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STUDI STORICO MILITARI 1988

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STATO MAGGIORE DELL'ESERCITO UFF ICI O STORICO

STUDI STORICO MILITARI 1988

ROMA 1990


PROPRIETÀ LETIERARIA Tutti i diritti riservati. Vietata la riproduzione anche parziale senza autorizzazione.

© BY UFFICIO STORICO SME - ROMA 1990

SAGRAF - Napoli - 1990


SOMMARIO

PARTE PRIMA

SAGGI Piero Crociani: Reparti anglo-italiani nelle guerre napoleoniche . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag.

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Luigi Emilio Longo: L'incursione britannica sull'acquedotto pugliese (febbraio 1941) ........................ .

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25

Francesco Vannucchi: Aspetti e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra ......... .

»

45

Piero Petrilli: La guerra d'Etiopia e le prime esperienze italiane di corazzati ...................................... .

»

147

Salvatore Cosentino: L'organizzazione militare nell'isola di Creta e la funzionalità del feudum veneto-cretese. Per una riconsiderazione storiografica ......... .

»

243

Antonio Angelini: L'ottimo comandante di Onosandro Platonico .... .... ... ........ .......... .......... ... .......... .

»

279

Dorella Ferrari: Per uno studio della politica militare del Generale Alberto Pariani ... ... ................... .

»

371

PARTE SECONDA

PROFILI BIOGRAFICI Alberto Gennaro: Vincenzo Giordano Orsini di Bracciano e l'artiglieria rivoluzionaria siciliana degli anni 1848 e 1849 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag.

403

Oreste Bovio: Un ufficiale di Stato Maggiore dimenticato: Pierre Bourcet .. .. . . . .. . .. .. . . ..... ... .. . .. . . .. . .. .. . ..

467

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Sommario

PARTE TERZA

TESTIMONIANZE Mons. Mario Schierano: Situazione delle truppe italiane

nell'isola di Creta dopo 1'8 settembre 1943 . . . . . . . . pag.

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PARTE QUARTA

RICERCHE Francesco Fatutta: Cenni sull'impiego del! 'artiglieria

contraerea nel corso del primo conflitto mondiale pag. Luigi Emilio Longo: Gli Alpini in Africa

. . . . . . . . . . . .. . .

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Francesco Frasca: La coscrizione nei dipartimenti pie-

montesi dell'impero francese (1800-1810)

. .. .. .. ...

PARTE QUINTA

DIARI Marziano Brignoli: Cavalleria in guerra. Diari di com-

battenti. I Reggimenti Vittorio Emanuele II e Savoia Cavalleria nella prima e nella seconda guerra mondiale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag.

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PARTE PRIMA

SAGGI


PIERO CROCIANI

REPARTI ANGLO-ITALIANI NELLE GUERRE NAPOLEONICHE (disegni di Massimo Fiorentino)

Dopo la battaglia di Trafalgar, che aveva dato alla Gran Bretagna l'incontrastato dominio dei mari ed in particolare quello delle acque del bacino del Mediterraneo, l'importanza di quest'ultimo teatro operativo si era fatta secondaria. La definitiva vittoria contro Napoleone la si sarebbe ottenuta, infatti, battendolo nel cuore del continente - e qui entravano in campo Austria, Prussia e Russia ed agganciandolo, al contempo, con una lunga guerra di logoramento. Con Malta saldamente nelle loro mani e con la Sicilia messa a loro disposizione (anche se senza eccessivo entusiasmo) da parte di Ferdinando IV di Borbone gli Inglesi potevano servirsi del Mediterraneo centrale per distrarre e tenere impegnate in Italia parte delle truppe francesi e di quelle degli stati vassalli e per cercare di provocare, appoggiandole con sbarchi, rivolte ed insurrezioni nella penisola italiana e lungo il litorale dalmata, così da operare collegandosi con il fianco meridionale dell'Austria. Era, come si è detto, un teatro d'operazione secondario e la scarsità di reparti provenienti dall'Inghilterra induceva all'utilizzo di tutte le truppe che, comunque, si potessero "levare" sul posto. Così come sarebbe avvenuto sul finire della Seconda Guerra Mondiale, nel Mediterraneo Centrale operarono reparti delle più svariate nazionalità. Oltre ad unità formate da Greci, Montenegrini, Svizzeri, Corsi e Francesi realisti, gli Inglesi organizzarono ed impiegarono anche reparti composti da Italiani. La prima di tali unità fu il "Sicilian Light Infantry Regiment", un battaglione di volontari siciliani che, accresciuto di numero, doveva divenire il "Sicilian Regiment of Foot", poi denominato in


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Piero Crociani

inglese "Sicilian Light Infantry Regiment" e in italiano "Reggimento Siciliano di Fanteria Leggera al servizio di S .M. Britannica" . Ai primi del 1806 in Sicilia si andavano faticosamente riorganizzando i resti dell'esercito borbonico che avevano abbandonato il continente in seguito all'occupazione napoleonica dell'Italia meridionale. Con gli sbandati, con i profughi, specie calabresi, rifugiatisi nell'isola e con volontari reclutati sul posto gli Inglesi cercavano, con risultati peraltro assai deludenti, di organizzare delle unità "miste", affiancando una compagnia "siciliana" ad alcuni dei loro reggimenti . Miglior esito ebbero , invece, gli sforzi del maggiore Francesco Rivarola che - con il consenso di Ferdinando IV - apriva a Messina, il 10 maggio 1806, gli arruolamenti per la formazione di un corpo di volontari al servizio inglese, con una sterlina come premio di ingaggio e con una razione giornaliera di mezzo "rotolo"di pane e di carne. Il convento di San Girolamo era stato prescelto come luogo di riunione di questi volontari, che affluirono in quantità elevata. Così il 1° agosto ve n'erano già quattrocento, divenuti 487 quattro mesi dopo . Quel che invece .mancò fu l'apporto siciliano di ufficiali. Era infatti prevista un'"ufficialità" mista, inglese e siciliana, ma i cadetti della nobiltà siciliana, sui quali soprattutto si era fatto conto, non risposero all'appello e fu così giocoforza far ricorso ad ufficiali dei reparti corsi, svizzeri e francesi al servizio inglese, capaci di parlare italiano. Nel febbraio del 1807 i volontari sbarcarono ad Alessandria d'Egitto e parteciparono, con altre truppe inglesi, ad una breve campagna contro i Turchi. L'anno dopo l'unità, divenuta "Sicilian Regiment of Foot" al comando del colonnello John C. Sherbroke, rientrava in Sicilia e riapriva gli arruolamenti. Successivamente, agli ordini del colonnello Ronald Craufurd Ferguson, il reggimento fu stanziato di presidio a Malta ed ordinato su due battaglion,i di cinque - e poi sei - compagnie ciascuno. Dall'elenco degli ufficiali riportato nell"'Army List" del 1810 possiamo constatare: che la metà, all'incirca, degli ufficiali subalterni era composta da siciliani, o quanto meno da italiani; che tra i capitani non c'era nessun siciliano (c'era però, con il nome francesizzato in Ciravegnac, il piemontese Ciravegna che ritroveremo in seguito) e che l'unico ufficiale superiore non inglese era il maggiore Rivarola, probabilmente un corso. Nell '" Army List" del 1812 troviamo che uno dei subalterni, Pietro Stella, è stato promosso capitano, così come è stato promosso il Rivarola, ora tenente colonnello, ma · scopriamo anche che molti subalterni siciliani, o italiani,


Reparti anglo-italiani nelle guerre napoleoniche

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l;lanno rassegnato le dimissioni, dato che ne risultano soltanto dieci su trentasei, non comprendendo il cappellano ed un aiuto chirurgo. Ai primi del 1814 il reggimento era a Corfù da dove tornò poi a Malta per esservi disciolto nel 1816. La lingua di servizio nell'unità era l'italiano. Nella nostra lingua erano infatti compilati gli "Ordini Permanenti per il Reggimento Siciliano di Fanteria Leggera al servizio di Sua Maestà Britannica" stampati a Malta nel 1813, in una seconda edizione che sostituiva quella del 1808. Gli "Ordini" erano in pratica un manuale di servizio, suddiviso in tredici paragrafi relativi a tutti gli aspetti della vita quotidiana del reparto, dall'istruzione, all'accasermamento, ai vari modelli di rapporti. Gli "Ordini" ci forniscono anche gli organici del reggimento, strutturato, come i reggimenti "siciliani" dell'epoca, su una "Piana Maggiore", una "Piana Minore" e due battaglioni di sei compagnie l'uno. La "Piana Maggiore" 1 comprendeva il colonnello, il tenente colonnello, due maggiori, il cappellano, l'aiutante, il pagatore, il quartiemrnstro, il chirurgo e due suoi assistenti. La "Piana Minore" 2 comprendeva un sergente maggiore, un sergente quartiermastro, un capo banda, un tamburo maggiore, un sergente pagatore, un sergente capo armaiolo ed un sergente maggiore maestro di scuola. Le compagnie, ordinate in due "suddivisioni" di due "sezioni" di due squadre ciascuna, comprendevano un capitano, due tenenti, un alfiere, quattro caporali, due cornette, un soldato scelto vicecaporale, quattro soldati scelti facenti funzione di caporale, un furiere, uno zappatore, dieci carabinieri e sessantotto soldati semplici. L'uniforme del reggimento era quella rossa della fanteria inglese, con il verde pallido come colore distintivo. Il suo emblema doveva essere la Trinacria, dato che questa compare sia su una custodia metallica porta-pifferi appartenuta al reggimento, ora al National Army Museum di Londra, sia su una placca di cinturone attualmente in una collezione privata. Maggiori sono le fonti documentarie disponibili su quelle che furono le seconde unità anglo-italiane ad essere costituite: i "Corpi Franchi Calabresi" o "Calabrian Free Corps"; e questo grazie anche ad uno studio dell'americano Guy C. Dempsey junior apparso sul

1. È assimilabile, funzionalmente, allo Stato Maggiore dell'unità. 2. Costituisce l'assieme del personale esecutivo dello Stato Maggiore.


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Piero Crociani

numero 249 (primavera 1984) del "JournaE of the Society for Army Historical Research", unico saggio finora apparso su un reparto ··anglo-italiano basato su dati di archivio. · Come indica lo stesso nome questi reparti erano composti da Calabresi. Quasi tutti costoro avevano fatto parte delle "masse", o bande, di insorti che si erano formate per combattere contro i Francesi nell'estate del 1807, nel momento in cui gli Inglesi, sbarcati in Calabria, avevano battuto a Maida i napoleonici dando vita ad un moto insurrezionale che sarebbe stato domato soltanto con grandi sforzi e dopo oltre un anno. Parte dei "massisti" era riuscita a rifugiarsi in Sicilia ed a Messina erano stati provvisoriamente organizzati, dal governo borbonico, in due battaglioni: il "Cosenza", su sei centurie per un totale di 468 uomini, ed il "Catanzaro", su sette centurie per un totale di 626. Gente indubbiamente coraggiosa, determinata e decisa ma quanto mai indisciplinata, questi Calabresi non erano certo adatti alla vita di guarnigione, tanto più a poca distanza dai paesi che avevano dovuto abbandonare. Inoltre il loro mantenimento gravava in maniera assai pesante sulle esauste casse borboniche cosicché parve a Ferdinando IV una buona idea quella di "girarli" agli inglesi, ponendoli a disposizione del generale Stuart. Questi, dopo un periodo di iniziale incertezza, decise di utilizzarli costituendoli in · corpi franchi. Il reparto ebbe il battesimo del juoco nel giugno del 1809, partecipando alla spedizione anglo-borbonica che per breve tempo riuscì ad impadronirsi delle isole del golfo di Napoli. Anche se la disciplina lasciò, in questa occasione, molto a desiderare, tanto che un paio di calabresi vennero impiccati per saccheggio, i risultati apparvero subito promettenti ed il generale Stuart, tornati i contingenti a Messina, incaricava il tenente colonnello John Dalrymple di riorganizzare definitivamente il reparto. Apparve così (Giovanni del · Mo bolo - impressore britannico - Messina") il "Regolamento sulla formazione e governo dei Corpi Franchi Calabresi al servizio di Sua Maestà Britannica". Ognuna delle sette "divisioni" (o "Corpi Franchi") costituite doveva contare su di un capitano, un tenente quattro sergenti, e sessanta "privati" (dall'inglese "private" soldato semplice). Era inoltre previsto l'aumento dei "privati" fino ad un massimo di centocinquanta ed in questo caso si sarebbe dovuto raddoppiare il numero degli ufficiali e dei sottufficiali. La paga giornaliera del "privato" era di un tarì e sette baiocchi, oltre al vitto. I "privati" ammogliati avevano diritto ad una aggiun-


Reparti anglo-italiani nelle guerre napoleoniche

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tiva razione intera di pane (una libbra) per la moglie e ad una mezza razione per ciascun figlio. La truppa - così prevedeva il regolamento - doveva essere reclutata tra i Calabresi o, comunque, tra i sudditi di re Ferdinando. Gli ufficiali, fino al grado di capitano, erano scelti con gli stessi criteri. Ovvio, quindi, che fossero i vecchi "capi massa" - gente di mano e ben lontana dall'immagine dell'"ufficiale e gentiluomo" - a comandare i loro ex gregari. D'altra parte il loro grado di ufficiale non veniva riconosciuto all'infuori dell'ambito dei Corpi Franchi Calabresi; era.infatti esplicitamente sancito che non potessero assumere il comando di truppe inglesi né, tantomeno, che potessero dar ordini ad ufficiali di quell'esercito. Il regolamento prevedeva che i Calabresi potessero essere chiamati a servire soltanto nei domini di re Ferdinando, ma già nel febbraio del 1810 il generale Stuart poteva annunciare che alcuni corpi franchi si erano spontaneamente offerti per servire in tutto il Mediterraneo ed il mese successivo, sotto il comando del maggiore Oswald, trecento uomini partecipavano alla spedizione contro Santa Maura, nelle isole Ionie. Al prezzo di due morti e diciannove feriti i Calabresi ribadivano la loro buona reputazione ed i corpi franchi venivano ulteriormente potenziati con l'arruolamento di un migliaio di uomini sottoposti ad una ferma di tre anni. Nel 1812 troviamo due corpi franchi, al comando del maggiore Carey, in Spagna, inquadrati nella divisione anglo-siciliana del generale Bentinck. Nel più importante scontro sostenuto da questa divisione, quello di Castana, il 12 aprile 1813, i Calabresi avevano modo di distinguersi difendendo il villaggio di Biar dalle truppe del maresciallo Suchet. Il loro comportamento fu assai apprezzato dal Bentick che li considerava la miglior unità di fanteria leggera in quel teatro e li riordinava, potenziandoli, su cinque "divisioni" di tre compagnie ciascuna per un totale di 1450 uomini. Due delle "divisioni" erano di stanza nelle isole Jonie ed una di queste, sul finire dell'anno, era imbarcata su navi inglesi e sbarcava a Trieste per essere utilizzata nell'assedio di castello di San Giusto, ancora in mano ai Francesi. Nel febbraio del 1814 due "divisioni", con 29 ufficiali e 589 sottufficiali e soldati si imbarcarono a Palermo con la 1a divisione inglese, ai diretti ordini di Lord Bentinck, con destinazione Livorno e da qui, combattendo, raggiungevano Genova ed insieme alla "Fanteria Leggera Greca" ed agli anglo-italiani del 3° reggimento concludevano la campagna attaccando il forte Richelieu il 14 aprile. Sopravvenuta la pace il "Calabrian Free Corps" venne subito smobilitato


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con la concessione di una pensione agli ufficiali ed agli invalidi. Ferdinando di Borbone, per non mandar perduti i talenti militari che questi suoi sudditi avevano acquisito al servizio inglese, costituiva con costoro - decreto del 4 agosto 1814 - il battaglione "Cacciatori Calabresi", destinato , però, ad aver vita brevissima dato che nell'amalgama dell'anno successivo con l'esercito murattiano non lo troviamo più menzionato. La prima uniforme del Corpo Franco Calabrese è conosciuta grazie ad una stampa di Carlo Minaldi, datata 1809, che rappresenta un volontario sullo sfondo dello stretto di Messina. È raffigurata l'uniforme "giusta la naturale usanza" prevista dal regolamento, con giacchetta di panno bleu scuro, colletto e paramani gialli, ricami di cordoncino nero, bottoni bianchi e pantaloni verde scuro. Le buffetterie e le ghette sono nere così come il cappello "alla Corsa" con pompon verde e rosetta nera (v. tavola 1). In seguito era adottata un'uniforme più simile a quella inglese con shakot nero di feltro, giacca bleu con mostre gialle e pantaloni celesti. Secondo una stampa coeva gli ufficiali (a meno che la stampa non raffiguri un ufficiale inglese distaccato presso un corpo franco) avevano giacca rossa con galloni dorati. È a Lord Bentinck, comandante delle truppe inglesi nel Mediterraneo cui s'è poc'anzi accennato , che si può far risalire la costituzione del terzo, e più importante, GOrpo anglo-italiano . Più importante sia perché più numeroso sia perché formato ed impiegato anche per ragioni di natura politica. Se infatti il Reggimento Siciliano ed i Corpi Franchi Calabresi erano stati organizzati sotto la spinta dell'urgenza e della necessità di disporre di truppe fresche, le "Leve Italiane" furono istituite, come lo stesso nome dice, su una più larga base di reclutamento e con il fine di raccogliere, all'occasione, intorno ad esse tutti gli scontenti che, in Italia , si sentissero pronti a prendere le armi contro Napoleone. ' Per combattere l'imperatore Lord Bentinck era abilissimo nel · far ricorso anche, e soprattutto, alle armi della politica; per rafforzare le posizioni dell'Inghilterra lo vedremo infatti appoggiare i baroni siciliani contro Ferdinando IV fino a provocare un vero e proprio stato di crisi, obbligando in pratica il sovrano, alleato della Gran Bretagna, a cedere per alcuni mesi le redini del governo. Allo stesso modo Lord Bentinck confidava di utilizzare l'indubbio malcontento suscitato in Italia dal perdurare delle guerre napoleoniche. A tal fine, per sollecitare le forze indipendentiste, sarebbe giunto


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Soldato e ufficiale dei Corpi Franchi Calabresi (1814)


Reparti anglo-italiani nelle guerre napoleoniche

\~, ) Ufficiale de l 2" Reggimento e soldato del 3° Reggimento de lle Leve Ita liane

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nel 1814 a far sventolare bandiere con la scritta "Indipendenza Italiana". Intanto nel 1811 , sfruttando anche le ambizioni di Francesco IV di Modena, allora in esilio e speranzoso di poter ingrandire, alla restaurazione, i suoi domini, Lord Bentinck accoglieva accanto a sé alcuni ufficiali esperti della situazione italiana provenienti dal servizio austriaco o da quello sabaudo e costretti dalle avverse circostanze a lasciare i paesi d'origine, quali il savoiardo Sallier de la Tour e il goriziano Catinelli. Questi due ufficiali, coadiuvati da altri di analoghe origini e provenienze - italiani, cioè, o almeno ottimi conoscitori della nostra lingua - dovevano organizzare delle nuove unità , le "Leve Italiane" appunto, che sarebbero state reclutate inizialmente tra i prigionieri italiani catturati in Spagna (soldati del Regno Italico, di quello di Napoli e dei dipartimenti italiani annessi alla Francia) e successivamente incrementate con volontari da trarsi dall'esercito siciliano di Ferdinando IV e con quanti intenzionalmente affluissero in Sicilia. Appositi uffici di arruolamento vennero quindi aperti a Malta e nell'isola di Lissa per far pervenire i volontari in Sicilia. All'inizio del 1812 giungevano in Sicilia, dall'Inghilterra , milleduecento prigionieri italiani che avevano colto al volo l'occasione di liberarsi dalle terribili condizioni di vita esistenti a bordo dei pontoni della flotta di S.M. Britannica adibiti a campi di concentramento . Con questi uomini veniva costituito un primo reggimento mentre un secondo era direttamente levato nell'isola approfittando della ristrutturazione cui era sottoposto l'esercito borbonico , derivata dalla concessione della costituzione imposta al re dai baroni con l'appoggio di Lord Bentinck. In una sola volta, il 1° giugno, sarebbero passati al servizio inglese ben diciotto ufficiali, un maggiore, cinque capitani , nove tenenti, un alfiere e due cadetti borbonici. Il Sallier de la Tour, nominato generale, assumeva il comando delle "Leve Italiane" col Catinelli quale capo di Stato Maggiore . Il 1° reggimento fu stanziato a Carini, il 2° a Palermo, ed in queste guarnigioni · vennero addestrati ed istruiti secondo i sistemi di impronta inglese , già in uso all'epoca nell'esercito borbonico. In una lettera al Ministero della Guerra britannico, Lord Bentinck - il 5 ottobre 1812 - si diceva assai soddisfatto dei progressi compiuti dai due reggimenti , che riteneva ormai pronti per entrare in linea. Li conduceva quindi entrambi con sé nella sua spedizione in Spagna insieme a truppe inglesi e borboniche. Le "Leve Italiane" si distinguevano alla battaglia di Castalla ed all'assedio cli Tarragona, riportando consistenti perdite in parte ripianate con il passaggio


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nelle loro file di disertori e di prigionieri di guerra italiani. Sulla fine del 1813, infatti, sotto Tarragona si operò attivamente allo scopo di favorire le diserzioni tra i reparti italici di quella guarnigione promettendo sedici "pezzi forti" a ciascun disertore, elevati a venti per chi disertasse asportando le anni. In Sicilia era intanto costituito un terzo reggimento , posto agli ordini del tenenté colonnello Ciravegna che abbiamo già trovato, come capitano, nel reggimento siciliano. In questo reggimento erano incorporati - con alcuni dei tredici ufficiali che avevano ottenuto da re Vittorio Emanuele I di Savoia, rifugiatosi in Sardegna, il permesso di passare al servizio inglese parecchi soldati già al servizio dello stesso re che avevano lasciato Cagliari in seguito ad una riduzione di organici. Nel dicembre del 1813, quando sul fronte italiano gli Austriaci erano già penetrati nel Veneto e stavano, anzi, prendendo terra alla foce del Po, il colonnello Catinelli, reduce dalia Spagna, proponeva uno sbarco nella zona di Livorno per raggiungere l'Appennino e far di qui divampare la guerriglia contro i francesi: Nonostante la stagione inoltrata la proposta era approvata e, appoggiato da una squadra di nove navi inglesi , il Catinelli imbarcava a Milazzo ottocento uomini ciel 3° reggimento ed un distaccamento del 1°. La mattina ciel 10 dicembre queste truppe sbarcavano a Viareggio che , debolmente difesa, si doveva arrendere. Le truppe si portavano poi a Lucca che cadeva quella stessa sera. La prima parte del'operazione si era felicemente conclusa; bisognava ora attendere le reazioni delle popolazioni. Molti anni dopo così le descriverà, in un suo scritto, il Catinelli: "Dopo poche ore si produsse un gran concorso di paesani; si credette che fossero insorgenti; erano curiosi. Si avevano diverse casse con bei fucili inglesi che loro si offrivano, ringraziavano con bella maniera, ma si guardavano di toccarli . Si venne presto a comprendere che a quella fiera non si farebbero affari" . Era il fallimento del progetto insurrezionale. Gli Italiani erano stanchi di Napoleone e delle sue guerre, ma non erano disposti ad accogliere meglio chi voleva farli combattere contro di lui. Il Catinelli ripiegava allora su Viareggio perdendo per strada una cinquantina d'uomini che disertavano pensando di poter far ritorno alle loro case (catturati dai Francesi saranno invece di nuovo inquadrati negli eserciti, italico o francese, di provenienza). A Viareggio, prima del reimbarco , veniva respinta una puntata offensiva di elementi francesi, appartenenti al 112° dì linea ed al 3° straniero. 11 giorno 13 il Catinelli sbarcava al Calambrone, presso Livorno, dirigendo le sue truppe verso la città, dotata sì dì mura ma


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sprovvista di guarnigione. Il 3° reggimento veniva schierato intorno al centro abitato mentre le compagnie da sbarco inglesi ed il distaccamento del 1° reggimento si portavano sulla strada di Pisa da dove era attesa una colonna francese che il generale Pouchin aveva frettolosamente adunato per contrastare lo sbarco. Lo scontro finale avveniva presso il cimitero ed i Francesi restavano sconfitti perdendo duecento uomini tra morti e feriti (e questa volta erano una cinquantina di soldati del 3° straniero, al servizio francese, che disertavano passando al nemico) . In questo scontro il distaccamento del 1° reggimento meritava gli onori della giornata perché le sue due compagnie, formate per lo più da Rorirngnoli, erano riuscite a respingere la carica di uno squa·drone del 13° ussari francese , formato da Toscani. Si era trattato insomma di uno scontro fra Italiani. Livorno era ora cinta d'assedio ed erano già state intavolate . trattative per la resa quando il giorno 15, per le peggiorate condizioni del mare , il comandante della squadra inglese decideva di prendere il largo dopo aver frettolosamente reimbarcato Catinelli ed i suoi. Le "Leve Italiane" dovevano però sbarcare nuovamente a Livorno tre mesi dopo, inquadrate nel corpo d'armata anglo-borbonico che Lord Bentinck intendeva spingere lungo la costa, verso Genova, contro l'estrema destra franco-italica. Il 3° reggimento ed il distaccamento del 1° erano inquadrati nella 1a divisione comandata dallo stesso Lord Bentinck; una sezione d'artiglieria delle "Leve Italiane>' faceva invece parte della 2" divisione agli ordini del generale Mac Farlane. In poco più di un mese gli Anglo-Borbonici respingevano il nemico fino a Genova e qui, nell'ultimo scontro della guerra, il colonnello Ciravegna guidava i suoi contro i forti Santa Tecla e Richelieu. A Genova , subito dopo la resa della città, il 3° reggimento veniva raggiunto dagli altri due, imbarcatisi in Spagna agli ordini del colonnello Righini, piemontese, e del colonnello Faverges , savoiardo. I tre reggimenti restavano di guarnigione in Liguria per tutto il resto dell'anno e per quello successivo; erano, anzi, la sola forza operativa di cui disponessero gli Alleati in quella . regione al momento della fuga di. Napoleone dall'Elba. Chiusa , poi, definitivamente la partita con Napoleone l'Inghilterra non aveva più alcun motivo per mantenere in servizio i suoi tre reggimenti italiani ed il 6 dicembre 1815 il duca di Wellington ne ordinaYa l'immediato scioglimentp, sempre che il granduca di Toscana o il re di Sardegna non avessero inteso prenderli al loro servizio. Attraverso il suo ministro degli esteri il re di Sardegna faceva


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sapere di poter, al più, prendere ai suoi ordini i soli elementi piemontesi, specie gli ufficiali (che vennero infatti immessi nei ruoli dell'armata sarda), ma che non gli era assolutamente possibile arruolare degli stranieri. Il granduca di Toscana non prendeva neppure in considerazione la proposta e così, alla fine dell'anno, le "Leve Italiane" non esistevano più. Come scrisse, in italiano, al de la Tour Lord Bentinck, che vedeva con rammarico la fine di questa sua creazione: "La fattura è fatta e non c'è rimedio", dimostrando con la scelta delle parole, una notevole conoscenza, oltre che della lingua, anche della psicologia italiana. L'uniforme delle "Leve Italiane" è conosciuta sia tramite una stampa a colori, eseguita assai probabilmente a Genova tra il 1814 e 1815, che rappresenta un soldato del 3° reggimento, sia grazie alla giacca - ora ¼onservata presso il Museo del Risorgimento di Trento - del capitano Francesco Campi, un trentino che aveva già operato contro i Francesi nel 1809 e che servendo poi nel 2° reggimento li aveva di nuovo combattuti in Spagna. Il soldato indossa la tradizionale giubba rossa con paramani e colletto verde chiaro, spalline a salsicciotto gialle e rosse con frangia, calzoni celesti, ghette nere, shakot nero con fregio d'ottone e corto piumetta. Buffetterie bianche, come il tascapane, borraccia nera e zaino grigio-verdastro completano l'uniforme. La giacca dell'ufficiale è invece dota~a di risvolti verdi su cui sono disposti, a coppie, dieci bottoni per parte, così come sono disposti a coppie quattro bottoni su ciascun paramano e due su ciascuna tasca posteriore filettata di bianco. Questi bottoni _sono dorati e recano al centro, sotto una corona reale, il numero "2" tra un ramo di palma ed uno di alloro. Ugualmente dorate sono le spalline . .Con ogni probabilità, quindi, i reggimenti erano distinti tra loro soltanto per il diverso numero impresso sui bottoni e, forse, anche per la diversa disposizione dei bottoni stessi sulla giubba degli ufficiali. · Tra i reparti anglo-italiani dobbiamo annoverare anche la Legione Reale Piemontese quantunque, per la sopravvenuta fine delle campagne napoleoniche e per il ritorno di Vittorio Em.anuele I sul trono di Torino, questo reparto - la costituzione del quale era stata una iniziativa inglese - sia passato direttamente al servizio sardo al momento del suo arrivo sul continente. Sul finire del 1813 re Vittorio Emanuele I, che per le ridotte dimensioni del suo esercito e per la particolare posizione geo-stra-


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Piero Crociani

tegica della Sardegna, unica regione dei suoi domini rimastagli soggetta, non aveva potuto, fino ad allora, schierarsi contro Napoleone , cui era ostilissimo, chiese all 'Inghilterra di poter utilizzare i tanti prigionieri di guerra piemontesi catturati in Spagna dagli Inglesi mentre militavano nell'esercito francese ( e , in misura assai minore, in quello italico) per poter costituire con costoro una legione da utilizzare nel Mediterraneo contro i Francesi. Le trattative in questo senso, condotte dall 'Incaricato d' Affari presso la corte inglese, conte Saint Martin d'Agliè , sfociavano in una convenzione che era sottoscritta a Londra il 3 febbraio 1814. In forza di tale convenzione veniva quindi costituita la "Legione Reale Piemontese" che avrebbe dovuto essere forma ta da tremila uomini, da scegliersi tra i prigionieri piemontesi in Inghilterra o , qualora questi non avessero raggiunto tale numero , tra i prigionieri comunque originari dell'Italia del Nord. L 'Inghilterra si impegnava a sostenere tutte le spese necessarie per l' organizzazione, l'equipaggiamento e l'armamento della legione e per il suo invio nel Mediterraneo. Una volta giunta nel Mediterraneo la legione sarebbe passata al servizio del re di Sardegna, se questi lo avesse voluto (in pratica, se il re avesse avuto i mezzi finanziari per farlo), ed in tale caso l'Inghilterra si sarebbe assunto l'onere del pagamento dei primi tre mesi di soldo. Se invece - come recitava la convenzione - "la situazione in Europa non avesse permesso a S.M. Sarda di ricevere la legione al suo servizio" l'unità sarebbe rimasta , come corpo straniero, al servizio inglese ed impiegata nell'ambito del Mediterraneo, ipotesi che non s.i verificò per la sopraggiunta caduta del regime napoleonico. Per quanto concerneva la struttura organica della legione, era prevista la formazione di battaglioni forti di sei compagnie con almeno un ufficiale superiore per battaglione e due capitani o subalterni per compagnia. Nel marzo del 1814 il Ministero della Guerra inglese stilava un memorandum in base al quale erano concentrati a Colchester, dai depositi dei prigionieri, i soldati piemontesi e genovesi (significativa questa assimilazione assai prima che Genova fosse attribuita al Piemonte) che desiderassero arruolarsi nella legione, insieme agli ufficiali prigionieri "sulla parola" in Inghilterra che volessero militarvi. Con lo stesso memorandum erano fissate le paghe della Legione, secondo il criterio che fossero pari a quelle delle truppe sarde, e si prescriveva che in mancanza di ufficiali piemontesi si ricorresse ad altri dei corpi stranieri al servizio inglese, ciò che non si verificò sia


Reparti anglo-italiani nelle guerre napoleoniche

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perché la Legione ebbe organici inferiori al previsto sia perché l'approssimarsi della caduta del regime napoleonico e del ritorno di Vittorio Emanuele sul trono avito aveva indotto numerosi ufficiali ad arruolarsi. Comandante della Legione venne nominato, ai primi di marzo, su richiesta sarda, j] colonnello conte di Robassomé , al quale vennero subito pagate trecento sterline per equipaggiarsi (e, soprattutto, per pagare i forti debiti che aveva contratto). I due battaglioni della legione che vennero organizzati nelle settimane successive (la fine della guerra rendeva inutile , per gli Inglesi, la formazione di ulteriori reparti) erano comandati dai maggiori Gaudio ed' Aprotis, quest'ultimo congedato due mesi dopo per irregolarità amministrative. Completavano i quadri otto capitani, sei tenenti, ventuno sottotenenti ( undici dei quali soprannumerari), un chirurgo maggiore e tre aiutanti. Sottufficiali e truppa contavano invece settantotto sergenti, quindici tamburini e millesettecentoquarantanove caporali e soldati. Napoleone aveva intanto perso il trono, Vittorio Emanuele I aveva recuperato il suo e la Gran Bretagna aveva perso l'interesse a giovarsi della Legione. Il 16 giugno era partito l'ordine di lasciare Colchester e di raggiungere Harwich per imbarcarsi immediatamente alla volta del Mediterraneo. I venti ritardarono però la partenza di ben cinque settimane e solo 1'8 settembre la Legione poteva sbarcare a Villafranca. Il 14 settembre l'unità prestava giuramento di fedeltà al re e diveniva così l'unico reparto anglo-italiano destinato a sopravvivere all'epoca napoleonica. L'uniforme prevista per la Legione dal memorandum inglese del marzo comprendeva una giubba corta bleu con mostre rosse e bottoni gialli, pantaloni bleu, ghette corte nere e shakot di feltro. Tra i documenti della Legazione Sarda a Londra, conservati ora presso l'Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri e da cui sono state tratte tutte queste notizie relative alla Legione Reale Piemontese, si trovano anche alcune carte dell'intendenza militare inglese ed alcune fatture di sarti privati, che avevano confezionato le uniformi degli ufficiali, dalle quali si è potuto anche accertare l'avvenuta distribuzione di pantaloni bianchi e di berretti di fatica bleu per la truppa, di galloni dorati per i sergenti e l'acquisto, per gli ufficiali, di spalline dorate, di sciarpe, non sappiamo se azzurre alla piemontese o cremisi all'inglese, e di cappotti bleu con fodera di seta dello stesso colore.


FONTI CONSULTATE

Bunbury H. "Narratives of some passages in the Great War with France 1799-1810". Ca tinelli C. "Sopra la questione italiana" . Gallavresi G. "Le maréchal Sallier de la Tour. Mémoires et lettres". Strickland C.A. "His Majesty's Sicilian Regiment of Light lnfantry" - jn "Tradition" nn. 56 e 59. Weil H. "Joachim Murat. La dernière année de regne". Weil H. " Le prince Eugène et Murat" . Documenti tratti dagli Archivi di Stato di Napoli e Cagliari e da quello del Ministero degli Affari Esteri di Roma.


LUIGI EMILIO LONGO

L'INCURSIONE BRITANNICA SULL'ACQUEDOTTO PUGLIESE (febbraio 1941)

Alcune località dell'Italia Meridionale che, nell'autunno 1980, sarebbero salite loro malgrado alla ribalta della cronaca a seguito del terremoto da cui furono colpite, erano state teatro, circa quarant'a.nni prima, di un episodio di guerra dalle caratteristiche piuttosto particolari, al quale non fu mai data all'epoca nessuna diffusione o risonanza al di fuori di un ristretto gruppo di "addetti ai lavori". Il che è comprensibile, laddove si tenga conto che l'azione costituiva la prima violazione fisica del territorio nazionale nel corso del secondo conflitto mondiale. Neanche nei successivi anni post-bellici, peraltro, la storiografia militare italiana ha riservato all'evento una attenzione degna di nota, eccezion fatta per due libri in tema di aviazione e paracadutismo - l'episodio rientra, infatti, nel quadro di un'operazione di aviolancio - e per una nota apparsa su una rivista, non andanti comunque oltre un generico resoconto 1 . A parere di chi scrive, invece, quanto accaduto merita una rievocazione un po' più accurata e, soprattutto, un tentativo di interpretazione, presentando da un lato alcuni aspetti poco chiari e, sotto 1 Nella bibliografia italiana, gli unici che ne parlino in termini relativamente estesi sono DANTE PAR[SET nella sua Storia del paracadutismo, (Vito Bianco editore, Roma, 1962, pagg. 123-126), e NINO ARENA in La Regia Aeronautica 1939-1943 (Uff. St. SMA, Roma, 1982, voi. II «Il 1941», pagg. 19-20). La rivista in questione è "Storia Illustrata", n. 297, agosto 1982; nella rubrica "Colloqui con i lettori" figura una breve sintesi dell'episodio, a firma di FRANCO BANDrNI, dal titolo 1941: Come fallì l'Operazione Colossus, a sua volta utilizzante una serie di particolari forniti da Tullio Marcon. Qualche anno fa, secondo notizie pervenute allo scrivente, la rivista "Life" avrebbe avuto in programma la stesura di una storia delle varie operazioni aviolancistiche, nel contesto della quale avrebbe dovuto trovare adeguata collocazione anche quella di cui trattasi.


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un altro profilo, qualche elemento cli un certo interesse per le implicazioni operative che è possibile ipotizzare. II compilatore di queste note è stato indotto a ciò, oltre che dalla specifica attenzione che da molti anni riserva a tutto quanto attiene alle "operazioni speciali", anche dall'aver potuto disporre, in proposito, di una documentazione originale inedita nonché dal fatto di ritenere che l'episodio possa presentare, a parte l'indubbio interesse sul piano storico, anche aspetti quanto mai attuali nonostante gli oltre nove lustri trascorsi. Nella parte finale del Bollettino di Guerra n. 252 del Comando Supremo in data 14 febbraio 1941, dopo i resoconti delle operazioni sul fronte greco e su quello dell'Africa Orientale, si legge quanto segue: "Nella notte dal 10 all' ll, il nemico ha lanciato nella regione calabro-lucana nuclei di paracadutisti armati di mitragliatrici, bombe a mano ed esplosivi con il compito di arrecare interruzioni e danni alle nostre comunicazioni ed alle opere idriche della regione. Grazie al pronto intervento del· nostro servizio di vigilanza, tutti i paracadutisti nemici sono stati catturati prima che avessero modo di arrecare i gravi danni che si erano proposti . Durante la cattura si è svolto uno scontro, in seguito al quale sono caduti una guardia giurata ed un cittadino". Le "Memorie storiche - anno 1941" della Legione Territoriale Carabinieri Reali di Napoli 2 così riferiscono: "Nella notte sull'll febbraio 1941, nel territorio di confine fra le province di Avellino e Potenza, aerei nemici lanciarono numerosi paracadutisti che, dopo aver fatto saltare il ponte dell'Acquedotto Pugliese sul torrente Tragino nel comune di Rapone (Potenza), penetrarono nel territorio delle province di Avellino e Salerno di questa Legione. Disposti subito opportuni servizi di rastrellamento, composti in prevalenza da militari dell'Arma e da fanti, in breve venivano catturati n. 41 paracadutisti inglesi . Nel comune di Laviano (Salerno) alcuni militari di quella Stazione, unitamente ad un gruppo di civili offertisi volontariamente per la ricerca dei paracadutisti, venivano a conflitto a f~oco con alcuni di essi, conflitto nel quale venivano uccisi 2 civili e ferito un inglese". Più succinto quanto riportato nelle "Memorie Storiche - anno 1941" del Comando Difesa Territoriale di Napoli 3 : "Nella notte sull'll febbraio 1941 un forte gruppo di paracadutisti nemici - circa 40 - è disceso nella zona fra Teora, Calabritto ed 2 3

Archivio Ufficio Storico SME, Roma. Archivio Ufficio Storico SME, Roma.


L'incursione britannica sull'acquedotto pugliese (febbraio 1941)

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Acquedotto del Sele a cavallo delle province di Avellino e Potenza. Il pronto intervento dell'organizzazione difensiva in atto ha frustrato ogni tentativo di danneggiamento, ed in pochi giorni tutti i paracadutisti sono stati catturati". Questi i fatti, nella loro essenzialità. Vediamo di ricostruirli un pò più dettagliatamente, sulla scorta di quanto è dato di apprendere da alcuni documenti dell'epoca di fonte ufficiale italiana, frutto a loro volta di interrogatori' e perquisizioni condotte sui prigionieri 4 •

Composizione ed equipaggiamento del nucleo di sabotaggio

In un imprecisato aeroporto inglese, verso l'imbrunire del 7 febbraio 1941, vennero riuniti 36 militari, più 2 di riserva, in parte volontari paracadutisti - specialità creata di recente attingendo dai vari Corpi ed Armi - addestrati con metodi pressoché analoghi a quelli in uso nell'esercito tedesco, ed in parte genieri ("Pioneers"). Una piccola aliquota del personale era altresì costituita da elementi prescelti per la loro conoscenza della lingua italiana. Poco prima dell'azione, e dopo un affrettato e sbrigativo addestramento, era stato unito al gruppo un civile italiano, da lungo tempo dimorante in Inghilterra, tale Picchi. Il contingente destinato all'operazione "Colossus" , in precedenza concentrato ed addestrato a Crewe, una località del Cheshire, nell'Inghilterra centro-occidentale, era stato così costituito: - comandante: maggiore Tag Pritchard, dei paracadutisti; - 6 ufficiali: un capitano del genio (G.A.K. Daly) , comandante dei genieri-guastatori, un capitano paracadutista (Cristopher G. Lea), un capitano delia RAF (Ralph Henry Lucky, di stanza in Cirenaica e che raggiunse gli altri durante la sosta a Malta) , e 3 subalterni di cui uno del genio (sottotenente George Robert Patter4 L'origine di questi documenti è duplice. Il maggior numero di essi fa parte cli un fascicolo contenente carteggio di vario genere, appartenuto al colonnello pilota Giuseppe Baudoin de Gillette, all'epoca comandante della Scuola Paracadutisti di Tarquinia, donato al compilatore di queste note da un familiare del medesimo. Altri fa nno parte dell'archivio privato del dott. Nino Arena, che ce ne ha gentilmente consentito la consultazione e l'utilizzazione; trattasi di fonogrammi, rapporti e relazioni inviati al Ministero dell'Interno - Gabinetto e Direzione Generale Pubblica Sicurezza, in particolare la branca di quest'ultima specificamente preposta all'attività bellica da parte delle prefetture e questurè di Napoli e Salerno, in date comprese fra il 15 febbraio ed il 6 aprile 1941.


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son) ed uno canadese (Arthur Geoffrey Jowett); l'altro era il sottotenente A.J. Deane Drummond; - 29 tra graduati ed uomini di truppa, raggruppati in 3 squadre di cui due addette a lavori di minamento e sabotaggio ed una adibita a compiti di copertura e protezione. 5 Compito primario del gruppo, dopo essere stato infiltrato mediante aviolancio nella zona a sud-ovest del Monte Vulture, in Lucania, doveva essere verosimilmente quello di procedere al sabotaggio, nella contrada di Caposele, dell'Acquedotto Pugliese con conseguente recisione del condotto principale e prosciugamento di tutte le sue diramazioni, azione che, se condotta a termine, avrebbe poi avuto gravi e complesse ripercussioni nei confronti dell'economia agricola di vaste zone di territorio e delle loro popolazioni 6 . I singoli componenti erano equipaggiati con l'ordinaria tenuta da combattimento dei militari inglesi con berretto a bustina, al di sotto della quale indossavano maglioni di lana pesante. Nessun fregio od emblema di specialità figurava nell'uniforme, al di fuori dei distintivi di grado. Sopra l'uniforme stessa, limitatamente alle fasi dell'aviolancio, era indossata la tuta color caki tipica dei paracadutisti, prìva cioè delle gambe ma corredata delle ginocchiere. Ogni uomo era inoltre munito di una mantellina impermeabile molto leggera , di guanti e passamontagna di lana, e di una o due borse tascapane di tela caki molto robuste, per il trasporto di oggetti e materiali personali nonché delle altre dotazioni individuali e di reparto: esplosivi, viveri, medicinali, ecc. Completavano il tutto un cinturone con fondina e custodie varie portacaricatori e portacarte. L'armamento individuale era costituito da pistole Colt calibro 9, pugnali, bombe a mano del tipo a percussione con coppiglia di sicurezza munita di anello e con granata a frattura prestabilita (tipo l'italiana S.I.P.E., ma più grande). L'armamento di reparto era rappresentato da alcuni fucili mitragliatori Thompson mod. 1928 - 7 furono recuperati ad azione finita - i cui caricatori, da 20 colpi eia5

Di essi è possibile riportare 23 nominativi: sergenti George Shutt, Arthur Lawley, Edward Durie, Percy Clements, John Walker; soldati Robert Watson, James Parker, Peter O'Brien, James Maher, Douglas Jooes, Ernst Humphrey, Albert Samuel, David Struthers, Harry Boulter, M.C.D. Fletcher, Emi! Grice, Johnny Cristan, P.D . Julian, 0.T. Philips, H.C. Pexton, D . Henderson, H .B. Ross, John Crawford. 6 Dal 1916 il canale principale dell'Acquedotto Pugliese viene alimentato dal bacino idrologico di Caposele, in Irpinia; l'acqua delle sorgenti del Sele fluisce entro una galleria-canale che arriva, per 244 Km, sino a Grottaglie, in provincia di Taranto.


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scuno, erano trasportati con apposite bandoliere a . tracolla 7 • L'esplosivo da impiegare per il sabotaggio dell'obiettivo era costituito da cassette di fulmicotone "Guncoton" in numero imprecisato: dopo l'azione, ne furono rinvenute 16 di circa 5 kg nelle immediate vicinanze del fiume Tragino. Vari rotoli di corda miccia, detonatori ed esploditori corredavano naturalmente la dotazione del materiale da demolizione. Il gruppo portava inoltre al seguito attrezzi da lavoro (badili, picconi, martelli, paletti da minatore, pinze tagliafili, ecc.), scale pieghevoli montabili in più segmenti, funi per l'immobilizzazione di eventuali prigionieri, cavi d'acciaio. Ben curata anche la dotazione cartografica e gli strumenti per l'orientamento topografico. Fra i documenti rinvenuti sui paracadutisti catturati figuravano fofatti: - fotografia aerea della zona delle opere dell'acquedotto con, al centro, i ponti-canali sui fiumi Tragino e Ginestra, presa da quota notevolmente superiore ai 4000 mt. ed ingrandita a scala all'incirca di 1:13.000; - carta 1:100.000 dell'Istituto Geografico Militare Italiano relativa all'alta valle del Sele ed all'alta valle dell'Ofanto fino a Calitri; - carta muta per navigazione aerea 1:50.000 della zona da Caposele al Volturno, in particolare dall'alto Sele alla confluenza dell'Atella nell'Ofanto , con la zona del Tragino nella parte destra; questa carta presentava una tratteggiatura per i boschi ed una rimarcatura cromatica in azzurro - per i corsi d'acqua - ed in rosso per le rotabili - tale da facilitare il loro rilevamento dall'alto; - carta ipsometrica al 250.000 della zona di Napoli, este.sa dal capoluogo campano sino a Spinazzola e dal Golfo di Policastro a Benevento, anch'essa con rimarcatura cromatica di boschi, fiumi e rotabili e con l'indicazione dei punti e delle opere militari più importanti. Di questa carta, la maggior parte dei paracadutisti aveva ritagliato e portava con sé un quadratino comprendente la sola valle del Sele dalla Sella di Conza al golfo di Salerno, la zona cioè corrispondente al percorso di scampo, come si dirà più avanti. Il rinvenimento nella zo na di lancio di una bandoliera portacaricatori e di caricatori per mitragliatrice tipo KTF VII, arma in seguito mai rinvenuta e che avrebbe potuto essere anche q uella di bordo di uno degli aerei, potrebbe attribuirsi all'invio a terra, per erro.re, di questo munizionamento insieme· al resto del materiale di avioriforni mento. 7


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L'attrezzatura cartografica del nucleo di sabotaggio era completata da 3 sestanti di precisione, da bussole goniometriche tascabili e da rapportatori. Per le segnalazioni ottiche, ciascun uomo era dotato cli lampadina tascabile con numerose pile di scorta 8 . Ogni militare era stato munito di denaro inglese ed italiano per un ammontare complessivo di circa 50.000 Lire in banconote di vario taglio, corrispondenti grosso modo a 5-6 milioni di oggi. Si aveva avuto cura, inoltre, di provvedere gli uomini di un prontuario delle frasi più comuni da adoperare in Italia, con la traduzione inglese e la pronuncia figurata ("mani in alto"="manee heen halto"). Come già accennato in precedenza, qualcuno degli elementi prescelti conosceva l'italiano - uno di essi , il soldato semplice Cristan, lo parlava con spiccato accento napoletano, essendo il nonno materno originario di Salerno9 - ed infine, a garantire ancora di più la possibilità di comunicazione con gli abitanti del luogo, contribuiva l'inserimento nel gruppo del già citato Picchi. Ai fi ni della sopravvivenza, ciascun paracadutista portava al seguito un preparato a base di the, latte in polvere e zucchero semolato e delle "schiacciate" di brodo e fecola condensati eia sciogliere e riscaldare in acqua, oltre ad un abbondante numero di scatole di latte in polvere e di burro e margarina, di tavolette di cioccolato, di barattolini di paprika, il tutto corredato da piccoli fornelli a spirito tipo "Primus". L'acqua era solo quella contenuta nelle borracce, non essendo stato previsto alcun altro rifornimento che non fosse quello approviggionabile sul posto. La componente sanitaria era rappresentata dai normali pacchetti di medicazione in uso nelle forze armate britanniche ; non emerse , nel corso degli interrogatori' dei prigionieri, che in mezzo ad essi vi fosse anche un medico, pur se è molto probabile che almeno uno dei componenti della spedizione fosse qualificato anche per interventi di pronto soccorso. I varì tipi di materiale al seguito erano condizionati mediante diversi modelli di contenitori ammortizzati, a loro volta distingùibili, in funzione del genere di equipaggiamento contenuto nel loro interno, dal colore della calotta del paracadute: arancione per gli esplosivi, giallo s Sembra che il gruppo fosse anche dotato di uno o più apparati R.T. trasmittenti, anche se non se ne è poi trovata alcuna traccia. 9 Cristan era in realtà Giovanni Nastri, nato a Londra il 10 novembre 1918 da genitori di origine italiana. Durante l'interrogatorio disse che, dopo l'addestramento al lancio, aveva frequentato per 7 mesi una scuola per apprendere i dialetti napoletano e piemontese.


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per le munizioni, rosso per le armi, verde per gli attre7.:zi da lavoro, ecc. La calotta dei paracadute umani era grigio-verde.

Svolgimento dell'azione

Decollato dall'Inghilterra nella tarda serata del 7 febbraio 1941 a bordo di 7 bimotori Wbitley del 51 ° e 78° Squadron del Bomber Command, il gruppo di sabotaggio atterrava a Malta alle prime luci dell'alba del giorno successivo, protraendo la propria permanenza nell'isola, in condizioni di stretto isolamento nei baraccamenti del campo d'aviazione di Luqa, sino alla sera del giorno 10. Preso nuovamente imbarco sui velivoli, gli stessi decollavano diretti verso ]a zona di lancio, passando ad oriente della Sicilia, accompagnati da alcuni bombardieri del 148° Squadron, cui erano affidati compiti di diversione 10 . II giorno precedente, un bimotore Martin A 30 del 69° Squadron da ricognizione basato a Malta, pilotato dallo stesso comandante del reparto maggiore Warbuton, fotografava l'intera zona montuosa del Vulture e le opere idrauliche del fiume Tragino, individuando la zona di lancio in prossimità della località montana di Calitri, in Lucania 11 • Verso le ore 24, la prima squadra di paracadutisti, quella addetta a compiti di copertura e protezione, dava inizio alle operazioni di aviolancio, prendendo terra, così come la maggior parte degli uomini delle altre 2 squadre, nel comune di Rapone (Potenza), in una zona compresa fra una casa cantoniera della ferrovia Avellino-Foggia e la contrada S. Maria dei Santi (proprio al limite fra Campania e Basilicata), non molto lontana dal ponte-canale del10 Uno deg]j ae rei, nella stessa notte, doveva bombardare un imprecisato aero porto situato in zona limitrofa a quella dell'azione (Bellizzi?) allo scopo di attrarre in quella direzione l'attenzione della difesa e distrarla dalle operazioni dei sabotatori. Senonché, per errato orientamento, il velivolo non riuscì a trovare il suo obiettivo, e dopo aver conti nuato a girare nella zona in modo eia attirare comunque la difesa italia na, invertì la rotta per rientrare a Malta. Una successiva avaria al motore, probabilmente prodotta dal fuoco della contraerea, lo costrinse però a rinunciare a questo progetto e l'equipaggio, dopo aver gettato in mare il carico di bombe, si la nciò con il paracadute al largo di Battipaglia, venendo poi catturato e fornendo, in sede di interrogatorio, tutti i suddetti particolari . Da rilevare, inoltre, che sempre nella stessa notte fra il 10 e 1' 11 anche la provincia di Avellino fu sottoposta a bombardamento da parte di vari aerei. n ARENA N., op. cit., pagg. 19.


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l'Acquedotto Pugliese sul torrente Tragino, affluente del fiume Ofanto. Un gruppo di 6 uomini, comprendente il capitano del genio ed altri 5 militari il cui aereo era stato attardato di circa un'ora al decollo per piccole avarie , atterrò nelle vicinanze di Atella non riuscendo poi a riunirsi al grosso e non partecipando così all 'azione di brillamento del ponte. Il comando dei guastatori venne pertanto assunto dal tenente Patterson. Altri 3 uomini avevano preso terra nei pressi di Monticchio Bagni. II terreno piuttosto accidentato determinò un impatto alquanto sostenuto per quasi tutti i paracadutisti anche se, in pratica, solo 2 di essi , tra cui il capitano della RAF, dovettero essere abbandonati a seguito dei traumatismi riportati agli arti inferiori (rispettivamente ad un ginocchio e ad un a caviglia). In totale, quindi , si può calcolare che parteciparono all'azione circa 25 uomini. Questo pattugliane, riunitosi dopo il lancio lungo le rive del Tragino ed espletate le opportun e operazioni di orientamento , procedette alla cattura di alcuni contadini ed operai dimoranti in piccole case coloniche del luogo, (ai quali si erano inizialmente presentati come tedeschi), che obbligarono poi, alternando minacce e promesse di compensi in denaro , a fungere da guide nonché a tnisportare i vari materiali sino al ponte-canale , legandoli infine a due a due e rinchiudendoli in un'unica masseria insieme con gli abitanti di questa 12 • D opo aver fatto sa ltare con un tubo di gelatina la passerella di accesso al ponte-canale, venne predisposta la carica di fulmicotone per l'interruzione dello stesso , il cui bri llamento fu effettuato verso le ore 02.30 del giorno 11 , determinando il croUo di circa la metà dell'opera , presumibilmente con l'impiego di 2-3 cassette di esplosivo per un totale di circa 10-15 kg 13 • I sabotatori si divisero poi in piccoli gruppi d irigendosi, sia pure 2

Essi vennero liberati verso le 03.30, circa un 'ora dopo il brillame nto della carica, da un giovane sopraggiunto nella masseria. 13 li ponte era lungo 102 mt. con 4 campate a due sbalzi, e formato da una trave cava di cemento armato (mt. 3,15x2,45) continua su quattro sottili pile a cavalletto, anch'esse di cemento armato. La radio brita nnica comunicò che l' Acquedotto Pugliese e ra stato distrutto e che tutta la regione, comprese le basi navali di Taranto e di Brindisi, sarebbe rimas ta senz'acqua per almeno 6 mesi. In realtà, come precisato dopo la guerra dalla direzione dell'acquedotto, i tecnici e le maestranze riuscirono a ripristinare in to to la fun zionalità dell 'impianto, mediante la messa in opera di un sifone provvisorio, in soli 6 giorni e mezzo, pe riodo duran te il q uale l'approvvigionamento idrico de lla Puglia fu alluato con le notevoli riserve d'acqua presenti nei serbatoi e nel canale principale dell'acquedotto a valle dell'interruzione. '


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con direttrici di marcia diverse, verso sud-ovest, con generico orientamento di massima verso la costa salernitana. Verso le 15 dello stesso giorno fu notato un velivolo, ritenuto inglese, che sorvolò a bassa quota la zona ed in particolare quella del ponte danneggiato, probabilmente per effettuare riprese fotografiche. Dato l'allarme, vennero messe in atto le operazioni di rastrellamento a cura principalmente dei Comandi Carabinieri dipendenti dalla Legione di Napoli, coadiuvati da aliquote di soldati della difesa territoriale (furono impiegati anche aerei ricognitori della 131 a Squadriglia e del 66° Gruppo 0.A.) 14; parteciparono anche specialisti radio-goniometristi poiché si sospettava la presenza nella zona di una stazione radiotrasmittente nemica con funzioni di supporto. Tutti i paracadutisti, traditi dalle impronte che avevano lasciato sulla neve fresca ed il fango, furono catturati in varie riprese fra i giorni 12 e 15 entro un raggio tra i 25-50 km dal luogo dell'azione, in zone comprese nei comuni di Teora, Calabritto Contursi e Laviano. Nei pressi di quest'ultima località, verso le 11,30 della giornata del 12, ebbe luogo uno scontro a fuoco di circa mezz'ora fra alcuni componenti del commando, scoperti nei pressi del torrente Temete, ed un gruppo di carabinieri e civili che, armatisi dei propri fucili da caccia, si erano uniti ai militari dell'Arma nella caccia ai fuggiaschi. Due di questi volontari trovarono la morte durante il combattimento 15 ; da parte inglese, il geniere Crawford fu ferito ad un braccio 16 . Il contributo alle operazioni di rastrellamento da parte della popolazione civile fu rilevante e determinante anche in altri casi. La sera del 12 un carrettiere di Lavìano , Giuseppe Cerrato, notò nella piazza del paese uno sconosciuto con una coperta a tracolla ed armato di bastone. Si avvicinò, qualificandosi per agente di P .S., si fece consegnare la pistola e lo scortò alla Stazione dei Carabinieri. Il 15 ,' cinque sabotatori si erano fermati per rifocillarsi in un'osteria fra Palomonte e Contursi; avevano detto di essere tedeschi, ma bagnati e coperti di fango com'erano, avevano insospettito l'esercente del locale, Caterina Di Leo , che dava loro corda nel mentre aveva cura di inviare d'urgenza e nascostamente un altro avventore 14

ARENA N., op. cit., pagg. 20. Erano la guardia campestre Michele Iannuzzelli ed il falegname Rocco Somma, entrambi di Castelnuovo di Conza. 16 Elementi di dettaglio sulle operazioni di rastrellamento sono contenuti nel saggio di ORESTE B0v1o Nicola Bellomo, in Studi Storico-Militari 1987, USSME, Roma, 1988, pagg. 368-370. 15


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(Oberdan Massa) ad avvertire i carabinieri, consentendo così la cattura del gruppo. 17 I militari inglesi catturati furono rinchiusi nel campo per prigionieri di guerra di Sulmona, dove pochi giorni dopo furono interrogati dal maggiore Alberto Bechi Luserna 18 - comandante del 4° battaglione paracadutisti, inviato sul posto dal comando Scuola Paracadutisti di Tarquinia - che, sulle risultanze del proprio intervento, compilò una relazione che costituisce parte della documentazione alla quale chi scrive ha avuto modo di accedere . .Il 2 marzo alcuni dei prigionieri (maggiore Pritchard, sottotenente Jowett , sergente Southam, soldati Cristan e Dupont - quest'ultimo. era il nome di copertura del fuoriuscito italiano Picchi) furono interrogati da 2 ufficiali tedeschi della Luftwaffe 19 giunti espressamente a Sulmona accompagnati dal maggiore Bacchelli dello Stato Maggiore Esercito. ·

Considerazioni e commenti

Dall'analisi dei fatti e dagli elementi conoscitivi di cui è. dato disporre , è possibile formulare alcune considerazioni ed ipotesi in merito alla reale natura e scopo dell'azione compiuta dai paracadutisti britannici. Ad un primo esame, si potrebbe senza alcun dubbio

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Da parte dei prefetti delle province interessate, furono proposte ricompense in denaro variabili dalle 500 alle 300 lire a seconda della rilevanza dell'azione co mpiuta. Per il Somma e lo Iannuzzelli, il prefetto di Sale rno si fece tramite presso il Ministero dellà Guerra perché venisse loro assegnata una ricompensa alla memoria. 18 li maggiore paracadutista Alberto Bechi Luserna, M.O.V.M., proveniente dall' Arma di Cavalleria, era una brillante figura di soldato e di umanista. Discendente da una nobile famiglia votata da sempre alla carriera delle armi, le attitudini militari si associavano in lui ad una intensa attività intellettuale di cui è rimasta traccia nei varì libri ed articoli pubblicati con lo pseudonimo di "Eques". Dopo aver partecipato con la Divisione "Folgore" ad una parte della campagna in Africa Settentrionale, promosso tenente colonnello era divenuto capo di stato maggiore della Divisione "Nembo". Durante gli eventi successivi all'8 settembre 1943, veniva ucciso mentre cercava di riportare ordine e disci plina in quei reparti della Divisione che oon intendevano accettare l'armistizio e la resa (Cfr. Basso A . - "L'armisLizio de//'8.9.43 in Sardegna", in "Studi Storico -Militari 1985", SME, Roma, 1986, pag. 298). 19 Tenente Miller, dello Stato Maggiore del Corpo dei Paracadutisti, che a seguito di una lunga permanenza in Inghilterra e negli Stati Uniti conosceva perfettamente l'inglese; tenente Langguth , della Scuola Paracadutisti, insignito di 2 Croci di Ferro, una delle q ua li guadagnata d urante l'aviolancio su Rotterdam.


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pensare che essa fu una pura e semplice azione di sabotaggio al fine di pervenire, come s'è detto all'inizio , attraverso la distruzione ed il grave danneggiamento della centrale di Caposele dell 'Acquedotto Pugliese, alla recisione del condotto principale di questo con conseguente prosciugamento di tutte le sue diramazioni e pesanti ripercussioni su vaste aree dell'Italia Meridionale . .Il sabotaggio del ponte-canale sul torrente Tragino, opera non certo maggiore fra quelle dell'Acquedotto Pugliese, potrebbe pertanto essere interpretato come il frutto di un errore nella condotta dell'operazione , a livello esecutivo o, più probabilmente, a livello "intelligence". Quest'ultima ipotesi potrebbe essere suffragata dal fatto che qualche prigioniero si lasciò sfuggire la frase: "Siamo rimasti un po' delusi quando abbiamo visto l'obiettivo", che ritenevano evidentemente più importante e pagante. Potrebbe darsi che la carenza e/o inesattezza delle informazioni abbiano indotto i pianificatori a valutare che l'obiettivo preso di mira fosse effettivamente quello di importanza prioritaria del quale avevano avuto notizia 20 . D'altra parte, una volta che, a causa delle suddette lacune informative - o di errori nell'identificazione della giusta zona di lancio, sempre possibili in siffatte circostanze, specie di notte - il gruppo dei sabotatori si era riunito a terra in un punto che non era quello prestabilito, la cattura dei civili del posto avrebbe forse potuto essere meglio sfruttata sin dall'inizio costringendo questi a fungere da guida e da "portato ri", con notevole risparmio sul tempo da impiegare per l'orientamento, per cercare di raggiungere la centrale di Caposele - anche se in verità piuttosto distante: circa 25 km in linea d'aria, aggravati, e non di poco, dal percorso tattico fuori strada - anziché il ponte-canale sul Tragino come in effetti avvènne . Anche questo comportamento potrebbe servire a suffragare l'ipotesi del difettoso presupposto "intelligence" all'origine, che avrebbe portato ad una errata identificazione del vero obiettivo pagante 21 . Ovvero, sia pure dopo aver ripiegato su un obiettivo secondario (il ponte-canale sul Tragino), il gruppo avrebbe pur sempre potuto tentare ancora qualche altra azione distruttrice su altre 20

A quanto riferito dai dirigenti deJJ'Acqucdotto Pugliese, qualche anno prima

un tecnico inglese aveva avuto modo di visitare minutamente le opere. 21 Un altro dato probatorio in merito alla scarsa conoscenza, da parte inglese, deJia scala di importanza delle varie opere dell'acquedotto, è fornito dal fatto che, ad esempio, nella categoria dei ponti-canale della condotta principale quello dell' Atella era molto più importante di quello del Tragino.


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opere dell'acquedotto , tenendo conto che _alcune di esse (pontecanale sulla Ginestra, ponte in ferro sull'Ofanto della ferrovia Avellino-R occhetta, stazioni ferroviarie di Calitri e Rapone-Ruvo, numerosi ponti in muratura sulle rotabili , ecc.) si trovavano ad una distanza chilometrica variabile dai 3-4 ai 7-8 km, copribile nelle altre circa 3 ore di buio disponibili da parte delle varie aliquote in cui il contingente si sarebbe necessariamente "polverizzato", pur se a ritmo di marcia disagevole considerando l'ingombro dei materiali e del rimanente esplosivo nonché, soprattutto, l'allarme certamente innescato nella zona dalla prima esplosione. Invece , dopo l'interruzione del ponte-canale sul Tragino, non yi fu da parte dei paracadutisti altra azione se non la messa in atto di un tentativo di fuga a sud-ovest, verso il Tirreno , previo abbandono sul posto, come s'è detto, di 16 cassette di esplosivo per un totale di circa 80 kg e di altri materiali. Quale fosse l'esatta direzione prestabilita per sottrarsi alla cattura e quali le modalità per cercare di lasciare il suolo italiano, non fu possibile determinare con precisione dato il mutismo dei prigionieri al riguardo. Peraltro, da qualche generica osservazione attestante che puntavano "verso il mare" , dalla dotazione cartografica e dalla circostanza che nelle acque di Sapri furono poi rinvenute alcune imbarcazioni armate , potrebbe essere plausibile arguire che i sabotatori tentassero di raggiungere la costa ove, probabilmente, sarebbero stati attesi da un sommergibile (il "Triumph"?) o da un battello 22 . Le annotazioni sul personale ·che partecipò all'azione sono piuttosto interessanti. In prevalenza , gli uomini erano fisicamente slanciati e robusti; tanto i più giovani che i più anziani, alcuni dei quali oltre i 40 anni - sottufficiali ed un paio di ufficiali - avevano partecipato alla prima guerra mondiale. Qualche elemento che, rispetto agli altri, si presentava come apparentemente meno resistente, doveva essere stato incluso soltanto perché specialista in qualche specifica branca. Anche il livello intellettivo appariva elevato, men22

Da più accu rate perquisizioni effettuate sui prigionieri si scoprì come gli stessi avessero cucito e ben nascosto nella fodera dell'uniforme ancora altro denaro nonché sottili ma robuste lime, particolare questo che fa supporre che avessero ricevuto ordine d i mettere in atto tentativi di evasione una volta catturati. Nei giorni seguenti, inoltre, furono notati nella zona ripetuti passaggi di aerei nemici, forse per eventuale aviorifornimento o con compiti di semplice osservazione. Nello specchio d'acqua antistante la località Acciaroli di Pollica (Salerno) furono rinvenuti 3 galleggianti contenenti rispettivamente una mitragliatrice, un fucile mitragliatore, 16 cassette di gelatina e munizioni.


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tre il comportamento risultava improntato ad una sobria correttezza. Durante gli interrogatori, gli ufficiali mantennero un contegno estremamente riservato allorché si accennava ad argomenti di carattere militare od anche personale, adducendo, anche per questi ultimi, trattarsi di "segreto militare" in quanto essi stessi facenti parte delle forze armate del proprio Paese. Neanche l'abile uso di sigarette .e whisky di marca britannica da parte dei due ufficiali della Luftwaffe sortirono migliori risultati. Solo il sottotenente Jowett ebbe cura di precisare, a proposito del conflitto a fuoco sostenuto a Laviano con ùn gruppo di carabinieri e civili, che lui stesso , quale più elevato in grado del gruppo di paracadutisti protagonista dello scontro, ordinò di reagire con le armi essendo stati attaccati per primi e non sapendo, inoltre, di avere di fronte anche dei civili. Con molta determinazione, .si assunse inoltre la responsabilità di aver fatto personalmente fuoco con un fucile mitragliatore, e di essere pertanto il solo ed unico responsabile dell"'increscioso incidente", escludendo qualunque colpa degli altri militari che erano con lui 23 . Nel rapporto compilato al rientro dalla prigionia, il maggiore Pritchard, che fu tra gli ultimi ad essere catturato dopo aver marciato verso ovest per due notti successive, riferì che aveva preferito arrendersi quando si era accorto che alla caccia che gli stavano dando partecipavano, oltre a militari e contadini, anche alcuni bambini. Più comunicativi e disposti al dialogo apparvero sottufficiali ed uomini di truppa. Da quanto fu possibile sapere, sembrò di poter escludere che, unitamente ai paracadutisti, fossero stati infiltrati nel nostro territorio fuoriusciti, agenti informatori od altri elementi del

23 ·oa parte di alcune autorità politiche e militari locali pervenne in seguito la richiesta di passare per le armi il sottotenente Jowett quale responsabile dell'uccisione · dei due civili . Il generale di brigata Nicola Bellomo, del Comando della Difesa Territoriale di Bari, sotto la cui direzione si erano svolte le operazioni di rastrellamento, incaricato di dar luogo all'esecuzione, si rifiutò di farlo non ritenendo violate le leggi di guerra in quanto i civili dovevano essere considerati veri e propri combattenti dal momento che partecipavano, armati ed a titolo volontario, ad operazioni di carattere bellico. Questo comportamento non sarebbe servito, peraltro, a risparmiare al generale Bellomo la condanna a morte mediante fucilazione , eseguita 1'11.9.1945, inflittagli da un tribunale militare britannico sotto l'accusa pretestuosa - " vae victis" di aver ucciso, prima dell'armistizio, un prigioniero inglese che aveva tentato di evadere da Ùn campo di concentramento. Sulla vicenda, vedasi la dettagliata e documen.t ata ricostruzione effettuata da ORESTE Bov10 nel saggio Nicola Bellomo, in Studi Storico-Militari 1987, USSME, Roma, 1988, pagg. 371-428.


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genere. Tutti i prigionieri che vollero dare risposte al rig1J.ardo negarono ciò con tono indignato ed apparente sincerità: avevano avuto - dicevano - il solo e precipuo incarico di far saltare un ponte e l'avevano fatto, per cui il loro compito era ultim ato. Dal contesto degli interrogatori sembrò potersi escludere l'eventualità che i sabotatori avessero potuto avere dei complici sul terreno, fra la popolazione civile; la preparazione dell'azione sarebbe stata effettuata unicamente su carte topografiche corredate da fotografie aeree del pon te costituente l'obiettivo. I l ruolo interpretato dall'italiano Picchi lascia adito a qualche dubbio. L'interessato asseriva d i aver saputo solo alla vigilia della partenza che il previsto sabotaggio era diretto contro l'Italia , e di non aver voluto farsi indietro per "amor proprio" . Affermava inoltre di aver limitato la propria attività alla protezione dei sabotatori, e sosteneva di essersi adoperato perché ai civili non venisse fatto alcun male. Il maggiore Bechi Luserna , nella sua relazione, riferiva di aver avuto l'impressione di "un disgraziato che non ha compreso l'estrema gravità dell'azione da lui compiuta indossando la divisa dei nemici del suo Paese. È un rottame umano che suscita più compassione che disgusto" 24. La stessa relazione Bechi contiene un passo che si ritiene opportuno riportare integralmente per non alterarne la sintetica efficacia espressiva: "Segnalo, per dovere di imparzialità, che tutti i prigionieri manifestano la più ferma e radicata fiducia nella resistenza e nella vittoria finale della Gran Bretagna. Non appaiono menomamente scossi dalle prove cui il loro Paese è sottoposto, e sono fermamente convinti della giustizia della causa per cui si battono. Esprimono concordemente un odio feroce per la Germania. Verso di noi non manifestano particolare animosità; solo i più giovani dimo-

24

Fortunato Picchi , nato a Carmignano (Firenze) il 28 agosto 1896, era un cittadino italiano residente dal 1921 in Inghilterra , dove lavorava saltuariamente come portiere presso alberghi e pensioni. All'atto della cattura, aveva indosso 1300 lire in biglietti di vario taglio, due fazzo letti su cui era riportata una carta geografica , un piccolo apparecchio di stagno per misurare le distanze chilometriche sulla carta topografica, una seghetta d'acciaio contenuta in un tubo di gomma , il tutto occultato nella fodera della giacca e nell'imbottitura delle spalline; attaccata all'asola di una camicia, anche una minuscola bussola. Fu den unciato al Tribunale Speciale per la difesa dello Stato e condannato a morte media nte fucil azione alla schiena nell'udienza del 5 aprile 1941 , a mente dell'art. 242 (cittadino che porta le armi contro lo stato italiano) e 247 (favoreggiame nto bellico) del Codice Penale. La sentenza fu eseguita all'alba del 6 aprile 1941 .a Forte Bravetta, in Roma, da un plotone di esecuzione composto da agenti di P.S.


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strano nei nostri riguardi un'alterigia assai vicina al disprezzo; gli altri, specialmente i reduci della Grande Guerra, manifestano invece una certa simpatia per il nostro popolo (che essi distinguono nettamente dal Regime) e lasciano comprendere che, a guerra finita , 'torneremo ad essere amici'". In complesso, gli uomini facenti parte del commando dettero globalmente l'impressione di aver vissuto l'azione alla quale erano stati chiamati con spirito piÚ sportivo che "guerriero", tanto da prendere con buona dose di flemma e distacco tipicamente britannici anche gli eventi della cattura e conseguente prigionia. In base a quanto descritto e considerato, l'ipotesi del puro e semplice atto di sabotaggio potrebbe lasciare piuttosto perplessi per le seguenti ragioni: 1) l'impiego di 36 militari, tra cui 7 ufficiali, tutti specialisti ad un certo livello (genieri e paracadutisti) e di un cospicuo spiegamento di mezzi di vario genere, ivi compresi i vettori aerei per l'effettuazione diretta dell'azione e per le operazioni di diversione, risulta senza dubbio sproporzionato rispetto all'importanza dell'obiettivo prescelto, tenendo conto che lo stesso risultato, probabilmente, si sarebbe potuto abbastanza agevolmente conseguire con un bombardamento aereo a bassa quota; 2) l'ipotesi, d'altra parte, che si sia trattato di un errore in fase di pianificazione attraverso l'attribuzione di un carattere prioritario ed altamente pagante ad un obiettivo che certamente tale non era (il ponte-canale sul Tragino), confondendolo con quello che veramente avrebbe invece rappresentato un bersaglio adeguato e foriero di notevoli, pesanti danni al potenziale economico nemico (la centrale di Caposele), trova anch'essa poco credito laddove si pensi che: a) un minuzioso sopralluogo delle opere dell'Acquedotto Pugliese era stato effettuato qualche anno prima della guerra da un tecnico inglese, molto verosimilmente con compiti anche informativi militari ed il quale pertanto, in questa doppia veste, avrebbe dovuto aver cura di riportare disegni, schizzi ed elementi descrittivi quanto mai dettagliati, non escluse eventuali riproduzioni fotografiche; b) la preparazione all'azione era stata effettuata utilizzando una buona dotazione cartografica integrata da fotografie aeree nelle quali le varie opere dell'acquedotto erano ben visualizzabili e distinguibili; 3) per essere dei sabotatori, la preparazione tecnica degli uomini del commando non si dimostrò all'altezza di tale qualifica e


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ruolo . Il tempo impiegato a preparare la carica ed a farla esplodere fu in effetti eccessivo, così come piuttosto laboriosa risultò la attivazione di un fornello da mina nel cemento armato dei pilastri del ponte, i tondini in ferro dei quali non vennero tranciati dallo scoppio ma ne risultarono soltanto aggrovigliati e contorti, con sgretolamento della massa di cemento ricoprente . II danneggiamento fu relativamente modesto , tale che si poté dare immediato inizio ai lavori di ripristino per la rimessa in fun zione dell'installazione . Un'ipotesi che potrebbe invece essere avanzata con un certo grado di attendibilità è quella che l'azione avesse avuto primariamente obiettivi di carattere psicologico. Potrebbe essersi trattato, in sostanza, di un'operazione di guerra psicologica opportunamente mimetizzata con l'aspetto di un'azione di sabotaggio, l'una finalità non escludente l'altra anche se la prima avrebbe dovuto costituire il vero obiettivo pagante della missione. Il contenuto di questo obiettivo avrebbe potuto essere - in una fase della guerra nella quale la Gran Bretagna era sottoposta a prove durissime tanto sul fronte di guerra africano e sui mari che, ancor più, all'interno del territorio nazionale per effetto delle privazioni e delle incursioni della Luftwaffe - una dimostrazione di forza e di ardimento ed una afferm azione del proprio potenziale spirituale e morale, oltre che materiale , a dispetto degli eventi. Significativo il fatto che !"'uditorio-obiettivo" prescelto, quanto meno quello più diretto, fosse rappresentato proprio da popolazioni del Mezzogiorno e di zone di esso fra le più depresse , come tali più suscettibili a stimoli del genere (non si dimentichi, inoltre, la cospicua dotazione di denaro portata al seguito) 25 • La necessità di mimetizzare questo obiettivo di ordine psicologico con un'azione di carattere più propriamente militare avrebbe potuto trovare una plausibile ragione nel voler evitare di esplicitare all'avversario i propri orientamenti e le proprie procedure in un settore così delicato quale quello della PWB 26 , con conseguente penalizzazione delle operazioni future. Né varrebbe a confutare tale ipotesi la cospicua dotazione di esplosivi, materiali ed attrezzi da lavoro portati al seguito dal gruppo , chè anzi proprio questo dispiego di zs L'effetto morale, peraltro, fu piuttosto ridotto, se non addirittura contrario. Gli abitanti del luogo parteciparono, come s'è visto, alla cattura ed il resto della popolazione, informata dal . Bollettino di guerra, disapprovò palesemente questa forma di lotta diretta contro obiettivi che erano militari solo in un senso molto generale. 6 Z Psychological Warfare Branch .


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mezzi - peraltro poi in buona parte disinvoltamente abbandonati sul terreno 27 - avrebbe costituito un valido contributo al tentativo di mascheramento dei reali scopi dell'azione. È anche vero che, come è già stato detto, con i suddetti mezzi a disposizione il commando avrebbe potuto tentare di mettere a segno altre distruzioni o dedicarsi ad azioni tese a seminare il panico tra la popolazione locale , di indubbio effetto sul piano psicologico. · Ed, in effetti, il ritrovamento fra il materiale cartografico di una carta al 250.000 di un ampio tratto della zona campano-lucana, con indicazioni dettagliate dei punti e delle opere di interesse militare più importanti, potrebbe suonare probatorio per tale progetto, attuabile in concomitanza con il disegno di portarsi verso la costa occidentale secondo un preordinato piano di esfiltrazione e recupero. Ma non va d'altro canto sottovalutata anche ·l'efficacia della reazione difensiva del dispositivo militare italiano (carabinieri 28 , in primo luogo, e reparti stanziali dell'Esercito), sostenuto da civili armati, che vanificò pressoché immediatamente ogni tentativo di evasione e fuga. Quanto accaduto determinò, da parte del Comando della Difesa Territoriale di Napoli, una ristrutturazione dell'organizzazione anti-paracadutisti che portò alla costituzione di 48 nuclei dislocati in varie località ed operanti alle dipendenze dei comandanti di Sotto-Zona. Si tendeva aq eliminare alcuni degli inconvenienti emersi durante le operazioni di rastrellamento, quali un eccessivo numero di organi e comandi di enti diversi (Esercito, Carabinieri, Guardia di Finanza, M .V .S.N., Questure e Prefetture, Federazioni Provinciali del P.N.F.), ciascuno dei quali tendente ad agire nella maggiore autonomia con conseguente dispersione delle forze, reciproco intralcio e mancanza del necessario coordinamento. In conclusione, sarebbe interessante poter accedere a qualche fonte archivistica militare inglese per reperire più ampi elementi di informazione circa il vero scopo di un'azione che sembra presentare, 27 A parte i contenitori per aviorifornimenti atterrati nelle zone più lontane di Monticchio e Ruvo del Monte, frutto di errori nella fase di lancio, anche molti di quelli che toccarono terra nella zona del Tragino non furono nemmeno raccolti dal gruppo che effettuò l'interruzione del ponte. 28 Furono inoltrate proposte, da parte del Comando Legione CC.RR. di Napoli, per la concessione della medaglia d'argento al V.M. al brigadiere Tommaso Incontri e de!Ja medaglia di bronzo al V.M. ai carabinieri Pietro Minopoli e Nicola Cappetta, mentre il Comando Generale dell'Arma e quello della 3• Divisione "Ogaden" concessero rispettivamente 24 e 5 encomi solenni ad altrettanti militari dell'Arma distintisi nelle operazioni di difesa e rastrelJamento.


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sia pure a livello di ipotesi, alcuni aspetti "non ortodossi" che ne rendono attuale la rievocazione e l'esame anche oltre l'ambito stret­ tamente storico. In un clima di equilibrr politico-militari regolati dalla deterrenza nucleare, infatti, "operazioni speciali" del tipo di quella descritta, con gli obiettivi reali dissimulati sotto falsi scopi piÚ o meno sofisticamente elaborati, potrebbero rappresentare forme di lotta sempre piÚ frequenti, tanto nel contesto di esplicite vicende belliche quanto nel quadro di quella "pace guerreggiata" che sembra voler caratterizzare in prospettiva i rapporti internazionali.


FRANCESCO VANNUCCHI

ASPETTI E PROBLEMI DELLA SPESA MILITARE IN ITALIA NEL SECONDO DOPOGUERRA SOMMARIO: Le spese militari in Italia: 1. Evoluzione delle spese militari nel periodo 1950-1980. - 2. Le spese militari, il bilancio dello Stato e ·il reddito nazionale. - 3. Influenza dell'Alleanza Atlantica sulle spese militari dell'Italia. - 4. La programmazione delle spese militari. - 5. Le leggi promozionali. -·6. La situazione economica nazionale e i suoi effetti sul bilancio della Difesa. - 7. Valutazione dei bilanci della Difesa. - 8. Incidenza delle spese militari sull'economia. Considerazioni conclusive: l. La pace ha un costo. - 2. Un bilancio. 3. I problemi.

1. Evoluzione delle spese nel periodo 1950-1980 Le spese militari in Italia sono andate costantemente aumentando (graf. 1). Nel 1950 esse ammontavano, in termini correnti, ad appena 362 mld., mentre 30 anni dopo i miliardi sono diventati 5780, cioè ben 5418 mld. in più. Occorre, peraltro, sottolineare che gran parte di questo aumento si è verificato nell'ultimo decennio e si può affermare che esso è soprattutto un effetto dell'inflazione, che da diversi anni va consumando la nostra economia e, nel 1980, l'ha attaccata con maggior violenza; ciò anche nella considerazione che le Forze Armate italiane si sono costantemente trovate a doversi confrontare con una cronica carenza di risorse finanziarie, insufficienti perfino a fronteggiare le sole esigenze di sopravvivenza, tanto è vero che nel 1975 esse hanno dovuto attuare una radicale ristrutturazione, in senso riduttivo, delle proprie strutture. Nota: Il presente studio è stato elaborato nel 1982 ed è riferito al periodo 19501980.


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Francesco Vann11cchi

IL BILAIICIO OELLA OJFES•

miliardi

(çi[ro in •ilianli

di lire)

5500

5000

4500 .

Teruini costanti 1910

Ter.nini corrtnt l 4000

3000

~

~

2500

"' 2000

1500

- ... - -

_.. ------

1000

500

1950

55

75

60

Graf. l

1980


Aspetti e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

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Facendo riferimento all'evoluzione dell'economia italiana dal compimento della ricostruzione ad oggi , possono essere individuate orientativamente tre fasi , cui riferire anche l'evoluzione delle spese militari: - l" fase, dal 1950 al 1958: è la fase del "miracolo economico", caratterizzata d.a un saggio di sviJuppo molto elevato , pur in assenza di una programmazione dell'economia nazionale; - 2a fase , dal 1964 al 1972: è la fase in cui viene tentato il consolidamento degli obiettivi raggiunti e la ulteriore prosecuzione del processo di sviluppo economico e sociale. Essa ha inizio quando, esauritasi l'energia vitale ed istintiva che aveva portato, attraverso la ricostruzione, al miracolo economièo, si cercò di avviare una programmazione capace di "guidare" il sistema verso una evoluzione più equilibrata. È contraddistinta da un rallentamento del tasso di sviluppo; - 3a fase , dal 1973 al 1980: è il periodo della crisi economica. Questa situazione, naturalmente, non si è verificata improvvisamente, ma trova la sua origine nell'autunno sindacale del '68 e si aggrava nel 1973 in conseguenza della crisi energetica. Il periodo è caratterizzato da tassi d'inflazione molto elevati (15-20% ), che diventano, nella pratica, un limite alla crescita in termini reali del reddito. L'andamento delle spese militari (vds. graf. 1 e tab. 1) si rispecchia sostanzialmente nella su descritta evoluzione della economia, ove la componente "inflazione" ha via via acquistato maggiore spazio; si consideri, infatti, che da un incremento medio delle spese militari del 7 ,8% -per anno, tra il 1950 e il 1960, si è passati al 13% annuo nel successivo decennio ed, infine, al 28% circa per anno tra il 1970 e il 1980. Una conferma dell'elevata incidenza dell'inflazione si ha depurando dall'effetto di questa i bilanci della Difesa; i relativi incrementi sono: - per tutto il periodo 1950-1980, 772 mld., pari al 109,9% in più, per un aumento annuo medio del 3,7%; + 4,3% per anno dal 1950 al 1960; - +5,0% per anno dal 1960 al 1970; - -0,2% per anno tra il 1970 e il 1980, periodo in cui, per gli anni 1974, 1975 e 1980 si sono addirittura avute variazioni negative rispetto all'anno precedente. Non è agevole dedurre dall'evoluzione delle cifre i riferimenti concreti cui ancorare le modalità secondo le quali è andato aumentando il bilancio della Difesa. In genere si è sentito parlare di bilan-


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Francesco \lamwcchi

Tabella 1. -

Evoluzione delle spese della Difesa nel periodo 1950-1980 (miliardi di lire) Valori co.<tanti 1970

Valori corr~nti

Anno mld.

1950 1951 1952 1953 1954 1955 1956 1957 1958 1959 1960 1961 1962 1963 1964 1965 1966 1967 1968 1969 1970 1971 1972 1973 1974 1975 1976 1977 1978 1979 1980

362,1 429,3 476,9 503,6 475,6 474,7 501,7 544,1 583,6 607,3 646,8 706,6 766,9 840,6 984,3 1.112,5 1.239,8 1.269,8 l.310,9 1.408,5 1.510,7 1.656,8 1.888,5 2.294,5 2.373,4 2.451,3 2.956,7 3.530,6 4.313,8 5.169,8 5.780,0

Variazioni 'Yo medie

1955- 50= +6,2%

1960-50= +7,8%

1965-60= + 14,4%

1970-60=+13,3%

1975-70=+ 12,4%

1980- 70= +28,3%

Numeri indice 1950= IOO

mld.

100,0 118,5 131 ,7 139,0 131,3 131,1 138,5 150,2 161,1 167,7 178,6 195,1 211,7 232,1 271,7 307,l 342,3 350,6 361,9 388,9 417,1 457,4 521,4 633,5 655,3 676,8 816,3 974,8 1.191,0 1.427,3 1.595,8

702,l 832,5 895,8 919,1 844,8 816,l 829,3 881,8 923,9 963,9 1.005,9 1.069,3 1.097,l 1.108,9 1.219,7 1.322,8 1.441 ,4 1.436,4 1.458,2 1.504,8 1.510,7 l.545,5 1.659,5 1.805,3 1.575,9 1.384,9 1.416,0 1.421,9 l.533,5 1.596,6 1.474, 1

Vurinzioni % medie

1955-50=+3,2%

1960-50=+4,3%

1965-60= +6,3%

1970- 60= +5,0%

1975- 70=- l,6%

1980-70= - 0,2%

Numeri indice

1950=!00

100,0 118,5 127,6 130,9 120,3 116,2 1.18,l 125,6 131 ,6 137,3 143,3 152,3 156,2 157,9 173,7 188,4 205,3 204,6 207,7 214,3 215,2 220,1 236,4 257,1 224,4 197,2 201,7 202,5 218,4 227,4 209 ,9

Fome: Bilanci di previsione dello Stato per gli anni dal 1950 al 1980 (dati elaborati). Nota: Oli indici di dcna~ionc impliciti al PTL sono stati ricavati con il metodo ISTAT.

cio "consolidato" . Cosa significa bilancio consolidato : gli stanziamenti globali , assegnati in ciascun esercizio finanziario, sono mantenuti per l'esercizio successivo e vengono maggiorati solo con le integrazioni connesse all'applicazione di provvedimenti legislativi ed eventuali assegnazioni speciali per l'attuazione di particolari programmi militari. L'origine di tale concetto risale all'esercizio finan-


Aspetti e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

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ziario 1950-51 1 allorché, in sede di formazione del progetto di bilancio della Difesa, ·il Ministero del Tesoro rese noto che, in relazione alla difficile situazione generale del Paese, la previsione della spesa della Difesa non avrebbe dovuto superare gli stanziamenti autorizzati per il precedente esercizio 1949-50. Veniva così posto il concetto di "consolidamento" del bilancio della Difesa, mantenuto poi sostanzialmente fino al 1979, allorché con la legge n. 468/1978 vennero introdotti criteri più avanzati e più razionali per la formazione del bilancio dello Stato. Nel 1949, però, l'Italia aveva aderito al Patto Atlantico e ciò, oltre a consentire il suo rientro sulla scena politica internazionale a parità di titolo con le altre nazioni europee, impose la necessità del riarmo. Nell'impossibilità di soddisfare le relative esigenze con i soli stanziamenti del bilancio, il Ministero della Difesa, per superare l'ostacolo posto, come detto, dal Tesoro all'aumento delle spese militari , propose un "programma quadriennale di potenziamento della Difesa" che prevedeva una spesa complessiva di 500 mld. di lire, ripartita negli esercizi dal 1950-51 al 1953-54. La realizzazione di tale programma ha a tutt'oggi costituito, nel quadro delle possibilità economiche ciel Paese, il "tetto" dello sforzo finanziario dell'Italia nel settore della Difesa e lo si vedrà meglio in seguito; è però fin d'ora da considerare che l'adeguamento delle Forze Armate alle esigenze difensive fu possibile anche e soprattutto perché gli Stati Uniti intervennero con consistenti forniture militari; questo fatto consentì cli mantenere al di sotto di un certo limite le spese per il riarmo e , di conseguenza, evitò l'avvio cli un processo inflazionistico di grosse proporzioni, altrimenti inevitabile in una economia con sottoccupazione dovuta ad eccedenza di manodopera , quale è sempre stata l'economia italiana. TÒrnanclo alle modalità di evoluzione delle spese della Difesa, dopo altri finanziamenti particolari concessi negli esercizi successivi al 1953-54, fu ritenuto più opportuno incrementare il bilancio della Difesa mediante maggiori assegnazioni annuali commisurate al 4% del "consolidato" dell'esercizio precedente. Tale incremento forfet ll:ario, applicato a partire dall'esercizio finanziario 1959-60, per un periodo di 5 anni, su delibera del Consiglio Supremo di Difesa, venne poi, dallo stesso alto Consesso, elevato al 6% per un periodo di 9 anni, a partire dal 1963-64 2; ciò sia 1 All'epoca e fino alla legge 1.3.1964, n. 62 l'esercizio finanziario non coincideva con l'anno solare. 2 Cfr: P ERNA G.: Il bilancio di previsione dello Stato e lo Stato di previsione della Difesa: L'Amministrazione della Difesa, n. 4/1970, pag. 64 e 65.


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Francesco Vannucchi

per contenere l'erosione del valore reale degli stanziamenti a causa dell'inflazione, sia per dare al bilancio della Difesa la caratteristica della conoscenza preventiva delle disponibilità annue di fondi, al fine di consentire la programmazione delle spese. In effetti, dalla seconda metà degli anni '60, gli incrementi annui del bilancio sono stati sostanzialmente abbandonati agli "umori" del Ministero del Tesoro: "umori" naturalmente dettati dalle preoccupazioni circa la situazione economica del Paese in costante deterioramento; ciò si protrasse anche dopo il 1975, allorché a base della ristrutturazione e come condizione della concreta realizzazione di questa fu posta una ben precisa ipotesi finanziaria, centrata sui seguenti punti: - completa realizzazione dei programmi associati alle leggi promozionali; - disponibilità di assegnazioni ordinarie annuali pari a quelle del 1975 in termini reali. L'esame dei bilanci della Difesa nel periodo 1976-80 pone in evidenza che questo secondo punto è stato sostanzialmente disatteso, con una perdita finanziaria, per la Difesa, di oltre 800 mld. in termini monetari 3, pari a circa 950 mld . in potere di acquisto 1980 (valutati sulla base dell'indice dei prezzi all'ingrosso). 2. Le spese militari, il bilancio dello Stato ed il reddito Nazionale

Di fronte alle cifre molto elevate dei vari bilanci della Difesa, è frequente nell'opinione comune la sensazione di un eccesso di impegno da parte della Nazione. Ciò soprattutto considerando gli incrementi elevati che hanno caratterizzato gli stanziamenti per le spese militari negli ultimi .anni: si tenga conto infatti che dai 1510 miei. del 1970 siamo passati a 5780 mld. nel 1980, cioè, in assoluto, ben 4293 mld. di incremento. ' Ma se la spesa militare è andata continuamente aumentando, sono nello stesso tempo aumentati tanto la spesa totale e le entrate dello Stato quanto il reddito nazionale. La tabella 2 mostra il peso decrescente delle spese militari sia come percentuale delle spese e delle entrate dello Stato sia come percentuale ciel prodotto interno lordo. Questa evoluzione è chiaramente visualizzata nel grafico 2. 3 Cfr. LAGORro L.: Indirizzi di Politica Militare, Relazioni alle Commiss1om Permanenti· per la Difesa della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, Roma, giugno/luglio 1980, pag. 64.


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Aspetti e problemi della spesa milit<lre in Italia nel secondo dopoguerra

Tabella 2. -

A nno

Il bilancio della Difesa in rapporto al PIL e alle spese ed entrate dello Stato (miliardi di lire correnti)

Bilancio Difèsa

362,2 1950 429.3 1951 476,9 1952 503,6 1953 1954 475 ,6 474,7 1955 501,7 1956 544,1 1957 583,6 1958 607,3 1959 646,8 1960 706,6 1961 766,9 1962 840,6 1963 1964 984,3 1.112,5 1965 1.239,8 1966 1.269,8 1967 1.310,9 1968 1.408,5 1969 l.510,7 1970 1971 1.656,8 1.888,5 1972 2.294,5 1973 2 .373,4 1974 2.451,3 1975 1976 2.956,7 1977 · 3.530,6 4.313,8 1978 5.169 ,8 1979 5.780,0 1980

P.I.L. a prezzi mercato

9.902 11.427 12.323 13.636 14.518 16.000 17.429 18.735 20.118 21.383 23.207 25.810 28.998 33.215 36.360 39.124 42.391 46.695 50.614 55.876 62.883 68.510 75 .124 89.746 110.719 125.378 156.657 189.978 220.743 268.868 331.630

o/o bilancio

Spese

O ife.s a/

Stato

PIL

3,66 3,76 3,87 3,69 3,27 2,97 2,88 2,90 2,90 2,84 2,78 2,74 2,64 2,53 2,70 2,84 2 ,92 2 ,72 2,59 2,52 2,40 2,42 2,51 2,56 2,14 1,95 1,88 1,86 1,95 1,92 1,74

1.496,0 1.673, l 2.062,6 2.235,9 2.331,6 2.610,4 2.889,6 3.049,6 3.280, 1 3.598,3 4.012,9 4.565,7 5.011,5 5.648,5 6.326·,o 7.347 ,9 8.013,1 8.950,2 9.976,8 11.418,1 12.825,4 14.013,5 16.482,9 19.542,5 24.661 ,9 30.373,9 38.071,7 47.083,5 64.443 ,6 119.395,9 137.717,8

% bilancio D ifesa/ spese Stato

EntrMe Stato

24,21 25,66 23,12 22,52 20,40 18,18 17,36 17 ,84 17,79 16,87 16,12 15,47 15,30 14,88 15,56 15,14 15,47 14,19 13,14 12,33 11,78 11,82 11 ,46 11 ,74 9,62 8.07 7,76 7,50 6,69 4,33 4,19

1.304,4 l.387,0 1.616,3 1.778 ,9 1.942,2 2.266,8 2.566,9 2.777,9 3.031,5 3.285 ,1 3.550,1 3.911,5 4.317,1 4.919 ,0 5.656,5 6.691,3 7.121,3 7.786,1 8.826,9 9.718,8 10.957,7 12.147,2 13 .318,9 15.660,7 17.286,5 23.201,1 26.556,0 35.706,2 50.642,8 63.600,6 75.860,3

(¼> bilancio Difesa/ entrate

Stato

27,76 30,95 29,50 28,31 24,48 20,94 19,55 19,59 19,25 18,48 18,22 18,06 17,76 17,08 17,40 16,63 17,41 16,31 14,85 14,49 13,78 13,64 14, 18 14,65 13,73 10,56 11 ,13 9,88 8,52 8,13 7,62

fonte: Minjstero del Tesoro: stato di prc,•isio nc della spesa per gli anni dal l950 al 1980 (dati elaborati). ISTAT : annuario di conrnbilità n;izionale · edizione 1978.

Mondo Economico n. 39 del 4.10. I 980, pag. 6 (per i valori del PIL 1979 e 1980 - dati non definitivi).

Assumendo innanzitutto quale parametro di riferimento la spesa totale del bilancio statale, le spese per la Difesa ne costituivano il 24,2% nel 1950 e il 25 ,7% nel 1951. Quest'ultimo valore ha rappresentato il massimo nel dopoguerra: infatti, negli anni successivi tale percentuale è andata via via decrescendo fino al 15,5% circa


Francesco Vannucchi

52

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60 61 62 63 &: 65 66 6/ 66 $

% rispetlo a Entrate Stato

% rispetto a Spese Stato

% rispetto a PIL.

Graf. 2

70 71

72 73 7' 75 76 77 78 79 80


Aspetti e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

53

del 1961; su tale livello essa si è poi mantenuta fino al 1966, per riprendere successivamente la tendenza al ribasso, che la doveva portare al 6,7% nel 1978. Dal 1979 viene considerato quale bilancio dello Stato il cosidetto "bilancio allargato" comprendente anche le spese relative alle Autorità decentrate, per cui la proporzione delle spese della Difesa sulla spesa totale statale si riduce al 4,3% nel 1979 e al 4,2% nel 1980, dati non comparabili con quelli degli anni precedenti, ma che tuttavia lasciano intravedere la prosecuzione della ormai consolidata tendenza alla diminuzione. Per fornire un termine di raffronto , si consideri che, prima della guerra, le spese in questione si erano mantenute sul 20% circa del bilancio statale fino al 1935 e avevano raggiunto il 40% tra questo anno ed il 1939. In pratica, a fronte dei consistenti aumenti che le spese dello Stato hanno fatto annualmente segnare, le spese della Difesa sono state rivalutate di una percentuale sempre molto inferiore. Posti, infatti, uguale a 100 i valori (in termini correnti) della spesa totale e di quella per la Difesa nel 1950, si ha (vds. tab. 3) che la prima raggiunge il valore di 4308 nel 1978 mentre la seconda si porta soltanto a 1191; i valori nel 1979 e nel 1980 sono meno significativi (rispettivamente 7981 e 9206 per la spesa statale, 1427 e 1596 per quella della Difesa) perché per lo Stato viene considerato il bilancio allargato. La stessa evoluzione, pur se a livelli più contenuti, si è avuta nei rapporti tra spese della Difesa ed entrate dello Stato. Il mondo contemporaneo, ove lo Stato ha assunto ovunque il ruolo di regolatore e propulsore dell'attività economica e sociale, con il crescente allargamento del relativo campo di azione, è caratterizzato · dalla progressiva dilatazione delle dimensioni sia del volume della spesa pubblica. sia del volume del reddito nazionale. Nella pratica, il bilancio dello Stato, da strumento passivo, espressione di una politica tendente a realizzare l'equilibrio del mercato attraverso il libero gioco delle forze che in esso operavano, è divenuto oggi strumento attivo del processo economico nazionale e perciò elemento essenziale di propulsione del reddito nazionale 4 • In questo contesto, la diminuzione dell'incidenza delle spese militari è conseguenza della priorità, decrescente rispetto ad altri settori, attribuita ad esse dall'Autorità politica nell'impiego delle risorse finan4

Cfr. ZACCARIA F.: La spesa pubblica nella teoria giuridica ed economica, Roma, Casa Editrice Stamperia Nazionale, 1972, pag. 268. ·


54

Francesco Vannucchi

Tabella 3. -

Evoluzione delle spese della Difesa, del PIL e del !)i/ancio dello Staio (numeri indice de i valori correnti) Base 1950 = 1()(1

Anno

Bilancio Difesa

PIL (Prezzi di Mercato)

1950 1951 1952 1953 1954 1955 1956 1957 1958 1959 1960 1961 1962 1963 1964 1965 1966 1967 1968 1969 1970 1971 1972 1973 1974 1975 1976 1977 1978 1979 1980

100,0 11 8 ,5 131 ,7 139,0 131,3 131,1 138,5 150,2 161,1 167,7 178,6 195,1 211,7 232, 1 271 ,7 307,l 342,3 350,6 361,9 388,9 417,1 457,4 521,4 633,5 655,3 676,8 816,3 974,8 .t.191,0 1.427,3 1.595,8

100,0 115,4 124,4 137,7 146,6 161 ,6 176,1 189,2 203,2 215,9 234,4 260,6 292,8 335,4 367,2 395,1 428,1 471,6 511 ,1 564,3 635,1 691,9 758,7 906,3 1.118,1 1.266,2 1.582, 1 1.918,6 2.229,3 2,715,3 3 .346,4

Spese Stato

Entrate Stato

100,0 11 1,8 137,9 149,4 155,8 174,5 193,1 203,8 219,2 240,5 268,2 305,3 335,0 377,5 422,8 491,2 535,6 598,3 669,9 763,2 857,3 936,7 1. 101.8 1.306,3 1.648,5 2.030 ,3 2.544,9 3. 147 ,3 4.307,7 7 .981,0 9.205 ,7

100,0 106,3 123,9 136,4 148,9 173,8 196,8 212,9 232,4 251,8 272,2 299,8 330,9 377,l 433,6 512,9 545,9 596,9 676,7 745,1 840,1 931,2 1.021,1 1.200,6 1.325,2 1.778,7 2.035,8 2.737,4 3.882,4 4.785 ,8 5 .815,7

ziarie disponibili per la realizzazione dei fini dello Stato, centrati sul conseguimento del benessere per la collettività nazionale e di più alti livelli di vita per tutti i cittadini , non solo sotto l'aspetto materiale del reddito, ma anche sotto quelli dell'istruzione, della sicurezza del lavoro, dell'assistenza, delle provvidenze assicurative e previdenziali, ecc. Questa diminuzione della presa delle spese militari sulla spesa totale è tanto più significativa se si considera che ,


Aspetti e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

· 55

nello stesso periodo , l'incidenza della spesa dello Stato sul PIL è andata invece notevolment e aumentando (graf. 3) , passando dal 15,1% del 1950 al 29,2% del 1978 e a l 41,6% del 1980. In sostanza , il bilancio dello Stato , chiuso annualmente con disavanzi sempre maggiori (vds. graf. 4), stante. l'impossibilità di adeguare le entrate al vertiginoso ritmo di aumento delle spese, è stato impiegato innanzitutto per affrontare ed avviare a soluzione i principali problemi sociali ed economici , quali l'istruzione pubblica , la sanità e la sicurezza sociale, il mezzogiorno , ecc. , il che, di conseguenza, ha limitato l'entità delle risorse della Difesa. Se si considerano, infatti, i bilanci di previsione dello Stato dal 1949-50 al 1980 si nota che , ne lla ripartizione tra i vari Ministeri , la Difesa , che fino al 1964 era stata destinataria della maggior percentuale di risorse dopo il Ministero del Tesoro , è andata via via perdendo posizioni; nel 1980 essa trovasi al quinto posto, superata anche dai Dicasteri dell'Interno, della Pubblica Istruzione, del Lavoro e Previdenza Sociale. Il grafico 5, costruito sulla base dei dati della tabella 4, è indicativo di questa evoluzione, di cui nella tabell a 5 si riportano la situazione di partenza (1949-50) e quella di arrivo (1980) , in per cento delle spese complessive dello Stato, e l'incremento global e de lle disponibilità dei succe nn ati Ministeri : si evince chiarame nte come solo l'incremento delle spese della Difesa ( + 1.820%) è nettamente inferiore a quello delle spese totali ( +8.901 % ) a conferma di precedenti osservazioni e della bassa priorità attribuita dall ' Autorità politica, a partire dagli an ni '60, alle esigenze di sicurezza della Nazione , anche in considerazione di un clima in ternazionale apparentemente meno minaccioso di quello del precedente decennio. Nella tabella 6 è riportata l'evoluzione delle spese statali ripartite secondo la classificazione funzionale. L 'esame dei dati, oltre a consentire una ulteriore riprova di quanto precedentemente detto, pone megl io in evidenza l'accentuarsi dell'impegno di carattere sociale ed economico dello Stato, a fronte del decrescente rilievo attribuito alle spese per la D ifesa Nazionale . Ancora in merito al rapporto tra le spese dell a D ifesa e que lle dello Stato, considerando i valori in termini reali 1979 (tab. 7), è significativo rilevare: - la maggiore celerità di aume nto delle spese dello Stato. Posto il 1950= 100 , queste ulti me hanno raggiunto nel 1978 il valore di 1041 contro i 289 delle spese per la D ifesa. A l riguardo si tenga conto che, a parità di riferimenti, il PIL nel 1978 era , rispe tto a l 100 de l 1950, al valore 541. Il raf-


19,7 19,2 18,9 18,8 17 ,4 17,0 17 ,6 17,7 17,3

16,8

2,6 2, 7 2,9 2,8 2,7 2,S 2,6 2,7 2,8

2,8 2,9 2,9 2,9 3,0 3,3 3,7

3,9 3,8 7 DIFESA

44,4 29 ,2 24,8 24 ,3 24,2 22,3 21 ,8 21 ,9 20,.4 20,4 20,4

1,9 2,0 1,9 1,9 2,0 2, 1 2,6 2,5 2,4 2,4 2,S

STATO

16,3 16,3 16,6 16,3 16,1 18,4 16,7 14,6 15 I

41,6

1:1

1950

1955

1960

1965

1970

1975

1980

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Aspetti e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

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Fonte: Bilanci di previsione dello Stato per gli anni dal 1949-50 al 1980 (dati elaborati) .

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Francesco Vannu.cchi

58

Tabella 4. - Bilancio di previsione dello Staio. Ripartizione delle spese per Ministeri 1949,50

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1974

Miniilcri

Tesoro Finanze Bilancio e Progrnm· mazione Grazia e Giustizia Affari Esteri Pubblica Istruzione Interno Lavori Pubblici Trasporti Poste e Telecom. Difesa Agricoli. e Foreste Industria, Commcrcio, Artigianato Lavoro e Prev. Soc. Commercio Estero Marina Mercantile Partecipaz. Statali Sanità Turismo e Spet· tacolo Beni Culturali Africa Italiana Totale

%

mld.

%

mld.

%

mld.

o/o

mld.

658,521 113,083

43,7,4

2.408,832 603,775

39,3 9,9

2.462,773 823,061

33,5 11,2

10.374,322 3.480,913

42,1 86.920,514 )4,1 4.122,156

63,2 3,-

-

0,285 95,301 39,799 784,255 257,590 364,806 27,008 0,152 886,328 100,632

-

0,341 122,009 49,712 1.161,957 347,724 405,854 50,503 0,194 1.112,510 137,212

164,113 277,648

0,7 1.853,572 1,1 816,367 0,6 431,022 15,2 11 .090,796 3,1 14.305,924 2.3 l.394,509 0,9 661,275 0,594 9,6 5.780,000 1,2 548,404

1,3 0,6 0,3 8,10,4 10,5

1.116,547 7.265,587 84,160 505,246 254,438 166,946

0,8 5,3 0,1 0,3 0,2 0,1

103,491 296,265

O,J 0,2

0,004 30,795 13,887 124,963 90,964 114,152 11 ,485 0,009 301 ,328 37,558 1,367 19,984 0,619 4,072

2,0,9 8,2 5,9 7,5 0,7

19,7 2,5 0,1 1,3

-

-

-

-

-

7,108

0,5

1.529,900

100,-

1,6 0,6 12,8 4,2 5,9 0,4

-

14,5 1,6

121,646 1.677,372 26,874 135,949 1,505 201,080

0,5 6,8 0,1 0,6

33,633

68,088

0,3

-

-

-

-

7.347,905

100,-

0,5 5,5 0,2 0,9 0,8 0,9

33,262 387,703

22,718

0,4 -

-

6.124,168 100,-

Fome: Bilancio di prel'isione dello S1a10 pu gli anni dal 1949,50 al i9SO.

-

15,l 1,9

138,172

3.755,055 770,253 579.790 215,433 0,187 2.373,406 300,097

0,4 5,3 0,2 1,2 0,6 1' 0,5

28,314 334,368 10,358 55,373 46,315 57,959

-

1,7 0,7 15,8 4,7 5,5 0,7

ll,806 87,674 46,375 73,600

-

0,8

mld.

-

%

)

-

4,2 0.4

-

24.661,903 100,- 137.717,813 100,-


Aspetti e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

Tabella 5. -

59

Ripartizione del bilancio dello Stato tra i vari Ministeri - 1949/50 e

!980 Ministeri

Tesoro Pubblica Istruzione Interno Difesa Lavoro e Previdenza Sociale Altri Totale

Incremento ..,/.,

1949/50

1980

43,- %

63,2 % 8, - %

+ 8.773%

8,2 % 5,9 %

1980- l 949/50

+13.090%

10,4 %

+ 15.621%

19,7 %

4,2 %

1,3 °/4, 21,9 %

5,3 % 8,9 %

+ 1.820% +36.230°/4,

100,-%

100,-%

+ 8.901%

Fonte: Bilancio di previsione dello Stato per gli anni 1949/50 e 1980 (dati elahorati).

fronto viene ancora limitato al 1978 in quanto, come già detto , dal 1979, per lo Stato, è stato considerato il bilancio allargato; è il caso però di notare che nel 1980 il valore della Difesa (280) è inferiore a quello del 1978 (289); - che, negli ultimi 10 anni, cioè nel periodo più difficile della nostra situazione economica, mentre le spese complessive dello Stato sono aumentate in maniera sostanziale, le spese della Difesa si sono invece ridotte; posti , infatti, uguale a 100 i valori 1970, nel 1978 si ha 167 e 95, rispettivamente per le spese statali e per quelle della Difesa (graf. 6). II miglior parametro , per valutare lo sforzo militare effettuato nel tempo dall'Italia, è però il confronto con il reddito nazionale, poiché esso indica, grosso modo, la quota della ricchezza nazionale che viene destinata a spese per la difesa e costituisce un imprescindibile riferimento di ogni indagine sull'attività economica dello Stato e sui risultati di eletta attività. Le risultanze di questo confronto confermano quanto già posto in evidenza prima. Nel grafico 2 è riportato il rapporto tra le spese della Difesa ed il prodotto interno lordo , rapporto che, superiore al 3% tra il 1950 ed il 1954, CON UN MASSIMO NEL 1952 (3,87%), è andato poi via via decrescendo fino a ridursi all'l ,7% del 1980. Nello stesso tempo la spesa totale complessiva diventava il 41,6% del PIL. Sempre al fine della valutazione dell'impegno militare sotto l'aspetto finanziario, appare interessante, per concludere il presente paragrafo , esaminare le spese dello Stato in funzione del sacrificio


60

Francesco Vannucchi

Tabella 6. - Bilancio di previsio11e dello S1a1o. Ripar1izio11e delle spese secondo la classificazione fimzionale 1900·61

1965

Voci funzion:ili

mld.

I. Ammine Gc. nera1c

%

mld.

%

3. Giustizia 4, Sicurezza

Totale

mld.

1975

+I%

%su

ml<I.

1965

1980

+I%

%su 1970

mld.

T/- %su %

1975

1961).6)

259,4

6,S

40!,8

5,1

+ S6

643,2

5,2

+ S9

1.224,9

4,3

+ <X)

3.273,3

2,6

+167

+1.161

006,8 80,4

JS,2 2,-

%8,2 124,-

13,6 1,8

+ 59 + S4

1.290,6 167.-

10,4 1,4

+ 33 + 35

2.o.19,7 310,6

7,2 1,1

+ 00 + 86

4.809,892,2

3,9 0,7

+m +187

+ 692 +1.010

180,2

4,5

371,8

5,2

+106

496,3

4,-

+ 33

876.2

3.1

+ 76

2.116.2

1,7

+141

+1.074

51,9

1,3

56,1

0,8

+ 9

15,4

0,6

+ 33

783,J

2,7

+938

2.479.1

2,-

+216

+4.676

626,3

15.8

l.349,-

19,-

+115

2.3-03,2

18,7

+ 71

4.420,1

15.S

+ 92

12.617,3

10,2

+185

+1.914

66,2

1,7

79,8

1,1

+ 20

ll2.4

1.1

+ 66

2ro,9

1,-

+112

1.628,3

1.3

+480

+2.360

601,2

15,1

873.4

12,3

+ 45

1.793,9

14,5

+ lo.I

3.899',I

13,6

+117

26.060.-

21.-

+568

+4.236

275,7

6,9

617,7

8,7

+124

860,5

7,-

+ 39

3.12) ,4

10,9

+262

8.097,6

6,5

+159

+2.837

57S.6

14.S

651,1

9,2

+ 13

l.433,8

11 ,6

+120

2.726,, J

9,5

+

10.913,2

8.8

+300

+1.796

Pui,.

blita ) . Rc1a-zioni In, tcrnazionali 6. lstrutionc e Cultura 1. Azioni cd in· ter.-cnti nel campo delle abitazioni 8. Azioni ed in· tervcnti nel camposociaJe 9. Trasporli e Comunicazioni IO. Ationi ed io· 1ervcntl nel ca_mpo «onom,eo Il. Azioni cd i.n· tef\'tl'IIÌ ncl campo dcll3 finania regionale e locale 12. Oneri non ripartibili

%su

60-61

2. Difesa Nazio, nale

1970 +I-

<X)

-

-

-

-

-

-

-

-

4.141,S

14,5

-

22.653,4

18,2

+447

-

638,2

16,S

1.601,3

22,6

+143

3.149,8

25.S

+ 91

4. 734 ,2

16,6

+ 50

28.624,4

2J,J

+505

+4.249

3.981,9

100,-

7.097,8

100,-

+78

12.346.1

100.-

+74

28.577,8

100.-

+131

124.16'1.2

100,-

+>34

+3.018

F()nte: BilancMl di pre\•isione dello S1a1o per gli anni dal 1960.61 al I9SO (dati elaborati).


Aspetti e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

Tabella 7. -

Evoluzione delle spese della Difesa, delle spese dello Stato e del Pi L Numeri indi.ce (base 1950=100)

Miliardi di lire 1979

Anno

SJ,)ese

D,fesa· (SD)

1950 1951 1952 ,1953 1954 1955 1956 1957 1958 1959 1960 1961 1962 1963 1964 1965 1966 1967 1968 1969 1970 1971 1972 1973 1974 1975 1976 1977 1978 1979 1980

61

1.725 1.794 2.110 2.237 2 .132 2.109 2 .191 2.353 2 .570 2.756 2.908 3.171 3.340 3.480 3.943 4 .385 4.814 4 .941 5.080 5.254 5.252 5.570 6.101 6.290 4.622 4 .397 4.317 4.421 4 .983 5. 169 4.826

Spese Stato (SS)

7.124 6.991 9.129 9.932 10.453 11.549 12.619 13.192 14.441 16.325 18.043 20.487 21.823 23.382 25 .399 28.963 31.114 34.823 38.663 42.590 44.583 47.112 53.252 53.574 48.029 54.482 55.585 58.954 74.439 119.396 114.994

PIL

SD

ss

PIL

47.157 47.750 54.533 60.572 65.077 71.074 76.1.28 81.036 88.577 97.023 103.714 115.809 126.286 137.507 145.640 154.211 164.604 181.681 196.139 208.423 218.600 230.331 242 .703 246.039 215.625 224.890 228.719 237.871 254.980 268.868 276.911

100 104 122 130 124 122 127 136 149 160 169 184 194 202 229 254 279 287 294 305 304 323 354 365 268 255 250 256 289 299 280

100 98 128 139 147 163 177 185 203 229 253 287 306 328 356 406 437 489 543 598 626 661 747 752 674 765 780 827 1.041 1.676 1.614

100 101 116 128 138 15 1 161 172 188 206 220 245 268 291 309 327 349 385 41 6 442 463 488 515 522 457 477 485 504 541 570 587

Fonte: Vds. tahella 2. I coefficienti per la trasformazione ùc:i valori correnti in valori 1979 sono stati desunti dall' A nnuar io Statistico Italiano (ISTAT) cdiz .. 1980 (per il 1980 il coefficiente. è stato stimato) .

imposto al singolo, cioè in rapporto al PIL pro capite . Nelle tabelle 8 e 9 sono riportati i dati pro capite riferiti al PIL e alle spese in parola, negli anni dal 1970 al 1980 , considerate globalmente e ripartite secondo la nota classificazione funzionale; a titolo di esempio, risulta che, per quest'ultimo anno , le spese dello Stato pro capite


62

Francesco Vannucchi

EVOLUZ!OflE CHLE SPESE DELLA. DIFESA CHLE SPESE DELLO STATO E CH PIL

(Nune ri indi ce de i valori in li re 1979 )

base 1970

e

100

250

Anno

200

-~.Q-

_e11..

~

1970

100

100

1971

t06

106

105

1972

116

119

Ili

1973

119

120

113

1974

es

107

99

1975

a,,

122

103

1976

82

125

105

1977

84

1978

117

1979

95 98

132 167 268

123

1980

92

258

127

100

109

150

/ /

I /

,/

.-- -·- -

100 \ I

.... ,,

,_

/ / /

__... ,

' , ,,

,

---

.... ....

....

70

1970

71

72

73

74

75

Fonte: Vds. Tab~lla 2.

Graf. 6

76

77

78

79

80


Aspe11i e problemi della spesa militare in !rafia nel secondo dopoguerra

63

Tabella 8. - PIL e spese dello Stato procapite ripar1i1e per /1111zione (cifre in lire correnti)

,\nn1

POJ>OlalK)n<

(m1gb~11)

A1ioni cxl interventi nei campi

Giustizia PJL Proc:,p,te

Amml11c

Difesa

e

Gener.ile

Nazionale

Socurw•

Relazioni ln1e,nni

l11ruz. e Cul11U1

Pubb&ca

Soa,le

Eoono,n,co

t

Abirnz.

Tr.i.e Comunic.

ln1crve111i Finania

Regioaale Locale

Oneri non ripanibih

Totale Spes3 Proapi1c

1970

53.661

1.171.857 11.986

24.051

12.361

1.405

42.921

35.897

42.755

-

58.698

230.074

1971

54.005 1.268.586 13.433

25.969

14.453

1.762

47.234

40.578

35.486

19.947

54.724

253.586

1972

54..112 1.380.651 15.860

29.107

17.768

7.935

56.391

40.920

55.106

22.378

49.625

295.090

1973

54.913

1.634.330 19.645

35.232

19.963

10.055

62.132

46.109

71.580

35.101

56.051

355.868

197-1

55.413 1.998.069 21.024

35.936

20.700

14.037

76.118

56.899

84.081

69.610

49.293

427.698

1975

55.830 2.245.710 21.939

36.892

21.257

14.026

79. 171

74.870 104.737

74.180

84.797

511.869

1976

56.168 2.789.079 22.570

43.738

26.489

15.078

82.634 133.963

648.548

1977

56.461 3.364.765 25.446

52.01I

30.876

19.473

129.382 110.648 188.291 101 .203 155,784

813.114

1978

56.715 3.892. 144 32.901

63.382

39.503

27.665

160.700 168.897 204.208 114.998 274.544

1.086.798

1979

56,970' 4.719.466 48.850

74.336

45.993

40.386

180.661 388.378 293.642 323.859 476.668

1.872.773

1980

57.225• 5.795.194 57.200

84.036

52.572

43.322 220.486 483.849 332.212 395.866 500.209

2. 169.752

• Stima.

Fom,: ISTAT, Annuario di conmhililà nat.ionale · edi?.. 197S (dati elaborali). Rilancio di previsione dello Stato Ili" gli anni dal 1970 al 1980 (d~ti d:il>orati).

96.758 100.736 126.582


Francesco Vannucchi

64

Tabella 9. - Spese dello S1a10 secondo la classificazio11e fimzionale. Rappor10 rispetto al PIL e alla Spesa Tornle dello S11110 (SS) (valori pro-capite in %) Amm.ne

Anni

Generai(

Oifesa Nuiooalc

Gius1i1.ia e Sicur. Pubbfica

Relaz. lnterllll.

Azioni cd in1w¡en1i nei campi

htruzionc e Cultura

Sociale

Economia>

Oneri non ripaiubili

Totale Spesa

.,.

PIL

ss

PIL

ss

PIL

ss

1970 1,- 5,2

2,1 10,4

1,1

5.4

0,1 0,6

3,7

18.7 3,1

1971 1,1

5,3

2- 10,2 1,1

5,7

0,1

1972 1,1

5,4

2,1

9,8

l,3

6,-

0.6 2,7

4.1

1973 1,2

5,5

2,2

9,9

1,2

5,6

0,6 2,8

3,8 17,5 2,8

1974 1.1

4,9

1,8

8,4 1- 4,8

0,7 3,3

3,8 17.8 2,8 13,3 4,2 19,7 3,5 16,3 2,5 11,5 21,4 100

1975 1-

4,3

1,6

7,2 0,9

4,2

0,6 2,7

3,5

15,5 3,3 14,6 4,7 20,5 3,3 14,5 3,8 16,5 22,8 100

1976 0,8

3,5

1.6

6.7 0.9

4,1

0,5 2,3

3,5

14,9 3,6 15.S 4,S

1977 0,8

3,1 1,5

6,4 0,9

3,8

0,6 2,4

3,8 15,9 3,3 13,6 5,6 23,2 3- 12,4 4,6 19,2 24,2 100

1978 0.8

1,6 3'

5.8 1,- 3,6

0,7 2,5

4,1

14,8 4,3 15,6 5,2 18,8 3- 10,6 7,1 25,3 27,9 100

0,9 2,2

3,8

9,6 8,2 20,7 6,2 15,7 6,9 17,3 10,1 25,4 39,7 100

I

ss

PIL

I

'

1979 1.- 2,6

1,6

4,-

1980 1,- 2,6

1,4

3,9 0,9

lI

2,5

0,7

2,4 0,7 2,-

PIL

3,7 18,6 3,2

PIL

ss

Regionale e1.ocak

ss

PJL

ss

lmemmi Finanza

15,6 3,6 18,6 16,- 2,8

PLI

ss

PIL

-

-

5,- 25,5 19,6 100

ss

PIL

ss

14,- l,6

7,9 4,3 21,6 20,- 100

19,1 3- 13,9 4,- 18,7 1,6

7,6 3.6 16,8 21,4 100

I

12,9 4,4 20,l 2,1

9,9 3,4 15,8 21,8 100

19,S 3- 12,8 4,8 '10,i 23,2 100 I

' I

3,8 10,2 8,3 22,3 5,7 15,3 6,8 18,2 8,6 23,1 37,4 100

Fon1t: Bilanci dt pmi~one dello Slato per ~i anni chi 1970 al 19SO {chti ebborau).


Aspetti e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

65

incidono sul reddito individuale (5 ,8 mil.) per oltre il 37%, cioè per 2,2 mil., mentre la quota pro capite destinata alla funzione "Difesa Nazionale" ammonta a 84.036 lire, cioè è il 3,9% della spesa statale ed appena l'l,4% del PIL pro capite. Per quanto concerne le altre funzioni assolte dalla spesa statale, esse, sempre nel 1980, incidono rispettivamente su quest'ultima spesa e sul PIL come segue: -

-

Amm.ne Generale Giustizia e sicurezza pubblica Relazioni Internazionali Istruzione e Cultura Azioni ed interventi nei campi delle abitazioni e sociale Azioni ed interventi nel campo economico, trasporti e comunicazioni Azioni ed interventi nel campo della finanza regionale e locale Oneri non ripartibili

2,6% 2,4% 2,-% 10,2%

(SS) (SS) (SS) (SS)

e 1,0% (PIL) e 0,9% (PIL) e 0,7% (PIL) e 3,8% (PIL)

22,3% (SS) e 8,3% (PIL)

15,3% (SS) e 5,7% (PIL) 18,2% (SS) e 6,8% (PIL) 23,1 % (SS) e_.8,6% (PIL)

3. Influenza dell'Alleanza .Atlantica sulle spese militari dell'Italia

a. · Adesione all'Alleanza Atlantica Perché è nata e cosa"sfgnifica l'Alleanza Atlantica? La risposta a questo interrogativo, a 31 anni dall'ormai lontano 4 aprile 1949, si presenta _molto semplice: le nazioni dell'Europa occidentale nell'immediato dopoguerra, artche unendo le poche superstiti energie, non erano assolutamente in grado di opporsi 'alla Russia sovietica, in piena fase di espansione. Un confronto s.~rebbe 1 forse, divenuto per esse proponibile soltanto dopo aver curato Je ferite della guerra e aver ricostruito le rispettive economie: non prima, in quanto le armi· costano e gravosi sforzi finanziari per il riarmo av;rebbero significato . la rinuncia ad ogni progresso sociale 'ed economico. In pratica avvenne che gli USA-si accollarono il peso principale della difesa, basato allor~ sulla loro indiscutibile superiorità imclea- . re, consentendo così ai paesi europei di "ricostruirsi" ·in un quadro-


66

Francesco Vannucchi

di stabile sicurezza e di una collaborazione sempre più coordinata tesa alla realizzazione dell'Europa Unita. L'Italia, dal canto suo, entrò nella NATO soprattutto per: - la necessità di uscire dall'isolamento del vinto, essendole al momento negato l'accesso all'ONU ; - l'esigenza di fronteggiare la precaria situazione politica interna, pericolosa per l'esistenza di forti spinte miranti a trascinarla al di là della "cortina di ferro"; - l'opportunità che le veniva offerta di poter utilizzare a fondo l'aiuto economico statunitense per la ricostruzione del Paese. "Il Piano Marshall, infatti , non era in realtà che l'aspetto economico della organizzazione che gli Stati Uniti intendevano dare alla Difesa dell'Europa e pertanto, a lungo andare, sarebbe divenuto sempre più difficile beneficiare degli aiuti americani e sottrarsi alle conseguenze politiche e militari che ne sarebbero derivate" 5 . In ogni caso, da parte dell'Italia, la scelta atlantica significò scelta dell'Europa e, nella prospettiva del lungo tempo intercorso, essa appare oggi "non bellicista ma di stabilità e di pace, non di servilità verso altre potenze ma di consapevole reinserimento dell'Italia, a breve distanza da un trattato di pace non privo di aspetti umilianti, nel circolo attivo della vita internazionale, eguale fra eguali, non di classe o di fazioni ma scelta nazionale, conforme agli interessi della Nazione, sorretta nel tempo da un sempre più ampio consenso nazionale" 6 . Per quanto concerne gli aspetti economici, l'alleanza Atlantica con il creare fiducia negli Europei e, in particolare negli Italiani, ha determinato le condizioni per l'avvio delle iniziative necessarie per la ripresa economica e si pone, tuttora, tra i fattori di carattere istituzionale cqe hanno favorito lo sviluppo economico dei Paesi membri; e i risultati sono davanti agli occhi di tutti. Soltanto la crisi petrolifera del 1973 è riuscita ad interrompere un periodo di continui successi economici 7 • Ma venendo, in particolare, all'aspetto più propriamente militare e delle spese per la difesa, si deve innanzi-

5

GRAZIANO L.: La politica estera italiana nel dopoguerra , Padova, Marsilio Editori , 1969, pag. 101. 6 U NGARI P.: Trent'anni di Alleanza Atlantica: Rivista Militare, n. 6/1979, pag.

5. 7

Cfr. ·MARZJ\NO A.: Trent'anni di Alleanza Atlantica: Rivista Militare , n. 6/ 1979, pag. 7.


Aspelli e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

67

-

tutto sottolineare che la partecipazione alla NATO ha consentito di inserire le nostre esigenze nel quadro più ampio della difesa comune , con vantaggi notevoli che, in termini economici, possono essere equiparati a non trascurabili "economie esterne"; queste, cioè, sono rappresentate dalle spese effettuate dagli alleati per armamenti ed attrezzature , il cui impiego direttamente o indirettamente avvantaggia o avvantaggerà l'Italia migliorandone le possibilità operative e la sicurezza. È ovvio che la neutralit à disarmata avrebbe potuto essere una opzione certamente più economica, ma sarebbe possibile per un paese come l'Italia assumere e mantenere una simile posizione senza danni? "Per chi detiene strategicamente le posizioni chiave di un mare è inutile sperare nella neutralità" aveva affermato il Ministro degli Esteri Sforza nel 1949 e l'affermazione conserva la sua validità. Inoltre, la formazione e il mantenimento cli uno strumento militare staccato dal contesto atlantico, in grado di garantire un adeguato deterrente, avrebbe richiesto e richiederebbe proporzioni di prodotto interno lordo, da dedicare agli armamenti, molto superiori al 3-4% dei primi anni 50 e all'attuale 1,7%; gli esempi della Svizzera e della Svezia sono al riguardo illuminanti, sebbene queste nazioni occupino posizioni geopolitiche meno esposte e meno appetite di quelle dell'Italia.

b. Benefici derivanti dall'appartenenza all'Alleanza Nell'aderire alla NATO, l'Italia elaborò, come detto, un programma straordinario per il potenziamento delle Forze Armate, che prevedeva una spesa complessiva di circa 500 mld. in quattro esercizi finanziari. In una economia con sottoccupazione dovuta ad eccedenza di manodopera, le spese per il riarmo - come accennato precedentemente - erano inevitabilmente destinate ad innescare spinte inflazionistiche. Queste, infatti, si verificarono, ma in misura molto ridotta , grazie al fatto che ben 1100 mld. di lire in armamenti furono forniti gratuitamente dagli USA, sotto forma di prestiti, "surplus" e "commesse"; inoltre la maggiore domanda di beni occorrenti per la difesa, le commesse militari o.s.p. piazzate dagli USA in Italia e, soprattutto, l'imponente programma di lavori per le infrastrutture comuni, finanziate per almeno il 60% con fondi internazionali, che


68

Francesco Vannucchi

richiesero l'impiego di numerosa manodopera, provocarono un non trascurabile reddito addizionale al Paese 8 . Si ritiene utile soffermarsi ulteriormente sull'argomento, perché questo fu il periodo più critico per l'Italia e l'averlo superato, raggiungendo poi i risultati che tutti conoscono, fa meglio risaltare la validità e l'utilità della scelta fatta nel 1949. L'attuazione del programma avrebbe richiesto un forte incremento di importazioni di materie prime; considerato però il cronico disavanzo della bilancia commerciale italiana, una espansione incontrollata degli acquisti dall'estero avrebbe potuto essere pericolosa per una economia che era già impegnata, al limite delle possibilità, nel difficile cammino della ricostruzione. Inoltre, in concomitanza con il conflitto coreano, si era verificato il doppio evento della rarefazione sui mercati e dell'aumento dei prezzi di talune importanti materie prime (rame, nichelio, ecc.). L'intervento degli USA fu provvidenziale e decisivo: nel settore civile, gli "aiuti economici" (ERP) servirono a riequilibrare o, quantomeno, a contenere lo squilibrio della bilancia dei pagamenti e le "commesse o.s.p." contribuirono a dare ossigeno alle industrie; nel settore militare, gli "aiuti militari" assicurarono alle Forze Armate carri armati, aeroplani, navi, armi e munizioni senza alcun onere per l'erario 9 . La tabella 10 indica l'entità degli aiuti economici e militari elargiti dagli USA all'Italia dal 1950 al 1957: Si osserva, infine, che gli aiuti militari in questione non hanno provocato una spinta al rialzo del livello generale dei prezzi, perché forniti prevalentemente in natura. Infatti, laddove gli USA avessero concesso somme in contanti per l'acquisto - sul mercato nazionale o presso altri paesi - dei beni e servizi necessari, la relativa domanda avrebbe messo in difficoltà le industrie nazionali, le quali non potendo approvvigionare nei quantitativi necessari le materie prime occorrenti (causa la rarefazione delle stesse e l'aumento dei prezzi) avrebbero dovuto ridurre la produzione per i settori civili. Sarebbe stato, perciò, indispensabile ricorrere a contingentamenti, razionamenti e controlli, che avrebbero aggiunto altri motivi di perturbamento della situazione del Paese, oltre quelli già in atto. Sul piano monetario, poi, si sarebbe verificata una lievitazione dei 8 Cfr. ILARI V.: Le Forze Armate tra politica e potere 1943-1976, Firenze, Vallecchi Editore, 1978, pag. 28. 9 Cfr. MAYER G.: Le ripercussioni economiche e finanzi.arie 'delle spese militari italiane in dieci anni di Alleanza Atlantica, Roma, Stabilimento Fotomeccanico, 1958, pag. 33.


Aspetti e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

Tabella 10. -

Aiuti USA all'Italia nel periodo 1950-1957 (cifre in mld. di lire) Settore Militare

Settore Civ ile Anno

Servizi

Aiuti economici

Commesse o.s.p.

Totale

Militari

1950

149

-

149

-

1951

175

-

175

-

1952

138

1953

77

146

5

61

138

80

122 104

8 13

1955

39 24

83

21

1956

7

52

59

23

-

48

48

27

609

332

941

97

1954

1957 Totale Fonte:

69

8

- End lterns · Commesse o.s.p. - Surplus

Totale

1.034

1.034

1.131

Mayer .O . "Le ripercussioni economiche . . !' op. cit., pag. 34

.

prezzi che avrebbe potuto provocare l'avvio della paventata inflazione 10. In merito all'intera questione, si ha notizia che, in occasione della predisposizione del programma di riarmo, in sede di Comitato misto italo-americano, furono ampiamente esaminati tutti gli effetti economico-finanziari diretti ed indiretti di uno sforzo aggiuntivo per il riarmo. L'accento venne posto, in particolare, sull'esigenza di evitare il pericolo dell'inflazione e, quindi, sulla stima del fabbisogno di materie prime e di beni di consumo, che sarebbe risultato connesso con la realizzazione di quel programma. Si giunse cioè a stabilire, attraverso la previsione di aumento della domanda effettiva derivante dall'incremento della spesa militare , il relativo fabbisogno di importazioni e, quindi, gli aiuti indispensabili per poter fronteggiare senza grossi inconvenienti, in una situazione non buona della bilancia dei pagamenti, l'aumento di dette importazioni 11 • In definitiva, in que-

° Cfr. MAYER G.: L e ripercussioni ecoriomiche e finanziarie ... op. cit., pag. 34.

1

Cfr. GUIDOTTI $.: La situazione economico-finanziaria italiana e i suoi riflessi sugli impegni militari assunti in campo internazionale: Conferenza tenuta al CASD, 1961, pag. 6 e 1: · 11


70

Francesco Vannucchi

sto periodo di dopoguerra, l'appartenenza alla NATO e la correlativa possibilità di ottenere gli aiuti di cui si è detto, hanno consentito all'Italia di costituire e mantenere, almeno fino all'inizio degli anni '60, uno strumento militare adeguato. Cessate, infatti, le forniture statunitensi è iniziato il rapido decadimento dell'efficienza materiale della Forze Armate , che i normali stanziamenti del bilancio annuale non sono stati sufficienti a contenere , anche a causa della inflazione tecnologica e, negli ultimi anni , della crisi economica; questo decadimento ha costretto le Forze Armate alla ristrutturazione del 1975. Altro vantaggio immediato per l'Italia è stato costituito dalla garanzia nucleare americana che, in pratica, ha sollevato il nostro Paese dal dover affrontare gli elevati costi di un programma di sviluppo in proprio del potenziale nucleare; ciò ne ha reso poi possibile l'adesione al trattato di non proliferazione nucleare. Significativi sotto l'aspetto della economia delle spese appaiono, altresì, i risultati della cooperazione sviluppatasi tra i paesi membri. U n settore particolarmente importante è quello della ricerca e sviluppo. Come noto, i moderni armamenti sono caratterizzati da un elevato contenuto di ricerca scientifica e applicata e di tecnologia e, correlativamente, sono necessarie enormi disponibilità di risorse finanziarie per alimentare l'attività di ricerca, tanto che si parla correntemente di "soglia" delle spese per la ricerca e lo sviluppo tecnologico, soglia che si va sempre più elevando con il progredire della scienza e della te"cnica. In questa situazione la soluzione imposta è stata la collaborazione che, attraverso una ripartizione dei compiti e la messa in comune delle informazioni, dei mezzi e della documentazione di base, ha consentito di ridurre gli oneri per singolo paese e di aumentarne il rendimento degli sforzi. In tal modo è stato possibile attuare programmi di ricerca che sarebbero stati altrimenti al di, fuori delle risorse dell'Italia (e di quasi tutti gli altri paesi membri), ricavandone molteplici vantaggi, sia sul piano della formazione del personale, sia su quello delle commesse di produzione per le imprese nazionali. Ma il vantaggio principale è quello di avere la possibilità di essere presenti nei settori produttivi a più alto contenuto tecnologico e di evitare di esserne tagliati fuori , con gravissime conseguenze per la competitività complessiva del nostro sistema economico. Anche sul piano della produzione bellica, "mutatis mutandis" ,


Aspetti e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

71

vale quanto già è stato detto sopra: sino all'anteguerra l'Italia come del resto tutti i principali paesi europei - aveva la capacità di produrre, in modo sostanzialmente autonomo, anche gli armamenti tecnologicamente più avanzati. Oggi, invece, anche prescindendo dagli armamenti nucleari, poche nazioni sono ancora in grado di produrre interamente entro i propri confini tutte le parti di un moderno aereo a reazione. In sostanza, è lo stesso progresso che costringe ad una sempre maggiore interdipendenza tra i vari paesi, soprattutto nel campo delle costruzioni belliche. La coproduzione di materiali bellici (esempio il cannone FH 70 e l'aereo MRCA) è un risultato ormai acquisito e questo significa economie nelle spese e commesse per le industrie nazionali. Altri settori di particolare rilievo ove sono stati conseguiti risultati concreti sono quelli delle telecomunicazioni e della difesa aerea. Non ancora risolto è, invece, il problema della standardizzazione . Trattando degli aspetti economici della difesa atlantica, H. Kent Goodspeed (Consigliere per affari economici della rappresentanza USA presso il Consiglio Atlantico) ha affermato che, nel corso dei primi 25 anni di vita della NATO, la standardizzazione dei materiali, inizialmente realizzata per la comune provenienza degli stessi , cioè in quanto forniti a tutti i paesi dagli USA, è via via venuta meno; questo processo di destandardizzazione è stato accompagnato da enormi sprechi in ogni fase dei processi di acquisizione dei materiali sotto forma, ad esempio, di doppie iniziative nella fase di sviluppo e di perdite di economia di scala nella fase della produzione. Il danno finanziario subito, per questo motivo, dalla Alleanza è stato valutato in 10 mld. di dollari per anno 12 • La soluzione del problema in questione potrà quindi costituire un'altra non trascurabile fonte di economia e di razionale impiego delle risorse. In questa direzione i Paesi membri sono spinti dalla necessità di fronteggiare la realtà dell'"escalation" dei costi della difesa; "escalation" che sta portando tutti i Paesi, più o meno avanzati tecnicamente, a toccare il "soffitto" delle possibilità di spesa da dedicare al settore militare, compatibile con lo sviluppo e la stabilità economica i 3_ 12

Cfr. AUTORI VARI: Economia Atlantica - opinioni a confronto, Roma, Editrice Europea, 1977, pag. 80. · 13 Cfr. MAYER G.: Incidenza delle spese militari italiane e loro riflessi sul si~tema economico: L'Amministrazione della Difesa, n. 2/1969, pag. 23.


72

Francesco Vannucchi

c. Considerazioni sull'impegno finanziarjo dell'Italia In definitiva, la scelta atlantica pùò essere considerata, per i molteplici benefici politici ed economici da essa derivati, un investimento del tutto in attivo; in particolare, sotto l'aspetto militare, è certo che il prezzo finora pagato dall'Italia a fronte del Jivello di sicurezza di cui gode è stato ed è molto basso e, còrrelativamente, la credibilità dello strumento militare italiano e la sua capacità di deterrenza sono molto elevate, se paragonate all'entità delle risorse ad esso dedicate,. appunto perché valutate (capacità e credibilità) nel quadro NATO. Si aggiunge che, fra i paesi NATO, l'Italia è tra quelli che spendono meno per la difesa. Il grafico 7 e la tabella 11, riferiti agli anni post-ristrutturazione delle Forze Armate· ~taliane, esprimono questa realtà finanziafia che, a· parte ogni argomentazione astratta, dà una chiara indicazione della politica seguita da vari paesi dell' Aileanza in campo militare. ' ·

Sf'(S(

MILITARI 01 ALCL'Nl PJ.(Sl OCLLA KATO Pu~ntuilc riferita al PIL

19JS

1979

1980

mero CA.lflCA

FRAtl:IA GERIWI IA FrDERALE G'1:CIA

ITALIA

REGlll lJIITO

Fonte: NATO Press Service: Financial and economie data rclating to NATO defencc - 9.12.1980. Percentuale riftf'ita al bilWlcio dtlJ.o Stato

. 19JS

19&'.l

8ELGIO

n.d.

CN<IC< f'RAJCIA.

n.d.

GE'RIWflA FCOERALC GREèIA.' ltAtJA LUSS(MIJJA(,()

Ntl!ltGIA l!EGlll lWITO

Forrte: The Intemational Institute for Strategie Studies: The Military Balance 1978-1979 e 1980-1981.

Graf. 7


Aspetti e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

13

Tabella ll. - PIL procapite e spese difesa totali e procapite in alcuni Paesi NATO (PIL a prezzi di mercato - Valori procapite in dollari USA - spesa difesa totale in mii. dollari USA) 1975 PIL

f>roc3. Totale pite

Spese Difesa

Spese Difcs3

Si-Difesa

Pmi

PIL

Totale Proca· pice

PIL

TOlale Proca· pite

Belgio

9.049

1.971

281

9.522

2.013

296

9.596

2.476

Canada

8.024

2.965

168

8.Jro

3.231

170

8.490

1979

1978

1977

1976

Spese Difesa

Spese Difesa PIL

Proca, Totale pite

PIL

T01ale Proca· pite

323

10.108

3.636

3.692

174

8.878

8.874 15.225

350

303

9.879

3.143

3.348

174

8.715

335

19&) Spese Difesa PIL

Totale Proca· pite

329

10.222

3.735

334

3.751

171

8.666

4.240

166

9.123 18.776

358

9.290 20.220

371

Francia

8.042

13.984

309

8.409 12.857

32:0

8.622 13.666

Germania F.

9.251

16.142

348

9.794 15.220

m

10.084 17.130

350

10.418 21.366

360

10.872 24.391

366

11.149 25.120

378

2.988

1.435

195

3.136

1.249

154

3.209

1.328

219

3.375

1.523

222

3.470

n.d.

201

3.445

1.770

119

Italia

4.239

4.700

105

4.4-00

3.821

104

4527

4.730

108

4.621

6.212

no

4.834

7.089

116

4.984

6.580

113

Lussemburgo

8.861

22

90

9.116

23

'11

9.245

29

94

9.661

37

101

9.868

42

11>1

9.966

49

121

4.161

317

9.481

5.239

314

Grecia

Olanda

8.631

2.978

297

9.013

2.825

m

9.In

3.716

322

9.342

4.323

303

9.484

Norvegia

8.845

929

297

9.403

902

297

9.(HJ

1.130

300

9.914

1.524

322

10.253

1.421

327

10.691

I.570

335

210

5.367 12.103

264

5.531 14.090

262

5.626 17.752

267

5.500 24.448

276

Regno Unito

5.105 11.118

2n

5.294 10.734

Fonte: NATO Press Servicc: Financial and erooomic data relating to NATO defe.ncc · 9.12.1980. The lntematiooal lnstitute for strategie studies: the Military Balanct 1978-1979 e 1980-1981.


· 74

Francesco Vannucchi

Dai dati risulta evidente come l'Italia si colloca, rispetto ai suoi alleati, agli ultimi posti delle graduatorie per ciascuno dei parametri prescelti: · - il rapporto tra le spese della difesa e il bilancio dello Stato è fra i più bassi; - il rapporto tra le spese della difesa e il prodotto interno lordo, per l'Italia, nel 1.980, si aggira sul 2,3% cioè è in diminuzione rispetto al 1975 (2,5%), ed è superiore solo a quelli riferiti al Lussemburgo e al Canadà. Si osserva che il PIL è il parametro più valido ai fini del raffronto che sì sta effettuando , Ìn quanto consente di evidenziare quanta parte delle risorse disponibili ogni paese dedica alla propria sicurezza; SVALUTAZIONE DELLA LIR'A ·

Numeri indice (base 1971 ; 100)

100

75

50

'

45

25

26 71

72

73

74

75

76

77

Fonte: ISTAT: Annuario Statistico Italiano · Ediz. l980 (dati elaborati).

Graf. 8

78

79

80


Aspetti e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

75

TASSO M EDIO DI DEPREZZAMENTO DELLALIRA Media ponderata del tasso di cambio Numeri Indice - base feb . 1973 ; 100

Fonte: BANCA D'lTAUA: Bollettino

11.

3-4, luglio-dicembre 1980 (dati elaborati).

Graf. 9

-

anche il rapporto riferito alle spese pro capite per la difesa dimostra che, per il nostro Paese, queste spese sono fra le più b_asse. Naturalmente , il significato di questo tipo di graduato1ia va accuratamente interpretato, perché uno dei motivi per cui l'Italia ha un modesto valore di spesa militare pro capite è nella sua considerevole dimensione demografica. Le cifre relative ai dieci bilanci presi in esame indicano inoltre che, a parte la flessione verificatasi nel 1976, tutti gli Stati hanno incrementato le proprie spese in misura superiore all'Italia; è quindi aumentato il divario fra il bilancio italiano e quelli degli Stati che già


76

Francesco Vannucchi

spendevano di più, mentre si è raccorciata la distanza con gli Stati che spendevano di meno. Si tratta, in sostanza, di un continuo ridursi dell'impegno dell'Italia e questo fatto appare: - tanto più vero se si tiene conto dei diagrammi 8 e 9 relativi alla svalutazione della lira e al suo deprezzamento rispetto alle divise degli altri paesi; - tanto più grave considerato che, in presenza di una crescente accelerazione tecnologica, ogni rallentamento o pausa negli impegni provoca rapidi decadimenti che possono poi essere recuperati soltanto a prezzo di ingenti e prolungati sforzi finanziari.

4. La programmazione delle spese militari

a . Esigenza della programmazione delle spese militari La complessità dei moderni sistemi d'arma, il ritmo del progresso tecnologico che ne riduce la vita operativa, la dilatazione dei tempi tecnici di progettazione e di realizzazione, gli altissimi costi per la ricerca scientifica e applicata e la produzione impongono l'e,. laborazione di una rigorosa programmazione basata sulla sicura disponibilità delle risorse finanziarie occorrenti. Infatti, ogni programmazione diviene uno strumento utile e credibile solo nella misura in cui le effettive disponibilità corrispondono alle previsioni fatte; in concreto, la conoscenza preventiva della ipotesi finanziaria su cui impostare la programmazione è un presupposto imprescindibile della stessa. Con le leggi promozionali, per la prima volta, la Difesa ha visto soddisfatto questo presùpposto e i risultati della relativa programmazione sono stati reali e soddisfacenti. Tutto questo ha portato ad incentivare gli sforzi, già da tempo in atto nell'ambito della Difes~, volti ad attuare la programmazione di tutti i settori di attività. Questo obiettivo, come ha affermato il Ministro della Difesa 14, va perseguito e conseguito sia per i vantaggi connessi con la conoscenza del "quanto" e del "come" può o non

1 ~

Cfr. LAGORIO L.: Indirizzi di Politica Militare op. cit., pag. 71.


Aspetti e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

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può essere realizzato nel futuro, sia perché il processo di pianificazione e di programmazione può costituire per il Governo e per il Parlamento uno strumento idoneo ad entrare nel vivo dei problemi della Difesa, per poter acquisire la necessaria capacità di valutazione e di controllo e, quindi, partecipare con cognizione di causa al processo di formazione delle linee di politica militare nazionale. Non appare infatti né molto qualificante né molto razionale il criterio che finora sembra essere stato seguito di fissare dei limiti aprioristici alle spese militari o, comunque, di apportarvi indiscriminate e non giustificate decurtazioni senza rendersi conto delle possibilità che quelle spese consentivano, cioè di quanta sicurezza con quelle spese poteva essere "acquistata". La concreta realizzazione di una pianificazione coerente con le direttive delle Autorità politiche dà credibilità alla proiezione pluriennale degli obiettivi della Difesa e consente, altresì, di caratterizzare adeguatamente gli armamenti indispensabili per uno strumento difensivo, tenuto conto della politica generale del Paese nel quadro dell'Alleanza Atlantica. In sintesi, dalla pianificazione deriva la razionalizzazione delle scelte con incommensurabili vantaggi in tutti i settori, non ultimo quello dell'industria militare che ne trarrebbe enorme giovamento, in termini di orientamento delle attività. È evidente che la programmazione militare deve essere considerata nel quadro generale della programmazione economica nazionale; ciò, per almeno tre motivi: - l'altissimo costo dei materiali da acquisire e i lunghi tempi di realizzazione necessari; - la necessità di disporre di una ipotesi finanziaria attendibile e compatibile con la realtà socio-economica del Paese; - l'esigenza di un coordinamento industria-Difesa, tenuto conto che la spesa militare può, se controllata e guidata, costituire un valido strumento di politica economica e finanziaria.

b. La programmazione economica nazionale L'esigenza di un intervento sempre più inc1S1vo dei pubblici poteri nella conduzione della economia nazionale è un dato di fatto ormai consolidato saldamente non solo nei paesi a regime socialista,


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Francesco Vannucchi

ma anche in quelli a prevalente economia liberale. Detto intervento, che si attua mediante il "Piano", ha lo scopo di orientare l'attività pubblica e privata - pur lasciando a quest'ultima un margine di libertà di iniziativa più o meno ampio a seconda del tipo di regime dello Stato - verso la piena ed efficiente utilizzazione delle risorse nazionali, per il conseguimento dei fini che lo Stato moderno persegue, concretabili nell'acquisizione di sempre maggiori livelli di benessere e di progresso nella sicurezza. In questo contesto, la formazione del bilancio dello Stato - nel quaJe si compendia l'attività della classe dirigente e dal quale sono deducibili i fini che essa persegue e l'ordine di priorità secondo il quale essa mira al soddisfacimento delle varie esigenze, tenuto conto delle limitate risorse disponibili - dovrebbe presupporre, a monte, l'esistenza di un piano economico nazionale con una chiara definizione e quantificazione delle esigenze nazionali nei vari settori. La programmazione militare dovrebbe, a sua volta, discendere da questa programmazione generale. In realtà nulla di tutto questo esiste in Italia, pur se diversi sono stati i tentativi in tal senso; è bene, tuttavia, sottolineare che i più recenti sviluppi in tema di programmazione economica nazionale lasciano intravedere prospettive favorevoli ad una concreta realizzazione della stessa. Peraltro, occorre ancora vincere molte battaglie volte ad ottenere il coordinamento di tutta l'azione pubblica in campo economico e convincere tutti sulla necessità di vivere nel1'ambito dei propri mezzi, al fine di garantire spazio finanziario agli investimenti produttivi necessari. Nel nostro Paese, la . prima esperienza di programmazione è rappresentata dal programma economico nazionale 1966-1970, concepito nel 1965, allorché, a fronte della vastità dei problemi sociali ed economici da risolvere , apparve necessario effettuare impegnative e difficili scelte di priorità che non potevano non essere inquadrate in una politica di programma, per attuare così il pàssaggio da una economia incontrollata ad una economia orientata a fini sociali. Il bilancio dei risultati conseguiti è stato deludente, tenuto conto che non furono neanche impiegate interamente le risorse disponibili, né si ottenne l'eliminazione o, per lo meno, la riduzione dei principali squilibri strutturali presenti nel tessuto economico e sociale del Paese 15 . I problemi di fondo (sanità, scuola, casa, forma'

5.

5

Cfr.

RUFFOLO

G.: Rapporto sulla programmazione, Bari, Laterza, 1973 , pag.


Aspetti e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

79

zione professionale, trasporti, assetto urbanistico, difesa del suoli, divario tra zone avanzate e zone arretrate) sono , infatti, rimasti in gran parte insoluti e, ormai acutizzati anche a causa della grave crisi economica che dilania il Paese da anni , suscitano oggi tensioni sociali i cui sviluppi non appaiono del tutto prevedibili. I motivi del fallimento , oltre a quelli squisitamente politici, sono stati attribuiti principalmente alla inadeguatezza delle strutture statali e, soprattutto, alla improvvisazione, che aveva portato di fatto ad una programmazione imposta dall'alto. Nella pratica si ~anifestò chiaramente la sproporzione tra l'impegno che il programma comportava e l'inefficienza degli strumenti di cui il Governo disponeva; per sottolineare questa situazione si parlò di piano "disarmato" 16 . Nel 1972 fu elaborato il documento relativo al quinquennio 1973-77, la cui stesura derivava dall'aggiornamento del precedente programma economico 1971-75, concepito, a sua volta, in prosecuzione al piano 1966-70, ma che, per difficoltà varie, era rimasto allo stato di pura intenzione. Sulla esperienza negativa del passato, il programma 1973-77 era nato dal basso e cioè con la collaborazione delle Amministrazioni dello Stato, di tutte le fonti di produzione statali e private e dei sindacati. Esso però non superò neanche l'esame preliminare del CIPE e fu accantonato; gli esperti affermarono che ciò fu conseguenza della fluidità del momento economico e della correlata impossibilità di formulare ipotesi finanziarie a medio termine, con un minimo di credi bili tà. Per quanto concerne la Difesa, i vari documenti programmatici sopra citati non individuarono la funzione "Difesa Nazionale" come servizio sociale da considerare alla pari della istruzione, della sanità, ecc. e, di conseguenza, non indicarono le risorse finanziarie su cui le Forze Armate avrebbero potuto fare assegnamento nel periodo coperto dalla programmazione. In particolare, l'approntamento dello strumento militare venne fatto rientrare, nel programma economico 1966-1970, nella categoria dei consumi sociali in una entità aggregata con altri Servizi (ordine pubblico, giustizia, ecc.). Né valsero le reiterate richieste, da pa_rte della Difesa, di considerare l'obiettivo militare come obiettivo a sé stante, in quanto avente finalità essenziale ben determinata. Anzi, nel documento programmatico 1971-75 la voce "difesa" quale entità aggregata con 16

Cfr. RuFFOLO G.: Rapporto ... op. cit., pag. 91.


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altri servizi scomparve, trovando posto nella denominazione residuale "altri servizi della pubblica amministrazione". Questa collocazione venne poi confermata nel documento preliminare della programmazione 1973-77 17 • Una significativa svolta in materia di programmazione economica e di bilancio si è avuta con la legge 468/1978, con la quale vengono definiti strumenti più efficienti e moderni ai fini del controllo e delle possibilità di governo, da parte dell'Esecutivo, dell'impiego delle risorse finanziarie dello Stato. Tale legge, in pratica, ha posto le basi per la realizzazione della programmazione economica nazionale; infatti, accanto al bilancio annuale, è stato istituito un bilancio triennale a struttura scorrevole, che costituisce l'elemento di saldatura tra il bilancio annuale e gli obiettivi del programma economiconazionale e, punto da sottolineare, fornisce una ipotesi finanziaria per il periodo coperto. Elemento portante del sistema è, però, senza dubbio, la "legge finanziaria" - di emanazione annuale - che mira a garantire la compatibilità delle decisioni in materia di finanza pubblica con gli indirizzi di politica economica cui si ispirano i bilanci pluriennale e annuale. La visione organica dei vari programmi settoriali è assicurata dalla disposizione che prevede le sezioni di spesa, contenute nel bilancio pluriennale, disaggregate in modo da consentire un'analisi delle erogazioni per programma. Quindi, le disposizioni recate dalla legge si collocano nel contesto di un processo globale di programmazione, nel cui ambito sono inquadrate le spese per la Difesa. È altresì da sottolineare che nel piano triennale 1979-81, le spese per la difesa sono state considerate nel contesto degli investimenti e non in quello dei consumi. Vi si afferma infatti 18 : "è quindi necessario che i programmi di sviluppo dell'energia, dei trasporti, delle telecomunicazioni, della difesa, dell'edilizia e delle altre attività che svolgeranno funzione traente della domanda, ,siano inseriti nell'ambito di una organica politica delle commesse che abbia riguardo non solo alle esigenze dell'utenza, ma anche a quelle del sistema produttivo, indirizzandolo in particolare verso specifici obiettivi quali la ristrutturazione, lo sviluppo tecnologico, la crescita del Mezzogiorno". 17 Cfr. MAYER G.: Note in margine alla programmazione militare: L'Amministrazione ·della Difesa, n. 2/1973, pag. 42. 18 "Programma triennale 1979-1981" , pag. 80.


Aspetti e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

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È la prima volta in Italia, almeno nel dopoguerra, che un documento di programmazione economica nazionale valuta in tal senso le spese militari; ciò potrebbe anche essere ·considerato un sintomo dell'avvenuto mutamento dell'atteggiamento dell'Autorità di governo verso le spese militari viste, finalmente, come spese produttive di incentivazione dell'investimento e di stimolo alle industrie nazionali.

c. La pianificazione e la programmazione della Difesa La definizione del bilancio annuale della Difesa, sul piano metodologico, passa attraverso un processo cli pianificazione e di programmazione che si svolge nel tempo senza soluzione di continuità. La pianificazione tende a definire realistici obiettivi eia conseguire in campo nazionale e NATO (in pratica: la struttura, la vita e l'addestramento dello strumento militare) , prendendo le mosse da fattori cli varia natura, tra i quali determinanti i compiti istituzionali delle Forze Armate, la politica governativa, la minaccia, il concetto strategico, le caratteristiche delle forze, i costi e le previsioni di sviluppo tecnologico, l'ipotesi finanziaria, le istanze sociali, ecc .. In definitiva, la pianificazione configura il quadro completo delle esigenze da soddisfare, prevede i conseguenti obiettivi a lungo e medio termine, ne indica le priorità e i tempi ottimali di realizzazione. La programmazione tende, invece, alla realizzazione dell'aliquota degli obiettivi previsti dalla pianificazione a "medio termine", mediante il più efficace e razionale impiego delle risorse finanziarie che si stimano disponibili nel periodo considerato, nel quadro delle possibilità reali di acquisizione cli mezzi, materiali, infrastrutture, ecc .. Essa, quindi, è basata su due elementi principali: il primo è l'ipotesi finanziaria, di cui è stata già sottolineata sopra l'imprescindibilità e che indica la presumibile entità degli stanziamenti annualmente disponibili, il secondo è la fattibilità tecnica, dipendente dalla capacità produttiva dell'apparato industriale, dalla possibilità di approvvigionamenti dall'estero e dai tempi richiesti dalle procedure tecnico-amministrative . Il bilancio rappresenta il primo anno della Jirogrammazione. Nella realtà, il ciclo in questione, non ha trovato finora pratica applicazione; ciò in quanto le successive pianificazioni e programmazioni elaborate dalla Difesa sono rimaste inoperanti perché la


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mancanza di un aggancio alla inesistente programmazione economica del Paese ha costantemente impedito ogni esame di compatibilità con gli altri obiettivi politici, sociali ed economici. La ripercussione più grave di questo slegamento fra programmazione economica generale e programmazione militare è la indisponibilità dei fi nanziamenti necessari per la concreta realizzazione di quest'ultima 19 . Infatti i documenti programmatici, via via elaborati dalla Difesa, sono stati sempre basati su ipotesi finanziarie "autarchiche", cioè definite autonomamente e mai suffragate da un consenso cli massima del Governo e, poiché le disponibilità reali sono poi sempre risultate molto inferiori a quelle ipotizzate , la programmazione non è mai stata realizzabile .

d. Vicende della programmazione della difesa L'esigenza del Dicastero della Difesa di disporre di una pianificazione pluriennale unitaria interforze, inserita nel più ampio contesto della programmazione economica nazionale e derivante dalle direttive politico-militari del Governo, si è fatto sentire maggiormente a seguito dell'applicazione dei decreti delegati 1477 e 1478 del 1965 20 , concernenti il riordinamento del Ministero della D ifesa, e della legge n. 200/1968 21 , istitutiva del Comitato dei Capi di S.M .. La portata innovativa di detti provvedimenti è stata notevole: sotto l'aspetto che qui interessa, le Forze Armate sono passate da una strutturazione amministrativa autonoma di Forza Armata a una collocazione interforze, caratterizzata da unitarietà di bilancio. In pratica soltanto nel 1969 sì è avuto il primo bilancio della D ifesa "unificato" (prima di tale anno si parl ava di bilancio "coordinato"). 19

41. 20

Cfr.

MAYÈ R

G.: Note in margine alla programmazione militare op. cii., pag.

'

L'art. 2 del D.L. 1477 sancisce che il Capo d i S.M. della Difesa, "sen titi collegialmente i Capi di S.M. delle tre FF. AA., propo ne al Ministro della Difesa - in base alle necessità difensive del paese e tenuto conto degli impegni assunti in campo internazio nale - )a pianificazione operativa con i conseguenti programmi tecnicofi nanziari" . 21 L'art. J. d~lla L. 200 così recita: "Il Capo di S.M. della Difesa, i Capi di S.M. delle Forze Armate e il Segretario Generale del Mi nistero della Difesa, nel rispetto delle attribuzioni, delle responsabilità e della linea di dipendenza stabilita dalla legge, si riuniscono nel Comitato dei Capi di S.M. per la trattazione dei problemi militari di maggior rilievo e in particolare per quanto concerne la pianificazione operativa con i conseguenti programmi tecnico-finanziari" .


