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STUDI STORICO MILITARI 1987

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STATO

MAGGIORE

DELL'ESERCITO

UFFICIO STORICO

STUDI STORICO-MILITARI 1987

ROMA 1988


PROPRJETÀ LETIERARJA Tutti i diritti riservati Vietata anche la riproduzione parziale senza autouzzaz1one © Ufficio Storico SME - Roma 1988

SlU.GRAFICA - V IA DELLA MOR1'ELI..A, 36 •

TE!..

438 8:2.00 • ROMA 1988


SOMMARIO PARTE PRIMA

SAGGI F. Botti: Il problema militare dal 1900 al 1914 riferito agli aspetti considerati all' epoca minori . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

pag.

D. Ferrari: La difesa della costa italiana nella 2a G.M. . . . . .

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109

V. Ilari: I tentativi di riforma dell'Esercito pontificio dal 1972 al 1798 - aspetti giuridici e sociali della vita militare .

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137

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243

7

S. Labonia: Gli Ufficiali dell'Esercito: reclutamento e carriera

(1950-1984) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . PARTE SECONDA

PROFILI BIOGRAFICI

O. Bovio: Il Generale Nicola Bellomo . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

pag. 363

A . Gennaro: Il Magg. Geo . Mariano cl' Ayala

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429

PARTE TERZA

TESTIMONIANZE

G. Amati: Grecia 1943-44. Dal presidio di Tembi della «Pinerolo> alla banda dei diciotto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

pag. 501

F. Viglione: Tentativo di ricostruzione di un mattino di guerra

del 132° reggimento carri «Ariete> . . . . . . . . . . . .

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533

PARTE QUARTA

RICERCHE M. Montanari: Il progetto Africa Orientale e i suoi sviluppi

pag. 705

C. Rampioni: La branda ... . . . .. .. ... .... . .... .. .. .... .

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731

M. Saporiti: Elenco cronologico delle leggi, decreti, disposizioni e circolari relativi al rancio . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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755


PARTE PRIMA

SAGGI


FERRUCCIO BOITI

NOTE SUL PENSIERO MILITARE ITALIANO DA FINE SECOLO XIX ALL'INIZIO DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE PARTE I

ASPETTI LOGISTICO-AMMINISTRATIVI DELLA PREPARAZIONE MILITARE

1.

PREMESSA

L'indagine condotta in sede di «Studi storico-militari» 1985 e 1986 sui principali aspetti strategici, tattici e tecnico-acldestrativi nel pensiero militare dell'inizio del secolo XX, sarebbe risultata monca e priva di un solido ancoraggio alla realtà se avessimo seguito il costume, ieri come oggi piuttosto diffuso, di non soffe rmarci almeno un poco a considerare anche gli aspe tti logistico-amministrativi della preparazione militare, visto che i Servizi del tempo erano i primi a dover fare i conti con tutta una serie di nuove esigenze: - maggiore sofisticazione, complessità e peso dei mate riali d'armamento; - aumento delle esigenze di vita del pe rsonale e parallela riduzione della ferma; - conseguente aumento dei consumi, dei rifornimenti e degli sgomberi per l'esercito di campagna; - per conto, accentuata tendenza - per noi, operante fino a l 1915 - alla gue rra offens iva, quindi necessità di un'organizzazione logistica capace di alimentare con tempestività, e seguire con aderenza, quello che si supponeva sarebbe stato un rapido movimento. Un complesso di fattori che tutti concorrevano ad aumentare le difficoltà di funzionamento dei Servizi, perché non poteva rimanere senza riflessi di grosso rilievo anche in campo logistico un' impostazione strategica che fin dai primi anni del secolo, non solo per l'Italia ma per le principali nazioni europee, era nella sostanza quella sintetizzata dal generale Goiran nel I 910 (dunque, non certo inventata da Cadorna nel 1915):


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Ferruccio Botti

l'offensiva è la guerra per eccellenza; infatti la difensiva, anche se vittoriosa, acquista evidentemente valore soltanto se pronta a conver- . tirsi in controffensiva per raccogliere i frutti della vittoria. L'offens iva strategica ha, come dissi, il vantaggio de ll'iniziativa, rianima l'esercito e la nazione, allontanando dal paese i mali della guerra, toglie spesso a l nemico la scelta del campo di battaglia, raggiunge più faci lmente lo scopo politico della guerra. La offensiva strategica si esplica mediante la marcia a l nemico, allo scopo di attaccarlo per costringerlo continuamente a battersi, non dargli tregua, separarlo dai rifornimenti, togliergli ogni libertà d'azione: spezzare, in una paro la, le sue forze: Prontezza, ardire e perseveranza, sono le qualità di carattere che bisogna spiegare; ma bisogna perciò mettersi in grado di alimentare le forze prontamente per non perdere lo slanc io (1).

É con questi dati, sempre costanti e prevalenti sullo sfondo, che il problema logistico deve fare i conti nel periodo considerato. Non v'è, dunque, da meravigliarsi troppo se già nel 1914, all'inizio de lla guerra, alla sorpresa tattico-operativa rappresentata dal binomio mitragliatrice-reticolato si accompagna una sorpresa logistica, che generalmente sfugge alla critica storica. Fin dalle prima battute della grande guerra, infatti, si poteva constatare quanto sottolineavano le nostre «Direttive per l'Impiego delle Grandi Unità» del 1935: truppe e servizi - nella guerra di oggi - vanno considerati allo stesso piano; le prime, per lottare con successo, devono essere alimentate e sostenute dai secondi. li funzionamento dei servizi non s'improvvisa; se manca, tutto r esta paralizzato, riappare la stasi, e con essa, la guerra di trincea [...] la cattiva soluzione del problema logistico, quando non ha conseguenze più gravi, è la causa prima del paralizzarsi del movimento, c ioè de lla guerra di posizione.

In tal modo, come sottolinéava nel 1939 il maggiore Commissario dott. Gaetano La Rosa, nel 1914 in Europa gl i strumenti bellici, accuratamente predisposti da lunga mano allorc hé si m isurarono in campo, si trovarono subito di fronte a difficoltà assolutamente imprevedute oltre che nel campo dell'impiego, anche nel campo logistico, generando quelle repentine sorprese che costrinsero a un'immediata e generale revis ione delle dottrine militari (2)

(I) G. Goiran, La condotta moderna della gue rra, «Nuova Antologia» 16 marzo 1910. (2) G. La Rosa, / reparti recupero e lavanderia dei magazzini vestiario ed equipaggiamento di armata, «Rivista di Commissariato» n.5/1939.


Note sul pensiero militare i,a/iano, fine secolo XIX initio prima guerra mondiale

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É questo che avvenne nell'autunno 1914, nelle fasi iniziali dello scontro tra Francia e Germania. Il generale Ottolenghi, nel 1936 (3), sosteneva ad esempio che il fallimento del «Piano Schlieffen» va attribuito anche alle improvvide modifiche che vi apportò il Von Moltke Junior, il quale sottovalutando l'importanza di un regolare e agevole afflusso da tergo dei Servizi abbreviò i tempi di sosta da ll'ala avvolgente nel Belgio (inizia lmente calcolati in modo da consentire un agevole, tempestivo e aderente rifornimento da tergo), con conseguente grave difetto di alimentazione della manovra, tale da causarne ben presto l'arresto e da rendere inevitabile il passaggio a una lunga guerra statica, di materiali nella quale era la Germania ad avere tutto da perdere. In questa prospettiva, un'indagine sia pur succinta dei contributi e delle idee nel campo più propriamente logistico e amministrativo comparsi all'inizio del secolo nella pubblicistica milita re italiana si rivela assai utile per una valutazione equilibrata del quadro teorico nel quale vanno inseriti gli eventi del conflitto, ridottosi ben presto - particolarmen te sulla fronte alpina italia na - e una sorta di sanguinosa e interminabile guerra di assedio tra masse enormi di uomini, cannoni e mitragliatrici, con esigenze logistiche e consumi in proporzione, che r ichiedevano un'organizzazione de i Servizi ben diversa da quella richiesta in una guerra di movimento.

2. IL PROBLEMA DELLE SPESE MILITARI: RI FLESSI LOGISTICOAMMINISTRATIVI DEGLI ORDINAMENTI. E DELLE NUOVE ARMI.

Si è già messo in rilievo (4) che fin dai primi anni del secolo XX le strutture militari devono affrontare in tutti i settori una crisi di trasformazione, provocata dall'inadeguatezza degli assetti ottocenteschi di fron te alla progressiva introduzione di materiali nuovi, che iniziano ad essere adottati in numero consistente proprio dall'inizio del secolo: fucili a ripetizione ordinaria mod.91, cannoni con affusto a deformazione a tiro rapido, mitragliatrici, a utomobili , autocarri, cucine mobili a ruote, dirigibili e poi aereoplani (queste due

(3) A. Ottolenghi, L'arte militare e il tecnicismo, «Echi e Comment i» del 25 marzo 1936 (cfr. anche la recensione dell'articolo su «Rivista di Commissarialo» n.4/1936). (4) cfr. F. Botti, Note sul pensiero militare italiano da fin e secolo XIX a/l'inizio della prima guerra mondiale, Parte I, in SME - UF.ST, Studi storico - militari 1985, Roma, 1986, pp. 11 . 123.


Ferruccio Botti

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ultime sono nuove armi aeree che, al tempo, fanno parte integrante dell'Esercito, e sono progettate e gestite dal Genio). Risultano di primo acchito evidenti i riflessi concreti e primari, in campo logistico-amministrativo, delle nuove esigenze di ammodernamento. Da una parte, sempre maggiori costi di acquisizione dei mezzi e delle armi, che vengono a collidere con la persistente tendenza a mantenere un Esercito numeroso, rendendo indispensabili maggiori stanziamenti per i quali, more solito, il Parlamento non è molto sensibile. Dall'altra, aumento dei consumi (a cominciare da quelli di munizioni), delle riparazioni, dei rifornimenti in genere, e necessità di un'organizzazione logistica e amministrativa più snella, moderna ed efficiente e meno burocratica: un'organizzazione insomma, che in senso lato potrebbe dirsi di tipo «industriale». Per tutti questi motivi, politici e militari si interrogano, dando luogo ad un dibattito ove si tenta, senza pervenire a risultati pratici veramente significativi, cli dare risposta a un interrogativo che, oggi, parrebbe persino ingenuo: come ottenere forze armate efficienti e competitive sul piano internazionale, con minore spesa? La ricerca esasperata del contenimento degli oneri finanziari, infatti, è un parametro provocato dalla situazione economica generale, non certo tale da semplificare il quadro di insieme, e da rendere facile conciliare estremi di per sè sovente inconciliabili; è comunque in queste strettoie che va ricercato il .primo movente delle opere dei vari Autori, in altra sede da noi esaminati. (5) Dal Marazzi al Balzarini al Perrucchetti al Malaguzzi a tanti altri, nessuno rinuncia a far baluginare al contribuente e al tecnico l'affascinante prospettiva aperta da soluzioni tali da rendere l'organismo militare insieme più economico ed efficiente: in effetti, il clima generale del Paese, ai primi anni del secolo almeno, rendeva in sè difficilmente praticabile proprio la strada J)iù facile e semplice in questi casi: l'aumento delle spese militari. Ulteriore motivo di complicazione di un quadro d'insieme già così difficile e contraddittorio è una situazione internazionale nella quale, fin dall'ultimo decennio del secolo XIX, si manifestano tensioni e quindi spinte alla corsa agli armamenti, spinte solo in parte e solo malamente temperate da tutta una serie di progetti di disarmo e da una certa di ffusione delle utopie pacifiste e

(5)

IVI.


Note sul pensiero militare italiano, fine secolo XIX inizio prima guerra mondiale

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internazionaliste (6), che se non raggiungono alcun risultato pratico nell'interesse della pace servono, però, egregiamente a ostacolare nel Paese una seria ed equilibrata presa di coscienza della questione militare, con particolare r iguardo alle spese e al rapporto tra Amministrazione militare e Amministrazione civile. Tutti sono com unque concordi, al di là delle varie tesi, nel rite· nere grave e preoccupante, e tale da richiedere urgenti rimedi, una situazione politica, sociale, economica e mili tare, i cui t ratti salienti vengono così dipinti nel 1904 da l tenente colonnello di Stato Maggiore Ghersi: l'esercito, ad onta delle recent·i cure dell'Amministrazione centrale, si trova vieppiù nelle poco felici condizioni materiali da tempo lamentale, che derivano dall'insufficienza dei mezzi finanziari per compiere tutte le fun zioni che ora lo gravano. Anche le condizioni sociali, e una legislazione militare non più rispondente alla evoluzione avvenuta nelle idee e più ne lle aspirazioni/degli individui come delle masse, hanno contribuito e contribuiscono alla depressione del morale dei quadri. E come si provvederà alle difficoltà materiali? Noi soldati, non meno delle altre classi, siamo pienamente persuasi che il Paese, essendo ormai saturo di oneri, ha bisogno assolu to cli esser e sgravato con l'urgenza e l'oculatezza che derivano dalla chiara visione delle gravi conseguenze materiali e morali che derivano da tale stato di cose (l'affarismo, la corruzione, l'emigrazione, l'atonia del Paese, ecc.), cui devesi il minaccioso sovrastare delle necess ità sociali e la fatalità che ci rende quasi inermi e ignavi dinnanzi ad esse. Tu tti, non solo i socialisti,sono unanimi nel proposito di alleviare i pesi per dar respiro al Paese: senonché, di fronte a gli utopistici provvedimenti economici degli uni, nulla seppero finora offrirci gli uomini d'ordine, affaticantisi invano nell'intento non meno utopistico di conciliare il parere con l'essere. Essi ebbero così lutti quelli espedienti i quali, mentre non tacitarono gli uni, irritarono l'organizzazione militare e vi ac uirono il malessere generale, morale e quello organico e fisico, a scapito della compattezza e solidità dell'esercito che si ridusse, come strumento di gue rra, ad esse re, in senso asso luto e relativo, di una efficienza tale che non può a meno dì destare serie e fondate preoccupazioni. (7)

Con queste premesse, appare inevitabil e che il mo mento pura-

(6) Sui mutamenti della situazione internazionale ed i problemi generali del riarmo, del disarmo e delle spese militari cfr., a<l esempio: F.<le Chauran d De S.E., Armi e finanza, Città di Castello, Ed.S. Lapi, 1893, e La politica internazionale e gli a11uali armamenti, Roma, Off.Poligr.Italiana, I 9 11. (7) L. Ghersi, Il problema militare, «Nuova Antologia» 16 agosto l 904.


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Ferruccio Botti

mente amministrativo, s ia a live llo di vertice che peri ferico, acquisti particol are rilìevo, e faccia premio sui pur importanti spessori che andavano assumendo i problemi della logistica di campagna. Diffusa, infa tti, anchè tra i militari era la convizione che, a parte l'insufficienza dei bilanci, si spendesse male. In proposito, così afferma il Barone: noto subito c he alle radici di questa tendenza vi è forse un preconcetto: quello, cioè, che senza toccare la parte viva dell'esercito, sia possibile, con convenienti sempl ificazioni, di realizzare una notevole evonomia di parecchie decine di milioni, da river sare poi a van taggio del bila ncio della guerra stessa, a conforto e sussidio di quelle parti dell'ordinamento che sono maggiormente in sofferenza. É opinione fallace; ma c'è in molti a utorevoli uomini poli tici, e in una gran parte del paese. E del sorgere di questa opinione fa llace siamo debitori, bisogna confessarlo, ad alcuni tecnici, i quali, per il passato, hanno con tutta l'asseve ranza possibile sostenuto che sul bilanc io della guerra si potevano fa re una c inquantina di m ilioni di economie, sen za scompaginare l'esercito (... ) quella delle spese militari è una questione assai complessa, la quale non è esclusivamente tecnico-militare, ma neppure è esclusivamente politica, e, soprattutto neanche è esclusivamente economico-finanziaria: è tecnico-mili tare, politica ed economicofinanziaria ad un tempo (8).

Se lo stadio raggiunto da lla tecnologia e la situazione interna ed internazionale pongono problemi nuovi e fino a q uel momento mai affrontati in tutte le loro implicazioni, vero è anche che i meccanismi interni dell'organismo militare, e il loro rapporto con gli istituti amministrativi civili, risentono della mancata soluzione di tutta una serie di antichi punti di fr izione, di nodi strutturali che s i trascinano ormai fin dalla campagna del 1848-1 849, dando luogo a soluzioni non ma i definitive, con frequenti ritorni all'a ntico (9). Prima fra tutte, la questione dell'indipendenza e autonomia della Amministrazione militare (che si vu ole improntata alle speciali finalìtà dell'impiego bellico) dalla legislazione generale concernente l'amminìstrazione e la contabilità dello Stato. Se, infatti, si fosse stabilito il principio chè anche l'Amministrazione m ilitare dovesse uni-

(8) E. Barone, Armi e politica: a proposito del bilancio della gue rra, «Nuova Anto logia» l 0 giugno 1903. (9) In merito a i princ ipali problemi amministrativi sul tappeto a fine secolo Cfr. la panoramica tracciata in G. Goiran, Questioni militari. la riforma amministrati va, «N uova An tologia» 16 aprile 1896.


Note sul pensiero militare iialiano, fine secolo XIX inizio prima guerra mondiale

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formarsi pienamente alle norme vigenti per tutti i rimanenti dicasteri civili, si sarebbe configurata non solo una dipendenza per la parte finanziaria del Ministero della guerra dal Ministero delle finanze, ma anche una potestà di controllo da parte di quest'ultimo, attraverso la Corte dei Conti. Tutto ciò era visto con molta preoccupazione dai Ca pi militari, che vi vedevano un attentato alla tradizionale autonomia deUe Forze Ar mate e un pericolo per l'antico legam e speciale, diretto con il Sovrano. Inoltre, se l'Amministrazione militare si fosse pienamente uni form ata a quella civile avrebbe dovuto essere abolito anche il tradizionale e discusso sistema (di derivazione francese) delle «masse» che già era alla base del Regolamento di amministrazione piemontese del 1840 e ancor sopravviveva, nei princìpi ispiratori fondamentali, agli inizi del secolo XX. Il sistema delle «masse» consisteva essenzialmente nell'autonoma amministrazione a l live llo di corpo, da parte di un «Consiglio di Amministrazione » (dunque, non del solo comanda nte) del cumulo delle quote fisse annualmente stanziate dal Governo pe r ciascuna giornata di presenza degli uomini e dei cavalli del corpo, per le varie esigenze (a ciascuna delle quali corrispondeva una specifica «massa»). Il Consiglio aveva pote ri (con le consegue nti r esponsabilità) assai ampi, così definiti nel p rimo articol o del Regolamento del 1840: il governo economico di ogni reggimento o corpo di t ruppa, cioè il maneggio di tutto il denaro che esso riscuote dalle regie casse, e di quello ancora che sotto qualunque titolo si ricava dalla sua Amministrazione, la cus todia , il ma ntenimento in buono stato, la distribuzione e l'uso di tutto il materiale inerente agli uom ini e a i cavalli, è affidato in ciascun corpo ad uno o più consigli, i quali assumono il titolo di consigli di amm in istrazione e regolar devono le loro ope razioni a seconda delle discipline stabilite da quesLO regolamento.

Il sistema, fin dall'inizio e specie in tempo di guerra, si rivelò non privo di inconvenienti nell'applicazione pratica: consentiva ad amminist ratori oculati, onesti e capaci autonomia ed elasticità nelle spese, rendendo possibili economie che andavano a tutto vantaggio del soldato, ma si prestava anche a malversazioni, arbitri e contenziosi, gravava gli ufficiali dei corpi di un eccesso di mansioni burocratiche che specie in guerra sottraeva tempo alle loro attività di comandanti, e complicava oltre il dovuto l'amminis trazione interna dei reggimenti e delle compagnie, con una minuta regolamentazione che ne l 1840 comprendeva ben 893 articoli e prevedeva ben 82


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Ferruccio Bolli

modelli da compilare, 14 ti tali di entrata (per la cavalleria, 20) e 31 di spesa. La lunga sopravvivenza delle «masse» fu dovuta anche a l vantaggio che il sistema presentava di garantire, in senso lato, la piena autonomia dell'Amministrazione militare da ingerenze di altri Ministeri, salvagua rdando la discrezionalità anche finanziaria dei comandanti di corpo, discrezionalità che evitando controlli diretti e indiretti da parte di civili, ne tutelava il prestigio: una volta stanziata la quota fissa per ciascun uomo o cavallo a ll e ç1rmi, infatti, cessava ogni altri attribuzione del Governo e del potere civile. A cavallo della metà del secolo XIX, con la promulgazione dello Statuto e le conseguenti riforme amministrative basate sulla responsabilità dei Ministri anche verso il Parlamento e sull'attribuzione al Parlamento stesso dei poteri di unico giudice e controllore dei bisogni dello Stato, tutto cominciò ad essere messo in discussione. Così, nella tornata del dicembre 1852, alla Camera, ebbe luogo un dibattito sulla disposizione che stabiliva la responsabilità dei fun zionari ed agenti che comunque avessero m aneggio di denaro o materiali in consegna, e li sottoponeva alla vigilanza del Ministro delle finanze ed alla giurisdizione della «Camera dei conti». In tal modo, anche i componenti dei Consigli di Amministrazione dei corpo, a seconda delle rispettive funzioni, sarebbero stati soggetti all'autorità del Ministro delle Finanze. Secondo il deputato e generale Petitti ciò non era giusto, perché veramente tanto i consigli di amministrazione q uanto i direttori dei conti non amministrano denaro pubblico, bensì denaro che è già uscito dalle casse pubbliche come competenza dei corpi, istituti e stabilimenti in discorso, oppure quale competenza degli individui appartenenti ai corpi, istituti e stabilimenti medesimi (10).

La tesi opposta era sostenuta dal deputato Valerio, che non era d'accordo sulla diversa posizione giuridica dei contabili, a seconda che maneggiassero denaro de llo Stato o denaro di un corpo: la sorgente di questo denaro - egli obietta - scaturisce pur sempre dallo stesso punto, c ioè dallo Stato; il beneficio che da esso si deve ricavare è pure dello Stato, e qualora vi fosse sciupio, qualora vi fos-

(10) E. Mercurio, Le origini storiche dell'Amministrazione dei corpi, Roma, Voghera, 1908, pp,94-95.


Note sul pensiero militare italiano, fine secolo XI X inizio prima guerra mondiale 15

se ladroneccio, chi ne soffrirebbe? Certo non i corpi, ma dovrebbe supplire lo Stato, qua ndo questo caso di dilapidazioni si verificasse (11).

Di conseguenza, per il Valerio anche i contabili militari dovevano essere sottoposti alla vigilanza del Ministro de lle finanze e alla piena giurisdizione della «Camera dei Conti » (l'odierna Corte dei Conti). Il Ministro delle finanze de l tempo - che era Cavour - intervenne con una risposta interlocutoria, che formalmente mediava le due opposte posizioni, ma di fatto accoglieva la tesi del Pe titti. Per tutto il secolo XIX, la questione rimane comunque aperta, con periodici« ritorni di fiamma», e anche ai primi del 1900 il contenzioso derivante dalla convenienza o meno di abolire le masse e dal correlato gra do di autonomia dell'Amministrazione militare è sempre sul tappeto. (1 2) Un'altra questione irrisolta e controversa è la convenienza o meno, in caso di mobilitazione, di gravare di attribuizioni anche logis tiche e amministrative i distretti, alleggerendo i depositi dei corpi, o viceversa. Un a vexata quaestio anch'essa assai a nnosa, visto che nella campagna del 1848 l'acce ntramento delle funzioni logisticoamministrative dei Depositi dei corpi (per liberarne i «battaglioni a ttivi» e i colonnelli) all'atto pratico non aveva dato buona prova, perché esautorava i colonnelli dalla branca-logis tico amministrativa e aumentava la burocrazia e la corrispondenza tra deposito nella sede stanzia le e battaglioni in guerra, facendo trascurare ai comandanti i loro compiti nel campo disciplinare, addestrativo ed operativo (13). L'esigenza di alleggerire la burocrazia a livello di corpo, risparmiando il troppo numeroso personale addetto a mansioni contabili e alleggerendo a beneficio di altri settori le attribuzioni dei comandanti, è dunque un'altra, a nnosa costante che si ritrova in tutti gli autori militari all'inizio del secolo. Un ultimo, spinoso problema è la questione degli appalti e degli acquisti, ed anche qui, si deve affrontare un dilemma: il ricorso da

(11) IVI, p. 95 ( 12) Sull'evoluzione de ll'Amministrazione centrale mili tare e sui suoi rapporti - non di rado conflittuali - con l'amministrazione civile dr. M. Meriggi, Amministrazione civile e Comando militare, in L'Amministrazione nella Storia moderna (Estr. da ISAP . Archivio, Nuova serie 3), Milano, Giuffré, 1985, pp. 1359 · 1427. (13) Si vedano, in merito, le aspre e talvolta eccessive critiche de l PineJJi, in F. PINELLI, Storia militare de l Piemonte, Voi. III, Torino, De Giorgis, 1855, pp. 30-31 .


Ferruccio Botti

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parte dei reparti ad imprese civili fornitrici sulla base di apposito capitolato di determinati Servizi (il casermaggio, il pane, il vestiario...) non è un toccasana, e fornisce spesso cattivi risultati, con prestazioni di bassa qualità. D'altro canlo, i Servizi ad economia (ad esempio; la panificazione), gestiti cioè direttamente dall'Amministrazione militare, richiedono un aumento di personale dei Servizi anche con mansioni esecutive, un aumento a tutti i livelli dei carichi logistici, accurate predisposizioni organizzative, e in genere mal si conciliano con la tendenza generale, ancora in atto all'inizio del secolo XX, a lasciare al personale specializzato dei Servizi (Intendenza, Sussistenza ecc.) preferibilmente mansioni direttive e di controllo, e non esecutive. É intorno a questi temi che si sviluppa un dibattito, volto a dare prima di tutto all'Amministrazione militare una fisionomia più aderente ai nuovi tempi, e ai possibili conflitti armati che si vanno profilando, visto che specie nel campo amministrativo i lunghi periodi di pace favoriscono meno che mai un sistema di gestione semplice ed aderente alle necessità dei reparti. Riassumeremo ora, per sommi capi, tale dibattito, procedendo per materia e indicando, più che altro, i fattori in gioco. Nell'esame vogliamo dare la precedenza, rispetto ai pur importanti Servizi di campagna, al sistema amministrativo in generale, perché dalla sua impostazione deriva, immancabilmente, anche la fisionomia logistica dell'Esercito di campagna.

3.

LA RIFORMA DELL'AMMINISTRAZIONE MILITARE: LE TESI DEL GOIRA N E

DEL MARAZZI

L'esame dei vari aspetti di questo problema - chiave può essere condotto solo tenendo presente l'estrema difficoltà pralica di pervenire a soluzioni veramente soddisfacenti, capaci di conciliare esigenze che paiono, e sovente sono, di per sè opposte e difficilmente armonizzabili, perché a l principio di per sé salutare della responsabilità e della autonomia ai vari livelli corrisponde un inevitabile carico, e, per contro, «alleggerire» o inquadrare in un sistema, (magari civile), più complesso le attribuzioni di un organo significa affidare ad altri, sovente assai lontani, funzioni logistico-amministrative che invece richiedono, per il loro espletamento, una stretta aderenza, quindi conoscenza delle specificità e delle particolari esigenze anche locali della struttura militare.


Note sul pensiero mili1are i1aliano, fine secolo XIX inizio prima guerra mondiale

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Sulle riforme amministrative, va anche oggi pienamente condiviso quan to affermano due autori del tempo. Il generale Goiran, nel 1896, così presenta il problema: Le riforme amministrative hanno offerto, ed offrono, vasto argomento alle più vive discussioni, offrono ca mpo a llo sfoggio delle teorie più seducenti, che ci si presentano tutte come emanazione dei principi fondamentali di alta economia e d i dirit to amministrativo. Ma in fat to d i amministrazione statale, applicata a negozi mili tari, non è sempre facile tradurre in atto i princìpi teorici, per q uanto apparentemente inconcussi e semplici e di facile applicazione. La ìutela dell'interesse erariale, quella del prestigio dell'autorità militar e e del comando non sono facili a conciliare: di guisa che è assu rdo pensare che l'azienda militare debba essere amministrata come un'altra azienda pubblica qualsiasi (14).

Diversi anni dopo, nel 1903, gli fa eco il recensore sulla Rivista Milit are di un testo de l Taleschi s ulle r iforme dei Servizi amministrativi nell'Esercito, del quale daremo cenno nel corso della trattazione: questa, delle riforme dei servizi amministrativi de ll'esercito, la si può chiamare una questioni di a ttua lità, e non solo pel nostro, ma per tutti gli eserciti europei, perché quasi dappertutto si grida contro la troppa burocrazia e l'ingente personale occupato nella medes ima. Da noi la questione assume un carattere più acuto e più urgente che negli altri paesi, a mot ivo delle note strettezze finanziarie nelle quali si dibatte l'esercito, sicché u na semplificazione dei servizi amministrativi è da tu tti chiesta e certamente desiderata (15).

Alla fine del secolo XIX, le riform e ammin ist rative che erano state introdotte, o che si aveva in animo di introdurre, (il Ministro del tempo era il Ricotti) vengono descritte sulla Nuova Antologia (16) dallo stesso generale Goiran, il qua le espone le ragioni che giustificano la attribuzione ai depositi reggimentali (come si è già visto che avveniva in passato) e in parte ai Comandi superiori di funzioni logistiche al momento affidate, con grave complicazione e insufficiente rendimento, ai distretti. Infatti, questi ultimi - con personale che specie per la chia mata delle classi e la manutenzione e ra insufficiente (14) G. Goiran, Ari. cii.. (15) C. Taleschi, Le riforme nei servizi amminis1ra1i vi nell'Esercito, Palermo, Car-

toleria Brangi, 1903 (Recens. su «Rivista Milita re», Disp. V, 16 ma ggio 1903). (16) G. Goiran, Ari. cit..


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- ricevevano dai tre magazzini centrali militari le materie prime per la vestizione, provvedevano alla confezione del vestiario, vestivano e equipaggiavano le reclute e le inviavano a i corpi. Questi, a loro voi ta, per ogni necessità d i oggetti di corredo si r ivolgevano ai distretti, e a fine ferma versavano gli oggetti di corredo, riparati, ai distretti stessi. Il meccanismo, secondo il Goiran, dava luogo a complicazioni nei rifornimenti, a un continuo scambio di corrispondenza e a un frequente contenzioso tra gli 87 distretti e i corpi, senza che si riuscisse a impedire una cattiva utilizzazione del vestiario e d ell'equipaggiamento. Ne de rivava anche un'eccessiva parcellazione delle confezioni, visto che sempre a cura dei distretti ~ovevano essere confezionati anche i capi di corredo speciali per le diverse Armi e speciali tà che reclu tavano uomini nel loro territorio _d i giurisdizione. Attribuendo, invece, queste funzioni ai depositi reggimentali, questi avrebbero avuto compiti assai meno pesanti e assai più semplici dei distretti, avrebbero ricevuto la materie prime e confezionato il vestiario solo per sè, e ne sarebbe stato ridotto il carico burocratico: laonde nei distretti sonvi talora sinecure d'ufficio, e non nei depositi reggimentali, come taluno ha detto; dove chi non avesse avuto occupazione utile al deposito l'avrebbe avuta nei battaglioni. Il comandante de l battaglione sarebbe stato il solo capo materialmente responsabi-. le dell'amministrazione del reggimento. Il comandante del reggimento adunque avrebbe avuto la massima libertà di attendere alla istruzione e alla disciplina dei suoi battaglio ni.

Cinquant'anni prima, quando vigeva un s istema analogo nell' Esercito piemontese, questi obiettivi non erano stati raggiunti, e anzi avevano dato luogo (a detta del Pinelli e di molti altri) a molti inconvenienti. Non sopre ncle dunque molto se, nel 1906, compare sulla Rivista Militare un articolo (17) che lamenla inconvenienti opposti rispetto a quelli menzionati dal Goiran, in quanto La legge 28 giugno 1897, con la creazione degli attuali depositi reggimentali, tolse ai d istretti una quantità di attribuzioni, aggravando per altro ver so in modo soverchio i primi, e complicando anzichenò il parallelo funzionamento di questi due organismi, come l'esperienza oramai ha quas i dimostrato.

(17) F. Ferrere, Distre fli m ilitari e Depositi reggimentali, «Rivista Militare», 1906, Voi. III, Disp. VII.


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L'autore (il Ten. Col. Fe rrero, del distretto militare di Como) lamenta che in questo modo il personale dei Distretti è sottoutilizzato, mentre depositi e distretti svolgono mansioni analoghe e costituiscono pertanto un reciproco doppione, con notevole traffico burocratico per seguire tutti i movimenti del persona le. La proposta che ne segue è di riunire depositi e distre tti in un unico «deposito distrettuale», che provvederebbe alla leva e reclutamento, ·alla m atricola, a lla requisizione quadrupedi, alla formazione dei reparti di milizia mobile e territoriale e a lla vestizione e avvio de l personale ai corpi amministrati. Un'altra riforma che il Goiran ritiene utile è l'abolizione dell'ufficio di revisione contabile del Min istero (retto con mansioni direttive da ufficiali dell'Intendenza e con mansioni esecutive da ufficiali contabili), che gravemente limita va l'autonomia e il prestigio della gerarchia militare e dei comandanti di corpo in particolare, sottoponendo le spese a un vaglio critico preventivo che oltre tutto causava· una sorta di paralisi amministrativa: un comandante d i reggimento e ra r idotto al punto di non poter fare il benché minimo acquis to, senza far piove re dall'a lto una autorizzazio ne, che spesso per a ltro veniva negata ... L'ufficio dì revisione mettendo freno alle spese arbitrarie, aveva introdotto nei corpi consuetudini di parsimonia, di ordine, di severità, veramente salutari. Ma la riforma era urtante, era contra ria al prestigio del comando e al principio di gerarchia. Dal comandante di compagnia a quello di reggimento, a quello di brigata, di divisione, di corpo d'armata havvi una intera gerarchia, la q uale non poteva razionalmente essere lasciata in disparte in quanto si r iferisce a lla amministrazione interna dei corpi. Tanto più che i reali bisogni di questi, e l'opportunità delle spese non potrebbero avere giudice migliore di quella.

La soluzione r itenuta conveniente dal Ministero - continua il Goiran - è stata pertanto quella di dare ai comandanti di corpo d'arma.t a ampia facoltà di decidere intorno a lle richieste di spese fatto dai corpi, e di far assistere e coadiuvare i corpi di armata nelle nuove attribuzioni ammin istrative dalle Direzioni di Commissariato, che in pace e in guerra avrebbero potuto far parte integrante dei predetti Comandi. A sua volta, il sempre necessario riscontro contabile e statistico a posteriori delle spese dei corpi, che prima er a demandato al soppresso ufficio di revisione, verrebbe effettuato dalle stesse Direzioni amministrative del Ministero, le quali attenderebbero ai var i Servizi che danno luogo a spese, utilizzando lo stesso personale


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ch¼_prima attendeva ai conteggi e riscontri presso l'ufficio revisione. Il Goiran si dichiara poi contrario a sostituire l'autorità e la responsabilità amministrativa del solo Comandante ai Consigli di Amministrazione dei corpi: l'interesse dell'erario è maggiormente tutelato quando i responsabili sono più individui e non uno solo, e inoltre senza il Consiglio di Amministrazione non si avrebbe continuità di indiri zzo amministrativo in caso di assenza del comandante, che renderebbe necessarie consegne, inventari, riconsegne ad ogni momento con conseguente aumento di lavoro burocratico. In quanto al sistema delle masse, il Goiran, pur r iconoscendo che esso dà luogo ad inconvenienti (molte masse si trovano in debito complessivo di parecchi milioni), ritiene che il suo mantenimento consenta una maggiore semplicità di gestione, perché i corpi sono soggetti soltanto alla revisione presso il Ministero, e non al riscontro della Corte dei Conti. Se, invece, si passasse ad una gestione per capitoli derivante da un bilancio di previsione, ne nascerebbero complicazioni contabili, data la rigidità delle dispos izioni di legge che regolano la contabilità generale dello Stato: se si inscrivessero a bilancio in appos iti capitoli le somme pe r le spese delle riparazioni del vestiario, per l'acquisto di oggetti comuni, per le spese generali interne dei corpi [...] stante l'impossibilità di prevedere esattamente e minutamente ì bisogni che potranno nascere, ne deriverebbero per l'Amministrazione vincoli, dai quali non saprebbe come liberarsi. Non dì rado accadrebbe che i Corpi vedrebbe ro negarsi il denaro occorren te: il lavoro per la resa dei conti diventerebbe lunghissimo, improbo, costosissimo, l'amministrazione difficile. L 'istituzione dei fon di della massa ha dato all'amministrazione interna de i corpi parte della libertà d'azione, che altrimenti le verrebbe negata dalla legge.

Rigua rdo all'impiego del pe rsonale dei corpi di Commissariato e contabile (al tempo ben distinti), il Gorian ritiene che, dal momento che fin dal 1871 i funzionari civili dell'Intendenza - prima solo assimulati al grado di militare - sono diventati parte integrante del corpo degli ufficia li, è giusto che essi abbiano abba ndonato almeno in parte le antiche funzioni direttive e di controllo fiscale nelle quali si riassumeva il loro ruolo, e abbiamo assunto incarichi a carattere esecutivo, negli stabilimenti e nelle compagnie di sussistenza: avrebbero anzi dovuto essere loro affidati anche i magazzini centrali di vestiario ed equipaggiamento, me ntre a loro volta gli ufficiali


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contabili avrebbero dovuto assumersi il servizio dei magazzini e del contaggio negli stabilimenti s ia del vestiario che della sussistenza. L'ultimo aspetto che il Goiran prende in esame è il modo con cui vengono soddisfatte, nella vita quotidiana dei reparti, le varie esigenze logistiche. Sia il sistema del servizio ad impresa mediante capitolato, sia il ricorso agli acquisti per appalto all'asta pubblica per molti Servizi avevano rivelato seri inconvenienti, anche se, a priori, egli ritiene che non sia da respingere nessuno dei due sistemi: i fatti hanno dimostrato, che tutta l'abilità degli amministratori f inisce per ottenere risultati molto mediocri di fronte alle insidie e alle astuzie degli speculatori. A questi una libertà sconfinata, alla quale le illusorie sanzioni penali comminate dalla legge non impongono freno efficace; agli amministratori legami spinti fino all'esagerazione di una legge sospettosa. I funzionari dello Stato non vivono. e non possono vivere a troppo iptimo contatto col mondo degli affari ...

Il Servizio Trasporti a mezzo carri e quad rupedi aveva dato luogo a frequenti litigi con le imprese private, ed era stato affidato con migliori garanzie di continuità per il tempo di guerra e allo s tesso prezzo alle Ammini strazioni ferroviarie, ottenendo così un ulteriore vantaggio anche per lo Stato che vi aveva la rga partecipazione. Il casermaggio, affidato anch'esso ad imprese civili, aveva dato luogo ugualmente a continui inconvenienti. A tale sistema, si era sostituito quello ad econom ia, sperimentando due metodi: o la gestione del materiale da parte di un consegnatario militare dipendente dal Commissario, oppure la cessione del materiale direttamente ai corpi, che lo amministravano come qualsiasi altro. Per q uan to riguarda il vettovagliamento della truppa, si era sperimentato il sistema ad economia per conto diretto dei corpi, con buoni risultati «salvo nel caso d'incuria ». Con questo sistema, i corpi ricevevano un assegno fi sso, con il quale procedevano direttamente agli acquisti: il vitto, a seconda delle condizioni dei mercati locali, riusciva più o meno buono o più o meno abbondante. Il sistema, secondo il Goiran, garantiva l'autonomia dei corpi ma non consentiva vantaggi economici, perché i venditori al minuto presso i quali i corpi si approvigionavano ·dipendevano dai grossisti, i qual i vendevano loro i generi a.Ilo stesso prezzo che avrebbero praticato, per grosse forniture, allo Stato. Questo sistema era in prova nei cinque corpi d'armata della penisola. Nei sei corpi della valle de l Po, invece, e ra stato mantenuto il sistema ad impresa, con lotti «composti con criteri relativi ad esi-


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genze di ordine militare». I generi venivano consegnati da parte dei fornitori ad appositi magazzini gestiti dal Commissariato. Secondo il Goiran, il sistema consentiva sensibili economie, presentava anche il vantaggio di funzionare come in tempo di guerra (quando sono indispensabili le grosse imprese) e lasciava una sufficiente libertà nella scelta del vitto ai corpi, permettendo anche di ottenere ribassi rispetto ai prezzi di capitolato, perché le imprese, non vincolate dalla legge di contabilità dello Stato, potevano fare acquisti dove il mercato era più conveniente e nelle epoche più favorevoli. Per la panificazione, infine, il Goiran preferisce la gestione diretta al servizio ad impresa, pur dichiarandosi convinto che allo stesSQ prezzo il mercato potrebbe fornire un pane ugualmente buono. Ma la prima esigenza è di garantire in modo assoluto la buona nutrizione del soldato, fornendog li un genere che è a lla base della sua alimentazione e si presta molto alle sofisticazioni. Occorre anche addestrare in pace il personale che deve disimpegnare in guerra il servizio della panificazione al seguito delle truppe. Di qui la necessità di conservare i panifici militari, sia pur razionalizzando e concentrando la produzione in un minor numero di stabilimenti. Il generale Goiran ci fornisce un'efficace sintesi dei principali problemi concernenti la vita logistica dei reparti a fine secolo. Ma è il generale e deputato Marazzi, nel suo libro «L'Esercito nei tempi nuovi», ad affrontare nel 1901 con uno spettro d'indagine ancor più ampio e organ ico anche i pricipali aspetti dell'amministrazione centrale e dei Servizi, fornendo soluzioni piuttosto ardite e drastiche che fanno molto di scutere (18). Per il Marazzi, l'Esercito deve essere sottoposto al pieno controllo del Parlamento, al quale il Ministro della guerra deve rispondere (senza, dunque, invocare prerogative e dipendenze speciali dal Sovrano, che non avrebbe ragione di esistere): io ho udito uomini d'ingegno lodarli, oppure lamentare l'ingerenza dd Parlamento in cose militari: però tutti i superficiali, gli ottusi, gli spaccamontagne, sono unanimamente avversi al dibattito parlamentare(...) ma l'Esercito ha un modo di affezionarsi sempre più a l popolo ed è quello d i non chiedere mai più di quanto gli è strettamente ne-

(18} cfr. F. Marazzi, L'esercito nei tempi nuovi, Roma, Voghera, 1901. Sui principali contenut i a carattere st rategico e ordinativo dell'opera si rimanda a F. Botti, Note ...(cit}, Parte I, ove già si dà qualche accenno anche ai Servizi Logistici, argomento che qui r ip rendiamo e approfondiamo.


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cessario, di dar l'esempio della semplic ità cd economia, e di non specializzare eccessivam ente la sua miss ione. (19)

L'intera opera del Marazzi, in effetti, è improntata all'esigenza di realizzare le massime economie di bilancio. Per raggiungere questo obiettivo, il Marazzi s i dichiara favorevole a un decentramento e a un aggruppamento delle diverse funzioni in un solo Ente (il reggimento): non si devono cos tituire enti incaricati ciascuno di provvedere ad una singola e generale necessità dell'Eserc ito, sì che il ministro per fare agire u n dito abbia bisogno di muovere tutto il corpo: si devono creare tanti enti s imili fra loro, in modo che essi abbiano intrinsecamente tutti gli arti per agire, appena ricevuto l'impulso centrale (20).

Le parti uguali in cui va suddiviso l'Esercito sono i reggimenti: se all'inizio dell'a nno fosse assegnata al reggimento una somma equivalente al preventivo della sua spesa, il reggimento potrebbe giungere a fine anno senza bisogno di nessun altro intervento e con i registri sempre pronti per qualsiasi verifica. Occorre abituare i Quadri, anche e soprattutlo in campo amministrativo, all'autonomia che sa rà loro richiesta in· guerra: invece in pace ogni cosa si accentra e controlla ad epoca fissa; ogni minima operazione amministrativa necessita di un permesso ed un rapporto, e per ogni fatto, con attinenza di finanza, è tolta persino l'apparenza della fiducia. Così un comandante di compagnia non può dar prova che nelle sue camerate si è rotto un vetro, per causa del vento, se non con un rapporto e mercè testimoni presenti al fatto, che il turbine compiacente attende prima di fa re il comodo suo (21).

Al livello di reggimento - osserva il Marazzi - la contabilità si fa sia presso le compagnie che presso il Comando, e i due Enti si controllano a vicenda, ma ciò non basta, occorre un terzo controllo, e neppure questo è ritenuto suffic iente, visto che il Ministero dispone ispezioni ordinarie o straordinarie e visite improvvise di cassa. Di qui un enorme sviluppo della burocrazia, «ques ta macchina inumana, che giornalmente accentra ed espande milioni di fogli, di

(19) F. Ma razzi, Op. cit., p. 16 I. (20) IVI, p. 162. (21) IVI, p. 164.


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buste, d i fasce » e un conseguente sperpero di tempo, denaro e personale. Per il Marazzi i rimedi non sono fac ili, perché la situazione è il retaggio di tempi remoti, di s istemi amministrativi adatti per piccoli eserciti, e gli inconvenienti si verificano in tutti gli eserciti. Comunque, egli propone di lasciare la massirpa indipendenza anche in campo amministrat ivo ai comandanti di corpo d'a rmata e d i divisione. E poiché gli abusi sovente nascono e non giungono a conoscenza di chi di dovere anche per il timore che l'inferiore di grado ha di chi lo comanda, occorrerebbe creare un deterrente agli illeciti separando il reclamo disciplinare da quello amm ini s trativo. Quest'ultimo potrebbe essere fatto da tutti direttamente a qualsiasi autorità, a voce o per iscritto, senza intermediari: sarebbe, questa, la procedura di controllo più efficace ed economica. Altri rimedi indicati, per la verità un po' empirici ed approssimativi, consistono nel non colmare i vuoti che si ve rificano nel personale d'ordine, limitare gli assegni di cancelleria, togliere la franchigia postale, sostituendovi un assegno fisso per le spese della corrispondenza, riformare leggi e regolamenti, concentrare il più che è possibile le funzioni amministrative e di comando in una sola persona (22).

Impiegati pochi, contabili tà semplice, stipendio decoroso: tu tto ciò sarebbe possibile concedendo una grande autonomia alle varie Amministrazioni e dando spazio a controlli automatici e gra tuiti come quello suaccennato. A livello centrale, è così sufficien te che al Ministero della guerra sia creato un ufficio con il compito di r iunire i conti annuali e giustificare le spese davanti a l Parlamento. A sua volta, la struttura del Ministero è per il Marazzi troppo pletorica e costosa: il solo gabinetto del Ministro, con gli uffici annessi, costa 2,5 milioni, e gli impiegati civili del Ministro costano 1.680.000 lire. Gli ufficiali in a usiliaria vengono lasciati inoperosi, quando potrebbero benissimo sostituire gli impiegati civili; e soltanto con il me ttere in vigore l'orario continuativo, al pos to di quello interrotto, al momento in vigore, si realizzerebbero sensibili economie. Per semplificare il lavoro burocratico, ogni grande Comando territoriale periferico dovrebbe mantenere presso il Ministero un proprio rappresentante, con il compito di trattare - a voce - le prati-

(22) IVI, p. 168.


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che del Comando stesso. In tale modo, dovrebbe b asta re per il Ministero una s truttu ra artico lata su: gabinetto del Minis tro; ufficio ragioneria per il bilancio a nnuale; ufficio di consulenza lega le e per la compi lazione delle leggi e regolamenti; ufficio per il personale (ufficiali e sottufficia li); ufficio per il materiale; ufficio pe r la truppa . Il Marazzi p ropone poi di contr arre il Genio militare, che a suo giudizio ha assorbito m ansioni logistiche e tecniche che possono meglio essere affidate a civili, oppure svolge fu nzioni (come la costruzione di o pere di fortificazione campale, e l'arte di costruire, assalire e difendere una piazza) che non possono più essere prerogative di una sola Arma . Vi sono però, a suo giudizio, discipline tecniche c he, data la complessità de lla costruzione de l moderno materiale da guerra, richiedono un vasto corredo di conoscenze scientifiche, le quali, se diffuse tra tutti gli ufficiali non sarebbero profo nde come è necessario e li distrarrebbero da i loro compiti pre ttamente bellici, mentre se concentrate solo in personale civile fi nirebbero per diventare meramen te tecniche e avu lse dalla realtà de l campo di battagli a. Di conseguenza, con una visione precorritrice che mer ita di essere qui sottolineata il Marazzi sostiene la necessità di creare un corpo tecnico, separa to dagli ufficiali d'Arma e non dipendente da una sola Arma, perché l' ingegnere m ilitare odierno non può più appartenere a un'Arma specia le, ma è opportuno le conosca tutte, e si dedichi poi in modo esclusivo alle esper ienze ed alle costruzioni (23).

Il nuovo Corpo dovrebbe essere composto da 400 uffi ciali laureati in ma te matica, da im piegare presso i grandi Comandi, a i polverifici, presso le industrie per controllare produzione e fo rniture, presso uno specia le opific io per st udi ed esperimenti s ul materiale, e in una Commissione per l'esame delle scoperte e delle nuove proposte sul materiale da guerra.

(23) IVI, p. 306.


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Anche sui singoli servizi il Marazzi formula tutta una serie di proposte, che partono da un'otticajntesa a ridurre al minimo la militarizzazione di attività, le quali con assai miglior rendimento possono, a suo giudizio, essere lasciati ai civili. La sua visione è, su molti aspetti, diametralmente opposta a quella del Goiran prima esaminata, che si può dire rispecchi il punto di vista prevalente nell'ambito dell'Esercito, e anche quello ufficiale. Così, per la Sanità militare, egli ritiene che i medici militari debbano essere pochissimi in pace, e moltissimi in guerra. Ciò si ottiene affidando ai medici militari in tempo di pace solamente la custodia del materiale sanitario, l'ordinamento del Servizio in guerra, le operazioni di leva, le visite per le varie ammissioni, le riforme e l'igiene generale delle truppe. In guerra, invece, tutti i medici civili do: vrebbero essere mobilitati. Per il resto, è «un anacronismo» avere dei farmacisti militari, e in ogni comune se esistono ospedali ordinari, si dovrebbe ricorrere, per i soldati ammalati, all'elemento civile. A me sembra strano ed inutile che in una stessa città vi sia un ospedale civile ed uno militare, quasiché il tifo preso in caserma fosse diverso dal tifo preso alla fabbrica (24).

Per quanto riguarda l'Intendenza e la Sussistenza, diversamente dal Goiran il Marazzi ritiene che, gli ufficiali di Commissariato (usciti dalle file dei combattenti, onde meglio conoscerne i bisogni) debbano essere addetti a mansioni direttive, ispettive, e di consulenza tecnica presso gli alti Comandi, e debbono, in pace, avere soprattutto il compito di riconoscere le zone di confine per individuare le risorse, e mantenere i contatti con le industrie e le Camere di Commercio, in modo da potere in breve tempo, all'occorrenza, concentrare i rifornimenti là ove servono. Per il resto, i corpi devono provvedere direttamente all'acquisto del pane e della carne, senza bisogno che vi siano compagnie di panettieri militari addetti alla confezione,di un pane che costa molto anche in trasporto e dazio, e non giunge mai fresco alla truppe. Le nozioni pratiche necessarie per la panificazione in guerra si possono apprendere alle grandi manovre, e del resto è assai facile in caso di mobilitazione reperire tra il personale chiamato alle armi gli specializzati necessari, anche per la macellazione della carne.

(24) IVI, p. 3 I 9,


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NaturaJmente il Ma razzi è decisamente contrario al mantenimento degli stabilimenti militari per la costruzione di armi e materiali militari. Sì tratta dì «istituti a base di socialismo di Stato», antieconomici per una serie di ragioni: sono senza lo stimolo della concor. renza, non utilizzano appieno la manodopera e la potenzialità produttiva, sono diretti non da personale specializzato che vi si dedica tutta la vita così come richiedono le moderne esigenze tecnologiche, ma da quadri tratti da i reggimenti che vi rimangono per breve tempo. Tutto, quindi, deve essere affidato all' industria privata, meno la fabbricazione delle polv.eri e degli esplosivi, particolarmente delicata per la s icurezza pubblica e privata. Anche sulla questione delle servitù mili tari e degli immobili militari il Marazzi ferm a la sua attenzione, con interessanti proposte: le servitù militari dovrebbero essere mantenute nel le zone di fronti era, ma abolite al l'interno del Paese, previo pagamento volontario da parte dei proprietari di una somma a titolo di riscatto che servirebbe a potenziare la difesa dei confini. Vi sono poi molti immobili che con le riforme proposte diverrebbero inutili, e che dovrebbero essere a liena ti dedicando il ricavato a nuove costruzioni, visto che una gran parte del le truppe ita liane sono male al loggia te, « e ciò ha perniciosa infl uenza sull'igiene, sulla disciplina, sull'istruzione del solda to». Le ferme brevi - egli osserva - impongono di economizzare nel tempo. Ciò avverrà quando c iascun reggimento potrà alloggia re in una sola caserma, in prossimità delle aree dove manovrare(...) quando tettoie e porticati renderanno possibili gli esercizi di tiro, di ginnastica, di maneggio di armi, anche piovendo a dirotto e con rigido clima. Buoni quartieri, con razional i cucine economiche, con magazzini sani per le derrate, con metodi moderni di illuminazione e di riscaldamento, vuol dire economia sensibile di uomini per i servizi secondari, per le guardie, per la pulizia (...) Bisogna poi riflettere che certi immobili, inadatti per uso militare, hanno, commercialmente parlando, un elevato valore, perché s i trovano a l centro di c itta popolose: essi si possono vendere, e col r icavato costruirne altri moderni alla periferia delle città principali ... (25).

Questi nuovi immobi li - inutile dirlo - andrebbero costruiti a ditte private, e non dal Genio militare.

(25) IVI, p. 349.


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Queste idee del Marazzi sono magistralmente contestate sulla Rivista Militare dal nome più illustre del periodo in materia tecnicoamministrativa, autore di numerose pubblicazioni sui Servizi logistici e insegnante alla Scuola di Guerra: il capitano Commissario dott. Luigi Gritti (26), che rivolge le sue critiche soprattutto all'idea del Marazzi di fare del reggimento il centro fondamentale delle attività logistico-amministrative, con larga autonomia. Secondo il Gritti, addossare al reggimento una tal massa di attribuzioni nei vari settori è contrario ai più elementari principi scientifici della suddivisione del lavoro, e significherebbe solo un pernicioso ritorno a ll'antico (in effetti, la complessa e pesante fisionomia logistica del corpo prevista dal Regolamento di amministrazione del 1840, che pure aveva dato luogo a tante lamentele, aveva molti punti di contatto con la visione del Marazzi). Con quella sconfinata autonomia che quest'ultimo propone, si pretenderebbe troppo dai Quadri, perché noi avremmo fatto degli amministratori del reggimento dei veri enciclopedici: comandanti di truppa, periti chimici industriali e bromatologici, negozianti, ingegneri, panettieri ecc. ecc., essi dovrebbero a tutto attendere, di tutto essere regolatori coscienti, dimenticando l'insegnamento della scienza economica (...) sarebbe economicamente dannoso il confondere nelle stesse persone l'esercizio delle funz ioni dicomando e di amministrazione (senza pregiudizio, s'intende, della preminenza delle prime sulle seconde), come nel campo dei servizi sarebbe del pari dannoso il non separare le funzioni strettamente amministrative da quelle più propriamente tecniche.

L'autonomia assoluta del reggimento negli acquisti è anche antieconomica, visto che, a quel livello, è possibile solo acquistare al minuto, senza poter fruire delle economie di scala consentita da quegli acquisti all'ingrosso che solo l'Amministrazione militare centrale è in grado di effettuare. Ma i difetti più gravi delle soluzioni indicati dal Marazzi sono, a parere del Gritti, nella tendenza esasperata alla «privatizzazione» della gestione dei singoli Servizi, la quale ignora che l'amministrazione di un esercito non può tendere a fini puramente economici e del tempo di pace, bensì deve tendere prima di tutto a soddisfare

(26) L. Gritti, Il motore amministrativo militare nel libro «l'Esercito nei tempi nuovi» «Rivista Militare», 1905, voi. Il, Disp. IV.


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i bisogni e le esigenze spec iali del tempo di guerra, che devono essere affrontati in momenti di gravissima crisi con procedimenti ben conosciuti e non nuovi, e da organi a ciò addestrati fin dal tempo di pace, quindi non improvvisati. Peraltro, anche considerando la situazione del tempo di pace il programma del Marazzi non è secondo il Gritti accettabile per una serie di ragioni: a) per il vestiario ed equipaggiamento, non potendo i reggimenti effettuare grossi acquisti, le ditte fornitrici si tutelerebbero con aumenti di prezzo dalla mancanza di sbocchi sicuri per una produzione continuativa, e quindi a buon mercato, di oggetti speciali che non hanno mercato civile; b) il progresso della chimica rende facili le frodi, e impone collaudi severi, con personale specializzato, che possono avvenire solo a livello centrale, a meno di r inunciarvi o di moltiplicare il personale addetto in misura larghissima, con grande onere finanziario; c) con la centralizzazione degli approvvigionamenti si ottengono minori fondi di magazzino dei vari materiali, e quindi minor capitali immmobilizzati; ciò vale anche per il servizio di casermaggio, per il quale nell'VIII corpo d'armata si è fatta «una larga e infelice esperienza» che non è il caso di ripetere; d) lasciando interamente aì reggimenti l'acquisto deì generi per il vettovagliamento, si avrebbe anche in questo caso un aumento di spesa. La confezione del pane in opifici militari mette al sicuro dalle frodi, che i reggimenti non possono scoprire. I comandanti di reggimento non desiderano di meglio che il pane militare; e) il Servizio Sanitario militare è necessario, perché nessun medico civile, in tempo di pace, potrebbe accettare gli orari dì servizio, la necessità di presenziare a rapporti, manovre, esercitazioni ecc .... L'esercito ha «ma lattie speciali» perché anche le malattie comuni vi seguono un decorso particolare; il costo del ricovero negli ospedali civili supera quello della cura negli ospedali militari, mentre a nche la soluzione della cura a domicilio, indicata dal Marazzi, richiederebbe una sorveglianza disciplinare assidua e sarebbe applicabile solo a una aliquota minima di militari agiati. Il Gritti conclude che un'unità deve essere in grado prima di tutto di soddisfare il suo compito operativo; le funzioni amminis trative devono perciò mantenersi entro ristretti limiti. Solo se il reparto non sarà oberato dalle pastoie che implica la gestione amministrativa dei vari Servizi sarà mobile al massimo grado. Inoltre, l'organizzazione delineata dal Marazzi renderebbe estremamente difficile la po-


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sizione del colonnello, che non potrebbe esercitare nella loro pienezza le sue funzioni prettamente militari. Tuttavia, anche il Gritti si dichiara, per altro verso, fautore di «una radical issima riforma», basata su una semplificazione e su un decentramento. che seriamente rendessero all'esercito italiano il grande servizio di redimerlo dalla sua sottomissione al più pesante ed ingombrante accentramento che si verifichi nelle pubbliche amministrazioni del nostro paese, dove tanto prospera il sistema di tutto affidare al potere centrale e di tutto attendere da esso senza troppo curarsi della sua competenza.

Tenendo presente che l'esercito è uno strumento di guerra e che lo stato di pace è un periodo per esso transitorio, la soluzione del Gritti indicata è il decentramento dal Ministero ai corpi d'armata (assistiti dai «competenti organi ausiliari militari») della maggior parte delle attribuzioni logistiche. Si può affermare che queste tesi del Goiran, del Marazzi e del Gritti servono egregiamente ad individuare i punti nodali intorno ai quali si svolge tutto il dibattito fino alla prima guerra mondiale, sui quali torneremo. Daremo peraltro, qui di seguito, anche un accenno ad altre voci, tra le quali un ruolo preminente assumono rilievi e proposte della Commissione d'Inchiesta sull'Esercito del 1907. 4. IL PROBLEMA DELL'AMMINISTRAZIONE CENTRALE DELLA GUERRA E DEL FUNZIONAME NTO DEI SERVIZI AMMINISTRATIVI SECONDO LA COMMISSIONE D'INCHIESTA SULL'ESERCITO (1907 - 1909)

La Commissione d'Inchiesta sull'Esercito, istituita da Giolitti nel 1907, «con l'incarico di indagare sui servizi dipendenti dal Ministero della guerra», non del tutto a torto fu vista con assai poca simpatia da parecchi militari del tempo, anche perché, a mente della legge istitutiva, per l'esecuzione del suo mandato poteva «citare e sentire testimoni, eseguire ispezioni, ordinare perizie, richiedere e sequestrare documenti, e fare tutte quelle altre indagini che possono condur re all'accertamento della verità, il tutto con i poteri relativi attribuiti al magistrato inquirente dal codice di procedura penale ... » (27).

(27) Legge 6 giugno 1907, n.287, Art. 3 (Gazzetta Ufficiale n. 137 dell' 11 giugno 1907).


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Tuttavia, al di là delle polemiche del tempo, dei modi e dei tempi dell'indagine e di talune tesi opinabili, le relazioni della Comrnission - della quale faceva parte anche il Perrucchetti (28) - contengono parecchi aspetti meritevoli di essere presi in esame in questa sede, perché servono a meglio mettere a fuoco la problematica logistico-amministrativa, specie nella sua impostazione generale e nella struttura del Ministero della guerra (29). Anche la Commissione - come più o meno tutti gli autori del periodo - ritiene non più rispondenti e tali da aumentare il carico burocratico a livello reggimento l'eccessivo accentramento di funzioni e responsabilità amministrative nel Ministero, e il canale diretto Ministero-corpo, che esclude i comandi intermedi (divisioni, corpi d'armata) da responsabilità e attribuzioni operative nel campo dei Servizi. E anche la Commissione si pronuncia per una semplificazione e per una maggiore autonomia dei livell i inferiori, autonomia che non dovrebbe comportare la necessità di un aumento del personale addetto, bensì una sua diminuzione, visto che sarebbe meno necessario ricorrere alla copiosa corrispondenza tra corpi e Ministero, e molte pratiche verrebbero risolte a livello locale e a voce. Divergendo dal Goiran e, in parte, anche dal Marazzi, la Commissione si dichiara però contraria all'istituto delle masse: non è più possibile, come in passato, che ogni atto amministrativo abbia principio e fine a livello di corpo. Con il progresso delle comunicazioni, ad esempio, sono diventate molto frequenti le somministrazioni di viveri in natura da parte dell'Amministrazione centrale, che vengono defalcate dalla quota fissa giornaliera per il rancio del soldato; e anche sulle altre voci (vestiario, indennità comuni) lo Stato preleva quote corrispondente alla legna, alla «quota letto», alle materie prime per il vestiario e ai capi di corredo confezionati a cura dell'Amministrazione centrale. In tal modo, il sistema delle masse sopravvive solo a livello formale, ed è stato svuotato del suo contenuto. Contemporaneamente, è venuto meno anche lo stimolo a ben amministrare spesso citato tra i suoi vantaggi, per il contemporaneo concorso di tre cause: l'iniziativa degli organi reggimentali come abbiamo ora dimostrato, ben poco può influire sul complesso della gestione economica del cor-

(28) Sull'opera del Perrucchetti, uno dei più fecondi sLudiosi e auLori militari dell'inizio de l secolo, cfr. F. Botti, NoLe ...(cit.). Parte I. (29) Gli argomenti che ci accing iamo a trattare sono contenuti specialmente in Commissione d'Inchiesta per l'Esercito. Relazione Quarta, Roma. Tip. MantellaLe, 1909.


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po; l'esiguità dell'assegno in rapporto al costo reale delle cose non lascia più s perare il conseguimento di economie; ed in[ine e soprattutto il Ministe ro è spesso costretlo a prendere agli uni i loro avanzi per attenuare i disavanzi degli altri, togliendo così di fatto alle masse quel carattere d'autonomia patrimoniale per il quale si difendono (30).

Un altro grave inconveniente, secondo la Commissione, è r appresentato da l.l'imposs ibilità per il Ministero della guerra di iscrivere nel bilancio annuale la somma effettivamente spesa. La spesa - basata su una quota fissa per uomo e cavallo - risulta infatti inferiore al rea le, perché non risultando sufficienti tali quote fisse, il Ministero de lla guerra deve aprire con il Tesoro un conto corrente per prelievi suppletivi, e/o fare votare dal Parlamento stanziamenti per colmare i crescenti disavanzi delle masse. Riguardo al funzionamento degli organi a mministrativi al livello di reggimento, la Commissione rileva che, per quanto esista un Consiglio di Amministrazione che è il solo responsabile del denaro e dei materiali, il colonnello è ugualmente oberato da pratiche amministrative che lo distraggono dalla sua attività principale, che dovrebbe essere l'educazione del soldato. A loro volta, i componenti del Consiglio di Amministrazione spesso non conoscono bene i loro compiti, e poiché il Direttore dei Conti è il più esperto nell'interpretare «le intricate norme regolamentari», accentra di fatto su di sè gran parte degli atti amministrativi, la cui responsabilità rimane al Consiglio. Le conseguenti proposte della Commissione sono: I 0 ) l'abolizione delle masse, iscrivendo nel bilancio della guerra non più gli assegni ritenuti sufficienti, ma la spesa reale occorente a tutti i bisogni dell 'Esercito; 2°) il decentramento di funzi oni, ottenuto riunendo in una sola le due Direzioni Generali amminis trative de l Ministero e ripartendo le attribuzioni tra la nuova Direzione Generale unica e gli uffici amministrativi da istituire presso i grandi Comandi periferici (corpi d'annata), in modo da lasciare all'Ammin istrazione centrale l'a lta direzione e la vigilanza su tutti i Servizi, affidando l'a ttività esecutiva ai Comandi territoriali periferici; 3°) la riduzione al minimo del carico amministrativo dei corpi, affidando nell a più larga misura possibile il vettovagliamento agli stabilimenti e magazzini di Intendenza, e il servizio di cassa alle se-

(30) IVI, pp. 152 · 153.


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zioni di tesoreria, e semplificando i procedimenti e le scritture amministrative in modo da poter fare a meno ne i corpi di personale specializzato (ufficiali contabili); 4°) la costituzione di un ruol o unico degli uffic iali che hanno compiti di amministrazione e contabilità (Commissari e contabili); 5°) l'attribuzione al Ministero, a i Comandi territoriali e a quelli dei corpi della responsabilità generica del buon andamento a mministrativo, e l'attribuzione della responsabilità diretta della esecuzione della gestione ai funzionari dell'Intendenza ed agli impiegati d'Amministrazione; 6°) l'alleggerimento de lle responsabilità amministrative del colonnello, facendone «una specie di moderatore e vigilatore» dell'opera degli organi amministrativi del reggimento, tra i quali il principale sarebbe una Commissione amministrativa presieduta dall'ufficiale di grado più elevato dopo il colonnello, che de libererebbe su tutto qua nto ha a ttinenza a ll'amministrazione del corpo, con diritto di veto da parte del colonnello; i comandanti di compagnia continuerebbero ad esercitare funzioni amministrative. Questi nuovi orientamenti suggeriti dalla Commissione d'Inchiesta hanno profondi rifless i a nche sui principi che regolano il trattamento giornaliero del soldato. Secondo la Commissione, gli assegni ai corpi, anche per ridurre le operazioni di gestione del denaro, non possono essere sempre della stessa misura, ma devono tenere conto della possibile diversità dei prezzi per ragioni di tempo e luogo, e delle somministrazioni dirette in natura da parte dell'Intendenza che anche esse possono variare. Più che la cifra in denaro da destinare al soldato, ciò che importa è fornirgli comunque la quantità e qualità di viveri e materiali rite nuta indispensabile per la sua efficienza: Pare quindi alla commissione che ciò, che debba essere stabilito, non sia la somma che si vuol s pender e per manlenere ogn i saldalo in ogni giorno di presenza: ma bensì di quali cose debba essere provveduto, e in c he quantità. La spesa certamente sarà variabile, ma lo è anche attua lmente, salvo che ora, fino al limite dell'assegno fisso è a carico del bilancio, e a l di là di questo lim ite provvede il Tesoro per mezzo del conto corrente e con sovvenzioni alle masse (31 ).

In conclusione, per la Commiss ione i corpi dovrebbe ricevere dall'Intendenza la massima quantità di merci, materiali e viveri pos-

(3 1) IVI, p.190 e segg.


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sibile, il che costituirebbe la parte maggiore delle loro compentenze, mentre in denaro riceverebbero: - un assegno proporzionato alla forza effettiva, per il soldo e per il miglioramento rancio; - un fondo proporzionato alla forza, per la manutenzione del vestiario e del casermaggio; - un fondo commisurato a reali bisogni per le spese di carattere generale. In tal modo, la Corte dei Conti potrebbe esercitare.un pieno controllo su tutti gli atti relativi ai rifornimenti e agli acquisti di ogni genere, fatta eccezione per i fondi concessi ai corpi, per i quali, secondo la Commissione, sarebbe sufficiente la dimostrazione contabile del loro versamento a coloro cui competono. Le proposte della Commissione d'Inchiesta vengono, nella sostanza, condivise dagli autori militari del periodo per quanto riguarda il sistema delle masse, da tutti giudicato ormai arcaico e fonte di complicazioni burocratiche; non mancano, tuttavia, diverse posizioni su argomenti particolari. Ad esempio il Gritti, ne.Ile lezioni alla Scuola di Guerra r iportate nei suoi «Elementi di Amministrazione Generale e Militare » del 1910 (che, per inciso, ci sembra rappresentino il miglior trattato del periodo in materia) (32) va al di Jà delle conclusioni della Commissione, fino a riconoscere che l'amministrazione e contabilità dei corpi del tempo: 1°) «non è legale},, in quanto il Regolamento di amministrazione allora vigente era stato pubblicato con semplice determinazione ministeriale e in deroga e in antitesi aJla normativa per la contabilità dello Stato, e si imperniava sul sistema delle masse che sottraeva al controllo della Corte dei Conti la gestione dei fondi dei corpi; 2°) «non è semplice» (1000 pagine di regolamento e necessità di numeroso personale contabile); 3°) «non è adattabile a l tempo di guerra». Anche su altri particolari aspetti, il Gritti non concorda con la Commissione d'Inchiesta: egli ritiene che la distinzione tra assegni e fondi e la sottrazione al controllo della Corte dei Conti di questi ultimi, ricreerebbe in piccolo le masse, le cui eventuali eccedenze costituirebbero pur sempre un fondo facilmente stornabile dal Ministero; in ogni caso, a suo giudizio una regola di tanta importanza,

(32) L. Gritti, Elementi di amministrazione generale e miliiare - Voi. II Amministra,ione militare, Torino, Oliviero, 19 l O, pp. 248 . 250.


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. come il controllo parlamentare su qualsiasi spesa dello Stato, non dovreb be subi re eccezioni di sorta. Forse, la proposta della Commissione d'Inchiesta che incontra maggiore opposizione è l'abolizione degli ufficiali contabili e la fusione di contabili e Commissari in un unico corpo. Quella della Commissione non può d irsi un'idea nuova e originale: già nel 1903 proprio il Taleschi, capitano contabile (33), proponeva, per ridurre le spese, di abolire il sistema delle masse, e anche di sopprimere completamente il corpo contabile. Il Commissariato avrebbe dovuto assumere su di sè tutti i Servizi amministrativi e contabili dell'Esercito, e in particolare l'amministrazione e contabilità degli stabilimenti di sussistenza, panifici, magazzini, casermaggio, ospedali militari ecc. Va messo in evidenza che queste insolite idee del Taleschi, nella recensione del suo libro sulla Rivista militare (34) non sono certo ritenute peregrine: il recensore concorda sull'opportunità di abolire le masse, e in quanto alla soppressione del corpo contabile, ritiene che si tratta di una proposta sorprendente, perché fatta proprio da un contabile, «ma d'altronde avvalorata da serie e plausib ili ragioni». Sulla questione del corpo contabile e sulla sua possibile fusione con il Commissariato si sviluppa un dibattito, del quale diamo qualche breve cenno, premettendo che si trattava, all'epoca, di due corpi indipendenti con compiti d iversi: il corpo di Commissariato, istituito nel 1873 con funzioni prevalentemente direttive e ispettive nel campo amministrativo (ma anche di direzione tecnica, amministrativa e contabile degli stabilimenti militari), e il corpo contabile, istituito anch'esso con l'ordinamento del 1873, con funzioni a carattere maggiormente esecutivo, di gestione dei materiali e di tenuta delle scrittu re contabili presso i corpi e gli stabilimenti (ove il personale contabile disimpegnava spesso le funzioni di Direttore dei Conti). In tal modo, anche se tra i due corpi si delineava una certa area di sovrapposizione, al corpo contabile rimanevano affidate mansioni di livello inferiore a quella del corpo di Commissariato, il che era occasione di punti di frizione e di malumori. Il corpo di Commissar iato militare, a quanto si lamenta in un articolo sulla Rivista militare del 1900 (35), aveva attraversato nella

(33) Cfr. C. Taleschi, op. cit. . (34) «Rivista Militare», voi. II, Disp. V, pp. 788 - 789. (35) V. Turletti, Il Corpo di Commissarialo militare ed i suoi studi, «Rivista Militare», 1900, vol. III, Disp. VII.


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seconda metà del secolo XIX un travaglio organico non sempre giustificato, che aveva fino ad allora impedito una sana evoluzione dei suoi compiti e delle sue strutture, in vista dell'impiego bellico: da un'intendenza militare che non aveva fatto cattiva prova e che ad ogni modo conteneva buoni e giovani elementi, con radicali trasformazioni uscì nel 1867 una intendenza ridotta e nel 1873 un commissariato militare ancora ridotto e meno che mai definito nella sua essenza e natura. Attorno a questo, con varietà di criteri e spesso col cri te- · rio unico dell'economia lavorarono per 25 anni i riformatori, malgrado che nessuna campagna o altro fatto importante venisse a suggerire e additare riforme( ...) si adottarono misure atte a soddisfare criteri del momento, esigenze di bilancio, o quanto meno ad utilizzare in un modo qualunque questo personale di cui non si sente vera necessità che in tempo di guerra(...) una strana fatalità poi perseguita il Commissariato militare fin alla sua nascita: riforme piccole e grandi sono sempre imminenti.. ..

Di questa instabilità di criteri finì col risentire il morale del corpo e la sua omogeneità, dato che risultava composto di personale con le provenienze più disparate. L'autore dell'articolo (Vittorio Turletti, distintissimo ufficiale Comissario) lamenta poi l'abbandono degli studi logistico-amministrativi in Italia, studi tanto necessari per la preparazione dell'ufficiale Commissario, e anche la preparazione degli ufficiali di complemento, della riserva e in congedo è trascurata, sì che in ultima analisi il corpo n'on è preparato a svolgere le sue importanti funzioni in guerra. Ciò avviene perché - data la confusione di poteri e responsabilità - è il Ministero stesso ad essere «costretto» a prendere sotto tutela il corpo stesso e ad occuparsi anche dei suoi studi e dei suoi bisogni. Il corpo infatti è acefalo, non ha un cuore e un cervello. Delle questioni logistico-amministrative si occupa anche il reparto Intendenza dello Stato Maggiore ove prestano servizio taluni ufficiali di Commissariato, ma a tale reparto non compete rappresentare il corpo presso il Ministero, o diffondere gli studi fra gli ufficiali. Occorrerebbe pertanto creare un centro direttivo del corpo, con il compito di istruirne il personale, emanare disposizioni generali, promuovere studi e suggerire al Ministero i provvedimenti più idonei, esonerando il Ministero stesso da una tutela che ha dimostrato di non poter esercitare, e che dev'essere eredità dei tempi nei quali azienda di guerra e intendenza formavano un solo tutto e la seconda non era che la rappresentanza della prima nella circoscrizione territoriale.


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Fin dal tempo di pace, inoltre, dovrebbero essere costituito il nucleo dell'Intendenza di guerra: vi sono gli intendenti delle armate, ma essi rimangono nominati in pectore, cioè non han posto nell'organismo di alcun corpo. Così la carica cui il Von der Golz attribuisce la missione di render possibile ciò che è impossibile, è da noi considerata come onoraria o platonica in tempo di pace.

Nemmeno i Direttori di Commissariato periferici possono dare impulso a lla preparazione ai compiti di guerra, avendo nella gestione del Serviziò responsabilità dirette che li assorbono completamente, e non consentendo loro di assolvere le pur previste funzioni ispettive e di promuovere tra i Quadri dipendenti studi, conferenze e manovre, facendoli piuttosto diventare modesLi capi ufficio gerenti responsabili di minuzie burocratiche che completamente li assorbono.

In tal modo, il personale direttivo dimentica i «compiti supremi», per i« compiti giornalieri». Ma anche il personale esecutivo deve essere maggiormente preparato, e una riforma si rivela necessaria particolarmente nel servizio di s ussistem::a, in quanto coll'esaurimento degli ufficiali contabili provenienti dall'antico personale civile contabile, agli stabilimenti militari è venuta mancando la gente pratica ed il sistema di a lternare detti ufficiali ai servizi di contabilità ed a quelli del vettovagliamento, pare dia luogo al grave inconveniente di non poter più contare s u sufficiente numero di provetti consegnatari di panifici.

Per i problemi del corpo contabil e, una soluzione molto equilibrata, e si direbbe quasi salomonica, viene suggerita nel 1908 dal tenente còntabile Bertozzi (36), il quale sottolinea le difficili condizioni morali e materiali degli ufficiali del corpo, il cui accesso ai gradi di ufficiale superiore viene con ti nuamente limitato (vi sono tenenti con 20 anni di spalline), e che vengono posti in netto subordine al corpo di Commissariato, senza avere una personalità e una fun zione propria ed esclusiva.

(36) Cfr. A. Bei-tozzi, Studio sul corpo concahile mi/ilare, Modena, soc. Tip. Modenese, 1908.


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Secondo il Bertozzi, siccome si può abolire il corpo contabile, ma non abolirne le funzioni, le soluzioni, visto che gli ufficiali d' Arma combattente dichiarano di non avere nessuna simpatia per le attribuzioni contabili, rimangono due: 1) sopprimere il corpo contabile e integrarlo in quello di Commissariato, che potrebbe assumere il nome di Corpo d'Intendenza; 2) distingue.re nettamente le sue attribuzioni, ora in parte sovrapposte a quelle del Commissariato, da quelle di quest'ultime . . Nel primo caso, si adotterebbe una soluzione analoga a quella dell'Esercito tedesco, ove esiste un corpo d'Intendenza i cui componenti sono assimilati aJ grado militare, e corrispondono in linea di massima ai nostri ufficiali di Commissariato, peraltro con mansioni più estese in quanto attendono anche all'amministrazione degli ospedali e delle costruzioni militari, mentre a livello di corpo vi sono solo ufficiali pagatori. Il nuovo corpo di Intendenza italiano dovrebbe essere composto da ufficiali a pieno titolo al pari dei combattenti. Gli ufficiali inferiori (in numero di due) dovrebbero essere destinati pressi i corpi, scuole e stabilimenti, e gli ufficiali superiori presso le Intendenze di corpo d'armata e di divisione. La contabilità di corpo verrebbe in gran parte accentrata a livello divisione, lasciando ai corpi una fisionomia analoga a quella dei distaccamenti: in tal modo, basterebbe al livello di corpo un ufficiale «di amministrazione» (contabilità e gestione del denaro) e· uno «di magazzino» (materiali). La seconda soluzione indicata dal Bertozzi consiste nel delimitare più nettamente le rispettive funzioni dei due corpi, in modo da evitare che il corpo contabile sia, di fatto, in subordine a quello di Commissariato. Al corpo di Commissariato dovrebbero essere riservate funz ioni esclusivamente amministrative, comprendenti affari di amministrazione generale, stipulazione contratti, approvvigionamenti vari, vigilanza sulle imprese e forniture, studi. Al corpo contabile dovrebbe essere riservato, invece, il servizio di contàbilità nei corpi, scuole, ospedali e stabilimenti, la direzione tecnicoamministrativa e contabile degli stabilimenti e magazzini centrali, il governo del personale di truppa addetto, il servizio di controllo nei magazzini centrali militari. Assai più drastiche, fino ad essere veementi, le posizioni del maggiore contabile Farella, che sulle colonne del periodico La Preparazione nel 1909 e nel 1910 si batte contro il progetto di abolizione sic et simplìciter del corpo contabile (ritenendolo indispensabile presso i corpi nonostante le possibili semplif icazioni della contabilità)


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e difende anche il prestigio degli appartenenti al corpo stesso, contro la tendenza di taluni a considerarli come una sorta di scarto, di «ripiego » per gli ufficiali d'Arma combatte nti non idonei. Anch'egli contrario a l sistema delle masse, il Farella richiama l'attenzione sulla necessità - al tempo sottovalutata - di a lleggerire i comandanti di compagnia delle mansioni contabili e amministrative, in quanto la brevità della ferma, l'intensità delle istmzioni e la deficienza dei graduati; p iù non consentono che un capitano s i dedichi con la calma necessaria al disbrigo di ta li operazioni , ta nto più che egli non ha più in suo a iuto, come prima, il provvidenzia le furiere (37).

Sul progetto di abolizione degli u fficiali contabi li, egli osserva, in particolare, che la fisima delle economie sui servizi amministrativi militari e nei personal i che vi sono addetti, è un male inve terato ed inguaribile di qualche uomo di governo, di alcuni parlamentari, e soprattutto di molti orecc hia nti, che non conoscono e cons iderano a qua li e quanti delicati, ed importanti, anzi vitali servizi, attende con assidua previdenza e con giusta provvidenza l'amminis trazione militare (38).

Non basta l'abolizione dei cinque o sei minuziosi specchi che costi tuiscono la contabilità di ciascuna massa a rendere inutili gli ufficiali contabili. Pe rtanto, il Farella si dichiara contrario alla proposta della Commissione d'Inchiesta di abolire questi ultimi presso i corpi. Nella realtà, essi continuano ad essere indi spensabi li per le molteplici incombenze della contabili tà che i Consigli di Amministrazione non possono sbrigare, perché non ne hanno il tempo, specie oggi che sono aumentate le esigenze de l servizio e quelle connesse con il governo del personale. Senza contare che le molteplici incombenze del servizio impediscono spesso a l Consiglio cli riunirsi al completo, per i tanti incarichi che ha ciascun membro, incarichi i quali gli impediscono cli studiare a fondo gli a rgomenti su cui deve decidere. E anche con il nuovo sistema proposto non potrebbero comunque essere soppresse tutte o quasi tutte le mans ioni del Di rettore de i conti e de l Rela-

(37) M. Farella, A proposito delle masse interne dei corpi, « La Preparazione» del 22 febbraio 19 1O. (38) IV/.


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tore, figure su.Ile quali poggia di fatto gran parte dell'amministrazione del reggimento. Il Parella si dichiara in linea di principio d'accordo sulla fusione in un unico Corpo d'Intendenza militare degli ufficiali di Commissariato e degli ufficiali contabili, ma non condivide la prevista attribuzione dei compiti al nuovo corpo, il quale non dovrebbe avere mansioni di gestione, che potessero sciuparlo in cose piccole, ma, di primo acchito, funzioni amministrative molto alte - alte tanto che potrebbero andare a perdersi tra le nuvole... (39).

Invece al nuovo corpo di Intendenza a suo giudizio, dovrebbero essere attribuite tutte le funzioni, dalle più modeste aJle più elevate, secondo i gradi. Non manca chi, come «F.C. », sempre sulle colonne de La Preparazione (40) non condivide il progetto di fusione dei due corpi, motivato dalla sovrapposizione di molti compiti. Secondo F.C., quest'idea implica una confusione tra cose diverse, perché il corpo di Commissariato esiste soprattutto per il tempo di guerra, per essere preparato al disimpegno dei servizi d'Intendenza in guerra (vettovagliamento, vestiario, ecc.) e la fusione non riuscirebbe facile, per la disparità di provenienza, studi ed attitudini degli ufficiali dei due corpi,la cui armonizzazione spingerebbe lontano nel tempo l'effettiva fusione. Quale sbocco concreto ebbero le proposte della Commissione d'Inchiesta e, in genere, il dibattito in corso da molti anni, mirante a semplificare il sistema amministrativo militare, e, al tempo stesso, a farlo rientrare nell'ambito delle norme sulla contabilità generale dello Stato? Il 27 dicembre 1907 venne presentata al Parlamento dal Ministro Viganò un progetto di legge, poi decaduto con le dimissioni del Ministro di lì a qualche giorno, il quale si riprometteva di «legalizzare» la esistenza deIJe masse interne dei corpi, e di fissare i proventi che dovevano essere alle stesse devoluti. Diverso l'orientamento del Ministro Spingardi, succeduto a Viganò, che con la legge 17 Ju-

(39) M. Farclla, La Commissione d'Inchiesta e i servizi amministrativi, «La Preparazione» del 17 - 18 giugno I 906. (40) F.C., Pel rio_rdinamento de,i sen,izi amministrativi e contabili - il personale, «La Prepara:t.ione» dell'l - 2 aprile 1909.


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glio 191 O, n.51 1 recepì in buona parte le proposte della Coni missione d'Inchiesta e di molti altri studiosi: vennero aboliti il sistema delle masse e il conto cor.rente fino ad allora aperto dal Ministero della guerra presso il Ministro del tesoro per colmare le deficienze delle masse stesse, e fu attuato il decentramento della somministrazione dei fondi alle Direzioni di Commissariato territoriale. Al tempo stesso, però, la legge intese tutelare la specificità militare, mantenendo una certa autonomia ed elasticità al bilancio della guerra, anche in deroga alla legge di contabilità generale dello Stato. Questo perché, come osservava il direttore de La Preparazione Enrico Barone commentando favorevolmente il provvedimento quando ancora era in gestazione, non può sfuggire ad alcuno che l'amministrazione militare ha bisogni del tutto speciali, diversi da quelli di tutte le altre. Infatti, non si può negare che essa richiede come condizione essenziale, che lo svolgimento dei vari servizi dipendenti non sia mai arrestato o inceppato da causa alcuna, poiché, data la svariata natura delle necessità dell'esercito e la delicatezza dei compiti cui deve attendere, un ritardo anche breve potrebbe essere causa di conseguenze assai gravi e talvolta anche irreparabili (41 ).

In tal modo, accanto allo stanziamento in bilancio cli previsione di tutti i fondi occorrenti ogni anno (in modo che essi fossero espressione completa e reale della spesa), fu prevista anche l'istituzione di un fondo di riserva cui attingere qualora i fondi compresi in qualche capitolo risultassero insufficienti, fu concessa al potere esecutivo la facoltà di ottenere, in caso di eccezionali bisogni, l'apertura di un credito straordinario presso la Tesoreria Centrale dello Stato, e venne infine prevista una serie cli deroghe alla legge di contabilità generale dello Stato (contratti, ispezioni affidate a militari e non a civili come voleva la Commissione d'Inchiesta ecc.). Questi provvedimenti tenevano dunque conto di una serie di esigenze funzionali che si presentavano soprattutto in stato di guerra (l'impresa di Libia era ormai alle porte). Ne veniva salvaguardato il principio della condizione speciale nella quale doveva operare l' Amministrazione militare, e gli auspici e i requisiti dianzi indicati dal Gritti non erano appieno seguiti.

(41) Cfr. Riforme sull'Amministrazione e contabilità. dei corpi (non firmato, ma attribuibile al Direttore), «La Preparazione» del 19 - 20 maggio 1910.


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5. l

SERVIZI DI CAMPAGNA DI FRONTE ALLE NUOVE ESIGENZE DELLA «GUER-

RA TOTALE» E DI MACCHINE

Si è potuto finora constatare quanto sia .stato laborioso e controverso il processo di adeguamento a nuovi e più aggiornati criteri funzionali della spina dorsale dell'insieme, cioè il sistema amministrativo ce·n trale e periferico, di per sè tale da condizionare l'intera struttura logistica. A questo punto, viene da chiedersi come è stato visto, fin dai primi anni del secolo, l'evolversi dell'organizzazione e del funzionamento dei Servizi di campagna, con particolare riguardo alle branche che più avrebbero dimostrato, durante il conflitto, la loro importanza: Sanità, Armi e Munizioni, Trasporti. Più nel concreto, in che misura sono stati previsti gli enormi consumi, e l'enorme incremento di taluni o ,·gani logistici dal 1915 al 1918, un periodo di tempo di per sè molto breve almeno secondo il metro nonnalmente usato in pace? Non seguiremo, nel trattare l'argomento, l'ordine canonico (Servizio di Sanità - Commissariato - Anni e Munizioni ...) comunemente usato, per due motivi: perché ci limitiamo a dare solo una sintesi degli argomenti più importanti, e perché il Servizio che subisce la maggiore evoluzione nel periodo, fino a influenzare anche gli altri (a cominciare dai trasporti in genere) è il Servizio automobilistico, c-0n il quale pertanto iniziamo l'esame.

Dal traino animale alla trazione meccanica: l'utiliz.zazione dell'automobilismo in campo logistico. É opinione abbastanza diffusa che il problema della motorizzazione dell'Esercito sia sorto dopo la prima guerra mondiale, durante la quale era emersa l'utilità del mezzo automobilistico e la sua possibilità di sostituire il cavallo, e , in parte almeno, arn;:he la ferrovia. Peraltro, uno sguardo anche sommario aH'evoluzione dell'automobilismo militare prima del 1915 induce a rivedere parecchie e troppo affrettate conclusioni in proposito. Scorrendo la pubblicistica del periodo, infatti, si deve constatare che nessu.n aspetto come l'utilizzazione in campo militare del mezzo automobilistico viene trattato e approfondito da parecchi autori, i quali - altra rara particolarità - sono spessi gli stessi ufficiali che poi avranno le responsabilità dell'organizzazione, del comando e della condotta dei reparti automobilistici in pace e in guerra. La scoperta e l'introduzione a fine secolo del motore a scoppio


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funge da elemento catalizzatore per lo sviluppo sia de lla trazione meccanica terrestre che di quella aerea. La navigazione aerea sfrutta almeno all'inizio i progressi dei motori cost ruiti per la trazione terrestre, sì che in Ital ia e in Francia un certo numero di studiosi (come l'italiano Douhet e il francese Renard) dei problemi della navigazione aerea nasce e si afferma, dapprima, nel campo dell'automobilismo militare. Qualche cenno alle tappe dell'automobilismo m ilitare italiano fino alla guerra mondiale vale a meglio inquadrare il problema, permettendo che l'automobilismo, come l'aeronautica, nasce e si sviluppa in seno all'Arma del Genio (42). Nel 1902, al 6° reggimento genio in Torino sono assegnate in esperimento due automobili a vapore De Dian - Bouton per carichi pesanti, e viene acquistata la prima autovettura FIAT. Dopo diversi esperimenti anche nella zona alpina, si conclude che, a causa dei diversi inconvenienti di funzionamento e anche in vista dell'introduzione del motore a scoppio, non è consigliabile estendere l'impiego dei mezzi di traino tipo De Dion - Bouton, mentre invece le autovetture FIAT vengono adottate (una per Comando di corpo d'armata). Nel 1904, si costituisce presso lo S ta to Maggiore Esercito un« Ufficio Automobilistico», retto dall'allora maggiore Andrea Maggiorotti (poi generale di corpo d'armata), che deve considerarsi, oltre che il grande pion iere e fondatore del Servizio automobilistico, anche il maggiore studioso e pubblicista de l periodo in materia. Sempre nel 1904, vengono acquistati i primi camion, e presso il distaccamento di Roma del 6° reggimento genio, si costituisce un «drappello» (poi «sezione automobilisti»), che provvede all'esercizio e alla manutenzione dei pochi mezzi automobilistici con motore a scoppio in dotazione. Nel 1908, si costituisce il «battagl ione automobilisti» su due campagnie. Il salto di qualità avviene nel 1911-1912, in occasione della guerra di Libia. Nel 1911, si ha la prima partecipazione alle grandi manovre di un'unità organica di automobilisti, detta «Parco automobilistico», al comando del capitano Puglieschi (poi maggior generale del corpo automobilistico), altra per sonalità emergente di comandante, studioso e pubblicista. Ed è in Libia che si ha il primo impiego di mezzi automobilistici su scala relativamente grande (un Parco di 500 automezzi di tipo leggero FIAT 15ter, adatti a quel terreno). Già nel 1915 il Servizio automobilistico, dato il grande sviluppo ormai r aggiunto (5050 automezzi, di cui 3400 autocarri, più autovetture, ambulanze ecc.) viene di staccato dall'Arma del genio e affidato a 6 compagnie del Treno d'artiglieria. Nel maggio 1915, i Servizi automobilistici impegnavano 500 ufficiali e 9000 uomini di truppa.


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Nell'ottobre 1918, gli ufficiali erano diventati ben 3000 e la truppa 130.000. Rispetto a questa griglia di riferimento, l'imponente mole della pubblicistica si sviluppa specie sulla Rivista Militare e sulla Rivista di Artiglieria e Genio, e già a fine secolo XIX, con scarsa preveggenza, il colonnello del Genio Piet ro Mirandoli, in numerosi articoli comparsi sulla Rivista di Artiglieria e Genio dal 1883 al 1900, si dichiara nemico degli «automobili» con motore a benzina e cerca di dimostrare i vantaggi delle locomotive s·tradali a vapore, che pera! tro si rivelano ben presto di impiego poco pratico e conveniente per il grande peso, il piccolo coefficiente di rendimento, la necessità di frequenti rifornimenti di acqua e carbone, la difficoltà di percorrere coi lunghi treni rimorchiati strade strette e tortuose. In questo senso, l'evento più notevo1e al principio del secolo è proprio il progressivo declino della macchina stradale a vapore - fino ad allora preferita anche in campo militare - di fronte al motore a scoppio. La pubblicistica dei primi anni del secolo, pertanto, è impegnata, prima ancora che nello studio dell'impiego in campo militare di macchine già disponibili, nel ricercare migliori soluzioni meccaniche, che consentano almeno di attenuare gli inconvenienti di questo primitivo sistema di trazione. Ricerca resa tutt'altro che facile dall'infanzia del motore a scoppio a benzina, non ancora a punto, il cui funzionamento poco affidabile suscita ]a perplessità di molti. Già nel 1900, compare sulla Rivista Militare uno studio mo! to equilibrato che riesce ad intravedere le linee maestre dello sviluppo a breve e medio termine dell'automobile e della bicicletta per uso militare (43). Per la bicicletta, dopo un esame dei vantaggi e degli svantaggi delle due soluzioni costruttive sperimentate in Italia e all'estero (bicicletta pieghevole e trasportabile con lo zaino, e bicicletta rigida), l'autore («Q») conclude che la bicicletta pieghevole fornisce vantaggi maggiori, perché dato il peso modesto ormai ottenibile (circa 12 Kg) può seguire ovunque il soldato, fornendo prestazioni non molto dissimili dalla bicicletta rigida. Sulla trazione meccanica l'autore nota che da noi le locomotive stradali a vapore, già sperimentate per grossi trasporti logistici dai tedeschi nella guerra del 1870, furono accolte con grande favore, considerate

(43) «Q», Biciclette e automobili per gli usi di guerra «Rivista Militare» 1900, voi. III Disp. Vlll.


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la scarsità dei cavalli, la difficoltà della loro requisizione nel nostro paese all'atto della mobilitazione da una parte, e dall'altra la quantità grandissima di carri occorrenti per munizionamento e pel vettovagliamento de_ll 'esercì to.

Poiché, però, tale mezzo di tra ino dà luogo agli inconvenienti generali ai quali prima si è fatto cenno, sembra a «Q» che, «allo stato attuale delle industrie», per gli usi di guerra sia da preferirsi l'automobile a benzina, a quello a petrolio (44). L'automobile è leggera, veloce, consente elevata autonomia, (fino a 100 Km), ha ingombro limitato, è anche abbastanza silenziosa rispetto alla locomotiva strada le, «fonte continua di spavento pei cavalli obbligati a passare sulle strade da loro percorse». Il costo elevato e la delicatezza e complessità meccanica non possono essere di ostacolo alla sua adozione, in quanto fin dal 1866, dopo le meraviglie del fucile ad ago, cessò il pregiudizio di considerare atte agli usi militari solo le cose tanto semplici da poter essere affidate agli uomini più ignoranti.

In conclusione, secondo «Q» l'automobile avrà un grande avvenire, fi no a sostituire anche per i servizi di trasporto, qualsiasi altro motore. Essa, in particolare, potrà benissimo servire per quei rapidi spostamenti sui campi di b attaglia, che l'estensione delle fro nti rende sempre più necessari per i comandanti di livello elevato e gli Stati Maggiori: certo debbonsi, almeno per ora, considerare come voli pindarici dell' imm aginazione, come utopie, le applicazioni degli automobili a trainare attraverso i campo pezzi e cassoni, o a scavare rapide trincee, per r isparmiare il lavorò rispe ttivamente ai cavalli e agli uomini; ma pei trasporti sopra stra de dei n umerosissimi car ichi necessari per riforniment i vari, ness un altro motore potrà essergli preferito, quando l'automobile attuale sia convenienteme nte perfezionata.

La notevole preveggenza di ques ta impostazione tutt'altro che futuristica, ma tuttavia assai valida a breve e m edio termine, me-

(44) Per automobile (sostantivo maschile) a l tempo si intendeva comunemente un mezzo di traino meccanico a ruote, con motore a va pore, benzina o petrolio (ma poi, sempre p iù spesso a benzina), che trasporta con sè anch e il carico u tile, a di fferenza dell'automotore che invece t raina carichi posti sopra altri carri, ed è quindi assimilabile all'allua le trallore. Prima del 1915, era ancora praticamente sconosciuto il cingolo.


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glio risalta mettendola a confronto con le tesi che sviluppa in un suo opuscolo (45) - che riassume una conferenza tenuta a Torino il 28 giugno 1901 - un nome poi diventato famoso in campo aeronautico: Giulio Douhet, allora capitano d'artiglieria di Stato Maggiore, anche oggi molto esaltato come sostenitore fin dal 1910 di un grande avvenire per l'aeroplano (che allora muoveva i primi passi) apreferenza del dirigibile (che sempre nel 1910 era già una macchina relativamente affermata e sicura). Se per l'aeroplano Douhet tende sempre a sconfinare nella futurologia, fino ad attribuire al mezzo possibilità di impiego assai superiori a quelle poi (ieri e oggi) effettivamente dimostrate nella realtà, per l'automobile invece, in questi primi anni del secolo, il giovane capitano si rivela stranamente scettico e prudente, fino a rifiutarsi di guardare con un po' di immaginazione e magari con qualche forzatura al futuro, ed a rimanere strettamente ancorato al presente. Nel predetto opuscolo egli fa notare, a proposito dell'automobile, che come sempre avviene all'apparire di una cosa nuova e quasi avvolta in una specie di velo misterioso, le menti spiccarono il volo per le alate regioni della fantasia e immaginarono svariatissime applicazioni del nuovo mezzo a diversissimi bisogni e contingenze di guerra: applicazioni che rimasero nel campo dell'ideale, perché i voli più arditi vennero frenati e ricondotti a terra dall'inesorabile peso delle cifre e dalle stringenti necessità meccaniche.

Fantastico è, per Douhet, l'impiego dell'automobile in campo tattico, sia per trainare e portare cannoni (l'automobile non può uscire dalle strade), sia per trasportare reparti da un punto all'altro del campo di battaglia; per seguir e la cavalleria, sono meglio i ciclisti; l'unico settore in cui il ricorso al traino meccanico è conveniente, è rappresentato dai grandi trasporti a carattere strategico per, via ordinaria, sia per rifornimenti che per sgomberi. Facendo riferimento anche a uno studio comparso in Francia nel 1899, egli per questo tipo di trasporto non pensa però di ricorrere ad automobili o automotrici con motore a benzina o a petrolio, bensì a convogli di carri dotati ciascuno di u.n motore elettrico, che ricevono l'energia a mezzo di apposito cavo da un generatore di cor-

(45) G. Douhet, L'automobilismo sotto il punto di vista militare - schema di un sistema automobilistico per uso militare del Signor Giulio Douhet, capitano d'artiglieria, Torino, Casanova, 1902.


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rente elettrica disposto in un altro carro in testa al convoglio. Soluzione poi in pratica non adottata (anche se studiata per diversi anni in Ita lia e a ll'estero), la quale dimostra la sfiducia di Douhet nelle possibilità del motore a scoppio, da lui a quel tempo non ritenuto di utile impiego in campo militare perché come si px;esenta oggidì, mal si presta a l trasporto di grossi pesi a piccola velocità; non è facilmente regolabile rispetto a lla velocità ed alla coppia motrice; è m acchina molto de licata.

