può calcolare che un operaio con 3 aiutanti può produrre in una giornata fino a 5/6.000 mattoni. (8) Opera addizionale esterna costituita da un saliente e da due fianchi, aperta alla gola, posta di solito innanzi ai bastioni sul prolungamento delle capitali. Anche opera isolata a forma di punta di lancia. (9) Opera addizionale di una fortificazione per la difesa del fossato. Può essere aderente alla scarpa o staccata e in genere circondata da un ulteriore piccolo fosso detto diamante. Può essere ad uno o due ordini di fucilieri e contenere anche piccole artigliene. (10) È una piazzaforte costituita da una cinta continua o da una linea di opere staccate ad adeguata distanza dal nucleo da. difendere; distanza che dipende dalla gittata delle artiglierie. (11) F. DE Bos1s, Il Montagnolo, studi ed osservazioni, in "Annali della Società Agraria Jesina" voi. 15, Jesi 1860. (12) Sono attuati sulla metà del XV sec. dopo un graduale passaggio dalle torri merlate, in conseguenza dell'invenzione delle armi da fuoco. Infatti tale fortificazione permette l'altenuazione dell'efficacia del proietto con la parete inclinata e il fiancheg giamento radente con i pezzi traditori dei fianchi casamattati. L'insieme del bastione o baluardo e della cortina, costituisce il fronte bastionato. (13) P. GrANGIACOMI, Storia di Ancona, Ancona 1923, p. 155. "Bonaparte passeggiando lungo il Molo con il console di Spagna Andrea Radovani (che doveva perdere in seguito i due gemelli, Carlo e Giorgio di 27 anni, morti nella campagna di Russia) gli disse: Voi vedrete, cittadino console, quel che io farò di questa città".


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1- Carta morfologica tra i fiumi Esino e Musone.

2- Veduta della cittĂ di Ancona nel secolo XIX.


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, 4 _ TavolaB.. 3 Arco di TraĂŹano.

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Planimetria del centro storico, 1939.


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Tavola C: 4 Porta S. Cataldo; 5 Porta S. Antonio; 6Porta S. Pietro; 7 TorriDifensive; 8Torre del Catalano; 9 Torre del Gamba; 10 Il "Fanò".

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Tavola D: 11 Rocca S. Cataldo; 12 Porta S. Giovanni; 13 Porta S. Giacono; 14 Rocca S. Caterina.


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Tavola E: 15 Porta Farina; 16 Porta Calamo; 17 Porta Capodimonte; 18 Rivellino S. Ago~'!ino; 19 Cavaliere S. Primiano; 20 Il "Gran ll:L,1ardo".

9- Tavola F: 21 Baluardo del Cassero; 22BaluardoS.Pietro; 23 Cavaliere la Muccia; 24 Campo trincerato; 25 Cittadella; 26 Baluardo del Lau.aretto; 27 Baluardo S. Lucia; 28 Baluardo S. Agostino; 29 Baluardo del Correggio; 30 Cavaliere dcli' Arsenale; 31 Cavaliere e cortina del Guasco.


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10- Tavola G: 32 Forte Cardeto; 33 Nuova cinta bastionata; 34 Lunetta S. Stefano; 35 Lunetta S. Stefano; 36 Lunetta Spirito Santo; 37 Porta Pia; 38 Cannoniera del Lazzaretto; 39 Batterie Doriche; 40 Forte della Lanterna.

11- Il porto nel 1820.


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12- Attacco a Monte Pelago il 26 settembre 1860-

13 - Scoppio della Batteria della Lanterna il 29 settembre 1860


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Decreto N 3(i·/. lN :-i0.\11~ U I : iU.\ '.\IAESTÀ

JL RE VlTTOIU.O EJL\NUELE Jl lL GOY J.mNA'J.'OJ\I': DELLA PHOV l;\ ClA

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Consiùcrant!o essere u r;;cntc ,li por m,rno co11 lui la la solleciL11Jinc alle opere ,li <lifcs,1 dcli.i Piazza <li Ancona tanto dal lato di mare che cli terra; Considero ndo essere perciò necessario tli or·, i,,rc ad 05ni inc;i;;lio che v~ni;sc fr;, pposto all'occu pazione dcll';i rc;i necessaria per lo impiarHo del le opere stesse; V is to il Decreto del l\cgio ( ommis»ù·i o Genr.r;ilc S1ra ordinario in data 8 Otlohrc l 860, co11 cui vicuc i11t;111!<> stanziala sull'esercizio 1cll 'a1rno corrente per tali opere di fortificnionc lo som n1a di uo :ri ilionc cli lire J1 ,,l i,11w; Visto il rapporto ,lclla Comm issiouc speciale prcsicd 111<1 cl;,I Luogo1c11c11ti, Gcner;i lc Co1>1111c11 tlatorc Mcna brea in ,lata 7 Ouohrc 18GU, e , ull., pl'llpost;r della Comm issio11c <li di fesa 11omin;1l;1 pc:r decreto 111i11islcrial c I G Ouohn, I l:,liO, la <1u;ilc è presied uta ,!al Si:;-. Cav. lìio. J1'1llis1:1Spauu Cu· louncllo di Arli;,111:ri:l , e co ni l'CJsla tlci S ii 11uri Ca,·. l'o 1Hpcu Pronua del S:rhl,i,1 11c C;ipitauo cli V.isc:ello , C;iv. .I 115<!10 C:rpril li Luo:;01c11 c11tc Colonnello del Ce11io: C;iv. Vi uo,·iu Carlo ~lorand )fo,;:;i1ll'C t!1•I (;,:nio, Cav. Cesare Scrr:r {ugeguerc c;ipo ,lei porl i e spi;i 0gic;

DECRETA Articolo -t. Sono dichiarale opere di j11ili1à pulrblica le for1ifica1.io ui da coslrui,·si a difesa dcli:, 1)i:Ìua <li Anco na lan lo da l lnto di lct'l'a che di m;11·e, nelle r.cgioni ùi Montagnolo, Torre ,!',\go, Alta- Villa e Pcl,,30, nÙi lètTcui attigui all:r Ballcir-ia Dorica pn!sso 1(1 l'orta l'ia cd in qu elle occorren ti per .J'ampliazionc del recinto della Ciu,'t. Anicolo 2 . Stante l 'ur,;cnzn di tali opere nell'i nteresse della difesa della Pi,,,.zn , si procederà ,1lla comp ilazione ùellc lcstirnoni.i li cl i sb to 1lr,0li imn1ohili da occuparsi, sia cl~fìn iLivamenlc, sia 1c1>1por:ll'iam c,;l1}·, in contradditorio dei p1·oprietari o dei pc:ri1 i da essi rispe11ivarncn1c nominali, secondo ì, necessario, per fissare <p1indi d'accordo le i11<lc11ni1,, a ciascuno dovu te, e siuosto cffclluala tale comiii lazionc si a<ld iverr/l all 'cffctlivn oe.cupazionc degli inunob.i li .. Il presence Decreto s,>r(t inserto nel Coi.,.ie,rc 1.lr.lle Narche, e ncll;, lhccolta ullì cialc <lcgli olli del· He5io Commissario Generale St,·aordinario, maotla11closi a ch i111H111c spcua di ossr.r,·arlo e cli forlo osservare. Da to in Ancona 7 no,·ctnbre 1SGO.

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14- 11 Decreto che dichiara le fortificazioni opere di pubblica utilità.

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15 - Piano della Pia1.zaforte.

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SERVIZIO DEL GENIO MILITARE

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16 - Stime dei lavori di due opere. Frontespizi degli elaborati.


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CONGEGNO PU. TRASPORTO V&RTICALE OEllE TrRRE

17 - Sistema di realizzazione dei terrapieni.

18 - Arco con intradosso elicoidale per apertura del cancello (S.Stefano).

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19 - Motivi decorativi con mattoni rossi (Altavilla).

20 - Feritorie per fucilieri: a sinistra doppia posizione per maggior angolo di tiro.


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FRONTE DI MARE

FRONTE DI MARE - Le difese disposte dal Governo Italiano si articolano su due fronti: quello marittimo e quello terrestre. Il fronte di mare ha lo scopo di proteggere la zona del porto e di impedire eventuali sbarchi sulla costa a monte della città. Si suddivide in due settori distinti, cioè quello a nord-est corrispondente alla costa inaccessibile verso il Conero, e quello a nordovest che segue le banchine portuali e si estende ad un tratto di spiaggia verso Falconara. Il compito della difesa è assunto da batterie, in genere in barbetta (1), nel primo settore così distribuite: - Batteria S. Giuseppe Superiore a ridosso del Cardeto; - Batteria S. Giuseppe Inferiore; - Batteria S. Teresa Alta sulla spianata dei Cappuccini; - Batteria S. Teresa Bassa; - Batteria Semaforo (ex Telegrafo); - Batteria S. Luigi; - Batteria S. Augusto; - Forte Marano. L'obiettivo di queste artiglierie consiste nel battere le acque a nord e di rovescio alla città che da quella parte potrebbe essere bombardata per l'insellatura giacente fra i monti Cardeto e Gua-, sco. (2) Il secondo settore difende la zona portuale e le acque al largo dell'ampia insenatura alla cui estremità trovasi la Piazzaforte, mediante le seguenti opere: - Batteria Molo (ex Lanterna); - Batteria S. Agostino; - Batteria Dorica Superiore;


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Batteria Dorica Inferiore; Batteria Porta Pia Superiore; Batteria S. Lucia; Batteria Alfredo Savio. È prevista anche una Batteria sul piazzale adiacente alla Porta di Capodimonte, in caso di emergenza. BATfERIE S. G1usEPPE - La Batteria S. Giuseppe Superiore segna l'inizio del primo settore del fronte di mare. È in terra con rivestimento interno del parapetto (3) in muratura, situata alquanto indietro e più in basso del mezzo bastione destro del Forte Cardeto sul ciglio della cortina (4) che in quella località discende al mare quasi a picco. È costituita dal solo parapetto e terrapieno (5) il quale è molto ristretto. Nel parapetto vi sono due nicchie per 10 granate ciascuna ed una nicchia per 50 cartocci di vario peso. La batteria si rifornisce di munizioni dalla riservetta di S. Giuseppe Inferiore. La quota della linea di fuoco (6) sul livello del mare è di m. 80,39. Essendo sprovvista di telemetro, i dati di tiro le sono forniti dalla Batteria S. Giuseppe Inferiore o dal telemetro di cui è previsto l'impianto sul Monte Cardeto. Non vi sono traverse. (7) La Batteria S. Giuseppe Inferiore anch'essa in terra con rivestimento interno del parapetto in muratura, è situata sul ciglio della costa 200 rrt. a sinistra della batteria precedente. È costituita dal solo parapetto e terrapieno e munita di una riservetta capace di contenere 200 granate-mina e 600 cartocci. Tale riservetta deve servire anche per rifornire le munizioni all'altra batteria. La quota della linea di fuoco sul livello del mare è di m 65,99. La' batteria è dotata di telemetro; i capisaldi per la rettifica dello strumento sono costituiti rispettivamente dal cannone che trovasi sullo scoglio della Volpe e da quello sullo sperone del Forte Cardeto. Neppure questa batteria ha traverse. Le due batterie sono armate con sei obici da 24 GRC Ret in barbetta con affusti (8) da difesa, sott'affusti del n. 12 su paiuoli (9) da costa in muratura, complessivamente: la superiore con 2


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pezzi, la inferiore con 4 pezzi, con una dotazione di 200 granate mina per pezzo. Il compito è per tutti di battere il mare al largo. Alle batterie si accede per una buona strada atta anche al traffico di carri pesanti. Ai nostri giorni interessate dai franamenti del terreno ed essendo quasi interamente costruite in terra, sono scomparse e se ne può individuare l'ubicazione solo da poche tracce. BATIERIE S. TERESA - Sono due batterie istallate sul Forte Cappuccini in passato posizione di grande importanza strategica per la difesa della città sul fronte terrestre: il Cassero Anconitano, già sede della famosa Rocca di S Cataldo (10). Nel XV secolo una Cinta con fossato fu costruita da questo colle all' Astagno e verso il 1540 sotto Paolo 11I vi fu innalzato un ·cavaliere (11) detto di S. Antonio. Nel 1799 i Francesi vi avevano realizzato un forte di seconda linea in appoggio al Cardeto, al comando del gen. Lucotte, che sostenne bravamente 1'assedio. Durante la difesa di Ancona nel 1849 fu sottoposto a intensi bombardamenti dagli Austriaci ed in uno di questi fu persino danneggiata la celebre colubrina che poteva lanciare proiettili fino a 4 miglia (12). Nel 1860 il Forte costituito da due bastioni dominati da un maschio (13) e circondato da ampi e profondi fossati, non ebbe parte attiva nei combattimenti. Nel progetto per la nuova Piazzaforte il Forte non viene più utilizzato come tale, non partecipa più alla difesa terrestre e la sua area è utilizzata per la istallazione delle batterie. La Batteria S. Teresa Alta si incontra dopo aver superato l'ingresso del Forte e percorso la strada che sale al piazzale. È in terra con rivestimento interno del parapetto in muratura; situata nella stessa costiera ed a sinistra della Batteria S. Giuseppe Inferiore. È costituita dal solo parapetto e terrapieno. È munita di riservette per proietti e cartocci. La quota della linea di fuoco sul livello del mare è di m. 105. È dotata di un telemetro che ha come


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capisaldi per la rettifica il cannone che trovasi sullo scoglio della Volpe e quello sullo sperone del Cardeto. La batteria non ha traverse nelle sue due piazzole. La Batteria S. Teresa Bassa ha due piazzole adiacenti alla stessa quota delle precedenti e di seguito, divise da un trqversone, ha quattro piazzole a quota m. 103,31 sul livello del mare separate a due a due da una traversa. È provvista di telemetro e di riservette. Il caposaldo per la rettifica del telemetro è quello già citato dello scoglio della Volpe. L' armamento consiste per la Batteria S. Teresa Alta in due obici da 24 GRC Ret corto che battono il mare al largo e per quella Bassa in sei cannoni da 24 GRC Ret corto (nn. 3-8) che battono anch'essi il mare al largo, ma i primi due (nn. 3 e 4) effettuano in alternativa azione di fiancheggiamento verso l'imboccatura del porto. I pezzi in barbetta, su paiuoli da costa in muratura, hanno affusti da difesa con sott'affusto del n. 12 gli obici e del n. 5 i cannoni. Per le due batterie vi sono tre magazzini per il materiale d'artiglieria; in uno di essi, quello n. 6, sono ricoverate le polveri che in caso di mobilitazione dovranno essere trasferite alla Polveriera S. Benedetto (Forte Cardeto). La dotazione di munizioni delle batterie consiste in 200 granate per pezzo per gli obici e 203 palle più 47 granate per pezzo per i cannoni, conservata nelle riservette di batteria. Alle batterie si accede per la vecchia strada del forte in notevole pendenza. Ancor oggi si individuano facilmente per la buona conservazione delle piazzole in pietra, dei parapetti e locali dep()Jito. BATTERIA SEMAFORO (ex Telegrafo) - Procedendo nell 'interno del Forte Cappuccini verso il Guasco, oltrepassato il faro fatto costruire da Pio IX nel 1859, si incontra la Batteria Semaforo. È un'opera in terra situata sul ciglione nord-ovest della costiera inaccessibile che trovasi a ridosso e superiormente alle alture di S. Ciriaco e di Marano. E' costituita dal parapetto con la scarpa interna in muratura e con un traversone che separa il terrapieno in


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due tratti per due coppie di pezzi. È munita di un ricovero e di quattro riservette capaci di contenere n. 50 proietti e 150 cartocci per pezzo. Quota della linea di fuoco m. 98,03 e 100,05. Il telemetro di cui la Batteria è provvista può essere rettificato su ben quattro capisaldi, quello dello scoglio della Volpe, del Molo nord, delle Torrette e della foce dell 'Esino. Adiacente alla Batteria trovasi un magazzino per il materiale. La batteria è armata con 4 obici da 24 GRC Ret in barbetta con il compito di battere il tratto di mare avanti l'imboccatura del porto. I pezzi con affusto da difesa e sott'affusto del n. 12 su paiuolo da costa in muratura, hanno immagazzinate nelle riservette n. 200 granate-mina per pezzo. Alla batteria si accede dalla medesima strada che porta alle Batterie S. Teresa. Anche per questa opera si può affermare che lo stato di conservazione odierno sia buono compatibilmente con l'abbandono in cui trovasi la zona. S. LUIGI E S. AUGUSTO E FORTE MARANO - Le batterie sono poste sul fianco del colle Guasco, arretrate rispetto al Duomo, e sovrastante il Forte Marano. Questo complesso difensivo chiude il primo settore del fronte di mare. La batteria S. Luigi è quella superiore. Trattasi di opere in terra solo predisposte, ma non armate, con un modesto parapetto in muratura. Si presume che la mancata utilizzazione possa essere imputabile alla difficoltà di accesso ed alla scarsa possibilità di · difesa della posizione molto esposta. Situato all'esterno del porto, il Forte Marano, l'ultimo del primo settore, quasi a fior d'acqua, è stato realizzato ai piedi della punta rocciosa di Monte Marano. Nella zona a quota superiore esisteva in precedenza un baluardo eretto fin dal 1570 dal col. Cesare Guasco, generale delle Armi in Ancona. Tale opera nel 1849 era riuscita a contenere gli attacchi della marina austriaca. Il nuovo forte, di aspetto imponente, viene compiuto con precedenza sulle altre opere della Piazza, considerata la inadeguatezBATTERIA


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za in cui trovasi il settore a causa della inefficienza della Lanterna. È una costruzione a due piani con pianta a forma semicircolare per la quale si è approvvigionato il materiale via mare con grande difficoltà. Il piano superiore in barbetta, l'inferiore in casamatta. Se ne parla come di un potente mezzo di difesa, però si evidenziano subito numerosi inconvenienti: la batteria superiore, per i gravi difetti che presenta, non ha armamento di sorta, infatti è scarso lo spessore dei parapetti, irrazionale l'ubicazione delle tre riservette per munizioni sui rampari e la poca altezza sul mare rende quasi impossibile l'impiego dei pezzi come difesa costiera. Nella batteria inferiore oltre alle casematte armate con tre cannoni da 12 GRC Ret fiancheggianti esternamente il Molo nord, vi sono altri locali per ricovero truppa. I pezzi con affusti da difesa con sott'affusto del n. 11 su paiuoli da casamatta da 15 e 12 Ret speciali, hanno una dotazione di 120 granate, 120 shrapnels e 10 colpi a mitraglia ciascuno, nelle riservette. Altri locali sono destinati a magazzino di munizionamento (mq. 17), materiali d'artiglieria (mq. 30), corpo di guardia e cucina. Si accede al forte dalla città per una strada in mediocri condizioni. Le batterie interessate dai franamenti del terreno molto scosceso e da lavori posteriori, oggi sono irrangiungibili e solo la S. Luigi sotto il Duomo è ancora visibile. Il Forte è stato il Primo ad essere disabilitato. Usato dapprima come fonderia è stato poi demolito ingrandendo con la sua, area di ben 5.000 mq. la superficie del Cantiere Navale. BATTERIA Mow (ex Lanterna) - La prima opera del secondo settore del fronte di mare sorge sul Molo nord, 260 metri più indietro della sua testata estrema. La costruzione, eretta nel 1784 dall'architetto romano Carlo Marchionni con lo scopo di indicare ai naviganti l'imboccatura del porto, prese il nome di Lanterna e divenne opera di difesa con


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la sua batteria e caposaldo della catena di sbarramento sostenuta da pontoni, agganciata all'altra estremità al Lazzaretto. Nel 1849 era il più potente dei forti a mare. Infatti il suo basamento già scoperto per il passato era stato trasformato in batteria su tre fronti e due ordini di fuoco di cui l'inferiore casamattato ed il superiore in barbetta. Nell'assedio dette buona prova anche se duramente colpito. (14) Nel 1860 ben 12 cannoni armavano la batteria, che insieme ai 6 posti nei pontoni dello sbarramento ed ai 3 del Lazzaretto, creavano una linea avanzata pressoché insormontabile. La Lanterna era difesa da Austriaci. Il deciso attacco della Marina Sarda aveva già inferto notevoli danni al settore ed era caduto anche il comandante del forte ten. Westminsthal, sostituito dal ten. Vertex. A questo punto per risolvere la situazione la "Vittorio Emanuele" al comando dell' Albini, compì una manovra audacissima e senza precedenti. Puntando decisamente sulla catena di sbarramento, a 50 metri dal basamento della Lanterna virò di bordo e defilando di fronte alla batteria scaricò i suoi pezzi, contro ogni regola, in movimento colpendo in pieno le casematte attraverso le cannoniere. (15) Pochi istanti dopo si verificava all'interno una fragorosa esplosione che provocò la morte di oltre 100 artiglieri e dello stesso ten. Vertex. La catena di sbarramento si staccava dal suo aggancio aprendo un varco di circa 50 metri che, permettendo il passaggio delle navi, metteva la città sotto tiro ed alla mercè delle forze di terra e di mare dell'Esercito Sardo l'intera Piazza. Per i danni subiti, nel marzo 1862, viene decretata la demolizione della torre che sovrasta il basamento. Questo, di tracciato poligonale, in origine a due piani, è stato sistemato abbandonando la parte superiore in barbetta. Vi è un magazzino per il munizionamento di mq. 10, un corpo di guardia e, nell'interno della batteria, oltre le casematte armate ve ne sono altre per il ricovero di truppa. Nella costruzione si evidenziano alcune lesioni. L'armamento


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consiste in tre cannoni da 12 GRC Ret. con affusto da difesa e sott'affusto del n. 11 e due cannoni da 15 A diversi con affusto da difesa e sott'affusto del n. 9, tutti su paiuoli da casamatta speciali, con il compito di battere l'imboccatura del porto esternamente. Nelle riservette sono depositate 120 granate, 120 shrapnels e 10 colpi a mitraglia per pezzo. Alla batteria si accede per la buona strada del molo. Oggi la Batteria Molo (ex Lanterna, ex Btr Cipelli) è ridotta al solo basamento utilizzato come magazzino dalla Marina Militare; è costruzione recente la sopraelevazione che accoglie la Stazione Sanitaria Marittima. BATrERIA S. AGOSTINO - Sorge proprio sul mare nel Molo nord-ovest nella parte più arretrata della cinta, quasi al centro del porto, e sporge da essa a guisa di bastione molto aperto con tracciato poligonale. Deriva dal baluardo omonimo, così chiamato per essere a breve distanza dall'abside della Chiesa di S. Agostino, edificato nel 1567 su disegno dell'anconitano Jacopo Fontana, durante il pontificato di Pio V. Il 6 giugno 1849 un proiettile austriaco scoppia sul baluardo facendo saltare la polveriera ivi sistemata e danneggiando le case contigue fino "al voltone di piazza Nova". (16) Dalla f~rma originale, l'opera ha subito varianti per permetterne una migliore utilizzazione; un locale per il munizionamento di mq. 8, un locale per il corpo di guardia e due magazzini per il materiale d'artiglieria della superficie di mq. 150 complessivi, completano la funzionalità del baluardo la cui linea di fuoco è a m. 8 sul livello del mare. ' L'armamento su paiuoli d'assedio orizzontali leggeri è costituito da sei cannoni da 9 BR Ret di cui i nn. 1, 2, 3 e 4 in barbetta battono il porto e la sua imboc~atura, i nn. 5 e 6, in cannoniera battono la banchina. Questi pezzi sono dotati di 120 granate e 120 shrapnels ciascuno. L'armamento ed il munizionamento sono immagazzinaù al Forte Marano. Si accede alla batteria da Via XXIX settembre. Questo ba-


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luardo è collegato all'altro adiacente alla Porta Pia, chiamato di S. Lucia, con una cortina detta i Muraglioni che sostiene la Via XXIX settembre formando una specie di terrazzo dominante sul mare. Il Baluardo è completamente scomparso sia per le esigenze del traffico urbano. che di quelle commerciali marittime. BATIERIE DORICHE - Sovrastanti la Via XXIX settembre, a distanza intermedia tra la Batteria S. Agostino e quella S. Lucia, su terrazzamenti dello scosceso terreno prospiciente il porto, sono poste due batterie. Nella stessa zona era stato costruito nel 1452 un rivellino (17) che fu anche ampliato dopo circa 30 anni. L'armamento della Batteria Superiore è di quattro cannoni da 16 GRC Ret in barbetta diretti sull'imboccatura del porto. La Batteria Inferiore è solo predisposta, ma non armata. Entrambe le batterie sono in posizione infelice perché troppo addossate agli edifici civili che ne precludono quasi il funzionamento per i danni che subirebbero. Quindi a giudizio degli esperti la batteria superiore dovrebbe essere organizzata per servire all'istruzione della truppa di Artiglieria del Presidio. A tale opera si accede dalla strada che parte da via XXIX settembre alle spalle della Batteria S. Agostino. Sopra la cortina ancora visibile in Via XXIX Settembre, l' area delle Batterie è stata utilizzata dall'Opera Maternità Infanzia per l'edificazione della Casa della Madre e del Bambino. BA'rrERIA S. LUCIA E BATIERIA PORTA PIA SUPERIORE - Il baluardo pontificio reso più efficiente dai lavori del Governo, situato alla sinistra di Porta Pia al cui edificio è addossato. Il tracciato della batteria non è simmetrico rispetto alla capitale (18) ed è costituito da un fronte composto di una faccia a nord-ovest ed un'altra ad ovest. La chiusura alla gola (19) è in parte effettuata da fabbricati, in parte da un semplice muro senza feritòie. La faccia maggiore è esposta ai tiri d'infilata dalle alture che costeggiano il mare tra Posatora e Torrette. Il defilamento è ottenuto


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con una traversa lungo la faccia minore e con un'altra normale alla faccia maggiore. La linea di fuoco è alta m. 8 sul livello del mare. Nel fianco destro è ricavato un piccolo ripostiglio per munizioni, in quello sinistro vi sono due locali casamattati della superficie totale di mq. 90; nel centro della gola trovasi un magazzino della superficie di mq. 70. I pezzi in barbetta hanno il compito di battere il porto e la sua imboccatura. L'armamento è stabilito in quattro cannoni da 9 BR Ret tre dei quali depositati nei magazzini di Porta Pia ed uno in consegna al 132 Reggimento Artiglieria da Fortezza. Le munizioni consistenti in 120 granate, 120 shrapnels e 10 colpi a mitraglia per pezzo sono invece depositate nel Forte Marano. Alla batteria si accede da via XXIX settembre. A breve distanza in mare trovasi un'altra istallazione pontificia, il monumentale Lazzaretto, eseguita per ordine di Clemente XII nel 1773 dal Vanvitelli; l'opera per quanto dotata di un rivellino con nove postazioni per artiglieria protese verso l 'imboccatura del porto, non venne mai inserita nel fronte di mare della Piazzaforte. La Batteria Porta Pia Superiore sorge a monte di Porta Pia sul rilievo dello sperone che fino al 1788 aveva precluso l'accesso alla città; questa opera in terra costituita dal solo parapetto e terrapieno, con tracciato rettilineo, è arretrata alla parte terminale della Cinta. La sua quota è di m. 28 sul livello del mare. Vi è una sola riservetta della superficie di mq. 12 sul fianco destro ed un ripostiglio di mq. 11 sul rovescio della batteria, ambedue alla prova. Vi si accede per la pessima strada delle Rupi con forte pendenza. I pezzi perciò debbono essere tirati sul terrapieno, dalla via XXIX settembre. La batteria è esposta ai tiri d'infilata dalle alture del Forte Scrima ed il fianco sinistro non la defila da tali tiri. La postazione dei pezzi che hanno il compito di battere il porto e la sua imboccatura, è in barbetta. Gli affusti sono da difesa, come pure i paiuoli, per i due soli cannoni da 12 GRC Ret. che peraltro


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non sono in posizione, ma immagazzinati alla Caserma Villarey. Le munizioni invece, consistenti in 120 granate, 120 shrapnels e 10 colpi a mitraglia per pezzo, sono depositate nelle riservette del Forte Marrano. In seguito la batteria è stata disarmata in ossequio al Dispaccio Ministeriale n. 4046 del 27 marzo 1892, diretto al VII Corpo d'Annata. Dopo un primo intervento di riduzione del sagliente per permettere il passaggio della ferrovia di servizio al Porto, la Batteria S. Lucia è stata successivamente demolita per migliorare il traffico altrimenti incanalato sotto lo stretto fornice della Porta. Nei locali sottostanti il piano stradale ai quali si accede dalla banchina Da Chio, si vede parte del paramento di base della Batteria lato città e la cortina di collegamento con la Batteria S. Agostino. La Batteria Porta Pia Superiore è scomparsa per frane ed eventi bellici nel 1944. BA1TERIA ALFREDO SAVIO - All'altezza e quasi a chiusura verso il mare della linea di fortificazioni terrestri trovasi la Batteria Savio, ultima opera del fronte di mare, che è situata fuori della barriera della Stazione sulla strada a mezza costa che dalla frazione di Posatora porta alle Torrette. L'opera prende il nome del cap. art. Alfredo Savio, medaglia d'argento V. M., caduto nell'attacco al monte Pulito nel 1860. Una lapide, all'ingresso del piccolo forte, ricorda il valoroso ed insieme a Lui il fratello cap. art. Emilio caduto poco dopo all'assedio di Gaeta e decorato di medaglia d'oro V. M.. La batteria ha un fronte rettilineo e due fianchi normali. È esposta ai tiri d'infilata e di rovescio da monte Barcaglione. Il defilamento per i due pezzi di sinistra è ottenuto in parte dal fianco sinistro. Sul terrapieno vi sono due traverse. Sotto al fianco sinistro vi sono due locali per il confezionamento dei proietti ed il magazzino a polvere. Sotto il terrapieno esistono sei riservette per proietti e cartocci. Tutti questi depositi sono alla prova. (20) La batteria ha due casotti telemetrici. I telemetri si rettificano


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con i tre capisaldi dello scoglio della Volpe, delle Torrette e della foce dell'Esino. Vi è anche un magazzino per il materiale d'artiglieria, un corpo di guardia ed un locale cucina. La postazione dei pezzi è in barbetta su paiuolo da costa in muratura. Il compito è di battere l'imboccatura del porto ed il mare al largo con un settore di tiro di 110°. Su affusti da difesa è l'armamento costituito da sei cannoni da 24 GRC Ret corti di cui 5 in batteria. Anche le munizioni, cioè 125 palle, 125 granate per pezzo, trovansi nel forte. Alla batteria si accede sia dalla parte delle Torrette, sia da quella di Posatora incontrando qui però forti pendenze. La Batteria Savio (ex Forte Milio) attualmente è in locazione a privati dopo aver subito rimaneggiamenti nelle due guerre mondiali. Senza alcuna manutenzione ed in cattivo stato per essere stata minacciata dal movimento franoso del 1983, necessita di opere di conservazione. È ancora di proprietà demaniale e la zona circostante è in uso alla Guardia di Finanza.


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Note "Fronte di mare"

(1) Si dicono in barbetta i cannoni montati nella parte superiore di una fortificazione, a)lo scoperto, dietro il parapetto. La vampa del colpo bruciava l'erba del terreno antistante, faceva la "barba", per un tratto triangolare. (2) "Giornale Militare Artiglieria e Genio", 1878, p. 1363. (3) Riparo di terra, talvolta rivestilo nella parte interna di muratura, dietro il quale è istallato il cannone che sporge solo con la volata, la parte anteriore della bocca da fuoco. (4) È il tratto di fronte compreso tra due bastioni. Può essere rettilinea o composta di due lati formanti angolo rientrante (a forbice o a tenaglia), a segmenti a forma di risega (a denti), con due lati verso l'esterno (a saliente). (5) Ampio spazio creato con terra di riporto addossata alla cortina ed alla sua sommità, per la postazione delle artiglierie in barbetta. (6) È la linea che congiunge i punti del ciglio di fuoco, cioè quelli che indicano l'allena del parapetto delle postazioni dei cannoni. (7) Costruzione per lo più in terra, detta anche traversone a seconda delle dimensioni, interposta a tratti rettilinei di difesa e perpendicolare ad essi per limitare gli effetti del tiro d'infilata nemico, in particolare posta fra le artiglieria in barbetta. (8) Sostegno della bocca da fuoco. In un pezzo di artiglieria a seconda dell'impiego e della posizione del pezzo può essere di diverso modello: da campagna, d'assedio, da difesa. (9) Il complesso dei materiali che sono posti in una piazzola per istallarvi un pezzo di artiglieria. I paiuoli sono diversi a seconda del calibro del pezzo e della specie di affusto su cui la bocca da fuoco è incavalcata e a seconda che la piazzola sia in terra o in muratura. Il paiuolo può essere in metallo, in legname, in pietra. (10) Fortezza costruita dal Malatesta, successivamente ampliata dal cardinale Albomoz, divenne strumento di oppressione non solo per la città ma per l'intera Marca. Gli anconitani allora si ribellarono e dopo tre mesi di assedio la rocca fu espugnata e distrutta nell'anno 1383. (11) Si indica così ogni opera fortificala più elevata di un'altra e realizzata in genere arretrata dai bastioni e dalle cortine allo scopo di difenderne le spalle. La loro esposizione rendeva i cavalieri molto vulnerabili. (12) G. SANTJNI, Diario dell'assedio e difesa di Ancona nel 1849, Aquila degli Abruzzi 1925, p. 112. (13) Torre centrale o ridotto centrale di un complesso difensivo, destinato all'estrema difesa. Denominato anche Mastio. (14) G. SANTINI, op. cit., p. 12. (15) Vano praticato nella muraglia di una fortificazione per introdurvi una parte della volata del pezzo di artiglieria durante il tiro. Sui parapetti la cannoniera scoperta era detta troniera e la parte piena fra due cannoniere, merlone. Nelle casematte aveva forma troncopiramidale. (16) Piazza compresa fra la chiesa di S. Agostino e quella del Sacramento a cui si accedeva da un voltone ricavato sotto la stessa chiesa di S. Agostino alle spalle del baluardo omonimo.


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(17) Opera esterna a forma di V o di semicerchio (mezzaluna), posta innanzi e più in basso della cortina a cui è collegata da un passaggio sotterraneo, circondata da fossato. (18) Asse di simmetria di un'opera, o nel tracciamento del fronte bastionato, di un bastione, il cui prolungamento passa per il centro di piazza, nel qual caso si dice che l'opera è simmetrica rispetto alla capitale. (19) Pronte di gola dicesi quello opposto alla posizione da difendere rivolto verso la piazza. È di solito meno protetto degli altri fronti, vi è l'accesso alla fortificazione e spesso vi si sistemano locali di ricovero per uomini e munizioni. (20) Prova (alla), Locali protetti dai tiri di artiglieria nemica e quindi idonei per deposito polveri e proietti.


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21- Fronte di mare e cinta verso terra.

22 - Piano generale del Fronte di mare.

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BATT ERIE S. GilfSE P PE

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23 - Planimetria delle Batterie S. Giuseppe.

24 - In primo piano la Batteria Superiore, il casotto telematico poi all'incrocio la Batteria Inferiore, il Forte Cappuccini e sulla estrema punta rocciosa, il Forte Marano.


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BATTERIA S. TERESA

25 - PlanimetrĂŹa delle Batterie S. Teresa.

26 - Piazzola del primo pezzo della Batteria S. Teresa Alta.

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27 - Rampa all'interno dell'ingresso.

28 - Locali al servizio della Batteria, 1883.


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29- Planimetria del Forte Cappuccini e nuove Batterie.

30 - La Cortina Ovest del Forte innanzi alla Batteria Semaforo.

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31- Planimetria della Batteria Telegrafo o Semaforo.

32 - La Batteria e l'ingresso delle riservette per munizioni.


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33- Planimetria delle Batterie S.Luigi, S. Augusto e,Forte Mar ano.

34 - A destra la Batteria S.Luigi e, sotto, il riptiano ove era la S. Augu.~to a mezza costa.

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35 - DForte Marano e la zona occupata dalle Batterie.

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36 - Sezione del Colle ~forano o Guasco.


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37 - Planimetria della batteria casamattata del Forte Marano, 1883.

38 - Attuale ~1ato deUa zona già occupata dalle opere.

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39 - II primo settore del Fronte di mare: a sinistra in basso la Batteria S.Luigi.


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BAT TERIA LANTERNA ( sÂŤ.L

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40 - Planimetria della Batteria Molo (ex Lanterna).

41 - Il Molo Clementino con la Batteria, 1890.


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42 - Piano dei locali casamattati, I883.

43 - Sezioni della I.latteria.


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BATTERIA S. AGOST INO

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/ 44 - Planimetria della Batteria S.Agostino.

45 - La Batteria prima della modifica al saliente, 1875.

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46 - La Batteria modificata sullo sfondo del colle Gua~co, 1895.

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47 - Sezione e locali adiacenti alla Batteria, 1883.


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48 - Planimetria delle Batterie Doriche.

49 - La cortina delle Batterie sullo sfondo di Porta Pia, 1875.


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SO - Sezione del molo, della via XXIX settembre e delle Batterie.

T 51 - Particolari planimetrici e locali al serviz.io delle Batterie.


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BATTERIE: PORTA PIA SUPERIORE. PORT A PIA INFERIORE E

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I 52 - Planimetria della Batteria Porta Pia Superiore e S.Lucia all'incrocio con la Cinta.

53 - A sirùstra la Batteria S.Lucia unita alla Porta e a destra il rivellino del Lazzaretto.


54 - Particolare della Batteria di Porta Pia Superiore.

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55 - Sezione e pianta dei locali della Batteria S.Lucia.


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56 - Planimetria della Batteria Alfredo Savio.

57 - Vista della Batteria.

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58 - Lapide in memoria dei fratelli Savio nell'ingresso dell'opera. ~UUT6 rokTILl210 ij4 NONE

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59 - Una traversa con portello per prelievo delle munizioni dal locale casamattato.


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60 - Planimetria dei locali annessi al Forte Savio.

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61- Casotto telemetrico della Batteria.


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FRONTE DI TERRA

FRONTE DI TERRA - Questo fronte viene adeguato alle esigenze create dalla aumentata gittata delle artiglierie rigate ed alla necessità di proteggere il centro della Piazza. La ubicazione delle opere è dettata dalla conformazione orografica della zona ed influenzata dalle esperienze fatte nella breve campagna di espugnazione della città. Secondo i concetti dell'epoca in cui il piano è redatto, vengono progettate tre linee fortificate, le prime due avanzate costituite da forti staccati (1) e la terza continua che racchiude l'abitato, costituendo il corpo di Piazza. La prima di queste tre linee che si appoggiano tutte con i loro estremi al mare, dista dalla cinta 5 km. ed è costituita, partendo dalla costa a sud di Ancona, dai Forti Pezzotti e Lucarino, dalle opere occasionali di Torre d'Ago e dai Forti di Montagnolo Torre e Montagnolo Chiesa. La seconda linea comprende i Forti Altavilla, Umberto e Scrima. La terza infine prevede la linea continua che dal Forte di Monte Cardeto perviene alla Batteria S. Lucia traversando la Piana degli Orti e, facendo perno sulla Lunetta S. Stefano, si àggancia al Campo Trincerato; segue poi parte delle mura della Cittadella e scende al mare. Oltre alle linee indicate, in caso di mobilitazione, possono essere attivate due Batterie occasionali già previste, a S. Silvestro (Candia) e Monte Pucci (Varano). Come si può osservare sono ·utilizzate in maniera parziale fortificazioni preesistenti, ma la maggior parte sono di nuova costruzione.


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FORTE PEzzorrr - Inizia la J l! Linea ed insieme al vicino Forte Lucarino costituisce il settore sinistro della più avanzata difesa fortificata. È situato fuori la porta Cavour su una delle vette di monte Acuto a fianco della strada Ancona-Sirolo. Il tracciato del forte non è simmetrico rispetto alla capitale ed è costituito da due facce (2) e da un fronte di gola. La faccia a nord-est è spezzata in due tratti che sono uniti fra loro e con la gola, per mezzo di muri e feritoie. La lunghezza della faccia spezzata è di m. 30, quella dell'altra faccia è di m. 61; la gola ha forma rettilinea ed è lunga complessivamente m. 71. Le facce sono esposte ai tiri d'infilata e quella a sud-ovest anche ai tiri di rovescio da mare. Non esiste alcuna traversa per il defilamento, i fossati delle facce non hanno alcuna difesa, quello di gola è difeso da una capponiera. Questa costruzione a due piani razionale ed efficiente, realizzata in pietra listata, è l'unica opera di rilievo presente nei forti di prima linea e la sua esigenza è dettata dalla maggior facilità di aggiramento sul lato di terra di questo settore. L'opera al piano superiore accoglie i magazzini per munizionamento nella parte posteriore, al centro un locale per la truppa e nella parte anteriore sporgente nel fossato 16 postazioni per fucilieri con possibilità anche di istallare in alcune di esse piccole bocche da fuoco e mitragliatrici; il piano inferiore a cui si accede mediante scala interna, consta di 3 locali alloggio truppa. I solai sono in tavoloni di quercia e quello di copertura è protetto dai colpi d'artiglieria con terra modellata a due falde sulle quali poggiano direttamente i coppi in laterizio. La quota della linea di fuoco varia da m. 237 ,37 a m; 238,08. L'armamento è rappresentato da 4 obici da 21 GCR Ret. in barbetta con affusti d'assedio ridotti per tali obici su paiuoli d'assedio orizzontali. Di tali pezzi il n. 1 batte il terreno adiacente alla strada di Sirolo fin verso Poggio; il n. 2 le pendici di monte Pucci fra casa Moschini e la costa; i nn. 3 e 4 battono con i tiri lontani le pendici del Conero fra Poggio e Camerano, la alture di Varano e le valli della Buranica. Il munizionamento consiste in 320 granate e 80 shrapnels per


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pezzo, depositato nel Forte Altavilla insieme alle bocche da fuoco. A difesa sul lato est verso il mare, data la difficoltà di avvicinamento attraverso la rupe scoscesa, sono ritenuti sufficienti i fucilieri delle postazioni ricavate nel muro di delimitazione del1' opera che non ha, da quella parte, neppure il fossato. L'acçesso al forte avviene mediante un ponte in legno che attraversa il fosso di gola. All'esterno e sul rovescio del forte vi è una casa di proprietà demaniale con locali ad uso magazzino ed alloggio. Attualmente è ancora in piedi la capponiera che però ha subito rimaneggiamenti interni per trasformazione in alloggio. Sono visibili alcuni tratti di muratura della cortina verso mare; i fossati sono stati colmati. La casa demaniale è in ottime condizioni di conservazione. FORTE LucARINO - È situato fuori della barriera S. Lazzaro su una delle vette di monte Acuto accanto alla strada AnconaGrazie, monte Baldino, monte dei Corvi. Il tracciato del forte non è simmetrico rispetto alla capitale ed è costituito da 5 facce di cui 2 a denti e da una gola. La lunghezza complessiva delle facce anteriori è di m. 121. La faccia di gola ha uno sviluppo di m. 65. Le facce sono esposte ai tiri d'infilata e di rovescio delle alture circostanti. Non esistono ricoveri, magazzini, riservette, locali di servizio e neppure polveriera. La costruzione appare affrettata con discapito della efficenza, tanto che è prevista una rettifica sia del tracciato, per una migliore disposizione delle artiglierie, che del profilo. La quota della linea di fuoco è tra m. 227,46 e m. 229,45. L'armamento è costituito da 6 obici da 21 GRC Ret. con affusto d'assedio ridotto per tali obici su paiuoli d'assedio orizzontali, con postazione in barbetta. I pezzi nn. 1 e 2 battono il terreno adiacente alla strada di Sirolo fin verso Poggio, le pendici di monte Pucci fra casa Moschini e la costa; i pezzi nn. 3-6 le alture di Varano fra casa Moschini e casa Ferretti, coi tiri lontani le valli


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della Baraccola e le alture di Varano verso monte Umbriano. Anche tali pezzi sono immagazzinati al Forte Altavilla insieme alle munizioni (320 granate ed 80 shrapnels per pezzo). Al forte si accede per la strada sopraindicata, che è in buone condizioni. Il collegamento con il vicino Forte Pezzotti è assicurato da una strada protetta da un trinceramento per fanteria. Oggi è scomparsa l'opera realizzata con limitate parti in muratura; sul terreno tornato ali' agricoltura si notano solo accenni della scarpa e del pendio del ramparo sul lato. Est. OPERA OCCASIONALE DI TORRE D'AGO - Il progetto del Piano di Difesa prevede al centro della prima Linea due opere sui versanti opposti dell'altura ove sorge la Torre, ciascuna con il compito di appoggiare il gruppo di forti che fiancheggia e di battere l'ampia valle della Baraccola, colmando così il vuoto tra i complessi difensivi estremi. Tale progetto, risultato dei primi studi effettuati affrettatamente senza considerare alcuna limitazione di spesa e rispondente solo al concetto di creare un unico grande campo trincerato, con il passare del tempo viene messo in discussione. La costruzione dell'opera viene ritardata ed accantonata. Il Comando della Piazza si rende conto che con i soli quattro forti costruiti, la linea presenta un grosso varco al centro ed insiste sulla assoluta necessità di realizzare quanto previsto. Appoggia la sua richiesta con una dimostrazione clamorosa: il 31 ottobre del 1868 tutta la guarnigione partecipa ad una manovra a fuoco. Viene simulato un attacco nemico proprio nepa zona di Torre d'Ago, nella quale si suppone sia una esigua forza difensiva e l'attacco ha inizialmente esito positivo. Il gen. Chiabrera comanda la conversione del fuoco di artiglieria e delle truppe della Piazza su detta zona. Per l'occasione le truppe provano anche i nuovi fucili a retrocarica. Fra il tuonare dei cannoni e la fitta fucileria la posizione è rioccupata e subito messa a difesa. Ma resta il fatto che il "nemico" ha facilmente occupato la breccia nella linea e che imponenti forze "azzurre" si siano dovute impegnare per ricostituirne la continuità.


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La località però non viene ancora fortificata; con il tempo si opta per l'opera singola a carattere occasionale anche "per rimanere nei limiti di spesa fissati nella Legge 7 giugno 1875". Tale opera pur essendo stata predisposta con l'acquisizione dell'area, non viene mai completata. La grandiosa fortificazione della lunghezza di circa 300 m. con una larghezza variabile da 90 a 100 m., è prevista per un imponente schieramento di bocche da fuoco in barbetta e su piazzole in terra. Sono infatti ben 12 i pezzi in dotazione. I pezzi nn. 1 e 2, cannoni da 15 GRC Ret. con affusto da difesa e sott'affusto del n. 8 su paiuolo da difesa, battono le alture di monte Pucci e V arano da casa Moschini agli Angeli e la valle della Baraccola; i nn. 3 e 4, cannoni da 12 GRC Ret. con affusto da difesa e sott'affusto del n. 10 su paiuolo da difesa, hanno gli stessi obiettivi dei precedenti; i nn. 5 e 6, cannoni da 12 BR Ret. con affusto d'assedio leggero su paiuolo d ' assedio orizzontale, battono la valle della Baraccola fra Candia e gli Angeli. Infine i nn. 7-12, obici da 21 GRC Ret. con affusto d'assedio su paiuolo d'assedio, battono le alture di Candia fra la strada che dal Pinocchio tende a Montesicuro e le alture di Rocca di Bolignano. Le munizioni consistono in 300 granate, 90 shrapnels e 10 colpi a mitraglia per i cannoni nn. 1-4, 200 granate, 190 shrapnels e 10 colpi a mitraglia per i cannoni nn. 5 e 6 e per gli obici 320 granate e 80 shrapnels per pezzo. Tutto il predescritto materiale trovasi nei magazzini del Campo Trincerato e nella Caserma Villarey. Si accede alla fortificazione dalla strada che dal Piano S. Lazzaro porta a Torre d'Ago e prosegue per la valle della Baraccola, in condizioni mediocri e con forti pendenze. Nessuna traccia di tale trinceramento rimane sul terreno che è stato di recente sdemanializzato e che rientra nelle zona di espansione urbana denominata Brecce Bianche.

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FORTE MONTAGNOLO TORRE - All' estrema destra della 1! Linea sulle alture del Montagnolo o Monte dell'Angelo sorgono


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due forti: il Montagnolo Torre ed il Montagnolo Chiesa. La zona è la più importante, dal punto di vista strategico, dell'intera linea essendo dominante sulla città ed anche sulla stessa Cittadella. Infatti il possesso della serie di alture dalle pareti scoscese, normali alla costa, costituisce un indubbio' vantaggio all'attaccante. In tempi moderni è stato sempre teatro di vivaci combattimenti. Nel 1797 vi giungeva l'avanguardia delle forze francesi agli ordini del gen. Victor. La posizione era predisposta con fortificazioni campali. Il magg. Morosini che la presidiava con pochi soldati e scarsa artiglieria, dopo una scaramuccia di breve durata fu costretto a deporre le armi ed in breve il magg. Milletti comandante la Piazza dovette firmare la capitolazione della Fortezza e della città. (3) Nell'assedio del 1799 vi si svolse un'aspra battaglia e solo dopo accanita resistenza francese della ridotta fattavi costruire dal gen. Monnier, la cima fu occupata dalle truppe Austriache, Pontificie, Turche, Russe e del Regno di Napoli. Così "le bandiere delle Nazioni più potenti del mondo, garrivano sul Montagnolo, una piccola spianata di appena 50 tese quadrate". (4) Nel 1849 vi avveniva il primo scontro tra gli insorti della Repubblica Romana, una Compagnia al comando del cap. Giovanni Omani ed una pattuglia di Ulani. Gli Austriaci poi scavarono trincee nel declivio settentrionale più avanzato verso Posatora. Un anonimo commentava: "Quando queste opere saranno compiute ( ... ) i nostri repubblicani si troveranno come sorci in trappola". (5) Nel settembre 1860 il geo. Cialdini al comando delJV Corpo d'Armata, dopo aver occupato il complesso collinoso, vi istallava 12 bocche da fu oco rigate che tiravano da 3.000 m. sulla Cittadella (6). Quindi la evidente necessità di fortificare adeguatamente tale delicato settore anche con più opere è tenuta presente nel progetto della Piazza che prevede la realizzazione di due forti. Il Forte Montagnolo Torre così denominato per la presenza di un antico torrione in tufo a due piani, "la torraccia", sulla più


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avanzata delle due vette del Montagnolo, ne corona la vetta ed è un'opera a carattere semipermanente. Il tracciato è irregolare e costituito: da una faccia anteriore rivolta ad sud-est spezzata in tre parti che formano alla loro estremità una specie di saliente (7) con la faccia destra dell'opera; da detta faccia, rettilinea come lo è pure quella di sinistra, e dalla gola spezzata a dente a metà della sua lunghezza. La lunghezza complessiva del fronte principale e della faccia di destra è di m. 165, la faccia di sinistra e la gola hanno rispettivamente lo sviluppo di m. 40 e m. 135. La linea di fuoco ha la quota compresa tra 265,18 e 265,80 m. sul livello del mare. Le facce a sud e a nord sono esposte ai tiri d'infilata dalle alture di monte Ferro. Non esistono traverse per il defilamento. I fossati non sono difesi; solamente quello di gola può essere battuto dal dente suindicato. Il profilo è pressoché uniforme su tutto lo sviluppo del fronte principale e le sue dimensioni sono: dislivello fra il piazzale del forte e la linea di fuoco m. 3,60 circa - larghezza del terrapieno m. 8 - ginocchiello m. 1,40 - grossezza del parapetto m. 5. Nel fronte di gola e nella faccia destta la grossezza del parapetto è di m. 2,50. La controscarpa del fosso è interamente rivestita in muratura per l'altezza di m. 2,50. L'armamento in barbetta consiste in 4 cannoni da 15 GRC Ret (nn. 1-4) con affusto da difesa e sott'affusto del n. 8 su paiuolo da difesa e piazzole in terra che battono monte Barcaglione, Paterno fino verso Montesicuro e terreni circostanti; oltre a questi, 4 obici da 21 GRC Ret. (nn. 5-8) con affusto d'assedio su paiuolo d'assedio e piazzole in terra che battono da Paterno fin verso la valle della Baraccola e Torre d'Ago. La dotazione di colpi è di 300 granate, 90 shrapnels e 1O colpi a mitraglia per i cannoni e 320 granate e 80 shrapnels per gli obici. Nel forte non esistono ricoveri. Nell'interno a destra dell'ingresso trovasi un magazzino per il materiale della superficie di mq. 36 ed a sinistra un piccolo posto dl guardia della superficie di


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mq.14; entrambi non alla prova. Invece, scavato nel tufo e consolidato con legname, alla gola è stato ricavato un vano per caricamento proietti e deposito polvere. Si accede al forte attraversando un tratto di riempimento del fossato di gola. Il forte è in comunicazione con la Piazza mediante le due strade del Pinocchio e del Posatore, che hanno entrambe forte pendenza. Interrati i fossati, affiorano solo alcuni tratti di muratura in tufo. La zoria è in uso ali' Autorità Militare (Aereonautica). FORTE MONTAGNOLO CHIESA - Questo forte che è posto circa 900 m. arretrato verso il mare dal precedente, chiude la 1i! Linea a destra del centro Piazza. Nel secolo XV il Comune di Ancona fece dono della zona a Piergiovanni Rinaldini per i suoi meriti di soldato. Era allora incolta ed il suo discendente Andrea vi costituì una Contea e fece costruire una cappella ove fu messa in venerazione una immagine della Madonna della Mercede (8). Tale cappella è stata demolita per dar luogo al piazzale del forte e l'immagine sacra trasferita alla chiesa del Pinocchio ove ogni anno si rinnova la tradizione che risale al 1640 della processione al Santuario della Madonna dei Lumi presso Montemarciano. Il forte è costituito da due opere chiuse di carattere semipermanente. L'opera a sud-ovest è circoscritta da una faccia anteriore spezzata ad angolo smussato, da due facce laterali in due tratti ciascuna e dalla gola in tre brevi lati. L'opera è tagliata in due da una traversa e la comunicazione col piazzale è assicurata da un passaggio coperto. Anche l'uscita di tale passaggio verso il fronte è protetta dal terrapieno semicircolare. Lo sviluppo di tale opera è di m. 240. L'opera a nord-est si compone di una faccia a nord ripiegata in due tratti, di un faccia ad ovest cioè verso l'altra opera spezzata in quattro lati, di un altro fianco a sud quasi rettilineo e di una breve gola. Solo una della facce è rivestita in muratura fino all'al-


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tezza di m. 2,50. Le scarpate interne ed esterne sono in terra. Lo sviluppo dell'opera è di m. 250. Le facce che hanno direzione generale da nord-est a sudovest sono esposte ai tiri d'infilata dalle alture di Sappanico; le altre lo sono da quelle di Torre d'Ago. L'interno dell'opera è pure veduto da queste località. Le facce a nord-ovest dominano liberamente il terreno fino al mare, quelle a sud-est hanno un dominio medio sul terreno circostante di 40 m., quelle a sud-ovest sono dominate da Montagnolo Torre e Sappanico. La quota della linea di fuoco varia da m. 255,35 a m. 252,28. I fossati non sono difesi. Il profilo é quasi identico per tutto lo sviluppo del forte. Le sue dimensioni principali sono: dislivello tra il piazzale interno e la linea di fuoco da m. 2 a m. 2,20; ginocchiello (9) da m. 1,25 a m. 1,60; grossezza del parapetto da m. 2,50 a m. 5. L'armamento consiste in 8 pezzi in barbetta con affusti d'assedio e su paiuoli d'assedio orizzontali così distribuiti: i cannoni da 15 GRC Ret. nn. 1-4 battono dalle Torrette verso Falconara, monte Barcaglione, Paterno e valli adiacenti; gli obici da 21 GRC Ret. nn. 5-8 hanno come obiettivo monte Lodola, valle lunga di Paterno, monte Ferro, Sappanico e Gallignano. Il munizionamento dei cannoni è di 300 granate, 90 shrapnels e 10 colpi a mitraglia per pezzo e per gli obici 320 granate e 20 shrapnels per pezzo. Nel forte non esistono ricoveri, né cisterne per rifornimento idrico, polveriera o deposito munizioni. In prossimità e fuori dell'fogresso del forte vi è un magazzino non alla prova qella superficie di mq. 400 circa e vicino a questo un piccolo locale ad uso cucina. Nel magazzino è accantonato il materiale d'artiglieria. L'ingresso alla fortificazione avviene attraverso l'opera di nord-est alla quale si accede per mezzo di arginella che attraversa il fosso di gola e da questa con un passaggio coperto sotto il parapetto si perviene all'opera successiva per mezzo di un ponte con le spalle in muratura. Anche per questo forte le strade di comunicazione con la


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Piazza sono quelle già citate del Pinocchio e del Posatore. Si possono vedere, sul terreno alcuni tratti di fossato sui lati Nord e Sud e sul fronte di gola colpito da bombardamento aereo nel 1944. Pur rimaneggiato rimane invece l'edificio fuori del forte, già magazzino,.trasformato in casa agricola. L'area è in concessione alla Radio Televisione Italiana. FORTE ALTA VILLA Il forte, il primo sulla sinistra della II linea, sorge sull'altura che prende il nome da un casino di caccia costruito nei pressi dell'abitato di Piè della Croce, fuori la Porta Cavour a nord-ovest di monte Venanzio sulla strada AnconaSirolo. La sua costruzione è ordinata appena due mesi e mezzo dopo l'arrivo delle truppe piemontesi, con Dispaccio del Ministero della Guerra, n. 11040 in data 12 dicembre 1860. Il tracciato dell'opera è simmetrico rispetto alla capitale. Ha la forma di lunetta ed è costituito da due facce ad angolo della lunghezza complessiva di m. 100. I fianchi sono lunghi m. 35 ciascuno. La gola è formata da due facce ed è lunga m. 116. Le facce ed il fianco destro sono esposte ai tiri di rovescio da mare; non vi sono traverse. La difesa dei fossati è fatta da una capponiera casamattata con due cannoniere per bocche da fuoco di piccolo calibro e feritoie per fucilieri ed inoltre da quattro casematte in galleria di scarpa per il fianco sinistro e per la faccia sinistra; da sei casematte in galleria di controscarpa per la faccia destra e per il fianco destro; da un tamburo con muro alla Carnot (10) per la gola. Le casematte e le gallerie sono ordinate per la fucileria. Le dimensioni principali del profilo nel fronte e f\ei fianchi sono le seguenti: larghezza del ramparo m. 20 circa, ginocchiello m. 1,40 grossezza del parapetto m. 5. La scarpata esterna è rivestita di muratura per l'altezza di m. 2. Alla gola sul ciglio del fosso si eleva il parapetto per fucileria già citato che può essere anche coperto con tavoloni e sacchi di sabbia. Si accede al piazzale interno dal fronte di gola sulla sinistra attraverso il ponte levatoio percorrendo un ingresso, in curva onde evitare i tiri d'infilata, compreso in un edificio casamattato


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sotto il tratto terminale del ramparo. Questa costruzione e l'altra simmetrica situata sotto l'estremità destra del ramparo, racchiudono il piazzale ai lati ed hanno una superficie totale di mq. 200 circa. Nell'edificio di sinistra trovasi un locale per il corpo di guardia, un vano per il comando dell'argano del ponte levatoio, l'Ufficio Comando, l'alloggio ufficiali, un alloggio truppa e I'uscita, alla testata opposta all'ingresso, nel passaggio che scende alla capponiera. Il passaggio dal piazzale del forte percorrendo un ampio corridoio ed una scalinata, porta anche alle gallerie di scarpa destinate alternativamente a magazzini di munizionamento ed a deposito del materiale d'artiglieria. Dalla parte opposta del piazzale l'altro edificio comprende i locali alloggio truppa, la cucina con il passaggio sotterraneo per accedere al muro alla Carnet, i servizi igienici. Da questo edificio si può direttamente accedere al passaggio che dal piazzale scende sotto il fossato e risale alle gallerie di controscarpa. I locali casamattati della capponiera e della galleria di controscarpa hanno la superficie di mq. 150 circa. La loro ubicazione è dettata dalla esigenza di proteggere i difensori, in caso di infiltrazione nemica, dal tiro di repressione proveniente dal Forte Umberto situato alla destra dell'Altavilla. Due locali a polvere sono situati in prossimità delle gallerie che sono dotate anche di fornelli scalda-razioni. 1l rifornimento idrico avviene da un pozzo per acqua piovana sul piazzale vicino all'ingresso. La quota della linea di fuoco varia da m. 197 ,65 e m. 198,57. L'armamento è rappresentato da 9 cannoni da 16 GR in barbetta con affusto d'assedio e su paiuolo d'assedio orizzontale leggero ad eccezione del n. 4 che ha affusto da difesa mod. 1839 con sott'affusto del n. 4 su paiuolo da difesa idoneo. I pezzi nn. 1-3 battono Torre d'Ago, Tavernelle, la ferrovia ai piedi di monte Acuto e monte Acuto; il n. 4 è diretto sul terreno fra Torre d'Ago e monte Baldino; i pezzi nn. 5-7 battono dalla ferrovia a monte Acuto verso monte Baldino; infine quelli nn. 8 e 9 da Lucarino a Pezzotti verso mare.


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È previsto il potenziamento dell'artiglieria con sei obici da 24 GRC Ret. La dotazione di colpi per pezzo è di 372 granate, 18 shrapnels e 10 colpi a mitraglia. Esiste una buona strada carrozzabile, ultimamente costruita, detta della Pecora che si innesta in quella già-esistente di Piè della Croce oltre cui si stacca la traversa che mena direttamente al forte. È il forte meglio conservato anche per la cura degli abitanti della Frazione di Pietralacroce e per i restauri iniziati dalla Soprintendenza per i Beni ambientali ed architettonici. Sdemanializzato è ora affidato alla Circoscrizione come parco pubblico e sede di manifestazioni culturali. FORTE UMBERTO - È situato fuori di Porta Cavour sulla altura di monte Pelago, sulla strada Ancona-monte Pelago-Sirolo. Il nome Pelago è quello di una nobile casata anconitana di cui si hanno notizie dai primi anni del 17Q secolo, che aveva il possesso di quella terra, ma probabilmente il toponimo ha origini pelasgiche. L 'importante posizione, al centro della seconda linea di difesa, domina la Cittadella ed il Cardeto. Per la sua posizione chiave il Governo piemontese ne dispone la fortificazione con dispaccio del Ministro della Guerra n. 1109 del 4 marzo 1861 e già nel gennaio 1863 i lavori sono a buon punto. Nel 1799 diveniva base di partenza degli attacchi incessanti, ma vani portati dal gen. Lahoz contro il Forte Cardeto. Nel 1849 vi erano dislocate due compagnie austriache della brigata Pfanzalter e pezzi di artiglieria al comando del magg. barone Stein, che avanzarono su monte Pulito avvicinandosi decisamente al corpo di Piazza. Successivamente la zona fu fortificata dal Governo pontificio che vi costruì una lunetta in terra e nel 1860 le forze italiane del gen. Della Rocca, comandante il V Corpo d'Armata, espugnavano il monte dopo accanito combattimento. Il forte più volte citato con maggior precisione come Lunetta, assume il nome di Forte Umberto, il valoroso Principe di Casa Savoia, decorato di meda-


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glia d'oro al valore Militare nel combattimento di Villafranca, che succederà a Vittorio Emanuele Il. (11) Il tracciato del forte è simmetrico rispetto alla capitale ed ha forma di lunetta regolare. È costituito da due facce eguali della lunghezza di m. 40 ciascuna; i fianchi sono lunghi m. 30, la gola ha forma rettilinea ed è lunga m. 80. Le facce ed i fianchi sono esposti, ai tiri d'infilata e di rovescio, sia dalle alture circostanti che da mare. Non esistono traverse per il defilamento. La difesa dei fossati è fatta dalla galleria di scarpa e da casematte al saliente di controscarpa pei fossati delle facce, dalla galleria di scarpa e due locali sporgenti dalle gallerie di gola per quelli dei fianchi; dalla galleria di gola e da passaggi coperti per il fossato di gola che è più profondo degli altri. Le dimensioni principali del profilo delle facce sono: ginocchiello m. 1,40; grossezza del parapetto da m. 4 a m. 6; la scarpata interna è rivestita di muratura. Il fossato è rivestito di muratura dal fondo fino all'altezza di 6 metri circa, come la controscarpa. La gola è occupata per l'intera lunghezza da una imponente caserma difensiva su due piani attraverso la quale, superato il fosso con un ponte in legno, si accede all'interno del forte passando per l'ingresso dell'avancorpo centrale a forma di tamburo. 11 piano inferiore, al quale si scende per due rampe ai fianchi del1'ingresso, comprende 15 locali con feritoie per fucilieri. Il locale centrale dell'avancorpo serve per il fiancheggiamento, gli altri oltre che alla difesa sono utilizzati come dormitorio truppa, magazzini d'artiglieria, del Genio, di viveri di riserva e servizi igienici. Alle estremità del corpo di fabbrica sono ricavati a sinistra 3 locali per deposito legna da ardere ed a destra altri 3 per il munizionamento e caricamento proietti. Il piano superiore comprende oltre all'androne d'ingresso, 14 vani per uffici del Comando, per l'Ufficiale di Picchetto, la cucina Ufficiali, il corpo di guardia ed il dormitorio truppa. I locali della caserma casamattati, hanno una superficie complessiva di mq. 700 circa. Di fronte all'ingresso, nell'interno del forte, è ubicata la cisterna per il rifornimento idrico.


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Sul perimetro dell'opera sono disposte le casematte delle gallerie di scarpa alle quali si accede dall'incrocio dei fianchi con il fronte di gola; sul fianco destro adiacente all'accesso, sotto il terrapieno è situato come è buona norma, il magazzino a polvere. Alla galleria di controscarpa si perviene da scala coperta da volta in muratura che parte dal piazzale lungo la capitale del sagliente; la galleria, nella cui parte avanzata è ricavata una poterna (12), comprende 5 casematte che insieme alle 39 di scarpa hanno una superficie complessiva di mq. 380 circa. La quota della linea di fuoco varia fra 188,50 e 183,57 s. I. m. L'armamento consiste in 7 cannoni da 16 GR in barbetta con affusto d'assedio su paiuolo d'assedio orizzontale leggero ad eccezione del pezzo n. 5 che ha affusto da difesa mod. 1839 e sott'affusto del n. 4 su paiuolo da difesa. I cannoni nn. 1 e 2 battono gli avvallamenti tra monte Pelago e Torre d'Ago; quelli nn. 3 e 4 la strada del Castellano e le Tavernelle; il n. 5 è puntato su monte Acuto e valle di Miano; i cannoni nn. 6 e 7 battono la gola del Forte Altavilla, monte Acuto e la strada per Sirolo. La dotazione di colpi per pezzo è di 372 granate, 18 shrapnels e 10 colpi a mitraglia. Il materiale è in batteria ed il munizionamento nel locale a polvere. È prevista l'integrazione dell'artiglieria con 2 pezzi da 9 BR e 4 obici da 21 GRC Ret. La strada che mena al forte è la stessa descritta per l'Altavilla e da essa, prima di raggiungere il villaggio di Piè della Croce, si stacca la traversa per il Forte Umberto.