Aspelli e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

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TI primo tentativo di realizzare una pianificazione interforze è stato effettuato con il piano 1971-80, ripartito in due cicli di programmazione quinquennale; la sua realizzazione fu frustrata dal fatto che il bilancio 1971, ossia il bilancio base per l'avvio del primo ciclo di programmazione, subì, rispetto alla previsione, una decurtazione di 500 mld .: 500 mld. nel 1971, pari cioè a circa 1700 mld. nel 1980! Al riguardo, nell'illustrare il bilancio della Difesa in Parlamento, il relatore avvertiva : "La decurtazione operata alle previsioni iniziali e l'incidenza della lievitazione dei prezzi non pennettono la realizzazione della prima tranche della programmazione 1971-75" 22 . Considerata non realistica l'ipotesi finanziaria posta a base di questo primo tentativo, la successiva programmazione 1972-76 fu elaborata diluendo nel tempo gli obiettivi previsti dal precedente programma e ipotizzando un livello di risorse finanziarie più "accessibile"; peraltro, anche questa programmazione dovette essere accantonata perché, a fronte dei 2200 mld. considerati necessari per il 1972, ne furono assegnati soltanto 1888 (312 mld. in meno) 23 . L'assegnazione di bilancio per il 1973 (2300 mld .) sembrò , invece, il segno di una inversione di tendenza nella valutazione delle spese militari, tale da consentire più favorevoli prospettive per l'avvenire delle Forze Armate; l'aumento rispetto al bilancio 1972, pari a 406 mld. ( oltre il 21 % ) , perdeva peraltro buona parte della sua consistenza, se valutato in termini reali anziché in termini monetari. In ogni caso, lo stanziamento costituì uno sforzo notevole per il Paese, considerata la già critica situazione economica nazionale. Di conseguenza, venne impostata la programmazione 1974-78; ne seguì un ulteriore nulla di fatto . In merito alla programmazione, ìl Ministro per la Difesa protempore affermò in Parlamento 2 '\ : "Si è tra l'altro lamentat9 il fatto che le Forze Armate non attuano una programmazione finanziaria pluriennale. In proposito, desidero informare che le Forze Armate 22 Camera dei Deputati - V Legislatura - Atti Parlamentari n. 2687-A (Res. tab. 12) . Esame dello Stato di previsione della spesa del Ministero della Difesa per l'A.F. 1971 pagg. 11-16. 23 Cfr. Senato della Repubblica - V Legislatura - Atti Parlamentari n. 1861A (Res. tab. 12) - Esame dello Stato cli previsione della spesa del Ministero della Difesa per l' A.F. 1972, pag. 442. 2 • Camera dei Deputati - VI Legislatura - Atti Parlamentari n. 620-621-A (Res. tab. 12) - Esame dello Stato di previsione della spesa del Ministero della Difesa per l'A.F. 1973, pag. 78.


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sentono da tempo tale necessità perché essa appare ormai indispensabile sia sul piano tecnico operativo che amministrativo. Al riguardo le Forze Armate hanno a suo tempo elaborato e proposto al Tesoro un piano quinquennale , riferito agli anni 197175, che non ha però trovato riscontro pratico perché le risorse destinate alla Difesa si sono rivelate di gran lunga inferiori alle esigenze connesse con il citato piano, a causa deJla deteriorata situazione economica del Paese. Recentemente, lo Stato Maggiore della Difesa ha ripreso l'argomento ai fini dell'attuazione di una programmazione riferita agli anni 1974-78, fornendo una valutazione delle risorse sulle quali la Difesa deve poter contare per dare l'avvio a detta programmazione. Il problema si identifica con quello già sollevato della necessità di una colJocazione ben definita ed inequivocabile delle risorse destinate dal Governo alla Difesa nel quadro della programmazione Economica Nazionale ed alla luce della tesi che le FF.AA. costituiscono una delle primarie funzioni sociali dello Stato, e ci auguriamo, quindi, che possa trovare adeguata soluzione". In definitiva, la indisponibilità di una programmazione economica nazionale ha vanificato ogni programmazione militare. È infatti apparso chiaramente che senza un'ipotesi finanziaria che garantisca, con sufficiente approssimazione, le risorse disponibili in un determinato arco di tempo, non si fa programmazione ed ogni tentativo in tal senso è destinato al J allimento. Lo stanziamento richiesto per il 1975, infine, fu decurtato di ' ben 457 miliardi: le incidenze negative sulle strutture delle Forze Armate non furono ulteriormente contenibili , ciò in quanto , alle carenze molto gravi determinatesi negli anni 25 , per la assoluta insufficienza delle risorse e aggravatesi , nella prospettiva del 1975, per l'enorme "taglio" apportato su previsioni di spesa già contenute, si aggiunsero gli effetti penalizzanti di una inflazione ormai galoppante 26 _ 25 Le difficoltà, che hanno portato nel tempo a q uesta pesante crisi e a questa situazione di ridona efficienza operativa, sono praticamente iniziate nei primi anni '60, dopo la cessazione del rapporto MDAP con gli USA, quando la Difesa ha dovutO cominciare a far fron te con propri fond i anche alle esigenze di rinnovamento. La cronica carenza di disponibilità finanziarie ha, infatti, impedito non solo di sostituire i materiali e i mezzi rapidamente invecchiati per l'esplosione del progresso tecnologico , ma perfino di garantire la funzion alità delle strutture in vita su livelli accettabili. 26 Cfr. Camera dei deputati - VI Legislatura - Atti Parlamentari n. 3159-3160A (Res. c·ab. 12) - Esame dello Stato di previsione della spesa del Ministero della Difesa pe r l'A .F. 1975, pagg. 3-11 e pagg. 89-93.


Aspetti e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

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Inevitabile fu il ricorso ad una ristrutturazione in chiave riduttiva dello strumento militare, puntando ad un suo contemporaneo miglioramento qualitativo, quale compenso delle riduzioni quantitative, al fine di garantirne la capacità a svolgere i compiti ad esso affidati. Furono necessari, a tal fine , provvedimenti "ad hoc", da affiancare al bilancio ordinario, cioè le leggi promozionali, per consentire di colmare almeno le lacune determinatesi nei settori di primaria importanza operativa 27 . A base della ristrutturnzione fu fissata un'ipotesi finanziaria che prevedeva: - la completa realizzazione dei programmi associati alle citate leggi promozionali; - la disponibilità di assegnazioni ordinarie annuali pari a quelle del 1975 in termini reali. Ciò nonostante, si è continuato ad assistere a "tagli", anche molto consistenti , alle richieste della Difesa 28 , che hanno comportato un divario sempre più accentuato tra esigenze e disponibilità. Valutando l'enorme incremento del bilancio dello Stato sul prodotto interno lordo a fronte del ridursi delle spese militari, si potrebbe giungere al limite ad affermare che le Autorità politiche abbiano utilizzato il bilancio della Difesa come un "volano", a spese del quale ristabilire, ancorché parzialmente, il vacillante equilibrio del bilancio dello Stato. Ma senza arrivare a tanto, il che equivarrebbe ad affermare l'assoluta inesistenza, almeno fino al 1980, di una politica militare degna di questo nome, è in ogni caso un dato di fatto che il bilancio della Difesa ha pagato un largo contributo all'esigenza di contenimento della spesa pubblica: sarebbe molto interessante valutare i risultati conseguiti nei settori della pubblica amministrazione non penalizzati o addirittura beneficiari delle economie imposte alla difesa (istruzione, partecipazione statale, Mezzogiorno, ecc.), ma si ritiene che essi siano davanti agli occhi di tutti in termini non certo incoraggianti. Certamente, in ogni caso, un grave danno è stato inferto all'efficienza delle Forze A rmate , danno 27

Cfr. Senato della Repubblica - VI Legislatura - Atti Parlamentari n. 2238-

A (Res. Tab. XII) Relazione sullo Stato di previsione della spesa del Ministero della

Difesa per l'A.F. 1976, pag. 58 e pag. 61. 28 Cfr. Senato della Repubblica - VII Legislatura - Atti Parlamentari n. 912-A (Res. Tab. XII) - Relazione sullo Stato di previsione della spesa del Ministero della Difesa per l'A.F. 1978 - pag. 605. Cfr. Camera dei Deputati - VII Legislatura Atti Parlamentari n. 2433-2372-A (Res. tab. 12) - Relazione sullo stato di previsione della spesa del Ministero della Difesa per l' A.F. 1979 - pag. 9.


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che richiederà tempi lunghi per essere riparato: l'esperienza della ristrutturazione e la correlativa pianificazione dei tempi e delle spese indispensabili per conseguire gli obiettivi previsti ne sono una riprova. Infatti, al decadimento dei mezzi corrisponde, in prospettiva nel tempo, un impegno finanziario di crescente onerosità, in conseguenza sia del diminuire del potere di acquisto della moneta , sia della crescita dei costi dei sistemi d'arma necessari a rivitalizzare un organismo sempre più logoro e antiquato. Al riguardo, Long 29 ritiene che solo una politica di p iano può salvagÙardare le esigenze della Difesa, a breve e a lungo termine , stabilendo quale parte del reddito nazionale debba esservi destinata. Ciò nella considerazione che il carattere principale cli una politica di difesa è che essa non può essere improvvisata, "dato che i mezzi che le servono non possono essere creati o modificati , nella loro consistenza, a breve termine"; a ciò si deve aggiungere che neanche il personale può, in tempi brevi, essere formato e dotato della carica morale e spirituale necessaria a servire la Patria. In sostanza, "solo delle prospettive a lungo e medio termine e perciò sufficientemente staccate dalle contingenze - consentono di porre le basi di quella che potrebbe essere la migliore politica (di difesa), rendendo possibile una più ampia libertà di apprezzamento per quanto concerne i mezzi finanziari , il cui peso è più pressante allorché ci si avvicina al brève termine" 30 • Tutto questo significa che, se si ritiene di dover mantenere uno strumento difensivo, è necessario che ad esso sia assicurata la necessaria efficienza, altrimenti si trasforma in un motivo di consistenti ed inutili spese senza alcun "ritorno" in termini di sicurezza. Tornando alle vicende della programmazione della Difesa, l'occasione per riprendere tale attività è stata data dalla legge n. 468/ 1978 che, come detto, con l'istituzione del bilancio triennale, ha fornito l'attesa ipotesi finanziaria su cui basare la programmazione militare nel breve termine. Questa ipotesi è , peraltro, ,nettamente inferiore a quella posta a base della ristrutturazione del 1975 , per cui l'impegno della Difesa si è rivolto, innanzitutto, ad ottenerne la revisione per ripristinare il potere di acquisto delle assegnazioni discrezionali dell'anno di riferimento; inoltre per onorare, in campo NATO, l'impegno assunto dall'Italia nel 1978, è necessario che le 29

LONG M., Finanziamento della politica militare francese: L' Amministrazione della Difesa, n. 4/1970, pag. 101 . 10 Ibidem, pag. 101.


Aspeui e problemi della spesa militare in /111lia nel secondo dopoguerra

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spese della Difesa siano incrementate annualmente del 3% in termini reali 31 . La positiva soluzione di questa imprescindibile questione consentirà l'attuazione della programmazione militare e agevolerà i lavori volti a dare ad essa una sempre più spiccata connotazione interforze. Al riguardo , infatti, fin dal 1969, si è andato svolgendo in ambito Difesa un costruttivo dibattito inteso a ricercare criteri di allocazione delle risorse sempre più razionali e incentrati sulla valutazione interforze delle esigenze: chiaro che, con la rivalutazione dell'ipotesi finanziaria, si avrebbe la garanzia di poter disporre dell'indispensabile per soddisfare le esigenze minime e, quindi, verrebbero eliminate gran parte delle difficoltà esistenti. Recentemente, in tema di programmazione interforze , è stato ottenuto un primo importante risultato: la ripartizione degli stanziamenti per il bilancio 1981 è stata elaborata in base ad una valutazione interforze delle esigenze delle tre Forze Armate; di conseguenza è stato accantonato il "sistema percentualistico" applicando in suo luogo una nuova metodologia nota come Programmazione tecnico-operativa 32 . Il passo successivo a quello appena citato è l'estensione di detta programmazione tecnico-operativa al bilancio triennale, a sua volta discendente da una pianificazione decennale scorrevole 32 . Anche per quest' ultima attività si stanno facendo notevoli passi avanti , ma i risultati sono condizionati dal problema della ipotesi finanziaria.

5. Le leggi promozionali Le leggi promozionali costituiscono un momento molto importante nel contesto delle vicende finanziarie delle Forze Armate e della programmazione delle esigenze militari. È stato , infatti, giustamente affermato che "nonostante i tanti studi e le dotte esercitazioni sul PPBS ... soltanto a partjre dalle recenti tre leggi promozionali si è cominciato veramente , al Ministero della Difesa, un più serio discorso sulla pianificazione del nostro potenziale militare e delle sue prospe ttive" 33 . 31

Cfr. Cfr.

L.: Indirizzi di politica militare op. cit., pag. 66

e 70. L.: Indirizzi di politica militare op. cit. , pag. 71. 33 ARMANI P.: Programmazione Economica, Pianificazione della Difesa e Riforma delle Forze Armate, Roma , ISTRTD, 1980, pag. 112. ·::-:.. 32

LAGORJO LAGORJO


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È, quindi, questo il motivo che induce a illustrarle a parte, anche se brevemente, per metterne in luce le svariate incidenze positive in settori anche diversi da quello suindicato. Le leggi promozionali rispondono all'esigenza di compensare con incrementi di qualità la contrazione delle forze ottenuta con la ristrutturazione, al fine di pervenire ad uno strumento militare che, seppur ridotto nelle dimensioni, fosse in grado di esprimere toni di efficienza operativa accettabili. Esse, in altre parole, sono state originate dalla accertata urgenza di sanare gravissime lacune esistenti in settori operativi prioritari, per le quali sarebbe stato impossibile provvedere attraverso le normali assegnazioni di bilancio. infatti, pur se la ristrutturazione consentiva, attraverso una revisione delle strutture e degli organici, un miglioramento funzionale del rapporto tra le spese per il personale e quelle per l'esercizio e gli investimenti, tuttavia gli oneri finanziari per recuperare in efficienza, riparando i danni provocati dalla cronica carenza di finanziamenti, dalla perdita di potere di acquisto degli stanziamenti ricevuti e dalla inflazione tecnologica, apparivano non sostenibili con il bilancio ordinari.o. Ecco, quindi, la necessità delle leggi promozionali come "terapia d'urto" 34 della crisi delle Forze Armate, assolutamente indispensabile per consentire "terapie successive", per ridare respiro ai bilanci militari e, soprattutto, come strumento di garanzia, in termini programmatici, per l'assunzione dei necessari impegni finanziari a lungo termine in campo nazionale ed europeo , con prevalenza, per quanto possibile, per gli impegni interni. Sotto quest'ultimo aspetto, infatti, l'elaborazione della programmazione fu_ effettuata con il preciso intendimento di garantirne il carattere "promozionale" nei confronti dell'industria nazionale. Al riguardo è stato giustamente affermato che dalle leggi promozionali è derivata una marcata qualificazione delle spese per la difesa, nel senso che esse hanno assunto un ruolo di grande rilievo qualitativo nell'ambito della spesa pubblica e nel quadro del sistema economico industriale; "di conseguenza, dette leggi hanno segnato il passaggio della spesa militare da "assistenziale" a "produttiva" 35 . È molto importante, prima di procedere ulteriormente, aver ben chiaro il concetto che tra i fondi stanziati con le leggi in que34

LAGORlO L.: Indirizzi di politica militare op. BATIISTELLI F.: Armi: Nuovo modello di

°'5 Cfr.

Italia, Torino, Einaudi, 1980, pag. 56.

cit., pag. 68. sviluppo? L'industria militare in


Aspetti e problemi della spesa militare in Italia nel se.condo dopoguerra

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stione e i bilanci ordinari esiste una rapporto di complementarietà: i programmi associati alle leggi, cioè, non esauriscono le esigenze prioritarie di ammodernamento e rinnovamento delle Forze Armate; essi sono quelli che, per i rilevanti oneri finanziari e, soprattutto, per i lunghi tempi di realizzazione richiedono un sicuro affidamento circa la loro copertura finanziaria. Pertanto, altri programmi, altrettanto prioritari, devono trovare spazio nei bilanci ordinari per realizzare l'ammodernamento dei restanti settori e, quindi, garantire uno sviluppo dello strumento senza squilibri settoriali 36 . In definitiva , l'apporto delle leggi alla soluzione dei problemi della Difesa nori può essere valutato prescindendo dalla intera piattaforma finanziaria posta a base del processo di ristrutturazione: infatti, le caratteristiche fondamentali dello strumento militare sono state individuate nell'armonico equilibrio delle sue componenti, ma soprattutto nella "mantenibilità" che richiede il rispetto dei già citati presupposti finanziari riferiti alla completa realizzazione dei programmi associati alle leggi e al mantenimento del potere di acquisto del bilancio ordinario di riferimento (1975). Con le leggi promozionali, la Difesa ha potuto, per la prima volta, contare su una programmazione decennale, capace di consentire, in termini temporali, la progettazione, lo sviluppo e l'industrializzazione dei sistemi d'arma. Dalla loro entrata in vigore al 31 luglio 1980 sono stati definiti contratti per circa 2700 mld. 37 , il cui impatto sull'economia industriale del Paese non può non essere stato particolarmente positivo, in un periodo in cui - a fronte della necessità di sostenere sforzi finanziari non trascurabili, nel campo della ricerca scientifica e applicata, per mantenere la competitività dei prodotti - il deteriorarsi della situazione economica ha messo in forse la sopravvivenza di molte industrie. Ciò, anche tenuto conto che i programmi previsti dalle leggi interessano oltre 60 ditte (meccaniche, cantieristiche, aeronautiche ed elettroniche) che impiegano direttamente circa 36. 000 addetti, mentre si valuta che altri 12.000 lavorino alle fonti produttive, collaterali e complementari, che usufruiscono di un mercato indotto dalle commesse principali 38 . Dalle relazioni sullo stato di attuazione delle leggi in questione, 36 Cfr. Camera dei Deputati Bollettini delle Commissioni n. 257 dell'8.11.77, pag. 6 e n. 263 del 17.11.1977, pag. 25. Cfr. Senato della Repubblica - Giunte e Commissioni - 49° Res. del 21.11.1979, pag. 30. 37 Stato di Previsione della Spesa per il 1981, Tabella 12. 38 Cfr. LAGORIO L.: Indirizzi di politica militare op. cit, pag. 69.


90

Francesco Vannun:hi

riportate nella legge di bilancio. risulta che sono interessate sia industrie a totale capitale statale, guaii l'Aeritalia di Napoli. l'llalcantieri di Trieste , l'OTO-Melara di La Spezia. sia industrie a compartecipazione statale cornc l'Augusta FFIM di Gallarate, la Selenia di Roma e la Simmcl di Ceccano. sia industrie private quali i Cantieri Intennarina di Sarzana, l'Elettronica di Roma e l'Aeronautica Macchi cli Varese. Inoltre, accanto a colossi industriali guaii la FIAT vengono impegnate anche industrie di piccole dimensioni quali la Magnaghi di Napoli. Lo sforzo fi nanzia rio per l'attuazione dei programmi associati alle leggi promozionali concorre, quindi , al superamento, da parte delle industrie, clell'allualc periodo di crisi, salvaguardando il livello occupazionale e nrn11tencndo la concorrenzialità tecnologica necessaria perché esse rimangano competitive in campo internazionale. i nfatti, una grossa parte d ei fondi disponibili sarà assorbita da commesse dell'industria nazionale; risulta che, fino al 31 luglio 1980. la spesa effettuata è stata assorbita per circa 1'89?{> da Ditte Nazionali e, di questa aliquota, circa il 25% è andata a Ditte del Centrosud 19 . La ripartizione per settori industriali indica, inoltre, la pressoché integrale italianità di quelli cantieristico e meccanico , mentre si rileva una certa presenza straniera nei settori elettronico cd aeronautico. In ogni caso , con l' apporto delle leggi promozionali, il rap40 porto Italia/Estero è nettamente migliorato rispetto al passato . Anche per i programmi in coproduzione internazionale si avranno consistenti "ritorni'': da.I MRCA , .a fronte di una partecipazione italiana del 10% come costo, deriva un carico cli lavoro per la nostra industria pari al 14°/4> del totale delle lavorazioni 41 , mentre per l'FH 70 il 60% dello stanziarnento previsto verrà speso in Italia 42 . Inoltre, il concreto avvio di programmi ad elevato contenuto tecnologico ba consentito all'industria nazionale di fare un salto di qualità e di pervenire a soluzioni originali sia sviluppando nuove tecnologie sia proponendo realizzazioni competitive nello stato del-

-''' Dati ricavati dalle Relazion i sullo Stato di attuazione delle leggi promozionali allegate agli Stati di previsione della spesa dal 1977 al 198 1 "" Cfr. BA1TJSTEU .1 r-.: Armi: Nuovo ,nodello ... op. cit . . pag. 59. "' Cfr. Camera dei Deputati - Bollellino delle wmmissioni 11. 257 dcirS 11.77.

pag. 8. J.~ Cfr. Camera dei Deputali pag. -23.

Bollellino delle Co mmissioni n. 263 del 17. I 1.77,


Aspelli

f:'

pro/Jlnni della spesa 1niliwre in Italia nel secondo dopog11erra

91

l'arte e ciò anche fuori dal campo della produzione dei rnezzi dell a Difesa. È altresì da segnalare l' importanza, ai fini della bilancia dei pagamenti , dei contratti stipulati dalle nostre ditte con Paesi stranieri , resi possibili dalle produzioni derivate dalle leggi speciali. Le sole costruzioni navali banno deter minato l'assunzione di commesse estere per o ltre 2000 mld. e ottime prospettive stanno maturando sia nello stesso settore cantieristico sia in altri settori. Alla luce di quanto precede, si può giustarnente affermare che. nel campo economico, le leggi promozionali sono il primo esempio d i connessione organica , fra le esigenze del nostro potenziale cli difesa e le esigenze <li vita e di sviluppo di alcuni nostri settori industriali ~:i. Per completare il quadro dell'incidenza delle leggi speciali nel campo economico-industriale, non va sottaciuto l'impulso dato alla collaborazione internazionale. Sino ad un clete nninato livello finanziario e quando in possesso di adeguata conoscenza tecnologica , può essere vantaggioso perseguire in ambito nazionale la realizzazione dei programmi. Diversamente , come già precedentemente illustrato, diviene impossibile sostenere autonomamente l'impegno per lo sviluppo o per l'industrializzazione dei sistemi d'arma ecl anche dei componenti essenziali di essi . I ,a collaborazione internazionale . purché comprensiva di tutte le fasi dalla rice rca alla produzione, permette di superare ostacoli insuperabili per l'industria <lì ciascuna nazione partecipante con soddisfacenti vantaggi per tutti ; suo tramite si riducono i costi di ricerca e svi luppo che autonomamente ciascuna nazione dovrebbe altrimenti sopportare , si mettono in comune tecnologie non disponibili presso uno o parte dei membri del consorzio, si coinvolgono Ditte che , nel caso la commessa fosse solo a livello nazionale, non av rebbero sufficienti sbocchi di mercato e, infine, si facilita la realinazione delle vendite verso Paesi terzi. L'attuazione di particolari programmi di coproduzione totale. quali il cannone FH 70 e l' aereo MRCA, hanno, in tale quadro. segnato una tappa importante nella collaborazione fra industrie europee. Questa collaborazione , da una parte, sta contribuendo a rompere l'egemon ia che, in settori altamente sofisticati, avevano sempre avuto le industrie cli paesi extra-europei e, dall'altra, sta dando impulso a quell'integrazione europea da tutti auspicata. t•

Cfr.

ARM AI\I

l'.: Progra11111wzirme economica ... op. cit .. pag. 5:'i.


Francesco Vtmnucchi

92

Infine, anche in tema di procedure amministrative adottate, le leggi promozionali hanno dato risultati positivi: l'istituzione degli appositi Comitati, nei quali sono insieme espressi i pareri del Consiglio Superiore delle Forze Armate e del Consiglio dì Stato ha semplificato e sveltito notevolmente l'iter contrattuale con una accettabile accelerazione della spesa. La stessa Corte dei Conti, nella seduta del 15 aprile 1978, rispondendo ad una richiesta della Camera dei Deputati in merito al funzionamento dei Comitati, ha ricordato il giudizio sostanzialmente positivo giù espresso sugli aspetti generali di tale procedura, affermando che non erano emersi vizi di legittimità né rilievi da formulare nell'insieme delle attività considerate. Ha, altresl, rilevato, in senso positivo, la gran mole degli impegni assunti, riconoscendo implicitamente la validità delle nuove procedure. Queste procedure, con la legge di bilancio 1980 44, sono state estese a taluni capito Ii della rubrica 12 dal bilancio della Difesa , afferenti all'ammodernamento e rinnovamento delle Forse Armate.

6. La situazione economica nazionale e i suoi efl'etti sul bilancio della Difesa Durante l'ultimo decennio e, in particolare, a partire dal 1973, la situazione economica del Paese , è andata sempre più deteriorandosi per cause esterne ed interne. Ciò ha provocato una continua progressiva caduta del valore reale degli stanziamenti, non compensata, anno per anno, da incrementi adeguati degli stessi. Aglì effetti negativi del processo inflazionistico si sono sommati quelli conseguenti alla lievitazione dei costi di acquisizione e di esercizio dei sistemi d'arma e degli equipaggiamenti e, nello stesso tempo, all'aumento delle spese per il personale. Tutto ciò avveniva in una situazione già di per sé difficile per le Forze Armate, alle prese, da un lato, con bilanci di pura sopravvivenza e, dall'altro, con la necessità di rinnovare i propri materiali e mezzi, resa più impellente, in conseguenza: dell'adozione negli anni '60, da parte dell'Alleanza Atlantica, della strategia della risposta flessibile , che rivalutava il 44

Legge 30.4.1980, n. 149 (art. 7;): "Alle spese di cui ai capitoli 4011, 4031 e 4051 si applicano le disposizioni contenute rispettivamente ncU'art. 3 della legge 16 giugno 19ì7, n. 372, nell'art. 2 della legge 22 marzo 1975, li. 57 e nell'articolo 3 della legge 16 febbraio 1977, li. 38".


Aspelli e problem i della spesa m iliwre in Italia 11el secondo dopoguerra

93

ruolo delle forze convenzionali come strumento di dissuasione accanto alle :nmi nucleari; del venir meno degli approvvigionamenti militari in conto MDAP e della disponibilità di rnaterial i superati e non più competitivi, sotto il p rofilo operativo, a fronte di quelli del potenziale aggressore. Ne derivava l'esigenza di un maggior impegno fi nanziario rispetto al passato . Ne è scaturito, invece, un fo rzato e continuo ridimensionamento delle forze fino a i radicali provvedimenti riduttivi del 1975, cioè alla ristrutturazione ; ciò perché, a causa della insufficienza degli stanziamenti , è venuta a mancare quella equilibrata riparti4 zione delle risorse tra funzionam e nto \ ridot to a livelli al di sotto deJla sufficienza , e invest imento 4 6, risultalo pressoch é annullato, che è la condizione imprescindibi le per il mantenimento dello strumento militare su livelli di capacità operativa accettabili, cioè in grado cli assolvere la sua fu nzione di dissuasione . Se la suddetta condi -~ione di allocazione delle risorse non si verifica, risulta l'impossibilità della sostituzione nei tempi previsti de l materiale e dei mezzi (soprattutto dei sistemi d'a rma più sofisticati e costosi); ciò anche perché si ve rifica un elevatissimo incremento de lle spese per le riparazioni che , come noto , variano a seconda dell'e tù dei mezzi : infatti, è un dato di esperienza orm ai acquisito, che il supporto logistico necessario per il mantenimento in se rvizio di materiali vecchi assorbe u n'aliquota progressivamente crescente de l bilancio , riducen do ulteriormente i fon d i destin abili alla acqu isizione di nuovi mezzi ,n . Si determina , in pratica , un circo lo vizioso , che può essere rotto solo a p rezzo cli grossi sacrifici finanziari e in tempi molto lunghi, corne giù messo in e videnza illustrando la necessitù della prograrn mazione militare. La capacità delle Forze Armate di " prod urre sicurezza" si riduce , inoltre , per il fa t to che la ind isponibi lità di materiali mod erni vanifica, a i fini di una reale efficacia operativa, le spese sostenute per il persona le e per il suo addestramento. Ciò premesso, appa re utile esaminare cosa è effettivamente 05 Spese pe r il rcrsonale, per l'attiv itf1 addcs trati va e pe r il mané e nim cnto ùc l mate ri a le. 1 • <· Spese per il ri nnova me nto e l'ammod e rnamento dei mezzi e p e r la ricerca e

svilu ppo . " 7 C fr. J L:/\ .\i C. e RE:VHJJTJ P .. L e spese militari !97x, pag.. ]4.

i11

Italia: Rivista M ili ta re n. 2i


94

Francesco Vammcchi

avvenuto in terna di disponibilità finanziarie della Difesa, partendo però dal primo bilancio " unitario" (1969). Questo perché l'analisi dei bilanci precedenti non risulterebbe molto significativa, soprattutto perché si trattava di bilanci di Forza Armata completamente separati, il cui coordinamento, in pratica, consisteva nella riunione ìn un unico fascicolo. Inoltre , sì farà riferimento alle tre fasce fondamenta li di spesa che costitu iscono il bilancio in esame: le spese per il personale , riguardanti il trattamento economico del personale militare (in servizio permanente, di leva , richiamalo e trattenuto) e civile, i viveri, il vestiario. l'igiene; le spese di esercizio, che sono rivolte a garantire la funzionalità delle Unità e degli Enti e il mantenimento dei mezzi e delle infrastrutture ; le spese per l'investimento, relative al miglioramento qualitativo dello strumento militare. Comprendono anche le spese per la ricerca e sviluppo. Il primo bilancio unificato è stato quel1o del l 969, per un totale di 1408,4 mld., di cui il 62°/.1 destinato alle spese per il personale. il 22'1/o alle spese di esercizio e il restante 16% all'investimento. Dal 1969 al 1980, le cifre del bilancio di previsione sono salite fino a sfiorare i 6000 mld. L'aumento è consistente, ma se si considera il valore reale di questi stanziamenti, in relazione agli aumenti del costo della vita e del costo dei materiali, cioè ìn relazione al processo inflazìonistico e alla svalutazione della lira, si può facilmente constatare clv~ .ì 6000 mld. del 1980 valgono molto meno dei 1400 mld. del 1969. Si è già visto, infatti, in precedenza, come questo aumento veramente notevole è puramente monetario e ch,e , in valore reale, l'evoluzìone è, invece , sostanzialmente diversa. Dal grafico 1 e dagli indici riportati nella tabella 12, riferiti al bilancio della Difesa in terTabe lla 12. -

Anno

Miliardi Indici

J{ bilancio della Difesa nel p eriodo 1969-1980. Miliardi in termini costanti 1970 (numeri indice base 1%9= 100) 1970

1971

1972

1973

1974

1.519,7

1.545,5

1.659,5

1.805,3

1.575,9

100,4

102,7

110,3

119,9

104,7

1975

1976

1.384,9 1.416,92,0

foml·: S1,110 ùi pr.:,·isionc (k:lla spesa rv1.n. - ann i dal 1969 al 19~m {ùaLi dabor:ui).

94,1

1977

1978

1979

1980

1.421,9

.1.533,5

1.596,6

1.474,1

94,5

101,9

106,!

98,0


Aspeui e· prnblemi della spesa militare in Ira/i/I nel secondo rio110g11erm

95

mini costanti 1970 , risulta che il potere cli acquisto degli stanziamenti è au mentato gradu a lmen te fino al 1973; da tale anno ha co minciato a decrescere conseguendo live lli inferiori al 1970 in ben 4 occasion i: 1975, 1976 , 1977, 1980. R affrontando po i i numeri indice degli stanziamenti in valore corre nte con quelli dei prezzi all'ingrosso viene confermata questa evoluzione; infatti, fino al 1973 gli incrementi degli stanziame nti risu ltano più elevati, mentre da l l 974 si ha l'inversione di tendenza con il ribaltamen to elci rapport o nello stesso a nno (ved i tab. J3) .

Tahrlla

n. -

J11dici df!i prezzi oltingrosso ,, del bilancio df'lla Dijé.rn 1970- 1980 ( base 1969- lOO)

Indici

1970

1971

1972

1973

1974

1975

1976

19n

1978

1979

1980

1. Prcui ingrosso

107,3

110,9

115,5

135,1

190,1

206,4

253,6

295,7

320,6

370,3

444,3

2. Bilancio Difesa

107,2

117,6

134,1

162,9

168,5

174,-

m,9

250.7

306,3

363,5

410,4

Differe nza 2-1

- O.I

+6 .7

+ 18,6

+27 ,8

-21 ,6

- 32,4

-43 .7

- 45,-

-1 4,3

- 6.8

- 33,9

FfJmr: Stato lii p 1C'\·i.:i;mc tklla ~p t·s.;:1 M .D . • :mai da l 19(19 a l JYXil (tla ll ._,h hnrati).

IS r,\ T: ,\n:maril) S1:11i51i;:,. ll~i.lfam) • l~ Th: ::t1:1.iom t<.fall elat....1:-;11i).

E ciò avviene anche conside rando , invece degl i indici dei prezzi all'ingrosso . una media tra questi e gl i indici dei prezzi al con sumo . che, forse . si attaglia meglio al tipo di s pese che vengono sosten ute dalla Difesa (vedi tab. 14). Tn questo caso . pe rò, si ril eva un miglioramento nel 1978 e nel 1979 con una inversio ne del rapporto a fav ore degli sta nziamenti di

Tabe lla 14. -

lndici

Indici cldla media dei prez::i al/'ingrosso ,. al co11s1111w e indici del bilmll'io dC'l!a l)ifew (/970-1980) (base 1969- IOO) 1970

1971

1972

1973

1974

1975

1976

1977

1978

1979

1980

I. Media prezzi ingrosso e con· sumo

106,1

110,4

115,9

l31,9

171,8

192,9

231 ,6

270,5

297,8

342.9

413 ,4

2. Bilancio Difesa

107 ,2

117,6

134,1

162,9

168,5

174 ,-

209,9

250,7

306,3

363,5

410,4

Differenza 2-1

+1.1

+7,2

+ 18,2

+ 31.-

-3,3

- 18,9

-21,7

- 19.8

+8.5

+20,6

- 3,0


CJ6

Francesco Var111ucchi

bilancio , in linea del resto co n il momentaneo miglioramento , avvenuto in quel periodo, della situazione economica. Occorre , tuttavia, notare che , almeno fino al 1975 , anche quando il bilancio è stato in netto aumento, rispetto agli indici impiegati, come nel 1973, tale aumento non ha interessato principalmente, come sarebbe stato auspicabile, le spese di investimento, cioè quelle che attengono alla qualità dello strumento militare; le spese per il personale sono rimaste superiori al 60% (graf. J O). Una loro dim inuzione percentuale si nota a partire dal 1976, per effetto della "ristrutturazione'' dello strumento e detr"esodo '' del personale : la proporzione scende al 57% e, corrispondentemente, salgono le quote <letresercizio (24%) e dell'investimento (19%). Tuttavia, la proporzione ritenuta ottimale tra il personale e le restanti spese, 50-50, continuava ad apparire difficilmente conseguibile , ii meno che non fossero intervenuti dei finanziamenti straordinari per l'investimento. Questi finanziamenti vennero poi con le leggi promoziona li, ma il rapido deteriorarsi de lla situazione economica ha in parte frustrato ogni migliore intenzione. Peraltro, è eia sottolineare che dal 1975 al 1980 la spesa militare, grazie a dette leggi, ha .incrementato di ben 11 punti la percentuale destinata all'investimento e, con la concomitante diminuzione della proporzione delle spese per il personale, è passata, come già detto, da un modello di spesa prevalentemente "assistenziale" ad uno prevalentemente '·produttivo" . Per quanto concerne le spese per il personale, si è avuto un progressivo aumento delle somme in bilancio. Ciò , in particolare, sia per l'applicazione di provvedirncnti legislativi volti ad adeguare il trattamento economico alla evoluzione gene rale del Paese nel settore sociale, sia per il rapido e continuo lievitare degli oneri relativi ai viveri , al vestiario. all'igiene; volendo rife rirsi a cifre. si osserva che nel settore in questione si è passati dagli 850 mld. del 1969 agli oltre 2800 mJd. del 1980 e che per le sole spese dirette di un soldato di leva. cioè rife rite alla paga, al vitto, al vestiario e all'igiene, si sono verificati dal 1970 e dal 1975 ad oggi, aumenti aggirantisi, rispettivamente, sul 400% e sul 100% ~s. Le spese di esercizio , dal canto loro , hanno suhito un progressivo aumento in assoluto e ciò per vari motivi, tra cui i principa li: - l'aumento dei costi nei settori della manodopera, delle parti

·'~ C Cr. S tato di previsione dell a spesa d e l M.D. per gli a nni dal lCJ70 al 1980 .


Aspelli e problerni della spesa militare. in Italia nel St!condo dopoguerra

97

&il,.t.'ot!O tilU. OtrW ~o\ff>OArI TRA SfU(

DI F{RS()iljAlf'.. ESERCJZJO, H/~ESi[11UTO

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Fon,~: Sui.to di previsione dclJa !.pc.,:, del M. D. per g.h anni dnl 1969 al 1980 (dM1 etabor:w)

Grnf. IO


. 98

Francesco Vannucchi

di ricambio e delle riparazioni, conseguenti anche alla crescente sofisticazione di mezzi e materiali; - l'abnorme lievitazione dei prezzi delle munizioni e dei carburanti, che costituiscono le principali materie di consumo delle Unità operative, per la condotta dell'attività addestrativa: questa rappresenta, in tempo di pace, la ragione d'essere delle Forze Armate; - il mantenimento in servizio di mezzi, armamenti e attrezzature oltre i limiti di convenienza economica. Infine, anche nel settore dell'ammodernamento, le cifre relative ai costi di acquisizione dei materiali e mezzi sono andate crescendo molto rapidamente. L'esame condotto lascia, quindi, intravedere un quadro non soddisfacente per la Difesa in tema di incidenze della situazione economica; infatti, viene chiaramente evidenziato un costante deterioramento delle disponibilità finanziarie della . Difesa, con riflessi pesanti, come si vedrà più avanti, nei settori dell'esercizio e, soprattutto, dell'investimento. Si può altresì considerare che dal progressivo aggravarsi della situazione economica nazionale è derivata una ricaduta differenziata sulle spese militari, che hanno risentito più degli altri settori dell'aumento dei costi. Uno degli effetti più evidenti del deterioramento della situazione economica di un paese è costituito dall'insorgere di un'inflazione superiore al 5% annuo; quando poi questo tasso diventa a due cifre, la situazione diviene allarmante. Il tasso d'inflazione implicito al PIL, in Italia, ha superato il 5% nel 1970, è a due cifre dal 1973 ed ha raggiunto il 21,1 % - definito recentemente un "massimo storico" 49 - nel 1980. Ciò significa che, nella migliore delle ipotesi, quello che nel 1969 si poteva acquistare con 100 lire, nel 1980 si acquista con circa 400 lire. A questo punto è d'obbligo una considerazione: fino a quando il tasso medio annuo nazionale di inflazione si mantiene sul 3% è abbastanza agevole seguire l'andamento dell'effettivo potere d'ac-

49 COLLI VJGNARELLJ E. 1980 anno record per l'inflazione: 21,1%: IL SOLE 24 ORE, 15 gennaio 1981. Al riguardo l'autore afferma che "il bilancio dell'anno sul fronte della crescita dei prezzi è il più negativo da oltre un trentennio; per trovarne uno più ·elevato occorre. risalire al 1947 anno in cui fu superato il 60%".


Aspelli e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

99

quisto degli stanziamenti concessi annualmente alla Difesa; ma quando la media nazionale raggiunge livelli elevati, tutto diventa difficile. Al riguardo è, infatti, da precisare che la effettiva perdita di potere di acquisto degli stanziamenti militari è nettamente superiore al tasso di inflazione medio nazionale. È, infatti, opinione moho diffusa, che del resto trova riscontro nei fatti, che l'aumento dei prezzi nel settore degli armamenti, pur essendo legato all'aumento medio del costo della vita, è in genere superiore a questo per due principali motivi: in primo luogo, perché esso dipende anche dall'aumento di stipendi e salari verificatisi nei vari anni (mediamente non meno del 5% l'anno) e, in secondo luogo, perché il settore in questione è atipico, cioè non pienamente equilibrato dal libero mercato e fortemente influenzato dall'innovazione tecnologia e dalle forti spese per lo sviluppo di nuove componenti. Il risultato è che, allo stato attuale, non si dispone di elementi di riferimento attendibili per valutare la congruità degli stanziamenti alle esigenze. Se, infatti, consideriamo il prodotto interno lordo, si può valutare rispetto ad esso il recupero o meno del tasso di inflazione medio nazionale, ma non quale è l'andamento reale del potere d'acquisto degli stanziamenti militari. In sostanza, si deve C·Oncludere che il deterioramento della situazione economica ha come prima e gravissima ripercussione la perdita del controllo della congruità degli stanziamenti. In altre parole, non è assolutamenté agevole dire, nel 1980, quale cifra occorrerebbe per mantenere le forze definite nel 1975 e per le quali erano stati calcolati oneri in tale anno. Con quali conseguenze sulla programmaziione non è difficile ipotizzare. Il fatto, quindi, che le Forze Armate, di fronte alla gravità della crisi economica nazionale, abbiano posto fra i presupposti finanziari della ristrutturazione quello del mantenimento del potere di acquisto del bilancio ordinario 1975, utilizzando a questo scopo i tassi d'inflazione medi nazionali indicati dall'ISTAT o posti dal Governo come obiettivo per superare la crisi, ben sapendo di accettare in tal modo una non trascurabile penalizzazione, dimostra la consapevolezza da parte di esse della necessità di dover pagare un prezzo per il conseguimento di questo obiettivo. In realtà, a questa penalizzazione si è anche aggiunta quella del divario tra i tassi d'inflazione predetti utilizzati in sede previsionale e gli aumenti effettivi dei costi, risultati dal 1976 in poi sempre superiori ai primi.


100

Francesco Vannucchi

7. Valutazione dei bilanci della Difesa A completamento dell'esame effettuato circa le incidenze della situazione economica sulle disponibilità della Difesa, appare utile una valutazione, ancorché sintetica, dei bilanci della Difesa nel perioqo esaminato. A tal fine è da premettere che il bilancio della Difesa è articolato in due aree: quella delle spese vincolate e quella delle spese discrezionali; dal 1976, sono inoltre da considerare i finanziamenti straordinari delle leggi promozionali. La prima area comprende le spese la cui erogazione è determinata da leggi e da deliberazioni di natura governativa e riguarda prevalentemente il trattamento economico del personale militare in servizio permanente e di quello civile. La seconda area comprende, invece , le spese la cui erogazione riflette le scelte tecnico-operative in ordine al mantenimento ed alla preparazione dello strumento militare, nonché al suo ammodernamento nelle forme previste dalla programmazione pluriennale, per l'anno al quale il bilancio si riferisce. Gli oneri riferiti a tale area sono ripartibili in quattro settori: - programmi di forza (PF): spese per il personale non in servizio permanente (paghe e stipendi, viveri, vestiario, igie. ne); - spese di esercizio (SE): spese per l'attività addestrativa, il sostegno logistico, il funzionamento di Comandi, Unità ed Enti; - spese di investimento (SI), comprendenti le spese per l'ammodernamento e rinnovamento (AR) e per la ricerca e sviluppo (RS), volte, come già accennato, al miglioramento qualitativo delle Forze Armate. Sono principalmente le spese discrezionali, oltre che naturalmente quelle connesse alle leggi promozionali, che consentono di valutare lo strumento militare in termini di efficienza (primi due settori: PF e SE) e di competitività (AR e RS). Circa le spese vincolate, vi è da .dire che la loro proporzione sul complesso del bilancio è andata aumentando di anno in anno e che, per la loro natura, presentano un elevato grado di "incomprimibilità"; perciò, allorché le richieste di stanziamento avanzate annualmente dalla Difesa subivano quelle pesanti decurtazioni, di cui si è detto parlando dei tentativi di porre in atto la programmazione militare, le ripercussioni di queste decurtazioni andavano ad incidere


Aspetti e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

101

soltanto sull'area di spesa discrezionale e, nell'ambito di questa, in misura diversa sui quattro settori di spesa, in relazione alla diversa comprimibilità e indilazionabilità delle relative esigenze. Infatti, come le spese vincolate, anche la maggior parte delle spese discrezionali è da considerare incomprimibile e inderogabile, in quanto dimensionata sullo strumento militare da mantenere in vita e del quale occorre garantire un livello di funzionalità accettabile. Nella pratica, solo i settori dell'ammodernamento e della ricerca e sviluppo presentano un certo grado di comprimibilità, il cui limite è rappresentato dalle risorse necessarie a finanziare i programmi il cui iter ha raggiunto la fase dell'impegno amministrativo e a pagare le rate di programmi perfezionati negli anni precedenti. Relativamente alle assegnazioni destinate annualmente alle spese discrezionali, si ha una sensazione immediata di insufficienza, esaminando i dati della tabella 15, nella quale vengono posti a raffronto numeri indici corrispondenti agli incrementi annui dei prezzi (media prezzi al consumo e all'ingrosso) e delle spese discrezionali. Si evince, infatti, che l'incremento delle spese discrezionali, salvo che nel 1973, non è stato mai adeguato a fronteggiare la lievitazione dei costi e questo appare in maniera macroscopica a partire dal 1974: ciò significa che le disponibilità, in termini reali, sono progressivamente diminuite. Passando ad una valutazione più approfondita dell'area discrezionale, dai dati disponibili (graf. 11), si evince un consistente aumento delle spese per i programmi di forza e per l'esercizio, la cui "presa" sul totale delle spese discrezionali è passata dal 1969 al 1980, rispettivamente, dal 27,4% al 30,6% e dal 41,1% al 51,6% . Questo fatto ha inciso negativamente sull'entità delle risorse

Tabella 15. -

Indici della media dei prezzi all'ingrosso e al consumo e indici delle spese discrezionali della Difesa (1970-1980) (base 1969=100) 1970

1971

1972

1973

1974

1975

1976

1977

1978

1979

1980

106.1

110,4

115,9

131,9

171,8

192,9

231,6

270,5

297,8

342,9

413,4

2. Spese discreziO• nali

112,3

114,9

126,1

163,8

160,5

181,2

215,1

232,9

261 ,9

291,6

317,1

Differenza 2-1

+6,2

+4,5

+ 10,2

+31 ,9

- 11,3

-11 ,7

- 16.5

-37,6

-35,9

- 51,3

-96,3

Indici

1. Media prezzi in-

grosso e con·

sumo

Fo111e: Vds. tabella 13.


102

Francesco Vannucchi

BILA!CCIO DELLA DIFESA (VClUZIM OCLLE SPESE DISCIIEZ!OfjAI. I

SI 6 48,8 _...

so

46,S / • · - _4 ,9.

1,4

30

7,4- 26,5 - •26,9 Miliardi

20

"' ,:;

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i

10

~

200 75 SPESE DI ESERCIZIO

. (SE) .

PAO<JlAMIH 01 FCIIZA (PF)

76

71

78

79

BO

INVESTlllNTO (AR + RS)

Graf. 11

che è stato possibile destinare all'investimento, riducendo così sensibilmente e progressivamente l'efficienza dello strumento di difesa. Particolarmente significativi al riguardo sono gli incrementi , riferiti allo stesso periodo, nei settori in questione, che vanno dal +389% dell'esercizio e dal +255% dei programmi di forza al +80% dell'investimento. Il fatto è da collegare alla già accennata diversa comprimibilità dei vari settori, per cui la decurtazione, annualmente apportata, in sede governativa, al progetto di bilancio della Difesa, si è, per forza di cose, ripartita in modo diseguale tra i vari settori; all'investimento è stato assegnato soltanto quanto rimaneva dopo avere soddisfatto - sia pur non completamente e con criteri di strettissima economia - le esigenze degli altri settori. Del resto, in una situazione di disponibilità di risorse insufficienti a fronteggiare le necessità minime, è naturale che le esigenze di mantenere in vita e di addestrare le forze siano considerate prioritarie rispetto ad ogni altra. Peraltro,


Aspe(li e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

103

ciò non è stato senza conseguenze; infatti, assegnazioni costantemente al di sotto del minimo indispensabile a consentire il graduale ammodernamento delle Forze Armate hanno determinato negli anni '70 la grave situazione che, nel '75, ha portato alla "ristrutturazione" e alla necessità del ricorso a provvedimenti straordinari, quali le leggi promozionali; di queste si è già parlato in precedenza sottolineando, tra l'altro, il rapporto di complementarietà con il bilancio ordinario , riassumibile nell'esigenza che dette leggi siano coordinate ad adeguati stanziamenti di bilancio, pena la perdita di gran parte della loro validità 50 51 • Inoltre, l'aver fissato una ipotesi finanaiaria centrata sul mantenimento del potere d'acquisto del bilancio 1975 e sull'attuazione della programmazione fissata con le leggi promozionali non ha risolto, come si è visto, le difficoltà della Difesa per due motivi: primo perché, ad eccezione che per il bilancio 1976, l'ipotesi finanziaria non è stata rispettata integralmente in sede di formazione del bilancio; in secondo luogo perché l'inflazione ha penalizzato in termini di potere di acquisto sia le disponibilità ordinarie sia quelle straordinarie (leggi promozionali). Per quanto riguarda le prime; esse non sono state sufficienti a garantire alle Forze Armate, nel settore del funzionamento, i livelli previsti. In particolare, rispetto a questi livelli, la realtà dell'addestramento delle Unità, che in definitiva è ciò che giustifica lo sforzo economico-finanziario del Paese, è nettamente inferiore. È inutile allora acquistare mezzi e sistemi d'arma moderni se non si riesce a garantire, nello stesso tempo, al personale di addestrarsi adeguatamente al loro impiego; le risorse attribuite annualmente all'addestramento consentono , ad esempio, un uso di munizionamento che risulta tra i più ridotti nell'ambito dei paesi NAT0 52 . E se vi sono state difficoltà nel funzionamento, a maggior ragione ve ne sono state nell'ammodernamento , settore sul quale si sono necessariamente ripercosse le penalizzazioni subite dalla Difesa, in termini di disponibilità e di potere di acquisto: in particolare, a partire dal 1979, causa il forte tasso di inflazione non bilanciato da 50 Cfr. Camera dei Deputati - VII Legislatura - Atti Parlamentari n. 24332432-2372-A (Res. tab. 12). Relazione sullo stato di previsione della spesa del Ministero della Difesa per l'A.F. 1979, pag. 9. 51 Senato della Repubblica - Giunte e Commissioni - 49° Res. del 2122. 11.1979, pag. 30. 52 Cfr. LAGORIO L. : Indirizzi di politica militare op. cit., pagg. 29 e 30.


104

Francesco Vannucchi

adeguati incrementi delle disponibilità, si è determinata nel settore una disponibilità monetaria inferiore a quella dell'anno precedente 53 (graf. 11); ciò significa, considerando la concomitante perdita di valore della moneta, comune a tutte le spese della Difesa, e l'inflazione tecnologica, particolarmente a carico dell'ammodernamento, che la Difesa è stata impossibilitata ad avviare tutti i programmi di ammodernamento che sono indispensabili per conseguire gli obiettivi della ristrutturazione; ciò significa che taluni settori non interessati direttamente dalle leggi promozionali hanno segnato il passo; ciò significa, quindi, che è venuto a mancare uno dei presupposti di sviluppo equilibrato dello strumento militare, fissati nel 1975 (complementarietà del bilancio ordinario e delle leggi promozionali). Si è molto insistito sulla svalutazione monetaria: nella tabella 16 è riportata l'assegnazione per l'area discrezionale nel periodo in esa-

Tabella 16. -

Bilancio della Difesa. Evoluziòne delle spese discrezionali (cifre in mld.) Valori correnti

Anno

Valori costanti 1979

Variazione annua MLD.

1969 1970 1971 1972 1973 1974 1975 1976 1977 1978 1979 1980

706,9 793,9 812,1 891,1 1.158,2 1.134,9 1.280,8 1.250,7 1.646,8 1.851,5 2.092,0 2.242,0

Variazione annua

MLD. mld.

%

-

+ 12,3 + 2,3 + 9,7 +29,9 - 2,0 +12,9 +18,7 + 8,3 +12,4 +13,0 + 7,2

+ 87,0 + 18,3 + 78,9 +267,1 - 23,3 +145,9 +239,9 + 126,1 +204,7 + 240,5 + 150,0

2.636,8 2.759,8 2.730,6 2.878,9 3. 175,2 2.210,2 2.297,4 2.220,2 2.061,9 2.138,7 2.092,0 1.872,0

'

mld.

%

+ 123,0 - 29,2 + 148,3 + 296,3 - 965,0 + 87,2 - 77,2 - 158;3 + 76,,8 - 46,7 -220,0

+ 4,7 - 1,1 + 5,4 + 10,3 - 30,4 + 3,4 _ · 3,4 - 7,1 + 3,7 - 2,2 - 10,5

Fome: Stato di previsione della spesa del Ministero della Difesa per gli anni dal 1969 al 1980 (dati elaborati).

Camera dei Deputati • Servizio studi: "La politica di Sicurezza. dell'Italia. Problemi e Prospettive" · pag. 292 (dati elaborati).

53 Cfr. Senato della Repubblica - VII Legislatura - Atti Parlamentari n. 1594A (Res. tab. 12) Esame dello Stato di previsione della spesa del Ministero della Difesa per. l'A.F. 1979, pag. 413. Cfr. Senato della Repubblica - Giunte e Commissioni - 49° Res. del 21-22.11.1979, pag. 32.


Aspetti e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

105

me , tradotta in lire 1979; risulta, tra l'altro, che se in termini monetari, nel 1980, gli stanziamenti sono aumentati di 1535 mld., in valore reale essi sono diminuiti .di 765 mld. Gli effetti di questi fenomeni che così duramente hanno colpito le capacità operative dei bilanci della Difesa, cioè svalutazione monetaria e inflazione tecnologica, possono essere meglio apprezzati considerando le leggi promozionali: Queste prevedevano per le tre Forze Armate programmazioni decennali, definite negli anni '74 e '75, per un onere globale di 3115 mld. 54 , onere che, secondo previsioni riferite al 1980, ha raggiunto i 9900 mld. 55 . Questo significa un incremento percentuale annuo del 40% circa che, peraltro, tenuto conto dei tassi d'inflazione verificatisi dal 1975 ad oggi e delle caratteristiche dei materiali da acquistare, non può neanche dirsi molto elevato. Consultando i dati ISTAT 56 risulta, infatti, che nel 1978 i costi dei "prodotti non agricoli" (riferimento molto ottimistico rispetto ai materiali di più elevata tecnologia quali quelli previsti dalle leggi) sono cresciuti di ben il 166% rispetto al 1974 (33% annuo); si deve inoltre tener conto della inflazione tecnologica, molto elevata specie nel settore aeronautico, e del fatto che nei casi di collaborazione internazionale (MRCA, FH70) molto ha inciso il deprezzamento della lira concomitante al forte apprezzamento delle monete dei partners. Questo aumento dei costi ha fatto si che "i fondi _previsti dalle leggi stanno per esaurirsi e, conseguentemente, i programmi da completare e quelli da avviare dovranno necessariamente trovare copertura negli stanziamenti ordinari" 57 • Un dato favorevole da rilevare è che la programmazione prevista ha trovato finora completa applicazione, come risulta dalle relazioni annuali allegate alla legge del bilancio. Per concludere, si è cercato di rendere più concretamente, con i grafici 12 e 13, gli aspetti prinçipali che caratterizzano negativamente i bilanci della Difesa, derivati dalla cronica ridotta disponibilità di risorse. Il primo aspetto è connesso alla elevata incidenza delle spese 54

55

56 57

Le tre leggi promozionali prevedevano i seguenti oneri: - 1115 mld., quella dell'Esercito (legge n. 372/1977 - art. 2); - 1000 mld., quella della Marina (legge n. 57/1975 - art. 4); - 1000 mld., quella dell'Aeronautica (legge n. 38/1977 - art. 2). Cfr. BATIISTELLI F.: Armi: Nuovo modello ... op. cit., pag. 53. ISTAT: Annuario Statistico Italiano, ediz. 1979. LAGORIO L. : Indirizzi di politica militare op. cit., pag. 69.


RAPPCIITO TRA SP{SE PER IL PERS(ljAL( (SP) E SPESE

Niliardi

DI ESERCIZIO E INYEST!lt:NTO ( SE + I)

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2500

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SP

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2000

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1500

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/

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72

74

77

76

75

79

78

1K)

500

Graf. 12

SPES( DISOlEZIOHAlI RAPPCllTO TRA SPESE DI ESERCIZIO (SE J E SPES( DI ANMOOERNAIIENIO E RINNOyAIENTO (AR)

S(

Miliardi

AR

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2QO 78

79

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Fonte: - Stato di previsione della spesa del Ministero della Difesa per gli anni dal 1969 al 1980 (dati elaborati). - Libro Bianco della Difesa . Edizione 1977. - Camera dei Deputati, Servizio Studi: «La politica di Sicurezza dell'Italia. Problemi e Prospettive» , feb. 1980 - pag. 292 (dati elaborati) . . Rivista Militare n. 2/1978 - pag. 16 e n. 1/1980 - pag. 17.

Graf. 13


Aspetti e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

107

per il personale sul totale degli stanziamenti della Difesa, a fronte delle risorse destinate all'esercizio e all'investimento . Dopo il 1975 il relativo rapporto è andato migliorando tendendo verso l'unità; in realtà il miglioramento, dovuto soprattutto alle leggi promozionali, è in larga misura apparente, in quanto prevalentemente effetto dell'inflazione che ha gonfiato gli stanziamenti per l'acquisto di beni e servizi. Mediamente, nel periodo 1969-80, detto rapporto è stato pari a 1,5: 1 a danno dell'investimento e delle spese d'esercizio, cosa che, in pratica, si è tradotta in un netto deterioramento dello strumento militare. Il secondo aspetto negativo si rileva confrontando spese di esercizio e spese di ammodernamento e rinnovamento discrezionali; si ha conferma così di quel circolo vizioso, di cui si è già fatto cenno precedentemente, determinato soprattutto dalla scarsità di risorse che riduce le possibilità di normale sostituzione dei mezzi obsoleti, nei settori non coperti dalle leggi promozionali e concorre quindi a far aumentare le spese di manutenzione, riducendo così ulteriormente le possibilità di rinnovare e/o ammodernare mezzi e materiali 58 . È significativa infatti la differenza tra le inclinazioni delle due spezzate e l'andamento delle spese di AR dopo il 1973.

8. Incidenze delle spese militari sull'economia a. Effetti- secondari delle spese militari A premessa è indispensabile una precisazione. Non ha alcun significato porsi la domanda di quali risultati si sarebbero potuti ottenere in altri settori, devolvendo ad essi le somme destinate alla Difesa. Se, infatti, il bisogno della Difesa esiste, esso non può non essere soddisfatto, poiché è preliminare ad ogni altra esigenza del vivere civile e, quindi, è al di fuori della realtà il noto "slogan" ottocentesco del "burro o cannoni". Le spese militari sono assimilabili al pagamento di un premio di assicurazione per il mantenimento della sicurezza e della pace. Esse, quindi, non costituiscono spese improduttive, o meno produttive di altre spese, come talvolta viene sostenuto e, come ogni altra categoria di spesa pubblica, hanno anche effetti secondari che interessano vari settori dell'economia nazionale con riguardo ai consumi, 58 JEAN

C. e

REMOTI!

P.: Le spese militari in Italia, op. cit., pag. 15.


· 10s ·

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alla produzione e distribuzione del reddito, alla bilancia dei pagamenti, all'occupazione e al livello tecnologico della industria nazionale. Non è che tali effetti, lo si ribadisce, costituiscano lo scopo delle spese militari , ma la loro importanza impone di rivolgere ad essi una particolare attenzione, anche in funzione del ruolo che le spese della Difesa possono assumere come strumento di politica economica e finanziaria, utilizzabile dallo Stato ai fini dello sviluppo di lungo periodo o di interventi di tipo congiunturale, nel quadro di una programmazione coordinata industria-Difesa, a favore del sistema economico-produttivo del Paese. b. Le spese militari degli Stati Uniti Al riguardo, gli studi più completi sono riferiti agli Stati Uniti, paese che nel dopoguerra ha sempre avuto un elevato carico di spese militari; del resto è noto che in Europa i problemi della Difesa non hanno ricevuto la necessaria attenzione da parte degli studiosi, per cui esistono al riguardo notevoli "buchi" di conoscenza 59 . Numerosi economisti hanno sostenuto che il sistema economico statunitense è stato spinto verso gli alti livelli raggiunti grazie al notevole volume di spese militari e che un taglio improvviso e sostanziale delle commesse militari costituirebbe un duro colpo per l'economia. In sintesi, si può affermare con Pivetti 60 che nel dopoguerra la spesa militare negli Stati Uniti è stata la componente più dinamica della domanda effettiva ed ha contribuito in misura crescente a determinare l'aumento del prodotto nazionale, dell'occupazione e del progresso scientifico e tecnologico. La sua importanza, come fattore di espansione dell'economia, è tale che qualsiasi provvedimento di disarmo troverebbe ostacoli notevoli data la impossibilità di individuare parametri sostitutivi in grado di produrre effetti · ' · analoghi. La questione è stata ripresa in un recente studio dell'Università Cattolica di Milano 61 , le cui conclusioni sono riassunte nel titolo 59

Cfr. PEACOCK A. cit. in CAFFE F.: Armamenti e inflazione: a proposito di alcune critiche negli USA sulla politica degli Armamenti: L'Amministrazione della Difesa n. 3/1973, pag. 14. ' · 60 Cfr. PJVETII M.: Armamenti ed economia, Milano, Franco Angeli Editori, 1969, pag. 22. 61 Cfr. GLISE NTI P.: Scheda di un settore: CORRIERE DELLA SERA 17.7.80, pag. 13-V.


Aspetti e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

109

SPESE CIVILI E MILITARI IN USA

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1960

1965

1944 1946

1970

197S 1978

Fonte: Corriere della Sera, 17.7.1980 • pag. 13 • V

Graf. 14

giornalistico " GU Americani usano una vecchia ricetta: i cannoni per battere la crisi produttiva"; esaminando il grafico 14 si osserva che l'attuale tendenza alla stagnazione del sistema economico , dovuta all'incapacità della domanda effettiva a tenere il passo con l'aumento della capacità produttiva, coincide con la tendenza alla riduzione delle spese militari. L'aumento di queste ultime, quindi, diviene lo strumento con cui lo Stato riassorbe il surplus del sistema economico, riducendo per tale via anche il tasso di disoccupazione. Spesa e produzione militare, in sostanza, costituiscono una colonna portante del sistema economico USA. Al riguardo è stato notaM che, mentre per l'Unione Sovietica il dilemma è ancora quelll) classico tra "burro" e "cannoni", "il meccanismo dell'economia americana rende necessario produrre cannoni allo scopo di assicurare a tutti i cittadini il burro quotidiano" 62. 62 B ATIISTELLI

F. : Armi: Nuovo modello .. . op. cit., pag. 85.


110

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È, peraltro, anche da segnalare che altri autori hanno evidenziato taluni aspetti negativi delle spese militari statunitensi, quali quello di costituire fonte di notevoli spintte inflazionistiche. In particolare, il Melman 63 ha affermato che "per quanto l'inflazione abbia cause diverse, non si può sfuggire al fatto che la produzione bellica negli Stati Uniti, dal 1945, è stata origine di aumenti dei prezzi. E ciò è vero particolarmente per il periodo 1965-1970... In aggiunta la spesa militare "ha pregiudicato il valore del dollaro" ed ha determinato "ripercussioni nell'ambito mondiale". Questa rapida digressione sugli USA da una idea delle enormi implicazioni che una spesa militare di grosse dimensioni può avere sulla economia nazionale.

c. La situazione economica italiana Venendo all'Italia, appare opportuno effettuare innanzitutto una sintetica esposizione della evoluzione della economia italiana, per individuare ciò che ha portato alla situazione di crisi degli anni '70 e poter, quindi, considerare le incidenze delle spese militari su tale situazione e sui suoi ulteriori sviluppi. È noto che lo sviluppo economico italiano negli anni '50 è stato particolarmente rapido, per cui, non senza fondamento, si è parlato di "un miracolo economico". Nella vita economica, però, è stato notato 64 , è ben difficile che si verifichino miracoli e tale locuzione sta.· in effetti solo per esprimere i buoni risultati raggiunti con uno sforzo tenace, con l'impegno di tutte le categorie economico-sociali e con un'adatta politica economica e finanziaria. Volendo ricordare alcune cifre, è da mensionare che, nel decennio 1950-60, il tasso medio di incremento del prodotto interno è stato del 5,6% per anno, cui hanno corrisposto, dal lato degli impieghi, un aumento dei consumi relativamente minore, pari al 4,4% annuo, ed un aumento degli investimenti di circa il 9% per anno. Nel complesso la percentuale delle risorse disponibili destinata agli investimenti è passata dal 19-20% del 1950 al 24% del 1960. Nello stesso periodo, si è avuta una sempre maggiore integrazione dell'economia italiana in quella internazionale, con un forte aumento delle importazioni (mediamente +9% per anno , cioè in misura superiore al reddito nazionale) e, cosa impor63

S., cit. in CAFFE F.: Armamenti e inflazione ... op. cit., pag. 13. Cfr: Gurnorr1 S.: La situazione economico-finanziaria italiana ... op. cit., pag. 1 e seg. 64

MELMAN


Aspetti e problemi della spesa mìlitare in Italia nel secondo dopoguerra

111

tante, con un aumento ancora maggiore delle esportazioni (pari al 15% per anno). Il conseguente miglioramento della bilancia dei pagamenti, che ha portato alla fine degli anni '60 al saldo attivo, è l'aspetto più saliente dello sviluppo economico nel periodo; tra gli aspetti negativi sono invece da considerare il non essere riusciti a ridurre le distanze esistenti tra il Nord ed il Sud dell'Italia e ad eliminare, nonostante sensibili progressi, la disoccupazione e la sottoccupazione. All'inizio degli anni '60, la condizione dell'economia italiana è quella di un Paese dal recente "decollo" industriale, fortemente caratterizzato da un'attività di trasformazione e che si trascina una debole situazione agricola, il problema del . Mezzogiorno e quello della disoccupazione. Dal 1963 lo sviluppo di detta economia ha in pratica esaurito il suo slancio ed ha ceduto il posto a una fase calante che ne ha messo in evidenza la sua sostanziale fragilità, connotata dal persistere della disoccupazione, da una bilancia commerciale precaria, a causa di alcuni comparti merceologici di cui l'Italia è fortemente tributaria verso l'estero, e da un grave disavanzo nei bilanci dello Stato e degli Enti pubblici. La crescente integrazione dell'economia italiana nell'economia internazione ha, del resto, condizionato in modo determinante l'evoluzione economica e la condizione della politica economica; questa integrazione, che è stata a sua volta imposta da cause strutturali di dipendenza dall'estero (di cui il Paese è naturalmente tributario per i fabbisogni di materie prime, per larga parte del fabbisogno di fonti di energia, per una quota crescente di prodotti agricoli) e dalla scelta di politica economica - anch'essa praticamente obbligata compiuta dall'Italia nel dopoguerra (adesione alla CEE), ha avuto le seguenti principali conseguenze 65 : - sviluppo dell'economia non equilibrato, in quanto polarizzato principalmente sulle industrie produttrici di beni di esportazione, considerate elementi motori di tutta l'economia. Questo, se da un lato ha consentito vantaggi notevoli in fatto di produzione, produttività, progresso e redditi dei settori interessati a tali beni , ha provocato anche, in prospettiva, notevoli inconvenienti in termini di: • addensamento delle iniziative industriali in detti settori e persistente arretratezza degli altri settori; 65

Cfr. RuFFOLO G.: Rapporto sulla programmazione op. cit., pag. 7 e seg.


112

Francesco Vannucchi

• rallentamento se non paralisi della politica di sviluppo industriale del Mezzogiorno; • concorso al fallimento dei tentativi di programmazione; • crisi completa dell'agricoltura; - condizionamenti gravi alla politica economica per la conseguente soggezione dell'economia italiana alle fluttuazioni di quelle degli altri Paesi e per la tendenza sempre più accentuata del capitale a dirigersi verso l'estero, per le più favorevoli condizioni di impiego; - aumento della quota di importazioni sul totale delle risorse; - allineamento dei costi del lavoro italiano al livello europeo, che, non equilibrato dal conseguimento di pari livelli di produttività, ha provocato diminuzioni di competitività dell'intero sistema economico, effetti destabilizzanti, riduzione del dinamismo imprenditoriale, interventi.statali sempre più frequenti a fini assistenziali e di salvataggio; - esplosione delle contraddizioni sociali esistenti, che facevano e fanno dell'Italia un Paese in via di sviluppo. In questo periodo, il reddito ha mantenuto ritmi di incremento inferiori a quelli del periodo precedente, così come gli investimenti, la cui quota sugli impieghi complessivi è andata diminuendo in maniera vistosa. Per contro, si è avuta, ad eccezione che nel 1963, una forte eccedenza attiva nella bilancia dei p~gamenti ed è aumentata la proporzione delle esportazioni sulla domanda complessiva: per la bilancia commerciale si sono, invece, verificati alti e bassi. Per quanto concerne la spesa pubblica, essa ha visto aumentare notevolmente il peso dei trasferimenti e ridursi la pr,oporzione dei consumi e, soprattutto, degli investimenti della pubblica amministrazione, con effetti, nel complesso, depressivi sull'economia e con carenze nella prestazione di .servizi sociali; il.livello della spesa pubblica è stato inadeguato rispetto alle esigenze congiunturali e strutturali. Si è ridotta, infine, l'occupazione. In queste condizioni,-l'Italia ha subito l'urto degli eventi negativi che hanno investito l'intera economia mondiale: le ricorrenti crisi monetarie, la crisi del petrolio, la recessione economica mondiale del 1974-75. Le ripercussioni sono state naturalmente più gravi a causa degli squilibri strutturali esistenti,. accentuati dal modello di sviluppo di cui si è detto. Senza entrare nel merito delle cause della crisi economica in


Aspetti e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

1l3

Italia, cosa che porterebbe molto lontano, si può dire che il quadro odierno della situazione economica, la cui evoluzione è visualizzata nei grafici dal 15 al 21, presenta tre elementi fortemente negativi: un tasso di inflazione elevatissimo, il pesante deficit della bilancia commerciale , l'invecchiamento dell'apparato industriale a causa della perdurante crisi degli investimenti. L'inflazione è al centro della crisi economica e, perdurando il suo notevole tasso, rischia di compromettere l'intero sistema economico del Paese. Essa, sostanzialmente presente nella nostra economia fin dal 1969, è esplosa nel 1974 a seguito del perentorio aumento del prezzo del petr,olio e di tutte le materie prime di cui l'Italia è tributaria dall'estero: all'inflazione interna si è aggiunta quindi quella importata. Tra le cause inflattive interne, pesa sensibilmente la costante espansione della spesa pubblica di parte corrente che sottrae spazio finanziario agli investimenti e aggrava le tensioni sui prezzi. Contenuta nel 1978, la spinta inflattiva ha ripreso vigore nel 1979 a seguito dei nuovi pesanti aumenti del prezzo del petrolio, raggiungendo nel 1980 quel massimo storico del 21,1 %, di cui si è già parlato. La complessa manovra volta a frenarla e riportarla su livelli meno esplosivi è centrata sul contenimento della spesa pubblica, sulla riduzione dei costi di produzione, sul miglior rendimento del settore tributario, sull'incentivazione delle esportazioni, sul contenimento dell'assistenzialismo. Il secondo elemento negativo, la deficitaria situazione della bilancia commerciale, concerne essenzialmente i settori delle fonti di energia, delle materie prime e dell'alimentazione. Infine, il terzo elemento negativo è rappresentato dall'invecchiamento dell'apparato industriale determinato da problemi di diversa natura , tra cui spiccano la crisi degli investimenti, il distacco tecnologico di molti settori rispetto a quelli dei paesi più avanzati, il livello della ricerca scientifica e applicata, la scelta di nuovi tipi di produzione, la maggiore qualificazione del personale, la maturità delle parti sociali, ecc. Per completare il quadro economico con cui il Paese entra negli anni '80, si riporta una recente affermazione del Governatore della Banca d'Italia 66 : "Il problema più immediato da affrontare consiste nella modifica delle tendenze in atto nelle importazioni e nelle 66

Cit. in ZAPELLONI S.: Il Governatore avverte: l'economia non si difende solo con misure monetarie: IL TEMPO, 20.10.1980, pag. 1.


PRODOTTO INTERNO LORDO A PREZZI DI MERCATO ( valori in miliardi di lire 1970 e correnti) TASSO DI INFLAZIOOE IMPLICITO AL PIL

%

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PIL valore corrente PIL valore 1970

Miliardi

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TASSO INFLAZIONE

20 350.000

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100.000

50.000

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o 1960

70

65

Fonte: - ISTAT: Annuario di Contabilità Nazionale - Edizione 1978. - MONDO ECONOMICO N. 39 del 4.10.1980 - pag. 6.

Graf. 15

75

80


115

Aspelli e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

INVESTIMENTI FISSI LOIOI E COOSUHI PRIVATI

Miliardi

(valori i n miliardi di liN? 1970 e correnti)

67 .428

70.000 60.000

./54.406 50.000

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39. 0-- · -_,,, .,,,.,. ,,,

COOSUMI '""-.

40.000

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Valore 1970-,,, • - • _. .. 28 · 911

30.000

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INVESTIMENTI Valire 1970

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20.000

211.467

- - - - - 1 - - - - - - - - - - - - 15.111 9 q_ 8Lwi ___________• - 13.434 12.145

10.000

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60

70

65

-

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1

80

75

Fonte: 1STAT: Annuario di Contabilità Nazionale. Ediz. 1978 · Relazione sulla situazione economica del Paese (1980): Mondo Economico n. 14 del 15.4.1981. pag. 35 e seg.

Graf. 16 PREZZI AL CONSUMO E ALL I INGROSSO

(N1111eri Indice - base 1969 • 100)

Cons1,90 400 - - - - - -- Ing-osso

I

370 I 321/' 296 , , , ' 316 ,

-1

300

2s;,'

., /

245 200

10

a.nni 100

..L..--==:--~ - ~ --!---+-- +----1---l----+---+---175

69

Font,: ISTAT: Annuario Statistico Jtaliano (varie edizioni).

Graf. 17

80


116

Francesco Vannucchi

PRODOTTO I NTERNO LORDO,CONSUMI DELLE FAMIGLIE E I NVE STIMENTI

Variazioni percentuali rispetto all'anno precedente dei ·valori a prezzi 1970

PRODOTI'O INTERNO LORDO 1.2

T,O_ ,

e.2 3.3

1961 1962 1963 1964 1965 1966 1967 1968

- 3.1

CONSUMI-DELLE FAMIGLIE e.o 7 ,S

7 .3

7.1

3..

7.0

3.8

1961 1962 1963 1964 1965 1966 1967 1968 1969 1970 1971 1972 -1,4

INVESTIMENTI FISSI LORDI 10,0

1.1

.~ ~

5.8

2.3

·~ 1977 1978 1976 • O.• -0,1 19 711 I

Fonte: ISTAT , Indicatori mcn~ili.

-12,7

Graf. 18


Aspetti e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

117

CAPACITA I PRODUTTIVA E GRADO

DI .UUl IZZAZIONE DEGLI IMPIANTI lllllUSTAI[ MAHIFAn u ••ERE [O [STUTIIY[

,-.,--....,..--,---r-- ....,..---,,--..-- --,----,---•60

~,1--~~~,..,--,=orw::,c----- - - -- - - - - - 1

1---------·-·-·-·-·-·~·~--················ ~,1-------------------------1 l&AOO . , Vfll.UIU/O#f

,no .,,

72

7J

Fon/e: ISCO: Rapporto semestrale sull'evoluzione congiunturale del·

l'economia italiana - Roma - luglio 1979.

Graf. l9

Migliaia MAI/ODOPERA OCOOPATA

20.500

o,

~ Ò

.

~, ,

(media annua in migliaia)

/

"'

., ., •"" ~ N

20.000 TOTALE

19.300

7.500 HlllJSTRIA

7. 200

65

70

71

72

73

Fonte: Vds. grafico 16.

Graf. 20

74

75

76

77

78

79

80


Francesco Vannucchi

118

SALDO [{GLI SCAMBI CONl' ESTERO DI BENI E SERVIZI E BILANCIA DEI PAGA!oENTI BILANC IA IU BENI E SERVIZI BILANC IA [(I PAGAMENTI

5600

,',

5200 I

4800 "400 4000

I I

I I

3600

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I I

3200 2800 2400

I

I

2000

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1600 1200 800 400

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o

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400

I

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800 1200

\

1600

2000 2400 2800 3200 3600

4000 "400 4800 5200 5600 6000 6400 6800 7200 7600 8000 8400 15000

l

19°&5

fo

f1

i2

7:Ì

Fonte: Vds. grafico 16.

Graf. 21

74

7'5

76

17

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Aspetti e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

119

esportazioni. Essa postula sia misure di severo controllo della domanda interna che , senza frenare gli investimenti, contengano l'espansione dei consumi e liberino risorse per le esportazioni, sia una evoluzione dei costi per unhà di prodotto che rafforzi la competitività delle merci italiane".

d. Principali caratteristiche delle spese militari Sotto questi aspetti le spese militari hanno finora giocato e possono vieppiù giocare in futuro, in concorso con altre iniziative, un ruolo non trascurabile , per consentire all'econo~ia nazionale di uscire dal tunnel della crisi. Naturalmente, ciò richiede che le spese militari non consistano solo in erogazioni per il personale e in acquisti di materiali privi di contenuti tecnologici avanzati e di ridotta sofisticazione; infatti , questo tipo di spese comporta in pratica un semplice trasferimento di redditi da alcuni settori ad altri senza alcun tangibile effetto. La complessità dei sist emi d'arma necessari per garantire allo strumento militare italiano una reale capacità di "deterrente" implica ricerche scientifiche preliminari e la applicazione di ritrovati importantissimi nel campo dell 'elettronica, dell'automazione e della chimica (centrali di tiro, calcolatori elettronici, radar , missili teleguidati, propellenti ed esplosivi, materie plastiche, ecc.), che possono essere ampiamente sfruttati in altri settori per la produzione di beni tipicamente civili; il che significa un perfezionamento dei processi produttivi e la conseguente riduzione dei costi di produzione che si traducono in prezzi più bassi, cosicché, in definitiva, si rende possibile "agganciare" nuove domande e realizzare un reddito aggiuntivo 67 • Una parentesi: quando si parla di spese militari , quasi tutti hanno in mente il solo aspetto militare del problema; sono pochi coloro che hanno presente che il progresso tecnologico è stato , è e sarà sempre più sollecitato, in modo determinante, dalla produzione dei mezzi militari, considerato che la potenza degli armamenti va sempre più diventando un fatto tecnologico. È altresì da precisare che un alto livello globale di spese per l'attività di ricerca scientifica e sviluppo tecnologico non implica di

67

Cfr.

MAYER

G.: Incidenza delle spese militari italiane ... op. cit., pag. 31.

, ....


120

Francesco Vannucchi

per sé un alto ritmo di progresso tecnico ; occorre, in aggiunta, la presenza nell'economja di un settore o dì settori che creano, a ritmo elevato e con continuità, nuovi problemi tecnici , generatori a loro volta di progresso. È indubbio che il settore dell'armamento è il più idoneo sotto tale aspetto 68. Al riguardo, esistono esempi significativi 69 . L'evoluzione della propulsione del mezzo aereo ha portato ai progressi ciel trasporto aereo civile solo dopo esperienze e collaudi definitivi nell'aviazi.one militare: da esperienze militari nacque il Boeing 707, il reattore civile intercontinentale , che poté affrontare con successo il servizio passeggeri sulle grandi rotte, grazie all'imponente sperimentazione operativa accumulata prima con il B 47 e poi con il B 52. Gli sviluppi dell'elettronica offrono un ulteriore esempio altrettanto significativo, in quanto sono avvenuti principalmente nel corso della prima e della seconda guerra mondiale. Basta citare le telecomunicazioni, i raclars, i calcolatori , che le esigenze militari hanno creato e che oggi trovano universale impiego per soddisfare tutte le esigenze civili del nostro mondo moderno. Il primo calcolatore elettronico (prescindendo cioè da quelli che impiegavano "componenti" elettromeccanici) fu realizzato verso la fine del secondo conflitto mondiale per le Forze Armate USA e venne impiegato per il calcolo delle traiettorie balistiche dei proiettili. La tecnica russilistica e, in particolàre, quella dei propellenti , sviluppata a scopi militari, è stata alla base della tecnica spaziale e ha consentito la messa in orbita dei satelliti; questi ultimi sono passati poi alla fase dell'applicazione civile per rilevamenti meteorologici e per le telecomunicazioni. È difficile precisare in che misura i progressi della metallurgia siano stati determinati dalle esigenze cli materiali sempre più sofisticati per le produzioni mili tari; non vi è dubbio, peraltro, che queste, con le loro necessità , hanno spinto notevolmente il progresso tecnologico verso la ricerca di leghe • rispondenti a prestazioni sempre più elevaite. È certo, altresì, che alla scoperta del procediment0 per utilizzare la fissione ··ttoU'atomo, ai fini della produzione di energia nucleare, Fermi pervenne senza pensare alle applicazioni militari: ma il primo impiego e i successivi sviluppi furono militari. Oggi l'energia nucleare è disponibile per usi civili e consente di contare su fonti energetiche praticamente illimitate e valide economicamente. 68

Cfr. PIVEITI M.: Armamenti ed economia ... op. cit. , pag. 13 e pag. 44. Cfr.. MAGRI S.: L'Apporto delle produzioni per la Difesa allo sviluppo tecno logico ed economico del Paese: Confe renza tenuta al CASD, 1967 , pag. 10 e seg. 69


Aspetti e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

12J

Oltre questa capacità di incentivazione del progresso tecnico che concorre a mantenere elevata la competitività del nostro sistema economico, è da considerare, per la spesa in questione, l'altissima gamma di beni e servizi richiesti, per cui si può ritenere che non esista settore di mercato dove non vi sia domanda da parte militare. La semplice lettura delle voci del bilancio della difesa da l'immediata percezione dell 'ampiezza di questa gamma: dagli stipendi e dalle paghe del personale, alle spese per la ricerca e sviluppo; dalle spese per il vitto, il vestiario, l'igiene, a quelle per la costruzione dei sistemi d'arma più complessi, prodotti spesso in coproduzione fra più paesi; dalle spese per la progettazione e la costruzione di navi e di aerei, a quelle per i mezzi di tra~porto, ordinari e speciali; dalle spese per le infrastrutture, a quelle per i carburanti e i lubrificanti , per le munizioni , per i materiali del genio, delle trasmissioni e delle telecomunicazioni , ecc. Una valutazione per settore merceologico, effettuata sulle spese della Difesa per gli anni 1965, 1970, 1975 e 1980, dà le ricadute percentuali indicate nella tabella 17. Le spese militari, inoltre, se considerate dal punto di vista dei loro effetti sulla domanda effettiva, presentano altre caratteristiche che ne accentuano la diversità rispetto alle altre spese pubbliche. Pur se comprese, come tutte le spese della Pubblica Amministrazione relative ai servizi da questa prestati (istruzione, giustizia, ecc.), tra le spese correnti, cioè fra i consumi pubblici, nella realtà, una buona aliquota delle spese della Difesa si qualifica, in senso positivo , come un complesso di spese equiparabili, dal punto di vista strettamente economico-produttivo, a veri e propri investimenti. A differenza poi che per qualsiasi altro bene, capitale e di consumo, non si pone per gli armamenti alcun problema di produzione in eccesso; cioè la spesa militare può essere ripetuta indefinitamente a livelli che incontrano solo il limite posto dalla capacità produttiva disponibile nei settori interessati. Questa ripetibilità , in uno con la capacità di incentivare il progresso tecnico , ha affermato Pivetti 10 , fa della spesa militare un fattore in grado di contribuire continuativamente alla stabilità dell'economia e al suo ritmo di crescita. Infatti, "la ripetibilità a livelli che incontrano solo limiti di capacità produttiva consente all a spesa militare di continuareoa crescere al ritmo richiesto per impedire l'aumento di lungo periodo della disoccupazione. Il progresso tecnico che scaturisce dalla produzione

° Cfr.

7

PIVEITI

M.: Armamenti ed economia ... op. cit. , pag. 13.


122

Francesco Vannucchi

Tabella 17. - Bilancio della Difesa. Acquisto di beni e servizi ¡ ripartizione per settori economici (cifre in miliardi di lire correnti) 1970

1%5

Seuore

Alimentare Tessile e del cuoio Metallurgico e meccanico: materiali da equipaggiamento materiali elettrici e attrezzature TLC mezzi da trasporto e da combattimento armi, materiali da ponte e per attrezzature campali costruzioni navali costruzioni aeronautiche Costruzioni edili Derivati del petrolio e carbone Vari: fitti di locali, acqua e luce trasporti igienico sanitario istruzione e addestramento altri, inerenti all'attivitĂ di difesa

mld.

58 25 262

12,2 5,3

11,9 6,4

80 43 420

1980

1975 mld.

%

mld.

%

146

12,7 8,0

92 663

%

mld.

245 215 2.120

7,7 6,8

8 30 75

1,7 6,3 15,8

20 53 88

3,0 7,9 13,1

32 83 112

2,8 7,2 9,7

40 180 381

60 29 60

12,7 6,1 12,7 15,6 3,4

75 27 157

11,2 4, .1 23,4 8,3 3,0

123 89 224

10,7 7,8 19,5 6,9 5,6

207 528 784

6,5 16,6 24,6 7,9 4,7

43 41 37 24 55

1,4 1,3 1,2 0,8 1,7

74 16 39 8 9 4 2 16 474

%

56 20 53

9 12 7

1,7 1,9 0,8 0,4 3,4 100,0

6 19

672

80 65 103

1,2 1,6 1,1 1,0 2,8 100,0

18 10 )4 19 42 1.149

Fonie: Notiziario di ec,momia militare: L'AMMINISTRAZIONE DELLA DIFESA o. 2/l!/70 e n. 4/1975 ( dati elaborati). Stato di prev~ione della spesa del Ministero della Difesa per l'E.F. 1980 (dati elaborati).

250 150 200

1,6 0,9 1,2 1,6 3,8 .100,0

3.180

1,3

5,5 12,0

100,0


Aspetti e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

123

di armamenti determina plausibilmente livelli degli investimenti autonomi maggiori di quelli che si avrebbero in sua assenza; ne risulta aumentato il ritmo di crescita del prodotto nazionale e ridotti gli incrementi della spesa militare di volta in volta necessari per mantenere tale ritmo".

e. Possibilità operative delle spese della Difesa in Italia Si è visto che tra i problemi più pressanti de ll'economia nazionale vi è quello di limitare il deficit della bilancia comme rciale; questo obiettivo può essere raggiunto riduce ndo, per quanto possibile, le importazioni e aume ntando al màssimo le esportazioni. In un me rcato inte rnaziona le nel quale la divisione del lavoro dipende in misura sempre maggiore dalla competizione sul piano tecnologico ed organizzativo , i crescenti fabb isogni nazionali di energia, di materie prime , di derrate alimentari, devono trovare compenso nell 'esportazione di prodotti caratterizzati da alto live llo tecnologico e, q1,1indi , da alto valore aggiunto: quanto più è elevata la tecnologia del prodotto esportato ta nto più elevato è il valore aggiunto di questo . Infatti la via più sicura, anche se la più ardua, per guadagnare spazio sul me rcato internazionale è quella di far parte del ristretto gruppo di paesi all'avanguardia del progr esso economico e tecnologico , rinnovando continuamente la struttura dell'apparato produttivo. Non è certamente una via facile oggi, soprattutto considerato il grave stato di degradazione produttiva e sociale in cui trovasi tutto il sistema economico italiano. I prodotti militari sono , di massima, ad alto valore aggiunto . Secondo il Presidente dell'OTOMELARA , il valore aggiunto della produzione si aggira sul 30% de l fatturato; inoltre, se si considera che per ogni lavoratore dell'OTOMELARA e della Breda Meccanica Bresciana esistono 1,2 lavoratori di subfomitori che producono semilavorati, componenti, ecc. , il valore aggiunto in Italia alle materie prime , all'energia ed ai componenti speciali importati ed impiegati per produrre il ma nufatto esportato, si aggira sul 50-60% del fatturato 71 • 71 Cfr. STEFANINI G.: L'industria àei prodotti militari, come fauore tecnologico, politico ed economico dello sviluppo della Nazione: Conferenza tenuta al CASO . 1979, pag. 5.


124

Francesco Vannucchi

La necessità delle Forze Armate di disporre di mezzi idonei per assolvere i propri compiti, la sempre più sofisticata e costosa tecnologia su cui questi mezzi si basano, l'opportunità di gravare il meno possibile sulla bilancia dei pagamenti, determinano strette interdipendenze tra la Difesa e l'apparato industriale con vantaggi, per il Paese, chiaramente ipotizzabili. Innanzitutto viene ridotta la dipendenza dall'estero per gli approvvigionamenti dei prodotti militari; ciò significa sviluppo dei settori industriali per tali prodotti e, quindi, sviluppo della ricerca in campo militare, che arricchisce il "know-how" di taluni settori industriali con ricadute applicative nelle produzioni civili; queste costituiscono l'aspetto di maggiore rilievo in cui, nel quadro della summenzionata esigenza di espansione commerciale, viene esaltata la produttività, dal punto di vista economico, delle spese militari. In secondo luogo, in un periodo, quale è quello attuale, in cui l'esportazione costituisce uno dei fattori determinanti per la sopravvivenza economica del Paese , l'ampliamento di tale attività commerciale nel settore delle armi è di particolare beneficio per la bilancia dei pagamenti per l'afflusso di valuta pregiata che ne deriva e perché consente l'apertura di nuovi mercati e l'ampliamento di quelli in cui già si è operanti. Occorre, altresì , non dimenticare che oltre questo effetto economico generale , le esportazioni di materiale bellico hanno altri riflessi estremamente importanti per la Difesa, fra i quali di rilievo il fatto che così viep.e aumentato il numero dei sistemi d'arma richiesti dal mercato e, attraverso la produzione di serie, si ottiene una diminuzione del costo dei mezzi acquistati dalle forze Armate nazionali; ciò in quanto le spese per la ricerca, lo sviluppo e l'industrializzazione vengono ripartite fra più esemplari. È ovvio che la corretta attuazione del rapporto su illustrato, tra la Difesa e l'industria , richiede un elevato grado di coordinamento fra le scelte del servizio Difesa e la programmazione delle ricerche e delle produzioni nella industria degli armamenti. Con le leggi promozionali, questo coordinamento è stato attuato per la prima volta; con i programmi a tali leggi associati si è inteso, infatti , conseguire oltre agli obiettivi primari dell'ammodernamento delle armi e dei mezzi delle Forze Armate, anche quelli relativi alla promozione delle molteplici attività industriali di interesse nazionale. La certezza della disponibilità dei fondi necessari ha consentito una incisiva programmazione dell'industria della Difesa, basata su .una certa garanzia di commesse nei vari settori. Inoltre, l'ulteriore sviluppo delle esportazioni di materiali mili-


Aspetti e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

125

tari ha vieppiù evidenziato lo strettissimo legame esistente fra produzione nazionale di armamenti, suo collocamento all 'interno e vendite all 'estero; in altri termini, l'adozione da parte delle Forze Armate dei prodotti dell'industria nazionale costituisce una valida referenza in grado di stimolare l'acquisto dei prodotti da parte degli Stati esteri. Al riguardo , lo stesso Ministro della Difesa ha, infatti, affermato che nessun potenziale acquirente effettua commesse alle industrie se non ha prima visto all'opera i materiali che intende acquistare presso le Forze Armate del Paese che li produce: "è una garanzia alla quale nessuno rinunzia" 72 • Il problema della produzione e commerèializzazione di armamenti merita un approfondimento. Vi è innanzitutto da dire che ogni paese industrializzato non può disconoscere le strette interrelazioni che sussistono tra fabbisogno di tecnologia innovativa, grado di sviluppo industriale e industria degli armamenti; ignorare questo dato di fatt o, che in parte è anche frutto della situazione internazionale attuale, significa perdere ogni competitività sui mercati internazionali, significa emarginazione eia tali mercati, significa rallentamento del processo d.i crescita economica che per l'Italia si basa soprattutto sugli scambi internazionali, significa completa dipendenza dell'industria nazionale da tecnologie straniere. L'esperienza dimostra, infatti, che con l'aumentare del livello di sviluppo economico di un paese e con ÌI raggiungimento di gradi più elevati di maturità industriale , tendono a crescere le dimensioni della presenza del paese stesso nella produzione degli armamenti, anche come risposta al proprio fabbisogno di tecnologie innovative. Le serie storiche delle esportazioni dei maggiori sistemi d'arma , riportate nella tabella 18, consentono di vedere , oltre al fatto abbastanza ovvio che i maggiori esportatori sono anche i più industriaUzzati, anche , per alcuni tra essi, la diretta correlazione fra crescita industriale e presenza nel mercato degli armamenti . L'Italia è appunto un esempio illuminante di questo fenomeno tradizionale 73 • I dati del SJPRI relativi al 1978 indicano che l'Italia è al 4° posto tra i paesi esportatori di armamenti e al 3° posto tra i paesi importatori cli tali prodotti. Questo è un caso per lo meno singolare; infatti, osservando le due graduatorie (tab. 19) , si nota che tutti i maggiori .esportatori sono generalmente in fondo alla graduatoria dei paesi inclustrializ72

73

LAGORIO L .: Cfr. A RtviA Nl

Indirizzi di politica militare op. cit. , pag. 37. P.: Programmazione Economica ... op. cit. , pag. 35.


Tabella 18. -

Commercio mondiale di armamenti. Valore delle esportazioni dei maggiori sistemi d'arma ai paesi del Terzo mondo (esclusi i due Vietnam) , suddiviso per paesi esportatori. (Cifre in milioni di lire a prezzi costanti 1975)

Paesi

1950

1955

1960

1965

1970

197S

Variazione

1978 %

Pcrindo

+ 10.641

1950-78

USA

54

272

713

540

1.258

2.343

5.800

URSS

36

91

215

544

1.136

2.160

4.020

+11.067

1950-78

119

222

256

265

185

647

660

1950-78

Francia

2

65

49

96

203

593

2.000

+ 455 +99.900

Canada

35

35 -

14

18

37

6

107

+

206

1950-78

163

9

22

63

200

59

4

31

6

30

72 47

1950-78

57

+ -

17

30

13

1

138

80

+

376

1955-78

9

7

43

72

621

+12.320

1950-78

6

1

21

+

250

1965-78

22

10

64

1950-78 1950-75

Regno Unito

Cina Cecoslovacchia

116 -

Germania Fed.

-

Italia

5

1

Giappone

-

-

Olanda

24

72

Svezia

1

5

Altri paesi occidentali

-

-

Altri paesi socialisti

-

-

-

392

837

Altri paesi del terzo mondo Totale

Fonte: SI PR I, Yearbook 1973 e 1979, "World Arms Trade" (dati elaborati) .

l

l

2

-

30

21

-

3

14

112

+ 5.500

1960-78

+

-

-

42

1955-78

+ 167 + 2.000

-

-

-

1950-78

2

7

250

1975-78

4

4

8

185

203

+ 4.975

1960-78

l.516

1.558

2.938

6.292

13.925

+ 3.452

1950-78


Tabella 19.

Commercio mondiale di armamenti. Graduatorie relative ai maggiori esportatori (verso il Terzo mondo e i paesi industrializzati) e ai maggiori paesi industrializzati importatori nell'anno 1978. (Consegne effettive - valori in miliardi di dollari 1975)

Paesi esportatori

1) 2 3, 41 51 61 71 8~ 9 10 11) 12~ 13

USA URSS Francia Italia Regno Unito Germania Federale Cina Israele Canada Australia Sud Africa Brasile Olanda

16 17 18 l 19 l 20 l 21 l 22 J 23~ 24 25) 26~ 27 28) 29)

Cecoslovacchia Giappone Singapore Spagna Norvegia Svizzera Cuba Austria Nord Corea Jugoslavia Romania Libia Marocco Nuova Zelanda

14l Eg;u, 15 Finlandia

Totale mondiale

Valori assoluti

9.654 5.412 2.228 795 755 442 214 155 107

106

89

80 64 58 54 52 21 21 20 19 14 6 4 4 4 3 1 1 0,5 19.971

% del totale

Paesi importatori

mondiale

47 27 11 4 4 2

1 0,8 0,5 0,5 0,4 0,4 0,3 0,3 0,3 0,3 0,1 0,1 0,1 0,09 0,07 0,03 0,02 0,02 0,02 0,02 0,005 0,005 0,003

ll 21 3 4

5 6) 7) 8) 9} 10

Finlandia Giappone ltaha Grecia Spagna Turchia Olanda Australia Germania Federale Danimarca

11 Regno Unito 12~ Cecoslovacchia 13 Jugoslavia 14) Belgio

15l Bolgad, Repub. Dem. 16 Germania 17 18 19 20~ 21 22 23) 24) 25) 26) 27~ 28 29

URSS Romania Canada Porto~allo Austria Svizzera Polonia Svezia USA Francia Norvegia Ungheria Malta Totale paesi industrializzati Totale mondiale

Valori assoluti

998 790 757 639 547 509 436 366 295

164 147 142 102 94 70 65 54 53 47 44 33 26 19 19 13 2 2 2 1 6.444 19.971

% del totale mondiale

% del totale dei paesi industrializzati

1 0,5 0,5 0,4 0,3 0,3 0,3 0,2 0,2 0,2 0,1 0,1 0,1 0,1 0,01 0,01 0,01

15 12 12 10 8 8 7 6 5 3 2 2 2 1,5 1,1 1,0 1,0 1,0 0,7 0,7 0,7 0,4 0,4 0,4 0,4 0,03 0,03 0 ,03

33,33

100,00

5 4 4 3 3 3 2 2 1 1

1

-

Fo11te: Annuario SIPRI 1979, "World Arms Trade" pagg. 175 e 186, tabb. 3.3 e 3.6 ( tabella tratta da: Armani P. ''Programmazione Economica ... " op. cit.) .

-


128

Francesco Vannucchi

zati importatori. Dal.la tabella 20 si rileva che il saldo attivo dell'Italia è uno dei più modesti tra quelli di tutti i paesi industrializzati, che registrano un attivo nella produzione e nel commercio delle armi. Tabella 20. -

Saldo delle esportazioni e importazioni di armi per 18 paesi industria-. lizzati (1978) (valori in mii. di dollari 1975) Paesi

1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. 15. 16. 17. 18.

USA URSS Francia Regno Unito Germania Federale Canada Italia Norvegia Svizzera Austria Romania Cecoslovacchia Jugoslavia Australia Olanda Spagna Giappone Finlandia Totale

Export

9 .654 5.412 2.228 755 442 107 795 19 14 4

Import

13 54 2 147 295 47 757 2

20 21 54

26 33 53 142 102 366 436 547 790 998

19.754

4.810

3

52 4 106

64

Saldo

+ 9.641 + 5 .358 + 2.226 + 608 + 147 60 + + 38 17 + -

-

-

-

12 29 50 90 98 260 372 527 769 944

+ 14.944

Fonte: SIPRI YeaJbook 1979 - pagg. 175 e 186 (tabella trana da : Armani P. "Programmazione Economica .. "op. cit.).'

Questa pos1z1one particolare del nostro Paese è ' conseguenza del fatto che esso non ha ancora raggiunto la completa maturità industriale e, quindi, deve importare dalle maggiori nazioni industrializzate (e soprattutto dagli USA) le licenze e i prodotti a tecnologia più costosa e sofisticata. Al riguardo, è da precisare che esistono sensibili differenze, sotto l'aspetto del vantaggio economico, tra le armi sviluppate in Italia e le armi prodotte su licenza. Per le prime, il valore aggiunto si aggira sulla percentuale più sopra indicata (50-60% del fatturato), per le seconde esso scende a valori dell'ordine del 20% a causa dei diritti di licenza da pagare all'estero e,


Aspelli e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

129

soprattutto, del fatto di dover acquistare dal licenziatore un forte numero di componenti dell'arma, talvolta fino al 60% 74 • È stato anche detto che i moderni mezzi militari sono caratterizzati da un tasso molto alto di valore aggiunto e, quindi, le relative spese presentano un alto indice moltiplicatore ed acceleratore del reddito nazionale, cioè promuovono redditi aggiuntivi. A sostegno di tale affermazione , si riportano alcune osservazioni del Mayer sull'argomento 75 : " •. . le spese relative ad alcune produzioni militari sulle quali spesso si appunta acriticamente l'addebito di improduttività - sono invece in grado di determinare processi di riduzione di costi in parallelo a similari produzioni per settori civili. Ne conseguono diminuzioni di prezzi che promuovono , a loro volta, la possibilità di un incremento ddl'offerta anche nei settori civili, dietro lo stimolo occasionale dell'aumento della domanda militare. Tra i molti casi che potrebbero essere citati per attestare la creazione di "redditi aggiuntivi", in campi diversi da queJlo militare , è da ricordare la cantieristica navale, quello delle centrali di tiro, dei radar e del programma MRCA. Infatti, mentre a nessuno può sfuggire la spinta propulsiva che la spesa militare per la produzione di centrali di tiro e di radar dà al settore civile dell'elettronica, sembra opportuno ricordare a qualche economista, che ha in orrore l'economia militare, che il programma MRCA ha, fra l'altro, consentito all'industria italiana di acquisire un "know-how" nei sistemi di chiodatura, placcaggio e incollaggio di metalli e neIJa saldatura di acciai speciali ( al titanio , ecc.) e cioè in un settore in cui non si aveva conoscenza alcuna dei relativi processi tecnologici. E tutto ciò non promuove redditi aggiuntivi e possibilità di occupazione"? Inoltre, ogni anno centinaia di miliardi vengono impiegati per l'acquisto di beni e servizi che investono pressoché integralmente, come è stato detto, tutti i settori merceologici nazionali ; anche questa spesa produce i noti effetti economici collaterali nei vari campi di attività interessati, primario, secondario e terziario . Con ciò , infatti, oltre che far rientrare grosse somme nel circuito del reddito nazionale , si incentivano nuovi impianti e si tonificano settori produttivi di particolare interesse, oltre, naturalmente, a favorire l'occupazione e l'addestramento professionale. In merito all'occupazione è già stato accennato, illustrando le 74

Cfr. STEFAN! NI G.: L 'industria dei prodotti militari... op. cit. , pag. 5. Cfr. MA YER G.: Rassegna Emerografica: L'Amministrazione della Difesa n. 4/ 1975, pag. 141. • 75


130

Francesco Vannucchi

leggi promozionali , al benefico impatto delle spese militari nel settore industriale, sia per il mantenimento dei livelli occupazionali, sia per il salto nel grado di qualificazione della manodopera. Nel suo intervento all'ISTRID del marzo 1980, il Capo di S.M. della Difesa 76 ha posto altresì in evidenza che, nell'impiego degli stanziamenti disponibili, la politica della Difesa è volta a perseguire la destinazione del 30% di risorse a favore del Mezzogiorno, prevista dall'attuale normativa; nel 1978-79 tale zona è stata interessata con commesse militari pari a circa 900 mld., mentre, per il triennio 80-82, sono previste commesse pari a oltre 1800 mld. Gli effetti economici di cui si è detto , non sono caratteristici, come già accennato , di tutte le spese della Difesa; ad esempio, per le spese per il personale tali effetti sono di scarso rilievo. Ne deriva la convenienza economica ad accrescere, per quanto possibile, la parte del bilancio relativa all'acquisto dei materiali, che in precedenza si è già visto non essere adeguata come entità alle esigenze delle Forze Armate. In sostanza, un aumento della spesa militare in tal senso è auspicabile sia perché porrebbe le Forze Armate in grado di meglio fronteggiare le esigenze, sia perché economicamente vantaggioso. Contenere , almeno temporaneamente, altri tipi di consumi potrebbe essere, del resto , opportuno, visto che, da tempo, la fisionomia assunta dalla spesa statale ha ridotto in modo determinante la efficacia espansiva della stessa, con una sempre più spiccata tendenza all'assistenzialismo; ciò soprattutto a causa del peso ormai preponderante dei trasferimenti, cui è associato un valore di moltiplicatore minore rispetto a quelli associati alle spese per investimento e alle spese per consumi pubblici. Nel 1980 la proporzione dei "trasferimenti" è stata del 40% rispetto alla spesa statale complessiva e del 15% sul prodotto interno lordo; per contro, la proporzione delle spese per "acquisto di beni e servizi" è stata rispettivamente del 5 ,5% e dello 0,9% . È ovvio che quanto detto non può che essere realizzato nel quadro del programma economico nazionale, nel cui ambito la spesa militare potrà dare un grande contributo alla ripresa dell'economia nazionale. "La saldatura fra l'ottimo economico e l'ottimo di efficienza dei servizi pubblici, ha affermato Armani 77 , può essere realizzata solo 76 Riportato su QUADRANTE, Rivista delle Forze Armate Italiane n. 6-7/1980, pag. 38. · 77 ARMANJ P.: Programmazione economica ... op. cit., pag. 51.


Aspetti e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

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da un disegno organico di programmazione economica, che comprenda anche una razionale programmazione del servizio pubblico della Difesa: così soltanto si rende possibile un adeguato governo della domanda pubblica di armamenti e attrezzature militari in un paese industrialmente ed economicamente maturo , sia dal punto di vìsta dell'efficiente fornitura del servizio pubblico della Difesa, sia dal punto di vista del massimo vantaggio economico collettivo che dal servizio stesso può trarsi. L'assenza o la carenza di collegamento fra questi due aspetti è appunto indice della mancanza di un adeguato disegno programmatico, da parte dello Stato, che colleghi fra loro i due aspetti del problema" .

Considerazioni conclusive

1. La pace ha un costo

La migliore difesa è quella che garantisce la pace: il mantenimento della pace, per mezzo di uno strumento 1nilitare, non può che basarsi sulla dissuasione e la dissuasione sulla capacità di questo strumento di poter efficacemente esercitare la difesa. Il requisito principale delle forze di dissuasione è la credibilità, che ha quale fattore primario l'efficienza tecnico-operativa e deriva dalle dimensioni dello strumento, dalla sua composizione qualitativa e quantitativa, dal livello tecnologico dei mezzi disponibili e dalla prontezza di reazione. Colui che possiede il più potente strumento militare è in condizione di dissuadere gli altri dal recargli offesa, ma uno strumento di tale tipo è costosissimo per cui la dissuasione deve essere ricercata per mezzo di uno strumento militare minimo , le cui dimensioni cioè siano sicuramente inferiori a quelle dello strumento del potenziale avversario e tali da non costituire per lui una minaccia, ma che , nello stesso tempo, possegga caratteristiche di potenza, qualità ed efficienza da convincere l'avversario che la sua eventuale aggressione o fallirà o sarà poco remunerativa. In sostanza, le Forze Armate servono perché la guerra non venga fatta; in un certo senso, nel momento in cui si è costretti ad impiegarle per difendersi da un'aggressione , si può dire che lo scopo


132

Francesco Vannucchi

non è stato conseguito, mentre il successo consiste nel predisporre e mantenere truppe e attrezzature che non vengono mai impiegate in guerra. Ecco perché, disporre di uno strumento militare non efficiente , che non costituisce cioè un "deterrent", significa sprecare soldi; è meglio non averlo. Anche uno strumento minimo, tuttavia, che sia in grado di garantire la pace, costa; ne consegue la convenienza di far parte di alleanze nell'ambito delle quali le spese vengono ripartite e le singole parti godono di rilevanti "economie esterne". La strategia della NATO è fondata, oltre che sulla "risposta flessibile", sulla "difesa avanzata"; essa si basa cioè sulla esigenza prioritaria della dissuasione e, a tal fine, considera indispensabile bloccare il più avanti possibile, con le armi convenzionali, l'eventuale aggressore. Nella logica della dissuasione, perciò, lo strumento militare deve avere costante prontezza di reazione , garantita dalle unità in linea e dalla loro dislocazione, ed elevata competitività dei mezzi disponibili rispetto a quelli dell'avversario. Detto strumento deve disporre di mezzi altamente sofisticati e, quindi, necessita di un continuo ammodernamento data la rapida obsolescenza tecnica e operativa dei mezzi in questione. La qualità fa decisamente premio sulla quantità: la guerra si vince innanzitutto nel settore della tecnologia e della sofisticazione. La ristrutturazione del 1975 e ' le leggi promozionali hanno, appunto, avuto lo scopo di attuare la trasformazione delle Forze Armate da organismi ad alta intensità di manodopera a organismi ad alta intensità di capitale: la programmazione degli anni '80 prevede il conseguimento di questo traguardo. Del resto, l'esperienza dimostra che per potersi opporre efficacemente ad un aggressore, per impedirgli di dilagare, occorre opporgli mezzi di qualità analoga; la rinuncia a priori ad uno strumento moderno, la preferenza all'impiego di "forze rustiche", l'attuazione della difesa territoriale sono concetti che non tengono conto della realtà e non rispondono agli scopi della dissuasione. La pace, in sostanza, ha un prezzo molto elevato, un costo per la collettività, rappresentato dalle risorse finanziarie destinate annualmente alla Difesa. · Nel vecchio detto "c'est l'argent qui fait la guerre", nel contesto della dissuasione, alla parola guerra va sostituita la parola pace. Sulf'argomento , si riporta di seguito un sintetico ma significa-


Aspetti e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

133

tivo commento di un Ministro della Difesa 78 : "Spendiarn"o ogni anno 6.000 mld. per la Difesa. In assoluto, molto, ma non tanto, se confrontato ai 150.000 mld . della spesa pubblica dello Stato o se rapportato alle spese di altri Paesi. Solo il Lussemburgo, in proporzione, investe meno dell'italia. Nostro obiettivo è avere un impianto difensivo che sia elemento minimo di dissuasione. Nulla di più, ma neanche nulla di meno. Il livello di spesa attuale è già pianificato da precedenti leggi finanziarie del triennio 1975-77. Due anni fa poi, in un summit di Capi di Stato occidentali a Washington, fu deciso che a partire dall'80 occorreva aumentare del 3% reale i bilanci della Difesa. Io ho solo fatto in modo che lo stanziamento italiano venisse adeguato alla erosione dell'inflazione e ho messo in evidenza che tra il '79 e 1'80 siamo rimasti di gran lunga al di sotto della svalutazione" .

2. Un bilancio

a. I punti salienti dell'evoluzione della spesa militare tra il 1950 e il 1980 La situazione delle Forze Armate italiane nel 1980 è il risultato di una evoluzione che può essere sinteticamente delineata come segue. Negli anni '50 il Paese. ha effettuato un notevole sforzo finanziario per ricostituire le proprie Forze Armate e renderle idonee a concorrere alla difesa dell'Occidente . Nel periodo, la proporzione del prodotto interno lordo dedicata a tale scopo è stata la più alta del trentennio con un massimo di 3,87% nel 1952. Grazie anche all'assistenza militare ed economica statunitense (MDAP), le Forze Armate riuscirono ad assumere un assetto sufficientemente equilibrato ed allineato con gli armamenti degli altri paesi europei, anch'essi "assistiti". Successivamente, negli anni '60 si verificarono la cessazione dell'assistenza USA, la rivalutazione degli strumenti convenzionali, la necessità di affrontare con fondi esclusivamente nazionali il rinnovamento dei tp.ezzi. Per' le spese militari venne definita un'ipotesi 73 BAITISTINI G.: Intervista con Lelio Lagorio, primo Ministro socialista della Difesa nella Storia della Repubblica: LA REPUBBLICA, 5.9.1980, pag. 5.


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Francesco Vannucchi

finanziaria basata sul consolidato dell'anno precedente più il 4% fino al 1963 e più il 6% per i 9 anni successivi. Nella realtà le spese militari hanno perduto terreno sia rispetto alla spesa statale complessiva, sia rispetto al prodotto interno lordo , indice della bassa priorità attribuita alle esigenze di sicurezza della Nazione, anche in conseguenza dell'apparente fine della guerra fredda e dell'avvio della distensione nei rapporti tra est e ovest. Parallelamente si è assistito all 'esplosione della tecnologia , all'incremento vertiginoso dei costi e all'inizio del processo inflazionistico, tutti fenomeni che hanno interessato pesantemente l'apparato militare. La fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70 hanno visto il definitivo deterioramento delle possibilità finanziarie della Difesa con gravi carenze di disponibilità rispetto alle esigenze e con l'accentuarsi degli squilibri provocati negli anni '60 dalla costante cronica insufficienza delle disponibilità, che aveva impedito non solo il rinnovamento dei materiali e dei mezzi , ma anche una funzionalità accettabile delle forze disponibili. Conseguenza necessaria e inevitabile, la ristrutturazione del 1975, nei cui obiettivi è uno strumento più piccolo, ma di livello qualitativo adeguato; il conseguimento di questi obiettivi è stato basato sulle leggi promozionali e su disponibilità annuali di bilancio eguali, in valore reale, a quelle del bilancio 1975. Nel 1980 un bilancio, sotto l'aspetto finanziario, è quindi possibile e , come in tutti i bilanci, vi è un attivo e un passivo. L'attivo è rappresentato dalle leggi promozionali , ,che hanno costituito, per la Difesa e per l'Italia, un fatto rivoluzionario sotto diversi aspetti; non è il caso di ripetere quanto già ampiamente esposto al riguardo, tuttavia non si può non sottolineare come le leggi promozionali costituiscono il cardine della programmazione della Difesa, la prova concreta dell 'elevato rendimento che può essere ottenuto in presenza di una programmazione impostata su ipotesi non aleatorie; il primo esempio di coordinamento programmato tra le esigenze dello strumento militare e di vari settori dell'industria nazionale. Inoltre, un aspetto importante da non sottovalutare è l'instaurazione di un rapporto nuovo con il Parlamento, basato su un regolare flusso di informazioni, concretatosi nella relazione annuale annessa alla legge di bilancio; questo aspetto nuovo è stato più volte sottolineato in sede parlamentare auspicandone l'allargamento a tutte le spese militari. Infine, i programmi previsti stanno seguendo il loro corso, anche se l'inflazione monetaria e tecnologica e la progressiva fles-


Aspetti e problemi della spesa militare in Italia nel secondo dopoguerra

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sione dei cambi della lira, stanno gonfiando gli oneri inizialmente definiti. Il passivo di questo bilancio è, invece, nel mancato mantenimento del potere di acquisto 1975 per gli stanziamenti degli anni successivi: cioè l'ipotesi finanziaria non è stata rispettata e questo si è tradotto in una perdita per la Difesa di oltre 800 mld. fra il 1976 e il 1980. Le disponibilità sono state inferiori, quindi, a quelle strettamente necessarie con pregiudizio per l'addestramento, la funzionalità delle unità, l'ammodernamento dei materiali e dei mezzi non previsti nella programmazione associata alle leggi promozionali. Non è stato rispettato il principio, più volte richiamato , della complementarietà tra queste leggi e il bilancio ordinario e ciò ha comportato sviluppi squilibrati dei vari settori dello strumento mi li tare con il pericolo di vanificare la ristrutturazione ; questo perché l'efficienza dello strumento militare non è data dalla sommatoria di una serie di fattori, ma si può dire che è il risultato del prodotto di tali fattor i, per cui se uno di essi è zero , l'efficienza delle Forze è pari a zero; venendo al concreto, è indispensabile l'armonica proporzione fra tutte le componenti perché, ad esempio, a nulla varrebbe introdurre nell'Esercito una gamma tecnicamente avanzata di sistemi d'arma senza potenziare in egual misura i sistemi di comando e controllo , che ne consentono la razionale ed armonica utilizzazione. Le Forze Ann ate sono destinate a fo rnire un prodotto rappresentato dalla "sicurezza" del Paese, che è funzione della capacità di dissuasione che esse sono in grado di esprimere. La "produzione" della sicurezza ha una particolarità molto importante ed è che essa deve essere continua, cioè non sono consentite, per essa, soluzioni di continuità; ciò in quanto queste ultime comportano un rapido decadimento della qualità del prodotto , perché la durata della validità degli armamenti è molto ridotta, si che le varie generazioni di sistemi d'arma si succedono con impressionante rapidità. Per tale motivo , il ripristino del livello di sicurezza indispensabile richiede poi tempi lunghi e onerosi interventi fin anziari , tenuto conto che la realizzazione di questi sistemi d'arma, appunto per la loro complessità , è valutabile in durate di 8-10 anni: l'Italia ha ormai , al riguardo, una concreta esperienza nella ristrutturazione delle Forze Armate e nelle relative esigenze temporali e finanziarie per il conseguimento degli obiettivi previsti. Il problema è di pianificazione; cioè, dato che i mezzi deHe Forze Arm ate durano mediamente 20 anni, occorre programmare nel tempo la somma necessaria perché essi possano essere rinnovati tenendo conto del miglioramento tee-


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nologico. Ma per programmare occorre avere una ipotesi finanziaria, cioè la "quasi" certezza circa la disponibilità delle risorse necessarie nel periodo considerato. In definitiva, il concetto base è quello più volte ribadito: se si ritiene necessario disporre di uno strumento militare per garantire la propria sicurezza, questo deve essere tenuto ad un livello accettabile di efficienza, affrontando i costi necessari; in caso contrario, è meglio non averlo perché altrimenti si sprecano preziosi mezzi finanziari. In altre parole, al di sotto di un certo limite, non vale più la pena di spendere neanche una lira, perché tutto il poco che si spende è vano. L'Italia ha finora goduto di un livello di sicurezza sufficiente? Ciò è vero, tuttavia, sotto l'aspetto militare il prezzo finora pagato a fronte di questo livello di sicurezza è stato ed è molto basso: soccorrono a sostegno i raffronti con i carichi finanziari sostenuti dagli altri Paesi della Alleanza. b. Esiste una politica militare? Le modalità con cui è stato affrontato il problema della spesa per la Difesa sembrano avallare la tesi della inesistenza di una politica militare in Italia. Il filo conduttore della spesa militare è, infatti, quello della tendenza alla riduzione non motivata dèlle possibilità finanziarie della Difesa, si può quasi dire, alla loro "anemizzazione" non inquadrata nel contesto di un qualche disegno generale; certamente ha nociuto la costante "latitanza" della programmazione economica nazionale. Nella realtà è avvenuto che gli stanziamenti di bilancio per la Difesa nel dopoguerra sono stati , di anno in anno, decisi senza una valutazione delle esigenze, resa - è pur vero - difficoltosa dalla mancanza del concreto riferimento della programmazio.pe militare. Ma, a sua volta, tale programmazione, costantemente perseguita dalle Forze Armate, è stata sempre vanificata proprio dai "tagli" apportati annualmente alle ipotesi di disponibilità della Difesa. La definizione della spesa militare è stata effettuata, cioè, secondo una logica esclusivamente finanziaria che non è stata in grado di risolvere il problema della formazione delle decisioni in tema di spesa militare; questa, infatti , è spesa per sua natura pluriennale , mentre il bilancio è annuale e fa riferimento ad assetti definiti e non a programmi.


Aspetti e problemi della spesa militare in ltalia nel secondo dopoguerra

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Dal canto suo, il Parlamento non ha mai effettuato una effettiva analisi dei bilanci della Difesa, anche perché l'atteggiamento delle forze politiche, nei riguardi delle spese militari, è apparso influenzato e, se così si può dire, predeterminato dalle contrapposizioni ideologiche. È soltanto nella seconda metà degli anni '70 che il dibattito parlamentare assume aspetti effettivamente qualificanti dell'attività e della funzione del Parlamento. Il risultato è consistito in uno strumento militare in situazione di mera sopravvivenza, soggetto ad un ridimensionamento continuo delle fo rze dalla seconda metà degli anni sessanta in avanti, ridimensionamento che si conclude nella radicale ristrutturazione del 1975; il nuovo strumento militare ha, quale caratteristica principale, la "mantenibilità" nel quadro delle possibilità finanziarie ed economiche del Paese. Tuttavia nulla cambia: nel complesso delle risorse nazionali continua a decrescere la proporzione destinata alle spese militari; queste nel 1980 raggiungono il più basso livello (1,7%) rispetto al prodotto interno lordo, per non parlare della spesa pubblica, che non si è più in grado di apprezzare fino a che punto possa ancora costituire un riferimento valido ed attendibile, dato che sembra ormai evolvere al rimorchio di ogni tipo di richiesta, specie se violenta. Anche i raffronti in ambito NATO non forniscono un panorama molto roseo: l'Italia continua a spendere, in assoluto, somme decisamente inferiori a quelle che spendono Nazioni ad essa assimilabili sia sotto gli aspetti geografico, demografico e militare, sia per livello tecnico e industriale. Inoltre il contributo del cittadino italiano per la difesa comune è nettamente inferiore a quello medio fornito dai cittadini di Paesi dell'alleanza. Considerando poi il prodotto interno lordo, che è certamente il riferimento più significativo, l'Italia appare negli ultimi posti della graduatoria ed in progressiva "discesa". Tornando ad argomenti di carattere interno , anche dopo il 1975, continua ad essere attuata, in sede governativa, la politica del "taglio" delle richieste di bilancio della Difesa, per cui il non rispetto della ipotesi finanziaria posta con la ristrutturazione pone quasi un divieto ad ogni forma di programmazione finanziaria. Tuttavia una breccia in questo muro· di insensibilità e di disinformazione verso il problema militare si è aperta: le leggi promozionali approvate dal Parlamento innescano continui scambi di informazioni che costituiscono uno degli indizi della revisione in atto in ambito politico ; le spese militari cominciano ad essere guardate con ottica


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nuova sia sotto l'aspetto politico che sotto quello economico. Non è ancora politica militare, ma è già qualcosa. Soltanto con il 1980 si può dire che venga impostata una politica militare volta a dare all'Italia uno strumento di difesa credibile proseguendo sulla linea di sviluppo fissata nel 1975. Infatti, il Ministro della Difesa, il 25 giugno 1980, nella relazione al Parlamento, in tema di spesa militare ha affermato tra l'altro 79 : "Non ho chiesto di rivoluzionare la spesa, ho chiesto di essere coerenti. Un Esercito al di sotto della soglia minima di efficienza ci costa molto e sono soldi buttati via. Questa soglia va gradualmente conquistata e mantenuta, senza pregiudizi per la politica generale di progresso e di crescita del popolo italiano. Il punto di riferimento sono le decisioni del Parlamento del 1975. Io dico: più svalutazione e più il 3% che lo Stato italiano nel 1978 si è impegnato ad apportare al suo bilancio militare a partire dal 1980. Naturalmente è giusto che verifichiamo il '75 ... cos'è che in realtà ... le Forze Armate devono avere per esercitare una reale politica di difesa . .. Ma il punto è che le forze Armate sentano che il potere politico, lungi dal sopportarle, intende considerarle un momento fondamentale della vita democratica del Paese. La sua sicurezza, infatti, non è un lusso, è un dovere di fronte al quale nessuno è legittimato a ritirarsi" .

c. Il contributo deJle Forze Armate alla Nazione Le spese militari presentano intrinseci e numerosi riilessi ed effetti sul tessuto sociale ed economico nazionale. Questi effetti sono di vario tipo e sono secondari rispetto a quello che è lo scopo· principale delle spese militari che si riassume nel consentire l'assolvimento dei compiti che l'ordinamento dello Stato ha affidato alle Forze Armate. In ogni tempo vi è stato un primo ordine di effetti consistenti nel trasferimento di redditi da alcuni settori della vita economica ad altri; òggi questo tipo cli effetti è limitato alle spese militari concernenti il personale, nonché a quei materiali che non richiedono studi o ricerche· scientifiche preliminari. Un secondo tipo di effetti è, invece, collegato, come è stato ampiamente illustrato , all'attuale complessità dei mezzi che postulano laboriose ricerche e l'applicazione di importanti ritrovati tecnici 79

LAGORJO

L.: Indirizzi di politica militare... op. cit., pag. 94.


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e tecnologici . Ne deriva allora che gran parte dei risultati delle ricerche più avanzate viene sfruttato in altri settori dello sviluppo anche per la produzione di beni di uso civile, a loro volta suscettibili di determinare ulteriori incrementi di reddito e produttività. Questo secondo tipo di effetti - molto rilevanti nei paesi che dispongono di notevoli risorse finanziarie e che hanno un elevato livello di sviluppo economico e industriale, proprio perché sono in grado di investire con continuità rilevanti somme negli approvvigionamenti militari interni - hanno cominciato ad assumere un certo rilievo e a divenire apprezzabili soltanto dopo il 1975, allorché con le leggi promozionali si è inteso fornire "qualità" alle Forze Armate e nello stesso tempo sostenere i principali settori industriali nazionali. In sintesi, decidendo di trasformare lo strumento militare da organizzazione ad elevata intensità di manodopera ad organizzazione ad alta intensità di capitale si è, nello stesso tempo, attribuito al bilancio della Difesa un ruolo che va diventando insostituibile nel contesto della spesa pubblica italiana. La consueta obiezione che viene fatta, cioè che la spesa militare potrebbe aver sottratto spazio finanziario a quella civile, pubblica e privata, è, almeno in Italia, chiaramente priva di fondamento, visto che per oltre due decenni le Forze Armate sono state impossibilitate ad attuare una idonea politica di spesa per assoluta insufficienza di disponibilità, e in questo periodo le iniziative di spesa non militari, soprattutto nel settore pubblico, hanno trascinato il Paese nell'attuale situazione di generale crisi o, per Io meno, non hanno dato quei risultati sui parametri della nostra economia che stanno dando, pur nella loro limitatezza, le spese militari . Si deve oltretutto escludere che queste ultime abbiano rappresentato un'alternativa ad altre spese , considerato quanto si è detto in ordine alla loro evoluzione nel contesto della spesa pubblica. In questo quadro , si pone il problema delle industrie che producono armamenti e che alimentano una preziosa corrente di esportazione per l'impossibilità da parte delle Forze Armate di assorbire tutta la produzione: infatti, per contenere i costi militari è necessario che le industrie producano più di quanto richiesto dal mercato interno, così da distribuire i costi su un elevato numero di prodotti. In tema di esportazioni di prodotti militari occorre essere estremamente realistici, data la strumentalizzazione politica ed emotiva che talvolta ne viene fatta. Solo le esportazioni consentono , per una nazione come l'Italia, anche nel quadro delle coproduzioni europee, serie tali da rendere relativamente ragionevole il costo di produ-


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zione di sistemi d'arma moderni e l'ammortamento delle necessarie spese per la ricerca e lo sviluppo. Questo non solo consente di acquisire ad un prezzo accettabile i mezzi distribuiti alle Forze Armate nazionali, ma sviluppa anche l'industria del settore con benefici effetti occupazionali, migliora la bilancia dei pagamenti e consente di stabilire con i paesi importatori accordi, alleanze, relazioni di amicizia e di collaborazione. Tale complesso di rapporti va considerato con il massimo interesse per il perseguimento della politica di distensione e di pace, specie nel Mediterraneo, da parte dell'Italia. Indubbiamente le esportazioni di armi sono un male, ma costituiscono e costituiranno un male necessario fino a che non si perverrà a concreti accordi sul disarmo. Se non esporta l'Italia, del resto, esporterà qualche altro e l'Italia perderà vantaggi economici e vantaggi politici. In tale quadro , la reazione al fenomeno delle esportazioni non può limitarsi ad un facile moralismo, ma deve volgersi a ricercare un più stretto coordinamento fra le esportazioni di materiale bellico e la politica estera nazionale, al fine di evitare sfasature fra la politica generale e il dinamismo, da promuovere e da sostenere, delle industrie nazionali. Non bisogna dimenticare, infine, la necessità di uno stretto coordinamento tra le esigenze militari e la produzione di armamenti e più in generale la convenienza, sotto ogni aspetto, ad inserire la spesa militare, non genericamente Q1a con dettagliate indicazioni operative, che prendano spunto dalla necessità di realizzare l'efficienza dello strumento militare, nella programmazione economica nazionale. I tempi per una politica economica che tenga conto di tutte le implicazioni (civili , militari, nazionali, internazionali), armonicamente inserita in una strategia politico-militare, appaiono ormai maturi. Oltre questi effetti, la cui natura rende più attinenti all'oggetto del presente lavoro, non è possibile dimenticarne altri che forse hanno una importanza superiore ai fini del progresso complessivo del Paese e che sono anch'essi parte delle ricadute delle spese militari. Trattasi di quella che è stata chiamata la "capitalizzazione" sull'elemento umano; la formazione professionale, l'abitudine alla vita collettiva e l'educazione civica, che vengono assimilate dai giovani italiani nel corso del servizio militare, posseggono un carattere di vero e proprio investimento sull'uomo, difficile da quantificare, ma indubbiamente di rilievo. Fin dal conseguimento dell'unità d'Italia, le istituzioni militari sono state chiamate a svolgere un compito for-


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mativo di grande rilievo, con la tradizionale funzione di "Scuola della Nazione". · Le Forze Armate hanno, infatti, contribuito al completamento della istruzione scolastica, all'amalgama dei giovani provenienti eia regioni diverse, alla educazione civica dei cittadini. Oggi le finalità connesse con l'istruzione sono venute ad attenuarsi, ma resta intatta la più generale funzione sociale dell 'Istituzione. Innanzitutto il servizio militare è, per i più, la prima esperienza cli vita collettiva al di fuori dell'ambiente familiare; l'individuo deve, quindi, porre a confronto le proprie abitudini ed il proprio comportamento con quello degli altri, deve cioè socializzarsi in termini di convivenza, di rispetto della personalità altrui, di accettazione di limitazioni imposte dalle esigenze del vivere in una comunità. È, in particolare, da considerare l'esperienza umana che può derivare dalla vita in comune con altri militari di ogni regione, ceto e cultura ed altresì dai contatti esterni con cittadini ed ambienti diversi da quelli del luogo d'origine. Sotto il profilo, poi, della formazione fisica e del carattere sono da tener presente gli apporti di una disciplina convinta, dei più o meno piccoli sacrifici o rinunzie, nonché degli sforzi e dei disagi affrontati. Per quanto riguarda il concorso all'educazione civica, è da tener presente l'importanza cli esso in rapporto alle difficoltà pratiche e alle carenze di taJe componente nelle scuole civili. Infine, un ultimo settore in cui risalta la produttività delle spese militari è quello dell'intervento a favore deJle popolazioni in caso di gravi calamità. Le Forze Armate sono chiamate solo a concorrere nelle attività di soccorso civile; tuttavia il loro intervento in ogni occasione è stato tempestivo e determinante , a sottolìneare il favorevole rapporto costo-benefici dell'organizzazione militare. Le occasioni recenti e lontane di tali interventi sono purtroppo numerose. La più vicina è rappresentata dal sisma che, nel novembre 1980, ha colpito la Campania e la Lucania, devastando un'area di 27.000 Kmq (contro i 2000 del Friuli) e distruggendo o danneggiando 360 comuni ( contro i 100 del Friuli). L'opera delle Forze Armate è stata ingente come impiego di uomini, di mezzi, di materiali, ma, soprattutto - come ha affermato un Capo di S.M. dell'Esercito 80 - "per l'azione umana svolta a favore delle popolazioni colpite dal sisma. Quella dei militari è 80 PASSARELLJ A.: Nella guerra del terremoto grande il valore dell'Esercito: IL TEMPO 6.2.1981, pag. 16.


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stata una presenza assidua, costante: accanto ai sindaci per coordinare l'arrivo e la distribuzione dei soccorsi, accanto ai malati, nella opera dolorosa del recupero delle vittime, nel rilevamento dei danni e per accertare l'agibilità degli edifici rimasti in piedi ... Tutto questo è stato possibile perché oggi l'Esercito è una realtà diversa, efficiente, nonostante i limiti imposti dall'esiguità del bilancio; una realtà dì cui fanno parte giovani entusiasti, purché responsabilizzati, e Quadri preparati ed efficienti. Una organizzazione quella militare che non merita le critiche, ma la fiducia della Nazione". Insomma , la produttività delle spese per la Difesa, sia ai fini del conseguimento dello scopo principale sia nel quadro degli effetti secondari diretti ed indiretti, è qualcosa di tangibile, di concreto: i soldi spesi per la difesa circolano, incentivano le industrie ed il commercio, elevano tecnologicamente i materiali e i mezzi, consentono di migliorare la preparazione professionale , sociale ed umana dei giovani. Tutto ciò appare molto produttivo.

3. I problemi La Difesa all'inizio degli anni '80 si trova di fronte problemi, la cui soluzione condizionerà in modo determinante il futuro delle Forze Armate . È stato detto che il livello di capacità cli dissuasione dello strumento militare è strettamente collegato all'equilibrio interno delle varie componenti e questo equilibrio dipende, a sua volta, dalla disponibilità di adeguate risorse finanziarie . L'esame delle spese militari negli ultimi trenta anni ha posto in rilievo che dal momento in cui sono cessati gli aiuti alleati, le Forze Armate si sono costantemente dibattute alla ricerca di un compromesso fra qualìtà e quantità, che ha portato nel 1975 alla revisione in senso riduttivo delle proprie strutture. Del resto, non appare possibile rinunciare alla qualità in quanto, perché la dissuasione sia reale, occorre che i mezzi in dotazione presentino una ragionevole competitività con quelli del potenziale aggressore. Ma questo compromesso non è stato ancora raggiunto, neanche dopo il 1975, per i motivi più volte richiamati; ciò significa allora che qualora le FF.AA. non possano disporre di un bilancio adeguato - cioè in linea con i presupposti della ristrutturazione del 1975 e con gli impegni presi in ambito Alleanza Atlantica e in grado di fronteggiare sia


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il costo progressivamente crescente del personale e dei sistemi d'arma, sia la necessità di rinnovo sempre più rapido di questi ultimi .dovrebbero valutare l'opportunità di una ulteriore contrazione delle strutture dello strumento militare. Al riguardo, però, si deve tener presente che lo strumento operativo scaturito dalla ristrutturazione e che costituisce l'obiettivo da conseguire negli anni '80 fu, a suo tempo, sottoposto ad una valutazione complessiva interforze per individuarne le li mitazioni e gli inevitabili rischi per la difesa nazionale. In sintesi, questo strumento operativo 81 : - presenta limiti alla capacità di difesa in caso di conflitto generale; - risulta , invece, valido sia come strumento di dissuasione nel quadro del dispositivo generale dell'Alleanza Atlantica sia per assicurare la difesa del Paese in caso di conflitto limitato; - appare idoneo ad assolvere i compiti istituzionali del tempo di pace; - non è suscettibile di ulteriori riduzioni, pena la perdita di qualsiasi validità operativa ed istituzionale. Di conseguenza, prioritariamente, la soluzione del problema sembra debba essere ricercata nell'adeguamento delle disponibilità di bilancio. Il bilancio triennale, istituito con legge 468/1978, ha fornito, come noto, l'ipotesi finanziaria su cui basare la programmazione militare; questa ipotesi finanziaria è nettamente inferiore a quella posta a base della ristrutturazione del 1975 e non tiene conto dell'impegno assunt_o dall'Italia di incrementare annualmente del 3%, in termini reali, il bilancio della Difesa. È quindi necessaria la revisione di questa ipotesi. La cosa non sembra impossibile, tenuto conto che lo sforzo effettuato fino al 1980 per la Difesa è stato certamente inferiore alle reali possibilità del Paese. L 'esame effettuato mostra infatti che, in ambito europeo, Paesi di analoghe possibilità dell'Italia sono stati in grado di dedicare alla difesa maggiori proporzioni del proprio prodotto interno lordo , pur garantendo uno sviluppo economico e sociale molto più equilibrato di quello italiano, sempreché si possa ancora parlare, per questi ultimi anni, di progressione dello sviluppo in Italia. 81

Cfr. Libro Bianco della Difesa , Ediz. 1977 , pag. 100.


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Inoltre, si deve tener conto delle sempre maggiori prospettive di integrazione tra i paesi europei anche in termini di politica militare, integrazione verso cui si è spinti altresì dai crescenti costi della difesa; ma integrazione significa allora anche disponibilità di Forze Armate a livelli di armamento, addestramento, sostegno tecnicologistico'." ecc., compatibili con quelli degli alleati europei e, quindi, appare sempre meno dilazionabile avvicinare ai livelli medi europei ·1a quota del prodotto interno da dedicare alla difesa. Ciò consentirebbe sia di mantenere lo strumento militare su livelli accettabili di competitività, sia di mantenere il Paese agganciato all'Europa occidentale per tutto ciò che vi è dietro la facciata di un servizio della difesa "congruo" . Il secondo problema è quello della programmazione militare che si potrà considerare risolto nel momento in cui sarà data positiva soluzione alla revisione dell'ipotesi finanziaria. Il terzo problema consiste nel collegamento di tale programmazione con la programmazione economica nazionale e i motivi di tale necessità, già ampiamente illustrati, sono da ricercare nell 'impatto delle spese militari nel campo economico; queste spese infatti: - interessano l'intera economia nazionale; - presentano un elevato contenuto tecnologico con possibilità di ampie ricadute nelle produzioni civili; - possono costituire strumento di politica estera; - incidono positivamente sulla bilancia commerciale e sulla formazione del reddito nazionale; - ampliano la possibilità di collaborazione internazionale; - concorrono a mantenere la competitività del sistema economico nazionale sui mercati esteri. La spesa militare ed, in particolare, quella per gli armamenti, rappresenta oggi una importante componente della spesa per investimenti del bilancio dello Stato, con riguardo ai più rappresentativi settori dell'industria nazionale (meccanico, elettronico,, cantieristico, aeronautico) e alla ripartizione territoriale delle commesse. Occorre, quindi, realizzare il necessario razionale coordinamento di questi investimenti e ciò non può che trovare attuazione nell'ambito della programmazione economica nazionale. Le prospettive per la soluzione dei problemi illustrati sopra appaiono favorevoli. Già il progetto di bilancio della Difesa per il 1981 ne costituisce un indizio. In _ogni caso, sembra potersi affermare che il dibattito apertosi tra le forze politiche e nell'opinione pubblica, dopo il 1975, sui pro-


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blemi della Difesa, sull'impegno finanziario che la loro soluzione comporta e sull'attività economica che gravita intorno alle strutture militari , ha determinato un nuovo clima nei riguardi delle Forze Armate e la consapevolezza delle strette connessioni esistenti tra il ruolo politico internazionale e quello economico dell'Italia e la sua credibilità sotto l'aspetto militare. A sostegno determinante delle favorevoli prospettive di cui si è detto , vi è la convergenza delle maggiori forze politiche, circa l'esigenza di Forze Armate efficienti, quale garanzia di pace e di equilibrio internazionale, nel quadro dell'Alleanza Atlantica e dell'Europa.


PIERO PETRTLLT

LA GUERRA D'ETIOPIA E LE PRIME ESPERIENZE ITALIANE DI CORAZZATI SOMMARIO: 1. Testo: Premessa - I protagon isti - Le origini del conflitto - La situazione militare - Il teatro delle operazioni - I piani operativi - Le operazioni - Considerazioni. 2. Allegati: A) Adua 1986. B) Il casus belli. C) Le sanzioni. D) Il carro leggero veloce. E) Il carro armato FIAT 3000 Mod. 30. F) Autoblindo Lancia lZm. G) Autoblindo FIAT AB 61 l. H) Memoria sull'impiego delle grandi unità in A.O. I) Relazione del1' Addetto militare italiano in Etiopia. L) Forze presenti in Eritrea al l" ottobre 1935. M) Forze presenti in Somalia al 1° ottobre 1935. N) Lo sforzo logistico. O) Circ. 47000 "Addestramento ed impiego dei carri veloci. P) Circ. 10500 "Addestramento cd impiego dei carri d'assalto" . 3. Bibliografia.

1. Premessa

La guerra d'Etiopia, per essere l'ultimo conflitto combattuto da una potenza europea per la conquista di una colonia, da alcuni critici moderni è tacciata di anacronismo. Ma se è vero che un evento va giudicato nel periodo storico in cui si svolge, sembra doveroso comprendere le aspirazioni espansionistiche dell'Italia in quanto manifestatesi in anni in cui il colonialismo, lungi dal volgere al ter- . mine, vede gli Imperi coloniali tenere ben saldamente le loro conquiste. L'evento storico si colloca temporalmente a cavallo delle due guerre mondiali, ma tanto vicino alla s.econda da considerarsi per l'Italia (insieme a quello successivo della partecipazione alla guerra di Spagna) un .banco di prova per il secondo conflitto mondiale. La trattazione tenderà ad inquadrare, ancorché sinteticamente, l'intera campagna senza peraltro perdere di vista il vero scopo del


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tema che resta l'esame dell'impiego dei corazzati nel contesto degli avvenimenti. Per garantire omogeneità e chiarezza alla trattazione, gli episodi che videro protagonisti i mezzi corazzati saranno esaminati inseriti nel quadro generale delle operazioni. Ciò che ne risulterà non avrà la pretesa di esaurire un argomento tanto vasto - ben altro respiro dovrebbe avere questo scritto - , quanto di fornire spunti utili · a comprendere come la giovane specialità carrista, ancora neonata al termine della prima guerra mondiale ed osservata con attenzione da molte cattedre militari d'Europa, si è comportata in un impegnativo banco di prova. Ma non soltanto per questo. In attesa che l'Ufficio Storico dell'Esercito esamini in una relazione compiuta o in una monografia il conflitto italo-etiopico 1935-1936, appare utile documentare quanto meno parzialmente e sia pure settorialmente - le vicende operative che videro protagoniste le unità italiane negli eccentrici scacchieri africani.

2.

I protagonisti

A differenza delle precedenti guerre coloniali, quello tra l'Italia e l'Etiopia è da considerare un conflitto tra due Stati sovrani, anche se molto diversi per il differente grado di civiltà raggiunto.

a. L'Italia L'Italia del momento storico in esame è quella fascista in cui al re Vittorio Emanuele III, capo dello stato, si affianca quale capo del governo Benito Mussolini. Fin dai suoi inizi il fascismo si era, tra gli altri, prèfisso in politica ~stera, lo scopo di rimediare agli scarsi compensi territoriali che la 1a G.M. aveva guadagnato all'Italia. Col Patto di Londra del 25 aprile 1915, infatti, Francia e Inghilterra, al fine di indurre l'Italia a rompere la Triplice Alleanza e ad entrare in guerra al loro fianco, avevano promesso a Roma proporzionali compensi coloniali qualora si fossero impadronite dell'Impero Coloniale tedesco, allora il terzo del mondo. ~a ·pace di Versailles del 1919, tuttavia, non tenne fede alle promesse pattuite e soltanto cinque anni più tardi, sotto le pressioni


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del governo Mussolini, l'Inghilterra cedette alla Somalia italiana l'arida regione dell'Oltregiuba. Nel 1935 con un accordo segreto, tendente a pagare il conto delle mancate garanzie del patto di Londra, i ministri degli esteri francese (Lavai) ed inglese (Hoare), promisero all'Italia alcuni territori pressoché desertici (Tibesti e Rameita) e la possibilità di avere mano libera in Etiopia. Il Negus sarebbe rimasto in carica e l'Italia avrebbe avuto l'accesso per una penetrazione pacifica nel Paese, di tipo commerciale, agricolo, industriale e per l'utilizzazione delle risorse naturali del sottosuolo: un vero e proprio «Protettorato». Ma la caduta di Sir Samuel Hoare, provocata da Eden, e la politica decisamente avversa all'Italia di quest'ultimo, resero vano tale accordo. L'attenzione del governo fascista, però, non si distolse dall' Africa Orientale il cui possesso considerava indispensabile per realizzare il progetto di « un posto al sole», per ricavare le materie prime tanto necessarie alla Nazione e trovare collocazione all'endemica esuberanza di mano d'opera. Inoltre in A.O. i possedimenti italiani già esistenti, necessitavano di un consolidamento a causa del pericolo costituito dalla presenza dell'Impero d'Etiopia alla costante ricerca di uno sbocco al mare ed affetto da una cronica instabilità interna. L'Italia - com'è noto - già possedeva nell'A.O. due colonie, la Somalia e l'Eritrea, che costituivano oltre un terzo del territorio di quella regione che oggi è chiamata « Il Corno d'Africa» 1• 1 L' Eritrea: comprendeva una parte del lato NE del Corno d' Africa (quello bagnato dal M. Rosso). Nel 1820 fu in parte invasa dagli Egiziani che comperarono dai Turchi il porto di Massaua mentre l'Asmara e l'altopiano rimasero in mani abissine. Nel 1869 la Società di navigazione Rubattino acquistò una concessione nella baia di Assab (a sud della regione) che nel 1882 passò nelle mani del governo italiano. Negli anni successivi l'occupazione italiana si estese, fino a comprendere, nel 1985, Massaua. Nel 1887, a Dogali, gli abissini troncarono un primo tentativo italiano di occupazione dei territori interni: la colonna del Ten. Col. De Cristoforis fu sgominata e quasi completamente massacrata. La grossa spedizione riparatrice, guidata dal Gen. San Marzano, riuscì, senza combattere, a ripristinare la situazione precedente. Il consolidarsi del nostro corpo di spedizione consigliò più tardi (nel 1889) al negus Menelik II di stipulare l'ambiguo trattato di Uccialli che confermava all'Italia tutta la provincia, compresa l'Asmara, e tendeva a stabilire relazioni di amicizia e commercio tra le due nazioni. Quattro anni più tardi però Menelik Il, forse istigato da qualche potenza straniera, denunciò il trattato e sconfisse le forze italiane nei piccoli scontri di Amba Alagi e di Macallè e definitivamente nella battaglia di Adua (1.3.1896) (Allegato A) . L'Italia fu costretta ad


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Ogni colonia era retta da un Governatore, dal quale dipendevano le forze militari, coadiuvato da un Comandante delle truppe che aveva il compito di presiedere all'organizzazione, all'addestramento ed all'impiego delle forze armate.. Queste comprendevano forze nazionali e truppe indigene con una proporzione che variava al mutare della situazione politica ed era legata alla necessità di garantire comunque la presenza reale della madrepatria. Le truppe indigene si distinguevano in: - regolari: formate con reclutamento volontario ed inquadrate da ufficiali ed, in parte, da sottufficiali italiani; - irregolari: riunite in bande e comandate da notabili indigeni o da ufficiali italiani. Esse si caratterizzavano soprattutto per l'idoneità a svolgere azioni audaci e profonde che non richiedevano un supporto logistico impegnativo. Tutte le armi erano rappresentate, ivi compresi i reparti carristi - assai limitati nel numero - e la nuovissima arma dell'aeronautica. Nel 1931 l'ordinamento militare dell'Eritrea si basava sul Regio Corpo Truppe Coloniali (RCTC) dell'Eritrea su 5 battaglioni indigeni eritrei, 1 compagnia costiera, 1 squadrone indigeni, 3 batterie accettare la pace imposta dagli abissini che sanciva le linee di confine Mareb-BelesaMuna. All'epoca degli avvenimenti che ci si accinge a descrivere, era quindi ancora aperta la ferita di Adua che costituirà valido pretesto propagandistico per gli interventisti de.I momento. La Somalia: nel 1885, subito dopo lo sbarco di Massaua, ebbe inizio da parte italiana, un'opera di penetrazione, che, attraverso accordi commerciali, trattative politiche e compromessi, doveva condurre l'Italia all'occupazione del Benadir (la regione che ha quale capoluogo Mogadiscio) e dell'entroterra somalo. Tale penetrazione durò parecchi anni senza la necessità di dover ricorrere all'impiego di forze militari. Solo nel 1903 venne formato un Corpo armato che agì con successo e fu potenziato nel 1908 per effetto di una disposizione legislativa sull'ordinamento civile e militare del Benadir, che in tale occasione assunse la denominazione ufficiale di "SÒmalia Italiana". A suo capo fu posto un governatore civile cui era attribuita anche la facoltà di ordinare operazioni militari. Egli si avvaleva del Regio Corpo Truppe Coloniali della Somalia Italiana e del Corpo di Polizia Somala Italiana, entrambi composti di indigeni comandati da ufficiali e, in parte da sottufficia.li italiani. Tra il 1908 ed il 1912 fu occupato il basso Uebi Scebeli e nel 1914 fu pacificamente completata la sottomissione dell'intera regione compresa tra il fiume già nominato ed il Giuba. Nella parte settentrionale del Paese fu invece necessario l'uso della fon:a, soprattutto in Migiurtinia ove le tribù insorsero giudate dal loro sultano. D opo una vera campagna di guerra le truppe coloniali raggiunsero il confine col Sornaliland inglese.


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d'artiglieria da montagna indigeni su 4 pezzi da 65/17, 2 compagnie cannonieri indigeni, 1 sezione di automobilisti, servizi 1 bis_ La forza in congedo era costituita dagli ufficiali, sottufficiali e truppa nazionali in congedo residenti in Eritrea e dai militari indigeni in congedo atti alle armi. Nel 1934 l'ordinamento militare della Somalia si basava sul RCTC della Somalia su: 4 battaglioni indigeni, 1 reparto autonomo "Migiurtinia", 1 compagnia mezzi celeri, 3 batterie cammella te, 1 batteria autotrainata , 1 compagnia cannonieri , 1 autoreparto, 1 compagnia deposito, servizi 2 . Del Regio Corpo facevano parte anche le "bande armate di confine" , col compito di polizia confinaria, composte da irregolari indigeni chiamati "dùbat" a causa del "dub" un turbante bianco che usavano indossare (dub=turbante , at=bianco). Esse erano comandate da ufficiali e sottufficiali nazionali. Della forza in congedo, organizzata come in Eritrea , facevano parte anche i dùbat. b. L'Etiopia

All'epoca, l'Impero d'Etiopia aveva una superficie di circa 1. 120.000 kmq e confinava a N e NE con l'Eritrea per 850 km , ad E con la Costa Francese dei Somali e col Somaliland inglese, a S e a SE con la Somalia italiana per circa 750 km, a S col Kenia e ad W col Sudan anglo-egiziano. Rimane pressoché impossibile definire con esattezza il numero degli abitanti del Paese non essendo mai stato effettuato un censimento; la popolazione si poteva comunque stimare tra i 6 e i 12 milioni di abitanti appartenenti a popoli molto diversi per costumi, religione e lingua: un vero mosaico etnico. Tra le razze più rappresentative figuravano gli Amhara e i Tigrini (1/3 della popolazione circa) i Galla (un altro terzo) e, tra gli altri gruppi etnici più numerosi, i Dancali, i Somali e i Sidama. La lingua ufficiale era l'amharico. Dal punto di vista ordinativo lo Stato era una monarchia costituzionale con a capo il ras Tafarì salito al trono, col nome di negus (imperatore) Hailé Selassié, nel 1930. Il Paese era di fatto governato localmente dai vari capi feudali, i ras, che tenevano le regioni loro affidate in uno stato di grande . arretratezza e tendevano in una esasperata ricerca di autonomia a 1 b is MD-SME ufficio storico , L 'esercito Italiano tra la l" e la 2• guerra m ondiale novembre 1918 - giugno 1940 , Roma 1954, p. 164. 2 Ibidem, p. 168.


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sfuggire al governo centrale di Addis Abeba. Tale azione centrifuga, che il negus tentava faticosamente di frenare, era favorita anche dalla manc-anza quasi assoluta di rotabili e ferrovie e dall'estensione del Paese, vasto quattro volte l'Italia. Esistevano, infatti, un'unica rotabile (la Addis Abeba-Dessié) ed un'unica ferrovia (la Addis Abeba-Gibuti). Il negus aveva intrapreso una intelligente opera di centralizzazione e di modernizzazione dotando il Paese di un codice penale e di una Costituzione scritta e dando l'avvio ad un vasto programma di riforme amministrative per le quali si avvalse anche di esperti stranieri. Comunque, ricorda il generale Pesenti 3 , "nell'Etiopia del 1935 vigevano sistemi di governo medioevali. Più che uno Stato moderno era una confederazione di Stati con un regime aristocratico-feudale, cui presiedeva un Re maggiore, assistito nominalmente da una Camera e da un Senato. I grandi feudatari erano i ras dello Scioa, Tigré, Goggiam e dell'Amara, nemici l'uno dell'altro e diffidenti verso il negus Neghesti, loro signore, temuto e sospettato, perché il più forte". Esisteva ancora di fatto la schiavitù con centinaia di migliaia di schiavi. L'esercito era composto da un insieme di bande regionali agli ordini dei ras, spesso affiancati da consiglieri europei 3 bis. L'armamento e l'addestramento negli ultimi anni era migliorato tanto che circa 1/5 della forza era ormai istruito all'europea e la quasi totalità disponeva di fucili a ripetizione. Spiccava per efficienza la guardia imperiale armata di moderni fucili Mauser. 3. Le origini del conflitto

Le cause remote del conflitto sono da ricercare più nei precedenti delle relazioni tra i due Paesi che nel vero e proprio casus belli (allegato "B "). Gli atti che costituivano le basi diplomatiche tra i due Paesi erano: - il trattato di Addis Abeba del 26 ottobre 1896 col quale le due nazioni convenivano, in attesa di accordi definitivi, di stabilire i confini con l'Eritrea sulla linea Mareb, Belesa, Muna; - il trattato di commercio ed amicizia del 21 luglio 1906 che garantiva "ai nazionali ed ai protetti degli Stati contraenti, 3

3

GUSTAVO PESENTI, le KONOVALOFF, Con

bi,

guerre coloniali, N. Zanichelli, Bologna 1947. le armate del negus, N. Zanichelli, Bologna, 1937.


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piena libertà di soggiornare, viaggiare, esercitare. il commercio e l'industria nel territorio dell'altro Stato e il pieno rispetto alle persone ed alle proprietà" 4 • · Si rammenta comunque che speciali accordi tra Italia, Francia e Gran Bretagna delimitavano le zone di influenza nell'Africa Orientale. Inoltre il 2 agosto 1928 l'Italia e l'Abissinia avevano firmato un patto di amicizia ventennale. Eppure tali accordi non seppero evitare la guerra che apparve come una naturale nemesi storica dovuta: - da parte abissina, all'arroganza dei ras di confine, incoraggiata dal ricordo di Adua; - da parte italiana, oltre alle ragioni politico-economiche già indicate, al. desiderio di rivincita alimentato per tanti anni e reso realizzabile dalla presenza di un regime forte e chiaramente espansionista. L'incidente dei pozzi di Ual-Ual del 5 dicembre 1934 (allegato "B") e le riparazioni chieste dall'Italia e disattese dal governo etiopico furono quindi soltanto le cause occasionali che portarono, dieci mesi dopo tale data, all'aperto conflitto. Il Negus investì ufficialmente della controversia la Società delle Nazioni, di cui l'Etiopia faceva parte; dal canto loro l'inghilterra e la Francia tentarono, nel quadro societario, uno sbocco pacifico alla vertenza ma senza successo. Dopo l'inizio delle operazioni militari in Etiopia, su richiesta delle potenze europee, il 2 novembre 1935 veniva decisa a Ginevra l'applicazione delle "sanzioni" contro l'Italia che vennero rese esecutive a partire dal 18 novembre ( allegato "C"). 4. Situazione militare

a. In campo italiano Dopo l'incidente di Ual-Ual, dapprima in Somalia e successiva. mente in Eritrea, fu ordinata la mobilitazione che portò le forze dei due scacchieri rispettivamente da 7000 a 17500 e da 12.000 a 50.000 uomini 5 • Tali forze comprendevano tra l'altro 1 cp. carri veloci C. V. 33 per ciascun scacchiere. 4

5

E. SCALA, Storia delle fanterie Italiane, voi. IV, SME-ISPEF. MD-SME Ufficio Storico, L 'esercito Italiano ... (op. cit.).


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Le operazioni di mobilitazione svolte nella madrepatria furono improntate ai seguenti criteri: - apprestamento di grandi unità con formazioni organiche alleggerite, servizi mobili (someggiati e motorizzati) , artiglieria someggiata e autotrainata, genio in gran misura; - inquadramento assicurato da ufficiali dei gradi inferiori per il 70% richiamati dal congedo o volontari, mentre per gli ufficiali superiori la percentuale di tale categoria doveva essere nettamente inferiore; - priorità nei trasporti d'oltremare attribuita ai servizi, allo scopo di agevolare l'arrivo delle truppe nelle colonie; - costituzione a Napoli di una grande base che doveva trovare un riscontro d'oltremare in quella di Massaua. La mobilitazione in madrepatria previde la costituzione di 10 Divisioni, di cui 5 dell'Esercito e 5 della Milizia , e , insieme ad altre unità minori , di 2 gruppi squadroni carri veloci. Le unità d'oltremare sarebbero inoltre state alimentate da 2 battaglioni di fanteria per ogni divisione da tenere approntati sul territorio nazionale. In particolare, per quanto concerne i reparti carri possiamo farne risalire la nascita all'"ordinamento Mussolini" (legge 11 marzo 1926, n. 396) che stabiliva le norme di base per la costituzione della nuova specialità, norme che , in seguito modificate, portarono il 1° ottobre dell'anno successivo 6 alla formazione in Roma del Reggimento carri armati. L'll ottobre 1934, con decreto n. 1723, la specialità carri armati tornò a far parte dell'arma di fanteria. Nel dicembre dello stesso anno il Reggimento carri armati risultava ordinato su cinque battaglioni di tre compagnie su tre plotoni ciascuna (provvisoriamente su due compagnie di due plotoni). I battaglioni erano dislocati uno a Bologna (insieme al comando di reggimento), due a Roma, uno a Mantova e uno a Udine 7 • Il Reggimento , dal luglio 1934, costituì per le colonie dell'A.O. i seguenti reparti 8 : - 14 luglio 1934: uno squadrone carri veloci con C.V. 33, per l'Eritrea; - 31 dicembre 1934: lo squadrone speciale C.V. per la Somalia; 6 7

8

rico.

Tale data segna la nascita ufficiale della specialità ·carristi. AUSSME, racc. 130, Memorie Storiche, Racc. 0480. Annuario Ufficiale delle F.A. del Regno d'Italia, anno 1938, M.G. Uff. Sto-


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12 marzo 1935: il V gruppo carri veloci "Baldissera", con

C.V. 33 per l'Eritrea; 14 maggio 1935: la P sezione autoblindo, con FIAT 611, per la Somalia; - 8 agosto 1935: la 1a squadriglia "S" a utoblindo , con Lancia lZm, per la Somalia ; - 16 settembre 1935: il XX battaglione e.a. " Randaccio" , con carri d'assalto mod. 35, per l'Eritrea; - 22 dicembre 1935: la 1a e la 2a compagnia e.a. "S", con carri d'assalto mod. 35 p er la Somalia; - 16 gennaio 1936: il battaglione autoblindo "Casali", con Lancia lZm per l'Eritrea; - 7 marzo 1936; la za squadriglia speciale autoblindo "S" con Lancia lZm, per la Somalia. Nominativi diversi veni.vano dati allo stesso carro a seconda dell'unità che armava. Si riporta, a tal proposito, la classificazione che il Pugnani faceva de i carri armati: " - Carri di rottura: i carri armati medi e pesanti di fanteria 9 . - Carri d'assalto: i carri armati leggeri di fante ria. - Carri veloci: i carri armati leggeri delle truppe celeri. Le due specialità di rottura e carri d'assalto costituiscono la fan teria carrista" 10 . Le caratteristiche dei mezzi corazzati italiani che presero parte alla campagna possono così sintetizzarsi: - carro leggero veloce 33 (allegato " D "): 3,2 t , senza torretta, armato di mitragliatrice, velocità massima 45 km/h , due uomini di e quipaggio. Il modello successivo C.V. 35 fu dotato di due mitragliatrici. Armava sia le unità carri veloci sia quelle carri d'assalto <'rganicamente differenti; - FIAT 3000 mod. 30 (allegato "E"), antecede nte al C.V. 33, impiegato in numero molto limitato perché ornai tecnicamente superato ; - autoblindo Lancia lZm (allegato " F"): 4,3 t, con doppia torretta, arma ta con 3 mitragliatrici 6.5, velocità 60 km/h su strada, 5 uomini di equipaggio, residuato della la Guerra Mondiale; -

9

I carri armati medi verranno realizzati ben oltre la fine della campagna dell' Etiopia. 10 A. P UGNANI, La motorizzazione dell'esercito e la conquista dell'Etiopia , Roma 1936. Da "Rivista trasporti e lavo ri pubblici" .


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autoblindo FIAT AB 611 (allegato "G"): più moderna della Lancia lZm che tendeva a sostituire; peso 6, 6 t, armamento 3 mitr. ca!. 8 oppure un cannone da 37/40 e 2 mitr. ca!. 8; 4-5 uomini di equipaggio, velocità 35 km/h. Fu il mezzo blindato più potente impiegato dall'Italia nella guerra d'Etiopia. La dottrina tattica del momento era improntata e grande dinamicità. Le "Direttive per l'impiego delle Grandi Unità" del 1935 e la normativa che ne derivò 11 vedevano nella "sorpresa" il primo elemento di successo. Essa doveva essere garantita dall'impiego di divisioni celeri. La "manovra" doveva risolvere la battaglia sia nelle azioni offensive, per le quali erano previste una massa di rottura e una di manovra, sia per le azioni difensive nelle quali doveva essere ricercato il contrassalto (livelli ordinativi minori) e il contrattacco (condotto da unità almeno a livello battaglione) anche con l'ausilio di carri armati. Il mezzo corazzato veniva considerato come un'arma spiccatamente offensiva e la sua azione - "sempre improntata a cosciente ardimento" - doveva essere effettuata per gruppi di carri in cooperazione con le unità di fanteria che ne dovevano sfruttare il successo. L'unità minima d'impiego era il plotone. "In un corpo d'armata dovranno essere riuniti in un battaglione (una compagnia per ogni divisione)". Successiva di qualche mese alle, Direttive fu la "Memoria sull'impiego delle Grandi Unità in A.O." (Allegato "H") che, pur ricalcando nello spirito le prime, le adegua al particolare ambiente operativo. Ne risulta esaltato a livello strategico il ruolo del corpo d'armata e la divisione - più leggera agile ed elastica - assume il ruolo fondamentale nella battaglia. L'azione dei carri, in particolare, è auspicata nell'inseguimento, insieme alle forze più celeri ed all'aviazione, ed in "masse travolgenti (minima il plotone)". Essi vanno riuniti in un battaglione di corpo d'armata in misura di una compagnia per ogni divisione. Per quanto attiene alla regolamentazione specifica sull'impiego dei carri l'Italia affrontò la campagna d'Etiopia del 1935-36 con una normativa che risaliva al 1925. Successivamente la nuova organizzazione ordinativa della specializzazione, l'aumento del numero delle unità, il perfezionamento dei mezzi e le esperienze fatte nelle numerose esercitazioni, indussero lo Stato Maggiore dell'Esercito ad ela11

MD-SME Ufficio Storico, L'esercito Italiano ... (op. cit.).