L' unico pregio di questo studio di Douhet è di sottolineare, con una lucidità di immagine al tempo non molto frequente, il ruolo dei Servizi (e quindi, dei trasporti) in un esercito moderno: come nell'essere umano più brillante è il cervello, ma indispensabile il cuore, cosi nell'Esercito, più brillante è il comando delle truppe, più modesto ma nop meno indispensanbile, l'esatto fun zionamento dei servizì. Questo lavorio meno appariscente, è molte volte dimenticato da chi non si addentra a considerare l'azione complessa di un esercito, ha una vitale importanza nell'economia e sull'esito di una guerra ed impegna una somma grandissima di attività. Il soldato che vive, muove e combatte deve essere mantenuto, armato, curato, vestito, governato, deve poter r icevere ordini e notizie ecc .. Questi bisogni dél soldanto isolato, moltiplicati per un fattore numerico di centinaia di migliaia di unità, per essere soddisfatti è necessario funzionino e funzionino bene i servizi di vettovagliamento, sanitario, d'art iglieria e genio, dei trasporti, telegrafico e postale, veter inario, vestiario ed equipaggia mento, giudiziario e di polizia. Dietro l'Esercito operan te una fittissima rete di questi servizi s'estende sino al cuo re della madre patria ed il movimento di ricambio dev'essere regolare ed ininterrotto. Gli Eserciti operanti moderni sommano parecchie ~entinaia di migliaia di uomini; dietro ad essi su larga superficie, altre centinaia d i migliaia di uomini debbono muovere, lavorare, agita rsi per procurare a i primi la vita ed i mezzi d'azione.

Douhet in questo periodo combatte a fron te rovesciato: egli infatti viene attaccato proprio da un innovatore, «E.C.», che non a torto accusa Douhet di «assolutismo» ne l negare possibilità di sviluppo e impiego anche in campo tattico al motore a benzina e all'automobile (46). Anche E.C. è lungi da intravedere in tutta la sua ampiezza il fu turo sviluppo dell 'automobile:

(46) «E.C.», Gli automobili e la loro applica zione nell'arte della guerra, «Rivista di Artiglieria e Genio», 1901, vo.IV, Disp. XI.


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gli entusiasti, al solito, avrebbero voluto un motore per ogni paio di ruote - senza curarsi affatto se queste trasportavano un forno da campo o un obice - e non sono mancati autori di buon nome che hanno già descritto le mosse di un esercito operante nell'avvenire: fanteria che arriva sul luogo di combattimento in vetture automobili, corpi esploranti in bicicletta, assalti di piazze forti con batterie poste su treni blindati, uniti tra di loro da lunghe linee di corazze portatili, ecc. ecc.

Citando esperimenti fatti all'estero (ad esempio lo Stato Maggiore tedesco aveva ordinato una vettura corazzata, a due posti, con un cannone Maxim), E.C. ritiene peraltro che, anche in campo tattico, l'automobile può già riuscire utile. Non può più essere ritenuta fantastica, come fa Douhet, l'applicazione di motori al carreggio dell'artiglieria o della fanteria: ma, e gli ostacoli del terreno? Non ci debbono spaventare. Nessuno ha mai visto le carrette da battaglione salire sulle cime del Cervino, e saltare i fossi coll'agilità di un ginnasta: dove vanno quelle può andare l'automobile.

L'automobile può essere particolarmente utile per rapidi collegamenti (i collegamenti radiotelegrafici non sempre sono pronti), per il trasporto di parchi del genio, il cui movimento potrebbe essere reso più rapido; per movimenti di rifornimento e sgombero; per il rifornimento delle munizioni, data la maggiore celerità di tiro non compensata dall'aumento delle dotazioni che il soldato porta al seguito. Per questa esigenza occorrerebbe · un tipo di vettura diligentemente studiato, leggero, provvisto di molle robuste o di ruote speciali (o di m eccanismi speciali - guide senza fine e singoli - attaccate alle ruote).

Anche per reparti in esplorazione si riterrebbe fortunato quel comandante che potesse disporre di qualche vettura molto celere per inviare ai combattenti viveri, munizioni, strumenti da zappatore o altro; e persino la carretta che segue i battaglioni ciclisti con il necessario per eventuali r:iparazioni alle biciclette, potrebbe essere resa automobile. Più o meno della stessa opinione di E.C. è il tenente del Genio Caccini (47), secondo il quale, dal punto di vista militare, è ormai in-

(47) V. Caccini, Gli automobili e le loro possi.bili applicazioni nell'arte della guerra, «Rivista di Artiglieria e Genio» 1902, voi. II.


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discutibile avere almeno una parte dei trasporti di mobilitazione a traino meccanico. Il Caccini cita una interessante serie di esperimenti presso eserciti stranieri (è un po' una costante degli autori italiani del periodo): le locomotive stradali e ferroviarie sono state impiegate con buon rendimento, dagli inglesi, nella campagna del Transvaal, e tutti gli Stati stanno provando di preferenza gli automobili per grossi carichi. Il Caccini accenna anche alla sperimentazione di veri e propri carri armati, e di treni blindati: durante la campagna d' Egitto, l'Inghilterra ha sperimentato un «osservatorio blindato automobile», con equipaggio di 3 uomini, motore a petrolio, velocità 30 km/h e cannone a tiro rapido Maxim su piattaforma girevole, che poteva muoversi anche per ferrovia. Un altro tipo, mosso da motore a petrolio da 18 HP, era adatto a camminare solo su strade ordinarie, era armato di due cannoni Maxim su piattaforma girevole, aveva uno scudo corazzato tutto intorno alle vettura, e persino era provvisto di una dinamo con riflettore, un congegno, che permetteva di far soffrire fortissime scosse elettriche a chi avesse tentato di dare la scalata alla corazza. Il conduttore restava totalmente coperto, e poteva osservare la strada solo mediante un congegno a specchio.

Anche il signor John Mossut fece costruire e diede in dono al governo britannico, per la campagna del Transvaal, un automobile corazzata con due cannoni automatici, equipaggio di 4 persone e 150 Kg. di munizioni, che poteva camminare anche sulla strada ferrata, a una velocità di 36 Km/h. Il Davidson usò nelle Filippine un automobile con cannone a tiro rapido Colt, 25 pacchi di munizioni e autonomia di 200 miglia; furono anche sperimentati carri automobili per smuovere la terra ove costruire trincee, per mine e forni da campagna, per trasporto materiali, ecc. Da tutti questi esperimenti, il Caccini trae la conclusione che conviene seguire per il momento una linea intermedia tra le due tendenze estreme: l'una di coloro che vorrebbero generalizzare la trazione meccanica applicandola a tutti i Servizi, e l'altra di quelli che non hanno fiducia nei nuovi mezzi. Bisogna procedere con il piede di piombo, e per il momento non sarebbe consigliabile acquistare grandi quantità di automobili, perché tutti i tipi di motore (compresi quelli a scoppio e vapore) hanno dei difetti e devono ancora essere perfezionati. Ciò che per il Caccini si deve fare è creare una coscienza auto


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mobilistica, sviluppare l'industria nazionale ancora agli inizi, indire concorsi e consegnare ali' Artiglieria e al Genio i modelli migliori, per un'accurata sperimentazione. In generale, in campo militare l'impiego dell'autovettura dovrà limitarsi ai grossi trasporti e ad alcuni servizi speciali: non si potranno impiegare gli automobili per Ù rapido trasporto di truppe, perché in ogni caso ne occorrerebbero troppe, mentre è il servizio nelle retrovie ad avere la priorità. É anche· ,,difficile giungere all'ottimismo» di coloro che vorrebbero il traino meccanico delle artiglierie da campagna. E.C. e il Caccini ben rappresentano gli orientamenti al momento prevalenti anche in campo ufficiale, tutti assai più avanzati e lungimiranti di quelli di Douhet. Nulla di veramente nuovo contiene uno studio del colonnello del Genio Ing. Guzzo sull'«Aeronavigazione ed aumotobilismo di guerra» (48), studio che suona conferma del legame tra le due branche e propende, a preferenza della soluzione di Douhet, per un sistema misto (locomotive stradali modificate nel motore e nella sorgente di energia per trasporti pesanti; automobili con motore a benzina per trasporti tattici e leggeri). La relazione dello Stato Maggiore sulle grandi manovre dell'anno 1903 (49) è abbastanza aperta: l'esperienza ha dimostrato l'utilità di assegnare ai Comandi di armata e corpo d'armata vetture automobili per il trasporto persone, che consentono di far sentire la loro influenza direttiva su.He vaste fronti delle truppe, e di portarsi rapidamente, al bisogno, ove è richiesta la loro presenza. Le vetture marca FIAT sperimentate hanno dato buona prova, confermando che in questo campo l'industria nazionale ha ormai raggiunto un livello soddi sfacien te. «Non così favorevole» la relazione giudica l'impiego di due locomotive stradali a vapore, da 50 e 30 HP, per il trasporto strategico delle derrate al seguito delle truppe. Esse «resero qualche servizio» in fase di concentramento delle truppe, per il trasporto dal pane del panificio militare di Padova alle sezioni sussistenza di divisione avanzate. Successivamente, furono impiegate, operazioni durante, per il trasporto al seguito delle divisioni di cavalleria di una riserva di avena, da consumare nel caso fosse venuto a mancare il rifornimento normale fatto con il carreggio ordinario a traino animale.

(48) cfr. E. Guno, Aeronavigazione ed automobilismo di guerra, Firenze, Soc. Tip. Salesiana, 1902. (49) cfr. Relazione delle grandi manovre nel Veneto, Roma, 1903.


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A metà della prima tappa, la locomotiva da 50 HP si guastò e non potè più rendere alcun servizio; quella da 30 HP continuò regolarmente la sua missione, ma il carico non venne impiegato in quanto le truppe preferirono i normali rifornimenti dei magazzini fissi con i carri delle colonne viveri. Le locomotive stradali, secondo la relazione, hanno congegni delicati che non danno garanzia di impiego continuativo, peso ingentissimo, necessità di continui rifornimenti, necessità di farle marciare separate dal resto del carreggio, per la diversa ve.loci tà relative. Questi difetti non possono conciliarsi con le esigenze del servizio di campagna e di prima li_nea. Quindi, le locomotive stradali potranno essere impiegate generalmente in seconda linea: queste considerazioni però non infirmano punto il concetto che alt.re specie di automobili (p. es. automobili ad esplosione ed automobili elettrici) possono convenientemente impiegarsi anche a l seguito immediato delle truppe. Anzi, per risalire ad un concetto più generale è da ritenersi che d'ora innanzi e specialmente nei paesi come il nostro, non ricchi di risorse equine, sarà sentito sempre più vivo ed urgente il bisogno di poter disporre di mezzi di trazione meccanica per grandi trasporti m ilitari da effettuarsi sulle strade r otabili ordinarie, a tergo delle truppe.

Interessante, ed al tempo stesso prudente e aperto alle nuove esigenze, è anche un notevole studio, a carattere ufficioso se non ufficiale, a cura del tenente del genio Bardeloni, edito dalla brigata ferrovieri del genio (50). Lo studio enumera i vantaggi e svantaggi della trazione animale e di quella meccanica, e conclude che quest'ultima, se non potrà mai sostituire del tutto il cavallo, in molti casi rappresenta un utile sistema ausiliario, e in altri sostituisce con vantaggio i quadrupedi. Se la trazione meccanica non è così adattabile al terreno come quella animale, ha organi delicati e richiede personale specializzato, vero è anche che consente di evitare la piaga storica dei trasporti animali improvvisati, con personale poco addestrato e spesso borghese (che non dà affidamento) e ha «una persistenza di lavoro e una costanza d'andatura» molto superiore. Il motore non consuma che quando lavora, e i guasti, con personale esperto, pos-

(50) Cfr. Brigata Ferrovieri del Genio, L'automobile in. sen,iz.io militare-automobili a vapore, a petrolio ed elettrici, Roma, Lab. Fotolitogr. Ministero della Guerra, 1903 (a cura del ten. Cesare Bardeloni).


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sono essere ridotti, fino ad un minimo di casi che risulterà inferiore a quelli per i quali, in guerra, le colonne di mezzi a traino animale subiscono a loro volta ritardi e arresti. I trasporti saranno così più rapidi e richiederanno meno personale, meno vetture e colonne più corte. Riguardo al tipo di motore più conveniente, si deve escludere il motore elettrico, per il peso eccessivo del generatore di energia e per la difficoltà di rifornirlo in campagna. Il motore a vapore è al momento la macchina più sperimentata, più semplice e di più fa. cile impiego, tuttavia non è da escludersi per l'avvenire l'impiego più conveniente del motore ad essenza quando, alla minima ingombrabilità ed al peso minimo che esso offre in confronto ad altri, possa aggiungere quei pregi per cui il motore a vapore gli è oggi preferibile.

Per i trasporti pesanti, dagli esperimenti condotti con le due automobili a vapore De Dian - Bouton destinate a servizio misto di trasporto e traino, r isulta il vantaggio di tale automobile (che porta anche su di sè il carico) rispetto alla locomotiva stradale (che traina solo i carichi). Il costo di esercizio del trasporto animale, a parità di carico trasportato, risulta inoltre maggiore. Nei trasporti pesanti del futuro, potranno essere compresi il traino di artiglierie pesanti e di munizioni per parchi d'assedio. Ma il concorso dei mezzi automobilistici potrà essere richiesto anche per altri Servizi. Ad esempio osserva il Badaloni che per il Servizio Sanitario in guerra si presenta la duplice esigenza di ridurre al minimo le perdite curando i feriti con rapidità ed efficacia, e al tempo stesso di sgomberare rapidamente i feriti dalla zona di combattimento per garantire ai reparti la massima mobilità. D'altra parte, i feriti, sulla base dell'esperienza delle ultime guerre, hanno causato un notevole ingombro delle linee ferrovia rie, «il cui scopo essenziale sarebbe di rifornire di truppe fresche e materiali le linee combattenti». Con la disponibilità di vetture a motore comode e più veloci dei cavalli, ne risulterebbero avvantaggiati sia il Servizio sanitario che il Servizio ferroviario. La vettura più indicata sarebbe l'omnibus civile per trasporti viaggiatori, che potrebbe essere requisito e adattato a veicolo portaferiti con pochi lavori. Il motore potrebbe essere indifferentemente a vapore o a benzina. Altri possibili impieghi sono - sempre per il Badaloni - nel servizio postale d'armata e nel trasporto dei parchi telegrafici, mentre


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anche «gli automobili» più piccoli («vetturelle», tricicli, quadricicli) potranno avere la loro utilità se impiegati nei servizi di Stato Maggiore, per recapito ordini e ricognizioni. Al momento, il livello tecnologico raggiunto dall'industria automobilistica specie nel campo dei motori e le prestazioni dei mezzi non consentono, evidentemente, di dire di più e meglio de l Badaloni in merito all'impiego militare, per il quale già si delineano, accanto all'utilizzazione del traino meccanico per trasporti pesanti la cui convenienza è da tutti riconosciuta, anche le possibilità che offrono i due altri filoni principali: il trasporto tattico di personale e materiali, e l'impiego di mezzi a motore corazzati. In una parola, nel 1902-1903 si profila una tematica che sara materia cos tante di studi e riflessioni, fino ai nostri giorni. Anzi: se i problemi dei trasporti tattici e logistici a motore ai primi del secolo già trovano un terreno favorevole per crea re valide premesse per lo sviluppo della motorizzazione, nel 1904 il colonnello di artiglieria Lang (51), trattando del revival della cor azza ormai reso possibile dalla tecnologia degli acciai, ne discute la possibilità di applicazione sia al combattente singolo (corazze portatili) che alle artiglierie (scudi), possibilità per le quali erano in corso studi ed esperimenti anche in Italia, e si sofferma ad esaminare l'impiego dei treni blindati, sperìmentato dagli inglesi nella guerra anglo-boera. i tr eni blindati riuniscono in sè i requisiti della celerità e della potenza che hanno le corazza te in mare, ma soffrono della grave limitazione di essere legati alle strade ferrate, le quali durante la guerra anglo-boera venivano facilmente interrotte. Gli obiettivi che non riescono a raggiungere i treni blindati potranno secondo il Lang essere raggiunti dall'automobile, meno legata alla strada, e dotata di motor i di potenza crescente, che consentirà di accoppiare ad una buona mobilità e a un armamento considerevole, i vantaggi della corazzatura. É la formula del carro armato ad affacciarsi per la prima volta in Italia: una tale idea, se pure anche da altri condivisa. non è stata però a nostra saputa ancora attuata presso nessun esercito: fors e fra i nostri lettor i vi sarà chi studiando più a fondo questo punto speciale di un problema tanto complesso com'è quello che così rapidamente abbiamo trattato, riuscirà a dotare gli eserciti, e primo fra tutti il nostro,

(51) G. Lang, La corazza e l'arte della gue rra «Rivista Militare», 1904, voi. Il, Disp. IV.


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d'un congegno di guerra così poderoso da cambiare completamente l'arte di combattere. Dopo la scoperta della polvere sarebbe questa la più grande e la più importante invenzione che nel campo delle scienze militari possa essere fatta, e veramente tale da sconvolgere di sana pianta i principi che finora hanno presieduto alla battaglie. Comunque è un fatto che cli questa rivoluzione si stanno gettando ora le basi e che di essi la causa prima sarà la corazza la quale risorta in causa della micidial ità delle armi da fuoco che già una volta l'avevano fatta scomparire dai campi di battaglia dell'epoca moderna, brillerà di nuovo al sole sui campi di battaglia dell'avvenire, rendendo meno sanguinosi i combattenti e segnando un nuovo trionfo del pensiero umano.

Lo scritto del Lang rappresenta, dunque, un notevole progresso in direzione del trinomio automobile-corazza-artiglieria, anche se non ne approfondisce gli aspetti tecnici. Ma un altro salto di qualità notevole in direzione della scelta vincente del motore a benzina e dello «automobile» anche per i grossi carichi logistici è compiuta fin dal 1905 per merito dell'allora maggiore ciel genio Maggiorotti, e del tenente del genio Umberto Emanuele, che riprende e approfondisce i punti essenziali di una sua conferenza (52). Richiamandosi costantemente al Maggiorotti, l'Emanuele già scioglie le ambiguità e le incertezze dei primi anni del secolo di fronte a sistemi non ancora bene sperimentati. Infatti, per l'Emanuele, sulla base degli ammaestramenti delle più recenti manovre e campagne cli guerra e di diversi casi di impiego pratico, l'automobile ha rivelato tutta la sua utilità nel trasporto di comandanti e ufficiali di Stato Maggiore. Ne deriva la necessità della sua adozione su larga scala, che non può trovare ostacolo nella pur ingente spesa, perché a lungo termine il nuovo mezzo consente un risparmio di tempo, e quindi di spesa. Ma è anche e soprattutto nel trasporto di rifornimenti, per i quali il trasporto animale si rivela lento e difettoso, a fronte d ~lla importanza del servizio per i grossi eserciti moderni, che il mezzo di trasporto pesante con motore a scoppio (camion) pare soddisfi più di ogni altro, e qui l'Emanuele cita il Maggiorotti: senza dubbio il carro di carichi a benzina costituisce per l'esercito un trovato non meno importante della vettura da persone. Esso può percorrere giornalmente, con una velocità media da 10 a 15 km., dai 100

(52) V. Emanuele, Trasporli militari, «Rivista Artiglieria e Genio», 1905, voi. I, Disp.I.


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ai 200 Km. senza difficoltà; non è collegato con la strada da binario o da conduttore, non ha bisogno di voluminose materie combustibili, fa le peggiori sali te solo diminuendo un po' il carico, insomma rappresenta al momento il mezzo più elastico e più economico di trasporto, e perciò un mezzo eminentemente pratico per l'esercito.

Un altro vantaggio dell'adozione dei camions è data dalla possibilità di requisirne a ll'occorrenza un gran numero (anche nell a versione omnibus, per trasporto passeggeri) cosa che non consentono gli altri tipi di mezzo. Inoltre, secondo il Maggiorotti come capacità di trasporto il mezzo più pronto è quello a benzina (con 88 tonnellate di materiali se ne possono trasportare 300, senza preparativi speciali). Segue per convenienza la locomotiva a vapore (340 t di materiali), che non dà sicurezza di funzionamento e richiede fondo stradale ottimo. Segue ancora la ferrovia con cavalli (760 t), e infine quella a trazione meccanica (2000 t). Per il costo è sempre in vantaggio l'automobile, e il personale specializzato che essa richiede sarà facilmente reperibile alla mobilitazione, visto che l'automobilismo in campo civile si va diffondendo. Nè in Italia, dato a nche il terreno prevalentemente montuoso, risulta conveniente l'impiego di ferrov ie a scartamento ridotto tipo Decauville e Legrand, con vagoncini trainati da cavalli. In quanto ai treni s tradali a trazione meccanica sos tenuti in I talia da Douhet e dal capitano del Genio Cantano (a trasmissione elettrica), e in Francia del capitano Renard (a trasmissione meccanica), per l'Emanuele essi presentano l'inconveniente di richiedere una vettura motrice molto potente e tale da non poter portare carico utile, di provocare notevole dispersione di energia e trasmissione di urti, di richiedere organi meccanici speciali per ogni carro, e di rendere necessario fermare tutto il convoglio in caso di guasto a uno solo dei carri. In effetti, va riconosciuto che il Maggiorotti, l'Emanuele e coloro che fin dai primi anni del secolo avversarono il treno stradale tipo Douhet-Cantono e Renard, ebbero acuta percezione dei suoi in. convenienti, che pure in un certo periodo incontrò simpatie anche a livello ufficiale. Però nel 1908 il sistema, sper imentato su larga scala nelle grandi manovre nel Novarese, diede una prova così cattiva, da togliere ogni dubbio sulla sua scarsa praticità. , Dopo il citato articolo dell'Emanuele nel 1905, non viene più messa in dubbio l'utilità del motore a benzina, nella duplice versione di autoveuura (per grandi Comandi) e di camion (per trasporti logistici). A partire da quella data, il dibattito si spos ta sulla modalità per


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l'impiego più appropriato dei nuovi mezzi, sul grado e sul tipo di motorizzazione specie per i Servizi e sulle caratteristiche da richiedere all'industria per i mezzi di uso militare. Una delle poche eccezioni è un articolo del 1906 del capitano di cavalleria Lavagna (53), che caldeggia l'introduzione un sistema di s ua invenzione da lui definito «benzo-pneumatico», in grado di rimediare alla mancanza di elasticità dei motori a scoppio a benzina del tempo. Nel suo sistema il motore a benzina è affatto indipendente dalla ruote dell'automobile e serve solo a comprimere aria per mezzo di un compressore speciale: l'energia è trasmessa alle r uote motrici mediante questa aria compressa la quale, quando la resistenza diminuisce, si accumula in parte in apposito serbatoio tubolare, come l'energia del motore animale si accumula nei muscoli; e quando la resistenza aumenta, concorre a vincere la resistenza cresciuta.

Ne der iva che per il Lavagna questo tipo di motore, per quanto sia di limitata potenza, può vincere qualsiasi salita, con maggiore semplificazione di organi e comandi, semplicità di manovra, partenza automatica senza l'incomoda manovra delle manovelle d'avviamento. Il primo studio che affronta in maniera approfondita, organica e precisa il problema della motorizzazione dei Servizi è quello del capitano degli alpini Alliney (1908) (54), che fornisce un'esauriente panoramica di quanto è stato fatto fino a quel momento nei principali eserciti europei, panoramica dalla quale emerge che in Germania è stato costruito'dalla fabbrica Erhard un automobile corazzato svincolato dalla strada ferrata, e anche un automobile speciale blindato per il tiro contro dirigibili, armato di cannoni a tiro rapido. Anche l'Inghilterra ha sperimentato un cannone automobile, e ha creato un sistema di mobilitazione di autobus pubblici e di autovetture con relativo autista, che già consentirebbe di trasportarè un corpo d'armata a 200 Km di distanza in un solo giorno (i celebri «tassì della Marna» del 1914 hanno dunque tutto un retroterra teorico ...). A fronte dei progressi della motorizzazione in altri paesi, secondo l'Alliney

(53) F. Lavagna, Cavalli ad avena e cavalli a benzina, «Rivista Artiglieria e Genio », 1906, voi. III, Disp. VII. (54) E. Alliney, L'automobile sollo il punto di vista militare, ,;Rivista Militare», 1908, voi. III, Disp. Vll[ e IX.


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se in Italia si curò sufficientemente lo studio dell'impiego degli automobili nel trasporto di persone e di materiali, nulla si è fatto per quanto riguarda l'uso di automobili corazzati, di automobili per cucine rotabili, per proiettori elettrici, pel traino delle artiglierie, pel trasporto di mitragliatrici, pel trasporto cli feriti ed ammalati ecc:, ed anche voglio richiamare l'attenzione sul fatto che non si è venuti ad una pratica soluzione nella creazione di un corpo di automobilisti volontari.

L'Ali iney ha già una visione esatta delle grandi possibilità dello automobile, sia in campo operativo che in campo logistico: non pare più un'utopia il veder comparire sui futuri campi di battaglia l'artiglieria automobile. Forse l'automobile è destinato a risolvere il grande problema che tormenta ed affatica la mente nei nostri strateghi: quello cioè cli provvedere ai rifornimenti di viveri, munizioni, vestiario, che occorrono per le grandi masse cli uomini e di quadr upedi, che scenderanno in campo nelle future guerre.

In campo tattico, gli automobili potranno trovare un impiego limitato perché legati alle strade, e non potranno sostituire, ma solo integrare, la trazione animale. Questa sostituzione sarà invece possibile e conveniente in campo strategico e nelle marce. Quindi, la trazione meccanica per l'Esercito dovrà uniformarsi ai seguenti criteri: - lasciare invariato il carreggio dei corpi; - adottare le vetture automobili per trasporto persone per il servizio di Stato Maggiore, il trasporto feriti, e per parte del servizio postale; - assegnare carri au tomobili (camion) ai Servizi a livello divisione e corpo d'àrmata; - sfruttare, in genere, al massimo grado possibile la trazione meccanica alle spalle delle truppe operanti. I camion dovrebbero avere i seguenti requisiti: motore a benzina da 16 a 24 HP, velocità media di 12 Km/h, r aggio di volta non superiore a m 7, peso del mezzo a vuoto 1,5-2,5 tonnellate, carico utile 1,5-3 ,5 tonnellate. · In una serie di specchi, l' Alliney calcola poi glì automezzi necessari per i vari Servizi: ad esempio, 2 autovetture per il Comando divisione, 4 per il Comando di corpo d'armata, 8 per il Quartier Generale ... Per il Servizio di Sanità, egli ritiene che la trazione meccanica possa servire non per la raccolta feriti, ma per lo sgombero feriti dai posti di medicazione sugli ospedali da campo. Per quest'ultima esigenza, i mezzi sono pochi (cento carri per corpo d'armata, presi


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dalle colonne viveri e munizioni, per un solo viaggio al giorno) e occorre fare ricorso a mezzi a trazione animale requisiti che potrebbero essere sostituiti da vetture automobili anch'esse di requisizione, delle quali una parte sarebbero adattate per il trasporto di feriti coricati. É conveniente motorizzare la sezione di Sanità della divisione di cavalleria, che gravita in genere a cavallo delle strade, ma non quella della divisione di fanteria, i cui mezzi di sgombero devono raggiungere i posti di medicazione per strade o attraverso terreni non percorribili con automobili. In definitiva la quantità di mezzi prevista è assai esigua (solo 8 vetture automobi li per la sezione Sanità di divisione fanteria). Particolare cura dedica l' Alliney allo studio dell'impiego dei mezzi automobilistici per il vettovagliamento delle truppe. Nella divisione di cavalleria, la disponibilità di tali mezzi consente, a suo giudizio, di eliminare i 16 panettieri della sezione sussistenza e di fare ricorso anche per il pane alle risorse local i, potendo sfruttare una zona molta vasta. É possibile anche ricost ituire il parco viveri di riserva della divisione, prima eliminato dando le razioni di riserva direttamente a i reggimenti, a causa della difficoltà per il parco di tenersi a portata delle truppe (difficoltà che con i camion sarebbe eliminata). In totale, occorrerebbero per la divisione cli cavalleria 1 vettura e 14 autocarri, di cui uno di riserva.uno frigorifero per trasporto carne, 2 chiusi per trasporto viveri, e 10 con fiancate ribaltabili per trasporto avena. Nei corpi d'armata e divisioni di fanteria, l'adozione di autocarri consentirebbe di eliminare gli inconvenienti derivanti: - dalle eccessive distanze (per traini animali) che molte volte intercorrono tra sezioni Sussistenza della divisione e stabilimenti avanzati; - dalla scarsa potenzialità dei parchi buoi e dalla difficoltà di macellare e distribuire tempestivamente la carne, dovute anche alla mancanza di casse di cottura, adottate nell'esercito a ustriaco e tuttora in esperimento presso l'esercito italiano; - dalla frequente necessità di iniziare le distribuzioni presso le sezioni Sussistenza verso sera e di ultimarle la notte, con conseguenti orari non appropriati nella consumazione rancio. Colonne viveri su due sezioni di «carri automobili» saranno più che sufficienti, mentre gli autocarri attrezzati per il trasporto di carne fresca consenti ranno di macellare la carne lontano dalle truppe e di farla arrivare celermente, in buone condizioni, alle sezioni Sussistenza delle divisioni. I viveri potranno essere distribuiti alle trup-


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pe, quando Io consentano le strade, direttamente con gli stessi autocarri; per la distrib uzione giornaliera fino alle truppe, ne servono 12 per divisione, mentre per i prelevamenti presso gli stabilimenti avanzati di un corpo d'armata su 2 divisioni, servono 69 a utocarri, suddivisi in tre sezioni. Infine, 41 autocarri servono al corpo d'armata per trasporto viveri e scarpe di riserva. Molto utili sarebbero anche autocarri e vetture per il servizio ottico e radiotelegrafico e per lo stendimento e ripiegamento linee. Per il rifornimento munizioni, invece, l'Alliney non ritiene opportuno caricare su automezzi tutte le munizioni del parco di corpo d'armata. Infatti la sezione del parco che trasporta le munizioni per armi portatili dovrà essere in grado di portarsi a ridosso delle truppe combattenti anche in terreni difficili o privi di strade, mentre le munizioni d'artiglieria del parco è più utile che siano caricate su carri per munizioni uguali a quelli delle batterie, in modo da poter procedere allo scambio dei carri pieni con quelli vuoti, senza trasbordi e quindi ritardi e complicazioni. Rimane la necessità d i rifornimenti straordinari per reparti che avessero avuto un consumo di munizioni eccezionalmente elevato e rapido, o molto lontani dal corpo d'armata. Per questa esigenza, l'Alliney propone che 1/3 del parco di artiglieria del corpo d'armata sia trasportata su 22 autocarri (di cui 12 per munizioni di artiglieria, 7 per munizioni di artiglieria, 3 di riserva). L'esigenza totale è per ogni corpo d'armata (Stato Maggiore, tru ppe suppletive, Servizi) di 22 autovetture e 146 autocarri, più 11 vetture e 3 autocarri per ogn i divisione d i fanter ia (SM, sezioni di Sanità). Poichè il veicolo automobile è ben lontano dall'aver raggiunto la perfezione necessaria, non conviene secondo l' Alliney procedere all'approvvigionamento su ·larga scala del gran numero di mezzi necessario, che creerebbe anche complessi problemi di manutenzione e conservazione; è giocoforza ricorrere alla requisizione, programmando, come si fa all'estero, la precettazione sia degli automezzi che dei conduttori (magari volontari). L'Alliney (e, successivamente, anche il Pasetti, nel 1909) (55) lamentano che si sia fatto poco, diversamente da quanto avviene in altri paesi, per il recl u tamento in caso d i guerra· di volontari automobilisti (con il relativo automezzo al seguito). In effetti, con R. Decreto del 19 marzo 1906 veniva istituito

(55) F. Pasetli, L'automobile nei vari eserciti, «Rivista di Artiglieria e Genio», ]909, voi. lI, Disp. IV.


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il corpo nazionale di volontari ciclisti e automobilisti, composto di reparti ciclisti con reclutamento territoriale, e di una sezione automobilistica con reclutamento nazionale. La creazione di un corpo nazionale di volontari ciclisti e automobilisti venne definitivamente sancita con la legge n.49 del 16 febbraio 1908, però, come lamenta il Pasetti «ben poco si è fatto per quanto riguarda la sezione automobilistica». Sempre in materia di «automobili offensivi» (cioè carri armati e/o autoblinde), pur trattandosi di argomento non strettamente attinente alla logistica riteniamo Òpportuno segnalare un lungo studio del 1909 del ten. col. Maggiorotti {56), nel quale si dà conto dei risultati tecnici raggiunti nelle altre nazioni in fatto di impiego di automezzi corazzati nelle varie versioni: carro armato, veicolo corazzato trasporto armi, autoblindo, semovente contraerei, trasporto munizioni. Al tempo, non si era ancora pensato di abbinare al veicolo corazzato il cingolo: di qui le difficoltà di movimento dei mezzi, anche su strada, messa in luce dal Maggiorotti, il quale riferisce anche di un esperimento nelle manovre del 1908 nel Veneto, durante le quali si sperimentò una «sezioni mitragliatrici automobile» con un autocarro che trasportava l'intero munizionamento, le due armi, otto serventi, due automobilisti e un capo sezione: in tal modo l'autocarro era solo un mezzo di trasporto, e le armi venivano impiegate a terra. In sostanza, al tempo (191 O) il Maggio rotti rimane non certo a torto piuttosto scettico sull'impiego propriamente bellico e offensivo del mezzo a motore, e ne intravede un grande avvenire, con ugualmente grandi vantaggi per l'Esercito, come mezzo di trasporto rapido in campo logistico (57), nella preparazione e nel sostegno logistico delle masse operanti; l'automobile fa sentire la sua speciale influenza in due modi: con la lunghezza del suo raggio d'azione, con la velocità del sÙo funzionamento; lunghezza e velocità che sono precisamente gli elementi matematici della potenza, che l'automobile imprime alle masse operanti[...]. Per tali caratterisdche del traino meccanico l'esercito acquista un traino particolare: esso non è più legato da catene a corte maglie ai suoi

(56) A. Maggiorotti, Automobili offensivi, Roma. Lab. Tip. Cdo Corpo SM, 1909. (57) A. Maggiorotti, / me?,?,i meccanici di trasporlo per servizi mililari, «Rivista Artiglieria e Genio», 1907, voi. II, e L'aulocarro dell'esercito, «Rivista di Artiglieria e Genio», 1910, voi. [, Disp. II e III. ·


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magazzini, quindi può operare più liberamente, può, ove occorra, distendere i suoi arti con più comodità, manovrare in più ampia zona e con maggiore tecnica scelta nelle modalità di esecuzione tecnica, insomma esso perde la sua rigidezza propria dei moderni pesanti eserciti, ed acquista un particolare carattere di elasticità. E questo è il pregio reale che l'autocarro assicura all'esercito: lo rende manovriero ed elastico. É comunque esagerato, scrive il Maggiorotti, pretendere di sostituire «puramente e semplicemente» con il carro automobile il carro a quadrupedi, mantenendo così inalterata la struttura organica dei Servizi: «il mezzo meccanico di trasporto, ossia l'automobile, per sua natura non può sempre sostituire la trazione animale», e quindi sarebbe errato, almeno per il momento, «sognare una trazione automobilistica delle artiglierie da campo», e prevedere di motorizzare il carreggio dei corpi, che deve rimanere a stretto contatto delle truppe, in qualsiasi terreno. E anche a livello divisione deve essere mantenuto il carreggio ordinario e traino animale. Fin qui, le tesi del Maggiorotti non presentano nulla di nuovo, essendo già state sostenute anche da altri, e da lui stesso, negli anni precedenti. Dove il Maggiorotti perviene a conclusione assai diverse dall' Alliney e da altri autori, conclusioni che per molti aspetti anticipano le soluzioni della prima e della seconda guerra mondiale, è nella definizione di nuovi criteri per l'approvvigionamento, la costruzione, la gestione e l'utilizzazione degli automezzi stessi, basati su due principi fondamentali: - l'autocarro non deve essere considerato come mezzo per costituire magazzini mobili, ma essenzialmente come veicolo nel pieno senso della parola, ossia esclusivamente come·mezzo di trasporto (al tempo, i parchi di divisione e di corpo d'armata erano, appunto, magazzini mobili, cioè con tutti i materiali su carri trainati da quadrupedi, che rifornivano i corpi dall'indietro all'avanti); - non è più rispondente, con le possibilità offerte dai nuovi mezzi, la soluzione fino ad allora adottata di assegnare ad ogni Servizio logistico tutti i mezzi di trasporto ritenuti necessari, senza possibilità di travaso da un Servizio all'altro, e senza prevedere un'elasticità nell'assegnazione dei mezzi, mediante la costituzione di un volano per interventi a ragion veduta azione durante. Per il Maggiorotti i trasporti militari vanno divisi in due grandi categorie: quelli di carattere periodico o giornaliero (come il servizio dei viveri ordinari e dei malati) e quelli di carattere aperiodico o saltuario (trasporto munizioni, feriti dopo una battaglia, viveri di


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riserva ecc.). Il sistema di ripartizione dei mezzi di trasporto al momento in uso, basato sull'assegnazione di un'aliquota fissa e costante di mezzi di trasporto per ciascun Servizio, è l'unico attuabile con i trasporti a traino animale, ma pur liberando gli organi d'Intendenza da un pesante lavoro giornaliero di ripartizione, presenta l'inconveniente sia di lasciare inutilizzati i mezzi di trasporto assegnati per i trasporti aperiodici nei periodi nei quali non occorre il rifornimento, sia di consentire il trasporto simultaneo solo di una parte dei materiali di ciascun Servizio, per non appesantire troppo i reparti con eccessivo carreggio. Con l'impiego dell'autocarro invece, date le prestazioni del nuovo mezzo, per i rifornimenti aperiodici diventa non solo possibile e necessario, ma indipensabile ricorrere al sistema di trasporto promiscuo, cioè al sistema di destinare i gruppi di autocarri, che giornalmente si rendono disponibili, a quel Servizio e a quei Servizi che necessitano di essi, in relazione ai consumi che l'Esercito fa: cosicché un gruppo di macchine può trasportare farina per i panifici, successivamente munizioni per artiglierie e fucileria, indi viveri di riserva per le truppe, poscia passar a rifornire le divisioni di cavalleria. E la velocità degli autocarri e la loro percluranza nel lavoro facilitano grandemente l'attuazione di questo' sistema, poiché ciascun servizio è disimpegnato relativamente sempre in breve tempo.

Ne discendono due importanti principi, poi largamente applicati: quello della necessità e/o convenienza di un volano di automezzi (suddiviso in gruppi di composizione variabile) da impiegare a ragion veduta per far fronte ai rifornimenti aperiodici che si rendono di volta in volta necessari, e quello della gestione con appositi organi direttivi specializzati a livello di Intendenza d'armata, per i trasporti dal livello di divisione in su. Il Maggiorotti propone pertanto la costituzione, al livello di Intendenza generale e di Intendenza d'armata, di un « Ufficio trasporti automobilistici». Egli pensa che non vi sarebbe aggravio di personale e aumento di burocrazia, perché l'introduzione dell'automezzo consente un notevole risparmio di organi ai vari livelli, e in particolare degli «interminabili scaglioni di carreggio ausiliario» destinati al r ifornimento dei parchi. L'ente che dirige il Servizio automobilistico dovrebbe avere alle sue dipendenze anche il Servizio di tappa, perché per i trasporti automobilistici la viabilità ordinaria e l'organizzazione degli itinerari assumono importanza speciale, e l'organizzazione delle tappe non può più essere la stessa adottata per i mezzi a traino animale.


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Il Maggiorotti indica pòi caratteri e prestazioni principali dei vari tipi di autocarri da adottare, tenendo presente anche la portata dei ponti militari in dotazione. La suddivisione è quella più o meno ancora oggi in uso (ovviamente, velocità a parte): - autocarri leggeri, con peso totale di 2500 Kg e portata di 1250 Kg circa (velocità massima 20 Km/h); - autocarri medi, del peso totale di 5000 Kg e portata di 2500 Kg (velocità massima 16 Km/h); - autocarri pesanti, del peso di oltre 5000 Kg e portata fino a 4000 Kg (velocità massima 12 Km/h). I mezzi cli più frequente impiego sono quelli leggeri e medi. Gli autocarri pesanti sono di impiego limitato a determinate strade, e comunque nelle retrovie. Dove lo studio del Maggiorotti è assai poco convincente, è nel1'applicazione pratica di princìpi che, come si è visto, sotto molti aspetti precorrono i tempi e sono aderenti alle prestazioni dei mezzi: Servizio per Servizio, il Maggiorotti prende in esame le esigenze, anche sulla base degli ammaestramenti delle ultime guerre, a cominciare dalla guerra franco-prussiana. Ma i risultati dalla sua lunga e particolareggiata analisi, basata su numerosi e interessanti dati statistici, non sembrano tenere conto a sufficienza degli eccezionali consumi di munizioni e materiali vari, e dell'incidenza dello sgombero feriti nella guerra del futuro. Infatti, il Maggiorotti ·s i sforza di dimostrare che, nei trasporti di carattere periodico di un corpo d'armata con due divisioni, riguardanti principalmente i viveri, per i rifornimenti dalle sezioni sussistenza divisionale alle truppe bastano 9 autocarri (3 pe1· divisione) e per collegare le sezioni sussi~tenza divisionali ai magazzini avanzati d'Intendenza, sono sufficienti 21 autocarri in totale. Ma dove le conclusioni lasciano più perplessi è a proposito dei rifornimenti aperiodici di viveri di riserva, munizioni, e del Servizio di Sanità: il Maggiorotti non ritiene giustificate le tesi di coloro che prevedono enormi consumi di munizioni per le battaglie avvenire, e arriva alla conclusione che, per munizioni e viveri di riserva, bastano in un corpo d'armata combattente di due divisioni 18 autocarri .per le dotazioni di fucileria, e 20 per quelle di artiglieria (44 in totale). Peraltro, poiché un corpo d'armata non combatte sempre, questo numero si può dimezzare fino a 22 autocarri. In conclusione potendosi disporre di un parco automobilistico di 44 autocarri per armata di due corpi a due divisioni, si può senza alcun dubbio attende re e tutti i rifornimenti possibili di munizioni e di viveri di riserva,


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pur restando tra le varie azioni tattiche sufficienti periodi per eseguire tutti quegli altri trasporti che potessero occorrere in via straordinaria.

Anche sul Servizio di Sanità, il Maggiorotti individua bene il vantaggio generale che finalmente consente il trasporto feriti motorizzato (il rapido sgombero dei feriti dai posti medicazione verso gli ospedali, condizione indispensabile per una cura efficace); peraltro nell'applicazione pratica non vorrebbe assegnare alle sezioni Sanità degli automezzi specializzati e sempre a disposizione (le attuali ambulanze) ma degli autocarri che, nella giornata, servano a disimpegnare altri servizi o, al massimo degli automezzi di requisizione. In tal modo lo sgombero avviene solo una volta al giorno. Facendo riferimento a recenti esercitazioni, così egli esemplifica, suggerendo un procedimento estremamente macchinoso e di fatto mai adottato in guerra: una squadra di 10 autocarri al mezzodì del 6 era in Lago con munizioni di fucilieria, nel pomeriggio essa rifornì il parco di corpo d'armata ed alle ore 16 era pronta per ripartire. Gli autocarri erano già preparati per poter ricevere 6 barelle e disporre sedili per altri 4 feriti seduti, oppure ricevere 12 feriti seduti[...] non convenendo spingere verso tale ora la squadra di autocarri sino a Lami, intorno cui risultava si combatteva ancora, si caricano i 12 feriti di S. Bernardo e i 56 di Ronco, e poscia alle 19 gli autocarri iniziano il ritorno [...] Intanto giunge la seconda squadra di autocarri alle ore 16 in Lago con munizioni di artiglieria [... ] alle ore 18 il travaso è compiuto. Detti autocarri caricano i 49 feriti di S. Bernardo e a ltri 51 di Ronco...

In tale modo, vengono utilizzati sempre gli stessi 22 autocarri per corpo d'armata prima citati: con gli autocarri delle unità di riserva e di quelle che non combattono si possono rinforzare quelle impegnate in combattimento, e qualora invece si avverasse che la gran maggioranza delle truppe si impegnasse a fondo, per risolvere i problemi dei trasporti converrebbe da prima compiere i rifornimenti delle munizioni, il che è possibile, come già dicemmo, e poscia eseguire lo sgombero dei feriti..., i quali pertanto dovrebbero restare nel proprio ospedale da campo alcuni giorni di più che nel caso precedente.

Ma a parte questa parentesi poco felice, molte sono le idee del Maggiorotti meritevoli di un esame più ampio di quanto sia possibi-


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le fare in questa sede, e ben traspare da questo suo ampio studio del 1910 il notevole salto di qualità che l'automezzo consente di compiere nell'organizzazione logistica e nel funzionamento dei Servizi, con par ticolare riguardo alle distanze tra organi dei Servizi (che possono essere maggiori), alla lunghezza delle tappe anche essa molto maggiore, alla possibilità di rifornimenti a domicilio e, in genere, a una certa elasticità dell'organizzazione logistica, che consente, all'occorrenza, di saltare qualche anello. É inoltre possibile modificare lo scaglionamento in profondità delle dotazioni, alleggerendo le dotazioni a livello corpo, Grande Unità e parco in genere, perché i minori tempi che occorrono per i rifornimenti consentono di ricorrere con maggiore frequenza e sicurezza agli organi superiori, senza pregiudizio per la tempestività dei rifornimenti stessi. Diversamente da ll' Alliney e da altri, inoltre, il Maggiorotti ritiene giustamente che la soluzione delle requisizioni all'emergenza degli automezzi necessari, senza acquisirli in misura sufficiente fin dal tempo di pace, non sia praticabile su larga scala specie in Italia, paese ove, a causa di specifiche condizioni locali (ad esempio: benzina - anche allora - troppo cara) la motorizzazione risulta ancora poco diffusa (anche se esistono ormai ottime industrie automobilistiche), nè è qualitativamente adatta alle esigenze militari. Per il Maggiorotti non possono essere di ostacolo nè i problemi - non insuperabili - della conservazione degli a utomezzi acquistati fin dal tempo di pace, nè la possibilità dell'invecchiamento dei modelli, che se mai deve consigliare a introdurre l'uso dell'automezzo solo dove è indispensabile. E anche i vari sistemi di sovvenzioni ai privati proprietari di automezzi o di accordi con altre Amministrazioni statali che acquistano automezzi per le loro specifiche necessità, non possano essere tali da risolvere il problema; senza contare che incoraggiando l'acquisto di automezzi in campo civile (da precettare poi all'emergenza), l'Amministrazione militare contribuisce a depauperare quel patrimonio equino che le è ancora necessario. Data la sua posizione influente di massima a utor ità dell'Esercito in campo automobilistico, le idee del Maggiorotti per uno sviluppo della motorizzazione militare esteso al tempo di pace non rimangano senza seguito: nel giugno de llo stesso anno 1910, infatti, viene bandito un concorso per la fornitura all'E sercito di 600 autocarri. Non tutti, però, sono d'accordo con alcuni aspetti della


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sua tesi: dissente, ad esempio, il capitano di Stato Maggiore Carbone sulle colonne della Rivista Militare (58). Pur ritenendo che i princìpi fondamentali sostenuti dal Maggiorotti «sono fra i più razionali e più pratici finora esposti, anche all'estero», il Carbone dissente da lui fondamentalmente su due aspetti: - numero degli automezzi necessari per i rifornimenti periodici e aperiodici; - opportunità di conservare, come vorrebbe il Maggiorotti, i parchi (con il relativo carreggio a traino animale) al livello di divisione a corpo d'armata. Con un'analisi altrettanto approfondita e con argomentazioni assai convincenti, il Carbone - pur ritenendo di massima validi i consumi previsti dal Maggiorotti - dimostra che il numero di automezzi da lui considerati per rifornimenti periodici non è sufficiente, perché non è possibile - come quest'ultimo vorrebbe - far fare agli autocarri tre viaggi in due giorni, tra le truppe e gli stabilimenti avanzati d'Intendenza. Occorre anche considerare l'incidenza di rita rdi, guasti e imprevisti (come le strade ingombre) nel calcolo dei tempi, calcolo che pertanto deve essere effettuato con un minimo di larghezza. Quindi, è necessario disporre del numero di mezzi a motore sufficiente per compiere un solo viaggio al giorno, trasportando su automezzi una intera razione di viveri ordinari, e non 1/3 come voleva il Maggiorotti. Al tempo stesso, per snelli re i rifornimenti, evitare inutili trasbordi e risparmiare personale e mezzi, liberando così le risorse per l'acquisizione di un maggior numero di automezzi, il Carbone propone di abolire le sezion i sussistenza divisionali e i parchi d'artiglieria e del genio a l livello corpo d'armata e armata, con il relativo cospicuo carreggio e trazione animale. Sopprimere questi organi è non solo possibile, ma necessario, pe r alleggerì re e rendere maggiormente mobili i corpi d'armata. É indispensabile, infatti, aumentare il correggio del parco di divisione e a livello reggimento, e d'altro canto occorre limitare al massimo la trazione animale, evitando requisizioni di quadrupedi e carri sempre di incerto rendimento. L'unico rimedio è l'abolizione dei parchi al livello superiore, che si può ottenere aumentando il numero degli a utomezzi per i serv izi aperiodici, a cominciare dal riforni men to munizioni.

(58) V. Carbone, Organizzazione dei servi zi logistici con aulocarri, «Rivista Militare•, 1910, voi. IV, Disp. XI e XII.


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Con la soluzione proposta dal Carbone, il numero totale degli a utomezzi necessari sarebbe raddoppiato (dai 54 per corpo d'armata previsti dal Maggiorotti, ai 102 da lui proposti). In compen so si ottiene, egli osserva, una maggiore semplicità e sicurezza di funzionamento dei Servizi, con rifornimenti che giungono alle truppe direttamente dai m agazzini avanzati d'Inten denza, senza anelli intermedi e con relativo grosso risparmio di uomini e quadrupedi. E il Carbone così conclude, smorzando gli entusiasmi per la guerra « breve, rapida e decisiva » già allora ovunque di m oda: la questione dell'impiego degli a utocarri per i servizi logistici dell'esercito di campagna ha grandissima importanza per lo svolgimento delle operazioni mili tari. Queste operazioni, malgrado tutte le teorie che proclamano non dover esse dipendere dai servizi, in pratica, col carreggio ordinario e colle numerose forze che scenderanno in campo in un'eventuale prossima guerra europea, è da prevedersi che, come per la passata, saranno quas i sempre, in maggiore o minor misura, a questi subordinate. Solo l'impiego degli autocarri potrà assicurar loro una sufficiente indipendenza, e la possibilità di un'energica e genia le esecuzione.

Gli approfonditi scritti del Maggiorotti e del Carbone, anche se sono del 191 0, rispecchiano assai fedelmente lo stadio tecnol ogico raggiunto nelle costruzioni e i criteri d'impiego prevalenti nel periodo precedente il conflitto: negli anni successivi, nonostante la guerra di Libia, nulla d i più e meglio emerge da una pubblicistica, che sull'argomento continua a mantenersi piuttosto abbondante. Nel 1913 compare bensì una voluminosa opera a carattere semiufficiale, dovuta al col. Maggiorotti e a un altro grosso nome dell'automobilismo militare, il capitano Puglieschi (59). Ma circa l'impiego vi si ripetono, molte volte alla lettera, le argomentazioni del Maggiorotti nel 1910, s ia pure con l'aggiunta di argomenti particolari di elevato interesse, che in questa sede ci limitiamo a citare: le autocolonne, il pa rco automobilistico d'armata e il deposito e le modalità per la loro gestione, il trasporto di truppe su automezzi gli «automobili offensivi». La parte impiego è inoltr~ preceduta da una esauriente parte tecnica (dovuta a l Puglicschi), ove vengono trattate le caratteristiche meccaniche dei mezzi, il funzionamento e la mutenzione.

(59) Cfr. A. Maggiorolti - V. Puglieschi, L'automobile a benzina e il suo impiego nell'Ese rcito, Città di Castello, Tip. Unione Arti Grafiche, 1913.


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Nella prefazione, si accenna in m odo molto significativo a ll 'esperienza di impiego degli automezzi nella r ecente gue rra di Libia, che si è avvalsa dell'autocarro nel modo più ampio, e con r isultati tali da giustificare la grande fiduc ia che in esso poneva ch i per averlo molto praticato, ne conosceva i pregi[...] scoppiata mentre l'organizzazione automobilistica era ben lw1gi dall'essere compiuta, ha dimostrato esatte tali previsioni, giacché tutti i nostri Servizi trassero dall'automobile un utile grandissimo nelle differenti nostre operazioni, alcune delle qua li furono attuate, solo perché eb bero l'aiuto di esso ...

E rievocando l'episodio di un avversario fe rito sgomberato entro 10 minuti dagli autocarri italiani: ricordo pure che a ppunto nell a battaglia di Zazur i nostri soldati ebbero sulla linea d i combattimento col vitto caldo anche il ghiaccio. Orbene, pensando che non è lontano il tempo in cui il ferito moriva sul campo per mancanza di pronte cure e di assistenza, come pure non è lontano il tempo nel q.uale le più gravi difficoltà impedivano che giungessero al soldato mezzi di vivere freschi e sani, vi è da sentirsi altamente sod disfatt i di aver concorso a dotare l'esercito di un m ezzo che mentre aumenta la sua potenza , attenua gr andemente gli ineluttabili error i della guerra.

Grazie a gli scritti del Maggiorotti, del Carbone e di tanti altr i, pur con previsioni non sempre esatte sulle molteplici e colossali esigenze di trasporto create dalla futura guerra di logoramento e di trincea, viene delinea to in Italia con c riteri moderni e avanzati il problema della motorizzazione dei Servizi, e i trasporti a motore già assumono la fisionomia moderna, e anzi a ttuale, di «Servizio dei Servizi ». Nonostante gli ancor numerosi limiti, nella guerra di Libia l'automobilismo consente di avviare finalmente a soluzione annuosi problemi, che a dispetto di tutti i tentativi e gli studi, anche a causa dei difetti naturali del tra ino animale, si trascinavàno fin dalle guerre napoleoniche (e, per noi, dalle guerre d'indipendenza): tra di essi, il rapido sgombero e quindi la pronta cura dei feriti, il tempestivo r ifornimento al combattente, in qualità e quantità sufficiente, d i viver i freschi e quindi deperibili, o , meglio a ncora, la disponibilità anche in prima linea di un rancio caldo, e, infine, un afflusso di munizioni nelle enormi qua ntità r ichieste dalla guerra di trincea. Su ques t'ultimo aspetto, e a nche sui Servizi Sanitari, non man-


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ca chi, come il capitano del genio Luria (60), diversamente dal Maggiorotti e dal Carbone pr evede un a umento senza precedenti del cons umo munizioni, e del numero dei feriti e ammalati. Scrive il Luria che anche secondo i generali r u ssi che hanno partecipato alla guerra russo-giapponese, le dotazioni di 2 3 linea comunemente adottate negli eserciti europei, nella maggior parte dei casi saranno nei fu tur i conflitti consumate dopo la p rima giornata di combattimento. A causa dell'introduzione de l fucil e a ripetizione e dell'importanza crescente attribuita all'azione dell'artiglieria, secondo il Lauria il consumo di munizioni sarà comunque di gran lunga superiore alle guer re passate e l'autocar.ro sarà il protagonista del rifornimento munizion i: Ora non è aumentando il tonnellaggio disponibile nelle batterie che s i soddisferà ai bisogn i di munizioni, ma elevando il lonncllaggio quotidiano spedito da lergo. Si comprende s ubito l'enorme vantaggio della trazione meccanica in confronto di que lla anima le per il trasporto delle munizioni.

Com'era, in definitiva, l'orga nizzazione del Servizio automobilistico nel nostro esercito alla vigilia della guerra, in confronto a quello dei pr incipa li ese rciti e uropei ? A questa domanda consente dì r ispondere un articolo del 19 14 del capitano d'artiglie ria Pietro Gazzera (poi generale e Ministro della guerra dal 1929 al 1933) (6 1). In rapida s intesi, si può dire c he dall 'analisi del Gazzera risultano confermati i crite ri relativamente m oderni e avanzati ai quali era improntata l'organizzazione del Servizio in Italia, anche al r affronto con l'organizzazione di altri eserciti, p r incipalmente per due motivi: - negli eserciti fra ncese e tedesco, l'impiego degli automezzi è previsto solo nei tr asporti logistici di 2° linea, senza venire a contatto con le truppe; nell'esercito italiano, invece, già si preve de che gli automezzi giungano fin o alle sezioni s ussi s tenza delle divisioni, o ai parchi, e se necessario anche più in là; - in entra mbi i predetti eserciti, gli automezzi sono rigidamente - o quasi - ripartiti per Servizio, mentre nell'Esercito Italiano

(60) A. Luria, I trasporti militari in relazione alle esigenze degli eserciti moderni ed ai progressi della meccanica, ,,Rivista di Artiglieria e Genio», 1912, voi. Il, Dìsp. VII. (61) P. Gazzcra, Alcune note comparative circa il servizio automobilistico negli eserciti francesi, germanico ed italiano sul piede di guerra, «Ri vis ta Milita re., 19 14, voi. III, Disp. Vll.


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si è adottata la soluzione più economica di riunire gli automezzi nel parco automobilistico d'armata, per l'impiego a ragion veduta a favore dei livelli inferiori. Circa il primo principio, a torto il Gazzera auspica che si possa inserire fra le autocolonne e le truppe un anello di carreggio ordi narìo per render e più e lastico il funzionamento del servizio [soluzione, questa non sempre utile, e sovente tale da complicare e il ritardare i rifornimenti - n.d.r.).

Ma, al tempo s tesso, la s ua conclusione illumina con efficacia i caratteri peculiari dell'impostazione italiana del problema automobilistico militare: l'I talia, con scarse risorse equine e pressata da carenza di fondi, ha punta to di più degli altri Stati sul trasporto automobilistico, gesti to con cr iteri economici, e sviluppato (ciò che non è avvenuto altrove) sopprimendo una parte del carreggio ordinario. Tutto ciò dovrebbe contribuire, ci sembra, a dare dell'Esercito italiano de l 1914-1915 un'immagine un po' diversa da quella (usata fi no all'abuso) di una compagine ricca solo di uomini, e non di potenzialità tecniche.

I Servi zi Sanitari Trattando del Servizio automobilistico, sono già emersi due aspetti particolari concernenti i Servizi Sanitari, quali si presentano all'inizio del secolo: - presumibile aumento del numero di morti e fer iti, in relazione all'aumento della celer ità di t iro e dell 'efficacia di tu tte le armi, a cominciare dalle artiglierie e mitragliatrici; - possibilità notevoli del traspor to feriti con automezzi, l'unico a consentire un salto d i qualità negli sgomberi. Questi argomenti si r itrovano anche nei non molto numerosi studi del periodo che tratta no dei Servizi Sa nita ri in guerra. In proposito, si deve cons ta tare che sulla pr incipale rivista specializzata del tempo (il Giornale medico del Regio Esercito, poi Giornale di medicina militare) sono trattati con particolare attenzione gli aspetti più strettamen te scientifici della medicina militare, ma tutto ciò che a ttiene ai fonda mental i problemi concernenti l'impiego e l'organamento dei Servizi Sanitari in guerra, e lo sgombero dei feriti, non sempre viene approfondi to con l'ampiezza e la frequenza richieste dalla loro importanza.


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Complessivamente in sottordine rimane anche l'esame dellagliato delle modalità per l'utilizzazione pratica dei nuovi mezzi automobilistici, che pure, come si è visto, erano gli unici a consentire, terreno permettendolo, quel rapido sgombero dei feriti ritenuto in linea di principio ìndipensabile per diminuire la mortalità. Così che l'idea attuale dell'ambulanza, cioè del veicolo a motore ruotato appositamente studiato e costruito per il trasporto e la contemporanea prima assistenza dei feriti, prima de l 1914 ancora non compare come componente essenziale dello sgombero, e ancora si pensa, al massimo, a un automezzo opportunamente adattato anche a questo servizio e magari proveniente dalla requisizione. Un pregio degli studi del periodo è però quell o di fare frequente e dettagliato riferimento a quanto viene previsto all'estero, il che porta a constatare, per obiettività, che questi limiti, o meglio questa utilizzazione ancora incompleta ed episodica delle nuove frontiere tecnologiche, si trovano in tutti gli eserciti europei, a cominciare dai battistrada (gli eserciti francese, tedesco e inglese). li Giornale di medicina militare di fine secolo XIX, d'altro canto, riporta la sintesi di numerosi studi stranieri s ulla struttura dei Sen1izi Sanitari, e tratta con una certa ampiezza anche lo sgombero feriti a mezzo di treni-ospedale, introdotto ne lla guerra astroprussiana de l 1866 in Boemia, e sviluppato su larga scala sia nella guerra di secessione americana (I 861-1865) che nella guerra francoprussiana (1870), durante la quale il grande Stato Maggiore di Moltke dovette mol ti dei suoi folgoranti successi a un magistrale impiego in campo strategico e logistico delle ferrovie. Il Giornale di medicina militare tratta con molta ampiezza, sempre a fine seco lo, le esperienze delle infelici campagne eritree cie l 1885-1886 e del 1895-1896, collaudo particolarmente probante e severo per i Servizi Sanitari, che dovevano fare i conti con un terreno aspro e privo cli strade, e un clima che, prima ancora che il problema dei feriti e dei morti, induceva a considerare i problemi igienici di prevenzione delle malattie e della cura e del sollecito recupero dei numerosi ammalati . Dalla relazione ufficiale sul Servizio Sanitario nelle campagne e dai numerosi studi (62), risulta che l'organizzazione sanitaria pre-

(62) Cfr., In particolare, la Relazione medica ufficiale sulla campagna del 1896 {«Giornale di Medicina Militare» 1897, pp. 1083-1204) compilata dal col. medico Panara, e le Considerazioni e proposte sulla sezione di sanità per le truppe in Africa («Giornale di Medicina Militare» 1887, pp.3-50), compilata da l magg. medico Guida, che servì da guida per la compilazione dell'omonima istruzione.


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vista già era assai moderna e del complesso dette buona prova. Anche per le accentuate esigenze di decentramento che la situazione e il terreno richiedevano in Africa, ogni battaglione nel 1896 aveva due ufficiali medici, un caporale di sanità e quattro portaferi ti, e per ciascuna brigata era prevista una sezione sanità con 1 capitano medico, 4 subalterni medici, 1 ufficile contabile, 2 sottufficiali, 3 graduati o aiutanti di sanità, 16 portaferiti, 14 infermieri ed 80 portatori indigeni, con 8 muletti per il materiale e 80 muletti per trasporto feriti. Abbondanti e, nel complesso, ben studiate erano anche le dotazioni di materiale sanitario al livello di battaglione e brigata. Un problema diffusamente trattato all'inizio del secolo, attraverso il quale si può vedere il grado dì evoluzione raggiunto dalla medicina di guerra, è quello del pacchetto di medicazione in distribuzione individuale, reso difficile all'indisponibilità, al tempo, di un antisettico, o disinfettante di sicuro effetto e di facile e pratica distribuzione capillare. Una proposta presentata dallo stesso Ispettorato di Sanità (63) ne sottolinea l'importanza, perché nelle future guerre la ricerca deì ferìtì nella linea del fuoco diverrà impossibile, a meno dì immensi sacrifici dì vite; ed i feriti saranno abbandonati a loro ed alla cura dei compagni fintantoché ìl combattimento cessi, ovvero si sposti in località lontane[...] la sola assistenza che potrà avere il soldato in tali momento sarà dovuta ai suoi propri sforzi o a quelli dei camerati, ovvero dei medici del corpo[ ...] non potendo sperare in una medicazione antisettica, stante la difficoltà che i medici stessi incontreranno nel portare fino alle prime linee acqua sofficientemente bollita e almeno pulita per la loro pulizia e pel lavaggio della ferita, unica risorsa glì rimarrà ìl proprio pacchetto dì medicazione, insufficiente com'è attualmente ad arrestare un'emorragia di qualche importanza.

Devono essere evitate medicazioni inopportune, e per le ferite leggere, tenendo presente che il sangue stesso che esce dalle ferite è il miglior disinfettante, il problema è di prevenire infezioni e suppurazioni, ricoprendo la ferita solo con materiale assorbente, in modo da favorire il coagulo del sangue e la formazione di una crosta protettrice, evitando lavaggi con acqua generalmente sporca, e l'uso di antisettici che difficilmente risponderanno allo scopo.

(63) «Giornale Med ico del Regio Esen:ito», 1902, pp. 882-884.


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L'esperienza della recente campagna d'Africa ha confermato questa esigenza. Pertanto, si propone di apportare al pacchetto di medicazione regolamentare un complesso di modifiche, consistenti in: - aggiunta cli un pacchetto di polvere essiccante e possibilmente antisettica, e di 10 gr di cotone idrofilo; - eliminazione della carta pergamenata, che impedisce l'evaporazione cutanea e mantiene nella ferita un certo grado di umidità che favori sce lo sviluppo dei microbi. Problemi di più ampia portata si trovano in due articoli del tenente medico Messineo nel 1905, sul trasporto dei feriti durante il combattimento (64). Con ampia citazione di dati e di statistiche sulle guerre passate, il Messineo, pur prevedendo in linea generale che nelle guerre future si avrà un aumento dei morti e dei feriti, ritiene che le stati stiche possano anche indurre in errore, perché le perdite dipendono da un gran numero di fattori variabili (come il buon funzionamento del Servizio Sanitario): esistono anche autori, come il Fischer, i quali ritengono che il numero dei combattenti non è molto aumentato nelle guerre moderne e che la proporzione delle perdite complessive (e dei morti rispe tto ai feriti) è andata gradualmente diminuendo. Lo studio del Messineo è rivolto alle modalità di sgombero a livello reggimento, divisione e corpo d'armata. Dopo un esame delle esigenze e delle possibilità e partendo dalla premessa, da tutti condivisa, che la rapidità dello sgombero è condizione essenziale per l'efficacia del soccorso, si pervi ene alle seguenti conclusioni - vi sarà un minor numero di feriti gravi, ma una notevole massa di feriti leggeri; - lo sgombero non potrà essere immediato e durante l'azione non potrà avere luogo; - è necessario procedere presso i posti medicazione (65) a uno

(64) «Rivisla Militare» 1905, voi. I, Disp. Ili e voi. II Disp. IV. (65) Per posto medica zio ne si intendeva, anche a llora, l'organo esecutivo di primo intervento medico sui feriti, ove i feriti stessi vengono trasportati dopo essere stati raccolti sul campo. É diretto da un ufficiale medico e dislocato a immediato ridosso della linea del fuoco . Al tempo, si lendeva per altro ad attribuire a queslo organo avanzato anche funzioni - come la prima cura - più aulonomc e impegnative delle attuali, che consistono solo nel primo tra/lamento (rianimazione dei feriti, controllo ed effettuazione di medicazioni cd interventi atti a preparare i feriti allo sgombero). Le maggiori possibilità di cura del posto medicazione erano allora giustificate dalle minori possibilità cli sgombero immediato (specie in montagna) e dalle minori risorse della medicina d'urgenza.


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smistamento iniziale dei feriti, sulla base del tipo di cura richiesto. Una parte di essi deve essere lasciata sul posto e nelle immediate vicinanze (negli ospedali da campo organizzati presso le retrostanti sezioni sanità divisionali), gli altri devono essere sgomberati più indietro; - poiché i due ospedali da campo di prevista assegnazione alla divisione consentono il ricovero e la cura di solo 100 feriti a fronte cli un massimo di 1200 circa (su 14000) prevedibili dopo ogni fatto d'armi, occorre aumentare la capacità di ricovero, prevedendo come normale l'assegnazione - al momento solo eventuale - di ospedali da campo da parte del corpo d'annata; - per la raccolta dei fer it i s ul campo di battaglia e il trasporto fino al posto di medicazione, occorrerebbe: 1) aumentare i portaferiti; 2) aumentare le barelle; 3) rendere più vicini i posti di medicazione. Quest'ultima possibilità trova una facile soluzione prevedendo posti medicazioni al livello di battaglione. Se non si vuole aumentare i portaferiti, si potrebbe ricorrere, come in Francia, all'impiego dei musicanti. L'aumento delle barelle è legato alle disponibilità finanziarie, e in m inor misura al loro ingombro. Questo provvedimento ridurrebbe comunque notevolmente ì tempi; - lo sgombero ferì ti dai posti medicazione alle sezioni di sanità divisionali (con barelle o carri per feriti) consente il trasporto simultaneo di solo 37 feri ti per reggimento (12 su due carri e 25 su barelle). Per ridurre al minimo i tempr, le sezioni di sanità divisionali dovrebbero essere ubicate a non più di un'ora cli marcia (andata a ritorno) dai reparti avanzati; - non dovrebbero sorgere grossi problemi per lo sgombero dagli ospedali da campo verso l'interno, sia per la maggiore disponibilità di tempo, sia perché potranno di frequente essere utilizzate le ferrovie; - in pianura, ottimo mezzo di trasporto potrebbe essere l'automobile. In montagna, date le condizioni particolari dell'ambiente naturale occorre spingere ancor più in avanti i posti di medicazione ed incrementarne le dotazioni e quindi le possibilità di primo soccorso e cura, rendendoli il più possibile autonomi dalle sezioni Sanità. Infatti, lo sgombero dai posti medicazione alle sezioni sanità è difficoltoso e conviene utilizzare tutti i fabbricati prossimi al teatro d'azione, perché dato il clima rigido le tende non consentirebb ero sufficiente riparo. Un altro notevole studio, ancor più organico e completo del precedente perché tratta di tutti gli aspetti dell'organizzazione e fun-


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zionamento del Servizio Sanitario di prima linea e non solo dello sgombero, è quello (1906) del maggior generale medico Ispettore Imbriaco, studioso e scrittore di medicina militare e la più alta autorità del momento nel campo della Sanità militare (66). L'Imbriaco mette a confronto l'organizzazione de l Servi zio Sanità di prima linea dell'Esercito Italiano con quella degli altri eserciti europei. Dal raffronto, compiuto con profondità e completezza d'indagine, abbondanza cli argomentazioni e largo ricorso a chiari schemi grafici, emerge che nell'ambito di un corpo d'a rmata con due divisioni la situazione è la seguente:

-

Personale, mezzi di trasporto e di ricovero Personale med ico Personale portaferiti Barelle Carri (1) Posti-letto

ESERCITI: -

Italiano

Francese

Austriaco

Tedesco

106 891 363 24 220 (2)

141 796 (3) 745 36 (4) 800

112 708 344 30 (S) 1300

171 996 238 24 2400

·-

(1) I carri possono, in generale, Lrasportarc 6 feriti corica ti e 6 seduti, tranne che ncll'e· sercilo francese dove la metà circa dei carri è solo per 2 feriti coricati, e l'altra metà per 6 coricat i e I O seduti. (27 li numero dei posti letto può essere aumentato mediante il passaggio in prima linea, cioè al corpo d'armata o a ll e divisioni, d i ospedali da 100 a 200 letti. (3) Non sono compresi i musican ti dei reggimenti. (4) Sonvi inolte 60 lenighe e 120 cacolets t rasportati a dorso di mulo. {5) Sonvi inoltre 15 carri della Croce Rossa. per ciascun ospedale da campo.

Se ne deduce, in estrema sintes i, che mentre in tutti gli altri settori l'organizzazione sanitaria ita liana dispone di materiali e mezzi di trasporto in linea di massima competitivi per numero e qualità rispetto ag.li eserciti s tranieri, rimane però gravemente deficitaria in fatto di posti-letto (ospedali da campo). Lacuna grave e probabilmente dovuta a scarse disponibil ità economiche, visto che il materiale per ospedali da campo era estremamente costoso. Lacuna anche tale da non poter essere colmata all'emergenza con il volontariato civile (Croce Rossa), perché era opinione comune del tempo che il prezioso e valido concorso delle associazioni della carità privata col servizio sanitario ufficiale, deve trovare il suo campo d'azione (centro vasto e non meno fecondo di util i servigi e di grandi benemerenze)

(66) P. Imbriaco, Sulla organizzazione e funzionamento del servizio sanitario di prima linea nelle guerre moderne, «Rivis ta Militare», 1906, voi. IV, Disp. X e XI


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nella zona delle Intendenze e negli stabilimenti di riserva, non nella zona delle truppe.

Per l'Imbriaco, i Servizi Sanitari di prima linea devono soddisfare a quattro requisiti: 1°) provvedere a l più presto alla medicazione occlusiva assorbente per tutte le ferite, onde proteggerle contro gli agenti infettivi e meccanici; 2°) intervenire attivamente in tutti i casi, nei quali un atto operatorio sia urgente; 3°) rendere trasportabili i feriti, mediante interventi chirurgici volti ad attenuare o eliminare i danni del trasporto; 4°) eseguire lo sgombero del campo di battaglia nel modo più soJlecito e con i mezzi più idonei, tenendo conto delle speciali precauzioni richieste da talune lesioni. Circa le modalità esecutive per tradurre in pratica i predetti requisiti, nemmeno ]'Imbriaco ritiene che sarà possibile sgomberare i feriti con i portaferiti azione durante, anche se i regolamenti lo prevedono: l'opera dei Servizi Sanitari inizierà nella generalita dei casi a fine giorno, per proseguire durante la notte e nei giorni successivi. E anche a suo ·parere il pacchetto di medicazione in uso non è rispondente ai requisiti e va modificato per renderlo adatto a medicare due ferite (fori di entrata e uscita di un proiettile), di facile applicazione, senza tessuti impermeabili e confezionato in manieratale che la parte dei materiali di medicazione che deve andare a contatto della ferita non sia contaminata dalle mani di chi pratica la medicazione. Sul campo di battaglia rimane, per l'Imbriaco, molto importante l'illuminazione per la ricerca notturna dei feriti, che è al momento insufficiente, perché limitata a lanterne ad olio e ad alcune torce a vento. Occorre adottare mezzi più moderni basati su lampade-faro, lumi portatili ed eventualmente cani da guerra. Il posto di medicazione secondo la regolamentazione costituisce un vero e proprio luogo di soccorso e cura dei feriti , nel quale si possano praticare, nei casi di grande urgenza, anche operazioni chirurgiche gravi. É però di difficile impianto e funzionamento azione durante, e dopo la battaglia potrebbe diventare un nocivo intermediario tra le sezioni di sanità e le truppe. Esso va però mantenuto se non altro per il suo effetto morale, e anche perché in avvenire occorre tendere a decentrare il più possibile personale e mezzi, se si vuol rendere tempestivi i soccorsi.


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Anche le sezioni di Sanità (che dovrebbero attuare tutti e quattro i princìpi prima esposti) non potranno funzionare in modo contin uativo, ordinato e veramente proficuo, che a l termine del combattimento. Nel nostro E sercito, esse non sono però in grado, per l'Imbriaco, di svol gere i loro compiti. Infatti, considerando in una divisione 1400 feriti da medicare (esclusi i feriti leggeri), una sezione di Sanità divisionale con la costituzione organica del momento impiegherebbe ben tre giorni e mezzo, calcolando 15 minuti per ogni medicazione. Le sezioni di Sanità, anche per questo, tendono in combattimento a diventare più che a ltro luoghi di raccolta e di passaggio, nei quali il lavoro chirurgico è sommario, perché gli interventi chiru rgici e la cura vengono fatti principalmente negli ospedali da campo. Non si può fondere insieme, come proposto da taluni, sezioni di Sanità e ospedali da campo, nè la sezione Sanità può assorbire, in attesa dell'arrivo e dell'entrata in funzione dell'ospedale da campo, i compiti di quest'ultimo, immobilizzando così i carri in dotazione, che servono per lo sgombero dei feriti dai posti medicazione. L'unica soluzione da adottare, secondo l'Imbriaco, è quella di affiancare alla sezione di Sanità l'ospedale da campo, in modo da formare un tutto organico, seppure con compiti distinti per le sue componenti; il numero dei letti disponibili però, anche a suo giudizio, è a l momento troppo limitato. É dunque necessario disporre di un maggior numero di Servizi di Sani tà e di ospedali da campo. Le sezioni Sanità dovrebbero essere provviste anche di tende per il ricovero dei feriti p iù gravi, e rese frazionabili in tanti piccoli posti medicazione. Anche gli ospedali da campo dovrebbero essere leggeri, mobili, frazionabili, provvisti in conveniente misura di mezzi per il trasporto feriti, di tende per r icovero, tende-baracche per operazioni e per medicazioni, e di personale medico numeroso ed esperto nella chirurgia. Appositi ospedali dovrebbero essere previsti per i fe riti cavitari (cioè alla testa, al petto e all'addome). Sarebbe anche opportuno, che, come avviene all'estero, gli ufficiali medici potessero vedere spiegati effettivamente sul terreno, nel corso delle esercitazioni del tempo di pace, gli organi esecutivi del Senrizio. Da questa «tattica del Servizio Sanitario» troverebbero vantaggio tutti, a cominciare dagli ufficia li medici che si addestrerebbero a impiantare e far funzionare gli organi del Servizio sulla base del terreno e della si tuazione tattica. Anche le truppe combattenti si abituerebbero in tal modo a cons iderare quegli impedimenti bel-


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lici necessari che sono i reparti di Sanità: Però mi sia lecito dire che, per riuscire veramente utili, occorrebbe che [le esercitazioni], fossero dirette da ufficiali medici di provata competenza, e fossero sempre attuate con adeguata larghezza di mezzi e di person_a le, per non degenerare in parodia del servizio sanitario di campagna, fallendo completamente allo scopo, con danno anche finanziario.

Così L'Imbriaco conclude un esame per molti aspetti anticipatore delle realtà dell'avvenire, con particolare riguardo alla necessità, del resto già avvertita anche dal Messineo, di dimensionare meglio gli organi sanitari, e particolarmente le sezioni di Sanità e gli ospedali, rispetto alle prevedibili perdite. Tuttavia, ]a sua insistenza eccessiva - che diventa quasi rassegnazione - sull'impossibilità di sgomberare i feriti azione durante e sulle possibilità della raccolta feriti solo di notte, contrasta fortemente con il principio dello sgombero immediato e del soccorso urgente da lui messi in luce, almeno per determinati casi di ferite gravi. Completamente ignorate, nel suo scritto, sono anche le possibilità dei mezzi a motore per il sollecito sgombero dei feriti, già da altri al tempo indicate. Parecchie delle tesi dell'Imbriaco si ritrovano nel 191 O nella relazione della Commissione d'Inchiesta sul Servizio Sanitario in guerra (67), la quale indica come esempio da imitare l'ottimo funzionamento nella recente guerra contro la Russia del Servizio giapponese, che con largo impiego di ospedali da campo e di tutti i moderni ritrovati per l'assistenza, era riuscito a realizzare il soccorso immediato dei feriti, a limitare il numero dei malati ed a recuperare in breve tempo, nelle strutture sanitarie dello stesso teatro di operazioni, la maggior parte dei feriti. Anche la Commissione d'Inchiesta riconosce necessario l'aumento del numero delle barelle e dei portaferiti (con l'impiego çlei musicanti come in Francia), il miglioramento dei mezzi di illuminazione, e il completamento delle dotazioni delle sezioni sanità e degli ospedali da campo con tende per il pronto ricovero, oltre alle tende di medicazione già previste. Pur r iconoscendo la necessità che il nostro materiale sanitario non sia inferiore a quello degli altri Eserciti, la Commissione trascura, peraltro, di indicare la necessità di un

(67) Commissione d'Inchiesta per l'Esercito, Sesta relazione, Roma, Tip. Mantellate, 1910, pp. 11-15.


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aumento del numero di posti-letto per ospedali di campo, che era, come si è visto, la nosta lacuna più seria. In compenso, la Commissione riconosce necessario l'aumento degli ufficiali medici in servizio permanente e dedica molta attenzione ai mezzi di prevenzione de lle malattie e all'impiego dell'automobile, proponendo l'acquisizione di tutta una serie di nuovi materiali: - epuratori d'acqua carreggiabili; - laboratori d'igiene e apparecchi di radiografia portatili; - vetture leggere per il trasporto del medico, di un infermiere portaferiti, e del materiale sanita rio più urgente, come si fa in Germania (vale a dire di mezzi di trasporto autonomi e ad hoc per i posti medicazione); - stufe automobili per disinfezioni presso le armate; - omnibus automobili, in aggiunta ai carri per portaferiti, nelle sezioni sanità divisionali; - alleggerimento dei carri e carrette a trazione animale in dotazione agli organi sanitari, collocando il relativo materiale in contenitori più leggeri, come si sta facend o per gli ospedali da campo; - aumento dei treni attrezzati (ve ne erano 14 della CRI e 3 dello Ordine di Ma lta). In occasione della guerra di Libia, i Servizi Sanitari compiono notevoli progressi, che si possono desumere da un articolo del maggiore medico Salinari s,ugli «Insegnamenti chirurgici ricavati dalle ultime guerre e specialmente dalla guerra Italo-Turca» (68), nel quale egli mette in rilievo i vantaggi della radiografia nella diagnosi e anche nella cura delle feri te da armi da fuoco, compreso il miglior trattamento per la correzione di difetti funzionali dovuti alle conseguenze della ferita. L'applicazione dell'elettricità (elettroshoc) a sua volta, è stata di grande utilità nel campo della neurochirurgia, fornendo preziose indicazioni sulla convenienza o meno della terapia chirurgica. Riguardo al funzionamento degli organi sanitari, secondo il Salinari al precetto universalmente proclamato che «la prima medicatu ra decide la sorte del ferito» deve corrispondere nella pratica l'altro che «quali s i siano la natura e l'entità della ferita, è condizione essenziale per il buon andamento di essa la pron ta disinfezione sua e dei suoi dintorni colla tintura di iodio o la medicazione consecuti-

(68) «Giornale di Medicina Militare» 1914, pp. 275-284


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va con materiale asettico protettivo». Di qui l'importanza che la truppa disponga di un pacchetto di medicazione rispondente allo scopo, e che lo sappia usare bene (da una inchiesta da lui stesso condotta all'ospedale militare di Napoli, era invece risultato che oltre la metà dei feriti non aveva fatto uso del pacchetto, o perché ne era sprovvista o perché non lo sapeva usare). «Si è anche altamente deplorato» l'impiego di infermieri volontari non preparati a sufficienza: un esercito in guerra deve disporre di un numero sufficiente di infermieri di professione, bene istruiti fin dal tempo di pace. L'argomento più discusso è stato per iJ Salinari il modo di regolare l'intensità dello sgombero dei feriti. In proposito, si sono formate due correnti di pensiero. A parere di alcuni, i feriti possono essere ben curati solo lontano dal campo di battaglia, e sono necessari sgomberi in massa, così come è avvenuto nelle ultime guerre, ove peraltro il trasporto è assai estremamente disagiato. Secondo l'eminente chirurgo francese Delorme invece, questo sistema comporta delle evacuazioni massive, senza temperamenti, precipitate e precedute dalle medicazioni a tanto all'ora; sono vere concezioni amministrative, in cui vi è molto meccanismo e poco pietà.

Estremamente equilibrata la visione che il Salinari ha dei controversi aspetti del problema: vi sono i soldati con ferite cavitarie per i quali si rende necessario non solo un intervento il più possibile precoce, ma anche un'attenta e pronta cura successiva. Sgomberandoli sulle retrovie, tutto ciò non sarebbe possibile. Un altro genere di feriti, come i feriti agli arti, può essere assoggettato al trasporto, ma richiede che questo sia il più breve possibile, e venga fatto con mezzi idonei allo scopo. In quelle battaglie in cui le necessità belliche hanno imposto l'evacuazione ad oltranza con mezz,i improvvisati, i risultati sono stato deplorevoli: di siffatti dolorosi esperimenti io sono stato in Libia più volte spettatore, e confesso che solo la necessità impellente di sottrarre al più presto i nostri feriti alle turpi violenze di un nemico feroce e selvaggio poteva frenare le gravi ribellioni del cuore.

Nonostante questi inconvenienti, i vantaggi degli sgomberi in massa sono incalcolabili, e i feriti in Libia vi si attaccavano come nell'unica ancora di salvezza:


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io quindi, con tutto il rispetto dovuto al prof. Delorme e ai suoi seguaci, propendo per i trasporti in massa eseguiti al più presto possibile, però a due condizioni imprescindibili: la prima, cioè, che al trasporto immediato siano sottratti i feriti con lesioni cavitarie; la seconda, che ogni esercito disponga fin dal tempo di pace di mezzi di trasporto, i quali per quantità e qualità rispondono allo scopo.

Molti sostengono che la ospedalizzazione dei feriti cavitari sia irrealizzabile in prima linea. Ma, secondo il Salinari, non bisogna essere troppo pessimisti: è possibile perfezionare l'organizzazione sanitaria di campagna in modo che essa corrisponda a questo scopo, così come è avvenuto in Francia con le «ambulanze immobilizzate» adottate nel 1910, che sostituiscono gli ospedali da campo e hanno personale e materiale sufficiente sia per l'intervento sui feriti, cavitari, sia per la cura successiva. Circa i mezzi di trasporto, si tratta di condizione ancor più vitale per il recupero del ferito: all'insufficienza per numero e qualità dei mezzi di trasporto va attribuita la massima parte delle complicazioni che hanno accompagnato le ferite, nè ci si deve attendere che le ferrovie e le vie d'acqua giungano a così breve distanza da permettere il carico dei feriti servendosi del semplice trasporto a mano o con barelle: unica risorsa da tutti oggidì riconosciuta rispondente allo scopo è quella dell'impiego delle vetture automobili requisite sin dal tempo di pace ed adattate secondo le ingegnose proposte fatte dagli studiosi sull'argomento. Tali mezzi di traspor to avrebbero, oltre il vantaggio della rapidità e del conforto, l'altro di non ingombrare le colonne, potendo essere rilegati al post.o di quelli della sussistenza, donde, stante la. loro velocità, si porterebbero agevolmente là dove si dovrebbero utilizzare. In Libia noi ci siamo serviti, a guerra inoltrata, dei camions d isponibili i quali resero dei vantaggi inestimabili. Ma i camions, se si prestano bene per il trasporto dei materiali, non rappresen tano che un cattivo ripiego per il trasporto dei feriti e malati. Inoltre durante il periodo attivo della campagna essi non potrano per lo più essere messi che in guisa assai limitata ed aleatoria a d isposizione del servizio sanitario, dovendo rispondere ai bisogni più impellenti.

Un mezzo più idoneo è rappresentato da vetture automobili «da passeggio e da turismo» attrezzate a l trasporto dei feriti coricati, che serviranno normalmente non per gli sgomberi su grandi distanze, ma per il trasporto su brevi percorsi dei feriti e ammalati dai primi luoghi di cura agli ospedali avanzati, o da questi ai treni e alle


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navi ospedali. Il treno automobilistico potrà comunque rimpiazzare anche i treni ospedali quando mancano le ferrovie. Su 100 feriti 25 sono gli intrasportabili, che pertanto devono essere ospedalizzati sul posto, e 75 sono i trasportabili. Questi ultimi vanno a loro volta divisi in 25 evacuabili (diretti con qualunque mezzo di trasporto alla più vicina stazione ferroviaria o punto d'imbarco) e 50 non evacuabili. I non evacuabili sono feriti gravi che richiedono cure chirurgiche continue, e potendo sopportare trasporti solo di qualche decina cli chilometri, più cli tutti si avvantaggerebbero dall'impiego di automobili. Alla vigilia della guerra mondiale risultano dunque ben chiare le esigenze complessive da soddisfare per un buon funzionamento dei Servizi Sanitari, con particolare riguardo all'aumento dei mezzi di prevenzione igienica e delle dotazioni di 1 a linea, all'impiego del mezzo automobilistico e alla professionalità del personale, per il quale emerge la necessità di un a umento e cli esercitazioni cli campagna che diano la reale sensazione del peso e dell'importanza dei Servizi in guerra. Grazie allo scr.itto del Salinari, è anche possibile apprezzare sia i vantaggi dell'introduzione di ritrovati scientifici come la schermografia, sia l'ormai avvenuto superamento, nel 1914, di taluni pregiudizi e pessimistiche previsioni, che non r itenevano possibile lo sgombero e l'intervento immediato per i feriti in combattimento, da sgomberare solo di notte. Al tempo stesso, grazie sempre al Salinari si inizia a intravedere il concetto moderno di vettura ambulanza, o meglio del veicolo specializzato per trasporto feriti, perché la guerra di Libia aveva ormai fatto giustizia degli ingegnosi e poco felici espedienti del Maggiorotti, per il quale non erano necessari, nemmeno per lo sgombero feriti, automezzi specializzati, ma era sufficiente adibire nella giornata a questo vitale servizio autocarri impiegati anche per altre esigenze.

Il problema delle caserme e l'igiene militare Argomento strettamente connesso ai Servizi Sanitari è il problema delle caserme, che, oltre che nel campo addestrativo o organizzativo in genere, ha riflessi primari sull'igiene del soldato. Anche se non rientra strettamente nei Servizi di campagna, data la sua importanza ne diamo un cenno, che si estende anche all'igiene militare in generale. Ricordiamo, in merito, uno studio del 1903 dovuto


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al capitano del genio Caccini (69), che ci dà modo di conoscere quale era la situazione del momento, sia in Italia che in Europa, e quali erano le esigenze che ne derivavano e i conseguenti provvedimenti da adottare. Per il. Caccini, bisogna distinguere due cose che difficilmente coincidono: l'accasermamento quale dovrebbe essere, e quale è effettivamente. Sotto questo aspetto, per ragioni soprattutto di carattere economico la situazione italiana non è suscettibile d i mutamenti radicali. Se nessuna nazione può vantare caserme totalmente costruite con sani criteri di igiene, in Italia sono pochi i fabbricati costruiti appositamente per alloggiarvi le truppe, ed è facile comprendere come un vecchio convento od un'altra qualsiasi costruzione ridotta a caserma risenta sempre della sua antica destinazione, e come spesso la necessità di rispondere ad alcune imprescindibili esigenze dell'accasermamento abbia costretto l'ufficiale che progettò la r iduzione, a transigere sulle condizioni igieniche degli ambienti. Poiché però ragioni economiche impediscono cli sperare in una soluzione radicale del problema, e poiché qualora dovessero costruirsi nuovi fabbricati, essi verrebbero certo studiati in base ai sani criteri d'igiene supposti, lascio di trattare tlel problema generale dell'accasermamen to, per venire a studiarlo in alcuni suoi particolari, allo scopo di vedere che cosa possa farsi per migliorare le condizioni delle odierne caserme.

Una buona caserma dovrebbe essere costruita non in mezzo ad altri fabbricati, ma in luogo di facile venti lazione, su terreno salubre, lontano da ospedali e cimiteri e altri focolai d'infezione (70), con ampi cortili intorno alla palazzina truppa, in modo da permettere una buona ventilazione. Quando ciò non avviene, e in presenza di caserme con cortili chiusi intorno dai fabbricati e quindi con scarsa ventilazione, occorre tenerli molto puliti, evitare di farvi corrispondere porte e finestre delle latrine, allargare le finestre; se il terreno è poco salubre, si deve evitare di prevedere le camerate a pianterreno, e coprire cortili e sotterranei con un acciottolato. Per l'illuminazione notturna, è necessaria sostituire al poco igie-

(69) V. Caccini, L'igiene nella caserma, «Rivista di Artiglieria e Genio», 1903, voi. II, Disp. IV e V.

(70) Questi requisiti igienici degli immobili indicati dal Caccini non hanno, in fondo, nulla di nuovo, visto che già vengono citati nel Tratta/O di igiene militare, dovuto a] medico di divisione A. Carnevale-Arella (Torino, Tip. Militare, 1851).


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nico e inquinante petrolio (usato quasi sempre nelle caserme italiane) il gas o l'illuminazione elettrica, molto più sicura e pulita. Per le latrine - uno dei problemi la cui soluzione lascia spesso a desiderare -vi è l'«assoluta necessità» di ottenere un'abbondante lavatura automatica, e ciò richiede abbbondanza di acqua, il che non è agevole in Italia, ove se si eccettuano le caserme costruite nei grandi centri provvisti d'acqua potabile in condutture forzate, questa condizione non è soddisfatta.

In attesa dell'acqua potabile anche nei piccoli centri, sarebbe necessario stabilire serbatoi nei sottotetti, sia per le latrine, che per i lavatoi e i bagni. I lavatoi devono essere attigui al'Je camerate, con pavimenti impermeabili e facile scolo delle acque, con tutte le loro parti lavabili, e attrezzati con semplice tavolette di pietra disposta per lavarsi lungo le pareti, ove il soldato appoggia la catinella; in tutti i casi, devono essere disponibili molti rubinetti per consentire ai soldati di lavarsi tutti nel poco tempo concesso. Altrettanto importanti dei lavatoi sono i bagni. Nelle caserme di Dresda vi è una doccia per compagnia, in Italia quasi tutte le caserme sono dotate di docce, e la situazione migliorerà ancora se il «sistema Casani» in esperimento dimostrerà di essere veramente pratico ed economico: sarebbe solo desiderabile che si adottasse un apparecchio da campagna per docce, come è in uso presso le altre nazioni, col quale si darebbe modo di rendere molto più sopportabili ed igieniche le fatiche dei campi e delle manovre.

Il Caccini, sempre in merito alla cura dell'igiene personale del soldato, fa notare che il sapone in distribuzione è poco e, di cattiva qualità, che sarebbe necessario dotare il soldato, come in Germania, di uno spazzolino da denti da disinfettare una volta alla settimana e da usare almeno due volte al giorno, e insegnargli l'importanza dell'igiene della bocca, al momento piuttosto trascurata. É anche antigienico custodire pane spezzato in camerata, e bisognerebbe prevedere refettori con armadi in ferro per la custodia del pane, come in Francia. Riguardo alle camerate, il Caccini cita l'esempio dell'arredo delle came rate tedesche, che già allora avevano un armadietto per gli effetti personali di ciascun soldato, e sottolinea l'importanza di una


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buona aerazione: in Italia si ritiene che basti una cubatura di 17 m 3 a testa, in Prussia si scende a 13-15 m 3, in Austria ci si limita a 16. La cubatura minima si deve ottenere più col distanziare i letti, che coll'aumentare l'altezza degli ambienti; occorre anche prevedere idonei sistemi cli ventilazione artificiale, e in merito, il Faccini suggerisce un suo sistema di ventilazione. I pavimenti devono essere impermeabili e lavabili facilmente, le pareti verniciate e lavate spesso; i letti dovrebbero essere, per una migliore igiene, di ferro, con le relative reti metalliche. La battituta e la pulitura degli abiti, cleJle scarpe, delle coperte dovrebbe avvenire sempre fuori dai dormitori; selle, b riglie, coperte sotto-sella, e possibilmente le calzature dovrebbero essere tenute anch'esse fuori dalle camerate, e soprattutto deve regnare la massima pulìzia ovunque: In Inghil terra si usano cassette metalliche per asportare le immondizie, evitando dì farle scorrere con la scopa, o di portarle nei soliti portaimmondizie, da cui il vento risolleva le parti piu pericolose e le riporta là appunto da dove dovevano essere asportate. Non si saprebbe abbastanza insistere sulla necessità di spazzare le camerate in modo razionale e cioè con scope umide che evitino il sollevamento della polvere; di spolverare accuratamente i muri, gli assapane, le imposte e le rastrelliere; di esigere che nelle camerate non si fumi di notte, e che gli individui spolverino le scarpe prima di entrare nei dormitori.

Il Caccini si preoccupa anche di controbattere Fobiezione che in Italia, dove la vita del lavoratore è assai più dura di quella che gli si chiede in caserma, talune piccole comodità che si vorrebbe assicurare al soldato in caserma sono inutili e forse dànnose, visto che in campagna esse non potranno comunque essere mantenute: bisogna preoccuparsi cli avere i soldati sani e forti all'inizio della campagna, e anche se è vero che si può fino ad un certo punto allenare l'esercito alle privazioni, i consigli dell'igienista mirano priprio a salvaguardare l'individuo da un pericolo non certo, ma probabile per la sua salute. Soprattutto, l'Esercito deve essere scuola di virtù non solo militari, ma anche civili, e fra queste importantissime sono quelle dettate dall'igiene: dirò infine che il miglioramento della vita materiale produce un benefico effetto anche sull'educazione morale, che tanto migliori saranno i nostri soldati, quanto meno considereranno il servizio come un


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obbligo gravoso, e che tanto maggior vantaggio sentirà la nazione dall'esercito, quanto maggiore sarà il numero degli apostoli che da lui usciranno, capaci di spendere, specialmente nelle classi più povere le virtù sociali, fra cui lo ripeto, ha un posto importantissimo la cura dell'igiene.

A distanza di qualche anno, nel 1910 non sembra che il problema delle caserme sia stato ~vviato a soluzione. La Commissione d'Inchiesta per l'Esercito, nella settima Relazione (71), osserva che fra le molteplici altre esigenze della nazione risorta, il problema, vasto e dispendioso, non era certamente di pronta, né di facile risoluzione. Ma oggi, trascorso ormai mezzo secolo, s'impone la necessità di addivenire a lla preparazione e alla progressiva attuazione di un piano per un definitivo accasermamento dell'Esercito in tutto il Regno, che, nel suo complesso, meglio soddisfi alle esigenze dell'igiene, della educazione, della disciplina, della istruzione delle truppe e, in pari tempo, corrisponda agli interessi di una buona amministrazione in modo più adeguato del precario stato di cose mantenutosi sino ad ora. Questa situa:lione, che fu ed è oggetto di molte rimostranze, è stata essenzialmente prodotta dall'insufficiente e saltuaria assegnazione di mezzi per il raggiungimento di uno scopo che richiedeva e richiede programma stabile e opera continuativa.

La situazione che r isulta dall'indagine della Commissione non è molto confortante: circa una metà delle truppe fruisce di fabbri-

cati originariamente destinati ad altri usi e in seguito adattati «alla meglio», un altro quarto è alloggiato in vecchie caserme, e soltanto il quarto rimanente è sistemato in caserme moderne, con meno di trent'anni, molte delle quali a loro volta abbisognevoli di interventi per renderle rispondenti alle esigenze più importanti. Tra le le deficienze (dalle quali non vanno esenti gli ospedali militari), insufficiente cubatura delle camerate, illuminazione scarsa, pavimentazione in cattivo stato e quindi antigienica, mancanza di lavatoi e loro insufficiente numero o loro ubicazione in cortile (con negativi riflessi sulla salute del personale), sapone insufficiente, mancanza di una catinella per ciascun soldato, latrine che lasciano molto a desiderare per ubicazione (a volte, all'esterno delle camerate) o per costruzione e manutenzione, mancanza di refettori che costrin-

(71) Commissione d'Inchiesta per l'Esercito, Settima Relazione, Roma, Tip. Delle Mantella te, 191 O.


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ge la truppa a consumare - in modo poco igienico - il rancio in camerata, sale convegno ufficiali e truppa (e «vivanderie») male arredate o in locali non adatti, locali (nelle caserme del Nord) non riscaldati o non riscaldati a sufficienza. A fronte dei numerosi inconvenienti la spesa del Ministero rimane ingente, sì che trova fondamento l'opinione di coloro i quali pensano che, tra manutenzione e affitti, lo Stato corre il rischio di aver già pagato parecchie volte il valore degli immobili, pur essendo rimasto quasi sprovvisto di fabbricati convenienti; e ciò essenzialmente perché i lavori necessari vennero fatt i-quasi sempre in ritardo per insufficienza di assegni.

I fondi assegnati ai corpi per il minuto mantenimento sono al tempo stesso insufficienti, anche per le spese derivanti da « desideri» di innovazioni degli utenti, più che da veri bisogni», cosicché una parte cospicua dei fondi stessi viene impiegata per lavori connessi con il cambio di destinazione dei locali. Altra causa di maggiori spese è il frequente cambio d i guarnigione dei reggimenti, e tra le caserme visitate dalla Commissione, non a caso le meglio tenute - si osser va - sono quel le abitate da reggimenti non soggetti a cambi di sede (che riguardavano, al tempo, soprattutto i reggimenti di fanteria e cavalleria, impiegati spesso per esigenze di ordine pubblico). Questi i r imedi principali che la Commissione proprone per sanare la situazione degli immobili militari: - procedere a un rigoroso accertamento preliminare dello stato dei fabbricati militari e delle condizioni igieniche, morali e disciplinari che essi presentano per la truppa, e successivamente porre mano a un programma di nuove costruzioni e miglioramenti, distinguendo le somme accantonate per le due esigenze; - impiegare i fondi per il miglioramento dei fabbricati solo su quell'aliquota che è suscettibile di restauri definitivi e duraturi, invece di disperderli in molteplici lavori, anche in fabbricati ormai inadatti ad alloggiare truppe; - tenere conto, nella graduale opera di sistemazione del settore, che, con le ferme brevi, diventa «necessità assoluta» creare lepremesse perché l'istruzione e l'educazione del soldato si svolgano in migliori condizioni d'ambiente; - evitare frazionamenti d'unità organiche, in modo da poter meglio organizzare e utilizzare i servizi militari, con benefici riflessi anche sulla disciplina e l'istruzione;


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- tenere sempre presente nella costruzione di nuove caserme i bisogni derivanti dai possibili ampliamenti degli organici, o dall'introduzione di nuovi materiali, o dall'aumento di quadrupedi; - alienare i fabbricati che non si prestano a sufficienti miglioramenti, e che richiedono spese ingenti di manutenzione, assegnando per il miglioramento e la manutenzione i fondi sufficienti; - disporre che i futuri progetti di nuove costruzioni siano studiati non solo da ufficiali o Direzioni del genio, ma anche da una Commissione della quale facciano parte il Direttore di Sanità e un ufficiale dell'Arma cui la caserma è destinata, che ne conosca tutti bisogni.