Il forte oggi denominato Garibaldi, è intatto ad eccezione del fianco sinistro della Caserma difensiva del fronte di, gola, che utilizzata nella 2!! guerra mondiale come deposito munizioni è stata fatto saltare dalle truppe germaniche in ripiegamento. È in uso alla Marina Militare. SCRIMA - L'ultimo forte della II linea è situato fuori della barriera della Stazione sul poggio a cui si accede da Via Scrima così detta perché traccia una via retta fra i due versanti dell'altura, in prossimità della strada Ancona, Posatora, Torrette. FORTE


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Toponimo derivante da "scriminatura" dei capelli. Nel 1849 il gen. Wimpffen, comandante le forze austriache, faceva istallare sul colle bocche da fuoco che procurarono molto danno agli assediati. Successivamente il Governo Pontificio fortificava la zona, realizzandovi una ridotta a fonna di lunetta, presidiata nel 1860 dagli Svizzeri che però venivano travolti dall'attacco del IV Corpo d'Armata, comandato dal gen. Cialdini. La trasformazione della fortificazione pontificia in più complessa opera permanente è disposta con Dispaccio n. 7212 del 2 novembre 1861. Il forte è dominato da quasi tutte le alture circostanti, tuttavia siccome il terreno frapposto è piuttosto basso esso può estendere il suo tiro diretto fino a Montagnolo Chiesa, Montagnolo Torre, monte Silvestro e Torre d'Ago. Il tracciato di pianta regolare, costituito da una specie di fronte bastionato con la cortina ripiegata a dente, non è però simmetrico rispetto alla capitale. La gola la quale è unita direttamente ai due bastioni è costituita da un secondo fronte bastionato con una brevissima cortina. La lunghezza complessiva del fronte è di m. 165 e quella della cortina di m. 80. Lo sviluppo complessivo della linea di fuoco dei due bastioni e di circa m. 100. La lunghezza del fronte di gola è di m. 11 O. La cortina ed i bastioni sono esposti ai tiri di rovescio da mare; il defilamento è ottenuto con traversoni dietro la cortina ed alla gola dei bastioni e con paradossi nelle vicinanze delle piazzole. Alcune facce sono esposte ai tiri d'infilata dalle prossime alture. Non esistono traverse per il defilamento. La difesa dei fossati è fatta per mezzo di gallerie di scarpa, mentre al saliente principale del bastione destro ed a due salienti del bastione sinistro vi sono gallerie di controscarpa della superficie totale di mq. 1.000, destinate al ricovero truppa. Le dimensioni principali del profilo sulla cortina del fronte a sud sono: grossezza del parapetto m. 7; ginocchiello 1,40; pendio del parapetto 1/6 circa. La scarpata esterna è rivestita di muratura


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fino all'altezza di m. 7,50. Le dimensioni principali del profilo del bastione di sinistra sono quasi simili alle precedenti. Il bastione di destra invece ha nel fianco sinistro e nelle tre facce successive l'ordinamento alla Haxo (13), con n. 13 casematte e due riservette della superficie complessiva di mq. 260 circa usate anche come magazzino del materiale d'artiglieria. Le dimensioni principali del suo profilo sono le seguenti: dislivello fra il piano della casamatta ed il terrapieno m. 4; ginocchiello m. 1,00; lunghezza della casamatta m. 5,75; altezza massima della casamatta 3,50 minima 2,75; grossezza del parapetto davanti alla casamatta 6,50. La controscarpa è rivestita di muratura per l'altezza di m. 7,50. L'ingresso nel forte dopo il ponte, avviene attraverso l 'androne dell'edificio ad un piano che occupa la breve cortina del fronte di gola, nel quale a destra è il corpo di guardia ed a sinistra l'ufficio del telegrafo. Da quest'ultimo si passa alle gallerie di scarpa usate dal Genio come magazzino. In prosecuzione si trovano n. 7 casematte a cui si accede dal piazzale, in prossimità della cisterna per il rifornimento idrico. Questi locali sono destinati nell'ordine a magazzino viveri di riserva, alloggio Ufficiali, dormitorio truppa, cucina. In ogni locale è ricavato un cucinotto con camino indipendente. Dal piazzale si accede ai bastioni per mezzo di passaggi coperti sotto i traversoni dei bastioni medesimi; ai fianchi del passaggio di destra, sono ricavati il magazzino a polvere ed il laboratorio di caricamento proiettili (in progetto). Si perviene alle gallerie di scarpa da quattro ingressi a rampa situati alle estremità dei fianchi dei bastioni; alle gallerie di controscarpa si accede dalle gallerie di scarpa per mezzo di passaggi coperti, situati nella 3!! faccia del bastione di sinistra e nella 2!! di quello di destra. La quota della linea di fuoco è variabile tram. 70 e m. 77. L'armamento è costituito da 14 cannoni da 16 GR di cui: il n. 1 in barbetta con affusto da difesa mod. 1839 e sott'affusto del n. 4 su paiuolo da difesa, batte la strada di Senigallia; i nn. 2-6 in


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casamatta con affusto da difesa con rotelle del n. 1 su paiuolo d'assedio orizzontale leggero, tengono sotto tiro il settore che va dal Posatore verso Montagnolo Chiesa e Montagnolo Torre al passo del Pinocchio e Torre d'Ago; i nn. 7-10 in barbetta con affusto da difesa mod. 1839 e sott'affusto del n. 4 su paiuolo da difesa, battono dal Posatore verso il Pinocchio e da qui a Torre d'Ago; i nn. 11-14 in cannoniera con affusto d'assedio su paiuolo-orizzontale leggero, battono verso i due forti del Montagnolo ed appoggiano l'azione sul Pinocchio tranne l'ultimo che è puntato su monte Pelago e monte Baldino. Le munizioni consistono in 372 granate, 18 shrapnels e 1O colpi a mitraglia per pezzo. Si raggiunge il forte per due strade che si staccano da quella Ancona-Falconara presso la stazione ferroviaria, ma quella più ad ovest ha pendenza tale che la rende impraticabile al carreggio. L'imponente costruzione di dimensioni superiori alla stessa Cittadella, è ai margini di zona franosa e presenta lesioni evidenziatesi subito dopo la sua edificazione. Ora, demoliti la breve cortina del fronte di gola e l'ingresso da bombardamento aereo alleato nel 1944, occupato con costruzioni il fossato alla go~a, manomesse le casematte già occupate da senza tetto e privati locatari, ha le gallerie invase dalle acque piovane a causa dell'interramento del fosso fino al livello delle feritoie . Purtroppo il forte aggredito dalle costruzioni che lo circondano, non invita a concepire un ripristino che in altre circostanze metterebbe in evidenza la sua interessante e caratteristica concezione. È proprietà privata. FORTE CARDETO - Il monte Cardeto da cui inizia la III Linea, più volte indicato come monte Gardetto, è un'altura alla quota di m. 150 s. 1. m., domina fa piana degli Orti e con l'appoggio del prospiciente colle S. Stefano costituisce posizione difensiva verso terra di estrema importanza. La denominazione Cardeto è quella giusta, esprimendo il fitonimo la diffusione delle rustiche piante di cardi sul colle. Il nome Gardetto è invece eredità dalla dominazione francese. (14)


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L'importanza del Cardeto fu sottolineata dallo stesso Napoleone nella sua visita alla città nel 1797; due anni più tardi il gen. Monnier in vista dell'attacco delle truppe austriache e dei suoi alleati, fece fortificare il monte ed affidò il comando dell'opera al valoroso gen. Pino (15). Il Cardeto durante l'assedio fu difeso bravamente nonostante i reiterati attacchi portatigli dal gen. Lahoz (16), che sulle alture circostanti perse la vita. Successivamente, durante il Regno Italico, il forte fu potenziato, ma i lavori non assunsero mai un ritmo serrato, né una definizione concreta. Nel 1849 la ridotta di monte Cardeto è descritta dal Santini come un'opera permanente avanzata, a fronte bastionato assai schiacciato, guarnita di forti palizzate, fossati profondi, scarpe, controscarpe e rivellini rivestiti. Sottoposta durante l'assedio ad incessanti attacchi di artiglieria sia dalla parte di terra che dal mare, resistette con l'efficace fuoco delle sue bocche da fuoco; numerosi tentativi delle fanterie austriache per espugnarla, venivano arrestati e respinti dall'accanita difesa dell'8!! comp. del 7 2 di linea e da tre battaglioni Urbino-Pesaro, al comando del magg. Fontana. Nel 1860 '!chiave della difesa dalla parte di terra, era la zona militare di monte Cardeto (... ), ambito obiettivo del gen. Cialdini; logico quindi che l'amm. Persano desse manforte alle truppe di terra col battere dal mare quella importante posizione". (17) Nella nuova organizzazione della Piazzaforte, il Forte Cardeto viene collegato con il bastione destro alla cinta fortificata verso terra e ne costituisce l'estremità sinistra. Praticame~e conserva l'andamento della fortificazione napoleonica ad eccezione del dente che viene abbandonato. Il tracciato non è simmetrico rispetto alla capitale ed è rappresentato da un fronte bastionato nel quale i due bastioni non sono completi, poiché di entrambi non esistono che i fianchi interni ed una faccia. Il bastione di destra ha però dopo il saliente una cinta irregolare in muratura, la quale costituiva l'antica cinta del forte. Le facce sono lunghe rispettivamente m. 55 e m. 75; i


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due fianchi sono lunghi m. 35 ciascuno. La cortina ha uno sviluppo di m. 125. L'intero fronte, specialmente il bastione sinistro, è esposto ai tiri di rovescio dal mare. Il defilamento è in piccola parte ottenuto con due lunghi traversoni esistenti dietro la cortina ed il bastione destro. 11 forte non ha profilo regolare, la grossezza del parapetto varia da m. 3 a m. 5. La scarpata esterna è parte in terra, parte rivestita di muratura. Innanzi alfa cortina vi è una specie di tenaglia (18) alle spalle del rivellino abbandonato. La controscarpa è solamente in parte rivestita di muratura; una galleria di controscarpa con 14 casamatte è costruita sul fianco destro a difesa del fossato e del rovescio del muro, adattato alla Carnot, che protegge il lato ovest del forte. Nel fronte di gola vi sono due magazzini della superficie di mq. 490 circa ed un corpo di guardia; vi è pure un piccolo ripostiglio alla prova. Non esistono ricoveri. In capitale è ricavata una poterna che sbocca nel fosso. La quota della linea di fuoco è compresa fra m. 100 e m. 105. L'armamento è costituito da otto pezzi: 6 cannoni da 16 GR in barbetta (nn. 1-3 e 5-7) con affusto d'assedio su paiuolo d'assedio orizzontale leggero battono monte Pelago, monte Pulito e Forte Altavilla; 2 cannoni da 7 BR Ret. in cannoniera (nn. 4 e 8) con affusto da campagna hanno scopo di fiancheggiamento e difesa della cortina. I pezzi non sono in batteria; i primi trovansi nei magazzini del forte, i secondi presso il 25Q Reggimento Artiglieria da Fortezza. Le munizioni disponibili per i 16 GR sono 372 granate, 18 shrapnels, 10 colpi a mitraglia per pezzo e per i 7 BR Ret., 200 granate, 190 shrapnels e 10 colpi a mitraglia per pezzo. Questo forte non ha polveriera propria, però sul rovescio vi è la polveriera "Castelfidardo" situata poco distante, della capacità di circa 200.000 chilogrammi di polvere. Il Ministero della Guerra ha ordinato lo sgombro delle polveri per ricoverare le suelencate munizioni. "L'importanza della posizione avrebbe giustamente richiesto la realizzazione del progetto della Direzione Genio trasformando


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in una ben intesa e forte batteria a fronte tanagliato l'informe tracciato attuale, che si deve ritenere come abbozzo di un'opera definitiva di fortificazione, ma la spesa per tale completamento sarebbe eccessiva rispetto allo stanziamento". Questo parere del gennaio 1876 è espresso, insieme ad altri concernenti il riordinamento delle fortificazioni di Ancona, dal Presidente del Comitato delle Armi di Artiglieria e Genio in una relazione trasmessa con foglio n. 56 del 26 febbraio 1876 alla Direzione che evidentemente non ha dato seguito alle proposte. Al forte si accede per mezzo di due rampe che si distaccano in capitale a poca distanza dalla Batteria S. Giuseppe Superiore. Danneggiato da esplosioni nel 1944, è per lo stato di abbandono infestato da vegetazione e difficilmente si intravvede la struttura, anche se il profondo fossato e le robuste murature esprimono un chiaro indice della sua importanza. Ă&#x2C6; in uso alla Marina Militare.


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62 - Piano del Fronte di terra.

63- G. Bevilacqua, vista di Ancona dal colle S. Stefano, 1858.

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FORTE PEZ'lOTTI

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64- Planimetria del Forte Pezzotti.

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65- Veduta del Forte (ricostruzione, G. Luchetti).

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66 - La caponiera sul fronte di gola.

67 - Pianta dei locali della caponiera e della casa demaniale alle spalle del Forte.

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68 - Casa demaniale alloggio Ufficiali, uffici e magazzino.

69 - Sezioni del Forte.


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FORTE LUC AR !NO

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70 - PlanĂŹmetria del Forte Lucarino.

71- Veduta del Forte (ricostruzione, G. Luchetti).

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Glauco Luchetti â&#x20AC;˘ Ruggero Belogi

72 - L'insieme dei due Forti Pezzotti e Lucarino.

73 - Sezione dei due Forti e della strada protetta di collegamento.


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74 - Planimetria dell' Opera Occasionale di Torre d'Ago.

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75 - Area sulla quale era iniziata la costruzione dell'opera.

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76 - Planimetria del Forte Montagnolo Torre.

77 - Veduta del Forte (rico~1ruzione, G. Luchetti).


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78 - Sezione del Forte.

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79 - Locali interni al Forte.

80 - Magazzino dei proietti interno alla gola.

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FORT E MONTAGNOLO CHIESA

I 81- Planimetria del Forte Montagnolo Chiesa.

82- Veduta del Forte (ricostruzione, G. Luchetti).


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83 - Ingresso del Forte, 1910.

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84 - Pianta del fabbricato vicino all'ingresso, 1883.


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85 - Testata dell'edificio con croce sabauda in mattoni rossi.

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85 bis - Sezione longitudinale.

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I 86 - Planimetria del Forte Altavilla.

87 - Ingresso del Forte.


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88 - Pianta dei locali e delle gallerie del Forte, 1883.

89 - Edificio d'ingresso a sinistra del piazzale.


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90 - Il fossato con le gallerie di controscarpa.

91- Il fosso di gola con il muro alla Carnot.

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92 - La caporùera sul fianco sinistro dell'opera.

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93 - Sezione del fianco destro.


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94 - Planimetria del Forte Umberto.

95 - lngre~~o del Forte.

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96 - Caserma difensiva alla gola. -'-'----==-..;..;;;;:..:::::..:..::.::;;...;;;.,.._;;.__ _ _.....,.~ _ __ __ __ _ _ _ _ _ __ _ ' , ~_.,,,.,, uJ

l 97 - Pianta dei locali e delle gallerie del Forte.


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98 - Incontro del fosso perimetrale con quello di gola, piĂš profondo.

99 - La galleria di controscarpa a protezione del saliente.

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Sezione sul fianco sinistro.

101- Gallerie di scarpa.


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102- Planimetria del Forte Scrima.

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L'ingresso del Forte (ricostruzione, G. Luchetti).


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105 -

Glauco Lucheui - Ruggero Belogi

I due bastioni del fianco sinistro del Forte.

Traversone con passaggio per bastione destro.


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106- Pianta dei locaU e delle gallerie, 1883.

107 -

Dfosso e sul fondo le gallerie di controscarpa.

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108- Sezione sull'a~ dell'opera.

109 -

Ca~ematte a sinistra dell'ingresso.


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FORTE GARDE TO

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Planimetria del Forte di Monte Cardeto.

L'ingresso e la scala per i locali di controscarpa.

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112 -

Scarpa del fosso in direzione Forte Cappuccini.

113 -

La controscarpa prospiciente con locali casamattati.


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114 -

115 -

Progetto del miglioramento del 1883.

Sezione dello stesso progetto.

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CINTA DAL FORTE CARDETO ALLA LUNETTA

S.

STEFANO -

La

nuova Cinta viene approvata con Dispaccio del Ministero della Guerra n. 4915 del 16 luglio 1862 e la perizia di completamento dell'importo di f . 1.147.000.= porta la data del 31 gennaio 1863. La Cinta circonda la città ad est e sud-est con un saliente alla Lunetta S. Stefano di circa 130°. Essa racchiude la zona di ampliamento della città e determina la opportuna profondità della Piazza. ( 19) Il tracciato è pressoché rettilineo fino alla Lunetta, con leggera rientranza al centro (Porta Cavour), prodotta dalla disposizione delle riseghe necessarie per il fiancheggiamento vicino. La difesa dei fossati è fatta dalle gallerie di scarpa nelle riseghe dove la Cinta è terrapienata, da muri e feritoie nelle parti non terrapienate, dalle testate del fosso nei punti in cui il suo fondo si abbassa repentinamente a gradini. Nei luoghi in cui la Cinta è terrapienata le dimensioni del profilo sono: grossezza del parapetto m. 6, ginocchiello m. 1,40, mentre la scarpata esterna è rivestita di muratura per un'altezza di m. 7 circa. Dove non è terrapienata le dimensioni invece sono: larghezza della banchina m. 1, altezza del muro a pilastri ed archi m. 3,50, grossezza del muro 0,90. Dal punto di unione al forte si incontrano in successione gli Scaglioni del Cardeto che terminano con la Batteria S. Francesco, la cortina con al centro Porta Cavour, la Batteria Calamo ed infine gli Scaglioni di S. Stefano. Il passaggio dall'interno all'esterno della città è a doppio androne con due ponti fissi di legname per superare il fosso. La porta è una imponente costruzione_ in muratura rivestita con pietra d'Istria, in stile classicheggiante. Verso l'esterno il paramento dei piedritti dei fornici di transito è a doppio bugnato a forte rilievo, mentre all 'intemo verso la Piazza, gli stessi piedritti sono costituiti da colonne accoppiate con capitelli di ordine dorico. A destra ed a sinistra di Porta Cavour si hanno n. 20 locali casamattati della superficie totale di mq. 1.200. A destra della porta e sopra i locali casamattati vi sono 4 casematte della super-


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ficie di mq. 80 con tre cannoniere alla Haxo. I locali predetti collegati alle gallerie di scarpa sono destinati a corpo di guardia, Ufficiale di Picchetto, ricovero truppa, scuderie, ripostigli, riservetta, servizi. Un locale è assegnato ad uso civile per l'esazione della imposta del Dazio Consumo. Per tutto questo tratto di Cinta vi è un locale con pozzo per rifornimento dell'acqua e tromba idraulica (20). La linea di fuoco segue l'andamento collinoso del terreno ed ha la massima depressione a Porta Cavour (m. 31) mentre in prossimità di monte Cardeto raggiunge la quota di m. 79,90. La Batteria S. Francesco è fom1ata da due cannoni da 16 GR in cannoniera con affusto da difesa mod. 1839 e rotelle di ghisa del n. 1 su paiuolo d'assedio orizzontale leggero ed ha lo scopo di fiancheggiare la Cinta e la Lunetta S. Stefano. La Batteria Calamo in casamatta con due cannoni da 16 GR con affusto analogo ai pezzi della precedente batteria, su paiuolo da casamatta, batte le falde del monte Pulito e la strada nuova a Pietra la Croce. Gli Scaglioni S. Stefano sono armati con tre cannoni da 16 GR in barbetta con affusto d'assedio, su paiuolo orizzontale leggero, che fiancheggiano il Forte Cardeto e battono l'avvallamento fra i monti Cardeto e Pulito. L'armamento per tutti questi pezzi è di 372 granate, 18 shrapnels e 10 colpi a mitraglia ciascuno. -

LuNE'ITA S. STEFANO - Questa opera è istallata sul colle omonimo sul quale sorgeva una chiesa dedicata al culto di S. Stefano (21). Nel 1797, Napoleone dispose l'inizio dei lavori per la costruzione della lunetta che poté contribuire efficacemente alla difesa della città nell'assedio del 1799, tanto che gli Austriaci nei tentativi di occupare il forte vi persero 1.000 uomini (22). I lavori proseguirono durante il Regno Italico, ma nel 1815 il gen. austriaco Geppert fece saltare oltre ad altre fortificazioni anche la lunetta che, successivamente ricostmita, si presentava nel 1849


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come opera in terra chiusa alla gola da palizzate sprovviste di ricoveri. Durante il lungo assedio, sotto il tiro delle soverchianti batterie austriache di monte Marino e di monte Pulito e la violenta pressione delle colonne di attacco, il 7Q di linea comandato dal cap. Coletti che difendeva la posizione era costretto a ritirarsi, dopo una prolungata resistenza, dai posti avanzati (23) Nel 1860 l'opera non ebbe alcun peso nella difesa in quanto non attaccata frontalmente dai Piemontesi. La lunetta ha le facce del saliente lunghe m. 67 ,50, il fianco destro m. 35 e quello sinistro m. 26. Le dimensioni principali del profilo sono le seguenti: ginocchiello m. 0,80, grossezza del parapetto m. 4,70. La scarpata esterna è rivestita di muratura per l'altezza di m. 5,75. Nei fianchi della lunetta vi sono 5 locali alla prova della superficie di mq. 180, dai quali si accede alle gallerie di scarpa che, limitate alla sola faccia sinistra, comprendono n. 11 casematte per fucilieri. I tre locali a sinistra sono destinati a casamatta per materiali d'artiglieria, riservette a polvere ed accesso alle gallerie di scarpa adiacenti; i due locali a destra comprendono i magazzini di munizionamento e di caricamento proietti, nonché l'accesso alle gallerie di scarpa della Cinta. La gola è chiusa da un muro fiancheggiato da una specie di caserma difensiva alla prova. Questa è una costruzione a due piani inserita in capitale con locali destinati a corpo di guardia e ricovero truppa. La quota della linea di fuoco è la massima della Cinta a m. 98,54. La lunetta è armata con quattro cannoni da 16 GR in barbetta, con affusto da difesa mod. 1839 e sott'affusto del n. 4 su paiuolo da difesa, di cui il primo incrocia i fuochi del Cardeto e collabora con gli altri tre che battono monte Baldino, monte Pelago, la strada del Castellano, le Grazie e Torre d'Ago. Le munizioni per ogni pezzo sono 372 granate, 18 shrapnels e 1O colpi a mitraglia. Si accede alla lunetta dalla strada che proviene dalla Porta S. Stefano, all'interno delle mura, attraverso un ingresso sulla destra della gola.


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CINTA DELLA LUNEITA S. STEFANO AL CAMPO TRINCERATO -

A difesa del fianco destro della Lunetta, dopo un breve tratto di Cinta comprendente tre casematte per fucilieri, è stata inserita una capponiera, costituita da un lato da due locali della superficie di mq. 50 utilizzabili anche per ricovero truppe più una riservetta a polvere e dall'altro da un muro a fe1itoie. Alla capponiera si accede per un passaggio coperto che passa a fianco di una costruzione con due ampi locali per magazzino d'artiglieria, alle spalle della Cinta, e si allaccia alla strada che proviene da Porta S. Stefano. Procedendo verso ovest lungo la Cinta percorsa da gallerie di scarpa si incontra la tenaglia seguita dal Bastione Aureli, dal nome della villa antistante e, al centro della cortina successiva, la Porta S. Stefano. Questo importante ingresso della città è rappresentato da una severa costruzione in laterizio con coronamento in pietra d'Istria, eretta dai Francesi che avevano già delineato in terra questo tratto di Cinta, restaurata ed ampliata nei nuovi lavori. Vi sono 14 locali casamattati della superficie di mq. 560, a destra ed a sinistra della porta. Cinque di questi sono per il ricovero truppe, altri cinque per immagazzinare materiale d'Artiglieria e del Genio; gli altri quattro sono divisi in più piccoli vani per corpo di guardia, Ufficiale di Picchetto, alloggio Ufficiali, prigione e servizi. Vi è anche istallato il posto di controllo del Dazio Consumo. Il sottotetto della costruzione è protetto con spesso strato di sabbia. Oltre Porta S. Stefano, dopo il mezzo Bastione S. Carlo, un breve raccordo in muratura unisce la Cinta alla faccia est del Bastione S. Giacomo del Campo Trincerato. Le dimensioni della Cinta sono quelle già indicate in precedenza. La galleria di scarpa complessivamente è divisa in n. 120 reparti della superficie totale di mq. 1.550 circa. Lungo il suo sviluppo vi sono n. 6 piccoli ripostigli per munizioni della superficie di mq. 14 cadauno. Una strada in discrete condizioni percorre tutto all'interno la Cinta; da detta strada si accede alle gallerie di scarpa, alle varie opere ed ai magazzini per munizioni. La linea di fuoco di questo tratto è di m. 89 sul livello del


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mare. Ai fianchi della porta sono istallati in cannoniera quattro pezzi da 16 GR con affusto d'assedio su paiuolo d'assedio orizzontale leggero: due sul Bastione Aureli che battono monte Pulito, monte Pelago, la strada del Castellano e Monte Baldino, due sul mezzo Bastione S. Carlo diretti sugli stessi obiettivi, tranne monte Baldino. Le munizioni per ognuno di tali pezzi comprendono 372 granate, 18 shrapnels e 10 colpi a mitraglia. L'ingresso in città avviene su un ponte in legno che supera il fossato per la via che fiancheggia le mura pontificie in forte pendenza fino alla Piazza Roma. Della Cinta, estrema difesa dell'abitato, rimane solo la Lunetta S. Stefano ed il tratto che da questa porta al Campo Trincerato; anche i fossati sono stati in gran parte interrati e danni evidenti appaiono nel mezzo Bastione S Carlo per il franamento della cortina ora in fase di restauro. Alla demolizione degli Scaglioni del Cardeto e di Porta Cavour, è seguita dopo la 2 11 Guerra Mondiale, quella degli Scaglioni di S. Stefano per permettere lo sviluppo urbanistico e solo brevi tratti sono rimasti incuneati nelle palazzine residenziali della zona in Via Redipuglia ed in Via S. Martino. La Lunetta S. Stefano, in uso al Comune, necessita solo di opere di restauro di limitata entità. CAMPO TRINCERATO - L'opera è situata sul monte Astagno a sud-est della città, a contatto ed a sud-ovest della Cittadella fra le strade che dall 'intemo della Piazza conducono al Piano S. Lazzaro ed a S. Maria delle Grazie. Per il progresso delle artiglierie già verso la metà del 1500, ' mentre erano appena incominciati i lavori della Cittadella, si manifestava la necessità di tenere maggiormente distanti dalle mura gli assedianti. Da tale esigenza nacque la decisione di papa Giulio III di costruire il Campo Trincerato in base ai disegni di Francesco Paciotto (24) da Urbino, uno dei più noti architetti militari del tempo. Nel 1560 venne incaricato della direzione dei lavori Pellegrino Tibaldi (25) e nel 1562 l'anconitano Jacopo Fontana (26) completò il bastione detto la Tenaglia progettato dal Paciotto e


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prese ad incamiciare di muro la vasta opera per lo più costruita in terra. Nei primi anni del 1600 i lavori erano completati. Agli effetti strategici, pur se all'epoca detta costruzione rappresentava quanto di meglio potesse concepirsi, non ebbe in seguito altro compito di quello parziale di cinta fortificata e non fu teatro di fatti d'armi notevoli. Anche il suo inserimento nella difesa della Piazzaforte si limita all'utilizzazione dei bastioni volti a sud ed a sud-ovest come completamento della sutura della Cinta con la Cittadella. Il Campo Trincerato ha tracciato irregolare e presenta quattro fronti di cui tre sono a sistema bastionato ed il quarto, quello a nord-est, è pressoché rettilineo e fiancheggiato da un solo bastione. In prossimità del collegamento con la più antica mura del convento di S. Francesco ad Alto si incontra il bastione Stamura e, retrocedendo, dopo la cortina, il bastione S. Ciriaco, quindi sul fronte sud la Tenaglia affiancata dai bastioni S. Giacomo e Grazie ed infine con il bastione Ottone si opera il congiungimento alla Cittadella che si incunea profondamente nel Campo Trincerato. Lo sviluppo complessivo dell'opera è di circa m. 915. Quasi tutti gli elementi del fronte suddetto sono esposti ai tiri d'infilata e di rovescio dalle alture circostanti e da mare. Un relativo defilamento è ottenuto mediante traverse e paradossi. Nell'interno del1' opera in prossimità del bastione sud-est della Cittadella si sviluppa un cavaliere costituito da un fronte principale per artiglierie a sud-ovest ed a sud-est. Il comando dell'opera sul livello del mare varia da m. 93 a m. 97, il cavaliere ha la quota di m. 103. I fossati sono molto ampi, ma irregolari. Il profilo non ha dimensioni uniformi nei diversi fronti, però si compone generalmente di un terrapieno e di un parapetto, con scarpata interna di terra e scarpata esterna rivestita in muratura per un'altezza che varia da m. 7 a 10. La grossezza del parapetto è di m. 5. Al piede la cortina tra i bastioni Grazie ed Ottone ha un cunicolo sotterraneo per minamento con sfogo dai camini (27). L'accesso avviene tramite passaggi nei predetti bastioni.


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Nell'interno dell'opera non esistono ricoveri propriamente detti; vi sono 3 piccole riservette in cattivo stato della superficie di mq. 20, n. 5 fabbricati con copertura comune per ricovero materiale d'Artiglieria della superficie di mq. 1.800, un corpo di guardia ed una tettoia della superficie di mq. 80. Vi sono nell'interno del Campo Trincerato tre polveriere, "Beato Amedeo" (28), S. Luigi e S. Barbara di cui solo la prima è alla prova, della capacità complessiva di kg. 430.000 di polvere circa o di 21.400.000 cartucce. L'armamento è considerevole. Dal Bastione S. Giacomo 4 cannoni da 16 GR in barbetta battono con i nn. 1 e 2 il Piano S. Lazzaro, Piazza d'Armi, Torre d'Ago, le Grazie, la strada del Castellano, con il n. 3 valle Miano e con il n. 4 la strada di circonvallazione e le pendici di monte Pulito e del Cardeto. La cortina Grazie è munita di un cannone (il n. 5) da 7 BR Ret. da campagna per il fiancheggiamento; il bastione omonimo a fianco è armato con 4 cannoni da 16 GR che coprono una vasta zona: i nn. 6 e 7 in barbetta battono la strada delle Grazie, I'imbocco della galleria ferroviaria ed il versante ovest di monte Pelago, il n. 8 anche in barbetta ha per obiettivo Montagnolo Torre verso Lucarino fino alla visuale diretta di Camerano, ed infine il n. 9 in cannoniera tiene sotto tiro il Pinocchio e Montagnolo Chiesa. Il bastione Ottone presenta dietro il musone (29) un pezzo, il n. 1O, da 7 BR Ret. da campagna in casamatta per il fiancheggiamento e 3 cannoni da 16 GR di cui il n. 11 in cannoniera batte da Montagnolo Torre verso Torre d'Ago fino alla visuale diretta a Candia, il n. 12 in barbetta da Montagnolo Chiesa a Tavernelle e il n. 13 in cannoniera il Forte Montagnolo Torre, il Posatore e la strada di Senigallia. I cannoni da 16 GR in barbetta hanno affusto da difesa mod. 1839 con sott'affusto del n. 4 su paiuolo da difesa, quelli in cannoniera invece hanno affusto d'assedio su paiuolo d'assedio orizzontale leggero. Il cavaliere del Campo Trincerato inoltre presenta uno schieramento di 10 obici da 24 GRC Ret. in barbetta su affusto da


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difesa con sott'affusto del n. 12 su paiuolo in legname, che battono complessivamente le posizioni di Montagnolo, Pinocchio, Torre d'Ago e Tavernelle. La dotazione di munizioni consiste per i cannoni da 7 BR Ret. in 200 granate, 190 shrapnels e 10 colpi a mitraglia per pezzo; per i cannoni da 16 OR è invece di 372 granate, 18 shrapnels e 10 colpi a mitraglia per pezzo ed infine per gli obici da 24 GRC Ret. è di 200 granate mina per pezzo. Al Campo Trincerato si accede dalla strada di circonvallazione in prossimità dell'incontro del fronte ovest dell'opera con quello sud della Cittadella. Una strada in buon stato di conservazione percorre tutta l'opera sul rovescio dei diversi fronti e conduce anche al cavaliere. Esiste un androne con poterna per le sortite nella cortina del fronte sud (cortina Grazie), alle spalle della lunetta dello Spirito Santo. Tale uscita viene chiamata anche porta del Soccorso essendo stato per qualche tempo dal Comune creato sul bastione Grazie, un Lazzaretto. La Lunetta dello Spirito Santo e l'altra di S. Stefano fra i bastioni S. Giacomo e S. Ciriaco sono opere avanzate sussidiarie di scarso rilievo. L'opera è ben conservata ed è stata destinata a parco Pubblico. Anche l'edificio della Polveriera Beato Amedeo è in ottimo stato ed adibito a poligono di tiro a segno. CITIADELLA La Cittadella o Fortezza come più comunemente denominata dagli Anconetani, è indiscutibilmente una delle più interessanti espressioni dell'architettura militare del '500, meritevole di uno studio specifico approfondito; qui saranno date brevi note informative sulla storia e sulla struttura dell'insigne opera che verrà esaminata sotto la sua specifica funzione di elemento della difesa della Piazzaforte, nella cui Cinta viene inserita. La Cittadella è situata sulla cima del colle Astagno, a sud della città fra le strade che da questa conducono alla Stazione, al Piano S. Lazzaro ed alla Madonna delle Grazie. Secondo alcune fonti i primi insediamenti nella zona si erano


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già sistemati a difesa, ma le notizie storicamente accertate riferiscono l'esistenza tra il X-XII secolo della Torre di S. Caterina dal nome della chiesa edificata nelle vicinanze, chiamata anche della Guardia per la sua funzione di avvistamento. Nel secolo XIV (1329) il colle è unito alla città dalla nuova cinta muraria e la porta di Capodimonte diviene l'accesso principale di Ancona (1335). La torre è trasformata in più consistente opera durante la temporanea occupazione dei Malatesta divenendo una rocca (1348) anch'essa denominata di S. Caterina. Di questa si sa solo che costituendo la sua manutenzione un grave peso economico, venne fatta abbattere dal cardinale Andrea Bontempo, governatore della Marca, con il consenso del pontefice Gregorio XI. È però da supporre che l'opera non fosse totalmente distrntta: Lazzaro Bernabei infatti ricorda che nel 1414 esisteva ancora una torre detta appunto di S. Caterina. Nel 1519 la posizione fu, da Egidio de Pistori, circondata da fossato e due anni dopo grazie all'interessamento del Legato pontificio cardinale Bibiena venne dotata di un poderoso bastione "d'incontro alla rocca". La zona era troppo importante oltre che per esigenze difensive anche per misure di ordine interno e la decisione di Clemente VII di realizzarvi una fortificazione permanente degna di rispetto, fu preceduta dall'ordine di erigere un bastione sulla altura del S. Spirito sommità del colle Astagno; con tale atto giustificato come necessario per la difesa dai Turchi, si dava in effetti inizio al concreto potere papale sulla città. Il progetto per la grandiosa nuova costruzione era stato affidato ad Antonio da Sangallo il Giovane (30) il quale dovette ricorrere a tutta la sua ben nota capacità tecnica per adattare all'irregolarità del terreno un'opera che doveva unire alle molteplici esigenze politico-militari anche gli accorgimenti richiesti dal continuo evolversi delle artiglierie. Il 9 settembre 1532 la città fu occupata militarmente dal cardinale di Ravenna Accolti (31 ). I lavori di sbancamento furono portati avanti a ritmo serrato e dopo la posa della prima pietra


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avvenuta il 29 maggio 1533, furono poste le basi di una struttura a fronti bastionati impiegando circa 1.200 operai locali e fiorentini. Per dare spazio alla costruzione ed ai successivi ampliamenti disposti prima dallo stesso Clemente VII e poi da Paolo III, nel 1543 sotto la guida dell'architetto Battista Peloro senese (32), si procedette alla demolizione di una chiesa e di due conventi oltre a cinquanta case. La fortezza seguitò ad essere aggiornata all'evolversi delle tecnologie belliche e vi lavorarono valenti architetti: dopo il progettista Antonio da Sangallo, su9 fratello Michele, il già citato Battista Peloro da Siena, Francesco Paciotto da Urbino, Pellegrino Pellegrini detto il Tibaldi da Bologna, Francesco Jacopo Fontana di Ancona ed altri. Nel 1600 l'opera poteva dirsi compiuta e dall'alto del colle a quota di circa 100 metri sul mare dominava la circostante campagna, la città ed il porto, appoggiando con il suo aspetto minaccioso una presenza militare sempre vigile. Nel suo interno una armeria fornitissima ed una fonderia per cannoni e bombarde assicuravano l'armamento necessario. Nel 1799 il gen. Monnier affidò la difesa della fortezza al Gazan, valorosissimo ufficiale mutilato nelle campagne napoleoniche, caduto durante l'assedio e la Cittadella, pur mostrando le sue manchevolezze specie dopo la conquista del Montagnolo da parte degli eserciti alleati con il Governo pontificio, poté resistere decisamente nei tre mesi di assedio. Gli Austriaci dopo la resa ne iniziarono la demolizione, poi sospesa. Successivamente i Francesi ed il Regno Italico effettuarono varie migliorie. Nel 1814 le truppe napolitane di Gioacchino Murat dopo un breve, intenso duello di artiglieria si impossessarono della Cittadella, ma a seguito della battaglia di Tolentino sfavorevole al Re di Napoli, il 31 maggio 1815 gli Austriaci quasi senza combattere rioccupavano la fortezza. Nel 1849 per 25 giorni la Cittadella sottoposta a intenso fuoco continuato dell'artiglieria austriaca, resistette con tenacia. Alla fine, quando molti suoi cannoni erano saltati in aria, le munizioni pressoché esaurite, i fabbricati distrutti, la metà degli uomini


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morti o feriti, la guarnigione comandata dal ten. col. Giulio Espero era costretta a cedere con l'onore delle armi. Nel 1860 si rifugiò nella Cittadella, in un vano tentativo di resistenza, il gen. Lamoricière che allorquando lo scoppio nella Lanterna costrinse la città sotto il tiro della flotta piemontese, chiese la resa. Nel progetto della Piazza, la Cittadella perde la sua funzione di fortezza isolata e viene inglobata nella Cinta. Sono infatti armati solo tre dei suoi bastioni, quelli rivolti verso terra. La imponente costruzione restaurata dai danni subiti si presenta con tracciato non simmetrico rispetto alla capitale, costituito da 5 fronti bastionati formanti un'opera chiusa assai irregolare. Di essi il più esteso è volto a sud, uno a sud-est, due a nord ed uno ad ovest. Lo sviluppo complessivo dell'opera è di circa m. 585. I bastioni hanno cambiato nome nella lunga vita della Fortezza per vari eventi. A partire dall'ingresso e procedendo in senso orario si incontrano successivamente: 1) Bastione della Campana, detto poi della Guardia; 2) Bastione del Barberino, poi S. Andrea; 3) Bastione del Giardino; 4) Bastione del Cavaliere a Basso, dopo il 1839 denominato Gregoriano dal nome del papa Gregorio XVI che lo fece ricostruire dalle fondamenta, dopo l'abbattimento ordinato dal gen. austriaco Geppert nel 1815; 6) Bastione della Beltresca, poi della Campana. In alcune planimetrie del Genio Militare sono segnati anche i nomi di Bastione della Tenaglia tra il S. Andrea e la Guardia, di Bastione della Forbice tra la Guardia ed il Campana ed infine in qualche pubblicazione è inserito nell'elenco dei Bastioni il Cavaliere ad Alto che sovrasta il fronte ovest ed ha forma curvilinea. Alcuni degli elementi dei fronti elencati sono esposti ai tiri d'infilata e di rovescio sia dalle alture circostanti che dal mare; un relativo defilamento è ottenuto mediante traverse e paradossi (33), nei bastioni e lungo le cortine dei fronti sud e sud-ovest.


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Il comando dell'opera sul livello del mare è da m. 88 a m. 97 per il fronte ovest, da m. 88 a m. 108 per quello a sud, da m. 97 a m. 108 per l'altro a est e infine di m. 97 per quello a nord. Non vi sono fossati, ma l'ingresso avviene tramite un ponte levatoio essendo sopraelevato dal terreno. Questa entrata è incuneata nella forbice tra il Bastione della Campana e quello della Guardia. Si sale con una lunga scalinata al piazzale interno incontrando all'inizio sulla destra un magazzino casamattato per materiale d' Artiglieria munito di una cannoniera a protezione dell'ingresso. Nei pressi della Tenaglia trovasi il passaggio per scendere ai sotterranei del fronte a nord. Vi si trovano qui infatti locali per munizionamento e caricamento proietti, i pozzi di acqua sorgiva per il rifornimento idrico ed il passaggio alle gallerie di contromina che corrono lungo il perimetro del fronte fino al Bastione della Campana compreso. Dal Bastione del Gregoriano si scende alle gallerie di scarpa del fronte a sud che si prolungano fino al Bastione del Giardino dal cui fianco nord sbocca all'esterno una poterna. Infine nei fianchi dei bastioni dei fronti a nord e ad ovest esistono complessivamente n. 9 casematte per il fiancheggiamento delle cortine. Le comunicazioni sotterranee esistenti sono in buonissimo stato: esse non hanno però larghezza sufficiente da consentire il passaggio dei carri. La stessa limitazione ha anche il collegamento sotterraneo tra la Cittadella ed il Campo Trincerato, quindi il trasporto delle artiglierie e di tutto il materiale deve essere effettuato mediante l'argano situato sul parapetto sovrastante il predetto collegamento. Il profilo non ha dimensioni uniformi nei diversi fronti: si compone generalmente di un terrapieno e di un parapetto con scarpata interna di terra e scarpata esterna rivestita in muratura dell'altezza da m. 8 a m. 12. La grossezza del parapetto è di m. 5. Nell 'interno della Cittadella non esistono ricoveri propriamente detti, ma ci sono parecchi fabbricati molto alti quasi a ridosso dei fronti. Nessuno di questi edifici è alla prova; uno solo,


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il cosiddetto "maschio", ha il piano terreno coperto con volta, ma lo spessore di essa non ne garantisce la resistenza all'urto degli attuali proietti. L'edificio adiacente al Bastione del Giardino si eleva per ben quattro piani di cui uno interrato. Comprende magazzini per materiale d'Artiglieria, l'armeria e sovrastante, all'ultimo piano, un unico vasto locale di circa 400 mq. destinato a sala d'armi arredato con i castelli in legno ad elementi per complessivi 25.000 fucili. Tale impianto fu realizzato dalla ditta Tarelli Giuseppe a seguito di gara d'appalto svoltasi il 1 marzo 1863, con una spesa di f.. 9.500 al lordo del ribasso del 3,56%. Quasi parallela, all'altezza del bastione della Guardia trovasi la caserma collegata all'edificio precedente con un corpo ad un piano molto stretto coperto da una lunga scalinata dalla cui metà si accede al cammino di ronda che porta al maschio e in sommità alla sala d'armi. La caserma a tre piani di cui uno seminterrato, è affiancata da una costruzione destinata al Comando ed all'alloggio del Comandante la Fortezza. In questi fabbricati vi sono complessivamente 1O magazzini per materiale d'Artiglieria per mq. 800 circa, il laboratorio armaioli, alcuni alloggi per lavoranti d'artiglieria, servizi, corpo di guardia. Nelle vicinanze dei fronti armati esistono numerose riservette. L'opera come già precisato è utilizzata come elemento della Cinta quindi armata solo parzialmente. La quota della linea di fuoco per il tratto interessato varia da m. 97 ,80 a m. 108,34. Il bastione del Giardino è armato con tre cannoni da 16 GR in barbetta di cui il n. 1 oltre ad incrociare i fuochi col Cardeto, batte monte Pulito ed il versante ovest di monte Pelago, i nn. 2 e 7 oltre a quest'ultimo obiettivo sono puntati su Tavemelle, Torre d'Ago, lo sbocco del tunnel ferroviario e su Forte Umberto. Il bastione Gregoriano ha un pezzo da 7 BR Ret. (n. 4) in casamatta per il fiancheggiamento e due cannoni da 16 GR (nn 5 e 6) in barbetta diretti sui Forti Scrima e Montagnolo Chiesa, il Posatore e le Grazie, mentre un altro cannone da 16 GR (n. 7) in cannoniera


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batte la strada di Senigallia oltre Torrette. Infine il Bastione della Campana ha un cannone da 7 BR Ret. (n. 8) per il fiancheggiamento. I cannoni da 16 GR hanno affusti da difesa mod. 1839 con sott'affusti del n. 4 su paiuolo da difesa ad eccezione dei pezzi n. 3 e n. 7 che sono su paiuoli d'assedio; i cannoni da 7 BR Ret. hanno invece affusti da campagna. La dotazione di munizioni consiste in 372 granate, 18 shrapnels e 10 colpi a mitraglia per ogni cannone da 16 GR e 200 granate, 190 shrapnels e 10 colpi a mitraglia per ogni cannone da 7 BR Ret. Non esiste alcun accesso carrabile, come già segnalato, per l'interno della Fortezza a cui si accede dalla strada alle spalle della Porta di Capodimonte. Le condizioni di questo monumento sono pessime: il vandalismo, la vegetazione e gli elementi atmosferici ne minano l' esistenza. La Cittadella una volta era visibile da tutta la città; ora si scoprono appena i più alti edifici, soffocata com'è dalla folta alberatura che è cresciuta sui fianchi del/' Astagno. Non è quindi più possibile ammirare la plasticità dell'architettura del Sangallo ed anche alt' interno la degradazione è notevole (34 ). CINTA DALLA CITTADELLA A PORTA PIA - Del tratto della Cinta rivolto verso sud, fanno parte la Porta Capodimonte e la Batteria Porta Pia Inferiore e la Porta Pia. Ad eccezione della batteria, questo settore difensivo ha funzione esclusivamente passiva e ciò a motivo dell'inaccessibilità del terreno nella parte inferiore ed alla vicinanza della Cittadella nella parte superiore. Il tracciato della Cinta è irregolare e costituito da successivi tratti di muro disposti secondo l'andamento del terreno. Gli estremi del settore sono rappresentati dalle due Porte: - Porta Capodimonte costruita nel 1335 e che fino al 1788 ha costituito l'unico ingresso alla città da questo lato, ha nel suo interno n. 3 locali della superficie di mq. 35 ed è in mediocri condizioni di conservazione; è situata al piede dei bastioni della Cittadella. - Porta Pia costruita su disegno dell'arch. Filippo Marchionni per iniziativa di Papa Pio VI


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per un più comodo accesso ad Ancona è una maestosa costruzione rivestita di grossi blocchi di pietra d'Istria all'esterno, mentre il fronte verso la città è in tufo; nell'edificio sono compresi n. 6 piccoli magazzini della superficie di mq. 140 e n. 10 locali della superficie di mq. 130 in buono stato. Questa Porta nel 1860 rappresentò un arco trionfale per l'ingresso del gen. Cialdini, il vincitore di Castelfidardo (35). Già nel 1797 le due Porte erano state accanitamente contese dai Francesi agli attaccanti con coraggiose sortite. In particolare Porta Pia, ribattezzata Porta di Francia, il 12 brumaio veniva invano attaccata dai Turchi (36). Nel 1849 gli Austriaci riescono a superare una sola volta le barricate degli Archi, ma sulla Porta sono inchiodati e respinti. La Batteria Porta Pia Inferiore trovasi nel tratto basso della Cinta dove questa ha un tracciato somigliante ad un fronte bastionato. La batteria si articola su due fronti quasi paralleli di cui uno più arretrato dell'altro. Il profilo della cinta è quello di un semplice muro di sostegno con feritoie; le dimensioni principali del profilo della batteria sono: ginocchiello m. 1,40, grossezza del parapetto m. 4. La scarpata esterna è rivestita di muratura per l'altezza di m. 8; non esiste fosso. Nell'interno della batteria vi è una traversa pel defilamento dei due pezzi di sinistra dai tiri d 'infilata da mare. La quota sul livello del mare della linea di fuoco è di m. 19,80. L'armamento di questo tratto di Cinta, escludendo il sostegno difensivo dei fucilieri per i quali sono predisposte le feritoie lungo i muri, ma per i quali non esistono ricoveri, è concentrato nella batteria. Consiste in 4 cannoni da 16 GR in cannoniera su paiuolo d'assedio orizzontale leggero. I cannoni il cui compito è di battere la ferrovia, le pendici dello Scrima e Via Nazionale antistante, sono al momento depositati nel piazzale della sottostante Batteria S. Lucia. Il munizionamento consistente in 372 granate, 18 shrapnels e 10 colpi a mitraglia per pezzo si trovano nei magazzini di Porta Pia. Si accede alla parte superiore della Cinta dalla Piazza del Forte dietro a Porta Capodimonte; alla batteria da una cordonata


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esistente sulla sinistra di Via XXIX settembre dietro Porta Pia, ma questo accesso serve solo ai pedoni mentre i cannoni ed il materiale debbono essere sollevati sulla batteria a mezzo di capre; alla parte inferiore della Cinta d!alla strada delle Rupi, ma il camminare è alquanto disagevole. La Cinta e la Batteria Porta Pia Inferiore sono in condizioni piuttosto cattive. La parte alta della cinta comprendente la antica Porta Capodimonte è stata demolita dagli Alleati per facilitare l'accesso dei mezzi pesanti, così e scomparsa anche la Batteria Inferiore. Rimangono solo tratti di muro nella parte bassa risalenti al 1787. La Porta Pia nella recente sistemazione è stata isolata per esigenze viarie.


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Note: Fronte di terra

(1) Nelle piazzeforti a campo trincerato è quella linea costituita dall'insieme delle opere di fortificazione staccate e poste a tal distanza dalla cinta continua che l'assediante non riesce a bombardare il nucleo abitato. (2) Sono i lati di una fortificazione che incontrandosi formano l'angolo saliente di un bastione, un fronte poligonale o l'angolo rientrante del fronte tanagliato. (3) M. NATALUCCI, Ancona allraverso i secoli, Ciuà di Castello 1960, voi. Ill, p. 10. (4) B. MANOOURIT, Défense d' Ancone, Paris 1802, voi. I, p. 295. (5) G. SANTINI, Diario dell'assedio e difesa di Ancona nel 1849, Aquila degli Abruzzi 1925, p. 89. (6) "Rivista Militare Italiana", 1861, p. 147. (7) Detto anche saglien.le è l'angolo formato da due facce di un fronte fortificato che abbia il vertice verso l'esterno. (8) M. NATALUCCI, Ancon Dorica Civitas Fidei, Ancona 1980, p. 337. (9) Indica l'altezza dell'asse di un'arma dal suolo che limita quindi l'altezza del parapetto. (10) Conte Lazzaro Carnot (1753-1823), generale francese, autore dell'opera Difesa delle piazzeforti in cui propose varie migliorie. Notevole un nuovo profilo nei fossati, ove il muro di rivestimento deJla scarpa è tenuto distaccato ricavando sul retro un passaggio per i fucilieri. Nel muro sono ricavate feritoie per battere il fosso. (11) Motivazione della M. O. V. M. concessa a Umberto Ranieri di Savoia, Principe di Piemonte, il 6 dicembre 1866: "Per brillantissimo coraggio dimostrato nel condurre la sua Divisione al fuoco e per le savie disposizioni date pel suo piazzamento nel fatto d'armi di Villafranca il 25 giugno.". (12) Passaggio tra l'interno e l'esterno della fortezza, auraversante il ramparo, coperto a volta ed in forte pendenza, serve a permettere una sortita. (13) Francesco Haxo (1774-1838) gen. ing. militare francese. Ideò un tipo particolare di batterie casamattate, le quali furono largamente impiegate e da lui presero il nome. Avevano la strombatura all'esterno quindi il pezzo non aveva la volata interamente fuori del muro e poteva rimanere più arretrato nell'interno lasciando migliore libertà di manovra ai serventi e più protezione. (14) Dal francese garde, guardia. Improbabile quindi perché mai riscontrata in precedenza la derivazione da una presenza longobarda dalla voce germanica warda, "posto di guardia" da cui gardetum. (15) Domenico Pino (1767-1828) gen. it., ufficiale nella Repubblica Cisalpina e nel Regno Italico ove fu anche Ministro della Guerra. Combattè in Prnssia ed in Svezia, fu nominato conte dell'Impero. Sospettalo di appoggiare G. Murat, al ritorno di Napoleone dall'Elba, fu isolato e abbandonò ogni comando. Gli Austriaci gli assegnarono una pensione cd il titolo onorifico di Feld-maresciallo. (16) Giuseppe Lahoz (1766-1799) gen. it. d i padre spagnolo, entrò nell'esercito francese nel 1785, partecipò alla campagna d'Italia. Avendo protestato a Parigi contro il progettato mutamento costituzionale nel 1797, fu sospeso dalla carica. Nel 1799 si unì dapprima agli insorti italici, poi alle forze austro-rnsse calate in Italia e cadde nell'assedio di Ancona.


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(17) R. FBDECOSTANTE, Il contributo della Marina militare alla presa di Ancona, Ancona 1960, p. 21. (18) Opera difensiva avanzata con andamento convesso, destinata a difendere il piede della cortina ed a coprire postierle aperte sul fossato. (19) Dopo il 1860 nel tracciato era stata costruita dall'impresa Bolla una cinta provvissoria in legno con varie porte per l'esazione della gabella daziaria. (20) Pompa di sollevamento acqua dal pouo. (21) M. NATALuca, Ancon Dorica Civitas Fidei, Ancona 1980, p. 275 ove è precisato che la antichissima Cattedrale omonima sorgeva invece nelle adiacenze della Cittadella. (22) C. CiAVARINI, Sommario della Storia di Ancona, Ancona 1867, p. 217. (23) G. SANTTNT, op. cit., p. 147. (24) Francesco Paciotto da Urbino (1521 -1591). Arch. e ing. militare realizzò fortificazioni a Montecclùo, Correggio, Scandiano, Civitavecchia, Anversa, Ancona e Torino ove costruì per Emanuele Filiberto la Cittadella. (25) Pellegrino Pellegrini detto il Tibaldi (Puria in Valsolda 1527-Milano 1596) pittore, scultore, architcllo lavorò in Bologna, Ferrara, Milano ove fu nominato arch. del Duomo, ed a Madrid all'Escorial. (26) Jacopo Fontana, arclùtetto del tempo di Sisto V ed autore di un libro manoscritto sul Porto di Ancona da lui inviato al pontefice nel 1588. Il volume con interessanti dise1,'lli trovasi nella Biblioteca Vaticana. (27) Tali cunicoli servivano a creare una zona di minor resistenza alle eventuali mine poste dai genieri assedianti alla base della cortina, limitando così i danni. (28) Duca di casa Savoia, Amedeo IX che dopo una vita tormentosa, si dedicò completamente ad opere di pietà e di carità fino alla morte avvenuta a Vercelli nel 1472. (29) Parte sporgente ed arrotondata d ei fianchi del bastione per riparare i difensori dal tiro dell'artiglieria. (30) Pseudonimo di A. Cardini (1484-1551), arch. fiorentino. raggiunse fama di esperto lavorando per i Famese; effem1ò il consolidamento della Basilica di Loreto e lasciò molte opere in Roma. Progettò il famoso Poggo di S. Patrizio in Orvieto. (31) E. CosTANTJNI, li Cardinale di Ravenna al governo di Ancona e il suo processo sollo Paolo III, Pesaro 1891, p. 197. (32) G. FERoso, Guida di Ancona, Ancona 1884, p. 57. (33) Traversoni in terra paralleli all'andamento del fronte per proteggere il difensore da tiri di rovescio. (34) Numerose lapidi esistevano nella Cittadella, ma qua.~i tutte furono fatte scalpellare e distruggere dalla Municipalità repubblicana nominata da Napoleone nel febbraio 1797. Da un diario del conte Balcani che nel secolo XVIlI fu per molti anni Comandante della Cittadella, si conosce l'ubicazione ed il testo di esse. Alcune sono riportate da C. Rinaldini a pag. 95 e 96 di Memorie archeologiche e storiche, Ancona 1867, ed altre si leggono in un manoscritto del gen. Mario Simoncelli. Si riportano le notizie raccolte, per una miglior conoscenza dell 'irnportante fortificazione: Bastione della Beltresca Clementis VII Pont. Max. auspiciis, Bencdictus Accoltus Cardinalis Ravennae,


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Marchiae Anconitanae Lcgatus, hanc urbem, totamque provinciam Piceni, ac etiam addita aree, tutiorem fecit et ab hostium incursibus firmiorem reddidit. Anno Domini MDXXXIV procurante Baldovinetto de Baldovinettis Episcopo Anconitano, eius Fratre ex Amita. Bastione Campana Paulus Hl PonL Max. hanc arcem a Clemente VII fundatam erexit, ut Anconam totamque Provinciam tutiorem ab hostium incursibus reddcrct, Mario Aligero Colunma Episcopo Reatino, Anconae Praeside procurante Baldovinetto de Baldovinettis Episcopo Anconitano, Anno Domini MDXXXV. Bastione Barberino Paulus III Pont. Max. hanc arcem iam propugnatoribus aptam hucusque extulit Mario Aligero Columna Episcopo Anconitano retro venture Zephiro procurante Anno MDXXXV. Bastione Gregoriano Gregorius XVI Pont. Max. A. MDCCCXXXXT, curante, Alois Lambruschinio card. a publicis negotiis, arcem anconitanarn, operibus undique adstructis cuniculis aggesta humo repurgatis, restituit, munivit, refecto propU!,>naculo quod ex nomine suo, Gregorianum appellari passus est. Sopra la Chiesa Pius IV Pont. Opt. Max. Bartoli Rust... Fanen ... custos arcis, capellam hanc a fundarnentis erexit Anno Domini MDL VIII. Sopra l'ingresso Principale XVI Kal. Oct. MDCCCXl.:J D. N. Gregorius XVI Pont. Max. sccuritalis pacisque auctor arcem sua praevidentia restitutam, invisit e probavit. Una piccola arma inoltre portava la seguente iscrizione "Franciscus Paciottus Eques Christi architector urbinas." Esiste ancora una lapide in caratteri gotici alla base del Maschio che il Rinaldini attribuisce ad una deputazione municipale. (35) L'episodio è ricordato con una lapide all'interno della porta: Ad Enrico Cialdini Strenuo soldato delle patrie bauaglie che debellate a Castelfidardo le schiere papali all'esercito di Villorio Emanuele TI duce supremo Manfredo Fanti assicurò la liberazione di Ancona in perenne memoria del fatto glorioso onde l'Italia ebbe felice auspicio al compimento dei suoi destini qui dove le armi vendicatrici superale l'ultime difese dell 'oltracotanza straniera s'apersero l'adito alla città nel trentaquattresimo anni versario la Società dei militari in congedo plaudente il Comune e la cittadinanza XXIX settembre MDCCCXCIV In precedenza, come riferisce B. Mangourit in Défense d' Ancone, Paris 1802, voi. p. 283, sulla Porta prima dell'arrivo dei Francesi si leggeva: Porta. Pia. Vetustiora. Anconitana. Monumenta


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Aemulando. Principis. Magnificenliam. Testatur. La lapide all'arrivo dei Francesi fu sostituita da questa iscrizione: Quam. Dominus. Portam. Captivam, Inscripserat, Ancon, Victori. Gallo. Libera.. Facta. Dicat. che al successivo ingresso degli Austriaci fu cosĂŹ modificata: Quam Gallis Portam Captivam Inscripserat Ancon Magne Tibi Cesar Libera Facta Dicat (36) B. MANGOURIT, op. cit., voi. Il, p. 75.

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Il tratto A dal Cardeto a Porta Cavour esclusa.

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La Cinta tra il Cardeto e la lunetta di S. Stefano, 1890.

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Gli &aglloni del Cardeto in demolizione mostrano l'interno del pa~aggio casamattato.


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Il tratto n della Cinta da Porta Cavour alla Lunetta S. Stefano esclusa.

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Porta Cavour con ponte sul fossato, 1920.


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Il prospetto interno della Porta.

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Interno degli scaglioni dĂŹ S. Stefano.

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Il tratto C della Cinta dalla Lunetta S. Stefano al Campo Trincerato.

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Angolo d'unione della Cinta alla Lunetta.


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127 -

Interno della caserma difensiva.

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Caserma difensiva e Ingresso della Lunetta alla gola.


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Pianta dei locali e dei sotterranei della Porta Cavour, della Lunetta e della Porta S.Stefano, 1883.

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La caponlera scoperta che protegge il fianco destro della Lunetta.


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. 130- Interno della capon··1era.

131- Porta S. Stefano.

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CAMPO TRiNCERATO

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133 -

La Tenaglia del Paciotto con la Porta del Soccorso.

134 -

Orecchione del Bastione Grazie.

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La poterna che esce nella Porta del Soccorso.

136- Pianodel Campo Trincerato con indicazione delle gallerie.


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La Polveriera Beato Amedeo costruita dai Francesi.

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Planimetria della Cittadella.

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139- Veduta della Fortezza del Sangallo con il sovrastante maschio.

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L'ingresso della Cittadella.


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141- Ala della caserma a tre piani a ridosso del bastione S. Andrea.

142 -

L'armeria costruita dal genio l'vlilitare nel 1863.

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143 -

Il ca.\1ello d'armi per 25.000 fucili nell'armeria.

144 -

Piante degli edifici esistenti nella Cittadella, 1883.


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Piante dei sotterranei e gallerie, 1883.

146 -

La Cinta dalla Cittadella a Porta Pia, 1915.

701


Glauco Luchelli - Ruggero Belogi

7CJ2

147 -

La Porta di Capodimonte con paramento settecentesco. ~ {·\\14 : v ~ \ { ~

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148- Piante dei locali di Porta Capodimonte e di Porta Pia, 1883.

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Ancona piazzaforte del Regno d'Italia

703

149- La Cinta si collega alla Porta Pia chiudendo UFronte di terra e congiungendosi al Fronte di mare alla Batteria S.Lucia.

cannone da 24G.RC. ret. corto L,:mm .~721

obice da 24 G.R.C. ret. L. :mm . 2515

150 -

Bocche da fuoco presenti nella Piazza nel 1890.


704

Glauco Luchelfi. Ruggero Belogi

obice da 21 G.R.C. ret. l.:mm. 2856

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cannone da 16 G.R.

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cannone da 15 GRC r et .

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mortaio da 15 A.R. r et . L,:mm 9SO

cannone da 12 B.R. ret . L.: m m. 2815

) 150 -

Bocche da fuoco presenti nella Piazza nel 1890.

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Ancona piazzaforte ckl Regno d'Italia

cannone da 12 G.R.C. ret. L.:mm 3070

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cannone da 7 B.R.ret. camp. L.: mrr. 1780

cannone da 5 7 l.:mm.t,60

li

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cannone da42 l ,:mm. 161'

150 -

Bocche da fuoco presenti nella Piazza nel 1890.

705


706

Glauco Luchelfi - Ruggero Belogi

DECLINO DELLE FORTIFICAZIONI

DECLINO DELLE FORTIFICAZIONI La città è ormai giunta al culmine del rapido sviluppo e pacati gli entusiasmi, comincia ad affrontare i suoi problemi fondamentali. L'esame di questi dopo una meticolosa analisi della situazione sfocia nella unica soluzione di dover affrontare il futuro con ponderatezza e serietà. Di tale momento un quadro preciso è dato dal Corriere delle Marche il 21 aprile 1866 in suo Supplemento straordinario:"( ... ) Ancona che sotto· il cessato governo era un paese più che altro commerciale, ha dovuto trasformarsi in città militare e dalla inversa mutazione trova danno come avviene in tutte le crisi. Se non che, le grandiose imprese militari e civili ci han tolto sinora di vedere di primo colpo il disorganamento a cui andiamo incontro, affascinati dall'opera momentanea di parecchie migliaia di braccia, dalla presenza di forestieri, speculatori, capitalisti, impresari e lavoranti; ma per poco che cessi il fervore dell'edificare, e pensosi guardassimo nel futuro, di leggieri ci avvedremmo che ci attende il silenzio di una fortezza, la severità di una darsena, la solitudine di uno scoglio. Per quanto possa renderci orgogliosi e fieri la vista delle nostre colline munite di forti, per quanto ci adeschi il vario e numeroso brulicare delle uniformi, e ci allieti il sapere che potenti navi da guerra si allineeranno nel porto, pure un continuo e molesto pensiero ci conduce al futuro e ci fa rivolgere lo sguardo su chi ci amministra, vogliosi di scoprire nelle corrugate lor fronti il segreto di un miglior avvenire." Ed infatti gli eventi incalzano e le preoccupazioni espresse presto prendono concretezza tale da giustificare ampliamente le


Ancona piazzaforte del Regno d'Italia

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istanze avanzate. Poco dopo con la III Guerra d'Indipendenza l'acquisizione del Veneto, certo auspicata in campo nazionale, reca indubbio danno ad Ancona. Specie il Porto che qualifica la città "marinara", viene a subire l'impatto della nuova situazione. La flotta militare si trasferisce nella più prestigiosa base della Laguna Veneta, ritenuta più funzionale e sicura. È un provvedimento attuato d'impulso, dopo la sfortunata esperienza di Lissa, non del tutto giustificato. Ma in conseguenza di tale esodo alcuni lavori già iniziati, come quelli per la costruzione di un bacino di carenaggio, vengono sospesi; le macchine e gli attrezzi dell' Arsenale, come gli uffici di Marina, trasferiti altrove e gli anconitani guardano attoniti e sgomenti la pirocorvetta "Giglio" fare la spola tra Ancona e Venezia per tali spostamenti. La parte migliore del materiale di dotazione del Porto viene venduta ed il naviglio mercantile anconitano, dalle 19.250 tonnellate del 1860, tende ad assottigliarsi di continuo. (1) La crisi economica è quindi una nota nuova che provoca reazioni popolari. Le violente proteste ed i tumulti del 1869 sono sedate dalle truppe di stanza, un Reggimento di Bersaglieri e reparti di Artiglieria e Genio. L'entusiasmo sembra riaccendersi con la Breccia di Porta Pia. Gli anconitani che numerosi avevano partecipato allo sfortunato tentativo garibaldino del '67, sentono coronate le loro aspirazioni e con passione si gettano ora nell'agone politico ove con fervore si incanalano idee, istanze ed ambizioni. La Piazza militare di Ancona ormai non ha più nemici sul fronte terrestre interno. Di Ancona Piazzaforte però c'è sempre chi si interessa. Nel 1871, il gen. Bruzzo (2) trattando la difesa generale dell'Italia, scrive: "Ancona ha un'importanza speciale, come unico porto di rifugio per la nostra flotta nell'Adriatico e converrà aumentare le sue difese verso il mare. Come Piazzaforte esso stabilirà la comunicazione della Capitale coll'Adriatico pei soccorsi che dovessero mandarvi e riceverne; sarà inoltre una delle tappe dei nostri eserciti in movimento nella penisola e con Foligno coprirà a nord-est la Capitale".