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barare una nuova regolamentazione che perfezionava quella di base. Si trattava delle due pubblicazioni: - addestramento delle unità carri armati mod. 1921-1930; - istruzione provvisoria sui carri armati veloci. La prima pubblicazione, edita nell'aprile 1931 dal Ministero della Guerra, conferma i criteri d'impiego di base delle unità carriste, che vedono nella "sorpresa" il principio essenziale; i compiti fondamentali restano invece la distruzione o neutralizzazione delle difese nemiche che "si oppongono all'avanzata dell'unità di fanteria cui i carri sono assegnati. Le azioni di fuoco effettuate dai carri acquistano maggior peso nel combattimento, mentre resta valido il criterio che essi debbano sempre essere impiegati in azioni di movimento". La protezione indiretta verrà realizzata principalmente con l'occultamento ed il mascheramento, mentre quella diretta viene affidata, oltre agli stessi carri, alle armi c/c della fanteria ed al fuoco dell'artiglieria. L'aviazione avrà il compito di esplorare il terreno di azione dei carri ed intervenire a loro favore con tiri di mitragliatrici e con il lancio di bombe. La difesa c/c sarà realizzata col fuoco (pezzi c/c, artiglieria, aviazione, mine) e con l'ostacolo naturale e artificiale. Il collegamento tra i carri e con la fanteria sarà effettuato a vista, con porta-ordini, con segnalazioni ottiche e per imitazione. I carri saranno assegna ti alla fanteria per reparti organici ed il plotone costituisce la loro unità elementare di impiego. Nell'avvicinamento essi non fanno normalmente parte delle colonne ma tenuti nella posizione di raccolta. Nella fase "attacco" i carri occupano , normalmente di notte, la "posizione di attesa" o la "posizione di partenza". Al momento dell'attacco: - allorché gli obiettivi sono vicini o quando occorre praticare passaggi nell'ostacolo passivo, i carri muovono per primi, mentre la artiglieria e la fanteria tengono sotto il fuoco il nemico; - quando gli obiettivi sono alquanto lontani, muove per prima la fanteria che sarà successivamente superata dai carri in corrispondenza di una linea di riferimento . I carri per l'attacco si spiegano sulla fronte con intervalli di 50 m, mentre le unità si scaglionano in profondità allo scopo di sostituirsi reciprocamente. La fanteria completa l'azione dei carri, batte le reazioni sui


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fianchi, si oppone alle armi c/c nemiche. Ad obiettivo raggiunto le unità carri vengono sostituite dalla fanteria e "si dispongono su prestabilite posizioni di attesa, al coperto dal tiro nemico". Nello sfruttamento del successo le fronti di attacco si ampliano, le distanze rispetto alla fanteria aumentano e l'azione diviene più spigliata ed audace. Nell'"inseguimento" i carri armati, se il terreno non pone eccessivi ostàcoli, possono essere assegnati ai reparti più avanzati. Nell'azione difensiva , sono invece impiegati nei contrattacchi durante i quali precedono "decisamente" la fanteria anche se, così operando se ne distaccano temporaneamente. Per quanto attiene alle formazioni: - il plotone, su 4 carri, è l'unità normale d'impiego dei carri veloci . Le sue formazioni sono a colonna serrata o aperta e a stormo serrato o aperto; solo eccezionalmente, e comunque sempre temporaneamente, il plotone si fraziona per appoggiare fanterie che operano in boschi o abitati; - la compagnia è su: Comandante, plotone comando, 1 squadrone servizi, 2-4 plotoni ed 1 carro di riserva per ogni plotone. Le formazioni sono le stesse del plotone; - ì1 battaglione è su: Comandante e ufficiali del Comando, pl.Cdo, 2-4 cp. carri armati. È la maggiore unità carrista destinata ad agire nell'ambito delle divisioni di fanteria ed il suo impiego unitario è ecce~ionale. L'"Istruzìone provvisoria sui carri armati veloci" segue di un mese la precede nte e modifica in parte la regolamentazione di base sui carri armati mod. 1921-30. La pubblicazione conferma la costituzione del plotone su 4 carri veloci (C.V.) compreso quello del Comandante, fissa l'organico della compagnia su 1 plotone comando e 2 pl. C.V. e quello del battaglione su 1 comando di btg. e 6.cp. C. V . Modifica parzialmente le formazioni, specie per il plotone. Per tale unità esse sono: in ''colonna" serrata o aperta (con, distanze tra carro e carro rispettivamente di 5 e 60 passi); in "linea" ( con i carri affiancatì sullo stesso allineamento) serrata o aperta ( rispettivamente 5 e 60 passi di intervallo); "a mezzi plotonr affiancati" (primo mezzo plotone, in colonna serrata o aperta, a destra e secondo a sinistra). Per la compagnia le formazioni sono: in "colonna" serrata o aperta ( distanza tra ì plotoni rispettivamente di 20 e 100 passi), in "linea" serrata o aperta (plotoni sullo stesso allineamento e ìnter~ valli tra .di essi rispettivamente di 20 e 100 passi); "plotoni affiancati" (plotoni in colonna l'uno a fianco del1'.a1tro; "colonne di plotoni


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in linea" (plotoni in linea uno dietro l'altro a 20 passi di distanza). Nell'esplorazione i carri veloci concorrono alle azioni della cavalleria e dei bersaglieri ciclisti, con puntate offensive tese a consentire il disimpegno da forze soverchianti, fiancheggiano i reparti celeri in marcia, scortano le unità di artiglieria. Nell'attacco effettuano azioni di sorpresa su posizioni di particolare importanza o su centri di resistenza, costituiscono "riserva mobile di fuoco" nelle azioni di fiancheggiamento, cadono di sorpresa sui punti più sensibili del nemico. Nella difesa trovano impiego essenzialmente nei contrattacchi. Nell'inseguimento si spingono avanti "senza preoccupazione della loro sicurezza, col compito di agire sui fianchi dell'avversario o di prevenirlo su punti di obbligato passaggio". Il plotone è l'unità "normale" di impiego dei carri veloci. Esso può frazionarsi in mezzi plotoni quando deve essere "assegnato a reparti esploranti o alle avanguardie". La compagnia è invece impiegata unitariamente solo in particolari situazioni.

b. In campo etiopico

Non è facile stabilire con esattezza l'ammontare delle forze etiopiche contrapposte a quelle italiane in quanto, come ebbe a dire lo stesso generale De Bono, "l'informatore indigeno non ha l'esatta idea del numero, perciò riferisce quasi sempre paragoni ai quali è difficile dare un reale valore" 12 • Comunque il bollettino del 1° settembre 1935 del SIM (Servizio Informazioni Militare) italiano stimò in 110.000 gli Abissini nello scacchiere eritreo e 47 .000 in quello somalo (già mobilitati ed armati) oltre ad un complesso mobilìtabile cli 750 mila uomini non tutti però impiegabili in 1a linea. Le mitragliatrici erano circa 2300 e 250 i pezzi di artiglieria, di cui molti ad affusto rigido, mentre i cannoni controaerei, commissionati alla Svezia, erano circa 3000 (Oerlikon) 13 • Pressoché insignificante era l'aviazione (solo 5 o 6 aerei efficienti ma non armati, utilizzati a scopi ricognitivi). Le forze corazzate non superavano le 20 unità, tra carri e auto12

E. BIAGl, Storia del fascismo, Ed. Sadea-Della Volpe. Saranno impiegati, insieme ad alcuni Schneider a Wickers, anche nel tiro con: tro carri. 13


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blindo. I loro organici non furono ampliati nemmeno guerra durante 14 • L'esercito abissino non disponeva di una dottrina vera e propria malgrado la presenza di istruttori europei. L'unica tattica che gli era congeniale era l'offensiva in massa che ottimi risultati aveva dato ad Adua nel 1896. Gli Abissini sapevano sfruttare il terreno per avvicinarsi di sorpresa alle posizioni nemiche infiltrandosi tra gli intervalli del fronte. Conoscevano l'importanza dell'attacco a tergo e dell'aggiramento ma utilizzavano molto poco l'apporto del fuoco anche nelle azioni condotte per importanti scopi tattici o strategici. Interessante in proposito la relazione dell' Addetto militare italiano ad Addis Abeba, datata 5 marzo 1932, sull'organizzazione e sui metodi di lotta dell'esercito abissino (allegato "I"). 5. Il teatro delle operazioni Il teatro delle operazioni si può schematizzare in: - due vaste regioni montuose - l'altopiano etiopico e quello somalo - separate da un salto tettonico, costituito da una serie di conche occupate dai laghi Galla e dal corso del fiume Auasc; - un'ampia regione depressa a NE costituita dalle regioni della Dancalia e dell' Aussa. L'Altopiano etiopico, alto mediamente 2500-3000 m digrada ripidamente sulla costa eritrea e più dolcemente verso il Sudan ed è caratterizzato da una fitta rete idrografica che ha provocato frequenti salti e burroni profondi. Le caratteristiche "ambe" si elevano, isolate, di qualche centinaio dj metri sul livello dell'altopiano e spesso presentano nella loro sommità spianate più o meno vaste. , L'altopiano somalo cade rapidamente verso NW e digrada invece dolcemente a SE verso l'Oceano Indiano ove si appiattisce in ampie pianure costiere. L'esame comparativo dei due scacchieri mostra due ambienti naturali affatto differenti. Aspro, compartimentato, molto ele14 Le notizie sui mezzi corazzati abissini sono contrastanti. Xylander parla di cinque carri armati in dotazione all'esercito abissino, ma probabilmente si riferisce ai soli mezzi efficienti. Cfr. RODOLFO VoN XYLANDER, La conquista dell'Abissinia, F.lli Treves editori, Milano 1937.


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vato quello eritreo in cui difficile è la progressione e problematico l'impiego dei carri; più uniforme il · territorio dello scacchiere somalo dove il .movimento fuori strada è, talvolta, ostacolato dal fondo del terreno a tratti sabbioso e a tratti pantanoso e dalla presenza di fitte boscaglie ma che, pur tuttavia, si presenta nel complesso più favorevole ad operazioni veloci e di larga portata. Il clima, temperato sugli altipiani, ove sono presenti numerosi corsi d'acqua, è invece torrido in pianura e nelle valli ed addirittura malsano nella "fossa dancala" zona di difficile transitabilità. Le stagioni sono due: - quella delle piogge, che nelle zone basse va da aprrle a settembre e negli altopiani da luglio ad ottobre. Essa trasforma l'Etiopia in un enorme pantano difficilmente pratica· bile; - quella asciutta nel rimanente periodo dell'anno. Entrambi gli scacchieri sono caratterizzati da enormi dimensioni che rendevano soprattutto difficile l'adeguamento del dispositivo logistico al progredire delle operazioni anche a causa della povertà delle risorse locali e della pressoché assoluta mancanza di vie di comunicazioni. 6. Piani operativi a . Da parte italiana Lo SM Italiano, fin dal 1932, nell'eventualità di un conflitto con l'Etiopia tendente a garantire la sicurezza delle due colonie, aveva elaborato studi che suggerivano di accontentarsi di successi territoriali limitati. Successivamente, nel 1934, vennero predisposti piani che prevedevano l'acquisizione completa del. terri·. to~io etiopico, mediante un'azione offensiva co~binata dà nord e da sud. ·. . ·· · · ' · · · ·· . L'incid~nte di Ual-Ual .fornì il, pretesto l?er l'intervento contro l'Etiòpi~ 'd a . eftettuarsi i-~ gran& stile, senza risp,_armiò pi FIJèZ. :ti ·è~ 'if. più rapidamente 'possibile ~Ho 'scopo di nòri .e-ss'ere for- . presi daUà stagfone delle grandi' piogge: 'fu pertanto predispo·sta la ~cdstituzione di un Comandò superiore . A.O. , affidato ai generale· Emilio De Bono (Capo di SM Gen. Gabba) con una Intendenza A.O. sotto la responsabilità del Gen. Fulgenzio Dall'Ora.


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La concezione operativa fu quella di un'offensiva dallo Scacchiere eritreo, diretta dallo stesso De Bono, ed una difensiva manovrata sul fronte somalo affidata al Gen. Rodolfo Graziani (Capo di SM Col. Miele, poi Col. Ollearo). I 1300 km che separavano in linea d'aria i due scacchieri imponevano, quantunque in uno spirito di interdipendenza fra i due fronti, un'ampia autonomia strategica a favore dello scacchiere somalo. b. Da parte abissina

Non è dato di sapere se il negus e i suoi collaboratori avessero un proprio disegno di manovra. Certo è che Hailé-Selassié non diede ascolto ai consiglieri eur.opei che suggerivano la guerriglia, ben consapevole di come tale forma di lotta fosse efficace solo se sostenuta dal consenso incondizionato delle popolazioni, fattore che in Etiopia non esisteva. Probabilmente il negus non intendeva accettare grandi battaglie ma affidarsi a forme di lotta basate su sorpresa, imboscate e colpi di mano, favorite dalla conoscenza del terreno, allo scopo di fiaccare progressivamente le forze nemiche. Egli non poteva concentrare le proprie forze, al fine di realizzare la "massa", per difficoltà logistiche. In campo etiopico, non esisteva una organizzazione in tal senso: l'alimentazione delle armate dei singoli capi feudali era affidata infatti alle sole risorse locali, a spese delle popolazioni che erano già poverissime 15 .

7. Le operazioni a. Scacchiere Eritreo Ai primi di ottobre le forze italiane incaricate delle operazioni nello Scacchiere eritreo constavano di 5.721 U., 6.292 SU., 99.243 truppe nazionali e 53.226 indigeni (allegato "L"). Tra i mezzi: oltre 4.000 mitragliatrici e fucili mitragliatori, 580 pezzi, 112 carri veloci e 126 apparecchi. 15

Ministero deJJa guerra, Relazione sull'attività svolta per l'esigenza A.O., Poligrafico dello Stato, Roma 1936.


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Il complesso delle forze era ordinato in 3 C.A. (I, II ed "Eritreo") e nel Regio Corpo Truppe Coloniali. I 112 carri veloci armavano il V gruppo squadroni C. V. , il X gruppo carri veloci, il IV gruppo squadroni C.V. e lo squadrone C .V. dell'Eritrea, posti, nell'ordine alle dirette dipendenze delle G. U. complesse appena citate 16. Di fronte: 5 Armate abissine, agli ordini di altrettanti ras o degiac, forti di circa 200.000 uomini peraltro in massima parte lontani dal confine ove erano presenti solo poche migliaia di armati. Il 3 ottobre, con la dichiarazione di guerra, De Bono ordinò alle truppe italiane di passare il F. Mareb che per un buon tratto segnava la linea di confine.

LE PRIME OPERAZIONI NELLO t SCACCHIERE NORD

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Gli obiettivi iniziali di Adua, Adigrat, Enticciò ed Axum furono facilmente raggiunti, tra il 5 e il 6 ottobre. De Bono si consolidò sulle posizioni raggiunte ma, su sollecitazione di Mussolini, riprese l'offensiva e 1'8 novembre conquistò il forte di Macallè. Dopo tale vittoria De Bono, temendo l'allungarsi della linea dei rifornimenti, riorganizzò le truppe e la componente logistica sordo alle incalzanti richieste del capo del governo di progredire verso sud. Il ,Duce allora, secondo una tradizione largamente diffusa, lo promosse Maresciallo ·d'Italia e lo richiamò in patria. Il suo posto fu preso da Badoglio, allora Capo di SM generale, che giunse in colonia il 26 novembre. Egli comprese immediatamente che l'avanzata su Macallè aveva creato un pericoloso vuoto al centro dello schieramento italiano e si adoperò per consolidare le posizioni raggiunte. In tale periodo la situazione di contatto tra le forze contrapposte. provocò inevitabili combattimenti, alcuni dei quali videro protagonisti i mezzi corazzati. Il 15 dicembre infatti le avanguardie di Ras Immirù e del degiac Aielù Burrù, circa 5000 uomini, stavano muovendo verso l'abitato di Dembeguinà. Loro obiettivo era di accerchiare e distruggere il "gruppo bande altipiano" del Magg. Criniti. Sulla loro strada essi trovarono un piccolo convoglio italiano scortato da un C.V. 33. Ne seguì un combattimento al quale prese parte un altro carro leggero vénut_o in soccorso degli attaccati. Uno dei C.V. 33 inseguì imprudentemente uri gruppo di abissini nella boscaglia , ma, immobilizzato da un tronco d'albero incastratoglisi tra i cingoli, fu ·circondato e distrutto dagli etiopi che massacrarono l'equipaggio. All'azione del gruppo bande, tesa a rompere l'accerchiamento, partecipò anche il 10" Sqd. C. V. "Esploratori del Nilo" (del 19° rgt. Cavalleggeri "Guide") comandato dal Cap. Ettore Crippa. Le diffir colta del terreno e la sua compartimentazione costrinsern· il Co~an- :· dante dello squadrone ad avanzare a pprtelli aperti per poter megHo ~. guidare l'attacçò. Ciò costò la vita.~1 Cap. ~rippa ed al l"èn. Franc9 . ,~ 1 Màrtelli- éhè tò soltituì· riel: c·omandb/ Gli altri eéll'ri, rìmasti.,sut~- .. sivarrierite senza benzina, f\,lrono di~ti:lj.tti dagli stessi equipliggi,..dei -''. quali vennerò Qeèisi 15 carris'ti. . , ' . , ~- :. A seguito·dell'elevata pe'rceatuale deEle perdite, lo· SM'. itàliano proibì ai reparti carristi di operare senza l'appoggio della fanteria. Le ridotte dimensiof\i, la scarsa autonomia e soprattutto la


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mancanza di una torretta girevole, erano state le cause principali delle gravi perdite inflitte da un nemico che, pure, non disponeva di armi c/c. Nel mese di gennaio Badoglio fu informato che una forte massa di truppe abissine si stava concentrando di fronte a Macallè. Tra l'alternativa di attendere l'attacco o prevenirlo, Badoglio scelse questa ultima linea d'azione, per cui il 21 gennaio 1936 egli sferrò una controffensiva d'arresto (1 a battaglia del Tembien) con lo scopo di respingere il nemico ed allontanare la minaccia per guadagnare il tempo necessario a sintonizzare l'ulteriore sviluppo delle operazioni con i tempi programmati nei piani.

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La controffensiva ebbe pieno successo. Sui vari schieramenti del fronte le nostre truppe ebbero la meglio sulle raccogliticce forze abissine che lasciarono sul campo, in tre giorni di combattimento, circa 9000 uomini a fronte dei nostri 1000 caduti. In tale combattimento i mezzi corazzati vennero impiegati soprattutto nell'esplorazione e in azioni rapide e di inseguimento.

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Un mese più tardi Badoglio decise di sferrare l'offensiva generale nel Tigrai che si sviluppò attraverso: - la battaglia dell'Endertà (10-18 febbraio) che portò alfa conquista dell'Amba Aradam (I e III C.A.) e successivamente, il 28 febbraio, dell'Amba Alagi (I C.A.); , - la 2a battaglia del Tembien (27 febbraio-6 marzo) nella quale il C.A. eritreo ed il III C.A. , con una manovra avvolgente, si ricongiunsero ad Abbi Addi rinserrando in una sacca le truppe di ras Cassa e ras Sejum che vennero definitivamente sconfitte; - la battaglia dello Sciré (29 febbraio-3 marzo) combattuta dal II e IV C.A. contro le forze di ras Immirù e del degiac Burrù ammontanti a circa 30.000 uomini. I due C.A., muovendo da basi diverse, avrebbero dovuto convergere sullo


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Sciré cooperando tra loro. Ma la rapida e vittoriosa azione del II C.A. costrinse il nemico a ripiegare verso il fiume Tacazzé prima che il IV C.A. potesse intervenire. Degno di menzione, non tanto per l'apporto strategico dato alle operazioni, quanto per lo sforzo logistico operato per costituirla, fu la "Colonna Celere A.O.". Formata da 2 btg. del 3° rgt. bersaglieri, dal btg. Camicie Nere (CC.NN.) di Forlì "Benito Mussolini", dal 1 gr.a.mot. da 77/28 e da 1 cp. genio, essa era completamente motorizzata (circa 500 automezzi), comprendeva tra i suoi organici anche il btg. autoblindo del Magg. Guido Raby con 13 Lancia lZm, ed aveva un'autonomia logistica di 30 giornate 17 • La colonna partì il 5 marzo da Asmara e raggiunse Gondar il 1° aprile, poco contrastata dal nemico duramente impegnato in altri settori, ma superando notevoli difficoltà dovute alla carenza di strade e piste. L'operazione fu molto apprezzata in campo internazionale, specie dagli Inglesi. La grande offensiva strategica del Tigrai si concludeva quindi con una piena vittoria italiana ed apriva la strada alla successiva fase dello sfruttamento del successo, che si imponeva con urgenza onde evitare che il nemico si riordinasse. Superando le grandi difficoltà di carattere logistico, dovute alle enormi distanze ed alla natura del terreno, le truppe italiane operarono una profonda penetrazione che portò alla battaglia del lago Ascianghi. In tale località era radunata l'ultima armata etiopica, dotata di mezzi relativamente moderni, ben addestrata e comandata dal negus in persona. Tra il 31 marzo e il 2 aprile la vittoria italiana fu però ancora una volta completa ed aprì la strada per Addis Abeba che fu occupata il 5 maggio. Le vittorie di Badoglio ed ancor più la travolgente avanzata di Graziani da sud, che minacciava il taglio del cordone ombelicale dei rifornimenti dell'Etiopia (la ferrovia Gibuti-Addis Abeba), provocarono il crollo psicologico del Negus. Egli abbandonò il proprio esercito ed il Paese, fuggendo a Gibuti con la famiglia reale e con le casse dello Stato. b. Scacchiere somalo

Ai primi di marzo 1935, dopo la mobilitazione, le forze complessive del Corpo Truppe Coloniali comprendevano 260 Ufficiali, 400 nazionali, 17000 somali, 230 mitragliatrici, 28 cannoni, 30 carri C.V. 17

R. XYLANDER, La conquista dell'Abissinia, op. cit.


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33 (1 cp.) , 1 sezione autoblindo su 13 Lancia lZm, circa 200 autoveicoli e 10 apparecchi da ricognizione Ro/1.

Successivamente sbarcava la D. "Peloritana" che sarebbe divenuta completamente operativa prima dell'inizio delle operazioni. La D. "Libia" sarebbe invece sbarcata prima della battaglia dell'Ogaden . All'inizio delle operazioni le forze ·agli ordini di Graziani assommavano (allegato "M") a: '1651 U. , 1546 SU., 21.144 truppe nazionali e 29.551 somali. Tra i mezzi si ricordano 117 pezzi; 45 C. V. (3a cp. "carri di assalto") , 21 blinde e 38 apparecchi. Il tutto era articolato su un Comando Corpo di Spedizione, D. "Peloritana", Corpo Truppe Coloniali (le forze che già si trovavano in Somalia) e supporti. Gli Abissini schierarono sul fronte somalo "circa 60.000 armati fra zona di radunata e presidi di copertura" 18 . Il Gen. Graziani applicò brillantemente le direttive ricevute di una difesa aggressiva sull'intero fronte. Infatti nei primi giorni di ottobre occupò Dolò, Oddo e Ualaddaie, alla confluenza tra il G. Doria e l'Uebi Cestro, Gherlogubi e Dagnerrei sull'Uedi Scillavé. LE PRIM[ OPERAZIONI

18

NELLO

SCACc.NIC

R. GRAZIANI, Il fronte sud, A . Mondadori, Milano 1938.


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Tali azioni permisero di spostare avanti la linea di confine nel settore centrale. Importantissima fu l'occupazione di Gorrahei sul ·F. Fafan, chiave per accedere ai numerosi pozzi esistenti in zona. A tale azio~ ne, avvenuta nei primi giorni di novembre, presero parte due colonne che comprendevano ciascuna una cp. C.V. e 1 Sz. autoblindo. La colonna A (Maletti) il 9 novembre occupava Gorrahei e la colonna B nello stesso giorno entrava in Gabredarre. Caricati i C.V. 33 a bordo di autocarri Ceirano 47, l'll novembre le unità proseguirono su Hamanlei. In vista di tale località, scaricati i carri, fu costituita una col.o nna aperta e chiusa da un plotone carri e con due Lancia l Zm e 4 FIAT 611 al centro. Nell'attraversamento del torrente Gerer avvenne lo scontro con 7 blindati Vickers-Armstrong Six-Ton abissini (guidati, sembra, da Inglesi) armati di mitragliatrici. I pezzi da 37/40 delle FIAT 611 ben presto misero fuori combattimento ciue mezzi avversari e costrinsero gli altri a ritirarsi 19 • Nei giorni successivi Graziani ricevette insistenti notizie di un ·concentramento di truppe abissine, guidate da ras Destà, nel settore SE del fronte. Le intenzioni erano di avvolgere Dolo e puntare su Lugh alle sue spalle utilizzando una forza complessiva di 40.000 armati. Graziani decise di prevenire il nemico attaccandolo l'll gennaio frontalmente su due colonne, tra il Ganale Doria e l'Uebi Gestro, che successivamente si sdoppiarono investendo una fronte di circa 150 km. La vittoria italiana fu completa e Graziani lanciò una colonna autoportata verso Neghelli, dove si era rifugiato ras Destà con alcuni superstiti, che fu raggiunta il 19 gennaio. I ras Destà riuscì a stento a mettersi in salvo fuggendo verso nord. La vittoria, completata con l'occupazione della regione del Daua Parma, aveva liberato il fianco sinistro dello schieramento italiano da una notevole minaccia, assicurato il dominio del vasto territorio del Galla-Borana, distrutto la massa nemica più importante ed aggressiva. Alla battaglia del G. Doria avevano partecipato 45 C.V. e 25 blindo assegnati agli scaglioni Bergonzoli, Morelli e alla riserva. Spesso le blindo furono attaccate da torme di abissini che i mezzi falciarono con facilità. Una cp. carri aveva occupato l'Uadi Sarole e le blindo

Il.

19 P. CAITI, I corazzati Italiani nella guerra d'Etiopia, in "Rivista Italiana Difesa" 7/8, 1984.


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erano state impiegate per respingere i contrattacchi nemici e per proteggere i fianchi del dispositivo italiano . Sei blindo avevano fatto parte d~lla colonna autocorazzata che aveva occupato Neghelli. Nella battaglia del Ganale Doria furono impiegati con grande efficacia i caterpillars che Graziani, essendo anche Governatore Civile e disponendo quindi dei fondi del Governo della Somalia, di iniziativa aveva acquistato dagli USA (il Presidente F.D. Roosevelt non aveva aderito alle Sanzioni) non essendo l'industria italiana in grado di approvvigionarli in tempi brevi. Essi furono utilizzati in tale azione e successivamente nell'Ogaden, per migliorare le scarse piste esistenti o per aprirne di nuove allo scopo di favorire l'avanzata dei mez.zi ruotati che molto piÚ merito dei corazzati ebbero nella riuscita di quella battaglia e dell'intera campagna. Il mese di febbraio fu speso a consolidare il territorio occupato, a sistemare le piste, a costruire strade e ponti, prima dell'inizio delle grandi piogge. L'aviazione intensificò i bombardamenti sempre piÚ verso NE fino a sconvolgere, il 25 marzo, il campo trincerato di Giggiga. Il 29


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marzo anche Harrar, città fortificata e centro militare importantissimo in quanto sede di magazzini e depositi, fu bombardata da 33 aeroplani italiani che distrussero tutti gli obiettivi militari.

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D'accordo con Badoglio, che penetrava attraverso lo Uolla nello Scioa, Graziani concepì l'offensiva dell'Ogaden allo scopo di distruggere le forze del degiac Nasibù, acquisire Giggiga ed Harrar e tagliare a Dire Daua la ferrovia Gibuti-Addis Abeba unica valida via per i rifornimenti dell'intero Esercito etiopico. Da una base di circa 200 km tre colonne delle quali facevano parte 4 cp. carri armati (80 carri) e 26 blindo, conversero sull'allineamento Dagamedò-Dagabur e successivamente su HarrarMareho-Giggiga. Malgrado una forza etiopica di 30 mila uomini ben armati e le piogge che rendevano il terreno quasi impraticabile, la vittoria fu completa.


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Il 30 aprile cadde Dagabur, 1'8 e il 9 maggio rispettivamente Harrar e Dire Daua. ·· Le truppe di Graziani eran? giunte alla frontiera con la Somalia francese. Anche questa operazione fu molto ammirata in campo internazionale specie dagli Inglesi. Il Gen. Fuller - teorico con Liddel Hart della guerra dei motorizzati e corazzati - che era al seguito di Graziani, ufficialmente accreditato come giornalista, ha molto apprezzato questa campagna che ha definito come risolutiva dell'intera guerra. Il piano di Graziani fu in seguito utilizzato dal Gen. Sir. Alan Cunnirigham per far cadere l'Impero italiano nel 1941. Il 5 maggio intanto Badoglio era entrato ad Addis Abeba: il congiungimento dei due fronti era concluso. Alla parata della vittoria · svoltasi nella capitale abissina, parteciparono in prima fila i ' nostri piccoli carri veloci e le blindo .

.8. Considerazioni conclusive La preparazione della campagna interessò enormemente gli "addetti ai lavori" del momento tra i quali figuravano Liddel Hart e le Scuole di Guerra di Belgio e Svezia (queste ultime, che avevano previsto una sconfitta italiana, dopo il successo della campagna persero molto del credito di cui godevano). Molti erano concordi nel


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prevedere un insuccesso italiano che sarebbe stato causato dalle difficoltà logistiche dovute al terreno del teatro operativo particolarmente difficile e dalla quasi assoluta mancanza di strade e ferrovie, che avrebbero impedito il raggiungimento dell'obiettivo strategico di Addis Abeba prima dell'inizio della stagione delle piogge. L'avvento di tale stagione sfavorevole alle operazioni manovrate, avrebbe isolato le truppe italiane che, sistemate in posizioni "a istrice" e prive di rifornimenti, sarebbero state ben presto annientate. Le sanzioni economiche inoltre avrebbero fatto saltare la fragile economia italiana dipendente, in quanto a materie prime, quasi totalmente dall'estero. Probabilmente, se la guerra si fosse prolungata, ciò sarebbe accaduto. Molti preconizzavano quindi per gli Italiani una nuova e più infausta Adua. Alcuni critici storici attuali minimizzano e tendono perfino a ridicolizzare l'impresa italiana, facendo apparire l'avversario di allora primitivo alla stessa stregua delle tribù dell'Africa Nera che le grandi potenze coloniali europee avevano fino allora sottomesse. Ben diversi erano invece la razza e il grado di civiltà allora raggiunto della nazione etiopica che, ancorché tormentata da spinte centrifughe, era pur sempre in possesso di un efficiente edificio statuale con tradizioni consolidate e relativamente moderne. Inoltre gli armati abissini disponevano di fucili moderni del tutto equivalenti ai nostri "mod. 1891". Comunque gli eventi bellici ebbero un corso ben diverso grazie all'abilità dei comandanti italiani ed alla preparazione dei loro stati maggiori. L'impostazione e la condotta strategica della campagna seguirono i canoni più classici, infatti essa si svolse con una manovra a tenaglia, nonostante le terribili difficoltà del terreno e le enormi distanze, sincronizzata nei due scacchieri; una vera guerra-lampo dove l'elemento velocità (compatibilmente con i mezzi a disposizione e çon il terreno d'azione) fu sfruttato molto razionalmente grazie:soprattutto all'oculato impiego dei mezzi a ruote. Ma se le operazioni furono s-volte con grande abilità da parte d~i Comandanti e coraggio da parte dei combattenti, si può senza "' dubbio: affermare che fu soprattutto. lo sforzo logistico a determinare Vittoria italièna.. '. . -~ Esso , riepilogàto nelJ>allegato "N" abbracciò ogni settore, fu ·. metiéolosameòte, preparato; abilmente impiegito, costantemente. · adeguato agli sviluppi operativi. Vo1uto e sostenuto dal potere politico, fu saggiamente gestito dai militari.

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Per quanto riguarda i mezzi corazzati, sino al 1934 l'Italia aveva in A.O. soltanto 20 carri armati di cui 10 in Eritrea (Cp. C.V. dell'Eritrea) e 10 in Somalia (cp. carri armati della Somalia) oltre 4 autoblindo Lancia lZm. Entro il 1935 furono inviati in A.O. 172 carri L 3/35 che furono impiegati insieme ai C.V. 3/33, ai FIAT 3000 e alle blindo già stanziati in loco nonché agli autocarri blindati allestiti sul posto. A fine campagna furono impiegati un totale di 498 unità tra blindo e carri (353 in Eritrea e 145 in Somalia). Come si può notare dalle cifre sempre crescenti dei mezzi corazzati fatti affluire dalla madrepatria, il nuovo mezzo da combattimento assumeva una sempre maggiore importanza. L'impiego dei mezzi corazzati fu diverso nei due scacchieri. A nord, a causa del terreno montuoso e rotto, essi furono impiegati saltuariamente e molti mezzi vennero distaccati per la scorta ai convogli dei rifornimenti. Sul fronte somalo, le diverse e più favorevoli condizioni del terreno permisero un più razionale impiego dei carri anche se, ad eccezione dell'episodio di Harnanlei, mancarono scontri tra formazioni corazzate, stante la quasi totale inesistenza di tali mezzi da parte abissina. Nel complesso l'impiego dei carri italiani durante tutta la campagna avvenne a sostegno, copertura o avanguardia delle fanterie o dei reparti autoportati, per distruggere nidi di mitragliatrici, snidare il nemico da forre e caverne (C.V. 33 in versione lanciafiamme), effettuare ricognizioni lontane in zone di pericolo evidente, proteggere campi d'aviazione e basi logistiche (soprattutto le blindo). Alcuni episodi fecero però chiaramente capire i limiti dei piccoli carri da 3 t vulnerabili al tiro anche delle mitragliatrici pesanti, sprovvisti di cannoni e di torretta girevole e quindi, se isolati, facile preda di avversari appiedati ma coraggiosi. Il piccolo L 3 fu impropriamente chiamato carro armato; la mancanza di una bocca da fuoco lo rendeva infatti più siìnile ad una base di fuoco mobile che ad un carro vero e proprio. Dei fattori della formula tattica del carro armato - potenza di fuoco, mobilità, protezione - mancava infatti quello forse più importante in una simile campagna, ciò che rendeva pressoché nullo il prodotto che ne derivava. L'episodio del torrente Gerer fece chiaramente capire l'importanza di pochi colpi di cannone - quelli sparati dalle blindo FIAT 611, il mezzo più potente dal punto di vist a fuoco impiegato nella


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campagna - che bastarono a rovesciare in breve le sorti del combattimento. Anche le autoblinde mostrarono i loro limiti soprattutto a causa della scarsa potenza motrice. Non era infatti raro vedere i valorosi dùbat intenti a spingere i pesanti mezzi allo scopo di aiutarli a superare passaggi difficili. In un rapporto del 30 luglio 1936, il Gen. Pirzio Biroli, già comandante del C.A. eritreo, a proposito del comportamento dei carri veloci così si espresse: "all'inizio delle operazioni il C.A.E. disponeva del II gruppo artiglieria autotrainato da 77/28 e del IV gruppo squadroni carri veloci. Entrambi i reparti dovettero fermarsi al passaggio del Belesa; raggiunsero· la zona di Enticciò con forte ritardo rispetto alle unità eritree e soltanto quando furono tracciate delle piste. Nell'avanzata su Macallè i due reparti poterono raggiungere con relativa facilità gli obiettivi (Macallè, zona passo Dogheà) nia vi furono avviati per la via di Adigrat e cioè seguirono un itinerario diverso da quello percorso dal Corpo d'Armata. In seguito conmrsero ad azioni di combattimento nelle due battaglie del Tembien: il VI gruppo autocarrellato ed uno squadrone carri veloci (IV gruppo). Si trattò però, entrambe le volte, di azioni statiche o di movimenti a piccolo raggio nelle quali non vi fu possibilità di sfruttare le caratteristiche di tali reparti e cioè: la mobilità. I reparti avevano potuto raggiungere la zona di azione soltanto dopo che erano state adattate delle piste 20 ." Dello stesso tenore è la relazione del 3 agosto 1936 inviata dal governatore dell'Eritrea, Guzzoni, al Governo Generale di Addis Abeba dalla quale si rileva che, nonostante l'avversario non disponesse di idonei mezzi di difesa, l'impiego dei carri veloci non riuscì efficace a causa della conformazione del terreno e della scarsa autonomia 21 • Lo stesso Badoglio ebbe a dire 22 "su terreno rotto, impervio, privo di strade, a grandi altitudini, il carro armato, ad esempio, non sempre si è dimostrato utilmente e facilmente impiegabile. E così dicasi per le unità lanciafiamme". Il von X ylander, nel libro già citato, così si esprime "da questo impiego di carri armati leggeri non risulta alcun insegnamento che sia di interesse per lo studio dei 20 21 22

AUSSME, Dl , racc. 15. Ibidem. P. BADOGLIO, La guerra d'Etiopia, A. Mondadori, Milano 1936.


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grandi problemi riguardanti l'impiego dei carri armati in una guerra europea. I carri veloci italiani furono d'ausilio all'esplorazione; furono pure utili in Somalia per attacchi parziali. N,on divennero mai truppe di rottura, e in Somalia anche i reparti motorizzati erano in grado di poter svolgere rapide azioni autonome. Il panico davanti ai carri armati non si verificò mai tra gli abissini, i quali però non sapevano usare quelli che riuscivano a catturare". Malgrado le varie relazioni non sempre favore-voli, dall'impiego dei mezzi corazzati in questa campagna, si trassero delle conclusioni troppo ottimistiche, soprattutto perché non si dette eccessiva importanza al nerpico che si era dovuto affrontare. Gli Abissini, infatti come già ricordato, disponevano di un numero.irrisorio di carri e blindo, erano quasi privi di anni c/c (eccetto una ventina di pezzi da 20 mm di fabbricazione tedesca), in possesso di pochi pezzi e/a (circa 300 cn. Oerlikon) e pressoché sprovvisti ·di aviazione. È chiaro che in tali favorevoli condizioni, l'impiego dei nostri mezzi corazzati fu quasi ovunque agevole. Ben altri avversari.si sarebbero trovati di fronte i nostri carri in Spagna prima e, successivam~nte, durante la 2a Guerra Mondiale. Ben altro merit0 ebbero invece gli automezzi; . che furono impiegati con dovizia e raziocinio, malgrado le difficoltà imposte dal terreno privo, come più volte ricordato, di rotabili e a volte carente addirittura di piste. A questo moderno mezzo è dq attribuirsi in massima parte il carattere di guerra lampo che ebbe la campagna .e che consentì nello scacchiere settentrionale i rapidi spostamenti soprattutto nella parte fing.le della campagna (marcia su Addis Abeba) ed in quello meridionale le poderose puntate offensive di Graziani che contribuirono, prirµa, ad alleggerire la pressione nemica e, successivamente, consentirono la profonda, decisiva penetrazione fino a Dire Daua. Anche avvalendosi delle .esperienz~ effettuate durante il conflitt-0 ~tiopico, il Corpo di SM emanò prima· del termine dell'anno 19-36, · alcune circolari specifiche tra le quali si ricordano la: circ. 47000 "Addestramento ed impiego dei carri veloci" (allegato "O") . e fà che. 10500 '~ddestI'aQJ.érito e~ impiego, dei carri d'assalto:' (al- · ·' · legato '"f>»). , . : · ' . · ~ Nella prima circolare~ destinata· alle truppe celèri, si leggeva: "il éarro veloce integra, facilita ed abbrev.ia l'azione del cavaliere e del bersagliere... e risulta particoiarmente idoneo per aprire la strada all'assalto e per concorrere ad appoggiare l'azione dei celeri". Era-perciò indispensabile una sempre più attenta cooperazione tra


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i reparti a cavallo e quelli carristi allo scopo di rendere ·idoneo lo squadrone carri veloci ad operare con gli altri squadroni a cavallo. Essa fissava le modalità di impiego dei carri veloci nelle varie fasi dell'azione ed i principi di base per un proficuo addestramento della specialità. Ma già a pagina 3, riferendosi al C.V. e recependo le esperienze maturate nella campagna, recita: "Il carro veloce: vede poco, se fermo , diventa facile preda dell'insidia, se sorpreso è perduto" esprimendo così in estrema sintesi tutti i limiti di questo mezzo . Nella seconda circolare, che in premessa definiva le 47000 "di base per l'impiego per tutte le unità carriste", veniva sancito il principio che a queste ultime veniva affidato il compito di "aprire le strade alle fanterie, in terreni non fortemente organizzati" mediante l'impiego a massa di unità carri a livello compagnia (minimo plotone). Compito delle unità carriste non era quindi un impiego autonomo ma "sempre in stretta cooperazione con la fanteria". Nel campo strategico-tattico la rapida e vittoriosa conclusione della campagna d'Etiopia portò a formule dottrinali estremameme dinamiche sino a parlare di "guerra di rapido corso". A tale concezione non si accompagnò, purtroppo , uno sviluppo reale di quei fattori che avrebbero dovuto permetterne la realizzazione pratica: preponderanza di mezzi aerei e motocorazzati, organizzazione logistica agile e ricca. Quattro anni dopo la vittoriosa campagna d'Etiopia, jnsieme all'entusiasmo dei responsabili ed al consenso popolare, si era esaurita anche l'efficienza della macchina bellica coloniale che si era invecchiata e logorata. La mentalità operativa aveva lasciato il posto ad attività di polizia militare. I mezzi non si erano né rinnovati né modernizzati. Fu pertanto inevitabile la perdita delle colonie a causa di un nemico che, pur numericamente inferiore, si presentava con uno strumento bellico moderno e perfettamente addestrato.


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Allegato ''A" .

ADUA 1896 Nel 1893 Menelik II denunciava il trattato di Uccialli ed accusava l'Italia di aver tentato, pur impiegando mezzi amichevoli, di occupare l'intera Etiopia. In Italia intanto i governi si succedevano con alta frequenza a causa di scandali bancari ed insofferenza sociale. Dopo la sua momentanea caduta del 1893, Crispi era tornato al governo , succedendo a Di Rudinì e a Giolitti. Egli favorì la ripresa delle operazioni in A.O. affidata al Gen. Baratieri che, per liberare i confini occidentali dell'Eritrea dai minacciosi dervisci, sferrò una vittoriosa offensiva a Cassala (luglio 1894) ed occupò successivamente gran parte del Tigré (appendice) con le città di Adigrat, Axum, Adua, macallé e l'avamposto dell'Amba Alagi (aprile 1895). All'estendersi della lotta, però, era contrario lo stesso Crispi, a causa del grande dispendio di risorse finanziarie che essa comportava, e parte dell'opinione pubblica. Intanto l'occupazione del Tigré aveva messo in allarme molti ras locali e lo stesso Menelik che cominciò a far affluire numerosi armati nella zona del L. Ascianghi. Nei circoli italiani l'opinione pubblica, sfavorevole in gran parte alle operazioni in A.O. che venivano condotte alla cieca e senza un obiettivo ben definito, si auspicava una piccola sconfitta che avrebbe posto termine all'avventura africana. Purtroppo, però, si ebbe il disastro. L'esercito imperiale mosse alla metà di ottobre dallo Scioa verso il Tigré preceduto da una avanguardia di circa 30.000 uomini comandata da ras Makonen. Alla ricezione di tali notizie il Generale Arimondi , che comandava il settore interessato alle operazioni, · ordinò di concentrare le forze dipendenti su Macallé mentre il Governatore ordinava la mobilitazione delle truppe coloniali. Il 7 dicembre 1895 l'avanguardia di Menelik investì il presidio dell'Amba Alagi forte soltanto di 2340 uomini e 4 cannoni. Dopo un giorno di strenua resistenza, rimasero sul terreno, insieme all'eroico loro comandante il Maggiore Toselli, tutti gli ufficiali, 20 nazionali e 1500 indigeni. Gli abissini, che avevano perso circa 3000 uomini


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nell'azione, rimasero molto impressionati dalla resistenza delle truppe italiane. I pochi superstiti ripiegarono su Macallé alla cui difesa era preposto il Magg. Galliano con 210 nazionali e 1150 ascari. Tali truppe si opposero tanto valorosamente all'avanzata abissina che il nemico , anche ricordando il valore italiano dell'Amba Alagi e forse per ottenere la pace senza altri rischi, accettò di patteggiare col Magg. Galliano e consentì di sgomberare il forte con le armi e i feriti. Intanto dall'Italia incominciarono a partire i primi rinforzi che però rischiavano di giungere troppo tardi perché Menelik con un esercito di circa 100.000 uomini, si avvicinava sempre più ai confini dell'Eritrea. Baratieri nella notte tra il 28 e il 29 febbraio 1896 decise di spostare il proprio dispositivo difensivo in avanti verso Adua, ove più facile appariva la difesa, allo scopo di attendere i rinforzi inviati dalla madrepatria. Egli disponeva di 14.519 uomini, di cui 10.500 nazionali, e 56 cannoni, suddivisi nelle Brigate di Fanteria: 1a (Arimondi), 2a (Dabormida), 3a (Ellena) e Indigeni (Albertone). Oltre alle forze menzionate partecipavano alla battaglia anche 5601 uomini delle bande. L'esercito di Menelik era forte di 80.000 armati , 8000 cavalieri e 42 cannoni. Nella notte fra il 29 febbraio ed il 1° marzo le colonne italiane mossero per raggiungere le posizioni difensive. Ma la scarsa conoscenza del terreno e la forte compartimentazione dello stesso, provocarono un allentamento nella coesione delle colonne italiane che, attaccate di sorpresa dall'esercito abissino furono duramente sconfitte. Circa 6600 furoni i morti da parte italiana, di cui 268 ufficiali, 500 i feriti e 1700 i. prigionieri. Caddero sul campo anche i generali Arimondi e Dabormida e il maggiore Galliano. Circa 3700 italiani riuscirono a ripiegare a nord del Mareb. Le perdite del nemico sembra ascendessero a 7000 morti e 10.000 feriti. Il negus, forse anche a causa delle elevate perdite subite, non osò inseguire le truppe italiane in ritirata. Intanto il 4 marzo giungeva a Massaua il Gen. Baldissera, in sostituzione di Baritieri, che però solo a metà marzo poté disporre dei rinforzi arrivati dalla madrepatria che, inizialmente di 17 .000 uomini, raggiunsero un mese dopo i 43.000 uomini e 60 cannoni. Ma l'Italia non avendo le risorse per riprendere la lotta e per mantenere un così imponente contingente di truppe, firmò ad Addis Abeba, il 23 ottobre 1896 la pace con l'Etiopia. Il confine eritreo


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veniva fissato sul Mareb. l'Italia riconosceva l'Etiopia come stato libero e sovrano e l'anno successivo cedeva Cassala al KedivĂŠ d'Egitto. La sconfitta fece cadere definitivamente il governo C,rispi, e con essa si concluse il primo periodo dell'avventura italiana in A.O. All'impresa italiana era mancato uno dei principi basilari dell'arte della guerra (e della politica): quello dell'obiettivo. La campagna etiopica infatti era nata per caso e si era sempre trascinata senza uno scopo ben definito anche a causa della carenza di coesione politica e della mancanza delle risorse finanziarie necessarie alla difficile impresa . .Con ben altri presupposti sarebbe stata iniziata la campagna del 1935-36.


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Allegato "B"

IL CASUS BELLI Il 2 agosto 1928 l'Italia e l'Abissinia avevano stipulato un patto di amicizia ventennale. Firmatari erano stati il nostro ministro plenipotenziario Cora ed il reggente d'Etiopia Tafari Makonnen che nel 1930 avrebbe assunto il titolo di negus col nome di Hailé Selassié. Altre manifestazioni di amicizia erano seguite a questo fatto, eppure nel 1934 si parlava di guerra. Cos'era accaduto? Tra il '30 ed il '34 una quindicina di incidenti avevano turbato i rapporti tra le due nazioni. Si trattava quasi sempre di incidenti di scarso rilievo, fino a quando, il 5 dicembre 1934, accade qualcosa di molto più grave: l'incidente di Ual-Ual (Apd.). I pozzi di Ual-Ual, facenti parte della "linea dei pozzi" insieme a Gherlogubi, Uardere, Galladi, erano presidiati da truppe italiane dal 1928 e, seppure in mancanza di una linea di confine, essi da tempo segnavano il limite con le tribù Ogaden. Nessuna contestazione o protesta era mai stata avanzata dal governo abissino. Una ·pista per automezzi . lunga 12 km collegava Ual-Ual con Uardere, località presidiata dai nostri "dubat". Il presidio di Ual-Ual era formato da 60 uomini agli ordini dello jusbasci Mahmud Assan, quello di Uardere era di 250 uomini. Il 22 novembre, avendo, i dubat di vedetta al fortino di Ual-Ual segnalato l'approssimarsi di gruppi armati etiopi nella boscaglia, il nostro jusbasci si portò coi suoi uomini ai pozzi verso i quali si dirigevano anche gli abissini ( comandati dal fitaurari Sciferrà, governatore di Giggiga e dell'Ogaden) il cui numero si andava ingrossando sempre più. Tali armati pretendevano di oltrepassare la località presidiata dalle truppe italiane il cui capo però oppose un secco rifiuto. L'indomani il Comandante del presidio di Uardere raggiunse UalUal. Constatata la grave situazione, il governatore della Somalia dispose che per il giorno 24 una squadriglia di almeno 3 aerei ed una autoblinda fossero avviate ad Uardere. Il 23 il Cte di Uardere ricevette una lettera dal Col. inglese Clifford e dal fitaurari Banté dichiaratisi rispettivamente il rappresentante inglese ed etiopico di una commissione per la delimitazione del confine tra l'Etiopia e la Somalia Britannica. Essi protestavano


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in quanto asserivano di essere impediti nel proprio lavoro da uomini armati, nella zona di Ual-Ual. Da notare che in una carta topografica, compilata dall'Intelligence Division War Office nel 1931, i pozzi in questione figuravano senza dubbio compresi nel territorio somalo. Il Col. Clifford rifiutò spiegazioni verbali col Cte di Uardere ed inoltre, irritato dal fatto di essere stato sorvolato da aerei italiani, interruppe i lavori e si portò ad Ado a 30 km da Ual-Ual. Vista la situazione il governo somalo inviò altri 2 carri armati (C.V. 33) in rinforzo ad Uardere. A loro volta gli etiopi rinforzarono la zona con personale', mitragliatrici e persino un cannone. Alle 17 del 5 dicembre avvenne l'irreparabile: violente scariche di fucileria partirono da ambo le parti ognuna delle quali attribuiva all'altra l'inizio dell'atto ostile. Il combattimento fu violentissimo e ad esso prese parte la sezione autoblindè Lancia lZ e carri veloci, giunta ad Uardere solo un'ora prima. Purtroppo sulla strada per Ual-Ual un C.V. ed una Lancia lZ si resero inefficienti per guasti ed un altro carro si perse nella boscaglia ove fu assalito dagli abissini che riuscì però a tenere a bada per tutta la notte con le armi di bordo. Il mattino successivo il C. V. 33 riuscì a ricongiungersi con le nostre forze. Anche l'autoblindo raggiunse Ual-Ual e fu subito inviata indietro allo scopo di rifornire di munizioni il presidio. Essa tornò tre ore dopo seguita da un autocarro carico di dubat. Tre aerei italiani mitragliarono e bombardarono gli avversari, ma a causa dell'oscurità furono costretti a rientrare. Il mattino successivo la lotta si riaccese furibonda ma, grazie anche al valido apporto delle armi di bordo dei mezzi corazzati, gli Abissini furono messi in fuga. Essi lasciavano sul terreno un centinaio di morti a fronte dei trenta dubat caduti. A seguito del doloroso incidente l'Italia chiese al governo etiopico a titolo di risarcimento: - scuse da chiedersi in Ual-Ual al nostro rappresentante ed onori alla bandiera italiana; - indennità ai familiari dei militari caduti; - arresto dei capi responsabili dell'incidente; - consegna del capobanda Omar Samantar, organizzatore della spedizione e ricercato quale assassino del Cap. Carolei. Ma il Negus, attribuendo ai nostri dubat, la responsabilità dell'apertura del fuoco, investì ufficialmente la Società delle Nazioni della controversia. Dopo circa dieci mesi dal fatto, e malgrado le sanzioni, l'Italia invadeva l'Etiopia.


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Allegato "C"

LE SANZIONI Il 2 novembre 1935, dopo circa un mese dall'inizio della campagna d'Etiopia, la Società delle Nazioni decise di applicare contro l'Italia le "Sanzioni" come previsto nell'art. 16 del Patto societario. Ai sensi di tale articolo l'Italia, che fu ritenuta Paese aggressore, si era resa colpevole di un'azione di guerra contro tutti gli Stati membri e pertanto passibile di boicottaggio economico e diplomatico. Era la prima volta che un'Assemblea internazione decideva una tale azione e l'episodio, ancorché. storicamente significativo, non ottenne i risultati sperati dalla S.D .N. Il boicottaggio fu soltanto "raccomandato" ed avrebbe dovuto attuarsi con gradualità entro un certo periodo di tempo . Le sanzioni furono accolte abbastanza favorevolmente dall'opinione pubblica internazionale , per cui già nel mese di ottobre, una cinquantina di Stati, tra i quali Inghilterra, Francia ed Unione Sovietica, avevano vietato l'esportaziçme in Italia di armi e munizioni; quarantotto si erano impegnati a non acquistare merci italiane e quarantanove le avevano negato crediti. Inizialmente l'Italia no n risentì dell'azione in quanto copiosamente fornita di armi e munizioni. Tuttavia sarebbe risultata preoccupante l'azione tendente a privarla di alcuni prodotti essenziali quali il carburante. Ma nel decidere sull'opportunità di prendere tali provvedimenti, gli Stati membri della S.D.N. si smarrirono in discussioni e polemiche. L'Inghilterra, da una parte desiderosa di frenare la crescente presenza italiana in Africa, che andava a minacciare i suoi interessi nel M. Rosso e sulla via geopolitica CairoCapo, e dall'altra parte timorosa della potenza militare italiana (forse sopravvalutata) che avrebbe potuto mettere in pericolo i suoi possedimenti nel Mediterraneo , stentava a prendere una decisione governativa sull'embargo petrolifero. La Francia preferiva non inimicarsi l'Italia che desiderava avere quale alleata contro la politica aggressiva avviata da Hitler. Gli Stati Uniti, pur condannando l'i.mpresa italiana, mantenevano il loro


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atteggiamento isolazionista che li portava a tenere un contegno neutrale nei confronti del conflitto. Nel complesso, 13 Stati non aderirono alle sanzioni. Essi erano: Albania, Austria, Costarica, Paraguay e Ungheria (membri della S.D.N.), Arabia S., Brasile, Germania, Giappone, Islanda, Manciukuò, USA e Yemen (non aderenti alla S.D.N.). Le sanzioni non ebbero, in conclusione, alcun effetto sulla riuscita della campagna, vuoi per la mancata adesione degli Stati Uniti, vuoi per la rapidità con cui l'Italia sconfisse l'Etiopia. Dopo 241 giorni di inutile assedio economico, il 4 luglio 1936, la S.D.N. revocava le sanzioni contro lo Stato italiano.


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Allegato "D"

CARRO LEGGERO VELOCE L3

1. Caratteristiche

Casa costruttrice Peso Potenza Lunghezza Larghezza Altezza Velocità Equipaggio Autonomia massima Armamento: - mod. 33 - mod. 35 -

FIAT-Ansaldo Fossati. 3 tonnellate Hp 43. 315 cm. 140 cm. 128 cm. 42 km/h su strada; 6 km/h fuori strada. 2 uomini. 120 km.

1 mitr. FIAT mod. 14, cal. 6,5. 2 mitr. FIAT mod. 35 cal. 8, gemellate, con 29 caricatori da 50 colpi; mod. 35 ed. 1938: 2 mitr. Breda 38 cal. 8, con 3200 colpi.

2. Storia

Nel 1928 il Gen. Cavallero, sottosegretario alla Guerra, esaminò per la prima volta l'opportunità di studiare un carro armato veloce, leggero, idoneo all'esplorazione e ad accompagnare le fanterie in terreni montani e collinosi. L'Ispettorato Automobilistico appuntò l'attenzione sul carro inglese Carden-Loyd MK VI. Lo studio successivo, affidato all'ANSALDO e alla FIAT, portò ad un prototipo che fu sperimentato nel 1931. Nel 1932 lo SM


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iniziò le trattative per l'acquisto di un lotto di tali carri e, dopo una ulteriore accurata sperimentazione si giunse alla produzione in serie del "Carro veloce 33" dalle ultime due cifre dell'anno di adozione. Il Reggimento Cavalleggeri Guide fu il primo reparto ad adottare il nuovo mezzo che, armato di una sola mitragliatrice FIAT mod. 14, cal. 6,5, costava circa 90.000 lire. Nel 1934 vennero approntate alcune centinaia di C. V. 33 destinati alla Somalia e l'anno successivo si decise di sfruttare le caratteristiche del carro veloce per le previste operazioni in A.O. ove lo scacchiere montano si presentava molto simile a quello alpino. Furono apportate al carro alcune migliorie meccaniche e, armato con due mitragliatici abbinate, fu denominato "carro veloce 35". Il programma Baistrocchi del 1933-36 prevedeva la costruzione di 1300 C.V., 200 dei quali con armamento speciale, ma a causa della guerra di Spagna e delle richieste dall'estero, la produzione proseguÏ fino al 1938. Gli ultimi C.V. 35 vennero armati con due mitr. Breda 35 ca! 8. Vennero prodotte anche le versioni lanciafiamme (L 35/lf) e carro radio (L 35/r) con funzioni di carro comando.

3. La tecnica

Il motore, Spa tipo C.V. 3, era a 4 cilindri verticali (84x130), monoblocco, a 4 tempi, di 43 HP. Le ruote motrici erano poste anteriormente ed il moto vi arrivava a mezzo di un albero di trasmissione, una frizione ed un cambio-riduttore (4 .marce normali e 4 ridotte), una trasmissione epiciclofdale. Lo scafo, formato da lamiere di acciaio, assicurava una protezione da proiettili comuni e perforanti di fucile e mitragliatrice e dalle schegge di granata. Il suo interno era diviso in tre'camere che, dalla prima in poi, assumevano il nome di camera da combattimento , con il pilota ed il capocarro/mitragliere, camera motore e camera degli organi di raffreddamento. Grave inconveniente eta costituito dalla mancanza di torretta girevole. I cingoli erano composti di 72 maglie principali e 72 ausiliarie di acciaio stampato collegate da perni e piastrine. Gli organi di comando comprendevano due leve di comando e direzione, un pedale del freno, un pedale della frizione, leve comando del cambio e del riduttore, acceleratore.


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REPARTI CARRI D'ASSALTO Armi

Automezzi

Ufficiali Sottuf-

Truppa

Fucili

Carri d'as¡

Autocarri

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1

12

1

11

60

139

46

22

174

1

12

1

8

60

136

46

2

13

1

5

10

5

Infe-

tiori

riori

Gruppo carri veloci

1

16

22

Battaglione carri di d'assalto

1

16

Plotone autonomo carri veloci "E"

-

1

-

1

Rimorchi

Motomezzi

Auto vetture

ficiali

Supe-

-

e mo¡

Pistole

schetti

salto e veloci


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Allegato "E"

CARRO ARMATO FIAT 3000 - MOD. 30

1. Caratteristiche tecniche

Ditta costruttrice Anno di omologazione Peso totale Velocità max su strada: Autonomia Equipaggio Equip. radio Armamento Motore Corazzatura Torretta

FIAT-Ansaldo 1930 kg 5900 km/h 21 km 90 (ore 8-10) n. 2 Marelli R2 ( solo su carro-radio) 1 cannone da 37/40, con 68 colpi oppure 2 mitr. S.I.A. con 2000 colpi FIAT 304 B, 4 cii. di cc 6235, HP 6370 6...;-16 mm girevole sui 360°

2. Evoluzione

Il mod. 30 derivava dal prec'=<dente FIAT 3000 A mod. 21, omologato nel 1921 che, a sua volta, si ispirava al carro francese RENAULT migliorato dalla FIAT che lo costruiva. Il mod. 21 era dotato di vari tipi di armi, ma in prevalenza montava due mitragliatrici, tipo S.I.A. cal. 6,5 con 2000 colpi in 50 caricatori da 40 cartucce, abbinate parallelamente. Il mod. 30 differiva dal precedente per piccolissimi dettagli ai . vari organi e per l'armamento. Poteva montare infatti le due mitragliatrici S.I.A. già citate, oppure un cannone da 37/40 in torretta spostato sulla destra rispetto all'asse del carro. La bocca da fuoco poteva assumere una elevazione di +20° ed una depressione di - 10°. Alcuni carri vennero trasformati in carri-radio e dotati di apparato radiotelegrafico. L'antenna era tesa fra la coda e una struttura


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posta sopra il cappello della torretta e l'energia per il funzionamento era assicurata da una dinamo. A causa della cingolatura a piastre, il suo movimento su strada avveniva a mezzo di un carrello, su cui il cingolato veniva caricato, trainato da un autocarro FIAT 18 BLR. Soddisfacente era soltanto il motore , trovando il mezzo notevoli limitazioni dovute, al giĂ accennato movimento su strada, al ristretto spazio a disposizione dei due uomini di equipaggio, alla scarsa manovrabilitĂ su terreno rotto, ai numerosi difetti meccanici. Dopo il 1937, gli esemplari ancora in servizio vennero armati con due mitragliatrici FIAT mod. 35.


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Allegato "F"

AUTOBLINDO LANCIA lZm 1. Caratteristiche tecniche

Telaio Lancia lZ Militare rinforzato 25/35 CV., con blindatura Ansaldo Fossati. Peso 4,3 t. Lunghezza 562 cm. Altezza 240 cm. Blindatura 9 mm max, 2,5 mm min. Armamento: 3 mitr. FIAT Revelli mod. 1914 cal. 6,5 mm con 15.000 colpi, successivamente sostituite dalle FIAT mod. 35. Velocità 60 km/h su strada, 5 km/h fuori strada. Equipaggio : 5 uomini.

2. Storia

L'autoblindo Lancia lZm fu realizzata dall'Italia durante la ia .G.M. e partecipò (circa 120 esemplari) anche alla ritirata di Caporetto e soprattutto alle battaglie del Piave e di Vittorio Veneto. Dalla forma nettamente automobilistica, presentava un muso sporgente e grande vano da combattimento. · Era dotata di due torrette concentriche, ruotanti indipendentemente, delle quali la più bassa era armata con due mitragliatrici e la più alta con una sola. Un'altra mitragliatrice era sistemata in ritirata. Successivamente la torretta più alta venne eliminata. Per la guerra d'Etiopia il mezzo subì numerose modifiche tra le / quali la maggiorazione dei pneumatici. Il maggiore dei difetti del mezzo era la potenza del motore assolutamente insufficiente. La blindatura, l'abitabilità e l'armamento furono dagli stessi equipaggi considerati molto buoni. Restò in servizio, ma ormai tecnicamente superata, fino alle prime fasi della 2a G .M.


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Allegato "G"

AUTOBLINDO FIAT AB 611 1. Caratteristiche tecniche

Casa costruttrice : FIAT. Peso 6,8 t. Lunghezza 460 cm Larghezza 191 cm Altezza 228 cm (mod. con mitr.), 240 mm (mod. con cannone. 13 mm max; 8 mm min. Blindatura 3 mitr. FIAT 35 cal. 8 mm, oppure 1 canArmamento none da 37/40 e 2 mitr. FIAT 35 cal. 8 mm. 35 km/h. Velocità 4-5 uomini. Equipaggio

2. Storia

Sul finire degli anni 20 nel Regio Esercito italiano era ormai sentita impellente la necessità di disporre dì un mezzo ruotato, capace di seguire "ovunque" i carri, al doppio scopo di garantire ad essi la necessaria assistenza tecnica e l'appoggio della fanteria. Nacque pertanto, il "Dovunque mod . 32" della FIAT-SPA, chiamato così per le sue caratteristiche, dotato di tre assi (i due posteriori erano motori) con buone possibilità di fuori strada. Uno dei successivi modelli prese il nome di 611 e fu utilizzato alloché si sentì la necessità di sostituire l'autoblindo Lancia 1Zm. La blindatura fu realizzata dall'Ansaldo e la versione definitiva venne chiamata FIAT AB 611. Molto ben riuscita era la torretta, armata con un cannone dal calibro molto rispettabile per l'epoca. La versione con torretta a due mitragliatrici sembrò invece uno spreco per un mezzo così pesante. Gli esemplari impiegati in A.O. pur risultando meccanicamente affidabili, presentavano l'inconveniente di uno sfavorevole rapporto


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peso/potenza che li rendeva eccessivamente lenti . Difficilissimo risultava, inoltre, l'attraversamento dei corsi d'acqua. Decisamente soddisfacente era invece l'armamento che fece dell' AB 611 la base di fuoco mobile piĂš potente dell'Esercito italiano in A. O.

Autoblindo AB 611.


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Spaccato del carro FIAT 3000 A .

Uno dei primi esemplari di carro a rmato FIAT 3000A privo di armamento (1921).


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Autoblinda Lancia 12-

Carro FJAT 3000 mod. 30.


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Carro veloce mod . L3/35.

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Allegato "H"

MEMORIA SULL'IMPIEGO DELLE GRANDI UNITÀ IN A. O. l. - Le nuove "Direttive per l'impiego delle grandi unità" per i loro principi fondamentali e costanti e per il loro carattere largamente comprensivo delle più svariate situazioni, rispondono pienamente anche alle esigenze di una guerra coloniale in grande stile. 2. - I principi conservano intatto il loro valore: varia soltanto l'applicazione, perché influenzata dalle particolari caratteristiche dell'ambiente coloniale (nemico, terreno, clima). Scopo della presente memoria è: "illustrare brevemente quali siano queste influenze nel campo strategico, organico, logistico e tattico".

Il quadro strategico

3. - La concezione strategica di una guerra coloniale in grande stile dev'essere orientata, non solo sull'annientamento del nemico, ma altresì su una occupazione graduale e progressiva (condotta con metodo e continuità) del territorio da conquistare. E perciò:

ogni sbalzo deve essere preceduto: a) da un'accurata ricognizione del terreno e del nemico; b) da un'organizzazione del territorio occupato nello sbalzo precedente, onde assicurarne il saldo possesso. ' Non sbalzi su fronti troppo ampie che - provocando il disseminamento di forze - favoriscono la caratteristica e rapida manovra dell'avversario d'infiltrazione e di avvolgimento; ma sbalzi da obiettivo a obiettivo su fronti adeguate ed affettuati in modo da assicurarne il possesso in forza e formarne perno di manovra per azioni successive. Adua insegna: quattro masse, separate e operanti in guisa che - sorprese da forze assai superiori e compatte - nessuna per difetto di forza ed errata valutazione di spazio e tempo , ebbe la 'possibilità di cooperare all'azione dell'altra.


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4. - Ne deriva che la grande guerra coloniale, come noi la concepiamo: a) è più o meno lunga in relazione alla resistenza del nemico ma soprattutto all'estensione del terreno da conquistare e organizzare; b) comporta, in massima, due tipi distinti in operazioni: - le grandi operazioni - per la conquista di un importante obiettivo - da condurre con metodo e meditata progressione; - le piccole operazioni da condurre con rapidità e decisione nel quadro organico e complesso della grande operazione. 5. - Il comandante delle truppe, con larga concezione e comprensione dei suoi compiti, deve: a) realizzare i procedimenti più adatti per la soluzione del caso concreto; b) risolvere con genialità e prontezza j problemi che, mano a mano, gli si presentano durante la condotta delle operazioni.

Il quadro organico

6. - La battaglia, anche negli scacchieri coloniali, si vince a colpi di divisione. Divisione anch'essa inscindibile - come nei teatri di guerra europea - ma assai più leggera e con autonomia logistica e tattica tale da consentire grande mobilità e manovrabilità. In complesso, divisione agile ed elastica, organizzata in modo da potersi articolare in nuclei di battaglia, composti di fanteria e d'artiglieria (un reggimento di fanteria ed una o più batterie someggiate). · 7. - Artiglieria: non esagerare nelle assegnazioni; troppa artiglieria si risolve in troppi trasporti, cioè colonne pesanti. Di massima: - ogni nucleo di battaglia (complesso di due o più battaglioni) dev'essere organicamente provvisto di unità di cannoni di accompagnamento e, eventualmente, di mortai di assalto; - l'artiglieria divisionale - leggera, mobile, capace di seguire la fanteria ovunque è tutta someggiata; - l'artiglieria di Corpo d'armata - anche essa leggera - è motorizzata sempre che possibile, con trattori capaci di superare le asprezze del terreno.


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8. - Armi e mezzi nuovi - organizzati per sfruttare la potenza del fuoco e la sorpresa - possono offrire largo impiego, nella guerra coloniale; sono assai redditizi contro un nemico molto impressionabile e deficientemente armato . 9. L'arma del genio, in tutte le sue specialità, trova - in questa guerra - il più largo impiego. Più che sul numero delle unità il suo rendimento è - soprattutto - in relazione al grado addestrativo dei reparti. Occorre perciò prepararli, inquadrarli, dotarli largamente di quanto è ad essi indispensabi le.

Per quanto direttamente c'interessa, le nostre grandi unità indigene, metropolitane e di Camicie Nere, costituite in base ai criteri sopradetti, sono perfettamente aderenti alle esigenze di una grande guerra coloniale. Non sono tutte identiche, alcune rispondono a spiccate esigenze di mobilità e perciò più leggere; altre a maggiore potenza di fuoco e perciò più solide, con più artiglierie, ma meno leggere.

Il quadro logistico

10. - La preparazione logistica è fondamentale. Può affermarsi che nella guerra coloniale in grande stile e a grande distanza dalla madre Patria: a) il successo è - in massima parte - dovuto al fattore logi, stico; b) tale preparazione è conseguenza del piano strategico, nonché del numero e della specie delle truppe e dei mezzi necessari per realizzarlo; è resa però più difficile e complessa perché influenzata dalle caratteristiche dell'ambiente coloniale (risorse, clima, terreno) dalla distanza delle basi di rifornimento e dalla lunghezza delle linee di operazione. Eccezionale importanza va data durante le operazioni, alla sicurezza di ·tali linee. Il loro funzionamento è vitale .


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11. - Qualsiasi grande operazione coloniale si alimenta: - con automezzi, fin dove e quando possibile; - con animali da soma (cammelli, muli, cavalli, asini) a completamento degli automezzi e in loro sostituzione , dove l'automezw non va. A lime ntazione sicura, abbondante, aderente a lle esigenze del terreno e de lle truppe tenendo presente: - le esigenze di ogni mezzo di trasporto (carburante, acqua, foraggi); - l'ingombro dovuto - specie sulle strade non idonee - al traffico di un ingente numero di tali mezzi di trasporto. Apposite colonne per servizi a salma completa no l'organizzazione collegando gli automezzi con le salmerie delle truppe. La pa ralisi del movimento può essere provocata tanto dall'anemia, che dall'eccessivo afflusso di mezzi. Il problema dei trasporti , mai come in colonia , esige spiccata genialità per realizzare in pieno l'indispensabile manovra dei servizi. L 'organizzazione dei mezzi di trasporto è subordinata alla capacità logistica delle strade, all'ampiezza dello sbalzo da effettuare ; a sbalzo effettuato , occorre procedere alla sistemazione del territorio conquistato, onde fo rmare base per lo .sbalzo successivo. 12. - Assicurare i rifornime nti alle proprie truppe dev'essere la costante preoccupazione di ogni comandante. Di tutti i servizi, quello idrico è il più importante. T enere sempre presente che : - la sete è il peggiore ne mico; - le risorse idriche della zona raggiunta possono sfruttarsi solo a bonifica eseguita; - l'efficienza e la vita stessa dei reparti dipendono dagli autotrasporti e dalle salmerie; donde la necessità che il loro comando sia affidato ad ufficiali e nergici, fatt ivi, compresi de lle alte loro responsabilità. In sintesi possiamo affermare che in colonia, più che altrove, la interdipendenza - sancita dalle nostre direttive - fra strategia , tattica e logistica è strettissima. Se la strategia è commisurata alle possibilità logistiche, la situazione generale, anche se non brillante , può essere sempre considerata con tranquillità e con fiducia; qualora invece strategia e tattica sorpassino le possibilità logiche, l'insuccesso interviene rapidamente. Nulla di più esatto che la "guerra coloniale è , soprattutto, un problema logistico".


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Il quadro tattico

13. - Fattori del successo. - Sono gli stessi c~e- per qualsiasi teatro d'operazione - le nuove "direttive" mettono in particolare rilievo . E precisamente: buon servizio d'informazioni, accurata preparazione, coordinamento degli sforzi, impiego a massa delle forze, cooperazione delle armi, sicurezza, sorpresa e, sovrastante a tutti gli altri, il fattore morale. Questo è, per noi, nella presente situazione politico-militare, elemento di decisa superiorità sul nemico; a rafforzarlo contribuiscono la coscienza del nostro valore e dei nostri diritti , nonché le doti d'intelletto e di iniziativa di cui siamo forniti. In contrapposto l'avversario - indubbiamente valoroso - è sensibile all'entusiasmo, ma altrettanto facile all'abbattimento: di fronte ad un combattente ben addestrato, calmo, riflessivo, tenace, si disorienta e non resiste a uno sforzo prolungato. 14. - La manovra. - La nostra guerra coloniale, data l'ampiezza del teatro d'operazione in rapporto alle forze impiegate, dev'essere guerra di movimento con caratteristica: "una grande pos- . sibilità di manovra sui fianchi e sul tergo del nemico". Il criterio sancito dalle nostre direttive. "sorprendere, non farsi sorprendere" è, in questa guerra fondamentale . Condizioni essenziali per l'esecuzione della manovra sono: - conoscenza perfetta del nemico (forza e dislocazione) mediante l'esplorazione ed il servizio informazioni; - sicurezza delle truppe e delle comunicazioni; - coordinazione degli sforzi; - capacità a rapide traslazioni nel campo tattico. 15. - La sicurezza delle colonne operanti si raggiunge: a) con l'esplorazione effettuata dall'aviazione e dagli scaglioni di sicurezza; b) con dispositivi di marcia adatti al terreno ed alle situazioni; c) con il più stretto collegamento fra i vari reparti saldamente inquadrati e bene alla mano dei comandanti; d) con schieramenti - durante il combattimento e nelle soste - garantiti alle ali da unità di forze adeguate, dislocate indietro e all'infuori per parare ad ogni audace tentativo dell'avversario_ inteso ad avvolgere fianchi e tergo; e) . col fuoco ben organizzato, pronto all'immediato intervento .


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Ogni unità - pur evitando uno schieramento prematuro che potrebbe pregiudicare il disegno di manovra - dev:e disporsi in formazione tale da assicurare, in qualsiasi momento, il più rapido schieramento per la battaglia. 16. - La sicurezza delle linee di comunicazione è elemento vitale nel quadro tattico della battaglia. Nessuna preparazione al combattimento e nessun'azione è concepjbile senza una organizzazione difensiva e 'logistica delle zone successivamente occupate. Colonne mobili, scorte a difesa dei convogli, posti fortificati scaglioni lungo gli ìtinerari, nei punti di maggiore interesse·tattico e logistico, contribuiscono a garantire le nostre linee di comunicazione. 17. - La battaglia. - Il nostro nemico coloniale, quando accetta battaglia, agisce sempre offensivamente, e perciò battaglia tipica sarà quella d'incontro. Da parte nostra due procedimenti: - il difensivo-controffensivo; - l'offensivo. 18. - Il procedimento difensivo-controffensivo può esserci di grande vantaggio, quando la superiorità numerica dell'avversario sia rilevante. Giova in tal caso trarre il massimo rendimento dalla nostra superiorità di fuoco e dal concorso che l'aviazione può fornire contro il nemico il quale avanzi in formazioni dense. Modalità: a) attendere il nemico in posizione adatta per logorarlo, durante la sua avanzata: - con azioni di bombardamento dell'aviazione (a distanza), - con raffiche d'artiglieria ben aggiustate (azione ravvicinata) tenendo forti reparti scaglionati dietro le ali per evitare l'avvolgimento; b) resistere alla tentazione di aprire il fuoco delle anni automatiche di fanteria alle grandi distanze, riservando il fuoco intenso ed efficace alle brevi distanze; e) passare tempestivamente alla controffensiva su una od entrambe le ali ; d) sfruttare il successo al massimo, facendo largo assegnamento sopra un geniale impiego del fuoco d'artiglieria che - ben organizzato - insegue, interdice, avvolge, ingabbia. 19. - Il procedimento decisamente offensivo impone di: a) riconoscere dettagliatamente il terreno sul quale si deve operare; sarebbe imperdonabile lanciarsi a capo fitto nella lotta


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digiuni ed ignari del terreno da percorrersi e perciò delle sorprese che esso può provocare; b) organizzare preventivamente l'attacco in modo da non gettarsi nell'azione se non dopo aver raccolte ed ordinate le proprie forze; e) esercitare simultaneamente, sin dal principio, uno sforzo tale da obbligare il nemico alla parata immobilizzandolo sulla fronte; d) manovrare con le riserve contro almeno una delle ali avversarie e sfruttare il successo. I 20. - Qualora lo svolgimento della battaglia abbia momenti di incertezza occorre serenamente insistere, anche se la sorté sembra a noi avversa. Tenere presente - come è detto nelle direttive - che "si è battuti solo quando si perde la fede nella vittoria" e contro un avversario valoroso, ma incapace di protrarre a lungo uno sforzo, questa fede deve mantenersi salda. li nemico non tarderà a ripiegare. Così ha fatto sempre, anche ad Adua. 21. - L'impiego della fanteria dev'essere ispirato al criterio dello sforzo metodico , progressivo e ben coordinato. L'importanza che le recenti "direttive" danno al fuoco si accentua sensibilmente nella guerra coloniale: guai a sprecarlo, correndo il rischio di esserne privo alle minori distanze . Vedi Adua . Occorre perciò una speciale preparazione dell'individuo e del reparto da intensificarsi alla vigilia delle operazioni con insistenti, intelligenti richiami prima e durante la battaglia. Modalità: mai uomini isolati; il gruppo di fucilieri è l'individuo tattico; intervalli fra gruppi, fra squadre , fra plotoni devono sensibilmente diminuire per dare maggiore saldezza al reparto; la maggiore vulnerabilità delle formazioni è compensata dalla minore efficacia del fuoco nemico rispetto a quello degli altri eserciti europei, dotati di armamento più potente. 22. - L'impiego dell'artiglieria sarà caratterizzato dalla più aderente , immediata e costante cooperazione con la fanteria. Le esigenze della manovra , dominanti sempre nella battaglia coloniale, esigono che questa cooperazione si attui, spesso, attraverso un accentuato decentramento rinunciando (parzialmente o anche totalmente, a seconda dei casi) alla manovra del fuoco la quale si arresta spesso nell'orbita della batteria: ciò in perfetta rispondenza con quanto prevedono le recenti direttive nel caso della battaglia d'in-


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contro. Un sistema d'osservazione e collegamento organizzato con mezzi i più rapidi e progrediti, alleggerisce le impedimenta di quest'arma, ne agevola l'impiego, ne accresce l'efficienza. 23. - La nostra riserva, deve, in genere , essere costituita dalle unità più mobili (indigene) o più leggere (Camicie Nere) e riservata per la manovra sulle ali e per lo sfruttamento del successo. Si tenga presente che nella battaglia coloniale, non occorre un forte scaglionamento in profondità, perché a differenza della battaglia europea, quella coloniale è di durata assai più breve. Assicurata pertanto allo schieramento delle truppe la necessaria consistenza frontale, le riserve siano fatte gravitare alle ali per poter attuare la manovra di avvolgimento e parare una eventuale contromanovra dell'avversario. 24. - Carri armati, veloci e di assalto, organizzati in unità salde - sicure, potentemente armate e audacemente e perfettamente addestrate , capaci di superare le maggiori asperità del terreno - possono raggiungere grandi risultati, se bene comandati. Riuniti in un battaglione cli Corpo d'armata (una compagnia per divisione) vanno impiegati, non a spizzico, ma a masse travolgenti (minima il plotone) . Celeri e fanti in pieno coordinamento, sempre pronti a sfruttare i loro immancabili successi. 25 . - L 'aviazione: - per l'esercito - per le più favorevoli condizioni atmosferiche - sarà in grado di svolgere la sua esplorazione (strategica e tattica) agevolando e ben orientando l'esplorazione terrestre; - da bombardamento, potrà provocare danni ingenti e risultati_ decisivi, operando contro quelle masse che - per ragioni logistiche e ataviche - non mancheranno di addensarsi oggi, come per il passato. 26. - Sfruttamento del successo ed inseguimento. - Questi due atti integrativi di un attacco vittorioso, hanno più che mai, nella lotta in scacchieri coloniali, valore risolutivo. Tenuto conto, però, che l'avversario sconfitto o deciso a ripiegare rapidamente si sottrae alla nostra pressione, occorre non lasciarsi sfuggire la preda e affidare l'inseguimento alle forze più celeri; e cioè: - a l'aviazione , la quale perseguiterà il vinto senza tregua; - a colonne leggere di truppe indigene, o a bande sguinzagliate in ogni direzione, o a squadroni di carri veloci. Il grosso delle truppe dovrà invece riordinarsi, reintegrare le dotazioni per mettersi in grado di proseguire l'avanzata nelle


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Piero Petrilli

migliori condizioni, pronto anche a parare ogni ripresa controffensiva. 27. - L'imprescindibile dovere di ogni comandante "non lasciarsi sorprendere" impone che una reazione immediata ad ogni velleità nemica controffensiva e a ogni tentativo di sorpresa sui fianchi e sul tergo, si sferri automaticamente. Nell'avanzata e nella sosta, ogni unità, indipendentemente dalla cooperazione e dalla specifica funzione dell'unità attigua: - deve considerarsi in vicinanza del · nemico e isolata; - deve organizzare la protezione e l'arresto col fuoco da integrarsi con ' la manovra. 28. - Combattimento notturno. - Non è improbabile che il . nemico, per quanto alieno dal combattimento di notte, sia indotto a ricorrervi dalle seguenti considerazioni: - inferiorità di armi e mezzi tecnici e, quindi, gravi difficoltà di irppegnare il combattimento di giorno, quando le sue masse sono bene individuabili e controllate nei loro movimenti: - scarsità di munizioni per sviluppare la presa di contatto e l'attacco; - vantaggio - agendo nel proprio teneno - della conoscenza esatta di esso e quindi possibilità di sfruttarlo, anche con l'oscurità per giungere al corpo a corpo; è in questa forma di lotta che l'abissino può metter.e in valore la sua superiorità numerica. È perciò probabile che - nonostante la nostra ferma volontà di evitare il combattimento notturno - il nemico approfitti della notte per spostare le proprie forze e ammassarle dove è più opportuno onde attaccarci prima dell'alba. È pertanto necessario adottare, durante le soste notturne, i seguenti provvedimenti: a) occupazione, con parte delle forze, d'una posizione favorevole alla difesa; posizione tenuta in modo da costituire un complesso senza intervalli, con una rete di fuoco idonea ad arrestare il nemico e impedirgli di giungere al corpo a corpo; b) una linea di sicurezza antistante, tenuta con poche forze ed a distanza tale da sottrarre sicuramente la posizione prescelta per la resistenza, ad un attacco di sorpresa da parte del nemico; e) attiva sorveglianza, a mezzo di proiettori, del terreno antistante alla posizione di resistenza e - mediante razzi e racchette


La guerra d'Etiopia e le prime esperienze italiane di corazzati

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illuminanti o bengala - del terreno antistante alla lineà di sicurezza; a) reparti che riposano: dislocati a buona portata dalla posizione, in località tali da potere , in caso d'allarme , raggiungere in tempo - per itinerari ben riconosciuti di giorno - le posizioni loro assegnate; e) reparti pronti dietro le ali per sventare ogni tentativo di aggiramento. Tutti conoscano il loro posto che debbono difendere ad oltranza con tutti i mezzi. Stroncare ogni tentativo nemico d'infiltrazione. *

*

*

29. - Concludendo: la battaglia coloniale è tipica battaglia d 'incontro , di breve durata, dominata in tutto il suo sviluppo tattico dai concetti di manovra e di decentramento. Combattuta a colpi di unità agili , elastiche, capaci di adattare la loro azione alle situazioni più impreviste, assume un ritmo assai più rapido che provoca soluzioni decisive. Questo quadro della battaglia coloniale è in perfetta rispondenza coi principi fondamentali, che regolano la battaglia offensiva prevista dalle nostre "direttive" e cioè: movimento , decisione , rapidità d'azione, adattabilità alle varie contingenze della lotta.


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Piero Petrilli

Allegato I

ITALIA IN ETIOPIA N. 12 di prot.: SEGRETO

Addis Abeba , 5 marzo 1932

OGGETTO: Notizie di carattere militare.

AL COMANDO R° CORPO T.C. DELLA SOMALIA Mogadiscio e per conoscenza: AL COMANDO DEL CORPO DI STATO MAGGIORE Servizio Info rmazioni Militare Roma AL MINISTERO DELLE COLONIE - Ufficio Militare Roma AL COMANDO R° CORPO T.C. D'ERITREA Asmara ALLA R'' LEGAZIONE D'ITALIA Addis Abeba

Circa le notizie che codesto Comando ha fatto richiedere dal Governo della Somalia Italiana, comunico: 1) Gli armati abissini, a tutt'oggi, si muovono, stazionano e combattono presso a poco come ai tempi di Adua. Ciò è risultato dai movimenti effettuati nell'inverno-primavera del 1930 per la mobilitazione e il concentramento delle forze contro il Ras Gugsa Oliè, nel combattimento di Zebit contro Io stesso Ras e nei movimenti successivi alla vittoria, per impadronirsi di tutto il paese di quel Ras e punire le popolazioni. Su circa 40 mila uomini raccolti in quell'occasione, vi erano circa 3 mila conducenti o servi o schiavi o donne al seguito. La cosa è spiegabile col fatto che l'esercito abissino, e qualunque frazione di esso venga riunita, è una massa informe di gente che non ha alcuna costituzione organica. Manca perciò l'organizzazione dei servizi e mancano in modo assoluto i reparti e i mezzi pei servizi. Ma i servizi stessi, ridotti al minimo indispensabile, non fosse altro alla preparazione individuale del cibo e alla cura dei muletti, devono per forza funzionare. E se il contadino mobilitato o il semplice sol-


La guerra d'Etiopia e te prime .esperienze italiane di corazzati

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dato regolare ( dembanià) vi provvede da sé stesso, il capo, il sottocapo, il sotto-vice-capo (qui non si sa se siano più i capi o i gregari) l'individuo di razza abissina che possa considerarsi signore (mekuannènt) avrà per quei servizi e per piantare la tenda almeno un paio di persone. Se sarà molto povero si servirà di un soldato dei suoi, se sarà molto ricco, porterà seco tutta la sua gente che avrà anche modo di armare almeno in parte. Non v'è quindi da vedere nella gente che segue una massa armata abissina che un embrionale, rudimentale, parziale e anche ingombrante mezzo pel funzionamento minimo di qualche servizio. Ad ogni modo il numero di tale gente si può considerare oggi moltissimo inferiore di quello che era ai tempi di Adua; non perché gli Abissini si preoccupino di ridurre il disordine che tale gente può produrre, bensì perché la quantità di armi oggi posseduta è tale che quella stessa gente, eccetto i veri schiavi di razza inferiore e le donne, può essere armata e fatta combattente. Mi sono riferito sinora ai movimenti di armati per la ribellione del Ras Gugsa Oliè. Nei concentramenti . di armati per l'incoronazione (autunno 1930) e per la spedizione nell'Ogaden le cose sono andate diversamente, perché nel primo caso minor necessità v'era di portar dietro gente inerme trattandosi di venire in una città a far parata e non di andare a battersi nella campagna, e poiché gli armati venuti in quella occasione erano quelli delle province più prossime alla capitale e dovevano eseguire uno spostamento breve; mentre nel secondo caso le particolari condizioni della regione nella quale si andava portavano alla necessità di ridurre per quanto possibile la gente inutile. Infatti su circa 12 mila uomini mobilitati non v'erano che forse 400 donne al seguito. Nel caso dell'Ogaden poi v'è da tener presente anche che la massa armata era piccola; che trattandosi di una spedizione del tutto speciale con mobilitazione della sola regione di Harrar l'Imperatore (la cui mente non ha nulla a che fare con quella di qualunque abissino) si occupò certamente di persona della cosa, dando direttive e ordini per l'organizzazione tantopiù che la provincia di Harrar era il suo feudo personale ed è ora il feudo personale del suo secondogenito, il piccolo Makonnen; che la provincia di Barrar poteva consentire una organizzazione che nessun'altra provincia consentirebbe, essendo ancora sotto l'influenza dell'opera intelligente del Ras Makonnen, perfezionata dal figlio quando era ancora il degiac Tafari.


208

Piero Petrilli

2) Nessun accenno v'è, a tutt'oggi , per la costituzione della massa in reparti uniformemente organici. La massa è ripartita in grandi frazioni; queste a loro volta sono ripartite in frazioni minori e così di seguito. Ma tale ripartizione non risponde ad alcun concetto organico. Esso corrisponde invece alle suddivisioni fra la gente dipendente dai vari capi, sotto-capi, sottocapi minori, ecc. ed alle suddivisioni di territorio e di paesi. Così se prendiamo i vari Degiasmac, vediamo che la forza messa al loro comando varia dai 1000-1500 ai 5 e ai 6 e anche ai 10.000 uomini in qualche caso. Perché vario è il numero di armati che ognun d'essi può trarre dalla sua provincia. Nessun concetto organico, quindi, nell'assegnazione di forze ai degiac. La ripartizione delle forze di ogni degiac è fatta poi con criteri analoghi, cioè territoriali, in base al tratto di paese assegnato ai vari capi in sottordine. Ne deriva che le frazioni ultime hanno una forza variabilissima, da 10 o 15 sino a 100 o 200 uomini. In fondo questo può ben sembrare un frazionamento organico; ma non lo è, nel senso che a tale frazionamento non corrisponde alcuno scopo di impiego tattico delle varie frazioni . Com'è ben risultato a Zebit la lotta nel combattimento, è costituita dalla massa che attacca col solo peso della sua massa. È vero che gli abissini ricercano l'aggiramento e l'avvolgimento e che sono abili nell'impostazione e nella condotta tattica della battaglia; ma ciò per quanto riflette l'impiego delle frazioni maggiori nelle quali si suddivide la massa unica che prende parte all'azione, non per l'impiego delle frazioni minori . Quanto al frazionamento, nel caso della spedizione dell'Ogaden si è ad esempio avuto quello speciale del personale del ghebbì imperiale e delle terre personali dell'Imperatore. È noto, come ho già ricordato, che la provincia di Harrar era il feudo personale del già degiac Tafari; in un rapporto ho avuto occasione di menzionare un deposito d'armi e munizioni esistente ad Harrar, deposito, diciamo privato, ciel capo di quella provincia (Ras Makonnen, indi degiac Tafari). Nella mobilitazione della provincia di Harrar il personale di quel ghebbì della famiglia ora imperiale costituiva una frazione a sé. Non so se fosse il nocciolo personale del degiac Gabremariam, data la qualità di questi di rappresentante del principe Makonnen nel governo cli quelle terre. Questa frazione a sé, avente un suo capo, era suddivisa in altre frazioni minori, aventi ciascuna un capo minore e a lor volta suddivise.


La guerra d'Etiopia e le prime esperienze italiane di corazzati

209

Così vi erano gli "uortaragnoc'.', o soldati regolari "dembanià" di turno mensile nel servizio effettivo presso il ghebbì. Vi erano gli "azagiuòc", o gente addetta ai viveri nel ghebbì , costituenti una frazione; questa era suddivisa in frazioni minori di gente del "segà bièt" o magazzino o servizio carne , di gente del "tegg bièt" o gente incaricata delle bevande (tegg , ecc.), di gente della "engerà bièt" ossia del servizio dell'engera. Altra frazione laterale a quella precedente degli azagiuòc era quella del personale del "gemgià bièt" o magazzini vari; altra ancora quella del "barùd bièt" o magazzino armi e munizioni; altra ancora quella del "serà bièt" ossia degli, operai; altra quella dei "metfaniòc" o artiglieri , che anche se non hanno seco i pezzi sono il personale incaricato della custodia e della pulizia delle vecchie artiglierie esistenti nel ghebbì; altra i "metraillès zabagnà" o mitraglieri. A fianco di questa grande frazione del ghebbì , così suddivisa vi erano le altre frazioni composte dai "katamà zabagnà" o soldati in servizio di città, dai "mekuannènt" o signori , coi loro servi, dai contadini, ecc. Come si vede nessuna uniformità nel frazionamento e nessun co'ncetto organico completo nel senso di impiego. 3) Le marce delle masse abissine si sono svolte sia nel 1930 sia ora nell'Ogaden, con il tradizionale disordine. La gente non aveva alcuna formazione, si allargava o si restringeva secondo quanto consentiva la pista o la carovaniera. Una piccola avanguardia precedeva a distanza variabile. Nessuna preoccupazione per proteggersi da offese aeree . Vero però che nel caso clell'Ogaden nessuna offesa aerea temevano gli a bissìni, non essendo in stato di guerra con gente che possedesse aviazione. 4) Nelle soste, sia nel 1930 sia nella spedizione dell'Ogaden, si procedeva col vecchio sistema tradizionale. Il capo , che precedeva . con la sua gente personale, faceva piantar la sua tenda in posto visibile; intorno a quella si accampavano gli armati suoi personali. In base ad ordine già previsto, che era sempre lo stesso ad ogni sosta, le frazioni della massa ponevano in campo - rispetto alla direzione di marcia - avanti , dietro, a destra e a sinistra della località scelta dal capo. Ma ciò avveniva senza una eccessiva parvenza d'ordine e soprattutto, anche recentemente nell'Ogaden , senza cercare di allargarsi sul terreno. Anche qui perciò nessun pensiero di proteggersi dagli aerei. Ma anche qui osservo, come già per le marce, che non v'era da prevedere minacce dall'aria.


210

Piero Petrilli

5) Il Fitaurari Burrù, ministro della guerra e il suo direttore generale Degiac Nasibù non stanno studiando, per ora, alcuna regolamentazione per l'impiego dei propri armati e dei propri mezzi nel campo tattico. Essi personalmente, poi, ne sarebbero incapaci e non v'è nessun competente né pseudo-competente né altro funzionario, né bianco né cli colore, che lavori con loro. La Missione Belga non ha nulla a che fare col ministro della guerra e i reparti della guardia neppure. Ad una organizzazione, almeno parziale della massa penso che l'Imperatore voglia venire. Ma penso che egli si renda conto dell'impossibilità di arrivarci attraverso il Burrù e il Nasibù o chiunque altro del genere e conti di arrivarci lentamente attraverso il progressivo aumento dei reparti della guardia e valendosi dei giovani elementi che tornano da S. Cyr. Che questi siano idonei non è sicuro; ma più del ministro della guerra attuale, in quel campo, potranno far sempre. 7) Nessuna fotografia posso avere, e debbo convincermi che non ne esistano, per documentare quanto sopra ho detto circa le spedizioni militari recenti. Per quanto riguarda esercitazioni militari non possono esistere fotografie perché non esiste alcuna esercitazione. Solo la guardia, come ho riferito già in altri miei fogli, lavora nel senso che noi possiamo intendere. I suoi metodi sono quelli previsti e prescritti dalla regolamentazione belga. 8) L'aviazione etiopica non raccGglie alcun dato meteorologico. La levatura del Corriger e del Vede! non giunge a tanto. Per quanto riguarda l'altipiano, i venti non sono mai forti; ma frequenti e pericolosi specialmente in certe ore del giorno sono i "trous d'air", come li chiamano i francesi. Il regime delle piogge è sull'altipiano presso a poco come sull'altipiano Eritreo, con la differenza che cade una quantità d'acqua molto ma molto maggiore. Le piccole piogge durano - teoricamente - per tre settimane in marzo . Sono violente ma non regolari . Le grandi piogge vanno da giugno a fine settembre e sono un diluvio. Piove di continuo con poche ore di sosta nella giornata in certi periodi - sembra in base alla luna - mentre in altri si ha qualche ora di più di respiro . In certe regioni, come nel Goggiam o nel Gimma ad esempio, piove molto di più ed è raro che in qualsiasi mese anche della stagione secca non si abbiano dei giorni di pioggia. A volte le piccole piogge sono scarse (come nel 1931) e allora si ha da · marzo sino alle grandi piogge un lungo periodo di piccole piogge molto blande, rotto da brevi periodi di tempo secco.


La guerra d'Etiopia e le prime esperienze italiane di corazzaci

211

Nelle regioni sud-orientali le piogge variano da zona a zona. E precisamente: a) Negli Arussi, a Sud dell'Uebi Scebeli, si ha il regime somalo con un mese di anticipo: gu: grandi piogge , dalla 2a quindicina di marzo a fine maggio; agài: stagione del monsone di S. O., più asciutta che nella Somalia meridio nale; piccoli piovaschi radi e irregolari; der: piccole piogge autunn ali : acquazzoni e temporali dal 25 settembre al 15 novembre; gilàl: dal 15 novembre ,ti 15 marzo; qualche raro piovasco. È la stagione migliore per operazioni , poiché v'è me no malari a nel bassopiano, le "are" (uar della Somalia) sono piene sino a metà gennaio e v'è acqua anche nei fiumi che però non sono un ostacolo come in gu. Inoltre tale stagione coincide con la stagione secca dell'altopiano . b) Nella zona dall'Uebi Scebeli all'Auasc, invece si ha il regime scioano. E cioè alle grandi piogge di gu corrispondono le piccole; all'agài corrispondono le grandi piogge ; al der corrisponde la stagione più secca. La stagione più favo revole per operazioni è quella da ottobre ad aprile. Dopo aprile l'Auasc si passa male, a meno di non andarlo a passare molto ad ovest.

L'addetto militare TEN .

COL.

V.

R UGGERO


Allegato "L" SITUAZIONE DELLA FORZA PRESENTE IN ERITREA AL 1° OTTOBRE 1935 Personale

Armi

Truppa Uffici ali

Sottu[ficiali

Nazionati

I ndigeni

Totale

Quadrupedi

Fucili emoschetti

Mitraglia: tnc1

e fucili

mitra-

1

Apparecchi

Carri Pezzi · armati veloci

Bom-

Carril

bardamemo

Ricogniziooe

Citccia

Automezzi

vari

M()tocicli

Bicielette

-

-

-

gliatori Comando superiore

Stato Maggiore Quartier Generale Comandi sup.: art. , genio) cc. RR. e rep. dipcn denti

65 7

-

-

-

60

593

244

280

4.606

550

870 139 1.202

548

12.290 3. 104 30.680

1.536

65 660

-

3

498

5.680

366

3.927

15.244

3.743 556 4.115

47.268

8

-

-

-

-

-

-

84

25

18

12

-

17

-

-

-

252

l4

12

-

-

-

-

1.350

142

-

160

-

-

-

I ntendenza e rep. dipen•

denti

Div. "Gran Sasso')

621

17.376 35.581

55.745

1.075

1332 1.451

25.778

1.985

179

116

499

101 216 167

228 350 435

1.475

Aviazione Mari na 2

2.000

Totale

5.721

6.292

99.243

J corpo d'nrmata

niali

1 3

-

3.243 33.995

Corpo d'armata indigen i Il corpo d'armata Bassopja11i (orientale e occidentale) Regio Corpo truppe colo-

1

-

1.456

1.492

842

408

55

-

12

-

29.298

1.128

146

46

167 13 14

53.521

130

31

29

-

26.127

1.535 841

170

15

9

-

-

3.222

10.092

249

39

20

-

-

-

461

3.162

-

-

30.269

19.405 3.7.52

9.051

9.845

2.208 815 879

4.012 2.223 3.481

-

-

53.226 164.482 35.653 173.893

-

-

-

-

-

45

4.209

580

112

295

45

40

16

46

-

-

-

-

-

74

-7

74

-

601

92

477

828

96

246

467

68

3~5

68

8

33

-

3

23

-

-

-

-

-

7

3.683

448

1.301

MG, Relazione sull'artività svo/ra per l'esigenza A . O., Poligrafico dello Staio , 1936, ali. 22. Con 26 unità di naviglio vario.

Si tratta probabilmente di un errore in quanto da una situazione del 15 ottobre 1935~ del !vtG (Aussllle, 0 1. C. 1'13) ed in altre successive non vi i; traccia di questi carri.

N

N


Allegato "M"

SITUAZIONE DELLA FORZA PRESENTE IN SOMALIA AL lQ OTTOBRE 1935 1

Truppa UffidaJi

Sottuf- Nazio· ficiali nati

Comando Corpo spedizione

20

22

4

s.

8

4

8

Comando del genio C. Delegazione Intendenza Djvjsione '1 Peloritana

Quadrupedi

MitragliaFucili trici emo· e fucili schetti mitragliatori

1.ndigeni

Totale

8

54

-

18

-

-

20

-

12

-

-

-

Petti

Truppe genio C.

Bombarda-

Rico~oi-

me nto

21one

-

-

-

-

-

-

-

-

-

-

Caccia

mezzi vari

Moto-

Autocarri

cicli

armati

I

-

2

-

-

!.220

32

-

5

100

192

!.701

848

2.921

3

2.336

-

-

-

-

-

-

653

632

16.408

-

17.693

963

14.580

600

60

-

-

-

-

-

295

12

664

296

1.674

26.017

28.651

6.858

28.684

839

57

45

21

-

-

-

208

17

4

28

84

874

660

1.646

485

1.132

30

-

J .74()

-

-

-

-

-

-

-

33

I

-

1.800

144

-

-

-

20

10

8

85

7

-

-

-

-

-

-

-

-

-

-

177

45

21

20

IO

8

1.848

70

4

Aviazione

58

211

378

Carabinieri Reali

40

105

97

1.493

1.735

34

J.980

2

1.651

J.54{j

21.144

29.511

53.852

7.888

51.150

1.585

Torale 1

s.

Auto-

Autoblinde

Carri armati veloci

Regio Corpo truppe coloniali

App"recchi

Armi

Personale

MG, Relazione .. (op. cit.), ali. 23.

N .... w


214

· Piero Petrilli

Allegato "N"

LO SFORZO LOGISTICO L'argomento merita particolare menzione a causa delle notevoli difficoltà incontrate inizialmente per trasportare contingenti di truppe e quantitativi di materiali tanto ingenti , a distanze che andavano da 4000 a 6500 km dalla madrepatria e, campagna durante, per adeguare il dispositivo logistico alla veloce avanzata delle truppe italiane in un territorio vastissimo, in gran parte montuoso e, soprattutto , pressoché privo di rotabili e, in alcune zone, sprovvisto perfino di piste. Artefici del successo in campo logistico furono il Gen. Baistrocchi, Sottosegretario alla Guerra nel 1933 e Capo di SM dell'Esercito l'anno successivo, ed il Gen. Fidenzio Dall'Ora intendente in A.O., appoggiati anche da una favorevole volontà politica decisa ad imporre agli occhi del mondo l'efficienza dell'Italia anche in presenza delle "Sanzioni" che colpirono il Paese. Come ebbe a dichiarare il Ministro delle Finanze il 20 maggio 1936, la campagna costò in totale 12 miliardi e 111 milioni di lire , cifra notevolissima per quei tempi. Altre cifre che più di ogni parola serviranno ad illustrare il poderoso sforzo logistico sono: - trasporti per via terra: per trasferire ai porti di imbarco i 480 mila uomini circa, gli 80 mila quadrupedi le 470 mila tonnellate circa di materiali vari, occorsero circa 73 mila carri ferroviari. Per quanto riguarda i trasporti per via ordinaria, dal 1° gennaio 1935 al 30 maggio 1936, furono impiegati 14.392 automezzi, oltre a quelli organici dei reparti; - trasporti marittimi: per il trasferimento in colonia del personale, dei mezzi e dei materiali , furono impiegati 563 piroscafi-viaggio. Furono inviati complessivamente in A.O . escluse le dotazioni di reparto 123707 tra fucili e moschetti, 3265 armi automatiche, 609 cannoni, circa 400 carri armati ed autoblinde, 386 apparecchi con 309 motori di riserva e circa 2 milioni di bombe di vario tipo, 4 milioni -di proiettili di artiglieria , 3 milioni di bombe a mano , 280 mila bombe da mortaio.


La guerra d'Etiopia e le prime esperienze italiane di corazzati

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Per quanto riguarda i mezzi dotati di motore fu tenuto conto delle particolari condizioni! di impiego in cui essi sarebbero stati chiamati ad operare nei due diversi scacchieri. Per l'Eritrea fu tenuto conto della riduzione di potenza che la elevata altitudine avrebbe provocato e delle proibitive condizioni del terreno. Tali condizionamenti consigliarono motori potenti in mezzi leggeri e maneggevoli e dotati di trasmissioni e sospensioni robuste. Per lo scacchiere somalo fu tenuta in particolare evidenza l'elevata temperatura e il terreno spesso paludoso e sabbioso. Per i mezzi in argomento furono spedite in A.O. circa 3000 t di parti di ricambio. In Eritrea fu potenziato in brevissimo tempo il porto di Massaua che avrebbe dovuto accogliere una tale massa di personale e mezzi . La sua capacità di ricezione fu portata da 200 a 3500/t/giorno cli merci. Fu sistemata la rotabile Massaua-Asmara ed attuati numerosi altri lavori stradali e ferroviari. I posti letto del Servizio Sanitario furono portati da 450 a 1.0.000, mentre circa 700.000 q. di scorte furono scaglionate in una profondità di circa 300 km. In Somalia lo sforzo logistico fu inferiore a causa del compito difensivo assegnato a tale scacchiere. Il problema maggiore fu quello di costruire approdi in una costa cosÏ avara di porti naturali . Furono perciò approntati pontili, gru, rimorchiatori nei porti di Mogadiscio, Obbia, Dante , Merca ed altri. Un simile sforzo logistico non si era mai visto nel mondo m imprese coloniali.


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Piero Petrilli

SERV IZIO DI ARTIGLIERIA CARRI VELOCI

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La guerra d 'Etiopia e le prime esperienze italiane di corazzati

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Piero Petrilli

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La guerra d'Etiopia e le prime esperienze italiane di corazzati

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Piero Petrilli

SERVIZIO

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La guerra d'Etiopia e le prime esperienze italiane di corazzati

SERVIZIO

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Piero Petrilli

Allegato O

MINISTERO DELLA GUERRA GABINETTO N. 47000

Roma, l8 giugno 1936-XIV

OGGETTO: Addestramento ed impiego dei carri veloci.

Ai comandi di corpo d'armata; (distribuzione estesa: alle truppe celeri fino ai comandi di compagnia e reparti corrispondenti; alle altre truppe fino ai comandi di reggimento) e per conoscenza: all'ufficio del 1° aiutante di campo generale di S. M. il Re; all'ufficio del 1° aiutante di campo di S. A. R . il Principe di Piemonte; all'ufficio del capo di S. M . generale; al ministero della marina (ufficio del capo di S. M.); al ministero del!' aeronautica (ufficio di S. M .); al ministero delle colonie (ufficio militare); agli uffici delle LL. EE. i marescialli d'Italia; agli uffici delle LL. EE. i comandanti designati d'armata; agli ispettori dell'arma di fanteria, delle truppe celeri, delle truppe alpine, dell'arma di artiglieria, dell'arma del genio, del materiale automobilistico e dei servizi di commissariato; al comando generale dell'arma dei CC. RR.; al comando generale della R . guardia di finanza; al comando generale della M. V. S. N.; alla direzione del servizio chimico militare; ai comandi delle scuole militari; alle direzioni generali del ministero della guerra; all'ufficio di collegamento del R. esercito con la M. V. S. N.; all'ufficio di collegamento della M. V. S. N. con R. esercito.


La guerra d'Etiopia e le prime esperienze italiane di corazzati

CAPO

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I

Caratteristiche - Generalità d'impiego

1. - Il carro veloce è mezzo di offesa che esplica la sua azione coll'urto e col fuoco . Per la sua mobilità, rapidità, corazzatura e per il suo armamento è mezzo di: - sorpresa, urto, distruzione, penetrazione che il cosciente ardire dei capi - pronti, sereni e capaci - deve valorizzare agli effetti della cooperazione con i celeri. 2. - Il carro veloce integra, facilita, abbrevia l'azione del cavaliere e del bersagliere. È quindi elemento prezioso: - per aprire la strada all'assalto, - per concorrere ad appoggiare l'azione dei celeri. Deve essere considerato e impiegato con la tradizionale audacia dei nostri celeri (cavalieri e bersaglieri). 3. - Il carro veloce: - vede poco; - se fermo, diventa facile preda dell'insidia; - se sorpreso, è perduto. Ne consegue la necessità di: - affrontare il terreno a ragion veduta; - garantirsi dalle sorprese; - non arrestarsi sotto il tiro delle armi anticarro; - non fare spreco del fuoco . 4. - La sicurezza si ottiene con l'impiego di motociclisti e con l'esplorazione dell'unità celere cooperante. La rotta dei carri si garantisce con Jo stud.io della carta topografica, con l'osservazione e ricognizione del terreno. La continuità del movimento si assicura con equipaggi ben addestrati, con carri in piena efficienza; quest'ultima è in funzione del perfetto accordo fra pilota e mitragliere. 5. - L'atto tattico deve essere improntato a chiarezza e semplicità tanto nella concezione, quanto nell'attuazione. Il suo effetto è fugace: occorre perciò saperlo sfruttare immediatamente. Lanciati i carri nessun contrordine è possibile; occorre predi-


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Piero Petrilli

sporne e considerarne l'azione anche nei prevedibili sviluppi per favorire l'iniziativa dei comandanti in sottordine. 6. - Il comandante dei carri veloci deve operare: - perfettamente orientato sull'azione da svolgere; - deciso a realizzare quanto stabilito in stretta cooperazione con i reparti destinati a sfruttare la sua azione. Ne consegue l'obbligo da parte di chi impiega i carri: - di orientarli adegua.tamente; - di fissare i particolari relativi alla cooperazione; - cli tenersi in grado cli agevolarne e sfruttarne l'azione. 7. - Fattori di successo sono: - l'intervento di sorpresa; - la direzione più redditizia; - l'azione a massa. Concorrono alla sorpresa l'esatta valutazione delle difficoltà del percorso e del tempo per giungere sul nemico. La direzione più redditizia è quella che consente al maggior numero di carri di giungere sicuramente e cli sorpresa sul nemico. La massa deve essere realizzata sull'obiettivo, non durante il movimento.

8. - I carri veloci: a) nell'esplorazione, sono mezzo sicuro per aprire la via agli elementi celeri esploranti; · b) nell'attacco , lanciati a momento opportuno, aprono la via all'azione risolutiva del reparto d'assalto cooperante precedendolo adeguatamente; e) nell'inseguimento, sfruttando tutti gli itinerari possibili per gettarsi sui fianchi delle colonne in ritirata , provocando panico col fuoco e cori la massa. Nonna: non dare tregua; d) nell'azione difensiva - se · occu ltati e in agguato - sono elementi di grande rendimento: - per contrastare l'azione di reparti che tentino sopraffare centri avanzati o siano penetrati nelJa posizione di resistenza ; - per il contrattacco ; e) nelJa rottura del combattimento , impiegati a breve raggio e su larga fronte, impegnano l'avversario obbligandolo a star fermo per difendersi;


La guerra d'Etiopia e Je prime esperienze italiane di corazzati

225

f) nella protezione del ripiegamento , opportunamente impiegati lungo le direttrici di movimento più pericolose, possono: - contenere la pressione avversaria; - dare tempo e modo al reparto cooperante di disporsi per resistenze successjve.

9. - I carri veloci possono anche essere impiegati in servizio di scorta per la protezione di autoreparti e artiglierie motorizzate. 10. - Per garantire lo sbarco delle truppe dagli autocarri, o la presa di posizione delle artiglierie, i carri veloci, in situazioni adatte, incrociano in corrispondenza delle direzioni più pericolose e vi compiono puntate a breve raggio. 11. - Nei terreni boscosi e negli abitati, i carri veloci trovano difficoltà d'impiego; facile riesce difendersi da essi. 12. - In zone aspre e accidentate, i carri veloci: - esigono, per l'impiego, buone mulattiere e terreni di non troppo difficile percorribilità, - sono adatti a operare con le avanguardie per occupazione di colli, strette, località importanti. 13. - Di fronte all'offensiva chimica i c. v. si trovano in condizioni di minore vulnerabilità rispetto al combattente comune perché: - vi è possibile l'uso della maschera, - lo scafo preserva dal contatto diretto, - la mobilità del carro consente il rapido allontanamento dalla zona infetta, - l'aerazione della cabina di combattimento facilita l'espulsione dell'aria guasta. I carri veloci possono essere impiegati anche per il traino di rimorchio attrezzato, sia per l'ipritazione sia per la bonifica. 15. - L'azione dei carri veloci si sintetizza nel concorrere con la massa degli effetti morali e materiali all'azione del reparto cooperante. Caratteristiche di questo concorso: l'attacco deciso. Di qui la necessità: - di una preparazione individuale perfetta di comandanti, piloti, mitraglieri e singoli carri, - di una preparazione collettiva di comandanti, unità minori, elementi di comando (motociclisti).


226

Piero Petrilli

16. - La preparazione dei comandanti delle diverse unità (squadroni, gruppi) è di precipua competenza dei comandanti di •reggimento e di grandi unità. Essi vi provvedono: - stimolando sopratutto quelle doti superbe che sono state, in ogni momento, la caratteristica dei nostri celeri (cavalleria e bersaglieri), · - orientando l'addestramento tecnico e tattico verso criteri pratici, concreti, redditizi . Non sforzi eccessivi e individuali a carattere sportivo, ma profonda conoscenza tecnica del carro e delle armi per trarre da questi nuovi mezzi il massimo rendimento bellico. 17. - Gli ufficiali di cavalleria e bersaglieri devono essere tutti abilitati alle funzioni di carristi e di comandanti di reparti carristi.

CAPO

Il

Addestramento al combattimento

18. - Un perfetto addestramento individuale al tiro e alla condotta del carro è condizione indispensabile per iniziare l'addestramento al combattimento del carro, del plotone, dello squadrone, del gruppo. 19. - Elemento fondamentale di tale addestramento è il ter reno. Esso è la determinante principale, positiva o negativa, di qualsiasi azione di c. v. Nemici del carro sono: - le insidie che offre il terreno, - le difese che il nemico oppone per arrestare, neutralizzare , distruggere il carro (sbarramenti, trabocchetti , mine e bombe, armi anticarro) . 20. - La pratica del terreno si acquista con l'esercizio di pilotaggio a sportelli di visuale aperti, semi aperti, chiusi e con la varietà dei terreni . Per .facilitare il movimento dei carri veloci in terreno rotto, potranno concorrere lavori da zappatore; vi provvedono:


La guerra d' Etiopia e le prime esperienze italiane di corazzati

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- gli equipaggi con gli attrezzi di dotazione dei c. v. , - zappatori del reparto cooperante. Per la difesa dalle insidie anticarro, occorre: - astuzia, sangue freddo , decisione. Unico mezzo di difesa è attaccare decisamente; il carro impiegato come torretta corazzata è condannato a perdita sicura. 21. a) b) e) -

Addestramento del carro. - Mira allo scopo di: infondere nel pilota: piena fiducia nel carro, come mezzo di combattimento, padronanza tecnica completa, sicurezza ardita e virtuosa nella guida, senso di cooperazione con gli altri carri; conferire al mitragliere: conoscenza perfetta delle sue armi, abilità e prontezza al tiro , fiducia nell'arma e nel carro; stimolare nel pilota e nel mitragliere: fierezza di servire un'arma giovane e potente, amor proprio e senso del dovere, senso di cameratismo.

22. - L'addestramen to del personale è fatto per specialità (motociclisti, mitragl ieri, piloti) sotto la direzione del comandante dello squadrone. a) Pilota e mitragliere - fissi allo stesso carro - rispondono: - il primo dell'efficienza e della guida del carro, - il secondo dell'efficienza e del tiro delle mitragliatrici. b) È comandante del carro (capocarro) il mitragliere responsabile della condotta tattica del carro. 23. - Modalità addestrative: a) esercitarsi a procedere decisi sull'obiettivo prefisso , superando ostacoli naturali e garantendosi dalle insidi e anticarro ; b) sviluppare nei comandanti e piloti: - senso di orientamento, spirito d'iniziativa e prontezza di decisione; e) insegnare: - come si avanza occultandosi, - quale il momento per svelarsi, - come svolgere azione di urto e di fuoco,


Piero Petrilli

228

-

quale il contegno dopo l'urto, in caso di arresto o di difesa del carro.

24. - Il plotone carri veloci: a) è l'unità minima di impiego dei c. v. Il suo comandante agisce agli ordini ed affiancato al comandante dell'unità a vantaggio della quale i c. v. operano ; b) il comandante del plotone, in base al compito assegnatogli, indica a ogni capocarro: - obiettivo, rotta, punti di riferimento, formazioni d'avvicinamento, soste eventuali e posto di riunione dopo l'attacco; e) qualora il carro del comandante si arresti, i carri del reparto continuano senza esitazione sui rispettivi obiettivi orientandosi sul carro del comandante che subentra. Raggiunti gli obiettivi puntano decisi sulle mitragliatrici, travolgono i nuclei nemici , li battono col fuoco; d) il plotone - in sosta - abbandona la strada e s; occulta all'offesa aerea.· Se la durata della sosta lo consente: - si rifornisce, pronto a scattare dal posto di sosta, in perfetta efficienza; e) formazioni normali di combattimento del plotone c. v. sono: - la linea, con le ali leggermente arretrate rispetto al centro, - lo stormo; f) nella loro azione i carri devono raggiungere insieme i rispettivi obiettivi, evitando: - pregiudizievoli tentennamenti per attendersi l'un l'altro, - di serrare intervalli e distanze. Gli uni e le altre non devono superare i 50 metri; g) i c. v. lanciati all'assalto devono essere animati da una sola indomabile volontà: arrivare sul nemico e, in particolare, sulle mitragliatrici; - se nella corsa al nemico appaiono carri avversari, i c. v. non interrompono, né rallentano la corsa; · - se lo scontro fra i carri si rende inevitabile, il c. v. tenta di investire l'avversario negli organi di locomozione, in modo da provocare lo scingolamento; - .se per la salvezza di un reparto da un'incursione di sorpresa, si reputa necessario l'urto, i c. v. si scagliano risoluta-


La guerra d'Etiopia e le prime esperienze italiane di corazzati

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mente contro carri similari avversari; h) la difesa dei carri contro elementi nemici che tentino di avvicinarli, è compito: - di quei carri che sono in condizione di tirare sul carro minacciato, - del reparto cooperante. Per disimpegnare un reparto minacciato da forze soverchianti, i carri si dirigono, di preferenza, contro il fianco ed il tergo avversario. 25. - Lo squadrone, c. v. - Lo squadrone è unità di addestramento e di impiego. Unico vero responsabile dell'uno e dell'altro è il suo comandante. a) Per l'addestramento tendere a: - portare gli equipaggi al massimo livello morale, tecnico e tattico, - sviluppare la personalità tattica dei comandanti di plotone. b) Per l'impiego dello squadrone valgono le norme impartite per il plotone , tenuto conto: - della maggiore forza dell'unità, - della maggiore importanza dei compiti affidatigli , - del maggiore sviluppo che possono assumere le operazioni. La massa abilmente impiegata, specie se di sorpresa, può raggiungere i più grandi risultati. e) Il comandante dello squadrone, che debba ripartire i suoi plotoni fra i diversi reparti cooperanti, svolge la propria azione personale in relazione ai compiti che, di volta in volta, gli vengono affidati. Più che indicazioni casistiche per l'impiego, occorre sul terreno - · attraverso un'appassionata applicazione - formare l'anima e la tecnica dei comandanti, dei carristi e degli equipaggi. 26. - Il gruppo c. v. a) La sua importanza è in relazione al compito della grande unità a vantaggio della quale opera; compito nel quale sopratutto influisce la massa dei mezzi tempestivamente impiegati; b) il comandante del gruppo: - fissa le modalità addestrative assicurando l'unità d'indirizzo,


Piero Pelrilli

230

-

-

addestra i suoi quadri (comandanti, carristi, mitraglieri) attraverso lo studio applicativo del terreno e la manovra con i quadri (appiedati), esercita i suoi squadroni in cooperazione fra loro e nella g. u. celere.

27. - L'addestramento tattico dei c. v. per essere proficuo deve concludersi con l'esercitazione di unità carriste in cooperazione con altre celeri; esercitazion.i intese alla conoscenza delle reciproche possibilità e delle conseguenti modalità di azione. Lo squadrone c. v. deve saper operare con gli altri squadroni a cavallo. Il gruppo c. v. con le altre unità della divisione . Lo stesso dicasi per le unità bersaglieri, carrista o pur no. A tal fine, la fase delle esercitazioni d'insieme dovrà comprendere: a) un periodo preparatorio, di carattere didattico dimostrativo; b) un periodo applicativo, inteso a raggiungere il perfezionamento nell'impiego tattico dei carri e nello sfruttamento, da pa11e delle truppe celeri cooperanti, dei risultati ottenuti ~alle unità carriste. Il Sottosegretario di Stato BAISTROCCHI


La guerra d'Etiopia e le prime esperienze italiane di corazzati

231

. Allegato P

MINISTERO DELLA GUERRA COMANDO DEL CORPO DI S. M. Ufficio Addestramento N. 10500 di prot.

Roma, 15 agosto 1936-XIV

OGGETTO: Impiego ed addestramento carri d'assalto.

Ai comandi di corpo d'armata; (distribuzione estesa: per la fanteria: fino ai comandi di compagnia; per le altre truppe: fino ai comandi di reggimento) e per conoscenza: all'ufficio del primo aiutante di campo generale di S. M. il Re e Imperatore all'ufficio del primo aiutante di campo di S. A. R. il Principe di Piemonte all'ufficio del Capo di stato maggiore generale; al ministero della marina (ufficio del Capo di S. M.); al ministero dell'aeronautica (ufficio del Capo di S. M.) al ministero delle colonie ( ufficio militare) agli uffici delle LL. EE. i marescialli d'Italia agli uffici delle LL. EE. i comandanti designati d'armata al Gabinetto agli ispettorati delle varie armi al comando generale del!' arma dei CC. RR. al comando generale della R. Guardia di finanza al comando generale della M. V. S. N. alla direzione del servizio chimico militare ai comandi degli istituti militari alle direzioni generali e ispettorati del ministero della guerra all'ufficio di collegamento del R. Esercito con la M. V. S. N. all'ufficio di collegamento della M. V. S. N. con R. Esercito


Piero Petrilli

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Premessa

Il presente fascicolo contiene le norme d'impiego dei carri d'assalto, in relazione alle caratteristiche tecniche dei vari tipi previsti (mitr. - lanciafiamme - cannoni) e alla loro assegnazione organica. Esse confermano e completano i criteri emanati con la circolare 8000 dell'agosto 1935 (Norme d'impiego armi anno XIII) e il contenuto della circolare 47000 giugno u. s. che - pur riferendosi in particolare ai carri veloci - deve considerarsi di base per l' impiego di tutte le unità carriste. È dovere dei fanti e dei carristi assimilare i nuovi criteri nel più breve tempo possibile, in modo che il rendimento di questi patenti mezzi sia massimo in un'armonica fusione di intenti e di sforzi.

I. CARATIERISTICHE 1. - Il carro d'assalto (c. a.) ha caratteristiche tecniche analoghe a quelle del c. v. Se ne differenzia alquanto per: - armamento, - costituzione organica dei reparti , - modalità di impiego.

2. - In relazione all'armamento, tre tipi: carro d'assalto comune (c. a.) identico al c. v. carro d'assalto con lanciafiamme (c. a. 1.), armato di 1 mitr. e di 1 lanciafiamme (con rimorchio) - carro cannone (c. c.), armato di 1 cannone da 37/26 ( anticarro). Ha caratteristiche d'ingombro maggiori del c. v. (1,60 invece di 1,40), maggiore visibilità (altezza da terra 1,45 invece di 1,30) e maggiore peso (kg 480P invece di 3300). -

3. - In relazione alla costituzione organica i c. a. sono ordinati in battaglioni e assegnati organicamente ai C. A., ma decentrabili per l'impiego alle divisioni. Ogni battaglione comprende: - tante compagnie, su 2 pl. c. a. comuni ed 1 pl. c. a. l., quante sono le divisioni del C. A. - l compagnia c. c., su tanti plotoni quante sono le divisioni del C. A.


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Tutti i plotoni su 4 carri. Per esigenze addestrative, tecniche e amministrative i btg. sono stati recentemente riuniti in reggimenti (in totale 4). Ogni reggimento ha anche l btg. c. cl!i rottura. 4. - In relazione all'impiego: il c. a. è mezzo potente per aprire la strada alle fanterie, in terreni non fortemente organizzati, facilitandone ed abbreviandone l'azione . Agisce solo offensivamente con: - l'urto materiale della propria massa, - il fuoco a bruciapelo delle sue armi. 5. - I c. a. ricercano di preferenza le armi automatiche - e di accompagnamento - dell'avversario per eliminarle prima che possano agire efficacemente contro la propria fanteria. A questa il compito di sfruttare immediatamente i risultati.

II. MODALITÀ D'AZIONE 6. - Le unità c. a. agiscono sempre in stretta cooperazione con la fanteria. 7. - La sicurezza è loro data: - nella marcia e nelle soste: - dalle unità di fanteria cui sono assegnate, - dalla vigilanza degli stessi equipaggi, - dalla dislocazione dei carri nel dispositivo; - nel combattimento: - dal preventivo studio del terreno e del nemico, - dall'appoggio reciproco dei carri di uno stesso plotone, - dal fuoco delle unità di fanteria e artiglieria cooperanti. 8. - Nella marcia al nemico i c. a. di norma muovono a sbalzi tutti riuniti in coda al grosso della colonna principale . Eventualmente possono essere ripartiti tra i grossi. Allorché siano prevedibili l'incontro di elementi celeri o resistenze di non grande entità, ma che convenga eliminare rapidamente, può essere opportuno decentrare un'aliquota di c. a. allo scaglione di sicurezza per sostenere le punte. In questo caso detta aliquota è , di regola, rinforzata con un c. c. per ogni plotone. Segnalate incursioni di carri ed elementi celeri avversari: - la fanteria si porta fuori strada;


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ai c. c., spalleggiati dai c. a. o c. a. 1., spetta inizialmente il compito di opporsi ad essi; - le armi anticarro, eventualmente assegnate alle punte, prendono posizione per cooperare all'azione dei carri. Se lo scaglione di sicurezza incontra invece una resistenza, le unità carriste ad esso decentrate o spedite in rinforzo dal comandante della colonna: - si orientano rapidamente; - agiscono con decisione e per la via più coperta; - eliminate le resistenze, riprendono il loro posto nel dispositivo . 9. - Nell'avvìcinamento le unità carriste eventualmente decentrate sono riprese alla mano dai comandanti di divisione per essere impegnate a massa e a ragion veduta. Se l'avvicinamento sbocca direttamente nell'attacco, i c. a. si portano ad occupare una posizione dì partenza quanto più possibile a ridosso delle unità di fanteria con cui devono cooperare (n. 10). Se invece interviene una sosta prima dell'attacco, può convenire raccogliere inizialmente le unità carriste in una posizione di attesa che: - abbia buone possibilità di sbocco al coperto verso le probabili zone d'impiego; - sia faci lmente accessibile ai mezzi di rifornimento e di sgombro; - sia coperta all'osservazione aerea e terrestre (altrimenti: mimetizzare) ; - sia possibilmente al riparo dalle offese delle artiglierie . 10. - Nell'attacco - criterio base: azione a massa e di sorpresa. Perciò: a) concentrare l'azione dei carri in un settore limitato , anziché diluirla su tutta la fronte; - unità normale d'impiego la compagnia c. a., generalmente rinforzata da 1 plotone c. c.; - contro sistemazioni difensive profonde, agire con ondate successive di intere compagnie o battaglioni limitatamente al tratto che interessa sfondare ; b) precisato il settore d'attacco, riconoscere e scegliere una posizione di partenza quanto più possibile vicina alla base di partenza della fanteria. Requisiti:


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- consentire lo sbocco simultaneo e di sorpresa dei carri , - essere coperta alla vista e possibilmente al tiro , - offrire possibilmente direzioni d'attacco coperte. Se i carri sono stati raccolti in una posizione di attesa, farli serrare da questa a quella di partenza (mascherandone il rumore con accorgimenti vari) poco prima dell'inizio dell'attacco delle fanterie. 11. - Spetta al comandante dell'unità di fanteria che impiega i carri precisare: - compiti, - obiettivi (visibili dalla posmone di partenza o facilmente individuabili sul terreno), - zona di raccolta , a compito ultimato. 12. - L'orientamento sul campo di battaglia, difficile per tutti, lo è ancor più per i c. a. Occorre pertanto agevolarne l'azione con compiti semplici, chiari , ben definiti. 13. - Ad ogni unità carri non può di norma essere assegnato più di un obiettivo , di estensione, consistenza e distanza proporzionate alle possibilità dell'unit à stessa. Lanciati i carri , è difficile e pericoloso richiamarli o farli deviare su altri obiettivi. In attacchi profondi o su terreni difficili occorre quindi raccogliere tempestivamente sulla posizione di partenza altre unità carriste da lanciare sui nuovi obiettivi (scaglionamento in profondità della massa d'attacco). 14. - Ai carri non deve essere assegnato come obiettivo un punto, ma una fronte. Questa deve essere sufficientemente estesa perché: - si possa agire contro parecchie armi automatiche della difesa, offrendo per contro bersagli diradati ; - i carri abbiano libertà di manovra e scelta del terreno, senza raggrupparsi ma anche senza eccessivamente distanziarsi. La massa va quindi intesa come concentramento di sforzi su un settore di sufficiente ampiezza, non come materiale riunione di carri. 15. - Gli obiettivi vanno commisurati alle caratteristiche tecniche ed alle possibilità delle varie specie di carri. I carri cannone servono essenzialmente per opporsi ad eventuali contrattacchi di carri avversari o per sostenere col loro fuoco l'azione dei c. a . e dei c. a . 1.


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I carri lanciafiamme esercitano un'azione fortemente deprimente sul morale dell'avversario. Sono particolarmente idonei: - per avere ragione di resistenze annidate fra rocce, in caverne, in zone non direttamente -accessibj)j ai carri e contro cui poca efficacia possono avere le armi a tiro teso (mitr.-cannone); - per la rapida pulizia di trincee e appostamenti; - per agire contro carri similari o maggiori, investendoli col dardo di fiamma. 16. - Fissati gli obiettivi, la scelta della direzione d'attacco spetta al comandante delle unità carriste. La direzione più redditizia è quella che consente di giungere sul nemico di sorpresa , con i minori sacrifici possibili. Sulla possibilità di sorprendere l'avversario influisce molto il perfetto addestramento e l'audacia degli equipaggi, che potranno consentire l'impiego dei carri in zone anche apparentemente intransitabili. La scelta della direzione richiede un accuratissimo studio del terreno (sulla carta, da osservatori avanzati, con l'ausilio della fotografia aerea), giacché essa è la determinante principale della riuscita. La direzione d'attacco scelta dev'essere sicuramente rintracciabile sul terreno mediante punti successivi facilmente individuabili dal carro, anche a sportelli chiusi. 17. - Lo scatto dei carri dalla pos1Z1one di partenza deve essere ordinato dal comandante dell'unità di fanteria. La scelta del momento è in relazione: - alla distanza della posizione di partenza dagli obiettivi; - alla pratica massima velocità che i carri devono tenere; e va regolata in modo che: - i carri possano giungere sugli obiettivi immediatamente prima che la fanteria sia presa sotto il fuoco efficace di questi; - la fanteria sia in grado di dare efficace appoggio di fuoco ai carri, specie se questi siano serrati da presso dall'avversario. Quest'azione è svolta normalmente da fermo , con le mitr. e con le armi anticarro, dalla base di partenza o da altra posizione opportunamente scelta e occupata prima dello scatto dei carri. A tal fine base di partenza o posizione, in terreni normali e con buona visibi-


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lità, non debbono distare più di 200-300 m dalle posizioni avanzate del nemico. Appena i carri abbiano sorpassato la propria fanteria, l'artiglieria - d'iniziativa, o su richiesta - sposta il tiro su obiettivi più arretrati o laterali preventivamente convenuti. 18. - Perché l'irruzione avvenga di sorpresa e i c. a. possano manovrare con piena libertà, bisogna che al momento dello scatto esplorazione del nemico e ricognizione del terreno siano stati ultimati. Far precedere i c. a. da pattuglie, nuclei avanzati, etc. pregiudica la sorpresa, ne vincola il movimento. ·

19. - Una volta lanciati, i carri puntano decisi sui loro obiettivi, alla massima velocità consentita dal terreno. Da questo momento, ogni comandante e ogni capo carro, perfettamente orientati sull'azione da svolgere, non devono avere che un'unica, indomabile volontà: giungere sull'obiettivo ed eliminare gli elementi - sopratutto mitragliatrici - che lo presidiano. Ogni attimo d'incertezza può riuscire fatale. Nella loro azione i carri non hanno larghe possibilità di iniziativa. Animati però da tenace spirito aggressivo devono spazzare qualsiasi elemento avversario che incontrino a cavallo della loro rotta, nella certezza che ogni resistenza eliminata è un aiuto dato alla propria fanteria. 20. - Scontrandosi con carri avversari: - i carri comuni continuano la loro corsa sugli obiettivi, - i c. c. ed i c. a. l.: - li investono alle brevissime distanze col cannone e col dardo di fiamma per arrestarne l'azione, - ottenuto l'arresto dei cani avversari, riprendono l'azione sui loro obiettivi d'attacco, - ricorrono all'urto solo in caso eccezionale, cercando di provocare lo scingolamento. 21. - Fatti segno a fuoco di armi anticarro, ricorrono a bruschi cambiamenti di direzione e cercano di buttarsi sul loro fianco . Le investono quindi con l'urto e a bruciapelo. Ma la protezione più sicura è data dalla stretta cooperazione delle truppe attaccanti (fanteria e artiglieria).


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22. - Se un carro è posto in difficoltà da ostacoli imprevisti o da avarie, l'equipaggio non deve abbandonarlo ma restare fiducioso al suo posto di combattimento nella certezza che l'aiuto non mancherà, difendendosi con le armi individuali attraverso le apposite feritoie. Se è stretto da presso dall'avversario, la sua difesa è debito d' onore: - dei carri dello stesso plotone o che comunque siano in grado di tirare verso il carro minacciato, - dell'unità di fanteria cooperante. 23. - Giunti sulla posizione nemica i carri: - ne frantumano la resistenza; - anziché fermarsi allargano il loro raggio d'azione (senza esporsi però a restare isolati dalla fanteria) per individuare ed eliminare gli elementi di fuoco nemici in grado di agire, specie con tiri fiancheggianti, contro la posizione raggiunta; - raggiunti dalla fanteria, tempestivamente scattata dalla base di partenza o dalla speciale posizione (v. n. 17), si riuniscono nella zona di raccolta preventivamente stabilita. Requisiti di questa: - essere facilmente reperibile, - essere al riparo dall'osservazione e, possibilmente, dal tiro, - essere a contatto tattico con il comandante dell'unità di fanteria , - consentire la verifica dei carri , il rifornimento munizioni e carburanti, - prestarsi quale nuova base di partenza per un successivo impiego. Se ciò non è possibile, i carri ripiegano sulla base di partenza iniziale. Quando l'azione si sia potuta svolgere senza notevoli difficoltà ed equipaggi e carri conservino capacità offensiva suffi~iente ad un nuovo sforzo , l'unità carristi può ricevere un nuovo obiettivo e riprendere senz'altro l'attacco. 24. - Se la fanteria è impossibilitata a seguire i carri sull'obiettivo, questi: - ripiegano, in seguito ad ordine del comandante di fanteria, sotto la protezione dell'artiglieria, rastrellando il terreno percorso nell'andata per eliminare resistenze eventualmente sfuggite;


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·_ riprendono contatto col comandante dell'unità di fanteria cooperante; - se conservano ancora sufficiente capacità offensiva, imbastiscono una nuova azione contro gli obiettivi che hanno ostacolato il procedere della fanteria . 25. - Nell'inseguimento, occorre sopratutto osare. Perciò: - l'azione dei carri sarà di norma meno legata a quella della fanteria; - unità normalmente non inferiori alla compagnia, eccezionalmente al plotone, precedendo le proprie fanterie, possono essere lanciate contro i fianchi delle colonne avversarie per prevenirle su punti di obbligato passaggio ed imbottigliarle. Fissare però il limite oltre il quale i carri non devono spingersi, per non rischiare di perderli. 26. - Nella protezione del ripiegamento: - agguato lungo le direttrici più pericolose, - rapide puntate a breve raggio contro i fianchi dei reparti che inseguono , - celere ripiegamento per ripetere l'agguato in altra località più arretrata. · 27. Nella difensiva i carri: - sono impiegati esclusivamente per azioni offensive (contrattacchi, eventualmente contrassalti), - possono essere: - ripartiti tra i settori in corrispondenza dei punti più delicati (intervento anche di iniziativa, partecipazione eventuale a contrassalti); - assegnati alle riserve, per il contrattacco; - i c. c. ed i c. a. I. sono dislocati di preferenza là dove sia preferibile un attacco di carri. Scartare l'uso del carro come torretta difensiva. 28. - In casi particolari ( unità motorizzate) ai c. a. può essere affidata la protezione di autocolonne, di massima in unione a motocicUsti. La protezione si esplica generalmente con: - una sicurezza lontana, - una sicurezza immediata (scorta). Alla prima si provvede con motociclisti lanciati anche a notevole distanza, con l'appoggio di c. a.


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Alla seconda, con un'avanguardia, una retroguardia e un fiancheggiamento parallelo alla colonna (od a spina) a mezzo di pattuglie di ricognizione (motociclisti) 1inforzate con unità carriste. All' avanguardia si assegnano di preferenza c. c. e c: a. l. Per garantire da sorprese lo sbarco delle truppe dagli autocarri, distaccamenti di motociclisti vengono spinti ad occupare nodi, incroci stradali, punti di particolare importanza in corrispondenza delle direzioni più pericolose. Unità carriste sono dislocate in località centrale per accorrere prontamente là dove si manifesti una consistente offesa nemica. 29. - Nei terreni boscosi i c. a. trovano difficoltà d'impiego; facile riesce difendersi da essi. Possono però essere. utilizzati per aprire la strada alle colonne lungo le scarse vie di comunicazione. 30. - Negli abitati i c. a. (specie i c. c. e i c. a. I.) costituiscono un ottimo ausilio per la rapida eliminazione di sbarramenti stradali. I c. a. I. in particolare si prestano bene per far sgombrare dai difensori i fabbricati organizzati a difesa. 31. - In zone aspre e accidentate i c. a.: - esigono, per l'impiego, buone mulattiere e terreni di percorribilità adeguata; - sono adatti ad operare con gli scaglioni di sicurezza per occupazione di colli, strette, località importanti.

32. - Di notte, i c. a. possono essere impiegati solo nell'inseguimento, o nella protezione del ripiegamento, su strade e in stretto collegamento con le unità di fanteria.

III.

ADDESTRAMENTO AL COMBAITIMENTO

33. - I criteri su cui si fonda l'addestramento al combattimento delle unità c. a. sono identici a quelli fissati per le unità c. v. (circolare 47000). In sintesi l'addestramento tende a: - preparare conduttori audaci, perfettamente padroni del mezzo meccanico, consapevoli di tutte le sue possibilità, rapidi nell'apprezzamento del terreno e nella decisione; - creare capi carro pienamente affiatati con i conduttori, fiduciosi nelle possibilità del carro, abili nell'impiego delle armi, animati da profondo senso del dovere, decisi e arditi;


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sviluppare in tutti senso di orientamento e spirito di iniziativa; dare compattezza tattica alle unità alimentando negli equipaggi il sentimento della cooperazione. Il plotone, sopratutto, con i suoi 4 carri, deve costituire un blocco omogeneo, compatto, inscindibile.

34. - Appena raggiunto un sufficiente grado di addestramento tecnico, deve essere iniziato quello tattico, che si concluderà con esercitazioni di cooperazione con unità di fanteria e di artiglieria. Tali esercitazioni comprendono: a) un periodo preparatorio di carattere didattico dimostrativo; b) un periodo applicativo inteso a raggiungere il perfezionamento nell'impiego tattico dei carri e nello sfruttamento, da parte della fanteria cooperante, del successo ottenuto dalle unità carriste.

Conclusione Condizioni di successo per i carri d'assalto : - abilità e ardimento degli equipaggi; - obiettivi ben determinati e proporzionati alle possibilità dei carri e alla resistenza fisica e morale degli equipaggi; - accurato studio del terreno; - scelta della direzione d'attacco più redditizia; - chiarezza e semplicità nella concezione e attuazione dell'atto tattico; - perfetta intesa con la fanteria; - impiego a massa : unità normale la compagnia, minima il plotone; - ricerca costante della sorpresa; - non farsi sorprendere. Il Sottosegretario di Stato BAISTl}OCCHl


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SALVATORE COSENTINO

L'ORGANIZZAZIONE MILITARE DELL'ISOLA DI CRETA E LA FUNZIONALITÀ DEL FEUDUM VENETO-CRETESE. PER UNA RICONSIDERAZIONE STORIOGRAFICA

1. Creta colonia veneziana

"Manifestum facio ego quidem Bonifacius, Montisferati marchio, quod.. . refutationem et finem facio ... vobis, namque domino Marco Sanudo et domino Ravano de Verona... de insula Crete" 1 :

Abbreviazioni usate: BORSARI = S. BORSARI , /I dominio veneziano a Creta nel X III secolo, Napoli 1963; CARJ LE, Storia = A. CARJLE, Per una storia dell'impero latino di Costantinopoli (1 204-1261), nuova ed. ampliata, Bologna 1978; GERLAND = E. GERLANO, Das Archiv des Herzogs von Kandias im Koniglichen Staalrnrchiv zu Venedig, Strasbourg 1899; QuATERNUS = Duca di Candia. Quatemus consiliorum (1340-1350), a c. di P. R A1TI V IOULICH, Venezia 1976; SANTSCHI, Notion = E. SANTSCHJ, La norion de "feudum" en Crète vénitienne (X/11'-XV" siècles), Montreux 1976; T-TH = G.L.F. TAFEL u. G.M. THOMAS, Urkunden zur tilteren Handels- und Staatsgeschichte der Republik Venedig mii besonderer Beziheung auf Byzanz und die Levante, voll . 3, \Vien 1856-1857 ( Fonres Rerum Austriacarum, II, Diploma/aria et acta, XII-XI V); THIRIET, Romanie = F. THIRIET, La Romanie vénitienne au moyen age. Le développement et l'exploitation d u domaine colonia/ vénitien (Xlle-XVe siècles), Paris 1975 2 . 1 Il documento si legge in T-TH , I, n. 123 , pp. 512-515; G. CERVELLi°N1, Come i Venezia11i acquistaro110 Creta, in "Nuovo Archivio Veneto", 16 (1909), pp. 272-278 sviluppa una rapida analisi della tradizione documentaria che riporta il testo della Refutatio i11s ule Crete . i Cfr. T-TH , I, n. 123 , p. 513: "Vcrum quia ... de omnibus suprascriptis vobis refutationem et finem , vos ad pre sens michi dare dcbetis mille marchas argenti et tantas possessiones a parte Occideotis, quarum redditus sint decem mili um yperperorum aureorum ... annuatim".


Salvatore Cosemino

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con questa formula il 12 agosto del 1204, sotto le mura della città di Adrìanopoli, Bonifacio marchese di Monferrato, capo della Quarta crociata, cedeva l'isola di Creta a Venezia, rappresentata nell'atto da Marco Sanudo e eia Ravano delle Carceri di Verona. Alla cessione dell'isola si accompagnava le cessione dei diritti che il marchese godeva sulla città di Tessalonica, e quella di 100.000 iperperi che questi doveva ricevere a titolo di credito dall'imperatore bizantino Alessio IV Angelo, entrambe compiute sempre a favore della città lagunare; nello stesso tempo quest'ultima si impegnava a versare al marchese una somma pari a 1.000 marche d'argento al peso cli Colonia , e a concedergli un territorio nella parte europea dell'impero latino di Costantinopoli di una estensione sufficiente a fornire una rendita annua di 10.000 iperperi 2 . Si è da tempo rilevato che il possesso dell'isola di Creta non derivò a Venezia dalla spartizione delle terre dell'impero bizantino operata dai capi crociati dopo la presa di Costantinopoli, ma fece seguito alla privata trattativa svoltasi tra la città e Bonifacio di Monferrato, escludendo in tal modo l'isola dai territori sui quali si estendeva la sovranità feudale dell'imperatore latino di Costantinopoli 3 • Tuttavia non si comprenderebbe questo importante episodio della storia dell'espansione veneziana nel Levante, se non lo si valutasse all'interno del più generale quadro politico che presiedette alla formazione del nuovo impero 4 • Lo stanziamento dei crociati e la struttura politico-istituzionale dell'impero latino d'Oriente si modellarono sui più consistenti nuclei feudali che componevano l'esercito crociato, identificabili, mediante la figura dei propri signori feudali, nei gruppi facenti capo a Bonifacio di Monferrato, Baldovino cli Fiandra, Luigi di Blois e Ugo di Saint-Paul 5; accanto a questi schieramenti stava poi Venezia con la sua flotta. In connessione ad un simile assetto delle forze politicomilitari, al momento dell'elezione dell'imperatore latino, nel maggio ciel 1204, i favori si concentrarono sulle due figure più prestigiose e militarmente più potenti dell'esercito: Bonifacio di Monferrato e Baldovino di Fiandra. La volontà di Venezia, rappresentata nel col3

A. CARILE , Partitio terrarum Imperi Romanie, in "Studi Veneziani" 7 (1965), pp. 147-149 e BORSARI, p. 13. 4 Su cli esso cfr. C ARILE , Storia e J. LONGNON, L'Empire latine de Constantinople ed la principauté de Morée, Paris 1949 . 5 Cfr. A . CARILE, Alle origini dell'impero latino d'Oriente. Analisi quaniitativa dell'esercito crociato e ripartizione dei f eudi, in "Nuova Rivista Storica" 56 (1972), pp. 285-314 e CARILE , Storia, pp. 384-385.


L'organizzazione militare dell'isola di Creta e la funzionalità del feudum ecc. 245

legio degli elettori da 6 membri - la esatta metà numerica dell'assise 6 - fece cadere la scelta sul fiammingo. Prima dell'elezione imperiale, al fine di evitare defezioni che avrebbero potuto pericolosamente colpire la già numericamente esigua compagine latina, qualora il candidato non eletto si fosse ritirato con tutto il suo seguito, era stato concordemente deciso dai capi crociati che allo sconfitto sarebbero spettate, a titolo di compenso, il Peloponneso e l'Anatolia bizantina 7 • All'indomani della sconfitta Bonifacio chiese al neo-imperatore il rispetto di questa clausola pretendendo però il territorio di Tessalonica al posto delle terre anatoliche. Con questa mossa il marchese mirava a dare maggiore compattezza ai suoi possedimenti orientali, in quanto il suo matrimonio con la vedova di Isacco II, Margherita (Maria), sorella di Emerico re d'Ungheria, celebrato nel maggio del 1204 8 , rendeva sicuramente più conveniente il possesso del cosiddetto regno di Tessalonica, più vicino ai territori ungheresi, che non quello dei lontani territori anatolici che, fra l'altro, non erano stati ancora conquistati; inoltre, Bonifacio possedeva già prima della spedizione crociata dei diritti sulla città di Tessalonica, ereditati alla morte del fratello Ranieri, il quale , a sua volta, li aveva ricevuti in seguito al matrimonio da lui celebrato con Maria Comnena, la figlia dell'imperatore bizantino Manuele I 9 . Baldovino dopo esitazioni consentì allo scambio, ma la tensione tra i due riesplose nuovamente poco dopo, questa volta in forme molto più gravi. Nel giugno del 1204 la spedizione condotta dai Latini contro Alessio III Angelo e Alessio V Ducas, insediatisi rispettivamente nelle città di Mosinopoli e di Tzurulon - non lontano quindi da Costantinopoli - aveva portato l'imperatore latino ai limiti del territorio di Tessalonica. Bonifacio, che si trovava attardato rispetto al contingente capeggiato da Baldovino, gli fece sapere che non avrebbe gradito una sua entrata nel territorio a lui appartenente prima che egli stesso non fosse sopraggiunto 10 • L'imperatore ignorò la richiesta del marchese e giunse così la prevedibile rottura:- mentre il primo, ignorando il divieto, marciava in direzione di Tessalonica, 6

CAR!LE ,

7

CAR(LE,

Storia, pp. 182-184; LONGNON, op. cii., p. 50. Storia, p. 180; LONGNON, op. cit., p. 50. 8 CARILE, Storia, p. 185 ; LONGNON, op. cit., p. 58. 9 CARILE, Storia, p. 61 e L. USSEGLIO, I marchesi di Monferrato in Italia e in Oriente durante i secoli Xli e Xlii, ed. postuma a c. di C. PATRucco, II, Casale Monferrato 1926, pp. 59-63. . w C.-.RILE, Storia, pp. 193-194; LONGNON, op. cit. , pp. 58-59.


Salvatore Cosentino

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il secondo occupava la città di Dydimoticon 11 , ponendosi in aperta ·ribellione contro l'imperatore. Il comune di Venezia rappresentato nella Quarta crociata dalla mitica figura del doge Enrico Dandolo 12 , aveva avuto fino a quel momento ogni interesse nel favorire la posizione del conte fiammingo, dato che questi era persona meno esperta della politica bizantina di quanto non fosse il marchese di Monferrato , legato al mondo orientale da tradizioni familiari 13 e appartenente ad una delle schiatte feudali più potenti della penisola italiana 14 . L'ascesa di Bonifacio al trono avrebbe potuto portare alla nascita di un impero politicamente potente, fatto contrario ai desideri di Venezia che nella debolezza del nuovo organismo vedeva uno dei postulati della propria libertà di azione in Romania. La rottura tra Baldovino e il suo potentissimo vassallo rischiava però di compromettere l'esistenza stessa dell 'impero, minacciando tutti i benefici che si prospettavano seguire alla conquista dei territori bizantini, dei quali la città aspirava ad esserne la maggiore destinataria; né avevano interesse ad affondare il neonato impero i gruppi legati agli altri principali signori crociati, Luigi di Blois e Ugo di Saint-Paul. Perciò nell'agosto del 1204 una piccola rappresentanza dei Latini rimasti nella capi11

Ibidem. Sul ruolo svolto da Venezia nella Quarta crociata si veda R. CESSI, L'eredità di Enrico Dandolo, in " Archivio Venete)", s . 5a, 91 (1960), pp . 1-25 e ID., Venezia e la Quarta crociata, in "Archivio Veneto", s. 5a, 48-49 (1951), pp. 1-52. n Il padre di Bonifacio di Monferrato, Guglielmo V, partecipò a lla Seconda crociata al seguito di Luigi VII prima, po i, dopo la battaglia di Dorileo, a l seguito di Corrado III, cfr., UssEGLJO, op. cit., Il, pp . 38-43; G uglielmo V andò in Palestina ne l 1186 pc.r assistere il nipote Baldovino V cli Gerusalem me ma là fu catturato da Saladino, che lo liberò solo dopo che il terzogenito dell'anziano marchese, Corrado, ebbe pagato al sultano d 'Egitto un consistente riscatto, ibid., II, p . 100. Ranieri di Monferrato, fratello di Bonifacio, sposò nel febbra io del 1180 Maria, figlia di Ma nuele Comneno, ibid., I , p. 157. Corrado, altro fratello di Bonifacio, sposò ìntorno al ·t l85 Teodora, sorella dell'imperatore bizantino Isacco II Angelo , ibid., 11, pp. 80-81, ma non mo lto dopo il suo arrivo a Costantinopoli ab ba ndonò la moglie per recars i a Tiro , dove, divenuto signore della città, vi orga nizzava un'e roica resistenza con tro gli a!lacchi del Saladi no, ibid., II, pp. 85 e 93-99. Guglielmo Lungaspada, il primogenito d i Guglielmo V , sposando Sibilla, figlia di A malrico re di Gerusalemme , ereditò il regno che passò alla sua morte al figlio Baldovino , ibid. , p. 59. 1• La madre di Boni facio, G iuditta d'Austria , era sorella dell'im peratore Corrado III; si pensi poi agli strettissi mi rapporti avuti <lai marchese con l'imperatore Enrico VJ , co n Filippo di Svevia e con Filippo U Augusto, re di Francia: v . A. Go1HA, Bonifacio l marchese di Monferrato, in Dizionario Biografico degli Italiani, 12, Roma 1970, pp. 118-124. 12

rn,


L'organizzazione militare dell'isola di Creta e la funzionalità del feudum ecc. 247

tale bizantina composta da due francesi, Geoffreoy de Yillehardouin e Manussier de l'lsle, e da due veneziani, Marco Sanudo e Ravano delle Carceri, si recò presso Bonifacio, che intanto si era spostato ad Adrianopoli, per tentare una mediazione 15 . In tale contesto politico maturarono le premesse destinate a far pervenire Creta nelle mani di Venezia. In quel momento la sovranità sull'isola apparteneva a Bonifacio di Monferrato. Questi l'aveva ricevuta da Alessio IV Angelo, l'imperatore bizantino fuggito nel 1201 in Occidente 16 per perorare la propria legittimità al trono contro l'usurpazione dello zio Alessio III 17 • In Italia, grazie all'intercessione del marchese , il giovane imperatore , come è noto, era riuscito a convincere le forze crociate ad aiutarlo militarmente nell'impresa di riconquista del trono. La cessione di Creta va quindi interpretata come compenso che il basileus volle concedere a Bonifacio per ripagarlo dell'aiuto prestatogli e per guadagnarsene ulteriormente l'amicizia politica in vista di future necessità 17 b; peraltro, è incerto se Alessio concedesse l'isola nell'aprile del 1204 a Corfù , o se lo facesse nel luglio dello stesso anno sotto le mura della capitale bizantina, in occasione della prima presa della città 18 . Per i Veneziani riuscire ad impadronirsi di Creta rappresentava l'acquisizione di una delle piazze commerciali più importanti delle rotte del Mediterraneo centro-orientale. Si tenga presente che accanto all'interesse commerciale v'era la preoccupazione per i rapporti che Bonifacio intratteneva con Genova 19 , rapporti che facevano temere un'annessione dell'isola nell'area di influenza della città ligure, primo passo per un'ipotetica penetrazione di essa sui mercati dell'impero latino. Da parte sua il marchese aveva tutto l'in15

Storia, p. 197; LONGNON, op. cii. , pp. 59-60. Storia, p. 67; LONGNON , op. cii. ' p. 31. Cfr. G. O STROGORS KY , Storia de/l'Impero Bizantino , traci . it. , Torino 1968, C ARILE,

16

CARILE ,

17

p. 367 .

°

Cfr. G . G E ROLA, La dominazione genovese a Creta, Rovereto 1902, p. 6 (Atti dcll' Accademia degli Agiati di Rovereto, s . 3a, voi. Vili, fase. II). 18 Fanno menzione della cessione a Corfù: C ESSI, L'eredità di Enrico Dandolo, cii., p. 8; M. ABRATE, Creta colonia veneziana nei secoli X III-XV , in "Economia e Società", 4 (1957), pp. 251-252; G EROLI\ , op. cit. , p. 6. BORSARI, p. 11. n . 8, riporta invece sotto le mura di Costantinopoli. 19 Sull'esistenza di questi rapporti cfr . J . K. FOTHERJNG HAM, Marco Sanudo, conqueror of the Arcipelago , Oxford 1915 , pp. 31-32 e lo ., Genua and the Fourlh Crusade, in "The English Historical Review", 25 (1910) , pp. 38-39; v. anche UssEGuo, op. cit. , Il, p. 249. 17


248

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teresse a rendersi amica Venezia ai fini di un suo appoggio nel conflitto che lG> opponeva a Baldovino. Con queste reciproche motivazioni si giunse all'episodio della Refutatio insule Crete che contrariamente a quanto possa a prima vista sembrare non è una specie di compravendita stipulata tra Bonifacio e Venezia, ma una vera e propria cessione unilaterale dei beni orientali del primo a favore della seconda, cui fece seguito, nello stesso tempo, la concessione di una somma di denaro e di una dotazione fondiaria da parte della città a favore del marchese ; quest'ultimo in cambio della concessione territoriale ricevuta si impegnava a prestare il giuramento di fedeltà al doge 20 . Con questa mossa Bonifacio, oltre a frapporre tra sé e Baldovino la protezione del doge, diventandone vassallo 21 , metteva in grande imbarazzo il fiammingo nei suoi rapporti con Venezia, in quanto Tessalonica, occupata in quel momento dall'imperatore latino, dopo la Refutatio passava formalmente sotto la sovranità della città lagunare. Il seguito del contrasto tra Bonifacio e Baldovino, grazie soprattutto all'intervento veneziano , fece apparire la Refutatio solo come una fictio iuris, dato che, poco dopo la sua stipulazione, i due antagonisti si riconciliarono a Costantinopoli e il primo poté rientrare in possesso del regno di Tessalonica 22 . La stessa sorte però non subì Creta che rimase da quel momento un posse,dimento veneziano. Nel 1206 sbarcava sull'isola un avventuriero genovese, Enrico Pescatore, conte di Malta, riuscendo ad insediarvisi saldamente 23 . A causa di ciò Venezia, che fino a quel momento non aveva inviato sull'isola nessuna forza militare, decise di renderne operativa l'acquisizione spedendovi due flotte, nel 1206 e nel 1207, solo la 20 Sebbene Bonifacio fosse tenuto a svolgere per il territorio assegnatogli da Venezia "servitia tamen Imperatoris ... et Imperii, qu e fuerint assignata, secundum quod in pacto communi continetur" (T-TH, I, 11. 123, p. 514), in quanto sottoposto, come tutti i Latini dell'Impero , alla sovranità feudale dell'imperatore, nello stesso tempo egli diventava vassallo di Venezia, giurando di difendere gli interessi della città in Romania: "Sciendum quoque est, quod iuramento teneor adstrictus, prefato domino Duci et hominibus Venetie imperpetuum per me et meos homines ad omnes possessiones et honorificentias manu tenendas et defendendas, quas ipsi habent ve! in antea habituri sunt in toto Imperio Romanie, tam ab una parte, quam ab a lia, ad honorem et hutilitatem hominum Venecie, auxilium prestare contra omnes hornines, qui ipsos ex parte ve! ex toto de suprascriptis omnibus possessionibus et honorificentiis mollcstare aut expellere voluerint, salva Imperatoris fidelitate", cfr. ibidem. 21 Cfr. CARILE , Partitio terrarum Jmperii, cii., pp. 147-149; BORSARI, pp. 12-13. 22 CARILE, Storia, p. 199: LONGNON, op. cit. ' p. 61. 23 BORSARI, p. 21 .


L'organizzazione militare dell'isola di Creta e la funzionalità del feu.dum ecc. 249

seconda delle quali però riuscì a sbarcarvi, impegnando duri combattimenti con il corsaro genovese 24 . Gli scontri si protrassero fino al 1211, quando Enrico Pescatore, lautamente ricompensato, si decise ad abbandonare l'isola con tutti i suoi uomini 25 . In quello stesso anno Venezia diede inizio alla sistematica colonizzazione del territorio cretese mediante l'invio di colonie di propri cittadini. Lo stanziamento, che si protrasse all'incirca per tutta la prima metà del secolo XIII, non fu operato in modo omogeneo ma seguì l'importanza delle piazze commerciali e la conformazione geografica dell'isola. La prima località occupata, con la spedizione del 1211 26 , fu la piazza di Candia e la zona intorno ad essa, scalo commerciale fondamentale sulle rotte siriane e dell'Egeo. Superato il massiccio dei monti Psiloritis la penetrazione proseguì in direzione di Retimo 27 e poi ad ovest, verso la Canea 28 • I primi territori ad essere occupati furono quelli costieri, fatto naturale sia per gli interessi e la natura dei nuovi venuti - navigatori e commercianti -=- sia per la maggiore facilità d'insediamento. È probabile che Creta, almeno in un primo momento, importasse a Venezia esclusivamente per' la sua funzione di scalo commerciale; solo nella seconda metà del secolo XIII essa acquisì una importanza "autonoma" per le materie che era in grado di fornire, grano e vino in primo luogo. L'interno, 24 25

26

lbid.' pp. 21-24. Ibid., p. 24, n. 56.

Nel corso di questa spedizione si accasarono sull 'isola 132 milites e 408 pedi/es, cfr. T -TH , Il, n. 229, pp. 129-136. G. SCAFF!Nl, Notizie incorno ai primi cento anni della dominazione veneta in Creta, Alessandria 1907 , p . 54, seguito in questo da THIRIET, Romanie, p. 127 e da SANTSCHl, Notion , p. 28, riporta il numero di 48 pedites, ma l'emendamento fatto da B ORSARI, p . 29, n . 7, al testo di T-TH - quadringenti al posto di quadraginta - è senz' altro da accogliere: il numero dei pedites infeudati fu dunque 408 e non 48. 27 Con la spedizione del 1222, nel corso della quale si stanziarono a Creta 32 milites, 7 sergenti a cavallo e 28 pedites, cfr. T-TH, Il, n . 263, pp. 235-249; sulla spedizione v. anche BORSARI, p. 40 e THIRIET, Romanie, p . 131. Nel 1233 arrivava sul. l'isola un altro piccolo contingente di feudatari (9 milites), cfr. T-T H, li, n. 284, p. 314, ma non sappiamo con precisio ne dove il piccolo gruppo si stanziasse; secondo F. THIR!ET, Réthirno et son district au quinzième siècles, in lD., Etudes sur la Romanie greco-vénitienne (X"-XV' siècles) [sic}, London 1977, XVI, p . 299 (già pubblicato in Actes du. III" Congrès lnternational des Etudes Crètoises , li, Athènes 1974) esso si stanziò nella zona intorno a Retirn o. 28 Con la spedizione del 1252 che ebbe come obiettivo proprio la ricost ruzione della Canea; in quella occasione furono infeudati 46 milites e 6 sergenti a cavallo, cfr. T-TH , II, n. 322, pp. 470-480. SU!lla spedizione v. anche BORSARI, p. 45 e THIRIET, Romanie, p . 131.


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250

soprattutto la regione del sud-ovest, fu guadagnato assai lentamente; ciò anche a causa della conformazione montagnosa della regione - massiccio dei monti Lefka Ori - che restò sempre una zona molto favorevole al banditismo 29 . L'occupazione dovette misurarsi con la popolazione bizantina dell'isola. In un primo momento gli interessi politici, economici, religiosi, della popolazione cretese furono semplicemente ignora- . ti 30 . Ciò causò la ostilità irriducibile di essa, soprattutto delle sue classi abbienti , che maggiormente soffrivano l'occupazione per la perdita dei propri privilegi; ostilità che si manifestò concretamente in una serie di rivolte contro gli occupatori, favorite anche ora dalla città di Genova, ora dall'impero bizantino di Nicea 31 . Molto presto però Venezia mutò la sua linea politica e scese a patti con l'aristocrazia cretese. Emblematica è, a questo proposito, la pace firmata nel 1219 tra la città e le famiglie dei Melissinos e degli Skordilis 32 : con essa, per la prima volta, arconti greci riconoscevano la dominazione veneziana in cambio della cessione di territori in feudo , inaugurando un nuovo corso di rapporti politici che modellandosi appunto sul trattato del 1219, doveva portare al graduale inserimento di una buona parte dell'aristocrazia cretese nelle fila della feudalità veneziana dell'isola 33 . 29

p. 203. A tale proposito si leggano le laconiche disposizioni contenute nella Concessio Crete , T -TH, li, n . 229, p. 132: "Ecclesias autem omnes suprascri p te insule debetis haberc liberas et ministros earum; sed de possessiouibus earum sic esse debet sicut statuerit Dux, qui crit ibi cum suo conscilio. De facto laycorum Grecorum tam in personis, quam in mobilibus, sit in providentia Ducis et sui conscilii". Cfr. anche la testimonianza riportata in G. CERVELLINI , Documento ine,tito veneto-cretese del Dugento, Padova 1906, pp. 5-23 . 3 1 Scoppiarono rivolte della popolazione cretese nel 1212, 1217, 1224, 1228, 1273, 1283 o 1284; spedizioni bizantine sull'isola vi furono nel 1228 (sotto l' imperatore Giovanni III Vatatze) e ne l 1262 (sotto Michele Ylll Paleologo); incursioni genovesi nel 1217, 1266 e 1294: su tutti questi episodi cfr. BORSARI, pp. 27-66. 32 li testo del trattato si legge in T-TH, Il, n. 255, pp. 211-213; per una prosopografia ciel ceto arcontale si veda il vecchio ma ancora valido lavoro di E. GERLAND , Hisroire de la noblesse crètoise au moyen cìge , in " Revuc de l'Orient latin", 10 (19031904), pp. 172-247 e 11 (1905-1908) , pp. 7-144; in generale sui problemi che Venezia si trovò ad affrontare nella installazione delle sue strutture in Romania, cfr. F. THIRIET, Problemi dell'an11ninistrazione veneziana nella Romania (XIV-XV) , in Venezia e il Levante fino al secolo XV, a c. di A . PERTUS1, Venezia 1973, I , 2, pp. 773-782 ora rist. in ID., Etudes sur la Romanie, cii., XIV. 33 Nel corso de l '200 Venezia stipulò con membri del ceto arcontale ·cretese i seguenti accordi: nel 1219 con Teodoro Melissinos e Costantino Skordilis, v. supra, 30

THIRIET, Romanie,


L 'orga11izzazione militare de/risola di Creta e la funzionalità del Jeudum ecc. 251

Nei territori dell'impero coloniale creato da Venezia a seguito della quarta crociata, l'isola di Creta costituisce senz'altro un esempio particolare per le modalità che vi assunse la dominazione veneziana. A differenza delle altre colonie 34 , in essa vi fu una cospicua immigrazione di cittadini veneziani ai quali il Comune concesse dei possedimenti terrieri che diedero un carattere stabile all'occupazione, ancorandola all'economia agraria dell'isola; in cambio della concessione i beneficiari dovevano assolvere un determinato numero di obblighi, tra cui quelli militari erano preponderanti. L'importanza che assume la conoscenza del regime socio-economico e giuridico del feudum veneto-cretese ai fini della valutazione della funzionalità di esso nell'ambito della dominazione veneziana di Creta, ha condotto chi scrive a studiare il funzionamento istituzionale della prestazione militare del feudatus 35 , nel tentativo dì rilevare la ripercussione che essa aveva a livello politico e socioeconomico sulla classe dei feudali veneto-cretesi. In quell'occasione , come già nel corso della tesi di laurea, mi domandavo se il notevole ruolo assunto dai feudati nel sistema difensivo della colonia fosse l'unica giustificazione storiografica della loro presenza sull'isola; in· altre parole, se la loro attività fosse fin alizzata alla sola "funzionalità" militare e, in caso di risposta negativa, quale ne fosse il significato complessivo di fronte alla Metropoli e alla società isolana. Il presente lavoro è legato concettualmente a questo interrogativo; esso non pretende in alcun modo di essere una ricerca esaustiva ma solo un'indi viduazione di problemi e, in alcuni casi, un inizio di risposte.

n. precede nte; nel 1224 con Teodoro e Michele Mclissinos, cfr. T-TH , II, n. 266. pp. 251-253; nel 1233 e nel 1234 con Nicola Eudaimonoia nnis e Michele Melissinos, cfr., rispettivamente, T-TH, II , n. 283, pp. 312-313 e ibid., n . 291, pp. 326-328: nel 1265 con Giorgio Chortatzis, Teodoro Chortatzis, Michele Skordilis Psaromjlyngos. Giorgio Skordilis Malafron, Michele Varuchas, Teodoro Sittino, Costa Subino, cfr. SCAFFINI , op. cit. , appendice, doc. 53; nel 1299 con Alessio Caliergi , cfr. C.D. MER01os, 'H ouv~11Y.l'J 'Eveto)v-KaÀì,.tgy11 ol ouvooruov, eç aùi:1)v xcn<:cAoyot, in "Cretid\ Chronica··, 3 (1949), pp. 262-292. 34 Sulle colonie veneziane in Romania v. S. BORSARI, Studi sulle colonie veneziane in Romania nel secolo Xli! , Napoli 1966 e T11m1F.T, Romanie , con la bibliografi a ivi eicata. ~s La prestazione dell'obbligo militare del ''fe11darus" venero-cretese (secoli X li/XIV) . in S. CosENTrNO, Aspeui e problemi del feudo veneto-cretese (sec. Xlii-XIV), Oologna 1987 (Quaderni della Rivista di Studi Bizantini e Slavi, 3), pp. 45-76.