Il rifornimento viveri e il problema della confezione rancio Sono frequenti, nella pubblicistica militare della seconda metà del secolo XIX, gli accenni generali all'importanza del vettovagliameno, e già Niccola Marselli, nel suo libro «La guerra e la sua storia», affermava che« :È immorale voler fare la grande strategia, quando è meschina l'alimentazione del soldato». Del pari frequenti sono le circolari e i provvedimenti di vario ordine con i quali si cerca di intensificare i controlli e di migliorare un Servizio, nel quale lo standard qualitativo, per disparate ragioni, ben raramente era risultato proporzionato alla mole di interventi e dei frequenti mutamenti nel campo legislativo, normativo e del controllo disciplinare, mutamenti che non sempre raggiungevano lo scopo. La situazione all'inizio del secolo risulta da tre articoli di Luigi Gritti (72), che dopo il consueto confronto con quanto viene fatto a l] 'estero, traccia un quadro dell'organizzazione del vettovagliamento militare italiano, nella quale: - il pane viene normalmente confezionato nei panifici militari, e spedito ai corpi dietro rilascio di una quota fissa (20 centesimi) della quota vitto; - i viveri di riserva sono anch'essi preparati presso stabilimenti militari (per inciso, le conserve alimentari, fabbricate presso lo stabilimento militare di Casaralta - Bologna, comprendono una buona varietà di generi: scatolette di carne di bue lessa e arrosto, lin-

(72) L. Gritti, Le esigenze militari ed economiche del vettovagliamento, « Rivista Militare» 1900, voi.IV, Disp. X,XI e XII.


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gue di bue in salamoia, scatolonj dj carne «secondaria» di bue - collo e testa, scatoloni di fagioli, boccette di brodo concentrato); - I foraggi vengono forniti per ogni corpo d'armata da un'impresa con contratto annuale; - l'acquisto dei rimanenti viveri viene invece gestito direttamente dai corpi, con i fondi della massa rancio. L'autonomia dei corpi risulta peraltro assai limitata, per l'intervento delle Direzioni di Commissariato cl;e stipulano contratti con imprese private per la fornitura di determinati generi. Esistono anche fornitori (e relative Commissioni di collaudo) a livello Presidio, e magazzini militari che distribuiscono ai corpi taluni generi acquistati all'ingrosso. In sostanza, un sistema misto di gestione, in parte per conto dei corpi, in parte per conto dello Stato, ove è assente la gestione diretta, tranne che per il pane e i viveri di riserva, e l'autonomia dei corpi è ridotta. Esiste una Commissione rancio di reggimento presieduta da un capitano, ma manca - nota il Gritti - ogni diretta ingerenza della truppa nella gestione del servizio (sul tipo dell'attuale «nucleo controllo rancio»): e qui incidentalmente diremo che confidiamo che l'idea di far concorrere l'elemento di truppa alla buona esecuzione del servizio non possa, quando si osservino i giusti limiti, essere considerala come un'idea, diremo, demagogica [...]; quando s i r icordi che trova la sua migliore realizzazione negli eserciti dei due Stati più assolutisti dell'Europa civile, la Russia e l'Austria-Ungheria, mentre nella Francia repubblicana ciò si verifica in modo più limitato.

Tenendo conto di questa situazione generale, il Gritti si ripromette cli r ispondere a tre quesiti: - se la gestione del vettovagliamento deve avvenire a carico e a rischio del bilancio della guerra, oppure se lo Stato deve solo stabilire un apposito assegno fisso, lasciandolo amministrare dalle singole «masse» dei corpi, a loro rischio; - quali debbano essere i rispettivi limiti e modalità dell'azione de li''Amministrazione centrale, delle Direzioni di Commissariato e dei corpi; - quale debba essere il sistema di gestione da preferirsi (diretta, indiretta, o mista). Le idee del Gritti in merito non si discostano molto da quelle del Goiran, e sono assai diverse da quelle del Marazzi: conviene che la gestione del vettovagliamento sia fatta a carico e rischio del bilancio dello Stato, per una ragione fondamentale già messa in luce


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parlando dell'amministrazione in generale, quella cioè che con questo sistema viene stabilita sul la base dei reali bisogni del soldato una razione alimentare fissa che va comunque mantenula, lasciando come variabili solo i relativi costi. Il contrario avviene se la gestione si fonda su una quota fissa, ammin istrata dai corpi. In questo caso vengono inevitabilmen te scaricate nella qualità del servizio forn ito le possibili turbative dovute a situazioni locali, variazioni dei prezzi, ecc., e l'unica variabile - a discapito del soldato - diventa proprio la quantità e qualità dei generi. Dall'assunzione diretta da parte del bilancio dello Stato de] carico di vettovagliamento, discende anche che lo Sta to non può disinteressarsi della sua gestione e lasciarla interamente ad organi che non tengono prese nti le esigenze e gli interessi generali. É pertanto indiscutibile, secondo il Gritti, che dovrà prevalere l'intervento dell'Amministrazione <::entrale e degli organi di Commissariato su quello dei corpi, anche perché in tal modo diventa possibile l'approvvigionamento centralizzato dei generi, e quindi un m aggiore risparmio complessivo, oltre che una maggiore igi ene e un maggior beneficio per la economia nazionale, nella quale il minuto commercio (unica fonte di acquisto dei corpi) ha già uno sviluppo eccessivo e non deve essere incoraggiato. Il servizio del pane dà maggiori garanzie se assicurato direttamente dall'Amministrazione militare, in quanto la gestione diretta è quella che maggiormente consente qualità e genuinità per un alimento fondamenta le del soldato, e che dà luogo a minori di sservizi, anche se la soluzione di affidare il servizio a grandi imprese consentirebbe di spuntare prezzi più m iti. In questo caso, infatti, la grande impresa (e i suoi subappaltatori) tenderebbero a rifarsi del prezzo basso sulla qualità e anche sulla quantità del prodotto e quindi, come già osservava il Goiran, anche per il Gritti il servizio procederebbe più o m eno bene a seconda che più o meno rigida ne è la sorveglianza. Ma, tra chi sorveglia e chi elude, la vince spesso in costanza od in perspicacia, acuita dall'interesse personale, il secondo, ragione per cui il servizio f unzionerebbe normalmente in modo difettoso. Per la carne, analoghe considerazioni portano il Gritti a ritenere preferibile la gestione di re tta per conto dello Stato: in questo caso sono richieste particolari competenze per la scelta del bestiame e per la macellazione e distribuzione, competenze che presso i corpi difficilmente possono esistere. Anche la preparazione dei viveri di riserva (principalmente, gallette e carne in conserva) dovrebbe es-


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sere fatta direttamente in stabilimenti militari: le gallette si prestano a molte sofisticazioni e sono prodotte dall'industria privata, per la marina mercantile, in quantità insufficiente. Non è accettabile l'obiezione che, una volta organizzato un idoneo sistema di vigilanza, non v'è motivo di sottrarre questa attività all'industria privata (che anzi è bene aiutare): l'osserva:tione è giusta, però si deve rispondere che lo Stato può e deve favorire lo sviluppo delle industrie nazionali; ma non può e non deve giungere fino a crearle.

Lo stesso si può dire per la carne in conserva, la cui fabbricazione richiede grandi impianti che nell'industria privata non esistono e che difficilmente secondo il Gritti potranno svilupparsi in futuro, a causa dei limitati consumi e della fortissima concorrenza americana. E i viveri di riserva in generale sono per l'esercito di importanza vitale, in quanto nelle guerre future vi si farà ricorso con sempre maggiore frequenza. In chiusura, il Gritti mette in rilievo (citando una rivista inglese) le difficoltà di approvvigionamenti nelle guerre future, quando tutti gli uomini validi saranno impegnati nella lotta: dalla spopolata patria dei singoli belligeranti poco aiuto potrà venire, e si dovrà ricorrere ai neutri; il che significa che si dovrà provvedere al vettovagliamento di milioni di uomini dall'estero ed a grandi distanze. Onde la conclusione che l'esito di una guerra può soprattutto venire a dipendere dalla organizzazione del Commissariato.

Queste tesi del Gritti delineano, in linea di massima, i criteri effettivamente adottati fino alla prima guerra mondiale - e anche dopo - nella riparti:wne dei compiti tra Amministrazione centrale, Direzione di Commissariato e corpi, in materia di vettovagliamento. Vi è anche chi (come il Marazzi e a ltri) proprone l'intera privatizzazione del Servizio, ma i pareri rimangono abbastanza concordi nel prevedere un sistema misto, che conservi all'Aministrazione militare ]a preparazione d i determinati generi, e limiti, in nome del comune interresse, l'autonomia dei corpi. Un settore che lascia spesso a des iderare, e che forse per questo viene trattato con una certa frequenza, è invece la confezione vitto, per la quale sussistono, a detta degli scrittori del periodo, diversi inconven ienti . Minore attenzione desta la composizione delle razioni, forse perché può ritenersi grosso modo alla pari con quella di


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eserciti di nazioni europee più ricche. Il problema del rancio - con le sue implicazioni pratiche - viene affrontato nel 1905 in un articolo del tenente colonnello Gibelli (73), nel quale, in confronto ad altri paesi, la situazione dei generi al tempo previ sti nella razione giornaliera del nostro soldato (gr 200 di car- . ne, gr 180 di pasta o riso, gr I 5 di lardo, gr 20 di sale, gr 750 di pane) viene così sin tetizzata: la razione del nostro soldato è solamente inferiore a quella francese, la quale ha 300 gr di carne, anziché 200, ed il caffè tutti i giorni, mentra da noi se ne fanno annualmente solamente 250 distribuzioni. É però da notarsi che il soldato francese riceve gr 125 di pane da zuppa invece di gr 180 di pasta e riso. In complesso quindi dobbiamo ritenere la nostra razione per quantità e qualità rispondente al bisogno. Sarebbe solamente desiderabile che la pasta venisse portata a gr 200, per la ragione che i nostri soldati sono, in buona parte, contadini e operai, i quali per base della loro abituale nutrizione hanno la pasta o il riso, a seconda della regione di provenienza. Ma su ciò non insisto, perché le condizioni del bilancio non lo consentono.

Ma e, secondo il Gibelli, nella confezione e distribuzione del rancio che sono necessari migli oramenti: mi si permetta, al riguardo, di dire che il funzionamento delle nostre cucine lascia assai a desiderare: locali non sempre adatti, incompleta dotazione di utensili, insufficiente materiale per la nettezza dei materiali stessi e dei cucinieri, infine deficienza di abilità e di pratica nel personale incaricato della preparazione del rancio, personale che viene comandato senza tener conto se abbia o meno attitudine per cucinare.

Inoltre, il consumo dei fornelli di cuci na (fino a 500 gr di legna per convivente) è eccessivo; ed è per la scarsa capacità dei cucinieri e per la deficienza di utensili da cucina adatti che presso i reparti si deve limitare la varietà dei pasti, dist ribuendo g iornalmente quasi sempre carne lessata, senza essere in grado di cucinarla in modo diverso o di sostituire carne, pasta o riso con altri generi. Le proposte del Gibelli tendono quindi a: - migliorare i fornelli e completare le dotazioni di utensili da cucina;

(73) P. Gibe]li, Rancio e pane del nostro soldato, «Rivista Militare» 1905, voi. J,

Disp, III.


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- scegliere meglio, e istruire, i cucinieri a livello reggimento, avvalendosi dell'opera di un soldato esperto con precedenti di mestiere di cuoco, in genere reperibile nel reggim.ento; - tali cucinieri istruiti dovrebbero fungere da capi-cucinieri fissi, dei battaglioni e/o delle compagnie, e avere alle dipendenze altro personale scelto tra i soldati più adatti e ruotato periodicamente, oltre che personale di fatica per le pulizie giornaliere. Con cucinieri più preparati e più esperti, sostiene il Gibelli, si eviterebbero sprechi e si otterrebbero consistenti economie di legna e di generi di base, rendendo possibile attuare il paragrafo 9 dell'istruzione per l'igiene dei militari dell'Esercito, che il Gibelli trascrive e che anche noi richiamiamo, per la modernità della visione che vi traspare: sarà utile procurare una certa varietà sulla composizione, della razione, aggiungendovi legumi, erbacei, condimenti ecc., variandone la preparazione, e non sarà male, in determinate circostanze, e quando sia possibile, variare anche la scelta degli alimenti in rapporto alle condizioni igieniche del tempo, della località ed anche alle inclinazioni gustative degli uomini, avendo sempre però di mira il valore nutritivo degli alimenti stessi.

U Gibelli è tra coloro che, come il Marazzi, ritengono che è necessario affidare interamente all'industria privata la confezione del pane e della galletta. Nemmeno il pane fornito dagli stabilimenti militari (una pagnotta da 1500 gr ogni due uomini) risponde a suo giudizio ai requisiti fissati dal regolamento, risultando anche cli cattiva qualità: e non può essere diversamente, sia forse per mancanza di abilità nel personale, sia perché fabbricato quasi adamiticamente (SIC), sia perché la farina viene bagnata troppo. Infatti con 54 Kg di farina si fanno in media I00 razioni di pane.

L'industria privata potrebbe fornire pane di miglior qualità e minor prezzo. Né vale, per il Gibelli, la tes i che è necessario mantenere la panificazione militare, sia per fronteggiare le particolari esigenze belliche sia per le necessità del tempo di pace, in caso di scioperi dei panettieri. Per il tempo di guerra, sarà sufficiente assicurare la confezione del pane con personale militare durante le manovre, addestrando in tal modo un sufficiente numero di ufficiali contabili e di personale di truppa, tra il quale non mancherebbero cer-


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to elementi con precedenti di mestiere in caso di mobilitazione. E se poi ad ogni reggimento venisse dato in dotazione un forno mobile mod. 1897 carreggiabile o someggiabile di grande facilità cli uso, il problema verrebbe ancor più facilmente risolto (da notare che tale tipo di forno, molto riuscito, era ancora in dotazione del 1940). In caso di scioperi, la·confezione del pane potrà essere continuata, avvalendosi degli stessi forni dei fornitori, e ricorrendo al personale militare con precedenti di mestiere o specia.lizzato panettiere, da tenere in nota. Effettivamente la mancanza di personale veramente pratico potrà provocare, per qualche giorno, inconvenienti, che però accadono anche nelle famiglie, ove a volte capita di consumare pane poco lievitato o mal cotto. Per il futuro, il pane risulterebbe comunque meglio lavorato e meglio cotto se le pagnotte si componessero di una sola razione. Sarebbe anche opportuno aumentarne la razione giornaliera, visto che è notevole la sua vendita presso i vivandieri, e numerose sono le domande dei coscritti per avere una razione supplementare. In quanto alla confezione, nel caso che la proposta di abolizione totale della panificazione militare sia ritenuta troppo radicale, il Gibelli propone di ridu rre almeno i panifici da 28 e 12 (uno per corpo d'armata), migliorando però in tutti i casi la qualità del prodotto. Anche la Commissione d'Inchiesta per l'Esercito si occupa nel 1908 del vettovagliamento (74), rilevando che - il rancio è troppo scarso, specialmente per la quantità della pasta e del relativo condimento; - è necessario disporre di un margine per migliorare il vitto in alcune eccezionali circostanze (marce, manovre, solennità). La Commissione ritiene pertanto necessario un aumento dei fondi tale da consentire la distribuzione di 20 gr di pasta in più, il miglioramento del condimento e il rancio speciale in determinate occasioni. Altre proposte riguardano l'opportunità di: - distribuire il caffè tutti i giorni, e non solo 250 giorni all'anno (come già era in uso nell'esercito piemontese); - limitare la distribuzione della galletta, poco gradita, a due volte alla settimana; - migliorare la qualità della pasta. Nonostante che le esigenze siano state, nel complesso, ben individuate, non sembra che le proposte del Gibelli e della Commissio-

(74) Cfr. Commissione d'Inchiesta per l'Esercito, Prima relazione, Roma, Tip. Le Mantellate, 1908.


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ne di Inchiesta raggiungano pienamente lo scopo d ì m igliorare il rancio, e in particolare la sua confezione: nel 1910, su La Preparazione (75) il maggiore contabile Farella prende spunto dalla recente notizia di un corso per cucinieri che era stato organizzato presso un reggimento tedesco della Guardia a Berlino, sotto la direzione di un maestro civile di cucina, per osservare che, nonostante una fitta catena di responsabilità e conseguenti compiti di sorveglianza e controllo prevista in merito dai nostri regolamenti, soprattutto la confezione del rancio continua a lasciare a desiderare, e la cura dedicata ai particolari che consentono uù. buon funzionamento del servizio è scarsa, a fronte della sua importanza. Si è verificata una continua e anzi eccessiva ricerca di modifiche in altri settori come il vestiario, ma non si è ancora pensato, lamenta il Farella, a dotare il soldato, «oltre quel mezzo cucchiaio che ha», anche di una forchetta e di un coltello, e alla cucina viene adibito personale senza alcuna preparazione, che per di più viene continuamente ruotato (sistema, questo, che per inciso era già previsto nel «Regolamento di disciplina per le truppe di fanteria» del 1840). Occorre ormai personale fisso, competente e ben istruito, perché da caporali e soldati che possono essere bravi e onesti muratori, calzolai, falegnami, lanteroai, fabbri, negozianti di professione, che cosa possiamo aspettarci di buono in cucina? che ne sanno essi di giusta cottura e di soffritto, d'intingolo, di salsa e di ragù?

Anche gli aspetti particolari che il Servizio assume in guerra sono trattati, nel periodo, in maniera abbastanza esauriente, a cominciare dalla confezione, per la quale ben poco era mutato rispetto al secolo XIX. Secondo il tenente di complemento Forni (1901) (76), infatti, in campagna i sistemi usati sono ancora primitivi: si può dire senza esagerare che per la cottura degli a limenti escluso il pane per il quale furono adottati forni mobili, il soldato nostro del XX secolo non ha mezzi maggiori ed attrezzi più perfezionati di quel che aveva il legionario romano e magari il guerriero egizio della più remota antichità. Tutto si riduce a marmitte della capacità di 10 o 12 razioni con pochi utensili accessori; mancano graticole per arrostire in caso di urgenza la carne e variare il rancio; mancano opportuni so-

(75) M. Farella, Il vitto della truppe, «La Preparazione» del 18-19 gennaio 1910. (76) G. Forni, Carretta-cucina di campagna,« Rivista di Artiglieria e Genio», 1901, voi. IV, Disp. X.


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stegni per le marmitte, sicché non sempre è facile improvvisare i focolari...

Ne risulta un gran numero di inconvenienti con gravi ripercussioni sul benessere e sull'efficienza fisica del personale: spreco di legna e di personale per accudire ai numerosissimi punti di cottura rancio; impossibilità di conservare il brodo se ci si deve mettere improvvisamente in marcia; mancanza di mezzi di trasporto per l'acqua, difficoltà ad accendere i fuochi sotto pioggia fitta, e, soprattutto «vincolo ferreo» che la necessità di impiegare lungo tempo nella confezione del rancio da fermi pone alle operazioni militari (è, questo, l'inconveniente maggiore). Di qui la proposta che il Forni affaccia con dovizia di riferimenti storici: la «carretta cucina da campagna», che assicura in guerra, in qualunque circostanza, un rancio caldo, e la cui formula non è altro che quella dell'attuale cucina rotabile, allora ovviamente a traino solo animale. Formula non nuova, visto che il maresciallo Maurizio di Sassonia era già ricorso a una cucina ambulante al seguito delle truppe, e che anche il grande Moltke s i era occupato del problema. In Italia, prima del Moltke il generale Giovanni Cavalli, noto come grande artigliere, in una «Memoria sui vari perfezionamenti militari» del 1855, aveva presentato un progetto per una carrettacucina di campagna basato su un'unica marmitta a pressione, carreggiabile (tipo Pap in) ·per 1000 uomini, cioè un batta glione. Dopo il Cavalli, altre proposte erano state presentate anche dai maggiori Inviti e Contarini (vds Rivista Militare 1869-1870). Solo al p rogetto Cavalli fa comunque riferimento il Forni, mettendone in luce la scarsa praticità, perché la caldaia è esposta agli urti, la sua pulizia è difficoltosa, la collocazione del focol a re è poco pratica, il sistema permette solo la preparazione del brodo ma non la cottura del r iso e della carne, e, infine; il peso è eccessico dovendo la carretta essere trainata solo da due cavalli, mentre una cucina unica a livello battaglione, quale è quella del Cavalli, non si presta a seguire il battaglione stesso con tutti i suoi distaccamenti in guerra, ne' può essere utilizzata per i normali usi di caserma. Il prog~tto alternativo che il Forni espone, prevede un car ro con quattro marmitte da 125 razioni e due cofani, uno per gli attrezzi da cucina (che comprendono anche graticole) e uno per i viveri, con possibilità di trasportare barili per il vino. La cucina consente la confezione rancio in movimento, potrebbe essere adottata anche per gli usi di caserma, sostituirebbe una parte del carreggio e non vi si ag-


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giungerebbe, e un telo impermeabile che si potrebbe tendere sopra di essa ne renderebbe possibile l'impiego anche in caso di pioggia. Pe r la cavalleria e per piccole unità, si potrebbe adottare una cucina più piccola da 150 razioni circa, atta all 'impiego a livello compagnia. La proposta del Forni senza dubbio indica una prima soluzione per un problema logis tico con evidenti e dirette implicazioni operative, che si faceva sempre più sentire in guerra, specie nelle azioni offensive e in movimento. Ciò nonostante, ne' questa ne' altre - forse per motivi di carattere economico - vengono prese in considerazione, e il problema nel 1911 rimane ancora aperto, almeno in Italia (e, per la verità, anche in Franci a e in Germania) mentre la Russia aveva adottato nel 1901 per prima una cucina rotabile (che aveva fornito ottimi risultati nella successiva guerra contro il Giappone), e l'Austria - Ungheria aveva seguito la stessa strada nel 1909. Questa situazione nel 1911 viene descritta dal maggiore Commissario Vincenzotti (77), il quale lamenta che in Italia si è fino a quel momento fa tto poco, e che esiste molta incertezza sul tipo di cucina rotabile da adottare: a mio parere, converrebbe sacrificare qualche migliaio di Iire per procedere a prove di confronto, le piu esaurienti possibili, affidandole a una Comm issione appossitamente formata, con preciso mandato di risolvere il problema senza riserve.

Il Vincenzotti, che in un passato recente (1910) aveva sostenuto che era preferibile all'uso de lle marmitte comuni per 10-12· persone il sistema della preparazione del rancio individuale o a gruppi di quattro (per svincolare il soldato dal carreggio con le marmitte che a rrivava spesso in ritardo), in questa occasione cambia idea: ora tanto l'uno che l'altro sistema debbono cedere completamente dinnanzi ai sistemi nuovi delle cucine rotabili o delle casse di cottura; queste, di regola prefe ribili pe r le truppe destinate, in montagna, quelle pre feribili, a loro volta, per le truppe operanti in terreno normale.

Con le cucine rotabili, infatti, i r itardi nell'afflusso dei carri con i viveri (e la conseguente consumazione de l rancio in ore desuete) che si verificano con il sistema tradiziona le potre bbero essere eli-

(77) L. Vincenzotti, Le cucini rotabili per l'esercito in. campagna, «Rivista di Ar· tiglieria e Genio» 19 11, voi.Ili, Disp. VlII e IX.


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minati, prevendendo l'inclusione delle cucine stesse nelle colonne munizioni, ripartite fra i vari scaglìoni cli marcia, e non - come al momento si usava - nel grosso del carreggio, che nei movimenti giunge per ultimo. In tal modo, le cucine rotabili si manterrebbero a portata di mano delle rispettive truppe, e potrebbero avanzare ovunque portando il rancio caldo anche ai distaccamenti immobilizzati nelle trincee, visto che durante le battaglie, che vanno diventando come in Manciuria lunghe a settimane, si rendono assolutamente inutili le marmitte del rancio in comune e poco utili le gavette, anche per la grande difficoltà di far arrivare le derrate sulle linee dei combattenti.

Il Vincenzotti accenna anche alla possibilità di un traino motorizzato delle n uove cucine, ma in questo caso la sua visione delle possibilità della trazione meccanica, almeno a lungo termine, non è felice, anche se si deve convenire che - fino a quando il traino dell'esercito rimaneva per la massima parte animale, le possibilità di uscita fuori strada dei mezzi automobilistici erano modeste e il sistema stradale specie in montagna era poco sviluppato - egli non aveva tutti i torti nel ritenere l'automobilismo, in questo caso, poco utile: da taluni è stata ventilata l'applicazione dell'automobilismo alla cucine al seguito dell'esercito; ma a me sembra che, come si verifica pel carreggio disseminato tra le truppe, sia, alla trazione meccanica, preferibi le la trazione animale anche per le cucine rotabili, perché le medesime, come si è detto, debbono avere un grande frazionamento, fino a ripartirsi fra le singole compagnie.

Altro argomento dibattuto era se fosse preferibile adottare la cucina rotabile con fuoco, ovvero le casse cottura senza fuoco (erano in via di parziale adozione, in Italia, le casse di cottura di modello austriaco tipo Manfred-Weiss 1909). In merito, il Vincenzotti si pronuncia giustamente per l'uso promiscuo, che e poi anche quello effettivamente adottato: le cucine rotabili per le unità combattenti, in terreni ordinari - compagnie, squadroni, batterie - perché possano seguirle in tutte le loro peregrinazioni; e le casse cottu ra per le truppe in montagna, per carreggio dei comandi e servizi, per i reparti di sanità e sussistenza e, in genere, per le frazioni di truppa aventi formazioni o scopi particolari.


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Cenni su rifornimento munizioni L'organizzazione del Servizio Armi e Munizioni all'inizio del secolo non si discosta molto, nei suoi caratteri principali, da quella già in uso nel 1848 - 1849, ed è sancita nel «Servizio dell'Artiglieria in campagna» del 1903, fondato sui seguenti criteri: - rifornimenti p er lo più dall'indietro all'avanti; - r ifornimenti, da parte del Servizio di Artiglieria, anche delle armi e munizioni per la fanteria; - organizzazione a livello d ivisione e corpo d'armata imperniata sui parchi, o rgan i esecutivi al livello di Grande Unità interamente trainati su carri, nei quali sono concentrate, oltre che le munizioni di riserva per Je truppe di fanteria e d'ar tiglieria, anche armi, artiglierie, quadrupedi e serventi di riserva, o ltre che un a liquota di materia] i vari e personale per le riparazioni; - tendenza ad effettuare quando possibile il rifornimento di munizioni presso i reparti di 1 a linea (reggimenti) mediante lo scambio di carri carichi con quelli vuoti; - suddivisione in aliquote miste, ciascuna destinata a rifornire un reparto dipendente. Questa molteplicità di compiti dei parchi ne rende inevitabile una certa pesantezza, con difficoltà di con trollo e di collegamento sia tra le varie aliquote, sia con i reparti uten ti. Ad esempio, nel 1900 un parco di corpo d'armata, comandato da un semplice capitano con soli 5 o 6 subalterni, comprende qualcosa come 683 uomini, 918 cavalli e 273 carri, ha una profondità di 4 Km e r ifornisce 18 batterie. I problemi che nascono dall'impatto di queste strutture g ià di per sè pesanti con le artiglierie di nuovo modello a tiro rapido e con le unanimi previsioni d i un aumento generalizzato delle munizioni a l seguito e quindi del carregg io, vengono a ffrontati in due articoli all'inizio del secolo, dal tenente Forni e dal capitano Mattei (78), che trattano i problemi dei pa_rchi, senza peraltro soffermarsi molto sul rifornimento munizion i in ambito reggimento di fanteria, brigata o g ruppo d'artiglieria. Il Forni per le batterie (considerate su 6 pezzi) propone solo di aumentare la dotazione totale (nei cassoni al seguito immediato dei pezzi e ne I « secondo reparto cassoni») da 7 80 o 1000 col pi. Per quan-

(78) G. Forni, Ordinamento e materiali dei parchi d 'artiglieria da campagna, «Rivista di Art iglieria e Genio» 1900, voi. I Disp. I e A. Mattei, Dei parchi d'artiglieria da campagna, «Rivista di Artiglieria e Genio» 1902, voi. II. Disp. IV


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to riguarda i parchi, le sue proposte possono definirsi tendenti ad ottenere un miglioramento delle strutture esistenti più che una loro radicale modifica, e consistono: - nell'aumento del numero degli ufficiali addetti, e nell'elevazione del gra.do dei comandanti dei parchi stessi (per il parco d'armata, un colonnello; per il parco di corpo d'armata, un tenente colonnello; per il parco di divisione, una capitano); - nell'eliminazione dei parchi di corpo d'armata delle carrette per munizioni d'artiglieria da 9 e da 7 cm e per cartucce, troppo pesanti per essere trainate solo da due cavallli, e nella loro sostituzione con carri a quattro ruote e tre pariglie, in gràdo di muovere al trotto fino alle prime linee, come è necessario anche per il parco di corpo d'armata (soluzione adottata nell'esercito tedesco); - nell'eliminazione del treno borghese dal livello di armata. Nell'organizzazione proposta dal Forni, il parco di divisione si compone di tante sezioni, quante sono le brigate di artiglieria della divisione (cioè, gli attuali gruppi), più un pezzo di riserva e le cartucce per fanteria. Le munizioni di artiglieria trasportate sarebbero 83 per pezzo, su 5 carri per munizioni per batteria. Il parco di corpo d'armata, articolato su un gruppo di sezione di parco per ciascuna divisione, trasporta - oltre i carri per cartucce - 100 colpi per pezzo su 6 carri di munizioni per batteria. Il parco di armata, articolato su tanti gruppi di sezione di parco quanti sono i corpi d'armata, trasporta in carrette per munizioni, oltre le carrette per cartucce, 1/3 del totale di 100 colpi che ha disponibili per ciascun pezzo da campagna dell'armata, e comprende anche distaccamenti di operai. In totale, secondo queste proposte del Forni il quantitativo di colpi per pezzo (dotazioni di prima e seconda linea in ambito corpo d'armata) sarebbe di 350 (dei quali 250 in ambito divisione), invece dei 300 a l momento previsti. Sarebbe inoltre disponibile una scorta di 100 colpi («terzo rifornimento») al livel.lo di armata, t;asportata non più a cura del treno borghese ma da carri e personale,d'artiglieria (solo per 1/3 dei cento colpi). Il Mél.ttei ritiene necessario che vengano definite con più chiarezza le dipendenza dei parchi, e che in ciascuna Grande Unità vi sia un'unica autorità direttiva, in grado di coordinare il funzionamento dei parchi stessi con le reali esigenze di rifornimento delle truppe, a loro volta legate ai rispettivi compiti in combattimento. Questa autorità, non potendo essere lo stesso comandante, dovrebbe essere il comandante di artiglieria di Grande Unità, che possiede


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tutte le cognizioni necessarie pe r ben dirigere, oltre che l'impiego delle batterie, anche i rifornimenti. I Comandi di artiglieria di divisione e di corpo d'armata dovrebbero essere costituiti fin dal tempo di pace, e disporre di personale sufficiente per il controllo dei movimenti _d ei parchi (con particolare riguardo a.guide e staffe tte a cavallo, il cui numero deve essere aumentato). La situazione organica del momento è invece tale da non assicurare un buon funzionam ento: è prevista la costituzione - solo in tempo di guerra - dei Comandi di artiglieria di corpo d'armata, ma con personale insufficiente. In quanto alla divisione no n solo no n esiste un vero e proprio comandante d'artiglieria, ma manca que ll'ufficiale d'artiglieria di cu i fa cenno (a pagina 102) il nostro regolamento d i servizio in guerra, parte I, a propos ito del rifo rnimento munizioni, per la qua lcosa non s i sa con c hiarezza a chi spett i la direzione di questo importante servizio.

Il Mattei, diversame nte dal Forni, si sofferma a considerare nel particolare anche il problema de l consumo munizioni, sia per la fanteria che per l'artiglieria, prendendo come riferimento l'esperienza delle ultime guerre. Per le munizioni. cli fanteria, egli arriva alla conclusione che, nonostan te i fucili a r ipetizione, il consumo medio sarà maggiore che non nelle ultime guerre, ma non molto più r ilevante.

Questo perché si deve tener conto che in una battaglia non tutte le truppe saranno impegnate in combattimento, che le occasioni di un tiro celere continuato non saranno molto numerose, e che, infine, potranno essere utilizzate anche le munizioni dei morti e dei feriti. Ne deriva che in m edia, secondo il Ma ttei potranno bastare per una giornata di fuoco 120 colpi per fu c ile. Pe r l'artiglieria, pur tenendo pr esente che l'artiglieria tedesca ha 300 colpi per pezzo nel corpo d'armata, (dei quali 180 con la batteria) e che le ba tterie francesi arrivano a ben 502 colpi per mezzo nel corpo d 'armata (dei quali 312 con la batteria), bastano secondo il Mattei in media 160 colpi a shrapnel per pezzo per una giornata di fuoco: non teniamo conto delle granate e delle scatole a mitraglia, le qual i si trovano oggidì presso le batterie campali di cannoni in proporzione quasi trascurabile rispetto agli shrapnels.


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Per le dotazioni di 2a linea da predisporre a tergo delle truppe, si deve considerare che sono prevedibili per il futuro grandi battaglie della durata di più giorni, mentre anche il ricorso alla fortificazione campale e a posizioni coperte sarà più frequente. Sulla base di queste considerazioni, il Mattei delinea una nuova articolazione e composizione dei parchi, che prevede: - l'abolizione dei parchi di divisione e la costituzione di un unico parco di corpo d'armata, suddiviso in due scaglioni, uno avanzato per i rifornimenti immediati direttamente alle truppe, e l'altro arretrato, che funge quale riserva e sostituisce il primo quando ha esaurito le m unizioni; - la costituzione di un parco d'armata in corrispondenza d 'una stazione ferroviaria e con propri mezzi di tr_asporto, in grado di alimentare dall'indietro in avanti gli scaglioni esauriti dei corpi d'armata, quando questi diventano arretrati; - la costituzione di colonne distinte per munizioni di fanteria e d'artiglieria, perché le colonne miste proposte dal Forni richiederebbero una eccessiva dispersione dei cassoni sulla fronte; - l'aumento delle riserve di quadrupedi (fino al 1.0%) e serventi (fino al 20%) presso i parchi, anche per evitare che le batterie sacrifichino la mobilità degli organi logistici per consevare qualla dei pezzi, impiegando all'occorrenza le pariglie dei cassoni e dei parchi per il traino delle batterie; - la disponibilità, nel corpo d'armata, di almeno due giornate di fuoco per fucili e per pezzo. In particolare, per il fucile occorrono in totale 240 colpi (di cui 162 con il soldato, 23 negli zaini per cartucce al livello reggimento, e il resto nel parco di corpo d'armata). Per le artiglierie, il parco di corpo d'armata dovrebbe trasportare circa 150 colpi a shrapnel per pezzo, su un totale dì 320 colpi per pezzo allo stesso livello. In chiusura il Mattei accenna anche alla necessità che, in previsione di maggiori consumi di munizioni, venga allestito al principio della guerra un munizionamento complessivo più abbondante che in passato, ma non quantifica questa pur vitale esigenza, limitandosi a proporre che in un apposito regolamento su] rifornimento munizioni vengono riepilogate tutte le norme e modalità per le varie armi. Negli anni successivi, l'esperienza della guerra di Libia ripropone in particolar modo il problema dèl consumo munizioni. Il generale Felice de Chaurand de Sant Eustache, nel suo opuscolo sugli


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«Insegnamenti tattici della guerra italo-turca» (79), definisce «un vero sciupio» l'eccessivo consumo di munizioni verificatosi durante la campagna, e descrive con cruda efficacia le circostanze in cui esso è avvenuto, circostanze che egli ritiene dovute più che altro ad inesperienza e a mancata osservanza della disciplina del fuoco: siano riparti che liquidano in 25 minuti l'intero munizionamento individuale, oltre la riserva di cartucce reggimentale e l'aliquota loro spettante di colonna munizioni, s ia il battaglione che con un effettivo di 450 fucili spara in pochi minuti 60.000 cartucce, cioè 130 circa per fuci le, senza essere fortemente impegnato, sia la batteria che in mezz'ora lancia 500 proietti, senza un congruo nemico, siano gli squadroni che sparano con alzo nove altre diecimila cartucce contro poche vedette avversarie nascoste tra le dune, si è sempre rivelata la spiccata tendenzà dei comandanti di reparto ad iniziare il fuoco a distanze eccessive, contro bersagli minimi, spesso coperti, e quella del soldato ad accelerare il tiro, ottenendo complessivamente risultati quasi nulli (80).

Non sembra, comunque, che questo eccesso di consumi sia avvenuto solo in Libia: in proposito il De Chaurand cita la recente guerra russo-giapponese, ove un reggimento siberiano consumò da solo, in una giornata, lo stesso numero di cartucce dell'esercito francese alla battaglia di Lipsia, e l'esercito per mettere fuori combattimento 156.000 avversari consumò 155 milioni di cartucce; e anche l'esercito giapponese, per ciascun russo colpito, avrebbe consumato 1536 cartucce e 130 proiettoli di artiglieria. I provvedimenti dal De Chaurand suggeriti, ai quali abbiamo a suo tempo già fatto un troppo sommario cenno (81), non sono però tali da cogliere l'essenza del problema: egli appa re preoccupato di ricercare più che altro qualche mediocre accorgimento e alcune modifiche alla regolamentazione, indica la necessità di un migliore addestramento al tiro, e per il resto attribuisce l'eccesso di consumi a taluni caratteri peculiari della campagna.

(79) Torino, Casanova, 191 4. (80) IVI, p. 13.

(81) cfr. Anche F. Botti, Noie sul pensiero militare ilaliano da fine secolo XIX all'ini,io della prima gue rra mondiale, Parte II-I problemi de /l'ammodernamento e impiego delle varie Armi e la preparazione al combat1imen.to, in SME-UF. Storico, Studi storico militari 1986, Roma, 1987.


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Per l'artiglieria, i troppo colpi sparati sono dovuti all'ancor imperfetta conoscenza dei materiali a deformazione di recente adottati, e alle caratteristiche dell'avversario, sfuggente e mobile: nella realtà, la prodigalità del tiro delle batterie fu necessaria, anche dal punto di vista morale, per l'impressione che producevano le granate e gli shrapnels sul nemico e per impedire che venisse all'abbordaggio, cioè alla lotta a corpo a corpo, moltiplicando il numero di vite sacrificate (82).

Ancor maggiore importanza il De Chaurand sembra (a torto) attribuire al consumo di cartucce per fanteria, che giudica «un male» e non un dato di fatto che richiede precisi provvedimenti in campo logistico, anche in relazione dal sempre maggior impiego di mitragliatrici: · se, in Libia, i limitati effettivi e la poca distanza delle basi di rifornimento, resero meno sentito quel pericolo, che cosa accadrebbe in una guerra europea, con eserciti colossali, lontani dai magazzini di rifornimento e dagli stessi stabilimenti di seconda linea? Il rimedio sta anzitutto nell'insistere per una più rigida disciplina del fuoco nella fanteria ... (83).

Previsioni più realistiche, almeno dal punto di vista quantitativo, si trovano nel 1913 in un articolo del capitano Schenardi (84), secondo il quale una batteria da campagna in una giornata di combattimento ha bisogno di ben 2000 colpi per shrapnel (con batteria su 6 pezzi, 333 colpi per pezzo). Di questo munizionamento, 1000 colpi circa sarebbero a disposizione immediata della batteria. Benché il de Chaurand nella guerra di Libia abbia riscontrato la scarsa efficacia degli shrapnel, lo Schenardi b asa i suoi calcoli di previsione soprattutto su questo tipo di muniziomamento, e ritiene la granata (che invece si rivelerà nella guerra mondiale ài impiego indispensabile contro bersagli protetti e anche opere di fortificazione campale in genere), di scarsa efficacia contro artiglieria scudate e trincee, o contro bersagli coperti, di cui non sia esattamente nota la posizione.

(82) F. De Chaurand De S.E., Op. cit., p. 21. (83) F. De Chaurand De S.E., Op. cit., pp. 24-25. (84) C. Schenardi, Dotazione, ripartizione e rifornimento delle munizioni ne/l'artiglieria leggera campale, « Riv ista di Art iglieria e Genio», 1913, voi. III. Disp. IX.


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Il mun izionamento di granate dovrà rimanere accentrato a livello di gruppo e ripartito a ragion veduta tra le batterie, perché l'impi'ego di batterie contro ampi bersagli resistenti sarà con grande e esagerata frequenza richiesta dai vari comandanti di fanteria; non potranno certamente aderire alle molteplici richieste i comandi di batteria, ai guaii è ignota la portata della r ichiesta stessa, ma soltanto i comandi a loro superiori [... ) Concludendo: l'impiego della granata sarà solo eccezionalmente devoluto al comandante cli batteria e non avrà carattere di urgenza assoluta. Non lo si può escludere, perché sono ignoti i casi svariatissimi che possono presentarsi; ma si può escludere che il fa tto sia normale.

6. CONCLUSIONE

Con queste brevi- note, le quali vogliono fornire più che altro una serie di spunti di riflessioni su problemi peraltro tali da richiedere ben a.I tri approfondimenti, intendiamo sottolineare che, in generale, la dimensione strategica e operativa dei problemi militari a qualsiasi livello non può mai essere considerata con equilibrio, senza tenere conto della dimensione logistico-amministrativa e di quella finanziaria. Asserto apparentemente ovvio e scontato ma, nella realtà, tale da meritare sottolineature frequenti: neppure oggi può dirsi che i problemi dell'amministrazione e della logistica militare siano molto studiati, forse perché talvolta rappresentano ancora, come lamentava nel 1905 il Gritti, «quell'accessorio che gli studiosi dei più attraenti e più ardui problemi militari volentieri pretermettono». Per altro verso, non è senza significato constatare che molti dei problemi logistico-amministrativi dell'inizio del secolo, come la congruità della spesa militare, le possibili economie, la razionalizzazione della struttura territoriale, la produttività e convenienza degli stabilimenti militari, le nuove caserme, le servitù m ilitari, la semplicità, efficacia, aderenza delle procedure amministative ecc. rimangono pienamente attuali, sicché quei pochi argomenti ora ricordati superano, crediamo, l'interesse di mera curiosità storica per darci anche una base di partenza, una radice teorica tutt'altro che superflua per meglio affrontare talune realtà odierne. Se poi si considera più nel particolare l'organizzazione e il funzionamento dei Servizi di campagna, si deve constatare che, fatta forse eccezione per l'essenziale aspetto del rifornimento. munizioni, nella pubblicistica del periodo vengono individuate con sufficiente


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Ferruccio Bolli

ampiezza di vedute le nuove, accresciute esigenze da soddisfare e la conseguente fisionomia di ciascun Servizio, non esclusa l'applicazione del traino meccanico. Nel caso del rifornimento munizioni, va chiarito che i quantitativi indicati dai diversi autori (Forni, Mattei, Schenardi) per le dotazioni da considerare in ambito reggimento, divisione e corpo d'armata - corrispondenti alle attuali dotazioni di 1 a linea a scorte di Grande Unità - sono tutt'altro che incongrui, anche in confronto all'attuale consistenza delle dotazioni stesse (85). Ciò perché un eccessivo aumento delle disponibilità immediate di munizioni ai minori livelli, ieri come oggi, avrebbe causato inconvenienti di vario ordine, e prima di tutto la complicazione del sempre arduo problema dei trasporti e l'eccessivo appesantimento dei reparti. Quella che invece risulta spesso carente è la capacità di previsione sia per le grandi scorte che si sarebbe rivelato necessario costituire ai livelli superiori (scorte di scacchiere e centrali), sia per il munizionamento di artiglieria più adatto alla guerra di posizione e di trincea (granate e non solo shrapnel; quest'ultimo è il proietto di più frequente impiego nella guerra di movimento). Altra lacuna di coloro che trattano i problemi del rifornimento munizioni è la scarsa considerazione per le prestazioni insostituibili che avrebbe potuto offrire il traino meccanico. In tutti i casi, la pubblicazione n.150 «Servizio in guerra - parte II - organizzazione e funzionamento dei Servizi» diramata il 5 maggio 1915, cioè alla vigilia della guerra, recepisce la maggior parte delle proposte che prima abbiamo preso in esame, dà spazio anche al trasporto automobilistico delle munizioni, delinea una parziale motorizzazone di tutti i principali Servizi (compresi autoambulanze, cucine rotabili e autocarri attrezzati per trasporto carne) (86), e si rivela almeno nei principi ispiratori assai valida, visto che viene abrogata soltanto nel 1932 dalle «Norme generali per l\1rgariizza-

(85) Cfr. la recente Pub. SME n. 5369 - ed 1983 Munizioni - Dotazioni di J a linea e scorte di Grande Unità, Parte IV, Allegati 1, 2, 3 e 4. (86) Ciononostante, anche alla luce dello studio comparativo del capitano Gazzera prima citato, permanevano nel 1915 in misura pressoché uguale in tutti gli esercili gli inconvenienti ineliminabili dell'ancor prevalente trasporto animale (appesantimento delle Gral)<li Unità di prima linea e in particolare del corpo d'armata; lentezza dei rifornimenti; ingombro della viabilità or dinaria e notevole impiego di perso· nale, quadrupedi e carreggio). Cfr. anche, in merito, G. Giannuzzi, come il mezzo au tomobilistico abbia rivoluzionato l'organizzazione logistica, «Rivista di Commissaliato» n. 6/1 939.


Note sul pensiero militare ilalian.o, fine secolo XIX inizio prima guerra mondiale

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zione e funzionamento dei servizi in guerra», nelle qual i viene sancito per la prima volta il principio del rifornimento dei corpi e reparti con propri mezzi, dall'avanti all'indietro, sui posti distribuzione di Grande Unità. In particolare, detta pubblicazione in premessa dimostra notevole realismo ed elastiCÌtà, sottolineando che nessuna azione di guerra può avere buon successo, se non si abbiano in qualsiasi circostanza, a portata della forza operante i mezzi per vivere e per combattere e quelli per sgomberare ciò che divenga. inservibile per le operazioni di guerra(...) Tanto l'organizzazione quanto, e più, il funzionamento, dovranno volta, a volta, essere adattati alle circostanze di tempo e di luogo in modo che i servizi possano conseguire il loro scopo in qualunque situazione di guerra.

Va dunque superato, almeno in buona parte, il diffuso pregiudizio che vorrebbe accreditare una pretesa insufficienza della regolamentazione logistica all'inizio della guerra: se lacune vi furono, esse non sembrano da attribuirsi a una normativa in sé certame~te all'altezza di queJla degli altri eserciti. Così come, la gestione diretta di taluni Servizi (il pane, la carne, i viveri di riserva ...) e in genere il mantenimento in funzione di stabilimenti m ilitari non paiono dovuti sic et simplìciter (come vorrebbero taluni) ad una perniciosa e persistente tendenza alla deliberata separatezza dalla società civile, ma piuttosto a fondate considerazioni sullo scarso sviluppo dell'industria nazionale, sulle particolari esigenze del tempo di guerra e infine sulla maggiore efficienza (e sulle minori «grane») dei Servizi quando sono assicurati con personale militare. Tutti elementi, questi, alla base della militarizzazione dei Servizi tipica della seconda metà del secolo XIX, non solo nell'Esercito italiano: militarizzazione imposta più che altro dalle circostanze e dalla guerra di movimento condotta da grossi eserciti su ampi spazi, e di per sè non cagione di separatezza, visto che erano proprio gli eserciti dinastici della Restaurazione a r icorrere al massimo grado di privatizzazione dei Servizi. Questi aspetti non secondari che nitidamente affiorano senza forzature dall'esame condotto, portano a considerare come fondamentale e quasi emblematico anche in questo specifico settore un periodo, nel quale per la prima volta prendono corpo i caratteri e i problemi salienti dell'epoca di profonde, incessanti trasformazioni che stiamo vivendo, a volte non senza sensibili analogie proprio nel campo logistico.


DORELLO FERRAR!

LA DIFESA DELLE COSTE ITALIANE NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE L'indice di mobil_itazione del 1933 prevedeva 200 battaglioni costieri. Questi reparti avrebbero dovuto sch ie rarsi più o meno a cordone lungo gli ottomila chilometri delle coste italiane con il compito di respingere eventuali avversari che foss ero riusciti a sbarcare e proteggere da sabotaggi le numerose installazioni e le linee di comunicazione, soprattutto ferroviarie, dislocate in buona parte proprio lungo le coste . A quel tempo, le ipotesi di guerra prevedevano eventuali conflitti soltanto contro la Germania o contro la Francia e/o la Jugoslavia. Il vero compito di difendere le coste sarebbe spettato alla Marina, stimata sufficientemente forte per dominare quella jugoslava e affrontare quella francese. Sicché gli sbarchi potevano essere tentati, di sorpresa, soltanto da piccoli reparti, trasportati da imbarcazioni veloci. Secondo il generale Roatta, che nell'ul tima guerra fu capo di stato maggiore dell'esercito, i duecento battaglioni er ano effettivamente mobilitabili e avevano tutte le dotazion i previste. Si trattava di reparti territoriali, armati di fucili mitragliatori e mitragliatrici e poco mobili, dal momento che i loro mezzi di trasporto si r iducevano a poche carrette~ traino animale e a biciclette per i portaordini e gli ufficiali subalterni. L'addestramento avrebbe lasciato certamente a desiderare perché i battaglioni erano costituiti da richiamati ufficiali e truppa - ma costoro appartenevano a classi che avevano preso parte a ll a Grande Guerra, quindi sarebbe stato relativamente facile farne dei reparti agguerriti anche se con tutti i limiti dovuti all'età non più giovane dei m ilitari. Non si trattava certo di unità moderne, nemmeno per l'epoca considerata (1933). Tuttavia i compiti previsti erano adeguati alla loro capacità operativa e al loro armamento. In ·sostanza, i battaglioni costieri dovevano occupare posti di vedetta e posti di sbarramento nei settori costieri più minacciati e tenersi pronti a respingere sbarchi eventuali di piccolo repar ti; apprestare infine le coste a difesa,


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Dorello Ferrari

completando l'opera dei comandi e reparti del genio dei corpi d'armata territoriali. Come si vede, la difesa costiera riposava su concezioni piuttosto antiquate e, proprio in quegli anni, al limite della loro validità. Infatti, anche nei primi anni trenta, una difesa costiera valida avrebbe dovuto essere basata sull'impiego di reparti autotrasportati accorrenti ove fosse necessario, piuttosto che su truppe a piedi distese a cordone. Inoltre, l'idea che reparti territoriali dovessero opporsi a reparti d'assalto sceltissimi, quali presumibilmente quelli che sarebbero stati impiegati dall'avversario per colpi di mano o tentativi di sbarchi, non era delle migliori. Come vedremo, era un'idea di fficile a tramontare, legata alla concezione della guerra da combattere sulle frontiere ignorando qualsiasi ipotesi di operazioni anfibie. Ma dal 1935 in poi, il modificarsi e, in certe fasi, l'acuirsi dei rapporti italo-britannici, mutavano non soltanto le ipotesi di guerra ma, quel che era più importante, la relatività navale ne] Mediterraneo. Un conflitto con la Francia e la Gran Bretagna avrebbe esposto le coste italiane alla supremazia navale delle due potenze occidentali alleate. Nel quadro così modificato, lo stato maggiore italiano si pose il problema della difesa costiera e lo affrontò esaminandolo nei suoi vari aspetti. Il vero compito della difesa delle coste era affidato alla Marina. É vero che la supremazia globale rimaneva a francesi e inglesi con un rapporto che, per le sole navi da battaglia, era almeno di tre a uno, ma è vero anche che la aeronautica italiana - allora considerata di primo ordine e che in ogni caso rimaneva una forza rispettabile - e l'invidiabile dislocamento delle basi navali nel Mediterraneo offrivano alla Marina italiana ottime condizioni per mantere la prevalenza relativa nel Mediterraneo centrale e nelle acque costiere italiane. Le basi aeree di Sardegna, Sicilia e della penisola rendevano estremamente rischiosa la presenza di squadre navali a Tolone, Biserta e Malta e l'avvicinamento alle nostre coste. Qui~di le basi navali effettive avversarie sarebbero state Gibilterra, Orano e Alessandria. Abbastanza lontane per consentire alla nostra flotta, che controllava lo stretto di Messina, di presentarsi riunita a Ovest o a Est di fronte alle frazioni delle flotte nemiche. Infine, data la presenza di basi aeree italiane anche in Egeo e in Cirenaica, l'intero Mediterraneo era sotto il controllo della nostra ricognizione aerea. Un effettivo coordinamento aeronavale avrebbe potuto rendere credibile l'affermazione che l'Italia era una portaerei ancorata in questo mare. Purtroppo tale coordinamento non c'era.


La difesa delle

cos1e

italiane nella seconda guerra ·m ondiale

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Fu poi previsto che questa situazione favorevole, per un qualsiasi motivo, potesse venire meno. A questo scopo, nei piani di schieramento, varie grandi unità mobili rimanevano dislocate nella penisola e nelle grandi isol e pronte a intervenire in caso di sbarchi nemici di una certa consistenza. Infine, la difesa di dettaglio rimaneva ai battaglioni territoriali e territoriali-mobili dell'esercito e della milizia, circa duecento. L'organizzazione di comando, le dipendenze e il sistema dei collegamenti delle forze italiane erano alquanto complessi. Fino al 1939 si rim ase nel vago. e l'ordinamento era quello stabilito dalla legge per ciascuna forza armata, con incerte intese al vertice, promosse dallo stato maggiore generale che, peraltro, non aveva poteri di effettivo comando e nemmeno di coordinamento. Nel tardo autunno / del 1939, dopo lo scoppio del secondo conflitto mondiale, in un periodo di non belligeranza italiana, tuttavia gravido di incognite, si presero ulteriori provvedimenti per la difesa delle coste ma, sempre, senza un quadro di riferimento preciso e razionale. La situazione era la seguente. Dallo stato maggiore della Marina dipendevano la ricognizione aero-marittima, le forze navali, di superficie e subacquee, i comandi di dipartimento marittimo e le piazze marittime militari. Dai comandi di dipartimento non dipendevano le coste, ma le uni'tà navali in acque costiere, i comandi di porto, le basi navali minori. Dai comandi di piazza dipendevano a tutti gli effetti operativi - costieri, terrestri e contraerei - tutti gli enti, unità e reparti delle tre forze a rmate schierati nel terri torio della piazza. Queste misuravano qualche decina di chilometri di fronte a mare e si estendevano verso l'interno per una profondità varia, in media dieci chilometri. I fronti a terra erano praticamente sguarniti. Fra le forze schierate nelle piazze e nei principali porti e basi, c'erano le batterie antinave - talune con eventuale compito contraereo armate da una specialità della milizia fascista, reclutata fra uomini che non avevano più obblighi di mobilitazione. Dal punto di vista amministrativo e disciplinare tale specialità - la Milmart - dipendeva da un suo comando generale a sua volta dipende nte dal Comando generale della milizia. Tutte le unità aeree, esclusi un centinaio di idrovolanti della ricognizione marittima, dipendevano esclusivamente dallo stato maggiore dell'aereonautica. A questi andavano rivolte, risalendo la via gerarchica fino ai comandi centrali a Roma, le eventuali richieste di intervento, libera l'aviazione di decidere le modalità e la consistenza del suo intervento. A sua volta l'aereonautica non aveva alcu-


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ne ingerenza diretta nella difesa contraerea. Autonomamente poteva disporre l'intervento della caccia, e - dati i tempi di segnalazione e allarme - soltanto sulle rottp avversarie di ritorno. L'esercito aveva creato uno stato maggiore per la difesa del territorio, diretto da uno dei sottocapi di SM dell'esercito, che dipese per periodi al terni dal Capo di SM o dal minis~ero della Guerra. Lo stato maggiore per la difesa del territorio aveva alle dipendenze i Comandi Difesa - uno per ciascun corpo d'armata di pace - 15 in totale in Madrepatria: Torino, Genova, Alessandria, Milano, Bolzano, Treviso, Trieste, Udine, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli, Palermo e Cagliari. Dai comandi di difesa dipendevano 28 comandi di zona militare. A tali comandi facevano capo tutte le attività inerenti alla mobilitazione, i rapporti con le autorità civili, la difesa contraerea, la protezione degli impianti e delle linee di comunicazioni, infine la difesa delle coste, esclusi i tratti alle dipendenze della marina. Per la difesa contraerea, i comandi di zona disponevano in tutto di 22 legioni di una specialità della milizia fascista - la MACA: Milizia artiglieria contraerea - con circa duecento batterie. Per la difesa degli impianti e delle comunicazioni erano rimasti un centinaio di battaglioni territoriali dell'esercito e deJla milizia, gli altri essendo assorbiti nelle retrovie delle armate operanti alle frontiere o oltremare. Carabinieri e Guardia di finanza avevano poi organizzato un servizio di pattugliamento delle spiagge. Ovviamente, tentativi di sbarco nemici di una certa consistenza avrebbero messo in allarme i comandi d'armata e di corpo d'armata, dislocati nella penisola e nelle grandi isole, che avrebbero messo in moto le divisioni a loro disposizione per contrastarli. Questa era la impostazione nel giugno del 1940, al momento dell'intervento dell'Italia nel conflitto. Essa riposava su una concezione generale strategica inadeguata alla situazione e ancora dominata dal ricordo della Grande Guerra. Non sembra sia stato ben percepito che la nostra guerra sarebbe stata caratterizzata sopràttutto da operazioni aeronavali e oltremare. Sicché l'intera penisola e le grandi isole sarebbero diventate teatro di guerra e zona di operazioni. L'idea che il territorio metropolitano potesse costituire la lontana retrovia e il serbatoio di alimentazione dell'esercito operante alle frontiere era del tutto sbagliata. L'offesa aerea, navale e terrestre poteva raggiungere ormai ogni punto del territorio. Da queste idee errate derivò innanzitutto la convinzione che la difesa territoriale e quindi quella delle coste potesse essere affidata a unità di seconda linea, ad uomini anziani, ad armi e mezzi più sca-


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denti di quelli schierati alla frontiera. Comandi e truppe riposavano inoltre sul preconcetto d'essere lontani dal nemico, in zona tranquilla dove la routine quotidiana prevaleva sulla prontezza di reazioni. Mancava inoltre il coordinamento delle forze armate e delle varie unità all'interno di ciascuna forza armata. Coordinamento tanto più necessario in quanto la difesa delle coste comporta specificamente predisposizioni, interventi e operazioni di tutte le forze armate e anche degli organi civili. In Egeo e in Libia erano stati istituiti comandi superiori delle Forze Armate che, pur con qualche effetto negativo - tipico, l'impiego non sempre corretto dell'aviazione in Libia - supplirono alla mancanza di coordinamento. Meglio sarebbe stato istituire al centro un vero comando supremo interforze e stabilire con precisione alla periferia dipendenze e collegamenti fra i comandi delle forze armate rispetto alle varie esigenze: operazioni terrestri, navali, difesa aerea, difesa costiera. Soprattutto si sarebbero dovuti stabilire e impiantare diretti collegamenti fra i comandi e le unità .incaricati di contrastare un determinato tipo di offesa o di interven ire in un determinato settore territoriale. Ma tant'è. Come altre forze armate, anche quelle italiane non si presentavano idonee ad un moderno conflitto e, per noi, la scarsezza di mezzi materiali e le interferenze politiche ne complicarono ulteriormente preparazione e condotta. Comunque, nei primi mesi di guerra, non ci furono soverchie preoccupazioni per la difesa delle coste. Tanto più che la subitanea sconfitta francese aveva migliorato per noi il rapporto navale nel Mediterraneo. Tuttavia il primo bombardamento navale di Genova e l'attacco degli aereosiluranti inglesi alla base di Taranto rivelarono subito le insufficienze della difesa costiera. A giugno del 1940 una squadra francese e il 9 febbraio 1941 una squadra inglese riuscirono ad avvicinarsi indisturbate alla costa ligure e a cannoneggiarla per breve tempo. In tutti e due i casi mancò la vigilanza. La marina non aveva dislocato in mare unità di pattuglia idonee a segnalare l'avvicinamento delle squadre nemiche. Poiché la ricognizione aerea, del resto deficiente nel golfo ligure, non segnalò niente, il nemico potè avvicinarsi indisturbato alla costa e sorprendere le artiglierie costiere la cui reazione fu lenta, disordinata e imprecisa. Quello che mancava era un efficiente sistema di collegamenti e di interventi pianificati fra unità da ricognizione della marina e dell'aereonautica, che comunque erano assenti - e artiglierie costiere e reparti dell'armata aerea, questi ultimi scarsi e comunque non orientati ad agire in quel senso. Il bombardamento


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del febbraio 1941 fu più grave, sia per i danni prodotti, sia perché la flotta italiana, già in mare, non riuscì a intercettare la squadra inglese. Si rivelarono in pieno insufficienze nella ricognizione e nel coordinamento e rilancio delle notizie provenienti da varie fonti: costiere, aeree e navali. L'attacco degli aereosiluranti ~ Taranto nella notte dell'l 1 novembre 1940 riuscì per deficienze e strani buchi nei sistemi di palloni frenati e di reti parasiluri, queste ultime poste a eccessiva distanza dalle navi da proteggere, sicché gli aerei inglesi poterono lanciare negli spazi tra le reti e le navi. Ma l'attacco riuscì anche per deficienza di vigilanza costiera in mare che, anche se ci fosse stata, non avrebbe funzionato per mancanza di pronti collegamenti con le.difese. Le operazioni avversarie indussero i nostri organi responsabili a correre ai ripari e le cose migliorarono sensibilmente, soprattutto con l'intervento delle forze aeree tedesche. Ma anche in seguito, la difesa contro simili attacchi restò affidata soprattutto alla supremazia aeronavale nel Mediterraneo centrale, piuttosto che a un sistema di difesa specifica bene organizzato, capace di coordinare compiti e interventi delle tre forze armate. In quell'autunno del 1940 e nel successivo inverno la difesa delle coste, soprattutto dell'Italia meridionale e della Sicilia, attirò l'attenzione degli organi responsabili. L'attacco italiano alla Grecia e la conseguente istallazione di basi inglesi in tale Paese, nonché le operazioni aereonavali fortunate per i-Britannici, avevano aggravato sensibilmente il problema. Lo stato maggiore dell'esercito prese alcune immediate misure. In Sicilia furono inviati un raggruppamento celere tratto dalla divisione Emanuele Filiberto Testa di Ferro, costituito essenzialmente dal 6° reggimento bersaglieri, nonché la divisione autotrasportabile Piave. Le due unità, allora dislocate nella pianura padana, erano orientate verso la frontiera giuJia, in vista di operazioni contro la Jugoslavia e avevano ricevuto nell'estate un addestram~nto particolarmente accurato. Del loro trasferimento in Sicilia non ne risentì lo schieramento settentrionale, ma se ne avvantaggiò moltissimo la difesa dell'isola. Altre due grandi unità mobili furono trasferite a Sud: la divisione motorizzata Trieste - già destinata in Albania, dove il suo reggimento d'artiglieria fu effettivamente inviato - si dislocò nelle Puglie; la divisione di fan teria Pistoia fu schierata in Calabria. Anche queste unità, soprattutto la Trieste, erano fra quanto di meglio addestrato e di più moderno potesse allineare l'esercito.


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Il valore di tali misure è oltremodo significativo se si tiene presente che nello stesso ottobre 1940 gli Inglesi progettarono uno sbarco a Pantelleria e l'occupazione dell'isola, operazione Jnflux e, nel dicembre successivo, addirittura uno sbarco in Sicilia, operazione Workshop. Tali progetti si basavano su una supposta crisi politica interna italiana con conseguente crollo morale, speciamente in Sicilia, dove si sarebbe sviluppato anche un movimento indipendentistico. Facevano da sfondo le speranze inglesi nate da intricati contatti con «personalità antifasciste e antitedesche» della Regia Marina italiana. I due progetti, che prevedevano l'impiego dì pochissime forze, caddero non soltanto per il non verificarsi degli eventi politici sperati, ma anche per il rafforzamento aeronavale dell'Asse, grazie all'arrivo del Corpo a ereo tedesco, e per il potenziamento della difesa costiera, attuato cosìprontamentè con unità mobili di prima linea. Il 15 febbraio 1941 il comando della 6° armata, l'Annata del Po, fino allor a dislocato a Verona, fu trasferito a sud, precisamente a Cava dei Tirreni, con il compito di inquadrnre tutte le forze dislocate in Italia meridionale, in Sicilia e in Sardegna. Compito vastissimo e operativamente poco realistico. Sembra infatti azzardato pensare che un comando d'armata potesse dirigere, dalla Campania, operazioni in Sardegna e in Sicilia. In effetti il vero scopo, che giustificava una tale estensione territoriale, era il coordinamento della preparazione e l'elaborazione di direttive e norme unitarie per la difesa delle coste. Lo stato maggiore dell'esercito, sotto l'impulso del suo capo, generale Roatta, seguiva con sempre maggiore attenzione il problema. Dal dicembre del 1940 alla primavera del 1941 era stato rimobilitato completamente l'esercito operante, cioè le unità di prima linea che nell'ottobre 1940, alla vigilia della guerra alla Grecia, era stato improvvisamente, largamente smobilitato. Dalla primavera del 1941, a mano a mano che aumentava la disponibilità di armi e mezzi, fu. rono richiamate alle armi numerose c lassi anziane che consentirono la formazione di molte unità territoriali e territoriali mobili. A parte otto divisioni «di occupazione» destinate a presidiare i territori non metropolitani - soprattutto balcanici - furono create le prime unità costiere che assorbirono parte delle artiglierie da posi· zione, prima inquadrate nella GAF: la Guardia alla Frontiera. Con battaglioni territoriali e territoriali-mobili e le suddette batterie furono costituiti settori di brigata costiera, 'poi diventate brigate e infine divisioni costiere, seguendo un programma graduale


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i cui sviluppi esamineremo. Intanto, il 30 settembre 1941, il comando della 6a armata si spostò in Sicilia ed ebbe la responsabilità della difesa dell'isola. Sul continente fu ricostituito il comando della 7a armata alle cui dipendenze furono poste le forze dislocate in Italia centro-meridionale e in Sardegna. Nella difesa del territorio metropolilano si dette la priorità alla Sicilia. E fu senza dubbio una feJìce intuizione. Soltanto quaranta anni dopo, dai documenti pubblicati in Gran Bretagna, si è appreso che nell'ottobre 1941 l'alto comando britannico riprese i piani per l'invasione della Sicilia da effettuarsi d opo una stabile occupazione della Cirenaica prevista nell'operazione Crusader, la seconda offensiva britannica in Africa Settentrionale, lanciata a novembre con un certo successo. Anche il piano di ottobre d'invasione della Sicilia era basato sulla previsione di un collasso morale italiano e di un prorompere dei movimenti indipendentistici in Sicilia. Il conte Sforza, uno dei leaders dell'antifascismo italiano in esilio, incoraggiava tali propositi nella speranza che operazioni sul territorio italiano avrebbero portato alla caduta del regime fascista o, almeno, alla nascita di un governo italiano antifascista, con un proprio territorio. Previsione, come sappiamo, esatta, ma prematura. Il comando britannico, a causa dei limitati risultati dell'operazione Crusader, della drastica riduzione di potere navale dovuto alla vittoriosa azione dei nostri mezzi d'assalto ad Alessandria, all'intervento giapponese e a quello aereo tedesco - che portarono all'affondamento di navi da battaglia e portaerei in estremo oriente e in Mediterraneo - archiviò ogni piano in attesa di tempi migliori. Nell'autunno del 1941, lo stato maggiore dell'esercito emanò le «direttive per la difesa delle frontiere·marittime», base dottrinaria e addestrativa per i successivi sviluppi. Delle direttive, colpiva innanzi tutto la modernità dì concezioni. Con uno sforzo e una capacità intellettuale non comune, lo stato maggiore individuò guelle che sarebbero state le caratteristiche di un'operazione anfibia moderna. Premessa dell'attacco sarebbe stata la superiorità aeronavale totale o locale. Il che si traduceva in due possibilità: sottoporre la difesa costiera a intensi bombardamenti aerei e cannoneggiamenti dal mare, scelta a sorpresa della zona di sbarco. Le navi e i mezzi da sbarco avrebbero consentito di rovesciare a terra, subito, notevoli truppe con artiglierie, mezzi corazzati e trasporti. L'invasore avrebbe potuto far precedere o seguire l'operazione dal lancio di paracadutisti e dalla conquista di qualche porto importante per alimentare le successive operazioni.


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Con questo scenario, uno sbarco non differiva inolto da una normale offensiva perché veniva meno la precarietà e la vulnerabilità dell'attaccante, condizioni che fino allora avevano reso aleatorie, difficili, le operazioni di sbarco e - per converso - avevano facilitato le misure di difesa costiera. Veniva soprattutto a mancare quel lasso di tempo, abbastanza lungo, in cui l'attaccante era a terra con poche forze leggere e che dava al difensore la possibilità di preparare una controffensiva o anche un semplice contrattacco di fanteria per tentare, con notevoli possibilità di successo, di ributtare a mare l'invasore. Tali erano state fino allora le caratteristiche delle operazioni di sbarco. Ma ormai erano cambiate per la comparsa di nuovi mezzi aerei e navali. Vanto dello stato maggiore fu senza dubbio di averlo compreso, più in base a deduzioni logiche che a informazioni. Come impostare un'efficace difesa? Per Roatta e i suoi collabo-. ratori non c'era che da opporre una potente linea fortificata su lla costa e altrettanto potenti riserve motocorazzate; meglio, una studiata combinazione di questi due fattori. Le fortificazioni dovevano svil u pparsi progressivamente fino a costituire delle vere e proprie linee fortificate. Prima di tutto si sarebbero meglio fortificati i grandi porti - militari e mercantili e i punti della costa piu vulnerabili perché aperti agli sbarchi e con buoni sbocchi verso l'interno. Poi la restante costa; q uindi le posizioni di sbarramento arretrate, a distanza dalle spiagge sufficiente per sottrarle a l tiro navale; infine le bretelle trasversali, che tagliassero le grandi isole e la penisola per impedire l'eventuale avanzata di forze nemiche che fossero riuscite a superare la linea costiera e gli sbarramenti. Si sarebbe data la priorità alla Sicilia, quindi alla Sardegna, poi alle coste dell'Italia meridionale, infine al versante tirrenico centro-settentrionale. Le coste adriatiche non preoccupavano. Per armare le fortificazioni e formare le riserve per i contrattacchi e le controffensive sarebbero occorse forze notevoli . Tenuto conto della situazione esistente, il programma destinava le divisioni mobili (quelle dell'esercito operante che si potevano sottrarre a teatri operativi già in atto o prevedibili: Russia, Africa Settentrionale, Balcani, Francia, operazioni speciali come la conquista di Malta, ecc.) ad armare gli sbarramenti di contenimento e le b retelle trasversali, nonché a formare le riserve. Sulla linea fortificata costiera si sarebbero invece schierate nuove divisione «èostiere». E rano poi previste due organizzazioni di dettaglio: per opporsi alla calata di paracadutisti, isolati o a piccoli gruppi, e a più consistenti operazioni di aviosbarco.


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In tutto il territorio nazionale o almeno nelle sue parti più esposte, sarebbero stati dislocati centinaia di Nuclei anti-paracadutisti, NAP, forma ti da un plotone di facilieri autotrasportati, pronti a d accorrere dove fossero segnalati paracadutisti e sabotatori avversari. Tale rete fu celermente impiantata e dette ottimi risultati. Soltanto nell'inverno 1941-42 i paracadutisti ingles i riuscirono a compiere qualche sabotaggio a lle linee ferroviarie dell'Italia meridionale e a tentare, senza molto successo, un sabotaggio, in più grande stile, all'acquedotto del Sele. A partire dalla primavera del 1942 i NAP resero impossibile altre offese e costituirnno una organizzazione efficace ed economica, una rete protettiva pienamente riuscita. Anche più tardi - alla vigilia e nei primi giorni dello sbarco in Sicilia - il centinaio di NAP che vigilavano sull'isola catturarono subito un gran numero di paracadutisti inglesi e americani il cui intervento, com'è noto, invece di realizzare un'operazione in grande stile, com'era nei piani, si tradusse in una dispers ione dei paracadutisti su una grande estensione. Soltanto un nucleo si raccol se, occupò e mantenne fino a ll'arrivo delle avanguardie delle divisioni sbarcate nel frattempo, un ponte sull'Anapo, utile per il proseguimento del le operazioni. I paracadutisti riuscirono a creare un po' di confusione, a interrompere collegamenti, a creare preoccupazioni nella difesa, ma - in sostanza - furono alla fine neutralizzati, quasi sempre dai NAP. L'altra organizzazione, quella per la difesa degli aeroporti e contro operazioni di aviosbarco di una certa consistenza, fu predisposta in Sicilia, in Sardegna e ne lle Puglie. All'armistizio non era ancora costituita nel resto del territorio. Ogni aeroporto aveva un gruppo tattico di difesa, forma to in media da un battaglione di fanteria e una batteria di artiglieria. Questi reparti, alle d ipendenze d i impiego del comandan te d'aeroporto, avevano il compito di inibire le piste all'atterraggio dei paracadutisti - anche mediante sbarramenti campali, arature, ecc. - e di intervenire subito in caso di aviosbarco. Per ogni complesso di un certo numero di aereoporti erano inoltre costituiti dei gruppi mobili, ordinati s u tre o quattro compagnie di motociclisti, carri leggeri, fanteria autotrasportata, con una batteria a traino mecca nico. Tali gruppi, riuniti a loro volta in raggruppamenti, avevano, come compito prioritario, l'intervento contro aviosbarchi di maggiore consistenza e, come compito secondario, la fun. zione di riserve mobili contro gli sbarchi dal mare e nelle successive operazioni. Il programma di fortificazioni fu condotto con maggiore lentez-


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za del previsto e con notevoli incertezze e disparità nel la scelta dei sistemi e delle singole opere difensive. Per mancanza d'acciaio e dei relativi mezzi di produzione e fabbricazione delle opere, si rinunziò alle oper e blindate e si ripiegò sul cemento. La produzione nazionale di cemento era di centoventimila tonnellate mensili. Lo stato maggiore ne ottenne, in principio, la metà. Ma mai si raggiunse nemmeno la meta di tale quota. Le linee da fortificare - fra costiere, di sbarramento e trasversali - raggiungevano uno sviluppo di circa 8.000 chilometri. Jl cemento messo a di sposizione delle a utorità militari dall'autunno 1941 al settembre del '43, consentì di fortificare: il fronte a mare delle piazze militari m arittime e di qualche porto; parzialmente il fronte a terra di tali piazze e porti; alcuni tratti di spiaggia in Sicilia e in Sardegna, nonché di costruire opere - ma non sistemi fortificati - sulle r estanti spiagge delle grandi isole, della Calabria e del versante tirrenico, fino al confine italo-francese. Infine furono appena tracciate due bretelle: una all 'a ltezza di Castrovillari, in Calab ria, l'a ltra all'altezza di Cassino. Non fu facile reperire ditte e mano d'opera per costruire le linee fortificate. La legislazione sociale in vigore e la regolamentazione ammini strativo-militare erano tali che l'autorità militare non poteva disporre nè di ditte, nè di mano d'opera senza aver prima soddisfatto a numerose esigenze fin anziarie e procedurali che rallentavano i lavori. Inoltre, la messa in opera di un sistema fortificato comporta la sistemazione a tal scopo dell'intero t~rritorio interessato: sgomberi, spianamento dei campi di tiro, sistemazione a difesa di abitati, requisizione di edifici. Tutti provved imenti che le autorità mili tari potevano prendere con grande lentezza e soltanto d'intesa con le autorità civili. Le organizzazioni del partito fasc is ta, che in teoria appoggiavano ed esaltavano lo sforzo bellico, erano in realtà desiderose di conservare il consenso delle masse e quindi di disturbare il meno possibile le popolazioni e la vita civile. Soltanto nella primavera del 1943, quando le grandi isole e parte delle coste furono dichiarate zona di ope razione, le autorità militari ebbero mano libera, ma ormai era troppo tardi. Con tali premesse era già molto difficile realizzare il programma di fortificazioni previsto, ma a ltri fattori ne complicarono l'attuazione e l'efficacia. L'arte fortificatoria è ben difficile e richiede una grande capaci tà tecnica e tattica. Lo stato maggiore dell'esercito dettò le linee generali del programma; i comandi d'armata e di corpo d'armata dovevano tradurre tali linee in direttive sempre più particolareggiate e vigilare sull 'attuazione; i comandi di divisione


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provvedevano all'attuazione sulla carta; erano infine i reparti a realizzare le opere, adattare il terreno, scegliere le posizioni, mascherarle, insomma a costruire le linee fortificate. Soltanto una parte degli ufficiali in servizio permanente avevano la preparazione e la capacità sufficienti per tale lavoro. Ma questi - nelle unità addette alla difesa del territorio - erano pochissimi. Oltre ai comandanti di grande unita, soltanto i capi e sottocapi di stato maggiore provenivano dal servizio permanente. Su costoro, in pratica, ricadde tutto il lavoro, ma erano pochi. Il risul~ato fu che sì dovettero apportare continue modifiche ai ]avori in corso per correggere gli errori che a mano a mano venivano evidenziati e non sempre si riuscì in tempo e dovunque. Inoltre, la citata deficienza di materiali, ditte specializzate e mano d'opera fece sentire il suo peso non soltanto sui tempo di lavoro, ma anche sulla qualità. L'insieme risultò una combinazione di opere semipermanenti e dì fortificazione campale a larghi intervalli e di tipo vario. Infatti, poiché le direttive d~llo stato maggiore non potevano scendere nei dettagli, l'interpretazione e l'applicazione sul terreno degli alti comandi in sottordine fu abbastanza diversa l'una dall'altra e mutava con l'avvicendarsi dei comandanti. Comunque, in due anni, si finì con il costruire opere e caposaldi in misura superiore alla disponibilità di truppe per presidiarli. Come abbiamo accennato, poiché l'esercito operante era impegnato oltremare, oltre frontiera o di riserva per future operazioni, lo stato maggiore - consule Roatta - ricorse alla costituzione di unità costiere e mobili traendole dai reparti cosiddetti territoriali o territoriali-mobili, cioè di seconda linea, formati da classi più anziane. Nel 1941 furono così formati undici settori di brigata costieri, otto dei quali trasformati in divisioni costiere e tre in brigate; fu inoltre formata una nona divisione costiera. Nel 1942 si proseguì col sistema di formare settori eh brigata costieri da trasformare in brigata o divisioni. Le unità costiere salirono così a 9 brigate e 13 divisioni. Nel 1943 si raggiunsero le 11 brig~te e 25 divisioni. Non si trattava di grandi unità organicamente omogenee ma di ordinamento variabile. Il battaglione costiero era su due compagnie fucilieri e due mitraglieri, quest'ultime su quattro plotoni di tre armi: in totale 24 mitragliatrici e 24 fucili mitragliatori. I reggimenti costieri erano su 2, 3, o 4 battaglioni, le brigate su due reggimenti e le divisioni su due, tre o quattro reggimenti in funzione dell'ampiezza dei settori di copertura. Di solito, brigate e divisioni erano


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inforzate da altri reparti di fanteria: battaglioni e compagnie mitraglieri, reparti motociclisti. I reggimenti inquadravano inoltre una compagnia di ciclisti e i battaglioni un plotone celere, ciclisti o autoportato. L'artiglieria costiera - in media due batterie per battaglione - ebbe un notevole sviluppo organico, ma raccolse materiale da posizione antiquato o di preda bellica. I pezzi lasciavano a desiderare per gittata, potenza di colpo singolo, celerità di tiro. Avrebbero potuto intervenire sulle spiagge, ma non erano assolutamente in grado di fare tiro anti-nave. Soltanto nelle piazze marittime e in alcuni porti, la Regia Marina schierava vere e proprie batterie da costa, armate con cannoni navali e sen1 ite da marinai o militi della Milmart. Per addestrare gli u fficiali e gli specialisti dell'artiglieria costiera, fu costituita a Terracina una scuola che svolse un lavoro utilissimo. Tutti i comandanti cli gruppo, di batteria e numerosi specialisti frequentarono la Scuola, <love ricevettero unicità di indirizzo nell'addestramento al tiro. Per unità da fortezza, quali erano in realtà le truppe costiere, sarebbero stati necessari numerosi reparti del genio idonei a preparare e fortificare il terreno, creare gli ostacoli, attivarli, impiantare e far funzionare i collegamenti che - in previsione di resistenza a oltranza anche dei minori caposaldi - avrebbero dovuto consistere soprattutto in stazioni radio. Invece, per carenza di specialisti ed equipaggiamento, le divisioni e le brigate costiere ebbero sempre scarsi reparti del genio - in media una compagnia per unità - le cui dotazioni erano antiquate. Per esempio, i collegamenti erano quasi tutti a filo e i campi minati seminati a seconda della disponibilità di mine, senza che esistessero sufficienti dotazioni di tali ordigni. Anche la disponibilità di attrezzi e materiali per l'ostacolo, come fi. lo spinato, paletti ecc., era scarsa. Più spiegabile, che i servizi di tali unità fossero ridotti, appoggiandosi a quelli territoriali esistenti in Italia. La mobilitazione delle unità costiere e degli altri reparti analoghi - gruppi mobili, difesa aeroporti, nuclei antiparacadutisti - fu laboriosa e rientrava nel grande e travagliato sforzo di mobilitazione dell'intero esercito cui dedichiamo un cenno particolare per l'evidente influenza che ebbe sulla efficienza della difesa costiera. Al primo ottobre 1941, la forza al le armi dell'esercito raggiungeva i 2.655.000 uomini. Non tutti utilizzabili perché in questa cifra sono compresi anche i feriti, i convalescenti, i malati nonché 113.500 ufficiali. Sottraendo questi ultimi e i volontari, e aggiungendo i pri-


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gionieri di guerra e i caduti, l'esercito avava già mobilitato tre milioni di uomini, in cifra tonda. Erano sotto le armi almeno dodici classi, dal 1910 al 1921, oltre ad aliquote di classi più anziane. Al primo ottobre 1942, la forza alle armi era salita a 3.303.000 uomini e il primo aprile 1943 - a classe 1923 già chiamata - la forza era arrivata a 3.704.000 uomini. Sottraendo .143.804 ufficiali e i volontari, e aggiungendo sempre i caduti e i prigionieri, si arriva almeno a quattro milioni e mezzo di uomini. Risulta che erano state mobilitate al completo diciassette classi - dal 1907 al 1923 - oltre a consistenti aliquote di classi più anziane. Una considerazione immediata: alle unità addette alla difesa del territorio, quindi anche a quelle costiere, andavano uomini dai trenta ai quarant'anni. Per gli ufficiali si andava più in là. Quelli subalterni - sottotenenti e tenenti - erano fra i trenta e i quarant'anni. Ma i capitani arrivavano fino a 45, talvolta cinquant'anni. Gli ufficiali superiori - di complemento o della riserva, cioè cessati dal servizio permanente per limiti di età - erano intorno ai c inquant'anni. Colonnelli e generali, quasi tutti dell'ausiliaria e della riserva, erano ancora più anziani. Durante tutta la guerra, un po' per l'indeterminatezza circa le operazioni da fronteggiare, un po' per le inframmettenze politiche (la più nota e nociva fu l'improvviso ordine di smobil itare mezzo milione d'uomini dell'esercito di prima linea alla vigilia della guerra alla Grecia nell'ottobre '40) e un po' per l'incertezza circa le reali dotazioni accantonabili, un po' per tutte queste cause e altre minori, lo stato maggiore non riuscì mai a fare un piano di mobilitazione razionale, limitandosi ad attuare, a poco a poco, quello esistente prima della guerra. Questo piano prevedeva la costituzione di ben tre categorie di reparti: permanenti, territoriali-mobili e territoriali, con altrettante categorie di reparti complementari che servivano per tenere a numero i primi o, all'occorrenza, potevano essere impiegati. I distretti distribuivano gli uomini ai depositi - essi stessi fungevano da deposito per taluni reparti - e questi formavano sulla carta i reparti da mobilitare dietro ordine. Ogni gruppo di classi, dalle più giovani per i reparti permanenti, alle più anziane, riserva dei reparti territoriali, formava ciascun reparto. Sicché si dette il caso di uomini appartenenti a classi giovani, ancora in congedo perché i reparti corrispondenti - per esempio reparti complementari di quelli permanenti - non erano stati ancora mobilitati. Per ovviare a tali inconvenienti e alle improvvise iniziali smobilitazioni parziali, si ricorse a perequamenti, scompaginando l'affiatamento dei reparti.


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Un esempio può illu strare il meccanismo. Nella tarda primavera del 1941, il 40° reggimento di fanteria, con deposito a Napoli, aveva il reggimento mobilitato in Libia, con uomini appartenenti a classi giovani, 1916-19, e con taluni elementi del 1920, giunti alla vigilia del conflitto, mentre altri, per esempio gli automobilisti, di cui v'era carenza, erano anche della classe 1911 . Non aveva formato ancora battaglioni di complementi, lasciando gli uomini in conged o, ma con i richiami alle armi del 1941 formò un battaglione con elementi anziani. Il 23 agosto 1941, il comando della 6a Armata ordinava al Comando Difesa Territoriale di Napoli di destinare alla difesa territoriale «i battaglioni ai depositi dei reggimenti 15°, 31 °, 39° e 40°». Di conseguenza, nel settembre, quel battaglione diventava il 162° btg. territoriale e veniva d islocato a Battipaglia «per la protezione della costa e degli impianti» . Il 19 novembre 1941 il comando della 7a armata ordinava ai Comandi di difesa territoriale dipendenti di «designare i battaglioni territoriali da trasformare in territoriali-mobilicostieri ». Finalmente il 21 novembre 1941 il 162° battaglione diventava «costiero», veniva dislocato ad Agropoli e inquadrato nel 17° Reggimento costiero, della 222 a divisione costiera. Al battaglione veniva tolta la 4 3 compagnia che rimaneva a Salerno, a disposizione del reggimento, sostituita da una 5 a che era stata mobilitata dal deposito del 15° reggimento di fanteria. Al battaglione veniva affidata la responsabilità della costa dalla foce del Sele a punta Licosa ed era rinforzato da un NAP, il 297°, mobilitato dal deposito del J 0 bersaglieri. Per cir ca mille uomini, i mezzi di trasporto consistevano in una cinquantina di biciclette, trenta delle quali al plotone celere; una decina di cavalli con cinque carrette leggere; una motocicletta; un furgoncino Fiat 1500. Il NAP aveva una motocicletta e un autocarro Fiat 634, sostituito poi da quattro motocarri Guzzi 500. I lavori di fortificazione - eseguiti da una compagnia genio alpina che dopo ritornò alla sua divisione partente per la Russia - consistevano in alcune casematte per mitragliatrice, radenti sulla costa, poste sui fianchi delle spiagge, in modo da consentire il tiro d'infilata; qualche elemento di trincea per i comandi di battaglione e compagnia; cavalli di frisia e blocci t rapezoidali di cemento a i posti di blocco sui bivi stradali. La truppa era in ·parte accantonata, in parte baraccata o attendata. Ufficiali e sottufficiali si «arrangiavano» privatamente. Collegamenti tutti a filo. La truppa proveniva tutta da distretti della Campania. In appoggio del battaglione avrebbe agito una batteria da posizione da 105/14, già appartenente alla GAF di Brunico, in


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Alto Adige. Fin dal dicembre 1941, il comando della 7a armata aveva indivituato possibile «uno sbarco neJla Piana del Sele a condizioni che il nemico disponesse della Sicilia» come poi avvenne. In condizioni non molto diverse avvenne la mobilitazione di tutte le truppe costiere. In pratica, tutte le unità da posizione schierate sulla fascia costiera erano truppe costiere. A un certo punto, tuttavia, diventarono una vera e propria specialità delle varie armi e servizi. Le truppe costiere ebbero le loro mostrine: una fiamma bianca a una punta su campo verde. La necessità di tali truppe andò progressivamente aumentando con lo sviluppo della organizzazione difensiva costiera, conseguenza diretta dell'incremento delle possibilità avversarie e del deterioramento della situazione strategica italiana. Molte unità, comunque costituite, furono trasferite alla nuova specialità. Tipico, l'esempio della sa divisione di marcia. Era questa una grande unità che raccoglieva, a scopo addestrativo, disciplinare e amministrativo, i complementi destinati all'8a armata dislocata in Russia. A primavera del 1943, quando fu deciso il rimpatrio degli ultimi superstiti dell'armata, i reparti clell'8a divisione di marcia furono trasformati in truppe costiere e assegnati a varie unità costiere. Lo stesso comando dell'8a divisione fu trasformato in comando della 230a divisione costiera e schierato nella Sicilia occidentale. Con lo stesso criterio, accanto alla fanteria costiera - proveniente dai depositi dei reggimenti cli fanteria cosiddetta divisionale, già di linea - si ebbero reparti di alpini costieri. Costituiti cioè da reparti, in un primo tempo complementari, formati dai depositi dei battaglioni alpini. Anche la cavalleria destinò alla difesa costiera gran parte dei suoi quaranta gruppi appiedati, formati con richiamati ai depositi dei 13 reggimenti permanenti di cavalleria. L'artiglieria, oltre a trasformare in reparti costieri molte batterie già appartenenti alla GAF, mobilitò centinaia di batterie, gruppi e raggr~ppamenti costieri. Anche la milizia fascista - come del resto era previsto fin dal tempo cli pace - mobilitò un centinaio di coorti (=battaglioni) e centurie (= compagnie) costiere cui si aggiunsero centinaia di NAP formati da mi liti. Nell'estate del 1943, alla vigilia dell'invasione del territorio metropolitano, le truppe costiere raggiunsero il mezzo milione di uomini schierati dalle coste di Provenza (occupata da noi) alla Sicilia e alla penisola salentina, con presidi oltremare, nei Balcani. Le truppe costiere erano schierate nella fascia di copertura costiera: una zona profonda una decina di chilometri dal litorale verso l'interno, scorporata dal territorio posto alld'dipendenze dei co-


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mandi di Difesa Territoriali e di Zona Militare. Tale fascia era sottoposta alla responsabilìta dei comandi di unità costiere (battaglioni, reggimenti, brigate e divisioni). Il territorio era quindi diviso in due zone ben distinte: fascia di copertura costiera e territorio propriamente detto. Le due zone, attraverso i comandi costieri e, rispettivamente, territoriali, dipendevano dai Corpi d'Armata e, questi, dalle armate. Nella primavera del 1942, gli alti comandi con competenza costiera nel territorio metropolitano erano stati riordinati. La fascia tirrenica, da La Spezia al Garigliano, nonché la Toscana, il Lazio e la Sardegna, furono poste alla dipendenza della ricostituita sa armata, comandanta dal generale Mario Caracciolo di Feroleto. La fascia adriatica, da Trieste alle Marche, fu lasciata ai comandi di Difesa di Trieste e Bologna. La costa abbruzzese, attraverso il comando di zona di Pescara, dipendeva invece dalla sa armata. Tutta l'Italia meridionale, rimase affidata a lla 7 a armata, comandata da Adalberto di Savoia-Genova, duca di Bergamo. Alla 6a armata, comandata dal generale Ezio Rosi, restò la Sicilia. Le tre armate furono riunite in un gruppo d'armata Sud, al comando del principe ereditario, Umberto di Savoia. · Fino all'estate del 1942, poche divisioni mobili erano dislocate sul territorio del gruppo d'armate. In Sicilia, le divisioni Aosta, Assietta e Napoli . In Sardegna, la Sabauda e la Calabria. In Italia meridionale, la Superga, la Pistoia, la Bari e la Piceno. In Toscana, la Livorno, la Friuli e la Cremona. La Pistoia era però destinata in Africa Settentrionale, eh~ raggiunse nella tarda estate del 1942. Altre divisioni Assietta, Napoli, Superga, Livorno, Friuli, Cremona e Bari erano prescelte per operazioni di sbarco a Malta e/o in Corsica. Fino all'invasione della Sicilia, 10 luglio 1943, la difesa costiera non fu messa alla prova e si ha l'impressione che per molto tempo costituisse un grande apparato in effetti superfluo. Abbiamo visto le offese portate dal mare nel 1940-41 e le poche ipotesi di sbarco studiate dai britannici nello stesso periodo. Per quanto riguarda le prime si trattava di offese concernenti più le forze aeronavali che la difesa costiera vera e propria, tranne l'artiglieria da costa, quella allestita dalla marina, esistente e con buon materiale, nei tratti colpiti, ma la cui reazione abbiamo visto fu scarsa e poco efficace. I piani di sbar co a Pantelle.ria e in Sicilia riposavano su premesse politiche che - se reali - avrebbero reso inutile qualsiasi difesa costiera - se infondate - avrebbero annullato i piani offensivi. Quindi, mentre la presenza cli divisioni mobili - chiaro sintomo di vo-

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lontà politica della parte italiana - fu utile per dissuadere nemici esterni ed interni, l'organizzazione costiera - per scarsa consistenza militare e per essere formata da truppe regionali - non giocò alcun ruolo. Comunque rimaniamo sempre nel campo delle ipotesi perché nulla si verificò nei fatti. Per quasi tutto il 1942, la situazione rimase tranquilla. La prevalenza aeronavale dell'Asse in Mediterraneo, la pressione aerea su Malta, l'allontanamento in Egitto delle basi britanniche nordafricane contribuiranno ad allontanare ogni minaccia dalle coste italiane. Ma nell'autunno del 1942 la situazione cominciò a capovolgersi. Con l'aiuto dei materiali americani e il continuo potenziamento delle loro forze in Medio Oriente, i Britannici conquistarono la prevalenza aeronavale nel Mediterraneo, poterono sconfiggere gli italo-tedeschi a El Alarnein e, infine, sbarcarono nel Nord Africa francese. La strategia anglo-americana era estremamente prudente in materia di sbarchi. Oltre alla prevalenza navale e a truppe da sbarco di molto superiori a quelle che potevano difendere il tratto di costa da attaccare, si riteneva necessaria la copertura aerea partente da basi terrestri (nel Pacifico si fece a meno di tale fattore, ma anche i Giapponesi non avevano basi più solide). Se tali criteri fossero stati noti a Roma, il comando italiano avrebbe potuto disporre con maggiore elasticità delle proprie forze. Invece si riteneva a Roma che, ormai, gli anglo-americani avrebbero potuto scegliere impunemente di attaccare qualsiasi posizione dell'Asse in Mediterraneo. Soltanto l'Adriatico, e con qualche riserva, era ritenuto fuori dalle possibilità di sbarchi. Questa ignoranza delle reali possibilità avversarie, indusse il comando italiano a disperdere mezzi e uomini, dalla Francia alla Sicilia, senza la possibilità di scegliere poche zone di rischio, mentre la Tunisia assorbiva altre forze. Verso la fine del 1942, la penisola era rimasta praticamente senza forze mobili, se si eccettua la divisione Piceno nelle Puglie. Infatti, la Superga era stata inviata in Tunisia; la Bari e la nuova divisione paracadutisti Nembo in Sardegna; la Cremona e la Friuli erano sbarcate in Corsica; tutte le altre divisioni mobili disponibili, inquadrate nella 4a armata, avevano invaso e occupavano il territorio francese di nostra competenza, e cioè la Provenza. Alla 4a armata fu affidata naturalmente la difesa delle coste di Provenza e di Liguria, fino a La Spezia esclusa. A tal scopo, alcune divisioni costiere furono costituite e colà dislocate. Il 1943 si apriva con cupi presagi - sconfitte dell'Asse in Africa e in Russia _:_ e nessuno poteva nascondersi - anche se qualche il-


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lusione su una ripresa in Tunisia persisteva - che, una volta cacciate dall'Africa le truppe italo-tedesche, le forze anglo-americane si sarebbero rivolte verso l'Italia. Il rischio di grandi sbarchi per l'estate si profi lava con sempre maggiore concretezza. Come difendersi? Le forze mobili italiane capaci, anche se con mezzi inferiori, di impegnare combattimento contro unità modernamente armate, erano poche e sparse: una divisione corazzata in corso di costituzione in Lombardia, la nuova Ariete; una divisione motorizzata in Provenza, la Piave; una divisione corazzata della milizia, la «M», in corso di costituzione nel Lazio; qualche battaglione di carri medi o di semoventi; qualche divisione meglio attrezzata, come la Livorno. Il resto delle forze mobili, anche se antiquato, era nei Balcani. In questa situazione non rimaneva che rivolgersi ài tedeschi. Il nuovo capo di stato maggiore generale, Ambrosia, si risolse a chiedere ai tedeschi un certo numero di divisioni di dislocare nelle isole e in Italia meridionale, ma i tedeschi risposero di non averne disponibili. Ciò era vero fino a un certo punto. In realtà il comando germanico cominciava a nutrire seri dubbi sullo volontà italiana di continuare la guerra e temeva che, in caso di pace separata italiana, quelle divisioni sarebbero rimaste intrappolate, tagliate da ogni rifornimento le cui linee passavano attraverso la stretta penisola e il mare. Dopo la caduta della Tunisia, a maggio, i tedeschi offrirono finalmente cinque divisioni per rinforzare la difesa della Sardegna, della Sicilia e della penisola. Ma Mussolini e Ambrosio ne accettarono soltanto tre «per conservare libertà di manovra» come Hitler giustamente commentò. Con truppe parzialmente g ià in Italia per essere avviate in Tunisia, furono ricostituite: in Sardegna, la 90a panzergrenadiere; in Sicilia, la 15a penzergrenadiere; in Campania, poi trasferita in Sicilia, la divisione penzergrenadiere della Luftwaffe Herman Goering, mentre in Corsica fu inviata una brigata corazzata delle SS. A giugno, Ambrosia si decise a chiedere altre unità, oltre a quelle rifiutate a maggio. Così vennero in Italia la 16a Panzer che si dislocò in Campania, nella zona di Eboli; la 26a Panzer e la z9a panzergrenadiere che andarono in Calabria; la 3a panzergrenadiere che, per volontà tedesca - giustificata da timori di sbarchi sulle coste toscane e laziali - si dislocò a Nord di Roma. La presenza tedesca in Italia - aumentata di qualcosa dopo lo sbarco in Sicilia e divenuta vera e propria invasione dopo la caduta del fascismo - se da un lato rinforzava la difesa della penisola, dall'altro poneva una seria ipoteca militare sul governo italiano. Così


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tutte le forze mobili italiane, richiamate dalla Francia e dalla Croazia, oltre a quelle in corso di costituzi0ne o ricostituzione - fra l'altro le più moderne e l'intera sa armata reduce dalla Russia - furono schierate in funzione antitedesca. L'estate del 1943 fu quindi, per la difesa costiera, un periodo ambiguo e difficile, culminato con l'armistizio clell'8 di settembre. L'alto comando italiano era in effetti impegnato, all'insaputa delle truppe, in un'operazione di sganciamento dall'alleanza con la Germania, ma - nello stesso tempo - doveva preoccuparsi di difendere la penisola anche da sbarchi anglo-americani che fossero intervenuti prima dell'armistizio. Ciò non accadde. L'unica vera occasione in cui la difesa costiera fu messa alla prova, fu l'invasione della Sicilia. Nell'isola, la difesa costiera era più consistente che altrove. Sul fronte della 206a divisione costiera, schierata nella cuspide sud-orientale della Sicilia, e che dovette sostenere l'attacco di tutta 1'8a armata britannica (quattro divisioni e mezza) e che aveva, in relazione all'estensione del fronte (132 chilometri) la maggior proposizione di forze, vi erano: 8 battaglioni (compresi 2 in seconda linea) 215 fucili mi tragliatori 474 mitragliatrici 34 mortai da 81 14 batterie (56 pezzi)

- 36 uomini per chilometro -

2 per chilometro '3,6 per chilometro 1 ogni 4 chilometri 1 b atteria (4 pezzi) ogni 9 chilometri

Il 430° battaglione costiero, schierato su 18 chilometri di fronte e sostenuto da tre batterie, fu attaccato da 9 battaglioni britannici sostenuti dal fuoco cli decine di navi da guerra e apl(oggiato da decine di aerei costantemente sul cielo della battaglia. In tali condizioni, la 206a divisione costiera resistette oltre 48 ore, due giorni di intenso combattimento, alla fine dei quali fu completamente distrutta e, i resti, furono catturati. La truppa - personale anziano, reclutato in gran parte nella stessa regione e quindi allettato dalla possibilità di una facile diserzione - si comportò con sorprendente valore. Il rendimento fu superiore a quello sperato: due giorni di resistenza potevano offrire il tempo suffi ciente per le reazioni delle riserve. Ma il bel comportamento delle truppe costiere attaccate diret-


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tamente, fu oscurato da quello di tutte le altre truppe costiere schierate a cordone lungo le coste dell'isola. Tagliate fuori dall'avanzata anglo-americana, impossibilitate a manovrare per mancanza di mezzi di trasporto, esse rimasero inoperose e inattive fino alla prevedibile cattura. Fra l'altro, siccome er ano formate da elementi siciliani, molte si dissolsero ancor prima. Fenomeno del resto comune ad unità mobili travolte dalla battaglia e formate anch'esse in prevalenza da siciliani. Lo stato maggiore era riuscito a fare delle truppe costiere - reparti di gente anziana, territoriali, malamente armati - delle unità con notevole spirito combattivo e bene addestrate al. loro preciso compito. Gli avvenimen ti le travolsero con un andamento operativo inaspettato, ma il comportamento dei costieri nelle vicende seguite all'armistizio confermarono il buon livello raggiunto. Basti ricordare il contributo dei costieri alle azioni contro i tedeschi in Sardegna e in Corsica, al fatto che tali unità, unitamente a quelle delle Puglie, poterono ancora esser e impiegate in ausilio degli anglo-americani per tutto il periodo della guerra di Liberazione. Comportamento emblematico tenne 1'8 settembre il comandante della 222a divisione costiera, generale Ferrante Gonzaga de l Vodice, decorato di medaglia d'oro alla memoria. Fino alla vigilia, la 222a divisione aveva fa tto esercitazioni in comune con la 16a divisione panzergrenadiere per la difes a contro sbarchi. Il generale Sikenius, comandante della 16 a, aveva una grande stima per il generale Gonzaga e, alla notizia dell'armistizio italiano, inviò il maggiore Von Alve rsleben con una piccola scorta per sondare le intenzioni del generale italiano. Invitato a scegliere fra lo schierarsi con i tedeschi o il darsi loro prigioniero dopo aver ordinato il disarmo e lo scioglimento della divisione, il comandante italiano oppose un netto ri fiuto, ricordando il suo dovere di obbedienza e fedeltà al Re. Si accese una discussione e Von Alversleben dichiarò a un certo punto il generale prigioniero, ma don Ferrante fece un salto indietro portando la mano a lla fondina della pistola, tosto imitato dai pochi ufficia li italiani presenti, e gridò:« Un Gonzaga non si arrende!». Un soldato tedesco della scorta, entrando spaventato, fece partire una raffica di mitra e uccise il generale italiano. Von Alversleben si ritirò allora in preda a forte emozione. Lungo la strada di ritorno verso il comando di Sikenius, incontrò il capo di SM della 222 a divisione, maggiore Pinna, cui raccontò piangendo che il gener ale era morto «come un Gonzaga dove morire, da gran solda to».