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Glauco Luchelli - Ruggero Be/agi

Negli studi del generale del Genio Martini (3), si ribadisce l'importanza di potenziare la posizione -militare marittima della piazza: "Ammesso, come lo è generalmente, che Bologna debba essere il ridotto della difesa della valle del Po, il centro di quella dell'Appennino Toscano, il quale è la vera chiave della difesa dell'Italia peninsulare, come disconoscere l'importanza massima della Piazza di Ancona, nel concorso che deve prestare alla difesa nazionale?". Alla fine del 1871 la Commissione Permanente di Difesa ha finalmente elaborato dopo 9 anni di polemiche e discussioni, il suo Piano Generale di Difesa: un Piano oneroso, la spesa prevista è di 300 milioni, che il Governo non è in grado di finanziare. Il successivo Piano ridotto di Difesa che prevede una spesa di 142 milioni, per lungaggini burocratiche e crisi ministeriali stenta ad andare avanti. Ancona tuttavia è sempre tenuta in considerazione e nella relazione della Giunta Parlamentare per lo studio dei lavori di difesa dello Stato, presentata il 2 aprile 1873, si riepilogano tutte le proposte, concludendo: "Ancona con la circostante rada può convenire all'ancoraggio di una flotta, per quanto sia numerosa, però le navi che ancorano in rada non rimangono protette dalle batterie della piazza, né le ali della loro linea di ancoraggio possono appqggiarsi sopra punti fortificati del litorale. Oltre ad essere testa della linea difensiva Ancona-Gaeta, quel porto diviene il luogo d'approvvigionamento per Bologna, qualora questa piazza dovesse entrare in azione. Inoltre il fare di Ancona una piazzaforte rende più improbabile un movimento del nemico che avesse per iscopo di girare Bologna dalle valli di Comacchio. Né vuolsi dimenticare che Ancona dista soltanto 80 miglia dal porto di Pola, cioè solo 7 ore di traversata, e che Pola è il porto militare di una potenza che domina la costa orientale del1' Adriatico." (4) Solamente nel 1875 si intravvedono i primi stanziamenti di


Ancona piazza/or/e del Regno d'Italia

7f1:)

fondi. Ormai però le concezioni difensive sono cambiate e tutto è di nuovo in discussione. Appare in definitiva che già a quest'epoca le difese terrestri permanenti della Piazza di Ancona sono obsolete. Lo studioso cap. Eugenio Vascon (5) illustra con precise immagini tale momento critico dell'evoluzione delle fortificazioni: "( ... ) per poter assolvere le proprie funzioni di copertura, di rifugio, di perno strategico controffensivo, i campi trincerati debbono diventare immensi e le loro opere colossali, ma il servizio alle casematte, alle artiglierie, alla logistica delle piazze comporta guarnigioni tanto numerose che superano in quantità il corpo d'assedio: il rendimento dunque si annulla. La logica conclusione è di costituire con quelle truppe degli eserciti mobili che si oppongano all'assalitore." Tale concetto sostenuto dal magg. gen. Antonio Araldi (6), infine avrà il soprawento. Il gen. Menabrea ha insistito ancora sulla validità della fortificazione integrale del paese, senza remore di carattere economico nel 1874, ma la sua è sembrata una difesa d'ufficio. Oltre alle nuove idee prevalgono anche le esigenze di bilancio. La situazione delle fortificazioni viene ancora puntualizzata in un articolo sul Giornale Militare, anno 1878 pg. 1363: "( . ..); Le difese di Ancona constano di vecchie opere in parte rimodernate e di altre costruite a nuovo secondo il vecchio sistema senza che fosse poi completato il piano di difesa. Quella Piazza ha bisogno adunque di essere riordinata ed ultimata. Ma qui sorge la questione se la si debba ordinare secondo il concetto che prevalse dopo il 1860 costituendovi cioè un campo trincerato con parecchi forti staccati, ovvero limi tarsi a difenderne l'accesso dal mare, Noi crediamo che un campo trincerato ad Ancona, oggi che la nostra frontiera si estende sino alle Alpi, non ha più ragione di esistere. E poiché debbono le fortificazioni ridursi a quelle sole che sono indispensabili, così riteniamo che le difese di Ancona dovrebbero sistemarsi al solo scopo di proteggere il suo porto salvo ad occupare quelle posizioni sovrastanti in seconda linea


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Glauco Lucheui - Ruggero Belogi

che a questo limitato scopo sarebbero necessarie. Perciò, secondo tale concetto la difesa a mare dovrebbe cominciare dal Monte Cardeto per venire all'estrema punta del Monte Guasco onde poter battere le acque a nord e di rovescio alla città dalla qual parte potrebbe essere bombardata per la insellatura giacente fra gli oradetti monti. Abbandonare poi le batterie di Monte Marane troppo esposte e ristrette e bisognevoli di enormi spese per assicurarle dagli effetti delle moderne artiglierie navali; riordinare ed estendere la batteria della Lanterna per fuochi a rovescio nell'interno del porto avendo cura di bene assicurarla dalla parte esterna; stabilire la difesa fra le acque interne ed antistanti del porto con batterie di lancio ed in arcata poste sui versanti del Monte Guasco e Monte Astagno. Per il fronte di terra limitarsi a riordinare la Cittadella ed il vecchio Campo Trincerato nonché la Cinta che collega al Monte Cardeto dove dovrebbe costruirsi un buono e robusto forte per assicurare tale importante posizione." Questo autorevole parere di fonte militare è indubbiamente significativo e sposta l'interesse sul fronte a mare che, a parte la costruzione del Forte Marano, peraltro considerato di scarsa utilità per essere quasi sul livello delle acque e della Batteria Savio, non ha avuto interventi notevoli, ma solo opere di restauro di preesistenti fortificazioni. Oltre alle considerazioni di carattere strategico, un elemento negativo all'insediamento di una numerosa guarnigione è anche la mancanza di un vero e proprio acquedotto in città. Due condutture, una di S. Margherita e l'altra costruita presso la Lunetta S. Stefano, non riescono a soddisfare neppure le esigenze dei cittadini che utilizzano anche pozzi e serbatoi, ma con scarsi risultati e con gravi inconvenienti igienici. Dopo le epidemie verificatesi nel 1816/17, il colera ha infierito nel 1825, nel 1853/54 e nel 1865 (con ben 1.500 vittime). Altra ripresa del morbo nel 1867 viene però limitata e circoscritta, ma la situazione è divenuta insostenibile anche per il pesante onere finanziario sia ai civili che allo Stato per il trasporto e la fornitura di tale bene indispensabile. Solo nel 1882 con l'acquedotto che capta le acque dell'E-


Ancona piazzaforte del Regno d'Italia

711

sino e alimenta il serbatoio di Capodimonte, tale problema viene risolto. Intanto anche prima del 1880 i lavori nelle fortificazioni hanno perduto il loro slancio, molti sono lasciati incompiuti, poche opere qua e là ammantate di riserbo, dopo tutto il precedente clamore polemico, vengono realizzate ed ogni progetto contiene una serie di compromessi che diluiscono ed esauriscono l'interesse verso tali istallazioni. Vano risulta nel 1880 l'appello alla Camera del patriota anconitano Augusto Elia (7) che ricorda la posizione unica di Ancona nel centro dell'Adriatico e caldeggia l'intervento governativo, sia per le esigenze militari che per quelle commerciali, ma già nelle sue accorate parole affiora il dubbio sulla validità delle fortificazioni terrestri della città e si evidenzia l'accento sui problemi econom1c1. In politica estera il Governo cerca la conservazione della pace e l'equilibrio nel Mediterraneo. Non trovando, ed è abbastanza logico, l'amicizia della Francia, si riavvicina agli Imperi Centrali e nel 1882 dopo l'invasione francese della Tunisia, sottoscrive la Triplice Alleanza. Per Ancona significa che in Adriatico non ci sono più flotte avversarie. La città che secondo il censimento di quell'anno ha una popolazione di 48.572 unità, non dimostra intraprendenza ed attende fiaccamente aiuti dal Governo, aiuti lenti e limitati. Anche l 'Arsenale cessa ogni attività ed è ceduto nel 1883 dalla Camera di Commercio alla Ditta Cattro, scadendo al livello di un modesto stabilimento metallurgico. Anche se nel giugno 1889 gli Ufficiali allievi della Scuola di Guerra partecipano ad una campagna logistica sul terreno della Piazzaforte di Ancona e del suo retroterra, ai problemi militari non si presta più molta attenzione. Lo stato della Piazza non soddisfa le Autorità Militari locali ed i concetti già espressi nel 1883 dal magg. gen. Carlo Secretant, comandante della Brigata Parma, vengono dallo stesso ribaditi da posizione più autorevole, come Comandante la Divisione Militare nel 1891, in una


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Glauco Luchefli • Ruggero Belogi

Riservatissima Monografia della Fortezza di Ancona che così puntualizza la situazione: "Tale è lo stato della cosa, dal quale appare che la fortezza di Ancona, quantunque tutte codeste opere possano mettere in azione più di 200 bocche da fuoco di vario tipo, è ancora lungi dal poter resistere ad un serio attacco sia dalla parte di terra che dalla parte del mare. Per sistemare convenientemente il fronte di terra si crede che sarebbe necessario: a) compiere ed armare con dettami più moderni della scienza i due Forti di Montagnolo e quelli di Pezzotti e Lucarino, formanti i due salienti del grande fronte bastionato; b) correggere il tracciato dei Forti Altavilla ed Umberto onde metterli possibilmente al coperto dai fuochi di mare; c) costruire un'opera permanente a Monte d'Ago, situata sulla cortina del fronte. ove appunto si riscontrano tracce di una Lunetta che nel 1866 si aveva intenzione di erigere, destinata a spazzare la valle della Baraccola sino al suo confluente con l'Aspio, nonché le circostanti alture ed i sottoposti valloni; d) fortificare Monte Pucci e monte S. Silvestro, punti dai quali si domina la città ed il porto alla distanza rispettivamente di sette e cinque chilometri fra le insellature di Tavernelle e del Pinocchio e si contrasta l'occupazione della linea di Poggio, Camerano, Offagna.". Gli ultimi anni del secolo caratterizzati dall'allinearsi dell'Italia con le altre nazioni europee alla corsa verso i possedimenti africani, riservano ancora delusioni e dolori al popolo italiano. Il bilancio che si è appena assestato è turbato di nuovo dalla politica coloniale, dalle eccessive spese ferroviarie e dal rilassamento del1' amministrazione. Nuove idee cominciano lentamente, ma decisamente a diffondersi e si agitano come mai in precedenza i problemi sociali. La vita dei partiti si fa più vivace anche perché la situazione economica, critica a causa della carestia, della speculazione e della pesante imposizione fiscale, crea disagio considerevole in gran parte della popolazione.


Ancona piazzaforte del Regno d' Italia

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La fine del secolo vede Ancona in piena esplosione di malcontento, con manifestazioni violente per le quali deve nuovamente intervenire l'Esercito. In questo clima acceso dai disordini, silenziosamente si chiude la pagina di Ancona, piazzaforte di prima classe. Il Re Umberto con Atto n. 24 del 28 dicembre 1899 dispone: La Piazza di Ancona è radiata dal novero delle Piazzeforti e le proprietà fondiarie adiacenti alle opere della medesima cessano di essere soggette ali' onere delle servitù militari. Imprevidenza superiore e disinteresse locale hanno favorito questo provvedimento. Disarmati i forti, smantellate le batterie del porto, Ancona diviene una città esclusivamente commerciale e burocratica. Poche truppe in confronto dei 50.000 uomini previsti, nessuna presenza della flotta militare. Ormai le fortificazioni per l'Autorità Militare diventano voci di elenco nei documenti demaniali e sono quasi del tutto inutilizzate. I forti di prima linea ceduti in locazione, ritornano in parte all'agricoltura, in parte a Enti che riempiono i fossati abbattendo i rampari per utilizzare l'intera area. Gli altri rimangono quasi un oneroso peso che viene trascinato senza nessuna attenzione di fronte a più grandi problemi incombenti ed al mutare delle strategie e delle alleanze. Il 2 giugno 1946, all'avvento della Repubblica è abbattuta la lapide dedicatoria al Forte Umberto che assume il nome di Forte Garibaldi. Questo atto vandalico sembra siglare la scomparsa della vecchia Piazzaforte del Regno d'Italia dal panorama della storia. ARMAMENTO DELLA PIAZZAFORTE - L'armamento ha subito nel tempo numerose varianti per l'evoluzione delle artiglierie e gli opportuni aggiornamenti, per una miglior razionalizzazione del calibro e della gittata in funzione della postazione e del! 'impiego, ed infine per cause derivanti dalla politica internazionale. I dati sull'armamento dei forti sono stati desunti: 1) da un libretto rilegato in tela dal titolo "Piazza d'Ancona - Opere di


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Glauco Luchetti. Ruggero Belogi

Fortificazione e Specchi d'Armamento" Ancona, marzo 1879, redatto dal cap. Claudio Nembrini, manoscritto, formato cm. 17,5x 10,5 composto da fogli di carta da disegno con le planimetrie dei forti alternati a fogli quadrettati con i dati sulle artiglierie; 2) da un fascicolo di 44 pagine dattiloscritte con estese notizie sulla storia di Ancona fino al 1920, raccolte dal gen. Gualtiero Santini, nel quale è indicato l'armamento in atto verso il 1885; 3) da un "Album delle fortificazioni della Piazza di Ancona" senza data e nome dell'autore, formato cm. 35x24 con copertina in cartoncino contenente fogli rigati predisposti a stampa (fornitura 12/88, Ancona St. Civelli) con fioche intestate per scrivere i dati delle singole bocche da fuoco, portanti sul retro applicate con adesivo le planimetrie delle opere disegnate su tela, databile circa al 1890, dal quale sono state desunte le planimetrie inserite in questo studio. I dati ricavati da queste tre fonti sulle quali spesso si incontrano aggiornamenti e correzioni mostranti la indecisione e la instabilità delle opinioni sulle esigenze difensive della Piazza, sono riportati succintamente nel prospetto che segue: (le abbreviazioni indicano: B = bronzo; G = ghisa; R = rigato; C = cerchiato; L = liscio; Ret = retrocarica).


715

Ancona piazzaforte del Regno d'Italia

ARMAMENTO DELLA PlAZ7.A NELL'ANNO:

da 24 GRCRet « 16 BR « « 16 GR « « 16 4RC « « 15 GRC Ret (( « 15 A diversi « 12 BR « « « 12 GR « « 12 GRC Ret « « 9 BR « « 9 ARCRet « « 7 BRRet Obici da 24 GRCRet « « 22 BRRet « « 22 GL « « 22 GRCRet « « 21 GRCRet « « 15 GRC Ret « « 15 GL - Mortai da 15 AR -Cannoni a carie. rapido da 57 -Cannoni a carie. rapido da 42 - Mitragliatrice mod. 1886 da 10,35

1879

1885

Cannoni «

Totale armi nei forti di cui sul fronte di mare e sul fronte di terra Totale armi da riserva

41 20

48 36 4

12

12 6 59 4 2

2Ret 8 8 18 21 Ret

1890 12

10

10 2 2Ret

12

6 16

11 13

2 18

71

8 24 Ret

9

16 6 28

8 4

24

26 10

3

26 4

9

11

2 1 1 1

204

182

193

44 160

49 133

45 148

54

37

36

Nella descrizione dei forti si è tenuto conto dell'armamento considerato in atto dopo il 1889. Dall'esame comparativo dei tre tipi di armamento presentati si osserva: - la tendenza al miglioramento senza aumentare il numero delle bocche da fuoco, in particolare sul fronte di terra; - l'utilizzazione di calibri maggiori, il 24 GRC Ret, sia fra i cannoni che fra gli obici;


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Glauco Luchelli - Ruggero Belogi

-

Il massiccio impiego del cannone da 16 GR. che però sarà tolto dal servizio nel 1893; - la progressiva scomparsa del cannone da 16 GRC per trasformazione in obice decisa nel 1888; - l'incremento del numero dei cannoni da 15 GRC Ret di ottime prestazioni, da 9 BR e degli obici da 21 GRC Ret; - la presenza, anche se nella riserva, di due mortai da 15 AR Ret adottati nel 1884, di due cannoni a caricamento rapido e di una mitragliatrice anch'essa moderna mod. 86. In complesso risulta evidente che l'annarnento della Piazza alla sua massima efficenza nel 1890, oltre ad avere quasi un terzo delle bocche da fuoco costituito da vecchi cannoni ad avancarica, ha i suoi punti di forza solo sugli obici da 24 GRC Ret e da 21 GRC Rete non è certo determinante la presenza in buon numero di pezzi da 9 BR Ret, anche se utile; una nota positiva è invece la diminuzione della varietà dei calibri, ma nel suo insieme la Piazza appare trascurata dagli organi centrali e non totalmente presidiata dalla insufficiente guarnigione. I forti di 1~ Linea sono sguarniti ed i pezzi depositati nei forti di 21.! Linea o nei magazzini; la grande opera di Torre d'Ago è più consistente sulla carta che sul terreno. L'invio di due cannoni a caricamento rapido e della mitragliatrice rnod. 1886 corrisponde più alla esigenza di informazione degli Ufficiali, che ad un disegno di prossimo aggiornamento delle difese. Fino alla fine del secolo si assiste ad un avvicendamento ininterrotto di Comandi e Reparti dovuto inizialmente alle creazioni delle strutture che in dieci anni porteranno nella Piazza il Comando di Corpo d'Armata e poi per l'estensione del territorio del Regno nell'Italia meridionale che fa di Ancona e delle Marche il passaggio obbligato prima dello spostamento della Capitale a Roma. Dopo il costante aumento dei quadri e l'incorporamento nell'Esercito Sardo di truppe degli eserciti preunitari, ai primi mesi REPARTI DI STANZA -


Ancona pù:zzzafor/e del Regno d'Italia

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del 1862 l'Esercito Italiano conta 40 Brigate di Fanteria. Per esigenze belliche questo numero viene modificato con creazione di nuove unità e successivi scioglimenti e di questa continua trasformazione risente anche la guarnigione di Ancona. L'elencazione cronologica che segue tiene conto di Enti e Reparti fino a livello di Battaglioni o unità corrispondenti, ad eccezione di qualche caso particolare. I dati si riferiscono alla presenza nell'anno solare, corrispondente in genere alla data di arrivo o di istituzione del Comando, Ufficio o Stabilimento dal 1861 al 1900. Spesso l'indicazione di Brigata, e dei Reggimenti che la compongono, non vincola la presenza di entrambi i Reggimenti in Ancona. I Comandi ed i Reparti che sono rimasti in sede, in genere non sono ripetuti ogni anno. Nel 1860, il 3 ottobre il Re Vittorio Emanuele II passa in rivista l'esercito vittorioso composto di circa 30.000 uomini schierato fuori Porta Pia. Quindi dopo pochi giorni le truppe riprendono l'avanzata a sud, dirigendosi verso l'Abruzzo. Rimangono nella città la Brigata Bologna (solo 392 Regg. Fanteria) e reparti che nel gennaio 1861 costituiranno la Brigata Marche.

1861 -

Comando di Divisione Territoriale dipendente dal 4Q Gran Comando Territoriale di Bologna; Brigata Ftr. Parma (49Q - 502 Regg.); Brigata Ftr. Marche (55 2 - 56Q Regg.); Ufficio di Intendenza Militare; Direzione del Genio; Direzione d'Artiglieria;; Battaglione Guardia Nazionale su 4 Compagnie; Un Gruppo del 42 Regg. Art. da Piazza su 4 Batterie.

1862 -

Brigata Ftr. Marche.

1863 -

Brigata Ftr. Savona (152 - 16Q Regg.); Un Battaglione della Legione Ungherese Honved (fino al 1865); Brigata di Ftr. Regina (92 e 102 Regg.).


718

Glauco Luchelli â&#x20AC;˘ Ruggero Belogi

1864 -

Brigata Ftr. Regina; Brigata Ftr. Pinerolo (132 - 142 Regg.); Brigata granatieri di Napoli (5 2 - 62 Regg.); Due Compagnie del 42 Regg. Art. da Piazza (9! e 1Q!); Due Compagnie del 22 Regg. Treno (4! e 8!); Distaccamento del 12 Regg. Operai e Veterani di Artiglieria; Distaccamento Compagnie 7! -14! di Carabinieri Reali; Corpo di Amministrazione.

1865 -

Brigata Ftr. Reggio (45 2 - 462 Regg.); Comando Brigata di Artiglieria; Una Divisione Bersaglieri della Marina; Una Compagnia Genio.

1866 -

Brigata Ftr. Reggio; Brigata Ftr. Marche (55 2 - 562 Regg.); Un Gruppo del 92 Regg. Art. da Camp. su 3 Batterie (5!, 6!, 7!); Un distaccamento del 12 Regg. Genio Zappatori (14! e 17! Comp.).

1867 -

Brigata Ftr. Livorno (332 - 342 Regg.).

1868 -

come sopra

1869 -

Brigata Ftr. Savona (15 2 - 162 Regg.).

1870 -

Comando del VII Corpo d'Armata; Direzione d'Artiglieria; Direzione del Genio; Direzione del Commissariato; Distretto Militare; Brigata Ftr. Savona; 122 Regg. Artiglieria da Fortezza.


Ancona piazzaforte del Regno d'Italia

719

1871 -

Brigata Ftr. Brescia (19Q - 202 Regg.); 122 Regg. Art. da Fortezza; Ospedale Divisionale Militare.

1872 -

28QBattaglione del 7Q Regg. Bersaglieri.

1873 -

Brigata Ftr. Savona; Brigata Ftr. Alpi (51 2 - 522 ), solo 522 Regg.; 282 Battaglione Bersaglieri;

1875 -

come sopra fino al

1877 -

Brigata Ftr. Savona; 4 2 Squadrone dell'82 Cavalleria Montebello; Comando della Fortezza; Legione Carabinieri Reali, che viene ricostituita a seguito del nuovo ordinamento del 1873, essendo stata la 3! Legione Ancona disciolta nel 1863.

1878 -

Una Compagnia Treno del 32 Regg. Art. da Camp.; 3Q Squadrone del 42 Regg. Cavalleria Genova.

1879 -

Brigata Ftr. Como (23Q - 242 Regg.) solo 2 2 e 32 Batt. del 23; Una Compagnia Treno del 32 Regg. Art. da Camp.; 3 2 Squadrone del 62 Regg. Cavalleria Aosta; Comando Superiore Distretti Militari; Direzione SanitĂ ; Direzione Commissariato e Panificio.

1880 -

2QSquadrone del 62 Regg. Cavalleria Aosta.

1881 -

Una Compagnia Treno del 22 Regg. Art. da Camp ..

1882 -

Brigata Ftr. Parma (49 2 - 5QQ Regg.) solo 492 ; Una Compagnia Treno del 22 Regg. Art. da Camp ..


Glauco Luchelli - Ruggero Belogi

720

1883 -

132 Regg. Art. da Fortezza (8!! Comp.); Una Batteria del 3Q Regg. Art. da Camp.

1884 -

Una Compagnia Treno del 22 Regg. Art. da Camp.; Una Compagnia del 12 Regg. Genio Zappatori.

1885 -

Brigata Ftr. Pisa (29 2 - 302 Regg.) solo 29Q; 22 Brigata del 262 Regg. Art. da Costa; 502 Btg. del 17Q Regg. Milizia Mobile Fanteria di Linea; 102 Btg. Bersaglieri Milizia Mobile; Panificio Militare di 22 Categoria.

1887 -

come sopra

1888 -

Brigata Ftr. Pinerolo (13 2 - 142 Regg.), solo 142 ; 132 Regg. Art. da Fortezza.

1889 -

come sopra

1890 -

252 Regg. Art. da Fortezza; Un Gruppo del 22 Regg. Art. da Camp.; Comando Militare di Stazione.

1891 -

Brigata Ftr. Friuli (87Q - 882 Regg.) solo 88 2 â&#x20AC;˘

1893 -

come sopra piĂš 1'872 Regg. Ftr. fino al

1895 -

2!! Brigata Art. da Costa.

1896 -

Brigata Ftr. Ravenna (37 2 - 382 Regg.); Sezione staccata dal Comando Art. da Costa di Venezia.

1897 -

come sopra


Ancona piazzaforte del Regno d'Italia

1898 -

82 Regg. Bersaglieri.

1898 -

11 2 Regg. Bersaglieri; Magazzino Principale di Casermaggio;

1900 -

8!! Btr. del 2Q Regg. Art. da Campagna; Una Compagnia Treno del 18 Regg. Art. da Camp.; 7! Compagnia Sussistenza; 7,! Compagnia Sanità.

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Nel secondo dopoguerra ad eccezione del Distretto Militare, dell'Ospedale Militare man mano ridotto fino a divenire Infermeria, della Legione Carabinieri Reali, della R. Guardia di Finanza, non si sono avute altre presenza di Reparti del R. Esercito. Anche dopo il 1946 tale situazione non è mutata e solo 90 anni dopo la battaglia di Lissa la Marina Militare riporta in Ancona il prestigioso Comando del Dipartimento Militare Marittimo dell' Adriatico. STABILIMENTI MILITARI - Un problema che si prospetta al Comando Militare Italiano nella città è il ricovero delle numerose truppe che si prevede debbano presidiare la futura Piazzaforte. Un problema da risolvere con una certa gradualità, ma indubbiamente anche con sollecitudine in considerazione del fatto che sotto il precedente Governo Pontificio le guarnigioni non hanno raggiunto notevole potenzialità tranne che in casi eccezionali. Invece negli assedi, per il rifluire di truppe da ogni parte, entro le mura venivano accolti consistenti presidi; nel 1799 la Divisione Francese del gen. Monnier era composta di 2.000 uomini, nel 1849 difendevano Ancona 5.500 volontari e regolari comandati dal col. Zambeccari, ed infine nel 1860 per il breve periodo di tempo fra la battaglia di Castelfidardo ed il 29 settembre, Lamoricière raccoglie nella città 7 .000 soldati di varie nazionalità. La soluzione del problema si trova quando il Regio Commissario Straordinario per le Provincie Marchigiane il 3 gennaio


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Glauco Luchelli - Ruggero Belogi

1861 con Decreto n. 705 ordina la soppressione di tutti gli stabilimenti di qualsiasi genere degli Ordini Monastici e delle Corporazioni regolari o secolari. I loro beni infatti passeranno in proprietà alla Cassa Ecclesiastica dello Stato. Solo alcune eccezioni al drastico provvedimento che mette a disposizione del nuovo Governo conventi e grandi edifici sacri. Così al 20 gennaio 1862 risulta che oltre ai Forti preesistenti le Autorità Militari dispongono delle seguenti "Caserme" per le quali sono previste opere di adattamento e restauro: - Caserma del Casone, adiacente alla Porta di Capodimonte; - Caserma del Lazzaretto, nei pressi di Porta Pia; - Caserma di S. Agostino; - Caserma degli Scalzi, adiacente alla chiesa omonima; - Caserma dello Scalone, chiesa di S. Francesco delle Scale; - Caserma di S. Giuseppe in Via Fanti poi restituita ad uso civile insieme alla Caserma di S. Domenico; questa limitatamente alla sola chiesa; - Caserma della fontanella, in Piazza del Plebiscito dietro il Fontanone; - L'edificio alle spalle delle 13 Cannelle ove trovano sede gli uffici della Guardia nazionale ed il Tribunale militare, prima di ospitare il Liceo Ginnasio Rinaldini nel 1863. Nel 1865 finalmente si decide la costruzione di una caserma moderna, la "Villarey" alla base del colle dei Cappuccini. È un edificio razionale di pianta a forma quadrata (m. 120x120) con un vasto cortile interno al centro ed ingresso principale su Via dell'Indipendenza a breve distanza dalla nuova zona di ampliamento della città. L'imponente costruzione è realizzata in tre anni sotto la direzione del ten. col. Giuseppe Morandi, coadiuvato dal cap. Giacomo Pezzoli, con una spesa prevista in f. 905.000. Nel 1883 il maggior generale Secretant fa il punto della situazione precisando che in complesso a quell'epoca nelle caserme, nei forti e nei conventi possono alloggiare 4.000 uomini circa e 200 cavalli sul piede di pace; in tempo di guerra la capienza può essere portata a 6.000 uomini circa e 250 cavalli.


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La situazione degli Uffici e dei Reparti non è certo fra le migliori auspicabili; solo la Caserma Villarey e la Caserma CC. RR. occupano locali appositamente costruiti a tal fine. Ma qualora la Piazzaforte dovesse divenire operante, il Distretto Militare può disporre, per la mobilitazione, oltre che della Caserma S. Agostino ove ha sede, dell'ex Lazzaretto e dell'ex Arsenale Marittimo, dei Magazzini Generali della Camera di Commercio, di Chiese e Teatri capaci in complesso di accogliere altri 9.000 uomini al "nudo coperto" e 250 cavalli: totale circa 15.000 uomini e 500 cavalli. Inoltre è possibile limitatamente alla buona stagione istallare attendamenti nella Piazza d'Armi ubicata nei pressi del Piano S. Lazzaro, di circa 10 ettari di superficie. Nella stagione invernale invece la zona per la sua posizione di fondo valle, diviene pantanosa. Queste previsioni dovranno però essere subito revisionate perché già nel 1883 l'ex Arsenale viene ceduto alla Società Metallurgica Cattro e l'anno successivo anche l'ex Lazzaretto viene utilizzato come Raffineria di zucchero dai sigg. Lebaudy di Parigi. Più efficiente appare invece la sistemazione dei vari servizi: - L'Ospedale Militare ha una capacità di 350 letti circa, compresa la sua dipendenza del Casone; - Il Panificio Militare, che è in via di completamento, può produrre in tempo di guerra 28.000 razioni al giorno o in alternativa 5.000 razioni di gallette (kg. 2.000) e 16.000 di pane. Un fattore negativo per la continuità della produzione è rappresentato dalla mancanza di mulini entro la Cinta. - Le polveriere alla prova "Beato Amedeo" e "Castelfidardo" possono contenere 200 tonnellate di polvere ciascuna, mentre altre 100 troverebbero posto nelle Polveriere secondarie di "S. Luigi', "S. Barbara", "Lanterna", "Marano"; in tutto 500 tonnellate corrispondenti alla dotazione della Piazza. Peraltro questi stabilimenti sono troppo vicini all'abitato ed esposti a tiri nemici da ogni parte. - Il Laboratorio Artificieri al Cardeto, il Laboratorio Maestran-


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Glauco Luchetti . Ruggero Belogi

ze d'Artiglieria in Piazza Cavour, Magazzini, Tettoie per materiale d'Artiglieria completano le attrezzature per i servizi. Nella Guida di Ancona del 1884 di C. Feroso, sono elencati gli Uffici Militari e Caserme principali e la loro esatta ubicazione; si riporta integralmente il dettagliato prospetto: - Arsenale d'artiglieria, Via Montebello n. 1; - Biblioteca militare, Piazza Farina n. 15; - Caserma centrale dei RR. Carabinieri, Via Stamura n. 3; - Caserma Villarey, Via dell'Indipendenza n. 51; - Caserma e comando del Distretto Militare (342), Via Capodimonte n. 3; a questa caserma poi dedicata al gen. Cialdini, originariamente chiesa di S. Agostino, era stata demolita la parte posteriore sotto la quale con un volto lungo e basso dalla Via XXIX settembre si accedeva alla piazza nuova. La chiesa all'interno divisa in tre piani, era stata all'esterno decorata con un paramento a bugnato analogo a quello apposto sul fronte della chiesa di S. Francesco ad Alto, trasformata in Ospedale militare; - Caserma dei Cappuccini, Via dell'Ospizio n. 11; - Caserma S. Francesco, Via Mazzini n. 20 nei pressi di S. Palazia; - Caserma S. Bartolomeo, Via del Faro n. 9; - Caserma di Finanza, Via del Duomo n. 55; - Comando del VII corpo d'annata, Corso Vittorio Emanuele n. 34; - Comando della decima divisione militare, Piazza Farina n. 15; - Comando della brigata Parma, Via della Loggia n. 13; - Direzione di Stato Maggiore, Corso Vittorio Emanuele n. 34; - Direzione di commissariato militare, Piazza Farina n. 15; - Direzione territoriale d'artiglieria, Piazza Farina n. 15; - Direzione del genio militare, Piazza del Plebiscito n. 11; - Ospedale militare e direzione di SanitĂ del VII C. d' A., Via Torroni n. 20; - Ospedale militare sussidiario, Piazza del forte n. 2;


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-

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Sussistenze militari, Via Marsala n. 16; Tribunale militare, Via del Duomo n. 12; Capitaneria di Porto, Via del porto n. 106. Da questa situazione non si verificano cambiamenti sensibili in seguito. Qualche spostamento di uffici, pochissime le nuove costruzioni. Talvolta altri insediamenti in vecchi edifici.


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Note: La decadenza

(1) G. BRU27..0, Il Porto di Ancona, Bologna 1898, p. 19. (2) Bruzzo Giovan Battista (Genova 1824-Torino 1900), generale fu al comando del Genio presso il Corpo d'Annata di Cialdini nel 1866. Ministro della Guerra nel gabinetto Cairoli. Fu uno dei più decisi sostenitori di una politica di forti spese militari in previsione di un improvviso attacco austriaco. (3) Martini Felice nel 1863-64 era stato alla Sotto-Sezione del Genio di Torino ed è noto anche per progettazione di completamento del Mastio della Cittadella di quella città. (4) A. ELIA, Ancona porto militare, Roma 1880, pp. 10-11. (5) "Rivista Militare" anno 1981, n. 1 pagg. 89-94. (6) Araldi Antonio (Carpi 1819-Bologna 1891) comandò i volontari modenesi nel 1848. Profondo nelle matematiche fu Direttore del Genio a Alessandria e colonnello a Bologna. Decorato al valore nel 1859 e nel 1866, divenne generale e successivamente Deputato. (7) Elia Augusto (Ancona 1829-1919) appartenente a famiglia di patrioti, nel 1849 partecipò alla difesa di Ancona. Nella spedizione dei Mille comandò in 21 il "Lombardo". A Calatafimi salvò la vita a Garibaldi facendogli scudo con il suo corpo e rimanendo gravemente ferito, ma ritornò subito in linea al Volturno come ten. col. dello S. M . garibaldino. Nel '61 è insignito dell'Ordine Militare di Savoia. Nel 1866 ha il comando della flotta del Garda e diviene colonnello. L'anno successivo è a fianco di Garibaldi nello sfortunato tentativo di liberare Roma. Diviene Deputato di Ancona e tale mandato conserva per 20 anni.


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CONCLUSIONE

Ancona non è quindi più ufficialmente una Piazzaforte di 1l! classe tuttavia rimane circondata da mura e fortezze in parte di costruzione recente, in parte più antiche, quelle che per circa quattro secoli hanno costituito la difesa della città. Ora tali opere sono considerate quasi inutili. Alcune subiscono addirittura gravi mutilazioni. Il Forte Marano ceduto nel 1899 al Cantiere Navale è stato sventrato per ricavare all'interno la fonderia di ghisa e bronzo.

La città, libera dalle servitù militari, cerca di riattivare la sua vocazione commerciale ed in conseguenza aumenta il traffico urbano specie nella zona portuale. Così nel 1901 il saliente del Baluardo S. Lucia viene mozzato per agevolare il passaggio della Ferrovia di servizio al porto. Anche il Baluardo S. Agostino subisce poco dopo demolizioni per restringerne.l'ingombro. Nel 1905 viene smantellata la Cinta fra Porta Cavour ed il Cardeto per dar luogo alla costruzione dell'Ospedale Civile Umberto I. Altre proprietà del Demanio sono messe in vendita: i locali di Porta Pia sono offerti nel 1907 al prezzo base di L 4.372.= e quelli di Porta Capodimonte a L 6.599.=. L'anno successivo il più grande forte di Ancona, lo Scrima, è acquistato da un privato, il sig. Cesare Brugiapaglia che costruisce una palazzina sopra l'ingresso. Sembra proprio che tutto questo imponente complesso debba dissolversi, ma improvvisamente il 16 luglio 1908 il Capo di Stato Maggiore gen. Pollio (1) esegue un sopralluogo per verificare la possibilità di difesa della città da un eventuale sbarco


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nemico. Già si comincia a parlare sulla stampa che Ancona possa essere nuovamente fortificata. La Regia Marina che ha continuamente dimostrato di interessarsi del porto di Ancona alimentando le speranze dei cittadini con frequenti visite di tipo quasi propagandistico, in questo periodo è sempre più presente. Il 12 luglio 1911 è istituito il Comando di Difesa Marittima in Ancona che diviene così Piazzaforte Marittima. Anche i forti sono riarmati: il Forte Savio riceve nuovi cannoni; la Batteria Molo (ex Lanterna) assume il nome di Batteria Carlo Cipelli (2) e dovrebbe comprendere sei cannoni a tiro rapido. Per quest'ultima e per i forti è previsto un Comando di difesa misto. Inizia con questi provvedimenti un lungo periodo che per circa un decennio vedrà la preminenza della Regia Marina per motivi strategici, nella difesa della città. Ancona continua però ad essere centro di importanti Comandi del Regio Esercito ed in conseguenza obbiettivo di iniziative antimilitariste ed anarchiche, maturate in un ambiente tradizionalmente portato alle congiure ed alle plateali reazioni popolari. Il 7 giugno 1914, in concomitanza con la festa dello Statuto e relative celebrazioni, si verifica la rivolta popolare che verrà denominata settimana rossa (3) e che sarà sedata dal Comando di C. d' A. non senza però aver dato esca ad una serie di agitazioni gravissime che si estendono in tutta l 'ltalia. Contemporaneamente alla incerta situazione interna, diventa via via più critica anche quella internazionale e fosche minacce incombono sulla pace mondiale. Il 28 luglio dello stesso anno scoppia il conflitto che per la sua estensione e per il coinvolgimento di popoli di tutti i continenti, passerà alla storia come la 1i! Guerra Mondiale. L'Italia, uscita dalla Triplice Alleanza, ha dichiarato la propria neutralità. Ancona, nella ingenua speranza di evitare attacchi e bombardamenti, viene ulterionnente sguarnita e 1'8 novembre 1914 dichiarata unilateralmente "città aperta". La dichiarazione di guerra all'Austria trova quindi la città indifesa, ma all'alba del 24


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maggio 1915 ben 31 unità navali nemiche con l'ausilio di osservatori aerei la bombardano per quasi due ore causando danni ingenti e numerose vittime. I Comandi Militari reagiscono con lentezza, ma con metodo. Provenendo l'offesa dal mare e dal cielo, i provvedimenti difensivi sono ovviamente diversi da quelli disposti in passato e quindi le fortificazioni del fronte di terra sono tenute in scarsa considerazione. La difesa costiera, che sin dall'inizio della guerra era stata informata al concetto di coprire le coste mediante l'impiego di reparti navali a distanza, viene completamente modificata per quanto riguarda il teatro d'operazione adriatico. Per la protezione della costa nel cui punto centrale trovasi Ancona viene organizzata una difesa che protegga anche la ferrovia lungo il litorale. Tale difesa, affidata alla Regia Marina, si articola su un piano ben studiato ed efficiente che prevede anzitutto di perfezionare la sorveglianza attuando anche misure di primo intervento, di aumentare il numero dei semafori, dei posti di segnalazione e di allarme e di migliorare le comunicazioni telefoniche e telegrafiche. In particolare sono armate molte batterie costiere occasionali contro le incursioni nemiche ed è creata una difesa mobile con treni armati. Infine si dispone l'organizzazione della difesa antiaerea con squadriglie di idrovolanti, dirigibili, batterie contraeree, e quella costiera con l'impiego, di naviglio leggero tipo MAS e sottomarini e con la posa di campi di mine. Il Comando operativo dei treni armati che agiscono tra lo stretto di Otranto e Ravenna, è ad Ancona. I treni per questo fronte sono sei. Questi mezzi serviti da un equipaggio di 70 uomini della R. M. con personale di macchina del Genio R. E. possono passare dalla corsa all'arresto in batteria con gli appoggi a terra ed aprire il fuoco in soli 40 secondi. (4) La difesa della città in particolare è invece potenziata munendo le batterie con pezzi da 152/45, obici da 280 e 14 cannoni antiaerei. Il porto è difeso da squadriglie di idrovolanti e diviene base di flottiglia sommergibili e di MAS. È presente inoltre il


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pontone armato "Faà di Bruno" con una torre binata da 381/40 antinave e 4 cannoni da 76/40 antisiluranti e contraerei. L'armamento del fronte durante il lungo conflitto consiste in alcune batterie improvvisate su idonee posizioni: quella di monte Conero con obici da 280 C, del Poggio con obici da 280 L, delle Torrette con due cannoni da 152/45, di S. Ciriaco basso, una postazione soprastante l'area del Forte Marano, già sede di una istallazione pontificia, con due cannoni da 152/45. I forti interessati nello schieramento sono: - Forte Cardeto con due batterie: Btr. "Cialdini" con due cannoni da 152/45 ed uno da 203/45 per difesa contro mare; Btr. "Carstanjen" (5) con dodici cannoni da 76/40 in funzione contraerea e antisilurante; - Forte Pezzetti con due obici da 280 L, contro mare; - Forte Scrima con due batterie una su due pezzi da 102/35 e l'altra su due cannoni da 76/40 contraerei e antisiluranti; - Forte Altavilla con una batteria da 76/40 (?); - Batterie di piccolo calibro del R. E. in funzione ausiliaria ad es. al Forte Cappuccini. Numerose sono le incursioni che dopo la prima sorpresa, vengono ormai contrastate con mezzi efficaci. Il 27 luglio 1915 una torpediniera tenta di avvicinarsi all'imboccatura del porto, ma la Batteria Cipelli entra subito in azione e sventa l'attacco. Dopo una incursione di 5 aerei il 17 gennaio 1916 senza danni, il nemico ritorna il 3 aprile in forza, ma ben 3 aerei ungheresi sono abbattuti dagli aviatori del campo dell 'Aspio sito a 3 km. da Ancona e dal treno armato piazzato presso il Cantiere. Seguono altri allarmi ed incursioni però la difesa è ben organizzata. Il 4 aprile 1918 viene messo in pratica un diverso tipo di attacco e viene effettuato uno "sbarco". Non proprio quel temuto sbarco in forze che era stato il motivo giustificante il perdurare per quasi 40 anni della Piazzaforte di Ancona, ma una audace spedizione di 50 uomini (in termini moderni un'azione di "commando"). I marinai austriaci sbarcano sulla costa a nord di Ancona da una barca a motore trainata da una torpediniera; verso sera


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si avviano inquadrati come un drappello in servizio e giunti ad Ancona a notte alta, superata la barriera doganale proseguono a passo cadenzato verso il porto. Scopo della missione: impossessarsi dei MAS in porto, con essi silurare il pontone armato "Faà di Bruno", i sottomarini, le altre unità presenti e quindi rientrare con i MAS a Pola. Ma nei pressi di Porta Pia e precisamente al Lazzaretto sono fermati da due Finanzieri di mare. Nello scontro a fuoco che ne segue, con l'aiuto di altri militari accorsi agli spari, gli austriaci vengono catturati. (6) La guerra è ormai al termine ed i forti rientrano nella silenziosa fase di attesa, muta testimonianza di eventi superati. Solo la Cittadella è utilizzata, purtroppo anche per tristi funzioni: vi si eseguono infatti le fucilazioni erogate dal Tribunale Militare. Presidiati da modeste guarnigioni i forti Umberto, Cappuccini e Cardeto. Il conflitto ha evidenziato la vulnerabilità della Piazza di Ancona, sia ad operazioni di sbarco, sia ad attacchi aerei che nel prosieguo del tempo con il costante perfezionamento dei mezzi avessero a verificarsi, ma questo non influisce a determinare un aggiornamento delle opere di difesa, considerata anche la instabile situazione politica. Nel 1919 le batterie improvvisate dello Scrima, di monte Pulito, monte Conero e S. Ciriaco basso vengono disarmate ed i cannoni sono depositati nei parchi d'artiglieria della città. Il 20 giugno 1920 nella Caserma Villarey si accende la cosiddetta rivolta dei Bersaglieri, che fomentata da elementi civili estremisti coinvolge all'inizio i militari di un reparto dell' 11 Q Reggimento Bersaglieri in partenza per l'Albania. Alcuni forti vengono occupati dai rivoltosi che resistono anche dopo che i militari, deposte le armi, sono rientrati nei ranghi. Le torpediniere dal mare e le batterie da campagna da terra battono il Forte Savio ove sono asserragliati 200 rivoltosi con mitragliatrici e la resistenza cessa dopo accaniti combattimenti. Anche il Forte Scrima, occupato facilmente non essendo presidiato in quanto proprietà


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privata, è fatto sgomberare dalle forze dell'ordine che arrestano 170 ribelli. In questo triste periodo una giornata patriottica è vissuta dagli anconitani il 20 settembre 1921 quando viene consegnata in forma solenne alla città la Croce di Guerra concessa per l'alta prova di patriottismo e di civismo data costantemente nel lungo periodo del conflitto mondiale. (7) Dopo il 1921 le batterie sono tutte disarmate ed il materiale preso in consegna parte dalla R. M., parte dal R. E .. I forti sono usati come magazzini, poligoni di tiro ridotto, scuderie e quelli più lontani sono la meta di marce da addestramento da parte delle truppe di stanza: il 932 Regg. Ftr. ed il Gruppo someggiato del 2 2 Regg. Art. da Campagna, distaccato da Pesaro, sede del Reggimento. Della Cinta rimane solo il tratto che dallo Scaglione di S. Stefano porta al Campo Trincerato. Infatti nel 1923 è demolita la Porta Cavour per l'apertura di Piazza XXIV Maggio e nel 1925 cadrà il tratto tra la Porta e l'Ospedale Civile. Il 10 giugno 1940 l'Italia è di nuovo in guerra a fianco della Germania contro Francia e Gran Bretagna. Ancona non ha però approntato una grande organizzazione difensiva, L'offesa che si sarebbe potuta profilare, d'altronde non appare temibile. Infatti con la Regia Marina quasi al massimo della sua potenza e con lo sbarramento del Canale di Otranto, possibile dopo l'occupazione dell'Albania del 1939, può considerarsi estremamente improbabile che navi di superficie riescano ad infiltrarsi nell'Adriatico. Più temibile invece, anche se resa difficoltosa dalla distanza delle basi nemiche, è la minaccia dal cielo. Un preciso quadro delle istallazioni difensive fino all'8 settembre 1943, è dato da una lettera del conte ing. Fazio Fazioli, vice comandante della 15~ Legione Milizia Artiglieria Contraerea (M . A. C. A.) al gen. Gualtiero Santini (8), scritto dal quale sono desunte le notizie riportate. All'inizio delle ostilità la Piazza di Ancona ha in atto degli apprestamenti difensivi costituiti da:


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1 batteria da 152/50 della Regia Marina, efficiente, in posizione sulle Rupi alle spalle della Caserma Villarey; - I batteria da 149/35 di scarsa efficenza, alla Batteria Alfredo Savio; - 4 batterie da 76/40 della 15!! Legione M. A. C. A. in piena efficenza e con personale addestrato; - 2 centurie di mitragliatrici Fiat (16 anni) della M. A. C. A. per la difesa ravvicinata delle batterie; - 2 battaglioni in servizio costiero della 108" e 110!! Legione di Milizia ordinaria di Ancona e Macerata che dopo breve tempo sono sostituiti da reparti del Regio Esercito; - 2 centurie della M. A. C. A. con posti di allarme vicini collegati ad una ampia maglia di avvistamento estesa all'intera regione e facenti capo a Centri Raccolta Notizie. Questi C. R. N. sono collegati alla Centrale avvistamento ed allarme istallata nella Caserma Stamura al Forte Cappuccini. - 1 batteria comando della M. A. C. A. con reparti autoradio, con due stazioni radiotrasmittenti e riceventi a monte Cappuccini e monte Conero, armeria e servizi. La J5!! Legione M. A. C. A. è quindi il piÚ importante elemento della difesa e collabora anche alla difesa costiera con reparti del Regio Esercito e della Regia Marina. Comprende 4 batterie di 4 pezzi ciascuna, ripartite su due Gruppi, cosÏ distribuite: la 145,i al monte Cardeto su piazzole in cemento costruite dalla Regia Marina; la 146,i all'inizio del muraglione del Molo Nord (molo Graziani); la 147!! al Forte Altavilla; la 148" al Forte Montagnolo Chiesa. All'inizio dell'inverno 1941 la difesa di Ancona è potenziata con l'invio di due batterie da 76/40 provenienti dalla M. A. C. A. di Genova e quattro batterie da 75/27 mod. 11 del Regio Esercito: le batterie contraeree sono poste una alle Rupi di Gallina ad est dell'abitato, l'altra a Torre d'Ago; le batterie da campagna sono dislocate rispettivamente a monte Pulito, sulla salita di Villa Borghetti, sulla rupe alle spalle del Campo Sportivo e presso Villa Romana. Anche queste ultime batterie effettuano azione antiae-


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rea: infatti con le ruote sollevate sopra due basamenti di 50-60 cm. lanciano salve di shrapnels graduati per esplodere nel primo arco di traiettoria, coprendo un settore di sbarramento alla distanza di circa 1.500 metri ed a quota di 800/1.000 m. sulla probabile rotta di attacco. Nel febbraio 1942 però tutte queste batterie vengono ritirate e successivamente anche tre batterie della M. A. C. A. sono inviate in Sardegna; durante l'anno sono invece inviati di rinforzo alcuni pezzi da 20 mm. e due batterie da 90/53. Queste ultime insieme alle altre, concorrono alla difesa costiera e sono a disposizione del Comando Zona Costiera. All'inizio del 1943 la difesa è quindi costituita da: - 146ll batteria M. A. C. A. al molo Nord su tre pezzi essendo stato l'affusto di un pezzo inviato a Napoli per riparazione; - batteria da 149/35 del Regio Esercito al Forte Savio; - batteria "Cagni" da 152/50 della Regia Marina; - 2 batterie da 90/53 del Regio Esercito, una al Borghetto, l'altra a Palombina vecchia con personale scarsamente addestrato; - 2 batterie da 75/27 mod. 11 del Regio Esercito, una a metà della salita di Posatora Iato Torrette ed una a Falconara; - 1 batteria da Oerlikon al Forte Cardeto, 4 armi; - 1 batteria da 20/65 Breda a Borgo Rodi, 4 arrni. Tale è anche la situazione all '8 settembre, quando le truppe germaniche assumono il Comando della Piazza. I pezzi però sono stati disattivati e quindi la difesa è inefficiente; continua per breve tempo a funzionare la Centrale di Avvistamento ed Allarme collegata con qualche posto di collegamento ancora non attaccato dai partigiani, poi in seguito anche tali istallazioni verranno a cessare. Per il Comando Germanico, orientato da tempo alla difesa ad oltranza sulla linea Gotica, l'importanza strategica di Ancona è irrilevante. Quindi l'ordine è di "tenere Ancona quanto più a lungo possibile cercando di non farsi colpire in forma distruttiva e indietreggiando lentamente senza perdere i contatti ... ". (9) Infatti la vulnerabilità della città fa preferire soluzioni tatrichl:

2ono


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ritardatrici come battaglie di arresto in posizioni favorevoli a distanza da essa, evitando che grossi contingenti di truppe vi vengano intrappolati come già avvenuto in tutti gli assedi precedenti. Così la battaglia per Ancona si combatterà nell'interno delle Marche a 30 km circa dalla città, sulle alture di Filottrano, aspramente contese dalle retroguardie germaniche alle truppe avanzanti dal sud, la cui punta di diamante è rappresentata dai Paracadutisti della Divisione "Nembo". Alle spalle del fronte, la piazza di Ancona svolge il suo compito importante di centro di smistamento e nodo di collegamento stradale, ferroviario e marittimo offrendo molteplici soluzioni al problema dei rifornimenti, difficile a causa della superiorità aerea avversaria. Il fronte è affidato al gen. Harry Hoppe che pone il suo comando (278 Divisione di Fanteria) a Montemarciano. Il gen. Hoppe esponendo la dislocazione dei reparti tedeschi alla data dell' 1 luglio 1944, scrive: La guarnigione della piazza di Ancona consisteva in un Comandante di Marina con diversi gruppi di artiglieria nonché anziani soldati della territoriale inquadrati nel 903Q Battaglione da Fortezza e nel 676Q Battaglione di sicurezza che avevano però scarsa capacità combattiva non disponendo delle armi pesanti della Fanteria (10) Tutta la guarnigione di Ancona è però più nota come "Gruppo Peter" dal nome del suo Comandante, probabilmente Ufficiale di Artiglieria di Marina, ten. col. Peter. La difesa messa in atto nella piazza è realizzata con armi di vario tipo, quasi sempre inadeguate di fronte ad attacchi aerei portati incessantemente con dovizia di mezzi; inoltre il fatto che talvolta si utilizzassero anche reparti in transito rende il punto della situazione quanto mai impreciso. È infatti stato ordinato che tutte le mitragliatrici dei reparti di fanteria, controcarro, artiglieria e genio che non sono impiegati in prima linea, si rendano permanentemente ed in avvicendamento disponibili per la difesa contraerea. Si ignora quindi la consistenza delle artiglierie a difesa di Ancona, non facendone cenno il gen. Hoppe, e la loro dislocazione è


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desunta da ricordi non sempre precisi di testimoni oculari: - 1 batteria di Flak 8,8 cm. ed il Radio Localizzatore al Forte Cardeto; - 1 batteria di Flak 8,8 cm. a mezza costa tra Forte Savio e Torrette; - la batteria da 149/35 al Forte Savio, inattiva; - 4 pezzi da 37/54 mod. 33 R. M. proveniente dall'armamento del R. Incrociatore "Ottaviano Augusto" bombardato e semiaffondato in porto il 1Q novembre 1943, in cima alla salita Scrima serviti dalla M . A. C. A.; - 4 complessi Vierlingsflak 38-2 cm. con serventi italiani e tedeschi a Posatora, prima del Forte Savio; - alcune batterie da 20 mm. al Forte Scrima limitatamente ai mesi ottobre e novembre 1943; - 1 batteria di Vierlingsflak 38-2 cm. della Luftwaffe a Borgo Rodi; - 1 batteria da 20 mm. sul piazzale del Duomo; - 1 ruma, probabilmente una mitragliera, che viene spostata in continuazione lungo una specie di strada incassata, ai piedi del Forte Altavilla. Questo schema non è certo completo, ma è una chiara indicazione della scarsa consistenza dello schieramento. Anche questo però verrà ad un certo punto a mancare. Alle ore 11 del 18 luglio il gen. Hoppe ordina di sgomberare Ancona. Così protetti da due linee di sbarramento (la "Adam" dal nome del magg. Hans-Herrmann Adam, costituita fra Camerata e Cassero e la "Broecker" dal nome del col. Paul Broecker operante sulle alture a nord di Gallignano), assieme al 993 Regg~ Granatieri, i due Battaglioni del Gruppo Peter e lo scaglione di Marina (Marinestaffel Ancona), ripiegano lungo la statale adriatica fino alla riva occidentale dell 'Esino ove si attestano a difesa. Lo stesso giorno alle ore 14, l'ingresso delle truppe Alleate nella città attraverso Porta S. Stefano segna la fine dell'angoscioso periodo. L'insediamento del Town Major e l'occupazione Alleata continuano fin quando i poteri non sono passati nuovamente


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all'amministrazione italiana, il 4 agosto 1945. La città di Ancona come negli assedi precedenti del 1799 e del 1849 ha dato anche in questa circostanza prova di grande fortezza d'animo e sopportato con dignità i disagi, i pericoli, le pesanti perdite in vite umane, le estese distruzioni causate da 184 attacchi aerei e navali Alleati: persone decedute 1.182, percentuale delle distruzioni 67 ,23%. Le fortificazioni, solo parzialmente usate per scopi militari come istallazione di artiglierie e depositi munizioni, sono divenute rifugio sicuro per quanti sono riusciti ad accedervi tempestivamente ed alloggio di fortuna per molti che hanno perduto la propria abitazione. Negli Scaglioni di S. Stefano, nei Forti Altavilla e Scrima, centinaia di Anconitani hanno trascorso mese dopo mese questa fase tormentata della loro vita. Di tale dura e sofferta prova la miglior valutazione è data dalla motivazione della Medaglia d'Oro al Valor Civile concessa alla città in riconoscimento della abnegazione delle Pubbliche Istituzioni e delle virtù civiche degli abitanti: "Nobile ed antica città dell'Adriatico, nel corso di innumeri, violentissimi bombardamenti, riconfermava con eroico stoicismo le preclare virtù civiche e le doti di patriottismo manifestate in tutti i tempi e nel Risorgimento. Semidistrutta e sconvolta dall'accanita furia nemica e profondamente ferita per l'olocausto di numerosissimi propri cittadini manteneva alto il nome della Patria col proprio esempio di altissima dignità morale e di eccezionale coraggio, prodigandosi nel soccorso dei feriti e dei sofferenti e nell'assicurare, malgrado tutto, la continuità della vita civile."


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Note: Conclusione (1) Pollio Alberto (Caserta 1852, Torino 1914). Aiutante di Campo di Umberto I, addetto militare a Vienna tra il 1892 ed il 1897, generale nel 1908, Capo di S. M. fino al 1914. Organizzò la spedizione libica, si adoperò per riformare i'Esercito in senso di maggior funzionalità. Nel 1912 divenne Senatore. È autore di varie opere storiche. (2) Diviene usuale intitolare ad Eroi della propria Forza Armata o specialità opere utilizzate da un nuovo Reparto. Così per la R. M. la Btr. Molo diviene "Btr. Cipelli" ed in seguito la Btr. Savio sarà "Millo". (3) Settimana Rossa (7-14 giugno 1914). Episodio culminante di una serie di scioperi contro la repressione. Ancona ne fu il centro con scontri sanguinosi, dilagò nelle Marche, in Emilia e Romagna in sciopero generale con focolai insurrezionali. La Confederazione Generale del Lavoro ne ordinò, dopo una settimana, la cessazione. (4) G. Luc1mnr, Cronache del Porto, Castelferreui 1986, p. 75. (5) Carst.anjen Alfredo (1896-1916): valoroso ufficiale anconitano del 93 2 Regg. Fanteria, passato poi al 572, caduto nell'assalto di Gorizia. Il suo corpo non venne mai ritrovato. (6) I due militari della R. Guardia di Finanza di mare, di nome C. Grassi e G. Maganuco, vennero decorati personalmente dal Re, venuto subito ad Ancona, con Medaglia d'Argento al V.M. (7) Motivazione della Croce al Merito di Guerra concessa alla città di Ancona su proposta del Ministero della Marina 17-10-1919: "Alla gloriosa città di Ancona, la cui generosa popolazione, nonostante le replicate offese dal mare e dal cielo, le numerose vittime della ferocia nemica e le privazioni indicibili causate dalla sospensione di ogni traffico, mai piegò l'animo. All'ammirazione degli Italiani, addito la città decorata per la magnifica prova di coraggio e di fede che ha dato durante la lunga ed aspra guerra e perché con la sua fierezza, efficacemente contribuì al raggiungimento della vittoria finale." Motivazione della 2' concessione di Croce al Merito di Guerra Bollettino Uff. del Ministero della Guerra, anno 1920, disp. 29, p. 1619: "Alla città di Ancona particolarmente provata da eventi bellici della guerra 19151918." Il Gonfalone della città di Ancona si fregiava già di Medaglia d'Oro per azioni altamente patriottiche concessa dal Re Umberto I con R. D. 18-5-1899: "Per il valore dimostrato nel 1849 dalla cittadinanza anconitana esempio e monito nei secoli ed ai posteri di eroiche, incrollabili virtù. " (Distinzione istituita' con R. D. del 4 settembre 1898). (8) Santini Gualtiero (Ancona 1886-1976). Volontario di Guerra (3 medaglie), Mutilato di Guerra (3 ferite), Legionario Fiumano, Uff.le dell'ordine Coloniale Stella d'Italia, Cavaliere SS. Maurizio e Lazzaro, 4 decorazioni al V. M., 5 Croci di Guerra. Gen. di Br. R. O., bersagliere. Campagne Somalia 1912, Libia 1914-1916, guerra mondiale 1917-1918, Fiume 1919-1921, Africa Orientale 1935-1936, guerra mondiale 1941-1945. Ha scritto importanti, documentatissime opere di storia patria. (9) G. SANTAREUJ, La Battaglia di Filottrano, Falconara 1986, pp. 51 e 79. (10) H. HoPPE, Die 278 /nfanterie-Division in Italien 1944-1945, Bad Nauhein 1953 (trad. it. C. Jacomini, al quale si debbono anche le altre notizie sull'argorrnento).


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SERVIZIO DEL GENIO. - a. Deeretò ehe radia. dal no•ero delle pla•ze forti la pia••• di A.neon a ed esonera dal •lneoio d«;lle servitù militari le · proprietà fondiarie adlaeeiltl alle opt-rc della piazza medesln1a: . ,:_ 28 dicèmbre 1899. · UMBERTO I, koo. Èco., R:e: n'lTALIA. Vista la.· legge · 19 ottobrè 1859,. n'. 3748, sullè serv1tù · militari; Vista. la legge 22 a.prile 1886, n. 3820 (serie 3•), che estende a tutto il regno la legge succita.ta; · Vieto il R. Decreto 25 novembre 1886, n. 4258 (serie 31), ohe approva il regolamento per l'esecuzione delle suindicate leggi; Visto il R. Decreto 16 agosto 1891 che modifica il regola.mento sopracitato; · · · · Sulla proposta del Nostro Ministro segretario di Stato per gli ~ffari della guerra, conforme a · parere della commissione :Suprema per la difesa dello. Stato. Abbiamo decretato e decretiamo: Articolo unico. La piazza di Ancona. è radiata dal novero delle piazzè forti dello Stato e le proJ?riet.à. fondiarie adiacenti alle opere della medesima cessa.no d1 essere· soggette all'onere delle servitù militari: Ordiniamo. eh~ il presente decreto, munit~ del sigillo ~ello Stato, sia. inserito nella. Ra.ècoltla ufficiale delie leggi e dei decreti del Regno d'Italia., manda.odo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo os14erva.re. Dato a. Roma, addì 28 dicernbre 1899. UMBERTO.

150 bis - Decreto di radiazione della Piazza.

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',.,...

150 tris - Anche Porta Cavour viene demolita, 1926.

151- La Batteria Ci pelli (ex Molo) in barbetta nel 1915.


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152- BatterĂŹa da 75/27 mod. 1911 ĂŹn difesa contraerea a Monte Cardeto, dicembre 1915.

153 -

Iniziano gli attacchia aerei Alleati, 1 novembre 1943.

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L'aspetto del colle Guasco alla fine del conflitto, 1945.


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Lapide nel palazzo Civico con la motivazione della Medaglia d'Oro al Valore Civile, concessa alla citta.


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FONTI Istituto storico di Cultura del!' Arma del Genio. Biblioteca Civica di Ancona: Cronache e storie manoscritte. Biblioteca della Deputazione di Storia Patria per le Marche: Fondo Risorgimento, Ancona. Biblioteca militare Belogi, Civitanova Marche. Archivio di Stato di Ancona. Archivio di Stato di Torino. Raccolta Ufficiale degli Atti del R. Commissario gen. straordinario, Ancona 1860-61. Giornali e periodici: Il Corriere delle Marche, L'Ordine, Voce Adriatica, La rivista di Ancona, Atti della Deputazione di Storia Patria, Atti della Accademia Marchigiana di Scienze, Lettere ed Arti.


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ANGELA ARZILLI

I REGGIMENTI TOSCANI NELLE CAMPAGNE NAPOLEONICHE

Introduzione

Questo studio - il cui fine prevalente può essere ravvisato nel tentativo di conferire risalto a quegli aspetti od elementi suscettibili di consentire una valutazione qualitativa, oltreché quantitativa, del concorso toscano a quel "risveglio guerriero" che è ormai generalmente considerato dagli storici come uno dei fattori originari, ed originali, del Risorgimento italiano - non ha trovato un supporto apprezzabile nella produzione storiografica sulla Toscana nel periodo napoleonico. Come ha osservato Giorgio Candeloro, "manca un lavoro d'insieme sul dominio napoleonico in Toscana" (1); non solo, ma anche opere parziali, pur valide · per molti versi, prestano un'attenzione assai scarsa alle istituzioni ed agli ordinamenti militari, peraltro non certo menzionabili come modelli d'efficienza. Comunque "la Toscana dovette anch'essa contribuire con uomini e mezzi alle imprese napoleoniche e --osserva Candeloro - ciò riuscì particolarmente pesante alle masse popolari (...) prive ormai da secoli di tradizioni militari. La nobiltà e la borghesia non furono ostili al nuovo regime,· ma il loro apporto di uomini all 'ammistrazione e all'esercito di (1) G. Candeloro, Storia dell'Italia moderna, vol. I, p. 431.


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Napoleone fu assai minore che nel Piemonte" (2), ed ovviamente di gran lunga inferiore a quello cisalpino-italico od a quello del Regno di Napoli. Per quanto ridotto, dunque, un contributo militare toscano alle campagne napoleoniche vi fu. Ed è almeno sorprendente constatare come nelle storie locali siano privilegiati momenti non proprio esaltanti della storia di quel periodo, come le insorgenze antifrancesi, cosiddette popolari, o quei fenomeni di diserzione e banditismo che si verificarono un po' dovunque, ma che in Toscana ottennero un rilievo derivante, assai più che dalla loro effettiva consistenza e portata, dalle interpretazioni apologetiche dei loro narratori. Una ricostruzione storica della presenza, non trascurabile pur nei suoi limiti, di forze militari toscane, nelle guerre dell'Impero, non può effettuarsi ricorrendo alla memorialistica ed alla storiografia specifica. Si può anzi affermare che la sola fonte bibliografica alla quale è indispensabile attingere è cosùtuita dal secondo volume dell'opera del generale Niccolò Giorgetti, Le armi toscane e le occupazioni straniere in Toscana, che naturalmente si richiama a tutte le opere precedenti, a cominciare da quelle di Camillo Vacani e di Cesare De Laugier (3), imponenti per mole, ma alquanto farraginose e non sempre attendibili, se è vero, tra l'altro, che proprie{ De Laugier fu l'anonimo estensore di uno scritto polemico intitolato Osservazioni, aggiunte, schiarimenti. Emende e considerazioni all'opera del sign. Cav. Maggior Vacani (4). De Laugier e Vacani (come pure Antonio Lissoni, Giacomo Lombroso ed altri scrittori militari del XIX secolo) si occuparono peraltro degli italiani, e non soltanto dei toscani, nelle campagne napoleoniche. Giorgetti, quindi, s'avvalse delle loro opere soprat-

(2) G. Candeloro, op. cit., p. 342. (3) Vedere bibliografia. (4) Vedere bibliografia. Tuttavia si deve precisare che questo scritto precede i Fasti e vicende di guerra dei popoli italiani dal 1801 al 1815 ( ... ).


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tutto per estrapolarne ogni notizia relativa ai toscani; nè fu impresa da poco, trattandosi complessivamente di 18 volumi, per giunta non proprio esemplari sotto il profilo metodologico od anche semplicemente per chiarezza di esposizione. Occorre inoltre rilevare che altri autori, come il già citato Antonio Lissoni, pur fornendo notizie e riflessioni interessanti, si abbandonano nei confronti di storici francesi a contestazioni eccessive che finiscono per invalidare le loro asserzioni anche quando non sono prive di fondamento. È il -caso, ad esempio, di Antonio Lissoni, il quale, rimproverando a certi scrittori d'oltr' Alpe la tendenza ad attribuire esclusivamente ai soldati francesi il merito e la "gloire" delle vittorie napoleoniche, si lascia trascinare, come è stato scritto (5), "all'inverosimiglianza e alla mancanza di senso storico", rivendicando alle truppe italiane non solo un ruolo decisivo in tante battaglie, ma anche la salvezza di unità francesi in pericolo, ricevendo "come ricompensa alla loro dedizione e al loro sacrificio (... ) solo ingratitudine e ingiurie" (6).

*** Da quanto sinora esposto appare evidente che una trattazione, certo non esauriente, ma quantomeno utile come preludio ad ulteriori più approfondite ricerche sull'argomento, doveva necessariamente attingere a fonti archivistiche, a cominciare da quelle toscane. Ma le ricognizioni compiute nell'Archivio Generale dello Stato a Firenze, e poi a Lucca, Grosseto, Livorno e Pisa, sono state deludenti, nel senso che molti fondi indubbiamente ricchi, relativi al periodo studiato, erano consultabili solo parzialmente, ed in esigua misura perché non ordinati.

(5) Raffaele Ciarpini nell'introduzione a Soldato napoleonico di Cesare De Laugier, (6) A, Lissoni, Gli italiani nelle guerre napoleoniche, p, 7,


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Assai più proficua è stata la ricerca condotta negli Archivi del Service Historique de l' armée de terre al Castello di Vincennes, dove sono conservati i diari storici, le Historiques, di tutti reggimenti delle Armate napoleoniche, nonché documenti di carattere amministrativo, organizzativo, logistico, ecc., relativi ai reggimenti stessi e ad altri corpi o reparti. Si è potuto così raccogliere materiali tanto copiosi da imporre una scelta in apparente contraddizione con quanto si è detto più sopra a proposito della scarsa entità delle forze toscane. Si è reso cioè necessario concentrare l'attenzione sui due reggimenti toscani maggiormente impegnati nel periodo 1808-1813: il 28Q reggimento cacciatori a cavallo ed il 113Q reggimento fanteria di linea. Questa scelta ha impedito di affrontare più compiutamente - anche se non mancano accenni significativi- l'attività dei toscani inquadrati in altri reggimenti misti ( 111 2 di linea, composto in prevalenza da piemontesi; 84Q, 1122 e 1372 di linea, 132 usseri, ecc.). Ciò vale anche per il battaglione Veliti toscani, i Cacciatori dell'Elba, ed altri ancora, tra i quali il Battaglione volontari toscani che prese parte alla difesa di Genova assediata dagli austriaci nel 1800. È,,superfluo aggiungere che, una volta constatata la disponibilità della necessaria documentazione, già accessibile a Vincennes e prima o poi consultabile anche negli archivi italiani, sarebbe auspicabile la preparazione di una storia compiuta delle armi toscane negli eserciti napoleonici. Ma questo è un compito ed un impegno che trascendono i limiti e le ambizioni di questa tesi.


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CAPITOLO I

PRIMI VOLONTARI TOSCANI

Prima ancora che la Toscana fosse annessa all'impero napoleonico e che Napoleone, con la coscrizione obbligatoria, inviasse i toscani in paesi stranieri affinché dessero il loro contributo alla formazione ed al mantenimento del grande apparato bellico di cui aveva bisogno per placare le rivolte in atto e per occupare nuovi paesi, vi erano stati in essa dei volontari che si erano arruolati nelle truppe francesi, ad esempio quelli che costituirono il battaglione toscano che partecipò alla difesa di Genova nel 1800. Esso fu costituito a Firenze con decreto del 7 giugno 1799 per arruolamento volontario; era previsto in forza di circa mille uomini ma in realtà pare che i volontari non siano stati più di 200-compresi militari di ogni grado della disciolta fanteria granducale e ordinato in base al sistema francese (7). Assegnato alla divisione Gaulthier si spostò a Livorno e quindi, nel luglio, a Pisa per proseguire poi in Liguria dove fu assegnato alla divisione Gaulthier dell'armata d'Italia comandata dal generale Mas~ena. Durante il 1798-99 erano affluiti a Genova profughi dalla Cisalpina, dal Piemonte e da altre regioni d'Italia nonché alcune centinaia di polacchi: con queste forze e con i volontari liguri, oltre che con il battaglione toscano, il generale Gaulthier costituì una legione, il (7) Per il testo del decreto vedere appendice n2 I.