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2. llfeudum come nucleo fondamentale dell'organizzazione militare dell'isola

Non è inesatto parlare di una vera e propria organizzazione militare predisposta dalla Metropoli in difesa della colonia. Infatti, sebbene in casi di straordinaria pericolosità si ricorresse alla leva generale di tutti gli uomini presenti nel territorio minacciato 36 , normalmente la tutela dell'isola era affidata a due sole catego1ie di combattenti: i feudati e gli stipendiarii. Tra esse, la prima era militarmente e socialmente di gran lunga la più importante. I nuclei più consistenti di feudati si insediarono a Creta nella prima metà del secolo XIII. Il principio ispiratore dell'insediamento, come si è già ricordato, consistette nell'assegnare ad ogni immigrato un complesso di beni, composto prevalentemente da case e terre 37 , in cambio di un determinato numero di prestazioni di diverso carattere: militare, amministrativo, fiscale ed economico 38 . Le prestazioni militari, che in questo momento interessano, si differenziavano a seconda che il beneficiario ricevesse un feudo di cavalleria o di sergenteria 39 ; la differenza elementare consisteva nel fatto che il possessore del primo, il miles, era tenuto a prestare il servizio a cavallo, mentre il possessore del secondo, il pedes, Io doveva prestare a piedi. 36

Cfr. QuATERNUS, n. 273, a. 1350: sotto la minaccia di una incursione turca il Consiglio dei Rogati dell'isola delibera che "ex parte dominii scribatur castellano Pediade quod debeat facere fieri preceptum omnibus personis ab armis habitantibus in istis predictis casalibus quod per totum debeant obedire suprascripto capitano ... " e Il. 258. 37 La struttura "tipo" del feudum veneto-cretese è stata descrittas dal BORSARI, p. 77, come l'insieme di tre componenti fondamentali: la terra , le case e i villani. 38 Oltre gli obblighi militari di cui si dirà più estesamente nel testo, i feudati, in virtù dei beni loro concessi erano tenuti ad adempiere le seguenti prestazioni: partecipazione ai diversi organismi consiliari - consilium Jeudatorum, co,ìsilium maius, consilium rogatorum - che affiancavano il Reggimento nella gestione dei poteri pubblici: cfr., Q uATERNUS; SANTSCHJ, Notion., pp. 52-58; Tu!RIET, Roman.ie, pp. 202-204; versamento di una imposta in denaro stabilita nel 1211 in 500 iperperi per sestiere e che nel 1316 era ancora della stessa entità: cfr. T-TH , II, n. 229, p. 132; Diplomatarium veneto-levantinum, a c. di G. THOMAS e R. PREDELLI, II, Venezia 1889, n. 56; SANTSCHI, Notion, pp. 87-89; fornitura di derrate di grano alla Signoria al prezzo stabilito da essa: cfr. SANTSCHI, Notion , p. 89; BORSARI, pp. 73-74; Duca di Candia. Bandi (1319-1329), a c. di P. RATl'I VIDULICH, Venezia 1965, nn. 2.58 e 268. 39 Una cavalleria o militia era composta da sei lotti di terreno; una sergenteria da un sesto cli cava!Jeria: "ita tamen, quod unusquisque miles ex vobis sex partes possideat et quilibet peditum unam tantum", T-TH, Il, rn. 229, p . 130.


L'organizzazione militare dell'isola di Creta e la funzionalità del feudum ecc. 253

Il complesso dei doveri militari che il feudatario era tenuto assolvere viene indicato nel linguaggio dell'amministrazione veneziana con il termine di varnitio, cioè equipaggiamento, munizione 40 . La nozione di varnitio indica in primo luogo la munizione di armi, cavalli e uomini che il beneficiario doveva assicurare al proprio possedimento; nel secolo XIII essa sottintende anche la fisica prestazione del servizio svolta personalmente dal feudatario. Nel secolo successivo questa seconda operazione si trova espressa con il termine di factio. Per spiegare l'insorgere di questo nuovo vocabolo si deve tenere presente che, nel '300, in conseguenza di un vistoso fenomeno di frazionamento del possesso feudale delineatosi a partire dalla seconda metà del secolo XIII, viene meno l'automatica corrispondenza tra feudo, onere e possessore che era stata caratteristica dell'età della prima colonizzazione, importando come conseguenza la possibilità che un medesimo bene possa trovarsi suddiviso tra più titolari. Nella nuova situazione, pur essendo tutti i titolari di un medesimo bene gravati collettivamente dell'onere, solo uno ne prestava materialmente il servizio, limitandosi gli altri a fornire i mezzi finanziari al mantenimento della varnitio del bene. Ciò rese necessario all'amministrazione veneziana l'uso di un nuovo vocabolo che specificasse chi tra i feudatari possessori di quote di uno stesso bene doveva disimpegnare il servicium. In sostanza nel secolo XIV l'obbligo militare per alcuni feudi si articolò in due diverse operazioni, la factio e la varnitio, non sempre eseguite dalla medesima persona. L'ammontare della varnitio era legato al valore economico del possedimento per cui differiva a seconda che questo fosse un feudo di cavalleria o di sergenteria. Per quanto concerne la cavalleria basandoci sulle notizie tramandate dagli atti di infeudazione 4 .1 , si può stimare che la sua varnitio comprendesse: da 2 a 3 cavalli; 2 o 3 scudieri; le armi del feudatario e dei suoi scudieri. La varnitio di una sergenteria era invece composta esclusivamente dalle armi del titolare. Da un punto di vista bellico v'è una grande differenza tra il miles e il pedes, rispecchiata nel diverso armamento che li contrad40

Cfr. 1: N IERMEYER , Mediae latinitatis lexicon minus , Le iclen 1976, s. v. war-

nire. 41 Si vedano i più volte citati nn. 229, 263, 322 di T-TH. Sulla entità delle varnitiones dei vari tipi di feudo v. anche l'ordinanza del duca di Candia Nicolò Tonisto (1232) , riportata in GERLAND , pp. 78-79.


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distingue. Il miles veneto-cretese in consonanza con il tipo generale di cavaliere medievale , era un guerriero pesantemente armato e catafratto sia nella persona che nel cavallo; le sue anni erano la lancia, la spada , la mazza e lo scudo; indossava una cotta di maglia che gli proteggeva tutto il corpo fino a)le ginocchia e aveva sul capo un elmo, probabilmente munito di nasale 42 . Il cavaliere aveva al suo seguito due, a volte tre, persone che si occupavano di varie attività, dalla pulizia delle armi, al nutrimento e strigliatura dei cavalli, all'aiuto militare fornito in battaglia: sono gli scudieri (scutiferi), personaggi cui erano affidate tutta una serie di mansioni per dir così "ausiliarie", ma la cui fondamentale fisionomia militare non può essere messa in discussione nelle circostanze di una conquista 4 3. Sull'armamento del pedes non si può dire nulla di preciso dato che egli , probabilmente in relazione alla sua minore efficacia bellica rispetto al cavaliere, non viene fatto oggetto di descrizioni particolareggiate nelle fonti veneto-cretesi; le fonti dicono solo che il fante dev'essere armato "sicut convenit" 44 , lasciando intendere che il suo armamento fosse di tipo tradizionale senza nessuna particolare caratteristica 45 . Accanto al miles, al pedes e allo scutiferus, la documentazione accenna anche ad una quarta figura di combattente; un personaggio che solo in base all'appellativo con cui viene menzionato , "servens" o "sergens" , non riusciremmo a distinguere dal fan te, anch'egli

42 Cfr. T-TH, II, 11. 229, p. 132: "D ebetis autcm .. . vos militcs, videlicet unusquisque ex vobis [habere] eq uum unum de armis et habere dcbet unusquisque mi les obergum aut p ançeram vel capirionem et alia arma, sicut decc t". Un utile confronto per verificare l'armamento del mi/es ve neto-cretese può essere fo rnito dall'armamento del cavaliere (;rociato del 1204, che sembra aver avuto un eq uipaggiamento molto simile: cotta di maglia che lo ricopre fino sotto le gi nocchia, scudo , sp ada, elmo, lancia. cfr. A. CARILE , Episodi della IV crociala nel mosaico pavirne,uale di S. Giovanni Ei:angelis,a di Ravenna , in Corsi di cultura s ull'arte ravennate e biz an tina , Ravenna 1976, pp. 116-120 . 43 Sugli scudieri cfr. F. MENANT, L es écuyers ("scutiferi") vassaux paysans d'Jtalie du N ord au Xlle siècle , in Structures fé odalés et f éodalisme dans l'Occident m éditenanéen (X"-X IJJ' siècfes). Bilan et perspectives de rech erches , Rome 1980, pp. 285297 . "" T-TH , Il . n. 229, p. 132: "peditum vero quilibet armatum esse debet, sicut convenit" . 5 • Si può supporre che l'armamento del pedes no n fosse molto dissimile da quello che caratterizzava normalmente il marinaio veneziano del secolo XII, cioè, lancia, spada, scudo, corpetto di cuoio: cfr. F .C . LA NE , Storia di Venezia , trad. it. Torino 1978, p. 59.


L'organizzazione militare dell'isola di Creta e la funzionalità del feud11m ecc. 255

spesso chiamato con lo stesso nome. Si tratta tuttavia di un combattente diverso, dotato di un complesso patrimoniale formato da mezza cavalleria ( = 3 sergenterie) e di conseguenza gravato da una varnitio più onerosa rispetto a quella del titolare di una semplice serge nteria : a differenza d el pedes questo combattente è infatti tenuto a servire a cavallo e d è obbligato a tenere al suo seguito un'altra cavalcatura ed uno scudiero 46 • La caratteristica che invece disti ngue militarmente il sergente a cavallo dal miles, il cavaliere, sembra connessa alla diversa qualità de ll'armamento: è infatti probabile che il primo non avesse né per sé , né per il suo destrie ro, una protezione cosl completa e costosa come quella che contraddistingueva l'armamento del secondo: Normalmente sia il cavaliere che il sergente a cavallo dovevano prestare il loro servizio grat uitamente al reggimento isolano per un periodo di circa tre mesi 47 • Sull a durata del servizio del fante non disponiamo al contrario di informazioni precise . Nell'ordinanza emanata nel 1232 dal duca di Candia Nicolò T onisto 48 , che costituisce una delle principali fonti per la ricostruzione del servicium del feudatario, si parla solo di milites e di militie, propriamente cavalieri e feudi di cavalleria, non ricavandosi nessuna notizia circa le sue prestazioni. A meno che non vi fosse un pericolo molto grave come m.1a rivolta della popolazione dell'isola o , nel secolo X IV, un'incursione turca - nel qual caso tutti i feudatari indipendente mente dai tempi e dalle modalità prescritte dalla consuetudine erano chiamati immediatamente alle armi - il servizio milita re si concretizzava in un'opera di sorveglianza dei castelli e dei luoghi fortificati dell'isol a. Un'attività collegata al servicium era l'obbligo per tutti i feudatari di presentarsi tre volte l'anno in una delle città amministrativamente più importanti di Creta - cioè, rispettivamente Candia, Canea e ·Retimo 49 - a l fine di consentire ai funzionari veneziani di contro[46

È da notare che questa figura di combatte nte era assente dall'esercito veneziano del 1211 , composto escl usivame nte da milites e da pedites. Sull'ammon tare de lla varnitio del sergente a cavallo. pe r il 1222. v. T-TH . Il. N. 263, p. 244; per il 1252. V. ibid., n. 322, p. 474. 47 Nella citat a ordinanza del duca Nicolò To nisto. ann o ·1232 . GERLAN D, p. 79, il mi/es è tenut o a servire "per ter tia m partem anni". cioè qu attro mesi; in un documento del 1350 contenuto in QU ,\TERN US , n. 275. il servizio è invece fissato a tre mesi. 4 R GERLAND, pp. 78-79. 49 Sulla convocazione de lla monstra varnitionis v. G. GRIVAUD • A. PAPADAKI .


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lare il loro equipaggiamento. Tale operazione, chiamata monstra varnitionum, era in pratica una rassegna generale della milizia dei feudati, voluta dalla Signoria per assicurarsi che tutti adempissero correttamente al dovere di varnitio. Forse in occasione di queste parate si eseguivano anche esercizi di addestramento militare. Condizione essenziale per mantenere il possesso del feudo era l'adempierne tutti gli oneri collegati con il godimento. Gli oneri potevano anche essere soddisfatti indirettamente tramite una persona divesa dal beneficiario nel caso in cui questi fosse una donna o un mfoorenne 50 , ma in ogni caso dovevano sempre essere espletati, pena, come si è detto, la perdita del bene. Tuttavia non era facile giungere al sequestro del feudo per l'inadempimento degli oneri. Per evitare ciò e dare così a tutto il sistema una minore rigidità, il diritto feudale dell'isola prevedeva una serie di sanzioni pecuniarie il cui peso variava a seconda della infrazione commessa: sono le cosiddette pene disvarnitionurn, che variavano appunto a seconda che nella varnitio di un feudo mancasse un'arma, uno scudiero o un cavallo 51 . Ci si può domandare se i feudati costituissero l'unica milizia destinata dalla Dominante alla custodia della colonia. Per rispondere a questo interrogativo bisogna cominciare con l'escludere tutti quei combattenti che le nostre fon ti menzionano generalmente sotto il nome di soldati 52 : essi infatti erano solo degli armati assunti e retribuiti dal reggimento locale o dalla stessa Signoria per far fronte a particolari esigenze belliche, cessate le quali terminavano il loro servizio. L'uso di essi era molto frequente ma in tutti gli esempi conosciuti si nota che il loro periodo di ferma era molto limitato: un L'institution de la "monstra Generale" de la cavalerie féodale en Crète et en. Chypre véniliennes durant le xvr siècle, in «Studi veneziani», n.s. 12 (1986), pp. 165-183; SANTSCHI, Notion, p. 74; F . TH!RlET , Régestes des délibérations des assem.blées vénitiennes concernant la Romanie, I, Paris-La Haye 1966, n. 410; H. NOIRET, Documents inédils pow· servirà l'histoire de la domination vénitienne en Crète de 1380 à 1458, Paris 1892, pp. 249-250. 5 Cfr. SANTSCH I, Notion, pp. 50-51 e 77 ; BORSARI, p. 85. 51 Cfr. SANTSCHI, Notion , p. 81: sull'entità pecuniaria delle pene disvamition.um per il secolo XIV, v. G ERLAND , p. 55. 52 Cfr. QuATERNUS, passim. L'uso di affiancarn contingenti di mercenari ad eserciti feudal i è comune a tulli gli stati medievali, cfr. F. LOT, L'art militaire el les armées au Moyen Àge en Europe et dans le Proche Orient , I, Paris 1947, p. 395, ed è fenomeno che si riscontra fin dall'età post-carolingia: J . BousSARD , Services feu daux, milices et mercen.aires dans l'armée en France aux X' et XI' siècles, in Gli ordinamenti militari in Occidente nell'Altomedioevo, I, Spoleto 1968, p. 145.

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mese, tre al massimo, dopodicché venivano congedati. Inoltre la cosa più rilevante è che la maggior parte delle azioni dei soldati erano compiute fuori dall'isola, cosa per i feudati giuridicamente inconcepibile dato che questi ultimi erano tenuti a servire solo sul territorio isolano 53 • I finanziamenti necessari al reclutamento di queste truppe erano a carico dell'amministrazione veneziana che, a sua volta, li ricavava da una differente serie di canali, tra cui vi erano anche le rendite dei feudi 54,. Quindi ad essere precisi, anche i soldati influivano indirettamente sul grado di efficienza della difesa della colonia, dato che il loro mantenimento ricadeva in parte sulle spalle dei feudati; su un piano strettamente giuridico-militare però, essi non possono essere considerati in nessun modo come una milizia stabilmente incaricata della tutela di Creta. Più consona all'esigenza di un nucleo di difensori stabili era la figura degli stipendiarii. Questi personaggi, in cambio di uno stipendium, - cioè una retribuzione mensile in denaro - erano stabilmente impiegati nell'amminfatrazione veneziana dell'isola, al servizio di quei funzionari cui erano affidati compiti che comportavano attività di carattere militare o di "pubblica sicurezza" 55 . Di norma gli stipendiarii esercitavano pjù funzioni di polizia che propriamente militari, essendo più spesso impiegati contro ladri e briganti; è comunque difficile negare loro una fisionomia militare se si pensa che essi costituivano una parte delle guarnigioni veneziane che presidiavano i castelli dell'isola 56 . Se il loro numero non doveva essere complessivamente molto elevato rispetto a quello dei feudati, non bisogna per ciò sottovalutarne l'importanza nel sistema militare dell'isola; gli stipendiarii, al contrario, rappresentavano l'unico corpo stabile di armati al diretto servizio del reggimento locale, sia di fronte alla popolazione cretese, sia di fronte ai feudati 56 b. 53

Unica eccezione, in taluni casi, poteva essere il servizio nell'armata di Modone-Corone, cfr. T-TH, Il, n. 229 , p. 133 e SANTSCHI, Notion, p . 71. 54 . E sempi di finanziamenti sta nzi ati dai feudati a questo proposito in Q UATERNUS, nn. 18, 19, 99, 100, 103, 164, 280. 55 Si pensi ad esempio ai capitanei super furtis o ai castellani, sulle cui funzioni V. THIRIET, Romanie, pp. 236, 239, 252; SCAFFINI, op. cit., pp. 45-47; J. JEGERLEHNER, Beitrage zur Verwaltungsgeschichte KaruLias im XIV Jahrhundert, in "Byzantinische Zeitschrift" , 13 (1904), pp. 444-445. 56 fino alla prima metà del secolo XIV una parte delle guarnigioni dei castelli era composta anche da feudatari o da loro sostituti: cfr. Duca di Candia. Bandi, cit., n . 394 e GERLAND, p. 50. 56b Sulla figura degli stipendiarii cfr. C. ANCONA, Milizie e condottieri, in Storia d'Italia, V, / Documenti, Torino 1973, p. 661.


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In caso di pericolo molto grave tutta la popolazione di Creta, indipendentemente da ogni gerarchia sociale e divisione etnica, veniva chiamata a difenderla. Sull'isola era in uso la tattica che potremmo definire della "difesa territoriale": cioè la mobilìtazione avveniva solo nella regione direttamente minacciata dal nemico, concentrando tutti i feudatari residenti in essa in alcune sue località. La storia dei compartimenti amministrativi che suddividevano l'isola malgrado sia a grandi linee abbastanza nota è tutt'altro che conosciuta nei particolari. Sappiamo che con la venuta veneziana Creta venne divisa in sestieri a somiglianza della città metropolitana 57 ; forse le ragioni che spinsero ad adottare questo tipo di suddivisione riposavano su finalità eminentemente militari: è noto infatti che ìl sistema di reclutamento veneziano si giovava proprio della divisione in sestieri per comporre l'unità-base del suo reclutamento, la cosiddetta "duodena" 58 . Comunque sia nella colonia tale ripa1tizioné dagli inizi del secolo XIV pare non essere più funzionante, sostituendosi al suo posto una divisione per distretti 59 . Intorno al detto periodo l'isola fu divisa in quattro distretti a capo dei quali stavano le più importanti città cretesi: Candia, Canea, Retimo e Sitia. A Candia risiedeva il duca di Creta, il funzionario più importante di tutta l'amministrazione veneziana e supremo rappresentante della Signoria sull'isola; i rimanenti centri erano invece sotto la giurisdizione di rettori 60 . Dopo Candia spiccava per la sua rilevanza politica la Canea che sin dalla sua occupazione, nel 1252, godette di una posizione di notevole autonomia amministrativa nei confronti di Candia 61 . Sitia era amministrativamente la meno importante, particolare questo che risalta chiaramente se si pensa che i feudati residenti nel suo distretto dovevano ostendere varnitiones non in essa· ma a Candia 62 . 57 Cfr. la " sexteriorum cretensium in militias divisio" , in T -TH , II, n. 232, pp. 143-145 . 58 Sulla "duodena", v . LANE, op. cit. , pp. 59-60. 59 Cfr. THIRIET, Romanie , p. 252; G . GEROLA, Monumenti veneti dell'isola di Creta , I, Venezia 1905, p. XLIV; JEGERLE.HNER, Beitriige zur Verwaltungsgeschichte, cit. , p. 439. <,o Secondo THIRIET, Romanie, p. 184, n. 3, la rettoria di Retimo fu creata nel 1307 e quella di Sitia nel 1314. La rettoria della Canea fu sancita all'atto della Concessio Canee nel 1252. 61 Si veda la citata Concessio Canee in T-TH, II, n. 322, p. 471, dove, a differenza delle infeudazioni precedenti, la ripartizione dei feudi venne effettuata dal "capitaneo et eius consciliariis" come delegati territoriali del duca di Candia. 62 Cfr. GERLAND , p. 56.


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All'interno di ogni distretto ulte!iori suddivisioni erano costituite dalle castellanie. A capo di esse stava il castellanus, un funzionario che aveva al suo servizio una guarnigione composta in parte da feudatari e in parte da stipendiati e che esercitava entro l'area di competenza del castello un certo potere giurisdizionale su tutta la popolazione residentevi. Quando si profilava una minaccia militare i feudatari di ogni distretto si riunivano nel castello più vicino alla località minacciata o, più spesso, nelle rispettive città, dove, inquadrati in formazioni dette banderie 63 , venivano mandati a presidiare i punti più pericolosi della regione. Era anche possibile che un contingente appartenente ad un determinato distretto fosse inviato a presidiare località appartenenti ad un altro, qualora in questo non vi fossero feudatari sufficienti per difenderlo adeguatamente 64 . Dunque il sistema pur essendo basato sul principio della "difesa territoriale" non era privo di una certa elasticità ed era amministrativamente ben congegnato. 3. Il Jeudum come base istituzionale per l'esercizio di funzioni amministrative

Si è visto nelle pagine precedenti quale grande ruolo svolgesse il feudum veneto-cretese come componente fondamentale del sistema di difesa dell'isola. Ciò nonostante se non ci sforzassimo di penetrare ancor di più all'interno della sua struttura ne avremmo ancora una visione largamente incompleta: accertata quella che è indubbiamente la finalità "prima" di esso, cioè la militare, sottolineata dalla originaria terminologia adoperata nelle fonti al suo riguardo - militia, cava/aria, serventaria - esistono altri rilevanti aspetti della sua funzionalità sociale? Il rapporto di subordinazione tra la Signoria e i suoi milites non va immaginato in maniera troppo rigida. Le direttive impartite dalla Signoria non erano automaticamente recepite e applicate, tramite la mediazione del Reggimento, dai feudatari, perché diverse erano le resistenze e i dissensi opposti da essi. La volontà della Metropoli poteva urtare, soprattutto in campo economico, contro il personale 63 Le banderie erano piccole unità militari composte da un numero oscillante dai 15 ai 20 uomini: V. QUATERNUS, n. 54; THIRIET, Romanie, p. 254; NOIRET, Documents inédits, cii. , p. 40. 64 Cfr. QuATERNUS, n . 54 e NOIRET, Documents inédits, cit.' p. 35.


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interesse dei feudati: basti pensare al diffusissimo fenomeno delle disvarnitiones, che da un punto di vista amministrativo non rappresenta altro che una sottrazione di risorse dal pubblico al privato. Inoltre non bisogna credere che tutte le decisioni politiche fossero prese da Venezia. Infatti la gestione di molti problemi, specialmente di ordine militare , era spesso delegata alla competenza del Regimen cretese; questo, formato dal duca di Candia e dai suoi consiglieri, il più delle volte non decideva solo ma con l'ausilio del consilium rogatorum Candide. Il funzionamento e l'attività dei consigli veneto-cretesi che affiancavano istituzionalmente il Reggimento nel governo· dell'isola non è stata adeguatamente sottolineata 65 . Esistevano tre organismi: il consilium feudatorum, il consilium maius e il consilium rogatorum 66 • Non si hanno notizie precise circa l'origine di essi 67 ma è da ritenere che la loro formazione segua di pari passo i mutamenti della distrettuazione della colonia. Nel '300 tutte le città "capoluoghi" di distretto, Candia, Canea, Retimo, con eccezione di Sitia, avevano ognuna un proprio Consiglio dei Feudatari e un Maggior Consiglio, mentre il Consiglio dei Rogati sembra fosse presente nella sola Candia 68 . Il consilium feudatorum era composto da tutti i feudatari veneziani ad esclusione di quelli di altra origine; i cretesi, quindi; di qualsiasi estrazione sociale ed anche se possessori di feudi normalmente ne erano esclusi 69 . Le sue mansioni erano molto generali: ratificava 65 Cfr . .SANTSCHI, Notion, pp. 52-58; THIRIET, Régestes des délibérations des assemblées véniLiennes, cii., I, pp. 21-22; ID., Romanie, pp . 206-207. 66 Cfr. QUATERNUS , pp. VII-XIII. 67 L'origine dei doveri concernenti la partecipazione ai consilia viene fatta risalire da SANTSCHI, Notion , p. 52 al dettato della Concessio insule Crele, T-TH, II, n. 229, p. 133, laddove si afferma: "Debetis etiam dare fortiam et virtitutem Duci, qui pro nobis et successoribus nostri erit in civitate Candide, ad iustitias et rationes complendas". Se è facile supporre che la prima assemblea a funzionare sia stata il consilium feudatorum, formatosi a Candia, alla Canea e poi anche a Retimo, dalle rispettive universitates feudatorem, ignoriamo completamente quando tali assemblee abbiano assunto un assetto istituzionale stabile. 68 V. supra, n. 66. La singolarità del consilium rogatorum è forse da attribuire al fatto che il distretto di Candia sosteneva il peso maggiore del prelievo fiscale operato dalla Metropoli, perché maggiormente sviluppato economicamente e più densamente popolato. 69 Cfr. THIRIET, Romanie, p. 209. Ritengo doveroso precisare che ci sono rimaste solo le deliberazioni delle assemblee candiote; quindi l'analisi che seguirà, solo per analogia può essere estesa al funzionamento dei consigli della Canea e di Retimo.


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lo stanziamento da parte delle rispettive universitates feudatorum di cospicue somme di denaro, in genere finalizzate alla difesa dell'isola 70 ; formulava e discuteva le richieste delle ambascerie che i veneto-cretesi inviavano al doge, l'unico canale istituzionale con cui gli · abitanti della colonia potevano comunicare direttamente con il governo centrale 71 ; eleggeva cariche di scarsa importanza 72 e si occupava infine di questioni inerenti la vita di tutti i giorni, come, per esempio, il reclutamento dei medici, di cui si aveva un gran bisogno sull'isola specialmente dopo la peste nera del 1348 73 • L'importanza di questa assemblea non è tanto legata alle materie che vi si trattavano, quanto alla sua peculiare funzione di "serbatoio" di reclutamento per i membri del Maggior Consiglio e del Consiglio dei Rogati, organismi, soprattutto l'ultimo, dotati di ben maggiore importanza 74 . Il consilium maius era formato da circa 300 persone elette ogni anno dal Reggimento con la collaborazione di 25 nobiles viri 74 \ nel Trecento comprendeva solo i feudatari abbienti della colonia, dovendo ogni suo membro essere di "bona conditione ac fama laudabili" 75 . Questa assemblea si occupava prevalentemente di que70 Per esempio: nel 1345 i feudatari di Candia decidono di accollarsi la metà delle spese necessarie all'armamento di galere da inviare in aiuto della lega cristiana capeggiata da Umberto di Vienne, QuATERNUS, n. 18; nel 1346 stabiliscono di versare 6.000 iperperi alla Signoria per far fronte alle spese militari seguite alla rivolta di Zara, ibid., nn. 103 e 104. Non a caso alle deliberazioni del consiglio erano sempre presenti i camerarii feudatorum , p. es., ibid., n. 34. 71 lbid., nn. 67 e 217. 72 Come il ponderato, ad farinam, ibid., n. 78. 73 Per l'assunzione e il pagamento di cirurgici, ibid., n. 28 e passim; per l'assunzione di un maniscalco, ibid. , n. 42. 74 Cfr. SANTSCHI, Notion, p. 53; THIRIET, Problemi dell'amministrazione veneziana, cit., p. 781; lo., Régestes des délibérations des assemblées vénitiennes, cit. , I, pp. 21-22; lo. , Romanie, pp. 205-206. 74 Ci è pervenuta la lista degli appartenenti al Maggior Consiglio candiota relativa all'anno 1360 (330 membri) e si legge in THIRIET, Régestes des délibérations des assemblées vénitiennes, cit. , I, pp. 315-318. 75 Nel secolo XIV l'ammissione al consiglio, in analogia con quanto succedeva a Venezia dopo la "serrata" del Maggio r Consiglio (1297), era ristretta ad un relativamente limitato numero di persone, dato che per esservi ammessi bisognava dimostrare di aver avuto un antenato che ne era stato membro: "Cum egregiis dominis Rogerio Ruçini et Paolo Zane honorabilibus consiliariis et rectoribus Crete suplicaverit (Scopelletus J de Gradu quatenus dignarentur eum ex gratia constituere de maiori consilio et eidem dominationi constiterit per (***) quorundam testium fidedignorum productorum per eum quod Ser Iacobus de Gradu condam pater eius fuit de

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stioni riguardanti la vita quotidiana e l'ordine pubblico della colonia 76; inoltre eleggeva al proprio interno un certo numero di importanti cariche dell'amministrazione isolana, come il partito,, il suprapartitor, il capitaneus super furtis, il camerarius feudatorum 77 . Sempre all'interno di esso si nominavano i personaggi che pro parte feudatorum venivano incaricati di guidare le ambascerie inviate a Venezia, e si ratificavano le decisioni prese nel Consiglio dei Feudatari 78 • Il consilium rogatorum era l'assise numericamente più ridotta essendo composto da circa 90 membri, sce lti annualmente nel Maggior Consiglio candiota nella misura di 30 a testa dal duca di Candia e dai suoi due consiglieri 79 • A differenza delle altre assemblee che, come si è detto, trovavano delle istituzioni analoghe a Canea e a Retimo, esso sembra essere stato attivo nella sola città di Candia. Il suo particolare rilievo nell'ambito dell'amministrazione veneto-cretese è sottolineato dal fatto che a presiederlo era chiamata la massima autorità dell'isola, il duca. Le competenze del consiglio erano molto vaste e andavano dalla organizzazione della difesa dell'isola, sia interna che esterna, alle indicazioni di politica commerciale e alle norme di ordine pubblico; indubbiamente però la materia caratterizzante era l'elaborazione delle misure concernenti la politica militare della colonia 80 . Sempre ad un ambito militare rimandano le cariche maiori [consilio) et est visus aliquando esse personaliter in <lieto consilio more aliorum, considerata bona conditione ac fama laudabili per suprascriptos dominos consiliarios et rectores conceditur eidem Scopelleto de G radu facta esse gratia quod sit de cetero in isto consilio" , QlJATERNUS, n. 16. 76 Per esempio: nel 1345 il consiglio assegna 25 iperperi " pro gratia et ellimosina" alle donne di Ca' Marino, perché le case che possedevano, unica loro fonte di reddito, erano bruciate: QuATERNUS , n. 45; nel 1346 ordina che anche i bu.rgenses contribuiscano agli aiuti finanziari forniti alla Signoria in occasione della rivolta di Zara del 1344, fino a quel momento versati solo dai feudali: ibid. , n. 100; nel 1350 stabilisce che la devastazione di un orto causata da una qualsiasi persona , sia pure attraverso uno sconfinamento di animali ad essa appartenenti, sia 'punita con una multa: ibid. , n. 122. 77 li partitor era l'ufficiale incaricato cli contro li are in prima istanza gli avvicendamenti dei titolari dei feudi e le loro vamition.es, cfr. QUATERNUS, n. 33 e passim: il suprapartitor era incaricato di sindacare il lavoro del partitor in seconda istanza, ibid., nn. 246 e 247; il capitan.eus su.per furtis aveva il compito di ispezionare il distretto e arrestare e processare i colpevoli di furto, ibid. , nn. 14, 77, 111,144; il . camerarius feu.da1orum era il gestore della cassa dei feudatari, ibid., n. 122. 78 lbid., n. 68 e passim. 79 lbid., n. 8. 80 Nel gennaio del 1345 il consiglio approva una ducale che invita i feudatari a contribuire all'armamento delle galere da inviare a Smirne in soccorso della lega anti-


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la cui elezione spettava ai Rogati: i capitanei delle banderie 81 e i supracomiti delle galere armate a Creta 82 . L'autorità del consilium rogatorum era certo limitata dalla presenza del Reggimento ma sarebbe ingiustificato negare ad esso un qualsiasi peso politico. A conferma di ciò si pensi che malgrado il mandato dei rogati fosse annuale, molti dei loro membri più prestigiosi e politicamente influenti erano rieletti per diversi anni consecutivamente 83; questi personaggi appartenevano alle famiglie del più tradizionale patriziato veneziano, come i Corner, i Dandolo, i Gradenigo, i Da Molin, i Mudazzo, i Querini , i Venier, famiglie che contavano numericamente più membri fra tutte quelle presenti all'interno dell'assemblea 84 . La persistenza di questo ceto di maiores, oltre a far ipotizzare che a Creta - come già a Venezia - si assista , nel Trecento, alla formazione di una oligarchia assumente saldamente nelle proprie mani la dirigenza della cosa pubblica, testimonia l'importante ruolo rivestito dal consiglio. La circostanza che le decisioni prese da questi nobiles viri fossero poi sottoposte al giudizio del Reggimento, non pregiudica assolutamente che l'elaborazione delle più importanti misure concernenti l'isola era in molti casi delegata dalla Signoria, in pratica, alla esperienza ed al prestigio di un ristretto numero di feudatari. In questi casi le decisioni non partivano dal centro per arrivare alla periferia ma seguivano un percorso esattamente contrario: da Creta, attraverso una serie di controlli istituzionali, arrivavano a Venezia. Riguardo alla gestione della cosa pubblica, quindi, almeno per ciò che concerne la sfera turca, ibid., n. 19; nello stesso anno a causa dei dazi commerciai.i imposti a Rodi dai cavalieri Ospitalieri, il consiglio proibisce ad ogni nave alla fonda a Creta di salpare alla volta di Rodi, sancendo in pratica un embargo commerciale nei confronti dell' isola, ibid. , n. 126; nel 1347 e nel 1348 e labora normative favorevoli al ritorno a Creta dei banniti per reati minori, al fine di favorire il ripopolamento dell'isola, ibid., nn. 139, 171, 209; nel 1350 delibera che siano annate galere "pro reparatione iniurie irrogate nequitia e t hostilitate per Ianuenses de Gaffa et Pera navigiis Veneciarum et Crete", ibid. , n. 280. 81 lbid., n. 49. 2 ~ /bid. , n. 36 e passim. 83 Alessio Corner, per esempio, è eletto nel 1341 , 1345, 1346 , q48, 1350 e 1360 (cfr. ibid., rispettivamente, nn. 8, 17, 82, 127, 188,215,244 e THIRIET, Régestes des délibérations des assemblées, cit., I, pp. 319-322). Non ci sono pervenute le elezioni relative al periodo 1343-1344 e 1351-1359, ma è probabile che Alessio sedesse nel consiglio anche in quegli anni. 84 V. i docc. citati alla nota precedente, che contengono gli elenchi delle famiglie elette nel Consiglio dei Rogati in quegli anni.


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politico-militare, la visione di una rigida centralizzazione dovrebbe lasciare il posto a quella di una collaborazione istituzionale tra l'oligarchia della Metropolì e quella della colonia. Questo discorso si arricchisce se si pone mente alle modalìtà di reclutamento del personale dell'amministrazione veneziana di Creta. Una parte di esso, soprattutto quella destinata a ricoprire gli incarichi che comportavano l'esercizio di poteri giudiziari, era di norma reclutata a Venezia e inviata sull'isola per un periodo di due anni 85; un'altra parte, era invece assunta dalla popolazione veneziana residente in modo stabile nell'isola. Come si è detto molti di questi ultimi funzionari erano scelti tra i membri dei tre consigli, fatto che in altri termini significa che la maggioranza delle cariche spettanti ai veneto-cretesi, o quanto meno le più importanti, era istituzionalmente riservata ai feudati . In sostanza non si può negare che essi esercitassero funzioni che andavano al di là della pura sfera militare, collocandosi nel più generale quadro delle prestazioni pubblicistiche, non solo indirettamente come per l'obbligo militare, ma direttamente come rappresentanti del publicum di fronte alla società isolana: come concepire · altrimenti il ruolo svolto in qualità di membri dei consigli o di funzionari amministrativi? La visione dei feudati come "semplici" concessionari di beni in cambio di servizio militare risulta riduttiva e, in ultima analisi, non condivisibile, perché in diretta connessione con il possesso condizionato la loro attivitit appare molto più complessa.

4. Il feudum come azienda signorile per lo sfruttamento fondiario

Le rendite ricavate dai feuda non erano finalizzate alla difesa solo mediante le spese necessarie al mantenimento della varnitio . Quando la Signoria doveva fronteggiare situazioni che imponevano un certo sforzo finanziario, come il riattamento di fortificazioni, l'armamento di galere o il pagamento di soldati, ricorreva consuetudinariamente all'aiuto dei propri sudditi, che si concretizzava o sotto la forma di prestazioni d'opera o sotto la forma di contribuzioni pecuniarie. Soprattutto in quest'ultimo caso l'aiuto dei feudati era fondamentale: essi venivano gravati di oneri molto pesanti e se volessimo schematizzare le modalità del prelievo fiscale operato dalla Metropoli nel corso di tali evenienze, potremmo dire che esso 85

Cfr. 1ì-IJRIET, Romanie, p. 215;

SCAFFINI,

op. cit., p. 36.


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si ripartiva tra il Reggimento, i feudati e il resto della popolazione 86 . Le ragioni che motivano una tale ripartizione del carico fiscale sono senza dubbio connesse alla consistenza patrimoniale dei feudati; ciò porta a studiare le basi della loro attività economica. A tale riguardo le osservazioni fatte alla fine degli anni '50 da F. Thiriet relativamente alla non partecipazione della classe dei feudati in generale al commercio, soprattutto marino, né nella veste di agenti, né in quella di finanziatori 87 , nel complesso sono ancora valide. Nella maggior parte dei casi essi ci si presentano sotto le vesti di signori agrari, legando la propria attività all'opera di sfruttamento dei territori dell'isola. Complesso e non affrontabile in questo lavoro è il problema del perché essi, contravvenendo alla caratteristica più evidente de] patriziato veneziano, cioè la diversificazione dell'investimento nel traffico commerciale e nell'acquisto di beni immobili 88 , non partecipino al finanziamento del commercio; le motivazioni di ciò sono probabilmente da ricercare sia nel complesso delle condizioni dell'intera economia isolana 89 , sia nella poliCfr. QUATERNUS, nn. 18, 53, 67, 100, 103, 164. TuIRIET, Romanie, p. 277, basa la sua affermazione s~ll'analisi degli atti .,rogati dal notaio Benvenuto da Bòxano (cfr. Benvenuto da Brixano notaio in Candia }1301-1302) , a c. di R. MOROZZO DELLA ROCCA, Venezia 1950) da cui risulta che sono i burgenses gli investitori nel traffico marittimo. Anche negli atti notarili di Zac·caria de Fredo si nota lo stesso fenomeno: su un totale di 9 prestiti marittimi e di 2 colleganze, tra i contraenti non compaiono mai feudatari , ma solo burgenses, latini , greci o ebrei: cfr. Zaccaria de Fredo notaio in Candia (1352-1357) , a c. di A. LOM· BARDO, Venezia 1968, nn. 2, 14, 39, 40, 41, 42, 61, 72, 73 , 85 , 91. Si tenga presente, inoltre, che nelle sentenze emanate dal tribunale del duca di Candia, di cui E. Santschi ha valentemente edito in forma di regesto quelle relative al periodo 1363-1399, le cause giudiziarie di cui sono protagonisti i feudatari riguardano prevalentemente beni dotali, vendite, locazioni o contestazioni di terre, riscatti di schiavi, liti con villani, debi ti, presentandoci la vita economica dei feudatari legata essenzialmente al mondo rurale, cfr. ID. , Régestes del Arrets civils et Memoriaux (1363-1399) des Archives du due de Crète, Venise 1976, passim. La non partecipazione al finanziamento del commercio è stata provata dal BORSARI, pp. 85-86, anche per il secolo XIII. 118 Questa caratteristica emerge fin dal secolo IX: cfr. G. LUZZATTO, Les activités économiques du. Patriciat vénitien (X' -X!V' siècles), in ID., Studi di storia economica, Padova 1954, p. 127. 89 Sembra che nei territori dell'interno dell'isola si avesse in prevalenza l'affermazione di una economia naturale: cfr. THIRIET, Romanie, p. 258; BORSARI, p. 79; ABRATE, Creta colonia veneziana, cit., p. 267. Sulla vita economica di Creta v. anche: E.A. ZACHARIADU, Trade and Crusade. Venetian Crete and the Emirates of Mentesche and Aydin (1300-1415), Venice 1983, pp. 123-173; A.E. LAIOU, Quelques observations sur l'économie et la société de la Crète vénitienne,. in Bisanzio e l'Italia. Raccolta di studi in memoria di Agostino Pertusi, Milano 1982, pp. 117-198; M. MAW8(,

87


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tica commerciale di Venezia nei confronti della colonia, e meriterebbero uno studio a parte. Senza dubbio la predisposizione per un'economia di carattere essenzialmente agrario era favorita dal tipo di dotazione di cui i feudati beneficiarono, composta prevalentemente da terre di varia qualità con i relativi villaggi di contadini (casali, xwQCa) che le popolavano. Ad un ambiente urbano riportano solo gli edifici domestici che pure facevano parte di quella dotazione, i quali però non è detto si trovassero tutti in città, ed è anzi probabile che alcuni si trovassero in campagna insieme ad altre costruzioni come frantoi, forni o mulini. Il tipo di dotazione, la situazione sociale delle campagne cretesi prima della conquista veneziana 90 , e la condizione di una parte considerevole della popolazione contadina indigena che - indipendentemente dal problema di un peggioramento o meno delle condizioni di essa nel trapasso dalle due dominazioni - risulta in età veneziana fortemente limitata nelle sue prerogative a vantaggio del ceto dei conquistatori 91 , fanno pensare che la gestione economica del feudum fosse modellata sulle strutture della signoria rurale. wrsT, Capitalismo commerciale ed agricoltura, in Storia d'Italia, Annali, I, Dal feuda lesimo al capitalismo, Torino 1978, pp. 464-472; H. KOEPSTEIN, Zur Landwirtschaft Kretas Ende des I 5 Jahrhunderts (nach Stephanos Sachlikis) , in "Studi Veneziani", 2 (1969), pp. 43-56; F. THIRJET, Villes et campagnes en Crète vénitienne au XIV' et XV" siècle, in Io., Etude sur la Romanie, cit. , XV; Cfr. anche .il recente articolo dì M. GALLINA, Finanza, credito e commercio a Candia tra la fine del XIII secolo e l'inizio del XIV, in «Atti e Memorie della Accademia delle Scienze di Torino, II, Classe di Scienze Morali, Storiche e Filosofiche» s. V, voi. 7-8, Torino 1986. 90 "All'inizio del XIII secolo la situazione sociale in Creta presentava gli stessi caratteri che si manifestavano nel mondo bizantino contemporaneo: Io sviluppo della grande proprietà, ecclesiastica e laica, la tendenza aUa scomparsa della piccola proprietà e la riduzione allo stato servile dei contadini": BORSARI, p. 13; alle pp. 13-20 sono discusse le scarse notizie che ci rimangono di Creta nell'età immediatamente precedente alla conquista veneziana. Notizie su Creta bizantina anche da H. G LYKATZI-AHRWEILER, L'administration militaire de la Crète byzantine, in "Byzantion '', 31 (1961), pp. 217-228. 91 Secondo F. THIRJET, Romanie, p. 295 e Io., La condition paysanne et !es problèmes de l'exploitation rurale en Romanie greco-vénilienne , in "Studi Veneziani" , 9 (1967), p. 45, la fondamentale differenza giuridica all'interno della classe dei villani era tra villani communis , cioè dipendenti dal!' amministrazione veneziana dell' isola, e villani militum o ecclesie, dipendenti da feudatari o da fondazioni religiose. Lo studioso francese, seguito in questo da D . JACOBY, Les états latins en Romanie: phénomènes sociaux et économiques (1204-1350 environ) , in XV' Congrès international d'Etudes Byzantines, I, Athèncs 1976, p. 38, ora rist. in Io., Recherches sur la Mediterranée orientale du Xll' au XV' siècle, London 1979, I, ritiene che la condizione socioeconomica dei villani communis fosse migliore rispetto a quella dei villani militum; E.


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Due testimonianze, entrambe del secolo XIV, confortano questa supposizione: la prima, del 1307, è l'elenco dei redditi del casale di Lombari, vicino a Lassiti (parte orientale dell'isola) , di proprietà di un feudatario, Andrea Corner 92 ; la seconda, del 1374, concerne la rendita di una serventeria della cavalleria "de Castri" (luogo non identificato), contesa tra la famiglia dei Caliegi e quella dei Venier 93 . Queste testimonianze, data la loro esiguità numerica, consentono di formarsi solo un'idea molto approssimativa della composizione della rendita feudale a Creta, ma conservano un valore, forse paradigmatico, per verificare in concreto il funzionamento e l'articolazione economica del feudum. Nel primo documento citato la quota più consistente del totale della rendita del casale è quella costituita dalle prestazioni e servitia resi dai villani ad Andrea Corner: dacia, caneschia et langarie per un valore del 31,9% 94 . Le caneschie consistono in una serie di "doni" di varia consistenza e di natura quasi certamente non monetaria 95 , che il villano è tenuto ad offrire al proprio signore in occasione di particolari ricorrenze 96 . Le angarie sono invece le prestazioni d'opera che il parico presta gratuitamente sulle terre gestite direttaSANTSCHJ, Notion , p. 173 e Quelques aspect du statut de n.on-libres en Crète au XIV' siècles, in "Thesaurismata" 9 (1972), p. 111, contesta recisamente tale convinzione sulla base della documentazione giuridica, dalla quale non emerge nessuna sostanziale differenza tra queste due categorie di villani: su questo punto v. infra, n. 100. Sullacondizione giuridica e socio-economica dei villani cfr. anche BORSARI, pp. 8796, lo studio di M. GALLINA, Vicende demografiche in Creta nel corso del secolo XIII, in "Quaderni della Rivista di Studi bizantini e slavi", 2 (1984), pp. 9-48, e le valutazioni di N .P. Sokolov riferite da A .P. KAZ.DAN e Z .V . UDALICOYA, Nou.veaux travaux de savants soviétiques sur l'histoire économique et sociale de Byzance, in "Byzantion", 31 (1961), p . 202. 92 E sistono due copie del documento contenute nei Commemoriali, le quali presentano delle lievi differenze l'una dall'altra: entrambe sono edite e discusse in BORSARI, p . 81, n. 76. 93 Il testo del documento, mutilo sia dell' inizio che della fine, è riportato in SANTSCHI, Régestes des À.rrets civils, cit., memoriale n. 735. 94 "In prima de dacii et de chaneschii et de langarie de villani XXXIIJ a rason de perperi VII -;- per homo, perperi CCLXXXX.IJ": BORSARI, p. 81, n. 76. 95 Sui xo.v~axw, cfr. G. OSTROGORSKIJ, Pour l'histoire de laféodalité byzantine, Bruxelles 1954, p. 116. 96 Cfr. il doc. n. 459 di Leonardo Marcello notaio in Candia (1278-1281) , a c. di M . CHIAUDANO e A . LOMBARDO, Venezia 1960, dove Giorgio Vlacho, villano, per aver ricevuta in locazione una vigna deve portare al locatore canischia, per un valore complessivo di 4 grossi, il giorno di Natale, il giorno dei SS. Apostoli (29 giugno), il giorno delle Ceneri, e a Pasqua; v. anche nn. 14 e 481.


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mente dal signore, l'insieme delle quali forma quella parte dell'azienda che con terminologia mutuata dalla storia agraria francese si è soliti definire come "riserva signorile" (pars dominica). Non conosciamo con esattezza il numero di giornate lavorative che dovevano essere prestate nell'arco di un anno; per la prima metà del secolo XIII si è pensato ad un giorno di lavoro alla settimana 97 • L'identificazione dei dacia presenta maggiori difficoltà; il termine, interpretato nel suo significato letterale di "azione del consegnare" , "del dare", potrebbe fare pensare ad una loro affinità con le caneschie ma evidentemente non si tratta di ciò, dato che, se così fosse, non si comprenderebbe perché l'estensore del documento abbia utilizzato due termini differenti per indicare il medesimo canale di percezione. Né si tratta di prestazioni assimilabili alla pentamaria e alla decaria, prelievi percentuali rispettivamente di 1/5 e di 1/10 sui prodotti ricavati dall 'allevamento degli animali (uova, formaggio, ecc.) 98 , operati dal feudatario sulla produzione del villano; queste prestazioni compaiono nei redditi del casale ma essendo registrate sotto una differente voce escludono anch'esse una loro identificazione con i dacia. È invece assai probabile che i dacia villanorum debbano essere ricondotti all'antica tassa che il contadino bizantino pagava allo stato in proporzione alla dotazione zootecnica posseduta, il cui ammontare, registrato nei ruoli fiscali, era detto àxQ6a-nxov 99 . La persistenza di questa tassa in età veneziana e la sua riscossione da parte del feudatario, relativamente ai villani dipendenti, è attestata sull'isola dalla prima metà del secolo XIII 100 ; in quel 97

BORSARI, p. 89.. Una sentenza del tribunale del duca di Candia del 1416 riferendosi ai villani parla degli "animal.ia sua grossa et minuta, de quibus excucitur decima pars et quinta pars omni anno secundum consuetudinem locorum" a vantaggio dei feudatari: cfr. SANTSCHI, Notion, p. 176. n. 21. 99 Cfr. G. OSTROGORSKIJ, Condizioni agrarie dell'Impero bizantino nel Medioevo , in Storia economica Cambridge, I , L 'agricoltura e la società rurale nel Medioevo, trad. it., Torino 1976, p. 285 e Io., Pour l'histoire de la féodalité, cii. , 303-305. Nella prassi dell'amministrazione bizantina, l'àx.e6m:txov, indicava l'ammontare della somma che un possessore doveva pagare in relazione ai suoi beni descritti su una riga (mtxoç) di registro, cfr. N. SvoRONOS, Recherches sur le cadastre byzantine et la fiscalité au xr et XII" siècles: le cadastre de Thèbes, in "Bulletin de Correspondance Hellénique", 83 (1959), p. 32, ora rist. in Io ., Etudes sur l'organisation intérieure, la société et l'économie de {'Empire Byzantine, London 1973, XIII. Sull'àxQ6onxov cfr. anche A. CARILE, La rendita feudale nella Morea Latina del XIV secolo , Bologna 1974, pp. 91-93. 10 Cfr. T-TH, II, 11. 255, p. 212, a. 1219: "Costituimus etiam, quod vii.ani 98

°


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periodo il suo imponibile era legato, come in età bizantina, al possesso da parte del contadino degli animali utilizzabili per la coltivazione della terra, variando a seconda che il soggetto fiscale possedesse due, uno o nessun bue 101 . A Creta veneziana la tassa assunse probabilmente il nome di villanatio 102 e si è ipotizzato che in conseguenza di un progressivo livellamento degli oneri del villanate, nel secolo XIV si quantificasse per tutti i possessori di stasia nel valore di 1 iperpero 103 . La seconda quota in ordine decrescente del casale di Lombari proviene dalle terçarie versate dai villani e da franchi homines ad Andrea per il valore di 860 misure di frumento e 340 di orzo, valutate in 196 iperperi: il 12,8%. La terçaria, prestazione agraria che prevede la consegna del terzo dei prodotti ricavati dalle semine, sembra essere un altro onere caratterizzante la condizione del villano veneto-cretese, attestata dal secolo XIII, non però nella misura di un terzo, ma in quella di un quinto del raccolto 104 . Essa si configura come un canone che il villano deve versare al proprio signore in cambio della cessione della stasia, di cui il signore rimane il prodebeant reddere constitutum redictum dominis suis, scilicet de toto quod seminaverit, de pecoribus, de caria, de porcis quintum; et qui de arostico (acrosticho) habuit par bovum, yperperorum unum, et pro uno quoque scapetario medium yperperum unum erigana per ebdomada"; malgrado il significato di questa ultima frase sia oscuro, sembra di capire che l'unita-base per l'imponibile fosse ancora lo çeuyétQWV, il possesso di un paio di buoi. Per una conferma di queste prescrizioni, emanate dalla Signoria, v. il testo citato in BORSARI, p. 90, n. 100, a. 1281, riguardante le prestazioni che due villani communis dovevano fornire all'affittuario del loro casale , Domenico Tagliapietro: questi doveva ricevere "decatiam et quintariam de busis apium et porois (porcis) tertiam, caniscos consuetos, salvo tamen quod caput quilibet perperum unum communì omni anno. Si vero angarias XIV dierum tibi facere non potuerint solvere debeant pro unoquoque perpera fIII". Dal confronto tra i due testi citati risulta che la differenza tra villani communis e villani militµm non riguardava tanto il diverso regime di obblighi caratterizzante i primi rispetto ai secondi, quanto il versamento dell'acrostico: mentre i villani dipendenti dal Comune, pur se ceduti temporaneamente a privati, ne versavano il gettito ad esso, i villani appartenenti ai feudatari lo corrispondevano ai propri signori. wi V. nota precedente. 102 Cfr. TuIRIET, La condition paysanne, cit., pp. 48-49 e ID., Romanie, p. 294. )()J Cfr. BORSARI, p. 90; Tu!RJ.ET, La condition paysanne, cit., p. 49; ID.' Régestes des délibérations du Sénat de Venise concernant la Romanie, I, Paris-La Haye 1958, n. 674. La stasia , oi:aotç, era il lotto di terra su cui era allogato il contadino con la sua famiglia: cfr. OsTROGORSKJI, Pour l'histoire de la féodalité, cit., p. 296 e P. L EMERLE, Esquisse pour une histoire agraire de Byzance: les sources et les problèmes, in "Revue historique", 220 (1958), p. 87. HM V . supra, n. 100.


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prietario eminente. La presenza di franchi homines tra i coltivatori che versano la terçaria indica probabilmente che alcune stasie del casale erano prive di villani, per cui Andrea Corner è costretto ad affittarle a contadini giuridicamente liberi ws. Le rìmanenti entrate del casale di Lombari provengono dai redditi ricavati dallo sfruttamento di varie terre e colture della riserva signorile: orti , vigne, pascoli , rìcavati di un mulino, e, fatto eccezionale per l'inizio del '300 , anche cotone e lino 106 . II documento relativo ai proventi della serventeria "de Castri" non consente un'analisi dettagliata della rendita feudale, non essendo sempre specificate le provenienze dei singoli redditi. Un dato però, anche in esso, appare significativo: il 33 ,2% della rendita lorda della serventeria è costituito dagli affictibus, daciis et iuribus villanorum per il valore di 442 iperperi, rappresentando percentualmente la quota più alta fra tutte quelle che concorrono a formare la sua composizione 107 . Dagli esempi citati che, data la loro esiguità numerica, conservano un valore parziale e non generalizzabile, emerge che il ciclo produttivo del feudum era assicurato innanzi tutto dalle prestazionì che i villani fornivano gratuitamente sulle terre sottoposte al diretto sfruttamento del signore, cui si aggiungeva la cessione di una quota parte della loro produzione agricola; alla percezione di tali redditi si accompagnava per il signore la percezione di redditi di natura fiscale, quali sono quelli ricavati dalla riscossione della villanatio e delle canischie, in origine riservati esclusiv~mente allo stato bizantino. È assai probabile che i Veneziani trovassero al loro arrivo già patrimonializzata la riscossione di questi redditi di spettanza pubblica all'interno della grande proprietà laica ed ecclesiastica dell'isola 108; indipendentemente dal problema di quale tipo di proprietà fu prevalentemente utilizzata dal Comune per dotare i propri feudatari, pro' Casi di terre feudali affittate a coltivatori liberi si leggono in Benvenuto da Brixano notaio in Candia, cit., nn. 51, 79, 288, 446, 492. 106 La coltura del cotone, assieme a quella della canna da zucchero, incomincia a prendere una certa rilevanza sull'isola solo alla fine del Trecento: cfr. THIRIET, Villes et campagnes en Crète, cit., p. 451 e AB RATE, art. cit. , pp. 465-466. 107 Le rimanenti entrate della serventeria sono rappresentate dalla produzione di 2669 mistata vini, per un valore di 675 iperperi; di 791 mensure frumenti, per un valore di 198 iperperi ; e di 100 persuti, per un valore di 16 iperperi: cfr. SANTSCHI, Régestes des Arrets civils, cit., memoriale n. 735. · ws Sull'esistenza della grande proprietà laica ed ecclesiastica. nell'isola, v. BOR· SARI, p. 13 e sgg. 10 5


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blema che in assenza di una documentazione più generosa può essere risolto solo in via comparativistica, i feudati non fecero che continuare ad esercitarli nell'ambito delle terre loro assegnate se si trattava di ex proprietà immunitaria , arcontale o ecclesiastica, a iniziarne il processo di privatizzazione, se si trattava di terra del fisco . Allo stato attuale delle ricerche è impossibile stabilire in che misura la struttura della signoria, nel secolo XIV , rimanesse largamente rappresentativa del regime socio-economico dei f euda. I due documenti citati la mostrano perfettamente operante , ma alcuni fenom eni , attestati con una sufficiente chiarezza , impongono su questo punto la massima prudenza: in primo luogo, un graduale spopolamento delle campagne che vede protagonista soprattutto la classe dei villani 109 , e che provoca una sensibile diminuzione della manodopera rurale u o; in secondo, un consistente calo demografico in corso almeno per tutta la seconda metà del '300, le cause del quale sono in gran parte legate all'arrivo della peste nera sull'isola (1348) 111 ; in terzo, un diffuso processo di indebitamento che sembra colpire tutti i ceti , feudati compresi 112 . Il secondo terzo del secolo XIV si presenta in effetti a Creta come un periodo di profonda recessione dell'economia rurale ed è difficile pensare che la crisi non colpisse in qualche modo anche la classe dei feudati. In tal senso si potrebbe interpretare il frequente ricorso a manodopera libera da parte di essi per la coltivazione delle proprie terre 113 : è evidente che il ricorso a lavoratori giuridicamente liberi incidendo sul rapporto socio-economico tra signore e dipendente, limitava l'ammontare delle prestazioni dei villani, venendo cosi a colpire la rendita signorile nella sua quota più consistente. Sempre da mettere in relazione con una eventuale difficoltà dell'economia signorile è poi la comparsa nella proprietà e nella gestione dei territori rurali , di personaggi provenienti dal mondo cittadino, soprattutto candiota 114 • 109 Cfr. SANTSCHt , Quelques aspecr du statue, cir., p . 110; THIRIET, La condition paysanne, cit. , p. 36 e 60; Tl-D RIET, Romanie , p. 296. 110 Alla diminuzione della manodopera rurale è senza dubbio da rico nnettere la ripresa del commercio di schiavi sull'isola, che incomincia dagli inizi del secolo XIV : cfr. C. V ERU NDEN , La Crèce débouché et plaque cournante de la traite des esclaves au XIV' et XV' siècles, in Studi in ono re dì Amintore Fanfani, Milano 1962, III , p. 596. l i i Cfr. QuATERNUS, n. 209. 112 Cfr. GER LAND , p. 52; N OJRET, Documenrs inédits, cit. , p. 246. 11 3 V. supra, n. 105. 114 Cfr. THIRI ET , Vii/es et campagnes, cit., p. 455 e Zaccaria de Fredo notaio in Candia, cit. , nn. 18, 54, 59, 63, 74, 77, 82, 109, 117.


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La maggior parte della produzione agricola dei feudatari era costituita dal grano e dal vino, gli articoli più importanti dell'intera produzione dell'isola 115 . Sulla vendita di entrambi i prodotti la Signoria esercitava una severa sorveglianza obbligando i veneto-cretesi ·a canalizzarne lo smercio sul mercato lagunare 116 . Non esisteva a Creta una libera esportazione dei prodotti ricavati dall'agricoltura e, anzi, fino alla fine del secolo XIV, tale divieto si estendeva anche agli scambi operati sul mercato interno 117 • La politica commerciale di Venezia mirava ad escludere ogni altro sbocco commerciale all'infuori del suo; e se ciò, come è stato detto 118 , in tempi di normale congiuntura poteva anche essere non necessariamente negativo per i feudati, dato che così essi disponevano sempre di un mercato cui affidare eventuali eccedenze della produzione, in tempi di crisi la positività di una simile limitazione veniva a cadere, perché il controllo esercitato dalla Metropoli sul prezzo e sui canali di commercio impediva loro di fare speculazioni e di trarre il massimo profitto dalla vendita dei propri prodotti 119 • La precarietà di un simile rapporto si palesò con evidenza a partire dagli anni '40 del Trecento , quando Creta in sintonia con altri paesi dell'Europa medievale 120 , fu colpita da una grave crisi dell'economia rurale. Allora numerosi appelli vennero indirizzati dai feudati a Venezia perché non ostacolasse la libera commercializzazione, soprattutto dei grani 12 1 , appelli sistematicamente elusi, che troveranno il prevedibile sbocco nella insurrezione di S. Tito del 1363 122 . 115

Cfr. THIRJET, Romanie, pp. 318-320. Jbid., p. 318. Eccezioni erano fatte per quelle famiglie di feudatari che esercitavano personali signorie su alcune isole dell'Arcipelago, come i Corner (Scarpanto), i Barozzi (Santorino), i Querini (Gozzo), i Venier (Cerigo): cfr. THIRIET, Régesces des délibérations des assemblées vénitiennes, cit., I, nn. 156, 294, 296, 338, 358. Queste famiglie spesso approfittavano della loro particolare posizione per darsi alla libera commercializzazione del grano, suscitando la reazione della Signoria: si veda la decisione del Maggior Consiglio di Venezia del 1326, in ibid. , 452; che vieta loro di portare carichi di grano in luoghi posti all'infuori dell'Arcipelago. 117 Cfr. THIRIET, Régestes des délibérations du Sénat de Venise, cit., I, n. 674: nel 1384 il Senato veneziano ordina ai rettori di Creta di non impedire il libero trasporto del grano da una parte all'altra dell'isola - cosa che fino a quel momento era stata fatta - ma di esigere solo una dichiarazione delle merci trasportate. I IK BORSARI, pp. 73-74. 119 Cfr. MA~OWIST, op. cii.• p. 470. 120 Cfr. G. DuBY, L'economia rurale nell'Europa medievale, II, Bari 1976, p. 451 e segg. m Un esempio in QuATERNUS, n. 67. 122 Sulla rivolta di S. Tito, v. J. JEGERLEHNER, Das Aufstand der kandiotischen 11 6


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La politica economica era l'unico serio ostacolo alla identificazione degli interessi dell'oligarchia veneziana con quelli della oligarchia della colonia; l'obiettivo dello sfruttamento delle risorse dell'isola, perseguito da entrambe, subiva una differente interpretazione nel momento in cui si trattava di ripartirsene i benefici.

5. Il feudum veneto-cretese bene pubblico polifunzionale

La storiografia veneto-cretese ha concepito il feudum essenzialmente come l'espressione di una organizzazione militare voluta, costruita e saldamente diretta da Venezia. Non è mancato chi, per quanto fuggevolmente , ne ha sottolineato altri aspetti della funzionalità sociale, come per esempio quello economico 123 • Sembra tuttavia mancare un tentativo di comprensione globale; si dà invece particolare rilievo alla sola funzionalità militare, concependola, fra l'altro, in maniera troppo univoca, alla luce cioè di un'ottica quasi esclusivamente metropolitana. All'inizio del nostro secolo lo Jegerlehner definì il sistema di colonizzazione veneziana a Creta con il termine di "tardo romano" 124 . Altri storici, come lo Scaffioi e il Dudan, condivisero quella definizione 125 ed essa, quasi a simbolo della sua fortuna, fu accolta in un'opera molto famosa scritta da uno studioso non specialista di cose cretesi 126 . Se ai nostri giorni gli studi compiuti dalla storiografia romana in merito al problema dell'esercito limitaneo rendono in gran parte evanescente l'affermazione dello Jegerlehner, in quanto si discute sia sul periodo di costituzione di tale esercito 127 , sia sulla reale esi-

Rillerschaft gegen das 1\tfutterlarul Venedig, in "Byzantinische Zeitschrift", 12 (1903), pp. 78-125 e le considerazioni di F. Tu!RIET, Sui dissidi sorti tra il Comune di Venezia e i suoi feudatari nel 7i·ecento , in " Archivio Storico Italiano", 114 (1956), pp. 669-712. 123 MAWWIST , op. cit., pp. 464-465 e SANTSCH I, Régestes des Àrrets civils, cit. , p. XXXVI della préface. 124 Cfr. Beitriige zur Verwaltungsgeschichte, cii., p. 436. 125 SCAFHNJ, op. cii., p. 54 e B. DUDAN, Il dominio veneziano nel Levante, Bologna 1938, p. 130. 12 <, A. DOREN, Storia economica dell'Italia nel medioevo, tr. it. , Padova 1937, pp. 309-310. 127 L'idea di affidare la difesa dell'impero romano a delle legioni che ne presidiassero in maniera stabile il limes nasce in epoca augustea, cfr. E. FORNI, Esperienze militari nel mondo romano, in Nuove questioni di storia antica , Milano 1969, p. 825;


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stenza di uno stanziamento limitaneo in tutte le parti dell'impero 128 , la fondamentale convinzione che sottintendeva l'affermazione dello studioso tedesco - cioè che le militie veneto-cretesi non rappresentassero altro che una forma di colonizzazione attraverso la quale lo stato veneziano imponeva la sua supremazia sull'isola - gode ancora oggi di una larga comprensione. Verso questa direzione sembra infatti orientarsi la maggior parte della storiografia veneto-cretese dalla fine degli anni '50, quando con la comparsa della Romanie vénitienne di Freddy Thiriet si è incominciato a negare recisamente ogni tipo di rapporto tra gli elementi del regime veneto-cretese e le strutture del sistema feudale 129 , proprio sulla base della convinzione dello Jegerlehner. Se si è rinunciato a cercare un termine di paragone direttamente nelle istituzioni del basso impero romano , dato che appariva evidente la difficoltà di mettere sullo stesso piano le strutture sociali di epoche tanto lontane solo a motivo di un'apparente somiglianza, non si è rinunciato a concepire la militia venetocretese come esclusiva espressione di un potere statale 130 , in taluni casi cogliendo un significativo riscontro tra essa e il regime della pronoia bizantina 131 , istituzione questa appartenente all'organismo medievale erede dell'impero romano e più fortemente caratterizzato da tradizioni statali e burocratiche. È questo un modo per superare le difficoltà poste dalla presenza di una terminologia feudale - militie, feuda, cava/arie, serventarie, milites, feudati - in uso sui territori dell'isola, in un ambito, cioè, come quello veneziano , tradizional-

l'affermazione della peculiare caratteristica dell'esercito limitaneo come forza desti· nata stabilmente alla difesa dei confini si consolida solo tra III e IV secolo, in relazione alla formazione del cosiddetto esercito di manovra o comitatus , del quale nel 1952 il Van Berchem, respingendo la convinzione mommseniana della nascita di esso in età dioclezianea, spostò la nascita all'impero di Costantino: si veda la questione in E. GABBA, Considerazioni sugli ordinamenti militari del tardo impero, in Gli ordinamenti militari in Occidente, cit., I, pp. 77-79. 128 Secondo alcuni studiosi, come A.H.M. JONES, Il tardo impero romano (284602 d.C.), Il , trad. it. , Milano 1974, p. 888 e S. MAZZARINO, Aspetti sociali del Quarto secolo, Roma 1951, p. 330 e segg., la figura del soldato-coltivatore non trova riscontri documentari prima del secolo V e in riferimento alla sola pars Orientis. 129 THIRIET, Romanie, p. 127. 130 D. JACOBY, La féodalité en Grèce medieva/. Les "Assises de Romanie": sources, applications et diffusion, Paris-La Haye 1971, pp. 225 e 295; ID. , Les états /atins en Romanie, cit., pp. 16-17. 131 B. IMHAUS, Enchères des ftefs et vignobles de la Republique vénitienne en Crète au XIV' siècle, in "Epeterìs Etaireias Buzantin6n Spoud6n", 41 (1974), pp. 195-196.


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mente caratterizzato dalla notevole centralizzazione delle sue istituzioni politiche: la peculiarità del feudum veneto-cretese finisce così per essere rappresentata dalla totale funzionalità "statale" di esso, la quale si esercita in particolar modo nel campo degli interessi militari, e che proprio per le sue stesse caratteristiche non attenta in alcun modo alle prerogative del governo veneziano ma anzi ne facilita i compiti, essendo finalizzata al soddisfacimento delle esigenze della Signoria. Nasce in tal modo la singolare espressione di "feudo militare" coniata per la definizione del regime del feudum veneto-cretese 132 _ Il significato della definizione suddetta è però ambiguo. Esso trova una sua completa intellegibilità solo in una prospettiva eminentemente teorica; nella prospettiva -d~ssumendo come termine caratterizzante della nozione di "feudalesimo" l'assenza di un potere politico centralizzato, utilizzi l'espressione "feudo militare" per sottolineare che nonostante la terminologia usata nelle fonti, a Creta, non vi fu affatto con la venuta veneziana l'introduzione di un regime feudale. È cioè valida solo come espressione di un concetto storiografico ma di per sé nulla ci dice sulle peculiarità del feudum veneto-cretese , in quanto per un feudatario "il dovere fondamentale era, per definizione, l'aiuto militare" 133 , e vi è chi ritiene il feudalesimo diretta conseguenza della formazione di una nuova organizzazione militare 134 • Oggi che la medievistica sembra definitivamente orientarsi verso il superamento dell'antitesi "stato"/"feudalesimo", nel senso che è ormai chiaro che il feudalesimo, inteso come rete di legami politici su base feudo-vassallatica, deve essere sempre concepito in costante e problematico rapporto con le strutture del potere pubblico 135 - spesso servendo ad esso come strumento per l'affermazione Notion, p. 2]1 e Io., Quelques aspect du statue, cit., pp. 105-106. M. BLOCH, La società feudale, trad. it. , Torino 19805 , p. 250. 134 È il caso di L.J. WHITE, Staffa, combauimento d'urto a cavallo, feudalesimo e cavalleria, in Tecnica e società nel Medioevo, trad. it. ,Milano 1967, soprattutto pp. 42-43. 135 Fondamentali in questo campo i lavori di G. TABACCO, Gli orientamenti feudali dell'impero in Italia , in Structures féodalés et féodalisme, cit., pp. 219-240; Egemonie sociali e strutture del potere nel medioevo italiano, Torino 1974, pp. 180-275 (pubblicato sotto il titolo di La storia politica e sociale dal tramonto dell'Impero alle prime formazioni di stati regionali, in Scoria d'Italia, Il, 1, Dalla caduta dell'impero romano al secolo XVl/l, Torino 1974); L'allodialità del potere nel medioevo, ir:i "Studi medievali", 3a s., 11 (1970), pp. 565-615; I liberi del re nell'Italia carolingia e post132 133

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di una labile egemonia territoriale - si può forse affrontare con maggiori prospettive lo studio del regime del feudum veneto-cretese. Nessuno può mettere in dubbio che all'origine di esso vi sia la volontà politica del comune di Venezia e che la delega di prerogative di carattere pubblico - come sono quelle militari, amministrative e fiscali - operata dal Comune a favore dei concessionari di feuda sia sempre coordinata dal! 'attiva presenza di funzionari di nomina metropolitana, ma è l'ossessivo concentrarsi sul rapporto di dipendenza tra i feudali e Venezia che ha condotto ad un isterilimento progressivo della ricerca, fino al punto da far apparire la presenza della classe dei feudati quasi come marginale nell'ambito della società veneto-cretese 136 . Per superare questa impasse, metodologicamente opportuna appare l'applicazione della categoria storiografica della signoria rurale allo studio del regime del feudum 137 • Tale operazione consente infatti di prospettare tutta una serie di problemi riguardanti la natura del feudum , partendo dalla evidente constatazione che il possesso di esso fornisce al suo titolare la base per l'affermazione di un rilevante stato di predominanza socio-economica, implicando l'esercizio di un certo potere: le forme e le modalità di esercizio di tale potere, le sue delimitazioni, il rapporto tra esso e la superiore autorità di Venezia, gli obblighi legati al godimento carolingia, Spoleto 1966; La dissoluzione medievale dello stato nella recente storiografia, in "Studi medievali" , 3a s., 1 (1960), pp. 397-413; si vedano anche P. POGGIO, La società feudale , in Storia d'Italia e d' Europa , I , Milano 1978, p. 291 e segg. e G. FASOU, Feudo e castello , in Storia d'Italia, V,/ documenti, Torino 1973, soprattutto pp. 294 e 299. 136 In un convegno veneziano del 1969, M. MANOUSSAKAS, L'isola di Creta sotto il dominio veneziano. Problemi e ricerche , in Venezia e il Levante, cit., I, 2, p. 498, lamentava l' assenza di studi riguardanti la classe dei jeudati veneziani; a distanza di circa venti anni, con la sola eccezione di SANTSCHI, Notion, si potrebbe comodamente ripetere l'affermazione dello studioso ellenico. 137 Tale proposta è stata avanzata da A. CARILE, Francocratia-Venetocratia: 1972-1977, in ID., Storia , pp. 315-316. Per una descrizione generale delle strutture della signoria rurale e per un'ampia bibliografia v. R. BOUTRUCHE, Signoria e feudalesimo, II, Signoria rurale e feudo , trad. it. , Bologna 1974, pp. 75-122; G. FoURQUIN, Seigneurie et féodalité au Moyen A.ge, Paris 1970, pp. 163-201; DuBY, L 'economia rurale, cit., II, pp. 303-355; per l'area geografica della Romania che qui più diretta mente interessa, cfr. i lavori di A. CARILE, signoria rurale e feudalesimo nell'impero latino di Costantinopoli (1201 -1261) , in Structures féodalés et féodalisme, cit. , pp. 668678; La signoria rurale, in Io., Storia, pp. 383-400; Rapporti tra signoria rurale e "despoteia" alla luce della formazione della rendita feudale nella Marea latina del XIV secolo, in "Rivista Storica Italiana" , 88 (1976), pp. 548-570; La ren·dita feudale nella Marea latina, cit.


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del feudum, la composizione sociale della classe dei feudati, sono alcuni tra gli interrogativi che nascono da detta constatazione, interrogativi che sollecitano la ricerca verso un'indagine più riccamente articolata. A monte di tale problematico approccio sta la fecondità storiografica dell'immagine della signoria rurale: da un lato infatti essa è strumento concettuale dotato di una elasticità tale da consentire la teorizzazione di situazioni che, per la loro estrema fluidità, rifiutano sistemazioni troppo rigide; dall'altro, non si pone co.me un arbitrario modello teorico, dato che la sua configurazione è stata suggerita da tutta la varia fenomenologia delle situazioni concrete. La signoria rurale sia come modello teorico che come situazione reale, conserva una fluidità che la rende proponibile, senza correre troppi rischi, come sintesi di determinati rapporti sociali anche laddove, come a Creta, questi rapporti non siano stati ancora esaurientemente studiati. L'accertamento dell'esercizio di una pluralità di funzioni da parte del feudatus - militare, amministrativa, economica - non rende condivisibile la sua rappresentazione come semplice concessionario di un bene in cambio di servizio militare. La fisionomia eminentemente pubblica delle funzioni da lui esercitate in virtù del possesso del feudum spinge al contrario ad uno studio senza pregiudizi dei singoli aspetti della sua personalità politica, economica, sociale. Mediante una approfondita riflessione su questo punto si potrà forse colmare quella mancanza di identità storiografica di cui soffre oggi indubbiamente il feudatus veneto-cretese, a patto che la nuova identità si fondi non sul terreno della pura sintesi teorica ma sia suggerita e modellata sui risultati acquisiti dalle ricerche condotte sul "campo".


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ANTONIO ANGEUNI

L'OTTIMO COMANDANTE di Onosandro Platonico (Titolo originale: "O aristos strateg6s")

Nota introduttiva

Onosandro Platonico non costituisce certamente un esempio di stile letterario, ma per la cultura militare assume significato di punto fermo nella storia dell'arte del comando, per l'esplicito valore dei dettami e dei principi che ispirano la sua opera. Scarse sono le notizie biografiche sul suo conto. Si sa, per certo, che fu uno dei letterati greci emigrati a Roma, attratti dal mito della latinità e soggiogati dal fascino della civiltà che aveva saputo conquistare pressoché tutto il mondo allora conosciuto. Onosandro visse la fantasmagorica e, sotto taluni aspetti, eterogenea atmosfera romana del primo secolo dopo Cristo, sulla quale aleggiava il predominio delle grandi opere epiche e liriche degli Autori dell'epoca imperiale, che avevano consacrato all'umanità il prodotto di una genialità erede di incontaminate tradizioni, sopravvissute a vicende alterne ma non in grado di intaccare la continuità di uno spirito autoctono e sostanzialmente autonomo. Dalla Grecia classica, in verità, gli scrittori latini avevano tratto molteplici e suggestivi modelli di ispirazione e di imitazione, ma nessuno degli Autori più celebrati aveva abbandonato il filone di un culto letterario indigeno che attingeva i suoi motivi fondamentali nella gloria inconfutabile di Roma , soprattutto sotto l'aspetto eticomilitare e civile. L'opera di Onosandro, quindi, s'inquadra perfettamente nella congerie della produzione intellettuale del tempo, pur risentendo


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dell'esperienza ellenica e dei moduli espressivi di una "grecità" venerata e rispettata. Questa caratteristica rende Onosandro un prezioso testimone della fusione tra mondo militare greco e sapienza tattica latina, alla luce di una avvenuta compenetrazione dei concetti bellici di maggior momento in tutto l'arco mediterraneo. Se ne ha eloquente documentazione in talune accezioni nell'arte del comando, che risentono evidentemente della struttura e delle invenzioni del pensiero romano, ma trovano "naturale" manifestazione nel trattato dello scrittore, che ne delinea i criteri di base per eleggerli a pura quanto realistica teoria. Onosandro, con tutta probabilità, ebbe presenti le produzioni dei predecessori nel complesso campo dell'arte militare, che non aveva una tradizione illustre sul piano letterario e formale - ove si escluda la mirabile opera di Cesare - ma aveva ricevuto prestigiosa codificazione nelle "constitutiones" degli Imperatori e , quindi, andava assumendo movenze e fisionomia autonome nel panorama della letteratura. Non si può certamente ipotizzare la nascita di un vero e proprio "genere" letterario, ma è inconfutabile che l'attenzione del mondo intellettuale romano verso la "militarità" andava progressivamente crescendo, a mano a mano che le conquiste ed i trionfi imperiali facevano dell'Esercito una componente insostituibile della politica e della civiltà di Roma. Onosandro, pur essendo uno straniero, avvertiva profondamente la crescente realtà di una dimensione sociale che ne rappresentava con sempre maggiore incisività gli interessi e gli orientamenti personali. Questo fattore è tanto più evidente quanto più specifica si palesa l'esigenza dell'Autore di rendersi interprete di una "tecnica" bellica che aveva trovato clamorose verifiche nella storia recente e nel contesto dell'attualità. Memorie ed esperienze, sapientemente fuse con un genio inventivo che però non lasciava nulla all'improvvisazione, sospingevano lo scrittore all'elaborazione di una teorica del comando fondata su studi, indagini e notizie pluridirezionali e corroborate dal supporto di vicende storicamente accertate. Ne emerge la figura del Comandante esemplare, la cui sagacia è frutto di esperienza, di preparazione, di oculatezza nelle decisioni, di sintesi . delle valutazioni e di piena padronanza delle situazioni. L'immagine del Comandante viene plasmata, pertanto,


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mediante un condensato di tecnica sperimentata, di ben assimilate cognizioni tattiche, di sorprendenti motivazioni psicologiche, di precise conoscenze del "costume" militare e di comportamenti assunti "sul tamburo" per una costante aderenza alle singole necessità. La flessibilità delle decisioni, però, non comporta un abbandono delle fondamentali linee direttrici , che costituiscono il canone indiscusso ed indiscutibile dell'arte del combattimento. Le astuzie , l'inventiva , la libertà d'azione, la concentrazione degli sforzi e l'economia delle forze ne sono i parametri codificati, senza i quali non è possibile la conquista del successo. Ne conseguono suggerimenti ed espedienti che costituiscono il dettame universale di cui si avvalgono tuttora i Comandanti avveduti e gli studi di tecnica militare. "Mutatis mutandis", non v'è dubbio che le intuizioni di Onosandro Platonico si pongano a sintesi fondamentale di un "sistema" e di un "modulo" la cui validità si è protratta nel corso dei secoli, acquistando sempre più incisiva validità attraverso le verifiche della storia. Purtroppo, la notorietà dell'Autore, per una singolare ironia del destino che spesso esalta gli imitatori e relega nell'oblio i precursori, è andata scemando a mano a mano che le sue teorie venivano avvalorate dal progresso civile, sicché nel nostro secolo si è perduta addirittura la memoria della sua opera. Soltanto nel ristretto ambito degli specialisti ancora viene ricordata la produzione di Onosandro, tanto che il suo nome viene appena menzionato dalle più accreditate enciclopedie, e non da tutte. È dovere della cultura militare ripristinare e restaurare la giusta fama che lo scrittore ebbe nel passato, anche perché le maggiori opere dei più celebrati "specialisti" della militarità a lui posteriori si sono ampiamente avvalse delle intuizioni del suo ingegno, saccheggiandone il frutto mirabile senza remore e con rimarchevoli risultati. Occorre restituire la paternità di talune acquisizioni tattiche al legittimo precursore, esempio di sapienza bellica, ingiustamente ignorato e, talora, volutamente misconosciuto. L'opera di Onosandro non è di ampio respiro, proprio perché l'Autore non si proponeva di offrire un esempio di stile o di dotte elucubrazioni sugli argomenti trattati. La natura stessa della materia affrontata richiedeva precipue capacità di sintesi e "schematismi" da eleggere a modello, quasi a costituire un manuale per la formazione dei Comandanti.


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Tale scopo è stato pienamente raggiunto dallo scrittore, che ha lasciato un'eredità degna di ogni riguardo, con umiltà da imitare e senza immotivati clamori. L'Autore


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AVVERTENZA

Il testo dell'opera, la cui stesura originale è in lingua greca, è stato liberamente tratto dalla "editio" di Fabio Cotta, licenziata alle stampe in Venezia il 27 novembre 1545 per i tipi di Gabriele Giolito De Ferrari. Per comodità di riferimento, è stata aggiunta la titolazione dei paragrafi, non contemplata nel volume del celebre tipografo veneziano.


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Tavola dei principali argomenti trattati nell'opera

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Per quale motivo si combatte senza successo. I Romani conquistarono il mondo con la sagacia, l'avvedutezza e l'arte della guerra. Coloro che attribuiscono tutte le infelicità soltanto alla sorte sono sciocchi e poco avveduti. È proprio dell'uomo maligno ed ingiusto liberare da ogni colpa colui che ha male amministrato la cosa pubblica. Nel nominare il Comandante non si deve aver riguardo né alla stirpe, né agli antenati, né ai beni di fortuna. Le qualità che un Comandante deve possedere. Chi non è preso dall'eccessivo desiderio dell'oro e dell'argento può egregiamente rivestire la responsabilità delle azioni da compiere. Il Comandante non deve essere vecchio né giovane. Si deve nominare Comandante chi ha figli. Il Comandante deve essere buon orator·e. È più difficile curare i mali nascosti rispetto a quelli che si possono toccare e vedere. Si deve nominare Comandante un uomo stimato e di grande reputazione. Non deve essere ricusato un Comandante povero, purché sia buono e valoroso. Il Comandante dedito ad accumulare ricchezze non è buono. Nel Comandante occorre considerare la reputazione e la nobiltà degli avi. È lecito sperare, con ragione, che debba essere migliore il Comandante non nobile che l'illustre. Si deve eleggere Comandante un valoroso, nobile di stirpe, fortunato e ricco. I Comandanti di soldati devono essere gagliardi, animosi e fedeli alla Patria. È molto vantaggioso per lo Stato dare la precedenza alla nobiltà quando occorre compiere un'impresa per la quale sia richiesta la celerità d'azione. .


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Il Comandante deve aver con sé alcuni colleghi e compagni d'arme. È inevitabile che sempre, o spesse volte, commetta errori colui che accentra ogni attività, senza voler ascoltare l'altrui parere. I deboli princìpi non possono sostenere i gravami che comportano le imprese. Modo di condurre all'esterno l'Esercito. Per ogni luogo si deve marciare con l'Esercito a ranghi ordinati. È sempre migliore, più sicuro e più facile da comandare il Reparto che muove inquadrato ed a ranghi serrati, rispetto a quello che marcia con lunghi intervalli. Le vettovaglie, i carriaggi e tutto il restante apparato logistico devono essere posti al centro dell'Esercito. Le guerre di solito diminuiscono di dimensioni o cessano per carenza di alimenti o mancanza di fondi. Si deve curare con ogni diligenza che dal mare e da terra possano affluire all'accampamento le vettovaglie. Costituiti gli alloggiamenti, bisogna fare i fossi ed il vallo. È avveduto e vantaggioso il non far sostare troppo a lungo l'Esercito in uno stesso luogo. Lo stare pigramente in ozio rende il corpo debole e flaccido e gli animi vili e timorosi. L'Esercito addestrato ed ordinato si deve dividere in due aliquote. Il Comandante lodi coloro che hanno sempre difeso il luogo in cui si sono trovati. Non è consono ai soldati andare temerariamente a compiere rapine od a predare. Ognuno stia in piedi. a far la guardia. Volendo muoversi segretamente, l'Esercito deve accendere molti fuochi sparsi. I fuggiaschi devono essere tenuti in custodia. Il Comanda_n te saggio deve $Crutare il campo dei nemici con ogni diligenza. Occorre far in modo che con gli stessi espedienti con i quali si può ingannare il nemico non si venga ingannati. È segno di stoltezza manifestare a ciascuno il proprio disegno. Prima di condurre all'esterno l'Esercito è doveroso offrire un sacrificio. È necessario conoscere il terreno. Nel guidare gli armati, ci si deve assicurare che nello stesso


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luogo attraverso il quale si avanza sia aperta la via del ritorno. I soldati ristorati dal cibo diventano più vigorosi e più gagliardi ai fini del combattimento. - Il Comandante esperto è solito promuovere l'amalgama tra gli animi dei soldati. - Quando è necessario intimorire l'Esercito. - Come si devono rincuorare i soldati mediante i prigionieri nemici. - Come devono essere inquadrati gli uomini. - Accorgimenti per evitare di essere circondati dal nemico. - Quali sono i compiti del Comandante sagace quando deve combattere contro una grande moltitudine disponendo di pochi effettivi. - L'assalire il nemico alle spalle d'improvviso provoca diffuso terrore e consegue enorme profitto. - È dovere del saggio Comandante porre nei ranghi insieme il fratello con il fratello, l'amico con l'amico. - Comandi, tessere e segnali. - Lo schieramento che si deve mantenere. - Nessuna cosa è migliore, più vantaggiosa e sicura che mantenere l'ordine e star fermi al proprio posto. - Le grida, il fracasso delle armi e il suono delle trombe turbano e spaventano oltremodo gli animi dei nemici. - Il Comandante spesse volte, osservata l'organizzazione nemica, è costretto a preparare e schierare i propri soldati secondo le caratteristiche, la qualità degli uomini e 1e modalità tattiche dell'avversario. - Non è cosa lodevole affidarsi totalmente, insieme con la truppa, alla discrezionalità della sorte. - In condizioni di incertezza, è preferibile non soltanto evitare la sconfitta con l'ardimento, ma recare anche danno al nemico. - Il compito del Comandante durante il combattiment0. - Molte volte, quando sia sopravvenuta la morte del Comandante, si sminuisce la considerazione dei successi felicemente conseguiti. - Doveri del Comandante dopo il combattimento. - I soldati devono essere partecipi dei guadagni. - Fino a quando dura la guerra non si devono uccidere i prigionieri. - I banchetti ed i festeggiamenti dopo la vittoria. -


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È atto pio celebrare le esequie ed offrire sacrifici in onore dei morti, secondo i diversi riti. Sovente il felice esito delle imprese si è rivelato di maggior danno che non la sconfitta. Il timore, quando sia necessario e nel momento che le circostanze lo richiedano , è caratteristica dell'uomo che con prudenza provvede alle proprie esigenze. È atto insensato e stolto non difendersi dai pericoli. Come deve comportarsi il Comandante per indurre le città ad arrendersi. Nessuna cosa fortifica l'animo dei valorosi quanto il timore dell'incombente pericolo. Ogni assalto contro coloro che sono disperati è arduo e pericoloso. Si deve serbar fede ai traditori. I tradimenti notturni e l'interpretazione del corso delle stelle. Modalità per prendere di giorno, a tradimento, città o castelli. Gli assalti immediati ed improvvisi, venendo attuati al di fuori di ogni ragionevole previsione, riescono di solito a turbare sensibilmente il nemico. Nel cingere d'assedio le città è soprattutto necessaria la sagacia del Comandante. Le operazioni, quando sono effettuate di notte, sogliono apparire molto più temibili. La truppa non tanto è indotta ad agire per le minacce quanto dalla vergogna e dal rispetto verso i Superiori. Il Comandante deve disporre di un coadiutore, secondo a lui per repu~azione ed autorità. Si deve soprassedere alla vendetta contro coloro che sono stati vinti. Gli accorgimenti per prendere una città che non può essere espugnata con la forza delle armi. Il Comandante deve usare moderazione dopo il combattimento. L'invidia è dolersi del bene altrui e l'emulazione è il desiderio di imitare le altrui virtù.


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L'OTTIMO COMANDANTE GENERALE E I SUOI COMPITI. A QUINTO VERANNIO ROMANO

Ritengo che gli ammaestramenti e le modalità tecniche attinenti al cavalcare, al cacciare, al pescare ed infine al coltivare i campi si debbano descrivere a vantaggio di coloro che sono adusi a trarre sommo piacere dall'attendere a simili attività. Ma credo che lo studio dei compiti e delle attribuzioni del Comandante generale, o Quinto Verannio, si addica soprattutto ai Romani, specialmente a quelli che per comune reputazione ed autorità senatoria sono superiori agli altri. Si addice, altresì , a coloro che per giudizio di Cesare Augusto, perla conoscenza di tale carica, per la specifica esperienza di diverse attività ed anche per la dignità ed i meriti dei loro antenati, hanno avuto il privilegio di rivestire gli elevati incarichi di Console e di Comandante. Io pertanto sono dell'avviso che a questi illustri uomini debba essere dedicato un simile saggio, ma non perché essi non sappiano governare o guidare gli eserciti. In verità, mi sono accinto a scrivere specialmente nella considerazione che molti, quanto più sono ignoranti e scarsamente esperti per non aver tratto giusto profitto da eventi ed esempi, tanto più temerariamente perseverano nel criticare o biasimare l'altrui operato. Ma coloro che sono veramente competenti e che hanno precisa cognizione delle singole materie, considerando le imprese di altri con visione equilibrata, le hanno onorate di un giudiuzio giustamente elogiativo. Pertanto, sebbene io sappia che quanto mi sono proposto di scrivere a molti possa sembrare già pensato e compiutamente conosciuto nei tempi passati, tuttavia non mi asterrò dal condurre a termine il mio proposito. Anzi, con maggiore impegno mi industrierò di procedere nell'opera, non soltanto perché io possa sembrare in grado di offrire consigli utili ai Comandanti, ma anche perché io possa dimostrare di saper comandare. Oltre a ciò, mi reputerò meritatamente felice se mi si giudicherà capace di esprimere a parole quelle cognizioni teoriche che i Romani posero in pratica valorosamente con virtù e capacità. In tale considerazione, se comprenderò che questa mia fatica sia degna di elogio e di approvazione dagli uomini di alto rango a


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cui ho accennato, avrò l'ardire di affermare che nella presente opera sono contenuti i consigli dei Comandanti illustri in questa felice epoca di pace. Sicché, se nessun altro pregio mi si potrà attribuire, mi si riconosca almeno quello di individuare e diffondere le cause per le quali ad alcuni sia accaduto spesso di combattere senza successo e di cadere in rovina , ad altri gli eventi siano stati decisamente favorevoli, tanto da procurar loro fama illustre e gloria immortale. · Sarà così apertamente manifesta la singolare virtù dei Romani , in quanto nessun Re, nessuna città e neppure alcuna Nazione ha mai potuto conseguire maggiore o pari estensione di territori dominati ed in forma tale che già da lungo tempo è stata costantemente conservata stabile e ferma tanta grandezza politica. Né potrei ragionevolmente persuadermi che per fortuna od a caso il nome di Roma abbia varcato i confini dell'Italia e l'Impero si sia esteso fino alle estreme regioni del mondo. Questo successo, invece, è stato possibile in virtù della saggezza, della sagacia, dell'arte della guerra ed anche per il fulgore e la gloria delle gesta valorose compiute. In verità dobbiamo desiderare di avere la fortuna favorevole alle nostre imprese, ma non si può ritenere che essa abbia potere su tutte le azioni umane e ne sia completamente padrona. Sicché, come sono stolti e poco avveduti coloro che attribuiscono ogni infelicità soltanto alla sorte anziché alla negligenza ed agli errori dei Comandanti, così sono quelli che attribuiscono soltanto alla ventura le azioni fatte con rettitudine e con ordine, senza farle derivare anche dalla valentia e dall'accortezza dei Comandanti. È veramente atto degno di uomo malvagio ed ingiusto assolvere del tutto da ogni accusa colui che abbia male amministrato la cosa pubblica, incolpando la fortuna, ovvero privare della dovuta lode chi con valore e competenza abbia conseguito la vittoria e raggiunto lo scopo prefissato, nell'erronea convinzione che la gloria delle imprese compiute con sagacia e virtù debba essere riconosciuta esclusivamente alla sorte. C'è da considerare che per natura tutti gli uomini sono inclini a prestar fede a coloro che narrano o scrivono di argomenti dei quali sono esperti - anche se sembra che raccontino imprese ardue e difficili ad attuarsi - e, al contrario, non si può credere a quelli che disquisiscono su materie nelle quali non si sono esercitati, sebbene non siano né difficoltose né incredibili. Per tali ragioni ritengo necessario dirvi innanzitutto che tutto quanto in questo libro dovrò scrivere sul Comandante e sugli accor-


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gimenti dell'arte militare fu già comprovato, con la cristallina verifica dell'esperienza, soprattutto da coloro che furono padri e artefici primi della fama di Roma. · La loro emergente virtù tiene il primato fino ai nostri giorni senza alcun dubbio, presso tutti i popoli, per consenso universale. In questa mia breve opera, dunque, non sarà contemplata alcuna azione compiuta in maniera non accorta, in fretta, in forma sprovveduta e senza ardimento. Si disserterà, invece, sulle diverse attività militari che i Romani con saggia e sicura oculatezza compirono in maniera egregia e resero manifeste. Essi non soltanto ebbero profonda cognizione delle operazioni da effettuare contro i nemici, ma sagacemente provvidero a far in modo da non poter subire offese da nessuna parte, né sarà mai possibile scoprire che non abbiano osservato un ordine preciso ed una giusta ragione di combattere. Orbene, io ho raccolto ogni notizia da queste fonti, sebbene io sia certissimo del desiderio di molti che quanto da essi narrato sulla specifica materia sia ritenuto più prodotto personale che attinto da altri, perché essi credono di acquistar maggior lode, qualora sembri che gli argomenti siano stati originati e resi noti da loro, di quanta ne otterrebbero se apertamente confessassero di non esserne gli artefici e di doverli necessariamente attribuire ad altri. Ciononostante, per questo stesso motivo io credo di guadagnare lodi ed apprezzamenti, proprio come chi, andato per avventura alla guerra ed avendo descritto gli atti eroici altrui, non sarebbe privo di gloria per aver lasciato alla posterità non quelle azioni che, con le proprie forze, avesse escogitato ed eseguito, ma quelle compiute dagli altri. Allo stesso modo io sono convinto di non dover essere poco lodato ed apprezzato, se confesso spontaneamente che gli argomenti non sono stati inventati da me; anzi, proprio per tale motivo possO apparire degno di sopravanzare tutti gli altri non ingiustamente, dovendo ricevere elogi senza invidia e credito senza disprezzo e senza biasimo.


CAPITOLO I COME SI SCEGLIE IL COMANDANTE Affermo, dunque, che bisogna scegliere il Comandante generale non avendo alcun riguardo alla stirpe ed agli antenati, né ai beni di fortuna: di tali requisiti, l'uno è generalmente tenuto presente nel nominare i Sacerdoti, l'altro nel designare i Presidenti dei giuochi e dei festeggiamenti pubblici. È invece da cercare di eleggere chi sia di forte tempra, moderato, sobrio, parco e semplice nel mangiare, capace di sopportare le fatiche, pronto d'intelletto, non avaro, né giovane né vecchio, possibilmente abbia figli, sia buon oratore, di chiara fama e molto stimato. Sia temprato affinché, sebbene irretito ed attratto dai piaceri, non abbandoni la cura dei suoi doveri, che sono di primaria importanza. È necessario che sia moderato chi è stato preposto ad un incarico di tanto rilievo perché, se soggiace all'impeto di un animo sfrenato ed il caso gli offre la possibilità e la libertà di agire a suo piacere, è sospinto in basso dalle passioni in tal maniera da non potersi facilmente frenare. Deve essere anche sobrio, allo scopo di essere più adeguatamente vigile nelle questioni di notevole interesse, tanto che durante la notte , in virtù della quiete dell'animo, possano risultare più salde le decisioni del Comandante perché elaborate con maggior ponderazione. Sia parco e semplice nel vitto, in quanto la preparazione di vivande raffinate e l'eccessiva attenzione rivolta con il pensiero ai cibi corrompono e sommergono l'animo a tal punto che si consuma vanamente nelle mollezze dei Comandanti il tempo che dovrebbe essere impiegato nelle attività di servizio. Si addice soprattutto al Comandante il sopportare le fatiche, perché è necessario che sia l'ultimo a stancarsi nei travagli della battaglia.


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Deve essere pronto d'ingegno, perché è indispensabile che sia rapido e "volante" (come dice Omero), affinché con il pensiero esamini velocemente tutti gli aspetti dei problemi, ne tragga considerazioni con consapevolezza, sia capace quasi di indovinare e di prevedere con ampio anticipo quanto sta per accadere. Ciò, perché quando sopraggiungono eventi non previsti ed inattesi, il Comandante è costretto a prendere decisioni immediate ed alla sprovvista, sì da affidare temerariamente l'esito delle imprese alla discrezionalità della fortuna. Non sia avaro né desideroso di guadagni. In verità da questi vizi deve principalmente guardarsi, perché chi non è trattenuto dall'eccessiva cupidigia dei doni d'argento e d'oro può egregiamente assolvere la responsabilità del comando. Vi sono in verità alcuni che, senza minimamente essere intimoriti grazie a forza d'animo e gagliardia di corpo, sarebbero in grado di contrapporsi alle armi ed agli eserciti nemici; ciononostante diventano vilissimi quando sono attratti dall'ingordigia dell'oro, che è "arma" dal molto potere nel conquistare la vittoria ma di nessuna forza nel toglierla dalle mani altrui. Ho affermato la necessità che il Comandante non sia né vecchio né giovane, in quanto l'uno (il vecchio) è troppo ostinato a non credere, l'altro (il giovane) è debole nell'agire. Ambedue non sono adatti a gestire le operaziopi: mi sembra che il giovane si debba ricusare, affinché per cattiva sorte, sconsideratamente, non sia indotto a commettere errore dalla soverchia audacia; il vecchio, invece, non si deve accettare, perché potrebbe rivelarsi manchevole per naturale debolezza. In tale ottica, riteniamo che sia ottima l'età di mezzo - tra la gioventù e la vecchiaia - nella quale fioriscono forza e vigore, non ancora infiacchiti né consunti dalla senilità; per giunta, la prudenza si trova in chi non è molto giovane. È certo che, se qualcuno a tal proposito ammetterà la valentia e la robustezza del corpo senza l'equilibrio dell'animo ed anche l'intelligenza senza la forza, sicuramente cadrà in errore. Infatti, come il corpo a cui manchi la sagacia è di scarso valore nel giudicare, così l'animo abbandonato dalle forze fisiche, quasi che siano sue governanti, non può agevQlmente accingersi a compiere alcuna impresa, né realizzarla con utilità. Ma chi possiede tutte queste qualità insieme sarà idoneo ad intraprendere qualsiasi azione, perché a lui, amato da tutti spontaneamente e con affetto dell'animo, quando impartisce gli ordini


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prontamente ubbidiscono i subordinati, dando piena fede alle sue parole, ed a qualsiasi rischio egli si esponga, tutti fanno a gara per aiutarlo con sollecitudine. Abbiamo ritenuto che si debba nominare Comandante chi ha prole , ma non per questo si dovrà rifiutare chi non l'abbia qualora sia ugualmente forte e ponderato. Se i figli sono ancora in tenera età, tengono del tutto legato l'animo del padre e, come pegni offerti alla Patria, hanno la forza di suscitare nel padre una meravigliosa fede e considerazione verso questa e, quasi aguzzi speroni, in lui stimolano ed accendono l'animo contro i nemici. Se invece i figli sono già giunti alla maggiore età, possono arrecare grandissima utilità allo Stato assecondandolo negli impegni e nel comando con le armi, con la fedeltà, con il consiglio, con la sollecitudine, e servendolo lealmente nelle attività segrete. Deve essere buon oratore, perché riteniamo che da siffatta attitudine· deriverà molto profitto nelle faccende inerenti alle attività del combattimento. Infatti, ponendosi ad ordinare le schiere in battaglia il Comandante, confortando i soldati con acconce parole, persuaderà ciascuno a disprezzare ogni pericolo ed a votarsi alle imprese gloriose. Il suono della. tromba non potrà incitare tanto gli animi a prendere le armi e spingerli a combattere valorosamente quanto potrà muoverli il discorso del Comandante - acconcio ed adeguato alle circostanze - ed infiammarli a grandi gesta per amore di virtù e per desiderio di gloria. Se vi sarà inoltre necessità di consolare i soldati afflitti per la sconfitta subita, le parole saranno come medicina. Sicché, a vantaggio dell'esercito, per minimizzare la gravità degli eventi l'accorto parlare del Comandante deve essere a ragione più desiderabile che la capacità dei medici al seguito della truppa cori il solo scopo di medicare i feriti. Essi, infatti, assumono esclusivamente la responsabilità di curare le ferite, mentre il Condottiero, con dolci e suadenti accenti, consola ed incisivamente rallegra gli animi deboli ed abbattuti; inoltre, rinsalda il morale di chi è integro e sostiene coloro che sono scoraggiati. Quanto è dunque più difficile curare le infermità nascoste rispetto a quelle che si possono toccare e vedere, tanto maggiore fatica è quella di sollevare i cuori rattristati con le argomentazioni che apportare rimedio alle malattie del corpo.


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Come nessuna città appronterebbe mai un esercito senza un Comandante dai compiti ben definiti, così non deve essere eletto condottiero chi non abbia padronanza e grazia nel parlare e chi sia carente di facilità e dovizia nell'eloquio. Abbiamo già detto che bisogna nominare Comandante chi goda di stima e considerazione, perché il volgo ha l'abitudine di tollerare a stento di essere sottoposto a coloro che sono ·di bassa condizione e che non abbiano mai meritato onore e gloria. Certamente non v'è alcuno - se non lo fa perché è costretto che sopporti di seguire quel Comandante di cui conosca il minor valore rispetto al proprio. È quindi necessario che il Condottiero sia famoso quanto nobile e che per comune opinione sia giudicato valoroso e per virtù e costumi sia tale quale noi l'abbiamo descritto. Come sono dell'avviso che nessun Comandante debba essere eletto con riguardo alle ricchezze, così ritengo che non è da ricusare il povero, purché sia uomo probo e valoroso. Non mi sembra, infatti, che chi per decisione della sorte sia indigente o ricco meriti di essere vituperato o lodato. È certo che chi sia potente, ricco ed anche dotato di buoni sentimenti, è tanto diverso dal povero quanto l'armatura istoriata d'argento e guarnita d'oro si differenzia da quella fabbricata con ferro e rame e che sia priva d'ogni particolare ornamento. È ben vero che l'una e l'altra possono riparare e parimenti proteggere il soldato, ma la prima sembrerà essere più efficace dell'altra soltanto in virtù dello splendore e del decoro che è stato aggiunto esteriormente. Occorre infine avere l'accortezza di non eleggere chi sia intento ad accumulare denaro e continuamente rivolga l'animo al guadagno, tanto da essere totalmente schiavo della ricchezza e da appartire sempre il più agiato ed opulento di tutti, com'è costume di ogni specie di mercanti. Infatti, coloro che così si comportano sono necessariamente sordidi e di mentalità ristretta perché con tutto l'intelletto perseguono qualsiasi minuto guadagno e si rendono preda della cupidigia. Talché accade che in loro giammai può nascere il desiderio di alcunché d'onorevole, né di una illustre e nobile impresa. Ritengo, con certezza, che nel Comandante si debbano valutare la reputazione e la nobiltà degli antenati, qualora si abbia la ventura di trovarne uno con tali requisiti. Ma ove non sia possibile rinvenire siffatte caratteristiche, non


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se ne dovrà tener gran conto, né per questa ragione si dovrà tuttavia ritenere che taluno sia o non sia degno di esercitare il comando. Come intendiamo sperimentare la valentia dei cavalli e non la loro apparenza, così credo che si debba giudicare la nobiltà degli uomini. È veramente stolto ed assurdo non valutare chi e quali siano coloro a cui dobbiamo affidare la difesa e la conservazione dello Stato e volere invece considerare la qualità e l'indole dei loro antenati, quasi che, già da tanto tempo trapassati, abbiano il potere di tutelarci e di salvarci. È oltretutto iniquo e comunque non coerente deliberare con norme ed ordini di guerra che a chi si sia comportato valorosamente in qualche impresa vengano concessi premi ed onorificenze, non quindi per essere nati da stirpe nobilissima , e poi ritenere che si debba nominare Comandante chi abbia soltanto origine da prodi e nobili progenitori e non colui che confidando nella propria virtù rifulga, sebbene gli manchi la gloria e lo splendore degli antenati e della schiatta. Quando poi questo retaggio si unisce alla valentia personale, ritengo che un Comandante provvisto di siffatte peculiarità debba essere molto più capace, ma lo stimo del tutto inefficiente ed inetto qualora gli manchi la virtù. Anzi, si può ragionevolmente ipotizzare che diventino migliori Comandanti coloro che non si possono gloriare molto di essere di stirpe famosa ed illustre, in quanto quelli che, sentendosi pieni di sé per lo splendore degli avi, pensano di essere già abbondantemente gratificati in grazia dei meriti acquisiti dai predecessori, se talvolta nell'esercizio dei doveri commettono qualche errore, confidano nella reputazione e nella fama dei predecessori stessi. Sicché avviene che spesso comandano con negligenza. Ma coloro che non hanno alcuna speranza di rifugiarsi nella nobiltà degli antenati e non ricevono alcun raggio dello splendore della stirpe, con accortezza e capacità desiderano illuminare le proprie gesta per superare l'oscurità delle origini. Con più prudenza predispongono le azioni e con più pronto e lieto animo si preparano ad eventuali pericoli. Coloro che non hanno avuto in eredità un patrimonio vasto e dovizioso conservano le loro sostanze con maggiore avvedutezza rispetto a quanto facciano i più potenti ed i più ricchi, sforzandosi con ogni attenzione di accrescerle continuamente. Analogamente, quelli che non possono servirsi della fama e


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della gloria dei padri, ricevute in eredità, in tutti i modi cercano di acquisire reputazione per meriti personali. Dobbiamo quindi nominare Comandante un uomo valoroso, di stii:pe nobile, preparato, ricco, ma non è da disprezzare né da ricusare chi è povero purché sia famoso e stimato per intrinseche virtù, sebbene non sia nato da genitori illustri. . Dopo che sarà stato eletto ed immesso nell'incarico, sia garbato, benevolo e disponibile verso coloro che vorranno presentarsi a lui. Ciononostante, non deve mostrarsi in ogni circostanza oltremodo accondiscendente ed umano verso tutti, tanto da venire tenuto in scarsa considerazione; neppure deve essere tanto superbo e severo da suscitare la malevolenza altrui. Si comporti in tal modo, affinché con l'eccessiva liberalità e la benevolenza non renda indisciplinato l'esercito, ovvero con la durezza e con il rigore non se lo faccia nemico e distante da sé.


CAPITOLO II NOMINA DEI COMANDANTI DELLA TRUPPA

Il Comandante designi e nomini i Decurioni, i Centurioni e 'secondo l'organico gli altri Ufficiali preposti alla truppa, con riguardo alle diverse esigenze a cui egli riterrà di dover corrispondere, Di essi, scelga e nomini quelli chiaramente noti per virtù e del pari forti, coraggiosi, fedeli alla Patria. Nel procedere a tale selezione non ha importanza che si prescelgano uomini nobili e ricchi (anche perché non se ne devono nominare soltanto uno o due), affinché tra pochi di costumi integri ed onesti, la scelta sia facile, specialmente quando vi è grande necessità di uomini con tali requisiti ai fini della ripartizione ben ordinata ed efficace dei Decurioni, dei Centurioni e degli altri Ufficiali. È certamente molto utile allo Stato dare la precedenza alla nobiltà allorché occorra compiere un'impresa per la quale si richieda un elevato grado di preparazione. È del pari preferibile ciò quando, nella considerazione che la disponibilità di moneta è vivamente desiderata, è necessario far donativi ai soldati ed elargire denaro con munificenza. Infatti, la liberalità dei Principi e dei condottieri, anche se di poca entità, quando sia usata con benignità, spontaneamente ed al tempo opoortuno, può suscitare enorme benevolenza presso la truppa. La salda fedeltà dei Soldati, facilmente ottenuta con tale mezzo , accresce la sicurezza e la solidità nelle operazioni. Ciascuno, d'altra parte, spera di conseguire il maggiore successo possibile comportandosi valorosamente in combattimento, quando sa che i piccoli atti di liberalità del Comandante sono dettati da animo generoso.


CAPITOLO III I CONSIGLIERI ·Oltre a ciò è necessario che il Comandante abbia con sé alcuni colleghi ed amici , con l'aiuto dei quali prenda le sue decisioni. Questi, resi partercipi delle intenzioni del Capo, a tempo e luogo esprimano il loro parere. Il Comandante li scelga prima di muoversi in modo che seguano lui e l'esercito per svolgere la loro funzione, oppure, dopo che si sarà avviato, giorno per giorno chiami e faccia venire a sé tra essi i più nobili e di maggior saggezza, affinché essi lo aiutino nelle deliberazioni relative ad ogni problema. Talché, tutte le soluzioni che ognuno avrà individuato, il Comandante le potrà esaminare nel suo pensiero, senza però immediatamente approvarle ed accoglierle.. Infatti, le convinzioni e gli ~rientamenti nostri , verso i quali abbiamo una naturale predilezione, ci possono facilmente ingannare e molte volte si rivelano erronei. Invece , le decisioni approvate dal parere e dalla valutazione altrui, danno sicurezza all'animo e conferiscono stabilità e fermezza alle situazioni. Certamente nessuno deve aver tanta scarsa fiducia in sé stesso da essere sempre di opinione debole e dubbioso; neppure deve presumere di sé al punto da ritenere che gli altri non possano individuare soluzioni migliori delle sue. Sarà perciò inevitabile che chi è sempre subordinato all'altrui consiglio, in quanto scarsamente fiducioso in sé stesso, muti continuamente le proprie decisioni , sicché nelle operazioni si verificheranno danni e avversità. Analogamente è giocoforza che sempre o spesso commetta errori chi, non volendo ascoltare il parere altrui, accentri a sé ogni deliberazione.


CAPITOLO IV QUALE GUERRA SIA DA INTRAPRENDERE

Ritengo che le guerre debbano essere intraprese con ponderazione e prudenza assunte a fondamento delle decisioni. Sicché quasi a tutti si dimostri in maniera chiara che ogni guerra sia stata iniziata con ragione e che, per questo motivo, si deve sperare nel favore e nella benevolenza degli Dei. Oltre a ciò, i soldati con animo più allegro e più preparato andranno dove tu vorrai per eseguire i tuoi ordini, in quanto facilmente persuasi di dover arrecare danno al nemico non di propria volontà o scelta, ma perché indotti a prendere le armi per provocazione. In tale ottica, si accingeranno all'impresa con tutte le loro forze e con animo strenuo. Al contrario, quelli che per caso pensino di aver intrapreso una guerra ingiusta, sospettano che gli Dei debbano essere sdegnati e contrariati nei loro confronti. È sufficiente questa sola convinzione perché agiscano con timore ed indecisione, sebbene non accada nulla di dannoso. È quindi necessario che il Comandante tratti prima a voce e poi attraverso Ambasciatori quelle cose che egli chiede o altre che,_ essendogli domandate, non intenda concedere, affinché o chiedendo prestazioni giuste o negando le inique sembri che sia provocato a prendere le armi. Chiami infine a testimoni gli dei e gli uomini che egli non ha intrapreso a combattere per disprezzo dell'avversario o per temerarietà, perché a lui non possono essere attribuiti quegli eventi che spesso accadono a coloro che danno inizio alla guerra. Neppure si può ritenere che per ostinazione d'animo sia desideroso di danneggiare le popolazioni o di mandarle in rovina. In verità non soltanto si devono gettare salde fodamenta nel fabbricare case e mura, affinché ciò che tu edifichi non vada facilmente distrutto per la fragi[ità degli elementi di base; con attenzione .


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ed accortezza maggiori devono essere fermamente e solidamente fissate le predisposizioni iniziali della gùerra e successivamente si guidino i Soldati e si faccia muovere l'esercito. Le deboli fondamenta, infatti, non potranno sostenere il peso ad esse sovrapposto, ma cadranno perché facilmente compresse e squassate da ogni evento, andando del tutto in rovina. Pertanto bisogna imitare l'avveduto nocchiero che, prima di uscire dal porto per entrare nel mare aperto, fornisce l'imbarcazione di tutti i mezzi opportuni, la attrezza e dota quanto più è possibile e poi intraprende la navigazione. È degno di biasimo e pericoloso aver mostrato di far guerra in maniera tale che si conduca la truppa per mare e per terra e poi ci si fermi in una fase della preparazione, del cammino o anche dell'azione stessa e, dopo aver vanificato (come si suol dire) le prove, ci si ritiri con vituperio mettendo temerariamente a rischio la situazione generale. Sarai beffeggiato da tutti non soltanto per la leggerezza, ma sarai anche disprezzato perché la truppa ti reputerà scarsamente valido e sarai ritenuto causa di ogni specie di detrimento. A ciò si aggiunga che gli stessi tuoi nemici, se non avranno subito alcun danno, ti porteranno acerbo e mortale odio, avendo avuto tu intenzione di assalirli senza essere riuscito a vincerli o per viltà o per scarsa capacità.


CAPITOLO V ACCORGIMENTI DEL COMANDANTE

La truppa si deve condurre in attività operative dopo aver cancellato ogni pubblica menda o fallo ed essersi mondati di tutti gli errori o debolezze personali. Tali purificazioni dai peccati si devono effettuare con preghiere e sacrifici, come avrà comandato la legge sacra attraverso la religione oppure nel modo in cui sarà ordinato dai sacerdoti. Si guidi successivamente l'esercito in ordine, anche se ancora non si debba venire allo scontro con i nemici, specialmente nell'attraversamento dei paesi che s'incontrino sul cammino a molti giorni di distanza, sebbene siano quieti e pacifici. Infatti con questo accorgimento i Soldati si abituano a mantenere l'ordine e, in particolare, ognuno imparerà a stare al proprio posto ed a seguire i propri Capi ed i Comandanti intermedi. Questa norma dovrà essere più accuratamente osservata durante il movimento nelle terre nemiche, affinché i tuoi Soldati, se assaliti improvvisamente, non siano costretti da un momento all'altro a reagire di sorpresa, a correre confusamente di là e di qua e ad andar l'uno contro l'altro e, circondati infine con vari espedienti, non possano porre in atto nessuna azione idonea a conseguire profitto alcuno. Sicché in ogni luogo si deve camminare con l'esercito a ranghi compatti, allo scopo di rendere i soldati più capaci e rapidi nel compiere i trasferimenti, preparati e predisposti a resistere in caso di necessità, per avere imparato a seguire le insegne, ad ottemperare agli ordini ed a comportarsi valorosamente mantenendo il posto nei ranghi. Se sei costretto a condurre l'esercito attraverso luoghi infidi, devi serrare i ranghi e restringerli in poco spazio, in modo che non sia indotto a estendersi in lunghezza grazie all'ordine chiuso ed alla facilità di aprirsi nel senso della larghezza.


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Con questo sistema di procedere sembra che si tolga al nemie-0 la possibilità di condurre agevolmente gli assalti al suo avversario e, nello stesso tempo, dare a questo l'opportunità di arrecar danno ben sapendo che alla controparte è impedita la difesa in forma efficace (grazie al dispositivo assunto). Infatti, se giungi allo scontro con uno schieramento più ampio, come è solito avvenire quando ambedue i corni ·sono circondati, immancabilmente perdi l'ordine e vieni volto in fuga, oppure ricevendo l'urto sul fianco, nel mezzo delle file, con il dispositivo già disarticolato, viene immediatamente impedito alla tua truppa di avanzare mantenendosi ben serrata. Tratta in battaglia in tali condizioni e disposta in modo da offrire resistenza, essa farà poco profitto, come quella che adotta una fisionomia ordinativa tale da renderla poco efficace, anzi, del tutto debole, per non possedere un'entità numerica adeguata. Infine, se il nemico produrrà l'assalto da tergo, contro l'ultimo squadrone, la conseguenza sarà identica tanto che l'interessato non solo apparirà in grado di privarti della forza di offrire resistenza, ma addirittura di poterti spingere facilmente in fuga. Ma se tu, volgendoti indietro, avrai la temerarietà di combattere, sarai oppresso dalla stessa difficoltà che dimostrammo poter arrecare impedimento ai Soldati posti sulla fronte; sicché tu puoi essere rapidamente circondato e catturato. Oltre a ciò, suole accadere che durante un combattimento non equilibrato, non puoi facilmente prestar soccorso a quella parte dei tuoi che è soccombente e sfiancata. Infatti, se chiami i primi ad aiutare gli ultimi o, viceversa, richiami gli ultimi per porgere ausilio a quelli che sono sulla fronte, si ritiene che questa manovra si possa effettuare lentamente e con disagio, essendo necessario che i soccorritori percorrano un lungo tratto di terreno. Pertanto è sempre più vantaggioso, più sicuro e più agevole guidare il reparto serrato ed inquadrato, rispetto a quello che proceda diradato e disposto nel senso della lunghezza. Segnatamente ad un esercito che avanzerà con gli squadroni allungati spesso accade che dalla visione di indizi dubbi o incerti nascano timore e spavento repentini. Per questa ragione talvolta si è verificato che, discendendo da località elevate e montuose verso la pianura, in luoghi agevoli ed aperti, e vedendosi gli ultimi del reparto a grande distanza dai primi e temendo di essere assaliti in qualche agguato, si sono volti all'in-


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dietro immediatamente per combattere, e non si sono scontrati successivamente con nessuna compagine nemica. Sono del parere che le vettovaglie, i carriaggi e tutto il restante apparato logistico e delle macchine da guerra devono essere collocati al centro del dispositivo, salvo che le località lasciate indietro non siano talmente pacifiche da rendere sicuro il movimento di tali strumenti e reparti al punto che essi possano essere collocati dopo le Unità. Ma se tali condizioni non si verificano, le retrovie devono essere tutelate e difese dagli uomini più valorosi, come anche devono essere protette le prime schiere in ragione dell'eventualità che accadano imprevisti atti a causare danni. Per la stessa ragione devono essere mandati avanti molti uomini a cavallo, per ispezionare ed osservare tutte le località nelle quali si dovrà passare, specialmente quando si viaggi attraverso monti, selve, strettoie tra colline e smisurati deserti. Molte volte il nemico coglie le opportunità offerte da simili caratteristiche del terreno per porre gli agguati ed assalire dai nascondigli gli avversari che, poco attenti a prevenire le insidie, facilmente vengono disarticolati ed abbattuti. Ma se il Comandante, avvalendosi di esploratori avrà avuto cognizione degli agguati, per aver prevenuto gli intendimenti dei nemici acquisterà con poca fatica grande fama di avvedutezza e, nel contempo, potrà conservare intatto il suo esercito. Tuttavia la pianura aperta, che si può facilmente vedere senza mandare avanti le guide, la potrai attentamente osservare con i tuoi stessi occhi, giacché di giorno la polvere smossa e sollevata in aria rivela i movimenti dei nemici, di notte i fuochi e le fiamme stanno ad indicare che il campo avversario è vicino. Quando la truppa deve essere condotta soltanto per un trasferimento, non per combattere, è necessario che ti muova di giorno, a meno che qualche motivo particolare non ti costringa a trasferirti in fretta per giungere nel luogo desiderato prima del nemico. Soltanto in questo caso potrai incamminarti di notte, purché tu sappia di poterlo fare in condizioni di sicurezza. Quando sarai venuto in una località dove non potrai evitare lo scontro immediato con il nemico, condurrai la truppa senza concitazione, avanzando lentamente, curando di non far compiere ad essa un tragitto troppo lungo, in quanto l'affaticamento accumulato prima della battaglia spesse volte consuma le forze e la vigoria del corpo.


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Se avanzi con la truppa in un paese amico, è necessario che raccomandi agli uomini di non toccare o danneggiare alcunché e, anzi, si astengano assolutamente dal farlo. Infatti i Soldati, resi baldanzosi dal possesso delle armi, quando siano liberi di agire a loro arbitrio non lasciano intentata alcuna azione, soprattutto perché lo spettacolo delle cose che piacciono conduce rapidamente gl'incolti e gli sprovveduti a desiderarle e, con il gusto di rubare, a compiere ogni specie di scelleratezza. Pertanto, se tu non prendi provvedimenti, gli animi degli amici e degli alleati ti diventeranno ostili per queste azioni, anche se episodiche e di poco conto. Invece lascerai che i paesi nemici vengano devastati, danneggiati, bruciati e logorati, perché le guerre perdono d'intensità e cessano per scarsezza di derrate; si alimentano e si sostengono, invece, con l'abbondanza dei mezzi e con le ricchezze. Ma prima di permettere che il paese nemico sia danneggiato , ne darai preavviso agli avversari , minacciando di porre in atto tale proposito se essi non si arrenderanno. Il pericolo della repentina caduta in miseria e il timore della presumibile rovina spesso inducono gli uomini a piegarsi ad atti che in alcun modo, in altre circostanze, si sarebbero convinti a fare. Invece, dopo che hanno ricevuto il danno, come se tu non potessi arrecar loro peggiori mali , poco si curano della propria situazione e disprezzano quanto è loro rimasto. Se sai con certezza di dover restare a lungo con l'esercito nel Paese nemico, lascerai predare e danneggiare soltanto quei beni che riterrai non molto utili a te, ma quelli che, a tuo avviso, possono essere conservati per le eventuali necessità, ordinerai ai Soldati, senza mezzi termini, che non siano toccati . Dopo aver preparato e posto in ordine le truppe, non devi sostare a lungo nel tuo Paese né in quello degli alleati affinché, consumando tutte le tue risorse, non sembri che tu sia di maggior danno agli amici che ai nemici; anzi, condurrai con la massima rapidità l'esercito nella regione di questi ultimi. Se le loro contrade sono fertili e ricche di prodotti, potrai prendere quanto vorrai per soddisfare le tue necessità. Ma se ciò non fosse possibile per mancanza di derrate, almeno avrai dimostrato di voler provvedere con cura al bene ed al vantaggio degli amici. È comunque certo che si possono trarre molti profitti e grande utilità dalla terra dei nemici, quando essa sia feconda e ricca di abbondanti raccolti.


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È altresì tuo dovere curare con ogni diligenza che nel tuo accampamento si possano trasportare le derrate con sicurezza dal mare e per via di terra, perché in tali condizioni i mercanti saranno indotti a recarvi con la massima sollecitudine tutti i prodotti che saranno necessari all'intervento. Ma quando dovrai passare per luoghi angusti o sarà necessario far viaggiare la truppa attraverso località montuose ed aspre, allora sarà per te conveniente, allo scopo di tutelare uomini e cose, mandare avanti alcune aliquote di Soldati per disporsi sui rilievi più alti , le rupi, i passi ed altre strettoie al fine di non farli occupare prima dai nemici, che in tal maniera possono ostacolarti facilmente nel movimento. Al contrario, devi tentare ogni espediente perché l'avversario sia costretto, quando ti sarà più vantaggioso, a passare per quei luoghi scoscesi ed angusti. Infatti, non solo è opportuno che tu disponga gli accorgimenti atti a non ricevere danno, ma anche a fare in modo da rivolgere contro il nemico gli stessi suoi inganni. Quando stai sul punto di andargli incontro, cerca di accelerare la marcia, per poterlo prevenire ed assalire alla sprovvista; uguale diligenza porrai nell'impedirgli ogni strada, qualora tu Io ritieni opportuno, che esso dovrà percorrere per venirti contro.


CAPITOLO VI GLI ACCAMPAMENTI

Posti gli accampamenti in territorio nemico, sebbene tu non abbia deciso di sostare a lungo nello stesso luogo, occorre fare immediatamente i fossati ed il vallo, perché con tali opere tu potrai essere maggiormente difeso. Con questi presidi potrai sostenere gli assalti repentini dei nemici, come quelli improvvisi realizzati con preparativi occulti. Devi, oltretutto, scegliere Soldati ai quali sia affidato il compito di montare la guardia al campo di giorno e di notte, sebbene sia noto che l'avversario si trovi ancora lontano. Se però non sarai pressato dai nemici e vorrai mantenere più a lungo l'accampamento nel medesimo luogo , per devastare il Paese avverso ovvero per attendere una più favorevole opportunità di compiere assalti, allora sceglierai per gli alloggiamenti terreni non fangosi o malsani per altre cause. Infatti la natura e la posizione di simili località, a causa dei miasmi e del fetore, possono provocare e diffondere molte infermità e, in particolare, forme di pestilenza. Alcuni, assaliti da queste malattie, sono gravemente prostrati nelle forze, altri addirittura ne muoiono, tanto che, a causa delle considerevoli perdite, non solo la Truppa viene sensibilmente assottigliata, ma soffre e si abbatte oltremodo per la debolezza e l'avvilimento di coloro che sono rimasti in vita. È perciò prassi avveduta ed utile non mantenere l'esercito troppo a lungo in uno stesso luogo, salvo che tu non sia costretto a restar fermo per svernare, per evitare i rigori del freddo e per l'inclemenza del tempo. Grandissima attenzione si ponga affinché le tende ed i padiglioni siano posti in perfetto ordine, in modo da sembrare che tu abiti in un luogo simile ad una piccola città. Senza un'acconcia disposizione del campo, gli escrementi si accumulano in uno stesso posto durante una lunga permanenza ed


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emettono vapori dannosi, dai quali l'aria vicina viene infett~ta per contagio e progressivamente diventa malsana. Respirandola continuamente per necessitĂ , si contraggono molte e pericolose infermitĂ .


CAPITOLO VII L'ADDESTRAMENTO DELLA TRUPPA Quando i Soldati sono nelle sedi stanziali, durante l'inverno, devono essere sottoposti ad esercizi con diverse prove e renderli idonei al combattimento, per tenere lontani l'ozio e la pigrizia. In effetti l'inattività e la mancanza di impegni fanno diventare deboli e flaccidi i corpi , rendendo altresì gli animi vili e timorosi . Anche lo spirito di coloro che sono fortissimi si svilisce quando fanno presa i piaceri e la consuetudine alle mollezze. Gli uomini non devono essere tenuti per lungo tempo lontani dall'addestramento e dalle fatiche in quanto, se dopo l'ozio protratto vorrai costringere alcuni ad agire, essi eseguiranno l'ordine senza entusiasmo e perseveranza, come accade a chi, svilito dalla lunga pigrizia, teme il lavoro e rifugge da ogni impresa non ancora sperimentata ed insicura. Simili soldati, se tu vorrai andare in un determinato luogo per compiere qualche azione, rapidamentè se ne allontanano e, del tutto sfiduciati, non possono né vogliono sopportare la fatica. È perciò prerogativa del Comandante saggio preordinare con calma e predisporre a suo agio quelle attività che riterrà utili, durante il tempo·in cui non è costretto da alcuna necessità a combattere con il nemico, quando non sembra incombere alcun pericolo né possano sopraggiungere impedimenti di sorta che gli vietino di ordinare ai suoi soldati, per esercitarne il fisico , di effettuare l'addestramento alle operazioni da porre in atto con profitto contro l'avversario. Oltretutto, le attività non pericolose che si ordinano alla truppa - come quelle riferite all'istruzione, all'addestramento ed alla relativa simulazione del combattimento vero - possono sembrare giovevole diporto e ricreazione anche a coloro che sono gravati di debilitazione fisica. · I soldati si tengano in esercizio nel modo seguente: se ne scelgano alcuni, a ciascuno dei quali si diano le armi adatte al tipo di azione da compiere. Così armati si abituino a conservare lo schie-


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ramento ed imparino a non abbandonar mai il posto individualmente assegnato . Inoltre, guardandosi l.' un l'altro, chiamandosi sovente, unendosi e serrando i ranghi con destrezza derivante dall'abitudine, ognuno potrà sapere esattamente la propria posizione sul terreno e nella schiera, tanto da esser pronto ad ubbidire agli ordini senza incertezze. La truppa, a seconda dei diversi comandi, si ammaestri a saper dilatare e restringere le squadre ed a volgerle a destra ed a sinistra. Imparino poi i soldati il movimento dei reparti da un luogo all'altro senza confusione e la maniera di allargare e serrare lo schieramento e, infine, l'uscir fuori dalle righe e tornarvi alternativamente. Apprenderanno, altresi, quali siano le ripartizioni e le suddivisioni delle compagnie in Decurie, come anche si eserciteranno ad infoltire le squadre nel senso della larghezza e ad aumentarne la profondità . Proveranno a combattersi da opposti settori, con l'esercito diviso in due partiti, con specifico riguardo alla manovra dei soldati sussidi.iri, posti nelle ultime schiere, che volti all'indietro resistono ai nemici, protesi nel tentativo di accerchiarli. Occorre, infine, ammonire i soldati a stare attenti ad interpretare i segnali che vengano emessi per ordine del Comandante durante il combattimento e, in particolare, il suono della ritirata, in modo che si riuniscano ordinatamente e si disimpegnino dallo scontro . A tal proposito, accade spesso che chi si trova alle prime armi con la musica ponga le dita in maniera non precisa sui fori degli strumenti a fiato o sui tasti di quelli a corda, togliendole poi senza accortezza e toccando gli spazi intervallati fra essi, dai quali non può nascere l'armonia. Quando poi devono estenderle, le muovono con lentezza. Ma quelli che per pratica, addestramento ed applicazione intellettiva sono esperti in quest'arte, senza alcun impaccio emet:! ono o trattengono il fiato, toccano o lasciano le corde muovendo velocemente la mano abituata, con giusta misura e con disinvolta destrezza. Analogamente avviene a coloro che sono poco eruditi ed inesperti nell'arte della guerra. All'inizio sembra che con fatica e difficoltà si possono addestrare e tenere nei ranghi, correggendo molti errori ed impiegando gran tempo.


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Ma quando siano ben preparati ed esercitati, si dispongono automaticamente secondo l'ordine stabilito nei loro posti e ciascuno si adopera con entusiasmo di eseguire il proprio compito in maniera impeccabile e di dimostrare la propria abilità. Quando l'esercito sarà addestrato e disciplinato in questo modo, lo si dividerà in due parti per simulare il combattimernto sernza armi di ferro, ma con giavellotti leggeri ed aste fragili. Se per caso vi sarà un campo arato nei pressi, si usino anche zolle di terra e strumenti di cuoio di toro, qualora se ne disponga. Ma se vi fossero colline o località alquanto rilevate rispetto alla pianura o comunque in pendenza, per ordine del Comandante sia scelta un'aliquota di soldati, a ciascuno dei quali siano date simili armi, con l'incarico di correre verso quei luoghi per occuparli. Siano contemporaneamente distaccati altri uomini che, con uguale armamento, si sforzino di scacciare dalle colline i primi e di collocarvisi loro. Al termine della falsa battaglia, il Comandante lodi sia coloro che hanno difeso con successo la posizione inizialmente assunta sia quelli che sono riusciti a scacciare i finti avversari prendendone il posto. Per mezzo di tale attività addestrativa, effettuata con spirito di emulazione e diligenza, si conserva l'efficienza dell'esercito e, nel contempo, i corpi dei soldati si fortificano e si rinvigoriscono per-· ché, dopo il dispendio di energie, og~uno volentieri consuma ogni tipo di vitto e con gusto riceve le bevande, non curandosi di ricercare cibi più conditi o più delicati o più saporiti. Infatti la fame, che sopraggiunge per la fatica, e la sete, che insorge a seguito di abbondante sudore, inducono a ritenere raffi. nata qualsiasi vivanda e soave ogni bevand!a. Sicché i soldati diventano più gagliardi ed addestrati perché chi è solito produrre sforzi al caldo ed al freddo all'aria aperta, come si ·sottopone con animo allegro e disponibile ai travagli della fatica, così con vigoria fisica li sopporta. Allo stesso modo deve esercitarsi la Cavalleria: in presenza del Comandante si corra a gara, si insegua, si fugga, ci si affronti, si lanci l'asta, soprattutto nelle pianure spaziose oppure alle pendici dei monti, fino al punto in cui i cavalli siano capaci di avanzare su terreni impervi e sassosi, curando che non siano costretti ad operare in località elevate dall'eccessiva pendenza o troppo ripide e scoscese.


COME SI RECA DANNO AL NEMICO

Si devono apportare danni al nemico con ponderazione, perché non è opportuno che i soldati vad,ano temerariamente a far rapine od a predare. Neppure si può contsentire che essi vadano di qua e di là nel Paese nemico, specialmemte se ricco ed abbondante di prodotti, perché spesso si è visto coJ{lle da tale comportamento sono derivati enormi svantaggi. Infatti l'avversario, raccolte le sue truppe, assale in queste circostanze i soldati sparpagliati seinza accortezza per l'entusiasmo della conquista del bottino, oppure: impediti dal carico della preda. In queste condizioni facilmentte si pongono in fuga, si disperdono e si abbattono, non potend,o essi adoperare agevolmente le armi né soccorrersi a vicenda. Coloro che, senza averne rice,vuto specifico ordine dal Comandante, si saranno avventurati a f(<lr danni disordinatamente, siano puniti con pene severissime e vituJPerati con manifesto segno d'infamia. Quando invece avrai tu delitJerato d'inviare un'aliquota della truppa a procurar preda, è necessario che insieme ad essa, che andrà disarmata, vadano Cavalier) e Fanti esperti e valenti. Questi non dovranno preocc;;uparsi minimamente del procacciare il bottino ma, stando costan1temente in perfetto ordine, diano soccorso ai predatori e facciano i1n modo che essi possano tornare indietro in piena sicurezza. Se per caso saranno catturate spie del nemico , non potrai emettere uguale sentenza per tutte ed in ogni circostanza. Se verrai a conoscere che la ttua truppa ed i mezzi di cui disponi siano inferiori a quelli dell'avvers;ario, uccidile subito. Ma se pHOi avvalerti di soldaiti, supporto logistico ed armi più efficienti, con combattenti più vatlorosi e più disciplinati e Comandanti intermedi più esperti e fam1osi , allora , dopo aver schierato e posto bene in mostra tutto il tuo e:sercito, ordinerai che le spie siano


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condotte dappertutto ed abbiano libertà di guardare attentamente ogni particolare. · Lasciale infine partire senza alcuna punizione in quanto, riferendo circa la validità del tuo apparato, la preparazione ed il rilevante numero della truppa, certamente indurranno in timore il nemico. Allo stesso modo, il conoscere l'esiguità della tua compagine e la scarsezza dei mezzi di cui essa è dotata suole accrescere il coraggio ed alimentare le speranze del nemico.


CAPITOLO IX LA GUARDIA DI NOTTE Durante la notte devono essere comandati di guardia molti soldati. Di essi, alcuni veglino nei posti destinati alle sentinelle, altri dormano e si riposino, dopo aver stabilito la divisione e la successione dei turni. Gli uomini non devono essere costretti a far la guardia vegliando per un tempo più lungo di quanto la natura umana possa tollerare, sebbene essi promettano di riuscire a restar desti per l'intera notte. Infatti la soave presa del sonno può impadronirsi dell'uomo contro il proprio volere, sollecitando le singole membra ad abbandonarsi, com'è naturale . Ciascuno stia in piedi a montare di sentinella, perché lo stare a sedere o disteso toglie gradualmente le forze e rende il corpo languido e debole, favorendo il lieve insinuarsi del sonno. Al contrario, la posizione eretta mantiene desti la mente e l'animo. Coloro che vengono destinati alla guardia, si collochino immediatamente di fronte all'accampamento o anche più lontano ed accendano fuochi in modo da poter vedere ad una certa distanza, grazie al bagliore delle fiamme, chi per caso si diriga verso di loro, senza essere a loro volta individuati per essersi posti in luoghi bui e con la luce davanti. Con tale accorgimento i nemici maldestri potranno essere catturati dalle sentinelle.


CAPITOLO X COME TRASFERIRE L'ESERCITO DI NASCOSTO Talvolta avrai necessità di rimuovere l'accampamento senza che il nemico se ne accorga, dovendo occupare qualche luogo ovvero difenderlo dopo che sia stato raggiunto dai tuoi soldati, oppure per evitare d'ingaggiare-il combattimento. In tal caso, primli comanderai che siano accesi enormi fuochi e poi darai inizio al movimento. Sicché, vedendo i falò, l'avversario , convinto che tu sia rimasto nello stesso luogo, starà fermo. Ma se ti appresti a partire nell'oscurità della notte dopo aver spento i fuochi , i nemici, sospettando che ti prepari alla fuga, si adopereranno con ogni diligenza e rapidità d'azione per ostacolarti il movimento e, posti gli agguati più acconci alle circostanze, aspramente si opporranno a te.


CAPITOLO XI COLLOQUIO CON IL COMANDANTE NEMICO Se accade di dover andare a parlamentare con il Comandante nemico e ( come spesso suole avvenire) intavolare con lui trattative, porterai al seguito i più nobili e più valorosi tra i suoi subordinati. Siano essi di età giovane, alti, robusti , di bello aspetto ed anche forniti di armi pregevoli e rilucenti, in quanto spesso avviene che l'uomo giudichi il tutto dalla qualità della parte che ha potuto vedere. Ognuno, poi, è mosso ed attratto più da quanto ha osservato direttamente che dalla fama.


CAPITOLO XII I FUGGIASCHI Se per caso alcuni transfuga avversari vengono dal loro campo al tuo con l'intento di darti consigli o notizie circa le attivitĂ e la consistenza del nemico, ovvero per offrirsi di farti da guida, in modo che tu possa attaccare all'improvviso, fa che essi siano tenuti sotto sorveglianza e che abbiano consapevolezza di non poter andare liberamente dove desiderano. Anzi , sia manifesto che, se riponendo fiducia in loro otterrai la vittoria senza rilevanti danni all'esercito, avranno per i loro servigi una gran messe di doni e, trattati con ogni benevolenza, potranno recarsi liberamente in qualsiasi luogo. Ma se si comprenderĂ che essi sono venuti di proposito per trarre in inganno il tuo esercito, devi fare in modo che sappiano con certezza di esser mandati a morte anche per il solo sospetto del loro intento. Non si deve prestar fede ai fuggitivi se non quando sappiano di non esser padroni di se stessi, ma siano consapevoli che tu li hai in potere e , pur confidando nei loro suggerimenti, ti muovi autonomamente.


CAPITOLO XIII VALUTAZIONE DELL'ACCAMPAMENTO NEMICO Il Comandante sagace deve con ogni attenzione osservare l'accampamento nemico e con non minore diligenza considerare la posizione di esso. Se il campo è posto talvolta in pianura, con disposizione circolare , non dobbiamo ritenere che all'interno si trovino pochi uomini, perché ristretti in un piccolo cerchio di opere difensive. La figura circolare suole apparire alla vista di minori dimensioni rispetto alle esatte misure che possono essere rilevate in un oggetto determinato attraverso l'attività intellettiva. Sicché l'ampiezza di un luogo, raffigurato in circolo, è in effetti maggiore di quanto si possa giudicare con la sola osservazione. Al contrario, se i lati del vallo si estendono in lungo ed in qualche tratto siano obliqui e si restringano perché piegati a formare diversi angoli , non credere che dentro il campo sia ospitata una grande moltitudine. Sebbene tale forma di alloggiamenti abbia una considerevole apparenza di vastità, nondimeno non contiene in sé più uomini di quanti potrebbero essere compresi all'interno di un vallo di area equivalente ma costruito in cerchio. Ma gli accampamenti posti sui monti e sui colli, se non siano ad alta densità ed uniti l'uno all'altro, possono sembrare più estesi rispetto a quelli uguali collocati in pianura, pur contenendo minor numero di soldati di quanti si sia indotti a ritenere a prima vista. Per questo motivo si trascurano i luoghi vuoti e deserti, come quelli che presentano in parte fosse e cave o che sono aspri e sassosi, per cui sono abbandonati e non possono essere abitati da nessuno. Gli accampamenti ed i valli si costruiscono necessariamente in estensione adeguata all'entità della truppa che devono contenere. Pertanto, nel vedere il campo nemico stretto in un piccolo cerchio , non credere che esso sia di scarsa capienza, tenuto conto delle


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caratteristiche del terreno e della sua forma. Ma se è esteso in lunghezza, non aver timore. Conoscendo questi elementi e confidando nella tua capacità operativa, al presentarsi dell'occasione favorevole potrai compiere qualche nobile e gloriosa impresa.


CAPITOLO XIV QUANDO DEVI ACCAMPARTI, OCCORRE CHE TU RIUNISCA LA TRUPPA IN UN ESIGUO SPAZIO DI TEMPO Se i nemici ti provocheranno, guardati dal condurre i soldati fuori dal campo, anzi, rinserrali bene dentro il vallo e tienili insieme dando a vedere che agisci in tal modo perché costretto dal timore. Molte volte il nemico inesperto non considera gli avvenimenti con la ponderatezza necessaria per valutare i problemi della guerra ma, dopo aver osservato l'accampamento una sola volta e credendo che gli avversari siano pochi e disposti a rifiutarsi di combattere perché spaventati, è indotto a ritenere di poco impegno l'impresa. Sicché si prepara con negligenza e, uscito dai suoi alloggiamenti e dai ripari, si sparpaglia dappertutto senza accortezza, come se non vi fosse alcuno pronto ad affrontarlo. Dovendo dunque egli assalire l'avversario nei suoi alloggiamenti, va arditamente a porre l'assedio, non considerando l'eventuale gran numero di uomini che potrebbe uscir fuori dall'accampamento. Insuperbito dalla convinzione della propria superiorità, quasi che non gli possa accadere nessun inconveniente, diventa pigro, trascurato e scarsamente accorto riguardo all'azione imminente. Se hai intenzione di profittare saggiamente di questa opportunità, disporrai in ordine le tue truppe che, levando improvvisamente enormi clamori, usciranno fuori dagli alloggiamenti e si attesteranno dietro il vallo. Attraverso diverse uscite e correndo da più parti assaliranno il nemico e certamente prevarranno. In verità, se con simili astuzie ed espedienti saprai guidare i tuoi uomini, con facilità potrai accorgerti se l'avversario si accinge ad . usare contro te gli stessi inganni. Non soltanto è indispensabile che tu conosca le operazioni da attuare contro il nemico, ma devi anche preoccuparti che non sopravvenga qualche evento a te dannoso.


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Infatti, devi prestare attenzione a non essere ingannato con le stesse astuzie da te usate per arrecar detrimento all'avversario . La capacità di preparare insidie agli altri può essere di guida ad indagare agevolmente sulle possibilità che l'avversario operi in modo da arrecarti pregiudizio.


CAPITOLO XV I PROGETTI NON DEVONO ESSERE RIVELATI

Talora dovrai decidere di muovere il tuo esercito nell'arco notturno o diurno per impadronirti di una città, di una fortezza oppure di un castello, ovvero con l'intento di occupare un passo o compiere altro genere d'impresa, con celerità e senza che i nemici se ne accorgano. Non renderai palese ad alcuno il tuo intendimento e non rivelerai dove ti accingi a condurre la truppa né il progetto operativo, eccetto che tu non ritenga· utile farne partecipe qualcuno dei Comandanti dei reparti dipendenti. Ma quando sarai giunto nel luogo in cui stimerai vantaggioso procedere allo scontro senza indugio, impartirai a ciascuno ordini specifici secondo le circostanze e consegnerai il piano di combattimento. Senza por tempo in mezzo apertamente ammonirai condottieri e soldati e li informerai sulle finalità dell'azione. Successivamente, con grande sollecitudine, darai il via alle attività preventivate. È veramente indice di stoltezza e di sconsiderata leggerezza manifestare a tutti il proprio intento a svelare alla truppa il proprio pensiero segreto al di fuori di ogni ragionevole motivo. Gli scellerati e coloro che sono prevenuti contro lo Stato attendono simili occasioni per fuggire subito verso i nemici al fine di informarli, credendo di poter conseguire premi ed onori in compenso della delazione. Non vi è mai stato alcun esercito dal quale con assoluta libertà i malintenzionati abbiano potuto recarsi al campo avversario, specialmente dopo essere venuti a conoscenza di qualche segreto o di notizie comunque importanti, ovvero nell'approssimarsi dello scontro iniziale e del combattimento vero e proprio.


CAPITOLO XVI DOVERE DI OFFRIRE SACRIFICI PRIMA DI CONDURRE IN CAMPO LA TRUPPA

È regola inderogabile che non si possa condurre in campo la truppa né disporla in assetto di combattimento se prima non si saranno offerti sacrifici secondo i riti specifici; per questo motivo occorre avere al seguito dell'esercito Aruspici ed Indovini. Ma sarebbe di notevole vantaggio e del tutto auspicabile che tu stesso conoscessi il segreto di esaminare le interiora e di compiere le cerimonie sacrificali con la ritualità prescritta, affinché tu possa personalmente aver cognizione delle azioni da predisporre; a tali facoltà potrai essere ammaestrato con la massima facilità. Se però, avendo offerto il sacrificio per impetrare la realizzazione dei tuoi progetti, avrai certezza del favore delle Divinità, con animo ardito ti recherai a compiere l'impresa. Infatti i Comandanti subordinati comunicheranno ai soldati le favorevoli notizie preannunciate degli atti sacrali, suscitando buone speranze e vivificando il sano ardimento quando la truppa comprenderà che sarà guidata in battaglia dalla benevolenza degli Dei immortali. Compenetrati in tale convincimento, i combattenti affronteranno allegramente ogni rischio con rinnovato coraggio, nella prospettiva della vittoria, e saranno indotti ad ubbidire diligentemente ad ogni segnale ed a ciascun ordine impartito con la voce. Accade quindi che la doverosa cerimonia del sacrificio pubblico per impetrare il favore divino può apportare la più coriacea saldezza dell'animo e far sorgere la più rosea speranza in coloro che , intimamente pervasi dal timore della divinità, si abbattono facilmente per gli eventi avversi e non desiderabili. Ma se per caso, pur offrendo le vittime, non si adempiono i tuoi voti ed i sacrifici non predicono un futuro prospero , devi restare nello stesso luogo e non ti muovere per nessun motivo, sebbene sembri che a ciò tì costringano le circostanze.


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Non potrebbe forse accadere un accidente peggiore di quello che la sorte ed i sacrifici manifestano? Infatti, se fosse possibile far evolvere il futuro in maniern favorevole, tu lo potresti impetrare mediante l'offerta sacrificale. Pertanto, fatte uccidere numerose vittime, nello stesso giorno occorre fare sacrifici e reiterare il rito, in quanto ogni attimo ha il suo valore e con facilità può rivelarsi nocivo o vantaggioso o cogliendo l'occasione favorevole della sorte o lasciandola passare. In verità mi sembra che l'arte divinatoria degli Aruspici attraverso l'osservazione degli animali e delle loro interiora, grazie alla interpretazione dei segni opposti e della maniera di considerarli, faccia conoscere e renda manifesti i movimenti dei corpi celesti, il loro sorgere e tramontare, gli orientamenti delle figure che si formano , cioè dei triangoli, dei quadrangoli ed il significato delle relative misure. Infatti, in relazione al momento, alle differenti forme, alle cap~cità personali ed al modo di interpretare, nello stesso giorno e, anzi, nella stessa ora si è spesse volte verificato che alcuni abbiano conquistato regni oppure, vinti e catturati, siano stati messi in catene. Dunque a volte avviene che alcuni, facendo sacrificio, hanno l'assicurazione che l'ingaggiare il combattimento sarà vantaggioso; successivamente, però, alla battaglia segue la sconfitta. Perciò mi è sembrato necessario intrattenermi alquanto sul particolare argomento.


CAPITOLO XVII È NECESSARIO CONOSCERE IL TERRENO

Poiché, come chiaramente appare, sono molti e diversi i paesi diffusi per il mondo, le caratteristiche dei luoghi, l'aspetto e la forma delle regioni terrestri , accade che spesso l'uomo sia preso dal dubbio e non sia in grado di decidere in quale località si debba scendere in campo ed ingaggiare il combattimento. Vi sono in realtà alcuni che ben conoscono il proprio paese, ma ignorano quello dell'avversario o ne hanno scarsa esperienza. Sicché accade che, quando i nemici si trovano ad un giorno di cammino e fingono artatamente di aver timore o di non aver coraggio di attendere l'arrivo dell'avversario , simulano la fuga ed il Comandante poco avveduto li insegue come se fossero volti in rotta e con crescente impeto li molesta e li stringe da presso. Ma quando questi , sospinto dalla foga dell'inseguimento e dalla vana speranza di abbattere il nemico, si accorge di essere stato condotto verso passi impervi ed in località strette dai monti, troppo tardi si avvede di essere circondato dai nemici da ogni lato e rinchiuso come in una gabbia, dal momento che sono stati già occupati i luoghi più elevati, le uscite ed i valichi attraverso i quali la fuga avrebbe potuto avere qualche probabilità positiva. Allora, guardando il nemico stringerlo da ogni lato , schernirlo e pronto ad assalire l'esercito, si accorge di essersi caèciato in un estremo pericolo per la sua avventatezza. Poiché la natura del terreno, inoltre, non consente di contrastare l'azione avversaria con le armi e di evitare l'ignominia della resa, egli ritiene che la migliore e più degna soluzione sia quella di morire per fame ovvero, essendo costretto a consegnarsi ai nemici, concede loro la libertà di agire nel modo che sceglieranno con piena discrezionalità. Per questo motivo la ritirata dei nemici, quando abbia parvenza di fuga, va sempre ritenuta sospetta e non deve indurre a bramosi inseguimenti. Sono da esaminare attentamente, invece, le caratteri-


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stiche dei luoghi e considerare con diligenza l'andamento del terreno. Nel condurre in campo gli armati, dunque, si deve soprattutto prestare attenzione alla possibilità di percorrere a ritroso la strada dell'andata; altrimenti, astieniti dal procedere se sussiste l'eventualità che ti venga vietato il ritorno ovvero, qualora tu sia già entrato nel territorio considerato, cerca di adoperarti per poterne agevolmente uscire. Questo scopo potrà essere conseguito nel modo che di seguito viene descritto. Con i tuoi soldati occuperai le località più elevate e scoscese, nonché i passi sulla cima dei monti, da cui ti verrà assicurata la strada del ritorno al momento del bisogno. Questi consigli sono impartiti non soltanto affinché tu sia superiore al nemico per sagacia, ma anche perché con ogni diligenza ti prepari e ti adoperi per non essere colto alla sprovvista e per non essere sconfitto. È vantaggioso saper abbattere il nemico con l'inganno, ma è ben necessario guardarsi dalla possibilità d'essere tratto in insidie.


CAPITOLO XVIII SI DEVE TENER CONTO DI CHI PORTA NOTIZIE

Chiunque per informarti di qualche evento avrà chiesto di conferire con te sia benevolmente ricevu to, libero o schiavo che sia, tanto di giorno quanto di notte. Non soltanto sia introdotto nella tua tenda, ma non gli venga proibito di avvicinarsi a te se per caso ti incontri, ovvero quando stai riposando o sei a pranzo ovvero stai facendo le abluzioni. Infatti, in questo genere di informazioni l'indugiare o il vietare ad altri di parlarti o avere servitori autorizzati ad impedire l'ingresso a chi volesse conferire con te si traduce nella perdita di occasioni di grande vantaggio. È del pari una perdita di tempo assolutamente prezioso e pone in stato di pericolo i tuoi interessi . I Comandanti preavvertiti e consigliati da tali messaggeri in breve tempo hanno conseguito il successo, che si è concretato in un'enorme utilità per l'intero Stato.


CAPITOLO XIX QUANDO I SOLDATI DEVONO CONSUMARE I PASTI Se per avventura sarà necessario che le tue truppe si accampino di fronte al vallo dei nemici, ordinerai che i soldati consumino il pasto al sorgere del giorno. Se riterrai di poter liberamente scegliere il momento in cui dovrai spiegare lo schieramento ed ingaggiare la battaglia, allora ordinerai a ciascuno di rifocillarsi quando reputerai più comodo. Ma se fossi in condizione tale che - per la natura del terreno o per la debolezza del terrapieno e del fossato o per qualsiasi altro motivo - sia in arbitrio dell'avversario uscir fuori dai propri ripari, arrecarti danno con le sue squadre, esercitare forte pressione, dare inizio allo scontro e protrarre il combattimento, non è consentito dar poca importanza all'ora in cui si consuma il vitto. È anzi da curare particolarmente che, dato il segnale della sveglia, i tuoi soldati si rinforzino mangiando, affinché non siano costretti a prendere le anni ed a combattere a digiuno se per caso vengano assaliti. È certo che la truppa, ristorata da moderata quantità di cibo in modo da non essere del tutto sazia ed appesantita, diventa più veemente e vigorosa nel combattimento. Quando non si è adottato questo accorgimento, è accaduto spesse volte che, essendo i soldati abbandonati dalle forze per la fame sopravvenuta alla mancanza del pasto, si è andati incontro a pesanti sconfitte, soprattutto quando si è affrontato l'avversario non in uno scontro leggero, ma in un combattimento protrattosi per un'intera giornata.


CAPITOLO XX SOSTEGNO PSICOLOGICO DEI SOLDATI Sovente la malinconia nata da qualche timore, come di solito avviene, sembrerà aver invaso l'animo dei soldati o per un rinforzo giunto ai nemici o per altra ragione che faccia presumere la superiorità delle truppe avverse. In tal caso il Comandante deve soprattutto mostrarsi allegro e gioioso, perché l'aspetto e l'ottimismo dei condottieri sogliono rendere i sentimenti dei soldati conformi a quelli che i Capi stessi esprimono all'apparenza. Se il Comandante è radioso, subito i combattenti si aprono alla speranza favorevole, ritenendo che non possa sopravvenire nessun evento avverso o pericoloso. Al contrario, se sembrerà che il condottiero sia spaventato e titubante, immediatamente tutti perdono coraggio presagendo il sopraggiungere di qualche imminente sciagura. Pertanto è vantaggioso - e più consono alla saggezza del Comandante - fingere nell'aspetto allegria di fronte alla truppa e suscitare ottimismo con la sua letizia più che confortarla con parole ed arringhe quando è presa dalla tristezza. ' Infatti sovente alle parole non si presta fede, in quanto si può fingere con arte a seconda delle circostanze. Ognuno, invece, scruta attentamente l'aspetto considerando l'ardimento che traspare dal volto e, ritenendo che non sussista alcuna finzione, rimuove ogni timore e si rinsalda nell'animo. Pertanto è auspicabile possedere ambedue le qualità, cioè saper parlare a proposito quando sia necessario e dimostrare esteriormente di essere esattamente come le circostanze ed il momento richiedono.


CAPITOLO XXI QUANDO È NECESSARIO INCUTERE TERRORE ALLA TRUPPA Come è molto giovevole dar coraggio e suscitare la speranza nella truppa con le parole e con il lieto aspetto quando serpeggi lo sconforto, così si rivela di grande utilità intimorire talvolta i soldati, allorché si siano abituati all'inattività ed alla pigrizia e non apprezzino molto il Comandante né dimostrino ubbidienza nei riguardi degli altri Ufficiali. In questo caso, dunque, mediante l'ammonimento circa i pericoli e la menzione della valentia dei nemici si deve incutere timore all'esercito, in modo da rendere i soldati non paurosi, ma avveduti. Come l'animo afflitto dalla malinconia deve essere sollevato ed aiutato con il suscitare buone speranze, così lo spirito aduso alle mollezze e reso poco morigerato dalla rilassatezza sia rafforzato e sia raffrenato con il timore e con i rimproveri. Sicché sovente accade che gli spaventati ed i dubbiosi, deposta la paura, diventano arditi; al contrario, gli audaci ed i coraggiosi si trasformano in prudenti e cauti. Può altresì accadere che i tuoi soldati temano tanto il nemico' da non aver coraggio di intraprendere alcuna azione, oppure che.lo abbiano in tale disprezzo ed in così scarsa considerazione da non ritenere di doversene guardare. Perciò devi accortamente prepararti a ciascuno dei due atteggiamenti e tener presente la situazione e gli eventi affinché, quando sarà necessario, tu possa dimostrare con le parole e nell'aspetto di aver timore e prevedere realisticamente quanto sta per accadere, ovvero riesca a mostrarti animoso ed ardito, allorché riterrai che tale accorgimento ti sia utile.


CAPITOLO XXII COME S'INCORAGGIANO I SOLDATI USANDO I PRIGIONIERI NEMICI Poco prima che si ingaggi il combattimento, specialmente quando l'esito incerto della battaglia tiene i soldati nel dubbio e con la mente agitata, attuerai tutti i tentativi - o mediante assalti improvvisi ed agguati o con qualche scaramuccia - per catturare alcuni nemici, specialmente quelli che, abbandonati i posti di guardia, sogliono allontanarsi alquanto dall'accampamento. Se tu vedi che essi sono valenti e coraggiosi, li farai uccidere immediatamente oppure, incatenatili, li darai in mano ai soldati incaricati di custodire i prigionieri perché siano diligentemente vigilati; comanderai, altresì, che nessuno li possa avvicinare per parlare con loro . Ma se ti accorgerai che essi sono spaventati e vili, ordina che siano condotti subito nella tua tenda e , guardandoli con occhi minacciosi e mostrando aspetto terribile ed adirato, li intimorirai anche con minacce. Sicché, temendo per la loro vita, pregheranno umilmente e piangeranno; in tale stato li farai condurre di fronte alla truppa. Parlerai ai soldati, mostrando loro quanto i nemici siano deboli, afflitti, spaventati e senza alcuna capacità, perché sono molto timorosi della morte e nutrono scarsa fiducia in sé stessi, al punto da gettarsi in ginocchio con grande viltà , da pregare vergognosamente per evitare di essere uccisi e da domandare pietà all'avversario. È quindi necessario che i soldati accrescano il loro coraggio e dallo spettacolo ignominioso di simili prigionieri traggano opinione circa la codardia e la debolezza del nemico. Infatti, se l'uomo spera ciò che non ha ancora veduto, tanto più vivamente è sostenuto dalla visione della realtà concreta e dal premio ai suoi desideri, grazie al quale facilmente scompaiono timore e difficoltà.


CAPITOLO XXIII COME SI SCHIERANO I SOLDATI

Poiché sono numerosi e diversificati i tipi di schieramento - in relazione alla varietà dell'armamento, al differente addestramento, all'abitudine ad operare secondo taluni schemi, alle caratteristiche del terreno ed alla qualità dei nemici - occorre che il Comandante li conosca tutti, affinché possa adottare quello più acconcio alle singole circostanze. Perciò dirò in breve quali siano i dispositivi più convenienti in riferimento alle varie strutture per realizzare il dispositivo, oltre a quelle che possono essere escogitate "sul tamburo" in funzione delle necessità. Disporrai quindi la Cavalleria non secondo il tuo intendimento, ma come ti sugge,riranno le situazioni obiettive. Porrai i Cavalieri a schiera di fronte alle truppe montate del nemico ma, per quanto possibile, li dovrai concentrare sui due corni come d'uso, affinché sia sulla fronte sia sui fianchi sussista il vantaggio di un notevole spazio per correre più speditamente e guidare i cavalli con maggiore facilità, senza che altri armati, posti alle loro spalle, diano impaccio alla manovra. Nei ranghi inserirai per primi i Veliti, i Lanciatori di giavellotto, i Ferentari, i Sagittari ed i Frombolieri, perché se essi fossero posti nelle schiere arretrate, provocherebbero danni più agli amici che ai nemici. Se saranno collocati al centro, la loro efficacia sarà nulla, in quanto non potranno arretrare a causa della lunghezza dei dardi e delle lance e neppure saranno in grado di effettuare i movimenti necessari per il lancio, impediti come sono da coloro che si trovano vicino. Ancor meno i Frombolieri saranno liberi di far roteare le fionde e lanciare, essendo stretti dai soldati che hanno attorno, ai quali arrecherà maggior danno l'arma stessa, urtandoli, di quanto ne possa apportare ai nemici.