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Considerazioni generali La dife sa delle coste doveva fronteggiare tre distinte minacce: il bombardamento dal mare, iJ sabotaggio, lo sbarco . Contro il bombardamento dal mare, la migliore difesa consisteva nel dislocare opportunamente forze aeronavali in grado di contrastare efficacemente una forza aeronavale avversaria, possibilmente ancora in fase di avvicinamento. La relatività delle forze e delle basi navali ha·consentito alla nostra Marina di mantenere un certo equilibrio, se non la supremazia, in tutte le acque cos tiere italiane, fino all'inverno 1942-43. Il mar ligure era un po' decentrato. Per proteggere anche tale zona, la Regia Marina faceva affidamento sui tempi di intervento abbastanza lunghi necessari alla Marina britannica per coprire il tratto Gibilterra-Genova, sufficienti per consentire l'arrivo da Taranto della nostra flotta. Sarebbe stata però necessaria una perfetta ricognizione aerea e navale, vicina e lontana. Le imperfezioni esistenti nelle maglie di avvistamento e, soprattutto, l'incapacità di tenere costantemente sotto controllo la squadra bri tannica, consentirono a quest'ultima di avvicinarsi per ben due volte alla costa ligure e bombardarla. Forse sarebbe stato opportuno dislocare a La Spezia una divisione navale di un paio d i corazzate del tipo Du ilio per interventi più efficaci tanto più che avemmo, tranne nel periodo iniziale della guerra, un eccesso di corazzate di ques to tipo che non seguivano la flotta sia per di sparità di velocità e potenza con le corazzate del tipo Vittorio Veneto, sia per mancanza di nafta. Comunque, il fatto che due sole volte, in tre anni di guerra, gli Inglesi siano riusciti a portare a termine - per brevi interventi - operazioni di bombardamento dal mare, dimostr a che, complessivamente, la marina e l'aeronautica riuscirono a difendere ottomil a chilometri di coste fino a quando la supremazia materiale anglo-a mericana non permise all'avversario disegni più vasti. La difesa da terra contro tali operazioni - affidata a lle artiglierie costiere - non funzionò bene: un po' per mancanza di pronto avvistamento e costante osservazione, un po' per vetustà del le artiglierie costiere. Oltre ai cannoni navali postati a terra o su tren i armati, avevano la stessa funzione molte batterie antiquate terrestri che per corta gittata, lentezza e imprecisione di tiro erano impari al compito loro affidato. L'averle schierate rientra in un errore comune a tutta la preparazione bellica con la conseguenza che reparti mediocremente armati assorbivano quadri, dotazioni e rifornimenti che sarebbero stati


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più utilmente impiegati per potenziare i reparti modernamente armati. I sabotatori provenienti dal mare erano di solito n uclei o anche singoli uomini sbarcati di notte da sommergibili. Ma avrebbero potuto consistere anche in reparti dell'ordine di una o più compagnie sbarcati di sorpresa da unità veloci. A tali operazioni potevano accompagnarsi o, comunque, erano assimilabili, le offese portate da paracadutisti-sabotatori con uomimi singoli, o pattuglie, o piccoli reparti. Pertanto la difesa considerò unitariamente tali tipi di offesa, tanto più che la maggior parte degli obiettivi erano nella fascia costiera. Una difesa razionale antisabotaggio doveva poggiare innanzi tutto su una rete informativa all'estero, cioè nelle basi dove partiva l'offesa, e su una rete di avvistamento completa e perfetta collegata bene con reparti leggeri motorizzati di inten1ento. Inoltre si sarebbero dovute mantenere piccole guardie fisse agli obiettivi più importanti. Reparti motorizzati e guardie dovevano essere costituiti con uomini relativamente scelti e bene addestrati ad affrontare unità d'élite, com'erano i sabotatori, di marina o paracadutisti. Nel caso italiano, tali reparti avrebbero potuto essere forniti dall'Arma dei Carabinieri, a condizione di rafforzarne l'organico con gettiti di leva e di complemento consistenti. Una tale scelta - diciamo fra parentesi - avrebbe potuto estendersi a tutti quei servizi svolti da reparti territoriali che invece appesantivano e invecchiavano l'esercito. Va da sè che il rendimento di reparti mobili dei carabinieri è di molte volte superiore a quello dei territoriali, quindi la scelta avrebbe permesso una forte riduzione delle unità cosiddette ausiliarie. Ma tant'è, il vecchio schema di mobilitazione non fu nemmeno messo in discussione, e chiudiamo la parentesi tornando a quanto effettivamente fu realizzato in Italia. Non risulta che il servizio informazioni potesse segnalare possibili azioni di sabotaggio. Per ottenere risultati del genere sarebbe stato necessario attivare fonti informative nelle basi avversarie molto tempo prima della guerra, cosa che i diretti responsabili hanno raccontato nel dopoguerra come non fu fatto per un insieme di motivi e soprattutto per la continua incertezza circa le ipotesi di guerra. Il servizio di pattugliamento costiero della Marina non fu nè completo, nè continuo, basato inoltre su scarsi e antiquati mezzi. In effetti, per le coste, si faceva affidamento sulla segnalazione da parte delle truppe costiere. Ma queste, oltre a non avere la densità necessaria, non avevano mezzi di collegamento abbondanti, tempestivi e


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sicuri. Nonostante tante carenze, all'atto pratico i pochi sabotatori e paracadutisti che si avventurarono su.I territorio italiano furono segnalati in tempo, grazie anche alla spontanea collaborazione della popolazione civile. A questo punto intervenivano i NAP, mentre gli obiettivi erano guardati dalle truppe costiere e territoriali. In realtà questo fu il solo settore - della difesa costiera - dove il numero potè supplire alla qualità con risultati soddisfacenti. E veniamo ora alla difesa contro sbarchi consistenti. Abbiamo raccontato qual era stata l'impostazione italiana caratterizzata dalla previsione esatta delle modalità di una moderna operazione di sbarco, ma da una organizzazione difensiva non corrispondente a tali presupposti. É sempre difficile, per il difensore, sottrarsi alla tentazione di coprire tutto, con il risultato probabile di essere debole dappertutto. L'organizzazione difensiva o linea fortificata, continua, non ha mai rappresentato un ostacolo insormontabile. All'atto pratico, soltanto le truppe e i mezzi direttam.ente attaccati fanno da ostacolo, il resto della linea è tagliato fuori dalla battaglia e rappresenta uno spreco. Anche linee fortificate di una certa solidità, come la Maginot, la Sigfrido, il Vallo Atlantico, non hanno fatto eccezione. Si poteva bene supporre che fine avrebbe fatto la difesa costiera italiana che annoverava truppe anziane, armi antiquate, scarse fortificazioni. L'onere della difesa sarebbe comunque ricaduto su lle truppe mobili retrostanti. Ma queste erano scarse di numero, anch'esse male armate, a parte i nuclei tedeschi. In effetti, il meglio dell'esercito italiano era stato distrutto o si logorava in Africa, in Russia, nei Balcani. Per la difesa dell'Italia era rimasto ben poco e, per di più, tutto era complicato dalle relazioni con l'alleato germanico che, da una parte forniva un sensibile aiuto, daJl'altra assorbiva parte delle nostre migliori unità, dislocate in funzione di uno sganciamento dalla Germania. Bisogna convenire che il nostro comando si muoveva entro margini di manovra stretti e complessi. Tuttavia avrebbe potuto operare una scelta diversa. La questione riguardava più la struttura dell'esercito che non lo schieramento delle unità. In breve si sarebbero potuti versare nelle unità mobili le armi e i mezzi utilizzabili e invece diluiti nelle numerose unità costiere. In concreto, dotazioni di vestiario, mezzi di collegamento e del genio, munizioni, armi automatiche, una parte la meno antiquata - della artiglierie, automezzi. In tal modo si sarebbe migliorata l'efficienza di varie divisioni e se ne sarebbe potu-


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ta costituire qualcun'altra. Altre divisioni potevano essere recuperate dai Balcani alleggerendo la nos tra occupazione o sostituendo le unità recuperate con battaglioni territoriali. In tal modo si poteva affidare la difesa delle coste esclusivamente a unità mobili. Nè si sarebbe dovuto rinunziare a difendere la linea delle spiagge dove, nei tratti più favorevoli agli sbarchi, si potevano dislocare gruppi · tattici, avanguardia delle divisioni di intervento. Si può ritenere, per esempio, che se gli Inglesi avessero incontrato in Sicilia due divisioni mobili in più e sei divisioni costiere in meno, non per questo sarebbero sbarcati o avrebbero avanzato con più facilità, ma sarebbe certamente accaduto il contrario. Nel successivo sbarco a Salerno, per esempio, gli Anglo-americani incontrarono sulle spiagge soltanto le avanguardie della 16 3 panzergrenadiere. Ma tanto bastò per dar tempo alla divisione di intervenire e, con l'aiuto di a ltre unità nel frattempo accorse, di mettere in serie difficoltà l'a ttaccante. Un altro aspetto dove sarebbe sta to opportuno impostare diversamente le cose, concerneva le piazze militari marittime. Queste erano alla dipendenza della Marina completamente staccate dall'organizzazione d ifensiva del territorio adiacente. Considerate come punti forti, lo erano in realtà soltanto sul fronte a mare. Il fronte a terra era quasi sguarnito. Ma a nche se avessero avuto le spalle ben protette, le piazze non sarebbero state in grado di condurre una battaglia campale quale si profilava qualora le forze sbarcate l'avessero investite con tutta la loro potenza. In effetl i, soltanto se inseri te nella battaglia che - complessivamente - le a rmate e i corpi d'armata avrebbero combattuto, le piazze potevano essere difese con la stessa efficacia del restante territorio. L'unicità di comando avrebbe permesso di schierarvi - al momento opportuno - le unità ritenute necessarie in un quadro unitario di dipendenze operative e coll egamenti tattici. La questione fu percepita dopo la caduta di Augusta e il comando supremo dispose che alla difesa del territorio delle piazze provvedessero i corpi d'armata competenti. Alla marina rimasero le basi navali, cioè gli organi tecnici a terra. Finalmente tutta la costa e l'entroterra dipendeva da un unico comando che avrebbe dosato le forze secondo il proprio disegno operativo e secondo le successive contingenze. Ma ormai era troppo tardi. Con quanto abbiamo prospettato, non intendiamo sostituirci, con il senno del poi, a chi ha fatto la storia. Se ha o pera to in una certa


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maniera, non poteva fare molto diversamente pèrché lui stesso era il frutto dì una determinata situazione e il prodotto di una specifica realtà politico-economico-sociale. Ci sembrava tuttavia lecito segnalare le possibili scelte che si presentavano in quel momento. Per concludere, la difesa costiera italiana nella guerra 1940-43 fu certamente molto più efficace, completa e adeguata ai tempi cli quanto possa far supporre un superficiale sguardo ai risultati siciliani. La realizzazione di tale difesa e l'organizzazione delle truppe costiere fu un obiettivo che lo stato maggiore dell'esercito si pose tempestivamente, con acuta individuazione delle caratteristiche della possibile offesa e portò a termine con notevole capacità.

Tuttavia la difesa costiera, come altri aspetti dell'organizzazione militare italiana, risentì della pessima direzione politica, della debolezza industriale, della scarsità di quadri permanenti e, anche, dell'incapacità dell'alto comando di operare scelte coraggiose e rischiose, tanto più necessarie per fronteggiate terribili contingenze in cui l'esercito fu posto senza avere avuto tempo, tranquillità e mezzi per una lunga preparazione. GUIDA BIBLIOGRAFICA'·

Mario Roatta, in «Otto milioni di baionette», edito da Mondadori a Milano nel 1946, offre un quadro sintetico, ma completo, dell'organizzazione impiantata dall'esercito per la difesa delle coste. L'autore, capo dello S.M .R.E. nel 1941-42, fu personalmente l'intuitivo analista delle possibili offese avversarie e l'ideatore del dispositivo difensivo. Mario Caracciolo di Feroleto, «E poi? La tragedia dell'esercito italiano», edito da Corso a Roma nel 1946, tratta diffusamente della difesa costiera in Toscana, Sardegna e Corsica. L'autore, già comandante della sa armata, espone interessanti idee personali sull'argomento, spesso invano proposte allo S.M.R.E. e parzialmente attuate nei settori sotto il suo comando. Di rilievo, un'analisi, purtroppo appena accennata, delle fortificazioni attuate o suggerite. Emilio Canevari, «La guerra italiana», Vol. II, edito da Tosi a Roma nel 1948. Tratta l'organizzazione costiera nell'ambito della difesa della Sicilia. Le osservazioni dell'autore, applicabili comunque anche


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alla difesa della penisola, sono come sempre estremamente acute, anche se esposte in maniera acrimoniosa e con una s ufficienza che non si giustifica se si pone mente ai gravi dilemmi in cui si dibatteva l'alto comando italiano, non sempre per sua responsabilità. Un gruppo di opere, dedicate alle operazioni in Sicilia, riguardano ovviamen te anche la difesa cos tiera. Citiamo: Hugh Pond, «Sicilia», edito in Italia da Longanesi a Milano nel 1964; Tullio Marcon, «Augusta 1940-43», stampato a Roma nel 1980 per le Edizioni dell'Ateneo e Bizzarri; Paolo Maltese, «Lo sbarco in Sicilia», edito da Mondadori nel 1981; Sandro Attanasio, «Sicilia senza Italia», edito da Mursia a Torino nel 1976 . Infine, il libro del generale Emilio Faldella, già capo di S.M. della 6a armata, «Lo sbarco e la difesa della Sicilia », pubblicato dall'Aniene a Roma nel 1956. Soltanto nel 1983 è stata pubblicata la monografia dell'Ufficio storico dello Stato Maggiore dell'Esercì to, scritta dal professore Alberto Santoni, con il titolo «Le operazioni in Sicilia e Calabria». Si tratta di una pubblicazione che approfondisce e completa l'argomento, anche sulla scorta dei documenti d'archivio anglo-americani, ormai disponibili. Per gli apprestamenti difensivi delle coste in Sardegna e in Corsica, sono utili i libri, rispettivamente, del gen erale Antonio Basso, «L 'armistizio del settembre 1943 in Sardegna», edito da Rispoli a Napoli nel 1947 e del genera le Giovani Magli, «Le truppe italiane in Corsica», pubblica to a Lecce nel 1952 dalla tipografia della Scuola A.U.C.


VIRGILIO ILARI

I TENTATIVI DI RIFORMA DELL'ESERCITO PONTIFICIO NEL 1792-1798 PARTE U: ASPETTl GIURIDICI E SOCIALI DELLA VITA MILITARE

I quattro «dipartimenti» dell'amministrazione militare: «giudiziale», «economico», «politico» e «disciplinare». Il servizio sanitario, gli ospedali e le disposizioni igienico-sanitarie. L 'addestramento fo rmale. Il servizio di caserma e di piazza e la fun zione di ordine pubblico. La concezione della disciplina militare nel trattato di De La Barte. La condizione giuridica e sociale dei militari. Il rapporto militare-civile. Chiesa ed esercito. La giustizia milita re: a) gli Articoli Militari del 7 febbraio 1793. b) pene e punizioni disciplinari. c) reati militari e reati comuni commessi dai militari. d) la diserzione. e) i Consigli di Gue rra e la procedura. Il Corpo ufficiali del nuovo esercito pontificio. SOMMARIO:

I

QUATTRO «DIPARTIMENTI» DELL'AMMINISTRAZIONE MILITA RE: «GIUDIZIA-

LE», «ECONOMICO», «POLITICO» E «DISCIPLINARE».

Nella prima parte di questo lavoro si è ricostruito il processo attraverso il quale fu decisa la costituzione di un Comando Generale di tutte le truppe pontificie prima dipendenti da tre distinte amministrazioni, Commissariato delle Armi, Tesorierato Generale e Segreteria del Tribunale della S. Consulta. Oltre alle funzione di comando militare, al Comandante Ge nerale furono affidate anche le funzioni am ministrative. Nella terminologia del tempo queste ultime funzioni erano articolate in relazione a quattro tipi di atti amministrativi: «giudizia le», «economico», «politico» e «disciplinare». Con Viglietto 18 dicembre 1792, emanato lo stesso giorno in cui il generale Caprara assumeva il comando effettivo, la Segreteria di Stato ribadiva la sua «indipendenza» dai tre pre!ati r esponsabili delle preesistenti amministrazioni militari, e stabiliva la sua «superiorità in tutto ciò che r iguarda il.regolamento della Milizia stessa ne' diversi aspetti di giudiziale, di politico, di eco-


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nomico e di disciplinale». Tuttavia, per evitare la completa esautorazione dei tre prelati, il viglietto faceva obbligo al Comandante Generale di emanare al più presto un «metodo regolato ed uniforme di Governo Mìlìtare» nel cui ambito riservare «l'esercizio di una qualunque incumbenza o nel Politico, o nel Disciplinale, o ne.I Giudiziale» ai tre prelati, mentre «tutto ciò che appartiene all'Economico,, sarebbe restato a carico del Tesoriere generale. Il problema riguardava soprattutto il Commissariato delle Armi, le cui uniche attribuzioni erano di carattere militare, e che con l'istituzione del Comandante Generale era stato completamente esautorato. Tuttavia la situazione fu risolta il 21 febbraio 1794 promuovendo il titolare a.Ila porpora cardinalizia e lasciando vacante la carica, ormai puramente nominale. Più sostanziale era invece la riserva dell'«economico» a favore del Tesoriere Generale. Il viglietto della Segreteria di Stato 4 febbraio 1794 stabilì che tesoriere e comandante generale formassero una «Congregazione Economica Militare» incaricata di proporre al pontefice il «piano economico» dell'esercito, mentre comandante generale e Collaterale Generale delle Milizie (un chierico di Camera Computista, dipendente dal tesoriere) dovevano formare una «Congregazione Militare Permanente» incaricata della gestione del p iano. Tuttavia la riserva dell'«economico» al tesoriere generale era attenuata dalla soppressione dell'incarico di provveditore delle soldatesche e dall'istituzione, in sua vece, di un commissario generale cli guerra posto alle dipendenze del Comando Generale, responsabile degli appalti e approvvigionamenti e di qualsiasi «convenienza economica», sia pure con riserva «dell'approvazione, ordine e scienza del tesoriere generale o del suo delegato in Romagna». Al Collaterale generale delle Milizie, e dunque alla Reverenda Camera Apostolica, restava l'amministrazione della «cassa militare},. La revisione delle contabilità dei corpi e delle compagnie era però di competenza del Comando Generale, presso il quale fu istituita, il 4 marzo 1794, una «camera dei conti», poi detta «cancelleria dei conti» per meglio distinguerla dalla Cassa Militare. Il Comando Generale era organizzato in dipartimenti corrispondenti alle sue funzioni amministrative: quelle giurisdizionali («in jud icialibus») erano riservate all'Uditorato Generale cli Guerra, quelle economiche al Commissariato Militare cli Guerra, quelle politiche alla Segreteria Militare di Guerra (responsabile degli affari del personale) e quelle disciplinari (cioè riguardanti «il servizio, o esercizio o Disciplina Militare») erano di competenza della Generalità e


l tentativi di 1iforma de/l 'esercito pontificio nel 1792-1798

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dello Stato Maggiore di Piazza. Il viglietto della Segreteria di Stato 30 aprile 1797 dispose l'incorporazione della m arina al Comando Generale, e l'attribuzione alla Congregazione Militare anche dell'amministrazione economica, da attuare mediante il trasferimento della cassa militare (che tu ttavia fu più volte rinviato e non più a ttuato per il sopraggiungere dell'occupazione francese). Un «Piano dello Stabilimento di un Tribunale Militare», che risale probabilmente alla fine del 1796, compare in appendice alla minuta dei «Regolamenti diversi della Truppa Pontificia estratti dagli Ordini Giornalieri del Generale Comando». Il termine «tribunale» o «sessione» militare non indica un organo giurisdizionale, bensì, conformemente alla terminologia del tempo, un organo amministrativo, composto di un presidente (il comandante generale) e quattro «referendarii» corrispondenti ai capi dei quattro dipartimenti: uditore generale, commissario capo di guerra, segretario di guerra e tenente generale. I funzionari, i comandanti periferici e i privati dovevano indirizzare i «ricorsi » direttamente al Supremo Comando Generale, il quale li trasmetteva al Pontefice nel caso in cui la risoluzione della questione« bisognasse l'oracolo della Sovrana Autorità», oppure al referendario competente per l'istruzione. Ciascun referendario doveva numerare progressivamente la pratica o ricorso, e farne un estratto da trascrivere nella prima colonna del «Protocollo degli Esibiti »; nella seconda colonna doveva indicare la soluzione proposta («il suo voto»). Due volte la settimana si teneva la« sessione militare » nella residenza del comandante generale: i quattro r eferendari entravano a turno, secondo l'ordine di precedenza, e leggevano per esteso gli atti della pratica, mentre il seg retario del comandante controllava sul protocollo degli esibiti che il riassunto fosse esatto. Successivamente il comandante generale approvava e modificava la soluzione proposta, apponendo la fi rma sul rescritto. Quest'ultimo veniva spedito l'indomani all'inte ressato a cur a del Segretario di guerra - incaricato di raccogliere i rescritti di tutti e quattro i dipartimenti (1).

IL SERVIZIO SANITARlO, GLI OSPEDALI E LE DISPOSIZIONI IGIEN ICO-SANITARIE Come per il passato il servizio sanitario, privo di una direzione centrale, restò affidato a medici, chirurghi e speziali provvisionati o

(1) ASR, Soldatesche e Ga lere, buste 700 e 716. Cfr. V. flari, I tentati vi di riforma dell'esercito pontificio nel 1792-98. Parte /: la riforma dell'organizzazione militare, in Studi Storico Militari 1986, USSME, Roma, 1987, in corso di pubblicazione.


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a contratto e a convenzioni particolari con gli ospedali civili. Nel 1793 c'erano in servizio 23 chirurghi, più uno giubilato: sette nella marina (per le tre galere naviganti, le due di scarto e le due squadriglie Jancioni) e sedici nell'esercito (otto per i corpi di Roma, tre per quelli di Civitavecchia e uno ciascuno per i corpi di Corneto, Terracina, Ancona, Ferrara e Forte Urbano) (2). Nel 1796 i chirurghi di Roma erano saliti a dieci (due delle Guardie, tre del rgt. Colonna, due di Castel S.Angelo e gli altri tre per la cavalleria e i battaglioni Marca e Corsi): Domenico Martinelli e Liborio De Filippis, chirurghi maggiori, avevano una retribuzione mensile di 7 scudi, gli altri di 6. In Castello c'erano anche due medici (Luca Bacarelli e Giuseppe Carvassalli) rispettivamente con 6,70 e 3 scudi mensili, mentre i medici delle Guardie (Francesco Marranelli) e delle Corazze (Angelo Pinnaneschi) erano retribuiti rispettivamente con 30 e con 20 scudi annui in due rate a ferragosto e a Natale (3). Il 1° febbraio 1797

(2) ASR, Soldatesche e Galere; i chirurghi e medici della mai·ina erano Felice Franceschini (galera S. Pietro), Francesco Vidoni (Capitana), Antonio Pernelli (Padrona), Paolo Riolfi (galere scarto), Filippo Riolfi (Capitana), Girolamo Valenti e Giuseppe De Paolis (I• e 2" Squadriglia Lancioni) (busta 710). Lo speziale di Civitavecchia era Francescantonio Armovazzi (busta 699). Riotti era assistito da un forzato «barbarotto,, con cognizione di bassa chirurgia nell'Ospedale delle Galere (busta 742). Nei mesi di sciverno servivano sulle guar dacoste i due chirurghi De Paolis e Valenti (buste 699 e 727). Quattro erano i chirurghi del Reggimento delle Guardie: Domenico li.farti· nelli (dal 28 febb.raio 1767 coadiutore di Paolo Pizzamiglio e dal 17 dicembre 1788 effettivo), Felice De Cesaris (dal I O febbraio 1793), Liborio De Filippis (dal 22 marzo 1789) e Paolo Frosoni (dal 15 maggio 1790 coadiutore di Martinelli non considerato nel piano Caprara. Chirurgo soprannumerario il 2 marzo 1794). A Castel S. Angelo erano in se'rvizio un I O e un 2° chirurgo, r ispettivamente Andrea Severini e Vincenzo Aprili. Al Battaglione dei Cor si apparteneva dal febbraio 1793 Onorato Pr atesi (morto il 17 aprile 1796 e sostituito da Paolo Frosoni) Chirurgo della cavalleria era dal 2 aprile 1793 Anton Maria Salvadori (sostituito da Filippo Grilloni il l O dicembre 1796). I chirurghi di Civitavecchia erano Felice Franceschini (Fortezza), Gaetano Torraca e Giuseppe Balderi (presidio), oltre al chirurgo giubilato Agostino Ranucci. Facevano servizio a i Battaglioni di Corneto e di Terracina Giuseppe Monosili e Serafino Bernardoni, e a Ferrara Natale Densi (busta 703). De Filippis si qualificava «primo soprannumerario dei chirurghi delle Truppe pontificie», e sosteneva che gli spettava di diritto il posto di aiuto del chirurgo Marinelli, il quale, impossibilitato ad accudire al proprio impiego a causa della distanza dal luogo di residenza, aveva surrogato nelle proprie funzioni un dilettante di chirurgia (busta 704). (3) Nel 1796 c'erano in servizio quattro medici (Francesco Marranelli delle Guardie, Luca Bacarelli e Giuseppe Carvassalli di Castel S. Angelo, Angelo Pinnaneschi delle Corazze)-e dieci chirurghi: Domenico Martinelli, Felice De Cesaris (delle Guardie), Onorato Pratesi, poi Paolo Frosoni (Corsi), Andrea Severini e Vincenzo Aprili (Castel S. Angelo), Michele Paolini e Tommaso Rubini (Marca), Antonio Maria Salva-


I tentativi di riforma dell'ese rcito pontificio nel 1792-1798

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furono dimessi quattro chirurghi che si erano rifiutati di marciare con i corpi di assegnazione: Michele Paolini (Marca), Paolo Frosoni (Corsi), Giuseppe Apr ili (Castello) e Burcalari (Rgt. Colonna). Ma fra i quattro chirurghi e i 15 sottochirurghi che accompagnarono gli otto battaglioni e i due squadroni partiti da Roma diretti in Romagna solo due erano già in servizio (Felice De Cesaris e Liborio De Filippis) (4). La riforma del generale Colli individuò 11 individui inutili tra medici, chirurghi, ospedalieri e speziali, e il 17 agosto 1797 fissò l'organico ad un capo chirurgo, incaricato di insegnare ai subalterni, col grado di chirurgo maggiore de l battaglione di Guarnigione (Giovanni Santarelli), altri quattro chirurghi maggiori di reggimento retribuiti a 18 scudi al mese (Domenico Martinelli, Felice De Cesaris, Antonio Maria Salvatori e Scovazza), undici chirurghi di battaglione (compresi quello della cavalleria e quello dell'artiglieria) e altrettanti sottochirurghi, retribuiti rispettivam ente con 12 e 8 scudi mensili. Tuttavia solo 16 su 27 posti in organico erano effettivamente ricoperti (5). Conosciamo alcune notizie sui tre chirurghi del battaglione di Guarnigione: Santarelli, forlivese, ventottenne, scapolo, era l'unico laureato, ed era in servizio dal 13 novembre 1793. Il chirurgo di battaglione era quel Vincenzo Aprili, che e ra stato cassato il 1° febbraio per non aver voluto lasciare la città. Romano, ammogliato,

lori (Cavalleria), poi sostituilo da Filippo Grilloni. Al Reggimento Colonna erano assegnati il I O chirurgo Giovanni Sama re lii (30 scudi al mese), il 2° chirurgo Libor io De Filippis (IO scudi a l mese) e l'aiuto chirurgo Luigi Bacalari (senza paga). Al Corpo Ancajani in Romagna era assegnato il chirurgo Tommaso Scarrozza, inizialmente con 10 scudi al mese, poi ridotti a sei. ASR, Soldatesche e Galere, buste 716 e 730. (4) ASR, Soldatesche e Gale re, regist ro 733. Risultano in servizio 4 chirurghi (De Cesaris, Giulian i, De Filippis e Vincenzo Pietrangeli) assegnati alle Guardie, al Battaglione di Castel S. Angelo, al Reggimento Colonna e ai Corsi. Ci sono anche 15 sotto· chirughi assegnati ai seguenti Battaglioni: 1° Guardie (Cenciarelli), 2° Guardie (Pucc iarelli e Bressa), Castel S. Angelo (Nepoti), 1° Colonna (Luigi Bianchi e Tiscornia), 2° Colonna (Angelelli e Fabrizi), I O Granatieri (Marcucci e Friai), 2° Granatieri (Brescia e Cecconi), Corsi (Nanni), 4° Squadrone Distinti Volontari di Cavalleria (Sabbatini) e Cavalleria (De Marchis). (5) ASR; Soldatesche e Galere, busta 73.4. Al Reggimento Colonna prestavano servizio il chirurgo maggiore Giuliani, il chiru rgo Costantini (I O Battaglione) e il sottochirurgo Scarrozza (2° Battaglione). Quelli del Reggimento delle Guardie erano Domenico Martinelli (chirurgo maggiore), Liborio De Filippis (chirurgo del 1° Battaglione) e Francesco Costantini (sottochirurgo del 2° Battaglione). Nel Reggimento Civitavecchia servivano il Chirurgo maggiore De Cesaris, il I° Chirurgo Paolo Riolfi e i Sottochirurghi Emanuele Tiscornia e Ubaldo Magni.


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col volto butterato daJ vaiolo, era in servizio dal 1782. In una lettera dell'8 dicembre 1794 il castellano Ottoboni lamentava che Aprili non dormiva mai in presidio e si rifiutava di curare i forzati. Il sottochirurgo era Domenico Bonanni, di Vezzano (Napoli), venticinquenne, volontario di cavalleria il 4 novembre 1796 (6). Il chirurgo delle galere di scarto, Paolo Riolfi, era dal 17 65 coadiutore senza paga del titolare Spadoni, giubilato nel 1770, anno in cui a Riolfi furono assegnati 4 dei 12 scudi spettanti a Spadoni. Alla morte di questi nel 1789, Riolfi chiedeva gli fosse assegnata l'intera paga di 12 scudi (7). Un Filippo Riolfi, probabilmente suo parente, era sottochirurgo della galera Capitana. In caso di assenza o altro impedimento, i chirurghi titolari si facevano sostituire da persone di fiducia, anche se privi di vera competenza. Liborìo De Filippis protestava almeno che lo avesse fatto il chirurgo Martinelli, delle Guardie, il quale gli aveva sottratto così un impiego di «aiuto» al quale aveva diritto in quanto «sostituto del chirurgo Paliari, I O soprannumero dei chirurghi delle Truppe Pontificie» (8). Una lettera anonima sostanzialmente confermata da una informativa dell'appaltatore di Allumiere, accusava il chirurgo della barca S.Pio Girolamo Valenti di essersi fatto riconoscere, con l'aiuto del potente capitano Castagnola, una licenza di convalescenza retribuita con 15 scudi mensili per andare a respirare l'aria salubre di Allumiere, « laboriosissimo luogo» dove egli villeggiava in «perfettissima salute» ed esercitava la professione (9). La mobilitazione per la difesa della Spiaggia Romana aveva reso necessario ricorrere anche a professionisti locali, di non grande scienza. Uno cli questi, Celestino Pitochi, medico dell'Ospedale di Terracina, lamentava che il chirurgo del Corpo Tartaglioni, Serafino Bernardoni, lo avesse esautorato, ordinato medicine agli infermi pur non essendo medico e sottratto il registro rilegato in pelle («vacchetta») dei malati. Bernardoni accusava Pi tochi cli «avarizia», e gli prometteva metà della sua provvisione a patto che non si fosse immischiato nella cura degli ammalati (per lo più di malaria: dal marzo al 25 maggio 1793 c'erano stati più di 300 càsi, molti dei quali gravi) (10). (6) ASR, Soldatesche e Galere, busta 735 cfr. buste 714 e 733. (7) ASR, Soldatesche e Galere, busta 690 cfr. 710. (8) ASR, Soldatesche e Galere, busta 704. (9) ASR, Soldatesche e Galere, busta 727. (10) ASR. Soldatesche e Galere, busta 701. Chiedevano ricognizioni del servizio prestato anche il medico di San Felice Francesco Pretelli, che dal novembre 1792 curava gli infermi delle caserme di Caprolace e Paola, e lo spedaliere Pasquale Fazi. che aveva somministrato medicinali ai soldati delle Torri.


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Del resto non si faceva gran conto della profes sionalità, se nel febbraio 1794, essendo stato «cassato» dai ruoli per aver contratto matrimonio senza permesso il soldato di Castel Sant'Angelo che fungeva da chirurgo dilettante, si consigliava di sostituirlo con un vero chirurgo unicamente per ragioni di risparmio, dato che reclutare un soldato con cognizioni di bassa c hirurgia sarebbe costato 4,5 scudi al mese, mentre al chirurgo se ne potevano dare soltanto 3 (11). Conosci amo anche un altro soldato chirurgo dilettante, che curava i commilitoni a domicilio: ne aveva masturbato uno, e aveva insidiato la madre di questi offrendosi di avvelenare il marito caduto ammalato (12). Principali incombenze dei chirurghi dei corpi erano la visita delle reclute per dichiararle idonee o meno al servizio, la visita obbligatoria periodica (settimanale) dei rognosi e dei portatori di male «acquisito» (cioè di malattie veneree) e quella facoltativa, quotidiana, dei marcanti visita, che secondo la disposizione del Comando Generale dovevano essere radunati tutti in un medesimo quartiere. A turno i chirurghi dei corpi dovevano anche visitare gli arrestati detenuti al professo di piazza, una volta a settimana. L'obbligo della visita era spesso disatteso, nonostante le periodiche minacce di sospensione dall'impiego. La visita delle reclute era davvero superficiale: il Comando Generale si lagna ripetutamen te che siano stati arruolati individui palesemente inadatti, come uno «stroppio d'una mano» e incapace di reggere il fucile, che dopo pochi giorni di servizio chiedevano la «dimissione» o il riconoscimento dell'invalidità o semi-invalidità. Si raccomandava ai chirurghi di visitare davvero le reclute, facendole spogliare, e controllando udito, vista, dentatura e «se non ha il mal di testa». Il Comando Generale giunse a stabilire che i chirurghi dovevano risarcire il soldo degli individui da essi dichiarati abili al servizio: ma in tutti i casi in cui si tentò di applicare la sanzione non si riuscì mai a stabilire quale chirurgo aveva compiuto la visita (13).

(11 ) ASR, Soldatesche e Galere, busta 712. (12) ASR, Soldatesche e Galere, busta 707. Era del Battaglione deì Corsì. (13) ASR, Soldatesche e Galere, Or<lìni del Giorno del Comando Generale contenuli nei registri 798 (2 gennaio - 12 seltcmbre 1793), 799 (13 settembre 1793 - 30 dicemb1·e 1794), 800 ( 1° gennaio . 31 <lìcembre 1795), e ìn quello contenuto nella busta 733 (1° gennaìo 1796 - 31 dìcembre 1797). 1 « Regola menti diversi della Truppa Pontifìcìa estrai.li daglì Ordìnì Giornalie1·i ciel Generale Comando» sono contenuti nella busta 716. Ogni rifcrìmenlo a provvedimenti del Comando Generale citati nel testo seguente è lratto dalle fontì sopra ìn<lìcate.


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I soldati malati erano ricoverati nei tre Archiospedali di Santo Spirito, di S. Maria della Consolazione e di S. Giacomo degli Incurabili, nonché nell'Ospedale di S. Gallicano specializzato per rognosi e luetici. Per ogni ricoverato il Comando Generale doveva corrispondere la retta giornaliera di 5 baiocchi (12, poi ridotti a 10, per i rognosi) detratta dal soldo. Ai «ministri e inservienti» venivano poi corrisposte «ricognizioni» di 20 o 10 scudi per ogni ospedale a Natale e Ferragosto per i servizi prestati ai soldati infermi. I medicinali e le cure erano a carico dell'erario. Inoltre per antichissima consuetudine l'Ospedale di S. Spirito si faceva pagare una piastra per ogni montura di soldato o livrea di servitore morto che fosse stata ritirata: ma si sollecitava il ritito perché le monture erano mangiate dai topi che infestavano l'ospedale (14). Per risparmiare si cercò di istituire ospedali riservati esclusivamente a militari. Il primo fu quello dei rognosi leggeri (senza febbre), che nel giugno 1793 fu istituito nei locali di un granaio posto alla Lungara, ai piedi della salita di S. Onofrio, per il quale si pagava una pigione annua di 150 scudi ai signori Gill e Franchi, proprietari. La sovrintendenza fu affidata al barone Carlo Mantica, tenente colonnello delle Guardie, con una retta di 7 baiocchi al giorno. Dal 12 settembre 1794 una corsia di questo ospedale fu riservata ai luetici (15). Nell'udienza papale del 24 gennaio 1795 il tenente generale Gaddi presentò il progetto di istituire un nuovo ospedale militare di 450 letti nel palazzo dei Duchi di Sora alla Chiesa Nuova, dato che i soldati non erano curati in modo soddisfacente nei tre ospedali civili. Per 200 malati si prevedeva una spesa giornaliera di 17 scudi (12,50 per il vitto, 2 per i medicinali, 1,50 per lavanderia e biancheria e uno per il fuoco e condfmenti di cucina): una retta di 1O baiocchi avrebbe fruttato per 200 ricoverati 20 scudi al giorno: ne restavano tre per il personale, comprendente uno speziale, due religiosi'assistenti per le confessioni, vari soldati invalidi utilizzati come inservienti, un cuoco, un medico, (con l'incombenza di una ispezione al mattino e una visita al pomeriggio), quattro chirurghi maggiori (incaricati di una visita quotidiana e in servizio due per ogni semestre), quattro sottochirughi o «cerusici di guardia» (con turni di servizio quotidiano di sei ore,) un direttore economo· e un direttore sanitario.

(14) ASR, Soldatesche e Galere, busta 700 cfr. 733. (15) ASR, Soldatesche e Galere, busta 716, «Regolamenti diversi», cit.


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Contro il progetto si osservava che istituire un ospedale militare sarebbe costato 10-12 mila scudi, di cui 4500 per provvedere i 450 letti: quello dei rognosi era costato 1.416 scudi e 10 baiocchi di impianto più altri 2.614 scudi per la biancheria e attrezzatura nonostante che al posto dei letti, si fossero messi semplici paglioni. Si criticava l'alto rapporto tra medici e ammalati, e la bassa . paga fissata al medico («si pretende che col tenue soldo che piglia faccia la visita due volte al dì!»), osservando che l'Ospedale Militare dei Rognosi e Venerei richiedeva due chirurghi con paga di 8 scudi. Infine il locale proposto sembrava inadatto, in quanto i malati dovevano essere messi in corsia e non in camere, in modo da poter essere controllati con un'occhiata: inoltre manc;ava l'aria. Per il riattamento del palazzo Sora ad uso ospedale sarebbe occorsa la spesa di 2 mila scudi (16). Il progetto non fu tuttavia abbandonato, se l'istituzione di un .ospedale militare amministrato dalla Truppa figurava fra i programmi della riforma Colli, agosto 1797 (17). A Civitavecchia i soldati venivano ricoverati nell'Ospedale dei Fatebenefratelli. Il castellano Clarelli lamentava che i padri avessero intercettato una sua informativa sui «portamenti e carità che usano agli Ammalati», e l'avessero fatta leggere «a tutto il Paese in aria come se fosse stata una malevolenza contro di loro» (18): I soldati dei presidi della Spiaggia Romana venivano ricoverati nell'Ospeda(16) ASR, Soldatesche e Galere, busla 723. Il vitto previsto comprendeva carne vaccina per la minestra, vitella per il brodo dei ristori e la minestra dei più gravi, due pagnoue per ogni convalescente, e per gli altri una sola pagnotta (mezza a pranzo e mezza.a cena), nonché vino, «ovo in coccia», e «soliti ristori». (17) ASR, Soldatesche e Galere, busta 734. (18) ASR, Soldatesche e Galere, busta 715. Sugli utensili dell'Ospedale Benfratelli dì Civitavecchia nell'ottobre 1793 cfr. busta 704. Il materiale comprendeva un eredenzone per la biancheria, una credenza per le maioliche, una tavola per dispensare il vitto, due banchi «dove sì spogliano e sì vestono i malati», due «lucconi» di rame per l'acqua calda, due brocchette di rame «per passar l'acqua agli infe rmi», due brocche grandi di rame per l'acqua fresca, quattro «concoline» di rame «quando prendono !'emetici» e una «per lava re le maioliche, due lampade d'ottone, due scaldaletti di rame, due focolari per il caminetto. Inoltre 136 banchi di ferro, 108 colonnette di ferro per sostenere i letti, 328 tavole, 82 pagliacci, «testiccio» per 82 materassi, cuscini e capezzali, libbre 4100 di lana per i materassi, 820 canne di tela per 328 lenzuola e 46 canne di tela per 164 foderette, 62 canne per le fe~tuccine delle foderette, 61 canne di «macaramà» per 164 salviette, 82 coltroni, 82 copertine da estate, 54 «fornaletti» uniformi delle coperture, 82 vestaglie, varie cassette da commodo di castagno verniciato ad o lio, 29 tavolini con cassetto, 54 tavolette e varie cartelle per i numeri sopra i letti.


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le cli S. Felice Circeo (19). A forte Urbano esisteva un ospedale con annessa spezieria, appaltata per 18 anni dal 1° gennaio 1792 a Gregorio Rusticelli (20). Anche in Castel S. Angelo esisteva una spezieria (21 ). Presso ogni ospedale era istituito un corpo di guardia comandato da un caporale o un sergente, che arrivava a comprendere anche 10-12 uomini: doveva vigilare sui soldati malati, impedire che si assentassero senza autorizzazione del priore e ricevessero visite di parenti e amici e anche cli commilitoni se non accompagnati da un caporale. ln particolare ai malati non doveva essere somministrata da chicchessia «roba mangiativa, o altra nociva» però le rispettive compagnie potevano inviare cibi «salubri», come limoni e simili. La guardia poteva punire con la requisizione del soldo (a beneficio della Cassa degli Invalidi) i soldati ricoverati che commettevano intemperanze o erano «sussurrosi e inquieti». I detenuti al profosso potevano essere ricoverati sotto scorta e guardati a vista. I rapporti tra soldati e infermieri non erano buoni: il 15 dicembre 1794 scoppiò un co.lossale tafferuglio fra gli inservienti del S. Spirito, guidati da un cappuccino che li incitava gridando «fatevi sotto, che i fucili sono scarichi», e due pattugl ie del battaglione dei Corsi, che furono disarmate, unitamente alla guardia dell'Ospedale e ad altri soldati accorsi. Il tafferuglio fu placato a stento dal vicecastellano Ottoboni e da altri ufficiali di Castel S. Angelo (22). Il maggiore Pescatori, del presidio di Castello, era incaricato di visitare quotidianamente gli ammalati, particolarmente durante i pasti, e di tenere un registro degli ammalati (scrivano Ratti). Anche gli ufficiali erano tenuti a visitare i propri soldati aroma.lati, ma l'ob-

(19) ASR, Soldatesche e Galere, busta 70 I. (20) ASR, Soldatesche e Galere, busta 694. Rusticelli aveva offerto,una diminuzione del dieci per cento sugli assegnamenti annui di 363 scudi e 40 baiocchi e offerto la «sigurtà » solidale di Francesco Camange di Castelfranco. In questo modo aveva sottratto l'appalto alla signora Anna vedova Carmanin, erede di Angelo Pancaldi, assentista uscente, come madre e curatrice dei figli, la quale aveva invece chiesto l'aumento d i 40 scudi a suo favore, offrendo la «sigurtà» di Domenico Vezzoli, possidente di Castelfranco. (21) ASR, Soldatesche e Galere, busta 733. Aveva sede nel Masch io ed era esercitata da Domenico Sarti, ai cui antenati era stata concessa in perpetuo. Dal 1760 riceveva la pensione mensile di tre scudi e 70 baiocchi per farvi dormire un giovane «abile a somministrare gratis i medicinali in caso di urgenza». Il posto fu soppresso nel 1797. (22) ASR, Soldatesche e Galere, busta 7 15.


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bligo veniva generalmente eluso. Dall'ispezione del 23 settembre 1793 risultava che solo il comandante dell'artiglieria, tenente colonnello Colli, aveva adempiuto a questo dovere. Le degenze domiciliari erano considerate «contro la buona regola», e punite con la perdita del soldo a beneficio della Cassa degli invalidi se il soldato era scapolo, oppure con la confisca della metà della paga e beneficio della cassa dei risparmi, mentre l'altra metà veniva corrisposta alla moglie o ai figli. Il 22 agosto 1794 a queste sanzioni venivano aggiunti «castighi ad arbitrio». Per i «piccoli mali» era consentita la degenza in caserma su prescrizione del chirurgo: i «piccoli medicinali» dovevano essere pagati al capitano mediante una ritenuta sul soldo. Gli ufficiali di picchetto doveva vigilare che i malati restassero a letto anche dopo «passata l'ora della guardia», in modo da scoraggiare simulazioni allo scopo di sottrarsi al servizio. Agli ammalati, purché non si trattasse di «mal acquisito», spettava metà della paga. L'altra metà spettava alle mogli o ai figli, nel caso fossero vedovi con prole. L'intera paga dei malati di mal acquisito scapoli, e metà della paga di quelli ammogliati era confiscata a beneficio della Cassa degli invalidi. In caso di morte il soldo maturato era versato agli eredi. Il viglietto della Segreteria di Stato 29 gennaio 1794 stabilì che ai soldati malati non spettava soldo alcuno durante la degenza. La convalescenza doveva essere trascorsa in quartiere: i soldati non potevano essere impiegati in servizi pesanti, e un caporale doveva vigilare sulla confezione del rancio speciale e che non ingerissero cibi nocivi. Rarissime erano le licenze di convalescenza, da 20 giorni a 2-4 mesi, da trascorrere al paese d'origine: più spesso concesse agli ufficiali. · Su disposizioni de l Comando Generale gli ufficiali ammalati dovevano comunicare il giorno in cui abbandonavano il servizio per malattia, e presentarsi al comando di brigata alla guarnigione. Purché conservassero la conoscenza, i capitani restavano comandanti di compagnia anche se ammalati. La degenza era di libera scelta, in ospedale o domiciliare, e non comportava alcuna ritenuta di soldo. Nell'agosto 1793 il Comando Generale stigmatizzava che ufficiali datisi malati fossero stati visti girare per la città anche in ore tarde, senza preoccuparsi di aggravare in tal modo il servizio dei colleghi: ma a loro carico non erano prese sanzioni di alcun tipo oltre la generica censura. La mortalità dei ricoverati era mo! to elevata. Dalle Tabelle men-


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sili del reggimento delle Guardie risulta un totale di 168 morti (quasi tutti all'ospedale) nel periodo luglio 1794 - luglio 1797. Il Comando Generale non fa cenno alla mortalità dei soldati (menziona solo quella degli ufficiali, per i quali viene disposto l'accompagnamento funebre), ma nota piu volte con preoccupazione l'altissimo e crescente numero cli ricoverati, il quale impone la riduzione del servizio di guardia e di pattuglia. La causa viene attribuita alle cattive condizioni igienico-sanitarie e alla pessima qualità del vitto e del vino consumato in caserma, nonché all'incuria dei soldati e alla loro incapacità di scegliere una alimentazione e un regime di vita salutari. Fra le cause delle malattie, principali quelle da raffreddamento: sono menzionati lo scorbuto e la tubercolosi (la montura di un soldato morto «etico» al S. Spirito è bruciata alla presenza di un ufficiale) (23). Scarsi i dati relativi alla farmacopea e agli strumenti chirurgici: quasi tutta la documentazione proviene dalle truppe di stanza a Terracina, che si rifornivano di medicinali prima da Giuseppe Zizzi e poi da Salvatore Novaro, speziale di Porto d'Anzio (24). Il numero degli invalidi era notevole: dalle tabelle di alcune compagnie sembrerebbe aggirarsi in certi periodi attorno al 3-4 per cento della forza. Più volte, e con scarso successo, il Comando Generale cercò di farsi trasmettere dai Corpi l'esatto stato degli invalidi. Comunque le «dimissioni» per invalidità, probabilmente ricomprese nella dizione «cassato perché inutile al servizio», furono molto limitate. A partire dall'inizio del 1795 la dimissione per invalidità fisica viene specificata: nel corso del 1795 si riscontrarono solo otto casi, tra cui tre disert9ri «attrappati» o «rivertiti». Una recluta, dimessa per ernia ventrale procuratasi cadendo durante il servizio, è costretta a restituire l'ingaggio ricevuto.

(23) Cfr. nota 13. (24) ASR, Soldatesche e Galere, busta 699 (fannacopea ordinata dal medico Bruni a Palo), 701 (medicinali per le truppe forniti da Giuseppe Zizzi, nonché elenco e prezzario dei ferri chirurgici per il servizio sanitario delle truppe di Terracina), 707 (medicamenti occorrenti per i soldati di Fiumicino). I ferri chirurgici, del valore complessivo di 29 scudi e 70 baiocchi, furono ordinati il 7 marzo 1793: comprendevano una seghetta per le amputazioni, un «Dourniquet», un coltello falcato, una dozzina di buone lancette, un siringatore, quattro «specilli a degradazione», quattro bisturini di gradazione, un cannellino «per l'empiezza d'argento», due siringhe alla francese per il «Tour de Noitre». I medicamenti comprendevano vari sciroppi (d'Altea, di Acetosità di .Cedro), spirito di vino, olio di mandorle dolci, una confezione di Alchermes, crcmor di Tartaro, polpa di Cassia, nitro depurato, balsamo di Copaiva, empiastro di Senapismi e vari tipi di cerotti (vessicatorio, bianco, di rane, Diachilon).


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Gli invalidi mantenuti in servizio sono esclusi dall'aumento de] soldo disposto nel 1793, ma si critica lo «strano metodo» della compagnia Grassi (delle Guardie) che trattiene una percentuale sul soldo degli invalidi per il servizio non prestato. Anche se destinati solo a servizi leggeri, gli invalidi, come i malati e i convalescenti, erano spesso di fatto impiegati in servizi pesanti, abuso stigmatizzato dal Comando Generale. L'alto numero di malati indusse il Comando Generale a dettare meticolose disposizioni igienico-sanitarie. Anzitutto gli ufficiali dovevano identificare e arrestare, consegnandole alla Curia criminale, le «donne di cattiva condotta» che diffondono le malattie veneree. Anche per questa ragione· era vietato introdurre prostitute nei quartieri, e si comminava l'arresto al militare che vi si accompagnava per strada. In secondo luogo bisognava curare la pulizia, perché i soldati erano «succidi», non si lavavano (ma dove avrebbero potuto farlo adeguatamente?), avevano i capelli lunghissimi, «pettinati in guisa di Furie, e sfigurati con una fantastica pettinatura». Le uniformi erano unte e bisunte. Per combattere lo scorbuto gli ufficiali erano inviati a far lavare i soldati al mattino con aceto e acqua. Il 30 luglio 1794 fu consentito il bagno facoltativo per i soldati, nel «posto dove si scarica la legna fuori Porta del Popolo», dentro i «recinti della Reverenda Camera Apostolica». I soldati dovevano recarsi al bagno per compagnia, un battaglione al giorno, sotto la sorveglianza degli ufficiali. Segnali affioranti dall'acqua del Tevere dovevano indicare fin dove ci si poteva immergere «in tutta sicurezza». Restavano comunque vietati i bagni nelle giornate «fresche» e quelli sulle varie ripe del Tevere. Sembra comunque che questi bagni, più che una misura igienica, fossero considerati semplici divaghi concessi ai soldati. La biancheria dei letti doveva essere lavata con bucato a cura degli ebrei appaltatori: di fatto veniva però semplicemente risciacquata, e i letti non venivano cambiati mensilmente come si sarebbe dovuto. Si continuava a dormire per lo più in due per letto: quando il èompagno di letto si assentava per un periodo consistente, gli appaltatori lo r itiravano e si era costretti a cercarsene un altro. Con l'istituzione dell'Ospedale dei Rognosi furono ritirati dalle camerate i «letti per i rognosi» (sei per compagnia) che si usavano in precedenza. Come si è visto, all'ospedale della Lungara non esistevano letti, ma solo paglioni. Il Comando Generale si raccomandava che nei corpi di guardia non si osassero pagliericci troppo comodi, considerati «nocivi alla salute», oltre che una mollezza indegna del soldato.


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Varie disposizioni cercavano di evitare le malattie da raffreddamento. D'estate il Comando raccomandava la chiusura delle finestre dei quartieri, e che nelle giornate «fresche» si imponesse ai soldati di vestirsi di tutto punto, invece di girare in camicia. D'altra parte si rimproverava un comandante per aver fatto rimettere alle finestre della caserma i vetri rotti dalla bufera senza attendere l'autorizzazione del Comando, che in punizione gli addebitava la spesa. Quando pioveva le compagnie dovevano esercitarsi in quartiere anziché in piazza d'armi, ma il cappotto invernale spettava solo alle sentinelle e agli ufficiali . Mancano del tutto disposizioni igieniche relative alle latrine, se non lo spurgo di quella della caserma dei Granatieri Corsi al Pasquino, disposto a causa del puzzo eccezionale (25). Sono interessanti le pagine dedicate alla «conservazione del soldato» nel Saggio elementare di tattica pratica (Venezia 1794, pp. 28 ss.) del capitano pontificio Casimiro Waquier De La Barthe. In ogni stanza della caserma si dovevano tenere catini con l'acqua per il viso e le mani, e mastelli per il lavaggio dei piedi (ogni tre giorni d'estate e ogni settimana d'inverno). I sergenti dovevano vigilare che i so.l dati non avessero una «verminara» fra i capelli, e curare che se li lavassero o venissero rasati dal chirurgo. I soldati dovevano rassettare il letto a vuotare il vaso da notte lavandolo con l'acqua, piegando in ordine abiti ed equipaggiam,ento nella vaJigia e nella cassa, attaccando vicino al letto arma, sciabola e «padrontasca». Dovevano sbarbarsi, pettinarsi e incipriarsi se destinati in servizio. Bisognava fare attenzione al vitto e all'acqua. Le vettovaglie dovevano essere comprate dal sergente e ispezionate dall'ufficiale: non si doveva consentire che si conservasse pane (di munizione o comprato) in camerata, perché «il pane caldo riempie l'atmosfera di cattivi vapori, ed il pane freddo attrae a se le esalazioni altrui». L'acqua doveva essere conservata in recipienti puliti, spesso cambiata, e purificata con aceto e con acciaio arroventato. Bisognava impedire ai soldati di mangiare roba nociva, in particolare frutta acerba. Ogni camerata doveva avere soldati di comandata per spazzare, portare l'acqua nei catini e mastelli, far prendere aria ai letti. In caso di malattie infettive si doveva bruciare aceto in tutte le camere e proibire di lavare biancheria nelle camere «perché questo produce aria cattiva». I luoghi comuni dovevano essere puliti al mattino versandovi

(25) Cfr. nt. 13.


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secchie d'acqua, «e qualora si trovino sporchi, l'ultimo che ci è andato per non aver avvisato, dovrà essere obbligato a pulirli »: né gli ufficiali dovevano ritenere «indecente al loro rango» ispezionare le latrine. De La Barthe riteneva che il soldato alloggiato presso privati «non si può tenere sull'istesso punto di pulizia, perché spesso la casa dove abita, è in cattivo ord ine». De La Barthe si occupava anche dei bagni di fiume d'estate e dell'organizzazione del lazzaretto. Doveva comprendere quattro sale rispettivamente per i malati ordinari, g li epidemi ci, i venerei e i convalescenti. Gli ufficiali dovevano riconoscere dalla faccia i soldati che stavano male e far compiere visite mensili per scoprire quelli con malattie veneree. Le stanze del lazzaretto dovevano essere pro· fumate con ginepro, le finestre aperte, i malati di dissenteria tenuti in disparte, le monture dei morti e degli epidemici bruciate per prevenire il contagio. Per la stessa ragione De La Barthe consigliava alcune precauzioni agli ufficiali in visita al lazzaretto: non fermarsi sull a porta ma entrare in mezzo a lla sala, dove minori erano le esalazioni: non indossare pellicce, non inghiottire saliva, non accos tarsi troppo alla bocca degli ammalati, tenere in bocca ginepro, masticare aglio, fumare la pipa, lavarsi le narici con aceto. I letti dovevano essere numerali e alla porta di ciascuna sala dovevano esse rc i tabelle con l'annotazione delle malattie di ciascuno dei degenti, dei rimedi e dell'orario di somministrazione. I simulatori dovevano essere tenuti per qualche settimana «in una dieta rigorosissima e continuamente occupati in qualche lavoro utile», e poi rispediti in compagn ia. Bisognava puni re con un giro di bacchet te, una volta guariti, i soldati malati che si fossero fatti portare cibi o bevande nocivi. De La Barthe sottolineava che solo il chirurgo poteva ordinare la dimiss ione de l paziente, e che gli u fficiali non avevano il diritto di andarsi a riprendere gente da l lazzaretto per com pletare i servizi di compagnia.

L'ADDESTRAM ENTO FORMALE

De La Barthe dedica tre capitoli (pp. 38-63) agli «esercizi militari», cioè all'addestramento formale. Più che le minuziose disposizioni sull'allineamento, le conversioni, il maneggio delle armi, meritano interresse le osservazioni relative all'istruzione della recluta. Il primo e più difficile passo dell'istruì.ione con sisteva nel far tener dri tto il soldato «bene a piombo»: perciò lo si doveva tenere «per molto


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tempo dritto al muro», prima su due piedi e poi su un piede alla volta. Bisognava avere molta pazienza con le reclute, che quasi sempre in caserma si sentivano «come se fossero in un altro mondo», e parecchi dei quali erano «villani presi dall'aratro». Bisognava ripetere più volte i comandi e le spiegazioni «come si fa con un pappagallo», non avere fretta e non passare alla lezione successiva se non quando si era sicuri che la precedente fosse stata bene appresa. L'ufficiale doveva guardare alla recluta come «uno scultore guarda una statua abbozzata», ed evitare di ricorrere al bastone quando le sue spiegazioni non erano comprese. Il bastone doveva adoperarlo il caporale, ma solo quando la mancanza dipendeva «da pigrizia o da cattivo umore». L'addestramento doveva essere differenziato a seconda della capacità e della condizione sociale delle reclute, mettendo da parte «i duri di mente e che non hanno alcuna cognizione». Altri capitoli {pp. 70-93, 99-105) sono dedicati all'addestramento di compagnia, «divisione» (formazione tattica di due compagnie) e battaglione, alle marce, alla esecuzione delle varie formazioni tattiche. De La Barthe criticava anche l'utilità dell'addestramento a far fuoco, attaccare e ritirarsi «per plutoni» e «per divisioni», giudicandole formazioni buone per la piazza d'armi, spettacolari, ma assolutamente inutili in guerra, dove di fatto si adopravano solo due modi di far fuoco, quello individuale e quello a massa, col battaglione riunito, e dove la prima riga («rango») non usava più, come in passato, inginocchiarsi per far fuoco (pp.222-224). Era una polemica abbastanza esplicita contro il nuovo regolamento introdotto dal generale Caprara sul modello austriaco, intitolato Esercizio e manovre del più recente metodo, il quale prevedeva l'esecuzione dei fuochi per plotone, divisioni, mezzi battaglioni, battaglioni su tre righe o da quattro sezioni successivamente, ricaricando a volontà (ogni riga, dopo sparato, correva alla coda per ricaricare ed era sostituita dalla successiva) (26). De La Barthe sosteneva pure che la formazione degli ufficiali e sottufficiali istruttori doveva essere assicurata in modo uniforme,

(26} Cit. in Andrea Da Mosto, Milizie dello Stato Romano (1600-1797), in Memorie Storiche Militari, volume X (1914}, fascicolo 21-22, Ufficio Storico del Corpo di Stato Maggiore, Città di Castello, 1914, p. 331, il quale cita ASR, Soldatesche e Galere, busta 55. Tuttavia la collocazione è attualmente mutata e il documento risulta difficilmente reperibile. Il 4 agosto 1793 il Comando Generale ne annunciava l'imminente pubblicazione, invitando gli ufficiali a prenderne copia e a legger lo frequentemente (registro 798}.


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affidandone la responsabilità ad una sola persona e ad un solo regolamento. In effetti il 13 febbraio 1793 il generale Caprara aveva destinato uno deglì ufficiali del suo stato maggiore, il capitano Gandini, più tardi sostituito dal capìtano Francesco Biancoli, a dare lezione agli ufficiali e sottufficiali istruttori, uno per compagnia, dei battaglioni di Roma: le lezioni venivano impartite in un edificio di piazza Navona vicino a Palazzo Braschi, e gli ufficiali non ne erano entusiasti, come si può dedurre dalle frequenti assenze e ritardi, non scoraggiati neppure dalla mìnaccia di punìzione. I due battaglioni di Civitavecchia furono istruiti dal tenente De Middelburgh, figlio di uno dei comandantì di compagnia dì Castel S. Angelo. Il 17 marzo 1793 si svolsero per la prima volta le manovre delle «Divisioni del Centro» (due compagnie) dei quattro battaglioni di Roma. Risultò che i due battaglioni formati esclusivamente («Marca») ·o prevalentemente («Verdi») cli reclute erano «meglio G\,111maestrati sì nella Pianta dell'Uomo, che nell'allineamento», mentre quelli dei Corsi e delle Guardie, composti prevalentemente dai vecchì soldati, avevano dato la prova peggiore: «si è osservato che non vi è uomo, che abbia la pianta da Soldato, che sappia portar l'arma, e che si sappia allineare, mentre queste sono le prime cose, come già si è detto, che il soldato deve imparare senza le quali è impossibile che faccia mai niente di bene. La marcia non và bene, mentre questa dev'essere sciolta, e naturale. senza pistare il piede a terra, guardando sempre alla diritta per conservare l'allineamento ancora marciando».

Ancora nel giugno 1793 si osservava il cattivo comportamento di Guardie e Corsi, che avevano abbandonato lo schieramento di parata mettendosi a sedere per bere e mangiare. Peggiorì cli tutti le Guardie, che si comportavano «come miliziotti» e non sapevano neppure salutare i superiori (chi si toglieva il cappello, chi si limitava a portare la mano al cappello). Gli esercizi si svolgevano nei giorni feriali, per un'ora e mezza al mattino, in piazza d'armi col bel tempo e in quartiere con la pioggia: venivano ripetuti al pomeriggio da parte delle reclute e dei «poco destri». Il 6 febbraio 1794 ]'addestramento dei veterani fu ridotto ad una volta a settimana, restando quotidiano solo per i meno abili: le reclute continuavano ad esercitarsì mattina e pomerìggio. La misura era tesa a suscitare l'emulazione e ad impedire che fossero «mal a proposito tormentati i bravi, ed istruiti soldati». Si sospendevano in estate col gran caldo, e alla rìpresa bisognava ricominciare dac-


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capo, come notava il 3 settembre 1795 il brigadiere comandante delle Truppe di Roma Gandini. Nell'agosto 1797 uno dei punti della riforma cleJ generale Colli prevedeva che l'esercizio fosse «più adattato alla maggior mobilità del Soldato Italiano»: e osservava: «ciò non si otterrà, se un Generale abile conoscitore di tutte le scienze militari non avrà premura d'istruire li Generali Subalterni, e gli ufficiali Maggiori» (27). Le esercitazioni a fuoco dovevano essere molto rare. Gli ordini del Comando Generale ne fanno cenno una sola volta, il 16 novembre 1794, stabilendo che il Comando dell'Artiglieria distribuisse tremila «cartucce» ad ogni battaglione. I tiri dovevano essere individuati per poterne verificare gli effetti. L'istruzione della cavalleria era affidata al «tenente istruttore» Amedeo Cerruti.

IL SERVIZIO DI CASERMA E DI PIAZZA E LA FUNZIONE DI ORDINE PUBBLICO: SENTINELLE, CORPI DI GUARDIA, PATTUGLIE, DISTACCAMENTI, POSTI FISSI

Nella Biblioteca Apostolica Vaticana (fondo Ferraioli, V, 7417) si conserva una copia delle Ordinanze e doveri «degli ufficiali, bassi ufficiali e comuni, cioè dal soldato fino al capitano, che comprendono l'intiero regolamento della compagnia», cortesemente segnalata dall'amico Piero Crociani. Si tratta di un volumetto di 132 pagine, stampato a Roma nel 1795 «a spese di Gioacchino Puccinelli Stampatore a S. Andrea della Valle», e venduto «dal medesimo Stampatore», che nell' ultima pagina reca l'avvertenza «sarà continuato sino al grado di Generalissimo». L'opera è articolata in otto capitoli, relativi ai doveri del soldato comune, del vicecaporale (o «conduttore delle sentinelle»), del caporale, del primo e secondo sergente, dell'al fiere, tenente e capitano: vi sono contenute, promiscuamente, norme sul regolamento cli disciplina e sul regolamento di servizio. Particolare rilievo è dato al servizio cli guardia (pp. 13-26 sui doveri della sentinella e pp. 31-47 su quelli del capoposto e del capopattuglia), mentre il servizio di caserma è trattato nella parte relativa a i doveri del caporale, del sergente e degli ufficiali. Benché nel trofeo d'armi e bandiere disegnato sul frontespizio figud un clrnppo con le due chiavi pontificie, l'operetta non sembra

(27) ASR, Soldatesche e Galere, busta 734. Le altre notizie sull'addestramento sono tratte dagli Ordini del Comando Generale, cfr. nt. 13.


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avere alcun crisma cli ufficialità; l'accenno ai «cadetti imperiali» (p. 65-66) e il divieto «cli tutto ciò che potesse dar adito a qualche discordia, ed odio, tra una Religione e l'altra» (p. 130) cli quelle professate dai soldati dell'esercito, lasciano intendere che si tratti della traduzione di una pubblicazione austriaca. Il suo interesse è tuttavia accresciuto dal fatto che la regolamentazione di servizio che vi è stabilita sembra corrispondere, almeno nelle grandi linee, a quella pontificia che possiamo ricostruire attraverso gli Ordini del giorno del Comando Generale. La principale funzione delle truppe pontificie restò, anche dopo le riforme che avevano cercato cli trasformarle in un organismo almeno in parte operativo, la tutela dell'ordine pubblico. Tuttavia il Comando Generale cercò di disciplinare in modo più dettagliato e uniforme che per il passato il servizio di piazza e cli caserma. La caserma di compagnia assunse una fisionomia più spiccatamente militare. L'alfiere di settimana doveva ispezionare tre volte al giorno letti, personale, corridoi, scale e cortili, dando contrassegni ai soldati che dovevano uscire e passando il contrappello alla sera. Il caporale cli quartiere doveva dare rapporto mattina e sera al1'aiutante di Corpo. Il sergente doveva recarsi a prendere gli ordini dal Comandante del Corpo e portarli al capitano, cui si raccomandava di dare un recapito preciso, per evitare che il sottufficiale fos se costretto a girare a vuoto «in una città dilatata come Roma» (osservazione degli Ordini del giorno, luglio 1793). Ogni camera aveva un «quartiliere» o «guardia di camera» («piantone») per la pulizia dei locali, il ricambio dell'acqua nei catini e la custodia degli averi. La sveglia era data dal tamburo di guardia battendo la diana per i corridoi: ma l'uso fu sospeso nell'estate 1793, probabilmente perché essendo le caserme disseminate in tutta la città, la diana svegliava a nche i civili. Fuori cli ogni camerata doveva esserci una tabella coi nomi degli occupanti e l'indicazione del motivo dell'eventuale assenza (punizione, ricovero, comandata ecc.), in modo da facilitare il contrappello e la rivista. Ogni camerata aveva un caporale, incaricato cli mantenere la disciplina, nonché di smorzare le candele e dì accendere la lampada notturna. Al mattino gli aiutanti dei Corpi anelavano a prendere gli ordini al Comando Generale per trasmetterli ai loro comandanti: uno di essi era a turno distaccato presso il Comando Generale. Si osservava tuttavia (15 febbraio 1793) che gli ordin i del Comando Generale «si mettono in dimenticanza»: in particolare il maggiore Grassi era accusato di capire tutto a rovescio, e invitato a presentarsi a rapporto per


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schiarimenti. Ancora il 15 aprile 1793 i maggiori Mantica, Accoramboni e Grassi erano rimproverati per la mancata o ritardata esecuzione degli ordini del Comando Generale. Ci vollero mesi prima che i corpi facessero pervenire le liste di compagnia e le tabelle ordinate fin dal dicemb re 1793. Si stabiliva anche il divieto di leggere gli ordini del Comando Generale nei caffé e in presenza di estranei al servizio, allo scopo di tutelare il segreto mi litare. De La Barthe dedicava un'intera sezione alle sentinelle (pp. 93-99). É interessante l'osservazione che l'efficacia della sentinella riposa soprattutto sul prestigio, cioè su «idee arbitrarie» quali la «venerazione» e l' «idea quasi sacrosanta» della sua funzione. Per questo gli ufficiali stessi dovevano cavarsi il cappello quando le passavano davanti, e nemmeno il Feld Maresciallo poteva «sgridare una sentinella in posto»; e per la stessa ragione si era stabilito che la sentinella poteva r icevere ordini solo dall'ufficiale di guardia o dal capoposto, né poteva separarsi dall'arma («e nemmeno (darla) ai suoi superiori se gliela chiedessero; nel che le reclute male ammaestrate spesso mancano»). Tuttavia i civili, specie delle classi elevate, non si rassegnano a sottostare alle imposizioni delle sentinelle: «Fino al giorno d'oggi, parlando in generale, la nazione nostra non comprende, che dal rispetto che si ha per un soldato, ne deriva il bene pubblico: non osserva, che i torti fatti dal soldato al cittadino, vengono severamente puniti, e solo riguarda in esso un uomo d'inferiore condizione, che vuole comandarle, senza ricevere i suoi comandi».

Le cose più frequenti da evitare erano lasciare l'arma nella garitta, mettersi a sedere, turare le feritoie della garitta, voltare le spalle alla pioggia e al vento per riparare ]a faccia, mettere la mano sulla bocca del fuci le o addirittura appoggiarci la faccia. Nelle garitte si doveva tollerare la paglia per scaldarsi i piedi, ma non sassi o sgabelli per sedersi, o corde e altri arnesi che potevano essere adoperati per disertare. Le ispezioni dovevano essere fatte all' «ora più critica», cioè al far del giorno: i capiposto dovevano essere scelti fra persone in grado di fare rapporto (solitamente l'incaricato di fare rapporto «si spiega malissimo ed altera i nomi» degli arrestati). In tempo di pace le sentinelle montavano solitamente con l'arma scarica: comunque alle reclute bisognava spiegare che non si doveva sparare subito contro chi non si fermava al «chi va là, alt,,, e comunque era bene sparare in aria per avvertire il posto vicino! Dagli Ordini del Comando Generale risulta che le sentinelle, an-


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che quelle alla polveriera, erano spesso sorprese addormentate: in qualche caso sostenevano di essere state autorizzate. Frequentissimo anche l'ab bandono di posto e l'abbandono del corpo di guardia:le punizioni erano arbitrarie: violone, catena, pane e acqua, bastonate, di entità variabile . Per evitare disgrazie, durante i temporali si toglieva la baionetta della canna dei fucili. Fra le mancanze più frequenti, ricorrono casi di sentinelle sedute, di capiposto ubriachi, di guardie «succide e malvestite», che al termine del servizio rientravano in caserma alla spicciolata, tenendo il fucile a spalla rovescia e la montura sottobraccio. La guardia all.a polveriera dell'Antoniano era «come se non ci fosse» . Protetti dal sergente, i soldati di fanteria si spogliavano e si mettevano a dormire senza sentinelle, non osservavano le disposizioni dell'artigliere di servizio e guastavano le «soranche» elettriche. Al punto che dal 4 ottob re 1793 la guardia alle polveriere fu assunta dall'artiglieria. Dentro Roma c'erano p ìù di settanta corpi di guardia: calcolando le dieci pattuglie di fanteria e le tre di cavalleria e le riserve di compagnia, circa il 30 per cento delle forze di stanza in Roma era impegnato nelle guardie notturne. Nel settembre 1793 la guardia ridotta di 25 posti contava 242 uomini, escluse le pattuglie (156 uomini), le riserve di compagnia e i corpi di guardia delle caserme. C'erano vari tipi di Corpi di Guardia. Anzitutto quello della Guardia Reale, il più numeroso, con due ufficiali, quattro caporali e 54 granatieri, che montava a Monte Cavallo (si notava che quella fornita dai Granatieri Guardie indossava cravatte e fazzoletti anziché «cravattini», aveva calzoni sporchi, montu re sbottonate, «coreame» non imbiancato). Poi quelli interni di Castel Sant'Angelo (Guardia Reale, Piazza d'Arme, Maschio, Polveriera, con 26 posti «armati» e 17 «disarmati per essere meno preminenti», che impegnava ben 89 uomini), e quello avanzato di Ponte (nel settembre 1793 contava un ufficiale, due caporali, 20 uomini, più una pattuglia di cavalleria con 5'dragoni). Infine quelli delle diciannove caserme e quartieri, della residenza del tenente generale, delle due polveriere dell'Antoniano e di Casino Maccaroni, del Profosso di Piazza, dell'Ospedale Militare e dei quattro ospedali civili (S . Giacomo, S. Spirito, Consolazione e S. Gallicano) convenzionati per il ricovero dei militari, del Banco di S. Spirito (in precedenza affidato a mercenari svizzeri), del porto di Ripagrande e di San Pietro. A questi quaranta corpi di guardia si aggiungevano quelli incaricati escl':1sivamente di funzioni di ordine pubblico. Ce n'erano presso ciascuna delle sedici porte della cit-


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tà, presso i teatri (Tordinona, Argentina, Valle, Capranica, Pace, Pallacorda), e in una quindicina di altri punti centrali (Campo Vaccino, Piazza Navona, Chiavi d'Oro, S. Giovanni dei Fiorentini, Pavone, Borgonuovo, Stradone cli S. Giovanni, Campidoglio) o prossimi ad edifici pubblici o bisognosi di particolare sorveglianza (Monte di Pietà, Zecca, Pescheria, Dogana della Scuola, Dogana del Sego, Carceri, Accademia di Francia, Ghetto). Naturalmente non tutti questi corpi di guardia erano perpetuamente e contemporaneamente attivi. Nel settembre 1793 a causa delle malattie e nel febbraio 1797 a causa della partenza delle forze mobili da Roma, molti corpi di guardia furono soppressi o ridotti: nella seconda circostanza si creò il Battaglione di Guarnigione con l'espresso compito di provvedere ai servizi di guardia, sollevando la fanteria dalle incombenze più gravose, e il 27 dicembre 1796 il servi7io di guardia fu diviso tra la Linea (pattuglie di giorno) e la Civica (pattuglia di notte e istituzione di 31 corpi di guardia) (28). Il corpo di guardia era chiuso da «rastelli» di legno, e illuminato da candele e lampade ad olio. C'era un tavolo con morso per pulire i fucili, la rastrelliera, una stanza per gli arrestati, i tavolacci con pagliereccio, il focolare per il rancio, la garitta per la sentinella. I più piccoli contavano un capoposto (anche un soldato semplice) e due o più spesso quattro comuni, ma anche cinque, sei, otto, nove e dieci. Talvolta i capiposto erano due, eccezionalmente poteva esserci un sergente o un ufficiale, ma in questo caso la guardia era più numerosa. Nel marzo 1794 si era stabilito che guardie e pattuglie dipendevano unicamente dall'aiutante di piazza e non dai rispettivi corpi, ed era al primo che dovevano essere indirizzati i rapporti. Presso ciascuna compagnia, tuttavia, erano conservati i ,,registri degli arrestati». Ogni settimana, a turno, ciascun corpo doveva destinare un capitano d'ispezione incaricato di ispezionare le pattuglie e i corpi di guardia, indipendentemente dal corpo di appartenenza (6 aprile 1793). Le pattuglie di quartiere (otto delle Guardie e quattro dei Corsi) furono istituite il 2 gennaio 1793. Partivano dai rispettivi quartieri e dovevano compiere un percorso predeterminato, che le avrebbe portate ad incrociarsi in punti prestabiliti. Erano composte da un

(28) ASR, Soldatesche e Galere, busta 700 e 715 (posli di guardia dentro Castel S. Angelo), 733 (corpi di guardia soppressi e mantenut i nel gennaio 1797), 722 e 723 (Stradone di S.Giovanni e Campo Vaccino). Cfr. pure Ordini del Comando Generale, alle date 15 e 17 settembre 1793 (registro 799).


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caporale e quattro uomini, e ricevevano il cambio ogni due ore da parte di apposite riserve di compagnia. In casi eccezionali, come il 13 gennaio 1793, si formavano «pattuglioni», che giravano con la baionetta in canna (ne furono istituiti due di 50 uomini ciascuno per il Ghetto e tre per l'Accademia e la Posta di Francia e Strada di Ripetta) e si aumentava il numero delle pattuglie, mentre la riserva di compagnia saliva fino a 50 uomini. Esistevano anche tre pattuglie di cavalleria (Ponte Sisto, Ponte Quattro Capi e Ghetto), poi ridotte a due. Le pattuglie dovevano astenersi dal «molestare il Pubblico in veruna maniera», «cercare di acquietare litigi o questioni di parole oppure unioni di gente», far sgomberare le strade dagli assembramenti «con buona maniera». Solo le persone munite di speciali «contrassegni», identificate a mezzo dei «viglietti di contrassegno» distribuiti alle compagnie, potevano chiedere la «manoforte», cioè l'intervento della forza pubblica. Le pattuglie usavano bastonare indebitamente gli arrestati, compiere arresti e perquisizioni arbitrarie, trattenere in caserma le donne arrestate anziché condurle in carcere: vi fu un caso di stupro collettivo di una donna, un ferimento con arma da fuoco e altre violenze commesse dalle pattuglie a danno dei civili, talvolta persone altolocate che protestavano ottenendo la punizione del capopattuglìa (degradazione temporanea, giri di bacchette, violone, ferri). Le pattuglie di cavalleria in particolare caracollavano per le strade strette provocando il fuggi-fuggi, e in particolare nel carnevale 1795 furono accusate di disturbo della pubblica quiete. D'altra parte erano anche molto indolenti: si fermavano a bere nelle osterie oppure si imboscavano nei portoni, e spesso di notte non si facevano vedere, lasciando campo libero ai ladri e ai malfattori . Anche queste mancaze erano punite con degradazione, ferri e violone. Le pattuglie dovevano impedire gli «sfasci» di botteghe da parte dei ladri notturni, arrestare le meretrici e le persone colte a commettere atti osceni (accadeva in particolare sulle scalinate della Chiesa Nuova), disperdere i giovinastri che andavano a fare il bagno nudi nel Tevere di fronte al Conservatorio delle Zoccolette, impedire di fare il bagno a Piazza Navona quand'era allagata e nella fontana di S. Pietro in Montorio, sorvegliare le piazze in cui erano esposti i cadaveri dei giustiziati, arrestare i ricercati e i sospetti, arrestare chi giocava a palla e a bocce per strada o insudiciava le fontane pubbliche, i carrettieri che sedevano sui sacchi di grano e i «bagarini» che cercavano d i fare incetta di carni e verdure per rivenderle a prez-


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zi maggiorati, fare la guar dia al Teatrino dei burattini a Strada Carrozza, impedire che la Compaglia di S. Elisabetta dell'Università dei Ciechi fosse derisa quando a maggio andava in giro cantando e questuando. Il 20 dicembre 1795 il Comando Generale aveva dettato un «Regolamento da osservarsi nella Guardia dei sei Teatri»: i soldati erano incaricati della custodia e pulizia dei teatri, dell'accesso delle carrozze, dell'assistenza al giudice e notaro del governo preposti a ciascun teatro. Erano previsti «caporali di platea» per sorvegliare gli spettatori, e teatro per teatro si prescrivevano minuziosamente le operazioni da compiersi. Era anche allegato un elenco delle «carrozze privilegiate» che potevano sostare davanti al teatro: si proibiva agli ufficiali di guardia di introdurre in teatro loro familiari (29). Guardie e pattuglie erano altresì incaricate della polizia militare. Per uscire da Roma i soldati da sergenti a comuni dovevano esibire speciali «passaporti» rilasciati prima dal comandante di corpo e poi dal Comando Generale (il quale ad un certo punto provvide a farli ritirare). I corpi di guardia delle porte talora peccavano per eccesso di zelo esigendo il passaporto anche ad ufficia lt cadetti e soldati dei reparti dipendenti da monsignor Maggiordomo (svizzeri, cavalleggeri e corazze), e alcuni capiposto furono puniti. Premi in denaro di cinque scudi erano concessi per l'arresto di diser tori compiuto soprattutto dalla pattuglie di cavalleria. Dovevano essere arrestati altresì i soldati trovati di notte fuori del quartiere, quelli che molestavano il pubblico, che cantavano canzoni oscene per strada, che «discorrevano oscenamente» con le donne detenute a lle Carceri Nuove in via Giulia e al Carcere largo di S. Michele a Ripa Grande, o anche solo transitavano in via Giulia. Ai soldati era anche proibito portare coltelli «lunghi ad uso di stile, arma vergognosa, e indecente, per un militare», andare in barca a Ripa Grande e a Vi lla Medici nei giorni feriali a causa dei disordini che provocavano. Chi introduceva donne di malaffare nelle caserme era punito con 50 bastonate o col violone: del pari era arrestato chi si accompagnava con donne sospette (15 giorni di violone: degradazione e sei giorni di violone per un caporale che andava di pattuglia sottobraccio ad una donna), chi gir ava con le giberne a tracolla e non attorno alla vita, o si faceva vedere in giro con La pipa in bocca, o mangiare, o camminare mangiando, e non si levava il cappello davanti ai superiori, «cosa che distingue il Soldato dal Villano». Dal 3 giugno 1794

(29) AS R, Soldatesche e Galere, registro 800 (alla data del 20 dicembre 1795).


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l'arresto era previsto anche per i sergenti e i soldati che indossavano l'abito civile (30). La fus ione dei battaglioni dei Corsi e delle guardie doganali con le truppe di linea aveva finito per estendere anche a queste ultime il servizio nei 158 posti fissi e distaccamenti istituiti con varie funzioni (doganali, di gendarmeria, di avvistamento) in tutto il territorio pontificio, immobilizzando circa un quinto della forza disponibile (31). Ogni anno si mandava un distaccamento molto consistente alla Fiera di· Senigallia: nel 1795 contava 118 fanti e 19 dragoni. Quello di scorta al papa a Terracina nel maggio 1796 ne contava 150. Una quindicina di uomini comandati da un sergente o un alfiere scortavano fino a 160 reclute: per la scorta dei galeotti si impiegavano dragoni, in numero doppio. Vitto, alloggio e foraggio dovevano essere somministrati dalle comunità attraversate dai distaccamenti. Secondo il vecchio sistema, queste potevano essere poi rimborsate sulla cassa alimentata dalla «tassa degli utensili dei soldati corsi», che gravava, con numerose esenzioni, su tutte le comunità dello Stato. Ma quando i trasferimenti si fecero più consistenti, la Segreteria di Stato fissò il 24 aprile 1794 la corresponsione di una indennità di tappa giornaliera: 5 baiocchi per i comuni e i vicecaporali, 1Oper i caporali, 20 per i sergenti, 40 per i forieri, 75 pèr i subalterni, aiutanti e quartiermastri, uno scudo per i capitani. Nel 1795 il Tesoriere Generale G. Della Porta fissò le regole per la corresponsione dei soldi, delle tappe e delle provvidenze per i malati durante le « spedizioni tanto di Soldati di Cavalleria, che di Fanteria e di Milizie in occasione d'inseguire Disertori, o Malviventi, ed in altra qualunque circostanza» (32).

(30) ASR, Soldatesche e Galere, buste 707, 733, 798. (31) Per l'elenco dei distaccamenti con le relative guarnigioni dr. V. Ilari, Gli antenati della Gendarmeria pontificia, in Memorie Storiche Militari 1983, USSME, Roma 1984, pp. 773-775. Cfr. ASR, Soldatesche e Galere, buste 708 (presidi minori dipendenti dagli XI battaglioni del 1793,) 722 (distaccamento dei Corsi a Frascati), 730 (distaccamenti delle Guardie a Tivoli, Ronciglione, Barbarano), e 740 (distaccamento di Albano). (32) ASR, Soldatesche e Galere, busta 716 («Regolamenti estratti», cii.). Cfr. buste 704 (marce rotte) e 723 (metodo a stampa). Cfr. pure busta 724 (la comunità di Narni chiede di essere reintegrata di scudi 230 e baiocchi 97 per «perdite nella vendita di carni bovine alla truppe»: furono macellati 17 bovi, per 9,472 libbre di carne, l' 11 febbraio 1797) e busta 725 (conto delle spese fatte dalla città di Camerino in occasione del passaggio delle Truppe Britanniche e Pontificie tanto in città che per le valli del Chienti dal 12 novembre 1796 al 29 settembre 1797. Vi sono esempi di «quie-


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La cavalleria formava due soli picchetti permanenti, alla Tolfa e a Colfiorito (qui la pigione per l'alloggio era di scudi 4.50). Altre pattuglie e picchetti erano inviati a dar la caccia a disertori e malviventi, la cui cattura comportava un premio di 5 scudi ed eventuali gratifiche straordinarie. Nell'agosto 1797 una di queste pattuglie, invece di correre dietro a due disertori assassini, si fermò nelle osterie fuori porta dei Massacci e del Grillo, rubando all'oste un fazzoletto e un paio di speroni, e facendo la cresta sul foraggio (ai cavalli fu dato fieno anziché biada). Una lettera dell' 11 luglio 1795 proveniente da Ravenna dava un quadro molto fosco dei distaccamenti di Romagna a Faenza, Imola, Castelbolognese, Frignano e Meldola, incaricati di reprimere il contrabbando dei grani. Alcuni di questi distaccamenti erano inutili, «perché l'origine del contrabbando è a Castelbolognese», dove risiedevano «quelli che estraggono il grano dalla Toscana armata mano», organizzando due-tre volte la settimana convogli anche di 2-300 bestie da soma scortati da 20,30 e per fino 50 contrabbandieri armati. Peggio di tutti era la cavalleria. Il capitano teneva oltre un terzo della forza (50-60 uomini) riuniti a Faenza esclusivamente «per pompa», alloggiandoli in una stalla dove ce ne potevano stare al massimo 40. I distaccamenti di Frignano e Mendola erano inutili, come pure inutile era tenere in fortezza i 30 dragoni distaccati ad Imola. I dragoni reclamavano contro il commissario Montini perché ricevevano poco foraggio, «anche con aria di tumulto»: la lettera insinuava che fossero sobillati dagli ufficiali, scontenti perché si negava loro «il lucro del letame» prodotto dai cavalli. Gli ufficiali e sottufficiali erano anche accusati di nutrire i loro cavalli anche col foraggio destinato agli altri, ridotti «a scheletri». La lettera osservava, in generale: «quanto alla Disciplina, a tutti è noto, che li piccoli Corpi distaccati, quando non si tratti, di pochi giorni, e breve commissione, difficilmente si ponno contenere, e regolare, e facilmente si deviano; e che QOn sono così comuni li Uffiziali adclattati al Comando di piccoli Distaccamenti» (33).

Un promemoria del capitano di cavalleria Virgilio Crispolti, del 9 gennaio 1794, sottolinea i pericoli che i distaccamenti comporta-

tanze per il passaggio del.le truppe e reclute pontificie nello Stato, e ducato di Camerino» e di «quietanze per la cavalleria pontificia» relativa alla corresponsione di fo. raggi e utensili). (33) AS.R, Soldatesche e Galere, buste 691, 723 e 727. Sulla cavalleria di Romagna e le osservazioni di Crispolti, cfr. buste 722 e 7 I 5.


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no per la coesione e la disciplina della compagnia, a causa delle alte propine e premi in denaro distribuiti ai distaccati anziché a tutta la compagnia. In questo modo non si incentivavano i migliori a divenire sergenti, per tema di doversene restare in caserma, e si accresceva il carico di guardie degli altri soldati, esclusi dagli introiti dei distaccamenti. Mentre il soldato tornava da questo servizio «assuefatto a una vita più Liberale, e disonesta: vorrebbe far lo stesso, mancano i denari, e per fomentar i piaceri, o rubba, o maltratta il servizio, o da motivo di continui ricorsi, che poi tengono in confusione l'intiera Compagnia, se non vengono dimessi; non amano più la pulizia, ed ad altro non s'attengono che alla succidezza».

Un altro promemoria di Crispolti, del 23 febbraio 1794, critica la cattiva influenza esercitata dai birri sui dragoni durante i servizi di scorta ai carcerati, oltre allo scandalo rappresentato dal fatto di essere visti camminare, mangiare e dormire assieme a una categoria di persone talmente screditate (34). Il disprezzo per i birri è condiviso anche dal Comando Generale: nel dicembre 1793 furono espulsi con infamia un soldato delle Guardie che aveva preso la mancia dai birri e un caporale dei Corsi che ne aveva esercitato il mestiere, e si vietava ai soldati di fermarsi alle «guardiole» dei birri di città, «perché non è mai del decoro di un soldato il framischiarsi con simil sorta di gente». Tuttavia i rapporti tra birri e soldati erano pessimi. Il comando generale è costretto a ripetere che i soldati non debbono mischiarsi in liti per strada, né «tampoco co' Birri», cui debbono anzi prestare manforte: né possono pretendere il saluto dai birri, e debbono evitare di passare più volte davanti alle carceri nuove per provocarli esigendo il saluto. Il 26 luglio 1793 tre dragoni e alcuni miliziotti della Marca assaltarono le Carceri Nuove sparando quattro fucilate contro i birri, alla falsa notizia che costoro avessero ucciso un soldato. Ma nello stesso periodo l'uccisione di un soldato miliziotto da parte dei birri di Anagni aveva provocato la sollevazione della città. Altri tumulti tra birri e soldati erano scoppiati e Fabriano, al Castello di Cerreto, a Corneto, ad Assisi, talora con l'impiego delle armi da fuoco. Del resto neJle carte del fondo Soldatesche e Galere ci sono testimonianze di turpi imprese compiute dai birri a Valentano e ad Assisi, e ritratti foschi di birri come «Francesco detto il boja» o bargelli come Antonio Calvanelli alias «Bruschino», dominatore assoluto di

(34) ASR, Soldatesche e Galere, busta 715.


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Cantalupo e assassino di un sergente della milizia di Aspra in Sabina, o Pietro Maietti, già _grassatore e delinquente e poi tenente dei birri a Ferrara. Ma spesso erano i soldati a provocare i birri, con insulti come «brachi», «squadra del sale», «formiconi», «squadra di campagna». Inoltre impedivano l'esercizio della giustizia, interponendosi per evitare l'arresto di loro familiari ed amici o addirittura per liberarli: liberavano le meretrici arrestate e se le portavano in caserma, infastidivano i cortei dei condannati alla gogna che giravano per la città in groppa ad un giumento. Solitamente le autorità parteggiavano per i soldati: un birro che aveva «sbarrato» il fucile, mancandolo, contro un soldato delle Guardie che lo aveva provocato verbalmente («per semplice rissa di parole»), fu condannato a tre anni di galera: due birri che avevano arrestato un soldato che si era opposto al trasferimento in carcere di una sua parente, furono puniti per offese all'uniforme del Principe (35). La più ingente mobilitazione di forze militari per motivi di ordine pubblico avvenne nella seconda settimana dell'agosto 1793, nelle operazioni contro i forzati che erano fuggiti dalla galera S. Pietro e percorrevano la campagna tra Anguillara, Monterosi, Nepi, Caprarola, Ronciglione e Capranica, dove furono accerchiati e quasi tutti catturati, assieme alla bandiera della galera di cui si erano impadroniti, da una forza di un migliaio tra soldati regolari, miliziotti e contadini armati. Una ventina di persone di Galeria, tra cui il governatore baronale, denunciarono di avere subito furti e saccheggi di indumenti, suppellettili e denaro, per un valore di 311 scudi, da parte dei dragoni della compagnia delle Terme guidati dal tenente Leonardi, il quale difese tuttavia i suoi sottoposti («i miei dragoni si sono diportati da onesti, e meritevoli soldati»). Nella stessa circostanza il responsabile delle operazioni, vicecastellano Ottoboni, difese il capitano tenente Saafeld dalle accuse di «cattiva condotta» rivolte contro di lui dalla popolazione in esposti indirizzati al Comando Generale: «la cattiva condotta del sig. Capitan Tenente Saafeld messa ~otto gl'occhi del Generai Comando, non consiste in altro, che nell'asprezza del suo tratto, e nel voler regolarsi colle ordinanze Tedesche, cui non essendo avvezzi i Paesani, ne ha fatto giungere dei reclami; sono già tre giorni, che è stato richiamato in questo luogo, avendolo fatto rilevare dai Turchini, e la sua condotta ora è tale da non potersene lamentare» (36).

(35) ASR, Soldatesche e Galere, buste 689,691,694, 700, 702, 705, 707 e 715. (36) ASR, Soldatesche e Galere, busta 700.


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Altri episodi di coinvolgimento delle truppe nella repressione di sommosse e tumulti si verificarono a Roma nel gennaio-febbraio 1793 (uccisione di Bassville) e dicembre 1797 (uccisione di Duphot). Fra gli episodi di minore gravità testimoniati nel fondo Soldatesche e Galere, l'occupazione della fortezza di Senigallia da parte di disertori e «briganti» (il 12 ottobre 1789) (37), e quella della fortezza di San Leo da parte di contadini armati sanfedisti guidati da Giovanni Masini nel timore che il castellano la cedesse ai francesi, nel marzo 1787 (38).

LA CONCEZIONE DELLA DISCIPLINA MILITARE NEL TRATTATO DI DE LA BARTHE

De La Barthe dedica i primi sei «articoli» del suo trattato (pp. 1-28) alla disciplina militare in generale e ad alcuni aspetti particolari, come il giuramento, la bandiera, i principi di fedeltà, ubbidienza e subordinazione, l'emanazione degli ordini, i doveri degli ufficiali, il governo del personale e la funzione delle punizioni disciplinari. Secondo l'ufficiale pontificio la disciplina è resa necessaria dal progresso dell'arte della guerra, che richiede fin dal tempo di pace eserciti permanenti e addestrati, fondati sul vincolo di fedeltà dei sudditi alla propria patria e al proprio sovrano: una fedeltà intesa alla salvaguardia del bene comune. Lo scopo del giuramento è quello di vincolare i soldati al servizio, assumendo il dovere di fedeltà al sovrano e quello di osservare

(37) ASR, Soldatesche e Galere, busta 689. Ad impadron irsi della forteza, disarmando il capoposto e due sentinelle, furono un soldato napoletano disertore dai Michelctti, il capo Sentinelli e un certo Loret.i, uniti ad un «inquisito» (Fornacia ri) e a tre «banditi di vita» di Barbara, diocesi di Senigallia. Man mano che i soldati rientravano in fortezza venivano disarmati e messi nelle celle: fra costoro anche il comandante, il tenente Gili. Al mattino nove cannoni furono voltati sulla città, ma i birri di piazza respinsero a schioppettate un gruppo di ribelli che voleva impadronirsi della Polveriera al Fortino. Altri banditi e ribelli entrarono successivamente nella fortezza, mentre per le campagne giravano uomini armati. Fu mobilitata la milizia. Per fronteggiare il ripetersi di insurre:tioni fu poi costituita nell'agosto 1794 una Compagnia di 103 soldat i, al comando del capitano Ortensio Catucci, poi sostituito da Ludovico Agucchi. Cfr. busta 622, 723, 730, 733, 737. (38) ASR, Soldatesche e Galere, busta 711. Il comandante della fortezza Pietro Rosselli, era preoccupato che gli fosse addebitata la porvere consumata dai contadini armati giudati da Masini.


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rigorosamente tutti gli obblighi del proprio stato, e particolarmente quelli derivanti dagli «articoli militari», cioè dal regolamento di disciplina e dalla legge penale militare. Quest'ultima, come vedremo meglio più avanti, era stata riformata sul modello austriaco il 7 febbraio 1793. Un anno più tardi tutto l'esercito pontificio, dal tenente generale all'ultimo soldato, compreso il personale civile assimilato e inclusi i soldati non arruolati col sistema dell' «ingaggio» soggetto a particolari condizioni («capitolazioni»), prestò giuramento di fedeltà al papa Pio VI secondo una formula approvata dalla -Segreteria di Stato e derivata da un modello austriaco (39). De La Barthe sottolinea la necessità di spiegare alle reclute il valore del giuramento, che consiste nel chiamare Dio per testimon io dell'impegno assunto. Egli discute poi, di sfuggita, le obiezioni rivolte contro la

(39) ASR, Soldatesche e Galere, busta 799, al 7 febbraio 1794. Cfr. busta 717, con le due formule. Quella austriaca r ecita: Noi giuriamo a Dio altissimo, ed Onnipotente, che saremo obbedien ti, e fedeli alla S.ta Sede Apostolica, al n .ro Augustis~.mo Sovrano, e Sommo Pontefice Pio VI, come ancora a tutti li Generali, cd Officiali, che in suo nome adesso, e per Sempre ci avranno da comandare, specialmente al N.ro Colonnello, Tenente Colonnello, Maggiore, e a tutti gli Officiali, e Bassi Off.li, di essere obbedienti, e fedeli, di rispettarli, e di eseguire onoratamente i loro Comandi, e proibizioni, tanto in Guardia di notte, che di Giorno, avanti, e contro l'inimico, tanto in Battaglia, e scaramucce, che in qualche altra occasione, si per Acqua, che per Terra, come lo richiede1·à il Servigio di Sua Santità, e di portarci sempre valorosi, e obbedienti, come richiede il dovere di un Onorato, e bravo Soldato; Giuriamo inoltre di osservare esattamente il Tempo del le n.re Capitolazioni, e di sottometterci ben volentieri a tutti i punti. e Clausole delli Articoli Militari, ne ma i per qualunque raggione o motivo distaccarci dal n.ro Reggimento, Compagnia, Truppa e Bandiere, o Stendardo, ma vogliamo per quelli vivere e morire: così Iddio ci aiuti, ed il Suo Santo Evangelo, pe r Gesù Cristo Amen». La formula approvata dalla Segreteria di Stato era leggermente più semplificata, e si differenziava dalla p recedente soprattutto per il fatto che la obbedienza e la fedeltà venivano giurate «alla Santa Romana Chiesa» prima che alla «Sua Santa Sede Apostolica» e «al Sommo Pontefice». Inoltre l'obbedienza e fedel tà giurate ai generali e ufficiali era subordinata a quella giura ta alla Chiesa e al pontefice («come ancora di obbedire con eguale Fedeltà a tutti li Generali ed officiali che in nome dello stesso Sommo Pontefice ci sono e ci saranno destinati»). n giuramento pontificio si apriva poi con l'invocazione alla SS Trinità, e si chiudeva con una formula dal sapore leggermente più giuridico: «così innanzi a Dio promettiamo, ci obblighiamo e giuriamo. E così ci aiuti Iddio e li Santi Evangelj ». Nella busta 717 è contenuta anche la f01m~la della Capitolazione, con l'intestazione del Battaglione e la sottoscrizione del comandante del corpo, e l'indicazione dei dati anagrafici e segnaletici del soldato. Nel documento il comandante del corpo prometteva «in nome sovrano» di rilascia1·e il soldato allo spirare dell'ingaggio, munendolo anche del «congedo, che gli servirà di onorevole Documento, e di Requisito per -l'ulterior sua fortuna», a condizione che «il suddetto osserverà religiosamente il giuramento di servire con tutta fedeltà ed esattezza».