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cui comando fu affidato al maggiore Rossignoli, che pose alla difesa di questa città (8). Nelle condizioni durissime dell'assedio di Genova del 1800, i toscani si comportarono onorevolmente, come del resto gli altri italiani arruolatisi nell'esercito francese (9). Meno importanti, ma non per questo non degne di nota, le vicende del battaglione del principe Felice. In fronte al bollettino delle leggi del principato di Piombino, si legge il decreto imperi~ùe del 27 ventoso anno XIII (17 marzo 1805) con cui Napoleone dava proprietà del principato di Piombino a sua sorella Elisa, da governarsi nominalmente dal marito Felice (10). Si ordinava che doveva tenere al soldo un battaglione di cinque compagnie per cui il 12 settembre 1805 fu costituito un battaglione detto i cacciatori di Piombino. Ma il 12 maggio venivano soppressi ad un tempo esso e la compagnia dei cacciatori di Lucca per formare un nuovo corpo, il battaglione del principe Felice. L'organizzazione di questo corpo fu decretata il 31 dello stesso mese (11). Si può ricordare un breve avvenimento che vide come protagonista detto battaglione: il 15 marzo 1808, insieme alla guardia nazionale, riuscì ad impedire, dopo un intero giorno di scontri, l'approdo di una fregata e di un corsaro inglesi all'isola d'Elba.

(8) " ...(Massena) fece formare in legione i no!ti rifugiati italiani che erano a Genova, ai quali volontariamente si unirono alcune centinaia di polacchi che trovavansi tra i prigionieri fatti dal nemico. Il comando di questa legione organizzata da Gaulthier fu affidato al capobattaglione Rossignoli" A. RoNco. L'assedio di Genova 1800, p. 93 (9) Fra essi Ugo Foscolo la cui partecipazione all'assedio cli Genova è attestata in A. RoNco, op. cit., pp. 124-125. (10) Pasquale Baciocchi - nato in Corsica nel 1762, morto a Bologna nel 1841assume il nome Felice quando è nominato principe di Lucca e Piombino. Era capitano di fanteria nell'esercito d'Italia quando Napoleone ne assunse il comando. Sposò Elisa, sorella di Napoleone, il 1° maggio 1797. Napoleone lo nominò prima colonnello e, nel 1804, senatore e generale. (11) Dei decreti del 12 e del 31 maggio 1807 ne è riportata in appendice ai n° II e ID non la fotocopia dell'originale reperito presso l'Archivio Storico di Lucca, ma una sua fedele trascrizione.


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Con la partenza di Elisa il battaglione fu disciolto. Però, per un ordine dello Starhemberg (12) del 14 giugno 1814, venne istituito un battaglione lucchese, in cui trovarono luogo i lucchesi che facevano parte del corpo soppresso e che vollero rimanere nel servizio militare. Oltre al battaglione Felice occorre citare altri due corpi formati in Toscana dopo che Napoleone ne assegnò il trono granducale a sua sorella Elisa. Con decreto del 3 marzo 1809 la Toscana, già dall'anno precedente unita all'impero francese, fu eretta a granducato e affidata da Napoleone a sua sorella Elisa Baciocchi già principessa di Piombino, Lucca e Massa. Anche l'isola d'Elba che nel 1802 era rimasta in possesso della Francia, fu unita al granducato il 7 aprile 1809; Lucca e Piombino continuarono ad essere retti dal principe Felice Baciocchi che, contemporaneamente al conferimento del titolo di granduchessa alla consorte, fu investito del comando della 29;i divisione militare comprendente tutta la Toscana (tuttavia il principe non aveva poteri sul generale francese capo di stato maggiore che prendeva ordini direttamente da Parigi). In questa nuova situazione vennero formati a Firenze, con decreto imperiale del 24 marzo 1809, un battaglione di Veliti e, con un altro decreto del I g aprile successivo, uno squadrone di Guardie d'Onore a cavallo destinate a scorta della granduchessa (13). Entrambi i corpi erano volontari ma, poiché non si riusciva a raggiungere la forza prevista, si ricorse in alcuni casi alla designazione di uomini dei dipartimenti delle 27\ 28!! e 29!! divisioni militari (Piemonte, Liguria e Toscana). I Veliti (14) erano stati fissati in forza di 485 uomini e coloro (12) Generale comandante le lruppe austriache. (13) Gli stessi decreti stabilivano analoghe formazioni a Torino, con gli stessi scopi presso la principessa Paolina Borghese, sorella dell'imperatore. (14) Erano dai romani chiamati Veliti fanti armati alla leggera, destinaù a combattere fuori dalle ordinanze. Napoleone I restituì in onore questo none, aggiungendo alle


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che ne erano ammessi a fare parte dovevano avere una rendita annuale di almeno duecento franchi e saper leggere e scrivere. Questo corpo fu formato il 16 ottobre 1809 a Firenze dove rimase fino al 15 luglio 1812 epoca in cui partì per la Grande armata; fece la campagna del 1812 in Russia, del 1813 in Germania, del 1814 in Francia. Fu incorporato il 19 agosto 1814 nel 142 reggimento di fanterie di linea ad Orléans ma, prima di questo passaggio, i Veliti stranieri erano stati congedati il 12 febbraio 1814. Comandanti del corpo sono stati: alla formazione Dufour; nel giugno 1813 Barrois; nel settembre 1813 Ardiuzel e nel novembre 1813 Delaire (15). Le Guardie d'Onore, con una forza di cento uomini, partirono per la Grande armata il 18 agosto 1812. Il loro deposito fu sciolto a Firenze il 16 luglio 1813. Dagli stati nominativi degli ufficiali di detta compagnia risulta che i comandanti furono: Martelli alla formazione e Brouville nel 1813 (16).

*** Prima di affrontare le vicende dei due reggimenti toscani è opportuno soffermarsi appena sugli avvenimenti che interessarono la Toscana nei primissimi anni del secolo e che in varie tappe portarono i francesi in questa regione dove organizzarono l'esercito in modo tale da arrivare lentamente alle due formazioni che ci interessano. Nel 1799 i francesi allontanarono Ferdinando III dalla Toscana dove i generali Gaulthier e Reinhard (ministro di Francia alla corte toscana) assunsero rispettivamente il potere militare e quello civile; la loro prima disposizione fu il licenziamento di tutte le truppe di fanteria e di cavalleria granducali; inoltre stabilirono la fanterie della sua guardia, sì francese che italica, alcuni battaglioni di Veliti. H. D' AYALA, Vocabolario militare, p. 890. (15) Appendice documenti n° IV-V-X. (16) Appendice documenti n° VI-VII-Vill-IX-X-XI.


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formazione del battaglione toscano di cui si è già detto parlando della difesa di Genova. Con il ritorno degli austro-russi, Ferdinando III -che non era rientrato a Firenze- aveva affidato al generale conte di Hoenzollern (17) il compito di ricostituire forze armate granducali. Furono così ricostituiti con dispaccio del 19 aprile 1800 il 12 e il 22 reggimento Real Toscano -con sede rispettivamente a Livorno e a Firenze- uno squadrone di dragoni e la non disciolta compagnia litoranea di cannonieri guardacoste. Dopo Marengo (14 giugno 1800) i francesi tornarono di nuovo in Toscana: il generale De Launay entrò a Lucca e da qui passò poi in Garfagnana dove fu costretto a reprimere una sollevazione contadina. Nel granducato arrivò quindi la divisione Dupont che il 15 luglio entrò a Firenze, mentre il generale Sommariva ed i membri del governo si ritiravano ad Arezzo dove trovarono un'accoglienza tale da indurre Sommariva a lasciare precipitosamente la città; ciò non bastò tuttavia a salvare Arezzo dalla rappresaglia francese (10 ottobre 1800) che fu tanto dura quanto lo era stata la condotta degli insorti. Poi la divisione Dupont, richiamata da Bonaparte sul Mincio, lasciò la regione al generale Miollis che, con 4-5 mila uomini cisalpini, piemontesi e toscani (pochi i francesi) dovette fronteggiare corpi raffazzonati dal generale Sommariva, dal generale Damas e dallo Spannocchi; c'era anche quel Lorenzo Mari, che il 17 luglio 1799 con gli insorti aretini era entrato trionfalmente a Firenze e il 17 a Pisa, di scorta alla moglie Alessandra Cini e all'inglese cavaliere Wyndham (18). L' 11 gennaio 1801 le truppe del Damas furono sbaragliate dalla brigata Pino e dal battaglione toscano agli ordini del generale Miollis. Il generale Sommariva con i resti delle truppe granducali e della soldataglia si portò ad Ancona, assediata dagli austro-russi; qui furono sciolti dal vincolo di fedeltà a Ferdinando III e rinviati in patria. (17) Comandante le truppe austro-russe entrate in Toscana. (18) A. ZoBI, S1oria civile, voi. III, p. 341.


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Il 12 marzo 1801 giunse a Firenze il generale Gioacchino Murat che prese nel granducato il comando delle truppe di Francia. Fu firmato il trattato di Luneville in base al quale "Sua Altezza Reale il granduca Ferdinando III rinunzia per sè e per i suoi successori, al granducato di Toscana e alla parte dell'isola d'Elba che ne dipende: come pure a tutti i diritti e titoli ( ... ) sui detti stati (...)". Con motuproprii sovrani del 24 settembre e del 22 ottobre 1801 fu decretata la formazione cli due reggimenti di fanti e uno squadrone di dragoni, lasciando l'artiglieria come era stata sotto il governo granducale. Al reggimento costituito per primo fu dato il nome di Real Toscano; lo squadrone di dragoni avrebbe dovuto essere composto di due compagnie, ma pare che vi fossero forze appena sufficienti a formarne una sola, provvista di cavalli in Firenze, fino al 30 aprile 1804 cioè fino a quando il governo regio cercò di tradurre in atto un piano di formazione del Real corpo dei dragoni, stabilito già con motuproprio sovrano del 21 luglio 1803; in conformità con questo piano il corpo suddetto fu portato a due squadroni, di due compagnie ciascuno, annoveranti in totale 360 uomini e 322 cavalli. Il comando dei dragoni era stato affidato il 10 febbraio 1803 ad un ufficiale superiore, il maggiore Michele Inghirami. Con motuproprio sovrano del 22 novembre 1804 fu ordinata la riunione dei reggimenti Real Toscano e Real Ferdinando (massa principale del ducato di Parma, Piacenza e Guastalla di cui i francesi avevano preso possesso) in uno solo che ebbe il nome Carlo Lodovico. "Quest'ultimo diventa leggero toscano sotto il comando del colonnello Capponi" (19). (19) N. G10RGE1TJ, op. cit., p. 323. Già ora Giorgetti attribuisce il grado di colonnello a Roberto Capponi e in seguito gli attribuirà anche il comando del 1132 alla formazione. Ma da uno "Stato degli ufficiali nei diversi corpi di Toscana che domandano di continuare a servire in truppe di linea" (appendice documento n2 Xll) risulta che Capponi nel 1808 era soltanto tenente e nell'Historique del 1132 si legge che egli, divenuto colonnello in meno di tre anni, ebbe il comando del reggimento nel febbraio 1810. È curioso vedere come nello Stato degli ufficiali suddetto Capponi abbia fatto domanda di servire in cavalleria mentre invece lo troveremo poi in fanteria.


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A riduzioni delle ordinanze soggiacque anche il Real corpo dei dragoni; infatti, nel 1805, la regina reggente riduceva il corpo stesso, con motuproprio del 21 luglio, ad un unico squadrone di due compagnie di 150 uomini ciascuna e prescriveva che il nuovo nome fosse squadrone dragoni; l 'Inghirami ne restava al comando. Come si vedrĂ questi reggimenti diventeranno in seguito il 113Q reggimento di fanteria di linea ed il 28Q reggimento cacciatori a cavallo.


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CAPITOLO II

FORMAZIONE DEL 28Q REGGIMENTO CACCIATORI A CAVALLO E DEL 113Q REGGIMENTO FANTERIA DI LINEA

Il 27 ottobre 1807 Napoleone aveva stipulato con Carlo IV, re di Spagna il trattato di Fontainebleau dove, tra le altre clausole, ve ne era una riguardante l'Etruria che stabiliva: "Sua Maestà il re d'Etruria cede in tutta proprietà e sovranità il regno d'Etruria a Sua Maestà l'imperatore dei francesi e re d'Italia".In base a questo trattato, il 9 dicembre, truppe francesi comandate dal generale di divisione Reille entrarono a Firenze da dove la regina, Maria Luisa, fu costretta a fuggire. Pochi giorni dopo, il 12 dicembre, le truppe toscane giurarono fedeltà all'imperatore il quale, per metterle in condizioni di prendere parte alle imminenti campagne, le inviò a Parma per ricevere un ordinamento conforme al sistema francese (20). In base ai documenti amministrativi è possibile seguire queste truppe a Parma e soprattutto ricostruirne le difficoltà operative, amministrative ed economiche che incontrarono prima di essere ordinate nei due battaglioni oggetto di questo studio. Un ordine di Napoleone del 7 gennaio 1808 (21) decretava l'organizzazione del reggimento di dragoni toscano e stabiliva che questo, come pure le truppe di fanteria toscana fossero orga(20) Appendice documento n° Xill. (21) Appendice documento n° XIV.


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nizzate secondo l'ordinamento francese. I dragoni furono formati su quattro compagnie e caposquadrone ne fu nominato Agostino Guadagni (22). Si legge infatti in un documento del 17 gennaio 1808 (23): "Il consiglio di Toscana vuole che l'attuale corpo dei dragoni sia formato in quattro compagnie. Nomina il già esente della guardia del corpo Agostino Guadagni in capitano di predetti dragoni, con prendere l'anzianità sopra i presenti capitani del corpo l'anzianità sopra i presenti capitani del corpo medesimo". Quindi il reggimento dei dragoni toscani risultava così composto nell'effettivo (24): 253 uomini, ufficiali compresi (212 presenti a Parma, 46 presenti a Firenze), e 274 cavalli (212 presenti a Parma, 62 presenti a Firenze). In questo stesso documento (25) si legge che "gli ufficiali sembrano pieni di zelo e di buona volontà ma si lamenta che difettano sia nell'abbigliamento che nelle armi"; queste lamentele sono una costante che si trova in tutti i documenti ma non sono le sole. Esistono infatti numerosi altri problemi, ad esempio quelli di natura economica; in un documento del 13 febbraio 1808 (26) si chiede se le truppe toscane inviate a Parma per tenervi guarnigione devono essere pagate con i soldi francesi o toscani. Questo problema giungerà ad una soluzione il 23 febbraio seguente (27) allorché si stabilisce che i reggimenti toscani devono essere pagati dalla Francia e ricevere, fino a nuovo ordine, lo stesso trattamento di cui godevano in Toscana. Anche le truppe di fanteria toscana a Parma si trovavano

(22) Appendice doclllllento n 9 XV. Agostino Guadagni, cadetto nel reggimento dei dragoni toscani il 12 senembre 1797; nelle guardie del corpo della regina d'Etruria con il grado di capitano il 29 settembre 1801; brigadiere con il grado di tenente colonnello il 12 dicembre 1800; colonnello il 4 ottobre 1807; al servizio della Francia nei dragoni toscani come capitano il 12 febbraio 1808. Nominato caposquadrone il 23 mano dello stesso anno, ha fatto le campagne del 1808 e del 1809 in Catalogna. Fu onorato della decorazione della legione d'onore. (23) Appendice documento n9 XVI. (24) Appendice documento n 2 XVII. (25) Appendice documento n° XVII. (26) Appendice documento n° XVIII. (27) Appendice documento n2 XIX.


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nello stesso stato di disorganizzazione e di mancanza di istruzioni; esse dovevano ricevere lo stesso ordinamento del reggimento di fanteria leggera e tuttavia il maresciallo Pérignon -governatore generale- non poteva procedere all'organizzazione del reggimento che aveva due battaglioni a Parma, perché il colonnello era rimasto a Firenze con un terzo battaglione (28)" e non aveva inviato le istruzioni necessarie per poter designare gli ufficiali e i sottufficiali; però egli, consultatosi con il consigliere di stato Dauchy aveva deciso che questa truppa doveva essere trattata sullo stesso piede della fanteria leggera francese e che il loro equipaggiamento e armamento dovevano essere in gran parte rinnovati. Viene inoltre designato come comandante superiore del reggimento Pélecier, capobattaglione in attività nel 3Q fanteria leggera il cui zelo, l'attività, il talento e la bravura erano ben noti". Tra tante difficoltà si giunge infine ad un rapporto inviato al ministero della guerra il 9 marzo 1808 (29) in cui si legge: "Risulta dai processi verbali di organizzazione provvisoria delle truppe toscane sul modello francese, inviati dal maresciallo Pérignon che: 1) la fanteria è stata formata in un reggimento di tre battaglioni forte di 90 ufficiali e 2096 sottufficiali e soldati; 2) la cavalleria in un reggimento di dragoni forte di 17 ufficiali e 267 cavalli di truppa. La cavalleria potrà essere completata per formare un reggimento di dragoni e potrà ricevere una grande quantità di cavalli che si trovano in Toscana e che il consigliere di stato Dauchy fa dirigere a tale scopo su Parma( ...). E' stato stabilito in ciascuno dei corpi un consiglio di amministrazione, dei comandanti superiori e degli istruttori francesi (... ). Si è scritto al ministro per pregarlo di provvedere all'abbigliamento e all'equipaggiamento di questi due corpi che si trovano nella più grande miseria". In un documento successivo (30) si legge che, in base ad un

(28) Appendice documenti n9 XX-XXI-XXll. (29) Appendice documento n9 XXIII. (30) Appendice documento n2 XXIV.


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decreto di Sua Maestà del 28 aprile concernente l 'organizzazioni di dragoni, Laroche, caposquadrone al 152 reggimento dragoni, è stato nominato comandante di questo corpo con il grado pi maggiore e Guadagni, ex ufficiale delle truppe di Toscana, è_.rtominato caposquadrone (31). I due reggimenti toscani avevano così ottenuto un'organizzazione ed un riconoscimento all'interno dell'esercito; risalgono infine al 29 maggio due decreti concernenti, il primo, la formazione del 1132 reggimento di fanteria di linea il cui testo diceva: "Napoleone, re dei Francesi e re d'Italia decreta: II reggimento di fanteria toscano formerà un reggimento di linea che porterà il numero 113 e comprenderà cinque battaglioni di cui quattro da guerra a sei compagnie e uno di deposito a quattro compagnie. Il battaglione di deposito sarà formato ad Avignone. li Ministro della guerra è incaricato dell'esecuzione del presente decreto".

L'altro decreto riguardava la formazione del 282 reggimento cacciatori a cavallo ed il testo era il seguente: "Napoleone decreta: II reggimento di Dragoni Toscani formerà un Reggimento di Caèciatori a cavallo che sarà composto da quattro squadroni di 250 uomini ciascuno; due squadroni saranno formali quest'anno e gli altri due l'anno prossimo. Il Reggimento di Cacciatori porterà il numero 28. Il Ministro della guerra è incaricato dell'esecuzione del presente decreto" (32). .

A proposito di questi due decreti Giorgetti riporta come data del decreto imperiale per la formazione del 1132 reggimento di linea, il 6 luglio (33); può darsi che abbia tratto questa data dal

(31) A proposito di Laroche, N. G10RGETTI, op. cit., p. 335, affenna: "Il Ficffé, dà per colonnello, al 282 cacciatori a cavallo, un Larochc. non ni fu dato incontrare tal nome in alcuno dei punti in cui la storia ricorda questo reggimento". Tali affcnnazioni sono tuttavia smentite da questo docwnento e da molli altri che seguiranno. (32) Appendice documento n2 XXV. (33) N. G10RGETTI, op. cii., p. 333.


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Fieffé (34) poiché anch'egli la indica per la formazione del 113Q. Ma dai documenti amministrativi e dal testo del decreto riportato nell 'Historique risulta chiaramente che il decreto che determina la formazione del 113Q è sicuramente del 29 maggio. Alcune parole vanno spese sul termine "cacciatori a cavallo": così vennero chiamati i soldati di alcuni reggimenti di cavalleggeri nei quali l'istruzione individuale e quella di pattuglia avrebbero dovuto prevalere su quella di squadrone. Per attuare il "combattimento in cacciatori" sul finire del secolo XVIII e per quasi tutto il XIX il fuoco veniva eseguito dalla fanteria in formazioni lineari, chiuse e, per quanto era possibile, a comando. In contrapposizione a tale impiego ordinario del fuoco, si disse allora "combattere in cacciatori" l'impiego degli uomini in catene rade o in ordine sparso, su ampio fronte, verso il nemico, sia per prendere contatto con esso, sia per obbligarlo ad un prematuro schieramento mediante il fuoco a volontà. Tale modo di combattere, verso la fine del XIX secolo, finì per divenire quello normale di tutte le fanterie. Appena formati questi due nuovi battaglioni furono subito inviati a Perpignano, per proseguire poi verso la Spagna. Infatti in un documento del 20 giugno 1808 (35) che riporta una lettera inviata al ministro della guerra a Parigi si legge: "I due battaglioni del reggimento di fanteria toscana che erano stazionati ad Avignone si sono messi in marcia il 15 di questo mese per portarsi a Perpignano (36). I due squadroni del reggimento di dragoni toscani, che erano nella stessa piazza, ne sono ugualmente partiti, il 16 giugno corrente, per la stessa destinazione. Questo spostamento è stato effettuato in esecuzione di un ordine di S.M. l'imperatore e

(34) E. FmFF~. Histoire des troupes étrangères au service de France, p. 118. (35) Appendice documento n2 XXVI. (36) Si legge infatti nell'Historique: il 12 luglio il 12 e il 2 2 battaglione del 1132 di linea appena formati, erano a Perpignano. TI 32 e il 42 battaglione e il deposito si organizzavano ad Avignone. I primi due battaglioni furono assegnati alla seconda brigata della divisione dei Pirenei orientali che, al comando del generale Rcille, andava ad operare in Catalogna


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re, indirizzato direttamente da Baiona". Successivamente anche i depositi di questi reggimenti verrano trasferiti a Perpignano in seguito ad un ordine impartito da Napoleone al generale Clark (37). Nonostante la definitiva sistemazione dei due reggimenti non cessarono le difficoltà. In un documento del 23 giugno 1808 (38) il consiglio di amministrazione del reggimento dei dragoni lamenta che "non c'è nessuna legge e nessun regolamento relativi alla contabilità e alla coscrizione; chiede quindi che gli si invii tutto quanto può essergli necessario". E ancora, in un documento del 24 agosto 1808 (39) Laroche "chiede una collezione completa di leggi, regolamenti, istruzioni, senza i quali è impossibile stabilire e seguire la contabilità con la regolarità che esige". Gli ufficiali del 28Q reclamavano la mancanza di disposizioni anche relativamente all'amministrazione del corpo appena costituito e chiedevano un adeguamento alla normativa dell'esercito francese. Il paradosso è che in un documento del 26 ottobre 1808 (40) - quando ormai la campagna era iniziata da tempo - si aspettavano ancora ordini per i due reggimenti toscani.

(37) Appendice documento n° XXVII. (38) Appendice documento n° XVIII. (39) Appendice documento n9 XIX. (40) Appendice documento n2 XXX.


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CAPITOLO Ili

CAMPAGNE DI GUERRA DEL 1808 E 1809 IN SPAGNA

Il 113Q e il 28Q si trovavano quindi a Perpignano dove il 3 , luglio giunse anche il generale Reille alle cui dipendenze furono posti i due reggimenti, destinati ad operare ln Catalogna (41). Prima di passare all'esame delle azioni militari, occorre accennare alla situazione politica della Spagna e vedere in quale clima si combattè questa guerra antinapoleonica. Sono ben noti i fatti riguardanti la corona spagnola a quei tempi: gli intrighi di corte, il malcontento della popolazione nei confronti del re Carlo IV e del suo favorito Godoy e, allo stesso tempo, la simpatia che invece nutrivano nei confronti dell'erede al trono Ferdinando nel quale borghesia e nobiltà riponevano le speranze di una possibilità di ripresa economica. Si vedeva con favore anche un eventuale matrimonio tra lo stesso e qualche congiunta di Napoleone: in tal modo utili riforme sarebbero state introdotte in Spagna e al tempo stesso essa sarebbe rimasta estranea ad ogni conflitto internazionale mantenendo la propria libertà. Ciò non rientrava invece nei piani di Napoleone il quale ispirandosi a quanto Luigi XIV aveva fatto un secolo avanti "tra-

(41) Appendice documento n° XXXI.


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piantando in suolo spagnolo un ramo della dinastia borbonica" (42) - voleva rovesciare la dinastia borbonica. e insediare sul trono di Spagna la dinastia dei "Bonaparte spagnoli" (43). È noto che questo piano non solo non riuscì, ma scatenò dapprima la rivolta di Madrid e in seguito quella di tutta la Spagna dove gli insorti scatenarono una sanguinosa guerra per bande contro i conquistatori francesi. Il fallimento di questo piano è.spiegato da Tarle in termini economici. Si legge infatti nel suo capitolo dedicato alla campagna di Spagna (44): "Perché Napoleone non riuscì a trapiantare in Spagna la dinastia dei Bonaparte spagnoli? (...) le cose erano diverse perché ai tempi di Luigi XIV la Spagna non divenne tributaria della Francia in campo economico. Ora invece, Giuseppe Bonaparte, doveva, per ordine di Napoleone, attuare il blocco economico della penisola iberica e trasformare lentamente il paese in una specie di colonia per la borghesia francese. Gli spagnoli sapevano che Napoleone, fin dal colpo di stato di brumaio del 1799, era sottoposto a continue pressioni da parte dei fabbricanti tessili e di altri industriali francesi il cui programma può così riassumersi: 1) la Spagna doveva divenire un mercato monopolizzato per lo smercio dei prodotti finiti francesi. 2) La Spagna doveva fornire la pregiata lana merinos, allora la migliore del mondo, a!Ee sole manifatture francesi. 3) La Spagna, e soprattutto l'Andalusia, dovevano essere sfruttate per la coltivazione dei cotoni indispensabili all'industria francese la quale per divieto di Napoleone, non poteva acquistarne dagli inglesi. A questo piano era legata la rottura definitiva di ogni commercio tra Spagna e Inghilterra che acquistava tanta lana a prezzi così alti e vendeva tante merci per il consumo spagnolo a costi bassi. È chiaro, quindi, che la dominazione napoleonica avrebbe portato ad una rovina quasi totale gli allevatori di bestiame, i cardatori, i tessitori di lana, e in generale tutti mani(atturieri spagnoli e, contemporaneamente, avrebbe spinto sull'orlo della catastrofe tutti i contadini spagnoli, legati in un modo o nell'altro alla produzione della lana e a quella dei tessuti di lana. Inoltre, in quelle regioni spagnole dove sopravvivevano ancora

(42) E. V. TARLE, Napoleone, p. 223. (43) E. V. TARLE, op. cit., p. 223. (44) E. V. TARLE, op. cit, pp. 221 e segg.


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rapporti di tipo feudale e dove questi si stavano estinguendo, l'aristocrazia terriera, legata all'Inghilterra e all'economia coloniale delle piantagioni, si sarebbe vista ridotta alla fame se Napoleone avesse conquistato la Spagna. Sarebbe caduta ogni possibilità di comunicazione con possedimenti americani della Spagna e con i possessori d'oltremare in generale (per esempio con le Filippine): l'Inghilterra, infatti dichiarava immediatamente la guerra a qualsiasi stato europeo che fosse entrato, direttamente o indirettamente, nell'area napoleonica e gli toglieva tutte le colonie d 'oltremare. Tutto questo insieme di interessi economici delle varie classi spagnole calpestati brutalmente dall'invasione napoleonica, rappresentava appunto il fondamento economico sul quale nacque e si sviluppò irresistibilmente il movimento di liberazione nazionale contro l'onnipotente conquistatore ( ...)".

Molto si è discusso su questa guerra in cui spesso si sono visti i francesi esclusivamente come oppressori che vogliono schiacciare un popolo che si ribella in nome della propria libertà. Ma di quale libertà si tratta? Forse di quella di Ferdinando VII che - appena ristabilito sul trono- ripristina la Santa Inquisizione e liquida quasi tutti i capi della guerra popolare? A questo proposito meglio di ogni altre, le parole di Marx servono a spiegare le contraddizioni implicite nel comportamento spagnolo: "Il movimento è nazionale per la proclamazione dell'indipendenza della Spagna rispetto alla Francia; tuttavia, nello stesso tempo, esso è dinastico perché oppone a Giuseppe Buonaparte Ferdinando VII; è reazionario nell'opporre le vecchie istituzioni, costumi e leggi, alle razionali innovazioni di Napoleone; superstizioso e fanatico nella sua difesa della santa religione contro quello che chiamava ateismo francese o la distruzione degli speciali privilegi della chiesa romana( ...). Tutte le guerre per l'indipendenza dirette contro la Francia comportano contemporaneamente sia l'impronta della rigenerazione, sia quella della reazione, ma in nessun'altra parte il fenomeno si presenta con la stessa intensità con cui esso avviene in Spagna" (45).

Napoleone si trovò di fronte una massa imbevuta di odio contro lo straniero, di fanatismo religioso e di lealismo dinastico (45) K.

MARX,

La rivoluzione in Spagna, pp. 114-115.


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che insorse spontaneamente per essere poi in gran parte, come si vedrà, inquadrata nell'esercito regolare o perlomeno utilizzata. come tale. Tuttavia non dobbiamo lasciarci ingannare dalla loro potenza; il contributo delle bande contadine è stato indubbiamente importante per l'esito di questa guerra la cui decisione fu peraltro determinata soprattutto dall'intervento dell'esercito regolare e degli inglesi senza i quali sicuramente il conflitto si sarebbe risolto diversamente. A proposito di questo aspetto, si legge ancora / DIGIT/nell'opera di Tarle (46): "I contadini e gli artigiani insorti di Spagna furono tanto eroici da impegnare una lotta che appariva all'Europa intera decisamente superiore alle loro forze, almeno fino a quando l'Inghilterra non accorse in loro aiuto fornendo loro i migliori modelli di armi da fuoco delle sue fabbriche in luogo delle falci, dei pugnali, delle scuri, delle forche e dei fucili arrugginiti".

Ancora più esplicito il giudizio espresso da Blanch (47): "Gli spagnoli, malgrado il loro numero, il loro entusiasmo, l'estensione del territorio, ed altri vantaggi dovuti alla posizione geografica, non sarebbero riusciti vittoriosi, e sarebbero stati sottomessi, senza i soccorsi di ogni sorta che l'Inghilterra gli ha prodigati, e soprattutto senza l'esercito anglo-portoghese, ( ...) che è stato il vero salvatore dell'indipendenza spagnola".

Per quanto riguarda la Catalogna, regione nella quale i toscani si accingevano ad operare è possibile ricostruirne la situazione nel 1808 dal quadro che il maresciallo Gouvion Saint-Cyr ne h_a tracciato nelle sue memorie. "La Catalogna presenta notevoli difficoltà per la guerra: queste sono rappresentate dal clima e dalle sue numerose fortificazioni, in buona parte naturali. Tuttavia la penisola non ha una popolazione molto nume(46) E. V. TARLE, op. cit., p. 225. (47) L. BLANcH, Napier: guerra della penisola dal 1807 al 1814, in "Antologia militare", anno ottavo, voi. XV, p. 11.


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rosa nè appropriata alla difesa di un simile paese. È così che gli sforzi della Catalogna nella lotta contro i francesi sono insoliti: essa ha annato quasi tutti gli abitanti in grado di portare le armi sotto il nome di Somatènes, specie di milizia particolare di questa provincia. Al primo tocco di campana, o di qualsiasi altro segnale, essi si rifornivano di viveri per diversi giorni, si portavano sulle posizioni più forti dei loro rispettivi cantoni e contribuivano alla difesa del paese. I catalani hanno inoltre organizzato 40 tercios (un tercio comprendeva dieci campagne) di Micheletti (48), senza contare le reclute che hanno fornito all'esercito regolare; nel settembre 1808 essi mantenevano da otto mesi, a proprie spese. senza nessun aiuto del Tesoro, 46 mila uomini. I Micheletti comparivano con le truppe linea e prendevano parte a tutte le operazioni mentre i Somatènes sorvegliavano le montagne, i passi, rendevano impraticabili le comunicazioni, osservavano i movimenti delle colonne nemiche. Gli abitanti delle piazzeforti difendevano da soli i loro baluardi; i vascelli inglesi contribuivano inoltre alla difesa di questa provincia laddove buone rade li riparavano e le piazzeforti li proteggevano.

Questa invece la situazione delle truppe francesi in Catalogna all'arrivo del Generale Reille con due reggimenti toscani: il generale Duhesme era entrato in questa provincia il 9 febbraio 1808, aveva preso la piazza di Figueras e si era impadronito di sorpresa della cittadella di Barcellona e del forte di Montjuich. Dopo un vano tentativo contro la piazza di Gerona egli attendeva, per farne l'assedio, l'arrivo del generale Reille la cui divisione doveva rinforzare le truppe della Catalogna per facilitare le operazioni alle falde dei Pirenei orientali. Il compito del generale Reille era quel-

(48) Michclctti. li termine deriva dal catalano Hiqucl ed è il nome che in questa regione ricevettero i fucilieri di montagna e che fu dato poi ai soldati di corpi improvvisati con volontari in tempo di guerra, In origine erano più banditi che soldati. Nel 1674 presero il nome da uno dei primi capi, Miquelot dc Prats o de Prades, ed avendo prestato lodevole servizio nelle guerre contro la Francia, vennero costit,1ite compagnie di Micheletti. Lo stesso nome ebbero le guardie speciali dei governatori di provincia. I Micheletti si distinsero anche nella successiva guerra della lega di Ausburg, al punto che nel 1689 Luigi XIV organiuò nel Rossiglione cento compagnie di fucilieri di montagna per opporli ai Micheletti spagnoli. Furono disciolti dopo la pace di Ryswick (1697), ma tornarono ad essere organizzati anche da Napoleone nel 1808 per opporli alle "guerrilla~ spagnole".


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lo di liberare dall'accerchiamento il forte di Figueras e di impadronirsi di Rosas. Si è visto che il generale Reille si trovava a Perpignano il 3 luglio; il giorno seguente egli trasportò il suo quartier generale a Bellegarde e il 5 marciò su Figueras. La colonna che egli comandava era formata da due battaglioni del 1132 , dal 282 reggimento a cavallo, da alcune compagnie dipartimentali francesi, 150 svizzeri . e pochi cannonieri provvisti di artiglierie. Durante questo spostamento ci fu il primo scontro con i nemici in prossimità del forte di S. Fernando, dove i toscani riuscirono a mettere in fuga soldati spagnoli del generale Claros (49). Dopo aver rifornito Figueras, il generale Reille voleva impadronirsi del porto di Rosas, situato quattro miglia da Figueras (Rosas era riparo ordinario delle squadre inglesi, la cui presenza impediva di rifornire Barcellona per mare): la nostra colonna attraversò senza ostacoli la pianura che si estende da Figueras fino al mare ma, davanti alla cittadella di Rosas fu attaccata e quindi costretta a retrocedere. Il generale Reille andò a prendere disposizioni per l'assedio di questa città quando seppe che il paese, percorso pacificamente il mattino, era completamente in armi: una massa di 4-5 mila Micheletti e Somatènes era pronta ad attaccare da dietro. I cacciatori toscani si lanciarono sui nemici seguendo il loro caposquadrone Guadagni; riuscirono così ad uccidere e a mettere in fuga molti nemici. Dopo aver sfondato la linea dei catalani e preso loro un cannone, il generale Reille sostò la sera stessa a Castellon de Ampurias (località in provincia di Gerona) dove i suoi soldati furono nuovamente attaccati. Ancora una volta i toscani dettero prova del loro coraggio e il generale chiese ricompense imperiali per

(49) Juan Claros, guerrigliero di grande fama del principato catalano; ex-militare, aiutan te maggiore nel battaglione legger<> di Gerona; si era distinto nella guerra del 1793 contrn i francesi. Uomo di valore e di prestigio, molto pratico del terreno, ricevette il comando del secondo tercio di Micheletti costituito a Figueras il 15 raggio 1808. Alla testa di esso intercettava i convogli francesi che andavano e venivano dalla Francia.


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Guadagni e per il tenente Del Testa, entrambi appartenenti al 28Q reggimento cacciatori a cavallo. Il giorno seguente, 12 luglio, il generale Reille rientrò a Figueras mentre Duhesme stava predisponendo l'operazione per il secondo assedio di Gerona: aveva stabilito che la divisione Chabron, da lui dipendente, rinforzata da schiere italiche, si portasse da Barcellona a Gerona dove avrebbe dovuto dirigersi anche Reille da Figueras. La direzione dell'assedio sarebbe stata condotta da Duhesme. Il generale Reille, per eseguire tale ordine, costituì una piccola divisione --<:omprendente i due battaglioni del 113Q e il 28Q reggimento cacciatori a cavallo- di circa 5 mila fanti e 400 cavalli e con questa il 23 luglio si diresse verso Gerona (50). La riunione delle truppe si ebbe il 24 luglio a Pont Major; ma il 9 agosto i due generali ricevettero l'ordine di rinunciare ad ogni operazione offensiva. Il generale Reille ritornò a Figueras e Duhesme a Barcellona. I reggimenti toscani furono inviati a Perpignano per esservi ricompletati, meglio riordinati e vestiti con divise francesi. Mentre i toscani erano così impegnati in Catalogna vi fu, il 21 luglio, una battaglia molto significativa, sia per quello che rappresentò allora, sia per tutto quello che ha fatto scrivere. Si tratta della battaglia di Bailén: il generale Dupont - che aveva il compito di conquistare il nord della Spagna e già aveva invaso l'Andalusia e occupato Cordova - fu assalito nei pressi di questa città e sconfitto dalle truppe anglo-spagnole tra le quali si trovava il generale Castafios (51). Nella narrazione che Tarle fa di questa

(50) N. G10RoE·m, op. cit., p. 337. (51) Castafios Francisco di Aragona (1758-1852). Militare di carriera, nobile, si era distinto nella guerra contro l'Inghilterra (1779-83) e nella guerra che la Spagna aveva dichiarato nel 1793 alla repubblica francese. Nel 1802 divenne tenente generale e comandante il campo di Gibilterra. Lui si trovava al momento dell'invasione francese. Accordandosi con il comandante inglese, organizzò un corpo di 6.000 uomini, in parte contadini, in parte soldati di ogni provenienza. Vinse a Bailén. infine si distinse nella battaglia di .Vittoria (21 luglio 1813). Al ritorno di Napoleone dall'Elba si disponeva ad entrare in Francia con 80.000 uomini quando gli giunse la notizia di Waterloo.


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battaglia si legge che tale assalto fu dato da folte bande di contadini armati; in realtà parteciparono sia le truppe regolari spagnole che gli inglesi. Questa battaglia ha indotto molti storici a vedere in essa l'inizio della decadenza della Francia. Si legge infatti qua e là: "Il mito di invincibilità della grande potenza imperiale cominciò ad essere scosso" (52). "Questa vittoria non significava ancora che la Spagna si fosse sbarazzata dei francesi, tuttavia produsse in Europa un'impressione vivissima. Le invincibili truppe dell'impero francese erano state indiscutibilmente, anche se parzialmente, sconfitte" (53). "Dopo la battaglia di Bailén, la rivoluzione raggiunse il suo apogeo e una parte della nobiltà che aveva accettato la dinastia Bonaparte o si era prudentemente distanziata, si aggregò alla causa popolare, fatto che costituì un vantaggio molto discutibile per questa stessa causa" (54). "È il primo scacco militare subito dall'impero ed esso appare tanto più deplorevole perché son bastate delle truppe men che mediocri e delle bande d'insorti messe su alla meglio ad avere ragione di 20.000 francesi agli ordini di un generale come Dupont" (55).

Ma torniamo ai due reggimenti toscani che, diretti a Perpignano, vi giunsero il 27 agosto. I due battaglioni del 113Q vi trovarono gli altri due battaglioni attivi e il deposito che si erano organizzati ad Avignone. Il generale Chabron procedette all' organizzazione definitiva del 113Q il 1Q settembre e ricevette il giuramento di fedeltà a Napoleone dagli ufficiali di tutti i gradi. I quattro battaglioni attivi furono assegnati alla divisione Reille del VII corpo d'armata di Spagna. Inoltre 150 coscritti toscani e pochi parmensi furono incorporati nel 28Q cacciatori a cavallo.

(52) R. Vn-tARI, Storia moderna, p. 415. (53) E. V. TARI..S, op. cit., p. 227. (54) K. MARX, La rivoluzione in Spagna, p. 120. (55) A. VACCA MAOOlOUNJ, Da Va/my a Waterloo, voi. II, p. 164.


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Fra le schiere raccolte presso Perpignano vi era il VII corpo d'armata comandato dal generale Gouvion Saint-Cyr, che ne aveva preso il comando il 17 agosto 1808; questo corpo era composto da una divisione del regno d'Italia comandata del generale Pino (56), dalla divisione francese Souham e da una divisione napoletana con a capo il generale Chabot; essa aveva il compito di scendere in Catalogna. Il generale Gouvion Saint-Cyr racconta nelle sue memorie che al suo arrivo a Perpignano, agli inizi di settembre, trovò la città piena di malati e di feriti e nella più completa miseria. Vi trovò anche il 113Q ed il 28Q appena riorganizzati; "questi corpi erano privi quasi totalmente di istruzione; difettavano nell'abbigliamento, nell'equipaggiamento e nell'armamento". Nonostante ciò il generale non esitò a riprendere immediatamente l'offensiva contro i catalani. Il suo programma prevedeva di impadronirsi di Rosas il cui possesso, con quello di Figueras, assicurava la sua linea di operazione per terra e per mare. In seguito avrebbe così potuto avanzare su Gerona. La piazzaforte di Rosas aveva la forma di un pentagono situato tra il mare ed un terreno sabbioso, al centro di un ampio golfo e riparato da forti venti. A oriente di essa, sopra un'alta roccia sul mare, fu costruito il castello della Trinità, detto anche Bottone di Rosas: esso proteggeva con i suoi cannoni la parte migliore della manovra. Parteciparono all'assedio di Rosas sia 1132 che il 282 ; il 12 battaglione del l l3Q, forte di 746 uomini faceva parte del corpo d'assedio ed apparteneva alla brigata Guillot della divisione Reille. Gli altri tre battaglioni attivi lo raggiunsero sotto le mura di Rosas il 12 dicembre 1808. Anche il 28Q reggimento faceva parte delle tmppe del generale Reille. È opportuno a questo punto riportare quanto scrive Giorgetti (57) sui corpi di fanteria di linea:

(56) Generale Pino (1767-1828); milanese. Nel 1804 fu ministro della guerra del regno d'Itali a, poi partecipò alle campagne di Prussia, Spagna e Russia. (57) N. G 10RGE'ITJ, op. cit., pp. 347-348.


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"Accrescìuti di forza nel 1803 (con decreto del 24 settembre che ne aveva anche cambiato il nome di mezza brigata in quello di reggimento) passando da tre a quattro battaglioni attivi più quello di deposito. Ognuno dei primi aveva quattro compagnie di fucilieri, una di granatieri, una di volteggiatori, forti di 140 uomini ciascuna. Il battaglione di deposito aveva quattro compagnie di fucilieri. In guerra venivano quasi sempre riuniti in schiere separate le compagnie di granatieri e di volteggiatori, dette scelte. Sembra però che l'accennato ordinamento non fosse applicato al 11 ?>2 di linea e che questo, anche dopo il 1808, restasse formato di due battaglioni'".

Anche qui -come già altrove- Giorgetti è smentito dall'Historique dove risulta che i battaglioni del 1132 erano quattro più il deposito che si trovava ad Orléans. L'assedio di Rosas fu posto il 6 novembre dalla divisione Reille (della quale come si è visto facevano parte anche i toscani) e dalla divisione Pino: in tutto all'incirca 12 mila uomini. A Rosas si trovava una guarnigione di 3 mila uomini sostenuta da due vascelli ed alcune navi minori inglesi, comandate dall'ammiraglio Cochrane. Le truppe italiane presero le alture di San Pedro, il posto detto della Selva e i sobborghi della città. Ma il 28 novembre Gouvion Saint-Cyr dovette ritirare da Rosas la maggior parte delle truppe del generale Reille e due divisioni italiche per fronteggiare folte schiere di guerriglieri sul Fluvià. Tuttavia, nonostante lo scarso numero delle truppe rimaste a Rosas, il generale Pino con i suoi ed il r2 battaglione del 113Qriuscì, il 5 dicembre, ad occupare la cittadella. L'assedio costò agli italiani 30 ufficiali e 400 soldati morti e feriti; agli spagnoli 600 feriti e malati (58). Con l'assedio di Rosas si conclude il primo anno della campagna dei toscani in Spagna; i resti della divisione Reille furono lasciati di guardia a Figueras e a Rosas mentre Gouvion Saint-Cyr era andato a sbloccare Barcellona per poi tornare su Gerona, il cui (58) Durante l'a,scdio di Rosas rimase ferito il sottoluogotenente Pineschi. A. Tab/eaux par corps et par bataiiles des officiers tués et biessés pendant les guerres de i' Empire ( 1805-1815), p. 336. MARTINlEN,


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assedio era stato predisposto. Agli inizi del 1809 i toscani si trovavano con le truppe imperiali in questa zona, sottoposti a grandi sacrifici dagli scontri con le numerose bande del generale Alvarez, governatore di questa città. Uno di questi scontri fu sostenuto a Castellon de Ampurias: questa era presidiata da un battaglione francese il quale si trovò improvvisamente minacciato da bande spagnole, comandato dal marchese di Lazan, e tentò di ritirarsi a Figueras ma, uscito dal paese, venne avviluppato e massacrato. Solo 80 uomini su 500 poterono salvarsi. Il 2 gennaio il generale Reille partì con 3 mila uomini -tra questi vi erano anche compagnie del 1132- da Figueras e si diresse a Castellon, ma trovò bande del Lazan imboscate e trincerate sulla alture e le attaccò invano. Subì serie perdite e dovette ritirarsi (59). Prima di arrivare al nuovo assedio di Gerona (il terzo) i toscani del 28Q e del 113Q sostennero ancora numerosi scontri, comportandosi egregiamente; ma qui ci si occuperà principalmente dell'impegno da essi sostenuto a Gerona. A questo proposito l'Historique dice che "il 1132 doveva fare parte delle truppe destinate all'assedio di Gerona, sotto il comando del generale Verdier. Ma la rivolta generale del paese fece si che questi fu quasi bloccato nei suoi campi e dovette provvedere a coprirsi le spalle. Il 113Qfu lasciato a Rosas per contenere gli insorti e non furono inviati che dei distaccamenti di 'travailleurs' (60) davanti a Gerona". Gerona era presidiata da circa 8.000 spagnoli al comando del generale Alvarez, rinforzati da numerosi cittadini e sostenuti dalla popolazione. Il 4 giugno i francesi ne iniziarono l'investimento agli ordini del generale Gouvion Saint-Cyr, con tre divisioni: (59) In questa battaglia fu ucciso il Sottotenente Hairé e ferito il tenente Frieschi. A. MARTlNIEN, op. cii., p. 336. (60) Lavoratori: così erano chiamati allora quelli che adesso sarebbero chiamati zappatori o altre specialità del genio. Le modalità del loro impiego erano già state definite in ·modo particolareggiato da Sébastien le Prestre marchese di Vauban nel suo "Traité dc l'attaque et de la défense des placcs".


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Sohuam,Verdier e Pino. Si iniziò con il voler espugnare la città dal lato più forte, quello del Montjui. Lunga e difficile fu l'espugnazione di questo forte ma il 10 agosto gli spagnoli l'abbandonarono indisturbati il possesso di Montjui permise ai francesi di scendere verso la città e di batterla più da vicino. Tralasciando molte azioni significative dell'assedio si arriva al 28 ottobre allorché i francesi piombarono improvisamente su Hostalrich, dove il generale Blake (61) stava riunendo uomini e vettovaglie per tentare di soccorrere Gerona; la guarnigione fu massacrata e gli approvvigionamenti distrutti. Quest'impresa fu compiuta dalla divisione Pino. Ormai più nessuna speranza rimaneva agli assediati. Il 2 dicembre il generale Pino conquistò una poderosa ridotta presso uno dei sobborghi e il generale Verdier si impadronì delle posizioni di Geronella. Il 9 dicembre il generale Alvarez, che gravemente ammalato aveva diretto sino allora la resistenza, cedette il comando al generale Bolivar e la mattina del 10 la guarnigione chiese di trattare. La sera stessa la capitolazione fu firmata dal generale Augereau, e dal generale Furnas per gli assediati, e i francesi entrarono in città. Caddero nelle loro mani 5 mila prigionieri e 200 cannoni; le perdite furono di circa 12 mila uomini per parte. Tra gli scontri sostenuti durante questo assedio va menzionato quello di Bafiolas, borgo presso Gerona nella Catalogna. Nel giugno 1809 il generale Verdier lo fece occupare dal generale Guillot con due battaglioni francesi, tre compagnie del 113Q e alquanta cavalleria del 2Q reggimento cacciatori a cavallo napoletani: in tutto 1500 uomini. Il 20 giugno gli spagnoli condotti da Rovira, in numero di 6 mila, attaccarono Banolas ma, dopo una giornata di vani sforzi, perduta molta gente, furono costretti a ritirarsi. Le perdite dei difensori ammontarono a 400 uomini.

(61) Joaquin Blake, generale spagnolo oriundo irlandese (1759-1827). Comandò le truppe spagnole a la Corona nel 1808; fu sconfitto da Aessières a Medina e ancora battuto a Espinosa, e a Hurvicdro; infine fu fatto prigioniero a Valenza (1812). Nel 1820 prese parte all'agitazione dei liberali e cadde in disgrazia del re.


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Per ricordare alcune partecipazioni personali durante questa campagna di guerra del 1809, Giacchi riporta i nomi del toscano Cesare De Laugier (62) appartenente al battaglione dei veliti italici, il quale, durante il combattimento del 21 aprile nei pressi di Esquirolles ebbe la benemerenza di aver salvato la vita al generale Lechi e per questo atto, egli semplice caporale, ottenne la croce della legion d'onore. L'altro nome è quello del livornese Cosimo Del Fante (63) che, combattè in Catalogna nel 1808-1809 come aiutante di campo del generale Pino, distinguendosi specialmente nelle battaglie di Linas e di Trentapassos dove fu decorato della corona ferrea; poi a Gerona, ove fece 1.500 prigionieri e infine a Figueras dove fu decorato della legion d'onore. Con la fine dell'assedio di Gerona si conclude anche questa campagna dei toscani in Spagna: essi si erano infatti talmente ridotti che fu deliberato il loro ritorno in Francia. Prima di seguire ancora le loro sorti è opportuno accennare ai problemi organizzativi. Dai documenti relativi al 1809 risulta che esistevano ancora numerose lamentele circa l'organizzazione di tali corpi e soprattutto ci si lamentava per la mancanza di ufficiali e sottufficiali. Tuttavia la cosa più importante che possiamo ricavare dai documenti è la formazione del 32 squadrone del 282 reggimento cacciatori a cavallo, prevista già nel decreto che ne sanciva la costituzione e ordinata per decisione dell'imperatore dell'l l del mese di giugno. Tale squadrone fu formato il 15 luglio (64) e il maggiore Laroche aveva previsto l'impiego di un capita-

(62) Cesare De Laugier (1789-1871), toscano. Nel 1807, si arruolava quale volontario nel reggimento toscano; verso la fine di quell'anno, incorporato nei veliti della guardia reale italiana, si avviava in Spagna, dove ebbe occasione di distinguersi in numerosi fatti d'armi. (63) Cosimo Del Fante: nato a Livorno il 27 settembre 1781 (e non il 5 ottobre come afferma C. DE LAUGIER in Cosimo Del Fante o nove anni della vita di un livornese). Compiuti i primi stu di presso i barnabiti, nell'ottobre 1803 si arruolò come semplice soldato nell'esercito italiano. Sollotenente dopo 20 giorni, fece la campagna di Gem1ania e di Spagna, dove il 16 novembre 1808 guadagnò la croce di cavaliere della corona di .ferro e la promo1.ione a capitano. (64) Appendice documenti n 2 XXXI-XXXII.


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no. di due luogotenenti e di tre sottoluogotenenti. Queste erano le nomine: "capitano Del Testa, del quale il maggiore Laroche loda la condotta e la bravura. Luogotenente Cervini, ufficiale noto per la sua attività, zelo e talento. Sottoluogotenenti Stocchi, aiutante e sottufficiale del corpo; Canovai, maresciallo che ha cominciato a servire come cadetto nel 1803; Laroche, fratello del maggiore; quest'ultimo non è toscano e proprio per questo si chiede quali sono le intenzioni del ministro della guerra al suo riguardo". In un documento successivo (65) si legge che i nomi suddetti con le rispettive nomine sono stati approvati. Nel rapporto di una rivista fatta dal generale Dijeon al 28Q reggimento a Orléans (66) ci si lamentava non tanto dell'organizzazione quanto del comportamento di alcuni soldati: "Esiste nel 28Q e soprattutto tra gli ufficiali uno spirito di denunce e di lamentele che affligge il maggiore Laroche che è un buon e stimato ufficiale". Talvolta tali lamentele erano anche giustificate; ad esempio sempre nello stesso documento si legge "Il caposquadrone Guadagni, che è arrivato dalla Spagna con il 12 squadrone del 282 reggimento cacciatori a cavallo che egli comandava e che mi è parso di diventare un buon ufficiale, sebbene male e poco istruito, desidera avere un permesso di otto giorni per regolare i suoi affari a Parigi, ma il maggiore Laroche non glielo ha accordato. Vi prego di accordare a Guadagni il permesso richiesto e anche la decorazione della legione d'onore che merita e che può suscitare un grande spirito di emulazione tra gli altri". Intanto i due reggimenti toscani, lasciati mentre stavano uscendo dalla Spagna, giunsero all frontiera il 4 ottobre e proseguirono per Orléans dove sarebbero stati riforniti di soldati, cavalli, armi e vestiario. Nell'Historique del 1132 si legge: "i quattro battaglioni del 113Q rientrati ad Orléans con organici ridotti dalle gravi perdite subite nella prima campagna in Catalogna,

(65) Appendice documento n2 XXXllI. (66) Appendice documento nQXXXIV.


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furono riuniti in un solo battaglione che per ordine dell'imperatore (16 maggio 1809) fu proclamato 'Bataillon d'élite'. Poi il reggimento fu ricostituito con altri quattro battaglioni e rimandato in Spagna, questa volta nel nord, dove fece parte della divisione di retroguardia dell'armata di Spagna comandata dal generale Seras, alle dipendenze del generale Kellermann". Anche in questa seconda campagna i toscani si erano mostrati buoni soldati, come è riconosciuto anche da storici francesi; dice infatti Fieffè (67) "( ...) mais cette place (Gerona), quoique trèsmal fortifiée, la retint (Saint-Cyr) jousqu'à la fin de l'année, malgré la bravoure du bataillon valaisan, des toscans du 28Q régiment de chasseurs, et de ceux du 113Q de ligne (. ..)". Prima di passare ai fatti successivi è opportuno ricordare una battaglia che non dovrebbe rientrare in questo studio poiché non fu combattuta da alcun toscano ma è importante per seguire i metodi e gli sviluppi della condotta di guerra degli spagnoli. Si tratta della battaglia di Ocana: verso la fine dell'ottobre 1809 il generale spagnolo Giovanni Areizaga fu incaricato del comando dell'armata della Mancia. Radunò 60 mila uomini e 60 cannoni e marciò verso Aranjuez, ma presso Ocana fu sconfitto dai francesi e dovette ritirarsi in Andalusia. Pochi mesi dopo gli veniva tolto il comando. Nella già citata opera di Marx (68) si legge: "La disastrosa battaglia di Ocana fu l'ultima grande battaglia in campo aperto sostenuta dagli spagnoli: da quel momento in poi si limitarono alla guerra di 'guerrillas'. Cioè, dopo i disastri degli eserciti regolari si passò alla 'guerrilla' e la massa del popolo si entusiasmò dei successi locali dei propri eroi".

Per continuare ancora con Marx, egli distingue tre periodi nella storia della "guerrilla": "Nel primo periodo la popolazione di intere province prese le armi e si lanciò alla 'guerrilla', come accadde nelle Asturie e in Galizia.

(67) E, FIEFFÈ', op. cit., voi. TI, p. 242. (68) K. MARX, op. cit., p. 140.


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Durante il secondo periodo gruppi di 'guerrilla' costituiti dai resti degli eserciti spagnoli, da disertori spagnoli degli eserciti francesi, da contrabbandieri, ecc., continuarono la guerra come un affare privato, indipendentemente da ogni forma di disciplina esterna e in funzione del loro immediato interesse (...). Fino a che le 'guerrillas' furono di questo tipo non ebbero mai una consistenza temibile ( ...) però furono pericolosissime per i francesi. Esse servirono come base perché il popolo si armasse ( ...). Non esistevano mezzi per combattere radicalmente questo tipo di resistenza. I francesi si vedevano costretti ad essere costantemente armati contro un nemico che in ogni momento fuggiva e riappariva, presente dappertutto e sempre invisibile dietro il sipario delle montagne (...). Il leone tormentato fino a morirne dal moscerino della favola offre un buon quadro della situazione dell'esercito francese. Nella terza fase infine le 'guerrillas' raggiunsero l'organizzazione di un esercito regolare: ingrossarono le loro fila fino a raggiungere da 3.000 fino a 6.000 uomini e cessarono di essere un affare dell'intera popolazione, per cadere nelle mani di alcuni condottieri che le utilizzarono secondo i propri interessi. Questa mod.ifica però avvantaggiò francesi: impossibilitati per loro effettivi a nascondersi e sparire senza sostenere necessariamente una battaglia aperta, guerriglieri furono spesso localizzati, sconfitti, dispersi e impediti nell'azione per un certo tempo. Confrontando i tre periodi della guerra di 'guerrillas' con la storia politica della Spagna si scopre che essi corrispondono ai rispettivi gradi con cui Io spirito controrivoluzionario del governo riuscì a paralizzare lo stato d'animo del popolo. Iniziata con la sollevazione di intere popolazioni, la •guerrila' fu poi realizzata da bande la cui riserva era costituita dalle stesse popolazioni e finì per essere condotta da corpi franchi sempre sul punto di atrofizzarsi in bande di banditi o di ridursi al livello dei reggimenti regolari. Lontananza dal governo, rilassamento della disciplina, sconfitte continue e costante formazione, scomposizione e ricostituzione dei quadri per ben sei anni ,devono per forza avere impresso nel corpo dell'esercito spagnolo un carattere pretoriano, facendolo capace di convertirsi indifferentemente in uno strumento o in una frusta dei suoi capi. Per quanto riguarda gli stessi generali, la loro situazione fu necessariamente una fra le seguenti: essere membri del governo centrale, dissentire da esso o cospirare contro di esso; in qualsia-;i caso, essi lanciarono costantemente sulla bilancia politica il peso della loro spada. Così, ad esempio, Cuesta che sembra aver conquistato in un secondo tempo la fiducia della 'Junta' Centrale nella misura in cui perdeva battaglie, cominciò a cospirare contro il 'Consejo Real', arrestando i deputati di Léon alla 'Junta' Centrale.


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Anche il generale Morla, membro della suddetta 'Junta', passò al campo bonapartista dopo aver consegnato Madrid ai francesi. I 1 futuro marchese 'de las Romerìas', anche lui membro della 'Junta', cospirò contro di essa con il presuntuoso Francesco Palafox, il miserabile Montijo e la turbolenta 'Junta' di Siviglia. I generali Castanos, Blake, La Bisbal ebbero il ruolo di reggenti e intrigarono come tali al tempo delle 'Cortes'. Il capitano generale di Valenza, don Javier Elio, consegnò, infine, la Spagna alla mercè di Ferdinando VII. La vocazione pretoriana era senza dubbio più sviluppata tra generali che tra le loro truppe. D'altra parte, l'esercito e guerriglieri -che durante la guerra presero parte dei loro capi come Porlier, Lacy, Eroles e Villacamps, dalle file degli ufficiali più importanti, mentre le unità di linea ebbero più tardi dei capi guerriglieri come Mina, El Empecinado e altri- erano il settore più rivoluzionario della società spagnola, reclutato tra tutte le classi sociali, avendo con sè la gioventù patriottica, valorosa e piena di aspirazioni e chiudendosi inaccessibilmente alla soporifera innuenza del governo centrale(...).


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CAPITOLO IV

COMPAGNE DI GUERRA DEL 1810, 1811 E 1812 IN SPAGNA

Il 282 reggimento cacciatori a cavallo ed il 1132 reggimento fanteria di linea, rinforzati ad Orléans con coscritti dei dipartimenti toscani e di quello del Taro, rientrarono in Spagna alla fine di marzo del 1810. Il 12 e il 22 battaglione del 1132 ( 69) erano stati assegnati alla divisione di retroguardia dell'armata di Spagna comandata dal generale Seras; il 12 marzo erano in rotta verso Bordeaux sotto il comando del colonnello Capponi (70). Giunsero a Torquemada, nella sesta regione della Spagna, il 5 maggio e la divisione Seras alla quale appartenevano fu messa a disposizione del generale Kellermann, governatore di questa regione che comprendeva le province delle Asturie, della Galizia, della Vecchia Castiglia e del Léon. Il 282 reggimento cacciatori a cavallo era comandato dal generale Guillaume e da Vittoria passò a far parte delle soldatesche del Bonnet che occupavano le Asturie. Durante la campagna di Spagna del 1810-11 i due reggimenti dovettero affrontare numerose difficoltà poiché le condizioni di queste regioni del nord della Spagna erano molto aspre; si trattàva

(69) Il 3G e il 42 li ritroveremo durante la campagna di Russia. (10) È a questo punto che l'Historique lo nomina per la prima volta.


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di regioni in piena insurrezione e quindi la resistenza fu molto più dura che altrove. Si legge infatti nelle "Memorie del generale Hugo" (71): "Gli abitanti di queste province sono stati i primi a resistere ai Mori e hanno, poco a poco riconquistato la libertà del resto della Spagna; sono coraggiosi e bravi. È un abitante della Vecchia Castiglia che, sollecitato da un ufficiale francese a riconoscere Napoleone come sovrano e che, sentendo vantare le forze invincibili dell'imperatore, rispose con flemma a colui che voleva mostrargli l'impossibilità di cacciare i francesi dalla Spagna: 'Noi ne abbiamo cacciato i Mori'. È sempre in queste province, che da lungo tempo hanno combattuto per la fede dei cristiani, che sentimenti religiosi sono più profondamente radicati. La sede dell'Inquisizione fu per molto tempo a Villadolid; la devozione alla patria e alla religione si è confusa nel cuore degli abitanti di questa parte della Spagna con l'attaccamento al sovrano. Queste province furono quelle che opposero la resistenza più viva alle armi francesi. I marescialli comandanti a Valenza e in Andalusia riuscirono ad impedire la formazione delle 'guerrillas', mentre le province del nord e dell'ovest furono costantemente in armi e cosparse di una innumerevole quantità di partigiani. Questi corpi mobili non erano spaventati dalla sconfitta; sembravano, al contrario, come Anteo battuto da Ercole, ritrovare nuove forze ogni volta che erano sconfitti".

Nel mese di lujlio si segnalavano in tutte le coste dei briganti che percorrevano impunemente il paese, impedivano gli approvvigionamenti massacrando i corrieri e rubando le scorte; prendevano dispacci e rivelavano i piani agli inglesi che operavano in Portogallo e nel sud della penisola. Uno dei più temibili capi di banda era Diaz Porlier detto il Marquesito, vecchio ufficiale dell'esercito regio, capo dell'insurrezione delle Asturie. Cacciato da qui dal generale Bonnet (com-

(71) Generale Hugo, padre di Vittorio Hugo. Generale e scrittore militare francese (1774-1828). Combattè agli ordini di Horeau, Kléber e Massena, segnalandosi particolarmente nelle guerre contro la Spagna. Pubblicò opere di arte militare e memorie storiche fra cui Colpo d'occhio militare sulla maniera di scortare, d'attaccare e difendere convogli e Memorie del generale Hugo.


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prendente il 28Q tra le sue truppe, si rifugiò nel Léon dove trovò un buon riparo nel massiccio impenetrabile della Lebana e una nuova banda di partigiani pronti ad agire sotto il suo comando; nell'agosto del 1810 il Marquesito era riuscito a riunire intorno a Potes un corpo di circa 3.000 insorti. La divisione Seras -di cui il l 13Q faceva parte- inviatagli contro, giunse a Léon il 27 agosto e marciò poi su Potes; i paesani, che si erano portati sulle alture che dominavano le gole non cessarono di ostacolare questa marcia; tuttavia, giunti a Potes la trovarono completamente deserta: gli abitanti erano tutti nelle montagne, irragiungibili per il loro particolare modo di combattere nascondendosi senza affrontare la battaglia aperta. Il 3 settembre il 1132 partì da Potes per rientrare a Léon dove rimase fino al giugno 1811 dopo aver ricevuto l'incarico di tenervi guarnigione; i suoi distaccamenti furono continuamente in spedizione per il ritiro delle contribuzioni e dei grani che venivano ritirati solo quando erano cercati con la forza. Anche il 282 reggimento cacciatori a cavallo, dopo ripetuti scontri contro le truppe del Marquesito, cessò di combattere per tutto il 1810. Avanti di passare agli avvenimenti accaduti nell'anno successivo occorre soffermarsi su quanto i documenti amministrativi rivelano sulle condizioni dei reggimenti toscani. Si trovano ancora richieste di invii di ufficiali per ricoprire posti vacanti (72); ma un documento in particolare appare interessante per quanto vi si dice del caposquadrone Guadagni. Si tratta di un rapporto al ministro in data 6 maggio 1810 (73) in cui si discutono le sue capacità militari. Emergono giudizi contradditori infatti "i generali Reille, Verdier, d'Ochs ed altri ai cui ordini Guadagni si è trovato durante la campagna in Catalogna hanno rilasciato dei certificati che attestano la sua bravura e la sua buona condotta e che glì accordano conoscenze militari. Questa dichiarazione è in contraddizione con

(72) Appendice documenti ng XXXV-XXXVI. (73) Appendice documento ng XXXVII.