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Analogamente i Sagittari, se saranno avanti agli altri, effettueranno quasi un tiro al bersaglio direttamente sui corpi degli avversari; se però si disporranno nelle ultime righe o nel mezzo, saranno costretti a scagliare in alto le frecce che, percorrendo una parabola, consumeranno la loro forza iniziale ed affonderanno nella carne con scarso vigore, perdendo ogni efficacia. Se accade di combattere in un terreno che presenti una parte di bassa pianura e l'altra rialzata in forma di collina, allora collocherai i tuoi soldati leggeri nelle località più aspre e rocciose. Ma se ti troverai nel piano ed il nemico sarà sui rilievi, condurrai sui colli la Fanteria leggera, perché essa può agevolmente lanciare dardi e ritirarsi, correre senza impaccio e salire velocemente sui terreni difficili ed in pendenza. Fra le squadre, però, lascerai un consistente intervallo perché - se per caso i nemici tendano ad ingaggiare la battaglia subito ed i tuoi soldati abbiano già lanciato i dardi e siano esaurite le altre armi da getto, rivolgendo indietro le singole Unità, con ordine e senza disturbarsi a vicenda si rifugino tra le schiere di rinforzo e negli ultimi ranghi. È infatti accertato che l'andare indietro ed il volgersi sui lati di tutta l'aliquota avanzata no~ offrono alcuna garanzia di sicurezza, in quanto gli avversari possono sopravanzarla e, prima che essa si sia ricongiunta con il resto dell'esercito, riescano ad isolarla con efficace azione di forza. Al contrario, il passare tra le squadre molto vicine e fitte di uomini, tanto da essere quasi a portata delle armi dei nemici, può creare confusione e disarticolare lo schieramento. Ma se i Veliti assalgono l'avversario dai lati, possono provocare considerevoli danni, perché possono lanciare i dardi in senso trasversale e quindi ferire le parti non protette del corpo. Le fionde, poi, sono le armi più efficaci tra tutte quelle di cui è dotata la Fanteria leggera, in quanto il color plumbeo de'i proiettili è simile a quello del cielo, sicché le palle di piombo non si distinguono bene durante il loro tragitto e colpiscono il nemico improvvisamente. Inoltre, per la violenza della rotazione e del lancio e del forte impulso, il proié:ttile diventa surriscaldato e quasi incandescente, tanto da ferire gravemente. Penetrato nelle carni, infatti, non si può facilmente individuare, perché le labbra della ferita si riuniscono immediatamente, come


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avviene quando si ammicca con gli occhi senza chiuderli perfettamente. Se però tu non disponi di simili armi e del supporto dei Veliti, mentre l'avversario ne ha in abbondanza, ordina che i primi dello schieramento avanzino a stretto contatto ed a ranghi ben serrati, portando grandi scudi per riparare tutto il corpo. Gli altri soldati che li seguono in ordine, fino all'ultima riga, alzando gli scudi sulla testa avanzino tanto da portarsi a distanza di tiro dei dardi; con una simile copertura essi non potranno essere offesi in nessun modo dai giavellotti scagliati contro di loro. Ma se ambedue gli eserciti abbondano di Veliti, allora farai in modo che i tuoi siano i primi a colpire l'avversario prima che s'ingaggi il combattimento ravvicinato; qualora la battaglia sia già cominciata, mediante assalti laterali arrechino danni ai nemici, che saranno costretti a serrare le righe ed a ridursi in un esiguo spazio, venendo così molestati dalle armi scagliate da lontano fino al punto di perdere l'articolazione del dispositivo. Se vuoi evitare di essere circondato, non disporre uno schieramento eccessivamente lungo, tanto da essere debole in ogni sua parte; in tal caso, esso potrà essere facilmente infranto dal nemico, che si aprirà un varco e non avrà più necessità di compiere una manovra avvolgente onerosa ed impegnativa per circondarti in quanto, fruendo dei passaggi apertisi e profittando dell'imperfetto ordine delle schiere, potrà effettuare assalti alle spalle. Non soltanto devi guardarti dalla possibilità che tu subisca que. sto tipo di attacco, ma studierai che i tuoi lo portino all'avversario. Se vedrai che le schiere della Fanteria sono deboli, non ritirarle né restringerle al punto da agevolare il nemico che voglia circondarle e stringerle da presso. È soltanto necessario, invece, rafforzare le ultime righe non meno delle prime e dei fianchi, in quanto i soldati sussidiari (arretrati) possono contrastare la manovra avversaria come quelli che sono disposti nelle ali e nei corni. Devi tuttavia essere preveggente allargando l'ultima aliquota dei combattenti e distendendo ambedue i fianchi; successivamente farai volgere questi soldati contro i nemici ed ordinerai a quelli che sono già circondati di porsi schiena contro schiena con i colleghi schierati avanti a loro, combattendo così da ciascun lato. È proprio del Comandante accorto e sagace - quando saprà di dover combattere con poche forze contro una gran moltitudine -


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l'usare la precauzione di scegliersi località che siano vicine alle rive dei fiumi o prossime alle pendici di monti, guardando soprattutto alla possibilità di disporre lo schieramento. Ne)lo stesso tempo, il terreno prescelto dovrà impedire al nemico di circondare ed assediare le truppe che lo frenteggiano, in quanto pochi soldati, precedentemente posti in luoghi elevati escoscesi, possono agevolmente trattenere l'impeto degli avversari protesi ad effettuare una manovra avvolgente in virtù della superiorità numerica. In tale frangente, non soltanto sono necessarie la saggezza e la prudenza del Comandante, ma in maggior misura anche la sorte favorevole. Spesse volte per avventura accade che noi riusciamo ad occupare simìli località, ma nonostante ciò il Comandante non sa scegliere quali caratteristiche del terreno sono per lui vantaggiose e quali uomini tra i dispo·nibili sono i più validi; è infatti esclusivamente peculiarità del Condottiero saggio saper discernere quali siano le decisioni più redditizie. Alcuni , confidando nel gran numero dei soldati, sono soliti recarsi al campo di battaglia con le schiere disposte a semicerchio, ritenendo di poter allettare i nemici invogliandoli a combattere corpo a corpo. Muovendosi in tale formazione e piegando gradualmente i corni del semicerchio e facendo in modo che si congiungano, si forma un cerchio e vi si serrano dentro gli avversari. Non si deve, invece, operare con una similare forma di dispositivo, ma dividendo la truppa in tre aliquote: con le prime due attaccherai le ali avversarie, di fronte al semicerchio disporrai la terza, che dovrà star ferma e non andrà avanti se l'avversario consoliderà saldamente la formazione semicircolare. Soprattutto i nemici che si troveranno al centro non saranno in grado di provocare alcun effetto positivo, in quanto è toltò loro ogni mezzo di porre in atto qualsiasi operazione. Peraltro, se cominceranno a muoversi con l'intento di realizzare, dal fondo del semicerchio, una linea diritta, stringendosi l'un l'altro romperanno la disposizione iniziale; sicché, rimanendo immutato lo schieramento di quelli che sono collocati nei fianchi ritorti come comi e combattendo essi, il semicerchio in nessun modo potrà essere trasformato in ordine diritto. Scomposte dunque le schiere e muovendosi le truppe avverse, devi assalirle con la terza aliquota mentre sono così disorganizzate.


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Ma se gli avversari saranno fermi in semicerchio, opporrai loro la fanteria leggera con rinforzo di Iaculatori, che opprimano i nemici con il gran numero dei dardi e con le altre armi che possono essere lanciate da lontano. In aggiunta, se con tutte le forze porterai attacchi ad ambedue i fianchi ed andrai contro il dispositivo semicircolare, non commetterai alcun errore, in quanto non potendo gli avversari avanzare per combattere con tutte le truppe, essi si decideranno e soltanto quelli che saranno posti ai lati saranno costretti ad ingaggiare battaglia per primi per controbattere l'assalto che avranno ricevuto sui fianchi da parte dei tuoi. Non sarebbe tuttavia di poca utilità il disporre prima la truppa in ordine di battaglia, come se volessi combattere, successivamente· retrocedere come se fossi spaventato e, conservando lo schieramento prefissato, fingere una ritirata simile ad una fuga per poi volgerti improvvisamente contro gli inseguitori. Talché i nemici, ritenendo che i loro avversari per timore si siano volti in fuga, disarticolando le loro schiere per l'eccessivo giubilo producono l'assalto e ciascuno farà a gara sforzandosi di sopravanzare i compagni. Volgendoti quindi contro questi uomini scomposti potrai combattere senza pericolo e, con tale dimostrazione di ardimento ben oltre quanto reputassero gli avversari, sarai in grado di porli in fuga, diventati improvvisamente timorosi ed essendosi sparpagliati di qua e di là, sebbene poco prima ti inseguissero con tanta spavalderia. Occorre inoltre disporre di numerosi soldati scelti che, sostando in ordine al di fuori dello schieramento, a simiglianza dei Triarìi, prestino ausilio alle aliquote che fossero stanche o che venissero respinte. Da essi, nel momento deJJa necessità, potrai agevolmente ricevere soccorso. È infatti di grandissimo vantaggio aggiungere alle truppe affaticate quelle più valide, sia perché possano costituire un solido elemento di rinforzo sia perché assalgano, fresche e vigorose come sono, i nemici già scompaginati e perciò indeboliti. Non sarà altresì fuor di luogo, anzi sarà molto utile, se sceglierai alcuni per porli celatamente in agguato in un luogo adatto, lontano quanto riterrai opportuno. A questi uomini ordinerai di rivelarsi ed immediatamente accorrere non appena con le schiere acconciamente disposte sarai venuto allo scontro e sarà stato dato il segnale dell'attacco. Allora sembrerà che si tratti di soccorsi attesi e non soprag-


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giunti tempestivamente in quanto i nemici - ritenendo che quei soldati avrebbero dovuto aggiungersi alle tue schiere ancor prima, e precisamente durante il trasferimento del tuo esercito, quali truppe sussidiarie - si porranno in fuga nella convinzione che i sopravvenuti siano in numero di gran lunga superiore a quello reale. Questo effetto sarà più incisivo se l'intervento dell'aliquota predesignata all'azione avverrà improvvisamente e nel momento dello scontro. Siffatta manovra incute solitamente spavento negli animi degli inesperti che, nel timore di mali ancor più gravi, ne attendono l'esito con senso di paura. L'assalto improvviso da tergo diffonde enorme panico ed è quindi altamente remunerativo. Verificandosi le condizioni per realizzare tale tipo di attacco, occorrerà inviare di notte un gruppo di soldati per vie traverse, sì da sorpassare le posizioni nemiche ed organizzare un agguato. Quando i due eserciti siano venuti allo scontro, quell'aliquota di truppa, balzata fuori dai nascondigli con la massima rapidità, assalga le retroguardie nemiche. Sicché l'avversario, preso tra due fuochi, anche se sarà restata qualche speranza di salvezza, non oserà tentare la fuga per l'impossibilità di retrocedere né potrà efficacemente avanzare essendo pressato da ogni parte. Mentre la battaglia si accende sempre più, non tutti ugualmente combattono con lo stesso valore. Pertanto, cavalcando di qua e di là, conforterai i tuoi; trovandoti nel corno destro, griderai che l'ala sinistra è vittoriosa, avendo già squassato le linee nemiche. Se sei nel lato sinistro, dirai che l'aliquota schierata a destra sta ottenendo la vittoria, senza curarti se quanto affermi risponda a verità, perché non è fuor di luogo né di scarsa utilità far uso di menzogne quando la battaglia infuria. Per giunta, se il Comandante o Re nemico è abbastanza lontano da te o si trovi nel lato opposto a quello dove ti trovi ovvero sia al centro dello schieramento, con grida ttanto alte da essere udito anche dal nemico affermerai che egli è stato ucciso. Avendo ciò appreso, i tuoi con gioia duplicheranno la virtù nel combattere, mentre gli avversari perderanno coraggio e tutti insieme si daranno alla fuga, presi dalla disperazione. Quest'espediente si è rivelato spesse volte utile, perché con un solo atto· hai ingannato i nemici ed i tuoi, a questi annunciando fal-


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samente eventi favorevoli, a quelli arrecando notizie pregiudizievoli ed esiziali. È ugualmente peculiarità del Comandante avveduto mettere insieme, nelle schiere, i fratelli e ,gli amici, perché quando vediamo in pericolo colui verso il quale nutriamo amore, sospinti da questo sentimento accorriamo in sua difesa con maggior valore, noncuranti del rischio incombente. Chi poi si vede così amorevolmente protetto, preso dalla vergogna, dubita di apparire volontariamente irriconoscente se non restituisce a sua volta l'atto generoso. Per questo motivo viene assalito dalla consapevolezza di non dover abbandonare chi si è prontamente adoperato in suo favore e, quindi, si astiene dal darsi ignominiosamente alla fuga.


CAPITOLO XXIV ORDINI E SEGNALI

È necessario impartire direttamente disposizioni, ordini operativi ed istruzioni circa i segnali ai Comandanti intermedi ed a quelli preposti alla truppa. Rivela infatti scarsa preparazione ed inesperienza il Comandante che va d'intorno a cercare i singoli combattenti per dar loro gli ordini , in quanto simile attività richiede molto tempo e provoca confusione e clamore perché tutti si chiederanno a vicenda chiarimenti circa il significato delle disposizioni ricevute. Va anche considerato che ognuno aggiunge o toglie qualche particolare a quanto è stato comandato, non essendo compiutamente conosciuto il dispositivo delle operazioni. Per questo motivo è necessario dare prima di tutto gli ordini alle gerarchie del comando , che li riferiscano ai loro subordinati e questi , nei vari gradi discendenti , a mano a mano li trasmettano a tutti i livelli. Con tale accorgimento i segnali e le disposizioni potranno dirigersi alla totalità dell'esercito, fino all'ultimo soldato, non solo più rapidamente ma anche senza strepito e ciascuno ordinatamente li potrà conoscere. Tale corretto passaggio di istruzioni è simile a quello che avviene nel far segnali con il fuoco: sollevata la torcia dal primo soldato , la riceve il secondo che la consegna al terw; questi la passa al qµarto, che la dà al quinto, da cui viene trasferita al sesto e così via, in modo che in breve tempo, percorrendo una notevole distanza, il segnale del primo perverrà all'ultimo con ·ordine e senza tumulti . Analogamente l'ordine che deve essere trasmesso dopo il terzo livello gerarchico di comando non può essere impartito con la voce, ma con un gesto del torso ovvero con un cenno deJla testa, con il movimento della mano oppure con la percussione delle armi, con il volgere all'indietro l'asta impugnando la spada. Infatti , in caso di tumulto, non soltanto il soldato deve essere


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attento a percepire l'ordine ma anche a captare il segnale. Ciò, in quanto i nemici potrebbero comprendere quale sia la disposizione orale, che spesso è possibile udire, ma non il segnale concordato che, oltre a potersi impartire in maniera celata ed incomprensibile, appare utile e comodo per la facilità di dirigersi efficacemente anche ai soldati alleati, adusi a parlare un idioma straniero. Questi, sebbene non siano in grado di essere compresi nÊ di intendere la lingua dei compagni d'armi di cui sono confederati, tuttavia potranno discernere gli amici dagli avversari attraverso i segnali. questi segni devono esser resi noti non nell'imminenza del combattimento, quando cioè si alza il clamore del vociare delle squadre che devono disporsi nello schieramento, ma molto prima, nel momento in cui i soldati sostano tranquillamente senza pressanti impegni.


CAPITOLO XXV LO SCHIERAMENTO DA MANTENERE Comanderai altresì ai tuoi soldati di avanzare in ordine e parimenti di retrocedere, perché mantenendo le singole posizioni nello schieramento, se verranno ricacciati indietro, subiranno danni minori. Il nemico, infatti, non potrà sopprimere i combattenti uno alla volta, non essendo essi sparpagliati e non vagando in disordine. Se invece risultano vincitori, potranno inseguire con elevata efficacia l'avversario volto disordinatamente in fuga; con vigorosa gagliardia ed in condizioni di maggior sicurezza lo abbatteranno, se procederanno uniti e compatti. · Spesse volte, quando il nemico fuggendo vede gli inseguitori che avanzano senza osservare alcun dispositivo tattico, ricostituendo le schiere e volgendosi di nuovo per reagire, riprende impeto e combatte con determinazione. Per questo motivo devi convincerti che nulla è più valido, più salutare e più sicuro dell'osservanza rigorosa dello schieramento predisposto e del mantenimento della posizione. Al contrario, non c'è maggior pericolo né più grave danno che la disarticolazione del dispositivo e l'abbandono del terreno prescelto per lo scontro.

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CAPITOLO XXVI COME SI PREPARA E SI PREDISPONE L'ESERCITO AL COMBATTIMENTO Abbi cura di guidare l'esercito in campo con armi lucide e splendenti. Otterrai facilmente questo risultato esortando i tuoi soldati ad affilare le spade ed a pulire gli elmi, le corazze ed ogni tipo di armatura. Questo espediente è necessario in quanto lo scintillio delle armi fa apparire terribile l'esercito ed incute spavento ed angoscia nell'animo del nemico. Inoltre, farai avanzare le tue squadre con clamori, grida e, di tanto in tanto, ordinerai che corrano con impeto, perché la vista di tali attività, lo strepito ed il rumore delle armi turbano oltre misura i nemici e li terrorizzano. Quando sarai giunto a distanza giusta per incrociare le armi con il nemico, i tuoi soldati preventivamente muovano le spade sguainate in modo da farle illuminare dal sole, perché esse e le loro punte in particolare, contrapposte ai raggi solari, mandano un terribile bagliore di guerra, risplendendo ora l'una ora l'altra. È ben vero che la medesima astuzia sarà fatta anche dal nemico ma tu, rispondendo _ alla sua provocazione con gli stessi atti, farai in modo di spaventarlo. Se l'avversario, però, non si comporterà così, è necessario che tu con qualche accorgimento gli incuta timore. Quando dall'una e dall'altra parte le schiere saranno poste in ordine e pronte al combattimento, non devi subito muoverti, sospinto dal desiderio di essere il primo a produrre l'attacco. Fermati invece vicino ad un vallo, fino a quando non vedrai come sono predisposti i nemici, quale tipo di combattenti posseggano e, infine, quale sia la natura del terreno da loro occupato. Con tale metodo, potrai più acconciamente adottare i provvedimenti trattici adeguati, valutando quali soldati debba tu contrapporre a quelli del nemico e quale sia il dispositivo più adatto all' e-


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sigenza, comportandoti come deve fare ogni buon medico il quale, considerate le cause della malattia, prescrive successivamente i farmaci acconci. Schiererai le truppe secondo i criteri rispondenti alla massima efficienza io rapporto alla situazione, in quanto di frequente il Comandante, presa cognizione dell'apparato avversario, è costretto ad articolare il proprio dispositivo secondo le caratteristiche qualitative, la consistenza e le modalità tattiche del nemico. Se l'avversario è superiore nella Cavalleria, qualora per caso tu ne abbia l'opportunità, scegli luoghi difficili, angusti e pedemontani, per i quali i cavalli non abbiano agevole cammino. Ma se non potrai farlo, durante il combattimento procederai avanti fino a quando non troverai terreni adatti alle tue esigenze e capacità. Tuttavia, dietro al vallo , lascerai un'aliquota di uomini a difesa degli alloggiamenti e delle masserizie, allo scopo di evitare che il nemico, vedendo il luogo non presidiato, invii sue squadre ad occupare gli accampamenti indifesi ed a saccheggiare le provviste. Alcuni Comandanti distruggono i propri alloggiamenti o guadano fiumi o si lasciano alle spalle dirupi e precipizi deliberatamente, affinché la truppa, moralmente fortificata, superi l'avversario procurandosi la vittoria oppure sia definitivamente sconfitta. Infatti, se essa considererà la possibilità della fuga, constaterà che in ogni caso è priva della possibilità di scampo. Questi Comandanti, in verità, non li posso né lodare alquanto né d'altro canto biasimare, perché accingersi volontariamente ad un'impresa in condizioni di pericolo è ritenuto piuttosto temerarietà che saggezza ed attribuirei il successo più alla sorte che all'assennatezza. Pertanto, dal momento che sei costretto a trovarti in una delle due situazioni seguenti, cioè o a conquistar la vittoria combattendo con tutte le tue forze oppure mantenendo la truppa serràta andare in rovina con tutte le tue sostanze, come potrò io attribuire il successo alla sagacia oppure il disastro e la sconfitta totale alla scelta ed al senno? Effettivamente reputo che talvolta si debba consentire a taluni soldati di combattere con personale rischio per desiderio di onore e di gloria; questi, se si comporteranno valorosamente, arrecheranno allo Stato un sensibile vantaggio, se invece combatteranno senza successo, ·non procureranno danni particolarmente gravi. Ma quando la sorte sia dubbia ed incerta e non sia sicuramente


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positivo l'esito della battaglia, non lodo in alcun modo l'affidarsi con tutta la truppa all'alea del caso. Mi sembra inoltre che sbaglino assolutamente coloro i quali sono soliti combattere in maniera tale che, se vincono, ritengano di aver arrecato scarso detrimento al nemico, ma se vengono superati, credono che la loro sconfitta comporti un enorme danno per lo Stato . Tuttavia questi non si esimono dall'usare simili astuzie nell'attività bellica. Ma se già sia apertamente chiaro e si possa ritenere con cer~ tezza che tu debba subire una pesante sconfitta se non combatterai esponendoti a gravi rischi e che , qualora il nemico sia vinto, sarà completamente distrutto, allora mi sembra che non errino i Comandanti che chiudono ai loro uomini la strada della fuga. Infatti, è senza dubbio preferibile evitare la rovina con l'ardimento e contemporaneamente cercare di opprimere il nemico, piuttosto che stare inerti e comportarsi con viltà quando hai la certezza di subire una disastrosa sconfitta se non osi compiere alcuna azione. Quando sei in condizione di combattere, non soltanto allorché ti trovi nei terreni sui quali fuggendo tu non abbia alcuna sicurezza di salvarti, ma in qualsiasi luogo tu devi ammonire i soldati e dimostrar loro con ogni tipo di ragionamento che la morte certa e manifesta sovrasta i fuggitivi. I nemici, infatti, hanno la libertà di perseverare ad inseguirti perché nessuno lo impedisce , mentre possono agevolmente reca; danno ai tuoi uomini sparpagliati e posti in fuga. Invece, per coloro che combattono stando saldi al loro posto e si difendono , la morte è incerta· ed il pericolo evitabile. Tu convincerai i tuoi che nella battaglia imminente gli eventuali fuggiaschi dovranno senza dubbio perire con vituperio e chi resterà ben fermo alla fine affronterà la morte gloriosamente; chi abbandonerà il proprio posto riceverà immancabile detrimento, ma non ugualmente accadrà a chi conserverà l'ordine dello schieramento. Con tale accorgimento ti troverai ad avere soldati arditi e valorosi nelle stesse situazioni di pericolo. Devi desiderare, dunque, di disporre di soldati consapevoli e psicologicamente orientati in tal senso, perché coloro che posseggono questa convinzione e simili sentimenti o conquistano la vittoria piena o subiscono irrilevante danno. Gli espedienti escogitati nell'incombenza del pericolo in una battaglia e gli accorgimenti per opporsi con azioni non prevedibili alla sagacia tattica del nemico sono stati fonte di altissima gloria e


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di maggiore ammirazione per i Comandanti e per coloro che conoscono a fondo l'arte della guerra. Questi non hanno posto in atto le decisioni che sono facilmente presumibili e che per deduzione logica appaiono estremamente vantaggiose prima che le schiere incrocino le armi. È comunqùe oltremodo difficile dare dimostrazione razionale di ognuno di questi accorgimenti e da ciascuno trarre ammaestramenti. I Comandanti delle navi, dopo aver preparato e disposto in ordine tutti gli strumenti necessari all'arte nautica, si avventurano dal porto nel mare aperto e, se per caso si leva un fortunale, hon compiono le azioni che desiderano fare ma quelle a cui sono costretti, dando luogo a gesta ardite; essendo completamente circondati da pericoli, con vivido coraggio li contrastano adottando acconci provvedimenti ed avvalendosi non tanto delle esperienze precede1}ti e dell'arte del navigare quanto delle occasioni contingenti che Vpresentano improvvisamente. Analogamente deve comportarsi il Condottiero; ponga in ordine le truppe e le orienti e prepari nel modo che riterrà tornare vantaggioso ed utile ai propri interèssi tattici. Ma quando sopravvengono lo sconvolgimento e la spossatezza della battaglia molte predisposizioni solitamente si trasformano e s'infrangono, dando luogo a notevole diversità di situazioni. In tali frangenti, secondo la realtà contingente che si rende palese al momento, il Comandante trovi immediatamente gli accorgimenti e le decisioni adatti alle circostanze, tali da essere preparati più dalla necessità della sorte che dai suggerimenti dell'arte militare e dell'ingegno.


CAPITOLO XXVII COMPITI DEL COMANDANTE DURANTE IL COMBATTIMENTO Il Comandante deve combattere cautamente e con prudenza piuttosto che con audacia oppure astenersi del tutto dallo scontro, in quanto combattendo, anche se dimostrasse insuperabile capacità, non potrebbe essere utile allo Stato tanto quanto ad esso nuocerebbe se morisse. Infatti egli deve essere più valoroso con l'equilibrio interiore che con la forza fisica e con la gagliardia, in quanto con il coraggio e con la vigoria del corpo i soldati possono compiere grandi imprese, ma l'usare la sagacia, prevedere gli eventi e dare contributi di pensiero allo Stato prendendo decisioni nei momenti opportuni si addice soprattutto al Condottiero. Pertanto, se il Comandante della nave, lasciando il timone ed abbandonandone il governo, assolverà i compiti devoluti agli altri marinai, provocherà l'affondamento della nave, un errore analogo commetterebbe il Condottiero che, posta da parte la funzione di decidere e provvedere alle varie esigenze, si abbasserebbe fino ad assumere gli incarichi che si addicono ai soldati. È ben vero, quindi, che l'imprudente negligenza dei superiori nella dignità gerarchica rende vana ogni collaborazione nella quale sia riposta necessariamente fa stabilità dei beni. Ritengo che ugualmente possa dirsi del Comandante, senza alcuna differenza, perché quando egli sarà morto lo Stato dovrà andare in rovina e non vi sarà nessun altro che si preoccupi della salvezza di esso. Un siffatto Comandante sarà a ragione biasimato come inetto piuttosto di essere lodato come coraggioso. Infatti chi avrà svolto le funzioni del comando con equilibrio e sagacia, avendo conseguito il successo per mezzo dei suoi accorgimenti, potrà lietamente gloriarsi. Invece, colui che è superbo e cupido , al punto tale da non ritenere che possa essere compiuta alcuna


CAPITOLO XXIX PREMI DOPO LA VITTORIA Dopo aver conseguito la vittoria, non soltanto dovrai dare un premio particolare a ciascun soldato per aver validamente partecipato all'impresa, ma anche all'esercito nella sua totalità donerai ricompense per le energie profuse. Autorizzerai i soldati a saccheggiare l'accampamento, le derrate, i castelli del nemico - se alcuni di questi ultimi, a seguito di azioni di guerra, saranno pervenuti in tuo potere - ed infine anche le città. Queste sono escluse dal saccheggio se per caso si debba più ponderatamente decidere della loro sorte, in modo tale che si accresca di molto il risultato utile dell'impresa, specialmente quando la guerra non è ancora terminata. ' Quindi, i soldati attratti dai profitti e dal guadagno così ottenuti, si dimostreranno più entusiasti e più coraggiosi nelle successive occasioni, a meno che tu ritenga poco proficuo che i cacciatori incitino i cani da caccia con il sangue e con le interiora delle fiere catturate e che, quindi, sia dannoso dare in preda ai soldati vittoriosi i beni degli sconfitti.


CAPITOLO XXX IL SACCHEGGIO Non concedere ai tuoi soldati licenza di saccheggio sempre, in ogni luogo e nei confronti di tutti; neppure consentirai che vengano condotti via i prigionieri, che invece tu farai vendere se vi sarà bisogno di pubblico denaro per far fronte a consistenti spese. Nel caso che tu ponga questi divieti, ordinerai che ti vengano portati tutti i beni conquistati, perché tu felicemente potrai decidere, considerati il tempo disponibile e lo stato d'uso degli oggetti, se dovrai trattenere l'intero bottino o parte di esso, ovvero nessuna preda. Non è altresì equo che, nel corso di una guerra, il pubblico erario sia in condizioni ottimali, mentre i soldati vengono privati dei guadagni che si acquisiscono giorno dopo giorno, specialmente quando con più larghezza e generosità possono essere distribuiti ai combattenti, grazie alla ricchezza dei vinti ed alla fertilità delle contrade conquistate.


CAPITOLO XXXI I PRIGIONIERI

Fino a quando perdura la guerra, non uccidere i prigionieri e, soprattutto, quelli contro i quali è cominciato il conflitto, anche se gli alleati sono del parere di eliminarli. A maggior ragione non devi ordinare la morte di coloro che presso l'avversario godono di alto prestigio e sono famosi ed insigni per imprese gloriose. Infatti, devi ricordare che la sorte è incerta, oscura, varia e mutevole . Essa sovente ama molto invidiare i felici successi e conferire biasimo alla gloria conquistata. Potrai perciò scambiare i prigionieri e, nella permuta, ottenere qualche castello o riacquistare i tuoi soldati catturati che desideri molto avere di nuovo con te. · Se però i nemici rifiuteranno simili scambi, allora farai vendetta ugulmente e con ragione della loro ingiuria.


CAPITOLO XXXII CONVITI E FESTEGGIAMENTI DOPO LA VITTORIA

Superati e lasciati indietro i periCl)li, dopo aver ottenuto la vittoria con enormi sacrifici, siano prep~rati fastosi conviti per i tuoi soldati, vengano ordinatamente assegnati appositi luoghi per questa necessità, si comand~no giuochi e festeggiamenti, si conceda libertà di rimettersi dalle fatiche e di ripristinare le forze affinché, avendo già acquisito per certo lo scopo della vittoria e sperimentato quei vantaggi che dopo il trionfo devono esser goduti, i soldati imparino a sopportare i travagli e le avversità della guerra.


CAPITOLO XXXIII ESEQUIE DEI CADUTI

Successivamente sarà necessario che tu provveda con grande accortezza a disporre che siano solennemente officiate le esequie degli uominj uccisi in combattimento. Non cercherai scuse per non fare i funerali, né di tempo, né di orario, né di luogo, né di pericolo, sia che abbia conseguito la vittoria sia se sarai stato sconfitto, perché come è forma di religiosità celebrare le esequie e far sacrifici in onore dei defunti secondo la ritualità , così è molto utile a coloro che son rimasti in vita, anzi, è assolutamente necessario, mostrare ai superstiti la tua particolare sensibilità verso i morti. Infatti, quando ciascun soldato vede giacere i corpi degli uccisi che non vengano sepolti quasi per oltraggio e disprezzo del Comandante, giudica e presume che gli toccherebbe la stessa sorte e si dispiace, sapendo che se perirà combattendo per Ja Patria, gli verrà a mancare la sepoltura.


CAPITOLO XXXIV RIVINCITA DOPO LA DISFATTA

Se nel combattimento sarai stato posto in fuga, attenderai con saggezza di trovare l'occasione di prenderti la rivincita e di cancellare l'onta subita, avendo accortezza di confortare i soldati che saranno scampati alla disfatta con le argomentazioni che seguono. Certamente quelli che hanno conseguito la vittoria sono soliti, il più delle volte, sparpagliarsi qua e là con noncuranza e mantenere le masserizie senza precauzioni né guardie. Chi ha scarsa considerazione del nemico diventa ad un tempo pigro e poco accorto; per questo motivo, spesso il felice successo nelle imprese si rivela più dannoso della stessa sconfitta. Chiunque è stato prostrato una volta dall'avversa fortuna, ammaestrato dagli eventi ed ammonito dai suoi errori, per il futuro si comporta con maggior cautela. Al contrario, chi non ha provato le avversità, non sa restare nei limiti della modestia durante la prosperità e, se è uscito vincitore ed è insuperbito per il successo, ha scarsa reputazione degli altri. Non usa, al fine di non subire alcun danno, la stessa sagacia che avrebbe osservata pe.r abbattere i nemici sprovveduti e poco diligenti . Infatti il timore ragionevole, nel luogo e nel momento opportuni, è proprio di uomo cauto e previdente; ma il disprezzare ogni capacità altrui e non valutarla oggettivamente, al punto da non trame alcun profitto, è caratteristica dell'uomo imprudente e tale da diventare. soggetto ad ogni· forma di danneggiamento.


CAPITOLO XXXV LA TREGUA Se hai pattuito la tregua, guardati dall'assalire il nemico durante il tempo in cui essa resta valida, ma non devi rilassarti, pur osservando la stessa quiete che si addice al tempo di pace nei riguardi dell'avversario. · Per quanto attiene al tuo comportamento, sii attento a che non ti accada alcun inconveniente ed usa la stessa prudenza che osserveresti in guerra. È-opportuno, durante la tregua, che tu non ti muova per primo contro il nemico , travalicando i limiti dell'onestà e della ragionevolezza. Tuttavia non starai senza il dispositivo in ordine e con gli uomini disarmati. Anzi, dimostrerai di stare all'erta e di nutrire sospetti dell'occulto odio e delle insidie dell'avversario, in quanto il pensiero di coloro con i quali hai stabilito la tregua è nascosto ed avvolto nel dubbio. · Per questo mcitivo fermamente t'imporrai di non arrecare violazione alcuna al giuramento prestato durante la statuizione dei patti. Tieni però conto della possibile slealtà del nemico e, pertanto, non nutrire soverchia fiducia; così comportandoti, ti dimostrerai nello stesso tempo accorto e sagace non rompendo il patto e non lasciando all'avversario la possibilità di attaccare. In verità, coloro che rimettono agli Dei immortali la vendetta del danno subìto, sebbene siano di animo pio, tuttavia mi sembra che non tutelino i propri interessi; è infatti anomalo e stolto non difenderti dai pericoli ed è ancor più irrazionale non cautelarti al fine di nutrire la speranza che per la slealtà e per la fiducia infranta vengano puniti coloro che ti avranno scelleratamente offeso e danneggiato. Verificandosi tale eventualità, possono essere reintegrati il vantaggio e la salvezza non appena i nemici avranno pagato la pena del loro comportamento, specialmente quando con tutela dei tuoi


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interessi ti sia consentito di avere prove e notizie della slealtĂ dei nemici . SicchĂŠ, qualora tu sia perfidamente assalito a tradimento, non subirai detrimento e l'avversario manifesterĂ la sua intenzione di violare i patti in quanto, se avesse potuto, ti avrebbe portato nocumento .


CAPITOLO XXXVI ACCORGIMENTI DEL COMANDANTE PER INDURRE LE CITIÀ ALLA RESA

Userai benevolenza ed accondiscendenza nei riguardi delle città che si saranno consegnate spontaneamente e saranno venute in tuo potere sottoscrivendo patti. Con uguale atteggiamento adeschei:ai le altre che, attratte dalla speranza di conseguire gli stessi vantaggi di quelle, facilmente si arrenderanno. In verità, il Comandante che, non appena pervenuto in possesso della città, si dimostri aspro e crudd e saccheggiando, devastando ed infierendo sugli avversari, crea i presupposti per alienarsi la volontà di patteggiare delle diverse città e rende a sé difficile sia la guerra sia la vittoria. Infatti, chi ritiene che il vincitore debba essere inesorabile e malvagio verso gli sconfitti, decide implicitamente di attuare ogni tentativo e di subirne le eventuali estreme conseguenze, piuttosto che arrendersi volontariamente. Nulla, invero, permea gli animi di valore quanto il timore dell'imminente pericolo a cui ognuno sa di dover sottostare quando si arrende. Il ritenere di dover patire miseria, consegnandosi di propria volontà e cedendo ogni avere, suole infonde.re nei cuori un pressante desiderio di resistere e di combattere. In proposito, occorre considerare che ogni azione contro uomini disperati è difficile e pericolosa. Coloro che arrendendosi non potrebbero sperare di essere trattati in maniera più umana né di poter ricevere maggior benevolenza di quanto sia lecito ottenere se fossero vinti in battaglia, sono orientati a preferire di soggiacere ad ogni male opponendo resistenza. Sicché i Comandanti sprovveduti e crudeli sono motivo del prolungamento degli assedi delle città; in tal modo, alcuni assedi diventano inutili, non giungono mai alla fine e sono senza dubbio predisposti all'insuccesso e rischiosi.


CAPITOLO XXXVII OSSERVARE I PATII CON I TRADITORI Nei riguardi di coloro che a tuo vantaggio avranno compiuto tradimenti devi osservare i patti e la promessa fatta, non tanto per il loro comportamento quanto perché gli altri sappiano che, in futuro, chi vorrà esserti amico verrà premiato e più facilmente si piegherà a renderti servigi di tal genere. Infatti chi fa donativi ai traditori riceve maggiori benefici di quanti non ne dia. Per questo motivo, sarai prontissimo a render grazie a uomini di siffatta specie, perché tu non sei stato nominato vendicatore della città tradita, ma Comandante delle truppe della tua Patria.


CAPITOLO XXXVIII TRADIMENTI NOTTURNI E CAPACIT À DI REGOLARSI SUL CORSO DELLE STELLE

Per assalire o cogliere le occasioni di sconfiggere i nemici di notte per mezzo del tradimento , occorre avere qualche nozione ·del corso degli astri. Infatti, a causa della scarsa conoscenza di tale fenomeno naturale, i propositi di coloro che intendono compiere tradimenti il più delle volte si rivelano vani. Talora, . avendo il traditore concordato con te la terza o la quarta ora della notte, ovvero qualsiasi altra, che egli abbia considerato opportuna per aprire le porte della città o per uccidere alcuni uomini di sentinella oppure per abbattere all'improvviso qualche presidio nemico, se non si conosce la maniera di determinare il tempo, necessariamente si incorre in uno dei due seguenti errori: tu attacchi prima del momento utile e quando il traditore non ha ancora svolto la sua azione, sicché vieni catturato dal nemico o ti è impedito di porre in atto quanto avevi deliberato di fare; se invece giungi sul posto in ritardo, procuri l'occasione che il traditore sia preso ed ucciso e, con il tuo comportamento, impedirai a te stesso di effettuare l'azione. Per questo motivo è necessario ponderare bene il piano prestabilito con sagacia e considerare diligentemente quanto tempo occorrerà per percorrere l'itinerario previsto. Successivamente, contemplando la posizione delle stelle, calcolerai con molta accortezza quanto spazio avrai già coperto e quanto ne resta, affinché tu non giunga né in anticipo né in ritardo rispetto all'ora prefissata e possa penetrare nelle mura prima che il nemico si accorga della tua avanzata.


CAPITOLO XXXIX PRENDERE DI GIORNO, A TRADIMENTO, CITI À O CASTELLI

Se . però dovrai muoverti per prendere a tradimento di giorno una città o un castello, durante il tragitto invierai avanti un'aliquota della cavalleria, con l'incarico di catturare tutti coloro che si troveranno lungo la strada, per impedire che qualcuno corra alla città avvertendola dell'imminente assalto da parte delle tue truppe. Agisci comunque in modo che all'improvviso, nel più breve tempo possibile, possa presentarti di fronte all'avversario con l'Eser· cito pronto. Dopo che avrai assalito il nemico senza che questi abbia avuto sospetto della tua presenza, anche se l'azione non comporti necessariamente . l'ausilio del tradimento, ordinerai di combattere senza interruzione con tutte le forze e di avanzare con la massima celerità, per sopravanzare il nemico nell'avvicinarsi al castello o ·al vallo ·o alla città, curando di adottare questo · accorgimento specialmente quando avrai un numero esiguo . di soldati e comunque inferiori a , quelli dell'avversario. In verità,·gli assalti ·subiti all'improvviso, essendo effettuati al di là di ogni possibile previsione, di solito prostrano il nemico profondamente, sebbene esso sia superiore sul piano quantitativo. Infatti esso, vedendo gli assalitori ed avendo il tempo di decidere, comincia ad avere poca considerazione dell'avversario e combatte con maggior coraggio. Per questo motivo accade che sovente gli scontri iniziali e gli approcci delle imprese sogliono apparire più peri.colosi di quando si può procedere con calma e per tempo. Per tale motivo, è accaduto .a molti .di poter costringere con poca fatica il nemico, già spaventato ed intimorito, a sottomettersi spontaneamente ovvero a promettere obbedienza contro la sua volontà.


CAPITOLO XL L'ASSEDIO DELLE CITTÀ Nel porre l'assedio alle città, necessita soprattutto la capacità del Comandante e, nel contempo, si richiedono l'arte militare e l'approntamento delle macchine. Ma tu devi cautelarti e provvedere a che gli assediati non possano assalirti in qualsiasi parte, perché quelli che si vedono circondati conoscono il grave danno che ne ·verrà a loro se non saranno avvedutì. Sicché più accortamente si tutelano e considerano quale sia il miglior espediente per assalire il nemico che li assedia. Certamente, chi ritiene di non essere in pericolo, attua i disegni che aveva predisposto, nel momento in cui reputa utile. Ma chi veramente è convinto di trovarsi in pericolo, è attento ad ogni occasione e, trovatala, si sforza di prenderla e di agire contro il nemico. Sicché occorre che gli assedianti ~fortifichino gli accampamenti con steccati, fossat_i, sentinelle e gruppi di guardie. Infatti il nemico da lontano vede i tuoi preparativi e quanto stai per attuare; invece gli assediati, coperti dalle mura, spesso uscendo all'improvviso e facendo sortite dalle porte possono incendiare tutti i tuoi approntamenti e le tue macchine, abbattere gli uomini e distruggere quel che potranno avere a portata di mano. . Non potranno però realizzare siffatto intento se accanto alle porte sia grandi che piccole, da cui appaia agevole uscire,dalla città, avrai posto a guardia un'aliquota di tuoi soldati, in grado d'impedire simili improvvisi assalti e scorrerie. Altrimenti i nemici, uscendo nascostamente, potranno sovente porre in essere azioni di tal genere. Ti tornerà molto comodo ed utile compiere di notte le operazioni che intendi attuare. Infatti, agendo nell'arco notturno, per effetto delle tenebre a coloro eh~ sono assaliti tutto appare più spaventoso, in quanto non . si può discernere quel che sta accadendo.


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Sicché avviene che il dubbio si fa più molesto e negli animi nasce maggior timore di quando c'è la visibilità. Da questa condizione psicologica sorgono sommovimenti e tumulti, tanto che non v'è alcuno che non sia fuori di sé. Anzi, serpeggiano voci circa attività che l'avversario sta compiendo, ma che effettivamente non fa, anche perché, a causa dell'oscurità, non è possibile comprendere bene da quale parte tenti l'assalto, quali scale usi e quale sia il suo reale atteggiamento. Si corre di qua e di là per l'intera città, in ogni luogo si levano clamori, timori e spaventose agitazioni di folla, in quanto la paura fallace, presaga del futuro, fa reputare realtà quel che è soltanto sospettato. Ogni attività compiuta di notte, anche se di poco conto, può apparire temibile e terrificante a coloro che tu mantieni assediati, perché nessuno dice quel che vede, ma ognuno riferisce nei particolari circa i rumori che ode nelle tenebre. Se poi da qualche parte sembrerà che uno o due nemici siano saliti sulle mura, gli assediati, credendo che si tratti della truppa al completo, fuggiranno precipitosamente lasciando sguarnite le difese ed abbandonando i ripari. Se desideri che un'opera sia avviata e conclusa celermente, fa che tu sia il primo a porvi mano, perché la moltitudine dei soldati non è indotta ad agire secondo i tuoi ordini quanto piuttosto è sospinta dalla vergogna e dal. rispetto dei superiori. Infatti, quando tutti hanno visto il Comandante porsi all'opera prima degli altri ed affaticarsi, allora comprendono che è urgente condurre a termine il lavoro e si vergognano di non adoperarsi a sufficienza e temono di tirarsi indietro. Il loro animo non è già quello dei servi o dei soldati soggetti all'altrui comando di mala voglia, perché, stimolati dalla vergogna, si preparano a ripartirsi equamente il caricò delle fatiche. Sebbene siano molteplici e diversi i mezzi da guerra e varie le macchine per abbattere e distruggere le città fortificate, tuttavia tu non li adopererai tutti, ma soltanto quelli che al momento siano convenienti. In verità io, nel fornirti ammaestramenti, non potrei enumerare tutti quelli che si devono usare, cioè gli arieti, le testuggini, le vigne, le balestre, i ponti ed altri simili artifizi e macchine; infatti questi strumenti sono costruiti con le ricchezze dei potenti che provocano le guerre e si addicono piuttosto all'ingegno degli ideatori e degli artefici, nonché alla capacità ed alla perizia di questi nel fabbricarli abilmente.


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Invece alla saggezza del Comandante si addice soprattutto la scelta di quella parte della città o del castello più favorevole per accostare tali artifizi e macchinari, perché non si potrà facilmente circondare interamente le mura e portare l'assalto in ogni punto della struttura difensiva nel caso in cui il castello non abbia dimensioni ridotte. Dopo aver diviso la truppa in più aliquote, che disporrai in ordine acconcio, comanderai che si assalgano altre parti della città e che siano portate le scale sotto le muta, affinché i difensori sappiano di essere attaccati da ogni lato e, in tale situazione, non possano decidere con chiarezza dove debbano portar soccorso. Sicché, abbandonate le altre parti, i cittadini si occuperanno soprattutto di quella a cui sono state avvicinate le macchine. Gli assalitori preposti alle scale presso una delle zone rimaste incustodite, non essendo contrastati da nessuno, con facilità monteranno sulle mura. Comunque, se i difensori si saranno ripartiti per ogni luogo tentando di resistere, quelli di essi che si oppongono alle macchine ed agli artifici, non essendo sufficientemente numerosi, non potranno sostenere l'impeto dello scontro né ricacciare gli invasori che portano il loro attacco con incontenibile violenza. È pertanto molto opportuno e vantaggioso dare ad intendere di voler assalire la città da più parti affinché, in funzione dei diversi preparativi e delle molteplici forme di_assalto in apprestamento, tu induca i cittadini a dividere le forze e le decisioni, tanto da mantenere gli animi loro sospesi e costringere le truppe preposte alla difesa a spostarsi di qua e di là. In tale trambusto, più facilmente espugnerai le mura producendo il massimo sforzo nella parte da te scelta per combattere realmente; così t'impadronirai dell'intero complesso come se fosse un corpo unico. Ma se ti affretti e produci ogni sforzo per occupare celermente qualche castello, città o fortificazione, ovvero se vedi i tuoi soldati stanchi per la fatica o se non ti riesce d'intraprendere vantaggiosamente il combattimento o se ti resta difficile ritirare i tuoi dallo scontro, dovrai in queste condizioni dividere la truppa in più schiere, fissandone il numero in rapporto alla grandezza dell'obiettivo. In coincidenza con il primo turno di guardia della notte, ripartito equamente tra le aliquote il tempo dell'intervento di ognuna nel combattimento e disposte le squadre ad intervalli uguali sul terreno, ti cimenterai nell'impresa arditamente.


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Analogamente all'alternarsi delle sentinelle, per cui alla prima succede la seconda, a questa la terza, ad essa la quarta e poi la quinta, se saranno necessarie in tal numero, così le schiere si avvicenderanno l'una all'altra e, mentre una squadra combatte, le altre riposano e dormono. · Passata la notte, sul far del giorno farai cominciare di nuovo dal primo turno con ugual successione; così, ruota1ido le squadre, continuerai il combattimento distiibuendo lo sforzo tra le schiere che si avvicendano. Con questo espediente otterrai due risultati: combattere giorno e notte senza soluzione di tempo e la sostituzione dei soldati stanchi con uomini gagliardi, rinvigoriti dal riposo di cui hanno fruito a turno. Nessuno creda, poi, che gli assediati possano adottare un uguale provvedimento e che, disposti nello stesso ordine qualora il numero lo consenta, possano difendersi senza affanno e difficoltà con il medesimo sistema dell'avvicendamento. Infatti, chi s'avvede di essere in pericolo, anche se gli viene concessa l'opportunità di dormire, non può farlo perché, in considerazione della minaccia immanente, è costretto. a vegliare nel dubbio che la città possa essere espugnata mentre si dorme o si riposa. Ma qualcuno potrebbe chiedersi: "il Comandante è forse strutturato fisicamente di diamante o di acciaio? In tutte le attività descritte, che sono effettuate ad intervalli ed a vicenda e ripartite tra l'intero esercito, egli solo deve vigilare in permanenza senza mai riposare?". Certamente non pretendo da lui questo, ma non gli vieto di abbandonarsi di tanto in tanto alla quiete ed al sonno, purché lo faccia con moderazione e la durata del riposo sia breve. Nel tempo della sua assenza, si darà l'incarico del comando ad un Ufficiale fedele e valoroso, che per reputazione ed autorevolezza sia al secondo posto dopo il Condottiero. Qualche volta le zone della città collocate su alte rupi o in prossimità di precipizi, ovvero diversamente fortificate dalla natura stessa dei luoghi, sembra che abbiano concesso agli assalitori più ampie possibilità di espugnazione e di conquista. Infatti esse non sono state provviste di mura salde e forti costruite dalla mano dell'uomo e, pertanto, sono ritenute più vulnerabili. In verità i luoghi fortificati per natura non sono affatto sorvegliati, oppure sogliono essere tutelati in maniera insufficiente da una guardia poco numerosa.


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In tal caso, il Comandante sagace ed avveduto, confidando in questa favorevole opportunità potrà architettare ed escogitare la tattica più efficace. Con premi e promesse di ricompense cercherà d'indurre i più ardimentosi a tentare , con le scale o con altri mezzi, di salire sui luoghi più impervi. Se questi uomini riescono a scalare le rupi e ad entrare di nascosto nelle mura, s'impadroniscano di una o più porte della città e, grandi o piccole che siano, si sforzino di aprirle e di mantenerle successivamente aperte. Sarà inoltre di grandissima utilità se riusciranno a collocare sugli spalti un trombettiere, che subito cominci a suonare, perché l'udire dalle mura i segnali propri dei nemici, specialmente di notte, incuterà enorme spavento nell'animo degli assediati, convinti che la città sia stata già presa e che la sconfitta sia ormai definitiva. Sicché, presi dal terrore, gli assediati abbandoneranno le porte ed i posti di guardia, fuggendo per la via che a loro sembrerà più sicura. Così ai tuoi soldati, che erano in attesa di questo evento, sarà agevole entrare nelle porte dopo averle sfondate o salire sulle mura con le scale, senza avere impedimento alcuno. Con questa tattica, per mezzo di un trombettiere che può essere· anche disarmato, potrai espugnare e conquistare una città.


CAPITOLO XLI LA CITTÀ CONQUISTATA

Se conquisterai una città potente per il numero ed il valore degli abitanti, devi temere che i cittadini riuniti insieme facciano resistenza ai tuoi con improvvise azioni di contrasto, oppure portino attacchi efficaci da luoghi elevati preventivamente occupati, ovvero si ritirino nella rocca uscendone successivamente per fare scaramucce secondo le opportunità. In siffatta situazione, è necessario diffondere la tua pubblica promessa di far salva la vita a coloro che deporranno le armi e volontariamente se ne priveranno. Infatti ognuno tenta di trattar prima gli altri in modo uguale a quello che ritiene gli verrà riservato se in seguito sarà fatto prigioniero. Da questo atteggiamento è derivato che spesso alcuni assediati hanno a viva forza ricacciato i nemici fuori dalle città già invase o, se non hanno potuto conseguire tale risultato, si sono ritirati in rocche ben fortificate. Da esse hanno avuto di nuovo la possibilità di recar danni e turbative agli avversari, che successivamente li hanno stretti ancora d'assedio, talora più lungo e più difficile del primo, con molteplici rinnovati pericoli. È probabile che, una volta affisso il tuo editto in pubblico in ogni parte della città, tutti o una consistente maggioranza deporranno le armi. Infatti, coloro che sono tanto indignati verso l'avversario da desiderare di tentar la sorte combattendo, nel timore che gli altri cittadini non siano del loro stesso parere, anch'essi si recano a consegnare le armi. Per questo motivo accade che, pur volendo tutti gli abitanti del luogo adoperare armi e forze, tuttavia ognuno, sospettando di non essere seguito dagli altri, si affretta a deporre le armi nel dubbio di restare l'unico armato. Infatti la mancanza di tempo e le circostanze non consentono che si possa manifestare una diversa e ponderata decisione.


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Ma quelli che veramente desiderano scampare al pericolo e che in tutte le forme cercano la salvezza, fino a quando non è offerta e mostrata loro qualche speranza, poiché provvisti di forte animo, resistono a quelli che li assalgono, costretti come sono dalla necessità. Quando però trovano una pur esigua possibilità di salvezza, divenuti umili da superbi che erano, ti vengono a cercare con preghiere; sicché con un editto simile indurrai a deporre le armi anche coloro che hanno deciso di difendersi con ogni mezzo e con fermezza.


CAPITOLO XLII INDUGIARE NELLA VENDETIA NEI RIGUARDI DEI VINTI La morte dei soldati in combattimento non ha alcun bisogno di conforto e di ·compassione, perché è sopravvenuta per amore della virtù e per desiderio di vittoria. Ma dopo il successo, espugnata e conquistata la città , uccidere ovunque i vinti è per i vincitori del tutto disdicevole ed è testimonianza non tanto di valore quanto di crudeltà è di follia. Sebbene tu sia adirato e feroce contro i cittadini soggiogati, non devi tuttavia credere di subire danno in quanto a reputazione o ad interessi se non vengano subito uccisi i nemici catturati. Invece con tuo comodo, dopo aver riflettuto, superato ogni pericolo di ulteriori scontri, potrai decidere quale comportamento tenere nei riguardi dell'avversario vinto.


CAPITOLO XLIII LA CITTÀ CHE NON SI PUÒ ESPUGNARE CON LE ARMI

Se non hai speranza di espugnare e conquistare con la forza delle armi la città che hai circondato e, per tale ragione, devi prolungare l'assedio perché ritieni che ugualmente potrai conseguire il successo con il protrarsi del tempo e con la conseguente fame degli abitanti, allora farai catturare quanti troverai nei dintorni e nelle campagne. Tra essi, sceglierai quelli che per virtù d'animo, gagliardia di corpo e fiorire dell'età ti sembreranno adatti al combattimento, per impiegarli dove riterrai e quando stimerai che siano utili per le tue attività. In verità le donne, i fanciulli, i vecchi e coloro che sono deboli per altre cause e non sono adatti alla guerra li indurrai ad entrare nella città, perché non possono agire e, quindi, non sono in grado di recare alcun ausilio alla difesa degli assediati. Per altro, contribuiscono a consumare le vettovaglie della cittadinanza e, quindi, possono essere di così incisivo danno da poter essere ritenuti più nemici che amici o compatrioti.

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CAPITOLO XLIII LA MODESTIA CHE IL COMANDANTE DEVE DIMOSTRARE DOPO LA FINE DELLE OSTILITÀ Dopo che, sotto la tua guida, l'impresa avrà avuto un felice esito e , cessate le ostilità, tu avrai libertà di portare a soluzione tutti i problemi, non mostrarti superbo e severo, ma umile, garbato, • benevolo e di conseguenza amabile. Infatti quei difetti generano l'invidia, queste virtù inducono all'emulazione ed all'altrui affetto. L'invidia è sostanzialmente l'aver dolore della fortuna degli altri e l'emulazione è il desiderio d'imitare l'altrui virtù. Ma tra esse sono profondamente differenti, in quanto l'invidioso desidera che nessuno abbia alcun bene; chi aspira all'emulazione desidera di conseguire quanto altri hanno conquistato con onore. Quindi l'uomo d'animo buono non soltanto sarà un'ottima guida della Patria e delle truppe, ma anche saggio Comandante, diligentissimo amministratore e sarà attento ad accrescere la sua gloria ed a conservarla perpetuamente senza alcun pericolo.


DORELLO FERRARI

PER UNO STUDIO DELLA POLITICA MILITARE DEL GENERALE ALBERTO PARIANI

La storiografia militare italiana sul periodo in cui il generale · Alberto Pariani tenne il ministero della Guerra e lo stato maggiore del r~gio esercito ( ottobre 1936-novembre 1939) è ancora scarsa e lacunosa. Nei vari e numerosi volumi, generalmente di memorie, pubblicati fino aglì anni•'60 dai protagonisti della seconda guerra mondiale, sempre per quanto riguarda la partecipazione italiana, la figura di Pariani e la sua opera alla testa dell'esercito trovano quasi sempre fugaci accenni. In genere, si deprecano le riforme introdotte in quegli anni che "sconvolsero" l'esercito alla vigilia della guerra. Una maggiore attenzione portò alle vicende del '36-'39 Emilio Canevari nella sua "Guerra italiana" (voi. I pp. 550-570) edito da Tosi a Roma nel 1949. Ci sembra che Canevari individuò il punto centrale della questione consistente nella scarsità di stanziamenti in cui fu lasciato in quegli anni l'esercito. Ha avuto inoltre il merito di esporre per primo, con un minimo di argomenti e citando Il dibàftito al Senato, le critiche all'introduzione della divisione binaria, cardine delle riforme di Pariani. · Emilio Faldella, nel suo "L'Italia nella seconda guerra mondiale" edito da Cappelli a Bologna nel 1959, dà un certo risalto alla visione strategica di Pariani, meno angusta di quella della maggioranza dei suoi colleghi, a certe intuizioni particolarmente acute e, infine, al ruolo attivo di Pariani nelle incipienti relazioni militari italo-tedesche. Più di recente sulla politica militare di Pariani si sono soffermati: - Massimo Mazzetti, "La politica militare italiana fra le due guerre mondiali", edizioni Beta, Salerno, 1974;


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Dorel/o Ferrari

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Giorgio Rochat e Giulio Massobrio_, "Breve storia dell'eser- · cito italiano dal 1861. al 1943", Editore Einaudi (Piccola , . Biblioteca Einaudi) 1978, pp. 223-225; - Lucio Ceva, "Le Forze Armate", volume XI della "Storia della Società italiana dall'Unità a oggi", edita dall'UTET, 1981, pp. 248-270. Ricco di dati rimane sempre, al riguardo, il volume su "L'Esercito Italiano tra la 1a e la 2a guerra mondiale" edito dall'Ufficio storico dello stato maggiore esercito nel 1954. Certo riferimento alla politica militare di' Pariani hanno le pubblicazioni concernenti le operazioni di controguerriglia in Etiopia nel periodo '36-'39, la partecipazione italiana alla guerra civile spagnola, lo sbarco e l'occupazione dell'Albania nell'aprile del 1939. Tra i pochi scritti interamente dedicati alla gestione dell'esercito di Pariani rimangono un opuscolo fuori commercio pubblicato dallo stesso Alberto Pariani nel giugno 1949 dal titolo "Chiacchiere e Realtà" e un nostro breve studio pubblicato sulle "Memorie storiche militari 1982" dell'Ufficio storico dello· stato maggiore esercito: "dalla divisione ternaria alla binaria: una pagina di storia dell'esercito italiano". Eppure gli anni di Pariani furono particolarmente significativi dal punto di vista militare nel mondo, in Europa e in Italia, costituendo una lunga vigilia della seconda guerra mondiale. Per l'Italia, si . passò dall'enunciazione dell'Asse Roma-Berlino al Patto d' Acciaio, attraverso la guerra civile spagnola e la crisi di Monaco. Questi momenti delle relazioni internazionali influenzarono largamente le politiche militari dei maggiori Paesi europei e furono generalmente accompagnati da un riarmo di vaste proporzioni e da un riallineamento politico che si ripercosse direttamente sui piani strategici. Il riarmo, che ebbe come campo sperimentale la Spagna, si tradusse nello sviluppo di nuove armi, di nuovi procedimenti tattici, nell'organizzazione di eserciti che ormai erano ben lontani da quelli ereditati dalla prima guerra mondiale e per oltre un quindicennio conservati più o meno senza novità. Tanto più utile sarebbe quindi esaminare se vi furono e quali furono le reazioni italiane a tanti avvenimenti, come il nostro organismo militare si avviò verso la futura guerra. In poche parole sarebbe estremamente interessante analizzare la politica militare italiana dalla fine del 1936 alla fine del 1939. · In questo brevissimo studio vogliamo tentare un primo avvicinamento a tali problemi e fissare i punti salienti dell'opera di chi, al


Per uno studio della politica militare del generale Alberto Pariani

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vertice dell'esercito, dominò in quel tempo la nostra politica militare. *

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Il generale Alberto Pariani nacque a Milano il 27 dicembre 1876. A vent'anni fu ammesso alla Scuola militare di Modena. Apparteneva quindi a quella numerosa schiera di ufficiali - poi arrivati agli alti gradi alla vigilia della 2a guerra mondiale - che avevano abbracciato la carriera delle armi nel momento più triste della nostra storia militare, ai tempi della sconfitta di Adua, delle polemiche che ne seguirono, in una situazione di profonda depressione delle istituzioni nazionali e della società italiana. La considerazione in cui era tenuto l'esercito sembrava scesa a livelli molto bassi. Pertanto tutti costoro entrarono in carriera condizionati da sentimenti che ne spiegano facilmente l'adesione al nazionalismo e al fascismo trionfanti nei successivi decenni. Le vittorie italiane in Libia, in Europa - nel 1918 - in Africa orientale, e anche in Spagna, ebbero un certo ruolo nel dare a questi capi l'illusione di servire in armi una grande potenza, offuscando i reali rapporti di forza in cui l'Italia si muoveva. E tale tendenza sarà una delle cause non ultime della nostra condotta politico-militare fino alla tragedia dell'8 settembre 1943. Nel 1898, a ventidue anni, Pariani fu nominato sottotenente nel 6° reggimento alpini dove rimase per nove anni, conseguendovi a 26 anni la promozione a tenente. Nel 1907, a 31 anni, fu ammesso alla scuola di guerra, dove vi seguì i corsi triennali chiusi a 34 anni con la promozione a capitano. Per successivi tre anni prestò servizio, in esperimento, allo stato maggiore. Erano gli anni in cui il nostro stato maggiore era guidato da Tancredi Saletta e poi da Alberto Pollio, capi severissimi, di indiscusso valore che, si può dire, forgiarono uno stato maggiore altamente selezionato, ispirato ai criteri che presiedevano alla formazione e all'impiego dello stato maggiore prussiano, poi germanico. La formazione di Pariani fu quindi quanto di meglio potesse offrire l'esercito italiano: prima nelle truppe da montagna, poi allo stato maggiore; doppia selezione, dunque. Dopo un biennio, dal 1913 al 1915, di comandante di compagnia nel 1° alpini, Pariani tornò allo stato maggiore dove, in vari incarichi, vi rimase ininterrottamente fino al dicembre 1926 conseguendo la promozione a maggiore a 39 anni, a tenente colonnello a


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Dorella Ferrari

40 e a colonnello a 41 anni, il 6 gennaio 1918. Le tre promozioni, avute tutte nel corso della prima guerra mondiale e senza che Pariani vi esercitasse mai un comando di truppa, possono non essere estranee a certa astrattezza di pensiero che caratterizzò poi l'opera del generale al vertice dell'esercito. E lontano dalle truppe rimarrà per il resto della sua carriera. Infatti, se si eccettuano pochi mesi al comando del 6° alpini nel 1927, Pariani sarà inviato in Albania come addetto militare e capo della missione militare italiana permanendovi dal 25 aprile 1927 al 12 giugno 1933. Durante questa lunga missione fu promosso a 53 anni generale di brigata "per meriti eccezionali'' e a 56 anni generale di divisione. Una carriera un po' anomala, dunque, non tanto per la cadenza nelle promozioni , quanto per gli incarichi svolti che non la giustificavano di fronte ai colleghi che, nel frattempo, passavano anni e anni al comando di reparti e grandi unità. Conseguita la promozione, Pariani fu destinato, il 22 luglio 1933, a comandare la divisione di Bolzano. Si trattava, in quel momento, di uno degli incarichi più brillanti che un generale di divisione potesse avere. Infatti i compiti delle truppe ai suoi ordini andavano bene al di là della semplice difesa della frontiera: si trattava di garantire la indipendenza dell'Austria dalle mire espansionistiche della Germania. Ben presto le capacità dei comandanti alla frontiera Nord furono messe alla prova. Ii 25 luglio 1934, dopo avere assassinato il cancelliere austriaco Dollfuss, i nazisti di Vienna, con l'appoggio tedesco, cercarono di impadronirsi del potere. Il colpo fallì a Vienna per la rapida reazione del presidente della repubblica austriaca, nonché della nostra legazione che ottenne l'immediato isolamento telefonico di quella tedesca. Ma fallì soprattutto per l'energica e immediata reazione politica e militare del governo italiano. In ventiquattro ore un paio di divisioni furono minacciosamente schierate al confine del Brennero e, fra queste, quella di Bolzano al comando di Pariani che si guadagnò la promozione a generale di corpo d'armata "per meriti eccezionali" conferitagli il 6 settembre 1934, a 58 anni. Dopodiché, Pariani fu chiamato dal sottosegretario di Stato alla Guerra, Baistrocchi, a Roma. Il successivo 1° ottobre Baistrocchi assumeva anche la carica di capo di S.M. dell'esercito e Pariani fu nominato sottocapo di S.M. In pratica fungeva da capo perché Baistrocchi era assorbito principalmente dalla cura del ministero. Per due anni, Pariani sarà il collaboratore intelligente di Bai-


Per una studio della politica militare del generale Alberto Pariani

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strocchi affrontando insieme la campagna d'Etiopia dove l'ampia preparazione, lo sforzo logistico e la parziale mobilitazione dell'esercito - condotti con una dovizia di mezzi, una rapidità di attuazione e uno sviluppo organico intelligente, mai visti prima - dimostreranno un'encomiabile capacità del ministero e dello stato maggiore e saranno la causa prima della rapida vittoria. Furono anni di opera appassionata. Su Pariani ricadde la maggior parte del lavoro di mobilitazione e di schieramento in Patria, in Libia e nell'Egeo rimanendo a Baistrocchi l'impegno per la spedizione in Africa orientale. Nel clima generale di esaltazione dell'impresa etiopica, su tutti i capi militari piovvero promozioni, titoli nobiliari e ricompense. Pariani, seppure in posizione defilata, non fu dimenticato e il 15 giugno 1936 fu promosso generale designato d'armata, il massimo grado conferibile in tempo di pace o per azioni non di guerra . Aveva 60 anni. Il 7 ottobre 1936 il generale A lberto Pariani sostituiva nelle cariche di sottosegretario alla Guerra e capo di S.M. dell'esercito il generale Federico Baistroc-chi. Sulla nomina di Pariani, la documentazione è scarsa, ma concorde: fu Ciano a suggerirne il nome a Mussolini . Questo fu tuttavia. l'atto conclusivo di una manovra da lungo tempo in atto da parte fascista per il controllo dell'esercito. Tre anni prima, Baistrocchi era stato portato al potere per sottrarre l'esercito ai cosiddetti conservatori - Gazzera e Bonzani ritenuti legatissimi alla Corona e a Badoglio, ma poco o punto al fascismo e a Mussolini. Dal 1924, Baistrocchi era stato eletto deputato nel "listone" fascista e alla Camera si era distinto per due atteggiamenti apparentemente contraddittori: da una parte, completa adesione al regime e idolatria per Mussolini , dall'altra, coraggiose critiche alla politica militare. E ra stata proprio questa contraddizione a faci litare la sua nomina a sottosegretario e poi a capo di S.M. Infatti, pur ponendosi come fasci sta intransigente e mussoliniano convinto , egli era diventato di fatto il principale oppositore del ministro della Guerra, Gazzera . Così Mussolini trovò naturale rivolgersi a Baistrocchi quando nel 1933 giudicò venuto il momento di preparare la campagna di Etiopia e incontrò i primi ostacoli proprio nelle alte gerarchie militari. Per tre anni Baistrocchi assecondò mirabilmente la politica aggressiva del Duce. Con un'attività instancabile allestì il corpo di spedizione in Africa Orientale, che si era ingrandito oltre ogni previsione e misura necessaria e, contemporaneamente, migliorò le condizioni deU'esercito in Patria. Sembrava


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Dorel/p Ferrari

che Mussolini e il fascismo avessero trovato il capo militare funzio. nale al Duce e al regime. Invece una serie di fattori porteranno pre. sto alla rottura. Durante la campagna di Etiopia, Baistrocchi criticò con Mussolini la condotta delle operazioni da parte di Badoglio, fino a manifestare la convinzione che fosse opportuno sostituirlo, candidandosi egli stesso alla successione. La cosa fu appresa da Badoglio che gli conservò un forte rancore. Per scalfire la fiducia di Mussolini si cominciò a insinuare che Baistrocchi si appropriava l'intero merito della vittoriosa campagna in Africa cui invece Mussolini teneva moltissimo . Per renderlo inviso al Re, si agitava la innegabile fascistizzazione - più formale che sostanziale - impressa da Baistrocchi all'esercito. Baistrocchi si mise poi in urto con i dirigenti della finanza pubblica perché non voleva rinunziare ai fondi necessari per il potenziamento dell'esercito. Mussolini voleva accontentare i due contendenti e soprattutto gli vennero in uggia le insistenze di Baistrocchi. Su questo punto si era ormai in aperta polemica. Baistrocchi vedeva chiaramente. come la politica mussoliniana conducesse a gravi rischi di guerra e non intendeva assolvere i suoi compiti senza i mezzi necessari, né intendeva assumersi la responsabilità di un bluff. Poi Baistrocchi cominciò a mettersi contro gli industriali, forse aizzati da Badoglio, nominato nell'agosto 1936 presidente del Comitato per l'indipendenza economica. Agli industriali Baistrocchi andava bene fino a un certo punto, perché intendeva sì aumentare la produzione bellica, ma pretendendo tempi di consegna e qualità di prodotti che mal si conciliavano con alti profitti. Tra gli industriali gli rimaneva amico , probabilmente, Arturo Ciano. Ma anche questo appoggio gli venne meno quando Arturo dovette scegliere fra Baistrocchi e il nipote, Galeazzo Ciano, ministro degli Esteri. Baistrocchi assunse una posizione apertamente contraria a un intervento italiano nella guerra civile spagnola scoppiata a luglio del 1936. Invece Ciano, dopo una iniziale incertezza, divenne il principale fautore e artefice dell'intervento. Ma come procedere, se il sottosegretario alla Guerra era contrario? All'inizio, Ciano cercò di aggirare la posizione. Si rivolse ali' Aeronautica, alla Marina e al SIM,. il servizio informazioni militare, diretto da Roatta. Baistrocchi acconsentì all'invio di pochi materiali, di una missione di consiglieri e qualche specialista. Quel che temeva era che si finisse .come per · l'Etiopia, con il dover organizzare un grosso corpo di spedizione che avrebbe complicato la preparazione dell'esercito, sconvolgendo le possibilità di mobilitazione, sottraendogli quadri e mezzi. Ma, anche


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senza pensare alle proporzioni raggiunte per la campagna di Etiopia, Ciano premeva per l'invio di un corpo di spedizione cui avrebbe dovuto provvedere il ministero della Guerra. Di fronte all'atteggiamento negativo di Baistrocchi, Ciano ne chiese la sostituzione a Mussolini e propose Pariani. Evidentemente, il generale Pariani gli aveva dato quegli affidamenti che il ministro degli Esteri cercava. Non a caso, subito dopo il cambio, Ciano costituì al ministero degli · Esteri un ufficio Spagna che aveva più compiti militari che diplomatici, formandolo con ufficiali designati da Pariani. Da parte di Mussolini, la soluzione Parianj gli consentiva di evitare una guerra di successione all'interno dell'Esercito , di dover fronteggiare un intervento del sovrano nella questione e di dare alla sostituzione di Baistrocchi un significato di sfiducia nella sua opera di sottosegretario. Tale interpretazione sarebbe suonata come critica a tutta l'opera di cui Mussolini stesso si era assunta la gloria e, cosa . ancor più pericolosa, avrebbe potuto essere intesa come una marcia indietro nella fascistizzazione dell'esercito. Infine, avrebbe ridato fiato ai "conservatori", ora dispersi e desiderosi di oblio, dappoiché lo stesso Badoglio, il loro idolo, stava ben tranquillo a godersi gli onori e i vantaggi conseguenti alla vittoria in Etiopia. In effetti, con la sostituzione di Pariani a Baistrocchi, si intendeva dimostrare quello che era un fatto ben chiaro: la politica di Baistrocchi andava benissimo , purché il sottosegretario non sollevasse obiezioni al]e direttive di Mussolini e di Ciano. *

*

*

Al nuovo capo di S.M. non sfuggiva la situazione strategica che si era creata con la conquista dell'Etiopia, né quella che si stava sviluppando con l'intervento in Spagna e con il progressivo avvicinamento alla Germania. Per la conquista dell'Etiopia, l'Italia aveva rischiato la rottura con l'Inghilterra. Per la prima volta si pose al nostro stato maggiore l'ipotesi di un conflitto non soltanto contro la Francia e i suoi alleati balcanici, ma anche contro fa Gran Bretagna. Nel corso di alti studi militari compiuti sotto la guida di Pariani fra il 1935 il 1936, la nuova ipotesi fu esaminata anche in relazione alla posizione della Germania che fu considerata come nostra alleata in un simile conflitto. Pariani pervenne alla conclusione che il teatro principale di guerra, per l'Italia, non sarebbe stato più la cerchia alpina, ma il Mediterraneo e l'Africa.


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Dare/lo Ferrari

Anzi, proprio in Africa ci sarebbe stato lo scontro strategico principale e l'obiettivo essenziale: il canale di Suez, da conquistare partendo dalla Libia. Da qui scaturirono i primi provvedimenti per l'Africa Settentrionale consistenti nella continuazione dei la~ori difensivi intorno a Tripoli, Tobruck e Bardia; nell'invio di quattro divisioni; nelle predisposizioni per mobilitare il Regio Corpo di truppe coloniali della Libia su una forza equivalente a tre divisioni; nel prospettare l'accantonamento in loco delle dotazioni per altre quattro divisioni di rinforzo. A prescindere dalla composizione organica e dalle possibilità tattiche delle forze che si pensava di dislocare in Libia-;-·non si può non sottolineare la sorprendente lungimiranza delle vedute strategiche di Pariani il quale prefigurava, con una certa precisione e un anticipo di quattro anni, le esigenze strategiche italiane in un futuro conflitto europeo. · Analoghe preoccupazioni strategiche spinsero l'Italia ad intervenire nella guerra civile spagnola e l'atteggiamento di Pariani va visto anche sotto tale profilo. Ormai la storiografia più recente sul-l'argomento ha messo bene in chiaro come i motivi ideologici - in sintesi l'anticomunismo - giocarono una parte del tutto secondaria e di propaganda nelle decisioni italiane. Il vero motivo del nostro intervento fu la preoccupazione che si stabilisse in Spagna un regime che avrebbe trasformato la penisola iberica in un satellite della Francia con evidenti ripercussioni negative, per l'Italia, sulla situazione strategica nel Mediterraneo. Per contro, se Franco avesse vinto con il nostro aiuto e fosse rimasto sotto la nostra influenza, avremmo mutato, completamente a nostro favore, la situazione nel Mediterraneo occidentale, creando preoccupazioni notevoli alla Francia e anche all'Inghilterra. In questa cornice, di mutati rapporti internazionali e di nuove situazioni strategiche, vanno visti i contatti militari italo-tedeschi che ebbero in Pariani il principale interlocutore da parte italiana. Pariani si recò una prima volta in Germania nel luglio 1938. Concettualmente era già dell'avviso che bisognava avviare una collaborazione in campo militare in vista di quel conflitto fra Italia e Germania da una parte e Inghilterra e Francia dall'altra che, ormai, manteneva come punto di riferimento preciso, in contrasto con gli altri vertici militari italiani e con lo stesso Mussolini i quali intendevano conservare piena libertà di manovra e tale atteggiamento manterranno praticamente fino alla vigilia dell'intervento in guerra, nel 1940, e -:- per certi versi - anche dopo. Pariani no, vorrebbe subito una stretta collaborazione con il


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potenziale alleato e ne riferisce a Mussolini: "in seguito ai contatti già avvenuti a mezzo di missioni militari fra l'esercito italiano e quello tedesco, sembra giunto il momento di stabilire con la Germania una regolare convenzione di collaborazione tecnica, analoga a quella già in atto con l'Ungheria". Allontana però nel tempo l'eventuale conflitto. Nell'appunto sulla visita conclude: "L'esercito tedesco, non ancora a punto, marcia con enorme rapidità, in modo di esserlo al più presto. Tecnicamente si può calcolare che una forte efficienza potrà già avere nel 1941-42 ... Se noi vogliamo camminare parallelamente, non possiamo perdere tempo perché già occorrerebbe compiere uno sforzo che le industrie a malapena potrebbero sopportare ... Da dichiarazioni fatte dal generale Brauchitsch (comandante in capo dell'esercito tedesco) per tale epoca la Germania conta di avere attuata la radicale trasformazione ed assorbimento dell'Austria, e quindi (se si pone questo d'accordo col piano Goering) si potrebbe arguire che il 41-42 rappresenta il periodo in cui la Germania ritiene di essere in grado di compiere il massimo sforzo, prima che gli altri siano in situazione da poter fare altrettanto". Oltre alla scelta di campo e alla previsione dei tempi, i contatti militari italo-tedeschi misero in luce un altro atteggiamento di Pariani: un inguaribìle ottimismo circa gli armamenti italiani. Già negli appunti sul viaggio in Germania del '38, ci sono dettagli - nel confronto fra le armi dei due eserciti - che lasciano perplessi. Per esempio, a proposito dei cannoni controcarro, Pariani afferma: "Preferisco il nostro da 47 e credo che anche i tedeschi siano ormai di tale avviso". Quando gli -doveva essere ben noto che il pezzo tedesco da 37, pure inferiore nella potenza del colpo singolo, era mobilissimo, mentre il nostro 47 era quasi un'arma da posizione. Successivamente, nel novembre del 1938, quando i tedeschi premono per un'alleanza militare, Pariani attribuisce questa pressione "alla constatazione degli ottimi risultati che abbiamo avuto nello studio di mezzi tecnici, dove siamo alla avanguardia; risultati solo non ancora seguiti da adeguata potenzialità di produzione". Egli non sapeva che fin dal 1936, dopo una visita in Italia, l' allora comandante in capo dell'esercito tedesco, Von Blomberg, aveva espresso un giudizio assolutamente negativo sul nostro esercito. Ma, anche senza questa informazione, poteva avere sufficienti elementi . per mostrare maggiore modestia. Anche in relazione all'urgenza con cui Pariani porrà il problema del nostro riarmo, si ha l'impressione ch'egli, di tanto in tanto, volesse compiacere Mussolini il quale amava ricevere iniezioni di ottimismo, e aveva in uggia le Cassan-


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dre, mentre pilotava una rischiosa politica estera, basata su una forza militare che in gran parte non esisteva. Questa attitudine, diciamo diplomatica, per usare un eufemismo, di Pariani risultò ancor di più negli incontri militari italo-tedeschi di Innsbruck dei primi di aprile 1939. Qui Pariani, "per incarico di Mussolini" com'egli stesso affermò, dovette inizialmente attirare l'attenzione tedesca sull'ipotesi di un conflitto localizzato ItaliaFrancia, ipotesi cui non credeva. Durante il viaggio di ritorno a Roma, Pariani spiegò all'addetto militare tedesco, Von Rintelen: "Sono perfettamente d'accordo con il generale Keitel che una . guerra fra la Francia e l'Italia non può essere localizzata ... La Gran Bretagna si sentirà minacciata da qualsiasi guerra contro la Francia. tuttavia avevo ricevuto istruzioni da Mussolini di aprire le conversazioni di Innsbruck · spiegando che, nell'eventualità di uno scontro limitato alla Francia, l'Italia non avrebbe avuto bisogno dell'appoggio armato tedesco ... È tuttavia mia opinione che assai difficilmente una guerra del genere si verificherà: in ogni caso, l'Italia non ha l'intenzione di attaccare da sola la Francia". Quel che è grave, non era tanto l'esecuzione delle istruzioni di Mussolini, quanto il non avere spiegato con sufficiente energia allo stesso Mussolini che l'idea di una guerra localizzata Italia-Francia era un assurdo, così come erano assurde le provocazioni antifrancesi cui lo stesso Mussolini dette via libera e che furono la causa prima dell'affrettata conclusione del Patto d'acciaio, inteso da Mussolini come garanzia verso la Francia, dai tedeschi come strumento per legare definitivamente l'Italia alla loro politica. Negli incontri di Innsbruck Pariani dovette non soltanto far violenza ai suoi convincimenti a proposito di guerra italo-francese, ma anche rinunziare a porre sul tappeto la questione della futura condotta comune in un conflitto generalizzato. D'altra parte anche i tedeschi, per ordine . di Hitler, furono evasivi su tale argomento. Venne invece confermata la convinzione che il periodo migliore per affrontare uno scontro decisivo con le potenze occidentali cadesse non prima del 1941-'42, il che dava a Pariani ancora alcuni anni per preparare l'esercito alla prova di una grande guerra. Poi , per influenza di Mussolini, questo periodo di attesa fu prorogato al 1942-'43 e, in base ad altri labili indizi , allontanato ancor più in un'epoca indeterminata. tutti elementi che però non impedirono a Pariani di porre, all'interno del vertice militare italiano, il problema di un futuro conflitto in termini strategicamente corretti. Nella riunione dei capi di. S.M. del 2 dicembre 1937, Pariani


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afferma: " ... i nostri probabili nemici sono Francia e Inghilterra ... la lotta risolutiva si sposterà ... verso la frontiera egiziana o verso quella della Tunisia ... In questa situazione l'esercito ha trasportato 4 divisioni in Libia e creato colà 2 divisioni coloniali; sta, inoltre, provvedendo alla costituzione di una massa di manovra spostabile ... là dove sarà necessario per ottenere la decisione. Premesso questo quadro, occorre vedere se siamo in grado di eseguire i trasporti necessari per le operazioni". Non si poteva porre il problema in maniera più precisa e lungimirante. Fu dunque con una visione strategica corretta che Pariani si mise al lavoro. * *

*

L'esercito che Pariani ereditava da Baistrocchi era uno strumento potente ed efficiente in relazione ai compiti prevedibili e alla situazione degli altri maggiori eserciti europei. Erano alle armi quasi un milione di uomini, di cui ancora trecentomila oltremare: in Africa orientale, in Libia e in Egeo. La parte operativa era inquadrata in 58 divisioni. Si trovavano in Italia: 24 divisioni di fanteria ternarie (su 3 reggimenti di fanteria) 5 binarie, ma con struttura analoga alle ternarie e possibilità di diventarlo con la semplice mobilitazione del terzo reggimento; 1 divisione motorizzata, 3 celeri e 4 alpine. Oltremare, ma in via di rimpatrio e successivo scioglimento, erano: 4 divisioni ternarie, 4 binarie, 1 motorizzata, 7 di camicie nere, oltre a 5 divisioni coloniali. Il personale era al culmine di una fase addestrativa lunga e intensa. Gli ufficiali e i sottufficiali erano sufficienti - rinforzati com'erano da complementi che però erano da quasi due anni nei reparti - per inquadrare le classi alle armi, poche e giovani. Il morale era alle stelle per la recente vittoria in Etiopia. La dottrina tattica e le formazioni organiche avevano subito nel 1934 un aggiornamento notevole basato su criteri realistici, cioè sulle armi in dotazione e sui terreni di probabile impiego. Molte novità "moderne" erano state introdotte come la motorizzazione di vari servizi e di alcune grandi unità. C'erano però alcuni aspetti che - sul momento - non erano negativi, ma lo sarebbero potuti diventare se non vi si fosse posto immediato rimedio. A cominciare dall'atteggiamento eccessivamente ardito, assunto da quadri e truppa, che poteva sconfinare nella superficialità e nella faciloneria, prodotto della vittoriosa cam-


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pagna dove la parte logistica aveva rappresentato un problema grave e brillantemente risolto, ma dove la parte tattica si era risolta in scontri in cui la nostra superiorità era schiacciante. · Per finire con le dotazioni di mobilitazione e i mezzi bellici in genere. Le prime erano state gravemente intaccate e i secondi si avvicinavano all'obsolescenza. Con la sua particolare energia, Baistrocchi aveva speso, anche prima di ottenere gli stanziamenti, somme notevoli per riempire di nuovo i magazzini e per avviare la produzione di nuove armi e mezzi. Ma si era agli inizi. Soltanto con forti e crescenti spese straordinarie, se bene utilizzate, l'esercito poteva mantenere il livello raggiunto. Tanto più che le altre grandi potenze iniziavano programmi di riarmo di grande respiro che, in pochi anni, Io si poteva immaginare, avrebbero completamente mutato la situazione strategica in Europa.

* *

*

Pariani, invece, si trovò subito davanti a una situazione finanziaria difficile. Per il reintegro dei materiali inviati in Africa Orientale erano . stati accreditati al ministero della Guerra cinque miliardi e mezzo di lire che gli sarebbero stati versati come fondi straordinari sugli esercizi 1936-37 e 1937-38. Ma tali fondi, erano stati già impegnati in commesse date da Baistrocchi. Lo stesso Baistrocchi era stato inoltre costretto a firmare l'impegno di non chiedere alcuna assegnazione straordinaria fino al 30 giugno 1938. Evidentemente non era in discussione la firma di Baistrocchi perché si trattava di una decisione presa da Mussolini su sollecitazione del ministero delle Finanze. C'era inoltre uno scoperto per un miliardo e ottocento milioni, spesi anch'essi per la guerra d'Africa, ma non ancora riconosciute come spese straordinarie dal ministero delle Finanze. Quindi un debito da sistemare che avrebbe a maggior ragione escluso ulteriori stanziamenti straordinari. Infine, pur essendo già in corso la partecipazione alla guerra di Spagna, nessun capitolo straordinario era stato aperto. Per concludere, almeno fino a giugno del 1938, Pariani si sarebbe dovuto accontentare del bilancio ordinario che non permetteva alcuna manovra. Riportiamo una tabella riassuntiva delle spese militari per gli anni dal 1933 al 1940. *


Per uno studio della po/i.tica militare del generale Alberto Pariani

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(In milioni di lire) Preventivo spese E.1ercito

(esduso carabinieri)

Preventivo

~larioa

Preventivo spese Aeronautk3

Totale preventivi (escluso rarabinien)

Consuntivo spese Esercito (escluso carabinien)

Preventivi Consuntivi spese (orze armate spese forze armate (oompreso (compreso cara~nieri) carabinienĂŹ

1933-34

2.263 (52%) 1.397 (32%)

696 (16%) 4.356 (100%)

2.295

4.736

4.824

1934-35

2.170 (53%) 1.225 (30%)

720 {17%) 4.115 (100%)

Hi6t

4.489

5.590

1935-36

2.136 (50%) 1.305 (30%)

849 (20%) 4.290 (100%)

7.114

4.635

12.624

193~37

1.965 (43%) 1.610(35%)

990 (22%) 4.565 (100%)

9.070

4.913

16.357

1937-38

2.128 (40%) 1.858 (35%) 1.270(25%) 5.256 (100%)

5.815

5.641

13.370

1938-39

2.202 (40%) 2.013 (37%) 1.285 (23%) 5.550 (100%)

6.706

5.911

15.030

1939-40

2.923 (37%) 2.774 (35%) 2.190 (28%) 7.887 (100%)

14.904

8.392

-


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Dorella Ferrari

Nel biennio '36-'38 i consuntivi dell'esercito assommano a 14.885 milioni di lire, ma ben 11.393 sono costituiti dai preventivi ordinari più i debiti di Baistrocchi; rimangono 3.492 milioni che coprono le spese sostenute per la spedizione di Spagna e la controguerriglia in Etiopia. Soltanto delle briciole vanno a coprire quel minimo di lievitazione che c'è sempre fra un preventivo e un consuntivo. La stessa articolazione del bilancio non consentiva alcuna spesa del tipo che oggi si dìrebbe "per il potenziamento" dell'esercito. Prendiamo, ad esempio, l'esercizio 1937-38, bilancio di previsione.

Bilancio di previsione 1937/38

Spese ordinarie Spese effettive Spese generali Debito vitalizio Esercito CCRR Fondo a disposizione

18.656.000 275.550.000 1.773 .296.200 388.412.000 30.000.000 2.485. 914. 200

Spese straordinarie Spese generali Esercito Costruzioni per usi molteplici

4.900.000 225.000 27.746,88 5.152.746,88

Movìmento di capitali Totale

215.000.000 2.512.566.946,88

La spesa effettiva per l'esercito è di un miliardo e 773 milioni e quella straordinaria di 225 .000 lire , diconsi duecentoventicinque-


Per uno studio della politica militare del generale Alberto Pariani

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mila lire! È chiaro che il bilancio aveva perso ogni elasticità. Soltanto con l'esercizio 1938-39 e, infine, con quello '39-'40 i consuntivi per l'esercito denunziano chiaramente le cifre del riarmo italiano (che meritano uno studio a parte). I 5.500 milioni assegnati e caricati ·sugli esercizi 1936-'37 e 1937'38 non sono veri fondi straordinari perché servono per reintegrare le dotazioni di mobilitazione intaccate dalla guerra di Etiopia. "Se si vuole un nuovo programma occorre la cifra tonda di 2.200 milioni" afferma Pariani in una riunione dei capi di S.M. del 5 novembre 1936. Osserviamo subito che, se è vero che le dotazioni erano state consumate per 5.500 milioni, è vero pure che le nuove commesse non consistevano o, meglio, non avrebbero dovuto consistere nel riprodurre gli stessi materiali consumati, ma mezzi nuovi. Sicché, in qualche modo, era un programma straordinario. Invece si ha motivo di ritenere che la burocrazia del ministero della Guerra si sia limitata , per la gran parte degli stanziamenti, a dare commesse di vecchio materiale e munizionamento che servivano a reintegrare quello strano tabù costituito dalle "intangibili" dotazioni di mobilitazione. E non soltanto la destinazione dei 5.500 milioni era, a dir poco, meramente burocratica, ma Pariani non ci poteva far nulla perché quei soldi erano già impegnati per commesse date da Baistrocchi e · in parte esaurite. Certo, con un po' di spirito novativo, si potevano fermare parzialmente le commesse e indirizzare gli stanziamenti così recuperati per il vero e proprio rinnovamento delle armi, dei mezzi e degli equipaggiamenti, ma la macchina ministeriale sarebbe stata capace di seguire il sottosegretario in manovre tanto ardite? Si trattava di lasciare una parte delle unità incapaci di mobilitarsi pur di rimodernare l'altra parte. Il dilemma cominciava a delinearsi: poche unità efficienti o molte inefficienti? Pariani si limitò, per il momento, ad insistere presso Mussolini per ottenere quei 2.200 milioni per il suo modesto programma biennale. Ottenne ripetuti rifiuti, ma non per questo si arrese. Nel marzo del 1937, il ministero della Guerra presenta un piano quadriennale elaborato dallo stato maggiore. Il programma, che sarebbe stato ultimato a giugno del 1941, ma che per taluni settori - specialmente artiglìeria - sarebbe andato fino al 1942, prevedeva una spesa di 11 miliardi di lire. Con questa somma si dovevano sistemare a difesa le frontiere, con precedenza per quella alpina con la Francia; completare alcuni raccordi ferroviari ritenuti necessari per la mobilitazione e la radunata; sistemare gli impianti logistici


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territoriali e d'armata (magazzini , depositi a terra ecc.); potenziare la difesa contraerea; acquistare materie prime per costituire le scorte di guerra; completare le dotazioni dei servizi, in particolare il munizionamento; infine costruire le nuove armi per la fanteria e rinnovare parzialmente il parco d'artiglieria. Il programma non arriva nemmeno al vaglio del consiglio dei ministri e viene ritenuto inattuabile per mancanza di fondi. Ma Pariani non demorde. Il programma quadriennale ventilava le spese su quattro esercizi caricando sul 1937-38 la quota più bassa , meno di due miliardi, per salire progressivamente fino a spendere entro il 1941 gli 11 miliardi preventivati. Otto mesi dopo, nel novembre del 1937, Pariani presenta un altro programma straordinario, questa volta da svolgersi in dieci anni e organicamente diviso in sei tempi. Ma la spesa è salita a 13 miliardi e mezzo; per i primi due anni sono però previsti stanziamenti ancora minori di quelli preventivati nel programma precedente. Il progetto viene ritirato perché subito sottoposto a due ordini di critiche apparentemente contraddittorie, ma in realtà valide: il programma è troppo costoso, ma nello stesso tempo ci si avvicina al giugno del 1938, quando scade la moratoria firmata da Baistrocchi, quindi tanto vale riesaminare con calma le esigenze dell'esercito anche alla luce dei mutamenti ordinativi cui Pariani sta dando mano. Il sottosegretario alla Guerra interpreta questa seconda bocciatura come un incoraggiamento a preparare un riarmo dell'esercito su vaste basi. E nel maggio del 1938, alla vigilia della fine della moratoria, presenta un altro piano decennale per ben 24 miliardi e mezzo. Il programma è proporzionato ai progetti di sviluppo dell'esercito nel frattempo studiati e comprende il rinnovamento degli impianti industriali e delle artiglierie. Ma è completamente fuori dalle possibilità italiane. Pertanto non viene preso in considerazione. In effetti, se il governo - cioè Mussoliini - avesse deciso veramente di dare assoluta priorità al riarmo, le risorse finanziarie italiane sarebbero bastate per un programma consistente , l'unico ostacolo essendo rappresentato dalla scarsità di valuta straniera pur necessaria per comprare materie prime e taluni macchinari per le costruzioni d'artiglieria non disponibili in Italia. Ma tale non è la volontà del Duce. In quel momento, oltre alle spese, in certo qual modo necessarie, per la partecipazione alla guerra civile spagnola e


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alla pacificazione dell'Etiopia, continuano stanziamenti, m aumento, per la politica sociale fascista: sviluppo economico dell'Impero, assistenza all'emigrazione in Etiopia, colonizzazione agricola della Libia, lavori pubblici, costruzione di impianti sportivi e altre spese per la gioventù (Opera Nazionale Balilla, poi Gioventù italiana del littorio) e infine, dappertutto, opere di mero prestigio, tutte spese che hanno due scopi: ridurre la disoccupazione e stimolare il consenso intorno al regime . È appena il caso di notare che una politica di vero riarmo avrebbe assorbito - come accadeva in Germania - tutta la mano d'opera disponibile. In realtà, il programma proposto da Pariani era sbagliato in sé. Immaginare che l'Italia avrebbe avuto dieci anni a disposizione per riarmarsi significava che il sottosegretario alla Guerra non solo non era informato, ma nemmeno seguiva sulla stampa gli sviluppi internazionali. Ritenere poi che armi, omologate fino al 1937, fossero utili dieci anni dopo, era un assurdo tecnico che faceva torto all'intelligenza di Pariani. Per quanto l'uomo avesse la tendenza a prescindere dalla realtà, non si può accettare l'interpretazione secondo cui ci si trovava di fronte a una specie di folle. Piuttosto, c'è da ritenere che Pariani volesse, attraverso quei programmi, assicurare all'esercito una certa quota fissa di stanziamenti straordinari sui quali contare stabilmente per un certo numero di anni. Nello stesso tempo, non si può dimenticare che spesso Pariani espresse la convinzione di avere davanti un lunghissimo periodo per attuare le sue riforme. A chi gli criticava la trasformazione dell'esercito con l'introduzione della cosiddetta divisione binaria, Pariani rispondeva di aver davanti dieci anni per attuarla e quindi tutto il tempo necessario per consolidare il nuovo organismo. Nonostante la Guerra non avesse ricevuto alcun stanziamento straordinario dal 1936 al 1938, pur tuttavia qualcosa fu realizzato nel campo degli armamenti. Ma è quasi impossibile dare un quadro ordinato e credibile. Il 5 febbraio 1938, rispondendo a una richiesta di Badoglio (USSME - Gabinetto Guerra - raccoglitore 1 - lettera protocollo 6069) Pariani comunica l'esistenza delle seguenti "nuove" armi: 77 mitragliere da 20/65 98 cannoni da 47/32 36 obici da 75/18 modello 34 4 obici da 75/18 modello 35 92 cannoni contraerei da 75/46


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Ma da un promemoria dello SMRE - ufficio servizi - dell' ll luglio 1938 si ricava che erano distribuiti o in allestimento: 2.100.000 fucili e moschetti mod. 1891 27.500 mitragliatrici calibro 8 4.800 mortai da 45 2.100 mortai da 81 1.325 cannoni da 47/32 1.150 mitragliere da 20 120 obici da 75/18 17 obici da 149/19 152 cannoni da 75/46 30.000 automezzi+28.000 requisibili Molto probabilmente gran parte di queste armi erano semplicemente in commessa, basti dire che l'obice da 149/19 era stato appena omologato. Ciò non toglie che qualcosa di più di quanto comunicato a Badoglio esisteva. Infatti, da un promemoria di Pariani al Duce sulla situazione al 31 dicembre 1938, risulta che erano stati prodotti:

al 31 dicembre 1936

al 31 dicembre 1938

Mitragliere da 20

118

176

Cannoni da 47/32

200

316

Mortai da 81

412

654

Tali cifre sono le più attendibili soprattutto se collazionate con quelle disponibili per il 1939 che sono numerose e affidabili. Viste in un quadro più ampio, possiamo dire che nei due anni 1937 e 1938 non si sia prodotto niente o quasi niente . L'approntamento dell'esercito ne risentì anche sul piano delle possibilità di mobilitazione. Il 23 settembre del 1937, dopo oltre un anno dalla fine della campagna d'Etiopia, tali possibilità sono ancora molto basse, come si evince dal solito promemoria del sottosegretario di Stato alla Guerra al Capo del governo redatto in quella data quando sarebbero stati mobilitabili: 19 corpi d'armata, di cui tre con varie deficienze;


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divisioni di fanteria, di cui la "Gran Sasso" con deficienze; divisione speciale, in Egeo; divisioni binarie, di cui tre in Libia; divisioni motorizzate; divisioni celeri; divisioni alpine, di cui la "Pusteria" con deficienze; brigate corazzate. i reparti non indivisionati, quelli che oggi si chiamano "di supporto", erano mobili tabili: 20 battaglioni bersaglieri; 28 battaglioni alpini ''Valle", cioè di seconda linea, formati con classi meno giovani; 96 battaglioni di camicie nere, di cui 54 con forti deficienze; 7 reggimenti di cavalleria; 77 gruppi di artiglieria di corpo d'armata; 57 gruppi di artiglieria d'armata; 21 gruppi di artiglieria della riserva del comando supremo; 141 batterie da posizione; 55 compagnie mitraglieri da posizione. Come si vede, l'esercito era ancora quello di Baistrocchi, ma non si era più in grado di fare il poderoso sforzo che era stato compiuto per l'Africa orientale. Nel 1938, in vista della fine della moratoria, Pariani affronta un altro problema importante: l'industria bellica. "Ebbi così modo di constatare - racconta lo stesso Pariani - che il vero nostro dramma era costituito non tanto dalla scarsa efficienza dei magazzini (i quali per la loro funzione statica finiscono sempre col contenere materiali che all'atto di impiego risulteranno poi antiquati) quanto dalle scarsissime possibilità dell'industria bellica nazionale nei . suoi tre elementi basilari: attrezzatura, disponibilità di materie prime, mano d'opera specializzata ... Nel 1938, in Italia, la nostra organizzazione industriale, spinta al massimo delle sue possibilità, avrebbe potuto dare 65 cannoni al mese ... mentre in Germania sembrava già raggiunta la possibilità di 1.000 cannoni al mese ed erano in corso di attuazione i programmi per raddoppiarla!". Dopo una serie di riunioni con i rappresentanti dell'industria bellica, i cui capifila erano i gruppi OTO e Ansaldo, si elabora nel settembre del 1938 un "Programma delle nuove costruzioni di artiglieria e le attrezzature industriali relative". In sintesi "si trattava di passare dalla produzione mensile di 65 bocche da fuoco a quella di circa 250 al mese e di ottenere l'ampliamento degli impianti con un


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congruo anticipo sulla commesse di nuove armi e munizioni". La fase introduttiva del programma consisteva nell'acquisto - in gran parte all'estero - dei macchinari e delle materie prime. Ma non c'era valuta pregiata, pertanto si doveva acquistare in clearing. Soltanto la Germania era disposta ad accettare questo mezzo di pagamento, ma le consegne sarebbero state ritardate di un anno essendo la stessa Germania carica di impegni per il suo riarmo. Dovevamo rinunziare al mercato ingle.se, francese e americano e rimetterci alla discrezione tedesca. Il programma di allestimenti comprende la produzione di nuove armi nel 1938 e va fino al 1942. In sostanza è basato su tre anni, 1939, 1940 e 1941, quando sarebbe stata raggiunta la massima capacità produttiva prevista. Per quanto riguarda le artiglierie di calibro fra il 75 e il 210 millimetri, si sarebbero prodotte nel 1939=177 pezzi, nel 1940=836 pezzi, nel 1941=966 pezzi, ma di questi ultimi ben 630 del calibro di 149 millimetri, veramente moderni e potenti e di cui l'esercito aveva maggiore necessità. È da notare che tale programma, pur rappresentando uno sforzo notevole per l'industria italiana, era ben poca cosa se paragonato ai programmi di riarmo dei maggiori paesi europei. Inoltre avrebbe prodotto i suoi frutti migliori soltanto nel 1941 che, tuttavia, era l'epoca per la quale si prevedeva la maggiore tensione internazionale e le possibilità di conflitto su vasta scala. Nello stesso tempo Pariani presentava un programma finanziario per spese straordinarie - comprendenti anche quelle necessarie per il programma di artiglierie - per 11 miliardi. Detto programma - dopo varie discussioni con gli organi finanziari - fu diviso in due parti e ridotto a 9 miliardi e mezzo. Nell'agosto 1938 furono concessi cinque miliardi e nell'aprile 1939 quattro miliardi e mezzo, ma di questi 9,5 miliardi, i primi cinque furono effettivamente stanziati soltanto nell'ottobre del 1939 e gli altri nel 1940. Le spese per l'esercito dal 1° luglio 1938 al 31 ottobre 1939 meritano ben altro studio. Dai consuntivi, Pariani avrebbe speso in questi sedici mesi più di dieci miliardi con risultati molto discutibili. Alla fine del 1939, di veramente moderno non c'erano che circa 600 cannoni controcarro da 47/32, peraltro non idonei al traino meccanico, un migliaio di mortai da 81 e un migliaio di mitragliere contraeree da 20/65. La fanteria aveva potuto inoltre rinnovare con armi moderne il parco mitragliatrici, ma conservava i fucili mitragliatori Breda del 1930 e non aveva moschetti automatici, cioè i mitra. Queste deficienze nell'armamento della fanteria non sono


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imputabili alla mancanza di stanziamenti straordinari , ma ad errori di Pariani e dei suoi collaboratori. Infatti per produrre tali armi avevamo industrie e materie prime a sufficienza. Intanto, si sarebbero potuti produrre più mortai da 81 sacrificando la produzione di quelli leggeri da 45 millimetri , che generalmente erano conosciuti come poco efficaci e pericolosi per gli stessi reparti che li impiegavano, avendo gittata troppo corta e imprecisa. In secondo luogo, dal 1935 quando era stato omologato, ci . sarebbe stato il tempo sufficiente per allungare il calibro del 47/32 e rendere il pezzo autotrainabile, requisiti ambedue necessari per farne un 'arma anticarro efficace. Infine, l'industria italiana aveva già una capacità di produzione di 7 .000 mitra al mese. Invece di aumentarla, si preferì rinunziarvi, vendendo all 'estero le quantità prodotte. Una larga distribuzione di moschetti automatici avrebbe da sola risolto i problemi dell 'armamento individuale e della scarsa affidabilità del fucile mitragliatore. Difficile spiegare tali errori se non con la concezione tattica prevalente nei nostri alti comandi, piuttosto restia ad aggiornarsi e ad assimilare le nuove armi di cui pure si discuteva ampiamente nelle pubblicazioni dell'epoca, in particolare sulla benemerita Rivista di Artiglieria e Genio. In realtà, Pariani - le cui visioni strategiche erano veramente aggiornate - sembrava mancare di quel senso concreto e vissuto del combattimento che spinge a soluzioni tattiche e organiche realistiche e aderenti alle armi in dotazione, al terreno e all'avversario. Il conformismo, preteso e ottenuto dai collaboratori , fece il resto . Questa interpretazione è particolarmente valida nel campo dei mezzi corazzati - dove pure parecchio si poteva fare senza grandi stanziamenti - e dove quasi niente fu fatto, accontentandosi di mediocri mezzi , prodotti per giunta in pochi esemplari. In questo settore, i tre anni di Pariani furono completamente perduti, mentre si sarebbero potuti utilizzare, almeno per mettere a punto dei prototipi efficaci da passare in produzione negli anni successivi. *

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Posto di fronte a una situazione finanziaria e dei materiali tanto difficile, Pariani - invece di seguire una politica di consolidamento e raccoglimento, come sai;ebbe stato lecito attendersi - volle, pre-


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parò ed attuò una vasta e profonda riforma, che sarebbe meglio definire rivoluzione organica, e lasciò l'esercito in uno stato di vera prostrazione. Il reclutamento degli ufficiali, già reso meno rigoroso da Baistrocchi, subì con Pariani un ulteriore ritocco in peggio, per gli ufficiali di complemento, con l'abolizione del periodo di aspirantato, l'ampliamento dei brevi corsi tenuti dalla milizia universitaria, la nomina direttamente a sottotenenti di sempre più numerosi candidati unicamente per meriti fascisti. L'avanzamento degli ufficiali fu di nuovo turbato con norme che acceleravano le carriere di pochi a spese della massa. Nello stesso tempo, l'aumento complessivo degli organici, segnatamente in taluni gradi medio-alti, portò al comando di battaglione e di reggimento numerosi elementi non idonei, mentre per i gradi minori si provvedeva con reclutamenti straordinari in servizio permanente o trattenimento volontario alle armi di subalterni di complemento i quali - per forza di cose - erano in buona parte elementi che non riuscivano a trovare utili sistemazioni nelle attività civili. Ora, il corpo degli ufficiali di carriera era discreto e, per essere migliorato, aveva bisogno piuttosto di serenità nella carriera, per non distrarre i quadri dai loro doveri e dalla loro preparazione, con eccessive preoccupazioni per l'avanzamento; né poteva d'improvviso essere ampliato - nel complesso o in taluni gradi - senza scadere di qualità. Gli ufficiali di complemento avrebbero avuto bisogno di una selezione più rigorosa (l'obbligo di frequentare i corsi allievi ufficiali per tutti i diplomati di scuola media superiore dava da tempo i suoi cattivi frutti) e di una preparazione più accurata con uh adeguato servizio di prima nomina. I sottufficiali, poi, erano scarsi, sia quelli di carriera, sia quelli in congedo. Tutte osservazioni scontate e condivise da tutti . Perché mai Pariani, lungi dal modificare io meglio quanto esisteva, si accanisse a peggiorare le cose, rimane un mistero. Tanto più che aveva davanti agli occhi l'esempio dell'esercito tedesco, da lui palesemente ammirato, e trovava Mussolini di parere opposto. Negli "Appunti sulla visita in Germania" del luglio 1938, Pariani riferisce: " ... Sottufficiali: sono particolarmente curati. Sono tratti dai reggimenti e vengono perfezionati in scuole .. . Ufficiali: ... gli aspiranti ufficiali fanno un anno di servizio come soldati a] reggimento , vengono poscia inviati alle scuole di guerra dove restano dieci mesi per poi andare alle scuole d'arma ( dove si specializzano in due mesi nelle varie armi) e vanno poi ai reggimenti di provenienza


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come alfieri, per essere promossi ufficiali ( dopo la votazione dei colleghi) ... Per gli ufficiali di complemento ... mi è sembrato che della questione numerica non si curassero molto, preoccupati più che altro della scelta qualitativa (in corsivo nel testo, n.d.A.) ... Per consentire il ringiovanimento dei generali si dà un ottimo trattamento finanziario (a vita) a coloro che vengono congedati ... >>. Nella seduta dell'8 maggio 1939 del Consiglio dell'Esercito, si assiste al seguente scambio significativo di opinioni: - Mussolini: "quando si discussero i due ruoli fui il solo contrario; dissi - gli ufficiali del ruolo comando saranno rispettati, quelli del ruolo mobilitazione saranno considerati dei minorati - il generale Baistrocchi mi disse - molti desiderano di far parte di quest'ultimo ruolo - io risposi deploro - e il dialogo finì ... sono poi contrario alle promozioni eccezionali in pace e contrarissimo a quelle politiche ... L'ufficiale deve progredire per soli meriti guerrieri. .. ". - Pariani: "per le vacanze obbligatorie e i limiti di comando si allontanava gente _giovane, con malessere. D'ordine del Duce, posi la questione allo studio ... il problema ·è stato risolto con una somma che sarà data dalla cassa ufficiali quale supplemento di pensione . . . il Duce ha ordinato di ritoccare la legge togliendo l'avanzamento per meriti eccezionali in pace". - Badoglio: "V'è troppa deficienza di ufficiali subalterni; potrebbero essere aumentati i trattenuti di due anni". - Mussolini: "È giusto ... la massa degli ufficiali inferiori è scadente. Tale si è dimostrata in Africa e in Spagna. C'è n'era abbastanza per consentire al Sottosegretario di impostare su basi serie il reclutamento, lo stato e l'avanzamento degli · ufficiali e dei sottufficiali limitandosi, in mancanza di mezzi finanziari, a perfezionare quello che esisteva, invece di accentuarne i difetti. Anche per la truppa, le perplessità sono notevoli. Perché i 18 mesi di ferma erano del tutto teorici, riducendosi spesso per necessità di bilancio. Quando, invece, sarebbero stati necessari almeno due anni, anche per trarre i numerosi specializzati necessari e in considerazione del basso livelJo di istruzione dei giovani di allora provenienti da un'Italia tutto sommato ancora contadina. Sarebbe stato necessario fare come i tedeschi prima del 1914, che arruolavano una parte sola del contingente, bene selezionata, pur di mantenere ferme lunghe senza aumentare la forza bilanciata e quindi gli stanziamenti.


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Nulla di più lontano dalle idee di Pariani. Già nella politica del personale gioca quel che sarà il suo disegno generale, ed è forse qui la spiegazione del "mistero": progettare un esercito di grandi dimensioni e - non avendone i mezzi - attuare una grande intelaiatura da riempire in futuro. Politica estremamente pericolosa alla vigilia di grandi eventi, pure attesi. La grande riforma di Pariani, caldeggiata fin dagli inizi, è l'adozione della divisione binaria la cui questione e i cui sviluppi qui riassumiamo (ce ne siamo occupati più diffusamente nello studio citato). La prima guerra mondiale era stata combattuta con divisioni quaternarie: su due brigate di due reggimenti di fanteria. Nel 1926 fu adottata la formazione ternaria soprattutto per la necessità di aumentare nella divisione la proporzione di artiglieria rispetto alla fanteria senza arrivare a unità troppo grandi. Le prime binarie apparvero nel 1934 quando in Sardegna, al posto di una divisione ternaria, si preferì averne due binarie. Si trattava comunque di unità che avevano la stessa impostazione delle ternarie, con un reggimento di fanteria in meno. Analoga impostazione ebbero alcune divisioni costituite per la campagna d'Etiopia su due reggimenti di fanteria al solo scopo di facilitarne la mobilitazione e, peraltro, ritenute idonee a una guerra coloniale. Lo sviluppo dei mezzi automobilistici influì non poco sulla tendenza a costituire divisioni più leggere della ternaria. Infatti, essendo tali mezzi legati alle strade, più piccola era l'unità da servire e meno lunga diventava la coda automobilistica che la seguiva. Tale aspetto fu certo influente sulla costituzione, binaria, delle 4 divisioni che nel 1937 furono create e stabilmente dislocate in Libia, e anche delle due divisioni motorizzate formate nel 1936. Agli inizi del 1937 Pariani decide di estendere la formazione binaria a tutte le divisioni. La motivazione generale è semplice, se non semplicistica: l'introduzione· di nuove armi per la fanteria e della motorizzazione di buona parte della artiglieria, del genio e dei servizi, avrebbe appesantito troppo la divisione; per conservarne comandabilità e impiego unitario, bisognava contrarre la formazione complessiva; alla nuova unità sarebbe rimasto il compito dell'urto e della penetrazione, trasferendo al corpo d'armata il compito della manovra. Nelle manovre estive in Sicilia, il nuovo tipo di divisione fu sperimentato e ritenuto strumento tattico migliore delle vecchie divisioni, pur se abbisognevole di qualche modifica. Il 22 novembre del


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'37, in una riunione di ben 48 generali , Pariani pose l'argomento della nuova divisione per avere un parere su una trasformazione che, in effetti, aveva già deciso. 18 dei presenti si dissero favorevoli; 6 espressero qualche dubbio, 8 si dichiararono contrari e 16 preferirono tacere. Confortato da questo parere, Pariani si rimise all'opera e, dopo varie modifiche , alla fine del 1938, alla nuova divisione fu dato l'organico definitivo. Un'opposizione vera venne in Senato, soprattutto per bocca del generale Zoppi, già ispettore della fanteria. In sintesi, i critici sostennero che la divisione binaria aveva scarsa fanteria per alimentare il combattimento; che era più pesante della ternaria perché in proporzione - era aumentata l'artiglieria e i servizi; che aumentando il numero complessivo delle unità ci sarebbe stato un aumento di comandi e stati maggiori con conseguente diluizione dei quadri più preparati; che la nuova divisione aveva scarsa capacità di penetrazione; che era da dimostrare perché convenisse togliere alla divisione il compito di manovra e trasferirlo al corpo d'armata. Il sottosegretario non tacque il suo pensiero recondito: la potenza di un esercito , nei rapporti internazionali , si misura dal numero delle divisioni. E su questo presupposto, propagandistico e autointossicante, varò la sua grande riforma preparando un nuovo ordinamento per l'esercito che fu adottato alla fine del 1938. Nel nuovo ordinamento, i comandi designati d 'armata salivano da 4 a 5; i corpi d'armata normali da 13 diventavano 17, oltre a uo corpo d'armata celere, uno corazzato e un comando superiore truppe alpine a livello corpo di armata; le sole divisioni di fanteria da 34 salivano a 51. C'erano inoltre 5 divisioni alpine, 3 celeri , 2 motorizzate e 2 corazzate. Il corpo della guardia alla frontiera assunse proporzioni notevoli su 8 comandi superiori affidati a generali; 22 settori di copertura comandati da colonnelli e 6 reggimenti, di riserva, di artiglieria da posizione. Numerosi reparti non indivisionati completavano il nuovo ordinamento. Non essendo aumentati gli ufficiali di carriera, né i sottufficiali , né la forza bilanciata, né le armi, gli stessi uomini e gli stessi mezzi sarebbero stati diluiti in un numero maggiore di unità sempre più deboli. L'attuazione del nuovo ordinamento, che assorbì tutto il 1939, fu travagliatissimo con complicazioni notevoli derivanti dalle necessarie modifiche alle predisposizioni di mobilitazione. Per ragioni morali, si vollero costituire le nuove divisioni con le vecchie brigate di fante ria. Ma queste nel 1926 erano state smem-


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brate per formare le brigate su 3 reggimenti; ora si dovevano trasferire decine di reggimenti per raggrupparli nuovamente. Per evitare le relative forti spese, ci si limitò allora al cambio di numero, di mostrine e a trasferire soltanto le bandiere e i comandanti, qualora lo volessero, con ciò si inficiarono gli stessi valori morali che si volevano rafforzare. Poi si dovettero creare nuovi reggimenti e reparti di ogni arma e specialità. I depositi non servivano più i reparti per i quali erano stati costituiti e per i quali avevano predisposto ruolini e dotazioni di mobilitazione. Taluni depositi servivano ora un maggior numero di reparti, altri un numero minore. Si procedette a movimenti di perequazione che alla fine del '39 erano ancora in corso. L'aumento di comandi assorbì un maggior numero di ufficiali e sottufficiali di carriera la cui presenza nei reparti diminuiva.

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I parziali richiami alle armi determinati dalla crisi di fine settembre del '38, conclusasi poi con l'accordo di Monaco, avevano dimostrato le gravi difficoltà attraversate dall'esercito. Nella citata riunione del Consiglio dell'esercito, gli inconvenienti della mobilitazione di settembre '38 furono così sintetizzati: il sistema della cartolina precetto individuale - invece dei manifesti di mobilitazione - consentiva di mantenere una certa riservatezza sulle misure prese, ma si dimostrava lento e complesso. Si erano verificati ritardi nelle affluenze ai depositi anche a causa di deficienza di personale nei distretti e negli uffici postali. Le operazioni presso i corpi erano state ostacolate dalla situazione di "forza minima" in cui gli stessi corpi erano in quel periodo e dalla insufficienza di scorte di corredo e di equipaggiamento. La milizia aveva indebitamente trattenuto elementi richiamati nell'esercito. Per ovviare a tali incònvenienti, Pariani propose di applicare su vasta scala il reclutamento regionale; così il rientro ai corpi di origine delle classi più giovani avrebbe permesso un rapido passaggio al piede di guerra con elementi già affiatati. Ma non se ne farà niente perché si trattava di misure che potevano dare frutti dopo molti anni mentre la guerra verrà prima del previsto. Ai primi di aprile 1939, i pochi richiami effettuati per portare alla forza di guerra i reparti che dovevano occupare l'Albania, furono un'altra delusione. I bersaglieri richiamati per i battaglioni


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ciclisti non sapevano andare in bicicletta perché avevano fatto molti anni prima il servizio di leva in reparti appiedati. I complementi motociclisti vedevano per la prima volta una moto. Gran parte dei richiamati non conoscevano le nuove armi della fanteria. Nell'estate del '39 si ritoccò ancora l'ordinamento costituendo altre 3 divisioni di fanteria e 1 corazzata, rendendo "autotrasportabili" tre divisioni di fanteria e togliendo le salmerie alle quattro divisioni dislocate in Libia, alle quattro di previsto rinforzo per quello scacchiere, alle quattro di camice nere , formate dopo lo scoppio del conflitto in Europa, e anch'esse previste per la Libia. Ma delle 71 divisioni, soltanto dieci erano al completo di uomini, armi e mezzi. La visione strategica di Pariani - così chiara e preveggente fin dal 1937 - contava ora su uno strumento tattico e organico inadeguato, se non miserevole. Il sottosegretario, a corto di mezzi e di denaro, aveva voluto a tutti i costi creare un grande esercito, che di grande non aveva nemmeno il numero, perché non c'erano corredo e armi individuali per portare l'esercito alla forza di guerra. Pariani aveva varato una nuova dottrina tattica detta della "guerra di rapido corso" basata, in sintesi, sulla manovra rapida penetrando attraverso i punti deboli dell'avversario. Ma le sue divisioni non avevano i mezzi per la manovra rapida , essendo in gran parte appiedate, senza carri armati e senza automezzi per manovrare fuori strada. I comandanti dei minori reparti non avevano avuto né il tempo, né i maestri per assimilare la nuova dottrina. Del resto, lo stesso Pariani non riusciva a far coincidere strumento tattico e disegno strategico. Un esempio per tutti: in Libia, dove vedeva sempre la decisione determinante, propose di schierare ben 18 divisioni di fanteria. Si ha la sensazione di un distacco tra fantasia e realtà: Pariani farneticava di masse di automezzi e di aerei che non esistevano e, questo , a conflitto europeo già scoppiato. In effetti gli sfuggiva il combattimento moderno: la cooperazione carri-aviazi,one d'assalto, la potenza dell'artiglieria, la necessità di reparti speciali come i guastatori. A settembre del 1937 aveva assistito alle manovre tedesche nel Mecklemburgo, dove aveva visto tutto ciò in azione, ma non c'era eco di quel che aveva visto nella sua dottrina tattica. perfino la campagna di Polonia non lo smuoverà dal suo ottimismo. Alla fine di agosto del '39 - coerente con tutto il suo operato - è uno dei pochissimi militari che spinge per l'immediato intervento a fianco della Germania. Non esitava ad assumersi una responsabilità grandissima. Ma un coro di tutti i vertici militari che denunziavano lo stato di impreparazione in cui versava l'esercito


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- indussero Mussolini - insieme ad altri motivi politici - a differire l'intervento ad epoca più favorevole. A questo punto, l'ottimismo di Pariani, che gli era valsa la fiducia di Mussolini, si ritorse contro di lui accusato di essere il responsabile dell'impreparazione. Il primo a denunziarlo, è lo stesso Ciano che ne aveva provocato l'ascesa. Dal diario di Galeazzo Ciano: - 23 agosto 1939 "... Il Duce stasera è bellicista: parla di armate e di attacchi: ha ricevuto Pariani che gli ha dato notizie buone sulla situazione dell'esercito. Pariani è un traditore e un bugiardo ... ". - 10 settembre 1939 " ... De Bono parla della situazione dell'esercito e la definisce materialmente e moralmente disastrosa. Egli, che ha compiuto una recente ispezione alla frontiera occidentale, è convinto che l'attuale stato delle difese non potrebbe arginare un attacco francese. Dice che Pari ani è un traditore ... ". - 15 settembre 1939 " ... Graziani è pessimista sulle condizioni dell'esercito. Pariani, invece, così ottimista e sicuro di sé da far domandare se per caso non abbia ragione lJ!i. Però, non lo credo". · -- 24 settembre 1939 "(Mussolini) ... ormai conosce a fondo le deplorevoli condizioni di impreparazione del nostro esercito e stamani, per la prima volta; ha ammesso che Pariani ha molto piombo nell'ala ... La liquidazione di Pariani sarebbe, per intanto, ottima cosa. Cercherò di varare per la successione, Soddu, di cui ho molta stima ... ". Quanto Ciano si sbagliasse sul generale Soddu, basterà un anno a dimostrarlo. Ma l'influenza nefasta sul nostro esercito dei maneggi del ministro degli Esteri costituiscono un capitolo a parte, estremamente interessante, di cui l'ascesa e la caduta di Pariani sono sol' tanto la prima fase. Giuseppe Bottai, il migliore, forse, degli uomini del regime fascista, comunque la mente più fine, guardò sempre all'esercito con accorata preoccupazione, formulò sulla preparazione militare osservazioni piene di buon senso e fece esemplarmente il suo dovere in guerra come ufficiale di complemento degli alpini. Nel suo diario non mancano riferimenti a Pariani: - 31 agosto 1939 "Pariani fa lo spaccasette: l'esercito qua, l'esercito là. La verità è che non siamo pronti ... ". - 6 settembre 1939 "Di Pariani mi riferiscono, con garanzia


Per uno studio della politica militare del generale Alberto Pariani

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d'autenticità, questa. Si preparano i grafici statistici sulla situazione delle artiglierie. Una linea per il totale, un'altra per i medi calibri, una terza per i grossi. Il disegno denuncia con violenza la deficienza di questi ultimi . Pariani l'osserva e ordina di spostare il rapporto tra le tre linee, a vantaggio dei medi e grossi calibri". - 4 gennaio 1940 "Venuto De Bono da me .. . Allude con chiare parole all"alto tradimento' di Pariani .. . forse, in buona fede ... ". - 20 gennaio 1941 "Sono stato dal Re ... parla della guerra, delle divisioni fittizie lasciateci in eredità da Baistrocchi e Pariani, "due generali che hanno rovinato l'esercito .. .". Il 27 ottobre 1939, nell'ambito di un "cambio della guardia" come si chiamavano allora i rimpasti di governo, Mussolini decide di liquidare Pariani e ne scrive subito al Sovrano per chiedere il consueto altissimo nulla osta (Archivio Centrale dello Stato - Segreteria particolare del Duce - corrispondenza riservata - busta 69 fascicolo 25): « .. . Vengo ora ai ministeri militari. Il generale Pariani ha molto piombo nell'ala. Egli ha molte qualità e indiscutibili numeri, ma in questi ultimi tempi non è stato all'altezza del suo compito e soprattutto è di un ottimismo eccezionale. Appartiene alla categoria degli uomini che anticipano la realtà col desiderio. "Gli inconvenienti degli ultimi richiami sono stati troppi e troppo generalizzati. Molto vivo il disagio nei ranghi e vivo nel paese attraverso i racconti dei richiamati . (Queste ultime due frasi furono poi cancellate dallo stesso Mussolini nella stesura finale, ma chiariscono bene la natura delle sue preoccupazioni, più politiche che tecniche). Occorre, per riprendere quota, un uomo di prestigio e un combattente di razza: io non vedo altri all'infuori del generale Graziani, con sottosegretario Soddu (fino allora sottocapo di S.M. alle operazioni) Pariani potrebbe assumere il comando del gruppo di Annate, attualmente tenuto da Graziani ... ". Ma di quest'ultima proposta non si farà niente forse per un ripensamento di Mussolini, un parere contrari9 di Badoglio o il veto del Sovrano. Il 30 ottobre, Mussolini comunica a Pariani la sua liquidazione con la seguente lettera (sempre ali' Archivio dello Stato, stessa posizione della precedente): "Caro Pariani, credo che questa lettera non vi sorprenderà, dato che sto procedendo a un cambio quasi totale della guardia. Sono ormai 15 anni che lavoriamo insieme ed ho avuto quindi


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il tempo di apprezzare le vostre qualità di soldato, di fascista, di comandante. È bene che altri provi che cosa significa governare e preparare l'esercito specie in questi tempi. Nessuno potrà contestare, né io dimenticare quanto avete fatto per l'Africa, la Spagna, l'Albania". *

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Una conclusione, anche se provvisoria, in attesa di più ampi studi, non può considerare l'opera di Pariani avulsa dal regime sotto cui operò. Senza dubbio Pariani commise due grandi errori tecnici: aver voluto trasformare l'esercito senza averne i mezzi necessari; non aver esaminato a fondo, o non aver capito, le condizioni del combattimento moderno (per l'epoca) onde trarne linee direttive per gli ordinamenti organici e tattici. Ma, ciò detto, l'ottimismo e la "follia" di Pariani non erano forse l'ottimismo e la "follia" di un intero regime che praticava una politica estera rischiosa senza destinare alle forze armate il necessario? Pariani fu chiamato al vertice dell'esercito perché dava affidamento di non contrastare la politica ,seguita da Mussolini e soprattutto dal suo genero e "delfino" , il conte Ciano. Pariani fece del suo meglio per accontentare tutti e due (e l'intero regime fascista, a cominciare dal segretario del partito, Starace). I trè anni perduti - dal '36 al '39 - ai fini del potenziamento dell'esercito avranno ripercussioni fino alla conclusione della guerra. Infatti si produsse un distacco tecnologico fra il nostro esercito e gli altri maggiori eserciti, cha mai più riusciremo a colmare. In altri termini, il nostro riarmo, seppur modesto, cominciò con' tre anni di ritardo sugli altri; in più, lo scoppio del conflitto e il nostro intervento lo resero ancor più aleatorio con le conseguenze che tutti sappiamo.


PARTE SECONDA

PROFILI BIOGRAFICI


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ALBERTO GENNARO

VINCENZO GIORDANO ORSINI DI BRACCIANO E L'ARTIGLIERIA RIVOLUZIONARIA SICILIANA DEGLI ANNI 1848 E 1849

Il maggior generale dell'esercito italiano Vincenzo Giordano Orsini discendeva dalla nobile famiglia degli Orsini, ilcui feudo di Bracciano era stato eretto in ducato dal sommo pontefice Pio IV il 9 marzo del 1560, in favore del capostipite di quel ramo, Paolo Giordano Orsini, signore dell'Anguillara. Lo storico ed imponente castello avito, tuttora esistente, a: dominio del lago e della lussureggiante vallata, transitò solo nei secoli successivi agli Odescalchi, al cui nome viene talvolta legato. Percorrere l'intero albero genealogico che lo riguarda è impresa ardua quasi impossibile, non soltanto perché il ramo degli Orsini di Bracciano si disperde nel 1700, ma soprattutto perché quella storica famiglia italiana appare sempre fiera di comprendere nel suo seno, senza distinzioni di sorta, gruppi e rami, figli legittimi e naturali, molti dei quali furono artefici di glorie immortali ed altri protagonisti di audaci imprese. Tra questi: 18 furono beatificati, 5 salirono al soglio pontificio, 40 indossarono la porpora cardinalizia, mentre altri, irradiatisi nel Lazio, in Piemonte, in Campania, nella Puglia ed in Europa, ed imparentatisi, in parte, con re, imperatori ed altre famiglie patrizie assunsero molti titoli gentilizi, mentre altri ancora divennero gran maestri dei templari e dei gerolosimitani, elettori di Sassonia e conestabili di Sicilia. In quell'isola mediterranea il loro nome è tuttora ricordato dalla più bella e monumentale porta della città capitale, che si apre sul mare, Porta Felice, intitolata a Donna Maria Felice Orsini, sorella del capostipite del ramo di Bracciano, Paolo Giordano , ed ad un tempo consorte dell'ammiraglio pontificio, Marcantonio Colonna, vincitore a Lepanto nel 1571, vice-re di Sicilia. Altra importante via, che scorre nella città nuova, in zona non lontana,


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dalla stessa porta, è invece, intitolata al ricordo del nostro protagonista, °Vincenzo Giordano Orsini, per quei meriti che si tenterà d'illustrare. Quest'ultimo nacque, appunto, a Palermo il 14 gennaio 1817 da quella illustre prosapia, allora strettamente legata al patriziato fondiario e terriero dell'isola, ma in epoca ormai impregnata dalla folata di vento rinnovatrice che aveva travolto l'Europa sull'onda delle armate napoleoniche. Eppur vero che la Sicilia, unica terra della penisola, non aveva conosciuto l'avventura libertaria, ma è _altrettanto vero che il Re di Napoli per sfuggire al generale Championnet aveva trovato rifugio a Palermo, dando all'isola una costituzione tra le più avanzate d'Europa, quella del 1812. Ma tale forzata permanenza, durata complessivamente due lustri, lungi dallo stringere i legami del sovrano col popolo aveva finito col comprometterli definitivamente. Giacché quest'ultimo, non appena fu restaurato sul trono dal congresso di Vienna del 1815, pensò bene di togliere quei privilegi che aveva precedentemente concesso. Da qui ai moti del 1821 che invocarono il ritorno alla precedente costituzione , il passo è breve. Vincenzo Orsini visse i primi anni della giovinezza in questo clima, acceso da forti accenti di separatismo dal Re traditore .. Appena dodicenne - come si conveniva ai cadetti delle prime famiglie del Regno - fu avviato al collegio della "Nunzia_tella" di Napoli, l'accademia militare borbonica. La frequenza di quell'istituto, nel quale strinse amicizia con altri siciliani, come Giacomo Longo 1 , nato da

1 GIACOMO LONGO, nasce a Napoli nel 1818 da Letterio, messinese, tenente di vascello della marina borbonica, terzogenito del barone della Corte, segue gli studi alla "Nunziatel/a" percorrendo le vicende cui si accennerà in quanto comuni a quelle di Orsini. Si distacca da quest'ultimo per partecipare alla spedizione siciliana del Ribotti, che precede in maniera avventurosa in Calabria. Fallita ogni speranza di successo, dopo disperati combattimenti, si mette in salvo su di un brigantino calabrese, ultimo ad imbarcarsi col Ribatti. Catturato nelle acque di Corfù e tratto in arresto, viene condannato a morte benché sia fraternamente difeso da Carlo Poerio. Avuta commutata la pena in ergastolo, esce dal carcere solo alla vigilia della liberazione garibaldina, tanto da avere il tempo di combattere sul Volturno. Durante questa battaglia, seppure orgoglioso di appartenenre all'arma di artiglieria, si pone alla testa di due battaglioni siciliani, che conduce all'assalto rimanendo gravemente ferito alla testa. Transita nell'Esercito Italiano col grado di maggior generale concessogli da Gaiibaldi. Tenente generale nel 1871, senatore a vita nel 1876; sposa l'anno successivo a Roma, Olimpia Scibona, palermitana. Muore il 31 luglio 1906.


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famiglia messinese , di cui fu fratello ed amico, anzicché attenuare quei sentimenti indipendendisti, li rese più forti consolidandoli con lo spirito di libertà e di progresso sociale che sommessamente aleggiava tra le possenti mura di quell'ancora saldo edificio, che da Pizzo Falcone domina la Riviera di Chiaia e la vecchia Napoli. Il collegio della "Nunziatella" era il fiore all'occhiello degli istituti militari e della milizia borbonica. Il Re vi riponeva ogni cura inviandovi i migliori maestri - "Perché" - come si legge ancora in una lapide apposta all'ingresso della Scuola "nell'arte della guerra .e negli ornati costumi la militar gioventù ottimamente ammaestrata crescesse a gloria e sicurezza dello stato". Ma giacché l'educazione militare è anche scuola di carattere e di ideali, questi stessi allievi avvertirono, con quella sensibilità che è caratteristica dei giovani, l' incalzare dei tempi. Si riconobbero nelle idee di avanguardia della nuova epoca , che.avrebbero soprattutto migliorato il paese e l'esercito nel quale fermam~nte credevano e nel quale avrebbero voluto vivere le corrispondenti riforme. Né furono affatto sordi alle omelie di un grande pontefice italiano , Pio IX, che dagli spalti di Castel S. Angelo invocava la benedizione di Dio per un'Italia grande, unita, e formata da una confederazione di stati tra loro indipendenti. Gli eventi, però, precipitarono: esplose la rivolta in Sicilia, ad. essa fece eco quella di tutt'Italia. Il Piemonte si mise in testa alla riscossa ma fu fermato a Salasco e tutto sembrò tornare indietro. In questo particolare momento - 1848 - gli ex della "Nunziatella", ormai ufficiali dì Sua Maestà nell'armata napoletana, si trovarono in situazioni diverse: alcuni erano rimasti nelle guarnigioni militari di Napoli e della penisola; altri erano stati già avviati in Lombardia per affiancare i reparti piemontesi; altri ancora si trovarono di stanza in Sicilia o presso i Reggimenti Siciliani. Posti di fronte alla nuova realtà, tutti indistintamente non intesero assolutamente attenuare la fiamma dell'entusiasmo, coltivata in 8 anni di studi sui banchi dj scuola ed alimentata da una seria, progressiva preparazione professionale. Di conseguenza nessuno abbassò la guardia. Molti vollero seguire a spada tratta fino all'ultimo disperato anelito la causa del Re. Nella campagna contro la Sicilia, per loro isola ribelle, furono protagonisti di una condotta irreprensibile. Tra questi l'ardito portabandiera del V battaglione "Cacciatori", l'alfiere Michele Bellucci, eroe a Taormina, decorato di M.O. al V.M.; i Tenenti Giuseppe Pianell e Guglielmo de Sauget e tanti ancora.


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Altri , invece, cresciuti e forgiati dai padri al culto delle precedenti rivoluzioni contro il sovrano despota, si riconobbero nella Sicilia rivoluzionaria ed indipendente, e per essa combatterono all'ombra del tricolore ornato dalla Trinacria - simbolo della Sicilia antica le ultime battaglie: Palermo, Messina, Catania. Altri ancora, richiamati in patria dai campi di Lombardia dopo l'armistizio di Salasco, preferirono restar fedeli all'impegno assunto quali soldati, e disobbedendo al sovrano, immortalarono il loro nome nella difesa del forte di Porto Marghera e della Repubblica Veneta del Manin. Ricordiamone alcuni: Guglielmo Pepe, capo della spedizione napoletana, Luigi e Carlo Mezzacapo, Enrico Cosenz. Il loro sogno di gloria si sarebbe concluso con l'impresa garibaldina del 1860, ove li rivedremo, tutti indistintamente, ma tra opposte sponde , sereni di poter compiere fino all'ultimo il proprio dovere. Alcuni sarebbero caduti sul Volturno, ed i superstiti con le vittoriose bandiere tricolori o con quelle abbrunate, innalzanti i gigli di Francia, ancora intrise di sangue, sarebbero entrati a far parte onorevolmente dell'Esercito Italiano. Giacché nessuno aveva demeritato e ciascuno, sia pure in modo diverso, aveva obbedito all'imperativo della propria coscienza.

I prodromi della rivolta del 12 gennaio a Palermo Vincenzo Orsini e Giacomo Longo, ultimati gli otto anni di permanenza alla "Nunziatella", furono assegnati nel 1837, quali alfieri , ad un reggimento di fanteria di linea per disimpegnarvi il prescritto tirocinio. Due anni dopo, superati severi esami, riservati ai primi 11 di ogni corso , vennero trasferiti nel Corpo Reale di artiglieria ed assegnati, entrambi, alla guarnigione di Palermo, ove nel 1842 ottennero il grado di 1° tenente di artiglieria. La rivoluzione del 48 li colse. in quella città, ma mentre il Longo nel giugno di quello stesso anno lascerà la Sicilia per partecipare alla spedizione siciliana inviata in soccorso ai rivoluzionari calabresi, sotto il Comando del Generale piemontese Ribotti di Molìéres , !'Orsini - cui è dedicato il presente saggio nella ricorrenza centenaria della morte - rimarrà nell'isola per tutto l'arco dei combattimenti compresi tra il 12 gennaio , data d'inizio della rivoluzione siciliana, ed il 15 maggio dell'anno successivo 1849, col quale questa stessa si chiuse per effetto della rioccupazione borbonica di Palermo. A quell 'epoca la Sicilia aveva compiuto oltre 16 mesi d'indipendenza dal Regno di Napoli.


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Non è stato interamente chiarito in quale misura il Longo e l'Orsini parteciparono ai prodromi della rivolta. I fatti che si è riu-, sciti ad individuare vanno, tuttavia, oltre i due contrastanti punti di vista degli studiosi, alcuni dei quali sono propensi nell'ammettere l'esistenza di una trama ben concepita tale da favorire l'avvio della ,rivolta, mentre altri sono dell'avviso che la rivolta stessa fu frutto spontaneo di un naturale evolversi di una situazione che non aveva bisogno della benché minima preparazione militare. È però giusto ritenere che anche in questo caso - come sempre - ogni affermazione assoluta non regga. Per quanto riguarda, in particolare, ogni tentativo di coinvolgerte i militari appare opportuno ricordare i numerosi manifesti apparsi sulle strade di Palermo l'autunno precedente - come il seguente - che il Torrearsa vuole suggerirti dal letterato siciliano Francesco Paolo Perez, poi senatore del Regno d'Italia.

I siciliani all'armata!

"O soldati delle Due Sicilie, tutta l'Italia è sorta a libertà, e voi soli non siete ancora italiani e mantenete in catene i vostri fratelli! ... Scuotetevi, svergognatevi (sic), perché Re Ferdinando non vi stima soldati, ma carnefici... La Patria liberata da voi darà onori ed uffizi e benedizioni e gloria, e quella gratitudine che non sente il tiranno. O soldati! O generosi! O cittadini! O fratelli! O sangue nostro! unitevi, stringetevi a noi. Alzate la bandiera tricolore italiana. L'Italia e l'Europa tutta vi guardano, i vostri fratelli vi aprono le braccia; pochi di voi comincino. Gli altri vi seguiranno. Gridate con noi: Viva la Lega Italiana! Viva Pio IX! Viva la Costituzione!".

Comunque siano andate le cose il 18 agosto del 1847 i due ufficiali borbonici di cui parliamo, furono arrestati per ordine del Luogotenente Generale del Re, generale Luigi di Maio, duca di S. Pietro, e deferiti al Procuratore Generale presso la Corte Criminale di Palermo, per l'istruzione di un processo a loro carico ed il conseguente giudizio. Era, infatti , accaduto che un caporale dell'8° Reggimento di linea, tale Enrico Capece Minutolo - figlio degenere di una illustre famiglia - aveva rivelato per iscritto alle autorità militari di Palermo, che l'artiglieria, il treno - cioè il carreggio, munizioni e servizi della stessa - e molti sottufficiali, unitisi ad alcuni notabili della città, avevano programmato di assaltare la caserma


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presidiaria dei Quattro Venti - una delle maggiori di Palermo, che sorgeva nei pressi del molo grande - per poter poi liberare i condannati del vicino arsenale, massacrare la guarnigione del palazzo reale, sede del governo dell'isola, impadronirsi delle batterie colà esistenti, ed invitare il popolo alla rivolta. Con i due tenenti furono arrestati: i fratelli Angelo e Luigi Gallo, entrambi palermitani, fonditori di professione; il primo tenente del treno Raffaele Bossoli, il sergente del treno Domenico De Martino, il furiere del treno Leopoldo La Costa, ed altri, tra cui alcuni caporali di artiglieria, dei granatieri e del 9° reggimento di linea. L'inquisizione procedette assai lenta, né riuscì ad approdare a risultati concreti, tanto che dopo quattro mesi l'istruzione si concluse col non potersi dare luogo a procedere. Furono tutti scarcerati tranne quel Domenico De Martino da cui era partita la notizia confidata al Capece Minutolo, risultata infondata, ed i due Longo ed Orsini, che, benché non fosse emerso nulla a loro carico e benché assolti, furono rinchiusi nel carcer della Quinta Casa. Al provvedimento di libertà, non rispettato dalle autorità borboniche, seguirono le dimissioni degli stessi ufficiali, che furono sollecitamente accolte . Malgrado ciò - e tale modo di procedere appare quanto meno sorprendente - continuarono ad essere ristretti nel suddetto carcere molto prossimo al molo, ove rimasero fino al 20 gennaio del 1848, cioè fino a quando, profittando della rivolta esplosa alcuni giorni prima e già diventata incandescente, riuscirono ad evadere con abile stratagemma ed a raggiungere una barca lasciata incustodita al molo, con la quale furono sul punto di prendere il largo per sottrarsi alla prevedibile reazione delle guardie. Ebbero, però, la fortuna d'incrociare una lancia inglese che portava a terra il comune amico Vincenzo Fardella, marchese di Torrearsa, il quale rientrava da una visita di ringraziamento ad un facoltoso baronetto, Lord Edgcumbe, il cui medico personale, l'americano Valentino Mott Jun, si prodigava nella assistenza ai rivoltosi feriti . Il Torrearsa li riconobbe, e chiamatili a gran voce, non potendoli fare salire a bordo, li guidò in luogo sicuro. Questa particolare, insolita ed un po' strana vicenda, è testimoniata dallo stesso integerrimo uomo politico nelle sue memorie . Il Fardella fu tra i primi patrizi siciliani ad aderire alla rivolta palermitana ricoprendo importanti incarichi tra i comitati, e successivamente quello di presidente della Camera dei Comuni.


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La rivolta ( Pianta A)

La rivolta esplosa a Palermo il 12 gennaio 1848 fu segnata fin dal suo sorgere dal risoluto impegno di pochi rivoluzionari che si diedero convegno a piazza della Fiera Vecchia, un popoloso quartiere centrale, ove una volta si svolgeva la fiera di S. Cristina, per poi percorrere col tricolore le strade cittadine inneggiando alla libertà ed al ritorno della precedente costituzione, quella del 1812, con la quale il Regno di Sicilia risultava separato da quello di Napo- · li. Ad essi si aggiunsero ben presto larghe frangie di popolo e rappresentanti di ogni ceto. Il rapido progredire favorevole degli eventi, che segnarono la sconfitta della guarnigione borbonica, non è tanto da addebitarsi alla scarsa reattività di alcuni reparti che furono disarmati, quanto alla dislocazione stessa delle forze affatto adatta alla difesa della città ed alla mancanza da parte dello stato maggiore borbonico di un vero e proprio disegno operativo, idoneo allo . scopo. Per contro da parte dei rivoluzionari fu attuato fin dall'inizio ed è ancora possibile dimostrarlo - un progressivo ed accurato programma organizzativo d'attacco che sorprese e sconvolse il nemico.

Le forze borboniche e la loro dislocazione

Le forze borboniche secondo i cronisti dell'epoca e secondo le stesse ammissioni delle relazioni dello stato maggiore napoletano, ammontavano nella sola Palermo a 7000 uomini. Pur essendo ingenti e sufficienti ad una repressione erano mal distribuite, in quanto gravitavano esclusivamente sui due poli opposti della città:Palazzo Reale e Castello a mare. Il primo sorge sul fronte di libeccio della città (sud-ovest); il secondo sul lato diametralmente opposto, quello di greco (nordest). Nel primo avevano sede il Luogotenente Generale del Re, generale Luigi di Maio ed il Comandante della Piazza Militare, Generale Vial, con i rispettivi stati maggiori. Saldamente difeso da 20 compagnie di fanteria di linea (otto del 1° Reggimento granatieri e tutto il 1° Reggimento di linea), rinforzate da 6 cannoni da 12 pollici, di cui 4 montati sui bastioni e 2 predisposti per essere impiegati a Porta Nuova contro i rivoltosi, costituiva un vero e proprio caposaldo, inserito nel complesso fortifi~atorio della città. Quest'ultima era cinta da alte e robuste mura di cui ancora rimangono le vestigia,


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rinforzate da altrettanti baluardi a forma di cuore con la punta rivolta verso l'esterno; due dei quali: il Mazara, detto anche di Porta Montalto, ed il d'Ossuna, detto anche del Noviziato o del Papireto, fiancheggiavano i lati dello stesso palazzo. Ma mentre il primo cadde ben presto in mano agli insorti, i quali si avvalsero della collaborazione dei frati Benedettini che avevano in prossimità del bastione il proprio convento, il secondo, sul quale erano investiti due cannoni da 12 predisposti per battere a tiro radente il perimetro esterno del muro di cinta, rimase protetto dalle caserme del Noviziato e di S. Giacomo, che sorgevano alle sue spalle e che erano a loro volta vigilate all'esterno da un avamposto che aveva trovato sistemazione tra le due stesse caserme, nella Villa Papiretana. Tutto il complesso testè descritto si configurava come un fronte unico difensivo, che dal limite sud del palazzo reale raggiungeva il bastione d'Ossuna. Il lato scoperto, occupato dagli insorti, quello prospicente porta Montalto, era stato affidato alla vigilanza di due avamposti, dislocati ai limiti della villa e del piano del palazzo, nei pressi dell'Ospedale Maggiore della città (palazzo Sclafani) e del monastero di S. Elisabetta. Ovviamente un siffatto sistema difensivo fortificato poteva essere affrontato solo disponendo di artiglierie. Il secondo polo di gravitazione delle forze , quello di nord-est, opposto al preecedente comprendeva, fuori le mura, oltre il forte di Castellamare - di cui si parlerà più diffusamente appresso - anche le caserme presidiarie destinate al ricovero delle truppe ed a fornire presidi ed avamposti per la difesa dei punti nevralgici, dei forti della città, e per assicurare il servizio di guardia alle carceri nuove dell'Ucciardone ed a quelle della Quinta Casa. Assai spaziosa e confortevole la caserma dei Quattro Venti che ospitava tre battaglioni di fanteria (due di linea del 10° ed uno del 9°) e due batterie di artiglieria di pronto impiego. Sul braccio del molo vi era l'Arsenale, nel quale trovava anche posto il bagno penale. Infine, dentFo le mura, dal lato di città il forte di Castellamare faceva sistema col palazzo delle Finanze e con la vicina caserma della Gendarmeria a cavallo di S. Sebastiano. Al primo forniva la protezione, mentre i gendarmi assicuravano in permanenza la transibilità delle vie d'accesso al castello dalla parte di città. Ovviamente, anche in tale situazione, per poter espugnare il castello occorreva l'impiego di artiglierie, ed era, soprattutto necessario elin:;i.inare preventivamente ogni resistenza al palazzo delle finanze ed .alla caserma della gendarmeria a cavallo.


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Il comando militare della piazza al fine di assicurare il collegamento tra i due suddetti complessi di forze dislocati ai poli opposti della città aveva istituito una posizione di vigilanza intermedia alla Villa Filippina ed a S. Francesco di Paola; località queste ultime , poste fuori dalla città e presidiate da uno squadrone di gendarmi. Sempre in posizione intermedia ma questa volta in città erano stati istituiti degli avamposti - affatto robusti - di alcuni dei quali si è già fatto cenno. Ma l'impeto popolare li travolse presto, lasciando in sito solo quelli della periferia saldamente appoggiati ai complessi fortificati. Di conseguenza quando i rivoltosi riuscirono anche a sopraffare il posto di vigilanza a Villa Filippina ed a S. Francesco di Paola, i due blocchi di forze rimasero tra loro isolati, privi del benché minimo collegamento.

I rinforzi

Il Luogotenente Generale del Re in siffatta situazione ebbe l'infelice idea di far bombardare la città dal forte di Castellamare, tanto da accendere maggiormente la collera dei rivoltosi, ai quali si unirono anche i più dubbiosi. Né le cose cambiarono quando il 15 gennaio giunsero da Napoli i rinforzi accompagnati dal fratello del Re, Conte dell'Aquila e dal maresciallo di campo de S:auget. Il primo ritornò subito nella città partenopea per riferire al sovrano della violenza e delle dimensioni della rivolta, il secondo, così come era stato convenuto , assunse il Comando Militare Supremo di tutte le forze dell'isola, ove l'insurrezione si era diffusa. Le unità giunte da Napoli, e subito accasermate ai Quattro Venti ed al carcere dell'Ucciardone ammontavano complessivamente a 5000 uomini, così articolati: sette battaglioni di "cacciatori", un battaglione dell'8° reggimento di fanteria di linea, un battaglione di pionieri, due batterie di artiglieria. Ad essi vanno aggiunti - escludendo la guarnigione di Palermo e quella della cittadella di Messina - i 18 battaglioni di fanteria di linea, il reggimento di cavalleria (3° Dragoni) e le 32 bocche da fuoco, investiti con criteri diversi nelle varie piazze militari dell'isola. Il maresciallo de Sauget, la cui immagine di militare e di comandante lascia perplessi anche attraverso le dure lettere che a nome del Re gli pervenivano giornalmente dal Ministro della guerra


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Garzi a (doc. n. 1) nulla fece per ristabilire la situazione se non chiedere ulteriori rinforzi per soddisfare le richieste che gli pervenivano da ogni parte dell'isola. Per quanto riguarda Palermo riuscì a ripristinare, ma solo saltuariamente e per breve tempo, il collegamento tra i due blocchi di forze tanto da consentire a 3 battaglioni di fanteria di linea ed a 4 pezzi di artiglieria di raggiungere dai Quattro Venti il Palazzo Reale. Temendo poi che il presidio reinvestito a Villa Filippina potesse essere ancora una volta sopraffatto, anzicché rafforzarlo, lo ritirò definitivamente, determinando così l'evolversi conclusivo degli eventi.

L'organizzazione dei rivoltosi Il giorno 20 gennaio, data della fuga del Longo e dell'Orsini dal carcere della Quinta Casa, il Comitato Difesa fu già in grado di attuare il primo provvedimento organizzativo che si concretò nel cosidetto "Regolamento provvisorio per le squadre" (doc. n. 2). La città venne articolata in 8 quartieri operativi: ogni quartiere ebbe il suo capo ed il suo vice-capo. A questi ultimi fu devoluto il compito di organizzare in squadre i rivoltosi sia per presidiare le vie d'accesso e di transito nei rispettivi quartieri sia per investire località naturalmente forti e comunque atte alla difesa. Tra i compiti dei capi quartiere anche quello , non meno interessante di comunicare giornalmente all'alba la forza del quartiere articolata per squadre e per tipo di armati, giacché ad ogni armato di fucile spettavano tre tarì giornalieri (antica moneta d'oro di origine araba), mentre ad ogni armato all'arma bianca, che si fosse dimostrato capace di utilizzarla, ne toccava uno solo. Da qui l'incentivo ad impossessarsi delle armi del nemico. Altri articoli prevedevano il rifornimento delle munizioni; inoltre l'art. 7 stabiliva la creazione di un quartier generale alla Fieravecchia e la istitu.zione di un'aliquota di manovra e di riserva mobile da impegnarsi all'occorrenza su richiesta dei singoli capi quartiere. Infine presso l'Università degli studi, che ancor oggi sia pure in parte, conserva la stessa sede, veniva dislocata la Direzione di artiglieria e quella del Servizio marittimo, per attivare le relative funzioni logistiche ed operative. Nei giorni successivi col concorso di medici volenterosi, alcuni dei quali stranieri , e di compiacenti ed ospitali istituti religiosi, furono istituiti 3 ospedali di pronto intervento e di cura per i rivoltosi: a Casa Professa dei PP Gesuiti, al Convento di S. Anna ed a


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S. Domenico. Nel contempo furono stabiliti gli accasermamenti per le squadre. Infine il giorno 23, i 4 Comitati ch'erano nati il 14 precedente dal Comitato Provvisorio istituito la stessa sera della giornata iniziale della rivolta, si radunarono in assemblea generale dando vita ad un Comitato Generale che assunse compiti direttivi e di coordinamento delle materie comuni. Ne fu eletto a suffragio unanime, quale presidente, l'ex ammiraglio borbonico, Ruggero Settimo dei principi di Fitalia, che il popolo, essendo successivamente mancata l'accettazione del principe sabaudo , volle chiamare Ammiraglio Settimo. Rimasero confermati nel II Comitato, ramo difesa: presidente , il Principe di Pantelleria; Vice presidente, il barone Pietro Riso; Segretario, Francesco Crispi. Ormai il nemico si era rinserrato nelle caserme e nei luoghi fortificati, posti alla periferia della città, e per snidarlo non si poteva più fare unicamente affidamento all'iniziativa dei singoli capi quartiere ma si rendeva necessario l'intervento delle artiglierie e con esse, l'ideazione di opportuni piani d'attacco . Di conseguenza l'arrivo di quei bravi ufficiali di artiglieria afferma Vincenzo Fardella di Torrearsa, che aveva raccolto l'Orsini ed il Longo al molo - fu riguardato da noi come il più possente aiuto che poteva giungerci in quei solenni momenti 2 . A questo punto viene proprio da chiedersi: fu proprio casuale quel provvidenziale salvataggio? È un'interrogativo questo , che unito a quello riguardante l'inazione del de Sauget, non ha trovato ancora nessuna risposta. Indipendentemente dal come siano andate le cose è , comunque, certo che con la liberazione dei due ufficiali, poterono concepirsi i fatti d'arme conclusivi volti ad espugnare il fronte sud-ovest della città, determinato dall'allineamento: Porta Montalto - Palazzo Reale - Bastione del Noviziato; e dal lato opposto, il fronte nord-est: Castellamare e Palazzo delle Finanze.

Il gruppo di guida operativo e la genesi dell'artiglieria rivoluzionaria Si è testè parlato dell'organizzazione militare sancita dal regolamento per le squadre col quale veniva previsto un quartier gene2

VINCENZO FARDELLA, marchese di Torre Arsa, senatore del Regno, in " Ricorcli della rivoluzione siciliana degli anni I 848-1849", Palermo 1887, pagg. 134-136.


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raie a Piazza della Fieravecchia, ma non si è potuto fare alcun cenno non tanto dello stato maggiore del nascente esercito siciliano - che sarebbe prematuro pretendere sin d'ora ma che verrà presto costituito - quanto di un gruppo di comando operativo od al limite del comandante esecutivo delle forze rivoluzionarie. Nessun cronista ne fa cenno convalidando l'ipotesi, peraltro ormai assurda, che da cosa nacque cosa senza alcuna preorganizzazione. Per tale vuoto di notizie è, inoltre, accaduto che della progettazione delle operazioni belliche - seppure contestato da molti se ne sia attribuito ogni merito Ignazio Calona. Era quest'ultimo un intraprendente avvocato siciliano, reduce dai moti del 1821 ed appartenente ad una famiglia di rivoluzionari (il fratello Camillo rimarrà gravemente ferito nel corso dell'attacco al Palazzo), che aveva assunto il pretestuoso titolo di Direttore Generale deJle artiglierie, previsto dall'articolo 10 dal più volte citato regolamento per le squadre. Per contro è da ritenere, invece , che fin dal giorno 20 , data in cui fu redatto l'anzidetto regolamento, si sia costituito un gruppo di comando direttivo ed esecutivo ad un tempo, nel quale entrarono a far parte, oltre l'intraprendente avvocato, anche il Longo e !'Orsini a parità di livello gerarchico. Lo dimostrerebbe l'evolversi della situazione contingente condizionata sempre più da esigenze tecniche così come si dirà appresso, ma anche - e perché no - la testimonian za di alcuni documenti inediti , recentemente rinvenuti all'Archivio di Stato di Palermo, riferentisi all'epoca. Da essi si evince chiaramente l'eguale rapporto di dipendenza gerarchica dei tre dal Comitato Difesa, presieduto dal principe di Pantelleria. Ad esempio con la lettera del Comitato Difesa in data 24 gennaio 1848 (doc. n. 3) a firma di Francesco Crispi, diretta al Calona, Longo ed Orsini , senza alcuna preferenza, si danno notizie ai predetti , che potremmo definire componenti dì un vero e proprio triunvirato, sulle situazioni di forza delle squadre da loro sollecitate e previste dal regolamento. Inoltre con la lettera pari data a firma del principe dì Pantelleria (doc. n. 4) è il Comitato di Difesa e non il Calona che impartisce l'ordine all'Orsini dì recuperare due bocche da fuoco alla Fìeravecchìa. Fatte salve, naturalmente, precedenti intese. Non si vuole qui entrare in una scabrosa questione, tuttavia piace fin d'ora ricordare che il Longo e !'Orsini furono promossi


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colonnelli di artiglieria un giorno prima del Calona, e che quest'ultimo fu, invece, destinato all'arma del genio 3 . Peraltro è da ritenere che il Calona, essendo il più vecchio dei tre, più conosciuto in città, sì configurasse automaticamente come il presidente delle commissioni miUtari di volta in volta nominate. Appare, comunque, doveroso attribuire a tutti e tre, senza alcuna preferenza o priorità, il merito dei successi di quei giorni, resi possibili - come si vedrà - dalla presenza dei due ufficiali borbonici. Giacché in quei precisi momenti non si trattò solo di dirigere il fuoco di una o più batterie, né tanto meno di organizzate un attacco col concorso di fuoco , bensì si impose la necessità più onerosa di assistere, e soprattutto guidare chi doveva materialmente riattare i pezzi dissotterrati dai rivoluzionari od inchiodati dai borbonici, nonché di porre in essere le strutture adatte per fabbricarne dei nuovi. Attività queste ultime a cui i due ufficiali erano stati pienamente abilitati dopo severi esami , che prevedevano secondo i programmi vigenti alla "Nunziatella" non soltanto la conoscenza delle nozioni elementari di tiro e dei materiali , ma anche l'allestimento degli alti forn i e tutto ciò che riguardava la fabbricazione delle bocche da fuoco e delle relative munizioni di ogni tipo . Essi risultavano altresì abilitati all'approntamento delle batterie; termine quest'ultimo col quale non debbono solo intendersi i pezzi nella loro unità d'impiego, ma anche per metonimia - così come afferma il 1° tenente Mariano d'Ayala, docente di geometria descrittiva e di balistica, nelle lezioni dettate agli alunni del collegio-accademia - i manufatti e le opere fortificatorie campali e permanenti, in cui le bocche da fuoco possono offendere ed essere medesimamente offese 4 • Tutte queste cose il Calona non poteva evidentemente conoscere. La loro collaborazione comprese anche questi aspetti strettamente professionali, che potremo definire essenziali e, comunque , da cui non si può prescindere se si vuol comprendere la genesi dell'artiglieria rivoluzionaria siciliana. Quest'ultima nacque dal nulla,

3 Le relative promozioni risultano documentate da "L'Apostolo", periodico legislativo e politico del Governo di S.icilia, edito a Palermo negli anni 1848-49, numero 12 del 22 febbraio 1848. 4 MARIANO D' AYALA , "Lezioni di artiglieria dettate agli alunni del Real Collegio militare di Napoli" , Napoli 1840, Lezione XVIII, pag. 202.


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ebbe la sua prima affermazione a Palermo e si sviluppò soprattutto a Messina agli ordini del Longo prima e dell'Orsini poi. A quest'ultimo soprattutto il merito di avere fronteggiato per quattro mesi le artiglierie della cittadella messinese, cui si aggiunsero nei cinque giorni della battaglia (3-7 settembre 1848) quelle del Corpo di spedizione del Generale Carlo Filangieri, inviato dal Re di Napoli in Sicilia per reprimere l'isola ribelle. In tale contesto assume particolare rilievo l'aiuto offerto ai due ufficiali da coraggiosa gente del popolo, come i fratelli Gallo e Di Marco, fonditori di professione , alcuni dei quali già citati perché arrestati nei prodromi della rivolta, e poscia messi in libertà e scagionati. Né vanno dimenticate le artiglierie dissotterrate dai rivoltosi e quelle fatte affluire da Trabia da Salvatore Castiglia e da Bagheria da Giuseppe Scordato o recuperate dalle squadre, molte delle quali risultarono obsolete od inchiodate, cioè inattivate da un lungo chiodo introdotto forzatamente nel focone. Con Ja genesi dell'artiglieria la loro collaborazione si fece veramente preziosa in quanto con tali mezzi fu possibile impegnare le forze rivoluzionarie secondo piani d'attacco guidati , che lasciarono poco spazio all'arbitrio delle singole squadre, che ovviamente non poterono essere interamente raffrenate.

L'attacco al fronte sud-ovest e di pafazzo reale (Pianta B)

L'artiglieria rivoluzionaria ebbe il battesimo del fuoco nell'attacco della reggia. Dello svolgimento di tale operazione militare trattano in sintesi tutti i cronisti, è , però, facile intuire ch'essa previde alcune modalità esecutive che per maggior chiarezza vengono qui raggruppate nei sottoparagrafi a, b, e, d; per la maggior comprensione dei quali si rinvia alla tavola B, ove sono indkati i toponimi essenziali: a) interruzione delle condutture d'acqua che affluivano alla reggia; b) occupazione delle posizioni naturalmente forti che davano sicurezza ad entrambi i fianchi del palazzo: bastione del noviziato , da un lato; avamposti dell'ospedale maggiore della città (palazzo Sclafani) e del monastero di S. Elisabetta, dall'altro; e) · schieramento delle artiglierie disponibili in modo da neutralizzare quelle del nemico ed accompagnare l'attacco;


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d) isolamento della reggia a 360 gradi ed attacco generale. I provvedimenti di cui alla lettera a) furono attuati fin dal giorno 21 - come è ampiamente testimoniato - sotto la direzione del Longo e dell'Orsini, dal personale addetto all'acquedotto della città, estendendo l'interruzione anche alle condutture che affluivano alle caserme dei Quattro Venti e del Castello a mare. Pertanto da quel momento i due nuclei dell'esercito borbonico, ivi comprese le truppe fresche ch'erano giunte da Napoli, accasermate ai Quattro Venti ed alle carceri dell'Ucciardone, oltre ad essere prive di collegamenti, rimasero senz'acqua. Difficile si presentò lo smantellamento del bastione del noviziato (102) *, di cui alla lettera b), che si ergeva nell'angolo ovest delle mura cittadine tra il bastione di porta Carini (104) e porta cl'Ossuna (100), saldamente protetto da lato interno da un altro possente fabbricato ch'era stato nel passato il noviziato dei Gesuiti e che dava appunto il nome al vicino bastione. Finalmente la sera del 23 agguerrite squadre di rivoltosi forzarono la porta d'accesso alla chiesa del noviziato, che si apriva dal lato più esterno e quindi più esposto dello stesso fabbricato, attraverso questa penetrarono nell'interno, raggiungendo in men che si dica gli spalti del possente bastione, ove catturarono, efficientissimi, due pezzi da 12. Il presidio ripiegò attraverso la porta opposta nella caserma cli S. Giacomo (98), lasciando scoperto il fianco esterno dell'avamposto della Villa Papiretana (99), che sorgeva appunto tra i due quartieri, cli cui uno ora abbandonato. Il giorno successivo, e cioè il 24, l'attacco delle squadre si diresse sull'Ospedale cittadino (11) e sul monastero di S. Elisabetta (13). L'azione si concluse in breve tempo, giacché i predetti fabbricati sorgono tra dedali di viuzze e di vicoli, che ben conosciuti dai rivoltosi, impedirono agli avamposti la benché minima manovra, costringendoli a ripiegare, per evitare il peggio, entro le mura della reggia. Le operazioni di cui alla lettera e) furono ovviamente conseguenziali. Dal lato ovest furono riattivati senza eccessiva difficoltà i due cannoni da 12, che rimasero investiti sui bastioni, ma puntati a mezzo tiro sulla caserma di S. Giacomo e sulla regia. Sul lato Sud invece, nei pressi di porta Montalto, con l'ausilio dei padri benedet• I numeri tra parentesi si riferiscono per l'intero testo alle varie località indicate in ciascuna pianta.