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validità del giuramento prestato da chi è stato reclutato contro la propria volontà, e contro l'opportunità di far giurare l'assunzione di impegni che è molto difficile e spesso impossibile non violare, esponendo in tal modo il soldato al pericolo dello spergiuro e dunque della dannazione eterna. De La Barthe ribatte che l'impegno. vincola indipendentemente dalla volontarietà, e che il giuramento non si infrange per ogni singola infrazione, spesso non deliberata e pienamente cosciente. Fra gli apparati psicologici a sostegno della disciplina, oltre al giuramento·si trova il culto della bandiera, «vincolo sacro ad ognuno in particolare e a tutti in generale»: il cerimoniale è infatti «di somma necessità» soprattutto «per un uomo volgare» quale il soldato. Tre sono i principi della disciplina: «fedeltà» (definita come la preminenza dell'interesse pubblico sul privato), }'«obbedienza» cieca, e la «subordinazione» gerarchica. Secondo De La Barthe bisogna spiegare alla recluta che l'utile pubblico contiene anche il suo particolare, nel senso che conviene obbedire per evitare le punizion i (se il soldato scappa in battaglia per sottrarsi ad un evento incerto come l'essere ucciso onorevolmente dal nemico, incorrerà in un evento certo peggiore, essere ucciso ignominiosamente dall'ufficiale). Ugualmente gli ordini vanno spiegati al soldato solo dopo che sono stati eseguiti, facendogli osservare che erano stati impartiti per un interesse generale o addirittura per il suo stesso bene. Soprattutto dalla «subordinazione» dipendono la buona annonia, i buoni costumi, la buona volontà nel servizio. La responsabilità è soprattutto degli ufficiali, da cui derivano particolari doveri. Gli ufficiali debbono sentire la responsabilità dell'intero reggimento e dell'intera armata, e non limitarsi a mantenere l'ordine della propria compagnia. Così debbono punire i soldati «male in arnese» incontrati per strada anche se appartengono ad altre compagnie, debbono ammonire i compagni che mancano, debbono sentire che il proprio onore dipende da quello di tutto il corpo, debbono avvertire i superiori, e non vergognarsi di prendere consiglio dai colleghi. Debbono controllare i propri «sbalzi d'umore» (inevitabili dato che dipendono da condizioni fisico-psichiche), non lasciarsi andare ad impeti di collera, sgridare i subalterni con termini «indecenti», evitare i toni arroganti, superbi, duri che «producono avversione nell'anima di esseri nati per la ragione». Buone maniere, imparzialità («giustizia»), punire senza eccessi e senza crudeltà spiegandone le ragioni, preoccuparsi dei propri sottoposti e della loro salute sono


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modi di guadagnarsi l'amore e la gratitudine dei soldati. Una gratitudine, quella dei soldati («gente ordinarissima e senza la minima educazione e senza gran riflessione»), che è più «fredda» ma anche più «sincera» di quella delle persone educate, specie se «un po' corrotte», e che non mancherà di farsi sentire in caso di pericolo. Gli ufficiali debbono evitare di comprarsi l'amore dei soldati facendo loro frequenti regali o somministrando denaro: regali di poca entità, come un bicchiere di vino o una presa di tabacco, limitati in qualche rara occasione ai buoni e vecchi soldati ottengono un effetto migliore. Cose da evitare assolutamente sono accrescere la fatica del soldato per assicurarsi qualche comodità (come riservarsi un pozzo d'acqua buona vietando ai soldati di dissetarvisi), trattare come reclute i veterani (soprattutto se a farlo è un giovane ufficiale senza esperienza), lasciarsi influenzare da qualche subalterno favorito («o peggio da qualche donna»), negare udienza o ricusare_ di ascoltare i soldati che si mettono a rapporto (anche perché in questo modo non si viene a conoscenza di cose necessarie al buon servizio). L'ufficiale deve essere un educatore, anche in senso morale, dei suoi soldati, e deve basare l'educazione morale soprattutto sul buon esempio, ricordandosi che come egli è il giudice della condotta dei soldati, così costoro sono il primo e più severo giudice della sua. Gli ordini vanno dati con ponderazione, valutando se siano per caso inutili o impossibili ad eseguirsi. Inoltre vanno dati «con pace e con chiarezza», senza gridare «e fare orribile schiamazzo con stordimento dei soldati». Bisogna inoltre stare attenti a darli al momento giusto: specialmente in guerra, se li si da troppo presto, si corre il rischio di demoralizzare i soldati con la prospettiva del prossimo scontro, e di indurli a disertare. Occorre inoltre assicurarsi che l'ordine sia stato ben compreso e successivamente che venga eseguito. Per abituare i soldati ad obbedire, sono utili le ispezioni a sorpresa, e la rivista alla compagnia schierata. Qui c'è tutto un cerimontale da osservare, basato essenzialmente sull'«occhiata»: l'ufficiale si mette ad una certa distanza in modo da squadrare il soldato da cima a piedi: poi si allontana in poco, poi si fa più da presso: infine passeggia per i ranghi, e improvvisamente osserva un piccolo difetto in uno., in modo da dare l'impressione che nulla può sfuggirgli. Un orecchio esercitato scopre un'arma in cattivo stato o in cattiva manutenzione anche dal rumore dello sparo. L'adempimento degli ordini deve essere letterale («secondo le parole, e senza allontanarsi in modo alcuno dal senso di esse»), ma soprattutto «cieco» («cieca esecuzione»). Ricordarsi che «il soldato è una macchina, un essere che non sa ese-


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guire le cose sennonché sul sistema insegnatogli»: di conseguenza bisogna essere rigidissimi, inculcandogli riflessi condizionati («il disordine deve diventargli fastidioso»). D'altra parte i rimproveri non vanno mai generalizzati, e agli ufficiali non vanno mai fatti in pubblico. De La Barthe critica formule (in realtà spesso ricorrenti negli Ordini del Giorno del Comando Generale pontificio) del tipo «i sig. ufficiali non osservano niente, non hanno la minima attenzione ecc.». Le punizioni non debbono «abbassare l'anima né indebolire il corpo», debbono essere «certe e inevitabili » e «proporzionate» alla colpa, a seguire quanto più celermente possibile all'infrazione. Lo scopo non è quello di esercitare la vendetta, ma di offrire un esempio agli altri, sacrificando il colpevole «al bene della totalità». Rispetto alla «vita civile», nello <<Stato militare» diminuiscono fin quasi ad azzerarsi le azioni giuridicamente «indifferenti» («la maniera istessa con cui uno si conduce è sempre interessante»). I precedenti del reo rilevano soltanto nelle semplici «mancanze», mentre nei gravissimi delitti la pena decretata dalla legge non può essere attenuata per riguardo alla condotta tenuta precedentemente. Ma lo stesso De La Barthe ricorda un episodio della gu.erra dei sette anni, relativo alla grazia concessa ad un veterano valorosissimo (serviva da 48 anni e aveva ricevuto undici ferite), reo di insubordinazione in un momento di ubriachezza. / ' Non si deve castigare «nei trasporti di collera», e non prima di aver spiegato al soldato la sua mancanza e il castigo prescritto dalla legge. «La certezza di una punizione moderata fa più impressione del timore di un castigo severo unito alla speranza di evitarlo». Non bisogna mai risparmiare i favoriti: nelle ricompense come nei castighi bisogna essere di parola, e perciò riflettere prima di promettere o m inacciare. Il castigo di un uomo di buona nascita ottiene un effetto maggiore di quello di «cent'uomini di ordinaria condizione ». Anche nella scelta delle punizioni bisogna aver riguardo alla persona del reo, e magari alla sua nazionalità: «per esempio uno che sia assuefatto alle battiture, con l'uso di quelle non s'emenda più». Né conviene assegnare servizi militari per punizioni «perché venendo questo eseguito per dispetto, possono da ciò derivarne cattive conseguenze». Bisogna anche evitare di provocare le insubordinazioni con un atteggiamento irritante, magari interrompendo con una risposta secca, o da superiore, il soldato che aveva cominciato a spiegarsi in tono rispettoso, e che è portato in tal modo a confondersi, ad agitarsi, a cercare di dire la sua ragione e ad esporsi «al rischio


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di perdersi, e guardagnarsi la morte». Legittimi e giusti sono infine i castighi collettivi, perché «il mezzo migliore per irÌ1pedire gli eccessi, è quello di fare che uno la paghi per tutti, e tutti la paghino per uno». A questo proposito, De La Barthe adduce un altro esempio, per la verità assai poco calzante, tratto dalla guerra dei sette anni: la punizione collettiva (bastonatura, rasatura e impiego nei servizi più umili) di tutto un distaccamento di granatieri sassoni che si erano arresi agli annoveresi nonostante gli «ordini, le preghiere e le minacce» del loro ufficiale.

LA CONDIZIONE GIURIDICA E

SOCIALE DEI MILCTARI.

IL RAPPORTO MILITARE-CIVILE

Le riforme introdotte nell'esercito pontificio dagli ufficiali austriaci incisero profondamente anche sulla configurazione della «condizione militare» sotto l'aspetto giuridico e sociologico, e sul rapporto civile-militare. Ad una concezione del militare come godimento di particolari privilegi e di un relativo prestigio legato all'uniforme e aJJa disponibilità di un retribuzione fissa di base, cumulabile con altri «incerti» derivanti dalla professione militare e/o con l'esercizio di altre attività della vita civile, subentrò una concezione opposta, del militare come soggezione a particolari limitazioni e obblighi, e come inserimento in una società totale separata da quella civile e retta da regole proprie. L'idea del soldato ideale che si facevano gli ufficiali austriaci in servizio pontificio, corrispondeva a quella dominante negli eserciti dell'«ancien régime», ed emerge da alcune annotazioni rese esplicite dagli Ordini del giorno del Comando Generale. Appare anzitutto la cura di distinguere tra «militare» e «civile»: così nel gennaio 1793 si vieta di leggere gli ordini « in presenza di Gente, che non gli appartengono di sapere, cioè gente del Civile, e molto meno nelli Caffé, o altri Luoghi pubblici, poiché nissuno, che non appartiene al Militare, deve sapere gli ordini, che si danno al Militare, e il Militare medesimo li deve tenere segreti» . E il 28 febbraio 1795 viene letto alla truppa l'Editto del Cardinale Segretario di Stato che impone rispetto alla Truppa pontificia da parte di tutti i cittadini. L'accentuazione di questa distinzione tra società civile e società militare 11ggiunge, ai conflitti individuali verificatisi anche in passato, occasione di contrapposizioni collettive, come la gigantesca zuffa scoppiata il 15 dicembre 1794 tra i soldati corsi e gli infermieri


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del S. Spirito capeggiati da un cappuccino. Illuminanti le parole r ivolte dal sergente Mercur i, del battaglione della Marca, all'aba te Gian Pe tronio Giordani, reo di ave r commen tato in trattoria l'arres to di un altro abate suo a mico da parte delle cavaller ia di pattuglia: «Su Lei un Falzario, un Birbante e un Inventore di Anegdoti (Sic) per iscreditare la Tr uppa» (40). Contemporanea mente si fissò una ideologia del militare. Il Com ando Generale vietava ai soldati di «framischiars i» coi birri e di mettersi in alterchi e liti con «paesani » (contadini), non essendo «mai del decoro di un solda to» l'aver a che fare «con simil sorta di gente ». Sia De La Barthe che il Comando Generale ricorrono al pa ragone con i «contadini » per stigmatizzare l'ignoranza e il fare impa cciato de i soldati, e in particolare delle reclu te. Come si è visto, De La Barthe commisu ra il tipo di addestr a mento e di disciplina, più o meno meccanico o rigido, a seconda de lla condizione social e della recluta. Nel suo linguaggio i soldati sono per lo più gente «ordinarissim a», «volgari », «senza educazione», «villani presi dall'aratro », da istruire come «pappagalli» o come «macchine», individui semplici, dominati da impul s i elementa ri, privi di comprensione, lenti, denutr iti, malaticci, incapaci di moderarsi e anche solo di badare a sé stessi. Scovati quelli «di una condizione un poco miglior e», bisogna farne l'ossa tura de i reparti, nominando caporali i poèhi che sanno leggere e scrivere. Eppure lo s tesso De La Barthe contrappone !'«uomo volgare» che entra in caserma al «soldato» educato dai suoi ufficia li che ne deve u scire (p.4). Il modello positivo è quello del soldato con parecchi anni di lodevole servizio («buono e vecchio»), una persona affida bile, la cui promozione socia le deriva da l lungo servizio prestato. All'opposto, nella scala dei va lori, c'è il «miliziotto», come sinonimo di «recluta»: non c'è offesa più grave che sentirsi chia mare con questo epiteto, impiegato un paio di volte da l Comando Generale per stigmatizza re il pessimo conportamento della «truppa reggimentata». Non è possibile una esaur iente statistica sociale dei soldati pontifici. Dagli avvisi segnalatici dei ricercati per diserzione que llo di contadino emerge come il mestie re più diffuso tra le reclute. Ma si arruolano anche stallieri, cuochi, vasai, fe rrai, fabb ri, marinai, calzolai, suonatori, pittori, incisori di legno, orefici, barbier i, falegnami. Molto a lta, anche se in progressiva diminuzione, la quota degli «esteri », che scendono gradua lmente da l 40 al 25 per cento del tota-

(40) AS R, Soldatesche e Galere, busta 705. S u Ila zuffa, busta 715.


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le: nel Battaglione dei Corsi passano da 241 (su 797 effettivi) a 208 (su 940 effettivi) nel periodo aprile 1794-dicembre 1796: nel Reggimento delle Guardie sono 300 su 1477 nell'ottobre 1795 e 326 su 1748 nel dicembre 1796. Ma «estero» non implica essere oltremontano: per lo più si tratta d i italiani, reclutati soprattutto in Lombardia, Veneto, Piemonte e nei Ducati di Parma e di Modena, ma ci sono sardi, genovesi, fiorentini e toscani, abruzzesi, napoletani, calabresi e siciliani. Altri vengono dalla ValtelUna, dal Ticino, dal Tirolo, dalla Baviera, dalla Svevia, da Zara e Trieste, da Vienna, dalla Corsica: ci sono uno spagnolo e un greco. É una componente di soldati di professione, non raramente disertati da un altro esercito per andare a servire sotto falso nome da un'altra parte, come i cinque artiglieri piemontesi disertori arruolati nell'artiglieria pontificia che suscitano un incidente diplomatico. Dei 111 soldati «esteri» (su 339 effettivi) che prestano servizio a Castel S. Angelo nel 1792, ben 51 hanno servito in altri eserciti. A questa aliquota, che è la più professionale ma anche la più instabile, si affianca quella degli «statisti», cioè dei sudditi del pontefice. Prima delle ondate di arruolamento del 1792-93 e del 1796-97 e durante l'intervallo tra queste due date, si arruolano soprattutto persone residenti nelle guarnigioni permanenti: i reggimenti delle Legazioni sono fatti per lo più di ferraresi e bolognesi, oltre che di un gran numero di modenesi, parmensi, veneti, e lombardi, mentre romani e marchigiani dominano nei corpi della capitale. Il Comando Generale cerca di farli assomigliare a dei veri soldati: debbono avere la montura pulita e in ordine, i capelli pettinati, le «patrone» (o giberne) alla vita anziché in mano o a tracolla, il fucile in posizione regolamentare. Non si facciano vedere con la pipa in bocca, o mangiare in pubblico: purché non abbiano le mani occupate, sappiano cavarsi il cappello davanti ai superiori («cosa che distingue il soldato dal villano»). Il 3 giugno 1794 si disponeJ'arresto di soldati e sottufficiali sorpresi in abito civile, del resto sconsigliato anche agli ufficiali. Eppure i soldati ci tengono a farsi vedere in giro ostentando gli attributi del propro rango, e anche qualcosa in più. Granatieri e Dragoni avevano diritto alla «sciabla», come i sergenti, e ci tenevano, al punto che vietar loro di portarla era considerata una punizione. I caporali giravano portandosi appresso il segno tangibile del loro potere, cioè il bastone usato contro le reclute. É significativo che i sergenti fossero i più a disagio, essendo una categoria intermedia tra i «bassi» e gli «uffiziali» . Rinunciavano volentieri a portare il simbolo del loro grado, cioè la canna, e metteva-


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no fiocchi d'oro e d'argento al cappello e alla spada, distintivo riservato ai soli ufficiali, per farsi prendere per uno di essi. Il Comando Generale dice molto efficacemente che andavano «in giro facendo il cadettino, e vestiti a lor capriccio». Il grado di sergente è quello massimo cui può aspirare un soldato di bassa condizione: ma da quel grado è possibile in qualche caso spiccare il salto verso il cambiamento di status sociale, cioè verso il grado di aiutante: per quanto disprezzato dagli ufficiali di compagnia, oramai non si discute più che debba essere considerato anch'egli un ufficiale: e nel 1795 e 1797 gli si riconoscerà ufficialmente il grado di tenente o di capitano. Ma solo pochi sergenti possono arrivare così in alto. Alla maggior parte fa difetto la capacità amministrativa. Il grado è conferito dal maggiore di battaglione, di solito in base all'anzianità, ma il 23 gennaio 1793 il Comando Generale si raccomanda di accertare l'abilità. Il 14 ottobre 1793 si osserva che la loro ignoranza e pigrizia è tale che dipendono dai soldati e caporali «scrivani». Il 25 febbraio 1794 si svolge per la prima volta, alla presenza del brigadiere Gandini, l'esame pubblico dei proposti per l'avanzamento a caporale e sergente, comprendente una prova pratica (comandare !'«esercizio»), quesiti sui doveri di servizio e una prova di lettura e scrittura. In luglio il tenente generale Gaddi rifiuta in blocco la nomina dei sergenti proposti dai comandanti di corpo, non avendo potuto osservare in essi «quelle qualità, ed abilità troppo necessarie per chi dev'essere il Maestro, e direttore di una Compagnia», pur ammettendoli ad una prova di appello. Eppure i sergenti fanno i padroni nelle compagnie, approfittando della trascuraggine dei capitani: in più occasioni si macchiano di peculato e malversazione, e tengono sottochiave libri contabili e magazzini (il sergente Turconi, dei Corsi, distaccato ad Ostia, porta con sé quella del magazzino impedendo al battaglione di dare tempestivamente l'inventario richiesto dal Comando Generale). Ma quando sono i sergenti a trascurare i propri doveri, soprattutto per incapacità, sono gli scritturali a prenderne il posto. Anch'essi maneggiano il denaro senza scrupolo, si arrogano autorità che non hanno, si danno arie e vestono da cadetti, al punto che il 18 settembre 1793 il Comando Generale è costretto a ricordare che sono semplici comuni e che il fatto cli saper leggere e scrivere non conferisce loro alcun privilegio. Anche la vita privata ed affettiva dei soldati ha bisogno di essere regolamentata. De La Barthe (pp. 23-25) ricorda i tre «falli» abituali dei soldati: ubriachezza, gioco e «vita sregolata». Per guarire i soldati dal vizio di ubriacarsi, suggerisce di metterli a pane e ac-


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qua o di mescolare al vino un «vomitorio»: funziona più che bastonarli. Ma la radice del male è il credito che gli osti dei bettolini fanno ai soldati, che altrimenti non potrebbero pagarsi il vino con i loro magri stipendi. Ancor peggiori le conseguenze del gioco; ne nascono liti e percosse, chi vince si beve tutto e chi perde fa debiti, e non potendoli pagare diserta o si mette a rubare. Caporali e sergenti che si indebitano con un soldato perdono su di lui ogni autorità (« bisogna che lo guardi dalla fissura soltanto, acciò seguiti a fargli credito»). Gli Ordini del Giorno del Comando Generale replicano più volte la proibizione del gioco d'azzardo, sotto pena della degradazione e di otto giorni di pane e acqua, ma l'unica condanna testimoniata è a soli sei giorni, ed è cosa nota che i soldati sfidano il divieto recandosi a giocare al bettolino dei Cavalleggeri alla Rotonda e al Bigliardo di S. Maria in Via. Nel marzo 1793 si vieta di far credito ai militari di truppa e ai sottufficiali, e agli ufficiali di indebitarsi per una somma superiore ad un mese di paga senza autorizzazione dei superiori: ma l'unica sanzione efficace sarebbe stata l'inesigibilità del credito accordato al militare (41). I debiti del sergente Sardo e del tenente Pannini li spingono alla malversazione e al peculato (42). Con provvedimento di sapore classico, il Comando Generale trasferisce in fanteria un sergente di cavalleria eccessivamente indebitatosi, minacciandogli l'espulsione dalla milizia in caso di recidiva. La «vita sregolata» consiste nella frequentazione di prostitute, masturbazione e sodomia. Punito con 50 bastonate un soldato che ha introdotto due donne in Castel S. Angelo. ma l'adescamento si spinge anche nel cortile delle caserme. Il 2 agosto 1794 si comminano 15 giorni di violone ad un soldato che si è accompagnato a donne sospette, «per porre un freno a tale mostruoso contegno condannato dalla nostra Santa Religione e disonorante la Milizia istessa». Puniti anche i soldati che si intrattengono a «parlare oscenamente con le recluse nelle Carceri Nuove in via Giulia e nel Carcere largo di S. Michele a Ripa. Severamente punita anche la sodomia: del resto fàvorita dalla promiscuità (43).

(41) ASR, Soldatesche e Galere, busta 704. (42) ASR, Soldatesche e Galere, buste 700 e 715 (Sardo) e 727 (Pannini). Altri debiti quello del Governatore delle Armi di Civitavecchia con il conte Stelluti $ca.la (busta 700) e quello contratto dalla madre del tenente colonnello Ronca per pagare quello contratto dal figlio nel 1774 (busta 734). (43) ASR, Soldatesche e Galere, busta 702. Il dragone Bertini aveva sedotto con offerte di denaro due commilitoni, uno dei quali, Pallotta, ammise un solo rapporto, avvenuto nel letto che i due dividevano durante una sosta notturna a Palestrina, in


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Si deve acconsentire al soldato il matrimonio ad reprimendam concupiscentiam? De La Barthe è restrittivo: assolutamente no se la donna non porta la dote né è in grado di aiutarlo a mentenere la casa, perché il soldato può mantenere solo sé stesso, e sarebbe «una crudeltà» permettergli di andare a ingrossare la schiena dei miserabili, «i quali sono di peso allo stato». Diverso è se la donna ha un piccolo capitale e se le piace lavorare: simili donne son anche utili in caserma o al campo, purché sottoposte al controllo di un caporale anziano, meglio ancora se direttamente a quello del Profosso, che deve punirle se litigano e badare a che durante le marce non si disperdano nei villaggi, essendo loro quelle che rubano più degli altri. Tuttavia «molte mogli sono un peso pèl reggimento». Il Comando Generale commina 50 bastonate per il matrimonio senza permesso, nonché la detenzione al Profosso fino allo sconto dell'ingaggio ricevuto, e la «cassazione}> dalla milizia: identica pena per false dichiarazioni sul proprio stato coniugale all'atto dell'arruolamento. Nel reggimento delle Guardie gli ammogliati sono 335 su 1.477 (circa il 23 per cento) nell'ottobre 1795: scendono a 317 su 1.748 (circa il 18 per cento) nel dicembre 1796. Nel Battaglione dei Corsi scendono dal 22 al 14.5 per cento fra l'aprile 1795 e il dicembre 1796. Chi chiede il pennesso di sposarsi viene congedato tranne che sia ufficiale. Il 20 dicembre 1793 si approva il matrimonio dell'alfiere Bujelli con Marianna Potter, «nella quale si vedono concorrere le qualità tutte di convenienza, che dev'esigere un'Ufficiale». Ammonizione in luogo degli arresti all'alfiere Bonarelli, maritatosi senza permesso nel febbraio 1794 «Per i cattivi consigli di Persone che nulla intendono di disciplina militare>} e per «la negligenza del suo Comandante» (44). Il Comando Generale è solecitato ad intervenire anche nella giurisdizione domestica. Finiscono in cancelleria lo stupro della giovane moglie di un soldato tentato da un commilitone, e il caso di un

occasione dell'inseguimen to dei forzati evasi dalla galera S. Pietro. Successivamente ammise che in un'altra occasione, mentre sedevano sotto un fico, Bertini «cominciò a trar fuori le pudende, invitando a mastuprarlo». L'inquisitore notava che Pallotta non era un ragazzino, ma un uomo ben piantato e robusto, traendone i.I convincimento che fosse stato pienamente consenziente allo stupro e dunque «reo passivo di sodomia». Cfr. busta 734: un altro dragone, Stefano Rosati, si difende dall'accusa di aver violentato un ragazzino, accusando a sua volta il tenente Nobili di subornazione di teste a carico, in quando avrebbe indotto la vittima a confessare con l'impiego di minacce e «spauracchi». Per quanto riguarda l'omosessualità tra i forzat i cfr. busta 721. (44) ASR, Soldatesche e Galere, registri 799 e 800 (al 30 settembre e 20 dicembre 1793, nonché gennaio e febbraio 1795).


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soldato sorpreso da moglie e suocera mentre se la spassava all'osteria del Turchetto in via Frattina con un amico e due prostitute (la suocera lo accusava di aver dato un calcio alla pancia alla moglie, provato dall'impronta della «fanga» lasciata dalla scarpa sul vestito, e per di più di aver lasciato il corpo di guardia Reale per recarsi all'osteria) (45). Ci si occupa anche di due soldati, arruolatisi per sfuggire l'uno al matrimonio riparatore dopo uno stupro, e l'altro alla restituzione di una dote avuta dalla fidanzata, una giovane di Recanati (46). D'altra parte si nega che un soldato possa essere convenuto in curia laicale in un processo intentatogli dalle cognate per la restituzione della dote della moglie morta senza figli (47). Uno dei segni più vistosi della vecchia concezione del rapporto tra società militare e società civile, è rappresentata dall'istituto delle «spedizioni di lucro» e dalla facoltà concessa ai soldati di esercitare anche mestieri civili. Le «spedizioni di lucro» erano i servizi prestati a pagamento dai soldati a richiesta di privati. In passato, come si è notato in un precedente lavoro, vi furono annose dispute tra i reggimenti delle Guardie e di Castel Sant'Angelo per stabilire a quale dei due corpi spettasse la «privativa» di quelle più remunerative (48). Cercò di porvi fine il Comando Generale, con ordine 5 gennaio 1793 ribadito il 30 aprile 1794, stabilendo che tutti i «distaccamenti di lucro sia di Chiesa che di Città» dovevano essere attribuiti in turni mensili a tutti i battaglioni e a tutte le compagnie granatieri. Il 3 ottobre 1793 fu chiesto ai comandanti dei corpi di comi:inicare « il metodo che ognuno ha tenuto sin'ora nella distribuzione delle mance, che si guadagnano dalli soldati». Fra le occasioni più remunerative rientrava l'assistenza alle estrazioni dei Lotti di Roma e Napoli, ma spessissimo i soldati facevano la guardia alle Chiese durante gli esercizi spirituali e per funzioni religiose come il battesimo di un ebreo compiuto presso le monache di S. Caterina da Siena il 10 febbraio 1793. Per la guardia ad un «pranzo e Accademia» nel Palazzo «dell'Angelo custode» ci volevano un sergente, due caporali e 24 granatieri. Ma i soldati esigevano mance anche per la prestazione di servizi non richiesti: così i soldati intervenuti a spegnere l'incendio del 26 settembre 1793 al convento dei Santi Apostoli, elogiati dal Comando Generale per il loro coraggio ma rimproverati per la loro venalità. La ca(45) (46) (47) (48)

ASR, Soldatesche e Galere, buste 702 e 714. ASit Soldatesche e Galere, buste 702 e 707. ASR, Soldatesche e Galere, busta 707. Cfr. V. Ilari, Gli antenati, cii. p. 788, nt. 63.


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valleria poi pretendeva la corresponsione dei premi e delle taglie quando catturava i ricercati. Il 9 ottobre 1793 un viglietto della Segreteria di Stato doveva chiarire che ai soldati che avevano arrestato il grassatore Rinaldo Loreti non spettava la taglia fissata per favorirne la cattura da parte di chi non vi fosse obbligato dal proprio ufficio. Tuttavia nell'aprile 1793 era stato fissato un premio di 5 scudi, subito dopo ridotti a 4 dal tesoriere generale, per la cattura di un disertore da parte dei dragoni (49). Altra notevole e significativa concessione fatta dagli ufficiali austriaci alla vecchia concezione del rapporto militare-civile, fu ìl permesso di esercitare professioni accordato ai soldati. Il 21 luglio 1793 il Comando Generale specificava non essere vietato l'esercizio di una professione nei giorni liberi dal servizio, «anzi il Generai Comando vede volentieri che il soldato cerchi colla sua professione di guadagnarsi qualche cosa». Nel febbraio 1794 fu anzi disposto che la visita di settimana si doveva fare il lunedì, lo stesso giorno del catechismo, in modo da lasciar libero un altro giorno da destinare all'esercizio della professione. Però nell'ottobre 1793 si aveva cura di escludere i soldati bottegai dal beneficio di una guardia più leggera dell'ordinario (all'Accademia di Francia) concesso al reggimento delle Guardie. Era inoltre proibita la pratica dei «fazionieri», cioè i soldati che a pagamento sostituivano gli altri (detti «volanti») nel servizio, secondo tariffe prestabilite: si minacciava l'arresto al Profosso al capitano che li avesse tollerati nella sua compagnia. Alle bande musicali dei vari corpi era proibito andare «a fare li questuanti per le Province»: chi voleva affittarle per farle suonare nelle feste di paese e in altre ricorrenze doveva farne richiesta al Comando Generale. Né l'esercizio della professione poteva compromettere il servizio: si ammoniva un soldato calzolaio che si era allontanato dal corpo di guardia per andare all'osteria del Ghetto a provare un paio di scarpe ad un macellaio, «cosa del tutto impropria, ed indecente a un soldato». Si facevano rimostranze ad un capitano per aver affittato il bettolino dei Corsi a due soldati che vi tenevano bottega di cappellaro e calzolaio, e si considerava illecito che l'alfiere Calamatta tenesse la sua bottega di «bozzellaro» in terreno demaniale sotto la Fortezza di Civitavecchia. Diversamente dal passato, si cercava di u tilizzare le specializzazioni professiohali dei soldati per la produzione diretta di beni e servizi, evitando di appaltarne la fornitura. Soldati artigiani esenta-

(49) ASR, Soldatesche e Galere, buste 689,691,694, 702, 715 e registri 798 e 799.


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ti da ogni altro servizio furono impiegati come lavoranti di sartor ia presso le manifatture del vestiario, nella costruzione di «cariche» per i fucili, in lavori di falegnam eria (tavolacci per i corpi di guardia costruiti da due sergenti, lavori eseguiti da tre soldati falegnami nelle Scuderie della Cavalleria a Termini). Altri (ad esempio lo «scopettinaro» Nocentini) ebbero l'ordine di esercitare il loro mestiere «in servizio della truppa». Ai quattro soldati che lavoravano presso l'armeria Sicurani e che erano retribuiti da quest'ultimo, doveva essere trattenuto un terzo dalla paga a beneficio della cassa dei risparmi. Ai calzolai militari, due per compagnia, era corrisposto un «utensile di lavoro» di 17 baiocchi e mezzo al paio, corrispondente a circa un quinto de.I prezzo unitario, mentre il soldo dei tredici lavoranti sartori impegnati nella manifattura delle nuove uniformi doveva essere prelevato dalla «cassa dei risparmi» dei rispettivi corpi. Era vietato agli ufficiali impiegare i soldati come servitori personali: in tal caso il Comando Generale minacciava che il loro soldo fos se diffalcato dalla paga dell'ufficiale: al colonnello Reali, comandante delle Guardie, si r icordava che gli spettava una sola ordinanza e non tre, tutti caporali, quanti invece ne impiegava. Fra i mestieri consentiti sono testimoniati quelli di carrettiere, muratore, venditore ambulante (ad un soldato che lo esercitava i birri di Ronciglione avevano estorto la mancia mancando di rispetto alla montura che egli continuava ad indossare), robivecchi (esercitato da un bandista di Castello), parrucchiere (esercitato da un cadetto presso la «Compagnia del Soccorso» di Rimini). L'affittuario della tassa delle stade, che gravava sui commercianti e artigiani chiedeva il pagamento anche da parte d i un soldato addetto alla Segreteria Militare che teneva un banchetto da «scarpinello» (SO). Talora il maneggio del denaro destinato al soldo consentiva di finanziare l'acquisto di imprese commerciali. Così il sergente Giambattista Sardo, del battaglione della Marca, aveva usato il denaro della compagnia per acquistare dal «fuggitivo da Roma,~ Giuseppe Pelegalli «lo stiglio e avviamento» di una tabaccheria sita a Macel dei Corvi. Il suo capitano lo tacciava di «ragionatore» e «impostore», accusandolo di «poca fede nel maneggio del denaro», di cattiva tenuta dei libri di compagnia e di assenteismo. Il creditore Filippo Gaetano Vancini, che gli aveva prestato i 60 scudi necessari all'operazione, aveva avuto in pegno un anello di diamanti e una cambiale di 30 scudi da lui girata al soldato Giovanni Laurenti, ordinanza del

(SO) ASR, Soldatesche e Galere, buste 689, 691 , 694, 698, 706, 707, 708.


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Tenente Generale. Luigi Blasi accusava Sardo di non avergli pagato l'anno di pigione dei locali della tabaccheria dovutogli da Pelegalli (36 scudi)(Sl). I più poveri si arrangiavano esercitando il «bagarinaggio» di generi alimentari: forti della loro divisa si facevano largo a spintoni tra la gente che faceva la fila per acquistare generi a prezzo calmierato (uova e abbacchi) e ne facevano incetta, rivendendo poi la merce a bettolieri e dettaglianti, in tal modo «defraudando alla povera gente la maniera di potersi comprare» del cibo. Uno di costoro aveva anche risposto male al marchese Nunez, Conservatore di Roma e Presidente alla Vendita degli Abbacchi, successivamente intervenuto a suo favore per fargli condonare i tre giorni di catena cui era stato condannato (52).

CHIESA ED ESERCITO

La religione e l'azione dei cappellani militari erano considerate dal Comando Generale come uno strumento per il mantenimento della disciplina e per il controllo indiretto dei comportamenti individuali. Scrive De La Barthe (pp. 18-19): «la religione e il timor di Dio sono l'anima del militare. Il primo articolo militare ordina che il soldato sia timorato di Dio: quindi è che lo stesso regolamento richiede dal soldato molto di più dell'aggiustamento e della buona figura. I soldati senza religione, e per conseguenza senza costumi, non saranno mai suscettibili di tutti i loro doveri»

La religione va inculcata ai soldati soprattutto col buon esempio del loro ufficiale e col disprezzo da questi mostrato per «coloro che vivono senza costumi e senza religione», «essendo fuor di dubbio che un soldato senza religione sarà sempre un cattivo soldato, ed un pessimo cittadino» (p. 29). Ai cappellani De La Barthe sconsiglia di fare ai soldati prediche «lunghe e filosofiche» : il loro discorso deve essere «corto e adattato allo stato mi litare». Fra gli argomenti da trattare, raccomanda la minaccia di pene eterne in caso di ubriachezza, fuga davanti al nemico e diserzione (questi ultimi sono peccati che non possono essere assolti perché comportano lo spergiuro, o «frazione del giuramento», e dunque sono peccati contro

(SI) ASR, Soldatesche e Gale re, busta 700 cfr. 715. (52) ASR, Soldatesche e Galere, buste 718 e 800.


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Dio). Benché scelti tra «uomini dotti e prudenti», De La Barthe non si fa troppe illusioni sui cappellani: li invita infatti a non ripetere sempre la stessa predica una volta che siano riusciti faticosamente e comporne una, e a servirsi anche di una «orazione adattata (allo stato militare) in iscritto da recitarsi ad ogni parata di chi(;sa». Fino al 1793 nell'esercito pontificio c'erano 20 cappellani: tre a Civitavecchia, due a Castel Sant'Angelo (Giuseppe Nova e Luigi Baldassarri), uno «predicatore e confessore della soldatesca di Roma» dipendente dal reggimento delle guardie (dal 21 maggio 1786 era Gaetano Borgonzoni), e quattordici in servizio presso le varie fortezze. Con la riforma Caprara furono ridotti a sei, retribuiti con 6 o 4 scudi, più uno giubilato a Civitavecchia (Giambattista CarcleJli). Stessa cifra nell'ordinamento dell'agosto 1797, ma con retribuzione di 10 scudi mensili. Sappiamo che nel 1801 ce n'erano tre in servizio a Castel Sant'Angelo: uno serviva per il corpo d i guardia, uno per la truppa in piazza d'armi e un terzo per i reclusi di Stato detenuti nel Maschio, nonché per la famiglia del vicecastellano (53). Don Gabriele Stella, primo (e successivamente unico) cappellano della fortezza di Civitavecchia dal 1783, con una retribuzione di 8 scudi mensili, inondava monsignor Ruffo di lettere dalle quali apprendiamo qualcosa dei suoi affari e della sua personalità. Si lamentava della cattiva qualità dell'alloggio in fortezza, a causa della quale si ammalava in continuazione e doveva recarsi a Roma a curarsi, stando assende anche venti giorni, durante i quali s i faceva sostituire a proprie spese da un confessore (forse Angelo Maria de Santis, cappellano della Chiesa della Morte, che ne chiese la «survivance », cioè il diritto di succedergli alla giubìlazione o alla morte). Sappiamo che approfittava delle visite a Roma per recarsi dal tesoriere generale e dal segretario di Stato a discutere dei suoi mille affari: e che era malato, sì, ma di podagra, e non di mali derivanti dall'umidità dell'aJJoggio. Vantava un contenzioso con il castellano relativo al fondo di 40 scudi annui destinato al mantenimento della cappe.lla in fortezza. Il suo predecessore, Francesco Palanca, lo aveva ceduto al castellano Origo in compenso del fatto che mangiava alla sua tavola: Stella voleva che l'amministrazione cli quella somma tornasse a lui, asserendo di aver speso 35 scudi e 45 baiocchi per la cera delle

(53) ASR, Soldatesche e Galere, buste 703, 734 e 744. Nel 1792-93 furono in servizio a Terracina, S. Felice e Caprolace altri tre cappellani, Giacomo Sanguigni, fra Salvatore di Trento e Vincenzo Maso, i primi due con retribuzione di 6 e il terzo di 8 scudi mensili (busta 701). La casa del cappellano di Astura fu sgomberata per allogg iarvi un dis taccamento di soldati e sofferse numerosi danni (busta 696).


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candele, l'olio deJJa lampada del SS. Sacramento e le funzioni della Settimana Santa. Oltre che d i continue assenze dalla guarnigione e d i pernottamento in città anziché in fortezza, Stella era accusato di non voler insegnare a leggere e scrivere a i ragazzini che facevano da tamburi e pifferi, come gli aveva richiesto il castellano. Viscida l'autodifesa, in stile pretesco: l'accusatore era guel capitano Saafeld «noto per le turbolenze suscitate al Corpo de' Verdi in Roma e perciò trasferito in Civitavecchia»; il numero dei tamburini e pifferi era cresciuto di molto col nuovo armamento e le sue incombenze erano aumentate dopo la soppressione del secondo posto di cappellano della fortezza, mentre - gli rincresceva dirlo - i suoi predecessori si limitavano, a «recitare gli atti cristiani nella prima messa». Infine l'ordine che gli veniva impartito era manifestamente illecito: una Bolla d i Benedetto XV proibiva infatti a i «cappellani di fortezze di arrogarsi gli lussi (= diritti: plurale italianizzato del latino 'ius') Parrocchiali», e tra questi r ientrava quello d i far scuola ai ragazzi. In questa materia vigeva una competenza assoluta dei sacerdoti con cura d'anime e dei vescovi: tuttavia, se il Generale Comando e il tesoriere Ruffo glielo avessero ordinato espressamente, Stella dichiarava che avrebbe obbedito, ai sensi del cap. 1° e 2° della sa Sessione «di Reforma» del concilio Tridentino. Quando i posti di cappellano erano stati ridotti per economia da due a uno, Stella aveva dormito sonni tranquilli: un'informativa di uno zelante cittadino di Civitavecchia (Vincenzo Alette) accusava infatti il secondo cappellano, don Mario Callisti, di trascurare i suoi doveri girando tutta la notte per la città e recandosi al mattino alle Chiese della Morte e di San Francesco per far soldi come suddiacono: di giorno bighellonava facendo «il buffone per le case», e poi si sentiva male (forse per gli srego_lati rinfreschi che gli venivano offerti in queste occasioni) (54). Non

(54} ASR, Soldatesche e Galere, buste 693, 709 e 727. Nei 1801 Gabriele Stella tornava a chiedere la carica di primo cappellano de lla Fortezza di Civitavecchia, vantandosi di aver salvato «dalle mani <lei nemici la mig lior roba di pertinenza di questa Chiesc1 ,, (busta 741}. Sui conflitti tra cappellani e parroci per il di rit to di fare funzioni, cfr. quello scoppiato t ra i cappellani di Castel S. Angelo e il parroco della Tr aspontina Francesco Carnillo Bartolucci, circa gli emolumenti percepiti dai cappellani pe r le messe celebrate nella cappella funebre della fortezza il giorno dei funerali de I brigadiere Francese.o di Paola Colli (21 luglio 1802). Malgrado i I tentativo di conci I iaz ione esperito dal canonico camerlengo de l c lero, il parroco fu irremovibile nel pretendere che si andasse in causa dall'Uditore Militare il qua le fu costretto a r iconoscere che aveva ragione, anche su lla base di due precedenti specifici («Romana Iuris Sepeliendi» del 17 agosto 1697 e «Romana emolumentorum funeraliurn» ciel 1770) (busta 746}. Circa la su pplica dei cappelani di Castel S. Angelo per essere soddisfatti


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c'erano dubbi su quale dei due dovesse essere licenziato. Dal 1685 i cappellani delle Galere Naviganti erano scelti fra i cappuccini, e il loro provilegi erano regolati dalla Bolla di Innocenzo XI «cum Nos ad Spiritualem Militum Nautarum et Remigium curarn» del 15 maggio 1689. Nel novembre 1794 erano i frati Giacinto da Caprarola, Giacomo da Taggia e Angelo da Viterbo. Protestavano per aver ricevuto una sola medagl ia d'argento in ricompensa pe r l'imbarco prestato, quando caporali e sergenti ne avevano ricevute due, e il medico e gli alfieri addirittura tre: «e noi una, quasi che noi soli fossimo della Ciurma, e della Soldatesca». Inammissibile «un simile avvilimento de l nostro sacro Carattere, ed Abito», e contrario alle «Regole delle Potenze Estere, e della Marina i stessa Pontificia», essendo notorio che i cappellani seguono in rango il tenente e precedono medico e alfieri. Eloquentissimo, sia pure involontariamente, l'argomento invocato dai cappellani delle galere naviganti per sostenere che anch'essi avevano corso il rischio della vita: «come consta dal processo» per la progettata ribellione dei forzati, i primi che questi ultimi avevano in animo di impiccare erano proprio i cappuccini (55). I cappellani della darsena dei forzati erano scelti invece dagli assentisti, ma potevano sorgere conflitti con la curia vescovile, come accadde ad Ancona nel 1792 (56). Ma la cura spirituale dei forza ti era pressoché inesis ten te. Nel 1783 il papa aveva comandato una spedizione di 10-12 «sagri operaj » Passionisti a Civitavecchia per pred icare ai forzat i, ma non se n'era fatto' nulla, perché l'alloggio in for-

<lelle messe celebrate e ùella manutenzione del! cappelle, cfr. busta 704. Anche a Civitavecchia c'era una vecc hia controver sia tra il cappella no della fonezza e il parroco della ci ttà per il diritto di amministrare i sacramenti (busta 693). (55} ASR, Soldutesche e Galere, busta 709 cfr. 699. (56) ASR, Soldatesche e Galere, buste 697. Per rinuncia di don Luca Gismondi era vacante la cappellania della darsena dei forzati d i Ancona. Il vice assentista Michele Candelari aveva escluso Francesco Gonna «per animos ità personale» e la sua scelta era caduta su Angelo Sarti. A Civitavecchia gli abati esercitavano tradizionalmente l'ufficio di «sostituti» del Commissario dei Galeotti, carica esercitata da uno dei Deputati di S. Giovanni della Pigna con l'assegno mensile di 10 scudi (di cui uno e mezzo pagat i àl sostituto). Morto nel 1790 il canonico Lopcz ultimo dei suddetti commissari, il tesoriere Ruffo soppresse l'uffic io, passandone le incombenze all'abate Giuseppe Merloni. che e ra stato sostituto degli ult im i tre commissari, aument andogli la paga a due scudi. Tuttavia l'aba te Ors ini aveva esibi to u n antico rescrill.o di Benedetto XIV (del 1755) che lo r iconosceva coad iutore del cancelliere Lopez nel Commissariato dei Galeotti. Respinto da Ruffo questo titolo, fu accolto nel 180 1 - in assenza di Merloni - da l nuovo tesoriL'f'L' generale, il quale riconobbe ad Ors ini l'assegno mensile di dieci scudi (busta 743).


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tezza loro destinato era stato occupato dal l'assentista delle galere, costretto a sloggiare dal suo appartamento abituale, che era stato distrutto da un fulmine. Nel 1795, alla notizia dei sempre più frequenti complotti cli fuga e r ibellione ordì ti dai forzati, la Segreteria di Stato aveva rispolverato urgentemente la missione salvifica dei Passionisti, incaricati di convertire e soprattutto di riferire sullo stato dei forzati. I Passionisti dovettero vederne di tutti i colori, ma si limitarono a proporre la nomina di d ue sacerdoti in più per gli Ospedali, da trarre dai 45 preti che vivevano in Civitavecchia (compresi i due cappellani della fortezza e della caserma dei Turchini), e l'acquisto di altri due altari da campo per le galere scarto (i cinque disponibili erano montati sulle tre galere naviganti e sulle due barche guardacoste). Constatarono anche che i cappellani della darsena dei forzati trascuravano per cattiva volontà o per incapacità cli fare il catechismo, e fecero loro distribuire una «istruzione» a stampa che era stata studiata per le cappelle e chiese rurali, in cui erano contenute le preghiere da recitare nei giorni festivi «per commodo de' Contadini». Ma la principale misura di igiene spirituale presa dai Passionisti fu la chiusura dei «camerini» gestiti dai Padroni de.Ile Galere, in cui i forzati potevano rifugiarsi per qualche ora dì sollievo a pagamento. Lo scopo, naturalmente, era cli «estirpare li peccati della Sodomia»: ma il risultato fu di arricchire lo «scrivanello)> clìe teneva le chiavi della dispensa («pagliolo») e la affittava per i convegni clandestini. Vive proteste da parte dei forzati «a tempo», che erano quelli che lavoravano fuori e disponevano quindi di un po' di denaro per pagarsi un camerino riparato e caldo, invece di dormire all'addiaccio assieme ai forzati «a vita». La supplica dei forzati «a tempo», siglata da 22 firme, intesa alla riapertura dei «camerini», che i Padroni del le Galere, danneggiati economicamente dalla loro chiusura, si affrettarono ad inoltrare, sosteneva che proprio la promiscuità notturna favoriva la sodomia: «inorridisce il rimirare li Peccati bestiali, che senza ritengnio (sic) si commettono dalli empi sodornisti, avendo avuto il braccio reggio (cioè l'aiuto inconsape\'Ole delle autorità) nel di loro peccato; anche senza alcun rossore s'uniscono a dormire con la povera Gioventù sacrificata al Demonio».

Inoltre le mele marce, i forzati a vita, non solo guastavano quelle buone, i forzati «a tempo», ma anche li avevano tutto il tempo sott'occhio, impedendo loro dì riferire ai «superiori» le macchinazioni ordite:


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«non si puole diseparare l'Unione dei Forzati in Vita, con quelli a tempo, dove che prima di tal'ordine (cioè della chiusura dei «camerini») venivano li condannati a tempo dei pubblici Lavori stanchi la sera, e s'aricuveraveno nelle Cammere, senza avere alcun comercio ne interesse con li forzati di vita, e da questi si operava, e si scrutinava minutamente qualunque affare, o trama, che si fosse machinata dall'ozio dei condannati in vita contro li Superiori, e il tutto si preveniva per loro vantaggio, dove presentemente, essendo commune ogni loro affare per l'unione, che hanno seco loro, non è possibile per qualunque Eccesso che si tramasse e qualunque reità, che si procurasse commettere, che siano li Superiori prevenuti, mentre il forzato di Vita è superiore a quello a tempo, come anima disperata, senza speranza di risorgere al Mondo si fà lecito tutto, così essendo il condannato a tempo, a questi soggetto, sul timore della loro disperazione, e in vece di aretrarsi alle loro Volontà si unisce a seguire quanto si procura dai medesimi senza riflessioni dell'Offesa di Dio, né del Sovrano» (57).

Pare impossibile che in condizioni siffatte i cappellani ottenessero conversioni tra schiavi turchi ed ebrei: infatti con la conversione non si lucravano sconti di pena, ma certamente dovevano esserci altri vantaggi collegati alla collaborazione a questo tipo di eventi edificanti (58). Disposizioni ecclesiastiche e militari regolamentavano la vita e l'istruzione religiosa dei soldati e l'intervento dell'esercito alle cerimon ie e funzioni religiose. La giornata si apriva con !'«orazione» del mattino e si chiudeva

(57) ASR, Soldatesche e Galere, buste 721 e 727. Sulle atroci condizioni dei forzati di Civitavecchia alla restaurazione, cfr. busta 741. Il medico dei forzati, Riolfi, trascurava le visite e si faceva sostituire dal forza to infe rm iere (,,barbarotto»): nel cortile dell'ospeda le si faceva la concia, e sotto le finestre si macellavano le bes tie. Ai forzati veniva distribuito pane di pessima qua lità e d i peso inferiore a quello prescritto. Si ritiravano loro i vestili sem:a forni re le casacche regolamen t-ari se non a chi pagava di modo che d'inverno i forzati, che dormivano sul ponte delle galere ed erano esposti a.Ile intemperie, morivano di freddo. Alcuni erano costre tti a vendersi il cappotto (ricavandone 8 o I O paoli) per ottenere dag li aguzzini che gli fossero levali i ferri, ma ad un certo punto fu ordinaro di rimetterli a tulli i forzati condannati a più di dieci anni. Per pagare gli agmzini i forzati si indebitavano con i «pandieri» (forzati addetti ali 'approvvigionamento del pane) e costoro trattenevano i propri crediti sul pane. Il Bettolino della Darsena era tenuto da quattro ex forzati. creditori di ingenti somme nei confronti del ministro camerale Ludovico Rossi, i quali fornivano gratis ai forzati esclusivamente roba fradicia, vendendo a caro prezzo quella buona. Anche per andare a lavorare fuori i forzati dovevano pagare gli aguzzini. In caso di reclamo erano selvaggiamente bastonati. (58) ASR, Soldatesche e Galere, busta 725.


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con la recita del rosario dopo il contrappello (si lamentava che la pratica fosse omessa in qualche compagnia). La preghiera era prescritta anche prima della mai-eia, mentre in quartiere si dovevano affiggere gli «avvisi sacri». Obbligatoria un'ora di catechismo al giorno (poi a settimana): tutti i soldati liberi dal servizio dovevano recarsi in chiesa inquadrati, accompagnati dall'ufficiale. Alla porta si metteva la sentinella per impedire ai soldati di sgattaiolare via prima della fine, e nella stessa ara si chiudevano i bettolini, perdiminuire le tentazioni. L'obbligo del catechismo poteva essere sospeso per esigenze di' servizio. Obbligatori anche gli «esercizi spirituali» nella settimana santa: interrotte le esercitazioni militari, cominciano quelle spirituali. In Chiesa ci si va inquadrati per compagnia per confessarsi e pregare. Durante la Settimana Santa e l'Avvento è proibito far suonare le bande: anche la Guardia Reale monta solo col tamburo, e nei quartieri si evita qualunque strepito, «per non levare il pubblico concorrente dalla Divozione». li 29 settembre 1793 si tiene un Pio Esercizio in onore di S. Michele Arcangelo espressamente ... per infervorare la truppa alla divozione di questo Santo Protettore». Una banda musicale e due compagnie dei battaglioni Guardie e Marca, inquadrate ma senz'armi, sono comandate ad assistervi, ma tutti i soldati liberi dal servizio sono esortati a recarvisi. Il Comando si ripromette risultati concreti da questi esercizi spirituali: vuole «vedere il frutto» della devozione e del raccoglimento mostrati dalla truppa in quelli del 1794. Ai cappellani dovevano essere trasmessi gli elenchi di tutti i militari e dei loro famig liari (mogli e figli) in età di precetto pasquale, per controllarne l'adempimento attraverso il rilascio dell'apposito biglietto pasquale. Nell'agosto 1794 furono inflitte 40 bastonate al soldato Dominici delle Guardie «per disprezzo di precetto». Fra i materiali che dovevano equipaggiare le galere pontificie figurava la «farina da far ostie» (senza alcuna allusione alla ciurma dei forzati ... ). Nel giugno 1794 il Comando Generale raccomandava agli ufficiali di spiegare alle compagnie l'editto del Giubileo. I soldati dovevano essere condotti inquadrati alle «visite delle Chiese destinate» per confessarsi e comunicarsi. Quelli liberi dal servizio e privi di professione dovevano restare consegnati in quartiere «affinché non abbiano occasione di divagarsi». Come spiega De La Barthe (pag. 30), «in ogni stato cattolico evvi la dispensa generale (dal digiuno) pel militare, a riserva della setti-


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mana santa, e questo si fa, perché il mangiar di magro è troppo caro pel soldato, il quale per saziarsi sarebbe costretto a nutrirsi cli solo vitto freddo, e malsano». Infatti ogni anno il pontefice concede alle truppe l'indulto per potersi cibare di grasso durante la quaresima, tranne il venerdì e gli ultimi tre giorni della Settimana Santa. Ai non cristiani e a i non cattolici è fatto d ivieto d i far pane delle truppe pontificie. Risultano due soldati del battaglione della Marca, Antonio Tomasuiz «scismatico» (forse ortodosso) e Antonio Castella «Turco» (cioè musulmano) che abiurano per evitare la cassazione dalla milizia . Si dispone che siano condotti rispettivamente ai catecumeni e ai convertendi, per esservi istruiti nelle verità della Santa Fede. Proverbia li le piccole angherie commesse quotidianamente dai soldati nei confronti degli ebrei. Pur essendo vietato l'ingresso nel ghetto, se non alle pattuglie, i soldati vi si introducono e vi commettono prepotenze, pretendendo di mangiare grat is a ll 'osteria e molestando l'oste. Inefficace la custodia militare del ghetto per proteggerlo dag li assalti della plebaglia, malgrado a metà gennaio 1793 si siano destinate due pattuglie di 50 uomin i e u na cli cavalleria . Una volta una pattuglia arresta due sarti che stavano,, riprendendo con buone parole>, un ebreo: ma più spesso sono proprio i soldati ad insultarli e bastonarli, e le pat tuglie hanno l'ordine d i arrestare gli ebrei sorpresi fuori del ghetto sen:r.a contrassegno a l cappello e gli «sciamanni» che girano per la città . Ma poi sono vi tti me della loro credulità, come il granatiere Feliciani trullato nel l'aprile 1795 da un ebreo astrologo. Resta il prL·giu<lizio, radicato nel linguaggio, sulla «perfidia» degli ebrei . Lo stesso Dc La Barthe (pp. 69-70) consiglia, per acchiappare i disertori, di usare come informatori gli ebrei, «essendo quelli i più bravi in questa professione». Il « regolamento» ciel modo che debbonsi presentare glì onori del Militare, a ll e Persone di Distinzione», dal 28 febbraio l 79}, prevede che si rendano onori militari anzitutto al SS. Sacramento, e in secondo luogo al Santo Padre. Buona parte dell'istruzione consiste nell'insegnare alle truppe come inginocchiarsi in tre tempi per la Preghiera, cavandosi il cappello e posandolo sul ginocchio sinistro, senza lasciare il fucile, da tenere leggermente inclinato in avanti. Appena passata la persona «di distinzione», deve farsi il «presentat'arm» in ginocchio, mentre i tamburi battono la marcia. Le sentinelle fanno il presentat'arrn stando in piedi. Si stigmatizza tutlavia che spesso la guardia non esca per presentare le armi al passaggio del SS. Sacramento.


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Fra le solennità ci sono le parate del Giovedì Santo e cli Pasqua. Durante le processioni del Santo Padre i soldati formano la «spalliera» (o «spalletta») lungo il percorso, mentre reparti di fonnazione (generalrnente tre battaglioni, tre compagnie cli granatieri e le due compagnie cli dragoni) prendono posto con alcune bande in Piazza San Pietro. Le onoranze funebri debbono essere rese non solo agli ufficiali, ma anche ai sottufficiali e ai comuni. Sono rese eia corpi di truppa di varia entità a seconda del grado del defunto (minuziosa informazione in De La Barthe, pp. 35-37) e prevedono lo sparo di una salva (59). In occasione di festività religiose si sparavano anche i cannoni e i mortaletti delle fortezze: a Civitavecchia se ne prevedevano 29 l'anno, poi ridotte a 18 per risparmiare la polvere: i bombardieri venivano re tribuiti dalle confraternite incaricate di organizzare ifesteggiamenti. Le truppe dovevano assicurare l'ordine pubblico durante leprediche quaresimali tenute dai francescani: venivano occupati gli imbocchi delle piazze designate per disciplinare l'afflusso del pubblico (ci si raccomandava di farlo evitando la «maniera forte ») e soprattutto deviare il caotico traffico delle carrozze. I sagrestani erano autorizzati a richiedere l'intervento (,,manoforte») delle pattuglie e dei corpi di guardia senza bisogno dell'apposito contrassegno, allo scopo di evitare, i «quotidiani scandali sulle Platee, e scale cli Chiesa», che a ll 'imbrunire diventavano luogo privilegiato del meretricio (in specìal modo alla Chiesa Nuova). Come si è già ricordato, le spedizioni «di lucro» includevano quelle «di chiesa», cioè guardie e picchetti retribuiti dagli organizzatori di funzioni religiose ed esercizi spirituali. La religiosità tutta esteriore, concepita come obsequium e conferma dell'autorità ecclesiastica e m il itare, non sopporta la bestemmia. Nel 1793 l'aver pronunciato «parole irreligiose» costa una semplice ammonizione a cinque soldati. L'l 1 aprile 1795 si stabilisce una

(59) Particolarmente solenni que lle rese a l comandante generale conte Enea Capra ra il 14 settembre 1793. Il cor teo funebre e ra aperto e chiuso da due plotoni delle Corazze, seguivano, nell'o rdine, i Grnnalieri Guardie, l'a rtiglie ria, i battaglioni Gua rdie e Castello, l'accompagnamento del clero, la bara, il cavallo bardato a lutto, un e.avallo «con un uomo vestito di ferro», un affusto («cassa di monizione») inquadrato dai bombardier i, i battaglioni de lla Marca e dei Corsi, gli artiglieri con 4 can noni, e infine i Granatieri Corsi. Il servizio funebre di svolse in S. Lorenzo in Damaso. All'Evangelo, all' Elevazione e all'Assoluzione le compagnie granatieri, al comando dell'aiutante di Piazza, fecero tre salve.


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pena di 25 bastonate per i bestemmiatori: ma tre giorni dopo per tale motivo se ne infliggono 50. Nella prassi si può immaginare un certo lassismo e una certa indulgenza per le bestemmie di uso corrente e per le pratiche sessuali illecite, soprattutto la masturbazione. Come si è notato più sopra, la fornicazione con prostitute è vigorosamente vietata, ma repressa solo saltuariamente, mentre il «vizio nefando» non viene espressamente nominato. Testimoniati solo due processi, entrambi contro soldati di cavalleria: che si tratta di pratica diffusa, se non generalizzata, si ammette solo in riferimento ai forzati. Eppure la sodomia è favorita dalle condizioni logistiche (si dorme in genere due per letto) e sociologiche (oltre quattro quinti dei soldati non è in condizione di sposarsi per ragioni economiche). Fra preti e militari esiste un ossequio formale, una reciproca conferma di autorità, ma scarsa simpatia. I militari hanno una vita sessuale negata in linea di principio ai preti, e questo ne raddoppia l'ossessione moralistica. Sono testimoniati numerosi interventi di parroci per denunciare graduati e ufficiali che si tengono l'amante in caserma (così il capo del distaccamento dei Corsi di Visso e il settantatreenne aiutante maggiore di Castel Sant'Angelo Francesco Brun De La Pise, conv ivente con una donna di 58 anni), o il meretricio esercitato da mogli e figlie di soldati, o le fughe d'amore di donne maritate (una dalla Tolfa, una da Aspra) per seguire a Roma il loro uomo arruolato nella truppa pontificìa (60). Il prevosto e «vicario del Sant'Offizio» di Calv i Gìambattista Ferracci, denuncìa il 27 settembre 1789 «le scandalose pratiche» del tenente di cavalleria Gregorio Provenzani, e ìn particolare quelle che tiene con Maria Teresa, moglie del tenente Abba ti, la cui casa è contigua all'abitazione del prete. Prevosto e perpetua non possono «fare a meno cli vedere tal tresca», e neppure di informarne il marito: il che induce Provenzani a prendere a schiaffi la perpetua, recando in tal modo offesa al padrone di questa. Dalla lettera cli Ferracci traspaiono le ragioni dell'astio nei confronti del tenente: non solo questi, pur essendo «di vile nascita», si da arie «da Borbone di Napoli» ma, «passa avanti i Sacerdoti, come se fossero le più vili creature della terra». Un altro sacerdote di Ascoli, Giacomo Galizi, protesta perché il servitore del tenente Annibale Petrell i lo canzona per la sua scostumatezza, di cui si proclama innocente: il tenente, in uno stile ampolloso e sgrammaticato, respinge l'accusa di aver egli stesso isti-

(60) ASR, Soldatesche e Galere, buste 691,700, 707, 715, 7 1~.


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gato i lazzi salaci del suo servo, che dichiara di aver spogliato della livrea e scacciato dal suo servizio (61).

LA GIUSTIZIA MILITARE: a) GLI ARTICOLI MILITARI DEL 7 FEBBRAIO 1793

Negli eserciti dell'ancien régime l'incertezza della legge penale era se possibile ancora piu spiccata e generalizzata che nella società civile. Nel suo saggio sulle «milizie dello Stato Romano» nel XVII e XVIII secolo Andrea Da Mosto stende una lista dei bandi ed editti emanati dai Generali cli Santa Chiesa marchese Sfondrato (I 6 ottobre 1591), Orazio Ludovisi (13 Luglio 1623), Carlo (26 maggio 1625), Taddeo (8 marzo 1636) e Francesco Barberini (15 aprile 1643) relativi alla legge penale militare. Accanto a questi tentativi cli codificazione generale del diritto criminale militare pontificio (l'ultimo dei quali fu ristampato nove volte fra il 1656 e il 1724), c 'erano i bandi ed editti del Governatore di Roma (23 giugno 1603, 25 gennaio 1605 e 30 maggio 1625) diretti a prevenire gli eccessi dei soldati contro i cittadini, ed altri del generale Francesco Barberini (6 febbraio e 27 luglio 1643) e del cardinale Camilla Pamphili (1 O settembre 1646) diretti a disciplinare il comportamento dei soldati durante il carnevale e nei confronti degli ebrei e dei proprietari di vigne, spesso danneggiate dai militari (62). Regolamenti particolari furono emanati per le truppe di Castel S. Angelo e del Tesorierato (28 luglio 1656 ristampato sette volte tra il 1668 e il 1713: regolamento del 1787), per i Corsi (20 settembre 1670) e per i presidi di Ancona (1775) e di Bologna (1783). Questa normativa, promiscuamente criminale e disciplinare, fu aggiornata nel 1780 con le «Istruzioni necessarie a sapersi dai SS. Uffiziali, e soldati, ed oblighi in particolare per un capitano». Finalmente il 7 febbraio 1793 furono emanati gli «Articoli Militari» di modello austriaco, recanti la firma del conte Enea Caprara Comandante Generale e dell'avvocato Francesco Maria Rufini Uditore Generale. Il documento, di undici pagine, comprende 42 articoli, ognuno dei quali recanti un commento che illustra la fattispecie criminosa. I primi due articoli stabiliscono gli obblighi dei militari: fedeltà

(61) ASR, Soldatesche e Galere, busta 689. Cfr. il processo contro l'alfiere dei Corsi Pacifico Vinciguerra per insulti al capitano tenente delle mi lizie d i Alatri, il chierico Ca rio Maria Mole Ila, sorpreso a cantare e suonare di notte per strada assieme ad altri galantuomini (busta 727). (62) Da Mos to, op. cit., pp. 284 ss.


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alla Chiesa e a.I Pontefice, servizio al suo Stato, obbedienza ai superiori, esatta esecuzione degli ordini « come conviene a buoni, e onorati Soldati», astensione dalle bestemmie e dalle «empie proposizioni e parole contro dei Santi». Obblighi sanzionati da responsabilità penale, inclusa la pena di morte, e graduata «secondo le circostanze de' casi». L'art. 3 commina la morte in caso di ammutinamento, sedizione, tumulto: il commento chiarisce che vi rientrano i reclami collettivi commessi da 4 o più soldati (anche senza previo accordo), e il «parlare impetuosamente senza rispetto». L'art. 4 commina la morte infamante (forca) senza possibilità di grazia per la corrispondenza o aiuto prestato a persone «infesta allo Stato e al Dominio pontificio», o per il rifiuto di difenderlo « trovandosi in azione militare». Pene imprecisate («severe», «con ogni rigore») sono comminate dagli artt. 5-11 per il falso ideologico, il mancato ri spetto per le sentinelJe, la violazione dei doveri relativi al servizio di guardia. Gli artt. 12-17 riguardano la resa di piazze e fortezze «senza essersi difesi sino all'ultimo segno», l'abbandono di campo, trinceramenti, forti e ridotti «senza estrema necessità» o quando manchi la speranza di soccorsi, e la fuga o rivolta di un corpo di truppa. A carico del comandante è stabilito l'obbligo di separare i sottoposti che si pronunciano in favore della resa, nonché di eseguire la consegna ricevuta fino all'estremo sacrificio. La punizione è la pena d i morte per il comandante, la decimazione fra i soldati riconosciuti «complici» della resa. Quando è un intero corpo di truppa che fugge o si rivolta, è citato a comparite tre volte in sei settimane per discolparsi. Trascorso tale termine quelli che cadranno nella mani della giustizia saranno impiccati. L'art. 18 vieta il saccheggio («spoglio») «sino a che verrà ordinato». L'art. 19 commina la forca «od altre rigorosissime pene», ai disertori e fuggitivi, nonché la confisca delJe loro proprietà. Pene corporali e anche la morte possono ess~re inflitte a chi entra e esce dai trinceramen ti e dalle fortificazioni senza passare dalla porta (art. 20). Pene corporali o di morte per chi pernotta fuori del quartiere: semplice condanna ai ferri per il r itardo al contrappello (art. 37). «Pene gravissime» per gli ingaggiatori, gli ingaggiati (in se rvizio estero) e i loro complici, istigatori e ausiliari (art. 39). Obbligo di consegnare tutte le persone «infeste» allo Stato ponfificio catturate in occasione di azioni mil itari (art. 36). Un altro gruppo di disposizioni riguarda reati contro l'amministrazione mi litare o la convivem.a in caserma. Gli artt. 25 e 26 stabi-


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liscono la morte per chi vende o impegna le anni e munizioni, o per chi .ruba artiglieria, munizioni, armi, attrezzi militari, viveri e altro materiale. Perdita del grado, dell'onore e della vita per l'ufficiale che ritiene il soldo e i viveri del soldato (art. 34), perdita della carica con infamia e «severo castigo» per il capitano che inganni alla mostra della sua compagnia (art. 35). «Grave castigo» per chi usa forza o violenza contro il padrone o i familiari della casa in cui è alloggiato (art. 29): pene corporali e restituzione delle vinci te in caso di giochi di carte, dadi, torrette, biribissi e scommesse (art. 31). Altri reati comun i risultano aggravati se compiuti da militari o in luoghi militari. Così il furto a danno del padrone o del camerata, punito con la forca (pena ridotta a bacchette, violone e «stretto arresto» per i «piccoli furti») (art. 25). Puniti con la morte l'omicidio (art. 22), con la forca il latrocinio, la crassazione e la rapina (art. 21), con «pene severe» ferite e percosse (art. 32). Pene «rigorosissime» che possono giungere anche alla morte a chi si oppone ai ministri di giustizia e all'esecuzione delle pene (art. 33). Decapitazione (che può essere attenuata secondo le circostanze con la perdita del grado e l'arresto «di qualche anno» in fortezza) per il duello (art. 23). L'incendio doloso, le concussioni, le estorsioni, le violenze contro gli abitanti e a ltri reati comuni commessi dai militari sono puniti a norma dei Bandi Generali dello Stato (artt. 28 e 30). «Conveniente castigo» è comminato per adulterio, stupro, fornicazione, impudicizia, aggravato in caso di sodomia («e molto più se sarà nefanda»): vi rientra anche il tenere concubine e meretrici (art. 24). L'art. 38 proibisce, senza stabilire sanzioni, di rompere senza averne ricevuto l'ordine «cese, passonate, siepi, alberi fruttiferi e simili», nonché di «rovinare campi, prati, vigne e giardini». L'art. 40 proibisce il favoreggiamento e la ricettazione. L'art. 41 stabilisce che ogni modifica degli Articoli Militari deve essere pubblicata« a suono di trombetta». L'art. 42 impone la lettura periodica (mensile) degli Articoli Militari ai soldati, nonché quella dell'atto dell'arruolamento. Segue un elenco di quattordici tipi di pene: morte naturale (per decapitazione), morte infame (impiccagione), galera (o «opera pubblica»), bacchette («in più o meno giri»), battiture (bastonate), «rilegazione» in fortezza, ferri o catene, «violone» (camera di punizione), infame espulsione dalla mi.lizia, degradazione, «commutazione in luoghi cli maggior travaglio», guardie di piantone, vitto a pane e acqua, arresti (63).

(63) ASR, Soldatesche e Galere, busta 703.


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LA GIUSTIZIA MILITARE: b) PENE E PUNIZIO NI DISCIPLINARI

Gli ordini del Giorno del Comando Generale testimoniano come le pene e le puni zioni disciplinari irrogate dai consigli di guerra oppure dai superiori a seconda del tipo e della gravità del reato o della mancanza commessa, fossero sollecitate dal caso singolo, al di fuori di una prassi uniforme e molto spesso al di fuori della stessa previsione normativa, pur molto ampia, sancita negli Articoli Militari e nei Regolamenti emanati dal Comando Generale: dando così luogo ad una grande disparità di trattamento, relativa non solo alla configurazione dell'illecito (come reato o semplice mancanza disciplinare), ma anche al tipo e all'entità della pena applicata, che è sempre r iferita alla persona del reo. Né dalla forma debole con cui sono motivate le sentenze penali e disciplinari che si susseguono a centinaia nei registri degli Ordini del Giorno del Comando Generale, è possibile dedurre quali criteri abbiano presieduto alla differenziazione delle modalità cli esecuzione. Una influenza moderatrice è tuttavia talora esplicitamente riconosciuta ai buoni precedenti del reo o all'intercessione del comandante di corpo o di compagnia. Nell'aprile 1795 si riconosce esplicitamente che la buona condotta costituisce una circostanza attenuante. Spesso, quando la pena è notevolmente inferiore alla gravità della mancanza, o quando le modalità di esecuzione sono mitigate rispetto al solito, si fa uso della clausola «per grazia speciale da non addursi in esempio» (o equivalenti). Il grado ricoperto, è invece palesemente considerato una circostanza aggravante a parità di reati. Ma le mancanze commesse dagli ufficiali, dai sergenti e dai cadetti meritano un discorso a parte. Manca una linea di confine tra pene e punizioni disciplinari. La distribuzione della potestà punitiva fra i vari gradi della gerarchia fissata il 5 novembre 1793 (che limita all'arresto in quartiere la punizione che può essere irrogata dai bassi e dagli uffici~li di grado inferiore al comandante cli compagnia), non è da sola sufficiente a delimitarla, anche se è al Consiglio di Guerra del Comando Generale che vengono riservate le punizioni corporali più gravi, la detenzione superiore a sei mesi, l'ergastolo e la pena di morte. L'ammonizione è in genere accessoria rispetto a pene più gravi, ma talora viene irrogata da sola. Spesso glì ammoniti dovranno essere «presentati» al Comando Generale. Si applica la preferenza agli ufficiali: a quelli inferiori la può comminare il comandante del corpo, agli ufficiali superiori il brigadiere. La ritenuta sul soldo. Oltre alle ritenute a titolo di indennizzo


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dell'erario, qualunque pena detentiva anche disciplinare comporta la ritenuta di un terzo del soldo a beneficio della Cassa de i risparmi: agli individui sotto processo si applica la ritenuta di 2-jbaiocchi al giorno. Può essere tuttavia disposta la ritenu ta dell'intero soldo: con le disposizioni del 5 novemb re 1795 la ritenuta di un paolo a giorno poteva essere disposta solo dal comandante di corpo. La dimissione, o «cassazione dal Rollo» o «dalla milizia», è quasi sempre una pena accessoria, ma che può essere comminata solo dal Comando Generale, e talora si accompagna ad una esplicita proibizione di riammissione nelle truppe pontificie. Si applica sempre quando il militare sia indiziato di reato comune, e debba essere quindi consegnato a i Tribunali criminali ordinari. La dimissione «con infamia» comporta che il reo venga spogliato in pubblico delle mostre e della divisa «di cui si è reso «indegno »). Diverso è il caso dell'espulsione per «inutilità a l servizio» comminata nei confronti dei cadetti responsabili di gravi inadempienze, in particolare durante il servizio di guardia. Non è raro che cadetti espulsi vengano successivamente riammessi, ma dimessi in perpetuo in caso di recidiva . Il ritengo o «arresto in quartiere» (o «di compagnia ») consiste nella privazione della libera u scita: può essere comminato per un tempo «ad arbitrio», finché il soldato non abbia dato prova di ravvedimento e di saper assumere un asp etto decente, nel caso in cui la consegna era stata data a causa del disordine e della trascuratezza della persona. La consegna può essere disposta anche come misura disciplinare preventiva o per esigenze di servizio, e non comporta r itenuta sul soldo. La consegna può essere irrogata dai bassi uffici a li e dai subalterni e si sconta sotto la sorveglianza del «quartiliere» o piantone. Il servizio di piantone in camerata è comm inato dal comandante di compagnia per le mancanze più lievi, quasi sempre per uno o due giorni soltanto. Il servizio di guardia è invece quasi sempre comminato come pena accessoria, e può coesistere con pene detentive. La guardia «fuori dei rastrelli» è particolarmenre infamante per i sottufficiali degradati, perché espone al ludibrio. Far montare le sentinelle « incatenate», come si usava a Castel Sant' Angelo è considerato «abuso» . Il trasferimento da un corpo ad ùn altro, ad esempio dalla compagnia granatieri a que lle fucili eri, dalla cavalleria alla fanteria, da un battaglione ad un altro, più che una misura punitiva appare diretto a disperdere tra varie compagnie e corpi persone complici di un medesimo r eato. La degradazione comporta la riduzione del rango o delle paga


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a quelli del comune. In genere è temporanea, per un periodo che va da 10 giorni a 4-6 mesi. Talora può accompagnarsi con la proibizione di conseguire in futuro ulteriori promozioni al di là del grado al quale si era pervenuti prima della mancanza: una disposizione simile riguarda in particolare i cadetti, che essendo formalmente dei comuni, non possono essere degradati, ma che «dragonando» (cioè fa. cencio funzioni) da caporale o da sergente, possono essere rimossi da queste funzioni e inabilitati per il futuro ad esercitarle, come pure ad essere nominati ufficiali. La degradazione può essere disposta anch'essa per un periodo «ad arbitrio» finché il militare non avrà dato prova di essersi emendato. Sono testimoniate punizioni aggiuntive che mirano sul piano psicologico ad ottenere lo stesso scopo della degradazione, come la proibizione per i sergenti, i dragoni e i granatieri di portare la sciabola fuori servizio per un certo periodo di tempo (li si priva così del distintivo più vistoso del loro rango). L'unico ufficiale degradato è l'alfiere Ceas, come pena accessoria della condanna a morte. L'arresto al violone, cioè nella camera di sicurezza della compagnia, per uri periodo variabile tra 24 ore e 8-10 giorni, è riservato ai militari fino al grado di sergente. Il comandante di compagnia può ordinare la reclusione al violone per un massimo di tre giorni: durate superiori possono essere inflitte dal comandante di corpo e dal Comando Generale. Talora si dispone che il recluso venga anche incatenato. Quasi sempre il violone comporta anche la riduzione del vitto a pane e acqua, ma quando gli arresti superano le 24 o 48 ore, si stabilisce che a giorni alterni venga servito il rancio. Raramente la durata è stabilita «ad arbitrio». L'arresto al Profosso di Piazza costituisce una misura preventiva per i militari in attesa di giudizio, e una misura afflittiva au tonoma. Anche qui possono esserci pene accessorie corporali (ca tena e vitto a pane e acqua). Tali arresti possono essere comminati solo dal comandante di corpo o di brigata o dal Consiglio di guerrà. Può essere comminato, senza pene accessorie, anche nei confronti di ufficiali. Gli arresti in fortezza comportano quasi sempre anche la catena e sono comminati per periodi di sei mesi, uno o due anni, esclusivamente dal Consiglio di Guerra del Comando Generale. Spessissimo comportano l'impiego nei lavori forzati («opere servili»). La condanna all'«opera pubblica», alla «galera», alla reclusione perpetua («senza speranza di remissione») o all'espulsione dello Stato, tipica del diritto criminale ordinado può essere comminata


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anche dal Consiglio di Guerra per reati militari, sia pure molto raramente, in casi di particolare gravità, soprattutto per le circostanze del reato (concorso di più persone, pericolo di sovvertimento collettivo della disciplina). Mentre è vietato adoperare il bastone nei confronti delle reclute (cui tuttavia indulgono i caporali), la bastonatura «ad posteriorem» (sul sedere) è la più frequente fra le punizioni comminate dal Comando Generale. In base alle disposizioni del 5 novembre 1793 la bastonatura fino a 25 colpi può essere comminata dal comandante di corpo, quella fino a 40 dal comandante di brigata. Oltre tale misura (si arriva talora a 80 bastonate) è competente il Consiglio di guerra del Comando Generale. In taluni casi si dettano disposizioni particolari per la bastonatura, come effettuarla «a calzoni abbassati» oppure dopo essersi assicurati che il fondo di questi ultimi non fosse stato imbottito. I colpi debbono essere «ben assestati», «ben calcati»: nel caso di un dragone che doveva essere staffilato con le b r iglie (privilegio della cavalleria) anziché bastonato, si ordina che un caporale controlli i dragoni incaricati della punizione affinché i loro colpi siano sufficientemente violenti. Fra un colpo e l'altro bisogna contare fino a dieci, affinché la troppo rapida successione non abbrevi le sofferenze del reo. Se la bastonatura supera i 40 colpi, si può disporre che venga scontata in due giorni diver.si. L'esecuzione deve aver luogo il giorno successivo a quello della condanna, «a sangue freddo }>, in modo da lasciar tempo cli svanire ai fumi dell'ira provocata dalla mancanza del subordinato. Alla bastonatura deve assistere sempre un ufficiale: talora si ordina al chirurgo di trovarsi disponibile sul posto, specie nelle bastonature alla presenza del battaglione o della compagn ia schierata in Piazza d'Armi. I giri di bacchetta, molto in uso negli eserciti del tempo, compaiono in quello pontificio solo nel 1794. Il condannato percorre un certo numero di volte («giri»), in genere tre o quattro, ma si arriva a dieci, una «siepe» di 300 soldati (una volta si r iduce a soli 150) muniti di bacchette e incaricati di vibrare ognuno un colpo ad ogni passaggio. Questa punizione, assai più grave della bastonatura, aveva una indubbia efficacia psicologica sui commilitoni. Doveva esservi presente il chirurgo. La pena di morte, mediante fucilazione anziché decapitazione come prescritto dagli Articoli Militari, fu comminata dal Consiglio di guerra del Comando Generale esclusivamente in due occasioni, il 7 agosto e il 26 settembre 1795, rispettivamente contro l'alfiere Giuseppe Ceas (dei Verdi di Castel Sant'Angelo) e la guardia Anto-


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nio Arrissa, entrambi rei di diserzione qualificata, e il primo anche di complotto. Solo la seconda sentenza fu eseguita nella piazza d'armi di Castel Sant'Angelo, mentre a Ceas la pena di morte fu commutata nell'ergastolo da scontare nella fortezza di S. Leo (dove fu rinchiuso il 12 agosto 1795 e liberato dai francesi poco più di due anni dopo). Il condannato a morte doveva partecipare al rogito della sentenza da parte dell'attuario alla presenza di due testimoni (che nel caso di Arrighi furono due sergenti). La sentenza doveva essere letta pubblicamente da un foriere alla presenza di una compagnia per ciascun battaglione del presidio schierate in piazza d'armi. L'assistenza spirituale del condannato era affidata alla Confraternita di S. Giovanni Decollato. Durante l'esecuzione la truppa doveva essere consegnata in caserma. Non risultano mai applicate punizioni collettive, all'infuori di un anticipo della ritirata e del contrappello serale, o di esercizi militari fuori orario: misure prese soprattutto nei confronti del battaglione della Marca, in cui la maggioranza dei soldati erano reclute e miliziotti.

LA GIUSTIZIA MILITARE: e) REATI MILITARI E REATI COMUNI COMMESSI DAI MILITARI PONTIFICI

Fra i reati militari e le mancanze disè iplinari più frequenti rientrano le infrazioni alle disposizioni sul servizio di caserma, di guardia e di presidio. Guardie di piantone, arresti al violone a pane e acqua, da 20 a 40 bastonate puniscono le assenze notturne dal quartiere, aggravate se si trascorre il tempo all'osteria o ad attaccar briga coi civili. Pene più severe, in genere corporali, puniscono le mancanze ai doveri della guardia. Cinquanta bastonate puniscono, al di fuori di ogni previsione normativa, il matrimonio senza perme~so. Frequenti anche i processi e le punizioni per abusi commessi dalle pattuglie e dai corpi di guardia a danno di civili: si nota una certa tendenza delle autorità militari a non scontentare i civili, soprattutto quando risultano persone di rango socialmente più elevato di quello dei soldati. Fra gli ufficiali e i civili «di qualità» funziona insomma una solidarietà di classe di cui fanno le spese i proletari ai quali la montura del principe e il maneggio delle armi hanno dato l'illusione di disporre in proprio di un certo qual potere. Un altro gruppo di reato molto diffuso tra i sottufficiali e gli ufficiali che hanno maneggio di denaro è costituito dall'interesse pri-


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vato in atti d'ufficio (ad esempio nel cambio delle «cedole» in moneta contante, a causa dell'«aggio» corrisposto da chi cambia le cedole), dalla concussione, dall'appropriazione indebita, dalle illecite ritenzioni sul soldo, dalle frodi relative agli organici effettivi, dalle malversazioni. Al suo diretto superiore, il colonnello Colli, che gli contestava l'ammanco di 282 scudi e 43 baiocchi dalla cassa dell'Artiglieria, il tenente Pannini (un pittore pieno di debiti di gioco) rispondeva «con alterigia, che non credeva di essere in dovere di dare questa sodisfazione al medemo Comando», con ciò aggiungendo l'insubordinazione (che tuttavia non gli fu contestata) alla malversazione. Prendeva anche l'aggio sulle monete d'argento ricevute per il pagamento del soldo che cambiava in monete di rame, e tacitava le proteste offrendo un rancio·gratuito e più abbondante del solito il 31 del mese, asserendo che questa spesa consumava tutto l'avanzo derivante dal cambio della moneta, calcolato in 3-4 «e più» scudi (64). Il sergente dei Corsi, reclutato il 1° dicembre 1761, fu esplulso dalla milizia «come reo di truffa» e condannato a cinque anni di galera il 16 maggio 1796. Il 5 ottobre dello stesso anno era già in libertà. Non conosciamo ulteriori particolari (65). L'insubordinazione contro un superiore è punita in genere con 20, 25 e 30 bastonate, che salgono a SO se effettuata contro la pattuglia. Punito anche un vicecaporale che con le «soverchierie» compiute mentre giocavano insieme aveva provocato l'insubordinazione di un soldato. Spesso l'insubordinazione non è contro i propri superiori, ma contro le pattuglie, specie se appartegono ad altri corpi. Talvolta alla bastonatura segue l'arresto in caserma (un mese a pane e acqua e rancio alternati: sei mesi in un'altra occasione). Il semplice rifiuto d'obbedienza è in genere punito con la degradazione, talvolta con la cassazione dai ruoli. L'insubordinazione nasce spesso dalle provocazioni degli ufficiali, che adoperavano il bastone ad arbitrio, in particolare contro le reclute durante l'istruzione (dovrebbero essere messi ai ferri, osserva il Comando Generale, senza però prendere provvedimenti concreti). Anche il sottoinquadramento è fonte di disordini: nel 1793 la compagnia Silva, delle Guardie, per mancanza del capitano (comandato a Fiumicino) e del tenente conte Cardelli (ammalato), resta affidata al giovane alfiere, la cui inesperienza provoca l'anarchia. L'ordine deve essere spesso ristabilito con interventi dall'alto. A questo

(64) ASR, Soldatesche e Galere, busta 727. (65) ASR, Soldatesche e Galere, busta 703.


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scopo il 2 febbraio 1793 il Comando Generale specifica il dir itto di qualunque soldato di fare le sue lagnanze a proposito dei turni di servizio. II 12 luglio si chiarisce che ci si deve mettere a rapporto seguendo la via gerarchica («per il dovuto canale») e che si espone a punizione chi lo fa temerariamente. Gaddi deve riconfermare quest'ordine, osservando che «molti si presentano dal tenente generale e ricorrono per mezzo d'altri non militari, dicendo di non essere ascoltati dai rispettivi superiori». Un artigliere, ingiustamente scambiato per il fr~tello disertore, viene messo in catene per aver fatto ricorso al tenente generale senza seguire la via gerarchica: poi se ne ordina la liberazione. Il primo tumulto collettivo si verificò in Montalto di Castro il 19 marzo 1793, protagonista una delle due compagnie della milizia di Camerino reclutate nel novembre 1792, quella comandata dal conte Camillo Valenti . Il tumulto fu provocato dall'atteggiamento tenuto dal comandante dell'altra compagnia camer~nese, il capitano Francesco Buzi, che aveva assunto il comando di entrambe per l'assenza del capitano Valenti. C'era già una vecchia ruggine tra le due compagnie: i soldati di Buzi criticavano quelli di Valenti per i danni fatti alle osterie durante la marcia d i trasferimento, e li prendevano in giro esaltando il proprio addestramento e la bravura del loro capitano: inoltre assumendo il comando Buzi aveva regolarizzato la corresponsione del soldo, dando ai soldati solo l O baiocchi al giorno, mentre Valenti li aveva abituati a riceverne 15, cioè l'intera paga, senza preoccuparsi di operare le prescritte ritenzioni. Il caso scoppiò durante la pùnizione di due soldati della compagnia Valenti, la sentinella che aveva fatto uscire dalla caserma un commilitone consegnato e quello che aveva rotto l'arresto, condannati da Buzi a ricevere 10 bastonate ciascuno. Una delle due punizioni dovette essere sospesa perché i soldati tumultavano, ma nonostante il r ompete le righe non si dispersero. Il tenente Carminati tentò di chiudere i rivoltosi nel quartiere, ma fu peggio, perché i facinorosi spàrarono, si impadronirono della bandiera, ruppero il portone e costrinsero tutta la compagnia a marciare verso Roma per mettersi agli ordini di Valenti. Tre disertarono e 53 furono arrestati in Corneto dalla cavalle ria (66).

(66) ASR, Soldatesche e Galere, busta 707 cfr. 699, 702 e 703. Le due compagnie camerinesi, pa ri a metà dell'intero «Reggimento», erano originariamente comandate da Camillo Valenti e da Melchiorre Bandini: rimasto quest'ultimo ad Ancona, il comando della seconda compagnia fu assunto dal tenente Pietro Valentini, già ufficiale


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Il 3 dicembre 1793 furono i granatieri dell a Marca ad ammulinarsi a cau sa del ritardo nel pagamento del soldo. Pur riconoscendosi che avevano ra gione, s i punisce con 50 bastonate, la dimissione e l'esilio (sotto pena di sette anni di galera in caso di rientro) il capo degli ammutina li, il napoletano Carmine Doce. Altri undi ci sono degradati a fucilieri, ma due di costoro debbono anche scontare sei mesi di fortezza in caten_a. Punizioni anche per il sergente e il capitano. Nel febbraio 1794 a mmutinamento dei soldati distaccati alla Fiera di Senigallia: tutti posti in libertà eccetto il «capo convinto del tumulto». Il 29 giugno 1795 i granatieri della Guardia Reale si sono resi rei di parole «tumultuanti» e «incenlivi ad in surrezione»: 50 bastonate ai primi due, 30 agli alLri quattro, poi trasferiti in sei diverse compagnie fucilieri. Un mese più tardi, 25 luglio, tutte le compagnie della caserma Quattro Fontane vengono consegnate per gli «eccessi » commessi. Viene ordinata una inchiesta e la lettu ra degli Articoli Militari alla truppa, minacciando gravi pene per «qualunque semplice parola» sull'episodio. Pare di comprendere che nel corso dei disordini fosse stata aggredita la pattuglia di cavalleria. Pene differenziate, qualche tempo più tardi, p_e r dragoni e soldati che hanno partecipato ad un tumulto (probabilmente una zuffa): 50 frustate con le bri glie, 40 bastonate, 3 giorni cli pane e acqua. Ma i disordini più gravi covavano in Castel Sant'Angelo, sottoposto all'autorità del vicecastellano Ottoboni Boncompagni e cuore della sorda ostilità dei vecchi ufficiali pontifici nei confronti dei riform atori austriaci. Il vecchio equilibrio basato sugli abusi, le mangerie e le speculazioni di. Ottoboni e sanzionato nel nuovo regolamento di disciplina da lui redatto nel 1787, si e ra rotto con l'incorporazione de l «reggimento soggetto a l Tesorierato» al Comando Generale, con l'arrivo di oltre 400 miliziotti per trasformare la guarnigione dei Verdi in battaglione operalivo e soprattutto, nell'estate 1793, con

del Reggimen to Real Italiano (Due Sicilie). I soldati eamerinesi, acquartierali inizialmente a Palazzo Savelli poi Orsini (Teatro di Marcello), mutarono la loro uniforme bianca con quel la turchina del nuovo battaglione formato a Corneto nel febbraio 1793 al comando dei maggiore Chiarelli. Per lo più i soldati di Camedno erano di l esi, con gente di Macerata, Monte Melone, Roma e Modena. Una lettera anonima accusava Valenti di aver «mangiato» migliaia di scudi e di essersi preso gioco dello stesso segretario Lucchimi, facendone «gran derisione» quando lo aveva nominato capitano. Le fortune di Valenti sarebbero derivate dal fauo che faceva da ruffiano nella relazione tra il tesoriere Ruffo e la signora Lepri. Il capo del ·tumulto dei soldati camcrinesi era Domenico Poggi da lesi. Nella busta 715 vi sono gli atti del processo al sergente Giam battisla Romua ldo per appropriazione indebita di cose appartenenti a l capitano Valenti.


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l'arrivo in Castello, al comando dell'Artiglieria, del capitano, poi tenente colonnello Francesco di Paola Colli. In Castello regnava uno stile di vita ossessivo: si facevano montare di guardia le sentinelle incatenate, le guardie venivano distribuite irregolarmente per favorire alcuni, il picchetto di caserma non poteva circolare liberamente e «divertirsi lecitamente» in piazza d'armi ma trascorrere il «ritengo» a l chiuso nelle camerate, si lasciava la guardia senza rancio costringendola a mangiare al bettolina, si trattenevano i soldi del rancio anche a chi mangiava a casa propria e l'intera paga ai soldati che andavano fuori Castello a procurarsi la paglia per i pagliacci («essendo questi impiegati in privato, e non in militare bisogno»). Nel marzo 1794 il capitano Francesco Demmiddelburgh era condannato a pagare di tasca propria il rancio della sua compagnia per ndn aver vigilato sulle «mangerie,, del sergente e non aver trasmesso le lamentele dei soldati: a fine dicembre veniva giubilato. Con l'occasione il tenente generale rilevava: «in Castel Sant'Angelo ora per ritengo inopportuno, ora per scarpe, ora per malversazioni sui Ranci, ora per indiscreto esercizio, ora con forzare li soldati, e bassi ufficiali ad ingaggiarsi, ora con castighi, e ritenzioni di soldo proibite si disgusta la Truppa mal a proposito e si regge con un sistema prepotente, e dispotico, d'onde i frequenti ridami degli Ufficiali, e di soldati, e le continue diserzioni ne nascono; sarà però l'ultima volta, che il Comando Generale si conterrà in sole ammonizioni, giacché mille volte ha ordinato, come debbasi tenere la Truppa, con cui vi è benissimo il modo di combinare la buona disciplina, con ispirare al soldato amore, e piacere per il servizio, e fedeltà al Sovrano, invece di provocarlo, come succede, ai delitti».

Ottoboni si guastava anche con gli ufficiali non appartenenti al clan dei fedelissimi (Demiddelburgh e Saasfeld): nell'ottobre 1793 Gaddi incaricava il bngadiere Gandini di trasmettere al colonnello Ottoboni una «forte riprensione per gli indecenti, animosi ed irregolari rapporti mandati a S.E. il generale contro il capitano Piccini». Più tardi, a proposito di un'altra lagnanza avanzata da Ottoboni contro il capitano Ferretti, il Comando Generale era costretto a ricordargli che «gli ufficiali maggiori» dovevano comminare gli arresti ai subalterni «che gli usano la minima replica» e non ricorrono all'istanza superiore mostrando in tal modo la propria debolezza e incapacità. Non stupisce che le uniche diserzioni dì sergenti verificatesi nell'esercito pontificio riguardino gente che faceva sen1izio a Castel San-


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t'Angelo, cioè Fedele Putter (4 luglio 1793), Giambattista Romoli (19 settembre 1794, condannato a due anni di fortezza «all'opera ser vile») e il milanese Gaetano Bruni (1 O febbraio 1795), mentre un altro, Gavino Rossetti, fu espulso il 26 ottobre 1795 per insubordinazione e «libelli diffarnatorii». D'altra parte si ha l'impressione che il gruppo degli ufficiali austriaci strumentalizzasse il malcontento della truppa e degli ufficiali e sottufficiali di Castel Sant' Angelo per scalzare la posizione di Ottoboni. Non si spiega altrimenti perché il racconto delle angherie subite in Castello fatto da due disertori riacciuffati provocasse la nomina di una Commissione d'inchiesta formata da «assessori» dei diversi corpi. A fine giugno 1795 Ottoboni fu costretto a chiedere una licenza di quattro mesi per recarsi a Napoli, dove lo raggiunse la giubilazione a stipendio intero (ben 1500 scudi annui), concessagli il 4 ottobre successivo: mentre il 27 luglio il comando di tutte le truppe aventi sede nel Castello fu assunto dal suo rivale e avversario Francesco di Paola Colli, comandante dell'artiglieria. La combinazione tra riforme militari attraverso la creazione di nuovi corpi tecnici e l'arruolamento di rniliziotti giovani, il malgoverno del personale e le rivalità tra gli ufficiali vecchi tipo e quelli provenienti dal servizio austriaco, avevano fatto di Castel Sant'Angelo un potenziale centro di sovversione anche politica. Nell'ottobre 1794 era stata scoperta una congiura repubblicana ordita da un cadetto di cavalleria, Lorenzo Baj, che alcuni testi consideravano l'ispiratore del complotto ma che l'aveva pure incautamente confessato, durante una malattia, al suo padron di casa, e dall'artigliere Giuseppe Ammagliani. Quest'ultimo era stato licenziato dal servizio del duca d'Arce «per causa di un prete», e l'episodio lo aveva convertito a propositi r ivoluzionari. Voleva impadronirsi di Castel Sant'Angelo, e a questo scopo si era arruolato nel nuovo corpo d'artiglieria: millantava di aver ammassato in casa grandi quantità di corde per dare la scalata alle mura e di polvere da sparo avuta dai contrabbandieri, e di disporre di oltre trecento congiurati. Dentro il Castello, fra gli artiglieri, aveva trovato molti repubblicani, capeggiati dal cognato di un cameriere della signora Cherubini Lepri, amante del tesoriere generale Ruffo. Il piano doveva scattare la notte di Natale 1794: i congiurati, buona parte dei quali costituiti dai «popolanti disgustati per essere stati mandati via dalle case che abitavano per mettervi dentro i soldati a Porta del Popolo», dovevano sfondare il portone del Castello col cannone che serviva per i tiri dei bombardieri: contemporaneamente si sarebbe creata confusione incen-


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diando i fienili di Albani, Termini, Cavalleggeri, Porta del Popolo, Campo Vaccino e S. Maria in Trastevere (67). La sera del 22 luglio 1795, in pieno interregno tra Ottoboni e Colli, l'alfiere della compagnia Piccini Giuseppe Ceas, in servizio dal 17 febbraio 1793 e probabilmente figlio del foriere delle Corazze Andrea Ceas, impadronitosi di tre fucili (di cui uno da caccia e una doppietta priva del cane), disertò unitamente a clùe caporali (Giacomo Benedettini di Roma e Luigi Panizza di Nettuno), un vicecaporale (Bernardo Candotto di «Agorizia» cioè Gorizia) e tredici comuni (tra cui sei «esteri» ma italiani). Il gruppo assaltò e disarmò iI corpo di guardia di Porta S. Lorenzo fuggendo alla campagna, e fece fuoco contro la pattuglia di dragoni che riuscì a catturarlo il giorno dopo a Vicovaro. L'episodio fece impressione, soprattutto perché coinvolgeva un ufficiale, probabilmente anche benvoluto, come dimostrano i «voti» espressi dai suoi pari grado Sicca e Moscati e dai tenenti Spada e Pernati nel consiglio di guerra che lo giudicò, sotto la presidenza del colonnello Severì e nelle stanze del Profosso di Piazza, il 7 agosto 1795. Anche gli altd membri del consiglio, maggiori Baruichi e Grassi, e capitani Biancoli e Dandini, non infierirono su Ceas, e adottarono il «voto consultivo» proposto dall'uditore Santagata, che era di condannarlo «alla pena di morire schioppettata», ma, tenuto conto delle circostanze (non specificate), di chiedere sull'argomento «l'oracolo di Nostro Signore (il pontefice) per la minorazione della pena» al «reo confesso di capo complotto, diserzione con furto delle armi, assalto e disarmo del Corpo di Guardia... e resistenza con sparo)>. Infatti la sentenza di morte fu commutata in ergastolo da scontarsi a San Leo, nello stesso carcere in cui era rinchiuso Cagliostro, dove Ceas fu trasferito il 12 agosto. Ne sarebbe uscito dopo poco più di due anni, per assumere il comando dello Squadrone di Gendarmeria Nazionale del Dipartimento del Cimino, al servizio della repubblica romana. Nello stesso corpo prestarono servizio cbme ufficiali anche i protagonisti della cong'iura di Natale, Baj e Ammagliani (68).