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quella del maggiore Laroche che lo taccia di nullità assoluta; pare che questa colpa si debba imputare più al modo di amministrare del caposquadrone che a quello di condurre la sua tmppa contro il nemico". Si dice infine "penso dunque che si avrebbero degli inconvenienti a dare di nuovo il comando di questo squadrone di guerra del 282 reggimento a Guadagni". Malgrado le innumerevoli difficoltà che si presentavano, le truppe operanti nel nord della Spagna non ricevevano dalla Francia nessun aiuto nè in denaro nè in natura. Il 28 luglio il generale in capo Dorsenne scriveva al principe di Neuchatel: "Non ho niente nelle casse per pagare gli arretrati che ammontano a più di sette milioni; la condizione degli ufficiali è così precaria che vi è chi non può sostenere la spesa delle calzature e marcia a piedi nudi". Durante il suo soggiorno nella provincia di Léon, nei primi mesi del 1811, il 1132 ebbe diversi scontri che meritano di essere ricordati: il 28 aprile un distaccamento di 200 uomini, comandato dal capobattaglione Taras, era stato inviato a Bonas per riscuotervi i contributi degli abitanti, ma fu attaccato da forze superiori in fanteria e da 80 cavalieri. Il distaccamento si difese bene ma dovette ritirasi e rientrò di buon ordine e senza perdite a Léon. Il generale di brigata Corsin che comandava a Léon riunì allora tutto l'effettivo disponibile del 113Q per marciare su Bonas e farsi pagare le imposte. Partì da Léon con 600 uomini nella notte del 3 maggio e giunse a destinazione il giorno successivo. Il 5, aveva appena dato il segnale di marcia per ripartire, quando tutte le alture che dominavano Bonas furono coronate dalla fanteria nemica sostenuta da 400 cavalieri. Il 1132 resistè per cinque ore e potè rientrare in buon ordine al Léon nella notte tra il 6 e il 7 maggio (aveva perduto 89 uomini: 53 feriti e 36 uccisi). In seguito all'affare di Bonas il generale Corsin rivolse al reggimento un manifesto nel quale gli ripeteva numerosi elogi per la loro bravura. Il mese successivo i fanti del 1132 sostennero ancora analoghi combattimenti e si comportarono così lodevolmente che il generale Corsin diresse loro un nuovo manifesto nel quale li elogiava


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"( ... ) per i combattimenti tutti gloriosi sostenuti nel corso di un mese" (74). Nel frattempo anche il 28Q reggimento cacciatori a cavallo, che ancora si trovava nelle Asturie, aveva avuto modo di segnalarsi i numerosi combattimenti: Soto del Barco, Navia, Tineo, Cungas de Tineo; inoltre durante il suo trasferimento a Léon (alla fine di giugno) si era scontrato con le truppe. regolari e no, del generale Santocilàes. Trascorsa la prima metà di settembre entrambi i reggimenti toscani passarono a maggiori operazioni di guerra. Il 12 settembre il governatore di Ciudad Rodrigo aveva annunciato al generale Dorsenne, comandante dell'armata del nord della Spagna, che lord Wellington stava preparando l.' assedio di questa piazza. Il comandante dell'armata stabilì allora di rifornire Ciudad Rodrigo e a tale scopo anche il 28Q e il 113Q furono condotti a Salamanca. Egli riuscì, a costo di grandi fatiche, a riunire a Salamanca un convoglio di 950 carri, 18 mila baionette, 2 mila cavalli e 40 cannoni sotto il comando dei generali Thiébault e Sohuam per la fanteria ripartita in due divisioni e del generale Wathier per la cavalleria. Il 113Q era passato dalla divisione Seras alla divisione Thiébault della quale formava l'avanguardia. Per il successo dell'operazione, resa difficoltosa dalle considerevoli forze degli inglesi e dalla presenza di lord Wellington, era indispensabile la riunione delle truppe del generale Dorsenne all'armata del Portogallo comandata dal maresciallo duca di Ragusa, che si trovava sulla riva destra del Tago. Tale riunione si ebbe il 22 settembre a Tamamès e insieme i due generali entrarono a Ciudad Rodrigo il 24 settembre senza incontrare nessuna resistenza. Il giorno successivo il generale Dorsenne e il duca di Ragusa fecero una ricognizione per accertarsi sulla posizione di lord Wellington; avendo visto che gli inglesi avevano due brigate (74) Si trattava dei combattimenti d'Orbigo, di Vegamian e Villa Dominga, di Sahagum. di Villamagnan e di Villadaganos. N. G10RGB'ITI, op cit., p. 402.


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di fanteria e una di cavalleria sulle creste delle alture di El Bodon, il duca di Ragusa fece prendere questa posizione dalla sua cavalleria. Nella fazione si distinsero gli italiani del 282 cacciatori a cavallo e del 1132 di linea: fu specialmente per opera loro che ai nemici sgominati e messi -in fuga vennero tolti quattro cannoni. Le due armate trascorsero la giornata del 26 in osservazione e la sera lord Wellington cominciò a battere ritirata per la strada di Alfayet seguito dalle brigate Montbrun, generale comandante la divisione di cavalleria leggera comprendente il 282 cacciatori a cavallo, Wathier, e dalla divisione Thiébault -di cui come si è visto il 1132 formava l'avanguardia. Il generale Wathier, apprendendo che il nemico avrebbe voluto difendere Aldea del Ponte per assicurarsi il passaggio della Coa, prese questa direzione con la divisione Thiébault e riuscì a mettere in fuga i nemici. Lord Wellington venne in aiuto ai suoi con tre divisioni scelte, 3 mila cavalieri e 14 cannoni; un tale aumento di forze arrestò la nostra offensiva ma non impedì di occupare il villaggio di Aldea del Ponte. Questi i fatti principali che portarono ali' occupazione: gli inglesi erano in ritirata inseguiti dalle truppe del duca di Ragusa; la loro forte retroguardia si era stabilita ad Aldea del Ponte con 15 mila fanti, 3 mila cavalieri e 14 cannoni per trattenere gli inseguitori. Il generale francese Wathier, comandante dell'avanguardia, fece caricare e sbaragliò la cavalleria inglese mentre il generale Thiébault, messa in posizione numerosa artiglieria, sulla strada di Alfayet batteva energicamente l'avversario. Frattanto il generale Sohuam con un corpo di fanteria attaccava la fanteria inglese nel villaggio e la metteva in rotta, costringendola a rifugiarsi al di là della Coa. Alla fine di dicembre l'armata del nord dovette rinviare dei rinforzi all'armata di Aragona e alle truppe che operavano i Navarra ed in Biscaglia; il generale Dorsenne riportava le sue truppe nei dintorni di Salamanca dove le divideva nelle provincie di questa città (Valladolid, Léon e Oviedo): qui, con il generale Bonnet, tornò anche il 282 reggimento cacciatori a cavallo. Il 1132 fu mandato invece a Ciudad Rodrigo dove il 28 ottobre ne fu


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costituito un battaglione completo destinato a presidiare questa fortezza. Il rimanente del battaglione, con lo stato maggiore del corpo, fu inviato a Salamanca e qui rinforzato con circa 200 uomini. In seguito a questo movimento di truppe, la frontiera del Portogallo si trovava privata di circa 20 mila uomini. Lord Wellington, sapendo che Ciudad Rodrigo era senza difesa, arrivò davanti a questa piazza il 7 gennaio e ne cominciò subito l'assedio. Prima di passare alla narrazione dei fatti che caratterizzano la campagna di guerra del 1812 in Spagna, è opportuno dare ancora uno sguardo ai documenti amministrativi. Questi riportano uno "Stato nominativo degli ufficiali del 282 reggimento cacciatori a cavallo del 9 maggio 1811" (7 5) e un decreto del 20 luglio (76) che nomina gli ufficiali e i sottufficiali per la formazione del 42 squadrone del 282 reggimento cacciatori a cavallo: "Laroche, maggiore del corpo, è nominato all'impiego di colonnello; Quinto aiutante maggiore, all'impiego di maggiore; Lombardi e Cervini, luogotenenti, all'impiego di capitani del 42 squadrone, inoltre, poiché "il 282 reggimento si trova in condizioni critiche a causa della cattiva istruzione degli uomini che lo compongono si richiedono 12 soggetti del battaglione di istruzione di Fontainebleau" (77). Tornando agli avvenimenti militari si può affermare che il massimo sforzo dei toscani nella campagna di quest'anno si produsse nell'assedio di Ciudad Rodrigo. Questa era presidiata da due battaglioni del 342 leggero forti di 975 uomini (in questi battaglioni vi militavano molti piemontesi), dal battaglione del 113 2 rimasto in questa piazza, forte di 577 uomini, comandato dal comandante Taras e da due compagnie di artiglieria; in totale circa 1.800 uomini comandati dal generale Barrié, governatore di Ciudad Rodrigo. Ad una simile guarnigio-

(75) Appendice documento n 2 XXXVIII. (76) Appendice documento n2 XXXIX. (77) Appendice documenti n2 XL - XLI.


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ne si contrapponeva un'armata assediante forte di 40 mila uomini. Lord Wellington investì la guarnigione il 7 gennaio e il 10 aprì la prima parallela. Il 14 una sortita di difensori portò alla distruzione di alcune trincee, ma un violento fuoco di reazione li respinse e gli inglesi riuscirono ad aprire un'altra parallela. Wellington, temendo anche il sopraggiungere del generale Marmont, accelerò i lavori di attacco e con un assalto contro la parte meno difesa della cinta fece due larshe brecce. Il corpo d'assalto, diviso in sei colonne, avanzò contro le trincee il 19 gennaio e gli assali ti si difesero con grande energia. Caddero la maggior parte degli ufficiali, quasi tutti italiani e i superstiti dovettero arrendersi. Le perdite inflitte agli anglo-portoghesi furono di circa 1.000 uomini tra morti e feriti, ed altrettanti furono i prigionieri. Caddero anche due generali inglesi. Per questa vittoria Wellington fu creato conte dall 'Inghilterra, grande di Spagna e duca di Ciudad Rodrigo dal re di Spagna (78). Dopo la presa di Ciudad Rodrigo, in base al rapporto del generale Dorsenne in data 30 gennaio 1812, non restavano del 113Q di linea che 24 ufficiali e 265 uomini con il colonnello Capponi; tali resti furono assegnati, il 7 febbraio, alla divisione del generale Vandennaessen e si trovarono a Burgos con tutta la divisione il 1Qaprile e a Briviesca il 1Qluglio. II 2Q battaglione del 113Q fu dichiarato disciolto e il 1Q battaglione riorganizzato il 1Q settembre a Burgos; tuttavia il suo debole effettivo non gli permise di prendere parte a nessuna operazione attiva; rimase di guarnigione in questa città fino al 1Q febbraio 1813 quando un ordine del ptincipe di Neuchatel lo richiamò ad Orléans dove giunse il 1Q aprile. Nel frattempo il 282 reggimento cacciatori a cavallo, richiamato da Léon ai primi di luglio 1812, andava ad unirsi all'armata di Marmont, l' armata del Portogallo e, insieme al 113!\ si trovò a

(78) Nella già citata opera di Giorgetti si legge che tutti coloro che dovettero arrendersi a Ciudad Rodrigo furono imbarcali per l'Inghilterra e più nulla si seppe dei toscani presenti tra quelli.


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combattere nei dintorni di Burgos. Come il 1131\ anch'esso fu inviato ad Orléans per esservi ricompletato e rifornito di cavalli. Aveva sofferto gravi perdite: di circa 300 uomini, contati al tempo del terzo ingresso in Spagna -marzo 1810- ne erano rimasti solo un centinaio (alcuni ufficiali graduati di questo reggimento erano stati mandati ad Orléans nel 1811 per formarne un altro, di cui si parlerà in seguito). A conclusione di queste campagne di guerra in Spagna, nell' Historique si legge che "sia il 113Q che il 28Q avevano combattuto una delle guerre più dure; non avevano avuto l'onore di assistere a nessuna grande battaglia nè di combattere sotto gli occhi dell'imperatore. Tuttavia la storia sarebbe ingrata se lasciasse nella dimenticanza tanto eroismo e tanta abnegazione. Forse è proprio a reggimenti come questi che l'imperatore alludeva quando diceva al generale Clarke: 'la storia è legata ai piccoli avvenimenti, ben condotti e sostenuti con ardore, allo stesso modo che alle azioni più decisive".


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CAPITOLO V

CAMPAGNE DI GUERRA DEL 1812 IN RUSSIA

Numerosi sono gli storici concordi nel ravvisare nei fattori economici la causa della guerra tra Russia e Francia. Si è visto precedentemente che lo storico russo Tarle individuava già questa causa nella guerra con la Spagna. Anche il generale Vacca Miaggiolini le attribuisce grande importanza come appare da quanto segue: "La Russia è quella che meno si adatta a sopportare i danni del blocco contro l'Inghilterra e il peso dello strapotere napoleonico. L'aristocrazia feudale, dominatrice della Russia, non può vendere in Inghilterra i prodotti delle proprietà terriere; inoltre teme che tramite l'amicizia tra Napoleone e lo zar penetrino in Russia le idee dell"89 a soprattutto vede in Napoleone colui che non permetterà mai di conquistare Costantinopoli e quindi affacciarsi sul mediterraneo ( ... ). La Russia ha capito quale via seguire per vincere Napoleone: non offrire eserciti schierati in campo ma evitare la battaglia( ... ), contare sulla stanchezza, sulla fame, sul freddo e sulle malattie più che sulle armi. Tutto concorre a convincere la Russia ed il suo zar a muovere guerra alla Francia. Fin dal 1810 ne vengono perciò celatamente iniziati i preparativi ( ... ). Non appena Napoleone si accorge che la Russia si apparecchia alla lotta e che la guerra è perciò inevitabile, vi si accinge anch'esso( ... )" (79).

(79) A. VACCA

MAOOTOLTNI,

op. cit., voi. II, p. 237.


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Il compito di questo studio non è quello di cercare le cause della guerra, ma di ricostruire la partecipazione toscana. Tuttavia è opportuno riassumere innanzitutto i fatti più salienti della campagna di Russia per poi passare ad analizzare ciò che i toscani hanno fatto. Già fin dai primi mesi del 1811 Napoleone riteneva che sarebbe stato inevitabile uno scontro con la Russia per cui si preparò accuratamente Schierò un esercito immenso - sulla cui forza effettiva i dati sono discordi- ed attraversò il Niemen il 24 giugno 1812. L'obiettivo strategico di Napoleone era quello di combattere una battaglia risolutiva e quindi equipaggiamenti e rifornimenti erano stati preparati in vista di una breve campagna. Ma, come è noto, le cose andarono diversamente: l'attuazione del piano di Napoleone non fu possibile a causa della particolare tattica adottata dal comando russo affidato al ministro della guerra Barclay de Tolly. I russi infatti indietreggiavano attirando l'esercito francese all'interno della Russia senza mai dare la possibilità di combattere una guerra aperta. Soltanto dopo due mesi, alla metà di agosto, si svolse la prima grande battaglia a Smolensk, dove però fu impegnata solo una piccola parte dell'esercito russo mentre il grosso continuava la ritirata. Una seconda battaglia si svolse a Borodino (ora i russi erano passati agli ordini del generale Kutuzov), non lontano da Mosca dove finalmente Napoleone potè entrare il 14 settembre senza però aver annientato l'esercito russo. Egli si trovò in una situazione molto critica: lo zar si rifiutava di trattare; era impossibile inseguire ancora l'esercito russo; inoltre, nelle zone in cui erano rimasti distaccamenti francesi divampava la guerriglia. Tutte queste difficoltà indussero Napoleone a ritirarsi. L'inizio della ritirata - nel mese di ottobre - coincise con l'inizio dell'inverno: il freddo, la mancanza di rifornimenti, gli attacchi della cavalleria cosacca e dei partigiani fecero strage nell'esercito francese che ricevette il colpo finale dalle truppe russe al passaggio della Beresina: pochi uomini - in proporzione al grande numero - riusci-


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rono a riattraversare il Niemen il 18 dicembre (80). Ancora una volta l'attenzione e rivolta solo ai due reggimenti toscani ma molti furono gli italiani incorporati nell'esercito della Grande armata; si legge infatti nell'opera di Filippo Pisani (81): "Fu il contingente italiano che più si distinse nella marcia su Mosca e nella ritirata. Ad esso appartenevano i colonnelli Peraldi, Battaglia, Moroni ( ...) e i capibattaglioni Maffei e Del Fante, che tanto dovevano illustrarsi a Borodino, a Malo-Jaroslavez, a Viasma e a Krassnoi (...). Ma non qui si esauriva la partecipazione italiana alla campagna di Russia. Dispersi e confusi tra i corpi francesi, senza personalità e gradi e comandanti e insegne proprie, migliaia di altri connazionali tratti, per obbligo di coscrizione dalle regioni direttamente annesse alla Francia - Piemonte, Liguria, Toscana, Parma, Piacenza e Roma- militavano nell'armata imperiale. La storia di questi ,contingenti è ancora tutta da fare. Solo qmùche pagina è stata scritta. Si pensi che reggimenti interi dell'esercito francese erano stati composti esclusivamente da italiani: il 11 I Q di linea, 1'11 2 e il 31Q di fanteria leggera . il 21 2 formati interamente da contingenti piemontesi; il 1132 di fanteria ed il 282 dragoni, toscani; liguri e parmensi militavano soprattutto nei reggimenti 137Q di linea, 322 e 352 di fanteria leggera. Valutare l'entità di questa forza e il contributo da essa recato nella campagna è difficile. Si può affermare che il numero approssimativo degli italiani in Russia nel 1812, sia in corpi regolari a sè stanti, sia di rincalzo o dispersi in altri corpi, raggiunse la cifra di circa 70-75 mila uomini (su una popolazione di circa 11 milioni e mezzo). Poche centinaia tornarono in Francia".

Per ciò che riguarda i due reggimenti toscani, ancora esaurienti sono le fonti per ricostruire le vicende del 1132 poiché, soprattutto l' Historique, forniscono tutte le informazioni necessarie; più frammentarie invece le informazioni sul 28Q cacciatori a cavallo (82) ma, nonostante questo si cercherà di ricostruirne le vicende in modo soddisfacente. (80) G. Leopardi in "Sopra il monumento di Dante" si sofferma sull 'episodio degli italiani morti in Russia, non in battaglia, ma di freddo e di stenti. (8 1) F. P1sA1s1 , Con Napoleone nella campagna di Russia. Memorie inedite di un ufficiale della Grande armata, pubblicate, con introduzione e note, a cura di Carlo Zaghi. Istituto per gli studi di politica internazionale. (82) Anche nel G 10RGE'1TI N., op. cit., p. 436, si legge a questo proposito che "scarse, scontinuate, confuse noti;,,ie ci fu dato di rintracciare sui detti nuovi corpi".


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Il 3Q e il 4Q battaglione del l 13Q si trovavano di guarnigione a Orléans con il deposito del reggimento quando i primi due battaglioni erano stati assegnati all'armata di Spagna (febbraio-marzo 1810). Questi i loro successivi spostamenti: il 15 marzo 1811 furono inviati a Cherbourg, sulla Manica ma, nel maggio 1812 furono nuovamente chiamati ad Orléans; ripartirono il 25 giugno sotto il comando del colonnello Martini, nominato comandante del reggimento il 5 maggio 1812, diretti a Strasburgo, dove giunsero il 17 luglio. Qui furono assegnati alla brigata d'Erfurth che faceva parte dell'XI corpo d'armata comandato dal maresciallo Augereau a Berlino. La brigata d'Erfurth e un'altra brigata formata da tre reggimenti della confederazione del Reno, formavano la 34 divisione posta al comando del generale Joseph Morand. Il 32 e il 4Q battaglione del 113Q attraversarono Berlino il 15 agosto e giunsero a Stralsund il 1Q settembre; il generale Morand fu nominato governatore della Pomerania svedese e il colonnello Martini comandante delle forze di Stralsund. La 34 divisione fu inviata a Danzica e Koenigsberg l' 11 settembre 1812 e qui passò sotto il comando del generale conte Loison (83). I due battaglioni del 1132 lasciarono Stralsund il 16 settembre e giunsero a Danzica il 1Q ottobre; il 26 si trovarono a Koenigsberg con tutta la 34 divisione. Alla notizia dei disastri della Grande armata in Russia il generale Loison si recò con la sua divisione a portare soccorsi; l'imperatore trovò così la 34! divisione ad Ochmiana il 6 dicembre e subito così scrisse al maresciallo Berthier: "Desidero che voi diate l'ordine al generale comandante la 34! divisione di partire da Ochmiana questa sera a mezzanotte per essere domani a

(83) DE LAUGIER C., Gli italiani in Russia, vol. IV, p. 172: "( ... ) la divisione Loison poteva essere considerata quasi come indipendente. La corponevano allora due brigate; la prima era formata dal 292 di linea, da un battaglione del 22 e da Wlo del 52 leggero (tutti francesi) e dal 1132 ; la seconda era formata da tre reggimenti a piedi della confederazione del Reno. Facevano parte della divisione anche guardie d'onore, veliti ed un reggimento di cavalleria napoletana. Sommava a circa IO mila uomini".


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Wilna; lo porterete a conoscenza che la sua divisione fa parte del 3Q corpo e che egli deve prendere gli ordini dal duca d 'Elchingen che si trova già a Wilna. Questo maresciallo sarà incaricato della retroguardia". In seguito a questo ordine il 113Q, con tutta la 34!! divisione, condusse, di notte, una marcia delle più penose con un freddo tale che molti soldati ne morirono. A questo proposito il maresciallo Ney scrisse al principe di Neuchatel: "Si è commesso uno sbaglio ad Ochmiana inviando la 34l! divisione a Wilna; un gran numero di soldati è morto a causa del freddo; essa presenta ora al massimo 400 uomini in grado di portare le armi. Tuttavia la 34l! divisione, nonostante fosse ridotta ad un così debole effettivo, rese sevizio alla Francia proteggendo la ritirata della Grande armata da Wilna a Koenigsberg. Su questa ritirata non esite nessuna informazione particolare riguardante il 113Q ma la sua storia si confonde con quella della divisione di cui faceva parte e che si trovava interamente ad Ochmiana il 6 dicembre. Prima di proseguire è necessario ricomporre anche la storia del 28Q reggimento cacciatori a cavallo: mentre parte di questo combatteva ancora in Spagna, al deposito di Orléans veniva formato da Napoleone in previsione della guerra con la Russia un altro reggimento quasi interamente toscano al quale fu data, insieme allo stesso numero 28, l'aggiunta di bis per distinguerlo dagli avanzi del vecchio. Il nucleo di tale reggimento fu formato con ufficiali e graduati che erano stati inviati ad Orléans dalle Asturie nel 1811. Ai primi di febbraio 1812, 350 uomini del reggimento, di questi solo 80 a cavallo, si recarono nell'Hannover condotti dal caposquadrone Niccolini e dal tenente Olivieri e qui furono riforniti di cavalli; si diressero quindi incontro alla Grande armata attraverso Koenigsberg e Tilsitt e in quest'ultima furono passati in rassegna dal maresciallo Ney, comandante del III corpo d'armata; furono immessi in tale corpo formando brigata con il 42 cacciatori francesi. Agli inizi di marzo partirono da Orléans altri 180 uomini del 28Q bis, con funzione di rinforzo, comandati dal colonnello Gio-


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vacchino Avogadro di Quinto (84); questi giunse però prima dei suoi all'esercito e potè combattere nella battaglia della Moskowa. I suoi 180 uomini invece saranno a Smolensko negli ultimi giorni di agosto. La battaglia di Borodino (o della Moskowa) si combattè il 7 settembre 1812 e -si è visto- vi partecipò anche la cavalleria toscana. Poco si sa delle singole azioni; la resistenza russa fu molto forte e Napoleone entrò a Mosca il 14 dello stesso mese senza però aver annientato l'esercito russo, senza cioè aver effettuato quella battaglia risolutiva che era nei suoi piani per una rapida definizione della campagna. Si può solo ricordare un'azione individuale riportata dallo storico militare Niccolò Giacchi (85): "Il livornese Cosimo Del Fante fu particolarmente notato in tale battaglia per aver disarmato il generale russo Likatcheff; per questo motivo fu promosso sul campo dal vicerè aiutante comandante". Si ritroverà ancora questo soldato durante la ritirata, nella famosa battaglia di Krasnoe dove morirà combattendo valorosamente. Concordi le notizie riportate da Filippo Pisani (86): "(...) promosso capobattaglione, partecipò alla campagna di Russia in qualità di addetto allo stato maggiore del vicerè. Nella battaglia di Borodino si coperse di gloria tanto che il principe, ammirato il suo ardimento, lo creò, sul campo, suo aiutante comandante" (87).

Si è già visto all'inizio del capitolo perché Napoleone decise (o meglio, fu costretto dagli eventi) di ritirarsi da Mosca. La (84) Avogadro di Quinto. Piemontese. Cadetto Il servizio del re di Sardegna; era nel 1806 primo luogotenente dei gendarmi d'ordinanza dell'Imperatore. In qualità di colonnello al comando del 28 9 cacciatori a cavallo partecipò alla campagna di Russia. Si distinse in modo particolare nella banaglia di Borodino. Morì a Koenigsbcrg. (85) N Giacchi, Gli uomini d'arme nelle campagne napoleorùche, p 314. (86) F. PISANI, op. cit., p. 218. (87) A proposito della battaglia della Moskowa, A. MAR'l1NWN, op. cit., p. 613, riporta i noni degli ufficiali che vi furono feriti: capitano Ridolfirù (morto poi il 26 gennaio 1813); luogotenente Barlani (morto il 16 ottobre); sottoluogotentc Meucci (morto il 19 dicembre); maggiore Quinto; caposquadrone Niccolini; solloluogotente Bartolucci.


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ritirata iniziò tra il 18 e il 20 ottobre in direzione di Malojaroslavets che però fu prontamente occupata dal generale Kutusov, informato dalle mosse del nemico. Fu necessario sostenere un duro combattimento per cacciarlo da lì: questo si ebbe il 24 ottobre e le truppe italiche, comprendenti il 28Q, raccolsero numerosi allori. Se si vogliono accordare meriti ai toscani si deve ricordare quanto riportato da Giacchi (88) "Il toscano Leopoldo Nobili, aiutante di campo del vicerè, si è particolarmente distinto in questo scontro e per questo insignito della legion d'onore". La vittoria di Malojaroslavets non fu che un fatto isolato; non risollevò cioè le sorti dell'esercito francese il quale anzi, attanagliato dal freddo, lasciava molti dei suoi uomini lungo la via percorsa durante la ritirata che lo avrebbe dovuto condurre a Wilna. Il 16 novembre, a Krasnoe, il generale Kutusov tagliò nuovamente la via a ciò che rimaneva dell'esercito imperiale: i francesi furono salvati dalla vecchia guardia (89) ma il maresciallo Ney, con la retroguardia, rimase circondato e riuscì a raggi ungere il grosso dell'esercito solo a prezzo di grandi sacrifici dei suoi soldati. Tra i cacciatori della guardia reale si trovava il livornese Cosimo Del Fante che trovò la morte proprio su questo campo mentre con i suoi si gettava sui nemici. Napoleone giunse ad Orscha il 19 novembre; qui, con i cavalieri ancora provvisti di cavalli, fom1ò quattro compagnie di 150 militari ciascuna e le dette il nome di ' squadrone sacro ' ; vi entrarono a far parte anche parecchi cacciatori del 28Q bis. Il rimanente di quest'ultimo reggimento (all'incirca una cinquantina di cavalieri) formava già parte della retroguardia comandata dal mare-

(88) N. GIACClll, op. cii, p. 323. (89) Nel 1804 fu creata la Guardia imperiale che costituì una vera e propria grande unità. Comprendeva truppe di tutte le armi fanteria, cavalleria, artiglieria, genio e anche marinai e veterani. Nel 1810 fu più che raddoppiata per la creazione di una Giovane Guardia, il che valse a quella già esistente l'appellativo di Vecchia Guardia.


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sciallo Ney: si trovavano tra questi anche il colonnello Avogadro di Quinto e il caposquadrone Niccolini. Si giunge così al 6 dicembre cioè al momento in cui Napoleone trova a Wilna la 34;i divisione comandata dal generale Loison che l'imperatore stesso aveva chiamato da Ochmiana a Wilna. A questo punto, confrontando quanto dice l' Historique a proposito del 1132 e Giorgetti del 282, si può concludere che i due reggimenti si trovarono insieme a Wilna. Infatti Napoleone aveva dato ordine alla 342 divisione di far parte del III corpo d'armata comandato dal generale Ney; ma sappiamo anche che quest'ultimo comandava la retroguardia di ciò che rimaneva del 282 • Quindi entrambi i reggimenti toscani fecero parte del corpo che protesse la ritirata della Grande armata da Wilna a Koenigsberg. Giunti a Koenigsberg i due corpi furono così riordinati: il 282 bis fu inviato ad Amburgo; più numerose sono invece le notizie riguardanti il 1132 • Appena riordinato questo, o meglio, la 34 divisione di cui faceva parte, lasciò Koenigsberg sotto il comando del generale Marchand per recarsi a Mariembourg; durante questa marcia si persero molti soldati. Il 7 gennaio 1813 il generale Marchand nel suo rapporto al principe di Neuchatel annunciava che dal giorno della sua partenza da Koenigsberg aveva già perso la metà dei suoi uomini; i due battaglioni del 1132 contavano a questa data 20 ufficiali e 210 soldati. Lo scemare del numero dei soldati, il rilassamento della disciplina, indussero il maresciallo Berthier a inviarlo a Danzica per esservi riorganizzato. A tale scopo un ordine del 10 gennaio 1813 prescriveva al generale Marchand di portarsi a Danzica con tutta la 34! divisione. Il 12 gennaio il generale Rapp, governatore di Danzica, annunciò l' arrivo della 34;i divisione sotto il comando del generale di brigata Franceschi; fu subito ristabilita la disciplina tra i soldati e la difesa di Danzica è una delle più belle pagine da aggiungere alla storia dei due battaglioni del 1132 solo che, vista la debolezza del loro effettivo essi, malgrado la presenza alla loro testa del colonnello Martini, furono ricordati come facenti parte di due compagnie al deposito.


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CAPITOLO VI

I TOSCANI A DANZICA E AD AMBURGO

Si è visto che alla fine della campagna di Spagna il 113Q fanteria di linea ed il 282 cacciatori a cavallo furono inviati rispettivamente a Danzica e ad Amburgo: si cercherà adesso di seguire le loro operazioni in queste città. Danzica è una città posta sulla sinistra della Vistola, alla foce nel Baltico. Alla fine del 1812 i lavori di fortificazione preventiva erano stati compiuti, ma non tutti. In seguito al disastro di Russia, l'imperatore aveva ordinato che la piazza fosse messa in stato di resistenza e ne aveva affidato il governo al valoroso generale Rapp. Il 21 gennaio 1813 la guarnigione di Danzica, comandata dal generale Rapp, risultava così compostà: generale di brigata Bazancourt, comandante della piazza un distaccamento di gendanneria un distaccamento della guardia imperiale 71! divisione di fanteria del generale Grandjean 301! divisione, generale Heudelet 331! divisione (napoletana), generale D'Estrées 34Q divisione, generale di brigata Franceschi e, alla sua morte, generale Bachelu


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generale di brigata Devilliers

22Q leggero 3Q linea, 1 btg. 29Q linea, 1 btg. 105Q linea, 1 btg. 113Q linea, 1 btg.

cavalleria: generale Cavaignac e colonnello Farini. La 34Q divisione, comprendente il 113 2 , era giunta a Danzica il 12 gennaio 1813. Il suo effettivo ammontava a 2515 uomini ed il 113Q, comandato dal colonnello Martini aveva un effettivo di 21 ufficiali e 272 uomini; esso era diviso in due piccolissimi battaglioni con a capo i maggiori Casanuova e Bongini. Durante i primi due mesi il 1132 non uscì mai dalla piazza e fornì solamente guardie e corvées. Già fin dai primi giorni la guarnigione cominciò a perdere molti uomini e tali perdite aumentarono progressivamente fino agli inizi di febbraio allorchè ci fu una epidemia di tifo; malattie, clima e stanchezza furono le cause principali di tante perdite e il 1132 fu molto provato durante questi due mesi. Il 2 marzo la 34 divisione occupava le porte di Schidlitz, Stolzenberg, Ohra e Stadgebiet. Le ostilità iniziarono il 5 marzo: i russi la mattina attaccarono riuscendo a penetrare nelle quattro porte occupate dalla 34! divisione, ma furono arrestati davanti a Schottland. Tuttavia, l'arrivo di rinforzi ai nemici rendeva molto pericolosa la situazione della 34 divisione, quando il 62 napoletani giunse a portare aiuto. La battaglia-fu accanita finché non furono riacquistate le posizioni prima occupate: dopo vari movimenti di accerchiamento diretti dal generale Bachelu i nostri soldati si precipitarono sui nemici: le vie di Schottland, Ohra, Stadgebiet erano cosparse di soldati russi; essi ebbero 1.800 uomini tra morti e feriti. Anche molti ufficiali del 113 2 furono feriti in questi scontri (90). Si legge nel

(90) Furono feriti il capitano Patriarclù, il luogotenente Frieschi, il sottoluogotente Scianchi. A. MARTINEN, op. cit., 336.


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rapporto ufficiale di queste giornate: "Ci sono stati dei combattimenti corpo a corpo che fanno grande onore ai nostri soldati. Gli abitanti di Danzica, spinti dalla curiosità di assistere da lontano all'azione, furono fortemente sorpresi nel vedere i nostri piccoli volteggiatori fare prigionieri dei granatieri russi feriti a colpi di baionette" (91 ). A partire dal 5 marzo non vi furono che tentativi isolati sui nostri avamposti; il 24 marzo il 1132 prese parte con tutta la divisione ad una sortita ordinata dal generale Rapp. La divisione occupò le alture davanti a Wonnenberg mentre il generale Heudelet cacciava i russi da Borgfeld e da Saint Albrecht. Il 10 giugno giunse notizia della conclusione dell armistizio tra Napoleone, l'imperatore Alessandro e il re di Prussia ma, rotto l'armistizio, le ostilità ripresero il 24 agosto. I russi incalzavano insistentemente finché, "esauriti gli alimenti, ridotte le fortificazioni a mucchi informi di terra, smontato gran numero di artiglierie, mancando ormai uomini per continuare la difesa" (92), il generale Rapp convocò il consiglio di guerra il 23 novembre per trattare la resa. La capitolazione fu conclusa il 29 novembre 1813 a Langhfur; essa tra l'altro stabiliva che le truppe non reclutate nell'impero dovevano rientrare nei rispettivi stati e quelle reclutate in altri paesi potevano invece mantenere il possesso di Danzica fino al 12 gennaio 1814. Si legge infatti nelle "Memorie del generale Rapp", che le truppe francesi della guarnigione uscirono dalla piazza con armi e bagagli il 2 gennaio 1814 alle 1O del mattino: esse furono condotte all'interno della Russia dove li attendeva la prigionia. Il più bell'elogio che gli era stato rivolto si trova in una lettera scritta dal generale Rapp all'imperatore, datata 1Q gennaio 1814: "Non ho mai visto dei soldati tanto sprezzanti la morte come i resti della guarnigione di Danzica".

(91) Dal "Rapporto del generale Rapp". (92) N. G10RGErn, op. cit., p. 499. A questo punto la 34' divisione non contava che 1.341 uomini (Historique).


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Delle truppe francesi inviate in Russia quelle napoletane, giunte a Thorn, furono rimandate nel regno di Napoli perché il loro re, Gioacchino Murat, aveva abbandonato la Francia unendosi ai coalizzati. Francesi e toscani furono invece condotti in Russia dove ancora si trovavano molti soldati napoleonici sopravvissuti ai disastri degli anni precedenti. Più tardi, dopo la conclusione della pace generale, tutti furono rinviati nelle rispettive patrie. Meno dettagliate le notizie raccolte sulla difesa di Amburgo cui parteciparono i toscani del 28Q reggimento cacciatori a cavallo. La difesa di questa città era stata affidata al maresciallo Davout con il XIII corpo di armata; apparteneva a tale corpo la brigata di cavalleria Lallemand dalla quale dipendeva il reggimento toscano che ad Amburgo accolse tra le proprie file i veterani del 28Q bis tornati dalla Russia e lì inviati. I toscani ebbero modo di distinguersi in molte fazioni: il 16 settembre lo squadrone del capitano Del Testa "liberava da grande imbarazzo quattro battaglioni francesi" (93); ancora, il 26 gennaio ''nonostante il terreno gelato il 28Q cacciatori a cavallo caricava il nemico con grande slancio, in modo speciale segnalandosi il capitano Del Testa, il tenente Pandolfini ed il sergente Boni (94).

Per la tenacia del maresciallo Davout e delle sue truppe, Amburgo non si arrese ma fu consegnata il 12 maggio 1814. Il 25 dello stesso mese la guarnigione, in più colonne, prendeva la via del Reno, "i nostri connazionali rimpatriavano laceri e miseri, ma giustamente alteri di quanto avevano operato per l'onore ed il buon nome della patria e dei servizi incommensurabili resi alla Francia" (95).

(93) N. GIACCHI, op. cit., p. 211. (94) N. GIACCHI, op. cit., p. 211. (95) N. GIAccm, op. cit., p. 211.


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CAPITOLO VII

CAMPAGNA DI GUERRA DEL 1812 E DEL 1814

In seguito alla campagna di Russia si formò la sesta coalizione alla quale presero parte l'Inghilterra, la Russia, la Prussia, la Svezia e, in seguito, anche l'Austria (la Prussia sollevava la Germania contro il dominio napoleonico). Napoleone ricostituì un grosso esercito: anche al regno italico e ai dipartimenti imperiali fu richiesto uno sforzo considerevole. La Toscana con più di 4.700 giovani riempì vuoti del 1122 di linea, del 1132 e di altri corpi. Inoltre 150 giovani di famiglie nobili o agiate toscane furono arruolati in nuove compagnie di guardie d'onore: essi, con parecchi romani, ricomposero il 13Q usseri perito in Russia e ricostituito per decreto imperiale del 28 gennaio 1813. Ancora, la Toscana inviò 988 fanti dell' 86 coorte (96).

Le coorti erano state raggruppate con provvedimento del 12 gennaio 1813 per formare reggimenti di linea: 1'86!! coorte con la 85!! (composta di liguri) e la 2!! (composta di romani) costituì il 137 2 reggimento di linea. Questo è quanto dice Giorgetti (97) a proposito del numero dato a questo reggimento:

(96) In questa i toscani erano così ripartiti 600 del dipartimento dell'Amo; 217 del Mediterraneo; 171 dcll 'Ombronc. (97) op. cit., p. 461.


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"De Laugier nei Fasti e vicende (. ..) dà a questo reggimento il numero 135. Il Fieffé invece, nell'Histoire des troupes ( ... ) dà al reggimento stesso( ... ) il numero 137. Sebbene sia da credere che al Fieffé, impiegato al ministero della guerra francese, non dovessero fare difetto elementi e dati esatti; pur tuuavia, nel dubbio di lapsus calami o d'errore tipografico, avvenuto nel compilare o nel comporre la tabella mostrante come le coorti non francesi furono raggruppate in reggimenti ( .. .) preferisco seguire il De Laugier, il quale, testimone dei fatti e toscano, merita senza dubbio in questo particolare molta fede ( ... ). Il De Laugier poi non scrisse essere stati compresi in tale corpo dei liguri come risulterebbe dall'opera del Fieffé".

De Laugier era si testimone dei fatti e toscano, ma in questo caso si deve imputare a lui il 'lapsus calami o errore tipografico' poiché il reggimento formato anche dall'86!! coorte era proprio il 1372 • Si legge infatti nell'Historique di detto reggimento: "Il 1372, formato a Verona, era composto da quattro coorti: - la 2! formata dai dipartimenti di Roma e del Trasimeno - la 841 formata dai dipartimenti degli Appennini e del Taro - la 85! formata dai dipartimenti di Genova e di Montenotte - la 86! formata dai dipartimenti dell'Amo, dell'Ombrone e del Mediterraneo Costituito in principio da quattro battaglioni, un decreto imperiale del 17 giugno 1813 ridusse il reggimento a tre battaglioni: gli uomini del 42 furono versati negli altri tre ed il suo quadro tornò in Italia per ricevervi delle truppe di nuova leva destinate a difendere il nostro territorio transalpino invaso. Il deposito, rimasto a Verona dopo la partenza del reggimento per la Grande armata, si organizzò esso stesso in battaglione di guerra e divenne 5Q battaglione. Queste due ultime unità riunite sotto un unico comando formarono, agli inizi del 1814, un altro 137Q avente una esistenza propria; esso combatteva in Italia mentre il maggiore, racchiuso entro le mura di Magonza, lottava per l'onore della sua bandiera e non depose le armi che il 17 aprile 1814 " .

Quindi non solo ha ragione Fieffé nel dare il numero 137 a questo reggimento, ma anche ad asserire che in esso erano compresi liguri. Napoleone riuscì a mettere insieme una massa di 140 mila uomini con 600 cannoni e la addensò sull'Elba.


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Prima di passare allo studio dei fatti che caratterizzano questi due anni di campagna è opportuno vedere quali erano le condizioni dei due reggimenti toscani agli inizi del 1813. Il 1132 era così ripartito: il 12 battaglione era in marcia da Burgos ad Orléans dopo la conclusione della campagna di Spagna; il 2 2 battaglione si rifonnava in quest'ultima città, sotto gli ordini del capobattaglione Bongini. Era stato disciolto nel 1812 dopo la presa di Ciudad Rodrigo; il 32 e il 4 2 battaglione, ridotti ad un effettivo di 210 uomini a causa delle durissime prove sofferte durante la ritirata di Russia, si trovavano a Danzica. Il 2 aprile 1813 l'imperatore ordinò di aggregare al 52 battaglione in deposito gli uomini che li componevano e di formare con nuovi coscritti due nuovi battaglioni che avrebbero preso i numeri 3 e 4. Tra i documenti amministrativi del 282 reggimento cacciatori a cavallo ve ne è uno relativo alla riorganizzazione del 52 squadrone e alla formazione del 42 bis (98); altri documenti lamentano la mancanza di numerosi ufficiali per completare quadri dei cinque squadroni (99). Vi è infine uno "Stato nominativo degli ufficiali del reggimento all'epoca del 12 giugno 1813" indicante la posizione di ognuno e i cambiamenti avvenuti a partire dal I 2 gennaio (100). Il 282 reggimento durante il 1813 fu interamente impegnato ad Amburgo sicchè le altre azioni di quell'anno riguardano esclusivamente il 1132 reggimento fanteria di linea. Il 1132 , dopo la sua ricostituzione, fu assegnato il 26 gennaio 1813 alla quarta divisione del I corpo d'osservazione del Reno che era agli ordini del duca di Yalmy. Esso doveva portarsi a Magonza per esercitarsi e poi, dopo l'ispezione del maresciallo Kellennann doveva essere inviato a Wurtzbourg alla divisione Turreau del corpo d'osservazione di Baviera. Allo scopo di segui-

(98) Appendice documento n2 XLII. (99) Appendice documenti n 2 XLIII-XLIV. (100) Appendice documento n 9 XLV.


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re tali manovre il 22 battaglione riorganizzato lasciò il 15 gennaio Orléans per Parigi dove il 12 giugno fu raggiunto dal 12 battaglione; successivamente, il 20 giugno, il 22 battaglione partì da Parigi e giunse a Magonza il 17 luglio e a Wurtzbourg il 19. Le prime tre compagnie del 12 battaglione lasciarono Parigi il 20 luglio e giunsero a Magonza l' 11 agosto e a Wurtzbourg il 28. Le ultime tre compagnie del battaglione, di cui l'organizzazione non era stata completata, giunsero a Magonza solo il 30 settembre. Il 32 e il 42 battaglione non poterono riorganizzarsi per mancanza di uomini. Solo i loro quadri furono inviati a Magonza dove il maresciallo Kellermann aveva costituito un nuovo corpo d'osservazione con dei coscritti, fuggiaschi e disertori della Grande armata, che fermava al loro passaggio in questa città. I quadri dei due battaglioni, con un effettivo di 17 ufficiali e 70 sottufficiali e graduati di truppa, giunsero a Magonza il 30 settembre. Il 7 ottobre il ministro della guerra informava il duca di Valmy, comandante il corpo d'osservazione di Magonza, che il generale Augereau aveva, in seguito ad un ordine del principe di Neuchatel, lasciato Wurtzbourg il 27 settembre per portarsi sulla Saale. Lasciò a Wurtzbourg i generali Turreau e Bagueris con i due battaglioni del 1132 , due compagnie del 132 usseri - formato da toscani e romani- un battaglione del 292 leggero, uno del 127 2 e del 1282 e 1500 convalescenti: in tutto circa 5.500 uomini. In una lettera inviata all'imperatore da Magonza il 1O ottobre, il duca di Valmy diceva di "aver incorporato dei fuggiaschi del1'armata nei quadri dei battaglioni che erano a Magonza per esservi riequipaggiati e riportati alla disciplina; ne aveva destinati 580 al 32 battaglione del 1132 e 630 al 42 battaglione dello stesso. Ma l'epidemia di tifo che si abbattè su Magonza decimò questi effettivi verso la fine del 1813 per cui si dovette, in dicembre, procedere ad una riorganizzazione del 12 , del 32 e del 42 battaglione del 113 2 in preparazione del proseguimento della guerra". Quanto al 2 2 battaglione e alle tre compagnie del 12 battaglione, rimaste a Wurtzbourg con il generale Turreau, furono raccolte nella piazza a partire dal 25 ottobre; poi nella cittadella dove


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rimasero fino alla firma della Convenzione del 23 aprile 1814 che prescriveva l'evacuazione di tutte le guarnigioni francesi esistenti ancora al di là del Reno.

*** Nel 1814 la guerra si svolse sul suolo francese dopo il fallimento dei tentativi di pace fatti al congresso di Chatillon. Il 26 dicembre 1813 l'imperatore emanava un decreto che disponeva la costituzione di un'armata di riserva a Parigi. Il 12 , il 3Q e il 4Q battaglione del 113Q dovevano fare parte di quest'armata posta al comando del generale Gérard. Il 2 gennaio 1814 un nuovo decreto prescriveva che detta riserva sarebbe stata composta di due divisioni su tre brigate ciscuna. I tre battaglioni del 1132 comandati dal colonnello Thiébault, nominato al posto del colonnello Martini, rimasto a Danzica a disposizione del comando d'armata, formavano la 3!! brigata della I divisione comandata dal generale Dufour. Questi tre battaglioni partirono da Orléans e giunsero a Troyes il 14 gennaio; furono allora distaccati per rinforzare il corpo d'armata del maresciallo duca di Treviso che aveva al suo comando due divisioni e la cavalleria della vecchia guardia. Basterà qui ricordare come Napoleone, "vincitore il 29 gennaio a Brienne, vinto il 12 febbraio a La Mothière, vincesse il 1O di quel mese a Champaubert, l' 11 a Montmirail, il 12 a Chateau Thierry, il 14 a Vauchamps, il 18 a Montereau (101); dove si distingueva, per valore spiegato, il 113Q di linea". Il 7 febbraio 1814 il principe di Neuchatel scriveva da No-

(101) "I critici militari ritengono la campagna del 1814 uno dei momenti più notevoli dell'epoca napoleonica, dal punto di vista dell'abilità strategica dell'imperatore.( ... ). Napoleone, anche secondo le testimonianze di osservatori e memorialisti ostili, superò sè stesso in questa campagna del 1814, che sembrava assolutamente disperata. Ma aveva pochi soldati, e i Marescialli erano letteralmente sfiniti e commisero una serie d'errori per cui Napoleone non potè sfruttare al massimo le sue brillanti vittorie". E.V. TARLB, op. cii., p. 357.


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gent al ministro della guerra: "Ho dato l'ordine al duca di Ragusa di far incorporare subito tutti i soldati del 1132 nei migliori quadri del suo corpo d'armata e di rinviare i quadri del 1132 al loro deposito ad Orléans". L'esecuzione di quest'ordine mise fine all'esistenza del 1132 • I quadri e il deposito del reggimento, ridotti ad un debole effettivo, rimasero ad Orléans fino alla fine della campagna e non presero parte ad alcuna operazione ( 102). Napoleone abdicò il 6 aprile a Fontaineblau; nell'atto di abdicazione dichiarava di rinunciare per sè e per i suoi eredi, ai troni di Francia e d'Italia. In virtù di tale dichiarazione fu stipulato un trattato (11 aprile 1814) tra rappresentanti delle potenze della lega e quello di Napoleone raccolti a Fontainebleau. In base al trattato "l'isola d'Elba, adottata dall'imperatore Napoleone per luogo di suo soggiorno, formerà, durante la sua vita, un principato separato, che sarà posseduto da esso in piena sovranità e proprietà (... )" (103); inoltre "Sua Maestà l'imperatore Napoleone potrà condurre seco, e conservare per sua guardia, quattrocento uomini di buona volontà, tanto uffiziali, che sottuffiziali e soldati" ( 104).

(102) Nell'opera di N. GJORGETIJ, op. cit., p. 473, si legge a proposito della resa di Parigi del 30 marzo che "circa trentamila combattenti, messi insieme raccogliendo depositi reggin1entali, fra' quali vennero menzionati quelli del 1132 di linea e del 28 2 cacciatori a cavallo, schiere di corpi diversi, invalidi, allievi della Scuola politecnica, guardie nazionali e operai armati avevano difese le vie d'accesso, sulla destra della Senna". (103) N. G10RGEm. op. cit. , p. 474. (104) N. G10RGE1· r1, op. cit., p. 474.


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8()()

CONCLUSIONI

Nel corso di questa trattazione si sono seguiti i due reggimenti toscani dal momento della loro formazione a quello del loro scioglimento avvenuto nei primi mesi del 1814; essi quindi non hanno preso parte come corpi organici al tentativo napoleonico di riprendere la corona imperiale di Francia dopo il breve periodo di esilio all'isola d'Elba. Tuttavia dei toscani furono ancora con Napoleone durante i cento giorni. Egli infatti sbarcando all'Elba il 14 maggio 1814, vi aveva trovato di guarnigione un battaglione del 35Q reggimento di fanteria leggera (105) formato quasi interamente di toscani e piemontesi che, avuto sentore dell'arrivo del sovrano, l'avevano atteso nell'isola, invece di rientrare in Francia; l'imperatore riordinò questa piccola schiera e gli dette il nome di 'battaglione cacciatori fiancheggiatori dell'Elba'; essa fu incorporata, durante i cento giorni del restaurato impero, nel 1Q 'reggimento volteggiatori della guardia'. I toscani hanno dato (insieme a molti altri italiani) un contributo altissimo di uomini; si cercherà ora di fornire qualche dato. In Toscana, dopo che - divisa nei dipartimenti dell'Arno, dell'Ombrone e del Mediterraneo - fu annessa all'impero (24

(105) Questo reggimento era stato formato il 27 gennaio 1810, con coscritti rerutenti dei dipartimenti italiani, ed era stato chiamato 'reggimento del Mediterraneo', e poi '1 2 reggimento del Mediterraneo' 1'11 marzo 1811. Infine il 20 settembre 1812 aveva avuto il nome di '35 2 leggero".


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marzo 1808), vi fu introdotta la coscrizione obbligatoria. La prima leva classe 1788 ebbe un gettito di 1200 reclute; altre sei leve, dal 1809 al 1813 compresi, portarono ad un totale di circa 14.700 toscani incorporati negli eserciti francesi: leva del leva del leva del leva del leva del leva del leva del

1808 1809 1810 1811 1812 1813 1813

uomini uomini uomini uomini uomini uomini uomini

1.200 1.500 1.500 2.380 2.380 4.760 980 dell' 86! coorte.

A questi vanno aggiunti 4 mila uomini che avevano fatto parte del piccolo esercito del regno d 'Etruria e circa 2 mila volontari, quasi tutti ufficiali (106). Spesso la Francia si è dimenticata di questa preziosa collaborazione; ma "quel sangue generoso non fu per noi versato invano. Quel periodo eroico costituì la preparazione spirituale e tecnica per la nostra unità nazionale: in esso - scrisse Napoleone nelle sue memorie- !' esprit national s' etait formé ( 107). La partecipazione italiana alle campagne napoleoniche ridestò quindi un sentimento nazionale e permise di acquisire capacità militari che verranno messe a frutto durante il Risorgimento; molti dei gloriosi reduci dalle campagne di Napoleone divennero figure di primo piano di quel periodo: per ricordarne solo uno, il toscano Cesare De Laugier che partecipò onorevolmente alla prima campagna della nostra indipendenza e meritò a Curtatone e Montanara la medaglia d'oro al valore "per aver valorosamente resistito per molte ore alla testa delle sue truppe e quindi essersi saputo aprire una ritirata terribile per il nemico ed onorevolmente per le nostre armi, conducendo a Goito, per quanto ferito, gli avanzi delle sue truppe" (108). (106) N. 0IORGEITI. op. cit., p. 322. (107) N. G 10RGETTI, op. cit., p. 271. (108) cfr. Enciclopedia Militare.


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I MARESCIALLI

AUGEREAU BERTHIER BESSIERES GOUVION SAINT-CYR KELLERMANN MARMONT MORTIER NEY PERIGNON

duca di Castiglione principe di Neuchatel duca d'Istria conte dell'impero duca di Valmy duca di Ragusa duca di Treviso duca d'Elchingen conte dell'impero

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GIAMPIERO

A VANZ[NI

CATALOGO DELLE CARTOLINE POSTALI IN FRANCHIGIA

SOMMARIO: Nota introduttiva - La Cartolina Postale Italiana in Franchigia - Le cartoline "non ufficiali" e di propaganda - Criteri di catalogazione delle C. P. F. 1915-'18 - Varietà di stampa ed altre diversità ricorrenti - J colori, lo stemma, aspetti grafici, difetti di stampa, varietà di carta - Classificazione Cartoline senza cartiglio di diffida - Classificazione Cartoline con cartiglio al centro - Classificazione Cartoline con cartiglio a sinistra Classificazione Cartoline con Vittoria alata su gran pavese Classificazione Cartoline della R. Marina - Elenco delle Ditte stampatrici delle Cartoline "ufficiali" - Bibliografia

NOTA INTRODUTTIVA

Nel marzo del 1915 il Ministero delle Poste nominò una Commissione di studio con il compito di verificare e proporre modifiche alle disposizioni contenute nel "Decreto quadro" n. 1513 del 28. XII. 1913 che prevedeva la costituzione di un Servizio di Posta Militare in caso di mobilitazione e di conflitto armato. Così fra i servizi attivati all'approssimarsi della guerra, quello della Posta Militare era fra i meglio attrezzati a fronteggiare l'emergenza.


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Una Commissione, presieduta dal Colonnello Emanuele Franco, propose alcune varianti al servizio, che furono assorbite e codificate nel R. D. 655 del 13.5.1915 con il quale si definivano: - l'articolazione ed il funzionamento degli Uffici; - la gerarchia ed i compiti del personale addetto; - il materiale ed i mezzi necessari al Servizio di Posta Militare; - le modalità per la distribuzione ed il recapito dei vari tipi di corrispondenza. Ciò che interessa soprattutto in questa sede è che la Commissione provvide al la formulazione degli schemi dei RR. Decreti riguardanti le agevolazioni fiscali per la corrispondenza dal fronte al Paese. Si trattava di una nuova normativa per la concessione di quel particolare "privilegio" che in passato veniva accordato alla nobiltà ed al clero, cioè la franchigia postale. Per la corrispondenza militare, più che un privilegio, la concessione si configurava come un simbolico dono dello Stato, dettato da un'esigenza morale, a quei due cittadini che difendevano in armi il bene comune. Analoghe normative e per le stesse ragioni era stata introdotta negli ordinamenti giuridici degli altri Paesi belligeranti. Ci pare opportuna, per dare un taglio più scientifico allo studio, elencare alcune delle principali disposizioni di legge che hanno regolato, nel periodo compreso fra l'Unità d'Italia e la Grande Guerra, la concessione dellafranchigia militare e la introduzione delle "speciali cartoline". Un primo riferimento alla franchigia militare lo si trova nel T. U. delle Leggi postali approvato con R. D. n. 501 del 24. XII. 1899, con il ',Uale si ammette "temporaneamente in esenzione delle tasse postali e nell'interno del Regno, la circolazione di speciali cartoline spedite dai militari del R. Esercito e della R. Marina. C'è poi l'art. 54 del "Regolamento generale sul Servizio Postale" approvato con R. D. n. 120 del 10. 2. 1901 il cui contenuto verrà ripreso nel "Decreto sul servizio postale" del 1913 con le varianti previste per "il tempo di guerra" definitivamente appro-


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vate il 13.5.'15 con R. D. n. 655. All'art. 81 di quest'ultimo Decreto si dispone che: " .. .il bollo dell'ufficio di P. M. sulle corrispondenze prive di francatura è considerato come apposizione di francobollo il cui costo è da considerarsi a carico del destinatario, salvo provvedimenti speciali di esenzione, consigliati dallo stato di guerra". Ma già nel 1912, durante la guerra italo-turca, era stata concessa alle truppe in Cirenaica la franchigia in base all' O .d.g. n. 175 del Comando del Corpo di occupazione della Libia del 12.7.1912. Nel maggio del 1915 con Decreto Governatoriale n. 9005 e con decorrenza 9.6.1915 fu estesa la franchigia per la corrispondenza delle truppe dalla Tripolitania al Paese e verso altre colonie. Queste agevolazioni ed esenzioni di tasse per i militari di stanza in Tripolitania e Cirenaica saranno revocate con Circolare ministeriale 971054 del Ministero P.T. 21.2.1917. Ed ancora con il R D. n. 686 del 23.5.1915 si autorizzava " ... temporaneamente in esenzione delle tasse postali e nell'inter~o del Regno la circolazione di speciali cartoline spedite dai militari del R. Esercito e della R. Marina". Qualche giorno prima e per l'esattezza il 18.5.1915, il C.C.S.M. (Comando Corpo Stato Maggiore) aveva emanato la Circolare n. 4260 diretta ai Comandi militari, con la quale si informava della istituzione di una cartolina postale speciale per la corrispondenza da Esercito al Paese e veniva demandato l'incarico della fabbricazione e distribuzione al Ministero delle P.T.. Con successiva Circolare n. 1099 dell'Intendenza Generale dell' 1.7.1915 veniva precisato che: "hanno corso in franchigia le cartoline speciali fabbricate dalle autorità militari e somministrate in ragione di 3 per settimana ad ogni militare ... ". La suddetta disposizione sarà valida fino al 20.7.1916, data di emanazione del D L. n. 905 che disciplinò la concessione delle cartoline "ufficiali" portando il numero da 3 a 7 ed abrogando la franchigia per le cartoline, fino a quella data tollerate, prodotte dall'industria privata.


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Nel luglio del 1917 l'assegnazione ( 1) settimanale sarà ridotta da 7 a 4. Va aggiunto che all'inizio dello stesso anno furono stampate Cartoline di propaganda per lanciare il IV Prestito Nazionale con una assegnazione di una cartolina per ciascun militare (Circ. Intendenza Generale n. 36347 del 14. 2.1917). Successivamente le varie Autorità militari avevano emesso un così grande numero di cartoline di propaganda, per le quali veniva concessa la franchigia come a quelle del tipo ufficiale, che si rese necessario regolamentarne la produzione con una nuova circolare dell 'Intendenza Generale n. 73250 del 10.3.1918. Venne stabilito che le cartoline di propaganda potevano essere emesse dai soli Comandi d'Armata e la distribuzione settimanale doveva osservare precise limitazioni. Per quanto riguarda i successivi decreti relativi alla introduzione dei diversi tipi di cartoline "ufficiali' si rinvia alla parte che tratta dei criteri di classificazione.

LA CARTOLINA POSTALE ITALIANA IN FRANCHIGIA Sarà bene ricordare che la scelta della cartolina postale (già sperimentata con buoni risultati dal "Corpo di Spedizione" duran-

(1) La dislribuzione settimanale delle Cartoline in franchigia subì continue variazioni correlale alle maggiori o minori difficoltà nelle operazioni di smistamento e recapito della corrispondenza dal fronte al Paese. Si precisano di seguho quantità e periodi. - N. 3 per settimana: dal 23.5.1915 al 20.8.1916; usabili sia per il Paese che fra militari al fronte. - N. 3 per settimana: dal 27.10.1915 usabili solo per il Paese. Per tutto il periodo e cioè fino al 20.8.16 furono tollerate in franchigia le cartoline prodotte dall'industria privata. - N. 7 per settimana: dal 21.8.1916 al 31.10.1916; usabili per il Paese e per il fronte . - N. 7 per settimana: dall'l.11.1916 al 21.7.1917; usabili solo per il Paese. - N. 4 per settimana: dal 22.7.1917 _ali' 1.8.1917; usabili per il Paese e per il fronte. - N. 4 per settimana: dall'agosto in poi usabili solo per il Paese.


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te la guerra di Libia) si proponeva come il mezzo di corrispondenza più pratico e funzionale alle oggettive difficoltà di scrittura create dai disagi della trincea e dal basso livello culturale delle truppe, in gran parte semianalfabete. Né si possono dimenticare altri dati positivi di questo "mezzo". In primo luogo "la provvista delle Cartoline ... riservata allo Stato" attribuiva alle stesse carattere di carte valori e consentiva varie forme di controllo contro i possibili abusi, permetteva di predeterminare centralmente le assegnazioni ed i quantitativi necessari, evidenziava i dati anagrafici, gerarchici, di reparto ecc. del mittente e rendeva possibile un celere flusso di brevi notizie, facilmente censurabili, fra i soldati e le famiglie. In un primo momento si ipotizzò addirittura che i militari dovessero corrispondere esclusivamente con le cartoline in franchigia, inibendo la possibilità di scrivere lettere, raccomandate, espressi ecc. e ciò al fine di semplificare le operazioni di censura e di alleggerire il lavoro degli Uffici di Posta Militare. Questa proposta venne però bocciata dal Comando del Corpo di Stato Maggiore. Comunque l'uso di queste cartoline fu eccezionalmente elevato e coprì certamente oltre il 50% del movimento complessivo delle corrispondenze ordinarie dall'Esercito al Paese. Se si considera che nel periodo 29.5.1915-3 1.12.IS la quantità di posta ordinaria spedita dai soldati alle famiglie fu di 2.213.015.490 pezzi (2), si può azzardare l'ipotesi che le cartoline "ufficiali", complessivamente spedite, superarono il miliardo con una media di 800/900.000 pezzi al giorno! Il grande uso di questo mezzo, se da un lato confermò la sua idoneità dall'altro creò nei primi mesi difficoltà al servizio di Posta Militare. Si registrarono casi di ingombro e di posta inesitata ed altre disfunzioni dovute anche alle seguenti cause oggettive: a) Il fronte era in movimento e gli uffici di P.M., da poco (2) B. CAD10LI- A. CECCH!, La Posta Militare italiana nella prima Guerra Mondiale, Stato Maggiore dello Esercito - Ufficio Storico Roma, pag. 275.


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istituiti, non riuscivano ad assicurare lo smistamento e I 'inoltro di questa massa di cartoline con la celerità necessaria; b) vi erano incertezze di competenza fra gli uffici postali militari, (i soli abilitati a spedire le cartoline speciali) e gli uffici postali civili; c) vi erano ritardi nella stessa fornitura delle Cartoline Postali in franchigia da parte del Ministero, con le conseguenti difficoltà di assegnazione ai reparti combattenti. Ma, come sappiamo, nel primo periodo a questa ultima carenza sopperì la produzione dell'industria privata. Alle critiche ed alle proteste della popolazione e della stampa seguirono le sollecitazioni del Governo sulla Direzione superiore della Posta Militare ed anche sulla burocrazia ministeriale. Cosicché, sul finire dell'estate 1915, il Servizio, superato il burrascoso periodo di rodaggio, cominciò a funzionare in modo accettabile.

CARTOLINE "NON UFFICIALI" E DI "PROPAGANDA" Si è fatto cenno in precedenza alle cartoline in franchigia non ufficiali, prodotte dall'industria privata. Queste cartoline non sono oggetto del presente studio; tuttavia ci sarà consentito di fare al riguardo qualche utile annotazione. Per superare la iniziale carenza di cartoline il Ministero delle Poste ne autorizzò l'uso ed il corso in franchigia, con la sola esclusione di quelle che riproducevano panorami o località della zona di guerra. All'inizio furono messe i vendita cartoline ad un solo colore riproducenti la bandiera nazionale in numerose varianti o con la indicazione, insieme ai dati del mittente, della scritta "Zona di Guerra". Fino dai primi mesi di guerra l'industria privata, oltre ai vari tipi di cartoline in franchigia non autorizzate ma tollerate, cominciò a stampare cartoline illustrate dai più svariati soggetti: paesaggi anonimi, immagini patriottiche, vignette umoristiche sulla


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vita di caserma, ecc.. Per regolamentare questa produzione con la Circ. n. 537 del Comando Supremo, del 14.1.1916 fu sancito il divieto di pubblicare fotografie, disegni, .schizzi d'argomento militare senza averle prima sottoposte alla approvazione degli appositi organi di controllo e cioè I 'Ufficio Revisione Stampa, le Prefetture o gli Uffici Provinciali di Censura. Gli estremi dell'autorizzazione dovevano essere riportati a stampa sulle cartoline.

Le Cartoline di Propaganda

Nel settore della propaganda, attivato, con sorprendenti analogie nei messaggi verbo-visivi, dai Governi dei Paesi belligeranti, un ruolo non secondario (oltre ai giornali di trincea, ai manifesti murali, ai volantini, ecc.) fu assegnato alle Cartoline postali. Sarebbe estremamente arduo quantificare con precisione la produzione delle cartoline "di guerra" stampate fra il '14 e il '18. Si può ipotizzare che almeno in Italia ne siano stati stampati parecchie migliaia di tipi. Per quanto riguarda il contenuto del messaggio propagandistico "affiorano" in esse almeno tre grandi raggruppamenti tematici: a) nel primo possiamo collocare quelle cartoline che sono stampate con finalità prevalente di determinare, rassicurare o rafforzare l'abito mentale del soldato e la motivazione del suo atteggiamento guerresco; b) in un secondo raggruppamento di cartoline si possono cogliere dei motivi più specificamente indirizzati al cittadino. Alcune di esse si propongono di rafforzare il morale dei familiari dei soldati al fronte, altre accusano i "pescicani" o i disfattisti altre ancora esortano a lavorare ed a produrre di più; c) indirizzato a mettere in cattiva luce ed a tratteggiare negativamente l'immagine del nemico, appare il terzo raggruppamento. L'austriaco o il tedesco assumono i lineamenti del barbaro


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invasore, senza dio, ottuso e sanguinario dedito alla distruzione ed al saccheggio. Non sempre l'efficacia del messaggio e la qualità dell'immagine erano di buon livello, ma chi non Iicorda l'indice puntato del fante - disegnato da Mauzan - che invitava i cittadini a sottosciivere per il Prestito Nazionale? Sulla parte anteriore venivano stampati disegni, immagini, vignette affidate ai più noti illustratori e caricaturisti dell'epoca (basta ricordare A. Beltrame, A. A. Rubino, G. Mazzoni, A. Mussino, E. Colmo "Golia, ecc.) oppure riportavano, stampati a colori, proclami o frasi di incitamento alla vittoria. Al verso della cartolina si nota lo stemma sabaudo di varia fattura e dimensione, solitamente collocato sulla destra e talvolta al centro in alto. Diciture, cartiglio di diffida e formulario per il mittente sono del tipo consueto anche se •presentano composizione e caratteri diversificati. Nel terribile inverno 1917-'18 queste cartoline vennero distribuite senza limitazione alcuna ed fuori dubbio che anche esse contribuirono al risveglio dell'Esercito italiano dopo Caporetto.

CRITERI DI CATALOGAZIONE DELLE CARTOLINE POSTALI IN FRANCHIGIA 1915-'18 Vari possono essere i criteri di catalogazione a seconda che venga privilegiato l'aspetto della storia postale, si cerchi cioè di collegare la cartolina "viaggiata" alle disposizioni legislative e postali che ne regolarono a suo tempo la emissione, l'utilizzo, l'apposizione dei bolli di partenza e di arrivo ecc., o della Storia tout court, ove si consideri la cartolina come "documento" dal quale far derivare l'arma e il reparto di appartenenza del mittente, il luogo di provenienza, i fatti d'arrne di interesse storico-militare che si verificavano in quel dato periodo. Dall'esame poi del contenuto del messaggio - censura permettendolo - possono emer-


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gere riferimenti socio-storici e testimonianze sulle condizioni e sul morale dei combattenti. Con questi ed altri criteri sono già state compiute ricerche e pubblicazioni di grande valore, che vengono raccomandate al lettore nella bibliografia. Mi piace tuttavia segnalare, poiché la condivido, la periodizzazione formulata da Franco Filanci, sostenitore del carattere di "carta valore ufficiale" della cartolina postale in franchigia:

1'2 Periodo: 23.5 - 22.11.1915 - in cui le speciali cartoline sono carte valori, ma a causa della loro insufficiente distribuzione, si tollera anche l'uso in franchigia di cartoline dell'industria privata, purché regolarmente bollata. 2!? Periodo: 23.11.' 15 - 31 .7.' 16 - in cui le C. P. F. non sono più carte valori; al loro posto, in base al D .L. del 21.11.' 15 la franchigia è accordata dal bollo della P.M. o altro equivalenté.

J!? Periodo: 1.8.' 16 - Luglio '20 - in cui le C. P. F. sono nuovamente carte valori, le uniche ammesse alla franchigia. Ma la classificazione, su cui si basa il presente catalogo, consta dei seguenti periodi:

F Periodo: Giugno 1915 - 30.11.' 16 -

(R.D. n. 686 del 23.5.' 15) - la cartolina si presenta senza il cartiglio di diffida alla produzione ed alla vendita. 2!? Periodo: 1 .12.' 16 - 31 I 12.' 16 - 30.6.' 17 - (D. Luogotenenziale n. 905 del 20.7.' 16) - la cartolina presenta il suddetto contrassegno di diffida a sinistra dello stemma con bandiere. L'uso di questa cartolina fu tollerato fino al Giugno 1917 e pertanto la cartolina del 3Q tipo entrò in vigore il 1.7.' 17, anziché il 1Q Gennaio dello stesso anno.