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tini, che hanno ancora lì una famosa. chiesa, fu costruita la prima vera e propria batteria dell'artiglieria rivoluzionaria. Questa fu composta da tre pezzi da 12, riattati da Longo e da Orsini; ad uno di essi il popolo entusiasmato impose il salvifico nome di Pio IX.

Impiego del fuoco e condotta finale del!' attacco (lettera d)

Nella notte su] 25, per completare l'isolamento del palazzo fu inviato sui suoi rovesci la squadra di Bagheria, agli ordini di Giuseppe Scordato, la quale diede fuoco alle pagliere dei reparti di cavalleria, accasermati sul piano di S. Teresa ed ai Borgognoni, portando lo scompiglio tra i quadrupedi che, date le circostanze, non furono in massima parte, recuperati. Appena albeggiò, le vedette borboniche del palazzo si accorsero dei lavori di sterro che si stavano conducendo sul bastione di porta Montalto per sistemare in batteria i tre pezzi, ed aprirono immediatamente il fuoco. La risposta non si fece attendere: la prima batteria siciliana si scoprì, e mentre dall'alto dello stesso bastione si alzava al sole mattutino la bandiera tricolore col triscele - simbolo dell'antica Trinacria - iniziò il fuoco , abilmente diretto dai due ufficiali borbonici, che si avvicendavano convulsamente- ai pezzi ed alla osservazione del tiro. Furono duramente colpite le bastide della reggia, la sottostante panatica, il corpo stesso del fabbricato 5 • Poco dopo entrò in azione anche la 1/ 2 batteria del noviziato, la quale impiegata a mezzo tiro, fece breccia tra i merli del castello, da dove si affacciavano le artiglierie nemiche, e poi spostò il tiro sulla caserma di S. Giacomo e sulla villa Papiretana. A lunghe pause si succedevano ininterrottamente intense azioni di fuoco che venivano eseguite simultaneamente da tutte le artiglierie. Frattanto le squadre asserragliate sui tetti del monastero dei benedettini e su quelli dei fabbricati che sorgono ai limiti della piazza della reggia, colpivano con tiro mirato gli artiglieri ed i difensori del castello, tanto che il Comando borbonico si vide costretto a ritirare anche i due pezzi da 12, che in prossimità

5 La bastide e la panatica erano in origine strutture fortificate di rif!forzo ai piani bassi del bastione, destinati al rico vero ed alla conservazione delle vettovaglie. Assunsero col tempo diverso significato.


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di porta Nuova (4), pigliavano d'infilata la via Toledo (14 - ora Corso Vittorio Emanuele) impedendo ogni manovra alle squadre. Come era stato opportunamente convenuto nel corso di quella interminabile giornata , fu quello il segnale dell'attacco generale: i tiri vennero allungati e le squadre poterono occupare sia l'arcivescovato, sia la villa Papiretana, costringendo i difensori a rinchiudersi nel palazzo. Si combatteva dall'alba e si era già al tramonto: la situazione dei difensori era divenuta ormai estremamente critica. Erano intervenuti ad aggravarla: i caduti, i numerosi feriti, la mancanza d'acqua, il prevedibile prossimo esaurirsi delle provviste alimentari per il progressivo aumento del numero dei conviventi. Di conseguenza il luogotenente del Re ed il Comandante della Piazza, tennero consiglio, concludendo che sarebbe stato meglio addivenire ad una tregua. Dalla loggetta della reggia che dà su Via Toledo fu mostrata una bandiera bianca ed iniziarono le trattative dei due generali con il Comitato Generale della città. Nottetempo, però, il Vial ed il di Maio, il loro seguito, le famiglie dei militari, tutti i reparti ed i soldati ch'erano in grado di farlo, per complessivi 4000 uomini, abbandonarono ii palazzo e dai rovesci di questo , per Via Colonna rotta, piano dell'Olivuzza, Villa Filippina e largo S. Oliva si diressero alla caserma dei Quattro Venti, ove furono accolti con gran sorpresa dal de Sauget, che evidentemente non. aveva pensato ad una imprevedibile e così imminente resa. All'alba del 26, il popolo , fremente e furente, ruppe le remore ad ogni trattativa ed in nome dei suoi martiri, penetrò nella rocca dei Re, ove consumò la sua Bastiglia.

L'attacco del fronte di nord-est e di Castellamare

Superamento delle resistenze al palazzo delle finanze (Pianta C)

Come già accennato, il palazzo delle Finanze sorgeva a Piazza Marina, in prossimità del Castello, entro la cinta muraria della città. Nato come bagno penale ed arsenale, all'inizio del secolo, quando fu possibile trasferire i detenuti alle nuove carceri dell'Ucciardone era stato ristrutturato ed utilizzato come Banco del Regno, ove affluivano le esazioni praticate in tutta l'isola. Per la sua stessa natura originaria costituiva una struttura difensiva particolarmente


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forte, sprangata in ogni sua apertura, imprendibile con le sole armi leggere. Nei giorni della rivolta il presidio dei gendarmi che ne assicurava costantemente la vigilanza era stato raddoppiato e rinforzato da una compagnia di fucilieri e da un congruo numero di granatieri , i quali tutti , asserragliati nell'interno ed abbarbicati, ben difesi sulle fines tre facevano - all'occorrenza - fuoco sugli insorti lanciando anche grosse bombe a mano. I gendarmi dipendevano dalla vicina caserma di S. Sebastiano, posta alle spalle del palazzo delle finanze , la quale forniva anche le pattuglie a cavallo che presidiavano la zona vigilando soprattutto la Via di Piedigrotta di accesso al Castello, e relativa piazza, attraverso la quale si comunicava con l'altro consistente complesso di forze, quello dei Quattro Venti , fuori le mura. Ovviamente il tutto costituiva un obiettivo particolarmente remunerativo, e peraltro indispensabile ove si intendesse affrontare il Castello dalla parte della città . Inoltre il maresciallo de Sauget, per precisi ordini del ministro della guerra Garzia, aveva dato circostanziate istruzioni al Comandante della guarnigione del Castello, colonnello svizzero Gross, di preservare dagli assalti dei rivoltosi il predetto palazzo ove si riteneva fossero custodite ingenti somme di denaro . Di conseguenza quest'ultimo aveva predisposto il tiro dei suoi mortai in modo da battere a 360 gradi l'intero perimetro del palazzo, tanto da assicurare un perfetto sbarramento. Al fine -di smontare ogni velleità d'attacco, si teneva costantemente collegato con il presidio delle finanze a mezzo di segnali convenzionali (bandiere e trombe), per poter intervenire alle prime mosse. Ripetuti erano stati i tentativi posti in essere dalle squadre fin dai primi giorni della rivolta senza che fosse stato possibile conseguire il benchÊ minimo successo, giacchÊ non appena tentavano di avvicinarsi al fabbricato , oltre ad essere oggetto di bersaglio da parte dei difensori, venivano disperse dalle salve dei mortai del forte. Accadde però che nei giorni immediatamente precedenti la resa della reggia, le squadre che gravitavano su piazza Marina venissero dotate di alcuni cannoncini, recuperati dalle navi mercantili ed affluiti al quartier generale della Fieravecchia. Con queste armi, poste in postazione fissa al limite della piazza, batterono in breccia contro i cancelli e la facciata del palazzo procurando qualche danno e soprattutto facendo intendere un maggior impegno risolutivo. Nella stessa notte del 25 gennaio non soltanto l'azione fu con-


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tinuata ininterrottamente ma vennero anche incendiate le pagliere della caserma della gendarmeria a cavallo di S. Sebastiano. Di conseguenza i gendarmi furono costretti a sloggiare con effetto psicologico rilevante per tutto il dispositivo. Alle iniziative non mancò il successo che si concretò nell'inizio di trattative di tregua. Ma giacché gli accordi - che dovevano essere sanzionati dal colonnello Gross - non riuscivano a maturare, gli insorti nella stessa giornata del 26 irruppero di sorpresa nell'interno del palazzo, impossessandosi delle somme ivi custodite, le quali risultarono irrisorie rispetto alle aspettative ed alle ansie della direzione napoletana.

Situazione a fine gennaio

A fine gennaio la situazione che si era venuta a creare non appariva affatto rosea al Comandante Supremo delle forze militari in Sicilia: - dal lato sud della città di Palermo non esisteva più niente: la reggia era caduta e la guarnigione si era aggregata alle caserme dei Quattro Venti; - dal lato nord , il palazzo delle finanze era stato sopraffatto ed ogni valore era stato sottratto dagli insorti; - il centro cittadino, ed in genere tutto l'abitato entro le mura, era divenuto impraticabile; - difficile si presentava la difesa delle caserme dei Quattro Venti, giacché i reparti reduci dal palazzo erano sfiduciati ed affaticati, soprattutto appesantiti dalla presenza delle famiglie dei militari, alcune delle quali lamentavano morti e feriti; - non diversa era la situazione delle altre città, ove la rivoluzione si era propagata, e da dove provenivano notizie allarmanti; - le forze giunte da Napoli, e non ancora impiegate, non erano sufficienti a domare l'intera isola (nella sua relazione il de Sauget afferma che ogni piccolo presidio militare o posto di polizia, richiedeva un battaglione di linea). Di conseguenza il giorno 29 il predetto generale riunì un ·consiglio di guerra, nel corso del quale maturò le decisione di reimbarcarsi alla volta di Napoli, portando al seguito, unitamente ai rinforzi che aveva accompagnato, anche la guarnigione della piazza di Palermo, fatto salvo il presidio del forte di Castellamare. Decisione questa, certo sofferta, che lo fece cadere in disgrazia dall'Esercito e dal


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Re , costringendolo anche a raggiungere Solunto, giacché i rivoltosi avrebbero potuto metterlo in crisi durante le operazioni d'imbarco. Prima però di mettersi in cammino attuò due provvedimenti di certo rilievo: - rinforzò il forte di Castellamare, quale possibile futura testa di ponte; - fece aprire le porte delle nuove carceri, del bagno penale e della Quinta Casa, consentendo così che tutta la feccia della delinquenza locale, si unisse ai rivoltosi con imprevedibili conseguenze. Poscia alla testa delle truppe, del carriaggio e delle artiglierie, delle famiglie dei militari, a mala pena caricate sui cassoni delle artiglierie, si mise in cammino percorrendo - per evitare incontri spiacevoli, che di fatto ci furono egualmente - lo stesso itinerario che avrebbe seguito nel 1860 Giuseppe Garibaldi, cioè aggirando la città dai monti che dominano la conca d'oro: Monreale - Parco-Villabate. Ma mentre l'eroe dei due mondi giunto in quest'ultima località piegò ad occidente verso il ponte dell'Ammiraglio ed entrò combattendo a Palermo, egli giunto nella stessa località si diresse in senso opposto verso Messina. L'imbarco avvenne all'alba del giorno 30 a Solunto, ove si erano dati appuntamento i legni napoletani, che lo stesso giorno presero il largo. Di conseguenza perché la vittoria della rivoluzione potesse dirsi completa occorreva ancora lottare per far cadere l'ultimo munito caposaldo borbonico: il forte di Castellamare.

Il castello (Piante A e D)

Nell'anno di cui trattiamo la città di Palermo disponeva come dispone tuttora, salvo le necessarie ristrutturazioni - di due bacini per iJ ricovero delle navi (si veda provvisoriamente la pianta A): uno a nord, grande, detto propriamente porto o porto nuovo; un secondo a nord-est, più piccolo, detto Cala. Quello grande era completato a settentrione dal lungo braccio del molo, alla cui estremità sorgeva la lanterna-faro che ne segnava l'imboccatura e che in pratica si identificava con la parte centrale di un fortino, armato da 3 cannoni da costa da 33, detto appunto "Forte della Lanterna". Alla base dello stesso molo era investito un altro forte guarnito da 1 / 2 batteri;:t da costa, e denominato "Castelluccio del molo" . All'ingresso di ponente della Cala su vasta area bagnata dal mare si


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ergeva imponente la cittadella palermitana, cioè il Castello, il forte a mare, detto Castellamare, che faceva sistema con le già citate opere fortificate, ed a sud con un altro forte, investito all'imboccatura opposta, detto forte della "Garita" (sic), in quanto dominato sulla sua stessa copertura da una garitta ed armato anch'esso da cannoni da 33, casamattati. Chiudeva tutto il sistema - lo si accenna per completezza d'informazione - la "Tonnarazza" cioè il forte di S. Erasmo (fuori campo dalla citata pianta A) che sporgeva su una penisoletta, all'estremità di levante della città, a guardia della foce del fiume Oreto . Ovviamente la parte vitale dell'intero complesso era il forte di Castellamare, il più vicino, quasi incuneato nella città, e perciò in grado di difenderla meglio o - all'occorrenza - di sopraffarla col fuoco dei suoi cannoni e dei suoi mortai, che all'epoca superavano le venti unità, non meno, malgrado le relazioni diverse di P,arte borbonica. Quest'ultimo (si segua ora la pianta D) aveva forma quadrangolare ed era bastionato per l'intero perimetro della cinta esterna, protetta da larghi fossati inondati d'acqua che vi stagnava a costante livello del mare. Lo caratterizzavano, secondo l'uso del tempo, quattro baluardi, cioè quattro alti bastioni che fuoruscivano dagli angoli della cinta muraria per costituire altrettanti capisaldi a difesa dello stesso castello e per assicurare il tiro radente lungo le cortine interposte vigilando gli angoli morti. Di questi, i due rivolti verso la città erano maestosi, meno gli altri. Cominciando da sinistra e procedendo in senso orario, si notano: il baluardo di S. Pasquale (a), il cui fianco sinistro si specchiava sulla Cala ed il destro sulla città; il bastione di S. Pietro (b), con il lato sinistro rivolto verso la città, ed il destro verso il molo; seguivano molto più piccoli gli altri due: il baluardo di S. Rosalia (c) più volte rifatto nelle sue strutture mai ben definite, orientato col fianco sinistro verso il porto nuovo e col destro verso la Cala; ultimo, il bastione della Catena ( d), in pratica una sporgenza semicircolare che si affacciava sul mare; così chiamato per via di una catena che un tempo lo legava alla omonima chiesa della Catena (183), tuttora esistente, posta sul lato opposto della Cala, che nottetempo veniva issata con argini, a pelo d'acqua, per chiudere ogni via d'accesso alle navi corsare o nemiche, esponendole nello stesso tempo alle offese del baluardo di S. Pasquale. Le porte di accesso al Castello erano due: una sul mare, sul fianco esposto del bastione di S. Rosalia; l'altra verso la città, nella cortina interposta tra il S. Pasquale ed il S. Pietro. Entrambe erano prov-


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viste di rivellino, cioè di un piccolo bastione a forma di V, con la punta rivolta verso l'attaccante, collocato in posizione avanzata rispetto alla porta tanto da dare ad essa la più ampia sicurezza. Prospiciente verso la città, dinanzi ai due principali bastioni, si apriva la piazza del Castello, destinata alle esercitazioni militari, alla punizione dei rei ed all'esecuzione delle sentenze dei condannati a morte , che erano rinserrati nelle segrete del forte. Queste ultime ospitavano in quei giorni 11 cittadini, tra in più in vista, arrestati il giorno precedente l'inizio della rivolta perché sospettati di avere ispirato i manifesti rivoluzionari. Ai due lati estremi della piazza, rispettivamente a sinistra ed a destra si ergevano, la chiesa della Madonna di Piedigrotta (179) che dava il nome alla porta viciniore di città, e la chiesa di S. Pietro (181), da cui invece prendeva nome il bastione omonimo. Oggi del forte di Castellamare, il cui nome è anche legato all'impresa garibaldina ed a tutta la storia della città, giacché le sue origini sembrano risalire alle guerre puniche, rimane solo il mastio angioino e la porta aragonese. Tutto il resto è stato demolito, forse un po' troppo frettolosamente, a partire dagli inizi del secolo, per dar vita a strutture industriali e per migliorare la viabilità di una zona nevralgica.

Il presidio del castello

Era stato notevolmente potenziato in quei giorni: le unità di fanteria che vi erano rinserrate erano state portate a 7 compagnie di fanteria (di cui 4 della Guardia e 3 del 2° Reggimento in linea). Il numero delle bocche da fuoco, complessivamente non inferiore alle 20 unità, così come già accennato, era rimasto invariato, ma erano stati aumentati i serventi ai pezzi, tratti dalle artiglierie, abbandonate e rese inefficienti all'atto della ritirata, al €:astelluccio del molo, al forte della Lanterna ed a quello della Garita alla Cala. Il totale complessivo del presidio raggiungeva le 2000 unità. Le artiglierie si articolavano in cannoni da costa e da piazza da 33, da 24 e da 16, rispettivamente di calibro, espresso in millimetri; 156,70; 152,53; 133,7. A questi si aggiungevano gli obici da 8 pollici, mm 218,82 ed un congruo numero di mortai da 12 e da 8 pollici, rispettivamente di mm 328,12 e 218,82, montati sui rispettivi ceppi di ferro, analoghi a quelli dei mortai piemontesi, saldamente fissati ai piani inferiori. Molti pezzi trovavano posto ~egli orecchioni, ben


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visibili in figura nei punti di saldatura dei baluardi con le cortine, ove formavano le cosidette cannoniere traditrici, cioè occultate alla vista degli attaccanti e destinate ad intervenire sul fossato quando gli assedianti tentavano di avvicinarsi.

Le forze dei rivoltosi

Le squadre disponibili per l'attacco erano numerose, giacché in tutta la città la resistenza era stata vinta e la partecipazione risultava ormai totale. Ma il maggior problema, dal quale non si poteva assolutamente prescindere, se si voleva ottenere il successo senza troppe perdite, consisteva nella necessità di approntare le artiglierie idonee a neutralizzare quelle nemiche, almeno in parte. Alcuni cronisti fanno ascendere il numero dei pezzi di cui potevano disporre gli insorti ad oltre una quarantina; lo stesso professore Salomone Marino, uno dei più attenti storici di quel periodo, nella commemorazione cinquantenaria di quell'evento, ne elenca, precisandone la provenienza, ben 39. Ma da un pur sommario esame tecnico si evince che il loro numero fu certo inferiore, giacché quelli universalmente citati sono da considerarsi obsoleti, in quanto dissotterati dopo molti anni od esposti egualmente alle intemperie sulle torri delle ville signorili senza alcuna manutenzione, mentre quellì abbandonati dal nemico, furono in parte resi irrimediabilmente inutilizzabili. Per concludere è da ritenere che l'intervento del Longo e dell'Orsini - e solo dopo la conquista della reggia, ove furono recuperati cannoni da campagna e da montagna - si siano potuti mettere in efficienza per quell'esigenza le seguenti bocche da fuoco , tutte previste nel piano d'impiego: - 3 grossi cannoni da 33, abbandonati precipitosamente dal nemico alla lanterna del molo; - 10 pezzi da campagna da 12 in ottimo stato; alcuni risultarono inchiodati, ma furono ben presto rimessi in efficienza; - 2 pezzi da 4 in mont agna, recuperati alla reggia; gli altri 9ue ' che vi erano stati portati in rinforzo da Napoli risultarono inutìlizzabili; - 4 mortai da 8, di cui due fusi dai fratelli Di Marco sotto la guida di Orsini. Il totale come è facile dedurre non superò le 19 unità. Tra i quadri volontari che collaborarono allo schieramento dei


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pezzi, oltre ai già noti Calona, Longo ed Orsini, che costituirono sempre la mente direttrice, vanno annoverati: Salvatore Castiglia, capitano della marina mercantile. Questi che diverrà comandante della marina militare rivoluzionaria, è frequentemente ricordato nei testi di storia risorgimentale per essersi impossessato delle navi che trasportarono "i m(lle" a Marsala ed avere retto il timone del "Piemonte", su cui erano imbarcati: lo stesso Orsini con Garibaldi e Crispi. Salvatore Porcelli e Vincenzo Mi/oro, entrambi appartenenti a famiglie rivoluziònarie di vecchia data, e nominati sottodirettori di artiglieria nel noto regolamento delle squadre del 20 gennaio. Tra la truppa vanno segnalati i cosidetti artiglieri litorali, condotti da Trapani da Mario Palizzolo, o provenienti da altre piazze marittime dell'isola. Costoro facevano parte di un Corpo speciale di tipo territoriale, reclutato tra gli operai del luogo, che si riuniva all'occorrenza sotto la direzione degli ufficiali dell'artiglieria di marina borbonica. I più durante i giorni della rivolta collaborarono con gli artiglieri della rivoluzione. Altro artigliere, particolarmente distintosi, è il palermitano Alfonso Scalia 6 .

Concetto d'azione del gruppo direttivo e modalità esecutive

Premesso che dell'attacco al Castello non esistono relazioni ufficiali ma solo anonimi memoriali a stampa dell'epoca, si tiene a precisare che per gruppo direttivo debbono intendersi i noti ideatori del piano (Calona, Longo ed Orsini), che al tempo stesso ne divennero i principali esecutori. Dai documenti consultati risulta che il concetto d'azione - non sempre chiaro - si concretò: 1) nell'isolare dall'esterno il presidio sbarrandogli ogni via d'uscita; 2) nell'indebolire col fuoco l'intero bastione di S. Pasquale (a); 3) nel tentare poi la scalata dalla parte bassa di detto bastione, prossima alla chiesa di Piedigrotta (179). In pratica l'artiglieria ebbe il compito d'impedire i collegamenti 6 ALFONSO SCAUA (Palermo 1823-Roma 1894). Capitano di piccolo cabotaggio, prese parte all'attacco del forte di Castellamare, ottenendo la promozione a maggiore di artiglieria. Partecipò alla spedizione calabrese del Ribotti, e fu con Orsini alla battaglia di Messina (3-7 settembre 1848) ed a quella del Volturno del 1860. Transitò col grado di colonnello nell'esercito italiano, ove raggiunse gli alti gradi della gerarchia.


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verso l'esterno dalla porta di mare (baluardo di S. Rosalia - c); distruggere il rivellino della porta di città, posto tra il S. Pasquale (a) ed il S. Pietro (b); smantellare le difese del sopradetto bastione di S. Pasquale. Le conseguenti modalità esecutive previdero l'articolazione dei pezzi disponibili in 4 batterie, che per comodità di esposizione vengono qui chiamate batteria esterna, prima, seconda e terza batteria, e precisamente: Batteria esterna o della Lanterna (consistette sostanzialmente nella riattivazione del Forte della Lanterna - n. 24, pianta A); l" Batteria o della Cala (185 e 184 pianta D e così di seguito); 2° Batteria o della Doganella (182); 3" Batteria o di S. Giorgio (165). Questo lo schieramento ed i vari compiti affidati:

Batteria esterna

Agli ordini di Salvatore Castiglia: ebbe il compito di dirigere il fuoco dei 3 pezzi da 33, investiti sul forte della Lanterna del molo e già riattati, tanto da impedire che nessuno si avvicinasse dalla parte di mare al Castello. Venne affiancata da una barca cannoniera, che agli ordini di Vincenzo Miloro doveva perlustrare il bacino del porto nelle ore notturne.

I° Batteria Agli ordini di Longo, Orsini e Porcell i (non si sono potute individuare le specifiche responsabilità d'impiego) venne composta dai seguenti pezzi : - 3 cannoni da 12 , da collocarsi in casamatta alle finestre di un ampio magazzino, detto della "Lupa" (spigolo ad angolo acuto del fabbricato, n. 185 in pianta, meglio identificato qui di seguito); - 2 pezzi da 4 da collocarsi sui piani di un robusto fabbricato che i cronisti dell'epoca chiamano dei "proietti" (185) , ora non più esistente, ma che sorgeva all'ingresso della città entrando da Porta Felice (94). Da notare che "proietti" stà per "trovatelli", giacché questi ultimi erano posti sulla ruota (dal latino "proicere" = buttare avanti, deliberatamente); - 2 mortai da 8, da sistemarsi sui rovesci della chiesa della


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Carità (184), e precisamente dinanzi al predetto collegio dei "Trovatelli". I tre pezzi da 12 ebbero come obiettivo il baluardo della Catena (d) da dove le artiglierie del forte davano protezione all'intera cortina prospiciente la Cala (Catena - S. Pasquale) ed, in particolare, al fianco sinistro del baluardo di S. Pasquale (a). I due pezzi da 4 dovevano, invece, cercare di centrare il punto di saldaturta della cortina della Cala con il bastione di S. Pasquale, ove era da presumersi l'esistenza di una cannoniera traditrice. I mortai da 8, orientati sui rovesci della stessa cortina, furono destinati ad azioni di disturbo nell'interno ed alla distruzione della casa del governatore. 2° Batteria

Da collocarsi ad est della Porta della Dogana (182) dinanzi Casa Vassallo e destinata al comando di Alfonso Scalia. Composta da quattro pezzi da 12, ebbe il compito principale di martellare il fianco destro del bastione di S. Pasquale e, quello sussidiario, di concorrere con la 3" Batteria alla distruzione del rivellino della porta di città (cortina S. Pasquale-S. Pietro). 3a Batteria

Agli ordini di Ignazio Calona, composta dalle rimanenti tre bocche da fuoco da 12, avrebbe dovuto prendere posizione sui bastioni di S. Giorgio (165), da dove concentrare il tiro sui seguenti obiettivi, indicati in ordine di priorità: 1) rivellino della porta di città, citato; 2) fianco sinistro del bastione di S. Pietro ove sorgeva la polveriera del Castello; 3) punto di saldatura della , cortina S. Pasquale-S. Pietro col bastione di S. Pasquale. Esecuzione dell'attacco

All'alba del 3 febbraio Castiglia, Longo, Orsini e Porcelli diedero assicurazione di avere sistemato i pezzi in batteria e di essere pronti per il fuoco (Batteria esterna e 1"). Non altrettanto avvenne per il Calona e per i 4 cannoni da sistemare alla Doganella (batterie


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2a e 3a), dinanzi alla casa Vassallo sia per le remore interposte dallo stesso Vassallo, il quale riteneva che il proprio fabbricato potesse divenire obiettivo privilegiato dei difensori del forte , sia per un nubifragio abbattutosi nella città il giorno 3 e protrattosi per tutta la notte del 4 con una violenza tale che impedì la sistemazione del materiale affluito a piè d'opera. Ma giacché le squadre, attestate nei pressi deJla piazza del Castello, non poterono più essere raffrenate, il barone Bivona, a nome dello stesso presidente del Comitato Generale, Ruggero Settimo, diede il via lìbera per il fuoco . Tuttavia il Longo e !'Orsini, ben consci della necessità d'intervento delle altre batterie, attesero ancora, finché si giunse al tramonto. Dopodiché temendo che il nemico potesse sventare il piano d'attacco colpendo l'unica batteria che a piazza Marina era in grado di intervenire cioè la propria - intervennero con inusitata violenza. Si scatenò allora uno scambio di granate e bombe da mortai che durò ininterrottamente per tre ore. All'approssimarsi della notte, il Gross, la cui casa era stata seriamente danneggiata, e che aveva avuto sentore dell'imminente assalto, alzò sugli spalti del S. Pasquale la bandiera bianca. La mattina del giorno 5 l'intero Comitato di difesa, accompagnato da i due ufficiali borbonici, Longo ed Orsini, entrò nel Castello per raccogliere la resa del comandante. Il quale, forse per intercessione dei suoi generosi ex compagni d'arme, ottenne l'onore delle armi. Si chiudeva così, molto prima del previsto ed in modo incruento, anche questa gloriosa pagina dell'artiglieria rivoluzionaria siciliana. Palermo riacquistava anche formalmente la sua indipendenza.

Le vicende successive Le vicende successive che vedono protagonista Vincenzo Giordano Orsini s'incentrano nei duelli dell'artiglieria siciliana con quella della Cittadella di Messina, rimasta per tutto l'arco della rivoluzione in mano ai borbonici, ed in quelli della battaglia finale omonima che imperversò dal 3 al 7 settembre dello stesso anno. Operazioni militari queste ultime, di non indifferente livello che avrebbero potuto avere esito diverso se fosse stato. portato a compimento il piano organico per la costituzione dell'esercito e della marina da guerra siciliana, previsto dal decreto emanato dal


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Governo dell'isola sull'onda del successo della rivoluzione palermitana (doc. n. 5, allegato in stralcio). Com'è noto, infatti, una larga frangia delle forze politiche al potere noo intendeva risolvere la questione costituzionale con le armi , bensì senza spargimento di sangue avvalendosi dell'aiuto promesso dalla diplomazia inglese e francese. Per contro quelle nazioni non appena l'andamento della prima guerra d'indipendenza nazionale - cui la Sicilia indipendente aveva concorso con una rappresentanza ufficiale di 100 uomini al comando di Giuseppe La Masa - si preannunciò sfavorevole alla coalizione italiana, abbandonarono l'isola al suo destino. Quando poi si corse ai ripari era già tardi. In breve, !'Orsini, nominato il 18 febbraio colonnello dell'artiglieria siciliana, fu nel giugno successivo preposto al Comando dell'artiglieria del Vallo di Messina, cui era venuto meno l'appoggio di Giacomo Longo, anch'egli colonnello di artiglieria di pari anzianità e grado , ma destinato allo Stato Maggiore della spedizione siciliana, capitanata dal Ribotti, ed inviata in Calabria per sostenere con le armi la rivoluzione calabrese di quello stesso periodo. Assunto il nuovo incarico completò l'approntamento delle batterie, poste a difesa dalla cittadella, e di quelle schierate lungo una linea di circunvallazione che proteggeva la città dal fronte più esposto ad un eventuale sbarco nemico; previsione quest'ultima, che fu confermata dai fatti. Furono costituite complessivamente 11 batterie fisse, ch'erano dei veri e propri fortini, oltre ad un numero variabile di batterie mobili. Le prime, delle quali è stato possibile eseguire un censimento approssimativo facendo soprattutto capo a citazioni spigolate qua e là, raggiunsero i 79 pezzi, articolati come segue per calibro e batteria. Detta cifra è da ritenersi sia stata largamente superata anche in relazione all'impiego di pezzi isolati e delle sopraddette batterie mobili. Per parlare solo dei mortai: ben 16 pesanti furono fusi con l'assistenza di Orsini. Nel sottonotato specchio riassuntivo la denominazione della batteria si riferisce , in genere, alla località ove è stata investita. Nel mese di luglio l'Orsini formulò di propria iniziativa un piano d'attaco alla cittadella, che non fu però accettato per le interposte remore del Commissario Esecutivo del governo, cioè dal rappresentante dell'autorità centrale, Domenico Piraino. Reiterò la proposta .nel mese di agosto e non avendone ricevuto, ancora una volta, l'assenso , si vide costretto a subire , unitamente a tutta la


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SPECCHIO RIASSUNTIVO DELLE GLORIOSE BATIERIE MESSINESI POSTE AGLI ORDINI DI VINCENZO GIORDANO ORSINI (Col. dell'art. siciliana del Vallo di Messina nel periodo giugno-settembre 1848) Denominazione della batteria o del fortino

da 36

Fortino Sicilia o delle Moselle Batteria "Roma" o di s. Cecilia alla Maddalena Batteria S. Chiara Batteria S. Elia o 29 gennaio Batteria di Mezzo-Monde!lo o deJJa "Sentinella" Batterie (n. 2) del Noviziato Forte di Torre Vittoria (posto comando Orsini) Forte di Rocca Guelfonia Batteria dell'Andria Batteria forte real Basso Totali

Obici

Cannoni

5

I

da 24

da 80 Paixhans

rotale

Mortai

Cannoni

da 8

da 12

5

10

6 2

4

2

4

4

4 6 8 4

1 2

2

2 2

7 8 10

12

4

10 8 6

h

9

31

8 6

13

10

16

79

guarmg10ne, che non superava le 5000 unità, l'iniziativa borbonica che si concretò nello sbarco sul litorale messinese - spiaggia di mare grosso - del corpo di spedizione del ten. gen. Carlo Filangieri di Satriano. Questo, forte di oltre 20.000 uomini e di una flotta di 18 legni, barcaccie, scorridori da sbarco era appoggiato da artiglierie navali, da campagna e, soprattutto , da quelle delle fortezze che raggiungevano il rispettabile numero di 154 pezzi, di cui 88 alla cittadella, 20 al forte della Lanterna e 46 al S. Salvatore , all'imbocco del porto. La battaglia - della quale sarebbe riduttivo descrivere succintamente le vicende in un saggio che ne esamina un solo particolare aspetto, anche se significativo - imperversò dal 3 al 7 settembre e manifestò apertamente l'elevato grado di addestramento raggiunto dalle batterie messinesi poste ai suoi ordini. Quelle schierate a distanza utile dai rispettivi fort i opposti, resero inefficienti le coperture difensive del forte del S. Salvatore lasciando allo scoperto tutti i serventi ai pezzi, fecero saltare la polveriera del bastione di S. Stefano alla cittadella, mentre quella di torre Vittoria, ove era il suo posto di comando, riuscì il giorno 6 a reprimere la baldanzosa avan-


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zata dell'ala destra napoletana al comando del valoroso generale Proni o 7 , uno dei più fedeli alla casa borbonica. Azione quest'ultima, che sconvolse profondamente l'attaccante, costringendo il generale Filangieri a mutare il proprio piano e ad impartire l'ordine alla · flotta di allontanarsi dalla spiaggia, limitatamente al numeroso naviglio da trasporto, al fine di far capire ai reparti che questa volta, e sotto il suo comando, non ci sarebbe stato reimbarco. Messina arse ma non si arrese. Caduta la città si trasferì a Catania, ove agli ordini del generale polacco Luigi Mieroslaswski, ultimo comandante dell'esercito siciliano, diresse l'addestramento di 6 battaglioni di fanteria di linea e curò l'approntamento di due brigate di artiglieria, disponendole in un campo trincerato che, ad occupazione avvenuta dal nemico, riscosse le meraviglie e l'ammirazio~e del Filangieri. Da Catania passò a Palermo. Poco dopo però , nel maggio dello stesso anno , 1949, riuscì a stento a sfuggire alla cattura dalla gendarmeria napoletana, entrata in città al seguito delle truppe che avevano soffocato l'ultimo anelito di una rivoluzione, durata complessivamente oltre 16 mesi .

Conclusione della sua vita

Riparò in Turchia favorevolmente accolto dal sultano AbdulMèdjin, che su proposta del ministro della guerra gli confermò con regolare decreto il grado di colonnello di artiglieria, destinandolo ad un reggimento dei Dardanelli. Si dedicò con grande serietà all'addestramento delle specialità da costa e da campagna della nazione amica che in quel particolare periodo si accingeva alla guerra contro la Russia. Come si ricorderà quest'ultima aveva invaso le regioni danubiane , togliendo ogni indipendenza a quei popoli ch'erano stati per secoli sotto il protettorato ottomano. Nell'agosto del 1855 accompagnò al fuoco sulle rive· della Cernaia i battaglioni turchi, combattè al fianco dei bersaglieri piemontesi, ed ottenne da lord Raglan , l'eroe di Waterloo, una spada d'onore. 7 PAOLO PRONIO, figlio degenere di un bandito: il famoso Pronio, seguace di Frà Diavolo agli ordini del Cardinale Ruffo. Al contrario del padre era ligio al dovere e soprattutto onesto. Nell'ambito dell'esercito veniva chiamato il "generale combinazione" , giacché sia che venisse elogiato sia che venisse criticato per insuccesso, rispondeva col solito intercalare: combinazione, doveva andar cosi'!


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Non onori, né ricchezze valsero a distoglierlo dalla sua terra; alla notizia che Garibaldi si accingeva alla spedizione dei "mille", non ebbe dubbi: raggiunse Genova in men che non si dica, e s'imbarcò sul "Piemonte" col marinaio nizzardo. Lo troviamo ancora una volta in Sicilia sulla linea del fuoco contro l'avversato barbone: il cannone tuonò ai suoi ordini a Calatafimi. Risalita la penisola si battè egregiamente sul Volturno alla testa delle gloriose batterie garibaldine. Nell'esercito meridionale di Garibaldi ottenne il grado di maggior generale, che gli fu confermato nell'esercito italiano , nel quale entrò a far parte dopo l'annessione. Nel 1863 assunse il comando della brigata "Abruzzi", e nel 1864 quello della "Pisa". Nella campagna del 1866 è nuovamente tra i volontari, Comandante di una brigata dei Cacciatori delle Alpi . Collocato a riposo dopo il conflitto, non restò inoperoso ma si dedicò a studi assai disparati, come "tecnica finanziaria", "meccanica", "fisiologia", pubblicando tra l'altro: "Il consorzio forzoso", Napoli, 1868; "La tassa unica", Napoli, 1872; "L'areoscafo", Napoli, 1869; "L'universo e la fisiologia degli esseri", Napoli, 1883. Morì a Napoli il 7 luglio 1889. Ma chi fu dunque Vincenzo Giordano Orsini di Bracciano? Lasciamo che diano la risposta tre famosi personaggi, della cui autorevolezza non si può certo dubitare: Garibaldi, Crispi e Guerzoni: narra quest'ultimo nella insuperata ed autentica biografia dell'eroe dei due mondi - "Garibaldi", Firenze, 1882 - che quando Orsini, alla vigilia della liberazione di Palermo, si staccò dalla colonna garibaldina - vedasi Tavola E - per dirigersi con le artiglierie ed il carreggio a Corleone, tanto da attirare su di sé le forze borboniche e disimpegnare da ogni pressione il grosso della colonna, fu accompagnato con lo sguardo commosso di Garibaldi, che Crispi al suo fianco , udì mormorare : "Povero Orsini! Va verso il martirio". A questo punto non restano dubbi . In qualsiasi epoca ed in qualsiasi paese civile, chi va verso il martirio per liberare gli o ppressi non può non definirsi un eroe. E tale fu il Nostro protagonista. Nel cinquantenario della liberazione della città, per la quale aveva offe!tO una vita, Palermo gli dedicò , oltre la via - cui si è accennato - anche un mo numento. L'erma dell'eroe, in alta uniforme militare, si erge nella villa Garibaldi, al viale delJa Libertà, su di un blocco granitico di marmo quadrangolare affiancato da quattro


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bocche da fuoco, mentre nei quadrati si leggono le tappe del glorioso cammino e la dedica cittadina: 1848 - Corleone - Volturno Palermo al Generale Vincenzo Giordano Orsini. L'esercito italiano non lo ha mai dimenticato: ancor oggi la sua immagine giovanile, in tutto simile a quella qui riportata, rende preziosa la mostra, itinerante nelle cittĂ italiane, allestita dallo storico collegio della "Nunziatella", a suo ricordo ed a quello degli altrettanti gloriosi caduti e combattenti, giovani di ogni ceto che, iniziati ai severi studi dello stesso Istituto, hanno dato, da oltre duecento anni, lustro al paese in ogni campo.


FONTI DOCUMENTARIE E BIBLIOGRAFICHE 1. Archivio di stato di Palermo

Comando Real Marina Anni 1848-1849 Real Segreteria-Polizia Anni 1848-1849 Real Segreteria-Interno Anni 1848-1849 Carteggio Riso (Guardia Nazionale anni 1848-1849).

2. Documenti a stampa Collezione officiale degli Atti del Comitato Generale di Sicilia nell'anno 1848, Palermo 1848. Raccolta di varie scritture pubblicate dal Comitato e dai piÚ ardenti cittadini in occasione della rivolta succeduta in Palermo dal 12 gennaio in poi. Palermo 1848. Note e schiarimenti annessi alJe "Memorie istoriche per servire alla storia della rivoluzione siciliana del 1848-1849". Italia ¡ 1853.

3. Testi di carattere generale

FARDELLA di Torrearsa, "Ricordi sulla rivoluzione siciliana degli anni 1848 e 1849", Palermo 1887. (AN0N1Mo), "Memorie storiche e critiche sulla rivoluzione siciliana del 1848" . Londra 1851. Tre volumi con appendice, attribuiti a Pasquale Calvi. V1 NCENzo

4. Testi relativi alle operazioni militari

Comando del Corpo di Stato Maggiore - Ufficio Storico - Gen. Cecilio Fabris, "Gli avvenimenti militari del 1848 e 1849", Torino 1898.


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Memorie istoriche, citate al precedente n. 2 (opera attribuita al Ten. gen. Carlo Filangieri di Satriano). (AN0N1Mo) , Frammento storico dell'attacco e della resa del palazzo reale. del palazzo delle finanze e dei quartieri della truppa regia, Italia 1850. (ANoNIMo) , Frammento storico dell'attacco e della resa del Castellamare in gennaio 1848 (quest'ultima data è errata; entrambi i frammenti, editi nel 1850 in località imprecisata, sono attribuiti ad Ignazio Calona).

5. Opere biografiche

G10RDANO ARTURO ORSINI di Bracciano (magg. E.I. figlio di Vincenzo) , "Cenno biografico documentato del Generale Comm. Vincenzo Giordano Orsini di Bracciano , ed. Palermo 1906.

6. Piante e Tavole

Le piante della città di Palermo, aggiornate per quanto può interessare il testo , sono state tratte dalle seguenti opere: Pianta A: da un)incisione di Pierre del Callejo y Angulo contenuta nel testo di Agatino Apar_y "Description de l'isle de SiciLe", Amsterdam 1734. Pianta B, D e Stemmi araldici di città : dalla pianta del Lossieux (1818, Palenno) e dalla famosa pianta del marchese di Villabianca di cui ripetono i toponimi e numeri indicativi di località (cfr. R. La Duca, ristampa anastatica del 1980, Palermo). Pianta C: da un quadro ad olio di pittore ignoto del XVIII secolo, riprodotto a stampa da Luigi Giachery in Piazza Marina ed i suoi alberghi in Palermo, Palermo 1923. Tavola E: da un grafico contenuto nell'opera "Garibaldi Condottiero" edita dallo S.M.E. Ufficio Storico, 1957, Roma.

7. Parte tecnica: materiali d'artiglieria nel Regno delle Due Sicilie

C. MoNTù, "Storia dell'artiglieria italiana, Voi. V, edito a Roma nel 1938, pagg. 2348-2379.


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Pianta A · VECCHIA CINTA MURARIA DELLA CITIÀ DI PALERMO (dal rilievo di Pierre del Callejo, citato in bibliografia, aggiornato ai primi decenni del XIX secolo) INDICAZIONE DELLE LOCALITÀ CITATE NEL TESTO I, Candlsmuc

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.U. Monutcro di S. Efiiatx:112 }e, Fic,~,"C'«h'-'


l e 2 Conili inlerni della Reggia 3 Pia:aa d'armi della Reggia 4 Pona Nuo\•a

6 Pof'la di CaSl(O S B.astiooe r-.fontalto 9 Porta Monta!to 40

23 Bastione S. Aga1a 40 Piano S. Tcrtsa 93 Casc-rma S. Giaoon.,o

14 Via Toledo o del Cass.cro 21 Via Alb-.:rghcria

<J) Villa Papiretana l(XYPort11 d'Ossuna L02 Oas1ione del No\i.ziato l03 E.x Noviziato d<:i Gesuiti U)4 B:i.stione Carini o d'Aragona 105 ArciveSC0\'310 106 Piozzalc della Caucdrale 109 Ex Collegio dei Gesuiti

22 Ospedale mili1a1e borbonico

118 Pona Carini

lO Monà!ttro dc.i Bcncdcuitti 11 Grande ospedale civico

13 Monaslél'O di s. Etisabeua

Pianta B-ATIACCO AL PALAZZO REALE

La prima batteria rivoluzionaria fu sistemata da Longo ed Orsini sul bastione di Porta Montalto (n. 8 in pianta): il primo pezzo che aprì il fuoco ebbe dal popolo il nome di Pio IX. Seguirono poi anche quelli sistemati sul bastione del Noviziato (n. !02 in pianta), i quali erano stati recuperati dopc aspra lotta allorchè le squ_adre dei rivoltosi rag&i~ns~ro il_bas!ione dopo aver_ fo~ata la porta della Chiesa dell'ex noviziato dei Gesuiti che dava. appunto, 11 nome allo stonco bashone (la porta e md1cata m pianta dalla freccia d1retta sul fabbricato n. 103 - ex Nov1z1ato).


04

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Pianta¡ C - Alfacco al Palazzo delle Finanze. - Questa pianta, pur essendo assai antica - del 1766 - ha il pregio d i dare una visione prospettica di piazza Marina di Palermo, ove nel periodo gennaio-febbraio 1848 si svolsero i fatti d'arme principali che precedettero l' attacco a Castellamare. Si notano segnati da freccie numerate: 1) la caserma della Gendarmeria; 2) la Vicaria, ristru tturata ai primi anni dell'ottocento in palazzo delle Finanze; 3) i fabbricati ove gli insorti sistemarono i cannoncini per battere in breccia il palazzo delle Finanze; 4) la immancabile forca posta al centro della piazza ed anch'essa trasferita agli inizi del XIX secolo a piazza Castellamare; 5) la non piÚ esistente Porta della Dogana ; 6) la famosa chiesa della Catena, tuttora esistente che dà il nome all'archivio di Stato palermitano; 7)-8)-9) i fabbricati ove Longo, Orsini e Porcelli occultarono le artiglierie per attaccare il Castello; 10) Porta Felice Orsini, intitolata all'antenata del nostro protagonista ed ancora ben conservata.


Pianta D

Particolare dell'attacco al castello a mare di Palermo (1848)

Legenda 94 Porta Felice Orsini l62 Chiesa di S. Cita 164 Bastione s. Giorgio I 65 Porta s. Giorgio 172 Palazzo delle Finanze (ex vecchie prigioni) 175 Porta Carbone 177 Caserma della Gendarmeria

179 Chiesa di Piedigrotta 180 CastcJlammarc, cosl articolato

a. Baluardo s. Pasquale b. Baluardo s. Pietro c. Baluardo s. Rosalia d. Bastione della Catena

"'" Pianta D - DISLOCAZIONE DELLE BATIERIE PER L'ATTACCO Prima batteria: Ospedale di S. Bartolomeo o dei

« Trovatelli» (n. 185 in pianta) sulla cui terrazza presero posto 2 cannoni da 4, mentre 3 da 12 vennero collocati alle finestre di un ampio magazzino , detto della «Lupa» (appendice ad angolo acuto dello stesso fabbricato 185). Due mortai da 8 furono piazzati sui rovesci della chiesa della Carità

(184). Seconda baueria: 4 pezzi da 12. Si sarebbero dovuti mettere in batteria nei pressi di Porta della Dogana (n. 182 in

pianta).

Terza batteria: 3 pezzi da 12 avrebbero dovuto esser sistemati sul Bastione di S. Giorgio (n. 165 in pianta). Delle tre suddette batterie solo la prima, agli ordini di Longo, Orsini e Porcelli riuscì a prendere posizione in tempo ed ad intervenire con tutto il suo volume di fuoco.

181 182 183 184 185

Chiesa di s. Pietro Porta della Dogana Chiesa della Catena Chiesa delJa Carità Ospizio (cx ospedale) dei «Trovatelli»

I86 fotte del.la Garitta


Pianta E -

Dopo la vittoria di Calatafimi Garibaldi lasciata Partinico su cui si ritirarono le forze borboniche sconfitte, raggiunse Passo di Renda, da dove si apriva la via per Palermo (itinerario n. 1 indicato in pianta). Ma non gli fu possibile passare giacché gli si pararono contro la brigata del Von Mechel ed i cacciatori del colonnello Beneventano Bosco. Ebbe appena il tempo di .spostarsi sulla destra, raggiungendo con una.marcia forzata le colline del Parco, da cui iniziava un secondo itinerario (n. 2, in pianta) per la città. Ma un 'accurata esplorazione in profondità lo convinse - come aveva sospettato - che anche quella via gli era preclusa da consistenti forze borboniche, già attestate a valle. Concepl allora il suo ardito piano, volto ad investire la città da oriente (itinerario 3 in pianta). Ma per far questo doveva assolutamente liberarsi dalla pressione dei cacciatori di Beneventano Bosco, che non gli avrebbero dato tregua nel lungo spostamento laterale, corrispondente al tratto Piana dei Greci - Marineo. Il problema fu risolto con l'intervento di Orsini che si pose in coda alla colonna garibaldina, per abbandonarla poi, allorché questa transitò da Piana dei Greci per Marineo. Abbandonatala si diresse verso l'i nterno, in direzione di Corleone (itinerario 2') attirando dietro di sè le forze borboniche, le quali ebbero la sensazione che tutta la colonna garibaldina si ritirava rinunciando alla liberazione di Palermo. Quando si resero conto che inseguivano solo una retroguardia, staccatasi dal grosso, Garibaldi, ormai raggiunto dai «picciotti» di La Masa, era prossimo ad entrare in cit-, tà.

LA DIVERSIONE DI CORLEONE DI VINCENZO GIORDANO ORSINI

""""'1 ..······ LEGENDA -.fr, . 1 2 3: Itinerari successivi de]Je forze garibaldine. "'''"' 1 2 Manovra diversiva della retroguardia al Comando di Orsini. Spostamenti laterali della colonna per attestarsi sugli itinerari.

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4


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JIINISTEUO DELLA GUEllBA EMARINA EsscndqsLrisoluto di destinare due abili Istruttori per ogni Battaglione· della Truppa Nazionale; così 6i è disposto che tali Istruttori veni~sero nominati Il. concorso tra gli attui.li sollo uffiziali dell'esercito Nazionale da Secondo Sergente in sopra. A. tale oggetto tutti color.o che si vorranno. esporre, fnran pcr11enire le loro do,nandc a questo llfinistero per organo dei rispettivi Capi di Corpo nello spazio di olio giorni. Per le .Guarnigioni di Ca.1.ània, Siracusa e Trapani cc. gli otto giorni decorret'anno dal giorno in cui sarà pubblicato nella r ispettiva Guarnigione, la superiore disposizione. Tale I•rogramma di cs"mc sarà il seguente:

PROGRAJIJIA IDi ~samt ptr QJ:apihmL cb ll(ff4iali Subalterni :½, Monito -0ùl;...a,v,.«, ò~ 9:>;.,_"""' Compil1.1io1~e di un Rapporto ç.oocm1cnte av,eciiroenti in un

posto.

.

Del scrviiio delle guardie oti foro posti. Sul servizio della Gran gu•rdia, e d<>l'eri del Com,rnJaùte dcli~ medesima. ·

Delle Péttuglie. Del.le Ronde. Delle di~tribu1.iooi. De-gli alloggi. · Dei permessi Uor~ri-...<le.i .;~imi1 e tecc-3di:-!te.n:ot:i)- t' dt<g1, ..J.lfw.riDel Picc11ello, ,Della g:uardia di Polizilt, Delle pl:lrtcoze delle Troppe da ona piazza. Dello arri,'O ddle Truppe in uoa pinH. Dei. dislaccamt'nli, e delle Scone.

é>c~itt«IV.:<X, o.l\o111.11tutÌòlf.a(;wa,. Degli averi in dcnl!.rO degli Uffiziali, e qua.li drcostan~c vi J.,nno dtitlo, Degli a,erl in denaro dei sol\o·offiii11li, e soldati. Uel ~oprappiU di pr (l'Sl. Sull'ai»mini.strazionc iitterl'la dei Carpi. Disp<i~ii iool prelimi11,1ri. . Composiiione del Con$iglio di Ammioiuraiionc di un R~gs1· mento, di un Uallttglione. . . . Dei Consigli di. Amministra,iooc Bventv;tle e caso m cui Yeo;<>oo i.sta!Jati. Dei dislaccameoti. Doveri dei Comaodnoti delle Compagoie,tibri t rc&istri cht si dcbbouo tenere.

Del Lustro <ldlc, Compagnie, $110 u:.o modo di ammioistrarlc:i, e modi io cui i <li.ilacc,amenti debbooo ,;ce,·crlo,

.'h, tdt nllo - St«Mo

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SerniOelle o ve,dcue di 3,•amposlo, qu~ndo semplice, quando dop-· pie, loro do,•cri 1 dislanu dei ·posti, e loro situaiiooe di ooue,.. Modo di ritirarsi dal posto di giorno 10 quctfo aìP,oùe,o normed•· leoe~si in queit' u ~timo per mett,mi al eovèr\9 da'~le i1u1idic dcil. ucm1co. 0~11c Gran guardie o posli :avaouti, modo di jih1a'rle ~ çQ'prirlt al bisogno. ·

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-Sewv.r<o ~. @.a..up"'J.'""

~ ......w,e " pooti. a<>«w-...o:.ti.

Posti dishccati dalle Grao guardie, Joro ro~ 1 O$ituaiione, rap• , di sp.,ill1(0 ia Sco,er1a di. eseguirla ò .. riccl·erla allorclle si ritira. nonJe, p,:,ttu~lie i1pc1-ioni conio eseGuirlc1 e come ricercrl& aGli aumposti. ·. Dovere di una Gr3n guùdia di avamposlo di giorno o di ooue. Uoveri delle sh?:sso a11o an·iciuarsi del oemico. Mo<lo i11 cui una t'.ìran guardia di oi:vaìnJ)Osll). ..d,m: c~eguiro fa ,ua ritirata. Modo di fori>ggiarc a tecco o 3 verde. porti con Ja Gran guardia. &0<10

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Derì,fr,io11e di ieoooetl"ia pfaM cioè domando cho riiuardano lut· te le lioi:c, i trian;oli. i quadrati, il ptot:igooo, I' e,ç.agono, e 1e al· tre Jìgurt:. utilatcro. · Quali sou9 i pri~cipali strumenti cbe bisognano ·per lrecciue sullu Carta, t sul terreuo, e loco usi. Tracciare suJla .Carta u,, triangolo proposto, o un quadrato, o

un pen13gono, o un e,Jagooo. Tracciare ~n ~amp11goa una linea Ira duo puoti dati. Misura delle super.ficie piaoe, Soluiione de' probli,mi Ari101e.tiçl.

si woo -3.Jieò~~eowu..o:w.u,, e 6ul6ew~

':èe1Locfe· cll'9;t;tc.w

Specie Cou;igli di guerra, e loro compoii1ione pei colpcvo1i dt"i reati Militari, Ddìniiionc dei reati Militari, quuodo i Militari pouooo essere giodicati dai Tr-ibunaliOrdioart,c quale pr4!suiiioni spt'ciali debbono ,~saire in quen' ullimo caso. Dcli' aulcrit&dt·i suptriori Militari. Ddlo pronidctiU i.staulanee, Delle nolitio offici.ali, D~llo ~,sme dei Testimoni. Della rlcogniiione dello persone. Dì•posit:ioni gt,;enli per la convocaiione d(i Consigli di Guerra. Od proccJimonto contro gli assroli, Dei U$1iglti Militari, lorc. t pecic, t come inOiggerli,

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Applicazione delle ordinat1%0 1 e dc.Ilo ,tatuto penalo 1i e.asi par• licol.:iri. Do•eri ict geoerale di uo offiz.ialc SuballcrÒ'o riguardante il ur, i, io inlerno dell3! Compagnia , , , Do,-cri parlicolari di UI) ufliziale di sellim:ios , Doveri di un url'i1iale pel va·rt C3$i del servitio di Cam~~a.

!J'J/erYe,t/J

-0<ÒU4,<XAlr.C<

Òo otl,,,movos

Mano.re della Di•isione, giusta le appo5ite Ordioao1e compresa la p~rlo rigu~rdante i caeciolod. I.a Commissiooe di esame sarà composta dai Sigctor'1 Colonnello Or~go, M111ggiore Milatz.o, &t.ggioro Medina.;I'eocnle Ciprl. Palermo li 5 dicembre 1848.

Orr110 <lc 1 li An,mpo&ti, come , i di,idano, ~ loro Co10pagnie. e delle picçql~ gui>t<lic di J1os1egao:

ol C:vrJoi,~ J.cllc Ycdét1c,

Riprodotto per gentile autorizzazione dell'Archivio di Stato di Palermo (fondo Comando Real Marina) autorizzazione alla riproduzione: 18.12.1987.


Vincenzo Giordano Orsini di Bracciano e l'artiglieria rivoluzionaria ecc.

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Documento n. I

LETTERA DEL MINISTRO GARZIA AL MARESCIALLO DI CAMPO ROBERTO DE SAUGET (stralcio) MINISTERO E R. SEGRETERIA DI STATO DI GUERRA E MARINA - RAMO DI GUERRA Napoli 24 gennaio 1848

Sig. Maresciallo di Campo In continuazione di quanto Le ho scritto nei lunghi miei uffizi dei 19 e 22 andante, coi quali ho pure risposto al di Lei due rapporti dei 19 e 20 di questo stesso corrente mese, sono col presente a significarle nel Real Nome quanto appresso . Ella lagnasi di non avere libere le sue comunicazioni col Palazzo Reale, il che importa trovarsi Ella separata dalle truppe che occupano la parte occidentale della città, e di esserle assai molesto il vedere che quantunque invio nel Real Palazzo suddetto di pieghi o di munizioni, sia da guerra , sia da bocca, richieda la spedizione ivi di un battaglione almeno, il quale è colà trattenuto, o pure è rimandato con molto ritardo . E questo un male serio, ma di grazia mi dica, a chi è desso imputabile? Suo primo dovere nello sbarcare e nel prendere il Comando di tutte le truppe stanziate costà dopo la loro riunione con quelle giunte sotto i suoi ordini, sarebbe stato di occupare con forti distaccamenti muniti di artiglieria almeno quattro punti bene scelti, e con sollecitudine messi in istato di difesa mercè opere occasionali che signoreggiassero altrettante strade principali per le quali giungono le vettovaglie in Palermo, tagliando simultaneamente i condotti delle acque potabili . Se ciò Ella avesse praticato, avrebbe potuto avere frequenti abboccamenti con S. E. il Luogotenente generale, e dare a tutte le operazioni un assieme ora affatto impossibile.


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Alberto Gennaro

(omissis)

Quand'anche le cose di qua permettessero lo invio dei battaglioni e degli squadroni da Lei chiesti, l'uso ch'Ella ha fatto e sta facendo delle truppe costà riunite, non darebbe a sperare più avventurosi rìsultamenti. (omissis)

I feriti qui giunti sono stati spediti gli uni coi loro sacchi, gli altri senza, e la maggior parte disarmati. Bramasi conoscere perché siasi commessa tale irregolarità. Da ora innanzi ad ogni infermo che a Napoli Ella sarà per inviare, dovrà far portare il suo completo equipaggio ed armamento. · Di quant'altro contiensi nei cennati di Lei rapporti di ieri l'altro, il Re N. S. m'incarica dirle che ne resta inteso. Il ministro della Guerra GARZÌA.

(Dalle "Memorie istoriche" per servire alla storia della Rivoluzione siciliana ciel 1848-49, schiarimenti e note, pag. 599, Italia, 853)


Vincenzo Giordano Orsini di Bracciano e l'artiglieria rivoluzionaria ecc.

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Documento n. · 2

REGOLAMENTO PROVVISORIO PER LE SQUADRE "Art. 1. - Sono stabiliti otto Quartieri militari in tutta la città di Palermo. "Questi Quartieri sono: "l. Il Convento del Carmine. "2. Il Convento del Carminello. "3. Il Convento di S. Francesco d'Assisi. "4. Il Convento di S. Nicolò Tolentino. "5. Il Convento di S. Agostino. "6. Il Collegio de' PP. Gesuiti. "7. Il Commissariato in S. Domenico. "8. La Casa dell'Olivella. "Art. 2. - In ogni Quartiere vi sarà un Capo con due Sottocapi , il quale organizzerà tutti gli uomini in tante Squadre coi rispettivi Capi-squadra. "Art. 3 . .- Una porzione di queste Squadre guarderà le città contro le truppe nemiche , secondo gli ordini che riceverà dal Comitato di pubblica difesa; e farà l'ispezione de' punti militari occupati dalle altre. Ed alcune perlustreranno le strade della città notte e giorno, per conservare l'ordine pubblico, ed il rispetto della proprietà, nel perimetro de' rispettivi Quartieri, che sarà circoscritto dal Comitato. "Art. 4. - I capi d'ogni Quartiere manderanno ogni giorno con uno de' Sotto-capi al Comitato della pubblica difesa lo stato della rispettiva forza. Questo Comitato gli rilascerà il corrispondente mandato di pagamento, da soddisfarsi dal Comitato delle finanze. "Art. 5. - I soldi saranno pagati agl 'individui delle Squadre dal loro Capo di Quartiere, la sera dopo l'appello, alla ragione di tt. 3 per ognuno degli armati di schioppo, ed alla ragione di tt. l.10 per ognuno degli armati d'arma bianca, che dal rispettivo Capo saranno reputati utili all'impresa; restando bensì nella facoltà del detto Capo di pagarli la mattina sotto la propria resaponsabilità. "Art. 6. - Un altro Sotto-capo anelerà ogni giorno al Comitato


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della pubblica difesa a prender gli ordini di consegnarglisi dalla Direzione di Artiglieria le munizioni di guerra. "Art. 7. - Vi sarà inoltre un Quartier Generale residente alla Fieravecchia, il quale colle sue Squadre accorrerà dovunque sarà di bisogno, potendo chiamare aiuto da qualunque de' Quartieri, con darne subito notizia al Comitato della pubblica difesa. "Art. 8. - Le Squadre de' rispettivi posti respingeranno gli attacchi delle truppe nemiche, ove loro ne venissero fatti; ed in caso di bisogno chiameranno rinforzo dal Quartiere più vicino; ed in caso di maggior pericolo, anche dal Quartier Generale. "Art. 9. - Se si tratterà però di attaccare qualche punto esistente in potere delle truppe nemiche, si dovrà ciò risolvere prima ed ordinare dal Comitato della pubblica difesa. "Art. 10. - Vi sarà una Direzione Generale di Artiglieria, che resterà incaricata della somministrazione delle munizioni, e di tutto ciò che sarà d'uopo agli usi della guerra; e che dovrà dirigere o far eseguire tutte le operazioni che riguardano questo ramo di servizio. Per ora è assegnato per questo ramo il locale della Università degli studii. "Art. 11. - Vi sarà finalmente un Officio riguardante il servizio marittimo, che risiederà nello stesso locale dell'Università. "Art. 12. - Tanto la Direzione Generale dell'Artiglieria, quanto l'Officio del servizio marittimo, daranno ogni giorno conto al Comitato delle operazioni da loro fatte; e riceveranno dal Comitato medesimo gli ordini di pagamento delle spese e de' soldi necessarii al rispettivo servizio. "Art. 13. - Restano eletti Capi e Sotto-capi di Quartieri li seguenti individui : (omissis)

"Art. 14. - Sono eletti Capi del Quartiere Generale i signori: Cav. D. Antonio Jacona, D. Giuseppe La Masa, e D. Carlo Ventimiglia principe di Grammonte. Essi avranno sotto gli ordini loro alcune Squadre, che saranno loro destinate dal Comitato. "Art. 15. - Resta eletto a Direttore dell'Artiglieria il Dr. D. Ignazio Cafona; e restano eletti Sotto-direttori li signori D. Salvadare Porcelli, D. Vincenzo Mi/oro, e D. Filippo Napoli. "Art. 16. - Restano eletti a Capo dell'Officio di Marina D. Salvatore Castiglia, ed a Sotto-capo D. Antonino Chirchner. "Art. 17. - Saranno date ricompense in danari ed onori a que'


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che si sono distinti, e si distingueranno per valore, lumi ed attività nel servizio. "Art. 18. - In ogni Quartiere, e nel Quartier Generale, vi saranno le bandiere tricolori, sormontate da un'aquila , che saranno difese dai valorosi, ai quali restano affidate. "Art. 19. - Vi saranno pure in ogni Quartiere e nel Quartier Generale le trombe, per chiamare la forza aJJe armi, ed all'appello. "Art. 20. - II presente Regolamento provvisorio sarà ratificato td ampliato secondo le circostanze; e sarà pubblicato colle stampe. "Palermo, 20 gennaio 1848. "Il Presidente "PRINCIPE

DI

PANTELLERIA"

(Dalla "Raccolta di varie scritture pubblicate dal Comitato e dai più ardenti cittadini in occasione della rivolta succeduta in Palermo dal 12 gennaio 1848 in poi" pagg. 13-15, Palermo, Stamperia Carini, 1848.)


Alberto Gennaro

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Documento n. 3

COMITATO S~CONDO

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Vincenzo Giordano Orsini di Bracciano e l'artiglieria rivoluzionaria ecc.

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Documento n. 3

COMITATO SECONDO Palermo il 24 del 1.848 R .4 .HO DH'ES,t.

Signori Cittadini alla vostra circolare di ieri con cui chiedavamo dai Capi quartiere lo stato delle forze, non rispondevano che i soli Jacona, Calona (si tratta di Carni/lo Calona, fratello di Ignazio n. del r.), Oddo e Pagano. Il primo si dicea pronto agli ordini del Comitato; il secondo avea la squ.adra sparsa in vari punii di guardia e poteva disporre allo arrivo di alcuni di essi; il terzo aveva 139 armati divisi in quattro posti di guardia ed aspettava gli ordini del Comitato; similmente il quarto . Io però ho scritto loro, ed agli altri di mandare la forza corrispondente e le SS.LL. ne vedranno gli effetti. Per il Presidente in provvisoria vacanza (si legge la firma n. del r.) F. CRISPI

n Deputato

Ai Signori Signori Cafona, Orsini e Longo.

(aut. A.S. Palermo n. 24/987 del 16-12-'87)

Riprodouo per gentile autorizzazione dell'Archivio di Stato di Palermo (fondo Comando R. Marina bb 4 e 24).


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Documento n. 4

COMITATO SECONDO

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"---· Riprodotto per ge11tile autorizzazione dell'ArchiFio di Stato di Palermo (fondo Comando R. Mari11a bb 4 e 24).


Vi11cei1zo Giordano Orsini di Braccirmo e l'artiglieria rivoluzionaria ecc.

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Documento n. 4

COMITATO SECONDO Palermo il 24 Gennaio 1848 R/UIO DH'ES,t.

Signore Consegnerete al Signor Vinvenzo Giordano Orsini il cannone da sei ed insieme la piccola colombrina e la convenevole munizione, da servire per incarichi affidatigli verbalmente.

Il Presidente Principe di Pantelleria

Ai Signori Componenti il Comando Generale in Fieravecchia CittĂ

(aut. A.S. Palermo n. 24/987 del 16-12-'87). Riprodouo per gentile aucorizzazione de/l'Archivio di Swto di Palermo (fondo Comando R. Marina bb 4 e 24).


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Alberto Gennaro

Documento n. 5

"PIANO ORGANICO PER LA COMPOSIZIONE DELL'ESERCITO SICILIANO (stralcio) "L'Esercito Siciliano, provvisoriamente, formerà una Divisione di N. 8 Battaglioni , divisa in due Brigate. Ciascuna Brigata avrà come ausiliari una Batteria di Artiglieria da battaglia ed uno Squadrone di Cavalleria leggiera. "La composizione dello Stato Maggiore dell'Esercito dell' Artiglieria cli piazza, del Corpo Ingegneri militari e quello degli Uffiziali amministrativi verrà particolarizzata nel seguente quadro generale. "Un Ospedale militare verrà organizzato in Palermo per servire ai bisogni deJl 'Esercito. Seguono omessi: Art. n. 1 Gradi Art. n. 2 Stato Maggiore Generale Art. n. 3 Composizione della fanteria di linea Art. n. 4 Composizione della cavalleria

ARTICOLO QUINTO.

"Artiglieria.

"Il Corpo d'Artiglieria sarà comandato da un Generale di Brigata (vedi l'articolo primo): avrà uno Stato Maggiore ed il personale necessario per una Batteria da campo, una di montagna, due Compagnie di Artiglieria di piazza, e gli impiegati necessari per l'Arsenale di Costruzione. "Stato Maggiore. Un Capo di Battaglione direttore della costruzione del materiale d'Artiglieria . Un Capo di battaglione, Ispettore ciel personale cli Artiglieria. Un Sotto-Capo di Battaglione, comandante le· Batterie di battaglia. Un Sotto-Capo di Battaglione, comandante l'artiglieria di piazza. Totale 4.


Vincenzo Giordano Orsini di Bracciano e l'artiglieria rivoluzionaria ecc.

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"Batteria di Campagna . "Bocche da fuoco: - cannoni da sei, quattro; - obici cannoni da ventiquattro, due. " Materiale. Otto affusti per cannoni ed obici cannoni. Dieci cassoni. Sei cassoni fucilieri. Una focina da campagna. Due carri a trasporti. Totale 27. " Personale. Un Capitano comandante. Due Primi Tenenti. Due Secondi Te.nenti. Un Guardaparco (colla onorificenza d'Aiutante) . Un Primo Sergente. Sei Secondi Sergenti capi pezzi. Un Foriere. Sei Caporalì guardacassoni. Sei Fuochisti. Diciotto Artiglie1i di prima classe. Sessantadue Artiglieri di seconda classe. Sessantasei Artiglieri conduttieri . Due Trombetti. Un Veterinario. Un sellaio. Un Armiere. Totale 177. "Animali. Diciotto cavalli da sella.' Centotrentadue mule da tiro. Totale 150. "Provvisoriamente il numero delle mule sarà ridotto a 52 ed a 26 quello dei conduttieri. "Batteria da Montagna. "Sei bocche da fuoco - cannoni da quattro. "Materiale. Sette affusti da quattro. Trenta casse a monizione. Dieci casse di assortimento. Una focina completa. Totale 48. "Personale. Un Capitano comandante. Due primi Tenenti. Due Secondi Tenenti. Un Guardaparco. Un Primo Sergente. Quattro Secondi Sergenti. Un Foriere. Quattro Caporali. Quattro Fuochisti. Due Trombetti. Dodici Artiglieri di prima classe. Ventiquattro Artiglieri di seconda classe. Quarantasei Artiglieri conduttieri. Un Veterinario. Un Sellaio. Totale 106. "Animali. Dieci cavalli da sella. Quarantasei mule. Totale 56. "Nota. Provvisoriamente il numero delle mule si potrà ridurre a 36, come pure a 36 quello dei conduttori. "Artiglieria di Piazza. "Composizione di ciascuna Compagnia. "Un Capitano comandante. Un primo Tenente. Due Secondi Tenenti. Un Aiutante. Un Primo Sergente. Quattro Secondi Ser-


Alberio Gennaro

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genti. Un Foriere . Otto Caporali. Due Trom betti. Quattro Fuochisti. Quaranta A rtiglieri di prima ciasse. Sessanta Artiglieri di seconda classe. Tota le 125 . Totai e del l' Artiglieria di Piazza 250.

"A rsenale di Costruzione. " Un Capitano direttore dei lavori . Un Primo Tenente. Un Secondo Tenente . Un Capo-officina. Un Segretario della Direzione. Due G uarclamagazzeni di prima classe, e quattro di seconda classe. U n Capo-fo chista . Un Capo-maestro falegname . U n Capo-maestro fabb ro. Q uattro Serventi. Totale 18.

"Corpo degli Ingegneri Militari. "Un Direttore, col grado di Comandante cli Battaglione . Un Sotto-direttore, col grado cli Comandante di Battaglione in secondo . D ue Capitani comandanti. Due Primi Tenenti. Due Secondi Tenenti . D ue Guardamagazzeni . Totale 10.

"Corpo Amministrativo Militare. "U n D irettore, col grado di Comandan te di Battaglione. Due Ispettori delle rassegne, col grado di Comandante in secondo, Due Uffiziali di prima classe , col grado di Primo Tenente . Due Uffiziali di seconda classe , col grado di Secondo Tenente. Totale 7. "Nota. Gli Uffiziali amministrativi dei Corpi apparterranno al Corpo amministrativo mHitare.

"RICAPITOLAZIONE.

" Uffiziali: Generali di Divisione Generali di Brigata Comandanti dĂŹ Battaglioni ..... .. .. .. ............. . ... . Comandanti in secondo . ... ... . ......... . .... . . .. ... . .. .

;} 25} 12

5 37


455

Vincenzo Giordano Orsini di Bracciano e l'artiglieria rivoluzionaria ecc.

Capitani . ..... .... ... ... .. ......... ..... ... ...... . ..... . .... .. Primi Tenenti .... .... ..... ... . .... ...... .. . ...... .. ... .. .. . Secondi Tenenti .... . .. .. .... ... . .... . ... .. ....... ..... .. . . Alfieri .. .. .. ...... . .. ...... .... . . .... ... ........ . ... .... .... . .

57 65 ) 116

248

10

"Truppa: Guide dello Stato Maggiore ..... ..... .. . ... .... . .. .. .. Fucilieri ... . ... .... ... ... .. .. ... ... .. ..... .. .. ..... ... ...... . Cavalleggieri .... .... .. ........ .... ... ...... ...... ... ...... . Artiglieri .... . ..... .. ..... . ..... ....... ... ..... . ..... . ..... . . Totale dei combattenti: 7486

"Impiegati amministrativi giudiziari: Ufficiali amministrativi . .... . ... .. .......... . ... . ....... . Capitani giudiziari .. .. .. ... . . ......... . ... .. . .. ... ... . .. . . Medici cerusici .. .... ...... .... .... .... . .. . . .... . ... . .... . . Cappellani ...... .. .. ... ....... ... .. .... ....... .. ... . ...... . . Guardamagazzeni e Guardaparchi .. ......... .. ... . . Impiegati alle costruzioni di artiglieria . .. . ... . .... .

15 8

8

58

8

rn

9

Totale generale:

7544

Fatto in Palermo lĂŹ 7 febbraio 1848. IGNAZIO CALONA, Presidente. - BATI. s. A . PORCELLI. VINCENZO GIORDANO ORSINI. - GIACOMO LONGO. FRANCESCO BURGIO

Approvato ad unanimitĂ del Comitato Generale. "Il Presidente " RUGGIERO SETIIMO"

(Dalla collezione officiale degli Atri del Comitato Generale di Sicilia nell'anno 1848, Palermo, 1848, pagg. 78-85)


Documento n. 6

NEL PALAZZO DI CITTÀ LA PATRIA RICONOSCENTE AD ETERNITÀ DI GLORIA IN QUESTA PIETRA SCOLPISCE I NOMI DEI MAGNANIMI CITTADINI CHE NELL'UNITÀ DIRETTIVA DEL COMITATO GENERALE ASSICURARONO LA VITTORIA AL POPOLO E LA VENDETTA DELLA SERVITÙ L UNGA ALLA SICILIA (U.A. AMICO)

Presidente -

R UGGERO SETTIMO

Segrerario Generale -

COMITATO GUERRA E MARINA Presidente PRl~Cll'É 01 PANTEUERIA

COMITATO FINANZA

Presidenre MARCHESEDfTORRE.ARSA

Vi« />rct/J1,mftDARONE P tETRO

MARIANO STABILE

Riso

Segrewrio Flt .\NCESCO CRISPJ

Vice Presidente

COMPONENTI Cacioppo Vincenzo Marrocco Angelo Paternostro Paolo P ilo Ignazio Marchese Del Castillo S. Onofrio Giovanni Ugdulena Francesco

Cor,."J'E so~o.v\TIN()

Segretario F RANCESCO ANCA

COMPONENTI Bivona B.ne Andrea Bagnasco Rosario Bruno Pasquale Calona lgnaz.io Castiglia Salvatore Cianciolo G . Battista Caruso E manuele Lo Cascio Damiano Carinj Giacinto Corteggi,mi Sebastiano Enea Ascanio FardeUa Enrico G rammonte Principe lacona c.av. Antonio l .a Masa Giuseppe Longo Giacomo MinneUi Domenico Miloro Pasquale Napoli Faja F ilippo Nascili F lores Giovanni Oddo Giuseppe Oodes Reggio Andrea Ondes Reggio Agatino Orsini Giordano Vincenzo Porcelli Salvatore P ilo Gioeni Rosolino Pali22olo Mario Rammacca Ottavio Principe Santoro Tommaso Vergara Francesco Velasco Guglie lmo

COMPONENTI Aceto Conte Monteleone Duca Semitlifalco Duca Stabile Francesco

Vili ariso Giovanni Venrurelli Benedeno Trigona Francesco

COMITATO AMMINISTRAZIONE C!VlLE ISTRUZIONE PUBBUCA E COMMERCIO

Presidente PruNCJPE 0 1ScoRDIA

Vice Presidente BAR. CAS(MJRO P ISAN I

COMITATO GIUSTIZIA E CULTO E SICUREZZA PUBllllCA ll'iTERNA

Segrerario Vrro B eLTRANI

COMPONENTI

Presidente p ASQUALE CALVI Vice Presidenre Sac. GREGORJO UGOUU,NA Segrel<lrio V1NCENZO ERRANTE

Balsano Salesio Bens,) Giulio Due" della Verdura Burgio Villafiorita Francesco G ua ltieri Duca Man.zone Conlc Napoli Federico Spetlalollo Marchese $calia Luigi


Vincenzo Giordano Orsini di Bracciano e l'artiglieria rivoluzionaria ecc.

COSTITUZIONE DEL

REGNO DI SICILIA PROPOSTA DAL GENERALE STRAORDINARIO

PARLAMENTO DEL 1812 Sanzion(l(O con due ReaU Diplomi

de' 9. Febbrajo e 25. Moggio 1813.

IN PALERMO DALLA REALE STAMPERIA.

457


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l L Gr: Nl: RA LFi !l HSIN I


Giacomo Longo, nato a Napoli da famiglia messinese (1818-1906): dopo essersi dimesso dall'esercito borbonico , aderì alla rivoluzione siciliana del '48, e fu nomina to colonnello dell'esercito dell'isola ribelle; partecipò aJla spedizione calabrese del Ribotti, e ven ne catturato nelle acque di Corfù dalla corvetta napoletana S,romboli: condann ato alla pe na di morte , fu graziato, e durò in carcere fi no al 1860; liberato. corse in Sicilia ad ad arruolarsi nelle file dell'esercito garibaldino; indi generale dell'csercico italiano. (da C. SPELLAN7.0N, Il Risorgimento e l'Unità d'Italia, Voi. V, pag. 355).


Ignazio Ribotti de Molières, nativo di Nizza (1809-1864), cospiratore in Piemonte nel 1831, prese quindi parte alle guerre iberiche, tornò in Italia a cospirare nel 1843 ; morì generale dell'esercito italiano. (da C. SPELLANZON, Il Risorgimento e l'Unità d'Italia , Voi. Il, pag. 839) .


Vince nzo Fardclla di To rrcarsa. - Nato a T rapani nel 1808 fu uno dei primi e maggiori protagonisti della rivoluzione siciliana degli anni 1848-1849, della qua le ci ha lasciato una interessante testimonianza nei suoi "Ricordi" pubblicati a Palermo nel 1887. All' inizio della rivolta favorì la fuga di Vincenzo Orsini e di Giacomo Longo dal carcere della Quinta Casa. Ricoprì le prestigiose cariche di presidente della Camera dei Comu ni, di Ministro delle Finanze e di primo Ministro nel governo siciliano degli anni 848 e 849, succedendo in quest'ultimo incarico a Mariano Stabile, costretto a dare le dimissioni alla vigilia della riconquista napoletana di Messina. Esule nel 1849 tornò a Palermo nel 1860 per essere nominato da Garibaldi Presidente del Consiglio di Luogotenenza. Morì a Palermo ne l 1889.


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-------------------------""~~i~ Ferdinando Beneventano Bosco. Ex allievo della "Nunziatella" ne sortì l'anno 1829 per essere assegnato prima come alfiere e poi come ufficiale subalterno al Corpo dei Cacciatori nell'ambito del quale percorse una promettente carriera, caratterizzata da .indiscussa fedeltà alla casa borbonica. Da capita no si battè da valoroso, senza indulgere in rappresaglie, nel corso dei fatti d'arme connessi alla rivoluzione siciliana. Da colonnello nel 1860, alla testa dei suoi battaglioni Cacciatori, si lanciò all'inseguimento di Garibaldi che, vittorioso a Calatafi mi , si apprestava a liberare Palermo. Per l'abile stratagemma posto in essere dall'eroe dei due mondi con la collaborazione di Vincenzo Ors ini - si veda la Tavola E - fu depistato su falso itinerario verso Corleone. Dopo la disfatta non si arrese e continuò a lottare per la casa borbonica.


GENER ALE LUIGI MIEROSLASWKI Nato a Nemours nel 1814 da profughi polacchi, prese con fidenza con le ann i fin da 16 anni partecipa ndo ai moti indipendentisti del 1830 in Polonia e, in seguitO a successive altern e vicende, a quelli contro la P russia. Dopo avere percorso una rapida carriera militare nella direzione di tali movimen ti insurrezionali fu arrestaro a Berlino, processato e conda nnato a morte . Profittando dei moti del 1848 riuscì a mettersi in salvo po nendosi al comando generale de i reparti r ivoluzionari polacchi, a lla testa dei q uali o ttenne alcu ne vittorie cont ro le uni tà dell'esercito regolare p russiano. Sul l'onda di tali successi, essendosi reso indisponi bile Giuseppe Gari baldi , il Governo Sicilia no lo volle al comando de il' esercito rivoluzionari o, ch 'egli condusse nelle battaglie di Taormina e di Catania . Ha lasciato alcu ne opere sulle lotte per la indipendenza della P olonia ed una «Relation de la campagne en Sicile en 1849» e relativa append ice postuma, la prima pubblicata a Parigi nel 1849, la seco nda dopo la sua mo rte, avven uta nella stessa città nel 1878.


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Alberto Gennaro

Palermo - Porta Dogana . - La vecchia Porta della Dogana, cosidetta perchÊ da essa entravano le mercanzie che ven ivano dal mare. A perta al pubblico nel 1520 ed abbe llita nel 1628 dal vieerè Francesco Fernandez della Cueva d' Albuquerque , v.enne abbattuta nel 1860. Nel corso della rivoluzione de l 1848 fu un saldo punto di riferimento degli insorti perchÊ attorno ad essa e nei fabbricati vicini vennero posti in batteria i ca nn oni destinati a neutralizzare il fuoco nemico del Castello a mare e ad accompagnare le squadre all'assalto.


Vincenzo Giordano Orsini di Bracciano e l'artiglieria rivoluzionaria ecc.

ANTICO STEMMA DELLA CITTÃ&#x20AC; DI PALERMO

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ORESTE BOVIO

UN UFFICIALE DI STATO MAGGIORE DIMENTICATO: PIERRE BOURCET

Uno storico militare inglese di buona fama , Spencer Wilkinsop, nel prendere in esame l'esercito francese del Settecento 1 non si è peritato di affermare che Piene Bourcet sia stato il creatore dello Stato Maggiore francese in quanto "ogni volta che si doveva prendere una decisione importante, Bourcet redigeva un memorandum nel quale analizzava la situazione in ogni dettaglio ed esponeva la soluzione che gli sembrava la migliore, accompagnandola con le motivazioni complete dei vantaggi e degli svantaggi che la soluzione prescelta comportava". In Italia Bourcet è ancora ricordato da qualche raro cultore di storia militare, ma soltanto come un teorico della guerra in montagna. Non sembra pertanto inutile richiamare l'attenzione degli studiosi sulla figura e sull'opera di questo ufficiale che i fluttuarltl confini del Ducato di Savoia fecero nascere suddito di Sua Maestà Cristianissima Luigi XIV. Le origini e la giov~ezza

Pierre Bourcet, figlio primogenito del capitano Daniele Andrea, nacque il 1° marzo 1700 a Usseaux , piccolo centro ai piedi del colle dell'Assietta, allora terra francese 2 . 1

S.

WILKINSON,

The French .Army before Napoléon , Clarendon Press, Oxford

1915. 2 11 territorio di Pragelato, che comprende Usseaux, fu assegnato definitivamente al Piemonte con il trattato di Utrecht del 1713.


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Oreste Bovio

Bourcet fece le sue prime esperienze militari nella compagnia di guide alpine comandata dal padre dal 1709 al 1713, anno nel quale Daniele Bourcet si ritirò dal servizio e si stabilì a Grenoble . Avviato agli studi giuridici Pierre se ne stancò presto e nel 1719 si arruolò, :,enza il consenso paterno, nel reggimento fanteria "Lorena" partecipando alla campagna contro la Spagna. Rjentrato in famiglia a causa dell'opposizione paterna, riuscì a convincere l'ostinato genitore che la carriera militare era la sua vera vocazione ed a ottenere il permesso di frequentare la Scuola di Artiglieria di Grenoble, dalla quale uscì nel 1722 con il grado di ufficiale puntatore . Ma Bourcet voleva entrare nel corpo degli ingegneri militari e perciò si fece nominare tenente nel reggimento di fanteria "Real Navi", dato che gli ingegneri militari erano allora reclutati o direttamente dai borghesi per esami o dagli ufficiali di fanteria\ La maturità Finalmente, nel 1728, Bourcet riuscì ad entrare nel corpo degli ingegneri militari e fu inviato a Briançon per dirigere i lavori di costruzione di un ponte in pietra sulla Durance , compito che assolse egregiamente. Durante la guerra di successione polacca fu inizialmente in Italia dove fece molte e positive esperienze agli ordini del La Blottière, ingegnere militare di n,otevoli capacità , partecipando agli assedi di Milano, di Novara, di Mirandola, di Borgoforte. 3 All'epoca in Francia gli ingegneri militari costituivano un corpo dai compiti non compiutamente definiti , le cui attrib uzioni abbracciavano le attività del genio ed invadevano talora quelle dello stato maggiore: ricognizioni, levate topografiche, marce, accampamenti e servizi d'intende nza. In guerra, divisi in gruppi di cinque o sei, erano al seguito dei comandanti in capo degli eserciti; in pace, sparsi nelle provincie, sopraintendevano alle fortificazioni cd anche a lavori oggi d i competenza del genio civile. Avevano una doppia gerarchia, l'una interna al corpo : ingegnere capo, direttore; l'altra corrispondente alla scala gerarchica militare. Le due gerarchie non sempre corrispondevano: poteva accadere che un ingegnere capo colonnello operasse agli ordini di un direttore che, avendo prestato poco servizio in guerra, non era che maggiore. Nessun comando effettivo di truppa qu indi : i gradi militari erano un'assimilazione per ragioni disciplinari e un premio per meriti di guerra. G li ingegneri erano q uasi sempre persone di notevole pre parazione e, tenuti in posizione modesta e subordinata dai brilla nti ufficiali de lle anni di linea, ne disprezzavano la frivolità cd il poco sapere. Tgra ndi comandi erano riservati, infatti, all'aristocrazia e l'influenza del dotto corpo del genio, reclutato in gran parte dalla borghesia, poteva esercitarsi solo in modo indiretto, senza riuscire tuttavia meno incisiva specie quando i comandanti erano mediocri.


Un ufficiale di staio maggiore dimenticato: Pierre B0urce1

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Promosso ingegnere capo nel 1740, fu inviato nel 1741 presso l'esercito di Westfalia, sotto il conte di Maillebois che seppe apprezzarlo e che indirettamente, grazie ai suoi rapporti con Versailles, ebbe un'influenza determinante per la futura carriera di Bourcet. Chiamato nella capita.le dal marchese di Breteuil, Segretario di Stato alla Guerra dal 1741 al 1743, Bourcet ebbe l'occasione di incontrare il Primo Ministro, cardinale De Fleury, che lo nominò nell'estate del 1742 consigliere del conte De Glimes, comandante dell'esercito spagnolo nella regione di Guillestre , presso il quale ricoprì ufficialmente le funzioni di "maréchal des logis". Nominato cavaliere di San Luigi da Luigi XV, passò quindi nell'esercito d'Italia del principe di Conti che operava sul Varo, ancora agli ordini ·del conte di Maillebois. Da quel momento Bourcet bruciò le tappe, imponendosi come uno dei migliori specialisti della sua arma. Designato brigadiere d'ingegneri nel 1745, fu promosso tenente colonnello lo stesso anno , colonnello nel 1747 e terminò la guerra con il grado di brigadiere di fanteria. Il colonnello Alessio Chapperon, in uno studio inedito sulla battaglia dell' Assietta, così ha descritto l'operosa attività di Bourcet in quegli anni: "Era intanto cresciuto di fama e di grado ed era l'uomo indispensabile dell'esercito francese delle Alpi . I marescialli cambiavano ed egli rimaneva al suo posto, pronto sempre a soccorrere di consigli Glimes o Bouft1ers, Las Minas o Maillebois , l'infante Don Filippo od il principe di Conti. Ufficiale del genio, preferiva occuparsi di movimenti di truppe e di progetti di campagna, ed invadeva le attribuzioni del generale in capo e del maresciallo generale d'alloggi. Quando Belle-Isle fu mandato nell'inverno 1746-47 a prendere il comando dell'esercito d'Italia vi trovò Bourcet. Il maresciallo non conosceva affatto le Alpi, il colonnello conosceva sopra tutto quelle: andarono subito d'accordo, ed il maresciallo prestò l'autorità del proprio grado e della propria fama alle idee del suo dipendente ... ". "Per quanto riguarda poi la campagna del 1747 - ha scritto il generale Adriano Alberti in un suo saggio giovanile - Bourcet fu la mente che ideò e preparò in tutti i particolari la spedizione del cavaliere di Belle-Isle. È di Bourcet il Projet d ' opération.s concern.an.t les vallées de Sus<: et du Pragelas, scritto a Grenoble nel marzo 1747, e il Mémoire sur les moyens d' entrer en Italie par le conté de Nice compilato pure a Grenoble il 5 aprile successivo per dimostrare l'impossibilità della spedizione lungo la Riviera. Sono sempre di Bourcet i Mémoire et


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observations pour M. le chevalier de Belle-Isle in data del 1° luglio, che furono religiosamente seguiti da quest'ultimo anche nelle minuzie. La corrispondenza del maresciallo dì Belle-Isle col fratello attesta poi che il comandante in capo delle forze francesi pensava ed ordinava quello che meglio pareva a Bourcet ed infine, quando la partita parve farsi molto seria, il maresciallo decise d'inviare al fratello Bourcet lui-mème". La bruciante sconfitta delle forze francesi all' Assietta non ebbe conseguenze sulla fama di Bourcet: tutti furono concordi, aiutati in questo dall'astuto consigliere, nell'attribuire il fallimento de.lJ'invasione all'inesperienza ed all'impetuosità del giovane comandante che, caduto valorosamente sul campo, non poteva giustificarsi. Indubbiamente anche Bourcet aveva qu alche responsabilità , ma è nella natura umana attribuirsi con orgoglio i meriti e rifiutare con indignazione la paternità degli errori . Bourcet era un uomo di gabinetto , non un soldato e quella volta il suo comportamento non fu un modello di coraggio morale. Bourcet comunque trovò subito il modo di rendersi utile; nel 1744 César François Cassini aveva iniziato la prima carta di Francia (scala 1 :86400) rilevata geometricamente, costruita cioè con una triangolazione generale e completa del territorio, ed il Ministro della Guerra aveva prescritto qualche anno dopo agli ingegneri militari di agganciare le loro trìangolazi0nì di dettaglio, per il rilevamento degli accampamenti e del campo di battaglia, a quella generale di Cassini impiegando identici strumenti . Bourcet fu uno dei primissimi ad operare con le nuove istruzioni, realizzando ottime carte della contea di Nizza e di Beuille alle quali aggiunse una "memoria" con la descrizione del terreno e delle posizioni di interesse tattico per la difesa. Il Ministro apprezzò molto il lavoro cli Bourcet, lo incaricò di realizzare la carta del Delfinato con gli stessi criteri e lo nominò ingegnere capo a Grenoble, dandogli per aiuto un manipolo di bravi collaboratori: Giovanni Bourcet (fratello minore di Pierre), il Villarette, il Dupaine, il Montorel. Il Ministero annetteva alla carta una così grande importanza che proibì di farla conoscere anche ai gradi militari più elevati e pretese di custodire nei suoi forzieri anche le minute. L'inizio della guerra dei Sette Anni provocò la destinazione di Bourcet presso l'esercito di Germania che raggiunse nel giugno 1757; qui· comandò l'artiglieria e il genio del corpo d'armata che avanzò in Sassonia agli ordini del principe di Soubise in agosto e fu


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presente alla battaglia di Rosbach il 5 novembre. Successivame nte comandò gli ingegneri dell'ese rcito di Germania ne l combattimento di Sandershause e alla battaglia cli Lutze lbeng ed ottenne il grado di maresciallo di campo con brevetto del l" febbraio 1759. Nel gennaio 1759 fu incaricato, con altre tre distinti ufficiali, di preparare l'ordinanza reale del 10 marzo che regolò in modo preciso e durevole il servizio degli ingegneri militari in guerra e in pace. Nominato Commissario del Re per la delìmitazione dei confini franco-sardi , Bourcet si recò a Torino ne l 1760, gen tilmente accolto da re Carlo Emanuele III che gli rimproverò bonariamente di servire il re di Francia , pur essendo nato in Piemonte . Nel 1761 ritornò in Ger mania , qua le comandante degli ingegneri mili tari dell 'esercito d el basso R eno, ma vi rimase poco . Il duca di Choiseul, che lo apprezzava particolarmente, lo chiamò al Segretariato della Guerra incaricandolo di seguire le operazioni dell'esercito del principe di Beauvau in Portogallo 4 • Quest' ultimo, stupito dalle precise istruzioni che riceveva dalla Corte, scriveva al ministro: "voi avete a l vostro fia nco un diavolo oppure un angelo che vi fa indovinare tutte le nostre posizioni". Quantunque Bourcet non avesse mai visto il teatro operativo portoghese, ne aveva tanto bene studiato sulla carta la morfologia e l' idrografia d a apprezzare rettamente le mosse dei contendenti e da suggerire al principe la m igliore linea d'azione. I servizi ed i meriti di Bourcet furono adeguatamente compensati: il 21 giugno 1762 ricevette la commenda dell' Ordine di San Luigi e nello stesso giorno il grado di luogotenente generale. Choiseul, nel suo vasto programma di riforme intrapreso dopo la guerra , pensò anche di istituire a Grenoble una scuola per istruire gli ufficia li da destinare allo Stato Maggiore. Bourcet ebbe la direzione di questa scuola e ne tracciò il progra mma dida ttico. Ogni frequentatore doveva partecipare a quattro campagne tattiche, al termine di ognuna d e lle quali ven iva esaminato. La prima campagna consisteva in ricognizioni locali suUa frontiera; nella seconda si dovevano individuare gli sbocchi offensivi e le posizioni da sistemare a difesa; la terza era dedicata a ll'organizzazione de lle marce e dei rifornimenti; la quarta aveva per argomento la stesura dei piani di operazione. Per facilitare il lavoro degli ufficiali a llievi erano messi a loro • La Francia aveva deciso di comrastare l'Inghilterra anche attaccando il Portogallo ,_nom inalmente indi pendente ma, d i fatto , feudo britannico.


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disposizione disegnatori e guide e, alla fine di ciascun anno, sulla base delle note valutative compilate da Bourcet, veniva loro aumentato lo stipendio. L'attività di Bourcet non si limitò in quegli anni aHa direzione della scuola, egli ricoprì contemporaneamente anche la carica di direttore generale delle fortificazioni nel Delfinato e di comandante in seconda di questa provincia. Dall'aprile all'ottobre 1769 fu inviato in Corsica con il corpo di spedizione del generale de Vaux incaricato di "pacificare" l'isola, appena ceduta alla Francia dalla Repubblica di Genova. Bourcet anche questa volta lavorò con diligenza, traccìando un'eccellente carta dell'isola e progettando le fortificazioni di Corte. Il suo grande protettore, il duca di Choiseul, gli fece concedere dal sovrano nell'aprile del 1770 la gran croce dell'Ordine di San Luigi, ma fu l'ultimo riconoscimento. La caduta in disgrazia di Choiseul, licenziato nel dicembre 1770, provocò anche la soppressione della scuola di Grenoble nel 1771 e la graduale messa in disparte del luogotenente generale Pierre Bourcet.

La vecchiaia

Bourcet trascorse i suoi ultimi anni nell'amatissimo Delfinato, che tanto gli ricordava la sua piccola patria perduta, occupandosi sempre delle fortificazioni dei confini orientali del regno ed ancora consultato dal Ministero su problemi di natura cartografica, ma la sua giubilazione era ormai vicina. 11 22 gennaio 1777 il nuovo Ministro della Guerra, il principe di Montbeany gli comunicò che "avendo il Re deciso di adottare un nuovo ordinamento per il corpo del genio , Sua Maestà si è fatta illustrare un completo resoconto dei servizi resi dagli ufficiali del corpo ed è apparsa molto soddisfatta del vostro operato e mi ha incaricato di farvelo sapere. Ma Sua Maestà ha anche giudicato che la vostra età avanzata vi impone di mettervi a riposo. Questo permette a Sua Maestà di concedervi la ricompensa che i vostri servizi hanno meritato senza privarlo dei vostri consigli in tutte le occasioni nelle quali Sua Maestà riterrà opportuno servirsi dei consigli che la vostra esperienza e le vostre capacità suggeriranno". In effetti il favore reale aveva concesso in varie occasioni a


Un ufficiale di stato maggiore dimenticato: Pierre Bourcet

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Bourcet 26400 lire di pensione, di cui 7800 reversibili alla vedova, e gli ultimi anni della sua vita furono sereni. Morì nella sua casa di Meylan, nei dintorni di Grenoble, il 14 ottobre 1780 senza eredi, non avendo avuto figli dal suo matrimonio con Marianna de Penne, figlia di Luigi de Penne ingegnere capo del corpo reale del genio.

I Principi della guerra in montagna

Durante la sua lunga e sempre operosa esistenza Bourcet scrisse molto, ma non ebbe mai la soddisfazione di veder stampate le proprie opere, se si accettua la carta topografica del Delfinato in nove fogli alla quale si è già accennato. Oltre a numerose "memorie", compilate in svariate occasioni per i propri comandanti, Bourcet ha lasciato tre saggi di rilievo: l' Etude des campagnes de 1742 à 1748, ancora inedito; i Mémoires historiques sur la guerre que les Français ont soutenue en. Allemagnè depuis 1757 jusqu'en 1762 , sostanzialmente inedito 5 ; e, più importante di tutti, i Prin.cipes de la guerre de mon.tagn.es, opera fondamentale del pensiero militare francese nella quale è esemplarmente condensata tutta la tecnica di comando degli eserciti del XVIII secolo. Il saggio, scritto da Bourcet nel periodo in cui dirigeva a Grenoble la scuola per gli ufficiali da destinare alla Stato Maggiore, è stato pubblicato solo nel 1888, a cura del ministero della Guerra francese, dal tenente colonnello Arvers che utilizzò un manoscritto conservato nella biblioteca del Ministero al quale aggiunse una biografia di Bourcet e dodici "memorie" 6 , relative alla guerra di sue0 Il tenente colonnello Arvers ne ha pubblicato qualche frammento nel suo saggio La guerre de la succession d'Autriche , Parigi, 1.890. 6 Sull'origine di queste "memorie" il già citato colonnello Chapperon ha causticamente osservato: "gli ingegneri circuivano, dirigevano i marescialli ed i generali del secolo XVIII, quando sotto la cipria delle loro parrucche v'erano teste come quelle di Contades e di Soubise, dai quali erano tenuti in gran pregio quegli umili ed utili consiglieri, che consentivano loro grati ozi cerebrali. Talora però negli stati-maggiori scoppiavano disaccordi, gare d'influenza; ora gl'ingegneri specialisti di fortificazioni, i d'Ashfeld, i Connontaigne, mante neva no viva la tradizionale lotta cogli artiglieri, Vallière, Gribeauval; altre volte erano gl'ingegneri più particolarmente addetti al servizio di stato maggiore, i Bourcet, i Bert-


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cessione austriaca, non tutte però attribuibili con certezza al nostro Autore. Nei Principi della guerra in montagna Bourcet confermò di possedere una visione lucida, approfondita e, per i tempi, addirittura profetica dei compiti e delle attribuzioni di un ufficiale di Stato Maggiore. E nulla trascurò perché l'opera, nata come libro di testo per i suoi allievi, riuscisse di grande valore didattico. Già nella Prefazione è scritto infatti: "esiste un grandissimo numero di libri sia antichi sia moderni che trattano della guerra, non è pertanto difficile scegliere tra gli autori quelli che hanno più esperienza e più capacità cli valutare l'importanza più o meno grande degli argomenti cli cui essi vogliono narrare i particolari. Una grandissima parte di questi autori , soprattutto tra i moderni, tratta ciò che ha rapporti con la tattica e presenta nuovi sistemi; sarebbe perciò importante adottarne qualcuno che, soddisfacendo lo scopo in tutte le situazioni nelle quali ci si può trovare, diventasse generale e uniforme per tutte le truppe. La scienza della guerra ha necessariamente due parti , una relativa alle evoluzioni ed ai movimenti delle truppe, al maneggio delle armi, alle esercitazioni, alla disciplina e che è totalmente pratica; l'altra, che si aclclice solo agli ufficiali generale, completamente speculativa. Ed è in questa seconda parte che è necessario avere generali istruiti e dotati di tutte le qualità desiderabili nei comandanti di eserciti; si può verosimilmente contare su uno stato militare solo quando non ci si trovi per nulla imbarazzatj nella scelta del comandante e quando gli ufficiali generali in seconda, in terza, ecc., cli un esercito sono in grado di sostituire senza problemi il comandante ucciso o morto per malattia. Il re di Prussia è una delle potenze europee che presta la più grande attenzione a questo problema in quanto al suo servizio non si perviene al più alto grado se non dopo essere passati' per i gradi inferiori e nessuna considerazione gli permette di rimpiazzare il suo hier, i Baclcr d ' Albe, che s'accapigliavano cogli ufficiali generali: qualche volta ancora erano barufe in famegia , gelosie di mestiere fra ingegneri e ingegneri. Le armi con le quali si combattevano e si vincevano quelle interminabili battaglie tra militari dotti erano i mémoires, nei quali ogni contendente riepilogava i propri argomenti, e che venivano propinati al generale in capo, il qua le li leggeva, se ne aveva tempo, modo o voglia, e decideva. ogni operazione produceva qualche mémoire , ed a campagna finita era una copiosa biblioteca di simili studi che anelava ad impinguare i già obesi archivi delle direzioni provinciali o ciel dépòt des forti.fications" .


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comandante se non con chi lo seguiva in anzianità e grado; con questi accorgimenti la sostituzione è sempre valida. Se il numero degli ufficiali generali potesse essere sufficiente a questo scopo nessuna potenza potrebbe ripromettersi più vantaggi che la Francia; ma indipendentemente da ciò che è appena stato detto per gli ufficiali generali , è indispensabile avere ufficiali istruiti nel servizio di stato maggiore, capaci di effettuare la ricognizione militare di un paese, di riconoscere i particolari delle posizioni dell'esercito e di eseguire le altre attività di competenza di un maresciallo generale degli alloggi come verrà indicato in quest'opera . La lettura dei libri di guerra è utile per tutti coloro che si dedicano al servizio militare; ma questi libri non offrono tutta l'istruzione necessaria. l) Gli autori convengono tutti che nessuno può fare la guerra senza una esatta conoscenza del paese, ma nessuno suggerisce le direttive per acquistarla . 2) Essi citano le posizioni occupate da generali di grido in svariate campagne, per dimostrarne gli inconvenienti o i vantaggi, ma non enunciano mai principi generali sulla scelta delle posizioni. 3) Le precauzioni che debbono essere prese nelle marce in ogni caso, e soprattutto in montagna, non sono per nulla esplicate. 4) I piani d'operazione, che esigono coordinazione e un esame scrupoloso degli ostacoli che un nemico può opporre, non sono trattati per direttive come del resto nemmeno i piani di campagna, che pure richiedono ai generali idee precise sulla guerra e occhio abituato a giudicare prontamente il valore di una località, occupata dal nemico o da occupare. L'educazione ricevuta da un padre, che ha servito dovunque Luigi XIV ha portato i suoi eserciti e che ha fatto con distinzione la guerra nelle Alpi , unita alla mia esperienza di più di venti campagne di guerra durante i 66 anni in cui sono al servizio della Francia, mi hanno fatto constatare che per fare bene la guerra bisogna seguire alcuni principi generali. Credo di averli individuati con l'uso che ne ho fatto con successo, essendo stato onorato della fiducia dei diversi generali sotto i quali ho servito e li ho messi ora per iscritto perché servano ad istruire i giovani ufficiali. Questi principi li prepareranno o non a divenire generaii, a seconda dell'applicazione che essi metteranno nel loro studio. Le quattro parti sopra indicate formano l'oggetto dei primi quattro libri; il quinto tratta le comunicazioni, le munizioni, i viveri , le diversioni, i convogli, i differenti sistemi di guerra, i quartieri


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d'inverno, gli accantonamenti e le ritirate; il sesto è una campagna ipotetica in un paese noto che serve come ricapitolazione e applicazione dei principi , nella quale i giovani ufficiali troveranno modelli cli tabelle di marcia, di ordini cli istruzione, di ordini di battaglia, esempi delle località dove converrà sistemare i magazzini principali, gli ospedali e i depositi di sussistenza. Questi principi della guerra in montagna, il cuì solo aspetto stupisce i militari, provano che si possono determinare piani operativi a cui arrida anche il successo ed ho dimostrato il mio assunto con esempi tratte dalle diverse operazioni che si sono svolte nelle ultime campagne, sia in Italia sia in Germania. Quest'opera , alla quale mi sono dedicato soltanto per istruire quegli ufficiali che non hanno avuto occasione cli prestare serv,izio in montagna (e per dare al re una testimonianza della mia viva riconoscenza per i benefici che ho ricevuto da suo nonno e da lui, senza alcun altro particolare interesse) non mi farà desiderare altro , se Sua Maestà vorrà gradirla e se ne potrà risultare qualche vantaggio per il suo servizio .. . " . Il trattato cli Bourcet, sotto alcuni aspetti valido ancora oggi , è stato adeguatamente riassunto nel primo dopoguerra dal colonnello Spartaco Targa 7 che ha molto rimarcato le analogie tra quanto prescritto· dal Nostro e quanto sancito dalla regolamentazione tattica italiana dell'epoca. La sintesi che segue risponde, invece, ad un assunto diverso: far risaltare l'intento didattico presente in ogni pagina del volume e dimostrare come Bourcet sia stato il vero fondatore dello Stato Maggiore francese, codificando per primo quelle tecniche di apprezzamento della situazione e di valutazione delle possibilità operative che sostanzialmente ancora oggi sono impiegate dagli Stati Maggiori cli tutti i Paesi. Partendo dalla premessa che non si possono condurre con successo operazioni militari se non si possiede una perfetta conoscenza del paese, Bourcet (Libro primo Della conoscenza del paese) dimostra come, nella guerra di montagna, questa conoscenza sia addirittura indispensabile tanto da non essere possibile , senza di essa, neppure iniziare un'operazione militare, offensiva o difensiva che sia. La conoscenza della montagna, inoltre , è molto più difficile ad acquisirsi che non quella di qualunque altro tipo di terreno e , poiché non è possibile che tutti i comandanti destinati ad operare in terreno 7 S. TARGA, La guerra di montagna e la difesa delle Alpi, Tipografia Editrice Schioppo, Torino, 1926, pagg. 47-68.


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montano lo conoscano a fondo , bisognerà prevedere la presenza nel loro comando di ufficiali pratici della zona, in grado di fornire loro le informazioni necessarie per una favorevole condotta delle operazioni. Bourcet insiste molto sulle due qualità che questi ufficiali debbono avere : la conoscenza del terreno e la capacità di trasmetterla agli altri, scrive infatti: "l'attitudine ad imparare a conoscere bene un paese montano non è comune a tutti gli ufficiali ; alcuni hanno un istinto naturale per la conoscenza del terreno e conservono così bene il ricordo delle ricognizioni eseguite in una data zona che sono capaci di dirigervi marce e di pianificarvi attacchi o difese; altri, invece , anche dopo essere transitati più volte in una data zona non sono in grado di riconoscerla e tanto meno di saperne utilizzare le possibilità sotto il punto di vista militare . Anche tra coloro che hanno il talento del terreno, solo alcuni lo sanno valutare tatticamente, i più lo riconoscono soltanto senza sapervi distinguere alcun che di speciale. Un generale deve porre molta attenzione nella scelta di questi ufficiali, servendosi dei primi per la stesura dei piani operativi e dei secondi come semplici guide". Trattando delle ricognizioni Bourcet fa notare come, in montagna, sia raro trovare una posizione completamente inaccessibile: anche quando appare tale essa ha quasi sempre un qualche lato praticabile che occorre saper ricercare perché, sia nelle operazioni offensive sia nella difesa, nulla è più pericoloso che ritenere una zona impraticabile senza averne l'assoluta certezza . Così pure il non prendere i provvedimenti necessari per accertare il vero valore impeditivo di un vallone, di un dirupo, di un bosco, ecc., può avere serie conseguenze su ll'andamento delle operazioni ed esporre le truppe ad un rovescio improvviso. Bourcet evidenzia poi la necessità cli procedere per aggiramento per evitare di attaccare frontalmente posizioni molto forti ed esa lta la manovra che, in montagna, acquista un 'importanza tale da "costituire la scienza di questo tipo di guerra". La montagna ricoperta da molta neve, avverte Bourcet, non deve sempre essere ritenuta assolutamente impraticabile, talvolta il manto nevoso è talmente compatto e gelato da sostenere non solamente truppe appiedate ma anche le salmerie . Un comandante, perciò , non deve perdere di vista questa possibilità, considerando però sempre anche il risch io di un rapido disgelo prodotto da un improvviso vento caldo. Nel li bro secondo (Del campo di battaglia) Bourcet ribadisce


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l'importanza della conoscenza del terreno nella guerra di montagna. Esponendo, poi, i principi secondo i quali si debbono scegliere 1e posizioni difensive, Bourcet osserva: " ... poiché in montagna gli spostamenti delle forze sono, in genere, lenti e difficili, è necessario che la posizione risponda non solo alle necessità di quel dato momento, ma sia anche in grado di fronteggiare qualsiasi altra eventualità che si possa verificare con il mutare della situazione iniziale . . . . in montagna, quando si conosca bene il terreno, si può, meglio che in altri siti, prevedere le direzioni secondo le quali l'avversario può condurre l'attacco ed anche valutare i vantaggi e gli svantaggi che egli può trarre da ognuna di esse .... in montagna, più che altrove , si deve evitare che l'avversario possa arrivare su uno dei fianchi, è perciò necessario che i fianchi, od almeno uno di essi, siano inattaccabili o presentino condizioni molto svantaggiose per l'attacco, perché è difficile inviare truppe per la loro difesa ed è sempre molto importante conservare la libertà di manovra .... a seconda dello spazio di cui si può disporre, la difesa non deve limitarsi a predisporre una sola posizione, ma, in relazione alle possibilità dell'attacco nemico, occorre riconoscerne altre, da occupare eventualmente con tutte o con parte delle forze, in modo di poter adeguare la difesa agli sforzi dell'attaccante. Su queste posizioni la difesa dovrà tenere qualche distaccamento per essere avvertita in tempo dei movimenti dell'avversario e, quindi, poter prendere le disposizioni necessarie con il grosso delle forze .... occupando una posizione è necessario esaminare, con la massima cura, tutte le possibilità che offre all'attacco, quali vantaggi e quali inconvenienti possono offrire al nemico le varie vie di comunicazione e quali provvedimenti si debbono adottare per impedirgliene l'uso .... in montagna non si deve mai attaccare frontalmente una posizione quando sìa possibile farla cadere per aggiramento e, più che in pianura , è importantissimo mantenere l'avversario il più a lungo possibile incerto sulla direzione di attacco, in modo che venga a conoscerla solo ad attacco iniziato quando non avrà più tempo per far accorrere rinforzi. ... per .d are sicurezza alla posizione tenuta dal grosso delle forze e per essere avvertiti in tempo sui movimenti dell'avversario, è opportuno l'impiego di posti distaccati. Questa dispersione di forze non sarebbe opportuna in altri terreni, in montagna invece è utile avere distaccamenti su ogni via di comunicazione che possa essere utilizzata dal nemico. Questi distaccamenti saranno di forza variabilissima, anche di pochi uomini, perché in montagna è facile trovare posizioni sulle quali un piccolo


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nucleo di soldati può difendersi efficacemente, anche contro forze considerevoli ... ". Molto interessante è l'ultimo capitolo del libro ( Compiti del Maresciallo Generale degli alloggi) nel quale Bourcet rivendica l'importanza di tale personaggio in un corpo d'esercito. Scrive infatti il Nostro: "Un maresciallo generale degli aJJoggi è l'an ima di un esercito, come un buon aiutante maggiore lo è di un reggimento ed un furiere di una compagnia". Bourcet attribuisce a quest'ufficiale generale la responsabilità totale della pianificazione operativa e di quella logistica nonché dell'azione di controllo sulle operazioni decise dal Comandante. Come si vede una completa e precisa definizione delle attribuzioni che anche oggi in molti eserciti sono di esclusiva pertinenza ai vari livelli ordi nativi del Capo di Stato Maggiore 8 • Nel libro terzo (Movimenti dell'esercito) Bourcet espone lepredisposizioni che si debbono prendere per le marce , per la sicurezza delle quali sono indispensabili molte precauzioni: " . .. occupare preventivamente ai lati della strada posizioni in cresta che assicurino, ad una certa distanza, i fianchi della direttrice di marcia .. .. se la marcia avviene su più colonne, queste debbono di tanto in tanto comunicare fra di loro , specialmente a mezzo di segnali convenuti . . . . esser informati sugli ostacoli che si possono trovare lungo I' itinerario e predisporre le truppe e gli attrezzi necessari per rimuoverli . . . . indipendentemente dalle località che saranno state fatte occupare lungo la direttrice di marcia, lo colonne abbiano una avanguardia di forza considerevole .... ". Quando lo scopo della marcia è l' attacco di una posizione, è conveniente per giungere in forza contro l'avversario avanzare con il dispositivo frazionato su più colonne. Operando in tal modo la resistenza dell'avversario sarà minore perché suddivisa su diversi punti, per cui si può presumere che lo sbocco delle varie colonne possa effettuarsi senza gravi ostacoli purché tutte si presentino contemporaneamente sui varj. sbocchi. Quanto più esse saranno numerose tanto più facile sarà la conquista della posizione. Se la marcia ha lo scopo di occupare una posizione , per evitare al grosso di incontrare resistenze durante la marcia , con conseguenti ritardi, è 8 Negli eserciti moderni il Capo di Stato Maggiore di una unità è anche responsabile nei riguardi del Comandante dell'addestramento dei Quadri e delle truppe e dell'impiego del personale, ma indubbiamente il suo compito primario rimane quello delineato da Bourcet più di duecento anni fa.


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necessario farlo precedere di almeno un giorno da distaccamenti incaricati di prendere possesso di posizioni più avanzate e sui fianchi di quella che si deve occupare. In montagna le marce in ritirata sono, in genere, più facili che in altri terreni perché non solo è possibile sottrarsi meglio alla vista ed al tiro dell'avversario, ma anche trovare posizioni che permettano una tenace resistenza da parte delle truppe incaricate di coprire Ja ritirata . L'avversario non deve però capire le intenzioni di chi si ritira, né arguire la direzione delle truppe che ripiegano, la retroguardia quindi deve agire in modo che l'avversario non si accorga subito della ritirata del grosso né della direzione presa e non dovrà abbandonare le posizioni se non quando il grosso sia tanto lontano da non poter essere raggiunto. Trattando dell'avanguardia Bourcet fa notare come: " ... debba essere abbastanza forte per poter respingere le resistenze che incontra lungo la direttrice di marcia e sui fianchi .... deve far marciare, quasi alla stessa altezza, pattuglie sulle creste e sui versanti che fiancheggiano la direttrice di marcia, allo scopo di essere avvertita per tempo di tutto ciò che esse potranno vedere od incontrare. Queste pattuglie dovranno essere collegate a vista fra di loro e con l'avanguardia. . .. in montagna le fronti di attacco sono quasi sempre ristrette e l'esperienza dimostra che ben difficilmente si riesce a conquistate una posizione con un primo sforzo, ma è invece necessario insistere nell'attacco. Inoltre non sempre è possibile far reiterare più volte un attacco alle stesse truppe perché in montagna questo comporta sempre una grave fatica fisica e costa spesso forti perdite. Da ciò l'opportunità che l'avanguardia sia articolata su più scaglioni ed abbia una riserva di truppe scelte per poter con essa esercitare l'ultimo e più impegnativo sforzo .... " . Le operazioni dell'avanguardia decidono spesso del successo, occorre quindi che sia costituita con le truppe migliori e comandata da ufficiali arditi, di carattere fermo e profondi conoscitori del terreno e della guerra di montagna. Analogamente a!J'avanguardia, durante una marcia in ritirata la retroguardia deve provvedere alla protezione del grosso lungo la direttrice di marcia e sui fianchi . Anch'essa deve essere formata con le truppe migliori e più pratiche della montagna e dev'essere comandata da ufficiali particolarmente adatti a ta]e missione e molto pratici della zona. Quaodo si attacca una posizione, è importante provvede1=e perché le varie colonne marcino alla stessa altezza: le cure per ottenere


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ciò non saranno mai troppe e nulla potrà essere più dannoso di ogni sia pur minima trascuratezza. Dall'arrivo contemporaneo di tutte le colonne ai loro punti d'attacco dipende quasi sempre il successo, perché l'apparire di varie colonne intimidisce l'avversario che ne ignora generalmente la forza. Nel libro quarto (Dei piani di operazione e dei progetti di guerra) dopo due capitoli iniziali di carattere generale, nei quali è soste.nuta la necessità per uno Stato di predisporre fin dal tempo di pace tanti piani operativi quante sono le frontiere - ognuno dei qualì deve prevedere il personale ed i mezzi necessari per raggiungere l'obiettivo, la località di radunata dell'esercito, le predisposizioni per alimentarlo - Bourcet tratta nel terzo capitolo in particolare dei piani operativi specifici per la guerra in zone montane e, nei due capitoli successivi esamina analiticamente due piani ipotetici ma realìstici, uno offensivo, attacco dell'esercito francese al regno di Sardegna, ed uno difensivo, attacco di un esercito austro-sardo al regno di Francia. Negli ultimi capitoli del libro sono poi esposte, sempre con dovizia di esempi, le predisposizioni che occorre adottare per preparare le operazioni militari senza destare alcun sospetto nel probabile avversario, le misure di sicurezza da attuare, le contromisure da pianificare e predisporre in anticipo, per parare sul nascere le mosse dell'avversario. In questo quarto libro lo scopo didattico del trattato trova la più completa estrinsecazione e rivela tutta la modernità delle idee di Bourcet. Anche oggi occorre pianificare tutte le possibili risposte a tutte le possibili minacce, anche oggi occorre predisporre gli apparati di difesa con la massima riservatezza, anche oggi si cerca di giocare d'anticipo. Che poi la ricognizione aerea attuata con i satelliti lo consenta è un altro discorso .. .. L'interesse particolare che i primi due capitoli del libro hanno ancora per gli ufficiali italiani del nostro tempo mi ha indotto a riassumerli ed a pubblicarli in appendice a questo modesto lavoro di divulgazione. Ritengo, infatti, che negli anni della "Triplice Alleanza" l'opera di Bourcet sia stata molto approfondita dallo Stato Maggiore italiano e che le idee del generale francese non siano state del tutt~ estranee alla decisione italiana di assumere, in caso di conflitto con la Francia, un atteggiamento difensivo sulle Alpi. Il libro quinto ( Generalità su un esercito in operazioni) tratta vari argomenti di indole generale - le retrovie, le vie di comunicazione, i rifornimenti, gli ospedali, i trasporti - tutti problemi che richiedono per essere adeguatamente trattati e risolti molta espe-


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rienza e molta dimestichezza da parte dei componenti dello Stato Maggiore. Molto interessante il capitolo sulle retrovie che hanno nella guerra in montagna una importanza grandissima, ma che esigono - nota Bourcet - una tale quantità di truppe da poter asserire che, operando in territorio nemico, occorrano due eserciti: uno per le operazioni attive e l'altro per la protezione delle comunicazioni. I provvedimenti da adottarsi saranno diversi a seconda che le offese nemiche provengano da truppe regolari oppure anche o soltanto dagli abitanti o da partigiani. In quest'ultimi due casi basterà prendere alcuni ostaggi e renderli responsabili di quanto potrà essere tentato dalla popolazione contro le comunicazioni, minacciare la distruzione dei paesi, avvertendo anche la popolazione che, se tali misure non fossero sufficienti, tutti gli abitanti atti a portare le armi verrebbero presi ed allontanati. Se invece l'avversario è rappresentato solo da truppe regolari, sarà sufficiente valutarne la quantità e la qualità, per proporzionare ad esse la forza necessaria 9 • Per un'efficace protezione delle comunicazioni è indispensabile comunque conoscere molto bene il paese, per determinare esattamente le direzioni dalle quali possono giungere ie offese, sbarrarle con opportuni distaccamenti, ricordando che sarà sempre più utile occupare con forze di una certa entità una località che copra contemporaneamente più comunicazioni, anziché disseminare le forze in tanti piccoli nuclei a guardia di ogni sbocco. Oltre ai distaccamenti di copertura ed alla difesa diretta dei convogli, occorre anche disporre di reparti mobili, scaglionati nei punti più importanti e più adatti per agire rapidamente in varie direzioni. Poiché in montagna le truppe possono vivere ed operare soltanto se vengono rifornite da tergo di ogni genere è necessario provvedere a che le colonne di rifornimento non possano essere offese dal nemico. Questa sicurezza è ottenuta mercé la protezione delle comunicazioni e assegnando alle colonne opportune scorte. "È ben provato che il riunirsi in forza su qualche pòsizione per 9

La totale sottovalutazione da parte di Bourcet del reale pericolo costituito da un'insorgenza popolare non deve essere giudicata troppo severamente. Da molti secoli ormai gli eserciti europei erano abituati a percorrere i teatri operativi del Reno e dell'Italia senza doversi preoccupare dell'atteggiamento delle popolazioni. Comandanti e stati maggiori non ritenevano possibili vaste e coordinate insurrezioni popolari, ma soltanto qualche tumulto cittadino e qualche occasionale jacquerie nelle campagne, gli uni e le altre facilmente domabili con pochi squadroni di cavalleria. Soltanto successivamente, in età napoleonica, la guerriglia fu considerata un problema operativo di tutto rispetto.


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manovrare secondo le circostanze è il partito migliore, e che 20.000 uomini sparsi in tanti piccoli distaccamenti lungo tutta la frontiera non procurano tanta inquietudine al comandante di un esercito avversario più numeroso quanto 10.000 uomini riuniti in una buona posizione". Il libro sesto ( Una ipotetica campagna in un paese noto) è un esempio, completo di ogni dettaglio, di come dovrebbero essere applicati nel concreto, da parte dei due contendenti, i criteri generali esposti nei libri precedenti. Teatro operativo: il Nizzardo del quale, come si è già visto, lo stesso Bourcet aveva realizzato una eccellente carta topografica . Un classico esempio di esercitazione a partiti contrapposti, valido esercizio per abituare un giovane ufficiale a valutare metodicamente tutti gli aspetti di un problema operativo ed a sottoporre all'approvazione del suo comandante un ordine di operazione logico e conseguente alle corrette risultanze delle valutazioni effettuate. Questo tipo di addestramento, ancora oggi di grande utilità didattica, era addirittura indispensabile all'epoca, data la scarsa preparazione teorica degli ufficiali, quasi mai provenienti dalle scuole militari. II trattato , infine, termina con quattordici "esempi", quattordici brevi monografie 10 relative ad avvenimenti operativi di particolare interesse dei quali Bourcet era stato testimone e parte in causa, che avevano lo scopo di "aumentare" l'esperienza degli aspiranti ufficiali di stato maggiore. Anche Bourcet era convinto dell'utilità. didattica della storia militare.

L'insegnamento di Bourcet

L'attività di Bourcet ebbe, come si è visto, ampi riconoscimenti già durante la vita del Nostro: promozioni, onorificenze, pensioni. I generali che lo ebbero al fianco, più .in qualità di consigliere che iri quella di collaboratore, non furono parchi di elogi: il principe di Conti nel 1744 scrisse di lui "nessun altro ufficiale ha meritato più 10 Il passaggio del Po nel 1746, l'Assietta, La battaglia di Rosbacb, La battaglia di Lutzelberg, La manovra di Bergen, La manovra di Turbie, La manovra in ritirata di Montalban, La manovra di Chenol, Il campo di E isenacb, 11 campo di Unna, li passaggio del Tanaro nel 1745, L'attraversamento delle Alpi nel 1744, La marcia su Ventimiglia del 1747, La battaglia di Cuneo nel 1744.


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di Bourcet una prestigiosa ricompensa", l'anno seguente il Millebois così scriveva al Ministero della Guerra a riguardo di Bourcet "è un individuo così superiore, tanto nel suo settore specifico quanto nello scibile militare generale, che non posso non insistere perché gli sia accordata una rimarchevole distinzione", il Belle-Isle nel 1748 "per quanto siate informati sui meriti del signor Bourcet non è possibile che ne conosciate tutta l'ampiezza: egli riunisce nella sua persona · tanto talento e tanta capacità che non posso esimermi dal supplicarvi di ricompensarli: egli è l'anima di tutto quanto si opera qui". Ma fu soprattutto l'insegnamento impartito con tanta passione alla Scuola di Grenoble il veicolo che diffuse nell'esercito francese le idee di Bourcet e che ne assicurò il successo duraturo. Il Colin, sagace studioso di Napoleone, ha scritto: "la sua [di Napoleone] istruzione vera e propria la deve a Guibert, a Bourcet e a Du Teil ... più si approfondiscono i Principi della guerra in montagna e più vi si riscontra una stretta anafogia con i procedimenti d'impiego usati da Napoleone, specialmente con quelli da lui impiegati nelle campagne del 1794 e del 1796 ... è nel suo (di Bourcet] libro, per esempio, che Bonaparte avrà potuto trovare questo principio fondamentale della guerra in montagna che enuncerà a sua volta nel Précis des guerres de Turenne: regola generale della guerra in montagna deve essere la possibilità di far ritirare il nemico mediante la manovr·a ... " 11 • Dopo la caduta di Napoleone III-, il progressivo peggioramento delle relazioni diplomatiche franco-italiane determinò in Italia un nuovo interessamento per il pensiero di Bourcet. L'Italia Militare, periodico ufficioso del Ministero della Guerra, pubblicò nel 1878 un articolo Note sulle operazioni offensive nelle Alpi Occidentali secondo gli scritti del Generale Bourcet, a firma del poco compromettente "tenente nei bersaglieri" G. Zavattari, che nel finale delinea in modo abbastanza trasparente il pensiero degli ambienti ministeriali: "Gli studi del generale Bourcet sono utili insegnamenti anche nelle condizioni presenti in cui si svolgerebbero operazioni offensive, per la importanza militare della linea geografica sulla quale basa i suoi pensieri strategici. Agli obiettivi finali d'una guerra a fondo tra la Francia e l'Italia,· rappresentate dalle due capitali, si interpongono due obbiettivi

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J. COLIN, L'éducation militaire de Napoléon, Chapelat, Paris, 1910, passim.


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secondari, primi per lo schieramento delle forze combattenti, rappresentati dal Rodano da una parte e dalla pianura piemontese dall'altra, separati dalle Alpi. La linea di cresta distribuisce l'ostacolo delle Alpi in due zone disuguali , l'estensione delle quali è pari a due o tre giornate di marcia nel versante italiano ad a sei otto in quello francese. Da un lato numerose valli, parallele fra loro e normali alla cresta; dall'altro lunghe valli, separate da una serie di gruppi di montagne , i qual.i si fanno più estesi al centro della zona, così che le linee di movimento dalla cresta al Rodano si sviluppano per due direttrici, di cui una tende a Lione e l'altra a Marsiglia. Le due linee di marcia che può seguire l'offensiva verso il Rodano , si collegano in tre tratti: in ·vicinanza alla cresta alpina sulla linea Briançon-Embrum; dopo il Pelvoux, colla strada Grenoble-La Mure-Gap e colla rotabile e ferrovia Grenoble-Apres; infine dopo il masso della D ròme, per le comunicazioni che si sviluppano sulle due rive del Rodano. La ricchezza e la disposizione della rete ferroviaria francese permette di far convergere con rapidità a Lione e ad Arles le masse destinate alle operazioni nelle Alpi. Il movimento può ancora in parte prolungarsi verso il centro della grande linea d'ostacolo colle ferrovie Sisteron-Gap-Montdauphin e Lione-GrenobleModane. Si ha così, nella linea St-Jeande-Morienne-Colle del Galibier-Briançon-Montdauphin. , una seconda base, ristretta, ravvicinata alla cresta, sulla linea più diretta che dalla pianura piemontese tende al centro politico-militare della Francia, e che lascia dietro di sé spazio sufficiente per la preparazione del grande movimento del grosso verso le Alpi. La Francia ha perciò , in vicinanza alla linea di passaggio dal suolo francese a quello italiano, una base ben distribuita, che può essere ben preparata, larg.amente fornita di mezzi, per servire di perno a quel primo periodo delle operazioni alpine che si risolve nella conquista della cresta. Una simile condizione di cose non si osserva nel versante nostro: l'offensiva , per la brevità stessa del versante, per la sua struttura iìnterna, non ha che due linee: la pianura dalla quale parte e la linea di displuvio sulla quale arriva. Ma qui è opportuno ricordare un'osservazione già fatta da un illustre scrittore militare: che se il versante esterno delle Alpi è mediamente più dolce, in quello italiano, alla testata delle valli, il fatto è in generale contrario, sicché la linea di displuvio, confine politico fra la Francia e l'Italia, appartiene in generale militarmente a questa. Le quali considerazioni portano ad una prima conseguenza; che


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si hanno due linee militari alla sommità delle Alpi: quella al displuvio, posseduta dall'Italia, alla quale l'offensiva francese deve dirigere i suoi primi attacchi; quella formata dai massi montani che stanno fra l'Arc ed il Drac e fra questo e la Durance, che si accentua nei punti del Galibier, Briançon e Montdauphin che appartiene alla Francia , e contro la quale s'inizia l'offensiva portata sul Rodano. E la cresta militare da conquistarsi nel territorio francese. Ora, gli studi del generale Bourcet , raffrontati colle considerazioni del maresciallo Berwick e colle operazioni dal 1709 al 1712, ci dicono appunto che il luogo strategico difensivo più importante di quella linea è dato da Briançon, e dicendo Briançon si deve comprendervi naturalmente quei punti addizionali che formano quella posizione strategica. Ne deriva quindi una conseguenza non meno importante della precedente: che quell'atto militare il quale conducesse al rapido possesso di Briançon, creerebbe una situazione molto favorevole in un 'offensiva verso il Rodano e sarebbe sempre, anche nella difensiva, un grande fatto morale e una preoccupazione forse decisiva. E qui ci arrestiamo". Con il graduale evolvere della situazione politica l'ipotesi di un conflitto franco-italiano divenne sempre più remota ed il pensiero e la figura stessa di Bourcet finirono con lo scomparire dal bagaglio culturale dell'ufficiale italiano. Nel corso di questo secolo, infatti , si possono citare solo due opere di una qualche importanza che ricordino l'ufficiale francese, il già ricordato lavoro del colonnello Targa , peraltro indirizzato al ristretto ambito dei frequentatori della Scuola di Guerra, ed un saggio del colonnello Moricca 12 che, nell'esam inare le prime campagne napoleoniche, mette in evidenza quanto il pensiero di Bourcet abbia influenzato la strategia del grande corso. Le mutate condizioni ambientali (basti pensare allo sviluppo dell'odierna rete viaria) e tecnologiche (motore a scoppio, ferrovia, aviazione, gittata e potenza delle artiglierie) hanno tolto naturalmente molta validità all'insegnamento tattico di Bourcet ma non hanno scalfito per nulla la validità del suo insegnamento di stato maggiore e, sotto questa ottica particolare, la conoscenza della sua opera è ancora di attualità.

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O. MoRICCA, Da Tolone a Vienna (1973-1797), Stabilimento Tipografico del Genio Civile, Roma, 1940. ·


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Appendice

Offensiva contro il Piemonte

Scopo finale della guerra: occupare la capitale nemica, Torino è quindi il punto decisivo delle operazioni.

Per intraprendere l'offensiva con ottime probabilità di successo bisogna supporre l'esercito francese superiore a quello piemontese almeno di un terzo e considerare la Francia padrona della Savoia, ciò che succede ordinariamente al cominciare della guerra, scrive Bourcet, perché i Piemontesi non hanno subito forze disponibili per difenderla. Ciò premesso, l'offensiva può seguire quattro direttrici: - per la valle di Barcelonnette entrare in quella di Stura; - per la valle del Guil penetrare in quelle di Casteldelfino e del Po; - per la valle della Durance immettersi in quelle dalla Dora Riparia e del Chisone; - dalla Savoia accedere in Piemonte per il Piccolo S. Bernardo ed il Moncenisio. Le due prime linee hanno l'inconveniente di richiedere molte truppe per garantire la lunga linea d'operazione. Il passo del Piccolo San Bernardo immette nella valle d'Aosta, lunga quasi venti leghe dal colle alla pianura piemontese, non può perciò servire che come linea di manovra dimostrativa; il passo del Moncenisio non è praticabile che alle bestie da soma. Questa direttrice può servire quindi solo per una rapida scorreria, per taglieggiare le valli del re di Sardegna e prontamente retrocedere. L'entrata in Piemonte per le valli d'Oulx e di Fenestrelle offre maggiori vantaggi: la strada che vi conduce è la migliore tra quelle che portano dalla Francia in Piemonte e la linea di comunicazioni è la più breve e la più sicura; ma I).On può essere utilizzata senza impossessarsi di Exilles e di Fenestrelle. La conquista di questi due punti fortificati deve essere perciò il primo obiettivo, e deve essere raggiunto contemporaneamente. L'adunata delle truppe necessarie all'offensiva deve essere fatta in più zone: a Grenoble per quelle che devono avanzare per la Moriana; a Gap ed a Sisteron per la cavalleria; il grosso attorno a Montdauphin, Embrum, Vars e Barcelonnette. Il motivo è questo: l'altipiano di Guillestre dovrà essere il principale punto di riunione , perché da questa posizione si lascia incerto il nemico sulla direttrice dell'attacco, se cioè quella che, per il colle di Vars e quello dell'Argentera, immette nella vallata di Stura per marciare su Demente o su Cuneo, o quella che porta a Casteldelfino per la vallata di Queyras, o quella del Po, che sbocca a Saluzzo, od ancora quella per Briançon ed il Monginevro. "Guillestre è come un centro offensivo, dal quale si può giungere in poco tempo sui punti indicati, percorrendo una


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corda e lasciando l'arco al nemico per difendere il punto attaccato, oppure obbligandolo a dividersi ed a indebolirsi se vuole difendersi dappertutto. Montdauphin dev'essere perciò la principale piazza di deposito per la campagna" . Lo schieramento proposto da Bourcet era certamente suggerito dalla considerazione seguente: la linea di dispulvio nel tratto in cui è attraversata dalle direttrici di marcia suggerite dal generale francese si accentua nei tre grandi ostacoli del M. Tabor, del Monviso e dell'Enciastraia, i quali formano un saliente il cui vertice si spinge verso l'Italia racchiudendo la testata del Guil , avviluppata a sua volta dalle valli italiane della Dora, della Varaita, della Maira e della Stura. La zona di Montdauphin-Gumestre, quasi al centro del saliente, ne minaccia contemporaneamente anche i lati, sui quali stanno, nel versante francese, i punti d'appoggio di Briançon e di Tou.rnoux. È una base centrale offensiva, con due caposaldi sulla linee di manovra più facili, per il Monginevro e la Stura. Vauban, prima ancora di Bourcet, ne aveva riconosciuta l'importanza militare. "La pianura di Guillestre, nella quale sono la città ed il castello di tale nome, si stende a sinistra del confluente del Guil con la Durance, a cinque leghe al disotto di Briançon; tre al disopra di Embrum e tre del castello di Queyras ... Tutte le strade, passi, gole di montagne e, per parlare secondo il costume del paese, tutti i colli e combe fanno capo nella pianura di Guillestre". La campagna sulle Alpi di Berwick, durante la guerra di successione spagnola, aveva poi confermato l'opinione di Vauban e costituiva l'esempio più splendido sul quale Bourcet poteva fondare le sue deduzioni. Per fronteggiare lo schieramento fran,cese quale la condotta del re di Sardegna? Schierare l'esercito in modo da poter difendere tutti i paesi minacciati, la posizione migliore è quella già occupata altra volta: la destra al Monviso, la sinistra in valle di Casteldelfino. In tal modo Bourcet pone il grosso dell'esercito piemontese sulla retta Guìllestre-Saluzzo, linea che congiunge cioè il centro della base offensiva col centro della pianura del Po. I forti di E xilles e di Fenestrelle verso nord, quelli di Demonte e di Cuneo a sud, gli daranno il tempo necessario per accorrere sulla linea d'operazione che sarà scelta dall'attacco. Ciò posto vi sono due manovre possibili per i Francesi: o penetrare in Piemonte per il Monginevro od entrarvi per valle di Stura. Per entrare in Piemonte, sia per il Monginevro sia per I' Argentera, è necessario operare di sorpresa per raggiungere la cresta alpina. Così volendosi appunto avanzare lungo le valli della Dora e del Chisone, è necessario prima richiamare l'attenzione del re di Sardegna verso sud, minacciando la valle di Stura. A quèsto scopo l'esercito , riunito nella zona Briançon-Guillestre-Tournoux, sarà articolato su quattro colonne: la prima da Guillestre, per il colle di Vars, entrerà in valle Ubayette e marcerà sull'Argentera; la seconda dal vallone di Ceillac procederà in valle Ubaye per il colle di Maurin, pronta a rinforzare la prima; la terza da Briançon, per il vallone di Cet-


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vières, marcerà per il colle d'Hizuard su Queyras, dal quale punto potrà raggiungere !'Argentera per il colle di Fromage, o penetrare in Piemonte per le valli Luserna, Po e Chisone; la quarta rimarrà a Briançon, pronta ad entrare in azione successivamente. Le prime tre colonne avanzeranno fin quando l'esercito piemontese abbandonerà la posizione d'attesa e correrà a difesa dei passi minacciati. Secondo il concetto d'azione di Bourcet riuscita la dimostrazione, l'esercito francese deve invertire la direzione di marcia delle colonne e ritornare sui suoi passi: la colonna di Briançon penetra nella valle della Dora e, a marce celeri, si impossessa della posizione del!' Assietta; quella di Queyras, per il colle d'Hizuard e quello di Bousson, spalleggia con rapida marcia il movimento di quella di Briançon e la raggiunge ali' Assietta; la terza colonna mossa da Guillestre retrocede a sua volta, marciando sull' Assietta per i colli di Fromage, d'Hizuard e di Bourget. Raggiunta la posizione dell' Assietta, i due forti di Exilles e di Fenestrelle sono separati e si può intraprendere contemporaneamente l'investimento. Potrebbe però accadere che il re di Sardegna, per nulla attratto verso sud dalle dimostrazioni francesi , intuisca il vero punto d'attacco e per conseguenza schieri l'esercito nei pressi di Cesana. È necessario allora sboccare dal Monginevro di viva forza. Per farlo, è necessario radunare il grosso dell'esercito francese nella pianura di Briançon, a Villar-St-Pancrace, e da essa sboccare nella valle della Dora per i colli dell'Echelle, del Monginevro e di Bousson. Il nemico vinto può successivamente utilizzare le posizioni di Sestrières, di Costa Piana e del!' Assietta, che s'appoggia da un lato ad Exilles e dall'altro a Fenestrelle. "Questa posizione, I' Assietta, dice Bourcet, è inespugnabile e sarebbe pericolosissimo per noi attaccarla di fronte; è meglio aggirarla". E per aggirarla propone un attacco dalla Moriana, attacco che dev'essere diretto dai Quattro Denti, da S. Colombano e da Saux sul fianco ed alle spalle di Exilles e dell'Assietta. Vi sarebbe ancora la possibilità di un'altra diversione: per il Piccolo S. Bernardo e per il Moncenisio. Questa diversione richiamerebbe molte truppe per la difesa degli sbocchi in pianura alle spalle dell'esercito piemontese. Le operazioni per entrare nella valle di Stura sono simmetriche a quelle per sboccare dal Monginevro. Le truppe, radunate a Briançon, minacciano di marciare in val Dora ed in val Chisone; il grosso effettua un movimento da Guillestre verso Briançon, per dare maggior peso alla dimostrazione. Tratto in inganno il nemico, l'esercito francese marcia celeremente nella valle dell'Ubaye, per le due linee di manovra BriançonMontdauphin-Col de Vars e Briançon-Col du Fromage, s'impadronisce della posizione delle Barricate, discende la Stura e marcia su Demente e su Cuneo. Se il re di Sardegna prevede la manovra e si difende alle Barricate, la dimostrazione si trasforma in attacco reale, e si entra in Piemonte per il Monginevro. "Non si può svernare in Piemonte senza possedere Torino o Cuneo. Il


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maresciallo Catinat non vi è infatti riuscito, sebbene avesse vinto delle battaglie e fosse padrone di Pinerolo. La ragione è facile a comprendersi: per comunicare colla Francia bisogna attraversare più di 30 leghe di alte montagne, che sovente sono impraticabili nell'inverno e, per conseguenza, non si possono ricevere viveri e munizioni per l'esercito. Il maresciallo Catinat ha sempre desiderato di avere Cuneo; credeva che questa piazza gli avrebbe aperto il passo del colle di Tenda, per ricevere rifornimenti dalla contea di Nizza e dalla provenza. Non si può però considerare la conquista di Cuneo se non come l'inizio di una conquista più importante: bisogna impadronirsi di Torino, è là che devono essere rivolte tutte le nostre aspirazioni. Solo arrivati a Torino , alla capitale, potremo dettar legge al nemico".

Offensiva contro la Francia

Anche per questa ipotesi Bourcet pone come condizione la superiorità di forze dell'attaccante e perciò immagina i Piemontesi rinforzati da un contingente austriaco. L'esercito sardo radunato nella pianura piemontese ha, data la posizione centrale di Torino, la facoltà di minacciare contemporaneamente tutti i passi alpini dal Piccolo S. Bernardo ali' Argentera. Non si deve quindi tralasciare nulla per essere prontamente informati sui movimenti del nemico . Il mezzo migliore è quello di disporre di uomini fedeli in Piemonte; si possono così ricevere notizie sicure da Torino in 24 ore. La linea di difesa e di schieramento è sempre quella che si appoggia a Briançon-Guillestre-Tournoux. Per coprirsi da possibili attacchi provenienti dalla Savoia è necessario prolungarla a sinistra, fino a Montmeillan-Barraux. Caposaldo di questa linea difensiva è Briançon. Le deduzioqi tratte da Bourcet per giustificare questo concetto operativo sono le seguenti. Briançon è piazza così ravvicinata alla frontiera da costituire un elemento offensivo importante sia per un'offensiva contro il Piemonte sia per un'offensiva contro la Francia, qualora cada in possesso dell'assalitore. Da Briançon si minaccia Grenoble, situata sulla strada più diretta per il cuore della Francia, per la linea del Galibier-Montmeillan, per quella di Bourg d'Osysans e per quella di Montdauphin-Chorges-Gap. Briançon è un obiettivo molto importante per un attacco piemontese perché il suo possesso e quello dei colli di Galibier, di Monetier e di PertuisRostang permette di raccogliervi forze sufficienti per procedere sia verso Grenoble sia lungo la Durance. Un'offensiva piemontese iniziata colla presa di Briançon spezzerebbe la linea di resistenza francese, la quale sarebbe naturalmente costretta a coagularsi in due punti, Bourg d'Oysans e Montdauphin, separati da 15 leghe di alte montagne. Una volta perduta Briançon, sarebbe difficile poterla riprendere. Si


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deve quindi dedicare molta attenzione a questa piazza ed impedire che essa cada nelle mani del nemico facendone il perno della difesa. Ciò posto, gli attacchi dei Piemontesi possono avere due direzioni principali: Savoia-Delfinato e Provenza. La prima è la più probabile, perché per la seconda è necessaria una flotta che sostenga le forze .di terra. Si può perciò riunire il grosso della difesa fra Briançon e Montdauphin ed attuare una difesa permanente ancorata al Varo nei punti di passaggio, sussidiata eventualmente da operazioni controffensive partenti da Tournoux. Bourcet si inspira evidentemente, nel suo concetto difensivo alle operazioni compiute dal maresciallo Berwick ed al suo concetto operativo, illustrato dallo stesso maresciallo nei suoi Mémoires: "le ricognizioni fatte mi illuminarono sul modo di schierarmi per la difesa di questa frontiera: da Antibo cioè al lago di Ginevra. Questo fronte è ampio più di sessanta leghe attraverso le Alpi. La difensiva era cosa difficile, perché il nemico dalla pianura del Piemonte, con un obiettivo ben determinato, poteva rapidamente convergere con tutte le forze sul punto ch'egli voleva; mentre noi, incerti sul suo disegno, saremmo stati costretti a frazionarci per tutto difendere: era quindi probabile di essere rotti in qualche punto, e lasciare il nemico padrone della situazione. Pensai perciò ad un nuovo schieramento, grazie al quale potessi giungere in tempo su tutti i punti con tutto l'esercito, o quanto meno con forze sufficienti per arrestare l'offensiva nemica. Pensai ad una linea della quale il centro fosse spinto innanzi, e ne fossero ritirate la destra e la sinistra; così avrei percorso sempre la corda e il nemico necessariamente l'arco. Presi Briançon come punto fisso di quest'arco, il punto in cui doveva essere il grosso delle mie trupe, e dal quale dovevo lanciarle a destra o a sinistra, secondo i movimenti del nemico. La linea passava a destra per la valle di Barcelonnette e cadeva al di là, per il colle di Caillale, nella valle d'Entraume, dove il Varo ha la sorgente, e proseguiva fino allo sbocco nel Mediterraneo, fra Saint-Laurent ed Antibo. Per assicurare le comunicazioni da quel lato feci costruire a Tournoux, nella valle di Barcelonnette, un campo trincerato che doveva servirmi da magazzino e da deposito per le truppe nel caso che il nemico movesse nella direzione Cuneo-Tenda. L'entrata nella valle di Barcelonnette era molto agevole e da essa si poteva procedere fino a Seyne ed alla Durance permettendo al nemico di giungere rapidamente nel mezzo del nostro paese. Ero beo sicuro di sbarrare questa via con Tournoux. La linea a sinistra passava per il colle del Galibier, cadeva a Valoire, di là a Saint-Jeande-Mourienne, e quindi, coperta dall'Arc fino alla sua confluenza nell'Isère, fino a Montmeillan ed a Barraux, dove avevo pensato di erigere un altro campo trincerato. Non ritenevo conveniente mantenermi padrone della Tarantasia né del rimanente della Savoia perché la mia linea d'operazione sarebbe riuscita troppo diritta ed il nemico avrebbe poturo operando, con veloci contromarce, rompermi in alcuni punti; retrocedendo la mia linea, ero sempre sicuro di prevenirli.


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Oreste Bovio

Siccomè dalla conservazione del punto di mezzo della mia linea dipendeva tutto il sistema, ritenni opportuno assicurarmi il possesso di Briançon, dominata da tutte le alture circostanti, e sulla quale sapevo che il re di Sardegna teneva sempre rivolti gli occhi, vi feci perciò costruire un campo trincerato". Bourcet continua poi con altre ipotesi: - se il re di Sardegna apparisse in forza nella valle d'Aosta ed in quella della Dora, minaccerebbe da un lato Barraux e dall'altro Briançon. Il migliore schieramento sarebbe allora quello con il grosso a Valoire, la sinistra a Barraux e la destra a Briançon. Attraverso i colli del Galibier e della Poussonière le truppe possono portarsi dalla sinistra al centro e dal centro alla destra in due tappe; - se il nemico si radunasse nella vallata di Susa per impadronirsi di Briançon e dalla Dora marciasse nella valle della Clairée attraverso i colli di Thures, dell'Echelle, della Mulotière, della Grande Hache e del Monginevro, la difesa dovrebbe allora schierarsi sul contrafforte fra Guisanne e Clairée, appoggiando la sinistra al colle di Chardonnett e la destra alla Croce di Toulouse (Briançon) e trincerarvisi; - se il nemico, essendo in forze nella vallata di Susa, mandasse truppe nelle valli di S. Martino, di Luserna e di Casteldelfino per penetrare nella valle del Guil, sarebbe necessario schierarsi a Roux, appoggiando la destra al castello di Queyras, la sinistra alla montagna di Soulier, il centro di fronte al villaggio dello stesso nome. Agli attacchi provenienti dalla valle di Stura fa barriera il passo di Tournoux; - vi è un modo per investire la piazza di Briançon: il re di Sardegna può tentarlo, ma dev'essere fondato specialmente sulla rapidità delle mosse e nella sorpresa. Avanzare rapidamente e contemporaneamente dalla Moriana e dalla valle di Stura. Dalla prima direzione marciare su Valoire, impossessarsene, passare il Galibier e discendere su Monestier; dalla seconda entrare nella valle dell'Ubaye, impadronirsi del colle di Vars e del ponte di St-Clément sulla Durance ed occupare il Lauset per coprire le spalle. Le comunicazioni fra il Drac e la Durance sarebbero ridotte a due soli colli, la piazza di Briançon separata dal Rodano, e la nuova posizione difendibile con poche truppe. Se riassumiamo queste ipotesi offensive e gli schieramenti difensivi che ne sono la conseguenza, Bourcet ci porta ad una considerazione importante: che alla cresta alpina succede immediatamente una seconda linea, più difficile della linea di displuvio, costituita dai massicci che stanno fra I' Are ed il Drac e fra questo e la Durance, che arresta il movimento offensivo attraverso alle Alpi copre la linea più diretta che dalla pianura piemontese tende al centro della Francia. "Si può notare che la più grande parte di queste posizioni, conclude Bourcet, sono poste su sommità di montagne, alcune. inaccessibili ed altre


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d'. un accesso così difficile , che sarebbe temerità attaccarvi le truppe che vi fossero 'trincerate. Il nemico, superiore in forze, può fare diversioni ed aggirarle. È questo un inconveniente proprio delle regioni montane: non esistono posizioni che sfuggano a questa legge. Una siffatta considerazione deve indurre la corte di Francia, qualora fosse costretta ad operare difensivamente sulla frontiera alpina, ad accordare al generale che avrà la direzione delle operazioni un esercito assai forte, per fare una difesa attiva: in modo cioè che egli possa approfittare degli errori del nemico e mutare la guerra da passiva in attiva".


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PARTE TERZA

TESTIMONIANZE


MONS. MARIO SCHIERANO

SITUAZIONE DELLE TRUPPE ITALIANE NELL'ISOLA DI CRETA DOPO L'8 SETTEMBRE 1943

Circa la metà delle forze italiane di presidio a Creta costituirono, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, l'immane olocausto di cui chi scrive fu diretto testimone - di vittime ingiustamente dimenticate nel quadro dei sacrifici di sangue italiano nell'ultima guerra mondiale . Questa strage è avvenuta, in gran parte, per il siluramento e bombardamento di piroscafi tedeschi da parte degli inglesi nel trasporto dei prigionieri dall'isola al continente. Chi scrive, già cappellano militare del 51 ° Reggimento artiglieria e poi responsabile dell'assistenza spirituale di tutte le truppe italiane rimaste nell'isola sino alla resa e al rimpatrio , può valutare, pur senza possedere una completa documentazione, attorno ai diecimila uomini il numero dei soldati della guarnigione di Creta morti sull'isola ma sopratutto in mare. Per comprendere questo gigantesco gioco al massacro degli italiani, imbarcati dai tedeschi e affondati dagli inglesi, bisogna inquadrarlo negli avvenimenti conseguenti all'armistizio de11'8 settembre. Le informazioni riportate in questo scritto sono o personali o fornitemi da ufficiali presenti agli avvenimenti. * *

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In un discorso ai Comuni Churchill aveva definito la guarnigione italo tedesca di Creta "sessantamila prigionieri che hanno per noi il vantaggio di mantenersi da sé".


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In realtà al momento dell'armistizìo si trovavano in Creta circa ventiduemila soldati italiani agli ordini del Generale di divisione Angelico Carta. Le truppe d'occupazione erano costituite dall'intera Divisione "Siena" (31 ° e 32° Fanteria e 51 ° Artiglieria) dai reggimenti di fanteria 265° e 341°, da un battaglione di Guardie di Finanza, un battaglione di Camicie Nere, da gruppi speciali di artiglieria , da unità del Genio, della Marina, dei Servizi. Occupavano la parte orientale dell'isola mentre la parte centrale ed occidentale era presidiata da circa quarantacinquemila tedeschi distribuiti nella 22a Divisione di fanteria moto-corazzata, in una brigata da fortezza e appoggiati da una forte aviazione e numerosi servizi. Gli italiani dipendevano ope. rativamente dal Comando tedesco della "Fortezza di Creta" e questo dal Comando tedesco del Gruppo armate Sud-Est. Le truppe italiane erano cioè incapsulate in un dispositivo di comandi prevalentemente tedeschi. Questa situazione facilitò l'azione che i tedeschi svolgeranno non solo dopo l'armistizio ma anche prima, subito dopo il venticinque luglio con la costituzione. del Governo Badoglio. Con il pretesto dell'imminenza di un attacco anglo-americano e della scarsa potenzialità delle truppe italiane prive di mezzi motocorazzati, il Comando Fortezza dislocò nella zona occupata dagli italiani due battaglioni motocorazzati del 16° Panzer-Grenadieren, un gruppo di artiglieria e reparti del reggimento pionieri da fortezza. Lo schieramento italiano distribuito sulla costa orientale si trovò così ad avere alle spalle forze poderosamente armate ed addestrate, pronte ad intervenire in ogni direzione. L'annuncio d~ll'armistizio, improvviso e non psicologicamente preparato, provocò grandi manifestazioni di giubilo in una truppa stanca di anni di guerra e di lontananza da casa (molti non vedevano la famiglia da più di trenta mesi a causa della difficoltà dei trasporti). Il 9 settembre mattina il generale Carta si incontrò con il Generale Muller comandante la 22a divisione tedesca per concordare l'evacuazione delle truppe italiane dall'isola. Chiese di poter concentrare i reparti in vicinanza dei porti ma gli si replicò che le navi italiane se ne erano andate per ordine del governo italiano e altre navi non erano disponibili. Il generale tedesco chiese ed ottenne prima l'evacuazione dai capisaldi e poi, in successivi incontri, la consegna delle armi pesanti, di quelle leggere collettive, il concentramento dei reparti in separate zone dell'isola.


Situazione delle truppe italiane nell'isola di Creta dopo 1'8 settembre 1943

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Il generale Carta, rimasto isolato dai superiori comandi italiani pbche ore dopo l'armistizio, visse ore drammatiche posto di fronte a urgenti richieste di estrema gravità senza il conforto di ordini superiori negoziando quindi in condizioni di estrema debolezza. Egli sapeva d'altra parte, attraverso agenti inglesi nell'isola, che il comando britannico del Medio Oriente non poteva dargli alcun aiuto. Gli ultimi messaggi del Comando XI Armata, giunti nelle prime ore del nove settembre, contenevano direttive di massima, valide al momento ma insufficienti per definire il corretto comportamento successivo, data la radicale evoluzione della situazione. Gli ordini dicevano: a) le truppe italiane, se i tedeschi non faranno atti di violenza armata, non volgeranno le armi contro di loro; b) non faranno causa comune con i ribelli né agiranno contro truppe anglo-americane che eventualmente sbarcassero; e) reagiranno con la forza ad ogni violenza armata. Il secondo messaggio ordinava di consegnare ai tedeschi i caposaldi. Nella prima fase delle trattative il generale si attenne a queste istruzioni ma poi l'interruzione del collegamento lo costrinse ad agire di sua iniziativa. La consegna dei caposaldi e delle armi avvenne senza incidenti e terminò la sera dell'undici settembre, salvo per alcuni reparti i cui comandanti si opposero dandosi alla montagna. Si trattava di due battaglioni del 265° fanteria e di una parte del battaglione delle Guardie di Finanza, che vennero però energicamente richiamati dal Generale Carta il quale fece lanciare dei manifesti nella loro zona invitandoli a restare uniti per ogni evenienza. Le truppe in massima parte rientrarono in buon ordine anche perché la popolazione greca, la cui propaganda aveva determinato lo sbandamento, timorosa di rappresaglie e impossibilitata a fornire loro le risorse necessarie, li respinse. Una parte dell'armamento di questi reparti passò però ai partigiani greci allarmando i tedeschi i quali si proposero di rastrellare la zona ma ne furono dissuasi dal Generale Carta che aveva ancora in mano la situazione . Solo qualche centinaio di soldati e qualche decina di ufficiali rimasero in montagna. La situazione degli italiani andava mano a mano indebolendosi e il generale fu costretto a comunicare alla truppa la circolare del Comando Fortezza nella quale si proponeva ai militari italiani di scegliere tra il continuare a combattere a fianco dei tedeschi, o lavorare per loro o essere internati. Il risultato della consultazione circa le scelte proposte allarmò ulteriormente il Comando tedesco poiché solo un centinaio di militari accettò di continuare a combattere men-


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tre gli altri scelsero il lavoro o l'internamento. Ma ciò che fece precipitare definitivamente la sìtuazione fu la fuga del Generale Carta che abbandonò improvvisamente il comando e si diede alla montagna con l'aiuto di partigiani greci; si imbarcò poi su un mezzo navale britannico che lo portò in Egitto. Dì là inviò, a mezzo di aerei britannici, un proclama che incitava le truppe italiane a)la resistenza contro i tedeschi!!!!!! Furono questi fatti a indurre il Comando tedesco a liberarsi al più presto di migliaia di italiani, potenziali avversari, organizzando precipitosi imbarchi delle nostre truppe, facile preda dei sottomarini o degli aerei inglesi. Scoperta la fuga del Generale Carta, gli altri generali in sottordine: Andreini, Ghiselli, Matteucci, furono immediatamente internati e trasferiti, via aerea, sul continente. li 19 settembre vennero pure internati gli ufficiali del Comando e, in seguito, tutti gli altri ufficiali; il 21 settembre i trasferimenti erano terminati e le truppe tutte disarmate. Il 22 il Comando truppe italiane in Creta cessò di funzionare . Ufficiali e truppa furono così chiamati a fronteggiare da soli la tragica situazione che si era venuta a creare, e vennero divisi materialmente con lo sparpagliamento in zone diverse e distanti e moralmente dalla diversa scelta della posizione da assumere. I militari erano infatti divisi in quattro gruppi: combattenti, lavoratori armati, lavoratori disarmati, internati. In una prima fase gli italiani furono concentrati in quattro diverse località, presso La Canea, Retimno, Iraclion e Neapolis . l n seguito, divisi in piccoli gruppi, furono assegnati, esclusi gli internati, ad unità tedesche o italiane combattenti. Chi scrive, come preposto all'assistenza spirituale delle truppe, ha potuto constatare da vicino i tormentosi conflitti di coscienza di uomini combattuti da opposte esigenze, ideali e pratiche. In queste note mi intratterò particolarmente sul tema del morale della truppa come quello più vicino alla mia competenza ed esperienza. Ma prima accennerò alle stragi avvenute in mare per la forte incidenza che ebbero sulle opinioni e sulle reazioni. Si era sparsa presto la voce dell'affondamento di alcune navi di piccola stazza, cariche di internati italiani: tra queste un natante con circa 200 soldati e cinque ufficiali provenienti da Rodi e Scarpanto, affondato dagli inglesi presso l'isola di Cret a. Le notizie arrivavano però confuse e contradditorie. Intanto nel porto di La Canea un grosso piroscafo francese, il "Simfra" di quattordicimila tonnellate,


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preda di guerra dei tedeschi, si riempiva di bombe e benzina. Divenuta la base di Creta strategicamente poco importante, i tedeschi si liberavano del materiale bellico per inviarlo su altri fronti. Finito il carico nelle stive inferiori , i tedeschi decisero di riempire quelle superiori con prigionieri italiani e greci. Misero una grande scritta "Prisonners of war" sulla fiancata della nave credendo di ingannare gli inglesi, perciò vi fecero salire anche in centinaio dei loro soldati in viaggio di licenza. In tutto vi erano circa 3200 persone (200 greci, 100 tedeschi, gli altri italiani) . Venni avvertito che i soldati italiani imploravano di avere con loro un cappellano militare; decisi di andarci io. Partimmo la sera del 18 ottobre 1943 dal porto di Suda dove era arrivata la nave da La Canea per imbarcare altri soldati italiani. A circa metà strada tra l'isola di Creta e l'isola di Milo, in una notte limpida di plenilunio, fummo attaccati da aereosiluranti britannici che - seppi dopo - erano partiti dall'isola di Cipro. Un siluro colpì la nave ma solo a un bordo, la scosse violentemente ma non l'affondò. Il "Simfra" fece marcia indietro verso Creta ma dopo poco dovette fermarsi per lo scoppio delle caldaie. Gli aerei britannici volteggiavano sulla nave ormai ferma e lanciavano bombe. Una colpì la ciminiera centrale e divampò un incendio furioso che si propagò verso le due estremità della nave. I soldati si buttavano in mare tra grida, invocazioni e spari di armi tedesche rivolte contro i nostri. Fu una notte tremenda; morirono circa 2600 italiani. Io venni salvato dai tedeschi con alcuni miei compagni dopo quattordici ore. Ho visto coi miei occhi aerei inglesi che mitragliavano i mezzi di soccorso! I superstiti furono portati nelle carceri di La Canea e minacciati di decimazione perché accusati di aver ucciso sul "Simfra" alcuni soldati tedeschi, forse per strappare i salvagente che avevano solo loro. L'8 febbraio 1944 il piroscafo "Petrella" con a bordo migliaia di soldati italiani (il numero preciso non si seppe mai perché non vi erano ruolini di imbarco ma si parlava di 3-4 mila) partì per il continente scortato da due motovedette e alcuni aerei. Al largo della baia di Suda il piroscafo venne attaccato da aerei inglesi che ne provocarono prima l'immobilizzo e l'allagamento della stiva centrale , poi lo scoppio che spaccò la nave in due. Il numero dei superstiti , malgrado la lodevole opera di soccorso prestata da pescatori greci, fu scarso: qualche centinaio. Io andai a riceverli ma non potei fare molto per loro perché ero ancora prigioniero dei tedeschi sia pure con relativa libertà di movimento.