(67) Cfr. Carmelo Trasselli, Processi politici romani dal 1792 al 1798, in Rassegna storica del Risorgimento, 25 (1938), fase. 11-12 (novembre-dicembre). Cfr. Archi· vio del Tribunale del Governatore di Roma, pacco 2069. (68) ASR, Soldatesche e Galere, busta 713 (sentenza del processo contro Ceas), cfr. registro 800 (agosto 1795) e busta 735 (armi sequestrate a Ceas e ai suoi complici). Cfr. V. Ilari, L'esercito della repubblica romana in Studi Storici Militari 1984, USSME, Roma, 1984, p. 166 cfr. p . 189 nt. 31.


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Molto frequenti erano anche i reati comuni commessi dai militari. Per quanto si cercasse di evitarlo, nella milizia si arruolavano, spesso sotto falso nome, delinquenti comuni e abituali che cercavano in tal modo di sfuggire alla giustizia: fra quelli scoperti, un certo Vincenzo Rosa «di nazione estera», cinque reì di omicidio in servizio a Civitavecchia nel 1797 e due fratelli di Tropea, rei di molti delitti, soldati in Castel S. Angelo, che furono espulsi e arrestati. Molto diffuso anche l'arruolamento di soldati che avevano disertato da altri eserciti (sono testimoniati l'austriaco, il piemontese e il napoletano) per sfuggire ad una disciplina più rigida o alle conseguenze di qualche malefatta: pratica che era di fatto tollerata purché non desse luogo a screzi con le autorità consolari e diplomatiche dei paesi interessati. Un soldato marchigiano, disertore dall'esercito napoletano, e omicida del fidanzato della sorella, che dichiara di essere venuto a Roma «per visitare questi Santuari, e fare una buona confessione» prima di tornare a casa, arrestato dalla pattuglia, ha l'ardire di sollecitare un sussidio pubblico. Del resto nell'autunno 1796 fu la stessa Segreteria di Stato ad accordare l'indulto ai rei di delitti non capitali né di furti che si fossero arruolati nella milizia o avessero fornito 3-4 sostituti vestiti e armati: e molte richieste del primo e del secondo tipo pervennero dai forzati delle galere (69). Fra i reati comuni commessi dai militari i più frequenti sono quelli di violenza. Un tenente della milizia di Fabriano commette omicidio, invocando la legittima difesa: un altro alfiere delle milizie fugge su una «polacca» francese al largo di Corneto dopo aver inferto ferite gravissime ad un paesano. É cassato un soldato di Castello per l'omicidio commesso durante una licenza. Un soldato delle guardie, «per grazia speciale» si vede condonata la pena di 5 anni di fortezza non appena i parenti dell'ucciso abbiano mandato le «paci» in cui attestano di aver perdonato l'assassino del loro congiunto. Sei mesi d'arresto con catene, previe 50 bastonate, puniscono una «ferita con pericolo» di vita. Il papa in persona condanna a tre anni di galera un dragone e a tre anni di catena un altro per violenze commesse in Albano all'osteria delle Frattocchie, mentre il loro caporale subisce la degradazione. Lo «spoglio» infamante della divisa e cinque anni di galera puniscono due soldati della Marca per «attentati commessi in officio», mentre erano di pattuglia. Molta indulgenza per le risse con borghesi e con birri, anche quando comportino feriti, come

(69) ASR, Soldatesche e Galere, buste 691, 702 e 730.


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in due distinte occasioni nel febbraio 1795: in casi simili si fa finta di cercare i colpevoli. Al secondo posto vengono gli stupri, le violenze carnali, i ratti a scopo di libidine. Gli stupri sono commessi, in due occasioni, perfino da pattuglie: altri riguardano mogli e figlie di commilitoni. Cinquanta bastonate ad alcuni militari per essere entrati in casa di donne e averle molestate: 25 ad alcuni soldati accusati da Maria Catena e Colomba Ferri e dai loro domestici di averle ingiuriate e importunate entrando in casa loro. La Segreteria di Stato ordina al comando generale di dare otto giorni di violone ad un soldato della Marca, pur «non essendo verificata la violenza quale suppose aver sofferto la Donna Maria Rosa Scarafetti». Una «giovane» di 47 anni dichiara di aver ricevuto «insulti» da un soldato. Forse motivata da screzi o da questioni d'interesse l'aggressione subita dalla contessa Teresa Amadei, gravida, da parte del cognato, alfiere Vincenzo Amadei, che le grida «Puttana Buggiarona, serra quella porta che ti voglio cacciare l'Anima!». Il furto non militare, cioè non commesso a danno di commilitoni e in luoghi militari, è in genere punito dall'autorità ordinaria, previa espulsione del delinquente, ma non esistono regole fisse. In due casi di furto sacrilego, una volta si consegna il colpevole del furto (riguardava un orologio rubato dentro la Chiesa di S. Giacomo degli Spagnoli) alle Carceri Nuove, un'altra («forto sacrilego» non meglio specificato) si infliggono 50 bastonate e fespulsione dallo Stato. Anche in caso di furto militare il reo è talora consegnato alle Carceri Nuove a disposizione della giustizia ordinaria. Le punizioni inflitte dall'autorità militare consistono in 25 o 50 bastonate o in 4 giri di bacchette ed espulsione con infamia dalla milizia a seconda della gravità del fatto commesso. L'istigazione «a commettere eccessi», come quella tentata «con infami proposte» da un soldato della Marca nei confronti dei suoi compagni di pattuglia, è punita con 50 bastonate, sei mesi in catena ed espulsione con infamia. Diffusissima è la resistenza alla forza pubblica: dipende sia dall'odio fra soldati e birri, sia dal fatto che i soldati girano armati. Tre giorni a pane e acqua puniscono un soldato di Castello che trovandosi nella bottega del patrigno ha impedito l'esecuzione di un pignoramento. Molto diffuso anche, come si è visto, il «bagarinaggio» di generi alimentari a prezzo calmierato (uova e abbacchi), incettati a forza dai soldati e rivenduti ai dettaglianti e agli osti. Quaranta bastonate ed espulsione per il soldato di scorta alle «grascie» (generi alimentari) che «ardirà di prendere il minimo


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arbitrio, o ricevere regali» destinati a corromperlo. Fra gli altri reati commessi dai militari risultano lo «sfascio di bottega», !'«abigeato», l'evasione, la «falsificazione di cedole» (autore un caporale della milizia di Poggiobustone denunciato dai suoi fanti), l'appropriazione indebita (di oggetti di proprietà del capitano Valenti da parte del sergente Giambattista Romualdo) (70).

LA GIUSTIZIA MILITARE: d) LA DISER.l-IONE

De La Barthe dedica l' «articolo XIII» del suo trattato (pp. 63-70) agli accorgimenti per prevenire la diserzione, dato che è «impossibile» impedirla una volta che sia stata deliberata: « per lo più le guardie sono il sito, in cui si parla di diserzione. Quelli che sono avvezzi a girare il mondo, sotto pretesto di tentare la loro fortuna, passando da uno stato all'altro imbevono dei loro fantasmi la mente dei giovani soldati, e vantando dei mezzi coi quali hanno ingannato i loro ufficiali, e parlando di ciò che hanno visto nel mondo, e delle fortune che hanno incontrate, invogliano in questa guisa i gio vani a tentar similmente la sorte. Bisogna dunque incaricare i soldati vecchi e sicuri, come ancora i bassi ufficiali, e simili, che stiano sommamente attenti a tali discorsi, ed osservino se alcuno de' giovani si mostra disposto alla diserzione, e ne diano parte all'ufficiale, il quale deve conservare il segreto. Qualche volta ancora un avvertimento d'un soldato vecchio può sull'animo di un giovine, più che una sgridata d'un ufficiale». ·

L'ufficiale deve conoscere il carattere dei suoi sottoposti, assecondarne l'indole e le preferenze in modo da non disgustarli dal servizio, ed evitare di esporre gli uomini alla tentazione di disertare. Spesso quest'ultima è figlia dell'«inazione»: soldati analfabeti e senza mestiere non hanno modo di distrarsi se non frequentando l'osteria, e disertano soprattutto per sfuggire la noia. Combattere l'ozio del soldato è dunque il modo migliore di prevenire la diserzione, perché «abbiamo l'esperienza, che nel tempo di grandi esercizj e di replicate marcie, la diserzione, è molto minore, che nell'inverno». I soldati scelgono per disertare «il giorno del soccorso (paga), per avere di che vivere nel viaggio». I trasferimenti di guarnigione sollecitano alla diserzione, perché i soldati, specialmente se aveva-

(70) ASR, Soldatesche e Galere, buste 689,694, 700, 702, 705, 707, 715, 718, 732, 734.


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no «fatto conoscenza con qualche donna», temono di non trovare lo stesso nel luogo di destinazione. Per questo le colonne in marcia debbono essere seguite da un distaccamento di soldati sicuri, e la prima tappa dev'essere la più lunga, in modo da far arrivare stremati i soldati a luogo di pernottamento, e togliere loro la voglia di tornare indietro, mentre bisogna raddoppiare la sorveglianza nei giorni che precedono la partenza dopo che è stata annunciata. Altri incentivi alla diserzione sono le minacce di punizione e l'umiliazione di averla subita: per questo bisogna evitare di impiegare in servizi che espongono al rischio di diserzione soldati recentemente puniti. Nel caso in cui «la potenza vicina fu pubblicare il generai perdono» è inutile illudersi di poter impedire il ritorno dei disertori all'esercito di provenienza: conviene di più «domandar loro se vogliono la dimissione, affine di non perdere almeno la montura e l'arma». Indizi della volontà di disertare sono il rinnovo «senza molto contrattare» della capitolazione scaduta («perché sicuramente non cerca altro che un aiuto di denari per fare la strada»), indossare tutti i propri indumenti (come «corpetti, calzette, ecc.»), comprare più pane o tenere la valigia più pronta del solito, cambiare umore (dall'allegria alla malinconia o viceversa). Mezzi per prevenirla sono la pressione psicologica, facendo sentire ai soldati che li si tiene d'occhio sospettandoli di voler disertare; tenere «diversi uomini fidati» nelle compagnie; promettere impunità e premi in denaro a chi denunci còmplotti per disertare (senza esagerare, «perché si trovano dei furbi, che formano i corùpJotti per pigliare poi la ricompensa»); sequestrare gli abiti civili alle reclute, badando che li tengano sotto chiave anche i padroni delle case in cui alloggiano i soldati; fare frequenti riviste al corredo e ai materassi dei soldati alla ricerca di «grimaldelli, corde, passaporti e simili cose necessarie ai disertori» (badando di avvertire i vecchi e bravi soldati che «si fa loro la visita solamente per apparenza, e pe,r non fare eccezione»); tener d'occhio le donne dello stato confinante e i vetturini, «perché le prime susurrano, e i secondi portano le lettere di perdono pe' loro compatriotti». Bisogna ancora affiancare gente sicura e fidata a quella «non sicura», e specificare quest'ultima qualità quando li si invia all'ospedale o in distaccamento. I permessi di licenza debbono essere dati per iscritto dall'ufficiale e debbono essergli restituiti e strappati. Particolare attenzione ai «siti nei quali vi sono rovine e fabbriche diroccate ed abbandonate, essendo questi i luoghi di unione pei disertori». Al padron di casa compete l'obbligo di denunciare i soldati che non rientrino un'ora dopo la ritirata.


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Nel dare la caccia ad un disertore, è inutile corrergli dietro per le strade maestre (,,mentre egli non le batte, se non travestito»): conviene precederlo e poi tornare indietro, adescando i contadini con la ricompensa, «e tanto più, che sanno che non è più delitto di morte, volentieri corrono, per prendere quei due, o tre zecchini». Bisogna perquisire le piccole osterie, e avvalersi delle spiate degli ebrei, «i più bravi in questa professione». Nel vecchio esercito pontificio la diserzione era meno frequente, a causa della vita tranquilla e del lassismo. Diserzioni cli gruppo avvengono il 23 agosto 1791 a Castel S. Angelo (14 soldati con uniformi e armi) e il 6 giugno 1793 a Ferrara (7 soldati, cinque modenesi e due veneti). Il fenomeno diventa consistente con l'arruolamento di miliziotti, spesso forzato e iniquo: così molti disertano all'atto dell'arruolamento, altri durante la marcia, altri ancora non appena giunti al corpo cli assegnazione. Nella prima settimana di giugno 1793 sono 15 i disertori del battaglione della M~.rca, composto di miliziotti. Dal luglio 1793 al dicembre 1796 il Battaglione dei Corsi registra 172 diserzioni, una media di 4 al mese, che salgono a 118 (con una media di quasi 30 al mese) nel primo quadrimestre 1797, quando l'unità è trasferita da Roma a Spoleto e poi a Macerata. Nei 30 mesi dal luglio 1794 al dicembre 1796 il reggimento delle Guardie registra 294 disertori, meno di dieci al mese, su una forza che varia da 1.339 a 1.503 uomini. Ma la cifra balza a ben 572 (più di 80 al mese) nel periodo gennaio-luglio 1797 (con una punta di 177 in febbraio e 100 in giugno), non appena il reggimento deve muovere contro i francesi. E sarebbe stata sicuramente più alta se molte centinaia di raccomandati non fossero stati trasferiti al battaglione di Guarnigione. Nel periodo precedente le punte maggiori furono raggiunte nell'estate 1795 (109 da maggio a settembre nelle Guar die, 23 nei Corsi nello stesso periodo) (71 ).

(71) Il computo delle diserzioni del reggimento delle Guardie è fatto sulle Tabelle mensuali di cui in ASR, Soldatesche e, Galere, buste 589-596. Cfr. pure buste 693 e 702. I disertori di tutti i corpi sono indicati nelle tabelle mensuali contenute nelle buste 597-600 (Reggimento dei Verdi 1793-1797), 601-603 (Battaglione di Guarn igione 1797-1801), 604-6 1 I (Presidio e poi Reggimento di Civitavecchia), 612-615 (Battaglione dei Verdi in Civitavecchia, 1793-96), 616-618 (Battaglione dei Verdi nella Marca), 619 (reggimento del.la Marca 1797-98), 620-621 (Guarnigione in Ancona 1793-96) 622 (Compagnia di Senigallia e Presidio della Fortezza di Ferrara), 623 (Reggimento Ancajani in Romagna), 624-626 (Corpo Tartaglioni), 627-628 (Reggimento Coloni;ia), 629 (Granatieri), 630-632 Artiglieri, bombardieri e genio 1793-1808), 633-636 (CavalÌeria 1793-1808), 637 (Ospedale Militare S. Onofrio).


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A disertare erano pressoché esclusivamente i comuni. Due soli gli ufficiali disertori l'alfiere Giuseppe Ceas, del Battaglione di Castel S. Angelo (agosto 1795), e il sottotenente bolognese Carlo Castro, del Reggimento Colonna (estatel 797). Tre soli, prima del 1797, i sergenti tutti in servizio al Battaglione di Castel S. Angelo: Fedele Putter (4 luglio 1793), Giovanbattista Romoli (19 settembre 1794) e Gaetano Bruni (10 febbraio 1795). Fra le motivazioni addotte dai disertori riacciuffati («attrappati») o spontaneamente ritornati («rivertiti»), c'erano generalmente le angherie subite in servizio: commissioni di inchiesta per accettare le responsabilità e le negligenze dei superiori furono istituite nel maggio 1795 per Castel S. Angelo e la Caserma Capizucchi. Il sergente Romoli, disertato assieme ad un soldato che faceva servizio presso la cancelleria dei conti diretta da Fagiolani e che si era procurato due «passaporti» in bianco per uscire dalla città, asseriva di aver disertato perché gli era stata negata una licenza per visitare la madre malata a Velletri (fu condannato a due anni di opere servili in fo r tezza). Un soldato dichiarava di aver disertato perché accusato di aver rubato 30 scudi al suo capitano. In qualche caso si disertava per lucrare di nuovo l'ingaggio di 3 scudi fissato il 6 febbraio 1794 riarruolandosi in un'altra compagnia: cosi aveva fatto il dragone Mentucci, due volte disertore dalla compagnia Vincentini, arruolatosi di nuovo nella Compagnia Crispolti: fu punito con 40 bastonate, l'espulsione e la minaccia di cinque anni di opera pubblica in caso di recidiva specifica. Il 9 aprile 179 3 il premio per la cattura dei disertori è fissato a 5 scudi, subito ridotti a 4 dal tesoriere: ma alle pattuglie di cavalleria si continua a darne 5. L'editto della Segreter ia di Stato 16 luglio 1794 ricorda che il premio è di soli 4 scudi, più un soprassoldo per le cibarie pari a baiocchi 0.72 al giorno per ciascun inseguitore, e le pene sono quelle fissate dagli Articoli Militari. Ma nell'aprile 1795 la pattuglia di dragoni del sergente De Dominicis, oltre al premio di 5 scudi e a gratifiche «straordinarie» per la cattura di 7 pericolosi disertori delle Guardie rei di omicidio, riceve anche il soprassoldo alimentare spettante alla pattuglia di fanteria, che ha mancato l'arresto per la pavidità del suo comandante (agli arresti al profosso). Nel settembre 1793 il Comando Generale cerca di razionalizzare le pene molto disparate inflitte ai disertori, fissandone una standard: tre giorni di catena e poi arresto in fortezza con obbligo di servizio. Ma le fattispecie sono troppo diverse tra loro per consentire


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una regola uniforme. In novembre si dispone che i disertori siano ristretti al Profosso e non più nei rispettivi quartieri. Nello stesso periodo si ordina alle autorità locali di informare l'autorità giusdicente del luogo di origine del disertore ove questi vi avesse fatto ritorno, in modo che potesse essere arrestato. Furono anche predisposti modelli informativi relativi ai disertori da compilare a cura dei corpi e da trasmettere al Comando Generale. Vi si dovevano indicare le generalità, le caratteristiche fisiche, il mestiere, il luogo d'origine e la nazionalità, lo stato civile, l'età, il servizio precedentemente prestato (72)_ La informativa, oltre ad elencare gli oggetti del corredo ed equipaggiamento trafugati, doveva contenere in succinto un giudizio sui motivi probabili e supposti della diserzione. É vero che quasi sempre sull'informativa compilata questa voce è omessa, oppurre riempita con la formula stereotipa «non si conosce il motivo, avendo sempre mostrata buona condotta»: ma è un segno che il Comando Generale voleva cercare di andare a fondo della questione, e rendersi contro delle cause o almeno degli incentivi della diserzione. In una «riflessione sulle crescenti diserzioni», datata 13 agosto 1794, si scrive: «Non sembra bastantemente efficace il metodo presentemente adottato col quale li Comandanti dei Corpi diriggono le Istanze per l'arresto de' Disertori a' rispettivi Giusdicenti locali, che non riconoscendo dal Corpo Militare la menoma dipendenza, e riguardardolo forse con occhio di gelosia, avviene ordinariamente, o che non vi prestano affetto, nemmeno rispondendo alle Lettere che gli si spediscono, o si prestano così languidamente, che niun vantaggio risulta dalle loro diligenze. Bisogna che gli avvisi giungano con tuono imponente, e precettivo, al luogo.opportuno, o della Patria, cioè, o dell'antecedente abitazione. La fin qui usata indulgenza non fà che maggiormente incitarli a commettere simile dannosissimo delitto»

Si tenta la strada dell'inasprimento delle pene: dai tre giorni di arresto ai ferri del settembre 1793 si passa alle bastonate (20 e 25 per la diserzione semplice, 30 per i recidivi). Il Consiglio di Guerra del 13 luglio 1794 commina invece a 17

(72) Un certo numero di tali informative è contenuto nelle buste relative ai corpi e in particolare a quelle del reggimento Colonna (busta 628). Sono fonti preziose per dare un'idea della composizione sociale ed etnica dell'esercito pontificio, dal momento che dalle altre scritture risultano solo i nomi e non gli altri dati dei soldati.


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disertori i «giri di bacchetta» in alternativa alle bastonate. Tutti sono riammessi in servizio. Il 16 luglio 1794 la Segreteria di Stato emana un editto sui disertori che viene letto tre volte di seguito e poi una volta al mese nei quartieri. Nel gennaio 1795 le sentenze per la diserzione semplice o duplicata con asporto di generi dell'erario comportano pene variabili fra 4 giri di bacchette a 60 o 50 bastonate, e in più sei mesi di arresto con catena all'opera servile, con l'obbligo di restituzione dell'ingaggio e reintegrazione dell'erario dei generi asportati. Ma nello stesso mazzo di sentenze figura anche la grazia concessa ad un disertore del battaglione Ancajani, trasferito a quello della Marca. Il 25 gennaio 1795 si specifica che anche nel caso in cui la sentenza di condanna non lo dica espressamente, deve sempre intendersi che il disertore, tanto arrestato che costituitosi volontariamente, deve «ricominciare ]a capitolazione» e indennizzare l'erario dei generi asportati. Il 27 aprile 1795 si danno nuove disposizioni alla pattuglie di cavalleria, che fruttano i primi risultati, ma non arginano il fenomeno, che cresce notevolmente tra maggio e settembre in tutti i reggimenti di Roma. In maggio gli Ordini del Comando Generale osservano: «sono troppo frequenti e troppo gravi le diserzioni con le armi, ed esiggono le più serie, ed efficaci providenze». E fioccano le prime condanne veramente gravi: sette anni di galera al comune Giuseppe Amati del battaglione della Marca per diserzione con furto dell'armamento e mòntura del principe aggravata dall'abbandono di posto durante la guardia. Ergastolo in commutazione della fucilazione all'alfiere Ceas: ai suoi complici pene differenziate: rispettivamente 15 e 10 anni di galera ai due caporali a seconda che abbiano o meno fatto fuoco contro la pattuglia dei dragoni: agli altri, due anni di arresto con catena alle opere servili previe pene corporali differenziate, che vanno da un massimo di 10 giri di bacchette (al comune Ferdinando Vivona, napoletano, che ha fatto fuoco) a un minimo di 3-4 oppure d i 50 bastonate. Infine la sentenza · più grave, fucilazione ciel soldato delle Guardie Antonio Arrissa, reo di «diserzione qualificata e altri delitti», eseguita in piazza d'armi dentro Castel Sant'Angelo il 26 settembre 1795. Può darsi che sull'entità delle diserzion i verificatesi nell'estate 1795 influisse anche lo «scandaloso commercio di reclute che facevano in Piazza Barberini gl'Ingaggiatori di Corsica», denunciato da

(73) ASR, Soldatesche e Galei-e, busta 718.


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un soldato al capitano tenente Mignanelli, il quale li fa arrestare (al delatore va un premio di sei paoli, giudicato troppo scarso del destinatario) (74). Certo è che in quegli anni di riarmo da parte degli Stati italiani c'era una grande mobilità di soldati disposti a trasmigrare da un esercito all'altro per lucrare gli ingaggi. Nell'esercito pontificio servivano disertori dell'artiglieria reale sarda, dei reggimenti borbonici Albanesi (o «Macedoni»): nel maggio 1797 si accettano otto disertori cispadani. Nel gennaio 1797 il Segretario di Stato esprime parere contrario, «per tutti li riflessi prudenziali e politici», alla proposta dì un accordo («concordato») con le Due Sicilie per stabilire posti di truppa napoletana all'interno del territorio pontificio con lo scopo di arrestare le continue diserzioni dall'esercito borbonico (molti finivano arruolati nei centri di reclutamento di Roma, Tivoli e Ancona) (75).

LA GIUSTIZIA MILITARE: e) I CONSIGLI DI GUERRA E LA PROCEDURA

Nel vecchio ordinamento dell'esercito pontificio, la giurisdizione criminale per i reati militari spettava al Commissario generale delle armi e al Commissario del mare (carica in genere cumulata con quella di tesoriere generale): e i due prelati si avvalevano a questo scopo di speciali funzionari, «uditori» (criminali e civili) incaricati dell'istruzione delle cause, «fiscali» (rappresentanti del pubblico ministero) e «cancellieri» per la formazione dei processi verbali, e il rogito degli atti giuriziari. Le truppe in campagna erano sotto la giurisdizione di speciali «Consigli di guerra}, o «ghemine», presieduti dal Comandante del reggimento e formati da un numero variabile di giudici scelti fra gli ufficiali, che giudicavano su processi formati dall'uditore reggimentale (e talvolta anche dal solo cancelliere) con l'assistenza del sergente maggiore. Il reo aveva diritto ad un difensore dì sua scelta, un tenente o un alfiere. La sentenza era emessa in base ai pareri scritti («voti») di tutti i giudici e del colonnello, ma in genere si uniformava al «voto consultivo» (cioè non calcolato ai fini della maggioranza) emesso dall'uditore, benché questi non facesse parte del consiglio di guerra. Due costituzioni di Benedetto XIV, del 27 febbraio 1742 e del

(74) ASR, Soldatesche e Galere. busta 718. (75) ASR, Soldatesche e Galere, busta 736.


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20 dicembre 1743, limitarono alle cause militari la giurisdizione dei commissari delle armi e del mare, togliendo ai miliziotti il privilegio del foro civile e criminale fino a quel momento goduto. Tuttavia col motu proprio 26 maggio 1762 cli Clemente XIII fu loro restituito il privilegio del foro (cui potevano rinunciare) nelle cause relative ai loro privilegi, e in particolare alle esenzioni fiscali e dalle corvées, e soprattutto nelle cosiddette «cause attive», che, per ragioni del luogo, della perpetrazione del delitto e delle circostanze, potessero riguardare la persona del commissario. Di conseguenza il privilegio del foro nelle cause criminali ordinarie fu di fatto reintrodotto. Per procedere civilmente contro soldati e miliziotti continuò ad essere necessario l'exequatur del commissario o dei sergenti maggiori del-· le province: quello del commissario poteva essere concesso sia stragiudizialmente che giudizialmente (cioè anche quando il processo fosse già iniziato), mentre gli ufficiali delle provincie lo potevano concedere solo stragiudizialmente. Il regolamento di Bologna del 1783 prevedeva la delega della giurisdizione criminale spettante al Cardinal Legato al Consiglio di Guerra, composto di 12 membri, che doveva essere preceduto da una «informazione» (istruttoria sommaria). Le cause civili venivano giudicate in prima istanza dall'uditore generale della Legazione e le criminali non militari dall 'uditore del «torrone» di Bologna, con l'obbligo di rendiconto, nelle cause gravi, al Legato e al Commissario delle armi. Il regolamento di Castel Sant'Angelo del 1787 riservava alla giurisdizione del commissario del mare (tesoriere generale) la cognizione dei reati che comportavano la pena di morte o la galera, e al Consiglio di Guerra presieduto dal vicecastellano (detto «congregazione degli offici») la cognizione degli altri reati: la sentenza del Consiglio di Guerra poteva essere modificata dal commissario, il quale poteva però saltato aggravare, variare o diminuire la pena. Oltre al difensore, un a lfiere, era previsto un accusatore, il maggiore. La giuria era composta dagli ufficiali della compagnia del reo, più due suoi pari grado scelti dal vicecastellano. La massima incertezza sulla giurisdizione e sulle procedure continuò a regnare dopo le riforme del 1792-1793, anche se le competenze giurisdizionali del Tesoriere Generale furono trasferite al Commissario delle Armi e per esso al Comando Generale, che gli era gerarchicamente sovraordinato. Furono gJi ordini del giorno del Comando Generale a disciplinare un po' alla volta questa materia. In particolare si stabilì che la giurisdizione militare si estendeva esclu-


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sivamente sugli «individui militari» e non anche nei confronti dei «borghesi» correi. Fra i militari rientravano anche i «giubilati», nonché quelli malati, in licenza o assenti per altra causa. Dopo il 6 febbraio 1794 la qualità di militare si assumeva con la sottoscrizione della «capitolazione»: non sembra che il giuramento determinasse l'assunzione della responsabilità penale, malgrado la formula potesse farlo supporre. Mancava una netta distinzione fra i reati militari e i reati comuni commessi dai militari: come si è visto, gli Articoli Militari del 7 febbraio 1793 richiamavano le disposizioni dei Bandi Generali in modo specifico per alcuni reati e anche in modo generico per tutti gli altri, il che lasciava intendere l'intenzione di estendere la giurisdizione militare anche al secondo tipo di reati. Tuttavia nella prassi il comportamento era quanto mai variabile: mentre in alcuni casi si consegna alle autorità civili anche il reo di un reato militare (in specie il furto di un canestro di prugne compiuto in caserma a danno d i un commilitone), in altri si puniscono a bastonate i rei di risse e furti semplici commessi e danno di civili o di furti sacrileghi. É insomma nel puro arbitrio delle autorità militari consegnare alle autorità giudiziarie civili il reo, dopo averlo previamente spogliato della divisa, e talvolta dandogli, in modo del tutto arbitrario e contraddittorio, punizioni aggiuntive di tipo militare (corporali). Un elemento di mero fatto che poteva infl uire sulla consegna o meno del reo all'autorità giudiziaria civile era costituito dalla qualità dell'autorità che aveva eseguito l'arresto e dato inizio alla procedura. Non risulta che al reo fosse riconosciuto un diritto a rivendicare la giurisdizione competente a norma di legge o almeno a norma di regolamento amministrativo. Il «Dipartimento» incaricato della giurisdizione criminale era formato dall'Uditorato Criminale di Guerra. Era composto dall'Uditore Generale, avvocato Francesco Maria Rufini (retribuito con 300 scudi annui), due uditori «sopraru1Umerari» (Giovanni Belloni e Francesco Janni), due «attuari» o cance llieri (in realtà uno solo, Pietro Belli) e un fiscale (anche questo non nominato). Presso i corpi di Roma (Guardie, Marca e Castello) c'erano tre uditori retribuiti con 10 scudi mensili (Antonio Santagata, Giacomo Cinotti e Sebastiano Vallorani) e tre attuari retribuiti con 7 scudi mensili (Francesco Leggeri, Gaetano BeJJì e Felice Loreti). Il 18 giugno 1795 l'avvocato Cinotti rinunciò al posto di uditore militare per passare sottosegretario alla S. Consulta, e fu sostituito da Belloni, mentre Janni fu nominato uditore effettivo dei corpi di ar tiglieria, cavalleria' e corazze, ed ebbe come attuario l'alfiere Antonio Negri. Qualche giorno dopo l'al-


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fiere Antonio Marsuz.i fu nominato Uditore soprannumerario. Uditori e Attuari esistevano a Civitavecchia, Ferrara, Rimini, Ancona: nel 1792-93 a Terracina operava l'uditore Giambattista Battigalli, con gli attuari Nicola Cortesi (a Nettuno) e Domenico Benedetti (a Terracina). Nel 1797 l'uditore delle truppe accantonate a Perugia era Bruschi, mentre nel 1792 il causidico Lorenzo Caferri si era offerto come uditore delle truppe da formarsi in Ascoli (76). Il «Profosso di Piazza», incaricato della detenzione degli arrestati in attesa di giudizio e di coloro che erano stati condannati agli arresti al Profosso, fu nominato il 30 giugno 1793 nella persona del sergente delle Guardie Ippolito Leoncini (o Leoncilli), con l'assistenza di un'ordinanza e di un garzone. Abitava in una stanza attigua al Profosso assieme alla famiglia, e si lamentava che le donne di casa non erano libere perché dovevano continuamente passare davanti al corpo di guardia, istituito nella vecchia abitazione de] sergente giubilato Corvi. Il 5 novembre 1795 furono istituiti i profossi (caporali) presso ciascuna compagnia, e a quello di piazza fu ordinato di consegnare le catene per i violoni di compagnia, assicurandosi del loro buono stata all'atto della restituzione. Nel 1796-1797 furono istituiti profossi presso i vari reggimenti di fanteria (quello del Reggimento Colonna di stanza nelle Marche era il caporale Merighi). Il Profosso d i Piazza era retribuito come l'Uditore di reggimento, cioè con 10 scudi al mese (77). Il 5 novembre 1793 il Comando Generale fissò delle «Norme sulle punizioni, gli arresti e la ritenzione del soldo». Esso si riservava il «gastigo di quei delitti che meritano Processo», senza specificare però i criteri per identificarli. Il Comando di Brigata doveva essere informato «con species facti» dei reati più gravi «punibili a suo arbitrio» con pene corporali fino a 40 bastonate. Il comandante di corpo pote-

(76) ASR, Soldatesche e Galere, buste 700,701,703,734. Nel 1796 per il Reggimento Colonna fu nominato uditore Giovanni Ruffini (scudi 8 e 80 baiocchi al mese) e successivamente Antonio Negri (scudi 12 e baiocchi 60). Il 17 agosto 1797 si stabilì che l'Uditorato Generale di Guerra fosse composto dall'Udi tore Generale Rufini, dal vice uditore Orazio Donati e dall'attuario Pietro Belli. Presso il Battaglione di Guarnigione e i 4 Reggimenti di fanteria dovevano esserci un uditore (sempre retribuito con IO scudi mensili) e un attuario (con 6 scudi mensili). Uditori del Battaglione di Guarnigione e dei Reggimenti Guardie, Colonna e Civitavecchia erano rispettivamente Vallorani, Santagata, Marsuzi e il capitano tenente Francesco Maria Bianchi. Attuari erano Antonio Negri, Francesco Leggieri (Guardie), Pietro Grasselli (Civitavecchia). Altri due uditori pre~isti nel maggio 1797, Belloni e Vanni, non risultano assegnati. (77) ASR, Soldatesche e Galere, busta 702.


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va infliggere punizioni per mancanza di subordinazione fino a 25 bastonate e ordinare l'arresto al Profosso con catena o senza e la ritenzione del soldo di un paolo (10 baiocchi) al giorno. Il comandante cli compagnia poteva ordinare l'arresto al violone fino a tre giorni, o la guardia di piantone fino a due giorni. Agli ufficiali cli compagnia e ai bassi uff iciali era consentito comminare unicamente l'arresto in quartiere (in consegna al «quartiliere»). Per quanto riguarda la procedura, una volta riconosciuta la «species facti» formata dall'uditore del Corpo, il Comandante Generale istituiva un Consiglio di Guerra incaricato di «fabbricare il processo» e di giudicare, oppure affidava la causa ad un Consiglio di Guerra già formato per altro affare. C'erano due tipi di Consiglio di Guerra: quello «minore» (detto anche «mezza sessione») presieduto dal comandante del Corpo cli appartenenza dell'imputato o a ltro designato dal Comando Generale qualora vi fossero più imputati appartenenti a Corpi diversi, e quello «maggiore» (o «sessione» intera) presieduto da un Colonnello designato dal Comando Generale. Inizialmente i membri («assessori») erano scelti dal presidente fra i militari di tutti i ranghi pari o superiori a quello del reo: q uando si giudicavano più imputati appartenenti a corpi diversi, il Comando Generale stabiliva anche la proporzione in cui dovevano essere scelti gli «assessori» provenienti da questi ultimi. Fra gli «assessori» figurava un uditore «votante», cioè provvisto cli «voto consultivo» e non deliberativo. Ad un altro uditore era affidata la «relazione»; si trattava in genere dell'uditore del Corpo di appartenenza dell'imputato, che era poi quello stesso che aveva condotto l'istruttoria e formato la «species fact i». Dovendosi giudicare un ufficial'e in un processo che vedeva coimputati militari di truppa, gli «assessori» da sergente a basso dovevano abbandonare l'aula. Il Consiglio di Guerra che il 7 agosto 1795 giudicò l'alfiere Ceas e gli a ltri correi nella diserzione armata, fu presieduto dal colonnello Severi. Uditore «votante» era Santagata, «relatore» Vallorani. I «voti» non erano individuali, ma venivano espressi da ciascuna categoria di «assessori»: così negli atti processuali rimastici, risultano il «voto» dei due alfieri, quello dei due tenenti, dei due capitani, dei due maggiori, e non i voti individuali (78). Il 12 settembre 1795 il Comando Generale comunicava che

(78) ASR, S0lda1esche e Galere, busta 713 cfr. 718 («difetti da notarsi tanto in genere quanto in specie, nei processi, che furono risoluti nell'ultimo Consiglio di Guerra tenuto nel Presidio di Ancona». Cfr. Da Mosto, op. cit., pp. 302-304.


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«avendo la Sagra Congregazione di Stato rilevata l'incongruenza delle pene, che si sono proporzionate ai delitti nelle Sentenze emanate dagli Assessori delli Consigli di Guerra, che si sono celebrati fin'ora, e volendo provvedere a simili inconvenienti riconosciuti dall'inesperienza, e poca intelligenza degli individui da Sergente a basso, che vi hanno avuto luogo come Giudici, ha ordinato con suoi Biglietti diretti al Com.do Gen.le in data dei I 8 Agosto, e 5 corrente, che d'ora innanzi li Consigli di Guerra ordinarj così detti minori siano composti dal Comandante del Corpo, o di un Ufficiale maggiore, che adempia alle di lui veci, di 4 Capitani come Assessori, ed in loro difetto, o mancanza, di Tenenti più avanzati, dell'Uditore, ed Attuario del Corpo, e che gli altri Consigli di Guerra così detti Maggiori da convocarsi ad arbitr io del Comando Generale per li delitti clamorosi, e complicati, e per le cause degli Officiali, debbino essere composti del Sig.r Brigadiere, come Presidente, e di quattro Offiziali dello Stato Maggiore, con l'Uditore Generale, ed Attuario, e che in tutto il resto di forma di Processi, Sessioni per Esami, Formalità di Consiglio, unione e valuta dei voti, risultato di essi per la Sentenza, pubblicazione, ed esecuzione della medesima debba osservarsi quanto si è fin'ora pratticato in conformità delle istruzioni, che si sono pubblicate alla Truppa».

Tre giorni più tardi il Comando Generale ordinò che per il più rapido «disbrigo» dei processi «rimasti troppo incagliati a grave danno della giustizia, e del servizio», si «ridesse» ai Comandanti dei Corpi «la facoltà di prevalersi dei loro Uditori». Ogni lunedì e giovedì avrebbero poi dovuto «passarli col ristretto» (ossia con una informazione riassuntiva) al Comandante Generale «per le ulteriori disposizioni». Non siamo molto informati sulle modalità di «fabbricazione» del processo. Il 16 luglio 1793 erano state emanate disposizioni «sul metodo che si deve tenere negli esami dei rei e dei testimoni». Sappiamo che gli imputati potevano scegliersi un difensore fra i subalterni (o fra i pari grado se il reo aveva rango superiore). Dall a sentenza al processo di diserzione contro Antonio Arrissa e altri, apprendiamo che per gli altri due imputati maggiori si era avuta parità di voti fra condanna a morte e reclusione perpetua, e che in conseguenza di tali parità aveva prevalso il parere più favorevole al reo, mentre per Arrissa era risultato in maggioranza il voto di condanna amorte (sentenza eseguita il 26 settembre 1795). Il Consiglio di guerra minore si riuniva presso i corpi, quello maggiore presso la «camera degli Esami» nei locali del Profosso di Piazza. Le sentenze erano motivate «in senso esiguo» (79), perché vi erano enunciati esclusivamen-

(79) Cfr. Franco Cordcro, Riti e sapienza del di ritto La terza, Roma-Bari, 1981, p. 767 e passim.


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te fatto e nomen juris: i «voti» non recavano alcuna motivazione. Sono espressamente testimoniati casi di subornazione dei testi, soprattutto da parte dei loro ufficiali, anche estranei al processo (80). IL CORPO UFFICIALI DEL NUOVO ESERCITO PONTIFICIO

Il punto qualificante delle riforma tentata nel 1792-97 fu la completa sostituzione della vecchia uffic ialità pontificia, composta da individui anziani (talora decrepiti) e inabili a l servizio, con un nuovo corpo ufficiali relativamente più giovane, omogeneo e preparato, per quanto non esente da difetti comuni in tutti gli eserciti dell'epoca e in particolar modo ereditati dalla tradizione militare pontificia. Nell'autunno 1792 le tre amministrazioni pontificie che furono oggetto della riforma contavano complessivamente circa 130 ufficiali: 15 del Battaglione dei Corsi, 20 del Reggimento dei Verdi (ossia quello «soggetto al Tesorierato»), e 95 del Commissariato delle Armi (di cui 30 deUe Corazze e delle Guardie di Roma e 55 dei Cavalleggeri e dei presidi delle Legazioni). Restarono fuori delle riforma gli 11 ufficiali dei corpi di gua1·dia del pontefice (svizzeri e cavalleggeri), i 10 ufficiali dei bombardieri a tutta paga, i 13 castellani (81) e i 19 ufficiali superiori delle milizie (82).

(80) ASR, Solda tesche e Galere, busta 734. (81) ASR, Soldatesche e Gale re, busta 704. Erano Guido Lante (Civitavecchia), Clemente Paluzzi (Anzio), Giuseppe Pescetelli (Civitacastellana), Ludovico Guglielmi (Ancona), conte Bernardino Antonelli (Senigallia), conte Almerico Almerici (Pesaro), marchese Luigi Bastoni (Ascoli), Vincenzo Patrizi (Perugia), conte Sempronio Semproni (S. Leo). conte Giacomo Carrara (Fano), marchese Lorenzo Rondinelli Bendedei (Forte Urbano), cav. Giulio Mancinforte (Ferrara), conte Carlo Zollio (Rimini). Bendedei aveva 80 scudi mensili, Mancinforte 55, Lante 36, Guglielmi 26, Pescetelli 18, Patrizi 16, Semproni 15, Almerici e Paluzzi 12, Bastoni 10, Antonelli 7 e 73 baiocchi, mentre i castellani di Fano e Rimini erano senza soldo. · (82) ASR, Soldatesche e Galere, busta 704. Due Governatori delle Arn1i erano retribuiti con 60 scudi mensili, il marchese Alfonso Estense Tassoni (Ferrara) e Giambattista Benzi (giubilalo a Civitavecchia). Altri sette erano reti-ibuiti con 25 scudi mensili: conte Paolo Canale (Patrimonio), cav. Giampaolo Borgia (Umbria), cav. Alessandro Colelli (Sabina e Montagna), marchese Sperello Mancinfo1ie Sperelli (morto, già nella Marca), cav. Crescentino Staccoli (Stato di Urbino), marchese Ce!emente del Drago (Marittima e Campagna), marchese Fabrizio Paolucci (Romagna). Uno, Giambattista Muti (ferra di Nettuno), era retribuito con 15 scudi mensili. Fra i sergenti maggiori uno, il conte Nicola Oroboni (Ferrara) era retribuito con 59 scudi mensili, uno, il cav. Leonardo Ciagni (esentato, di Civitavecchia) con 30 e gli altri sette con 12 scudi e 50 baiocchi al mese: marchese Angelo Andosilla (Patrimonio), cav. Francesco Ba]deschi (Umbria), Orazio Cappelletti (Sabina e Montagna), marchese Vincenzo Antici (Marca), cav. Angelo Montani (Urbino), Filippo Filonardi (Marittima e Campagna) e conte Vincenzo Cattoli (Romagna).


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Ventisette ufficiali figuravano nel Corpo dei Reali Invalidi istituito nel febbraio 1793, ma purtroppo non sappiamo quanti fossero stato giubilati prima di tale data, e quindi non possiamo determinare l'esatto numero degli ufficiali delle vecchie amministrazioni militari che confluirono nel nuovo esercito (83). Si può stimare approssimativamente che fossero poco più di un centinaio, sul totale dei 236 ufficiali previsti dall'organico del generale Caprara (84). Si trattava di 18 ufficiali «maggiori» (tra cui i generali Caprara e Borgia), 8 aiutanti di corpo e di piazza e 210 ufficiali inferiori, tre (capitano, tenente e alfiere) per ciascuna delle 70 compagnie (66 di fanteria e granatieri, 2 di artiglieria e 2 di cavalleria). Dei 21 ufficiali «maggiori» delle vecchie amministrazioni militari, solo quattro furono sostituiti (tre maggiori giubilati e uno morto), ma il generale Borgia fu destituito e nell'organico furono inseriti quattro nuovi ufficiali (i maggiori Pietro Gaddi e Bianchi d'Adda e i capitani Giorgio Gandini e Francesco di Paola Colli) provenienti dal servizio austriaco, che monopolizzarono lo stato maggiore (tenente generai.e e brigadiere) e i corpi tecnici (artiglieria e genio) (vedi Tabella 1).

(83) ASR, Soldatesche e Galere, busta 708. Il Corpo dei Reali In va lidi comprendeva 543 uomini, con un costo di 27.079 scudi e 86 baiocchi l'anno. Ne facevano parte 27 ufficiali (3 colonnelli, un tenente colonnello, 5 aiutanti, 11 capitani, 2 capitani tenenti, 4 primi tenenti, un sottotenente), 4 ufficiali delle milizie (un governatore dell'armi e tre sergenti maggiori), 5 provvisionati (tra cui un chirurgo e un cappellano), 2 forieri, 3 l sergenti, 54 caporali, S vicecaporali, 9 artiglieri, 392 invalidi, 3 tamburi e 11 pifferi. (84) ASR, Soldatesche e Galere, busta 708. Oltre ai 236 ufficiali, c'erano 12 castellani, 9 governatori delle armi, 8 sergenti maggiori, 5 comandanti di p iccoli forti e altri 152 provvisionati (tra cui 7 cappellani, 2 uditori, 2 segretari, 16 medici), che importavano una spesa annua di 20.753 scudi e 70 baiocchi. Della generalità facevano parte il tenente aiutante generale Giulio Cesare Cosimi (216 scudi l'anno) e l'aiutante di pia:aa Nicola Piccirilli (144 scudi annui), il tenente generale Gaddi (3000 scudi annui) e il generale Gandini (1600 scudi annui), mentre al colonnello Severi ne spellavano I 200 perché era anche Ispettore delle Spiagge del Mediterraneo. Al comandante in ter inale di Civitavecchia, tenente colonnello Clarelli, spettavano 660 scudi annui, 156 al tenente di piazza Alessandro Castellar, e 216 all'aiutante di piazza d i Ferrara, il tenente Giovanni Farné. l quattro aiutanti dei Corpi erano i tenenti Giamballista Alfieri (Guardie), Francesco Saverio Arrighi (Corsi), Gian Francesco Brun de La Pise (Castel S. Angelo: morto il 17 dicembre 1793 e sostituito da Giuseppe Tozzi) e Antonio Marucchi (Blg. della Marca: dal 13 novembre 1779 era in servizio coinc «banderale» del Reggimento delle Guardie).


I te111ativi di riforma de/l'esercito pontificio nel 1792-1798

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TABELLA 1 - Gli ufficiali «maggiori» in servizio nel gennaio e settembre 1793

Grado e inca r ico Maresciallo Comandante Generale Tenente Generale Generale della Spiaggia Romana Brigadiere delle Truppe di Roma Colonnello Ispettore cl.Spaggia Colonnelo Com. Rgt. Guardie Colonnello Vicecast. Castel S.A. Colonnello Com. Btg. dei Corsi Colonnello Com. Rgt. di Bologna Ten. Col. Comandante Civitavecchia Ten . Col. Comandante Terracina Ten. Col. Comandante Ancona Tcn. Col. Comandante Art iglieria Ten. Col. Reggimento Guardie Ten. Col. Castel S . Angelo Maggiore Reggimento Guardie Maggiore Castel S. Angelo Maggiore Battaglione dei Corsi Maggiore Battaglione della Marca Maggiore Battaglione Civitavecchia Maggiore Battagione in Corneto Maggiore Battaglione in Terracina Maggiore Presidio di Ferrara Maggiore Presidio Forte Urbano Maggiore Presidio di Bologna Maggiore Battaglione di Ancona Maggiore del Genio Maggiore del.lo SLato Maggiore

Gennaio 1793

Settembre 1793

Enea Caprara (I)

-

-

Pietro Gaddi

Giampaolo Borgia (2)

-

-

Giorgio Gandini G.B. Severi S . Reali (3) M. Ottoboni (4) F. Capranica Malvezzi M. Clarelli O. Ronca (5) M. Miletti F.P. Colli C. Mantica A. Moroni (6) F. Accoramboni F. Pescatori F. Grassi L. Baruichi Carlo Ancajani

Giarnbatt. Severi Sebastiano Reali Marco Ottoboni Francesco Capranica Malvezzi Mariano Clarelli Oliviero Ronca Miletto Milctti

Carlo 1\fantica Annibale Moroni Ottavio Grifoni Filippo PescaLori Filippo Grassi Luigi Baruichi (7) Ignazio Especo (8) Benedetto Chiarelli (9) Antonio Tartaglioni Nicola Oroboni ? ?

Gavardini (?)

Giorgio Gandini

A. Tartaglioni Pio Roverella Pernini Giovio Gavardini (?) Bianchi d'Adda

-

(1) morto il 12 settembre 1793. (2) destituito il J O marzo 1793. (3) morto a 88 anni il 16 dicembre 1794. (4) giubilato il 5 ollobre 1795. (5) destinato al comando del Battaglione cli Romagna nel 1794 e suc.;cessivamente destituito. (3) morto a 94 anni il 6 oltobre 1794 e sostituito da Francesco Demiddclburgh, a sua volta giubilato il 24 dicembre 1794. (7) già capitano tenente della Fortezza di Forlì. (8) giubilato il I O maggio 1793. (9) morto il 3 dicembre 1793.

Limitati incrementi negli organici si ebbero nel 1794, con la creazione di nuovi corpi (Battaglione di Romagna e Compagnia di Senigallia) e l'aumento della cavalleria e dell'artiglieria, portando gli effettivi a circa 260 ufficiali. Circa 40 tra ufficiali inferiori e cadetti furono promossi al grado superiore il 24 dicembre 1794. In conseguenza della mobilitazione dell'esercito nell'autunno 1796, 63 cadetti e 69 ufficiali inferiori furono promossi al grado su


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periore fra il 13 ottobre e il 4 dicembre 1796, seguiti da altri 67 tra cadetti e volontari (compresi due sergenti) e 93 ufficiali inferiori promossi al grado superiore il 26 gennaio e il 5 febbraio 1797. Gli organici furono portati a circa 400 ufficiali, senza tener conto dei 57 ufficiali dei presidi delle Legazioni che si erano arresi ai francesi (85) e dei 27 ufficiali del Reggimento dei Distinti Volontari di Cavalleria (86).

(85) ASR, Soldatesche e Galere, busta 734. L'elenco comprendeva un governatore delle armi di Ferrara (Tassoni), un colonnello di Bologna (Malvezzi), i castellani di Ferrara (Mancinforte) e Forte Urbano (Rondinelli), i maggiori dei tre presidi (Roverella, Pcrnini e Giovio), un aiutante maggiore (Giovan Cesare Farnè) e t re a iutant i (Forni, Battistelli e La Motte), un quar tiermastro (Vincenzo Farné), un sottoaiutante de)Ia fortezza di Ferrara (Marchesi), un aiutan te di piazza di Ferrara (Boni), u n capitano svizzero (Brandimberg), un tenente svizzero (Svendi man), un capitano (marchese Gualengo) e una con:ictta (marchese Gavassini) e un foriere (Bertini) dei cavalleggeri di Ferrara: il presidio di Fer rara contava t re capitani (Sante dell'Ettore, Carni.Ilo Sanzi e Gavassini), quattro tenenti (Giovanni e Nicolò Bonlei, Picetti, Crispi) e quattro a lfieri (Lepri, Tedeschi, Roverella, Solari). La Fortezza di Ferrara tre capi tani (Germano e Vincenzo Ferretti, Roveron i) e altrettanti tenenti (Zafferini, Giambattista Fe1Tetti e Gavassini) e alfier i (Della Scala, Gambetta, Pressio). Il presidio di Bologna contava del pari tre capitani (Eugenio e Domenico Forni, Pucci), tre tenenti (Rondinclli, Pighini e Baruzzi) e tre a lfie ri (Giovio, Barattini, Galeppini). Il presidio di Bologna contava del pari tre capi tani (Lini, Boldrini, e Nicolis) e altrettanti tenenti (Cesarei, Giovio, De Nobili) e alfieri (Giovio, Caranti, Boldrini). (86) ASR, Solda1esche e Galere, buste 724 (Distinta Cavalleria Volonta r ia Romana), 731 (esito dei volontari di cavalleria), 733 (Corpo poi Reggimento dei Distinti Volontari). Il reparto fu formato ai primi di dicembre 1796, e ne assunse il comando interinale !'«ufficiale al servizio estero conte Por ti». Sappiamo che vi regnava poca disciplina e si t rascurava la manutenzione dei cavalli. Il 2 gennaio 1797 il Reggimento contava uno stato maggiore di 11 uomini con 7 cavalli e quattro squadroni di 161 uomini e 136 cavalli (totale 655 uomini e 55 l cavalli). Lo stato maggiore comprendeva un colonnello (75 scudi al mese e 6 foraggi al giorno), un pr imo e un secondo maggiore rispettivamente con 50 e 40 scudi a l mese e 4 foraggi al giorno, un aiutante maggiore con 20 scudi e 2 foraggi, un quartiermastro e un capo chirurgo, con 15 scudi e un fo. r aggio, un foriere con 12 scudi e un foraggio, tre secondi sergenti (capo cavallerizzo, capo sellaro e capo trombetta) con 9 scudi e 50 baiocchi e un foraggio. Ciascuno squadrone contava un capitano a 35 scudi e tre foraggi, un capitano tenente a 20 scudi e t re foraggi, due tenenti a 18 scudi e due foraggi, due sottotenenti a 15 scudi e due fo. raggi, un portastendardo, un chirurgo e un primo sergente a 12 scudi e un foraggio, un sergente foriere con scudi 10 e baiocchi 50 e un foraggio, 4 secondi sergenti con 9 scudi e mezzo e un foraggio, due t rombetti, un sellaro, uno «scozzone», un maniscalco e 12 caporali con 8 scudi e mezzo e un foraggio, 96 soldati montati in r iga per 4 plotoni, 16 soldati montati di riserva, 16 soldati a piedi, tra cui 4 barb ieri, uno scrivano, un sar tore, un armarolo e un calzolaio per ciascuna delle due compagnie) e un garzone profosso a piedi, retribuiti con 7 scudi e mezzo più un foraggio a l giorno nel caso che fossero montati. Il 1 ° Squadrone partì per la Romagna il 6 gennaio 1797, seguito il 15 febbraio dal 4° Squadrone. Capitani ti tolari dei primi tre squadroni erano il signor Set-


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Nel maggio 1797 la riforma stabilita dal maresciallo Colli Marchini portò alla giubilazione di 21 ufficiali con oltre vent'anni di servizio (i colonnelli Severi, Mantica e Capranica, il tenente Colonnello Trulli, i maggiori Pescatori e Accoramboni, otto capitani, cinque tenenti, un alfiere e un aiutante) (87), nonché alla «dimissione» di 30 sottotenenti, 72 alfieri, 10 ufficiali del «previsto ma non formato Battaglione Paolucci» (88) e 5 ufficiali superiori (colonnello Gavardini, maggiori Catucci, Vincentini, Eherij e Montini). Inoltre furono retrocessi di un grado 28 capitani (a capitani tenenti), 46 tenenti (a sottotenenti) e 16 tenenti (nominati alfieri e assegnati due per battaglione per sostituire i sottotenenti in caso cli vacanza). Il numero degli ufficiali superiori fu ridotto da 26 (4 generali, 8 colonnelli, 2 tenenti colonnelli e 12 maggiori) a 20 (3 generali, 4 colqnnelli, 2 tenenti colonnelli, 8 maggiori, di cui due con rango di tenente colonnello e uno «in aspettativa cli vacanza», e tre capitani con rango di maggiori comandanti l'artiglieria, la cavalleria e il genio): solo 15 di quelli già

timio Bischi, il conte Giovanni Giraud e il cavalier Camillo Borgia, mentre il signor Giovanni Torlonia era capitano onorario aggregato. Capitani tenenti dei quattro squadroni erano Luigi Bischi, Giuseppe, Francesco e Pietro Giraud. Tenenti erano Alessando Olivieri (I 0 ), Saverio Pilegri e Giuseppe Betti (2°), conte Vito Leopardi (3°), marchese Tullio Roberti e conte Virgilio Lauri (4°): sottotenenti Pietro Derossi Marcelli e Antonio Rocchi (I 0 ), Astorgio Celi e conte Serafino Novi (2°), Giacomo Monaci (3°), Alessandro Potetti e Carlo Amadeo Ceruti (4°): Luigi Doria era sottotenente onorario. I quattro portastendardi erano il cav. Terenzio Sembrini, Mario Derossi Marcelli, e i cavalieri Vincenzo Francolini e Melchiorre Simonetti. Capitano titolare del 4° Squadrone, acquartierato a Termini in attesa della partenza, sembra fosse il capitano Giustiniani. Il 2° squadrone era acquartierato a Palazzo Corsini. (87) ASR, Soldatesche e Galere, busta 734. Con 61 anni di servizio fu giubilato il colonnello Mantica, con 48 l'alfiere Colocci in Loreto, con 44 il colonnello Capranica, il tenente colonnello Trulli e il capitano Nunez, con 43 i maggiori Pescatori e Accoramboni, con 42, 41 e 40 rispettivamente i capitani Grassi, Origo, e Silva, con 39 il quartiermastro Prensivalli e con 36 l'aiutante Cavalieri, entrambi di Civitavecchia, con 34 i capitani Reali e Magnani e il 1° aiutante della Segreteria dell'Armi Becchio (cui fu «sospeso fino a nuovo ordine per grave demerito»). 28 anni furono riconosciuti ai capitani Cavalletti e Barigioni e al te~ente Giulio Amorini, 21 al tenente Sozzi di Civitavecchia, mentre imprecisati erano gli anni di servizio dei tenenti Petrelli (Ascoli), Gandini (S. Leo) e Ondedei (Pesaro). Con soli 15 anni di servizio fu giubilato invece il colonnello Severi. (88) ASR, Soldatesche e Galere, busta 734. Si trattava del maggiore Zucchi, dei capitani Rovali e Zucchi, dei tenenti Piccoli e Moneta, degli alfieri Alberi, Zuceoli, Renaud, Merlini e Ungania. Paolucci era governatore delle armi della Romagna (busta 704), nonché capitano già in servizio con l'Armata Sarda(busta 716), e marchese di Forlì. Nell'autunno 1796 si offerse di equipaggiare a proprie spese un battaglione di 500 uomini, con quattro compagnie di fucilieri e una di granatieri (busta 731).


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in servizio (3 generali, 4 colonnelli, 1 tenente colonnello e sei maggiori) furono confermati (vedi Tabella 2). Ormai, tra gli ufficiali maggiori, ne restavano solo sei (metà dei quali austriaci) che avevano avuto questo grado con la riforma Caprara: Gadcli, Gandini, Colli, Ancajani, Baruichi e Miletti. Nonostante l'eliminazione di almeno 138 ufficiali (21 giubilati e 117 dimessi), gli or,ganici del maggio 1797 comprendevano ancora 295 ufficiali, cli cui 6 della «generalità», 4 del genio, 258 di fanteria, 14 di cavalleria e 13 di artiglieria. Gli ufficiali maggiori comprendevano un generale comandante, due generali legionari, due colonnelli «legionari», due colonnelli, due tenenti colonnelli, due maggiori con rango di tenenti colonnelli, sei maggiori (di cui uno «in aspettativa di vacanza»), tre capitani con rango di maggiore comandanti di corpo. Gli aiutanti comprendevano 7 capitani (uno aiutante di campo, uno di piazza e 5 aiutanti maggiori) e 12 tenenti (9 aiutanti di battaglione, 1 di piazza e 2 di corpo). C'erano poi 48 capitani (2 di cavalleria e 2 d i artiglieria), 33 capitani tenenti (2 di artiglieria e 3 di cavalleria), 81 tenenti (4 di artiglieria, 3 di cavalleria più uno istruttore, uno del genio), 81 sottotenenti (2 del genio), e 16 alfieri. Inoltre 7 quartiermastri e 5 commissari di guerra di cui uno éapo. Restavano in servizio 12 castellani (89) e 11 ufficiali nella guardia svizzera e dei cavalleggeri, mentre erano soppressi i posti di ufficiale delle milizie, dei bombardieri e dei volontari di cavalleria. L'anonimo «piano ragionato per mia nuova costituzione militare nello stato ecclesiastico», che risale probabilmente al 1793 (90), affrontava all' « articolo 8 » il problema de lla «condizione degli ufficiai i» «quello che si intende, non è cli escludere dal mili tare le persone dell'ordine civile, ma di preferire la nobìlità. La preferenza non offende la giusLizia. Il Foro, la Medicina, le arti liberali, le Finanze, l'amministrazione di tante casse pubbliche aprono la strada ad infiniti, decorosi, e lucrosi impieghi, che tutti sono per le persone della classe civile. Alla Nobiltà, che soffre la maggior parte dei pesi del Principato, nulla resta, se non hà la forza per entrare nella carriera, che porta alle cariche luminose della Corte. Cominciando adungue a nascere tra noi

(89) ASR, Soldatesche e Galere, busta 734. Erano Clar elli (Civitavecchia), Perini (Fiumicino), Paluzzi (Anzio), Locatclli (Terracina), Pescetelli (Civitacastcllana), Bastoni (Ascoli), Gugl.i elmi (Ancona), Antonelli (Senigallia), Carrara (Fano), Almer ici (Pesaro), Patrizi, (Perugia) e Semproni (San Leo). Per le di fferenze con il 1793, cfr. supra, nl. 8.1. (90) ASR, Soldatesche e Galere, busta 708.


I tentativi di ri forma dell'esercito pontificio nel 1792-1798

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TABELLA 2 · Ufficiali 'generali e superiori nel dicembre 1796 e maggio 1797

Grado

Assegnazione

di cemb re 1796

Comandante G. Genera le Com. Ten . Genera le

M.A. Colli (I)

Con testabile Gen. Legionario Gen. Legionario

Comando Genera le Comando Generale Comando Generale Comando Brigata Coma ndo Generale I• Legione 2° Legione

Col. Ispettore Col. Leg. Col. Lcg. Colonnello C-0lonnello Colonnello Colonnello Colonnello Colonnello Colonnello Colonnello Colonnello

Cavalleria e Spiaggia 1 3 Legione 2• Legione Regginu!nto Guardie Reggimento Colonna Reggimento I O Romagna (4) Reggimento 2° Romagna (5) Reggimento Civitavecchia Reggimento Marca Battaglione dei Corsi Ba1taglione Artiglieria Battaglione Guarnigione

Brigadiere

Ten. Col. Ten. Col. Ten. Col. Ten. Col. Magg iore Maggiore Maggiore Maggiore Maggiore Maggiore Maggiore Maggiore Maggiore Maggiore Maggiore Maggiore Maggiore Maggiore Maggiore Capitano (9) Capitano Capitano

Bauag lione d i Ancona Reggi,nento Guardie 1° B1.g., Rgt. Marca (Corsi) I O Blg., Rgt. Civitavecchia 1 Btg., Rgt. Gua rdie 1 Btg., Rgt. Colonna

° °

2° Btg., Rgt. Guardie 2° Btg., Rgt. Colonna 2° Btg., Rgt. Marca (CSA} 2° Btg., Rg t. Civitavecchia Btg. della Marca (4} Btg. Castel S. Angelo (7) Btg. dei Corsi (8) Btg. Borosini in Romagna Btg. Paolucc i in Romagna 1° Reggimento di Romagna 1° Reggimento di Romagna Bc g. di Guarnigione in aspetta t iva di vacan:a \ Comandan te Artiglieria Comandante Cavalleria Comandante del Genio

maggio 1797

P. Cadd i (I) P. Caddi (1) G. Gand in i (1) Colonna Colonna G. Gandini (1) G.B. Severi (2)

C. Mantica (2} L. Barnichi

C. An cajan i Gavardin i M. Clarelli

C. Ancajani (3) L. Baruichi (C. Ancajani) (L. Baruichi)

M. Clar elli (vacante)

F. Capran ica (2) F.P. Colli(!)

F.P. Colli M. Miletti N. T rull i (2) F. Grassi M. Mi]cui

O. Camcci M. Dandini Vincentini Eherij

G.B . Cerroni F. Biancoli F. Pescatori (2) F. Grassi C. Boros ini Zucchi T. Montini G. Bracci

F. Biancoli (3) (6) M. Dandin i (6) G. Bracci (3) G.B. Boschi (3) C. Borosini (I) G.B. Cerroni

P. Forni Port i A.S. Colli (1) V. Cri s polti G. Urban i

NOTE: (I) proveniente dal servi1.io estero. (2) giubilato il 30 aprile 1797. (3) combattente a Faen1.a. (4) d istrutto alla battaglia di Faenza. (5) non è sicura la denominazione: doveva compren dere i battaglioni Paolucci e Borosini, e non fece in tempo ad essere completato. (6} maggiore con rango di tenente colonnello. (7) poi trasformato in 2° Battaglione della Marca. (8) poi trasformato in 1° Bauaglione della Marca. (9) capitano con rango di maggiore.


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un nuovo Stato, che più, che ad altri, conviene alla Classe de' Nobili, il dovere, e l'equità vuole, che s iano preferiti quelli, che soli possono influire al lustro della milizia: lustro, che tanto inte ressa, quanto il fine, a cui tende la milizia medesima. · Le cariche dei Governatori dell'armi, e de' maggiori della Milizia urbana, e così pure le castellanie, sono sempre state e attualmente sono occupate da persone distinte pe r nascita ... Resta d unque a procurare che s iano di uguale condizione i Capitani, i Tenenti, gli Alfieri, che dovranno prescegliersi: e che li stessi Cadetti, dai quali debbono scegliersi gl'Uffiziali, siano anch'essi di famiglia nobile, ed abbiano le indispensabili qualità fisiche, ed intellettuali, dalle quali possa sperars i ottima riuscita».

L'anonimo proseguiva osservando c he, in mancanza di adeguati incentivi, la nobilità dello Stato ecclesiastico aveva fino a quel momento preferito «piuttosto l'onore di una Montura straniera, che quella del proprio Principe»: l'ambizione si era appuntata sull e cariche più elevate (governatore delle armi e ser gente maggiore delle milizie) ma non su quelle più modeste di ufficiale inferiore. Si suggeriva pertanto di riservare le prime esclusivamente a coloro che avessero prestato un onorato servizio nella «truppa viva ». Bisognava inoltre creare in Roma una «Accademia militare», facendo venire dall'estero il «presidente» e i libri necessari, nella quale istruire i cadetti e i giovani ufficiali destinati a proseguire nella carriera. Altro problema delicatissimo, quello dell'avanzamento («e questo è un articolo, che quasi fugge la providenza delle Leggi»). Occorreva s tabilire in modo preciso, le cariche la cui copertu ra era riservata a l sovrano e quelle lasciate alla discrezione del Comandante generale. In ogni caso il comandante generale doveva esaminare e verificare i rapporti dei colonnelli e ispettori sugli ufficiali in valutazione, lasciando talora in sospeso le promozioni, sia per non precipitare i giudizi sia per valutare l'opportuni tà di conferire l'incarico a «qualche Suddito, che si fosse distinto nel servizio d'estere Potenze». Il merito doveva prevalere sull'anzianità, da prendere in considerazione soltanto a parità d i merito. Cadetti e «giovani ufficiali» dovevano essere valutati in base agli attestati di frequenza e profitto rilasciati loro dal pres idente dell'Accademia. Gli ufficiali più anziani dovevano essere valutati sulla base di «liste di condotta», da conservarsi «gelosamente» nella segreteria del Comando Generale, su cui annotare «le azioni lodevoli, ò non lodevoli degJ'Uffiziali, se bene, se mediocramente, se ma le si sono disimpegnali nelle commissioni, che loro sono state ingiunte». In caso di incapacità fi sica do-


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vuta all'età o allo stato di salute, bisognava anteporre il «bene pubblico» al merito dell'ufficiale in valutazione. L'anonimo suggeriva anche di richiedere all'ufficiale «un saggio della sua abilità, comunicativa, ed attività nel Comando dell'esercizio» in piazza d'armi, essendo «l'esperimento pubblico» il mezzo più adatto a giudicare il merito dei candidati. L'anonimo suggeriva di creare anche un fondo per le giubilazioni, da alimentare con la ritenuta di un 2,5 per cento sulla paga, e d~ investire in «luoghi di monte» (cartelle di debito pubblico), le quali fruttavano un considerevole interesse corrisposto di bimestre in bimestre. In tal modo la giubilazione avrebbe cessato di essere un provvedimento di grazia sovrana per trasformarsi in un diritto dei militari, e in particolare degli ufficiali, liberandoli «dal timore di dover' mendicare, allorché si è reso inutile al servizio», e favorendo l'esodo degli ufficiali ottuagenari che intasavano i ranghi e dovevano essere sostituiti da uno stuolo di ufficiali «.s oprannumerari» che servivano per anni senza paga nella speranza di vedersi accordata una «piazza morta» (paga di un soldato previsto in organico e non arruolato) oppure di concorrere alle rare vacanze di un posto organico di ufficiale (solitamente .lasciato libero solo in caso di morte del titolare). Le riforme del 1792-1797 attuarono solo parzialmente i suggerimenti dell'anonimo. Per quanto riguarda il sistema di reclutamento degli ufficiali, si adottò l'istituzione dei cadetti, ma questi ultimi furono assegnati direttamente ai corpi senza un previo periodo di formazione di base presso l'accademia proposta dall'anonimo. In precedenza la patente di alfiere veniva concessa dal pontefice a qualsiasi persona «di distinzione» che ne facesse richiesta e si facesse opportunamente raccomandare presso i prelati responsabili delle tre amministrazioni militari pontificie. La patente, per il cui rilascio occorrreva sborsare in segreteria delle armi i relativi «emolumenti», conferiva grado e rango esclusivamente all'interno di un determinato corpo, ma solo raramente conferiva anche una retribuzione né tantomeno un posto in organico. Retribuzione e assegnazione in organico dovevano essere oggetto di successivi provvedimenti, che spesso tardavano molti anni, in attesa che si verificassero vacanze tra gli ufficiali già in servizio effettivo, e giungesse il turno nella lista di attesa basata sull'anzianità di rilascio della patente di alfiere, cosa che dava spesso luogo a contestazioni e ricorsi (91). Nel frattem-

(91) ASR, Soldatesche e Galere, busta 694. Sul problema degli alfieri soprannu· me rari nel baltagl ione dei Corsi e sul conflitto tra Clemente Paluzzo e gli alfieri Pie-


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po gli alfieri «soprannumerari» servivano senza paga nel corpo di assegnazione. Nelle prime settimane del nuovo armamento del 1792, prima che il generale Caprara assumesse il comando, pervennero alle segreterie del Commissario delle armi e del Tesoriere Generale numerose richieste e raccomandazioni per il conferimento di alfierati, in qualche caso «onorari», cioè senza obblighi di servizio (92). Tuttavia, a partire da 15 dicembre 1792, si stabilì di abolire il titolo di «alfiere soprannumerario» e di riservare la promozione ad alfiere effettivo (cioè titolare di un posto organico e della relativa retribuzione) a coloro che avessero servito meritevolmente senza paga in qualità di cadetti. I cadetti erano soldati semplici provenienti dall'aristocrazia e dal ceto borghese, che servivano volontariamente senza paga in attesa di essere valutati per la promozione ad alfiere in caso di vacanza. Sia l'accettazione dei cadetti che la promozione erano stabilite dal Comando Generale. I cadetti potevano essere dimessi dal servizio a domanda o per demerito, ed erano promossi al grado di alfiere per merito e non per anzianità, a differenza di quanto avveniva in precedenza con gli alfieri soprannumerari. I cadetti potevano essere impiegati come caporali e sergenti «dragonanti» (cioè nel-

tro Cavalletti e Giuseppe Barigioni, cfr. V. Ilari, Gli antenati, cit., pp. 767-769. Tipica la carriera del conte Giambattista Eroli: alfiere soprannumerario senza paga in Castel S. Angelo dal gennaio 1776, ottiene una piazza da soldato retribuita con scudi 3 e baiocchi 70 concessagli dalla Segreteria di Stato il 12 marzo 1782. Nel luglio 1786 subentra in organico al posto dell'alfiere Marsili, che godeva di 4 scudi di stipendio più altrettanti per anzianità di servizio, ma è obbligato a rimettere la piazza da soldato. Nel 1790 ricorre per la reintegrazione, essendosi accorto che il viglietto della Segreteria di Stato gliel'aveva concessa «fintantoché arrivi ad ottenere il soldo di un effettivo», condizione non ancora realizzata visto che la paga da alfiere è di scudi 15, e non di 8, come quella concessa a Marsili. Alla data del 1791 sono in servizio in Castel S. Angelo sei alfieri soprannumerari, i più anziani dei quali nominati nel 1783. Da un altro documento apprendiamo che la nomina dell'alfiere effettivo senza soldo Onofrio Schmidt (retribuito tuttavia con 7 scudi), alla «lucrosa ed onorevole carica di comandante ed ispettore in Montalto», suscita le proteste dei colleghi più anziani (ai quali è stato preferito essendo stato l'unico ad averne presentato richiesta). Anche il rilascio di una semplice patente di alfiere soprannumerario è concesso solo in caso di vacanza dovuta ad avanzamento di colui che precede nella lista di attesa. (92) ASR, Soldatesche e Galere, buste 703, 706, 695. LA qualifica di ufficiale onorario poteva riguardare anche il grado di capitano: una Dama raccomanda nel 1792 un nobile di Bisceglie come capitano onorario, e tale grado è riconosciuto al Governatore delle Porte Maffeo Barberini e all'Intendente del vestiario Giovanni Bottoni. Nei Distinti volontari di cavalleria figurano come ufficiali onorari il capitano Giovanni Torlonia e il sottotenente Luigi Doria (registro 733).


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le funzioni rispettive, ma senza che venisse loro riconosciuto il grado e tantomeno la retribuzione corrispondente), ed in genere la valutazione delle loro capacità avveniva proprio sulla base di questo servizio. Non risulta invece che fossero inviati a frequentare gli «esercizi» istituiti nel 1793-94, i quali appaiono riservati ai giovani subalterni già in servizio effettivo. Tuttavia il 18 settembre 1793 si ordinò ai corpi di trasmettere la lista di tutti i cadetti con l'indicazione della condotta e del rendimento di ciascuno, e si stabilì la prassi di convocarli mensilmente a rapporto dal tenente generale, facendoli accompagnare dai rispettivi maggiori che dovevano informare sulla loro condotta e abilità. Nel marzo 1795 ai cadetti fu concesso uno specifico distintivo «al taschetto», nonché la sciabola da sergente e il distintivo del grado in cui «dragonano»: fuori servizio potevano portare l'uniforme degli ufficiali, ma senza spada, fiocchi d'oro e dragona. Nell'agosto 1794 fu accordato un posto di cadetto all'ex cavalleggero di Avignone Saverio Clemente, «privandolo però di ogni speranza di ascendere al grado di uffiziale». Dopo tale data si stabilì di limitare il numero dei cadetti ad un massimo di uno o due per compagnia, sostituendoli con nuovi aspiranti solo quando venivano dimessi o promossi alfieri e sottotenenti. Le persone di «nascita civica e buona educazione» potevano essere accettate, con rescritto del Comando Generale, come semplici «volontari», destinati svolgere il servizio da comune o anche a «dragonare» da caporale o sergente. Il 22 ottobre 1796, per far fronte alle aumentate esigenze organiche, si stabilì che anche i volontari potevano essere promossi alfieri e sottotenenti, e il 26 gennaio 1797 furono nominati sottotenenti dei dragoni perfino due sergenti, Martini e Ferrari. Dagli Ordini del Comando Generale risultano due sole eccezioni alla regola di riservare la promozione ad ufficiale ai soli cadetti meritevoli: riguardavano gli alfieri Giovanni Giraud, presentato al Comando Generai da suo padre, capitano del Reggimento delle Guardie, (31 gennaio 1793), e Giovani della Scala, cui il grado fu conferito direttamente con rescritto pontificio (1 ° febbraio 1794). Fra il dicembre 1792 e il dicembre 1796 furono arruolati complessivamente più di 200 cadetti: 44 del reggimento delle Guardie, 27 nel battaglione di Castello, 47 in quello della Marca, 20 in quello dei Corsi, 16 nella Cavalleria, 16 nel battaglione dei Turchini di Civitavecchia, 15 in quello dei Turchini in Corneto (disciolto nel dicembre 1793). Nel reggimento delle Guardie 15 cadetti furono arruolati tra il 26 dicembre 1792 e il 3 genaio 1793 e 16 tra l'ottobre e il di-

a


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cembre 1796, mentre nel 1793, 1794 e 1795 ne furono arruolati rispettivamente due, sei e cinque. Di questi 44 soltanto 30 furono promossi alfieri, ma solo quattro lo furono prima dell'ondata di promozioni dell'ottobre-dicembre 1796: degli altri uno fu promosso sottotenente di artiglieria, uno sergente di cavalleria, due aiutanti nella Truppa Civica, mentre cinque furono dimessi a domanda o per demerito e uno morì in una rissa. Dei 91 cadetti del reggimento delle Guardie e dei battaglioni dei Corsi e di Castel S. Angelo, la metà (cioè 46) erano romani, 5 laziali (due di Cori, uno rispettivamente di Civitacastellana, Viterbo, Frosinone) 20 marchigiani, 6 umbri, un bolognese, sei avignonesi e del Contado Venosino, due stranieri (di cui uno napoletano), mentre per altri cinque (tutti italiani) non è indicata l'origine. Trentasei dei 47 cadetti del battaglione della Marca erano marchigiani: ce n'erano tre di Norcia, due di Viterbo e uno per ciascuna delle seguenti città: Ferrara, Cori, Spoleto, Todi, Cagli e Benevento (93). Sembra dunque che prevalesse il criterio del reclutamento regionale, del resto confermato dal fatto che i 57 ufficiali dei presidi delle Legazioni erano tutti originari di Ferrara e Bologna. Tuttavia è da sottolineare la massiccia aliquota dei marchigiani, probabilmente la più numerosa anche in termini assoluti, presenti in modo sensibile anche nei presidi di Roma e Civitavecchia. Se ne possono trarre alcune osservazioni. La prima è che i presidi delle Legazioni risultavano anche per questa strada una aliquota eccessivamente autonoma e autosufficiente dell'esercito pontificio, la quale gravitava verso la società militare lombarda e dei ducati, il che spiega anche la relativa facilità con la quale dopo la occupazione francese del 1796 si potè dar vita alla Legione Italìana di Angelo Scarabelli. La seconda osservazione è che le Marche appaiono essere state il fulcro del potenziale militare pontificio, circostanza confermata del resto dalla resistenza opposta alla dominazione francocisalpina. É anche qui significativo che gli ufficiali pontifici di origine marchigiana, non provenissero dallo Stato di Urbino e da quello che i francesi avrebbero costituito nella Repubblica d'Ancona, bensì soprattutto da lesi, Camerino, Ascoli e Macerata, che furono i centri della resistenza sanfedista nel 1798-99.

(93) ASR, Soldatesche e Galere, buste 703 e 733. Non sembrava che nuovi cadetti fossero accettati dopo la riforma Colli del maggio 1797, dato che le vacanze nei posti di sottotenente venivano coperte con gli alfieri ed eventualmente con i subalterni congedati per riduzione quadri.


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Pur possedendo i nomi di tu tti gli uffici ali congedati e r imasti in servizio nel maggio 1797 (94) e gli sta ti di servizio degli ufficia li di tutti i corpi di sta nza a Roma e Civitavecchia (95), non è agevole determinare le caratteristiche sociali del corpo ufficia li. Dai cognomi del 1797 sembra predomina re la piccola nobi ltà citta dina rispetto sia alla borghesia che all'alta nobiltà romana: tr oviamo le famiglie Biancoli, Bolognetti, Bonarelli, Bonlei, Bussi, Da ndini, Deg.li Oddi, Della Porta, De Middelburg, De Pusignan, Fattiboni, Ferretti, Forni, Nunez, Piccini, Righetti, Trulli. La composizione di cl asse risulta chiaramente indicata solo per i 29 ufficiali in servizio a Ferrara nel 1792-93: erano nobili il governatore, il sergente maggiore, il capitano e la cornetta dei cavalleggeri, sei degli otto capitani, il capitano tenente, cinque dei sette tenenti e tre dei nove alfie ri: gli a ltri dieci ufficiali appartenevano a llo «stato c ivile» (96). Tre (due tenenti e un a lfie re) appartenevano a ll a medesima famigli a, Sanzì, di condizione borghese: due di essi, Francesco e Cesare, erano capitani tenenti nel 1797 . Ad un 'altra fami glia ferrarese, quella dei conti Ferretti, a pparte nevano nel 1797 ben cinque cap itani (Filippo, Pio, Gaetano, Giuseppe e Gabriele), nonché tre tenenti (Germano, Vincenzo e Gia mbattista) della Fortezza di Ferrara, fatti prigionieri dai francesi ne l 1796. Fra gli ufficiali de l 1797 figurano, oltre ai cinque capitani Ferretti e ai due capitani tenenti Sanzi, tre tene nti~ sottotenenti appartenenti a ll a fa miglia Giustiniani e altri tre appartenen ti alla fami-

(94) ASR, Soldatesche e Galere, busta 734. Tutta via i nomi non sempre corrispondono a quelli degli ufficiali in servizio presso i corpi nel periodo magg io 1797 · febbraio 1798, leslimoniati dalle rnbclle rnensuali di cui a nt. 71. (95) AS R, So ldatesche e Galere, busla 703. Sono ind icati anche i cadetti, quartiermastri, l'orieri, sergenti, uditori, attuari, medici, chirughi, cappella ni, tamburi maggiori. Veros im ilmente si tratta di qu ad ri d'avanza mento predisposti prima dell'ondata d i promozione del dicemb re 1796 · gennaio 1797. Nei registri 793 e 794 sono contenute le «rubricelle» e le minu le delle palenli spedite agli ufficiali nel periodo 1793-1797. Nel regis tro 797 è contenula la «rubrichella,, dei «benserviti» r ilasciati da l I 8 genna io 1794 a l 6 gennaio 1798. (96) ASR, Soldatesche e Galere, busta 692. Governa tore conte Sudarini sergenle maggiore conte Nicola O robon i, capitano di cavalleria marchese Gualengo, capitano castellano marchese Alfonso Estense Tassoni, capitani conti Manassei, Riminaldi, Tufali, marchesi Alessandro Rondinelli e Mona ld i, capitano tenente conte Pallotta, tenente ma rchese Lorenzo Rondinc lli Bendede i, conti Gambetta, Ferretti, Degli Oddi, e Bonacossa, alfiere mar chese Spada, alfieri conti Boschi e Nicolis, cornetta di cavalleria marchese Gavassini. Allo «stato civile» appartenevano i capitani Bonaiuti e Booaccio li, i tenen ti Barbe rin i e Sanzi, e gli a lfi eri Rove roni, Ettori, Della Pellegrina, Barberini e un altro Sanzi.


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glia Capalti, nonché altre quindici coppie di fratelli o forse cugini: due Dandini (Oddo e Muzio, rispettivamente capitano tenente e maggiore), due Cenoni (Giambattista e Domenico, rispettivamente maggiore e capitano) e ventisei subalterni appartenenti alle famiglie Bernardini, Bonarelli, D'Armis, degli Oddi, della Porta, De Raymond, Fanelli, Gommi, Grilloni, Illuminati, Lelmi, Leoncilli e Milanesi. I due Grilloni, Vincenzo e Venanzio, e di due Leoncilli, Carlo e Vincenzo, appartenevano con ogni probabilità alle famiglie di due sottufficiali del vecchio esercito, che grazie all'impiego in posti di responsabilità amministrativa erano riusciti, sia pure con grande fa. tica a vedersi riconosciuto il rango, anche se non il prestigio, di ufficiali: si trattava dell'aiutante del battaglione dei Corsi Giacomo Grilloni, deceduto nel settembre 1792 (97) e del professo cli piazza Ippolito Leoncilli. É interessante notare che Vincenzo Grilloni rinunciò al grado di sergente per essere ammesso - il 24 dicembre 1794 come cadetto nel battaglione di Castel S. Angelo: fu promosso sottotenente soltanto nel gennaio 1797, contemporaneamente al fratello Venanzio, che da quattro anni serviva come cadetto nel Battaglione dei Corsi. Già prima dell'armamento del 1792 agli aiutanti, che venivano dai sottufficiali, era stato riconosciuto il titolo di ufficiali, pur tra le proteste dei subalterni che rifiutavano di considerarli loro pari grado. Il 3 settembre 1795 l'aiutante presso i.I Comando di Brigata Bonini ricevette il grado di capitano tenente, mentre quello di tenente fu conferito agli aiutanti delle guardie (Orazio Marucchi), degli Invalidi (Ponzileoni), dei battaglioni della Marca (Antonio Marucchi), dei Corsi (Francesco Saverio Arrighi) e di Castel S. Angelo (Calcedonio Renaud). Con l'ordinamento dei maggio 1797 avevano il grado di capitano i cinque aiutanti maggiori e l'aiutante di piazza di Roma, e quello di tenente i nove aiutanti di battaglione e l'aiutante di piazza cli Civitavecchia (98).

(97) SulJa carriera di Grilloni cfr. Ilari, Gli antenati, cii., pp. 763-766, e ASR, Soldatesche e Galere, buste 690, 694 e 699. Forse apparteneva a questa in trap rendente famiglia anche Filippo Grilloni, nominato chirurgo della Cavaller ia il I O dicembre 1796 (registro 733). Circa la società l'ormata dal vicecastellano Ottoboni e dall'aiutante di Castel S. Angelo Tignani per la manifattura dei panni, cfr. busta 726, e Ilari, L'esercito pontificio nel XVII secolo fino alle riforme del 1792-93, in Studi Storicomilitari 1985, USSME, Roma 1986, pp. 600 e 602. Sulla condizione sociale degli aiutanti è illuminante la lettera di una vecchia profuga dal terremoto delle Calabrie ril'ugiatasi a Roma con quattro figli piccoli: grazie alla sua intraprendenza era riuscita a sistemarne tre come granatieri del battaglione Corsi e uno come aiutante a Civitavecchia (busta 734). (98) ASR, Soldatesche e Galere, busta 734. Aiutante di campo del contestabile


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Molto bassa era l'aliquota di ufficiali «esteri». L'unico sicuramente di origine straniera (tedesco) era il capitano Carlo Saafeld. Forse era di origine spagnola anche il maggiore marchese Ignazio Especo Ybera, giubilato a Civitavecchia il 1° maggio 1793, un cui figlio, Bartolomeo, era tenente del Battaglione di Guarnigione nel 1797. Quasi certamente «statisti», nonostante il cognome straniero, erano i capitani Luigi De Cousandier, marchese Salvatore De Pusignan, Casimiro Waquier De La Barthe, e i capitani tenenti marchese Luigi De Middelburgh, Giuseppe Ignazio De Raxis Hassan, Gaetano Sutterman e Calcedonio Rena ud. Il sottotenente Raffaele Pepe e il tenente, poi capitano tenente Carlo Massimiliano Carafa, delle Guardie, erano entrambi napoletani ed erano stati reclutati come cadetti. Sudditi del duca di Modena erano il capitano Giuseppe Diumerò, di Reggio Emilia (in servizio nel 1793 al Battaglione di Corneto) e il maggiore Carlo Borosini, già capitano dei granatieri delle Guardie di Modena, reclutato il 9 novembre 1796, mentre dall'Armata Sarda provenivano i capitani marchese Filippo Paolucci di Forlì e conte Giuseppe Beni, reclutati nel gennaio 1797 e retrocessi a capitani tenenti con l'ordinamento del maggio 1797. Provenivano dal servizio austriaco i due comandanti generali del 1792-93 e del 1797, conte Caprara e barone Colli Marchini, nonché il maggiore conte Pietro Gaddi (poi tenente generale), i capitani Giorgio Gandini e Francesco di Paola Colli e il tenente Angelo Secondo Colli, figlio del precedente, rispettivamente pervenuti ai gradi di brigadiere, colonnello e capitano con rango di maggiore. Per breve tempo furono in servizio pontificio i due ufficiali milanesi del genio austriaco maggiore Bianchi d'Adda (luglio 1793 - luglio 1794) e tenente Luigi Giustini (27 maggio - 11 luglio 1793) e il tenente De Corbeau, arruolato nei Corsi il 5 febbraio 1797.

Colonna capitano Piccolomini, aiutante di piazza di Roma capitano Nicola Piccirilli, aiutante di piazza di Civitavecchia tenente Giambattista.De Castellar, aiutanti maggiori capitani Francesco Saverio Arrighi (Battaglione di Guarnigione), Giambattista Alfieri (Reggimento delle Guardie), Pietro Aureli, Filippo Vigna (Reggimento Colonna), Francesco Deangelis: nel Reggimento di Civitavecchia figura aiutante maggiore Giuseppe Boni. Aiutanti dei battaglioni sono Domenico Lotti (Guarnigione), Enea Alfieri (1 ° Guardie), Francesco Buffa (2° Guardie), Ottaviano Asinelli (1 ° Civitavecchia), Giacomo Mazzola (2° Marca), Zucchi (1 ° Colonna), Rasio (2° Colonna). Nell'elenco figurano anche Federico Annone, Antonio De Luca, Giovanni Sazia e Francesco Lodi. Giuseppe Vaselli è aiutante di art iglieria, Giuseppe Leoni di cavalleria, entrambi col grado di tenente. Altri subalterni privi di incarichi di comando sono il tenente istruttore della cavalleria Amadeo Cerruti e i due sottotenenti disegnatori, passati dall'artiglier ia al genio, Antonio Sersante e Romano Romanis.


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Alla riforma del sistema di reclutamento si accompagnò quella del sistema di avanzamento. Ancora nel saggio di De La Barthe (pp. 7-9) si affermava che nell'avanzamento si d oveva tener conto, oltre che del merito, anche del «rango del corpo», giustificando questo costume con l'osservazione che «sempre hanno esistito le guardie pretoriane». De La Barthe si occupava poi diffusamente dei ricorsi.presentati -per via gerarchica al Sovrano, tramite la cancelleria militare, avverso i presunti torti subiti nell'avanzamento. Il frequente contenzioso del periodo anteriore all'armamento del 1792-93 si ridusse nel periodo successivo soprattutto per effetto dell'aumento degli organici e dell'abolizione del sistema di reclutamento basato sulla concessione di patenti di alfiere soprannumerario. Nell'unica controversia relativa all'avanzamento registrata dagli Ordini del Comando Generale, insorta tra i tenenti Sanzi, Pitoni e Silìquini, la Sacra Congregazione di Stato decise, nel marzo 1795, che l'anzianità di grado doveva prevalere su quella di servizio. Le promozioni al grado superiore comportavano necessariamente l'assegnazione ad un posto organico, e si potevano fare dunque soltanto in caso di vacanza (per morte, giubilazione, dimissione, trasferimento ad altro corpo, promozione al grado superiore) o di creazione di nuovi posti, in conseguenza dell'aumento organico dei reparti e dei corpi. Una promozione ne provocava diverse altre, a catena, e il Comando generale cercava di raggrupparle in un quadro di promozione relativo almeno a tutti i corpi di Roma e Civitavecchia (negli Ordini del Comando Generale non sono registrati i provvedimenti relativi alle truppe delle Legazioni). Così il quadro di promozione proposto dal Comando Generale e approvato dalla Sacra Congregazione di Stato il 24 dicembre 1794 riguardò una quarantina tra capitani effettivi, capitani tenenti, alfieri e cadetti dei quattro corpi di fanteria di stanza a Roma. Ve ne furono anche altri di minore portata, specialmente in occasione della formazione dei due battaglioni per la custodia della Spiaggia Romana e poi di quello di Romagna, nonché in occasione dei frequenti trasfer:imenti di ufficiali da un corpo all'altro. Ma le ondate di promozioni più massicce si verificarono il 13 ottobre, 1'11 e il 17 novembre e il 4 dicembre 1796, il 27 gennaio e il 5 febbraio 1797. Naturalmente con la diminuzione degli organici stabilita nel maggio 1797 gli ufficiali più giovani furono dimessi e altri retrocessi di un grado. Le promozioni ripresero il 28 luglio, il 10 ottobre e il 15 dicemhre 1797. Con l'ordinamento Colli del 1797 si stabilì che gli avanzamenti degli ufficiali fino al grado di capitano fossero fatti


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per corpo, cioè per reggimento, e disposti dal Comando Generale, mentre quelli degli ufficiali «maggiori» dovevano essere fatt i «neJia totalità dell'Armata» e disposti dalla Sacra Congregazione di Stato su proposta del Comando Generale (99). I di stintivi di grado continuarono ad essere quelli fissati il 7 aprile 1789 (100): solo nel maggio 1797 furono abolite le spalline per fare economia agli ufficiali e soppressi i galloni distintivi dello stato maggiore, conservandosi come contrassegno esclusivamente i ricami d'oro alla «camisciola» come distintivo degli ufficiali «maggiori». Altro distintivo comune a tutti gli ufficiali era la spada con fioc_c hi d'oro e dragona, mentre ai cadetti toccava la sciabla con fiocchi di seta e la camisciola bianca anziché di panno colorato. Portavano la sciabla anche sergenti, caporali, dragoni e granatieri, ma i sergenti avevano altresì il distintivo della canna e del taschetto. Il Comando Generale stigmatizzava che gli ufficiali inferiori portassero uniformi fuori ordinanza (con ricami d'oro e d 'argento di fantasia, collettoni e paramani fuori misura, centurone a tracolla, fazzo letti o croata anziché il cravattino regolamentare), e giudicava «ridicolo» il fatto che gli ufficiali amassero indossare calzoni alla moda dei sanculotti, che arrivavano «fin sotto la polpa della gamba». Lo facevano anche quando andavano a rendere omaggio al pontefice o ad altre personalità di spicco, al punto che il Comando Generale era costretto a ordinare che si andassero «in stretta uniforme, in calzetta però, e cinturone». Mentre un civile che aveva fatto uso di insegne militari, Giovanni Belloni, veniva arrestato e ammonito, si vietava agli ufficiali di pretendere il saluto dalle sentinelle quando andavano in borghese, minacciandoli di arresto al Profosso se avessero perso il «rispetto alla Guardia»: «e se qualche volta seguisse qualche aggravio a un qualche ufficiale, che va vestito dei propri abiti, sarà colpa loro, se non sono conosciuti

(99) ASR, Soldatesche e Galere, busta 734. Sulle promozioni, vedi i registri 733, 798, 799 e 800, alle date indicate, nonché busta 724 (11 novembre e 4 dicembre 1796). (100) ASR, Soldatesche e Galere, busta 689. I generali, tenenti generali e marescialli di campo avevano rispettivamente tre, due e una riga di ricami d'oro sopra le maniche, il brigadiere una d' argento. Il colonnello, tenente colonneJJo e maggiore avevano rispettivamente tre, due e un gallone sopra le maniche: il capitano due «spallette», il tenente e l'alfiere una sola, rispettivamente sulla spalla destra e sulla sinistra. 11 sergente aveva una spalletta senza fiocco alla spalla destra, e il caporale un gallone di seta sopra la manica.


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per Tali, poiché qualunque Individuo militare deve averlo per ambizione di portare la divisa del Principe».

Conflitti di precedenza fra gli ufficiali derivavano dalla mancata definizione dei rapporri gerarchici tra aiutanti e ufficiali inferiori e tra capitani e capitani tenenti: l'uguaglianza di rango fra questi ultimi fu stabilita nel giugno 1794, almeno relativamente a quelli promossi dopo il 1793, mentre, come si è visto, agli aiutanti maggiori dei corpi fu attribuito il grado di tenente il 3 settembre 1795 e di capitano nel maggio 1797, data sotto la quale il grado di tenente fu attribuito agli aiutanti di battaglione. La protesta più clamorosa contro il sistema gerarchico fu quella del vicecastellano di Castel S. Angelo Marco Ottoboni Boncompagni, che subito dopo la promozione del tenente colonnello Colli a colonnello, indossò arbitrariamente l'uniforme da generale, per marcare che egli continuava a ritenersi superiore gerachico del suo rivale: il Comando Generale dovette ricordargli che egli doveva portare l'uniforme bianca con mostre verdi del Bataglione di Castello e indossare i distintivi di grado spettantigli (tre galloncini d'argento ai paramani e una camisciola verde gallonata in argento). L'll marzo 1793 si stabilì che le compagnie, tranne quelle dei granatieri, dovevano essere denominate con il nome del capitano oppure con il titolo di «maggiora»-o «colonnella» quando il titolare fosse un ufficiale maggiore (sostituito in comando da un capitano tenente). Lo scopo era quello di abituare i soldati a «riconoscere, e saper nominare, il comandante della loro compagnia». Nel 1794 furono dettate numerose disposizioni tese a disciplinare l'«etichetta» degli ufficiali. In occasione del Carnevale si osservò che le carrozze degli ufficiali maggiori non dovevano essere considerate «privilegiate)> e non potevano quindi «rompere le file» regolate dalla truppa per l'accesso ai Teatri. Quando erano convocati per andare a presentare i «complimenti», come avvenne il 21 febbraio 1794 quando si recarono dalla Duchessa Braschi per felicitarsi con i cardinali neoeletti in Concistoro o in occasione della nomina di Gaddi a tenente generale (Gand ini li dispensò dal presentargli i complimenti per la nomina a brigadiere), gli ufficiali dovevano andarci vestiti appropriatamente e col cappello in mano, evitando di lasciarlo scorrettamente in anticamera. Il 23 luglio 1794 il pontefice dispensò gli ufficiali dal pagare mance o qualunque altre «ricognizione» ai familiari di qualunque Personaggio, compresi quindi quelli del Sacro Palazzo Apostolico e dei


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Superiori Militari, in occasione della prossima ricorrenza di agosto e in qualsiasi altra. Quando dovevano spostarsi per affari privati, gli ufficiali non potevano farsi seguire dall'ordinanza, che spettava esclusivamente ai comandanti di corpo: il 13 giugno 1794 si raccomandava quindi agli ufficiali di impiegare in questi senrizi i loro servitori privati. Nel maggio 1797 si stabilì che gli ufficiali non potessero godere di più di un D,1ese di licenza l'anno ad arbitrio del comandante del corpo, con la regola che non potessero essere contemporaneamente assenti più di un quinto o di un sesto degli ufficiali in organico. Tranne gli ufficiali del battaglione di Castello, nessun altro aveva l'obbligo di dormire in quartiere. Agli ufficiali inferiori si vietava di contrarre debiti di ammontare superiore ad un mese di paga senza espressa autorizzatione del Comando Generale, e si vietava altresì in modo assoluto di indebitarsi con gli inferiori, minacciando rigorose punizioni a coloro contro i quali fossero giunti ricorsi da parte dei debitori. Nell'ottobre 1793 il tenente generale Gaddi ordinava a tutti gli ufficiali di copiarsi «in un libretto li doveri pi-escritti dal grado, per tenerli presso di sé, e leggerli frequentemente». Inoltre affermava che gli ufficiali dovevano essere considerati responsabili per gli errori e le mancanze dei sottoposti, né potevano invocare a scusante la mancanza di bassi ufficiali abili, «mentre li Signori Offiziali dovevano essere capaci d'istruire li Subalterni, o devono rinunciare al Servizio». Il Comando Generale minacciava di punizioni, sia pure in termini generali, gli ufficiali che avessero cercato di coprire le mancanze dei sottoposti o che avessero distribuito in modo iniquo il carico di servizio fra i propri soldati, nonché i capitani che avessero consentito ai caporali di adoperare il bastone ad arbitrio contro le reclute, o ai «fazionieri » di surrogare a pagamento i turni di guardia e di servizio o ai soldati di indebitarsi al bettolina. Fra le mancanze contro il servizio, le più frequenti sono l'omissione della visita ai malati, dell'inoltro dei ricorsi presentati dai sottoposti, del controllo dell'aspetto fisico e della pulizia dei loro soldati. Prodighi nell'accordare permessi e mostrare indulgenza e lassismo anche in caso di mancanze gravi, gli ufficiali sono facili all'ira, alle punizioni arbitrarie, alla perdita di rispetto nei confronti della guardia, da cui esigono il saluto anche quando sono in borghese. Trascurano i turni di servizio in caserma e marinano le lezion i teorico-pratiche sull'istruzione militare, e si danno malati per andarsene a passeggio e a divertirsi. Rimproverati dal tenente generale, hanno talora l'impu-


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<lenza di rispondere che il defunto generale Caprara aveva accordato verbalmente permessi ed eccezioni ai propri ordini scritti: permessi ed eccezioni che Gaddi rifiuta di convalidare. Il trattamento economico degli ufficiali fu unificato e razionalizzato con l'ordinamento del 1793: le retribuzioni mensili ammontavano a 60 scudi per il colonnello, 45 per il tenente colonnello (ma a quello d'artiglieria, Colli, ne toccano 75), 36 per il maggiore, 30 per il capitano, (38 in artiglieria), 19 per il capitano tenente, 12 per il quartiermastro o intendente, 13 per il tenente (15 in artiglieria), 10 per l'alfiere o sottotenente (12 in artiglieria), 9 per l'aiutante. Scomparivano quindi le differenze determinate dal «rango» del corpo, nonché i privilegi via via concessi agli ufficiali di questo o quel reggimento. Risulta che l'Appaltatore del Sale continuava a distribuire sale agli ufficiali e giubilati di Castel S. Angelo, ma non è certo che costoro continuassero a godere di altre antiche prerogative, come quelle nei confronti dell'Università dei Pizzicaroli (101), mentre agli ufficiali del battaglione dei Corsi cessò la franchigia del vino sui quantitativi necessari per i bettolini di compagnia (102). Agli ufficiali

(101) ASR, Soldatesche e Galere, buste 715 («in costanza del nuovo armamento il sale che si distribuiva agli ufficiali e giubilati di Castel S. Angelo dall'Appaltatore si darà solo.a coloro che non abbiano migliorato posizione») e 694 (controversia con .l'Università dei Pizzicaroli). In base ad una convenzione del 30 dicembre 1630, in occasione della quaresima, l'Università dei Piuicaroli doveva introdurre in Castel S. Angelo per metterli a disposizione del Presidente delle Grascie, cento maiali salati e stagionati (cioè 200 prosciutti e altrettante ventresche e spallette «con la ventrella attaccata»). Questi salumi, che andavano esenti dalla «dogana della grascia in conformità dclii privilegi del Castello» (che era esente dal dazio) doveva essere venduta a mezzo baiocco in meno del prezzo fissato dai bandi, mentre agli ufficili e soldati l'università era obbligata a vendere «le regalie non solite a salarsi ad un quattrino meno la libra del prezzo corrente». Con la stessa convenzione l'Università si impegnava a pagare 85 scudi l'anno alla Reverenda Camera Apostolica per l'affitto di Castel S. Angelo e a dare sette prosciutti all'anno agli ufficiali. Nel 1789 l'Università dei Pizzicaroli smise di servirsi del magazzino in Castello, e, pur continuando a pagarne la pigione, sospese la regalia dei prosciutti agli ufficiali (il vicecastellano, il tenente colonnello, i due capitani, l'aiutante maggiore e i quatti-o sergenti), i quali ricorsero al giudizio dell'uditore del tesoriere generale, abate Antonio Massimi, il quale diede loro torto, affermanda che la regalia doveva essere condiserata un atto di liberalità facoltativo. Sugli incerti annessi alla carica di vieecastellano di Castel S. Angelo, cfr. busta 723. Cfr. il memoriale degli abitanti delle Città Leonina sui pedaggi di Castel S. Angelo (busta 733). (102) Cfr. Ilari, Gli antenati, cit., pp. 769-770 (la franchigia fu soppressa il 1° febbraio 1796, àumentando per compenso il soldo della t ruppa di S baiocchi al mese, e compensando il colonnello Capranica del danno derivante dall'abolizione della franchigia con la somma annua di 4000 scudi, pari ad oltre il doppio del suo stipendio).