3!? Periodo: 1.7.' 17 - 28.2.' 18 - il cartiglio di diffida viene stampato in alto sul lato sinistro della cartolina.


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4 12 Periodo: 1.3 .' 18 in poi (D. Luogotenenziale n. 334 del 14.2.1918) - nuova impostazione tipografica del testo e del cartiglio, nuovo disegno policromo delle bandiere dei paesi alleati, sovrastate dalla Vittoria alata. Cartolina per la Marina (R. Decreto n. 687 del 23.5.' 15) simile a quella dell'Esercito con aquila sabauda sopra l'ancora, al posto dello stemma.

CARTOLINA CON STEMMA SABAUDO E BANDIERE (1915-1917)

-

Prestare attenzione: alla lunghezza della 1l! e 2l! riga orizzontale del testo: Cartolina postale italiana in franchigia Corrispondenza del R. Esercito

ed alle varietà dei caratteri. - alla dimensione dello Stemma con bandiere collocato a sinistra della cartolina (diametro orizzontale e verticale) ed alle varietà nel disegno della corona, dello scudo, del collare, dei nastri e delle ombreggiature. Ed ora procediamo ad un esame più dettagliato delle principali caratteristiche grafiche e delle varietà:

1. I colori I colori determinano varietà assai significative sia nel caso di assenza di alcuni di essi rispetto ai quattro normalmente ricorrenti, sia per i loro spostamenti di stampa rispetto al sottostante disegno. La coloritura normale è data dalla presenza del nero-rossoverde-giallo. In certi casi manca il giallo, in altri il nero, talvolta


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sono presenti solo il rosso ed il verde (in quest'ultimo caso anche il testo è stampato in verde). I colori si presentano in varie tonalità: - il rosso va dal carminio al vermiglio; - il verde va dal verde giallo al verde bottiglia; - il giallo va dal paglierino all'arancio scuro. Esiste qualche raro esemplare "senza colore" con il solo tratto in nero od in bruno del disegno e del testo. Altra varietà non comune è data dall'impiego del colore oro scuro sulla corona e sul collare. 2. Lo stemma

Per le cartoline dei primi tre periodi e cioè dal giugno '15 al 28.2.' 18 gli elementi costitutivi dello Stemma, che andremo ad esaminare separatamente sono: a) La corona

La corona è collocata al di sopra dello scudo, spesso è a contatto con esso, talvolta è distanziata uno o due mm. La base è costituita da un cerchio prospettico, la cui larghezza variando da 3 a 5 mm., determina sensibili varietà nella forma della corona. Le quattro volute che convergono al centro nella parte alta sono decorate da piccole sfere (perle o pietre preziose) e sorreggono la croce che sovrasta e chiude la corona. Il disegno della croce si presenta in svariate forme. Oltre al giallo, quasi sempre presente sulla corona, il colore che determina varietà significative è il rosso, che spesso interviene a simulare il copricapo di velluto interno alla corona, in altri casi con piccoli punti o segmenti ad indicare rubini, ecc., che ornavano la base. Nelle cartoline a due colori (verde-rosso) la corona è verde. Nelle cartoline a tre colori (verde-rosso-giallo) la corona è in giallo.


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Nelle cartoline a tre colori (verde-rosso-nero) la corona è in nero. b) lo scudo

Lo scudo con la croce di Savoia, presenta varietà consistenti nel suo lato superiore che non sempre è lineare, talvolta converge al centro in una punta che si incunea nella base della corona. I vertici dei due quadranti superiori non sempre terminano ad angolo. Il contorno dello scudo presenta spesso una doppia linea. Il tratteggio all 'intemo dei bracci della croce può essere orizzontale o verticale ma può essere anche parzialmente o totalmente assente. c) Il collare

Oltre alle numerose differenze di disegno, che danno al collare ora un aspetto rigido e massiccio, ora leggero ed articolato, il dato più significativo da esaminare è la presenza o meno del motto FERT, ripetuto due volte nella parte bassa del collare. Anche il nodo sottostante presenta significative diversità che sarà opportuno tenere di conto. d) Le bandiere

La collocazione dei drappi, due per lato, è assai uniforme. V aria è la dimensione ed il lato inferiore lineare oppure ondulato. Le aste ed i nastri in alcuni casi sono sono filiformi in altri a

tratto doppio. Attenzione dovrà essere prestata alla lunghezza ed al "movimento" dei nastri. Sui drappi in molti tipi appaiono ombreggiature a tratteggio. In qualche caso manca la linea divisoria in nero dei colori verde e rosso.


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3. Aspetti grafici Altri elementi di diversificazione si possono rilevare osservando la stampa, l'impostazione grafica ed i caratteri usati. Pertanto, per completezza di analisi dobbiamo soffermarci ancora su quelli che genericamente chiameremo "aspetti grafici". a) Le differenze dei caratteri, nelle due righe orizzontali del testo, pur nell'ambito del "corsivo", sono evidenti .. . - nella lettera Cdi Cartolina, (talvolta G); - nella lettera p di postale, (in alcuni tipi è maiuscola); - nella lettera i di italiana, (in alcuni tipi è maiuscola); - nella lettera/ di franchigia, (in alcuni tipi è maiuscola); - nella lettera R di R. Esercito; ma sopratutto nella lettera... "g" di franchigia che può essere considerata la "lettera chiave" per la identificazione dei vari tipi di cartoline emesse nel biennio 1915-1916. Le varietà di questa lettera sono molto evidenti ma si dovrà tenere conto anche della distanza che la separa dalla punta della seconda lancia a sinistra dello Stemma. b) Nella parte sinistra della cartolina il testo (destinato al mittente) è stampato verticalmente e presenta alcune differenze di impostazione grafica, in particolare: - le spaziature fra le righe puntinate e fra le singole parole, la forma delle graffe che uniscono Cognome-nome, reggimentoarma, ecc,. Differenze visibili riguardano la parola Grado ed in particolare l'iniziale G. La varietà di maggior rilievo, su questo lato della cartolina, è data dalla soppressione, (ordinata nei primi mesi del conflitto per non chiare finalità di segreto militare) della stessa parola Grado. c) Nel lato destro per destinatario ed indirizzo prestare attenzione alla grafia di "Al"; alla punteggiatura e sottolineatura della 4" riga; alla 1un ghezza ed ai caratteri della scritta (Prov. di ......... ); al logotipo (nome e Sede della Tipografia Editrice).


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4. Difetti di stampa

Per la stampa del testo e dei colori si segnalano le seguenti varietĂ : - impressione difettosa del testo; - spostamento dei colori; - spostamento del rosso; - spostamento del verde; - spostamento del giallo; - stemma a colori piĂš scuri; - arancione al posto del giallo; - rosa al posto del rosso; - stampa in bruno-marrone; - mancanza del verde; - mancanza del giallo; - striscia rossa alla base della corona; - mancanza di ogni colore (solo il nero).

5. VarietĂ della carta

Per quanto riguarda colore e varietĂ della carta si segnalano i seguenti tipi: - Cartoncino crema; - Cartoncino crema-grigiastro; - Cartoncino grigio perla; - Cartoncino bianco; - Cartoncino bianco cenere; - Cartoncino ocra; - Cartoncino giallo; - Cartoncino giallo-rosa; - Cartoncino simil-pergamena; - Cartoncino vergato orizzontalmente o verticalmente; - Cartoncino di spessore doppio.


Catalogo della cartoline postali in franchigia

835

Dopo aver consultato negli ultimi anni una grande quantità di materiale e seguendo il criterio già adottato in un mio precedente studio, ho cercato di proporre una rigorosa catalogazione delle cartoline in franchigia, avendo presenti i quattro periodi prima indicati e durante i quali furono introdotte modificazioni sostanziali nella composizione tipografica e nello stesso disegno per poi evidenziare le innumerevoli varietà di caratteri, colori qualità della carta, ecc ..

VARIETÀ DI STAMPA, DI COMPOSIZIONE ED ALTRE DIVERSITÀ Il principale motivo del grande numero di varietà nei caratteri, nel disegno, nei colori, ecc; - riscontrabili in particolare nelle prime emissioni: giugno' 15-giugno '17 - è da ricercarsi nel fatto che la stampa delle cartoline non fu effettuata dall'Officina Carte Valori, che non avrebbe potuto soddisfare l'ingente richiesta, ma venne affidata a tipografie private. Il Ministero si limitò a trasmettere alle Ditte appaltatrici i testi ed il fac-simile dei disegni moltiplicando le commesse e sollecitando le consegne. Ne risultò un prodotto scadente ed eterogeneo con vistose diversità grafiche che avrebbero consentito facili contraffazioni ove non ci si fosse cautelati in qualche modo. Saranno le modalità di distribuzione delle cartoline, di queste "parenti povere" delle carte valore, ad assicurarne 1'autenticità. Infatti solo i Magazzini dell'Esercito e della Marina vennero autorizzati ad assegnare nei quantitativi predeterminati le cartoline al Comando dei singoli reparti. E veniamo ad una prima elencazione degli elementi grafici da tenere presenti ai fini di una puntuale classificazione:


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Giampiero Avanzini

12 TIP0 1915 - R.D. 23.5.1915 (686 - 687)

1) Corona; 2) Scudo; 3) Collare; 4) Nastri


Catalogo della cartoline postali in franchigia

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TIPO NORMALE: Stemma sabaudo imbandierato a colori. Data di emissione: 23 maggio 1915 (R.D. n. 686 del 23.V.1915)

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Validità postale fino al 16 maggio 19 17. Tipo

IQ

Stampa

Tipografica. Policromo: nero, rosso, verde, giallo.

Logotipo

S.AI.G. A. Barabino - Genova

Misure

(1 !! 1iga) ...... mm. 76,5 (2l! riga) ........ mm. 52 (stemma) .... mm. 29,5 x 24,5 (Prov. di. .. ) .. mm. 33,5 (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ...... mm. 10

Varianti tipografiche - Nella composizione: Intestazione in carattere "diritto" 41! riga di indirizzo puntinata. Nello stemma con bandiere: Senza divisione fra i colori delle bandiere a) Corona b) Scudo appena staccato dalla corona, ci rcondato da linea singola. c) Nastri al tratto doppio e corti. d) Collare con FERT. e) Pendaglio.


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GĂšimpiero Avanzini

TIPO NORMALE: Stemma sabaudo imbandierato a colori. Data di emissione: 23 maggio 1915 (R.D. n. 686 del 23.V.1915)

ValiditĂ postale fino al 16 maggio 1917. Tipo

: 22

Stampa

: Litografica. Policromo.

Logotipo

Assente.

Misure

(1 !! riga) ...... mm. 92 (2!! riga) ........ mm. 58,5 (stemma) .... mm. 31 x 26 (Prov. di...) .. mm. 38,5 (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ...... mm. 1

, Varianti tipografiche - Nella composizione: Tutte le iniziali in maiuscolo inclinato. 4!! riga di indirizzo a filo sottile. "Indirizzo al mittente" in carattere "diritto". - Nello stemma con bandiere: a) Corona - Stemma smussato e unito alla corona. b) Scudo, tratteggio vereticale sui bracci della croce. c) Nastri semidoppi. d) Collare diverso senza FERT. e) Pendaglio.


Catalogo della cartoline postali in franchigia

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TIPO NORMALE: Stemma sabaudo imbandierato a colori. Data di emissione: 23 maggio 1915 (R.D. n. 686 del 23.V.1915)

ValiditĂ postale fino al 16 maggio 1917. Tipo : 3Q Stampa

: Tipografica. Policromo.

Logotipo

Assente.

Misure

(1 ~ riga) ...... mm. 85 (2B riga) ........ mm. 62 (stemma) .... mm: 32 x 28 (Prov. di...) .. mm. 39 (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ...... mm. 4

Varianti tipografiche - Nella composizione: La "Z" con coda in basso. 4~ riga di indirizzo puntinata. - Nello stemma con bandiere: Litografato a) Corona: Unita allo scudo. b) Scudo con tratti d'ombra sui 4 bracci. c) Nastri corti ed a doppio tratto. d) Collare senza FERT. e) Pendaglio.


Giampiero Avanzini

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TIPO NORMALE: Stemma sabaudo imbandierato a colori. Data di emissione: 23 maggio 1915 (R.D. n. 686 del 23 .V.1915)

Cartolina posta/e jfa/iana

ValiditĂ postale fino al 16 maggio 1917. Tipo

4Q

Stampa

Litografica. Policromo.

Logotipo

Assente.

Misure

(1 11 riga) ...... mm. 79

(2i! riga) ........ mm. 53

(stemma) .... mm. 29 x 25 (Prov . di. .. ) .. mm. 40 (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ...... mm. 6

Varianti tipografiche ' Nella composizione: Intestazione in carattere piccolo. "Cognome e nome" del mittente in carattere "diritto". 411 riga del destinatario "spessa con sottolineatura". Nello stemma con bandiere: a) Corona staccata dallo scudo. b) Scudo: tratti di ombra sui bracci della croce. c) Nastri a tratlo singolo. Lance a rombo. d) Collare e nodo diversi. Piccola croce nella parte bassa del collare. e) Pendaglio.


Catalogo della cartoline postali in franchigia

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TIPO NORMALE: Stemma sabaudo imbandierato a colori. Data di emissione: 23 maggio 1915 (R.D. n. 686 del 23.V.1915)

ValiditĂ postale fino al 16 maggio 1917.

Tipo Stampa

: 52 : Tipolitografica, a tre colori, manca il nero.

Logotipo

Assente.

Misure

(11! riga) ...... mm. 98 (2~ riga) ........ mm. 61,5 (stemma) .... mm. 30 x 26 (Prov. di. .. ) .. mm. 40 (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ...... mm. 1

Varianti tipografiche - Nella composizione: Intestazione e testo in carattere "fantasia" colore verde. Stampa grossolana. "n" con la coda in basso". "g" in corsivo g. 4i! riga puntinata. "Al" con ricciolo in basso. Nello stemma con bandiere: a) Corona unita allo scudo b) Scudo e bandiere senza ombreggiature. c) Nastri a tratto singolo. d) Collare. e) Pendaglio.


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Giampiero Avanzini

TIPO NORMALE: Stemma sabaudo imbandierato a colori. Data di emissione: 23 maggio 1915 (R.D. n. 686 del 23.V.1915)

ValiditĂ postale fino al 16 maggio 1917. Tipo

62

Stampa

Litografica. Policromo.

Logotipo

Di Capua - Roma.

Misure

(1 !! riga) ...... mm. 85

(2!! riga) ........ mm. 64 (stemma) .... mm. 29,5 x 25,5 (Prov. di ... ) .. mm. 40 (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ... .. . mm. 4

Varianti tipografiche - Nella composizione: Nella li! riga "g" in corsivo. Non sempre è presente il logotipo: STAB. DI CAPUA - ROMA. Stampa in "bruno" anzichÊ in nero. "Grado" in carattere "spesso". La 4;i riga del destinatario puntinata con sottolineatura spessa. - Nello stemma con bandiere: a) Corona. b) Scudo: aperto in alto il braccio della croce. c) Nastri a tratto singolo. d) Collare con FERT. e) Pendaglio.


Catalogo della cartoline postali in franchigia

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TIPO NORMALE: Stemma sabaudo imbandierato a colori. Data di emissione: 23 maggio 1915 (R.D. n. 686 del 23.V.1915)

NJ{'B

ValiditĂ postale fino al 16 maggio 1917. Tipo

: 72

Stampa

: Tipografica. Policromo.

Logotipo

Assente.

Misure

(lll riga) ...... mm. 91

(2!! riga) ........ mm. 67 (stemma) .... mm. 31 x 26 (Prov. di. .. ) .. mm. (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ...... mm.

Varianti tipografiche - Nella composizione: Nel formulario del mittente "N", "R", "B" ornate: 'li. ~ '13. 4!! riga di indirizzo a tratto unito. La "z" di Corrispondenza con trattino z. - Nello stemma con bandiere: a) Corona b) Scudo unito alla corona. c) Nastri. d) Collare. e) Pendaglio.


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Giampiero Avanzini

TIPO NORMALE: Stemma sabaudo imbandierato a colori. Data di emissione: 23 maggio 1915 (R.D. n. 686 del 23.V.1915)

Cadvli.(tà JWS!ale tlalÙ:tJt(l in ll'(Z/7.Chigia. Corrlspondoit:r:,i d&( i( Escrcz"Lo

Validità postale fino al 16 maggio 1917. Tipo

8!!

Stampa

Tipografica. Policromo anche senza nero. In tal caso il testo è in verde oliva.

Logotipo

Assente.

Misure

(l !! riga) ...... mm. 84 (21! riga) ........ mm. 63 (stemma) .... mm. 29 x 25 (Prov. di. .. ) .. mm. 29,5 (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ...... mm. 3

Varianti tipografiche Nella composizione: 41! riga del destinatario: singola e puntinata. Può mancare la parola "grado" o risultare stampata in caratteri diversi. Nello stemma con bandiere: con bordi inferiori arrotondati. a) Corona distaccata dallo scudo. b) Scudo: manca ombreggiatura sul braccio verticale. e) Nastri a tratto singolo. d) Collare con FERT. e) Pendaglio.


Catalogo della cartoline postali in franchigia

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TIPO NORMALE: Stemma sabaudo imbandierato a colori. Data di emissione: 23 maggio 1915 (R .D. n. 686 del 23.V.1915)

ValiditĂ postale fino al 16 maggio 1917. Tipo

99

Stampa

Tipografica. Policromo.

Logotipo

"STAB. A MARZI - ROMA".

Misure

(1! riga) ...... mm. 85 (2! riga) ........ mm. 63,5 (Prov. di...) .. mm. 39,5 (stemma) .... mm. 29 x 24,5 (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ...... mm. 4

Varianti tipografiche - Nella composizione: 4! riga di destinatario spessa. Nello stemma con bandiere: Senza linee fra i colori. a) Corona staccata dallo scudo. b) Scudo con braccio superiore croce senza tratteggio. c) Nastri a tratto doppio. d) Collare con FERT. e) Pendaglio: tre 8 sistemati a triangolo.


Giampiero Avanzini

846

TIPO NORMALE: Stemma sabaudo imbandierato a colori. Data di emissione: 23 maggio 1915 (R.D. n. 686 del 23.V.1915)

ValiditĂ postale fino al 16 maggio 1917. Tipo

102

Stampa

Tipografica. Policromo.

Logotipo

"Tip. ED. ROM. - Roma".

Misure

(21 riga) ........ mm. 63,5 (stemma) .... mm. 29 x 25 (Prov. di. .. ) .. mm. 43 (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ...... mm. 3 (1 !! riga) ...... mm. 85

Varianti tipografiche Nella composizione: nessuna. Nello stemma con bandiere: a) Corona: Calotta interna in rosso. b) Scudo senza tratteggio il braccio vereticale e quello di sinistra della croce. c) Nastri a tratto doppio. d) Collare con FERT. e) Pendaglio come il tipo 9 2 ma piĂš confuso.


Catalogo della cartoline postali in franchigia

847

TIPO NORMALE: Stemma sabaudo imbandierato a colori. Data di emissione: 23 maggio 1915 (R.D. n. 686 del 23.V.1915)

ValiditĂ postale fino al 16 maggio 1917.

Tipo Stampa Logotipo Misure

: 11 2 : Tipografica. Policromo. Assente. (1 ~ riga) ...... mm. 79 (2! riga) ........ mm. 53 (stemma) .... mm. 29 x 25 (Prov. di. .. ) .. mm. 40 (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ...... mm. 6

Varianti tipografiche - Nella composizione: Intestazione a caratteri piĂš piccoli e differenti, dagli altri tipi, i caratteri delle annotazioni verticali. 4! riga con doppia sottolineatura. - Nello stemma con bandiere: Punte delle lance a rombo. a) Corona b) Scudo. c) Nastri a tratto singolo spesso. d) Collare con piccola croce in basso. e) Pendaglio.


848

Giampiero Avanzini

TIPO NORMALE: Stemma sabaudo imbandierato a colori. Data di emissione: 23 maggio 1915 (R.D. n. 686 del 23.V.1915)

ValiditĂ postale fino al 16 maggio 1917. Tipo

12Q

Stampa

Litografica.

Logotipo

"Lit. Doyen. Torino".

Misure

(11! riga) ...... mm. 92 (21! riga) ........ mm. 61 (stemma) .... mm. 32 x 26 (Prov. di. .. ) .. mm. 40 (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ...... mm. 1

Varianti tipografiche - Nella composizione: "g" in carattere fantasia. "z" con barretta trasversale. - Nello stemma con bandiere: molto stilizzato a) Corona. b) Scudo. c) Nastri a tratto doppio. d) Collare rigido stilĂŹzzato. Senza FERT. e) Pendaglio.


Catalogo della cartoline postali in franchigia

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TIPO NORMALE: Stemma sabaudo imbandierato a colori. Data di emissione: 23 maggio 1915 (R.D. n. 686 del 23.V.1915)

( I I

ValiditĂ postale fino al 16 maggio 1917. Tipo

13 2

Stampa

Litografica. Policromo.

Logotipo

"STAB. A. STADERINI - ROMA" in basso orizzontale o al centro verticale.

Misure

(1 ll riga) ...... mm. 85 (2l riga) ........ mm. 64 (stemma) .... mm. 30 x 26 (Prov. di. .. ) .. mm. 40 (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ...... mm. 3

Varianti tipografiche - Nella composizione: "g" con base a forma di "S". - Nello stemma con bandiere: a) Corona con ombreggiatura rossa all'interno. La croce sovrastante con estremitĂ appuntite. b) Scudo. c) Nastri a tratto doppio. d) Collare articolato a tasselli. Senza FERT. e) Pendaglio: tre 8 a triangolo.


850

Giampiero Avanzini

TIPO NORMALE: Stemma sabaudo imbandierato a colori. Data di emissione: 23 maggio 1915 (R.D. n. 686 del 23.V. 1915)

ValiditĂ postale fino al 16 maggio 1917. Tipo

: 1411

Stampa

: Litografica. Normalmente in due colori (verde-rosso). Il testo in verde con varie tonalitĂ .

Logotipo

Assente.

Misure

(I!! riga) ...... mm. 85 (2~ riga) ........ mm. 64 (stemma) .... mm. 30 x 25,5 (Prov. di. .. ) .. mm. 40 (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ...... mm. 1,5

Varianti tipografiche - Nella composizione: "r" con svolazzo. 4~ riga di indirizzo puntinata. - Nello stemma con bandiere: a) Corona staccata dallo scudo. VarietĂ nella croce sovrastante. b) Scudo. e) Nastri. d) Collare senza FERT. e) Pendaglio con i tre nodi messi a campana.


Catalogo della cartoline postali in franchigia

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TIPO NORMALE: Stemma sabaudo imbandierato a colori. Data di emissione: 23 maggio 1915 (R.D. n. 686 del 23.V.1915)

ValiditĂ postale fino al 16 maggio 1917. Tipo

: 152

Stampa

: Litografica. Policromo.

Logotipo : con cifra "5031" in basso a destra o in alto (R) Misure

: (l;i riga) ...... mm. 85 (2ll riga) ........ mm. 63 (stemma) .... mm. 32,5 x 25,5 (Prov. di...) .. mm. 40,5 (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ...... mm. 5

Varianti tipografiche - Nella composizione: 4~ riga di indirizzo puntinata."franchigia" in carattere piĂš piccolo di "Cartolina ecc.". - Nello stemma con bandiere: a) Corona unita allo scudo. Manca tratteggio nel braccio superiore-croce. b) Scudo con cornice a doppio filo. c) Nastri a tratto doppio. d) Collare con FERT appena leggibile. e) Pendaglio.


852

Giampiero Avanzini

TIPO NORMALE: Stemma sabaudo imbandierato a colori. Data di emissione: 23 maggio 1915 (R.D. n. 686 del 23.V.1915)

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ValiditĂ postale fino al 16 maggio 1917. Tipo

: 16!!

Stampa

: Tipografica. Policromo.

Logotipo

Assente.

Misure

(1 !l riga) ...... mm. 92 (2l! riga) ........ mm. 68 (stemma) .... mm. 30 x 25,5 (Prov. di .. . ) .. mm. 42 (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ...... mm. 2

Varianti tipografiche - Nella composizione: Intestazione a caratteri larghi. 4~ riga di indirizzo con sottolineatura a tratto spesso. - Nello stemma con bandiere: a) Corona. b) Scudo con angoli superiori smussati. c) Nastri a tratto singolo. d) Collare rigido con cornice a doppio filo. e) Pendaglio.


853

Ca1alogo della carloline pos1ali in franchigia

TIPO NORMALE: Stemma sabaudo imbandierato a colori. Data di emissione: 23 maggio 1915 (R.D. n. 686 del 23.V.1915)

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Validità postale fino al 16 maggio 19 17. Tipo

172

Stampa

Litografica. Policromo.

Logotipo

"senza" o " G. SCOTTI ROMA"

Misure

(2!1 riga) ........ mm. 64 (l" riga) ...... mm. 84,5 (stemma) .... mm. 29 x 25 (Prov. di. .. ) .. mm. 43 (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ...... mm. 2

ROMA" o "E. CALZONE -

Varianti tipografiche - Nella composizione: "Al" con doppia voluta. 411 riga di intestazione a tratto spesso. - Nello stemma con bandiere: a) Corona con interno rosso. b) Scudo con ombreggiatura curva (bombato). c) Nastri a tratto doppio. d) Collare con FERT. e) Pendaglio tondeggiante.


854

Giampiero Avanzini

TIPO NORMALE: Stemma sabaudo imbandierato a colori. Data dì emissione: 23 maggio 1915 (R.D. n. 686 del 23.V.1915)

Validità postale fino al 16 maggio 1917. Tipo

: 182

Stampa Logotipo

Tipografica. Policromo. Disegno a tratto sottile. Assente.

Misure

(11! riga) ...... mm. 85 (2!! riga) ........ mm. 64 (stemma) .... mm. 29 x 26 (Prov. di. .. ) .. mm. 39 (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) .. .. .. mm. 4

Varianti tipografiche - Nella composizione: Le due "C" con doppio trattino verticale. 4!! riga di indirizzo a filo sottile. Molte le varietà della parola "Grado" che può essere assente. Molto rara con "Grado" in verde.. - Nello stemma con bandiere: con colore arancione anziché giallo. a) Corona unita allo scudo. Con rubini o tratto rosso . . b) Scudo. c) Nastri a tratto singolo. d) Collare con FERT. e) Pendaglio.


Catalogo della cartoline postali in franchigia

855

TIPO NORMALE: Stemma sabaudo imbandierato a colori. Data di emissione: 23 maggio 1915 (R.D. n. 686 del 23.V.1915)

ValiditĂ postale fino al 16 maggio 1917. Tipo

192

Stampa

Tipografica. Policromo.

Logotipo

Assente.

Misure

(1 ! riga) ...... mm. 91 (2! riga) ........ mm. 67 (stemma) .... mm. 30 x 25 (Prov. di...) .. mm. 39 (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ...... mm. 1,5

Varianti tipografiche - Nella composizione: 4! riga di indirizzo a filo con sottolineatura spessa. Nello stemma con bandiere: con bordi arrotondati in basso. a) Corona unita allo scudo b) Scudo con angoli in alto smussati. c) Nastri a tratto singolo. d) Collare circolare continuo a doppio contorno. In basso le lettere KOHoKOK. e) Pendaglio.


Giampiero Avanzini

856

TIPO NORMALE: Stemma sabaudo imbandierato a colori. Data di emissione: 23 maggio 1915 (R.D. n. 686 del 23.V.1915)

ValiditĂ postale fino al 16 maggio 1917. Tipo

: 202

Stampa

: Tipografica. Policromo.

Logo ti po

Assente.

Misure

(l lA riga) ...... mm. 92

(2! riga) ........ mm. 71,5 (stemma) .... mm. 30 x 26 (Prov. di...) .. mm. 37,5 (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ...... mm. 0,5

Varianti tipografiche - Nella composizione: Intestazione con "C" iniziali diverse. 4~ riga di intestazione per destinatario a filo sottile. - Nello stemma con bandiere: Senza ombreggiature. a) Corona unita allo scudo. b) Scudo con angoli superiori smussati. c) Nastri a tratto singolo. d) Collare circolare rigido. e) Pendaglio.


Catalogo della cartoline postali in franchigia

857

TIPO NORMALE: Stemma sabaudo imbandierato a colori. Data di emissione: 23 maggio 1915 (R.D. n. 686 del 23.V.1915)

. . - ··········-·· - - - -~·, Validità postale fino al 16 maggio 1917. Tipo

21 2

Stampa

Litografica.

Logotipo

Assente.

Misure

(li! riga) ...... mm. 88

(2il riga) ........ mm. 67,5 (stemma) .... mm. 31 x 27 (Prov. di...) .. mm. 41,5 (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ...... mm. 0,5

Varianti tipografiche Nella composizione: 4;i riga dì indirizzo a tratto sottile. Intestazione con "C" diverse. Spesso mancano i punti sulle "i". Nello stemma con bandiere: a) Corona disegnata a punti. b) Scudo unito alla corona. e) Nastri a nastro singolo. d) Collare stampa confusa. e) Pendaglio stampa confusa.


Giampiero Avanzini

858

TIPO NORMALE: Stemma sabaudo imbandierato a colori. Data di emissione: 23 maggio 1915 (R.D. n. 686 del 23.V.1915)

Carfolirw postale ilc7/iarw it, franclll;f ia Corrispondenza de/ R:'.<,·~~ .l~ .·, t ~ .., \ò ~,.

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Validità postale fino al 16 maggio 1917. Tipo

222

Stampa

Tipografica. Monocromo, marrone.

Logotipo

Assente.

Misure

(1!! riga) ...... mm. 94

(2!! riga) ........ mm. 71,5 (Prov. di...) .. mm. (stemma) .... mm. 30 x 25 (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ...... mm.

Varianti tipografiche - Nella composizione: "F" di Franchigia maiuscola. 411 riga di indirizzo. Tipo inedito segnalato da Filanci. - Nello stemma con bandiere: a) Corona unita allo scudo. b) Scudo con angoli superiori smussati c) Nastri a tratto singolo. d) Collare circolare rigido. e) Pendaglio.


Catalogo della cartoline postali in franchigia

2QTIPO 1915 - D.L. 905 del 20.7.1916

CARTIGLIO AL CENTRO

859


Giampiero Avanzini

860

TIPO con CARTIGLIO AL CENTRO: Data di emissione: 1 dicembre 1916 (D.L. n.905 del 20.VII.1916) ( - -.- - ,.....,,.---·· - . ··-- --

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Tipo

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Stampa

Tipografica. Policromo.

Logotipo

Assente.

Misure

(11l riga) ...... mm. 76,5 (21l riga) ........ mm. 52 (stemma) .... mm. 29,5 x 24,5 (Prov. di.. .) .. mm. 33,5 (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ...... mm. 9 ,5

Varianti tipografiche Nella composizione: Intestazione "Indirizzo al mitt." e "Al" in carattere diritto. Le voci del mittente in carattere obliquo. La 41! riga di indirizzo puntinata. Nello stemma con bandiere: a) Corona senza fondo rosso e rubini. b) Scudo staccato dalla corona con tratteggio nella parte inferiore. c) Nastri corti a tratto doppio. d) Collare con motto FERT. e) Pendaglio formato da tre "S" a doppio filo. f) Stemma staccato dalla corona. g) Manca la linea divisoria fra i colori delle bandiere.


Catalogo della cartoline postali in franchigia

861

TIPO con CARTIGLIO AL CENTRO: Data di emissione: l dicembre 1916 (D.L. n.905 del 20.VII.1916)

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Tipo

2Q

Stampa

Caratteristiche (esclusi logotipi) uguali al Tipo "A".

Logotipo

S.A.I.G. - ADOLFO BARABINO. GENOVA (in verde).

Misure

(I!! riga) ...... mm. 76 (2!! riga) ........ mm. 51,5 (Prov. di ... ) .. mm. 33 (stemma) .... mm. 30 (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ...... mm. 8

Varianti tipografiche - Nella composizione: Uguale al tipo "A". Nello stemma con bandiere: a) Corona: uguale al tipo "A". b) Scudo: uguale al tipo "A". c) Nastri: uguale al tipo "A". d) Collare: uguale al tipo "A". e) Pendaglio: uguale al tipo "A".


862

Giampiero Avanzini

TIPO con CARTIGLIO AL CENTRO: Data di emissione: 1 dicembre 1916 (D.L. n.905 del 20.VII.1916)

Tipo

32

Stampa

Caratteristiche (esclusi logotipi) uguali al Tipo "A".

Logotipo

S.A.I.G. - Adolfo Barabino - Genova (in verde).

Misure

(1 ! riga) ...... mm. 76,5 (2! riga) ........ mm. 52 (stemma) .... mm. 30 (Prov. di...) .. mm. 32,5 (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ...... mm. 7

Varianti tipografiche - Nella composizione: - Nello stemma con bandiere: a) Corona: uguale al tipo "A". b) Scudo: uguale al tipo "A". c) Nastri: uguale al tipo "A". d) Collare: uguale al tipo "A". e) Pendaglio: uguale al tipo "A".


Catalogo della cartoline postali in franchigia

863

TIPO con CARTIGLIO AL CENTRO: Data di emissione: I dicembre 1916 (D.L. n.905 del 20.VII.1916)

Tipo

: 49

Stampa

Litografica. Policromo.

Logotipo

Assente.

Misure

(1 !! riga) ...... mm. 85 (2l! riga) ........ mm. 65 (stemma) .... mm. 29,5 x 25,5 (Prov. di ... ) .. mm. 40 (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ...... mm. 4 Varianti tipografiche - Nella composizione: Intestazione con "g" in corsivo. Sottolineata la 4!! riga dĂŹ indirizzo. - Nello stemma con bandiere: a) Corona senza fondo rosso e rubini. b) Scudo con tratteggi/ croce aperta in alto. c) Nastri a tratto singolo. d) Collare con motto FERT poco leggibile. e) Pendaglio: tre "S" doppie/ vuoto al centro.


864

Giampiero Avanzini

TIPO con CARTIGLIO AL CENTRO: Data di emissione: 1 dicembre 1916 (D.L. n.905 del 20.VII.1916)

Tipo Stampa

Caratteristiche uguali al "Tipo B".

Logotipo Misure

(2~ riga) ........ mm. 53,5 (Prov. di. .. ) .. mm. 40 (stemma) .... mm. 30 (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ...... mm. 2 (1 ~ riga) ...... mm. 85

Varianti tipografiche Nella composizione: Tra le voci del "mittente" manca la parola Grado. Nello stemma con bandiere: a) Corona come ''Tipo B". b) Scudo come "Tipo B". c) Nastri come "Tipo B". d) Collare come "Tipo B". e) Pendaglio come "Tipo B".


Catalogo della cartoline postali in franchigia

865

TIPO con CARTIGLIO AL CENTRO: Data di emissione: 1 dicembre 1916 (D.L. n.905 del 20.VII.1916)

Tipo

69

Stampa

Litografica. Policromo.

Logotipo

Assente.

Misure

(111 riga) ...... mm. 85 (2ll riga) ........ mm. 64 (stemma) .... mm. 29 x 26 (Prov. di...) .. mm. 40 (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ...... mm. 4

Varianti tipografiche - Nella composizione: La 4i! riga di indirizzo puntinata. Diciture in carattere nitido. Con o senza la parola "GRADO''. Bandiere con punte tondeggianti. - Nello stemma con bandiere: a) Corona staccata dallo scudo. b) Scudo senza tratteggio nel braccio verticale della croce. c) Nastri a tratto singolo. d) Collare con motto Fert. e) Pendaglio con due "8" obliqui.


Giampiero Avanzini

TIPO con CARTIGLIO AL CENTRO: Data dì emissione: 1 dicembre 1916 (D.L. n.905 del 20.VII.1916)

:) Cartolina postale italia.-ia

in

franchigia

Corrispondenza del R. Esercilo

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Tipo

7Q

Stampa

Tipografica. Policromo.

Logotipo

Assente.

Misure

(1 ~ riga) ...... mm. 79 (2~ riga) ........ mm. 53 (stemma) .... mm. 29 x 25,5 (Prov. di. . .) .. mm. 42 (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ...... mm. 3

Varianti tipografiche Nella composizione: Intestazione ·a caratteri più piccoli. Nello stemma con bandiere: a) Corona staccata dallo scudo. b) Scudo manca il tratteggio nel braccio verticale della croce. c) Nastri a tratto singolo. d) Collare con motto FERT. e) Pendaglio con due "8" obliqui.


Catalogo della cartoline postali in franchigia

867

TIPO con CARTIGLIO AL CENTRO: Data di emissione: 1 dicembre 1916 (D.L. n.905 del 20.VII.1 916) -~ .... __.,. . -·-.,.,,. ..,... . = - -· ..,..._

Tipo

82

Stampa

Litografica. Policromo.

Logotipo

Assente.

Misure

(1 ;i riga) ...... mm. 85

(2;i riga) ........ mm. 63 (stemma) .... mm. 32,5 x 26,5 (Prov. di. .. ) .. mm. 40 (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ...... mm. 5

Varianti tipografiche - Nella composizione: Tipo ufficiale dall'l.1.1917 servì per il tipo unificato con cartiglio in alto. "in franchigia" nella I!! riga in carattere più piccolo. - Nello stemma con bandiere: a) Corona con fondo rosso e rubini. Unita allo scudo. b) Scudo con cornice a filo doppio. c) Nastri a tratto doppio. d) Collare con motto FERT. e) Pendaglio.


Giampiero Avanzini

868

T IPO con CARTIGLIO AL CENTRO: Data di emissione: 1 dicembre 1916 (D.L. n.905 del 20.VII.1916)

Tipo

9Q

Stampa

Tipografica. Policromo.

Logotipo Misure

Assente. (11! riga) ...... mm. 91 (2l! riga) ........ mm. 67 (stemma) .... mm. 29 x 25 (Prov. di.. .) .. mm. 39,5 (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ...... mm. 0,5

Varianti tipografiche - Nella composizione: La 41ž riga del destinatario sottolineata. Il formulario-mittente può essere alto mm. 59 o mm. 63. - Nello stemma con bandiere: a) Corona senza fondo rosso e senza rubini. b) Scudo smussato unito alla corona. c) Nastri a tratto singolo. d) Collare circolare continuo a doppio contorno. e) Pendaglio: tre "S" doppie a trapezio.


Catalogo della cartoline postali in franchigia

869

TIPO con CARTIGLIO AL CENTRO: Data di emissione: 1 dicembre 1916 (D.L. n.905 del 20.VII.1916)

Tipo

102

Stampa

Tipografica. Policromo.

Logotipo

Assente.

Misure

(1 11 riga) ...... mm. 92,5

(2!! riga) ........ mm. 71 (stemma) .... mm. 30 x 26 (Prov. di...) .. mm. 37,5 (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ...... mm. 0,5

Varianti tipografiche - Nella composizione: 411 riga di destinatario a filo. - Nello stemma con bandiere: a) Corona senza fondo colorato in rosso e rubini. b) Scudo smussato e unito alla corona. c) Nastri a tratto singolo. d) Collare senza FERT. e) Pendaglio.


870

Giampiero Avamini

TIPO con CARTIGLIO AL CENTRO: Data di emissione: 1 dicembre 1916 (D.L. n.905 del 20.VII.1916)

Tipo

11 2

Stampa

Tipografica. Policromo.

Logotipo

Assente.

Misure

(1 !l riga) ...... mm. 90,5 (2!! riga) ........ mm. 67 (stemma) .... mm. 29 x 25 (Prov. di...) .. mm. 40 (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ...... mm. 0,5 Varianti tipografiche - Nella composizione: Tratteggio orizzontale nel bracc;_io verticale della croce. 411 riga di destinatario sottolineata. - Nello stemma con bandiere: a) Corona. b) Scudo come tipo H. c) Nastri. d) Collare. e) Pendaglio.


Catalogo della cartoline postali in franchigia

871

TIPO con CARTIGLIO AL CENTRO: Data di emissione: 1 dicembre 1916 (D.L. n.905 del 20.VII.1916)

Grlo!,ila;zos!ale t 'la liana ,11 lianc/2,g1.:1

Tipo

: 12Q

Stampa

: Tipografica. Policromo.

Logotipo

Assente.

Misure

(Pi riga) ...... mm. 91

(2!! riga) ........ mm. 70 (stemma) .... mm. 32 x 28 (Prov. di. . .) .. mm. 37,5 (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ...... mm. 2

Varianti tipografiche - Nella composizione: La "C" della prima riga presenta molte varieLĂ . La 4;i riga di indirizzo sottolineata. Spesso manca il punto sulla "ĂŹ" dĂŹ "ital" e di "in". - Nello stemma con bandiere: a) Corona senza ombreggiature. b) Scudo unito alla corona. c) Nastri atratto singolo. d) Collare. e) Pendaglio.


Giampiero Avanzini

872

TIPO con CARTIGLIO AL CENTRO: Data di emissione: 1 dicembre 1916 (D.L. n.905 del 20.VIl.1916)

Tipo

13Q

Stampa

Litografica. Policromo.

Logotipo

STAB. A. STADERINI - ROMA (verticale al centro).

Misure

(l!! riga) ...... mm. 85,5 (2" riga) ........ mm. 65 (stemma) .... mm . 29,5 x 25 (Prov. di. .. ) .. mm. 40,5 (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ...... mm. 3

Varianti tipografiche - Nella composizione: La "g" di franchigia con base a forma di S. ' - Nello stemma con bandiere: a) Corona con grosse perle in alto. b) Scudo nessun tratteggio sulla croce che ha le estremitĂ appunti-

te. c) Nastri a tratto doppio. d) Collare a grande segmenti rettangolari. e) Pendaglio.


Catalogo della cartoline postali in franchigia

873

TIPO con CARTIGLIO AL CENTRO: Dala di emissione: 1 dicembre 1916 (D.L. n.905 del 20.VII.1916)

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14Q

Stampa

Litografica. Policromo.

Logotipo Misure

Assente. (1 11 riga) ...... mm. 85 (2ll riga) ........ mm. 64,5 (stemma) .... mm. 39 x 25,5 (Prov. di.. .) .. mm. (distanza fra lettera "g" e punta della seconda lancia a sinistra) ...... mm. 1,5

Varianti tipografiche - Nella composizione: Derivazione dal lipo senzo cartiglio sempre stampato in due colori. La ed. a quattro colori è molto rara. La "r" presenta uno svolazzo. - Nello stemma con bandiere: a) Corona staccata dallo stemma. b) Scudo. c) Nastri. d) Collare. e) Pendaglio.


874

Giampiero Avanzini

3QTIPO 1917 -

]Q

gennaio

CARTIGLIO IN ALTO A SINISTRA


Catalogo della cartoline postali in franchigia

875

TIPO con CARTIGLIO in ALTO a SINISTRA. Data di emissione: J!! gennaio 1917

ValiditĂ postale fino al luglio 1920. Tipo

A

Stampa

Litografica.

Logotipo

"Stab. lit. G. Alinari".

Caratteristiche tipografiche rispetto ai due Tipi precedenti: a) Misure fisse: (F\ riga) ...... mm. 82 (2!! riga) ........ mm. 63 (stemma) .... mm. 32 x 25,5 (Prov. di. .. ) mm. 40

b) -

Nella composizione: nella J!! riga ... "Italiana" con I maiuscola. nella 41! riga di indirizzo ... a filo. stemma: scudo con cornice a doppio filo; scudo unito alla base della corona; nastri doppi e brevi.

Varianti rispetto al "tipo base": Stab. Lit. G. Alinari". 1) Caratteri del logotipo e colore: Corsivo sottile. 2) Lunghezza del logotipo: mm. 23. 3) Base della corona in rosso con perle rosse.


876

Giampiero Avanzini

TIPO con CARTIGLIO in ALTO a SINISTRA. Data di emissione: li! gennaio 1917

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I

ValiditĂ postale fino al luglio 1920. Tipo

: B

Stampa

: Litografica.

Edizione : "ANTINUCCI" Logotipo :,. "R. ANTINUCCI - ROMA". Caratteristiche tipografiche rispetto ai due Tipi precedenti: a) Misure fisse : (11! riga) ...... mm. 82 (2~ riga) ...... mm. 63 (stemma) .... mm. 32 x 25,5 (Prov. di ... ) mm. 40 b) -

Nella composizione: nella 1~ riga ... "Italiana" con I maiuscola. nella 41! riga di indirizzo ... a filo. stemma: scudo con cornice a doppio filo; scudo unito alla base della corona; nastri doppi e brevi.

Varianti rispetto al "tipo base": 1) Caratt~ri del logotipo e colore. 2) Lunghezza del logotipo: mm. 24. 3) Base della corona.


Catalogo della cartoline postali in franchigia

877

TIPO con CARTIGLIO in ALTO a SINISTRA. Data di emissione:

]!!

gennaio 1917

ValiditĂ postale fino al luglio 1920. Tipo

C. Esistono esemplari con testi ed illustrazioni di propa-

Stampa

ganda al verso. Tipografica.

Edizione

"ARMANI"

Logotipo

"ARMANI - ROMA" (anche senza trattino dopo Armani).

Caratteristiche tipografiche rispetto ai due Tipi precedenti: a) Misure fisse: (1 !! riga) ...... mm. 82 (21! riga) ...... mm. 63 (stemma) .... mm. 32 x 25,5 (Prov. di. . . ) mm. 40

b) -

Nella composizione: nella 1!! riga .. . "Italiana" con I maiuscola. nella 4!! riga di indirizzo .. . a filo. stemma: scudo con cornice a doppio filo; scudo unito alla base della corona; nastri doppi e brevi.

Varianti rispetto al "tipo base" in lunghezza ed altezza del logotipo. 1) Caratteri del logotipo e colore. 2) Lunghezza del logotipo: mm. 13,5; mm. 16,5; mm. 18,5. 3) Base della corona: senza rubini alla base della corona.


878

Giampiero A vanzini

TIPO con CARTIGLIO in ALTO a SINISTRA. Data di emissione: Ii! gennaio 1917

..

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ValiditĂ postale fino al luglio 1920. Tipo

D

Stampa

Tipografica.

Edizione

"ARMANINO'_.

Logotipo

"ARMANINO - GENOVA".

Caratteristiche tipografiche rispetto ai due Tipi precedenti: a) Misure fisse :

b) -

(1! riga) ...... mm. 82 (21! riga) ...... mm. 63 (stemma) .... mm. 32 x 25,5 (Prov. di ... ) mm. 40

Nella composizione: nella I! riga ... "Italiana" con I maiuscola. nella 4! riga di indirizzo ... a filo. stemma: scudo con cornice a doppio filo; scudo unito alla base della corona; nastri doppi e brevi.

Varianti rispetto al "tipo base": 1) Caratteri del logotipo e colore. 2) Lunghezza del logotipo: mm. 13,5. 3) Base della corona: rubini.


Catalogo della cartoline postali in franchigia

879

TIPO con CARTIGLIO in ALTO a SINISTRA. Data di emissione: 1!! gennaio 1917

ValiditĂ postale fino al luglio 1920. Tipo

: E

Stampa

: Litografica.

Edizione

"BINDA"

Logotipo : "A. BINDA & C. - Milano" anche MILANO. Caratteristiche tipografiche rispetto ai due Tipi precedenti: a) Misure fisse : (1 !! riga) ...... mm. 82 (2!! riga) ...... mm. 63 (stemma) .... mm. 32 x 25,5 (Prov. di...) mm. 40 b) -

Nella composizione: nella 1!! riga ... "Italiana" con I maiuscola. nella 4!! riga di indirizzo ... a filo. stemma: scudo con cornice a doppio filo; scudo unito alla base della corona; nastri doppi e brevi.

Varianti rispetto al "tipo base" con testi e illustrazioni di propaganda al verso. 1) Caratteri del logotipo e colore. 2) Lunghezza del logotipo: mm. 29. 3) Base della corona con striscia rossa invece dei rubini.


Giampiero Avanzini

880

TIPO con CARTIGLIO in ALTO a SINISTRA. Data di emissione: Ji! gennaio 19 17

ValiditĂ postale fino al luglio 1920. Tipo

F

Stampa

Litografica.

Edizione

"CARTIERA RASARIO"

Logotipo

"CARTIERA RASARIO - VALDUGGIA".

Caratteristiche tipografiche rispetto ai due Tipi precedenti: a) Misure fisse: (li! riga) ...... mm. 82 (2ll riga) ...... mm. 63 (stemma) .... mm. 32 x 25,5 (Prov. di. .. ) mm. 40 b) -

Nella composizione: nella Jll riga . .. "Italiana" con I maiuscola. nella 4ll riga dĂŹ indirizzo ... a filo. stemma: scudo con cornice a doppio filo; scudo unito alla base della corona; nastri doppi e brevi.

Varianti rispetto al "tipo base". 1) Caratteri del logotipo e colore. 2) Lunghezza del logotipo: mm. 21. 3) Base della corona con rubini.


Catalogo della ca rtoline postali in franchigia

881

TIPO con CARTIGLIO in ALTO a SINISTRA. Data di emissione: 1;i gennaio 1917

ValiditĂ postale fino al luglio 1920. Tipo

G

Stampa

Litografica.

Edizione

"CARTIERE CENTRALI"

Logotipo

"Tip. Cartiere Centrali - Roma".

Caratteristiche tipografiche rispetto ai due T ipi precedenti: a) Misure fisse: (1 !! riga) ...... mm. 82 (2!! riga) ...... mm. 63 (stemma) .... mm. 32 x 25,5 (Prov. di. .. ) mm. 40 b) -

Nella composizione: nella 111 riga ... "Italiana" con I maiuscola. nella 4,., riga di indirizzo .. . a mo. stemma: scudo con cornice a doppio filo; scudo unito alla base della corona; nastri doppi e brevi.

Varianti rispetto al "tipo base". 1) Caratteri del logotipo e colore: corsivo obliquo piccolo. 2) Lunghezza del logotipo: mm. 21. 3) Base della corona con 5 rubini.


882

Giampiero Avanzini

TIPO con CARTIGLIO in ALTO a SINISTRA. Data di emissione: l" gennaio 1917

ValiditĂ postale fino al luglio 1920. Tipo

: H

Stampa

: Litografica.

Edizione : "CARTIERE MERIDIONALI, NAPOLI" Logotipo : "CARTIERE MERIDIONALI, NAPOLI". Caratteristiche tipografiche rispetto ai due Tipi precedenti: a) Misure fisse : (1!! riga) ...... mm. 82 (2!! riga) ...... mm. 63 (stemma) .... mm. 32 x 25,5 (Prov. di ... ) mm. 40

b) -

Nella composizione: nella 1!! riga ... "Italiana" con I maiuscola. nella 4!! riga di indirizzo ... a filo. stemma: scudo con cornice a doppio filo; scudo unito alla base della corona; nastri doppi e brevi.

Varianti rispetto al "tipo base": 1) Caratteri del logotipo e colore spostato in alto a sinistra. 2) Lunghezza del logotipo: mm. 11,5. 3) Base della corona.


Catalogo della cartoline postali in franchigia

883

TIPO con CARTIGLIO in ALTO a SINISTRA. Data di emissione: Jl! gennaio 1917

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Validità postale fino al luglio 1920. Tipo

K

Stampa

Tipografica.

Edizione

"CARTIERE MERIDIONALI, TORINO"

Logotipo

"CART. MERIDIONALI - TORINO".

Caratteristiche tipografiche rispetto ai due Tipi precedenti: a) Misure fisse : (1 !! riga) ...... mm. 82 (2!! riga) ...... mm. 63 (stemma) .... mm. 32 x 25,5 (Prov. di .. . ) mm. 40 b) -

Nella composizione: nella 1!! riga ... "Italiana" con I maiuscola. nella 4!! riga di indirizzo .. . a filo. stemma: scudo con cornice a doppio filo; scudo unito alla base della corona; nastri doppi e brevi.

Varianti rispetto al "tipo base" con testi e illustrazioni di propaganda al verso. 1) Caratteri del logotipo e colore. 2) Lunghezza del logotipo: mm. 21. 3) Base della corona senza rubini.


884

Giampiero Avanzini

TIPO con CARTIGLIO in ALTO a SINISTRA. Data di emissione: l i! gennaio 1917

ValiditĂ postale fino al luglio 1920. Tipo

J

Stampa

Litografica.

Edizione

"DI CAPUA"

Logotipo

"STAB. DI CAPUA - ROMA".

Caratteristiche tipografiche rispetto ai due Tipi precedenti: a) Misure fisse : (1 i! riga) ...... mm. 82 (2ll riga) ...... mm. 63 (stemma) .... mm. 32 x 25,5 (Prov. di. .. ) mm. 40 b) -

Nella composizione: nella 1i! riga .. . "Italiana" con I maiuscola. nella 4;i riga di indirizzo ... a filo. stemma: scudo con cornice a doppio filo; scudo unito alla base della corona; nastri doppi e brevi.

Varianti rispetto al "tipo base": Carattere diritto; carattere obliquo a sinistra. 1) Caratteri del logotipo e colore. 2) Lunghezza del logotipo: mm. 17; mm. 15. 3) Base della corona con rubini.


Catalogo della cartoline postali in franchigia

885

TIPO con CARTIGLIO in ALTO a SINISTRA.

ValiditĂ postale fino al luglio 1920. Tipo

I

Stampa

Litografica.

Edizione

"INDUSTRIE GRAFICHE, FIRENZE"

Logotipo

"IND. GRAFICHE - FIRENZE" mm. 29,5. "STAB. IND. GRAF. - FIRENZE" mm. 31.

Caratteristiche tipografiche rispetto ai due Tipi precedenti: a) Misure fisse: (ll! riga) ...... mm. 82 (2~ riga) ...... mm. 63 (stemma) .... mm. 32 x 25,5 (Prov. di. .. ) mm. 40

b) -

Nella composizione: nella l!! riga ... "Italiana" con I maiuscola. nella 4!! riga di indirizzo ... a filo. stemma: scudo con cornice a doppio filo; scudo unito alla base della corona; nastri doppi e brevi.

Varianti rispetto al "tipo base": 1) Caratteri del logotipo e colore. 2) Lunghezza del logotipo: mm. 29,5 e mm. 31. 3) Base della corona.


Giampiero Avanzini

886

TIPO con CARTIGLIO in ALTO a SINISTRA. Data di emissione: 111 gennaio 1917

ValiditĂ postale fino al luglio 1920. Tipo Stampa

L : Tipografica.

Edizione : "INDUSTRIE GRAFICHE NAZIONALI" Logotipo : "IND. GRAF. NAZ. - ROMA". Caratteristiche tipografiche rispetto ai due Tipi precedenti: a) Misure fisse: (1 11 riga) ...... mm. 82 (21! riga) ...... mm. 63 (stemma) .... mm. 32 x 25,5 (Prov. di...) mm. 40

b) -

Nella composizione: nella 1!! riga ... "Italiana" con I maiuscola. nella 4!! riga di indirizzo ... a filo. stemma: scudo con cornice a doppio filo; scudo unito alla base della corona; nastri doppi e brevi.

Varianti rispetto al "tipo base": 1) Caratteri del logotipo e colore. 2) Lunghezza del logotipo: mm. 27. 3) Base della corona.


Catalogo della cartoline postali in franchigia

887

TIPO con CARTIGLIO in ALTO a SINISTRA. Data di emissione: 1!! gennaio 1917

ValiditĂ postale fino al luglio 1920. Tipo

: M

Stampa

: Tipografica.

Edizione

"ISTITUTO EDITORIALE 1TALIANO"

Logotipo : "ISTITUTO EDITORIALE ITALIANO - MILANO".

Caratteristiche tipografiche rispetto ai due Tipi precedenti: a) Misure fisse: (I!! riga) ...... mm. 82 (2!! riga) ...... mm. 63 (stemma) .... mm. 32 x 25,5 (Prov. di. .. ) mm. 40 b) -

Nella composizione: nella Ji! riga ... "Italiana" con I maiuscola. nella 4,! riga di indirizzo ... a filo. stemma: scudo con cornice a doppio filo; scudo unito alla base della corona; nastri doppi e brevi.

Varianti rispetto al "tipo base": in corpo piccolo mm. 1; o minutissimo mm.0,7. 1) Caratteri del logotipo e colore. 2) Lunghezza del logotipo: mm. 28,5; mm. 28. 3) Base della corona. 4) dicitura capovolta.


888

Giampiero Avanzini

ValiditĂ postale fino al luglio 1920. Tipo

: N

Stampa

: Tipografica.

Edizione

"LAPI"

Logotipo : "S. Lapi - Arpino" ed. anche "S. - Lapi Arpino". Caratteristiche tipografiche rispetto ai due Tipi precedenti: a) Misure fisse: (Il! riga) ...... mm. 82 (21! riga) ...... mm. 63 (stemma) .... mm. 32 x 25,5 (Prov. di. .. ) mm. 40

b) -

Nella composizione: nella Jll riga ... "Italiana" con I maiuscola. nella 4;i riga di indirizzo ... a filo. stemma: scudo con cornice a doppio filo; scudo unito alla base della corona; nastri doppi e brevi.

Varianti rispetto al "tipo base":. 1) Caratteri del logotipo e colore. 2) Lunghezza del logotipo: mm. 20. 3) Base della corona.


889

Catalogo della cartoline postali in franchigia

TIPO con CARTIGLIO in ALTO a SINISTRA. Data di emissione: 111 gennaio 1917

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ValiditĂ postale fino al luglio 1920. Tipo

O

Stampa

Litografica.

Edizione

"MERSICA" "MERSICA - VICENZA".

Logotipo

Caratteristiche tipografiche rispetto ai due Tipi precedenti: a) Misure fisse: (1 11 riga) ...... mm. 82 (2!! riga) ...... mm. 63 (stemma) .... mm. 32 x 25,5 (Prov. di.. .) mm. 40

b) -

Nella composizione: nella li! riga .. . "Italiana" con I maiuscola. nella 4a riga di indirizzo ... a filo. stemma: scudo con cornice a doppio filo; scudo unito alla base della corona; nastri doppi e brevi.

Varianti rispetto al "tipo base": dicitura all'angolo superiore destro. 1) Caratteri del logotipo e colore. 2) Lunghezza del logotipo: mm. 20. 3) Base della corona.


890

Giampiero Ava11zi11i

TIPO con CARTIGLIO in ALTO a SINISTRA. Data di emissione: 1!1 gennaio 1917

I I

ValiditĂ postale fino al luglio 1920. Tipo

: P

Stampa

: Tipografica.

Edizione : "MOLINA" Logotipo : "P. A. MOLINA - VARESE" altezza mm. 0,5 ; mm. 0,75. Caratteristiche tipografiche rispetto ai due Tipi precedenti: a) Misure fisse : (I II riga) ...... mm. 82 (2!! riga) ...... mm. 63 (stemma) .... mm. 32 x 25,5 (Prov. di. . .) mm. 40 b) -

Nella composizione: nella J!! riga ... "Italiana" con I maiuscola. nella 4@ riga di indirizzo ... a filo. stemma: scudo con cornice a doppio filo; scudo unito alla base della corona; nastri doppi e brevi.

Varianti rispcno al "tipo base":. 1) Caratteri del logotipo e colore. 2) Lunghezza del logotipo: mm. 16,5. 3) Base della corona. 4) Senza stampa gialla.


Catalogo della cartoline postali in franchigia

891

TIPO con CARTIGLIO in ALTO a SINISTRA. Data di emissione: l!.\ gennaio 1917

ValiditĂ postale fino al luglio 1920. Tipo

: Q

Stampa

: Tipografica.

Edizione : "RICTER" Logotipo : ''RICTER & C. - NAPOLI".

Caratteristiche tipografiche rispetto ai due Tipi precedenti: a) Misure fisse: (P riga) ...... mm. 82 (2!.\ riga) ...... mm. 63 (stemma) .... mm. 32 x 25,5 (Prov. di. .. ) mm. 40 b) -

Nella composizione: nella 1!.\ riga ... "Italiana" con I maiuscola. nella 4!.\ riga di indirizzo ... a filo. stemma: scudo con cornice a doppio filo; scudo unito alla base della corona; nastri doppi e brevi.

Varianti rispetto al "tipo base": 1) Caratteri del logotipo e colore. 2) Lunghezza del logotipo: mm. 11,5. 3) Base della corona senza rubini. 4) Dicitura all'angolo superiore destro.


Giampiero Avanzini

892

TIPO con CARTIGLIO in ALTO a SINISTRA. Data di emissione: li! gennaio 1917

ValiditĂ postale fino al luglio 1920. Tipo

: R

Stampa

: Tipografica.

Edizione : "S. A. I. G. A. BARABINO" Logotipo : "S. A. I. G. - A. BARABINO" (in verde) mm. 29. Caratteristiche tipografiche rispetto ai due Tipi precedenti: a) Misure fisse: (li! riga) ...... mm. 82 (2!! riga) ...... mm. 63 (stemma) .... mm. 32 x 25,5 (Prov. di. .. ) mm. 40 b) -

Nella composizione: nella 1ll riga ... "Italiana" con I maiuscola. nella 4!! riga di indirizzo ... a filo. stemma: scudo con cornice a doppio filo; scudo unito alla base della corona; nastri doppi e brevi.

Varianti rispetto al "tipo base": " ... ADOLFO BARABINO" mm. 35; "Adolfo Bambino - Genova" 1) Caratteri del logotipo e colore. 2) Lunghezza del logotipo: mm. 29; mm. 35; mm. 30. 3) Base della corona.


Catalogo della cartoline postali in franchigia

893

TIPO con CARTIGLIO in ALTO a SINISTRA. Data di emissione: 1!.\ gennaio 1917

ValiditĂ postale fino al luglio 1920. Tipo

: S

Stampa

: Tipografica.

Edizione : "SOCIETĂ&#x20AC; TIPOGRAFICA ARPINATE" Logotipo : "Soc. Tip. Arpinate".

Caratteristiche tipografiche rispetto ai due Tipi precedenti: a) Misure fisse : (l" riga) ...... mm. 82 (2" riga) ...... mm. 63 (stemma) .... mm. 32 x 25,5 (Prov. di...) mm. 40 b) -

Nella composizione: nella 1ll riga ... "Italiana" con I maiuscola. nella 4ll riga di indirizzo ... a filo. stemma: scudo con cornice a doppio filo; scudo unito alla base della corona; nastri doppi e brevi.

Varianti rispetto al "tipo base": 1) Caratteri del logotipo e colore. 2) Lunghezza del logotipo: mm. 22; mm. 22,5; mm. 23. 3) Base della corona.


894

Giampiero Avanzini

TIPO con CARTIGLIO in ALTO a SINISTRA. Data di emissione: ll! gennaio 1917

ValiditĂ postale fino al luglio I920. Tipo

: T

Stampa

Litografica.

Edizione

"STADERINI"

Logotipo

"ROMA - STAB. A. STADERINI" ed. anche "STAB. A. STADERINI - ROMA".

Caratteristiche tipografiche rispetto ai due Tipi precedenti: a) Misure fisse: (11! riga) ...... mm. 82 (2" riga) ...... mm. 63 (stemma) .... mm. 32 x 25,5 (Prov. di...) mm. 40

b) -

Nella composizione: nella l" riga ... "Italiana" con I maiuscola. nella 4" riga di indirizzo . .. a filo. stemma: scudo con cornice a doppio filo; scudo unito alla base della corona; nastri doppi e brevi.

Varianti rispetto al "tipo base": il logotipo a destra delle linee divisorie. 1) Caratteri del logotipo e colore. 2) Lunghezza del logotipo: mm. 20,5. 3) Base della corona.


Catalogo della cartoline postali in franchigia

895

TIPO con CARTIGLIO in ALTO a SINISTRA. Data di emissione: 1!! gennaio 1917

ValiditĂ postale fino al luglio 1920. Tipo

: U

Stampa

: Tipografica.

Edizione : "TIPOGRAFIA EDITORIALE ROMANA" Logotipo : "TIP. ED. ROM. - ROMA" carattere piccolo mm. 11; carattere grande mm. 24. Caratteristiche tipografiche rispetto ai due Tipi precedenti: a) Misure fisse : (ll! riga) ...... mm. 82 (2~ riga) ...... mm. 63 (stemma) .... mm. 32 x 25,5 (Prov. di. .. ) mm. 40

b) Nella composizione: - nella 1l! riga ... "Italiana" con I maiuscola. - nella 4!! riga di indirizzo . .. a filo. - stemma: scudo con cornice a doppio filo; scudo unito alla base della corona; nastri doppi e brevi. Varianti rispetto al "tipo base": 1) Caratteri del logotipo e colore. 2) Lunghezza del logotipo: mm. 11; mm. 24. 3) Base della corona. 4) esiste con testo di propaganda a[ verso.


896

Giampiero Avanzini

TIPO con CARTIGLIO in ALTO a SINISTRA. Data di emissione: 11! gennaio 1917

ValiditĂ postale fino al luglio 1920.

Tipo

V

Stampa

Tipografica.

Edizione

"TRAPANI"

Logotipo

"E. TRAPANI - ROMA".

Caratteristiche tipografiche rispetto ai due Tipi precedenti: (21! riga) ...... mm. 63 a) Misure fisse: (J '! riga) ...... mm. 82 (stemma) .... mm. 32 x 25,5 (Prov. di. .. ) mm. 40 b) -

Nella composizione: nella 1!! riga . .. "Italiana" con I maiuscola. nella 41! riga di indirizzo .. . a fi lo. stemma: scudo con cornice a doppio filo; scudo unito alla base della corona; nastri doppi e brevi.

Varianti rispetto al "tipo base" con strisce e rubini. 1) Caratteri del logotipo e colore. 2) Lunghezza del logotipo: mm. 21 ,5. 3) Base della corona.


Catalogo della cartoline postali in franchigia

897

TIPO con CARTIGLIO in ALTO a SINISTRA. Data di emissione:

}!!

gennaio 1917

ValiditĂ postale fino al luglio 1920. Tipo

Y

Stampa

Tipografica.

Edizione

"VOLPINI"

Logotipo

"CART. VOLPINI - FIRENZE" anche in minuscolo.

Caratteristiche tipografiche rispetto ai due Tipi precedenti: a) Misure fisse : (11! riga) ...... mm. 82 (21! riga) ...... mm. 63 (stemma) .... mm. 32 x 25,5 (Prov. di. .. ) mm. 40 b) -

Nella composizione: nella 11! riga .. . "Italiana" con I maiuscola. nella 41! riga di indirizzo ... a filo. stemma: scudo con cornice a doppio filo; scudo unito alla base della corona; nastri doppi e brevi.

Variami rispetto al "tipo base" carattere bastoncino o Bodoniano. 1) Caratteri del logotipo e colore varie lunghezze. 2) Lunghezza del logotipo: mm. 17,5; mm. 21,5; mm. 22; mm. 26; mm. 25; mm. 25,5; mm. 31. 3) Base della corona. 4) Senza la stampa del giallo.


898

Giampiero Avanzini

TIPO con CARTIGLIO in ALTO a SINISTRA. Data di emissione: Jl! gennaio 1917

ValiditĂ postale fino al luglio 1920. Tipo

W

Stampa

Lito-tipografica.

Edizione

"anonima"

Logotipo

"assente".

Caratteristiche tipografiche rispetto ai due Tipi precedenti: a) Misure fisse : (1 !! riga) ...... mm. 82 (211 riga) ...... mm. 63 (stemma) .... mm. 32 x 25,5 (Prov. di. .. ) mm. 40 b) -

Nella composizione: nella 1!! riga ... "Italiana" con I maiuscola. nella 4!! riga di indirizzo .. . a filo. stemma: scudo con cornice a doppio filo; scudo unito alla base della corona; nastri doppi e brevi.

Varianti rispetto al "tipo base": 1) Caratteri del logotipo e colore. 2) Lunghezza del logotipo. 3) Base della corona.


Catalogo della cartoline postali in franchigia

42 TIP0 1918 - D.L. 334 - 14.2.1918

VITIORIA ALATA R'IPA.0.0V%ION E ' EVENOIT..A PVNlTE

ART, 268

~

210 C.P.

899


900

Giampiero Avanzini

TIPO "1918" ~ Vittoria alata su gran pavese Data di emissione: 5. 3 1918 (D.L. n. 334 - 14.2.1918)

ValiditĂ postale fino al 31.7.1920 ... escluse: Dalmazia, Albania, Venezia-Giulia, Truppe all'estero dove ebbe corso fino al 1921. Fonnato: mm. 140 x 90 su cartoncino, nonnalmcnte, color crema; anche mm . 136 x 88 - color grigio chiaro.