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Non si può comprendere il comportamento tenuto dopo l'armistizio dagli uomini della guarnigione italiana in Creta se non si considera l'isolamento assoluto in cui furono lasciati. A partire da poche ore dopo l'armistizio, nessuna comunicazione fu possibile stabilire con i comandi militari o con qualsiasi altra autorità . Mai un collegamento venne tentato da parte del Governo Badoglio.; dalla Repubblica Sociale di Mussolini arrivò un telegramma augurale nel marzo 1944. Perciò ogni decisione degli ufficiali e della truppa fu adottata in base alla situazione locale, l'unica direttamente nota nella ridda di informazioni manipolate sia dai tedeschi che dalla propaganda greca. L'annuncio dell'armistizio, non preceduto da adeguata preparazione morale, fece cadere ogni capacità combattiva nella illusione del rientro a casa. Tanto meno ufficiali e truppa erano preparati a combattere contro un avversario che fino a quel momento era considerato alleato e col quale per anni si erano intrattenuti, nell'isola , rapporti di stretta collaborazione. Inoltre il contegno dei tedeschi, nei primi giorni susseguenti l'armistizio, fu, come mi hanno confermato componenti del Comando truppe italiane, comprensivo e conciliante tale da evitare ogni incrinamento di questi sentimenti, con l'evidente scopo di portare a termine senza incidenti le operazioni di cessione dei caposaldi e delle armi . Quando si seppe della fuga del Generale Carta e giunsero le notizie sulle tante vittime di commilitoni per naufragio, l'impressione fu enorme. Nessuno aveva idee chiare sulla situazione venuta a crearsi in Italia come si ignoravano le reali intenzioni del generale che aveva abbandonato i suoi uomini, ma la condanna per il suo atteggiamento fu, si può dire, unanime tanto più che aveva causato un irrigidimento dei tedeschi che da allora accentuarono notevolmente le misure restrittive. ' D'altra parte gli affondamenti di navi, cariche di italiani, per opera degli inglesi, mettevano in cattiva luce i nuovi alleati dell'Italia di Badoglio, che per affondare una nave del nemico non esitavano a sacrificare migliaia di italiani infierendo persino sui superstiti. In questa enorme confusione di idee, se con l'armistizio dell '8 settembre il sogno del soldato italiano era di partire da Creta, ora con lo spavento di essere imbarcato e inviato a quasi sicura morte, il suo desiderio fu di restare nell'isola. E questo era possibile solo


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con la collaborazione con i tedeschi . Ecco perché crebbe il numero di coloro che accettarono di restare al loro fianco, ben sapendo che in seguito agli sviluppi della guerra con l'attacco alleato in Normandia , l'isola di Creta non sarebbe più stata zona di combattimento. Questa la situazione generale. Vorrei ora aggiungere una parola circa .i gruppi di soldati che fecero scelte diverse. I resistenti in montagna non furono molti e la loro sorte fu , in genere, molto dura. A Sitia, nella parte orientale dell'isola, dove si era verificato il temporaneo sbandamento di alcuni reparti del 265° Reggimento Fanteria, durante un rastrellamento tedesco alcuni giovani ufficiali (capitano Bonifacio, tenenti Boemi, Pugliese, Tea, Fiengo, Ghiaia) pagarono con la vita il tentativo di riprendere la lotta in montagna. La sopravvivenza alla macchia era estremamente difficile in un'isola dai monti aridi e brulli, scoperti, con scarsissime risorse di viveri. Nella provincia di Lassithi, già occupata dagli italiani, questi erano ben visti dai greci per il loro comportamento umano e per l'assistenza data alla popolazione ed è in questa zona che si verificarono, in maggior numero , i tentativi di darsi alla montagna. Ma gli abitanti temevano le rappresaglie dei tedeschi che minacciavano la pena di morte ai greci che non denunciassero la presenza di italiani. Perciò invitarono gli sbandati ad andarsene oppure li denunciarono come è avvenuto in più di un caso. Questo voleva dire una condanna a morte sicura e a chi scrive toccò la terribile sorte di assistere questi innocenti e ignari soldati prima che le loro giovani vite venissero stroncate dall'inesorabile disciplina tedesca. Gli ultimi sbandati , circa duecento, del settore orientale, approfitteranno del bando di amnistia di Mussolini del maggio 1944, esteso dai tedeschi all'isola, per consegnarsi. Nell'isola operavano alcuni gruppi di partigiani greci divisi in opposte tendenze politiche, nazionaliste o comuniste. Ciascun gtuppo , in gara di emulazione, cercava di procurarsi il maggior numero di armi possibile, sopratutto a spese degli italiani. Quando nel settembre 1944 il Comando tedesco ordinò l'evacuazione parziale dell'isola per costituire una testa di sbarco attorno a La Canea, parecchi italiani disertarono dalle file tedesche portando armi e bagagli, ma, dopo essere stati spogliati di tutto speciahnente dalle bande comuniste, furono addetti, con pessimo trattamento , ai lavori più umili e pericolosi. Ebbero miglior trattamento quelli che si consegnarono alla missione inglese di collegamento. Sembra che questa


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missione alleata abbia dato, a un certo momento, discrete istruzioni ai proprii agenti perché fosse attenuata la propaganda per la diserzione degli italiani combattenti nelle file tedesche, onde evitare l'affluenza di armi ed equipaggiamenti alle bande comuniste con le quali erano ormai in guerra aperta. È bene spendere una parola sui cosidetti volontari combattenti a fianco dei tedeschi. Come abbiamo già detto, dopo la fuga del generale Carta e gli affondamenti delle navi si era diffuso tra gli italiani un atteggiamento antinglese accompagnato dal timore di altri pericolosi imbarchi e, di conseguenza, era cresciuto il numero di adesioni alla categoria combattenti. In un primo tempo questi volontari furono utilizzati dai tedeschi per rafforzare i loro organici, ma in seguito a costanti pressioni esercitate dagli ufficiali italiani fu consentita la formazione di una compagnia e venne mantenuto in armi il · battaglione di Camicie Nere. Solo nel settembre 1944 fu autorizzata la costituzione di un Reggimento su tre battaglioni, comandato dal Tenente Colonnello Gianoli coadiuvato da undici ufficiali che fin dall'inizio avevano scelto la categoria dei combattenti. Al reggimento fu affidata la prima linea di difesa della testa di sbarco a La Canea. Lo spirito di coloro che vollero e organizzarono reparti italiani fu sostanzialmente quello di costituire, con proprii comandanti e proprii mezzi, uno strumento autonomo di protezione degli italiani abbandonati a se stessi in mezzo a una popolazione ostile, ad un ex alleato offeso e a nuovi alleati del tutto indifferenti alla loro sorte. Un primo risultato fu la sospensione delle partenze via mare, dopo che i comandanti italiani fecero presente al Comando tedesco che, in caso contrario, non avrebbero garantito la condotta della truppa. Gli ufficiali italiani avevano anche chiesto, nel marzo 1944, la sospensione di rappresaglie collettive a seguito di diserzioni individuali, l'aumento della razione viveri agli internati e la costituzione di più ampi reparti sotto comando italiano. Richiesta questa che, come già detto, fu soddisfatta solo nel settembre dello stesso anno per l'indebolimento del contingente tedesco a causa di trasferimento di truppe sul continente. Infatti dopo l'evacuazione di tre quatti dell'isola, rimasero solo diecimila tedeschi e 5000 italiani dei quali 2800 combattenti in reparti italiani, 1400 lavoratori in reparti tedeschi e 800 internati. I tedeschi non avrebbero voluto la presenza di cappellani militari ma, su richiesta degli italiani, fu consentito a tre Cappellani di


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restare con le truppe. Essi svolsero un'opera preziosa di assistenza e di consolazione estesa a tutti gli italiani rimasti nell'isola, senza distinzioni di categoria. Gli internati, nei campi di concentramento, furono trattati con durezza ma, generalmente, senza crudeltà. La sorte dei lavoratori fu · molto migliore. Concludendo si può dire con certezza che la presenza del Reggimento o Legione di italiani ha evitato molte nuove umiliazioni e molti altri lutti. A seguito del messaggio dì resa trasmesso per radio dal Maresciallo Graziani il 1° maggio 1945, i comandanti italiani informarono il generale tedesco che intendevano attenersi a tale ordine. Il giorno 4 maggio i battaglioni vennero sostituiti sulla linea di avamposti da essi presidiata e quindi autorizzati a lasciare la fortezza previi accordi con la missione britannica sull'isola per garantire la sicurezza degli uomini nelle operazioni di sganciamento. In realtà la situazione politica dell'isola era incerta ed aveva visto scontri sanguinosi tra formazioni partigiane comuniste ed esercito regolare greco cosicché la zona circostante la fortezza non era adeguatamente controllata. A l compito di trattare le condizioni dì resa con i greci fui designato io dal Colonnello Gianoli in considerazione della mia posizione neutrale come cappellano militare, dei buoni rapporti da me intrattenuti in passato con autorità greche religiose e civili, e per la conoscenza delle lingue. Questo fu l'unico caso in cui un ecclesiastico sia stato designato a tale compito in uno dei fronti dell'ultima guerra mondiale. La trattativa si svolse a Retimno con un Brigadiere generale dell'esercito ellenico. Firmati i documenti della resa incondizionata, fui costretto a brindare, con la morte nel cuore, alla fine di una guerra da noi perduta. Fui poi intervistato da due ufficiali inglesi dell'lntelligence Service che però mi risparmiarono domande imbarazzanti. A me fu concesso di restare fuori del campo di concentramento in abiti civili. Furono giorni strani e tristi. Mi capitò di assistere al solenne ricevimento riservato all'Arcivescovo di Atene, Damaskinos, che fungeva anche da Vice Re di Grecia. Ritornava da una visita all'isola di Rodi e il suo discorso cominciò così: "Vengo dal Dodecanneso liberato dove l'autentico popolo greco mi ha accolto trionfalmente . ..". La gente applaudiva ad ogni frase, io pensavo ai nostri possedimenti dell'Egeo perduti. Dopo una diecina di giorni fummo tutti imbarcati con destina-


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zione Taranto dove venimmo distribuiti nei vari campi di concentramento. Il periodo di prigionia sotto gli inglesi fu molto severo e durò per me più di un mese, ma mentre a me fu concesso di tornare a casa perché dichiarato "immune da crimini di guerra", gli altri ufficiali e soldati dovettero ancora subire altre umiliazioni e sofferenze in Algeria come prigionieri in campi inglesi. Gravava su di loro l'accusa di avere collaborato con il nemico. Spero che quanto ho scritto in questo breve memoriale serva a dare un più giusto giudizio sulle vicende belliche italiane nell'isola di Creta e a tributare un omaggio alle migliaia di soldati, trovatisi in una situazione caotica, e caduti nella convinzione di avere adempito sino all 'ultimo il proprio dovere. MONS. MARIO SCHIERANO

Arcivescovo titolare di Acrida Ordinario Militare per l'Italia onorario


PARTE QUARTA

RICERCHE


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FRANCESCO FATUlTA

CENNI SULL'IMPIEGO DELL'ARTIGLIERIA CONTRAEREA NEL CORSO DEL PRIMO CONFLITTO MONDIALE

Le origini

La necessità di controbattere l'azione dei dirigibili e dei mezzi aerei in genere, il cui impiego poteva essere previsto in qualunque conflitto che impegnasse le maggiori potenze mondiali, portò nel 1912 il nostro Ministero della Guerra a richiedere uno studio in merito. Al momen to non si trattò di un progetto specifico, bensì si ipotizzò, nell'ordinare lo studio del materiale da 70 mm per le Batterie a Cavallo 1 , che lo stesso dovesse avere il massimo settore verticale di tiro, al fin e di permetterne l'uso contro possibili obiettivi volanti. Le esperienze maturate nel corso del conflitto italo-turco, che videro da parte italiana l'impiego sia pur embrionale della componente aerea, portarono nello stesso anno alla creazione di una Commissione Mista, composta da ufficiali dell'Esercito e della Marina, destinata a fissare le caratteristiche di un tale tipo di arma. Contemporaneamente era stata istituita una Commissione Tecnica da inviare all'estero, p er valutare l'acquisto e l'eventuale produzione su licenza di armi di piccolo calibro, sempre destinate al tiro contro aerei o aeronavi. L'attività di tali Commissioni avrebbe dovuto portare ad una fase di valutazione e sperimentazione dei singoli materiali di proveI UFFICIO STORICO DELLO STATO M AGG IORE. DEl.l: EsERCITO, L'Esercito Italiano nella Grande Guerra 1915-18, Volume I: Le Forze Belligeranti (Narrazione), la Ristampa, Roma 1974 , (d'ora in poi citato come Rei. Uff. , op. cit., Narrazione) , pagg. 100.


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Francesco Fatutta

nienza estera, presso il poligono di Nettuno . Più dettagliatamente dovevano essere presi inizialmente in esame due cannoni semiautomatici EHRHARDT da 75 mm (di cui uno montato su autocarro) , un cannone automatico da 37 mm prodotto dalla VICKERS e tre mitragliere, una da 12 mm della HOTCHKISS , e due da 25,4 sempre della VICKERS, nella versione someggiata e non, ai guaii in seguito era previsto dovessero aggiungersi altri materiali stranieri . Le prove, previste per il luglio 1914 iniziarono quando non tutti i materiali erano ancora giunti e dovettero essere sospese e rinviate all'autunno successivo a causa di una epidemi_a malarica che si stava manifestando nella zona di Nettuno. Lo scoppio del conflitto e la contemporanea chiusura- dei mercati esteri di approvvigionamento, imposero forzatamente l'abbandono di tali prove su materiali stranieri ed un contemporaneo riesame di ciò che l'industria nazionale poteva fornire, mentre ad un costituendo "Reparto di Artiglieria Contraerei" fu affidato il compito di raggruppare organicamente il poco materiale disponibile, nell'intento di provvedere agli immediati bisogni delle Armate schierate al fronte oltre che alla protezione di obiettivi industriali e stabilimenti militari siti nelle retrovie.

Il primo anno di guerra Allo scoppio del conflitto, nel maggio 1915, la Specialità Contraerea consisteva nel Reparto Contraerei di Nettuno, costituito il 20 gennaio dello stesso anno 2 ad opera del 13° Reggimento Artiglie-

2 Gen. CARLO MONTÙ , Storia dell'Artiglieria lfaliana, Volume XIII, pagg. 562. Il Reparto fu costituito su pressione della Commissione Mista che gli delegò i seguenti compiti: - istruzione del personale; - studio relaiivo alle tecniche d'impiego (comprese quelle relative all'utilizzazione di bocche da fuoco leggere o fucili); - determinazione delle tavole di tiro relative ad alcuni calibri prescelti; - formazione di Sezioni contraerei da impiegare in operazioni campali. Da un punto di vistra struuurale la n.eocostituita unità ebbe i seguenti organici: 1 capitano; 4 subalterni; IO sottufficiali; - 160 caporali e soldati - 60 cavalli.


Cenni sull'impiego dell'artiglieria contraerea ecc.

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ria da Campagna di Roma , dal quale dipendevano 4 Sezioni d' Artiglieria Contraerea mobilitate il 21 maggio ed avviate, salvo la 3", in zona di operazioni. Più dettagliatamente erano state costituite 3 : l" Sezione, schierata a Treviso e composta da: 1 Cannone da 75 E (EHRHARDT) 1 Mitragliatrice da 6,5 mm (HOTCHKISS) 1 Proiettore - 2a Sezione, schierata a Boscomantico e composta da: 1 Cannone da 75 CK 4 1 Proiettore - 3a Sezione, destinata a schierarsi a Baggio (Milano) e composta da: 1 Cannone da 37. mm (VICKERS) 1 Mitragliatrice da 25 mm (MAXIM) - 4a Sezione, schierata a Campalto e composta da: 2 Cannoni da 75/911 C trainati Ad esse andavano aggiunte .3 Sezioni Mitragliatrici mod. 911, adatte al tiro contraereo, traspprtate su motociclette con carrello laterale, costituite nel mese di giugno con personale proveniente dal 1° Rgt. GRANATIERI DI SARQEGNA. Come si può notare si trattava di unità non omogenee, costituite con lo scarso materiale disponibile, in attesa che l'industria nazionale fosse finalmente in grado di fornire armamenti sostitutivi. A questo proposito è bene ricordare la proposta della ditta genovese Ansaldo che offrì, di propria iniziativa, al Ministero della Guerra alcuni tipi di cannone da 102/35, da 76/1.7 e da 76/45 da destinare al tiro contraereo 5 . Declinata l'offerta per il 102/35, ritenuto di calibro troppo elevato per le esigenze del momento, venne invece deciso di prendere in considerazione le altre offerte e nel contempo venne assegnato all'Ansaldo il compito di sperimentare altri tipi di armi.

3

Gen. CARLO MANTù, op. cit. , Volume X, pag. 173 . Le principali sigle utilizzate per identificare i singoli pezzi han no il seguente significato: - 75/911. C (C= Commissione, cioè affusto prescelto dalla Commissione Mista); - 75 CK (C= Affusto Commissione Mista - K= cannone Krupp 75/06 trasformato in semiautomatico); - 75 AV (A= Ansaldo, costruttrice del cannone 75/27, V=Yickers, costruttrice affusto e congegni di puntamento) . 5 Rei. Uff., op. cit., Narrazione, pagg. 101. 4


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Francesco Fatutta

L'incalzare degli avvenimenti e le prime fasi di operazione, imposero la costituzione di unità organiche a livello di Batteria, utilizzando materiale da 75 CK; sorse così nel mese di agosto, la 1a Batteria Contraerei (mediante la fusione delle preesistenti 1a e 2a Sezione), subito seguita dalla 2a e dalla 3a Batteria che raggiunsero, dopo un breve periodo, la prima sulla linea del fronte. Soltanto nel novembre 1915 fu invece possibile avviare fa costituzione di altre tre Batterie, alle quali fu assegnata la numerazione progressiva di 4\ 5a e

6a.

Nel frattempo in zona di operazioni la difesa contro la minaccia aerea veniva effettuata ad opera di singoli Reggimenti da Campagna, mediante l'utilizzo di normali pezzi da 75/911 resi idonei per il tiro contraereo mediante installazioni provvisorie che consentivano di ampliare l'angolo cli elevazione. Ad essi si aggiunsero una decina di pezzi da 76/40 6 , ed un imprecisato numero di mitragliatrìci. L'uso cli tali pezzi non fu sufficiente a soddisfare le crescenti esigenze che, giorno dopo giorno, si manifestavano al fronte. Ciò sia da un punto di vista q'llalitativo, in quanto le armi prescelte non sempre potevano far uso di installazioni specifiche (spesso si doveva far ricorso a soluzioni provvisorie ed estemporanee create in loco, quindi non sempre funzionali), sia da quello quantitativo in quanto il prelievo di tali pezzi impoveriva sensibilmente le singole unità, già duramente impegnate in altri compiti. Per tale motivo, accettando le richieste del Comando Supremo, il Ministero della Guerra ordinò nel febbraio 1916 la costituzione di 12 Batterie eia 75 CK (erano comprese le tre già operative e le tre in via di completamento), di 25 Batterie da 75/911 C, dotate di appositi dispositivi da posizione, di una Sezione trainata da 75/911 C e di 10 Comandi di Gruppo, destinati nel futuro ad inquadrare le singole Batterie e Sezioni della Specialità Contraerea. È interessante notare come finalmente si fosse compresa l'importanza della componente contraerea (almeno in teoria perché come vedremo l'attuazione pratica fu oltremodo complessa e protratta nel tempo) privilegiandola nell'assegnazione dei pezzi da 75/ 911 anche a costo di dotare le pur importanti Batterie da Campagna di materiali più antiquati (75/906 o addirittura 75 A ad affusto rigido). Da non dimenticare, infine, che in questo periodo, data la penuria di pezzi di artiglieria e mitragliere, fu fatto largo impiego di <,

I pezzi in questione erano stati ceduti dalla Regia Marina.


Ce11ni sull'impiego dell'artiglieria contraerea ecc.

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fucilieri per controbattere l'eventuale offesa aerea nemica. Riuniti a squadre in apposite Stazioni di Fucileria, solitamente alloggiate presso gli obiettivi da difendere su precarie altane, essi operarono particolarmente nelle retrovje ciel fronte, costituendo l'ennesima soluzione provvisoria al problema della difesa contraerea.

La difesa del territorio e lo sviluppo nel 1916 Nel gennaio ciel nuovo anno la consistenza della nascente Spe7 cialità Contraerea, poteva essere così riassunta : 3 Batterie eia 75 CK (12 pezzi) 1 Sezione eia 75/911 (2 pezzi) - 21 Batterie da 75/911 (84 pezzi forniti da vad Reggimenti cli Artiglieria da Campagna) - 10 Pezzi da 76/40 su installazioni provvisorie 3 Sezioni mitragliatrici MAXIM 1 Sezione autocarrata da 25 mm - 23 Proiettori Globalmente si trattava di poco più di 100 pezzi d'artiglieria, buona parte dei quali provvisoriamente adibiti a compiti contraerei, ai quali si contrapponevano, sulla linea del fronte , fabbisogni decisamente maggiori . Parallelamente alle esigenze che si manifestavano in zona di operazione, si sentì inoltre la necessità di proteggere anche buona parte del territorio nazionale dall'offesa aerea nemica. Nell'ambito ciel Comando Supremo furono condotti studi accurati tendenti a prevedere la difesa di centri abitati e possibili obiettivi sia civili che militari . Tali studi comportarono per l'Italia centro-meridionale, quindi per l'area nazionale non direttamente a contatto con il fronte e le sue immediate retrovie, una richiesta di almeno 100 pezzi di artiglieria, 50 Mitragliatrici su affusto a candeliere, 50 Proiettori e l'assegnazione di circa 10.000 uomini da adibire a compiti cli difesa contraerea 8 • La richiesta fu accettata solo per quanto riguardava i materiali, ma il Ministero della Guerra non ritenne opportuno , a causa della 7

Gen. CARLO MANTù, op. ci t., Volume X, pagg. 533. Per il loro armamento furono richiesti altrettant i fucili 70/87/916, con mirini antiaerei. 8


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grave carenza di personale, adibire un così consistente numero di effettivi ad un unico, sia pur importante, compito. Si giunse pertanto ad un compromesso, disponendo la creazione di una struttura di comando permanente, composta da personale specializzato, destinata ad inquadrare, nei momenti di emergenza, aliquote della difesa territoriale opportunamente addestrate. Inoltre, considerando l'ampiezza del territorio nazionale da difendere, si dispose che le nuove Batterie da Campagna in costituzione presso i centri di mobilitazione, facessero parte integrante deJla difesa contraerea, almeno sino a quando si trovavano distaccate presso tali centri (solitamente depositi o distaccamenti-deposito dei principali reggimenti di Artiglieria da Campagna, siti nelle maggiori città italiane o in località limitrofe). Ovviamente tale compito rimase secondario rispetto all'addestramento del personale e non doveva in nessun caso comportare modifiche alla struttura organica dei singoli reparti, la cui destinazione campale doveva rimanere prioritaria. La difesa di alcuni obiettivi di interesse strategico nelle retrovie del fronte, venne risolta con .la costituzione di alcune Batterie e Sezioni da Posizione dotate di materiali non certo moderni resisi però disponibili per cessioni da parte di altre specialità (particolarmente cannoni da '75 A e 87 B). Tali unità ebbero principalmente il compito di difendere ponti e viadotti lungo il corso del Tagliamento, della Livenza, del Piave, del Brenta, dell'Adige e del Po. Per quanto riguarda la formazione delle Batterie e dei Comandi di Gruppo Contraerei, questa avvenne parzialmente e soprattutto con grandi ritardi. Si cercò di ovviare alle lungaggini che caratterizzavano la fase addestrativa a Nettuno facendo concentrare perso- . nale e materiali direttamente in zona di guerra. Si evitò così il tempo di affluenza e smistamento del personale al Reparto Contraerei, creando una nuova unità, il Reparto Personale Contraerei, con sede in Udine e dipendenza diretta dal Comando Suprèmo. Questo reparto, oltre che ricevere il personale da distaccare presso reparti in zona di guerra per la fase addestrativa, divene anche centro di smistamento dei materiali destinati alle costituende Batterie. .. A seguito di ciò, al Reparto di Nettuno , con Circolare 9.894 del 25 ottobre 1916, rimase unicamente il compito di collaudare i vari materiali che man mano si rendevano disponibili. Un compito decisamente importante ma troppo ridotto per le possibilità del Centro, il quale avrebbe potuto svolgere ancora un suo ruolo addestrativo di


Cenni sull'impiego de/l'artiglieria contraerea ecc.

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supporto, a tutto vantaggio del nuovo reparto contraereo costituito in zona di guena. Le difficoltà perdurarono per tutto il corso del 1916 sia sotto il profilo dei materiali 9 , mancando pezzi espressamente concepiti per il tiro contro i velivoli, sia dal punto di vista del personale che risultava ancora numericamente insufficiente e dotato, almeno per quanto riguardava la truppa, di scarsissima specializzazione. Da un punto di vista consuntivo, al termine dell'anno la difesa contraerea poteva disporre di 22 Batterie organiche, 315 pezzi isolati, 4 Treni Blindati e 292 mitragliatrici, per un totale complessivo di 1124 pezzi 10 . Da ricordare però che a questo schieramento andavano aggiunte altre 36 Batterie da Campagna 11 , le quali risultavano adibite alla difesa antiaerea. La fonte citata non precisa se si trattava delle già rammentate Batterie di nuova costituzione in fase di addestramento, oppure di Batterie normalmente schierate sulla linea del fronte, destinate però a svolgere una duplice funzione.

L'Evoluzione nel 1917

Le necessità belliche imposero sin dall'inizio dell'anno un riordinamento dell'artiglieria da Campagna. Ciò portò come risultato immediato al ritiro di tutte quelle Batterie da Campagna che svolgevano, prioritariamente o in maniera supplettiva, compiti di difesa antiaerea. A questo non indifferente problema, che ridusse sensibilmente il numero dei pezzi schierati con tali funzioni, si aggiunse la quasi contemporanea crescita dell'offensiva aerea nemica, sia sugli obiettivi direttamente connessi al fronte operativo che nelle immediate e remote retrovie. Fu giocoforza pertanto provvedere, con misure urgenti, al potenziamento della Specialità, il tutto però tenendo conto dell'eco-

9 Le maggiori difficoltà si ebbero nell'assegnazione alle Batterie contraeree dei pezzi da 75/911 C, in quanto gli stessi, a causa delle pressanti richieste provenienti da.I fronte, dovettero essere dirottati alle Batterie da Campagna destinate alle costituende Divisioni di Fanteria. IO U FFICIO STORICO DELLO STATO MAGGIORE DELL'ESERCITO, L'Esercito e Ì Suoi Corpi, Sintesi Storica , Volume secondo, Tomo II, Roma 1973, pagg. 535. 11 Gen CARLO MANTÙ, op. cit., Volume IX, pagg. 88.


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nomia generale degli approvvigionamenti , per non creare scompensi fra le varie componenti dell'A rma , ognuna essenziale nell'ambito della propria specializzazione. Fra i provvedimenti presi vi fu l'allestimento delle 12 Batterie da 75 CK (già precedentemente previste, ma in realtà completate solo in parte), alle quali, almeno nelle intenzioni , avrebbero dovuto aggiungersene altrettante. Si provvide inoltre ad approvvigionare specifici congegni d'impiego - installazioni Marchionni 12 - e relativi attrezzi di puntamento da destinare ai pezzi eia 75 A, il tutto per poter allestire 20 Batterie su quattro pezzi e 19 da due pezzi. Infine , compatibilmente con le esigenze della Specialità eia Campagna , si decise di far accelerare la consegna delle Batterie da 75/911 C , in maniera da poter provvedere l'allestimento medio mensile di cinque unità, valore quest'ultimo da aumentarsi non appena ultimata la prevista distribuzione ai reparti da Campagna. ParaHelamente, dato lo sviluppo numerico delle unità, fu necessario istituire degli appositi centri di comando che ne coordinassero la dislocazione e l'impiego. Così nel gennaio 1917 venne costituito presso la 3" Armata un "Comando delle Sezioni fisse d'Artiglieria Antiaerea" , posto alle dirette dipendenze del Comando di Artiglieria d'Armata, mentre in maniera analoga presso il Comando Supremo fu costituito, nel maggio 1917, un "Comando di Raggruppamento cli Batterie Contraeree" destinato a coordinare l'impiego di tutte le rimanenti unità organiche schierate in zona di operazioni. Da notare che presso le altre Armate esistevano numerose Batterie e Sezioni costituite a cura dei singoli comandi, per loro propria iniziativa, e dotate di materiale di vario genere. Vista l'impossibilità di standardizzare strutture ed armamenti, il Comando Supremo ne stabilì una denominazione specifica (Batterie e Sezioni in postazione antiaerea) lasciandone ai singoli comandi d'Armata il compito di organizzarne e coordinanrne le modalità d 'impiego 13 • 12

Si traltava di speciali sottoaffusti per poter aumentare i settori verticale e orizzontale di tiro e rendere possibile il puntamento diretto agli aerei. L'installazione prendeva il nome da quello del Colonnello Francesco Marchionni, Ufficiale del ruolo Tecnico dell'Arma, ideatore di numerose innovazioni tecniche che, introdotte sui materiali in servizio, ne migliorarono sensibilmente l'efficienza. Per quanto riguardava specificatamente il se ttore contraereo , il Marchionni studiò la trasformazione dei pezzi da 75/906 in cannoni semiautomatici 75 CK per le Batterie antiaeree e ideò le installazioni in legno omonime per rendere possibile il tiro contraereo dei cannoni da campagna da 75 A e 87 B. 13 Tale iniziativa a carattere indipendente, legata al delicato momento che la


Cenni sull'impiego del/'aniglieria contraerea ecc.

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La crescita numerica delle unità antiaeree e la loro dislocazione sia in zona operativa che lungo il territorio nazionale, imposero un contemporaneo chiarimento circa le dipendenze delle stesse, non potendo il Comando Supremo, assumersi l'intera responsabilità della difesa contraerea nazionale. Pertanto a seguito degli accordi intercorsi fra lo stesso Comando Supremo, il Ministero della guerra e il Ministero per le Armi e le Munizioni 14 , venne deciso di assegnare ad un apposito Ufficio cli Difesa Aerea Territoriale, costituito in seno a quest'ultimo Ministero , l'insieme de.Ile Batterie che non risultavano schierate in zona di operazione. Tutte le altre Batterie vennero invece riunite in Raggruppamenti di Armata così ripartiti: - 1° Raggruppamento (assegnato alla 1a Armata) - 2° Raggruppamento (assegnato alla 2" Armata - 3° Raggruppamento (assegnato alla 38 Armata) - 4° Raggruppamento (assegnato alla 4a Armata e zona Carnia) - 5° Raggruppamento (assegnato all'Ufficio Servizi Aeronautici del Comando Supremo) Di questi Raggruppamenti il 3" e il 5° sorsero per trasformazione dei preesistenti Comandi che abbiamo precedentemente visto costituiti nell'ambito della 3" Armata e del Comando Supremo. Tutti i Comandi di Raggruppamento ebbero come centro di mobilitazione il Deposito del Reparto Scuola Contraerei con sede a Belvedere di Grado. Riassumendo, alla fine del 1917, la Specialità Contraerea poteva disporre di : - 12 Batterie autocampali da 75 CK - 26 Batterie eia posizione 75/911 C Specialità stava attraversando, finì in tempi successivi per rive larsi q uasi controprod ucente, tanto che lo stesso Comando Supremo, con Circolare 8.733 del 29 maggio 1918, dovette porre freno alla libera costituzione e al relativo impiego d i tali Batterie. 14 Il 1° luglio 1915 venne istituito un Sottosegretariato per le Armi e Munizioni, allo scopo di dirigere la complessa produzione bellica, sia negli stabilimenti militari che in quelli ausiliari. Nel giugno 1917, dato l'ampliarsi delle competenze, il Sottosegretariato venne elevato a rango di Ministero, per trasformarsi nel settembre 1918 nel Commissariato per le Armi e Munizioni. Nel dicembre dello stesso anno il Commissariato fu soppresso e sostituito da un apposito Ufficio, nell'ambito ciel Ministero del Tesoro, incaricato della liquidazio ne dei servizi delle Anni, Munizioni e de lla Aeronautica.


Francesco Fatui/a

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-

19 Batterie da 75 A 12 Batterie dotate di materiale vario 10 Sezioni da 75 A - 15 Sezioni dotate di materiale vario per un totale di 69 Batterie e 25 Sezioni, alle quali andava comunque aggiunto un numero imprecisato di Batterie e Sezioni, sempre adibite a difesa antiaerea, ma costituite per iniziativa autonoma ed operanti nell'ambito di Grandi Unità di livello divisionale o superiore.

L'ultimo anno di guerra

La ristrutturazione connessa ai noti eventi seguiti alla disfatta di Caporetto e la necessità di meglio coordinare l'azione della Specialità Contraerea, portarono sin dall'inizio dell'anno ad una rettifica circa le dipendenze organiche delle Batterie antiaeree fra il Comando Superiore di Aeronautica ed il Commissariato Generale di Aeronautica, due nuovi enti che avevano sostituito i precedenti Comandi sul fronte operativo e su quello territoriale. Con Circolare N. 3.200 del 26 febbraio 1918, il Ministero della Guerra dispose che la zona di competenza del Comando Supremo raggiungesse i seguenti limiti 15 : - Lago Maggiore - Corso del Ticino sino al Po - Corso del Po sino alla confluenza con il Trebbia, sino al limite delle provincie di Piacenza e Genova, quindi il sistema appenninico seguendo i limiti delle provincie di Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Modena, Bologna, Ravenna e Forlì, sino alla stretta di Cattolica. Tutto il territorio posto ad ovest e a sud della linea immaginaria appena tracciata (in pratica l'.intero sviluppo della penisola dalla regione nord-occidentale all'Italia centro-meridionale) ricadeva, quale giurisdizione, sul Commissariato Generale di Aeronautica. Al fine di facilitare il coordinamento delle unità schierate, l'intero territorio fu suddiviso in 3 Raggruppamenti e 4 Gruppi di difesa territoriale. II 1° Raggruppamento Territoriale era a sua volta suddiviso nei Gruppi di Genova e Savona, quest'ultima comprendente le difese di Cengio e Alessandria. 15

Gen.

CARLO MANTù,

op. cit., Volume XIII, pagg. 633.


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Il 2° Raggruppamento aveva sede ad Ancona e comprendeva a sua volta i Gruppi di Ancona (con difese a lesi, Pesaro, Fano e Senigallia) e Pescara (difese di Tocco, Casauria e Bussi) . Infine il 3° Raggruppamento di Bari comprendeva i Gruppi di Barletta (difese di Foggia, Bisceglie e Molfetta) e Bari (difese di Mola, Monopoli e Lecce). Ai quattro Gruppi autonomi spettava la difesa delle città di Torino, Firenze, Roma e Napoli e delle relative zone limitrofe. Nell'estate 1918 la componente contraerea della Difesa Territoriale poteva disporre di 67 Batterie e alcune Sezioni autonome, oltre a 439 mitragliatrici, mentre erano in corso di soppressione numerose Stazioni di fucileria , che sino ad allora avevano continuato ad essere operative. Da un punto di vista addestrativo il 1918 vide lo scioglimento del Reparto Scuola Contraerei di Belvedere di Grado e la ricostituzione in data 18 gennaio del Reparto Artiglieria Contraerea con sede a Nettuno, presso la Scuola Centrale di tiro di Artiglieria da Campagna. I compiti del R eparto, finalmente riattivato, potevano essere così sintetizzati 16 : - Studio dei materiali e dei metodi di tiro contraerei - Compilazione delle tavole di tiro - Collaudo e appront amento dei materiali destinati alla formazione delle Batterie - Istruzioni degli Ufficiali destinati alla Specialità - Raccolta del personale destinato alla formazione delle Batterie - Formazione e istruzione delle Batterie Tali compiti erano principalmente svolti tramite il Deposito contraerei che: - Riceveva il personale dai Depositi territoriali dei vari Reggimenti dell'Arma e da altri enti interessati - Costituiva le Batterie e le equipaggiava e tramite la Scuola Contraerei che oltre a svolgere corsi di istruzione per gli Ufficiali e corsi di specializzazione per Mitraglieri, Telemetristi, Ascoltatori, ecc., provvedeva a: - Ricevere dal Deposito le Batterie già costituite per la fase di istruzione - Far loro eseguire la Scuola di Tiro

16

Gen. CARLO MANTù, op. cit., Volume XIII , pagg. 568.


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-

Inviarle in zona di operazione o all'interno del paese, secondo gli ordini che riceveva dal Ministero Per quanto riguardava il potenziamento della Specialità, nel marzo 1918 fu deciso di mobilitare ben 86 Batterie di nuova costituzione da ripartire fra il Comando Superiore e il Commissariato Generale. Più dettagliatamente si decise per la costituzione di 14 Batterie da 75 CK (10 per il Comando Superiore e 4 per il Commissariato), 16 Batterie da 75/911 C (rispettivamente 8 e 8), 24 Batterie da 76/45 (rispettivamente 20 e 4), 6 Batterie da 75/906 AV (tutte al Comando Superiore), 19 Batterie da 75/906 da posizione (rispettivamente 12 e 7) ed infine 7 Batterie da 102/35 (rispettivamente 5 e 2). Furono inoltre mobilitati due nuovi Comandi di Raggruppamento operativi, il 6° e 7°, entrambi assegnati a due Armate di Recente costituzione. Il programma di potenziamento non fu però attuato nei termini inizialmente previsti: non tutte le Batterie furono quindi costituite, mentre alcune fra quelle mobilitate ricevettero materiali diversi rispetto al progetto originario. Si trattò comunque di un impegno poderoso che diede nuovo impulso alla Specialità e questa volta non solo da un punto di vista meramente quantitativo . Da notare infine che sul fronte operativo esistevano altre unità destinate alla D ifesa Contraerea, dipendenti dai Comandi di Grandi Unità Inglesi e Francesi schierati in nQstro supporto . I primi mettevano in campo 6 Sezioni autocampali da 75 mm e 24 mitragliatrici, mentre i Francesi disponevano di 3 Sezioni autocampali da 75 mm e 2 Compagnie Mitragliatrici (16 pezzi), ai quali erano state affiancate 3 Batterie italiane sempre da 75 mm . In totale nell'ottobre 1918 risultavano assegnati alla Specialità contraerea ben 196 Batterie e 42 Sezioni.

L'impegno e i risultati Abbiamo visto sino ad ora l'evoluzione organica della Specialità Contraerea dalle prime unità, quasi sperimentali, costituite presso il Reparto di Nettuno, sino al massimo schieramento avutosi nell'ultima fase del conflitto. Ci sembra giusto, pertanto, evidenziare a questo punto lo sforzo co1npiuto dalla nostra Artiglieria nel settore contraereo , attraverso una serie di specchi riepilogativi che ne riassumano gli


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Cenni sull'impiego dell'artiglieria contraerea ecc.

aspetti essenziali. Iniziamo riportando su quattro date fondamentali la disponibilità di pezzi d'artiglieria, mitragliatrici e proiettori nella zona operativa del fronte . Da notare che si è voluto intenzionalmente mantenere differenziati i pezzi specificatamente destinati a compiti contraerei da quelli adattati con sistemazioni più o meno provvisorie, per meglio evidenziare la fortissima predominanza cli questa ultima soluzione , segno inequivocabile di una endemica carenza di materiali specifici.

Zona di Guerra Epoca

Pezzi

ant iaerei

Maggio ]915

4

Maggio 1917

84

Novembre 1917 Novembre 1918

Pezzi adaumi

Mitragliatrici

-

Proiettori

6

2

342

200

69

168

371

342

120

400

449

481

133

Riferendoci invece alla difesa del territorio nazionale, cioè a tutta l'area geografica non direttamente a contatto con la linea ciel fronte e le sue immediate e remote zone di retrovia, risultavano disponibili i seguenti materiali:

Zona Territoriale Epoca

Pezzi antiat'rci

Pezzi adaltati

rvtilrag lia• trici

Proiettori

Maggio 1915

-

-

-

-

Maggio 1917

-

260

263

-

Novembre 1917

30

160

256

44

Novembre 1918

116

159

520

77

Non riteniamo siano necessari commenti alle cifre sopra elencate che evidenziano, senza tema di smentite, una totale predorni-


Francesco Fatutta

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nanza delle soluzioni provvisorie o di ripiego che avevano finito per caratterizzare la nascita e lo sviluppo della Specialità stessa. Nonostante l'apparente precarietà di molte soluzioni, la difficoltà di reperire materiali specifici ed il pressante contingentamento per non intaccare l'efficienza delle varie specialità consorelle, i risultati ottenuti dall'Artiglieria Contraerea nel corso del primo conflitto mondiale, furono tutt'altro che deludenti :

Epoca

Abbattuti dall'Artiglie ria

Abbattuti dall'Aviazione

Anno 1915

1

4

Anno 1916

16

72

Anno 1917

32

189

Anno 1918

79

321

Globalmente l'Artiglieria 17 riuscì ad abbattere 128 tra aerei e idrovolanti nemici mentre l'Aviazione raggiunse il numero di 586. La percentuale che si ricava per l' Artiglieri.a Contraerea è un 22% valore non molto dissimile da quel 24% ottenuto dalla ben più equipaggiata e titolata artiglieria germanica. Se ciò fu possibile il merito è tutto da ascriversi all'elemento umano che grazie all'indubbia professionalità dei quadri di comando, accompagnata da una istintiva attitudine all'arte di arrangiarsi, comune a tutti, sopperì con grande spirito di sacrificio alle numerose carenze di ordine tecnico. La smobilitazione

Non appena terminato il conflitto, già nel mese di novembre 1918, il Ministero della Guerra ordinò lo scioglimento delle unità contraeree assegnate alla difesa territoriale. Si trattò di un provvedimento precipitoso e inopportuno, dettato forse dalla necessità di uscire dallo stato di guerra almeno nelle 7 t Geo. CARLO MANTù, op. cit., Volume XIII, pagg. 639. Viene chiaramente precisato trattarsi di aerei abbattuti e caduti all'interno delle nostre linee,· in maniera da evitare dubbi o possibilità di errore riguardo alle cifre fornite.


Cenni sull'impiego dell'artiglieria contraerea ecc.

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regioni non direttamente a contatto con il fronte, la cui applicazione rischiò però di creare numerosi problemi. Non a caso il mese successivo, con dispaccio 27.339 datato 7 dicembre 1918, il provvedimento venne sospeso per ciò che riguardava i materiali da 75 CK, 75/911 C , 75/906 A V e 76/45 , rimanendo valido soltanto per materiali più obsoleti o per sistemazioni di tipo provvisorio. Nel febbraio 1919 il provvedimento venne nuovamente posto in vigore, eccezion fatta per le Batterie da 75 CK (il pezzo antiaereo che aveva dato, in ultima analisi , i migliori risultati in campo operativo), la cui efficienza doveva essere mantenuta. Con provvedimento similare, il Comando Supremo emanava disposizioni analoghe che sospendeva con circolare 19.080 del 17 dicembre , riguardante i materiali da 75 CK, 75/906 A V, 76/40, 76/ 45, 102/35 e buona parte dei 75/911 C. Il motivo principale era da imputare alla necessità di mantenere una consistente componente contraerea lungo la linea dell'armistizio e nelle zone ad essa contigue, in pratica in tutti i territori che risultavano presidiati dalla 1a, 2 3 , 4a e 9a Armata. Fu così possibile mantenere in efficienza nelle zone di confine 62 Batterie da posizione, già schierate in loco, alle quali se ne aggiunsero 23 autocampali, ed altre 33 da posizione, recuperate dalla difesa territoriale e dalle Armate schierate in seconda linea. Ad esse furono inoltre aggiiunte 24 Compagnie di mitragliatrici predisposte anch'esse al tiro contraereo. Soltanto nel febbraio 1919, procedendo la smobilitazione dell'Esercito, una parte di queste unità furono disciolte, mentre rimanevano operative tutte q uelle assegnate alla 3a e alla 9a Armata. Pochi mesi dopo anche i reparti dipendenti da queste ultime vennero smobilitati , eccezion fatta, anche in questo caso, per le Batterie da 75 CK, che furono le uniche ad essere mantenute in efficienza. Con tali materiali fu possibile effettuare, nel corso del 1919, un riordinamento provvisorio della Specialità Contraerea, permettendo di approntare 3 Depositi-Scuola, 3 Comandi Superiori e 15 Reparti operativi.

I materiali Prima di descrivere, in maniera sia pur schematica, i principali materiali utilizzati dall'Artiglieria Contraerea nel primo conflitto


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Francesco Faiutta

mondiale, ci sembra giusto spendere alcune parole per chiarire quali sono le caratteristiche fondamentali richieste ad un'arma destinata al tiro contraereo. La bocca da fuoco - o la canna - delle armi controaerei deve possedere: velocità iniziale molto elevata; traiettoria molto tesa; tempo di tragitto futuro molto ridotto; sistema di chiusura ad otturatore a manovra rapida (ideale la chiusura automatica) per ridurre a valori piccoli il tempo morto. L'affusto deve, a sua volta, possedere peculiari caratteristiche strutturali che gli consentano tra l'altro: ampi settori di tiro verticali (da alcuni gradi negativi a +90°); ampi settori di tiro orizzontali (si giunse presto a movimenti sui 360°); elevata capacità di brandeggio orizzontale e verticale. I congegni di prontamento dovranno tendere a rendere sempre più facile, rapida e precisa la soluzione del problema del tiro contraerei: l'incontro nello spazio delle traiettorie di due corpi che si muovono ad elevata velocità secondo leggi non sempre precisamente definibili. È facilmente intuibile, anche per un profano, che la maggior parte delle artiglierie impiegate durante il primo conflitto mondiale, come abbiamo avuto più volte modo cli affermare, non soddisfacevano a buona parte di questi requisiti, costringendo a Il 'uso cli ripieghi ed artifizi di vario genere, i quali però non sempre garantivano risultati soddisfacenti. Le artiglierie specificatamente adatte al tiro contraereo, operanti nel corso del primo conflitto mondiale e delle quali forniremo le caratteristiche principali, erano le seguenti: Cannone da 75 CK Si trattava della trasformazione del cannone da 75 mod . 906 , progettato dalla Krupp, ma costruito quasi interamente da stabilimenti italiani. Era previsto il suo trasporto su autocarro (Itala X) ma poteva essere installato anche su piattaforme in legno o calcestruzzo. -

Bocca da fuoco Lunghezza Otturatore Installazione

acciaio al nichelio calibri 30 automatico affusto a candeliere, appositamente studiato dalla Commissione Mista


Cenni sull'impiego dell'artiglieria contraerea ecc.

-

Settore vert. di tiro Settore orizzontale Peso del complesso Munizioni

-

Peso Granata Velocità iniziale

525

- 5° +70°

360° 1000 Kg circa granate dirompenti con nucleo a frattura prestabilita Kg 6,500 510 m/sec

Cannone da 75 A V Si trattava del cannone da 75, costruito dall'Ansaldo, il cui affusto e i congegni di puntamento erano prodotti dalla Vickers . Questo modello fu sviluppato per iniziativa delle ditte stesse ed era destinato , almeno nelle previsioni, ad essere montato su un telaio Lancia. Tale soluzione non risultò sufficientemente stabile e si preferì installare il pezzo su di una piattaforma di legno (in seguito metallica) dotata cli opportuno rialzo. -

Bocca da fuoco Lunghezza Otturatore Installazione

-

Settore vert. di tiro Settore orizzontale

-

Peso del complesso Munizioni

-

Peso G ranata Velocità iniziale

acciaio al nichelio calibri 30 automatico affusto originale su apposita piattaforma rialzata - 5° + 80° 240° (versione automontata) 360° (versione definitiva) 1500 Kg circa granate dirompenti con nucleo a fratt ura prestabilita Kg 6,500 510 m/sec

Cannone da 75/911 C Si trattava del normale materiale campale da 75/911, modificato con appositi adattamenti studiati dalla Commissione Mista. -

Bocca da fuoco Lunghezza Otturatore

acciaio calibri 28 a vite


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Francesco Fatui/a

-

Installazione

-

Settore vert. di tiro Settore orizzontale Peso del complesso Munizioni Peso Granata Velocità iniziale

affusto originale posto su sottoaffusto rotante su apposite piazzuole in muratura o cemento - 0° +80° 360° 1300 Kg circa stesse del modello 75 CK Kg 6,500 510 m/sec

Cannone da 76/40 Si trattava di un cannone ceduto dalla Regia Marina e già trasformato per il tiro contraereo. -

Bocca da fuoco Lunghezza Otturatore Installazione Settore vert. di tiro Settore orizzontale Peso del complesso Munizioni Peso Granata Velocità iniziale

acciaio calibri 40 a vitone conico, non automatico affusto a piattaforma tipo Marina

-s +so 0

0

360° 1400 Kg circa granate dirompenti a tempo Kg 6,500 690 m/sec

Cannone da 76/45 Anche questo modello era stato ceduto dalla Regia Marina ed era stato appositamente trasformato per il tiro contraereo. -

Bocca da fuoco Lunghezza Otturatore Installazione

-

Settore vert. di tiro Settore orizzontale Peso del complesso

acciaio calibri 45 a blocco girevole automatico affusto a piattaforma tipo Marina, sopraelevato su anelli di rialzo - 5° +80° 360° non noto


Cenni sull'impiego de/l'artiglieria contraerea ecc.

-

Munizioni Peso Granata Velocità iniziale

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g.ranate dirompenti a tempo Kg 6,500 760 m/sec

Cannone da 102/35 Anche in questo caso si trattava di materiali dalla Regia Marina adattati al tiro contraereo. Da notare che al termine del conflitto i complessi da 102/35 furono restituiti alla Marina in cambio di altri complessi da 76/40 18 • -

Bocca da fuoco Lunghezza Otturatore Installazione

-

Settore vert. di tiro Settore orizzontale Peso del complesso Munizioni Peso Granata Velocità iniziale

acciaio calibri 35 a blocco girevole automatico affusto a piattaforma tipo Marina, sopraelevato su anelli di rialzo - 5° +75° 360° non noto granate dirompenti Kg 13,500 750 m/sec

Accanto a quelli che potevano essere definiti "materiali regola~ mentari", cioè specificatamente adatti al tiro contraereo, le esigenze belliche imposero l'uso di materiali di ripiego. In questo caso però, nel descrivere le loro caratteristiche, si è omessa l'indicazione del peso del complesso ed il dettaglio del munizionamento utilizzato, in quanto non è stato possibile reperire valori standard, data la molteplicità delle sistemazioni provvisorie adottate.

Cannone da 75/06 Si trattava di materiali del cannone da 75 mod . 906 (da cui era derivato il modello 75 CK), adattato con poche modifiche. 18

Gen.

CARLO MANTÙ,

op. cit., Volume XIII, pagg. 607.


Francesco Fatulla

528

-

Bocca da fuoco Lunghezza Otturatore Installazione

-

Settore vert. di tiro Settore orizzontale

acciaio calibri 30 a cuneo affusto originale sostenuto da sottoaffusto rotante su apposita piazzuola - 5° +70° 360°

Cannone da 75 A Si trattava di una bocca da fuoco di modello antiquato, adattata al tiro contraereo con opportuni accorgimenti , sia regolamentari che di circostanza. -

Bocca da fuoco Lunghezza Otturatore Installazione

-

Settore vert. di tiro Settore orizzontale

acciaio calibri 30 a vite affusto , solitamente privato delle ruote, posto su una incastellatura di legno rotante (installazione Marchionni) - 5° +70° 360° (valori nettamente in.feriori per installazioni non regolamentari)

Cannone da 87 B Valgono le considerazioni già espresse per il cannone da 75 A -

Bocca da fuoco Lunghezza Otturatore Installazione

-

Settore vert. di tiro Settore orizzontale

in bronzo compresso calibri 24 a cuneo affusto , solitamente privato delle ruote, posto su una incastellatura di legno rotante (installazione Marchionni) - 5° +70° 360° (valori nettamente inferiori per installazioni non regolamentari)


Cenni su/l'impiego de/l'artiglieria contraerea ecc.

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Cannone da 120 B Valgono le considerazioni già espresse per il cannone da 75 A -

Bocca da fuoco Lunghezza Otturatore Installazione

-

Settore vert. di tiro Settore orizzontale

in bronzo compresso calibri 23,4 a vite affusto posto su incastellatura di travi, girevole intorno al perno centrale di una piazzuola 19 - 5° +70° 360° (valori nettamente inferiori per installazioni non regolamentari)

Cannone da 65 mont. Risulta che anche questo cannone da montagna sia stato utilizzato per uso contraereo. Non è nota l'esistenza di installazioni ufficiali, specificatamente predisposte per il suo impiego . -

Bocca da fuoco Lunghezza Otturatore Installazione

-

Settore vert. di tiro Altri dati non noti

acciaio al nichelio calibri 17 ,7 a vite affusto originale provvisoriamente adattato - 0° + 70°

Considerazioni finali

Non sarà certo sfuggito al Lettore più attento che ha seguito il nostro breve studio riguardante l'Artiglieria Contraerea, un particolare che sembra averne caratterizzato lo sviluppo stesso: la mancanza, presso tutte le istituzioni preposte alla sua organizzazione, di un chiaro concetto di difesa contraerea. L'assenza di un tale concetto si fece sentire direttamente nel campo dell'approntamento dei 9 ' Di questo particolare tipo cli installazione furono costruiti so.l tan to pochi esemplari .


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Francesco Fatutta

nuovi materiali ove, venendo a mancare una azione univoca e incisiva, si trascurò lo studio di armamenti specifici, preferendo la più facile politica del ripiego su materiali già esistenti. Si sancì pertanto una sorta di "provvisorietà" 20 della Specialità contraerea, la quale conobbe sì una crescente espansione nel corso del conflitto ma non ebbe mai un suo ruolo autonomo, limitandosi a sfruttare armamenti sviluppati in precedenza per altre specialità dell'Arma. Accanto all'aspetto prettamente tecnico , vi fu poi la farraginosa e complessa questione delle dipendenze organiche sia per le Batterie operative che per quelle territoriali, caratterizzata da costituzioni e scioglimenti di comandi superiori e relativi passaggi di subordinazione. Tale incertezza organizzativa perdurò nei primi anni del conflitto e finì per stabilizzarsi soltanto nel corso del 1918, in concomitanza con la ricostituzione del Centro di Nettuno, inteso come unico ente preposto alla mobilitazione, alla formazione e all'istruzione del personale destinato alle nuove Batterie, oltre che allo studio e alla valutazione di nuovi materiali e relative tecniche d'applicazione. Il sopraggiungere dell'armistizio colpì la Specialità nella sua fase di sviluppo più delicata, cancellando con inopportune quanto massicce disposizioni di scioglimento, una struttura difensiva destinata a svolgere un ruolo fondamentale anche nel dopoguerra. Si annullarono così , in pochi mesi, le esperienze maturate nei quattro anni precedenti, smembrando unità perfettamente addestrate, sciogliendo strutture territoriali costituite fra enormi difficoltà, disperdendo quadri di comando di indubbia capacità e congedando personale altamente specializzato, con l'unico risultato di vanificare gli sforzi e i sacrifici che avevano caratterizzato l'intero periodo bellico . w Una dimostrazione pratica di quanto da noi affermato , è data dalla consultazione di letteratura dell'epoca, quale ad esempio il "Manuale di Artiglieria" edito dall'Unione Arti Grafiche di Città di Castello nel 1916. Questa pubblicazione descrive quasi pedantemente in oltre 600 pagine tutto il materiale in forza ai nostri reparti di Artiglieria da Campagna, da Montagna, Pesante Campale, da Fortezza e da Costa, liquidando a pagina 167 la Specialità Contraerea con le seguenti parole: "Sono le stesse artiglierie già descritte delle Specialità da Campagna e da Fortezza, adattate nell'installazione, onde permettere un maggior angolo di tiro ed un rapido movimento di direzione". Seguono ben dieci righe per ricordare alcune installazioni, regolamentari o di circostanza, appositamente predisposte per l.'impiego contraereo, quasi a sancire una provvisorietà, a dir poco artigianale, quanto mai fittizia nella realtà , relativa ad una Specialità la cui reale importanza chiaramente veniva sottovalutata.


Cenni sull'impiego dell'artiglieria contraerea ecc.

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Ben più gravi le ripercussioni future , dettate dall'insieme di tali decisioni e soprattutto quelle riguardanti il settore prettamente tecnico: la standardizzazione sul pezzo da 75 CK, l'unico ad essere espressamente costituito pe1· l'impiego contraereo, penalizzato però dal fatto di utilizzare una bocca da fuoco campale di modesto rendimento 21 , unitamente alla acquisizione di copioso materiale di preda bellica, rimandarono di molti anni lo sviluppo di una nuova arma contraerea di moderna concezione. E le difficoltà espresse dalla Specialità nel corso del secondo conflitto mondiale traggono proprio le loro origini da tali discutibili scelte assunte nel nebuloso periodo del primo dopoguerra.

Elenco delle batterie e sezioni contraeree mobilitate

Non essendo possibile, in uno studio di questo tipo , dedicare troppo spazio alle vicende delle singole unità, abbiamo ritenuto opportuno fornire l'elenco completo delle Batterie e Sezioni mobilitate nel corso del primo conflitto mondiale, accompagnando ogni singolo reparto con l'indicazione dei pezzi di artiglieria in dotazione e dell'anno di costituzione. Riguardo ai pezzi in dotazione, ricordiamo che a volte erano presenti nell'ambito di una medesima unità, pezzi di calibro diverso, · ed è per tale ragione che in questi casi è stata utilizzata una descrizione generica espressa dalla sigla "Mat. Vario" , cioè Materiale Vario 22 . Per quanto riguarda invece le Sezioni e le Batterie contraddistinte con il simbolo "'~", si tratta di unità la cui numerazione è incerta; ufficialmente è noto che la loro numerazione mista era compresa fra l'ordinativo "201" e "313" ma non è stato possibile rintracciare, nelle diverse fonti consultate, un elenco organico , bensì qualche singola e sporadica numerazione. Per obiettività storica abbiamo pertanto ritenuto corretto evidenziare tutti quei reparti la cui numerazione non viene ufficialmente suffragata, ma risulta frutto di nostre ricerche ed estrapolazioni. 21

Gen. C,,RLO MA NTÙ, op. cit. , Volume XIII, pagg. 639. L'uso della sigla "Materiale Vario" è stata largamente utilizzata in alcuni dei testi consultati e fa solitamente riferimento ad alcune Batterie e Sezioni Contraeree territoriali , dotate in maniera non omogenea di pezzi da 75 A, 87 B, 76/40, 76/45, 120 · B e a volte anche 75/911 C. 22


Francesco Fatutta

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1a 2a 3" 4a 5" 6" 7a 8" 9" 108 11" 12a 13a 14" 15" 16a 17" 18" 19 8 20" 21" 22a 23" 24" 25 8 26" 27" 28a 29" 30a 31 a 32" 33 8 34" 35" 368 37a 38a 39a 40" 41"

Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria

da da da da da da da da da da da da da da da da da da da da da da da da da da da da da da eia da da eia da da da da eia da da

75 CK 75 CK 75 CK 75 CK 75 CK 75 CK 75 CK 75 CK 75 CK 75 CK 75 CK 75 CK 75/911 C 75/911 C 75/911 c 75/911 c 75/911 C 75/911 c 75/911 c 75/911 c 75/911 c 75/911 c 75/911 C 75/911 c 75/911 c 75/911 C 75/911 c 75/911 c 75/911 C 75/911 c 75/911 c 75/911 c 75/911 c 75/911 c 75/911 c 75/911 c 75/911 c 75/911 c 75/911 c 75/911 C 75/911 C

-

Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita

nel nel nel nel nel nel nel nel nel nel nel nel nel nel nel nel nel nel nel nel nel nel nel nel nel nel nel nel nel nel nel nel nel nel nel nel nel nel nel nel nel

1915 1915 1915 1915 1915 1915 1916 1916 1916 1916 1917 1917 1916 1916 1916 1916 1916 1916 1916 1916 1916 1916 1916 1916 1917 1917 1917 1917 1917 1917 1917 1917 1917 1917 1917 1917 1917 1917 1918 1918 1918

'


Cenni sull'impiego dell'artiglieria contraerea ecc.

42a 43a 448 45a 46a 478 48a 49a 50a 51" 52a 53a 54" 55a 56" 57" 53a 59" 60" 61 a 62a 63a

Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria

da da da da da da da da da da da da da da da da da da da da da da

75/911 75/911 75/911 75/911 75/911 75/911 75/911 75/911 75/911 75/911 75/911 75/911 75/911 75/911 75/911 75/911 75/911 75/911 75/911 75/911 75/911 75/911

C C C C C C C C C C C C C C

c

C C

c c

C C C

-

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Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Prevista, ma non costituita Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Prevista, ma non costituita Prevista, ma non costituita Prevista, ma non costituita Costituita nel 1918 Prevista, ma non costituita Costituita nel 1918 Prevista, ma non costituita Prevista, ma non costituita Prevista, ma non costituita Costituita nel 1918 Costituita nel 1918

La numerazione dall'ordinativo "64" all"'80" non fu utilizzata nel corso del primo conflitto mondiale. 81" 82a 33a 84" 853 86a 87a 883 39a 903 91a 92" 93a 94a 95"

Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria

da da da da da da da da da da da da da da da

75 75 75 75 75 75 75 75 75 75 75 75 75 75 75

CK CK CK CK CK CK CK CK CK CK CK CK CK CK CK

-

Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Prevista, ma non costituita Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Prevista, ma non costituita Costituita nel 1918 Prevista, ma non costituita Prevista, ma non costituita Prevista, ma non costituita Prevista, ma non costituita


Francesco Fatui/a

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96a 97a 98a 99a 100a 101 a 102a 103a 104a 105a 106a 107a 108a 109a 110a 111 a 112" 113 8 114" 115a 116a 11 118a 119a 120 3 121 a 122a 123a 1243 125a 126" 1273 128a 1293 130a 131 a 132a 1333 134" 135a 136a

r

Numerazione non Numerazione non Numerazione non Numerazione non Batteria da 75 A Batteria da 75 A Batteria da 75 A Batteria da 75 A Batteria da 75 A Batteria da 75 A Batteria da 75 A Batteria da 75 A Batteria da 75 A Batteria da 75 A Batteria da 75 A Batteria da 75 A Batteria da 75 A Batteria da 75 A Batteria da 75 A Batteria da 75 A Batteria da 87 B Batteria da 87 B Batteria da 87 B Batteria da 87 B Batteria da 75 A Batteria da 75 A Batteria da 75 A Batteria da 87 B Batteria da 87 B Batteria da 87 B Numerazione non Numerazione non Numerazione non Numerazione non Batteria da 76/45 Batteria da 76/45 Batteria da 76/45 Batteria da 76/45 Batteria da 76/45 Batteria da 76/45 Batteria da 76/45

utilizzata utilizzata utilizzata utilizzata - Costituita nel 1916 - Costituita nel 1916 - Costituita nel 1916 - Costituita nel 1916 - Costituita nel 1916 - Costituita nel 1916 - Costituita nel 1916 - Costituita nel 1916 - Costituita nel 1916 - Costituita nel 1916 - Costituita nel 1916 - Costituita nel 1916 - Costituita nel 1916 - Costituita nel 1916 - Costituita nel 1916 - Costituita nel 1917 - Costituita nel 1918 - Costituita nel 1918 - Costituita nel 1918 - CostitĂšita nel 1918 - Costituita nel 1916 - Costituita nel 1916 - Costituita nel 1916 - Costituita nel 1918 - Costituita nel 1918 - Costituita nel 1918 utilizzata utilizzata utilizzata utilizzata - Costituita nel 1918 - Costituita nel 1918 - Costituita nel 1918 - Costituita nel 1918 - Prevista, ma non costituita - Costituita nel 1918 - Costituita nel 1918


Ce1111i sull'impiego de/l'artiglieria co111raerea ecc.

137a 138a 139a 140" 141 a 142a 143a 1448 145a 146a 147a 148" 149a 150a 151 a 1528 153a 154a 155a 156a 157a 158a 1598 160a 161 a 162a 163a 164a 165 8 166a 167a 168a 169a 170a 171 a 1723 173a 174a 175a 1768 177a

BatterĂŹa da 76/45 Batteria da 76/45 Batteria da 76/45 Batteria da 76/45 Batteria da 76/45 Batteria da 76/45 Batteria da 76/45 Batteria da 76/45 Batteria da 76/45 Batteria da 76/45 Batteria da 76/45 Batteria da 76/45 Batteria da 76/45 Batteria da 76/45 Batteria da 76/45 Batteria da 76/45 Batteria da 76/45 Batteria da 76/45 Batteria da 76/45 Numerazione non Numerazione non Numerazione non Numerazione non Batteria da 76/40 Batteria da 76/40 Batteria da 76/40 Batteria da 76/40 Batteria da 76/40 Batteria da 76/40 Batteria da 76/40 Batteria da 76/40 Batteria da 76/40 Batteria da 76/40 Batteria da 76/40 Batteria da 76/40 Batteria da 76/40 Batteria da 76/40 Batteria da 76/40 Numerazione non Numerazione non Numerazione non

-

Prevista , ma non costituita Costituita nel 1918 Prevista, ma non costituita Prevista, ma non costituita Prevista , ma non costituita - Prevista, ma non costituita - Prevista, ma non costituita - Prevista, ma non costituita - Prevista , ma non costituita - Prevista , ma non costituita Prevista, ma non costituita Prevista, ma non costituita - Prevista , ma non costituita Prevista, ma non costituita Prevista, ma non costituita Prevista, ma non costituita - PrevĂŹsta, ma non costituita - Prevista, ma non costituita - Prevista, ma non costituita utilizzata utilizzata utilizzata utilizzata - Costituita nel 1918 - Costituita nel 1918 - Costituita nel 1918 - Costituita nel 1918 - Costituita nel 1918 - Costituita nel 1918 - Costituita nel 1918 - Costituita nel 1918 - Costituita nel 1918 - Costituita nel 1918 - Costituita nel 1918 - Costituita nel 1918 - Costituita nel 1918 - Costituita nel 1918 - Costituita .nel 1918 utĂŹlizzata utilizzata utilizzata

535


536

178a 179" 180a 181a 1823 183a 184" 1853 186a 187" 188a 189a 190" 19l3 192" 193" 194a 195" 1963 19r 198" 199a 200a 201 a 202a 203" 204a 205a 206a 207a 208a 209a 210a 21P 212" 213a 214a 215a 216a 217" 2183

Francesco Fatutta

Numerazione non utilizzata Numerazione non utilizzata Batteria da 75/906 A V - Costituita nel 1918 Batteria da 75/906 AV - Prevista, ma non costituita Batteria da 75/906 A V - Prevista, ma non costituita Batteria da 75/906 AV - Prevista, ma non costituita Batteria da 75/906 A V - Prevista, ma non costituita Batteria da 75/906 AV - Prevista, ma non costituita Batteria da 75/906 A V - Prevista, ma non costituita Batteria da 75/906 A V - Prevista, ma non costituita Batteria da 75/906 A V - Prevista, ma non costituita Batteria da 75/906 AV - Prevista, ma non costituita Batteria da 75/906 A V - Prevista, ma non costituita Batteria da 75/906 A V - Prevista, ma non costituita Batteria da 75/906 A V - Prevista, ma non costituita Batteria da 75/906 A V - Prevista, ma non costituita Batteria da 75/906 A V - Prevista, ma non costituita Batteria da 75/906 A V - Prevista, ma non costituita Batteria da 75/906 A V - Prevista, ma non costituita Batteria da 75/906 A V - Prevista, ma non costituita Batteria da 75/906 A V - Prevista, ma non costituita Numerazione non utilizzata Numerazione non utilizzata Batteria Mat. Vario - Costituita nel 1917 Batteria Mat. Vario - Costituita nel 1917 Batteria Mat. Vario - Costituita nel 1917 Batteria Mat. Vario - Costituita nel 1917 Batteria Mat. Vario - Costituita nel 1917 Batteria Mat. Vario - Costituita nel 1917 Batteria Mat. Vario - Costituita nel 1917 Batteria Mat. Vario - Costituita nel 1917 Batteria Mat. Vario - Costituita nel 1917 Batteria Mat. Vario - Costituita nel 1917 Batteria Mat. Vario - Costituita nel 1917 Batteria Mat. Vario - Costituita nel 1917 Batteria Mat . Vario - Costituita nel 1918 Batteria Mat. Vario - Costituita nel 1918 Batteria Mat. Vario - Costituita nel 1918 Batteria Mat. Vario - Costituita nel 1918 - Costituita nel 1918 Batteria Mat. Vario - Costituita nel 1918 Batteria Mat. Vario


Cenni sull'impiego de/l'artiglieria contraerea ecc.

219" 220a 22P 2223 2233 224" 225 3 226" 227 8 228 3 229" 2303 231" 232a 233 3 234" 235" 236a 2373 238" 239a 240" 241 3 242a 243a 2443 24SU 2463 247a 248" 249a 250a 251" 2528 253 3 254a 255a 256" 2573 258" 2593

Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Batteria Sezione Sezione Sezione Sezione Sezione Sezione Sezione Sezione Sezione

Mat . Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat. Mat.

Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario Vario

-

Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1.918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1917 Costituita nel 1917 Costituita nel 1917 Costituita nel 1917 Costituita nel 1917 Costituita nel 1917 Costituita nel 1917 Costituita nel 1917 Prevista, ma non costituita ¡

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Francesco Fa11111a

260" Sezione Mat. Vario 261 a Sezione Mat. Vario 262a Sezione Mat. Vario 263a Sezione Mat. Vario 264a Sezione Mat. Vario 265a Sezione Mat. Vario * 2668 Batteria Mat. Vario * 2673 Batteria Mat. Vario * 268a Batteria Mat. Vario * 2698 Batteria Mat. Vario * 270" Sezione Mat. Vario * 271 8 Sezione Mat. Vario * 272a Sezione Mat. Vario * 273a Sezione Mat. Vario * 2743 Sezione Mat. Vario * 275a Sezione Mat. Vario * 2768 Sezione Mat. Vario * 277a Sezione Mat. Vario * 278" Sezione Mat. Vario 279a Sezione Mat. Vario * 280a Sezione Mat. Vario * 281 a Sezione Mat. Vario * 2823 Sezione Mat. Vario * 283 3 Sezione Mat. Vario * 284a Sezione Mat. Vario * 285 3 Sezione Mat. Vario * 2863 Sezione Mat. Vario 287a Sezione Mat. Vario * 2883 Sezione Mat. Vario * 2893 Sezione Mat. Vario * 2903 Sezione Mat. Vario * 291 a Batteria Mat. Vario * 2928 Batteria Mat. Vario * 293 3 Batteria Mat. Vario * 29411 Batteria Mat. Vario * 295a Batteria Mat. Vario * 296a Batteria Mat. Vario * 2973 Batteria Mat. Vario * 2983 Batteria Mat. Vario * 299" Batteria Mat. Vario * 3008 Batteria Mat. Vario

-

Costituita nel 1917 Costituita nel 1917 Costituita nel 1917 Costituita nel 1917 Costituita nel 1917 Costituita nel 1917 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Prevista, ma non costituita Prevista, ma non costituita Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Prevista, ma non costituita Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Prevista, ma non costituita Costituita nel 1918 Prevista, ma non costituita Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918 Costituita nel 1918


Cenni sull'impiego de/l'artiglieria contraerea ecc.

301 a Batteria da 75/906 A V - Costituita nel 1918 302a Batteria da 75/906 AV - Costituita nel 1918 303a Batteria da 75/906 A V - Costituita nel 1918 304a Batteria da 75/906 A V - Costituita nel 1918 305a Batteria da 75/906 AV - Costituita nel 1918 306a Batteria da 75/906 AV - Costituita nel 1918 307" Batteria Mat. Vario - Costituita nel 1918 308a Batteria Mat. Vario - Costituita nel 1918 309a Batteria Mat. Vario - Costituita nel 1918 310a Batteria Mat. Vario - Costituita nel 1918 311 a Batteria Mat. Vario - Prevista ma non costituita - Prevista ma non costituita 3123 Batteria Mat. Vario - Costituita nel 1918 313a Batteria Mat. Vario 314a Numerazione non utilizzata 315" Numerazione non utilizzata 316a Numerazione non utilizzata 317a Numerazione non utilizzata 318a Numerazione non utilizzata 319a Numerazione non utilizzata 320a Numerazione non -utilizzata 321 a Batteria da 102/35 - Costituita nel 1918 322a Batteria da 102/35 - Costituita nel 1918 323a Batteria da 102/35 - Prevista, ma non costituita 324a Batteria da 102/35 - Prevista, ma non costituita 32Y Batteria da 102/35 - Prevista, ma non costituita 326a Batteria da 102/35 - Prevista, ma non costituita 327a Batteria da 102/35 - Prevista, ma non costituita 34P Batteria Mat. Vario 342" Batteria Mat. Vario 343a Batteria Mat. Vario

- Costituita nel 1918 - Costituita nel 1918 - Costituita nel 1918

347a Batteria Mat. Vario

- Costituita nel 1918

361" Batteria da 105

- Costituita nel 1918

370a Batteria da 70 mont.

- Costituita nel 1918

1a Sezione da 75 A 2" Sezione da 75 A 3a Sezione da 75 A

- Costituita nel 1916 - Costituita nel 1916 - Costituita nel 1916

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4a 5a 6a 7a 8" 9a 10a 11" 12a

Francesco Fatutta

Sezione Sezione Sezione Sezione Sezione Sezione Sezione Sezione Sezione

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75 75 75 75 75 75 75 87 87

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Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita Costituita

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1916 1916 1916 1917 1917 1917 1917 1918 1918


LUIGI EMILIO LONGO

GLI ALPINI IN AFRICA

Gli scugnizzi e gli altri napoletani che, nel pomeriggio del 25 febbraio 1887, assistevano alle operazioni di partenza del piroscafo "Città di Genova" dal porto della loro città, cercavano di ripetere, con bonario sottofondo prendingiro del tutto partenopeo , alcune delle strane ed incomprensibili espressioni che i militari che si stavano imbarcando scambiavano fra loro . Dialetti bergamaschi, bresciani, valtellinesi e delle varie province venete si incrociavano infatti sulla banchina, aumentando la curiosità intorno a questi soldati con la penna di corvo sul casco coloniale che Napoli vedeva per la prima volta . Il "I Battaglione Alpini d'Africa" , costituito dalla 48a compagnia del 5° Reggimento e dalle compagnie 56a e 96a del 6° per un totale di 467 uomini , si avviava, al comando del maggiore Domenico Ciconi, ad iscrivere nella storia del Corpo il dato forse più singolare: dopo essere stati istituiti per presidiare e difendere le Alpi, gli alpini avrebbero ricevuto il battesimo del fuoco in Africa. La destinazione del battaglione era infatti Massaua. L'eccidio cli Dogali , avvenuto un mese prima, aveva determinato l'invio in Eritrea del "Corpo Speciale cl' Africa" al comando del generale Saletta e nel quale era appunto incorporato il reparto alpino. Contemporaneamente , erano inviate in Eritrea due sezioni di artiglieria eia montagna tratte dalla l" e 2a batteria della I Brigata da Montagna , poi riunite in una batteria di 6 pezzi, la "I Batteria da Montagna d' Africa", posta al comando del capitano Henry. Altre due batterie eia montagna verranno mandate in autunno con il Corpo di Spedizione del generale Asinari di San Marzano e con il "Corpo di Rinforzo". L'occupazione italiana , affermatasi con la riconquista di Saati, si estese poi fino all'orlo deWaltopiano, vanificando ogni tentativo di opposizione dell'esercito abissino indebolito dalle epidemie e dalla penuria di viveri. Iniziato il rimpatrio , il I battaglione d'Africa rien-


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Luigi Emilio Longo

trò a Napoli il 22 aprile 1898, lasciando in Eritrea le salme del suo primo comandante maggiore Ciconi e di 13 alpini stroncati dalle malattie . Delle batterie da montagna, ne rimase in Africa una agli ordini del capitano Michelini, denominata "batteria bianca"; l'aggettivo la distingueva dalla batteria someggiata "indigena",, che, al comando del capitano Ciccodicola, fu costituita nell'ottobre 1898 e fu la capostipite delle successive batterie formate con personale eritreo. La campagna africana che seguì vide ancora alla ribalta alpini ed artiglieri da montagna. Questi ultimi si batterono coraggiosamente ad Agordat nel 1893 e sull'Amba Alagi nel 1895, subendo non poche perdite. L'intervento dell'esercito imperiale abissino contro le nostre forze operanti nel Tigrai e gli insuccessi dell'Amba Alagi e cli Macallé indussero il governo jtaliano ad invi are con urgenza importanti rinforzi nell'inverno 1895-1896. Ne fecero ancora parte il I Battaglione Alpini d'Africa al comando del tenente colonnello Davide Menini, forte di 20 ufficiali e 954 fra sottufficiali , graduati ed alpini tratti dai diversi reggimenti ed articolati su 4 compagnie . Nove batterie da montagna furono altresì inviate ad aggiungersi alle batterie "indigene" parzialmente costituite dopo i combattimenti del!' Amba Alagi e di Macallé. Dopo gli scontri di Abba Garima e di Adigrat, in cui si eb bero le prime pe rdite, il battaglione si trovò impegnato il 1° marzo 1896 nella battaglia di Adua, inquadrato neJ 5° reggimento fanteria facente parte della Brigata comandata dal generale Ellena. Nell'aspra e durissima lotta, caddero sulle pendici del Mo11te Raio quasi tutti gli alpini della 3" e 4a compagnia, e tra essi il comandante di quest'ultima , capitano Pietro Cella del 6° reggimento alpini, che fu la prima medaglia d 'oro al v.m. del Corpo. Cadde combattendo anche il tenente colonne llo Menini, che era rimasto con i resti della 1a compagnia circondata sul colle Rebbi Arienni, guidando i suoi alpini in un'ultima sortita all'arnrn bianca. Con lui , altri 9 ufficiali morirono sul campo. Delle batterie da montagna , si abbatterono sui pezzi 16 ufficiali, di cui 4 decorati di medaglia d'oro al v.m . Se le scaramucce sostenute nel 1877 avevano rappresentato per gli alpini il battesimo del fuoco dal punto di vista strettamente cronologico , questa seconda campagna africana costituì, sul piano sostanziale, il primo vero, effettivo impegno bellico del Corpo. Per la guerra italo-turca , gli sbarchi iniziarono il 12 ottobre 1911 e si protrassero sino alla fine di dicembre. Inquadrati nella 1a e 2a "Divisione Speciale", furono trasferiti in Libia in questo


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periodo 6 battaglioni alpini ("Mondovì", "Ivrea", "Edolo", "Verona" , "Fenestrelle", "Saluzzo") ed 11 batterie da montagna, cui ne seguirono altre 2 fra gennaio ed aprile 1912. Il 23 ottobre 1911 i turco-arabi attaccarono dimostrativamente il fronte meridionale, dal mare al fortino di Messri, in combinazione con l'attacco effettuato dagli arabi residenti nell'oasi di Tripoli che si erano infiltrati dietro le linee italiane nei giorni precedenti. Respinti gli attacchi, fu organizzata un'avanzata verso oriente per ampliare la zona occupata fino alla linea Fortino Messri-Henni-Sciara Sciat. Ai duri scontri che ne seguirono, presero parte il battaglione "Fenestrelle",, ed i gruppi "Torino-Susa" e "Torino-Mondovì" del 1° reggimento artiglieria da montagna; "Saluzzo", "Edolo", " Fenestrelle" e "Mondovì" ed alcune batterie da montagna parteciparono ai combattimenti di Ain Zara, Homs, Derna e Tobruch, protrattisi sino alla fine dell'anno. A metà dicembre era giunto a Derna il colonnello Giovenale Gisla , già comandante del 4° rgt. alpini dal 1907, per assumere il comando di tutte le unità alpine dello scacchiere. Il 1912 vide svolgersi tutta una serie di operazioni sia in Tripolitania che in Cirenaica. Nel primo settore, tra gli eventi cui presero parte reparti alpini e di artiglieria da montagna sono da ricordare la l" e 2 3 battaglia di Zanzur, i combattimenti di El Mergreb, Macabez e Sidi Said e l'occupazione di Misurata. Nel secondo, fa spicco la difesa della "Ridotta Lombardia", nella notte fra 1'11 ed il 12 febbraio. La ridotta era stata iniziata verso metà dicembre 1911, ed ancora non era del tutto terminata , tanto che ogni sera il muro cli cinta veniva alzato con parecchi sacchetti di terra. Era presidiata dalla 51 a compagnia ciel battaglione "Edolo", 128 alpini al comando del capitano Treboldi, che aveva 2 squadre distaccate in una torretta ad ovest della ridotta, appena ultimata e non ancora collegata a questa con un muro di protezione. Enver Bey, il più valido dei comandanti turchi, contava cli superare la resistenza della "Ridotta Lombardia" per poi assalire le Tetrostanti ridotte "A" ed "A bis". L'attacco fu impetuoso , portato da forze soverchianti . La massa dei nemici, dopo essersi impadronita della torretta - i difensori superstiti riuscirono ad aprirsi la via verso la ridotta portando seco i feriti e combattendo corpo a corpo con il calcio dei fucili - si avventò contro il caposaldo principale giungendo a contatto con il muro perimetrale fino ad insinuare le bocche dei fucili negli interstizi fra i sacchetti a terra che lo coronavano. Il capitano Treboldi fece allora brillare le "fogate petriere" che erano state predisposte, causando gravi perdite fra gli attaccanti. A causa del fuoco intensissimo, in


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breve furono consumate quasi tutte le munizioni, e la lotta continuò anche con i sassi. È rimasto epico, a questo proposito, il gesto dell'alpino comasco Antonio Valsecchi che, noncurante delle ferite, sollevò un macigno e lo scagliò contro i nemici che scalavano il muro della rido tta. L'episodio fu poi immortalato dallo scultore Emilio Bisi nei monumenti al 5° reggimento alpini di Milano (piazza Cadorna) , Merano ed Edolo. Fortunatamente, l'intervento dell'artiglieria ed il sopraggiungere dei battaglioni "Ivrea" e "Verona" e delle altre due compagnie dell"'Edolo" mise fine al combattimento con la ritirata degli attaccanti. Un altro tentativo in forze fu respinto il 3 marzo; in esso si distinse, fra gli altri, il tenente Esposito dell'" Edolo", medaglia d'oro al v.m. II comandante dello stesso battaglione, maggiore Ruzzenenti, ferito al torace, giunto all'ingresso di Derna volle scendere dalla barella per attraversare a piedi l'abitato di fronte agli arabi che facevano ala. Il capitano D'Angelo ed il tenente Boselli, della 12a batteria da montagna, caddero sui pezzi che, essendo stati uccisi i serventi, azionavano personalmente , e furono anch'essi decorati di medaglia d'oro al v.m. In agosto fu costituita una brigata alpina al comando del generale Tommaso Salsa, formata con il 1° e 2° "reggimento alpini speciali", a loro VDlta strutturati sui battaglioni già presenti, comandati rispettivamente dai colonnelli Tedeschi e Dalmosso, e da un gruppo di artiglieria da montagna su 3 batterie al comando del tenente colonnello Bertolini. Consolidata la situazione nel settore occiden. tale, si decise di fare altrettanto in quello orientale; ne derivò il combattimento del Bu Msafer clell'8, 9 e 10 ottobre 1912, cui parteciparono i reparti alpin1 sopra menzionati . li battaglione "Edolo", per il suo comportamento in questa battaglia ed in quella precedente della "Ridotta Lombardia" venne decorato, primo fra i battaglioni alpini, della medaglia d'argento al v. m. Dall'ottobre 1912 all'agosto 1913 si svolsero operazioni di penetrazione in Tripolitania e Cirenaica. Se infatti il 18 ottobre 1912 ad Ouchy era stato firmato il trattato di pace fra Italia e Turchia, e la maggior parte dei capi arabi ciel retroterra tripolino si era sottomessa consentendo l'occupazione pacifica della Gefara e della Tripolitania orientale, nell'altra parte della Tripolitania ed in Cirenaica rimanevano in armi numerosi arabi-berberi con a capo Suleiman e! Baruni. Nell'ottobre 1912 si costituì a Zanzur 1'"8° reggimento alpini speciale" al comando del colonnello Antonio Cantore, formato dai l:r nttaglioni "Tolmezzo" , "Feltre", " Vestone" e "Susa" e da 3 batterie da montagna. Cantore , che da generale di divisione cadrà


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il 20 luglio 1915 alla Forcella di Fontana Negra, sulle Tofane, era dotato di un carisma particolare ed idolatrato dai suoi uomini. Nelle tasche di molti alpini caduti durante la 1a guerra mondiale venne trovato un foglio ingiallito dal tempo e spesso macchiato di sangue: era il vibrante ordine del giorno - n. 112 del 25 novembre 1913 con cui il colonnello aveva rivolto un saluto ai battaglioni "Verona", "Tolmezzo" e "Mondovì" che rientravano in patria. Il 23 marzo 1913 il reggimento attaccò le forze nemiche che erano divise in due mas·se fra Assaba e le località di El-Rabta ed El-Montruy. Cantore, dapprima su un cavallo bianco e con il "curbasci" in mano e poi, dopo l'abbattimento anche di un secondo quadrupede, appiedato, fu l'animatore della lotta; il suo "avvanti, avvanti" , pronunciato con l'inconfondibilè cadenza ligure, echeggiò a più riprese quale stimolo e riferimento per i suoi battaglioni. Ed era anche uomo che andava per le spicce, soprattutto nelle difficoltà. Il 18 giugno successivo, nel combattimento intorno al campo trincerato di Ettangi, mentre gli alpini stavano subendo gravi perdite inchiodati dagli arabi che sparavano dal vallone del Bu Msafer, ordinò perentoriamente al tenente Danioni, il comandante di plotone che gli si trovava più vicino: "Attraversi di corsa con il suo plotone il vallone e cacci via quei quattro straccioni". Il che fu fatto. · Intanto, sin dall'ottobre 1912 erano iniziati i rimpatri'. Alla fine del 1913 rimanevano in linea i battaglioni "Fenestrelle", "Ivrea" , "Vestone" e "Feltre" e 7 batterie da montagna a presidio delle principali località e delle carovaniere insidiate dai beduini. Scoppiata la guerra in Europa, tra il 1° ed il 20 agosto del 1914 i reparti alpini rimpatriavano, lasciando in Libia le sole batterie da montagna j tra cui 2 someggiate su cammelli. Il continente africano rivide reparti alpini dopo 22 anni, nel corso della campagna d'Etiopia. I primi ad intervenire furono il battaglione "Saluzzo", inquadrato nel "Gruppo Battaglioni Nazionali" e successivamente nell'll O reggimento alpini, ed il gruppo d'artiglieria alpina "Susa", incorporato nel 16° reggimento d'artiglieria della Divisione "Sabauda", che parteciparono alle battaglie dell'Amba Aradam e dell'Amba Alagi. Il 1° gennaio 1936, in considerazione delle caratteristiche d'alta montagna di molte regioni dell'Etiopia settentrionale, fu costituita a Brunico la Divisione Alpina "Pusteria" al comando del generale Luigi Negri Cesi. Ne facevano parte il 7° (battaglioni "Feltre", "Pieve di Teco" ed "Exilles") e l'll O (battaglioni "Trento", "Intra" e "Saluzzo") reggimento alpini, il 5° réggimento artiglieria alpina (gruppi "Belluno" e "Lanzo"-, il VII ed XI


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battaglione complementi, la 5a compagnia mista genio e servizi vari. In totale, oltre 350 ufficiali e sottufficiali, 12.750 uomini di truppa e quasi 4000 quadrupedi. Assegnata al I Corpo d'Armata e trasferita nella zona di Macallé, partecipò dal 12 febbraio al 5 marzo 1936 alle battaglie dell'Endertà, alla 2a battaglia del Tembien ed a quella dello Sciré, combattendo anche sull'Amba Aradam la cui cima fu raggiunta il 16 febbraio da un reparto del "Pieve di Teco" contemporaneamente ad uno della Divisione CC.NN. "23 Marzo" . Durante questo ciclo operativo, noto anche come la "battaglia strategica del Tigrai" , partecipò aJle azioni per la conquista dell'Amba Alagi e del Passo Togorà, del Passo Uarieu e del suo pilastro occidentale, l'Amba Uork, munitissima posizione da cui il nemico esercitava una forte minaccia contro il fianco destro dell'ala settentrionale del nostro dispositivo. Gli aspri torrioni rocciosi dell'Amba furono assaltati il 27 febbraio 1936, insieme ad elementi di un battaglione CC.NN. e di uno eritreo, da pattuglie di rocciatori facenti parte dei battaglioni complementi VII ed XI della Divisione. Tutte le citate operazioni si svolsero a quote elevate, fra i 2000 ed i 3000 m, con notevoli difficoltà ambientali e logistiche dovute alle ampie escursioni termiche fra giorno e notte , alla rarefazione dell'aria, alla carenza di acqua ed ai grossi problemi connessi con il rifornimento di viveri e materiali. In marzo, la "Pusteria" si trovò schierata in prima fila sulla linea di alture interposte fra la conca di Mai Ceu e la piana percorsa dal torrente Mecàn, punto-chiave per la penetrazione verso sud a cavallo della direttrice di Dessié e , nello stesso tempo, valido punto d'appoggio difensivo. La dislocazione dei reparti divisionali nella conca di Mai Ceu provocò difficilissimi problemi di trasporto . Colonne di salmerie marciarono senza tregua per più giorni lungo l'impervia mulattiera che scavalcava i passi orientale ed occidentale del Mecàn. Conducenti e mulì erano allo stremo. La situazione era resa grave dalle condizioni di deperimento in cui si trovàvano i quadrupedi per intossicazione da fatica, alimentazione difettosa e malattie; in quel mese, le perdite ammontavano a 1200 muli tra morti e ricoverati in infermerie arretrate. Molte batterie alpine dovettero ricorrere al ripiego di caricare lo zaino di ogni artigliere con una granata da 75/13. Il 31 marzo 1936 l'esercito etiopico attaccò le nostre linee con 30-40.000 armati disposti su quattro colonne, ma già alla fine della giornata la strenua resistenza degli alpini fu determinante nel vanificare il tentativo , così come le sporadiche puntate offensive dei giorni successivi. Il 3 aprile il Negus


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ordinò alle sue truppe superstiti la ritirata su Quoram, mentre contemporaneamente scattava la nostra controffensiva che portava la "Pusteria'.' a conquistare le posizioni tenacemente difese dell'Amba Guddan e di Passo Ezbà. Dopo la distruzione delle ultime forze militari etiopiche nella battaglia del Lago Ascianghi, il Comando Superiore in Africa Orientale decise la marcia su Addis Abeba cui partecipò , in rappresentanza delle truppe alpine, il battaglione "Trento". Ultimate le operazioni di guerra , la "Pusteria" rimase in colonia, frazionata in oltre 80 presidt e distaccamenti nella zona intorno a Dessié e ad Addis Abeba. In settembre venne sciolto l'XI battaglione complementi , mentre il VII diventò, il 18 marzo 1937, battaglione "Uork Amba". Lasciato in Africa Orientale questo reparto, la Divisione rientrò a Napoli il 12 aprile 1937, ed il giorno dopo sfilò a Roma ricevendo i ben meritati onori. Il battaglione "Uork Amba" fu anche protagonista, nel corso della 2a guerra mondiale , dell'ultima presenza alpina a livello reparto in terra d'Africa. A 1 comando dal 1939 del maggiore e poi tenente colonnello Luigi Pe luselli, il battaglione fu assegnato nel febbraio 1941 alla difesa della barriera montana ad occidente ed a sud-ovest di Cheren - contro la quale era già in corso l'offensiva della 4a Divisione anglo-indiana - determinante per sbarrare al nemico la via per Asmara , ma purtroppo priva di qualsiasi apprestamento. Dall'll febbraio sino al 26 marzo, allorché terminò la resistenza nel settore di Cheren, gli alpini del "Uork Amba" si batterono eroicamente su Monte Amba, Cima Forcuta, Monte Tetri ( dove un ufficiale e 7 alpini tennero testa al nemico per oltre un'ora, finché caddero tutti uccisi), Monte Samanna, Monte Zeban, sul Dologodoroc, ascrivendo alle glorie del Corpo una delle pagine più belle della sua storia e di quella militare italiana in genere. Gli atti di valore individuale furono innumerevoli, compendiati nella medaglia d'argento al battaglione, nell'Ordine Militare di Savoia al tenente colonnello Peluselli , in 2 medaglie d'oro concesse ai tenenti Castellani e Brusco e nella proposta per analoga decorazione all 'alpino De Gaspari. Dai dati relativi alle perdite, emerge il notevole tributo di sangue pagato dal reparto. I suoi esigui resti, sottrattisi faticosamente alla cattura e raggiunta Massaua, vi contribuirono sino all'8 aprile 1941 alla difesa, ponendo termine alla presenza degli alpini in Africa proprio nella stessa città che aveva tenuto a battesimo, 54 anni prima, il loro arrivo sul continente nero. Va ricordato infine come molti ufficiali e sottufficiali alpini e dell'artiglieria da montagna parteciparono alle varie campagne ed


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operazioni africane inquadrati in reparti di truppe coloniali od in "bande", molto spesso con incarichi di comando. In Africa Settentrionale, durante la 2a guerra mondiale, oltre ad Italo Balbo provenivano dagli alpini i generali De Giorgis e Lombardi, comandanti rispettivamente delle Divisioni "Savona" e "Brescia", il maggiore Caccia Dominioni, comandante del 31 ° battaglione guastatori e molti paracadutisti della "Folgore" - tra cui lo stesso vice-comandante, generale Bignami - 3 dei quali furono decorati di medaglia d'oro al v.m. Queste sono state, in sintesi, le vicende degli alpini in Africa. Come su tutti gli altri fronti di guerra, anche qui si comportarono secondo la natura e lo stile della gente di montagna: combatterono e morirono perché era il loro dovere, e perché fra le loro abitudini non c'era mai stata quella di scappare. Non nutrirono paura, neppure quelli delle ottocentesche campagne eritree che per la prima volta in vita loro vedevano un negro, e neppure odio, perché fra le molte loro semplici caratteristiche ebbero sempre quella di non odiare mai il nemico ma solo di combatterlo lealmente e con valore. Tutte le volte, partirono per la guerra rimugugnando in chiave bonariamente ironica, tra una cantata ed un sorso di quello buono, le vecchia battuta di sempre: "Ogni tanto i ne riciama a far i borghesi, ma pò i ne congeda subito e tornemo soldà".


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Allegato n. 1

LE ARMI Fucili e pistole Gli alpini che andarono in Eritrea nel 1887 erano armati con il fucile "Vetterli mod. 1870" (cal. 10,35, a caricamento successivo, con sciabola-baionetta), gli ufficiali con la "pistola a rotazione mod . 1874 Chamelot-Delvigne", gradualmente sostituita dal 1889 con un altro modello. Il I Battaglione Alpini d'Africa, immolatosi nel 1896 su Monte Rajo, era dotato del fucile "Vetterli-Vitali" mod. 70/87", sostituito durante il viaggio , per uniformità di armamento con le altre truppe, al mod. 91 già in distribuzione fra le truppe alpine; si trattava della modifica del Vetterli, trasformato nel 1887 in arma a ripetizione ordinaria su proposta del capitano d'artiglieria Giuseppe Vitali. Nella guerra di Libia era in dotazione il fucile mod. 1891 (cal. 6,5), che nella versione "moschetto per truppe speciali" (più corto e leggero) fu distribuito anche ai conducenti di salmerie alpine. Qualche ufficiale riuscì ad avere, in sostituzione della pistola mod. 1889, una delle prime "Glisenti mod. 1910". Durante la campagna d'Etiopia, alcuni ufficiali e sottufficiali poterono disporre della pistola "Beretta mod. 1934" cal. 9.

Mitragliatrici e mortai

Solo nella campagna di Libia i battaglioni alpini ebbero in organico una sezione di mitragliatrici automatiche "Maxim mod. 1906" (cal. 6,5), arma a ripetizione automatica ad utilizzazione diretta del rinculo. Nel 1936, in Africa Orientale, i reparti alpini disponevano della mitragliatrice leggera "Breda mod. 1930" - che diventerà poi "fucile mitragliatore Breda mod. 1930" - come arma per la squadra fucilieri, e della mitragliatrice pesante "Fiat mod. 1914" (cal. 6,5). I battaglioni ebbero anche in dotazione i primi mortai d'assalto "Brixia mod. 1935" (cal. 45); distribuito in numero di 9 per ogni battaglione, era un'arma semplice, rustica, del peso di circa 15 kg, con buona celerità di tiro (25-30 colpi al minuto senza rettifica di


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puntamento, 8-10 con rettifica), gittata minima 100 m e massima 500.

Cannoni Nelle campagne eritree, l'artiglieria da montagna era armata con il cannone ''7 BR Ret. Mont. " (cal. 75, rigato ad avancarica , celerità max: 8 colpi al minuto - gittata max: 5400 mt.). Dal 1904 entrò in linea il "70 A. Mont." (celerità max: 8 colpi al minuto - gittata max: 6500 mt.), con bocca da fuoco in acciaio al nichelio, a retrocarica, e che fu il primo materiale d'artiglieria da montagna ad essere dotato di congegno di puntamento a cannocchiale. L'affusto a ruote, inizialmente in legno, fu poi sostituito con l'affusto in lamiera d'acciaio, rigido, idoneo anche al traino con timonella. Ne furono dotate le batterie che operarono nella campagna di Libia. Alcune di queste, inoltre, fecero in tempo a vedersi assegnare, verso la fine del 1913, qualche esemplare del nuovo pezzo da 65/17 che doveva sostituire gradualmente il "70 A" di cui aveva le stesse caratteristiche di gittata e celerità massima. In Africa Orientale furono impiegati il cannone da montagna 75/13 Skoda (gittata max: 8000 celerà max: 6 colpi al minuto), preda bellica austriaca della 1a G .M. e che dal 1921 era andato sostituendo il 65/17, l'obice da montagna 100/17 Skoda mod. 1916, anch'esso preda bellica austriaca, e l'obice da montagna 75/18 mod. 1934; questi ultimi due pezzi avevano una gittata massima di 9200 m ed una celerità di tiro che variava dai 6 agli 8 colpi al minuto.


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Allegato n. 2

LE UNIFORMI Gli alpini che nel 1887 presero parte alla prima campagna d'Eritrea indossarono una divisa speciale che poi , in relazione alla nostra espansione coloniale , diventerà l'uniforme del Corpo Speciale d'Africa e come tale approv:ata il 25 febbraio 1888. Giubba e pantaloni erano in tela color bronzo chiaro, con uose di tela del medesimo colore per gli ufficiali, mentre il copricapo era rappresentato da un casco a forma alta tondeggiante allargantesi gradualmente verso la parte inferiore, costituito da più stratificazioni di una leggerissima pianta acquatica orientale (l"'aeschyomene paludosa") e rivestito di tela leggera dello stesso colore della divisa; sul davanti erano applicate la coccarda tricolore ed il fregio, mentre penna e "nappina" erano disposte sul lato sinistro. A titolo di precisazione ricordiamo come, sulla base di alcune fotografie dell'epoca riproducenti militari a cavallo e con la penna sul casco, da alcune font i si è erroneamente parlato dell'impiego in Africa di reparti alpini montati a cavallo. In realtà, ad un'attenta osservazione non può sfuggire come la penna, nei soldati delle fotografie, sia portata a destra anziché a sinistra; si tratta infatti non di alpini ma di reparti di cavalleria (facenti parte degli squadroni " Cacciatori a cavallo" e "Cavalleria d'Africa" costituiti per la circostanza) che portavano anch'essi sul casco coloniale una penna. I gradi erano costituiti, per tutti , da galloni e galloncini sulle maniche e sui paramani, di lana azzurra per gli ufficiali e rossa per i sottufficiali e la truppa, senza l'intreccio a fiore che veniva sostituito, per i soli ufficiali e sottufficiali, da un semplice occhiello oblungo . L'uniforme degli artiglieri da montagna era identica a quella degli alpini , ma le buffetterie erano di cuoio giallo così come gialla era la filettatura delle "pipe" sul colletto. Il casco portava, sul davanti , la coccarda tricolore col fregio della specialità (2 cannoni incrociati sormontati da una cornetta con fiam ma, istituito proprio nel 1887 con la costituzione del 1° reggimento artiglieria da montagna) e sul lato destro un piumette di crini neri infilato, per gli ufficiali , in una tulipa metallica e , per la truppa , in una nappina di lana gialla con ovale nero recante in bianco il numero della batteria.


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Durante la campagna di Libia, gli alpini indossarono l'uniforme grigio-verde, introdotta nel 1908 per tutto l'esercito italiano, ed avrebbero dovuto portare anche in questa occasione l'elmetto coloniale; non risulta, però, che esso sia stato adoperato al posto del cappello di feltro grigio-verde con penna e nappina - introdotta in . rosso nel 1880 e che nel 1882, con la costituzione dei reggimenti, varierà di colore per distinguere i vari battaglioni dello stesso reggimento - adottato per alpini ed artiglieri da montagna il 20 maggio 1910 ed al quale gli stessi erano già particolarmente affezionati. Nel 1935-36, nelle unità alpine che erano state mobilitate per la campagna d'Etiopia, ad alpini, artiglieri (che dal 1934 erano divenuti "alpini" anziché "da montagna") e genieri alpini - costituiti, questi ultimi, nel 1935 - fu data l'uniforme formata da giubba di tela, camicia, cravatta e pantaloni lunghi di tela infilati negli stivaletti a gambaletto, il tutto di color cachi. Il casco coloniale aveva il fregio in metallo dorato sovrapposto ad una coccarda tricolore e la rituale penna e nappina anche se spesso, in deroga alle norme, prevalse su di esso il tradizionale cappello alpino che fu largamente usato. Gli ufficiali indossavano la divisa in tela e diagonale cachi della stessa foggia di quella grigio-verde, con stivali o stivaletti marroni. La giubba era priva del bavero nero, ed i pantaloni non avevano le bande. I distintivi di grado, indicati da stellette, erano portati su controspalline di panno nero filettate del color verde caratteristico e con il fregio della specialità ricamato in orp. Ufficiali, sottufficiali e truppa adottavano le stesse mostrine: fiamme verdi per gli alpini e le "pipe" nere, orlate di giallo per gli artiglieri e di amaranto per i genieri, su un rettangolo di panno verde. Durante la 2a guerra mondiale, le truppe alpine rimaste in Africa Orientale continuarono ad indossare la vecchia "coloniale" del 1936 o la divisa grigio-verde. L'elmetto, usato talvolta in alternativa al casco coloniale, recava a sinistra una piccola tulipa metallica per infilarvi la nappioa tradizionale del battaglione, ,batteria o compagnia genio. Il fregio era verniciato in nero.


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Allegato n. 3

LE DECORAZIONI E LE PERDITE Decorazioni

Le ricompense al v.m. concesse durante le varie campagne africane, limitatamente all'Ordine Militare di Savoia ed alle medaglie d'oro e d'argento (ed a quelle di bronzo per le sole bandiere) , sono così computabili:

Individuali

Ordine Militare dì Savoia (alpini ed artiglieri da montagna): 24 (1 Eritrea , 18 Libia, 4 Etiopia, 1 A.O.I. 1941); Medaglie d'oro: Alpinii 10 (1 Eritrea, 2 Libia, 4 Etiopia, 3 A. O. I. 1941); Artiglieri 8 ( 4 Eritrea, 3 Libia, 1 Etiopia); Medaglie d'argento: Alpini 306, Artiglieri 128.

Alle bandiere

Ordine Militare di Savoia: 2 (ai reggimenti alpini 7° ed 11°, con la stessa motivazione concessa a tutti reggimenti dell'Arma di Fanteria che avevano partecipato alla campagna d'Etiopia); Medaglie d'argento: 8 (tutte a reparti alpini); · Medaglie dì bronzo: 5 (4 a reparti alpini, 1 a reparto di artiglieria alpina).

Perdite

Per quanto attiene alle perdite, non esistono elementi statistici uniformi e concordanti, per cui i dati che seguono sono attendibili per approssimazione: Campagne eritree 1887-1896: nella prima campagna eritrea 1887-1888 il I battaglione alpini d'Africa, al di fuori di limitati scon-


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tri a fuoco, non ebbe reali occasioni di combattimento. Perse 14 uomini per malattie. Dal 1888 al 1895 caddero 5 ufficiali alpini e 3 di artiglieria da montagna. Ad Adua furono uccisi 10 ufficiali e quasi il 50-60% della forza del I battaglione alpini d'Africa del tenente colonnello Menini, quel giorno ammontante a circa 590 alpini , mentre il numero degli artiglieri da montagna caduti non è precisabile; si sa però che dei 300 artiglieri delle batterie cosiddette "siciliane" (provenivano infatti dai presidi dell'isola), solo una quarantina circa furono i superstiti. Campagna di Libia: mancano dati attendibili. Campagna d'Etiopia: reggimenti alpini 7° ed 11 ° della Divisione "Pusteria" - ufficiali: morti 10, feriti 12; truppa: morti 120, feriti 190. È peraltro da ritenere che siano, se pur di poco, inferiori alla realtà. Sono sconosciute le perdite degli altri reparti della Divisione, comprese quelle del 5() reggimento artiglieria alpina, della compagnia genio e dei servizi, che sembrerebbero comunque potersi valutare in un centinaio di uomini. A.O.I. 1941: battaglione "Uork Amba": su una forza complessiva di 21 ufficiali, 55 sottufficiali ed 840 alpini ebbe 323 morti (5 ufficiali, i8 sottufficiali, 300 alpini) e 460 feriti (14 ufficiali, 26 sottufficiali, 420 alpini) . I superstiti incolumi furono 2 ufficiali, 1 sottufficiale e 120 alpini.


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BIBLIOGRAFIA

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Landoni, Milano,


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LA COSCRIZIONE NEI DIPARTIMENTI PIEMONTESI DELL'IMPERO FRANCESE (1800-1810) Introduzione

La coscrizione nei dipartimenti piemontesi dell'Impero francese è il primo capitolo di un impegnativo e importante lavoro di ricerca, attualmente svolto dall 'Autore all'Université de Paris-Sorbonne , presso l'Institut de Recherches sur les Civilisations de l'Occidente Moderne (I.R.C.0.M.) , avente per tema l'integrazione degli italiani dell'Impero francese, del R egno italico e del R egno di Napoli nella Grande Armée. Questo studio riprende i metodi di analisi delle strutture sociali e mentali messe a punto dall'Ecole des Annales, così come dalle · équipes di ricerca dell'Université de Paris-Sorbonne e dell'Université Paul Valéry de Montpellier, che hanno già lavorato sulla tematica del reclutamento nell'età moderna e contemporanea, adattandoli al tema particolare e all'analisi dei numerosi problemi , che pone il reclutamento di truppe arruolate in un esercito straniero, evidenziando sia le difficoltà incontrate dalle Autorità militari , che i problemi suscitati dalle d ifferenze di sensibilità, cultura e aspirazioni politiche. In questa prospettiva è stata messa a punto una problem atica che tenendo conto delle vicende politiche, dei contrasti ideologici e culturali , delle trasformazionj economiche e sociali , può servire da esempio allo studio delle procedure d'integrazione nella Grande Armée praticate nei riguardi delle diverse popolazioni dei paesi annessi all'Impero francese ed in particolare di quelle italiane. Innanzitutto perché i dipartimenti piemontesi? Perché già nel XVII secolo il Piemonte, dove la volontà dei sovrani e la situazione politica e militare di questo Stato "frontiera", indipendente, spiegano il ruolo svolto dall'esercito, rappresenta un caso interessante e senza equivale nti in Italia.


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Il Piemonte, per la sua storia e per le sue tradizioni militari , è lo Stato italiano più vicino alla Francia; la sua situazione di fronti era lo porta a partecipare, in un campo o nell'altro, a tutte le guerre del XVIII secolo ; il suo esercito permanente , strumento del potere monarchico (cfr. la Prussia) e la sua milizia , su modello francese, che da a questo esercito una base " nazionale" e gli serve da riserva per manente , sono i mezzi che uti lizza il suo principe per cercare di estendere territorialmente lo Stato e riuscire infine a diventare re. I piemontesi sono tra i primi ad entrare nella 1a coalizione contro la Repubblica francese, ma dopo essersi battuti per quattro anni, dal 1792 al 1796, con il consueto valore sulle Alpi, vengono sconfitti dal Bonaparte e costretti all'armistizio di Cherasco , che ratifica la cessione alla Francia della contea di Nizza e del ducato di Savoja, consente il libero passaggio ai francesi verso la Lombardia austriaca, e impone l'occupazione di importanti fortezze. Carlo Emanuele IV , salito al trono di Sardegna nell'ottobre 1796 alla morte del padre Vittorio A medeo III , il 10 dicembre 1798 rinuncia per sé e il suo casato a ogni diritto sul Piemonte, invita i piemontesi a sottomettersi alla Francia, ordina al suo t;'>ercito di obbedire al generale Barthélemy Joubert , comandante in capo dell'Armata d'Italia. Il Piemonte, in seguito occupato dagli austro-russi nel luglio 1799, dopo la pace di Lunéville viene trasformato in provincia francese e il 2 aprile 1801 diventa la 27a Divisione militare. Esso non è un caso unico d'incorporazione alla Francia, ma presenta da questo punto di vista un interesse singolare. Vi si può vedere sia un esempio che si può trasporre in altri paesi p. es l'Olanda, sia un caso specifico; i due punti di vista sono entrambi validi. tuttavia il Piemonte presenta una differenza rispetto al caso dei Paesi Bassi: questi sono stati incorporati in blocco, mentre gli Stati Sabaudi , divisi in territori cisalpini e transalpini vengono annessi gradualmente salvo la Sardegna. Quest'ultima , restata indipendente , è asi lo di una emigrazione, ospita il sovrano, la sua corte e una parte de i suoi ufficiali. Questo esilio del re , scacciato dagli invasori , spiega l'atteggiamento dei contadini , che malgrado tutto gli restano fedeli e che ne fanno una sorta di "figura mitica" , verso la quale idealmente si rivolgono, trovandovi ispirazione per la resistenza all 'occupazio ne straniera; tanto più aspra quanto più il peso della coscrizione, che viene introdotta dai francesi, grava su di essi in maniera discrimin atoria rispetto agli abitanti dei centri urbani. ·


La coscrizione nei dipanimenti piemontesi dell'Impero francese (1800-1810)

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Dunque abbiamo uno Stato a tradizione militare, che ha fatto la guerra contro la Francia rivoluzionari a e che si trova annesso e trasformato in dipartimenti , una emigrazione che fa partire per la Sardegna una parte dei suoi ufficiali, ma non tutti, e il reclutamento dei soldati piemontesi nell 'Esercito francese, che, fino al 1814, ne seguono le aquile in tutti i campi di battaglia d'Europa, tenendo alto il nome ed il prestigio degli italiani in armi . Di conseguenza una continuazione della tradizione militare, ma anche uno scarto minimo con la situazione francese propriamente detta. A questo occorre aggiungere l'introduzione della coscrizione che incontra una resistenza. Perché? A quanto si eleva per anno l'ammontare del numero dei coscritti in ogni dipartimento piemontese? Quale è il numero totale dei coscritti? Quanti ne sono stati chiamati sotto le armi? Quanti ne ha ricevuti realmente l'esercito francese; Quante riforme vi sono state e perché? Quale è il numero dei disertori? T ali sono le questioni che saranno trattate nel corso di questo lavoro. La ricerca dei risultati della coscrizione nei dipartimenti piemontesi è stata effettuata agli A rchivi Nazionali di Parigi , dove tra i fondi della Segreteria di Stato dell'Impero francese sono sta ti reperiti due documenti manoscritti: Il Compte général de la conscription depuis l'an 7 jusqu'à l'an 13, redatto nel 1806 per l'Imperatore, da Antoine-Audet HargevilJiers , di cui esiste una rarissima stampa, curata da Gustave Vallée nel 1937, e il Compte général sur la conscription de 1806 à 1810, redatto nel 1811 per il Sovrano, dal Lacuée successore dell' Hargenvillie rs alla Direzione generale della coscrizione del Ministero della Guerra. Cura particolare è stata posta nell'individuare fra i fondi della Divisione criminale del Ministero della Giustizia , gli atti processuali dei procedimenti penali a carico dei renitenti e dei disertori , nonché i rapporti della Inspection Générale de la Gendarmerie Imperiale , Bureau Secret, riguardanti lo stato della coscrizione nel Piemonte. l . L e leggi militari della fine del Direttorio Dopo l'armistizio franco-austriaco di Leoben firmato il 7 aprile 1797, l'Inghilterra non ha preso parte ai trattati di pace di Basilea e di Campoformio che hanno messo fin e alla l " coalizione. Restata in guerra cerca alleati: Turchia (18 settembre 1798), Napoli e Sar-


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degna (6 dicembre), Russia (18 dicembre), Austria (12 marzo 1798) , Portogallo e Stati del Nord Africa (marzo 1799). Bonaparte vuole combattere gli inglesi sul Mediterraneo (Egitto, sulla via delle Indie) questo implica l'entrata in guerra delle potenze ad essi alleati, che costituiscono la 2a coalizione. L'Esercito francese è ridotto in uno stato miserabile minato dalla diserzione; quattro armate: del Reno, d'Italia, del Nord e dell'Ovest, per un totale di 230.000 uomini si oppongono a un numero doppio di avversari. Per far fronte alle necessità della guerra una serie di leggi relative alla riorganizzazione dell'Esercito sono presentate dal Direttorio e promulgate dal Consiglio dei Cinquecento e l'organizzazione che viene adottata, sarà mantenuta in seguito, con leggere varianti, anche durante il periodo napoleonico. Tra le disposizioni legislative la prima e la più importante, che introduce la coscrizione in Francia e che in seguito sarà la base del reclutamento, è la legge n. 1995 del 19 fruttidoro anno 6 (5 settembre 1798), "relative au mode de formation de l'armée de terre" , nella quale il sistema dell'arruolamento volontario si coonesta con quello della coscrizione. Essa introduce, senza proclamarlo apertamente dovendo rispettare il principio rivoluzionario della volontarietà gratuita, l'obbligatorietà della prestazione del servizio militare. Infatti oltre a prevedere l'arruolamento volontario di quattro anni in tempo di pace, prolungabili d'ufficio in caso di guerra, applica la coscrizione a ogni francese dell'età da 20 a 25 anni compiuti. Delle dispense sono previste per alcune categorie di persone, tra le quali gli uomini sposati prima del 6 nevoso anno 6, i divorziati o i vedovi con prole e coloro posti in congedo assoluto. I giovani vengono ripartiti in cinque classi di leva secondo la loro età, il 1° vendemmiaio di ogni anno costituisce il giorno di partenza di ciascuna di esse. Per pervenire al grado di ufficiale, bisogna aver servito tre anni in qualità di soldato o di sottufficiale, salvo per i corpi di artiglieria e genio, che sono retti da una legge particolare. Significativa nella legge è la disposizione che nessun francese, durante il tempo nel quale è sottoposto al servizio militare, può godere dei diritti civici, né coprire alcuna pubblica funzione, se non prova di essere iscritto nelle liste delle classi di leva, di avere ottenuto il congedo assoluto , o di essere dispensato dal servizio. Analogamente a quanto è previsto dalle leggi precedenti, anche


La coscrizione nei dipartimenti piemontesi dell'Impero francese (J/f00-1810)

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per questa occorre volta a volta fissare con decreti del potere legislativo il contingente di coscritti da chiamare. La seconda disposizione, la legge n. 2003 del 23 fruttidoro decide della sorte dei "réquisitionnaires", militari precettati dal decreto della Convenzione sulla "levée en masse" del 25 agosto 1793 1 : essa richiama nell'Esercito tutti i francesi già chiamati dal suddetto decreto, salvo coloro posti in congedo assoluto e gli uomini sposati prima del 1° germinale anno 6. Tutte le altre dispense sono annullate . Il Direttorio, considerato lo stato di pace precario in cui la Francia si trova verso l'Europa , con la legge del 3 vendemmiaio anno 7 n. 2041 (24 settembre 1798) richiede ancora 200.000 uomini e mobilizza i giovani della prima classe ed eventualmente, in caso d'insufficienza, quelli della seconda ed in seguito della terza classe. Ma ciò non impedisce all'Assemblea legislativa, con la legge del 28 germinale anno 7 n. 2805 (17 aprile 1799), detta "relative au complément de la levée de 200.000 hommes ordonnée par la loi du 3 vendémiaire", di ordinare la formazione di una riserva di 20.000 uomini di cui il contingente deve essere fornito dai coscritti della seconda e terza classe, tuttavia gli organici rimangono sempre deficitari. Le chiamate alle armi danno luogo a gravi inconvenienti , sia per le lacune che la legge contiene nelle disposizioni esecutive, sia per l'ostilità dei cittadini alla forma coattiva del servizio militare o sia per l'inerzia di molti comuni che nell'aprile ciel 1799 non avevano ancora formato le liste di coscrizione. Questo viene confermato dal fatto che viene promulgata una nuova legge la n. 3094 del 1.0 messidoro anno 7 (28 giugno 1799) per porre in servizio tutti i coscritti delle cinque classi non ancora arruo- . lati e riunirli in battaglioni dipartimentali, abolendo il sistema sino allora in uso, di mandarli prima ai depositi cli fanteria, per ricevere una sufficiente istruzione e abituarsi alla disciplina. Nell'Esercito la carenza di quadri inferiori è tale che si arriva alla concessione di una serie di amnistie pur di recuperarne un buon

' La Convenzione posta di fronte ai disastri militari dei primi anni delle guerre rivoluzionarie, con due successivi decreti del 25 ge nnaio e del 20 febbraio 1793 , dichiarava in stato di requisizione permanente tutti i cittadini celibi o vedovi senza prole, di età compresa fra i 18 e i 40 anni e fra essi ordinava si levassero 300.000 uomini. Le vicende della guerra che segujrono resero necessario il 23 agosto 1793 un nuovo decreto della Convenzione, con il quale si estendeva la requisizione per tutta la durata della guerra tutti i cittadini dai 18 ai 50 anni , celibi o vedovi senza prole. Questa requisizione fornì 400.000 uomini.


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numero. La prima che viene accordata, con la legge n. 3103 del 14 messidoro anno 7 (2 luglio 1799), riguarda, in effetti, i sottufficiali e i soldati che avendo disertato non hanno abbandonato il territorio francese o quelli occupati dall'Esercito. Le condanne vengono cancellate, ma gli amnistiati devono rientrare immediatamente in attività di servizio. Si tratta qui di contumaci, che dovranno presentarsi entro dieci giorni. Gli altri, quelli che sono detenuti, vengono messi in libertà e devono domandare un foglio di via per raggiungere l'Esercito. L'amnistia si applica egualmente ai coscritti renitenti. Tutti, entro tre mesi, dovranno essere arrivati al corpo di destinazione; coloro che non obbediranno saranno dichiarati disertori. Ma le partenze dei coscritti incontrano numerose difficoltà, lo si può capire dal decreto del Direttorio del 14 fruttidoro n. 3237 (31 agosto), che ingiunge a questi e ai "requisionnaires" di presentarsi prima del 1.0 vendemmaio anno 8 (1 ottobre 1799) ai loro corpi sotto pena di essere dichiarati disertori e trattati come tali. Dopo il colpo di stato del 18 brumaio dell'anno 8 (9 novembre 1799) che inaugura il Consolato, la nuova Costituzione è muta nei riguardi delle Istituzioni militari, volendosi riservare il Bonaparte piena libertà in questo campo dell'attività governativa. Infatti, con la legge n. 64 17 ventoso anno 8 (8 marzo 1800), si stabilisce che la chiamata alle armi venga lasciata a discrezione del potere esecutivo e si introduce la surrngazione (per essere ammesso come supplente, occorre essere francese, avente età dai 18 ai 60 anni, alto 1,65 m come minimo, 5 piedi e 1 pollice, di sana e robusta costituzione fisica, non essere nè «requisionnaire» nè coscritto) e l'esonero per denaro dei non idonei, primo esempio di tassa militare. Inoltre sono adottati nuovi provvedimenti per regolarizzare la coscrizione e assicurare il controllo delle operazioni di leva. I Consoli, malgrado lo stato di pace in cui si trova l'Europa , con la stessa legge n. 64, 17 ventoso anno 8, prendono già le misure organiche più opportune per assicurarsi le forze necessarie per una nuova guerra con la creazione di un Esercito di riserva, che sarà direttamente comandato dal Bonaparte: lo stesso giorno 30.000 uomini vengono chiamati, con la facoltà della surrogazione, per costituirla. Con la legge n. 506 del 7 piovoso anno 9 (27 gennaio 1801) sono organizzate le mezze brigate elvetiche e con la n. 510 del 15 piovoso (4 febbraio) stabilito il modo di reclutamento delle truppe di · marina. Infine jl 24 fiorile anno 10 (14 maggio 1801) è concessa una


La coscrizione nei dipartimenti piemontesi dell'Impero francese (1800-18/0)

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amnistia per il crimine di diserzione commesso prima del 1° floreale anno 10 (21 aprile) dai sottufficiali e dai soldati della Repubblica, legge n. 1575. Questa legislazione sul r eclutamento militare è applicata al Piemonte un anno dopo Marengo (fiorile anno 10) 2 quando una certa sensazione di sicurezza portata da.Ila pace di Amiens con l'Inghilterra, lascia cadere, provvisoriamente solamente, noi lo sappiamo ma i cittadini dell'anno 10 lo ignorano, ogni timore di ripresa della guerra in un avvenire immediato. A pace conclusa, l'Esercito si riorganizza. Essendo impopolare la coscrizione, il Primo console , trattiene in servizio i soldati con esperienza di combattimento per mezzo di alte paghe d'anzianità e attira gli stranieri. Vengono concesse due amnistie: la prima del 1° frimaio anno 12 (23 novembre 1803) in favore dei renitenti e dei disertori degli anni 7, 8, 9, 10. Quelli dell'anno 7 sono prosciolti da ogni vincolo , gli altri devono raggiungere i depositi militari . La seconda del 13 pratile 12 (2 giugno 1804) in favore dei coscritti di tutte le classi , a condizione che ritirino il loro foglio di via per i corpi o i depositi militari. Ma a partire dal 1805 la situazione cambia e le truppe francesi combattono sui diversi teatri d'operazioni per un periodo che va dal 1805 al 1815. Di conseguenza si è creduto interessante studiare gli effetti e i risultati dell'introduzione della coscrizione nei dipartimenti piemontesi .

2. Popolazione dei dipartimenti piemontesi

Per una Francia di cui la popolazione è stimata a 34.813.473 abitanti (anno 14) 3 il Piemonte (Carta n. 1) presenta una popolazione di 1.851.852 abitanti: Dipartimento della Dora 224.127 a. (Carta n. 2) Dipartimento di Marengo . .. . .. 332.554 a. (Ca11a n. 3) 2 I dipartimenti piemontesi: Dora , Marengo, Sesia, Stura, Tanaro, Po, sono soggetti alla coscrizione in virtù del decreto consolare del 4 messidoro anno X (Duvergier, XIII, p. 232; Moniteur, numéro 9 messid. 10; G. VALLÉE (M .S. stampa a cura di), Compte Général sur la Co.nscription depuis son établissement par AntoineAudet Hargenvilliers, Paris, 1937 , p. 119, nota 17 . 3 Archives Nationales AFIV 1123 Compte général de la conscription depuis l'an 7 jusq'à l'an 13 inclusivament. G . VALLÉE, op. cit. , pag. 8.


Francesco Frasca

564

Dipartimento Dipartimento Dipartimento Dipartimento

del Po .... ......... della Sesia ...... .. della Stura del Tanaro

395.193 204.445 395.074 310.459

a. a. a. a.

(Carta (Carta (Carta (Carta

n. n. n. n.

4) 5) 6) 7)

Per la Francia dell'anno 7 tutte le classi della coscrizione sono state messe in attività di servizio 3 . Dall'anno 8 inclusivamente non è stato levato su ciascuna di esse che un contingente determinato. Quello dell'anno 8 non è stato che di 33.707 uomini (30.000 per la Francia meno la Vandea 4, 3707 reclutati nei nove dipartimenti belgi soggetti per la prima volta alla coscrizione 5 ) . Inoltre secondo il rendiconto generale della coscrizione dall'anno 7 all'anno 13 1 per le due classi IX e X 128.000 uomini sono stati chiamati alle armi; per le classi XI e XII 125.616 uomini, vale a dire più di 60 .000 coscritti per generazione. Solo la classe XIII fornisce 60.000 reclute esattamente. Ma l'eccedenza di 8.000 uomini sulle classi IX e X si spiega nella maniera seguente: - la legge del 28 fiorile anno 10 non leva che 120.000 uomini sulle classi IX e X, cioè 60.000 per generazione. Gli altri 8.000 sono reclutati per mezzo di un decreto speciale nei sei dipartimenti piemontesi 6 . A partire dalla coscrizione degli anni 9 e 12 il contingente piemontese cessa di essere chiamato alla leva in soprannumero 7 . Le 125.616 reclute delle classi XI e XII sono arruolate dal

4

Archives Nationales AFIV 1121. Etat de répartition des 30.000 hommes mis en activité par l'art. 1 du réglement relatif à J'armée de terre. G. VALLÉE, op. cit., pag. 67, nota 1. 5 Archives Nationalcs Fl9 164 15 fruct. 8. Au ministre de l'interieur. G. YALLÉE, op. cit. , ibidem. 6 Moniteur n. 279, 9 messid. 10, arrèté du 4; cf. Duvergier, Collect. de lois, déerets. ecc., XII, p. 232, arrèté du 4 messid. 10. G. VALLÉE, op. cit., p . 67, nota 2. 7 Bull. Lois 2746, Tableau annexé à la loi du 6 floreal 11: I sei dipartimenti piemontesi vi figurano per la prima volta con il loro contingente allo stesso titolo che gli altri dipartimenti francesi. Per una media di reclutamento uguale a 1/1164 gli si domanda: Po: 1/1036; Sesia: 1/1068; Stura: 1/1039; Tanaro: 1/1039; Marengo: 1/1006; Dora: 1/974. G. YALLÉE, pag. 119, nota 17.


La coscrizione nei dipartimenti piemontesi de/l'Impero francese (1800-1810)

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decreto imperiale del 16 germinale anno 12, che prevede un surplus 89 di 5 .616 "voltigueurs" presi tra i riformati di queste due classi .

3. Stato generale degli iscritti nelle liste di coscrizione Le due tabelle annesse illustrano il numero degli iscritti nelle liste di coscrizione e il prodotto di una classe di leva in ogni dipartimento 10 . Per il Piemonte: 11 classi di coscritti sono state costituite dall'introduzione della coscrizione fino all'annb 1810 incluso. Il prodotto totale di queste 11 classi di uomini iscritti nelle liste è di 166.556. La media per l'insieme dei dipartimenti, calcolato su tutte le classi (1800-1810) è di 15.345. Si potrebbe guardare questa media come il numero rappresentativo di ogni classe; però, gettando un colpo d'occhio sul totale di ciascuna delle prime classi si nota che è meno considerevole di quello delle ultime, come viene rilevato da Antoine-Audet Hargenvilliers, direttore generale della coscrizione, che nel Compte général de la conscription, attribuisce questo fenomeno particolare, alla 8 Occorre tener presente che col 1805 cessa dall'essere in vigore il calendario rivoluzionario, che aveva inizio il 22 o 23 settembre; l'anno 14 conta così tre mesi e nove giorni; vendemmiaio, dal 23 settembre 1805 al 22 ottobre, brumaio, dal 23 ottobre al 21 novembre, frimaio dal 22 novembre al 21 dicembre , nevoso dal 22 dicembre al 31 dicembre 1805. La classe 1806 risulta così calcolata , per effetto di questo cambiamento di calendario, in modo anormale su 15 mesi (anno 14 - 1806) anziché su 12. 9 Nuove specialità: "voltigueurs" (volteggiatori), "velites" (veliti) , "tirailleurs.. (tiragliatori), ecc. , ecc. , ecc., imposero criteri di scelta diversi che non la sola statura come fatto in precedenza. 10 Le tabelle annesse allo studio sono state estratte da due documenti manoscritti: il Compte général de la conscription depuis l'an 7 jusqu'à l'an 13, redatto nel 1806 da A.-A. Hargenvilliers e il Compte général sur la conscription de 1806 à 1810, redatto nel 1811 da Lacuée, entrambi sonn depositati fra i fondi della Secréteterie d'Etat agli Archives Nationales di Parigi. I )d Compte général de la tonscription depuis l'an 7 jusqu'à l'an 13 esiste una rara stampa del 1937 a cura di Gustave Vallée, del quale lo studio riporta alcune note che riguardano la situazione generale della coscrizione nella Francia rivoluzionaria e della relativa legislazione. Per la stesura delle tabelle hanno fatto testo solo le cifre riportate sul documento amministrativo originale dell'Hargenvilliers, avente la seguente collocazione A. N. AFIY 1123, volendo basarsi esclusivamente su fonti documentarie dell'epoca.


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Stato generale degli iscritti nelle liste di coscrizione Nume-ro dei coscrini

Oipartimcnli

dcll'•nno 7 t' cl.

Dora Marengo Po

Scsia Stura Tanaro Totale Tc,1alc gcn.

... ... .

2' d.

3' cl.

.. . . .• .. . .

1.203.630 194.352

dell'anno dell'anno dell'anno dell'anno dell'anno dell'anno 12 13 9 IO 1l s

2.~3

12.li4

1.420

1.444

142"

2S38

2.m 2.245

14.~ 12.700

2.434 2.116

7.222 13.302 12,0l3

2.600 2.402

100"

13.781

Jl .056

13.319

78.314

13.050

69.319

13.861

134"

251925

259.753

256.644

Tot;ilc

Medio 1erminc

•

687

.,

8.995

13.573

14.500

19'3.867

240.365

Sc~ia

Stura

'l'otale Tomie gcn.

1806

1807

1808

1809

1810

2.892 2.993 3.003 2.178 4.439

2.240 3.408 3.720 2.189 4.134

2.343 3.312 3.870 2.316 4.931

2575 3.393

2.990

4.228 2.025 5.309

5.879 2.886 6.178

13.040 17.117 21.SOO 11.594 24.991

16.305

15.691

16.772

17.530

21.944

88.242

423.1)94

3S6.617

369.274

365.328

4.011

I

8.521

Numero dei ooscrini

Oor.i Marengo Po

(I)

9.992 14.617

1.905 2.923 2.475

Dipartimenti

delle 5 ultime classi

2.8.15

1.853 2.982 2.43S J.336 2.743 2.427

165.866

per tune le classi

Medio termine

11.775 17.015 13.697

2.241 3.300 2 436 1.547 2.663 2.403

1.784

2.397 1.524 1.299 J.304

To1ale

Toiale delle 5 uJ1ime classi

1.951 2.68.S 2.395 1.512

2.039 2.727 2.430 1.327 2.650 2.420

»

.

Medio termine

2.608 3.435

uoo

2.318 4.99S 17.659

381.674 1.889.944 377.988

LSOO 2.715

1.962

1.998

2.923 2.434

274.518 2.008.745 232.013 l.~3.205 25ò.521

112" 139"

llS" 80'

136"

Il totale generale è riferito alla Francia e ai Paesi annessi. (1) Rnpporto della popolazione al numero dei ooscrilli secondo il medio termine pre~l 5ullc ultime cinque classi. Fonte: Ard1ives Nationales ,\FIV 1123 Compie général de I;, coni;crip1i011 depuis l'an 7 jusqu'à l'an I3. G, VALLtE. op. cit.. p. 23. AflV 1124 Compie génér;d sur la cunscrip1ion dc I~ à ISIO.


La coscrizione nei dipartimenti piemontesi dell'Impero francese (1800-1810)

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tenuta sempre più regolare delle liste di leva, che permette di censire un numero sempre più elevato di uomini 11• Infatti nei comuni le prime chiamate danno luogo a gravi inconvenienti dovuti alle influenze locali che generano ogni sorta di abusi: i registri di nascita non sono ben tenuti o spariscono "accidentalmente" , molti individui sfuggono alla coscrizione evitando di farsi iscrivere nelle liste. Nel Compte général de la conscription l'Hargenvilliers 11 così considera il termine medio sulle cinque ultime classi. I termini medi così ricalcolati sono di 13.861 uomini dall'anno 9 all'anno 13, 5 classi su 6, e 17.659 dall'anno 1806 all'anno 1810. Notiamo fra i due periodi un aumento del 27 ,4 % degli uomini iscritti in tempo di guerra. La prima tabella della tavola annessa presenta per ogni dipartimento il medio termine calcolato nelle due ipotesi , vale a dire prima su sei classi e in seguito sulle ultime cinque. La percentuale media degli iscritti rispetto alla popolazione è negli anni 9-13 più o meno la stessa che nei dipartimenti francesi, cioè di un iscritto di ciascuna classe ogni 134 abitanti (media generale 136), ma con sensibili differenze tra i dipartimenti con punte massime di iscrizione in quello dello Stura (1 ogni 80 abitanti) e minime in quello del Sesia (1 ogni 142). Si noterà inoltre che alla seconda tabella manca il dipartimento del Tanaro; questo è dovuto alla sua soppressione e al suo smembramento avvenuto nel 1805. L'"arrondissement" d'Asti viene annesso al dipartimento di Marengo 12, quello d'Alba al dipartimento dello Stura, quello d' Acqui al dipartimento di Montenotte 13 . 4. Stato generale dei coscritti riformati

Le infermità e le insufficienze di taglia danno luogo a numerose riforme 14 . Dall'anno 9 all'anno 13 si elevano a 16007 unità, esse sono 1/4 degli iscritti sulle liste di leva (69.31.9). 11 Archives Nationales AFIV 1123, Compte général de la conscription depuis l'an 7 jusqu'à l'an 13. 12 L'arrondissement è una circoscrizione amministrativa del dipartimento. 13 Archives Nationales PF 2 I 873 . Suppression du département du Tanaro, 17 prairial an 13. 14 Archives Nationales AFIV 1123 Compte général de la conscription depuis l'an 7 jusqu'à J'an 13.


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Francesco Frasca

Dal 1806 al 1810 le riforme ammontano a 37.733 unità su 88.242 iscritti sulle liste, esse rappresentano dunque i 2/5 dei coscritti. In conclusione sono stati riformati nei· dipartimenti piemontesi a partire dall'introduzione della coscrizione 53.740 uomini. Questo gran numero di riforme è dovuto sicuramente alle dure condizioni della vita economica del tempo. In tutti i paesi che ospitano i primi insediamenti industriali, dove il lavoro per i giovani proletari inizia all'età di sei anni, essi sono impiegati negli opifici per la tessitura o la torcitura della seta 15 dove attendono ai telai; in gran parte delle campagne, dove gli adolescenti sono costretti per mancanza di braccia, e qui gli effetti delle guerre sono evidenti, a prendere il posto degli uomini assenti nel lavoro dei campi; nei luoghi dove imperversano malattie endemiche come la malaria e la pellagra 16 , le riforme sono numerosissime 14 . Molti coscritti sono riformati, inoltre, per bassa statura. Negli anni 9 e 10 l'altezza minima prevista per l'idoneità al servizio è di 5 piedi, le riforme in questo caso non si elevano che a 2.331 17 , come risulta dal Compte général 18 . Negli anni 11 e 12 il limite minimo diminuisce a 5 piedi meno un pollice. Questo cambiamento avrebbe dovuto comportare una diminuzione del numero delle riforme, invece esse aumentano per le due classi a 8.457 e comparando questo risultato con quello precedente si evidenzia un surplus di 6.126. Considerando anche l'anno 13 questa osservazione diventa ancor più sorprendente, in quanto i regolamenti per la chiamata di quest'ultima classe prevedono per i coscritti una altezza minima di 4 piedi e 9 pollici, con l'intento così di far diminuire in modo consistente una delle principali cause di inidoneità. Però il totale delle riforme si elevano per l'anno 13 a 5.212 18 • In tempo di guerra l'altezza minima prevista va abbassandosi 15

G. LUZZA1TO, Storia economica dell'età moderna e contemporanea, Padova,

1960. 16 G. PRATO, La vita economica in Piemonte a mezzo sec. XVIII, Torino, 1908 e L'evoluzione agricola nel sec. XVIII e le cause dei moti del 1792-98 in Piemonte, in Memorie della R. Accademia delle Scienze, Torino, 1909. S. PUGLIESE, Due secoli di vita agricola nel Vercellese, Torino, 1908. 17 La taglia media dell'epoca in Francia era di 4 piedi, 11 pollici, 8 linee; su 100.000 coscritti, se ne trovano 40.200 che non arrivano a questa misura. G. VALLÉE, op. cit., pag. 26, nota 4. 18 Archives Nationales AFIV 1123 Compte général de la conscription depuis l'an 7 jusqu'à l'an 13.


La coscrizione nei dipartimenti piemontesi dell'Impero francese (1800-1810)

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progressivamente e dopo il 1806 se ne tiene conto sempre di meno. Tuttavia con l'aumento del gravame militare e specialmente dopo la campagna del 1807 e la terribile guerra di Spagna, il numero delle riforme va crescendo progressivamente: 5.963 nel 1806, 8.006 nel 1809 e 10.548 nel 1810 19 . Nella Istruzione generale sulla coscrizione, emanata da Napoleone il 1° novembre 1811, che ne costituisce l'ultima regolare codificazione, si arriva al "record" minimo di statura per l'idoneità di 1,488 m., a tanto si giunge pur di reclutare uomini. A rimarcare, comparativamente all'Esercito prussiano , la piccola taglia domandata ai coscritti. Nel 1792, il minimo di taglia per la fanteria prussiana era di 5 piedi e 4 pollici. Si diceva, allora, che un uomo di alta statura caricava più in fretta il suo fucile ad avancarica che un soldato di mediocre altezza 20 . Quando nei dettagli noi consideriamo la proporzione delle riforme al numero degli uomini iscritti nelle liste di coscrizione, si acquisisce una nuova prova dell'incertezza dei principi e dell'irregolarità delle basi sulle quali sono state effettuate le riforme. La sensazione di ingiustizia è alla base dell'impopolarità sotto la quale è caduta la coscrizione 21 . Doppia ingiustizia: ineguaglianza fra le regioni; ineguaglianza fra gli uomini: l'istituto della surrogazione utilizzato da una minoranza 22 , l'estrazione a sorte che fa della coscrizione una lotteria, il regime speciale delle dispense ed esenzioni di cui godono alcuni privilegiati 2 1 . 1~

Archives Nationales AFIV 1124 Compte général de la conscription de 1806 à

1810. 20 A. CHUQUET, La première invasion prussienne, Paris, 1888, p. 94. G. VALLÉE , op. cit. , p. 26, nota 4. 21 G. VALLÉE, op. cit., p. 1]2, nota 5. 22 La legge del 29 agosto 1805 ordina l'istituzione dei consigli di revisione e l'organizzazione della surrogazione . Viene fissato anticipatmente il numero dei coscritti da raggiungere e si incomincia a reclutare i più giovani nati il 31 dicembre della classe mobilizzata. Ci si arresta quando il numero è raggiunto, questo sistema fa sì che siano sovente dispensati i più vecchi di ogni classe cioè quelli nati nei mesi di marzo, febbraio, gennaio. ' Accertata l'idoneità fisica , la. recluta può cercare, pagando , un surrogante, nel caso che i surroganti non bastino, il comune designa d'autorità i coscritti ancora occorrenti, ma questi possono ancora farsi surrogare. Se il surrogante muore in guerra, il surrogato deve partire per prendere il suo posto o pagarne un'altro. Il concetto fondamentale dell'obbligo di servizio viene così modificato, poiché in pratica sono i più poveri o volontari a venire arruolati.


Francesco Frasca

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Agli inizi della coscrizione, l'eliminazione degli inadatti è riservata in ogni cantone a una commissione medica composta da due ufficiali del corpo sanitario e cinque "pères défenseurs de la patrie", assistiti da un commissario del Direttorio 23. Con la leva dell'anno 8, visti gli inconvenienti delle commissioni, sono i consigli municipali che sono incaricati di pronunciarsi, con l'aiuto di un medico sui casi di riforma. Le loro decisioni devono essere convalidate dal sottoprefetto, poi dal generale comandante la Divisione militare 24 . Il decreto consolare del 18 termidoro anno 10 da sempre ai consigli municipali il compito di visitare gli inidonei; ma i loro giudizi sono confermati da un organo unico in ogni dipartimento: il consiglio di reclutamento composto dal prefetto, un ufficiale generale, dal comandante della gendarmeria 25 . I suoi poteri vengono precisati dal decreto consolare del 29 fruttidoro anno 11 26 . Questi decreti sono tutti applicati al Piemonte. Se confrontiamo la tavola dello stato generale degli iscritti nelle liste di coscrizione, con quella degli uomini riformati possiamo analizzare la correlazione fra il numero dei coscritti di leva e i riformati, in tempo di guerra, dal 1806 al 1810: Stato generale dei coscriui riformati Dipartimento

Dora Marengo Po .Sesia Stura

Coscritti

%

Ri forme

~%,

+ 100 +l.000 + 2.076 + 700 + l.739

+ 3,3 + 33 +54,6 + 32,5 + 40

+ 145 + 570 +l.235 + 120 +2.000

+ 12,8 +100 + 77,8 + 69 + 113

L'aumento del numero di iscritti dì leva provoca un brusco aumento della percentuale dei riformati, ciò è conseguenza all'applicazione del decreto imperiale del 29 dicembre 1804, che elimina le 23

Journal Militai re, an 7, 1 sem. , p. 88. Instruc. minist. du 11 véndém. an 7. G. op. ci(., p. 112, nota 7 . 24 Bull. Lois 9, n. 64, 17 vent. an 8, règlement sur la formation de l'armée de réserve, I, 5. G . VALLÉE, p . 113, nota 7. 25 Bull. Loi 209, 18 therm. 10, arrèté consul. , VII, 22. G . VALLÉE, ibid. 26 Bull. Loi 217, 29 fruct. Il, arrèté consul. III, 12, 24, 25, 39; JV, 26. G. VALLÉE , op. cit., p. 113, nota 7. V ALLÉE,


La coscrizione nei dipar1imenti piemontesi dell'Impero francese (1800-1810)

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Stato generale dei riformati D ipartimenti

Dora Marengo Po Sesia Stura Tanaro Totale Totale gen.

Dipartime nti

Dora Marengo Po Sesia Stura Totale Totale gen.

Anno 8

A nno 9-10

Anno

11-12

Anno 13

To tale

Totale delle S ultirnc

(i )

classi

111 108 1.144 43 785 140

1.310 479 2.079 1.099 2.034 1.456

703 584 l.567 594 1.171 600

2. 124 1.17] 4.790 1.796 3.990 2.196

2.124 1.171 4.790 1.796 3 .990 2. 196

21 8 39 24 30 18

2.331

8.457

5.219

16.007

16.007

27

203.434 114.346 186.471 105.849 610.300 406.866

32

)) ))

>)

» ))

))

)>

Towlc

1806

1807

1808

1809

1810

1.130 569 1.586 907 l.771

921 685 1.491 864 1.922

1.054 868 1.891 1.058 2.462

1.104 928 1.915

1.275 5.484 1.147 4.197 2.821 9.704 1.533 5.379 3 .772 12.969

42 24 45 46 51

5.963

5.883

7.333

8.006 10.548 37.733

42

138.082 128.638 142.734 136.927 143.606 689.989

36

].()17

3.042

(1)

(I) Pro porz.ione frn le cinque ultime classi di r iformati e il n umel'o di uomin i iscritti nelle liste di coscrizione . per·

centuale. Fonte: Archives Nationales i\FIV : 123 Co mpte génér.al d e la conscription depuis l'an 7 jusqu'ii l'an l:l. G . VALLÉE, op. cit., p . 31 e AF IV 1124 Comte général sur la conscription de 1806 à 18!0.

ingerenze dei consigli comunali nelle operazioni di leva accentrandole a livello dipartimentale e cantonale , e introduce la visita medica obbligatoria per tutti: prima l'inidoneità fisica doveva essere invocata dal coscritto. Nel 1811 l' lstruzione generale sulla coscrizione modifica la composizione del consiglio di reclutamento, rafforza in modo considerevole la presenza dei militari, onde aumentare il controllo governativo, spettando ad esso di decidere sulle esenzioni e surrogazioni e di formare il contingente. 5. La diserzione nei dipartimenti piemontesi I due registri coscrizionali redatti dall'Hargenvilliers e dal


Francesco Frasca

572

Lacuée ci forniscono il numero dei disertori e dei renitenti (déserteurs, insoumis et réfractaires). Calcolata su queste basi si eleva a 9.272 uomini. Quale che siano i risultati di questa approssimazione, essi potrebbero essere al di sotto della verità, come sostiene 1'Hargevillier, di rettore generale della coscrizione 27 , poiché il decreto del 19 termidoro anno 10 istituisce la categoria dei coscritti supplementari che, per punizione sono distratti dalla lista normale e destinati "à servir de suite" per venire inquadrati nell'esercito e rimpiazzare i renitenti e i riformati 28 . In seguito i decreti del 20 pratile e 29 fruttidoro anno 11 organizzano il "quart en sus", che insieme ai coscritti supplementari costituisce il "supplement" , che viene utilizzato per colmare i vuoti del contingente. L'istituzione del "dépòt" risale al decreto dell'8 nevoso anno 13, che, per la formazione del contingente, divide i coscritti validi 29 in tre gruppi , secondo i risultati del sorteggio: servizio attivo 30 , "réserve", "dépòt" . Gli uomini di quest'ultimo restano generalmente a casa loro, salvo l'essere chiamati in servizio secondo le necessità della guerra; questo avviene in moltissimi dipartimenti francesi come risulta dall '"Etat général des levées des ans 9-13" 3 1 • 27

Archives Nationales AFIV 1123 Compte général de la conscription depuis l'an 7 jusqu'à l'an 13. 28 Arrété du 19 thermidor an 10 , ti tre IV, article 9. G. V ALLÉE, op. cit., p. 44, nota 3. 29 Il decreto del 18 maggio 1802, lasciava ai Comuni piena libertà sul modo di fornirli, solo in seguito con l'emanazione dell'Istruzione generale sulla coscrizione, il 1° novembre 1811 , si dava al Consiglio di reclutamento dipartimentale l'incarico di formare il contingente, che era assegnato in base ai requisiti fisici prima alla cavalleria di linea (altezza minima 1,70 m), quindi a tutte le armi e corpi, tenendo anche conto del mestiere o professione del coscritto. 30 La "réserve" era costituita da battaglioni dipìartimentali , compagnie circondariali e plotoni mandamentali. L'istruz.ionc avveniva principalmente nella sede del comune una volta alla settimana, di solito la domenica, poi per 10 giorni consecutivi presso la sede del mandamento e per 5 giorni conseeuti.vi presso la sede del dipartimento. Nel 1808 la "réserve" non venne più costituita da una parte del contingente, ma da tutti i coscritti sino a che vi fossero disponibili per il servizio, e ciò arbitrariamente, poiché la legge obbligava soltanto i contingenti designati. In seguito la "réserve" sparì venendo totalmente assorbita dall'aliquota destinata al servizio attivo, e si dovette ricorrere alla ricostituita Guardia Nazionale, chiamata dal senato-consulto del 24 settembre 1805 al mantenimento dell'ordine pubblico ed al presidio dei depositi e delle fortezze, per ricreare nel 1812 una forza di riserva da utilizzare in caso di necessità belliche come supporto alle operazioni dell'Esercito. 31 Archives Nationales AFIV 1122, Etat général des levées des ans 9-13. G. VALLÉE, Ibidem.


La coscrizione nei dipartimenti piemontesi dell'Impero francese (1800-1810)

573

Sf(IIO generale dei chiamati alle armi

1• leva

Dora

.

Marengo

»

Po

»

Sesia

»

" 143.404

149.901

.

Stura Tanaro

»

Totale Totale gen.

. 108.841

33.707

2.487 3.462 4.111 2.071 4.089 3.083

25 24 34 29 31 26

3.838

19.303

19.303

28

60.000

749.469

313.616

24

1.032 1.436 1.708 860 1.684 1.280

963 1.340 1.587 801 1.591 1.193

492 686 816 410 814 610

8000

7.475

128.000

125.616

• »

.

2.487 3.462 4.111 2.071 4.089 3.083

11·12

•

. .. .

»

»

(I)

13

9-10

dell'anno S

.. • ..

. .. .

»

Totale. delle S uhi1ne das.si

T01:!le

d; 33.707 u.

3~ lcv:t

? te-va

Chiamate degli anni

Chialt\ata

l.c\·e delle dtissi dcU'a:0110 7 Oipanimenil

(I) Propurzk>nC' fra 1e 5 uhimc classi dti chiama1i ;,Ile armi e il numero di:gli iscritti nelle lis1e di còScri.tione. pcrceniualc.

Chiamate degli .inni

Totale

Oip:mimcnti

Dora Marengo Po Sesia Stura T()tale Totale gcn.

1806

1807

1806

1809

1810

693 955 1.101 589 1.239

707 1.076 1.122 615 1.193

697 1.061 592 1.437

714 1.077 1.218 550 1.186

755 1.094 1.292 584 1.312

3.566 5.263 5.835 2.930 6.367

4.577

4.713

4889

_4.745

5.037

23.961

114.140

107.993

109.243

111.208

116.676

559.260

1.102

(I)

27 31

27 25 25,5 28 29,6

O:dl'm1rodU210ne della coscrizione fino al 1810 1nduso sono s1ati chiamati alle armi 43.264 oosa1ui. Un quarto circa del numero totale dtsJi iscrini nelle liste di leva. Fonte: Archivcs National~ AFIV 1)23 Comptc ,1:néral de la conscription dcpui:s: l'an 7 jusqu'à l':m 13: G. VALLÉE. op, cii .. p. 43 e ARV 1124 a,mptc général ~r la oon.scription dc 1806 à 1810.


Partenze, numero dei partiti (anni 9-13) Del!~ classi dell'anno 7

Dipartimenti

Dora Marengo Po Sesia Stura Tanaro

T otale Totale gcn .

1: leva

2" leva

3"' leva

Della e.lasse dell'anno 8

))

»

»

»

>)

>)

»

»

)>

»

»

»

» »

» »

»

» » »

»

»

»

98.015

81.296

1

I'

» »

Delle classi degli aMi

Delle leve comuni alle 5

Totale generale

9-10

ll- 12

13

763 1.069 1.280

»

1.258 960

790 989 1.249 587 1.304 1.017

460 496 680 330 752 503

321 292 60 326 53

2 .073 2.875 3.50] l .590 9.640 2.533

»

»

5.943

5.936

3.221

1.112

16.212

116.132

46.480

91.l.08

92.845

50.384

34.363

610.623

613

li numero dei partiti delle classi degli anni 9-13 ammonta a 16.212, cioè i 617 circa del numero dei ch iamati alle armi . Fonte: Archives Nationales AFIV 1123 Cnmpte sénéral de la conscription dcpuis l'an 7 jusqu'à l'an 13. G . YALLÉE, op. cit ., p. 49.

ultime classi

60


Stato generale del numero degli incorporati (anni 9-13) Proporzione

Delle cl•s<i dell'anno 7 Dipartimen1i 1" leva

Dora Marengo

Po Sesia Stura Tanaro Totale Totale gen .

2' leva

Delle classi degli anni

J• leva

R

9-IO

11-!2

13

Delle leve con,unl alle 5 ultime

To1alc generale

classi

Totale delle 5 ultime clas~

per le S ulli mc classi del muncro degli incorporati al numero

al numero

di iscriui nelle liste su 100

di chiamati in servizio su 100

545 650 1.010 489 924 746

370 424 578 228 525 442

54 223 252 50 188 53

J.655 2.295 3.007 1.275 2.667 2.061

1.655 2.295 3.007 1.275 2.667 2.061

17 )6 25 18 20 17

68 67 74 62 65 58

>)

» »

»

))

))

))

»

»

))

»

))

»

»

,.

686 998 J.1 67 514 1.030 820

»

))

))

»

5.215

4.358

2.567

820

12.960

12.960

19

67

74.549

57.069

116. 132

33.712

80.223

77.930

41.554

26.621

507.790

226.328

18

72

»

»

»

))

»

»

))

» »

~.

Il nume ro totale dei coscritti incorporati è di 12.%0. Ft>nlc : Archives Na1ionales A FIV 1123 Compte générnl de la conscrip1ion depuis l'an 7 jusqu'à l'im 13. G. VALLÉE. op. cit .. p. 60.

v,

vl


Francesco Frasca

576

Stato generale degli incorpormi (1806-1810) Coscritti in viaggio di trasferimento al 31 dicembre

Coscritti incorporali Dip.irtimrnli

1806

Dora .Marengo Po Sesia Stura Totale Totale gen.

1807

Sesia

. Stura Totale

1809

1810

Totale

663 977 1.145 477

3.284 4.751 5.529 2.472 6.285

45 106 38 146 133

118 32 72

51 89 26 44

I.OSI

652 949 l.137 461 1.146

86

4.343

4.345

22.321

468

104.919 104 666 108.552 531.342

6.472

656 897

663 963

um

1.093

437 1.277

545 1.354

650 965 1.082 552 l.427

4.339

4.618

4.676

Hl8.294 104.911

1806

171

J 9 3 2 247

196

262

8 8 9

-

-

180')

1810

Totale

92

79 42 127

313 568 308 374 618

353

302

434

624

2.181

4.435

4.333

5.176

6.554

26.970

36 23 103

23 21 70

14

17 106

21 89

14

631

285

224

24

6

11 6

4

-

-

82

22

96

63

Fonte: i\FIV 1124 Comptc général dc la <Onlèription dc IS06 à 18!0.

1808

97 144 133 70 180

45

37 28 24 6 536

4

-

1807

75 111

Coscriui che hanno abbandonato il distaccame,no in marcia

Numero dei coscritti in <.-«edenza

Dipartimenti

Dora Marengo Po

1808

-

94

11 2 9 16 43

11 7 9 18 104

273 109 436

265

81

149

1.004

31 21 82 37

112 74


577

La coscrizione nei dipartimenti piemontesi dell'Impero francese (1800-1810)

Arruolamenti volontari (anni 9-13) D ipartimenti

Arruolamenti

Totale gen.

Guardia Coste

Equipaggi militari

Tocale

22 77 81

11

11

»

37 61 28 17 7

40 20 16 17 12

»

» »

» »

»

44

))

»

))

))

34 19

161

116

>>

»

t6.678

2.195

n.551

1.()41

Dora Marengo Po Sesia Stura Tanaro Totale

Veliti

volontari

))

277 33.465

Gli arruolamenti volontari dall'introduzione della coscrizione fino all'anno 13 si elevano a 227. Totale degli uomini arruolati compresi i volontari e i veliti: 13.237. Le incorporazioni si elevano a un quinto degli uomini iscritti nelle liste di leva. Fonte: Archives Nationale AFIV 1123 Cornpte général de la conscription depuis l'an 7 jusqu'à l'an L3. G . VALLÉE, op. cit. , p. 65.

Arruolamenti volontari (1806-1810) Dipartimenti

Dora Marengo Po Sesia Stura Totale

Veliti delle 5 classi

1806

1807

1808

1809

1810

Totale

108 221 197 117 167

101 167 110 84 38

80 137 142 41 82

45 86 126 32 52

55 76 137 41 79

389 687 712 315 418

1 150 4

810

500

482

341

388

2.521

164

-

9

Gli arruolamenti volontari dall'introduzione della coscrizione fino all'anno 1810 si elevano a 2.962. Totale degli uomini arruolati ivi compresi i volontari e i veliti: 38.243 (1801-1810). Fonte: Archivcs Nationale AFIV 1124 Compie général de la conscription de 1806 à 1810.

Dunque così aumentata per ogni dipartimento di un numero eguale a un quarto dei diversi contingentì che sono stati levati la diserzione si eleverebbe in totale a 10.857 uomini, con approssimazione. Le considerazioni dell'Hargenvilliers devono essere prese con cautela. È molto difficile conoscere l'esatto numero dei disertori considerato lo stato dei documenti d'archivio. Un dato tuttavia è sicuro, in quanto i prefetti stilano per il ministro della guerra liste speciali, quello dei condannati per renitenza , che ammonta per il Piemonte 6.938.


578

Francesco Frasca

Stato generale dei disertori e dei renitenti (anni 9-13) Numero dei ~rtori delle Classi

de~!

Oassi degl.i

Totale

Renitenti concbnnati degli Anni 9 e 10

Anni Il e 12

Anno 13

Arrestati dc~i

AntSlati

Dello anno 13

Anni 9 e IO

Anni Il e 12

706 608 594 437 400 585

15 16 5 12 13 19

41 20

14 3

-

I

18 14 38

545 3.330

80

131

Totale

(I)

(2)

(3)

33 34 27 38 35 33

85 52 54

IO

5 8 8

70 39 6 35 35 65

55

28 52

8 9 11

39

250

33

52

8

Totale gen. 164.130 87.288 251.418 16.652 31.430 17.138 63.220 1.846 3.675 1.912 7.433

28

72

11

Dora Marengo Po Sesia Stura Tanaro Totale

3DDI

anni 7e8

9, 10, Il 12 e 13

generale

»

832 1.167 1.104 796 1.422 1.022

832 1.167 1.104 796 1.422 1.022

6.343

6.343

)) )I

» ))

li

))

m 304

66 68 37 73

359 265 528 174 363 371

725 2.060

170 39

195

141

Totale

Proporriooi

{I) Proporzione pcrccniuale fra i disertori e il numero dei chiamati alle armi. (2) Propor?ione percen1uale fra i renitenti condannati e i disertori (per approstimazione). (3) Propollione percentuale fra i reni1en1i arrestati e i renitenti condannati. Fonte: Archives Nationales AFJV1123 Compie général de la conscription depuis l'an7jusqu'à l'an 13. G. VALlÉE, op. cit., p. 78.

6 1


I renitenti nei dipartimenti piemontesi (1806-1810) Anno

Dipartimento

Dora Marengo Po Sesia Stura

Totale

Totale

1806

1807

1808

1809

1810

133 148 168 109 238

101 139 155 237 264

88 36 126 154 218

16 20 83 16 190

11 7 32 18 222

349 350 564 534 1.132

796

896

622

325

290

2.929

Fonte: Archives Nationalcs AFlV 1124 Compte général de la conscription de 1806 à 1810.

Condannati per renitenza nei dipartimenti piemontesi (1800-1810) Numero dei condannati

Dipartcmenti

come renitenti

Do Marengo Po Sesia Stura Totale Totale gen.

Cancellati dalle liste ( *)

Renitenti

Restanti

da perseguire

arrestati

1.245 804 1.265 1.175 2.449

53 13 25 90 30

232 110 191 129 280

960 681 1.089 996 2.139

6.938

211

942

5.865

162.831

6 .216

32.645

123.970

(•) Condannati per errore o resisi volontariamente al corpo e aventi servito almeno sci mesi.

Fonte : Archives Nationales AFIV 1124 Compte général de la conscription de 1806 à 1810.

Stato approssimativo del numero dei coscritti validi non chiamati in servizio Coscritli restanti delle classi degli Dipartimenti

Dora Marengo Po Sesia Stura Tanaro Totale Totale gen. Francia e Paesi annessi

anni 7 e 8

anni 9 e IO anni li e 12

anno l3

Totale

Totale 5 u.

»

3.137 4.483 2.014 1.971 2.844 3 .403

1.487 4.086 1.247 936 1.833 2.316

756 1.415 12 508 546 1.035

5.380 9.984 3.273 3.415 5 .223 7.654

5.380 9.984 3.273 3 .415 5.223 7 .654

»

17.852

11.905

4.272

34.029

34.029

249.764

204.318

108.669

699.499

562.751

»

» » )) ))

136.744

Fonte: Archives Nationales AFIV 1123 Compie général de la conscription depuis l'an 7 jusqu'à l'an 13. G. VAL· LÉE, op. cit ., p . 87.


580

Francesco Frasca

Esentati in quanto iscritti nella leva di mare, allievi di scuole, ecc. (1806-1810) Anno

Dipanimento

Dora Marengo Po Sesia Stura

Totale

Totale

1806

1807

1808

1809

108 221 197 117 167

101 167 110 84 38

80 137 142 41 82

45 86 126 32 52

810

500

482

341

1810

79

389 687 712 285 418

358

2.491

55

76 137 11

Fonte: A.rchives Nationales AFIV 1124 Compie général de la conscription de 1806 à 1810.

Coscritti restanti dovuti delle classi degli anni dal 1806 al 1810 Coscriui restanti dovuti

Dipartimento

Dora Marengo Po Sesia Stura

Totale

Totale

1806

1807

1808

1809"

1810

45 106 38 192 133

45 118 32 72 86

51 96 26 44 92

79 111 79 73 127

103 145 155 123 180

323 576 330 504 618

514

353

309

469

706

2.351

Fonte: Archives Nationales AFfV I 124 Compte général de la conscription de 1806 à 1810.

Coscritti restanti liberi delle classi degli armi dal 1806 al 1810 Coscritti restanti liberi

Dipartimento

Dora Marengo Po Sesia Stura

Totale

1806

1807

1.808

820 1.052 742 496 853

409 1.336 839 387 490

420 1.210 643 467 650

3.963

3.461

3.390

Totale 1809

672

1810

880 410 857

894 1.687 1.597 740 779

3.215 6.556 4.701 2.500 3.629

4.090

5.697

20.601

1.271

Fonte: Archives Nationales AFIV 1124 Compte général de la conscription de 1806 à 1810.


La coscrizione nei dipartimenti piemontesi dell'Impero francese (1800-1810)

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6. Resistenze: d'apparenza legale, passive, violente

Il numero molto ridotto di congedati ha certamente determinato una resistenza considerevole alla coscrizione. In effetti alle chiamate non corrispondono i congedamenti ed a poco a poco la ferma diviene illimitata e ciò in opposizione alla legge Jourdan , così che il peso della coscrizione diviene insopportabile per la soppressione del congedamento. Ai termini della legge del 19 fruttidoro anno 6 i coscritti incorporati ottengono dopo 5 anni di servizio, in tempo di pace, il loro congedo assoluto, in guerra essi si devono conformare ai decreti di circostanza presi in materia (art. 22 e art. 60). Nella realtà a parte i congedi assoluti, rilasciati a norma del decreto dell'8 brumaio anno 10, che ammontano a 1/8 degli effettivi di ogni corpo (Journal Militaire, anno 10, 1° semestre), di cui solo i "réquisionnaires" hanno potuto beneficiare, se non si è stati riformati alla visita di leva si può ottenere il congedo solo a seguito di una menomazione fisica riportata per causa di guerra (vedi anche G. Vallée, op cit., p. 83, nota 6). Tale onere porta la Francia e i Paesi da essa annessi e dipendenti politicamente, a un progressivo esaurimento demografico che farà sentire inevitabilmente il suo effetto a apartire dalla sanguinosa · guerra di Spagna (1808). · Le chiamate anticipate hanno come conseguenza la deficenza progressiva delle qualità fisiche, morali e professionali delle truppe che costituiscono la Grande Armée e che sono sempre più composte da reclute giovanissime inviate sul campo di battaglia dopo appena tre mesi di addestramento ai depositi. Le ultime campagne dell'Impero dimostrano chiaramente a quale debolezza sia discesa la Grande Armée che deve fare affidamento sempre più su tali risorse. Con l'aumento della domanda di uomini l'ostilità della popolazione verso la guerra e la coscrizione aumenta in modo considerevole 32 • Di conseguenza i tentativi per eludere l'obbligo al servizio si fanno sempre più numerosi. 32 La situazione nel Regno italico era ancor più pesante come illustrato da J. Godechot nell'Histoire de l'ltalie moderne, p. 229: "Nel 1805 si levavano 16 coscritti su 1000 abitanti (contro 4 in Francia); nel 1809, 18 (contro 3), e dal 1810 al 1814, 22 (contro 10). Un terzo dei giovani in età di leva era chiamato contro 10 a 20 per 100 in Francia. Così i renitenti e i disertori furono sempre numerosi e il loro numero crebbe man mano che le perdite italiane ingrossavano, cioè a partire dal 1807. La resistenza alla coscrizione prendeva anche la forma dì rivolte: nel 1805 nel parmense,


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Tuttavia le misure repressive raggiungono a tale asprezza che determinano delle rivolte e ·fenomeni di brigantaggio da parte di "bande" composte da renitenti alla leva e da disertori 32 • Tra gli artifizi escogitati dai coscritti si contano le false dichiarazioni di professione (gli ecclesiastici erano esenti) e i matrimoni falsi o prematuri. È compito delle amministrazioni l'applicazione della legge e ciò comporta una serie di problemi, ma di non grande rilevanza se comparati a quelli creati dall'inerzia dei chiamati alle armi e dalla loro resistenza aperta e sovente violenta alla Gendarmeria. Gli accavallamenti delle chiamate, dovuti a un reclutamento che durante i turbinosi ultimi anni dell'impero diventa irregolare e non ubbidisce più ad alcuna norma legislativa, le partenze mancate che devono essere costantemente rinnovate, le resistenze permanenti , che non fanno che complicare i compiti delle amministrazioni cantonali, gli intralci che provengono dalla duplicità di alcuni agenti comunali e a volte dei commissari di leva, che ostacolano le operazioni di leva agendo apparentemente per la sua esecuzione, permettono di misurare l'estensione delle difficoltà nate dalla diserzione e dalla renitenza. Le liste dei coscritti, non sono formate che dopo le dichiarazioni degli interessati, che si fanno iscrivere presso i comuni di appartenenza, poiché essendo la coscrizione una novità, non esistono ancora gli albi di reclutamento ; alcune decadi sono dunque necessarie per questo lavoro preparatorio e non è che verso la fine del mese di ottobre che i coscritti sono chiamati (Arch. Nat. AFIV 1123, Compte gén. sur la conscr., 7-13). Inoltre, con la guerra permanente , i contingenti aumentano sempre di più, le chiamate in una volta sola comprendono più contingenti annuali e quando il gettito si rivela insufficiente si ricorre alla "réserve", che sparisce, e il contingente viene tutto assegnato al servizio attivo: esso in otto anni, dal 1799 al 1807, si raddoppia. nel 1806 nel vicentino e nel padovano, nel 1808 nelle Marche ...... D'altra parte, per impedire le renitenze e le diserzioni, il Governo italiano ricorreva agli stessi provvedimenti adottati in Francia: "garnisaires" (soldati di guarnigione in casa e a spese del renitente o del disertore), colonne mobili, perquisizioni, e ostaggi. Malgrado questo, si stima che dal 1806 al 1809 vi siano stati 40.000 renitenti e disertori. Nel 1812 una grande "battuta" permise di arrestarne 7.000. Gli altri alimentavano il brigantaggio, che sulle montagne non cessò di crescere. Ciò non impedì che il soldato italiano, una volta incorporato, si rivelasse eccellente. Napoleone lo poneva al quarto posto dopo il francese, il russo e il tedesco. Nel 1811 dichiarò: "Gli italiani saranno un giorno i primi soldati d'Europa".