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che accompagnavano il papa nel periodico viaggio a Terracina che faceva nel mese di maggio, spettavano usualmente regalie, che consistevano in medaglie d'oro e gratificazioni in denaro (103). Non fu risolto invece il problema del trattamento previdenzia.le, dato che era meno urgente, poiché la massa dei nuovi ufficiali era stata arruolata di recente e vantava ancora pochi anni di servizio quando l'esercito fu sciolto in conseguenza dell'occupazione francese. La giubilazione continuò ad essere pertanto una concessione sovrana, diretta più che ad assicurare il meritato riposo ai vecchi ufficiali, a rimuovere dal comando effettivo quelli più inabili e inetti. La percentuale dei giubilati rimase quindi molto bassa rispetto a quella del personale in servizio, nonostante nel 1793 con il personale giubi.lato si fosse costituito il Corpo dei Reali Invalidi. Per far fronte alle esigenze delle 23 giubilazioni di ufficiali concesse il 30 aprile 1797, si dispose di utilizzare a questo scopo gli «emolumenti», pari ad un mese di soldo del rispettivo grado, che gli ufficiali in servizio attivo dovevano versare alla Cassa militare per ottenere il rilascio delle patenti. Nel marzo 1797 si stabilì che ai giubilati toccavano i due terzi del soldo goduto in precedenza. Agli ufficiali dei disciolti presidi di Ferrara, Bologna e Forte Urbano residenti nello Stato sarebbe invece toccato il «mezzo soldo» (104). Soprattutto nei primi mesi della riforma Caprara, gli ufficiali del vecchio esercito cercarono di continuare nelle vecchie abitudini, in passato tollerate, che oggi qualificheremmo come interesse privato e corruzione in atti cli ufficio, truffa, peculato ed estorsione. Così gli ufficiali di cavalleria pretendevano di intascare i proventi della vendita del letame prodotto dai quadrupedi, e quelli dei Corsi trafficavano con gli impresari dei letti, cedendo loro a pagamento letti di proprietà della Reverenda Camera Apostolica che gli appaltatori provvedevano poi ad affittare all'esercito («si maraviglia il Generai Comando come possa uscir il pensiero a chicchessia d'un tal'assurdo»). Soprattutto a Castel S. Angelo gli ufficiali facevano in modo di costringere i soldati ad andare a mangiare al betto.lino, vietando agli ammogliati di andare a mangiare a casa loro (come pure avevano diritto di fare) e tenendo le sentinelle senza rancio: e il Genera!

(103} ASR, Soldatesche e Galere, busta 731. Le ebbero i maggiori Baruichi e Grassi, i capitani Catucci e Cavalletti, il capitano tenente Fattiboni, gli aiutanti Marucchi e Arrighi, i tenenti Petti, Middelburgh e Bujelli, i sottotenenti Della Porta e Pesci (maggio 1796}. (104) ASR, Soldatesche e Galere, busta 734.


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Comando, sotto la data del 4 agosto 1793, minacciava: «se ne anderà in traccia sino a tanto che si scoprirà, chi sono quelli Comandanti di Compagnia, così favorevoli per il Bettolini, ed è certo, che non li lascierà impuniti». Sotto il 25 febbraio 1793 il Genera! Comando rivelava un'altra scandalosa pratica, quella di farsi pagare per inoltrare le pratiche di congedo dietro fornitura di un rimpiazzo («cambio»): «Il Comando Generale è venuto a penetrare da lontano, il che par'impossibile, e non vuol crederlo, che qualche Signor ufficiale per condurre i cambi al Generai Comando si faccia pagare qualche Somma, ripete lo stesso Genera! Comando che non lo vuol credere, mentre al caso, scoprendosi una simil bassezza, un tal Signor Uffiziale non può, né deve sperar'altro, se non quello d'esser cassato, previene dunque dell'occorente acciò ognuno sappiasi contenere».

Occasioni di peculato o truffa nascevano dal maneggio di denaro. Il caso più cospicuo fu quello del tenente colonnello Oliviero Ronca, comandante del battaglione di Terracina e poi di quello di Romagna, già rovinato da debiti contratti vent'anni prima, che fu arrestato nel 1796 per le vistose irregolarità contabili (105). Queste ultime dovevano essere praticamente generalizzate in tutto il battaglione di Terracina, se il caporale scrivano della compagnia comandata dal capitano Filippo Locatelli, accusava il suo superiore di tenere a ruolo i soldati morti e «cassati» per intascarne la paga (106). Irregolarità nella contabilità oppure nella corresponsione del soldo si verificarono in altre cinque compagnie nel dicembre 1793 . marzo 1794, determinando in un caso (quello della compagnia comandata dal capitano tenente Bracci, Battaglione della Marca) l'ammutinamento del reparto, e in altro caso (la compagnia del capitano Francesco Demiddelburgh, di Castel S. Angelo) esposti e reclami collettivi che il comandante si rifiutò di inoltrare per via gerarchica. In quattro di questi casi i comandanti sostennero che responsabili delle «mangerie» erano i sergenti o i caporali scrivani, ma furono comunque puniti o censurati dal Comando Generale per non aver vigilato. Demiddelburgh fu condannato ad offrire un rancio gratis alla truppa, il capitano Francesco Buzi ebbe tre giorni di violone <<per grazia

(105) ASR, Soldatesche e Galere, buste 703, 706, 733, 734. (106) ASR, Soldatesche e Galere, busta 698. Lo scrivano si chiamava Vincenzo De Marchis.


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speciale» (ma gli furono poi revocati ad istanza dei colleghi del Battaglione della Marca). Mentre il capitano Gabrielli fu inviato al profosso di piazza e il capitano Diumerò se la cavò con una semplice ammonizione (107). Piuttosto scarsa è l'informazione relativa alle virtù guerriere degli ufficiali pontifici, che del resto davvero non si può dire che siano rifulse nei giorni dell'offensiva francocisalpina del febbraio 1797. Nessuno risulta essere caduto in combattimento: Monaldo Leopardi fornisce un impietoso ritratto del colonnello Ancajani, capitatogli in casa a Recanati durante la ritirata dopo la rotta di Faenza, la cui unica preoccupazione sarebbe stata quella di trovare un ferro per arricciarsi il «toppé», cioè la parrucca. Il cronista faentino Tomba aggiunge che Ancajani, vista perduta la battaglia, sarebbe fuggito in carrozza piantando in asso le truppe, dopo averne frettolosamente affidato il comando «al signor Carlo Carroli, che pel suo genio gli stava ai fianchi, (ed è fama) che il giovane, di tanto onore poco soddisfatto, gli volesse andar dietro spronando a tutto potere il suo destriero»

Il generale austriaco Colli, che a quell'epoca tutti credevano avesse preso parte alla battaglia di Faenza (mentre la notizia della sconfitta gli giunse due giorni dopo a Roma durante un pranzo a palazzo Braschi), fu messo impietosamente in ridicolo in una rappresentazione scenica ·in tre atti con ballo allestita alla Scala di Milano col titolo «Il Generale Colli in Roma}>. La fama della battaglia fu eternata nei Paralipomeni di Giacomo Leopardi, in cui la rotta dei pontifici servì da par agone a quella dell'esercito dei topi sconfitti dalle rane. Tuttavia gli ufficiali pontifici che avevano preso parte alla battaglia furono tutti promossi, tranne il capitano comandante l'artiglieria, il conte Giambattista Biancoli, nobile Faentino, comandante del distaccamento di Romagna dal gennaio 1794 e parente del maggiore Francesco Biancoli, il quale finì per passare nell'esercito cisalpino. Scrive il Tomba che Biancoli, «originario di Bagnacavallo, si reputò fortunato di non essere morto sul campo per poter contraddire alla calunnia, che gli si dava d'intelligenza col nemico, mentre diresse siccome comandante il maneggio

(I 07) ASR, Soldatesche e Galere, bus Le 700 (Buzi), 705 (Diumerò), 733 (Gabrielli) e regisLro 799 (alle date indicate).


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de' cannoni. Andava per le bocche dei Faentini che le artiglierie, af. finché non offendessero, eransi caricate di legumi, e, dopo le prime scariche, dal segno divertite. Egli rispondeva, che i cannoni stavano ben livellati, che caricavansi a palla, e a buona mitraglia; ma perché il piano su cui posavano, già per altri preparato innanzi la sua venuta, non essendo stato secondo l'arte costruito ed assodato, dopo leprime scariche si scompose, e cedette, e per questo i cannoni perdettero il primiero scopo, e agirono infruttuosi. Disse e stampò tali sue discolpe, le quali dalla più parte, che è sempre degli ignoranti, non furono ben ricevute; e dopo trent'anni ancora, benché non fosse egli tra' vivi, i vecchi Papisti lo chiamavano il traditore del Papa» (108).

Il comportamento tenuto a Faenza era oggetto dei discorsi degli ufficiali pontifici. Il capitano tenente Giuseppe Andreocci, del 2 ° Battaglione della Marca, millantava in un pubblico caffé di essere stato all'azione di Faenza, parlando male del capitano marchese Salvatore De Pusignan, ma il sottotenente Giuseppe Gommi era intervenuto contestandogli di non aver preso parte alla battaglia e dunque di non essere in condizione di esprimere giudizi su] comportamento degli altri ufficiali. Andreocci, che doveva essere un attaccabrighe se tre anni prima, quand'era alfiere, era stato punito con otto giorni di arresti al Profosso per aver fatto accorrere la pattuglia «per propria soddisfazione» (cioè per una lite del tutto privata), aveva insultato Gommi, il quale riferiva al suo diretto superiore di non averlo sfidato a duello perché «non dovea infuriarmi con chi vilmente era fugito, e non avea veduta la faccia nemeno dell'inimico del suo Principe» (109). Ancora peggiore era stato il comportamento successivo alla battaglia. Un soldato del battaglione Borosini, che si trovava a Ravenna con una forza di 400 uomini, giustificava la propria fuga affermando che l'ordine gli era stato impartito dal suo comandante di compagnia, capitano barone Gioacchino Nunez, al quale avrebbe consegnato il fucile, mentre la montura gli sarebbe stata tolta da alcuni villani di Macerata (110). Anche se questo racconto è fortemente sospetto, perché è diretto a giustificare sia la diserzi<:me che la perdita dell'arma e della montura, non è men vero che i resti del battaglione Borosini, incaricati di difendere la postazione esterna della piaz-

(108) Antologia, (109) (110)

Cfr. Giovanni Mestica, La battaglia di Faenza e il generale Colli, in La Nuova 4• ~erie, voi. 95° (174°: settembre-ottobre 1901), pp. 613-629. ASR, Soldatesche e Galere, busta 714. ASR, Soldatesche e Galere, busta 734.


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za di Ancona, si arresero senza sparare un colpo, mentre nessun provvedimento per attuare almeno un simu lacro di resistenza fu preso dal comandante della piazza Mi letti. Sia Borosini che Miletti avrebbero dovuto essere processati e condannati a morte in base all'art. 12 degli «Articoli Militari» del 7 febb raio 1793: «se il comandante consegnasse a Persone infeste, e contrarie allo Stato Pontificio una Piazza, Fortezza, o Guarnigione, senza essersi prima difeso sino all'ultimo segno, sarà castigato nella vita: e se alcuni fra i Soldati ne fosse complice, ne dovrà morire di ogni dieci uno»

E del resto il tenente Ceccarelli, delle Barche Pontificie, era stato pure processato e condannato a tre anni di fortezza per la viltà mostrata durante lo scontro del 18 maggio 1795 tra ]e due guardacoste pontificie e un corsaro algerino (111). Tuttavia l'unica sanzione nei confronti di Borosini e Miletti fu costitu ita dal fatto che furono gli unici ufficiali «maggiori» a non essere promossi al grado superiore.

(1 11) ASR, Soldatesche e Galere, busta 720.


SERGIO L ABONIA

PARTE I

LA SOCIOLOGIA MILITARE E LA SOCIOLOGIA DELLE PROFESSIONI LINEAMENTI GENERALI INTRODUTTIVI

Anteriormente al XIX secolo, gli ufficiali erano mercenari o aristocratici. Il 6 agosto 1808, il governo prussiano decretò che unico titolo valido per la nomina ad ufficiale era l'educazione e la capacità professionale. Secondo Huntington è la data di nascita della «professione militare» (1), è bene però sottolineare che a far giungere a quella data fu proprio il nemico della Prussia: Napoleone Bonaparte. Lo stesso Autore, affermando il concetto di professionalità come capacità di attuare un particolare tipo di azione razionale fon. data su conoscenze scientificamente accreditate (2), considera il corpo degli ufficiali degli eserciti contemporanei dei professionisti (3) con tre fondamentali attribuzioni: expertise (deputata all'attuazione della violenza), responsability (rivolta al compimento di un servizio) e corporatiness (unità organica e di coscienza di sè come gruppo d_istinto dai laici) (4). Come tale la sociologia militare entra nella sociologia delle professioni innescando vari approfondimenti da parte di vari Autori. La sociologia delle professioni ha avuto in Italia moderati sviluppi nel secondo dopoguerra essendo in precedenza quasi del tutto assente dalla scena scientifica. I lavori prodotti hanno investito alcune particolari categorie professionali come i politici, gli insegnanti, gli avvocati, e così via. (1) S. HUNTINGTON, The Soldier and thc State: The Thcory and Politics of Civil - Military Relations, The Belknap Press of Harvard U.P., Cambridge, 1957, pp. 54 ss. (2) G.P. PRANDSTRALLER, La Professione militare in Italia, Franco Angeli - La Società, 1985, p. 18. (3) G.P. PRANDS'fRALLER, op. cit. p. 41. (4) S.P. HUNTINGTON, The Soldier and the State, op. citata, p. 10.


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Un contributo è stato dato dal.l'Istituto di Statistica della Facoltà di Scienze Statistiche Demografiche e Attuariali con un lavoro del Martinelli sugli assistenti sociali (5) e più tardi con il poderoso studio del Vianello (6) sulla professione infermieristica; va ricordato poi la ricerca condotta su alcune delle componenti del corpo dei docenti universitari diretta dal Prof. Salvemini (7). La sociologia mil itare come scienza metodica finalizzata in senso moderno prende le mosse nell'ultimo dopoguerra, approfondendo le problematiche inerenti alla collettività militare, in conseguenza della concezione di difesa nazionale come apporto compiuto di tutte le risorse materiali e morali del Paese (8). Più precisamente, come sociologia settoriale, nasce con «The American Soldier», alla fine degli anni '40, quale ricerca sul campo condotta dalla equipe di Stouffer. Detta indagine esp lora l'adattamento individuale in caserma con il ritratto sociologico del deviante e l'adattamento al combattimento con il gruppo primario come ideologia (9). The American Soldier fu voluto dal Research Branch, speciale ufficio dello Stato Maggiore americano, e criticato come opera sociologica per il potere e non per il soldato. Malgrado questa ed altre critiche resta pur sempre un'opera storicamente fondamentale della sociologia militare. La professione militare in Italia, seguendo la nota tesi di Galbraith della trasformazione della struttura militare da élite in burocrazia e della conseguente saldatura di questa con la tecnostruttura industriale, dando luogo al military-industrial complex (1 O), vive nel dualismo tra professionalizzazione e burocratizzazione (11) congiuntamente con la vita pacifica della società civile. (5) F. MARTINELLI, Gli assistenti sociali nella società italiana. Contr ibuto ad una sociologia delle professioni, Roma, Ed. 1st. di Servizio Socia le, 1965. (6) M. VtANELLO, Contributo alla critica della teoria classica dell'organizzazione, M.ilano, Angeli ed., 1973. (7) T. SALVEMINI. G. MARIJACH, A. RTzzr, Liberi docenti in Italia. Analisi statist ica, Roma, Fac. Scienze Stat., 1969; Cfr. pure T. SALVEMINI e G. MARBACH, Profilo staListico dei professori incaricati nell'Università, ivi, 1973. (8) G. FORTUNATO, Sociologia Militare, lslituto per la divulgazione della Storia Militare. Ed. Romana 1971, p. 5. (9) E. Pozzi, Introduzione alla sociologia militare, Liguori, 1979, p. 85. (10) J . GALBRAITH, How to contro! the Military?, trad. it.: Il potere militare negli Stati Uniti, Milano 1969. (11) M. NucJARI, La professione militare in Italia: tra professionalizzazione e burocrat izzazione, Sociologia e Ricerca sociale n . 6, 1981, p . 39.


Gli ufficia.li dell'Esercito: recluta.mento e carriera

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Il militare di carriera è conteso dalla doppia immagine di comandante e di manager. È proprio questo n uovo ruolo che, secondo Abrahamsson, richiede capacità mutuabili dalla sfera civile, ad avere incentivato l'abbandono da parte della borghesia, nei suoi vari strati, della tradizionale diffidenza a ricoprire funzioni militari (12). Infatti, nell'approfondito studio della Società italiana (reddito, occupazione, imprese), Corrado Barberis considera i militari dei burocrati, sia come estrazione sociale, che cui turale, che economica (13). Questa nuova classe sorge infatti per l'incremento dell'occupazione effettiva nella pubblica amministrazione e per la condizione professionale del dipendente. È perciò in questo quadro che si è ritenuta non priva di interesse una ricerca che affrontasse alcuni aspetti della professione militare. Ogni professione ha, ovviamente, un'origine ed un suo sviluppo sicché può essére studiata nella sua globalità o segmentata nel senso cronologico del suo «iter», o suddivisa per settori di attività. Con la ricerca qui condotta si è creduto d'investire un settore particolare, quello del reclutamento degli ufficiali di un Esercito regolare - con esclusione quindi dei guerriglieri - in servizio permanente effettivo, tramite l'Accademia Militare in una sequenza ben precisa della storia relativa e cioè dalla «vocazione» e di seguire un «corso» fino alla promozione al grado di generale di brigata per verificare le evoluzioni e le eventuali modificazioni qualitative durante la carriera. Non rientrano nell'indagine i sottoufficiali di carriera né gli ufficiali di carriera provenienti dagli ufficia li di complemento o dai sottufficiali. Così sono del tutto fuori dall'indagine gli ufficiali ed i sottufficiali delle due altre componenti delle Forze Armate Italiane (Marina e Aeronautica), componenti che traggono i quadri ufficiali, in larga misura, rispettivamente dalle Accademie Militari di Livorno e cli Pozzuoli, così come l'Esercito li trae da Modena. Si tratta perciò di un lavoro dall'ampiezza ben definita e come settore e come sviluppo nel tempo della fenomenologia relativa essendo evidente come uno studio completo sulla professione degli u fficiali, anche se soltanto dell'Esercito, dovrebbe investire le altre due forme di reclutamento - dai sottufficiali e dagli ufficiali di complemento - e l'intero sviluppo della carriera oltre che una più ampia gamma di problemi. (12) B. ABRAHAMSSON, Mi litary Professionaliz.ation and Politica! Power, London, Sage Publications, 1972, p. 40. (13) C. BARBERIS, La società italiana, Franco Angeli / La Società.


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La limitazione del campo è dovuta all'esigenza scientifica di conseguire risultati più «comprensivi» (14), cioè più ricchi di dettagli appunto per l'esser meno estesi, e dalla istanza parallela di avvalersi di dati empirici e di metodologie statistiche. L'argomento oltreché contribuire - nei suoi limiti - alla Sociologia delle professioni, concorre anche ai progressi per la Sociologia militare in Italia. Sociologia militare che, a ttraverso i lavori del Livi sulle stature e sulle differenziazioni fisiche dei militari secondo ]e condizioni economico-sociali di provenienza, ha contributo in maniera fondamentale alla entrata de lla Sociologia in Italia. Infatti i primi lavori del Niceforo vengono pubblicati oltre dieci anni più tardi (15). Su questi due punti e cioè sulle due facce della trattazione, come Sociologia militare e come Sociologia delle professioni, si è incentrata la prima parte del lavoro, mentre con la seconda si è mirato all'analisi dei dati disponibili. La ricerca si articola così in due parti o sezioni: la prima tendente a fare, sia pure sommariamente, il punto sullo stato della Sociologia militare e della Sociologia delle professioni; la seconda riferita al problema del reclutamento degli ufficiali in servizio permanente effettivo dell'Esercito tramite l'Accademia Militare di Modena. La prima parte non poteva avere come obiettivo quello di dare sistemazione alla Sociologia militare o alla Sociologia delle professioni, ma si giustifica con il tentativo di dimostrare l'interesse delJa ricerca per le due discipline e ha la finalità di fungere da supporto teorico di quanto empiricamente viene trattato nella seconda parte. In sostanza, il discorso condotto nella prima parte va visto in continuazione con la seconda, come se ad essa fosse collegato da una trama logica. (14) Il termine «comprensivo» è qui usato non tanto nel significato di« Verst.ehen» (comprensione) come contrapposto a« Wissen» (conoscenza), sulla nota ed annosa polemica sulle differenze tra scienze sociali ed umane e scienze fisiche e naturali. (15) I contributi italiani alla Sociologia militare più recente sono del 1963 quando appariva un lavoro con questo titolo sulla Rassegna dell'Arma dei Carabinieri («Alcune questioni di sociologia dell'organi zzazione militare») di M. MAROTTA. Allo stesso A. è dovuto «La condizione militare in Italia: riflessioni sociologiche» ed un saggio («Società e uomo in Sardegna», Cagliari, Regione Autonoma della Sardegna, 1958) fondato sui dati delle leve militari ma non espressamente rivolto a problemi di Sociologia militare. Sulla letteratura più recente di un qualche interesse per la Sociologia e sulla sociologia militare in generale, si vedano il Cap. II della I parte e le note relative, oltre ai già citati autori: G.P. PRANOSTRALLER, G. FORTUNATO, E. POZZI, M. Nu. CIARl ed agli articoli apparsi sulla Rivista Militare.


Gli ufficiali de/l'Esercito: reclutamento e carriera

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Sarebbe stato possibile adottare una procedura diversa e cioè intercalare gli argomenti teorici con l'analisi empirica dei dati con un taglio espositivo, concepito per argomenti teorici suffragati dai dati empirici. Questo secondo modo di presentare la materia non è sembrato preferibile, comportando il rischio di racchiudere in una sorta di bozzolo di discussioni e di argomentazioni di carattere generale, le discussioni e le argomentazioni direttamente indotte dall'analisi dei dati soffocandone l'evidenza, rendendo opachi i significati e con il sicuro pericolo di distrarre l'attenzione del lettore dalla genuinità, che sempre emerge dai fatti, con la rischiosità delle opinioni. La prima parte si articola, in tre capitoli, con una premessa, sulla Sociologia militare come branca autonoma della Sociologia generale e cioè come sociologia settoriale, tema trattato più diffusamente nel secondo capitolo ..Il capitolo successivo della prima parte illustra la professione mili tare nella cornice della Sociologia delle professioni, mentre con il capitolo ultimo si è creduto conveniente richiamare l'importanza della carriera militare come fattore di mobilità sociale, sia verticale che orizzontale quale emerge dalla letteratura e dalla verificazione storica, importanza puntualmente confermata dalla ricerca.

* * * La parte seconda affronta il problema del reclutamento degli allievi dell'Accademia Militare di Modena, sulla base dei dati risultanti attualmente dalle «Relazioni» dell'Accademia stessa. Le relazioni annuali (16) non davano, né potevano dare, un quadro sistematico della fenomenologia oggetto dell'indagine; è stato perciò necessario raggrupparle, costruire delle serie temporali, calcolare dei rapporti di composizione o degli indici di derivazione per dare ad essi un significato d'interesse, e per la Sociologia militare (I 6) L'Accademia Militare di Modena pubblica ogni anno una «Relazione» sulle proprie attività. Ogni relazione, accanto alla parte discorsiva, presenta i dati circa i concorrenti e gli ammessi. Dall'insieme di queste relazioni sono stati ricavati gli elementi quantitativi ritenuti più idonei ai fini dell'indagine costruendo alcune serie storiche per gli anni 1950-1984. I criteri di rilevazione non hanno subito mutamenti nel periodo in questione salvo il r ilevare o il non rilevare alcuni caratteri; ciò ha provocato la costruzione, per essi, di serie meno ampie dell'arco temporale globalmente considerato. In sintesi: i dati riguardano oltre un trentennio consentendo così un'accurata panoramica dei fenomeni considerati.


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e per la Sociologia delle professioni e, certo in misura più ridotta, per la Sociologia in generale.

* * * Sul piano metodologico si è creduto di fare ricorso non solo, a tabelle riepilogative ed analisi quantitative, ma anche a rappresentazioni grafiche, allo scopo di meglio investigare sui fenomeni studiati rendendoli più evidenti e meglio comparabili. La numerazione progressiva di tabelle e grafici consente di rendersi conto del fenomeno attraverso la quantificazione e contemporeaneamente attraverso la rappresentazione grafica. Dopo una nota introduttiva o storica sulle origini e sulle vicende dell'Accademia Mili tare di Modena e cioè del « locus » dove i fenomeni studiati si manifestano incentrandosi, si sono presi in considerazione i dati vocazionali degli aspiranti allievi ufficiali quelli degli ammessi nella loro globalità con il capitolo primo, cercando così d i · cogliere le interdipendenze tra andamento delle vocazioni e «trend» della economia italiana. Cioè la componente economica è stata ritenuta, a livello macroeconomico, più importante di altre componenti nel determinare le vocazioni. Con il capitolo secondo della seconda parte si è posta in evidenza l'origine sociale degli accademisti. L'origine sociale determina la vocazione e la selezione degli aspiranti allievi - origine sociale, per la quale è difficile isolare gli evidenti aspetti economici. Con il capitolo terzo si è volta l'attenzione al determinismo geografico delle vocazione sottolineando la provenienza regionale degli allievi. Anche qui il fattore geografico s'intreccia così strettamente con gli aspetti economici da non rendere praticamente isolabile l'un fattore dall'altro. Con il quarto capitolo si è tenuto conto delle provenienze scolastiche sia come fattore vocazionale sia come causa esaltatrice o riduttrice di successo. Con il capitolo quinto, ultimo della seconda parte, si è tentato di evidenziare gli aspetti caratterizzanti della carriera militare prendendo in esame un corso di Accademia e seguendolo fino al grado di generale di brigata per confrontare i dati con quelli già esaminati prima.


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Le ipotesi che hanno mosso il lavoro sono state fondamentalmente due: la prima mirante a cogliere la stretta dipendenza dalle cosiddette «vocazioni» e, nel caso, della vocazione militare da ragioni di ordine socio-economico, tesi ampiamente confermata dai dati; la seconda con l'obiettivo di convalidare o non le critiche rivolte all'Istituzione militare ed in particolare ai quadri ufficiali, sia come casta militare che come classe non proletaria. I r isultati conseguiti negano il carattere classita o castale dei quadri degli ufficiali dell'Esercito repubblicano con riguardo al quadro familiare di provenienza, non avendo elementi di giudizio empirico riguardo agli atteggiamenti, alle opinioni, alla ,,mentalità» (17). Nel corso dell'indagine è emersa una terza ipotesi, o meglio ha trovato conferma la tesi della progressiva degradazione del valore d'uso verso i valori di scambio per la scarsa appetibilità delJa carriera militare oggi, per i rampolli delle famigl ie dalla condizione economica privilegiata, proprio in relazione al poco attraente «status» economico dell'ufficiale di carriera, «status» dotato di minor peso nella valutazione globale della condizione militare prima delle modificazioni intervenute nel costume e nella cultura dopo la seconda guerra mondiale, specialmente pe,- effetto della egemonia culturale statunitense.

(17) Sul concetto di «mentalità» a prescindere dai suoi riferimenti a quella primitiva cfr. L. L EVY-BRUHL, La mentalìté primitive, 15° ed., Parìs, P.U.F., 1960 (1922).


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CAPITOLO I

CENNI SUL PENSIERO MILITARE NEL PENSIERO SOCIALE 1. IL PROBLEMA MILITARE .NEL PENSIERO CLASSICO

La Sociologia si è interessata da sempre ai problemi concernenti le Forze Armate. Già nella «Res Publica», Platone considera la professione militare come una condizione a sé stante formante una delle tre classi in cui si struttura la società (1). È l'antesignano della così detta «classe militare» considerata poi come una «élite» semi strategica (2), comprendente nella sua sfera di azione fini di interesse globale e non settoriale. Platone avverte la pericolosità del «guerriero» dovuta alla sua tendenza - e possibilità - cli sottoporre l'intero corpo sociale alla propria volontà nell'interesse elitistico del suo solo gruppo. Sono note le limitazioni che in sede teorica il pensatore greco pone alla classe militare come a quella dei filosofi, nella proprietà e nella famiglia, per prevenire ìn qualche modo i peritoli di un travalicamento cli questi gruppi al di là dei propri limiti istituzionali, limiti compresi sotto il concetto della giustizia. È ancora da notare come i] filQsofo avesse individuato nella «fortezza» (3) il carattere segnaletico, distintivo, del mondo militare, fortezza da intendere come prudenza e come coraggio, al tempo stesso, e cioè in modo analogo a come tuttora si ritiene. Il r ichiamo al pensatore greco vale, come si osservava, a porre in evidenza il perenne interesse alla questione, legato casualmente alla altrettanto continua presenza di una fenomenica militare. (1) Platone, Res Publica. (2) Cfr., per una moderna trattazione del concetto di «élite» strategica, S. KELLER, Beyhond the ruling class: strategie élites in modero society, New York, Random House, 1963. (3) Sulla virtù del guerriero - la «fortezza» - oltre che La Repubblica del filosofo greco Cfr. J. van DooRN. The military profession and military regime, The Hague, Mouton. 1964, nel le prime pagine.


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A livello fenomenologico, in altri classici, si incontrano continuamente notazioni che vanno al d i là della mera descrizione o analisi sociografica dei fatti, per affrontare questioni d'interesse sociologico e i modi di risolverli, come la fenomenologia del panico (4), le procedure per rafforzare il morale dei gruppi, le regole per violentare psicologicamente l'avversario e così via. Sono reperibili addirittura dei manuali con regole pratiche per risolvere situazioni difficili tra i quali è da menzionare, per esempio, quello fatto approntare da Fil ippo il Macedone per il suo geniale figlio Alessandro. 2. IL PROBLEMA DELLA FORZA MILITARE

In concomitanza, con l'enorme passo in avanti fatto dal pensiero sociale e dalla filosofia politica con l'opera del Machiavelli, si ha una trattazione più sistematica e più vicina alle odierne vedute sociologiche anche per quanto riguarda gli eserciti e l'impiego bellico di essi. La distinzione tra «morale» e «politica», trasferita all'impiego della forza mi litare, rende più cruda la considerazione di essa, ma più realistica; sicché a lla virtù del guerriero, la fortezza, va aggiunta la virtù dei capi militari da fondarsi sull'impiego coordinato delle forze e dell'astuzia : «metà volpe e metà lione» come appunto dirà il Machiavelli. A Botero, si deve un esame disincatato dell'impiego della forza mil itare in funzione politica. In «Della ragion di Stato» (5) si teorizza, per quanto ci concerne, l'assoluta avalutatività morale dell'impiego della forza m ilitare solo importando il conseguimento dei fini politici e cioè la conservazione o la conquista del potere. È per questi canali che si giunge ad estreme teorizzazioni c irca l'uso della forza, senza remora alcuna d i carattere etico, teorizzazioni che già evidenti in Hegel (6) vengono, si direbbe crudelmente, (4) G. MoscARDELLI, Cesare dice ... Una lettera da l «Bellum Gallicum», Roma, SME - Uf. Storico, 1973. (5) Prima ancora che nel Botero la rilevanza della« ragion di stato» viene sottolineata dall'opera del Machiavelli; Cfr. Fr. MEINECKE, Machiavellism: the doctrinc of Raison d'Etat and its Piace in Modem History, t r. ingl., New York, Praeger, 1962 (l'originale è del 1924). (6) Per i temi militari nell'opera hegeliana (ne è famosa la espressione: «Napoleone è lo spirito assoluto a cavallo») Cfr. J.N. FINDLAY, Hcgel: a re-examination, London, Allen anci Unwin, J 958; Cfr. ino.ltre G. BOVTHOUL, Traité de Sociologie. Les Guerres Elements de Polemologic, Paris, Payot, 1951.


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sintetizzate dal Nietzsche (7) nella nota formula «non è la buona causa che fa buona la guerra, ma è la buona guerra che rende buona la causa». Nello stesso pensiero cristiano, del resto, dopo le antistatuali (civitas diaboli) posizioni delle origini, si hanno numerose giustificazioni nell'uso della forza o addirittura nei suoi eccessi, giustificazioni tutte riconducibili alla formula paolina omnis potestas a Dea, con la quale chiaramente si convalida il potere e l'azione del potere, per il solo fatto di essere tale. Più attuali e più vicine alle recenti vedute sociologiche sono le tesi di Gaetano Mosca (8) che nella sua poderosa opera, e specialmente nei suoi «Elementi di Scienza Politica» (9) si sofferma a valorizzare la funzione politica dei mi li tari e .in special modo degli eserciti pennanenti (10). Sempre nel filone del pensiero sociologico non nutrito di materiale empirico, vanno ricordati i continui richiami del Weber (11) e del Pareto (12) all'importanza del problema militare. Il Weber nell' «Etica protestante e il trionfo del capitalismo» (13) mostra come la visione provvidenzialistica della vita, (solo il giusto ha successo e perciò chi ha successo non può essere che giusto), non solo abbia esaltato la competizione nel mondo degli affari e il carrierismo (7) Per un'analisi globale della figura faustiana del Nietzsche e della sua posizione rispetto al problema «guerra», Cfr. S. T!SSI, Nietzsche, 2° ed., Milano, Athena, 1938, pp. 83-84. (8) Sul MoscA Cfr. N. Bosmo, Gaetano Mosca e la scienza politica, Roma, Ace. Naz. Lincei, 1960. (9) G. MOSCA, Elementi di Scienza Politica, vol i. 2, 4 ed., Bari, Laterza, 1947. (10) Sugli eserciti stanziali Cfr. MoscA, cit., op. IX, pp. 325-354. Il capitolo costituisce un trat tatello di sociologia militare come si evince dai titoli stessi dei paragrafi (per es.: «Propendenza politica abituale dell'elemento militare». (11) L'opera weberiana affronta in modo sistematico, con gli altri, anche il problema della forza e de lla forza militare. In «Economia e società» (tr. it., Milano, Comunità, 1961), le voc i «Esercito», «Lotta», «Milizia» e così via ricorrono frequentemente (Cfr. «Indice degli argomenti»). Il concetto di lotta è illustrato dall'8° par. del Cap. I («Concetti sociologici fondamentali») dalla pt. I («Teoria delle categorie sociologiche»); il potere ed il capo carismatico vengono illustrati nel cap. III («I t ipi del potere»). Con il cap. IX («La sociologia del potere») il problema della forza militare e della fenomenologia relativa viene trattato si può dire continuamente in un intreccio con gli altri aspetti della pr oblematica del potere. (12) Anche il Pareto affronta nella sua opera principale (Trattato di sociologia generale, risl., Milano, Comunità, 1964) il problema della « forza» (parr. 2170-2202), della guerra, della classe mi litare, ecc.. (13) Cfr. M. WEBER, L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, tr. it., Sansoni, Firenze, 1965.


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e perciò l'espansione economica, ma anche l'impiego impietoso della forza militare essendo il vinto, per il solo fatto di essere tale, palesemente ingiusto. Le conseguenze della posizione protestante, sottolineate dal Weber sono state rese macroscopicamente visibili nella espansione coloniale dei Paesi europei. Il Pareto ne «I sistemi socialisti» (14) e nel «Trattato di sociologia generale» (15) avvalendosi largamente d'informazione storica da considerare, come asserisce il Castellano, nella sua «Introduzione alla Sociologia generale» (16) come il cantiere di lavoro del sociologo - affronta ripetutamente la problematica militare e l'uso della forza ricollegando quest'ultima a quei «residui» (17) che, non diversamente dalla «libido» freudiana, costituiscono il «motore» primario dell'azione umana.

3. SCUOLE B.IOLOGISTE ED ORGANICISTE. EVOLUZIONISTI Altra corrente di pensiero che rivolge la sua attenzione alla fenomenologia militare è quella che fa capo alle scuole biologisteorganiciste ed evoluzion iste. Se il corpo sociale va visto come un'unità solidale caratterizzata dal consensus (18) e dalla capacità surrogatoria delle parti (19), (14) V. PARETO, Les systèmes socialistes (1902-1903), 3° cd. Oeuvres complètes, v. 5°, Ginevra, Droz, 1965. (15) V. PARETO, Trattato cit.. (16) Cfr. V. CASTELLANO, Introduzione alla sociologia e primi elementi di morfologia sociale. Roma, llardi, 1968, cap. Il. Il Castellano con visione aderente a quella della odierna sociologia mil.itare fa largo uso del concetto di «violenza» al quale è ispirata in larga misura la parte lJl del suo lavoro «Dalle società primitive alla società della violenza». Il quarto paragrafo del cap. Xl («Le st rutture del potere») è espressamente r ivolto alla considerazione delle «Istituzioni politiche: la organizzazione militare». (17) Cfr. V. PARETO, Trattai.o... cit., cap. VI, VII, VIII. (18) Cfr., ad es., per una t rattazione del concetto di consensus in u n quadro sistematico organicista, la fondamentale opera dello ScHAFFLE, Struttura e vita del corpo sociale. Saggio enciclopedico di una reale anatomia, fisiologica - psicologica della società umana con speciale riferimen to a ll'economica sociale, tr. it., Torino, U.T.F., 1881. Su «consensus» e «sur rogazione». Cfr. anche C. GIN!, Ap· punti di sociologia, Ed. Universitar ie, Roma, 1949, pp. 306-3 .10; 1.L. HoROWITZ, Consensus, conflicl and cooperation: a Sociologica/ lnven/ory, Socia] Forces, 1962, 4 1:177 - 188. (19) Sulle «disposizioni d i sicurezza, gli integramenti al corpo sociale e le loro

funzioni» e sulla «surrogazioni delle parti», Cfr. SCHAFFLE, ivi, v. II, cap. XI e XIX («Gli organi protettori dello Stato»).


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e se in questo stesso corpo si produce per il processo di passaggio, dall'omogeno all'eterogeneo, una specializzazione funzionale, non diversamente da quanto si verifica al livello di orgranicismo individuale, il sistema militare va visto come un sottosistema specializzato, nel sistema più ampio, della società civile. L'analisi di René Worms (20), molto meno ingenua di quanto i critici dell'organicismo mostrano di credere, è esemplare per l'acutezza delle osservazioni e per l'estensione dell'analisi dal campo della difesa esterna, a quello della d ifesa interna, contro la criminalità, da affidarsi anch'essa ad uno specializzato settore dell'apparato militare (la Polizia come forza armata). «Consensus» e «potere surrogatorio» delle parti, necessari all'integrazione del sistema, lo sono in misura estremamente più accentuata per l'integrazione e l'efficacia del sottosistema militare. In tale quadro si spiega la rigida coesione gruppale che, per molteplici vie si mira a conseguire, pressoché universalmente, negli apparati militari (consensus) e gli estremi sacrifici che talvolta vengono richiesti non solo ai singoli, ma anche ad intere unità per la salvaguardia dell'insieme (Sebastopoli, Stalingrado, ecc.). Gli evoluzionisti (21) accettando le tesi organiciste, ma complicandole con una visione antagonista dello sviluppo evolutivo, vedono l'impiego della forza militare e la problematica relativa, come una delle manifestazioni per la selezione della specie più adatta. Magistrale, in questo filone di pensiero, il poderoso lavoro del Letourneau.

(20) Sull'organicismo di R. Worme, Cfr. BECKER H. e BARNES H.E. cit., Socia! thought from care to science, New York, Dover Pubi., 1961 v. 3°, pp. 861, 1028, 1101, 1128, 1.160. (21) Cfr. R. HoFSTADTER, Socia! Darwinism in American Thought, New York, 2• ed., Braziller, 1959; R. MELDOLA, Evolution: Darwinian and Spencerian, Oxford, Cla· rendon, 1910. Vds. anche PARETO, Trattato... cit., par. 828, 1770, 2005 sul darwinismo sociale e par. 93, 276, 278, 343-345 sull'evoluzionismo.


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CAPITOLO II

AUTONOMIA DELLA SOCIOLOGIA MILITARE E CAMPI D'APPLICAZIONE 1. DALLE ORIGINI DELL'INDAGINE SOCIOLOGICA SUI FENOMENI MILITARI AGLI ATTUALI SVILUPPI DELLA DISCIPLINA

La Sociologia Militare, come disciplina autonoma con etichetta e campo ben definiti e con una visione prevalentemente logicoinduttiva di se stessa, ha origini recenti (1) essendosi staccata dal tronco della Sociologia« tout court» con un processo simile a quello c he ha dato luogo al sorgere, anzi alla proliferazione, delle num erose sociologie speciali o settoriali (2), solo con la seconda guerra mondiale, ad opera specialmente di studiosi statunitensi. È infatti negli U.S.A. (3) che s i avverte per la prima volta l'esigenza di uno studio sistematico dei fatti e dei problemi militari da un 'angolazione sociologica e con procedure rigorosamente attinenti alla metodologia della ricerca sociale - come per l'esigenza di formare nel 1971 (4), un esercito di circa 2 milioni di uomini, senza la preesistente inte(1) Come ha noLato il MAROTrA (Alcune questioni di Sociologia militare. cit.) la Sociologia militare non ha ancora una categoria a sé nello schema di classificazione della «Bibliographie lntemationale de Sociologie» preparata dall'UNESCO con la collaborazione dell '« lnternat ionale Committee for Socia ! Sciences Documentation». Fino a l 1960 non trovava posto, come catego ria a sé, nei Sociologica! Abstracts ove risulLa inserita dal 1961. Non figura t ra le 32 sociologie settoriali elencate da M. Vi. TERBI nel suo «Bibliografia della sociologia italiana» (1945-1970), Torino, Grappichelli, 1970, e così nelle altre bibliografie italiane. Figurava invece già nel 1955 nel lavoro a cura di R.L. ZETTERBERG, Sociology in the United States of America. A Trend reporl (Paris, Unesco, 1956) con una sezione, «Milita ry Sociology». (2) Sulla proliferazione delle sociologie settoriali e particolari un'ampia documentazione è traibile dagli indici sistematici dei Sociologica! Abstracts, di Current Sociology e delle numerose opere collellanee pubblicate nel secondo dopoguerra. (3) Sullo sviluppo della Sociologia militare negli U.S.A. Cfr. C.H. COATES e R.J. PELLEGRIN, Mili tary sociology: a study of American lnsLilutions and Milita11• !ife, Univ. Park, id., Socia ! Scicnce Press, 1965. (4) Sulle attività e sulle ricerche svolte per effetto del I conflitto mondiale Cfr. M.E. BULKELY, Bibliographical s urvey of con temporary sources for the economie and socia) history of the war, Oxford, Clarendon Press. 1922.


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laiatura militare sufficientemente ampia, si dovette provvedere a forme rapide di reclutamento e di scelta dei capi - donde lo sviluppo della psicologia applicata e delle tecniche selettive militari. Così l'esigenza connessa all'impiego di corpi di spedizione nell'intero ecumene in condizioni estremamente dissimili e spesso in contatto con alleati di diversa «cultura, hanno obbligato gli U.S.A. a sviluppare sistematicamente gli studi in argomento. L'alto comando americano già nel 1941 promuove una serie d'indagini e di ricerche empiriche (5) rivolte a studiare comportamento e reazioni dei militari delle tre forze armate e delle Forze miste e di fronte al nemico e in guarnigione. Il compito di indagare venne affidato a un gruppo di specialisti capeggiato dallo Stouffer. I risultati delle indagini, disponibili in alcune migliaia di documenti presso il competente ufficio dello Stato Maggiore integrato, vengono resÌ pubblici nel 1949 con l'opera collettanea intitolata «The American Soldier: Studies in Social Psychology in Word War II» (6). È perciò questa la data ufficiale di nascita della Sociologia militare. Vanno ancora menzionati gli studi paralleli, anche se più rivolti alle tematiche dell'Antropologia Culturale, della Benedict sui giapponesi (il crisantemo e la spada) (7) e del Gorer sullo «etnocentrismo» (8) come fattore di discordia nella condotta delle operazioni in Stati Maggiori composti da ufficiali provenienti da gruppi etnici diversi (anglo-americani). Come terzo settore di sviluppo della Sociologia militare, non vanno tralasciate le ampie applicazioni sociometriche sulla base degli iniziali e fondamentali studi del Moreno, per la coesione.e l'efficien(5) Cfr. ad es., H. SPElfRe A. KAHLER (a cura), War in our time, New York, Norton, 1939; R.L. GRINKER e J.W. SPIEGEt, Men under stress, Philadelphia, Blakiston, 1945; E.A. e M. SCHILS e M. JANOWITZ, «Coesion and disintegration of the Werrnacth in World Wa1· II», Public Opinion Q., 1948, 12: 260-315. (6) L'insieme dei lavori coordinati da S.A. STOUFFER sotto i titoli The American Soldier: combat and its aftermath e The American Soldier: adjustment during a rmy lifc (Princeton, U.P., 1949) rappresentano la data di nascita della Sociologia militare come scienza autonoma. Si veda anche R.K., MERTON e P.F. L\ZARSFELD, Studies in the scope and method of «The American Soldier,,, Glencoe, Ili., The Free Press, 1950. (7) R. BENEDICT, The Chrysanthemum and the Sword, Boston, Houghton Nifflin, 1946 (tr. it., Bari, Dedalo, 1968). (8) Cfr. G. GoRER, The American People, New York, Norton, 1948; Exploring English Character, London, Cresst. 1955. Il Gorer aveva.già analizzato le attitudini etnocentriche in Themes in Japanese Cuilture (New York, Acadcmy of Sciences, 1943) e, in collaborazione con la MEAD, in Balinese charactcr: a photographie analysis, New York, Academy of Sciences, 1942.


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za dei minori reparti. Si hanno cioè lavori al livel lo macrosociologico, antropologico-culturale e microsociologico, fin dai primi anni d i progresso della Sociologia speciale in questione. A giustificare l'indagine oggetto della tesi - seppure ve ne fosse bisogno - va ricordato come l'atteggiamento di diniego di un'autonomia scientifica della Sociologia militare, assunto dagli specialisti in Sociologia dell'organizzazione, sia stato del tutto superato. Sostenevano costoro che essendo carattere peculiare dell'istituzione militare quello dell'essere «ordinati», e cioè organizzati, tale campo d'indagini, avrebbe dovuto essere assunto nell'ambito della loro disciplina. La smentita a siffatta tesi è stata profferta dallo sviluppo stesso degli studi e delle ricerche del settore. Il Dipartimento di Scienze Sociali dell'UNESCO ha creduto di devolvere ben due fascicoli del fondamentale periodico «Current Sociology» alla «Milìtary sociology» (13 .1.1965 e 16.1.1968) (9). Nei congressi internazionali il settore riservato aLle «Armed Forces and Society» mostra una continua espansione. Già al Congresso di Evian dell'lnternational Sociologica! Association nel l 966 si aveva una sezione specializzata in proposito; esperienza poi ripetuta nei congressi successivi. Al Congresso di Toronto nel 197 4 la Sez ione che riguarda il nostro tema è la prima di quelle previste ed è animata da uno studioso che ha conseguito ormai fama mondiale nel settore, il Janowì tz (10). Nei Congressi dell'Istituto Internazionale di Sociologia i problemi militari sono stati largamente affrontati anche se non sempre in seminari o altri gruppi di lavoro specializzati. Ma già nel 1950 nel Congresso di Roma (11) un settore dei lavori venne riservato ai problemi socio-psicologici dei campi di concentramento. Le migliaia di titoli ormai disponibili (12) ed il riconoscimento ufficiale nelle isti(9) K. LANG, «Military Sociology. A trend report and bibliography,,, Current Sociology, XIII, 1, 1965; XVl, l, 1968. (10) Al Janowitz ed ai suoi collaboratori si deve una copiosa e valida produzione nel campo della Sociologia militare. (11) Cfr. l.l.S., Atti del XIV Congresso dell'Istit. Internaz. di Sociologia, Roma 30/8 - 3/9/1950, Roma, Società !tal. di Sociologia, 197, vv. 4; per il caso vds. v. II, Sezioni «Sociologia dei campi dei prigionieri di guerra», pp. 484-674 e «Sul problema de i rifugiati», pp. 675-802. (12) Cfr. La poderosa bibliografia collegata al robusto saggio di K. LANG, Military institution and sociology of war. A review of literature with annotated bibliography, London, Sage Pubi., 1972.


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tuzioni internazionali alla Sociologia militare rendono perciò superfluo ogni discussione sulla sua autonomia. Al riconoscimento nel campo degli studi segue un parallelo riconoscimento accademico anche se per ora soltanto nelle istituzioni più direttamente interessate. Presso le Accademie militari statunitensi, inglesi, polacche, bulgare, italiane e presso il più prestigioso istituto sovietico di Studi militari, l'Accademia Frunze, esistono corsi regolari di Sociologia militare; così in altri paesi. Centri di studi militari di Sociologia e di Psicologia militare esistono in pressocchè tutti gli Stati Maggiori, nonché presso istituzioni civili. Così presso l'«Institut of Strategie Studies» di Londra e l'Istituto di Sociologia empirica di Colonia dove il Konig ha riservato un intero settore del suo centro alla problematica militare e conduce indagini per conto della Bundewher.

2. CAMPI DI APPLICAZIONE DELLA SOCIOLOGIA MILITARE E LORO INTERESSE PER LA RlCERCA

Non è compito di chi scrive trattare la Sociologia settoriale in argomento da un punto di vista generale. Però può essere conveniente dare un cenno dei settori in cui si articola al fine di collocare la ricerca empirica qui condotta nella ripartizione più opportuna e di coglierne i nessi con gli altri settori della disciplina. Resta fuori del tutto dal campo d'osservazione, qui considerato, quell'ampio settore di studi e di ricerche sociologiche che vanno sotto l'etichetta di Polemologia o Sociologia della guerra. Il termine «polemologia» ha avuto una sua propria fortuna da quando un eminente sociologoco dell'Istituto Internazionale di Sociologia, il Gaston Bouthoul, ha analizzato gli aspetti demografici, socio-psicologici e antropologico-culturali della guerra nel trattato di Sociologia citato. Il Bouthoul, se non il primo, certo in modo più completo, pur accogliendo parzialmente la tradizione del Letourneau e dello Spencer, ha sistematicamente analizzato i vari risvolti del fenomeno «guerra» da un'ottica prettamente sociologica. Si deve allo stesso Bouthoul la pubblicazione di un periodico (13) in cui i conflitti vengono analizzati con tecnica quantitativa e mediante la comparazio(13) Gli ,:Etudes de Polémologie» si pubblicano regolarmente dal 1972 dando un continuo e valido contributo alla sociologia militare come si evince scorrendone i sommari.


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ne, cioè con metodologie proprie alle Scienze Sociali. Questo settore della polemologia e il contributo del Bouthoul interessano in modo estremamente marginale l'indagine in quanto si tratta degli effetti delle tecniche di reclutamento, sull'efficienza dei corpi militari e sugli accorgimenti posti in essere per la rapida assimilazione dei nuovi adepti alla società e cultura militare. È chiaro come in un fondamentale istituto di formazione e di istruzione com'è l'Accademia militare si miri a conseguire la rapida acculturazione del giovane accademista; ciò potrebbe essere oggetto di una ricerca a sé. Giovi almeno ricordare come la problematica relativa non sia diversa da quella che concerne il servizio di leva, problematica per la quale si è avuto in Italia un buon contributo con il Pozzi (14). Esula altrettanto dai nostri interessi la considerazione dell'apparato militare come supporto di quella che viene detta violenza organizzata dal momento che si hanno violenza politica, economica, psicologica, ecc. Altro settore che ha avuto ampio e costruttivo sviluppo è quello che considera le caratteristiche strutturali specifiche dell 'organizzazione militare, dei ruoli militari, delle condizioni che garantiscono l'efficacia delle unità militari.

2.1. L 'accademia militare come istituto di formazione Per quanto riguarda l'organizzazione militare è da dire che l' Accademia Militare di Modena è una sottostruttura organizzativa e organizzata con le sue note specifiche funzioni, sicché il suo ordinamento, riflesso in organigrammi, e il suo organico potrebbero interessare la Sociologia dell'organizzazione come la Sociologia dell'educazione, riguardo agli espedienti per «e-ducere» dagli allievi la tendenza all'aggressività e, insieme, alla coesione gruppale. È evidente che i canoni della Sociologia dell'organizzazione troverebbero utilizzazione in modo non difforme come per lo studio di qualsiasi altra istituzione organizzativa. Come aspetto particolare della organizzazione militare, con implicanze socio-psicologiche, va sottolineato come il concetto di Goffman di «istituzione totale» (15), cioè di un'istituzione che coinvolge globalmente e minuziosamente (14) Cfr. E . Pozzi, ,,La caserma come istituzione sociale manipolante», La critica sociologica, 1971 , 19 88-124. (15) Cfr. E. GOFFMAN, Asylums. Chicago, Aldine Pubi. Co., 1962. Di maggiore interesse ai fini del discorso qui condotto, è il cap. su «On the caracterisLics of total Inst itutions» (ivi, pp. 1-124). Di notevole importanza per le possibili applicazioni alle


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la vita di un numeroso insieme di persone, se applicabile a qualsiasi corpo militare lo è in modo esemplare r iguardo all'Accademia Militare. La privazione della libertà, caratteristica deJJe istituzioni totali, è ovviamente esaltata in un'Accademia in cui il processo di indottrinamento e di socializzazione dev'essere spinto a l massimo con la connessa azione di isolamento (16). Per questo aspetto, e cioè dal punto di vista delle teorie del Goffman, si potrebbe notare che se da una parte l'Accademia Militare come istituzione tende a disciplinare ogni momento della vita dei suoi aUievi isolandone il gruppo in modo forse più costrittivo che in altre istituzioni totali (17) (18), come quelle psichiatriche e carcerarie - e ciò per al volontarietà dell'appartenenza ad esso - dall'altra la provenienza sociale degli accademisti, per la sua poliedricità, come si vedrà, vale, contradditoriamente, a rompere l'isolamento stesso. In altri termini ponendo a stretto e obbligatorio contatto giovani aventi a fattor comune soltanto una certa idoneità fisica e un dato livello d'istruzione, ma di condizioni familiari estremamente diverse, l'isolamento del gruppo nel suo insieme potrebbe accentuare l'osmosi culturale tra i suoi appartenenti, sicché il figlio dell'operaio e il figlio dell'ufficiale e il proveniente da una media borghesia meglio si conoscono assumendo consapevolezza della coscienza di classe, o almeno professionale di gruppi diversi. Tale fenomeno ipotizzabile in sede logico-deduttiva - ed eventualmente da verificare con procedimenti logico-induttivi - non potrebbe evidentemente verificarsi se il reclutamento degli ufficiali in servizio permanente effettivo avvenisse con estrazione da un ambiente socio-economico omogeneo e non così eterogeneo quale emerge dalla ricerca condotta.

2.2. Il campo microsociologico nell'ambito dell'istituzione

Altro settore stimolante per il sociologo militare potrebbe essere quello, di cui già si è fatto cenno, dell'applicazione delle tecniche istituzioni militari, anche del GOFFMAN, Modelli d'interazione, Bologna, Il Mulino, 1971. (16) Cfr. E. Pozzi. op. ciL. (17) E.M. LEMERT, Devianza, problemi sociali e forme di controllo, Milano, Giuffrè Editrice, 1981. (18) G. Dc LEO e coli., L'interazione deviante, Milano, Giuffrè Ed., 1981.


Gli ufficiali dell'Esercito: reclulamento e carriera

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sociometriche a l livello microsociologico e, per quanto r iguarda l' Accademia, a l livello de lle squadre, dei plotoni o dell e compagnie. In effetti le tecniche sociometriche non vengono applicate per la distribuzione interna degli allievi nei gruppi e nei sottogruppi in cu i si articolano i due battagli oni che fo rmano il «corpus » degl i allievi uffic iali . Però la leadership a livello microsoc io logico vie ne fatta emergere dall'insieme degli stessi a llievi sulla base de i s uccessi conseguiti sicché i giovani di maggior prestigio per capacità sportive, militari e per attitudine agli studi assumono il comando de i propri stessi compagni, con i quali , tuttavia, condividono le condi zioni di vita, al livello di squadra (istruttore), plotone (scelto), compagnia (capo scelto). Accanto cioè alla catena di comando is tituzionalizzata (capitano: comandante di compagnia; tenente: comandante di plotone) si ha una catena di comando parzialmente carismatica (l9) espressa dagli all ievi stessi ma non da questi determinata . A questa seconda catena vengono gradualmente affidate responsabilità di comando s icc hé alle man ifestazioni di chiusura del ciclo educativo militare dell'Accadem ia, l'azione di comando viene totalmente sostenuta dai qualificati degl i allievi stessi. Non si sono avuti dati per stabilire l'origine soc ia le degli allievi leaders, perciò non è stato possibile calcolare, o perlomeno qualitativamente individuare, la connessione tra l'origine sociale e la «leadership» a livello microgruppale. La Sociologia militare presenta numerose altre branche sulle quali non sem bra necessario u lteriormente sofferm arsi e le cui questioni saranno via, via richiamate, ove necessario, essendo sufficiente rimandare alla classifical.ione adotta ta dal Kurl Lang nei suoi lavor i di sintesi condotti per conto dell'UNESCO.

(19) È appena necessario rico rda re come il termine «c~risma» vada qui in teso nel se nso weberiano. Cfr. H. CUETZKOW (a c ura), Groups, leadersh ip and men, Pi ttsb urg, Carncgie, 195 I e, per un a la rga, spec ifica, bibliografia: F.H. SANFORD, «Research on military leadership», in J.C. Ft.ANNAGAN (a cura), Cu rrent trends: psychology in a world emergency, Pittsburg, Univ. of Piusburg press, 1949; Renzo CARLI e Rosa Maria PANtCCIA, Psicosociologia de lle organizza7.ioni e delle islituzioni, Il Mulino, 198 1; Peter R. HOFSTXTTER, Dinamica <li gruppo, Mila no, Franco Ange li, 1970.


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CAPITOLO III

LA PROFESSIONE MILITARE, LA SOCIOLOGIA DELLE PROFESSIONI E LA CARRIERA MILITARE COME VEICOLO DI MOBILITA SOCIALE 1. SOCIOLOGIA DELLE PROFESSIONI E PROFESSIONE MILITARE

La condizione professionale nel sistema delle classi della società attuale ha, per universale accettazione, un'importanza fondamentale ed è copiosa la letteratura in proposito, letteratura ricca di contributi basici. Le innumerevoli definizioni della «professione» pongono tutte l'accento sul fattore «vocazione» o «chiamata» specialmente se si tratta di attività che investono settori specializzati del sapere o delle scienze o attività di elevata qualificazione. Molteplici sono anche le classificazioni professionali, cioè i criteri secondo i quali collocare un'attività in una professione piuttosto che nell'altra. Sono noti i criteri marxiani sulla professione militare secondo i quali, in una visione dicotomica della società, il corpo degli ufficiali, nello stato non socialista, rientrerebbe nella categoria dei «padroni»; questo criterio, sia detto per inciso, viene usato per sfruttare, come elemento cli vulnerabilità dell'avversario, la dicotomia: ufficiali da una parte - sottufficiali e soldati dall'altra. Le campagne cli Corea e d'Indocina, offrono numerosi esempi della utilizzazione di questa contraddizione interna degli eserciti borghesi ai fini della guerra psicologica. Negli Scritti militari (1) di Mao Tse Tung vengono suggeriti numerosi espedienti per evitare il formarsi di una siffatta contraddizione nell'esercito popolare cinese.

(I) MAO TSE TUNG, Scritti militari, Mi.Iano, Ed. Oriente, I 965. Sugli effetti della rivoluzione culturale sull'educazione in Cina, con qualche r iferimento al processo educativo degli Ufficiali, Cfr. W. AYERS, Chang-chin-tung and educational reform in China, Cambridge, Mass., Harvard U.P., 1971.


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2. ALCUNI ASPETTI DELLE «PROFESSlONI» CON RIFERIMENTO ALLA PROFESSIONE MILITARE

La Sociologia delle professioni è ricca anche, a prescindere dal problema classificatorio, di una serie di validi studi sulle singole attività professionali, siano esse prevalentemente manuali, siano prevalentemente intellettuali (2). Le ricerche sui «colletti bianchi» (3), considerati per lo più appartenenti alla classe media, non trattano solitamente la professione militare, forse per la bassa atipicità. Il Parsons (4) ha lumeggiato gli aspetti ideologici delle professioni e specialmente di alcune attività come «l'uomo di affari» (businessman) mosso dalla ricerca del successo nel campo «prescelto», agente motore che contraddistingue numerose altre attività, che tuttavia potrebbero presentare all'esterno un'immagine sia altruistica sia egoistica. Indubbiamente la professione militare è anch'essa agitata dal demone del successo, la carriera, il «curcus honorum» in tempo di pace, l'azione vittoriosa in caso di conflitto, anche se questo «demone» presenta sfaccettature altruistiche (5). L'istituto competitivo viene alimentato nel corpo degli ufficiali già all'inizio della carriera e addirittura nella fase formativa e cioè nell'Accademia militare. Esso va però coordinato con l'integrazione nel e del sistema («we-group»), sicché ne nascono delicati problemi di equilibrio tra competizione e cooperazione da alimentare insieme nella professione militare. 3. IL GIOCO DI RUOLO («ROLE-PLAYING») IN AMBITO MILITARE E LA SOTTOCULTURA MILITARE

In termini parsoniani va ancora sottolineato il ruolo («role») del militare, anche come comportamento mosso dalle attese altrui e dal!'indagine che l'«io» si forma delle attese altrui (6). È ovvio che pres(2) C. BARBERIS, La società italiana, op. citata. (3) C.W. MILLS, White collars, New York, Oxford U.P., 1951. (4) Cfr. T. PARSONS, The socia! system, Glencoe, Ili. The Free Press, 1951 (spc· cialmente i capitoli VJJl, IX e X); «The professions and socia! structure» in Essays in sociologica! theory, rev. ed., Glencoe, lii., Free Press, 1954; «Some problems confronting sociology as a profession,,, Amer. Socio!. Rcv., 24, 4, 1959: 547-559. (5) Cfr. C. BARNETT, «The educat ion of military elites, J. of Contcmporary History, 1967, 2 15-35. (6) Cfr. M. MAROTTA, «Sul concetto di ruolo in sociologia,,, Sociologia, Il, 1957, 3: 269-31 O; M. FOSCHI, «On concept of expectations», Acta Socio!., 15 (2), 1972: 124-131.


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so l'Accademia militare la coscienza del proprio ruolo professionale in funzione a ltruistica, cioè nell'interesse del la collettività, venga alimentata in tutti i possibili modi. Il gioco di ruolo coordinato nel gruppo («role-playing»), è in base de ll 'attività militare e va perciò potenziato «ab initio » già in Accadem ia. Ta le attitudi ne viene allargata nel senso di coordinare il proprio ruolo di gruppo nella più ampia coste ll azione dei ruoli sociali. La professione militare in termini antropo logico-cu lturali potrebbe essere, ad avviso di chi scrive, considerata come ispirata a modelli dionici temperati dal senso dell'or dine e della coordinazione degli sforzi. È dunque una profession e che anche da questo punto di vista meriterebbe ricerche appropriate. Sempre ed ancora in altri termini parsoniani, la professione militare presenta, come ogni a ltra professione, propri valori, una p~culiare ideologia, valori ed ideologia da considerare come funzion ali per i I sottosis lema sociale mi Ii tare e per il sistema nel suo insieme. Le numerose indagini condotte, in chiave parsoniana o non, su diverse professioni hanno posto tutte in evidenza come ognuna di esse abbia una sua propria sottocultura professionale con impliciti ed espliciti codici di comportame nto, uno «spirito di corpo», con la lendenza a «garantire» a se stessi certi vantaggi economico-sociali . È chiaro come l'analisi parsoniana e degli studiosi della scuola possa, anche per q uesti aspetti, ri fe rirsi alla profess ione militare. Se poi si volessero consideraree gli aspetti equalitari o autori Lari di siffatta condizione professionale, non v'è dubbio che quella di cui si sta traltando presenta i «segn i» dell'autoritarismo e che, g ià presso l'Accademia, si tenda a valorizzare, anc he se inconsapevo lmente, la personalità auloritaria (7). PurLroppo l'i ndagine qui svolla invesle alcuni altri aspetti della complessa fenomeno logia dell'Accademia militare, ragion per cui non si è potuto procedere ad analisi di dettaglio, a lla maniera del Goffman, per le descrizioni degli usi e dei costumi, dei Lratti e de lle espressioni culturali ne ll'ambiente acca demico. Così ha decampa to dai fini della ricerca una «analisi di ruolo»

(7) W. KORl'I, Socia! prcssures and attitudes in m ilitary training, Stockholm , Almqvis t and Wiksell, 1964. Sull'au torirnrismo ne i suoi vari aspetti, Cfr. T.W. AoOR, NO, e FREN KEL-BRUNS WI K, D.J. Li'.VINSON. R. NEVJTT SANFORD (in coli. con a lt1·i), La personalità autoritaria, tr. it., vv. 2, Milano, Comunità, 1973, con qualche cenno (v.I, p. 220) all a societ.à militare.


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(«role-analysis») della professione militare sulla falsariga delle indicazioni mertoniane. Di conseguenza, emergono dall'indagine solo alcuni dei caratteri dello «status» del militare di carriera del rango di ufficiale in Italia, mentre non si sono rilevati dati empirici o sperimentalmente prodotti per una concreta indagine sui ruoli svolti dai singoli nell'ambito dell 'Accademia, dell'Accademia stessa nell'ambito della comunità che la ospita, né ovviamente dei ruoli della professione militare. Tra le connotazioni di «status», che verranno nella parte empirica, in uno con la provenienza sociale, verranno considerati la provenienza regionale e il raggio di attrazione geografico dell'Accademia, aspetti questi certo non trascurabili dello «status» e della condizione militare. 4. MOBILITA, STRATIFICAZIONE SOCIALE E CARRIERA MILITARE

Il problema della mobilità sociale verticale o dell'osmosi sociale dal basso verso l'alto e del suo reciproco, è tema che è stato largamente trattato dagli studiosi della stratificazione sociale e dei vari ruoli con cui la stratificazione stessa si concretizza (classi, strati, ecc.). Fino al primo dopoguerra il tema è stato affrontato in modo compiuto in tutti i suoi aspetti dal Sorokin. con il suo classico «Socia! mobili ty » (8). Sia il Sorokin sia gli altri autori che hanno rivolto l'attenzione al problema hanno sottolineato come la scuola, e quindi la condizione professionale, nella società aperta di tipo occidentale, siano la via più agevole per progredire nella stratificazione sociale e per rimuovere le forze che tendono ad immobilizzare ognuno nel suo gruppo in una sorta di vischiosità sociale (9). Tra le varie professioni, idonee a far procedere i singoli da uno strato all'altro, la carriera militare è una di quelle meno sensibili, contrariamente a quanto potrebbe credere, alle vischiosità di cui si è detto. Lo slogan napoleonico «ogni soldato ha nel suo zaino il bastone di maresciallo» sottolineava appunto la possibilità per comportamento esemplare in guerra e dedizione allo Stato, di transitare dalle categorie dei soldati e dei sottufficiali alla categoria degli ufficiali fi. no ai più alti gradi, ipotesi certamente rara a verificarsi. (8) Cfr. P.A. SoROKIN, La mobilità sociale, tr . it., Milano, Comunità, 1963 (1927). (9) Cfr. A. COBA Lll, Sociologia dell'educazione, Franco Angeli, I 985.


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Già prima della rivol uzione dell'89 i cadetti delle famiglie nobili ten tavano la formula delle armi per acquisire quelle posizioni di eminenza che la primogenitura loro toglieva. Ora, senza dilungarsi nella esemplificazione della carriera militare come fattore di mobilità, è bastevole ricordare come nell'ordinamento burocratico dello Stato Italiano, l'Amministrazione Militare sia l'unica a garantire, sia pure con condizioni restrittive, il passaggio dalla categoria dei ·sottufficiali a quella degli ufficiali, indipendentemente dal titolo di studio. I sottufficiali poi vengono in qualche modo omogeneizzati e trasportati nel diverso ruolo attraverso l'inserimento nell'Accademia militare.

5.

LA CA RRIERA MILITAR E COME VEICOLO DI MOBILITÀ SOCIALE

Il discorso del Sorokin riguardo al problema della mobilità sociale comprend e molto bene i movimenti ed i processi di mobilità innescati dall'appartenenza ai corpi armati, sia con riferimento a quelle che egli chiama «dimensioni orizzontali» e «dimensioni verticali» dello spazio socia le militare, (10) s ia per ciò che riguarda alle dimensioni dello spazio totale in quan to tale. Come egli stesso sintetizza, lo spazio sociale è dato dall'inverso della popolazione considerata, mentre la posizione sociale dei singoli è costitui ta dalla totalità delle relazioni di ognuno di essi nei confronti di tutti i gruppi di una popolazione e all'interno dei sottogruppi dei membri di ognuno di essi. La localizzazione, perciò, della posizione di un singolo si ottiene, per Sorokin, accettando queste relazioni. La totalità delle posizioni dei gruppi e dei singoli dà luogo ad un sistema di coordinate sociali che ne definisce la posizione (11 ). Ora è chiaro che il quadro teorico del Sorokin, come si diceva, può avere a contenuto l'universo statistico specia le di cui ci s i sta occupando, avendo, come si vedrà nella parte applicata, coinvol te dimensioni orizzontali e dimensioni verticali (provenienza geografica e provenienza sociale) e un doppio sistema di riferimento: quello dell'intero sistema militare nei confronti del più ampio sistema sociale e quello dei singoli all'interno del sistema. (IO) Cfr. ivi, cp. I, p. II «Spazio geometrico e spazio sociale». (11) Cfr. ivi, pp. 16-18.


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Allorché il sociologo russo-americano si occupa nel cap. VIII della sua opera dei canali della circolazione verticale, impegna il I paragrafo (12) del capitolo all'esame «dell'esercito» come canale di circolazione sociale. Premesso che la «mobilità sociale» è di fatto funzionante in qualche misura in ogni società, «nelle membrane tra i diversi strati debbono esserci passaggi, scale, canali che permettono agli individui di muoversi su e giù da strato a strato», il problema, prosegue il Sorokin, è quello di determinare quali siano questi canali di circolazione sociale e di vedere quale istituzione, in qualche modo, li cristallizzi. Le istituzioni più importanti per il Sorokin sono state, con la Chiesa e la scuola, le organizzazioni politiche, economiche e professionali e l'esercito. Fermandosi (13) in primo luogo su questa istituzione, l'Autore, sottolinea come essa rivesta un'importanza eccezionale in periodi di militarismo e di guerre e come i servizi resi dal talento e dal coraggio di un militare, prescindendo dalla sua condizione sociale, vengano tenuti nella massima considerazione. In caso di conflitto il talento del militare, anche se di umile origine, è così importante che l'istituzione e l'intero paese ne sollecitano il collocamento a rango corrispondente alle sue capacità; da ciò le promozioni facilitate anche, sempre in caso di conflitto, dalle notevoli perdite e quindi dai vuoti che si creano ai vertici dell'apparato militare. Il Sorokin dà una serie di dati storici quantificati che confermano le sue ipotesi; per esempio: dei 65 imperatori di Bisanzio almeno 12 venivano dai ranghi più bassi della scala militare e nella Francia pre 1798 nei collegi militari, tra gli accademisti, accanto a circa 1500 nobi li, si trovavano 799 giovani di modesta provenienza sociale (14). Gli esempi fornit i dal Sorokin potrebbero essere arricchiti con altri tratti dalla na guerra mondiale essendo sufficiente menzionare i capi emersi dalle guerre partigiane o rivoluzionarie. La sociologia delle mutazioni o del mutamento sociale (15) s i è anch'essa nelle ultime produzioni soffermata sull'apparato militare e le proprie pertinenze come fattore di cambiamento. Di ciò si tro(12) Cfr. ivi, pt. II «La mobilità sociale», cp. VIII «I canali della circolazione verticale», p. I «L'esercito come canale di circol azione sociale». (13)Ivi, p. 163. (14) lvi, pp. 164-165. (15) Cfr. W.E. MOORE, Il mutamento sociale, Bologna, il Mu lino, 1971.


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vano riferimenti continui nell'opera del Ba landier, Sociologie des muLations (16) e specialmente in akuni dei lavori ivi contenuti, così nella monografia del Goricrly (17), su « Signification actuelle de l'idée de revolution». 6.

A LCUNE RICERCHE A CONFERMA DELLA TESI

Nell 'opera dell 'Etzioni (18), «Studi sul mutamento sociale», lavoro che si riferisce particolarmente alla realtà israeliana, si fa vedere come la classe militare di quel paese abbia dato un deciso apporto a lla strategia del mutame nto. Il Janowi tz in «The new military» (19) ed in «The Professional soldier» (20) si occupa a fondo del problema volgendo l'attenzione anche a quella parte degli ufficiali di carriera che provengono dal complemento, gruppo che non è stato considerato nell'indagine. Ai fini di chi scrive è interessante vedere come, secondo i dati di Janowitz, agli alti gradi militari pervenga negli USA una notevole (razione di ufficiali non provenienti dall'Accadem ia militare nel West Point. Gli ufficiali di complemento, c ioè, che poi transitano in qualche modo nel servizio permanente, sono circa il 32% dei comandanti dei gruppi di armata, della IP guerra mondiale, il 45% dei comandanti d'armata, il 34% dei comandanti di corpo d'armata, il 48% de i comandanti di divisione. Nell'insieme degli alti gr adi, cioè circa il 43% dei comandanti non proviene dall'Accademia, il che sta a dire ulteriormente come l'apparato militare non ha una visione castale di sè stesso ma apra le vie del proprio vertice anche in assenza della provenienza dai corsi delle Accademie. A voler far e un confronto con l'ambiente universitario è una procedura analoga a quella che si verifica per i professori universitari di r uolo per i quali non è necessar io il possesso di una laurea. Nell'Esercito Italiano si verifica qualcosa di analogo, ma non si dispongono, da chi scrive, dati, per valutarne quantitativamente l'in(16) G.

BALANDIER

(a cura), Sociologie des mutations, Paris, Anthropos, 1970.

(17) G. GoRIEt.Y, «Signification actuelle dell'idée de revolution», in B ALANDIER, cit., pp. 221 -247.

(18) A. ETZJONI, Studi sul mutamento sociale, lr. il., Milano, Elas Kompass. 1968. (19) Cfrt. M. JANOWITZ, (a cura) The New Military: changing patterns of organi· zation, New York, 1964. (20) Cfr. M. JANOWITZ, The Professional Soldier: a socia! and politica! portrait, New York, Free Press. 1960.


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cidenza, che è però sicuramente di proporzioni più ridotte. Ad attestare della validità di questo canale di mobilità verticale, Janowtiz (21) presenta anche dati di diverso significato. Studia, infatti, l'apporto delle aristocrazie, nel senso ristretto di appartenenti a classi nobiliari, nella composizione dei ranghi superiori militari. Nel 1914 l'Esercito italiano presentava tra gli ufficiali generali il 50% di proveniente dalla nobiltà e il 50% dalla classe media. Nel 1919 la proporzione dei nobili sulla «middle-class» era di 20 a 80; nel 1932 di 13 a 87. Come è noto non esistono più i ceti nobiliari, secondo la legge, dall'avvento della Repubblica, e quindi non si hanno rilevazioni recenti, ma l'andamento fortemente discendente della presenza delle classi nobiliari negli alti ranghi è andato certamente accentuandosi, come del resto confermano le modeste origini degli accademisti quali affioreranno dai dati appresso analizzati. In «The professional soldier» (21) il sociologo americano presenta dati analoghi per la Germania, per la Svezia e per la Gran Bretagna. Per ogni dove il fenomeno si configura con connotazioni analoghe. È interessante osservare come il sociologo americano, nel portare la sua attenzione all'Italia, abbia sottolineato - aspetto questo che apparirà in tutta evidenza dall'indagine - la meridionalizzazione del corpo degli ufficiali dell'esercito italiano e, con la meridionalizzazione, una sorta di ruralizzazione, aspetto quest'altro strettamente connesso. Si vedrà come un certo numero di figli di ufficiali, anche se esso è notevolmente ridotto, accede alla carriera. Il Janowtz calcola nell'esercito tedesco fino al '44 e sull'esercito statunitense la percentuale del rango dei generali, figli di ufficiali e ciò allo scopo non solo di porre in evidenza l'attrazione professionale di padre in figlio ma anche di cogliere l'eventuale facilitazione offerta dall'ambiente a chi da esso stesso proviene. Nell'esercito tedesco dal 1911 al 1944, periodo per il quale si hanno i dati, la frequenza dei generali figli di ufficiali oscilla dal 14 al 27% con tendenza alla diminuzione. Negli Stati Uniti la proporzione è fortemente minore, come è minore l'attrazione professionale per l'attività che ci concerne. Per quanto attiene alla problematica italiana non hanno rilevanza alcuna le ricerche condotte sull'influenza della razza o della religione sulla carriera militare. Le indagini condotte sulle Forze Armate dell'Europa confer ma(21) Ivi, p. 150. (22) Cfr. M. JANOWJTZ, The profess ional soldier, cit.


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no, come anche negli eserciti sovietici e degli altri paesi a democrazia socialista, che vi sia una emergenza cli professionalismo, con una certa tendenza, da parte dei militari di carriera, ad avviare i propri figli per la medesima strada, tendenza qui favorita dal fatto che, contrariamente a quanto accade nei paesi a struttura politica diversa, qui la carriera militare e lo <tstatus» relativo sono più gratificanti per il maggior prestigio sociale di cui godono, prestigio altrove in lento declino. Tra gli studiosi italiani dì problemi militari uno studioso dell'Istituto di sociologia internazionale di Gorìzìa, lo Strassoldo (23), ha affrontato il tema del professionismo militare e del servizio militare come canale di immigrazione con una certa acutezza sotto il profilo teorico, per esempio laddove asserisce che la carriera del militare essendo subordinata allo svolgimento di determinate funzioni implica una certa rotazione e mobilità territoriale in uno con la mobilità verticale. La letteratura è, dunque, unanime (24) nel considerare la carriera militare come veicolo di mobilità verticale.

(23) R. STRASSOLDO, Sviluppo regionale difesa militare, Trieste, Lint, 1972. (24) Cfr. M . JANOWITZ, The New military, cit.; K. LANG, op. cit., passim.


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PARTE II

GLI ALLIEVI DELL'ACCADEMIA MILITARE DI MODENA DAL 1950 AL 1984: ANALISI SOCIOLOGICA DELLA PROVENIENZA SOCIO-CULTURALE E REGIONALE CENNI STORICI SULLE ORIGINI DELL'ACCADEMIA MILITARE DI MODENA

L'Accademia militare di Modena è nata dalla fusione delle due Accademie preesistenti cioè dalla Reale Accademia di Artiglieria e Genio di Torino e dalla Reale Accademia di Fanteria e Cavalleria di Modena. Ci sembra opportuno tracciare, per grandi linee, la storia di queste due Accademie dal loro sorgere sino alla loro riunione nell'unica Accademia militare, oggetto del nostro studio. La prima ebbe origini dalla Accademia Reale fondata in Torino nel 1677 da Madama Reale Maria Giovanna Battista di Savoia, reggente lo Stato Sabaudo per il figlio Vittorio Amedeo II, allo scopo d i formare lo spirito e sviluppare il fisico dei gentiluomini, particolarmente di quelli che volessero dedicarsi alla carriera delle armi. Dopo varie interruzioni nel suo funzionamento, provocate principalmente da guerre nel territorio piemontese, l'Accademia Reale ebbe modifiche di ordinamento per cui provvide, oltre che alla preparazione cavalleresca dei gentiluomini, a quella universitaria. Durante la parentesi napoleonica l'Accademica cessò d i funzionare e nei suoi locali venne costituito, dal governo francese, un liceo nel quale si impartì (1804-1814) istruzione mili tare e letteraria alla gioventù piemontese per prepararla a far parte delle armate napoleoniche. Recuperati gli Stati di terra, fermi col crollo dell'Impero napoleonico, Vittorio Emanuele I Re di Sardegna ripristinò l'Accademia col nome di «Reale Accademia Militare», limitandone lo scopo alla formazione di ufficiali per tutte le armi dell'esercito, traendo gli allievi da giovani nobili o di nascita civile e con permanenza nell'istituto variabile con l'arma di ispirazione.


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Dopo il 1848, in base ai nuovi principi riconosciuti con la promulgazione dello Statuto, vennero estesi i caratteri di ammissione all'Istituto in modo che potessero entrarvi i giovani dì qualsiasi classe sociale. Nell'anno 1849 alla R . Accademia fu concessa la Bandiera da Re Carlo Alberto. Nel 1860, in conseguenza dell'ampliamento dell'esercito - che da piemontese si trasformava in italiano - l'ammissione alla R. Accademia Militare venne limitata ai soli aspiranti alle armi speciali (Stato Maggiore - Artiglieria e Genio). Solo per periodi saltuari cli qualche anno l'Accademia di Torino continuò a fornire Ufficiali cli Stato Maggiore - in dipendenza del mutamento dell'ordinamento ciel Corpo di Stato Maggiore - finché nel 1871, soppressi in questo i gradi di ufficiale subalterno, la R. Accademia Militare rimase specializzata nel solo reclutamento degli ufficiali cli artiglieria e genio (3 anni di accademia). Durante la guerra 1915-18 vennero interrotti i corsi regolamentari e svolti, invece, corsi accelerati per reclutamento di sottotenenti (poi aspiranti ufficiali) di complemento di artiglieria e genio; nel dopoguerra vennero effettuati corsi complementari, di applicazione, di perfezionamento tecnico e di completamento della cultura tecnico-professionale per tutti gli ufficiali in servizio permanente effettivo di artiglieria e del genio che avevano dovuto interrompere i corsi regolamentari od erano stati variamente reclutati. I corsi regolari di reclutamento per ufficiali in servizio permanente effettivo di artiglieria e del genio vennero ripresi nel 1922 (allievi reclutati dai sottotenenti d i complemento). Nel 1923 l'Istituto assunse la denominazione di R. Accademia Militare di Artiglieria e Genio. Nel 1927 venne ripreso il reclutamento degli allievi fra i giovani delle Scuole (ex collegi) Militari e dalle Scuole med ie superiori, tradizionale dell'anteguerra. Iniziatasi nel 1940 la seconda guerra mondiale, la città di Torino fu spesso obiettivo delle incursioni aeree nemiche che andarono man mano intensificandosi. L'Accademia per la sua posizione centrale rispetto alla città e per la planimetria caratteristica che r ivelava l'esistenza di un Istituto Militare, fu più volte oggetto di azioni di bombardamento da parte degli aerei avversari . Il Ministero della Guerra venne quind i nella determinazione (novembre del 1942) di spostare l'Accademia di artiglieria e genio a Lucca. La nuova sede fu Villa Bottini, edificio concesso dalle Belle Arti.


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Gli avvenimenti dell'8 settembre portarono allo scioglimento dell'Accademia. Per quanto riguarda la Reale Accademia di fanteria e cavalleria di Modena essa trae le sue origini daJJa Accademia militare degli Estensi, fondata in Modena dal Duca Francesco III nel 1757. SuJJe sue tracce nel 1798 Napoleone istituì una scuola militare di artiglieria e genio. Avvenuta la restaurazione, Francesco IV fondò nel 1821 una Accademia Nobile Militare Estense, che ebbe la sua prima sede nel Palazzo Bertacchi, già d'Aragona (oggi Vaccari), donde nel 1824 fu trasferita alla Caserma S. Pietro (oggi caserma Fanti). Nel 1831 in seguito ai moti modenesi, l'Accademia fu sciolta ma successivamente riaperta il 23 marzo. Nel 1852 Francesco V la trasformò in una nuova Accademia Militare Estense aperta anche ai giovani privi di titolo nobiliare, che continuò ad avere la sua sede nella caserma San Pietro. Nel 1859, caduto il Duca di Modena fu soppressa e 1'8 settembre dello stesso anno, il generale Manfredo Fanti, Comandante militare delle forze della Lega, espresse al colonnello Ruffini l'idea di costituire a Modena una «Scuola cli Fanteria» per il reclutamento di ufficiali dell'Annata dell'Italia centrale. Nel 1862 si stabilì che, soppressa la Scuola di Fanteria di Ivrea, il reclutamento degli ufficiali di fanteria avvenisse unicamente attraverso la Scuola militare di Modena. Al fine di dare all'Istituto una più decorosa sede, il 2 gennaio 1983 esso prese possesso del palazzo ducale. Nel 1865, con la soppressione della Scuola di cavalleria di Pinerolo, la Scuola di Modena ebbe il compito di provvedere anche al reclutamento cli ufficìalì cli cavalleria ed assunse il nome di «Scuola militare di fanteria e cavalleria». Scoppiata la guerra del '66, il 7 maggio, gli allievi vennero trasferiti a Torino, donde rientrarono a Modena il 20 novembre. Nel 1869 si aggiunse un corpo speciale per i sottufficiali. Successivamente si istituirono anche corsi per sottufficiali d i artiglier ia e genio, ma nel 1880 tutti i corsi speciali vennero affidati all'apposita Scuola dì Caserta. Ne.I 1894, soppressa quest'ultima, i corsi vennero ripristinati presso la Scuola di Modena. Il 1° gennaio 1874 l'istituto s ubì un nuovo cambiamento nella denominazione e si chiamò «Scuola Militare». Nel 1891 per iniziativa delle donne modenesi, il 14 marzo, veniva offerta alla Scuola la Bandiera. Il 4 giugno 1905 veniva inaugura-


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to nella Scuola il Museo storico e con il corso 1905-1906 si iniziava la pubblicazione del primo «Annuario». Dal 1915 al 1919 a causa della prima guerra mondiale furono svolti corsi speciali per aspiranti alla nomina a sottotenente di complemento. Il 25 gennaio 1923 la Scuola si trasformò in «Accademia Militare di Fanteria e Cavalleria» ed il 25 febbraio riprendeva i corsi per il reclutamento di ufficiali in servizio permanente effettivo (allievi reclutati dai sottotenenti di complemento). Il 18 marzo 1928 l'Istituto assumeva la denominazione di «R. Accademia Militare di Fanteria e Cavalleria». Ad essa successivamente venne affidato il compito di preparare ufficiali per i Corpi di Commissariato ed Amministrazione, della R. Guardia di Finanza (per breve tempo) e dal '37 anche dell'Arma dei Carabinieri. Gli avvenimenti dell'8 settembre fecero sciogliere l'Accademia. La r ipresa della lotta a fianco degli Alleati rese necessaria la riorganizzazione dei centri di reclutamento per gli ufficiali dell'Esercito. Il 5 aprile 1944 venne ufficialmente inaugurata a Lecce, nella caserma Tenente Pico, la sede del «Comando Speciale RR. Accademie Militari». Il 5 aprile fu costituito un battaglione su due compagnie per l'inquadramento degli aJiievi provenienti dalle disciolte Accademie (Fanteria e Cavalleria - 86° corso - e Artiglieria e Genio - 125° corso). Il 24 maggio fu solennemente consegnata la Bandiera del 26° reggimento fanteria, ritirata dal Deposito del 48° reggimento fanteria, in temporanea sostituzione delle Bandiere delle due Accademie. Con il primo «Corso straordinario combattenti» (1 ° dicembre 1945) l'Istituto cambiò ancora una volta denominaziona in «R. Accademia Militare». Questa data rappresenta una tappa molto importante nella storia dell'Accademia, giacché da questo momento essa muta il suo aspetto e diven ta veramente «unica» fonte di reclutamento per l'Esercito degli ufficiali in servizio permanente effettivo di tutte le Armi e Servizi. Il 19 giugno 1946 cambiò denominazione in «Accademia Militare». In questo stesso anno 1946 vennero recuperati i resti della Bandiera dell'Accademia Militare di Modena, consegnati allo Stato Maggiore dell'Esercito dopo la liberazione delle provincie settentrionali dagli ufficiali che l'ebbero in consegna nel settembre 1943 (il verde del drappo fu però recuperato solo nell'aprile del 1947). Il 2 febbraio 1947 la Bandiera dell'Accademia di Modena ritornò a sventolare fra gli allievi ed il Vessillo del 26° fanteria veniva versato al Comando Militare Territoriale di Bari per il successivo inoltro al Sacrario delle


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Bandiere sull'Altare della Patria. Il 15 ottobre 1947 l'Istituto fu trasferito a Modena nell'antico Palazzo Ducale, giĂ sede dell'Accademia di fanteria e cavalleria. Il 4 novembre dello stesso anno fu consegnata la nuova Bandiera ed il vecchio Vessillo fu successivamente affidato al Museo del Risorgimento. L'inaugurazione ufficiale dell'Accademia Militare ebbe luogo 1'8 dicembre 1947 con l'intervento del Capo dello Stato.


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CAPITOLO I

FENOMENOLOGIA DELLA « VOCAZIONE» PER LA CARRIERA MILITARE DAL 1950 AL 1984 E I SUOI NESSI CON L'ANDAMENTO DELLA CONGIUNTURA MACRO-ECONOMICA E CON ALTRI EVENTI Premessa . «Trend» profondo della vocazione militare . Sul successo dei concorrenti· La selezione durante il corso · Incentivi promozionali per l'ammissione all'Accademia · Vocazione militare e fasi temporali del ciclo economico · Contestazione giovanile e vocazione militare · Ammessi sui concorrenti . Conclusione del capitolo. SOMMARlO:

PREMESSA

L'analisi quantitativa dei datì sì riferisce al periodo che va dal 1950 al 1984 e cioè ai 35 corsì per il reclutamento degli ufficiali in servizio permanente effettivo (s.p.e.) dell'Esercito, effettuati regolarmente dall'Accademia militare d i Modena (1). Il lavoro obbedisce all'esigenza di rendere disponìbili, in un unico documento, tutti gli elementi statistici di maggior rilievo ed interesse, riguardanti i 35 corsi consìderati e tentare di stabilire le cause delle d iverse fasi e dei m utamenti avvenuti riguardo all'aspetto della ricerca, almeno di q uelli di più macroscopica evidenza. La prima parte, introduttiva alla ricerca, ha messo ìn luce i motivi che sicuramente innestano tale studio in un quadro sociologico settoriale ed è sotto questa prospettìva che sono state scelte le categorie di appartenenza sociale, scolastica e regionale degli accademisti o aspiranti tali. Le fonti d' informazione sono date essenzial-

(1) I corsi, numerati progressivamente dal 7 al 24, corrispondono agli anni da l 1950 al 1967. Dal 1968 la numerazione ha un salto al 150° corso, numerazione che procede negli anni successivi fino al 166° corso (1984). Ciò è dovuto al fatto che, dopo il 1943, per il fervore generale di rinnovamen to delle ist ituzioni, nel riprendere i corsi per il reclutamento in s.p.e. a Lecce per poi essere t r asferit i nel 1947 a Modena, si intese eliminare ogni legame con il passato dando luogo ad una nuova numerazione. Nel 1968 sembrò invece più opportuno r icollegare la posizione nella serie alle origini dcli' Accademia Militare di Modena per dare una continuità ideale all'Istituto prescindendo dag li event i politici e istituzionali (monarchia e repubbl ica) che per 150 anni avevano interessato la stor ia d'Italia.


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mente dalle relazioni annuali dell'Accademìa Militare di Modena e da altri documenti disponibili presso lo Stato Maggiore dell'Esercito. Poiché si sono resi disponìbili i dati relativi ai concorrenti ed agli ammessi si è tenuto conto di queste posizionì per verìficare le caratteristiche del processo selettivo avvenuto nel tempo sulla massa dei partecipanti. Si chiarirà via via il signifìcato di tale eliminazione a seconda dei profili in esame . «TREND» PROFONDO DELLA VOCAZIONE MlUTARE

La Tav. 1 dà una panoramica del fenomeno «concorrenti all'Accademia» per l'intero arco temporale considerato 1950-1984. Il numero dei concorrenti oscilla da un valore minimo di 1133 nell'anno 1970 ad un massimo dì 2968 per il 1984 con un campo di variazione relatìvamente ampio di cui si vedranno poì le ragioni. Per quanto rìguarda i posti a concorso la punta massima si ha nel 1951 e la mìnima nel 1981 e 1982 con, rispettivamente, 660 e 283 posti. Le ragioni di una pressoché costante diminuzione dei posti a concorso dipendono dalla necessità, ancora sentita nel 1950 e negli anni immediatamente successivi, di riportare i quadri ufficiali ai livelli organici previsti dalle leggi riguardanti la Forza Armata. È necessar ìo aggiungere come a loro volta, specie ìntorno agli anni 'SO, i predetti livelli organici siano dipendentì dagli accordi internazionali e dagli standards operativi affidati dalla NATO alle Forze Armate ìtaliane e, per quel che ci concerne, all'Esercito. Mentre il numero dei concorrenti dipende dai fattori di carattere socio-economico, come si dirà, il numero dei posti a concorso è legato esclusivamente a ragioni di ordine politico interno. SUL SUCCESSO DEI CONCORRENTI

Per quanto riguarda il numero degli ammessi, e cioè il rapporto tra concorrenti ed ammessi per posti a concorso, la punta massima si ha nel 1951 con 526 casi, la minima nel 1969 e 1984 con 164 casi. La proporzione degli ammessi per concorrenti ha un suo massìmo nel 1950 con ìl valore 38% ed il suo minimo nel 1969 con il 10% di ammessi per concorrenti. In generale, se ne desume che la qualità dei concorrenti, sia per le caratteristiche psicofisiche sia per la preparazione agli esami di tipo tradizionale, sia stata piuttosto scarsa anche se difficilmente si spiegano le forti differenze da un anno all'altro con una caduta


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di qualità negli anni di minima (1969-1984) di circa tre quarti rispetto all'anno di massima (1950). È da supporre perciò che entrino in gioco ragioni non solo legate alla qualità dei concor renti ma dipendenti dal desiderio di avvicinare il numero degli ammessi al numero dei posti messi a concorso. È chiaro, dal momento che il numero dei posti a concorso è quello chiesto dalle esigenze dell'apparato militare, come sia interesse dell'Accademia coprirli integralmente con una maggiore o minore severità nell'impiego del meccanismo selettivo. In sostanza l'Accademia militare si trova a dover scegliere tra due opposte esigenze: da una parte raggiungere il numero previsto dagli a ll ievi, dall'altra garantirne la qualità. Il prevalere dell'una o dell'altra istanza a sua volta dipende dalle direttive dello Stato Maggiore dell'Esercito e dalle esigenze organiche dei reparti. Ma l'esigenza della qualità sembra sia stata in ogni caso prevalente. Infatti solo negli anni 1982 e 1984 i posti a concorso sono stati saturati per il 100%. Nel 1969 e nel 1973 si ha una copertura inferiore al 50% (0,49) il che sta ad indicare da un lato uno scadimento d i qualità e dall 'altro un più duro criterio selettivo. Nell'ins ieme sembra si possa asserire come accanto ad una scarsa affluenza ai concorsi vi sia anche una diffusa deficienza qualitativa, non essendo altrimenti spiegabile come in nessuno degli anni della serie osservata si sia riusciti a colmare tutti i posti disponibili.

LA SELEZIONE DURANTE IL CONCORSO Si deve poi tener conto delle perdite verificatesi per varie ragioni, di cui si dirà, nei due anni del corso accademico, perdite che portano ad una ulteriore riduzione degli ufficiali di 1 a nomina effettivamente avviabili verso i reparti. I NCENTIVI PROMOZIONALI PER L'AMMISSIONE ALL'ACCADEMIA

Come si è eletto nella prima parte, il debole numero dei concorrenti per i posti a concorso, specialmente se in raffronto a quanto si verificava negli anni anteguerra, è da collegare alla minore appetibilità della carriera militare, mentre le oscillazioni cli anno in anno dipendono probabilmente da fattori contingenti. Negli anni dal 1930 al 1940 si avevano, secondo i dati d isponibili, da 8 a 12 concorrenti per ogni posto a concorso, il che consentiva


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di effettuare una rigorosa selezione oltreché occupare tutti i posti disponibili. La differenza cli vocazione per la carriera militare è tanto più macroscopica quando si pensi che fino al 1943 non si poteva concorrere per le accademie militari se non con la maturità classica o scientifica conseguita con la sessione di luglio. Erano esclusi dalla partecipazione a concorso i maturati ad ottobre nonché i giovani provvisti di titolo di studio diverso da quello ora indicato. Dal 1944 in poi, proprio per effetto delle necessità di allargare la base del reclutamento, sono stati ammessi a concorrere non soltanto i maturati classici o scientifici, ancorché tali nella sessione autunnale, ma addirittura i giovani con qualsiasi titoilo di studio mediosuperiore, comunque conseguito, compreso il diploma magistrale, provenienze scolastiche che saranno più oltre esaminate in dettaglio. Ulteriore incentivo a rimedio della crisi vocazionale, si è creduto di trovare nella gratuità totale dei corsi e nel concedere agli accademisti un piccolo assegno mensile per le proprie minute spese. Va tenuto presente che anteguerra le rette corrisposte dalle famiglie degli accademisti erano cli circa 10.000 lire l'anno pari a circa 1 milione e mezzo - 2 milioni cli lire attuali e che comportava un onere non indifferente anche per quelle categorie, come i figli di ufficiali e sottufficiali, orfani di guerra ecc., che godevano di una riduzione del 50%. VOCAZIONE MILITARE E FASI TEMPORALI DEL CICLO ECO NOMICO

Continuando in una macro analisi dei dati complessivi rappresentati dalla Tav. 1, salta evidente come l'appetibilità della carriera militare sia in notevole misura dipendente dalle contingenze economiche con andamento non diverso da quello che si verifica per tutti gli impieghi pubblici. È del resto fenomeno noto come, allorché l'andamento economico si configura in fase di espansione, vi sia, da parte dei giovani, la ricerca di attività di carattere privatistico o addirittura prive di rapporto d'impiego o di dipendenza. Nelle fasi favorevoli del ciclo economico è maggiore la mobilità professionale, più alta l'offerta di posti di lavoro e, di conseguenza, pressochè inesistente il rischio di disoccupazione o di mancanza di un primo impiego. Nelle fas i recessive si verificano, ovviamente, fenomeni opposti sicchè il desiderio cli sicurezza, e perciò il ricorso all'impiego pubblico o parapubblico, decisamente prevale.