Dopo il disastro di Caporetto, nella fase di riorganizzaziane del fronte, si era considerata la opportunitĂ di utilizzare, tra gli altri mezzi di propaganda, anche la diffusissima cartolina in franchigia. Si propose una sostanziale modifica del consueto disegno dello stemma sabaudo con bandiere optando per una immagine che infondesse coraggio e speranza alle truppe. Il bozzetto prescelto rappresentava infatti una Vittoria alata in volo sul policromo pavese dei Paesi alleati che tiene fra le mani l'alloro dell'eroismo e l'ulivo della pace! Fu selezionato dal Ministero delle P.T. nel dicembre del 1917 ma fu approvato con D.L. a metĂ di febbraio 1918. Ai primi di marzo, quando la linea del Piave si era 01mai consolidata, fu emessa la nuova cartolina.


Catalogo della cartoline postali in franchigia

901

Diversamente da quando era accaduto con le cartoline delle prime emissioni, l'Economato generale del Ministero in questa occasione fornì alle tipografie le matrici per la stampa complete di ogni particolare grafico ivi compresa la indicazione del "logotipo". Pertanto le varietà di stampa risulteranno meno vistose ma da non trascurare in una catalogazione che voglia essere la più completa possibile. Le varietà riguardano: 1) Il "motto" scritto in rosso nel riquadro al centro; 2) Le ombreggiature delle bandiere e della Vittoria; 3) Le diverse tonalità nei colori delle bandiere; 4) La diversità dei logotipi: i cui caratteri variano spesso da tìratura a tiratura. 1) Sotto la parola Corri spondenza, in un riquadro di mm. 32x 15 con gli angoli arrotondati all'interno, è sempre presente e scritto in rosso uno dei seguenti motti: a) "Cittadini e soldati siate un esercito solo" V. Emanuele III. b) "Tutto ciò che voi risparmiate sarà dato, a noi che combattiamo per la libertà e per la pace" Del motto a) si conoscono n. 6 tipi con diversi caratteri di stampa e con evidenti varietà della lettera "C" iniziale. Queste varietà vengono evidenziate nella tavola seguente.

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902

Giampiero Avanzini

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Catalogo della cartoline postali in franchigia

903

Il motto b) risulta più raro del precedente. 2) Per questa cartolina furono successivamente usati n. 3 tipi di lastre (matrici) la cui individuazione presenta qualche difficoltà. È necessario rivolgere la massima attenzione alle ombreggiature delle bandiere e della figura alata. I tre tipi si differenziano per: a) ombre in grigio chiaro pieno e puntinato; b) con tratteggio in nero molto sottile; c) a retino in nero (solo per ed. Cartiere Binda). 3) Vastissima è la varietà di tono nei colori delle bandiere Passando da tonalità spente a colori di grande vivacità. Si registrano, anche se piuttosto rari, esemplari con forti spostamenti di colore, con ricalco dell'immagine a tergo e con colori mancanti. 4) Varietà dei logotipi. Sul lato destro della cartolina in caratteri e colori diversi viene normalmente indicato il nome della ditta stampatrice e la sua sede. Le varietà sono innumerevoli, per facilitare la ricerca si è ritenuto di adottare un nuovo metodo di classificazione con i seguenti criteri: a) I vari stabilimenti tipografici sono stati raggruppati tenendo conto della città o luogo in cui ebbero la loro Sede; b) le città e le tipografie sono state elencate in stretto ordine alfabetico; c) per ogni logotipo si sono indicati: la misura, il carattere tipografico, il colore. Esistono cartoline di questo tipo senza il nome della impresa stampatrice.


Giampiero Avanzini

904

TIPO 1918 Intestazione (mm; 70): R. ESERCITO (Stemma sabaudo) ITALIANO . Conispondenza in franchigia Cartiglio di diffida: a sinistra in riquadro di mm. 21 x 20 Questionario del mittente: il testo è uguale ai tipi precedenti

CLASSIFICAZIONE DELLE V ARIE IMPRESE STAMPATRICI • Arpino (Frosinone): "Soc. Tip. Arpinate" (mm. 25,5) La "V" di V. Ero. mancante; I caratteri-riquadro più piccoli Con vignetta propagandistica al verso

• Bergamo: a) "1ST. IT. D' ARTI GRAFICHE - BERGAMO"

Grande varietà di misure, colori, ecc. mm. 21,5 in nero su cartoncino grigio al verso vignetta su Prestito Naz. mm. 21,5 in azzurro su cart. bianco mm. 24,5 in azzurro al verso vignetta con Panorama di Trento mm. 24,5 in azzurro con uguale vignetta ma senza la iscrizione di propaganda-Prestito b) "Arti Grafiche - Bergamo"

mm. 25 "Arti Grafiche - Bergamo" mm. 30 "Arti Grafiche - Bergamo"


Catalogo della cartoline postali in franchigia

905

• Brescia: a) "F. Apollonio e C. - Brescia" in azzurro b) "Apollonia & C. - Brescia" (mm. 23,5)

• Colle d'Elsa (Siena): "Stab. Meoni-Colle d'Elsa" (mm. 23) "Stab. Meoni-Colle d'Elsa" (mm. 27) in azzurro

• Firenze: a) "G. AL/NARI - FIRENZE" (l 9,5 mm.)

con o senza trattino b) "E. DUCCI - FIRENZE" (mm 18,5) c) "VOLPINI - FIRENZE" (mm. 20)

d) "Volpini - Firenze" (mm. 18) azzurro Esiste con testi e vignette di propaganda; un tipo riproduce una lettera del gen. Diaz • Genova: a) "ARMANINO - GENOVA" (mm. 21) caratteri obliqui b) "ARMANINO - GENOVA" (mm. 13) c) "Armanino - Genova" (mm. 23)

Esistono esemplari senza trattino o con sbarretta divisoria verticale. Molto raro l'esemplare con frase di G. D'Annunzio al verso. Con motto "Tutto ciò che voi ... ". d) "BOZZO & COCCARELLO - GENOVA" (mm. 33)

e) "Bozzo e Coccarello - Genova" (mm. 33) in rosso f) "O.I.O. BOZZO & COCCARELLO - GENOVA"


Giampiero Avanzini

906

g) "0./.G. BOZZO & COCCAREUO Genova" I due tipi possono essere in nero, grigio, celeste e misurano

mm. 38 h) "SAJ.GA. già BARABINO & GRAEVE- GENOVA"

(mm. 29,5) Varietà nei colori del cartoncino. Esiste con vignette di Rubino al verso. • Milano a) "A. BINDA & C. MILANO"

V arie misure: mm. 25 o 26 in grigio Varie misure: mm. 29 in azzurro o nero Con vignetta di propaganda al verso b) "A. Binda & C. - Milano" (Segnalata da F. Filanci) c) "CARTIERE BINDA - MILANO"

-

Esiste nelle seguenti misure con il carattere tipografico a fianco indicato mm. 19, 5 mm. 24, 5 carattere "bastoncino" mm. 24, 5 carattere "bodoniano" mm. 25, 5 in rosso capovolto mm. 27, 5 -iniziali più grandi mm. 28, 5 mm. 32 - carattere "bastoncino" mm. 32 - carattere "bodoniano" mm. 36 in rosso I caratteri in rosso all'interno del riquadro con motto presentano varietà. d) "ISTITUTO EDITORIALE ITAUANO - MILANO"

-

(mm. 29) in verde chiaro Con vignetta di Rubino al verso


Catalogo della cartoline postali in franchigia

907

e) "LIT. G. B. VIRTUANI E C. - MILANO" (mm. 28) Caratteri inclinati a sinistra t) "TIP. LIT G. B. VIRTUANI & C. MILANO" (mm. 29) in rosso

g) "STAB. G. B. VIRTUANI & C. SUCC. RAG-CARLO SALA E C. - MILANO" (mm. 26) in azzurro - Se nel riquadro c'è il motto: "Tutto ciò che risparmiate, ecc. h) "UN. ART. IND. GRAF. MILANO" (mm. 24)

i) "UN. ART. IND. GR -MILANO" (mm. 17 o 17,5) Con vignette di propaganda al verso

• Napoli

"RJCHTER & C. NAPOLI" (mm. 14) • Roma a) "ARMANI - ROMA" In varie misure - da mm. 15,5 a 17,5 In azzurro e senza trattino - Con vignette di propaganda al verso

b) "A. Staderini - Roma" c) "DI CAPUA - ROMA"

Misure varie da mm. 12 a mm. 25,5 Le iniziali presentano altezze diverse e talvolta i caratteri sono inclinati a sinistra e la scritta si muove dall'alto in basso. d) "E. CALZONE ROMA" o "Roma" (mm. 12,5 e 19,5)

e) "Roma - Failli" in azzurro (mm. 14) t) "ROMA STAB. A. STADERINJ" (mm. 21)


Giampiero Avanzini

908

g) "Roma - Tip. Cartiere Centrali" in azzurro (mm. 35) h) "TIP. EDITRICE - ROMA" (mm. 17) o (mm. 24) oppure "Tip . Editr. Roma" (mm. 17)

i) "TIPO - LIT. G. SCOTTI - ROMA" (mm. 27) "TIPO - LIT. G. SCOTTI - Roma"

1) "Tip. Lit. G. Scotti - Roma" (15 mm.) Con frase di D'ANNUNZIO al verso Rara con errore ... "SGOTII" m) "Tip. Nazionale Bertero - Roma" (mm. 31) - In azzurre Con testi e vignette al verso n) "STAB. L. SALOMONE -ROMA" (mm. 20 o 23) Con vignetta di propaganda al verso

• Torino

"O.P.E.S. TORINO" (mm. 10) "O.P.E.S. TORINO" (caratteri riquadro più piccoli) "O.P.E.S. TORINO" in azzurro Cartiglio in bodoniano Cartiglio in bastoncino · Con vignetta al verso • Valduggia (Vercelli)

"CARTIERA RASARIO - VAWUGGIA" (mm 21,5) Su cartoncino vergato oriz.le Id. in azzurro o rosso • Varese

a) "ARTI GRAFICHE VARESINE - VARESE" (mm. 26) b) "ARTI GRAFICHE VARESINE- VARESE CARTIEREPAOLO PIGNA"


Catalogo della cartoline poslali in franchigia

909

(mm. 43,5) normalmente celeste o bleu più rara in bleu. • Vicenza a) "ARTI GRAFICHE - VICENZA" (20,5)

b) "MESIRCA - VICENZA" (mm. 20,5) - Esiste con testo di propaganda al verso.

CARTOLINA POSTALE ITALIANA IN FRANCHIGIA CORRISPONDENZA DELLA R. MARINA Con lo stesso Decreto n. 687 del 23 maggio 1915 che autorizzava l'emissione della Cartolina in franchigia per l'Esercito ne fu autorizzata una analoga per la Marina .

• La prima emissione non ebbe larga diffusione poiché, a differenza di quella per l'Esercito, la C. F. recava al verso un questionario già predisposto, per cui al mittente era solo concesso di: " ... cancellare le frasi che non corrispondono a quanto vuol dire." Era una limitazione, nei confronti dei marinai, della quale sfuggono le vere motivazioni. Ma poiché nel primo periodo e fino all'agosto del 1916 venivano ammesse alla franchigia anche cartoline "non ufficiali", molte navi produssero proprie edizioni.


910

Giampiero Avanzini

A partire dall'autunno 1916 fu emessa la nuova cartolina con aquila ad ali spiegate al posto dello stemma sabaudo e con il verso completamente in bianco.


Calalogo della cartoline postali in franchigia

5!lTIPO 1915- '21 - (R.D. 687 - 32.5.1915)

R. MARINA

911


Giampiero Avanzini

912

12 Tipo: Aquila grande a sinistra. Data di emissione: 23.5.1915

REGIA MARINA

AVVERiLNZA

â&#x20AC;˘ Fonnato:

140 x 90 mm. - Cartoncino bianco

Stampa:

Tipografica in grigio-nero

Al recto:

a sinistra grande aquila con croce sabauda ad ali spiegate, su ancora, sovrastata da corona. La dicitura "REGIA MARINA" (mm. 46x47); a destra, nella parte superiore, avvertenze per i militari.

Al verso:

brevi frasi di ordinaria corrispondenza.


913

Catalogo della cartoline postali in franchigia

2° TIPO: Aquila piccola, ceppo diagonale corto, a destra. Data di emissione: Ottobre 1916. CARTOLINA POSTALE l1"ALIANA IN FRANCHIGIA CORRISPONDENZA OeLLA A.• MARINA

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Senza nessuna scritta al verso. Stampa:

Tipografica a colori (rosso-bruno-nero). Incisione del disegno e dei caratteri grossolana con spostamenti di colore.

Al recto : la scritta orizzontale in alto da sinistra.

"CARTOLINA POSTALE ITALIANA IN FRANCHIGIA" (mm 97) nero Corrispondenza della R. Marina (mm. 65) rosso - a sinistra, in verticale, il questionario per il mittente, il primo rigo a sinistra in rosso. - a destra, aquila più piccola del tipo precedente ad ali spiegate su ancora. Dimensioni: mm. 43x40. Lo scudo con la croce sabadua è ovale. Il ceppo dell'ancora è corto (mm. 12) ed in diagonale. VARIETÀ: IDEM - Stampata in rosso-bruno e bleu anche le diciture in bleu.


914

Giampiero Avanzini

32 TIPO: Aquila piccola, ceppo orizzontale, a destra. ~--:-'

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Tipografica a colori (azzurro scuro-bistro-rosso) Disegno modificato, incisione più fine del tipo 2°. Su cartoncino bianco o paglierino.

Stemma con aquila, dimensioni mm. 48x40. Lo scudo con croce sabauda è rotondo. Altre dimensioni dello stemma mm. 45 x 39 - 46 x 39 Altre dimensioni dello stemma mm. 47 x 39 48 x 41 Il ceppo dell'ancora è orizzontale e più lungo del tipo precedente (mm. 18). Varietà:

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Catalogo della cartoline postali in franchigia

4Q TIPO:

915

Aquila piccola e ceppo obliquo, a destra. 1l! e 2ll riga in cor-

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Ca,to/,'na postàle

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•

Validità di questa C. P. F. e delle precedenti fino al 31.7.1920, escluse Venezia Giulia, Dalmazia, Libia, Albania ed all'estero, dove ebbero corso fino al 1921. Stampa:

Tipografica. Carattere corsivo su cartoncino bianco. Solo nei due colori: bruno e rosso.

Stemma:

Croce sabauda in scudo ovale, senza tratteggio.


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Giampiero Avanzini

ELENCO DELLE DITfE STAMPATRICI DELLE CARTOLINE UFFICIALI (1) 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. 15. 16. 17. 18. 19. 20. 21. 22. 23. 24. 25. 26. 27. 28. 29.

A. Binda & C. Milano Armani - Roma Armanino- Genova Arti Grafiche Varesine - Varese Arti Grafiche Varesine - Varese Cartiere Paolo Pigna Arti Grafiche - Vicenza Bozzo e Coccarello - Genova Cartiere Rasario - Valduggia Cartiera Volpini - Firenze Cartiere Binda - Milano Cartiere Meridionali - Napoli Cartiere Meridionali Torino E. Calzone - Roma E. Ducci - Firenze E. Trapani - Roma Failli - Roma F. Apollonio & C. - Brescia G. Scotti - Roma lnd. Grafiche Nazionali - Roma Istituto d' arti grafiche - Bergamo Istituto Editoriale Italiano - Milano Litografia Doyen - Torino Litografia G. B. Virtuani & C. - Milano Mersica - Vicenza O. I. G. Bozzo e Coccarello - Genova O. P. E. S. -Torino P. A. Molina - Varese R. Antinucci - Roma Richter & C. - Napoli

(1) In ordine alfabetico con la ragione sociale normalmente indicata in calce alle cartoline.


Catalogo della cartoline postali in franchigia

30. 31. 32. 33. 34. 34. 35. 36. 37. 38. 39. 40. 41. 42. 43.

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S. A. I. G. Adolfo Barabino - Genova S. A. I. G. A. giĂ Barabino e Graeve - Genova S. Lapi - Arpino Soc. Tipografica - Arpinate Stabilimento A. Marzi - Roma bis Stabilimento A. Staderini - Roma Stabilimento di Capua - Roma Stab. G. B. Virtuani & C, succ. Rag. Carlo Sala & C. Milano Stab. Ind. Graf. - Firenze Stab. Lit. G. Alinari - Firenze Stab. Meoni - Colle d'Elsa Stab. L. Salomone - Roma Tip. Cartiere Centrali - Roma Tip. Editrice Romana - Roma Tip. Nazionale Bertero - Roma


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Giampiero Avanzini

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LUIGI EMILIO LoNGO

IL CONFINE ITALO-AUSTRIACO DOPO LA PRIMA GUERRA MONDIALE CON PARTICOLARE RIFERIMENTO ALLA SELLA DI DOBBIACO Premessa

Il tema specifico oggetto di questo lavoro non può prescindere da alcuni presupposti di ordine generale che, se pur conosciuti nel loro quadro d'insieme, necessitano di un richiamo e soprattutto di una correlazione con gli aspetti che maggiormente si riferiscono alla zona interessata. Per la sua posizione geografica, la regione dell'Alto Adige si è trovata a dover fronteggiare nel corso di secoli la costante pressione della massa germanica interessata, per motivi di indole militare, al possesso di quella zona alpina come ad un punto di facile accesso verso il sud. Solo nel XIV secolo la Casa d' Asburgo riuscì ad installarsi nella regione che fino ad allora aveva partecipato costantemente alle vicende politiche della penisola italiana. Gli Asburgo tuttavia mantennero il possesso della regione fino al periodo napoleonico allorché l'area venne dapprima attribuita alla Baviera con la pace di Presburgo, del 26 dicembre 1805 per poi essere parzialmente annessa al Regno Italico in seguito al trattato franco-bavarese di Parigi del 28 febbraio 1810 che tracciò il nuovo confine poco più a nord della città di Bolzano. Dopo la caduta di Napoleone, l'imperatore d'Austria fu reintegrato nei suoi possessi con il trattato austro-bavarese del 3 giu-


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gno 1814 e con il trattato di Vienna del 9 giugno 1815. La diplomazia italiana - come pegno dell'entrata in guerra - aveva ottenuto con il Patto di Londra del 26 aprile 1915 di spingere i nuovi confini settentrionali del Regno sino al displuviale alpino ed al passo del Brennero. La richiesta aveva una chiara motivazione strategico-militare, basata sulla necessità di poter disporre di un confine facilmente difendibile; minor importanza ebbero certamente ragioni di carattere economico, essendo l'Alto Adige un paese sufficientemente ricco di per sé, ma non tanto da essere apportatore di ulteriori ricchezze al Regno d'Italia o, meglio, essendolo solo potenzialmente nella prospettiva di un eventuale incremento e sviluppo del settore terziario del turismo e/o di quello secondario dell'industria idroelettrica, aspetti condizionati entrambi, specie quest'ultimo, dall'immissione di grandi capitali anche di estrazione estera. Nelle richieste italiane del 1915, accettate dalle Potenze del1' In tesa in guerra contro · gli Imperi Centrali, prevalse quindi il criterio di ridisegnare la carta politica d'Europa secondo il principio dei confini naturali, un principio cioè su base geografica e non storica. Sulla opportunità e validità di tale criterio, peraltro non nuovo nella storia della diplomazia e più volte oggetto di applicazione nei trattati di pace europei, si è a lungo discusso, ed una numerosa letteratura è stata prodotta sull'argomento anche se non tutta aliena da forzature e strumentalizzazioni; fra le opere di maggior pregio, che hanno affrontato il problema specifico con serenità ed equilibrio, sono da ricordare la "Storia diplomatica della questione dell'Alto Adige" di Mario Toscano (Laterza, Bari, 1967) e la più recente "Alto Adige 1918-1946" di Umberto Corsini e Rudolf Lill, edita dalla Provincia Autonoma di Bolzano nel 1988. A prescindere comunque dalle discussioni sulla validità o meno di aver privilegiato il principio geografico rispetto a quello storico, risulta fuor di dubbio come, nel caso in questione, se c'era un confine naturale di chiara ed incontrovertibile evidenza quello era proprio il displuviale alpino con, al suo centro, il passo del Brennero.


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Le ragioni di ordine strategico-militare alla base delle richieste italiane avanzate tra il 1914 ed il 1915 dai ministri degli esteri di Sangiuliano e Sonnino erano date per scontate nella loro necessità e fondatezza, tanto che negli archivi del Ministero degli Affari Esteri non vi è traccia di documenti che depongano per un'influenza dello Stato Maggiore italiano ai fini della eliminazione di una palese soggiacenza militare venutasi a creare per l'Italia con la frontiera tracciata dal trattato di Vienna del 3 ottobre 1866, ed in particolare con l "'atto finale di confinazione", in base al quale l'Austria cedeva all'Italia il regno lombardo-veneto sino ai confini amministrativi dello stesso. Le richieste italiane avanzate in sede di Patto di Londra, il cui articolo 4 prevedeva l'acquisizione, fra l'altro, del Trentino e del Tirolo cisalpino fino alla dorsale geografica e naturale rappresentata dalla frontiera del Brennero, erano quindi ispirate da esigenze di sicurezza terrestre. Peraltro, l'ingresso in guerra degli Stati Uniti aveva determinato la messa in dubbio della legittimità di parte delle richieste territoriali italiane. In particolare, il punto IX dei 14 punti di Wilson, sottolineando la rinuncia a guadagni territoriali e la definizione di confini rispondenti ai princip1 di nazionalità, negava all 'Italia la possibilità di ottenere i confini promessi dal Patto di Londra e quelle aree la cui acquisizione per esigenze di sicurezza terrestre (o marittima) avevano fatto considerare necessaria. Nel quadro di iniziative diverse, tendenti ad influenzare l'opinione pubblica americana, furono importanti una serie ai conversazioni svoltesi nell'agosto 1918 fra il colonnello di Stato Maggiore De Ambrosis ed il maggiore americano Johnson circa i confini terrestri che l'Italia intendeva ottenere, dalle quali appare chiaramente l'accettazione di un confine alla dorsale alpina settentrionale, mentre appare incerta quella di un confine orientale secondo la richiesta italiana. Ritengo interessante ed utile riportare uno stralcio del riassunto delle conversazioni intercorse fra il Johnson ed il De Ambrosis compilato da quest'ultimo per il Comando Supremo e da questo inviato al Re, al Presidente del Consiglio ed al Ministro


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degli Affari Esteri. L'ufficiale americano, insegnante universitario nel campo degli studi geografici, invitato in Italia perché analizzasse da un punto di vista strettamente militare la questione del confine orientale, aveva posto alla base dei suoi quesiti la seguente dichiarazione: "Scopo degli Stati Uniti è di aiutare gli stati alleati a conseguire una pace durevole. Prima condizione per tale durevolezza è che la vostra frontiera sia il meglio possibile rispondente alle vostre necessità militari. Io amerei quindi sapere da voi il vostro parere che mi illuminasse sulle necessità militari e sulle condizioni di terreno migliori per avere una frontiera che risponda a quelle condizioni di sicurezza in casa vostra e quindi di pace durevole. Facciamo pertanto astrazione, in quanto possibile, dalle questioni etniche, commerciali, politiche, ecc. che saranno invece trattate da altri in un momento più opportuno".

Il riassunto del De Ambrosis continuava sintetizzando quanto era risultato da uno scambio di idee con il Johnson circa le questioni di frontiera in regione Alto Adige, nel corso del quale erano state evidenziate le condizioni teoriche di una frontiera montana "ideale" applicabili alla situazione italiana: a) brevità di sviluppo della linea di frontiera per minor dispendio di forze a sua guardia. Ne risultò il favorevole raffronto fra una linea di frontiera Stelvio-Reschen-Brennero-Toblach-Monte Croce di Comelico in confronto della lunga tortuosa attuale con i due salienti delle Giudicarie e del Trentino; b) difficoltà di terreno che localizzino i punti di facile passaggio del nemico, sempre a vantaggio della diminuzione di forze necessarie per la guardia della frontiera; , c) opportunità di avere alle spalle corridoi di manovra per spostare le riserve e farle tempestivamente accorrere sul varco più minacciato; d) convenienza di avere alle spalle la maggiore possibile profondità di montagne per portarne la difesa su successive linee. Impressionante, anche per un profano, il confronto fra la nostra attuale frontiera e quella Reschen-Brennero-Toblach che darebbe le successi ve linee strategiche di: 1 - linea di frontiera succitata; 2 - massiccio del Cevedale, gruppo delle Sarna, Frollspitze, Croda Rossa, Monte Croce di Comelico;


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massiccio del Cevedale, contrafforte della Mendala, Latemar, massiccio del Monte Cristallo; 4 - Adamello, cime di Brenta, cima d'Aosta, Mannolada; 5 - Giudicarie, Prealpi Venete o più chiaramente: fascia di alte terre a sud del solco Val Daona-Val di Ledro-Loppio-Mori-Caldonazzo-Val Sugana. Ciascuna di queste linee, essendo naturale, è preceduta da un fosso d'ostacolo e spalleggiata da un corridoio di manovra; e) costituzione di frontiera che permetta l'impiego a masse dell'esercito sui punti più deboli. Il lungo budello della pianura veneto-friulana e la minor forza naturale del terreno della Venezia Giulia impongono di tenere la massa dell'esercito a guardia di questa tradizionale porta aperta agli invasori d'Italia. A maggior ragione è necessario avere sul fianco una forte frontiera nell'Alto Adige da potersi guardare con poche forze" ( 1)

Che il Johnson fosse rimasto "impressionato" in senso favorevole all'orientamento italiano circa la frontiera del Brennero lo dimostra un successivo commento esplicativo da lui redatto nell'ottobre 1918 di fronte alle critiche rivolte al programma di Wilson: " ... gli italiani richiedono una frontiera strategica piuttosto che etnica. Va notato, a tale proposito, che l'Italia e la Germania potrebbero diventare confinanti se l'Austria tedesca si unisse all'Impero Germanico e, d'alt.rd parte che, se l'Italia ottiene la migliore frontiera geografica, essa assumerà la sovranità sopra un largo numero di tedeschi. Questa è una violazione di principio ma può essere osservato che, tracciando una linea netta lungo la cresta delle Alpi, la sicurezza dell'Italia sarà enormemente aumentata e sarà ridotta la necessità di armamenti pesanti. Può essere stabilito ·che l'Italia abbia quanto chiede nel Trentino ma che la parte settentrionale abitata dai tedeschi sia completamente autonoma e che la popolazione non sia sottoposta al servizio militare nell'esercito italiano. L'Italia potrebbe così occupare i picchi alpini disabitati per scopi militari ma non governerebbe la vita culturale di popolazioni estranee a sud della frontiera".

(1) "L'esercito italiano nella Grande Guera 1915-1918", voi. V (le operazioni del 1918) tomo 22 bis (la conclusione del conl1itto) - documento n 9 456, pag. 1127, USSME, Roma, 1988.


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L'importanza di questo dispaccio, afferma Toscano dal cui volume è stato tratto (2), consiste innanzitutto nel fatto che esso enunciò per la prima volta il concetto di una autonomia per gli abitanti di lingua tedesca i quali, per di più, sarebbero stati esentati dal servizio militare. Dal che risulta che l'idea di autonomia fu di origine americana e venne enunciata ancor prima della sottoscrizione dell'armistizio di Villa Giusti. Quanto poi fosse praticamente realizzabile il concetto di lasciare occupare dall'Italia solo i picchi alpini disabitati è difficile affermare. Il Comando Supremo era dunque attivamente impegnato ad ottenere, in sede di accordi armistiziali e di pace, una situazione che eliminasse il pericolo permanentemente costituito dal saliente trentino, riducendo a tre sole (Resia, Brennero, Dobbiaco) le vie di possibile invasione rispetto a quelle ben più numerose del confine del I 866, ed assicurasse tutto I"'hinterland" triestino con l'occupazione della linea di separazione del bacino dell'Isonzo da quelli della Sava e della Drava, e l'Istria fino al Monte Nevoso ed a Fiume.

Dall'armistizio alla delimitazione del nuovo confine Parallelamente alle conversazioni fra gli esponenti governativi diplomatici, il Comando Supremo italiano aveva costituito nell'ottobre 1918 una "Sezione Armistizio e Confini" diretta dal colonnello Alberto Pariani, che il 14 dello stesso mese era stato inviato a Parigi per presentare al rappresentante milit.µ-e italiano le condizioni che dovevano essere sostenute in sede interalleata, in merito alle quali venivano considerate varie ipotesi con la premessa che, comunque, le condizioni di armistizio fra Italia ed Austria-Ungheria fossero concepite analogamente a quelle fra gli altri alleati e la Germania. Il documento, non conoscendosi esattamente quanto sarebbe stato proposto dagli alleati a riguardo delle (2) TOSCANO M., ll Patio di Londra, Zanichclli, Bologna, 1934, pag. 23.


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occupazioni territoriali, prospettava quattro scenar1 che sembravano potersi considerare come più probabili e che corrispondevano a diversi gradi di severità delle condizioni d'armistizio, precisando altresì che le condizioni contemplate avrebbero potuto essere anche variamente combinate: "1 - Il nemico sgombra una striscia oltre la- frontiera politica lasciando una zona neutra nella quale ci sono concesse occupazioni territoriali oltre questa per garanzia militare; 2 - Il nemico sgombra una striscia oltre la frontiera politica lasciando una zona neutra nella quale ci sono concesse occupazioni a titolo di garanzia sotto il punto di vista militare. In tal caso importa occupare:

c) nel Trentino orientale: tutte le testate degli affluenti del Piave sino ai passi e cime di confine incluse, nonché la sella di Toblach; d) nelle Alpi Carniche: vette e passi delle Alpi Carniche, nonché la Val Fclla e la conca di Tarvis;

3 - II nemico sgombra sino alla linea stabilita come confine dal Patto di Londra e l'Italia ha facoltà di occupare una linea militare intermedia tra il confine politico attuale e quello stabilito dal Patto di Londra. Per maggiore garanzia, dovrebbe esserci consentita l'occupazione dei seguenti punti al di là di tale linea:

c) nelle Alpi Carniche la sella di Toblach, Sillìan e la conca di Tarvis;

4 - L'Italia può senz'altro procedere all'occupazione esclusiva dei confini assegnatigli dal Patto di Londra. A garanzia militare di tale confine sarebbe opportuno oltre l'occupazione della linea stessa il possesso, sino a pace sottoscritta, dei seguenti punti: a) SiJlian (in Val del Gai!) b) conca di Tarvis c) conca di Bischofak d) Ober Laibach" (3). (3) L'ESERCITO ITAUANO documento n2 460, pag. 1138.

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1915-1918, op. cit., vol. V,


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Il 12 novembre 1918 avvenne, a Villa Giusti, a 4 Km. da Abano, il primo incontro fra le due commissioni armistiziali italiana ed austriaca, nel corso del quale fu consegnato a quest'ultima il testo del protocollo d'armistizio che all'articolo 3 definiva lo sgombero di tutti i territori occupati dall'Austria-Ungheria ed il ritiro delle forze al di là di una linea che "dal Pizzo Umbrail sino a nord dello Stelvio seguirà la cresta delle Alpi Retiche sino alle sorgenti dell'Adige e dell'Isonzo passando per Reschen, il Brennero ed i massicci dell'Oetz e dello Ziller, quindi volgerà verso sud attraverso i monti di Toblach e raggiungerà l'attuale frontiera delle Alpi Carniche seguendola fino ai Monti di Tarvis ... " (4 ).

Era la "linea blu", quella oltre la quale le unità avversarie dovevano ritirarsi entro 15 giorni dalla cessazione delle ostilità; sotto di essa, vi era una "linea gialla" intermedia oltre la quale avrebbero dovuto riunirsi le unità austro-ungariche entro 5 giorni dalla cessazione delle ostilità (in realtà, essa risultava in alcuni punti già superata all'atto dell'armistizio). Questo, come è noto, entrò in vigore alle ore 15 del 4 novembre. Sul fatto che l 'inizio dello stato armistiziale fosse stato procrastinato di 19 ore rispetto al momento della firma dei testi, sono state sollevate da parte austriaca e tirolese postume polemiche, addebitanti all'Italia il sotterraneo disegno di approfittare di quelle ore, quando ormai lo sfacelo dell'esercito austro-ungarico era in atto, per avanzare con le sue truppe in quelle terre che non avevano conquistato ancora con le armi. L'osservazione, come messo in evidenza anche nel citato volume di Corsini e, Lill (5), se può avere un suo rilievo ed un suo significato di orgoglio per la popolazione sudtirolese, non ne ha ~lcuno sul piano giuridico delle convenzioni militari. La linea armistiziale richiesta dall'Italia in accordo con gli altri alleati dell'Intesa ed accettata dai pleni-

(4) L'ESERCITO ITALIANO NELLA GRANDE documento n2 475, pag. 1154. (5) CoRS!Nl U., LlLL R., op. cit., pag. 36

GUERRA

1915-1918, op. cit., vol. V,


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potenziari austro-ungarici non era quella dell' "uti possidetis", ma quella del displuviale alpino fino al Passo del Brennero, la linea già convenuta nel Patto di Londra (che comprendeva "le Trentin, le Tiro[ cisalpin avec sa frontière gèografique et naturelle, la frontière du Brenner") e sancita poi nel trattato di pace di San Germano. E perciò non aveva alcuna rilevanza fino a quel punto si fossero spinte le truppe italiane prima dell'entrata in vigore del1' armistizio. Tra l'altro, mentre l'Austria-Ungheria aveva chiesto e concluso l'armistizio, la Germania era ancora in guerra ed il vuoto lasciato dalla disfatta dell'esercito austro-ungarico poteva essere colmato - come di fatto si tentò - da quello tedesco muovendo dalla Baviera sul Tirolo e sull'Adige a sud della cerchia alpina. Nello stesso 4 novembre, il Comando Supremo diramava disposizioni applicative dell'armistizio stipulato. Per q11anto riguardava il nuovo schieramento delle forze, e sempre in riferimento alla zona che ci interessa, !a 1i! Armata doveva portare il V Corpo d'Armata nella zona Bressanone-Sterzing (Vipiteno)-Welsberg (Monguelfo) assicurando la sorveglianza dal Brennero alle Tre Cime di Lavaredo. Il provvedimento, su un piano più generale, rappresentava anche l'accoglimento di una formale richiesta del comando della XI Armata austroungarica dettata da vivé preoccupazioni per l'ordine pubblico nelle zone, sofferenti per la penuria di cibo e turbate dal transito dei reparti in dissoluzione che cercavano di riguadagnare il territori.o austriaco. Il 10 novembre, nel quadro dei movimenti in vista di operazioni offensive contro il confine meridionale della Germania, il Comando Supremo aveva disposto che 1'8i! Annata, avendo già occupato con un gruppo d'assalto (4Q) Sillian, spingesse il più celermente possibile un contingente su Brunico; successivamente veniva invece disposto, date le notizie pervenute degli afflussi di truppe germaniche a sud del Brennero fino a Fortezza, che le due località di Sillian e Brunico venissero occupate, ciascuna, da un gruppo del V Raggruppamento alpino (Battaglioni "Ivrea" e "Val Chiese" a Brunico, battaglione "Adamello" a Dobbiaco, 15 2


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Grnppo Alpini - battaglioni "Val d'Orco", "Mondovì" e "Monte Ortler" - a Sillian), mentre il grnppo d'assalto già in quest'ultima sede doveva raccogliersi nell'Ampezzano rientrando alla propria Divisione (1° d'assalto). Il lQ gennaio 1919 il comando della !i! Armata, nell'intento di far coincidere i limiti di responsabilità territoriale con le circoscrizioni amministrative della regione, assegnava sedi e competenze delle grandi Unità dipendenti in base alle quali, per quanto atteneva alla Val Pusteria, la 551i Divisione era dislocata a Brunico alle dipendenze del X Corpo d 'Armata di Bolzano. Apertasi la Conferenza della pace, la delegazione italiana preparò il 7 febbraio 1919 un memoriale nel quale, senza fare riferimento al Patto di Londra per non urtare le suscettibilità statunitensi, venivano spiegate le ragioni delle richieste italiane che, per quanto si riferiva alla frontiera settentrionale, si estendevano anche alla valle di Sesto ed alla conca di Tarvisio, non comprese nel Patto di Londra: "L'importanza strategica dell' Allo Adige è sempre stata riconosciuta perché nella vallata superiore dcli' Adige trovano la loro origine tutte le strade che sono servite alle invasioni tedesche verso l'Italia. Anche se l'Italia avesse Trento, i tedeschi terrebbero sempre lassù le porte d'Italia. L'Italia è obbligata ad arrivare molto al di là di Bolzano per impedire ai tedeschi di dominare tutto il versante italiano delle Alpi grazie al congiungimento delle due grandi linee ferroviarie che superano le Alpi al Brennero ed a Dobbiaco. Il generale austriaco Kuhn l'ha scritto: «Se gli italiani vogliono difendere Venezia, devono impadronirsi del Tirolo meridionale fino al Brennero» (6).

Il 19 aprile 1919, pertanto, Orlando chiese al Consiglio dei Quattro che il trattato di pace riconoscesse all'Italia lo spartiacque alpino secondo quanto era stato previsto nel Patto di Londra, con l'aggiunta della vallata di Sesto e della conca di Tarvisio. Egli non negò l'esistenza in Alto Adige di un forte gruppo etnico

(6) TOSCANO, op. cit., pag. 36.


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tedesco ma contestò la validità del censimento effettuato nel 1910 dal Governo di Vienna i cui risultati dovevano dimostrarsi inattendibili anche a proposito delle minoranze ceche, croate e romene. Comunque, secondo quanto ebbe ad affermare il presidente del consiglio Orlando, l'elemento etnico diventava secondario di fronte all'esigenza di garantire all'Italia la sicurezza delle sue frontiere. Il Presidente Wilson confermò subito la sua disposizione ad accettare la richiesta di Orlando ivi compresi gli arrotondamenti di Sesto e di Tarvisio. Egli sperava così di facilitare una soluzione della questione adriatica più consona ai principi da lui propugnati, non rendendosi conto, come fa osservare giustamente Toscano (7), che, una volta lasciato cadere il principio etnico anche a proposito della frontiera settentrionale italiana, gli sarebbe stato più difficile rifiutare le richieste di Roma in merito alla frontiera orientale. Il trattato di pace di San Germano firmato il 10 settembre 1919 stabiliva, all'articolo 27, le frontiere dell'Austria che, per quanto concerneva l'Italia, erano determinate come segue: -

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dalla quota 2645 (Gruten Joch) verso est fino alla quota 2915 (Klopajer Spitz): una linea da determinare sopra luogo che passi per la quota 1483, sulla strada da Reschen a Nauders; quindi, verso est, fino alla sommità del Picco dei Tre Signori (Dreiherren Spitz, quota 3505): lo spartiacque fra il bacino dell ' Inn, a nord, e quello de ll'Adige, a sud; quindi , in direzione generale sud-sud-est, fino alla q. 2545 (Marchkinkele): lo spartiacque fra il bacino della Drava ad est e quello dell ' Adige ad ovest; quindi , verso sud-est, fino alla quota 2483 (Helm Spitz): una linea da determinare sopra luogo, che traversi la Drava fra Winnbach ed Arnbach; quindi, verso est-sud-est, fino alla quota 2050 (Osternig), circa 9 km. a nord-ovest di Tarvis: lo spartiacque fra il bacino della Drava, a nord, e successiva-

(7) TOSCANO, op. cit., pagg. 3 1-32.


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mente i bacini del Sextenbach, del Piave e del Tagliamento a sud; - quindi, verso est-sud-est, fino alla quota 1492, circa 2 km. ad ovest di Thorl: lo spartiacque fra il fiume Gail, a nord, ed il fiume Gailitz a sud; - quindi, verso est, fino alla quota 1509 (Pec): una linea da determinare sopra luogo, che attraversi il Gailitz a sud della città e della stazione di Thorl, e passi per la quota 1270 (Cabin Berg). Subito dopo la firma del trattato di pace il governo italiano, dietro proposta dello Stato Maggiore dell'Esercito, si occupò della costituzione della Commissione per la delimitazione della frontiera fra l'Italia e l'Austria, e nel novembre 1919 nominò quale suo delegato il colonnello Alberto Pariani incaricandolo degli studi relativi alla definizione dei particolari della frontiera. Questi misero subito in rilievo: a) la difficoltà delle operazioni materiali di confinazione dovute allo sviluppo (oltre 400 km.) della frontiera ed alla sua elevazione (quasi un centinaio di chilometri di quote sui 3000 metri); b) l'opportunità di apportare qualche piccola modifica ai limiti fissati dal trattato di San Germano, urtando contro interessi economici locali; c) la necessità di adottare un sistema rigorosamente scientifico per fissare la linea di confine in modo da evitare possibili contestazioni future. Il rilevamento della linea avrebbe dovuto essere fatto determinando con coordinate geografiche ed ortogonali i ' vertici della linea poligonale che sarebbe risultata dall'allacciamento fra loro dei punti scelti per individuare la linea di confine; tale determinazione sarebbe stata fatta basandosi sui segnali trigonometrici di una rete svolgentesi parallelamente e nelle immediate vicinanze della linea d.i confine. Le difficoltà delle operazioni materiali di confinazione (lavori geodetici, topografici e catastali) furono risolte con un'opportuna organizzazione. L'intera frontiera fu divisa in tre grandi zone


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COf9Spondenti ai grandi bacini dell'Alto Adige: zona A, Val Venosta; zona B, Isarco-Rienza; zona C, Tagliamento-Galitz. Ad ogni zona fu assegnato un sottocommissario austriaco ed uno italiano con il compito di procedere alla scelta delle posizioni sulle quali erigere i cippi di confine, ciascuna area venne divisa in settori (3 per la zona A, 5 per la zona B, 3 per la zona C) corrispondenti a bacini secondari. Ad ogni settore fu assegnata una squadra di lavoro agli ordini di un ufficiale topografo. Una interessante e preziosa documentazione tecnica sulle operazioni ai delimitazione del confine è conservata presso l'archivio dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito (8), così come con ogni probabilità presso l'Istituto Geografico Militare. Avvenuta la ratifica del trattato di pace, il 19 luglio 1920 la Commissione Internazionale per la delimitazione della frontiera italo-austriaca, composta di cinque membri rappresentanti, oltre le due parti in causa, l'Inghilterra, la Francia ed il Giappone (presidente fu eletto il delegato francese colonnello Etienne Rouget, mentre l'Austria era rappresentata dal tenente colonnello Alphonse Bernhard), iniziò i suoi lavori a Parigi, trasferendosi poi nella prima quindicina di agosto a Verona e quindi a Merano da dove cominciò discussioni e sopralluoghi (9). Vi furono fin dal! 'inizio divergenze di fondo. La linea proposta dalla delegazione italiana era quella del trattato di San Germano con l'aggiunta di tutte le zone che, essenzialmente per motivi di ordine economico, dovevano essere prese in esame in modo da dare al problema una soluzione confacente sia agli interessi locali sia a migliorare le condizioni difensive in alcuni tratti di frontiera. Anche la linea proposta dalla delegazione austriaca era quella del trattato di San Germano, modificata però più o meno marcata-

(8) Carteggio G 26, raccoglitore 21. (9) Archivio USSME, carteggio G 22, racc. 56, foglio 19720 del 19.7.1920, da Comitato Militare Alleato di Versailles - Sezione Italiana. a Stato Maggiore R.E., f.to Pariani; cfr. anche Adami V. "Storia documentata dei confini del Regno d'Italia" voi. IlJ, pagg. 111-113, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1930.


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mente là dove la frontiera stabilita dal trattato si scostava dalla displuviale; in sostanza, la delegazione austriaca chiedeva che l'Italia rinunciasse a tutte le zone che si trovavano al di là della displuviale, comprendendo in tale rinuncia non solo il piccolo tratto in corrispondenza del Passo di Resia ma l'intera valle di Sexten e la conca di Tarvis. Prevalse l'orientamento italiano (10). I lavori della Commissione si protrassero per oltre due anni, sino all'inizio dell'autunno 1922. Il commissario italiano, colonnello Pariani, compilava per la Presidenza del Consiglio ed i ministeri della Guerra e degli Affari Esteri una relazione riassuntiva (11) nella quale si affermava: "Il trattato di pace di San Germano stabilisce che la nuova linea di confine fra Italia ed Austria sia data dalla linea displuviale intercedente fra il bacino dcli 'Inn e Drava al nord e quelli dell'Adige e Tagliamento a sud esclusi tre punti e precisament~ in corrispondenza: del Passo di Resia, della testata della Drava e della conca di Tarvisio. Tale linea fu definita sul terreno dalla Commissione attenendosi in massima al trattato di pace con qualche modificazione ove lo richiedano considerazioni di ordine speciale. Di tali modificazioni quelle aventi anche la minima importanza morale e militare sono fatte a vantaggio dell'Italia, mentre alcune (poche ed insignificanti per estensione ed importanza) sono state risolte secondo la richiesta austriaca, trattandosi in genere di osservare dei limiti di piccole proprietà private che venivano intersecate dalla linea di confine. Nello schizzo annesso sono elencati tutti i punti di qualche entità nei quali il trattato di pace ebbe a subire modificazioni. Aggiungo in proposito che siccome tali modificazioni sono state apportate all'unanimità dei voti (cioè col consenso espresso anche dal delegato austriaco), esse hanno piena legalità anche di fronte alla conferenza degli ambasciatori. Quì di seguito dò chiarimenti sintetici nei riguardi di tali varianti raggmppandole in due serie: quelle riguardanti tratti da definirsi sul terreno, e quelle riguardanti tratti nei quali si doveva seguire la linea displuviale". (10) Archivio USSME, carteggio G 22, racc. 56, foglio 5029 del 21.8.1920, da Commissione Intcrn. Delim. Frontiera Italo-Austriaca - Delegazione Italiana - f.to Pariani. (11) Archivio USSME, carteggio G 22, racc. 60, foglio 14395 del 19.10.1922, da Commissione lntem. Delim. Frontiera Italo-Austriaca - Delegazione Italiana - f.to Panam.


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Seguivano, per quanto riguardava le prime, quelle relative al Passo di Resia, della conca di Tarvisio e della testata della Drava; a proposito di questa, la relazione così riferiva: "Testata di Drava - Il trattato di pace stabilisce che la linea di confine vada da q. 2545 (Marchkinkele) a quota 2483 (Hclm Spitz) attraversando la Drava fra Winnbach ed Arnbach. La linea rispondente letteralmente a tale dicitura avrebbe amputata parte del comune cii Winnbach. Dopo qualche discussione venne adottato come frontiera di Stato il confine amministrativo orientale del comune di Winnbach. Inoltre venne ceduto all'Italia il territorio costituente la sommità dcli' Helm Spitz (che rappresenta un appiglio militarmente importante), mentre in compenso veniva ceduto all'Austria il ponticello di legno che attraversa la Drava sul fondo valle, ponticello costruito per esclusivo uso degli abitanti di Arnbach. Con tale decisione vennero assegnati all'Italia circa 5 chilometri quadrati di terreno in più di quanto avreibbc indicato letteralmente la dicitura del trattato".

In effetti, in questa regione il confine avrebbe dovuto essere rappresentato da una linea che partendo dal Marchkinkele raggiungesse l'Helm Spitz attraversando la Drava tra i due abitati di Arnbach e Winnbach. In precedenti riunioni era stato convenuto che la frontiera dovesse seguire nel suo insieme il confine settentrionale ed orientale del comune di Winnbach, ma il delegato italiano aveva chiesto un leggero allargamento della zona a nord e ad ovest dell'Helm Spitz mentre la delegazione austriaca aveva proposto una lievissima modificazione sul fondo della Drava. La Commissione decise all'unanimità che sarebbe stato ceduto all'Italia il tratto a nord dell 'Helm Spitz chiesto dalla delegazione italiana e che per compenso l 'ltalia avrebbe ceduto all'Austria una contenuta striscia di terreno lunga una trentina di metri e larga dieci. Dopo aver udito il parere degli abitanti della regione, la Commissione adottò come linea di confine il limite amministrativo fra i comuni di Arnbach ed Winnbach, introducendo due piccole varianti: una nel fondo valle, attribuendo all'Austria il piccolo ponte di legno che attraversava la Drava sotto le case di


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Enbach, e l'altra sulla sommità di Monte Elmo attribuendo all '1talia il pianoro che circondava a settentrione la sommità stessa ed il fabbricato del rifugio. (12) Le seconde varianti, quelle relative a tratti nei quali si doveva seguire la linea displuviale, erano numerose ma in genere di poca entità e molto sinteticamente riportate dal relatore.

Considerazioni di ordine militare

La caratteristica oro-idrografica del confine che si estendeva per 430 km. da ovest ad est, dal Piz Lat, punto triconfinale di separazione comune ad Italia, Svizzera ed Austria, sino a Monte · Forno era quella di svolgersi per la massima parte sul crinale alpino. Un confine geografico, quindi, percorrente nel suo complesso la linea di spartiacque tra i bacini dell'Adige, del Piave e del Tagliamento a sud ed i bacini dell'Inne della Drava. a nord, che presentava ovunque notevole robustezza difensiva accresciuta dal fatto·che in corrispondenza dei passi più importanti (Resia, Brennero, Dobbiaco, Tarvisio) erano state incluse in territorio italiano limitate aree situate oltre la displuviale. Suddiviso convenzionalmente in tre tratti: 12 Resia-Sella di Dobbiaco esclusa; 22 Sella di Dobbiaco; 32 Sella di Dobbiaco esclusa-Monte Forno, il confine - nel suo complesso - poteva configurarsi come una lunga ed alta muraglia nella quale si aprivano poche finestre (i passi di Resia e Brennero nel primo tratto, di Monte Croce Carnicq, Pramollo e Porticina nel terzo) ed una porta centrale, la Sella di Dobbiaco. Questa, nella quale il limite di confine tagliava la valle 11 km. ad est della sella, lasciando pertanto in territorio italiano l'alta Drava ed il suo affluente rio di Sesto, costituiva il tratto intermedio di raccordo e saldatura tra i due laterali. Il bacino dell'Adige, tra il passo di Resia e la sella di Dobbiaco, era de-

(12)

ADAMT

V., op. cit., pagg. 164: 165.


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limitato da molteplici contrafforti e speroni, separati da solchi ad andamento equatoriale costituenti comode vie per spostamenti laterali, tra i quali particolare valore venivano ad assumere proprio quelli determinanti il battente settentrionale della porta fra Rienza e Drava, e cioè della sella di Dobbiaco, racchiudendo le.testate di rio Anterselva e rio Casies. Per quanto riguardava la linea spartiacque a partire dal Picco dei Tre Signori, la displuviale scendeva verso sud attraverso il gruppo del Collalto, le Alpi Pustaresi - un massiccio di circa 20 km. di montagna cori altitudine superiore ai 2500 metri, inciso dai modesti passi di Casies, di Foi, di Ciarnil, di Vallesella e di Fana - e la soglia di Dobbiaco fino a raggiungere, dopo circa 80 km., le Alpi Carniche dalle quali poi volgeva ad est per altri 90 km. circa sino al Monte Forno. Si potevano distinguere due tratti: il primo, dal Picco dei Tre Signori al Peralba, con caratteristiche prettamente alpine (altitudine media 2500-3000 metri, ghiacciai, pochi passi); il secondo, dal Peralba al Monte Forno, piÚ basso (1500-2500 metri) e piÚ facilmente superabile (nessun ghiacciaio, numerosi passi). Sempre limitandosi alla zona di nostro interesse, la linea Rienza-Sella di Dobbiaco-Drava costituiva una delle cinque linee principali di penetrazione che attraversavano il confine (le altre erano quelle di Resia, del Brennero, di Monte Croce Carnico e Pramollo e di Porticina o Coccau), la cosiddetta "linea della Pusteria", che seguiva il solco meridiano interno delle Alpi mettendo appunto in comunicazione gli opposti bacini dell'Adige (Rienza) e della Sava. Altre vie di espansione, che dalla Pusteria tende. vano all'alto bacino del Piave, erano le seguenti: a) la direttrice del Cordevole, allacciante la Pusteria con la media valle del Piave (Val Belluna) attraverso l' Agordino (Conca di Brunico-Val Badia-Passo di Campilongo-Livinallongo-Agordo-Belluno); b) la direttrice del Boite, che collega la Pusteria con la valle del Piave attraverso l'Ampezzano (strada d' Alemagna: DobbiacoCortina-Pieve di Cadore). Questa direttrice poteva considerarsi


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raddoppiata dalla rotabile dell 'Ansiei, che da Villabassa per la valletta di Braies proseguiva verso sud-est fino a raggiungere tortuosamente la strada d' Alemagna presso Carbonin seguitando poi per Colle S. Angelo, Auronzo, Pieve di Cadore. Queste vie di penetrazione del Cordevole, del Boite e dell' Ansiei erano fra loro legate, a metà circa del loro svilupp·o, dall'arroccamento Livinallongo-Passo del Falzarego-Cortina-Passo Tre Croci-lago di Misurina; c) la direttrice di Monte Croce Comelico, di unione tra la testata della Drava ed il bacino superiore del Piave e servita dalla rotabile S. Candido-Padola del Comelico-S. Stefano di Cadore. Vi era anche un'altra direttrice che poteva considerarsi non estranea a questo fascio, per quanto da essa staccata. Questa direttrice, detta di Monte Carnico, metteva in comunicazione la valle del Gail con la Carnia, servita da una rotabile che da Oderdrauburg in Valle Drava scendeva a sud attraverso il Passo dl Gailberg sino a Mauthen (in Valle Gail) per proseguire poi, attraverso il Passo di Monte Croce Carnico e Timau, verso Tolmezzo e da quì concorrere, per la Mauria, con quella del Piave. Questa direttrice, potendo trovare quindi il suo prolungamento sia ad oriente che ad occidente lungo il corso dei fiumi Gail e Drava, era da considerarsi come d'allacciamento fra il gruppo delle direttrici della Pusteria e quello del settore più orientale, il Giulio. In una prospettiva strategica, la funzione di una linea di confine così delimitata assumeva una chiara priorità difensiva per la protezione delle "aree sensibili" (così la dottrina di allora definiva le conche di Bolzano, Merano e Bressanone, ora dette "zone criti' che"), convalidata dalla notevole profondità della massa montana (che raggiungeva il massimo spessore entro la frontiera italiana), dall ' altitudine e dall'asprezza di gran parte dei rilievi e dal loro andamento a pieghe parallele, fattore che avrebbe posto un eventuale invasore nella necessità di superare altrettanti muniti bastioni col procedere da nord a sud (o viceversa). Notevole era l'influenza delle reazioni che avrebbero pomto esercitarsi dai solchi longitudinali sui fianchi di colonne agenti in senso meridiano:


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tipico, in questo senso, proprio il ruolo operativo che poteva svolgere il corridoio pusterese Rienza-Drava per operazioni controffensive sferrate dall'Austria, direzione est-ovest, nell'eventualità di una avanzata italiana oltre Brennero, e per controffensive italiane, direzione ovest-est, nei confronti di un'avanzata austriaca o tedesca sul Tarvisiano, il che comunque implicava per entrambi le parti l'esigenza strategica di distrarre forze dall'un fascio operativo all'altro. Erano concetti che furono tenuti sempre presenti nella pianificazione dello Stato Maggiore italiano, tanto in chiave difensiva quanto anche in chiave offensiva, come è rilevabile attraverso la documentazione esistente presso l'archivio dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito e della quale riporto alcuni brevi stralci riferiti in particolare alle zone di interesse di questo lavoro. Nella "Memoria preliminare per il piano di operazione alla frontiera italo-tedesca" del 1929 veniva approfondito lo studio del teatro d'operazioni italo-tedesco in funzione delle caratteristiche del terreno e dell'andamento del confine. Questo teatro operativo era distinto in due grandi zone: a) settentrionale (da Piz Lat al Picco dei Tre Signori), suddiviso nei due settori del Resia e del Brennero e denominato "scacchiere tirolese"; b) orientale (dal Picco dei Tre Signori a Monte Forno), suddiviso nei due settori della Pusteria e del Tarvisiano e denominato "scacchiere carinziano" (13). Dello stesso anno era uno "Studio sommario della frontiera italo-austriaca da Piz Lat a Dobbiaco nell'ipotesi di conflitto con Austria-Germania", siglato B/4 n2 333, nel quale al paragrafo "Operazioni attraverso il Passo dì Dobbiaco" si affermava: "Il Passo di Dobbiaco ha notevole potenzialità logistica per la sua ottima strada seguita da ferrovia e per le numerose comunicazioni sec~mdarie, che sussidiano la principale. È l'arteria naturale per le operazioni prove-

(13) Archivio USSME, carteggio H3, piani operativi 1929.


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nienti dalla Val Drava e dal medio Danubio. Un attacco avversario che, occupato Dobbiaco, intendesse proseguire per Val Pusteria, benché sussidiato da una ferrovia Brunico-Fortezza-Bressanone che però non è di grande rendimento ed ha semplice binario, richiede triplice trazione tra Dobbiaco e Brunico e può consentire composizione di treni di 40 veicoli con capacità massima di 16 coppie giornaliere, verrebbe ad essere esposto, da una minaccia assai grave e pericolosa sul fianco sinistro, proveniente dalla nostra frontiera carnico-cadorina. Il Passo di Dobbiaco non segna perciò la strada più indicata nel caso di un attacco austro-tedesco per operazioni offensive che abbiano per obiettivo l'Alto Adige. Segna però la strada migliore per operazioni che il nemico intendesse effettuare per la valle del Piave. Questa valle è solidamente protetta a nord da una forte barriera alpina, attraverso alla quale non possono effettuarsi che azioni di piccoli reparti. Operazioni in forze dalla valle del Tagliamento non potrebbero aver luogo se non quando il nemico, superate le difese delle Alpi Carniche, si fosse reso padrone dell'alto Tagliamento. Dalla Posteria invece il nemico, che si fosse impadronito di Dobbiaco, avrebbe innanzi a sé, oltre la rotabile di Val Sesto, anche l'ottima strad~ di Alemagna, che è seguita fino a Calalzo da una ferrovia ridotta e poi dalla ferrovia ordinaria del Cadore. Giunto a S. Stefano di Cadore ed a Lozza, troverebbe facili collega.menti col Tagliamento. Cosicché il nemico avrebbe tutto l'interesse di rivolgere da Dobbiaco i suoi sforzi contro i passi di Monte Croce di Comelico e di Podestagno, la difesa dei quali deve perciò formare oggetto di speciali cure".

Un altro paragrafo era riservato all"'Organizzazione a difesa ove il nemico avesse superato la resistenza di Dobbiaco": "Riservandoci, quando esamineremo la zona di frontiera da Dobbiaco a Pec, di esaminare un'organizzazione difensiva arretrata per attacchi che, superato il Passo di Dobbiaco, tendessero a prosegu~e verso sud, e considerando pertanto attacchi che tendessero per Brunico e Bressanone a Bolzano, sembra che, superate le difese dello sbarramento di Dobbiaco, l'avversario potrebbe essere temporaneamente arrestato alle posizioni che costituiscono lo sbarramento naturale di Monguelfo. Tale sbarramento può considerarsi come una linea di temporaneo arresto per dar modo alle truppe, destinate a presidiare il sistema della difesa di Brunico, di eseguire con calma le operazioni relative alla salda occupazione del sistema di Brunico, che verrebbe a rappresentare la vera linea d'arresto, ben s'intende quando fossero in nostre mani le difese di Valle Isarco a nord di Fortezza".


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Lo studio prendeva infine in esame anche la possibilità di una nostra offensiva: "La fascia di frontiera da Piz Lat a Dobbiaco invita ad utilizzare come sbocchi offensivi i passi del Resia, del Brennero e di Dobbiaco, che individuano le tre grandi linee di operazioni della Valle Venosta, della Valle Isarco, della Pusteria. Quella della valle Isarco, da Trento, per Bolzano ed il Brennero, ad Innsbruck è la più importante, perché mette direttamente in comunicazione la pianura padana con quella bavarese. Le altre possono essere utilmente sfruttate per concorso ad operazioni che si svolgessero sulla nostra frontiera centrale ed orientale. Queste operazioni possono, all'interno della frontiera, essere collegate dalla grande trasversale Monguelfo, Brunico, Bressanone, Vipiteno, Merano, Silandro, Glorenza e, più ancora che per Vipiteno, tra Bressanone e Merano, dalla linea Bressanone-Bolzano e Merano, che viene ad includere nella nostra linea di arroccamento il grande nodo logistico di Bolzano e fa sì che tale linea sia servita in tutto il suo percorso non solo dalla rotabile ma anche dalla ferrovia. Ciò posto, è da esaminare se nonostante gli inviti ad azioni offensive che ·gli sbocchi alpini considerati sembrano offrire, sia consigliabile un atteggiamento nel suo complesso offensivo strategicamente, oppure non sia consigliabile un contegno in complesso difensivo, previe ben s'intende sia le operazioni già da noi considerate per mettere la nostra difesa della frontiera nelle migliori condizioni, sia un'offensiva di più largo raggio, ma ad obiettivi sempre limitati, come potrebbe essere quella intesa ad impedire all'avversario lo sfruttamento della propria linea d 'arroccamento dell'lnn" (14).

Tra il 1934 ed il 1936 furono elaborati i piani K e Z relativi all'eventualità di un intervento di truppe italiane in Austria a seguito dei noti avvenimenti politici maturati ln quegli anni. Il piano Z del maggio 1935 prevedeva che il Comando T. I. A. (Truppe Italiane in Austria) fosse affidato al comandante designato d'Armata di Firenze (42), che le truppe fossero radunate in corrispondenza dei passi di Resia, Brennero, Dobbiaco, Monte Croce Carnico e Tarvisio per essere pronte ad una rapida avanzata sui centri principali del Tirolo (Landeck ed Innsbruck) e della (14) Archivio USSME, carteggio H3, piarù operativi 1929. ·


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Carinzia (Lienz, Villach e Spittal). Le truppe affluenti in Pusteria, in Carnia e nel Tarvisiano sarebbero dipese dal comando del VI Corpo d'Annata di Bologna; quelle affluenti ai Passi di Resia e del Brennero, dal IV Corpo d'Armata di Bolzano. Al quadro di tale pianificazione vanno ascritte la "Direttiva per le prime operazioni alla frontiera nord contro l'Austria", del marzo 1935, nelle quali, esaminando il settore carinziano, si affermava: "La Carinzia occidentale (Alt.a Valle Drava) è costituita dal tratto fra Dobbiaco e Villach del grande solco Venosta-Rienza-Drava e dalle valli minori che con quello formano sistema. Nel complesso, il territorio in esame è caratterizzato da un fascio di valli con orientamento equatoriale le quali, più distanziate fra di loro nella parte mediana, convergono ai due estremi sulle conche di Brunico e di Villach. Tale conformazione giustifica la grande importanza operativa delle due conche. (sottolineato nel testo - n.d.r.). In sintesi, la Carinzia occidentale rappresenta, per chi possiede la Pusteria, un grande sacco con la bocca aperta fra Spittal e Villach. Comanda la Carinzia chi è padrone della bocca del sacco (sottolineato nel testo -n.d.r.)" (15).

Dello stesso anno, mese di maggio, era la memoria "Organizzazione difensiva alla frontiera pord" elaborata dal Comando Designato d'Armata di Firenze. Nella parte III, "organizzazione difensiva della zona della Carinzia", il paragrafo relativo alla zona Pusteria-settore Drava così recitava: "Nella zona di facilitazione del valico della Drava: linea di sicurezza (con compito di prima resistenza) sulla linea di confine. Posizione di resistenza, margine esterno lungo la linea: Cornetto di FanaComo cli Fana-Cornetto di Confine-Monte delle Chiese-èosta di San Silvestro-Selletta di S. Silvestro-pendici nord-orientali di Castropiano e Costa di Versciago-q. 1585-i Masi-q. 1132 (tra Versciago di sotto e Versciago di sopra)-costone di Fontanafredda-Cima delle Lepri-Monte Elmo (questa linea potrà subire le varianti che si riconoscessero opportune nel particolareggiato esame del terreno). Due robusti capisaldi a carattere semipennanente, e cioè con completamento campale: uno sul costone a nord di Versciago di sotto e l'altro (15) Archivio USSME, carteggio H 7.


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nella zona Cima delle Lepri-Monte Elmo. Costruzioni permanenti da farsi fin dal tempo ai pace; lavori campali solo da progettare e predisporre per l'esecuzione rapida al momento del bisogno. Capisaldi pure a carattere semipermanente, ma di minore entità, sono da costruirsi anche alla bocchetta di Fana, al sasso di Planca ed alla Selletta di ~an Silvestro" (16)

Degno di interesse, e meritevole di essere ricordato anche lo studio A/12 datato febbraio-marzo 1935 compilato dal Comando del Corpo di Stato Maggiore-Ufficio Operazioni, dal titolo "Sorpresa logistica", il cui scopo era "sorprendere l'avversario, sconvolgendone le previsioni, con l'impiego di masse in condizioni di tempo, forze, terreno ritenute logisticamente irrealizzabili, assicurare, cioè, rapida ed imprevista alimentazione di forze adeguate per operazioni a largo raggio, attraverso terreni di difficile transito od in difetto di viabilità"

sulla base del criterio fondamentale di "passare, proseguire oltre, per raggiungere, inattesi - perciò rapidamente - obiettivi particolarmente importanti"

Per la frontiera settentrionale (il piano riguardava anche la frontiera iugoslava e quella occidentale), tra gli obiettivi per le operazioni iniziali figurava l'occupazione della regione di Villach nello scacchiere carinziano, con obiettivo di primissino tempo (fra gli altri) Lienz con punto di partenza da Dobbiaco (17). Ritengo che farà comunque piacere a tutti gli studiosi ed i cultori di storia militare sapere che è in corso, da parte dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito, l'elaborazione rli una sintesi critica dei piani operativi dello Stato Maggiore italiano per gli anni Venti e Trenta e di quello (PR 12) che costituì presupposto all'intervento nel secondo conflitto mondiale (18). (16) Archivio USSME, carteggio H 7. (17) Archivio USSME, carteggio H 7. (18) Curatori del lavoro sono il Prof. Minniti dell'Urùversità di Roma ed il Dott. Brugioni dell'Ufficio Storico SME.


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Conclusioni "Per gli uomini, così come per le gocce d'acqua - aveva detto nel 1901 un ufficiale di Stato Maggiore francese, il capitano Simon - le valli sono delle linee naturali d'attrazione, di riunione, e le creste delle linee di repulsione e di separazione". Le catene montane, così come del resto i corsi d'acqua, le rive di laghi o di mari, hanno infatti sempre costituito un confine che ben risponde alle esigenze di ordine amministrativo ed, ancor più, militare. In genere non viene considerata come linea di confine la linea di cresta ma la linea spartiacque o displuviale, specie dopo che le acque hanno acquistato un valore industriale sconosciuto in tempi passati. E poiché si suole ritenere come linea di cresta quella che unisce i punti più elevati di una catena, occorre notare che non sempre questa linea è una cosa sola con la displuviale. Avviene talvolta che quasi sul medesimo allineamento di una catena principale si elevino cime di altezza superiore alla catena stessa, le quali per quanto vicine e quasi congiunte ad essa, non fanno più resistenza con la linea di displuvio ma costituiscono, invece, il principio di una sua diramazione o contrafforte (queste cime corrispondono quasi sempre ad un'area di isolamento rispetto alla cresta principale dalla quale sono comunque separate da un 'insellatura, e quando, come non di rado avviene, fronteggiano uri colle, acquistano una notevole importanza militare). La guerra combattuta fra il 1915 ed 1918 sul fronte italiano aveva rappresentato la prima, vera circostanza atta a porre in evidenza la complementarietà operativa fra pianura e montagna, ' alla fine anche se già le operazioni napoleoniche contro l'Austria del '700 avevano messo in luce le strette correlazioni ed i vincoli esistenti fra la libertà d'azione nello scacchiere padano-veneto e la fascia montana che·lo cinge a nord. Come è stato chiaramente messo in evidenza in un recente studio del generale degli alpini Pier Luigi Bertinaria, già capo dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito (19), da parte italiana, però, le esperienze trat(19)

BERTINARI

P. L., La guerra in montagna: filosofia, principi e tecniche con


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te dal conflitto attestano come vi sia stato un equivoco_ tattico di fondo rappresentato dall'aver sempre cercato e privilegiato il concetto di "alto" sulla base dell'assioma che l'alto esercita il controllo sul basso, il che è vero come è vero, peraltro, che alle volte questo controllo può essere limitato. Un esempio abbastanza tipico è quello fornito dalle montagne della Carnia, dove l'alto non domina affatto il basso perché i rilievi hanno una conformazione bombata che consente una prevalenza nell'osservazione e nell 'organizzazione del fuoco dell'artiglieria ma non di quello della fanteria. Il Comando Supremo pagò questo fascino dell'alto, e la conseguente incapacità di non considerarlo come un qualcosa di fine a sé stesso, durante lo sfondamento di Caporetto, anche se va tenuto conto dei presupposti di non ortodossia e spregiudicatezza che caratterizzarono il piano offensivo della 14!! Armata austrotedesca nonché le procedure operative adottate. In montagna, invece, secondo quanto è stato ribadito nella citata analisi del Bertinaria, il ragionamento difensivo basato sui rapporti di spazio non ha validità rigida come in pianura; ,la montagna consente "risparmi", permessi dalla presenza di cortine e zone accidentate ed utilizzati nelle posizioni di sbarramento, assimilati a dei tappi posti in corrispondenza· delle direttrici di penetrazione. Da quì la necessità di impiegare poche forze nella difesa statica a favore delle riserve tattiche e di quella strateg~ca, riserve che devono essere notevoli ed in grado di intervenire per caratteristiche di mobilità anche atipica, tale per esempio che un battaglione a piedi, in determinate circostanze, potrebbe rilevarsi più rapido di uno meccanizzato. La difesa dell'alto, quindi, come funzione integrativa, complementare ed accrescitiva della difesa del basso. vecchio concetto napoleonico secondo il quale, nella guerra di montagna, la difesa più economica di una zona d'ostacolo era

n

riferimen!o alle operazioni della prima guerra mondiale nel bresciano, in ·"Brescia provincia di confine nella 11 guerra mondiale", Ateneo di Scienze, lettere ed arti di Brescia - Comitato di Brescia dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Brescia, 1988.