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Le procedure delle operazioni di reclutamento sono le seguenti: (Arreté du 20 prairial, an 11). Il ministro della guerra indirizza ad ogni prefetto la richiesta del numero di coscritti che dovrà fornire il dipartimento e determina nello stesso tempo le date della designazione, della riunione e della partenza dei chiamati alle armi . I prefetti determinano il numero dei coscritti che ogni· "arrondissement" deve fornire aggiungendo per ciascuno di essi un quadro in più del numero che è stato fissato del numero dei coscritti stabilito per il contingente del dipartimento . La designazione è fatta con queste modalità: In una pubblica adunanza, alla quale assistono i membri del consiglio di prefettura e un uffici ale generale o superiore delegato a questo compito dal generale comandante la Divisione militare, il prefetto fa iscrivere su delle schede il nome di ciascun coscritto del primo "arrondissement", che vengono in seguito gettate in un'urna ; il segretario di prefettura ne estrae successivamente un numero pari alla quantità di uomini che l"'arrondissement" deve fornire. Il nome di ciascun coscritto così designato viene registrato su un ruolo la cui copia è inviata all'ufficiale del reclutamento dell"'arrondissement", che notifi ca, per iscritto , a ciascun giovane, che deve prendere servizio, la data e il luogo di partenza. La stessa procedura viene adottata per i coscritti degli altri "arrondissements". Al giorno indicato dal generale comandante la Divisione militare, i coscritti si riuniscono al capoluogo del dipartimento e il giorno dopo , dopo le operazioni di surrogazione , d'ispezione sanitaria e di ripartizione fra i corpi e le armi, in esecuzione delle direttive del ministro della guerra , essi ricevono l'ordine di partire per il deposito di Lans-le-Bourg, dipartimento del Monte Bianco, [i piemontesi] 33 , dove vi sono a riceverli ufficiali e sottufficiali dei corpi ai quali sono stati assegnati. I coscritti designati che non sono stati destinati all'incorporazione, sono "renvoyés" (rinviati) 34 . I suddetti sono chiamati a rimpiazzare i coscritti incorporati che muoiono o disertano prima della partenza del contingente per i corpi di assegnazione . Questa descrizione è puramente indicativa. In effetti nel corso degli ultimi anni dell'Impero i decreti si susseguono ai decreti che modificano ordinamenti e leggi, istituti e garanzie giuridiche: gli eventi giustificano questo aspetto "neo-rivoluzionario" della legislazione militare del33 34

Il decreto del 20 pratile anno 11 destina i francesi direttamente ai Corpi. I "rcnvoyés" sono destinati alla "réserve" e al "dépòt" a partire dall'anno 13.

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l'Impero, nella quale forma e sostanza solo illegali. Quale sia la reazione dei coscritti è facile da immaginare: renitenza e diserzione. Di coloro destinati all'incorporazione e che partono sotto scorta di un "veterano", una parte non arriva a destinazione. Così, per non essere dichiarati renitenti o disertori, essi sono obblìgati ad inviare alla loro amministrazione cantonale un attestato di presenza al deposito, dove vengono addestrate le reclute, o al corpo, oppure un attestato di ricovero ospedaliero se nel frattempo si sono ammalati. Dall'anno 7 all'anno 11, i coscritti destinati all'incorporazione che non si presentano al corpo o al deposito sono considerati disertori. Secondo il codice penale militare, i militari colpevoli di diserzione sono puniti con 5 anni di ferri 35 . Essi scontano la pena in uno dei bagni militari di Nizza o di Le Havre 36 • La legge del 19 frutti doro anno 6 assimila i ritardatari e i fuggiaschi ai disertori 37 . La legge del 6 florile anno 11 considera come renitente ogni coscritto designato che, nel giro di un mese, non si sarà presentato davanti il capitano di reclutamento o non avrà fornito un supplente, oppure coloro che non hanno raggiunto il loro corpo di destinazione, alla data prescritta. Diachiarati renitenti per decreto del sottoprefetto sono condannati a una ammenda variabile da 500 a 1.500 Fr. (già prevista nella legge del 17 ventoso anno 8), arrestati e relegati per cinque anni in un deposito militare 38 39 . 35

Bulletin des Lois 89, n. 848, 21 brumaire an 5. G.

VALLÉE, op.

cit., p. 70,

nota 7. 36 Bulletin des Lois 297, n. 3170, 12 thermidor an 7, arrèté du Directoire exéc.; ibid. 235, n. 2120, 9 bru.maire an 7, arrèté du Directoire cxéc.). G. VALLÉE, op. cit., Ibidem. 37 Bulletin des Lois 223, n. 1995, loi 19 fructidor 6, titre IV , art. 53. G . VALLÉE, ibidem. 38 Bulletin des Lois 275, n. 2746, loi 6 floreal 10, artt. 9, 10, ll. G . VALLÉE, op. cit., p. 69, nota 5. ' 39 Al sistema generale del reclutamento si legano alcune disposizionj fiscali: ogni coscritto riformato se ha una imposizione di più di 50Fr., paga una indennità proporzionale il proprio reddito. Ogni coscritto dichiarato renitente è allo stesso tempo condannato a una ammenda di cui i suoi genitori sono responsabili in solido. Non si vede né durante l"'ancien Régime" né durante gli anni rivoluzionari, nessun esempio di prestazione pecuniria alla quale sono soggetti i coscritti renitenti. È una innovazione introdotta dalla legge del 17 ventoso anno 8, che sancisce il principio che "ogni cittadino deve contribuire o con un servizio personale o con una prestazione rappresentativa di questo servizio, alla difesa dello Stato sotto le leggi d.el quale egli trova garanzia per 1e sue proprietà e sicurezza per la sua persona,". Archives Nationales B B 18 Justice 45A.


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Tra i depositi più importanti citiamo: Nantes, Bordeaux, Rochefort (all'Ile de Ré), Marsiglia (Chateau d'If), Dunkerque, Le Havre. Questi sono creati dalla circolare ministeriale del 7 piovoso dell'anno 11 40 . Nel 1811 i depositi generali di renitenti sono istituiti a: Civitavecchia , Livorno, Genova, Tolone, per il reggimento del Mediterraneo, Flessingue per quello di Walcheren, Port-Luois per quello di Belle Ile, St. Martin de Ré per quello de l'Ìle de Ré. In Italia dal 1796 le contribuzioni di guerra, le requisizioni, i saccheggi, le esazioni di ogni sorta hanno provocato un certo numero di insurrezioni di contadini, ma nessuna è durata per molto tempo, né guadagnato vaste regioni e avuto importanti conseguenze immediate. I contadini, in effetti, sono delusi dalla rivoluzione constatando che i "patrioti" delle città hanno conseguito i loro obiettivi, ma non si sono affatto preoccupati delle loro condizioni di vita: Oelle grandi redistribuzioni di terre, che sole li avrebbero potuto attirare verso un movimento rivoluzionario non se ne parla. La soppressione dei fidecommessi e la vendita dei· beni nazionali vanno a beneficio della borghesia o di ricchi contadini già proprietari fondiari. L'abolizione dei diritti feudali e delle decime sono largamente compensate dalle nuove imposte e dalle contribuzioni di guerra. La coscrizione rischia di pesare più su di loro. Così essi non hanno niente da guadagnare dalla rìvoluzione, al contrario perdono le loro secolari tradizioni religiose e la loro tranquillità 41 • Non vi è niente di stupefacente se , in queste condizioni, si rivoltino e rifiutino di partire per il servizio militare. Per il contadino l'Esercito è, come lo Stato, una realtà lontana e il servizio militare una imposta che egli evita di pagare se ne ha · la possibilità. Nel frimaio anno 13, nel dipartimento del Tanaro, 184 coscritti validi (contadini) "non si sono presentati all'ufficio di leva per raggiungere la loro destinazione, e non hanno fornito dei surroganti nel tempo prescritto dalla legge, in contravvenzione all'art. 8 della legge 6 floreale anno 11 ... Il Tribunale ... condanna i coscritti ... così 40 Journal Militaire, an 11, p. 370, le ministre de la guerre aux préfets; Corresp. Nap. VIII, 6547, 26 niv. 11, à Berthier; VIII, 6486, 20 frim. 11, à Berthier; G. VALLÉE, op. cit., p. 70, nota . 8. 41 J. GODECHOT, Histoire de l'ltalie Moderne, p. 112.


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come i loro padri e madri, come civilmente responsabili, all'ammenda di 1.500 Fr. per ogni coscritto, ... 15 nevoso anno 13"42 • Nel brumaio anno 13, sempre nel dipartimento del Tanaro, 48 coscritti (contadini) sono stati dichiarati refrattari per "aver disertato durante il viaggio di trasferimento verso i Corpi militari di destinazione .. . 26 brumaio anno 13" 43 . A Peveragno, Laurenti Giobergia (contadino) è condannato il 13 aprile 1808 a un anno di prigione e a 500 Fr. di ammenda, "per aver il 3 luglio sottratto il figlio Barthélemy, coscritto renitente çlell'anno 12, e Etienne, suo nipote anch'esso coscritto renitente ... , alle ricerche della Gendarmeria ... " 44 • A Limone, Antoine Dal masso è condannato il 30 dicembre 1806 a un anno di imprigionamento e a 500 Fr. di ammenda, per aver sottratto alla coscrizione suo fratello André 45 • Ad Aisone, Eloi Biancotto (contadino) è condannato il 16 dicembre 1806 alla stessa pena per aver sottratto alla coscrizione il figlio Pierre 46 • A Dronero, Pierre Ponzo (contadino) è prevenuto d'aver presentato numerosi surroganti sotto falso nome e inidonei al servizio ... dicembre 1806 47 • Spesso i rifiuti sono giustificati in nome di un patriottismo piemontese: vi sono i nostalgici dell' <<ancien régime » non solo nell'aristocrazia ma anche fra il popolo, che ostacolano con ogni mezzo la coscrizione ed esiste per contro un arruolamento di volontari nelle armate della coalizione.48 Oppure i rifiuti sono fondati su una concezione rivoluzionaria e eroica della libertà: - "il 12 di questo mese a Brà, arr. d'Alba, dip. della Stura, un delitto relativo alla coscrizione è stato consumato nel locale stesso dove si svolgevano le operazioni di leva .. . I nominati Operto, padre e figlio, pittori, assistevano alla seduta; il figlio, che era nel numero dei coscritti, ha rifiutato di estrarre una scheda dall'urna dicendo che questa operazione non era fatta che per degli schiavi, che egli erà un uomo 42

Archives Nationales BB 18 Justice 45. Département du Tanaro. Archives Nationales BB 18 Justice 45. Département du Tanaro. 44 Archivas Nationales BB 18 Justice 77, arrèt rendu par la Cour de Justice Criminelle du Dép. de la Stura, séante à Coni. 45 Archives Nationales BB 18 Justice 77, état des procédures concernant Jes delits en matière de conscription instruites pendant les ans 1806 et 1807 par le Tribuna! corrcct. de l'arr. de Coni. 46 Ibidem. 47 Ibidem . 48 Vedi pagine seguenti. 43


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libero e ... non lavorava che per il ristabilimento della libertà. La parola è stata presa anche dal padre, ha ricordato al figlio che ... era un uomo libero e non schiavo e che non doveva affatto concorrere alla coscrizione ... quindi rivolgendosi ai presenti invitava il popolo a ricordare quell'albero che era stato piantato . . . e mentre veniva arrestato dalla Gendarmeria . . . esibiva al sottoprefetto la coccarda tricolore del proprio cappello invitandolo a guardare quella divisa degli uomini liberi che lui profanava" 49 . D'altra parte la volontà assimilatrice della Francia è la seguente: -

"nell'anno 11 la coscrizione è troppo in ritardo in questi 6 dipartimenti; devono fornire 4.000 uomini, non sò se ve siano 500 di partiti; il paese non sarà francese che per la coscrizione. D'altra parte il piemontese è un buon soldato!"so_ In seguito i risultati delle levate piemontesi sono variabili: per esempio nel frimaio dell'anno 12 l'Imperatore se lamenta che ''l'organizzazione della legione piemontese non avanza" 51 . Al contrario nell'anno 13 la levata a dato dei buoni risultati, salvo che nella Sesia 52 . Nelle regioni di frontiera , i renitenti e i disertori si rifugiano all'estero, se ne contano sui confini della Lombardia e della Svizzera 52 . · La resistenza alla coscrizione prende a volte la forma di rivolte, banditismo e "macchia". Nell'anno 12 vi sono nel dipartimento della Stura ben tre bande di briganti e coscritti renitenti, " ... il nominato Salletto è stato arrestato nei pressi di Bistagno, dipartimento della Stura, dalla Gendarmeria di Cuneo. Questo brigante conosciuto per aver fatto parte delle bande di Bellepipe e Delfine, era da qualche giorno alla testa di numerosi coscritti refrattari" 54 . 49 Archives Nationales BB 18 Justice 77, lettre du général Menou à Reigner ministre de la justice du 15 janvier 1807. 5 Corrispondance Napoléonienne, VII, 6675, 19 germ, IL A Menou amm, gen. 27 div. mii. G . VALLÉE, op, cit., p. 119, nota 17. 51 Corrispondance Napoléonienne, IX, 7343, 10 fim. 12. A Berthier, ministre de la guerre. G. V ALLÉE, op. cit., ibidem, 52 Archives Nationales, F7 3591, police générale, conscription. 53 Archives Nationales, F7 3581 , situation -de la conscription an 13. 54 Archives Nationales BB 18 Justice 77, rapport du général Moucey, 26 fior. 12. A Reigner ministre de la justice.

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Nel· giugno 1806 "nel comune de Verrua, dipartimento di Marengo , una truppa considerevole di coscritti condannati e di renitenti ha assalito, ferito e disarmato tre gendarmi, che sono stati obbligati a cedere malgrado la resistenza la più ostinata" 55 . Il 26 agosto 1806 la commissione militare straordinaria riunita ad Alessandria condanna 10 coscritti renitenti dediti al brigantaggio alla pena di morte per il crimine di rivolta armata contro la Gendarmeria 56 . Dalla Sardegna giungono "agenti reclutatori" in cerca di uomini per l'Esercito che il Savoia a Cagliari tenta di ricostituire . Tra i Bollettini quotidiani indirizzati dal ministro Fouché al 57 Sovrano francese, quello del 2 agosto 1806 segnala la presenza di due ufficiali sardi Gerbon e Gerussini "che sono giunti in Piemonte per reclutare per conto della corte di Cagliari" 58 . Il generale Menou ordina, il 12 settembre, di arrestarli. Gerussini riesce a fuggire , Gerbon invece è posto agli arresti domiciliari 59 ; il 1° ottobre viene rinchiuso nel forte di Fenestrelle 60 , da dove però riesce ad evadere 61 . In seguito il ministro Fouché emette ordine di cattura per tutti i piemontesi, corsi, ecc., "a cui vengono corrisposte pensioni dall'Inghilterra 62 e che risiedono a Napoli, a Firenze e in altre città d'Italia"; sono sospettati di spionaggio. Tra coloro che vengono arrestati vi sono alcuni ufficiali sardi. Vi sono poi piemontesi che militano nell'Esercito inglese, come risulta dalla cattura avvenuta il 27 settembre 1807 ad Alessandria di 55

Archives Nationales BB 18 Justice 45, rapport du général Menou, 2 juin 1806. A Reigner ministre de la justice. 56 Archives Nationales BB 18 Justice 45, rapport du président de la commission militaire extraordinaire, 26 aout 1806. A Reigner ministre de la justice. 57 Archives Nationales serie AFIV 1490-1505, Bulletins quotidiens adressés par Fouché ministre de la poi.ice à l'lmpereur 1804-1810. Pubblicati a cÙra D'Ernr~t D'Hauterive, La police secrète du premier empire (1804-1810), Paris, 1908. 58 A.N. AFIV 1497 Bulletin du 2 aout 1806. E. D'HAUTERIVE, op. cit., tomo Il , pag. 450. 59 A.N. AFIV 1497 Bulletin du 12 septembre 1806. E. D'HAUTERIVE, op. cit., tomo II, pag. 496. 60 A.N. AFIV 1498 Bulletin du 1 octobre 1806. E. D'HAU1ERIVE, op. cit., tomo III, pag. 1. 61 A .N. AFJV 1504 Bulletin du 9 novembre 1806. E. D'HAUTERIVE, op. cit., tomo III, pag. 49. 62 A.N.' AFIV 1501 Bulletin du 28 octobre 1807. E. D'HAUTERIVE, op. cit., tomo III, pag. 408-409.


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un tale "Picasso che è stato congedato dal reggimento inglese di Watteville, così come 89 altri. Ordine di arresto per tutti coloro che vengono trovati" 63 . L'arruolamento di volontari (monarchici) direttamente sul posto (in Piemonte) o di soldati prigionieri o disertori, negli eserciti delle coalizioni che combattono i francesi, mette in luce un aspetto poco noto delle form e di opposizione. Conosciamo i casi degli ufficiali aristocratici, che non avendo seguito il re di Sardegna nell 'esilio, passano al servizio di Austria ed Inghilterra, ma per ciò che riguarda i soldati le fonti sono scarse 64 . Spesso si riesce a percepire il fenomeno dai processi per tradimento o diserzione che li riguardano e che sono istruiti dalle Autorità militari francesi. La nota del generale Morand (governatore militare della Corsica) inviata al ministro Fouché e contenuta nel Bollettino del 9 novembre 1808 illustra la situazione in Sardegna 65 : "Nel settembre una mezza galera sarda ha catturato una nave corsara armata a Genova. Si è mossa poi incontro a 54 fe luche napoletane, che rientravano dalla pesca del corallo in Africa , le ha scortate, con il pretesto di proteggerle dai corsari nemici , fi no al porto di Cagliari dove il Governo le ha poste sotto sequestro . Si 63

A.N . F76369 Dos.7533. E . D'H AUTERIVE, op. cit., tomo III, pag. 380. "Gli antichi Stati sabaudi dettero all'Impero molti soldati valorosi: Francesco Luigi Forestier, il D upas, il Curia!, lo Chastel, il Dumcrbion, il Serras e quel dott. Giuseppe Dcssaix, organizzatore della Legione degli A llobrogi al tempo della rivoluzione, erano savoiardi; nizzardi il Massena, e il Rusca; piemontesi il Giffenga e quel Federico Campana che morì col grado d i generale, nella campagna del 1807. Parecchi altri miJitarono invece al servizio de ll 'Austria, dell'Inghilterra o della R ussia. sotto le bandiere degli Absbu rgo combatterono un Casazza di Valmonte, due fratelli Roberti e un Ravicchio, che dovettero po.i essere licenziati insieme con altri dopo la pace di Schoenbrun, i savoiardi Ippolito De Sonnaz, il conte Enrico di Bellegarde, famoso maresciallo nel 1814 in Italia, il barone Latour che passò poi al servizio inglese nella Spagna insieme con un barone di Faverges, con un Righini che era al servizio siciliano, con un Giravegna, un Taberna, un St. Laurent, un S. Martino D ' Aglié e col napoletano Odwen, morto poi colonnello nell'esercito sardo nel 1834. Nella ~ ussia furono due Michaud, un Paolucci di Modena ma già ufficiale piemontese, un Zin, due Vayra, un Gianetti, un Venanzo ne, un Teseo,· Saverio e Rodolfo De Maistre, e Gabriele Galateri tristamente celebre nei processi del 1833: materia questa molto confusa e frammentaria, la quale attende ancora uno studioso sagace e paziente" . In FRANCESCO LEMMI, Storia Politica d'Italia: l'età napoleonica. Ed. Vallardi , Milano, 1914, p. 898. 65 A .N. AFJV 1504 Bulletin du 9 novembre 1808. E. D'HAUTERIVE, op. cit., tomo IV, pagg. 429-430. 64


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stima a più di un milione di franchi il valore del corallo facente parte del carico. Il re di Sardegna cerca di completare un corpo di 7.000 uomini per il quale riceve dei sussidi dall'Inghilterra. Vi si incorporano dei forzati e criminali. Questo principe ha in mare una galera, una mezza galera, uno sciabecco e sei gondole. Si aggiungerà la grossa nave corsara quando sarà riparata. Si scandagliano, di concerto con degli ufficiali inglesi, alcuni ancoraggi per le squadre. Truppe straniere sono attese. Il popolo prende poca parte a questi preparativi e sembra scontento dell'interruzione assoluta dei rapporti di quest'isola con il continente. In data di questa lettera, 8 ottobre 1808, vi è nell'isola di Caprera un battaglione di corsi, nel quale il nemico incorpora i prigionieri". Il generale Morand osserva che "queste informazioni sui movimenti e le intenzioni della corte di Sardegna hanno qualche analogia con quelle che il senatore ministro (Fouché) gli ha trasmesso il 13 settembre ... e che sono state nuovamente confermate da un'altra lettera proveniente da Londra". Ma l'Inghilterra agisce anche sul continente fin anziando le bande di briganti che infestano il territorio piemontese (promette ad una di esse ben 500.000 franchi), composte oltre che da delinquenti comuni, disertori e renitenti , anche da ex-soldati ed ex-ufficiali dell'Armata Sabauda datisi ad azioni di guerriglia sulle montagne all'atto della definitiva annessione del Piemonte alla Francia. Il Bollettino del 7 novembre 1806 segnala l'attività di una banda di 50 briganti che sono comandati da Gaetano Gerbon ex-capitano. Questo è solo un esempio, ma potrebbero essere citati altri casi 66 . La Gendarmeria è impegnata soprattutto nella lotta alla renitenza e alla diserzione; ora la sua insufficienza numerica, che sempre sussiste, è una causa della sua impotenza 67 . Per combattere la diserzione si devono mettere in opera tutte le forze disponibili, i Corpi dell'Esercito d'istanza nelle guarnigioni (ridotti dalle urgenze 66

A.N. AFIV 1498 Bulletin du 7 novembre 1806. E. D 'HAUTERIVE, op. cit., tomo III, pag. 49. 67 Archives Nationales Fl e 79.1. Lettre du général Menou au ministre de la justice, 17 brumaire an 13, resumé sommaire des arrestations operées par la gendarmerie pendant les années 11 e 12. La forza della Gendarmeria in data l" fruttidoro anno 9 è la seguente: gendarmi a piedi 406, a cavallo 262 con 300 cavalli (A.N. AFIV* 534 Livrets des Armées, Troupes Piémontaises à l'époque du 1 fructidor an 9).


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della guerra), rastrellamenti effettuati dalle colonne mobili (vedi a questo proposito la carta geografica dell"'Arrondissement des Onze Colonnes Mobiles chargées de la porsuite des Réfractaires et des Deserteurs, et noms de M. M . les Officiers Généraux qui commandent ces Colonnes, del 1811, custodita agli Archives Nationales di Parigi e di cui si allega una copia al testo) , perquisizioni , prese d 'ostaggi. Il risultato è negativo per numerosi anni, solo i sistemi dei "garnisaires" e delle colonne mobili risultano efficaci. Malgrado questo dal 1800 al 1810 dei 6.938 condannati per renitenza, la maggior parte in contumacia, sono appena 211 quelli resisi volontariamente al corpo, aventi servito almeno sei mesi, e 942 gli arrestati. D ei rimanenti un gran numero alimenta il brigantaggio 69 •

7. Ricapitolazione e osservazioni Dall'anno 8 (1800) fino al l810 166.556 uomini sono stati iscritti nelle liste di leva, di questi 53.740 sono stati riformati, 43.264 sono stati chiamati alle armi. Comparato al numero dei coscritti, i chiamati ne formano il quarto circa. Il numero totale dei coscritti incorporati è di 35.281. Gli arruolamenti volontari si elevano a 2.682. Sono stati ammessi nel corpo dei veliti 280 uomini. Totale degli incorporati comprendendo i volontari e i veliti: 38.243. Le incorporazioni si elevano a un quarto circa degli uomini iscritti nelle liste di leva. Il numero dei disertori e dei renitenti è 9.272 (6.343 anni 9-13 , 2.929 dal 1806 al 1810). Il surplus di 1.289 renitenti del secondo quinquennio, che risulta sottraendo ,dai 2.929 i 1.640 di differenza fra i chiamati e gli incorporati , rende evidente l'aumento della domanda di uomini per necessità di guerra. Oltre ai coscritti validi 68

Soldato destinato di guarnigione in casa e a spese della famiglia del renitente o del disertore. "Il 10 agosto 1807 nel dipartimento della Dora si inviano dei 'garnisaires' a Vico che si ostina a non fornire il contingente e a nascondere i renitenti" (A.N. AFIV 1501 Bulletin du 10 aout 1807) . E. D'HAUTERIVc, op. cit., tomo III , pag. 329. 69 Archives Nationalcs Fl e 79.1. Mesure de police: répression du brigantage, e F9 297-319. Désertion . Il 27 gi ugno 1808 21 renitenti si· rifugiano sulle montagne del dipartimento del Po (A.N. AFIV 1503 Bulletin du 27 juin 1808). E. D' HAUTERIVE, op. cit. , tomo IV , pag. 257. ·


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Francesco Frasca

della tabella a pag. 17 vengono chiamati anche' quelli della "réserve" e del "dépòt", dei quali una parte non si presenta. In totale il numero dei condannati per renitenza ammonta a 6.938. Si constata che dopo un aumento della diserzione e della renitenza fino all'anno 13, una sensibile caduta si verifica in seguito grazie ai metodi di repressione- adottati. Anche questa vistosa diminuzione rende il fenomeno guerra direttamente percepibile. Infatti il raffronto fra i due quinquenni evidenzia un aumento notevole della percentuale degli incorporati dal 67%, 12.960 uomini delle classi IXXIII su 19.303 chiamati alle armi, al 93% di quello successivo, 22.321 delle classi 1806-1810 su· 23.961. Inoltre un più 1.500% degli arruolamenti volontari tra i giovani iscritti alla leva: dai 161 delle classi IX-XIII ai 2.521 delle classi 1806-1810. Nell'insieme la coscrizione in Piemonte dà buoni risultati se confrontati alle situazioni nel Regno d'Italia, dove ad esempio nel quadriennio 1807-1810 si calcolano quasi 18.000 i disertori e più di 22.000 i renitenti su una popolazione di-6 milioni di abitanti e nel Regno di Napoli dove renitenza e diserzione assumono proporzioni non quantificabili, ma presumibilmente superiori a quelle del resto dell'Italia napoleonica. La spiegazione di ciò deve essere ricercata nelle salde tradizioni militari del Paese e nel fatto che la coscrizione non è una novità. Qualcosa di simile esiste già alla metà del 1500, quando il duca Emanuele Filiberto di Savoja, nel quadro della ricostruzione dello Stato Sabaudo, istituisce una "leva" per una milizia paesana, di seconda linea, con compiti territoriali da sviluppare attraverso la "guerriglia". La "leva" viene attuata con prelievo quantitativo sui comuni e sulle parrocchie. Due secoli dopo il maresciallo Bernard-Othon Rehbinder , barone estoniano prima al servizio dell'Elettore Palatino, poi, nel 1708, di Vittorio Amedeo II, da a questa milizia una organizzazione rimarchevole: essa assume compiti operativi, dieci battaglioni di 1.000 uomini sono formati (7 per il Piemonte , 2 per la Savoia e 1 per la contea di Nizza) di cui la leva è assicurata dalle comunità di abitanti, i contingenti sono chiamati per un servizio continuativo formando reggimenti provinciali. Un editto del 1737 precisa le modalità del loro reclutamento. I miliziani devono avere un'età che va dai 18 ai 40 anni. Si prendono di preferenza i figli delle famiglie numerose. Le esenzioni


La coscrizione nei dipartimenti piemontesi dell'Impero francese (1800-1810)

593

sono assai rare . La surrogazione è autorizzata se il surrogante è un parente che porta lo stesso patronimico. I miliziani vengono richiamati tutti gli anni durante il mese di marzo per sei e poi quindici giorni. Questa milizia come in Francia è posta agli ordini degli intendenti di provincia. Nello stesso tempo la "milizia generale" raggruppante le antiche forme di milizia ricevono una organizzazione militare regolare 70 . Successivamente il ruolo dei reggimenti provinciali cresce d'importanza affiancandosi sempre di più ai reggimenti permanenti, formati da volontari, e a quelli mercenari, svizzeri e tedeschi, che progressivamente vengono licenziati, onde dare all'Armata sabauda un carattere prettamente nazionale. Il principio della comparticipazione obbligatoria del popolo alla difesa del proprio paese viene così sancito, ma non facciamoci illusioni i concetti di Patria e Nazione sono ancora lontani occorrerà attendere Rivoluzione francese perché essi prendano piede in Italia. In questo studio, si è tentato di esporre i risultati della coscrizione in Piemonte durante il decennio 1800-1810, si tratta di una introduzione a una ricerca molto più approfondita riguardante il reclutamento e l'inquadramento degli italiani nella Grande Armée.

70 ANDRÉE CORVISIER, Armées et sociétés en Europe de 1494 à 1789, Paris, 1977, pp. 66-67. NICOLA BRANCACCIO, L'Esercito del vecchio Piemonte, Gli ordinamenti, Roma, 1925. Service Historique de l'Armée de Terre, Chateau de .Yincennes: MR 1764 Mémoire sur ]es milices de Sardaigne avec cxtraits d'ordonnances des rois de Sardaigne datées de 1713, 1714 et 1733. M.R 1783 Édit du roi de Sardaigne contre la désertion 1767.


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Francesco Frasca

Calendario repubblicano

Era Repubblicana

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()r.isioni: L'anno di 365 e&, era diviso in 12 mesi di 3 decadi di IO gg. e 1erminava con S gg. supplcmenlari. Il periodo bisestile cadeva <>iJli 4 anni. l'anno I dell~Ere de$ Français' contava a panire dal 22-9-1792 (I° giorno della Repubblica che corrispondeva all'equinozio di autunno): Nessun documen10 pona la dala dell'anno I, poicht il noo,'O calendario vcnn, ado11a10 a partire dal 15 vendemmiaio dell'anno 2. Aboli10 da Napoleone il 9·9-1805. Corrispondenze: P. es. il 15 fruttidoro anno 6 = il 1° fruttidoro corrisponde al 18 agos10 1798 il 15 fruuidoro rorrisponder.l al 18 + 14 (la cifra da aggiungere ~ diminuita di una unirà per non dover ronlare il giorno di parrcnza del mese) = 35 agosto cioè 5 scucmbre 1798. (Fonte: Quid, Edizioni Roben Laffont. 1981. Paris, 1983. p. 202).


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NOTA ESPLICATIVA PER LE CARTE GEOGRAFICHE

Il Piemonte venne suddiviso in sei dipartimenti: - Dora: Ivrea, Aosta, Chivasso ; - Sesia: Vercelli, Biella, Santià; - Po: Torino, Pinerolo, Susa; - Stura: Cuneo, Mondovì, Saluzzo, Savigliano; - Marengo: Alessandria, Bobbio, Casale, Tortona, Voghera; - Tanaro: Asti, Acqui, Alba. Questa suddivisione fu modificata quando la Repubblica ligure fu annessa alla Francia il 22 aprile anno XIII (11 giugno 1805): il dipartimento del Tanaro venne soppresso e il suo territorio smembrato , Stura e Marengo ebbero delle modificazioni. Asti fu fu Alba Tortona fu Voghera fu Bobbio fu Acqui fu

incorporata incorporata incorporata incorporata incorporata incorporata

dal dal dal dal dal dal

dipartimento dipartimento dipartimento dipartimento dipartimento dipartimento

di Marengo dello Stura di Genova di Genova di Genova di Montenotte

Ricapitolando: - Stura: Cuneo, Alba, Mondovì , Saluzzo, Savigliano; - Marengo: Alessandria, Asti, Casale. La Repubblica ligure fu divisa in tre dipartimenti: - Montenotte: Savona, Acqui, Ceva, Porto Maurizio; - Genova: Genova, Bobbio, Novi, Tortona, Voghera; - Appennini: Chiavari, Pontremoli, Sarzana, La Spezia (nel 1812 solamente).

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S. Remo fu riunita alle Alpi Marittime e divenne capoluogo di un nuovo "arrondissement" 71 •

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Circoscrizione amministrativa del dipartimento.


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Francesco Frasca

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La coscrizione nei dipartimenti piemontesi dell'Impero francese (1800-1810)

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ELENCO DELLE CARTE GEOGRAFICHE RIPRODOTTE DA FONTI ORIGINALI DELL'EPOCA *

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n. 1: Carte dei sei Dipartimenti piemontesi n. 2: Dipartimento della Dora n. 3: Dipartimento di Marengo n. 4: Dipartimento del Po n. 5: Dipartimento della Sesia n. 6: Dipartimento della Stura n. 7: Dipartimento del Tanaro n. 8: Carta dell'Impero francese del 1811 con indicazione delle colonne mobili e. dei depositi

Per cortese concessione dell'Archivio Nazionale di Parigi (A.N.P.).


\

I MEZZI DELLA RICERCA Fonti Si possono trovare i testi delle leggi e decreti nel Bulletin des Lois che, dal 1805 al 1815, forma tre serie comprendenti in totale 32 volumi. I più importanti di questi documenti sono stati riprodotti da J.B . D UVARGER, Collection complete des Lois... , tomi dal XII al XIX. I decreti e le leggi citate nello studio hanno la seguente collocazione:

Bulletin des Lois

89 n. 848, 21 brum. 5, (désertion, peines); 223 n. 1995, 19 fruct. 6, (ibidem); 225 n. 2003, 23 fruct. 6, (conscription); 228 n. 2041 , 3 vénd. 7 , (ibidem); 235 n. 2120, 9 brum. 7, (ibidem); 237 n. 3170, 12 ther. 7, (ibidem); 271 n. 2805, 28 germ. 7, (ibidem); 290 n. 3094, 10 mess . 7, (ibidem); 291 n. 3103, 14 mess. 7, (amnistie); 303 n. 3237, 14 fruct. 7, (conscription); 9 n. 64 , 17 vent., 8 (arrnée de réserve); 66 n. 506, 7 pluv. 9, (recrutement); 66 n. 510, 15 pluv. 9 (ibidem); 190 n. 1575, 24 flor. 10 (amnistie); 209 n. 20, 18 ther. 10, (conseil de recrutement); 279 n. 40, 9 mess. 10, (conseil de recrutement) ; 190 n. 1575, 24 fior. 10, (amnistie); 275 n. 2746, 6 flor. 11, (dép6ts militaires); 326 n. 3346, 1 frim. 12, (amnistie).

Moniteur , n. 279,

9 messid. 10, (conscription dans les départements piémontais).


La coscrizione nei dipartimenti piemontesi dell'Impero francese (1800-1810)

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Journal Mìlitaire , an 7, 1 sem., p. 88: instruct. minist. du 11 vend. 7 Gury de santé) . an 7, 2 sem. , p. 433: instruct. du min . guerre en exécut. art. XXVII loi 28 niv. 7 (réforrnes). an 10, 1 sem. , p. 90: congés absolus délivrés par l'arrète du 8 brurn. 10. an 13, 2 sem., p. 50: amnistie du 13 prair, 12. an 11, 1 sem., p. 370; circ. du 7 pluv . min. guerre aux préfets (depòts militaires). Dalla Corrispondance de Nap oléon , Paris, 1858-1870: Corr. Napo!. , VIII , 6486, 20 frim. 11, lettre à Berthier, (dépòts). Corr . Napol. , VIII, 6547, 26 niv. 11 , lettre à Berthier, (dépòts). Corr. Napo!., VII, 6675, 19 germ. 11, lettre à Menou , (conscription) . Corr. Napo!. , IX , 7343, 10 frirn . 12, lettre à Berthier, (organisation de la légion piémon taise). Agli Archives Nationa les di Parigi sono stati reperiti i seguenti documenti manoscritti originali: Affaires rnilitaires: F9. 142-148 Recrutement: legislation et réglementation. F9 262-263 an II-1830 recruteme nt. F9 288-289 Recruteme nt: exemption et dispences, 1782-1844. F9 286-287 Recrutement: fraudes, an IV-1846 . Pays dépendant ou annexés (Piémont):

Fl e 79. 1 Mesure de police: répression du brigantage (lettre du g. al Menou à R egner. 17 brurn. 13) . Poi ice général: F7 3581 Situation de la conscription an 13. F7 3591/361 2 Conscription. Justice division criminelle: BB Just. 1-85 Délits relatifs à la conscription et au recrutement. Réfractaires, deserteurs, substitutions, remplacernent an VII-1814. BB18 Just. 45 Départernent du Tanaro: extraits del rninutes déposées au greffe de la Cour de just. crim. séant à Asti du jugernent contre 184 conscrits réfractaires, 15


608

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niv. an 13, et du jugement con tre 48 conscrits réfractaires, 26 brum. an 13. Département de Marengo: rapport du g. al Menou . A Regner, 2 juin 1806, (banditisme). BB18 Just. 77 Etat des procéd. concern . les délits en matière de conscripti'on instruites pendant les ans 1806 et 1807 pour le Tribuna! de Coni, mars 1808. Département de la Stura: jugement contre L. Giobergia , 13 avril 1806. Département de la Stura: lettre du g. al Menou à Reigner min. de la just., 15 janvier 1807, "affaire" Operto. Département de la Stura: rapport du g. al Moucey sur le banditisme. A Reigner, min. de la just. , 26 floreal 12. Fonds de la Secréteterie d'Etat: AF IV 1121 Etat de répartition des 30.000 hommes mis en activité par art. 1 du réglem. rei. à l'armée de terre, sans date. AF IV 1122 Etat général des levée des ans 9-13. AF IV 1123 Compte général de la conscription depuis l'an 7 jusqu'à l'an 13. AF IV 1124 Compte général sur la conscription de 1806 à 1810. AF IV 1490-1505 Bulletins quotidiens adressés par Fouché ministré de la police à l'Impereur 1804-1810 (vedi anche l'edizione curata da Ernest d'Hauterive, Paris Perrin & C. Ed. 1908). AF IV 1497 Bulletin du 2 aout 1806 e Bulletin du 12 septembre 1806. AF IV 1498 Bulletin du 1 octobre 1806. AF IV 1498 Bulletin du 7 novembre 1806: "affaire" Garbon. AF IV 1504 Bulletin du 9 novembre 1806, riguardano tutti l"'affaire" Garbon e Gerussini agenti reclutatori del Regno di Sardegna. AF IV 1501 Bulletin du 10 aout 1807: "garnisaires" a Vico. AF IV 1501 Bulletin du 27 septembre 1807: reclutamento dei piemontesi nell'Esercito inglese. AF IV 1501 Bulletin du 28 octobre 1807: piemontesi a cui vengono corrisposte pensioni dall'Inghilterra. AF IV 1503 Bulletin du 27 juin 1808: renitenti nel dipartimento del

Po.


La coscrizione nei dipartimenti piemontesi de/l'Impero francese (1800-1810)

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AF IV 1504 Bulletin du 9 novembre 1808: situazione in Sardegna. AF IV* 534 Livrets des Armées, Troupes Piémontaises à l'époque du 1 fructidor an 9: Forza della Gendarmeria piemontese. Vari: F19 164 Conscription dans les départements belges. PF2 I 873 Suppression du département du Tanaro.

• Al Service Historique de I' Armée de Terre presso il Chateau di Vincennes vedere anche i manoscritti: MR 1764 Mémoire sur les milices de Sardaigne avec extraits d'ordonnances des rois de Sardaigne datées de 1713, 1714 et 1733. MR 1783 Édit du roi de Sardaigne contre la désartion 1767.


Francesco Frasca

610

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PARTE QUINTA

DIARI


MARZIANO BRIGNOU

CAVALLERIA IN GUERRA -. Diari di combattenti I Reggimenti Vittorio Emanuele II e Savoia Cavalleria nella prima e nella seconda guerra mondiale 1a GUERRA MONDIALE Introduzione

Allo scoppio della prima guerra mondiale i criteri d'impiego dell'arma a cavallo, non solo in Italia, eraùo quelli che si erano venuti elaborando negli anni fra il 1870 e il 1914, criteri che avevano limitatamente tenuto conto dell'accresciuta potenza delle armi da fuoco e della sempre maggiore importanza che sul campo di battaglia assumevano gli apprestamenti fissi di difesa come la trincea, il reticolato e così via . I piani delle Potenze entrate in guerra erano essenzialmente basati su concetti di aggressività e di mobilità: Francesi, Russi, Austriaci , Tedeschi prevedevano tutti una guerra manovrata , caratterizzata da una marcata propensione all'offensiva, le condizioni ideali per l'impiego della cavalleria. La motorizzazione era infatti ancora scars,amente attuata negli eserciti del 1914 e tutte le attività di esplorazione, intercettazione ed· inseguimento sembravano logicamente doversi affidare all 'arma a cavallo. Oggi sappiamo come i piani studiati dagli Stati Maggiori abbiano avuto soltanto una parziale attuazione. Dopo i primi mesi, in occidente la guerra si atrofizzò nelle trincee lasciando pochissimo spazio alle manovre in generale ed a quelle di cavalleria in · particolare . Le cavallerie degli opposti eserciti, che erano state addestrate per una guerra di movimento, dovettero rapidamente adattarsi a piccole azioni tattiche _e, appiedate, a combattere con i fanti senza averne l'addestramento e, spesso, neppure l'armamento. I cavalieri francesi, per esempio;


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erano armati di moschetto ma senza la baionetta per cui, se appiedati , non potevano condurre a termine un'azione offensiva o respingere efficacemente un attacco nemico. Per supplire a questa lacuna dell'armamento i lancieri andarono talvolta all 'assalto con la lancia, ma a piedi, come antichi picchieri. Ancora : i corazzieri francesi entrarono in guerra co n la loro decorativa uniforme , solo coprendo con una fodera grigia la lucente corazza. Anche la cavalleria italiana partecipò alla prima guerra mondiale combattendo a cavallo ed a piedi. L'arma entrò nel conflitto con trenta reggimenti; di questi, 14 erano assegnati ciascuno ad un corpo d'armata; gli altri 16 formavano quattro Divisioni di Cavalleria e precisamente la 1a Divisione "Friuli" , con i reggimenti Monferrato, Roma, Genova e Novara; la 2" Divisione "Veneto" con i reggimenti Milano, Vittorio Emanuele, Aosta, Mantova; la 3" Divisione "Lombardia" con i reggimenti Sa/uzzo, Vicenza, Savoia, Montebello ; la 4a Divisione " Piemonte" con i reggimenti Nizza, Vercelli, Guide, Treviso. Il 24 maggio 1915, ossia nel primo giorno di guerra , tra le nostre prime operazioni militari sulla fronte giulia vi fu l'avanzata della 1a divisione di cavalleria comandata dal gen. Nicola Pirozzi, verso i ponti di Pieris sull'Isonzo (ferroviario e rotabile) che avrebbe dovuto occupare per assicurare il passaggio delle nostre truppe o quanto meno per impedire al nemico di distruggerli. Ma la divisione di cavalleria mancò al suo compito. I::..a distanza fra il confine nei pressi di Palmanova e i ponti di Pieris era di 15 Km circa, ma la 1" divisione cli cavalleria, dislocata fin dal tempo di pace nel Friuli, aveva ad Udine ed a Palmanova , due centri di informazione che, attingendo a fonti non attendibili di informatori e di informatrici volutamente tendenziose, riferivano di straordinari apprestamenti difensivi disposti dagli Austriaci anche fra il confine e l'Isonzo , come mine automatiche, reticolati con corrente elettrica, ostruzioni dissimulate. Tali notizie furono accolte e credute dal Comando della Divisione cosicché nel primo ordine di operazioni del generale Pirozzi , ossia proprio nell'ordine che secondo quanto disposto dal Comando Supremo, avrebbe dovuto dare impulso alla rapida ed energica irruzione sui ponti di Pieris, si prescriveva ai reparti avanzanti di fare il minor uso possibile delle rotabili, procedendo anche guardinghi per il terreno adiacente le strade e preceduti eia individui · che, muniti di strumenti , rimuovano nella maggior misura possibile gli impedimenti alla marcia e siano in grado di avvertire per tempo i reparti retrostanti. Ma far procedere la Cavalleria da quegli " indi-


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vidui" volle dire mettere la Cavalleria al passo con la Fanteria, come di fatto avvenne. Si spiega così come la Divisione di Cavalleria, pur senza incontrare resistenza, non avesse ancora raggiunto l'Isonzo alla sera del 24 maggio, lasciando agli Austriaci tutto il tempo di distruggere i ponti. Il comportamento della 1n Divisione di Cavalleria fu così commentato dal Generale Cadorna: 1) inutili i collegamenti. Non era una marcia in battaglia che si doveva fare, ma una marcia rapida; 2) perché all'alba non si irradiarono ricognizioni da tutte le parti?; 3) la scusa che i ponti furono trovati distrutti non vale. Il Generale Pirozzi doveva procedere rapido nella speranza di trovarli intatti; 4) egli doveva controllare con rapide ricognizioni almeno le esageratissime informazioni. Vi era in lui la prevenzione dell'impossibilità dell'impresa. Perciò un'operazione che doveva essere ardita, sia pure preceduta da ricognizioni, diventò un'operazione piena di cautele. I caratteri di staticità e di logoramento che la prima guerra mondiale ebbe anche sul fronte italiano sono troppi noti perché si debbano qui richiamare e perché si debba notare come fossero in perfetta e sconsolante antitesi con lo spirito e l'addestramento della nostra cavalleria. Nell'autunno del 1915 i reggimenti di cavalleria rientrarono nelle loro sedi all'interno del Paese e cominciarono allora a fornire soldati ed ufficiali alle altre armi combattenti. In analogia con quanto già avvenuto in altri eserciti belligeranti, anche la nostra cavalleria venne largamente appiedata a partire dal 1~16, mentre fin dall' inizio del conflitto le sezioni mitragliatrici dei reggimenti di cavalleria divisionali erano state impiegate per rafforzare l' armamento in mitragliatrici dei reggimenti di fanteria. Un limitato impiego di reparti a cavallo si ebbe quando, fermata e ricacciata l'offensiva austriaca sugli Altipiani , cinque squadroni furono lanciati sull'altopiano di Asiago per tenere il contatto con il nemico in ritirata. Uno squadrone del reggimento Cavalleggeri di Aquila cariéò gli Alpenjèiger a 1000 metri di quota , infrangendone la resistenza. Delle divisioni appiedate, la 1a fu mandata sul medio Isonzo, la 4a sul Carso a Monfalcone. Qui i reggimenti Nizza Cavalleria, Lancieri di Vercelli, Cavalleggeri Guide e Cavalleggeri di Treviso si batterono valorosamente. La prova fornita da questa cavalleria appiedata fu buona , anche se l'armamento non sempre corrispondeva alle necessità della guerra di trincea. Nel luglio le due divisioni si sçambiarono i settori. Nell'agosto del 1917 l'Esercito italiano colse sull'altopiano della


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Bainsizza una vittoria che spinse il nemico sull'orlo del collasso, ma nell'ottobre dello stesso anno i Germanici intervennero in forza sul nostro fronte per aiutare gli stremati Austriaci in quell'offensiva che avrebbe dovuto mettere l'Italia fuori combattimento e dare all'impero asburgico la sospirata pace. Fu Caporetto e il nome di questo, fino ad allora sconosciuto, borgo alto isontino cominciò a suonare tristemente nella storia d'Italia. Non è il caso di richiamare quelle vicende; restiamo nel nostro assunto e vediamo cosa abbia fatto la cavalleria italiana in quei tragici giorni. Il pensiero corre subito a Pozzuolo del Friuli ed al sacrificio di Genova Cavalleria e dei Lancieri di Novara ma in innumerevoli altri fatti d'arme di quella triste fine di ottobre la cavalleria italiana combatté degnamente. Tutte le forze di cavalleria furono gettate nella battaglia. Si contava sulla loro relativa freschezza e, più ancora, sulla tradizionale saldezza dei loro vincoli organici, per la protezione dei reparti in ripiegamento. Alla 1a divisione di cavalleria toccò il compito di proteggere il ripiegamento della 3a Armata dietro il Tagliamento. A differenza della 2a, la 3a Armata era rimasta pressoché intatta nella sua efficienza bellica ed era quindi importantissimo che quei reparti riuscissero a portarsi dietro il Tagliamento, in momentaneo riparo. Vennero dunque mandati i Cavalleggeri di Monferrato, i Cavalleggeri di Roma, Genova Cavalleria e i Lancieri di Novara, Monferrato e Roma a Pasian Schiavonesco il 29 ottobre resistettero lungamente alle preponderanti forze nemiche ritirandosi poi ordinatamente e per proteggere questa manovra due squadroni di Monferrato caricarono. Era il 29 ottobre del 1.917. Lo stesso giorno, Genova e Novara si portavano a Pozzuolo del Friuli con l'ordine di resistere ad oltranza. Il giorno seguente il nemico attaccava l'importante posizione, senza successo. Per evitare una manovra aggirante uno squadrone di Novara caricò, disperdendo l'assalitore con improvvisa e violenta azione. L'avversario ripeté in forze il tentativo riuscendo a penetrare nell'abitato ma venne grandemente contrastato da una carica del 4° squadrone di Genova che si sacrificò interamente consentendo agli altri reparti di ripiegare sotto la protezione di poche mitragliatrici. Dal canto loro le mitragliatrici ed i reparti a cavallo di Novara impegnarono duramente il nemico contrastandogli l'avanzata metro a metro, fino a quando, ricevuto l'ordine di ritirarsi, rompevano l'accerchiamento caricando. Quando ripiegarono · alle ore 1.8 del 30 ottobre, i due reggimenti avevano assolto il loro compito che era di consentire la ritirata della 3a Armata che infatti riuscì a portarsi in salvo sulla destra del Tagliamento.


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Piemonte Reale, per proteggere il ripiegamento del XIII Corpo d'Armata impegnò combattimento a Cascina Vela ed a Campagna di Cessalto e caricò il nemico a Madonna di Vallio ed a S. Biagio di Collalto. Savoia Cavalleria, combattendo a piedi ed a cavallo dal 2 all'8 novembre a Croce di Vinchiaruzzo, a San Foca ed a Visnadello protesse il ripiegamento di vari reparti. I Lancieri di Aosta parteciparono a tutte le operazioni di protezione della 2a Armata distinguendosi nei combattimenti di Cividale, Toppo e Fagnana. I Lancieri di Milano si distinsero nella estrema difesa del canale di Ledra, presso Torreano, ed a Treviso. I Lancieri di Montebello 1'8 novembre si schieravano suEla strada per Vittorio Veneto e San Fior arrestando una infiltrazione nemica. I Lancieri di Firenze persero un intero squadrone combattendo il 5 novembre a Codroipo e il 6 e 7 successivi combatterono degnamente a Porto Buffole contro l'irrompente nemico. Un altro reggimento di lancieri, Vittorio Emanuele Il combatté a Torreano, San Vito di Fagagna e a San Daniele del Friuli per proteggere il ripiegamento della 2a Armata riuscendo ad imporre un tempo di arresto al nemico prima sulla sinistra e poi sulla destra di Meduna. I Cavalleggeri di Sa/uzzo vennero impegnati per proteggere la ritirata della 53a divisione, distinguendosi nel combattimento allo sbocco della valle di Chiarò ed al Montino. Il 28 ottobre sul Torre ed a Salt uno squadrone di Sa/uzzo caricò a cavallo e riuscì con l'aiuto degli altri squadroni appiedati, a rompere la pressione avversaria su reparti di fanteria che stavano per essere sopraffatti. Il 6 novembre, tutto il reggimento, rinforzato da un gruppo di batterie a cavallo combatté alla difesa di Sacile e dei guadi sulla Livenza. I Cavalleggeri di Alessandria concorsero alla protezione del ripiegamento del IV Corpo d'Armata combattendo ad ldresko, Caporetto, Stupizza, Sequals, Magnano in Riviera, Zugliano e Noals . In queste azioni il reggimento perse metà dei suoi effettivi. Gli squadroni del reggimento Cavalleggeri di Caserta concorsero alla protezione della ritirata operando in Carnia e nella pianura friulana . Il reggimento fu citato sul Bollettino di Guerra per essersi distinto a Palazzolo della Stella il 31 ottobre ed a Casa Baldizze il 9 novembre. I Cavalleggeri di Roma combatterono appiedati ed a cavallo a Pasian Schiavonesco e dal 2 all'8 successivi Roma combatté ancora per proteggere il ripiegamento dei reparti in ripiegamento dal Tagliamento al Livenza ed al Piave. Di quanto abbia fatto la cavalleria nelle tragiche giornate del1'ottobre-novembre 1917 reca testimonianza la Commissione di Inchiesta su Caporetto così scrivendo: "( ... ) la Cavalleria, nel dis-


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gregamento prodotto dalla rotta e dal ripiegamento , dette mirabile prova della coesione morale dei prop1i reparti , ciò che sembra merito assai grande e degno di particolare menzione, in mezzo ad avvenimenti nei quali non poche debolezze morali si palesarono". Dopo le prove dell'autunno del 1917, le divisioni di cavalleria furono riordinate e rinforzate nell'armamento e negli organici e ritornarono in linea in tempo per partecipare alla battaglia difensiva del Piave nel giugno del 1918. Durante questa battaglia operarono sul fronte dell'8" Armata i reggimenti Caserta e Firenze bene assolvendo i compiti di collegamento fra le nostre fanterie e di rastrellamento e tamponamento delle infiltrazioni nemiche . Il 2° squadrone di Firenze la sera del 15 giugno scacciava da Giavera caricando a cavallo un grosso reparto nemico che vi era penetrato. Sul fronte della 3a Armata bene adempirono i loro compiti di C(?Uegamento e rastrellamento gli squadroni dei Cavalleggeri di Foggia e di Piemonte Reale Cavalleria. I reggimenti Lancieri di Milano e Lancieri Vittorio Emanuele II nei giorni 18 e 19 giugno contribuirono nella zona di Monastier, Fornaci, Zenson con cariche e contrattacchi a contenere e rintuzzare pericolose puntate nemiche. Dal 23 al 25, diversi squadroni , in vista della eventualità di un nostro passaggio del Piave, saggiarono inviando anche pattuglie oltre il fiume, la resistenza del nemico. Il 1° gruppo di Piemonte Reale prese parte alla nostra offensiva nel mese di luglio fra Piave vecchio e Piave nuovo. L'ora grande della cavalleria italiana venne nel novembre del 1918. Rotto il fronte nemico le divisioni di cavalleria ~ennero lanciatre all'inseguimento per avvolgere l'avversario e precederlo ai passi obbligati. Fu la galoppata della vittoria e l'arma a cavallo trovò finalmente l'occasione per uno dei suoi classici impieghi . Gli Austriaci proteggevano le loro colonne in ritirata, imbastendo difese e resistenze soprattutto lungo i corsi d'acqua ed i torrenti: il Monticano , il Livenza , il Cellina e il Meduna . La 1a divisione di cavalleria superava il Monticano la mattina del 30 ottobre a Mareno ed a Visnà e il Livenza il 31 a Fiaschetti. Qui il 2° squadrone di Genova e la 2" batteria a cavallo infilavano il ponte al galoppo travolgendo i difensori e catturando armi e prigionieri; il reggimento Guide attaccava e vincendo forte resistenza liberava Sacile; elementi di Montebello e di Vicenza espugnavano la stretta di Polcenico, mentre Savoia forzava il Cellina caricando a San Foca ed a San Martino; Saluzzo dal canto suo superava il Meduna caricando a Tauriano. I reggimenti Aosta e Mantova caricando superavano resistenze avversarie fra Cordovado e Morsano raggiungendo il


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ponte di Latisa na del quale impedivano la distruzione. Due squadroni di Firenze ed uno di Piacenza , risalivano il bosco del Cansiglio a 1000 metri di altezza e combattendo e caricando scendevano a Farra d 'Al pago contribuen do con l'aggiramento a forzare il passo di Fadalto; il l" gruppo del reggimento Cavalleggeri di Padova valicava la cima del G rappa a 1700 metri di altezza e giungeva a Feltre il 1° novembre e uno squadrone sbàragliava a Santa Giustin a con una decisa cartica una colonna di mitraglieri ne mici e il giorno successivo era duramente impegnato nel passaggio del Cordevole; uno squadrone dei Cavalleggeri di Udine valicava il passo del T onale raggiungendo al momento dell'armistizio il passo dell a Mendo la sopra Bolzano . Il 3 novembre una pattuglia di Savoia Cavalleria entrava in Udine aprendosi la strada attraverso reparti nemici ancora efficienti; nello stesso giorno i Cavalleggeri di Alessandria entravano per primi in Trento, imponendo la resa ai 15.000 Austriaci che ancora occupavano la città. Il 4 novembre poco prim a della cessazione delle ostilità , il 4° squadrone del reggimento Cavalleggeri dell'Aquila caricava un forte sbarramento nemico a Paradiso sullo Stella. Nei limiti consentiti dal carattere statico della guerra e dalle condizio ni del terreno sul nostro fronte , si può dire che la cavalleria italiana diede buona prova: sa ldezza ed efficienza nel combattimento a piedi unite ad impeto e decisione nel combattimento a cavallo . Abbiamo voluto premettere queste note al diario che segue perché esse consentono di meglio inte nderne le annotazioni. Il documento che si pubbl ica fu redatto da uno dei tanti oscuri combattenti della prima guerra mondiale , un sergente ciel reggimento Lancieri Vittorio Emanuele Il I di nome Senesi, in forza al 5° squadrone. TI diario interessa tutto il periodo del conflitto dal 24 maggio 1915 al 18 nove mbre 1918. È redatto in for ma schematica, semplice e non molto critica. Non registra nessun stato d'animo , non espone alcuna considerazione o riflessione sugli avvenimenti o sui personaggi, ma soltanto una cronaca attenta degli avvenimenti accaduti allo squadrone .

1 Vittorio Emanuele con i Lanceri di Milano costituiva la terza Brigata di Cavalleria, comandata dal Gen. Giovanni Pellegrini, inquadrata nella 2' divisione di Cavalleria comandata dal Gen. G iovanni Verccllana.


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Diario

24 maggio La notte dal 23 al 24 maggio 1915 lo squadrone agli ordini del Capitano Luigi sig. Guido è comandato di avanguardia alla 3" Brigata di Cavalleria. Il 1° plotone comandato dal tenente Giordani sig. Umberto è di punta preceduto da una pattuglia di ciclisti dello squadrone. Alle ore 5 circa sconfino. La pattuglia ciclisti dopo aver riconosciuto Strassoldo prosegue per Cervignano e giunta a 3 Km circa da detta località è fatta segno a fuoco di fucileria J1emìco, risponde coadiuvata da reparti del 3° battaglione bersaglieri ciclisti e superata la prima barriera prosegue per Cervignano. Ivi giunta e trovatasi nella impossibilità di procedere all'occupazione perché il ponte sul fiume Ausa era fortemente ostruito da una barricata ne manda avviso al comandante la brigata che invia subito una batteria a cavallo la quale apre il fuoco , demolisce la barricata e permette ai ciclisti ed ai bersaglieri di procedere all'occupazione. Alle ore 12 circa lo squadrone si unisce al grosso ed entra in Cervignano. 25-27 maggio Lo squadrone si accantona in Cervignano e distacca avanguardie a Muscoli. 28 maggio All'alba lo squadrone è comandato di scorta a batterie pesanti campali. Alla sera riceve ordini di raggiungere il reggimento e marciando per Terzo giunge ad Aquileia si unisce a questo ed ivi accantona. 29 maggio-4 giugno Lo squadrone, pur rimanendo ad Aquileia, dispone un servizio di vigilanza ad ovest di questa. 5 giugno Lo squadrone marcia verso l'Isonzo per il passaggio del medesimo al ponte di Colussa. Alla sera prosegue per S. Canziano in direzione di Monfalcone. Giunti al cimitero di Staranzano, l'avanguardia della divisione viene attaccata da forze nemiche imprecisate ed ivi appostate; in seguito a ciò viene inviata una pattuglia di ~iclisti dello squadrone in unione a quella degli altri reparti. Decisa poi l'azione con l'intervento della batteria a cavallo, lo squadrone si schiera e prende posizione nel tratto di strada da S. Canziano al bivio che conduce a Dobbia. 6 giugno All'alba, in seguito ad ordine superiore lo squadrone unita-


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mente al reggimento ripiega su Aquileia passando per il guado di Pieris. Alle ore 8 circa lo squadrone ripassa l'Isonzo per il ponte di Colussa e si dispone in posizione di attesa nella boschina sulla riva sinistra del medesimo. Alle 10,30 una pattuglia a cavallo rinforzata da cìclisti e comandata dal tenente Lanzuolo sig. Luigi 2 parte col compito di riconoscere le vie di accesso a Monfalcone al di là del canale Rosega. Giunta a circa 3 Km dalla città assume informazioni da u~ borghese che in seguito vennero riconosciute false. Dato il fare sospetto dell'individuo e l'impossibilità di trascinarselo seco, lascia un ciclista a sorvegliarlo e prosegue per compiere la sua missione. Non potendo poi trattenersi perché fatto segno al fuoco nemico prende la via del ritorno, tentando portar con sé l'individuo catturato e ritenuto una spia per consegnarlo alle superiori autorità. Avendo egli tentato più volte di ribellarsi e cercando di fuggire, non potendo lo stesso tener dietro alla pattuglia, costretta ad una andatura celere su terreno battuto da tiri di sbarramento d'artiglieria nemica, il comandante della pattuglia decise di passarlo per le armi il che fu fatto dal caporale Learo Gustavo e dal ciclista Cavalli Antonio, i quali raggiunta la pattuglia rientravano con questa al reparto. 7-8 giugno Lo squadrone in unione al reggimento è comandato di protezione a truppe di fanteria che precedono all'occupazione di Monfalcone. 9-12 giugno Lo squadrone si trasferisce a S. Lorenzo e vi si accantona succedendosi alternativamente con gli altri squadroni nel servizio di vigilanza al ponte di Colussa. 12-13 giugno Lo squadrone si trasferisce ad Isola Morosini e vi si accantona coll'incarico di vigilare le adiacenze di Punta Sdobba e disponendo un servizio di protezione alle batterie natanti. Notevole è pure il servizio prestato dai ciclisti in pattuglie di ricognizione a Punta Sdobba per quanto fatti più volte segno al tiro delle artiglierie nemiche. Degno di nota è anche il coraggio dimostrato dallo zappatore Gio2 L'allora tenente Luigi Lanzuolo, divenuto colonnello, ebbe nel 1943 il comando del reggimento Cavalleggeri del Monferrato. L'8 settembre di quell'anno il reggimento non cedette le armi ai tedeschi ma si diede alla montagna combattendo in guerriglia. Il colonnello Lanzuolo catturato in combattimento, venne fucilato. Alla sua memoria venne concessa la Medaglia d'Oro al Valor Militare.


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condÏ Armando il quale noncurante del pericolo che lo minacciava la travolgente corrente dell'Isonzo non esitò a gettarvisi dentro per salvare il lanciere Bana Antonio della sezione mitragliatori che malgrado l'opera sua miseramente annega. Per questo atto fu citato all'ordine del giorno con un encomio solenne tributatogli dal comandante la II divisione di cavalleria e proposto dal medesimo per una ricompensa al valore. 24 giugno-10 agosto Lo squadrone si trasferisce a Cascina Viola; distacca il 4° plotone al comando del tenente Bianchini a Isola Domini con l'incarico per questo di vigilare sulle provenienze dalfa Laguna di Grado ove trovansi in servizio pattuglie di ciclisti del reggimento. Gli altri 3 plotoni si succedono in servizio di perlustrazione, durante il giorno da pattuglie a cavallo, nella notte da pattuglie in bicicletta. Il tenente Lanzuolo sig. Luigi e il tenente Lanarini sig. Aldo comandati a prestare servizio nell'arma di artiglieria vengono sosti_tuiti dai tenenti Sella sig. Quintino e Mainardi sig. Luigi. 11 agosto Lo squadrone si trasferisce a Tomba di Meretto [sic] (Udine). 12 agosto Lo squadrone accantona a Tomba di Meretto ove gli giungono complementi inviati dal deposito del Reggimento e da quello dei Lancieri di Novara (5°) per colmare le numerose deficienze causate dall'infierire dell'infezione malarica contratta nel Basso Isonzo e nella Lagul\a di Grado. Durante questo periodo vengono svolte numerose esercitazioni tattiche di brigata e divisione nelle brughiere di quota 99. 16 novembre Marcia di trasferimento a Casarsa (Udine). 17 novembre Marcia di trasferimento a Fontanafredda. ~8 novembre Marcia di trasferimento a Conegliano (Treviso). 19 novembre Soggiorno in Conegliano. 20 novembre Marcia di trasferimento a Volpago (Treviso). 21 novembre Marcia cli trasferimento a Poggiano (Treviso) . 22 novembre Marcia di trasferimento a Vicenza.


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23 novembre-31 dicembre Lo squadrone si accaserma a Ponte delle Bele; procede al riordinamento ed alla istruzione delle reclute della classe 1896.

1916 - 1 gennaio-28 febbraio Lo squadrone prosegue nel riordinamento e nell'istruzione delle reclute del 1896 preparandosi per Ja nuova campagna. 1 marzo-6 aprile Giunto l'ordine dell'appiedamento della divisione, lo squadrone con i complementi della classe 1891 si organizza ed equipaggia ed incomincia l'istruzione di addestramento di fanteria. 7 aprile Lo squadrone assunta la nuova formazione a piedi dopo aver lasciato in consegna i cavalli e i materiali al 5° nucleo T.A.M., parte per il piccolo campo d'istruzione e si trasferisce a Custoza (Vicenza) (sic) dove accantona . 8 aprile Da Custoza si traferisce a Barbarano (Padova). 9-14 aprile Lo squadrone continua la sua preparazione con esercitazioni di tiro ed istruzioni varie al poligono di Barbarano e sulle colline circostanti. 15 aprile Lo squadrone si trasferisce a Vicenza. 16-1.9 aprile Lo squadrone si prepara a lasciare definitivamente la sede invernale. 20 aprile Marcia di trasferimento a Cernarse S. Croce (Padova). 21 aprile Marcia di trasferimento ad Abano-Bagni (Padova). 22-30 aprile Lo squadrone si accantona a Villa Wollemborg sul canale della Battaglia prima, a Villa Claricini, dopo , intensificando l'istruzione di fanteria col lancio di bombe a mano, costruzioni di difese, appostamenti e trinceramenti , marce d'allenamento. 1 maggio Lo squadrone la sera alle ore 20 lascia Abano recandosi unitamente al reggimento a Padova ove a mezzo ferrovia parte per nuova destinazione.


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2 maggio Giunto ad Udine prosegue a piedi per Camicco, vi giunge la sera e si accantona nei baraccamenti ivi costruiti. 3-21 maggio Lo squadrone continua l'istruzione di fanteria con esercitazioni fra il torrente Torre e la collina di Buttrio. 22 maggio Allarme notturno e alle ore 2 partenza con tutto il reggimento per il fronte. Alle ore 12 sosta a Palmanova e nel pomeriggio prosegue per S. Maria la Longa dove accantona in baraccamenti. 23-25 maggio Lo squadrone è in attesa di ordini. 26 maggio La Divisione riceve ordini di riprendere i cavalli ed immediatamente Io squadrone unitamente agli altri reparti viene trasferito a . Vicenza in camion partendo alle ore 18 circa. 27 maggio Lo squadrone giunge al mattino a Vicenza, ritorna alla caserma Ponte delle Bele e riprende in consegna dal 5° nucleo i materiali e i cavalli. 28 maggio Lascia gli uomini esuberanti al deposito del reggimento e nel pomeriggio si traferisce a cavallo a Sandrigo (Vicenza) ove accantona. 29 maggio Soggiorno a Sandrigo. 30 maggio Marcia di trasferimento a Rossano Veneto. 31 maggio- I giugno Soggiorno a Rossano Veneto; si riordina. 3 giugno Marcia di trasferimento a Cassala di Bassano. 3 giugno-24 luglio Accantona in Cassala unitamente al comando del 2° gruppo in servizio di esplorazione vicina nelle adiacenze a Nord di Cassola e lontane con pattuglie sulla collina poste allo sbocco della Valsugana, contemporaneamente si riesercita nell'istruzione a cavallo. 25 luglio Da Cassala di Bassano si trasferisce unitamente al reggimento a Marola (Vicenza).


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26 luglio Da Marola si trasferisce a Caldiero (Verona). 27 luglio Da Caldiero si trasferisce a Ogliosi (Verona). 28 luglio Da O gliosi si trasferisce a Calcinato sul Chiese (Brescia) . 29 luglio-21 novembre Accantona a Calcinato sul Chiese intensificando l'istruzione a cavallo specie sulle colline a nord di Trento e a Monte Nuvolo con esercitazioni tattiche ed esegue lezioni di tiro al poligono occasionale di Monte Falò sul Garda. Il tenente Toschi sig. Carlo, il sergente Caminada Angelo ed il lanciere Scappini Bruno il 10 ottobre partono volontari per la 3" squadriglia automitragliatrici blindate . Il 29 ottobre il tenente Giordani sig. Umberto è comandato a prestare servizio nell'arma di artiglieria. 22 novembre Da Calcinato sul Chiese unitamente al reggimento lo squadrone si trasferisce a Cavalcaselle (Verona). 23 novembre Da Soave si trasferisce a Vicenza ove giuntovi si accantona negli Stalli A rena e Storione in Borgo S. Felice. 25 novernbre-31 dicembre Lo squadrone fornisce numerosi servizi presidiari e scorte a colonne di prigionieri diretti a Genova a mezzo ferrovia .

1917 1 gennaio-21 aprile Lo squadrone accantonato a Vicenza continua a fornire i servizi già accennati ed esegue lezioni di tiro al poligono di Cà Brusati. 22 aprile Lo squadrone unitamente al 2° gruppo si trasferisce a Noventa Vicentina e si unisce al reggimento colà accantonato. 23-26 aprile Lo squadrone accantona a Noventa Vicentina. 27 aprile Lo squadrone da Noventa Vicentina si trasferisce col reggimento a Curtarolo (Padova). 28 aprile Da Curtarolo si trasferisce a Montebelluna (Treviso). 29 aprile Da Montebelluna si trasferisce a Orsago (Treviso).


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30 aprile-4 maggio Soggiorna accantonato in Orsago e verifica il caricamento dei carri. 5 maggio Da Orsago si trasferisce a S. Giovanni al Tagliamento (Udine). 6 maggio Da S. Giovanni al Tagliamento si trasferisce a Bertiolo (Udine). 7-10 maggio Soggiorna accantonato in Bertiolo. 11-12 maggio Da Bertiolo si trasferisce a Mortegliano (Udine) e vi soggiorna. 13 maggio Da Mortegliano si trasferisce a Medeuzza sul torrente Corno. 14-26 maggio Lo squadrone accampato in prati a nord di Medeuzza unitamente al reggimento viene provvisto di tende da campo , i cavalli sono all'addiaccio. Si intensifica l'istruzione dei cosiddetti stormi del Carso in previsione di un eventuale impiego sull 'altopiano carsico. 27 maggio Da Medeuzza fa ritorno a Mortegliano (Udine). 28 maggio Lo squadrone soggiorna accantonando in Mortegliano. 29 maggio Da Mortegliano si trasferisce ad Aurava (Udine). 30 maggio Da Aurava si trasferisce a Valvasone (Udine) . 31 maggio-18 giugno Lo squadrone unitamente al comando del 2° Gruppo accantona in Valvasone e continua le solite istruzioni. 19 giugno Allarme d'istruzione notturno e marcia di trasferimento a Cosa (Udine). 20 giugno-18 luglio Lo squadrone accantona a Cosa nell'antico maniero dei conti di Spilimbergo. 19 luglio Da Cosa si trasferisce a Tauriano (Udine). 20-31 luglio Lo squadrone accantona in Tauriano ed oltre alle solite istruzioni fa esercitazioni e marce notturne.


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31 I uglio-1 agosto

Marcia di trasferimento a Buttrio in Piano (Udine). 1-20 agosto Lo squadrone accantona in Buttrio in Piano intensificando l'istruzione a cavallo sulle colline adiacenti. Invia un drappello dello squadrone ad Aiello (Cervignano) per assistere in rappreserntanza del reggimento ad una cerimonia per la consegna delle onorificenze ai Cavalleggeri di Udine (29°) distintisi nelle azioni per la presa di Gorizia alla presenza di S.A.R. il duca d'Aosta comandante la III Armata e S.A.R. il conte di Torino ispettore dell'arma di cavalleria. 21 agosto Allarme notturno; marcia di trasferimento a Pavia d'Udine. 22-23 agosto Lo squadrone accantona in Pavia d'Udine. 24 agosto Alle ore 12 circa giunge improvviso l'ordine di immediata partenza ed alle ore 14 il reggimento parte trasferendosi a Fascio ove giunge alla sera ed accampa sulla riva sinistra del torrente Judrio; invia nella valle una pattuglia comandata dal tenente Sensinini (?) sig. Luigi allo scopo di riconoscere le mulattiere che da S. Genrdà (?) conducono all'Isonzo ai ponti di Aunovo e Globna. 25 agosto Lo squadrone unitamente al reggimento si trasferisce ad Aunovo ove vi giunge alle ore 23 circa. II carreggio non potendo seguire il reparto causa la ripidità delle strade che per il Monte 'Planina e Monte Corada recavasi ad Aunovo, viene lasciato a Dolegna agli ordini del maresciallo dello squadrone , provvedendo al trasporto dei materiali di prima necessità con basti improvvisati. 26-27 agosto Lo squadrone bivacca ad Aunovo sulla riva destra dell'Isonzo in posizione di attesa; vengono mandate delle pattuglie, una comandata dal capitano Luigi sig. Guido e l'altra dal s.tenente Graziadei sig. Luigi allo scopo cli riconoscere le mulattiere di accesso all'altipiano della Bainsizza. 28 agosto Lo squadrone si trasferisce dalla riva destra alla riva sinistra dell'Isonzo e precisamente a quota 135 (Britof). 29-31 agosto Nel mattino lo squadrone si trasferisce per monte Verteca e monte Planina a Manzano presso Cormons; bivacca . Nel pomeriggio


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fa ritorno a Pavia d'Udine e riprende gli accantonamenti lasciati alla

partenza. 2-14 settembre Lo squadrone accantonato in Pavia d'Udine continua ed accelera la sua istruzione. Il giorno 9 il capitano Luigi sig. Guido lascia lo squadrone perché comandato a prestare servizio neJl'arma di fanteria in qualità di comandante il battaglione complementare della Brigata Taro e cede il comando dello squadrone al tenente Dalgas sig. Augusto. 15 settembre Da Pavia d'Udine lo squadrone si trasferisce a Lovaria (Udine) e vi si accantona. 16 settembre-23 ottobre Lo squadrone accantonato in Lovaria riprende l'istruzione con esercitazioni tattiche e maneggio delle armi ai Prati dei Paparotti e sulle rive del torrente Torre. Vengono formati un plotone lanciabombe ed un reparto d'assalto fra i volontari degli squadroni del reggimento ed al tenente Scuricini sig. Luigi ne viene affidato il comando e l'incarico dell'istruzione che viene svolta anche nel campo sperimentale degli arditi della II Armata a Sdricca. Il 18 ottobre giunge allo squadrone proveniente dai Lancieri Aosta (6°) il sottotenente Ruffo sig. Giovanni ed il capitano in prima Pirandello sig. Eduardo proveniente dai Cavalleggeri di Lucca (16°) (Albania Meridionale) che assume il comando dello squadrone. 24 ottobre Alle ore 20 circa a mezzo motociclista giunge improvviso l'ordine di partenza immediata ed in unione al 4° squadrone agli ordini del maggiore Martorana cav. Felice si trasferisce ad Udine (Porta Aquileia) addiacciando presso le Fornaci ivi situate. Il tenente Sella sig. Quintino passa a prestar servizio in qualità di ufficiale informatore presso il comando dell'8° Corpo d'Armata. 25 ottobre Lo squadrone passa alle dipendenze dirette del 4° campo di concentramento sbandati della II armata e si trasferisce a Pradamano (Udine) iniziando il seri vizio di rastrellamento sulla linea del torrente Torre nel tratto compreso fra il Ponte della ferrovia UdineCividale e quello della ferrovia Udine-S. Giovanni di Manzano. 26 ottobre Continua lo stesso servizio . 27 ottobre All'alba con lo stesso campo si trasferisce a Pozzuolo del Friuli


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distaccando mezzo squadrone (3° e 4° plotone) agli ordini del tenente Scuricini sig. Luigi a Campo Formido. I due mezzi squa. droni collegati fra loro fanno servizio con pattuglie a cavallo per raccogliere ed inviare gli sbandati provenienti da Cividale del Friuli al campo di concentramento. 28 ottobre II 1° e il 2° plotone si trasferiscono a Morzano al Tagliamento e provvedono alla formazione di un nuovo campo. Il 3° e 4° plotone, ricevuto ordine dal comandante il 2° campo di concentramento dal quale dipendevano, di ritirarsi sulla riva destra del Tagliamento, si accantonano a S. Giovanni di Casarsa. 29 ottobre Il 1° e 2° plotone continuando lo stesso servizio rimanendo a Morzano. Il 3° e 4° plotone perduto il contatto col comando del campo provvedono a riattivare le comunicazioni a mezzo pattuglie ciclisti il cui risultato fu negativo. 30 ottobre Il 1° e 2° plotone in seguito ad ordine del comandante del campo alla sera ripiegano su Porcia di Pordenone. Il 3° e 4° plotone dietro richiesta di un colonnello di S.M. si recano a Casarsa appiedati per far servizio di polizia essendo il paese invaso da sbandati. Sopraggiunto a Casarsa il reggimento Cavalleggeri Guide (19°) il comandante dei due plotoni si mette a disposizione di questo ed aggrega il 1/ 2 squadrone di quel reggimento concorrendo con esso in vari servizi di pattuglia lungo la riva destra del Tagliamento nel tratto compreso fra il Ponte della Delizia e S. Vito al Tagliamento. 31 ottobre Il 1° e il 2° plotone da Porcia di Pordenone ripiegano su Godega S. Urbano scortando lungo il percorso la colonna carreggio e salmerie adibiti al servizio del campo. Il 3° e 4° plotone continuano il loro servizio in unione al 4° squadrone del reggimento Cavalleggeri Guide (19°). 1 novembre II 1° e il 2° plotone giungono a Godega S. Urbano; viene formato un nuovo campo di concentramento il comando del quale viene assunto dal 1° capitano Pirandello sig. Eduardo che lo riordina e dispone le truppe ed il carreggio da una parte e dall'altra della strada che conduce a Conegliano Veneto. li 3° e 4° plotone, giunto al reggimento Cavalleggeri Guide


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(19°) l'ordine di ritirarsi, si mettono alla ricerca di qualche altro reparto di cavalleria. 2 novembre Il 1° e 2° plotone continuano il servizio iniziato il giorno precedente provvedendo molti viveri e foraggi alle colonne di passaggio. Il 3° e 4° plotone sprovvisti di viveri e foraggi si portano nei pressi di Pordenone onde potersene provvedere. Vengono intanto irradiate pattuglie di ciclisti allo scopo di far ricerca del reggimento. 3 novembre Il 1° e 2° plotone perduto il contatto col comando del 2° gruppo ed avendo avuto sentore che questo trovavasi nelle vicinanze di Fassa Merlo, viene inviata una pattuglia riuscendo così a riprendere il collegamento. Il 3° e 4° plotone riuscite vane le ricerche vengono dal tenente Scuricini sig. Luigi che parte con una pattuglia per rintracciare il reggimento , lasciati agli ordini dell'aspirante Ferrari sig. Carlo. 4 novembre Il 1° e 2° plotone in seguito ad ordine superiore ripiegano con tutto il campo sulla riva destra del Piave. I plotoni vengono accantonati a Zero Branco (Treviso) e provvedono al servizio di polizia e vigilanza sulle strade provenienti da Treviso . Il campo viene disposto nei pressi di Cappelli a 3 Km circa da Zero Branco. Il 3° e 4° plotone accampano nei pressi di Pordenone provvedendo al suo rifornimento di viveri e foraggi ed attendono il tenente Scuricini sig. Guido , partito il giorno precedente alla ricerca del reggimento e rintracciatolo nei pressi di Toffo riprende il comando dei due plotoni e si unisce a questo. 5 novembre Il 1° plotone continua il solito servizio di polizia. Il 2° plotone distaccatosi nella notte agli ordini del tenente Dalgas sig. Augusto a Dolo (Venezia) si mette a disposizione di un nuovo campo di concentramento colà formatosi e coadiuva i carabinieri nel servizio di polizia. Il 3° e 4° plotone prendono parte col reggimento impegnato colle avanguardie nemiche nei pressi della collina di Sequals a varie azioni di guerra facendo pattuglie esploranti e di sicurezza. 6-8 novembre Il 1° plotone continua il servizio suaccennato a Zero Branco. Il 2° plotone continua il servizio di polizia a Dolo. Il 3°· e 4° plotone rimane col reggimento e prende parte con


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questo a vari fatti d'armi fornendo pattuglie di esplorazione che si distinguono per zelo, valore, capacità. 9 novembre Il 1° plotone cessa di prestare servizio al 4° campo di concentramento . U 2° plotone riceve ordine di trasferirsi il giorno seguente a Massaurago. Il 3° e 4° plotone unitamente al reggimento ripiegano sulla riva destra del Piave. 10 novembre Il 1° plotone da Zero Branco si trasferisce a Scori (?) (Treviso) e si accantona nei pressi di Cappellette. Il 3° e 4° plotone in unione al reggimento prosegue la marcia fino a Massaurago ove accantona. Il 2° plotone da Dolo sj trasferisce a Massaurago unendosi agli altri due plotoni ivi giunti. 11 novembre Il 1° plotone da Cappellette si trasferisce a Massaurago ove si trovano il 2°, 3° e 4° plotone giunti il giorno precedente e si unisce a questi. Fatti d'arme notevoli a cui prese parte lo squadrone o reparti di esso dal 26 ottobre all'8 novembre 1917. Fra i fatti d'armi notevoli cui prese parte il 5° squadrone o reparti di esso dal 26 ottobre in poi sono d.a notare i seguenti: - il servizio reso dal 3° e 4° plotone durante il ripiegamento del 26 ottobre agli ordini del tenente Scuricini sig. Luigi ed asp. Ferrari sig. Carlo; essendosi trovati i due plotoni privi d'impiego ed isolati dalJo squàdrone il tenente Scuricini sig. Luigi, dopo aver fatto argine colla potenzialità dei suoi mezzi allo sbandarsi di truppe che con celerità ripiegavano , si aggregava di sua iniziativa nella sera del 31 ottobre al reggimento Cavalleggeri Guide (19°) il cui comandante si valse ripetutamente dei due plotoni in vari servizi di pattuglia sulla riva destra del Tagliamento fra il ponte della Delizia e quello di S. Vito al Tagliamento. L'opera dei due plotoni fu maggiormente encomiabile perché avendo il reggimento Guide ripiegato per ordine superiore, il tenente sig. Scuricini, anziché seguire il reggimento Guide nel suo ripiegamento, preferì rimanere sul luogo dandosi attivamente alla ricerca di altri reparti del reggimento che incontrò nei pressi di Toppo. I servizi di pattuglia furono guidati con arditezza specialmente dal tenente Scuricini sig. Guido, aspirante Ferrari sig. Carlo, sergente maggiore Riva Angelo , caporale Orlandini Umber-


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to, caporale Campagnoli Gaetano. Fra i militari componenti le pattuglie si distinsero i seguenti: caporale Ferrari Francesco, appuntato Mandelli Andrea, appuntato Schiavino Antonio, trombettiere Ziboni Lorenzo, zappatore Tonacchi Mariano, lanciere Dalleolle Arturo, lanciere Bellenio Riccardo, lanciere Moretti Giovanni, lanciere Casamanti Emilio, lanciere Consonni Agostino. Questi furono citati all'ordine del giorno del 19 novembre 1917. Il tenente Scuricini sig. Luigi ebbe proposta di ricompensa al valore. 12-13 novembre Lo squadrone provvede a riunirsi e a riordinarsi per la marcia di trasferimento alla sede invernale. Il tenente Sella sig. Quintino già comandato in qualità di ufficiale informatore presso il comando dell'8° Corpo d'Armata rientra al reparto. 14 novembre Lo squadrone in unione al reggimento si trasferisce a Dolo (Venezia). 15 novembre Da Dolo si trasferisce a Piove di Sacco (Sacco). 16 novembre Soggiorno in Piove di Sacco. 17 novembre Da Piove di Sacco si trasferisce a Cavarzere (Padova). 18 novembre Da Cavarzere si trasferisce ad Ariano Polesine (Rovigo). 19 novembre Soggiorna accantonando in Ariano Polesine. 20 novembre Da Ariano Polesine si trasferisce a Massa Fiscaglia (Ferrara). 21 novembre Da Massa Fiscaglia si trasferisce a Porto Maggiore (Ferrara). 22 novembre Soggiorna accantonando a Porto Maggiore. 23 novembre Da Porto Maggiore si trasferisce a Granarolo dell'Emilia (Bologna) e vi si accantona. 24 novembre-23 dicembre Lo squadrone accantona a Granarolo e provvede al suo riordinamento. Giungono i complementi uomini e cavalli dal Deposito del reggimento. Il tenente Dalgas sig. Augusto è comandato a prestare servizio in qualità di interprete presso l'Intendenza Generale dell'Armata Britannica a Bologna.


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24 dicembre Giunge ordine di tenersi pronti per una eventuale partenza in servizio di P. S. 25 dicembre Lo squadrone riceve ordine di mettersi a disposizione del comando del Corpo d'armata di Bologna e da questi ordini di partenza. Il tenente Graziadei sig. Luigi del 2° squadrone passa a prestar servizio in questo . Il capitano Pirandello sig. Eduardo ricoverato all'ospedale militare di Bologna è sostituito nel comando dello squadrone dal capitano Grego sig. Guido. 26 dicembre Lo squadrone si trasferisce a Casalecchio di Reno (Bologna) si amministra autonomamente e passa a disposizione del Corpo d'armata di Bologna per la ricerca di disertori che battono l'Appennino tosco-emiliano . Le viene assegnata una squadriglia di carabinieri agli ordini del vicebrigadiere Poletto. 27 dicembre Da Casalecchio di Reno (Villa Toiano) si trasferisce a Sasso Leone iniziando il servizio di perlustrazione in tutta la zona montuosa nel tratto compreso fra il fiume Reno ed il torrente Lavino. Alla sera accantona in Sasso Leone. Per il servizio del vettovagliamento il comando del Corpo d'armata di Bologna mette a disposizione del reparto due camion che giornalmente si recano a Bologna per le varie incette. 28 dicembre Da Sasso si trasferisce a Sibano continuando il servizio nella zona compresa fra il fiume Reno e la pedemontana di monte Bonsacco, monte Tramonto, monte Castellazzo e monte Ortarsico. Disertori catturati alla fine della giornata n. 4. 29 dicembre Da Sibano si trasferisce a Vergato, appieda metà della forza che divisa in pattuglie perlustra la zona montuosa del versante di sinistra del fiume Reno inaccessibile a cavallo per le recenti nevicate. Disertori catturati nella giornata n. 2. 30 dicembre Da Vergato si trasferisce a Riolo appiedando nuovamente parte della forza che fornisce numerose pattuglie coli 'incarico di perlustrare la zona compresa fra il fiume Reno e il torrente Vergadello fino al parallelo di Labante-Castelnuovo. 31 dicembre Da Riolo fa ritorno a Vergato preceduto dal nucleo ciclisti dello


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squadrone il quale avuto sentore che nei pressi del passo della Carbona aggiravansi un gruppo di disertori fecero minuziose ricerche che fruttarono la cattura alquanto movimentata di 13 disertori. 1918 1-10 gennaio Lo squadrone accantona in Vergato; dispone un servmo di sbarramento a cavallo del fiume Reno sulla destra da Castel d'Aiano per la mulattiera che va per Labante di Sotto a Castelnuovo e sulla sinistra dal passo della Carbona va a Tavernola-Cascina Paradiso fino alla valle del Setta. Disertori catturati durante detto periodo n. 16. 11 gennaio Da Vergato lo squadrone si trasferisce a Casalecchio di Reno (Villa Taiano) . 12-19 gennaio Lo squadrone accantona a Villa Taiano disponendo un servizio di perlustrazione a mezzo pattuglia per i punti di obbligato passaggio a Tizzano Marescalchi, Longareto e Palazzaccio. Vengono catturati n. 2 disertori. 20 gennaio Lo squadrone cessa di essere alle dipendenze del Corpo d'armata di Bologna e fa ritorno a Granarolo nell'Emilia ove riprende i vecchi accantonamenti lasciati alla partenza. Il capitano Grego sig. Guido cessa di comandare lo squadrone il cui comando è nuovamente assunto dal 1° capitano Pirandello sig. Eduardo uscito dall 'ospedale maggiore di Bologna. Fra coloro che presero parte al servizio si distinsero i sottonotati militari: serg. magg. Riva Angelo serg. Ciolini Gustavo cap. magg. Nesti Lidio sap. Fantoni Otello app. Sabini Innocente ciel. Finazzi G iovanni . Con ordine del giorno 21 febbraio 1918 S.A .R. il conte di Torino, il comandante il Corpo d'armata di Bologna (generale Segato) , il comandante della II divisione di cavalleria. (tenente generale Li ttaModignani comm. Vittorio) ed il comandante del reggimento ( colonnello Panigali cav. Pietro) espressero il loro vivo compiacimento e soddisfazione per il modo con cui ufficiali e truppa disimpegna-


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rono il compito affidatogli durante il servizio di rastrellamento di disertori e sbandati. 21 gennaio-17 febbraio Lo squadrone accantona il Granarolo dell'Emilia (Bologna) accelerando il proprio riordinamento. 18 febbraio Lo squadrone da Granarolo nell'Emilia si trasferisce a Renazzo (Ferrara). 19 febbraio-19 aprile Lo squadrone accantona in Renazzo unitamente al comando del 2° gruppo e ultimato il riordinamento riprende il corso d'istruzione a cavallo e a piedi sul Panaro esercitandosi su questo al passaggio su passarella, a guado, sul ponte a Portiera. Il 20 marzo il reggimento si riunisce nei pressi di Cantone e tributa un encomio solenne al tenente Scuricini sig . Luigi per i fatti d'armi a cui prese parte nel periodo ottobre-novembre 1917 colla seguente motivazione: "Comandante di uno squadrone rimasto senza impiego riusciva a raggiungere il proprio reggimento per concorrere a varie azioni di guerra fra Tagliamento e Piave . In vari servizi di pattuglia dimostrava coraggio ed abilità non comuni dando sempre utilissime informazioni sul nemico e rimanendo fra gli ultimissimi a passare il ponte della Priula sul Piave prima che questo fosse fatto saltare''. Toppo-Ponte della Priula 4-8 dicembre 1917 20 aprile Lo squadrone ricevuto ordine da Renazzo si trasferisce unitamente al 2° gruppo a Sermide (Mantova). 21 aprile Da Sermide si trasferisce a Lendinara (Rovigo) e vi si accantona. 22 aprile Da Lendinara si trasferisce a Conselve (Padova) e vi si accantona. 23 aprile-15 giugno Lo squadrone riprende le istruzioni giornaliere e le esercitazioni tattiche unitamente al gruppo e al reggimento , a cavallo ed a piedi nei pressi di Conselve. Sono frequenti in questo periodo gli allarmi notturni a scopo istruttivo e preparatorio. Viene formata la sezione mitragliatrici in bicicletta comandata dal tenente Scuricini sig. Luigi ed inizia il 13 maggio la sua preparazione con istruzioni teoriche e pratiche. Il tenente sig. Leone sostituisce il tenente sig . Scuricini nel


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comando della sezione essendo quest'ultimo trasferito al 3° squadrone. Il tenente Sella sig. Quintino viene trasferito al 2° squadrone complementi in Vercelli. Il tenente Blanchetti sig. Lanfranco lo sostituisce. 16 giugno Alle ore 23,30 circa con un allarme giunge l'ordine di partenza immediata per il fronte. Lascia a Conselve materiali e cavalli esuberanti a causa dell'assenza degli uomini che s.i trovano in licenza. Alle ore 2,30 circa si incolonna col reggimento sulla strada Conselve-Ferrara padovana e con una sola marcia di Km 87 si trasferisce passando per Dolo ove sosta circa mezz'ora per abbeverare i cavalli a S. Trovaso (Treviso) ove giunge alle 15 ,40 e ivi accantona in attesa di ordini. 17 giugno Lo squadrone ricevuto ordine di partenza lascia il careggio agli ordini del serg. magg. Manis.o Ventura Emilio all'accantonamento e in unione al reggimento si trasferisce a Monastiere di Treviso ove passa la notte addiacciando a destra della strada a 320 metri a sud del paese in attesa del momento più opportuno per essere impiegato. 18 giugno Alle ore 16 precise lo squadrone viene comandato a far parte di uno scaglione a cavallo che aveva il mandato di rastrellare la strada S. Pietro Novello-Cascina al Bosco e terreno adiacente. Passa alle ore 16,30 circa l'ultima nostra linea di sbarramento a nord di S. Pietro Novello, dirama diverse pattuglie in varie direzioni allo scopo di riconoscere il terreno del settore assegnato allo squadrone. Nel1'esecuzione del suo mandato lo squadrone forte di 3 ufficiali, e 70 uomini di truppa ebbe più volte occasione sotto un violento fuoco di artiglieria, fucileria e mitragliatrici di attaccare il nemico che poi riuscì ad accerchiarlo, facendo parecchi morti e catturando poscia i superstiti. Nell'occasione lo squadrone ebbe le seguenti perdite: morti, lanciere Fantoni Otello; feriti, sergente Sanesi Duilio, cap. magg. Combi Gino, cap. Alfredo, lanciere Stefanelli Bruno. Cavalli: morti n. 4, feriti n. 16. Si distinsero i sottonotati ufficiali e uomini di truppa: tenente Vitullo sig. Comario s.ten. Ruffo sig. Giovanni serg. Cremonese Gregorio serg. Sanesi Duilio serg. Passuti Paolo


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cap. magg. Martorana Alfredo cap. magg. Riva Angelo cap. magg. Combi Gino cap. Vicini G. Battista lane. Borsi Pietro lane. Di Natale Vincenzo lane. Calà Giuseppe lane. Bucci Gastone. Alle ore 20 circa lo squadrone ripiega ordinatamente ed addiaccia in un prato a destra del]a strada Monastier-S. Pietro Novello in vicinanza a questo (Trivio di Rovana) dove passa la notte. 19 giugno La mattina lo squadrone che unitamente al reggimento sostava ancora nei pressi del Trivio di Rovana, alle ore 13 circa riceve ordine di montare a cavallo, poco dopo parte; giunto sulla rotabile S. Pietro Novello-Monastier, appieda il massimo della forza, lasciando i cavalli. Alle ore 15 circa giunge in linea nei pressi del caposaldo cli Monastier, inquadrato con altri reparti operanti a nord della strada S. Pietro Novello . Il 1° capitano Pirandello sig. Eduardo rimasto ufficiale piÚ anziano del settore ne assume il comando, lasciando quello dello squadrone. al tenente Vitullo sig. Comerio. A lle ore 18,45 lo squadrone in collegamento con reparti viciniori inizia l'avanzata verso le posizioni nemiche, si slancia all'attacco con ardimento e decisione , nonostante il violento fuoco nemico che cagiona molte perdite. Senza alcuna esitazione, avanza sino alla linea nemica; dopo vivo combattimento riesce ad occuparla, continua a combattere e oltrepassata la linea nemica si impossessa di vari ordini cli trincea che sotto violento fuoco mantiene per circa due ore fino al sopraggiungere di rinforzi forniti da reparti della brigata Roma. Nell'occasione lo squadrone forte di circa 50 uomini e 2 ufficiali oltre ad essere riuscito a cagionare perdite rilevanti al nemico, riporta circa 300 prigionieri. Ebbe le seguenti perdite: morti cap. m.e Martorana Alfredo tromb. Stampini Ald o lane. Salvadori Pasquale feriti serg. m.e Riva Angelo lane. Zanga Marco lane. Cerassoli Costanzo


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lane. Bellanno Riccardo lane. Poluzzi Allegro cavalli n. 4 feriti. Nell 'azione svolta dallo squà drone si sono distinti seguÊnti ufficiali e militari di truppa: 1° capitano Pirandello Sig. Eduardo serg . magg. Riva Angelo serg . Ciolini Gustavo cap. magg. Martorana Alfredo cap. magg. Casini Emilio cap. magg. Nesti Livio app .o Sbaragli Sestilio app .o Bartolani Oreste tromb. Stampini Aldo zapp. Zanga Marco. Lo squadrone avutone il cambio da reparti della brigata Roma riprende i cavalli ed addiaccia nei prati a 4 Km a sud di Monastier. 20 giugno All'alba lo squadrone fa ritorno a S. Trovaso ove riprende gli accantonamenti lasciati alla partenza. 21-22 giugno Lo squadrone provvede al suo riordinamento ed attende ordini, giungono complementi uomini e cavalli dal deposito del reggimento di Vicenza ed i s.tenenti Baragiola sig. Giuseppe e Impe riali sig. Vladimiro. 23 giugno Alla sera ricevuto ordine di partenza si trasferisce col reggimento ad Arcade accampando nei pressi del paese ove passa la notte. 24 giugno Al mattino inizia il rastrellamento della zona occupata duante l'avanzata della notte , passa per Losson e si spinge fino alla riva destra del Piave facendo poi ritorno per Croce . Il rastrellamento viene fatto ordinatamei1te sotto il continuo tiro nemico e in terreno difficile e letteralmente ricoperto di cadaveri nemici . Vengono fatti diversi prigionieri. Nell'occasione lo squadrone non ha da deplorare nessuna perdita, un solo cavallo rimane feTito . Alla sera fa ritorno a S. Travaso . 25-26 giugno Lo squadrone attende ordini provvedendo in pari tempo al suo riordinamento.


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27 giugno Lo squadrone in unione al reggimento si trasferisce a S. Angelo di Piove (Padova). 28 giugno Da S. Angelo di Piove si trasferisce a Conselve (Padova) ove il drappello cavalli esuberanti lasciati alla partenza (15 giugno) si unisce allo squadrone. 29 giugno Da Conselve si trasferisce a S. Marco (Padova). 30 giugno Da S. Marco si trasferisce a Fagnano (Verona). 1-13 luglio Lo squadrone accantona in Fagnano sulla riva destra del torrente Tione. Vengono inoltrate alle superiori autorità le seguenti proposte di ricompense degli ufficiali e militari distintisi e giudicati meritevoli per le recenti azioni. (Vedile qui allegate). Mancano nell'originale (N.d. C.). 4 luglio-13 ottobre Lo squadrone accantonato in Fagnano provvede a completare il suo riordinamento, giungono complementi cavalli dal reggimento Lancieri di Mantova (25") e Cavalleggeri Guide (19°). Il 22 luglio vengono distribuiti nei prati a nord di Treviso alla presenza di S.M. il re e cli S.A.R. il conte di Torino, delle missioni alleate e di numerosi ufficiali le ricompense al valore ai militari della III armata per le ultime azioni di guerra. Interviene alla festa per essere decorato di motu-proprio di Sua Maestà il sergente Ciolini Gustavo. li 28 luglio nella stessa località vengono distribuiti doni e ricompense ai militari dell'Armata alla presenza cli S.A.R. il duca d'Aosta e il conte di Torino. Lo squadrone invia alla cerimonia per essere decorati i militari già proposti per ricompense al valore. Il 5 agosto viene conferita dal comandante generale dell'arma di cavalleria la croce al merito di guerra al tenente Bianchetti sig. Lanfranco. Viene costituita la pattuglia nuotatori la quale si reca il 6 agosto a Vigazio per partecipare ad esperimenti ed esercitazioni cli nuoto. Vengono pure formate speciali pattuglie di segnalatori e collegamenti. Lo squadrone si esercita giornalmente a cavallo nel sevizio di esplorazione vicina e lontana , maneggio delle armi, appiedamento. Il 9 ottobre il tenente Vitullo sig. Concerio è trasferito al 2° squadrone e sostituito nel comando della sezione mitraglieri dal tenente Emiliani sig. Rinaldo. Il 13 il tenente Bianchetti sig. Lanfranco viene trasferito al


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reggimento Cavalleggeri Guide (19°) colle funzioni al grado superiore. Lo stesso giorno il tenente marchese D'Oria di Cirié assume il comando dello squadrone lasciato dal 1° capitano Pirandello sig. Eduardo ricoverato all'ospedale militare di Verona. 14 ottobre Lo squadrone già preavvisato fino al mattino di tenersi pron to per una eventuale partenza alle ore 16 circa riceve l'ordine di partenza. 15 ottobre Alle ore 3,30 circa parte da Fagnano si reca a Tavernuolo o\ie si unisce col reggimento e con questo si trasferisce a Roverchiara (Verona). 16 ottobre Da Roverchiara si trasferisce nella notte a Nanto (Vicenza). li tenente D'Oria di Cirié marchese Tommaso viene promosso capitano e trasferito al deposito. Il tenente Pallotti sig. Silvio del 4° squadrone viene comandato a prestare servizio presso questo reparto. 17 ottobre Lo squadrone nella notte si trasferisce da Nanto a Villalta Padovana. 18-27 ottobre Lo squadrone si accantona in Villalta Padovana in attesa di ordini. In questo periodo infierisce sullo squadrone il grip spagnolo; molti militari vengono ricoverati in luogo di cura. Il 26 ottobre muore nell'ospedale da campo 0.167 a Fontanina il lanciere della classe 1892 Lo Voi Domenico. Il 24 ottobre con dispensa 68 del bollettino ufficiale in data 18 corrente al sergente Salvucci Giuseppe viene conferita la croce al merito di guerra con la seguente motivazione : " comandato di pattuglia a riconoscere l'entità di forze nemiche e prendere contatto con esse dava utili e precise informazioni dando esempio di coraggio e di abilità non comuni " . Cavalicco sul Torre 27-28 ottobre 1917. 28 ottobre Lo squadrone riceve ordine di partenza per il fronte. 29 ottobre Alle ore 4,30 parte per Villalta per ricongiungersi al reggimento che trovasi a Grantorto Padovano ove lascia materiali e cavalli esuberanti. Alle ore 6 muove trasferendosi a S. Alberto (Treviso) nei dintorni del quale si accantona. Alla sera giunge l'ordine di provve-


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dere all'affardellamento di combattimento e di tenersi pronti per partire. 30 ottobre Nella notte alle ore 2 circa si incolonna col reggimento sulla strada Zero Branco-Treviso con l'incarico di passare al più presto il Piave. Lascia a Zero Branco il grosso carreggio, il carreggio di combattimento segue il reparto agli ordini del serg. magg. Venturi Emilio. Alle ore 7 circa lo squadrone giunge a Lovadina sul Piave ed attende che vengano ultimate le costruzioni cli passerelle sul fiume. Alle ore 8,20 inizia il passaggio ciel Piave accampandosi sulla riva sinistra. Il carreggio di combattimento nell'impossibilità di traversare il fiume sosta in Lovadina. Alla sera lo squadrone si trasferisce a Tezze nei pressi del quale accampa passandovi la notte. 31 ottobre Lo squadrone unitamente agli altri reparti del reggimento marcia su Oderzo (Treviso) occupato al mattino dalle nostre truppe; alle ore 12 si trasferisce a Fontanelle avendo la brigata ricevuto ordine di mettersi a disposizione del comando del corpo di cavalleria. l novembre Lo squadrone si trasferisce per la via di Conegliano a Orsago recentemente occupato e vi addiaccia in attesa di ordini. 2 novembre Lo squadrone in unione al reggimento marcia per la via napoleonica ancora ingombra di cadaveri di uomini e cavalli nemici su Pordenone ed ivi giunto adcliaccia nei pressi delle Fornaci sulla sinistra ciel paese. 3 novembre La sezione mitragliatrici dello squadrone in unione alle altre della brigata , ad una compagnia del 7° battaglione bersaglieri ciclisti ed alla 7" squadriglia automitragliatrìci blindate agli ordini del maggiore Boris partono per raggiungere il nemico oltre il Tagliamento. Alle ore 16 circa giungono al ponte di Latisanella sul Tagliamento che trova occupato da fanterie nemiche che ne sbarrano il passaggio. Dopo uno scambio di vedute fra parlamentari austriaci ed il comandante dello scaglione , fu deciso di sospendere le operazioni in attesa cli ordini superiori. Alle ore 22 circa il presidio nemico contrariamente alle convenzioni stabilite apriva il fuoco di fucileria che fu subito ridotto al silenzio dal pronto intervento delle nostre mitragliatrìci. Lo squadrone nuovamente agli ordini del capitano marchese


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Tommaso D'Oria di Cirié, giunto la sera precedente alle o re 12 circa in unione al reggimento partì da Pordenone dirigendosi verso il Tagliamento. Alle 17,45 vi giunge e si unisce alla divisione che si schiera sulla riva destra del fiume nei pressi di casa collegata con altre unità di cavalleria. G iungono parlamentari austro-ungarici che conferiscono con i nostri ufficiali ge nerali. Mezz'ora dopo viene iniziato il passaggio del fiume a guado . I reparti si lanciano arditamente nel fiume sfidandone la corrente e non curanti della profondità in qualche punto eccessiva , giungono in linea sull'altra sponda. Si riunisce la divisione che coadi uvata dal 2° gruppo batterie a cavallo e dal 9° battaglione be rsaglieri ciclisti ( che riuscirono a guadare il fiume trasportando le proprie biciclette) procede all'accerchiamento ed all'occupazione di S. Odorico ove l'intero presidio , composto di una divisione cli fanteria austro-ungarica e da numerose batterie da campagna e forte di circa 15 .000 uomini di cui 350 uffi ciali e circa un centinaio di pezzi d'artiglieria, si arrende e depone le armi. Alle ore 24 circa marcia su Flaibano in stretto contatto col nemico in fuga. 4 11ovembre La sezione mitragliatrici che ha passato la notte in possesso della testa di ponte di Latisana alle 9 ,35 cjrca inizia l'inseguimento del nemico che raggiunge nei pressi di Palazzolo della Stella. Giunto al ponte sulla Stella situato a sud del paese sono costretti a fermarsi essendo questo occupato da retroguardie nemiche numerose le quali aprono un intenso fuoco di fucileria e mitragliatrici. L'intervento di una batteria a cavallo decide la resa delle forze nemiche che prima di arrendersi fanno saltare il ponte. Una sezione del genio pontieri prontamente accorsa provvede celermente alla riattivazione del ponte in parte demolito e alle 11 circa vi passa sopra e prosegue occupando il paese catturandovi i superstiti. Continua l'inseguimento e la cattura di nuclei nemici che si arrendono dopo brevi scaramucce procedendo per Scodavacca-S. Giorgio di Nogaro ove dopo uno scambio di fucileria e un vivo duello di artiglieria viene occupata, continuando l'inseguimento per Torre di Duino, ove viene catturato un generale austriaco con il seguito , giunge alle 15 in Cervignano, occupandolo senza alcuna resistenza e catturando circa 6000 prigionieri che uniti a quelli fatti durante il percorso ammontano a circa 10.000 di cui numerosi ufficiali fra cui 3 ufficiali generali. Nell'enorme bottino che non può .essere precisato si notano parecchie batterie di cui alcune di grosso calibro, un parco buoi, magazzini


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viveri , ed equipaggiamento, nonché un treno in partenza per Trieste e carico di materiale bellico, viveri e tabacchi. Lo squadrone che ha pernottato nei pressi di S. F laibano all'alba continua l'inseguimento del nemico che fugge disordinatamente, occupa Nogaredo di Corno, Meretto di Tomba, nei pressi del quale e precisamente a quota 99 la brigata viene fatta segno a raffiche di mitragliatrice che hanno il compito di proteggere la ritirata di una colonna nemica. Ridotta al silenzio e fattone prigionieri i serventi, prosegue occupando Villorba, Pasian Schiavonesco , Sclaunicco, Lestizza , Talmassons ovunque accolti dalla popolazione festante. Alle 15 ,10 raggiunto nei pressi di Gonars a fianco sud del paese la colonna nemica in marcia verso Mortegliano , le retroguardie di questa protette da numerose mitragliatrici aprono il fu oco. Lo squadrone impegna combattimento con esso , riuscendo mediante un fulmineo intervento ad impedire che un reparto nemico arresosi precedentemente riprenda le armi. Fattone prigionieri i superstiti , raggiunge la brigata e con questa procede alla cattura dell'intera colonna nemica . Rimangono feriti il colonnello comandante del reggimento 3 ; il maggiore comandante del gruppo e il tenente Ca ternario sig. Clorindoro del 3° squadrone che poco dopo gloriosamente spirava. Nell'occasione lo squadrone ebbe le seguenti perdite: uomini morti nessuno; cavalli n. 1; feriti capit. D'Oria di Cirié marchese Tommaso; cap. magg. Combi Gino; tromb. Rimandi Giovanni; zapp. Perobelli Giuseppe ; ciclista Sensi Luciano; cavalli n. 5. Si distinsero i sottonotati ufficiali e uomini di truppa: capitano D 'Oria di Cirié marchese Tom maso . Alle ore 15 ,30 ora stabilita per la cessazione delle ostilità lo squadrone si reca a Morsano di Strada in unione allo squadrone mitraglieri , provvede alla protezione e difesa del paese. · 5 novembre Lo squadrone sosta in Morsano in attesa di ordini. La sezione mitragliatrici sosta in Cervignano disimpegnano il servizio di vigilanza e scorta prigionieri. 3 Durante la.prima guerra mondiale , Vittorio Emanuele ebbe i seguenti comandanti: Col. Carlo Salmoiraghi, Col. Samuele Artom, Col. Pietro Panicali.


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6 n9vembre La sezione mitragliatrici si riunisce allo squadrone che da Morasso si trasferisce a Latisana (Udine). 7 novembre Da Latisana si trasferisce a Cordovado ove trova il carreggio da comb.o proveniente da Pordenone. 8 novembre Soggiorno accantonando in Cordovado (Udine). 9 novembre Da Cordovado si trasferisce ad Oderzo (Treviso). Il grosso carreggio rientra allo squadrone. 10 novembre Da Oderzo si trasferisce a S. Trovaso (Treviso) e vi si accantona. Muore all 'ospedale da campo di ... lo zappatore Perobelli Giouseppe ferito in combattimento il 4 corrente a Gonars presso Mortegliano. 11-12 novembre Lo squadrone provvede al riordinamento ed attende ordini. Il reggimento riceve ordine di trasferirsi a mezzo ferrovia a Borghetto sull'Adige . 13 novembre Partono i primi 3 scaglioni e il comando del reggimento. 14 novembre Lo squadrone all'alba si trasferisGe a Mestre ove giunge alle ore 8 circa; poco dopo inizia il carico materiali e cavalli. Alle 15 1/ 2 parte alla volta di Borghetto per la via Padova-Vicenza-Verona ove giunge nella notte. 15 novembre All'alba dopo avvenuto lo scarico materiali e cavalli si trasferisce a Manca d'Avio . Nel pomeriggio si trasferisce ad Ala giungendovi alle ore 17 e vi si accantona . 16 novembre Lo squadrone provvede alla sistemazione degli accantonamenti. 17 novembre Muore nell 'ospedale militare da campo di S. Vito al Tagliamento il capitano marchese Tommaso D'Oria di CiriĂŠ ferito in combattimento mentre guidava il proprio squadrone nei pressi di Gonars. 18 novembre Lo squadrone accantonato in Ala disimpegna il servizio di perlustrazione sulla via Ala-T rento di giorno con pattuglie a cavallo di notte con ciclisti.


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2n GUERRA MONDIALE

Introduzione La Cavalleria italiana fu presente anche nella seconda guerra mondiale che venne ad accelerare gli studi e gli esperimenti per la trasformazione dell'arma da montata in motorizzata o corazzata, processo che negli anni precedenti aveva suscitato polemiche , avviate incomprensioni ed alimentati pregiudizi. Occorre ricordare come l'esperienza della prima guerra mondiale facesse riconsiderare ai principali eserciti europei il problema della cavalleria. La motorizzazione sviluppatasi notevolmente durante la guerra aveva lasciato capire che in avvenire le manovre cli inseguimento avrebbero avuto maggior sviluppo e velocità se condotte con automezzi anziché con cavalli; l'aviazione, dal canto suo, aveva mostrato di sapere esplìcare una attività di osservazione più vasta e più celere elle non le pattuglie di cavalleria; la aumentata potenza e velocità di fuoco delle armi della fanteria avevano lasciato intendere come anche la più impetuosa carica avrebbe potuto essere stroncata dall'azione di fuoco; infine la comparsa del carro armato avrebbe trasferito all 'arma corazzata i compiti di manovra strategica in profondità per l'addietro proprii della cavalleria. Tutti i principali eserciti pertanto ridussero le loro forze cli cavalleria. Anche l'Italia non si sottrasse a questa legge imposta dalle innovazioni tecniche e dalla loro applicazione all'arte della guerra. I 30 reggimenti di cavalleria esistenti alla fine della guerra vennero notevolmente ridotti. Con l'ordinamento dell'esercito attuato nel 1919, l'arma di cavalleria venne ordinata su un Ispettorato Generale , due comandi di divisione , sei comandi cli brigata, sedici reggimenti, un deposito allevamento cavalli e quattro squadroni palafrenieri . Con un successivo ordinamento attuato nel 1920, la cavalleria ebbe un comando di divisione , quattro comandi di brigata, dodici reggimenti e quattro squadroni palafrenieri, con l'abolizione dell'Ispettorato dell 'Arma. La riorganizzazione dell'Esercito attuata nel 1923 prevedeva per la cavalleria la formazione organica dei reparti in modo analogo a quella prevista per la fanteria allo scopo cli dare all'arma una maggiore efficenza tattica e la possibilità di costituire , insieme con elementi delle altre armi, grandi unità celeri. In base a questo nuovo


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ordinamento la cavalleria veniva a comprendere tre comandi di brigata, dodici reggimenti e quattro squadroni palafrenieri; ogni reggimento si componeva di un comando, due o tre gruppi di squadroni e un deposito. Furono inoltre costituiti tre depositi speciali di cavalleria nel Lazio, in Sicilia ed in Sardegna. Come i precedenti ordinamenti, anche questo non ebbe lunga durata. Fu infatti sostituito nel 1926 dall'ordinamento detto Mussolini , che era il Ministro della Guerra e che lo propose . Questo ordinamento non cambiò molto nella struttura dell'arma di cavalleria. Rimase ordinata su tre Comandi Superiori di cavalleria che corrispondevano ai tre comandi di brigata dell'ordinamento precedente, dodici reggimenti e quattro squadroni palafrenieri. Erano inoltre stabiliti tre centri speciali di cavalleria nel Lazio, in Sicilia ed in Sardegna; si trattava dei vecchi depositi cui era stato cambiato il nome: Una novità organica nell'ambito dei reggimenti di cavalleria si ebbe nei primi anni '30 quando con l'ordinamento che prese il nome dal Sottosegretario alla Guerra generale Baistrocchi, i reggimenti furono costituiti su ·gruppi squadroni a cavallo o meccanizzati. L'elemento meccanico cominciava così ad affiancarsi a quello animale . Quella della motorizzazione della cavalleria era questione grave. Sorta dopo la prima guerra mondiale era già stata affrontata e spregiudicatamente risolta all'estero, specialmente in Germania ed in Inghilterra. In Italia veniva affrontata appunto nel 1934 e troverà soluzione , anche se non completa vari anni dopo quando già il nostro Paese era entrato nella seconda guerra mondiale. Le norme di impiego della cavalleria erano quelle contenute nell'Addestramento della cavalleria edito nel 1931. In questo Addestramento era stabilito che più che infliggere perdite al nemico, la cavalleria dovesse mirare con l'audacia e la celerità della manovra , a paralizzarne le forze morali. Scaturiva da ciò la necessità di ricercare con ogni mezzo la sorpresa in ogni fase della lotta. In altri termini, la cavalleria nella sua azione doveva ancora conservare la sua caratteristica di arma essenzialmente morale e di arma della sorpresa . Come armamento, oltre alla classica sciabola per la lotta ravvicinata, la cavalleria disponeva ciel fuoco di mitragliatrici leggere e pesanti, oltre che dei moschetti . Anzi, il riordinamento organico dei suoi reparti era stato attuato con il concetto cli aumentare adeguatamente la potenza di fuoco per metterli in condizione di affrontare il combattimento, senza tuttavia nulla perdere della mobilità che restava sempre come requisito essenziale dell'arma. Un particolare


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spirito di cooperazione basato sulla conoscenza della tecnica delle varie armi doveva animare i reparti di cavalleria, una cooperazione ricercata con la fanteria, l'artiglieria e in modo speciale con la fanteria autoportata e i bersaglieri ciclisti, nonché con i carri veloci. Con la costituzione delle grandi unità celeri, comprendenti cavalleria, bersaglieri ciclisti, fanteria autoportata, artiglieria sia a cavallo sia autoportata, il problema del loro impiego in relazione alla molteplicità dei compiti affidati ai vari elementi ed alle differenti velocità di spostamento, divenne complesso e di questo trattarono le Norme Generali per l'impiego delle Grandi Unità. Nei procedimenti tattici della cavalleria non vi furono però innovazioni rimarchevoli. Tuttavia l'arma venne sempre più interessata ai progressi ed ai procedimenti dei carri veloci in quanto questi nelle loro azioni vennero sempre più ad affiancarsi, secondo le norme contenute nell'Addestramento ed impiego dei carri veloci, edito nel 1936. "Il carro veloce" - vi era tra l'altro detto - "integra, facilita, abbrevia l'azione del cavaliere e del bersagliere per aprire la strada all'assalto, per concorrere ed appoggiare l'azione dei celeri". Ne conseguiva la necessità di una sempre maggiore cooperazione fra reparti a cavallo e reparti carri tanto da prescrivere che in sede addestrativa le esercitazioni di unità carriste dovessero concludersi sempre in collaborazione con le altre unità celeri e che lo squadrone carri veloci dovesse saper operare con gli squadroni a cavallo. Queste prescrizioni costituivano il limite della dottrina italiana del tempo per l'impiego dei corazzati. Il veicolo corazzato era ancora considerato con la mentalità della prima guerra mondiale, cioè come sussidio ad altre forze operanti e non un'arma capace di svolgere autonome manovre di rottura ed avvolgimento. Si era ormai alla vigilia della seconda guerra mondiale. Nel 1940 l'arma di cavalleria comprendeva tredici reggimenti e vari squadroni corazzati. Nell'armamento accanto a quello tradizionale costituito dalla lancia e dalla sciabola, si univa in misura sempre crescente il mezzo di fuoco. Le armi automatiche come costituivano l'ossatura fondamentale dei reparti di fanteria, anche per la cavalleria divennero un elemento essenziale. Nuove funzioni e nuovi compiti venivano attribuiti alla cavalleria in campo strategico e tattico, basati più sulla mobilità delle azioni di fuoco che sugli urti tradizionali e nell'ambito delle grandi unità in quegli anni non si parlava più di divisioni di cavalleria ma semplicemente di divisioni celeri, quasi a sottolineare la funzione predominante che era quella di spostare celermente masse di fuoco, effettive o potenziali, per la soluzione di


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problemi strategici o tattici in campo esplorativo o in altri vari campi. Con questo ordinamento, con questo armamento, con questi criteri di impiego la cavalleria italiana entrò nel secondo conflitto mondiale. I reggimenti si trovarono su vari fro ntE. Nizza sul fronte occidentale, in Jugoslavia e poi in Francia come truppa di occupazione; Piemonte Reale in J ugoslavia e poi in Francia con compiti di difesa costiera e di presidio . L'8 settembre del 1943 si distinse nella difesa di Torino contro i tedeschi. Anche Genova operò nella penisola balcanica e poi fu inviato in Francia. L'8 settembre del 1943 un Gruppo di formazione a cavallo del reggimento combatté alla difesa di Roma , annoverando fra i suoi Caduti il capitano Vannetti-Donnini, alla cui memoria sarà conferita la medaglia d'oro al valor militare . Aosta combatté sul fronte greco-banese , svolgendo poi compiti di presidio nei Balcani. Dopo 1'8 settembre, respinta con le armi la intimazione di resa da parte dei tedeschi , prese parte alla guerra partigiana. Milano fu anch'esso sul fronte greco comportandosi tanto brillantemente da essere citato due volte sul bolle ttino cli guerra ; Montebello fu ricostituito nel 1942 come reggimento corazzato col nome di Raggruppamento Esplorante Corazzato Lancieri di Montebello e inquadrato nella Divisione Ariete combatté con onore alla difesa di Roma nel settembre del 1943. Il reggimento Lancieri di Firenze partecipò alle operazioni in Jugoslavia e quindi in Albania, dove cadde in combattimento il Colonnello Comandante Lodovico de Bartolomeis . Anche il reggimento Vittorio Emanuele II operò dapprima a cavallo in Jugoslavia, poi , nel 1942, fu trasformato in reggimento carri . Assegnato alla Divisione Ariete combatté con onore alla difesa di Roma nel settembre del 1943. Al Caporal Maggiore Bompieri Udino di Vittorio Emanuele fu concessa la Medaglia d'Oro al Valor Milit"are per il comportame nto tenuto nei combattimenti di Bracciano. Il reggimento Cavalleggeri di Sa/uzzo operò in Balcania segnalandosi in vari combattimenti. Al momento dell'armistizio dell'8 settembre 1943 si portava a Fiume per cooperare alla difesa della città investita dalle forze tedesche. Quando queste entrarono in città , il reggimento si sciolse . Il suo comandante , Colonnello Giuseppe Curreno di Santa Maddalena entrato nella Resistenza divenne Capo cli Stato Maggiore delle formazioni comandate da Cino Moscatelli . Il reggimento Cavalleggeri di Monferrato partecipò dapprima alle operazioni sul fronte occidentale e successivamente fu inviato in Alba-


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nia dove venne sorpreso dall'armistizio. I Cavalleggeri di Alessandria furono in Jugoslavia prendendo parte a varie operazioni antiguerriglia. Durante una di queste , a Poloj nel novembre del 1942, per disimpegnarsi da soverchianti forze avversarie, Alessandria eseguì una cruenta carica. Con la denominazione di Raggruppamento Esplorante Corazzato Cavalleggeri di Lodi venne ricostituito nel 1942 il reggimento Cavalleggeri di Lodi. Diede poi mirabili prove di valore nella campagna in Tunisia, al comando di quel grande cavaliere che fu Tommaso Lequio di Assaba. Altro reggimento di cavalleria ricostituito durante la seconda guerra mondiale e precisamente nell'aprile del 1943, fu quello dei Cavalleggeri di Lucca con il nome cli Reggimento di Cavalleria Motorizzato Cavalleggeri di Lucca. Fu inquadrato nella Divisione Ariete con la quale combatté alla difesa cli Roma 1'8-10 settembre 1943. In questa rapidissima sintesi della partecipazione della Cavalleria italiana alla seconda guerra mondiale, riserviamo una trattazione particolare ai reggimenti Savoia Cavalleria e Lancieri di Novara perché a questi due reggimenti toccò la sorte , sul fronte russo , di combattere a cavallo , cli caricare il nemico come nelle epoche più brillanti della cavalleria. Savoia caricò ad Isbuschenskij il 24 agosto 1942 durante la battaglia difensiva del Don per rallentare e contrastare la penetrazione nemica nelle nostre linee . L'episodio è noto ed è stato ampiamente illustrato nelle sedi opportune e valse allo Stendardo di Savoia la Medaglia d'Oro al Valor Militare. Nello stesso ciclo operativo anche Novara caricava con i suoi squadroni a Jagodnj imponendosi al nemico e guadagnando anch'esso al suo Stendardo la Medaglia d'Oro al Valor Militare. Proprio alla presenza della cavalleria italiana in Russia durante il secondo conflitto mondiale si ri ferisce l'altro diario cli guerra che qui si pubblica. Redattore è ancora un sottufficiale di cavalleria , il Sergente Maggiore G iuseppe Fantini impegnato sul fronte russo con il reggime nto Savoia Cavalleria. Questo diario è completamente diverso eia quello che abbiamo esaminato prima. Si distingue per una maggiore partecipazione del cliarista agli avvenimenti annotati , una carica passionale che lo porta alla critica verso uomini ed avvenimenti ma senza varcare i limiti di una disciplinata accettazione ciel dovere militare, animata da un vivo spirito di corpo. Il Sergente Maggiore Fantini cadde il 24 agosto 1942 alla carica


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di Jsbuschenskij; gli sopravvisse il suo cavallo "Albino" superstite glorioso di gloriose vicende. Ed ecco il suo diario cli guerra.

Diario

Dopo lunghe marce sotto il sole, terribile per caloria, si arriva magari in un paese dove esiste solo un pozzo, con acqua a 20 m cli profonditĂ e senza corda. Marce dalle 8 alle 14 ore di continuo cavalcare. Questo per la durata di 21 mesi. 1 giorno di riposo ogni circa 10 di marcia. Partiti oltre un mese dopo l'inizio della guerra e con una impaziente sosta di 10 giorni ai confini della Romania; sosta obbligata dovuta alle circostanze e anche per la radunata del reggimento. Iniziata la marcia siamo sempre battuti in velocitĂ , nei confronti del nemico in fuga, dai mezzi meccanizzati. Dove il nostro esercito ha un tempo d'arresto dovuto alla resistenza dei Sovietici noi corriamo sotto a marce sempre forzate; malgrado tutti gli sforzi giungiamo sempre a 2 giorni di distanza dal nemico. Nelle marce assistiamo alla recente e continua catastrofe dei rossi in fuga. Nelle vicinanze del Dnieper appiediamo ed entriamo in linea; abbiamo un nostro settore a parte e siamo truppe cli prima schiera. Viviamo in una terribile atmosfera, dappertutto esiste l'agguato. Le imboscate sono continue, le notti tutte e completamente in bianco; di giorno si fanno lavori eia fanteria (trincee, buche, camminamenti). Rancio poco, per escludere la parola niente; sentiamo le prime privazioni; cominciamo a vivere di razzia, per meglio dire di quel che rubiamo. Ci salvano dalla fame le patate e zucche , grazie alla quantitĂ ed alla ricchezza della zona. Ad Scschanka (?) prima ed allarmante sveglia; come al solito si accendevano fuochi per non rinsellare completamente al buio. Siamo avvistati eia un aereo nemico che si scarica sopra cli noi; qualche morto e discreto numero di feriti. 14-15 settembre memorabile ed indimenticabile data. Dalla nostra sponda traghettati per raggiungere un'isola di nostro possesso. A 100 metri avanti di quest'isola, piĂš che un'isola esiste una lingua di sabbia scoperta dall'acqua in periodo di "secca", con due bar-


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che che fanno e con corrente fortissima approdiamo al tramonto, in 9. Compito nostro, quello di fare prigionieri. Terribile veglia. Sopportiamo il freddo dalle ore 8 alle 2. Ogni ombra e ogni rumore un colpo al cuore; dai nostri posti le sentinelle russe si sentivano parlare. Siamo coricati sulla nuda sabbia e disturbati da continui lampi che ci mettono in continuo pericolo di essere visti. Dalle due alle cinque, inchiodati al suolo sopportiamo un temporale che si può definire uragano. La popolazione non ne ricordava uno eguale da parecchi anni. Ritorniamo in pietose condizioni, senza però la soddisfazione cli avere preso un solo prigioniero. Nella situazione in cui ci troviamo , la nostra mentalità e il nostro fare si avvicinano al primitivo e al brutale; si tratta di vita o di morte. Nelle povere e compassionevoli case, non ci pensiamo un attimo a portar via grano, patate e tutto il resto, compresi suini e bovini per soddisfare la nostra fame. Sappiamo che quel che rubiamo è il pasto di un lungo inverno per questa gente. A loro non rimane altra alternativa che morire di fame. Alcuni sono già ridotti a macinare ed a mangiare il pasto dei cavalli, biada. Noi in Italia non ce lo sognamo neanche . Per la strada tutti i motorizzati nel passarci davanti ci guardano con occhio compassionevole , quasi beffardo. I chilometri che noi compiamo in 10 ore, loro impiegano 2. Più tardi saremo noi ad avere la rivincita , premio guadagnato con le nostre fatiche . Alle prime pioggie i motorizzati rimarranno piantati nel terreno e per lungo tempo non li rivedremo più. Scarseggiano i rifornimenti per i cavalli. Alla fine delle tappe, stanchi ed accaldati, dobbiamo mietere e trebbiare biada come i primitivi. Lavoro lungo e faticoso; per far campare i cavalli non c'è altra alternativa. La stessa cosa si ripete per noi nei riguardi del pane; per lungo tempo dobbiamo impastare farina e acqua e cuocere sui ferri delle stufe. In altri momenti ci farebbe schifo; negli attuali ci sembra pane di semola. Partito per fare razzia. In un cortile esiste, cosa strana nella zona , ancora un pollo. Caccia spietata al bipede. La ragazza che si presenta con fare compassionevole mi fa capire che è il superstite di altri 5; a me interessa il presente e non gli altri 5. Girando gli occhi scorgo, in un angolo del cortile , della terra rimossa con sopra una


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croce. Da quel che mi feci spiegare, là c'era la mamma che mentre andava a prendere acqua era stata colpita a morte eia una granata. Una tragedia, come ciel resto, in ogni casa di Russia c'è una tragedia. Commosso salutai e lasciai il pollo. Nella tappa da X a X grande ripugnanza mi ha fatto un'autoblinda russa. Dentro c'erano due piloti freddati dai nostri tiri, ancora in posizione normale. Un cadavere era mezzo dentro e mezzo fuori, forse nel tentativo di salvarsi. A quegli spettacoli, dopo mi ci sono abituato. Da Korsuni i nostri vengono appiedati ed avviati a Orlowka; con un autocarro 2 ore dopo i nostri, e li incontro fermi al buio sotto un diluvio che aspettavano ordini. Il colonnello decide di tornare almeno col comando al paese di Panteleimonowka; perdiamo la strada, il paese è infestato di partigiani, tanto che tutti i giorni ne fuciliamo a decine. Da tutte le parti ci fischiano pallottole e traccianti; atmosfera terribile e tesa. Ad ogni momento si aspetta un attacco; abbiamo due autocarri e siamo in pochi. Riusciamo ad attraversare la strada ed a notte alta arriviamo alla destinazione. Il giorno dopo il colonnello, in seguito alla sera precedente, si ammala e va all'ospedale 4 Siamo in linea sul Dnieper. Colla mia pattuglia ho il compito cli fare il collegamento colle nostre squadre in linea. L 'orario, dalle 21 alle 5 del giorno dopo. Date le circostanze e per degli avvenuti mutamenti, uno squadrone che teoricamente dovrebbe tenere una fronte di 400 m con 150 uomini , adesso i nostri tengono dai 5 agli 8 km con 80 uomini, cosa pazzesca al solo pensare. In tutti i punti i Russi avrebbero potuto infiltrarsi nelle nostre linee attraversando il fiume. Nelle mie passeggiate notturne avevo il compito di vigilare sui tratti scoperti e far eventualmente fronte a degli attacchi. In una notte più buia del solìto e che non si vedeva affatto avanti un metro, noi eravamo in 5, sentiamo un fruscio e vediamo delle ombre; ci buttiamo a terra con le armi pronte ed attendiamo per più di un'ora a terra immobili. Anche loro ci avevano visto; nessuno dei due gruppi si muoveva, avevamo l'animo sospeso, il fiato in gola, una tensione nervosa che ci faceva soffrire perché non sapevamo chi 4 Durante il secondo conflitto mondiale Savoia ebbe i seguenti comandanti: Col. conte Raffaele Cadorna, Col. Weiss Pocetti, Col. conte Guglielmo Barbò di Casalmorano, Col. conte Alessandro Bettoni-Cazzago.


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avevamo davanti e in quanti erano . Decido dì chiarire tale situazione e d'iniziativa avanzo con i miei; 10 m dopo un grido ci inchioda fermi; era un alto là gridato da una nostra squadra in perlustrazione e che non sapevamo. · È stato come resuscitare; ci siamo abbracciati perché da ambo le parti era finita tale preoccupazione e il timore di avere avanti il nemico, paura giustificata perché tutte le sere gruppi nemici cercavano di sbarcare dalla nostra parte. Siamo appiedati in linea a Korsuni ; il nemico è in posizione nettamente superiore. Una nostra colonna è accerchiata; è quella del colonnello Chiaramonti 5 ; rimane in tale posizione 9 giorni prima che venga liberata, 5 dei quali rimane senza viveri. In un tentativo di liberarla la fanteria 3 volte attacca all'arma bianca; 3 volte è respinta; lo stesso per i nostri bersaglieri i quali lasciano sul terreno parecchi morti e feriti; in totale 950. I feriti bisogna abbandonarli perché è impossibile il recupero. Parecchi nella notte muoiono; siamo a 15 gradi sotto zero. Noi siamo a tale situazione impotenti; i russi hanno i pezzi anticarro al 1° e 2° piano delle case; lo stesso per le mitragliatrici . Quando recuperiamo i morti sono pezzi di legno, ancora nelle loro strane forme e pose , pietrificati dal ghiaccio. Porto i viveri verso il tramonto ai nostn rn linea; in quel momento attaccan9 a sparare, era un gioco d'artiglieria. Nel ritorno , a piedi , dobbiamo passare un ponte battuto dal loro tiro; camminando più in fretta prendo una decina di metri di distanza dal mio soldato; mi volto per chiamarlo, io quel momento a 2 metri da lui e a lO da me scoppia una granata: è un miracolo del cielo, tutti e due siamo iliesi. Nello scoppio le schegge ci sono passate vicino, ci 5

Si tratta del Colonnello poi Generale Epifanio Chiaramonti (1892-1970). Fu una figura di primo piano nel C.S. R.I. Andò in Russia con la divisione Pasubio quale comandante dell'82° reggimento fanteria. Prese parte ai combattimenti di gorlowka, Nikitowka, Jasanaja Poliana. In quest'ultima località si impose energicamente ai Tedeschi che volevano cogliere i frutti di una vittoria conquistata dagli uomini di Chi.aramonti. Durante l'assedio di Nikitowka, una colonna di 4.0QO uomini comandati dal Chiaramonti, che si era profondamente addentrata nello schieramento avversario, si sottrasse all'accerchiamento, ma, appena sfondate le linee avversarie, il Colonnello Chiaramonti volle ritornare indietro per rendere gli onori ai Caduti. Dopo il "presentat'arm" ai Caduti riattraversò con i suoi uomini che lo avevano volontariamente seguito, le linee russe.


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hanno sfiorato senza colpirci; il mio soldato ha il pastrano macchiato di fango dallo scoppio della bomba. In quel ponte un autista ha avuto in regalo da una mitragliatrice russa 7 pallottole in un braccio. 68 sono morti in quel passaggio. Siamo in linea. La nostra fanteria subisce un attacco dei Russi; sono in 300 e vengono all'assalto . I nostri non sparano; li fanno avvicinare e cli colpo inizia il falciamento. I nostri dei giorni prima sono vendicati. Nessuno è tornato indietro; hanno pagato a caro prezzo. Vengo spinto in avanti una decina di chilometri dal reggimento · con la mia pattuglia. Giungo a Jossinowatohie. Lo trovo sgombro, la stazione è incendiata; il paese quasi totalmente spopolato. Assunte le ultime informazioni , mi reco all'ospedale per vedere che malati ci fossero. Trovo uno che si presenta quale dottore; è in camice bianco, travedo di sotto un'uniforme , con tutto questo lui asserisce di essere medico civile. L'ospedale è occupato da vecchi e bambini. Chiedo di mangiare e di potermi asciugare; tutta la strada sotto la pioggia. Gentilmente il presunto medico mi accompagna in cucina e mi danno un po' di barbabietole e un po' di lippà calda. Arrivo al reggimento e ciò le novità. Tre giorni dopo in una tappa veniamo fermati dai rossi che ci bloccano per una settimana e non ci danno il passo; siamo in un piccolo largo; cavalli allo scoperto e noi cli notte nelle case come sardine. In uno di questi giorni, in mezzo ad un gruppo di prigionieri fatti da noi ed in attesa di essere interrogati, scorgo una faccia che non mi è nuova. Era il famoso dottore, vestito in borghese e che era stato preso mentre di notte gironzolava nelle nostre linee. Con un nostro medico lo interroghiamo e non risulta dottore ma un qualunque infermiere . Lo accompagnamo alla divisione e non si sa se l'hanno fucilato. Era una spia travestita. È notte, le sentinelle vegliano, il nemico è avanti di noi. Siamo svegliati da una cannonata, poi 2, 3 e per me 10 minuti. È terribile, così sorpresi nel sonno. Le hanno messe sopra le nostre case come si possono mettere delle bocce di precisione. In una casa accanto, una casetta, dormono i nostri ufficiali di squadrone; la casa che non ha piani è scoperchiata; i presenti sono illesi, solo un ufficiale ha una trave nella schiena, senza conseguenze. Cinque cavalli che sono


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legati fuori sono frantumati dalle schegge. Se non si chiama fortuna questa . .. ! Vengono inviate delle pattuglie in esplorazione; una pattuglia deve effettuare un guado per passare sulla sponda opposta . Comanda la pattuglia un ufficiale . Appena oltrepassata l'acqua la pattuglia composta da una quindicina di uomini viene presa sotto un violento fuoco di a rmi automatiche avversarie; dalla formazione di "fila" immediatamente gli uomini si allargano; non hanno altra alternativa e sono un po' confusi dalla inaspettata sorpresa. Non potendo ripiegare immediatamente per l'acqua , l'ufficiale decide di caricare l'avversario pur non conoscendone la forza e nonostante questo fosse trincerato. Mentre si scaraventa al galoppo, sciabola alla mano, parecchi scoppi e molti cavalli saltano in aria macellati; per nulla impressionati si porta a termine l'azione, facendo prigionieri e conquistando una posizione forte di una quarantina di rossi. Il nemico , intelligentem ente, con le mitragliatrici batteva il guado; naturalmente pensava che i nostri si sarebbero allargati e aveva minato il ponte . Perdite: 5 cavalli e ferite alle gambe. Partiamo in 5 pattuglie e raggiungiamo una località dove avremmo avuto degli ordini. Lasciamo i cavalli e partiamo in automobile per vedere più da vicino il terreno ; ci segnalano grande quantità di mine . Non sapendo la strada prendiamo a bordo un borghese, un vecchio. Facciamo ancora un 5 Km; un terribile colpo ci stordisce , l'autocarro si ferma e si appoggia da una parte . Rimessi dallo stupore scendiamo; eravamo saltati sopra una mina; il vecchio a terra con un braccio rotto e moribondo , l'autocarro a pezzi e noi tutti illesi. Eravamo in mezzo a 5 fi le di mine in una decina di metri di strada. Il giorno dopo in quel punto il Genio ne ha fatto saltare 38. Anche stavolta abbiamo innalzato una preghiera alla Madonna . Sono di pattuglia. Oltre al mio solito compito di esplorazione, talvolta divento pattuglia di ricognizione , devo riconoscere strade, fiumi, ponti passaggi . In una marcia a metà strada siamo fermati da un corso d'acqua senza passaggio . La caratteristica dei fiumi in Russia è quella di essere corsi d'acqua non ·larghi ma inguadabili perché paludosi. Tento il passaggio per primo in un punto del fiume più ristretto: capito proprio sopra una macchia di sabbia mobile . Di colpo il cavallo mi si sprofonda fino alla pancia. Attimo terribile ,


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impressionante. Per il mio cavallo è la fine. Riesco con tre salti leggeri a saltare sul terreno duro della parte opposta. Forse è un miracolo: con lo sforzo della disperazione il cavallo riesce con due strappi a saltar fuori ; un altro cavallo non vi sarebbe riuscito. Possiamo ringraziare il buon sangue che ha il cavallo. Nello sforzo il sottopancia si è rotto e la sella rimane nella palude. Passiamo il Dnieper di notte su un lungo ponte fatto dai nostri genieri. Il ponte è forte e fatto bene. In certi punti la corrente è più forte; il ponte a metà non è stabile, in certi punti segue l'ondulazione della corrente. È buio pesto; qualche cavallo cade in acqua , viene trascinato e affoga nella corrente. Subito dopo il ponte una gran massa nerastra; sembrano pietre invece sono circa tremila prigionieri buttati per terra, guardati da pochi soldati. Attendono l'alba per riprendere il cammino. Fa freddo e non sono coperti, tremano . Questa massa non fa distinguere le fo rme, sembra un carnaio, come gli schiavi che una volta a mucchi buttavano nelle stive dei piroscafi. Nel nostro girovagare di paese in paese ne vediamo di tutti i colori. Io e un maresciallo siamo ospiti di una famigliuola . Ci sono due ragazze di una bellezza divina , sembano madonne; il loro cuore é diverso. Stalin ne ha fatto persone a doppio uso, uomini e donne. Da bambine vengono addestrate alle- armi, maneggiando il fucile come veri soldati, conoscono le manovre dei tank e fanno ginnastica . Hanno patriottismo, ci fanno buona accoglienza , ma sappiamo anche se tornassero i rossi e sparassimo dalle loro case, non esiterebbero a pugnalarci. Le loro espressioni sono dolci ma il loro cuore è duro. Il nemico ci fa segnare il passo; siamo fermi e prendiamo posizione lungo un fiume . Mezzo reggimento è al di là e costituisce testa di ponte ; la rimanenza con l'artiglieria è al di qua. Ci viene a trovare il colonnello e ci spiega: situazione critica , siamo i soli a essere spinti così avanti. I motorizzati e le fanterie sono indietro; da prigionieri sappiamo che davanti a noi ci sono 15 divisioni cli cavalleria cosacca. La Pasubio ha subìto grandi perdite, il Novara Cavalleria ripiega; si dice che noi dobbiamo resistere fino all'ultimo uomo per tenere la posizione; non possiamo indietreggiare per questione di prestigio. 'Il nostro fianco è scoperto, cominciamo ad avere il timore di essere accerchiati . Teniamo la posizione per una settimana. li


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nemico è stato ingannato e non si è scaraventato addosso perché vedendo un reggimento così avanti pensava che fossimo tutti in esplorazione e che subito dietro ci fossero tutti gli altri . Teniamo fino all'arrivo dei rinforzi. Siamo in aperta campagna; 15" sotto zero . Poi ripieghiamo sulle nostre posizioni. Artiglieria e fanteria per la via combattono in azione combinata per occupare dei kolkos in mano nemica per pernottare. Li conquistiamo a bombe a mano, e pernottiamo nei kolkos , sopra i cadaveri russi; fra questi alcune donne . Lo spazio è poco, dormono in piedi; in un angolo c'è un ufficiale russo ferito; in un altro una donna che partorisce. Ammirevole è un soldato; non so se è coraggio o incoscienza. È a cavallo e ne ha un altro sottomano, l'artiglieria spara e lui a cavallo suona il mandolino; una granata gli ammazza il suo cavallo e ferisce il sottomano. Lui smonta e continua a suonare. Un nostro generale, ufficiale d i cavalleria, è ucciso a tradimento dai partigiani . Era all'osservatorio d'artiglieria ed è stato vigliaccamente ucciso . Altri ufficiali feriti . La fanteria attacca più oltre ma con scarsi successi . f russi sono in pochi ma ben piazzati. Le nostre granate fanno poco contro i loro ricoveri. Nelle loro buche hanno persino le stufe. Entrano finalmene in azione i lanciafiamme. Per i russi è finita; li hanno tutti carbonizzati come talpe nelle loro buche . Siamo al bivacco vicino al campo di aviazione di X. Arrivano gli aerei nemici e attaccano; adoperano una buona tattica : mitragliano al suolo i caccia e non permettono ai nostri di alzarsi. A ltri girano formano un cerchio sopra gli obbiettivi; i bombardieri in quota gettano esplosivo in mezzo a quel cerchio. Altro sistema è quello di distruggerci gli automezzi cli notte; li incendiano e poi fuggono nella nebbia . La sorveglianza è gravosa anche per il freddo intenso. Il nostro ponte sul Dnieper, 38 volte colpito e 38 volte ricostruito. Al nostro campo di concentramento di Stalino una infinità di prigionieri, e il freddo è terribile; tutti i giorni, cli fame e cli freddo,


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ne muoiono parecchi . Un prigioniero tenta la fuga, la sentinella spara e lo ammazza; rimane lì fuori per 3 giorni, è diventato di pietra. Si decidono i nostri a dargl i fuoco, per bruciarlo. Gli altri prigionieri accorrono attorno a scaldarsi e mentre quello brucia hanno un po' di sollievo. Almeno per 5 minuti riescono a scaldarsi. È vigilia di Natale; le nostre trincee sono vicinissime a quelle nemiche: i Russi impiantano un altoparlante, e ci dicono di arrenderci altrimenti verranno con i super-rata a bombardarci. Per risposta i nostri al terzo colpo di anticarro centrano in pieno l'altoparlante e non lo fanno cantare più. Il giorno dopo attaccano in massa; ripiegano le camicie nere, accorrono i bersaglieri e dei russi fanno una carneficina. Riescono i russi a sfondare la nostra prima linea; arrivano sui nostri pezzi dì artiglieria; sono arditi e sono tutti ubriachi. Circondano la batteria, catturano 25 serventi, li rinchiudono in una camera e poi li fanno uscire uno alla volta. Sull'uscita con la mitragliatrice riescono ad accoppare 23 dei nostri; gli ultimi due si salvano per mezzo della fuga, perché la mitragliatrice dei russi s'è inceppata. All'allarme accorrono anche i cavalieri. 35 Km di marcia a 28 sotto zero. Arriviamo: 30 congelati. Spesse volte durante la marcia bisogna fermarsi , mettere a nudo i piedi sulla neve e fare massaggi; questo scongiurare il congelamento. Bottino grosso; i nostri abbattono 50 aerei inglesi. In una esplorazione effettuata da bersaglieri ne ritornano pochi. Quando procediamo in avanti troviamo un nostro ufficiale col marchio in testa falce e martello e per di più nudo. Al ritorno da una ricognizione, all'appello mancano alcuni dei nostri. Li troviamo morti, dopo, in un trincerone; a uno di tutta la testa è rimasta la parte inferiore, dal labbro in giù . In una marcia molti congelati; a uno del 5° squadrone si deve procedere all'amputazione dei piedi. L'uomo in guerra in certi casi diventa l'uomo più abbietto e più basso della società per il suo modo di agire. In tutte le cose tutte le cattive azioni se siamo portati a prendere parte è perché siamo


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costretti. La prima volta che si fa una cattiva azione ci pensiamo, poi diventa abitudine. Questo è un raccontino che potrei fare a meno di ricordare ma è per far comprendere a certa gente che direbbe di non essere capace di scendere a tante bassezze; discorsi però fatti al tavolino e in Italia. È il 3 gennaio abbiamo toccato i 43° sotto zero. Nessuna casa in Russia ha il gabinetto negli appartamenti come da noi , ricche o povere che siano le case. Per gabinetti esistono baracchette di legno fuori all'aperto. Poi non abbiamo nessuna comodità, non abbiamo niente. Siamo in 10 sottufficiali, abbiamo un unico secchio per l'acqua. Questo secchiello dovrà servire a più usi: durante il giorno serve per il trasporto acqua da bere , di notte per i bisogni corporali; alla mattina si lava con un po' di neve e ci si lava la faccia, poi serve per l'acqua.

I Russi attaccano, sono ubriachi , vengono gomito a gomito; effettivamente noi abbiamo due divisioni in linea , per meglio dire i resti di 2 divisioni, perché tra morti, feriti, congelati e ammalati, siamo rimasti quasi a zero; avanti abbiamo 6 divisioni, ma tutti ubriachi, attaccano in massa, la loro superiorità è troppo forte, schiacciante; le camicie nere sono circondate, i bersaglieri pure; riescono ad arrivare sulla nostra seconda linea; dove si trovano i pezzi di artiglieria, questi bisogna contestarli al nemico con la baionetta. Ne conqµistano tre - questo per due giorni - poi ritornano a noi, abbiamo perdite, i morti russi però sono montagne. La situazione è grave , se si perde questa battaglia, parlando chiaramente, il corpo di spedizione sparisce dalla terra ; il combattimento è ancora incerto; arrivano i panzer tedeschi, i bersaglieri fanno miracoli , colonnello in testa. Montano in 5 o 6 su tutti i panzer e da vicino inseguono il nemico a bombe a mano, con meraviglia degli stessi tedeschi stupiti da tanto valore. L'inseguimento dura per 35 Km ; i Russi hanno le baionette alle reni , i nostri si fermano. Esito: molti morti per noi , in compenso 35 Km di terreno guadagnato; 6 divisioni frantumate, tra le quali una dì cosacchi. Voglio essere grande, lasciando da parte la Jugoslavia, in questi sei mesi di operazioni in Russia, tranne 16 giorni passati in casa di una discreta ragazza, non ho dormito altro che sulla terra nuda o sul legno , nei giorni di festa sulla paglia. Al mio ritorno, sempre se ...


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(?) e Dio lo volesse , non so se sarò capace di stare ancora con le persone per bene; mangiare tutto con le mani e adattarsi a tutto; per il dormire non so se sarò capace di riuscire a dormire sulla piuma. Le mie ossa sono diventate insensibili a tutto. I primi giorni facciamo il muso lungo, poi la desideriamo volentieri: minestra di miglio. Non c'è altro. Nonostante siamo in guerra le punizioni filano a tutto vapore. Chi è punito non fa materialmente la prigio ne, ma non prende neanche un centesimo. Francamente certe punizioni, in certi momenti mi disgustano e disgustano. Vedono solo i diritti; i doveri li conoscono poco . Per conto mio ringrazio il cielo; finora sole a scacchi ancora niente. Un graduato indirettamente vuole dare una stoccata al colonnello: punisce un soldato con questa motivazione: "In tempo di guerra sottraeva della biada al proprio cavallo per soddisfare la propria fame". Questo biglietto è rimasto lettera morta. E soldati che mangiano il pastone dei cavalli ce ne sono molti. Per noi la posta è un sogno; i pacchi una illusione. Ormai lo chiamano il "Corpo della disperazione " . Abbiamo studiato una nuova canzone; ultima creazione. In fondo abbiamo messo: Vietato aggiungere o togliere parole . Queste alcune rime : "Si va all'assalto senza scarpe e senza tabacco; I giornalisti da noi tanto aspettati, stanno negli alberghi ben riscaldati; E la milizia chi l'ha mai vista? è rimasta sulla nostra pista; Arrivi stanco e ti metti a dormire, suona l'allarme e devi partire; E la patata da tutti disprezzata, un pranzo prelibato per tutti è diventata; E il nostro grido di grande gioia: viva l'Italia e casa Savoia; E il cavallo da tutti disprezzato, ogni motore indietro ha lasciato; Senza la biada , senza il foraggio, non ti è mancato mai il coraggio; Come faremo a cavalcare , 50 miglia oggi da fare. Nella totale rarefazione non compare nemmeno più l'aviazione; Ed il pastrano è tutto bruciato perché nel fuoco l'abbiamo asciugato; persino i pacchi sono arrivati, ma in compenso tutti svuotati" . Un cavallo viene colpito da una pallottola ad un garretto , non può più camminare. Rimane seduto sui posteriori, ma è diritto sulle gambe davanti come un cane quando aspetta il pezzo cli pane. La bestia sa quale è e capisce il proprio destino. In altri momenti si sarebbe potuto curare e trasportare; la circostanza non lo permette.


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Per me è un dolore vederlo soffrire; mi guarda, sembra supplicarmi. Fa pena. Era un animale intelligente. Si trascina, vorrebbe seguire. Mi avvicino, una carezza e un bacio e un ultimo addio; tiro la pistola , un colpo ed è finito. La sepoltura gliela faranno i molteplici cani affamati. Povera bestia, dopo 2.000 Km finire così tristemente , e così è la fine cli molte altre decine. Ancora un volta ritorno sull'impresa dell'isola del Dnieper. Sono il comandante della spedizione volontaria; all ' ultimo momento destinano un sottotenente quale comandante; non è logico anche per questione di prestigio che nemmeno un ufficiale faccia mai parte di una cli queste imprese . Siamo sull'isola, si gioca per la vita o per la morte. Sono imprese che fanno ammalare per la tensione nervosa, per la concentrazione del pensiero su una unica volontà. Non si pensa ad altro , per ore e ore: al nemico ed alla sua improvvisa apparizione. Vince chi è più furbo, chi è più deciso , chi è più spregiudicato . Non conta in queste imprese il nemico superiore di uomini, ma le superiori qualità tattiche, combattive e strategiche. Si vive e si aspetta in agguato col pugnale tra i denti e le bombe nelle mani. Non si parla ma si manovra a segni . Al termine di queste imprese si ha la esistenza accorciata di un paio d'anni. È una tensione che fa venire il nodo alla gola ; ad ogn i fogl ia che si muove è uno scatto, un sussulto. La parola d'ordine è: "tutti per uno, uno per tutti". Morire ma non abbandonare un eventuale ferito. Bisogna soffocare il respiro, il colpo di tosse, i passi sul terreno . È terribile. Il giorno dopo, un caporal maggiore che era con me, ragazzo in gamba, sorridendo mi dice: "Sergente maggiore , ieri sera non ho pianto solo perché sono un uomo e mi vergogno". In premio abbiamo l'elogio ciel comandante di reggimento . Il grande prestigio che avvolge i tedeschi fin al valore personale di ogni singolo è dovuto alla grande ed innumerevole cifra di mezzi. Siamo partiti un mese dopo l'inizio della guerra e ci siamo tirati tutti il collo e siamo riusciti ad arrivare in linea e sorpassare tutti ed a collocarci quali vedette avanzate sul suolo di Russia. Quel che fanno e che hanno fatto i nostri soldati i tedeschi non se lo sognano neanche. Prima cli tutto il tedesco manca cli quella caratteristica che è nostra , l'attacco alla baionetta. A lui l'arma bianca fa paura . In


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tanti casi se non può retrocedere piuttosto che vender cara la pelle, si arrende. I Russi a Natale hanno sfondato sì ma non da noi, dalla parte dei tedeschi. Nel nostro settore si erano prefissi di arrivare a Stalino in 15 giorni; hanno trovato pane per i loro denti. Con 2, 3 e anche 4 giorni senza viveri e quel che più conta senza scarpe e mezzi spogliati, i nostri tengono duro e non esitano ad attaccare qualunque siano le richieste. Se siamo privi di molta roba possiamo ringraziare i tedeschi che danno la precedenza ai loro convogli e lasciano marcire i nostri a Dnierpetrowski. Noi andiamo avanti, combattiamo, subito dietro c'è la loro organizzazione che subito stabilisce le varie norme e regole. Se qualcuno torna indietro per procurare anche del pane, a noi non è più permesso. Loro comandano. E noi combattiamo per chi? Giorno 21 gennaio; 38° sotto zero. Ho un principio di congelamento ad un orecchio e al pollice del piede destro. Mi faccio fare forti massaggi e anche questo pericolo è scongiurato. Di fronte all'accantonamento andiamo qualche volta alla sera a sentire il grammofono. L'allegria viene interrotta da un agente della nuova polizia ucraina che insieme ad un soldato tedesco non sono in .grado da soli di arrestare ed accompagnare al loro comando un borghese presunto partigiano. Vengono a chiederci man forte. Con altri 3 miei colleghi andiamo in casa di questa persona; è mezzo nudo buttato sul letto e piange; è terrorizzato dalla paura. Mi fa pena, tanto più che ha il bambino di 9 anni che è presente e piange chiamando papà. Quale più elevato in grado dò ordine ai miei di astenersi da qualunque violenza, non essendo affare che mi riguarda. Questi hanno l'ordine di accompagnarlo a tutti i costi; sono le 10 di sera. Cominciano a batterlo, perché non vuole andare; li supplica poiché sa che non avrebbe visto la luce del sole il giorno dopo; l'ucraino arriva a togliere il pugnale e gli fa uno strappo in un braccio, ma lui lo stesso non si stacca dal letto a cui piangente e sofferente si aggrappa . Il bimbo urla, fa pena , noi siamo impassibili. Noi italiani non saremmo capaci. Ho un nodo alla gola, mi viene da piangere. Bisogna assistere a queste visioni per rendersi conto di quanto facciano pietà. La moglie gli era già stata portata via 2 ore prima. Da tutte le parti.della faccia perde sangue dalle botte avute. Riescono ad accompagnarlo via .. . Ritorno il giorno ùopo per vedere il bambino e sapere qualche cosa . L'ho ritrovato in casa, lo avevano appena lasciato, la moglie


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ancora no. Mi si avvicina e piange, mi bacia le mani e mi ringrazia per esere stato più commiserevole degli altri. Gli dò qualche sigaretta e 2 caramelle al bimbo che mi si affeziona subito. Anch'io sono contento di vedere risolta questa faccenda. Di queste cose succedono a migliaia. Conseguenze della guerra . Famiglie rovinate. Quando ritornerò non mi mancherebbe il coraggio di fucilare una qualunque persona se la sentissi urlare : viva la guerra oppure vogliamo la guerra. Aria pesante, facce scure, nessuno parla. Qualcuno dice: In Africa vanno bene. Risponde un altro: Qua però v~ male . La realtà è che abbiamo davanti due armate rosse che premono e serrano sotto. Anche i tedeschi in alcuni punti hanno indietreggiato; in più punti il nemico si è infiltrato. Le notizie sono cattive; anche noi facciamo i preparativi per un eventuale ripiegamento. I più paurosi non dormono, credono ad ogni momento di vedersi arrivare i russi . Anche per me quest'emozione non l'avevo mai provata. Eppure è brutta. In questi casi si accumulano mille pensieri; non si sa se la ritirata può essere ordinata ed in buon ordine oppure essere sorpresi e divenire disastrosa. Significa la morte e la distruzione. Non è vero che i russi si siano ritirati disastrosamente. Hanno ripiegato portando via tutto il materiale bellico e tutto quello che può servire ad un civile: dal pane alla calzatura . Preghiamo Dio che anche questa volta ce la mandi buona .

È morto il nostro amato cappellano alla testa dei bersaglieri che in terra di Russia rinnovano le gesta di Lamarmora 6 • I bersaglieri ripiegano lasciando alcuni feriti. Per causa di forza maggiore non li possono trasportare . Si hanno notizie che li hanno tutti massacrati . In un impeto di furore i bersaglieri richiedono i panzer tedeschi e vi montano su come diavoli e vanno all'attacco. Fanno un macello. Il nostro cappellano che lo avevamo prestato perché ai bersaglieri era morto in combattimento il loro, anch'egli aggrappato ad un panzer va all'attacco e viene colpito a morte.

6 Era don Giacomo Davoli. L'eroico sacerdote cadde in combattimento alla testa di un plotone di Bersaglieri del 3° Reggimento, dove era andato a sostituire quel Cappellano.


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Per me e per tutti noi era come un fratello. Quando ero in linea, mi veniva sempre a trovare, a portare una dolce parola . Per noi tutti è un grave lutto. Siamo sui 40° sotto zero. I russi , occupano un nostro ospedale da campo; ammazzano i medici e il cappellano, prendono i feriti e li svestono, lì bagnano d'acqua, li buttano fuori e li fanno crepare al freddo. Quando li ritroviamo sono pezzi di marmo. 10-3-42 Siamo in accantonamento per un breve periodo di riposo. Adoperiamo per le varie pulizie parecchi borghesi, che poi soddisfiamo con qualche sigaretta, oppure con un po' di rancio. Fra questi vi è un bambino sui 12 anni. Mi è entrato subito in simpatia perché mi sembra di veder me stesso a quell'età. Lo tratto bene e gli dò da mangiare sempre qualche cosa in più. Ha la mamma e la nonna; il padre è fuggito oltre il Volga. Ho visto in famiglia quel che mangiamo: un po' di pane fatto con biada , e anche questa macinata male. È una continua pena veder questa gente. Lo vedo un giorno avvicinannisi e sta per piangere. Non si mette a piangere e non proferisce parole. Me ne accorgo. Mi voleva chiedere un po' di pane perché era affamato . Tutte le sere sono sopra di noi; ci· vengono immancabilmente a trovare. Finora ci è sempre andata bene, ma non so quale santo ci protegga. Ci piovono sempre a qualche decina di metri ma non ci colpiscono. Vetri più volte in frantumi, ma li abbiamo battuti anche in questo perché abbiamo messo del compensato.

L'Ufficio Storico ha pubblicato i due diari di guerra , differenti nella loro stesura e nei loro contenuti , ma un diario rispecchia sempre la pe rsonalità del suo estensore, poiché gli stessi sottoli neano la vicenda bellica con la notazione degli avvenimenti quotidiani, che potrebbero apparire di poca o nulla importanza mentre, per contro, contribuiscono a far conoscere meglio gli uomini quali effettivi protagonisti della storia .


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Essi sono particolarmente interessanti per la testimonianza diretta sulle vicende della nostra Cavalleria nella prima e nella seconda guerra mondiale. Costituiscono pertanto un contributo prezioso per la storia della nostra arma a cavallo 7 •

7 Il diario di guerra del sergente Senesi di Vittorio Emanuele Il è conservato, in originale, nell'Archivio delle Raccolte Storiche del Comune di Milano. È stato parzialmente comunicato al Convegno di studi: Forze Armate e Guerra di Liberazione: esperienze e prospettive di didattica della storia nella scuola (Firenze , 8-9 dicembre 1984) . Il d iario di guerra del sergente Gi useppe Fantini è stato parzialmente pubblicato in «Rivista di Cavalleria» (anno VI, nn. 1 e 2 e anno VII, n. 1), in: Istituto Storico della Resistenza in Cuneo e Provincia: Gli Italiani sul fronte russo, Bari, 1982, e comunicato, sempre in parte, a l Convegno di stud i: Forze Armate e Guerra di Liberazione: esperienze e prospellive di didauica della storia nella scuola (Firenze, 8-9 dicembre 1984) . È conservato, in copia, nell'Archivio delle Raccolte Storiche del Comune di Milano.


Finito di stampare nella Tipo-lito SAGRAF - Napoli nel mese di febbraio 1990


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STUDI STORICO MILITARI 1988 by Biblioteca Militare - Issuu