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quella fatta all 'intemo della zona stessa perché la superiorità del1' attacco non aveva possibilità di spiegarvisi mentre quella messa in atto dietro la zona di ostacolo non aveva senso in quanto l'attaccante aveva la possibilità di dispiegarsi, aveva mantenuto, per quanto riguardava il primo aspetto, una indubbia validità estensibile fino ai giorni nostri, ma lo stesso non si poteva dire per il secondo punto. Per uno Stato maggiore che funzionasse veramente da organo pensante, le prospettive degli anni successivi al primo conflitto mondiale non potevano non lasciare intravedere il problema del sempre maggior supporto e peso logistico che avrebbe caratterizzato nell'immediato futuro la struttura delle unità da combattimento, fattore certamente migliorativo sul piano del concorso operativo ma anche di marcata vulnerabilità. Ne derivava, da ciò, la possibilità di incidere sulla manovra dell'attaccante anche dietro la zona di ostacolo, nel momento che lo sforzo offensivo era incanalato e soggetto a logorio a fronte delle ben altre possibilità di manovra del difensore. In quest'ottica, pertanto, la nuova linea di confine italo-austriaca dopo la fine della prima guerra mondiale assumeva un'importanza notevole, ed in essa un ruolo determinante, sulla scorta degli elementi geografico-operativi ricordati, era rivestito dalla delimitazione pusterese in corrispondenza del bacino della Drava. Ed è un ruolo che mantiene tuttora, non foss'altro come indicatrice delle direttrici dell'impegno avversario, a patto che si tengano nel dovuto conto le mutate possibilità e procedure di penetrazione offensiva, in particolar modo la componente corazzata ed aviotrasportata, ed il conseguente pericolo che l'odierno implego in zona montana delle aliquote di riserva possa venire bloccato sugli itinerari di afflusso. La storia, ed in particolare quella militare, non cessa mai di riproporre il suo valore anche in chiave di attualità e prospettive.


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PAR1E TERZA

TESTIMONIANZE


CARLO AI.DERTO RIZZl

BREVE STORIA DEL CAMPO P. G. N. 80 O CENTRO MILITARE "I" O BATTAGLIONE "HINDOSTAN

Il generale Cesare Amé, capo del SIM durante l'ultima guerra, nel suo libro "Guerra segreta", ricorda i reparti speciali "A" e "T" costituiti con prigionieri di guerra arabi e tunisini, già appartenenti alle forze armate britanniche e francesi, che dichiararono di voler combattere contro le nazioni che occupavano colonialmente i loro paesi, vale a dire la Gran Bretagna e la Francia dissidente, ancora in stato di ostilità con le potenze dell'Asse, dopo la resa del governo di Petain. I prigionieri divennero "volontari", prestarono giuramento con una formu la che riassumeva la finalità del loro impiego e furono inquadrati nel "Raggrupp amento Centri Militari" con sede presso il 12 Reggimento Gran atieri di Roma. Comandante del Raggruppamento fu nominato il Ten. Col. di S. M. Massimo Invrea. Il gen. Amé non fa alcun cenno al reparto formato dagli indiani, reparto che si chiamò prima "Centro militare I" e poi "Battaglione Azad Hindostan". Anche questo reparto era inquadrato nel "Raggruppamento Centri Militari". "Azad Hindostan" significa "India Libera". Criticabile è sotto ogni punto di vista questa lacuna o, meglio, questa omissione chiaramente intenzionale, anche se un poco di indulgenza può accompagnarsi alla severità del giudizio.


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Ho scritto "chiaramente intenzionale" perché il battaglione di volontari indiani è stato certo il più vistoso e rilevante per numero, importanza dei promotori, programma·e vicende, e su di esso si è a lungo appuntata l'attenzione del Comando Supremo, dello S. M. e del Ministero degli Esteri, e la sua fine ingloriosa ha avuto risonanza negli alti comandi. La storia di questa unità, perciò, non poteva certo sfuggire al gen. Amé, ma, probabilmente "carità di patria" o meglio "carità di ufficio" hanno indotto l 'Autore a sorvolare su di una vicenda militare concepita fantasiosamente con progetti grandiosi e suggestivi, finita miseramente in un ammutinamento. Tutto si è dissolto "dans l'espace d'un matin" lasciando i comandi scossi, delusi, malinconici e mortificati. L'idea di costituire unità speciali che combattessero al nostro fianco, formate da volontari reclutati tra i prigionieri di guerra, era venuta a Galeazzo Ciano, allora Ministro degli Esteri. Tali reparti di colore o quasi, in suggestive uniformi con tocchi esotici, testimonianza dello spirito di ribellione di popoli oppressi dalle così dette potenze coloniali giudaico-massoniche, esercitavano una forte attrazione sull'animo del giovane Ministro, genero di Mussolini, personaggio protagonista nell'empireo o meglio, nei paradisi artificiali del fascismo. Il suggerimento, l'iniziativa di Ciano trovò favorevole humus presso lo Stato Maggiore e la costituzione fu decisa. In Germania l'indiano Chandra Bose, autorevole animatore di movimenti antibritannici di liberazione, era stato ascoltato dallo Stato Maggiore tedesco ed inserito nel gran quadro della propaganda, curando presso i prigionieri di guerra una azione che aveva portato molte adesioni alla costituzione di una divisione indiana. Presso di noi operava un indiano di nome Sheday, persona politicamente preparata, energica ed intraprendente. Egli svolgeva una azione parallela a quella di Chandra Bose curando la propaganda nelle sue varie forme. Tra l'altro, Sheday visitava i prigionieri di guerra nei campi di concentramento, teneva discorsi e li incitava a far parte del nostro costituendo reparto indiano.


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Indipendentemente dalla spinta di ideali nazionali e politici, il riacquisto della libertà , il trattamento di militante nelle nostre FF. AA. con stipendio ed altri particolari vantaggi, erano di grande allettamento per i prigionieri. Si può inoltre pensare che Sheday, nei suoi discorsi, abbia fatto altre pròmesse, probabilmente assicurando la riconoscenza dell'India liberata, alla fine della guerra, verso i suoi figli migliori che avevano combattuto per la sua indipendenza. Sheday era divenuto fiduciario politico presso il nostro Ministero degli Esteri per il settore India. Godeva di un appannaggio che non so precisare ma che gli consentiva un tenore di vita adeguato al livello di un rappresentante di un Paese estero. Abitava in un vasto e bell 'appartamento in Lungotevere Flaminio ed aveva alle sue dipendenze numerose persone. Per la sua azione di propaganda e per il prestigio che essa richiedeva, Sheday partecipava alla vita politico-mondana della Capitale ed era brillante anfitrione. Nel suo lavoro era affiancato da collaboratori indiani tra i quali ricordo il piÚ importante, un sikh di nome Naranjan Sing. La costituzione del reparto speciale indiani fu dunque decisa dal Comando Supremo. Presso l'Archivio Storico dello S. M. si trova il suo atto di nascita. Esso ci dice che in data 15 Luglio 1942 il Raggruppamento Centri Militari fu costituito con sede presso il 12 Reggimento Granatieri di Roma ed il suo comando fu affidato al Ten. Col. Massimo Invrea. Il Raggruppamento prevedeva la costituzione di tre reparti della forza di un battaglione ciascuno e precisamente: - il Centro Militare "I" con sede a villa Marina, sulla via Casilina; - il Centro Militare "A" con sede a villa Tellus, sulla via Cassia; - il Centro Militare "T" alle Capannelle in attesa di sede definitiva. Presso ciascun Centro sarebbero stati creati nuclei di arditi, paracadutisti e guastatori.


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Nel Marzo del 1942 io fui chiamato a Roma allo Stato Maggiore per un esame di lingua inglese. Era il tempo della costituzione del Centro Militare "I", e villa Marina, sulla Casilina, era in via di approntamento per accogliere i primi volontari indiani che sarebbero giunti entro breve tempo. Fui esaminato, trovato idoneo e passato temporaneamente in forza al 12 Granatieri in attesa di disposizioni. Qui ricevetti l 'ordine di presentarmi al Campo Prigionieri di Guerra N2 50 presso il Genova Cavalleria al Macao. Trovai strano questo accostamento tra cavalleggeri e p. g. in pieno centro città ed in realtà, anche al Genova Cavalleria dapprima si stupirono della mia ricerca. L'ignoranza aveva una giustificazione: la creazione del Campo p. g. N2 50 da parte dello S. M. era operazione coperta da segreto militare. Si osserverà che un campo di concentramento p. g. difficilmente si occulta, ma le caratteristiche di questo campo lo facevano passare inosservato dato che si trattava, di alloggi che ospitavano solo pochi prigionieri per volta. Vecchio come la guerra è l'utilizzo dei prigionieri per scopi informativi. La Convenzione di Ginevra proibisce questa pratica ma nessun belligerante se ne è mai dato cura. È però necessario salvare la forma ed evitare i controlli della Croce Rossa internazionale cui è demandato il compito di vigilare che il trattamento dei p. g. sia conforme agli accordi. Proprio per questo scopo era stato realizzato il Campo p. g. 2 N 50 presso il Genova Cavalleria. Esso accoglieva prigionieri di particolare interesse per il periodo occorrente per il loro interrogatorio, per l'esame della loro posizione, delle loro capacità e per il sondaggio delle loro intenzioni e delle loro idee politiche. Il nostro Servizio Informazioni Esercito (SIE) poteva prolungare il loro soggiorno, se lo riteneva opportuno. Lo stato dei prigionieri era regolare. Il loro numero limitatissimo rendeva remota la eventualità di un controllo della Croce Rossa; comunque, per la loro presenza in quel Campo, non era difficile trovare una giustificazione.


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I prigionieri che non si rivelavano interessanti erano rimandati ai campi di concentramento, preferibilmente diversi da quelli di provenienza. È facile immaginare quello che rende un prigioniero di guerra interessante: le sue conoscenze in campo militare tecnico, tattico, strategico e sopra tutto la voglia di parlarne. Infine, la sua disponibilità a collaborare . . In quei giorni il Campo N. 50 ospitava degli ufficiali polacchi e di altri paesi dell'Est che appunto avevano manifestato il desiderio di rendersi utili. · L'organizzazione e quanto altro riguardava la vita del Campo era curata dallo Stato Maggiore. Trovato il Campo N. 50, un ufficiale incaricato del SIE venne ad incontrarmi. Si presentò: "Tenente Marocco". I suoi gradi erano di sottotenente; mi spiegò che la nomina a tenente era recente e quella a capitano in arrivo, perciò non aveva sostituito i gradi. Il ten. Marocco era persona amabile, colta, preparata, entusiasta degli incarichi a lui affidati. La sua età era certamente superiore alla quarantina. Marocco veniva dall'Australia ove aveva lavorato nell'ambito della nostra Ambasciata. Ritengo che avesse svolto compiti informativi. Era laureato in ingegneria. Il nostro colloquio fu lungo; mi illustrò i progetti dello S. M. che in qualche modo mi riguardavano ed il mio compito specifico. Io ero destinato al "Centro Militare l", cioè al costituendo reparto Indiani. Sede del reparto era la Villa Marina sulla Casilina, l'avremmo visitata nei prossimi giorni. Alcune decine di indiani erano già pronti per esservi destinati: altri sarebbero affluiti entro breve tempo ed altri ancora nei mesi successivi. A me era affidato il Centro in questo periodo di formazione ed avvio. Dovevo accogliere i volontari, curarne la sistemazione ed occuparmi di tutto ciò che era necessario sotto il profilo militare, amministrativo, logistico eccetera.


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La villa sorgeva sopra ad una altura appena accennata al 102 km. circa sulla Via Casilina, lungo la linea ferroviaria per Fiuggi. Ai piedi della villa erano stati costruiti alloggi in legno, locali, servizi e quanto occorre per la vita e l'addestramento di un reparto della forza di un battaglione. Attorno aUa villa era la campagna. Io ero dunque l'ufficiale addetto al Centro e, contemporaneamente, ero nominato comandante del Campo di Concentramento p. g. N. 80. Ma che cosa era questo Campo N. 80? Sempre per sottrarsi al controllo della Croce Rossa internazionale, lo S. M. era ricorso ad un espediente analogo a quello che aveva accompagnato la creazione del Campo N. 50 al Genova Cavalleria. La differenza, però, era notevole: al Campo N. 50 passavano prigionieri di guerra nel loro stato di prigionieri, al Campo N. 80, invece, i prigionieri non erano più tali ma addirittura volontari in attesa di affiancarsi alle nostre FF. AA. I loro nomi risultavano presso la Croce Rossa e non potevano esser fatti sparire. Poiché il pericolo di visite e di controlli era sempre incombente, si escogitò l'espediente di indicare come sede ufficiale del Campo N. 80 l'Isola d'Elba. Le richieste di visite da parte della Croce Rossa potevano così procrastinarsi ed eludersi adducendo a pretesto la pericolosità delle acque dello stretto. Queste cose mi illustrò Marocco aggiungendo che sarei stato aiutato da un sottufficiale. Il 42 Bersaglieri mi avrebbe dato quattro uomini ed un caporale; dal Genova Cavalleria avrei ricevuto una carretta con mulo e conducente. Marocco mi illustrò l'organizzazione dello S. M. per il settore che mi riguardava. Il mio incarico bifronte di ufficiale addetto al Centro Militare "I" e di comandante del Campo p. g. N. 80, mi portava alle dipendenze di due uffici dello S. M.: l'Ufficio Prigionieri di Guerra dello S. M. ed il Raggruppamento Centri Militari. Al primo era affidata l'organizzazione di tutto ciò che riguardava i p. g. Un lavoro enorme che si articolava dai campi di


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raccolta e di smistamento, all'assegnazione dei p. g. ai campi definitivi, ai loro trasporti, alle cure e permanenze negli ospedali, al censimento, mantenimento, sorveglianza, controllo della C. R., distribuzione della corrispondenza etc. E sopra tutto, paradossalmente, l'Ufficio E. G. dello S. M. doveva provvedere e vi2'ilare affinché tutto si svolgesse nella osservanza delle regole previste dalla Convenzione di Ginevra. Capo di questo importantissimo ufficio era il ten. col. Pallotta. Il Raggruppamento Centri Militari, come abbiamo visto, comprendeva le unità costituite con volontari ex p. g. , destinate ad essere inserite nelle nostre FF. AA. con ufficiali italiani. I sottufficiali potevano anche essere di altre nazionalità. Il ten. Marocco mi portò allo S. M. e mi presentò al ten. col. Pallotta il quale era al corrente del mio compito, totalmente in violazione con le direttive del suo Ufficio. Mi confermò la mia nomina a comandante del fantomatico Campo N. 80. Non si dilungò sui compiti degli indiani; fu generoso di consigli, avvertimenti e raccomandazioni. Fui colpito dalla sua cordialità e dalla sua disponibilità ad aiutarmi che espresse in termini molto informali malgrado lo spazio gerarchico che ci separava; concluse il colloquio ordinandomi di tenerlo dettagliatamente al corrente di tutto ciò che avveniva al Campo e di non esitare a chiedere il suo parere ed il suo intervento. Uscii dal suo ufficio incoraggiato e più sicuro. Effettivamente io mi sentivo agitato e timoroso. Sottotenente in servizio di prima nomina e con esperienza limitata, mi trovavo improvvisamente di fronte a cose più grandi di me, in sìtuazioni mai immaginate, difficilissime da valutare e perciò pericolose. La mia poca esperienza di vita in senso assoluto non mi presentava alcun precedente cui riferirmi ed appoggiarmi. Mi sentivo al buio e nel vuoto; l'accoglienza e le parole di Pallotta furono perciò un potente ricostituente. Passammo all'ufficio del ten. col. Invrea. lnvrea era autoritario e compreso dalla importanza del suo


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compito. Mi confermò quanto Marocco mi aveva già detto; mi parlò di Sheday, della sua importanza e della sua grande autorità, della considerazione che gli era dovuta e della collaborazione che dovevo prestare a lui ed alle persone che lavoravano al suo fianco per il raggiungimento dei comuni scopi. La conversazione, cui partecipò largamente Marocco, toccò vari argomenti circa l'organizzazione del campo, la sistemazione degli indiani in arrivo, la loro attività, la preparazione, la disciplina eccetera. Invrea era deciso e perentorio ed io non pensai neppure menomamente ad esprimere la mia opinione ma mi parve che le varie questioni meritassero una più approfondita considerazione. La mia permanenza all'estero mi suggeriva che gli schemi di azione cui siamo abituati, non calzano persone di nazionalità, mentalità, costumi differenti. Pensai subito che a soggetti tanto differenti da noi non si potevano applicare, sic et simpliciter, le norme previste dal nostro Regolamento ed usare gli atteggiamenti ed i modi con i quali avevo tirato su le reclute al Deposito. In più c'era da tener presente il significato politico dell 'avventura, significato che si riverberava in ogni dettaglio. A ciò Invrea non pensava. Oltre a questi compiti di organizzazione, io dovevo far sorgere tra i volontari indiani e noi quel sentimento di cameratismo generoso e fraterno che ci avrebbe sorretto quando, fianco a fianco, avremmo affrontato il nemico. Il reparto, disse Invrea, avrebbe raggiunto la forza di un battaglione. Dopo l'arrivo dei primi scaglioni di volontari sarebbero giunti gli ufficiali ed il reparto avrebbe ricevuto la sua ~efinitiva struttura. Si prevedevano un maggiore Comandante, due capitani ed una dozzina di ufficiali subalterni. In questo periodo ai organizzazione ed avvio, io dovevo anche imprimere alla vita del campo un ritmo vivace ed energico, alimentando i sentimenti patriottici degli indiani e, nella pratica, impegnarli in attività preparatorie alle specifiche esercitazioni che sarebbero iniziate con la consegna delle armi dopo l'arrivo degli ufficiali.


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Il ten. col. lnvrea mi congedò ordinandomi di riferirgli circostanziatamente e frequentemente sul mio operato e sulla attività del Campo. Sull'incontro il ten. Marocco non fece commento alcuno. Io ebbi l'impressione che il ten. col. Invrea vedesse l'impresa con eccessivo ottimismo indugiando con l'immaginazione sulle gloriose sequenze finali senza soffermarsi sui numerosi e svariati problemi che si frapponevano alla conclusione. Infine, con Marocco, feci la mia terza visita, quella a Sheday. Sheday ci ricevette con cordialità e benevolenza. Con lui era il suo braccio destro, un sikh di nome Naranjan Sing. Vestivano elegantemente all'europea con turbante ed i loro modi rivelavano educazione e cultura. Marocco mi presentò: Sheday sapeva già tutto. Prendemmo il the discorrendo, naturalmente dell'operazione che ci impegnava, esaminandone i vari aspetti. Mi apparve immediatamente chiaro che Sheday non aveva alcuna cognizione militare né si dava cura di apprenderne. Lasciava allo Stato Maggiore l' adde~tramento e la preparazione del reparto: egli era tutto preso dalla attività politica, e non solo quella che svolgeva nel nostro paese ma anche in altri settori. Con Chandre Bose, in Germania, era in costante contatto mentre il suo campo di operazione si estendeva al Medio Oriente e forse anche altrove. Io mostrai a Sheday la deferenza dovuta ad un superiore, ad una autorità. Sheday mi rivolse frasi cordiali e dichiarò che era suo desiderio fornirmi tutto il consiglio e l'aiuto che potevano occorrermi. Insistette sul fatto che avrebbe gradito sentirmi, incontrarmi senza pastoie formali o gerarchiche. Quella visita mi infuse un desiderio di partecipazione all 'operazione che non avevo sentito prima. Pallotta mi aveva rinfrancato, la visita a Sheday mi rendeva ora il lavoro interessante: l'impegno non mi pesava. Villa Marina era di proprietà di un alto funzionario dello Stato che l'aveva affittata allo Stato Maggiore. Consisteva in un piacevole edificio moderno di grandi dimen-


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sioni. A pianterreno erano sale di rappresentanza, camere e servizi. Al piano superiore molte camere da letto. Io ed il mio collaboratore, il sergente Purves Carter, italiano, ne eravamo gli unici abitatori. Entro qualche mese avrebbe ospitato anche i miei superiori ed i miei colleghi. I primi indiani, una settantina in più gruppi, arrivarono subito, provenienti dai campi di concentramento, su camion accompagnati dai carabinieri. Scesero dai camion molto ordinatamente e si alloggiarono nei dormitori sotto la guida di Naranjan Sing che era venuto ad accoglierli. Mi colpì il loro contegno disciplinato, tranquillo, distaccato. A me ed al sergente Purves dedicarono rispettosi cenni di ossequio: qualcuno salutò militarmente. Si sistemarono nei loro alloggi rapidamente, senza vociare né fare confusione. Il mattino successivo, con puntualità e con ordine ma con modi di fare per nulla militari, si presentarono alla adunata sul piazzale antistante la villa ove avevamo sistemato dei tavoli ed incominciammo le operazioni relative all'impianto della vita amministrativa del Campo. Non fu facile compilare le cartelle personali a causa della grafia dei nomi indiani e degli altri dati. Ogni prigioniero aveva il proprio libretto matricola il che semplificò il nostro lavoro dato che gli inglesi avevano già trasferito in grafia europea i suoni indiani. I libretti indicavano anche il grado e la professione. Mi colpì il fatto che pochi erano classificati come soldati o graduati o sottufficiali, la maggioranza era qualificata secondo il mestiere del titolare. Erano cuochi, sarti, barbieri, falegnami etc., una percentuale di artigiani e mestieranti inspiegabilmente alta. Ne parlai a Naranjan Sing che era presente e ci aiutava. Mi rispose che nella lndian Army i "followers", cioè i militarizzati, se posso usare questa espressione, erano numerosissimi. Il livello di vita, comodità, eleganza, forma, dei reparti e degli ufficiali era


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altissimo e di conseguenza erano numerosissimi gli addetti ai servizi. Comprendemmo allora il motivo degli atteggiamenti e dei contegni tanto diversi tra i volontari. I followers si comportavano come lavoratori di fronte ai dirigenti, i militari, invece, usavano lo scatto ed il piglio tipici di chi è abituato alla vita militare. Questa diversità ci fu di nuovo, e maggiormente, manifesta quando nei giorni seguenti io feci agli indiani un po' di istruzione, più che altro allo scopo di occupare il tempo e far conoscenza con loro. I soldati per così dire veri mostravano familiarità con i movimenti ordinati, anche se subito io cominciai ad usare l 'italiano, mentre i followers apparvero completamente digiuni anche dei più basilari elementi della scuola a piedi. Alla istruzione facevo seguire una istruzione generica su argomenti riguardanti la routine quotidiana comune alla vita di ogni esercito. Facevo domande ma ricevevo risposte soltanto da coloro che dai documenti risultavano militari autentici. I followers si mostravano totalmente disattenti, non per pigrizia od abulia ma per confessata ignoranza degli argomenti. L'alta percentuale dei followers mi impensieriva; espressi subito al ten. col. Invrea la mia preoccupazione: non sarebbe stato facile addestrare delle persone del tutto impreparate, senza la/orma mentis opportuna e per di più in una lingua non molto conosciuta da loro. lnvrea mi esortò a supplire con la mia energia alle loro lacune. Ma per me l'interrogativo più preoccupante era il perché questi followers privi di educazione militare e di pratica delle armi e manifestamente disinteressati all'addestramento, avevano aderito a partecipare a reparti di assalto, addestrati per compiti di particolare impegno. Naranjan Sing mi aveva chiesto un locale per il suo ufficio. Fui autorizzato ad assegnarglielo. Qui egli svolgeva il suo lavoro aiutato da alcuni indiani: prestava a noi la sua opera nelle pratiche in cui la lingua presentava difficoltà ed era in costante contatto con i volontari.


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Avevo avuto istruzioni di non interferire nel suo lavoro né io ne avevo motivo. D'altro canto la scarsa conoscenza dell'inglese da parte degli indiani mi consentiva soltanto limitati rapporti con loro. La maggioranza conosceva poco questa lingua ed altri, per calcolo o per timidezza, asserivano di non comprenderla. Sheday venne dopo pochi giorni dall'arrivo e ci fu una breve cerimonia. Presentò gli indiani a me e me a loro. Parlò in indiano intercalando l'inglese affinché io seguissi il discorso. Mi aveva chiesto di porgere, a mia volta, qualche parola di saluto. Lo feci volentieri e, naturalmente ritenni opportuno, anzi, d'obbligo, parlare del nostro comune impegno affermando la sicurezza di conseguire il nostro scopo. Gli indiani si fecero subito attenti quando presi la parola e parlai della nostra convivenza, ma dopo le prime frasi rituali sulla nostra missione, notai segni di distrazione e di disinteresse. Comunque la breve cerimonia fu utile e sortì il suo effetto: l'aria di cortesia che si era subito stabilita assunse sfumature di cordialità. Fu tuttavia chiaro che gli indiani non erano inclini a intrattenersi con me se non su argomenti relativi alla vita del Campo. Non escludo che questo atteggiamento rispondesse aprecise istruzioni di Naranjan Sing. Sin dal primo giorno, con coloro che conoscevano l'inglese, io mi ero fermato a parlare dell'impresa comune, dei progetti, delle possibilità, delle speranze; ritenevo che questo fosse l'argomento che più stava loro a cuore. Stranamente e con mia grande sorpresa, gli indiani mostravano di non capire e lasciavano cadere il discorso. Parve ·Spesso, a me ed al sergente Purves, che le uniche persone interessate alla liberazione dell'India fossimo noi due. Purves, preparatissimo sotto tutti gli aspetti, mi fu prezioso collaboratore. Nello svolgimento di un compito non semplice, non chiaro, non ben definito ed estremamente delicato, egli fu di invalutabile aiuto per l'acutezza della sua osservazione, per l'abilità di inserirsi fra gli indiani, accattivarsene la confidenza, seguirne gli umori ed ottenere una costante veduta ravvicinata della loro vita.


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Ci stupì, naturalmente, l'indifferenza degli indiani, atteggiamento che con il passare dei giorni e con l'arrivo di altri gruppi, non mutò. L'apatica sottomissione dei volontari non si attenuò, il morale delle truppe non esisteva; la vita del Campo si svolgeva senza colore o calore. Era una routine che veniva accettata dai volontari con obbedienza ma senza alcun entusiasmo. La tranquillità del campo, specialmente a sera inoltrata, veniva talvolta interrotta da diverbi che potevano anche degenerare in zuffe. Una volta dovemmo portare un ferito all'ospedale. Della pratica si occupò immediatamente Naranjan Sing e la cosa fu messa a tacere. Anche queste liti erano per noi causa di preoccupazione perché chiaramente soltanto diversità di atteggiamenti politici potevano esserne la causa. Dovevamo dedurne che uniti da uno scopo, da un ideale comune, gli indiani erano acerbamente divisi da contrasti. Ma a parte questi incidenti di cui generalmente non potevo conoscere la gravità data l'omertà che li copriva, la vita del Campo si svolgeva senza scosse. Il vitto era buono ed abbondante; i generi alimentari che venivano fomiti ai volontari erano conformi ai loro gusti. Veniva loro assegnata anche una capretta ogni settimana, una sfortunata capretta. La disciplina era osservata spontaneamente: evidentemente questo senso era stato inculcato loro alla scuola della Indian Army: gli inglesi non tolleravano mancanze. Nella prospettiva di creare sentimenti di cameratismo tra noi e gli indiani e di agevolare il loro inserimento anche dal punto di vista psicologico, io avevo avuto istmzioni di essere accondiscendente. Dopo il primo mese, perciò, concessi agli indiani di uscire in turni accompagnati da nostri militari. Nelle immediate vicinanze del Campo le uscite serali avvenivano a mia ufficiale insaputa ma io chiudevo un occhio. Tutti dovevano essere presenti all'imbrunire. Nessuno pernottò mai fuori. Bisogna tener presente che il Campo era cintato con un filo


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reticolato dal puro valore simbolico; il perimetro era vastissimo ed una sola sentinella stava nottetempo all'ingresso. Questa libertà non mi portò guai ma mi disturbò, e mi sorprese non poco, la facilità con la quale sorsero idilli con le ragazze del quartiere. Evidentemente i volontari riscuotevano, oltre la curiosità, simpatie profonde. Dovetti proibire le conversazioni con l'esterno, specialmente di natura galante, durante il giorno. Ma non furono tanto le relazioni femminili verso l'esterno a preoccuparmi quanto quelle sentimentali tra gli indiani all'interno del Campo. L'omosessualità era diffusa ed al primo episodio io rimasi attonito, sdegnato e furibondo. Mi accorsi che il mio atteggiamento scandalizzato stupiva forse più loro di quello che i loro rapporti stupivano me. La pratica dell'omosessualità era accettata come la cosa più naturale del mondo. Le punizioni che di slancio mi proponevo di infliggere furono fortunatamente cancellate dopo le spiegazioni che mi diede Naranjan Sing sulle abitudini dei suoi connazionali. Il modo palese in cui alcuni indiani mostravano il loro legame sentimentale, era testimonianza della loro, per così dire, perfetta buona fede. Fu un grosso rospo da ingoiare: un terremoto morale, un inaccettabile sconquasso che mi traumatizzò. Ma come potevo allora pensare che il mondo sarebbe tanto cambiato che gli indiani, in quel campo, erano da secoli all'avanguardia? Avanguardia, per la verità è una parola che in questo caso suona molto ironica.

***** Io facevo regolarmente i miei rapporti al ten. col. Invrea ma egli mostrava di dar loro poco peso: era forse irritato dalle mie preoccupazioni per il presente e per il mio scetticismo sul futuro. Al ten. col. Pallotta l'atteggiamento degli indiani, la loro estraneità a ciò che avrebbe dovuto essere il loro primo pensiero, non importava gran che: ciò che per lui contava era che questo


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reparto anomalo non causasse gravi guai al suo Ufficio. Punto di vista comprensibilissimo. Sheday, con il quale mi incontravo sovente al Campo o a casa, prestava ascolto ai miei problemi e li considerava con molta attenzione manifestandomi la sua comprensione. Mi esortava a non crearmi angustie eccessive, a non causare tensioni, a smussare gli angoli e ad attendere con pazienza e fiducia lo svolgersi degli avvenimenti. Del resto, aggiungeva, potevo lasciare a Naranjan Sing il compito di sedare i contrasti ed occuparsi in genere di tutto ciò che non presentava aspetti specificatamente militari. Direttive facili a darsi ma difficili a realizzarsi. A Sheday parlai anche dei followers, della loro stragrande percentuale, della loro impreparazione e del loro manifesto disinteresse all'addestramento. Anche su questo punto Sheday mi assicurava che la sua azione, i successivi arrivi e la costituzione ufficiale del reparto avrebbero portato riparo alle cose. Ma forse ciò che più mi angustiava era l'atteggiamento del ten. col. Invrea nei miei riguardi. Ho detto che egli era annoiato dalle mie obbiezioni ed irritato dai miei dubbi. Attribuiva alla mia incapacità o mancanza di energia le manchevolezze che lamentavo. Ciò mi era, naturalmente, causa di amarezza. È opportuno ricordare quanto varia era la natura delle difficoltà che incontravo e quanta abilità occorreva per trovare la via giusta tra tanti comandanti su tanti terreni. Da una parte il ten. col. Pallotta esigeva sul mio operare, necessariamente subdolo, una irreprensibile facciata del Campo. Dall'altra, Invrea, esigentissimo, pretendeva che la preparazione preliminare procedesse spedita e che il reparto fosse presto brillantemente addestrato. Invrea, in piena buona fede, non nutriva dubbi sul successo dell'operazione. Gli ordini venivano dall'alto e non limitavano i mezzi. Gli uomini erano procurati da Sheday, fiduciario del Ministero degli Esteri; certamente gli uomini migliori, entusiasti e validi. La sede, il Campo, erano stati scelti, approntati e curati con zelo ... non c'era nulla che facesse una grinza. Soltanto io non


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lo soddisfacevo perché, secondo lui, a me mancavano energia ed entusiasmo e vedevo difficoltà ed ostacoli dappertutto. Ponevo continuamente interrogativi, problemi che turbavano i suoi schemi, i suoi programmi e non apparivano risolvibili. Oltre a Pallotta ed ad Invrea, io dovevo barcamenarmi con Sheday, colui che aveva maggior potere ed autorità ma la cui figura era sfuggente ed ambigua. Per mia fortuna Sheday aveva preso a proteggermi. Egli sapeva che molte cose non andavano e che Invrea ne attribuiva a me la responsabilità. Con la sua autorità Sheday mi faceva scudo dichiarandosi soddisfatto del modo in cui si svolgeva il mio compito. Questa protezione mi era evidentemente accordata perché Sheday, avendo trovato in me un diligente ed adattabile collaboratore, non desiderava perdermi. La vita del Campo, non ricca di avvenimenti, scorreva con regolarità e disciplina. Non era stato facile creare questa atmosfera e, senza modestia, affermo che il sergente Purves ed io impegnammo tutta la nostra buona volontà, il buon senso e la pazienza per avvicinarci ai volontari quanto era possibile. Di più non avremmo potuto fare. Malgrado le enormi differenze si era creato un sentimento positivo e reciproco di disponibilità umana, di spontaneo rispetto, direi persino di familiarità, ma più in là non si andava perché sul piano militare il rapporto non era accettato e tutto, di conseguenza, perdeva consistenza. Non mi stancavo di esplorare l'animo dei volontari, indagare sulle spinte che li avevano portati ad aderire al costitu~ndo reparto, a chiarire quali erano le loro aspirazioni ed i loro ideali, ma i miei tentativi cadevano nel vuoto. La loro inspiegabile riservatezza era persino provocatoria. Confermava l'esistenza di un divieto delle loro guide politiche a non trattare con noi certi argomenti. Insomma, era paradossale il fatto che nessuno di quei volontari per la conquista dell'indipendenza dell'India si interessasse alle sorti della guerra, al progredire della nostra impresa, all'approssimarsi del nostro intervento.


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***** Sheday continuava la sua propaganda nei campi di concentramento. Pochi, per la verità, erano i proseliti in proporzione al numero dei prigionieri. Dall'Africa ne erano giunti a migliaia. Le grandi unità indiane che combattevano su quel fronte erano varie; la 4" Divisione Indiana vi era stata presente sin dall'inizio delle ostilità, aveva pre.so parte a tutte le azioni nel suo settore distinguendosi per preparazione e coraggio. La maggior parte dei prigionieri indiani proveniva da questa unità. Un paio di volte io seguii Sheday nei suoi viaggi di propaganda. Un giorno andammo al Campo p. g. di Avezzano; era stipato di prigionieri freschi. Sheday desiderava un drappello che fosse testimonianza del1'avvio della azione da lui promossa a fianco delle nostre Forze Annate. Con il sergente Purves scelsi i più prestanti. Al Campo avevamo ricevuto uniformi nuove, identiche a quelle dei nostri paracadutisti; le feci indossare e feci mettere a tutti il turbante. Eravamo una trentina. Un paio di giorni prima mi era venuta l'idea di procurarci un gagliardetto; Sheday ne fu contento ed Invrea diede il suo benestare . .Mi feci dare dal Genova Cavalleria una lancia e, con lavorazione domestica, misi insieme un bellissimo vessillo con i colori dell'India, verde, bianco e zafferano. Fu un grande successo: da Torre Gaia ad Avezzano riscuotemmo l'interesse entusiastico del pubblico che ammirava questi nuovi ed impensati combattenti. Dal capolinea della ferrovia per Fiuggi alla Stazione Termini, marciammo inquadrati con gagliardetto in testa e, nel fervore del momento, un fresco slancio di allegria giovanile fece sì che gli Indiani intonassero una marcetta le cui parole non erano certo lusinghiere per gli allora nostri alleati tedeschi. Secondo la canzone, il reparto si proponeva di andare a stendere il bucato sulla linea Sigfrido.


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Ad Avezzano seguii tutta la cerimonia. Dopo l'accoglienza formale ed anche festosa, Sheday parlò agli indiani sul gran piazzale della caserma. Fu applaudito ma non da tutti. Non so che dicesse in queste occasioni ed è incredibile, madornale che mai il Ministero degli Esteri o il SIM abbiano disposto ascoltatori interpreti che riferissero il contenuto dei suoi discorsi. Io ho sempre avuto il sospetto che l'adesione dei volontari fosse il frutto di promesse fatte da Sheday in misura troppo ampia e stimolante. Non lo espressi ad Invrea perché probabilmente egli avrebbe considerato questa illazione diffamante e disfattista; mi sarei forse procurato un capo di accusa a mio carico. Ma le osservazioni contenute nei miei rapporti, chiare ed insistenti, le mie annotazioni sulla percentuale dei followers, la descrizione del comportamento dei volontari erano sufficiente motivo di allarme.

* * * ** La primavera era finita e si affacciava l'estate. Il numero degli indiani era aumentato, le vicende della guerra si succedevano con ritmo incalzante e, spesso, con piega non incoraggiante; il tempo passava senza che la vita del Campo (o Centro Militare I) subisse mutamenti. Come nei primi tempi, gli indiani si sottoponevano passivamente alle consuete, elementari ed in verità stucchevoli esercitazioni. Non erano pochi coloro che si rifiutavano di parteciparvi, cosa inconcepibile nel nostro ordinamento militare, ma tuttavia ' possibile in quelle condizioni anomale. Le mie preoccupazioni, perciò, crescevano: temevo che da un momento all'altro si verificassero situazioni inattese ed inaffrontabili. La " Radio India Libera", frutto della attività di Naranjan Sing, aveva iniziato le sue trasmissioni dalle "a1nire dell'Himalaia" che, mi si disse, altro non erano che via Quattro Fontane. Naranjan Sing era sempre più attivo e con il crescere del


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numero degli indiani era aumentata la tensione 'politica' all'interno del Campo, pur rimanendo sommersa e celata. Si era fatta più acuta la mia sensazione di essere appartato ed estraneo, benché Sheday mi mostrasse grande benevolenza e mi esortasse ad attendere fiducioso il succedersi degli eventi. Al ten. col. lnvrea, cui facevo regolarmente le mie relazioni, espressi un giorno, con maggior apprensione del solito, le mie preoccupazioni per l'inafferrabmtà di una situazione sempre più complicata e sfuggente. Gli dichiarai che sentivo il mio grado e la mia autorità sproporzionata ai miei molteplici compiti. Ancora una volta denunciai l'ambiguità e l'oscurità in cui speravo. Invrea non dava la dovuta considerazione al fatto che io, come comandante del Campo prigionieri, avevo dei doveri nei riguardi di altri, soprattutto dovevo render conto al ten. col. Pallotta. lnvrea si irritò più del solito, ribatté che io dovevo adeguarmi al compito affidatomi e dichiarò infine che, data la delicatezza degli incarichi e della circostanze, in caso di intoppi, errori, incidenti, avversità impreviste, era più opportuno che la responsabilità ricadesse su di un ufficiale subalterno il cui grado di per sé avrebbe ridotto dimensioni e significato dell'evento. Non disse ma certo lo pensò, che ciò avrebbe alleggerito le responsabilità di ufficiali di grado più elevato. Mi resi allora conto che io costituivo un possibile e conveniente capro espiatorio al quale potevano addossarsi cause e colpe di insuccessi. Una figura comoda, già pesantemente indiziata per i rimproveri e le critiche del ten. col. lnvrea. Per fortuna, pensavo, avevo per contrappeso la comprensione del ten. col. Pallotta ed il suo eventuale appoggio. Per quanto riguardava Sheday, egli mi aveva posto sotto la sua protezione. Incidentalmente noto che ebbi sempre l'impressione che l'entusiasmo e la fiducia di Invrea, non fossero condivisi da Pallotta, e questo è logico perché nei riguardi esterni e della Croce Rossa, era l'Ufficio P. G. di Pallotta il responsabile ufficiale ed io ritengo che se la grossa violazione delle norme internazionali fosse


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venuta alla luce, lo scandaletto della natura e delle contenute dimensioni tipiche di questi passi falsi, sarebbe stato composto con il sacrificio di Pallotta. Questo è certamente il principale motivo per il quale il ten. col. Pallotta mi ha voluto sempre vicino ed ha tutelato la mia attività quale comandante del Campo N. 80 senza subire interferenze o imposizioni. Quel giorno Invrea concluse dicendo che la costituzione ufficiale del reparto e l'arrivo degli ufficiali avrebbero posto fine a quello stato di cose. Il nuovo Comandante, un ufficiale superiore, i suoi collaboratori ed altri ufficiali subalterni, mi avrebbero, entro breve tempo, sollevato dalle incombenze per me tanto pesanti ed il mio impiego si sarebbe limitato alla istruzione dei volontari.

***** Accadde a quel tempo un fatto inquietante del quale, chiaramente, non si volle cogliere il significato. Cominciarono ad arrivare al Campo le armi che furono scaricate in deposito per la successiva distribuzione. La cosa fu notata dagli indiani che accolsero la novità con molta animazione, direi giubilo, il che, conoscendoli, mi riempì di stupore. Festosamente mi chiesero quando si faceva il film. Io caddi dalle nuvole. Purves, che dalle nuvole era caduto un po' prima di me ed aveva avuto il tempo di riaversi, mi spiegò di aver appreso, proprio allora, che gli indiani si aspettavano la ripresa di un film di propaganda sul nostro reparto: era stato loro promesso ed ora pregustavano la gioia ai questo importante e divertente avvenimento. Con tatto e circospezione riferii subito la cosa a Sheday il quale confermò che nei programmi c'era, tra l'altro, la ripresa di un film che illustrasse la presenza e l'opera dei volontari a fianco delle nostre Forze Armate. Finalmente apprendevo, senza dubbi o incertezze, quale era


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uno degli scopi per i quali gli indiani avevano risposto alla chiamata di Sheday. Un obbiettivo, per la verità, pacifico, nel quale anche i followers potevano figurare bellicosi. Riferii il fatto anche al ten. col. Invrea il quale considerò questo numero del programma come cosa naturale. E sarebbe stato effettivamente naturale se il rimanente contesto stesse muovendosi anche nelle altre direzioni per il raggiungimento degli altri obbietti-vi. Ma erano trascorsi mesi e tutto quello che io avevo potuto fare era la scuola a piedi nei piazzali del Campo, nella fiducia che questo salubre esercizio fosse sufficiente a tener viva, nell'animo dei volontari, la fiamma dell'amor patrio ed il desiderio di liberare il loro Paese.

***** In quel tempo Chandra Bose venne a Roma. La sua Divisione "Tigre", costituita da volontari indiani, era pronta per l'impiego ed egli aveva portato con sé, quale sua scorta, alcuni dei suoi indiani, evidentemente scelti tra i più prestanti. Le loro bellissime uniformi, ravvivate da contrassegni speciali e da un distintivo rappresentante una tigre, rendeva il loro aspetto particolarmente fiero. Sheday volle presentarmi a Chandra Bose. L'incontro ebbe luogo in casa di Sheday, senza estranei. Non fu detto neppure ad • Invrea. La conversazione si svolse, ovviamente, sui volontari. Io chiesi informazioni e consigli testimoniando diligenza ed impegno, badando però a non eccedere per non sembrare eccessivamente curioso od intrigante. Mi accordi che Chandra Bose, a differenza di Sheday, era preparatissimo sulle questioni militari, anche più minute, quelle che riguardano la vita quotidiana di un soldato e di una caserma. Ma quello che mi sbigottì fu l'apprendere che nella "Tigre" non militavano followers. Sheday, nell'udirlo, non batté ciglio, come se la cosa non lo riguardasse.


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Io mi chiedevo se Sheday si fosse mai posto tale questione. Evidentemente non lo aveva fatto poiché non si mostrò né turbato, né seccato, né interessato. Risultava allora chiaramente che Chandra Bose aveva scelto i suoi uomini scremando il meglio. Questa affermazione era senz'altro vera ma non sufficiente a spiegare l'alta percentuale di followers al nostro Campo. Infatti, tra le varie migliaia di prigionieri indiani, il numero dei soldati "combattenti" era alto e più che sufficiente per costituire alcuni reggimenti (il reparto di Chandra Bose era chiamato "Divisione" ma possedeva un organico ridotto). La verità è che la maggior parte degli indiani prigionieri non era affatto entusiasta di riprendere le armi per la libertà del loro paese. Non mostravano certo questo desiderio né un odio acceso còntrò·gli inglesi. Anzi, a questo proposito, debbo aggiungere che discorrendo con gli indiani, non udii mai le espressioni di astio di cui sono normalmente destinatari i tiranni, i feroci oppressori di un paese. Personalmente ricevetti l'impressione che gli indiani del Campo N. 80 non nutrissero sentimenti ostili nei riguardi dei britannici, semmai, manifestavano per loro un sentimento di soggezione e di rispetto. Era perciò vero che ehandra Bose aveva scartato i followers e preso gli elementi migliori, ma se Sheday non era andato per il sottile, il motivo era che non aveva trovato nulla di meglio. Chandra Bose e Sheday avevano molti argomenti da trattare. Io fui congedato con molta cordialità. Sono rimasto con l 'impressione che la mia presentazione a Chandra Bose preludesse ad un mio eventuale impiego come ufficiale ai collegamento tra i due corpi.

***** In Luglio giunsero gli ufficiali. Presso l'Archivio Storico dello Stato Maggiore, si trova il Diario Storico del Battaglione "Azad Hindostan". È uno dei po-


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chissimi documenti esistenti che riguardano questa singolare vicenda. Il documento porta l'intestazione "Centro Militare I" e dice: Diario Storico del Battaglio~e "Azad Hindostan" 15 Lug. 1942- Costituzione in base ad ordine del Comando Raggruppamento Centri Militari. Il Centro è sorto m,ediante trasformazione del Campo di Concentramento P. G. N. 80 dove erano stati riuniti i p.g. indiani che avevano manifestato la volontà di combattere contro l'Inghilterra. Furono assegnati al Centro i prigionieri che firmarono il seguente giuramento: Giuro di combattere per l'indipendenza dell'India e per l'onore della bandiera nazionale indiana. Giuro di eseguire gli ordini dei miei superiori italiani ed indiani; accetto e mi impegno di osservare le leggi ed i regolamenti militari italiani considerandomi come alleato dell'Italia nella lotta contro i comuni nemici. Sotto la stessa data i volontari ed il personale sono passati in aggregazione al Centro A. I reparti sistemati in apposite costruzioni in legno dislocate all' 11 Km. circa della via Casilina. 1 Ago. 1942 - Il Centro Militare I assume caratteristiche di Reparto autonomo. Il "Diario" continua raccontando che il 10 Settembre fu costituito un plotone di paracadutisti della forza di 44 indiani. Quali distintivi del battaglione "Azad Hindostan" furono adottate, sulle bustine, le tre frecce rosse falangiste ricordo della guerra di Spagna ed i colori dell'India: bianco, verde e zafferano, sulle mostrine.

***** Con il materiale di casermaggio che avevamo ricevuto per tempo, attrezzammo le camere da letto per il comandante maggiore di S. M. Luigi Vismara, il capitano De Carvalho ed il capitano Gaviraghi e per gli ufficiali subalterni; questi ultimi a due o tre per camera.


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Io ricevetti l 'ordine di sgomberare le due stanze che utilizzavo come comando del Campo N. 80 e come camera da letto. Il ten. col. Pallotta intervenne: mi fu concesso di conservare le stanze dividendone una con un altro ufficiale, il s. ten. Borriello con il quale simpatizzai immediatamente. Il magg. Vismara mi convocò perché io gli narrassi la storia e le vicende del Campo N. 80 dal suo inizio. Ebbi l'impressione che ponesse particolare cura nel non mostrarmi cordialità. Certamente lnvrea gli aveva già parlato di me. Questa probabile presunzione negativa nei miei riguardi, fu nociva a tutti, soprattutto al buon inizio della vita del reparto. Io la percepii immediatamente e ne compresi il motivo. Di conseguenza fui prudentissimo e scarno nelle mie esposizioni. Mi guardai bene dall'illustrare le varie facce ed i risvolti dell'insieme; ero già stato rimproverato dal ten. col. Invrea per averlo fatto e sarebbe stata sciocchezza ricadere nello stesso errore parlando con il magg. Vismara. Eppoi avevo ormai la sensazione che qualsiasi cosa avessi detto, sicuramente avrei offerto il fianco a critiche, a rimproveri, a biasimo. Naturalmente nominai Sheday ed i suoi collaboratori e le relazioni intercorrenti con noi. Esposi il tutto senza commenti, come dati di fatto pertinenti a monte dell'impresa. Vismara era stato sicuramente già informato da Invrea sulla autorità di Sheday e del suo ruolo. A sua volta non disse una parola di commento. Così, quando ebbi finito di parlare, avevo detto poco e Vismara aveva appreso poco. Mi disse con freddezza che il periodo di inerzia, di stagnazione era finito; era venuto il momento di agire, agire sul serio, con volontà decisione, disciplina, tre cose delle quali io sapevo che si trovavano tra gli indiani soltanto tracce. Dopo la questione delle camere e l'intervento di Pallotta, io fui decisamente malvisto. Tanto più che la mia dipendenza dall'Ufficio P. G. dello S. M. mi portava spesso a non seguire gli schemi di attività quotidiana e, quel che era peggio, a non vivere la vita del reparto con i superiori ed i colleghi.


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Si abbozzò un organico del Centro articolandolo provvisoriamente in compagnie dalla forza ridotta. Ciò permise agli ufficiali di entrare più rapidamente in contatto con i singoli volontari. In un secondo tempo si sarebbe provveduto alla costituzione di un nucleo Arditi e di un plotone Paracadutisti. Sia i capitani che i miei colleghi si adoperarono, come del resto avevo fatto anch'io mesi prima, per stabilire un contatto umano con gli indiani. In questo moto di apertura e di avvicinamento giocavano vari sentimenti, forse, primo tra tutti, la curiosità e l'eccitazione causati dall'appartenere ad un reparto tanto strano e suggestivo. Specialmente tra i più giovani, questi sentimenti si manifestarono con eccessi per così dire goliardici, come ad esempio a richiedere il permesso che gli ufficiali portassero il turbante. Io non so come e da chi questa demenza abbia avuto origine, come sia passata attraverso il Comando ed infine giunta ad Invrea. Incomprensibile è che questo severissimo ufficiale abbia accolto la domanda e concesso l'autorizzazione. Fatto sta che, in un clima ai carnevale, gli ufficiali si fecero insegnare dagli indiani ad arrotolarsi sul capo il turbante. Avevamo in magazzino, per i volontari, le apposite strisce di tela kaki lunghe qualche metro. La mascherata durò due giorni, poi il permesso rientrò. Tutti gli ufficiali, comunque, stimolati dalle inconsuete caratteristiche del reparto e dai suoi appassionanti scopi, si misero al lavoro con impegno ed ottimismo. Completamente ignari delle particolari, indefinibili e svariate situazioni esistenti sia all 'intemo della truppa che a monte di essa, gli ufficiali si basarono, per l'istruzione, sui canoni tradizionali, appresi ai corsi allievi ufficiali ed applicati alle reclute nazionali. La reazione degli indiani fu sconcertante. Essi si comportarono come avevano fatto con me, ma allora il numero era inferiore ed io e Purves avevamo operato in modo da attutire l'impatto arrivando ad una forma di collaborazione che aveva improntato il


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sorgere del Campo come piccola comunità. La presenza di Naranjan Sing e le visite di Sheday, la sua autorità ed il suo paternalismo e, sopratutto, la nostra opera di coesione e, diciamo pure, di accomodamento, avevano consentito un modus vivendi di attesa. Invrea mi aveva continuamente accusato di essere accomodante, ma proprio a questo io ero stato costretto dall'ambiguità delle circostanze e dalla lacunosità delle direttive. Mi appariva ora possibile che la tirannica severità di lnvrea coprisse un suo defilamento in materia di responsabilità. Gli ufficiali si trovarono dunque di fronte a degli indiani non solo distaccati ed indifferenti ma divenuti diffidenti al confronto con le novità che eloquentemente dichiaravano lo scopo della loro presenza. Per quanto Sheday avesse divagato nei suoi discorsi, per quanto egli avesse fatto promesse troppo ampie e poco definite, ormai nessuno poteva ancora avere dubbi; era giunto il momento in cui si vedeva chiaro. Io avevo tollerato l'uso degli indumenti alleati rimasti agli indiani: per stare all'interno del Campo alcuni erano più comodi. Essi non furono più permessi: tutti dovettero indossare la nostra uniforme. Le operazioni della giornata cominciarono a svolgersi senza tollerare ritardi. Per gli indiani fu uno shock; la puntualità non fu rispettata. Sorsero i problemi delle punizioni. Spesse giuste e necessarie ma talvolta inflitte applicando rigidamente il nostro regolamento che certo non contemplava soggetti e circostanze come i nostri. . Ora i miei colleghi ufficiali subalterni ed il Coman~o si trovavano in quella sgradevole situazione in cui mesi prima mi ero trovato io. E naturalmente le dimensioni erano maggiori e gli accomodamenti più difficili. Energia, scatto e disciplina venivano imperiosamente richiesti dal Comando. Sheday, contemporaneamente, chiedeva che si usasse tatto e tolleranza, ricordava che non si potevano trattare i volontari indiani alla stregua dei nostri militari: essi erano diversi da noi, la mentalità, le abitudini erano differenti e per di più


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possedevano una esperienza bellica certamente superiore a quella di noi istruttori. E Sheday era potente: le sue richieste non potevano non essere ascoltatelo non so quali ordini, suggerimenti, raccomandazioni ricevesse Invrea dal Ministero degli Esteri. I rapporti tra Invrea e me non avevano ormai più ragione di esistere. Io continuavo a tenermi in contatto con Pallotta per ciò che riguardava il Campo N. 80 e, marginalmente, gli parlavo anche della nuova vita del Centro Militare I. Con Sheday i miei rapporti divenivano sempre più frequenti; non passava settimana senza che io gli facessi una o due visite. Era palese l'ansietà di Sheday in ordine ai rapporti tra i nuovi ufficiali ed i volontari. Ripeteva che il metodo non era quello giusto, che nel quadro della sua grande iniziativa la lieve mancanza di un volontario non doveva drammatizzarsi tanto da influire sul morale degli altri. .. Discorsi che avevo già sentito e che avrei sentito ancora, discorsi che perpetuavano l'ambiguità della situazione e la rendevano ogni giorno più precaria.

***** Era giunto il tempo di provvedere alla costituzione del nucleo Arditi ed al plotone Paracadutisti. Il capitano De Carvalho affrontò il problema della suddivisione dei reparti e della loro specializzazione. De Carvalho era un superiore molto gradevole del quale si seguivano le direttive con convinzione e piacere. La grande cordialità che aveva stabilito con noi ufficiali subalterni, non diminuiva in alcun modo la sua autorità. Le sue capacità e la sua preparazione gli erano riconosciute da tutti ed aveva fatto immediatamente sorgere uno spontaneo ed intenso spirito di collaborazione. Nell'ascoltare i desideri degli ufficiali circa la loro destinazione alle compagnie che aveva progettato, De Carvalho fu contrariato dal fatto che io facessi presente la mia indisponibilità,


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dovendo rimanere, come comandante del Campo N. 80, a disposizione dell'Ufficio P. G. dello S. M.. Il ten. col. Pallotta confermò che le esigenze del mio incarico non potevano sacrificarsi. Ciò equivaleva all'ordine di esonerarmi dalla attività dei reparti. Al ai là delle questioni di competenza e di organico, esisteva un aspetto che dirimeva ogni conflitto. Che io, comandante di un campo di prigionieri fossi anche istruttore militare dei prigionieri stessi, era paradossale. Giustamente il ten. col. rifiutò una situazione che costituiva un gravissimo rischio. Ma la situazione tanto chiara era per gran parte ignorata dai miei superiori del Campo. E del resto eravamo nel regno della assurdità e tutto poteva approvarsi o disapprovarsi. Basti pensare a quella gradevolissima, graditissima ma anche indecorosa assurdità costituita dalla distribuzione dei pacchi della Croce Rossa. Essa veniva fatta, non ricordo se ogni mese o più spesso, agli indiani ormai al nostro soldo e con la nostra uniforme. E ciò che più avrebbe dovuto farci arrossire, ma nessuno arrossiva, me compreso, era il fatto che anche il personale italiano riceveva questi pacchi preziosi che contenevano ogni ben di Dio: cioccolato, the, caffé, miele, carne in scatola, biscotti, zucchero, sigarette, tabacco ed altre leccornie. Era il più forte stimolante a proseguire nell'opera per la liberazione dell'India. Con la disposizione di Pallotta la mia autonomia fu quasi completa. Ne conseguì, però un certo isolamento. Con i miei colleghi, non per mancanza di cordialità ma di occasioni, non avevo rapporti. Avevo a che fare soltanto con il s. ten. Borriello, che si occupava della amministrazione del Centro I e con il sergente Purves che aveva seguito la mia stessa sorte e se ne rallegrava. Gli ufficiali moltiplicavano i loro sforzi per istruire i volontari indiani che deliberatamente non volevano essere istruiti. Anzi, più erano gli sforzi degli ufficiali, più cresceva il malumore nel campo. Io, benché esentato dalle esercitazioni, continuavo, per il mio lavoro, ad essere in contatto con gli indiani e con i loro esponenti.


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Si trattava di qualche elemento "più in gamba" che parlava l'inglese e che, durante i mesi passati, era divenuto portavoce degli altri per far presente qualche questione di routine. Ora questi portavoce, sia pur con parole non compromettenti, mi dicevano che gli umori non erano più quelli di una volta, si lamentavano dell'istruzione, degli ufficiali, si lamentavano di tutto. Riaffiorava allora l'interrogativo: cosa ritenevano di esser venuti a fare? Purves, capace più di me ai raccogliere notizie, mi confermava che lo scontento era crescente e si nutrivano apprensioni per l'andamento della guerra. Io ho sempre dubitato del patriottismo degli indiani e sono sicuro che le loro adesioni al movimento di Sheday erano state date anzitutto perché la sconfitta della Gran Bretagna sembrava vicina. Le altre promesse di Sheday, a noi rimaste sconosciute, qualsiasi esse fossero, erano state prese in considerazione in vista di un prossimo soddisfacimento. L'ottenimento di queste promesse ora si allontanava nel tempo; non solo, si profilava il pericolo di tornare a combattere, di tornare a quella guerra di cui conservavano vivo il tremendo ricordo. Ancora per mesi ... per anni ... Meglio allora il campo di concentramento, molto meglio .. . Logici ragionamenti, non c'è che dire, ma certo non accettabili da noi. L'operazione pasticciata frettolosamente da Galeazzo Ciano con la consueta approssimazione del fascismo, accompagnata dalla pomposa retorica, sostenuta da gerarchi, capi e sottocapi spinti dal miraggio di nomine, promozioni e gloria, si rivelava ora priva di contenuto, piena di equivoci volutamente non chiariti, di programmi non approfonditi, di furbizie e di inganni; un'impresa alla cui base. era la fumosa proposta di un indiano, neppur tanto scaltro ed il tronfio consenso di un giqvane vanitoso adatto magari a fare il genero di Mussolini ma non il Ministro degli Esteri.

*****


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Sheday era venuto al Campo, aveva salutato il Comandante e gli ufficiali; c'era stato il rituale scambio di cortesie, proponimenti, dichiarazioni, atti di fede. · L'atteggiamento degli indiani non era mutato ed io sapevo che non ci si poteva aspettare nulla di meglio. Ero lieto di esser stato esonerato dalla istruzione perché consideravo questo compito una impresa impossibile. Inoltre, nella situazione che si stava deteriorando, preferivo ridurre al minimo i miei rapporti con i volontari. Il giorno del giuramento era prossimo e l'animazione che questa cerimonia porta nelle caserme si notava anche al Centro. Ma i sentimenti erano divisi e diversi. Non so quali fossero i pensieri del magg. Vismara: ho però l'impressione che lo scetticismo si fosse fatta strada nel suo animo. In De Carvalho e negli altri ufficiali prevaleva la contentezza anche se tutti si erano resi conto che gli indiani non erano materia di facile trattamento. Io e Purves, ormai coscienti della ineluttabilità dell 'insuccesso, partecipavano alle varie operazioni preparatorie con silenzioso fatalismo. Tra gli indiani c'era animazione ma una animazione non festosa. Si percepiva una tensione che dava continuamente esca a conversazioni vivaci, discussioni, brevi scambi di battute con tono acre, cosa tanto più strana se si pensa che per mesi mi aveva preoccupato la coltre di silenzio, di laconica omertà che celava i sentimenti dei volontari. Per quanto riguardava Sheday, io ebbi l'impressiony che non sentisse l'inquietudine del Campo, non rilevasse le espressioni di ostentata svogliatezza, di rifiuto per non dire di ribellione, da parte di qualche volontario più inquieto. A meno che di tutto ciò Sheday si rendesse pur conto ma non vi attribuisse alcun peso. Del tutto estraneo alle cose militari, forse Sheday non valutava debitamente il significato profondo e pratico della cerimonia del giuramento, non afferrava il cambiamento di status dei volontari e non scorgeva nel giuramento il punto di arrivo-partenza che


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esso segnava nella tabella di marcia del destino del battaglione "Azad Hindostan". Naranjan Sing ed i suoi aiutanti erano stati molto attivi nei giorni precedenti ed a me e Purves non era stato difficile individuare i nuclei dei sospettosi, dei diffidenti, degli indifferenti, dei contrari, dei ribelli. C'erano anche dei consenzienti, naturalmente, dei favorevoli, ma il loro numero era molto lontano dalla totalità. Il nervosismo conseguente a questi aspetti, aveva preso corpo in toni ed atteggiamenti di sfida nei confronti di Naranjan Sing e dei suoi. Era un continuo agitarsi, un intervenire di questa o quella persona in questo o quel gruppo per appoggiare una protesta o per sedarla, per interrompere sul nascere una lite. Gli ufficiali non rilevavano quanto accadeva ed attribuivano quell'agitazione, quelle liti, quel nervosismo al gran daffare per la cerimonia. Purves ed io temevamo il peggio: che tra tutta quella discordia così manifesta scaturissero effetti clamorosi, drammatici, per esempio, che una parte degli indiani si rifiutasse di partecipare. Ma per fortuna il peggio non avvenne. Non avvenne .però neppure il "meglio" se posso usare questa espressione. lnvrea e Sheday arrivarono e gli si resero gli onori. Arrivarono esponenti del Ministero degli Esteri, altre autorità ed ufficiali. Lo schieramento del reparto rivelava le accidentalità del terreno e quelle degli umori dei volontari. Tuttavia il quadro era accettabi.le. L'esecuzione degli ordini non fu del tutto priva di scatto: testimoniò comunque l'obbedienza del reparto. La formula del giuramento fu letta in italiano e pronunciata in indiano. La loro adesione orale non fu totalitaria. Si videro chiaramente coloro che non aprirono bocca, i distratti che guardavano altrove, quelli che parlavano tra loro sottovoce come bambini a scuola. Poi i volontari firmarono. La tensione era finita, i firmatari tanti: non so se le firme furono raccolte con scrupolosa esattezza. Finita la cerimonia tornarono a riaccendersi le discussioni ma


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la festa era ormai finita. Nella villa si conversava cordialmente ed animatamente, Sheday riceveva rallegramenti ed auguri. In eguale misura essi erano anche ricevuti dal ten. col. Invrea. Sheday, però aveva il turbante e perciò era più ammirato. Tutti ribadirono la certezza che la nostra impresa sarebbe stata coronata da successo.

* **** Dopo il giuramento, l'attività del battaglione divenne più intensa. Il numero degli ufficiali consentiva un controllo quasi individuale dei volontari. Si eliminarono cosi indolenze, negligenze, defilamenti. Inoltre questo contatto aveva persuaso gli ufficiali delle enormi differenze di mentalità, abitudini ed esperienze esistenti tra noi e gli indiani. Ne erano derivati una maggiore comprensione ed un affiatamento che compensavano gli ufficiali del loro impegno e li incoraggiava a perseverare. Ma se in superficie questo miglioramento era evidente, rimanevano invece nascoste le divisioni interne, sempre più aspre e profonde. Purves ed io ne scorgevamo i segni, e le conferme più preoccupanti ci venivano offerte dalle conversazioni con i volontari. Lo stesso Sheday appariva meno sicuro. Ammetteva che la compattezza politica degli indiani si era incrinata ed attribuiva ad Invrea l'errore di aver troppa fretta, di pensare solo a mandare il reparto in guerra. Era un precipitar le cose, secondo Sheday, che rischiava di rovinare il risultato già raggiunto nel quadro della propaganda. Per Sheday, insomma, che il reparto esistesse e fosse un avvenimento risaputo era di per sé un grosso successo; che gli indiani andassero, poi a combattere era questione di minor importanza, anzi, una volta al fronte il battaglione "Azad Hindostan" sarebbe sparito nel pentolone della zona di operazioni. Un punto di vista, per la verità, non privo di realismo e di logica ma ovviamente non accettabile da Invrea. lnvrea, impegnato a fondo nell'apprestamento di quel batta-


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gliene cui il nuovo assetto aveva dato un abbrivio energico e vivace, era quanto mai smanioso di completare le istruzioni e partire per 1'Africa. Si distribuirono le armi; con i Carabinieri ed i Paracadutisti fummo tra i primi a ricevere i nuovi mitra. Purves ed io rivedemmo tra gli indiani le espressioni di distacco e di contrarietà a noi già note. Venimmo subito a sapere che qualcuno voleva restituirle. Ci furono nuovi alterchi, nuove tensioni. Naranjan Sing aveva un gran daffare, era nervoso e preoccupato. Sentivo, con Purves, che la fine era vicina. Nella tensione lasciavamo un poco di spazio al sentimento: ci addolorava vedere quell'impresa da noi vissuta tra tante difficoltà, con tanto. impegno, avviarsi al fallimento, quel reparto era stato fatto da Purves e da me, superando assurdità, ambiguità, errori. Era stato fatto forse male, ma non Io si poteva fare meglio. Il Comando e gli ufficiali del Battaglione, come aveva sempre fatto Invrea, respingevano dubbi, rifiutavano consigli, non volevano vedere ombre sul loro cammino. Così, come aveva sempre fatto Jnvrea e questa è la critica che gli si può muovere. Il suo caparbio insistere nella sua cecità, il suo testardo rifiuto di ammettere l'esistenza di tutto ciò che si opponeva alle sue concezioni ed ai suoi progetti, hanno portato avanti, con spreco di tempo, energie e denaro, un 'impresa assurda la cui inconsistenza era lampante al suo nascere.

***** Il Diario Storico del Raggruppamento Centri Militari così conclude: ..... .

IO Nov. 1942 - I militari indiani del btg. "Azad Hindost.an" questa mane, in segno di protesta contro una ipotetica eventualità del loro invio in Africa Sett. si sono astenuti dal fare l'adunata per la seconda ora di istruzione. Sono stati subito disannati e consegnati nelle baracche in


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Carlo Alberto Rizzi

attesa d'ordini superiori. Il Comando di Raggruppamento ha inoltrato proposta per lo scioglimento del Battaglione...

***** Lo scioglimento del Battaglione "Azad Hindostan" è stato disposto dal Comando Supremo il 12 novembre 1942. Gli indiani sono stati mandati in altri campi. Gli italiani al Centro Militare "T;'.


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