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Esaminando la Tavola n° 1 annessa, si ha una puntuale conferma di quanto per lo più si verifica. Nel 1951 e nel 1952 si hanno dei massimi relativi dei concorrenti per posti disponibili (1951: 2,90; 1952: 2,93) in concomitanza con la recessione economica legata al conflitto coreano. In quell'occasione il rapido aumento dei prezzi, la rarefazione dei prodotti sul mercato e il senso d'insicurezza politica diffusosi in Europa e quindi anche in Italia non potevano non portare ad una maggiore propensione per la carriera militare. Dal 1952 fin al 1955 si ha una decisa caduta vocazionale dovuta alla concomitanza di due agenti eziogenetici: da una parte J•espansione economica conseguente alla fine delle operazioni in Corea ed al siluramento di Mac Arthur da parte del Presidente Truman con il significato di una scelta: una politica estera non aggressiva degli U.S.A.; dall'altra il desiderio di migliorare la qualità degli allievi richiedendo una statura minima diversificata per età, arma e servizio (2). Nel 1954-1955 si ha quindi la riduzione a rispettivamente 1199 e 1144 concorrenti con un coefficiente di 1,87 e 1,90 per posto a concorso. NeJ 1956 l'andamento subisce una ulteriore flessione positiva con un forte afflusso di domande (2053) che porta a 3,21 il numero degli aspirati per ogni posto disponibile. Anche qui concorrono due cause: la recessione economica della primavera-estate 1956 e l'ammissione ai concorsi con domande provvisorie. L'alto numero degli aspiranti del 1956 incoraggia lo Stato Maggiore a prescrivere un maggior numero di prove di esame con una conseguente parziale caduta nel numero degli aspiranti, legato anche al minore numero di posti a concorso (450) rispetto all'anno precedente (640). I due dati compensandosi portano il numeroi dei concorrenti per ogni posto a 3,71. Come risulta dalle analisi macro-economiche riguardo al nostro Paese, per gli anni '57-'61 la recessione economica investe con maggiore o minore asprezza i vari settori di attività. Ciò tiene alto il numero dei concorrenti per i quattro anni considerati con coefficienti, per posto a concorso di 3,71 (1957); 4,85 (1958); 4,46 (1959); 3,13 (1960); 3,63 (1961). Nel 1959 si ha inoltre una decisa svolta nella politica scolastica militare sempre con l'intento di accrescere ed allargare la base del reclutamento incentivando gli stimoli atti

(2) 17-18 anni: cm 166 Carabinieri; cm 162 varie Armi; cm 160 Servizi. 18-20 anni: cm 167 Carabinieri; cm 163 varie Armi; cm 161 Servizi. 20-22· anni: cm 168 Carabinieri; cm 164 varie Armi; cm 162 Servizi.


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a rendere più appetibile la carriera militare. In quell'anno, infatti, entra in vigore una normativa (legge 5 maggio 1959, n. 397) da lungo tempo studiata in accordo con il Ministero della Pubblica Istruzione, in base alla quale i due anni di corso presso l'Accademia e l'anno successivo di studi da svolgere presso le Scuole di Applicazione d'Arma a Torino (già con il. conseguito grado di sottotenente) vengono equiparati a l biennio della facoltà d'ingegneria aprendo ai giovani prospettive universitarie in parallelo con il q uasi sicuro conseguimento del titolo di Ufficiale. Il provvedimento, di cu i è palese la rilevanza incentivante, conseguì almeno parzialmente gli effetti voluti, pur dando luogo, in un secondo tempo, ad impreviste conseguenze di «disaffezione» (3) per la carriera. Il riconoscimento del biennio fu infatti concesso dal Min istero della Pubblica Istruzione a condizione di introdurre nei programmi accademici le materie previste dai piani degli studi universitari e di far svolgere gli insegnamenti relativi da professori universitari; ne è conseguito dal 1959 un appesantimento dei corsi con una diminuzione delle ore disponibili per le materie e per le attività più decisamente militari. In sostanza l'agevolazione sul piano universitario ha avuto come contraltare uno stato di frustrazione nei giovani arruolatisi realmente per una vocazione per le attività militari, posti improvvisamente d i fronte aJ problema di dover avere una, forse non sentita, attitudine per l'ingegneria. Si è creato perciò un contrasto dialettico tra esigenze opposte, una contrapposizione tra due vocazioni non necessariamente tetiche. Negli anni 1962-'63 l'economia del nostro Paese ha presentato un'ulteriore fase di espansione, espansione in declino intorno all'anno 1964 per la cri si economica e politica legata anche al cosiddetto centro-sinistra. La recessione comporta nel 1965 un incremento delle aspirazioni alla carriera mili tare con 2098 concorrenti per 350 posti (nel 1963 se ne erano avuti 1270 per 385 posti) con un coefficiente dei concor(3) La sociologia dell'organizzazione studia a fondo il problema dell' azione ne· gativa svolta nei confront i di un dato complesso dell'accrescimento delle possibilità di una migliore si tuazione in a ltri ambiti. Potenziando e tecnicizzando la preparazione del lavoratore se ne aumentano .l e occasioni d'impiego altrove e quindi le possibilità e le tendenze centrifughe. È ciò che accade per gli ufficiali specializzati dei Corpi tecnici (Medici, Genio navale, P ilot i, ccc.). Cfr. C. PERROW, Complex organizalions: a criticai essay, Glenview, Ili., Scott, 1972; M .B . BRINKERHOFF e P.R. KuNz (a cura), Com·


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renti per i posti a concorso di 5,99, coefficiente che nel '66 si portò a 6,40.

Dal 1967 si ha un lento declino delle vocazioni per la carriera militare con un punto di minimo nel 1970 (1133 concorrenti) dal quale poco ci si è discostati negli anni 1971-'72-'73. La caduta dal 1967 in poi può essere anche vista in connessione con la contestazione giovanile (4) che dopo il «maggio francese» si diffonde anche in Italia raggiungendo il suo culmine nel 1969 e la maggiore incisività proprio negli ambienti studenteschi nelle scuole medie superiori e universi tari e. CONTESTAZIONE GIOVANILE E VOCAZIONE MILITARE

S i ha l'impressione che non ci si sia ancora ripresi dagli effetti della contestazione e che essi possano lasciare una traccia durevole nelle aspirazioni alla carriera militare salvo a liberalizzare in qualche modo la rigida disciplina vigente in Accademia. Se infatti dal 1950 al 1966 fattori economici o modificazioni nelle norme di ammissione o nella funzione culturale dei corsi possono aver avuto un peso prevalente, dal 1967-1968 la preponderanza, nello scoraggiare dalla carriera militare, sembra dover essere imputata a componenti socio-psicologiche. La liberalizzazione generale della società giovanile, le rivolte contro l'autorità, rappresentata non tanto dai genitori quanto dagli «insegnanti medi o universitari», l'abitudine alla contestazione e cioè alla discussione critica di guanto asserito dai docenti (5) hanno creato un'atmosfera di irriverenza e di autonomia, un acuirsi dello spirito critico che sono atteggiamenti sicuramente non congeniali alle istituzioni militari e tanto meno ad un'istituzione formativa qual'è l'Accademia. Com'è noto la «formazione» dell'Accademia Militare viene intesa come acculturazione e socializzazione ad un certo tipo di società basato sul rispetto della tradizione e sul vincolo gerarchico e cioè plex organizations and their environments, Dubuque, Iowa, 1972. Per una lucida analisi della «disaffezione», vds. J .G. MRCH e H.A. SIMON, Teoria dell'organiaazione, Milano, Comunità, 1966, cap IV (,,Costrizioni motivazionali: la decis ione di partecipare»). (4) Tra la copiosa letteratura in proposito Cfr. P.G. ALTBACH e R.S. LANFER (a cura) Students prntcst, Philadelphia, Amer. Acad. of Poi. and Soc. Science, 1971 . (5) Cfr. A. ToURAINE, «I movimenti sociali», Rass. !tal. Socio!., 13, 1, 1972: J1-60; B.L. N EtJGARTEN, «The old and the young in modern societics», Amcr. Behav. ScientisL. 14, 1, 1970: 13-24.


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su principi del tutto contraddittori con la «controcultura», la cultura negativa, la contestazione critica e così via. Se perciò in un clima politico generale improntato alla gerarchia, e ai valori relativi, come si è verificato fra le due guerre il salto qualitativo e culturale dall'atmosfera civile e quella militare si delineava con un gradiente relativamente basso, tale salto si configura gigantesco e difficilmente colmabile in un'epoca di contestazione generale e di rivolta generale contro l'autorità quale si è avuto dopo il 1968 e negli anni settanta. Il credo «marcusiano» (6), gli echi della cosiddetta «scuola di Francoforte» (7) nelle scuole medie ed universitarie, sul piano teorico della proliferazione dei movimenti giovanili extra-parlamentari, sul piano politico e dell'azione, non potevano non disincentivare l'attitudine già relativamente scarsa verso un'Istituzione, l'Accademia (il discorso riguarda tutte le Accademie militari), avente quelle caratteristiche che nella sua accurata analisi il Goffman ha posto sotto l'etichetta di «istituzioni totali» (8). Nell'Accademia Militare la limitazione della libertà è accentuata dal carattere volontaristico della partecipazione e dagli obiettivi stessi dell'Istituto sicché sarebbero in essa agevolmente riscontrabili quelle forme limitative e riduttive della disponibilità fisica e mentale del sé che il Goffmann ha così brillantemente analizzato. AMMESSI SUI CONCORRENTI

Gli effetti della contestazione giovanile dal 1967 in poi sono sempre, ad avviso di chi scrive, arguibili anche dalla frazione degli ammessi. Di fronte alle frazioni di 0,23, 0,29 e 0,25 degli anni '62-'63 e '64 e cioè in quelli immediatamente precedenti la contestazione giovanile si ha il dato di 0,11, 0,13, 0,11 e 0,10 negli anni 1966-1969. Stessa situazione, ma per motivi prettamente economici (maggior potere d'acquisto della moneta dovuto alla diminuzione della (6) Oltre alle numerose oper e del Marcuse, in buona parte tradotte in italiano e largamente pubblici22.te, Cfr. H. JoNSOHN, Herbert Man:use: philosophische Grundlagen sciner Geselleschaftskr itik, Bonn, Bouvier V., 1971; S: L!PSHIRES, «Philosophy an empiricism: Herbert Marcuse en countes behavioral science,,, Sociologia, 6, 2, 1972: 7-24. (7) Cfr. F. FERRAROTTI, «Cos'è la sociologia critica», Crit. Socio!. 20, 1972: 26-34 e, naturalmente. la monumentale Collana a cura di M. HORKHEIMER, Zeitshrift fiir Sozialforschung, 1932-194 1, ristampata in 9 vv. a Monaco (1970, Ki:iel Verlag). (8) Cfr. E. GOFFMAN, op. cit.; ID., Rclation in public. Micro studies of the public order, New York, Basic Books, 1971, (spec. cpp. 4 e 5).


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inflazione), si ridetermina negli anni successivi al 1980, tanto da riportare gli ammessi fino allo 0,1 O del 1984. Dai dati in nostro possesso non emerge il numero relativo dei dimessi dall'Accademia militare nei primi mesi del corso. Da informazioni assunte risulta come la massima parte delle dimissioni si abbia nei primi mesi di frequenza. Le ragioni sono facilmente intuibili: il passaggio repentino da una società, quella civile, ad un'altra estremamente controllata e gerarchizzata può creare, anzi crea, immediatamente una «crisi» nel sento etimologico della parola. Si ha cioè una «rottura» con il passato, crisi dai più superata, ma da alcuni evidentemente insuperabile. Dopo la prima fase di acculturazione brusca l'acculturazione e la socializzazione procedono gradualmente verso la parziale spersonalizzazione socio-culturale dell'allievo con l'intento di fargli rifiutare parzialmente i valori cli cui era aduso per fargliene accettare degli altri. Il processo di deculturazione e riacculturazione è particolarmente intenso nei primi mesi di vita in Accademia durante i quali l'allievo, come il neofita in molte altre istituzioni, viene sottoposto a violente azioni stressanti allo scopo appunto di favorirne la rapida «iniziazione» ed il totale inserimento (9). Le dimissioni sono di conseguenza quasi esclusivamente presenti nei primi due o tre mesi di corso. CONCLUSIONI DEL CAPITOLO

In conclusione, dall'esame glob~ùe dei dati emergono con sicurezza correlazioni inverse tra sviluppo economico e appetibilità della carriera militare su un «trend» profondo di riduzione del numero delle vocazioni mi lì tari. Non diversamente da quanto si verifica per istituzioni quali quelle religiose, anch'esse contrassegnate da una forte riduzione della sfera della disponibilità individuale. Del pari si è delineata netta la relazione tra contestazione giovanile e flessione della vocazione di cui si parla, a conferma della continua interdipendenza esistente tra società in generale e società militare tra le sociodinamiche relative, nonché un successivo aumento di vocazione con l'affievolimento del periodo della contestazione, con l'aumento della disoccupazione e con l'aumento del potere d'acquisto della moneta (e quindi dello stipendio). (9) Cfr. E. GoFFMAN, Modelli d'interazione, cit. Ai fini del discorso qui condotto si del inea di maggiore interesse il cap. II («La natura della deferenza e del contegno») ed il cp. Il! («Alienazione dall'interazione»). È valida anche per una approfondita analisi della questione la trattazione di M. SW,.RJF in L'interazione sociale, Bologna, Il Mulino, tr. it., 1972, pt. III («Il sè e i gruppi di riferimento»).


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CAPITOLO II LO «STATUS» SOCIO-PROFESSIONALE DEGLI ASPIRANTI ALLA ACCADEMIA MILITARE SOMMARIO: Il problema della classificazione· Categorie professionali nella popolazione considerata · Rapporto di composiz.ione professionale - Sulla provenienza sociale dei quadri . lnvalidilà della tesi sui cosiddetti quadri di classe· L'attra zione professionale come fattore di scelta della carriera militare · Non verifi.c abilità della composizione «casta/e» dei quadri Ufficiali · Ammessi sui concorrenti · Il successo finale del corso accademico: i promossi sottotenenti per categorie professionali. IL PROBLEMA DELLA CLASSIFICAZIO NE

Il problema della classificazione sotto il profilo delle provenienze sociali degli aspiranti all'Accademia Militare è questione che implica anzitutto un esame delle possibili scelte _tenendo conto, come si è accennato nella prima parte del lavoro, delle acquisizioni e dei canoni della Sociologia delle professioni, Sociologia settoriale che a sua volta implica riferi menti con la problematica della stratificazione sociale (1). Nello studio condotto la questione è stata complicata dal fatto che la rilevazione circa la provenienza sociale degli accademisti è stata impostata dagli organi militari secondo criteri di carattere empirico, che però si sono configurati, anche all'analisi c,ri tica di chi scrive, sufficientemente affidabili. La classificazione usuale in classi, alta, media e bassa nelle sue varie accezioni - per esempio duplicandole come accade nelle Sociologie americane (upper upper - upper, ecc.) (2) - avrebbe richie(!) Per i nessi tra «stratificazione» e professioni Cfr.: L. ALVISET, Le métier de cadre, Paris, E.M.E., 1972; R. BARJ3ER, «Sociologie des states professionnelles. Le capitalisme d'organiza tion com me st ructure englobante», Homme et Soc., 24-25, 1972: 151-176; E. YUCHTMAN e G. F1SHELSON, «Some problems in the study of occupational prestige with an illustrat ion from Israel», Brit. J . of Socio!., 23 (2), 1972: 159-171. Per quanto più strettamente si riferisce s ulla collocazione dei militari nella stratificazione sociale Cfr.: J . BusQUET BRAGULAT, «El estado mayor corno aristocracia militar», I 966, I : 76-99, Anales de sociologia. (2) Sul concetto di «classe» la lette ratura è sterminata; sarebbe perciò del tutto ridondante richiamarne sia pure soltanto le opere pri ncipali. Sono utili le «Indicazioni bibliografiche per ulteriori approfondimenti» in appendice a M.M. TUMIN, La stratificazione sociale, Bologna, Il Mulino, 1978. Da un punto di vista marxiano vds.


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sto un'analisi approfondita della popolazione in categorie relativamente ampie e sottocategorie che in qualche modo potessero con le prime avere un qualche riferimento. Cade opportuno aggiungere che solitamente la condizione professionale (3) viene assunta ad indice dello «status» sociale degli intervistati e che le stratificazioni successive vengono effettuate partendo da questo carattere. Per la popolazione statistica studiata non si poteva, ovviamente, assumere la condizione professionale degli aspiranti all'Accademia essendo per la totali tà, o quasi, dei giovani quella di studente; necessario perciò ricorrere alla condizione professionale de i genitori considerandola equivalente alla posizione o «status» sociale dei concorrenti. Gli organi addetti al reclutamento non hanno potuto tuttavia accertare la condizione professionale del capofamiglia di un certo numero dei concorrenti, di quelli cioè che hanno rin unciato al concorso subito dopo aver presentato la relativa domanda o comunque pr ima di affrontare la prova di ammissione; così non si hanno elementi per gli eliminati d'ufficio per mancanza di titoli. Il dato perciò manca per i giovani privi di una reale vocazione, i rinunciatari, nonché per coloro sprovvisti dei requisì ti minimi necessari al concorso. Va aggiunto che mentre il discorso generale verte su 35 corsi dal 7° al 166° (con il salto nella numerazione di cui si è già detto), per gli anni 1950-1984, per il presente aspetto, quello della posizione sociale, i dati disponibili vanno dal 12° corso (1955) a l 166° (1984).

A ILLUMINATI, Sociologia e classi sociali, Torino, Einaudi, 1978, spec. cp. I «La specificità moderna del.la classe». (3) Per un'applicazione del concetto vds. C. WRIGHT MILLS, Colletti bianchi. Op. cit., tr. it., Torino, Einaudi, 1969 e la prefazione d i A. ILLUMINATI; T.H. VEJJLEN, La teoria della classe agiata, t r. it., ivi, 1969; per una trattazione magis trale, anche se ideologicamente impeganta, St. OssowSK!, Struttura di classe e coscienza sociale, ivi, 1969. Vds. inoltre P.A. SoROKIN, La mobilità sociale cit., pp. 318-322, 4 10-22. a p. 17, n° 1, ivi, il Sorokin scrive: «Questo è il motivo per cui non uso il termine "classi sociali'' in senso generale, e preferisco parlare separatamente degli strati o delle classi economiche, professionali e politiche. La migliore definizione possibile di classe socia le consiste nel qualificarla come l'insieme delle persone che hanno una posizione analoga per quanto riguarda la situazione professionale, economica e politica... Le altre definizioni di classe sociale non sono che un'indicazione incoerente di una delle tre forme di stratificazione sociale sotto il nome di "classi sociali"», analizzano e sviluppano poi compiutamente l'asserzione. Sulla mobilità verticale nella can:iera militare Cfr., per gli aspetti metodologici, D.R. SEGAL, «Selective promot ion in officier cohorts», Socio!. Quart., 1967,8; 199-206.


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CATEGORIE PRO FESSIONALI NELLA POPOLAZIONE CONSIDERATA

Le categorie professionali prescelte, perché ritenute sign ificative ai fini empirici dell'indagine sono state le seguenti: ufficiali, sottufficiali e graduati; impiegati; professionisti; possiclen ti; industriali e commercianti; operai e artigiani; agricoltori. Si tratta di classi abbastanza grossolane pur nella loro significatività. Gli ufficiali e i sottufficiali avrebbero potuto essere assunti nella categoria degli impiegati ed inoltre le tre categorie, ufficiali, sottufficiali e impiegati sono ampiamente articolate nel loro interno. È chiaro però che trattandosi cli «carriera militare», e tenendo conto del noto fenomeno dell'attrazione professionale tra genitori e figli, è stato senz'altro proficuo, sotto il profilo investigativo, tener separate le due categorie per le quali l'attrazione avrebbe potuto verificarsi come si è in realtà verificata. Più valida la critica riguardo all'articolazione interna; gli ufficiali infatti sono disposti in una gerarchia di nove gradi: dall'undicesimo al terzo, secondo la distinzione vigente per tutte le gerarchie dello Stato fino a qualche anno fa, distinzione alla quale si agganciano le attuali distr}buzioni parametriche. Gli ufficiali sono stati inoltre sempre considerati, a prescindere dal grado, come un'unica categoria compresa nel cosiddetto gruppo «A» e nell'attuale complesso dei funzionari della carriera direttiva, il livello gerarchico essendo in funzione dell'età oltre che, ovviamente, dei meccanismi selettivi. La distribuzine per gradi gerarchici, da Sottotenente a generale di Corpo cl' Armata non sembra perciò rilevante ai fini di una differenziazione sociale. Tuttavia sarebbe stata, forse, indicativa la tradizionale distinzione tra ufficiali inferiori (sottotenenti - tenenti e capitani), superiori (maggiore - tenente colonnello e colonnello) e generali, dal momento che lo <<status» sociale di provenienza, se più elevato, in qualche modo influisce nell'accesso a carriera a livelli di partenza più alti e, reciprocamente, rende più ampio il campo delle relazioni esterne (4) a l proprio ambiente; in via d'ipotesi, sembrerebbero dunque maggiori le possibilità offerte ai figli degli ufficiali generali verso pr ofessioni non mi I itari.

(4) Cfr. J.C. MARCH e I-I.A. SJMON, op. cit. cp. IV. Sul come l'immagine della professione militare possa mutare con effetti distraenti Cfr. S. RANDELL, «On some socia] influenc.cs of the mi litary organization», Acta Sociologica, 10, 1967: 258-274.


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I sottufficiali e graduati a loro volta si articolano in più gradi che vanno dall'appuntato nell'Arma dei Carabinieri e nelle altre forze di polizia, all'aiutante, con notevoli differenze di «status» intraorganizzativo e di «trattamento economico». Discorso analogo potrebbe essere fatto per la categoria impiegatizia, qui neppure suddivisa nei tradizionali gruppi A, B, C, («direttivi», «di concetto», «esecutivi») sicché il dato che se ne forma è relativamente grossolano. Meno discutibile la «voce» professionisti, implicando la posizione di indipendenza ed un elevato titolo di studio e quindi un superiore «status» sociale. Generiche sono anche le categorie di «possidente», «industriale» e «commerciante» e di «agricoltore» poiché qui l'elemento reddito provoca amplissimi divari di «status» tra i minimi e i massimi tanto più in quanto sotto la voce «agricoltori» sono stati considerati gli addetti all'agricoltura - dal fittavolo o mezzadro, al bracciante agricolo - e non i proprietari dei terreni. Scarti minori, ai fini dello «status» socio-economico, è da ritenere siano presenti nel gruppo degli operai ed artigiani; per le due categorie non è stato possibile individuare le presumibili differenze.

RAPPORTO DI COMPOSIZIONE PROFESSIONALE

Nell'insieme le categorie professionali sono dunque otto con 49.281 casi accertati per i 30 anni dal 1955 al 1984 (vds. Tav. 2). Il rapporto di composizione della popolazione considerata si distribuisce nell'insieme nel modo seguente includendo nella tabellina anche la percentuale degli ammessi delle varie categorie: Sul complesso dei 37 .822 casi di cui si è accertata la professione paterna la massima frequenza si ha per i concorrenti ddla categoria «impiegati» con il 27,3%, corrispondente a 10.321 casi; seguono i figli di operai ed artigiani con il 23,6 dei casi (8.937); al terzo posto cadono i sottufficiali e graduati con il 18,4 (6.954). Seguono gli agricoltori 8,2% (3 .096 casi); al quinto posto gli industriali e commercianti con il 6,3% dei casi (2.400); al sesto posto i figli degli ufficiali (5,8% con 2.202 casi) seguiti dai figli dei professionisti con il 4,4% e 1.672 casi. L'ultimo raggruppamento è dato dai figli dei possidenti con appena 467 aspiranti alla carriera militare in 30 anni: 1,2% dei casi.


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RAPPORTO DI COMPOSIZIONE DELLA POPOLAZIONE CONCORRENTI ACCERTATI ED AMMESSI

Categorie -

Concorrenti % Ammessi%

Ufficiali Sottufficiali e graduati Impiegati Professionisti Possidenti Industriali e Commercianti Operai e Artigiani Agricoltori Totali

5,8 18,4 27,3 4,4 1,2 6,3 23,6 8,2

10,7 23,0 26,6 6,2 1,3 5,0 21,5 5,6

100, -

100, -

SULLA PROVENIENZA SOCIALE DEI QUADRI

Le cifre predette appaiono già intuitivamente significative nella loro globalità dimostrando anzitutto la provenienza popolare di larga parte dei quadri attuali delle nostre Forze Armate dal momento che oltre il 50% dei casi (50,9%) con 19.258 giovani, proviene sicuramente da ceti bassi, operai ed artigiani, o medio bassi, impiegati, senza nessun precedente rapporto con la sfera militare. Se poi si considera che il gruppo dei sottufficiali e graduati non può che essere incluso nella classe bassa o nella classe medio-bassa, e senza considerare gli agricoltori d i cui è incerta la reale portata economica, ne deriva che oltre il 75% dei casi (77,5%), con 29.308 elementi su 37.822 aspiranti, di cui si è accertata la condizione paterna, appartengono sicuramente alla parte inferiore di quella «trottola» sociale alla quale il Gal ton prima ed il Pareto (5) poi raffiguravano la società.

(5) Cfr. V. PARETO, I sistemi socialisti, Torino, U.T.E.T., 1959, p. 19: «La curva della distribuzione della ricchezza, nella nostra società, varia molto da un'epoca all'altra. Ciò che si chiama piramide sociale è, in realtà, una specie di trottola. I ricchi ne occupano la sommità, i poveri sono alla base... La forma della curva non è dovuta al caso, ciò è certo. Essa dipendè probabilmente dalla distribuzione dei carattere fi. siologici e psicologici degli uomini».


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lNVALIDITA' DELLA TESI SUI COSIDDETTI QUADRI DI CLASSE

Già da questa prima analisi emerge l'incongruenza delle tesi di coloro che sostengono che i quadri ufficiali siano, riguardo all'Esercito Italiano del secondo dopoguerra, quadri di classe nel senso marxiano del termine; al contrario ne è evidente la provenienza largamente proletaria potendo semmai considerare come appartenenti alla classe superiore sol tanto i figli dei possidenti e dei professionisti (5,6 dei casi; 2.139 elementi in totale). Ufficiali, industriali e commercianti potrebbero essere inseribili nella classe media con il 12,1 % dei casi per 4.602 elementi . In una stratificazione sociale in tre gruppi, alto, medio e basso, per quanto criticabile e discutibile, si avrebbe cioè il 5,6% nell'alto, il 12, 1 % nel medio e il 77,5% nel medio inferiore e nell'inferiore, in una proporzione che probabilmente presenta uno spostamento verso il basso della «trottola» sociale rispetto ai laureati dei vari corsi universitari. Non è fattibile un confronto con la popolazione in generale in quanto trattandosi di giovani col titolo di scuola media superiore è in qualche modo intervenuta una certa selezione di classe nel corso degli studi medi. L 'ATTRAZIONE PROFE SSIONALE COME FATTORE D1 UNA SCELTA

DELLA CARRIERA MILITARE (6)

Il problema dell'attrazione professionale trova conferma nel numero relativamente alto dei figli degli ufficiali e dei sottu fficiali e graduati che concorrono all'Accademia Militare. I due gruppi in certo qual modo pre-condizionati sono nell'insieme pari al 24,2% degli aspiranti con 9.156 casi, proporzione sicuramente di gran lunga maggiore di quella delle due categorie nella (6) Sugli indici di attrazione la Scuola italiana d i statistica ha dato un largo e fecondo contributo. Sia sufficiente ricordare, per i principi applicabili anche all'att razione professionale, lo studio di S. SAVORGNAN, Gli indici di a tt razione nella scelta matrimoniale, Trieste, 1910, (estrali.o). Per quanto alla attrazione professionale dei militari Cfr. E. BEERl, «Socia! origin and family background of the Egyptian officer class», J. of Asian ami Afr. Studies, 1966, 2: 1-46; A. BoPEGAMAGE, «Casts, class and the Indian military: a st udy of social origins of Indian Army Personnel», in J . van DOORN, Military profession ... cit., 127-153; O. FRANDEN, «Notes on mobility into and on of the Swedish Officcr corps», ivi, 107-126; C.B. OrLEY, «Militarism and the socia! application of the Bri.tish Army el.ite», ivi: 84-108; P.E. RAZZELL, «Socia! origine o[ officers in the Indian ami British Homie Army: 1958-1962 », British J. of Sociology, 14, 1963: 248-260.


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popolazione in generale. I quadri ufficiali sono infatti per le tre Forze Annate di circa 25.000 unità -circa i graduati. In totale perciò il sottouniverso ufficiali, sottufficiali e graduati è di circa 100.000 persone con una proporzione di gran lunga inferiore rispetto alla popolazione lavorativa in generale di quella del 24,2 % qui riscontrata. Si tratta quindi di un chiaro caso di attrazione professionale, confermando, come si è già accennato, al noto fenomeno della parziale dipendenza e discendenza professionale «padre-figlio». Esula dai limiti dell'indagine ogni analisi teorica sul perché di tale fenomeno statisticamente rilevabile potendo entrare in gioco ragioni diverse come una certa «costrizione sociale», per dirla con Durkheim (7) o «loi de l'imitation» per segui re il Tarde, (8), o le cause insieme oppure più semplicemente i vantaggi legati a percorrere sentieri già noti e in cui il genitore può essere di un qualche supporto ai figli. Se ciò è vero in generale può essere più valido nel caso delle carriere militari tenendo conto anche dello «status» economico relativamente modesto sia degli ufficiali, sia maggiormente dei sottufficiali e graduati per i quali il desiderio di sicurezza per i figli, legato al fatto che dopo due anni di Accademia i sottotenenti sono autonomi anche se su posizioni modeste, ne r isulta agevolmente soddisfatto. Si deve anche tener conto che l'età media al matrimonio degli ufficiali e sottufficial i è mediamente più elevato di quella della popolazione in generale per le restrizioni di legge (età minima, nullaosta (9), ecc ...) sicché il desiderio di dare rapida autosufficienza ai figli ne emerge più accentuato r ispetto ai genitori in giovane età. Rispetto ai genitori militari la proporzione tra i due gruppi di I a 3, degli ufficiali nei confronti dei sottu fficiali e graduati, si rispecchia nei concorrenti all'Accademia. È asseribile perciò che la propensione alla carriera militare è parimente sentita nelle due categorie. Non si hanno dati, né sembrano sociologicamente rilevanti le eventuali analisi, sulla fecondità delle due categorie.

(7) Della complessa produzione durkheimiana Cfr., riguardo al tema, specialmente De la division du travail socia!, Paris, P.U.F., 1960 (78 ed.), cp. rv («Les Facteurs secondaires») del libro II e II («La division du travail contrainte») del libro III. (8) Cfr. G. TARDE, La loi de l'imita tion, Paris, Alcan, 1895. (9) Il «nulla-osta del Presidente della Repubblica per consentire a i militari di carriera di contrarre matrimonio è stato abolito solo dal 197 l. Tra le restrizioni pregresse è da rammentare la «dote», richiesta sia a l singolo per entrare in Accademia che alla promessa sposa dell'Ufficiale per ottenere il nu lla osta.


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NON VERI FICABILITÀ DELLA COMPOSIZIONE «CASTALE » DEI QUADRI UFFICIALI

Tra le critiche che vengono mosse ai quadri alcune riguardano il presunto aspetto «castale» deJia categoria; l'accusa, acritica, è palesemente infondata per lo meno per la forza armata «Esercito» qui studiato. Se infatti al concetto di casta (10) si connette, come dovrebbe essere, l'idea di una stretta specializzazione professionale nell'ambito delle famiglie, si dovrebbe avere, ne] rapporto di composizione oggetto del nostro discorso, una forte prevalenza dei provenienti dalle famiglie degli ufficiali. I dati - son quelli che sono - dimostrando che poco più di un ventesimo dei quadri proviene da n uclei con la stessa specializzazione professionale, mentre per il rimanente 94,2% il 18,4 è dato da figli di sottufficiali e graduati cioè da ranghi decisamente inferiori. · Un breve cenno. merita la «vocazione» dei figli dei sottufficiali e graduati essendo essa conferma di quella gener ale tendenza verso l'alto che muove gli appartenenti alle categorie media e medioinferiori verso la mobilità sociale verticale (11 ). È da presumere che i figli dei sottufficiali e graduati, fin dall'infanzia adusi a vedere nell'«imago» dell'ufficiale la categoria socialmente superiore aspirino a pervenirvi; analoga aspirazione sembra individuabile nei loro genitori desiderosi di far conseguire ai figli quello «status» superordinato rispetto al quale per l'intera vita lavorativa hanno svolto ruoli subordinati. Nel caso in esame la vischiosità sociale (12), e cioè quella forza che tende a mantenere ogni categoria nella propria condizione, analizzata a suo tempo dal Mosca, dal Pareto e dal Niceforo, non agisce per le ragioni più volte ricordate e cioè per la scarsità complessiva delle vocazioni e per l'interesse delle istituzioni militari a facilitare l'immissione in essa e in certo qual modo cooptare chi ne proviene. ' (10) Non sembra sia necessario documentare il concetto rilevabile da qualsivoglia dizionario di sociologia. Qualche osse rvazione nuova si ha in A. B ETElLLE, Castes, old and new: essay in socia! structure and socia! stratification . Ne w York, Asia Pubi. House, 1969. (11) Cfr. P.A. SOROKIN, cit., pp. 136-143; 409-484. (12) Sulla vischiosità sociale e sul vantaggio delle posizioni già prese Cfr. G. Mo. SCA, Elementi di scienza politica, cit., p. 95 e G. SENSJNI, Studi di Scienze Sociali, p. IV, sez. I• «Teoria dell'equilibrio di composizione delle classi soc iali» (Roma, Casa ed . Libraria, 1932: 424-484). Il concetto di «vischiosità » è stato preso in prestito da A. SAuvv, Théorie générale de la population, v. li, «Biologie sociale », pp. 295-297 (Paris, P.U. F., 1956).


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In definitiva la provenienza sociale dei concorrenti attesta in modo inequivocabile la «democraticità» dei quadri al momento del reclutamento. AMMESSI SUI CONCORRENTI

Siffatto argomento ·non subisce alterazioni ove si pongano a confronto gl i ammessi rispetto ai concorrenti, anche se si riscontra una notevole percentuale a favore delle categorie degli ufficiali e sottufficiali rispetto alle altre categorie con la sola eccezione dei professionisti. Come emerge dai dati della Tavola n. 3, su 49.281 concorrenti per i corsi dal 1955 al 1984 (12 ° - 166°) gli ammessi sono stati 7.907. Nel rapporto di composizione degli ammessi rispetto ai concorrenti i figli di ufficiali passano dal 5,8% al 10,7%; i figli dei sottufficiali dal 18,4% al 23,0%. Le altre categorie modificano tendenzialmente in meno il proprio peso relativo nel passaggio da concorrenti ad ammessi. Il calo maggiore si ha nella categoria degli operai ed artigiani che calano dal 23,67% tra i concorrenti al 21 ,5% tra gli ammessi con una perdita di 2, 1 punti più alla r ispetto a ll a base sua stessa di quell a di ogni altra categoria con esclusione degli agricoltori che presentano, rispetto a se stessi, una falcidia del 2,6% passando dal 8,2% al 5,6%. Il minor scarto per i figli degli ufficiali e sottufficiali e professionisti si spiega agevolmente sia con una più accentuata vocazione nelle prime due categorie sia per una presumibile migliore preparazione delle tre categorie legate anche ad un quadro familiare di un certo livello d'istruzione. Per i sottufficiali e g_raduati può aver agito come forma incentivante l'emulazione dei figli verso i genitori e - per i figli di sottufficiali - la classe professionale degli ufficiali. Si può anche sospettare di un certo sostegno di categoria, la marxiana solidarietà di classe, sebbene le cifre inducano a prudenza. Infatti su 2.202 figli di ufficiali concorrenti ne sono stati accettati nei 30 anni, 844 con una eliminazione di circa 2/3 dei giovani (l.358 eliminati): pe r i figli di sottufficiali l'eliminazione è stata altissima con 5.135 non ammessi su 6945 concorrenti; per quanto riguarda i professionisti su 1.672 concorrenti lo scarto è stato di 1.180 e lementi. L'ampiezza delle eliminazioni attesta del rigore selettivo nei confronti delle tre categorie come nei confronti delle altre; si configura quindi più accettabile la prima de lle esplicazioni circa il minor insuccesso, piuttosto che il minor successo, dei figli degli appartenenti


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alle tre professioni considerate. A smentire ulteriormente le accuse ai quadri di essere «classe» sta il fatto che su 8.937 fig li di operai ed artigiani concorrenti gli ammessi sono stati 1.699 e cioè un numero circa 2 volte superiore ai figli degli ufficiali (844). L'elevata eliminazione dei figli di agricoltori, ridottisi da 3.096 a 442, con uno scarto di 2.654 elementi, è conferma indiretta degli squilibri settoriali esistenti nella società italiana, squilibri non meno profondi di quelli regionali. I provenienti dalla campagna, e cioè dal mondo contadino, oltre che subire condizioni di vita meno propizie e la aleatorità della produzione sono evidentemente soggetti a stimoli culturali meno intensi e meno frequenti dei provenienti dagli ambienti urbani donde la minore probabilità di muoversi in senso verticale, confermata dalla massima eliminazione rispetto alle categorie già analizzate. IL SUCCESSO FINALE DEL CORSO ACCADEMICO: I PROMOSSI SOTTOTENENTI PER CATEGORIA PROFESSIONALE

Non possedendo dati annuali precisi nei promossi sottotenenti, non è stata possibile una comparazione di dati omogenei con quelli dei concorrenti e degli ammessi. Dai dati forniti in percentuali e per raggruppamento di anni dalle pubblicazioni edite dalla Scuola cli Applicazione di Torino nel 1984 a cura di L. Sertori, M. Nuciari e D. Zambrano si è potuto valutare che il calo medio tra ammessi e nominati sottotenenti è di circa il 18% e che la selezione non va ad incidere in modo particolare su determinate classi, le percentuali restano pressoché uguali e pertanto il dato selettivo resta sostanzialmente quello sopra esposto. In sintesi: il miglior rendimento è stato conseguito sulle prove di ammissione delle categorie «ufficiali», «profess ionisti», «sottufficiali e graduati»; il più basso da «agricoltori» ed «industriali e commercianti». Durante lo svolgimento dei corsi, il rendimento migliore appartiene alle categorie «possidente», «impiegato», «sottufficiale e graduato»; il più basso alla categoria «agricoltori». Rispetto agli aspiranti all'Accademia il risultato finale, e cioè la nomina a Sottotenente ha visto favorire le categorie cli «ufficiale», «sottufficiale» e «professionisti», ed agli ultimi posti le categorie «agricoltori», «industriali» e «commercianti,,.


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CAPITOLO III LA «VOCAZIONE» MILITARE SECONDO LE REGIONI E LE GRANDI RIPARTIZIONI GEOGRAFICHE E PROGRESSIVA MERIDIONALIZZAZIONE DEI QUADRI

Qualche cenno sul determinismo geografico - Nord-Sud e aspirazione alla carriera mi/ilare - Le vocazioni per regione - Vocazione per grandi ripartizioni geografiche - Sottosviluppo e vocazioni militari: raffronto con la popolazione dei diplomati - La meridionalizz.az.ione dell'esercito e problemi relativi. SOMMARIO:

QUALCHE CENNO SUL DETERMINISMO GEOGRAFICO

La questione della provenienza regionale delle diverse categorie sociali e quindi nel nostro caso degli aspiranti, degli ammessi e dei nominati sottotenenti si presenta, nella tradizione degli studi sociologici, di vivo interesse. Non sarebbe neppure necessario ricordare le ampie ed approfondite discussioni che fin dagli inizi della disciplina sono state condotte a proposito del determinismo geografico nell'ambito di quella che venne detta «Sociologia dei fattori» (1). Le tesi sulla prevalenza di un fattore sugli altri, sono state già da alcuni decenni sottoposte a vigorose verifiche per l'impossibilità stessa di individuare il peso relativo dei vari fattori e, perciò, l'eventuale prevalenza di uno di essi. Sul piano metodologico se, come asserisce il CASTELLANO (2), la (1) Cfr. V. CASTELLAN O, Introduzione alla sociologia e primi clementi di morfologia sociale, op. cit., cp. III («Sociologia e geografia umana,,), par. 1 («La sociologia dei fattori»). L'argomento è stato mantenuto da ta le A. nel suo più recente Dalle società primitive alle società della violenza, Roma, Nardini, J974, nel p. 1 del co. III («Sociologia e geografia umana») con il titolo «La sociologia dei fattori: il fattore geografico. Importanza dell'ambiente naturale da Strabone, a Ratzel e le Play». (2) Cfr. V. CASTELLANO, Introduzione ... cit., cp. VIII, «Alcune questioni di melo.do riguardan ti la costruzione della nuova sociologia positiva», e spec. i parr. I («Sociologia e scienze particolari») e 2 («La sociologia come scienza di seconda approssimazione»). Corrispondentemente in, Dalle società primitive, dello stesso A., ...cit., Cfr. cp. VIII, p. I («Sociologia e scienze sociali particolari. Le scienze di fronte a l problema della previsione. Le scienze sociali part icolari, scienze di 1• approssimazione. La sociologia come scienza di 2 3 appr ossimazione»).


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sociologia è una scienza di seconda approssimazione proprio per le difficoltà connesse all'analisi del ventaglio dei fattori concorrenti, è chiaro come la dimostrazione empirica del maggior peso di una causa sulle altre ai fini della fenomenologia sociale, sia questione di estrema delicatezza ed incertezza. Si vedrà, però, come il peso della provenienza regionale sia notevolissimo, riguardo al problema qui allo studio, anche se sussistono le ragioni di fondo nell'accentuare, o no, un elemento rispetto agli altri. È necessario pure prevenire eventuali osservazioni critiche sul perché la questione della provenienza regionale sia stata trattata in questo punto dell'indagine e non in precedenza. Secondo lo schema durkheimiano (3), infatti, ancora oggi seguito dai procuratori della rivista da lui fondata, «L'an nèe sociologique», il fattore geografico ed il fattor e demografico, e conseguentemente le analisi relative, dovrebbero essere presi in considerazione prima di ogni altro elemento. La posizione durkheimiana, anche se ancora prevalente tra i sociologi di lingua francese, è però disattesa da altre scuole e specialmente da quelle anglo-americane che tendono a dare maggior rilievo ai condizionamenti sociali . Così ad esempio i parsoniani e i mertoniani con l'accento r ispettivamente dato ai concetti di «statue» e «ruolo» (4), di «funzione», e di funzione latente» (5). Si è perciò rite(3) Nota sinteticamente A. Cuv!LLlER (Manuel de Sociologie, Paris, P.U.F., 1954, p. 34) a proposito del Durkheim e del concetto nel testo: «Dans le règles de la mèthode sociologique (1895), il attache encore une grande importance à ce qu'il appel]e le «substrat» socia!, c'est-à-dire aux phénomènes de mor phologie, qi.i'il met à la base de la vie sociale tout entière». Cfr. ivi, cp. VII, e specialmente il par. 134, pp. 327-328. Sulla posizione durkheimiana in proposito Cfr. il poderoso saggio d i S. LUKES, Emi. le Durkheim: lus !ife and work, New York, Harpe r and Row, 1972. (4) Cfr. T. PARSON, Il sistema sociale, t r. it., Milano, Comunità, 1965. Scrive il Parsone (p. 31-32): «In primo luogo, si deve dire qualche parola sulle unità dei sistem i sociali. Ridotta al suo significato elementare, l'unità e l'atto ... ciò vale natu ralmente per qualsiasi sistema di azione. L'atto diventa perciò un'u?ità in un sistema sociale in quan to è parte di un processo di interazione tra il soggetto che l' ha posto in essere e altri soggetti. In secondo luogo, ai fini di un'analisi dei sistemi sociali condotta a livello macroscopico, è opportuno fare uso d i un'unità più grande dell'atto, cioè di quella che sarà qui chiamata «status-ruolo». Più oltre: «Sia ben chiaro però che status e ruoli, vale a dire il complesso statusruolo, non sono in generale attributo del soggetto agente, ma sono unità del sistema sociale ... Lo status-ruolo è infatti ana logo alla massa o al la velocità». (5) Cfr. specialmente, R.K. MERTON, Socia! theory and socia! structure, Glencoe, Ili. The Free Press, 1957, pt. I, «Sociologica! theory», I, «Manifest and latant fune-


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nuto opportuno coordinare il materiale nel ·modo prescelto ritenendo forse più importante la famiglia di provenienza rispetto alla regione di provenienza ai fini della vocazione militare. A studio inoltrato però ci si è accorti che le due caratteristiche sono strettamente connesse ed interdipendenti, sicché la provenienza sociale, con la scarsa presenza di certe categorie, corrisponde al m inore sviluppo delle attività economiche presenti nelle regioni più feconde di aspiranti alla carriera militare.

NORD-SUD E ASPIRAZIONE ALLA CARRIERA MILITARE

Per quanto riguarda il nostro Paese la tesi durkheimiana avrebbe potuto essere accolta con maggior fondamento che in ambiti diversi; infatti le differenze ne.I territorio nazionale e nelle grandi ripartizioni geografiche, e per aree più ristrette, sono di notevole ampiezza tanto da far ritenere tuttora valide le argomentazioni, così di moda subito dopo l'Unità e nel primo decennio del secolo, sulla differenza tra le due Italie, quella del Nord e quella del Sud, argomentazioni che, a parere di chi scrive, hanno trovato l'espressione sociologicamente più valida nei fondamentali e noti lavori del Niceforo sugli Italiani del Nord - Italiani del Sud (6). La letteratura meridionalistica con il suo flusso continuo di opere di ampia portata (7) conferma e dimostra l'esistenza di profondi divari di reddito, di mentalità, di modi ed usi di vita, di «cultu re», in una parola, tra Nord e Sud. Per la sua ampiezza non è neppure il caso di farne cenno, è netions», con i suoi tre postulati « ... of the functionnal unity of society», « ... of universal functionalien», « ... of indispensability». Non va sottaciuta la posizione critica del Merton riguardo agli eccessi ideologici in proposito («Functional analysis as ideology»). Per una critica più recente anche se ad un aspetto limitato del funzionalismo, Cfr. A.O. SMTTH, Thc concept of socia! change: a critique of the functionalist theory of socia[ change, London, Rout.ledge and Kegan Paul, 1973. (6) Cfr. A. NJCEFORO, Italiani del Nord e Italiani del Sud, Torino, Bocca, 1901. L'opera, che suscitò ampio rumore di critiche, spesso faziose, al suo apparire è da considerare in uno con la sua Antropologia delle classi povere (Milano, Vallardi, 1910), il primo trattante degli squilib ri regionali, il secondo dei settoriali. In tale ultimo senso anche il Ricerche sui contadini (Palermo, Sandion, 1908). Nonché l'inchiesta di r ipartizione territoriale di F.S. NlTTI, Nord e Sud, Torino, Roux e Viarengo, 1900 oltre all'opera citata di C. BARBERIS, «La società italiana... » (7) Senza tentare neppure un cenno sulla letteratura in proposito, sia sufficiente ricordare l'icasticità delle cifre esposte ed analizzate, di anno in anno, da C. Tagliacarnc con i suoi saggi in «Moneta e Credito».


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cessario ricordare come la contrapposizione Nord-Sud sia continuamente presente nella pubblicistica sociologico-politica - la Rivista «Nord e Sud» (8) del CAMPAGNA ne è il parametro - dei sindacati, dei partiti, nell'azione stessa di governo tanto da aver dato luogo ad appositi strumenti legislativi-operativi con la Cassa del Mezzogiorno o i vari piani d i rinascita (9) o di sviluppo. Vale a lmeno la pena d i ricordare come il divario Nord-Sud, a dispetto delle indagini e delle forze pur volenterosamente in moto, si vada - con un movimento a forbice - accrescendo tra le varie regioni del Pese. Ne danno dimostrazione anno per anno quelle accurate rilevazioni in cui il Tagliacarne ha posto in evidenza non solo il livello cli redditività, ma anche le discrepanze positive e negative delle disponibilità di q uei beni o di quei servizi che vengono solitamente considerati l'immagine speculare del progresso. La differenza potrebbe essere posta anche in rilievo da dati di carattere demografico e in modo onnicomprensivo da quell'indice sintetico delle condizioni di vita che è dato dalla speranza di vita (1 O) («expectation of life») e dalle sue differenze alla nascita tra le varie regioni, così come tra le varie categorie sociali e tra i nati nei diversi quartieri delle grandi città. Non rientra negli obbiettivi di chi scrive porre in evidenza o documentare le differenze esistenti per ogni aspetto tra le diverse regioni del nostro Paese, essendo sufficiente l'averle richiamate a render conto del perché si è creduto di raggruppare i dati per ragioni di provenienza, esigenza che certamente non sarebbe sorta ove il con(8) La raccolta per periodico costituiscono, di per se è, una valida biblioteca meridionalistica. Lo studio potrebbe trovare p1·essoché complete raccolte di opere sul Mezzogiorno presso l'«lstituto di studi per lo sviluppo economico» (ISVE) (Napoli, Mostra d'Oltremare) così come presso la «SVIMEZ» e altri istituti similari. Per alcuni singolari aspetti del mezzogiorno Cfr. il bel saggio di P. LJTTLEWOOD, «St ings and Kingdoms. The activities of a politica] media tor in Southern Italy», Archives Européennes de Sociologie, I 5, 1974 (1): 33-54. (9) Valga per tutti l'esempio del «Piano di Rinascita per la Sardegna» impostato pochi anni dopo la concessione dell'autonomia regionale all' isola con uno «Statuto speciale»; il generale Cfr. S. REBECCHTNT, «L'articolazione dell'intervento pubblico e il ruolo dell'autonomia regionale», Sociologia, nuova serie, 8 (2), J 974: 141-165. (10) Per, studi recenti di carattere generale, Cfr. E.E. A.i.lRAGA, «Rural, u rban mortality in developing countries», in Demography, 4, 1968: 98-107; E.M. KIT!GAWA e P.M. HAUSER, «Education diferentia le in mortality by-cause of death: United States 1960», ivi, 5, 1969: 318-353. Vds. anche GALLI PARENTI, «Natimortalità per professione della madre nelle ripar tizioni geografiche in Italia», Cenus, 28, 1-4, 1972: 253-263; F. LIBERATI, «L'influenza del gruppo professionale del genitore sulla mortalità infantile in Italia negli anni 1955-62», Rassegna d i statistica del lavoro, n. 5-6, 1966: 245-263.


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testo socio-economico nazionale fosse stato omogeneo e non fortemente, come è infatti, differenziato. Perciò non si reputa necessario richiamare la sterminata letteratura e documentazione in proposito, di cui le inchieste parlamentari sulla disoccupazione (11) e sulla miseria (12) in Italia e le ripetute indagini della SVIMEZ rapprensentano il materiale tra i più validi .

LE VOCAZIONI PER REGIONI

Per far luce sul problema della intensità delle vocazioni delle varie regioni e per le grandi ripartizioni geografiche si è proceduto a raggruppare i dati, corso per corso, dal 10° al 165° relativi ai concorrenti, gl i ammessi e nominati sottotenenti per le regioni d'Italia, con esclusione di 5 corsi (dal 18° al 22°) per mancanza di dati certi (Tav. 4). Per comodità di riscontro il Moli se è stato tenuto unito agli Abruzzi fino all'u.ltimo anno considerato, prescindendo dall'autonomia regionale concessagli. Le Tavole Sa, b, c, d, e, danno la ripartizione dei concorrenti per regione geografica di appartenenza e presentano cli anno in anno i valori assoluti e quelli percentuali relativi; in modo pressoché costante si verifica di anno in anno la prevalenza degli aspiranti con provenienza dalla Campania, dalle Puglie, dal Lazio e dalla Sicilia. Le percentuali calcolate sulla serie completa dei concorrenti (Tav. 4) pongono al primo posto la Puglia con il 18,5%, al secondo posto la Campania con il 17,4%, al terzo la Sici lia con il 13,9%, al quarto il Lazio con il 12%. L'ultimo posto è tenuto costantemente dalla Val d'Aosta, e ciò si spiega anche con la massa della popolazione di questa regione, estremamente esigua, mentre valori bassiss imi presentano di anno in anno il Trentino - Alto Adige, il Friuli Venezia Giulia, la Liguria, la Lombardia, l'Emilia e lo stesso Piemonte, che pure dava anteguerra un forte contributo legato alla tradizione militare e all'apprezzamento per la carriera di quello che fu il piccolo stato dei Savoia. (11) Commissione parlamentare d'inchiesta sulla disoccupazione, Atti della Commissione parlamentare d'inchies ta sulla d isoccupazione in Italia, Roma, poligrafico de llo Stato, avv. 13, 1953. · (12) Commissione parlamentare d'inchiesta sulla miseria in I talia. Atti della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla miseria in Italia, Roma, Poligrafico dello Stato, 1953-1955, avv. 14.


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VOCAZIONI PER GRANDI RIPARTIZIONI GEOGRAFICHE

Per grandi ripartizioni geografiche la situazione risulta la seguente: Fattore umano

Concorrenti

Ammessi

Fattore geografico Nord Centro Sud e Isole Territorio non metropol.

14,4 21,9 62,2 1,5

21, 1 25,3 51,2 2,4

Totale

100, -

100, -

Appare evidente come l'indice di derivazione sia fortemente squilibrato a favore dell'Italia meridionale e delle Isole. Il grafico rende visivo il confronto per ogni regione delle diff~renze vocazionali facendo r isaltare la priorità delle regioni notoriamente meno economicamente sviluppate e più feconde e cioè quelle già dette: Puglia, Campania, Sicilia e Lazio con le altre dell'area meridionale visivamente meno emergenti in rapporto alla minore ampiezza della base statistica - popolazione maschile - di partenza. Riguardo agli ammessi (Tav. n. 6/a, b, c, d) la fenomenologia si presenta con andamento analogo. Si ha però - il che può avere un certo interesse - un aumento propo1-ziona.le degli ammessi dall'Italia Settentrionale (21,1 %) rispetto a quelli della Italia Centrale (25,3%) e specialmente rispetto ai provenienti dall'Italia Meridionale e dalle Isole (51,2%) nell'intero arco del periodo considerato. LA SELEZION E PER GRANDI RIPARTIZIONI GEOGRAFICHE

Dai dati rilevati il meccanismo selettivo produce una falc idi a molto più accentuata per i provenienti dall'area meridionale ed insulare, che pur essendo il 62,2% dei concorrenti r iducono il loro peso al 51,2% tra gli ammessi . Di converso i settentrionali che erano il 14,4% tra i concorrenti si portano al 21,1 % tra gli ammessi. Il salto. di percentuale relativo tra i concorrenti e ammessi a favore dell'Italia settentrionale e a danno dell'Italia meridionale e Isole, trova la sua agevole spiegazione nell'ipotesi di una migliore struttu


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ra fisiologica dei soggetti e anche, è lecito arguire, ad una migliore preparazione dal punto cli vista intellettuale (I 3). Il miglior successo dei settentrionali potrebbe anche dipendere da una più decisa vocazione di quei pochi che ritengono di concorrere per l'Accademia militare; se, in altri termini, la spinta vocazionale è vanto maggiore quanto minore e l'esigenza puramente economica di trovare una sistemazione lavorativa, si può ragionevolmente affermare come essa sia maggiore tra i settentrionali.

LA MERfDIONALIZZAZION E

DELL'ESERCITO ED I PROBLEMI RELATIVI

La netta prevalenza delle province meridionali nel fornire candidati alla carriera militare implica anche considerazioni sull'attuale e futura composizione dei quadri, quadri che, evidentemente, sulla b ase dei dati prima analizzati non potranno non essere in assoluta maggioranza di provenienti dall'Italia meridionale. Più avanti analizzeremo un caso per indicare se nell'arco della carriera vi sia una maggiore selezione a carico o a vantaggio dei provenienti dal Mezzogiorno e dalle isole. Nel secondo dopoguerra al vertice dell'Esercito, e cioè nella massima carica, che è quella di Capo cli Stato Maggiore, s i sono succeduti meridionali e settentrionali con una notevole prevalenza dei settentrionali (14) nei confronti degli attuali rapporti di composizione tra le due provenienze regionali, Nord e Centro-sud. La meridionalizzazione dell'Esercì to è fenomeno ben diverso da quello che si verifica per l'insieme delle carriere burocratiche dello Stato, meridionalizzazione dovuta alle cause di cui si è fatto cenno nel paragrafo precedente. Difficile è valutarne le conseguenze, portando la provenienza etnica e culturale, attitudini, virtù e difetti di ardua valutazione e parzialmente compensativi. In linea cli massima si crede di poter asse(13) Siffatte differenze risultano da t.utle le indagini empiriche svolte in propo· sito come, ad esempio, dai dati delle inchieste parlamentari sulla disoccupazione dal 1953 e sulla miseria del I 955. (1 4) Si sono, infatti, potute accertare le provenienze regionali dei 22 Capi di Stato Maggiore dell'Esercito che si sono succeduti negli anni che vanno dal 1983 al 1986. Di questi: 8 sono di provenienza piemontese, 3 dalla Sardegna, 2 dalla Liguria, Emilia e Campania, I dal Molise, Sicilia, Toscana e Friuli-Venezia Giulia. Quindi il 54% proviene da una regione decisamente settent rionale (il 36% dal solo Piemonte), il 32% di mer idionali e delle isole (il 13,5% dalla sola Sardegna), il 13,5% da una regione centrale (con esclusione del Lazio). È da notare che provenienti dal Piemonte e dalla Sardegna insieme sono ben il 50%.


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rire, senza nessun stereotipo a carico dei meridionali, che l'eccessiva meridionalizzazione, oltreché essere un indicatore della minore appetibilità della carriera militare, comporti effetti, nell'insieme, deteriori. Una prima conseguenza negativa potrebbe essere già ragionevolmente individuata nella sproporzione tra i quadri ufficiali, come provenienza etnica, e i soldati. Dal momento che il servizio di leva è obbligatorio e che, di anno in anno, il contingente di leva arruolato è pari circa a l 50% del contingente sottoposto a visita, senza squilibri rispetto alle popolazioni di partenza da regione a regione, si verifica evidentemente che a reparti provenienti dalle regioni settentrionali vengano preposti in grande maggioranza ufficiali di provenienza meridionale. Si realizza così l'inverso cli quanto si è verificato nei primi decenni dopo l'Unità allorché la prevalenza dei quadri, specie di origine piemontese, creava incomprensione con i gregari provenienti dalle province meridionali. In altri termini sarebbe preferibile avere truppe inquadrate eia ufficiali della stessa provenienza per evitare incomprensioni, quando non conflitti, cli carattere culturale, legati a quel fenomeno di cui si è accennato nella prima parte del lavoro - l'etnocentrismo - individuato dal Gorer, nella seconda guerra mondiale, proprio nei rapporti, e nelle frizioni conseguenti tra ufficiali statunitensi e britannici al Quartier Generale alleato. Che l'evento ipotizzato possa verifièarsi viene confermato dagli studi condotti nel secondo dopoguerra sullo stereotipo del meridionale (15), ricerche che hanno concordemente dimostrato come l'atteggiamento delle popolazioni settentrionali sia ricco di connotazioni negative a carico dei meridionali. Ciò potrebbe implicare atteggiamenti cli sfiducia o di scarso r ispetto nei gregari delle province settentrionali nei confronti dei loro ufficiali, per lo più meridionali, riflettendo, i soldati di leva, gli stereotipi negativi a danno dei meridionali prevalenti nel loro sistema cui turale. Un conflitto di tal genere non può che essere negativo e per la disciplina e per l'efficienza dei quadri, dipendente com'è dalla coesione gruppale legato, a sua volta, al reciproco apprezzamento dei singoli. A parte questo primo gravoso inconveniente, del resto evidente, legato alla meridionalizzazione dell'Esercito, è da considerarne un altro, più impalpabile ma non perciò meno reale. (15) Cfr. M.W. BATTACCHI, Meridionali e settentrionali nella strutlura del pregiudizio etnico in Italia, Bologna, il Mulino, 1965.


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Quadri composti da provenienze culturali diverse e così da diverse origini regionali porterebbero con sé difetti e virtù delle relative aree geografiche e socio-culturali di provenienza con una compensazione ed una correzione dei reciproci aspetti negativi. L'assoluta prevalenza dei meridionali non può invece non moltiplicare, nei quadri ad ogni livello, i difetti delle proprie aree di provenienza con conseguenze negative sull'efficienza dell'insieme. Naturalmente tale tesi avrebbe necessità di convalide empiriche, convalide che non si è in grado di avanzare. Una convalida indi retta potrebbe essere data dalla verificaz.ione storica. È noto, per esempio, come, durante la prima guerra mondiale, agli eccessi positivi e negativi del generale Cadorna, piemontese, abbiano poi posto riparo le qualità opposte del Diaz, napoletano; sono altrettanto noti i contrasti sorti subito dopo la campagna meridionale del 1860 in seguito all'incorporazione dei qt1adri dell'Esercito e della flotta meridionale, nell'Esercito e nella flotta nazionali, inconvenienti che portano nella campagna del 1866 e successive ai noti disastri di Lissa (29 giugno) e di Custoza (29 luglio). Il problema perciò esiste, se ne è avuta conferma in tutta la storia dell'Unità in poi, ne sono stati analizzati gli aspetti negativi nei rapporti tra carabinieri e bersaglieri piemontesi e le popolazioni siciliane e meridionali nelle cosiddette campagne contro il brigantaggio e così via. Non risulta che vi siano analisi storiche o empiriche sulle conseguenze della meridionalizzazione dei quadri, sulle vicende della seconda guerra mondiale essendo già allora il processo relativo in via di potenziamento. Sia qui sufficiente aver sottolineato il fenomeno e di averne adombrati alcuni possibili aspetti non positivi. In defini tiva la pseudo democrati uazione dei quadri non è in realtà tale, ma è soltanto un indice della minore appetibilità della carriera militare, che incide, declassando, la provenienza sociale degli accademisti, specchio degli squilibri professionali a danno, ovviamente, delle condizioni meno specializzate e, attraverso la specializzazione, come riflesso degli squi I ibri terr itoriali. L'incrociarsi delle due forme di selezione non positiva nella scelta della profess ione militare, non può che portare ad una esal-


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razione o moltiplicazione di risultati, nell'insieme negativi (16). Reciprocamente, la meridionalizzazione della professione non può essere che il sintomo di un minor apprezzamento sociale della carriera militare con fenomenologia analoga a quella che, per esempio, si verifica in altri settori con la femrninilizzazione delle professioni, anch'essa indice, in una società in cui alla parità teorica dei sessi non ne corrisponde una pratica, de] minor prestigio di certe attività: insegnanti, assistenti sociali, segretari d'azienda e così via.

(16) Dei problemi qui trattati non si trovano che vaghi cenni, se pure si reperiscono, nei più recenti lavori che si sono occupati del problema militare in Italia. Cfr., ad esempio, 'AA.VV. fl potere militare in Italia, Bari, Laterza, 1971; AA.VV. Le istituzioni militari e l'ordinamento costituzionale, Roma Ed. Riuniti, 1974; R. BAT· TAGLIA, La prima guerra d'Africa, Torino, Einaudi, 1958; R. BATrAGLJA, «Esercito e paese dal 1871 all'8 settembre», Rinascita, 20 (37), 1963; R. BIROTTI, «La preparazione spirituale delle FF.AA.», Rivista Militare, n. 6, 1965; S. CANESTRINI e A. PALADINI, L'ingiustizia militare, Milano, Feltrinelli, 1973; A. D'oRSI, La macchina militare, Milano, Feltrinelli, 1973.


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CAPITOLO IV PROVENIENZA SCOLASTICA DEGLI ASPIRANTI ACCADEMISTI E DEGLI ACCADEMISTI E «DESTINO» DI ESSI IN RELAZIONE AL TITOLO DI STUDIO Cara ttere selettivo della scuola con la «riforma Gentile » - Effetti sul reclutam en.to per le Accademie Militari - La liberalizzazione degli studi e suoi effetti sulle voca zioni militari - Carattere anticipatorio della liberalizzazione dell'accesso all'Accademia Militare - La carriera militare come fa ttore di mobilità verticale - Maggiore duttilità delle istituzioni militari - Rendimento secondo il titolo di studio: superiorità della maturità classica e scientifica - Merci/ica zio ne del lavoro e minore appetibilità della carriera militare - Caratteri totali della socielà militare e suoi effetti sulle vocazioni - Diplomati delle scuole medie superiori e vocazio ne milita re - Tendenza - Provenienze scolastiche e nominali so1totenenti - Conclusioni.

SOMMARIO:

CARATTERE SELETTIVO DELLA SCUOLA CON LA ,,RIFORMA GE NTILE»

Com'è noto, con la cosiddetta «r iforma Gentile» gli studi medi e gli studi medi-superiori vennero st rutturati in modo da condizionare fin dal term ine della scuola elementare l'avvenire scolastico degli studenti. La concezione gentiliana portava, come naturale conseguenza, alla messa in azione di un meccanismo selettivo decisamente a favore dei nati nelle classi abbienti, o almeno della piccola bo rghes ia e della classe operaia socialmente più avanzata, escludendo di fatto dalla carriera scolastica, nei filoni più aperti verso la laurea o verso determinati gruppi di laurea, gli appartenenti ai ceti rural i o meno favoriti, ripetendo nelle scuole quegli squilibri sociali e settoriali di fatto già esistenti nel Paese. Dal momento che alcuni indirizzi di studi, non s fociavano in titoli o in competenze d'immediata utilizzazione pratica, come la mat ur ità classica e que lla scientifica, essendo logicamente confluenti verso gli studi universitari, ne derivava che i ceti meno abbienti erano costretti fin dall'l 1° anno di età ad avviare i figli in quei settori scolastici (professionali, tecniche, magistrali, ecc.) attr averso i quali più rapidamente, e quindi con minor spesa, era possibile conseguire r isultat i d'immediato rendimento. La scuola di «élite» che ne derivava tra le due guerre, fon data non tanto sulla selezione delle intelligenze quanto dei quadri socio-


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economici familiari, nell'avviare verso gli studi universitari, così agiva anche nei confronti delle Accademie Militari alle quali, come si è più volte accennato, si poteva accedere soltanto con la maturità classica o scientifica e cioè con i due titolo di studio privi di valore in sè e per sè, se non come «pass-partout» per l'ingresso alle varie facoltà universitarie. EFFETTI SUL RECLUTAMENTO PER LE ACCADEMIE MILITARI

Tale sistema scolastico, accanto ai risvolti negativi, consistenti essenzialmente nella scarsa democraticità e nel non porre i giovani nelle stesse condizioni di partenza, o almeno in non troppe differenti condizioni, presentava anche dei risvolti positivi nel senso cli far pervenire alle università e alle accademie, flussi studenteschi meno numerosi e meglio preparati, anche per il sostegno ricevuto da ambienti familiari solitamente ed intelligentemente più agguerriti (1). La frazione, poi, proveniente dalle classi povere, per il solo fatto di essere riuscita a superare tutti gli sbarramenti, di fatto posti in essere dal sistema, si delineava mediamente dotata di un indice superiore a quello medio. Qui non interessa accennare ai problemi universitari, interessa invece menzionare come le accademie militari trovassero «humus» sufficiente, anzi sovrabbondante, per tenere a livello i propri quadri nei due titoli di studio, maturità classica e scientifica, più qualificati in relazione all'alta appetibili tà della carriera mi li tare es istente tra le due guerre per le note ragioni di ordine generale legate alla monarchia e alla politica militaristica del regime fascista. LA LIBERALIZZAZIONE DEGLI STUDI E suor EFFETTI NELLE VOCAZIONI MILITARI

Nel secondo dopoguerra I.a democratizzazione degli studi, realizzata in tappe successive prima attraverso l'istituzione della scuo(I} Quasi tutte le ricerche attestano del privilegio intellettuale dei giovani provenienti da famiglie professionalmente più qualificate o comunque più agiate. Cfr. G. HENYER, R. PJERON e B. PIERON, A. SAUVY, Le niveau intellectuel des enfants d'age scolaire; Paris, .I.N.E.D., 1950-54; A.M. WALK ER, «A note on the r elation between intelligence and parental income», J. of the Royal Statistica] Society A., 1953, p. II: 166-174; H.W. SEWELL e B.L. ELLEN BOGEN, «Socia! status and the measui-e intclligence of small city and rural children», American Sociologica] R .• 17. 1952: 612-616. Cfr. J.W. MASLAND e l .l. RADWAY, Soldiers and scholars: military education and military policy, Princeton, N.J., Princeton U.P., 1957.


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la media unica, con la quale si sposta di tre anni ]a scelta definitiva degli studi da compiere, poi con la liberalizzazione degli accessi alle facoltà universitarie mediante la quale praticamente si consente anche ai provenienti dagli indirizzi medio-superiori più pragmatici di rioperare una scelta verso i corsi universitari, avrebbe potuto anche non avere incidenza ai fini del reclutamento degli ufficiali di carriera, continuando a riservare per queste istituzioni le provenienze scolastiche privilegiate. Per effetto però del mutato clima generale nei confronti della carriera militare più che nei r iguardi delle stesse istituzioni militari, e cioè per la perdita di prestigio sociale e desiderabilità della carriera stessa, le istituzioni formative militari a livello di Accademia, hanno dovuto rivedere i propri canoni ed i propri parametri selettivi con assoluto anticipo rispetto alle istituzion i universitarie. La liberalizzazione dell'accesso alle varie facoltà perseguita solo dopo la contestazione giovanile del 1968-69, è stata anticipata dall'Accademia Militare al 1950, anno a partire dal quale i provenienti dagli istituti tecnici sono stati ammessi a concorrere per le Accademie. CARATTERE ANTICJPATORIO DELLA LIBERALIZZAZIONE DELL'ACCESSO · ALL'ACCADE.MIA MILITARE

Se l'Accademia militare è da considerare pariteticamente unistituto universitario (così come lo è poi, oltreché di fatto, giuridicamente con il riconoscimento di alcuni esami per il biennio d'ingegneria o per alcune specialità - Carabinieri, Amministrazione - per le facoltà di giurisprudenza ed economia e commercio) è chiaro come, senza dubbio, si tratti di una liberalizzazione anticipata dell'accesso dell'Università. Si può aggiungere come siffatta liberalizzazione sia andata anche oltre gli attuali livelli conseguiti dalle istituzioni universitarie allo rché dal 1965, addirittura, i giovani con il diploma di abilitazione magistrale - e cioè con un curriculum di studi medi di un anno più breve rispetto agli altri - sono stati ammessi a concorrere per l'Accademia senza dover sostenere le prove integrative come si è verificato dal 1970 per l'accesso alle facoltà universitarie. La constatazione, a livello fenomenologico, non vuol dire che le istituzioni militari abbiano voluto democratizzarsi con anticipo rispetto alle istituzioni civili, dal momento che, come si è creduto di aver dimostrato in tutto il corso del presente lavoro, si è trattato piuttosto di aggiustamenti necessari della domanda all'«offerta lavoro»


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nei confronti della carriera militare dovuti alla minore appetibilità di quest'ultima. In sostanza si potrebbe credere che l'apertura pseudodemocratica dell'Accademia sia soltanto conseguenza di una «dire necessitas» per le istituzioni militari. LA CARRIERA MILITARE COME FATTORE DI MOBILITA VERTICALE

Per obiettività di analisi va però aggiunto che, in genere in tutto il mondo, le istituzioni militari, come emerge anche dalla già ricordata analisi del Sorokin (2), hanno sempre consentito il filtraggio o la osmosi dai ceti inferiori ai medi, ai superiori, consentendo per meriti particolari ed in particolari drcostanze il transito dalla truppa ai sottufficiali, e dai sottoufficiali agli ufficiali. Indipendentemente, infatti, dagli assunti ai quadri ufficiali attraverso il reclutamento normale, e cioè per mezzo delle Accademie, si è fatto sempre più o meno largo ricorso al passaggio dagli ufficiali d.i complemento a quelli in servizio permanente ed alle promozioni dei sottufficiali ad ufficiali. Tale processo di osmosi, che si è sempre verificato in una qualche misura, ma senza limiti di carriera per l'Esercito, è stato molto meno aperto nella Marina Militare, più «establishment» per gli ufficiali di vascello e cioè per quelli con il reale comando delle unità navali (3). Mentre, cioè, per l'Esercito - sia prima della prima guerra mondiale, sia tra le due guerre, sia dopo - si sono avuti casi più o meno numerosi di ufficiali generali provenienti oltreché .dal complemento, dai sottufficiali, tali casi non si verificano quasi affatto nella Marina Militare. MAGGIORE DUTTILITÀ DELLE ISTITUZIONI MILITARI

L'istituzione militare Esercito, si è comunque configu,rata come un possibile canale di mobilità verticale indipendente dal titolo di (2) Cfr. P.A. SOROKIN, op. cit.,. (3) Sul problema, di cui già si è detto in più punti del presente lavoro, Cfr. M. JANOWTIZ (a cura), The ncw military... cit., pp. 287-336; T. e A. CAPITAI NF..S, «Capiteaines, ou bas-officiers? Essai sur la structu re socia.l e de l'armée francai se,,, Nouvelle Critique, 107, 1959: 43-84; C.H. COATES: «American's New Officer Co1·p», Transactions, 3 (3), 1966: 94-106; H. LEHMAN, «The age of eminent leaders: ... then and now», American J. of Sociology, 52, 1947: 342-356; L. RmsSMAN, «Life-carcers p~wer and thc profession: the retired Army generai», Amcr Sociologica! R., 21, 1956: 215-221, A. VOGTS, «Generals: ok! and young». J. of Politics, I942: 396-406.


Gli u fficiali dell'Ese rcito: reclutame nto e _c arriera

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studio, e, ovviamente, dalla provenienza sociale, con posizione più duttile per quest'aspetto di quanto si è verificato e si verifica per la massima parte delle amministrazioni civili dello Stato, nelle quali fino a pochi anni fa lo sbarramento tra i livelli esecutivo, di concetto e d irettivo era assoluto come lo è, praticamente ancora di fatto, quasi dappertutto, e di d iritto in alcune branche della pubblica amministrazione. Un cancelliere, ad esempio, non può mai d ivenire magistrato salvo ad iniziare "ex-novo" la carriera della magistratura; il sottufficiale può invece direttamente essere trasferito nei ranghi degli ufficiali. Se dunque la liberalizzazione dell'accesso alla Accademia in relazione ai titoli di studio è conseguenza, dal 1950 in poi, del rriinor prestigio connesso allo «status» di ufficiale, resta il fatto che in ogni tempo una certa apertura ai migliori dei ranghi più bassi è stata consentita dall'Istituzione militare a differenza delle istituzioni civili. RENDIMENTO SECONDO IL TITOLO DI STUDlO: S UPERIORITÀ DELLA MATURITÀ CLASSICA O SCIE NTIFLCA

Come si vedrà dall'analisi dei dati il processo di democratizzazione nel senso scolastico e sociale del reclutamento non elimina le differenze di rendimento legate alla preparazione di base. I provenienti dalla maturità c.lassica e scientifica conseguono risultati più soddisfacenti sia nell'ammissione sia nel corso degli studi accademici, confermando la relativa maggiore efficacia degli studi classici ai fini dello sviluppo del «curriculum» e del successo della carriera, (almeno in questa fase iniziale a voler rimanere ai risultati empirici del nostro studio). Dall'analisi di dati emerge anche come si assista ad una progressiva riduzione del flusso degli aspiranti con le provenienze scolastiche classica e scientifica, il che attesta un progressivo declassamento della desiderabilità della carriera. Evidentemente le varie componenti dello «status» di ufficiale non hanno subito variazioni nel tempo in parallelo con le variazioni del costume; se infatti il prestigio morale della carriera spingeva i giovani verso le Accademie aprescindere dalle modesta situazione economica, è da supporre che nel secondo dopoguerra la componente economica del lo «status», e cioè la remunerazione, sia divenuta parte prevalente della gratificazione (4) che ognuno si aspetta dal proprio lavoro, scoraggiando per la (4) Cfr. J .G.

MARCH

e H.A.

STMON,

op. cit., cp. III.


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sua modestia, i giovani più intraprendenti dallo sceglierla per la carriera; fattore certamente, se non unico, importante delJa gratificazione del proprio lavoro. MERCIFICAZIONE DEL LAVORO E MINORE APPETIBILITÀ DELLA CARRIERA MILITARE

In termini aotropoligico-culturali ciò può agevolmente spiegarsi con la diffusione nel nostro Paese dei modelli culturali anglosassoni e specialmente statunitensi, modelli che identificano il successo, quasi esclusivamente nel successo economico, essendone la monetizzazione l'aspetto del successo più evidente e meglio misurabile. Il luogo comune «c'è una X da 100.000 dollari o da 1 milione di dollari» corrisponde alla mentalità americana da designare il valore sociale dell'uomo dalla sua bravura ma espressa in termini cli recldi to o cli guadagno, cioè concreti, e non in termini diversi o puramente emblematici com'era nella società italiana, e specialmente nella società meridionale, prima del secondo conflitto mondiale, società che tendeva a dare prestigio sociale ad un mediocre avvocato, o ad un medico condotto, perché intellettuali, che ad un ricco commerciante (5). L'impatto culturale con gli americani ha portato, è noto, ad una modificazione dei valori con una graduale riduzione delle aree sociali e culturali, e perciò geografiche, in cui il valore d'uso fa premio sul valore di scambio o con una tendenza riduttiva che non mostra di mutare, ma anzi sembra essere sottoposta ad un ruolo accellerato verso il deciso prevalere del valore di scambio e quindi del valore meramente economico del lavoro umano. CARATTERI «TOTALI» DELLA SOCIETÀ MIUTARE E SUOI DIFETTI SULLE «VOCAZIONI»

' Un'analisi marxiana degli effetti sociali di tali «trend», dell'alienazione (6) che ne consegue, della mercificazione dell'uomo e del (5) Sul rilievo che la condi zione economica ha sullo «status,, Cfr. R.P. COLEMAN e B.L. NEUGARTEN, Socia[ status in the cily, San Francisco, Jossey-Bass, 1971; .I. BERGER, B.P. COHE N, M. ZELDITCH jr., «S ta tus characLeris lics ami sodai interaction», Amer. Socio]. R., (37) (3), 1972: 241-255. (6) Cfr. V. CASTELLANO, Delle socielà ... cit., pt III, «Trasfuzioni sociali e processo di liberazio.n e dell 'uomo,, c specialmente IL CP. XIV, «Sul processo di li beraiione dell'uomo qualunque».


Gli ufficiali dell'Esercito: reclutamen.to e carriera

317

suo prodotto, sia oggetto, sia servizio, non rientra nei fini della tesi; è però da tener presente la posizione marxiana in quanto può essere esplicativa del minor concorso dei giovani più qualificati, in senso sociale, geografico o scolastico, verso la carriera militare, dal momento che essa come «merce» si presenta poco allettante per la scarsezza delle renumerazioni in rapporto non solo al lavoro da svolgere, ma anche, e specialmente, alle limitazioni delle libertà politiche, sociali e di altra natura, che attualmente ancora comporta: basti pensare alla non attiva partecipazione politica imposta per legge agli ufficiali di carriera, all'assenza di organizzazioni sindacali per la categoria, alle sottomissioni ad una magistratura speciale - quella militare - al rischio, infine, di una riduzione fisica delle proprie libertà personali (arresti, ecc.), determinabile con atti amministrativi. Siffatte condizioni agevolmente sopportabili in una società totalitaria in cui la «costrizione» sociale ed il controllo sociale investono la totalità dei cittadini, non lo sono certo in un clima di libertà democratica sicché è logico inferirne la riduzione delle vocazioni specie se in assenza di un valido contrappeso nell'accrescimento del proprio valore di scambio in una società che al detto valore attribuisce essenzialmente importanza. DIPLOMATI DELLE SCUOLE MEDIE SUPERIORI E «VOCAZIONE,, MJLITARE

L'accesso alla Accademia Militare, dal 1950 al 1964, era riservato ai giovani di licenza liceale o di diploma conseguito presso Istituti ad indirizzo tecnico (commerciale, industriale, agrario, nautico, per geometri). Per gli aspiranti al Ruolo Commissari era richiesta la laurea. Dal 1965 (22° corso) è stato reso valido anche il diploma di abilitazione magistrale. Per 1950 concorrenti, su 33.177, il titolo di studi non è stato accertato. Lo studio si basa, comunque, sulla verosimile ipotesi che questi concorrenti si sarebbero distribuiti, per le varie provenienze, mediante i dati disponibili. Con ciò, tµtti i valori percentuali che verranno citati potranno essere riferiti all'intera massa dei giovani partecipanti ai corsi ordinari. Si aggiunge, infine, che è parso opportuno tralasciare la modesta aliquota dei giovani laureati aspiranti al Ruolo Commissari e procedere ad una ripartizione della massa residua in quattro blocchi di provenienza: liceo classico, liceo scientifico, istituti tecnici, istituto magistrale. I dati che seguono indicano, per ciascun corso, la distribuzione dei concorrenti, degli ammessi e d~i nominati Sottotenenti, secon-


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do i citati quattro blocchi di provenienze scolastiche. Lo specchio che segue pone a confronto i valori percentuali globali rilevati dal 1950 al 1984 presso l'Accademia Militare(?);

Titolo di studio

Liceo classico %

Liceo scientifico %

Istituti tecnici %

Istituto magistrale % (7)

26,2 30,8

24,1 32,3

48,4 35,7

0,6 1,1

36,4

27,1

11,5

2,2

Soggetti Concorrenti Ammessi Nominati (8) Sottotenenti

Ponendo a raffronto i valori relativi ai concorrenti ed agli ammessi, si nota che la distribuzione percentuale cresce sensibilmente per i proven ienti dal liceo classico, scientifico, istituto magistrale e, per converso, decresce altrettanto sensibilmente per i diplomati degli istituti tecnici. Tali tendenze si accentuano ancora - sia pure lievemente - nei confronti dei nominati Sottotenenti, salvo che per i provenienti dal liceo scientifico che, invece, decrescono. Da questo primo esame del fenomeno si trae, come conseguenza, che - per il tipo di studi che si svolgono nell 'Accademia Militare - la preparazione piÚ rispondente è quella conseguita presso il liceo classico. Infatti, i provenienti da queste scuole concorrono alla ammissione nella misura del 27% circa ma costituiscono il 36% della massa dei nominati Sottotenenti. I provenienti dal liceo scientifico e dall'istituto magistrale presentano un lieve incremento positivo tra la proporzione dei concorrenti e dei nominati sottotenenti, mentre il confronto risulta fortemente negativo per i provenienti dagli istituti tecnici. T ENDENZA

L'evoluzione della a'liquota di studenti aspiranti, ammessi all'Ac(7) I dati relativi ai provenienti dagli istituti magistrali riguardano solo il periodo 1965-74; pertanto la loro influenza percentuale esalta il valore globale dei dati. Ne consegue che il totale d'ogni singola riga è superiore a 100. (8) Da ti rilevati da G. Sertorio, M. Nuciari, D. Zambrano, Sociologia generale .... op. citata.


Gli ufficiali dell'Esercito: reclutamento e carriera

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cademia e nominati Sottotenenti si evidenzia dalle Tavole 8, 9 e 10 (9) e dalle tabelle che seguono. In queste ultime sono separatamente riepilogate le evoluzioni percentuali dei concorrenti, degli ammessi e degli ufficiali in servizio, distinti per provenienza scolastica e per periodo (1 O): a) Concorrenti

Periodo 1950-1961 1962-1968 1969-1980 1981-1984

Liceo classico

Liceo scientifico

Diploma

Laurea

%

%

%

%

45,4 23,2 14,7 16,0

20,8 17,6 27,5 34,2

32,3 59, 57,8 49,7

1,6 0,3

Liceo classico

Liceo scientifico

Diploma

Laurea

%

%

%

%

44,8 24,7 16,2 18,7

27,9 25,9 38,4 51,3

25,1 48,9 45,4 30,1

2,2 0,5

-

-

b) Ammessi

Periodo 1950-1961 1962-1968 1969-1980 1981-1984

-

(9) La. tabella n. 10 (Provenienza scolastica dei nominati Sottotenenti) si è potuta rilevare solo in base agli ufficiali attualmente in servizio dei vari corsi provenienti dall'Accademia, quindi i dati, pur riflettendo il fenomeno nella sua essenza generale non tiene conto degli ufficiali che hanno lasciato il sèrvizio dalla nomina a sottotenente ad oggi. (10) Al fine di dare più risalto al fenomeno, i dati sono stati raggruppati secondo una periodizzazione che seguisse quella ormai classica della recente storia socioeconomica italiana, e precisamente:

anni

corsi

1950-1961 1962-1968 1969-1980

30_ 18° 19°-150° 151 °-162°

1981-1984

163°-166°

tipo di pero<liciaaàone Espansione economica Crisi economica · Autunno caldo Istanze di trasformazione delle istituzioni in senso democratico, dal basso Progressivo calo della inflazione tendente allo O


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c) Nominati Sottotenenti (11)

Periodo 1950-1961 1962-1968 1969-1975 1976-1984

Lìceo classico %

Liceo scientifico %

Diploma

Laurea

%

%

46,34 23,72 10, 11

29,40 27,67 28,50

24,26 48,61 61,39

-

-

L'esame comparato delle tre tabelle conferma le considerazioni formulate nel precedente paragrafo a conclusione dell'esame globale del fenomeno. Inoltre: - neì concorrenti, l'iniziale tendenza favorevole per i provenìenti dal liceo classico si capovolge addirittura, neglì ultimi perìocli, a favore dei provenienti dall'area dei diplomati; - negli ammessi, tale fenomeno si r ìscontra a danno sempre dai provenienti dal liceo classico; ma a favore del liceo scientifico, che segue, pertanto, il tipo di preparazìone rìchìes to per questa prima selezione; - nei nominati Sottotenenti, si ritorna al fenome no riscontrato nei concorrenti, e cioè una tendenza sempre maggiore a favore dei provenienti dall'area dei d ìplomati a danno, se così si può dire, dei provenientì dall'area dei maturati nel liceo classìco. In definitiva: - la formazione culturale pìù ìdonea per avviare i giovani alla carriera delle armi - considerati i programmi di studio oggi vigenti - è senz'altro quella fornita dai licei. Tuttavia, la modesta dinamica evolutiva di questo tipo di scuole non offre speranze d'apporti più consistenti in futuro, a meno che l'azione di propaganda non vi sia potenziata; - la forte lievitazione nelle frequenze degli istituti tecnici e dei provenienti da queste scuole, che annualmente aspirano ad entrare in Accademia, giustifica la previsione secondo la quale, fra 10 anni, circa il 70% dei nominati ufficiali sarà costituito da giovani culturalmente formatisi presso i suddetti istituti. (11 ) I dati, rilevati dalle pubblicazioni del Senorio, Nuciari e Zambrano (citato) danno i dati fino al 1975, sufficienti comunque a dare l'idea del fenomeno.


Gli ufficiali dell'Esercito: reclutamento e carriera

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A conferma di quanto affermato si è potuto rilevare che degli ufficiali attualmente in servizio provenienti dall'Accademia militare di Modena dal 7° al 165° corso le percentuali sono come da Tavola n. 10, che oltretutto sottolinea come la percentuale dei laureati dopo la nomina a sottotenente evidenzia la tendenza al miglioramento qualitativo anche dovuto alla necessità di acquisire sempre maggiori titoli per la prosecuzione di carriera. CONCLUSIONI

Al considerevole tasso d'incremento nazionale dei maschi diplomatisi presso istituti superiori fa riscontro una relativa stazionarietà del numero di concorrenti per l'Accademia Militare; sicché, il quoziente del rapporto concorrenti/diplomati è in continua, rilevante diminuzione. D'altra parte, l'impiego immediato e ben retribuito per i provenienti dagli istituti tecnici e le prospettive d'affermazione personale e d'avvenire agiato, in un clima di relativa indipendenza e privo di vincoli disciplinari, per i laureati, inducono i giovani a non optare per la vita militare. Se poi si considera che l'offerta di quadri civili è in continua espansione mentre quella di quadri militari (posti a concorso) staziona attorno a valori molto bassi, s'intuisce come la domanda per questo tipo di carriera non possa subire variazioni positive nel tempo. E se a ciò s'aggiungono gli effetti dissuasivi della campagna antimilitaristica che da tempo conducono in modo sempre più incisivo talune correnti politiche, appare chiaro il motivo del decadimento della propensione per la vita delle armi, da parte della classe studentesca. Fenomeno questo che però tende a diminuire. Per quanto concerne le provenienze scolastiche di coloro che abbracciano la carriera mi litare, v'è da dire che ad un progressivo indebolimento della fonte tradizionale di reclutamento degli ufficiali, · data un tempo dai licei, si sovrappone, con sempre maggiore vigore, quella rappresentata dagli istituti tecnici. Pe1· conseguenza, come per le provenienze sociali, si sta sviluppando una dinamica tendente a realizzare nel corpo degli ufficiali una distribuzione di provenienze scolastiche proporzionale a quella che si presenta in campo nazionale. Si è rilevato ancora che la formazione più affine al tipo di studi che si svolgono in Accademia è quella che si acquisisce nei licei mentre la più lacunosa è data dagli istituti magistrali.


Gli ufficiali dell'Esercito: reclutamento e carriera

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CAPITOLO V

CARRIERA Cenni introduttivi - Titoli essenziali per la prosecuzione della carriera - La Scuola di Guerra - Lo scalino al grado di generale - Provenienza regionale· Proiezioni · Conclusioni. SOMMARIO:

CENNI INTRODUTTIVI

Affrontare il problema della carriera e dei meccanismi relativi è impresa che porterebbe alla formulazione di una ricerca a parte.

Soffermandoci ad alcuni accenni di carattere generale e sintetico si possono sottolineare grosso modo le tappe successive di un ufficiale che esce dalla Scuola di applicazione con il grado di tenente, dopo due anni di permanenza nel grado di Sottotenente: 4 anni per essere promossi al grado di capitano; - 9 anni per essere promossi al grado di tenente-colonnello; - 7 anni per essere promossi al grado di colonnello (che segna il gradino minimo della dirigenza). Per i gradi successivi di generale (di Brigata, di Divisione e di Corpo d'Armata) non è più possibile stabilire con esattezza le scansioni, che però sono collegate strettamente alle valutazioni nel grado di Colonnello. Infatti, mentre per le promozioni da Sottotenente a Capitano e da Maggiore a Tenente Colonnello la promozione è per anzianità, per quella da Capitano a Maggiore e da Tenente Colonnello a Colonnello è per titoli ed a scelta (scelta effettuata dalla Commissione di avanzamento formata da ufficiali generali con determinate caratteristiche di anzianità e di comando). Ora, se per la promozione da Capitano a Maggiore la selezione è minore, in quella da Tenente Colonnello a Colonnello e da Colonnello a Generale di Brigata essa è massiccia e fondamentale. Massiccia perché, come vedremo, su un certo numero di partenza di ammessi si giunge ad una percentuale minima di promossi in prima valutazione al grado di Generale, fondamentale perché dal posto occupato nella graduatoria di valutazione è legato lo sviluppo futuro della carriera con poche possibilità di modificazione.


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TITOLI ESSENZIALI PER LA PROSECUZIONE Dl CARRIERA

Innanzi tutto la graduatoria di uscita dall'Accademia di Modena tende a condizionare tutta la carriera di un ufficiale. Anche il periodo presso la Scuola di applicazione di Torino può comportare piccole modifiche alla graduatoria, modifiche che diventano di assestamento quasi definitivo. Inizia qui la parte della carriera più rivolta verso il comando, con comandi obbligati di plotone e compagnia, con il grado di capitano. Nel frattempo l'ufficiale ha la possibilità, e la necessità, di frequentare vari corsi, al fine di migliorare il bagaglio qualitativo professionale e quindi il punteggio dei titoli utili alla graduatoria di merito al momento della valutazione. Con il grado di maggiore l'ufficiale frequenta il corso di Stato Maggiore presso la Scuola di Guerra di Civitavecchia, della durata di un anno circa. Dopo questo Corso, da dove si esce con una ulteriore graduatoria, si può accedere, per concorso, al Corso Superiore della Scuola di Guerra. Tale Corso è a numero chiuso di circa 30 unità per corso e dura un anno e mezzo. Ovviamente anche la graduatoria della Scuola di Guerra è determinante per il prosieguo e le prospettive future di carriera. Dopo tale corso si osserva un periodo di applicazione quale ufficiale di Stato Maggiore presso un Comando o lo stesso Stato Maggiore dell'Esercito, partecipando a quel lavoro di staff che ne caratterizza il funzionamento. A questo punto l'ufficiale, col grado di Tenente Colonnello, viene impiegato nel Comando di battaglione (o livello similare) per poi essere reinserito in uno staff in attesa della promozione a Colonnello. Successivamente, qualora superi in posizione favorevole questo ostacolo verrà impiegato alternativamente nei Comandi (Brigate - Divisioni e Corpo d'Armata) o in organismi decisionali come lo Stato Maggiore dell'Esercito (Ufficio - Reparto ecc.) . .Jl titolo di laurea, sempre più necessario, è di acquisizione «privata», tenendo però conto che molte materie della Scuola di Applicazione, come abbiamo visto, sono riconosciute a livello universitario. Ci sono proposte di legge per istituire il riconoscimento di tutti questi studi con il dottorato in scienze militari, ma opposte tendenze politiche frenano il loro iter legislativo.


Gli ufficia.li de/l'Esercito: reclu,tamento e ca.rriera.

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Chi non percorrere la strada fino ad ora tracciata ha ben poche possibilità, se non nulle, di procedere oltre il grado di Colonnello. LA SCUOLA DI GUERRA

Allo scopo di completare un certo discorso approfondito a proposito dei concorrenti ed ammessi, in questo ambito, tenuto conto della fondamentale importanza qualitativa e selettiva della Scuola di Guerra si è scelto un arco di tempo breve ma significativo, per le fasi successive del lavoro, cercando di evidenziare i dati inerenti alle regioni d i provenienza ed al titolo di studio degli ufficiali attualmente in servizio che hanno frequentato l'Istituto in argomento.

Regioni geografiche Le Tavole 11/a, b, c e d hanno dettagliatamente il numero e le percentuali di frequenza dal 7° al 24° corso di Accademia. Nella tavola 11/d questi dati sono stati raggruppati in due sezioni (7°-18° corso 19°-24° corso) per dare maggior evidenza ai dati da rapportare: con le analisi effettuate per concorrenti, ammessi e nominati sottotenenti. I nati in Puglia, Campania e Lazio mantengono posizioni di preminenza ma meno marcate che in precedenza. I nati in Piemonte si attestano a valori alti, raggiungendo i nati in Sicilia ed Isole, con un trend indubbiamente più marcato dei nati nelle altre regioni, il che conforta i dati relativi alla nomina dei Capi di'Stato Maggiore dell'Esercito dal '43 ad oggi, dove ben 8 su 22 provengono dalla regione Piemonte. Le provenienze da altre regioni tendono ad equilibrarsi con il totale.

Provenienza scolastica La Tavola n. 12 mette in evidenza, sempre considerando dal 7° al 24° corso di Accademia, un dato in un certo senso contraddittorio ma equilibrante e cioè, come abbiamo visto per l'ammissione in Accademia, i diplomati sono tendenzialmente di più come concorrenti, i provenienti dal liceo scientifico sono favoriti nell'ammissione mentre gli ufficiali in servizio che hanno frequentato la Scuola di Guerra sono ben il 41 % provenienti dal liceo classico contro il


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25,5% ed il 24,1 % rispettivamente per i provenienti dalle maturità scientifiche e dal diploma. La percentuale del' 9,3% relativa ai laureati sottolinea che il fenomeno di accrescimento culturale avviene prima di affrontare il concorso per l'ammissione alla Scuola di Guerra, costituendone anche titolo. Dalla lettura dei dati analizzati è possibile rilevare, confrontandoli con le relative tavole di ammissione, quale pesante selezione esiste con la Scuola di Guerra specialmente negli 1ùtimi corsi determinati dal nuovo iter che prevede il numero chiuso di circa 30 unità per corso. LO SCALINO AL GRADO DI GENERALE

Dopo questa prima selezione, che dà solo un titolo ma non ancora evidenzia tutta .l a sua efficacia, lo scoglio selettivo più massiccio, che determina all'80% la carriera futura, è la promozione al grado cli Generale cli Brigata. Allo scopo di non tediare il lettore con i dati di tutti i corsi che non può essere strettamente scientifico essendo poi infinite le variabili (morti, malattie, dimissioni, provvedimenti disciplinari ecc.) si è preso ad esempio un corso tra gli ultimi, già valutato con il grado di Generale di Brigata. I dati devono essere presi per letti, attendibili ma non documentabili data la risen1atezza che il caso impone. Il cor so in esame è il 13° di Accademia che ci dà questi dati, alcuni già visti: Concorrenti: n. 2503 (compresi Corpi e Carabinieri); - Ammessi: n. 335 (compresi Corpi e Carabinieri); - Nominati sottotenenti: n. 280 (compresi i Corpi ed escluso i Carabinieri); - Provenienza regionale, scolastica e familiare si può rilevare dalle tabelle relative; - Frequentatori della Scuola di Guerra: n. 46 (solo varie Armi con esclusione dei Corpi Tecnici e Logistici); - Promossi al grado di Generale di Brigata nelle Varie Armi in prima valutazione: n. 8 più 10 che, se pur non promossi in prima valutazione, saranno promossi in seconda valutazione (1). (1) L'ufficiale anche se non promosso in prima valutazione è ripreso in esame fino ad esaurimento e può essere promosso anche in terza valutazione. I promossi in terza valutazione sono circa 10 e non possono andare - in servizio - oltre il grado di Generale di Brigata.


Gli ufficiali dell'Ese rcito: reclutamento e ca rriera

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Come si può notare, anche se i dati non sono omogenei e considerando che le varie armi da sole sono circa il 70% dei corsi di Accademia, i dati si possono correggere ed arrotondare come segue: Concorrenti: n. 1750; Ammessi: n. 235; Nominati sottotene nti: n. 195; Frequentatori Scuola di Guerra: n . 45; Promossi al grado di Generale di Brigata: n. 25; Quindi solo l' 1,4 % arriva al grado di Generale. È una selezione decisamente sensibile. PROVENIENZA REGIONALE

Degli 8 promossi al grado di Generale in prima valutazione della stessa popolazione analizzata - ed aggiungendo gli altri 10 che saranno promossi - in seconda valutazione si hanno le seguenti provenienze regionali rispettivamente in 1° e 2° valutazione: Puglia: Piemonte: Campania: Lazio: Friuli: Sicilia: Molise: Abruzzi: Toscana:

2 + 1+ 1 + 2 + 1 + 1 + O+ O+ O+

2 = 4 (22,22%) 1 = 2(11,11%) O = 1 (00,05%) 1 = 3 (16,66%) 1 = 2(11,11%) 2 (11, 11%) 1 1 (00,05%) 1 1 1 = (00,05%) 2 = 2(11,11%)

Confrontando questi dati con quelli visti in precedenza si può notare una certa proporzionalità con i p recedenti della regione pugliese al 22,22%, e i provenienti dalla regione Piemonte in recupero sugli altri. PROIEZIONI

Ma non è così semplice ancora poter definire esattamente la carr iera. In precedenza abbiamo parlato di valutazioni (1 °, 2° e 3°) ma non ci siamo soffermati sulJ'importanza di questa graduatoria valutativa. Nelle Vade Armi (non mi dilungo per gli altri Corpi) vengono promossi 27 Generali di Brigata all'anno, di cui, all'incirca, 8 in


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prima valutazione, 10 in seconda e 9 in terza (2). Di questi 27, per una esperienza ormai consolidata negli anni - il che dimostra la consapevole valutazione dei componenti la Commissione di avanzamento - i primi 5 hanno possibilità di arrivare al vertice della carriera (Generale di Corpo d'Armata). Dei primi 5 del corso considerato ci sono 2 pugliesi (40%), un piemontese (20%), un campano (20%) ed un laziale (20%). Questo a conferma del trend già analizzato in precedenza e di cui l'apparato istituzionale militare risponde. Per il resto è la scelta dell'Esecutivo che può cambiare, e senza poter fare proiezioni, i dati analizzati (3). Infatti il Capo di Stato Maggiore della Difesa, dell'Esercito, della Marina e dell'Aeronautica, il Segretario Generale, nonché i Direttori Generali sono nominati dal Consiglio dei Ministri su proposta dei Ministri competenti, tra i generali di Corpo d'Armata in attività di servizio. CONCLUSIONI

La carriera così vista è un setaccio prevedibile a volte anche ingiusto, ma necessario per non dare false illusioni e per non creare arrivismi negativì. Sarebbe interessante, ma questa non è la sede, studiare in alternativa meccanismi di scelta non cooptanti, come la Commissione di Avanzamento; ma le istituzioni si devono preservare ed è forse giusto che valori, comportamenti, sentimenti e predisposizi vengono valutate all'interno di una istituzione con il rispetto della legge che ne garantisce l'equità rispetto alla realtà sociale. CONCLUSIONI GENERALI

Come si è visto nei «Lineamenti generali introduttivi» il lavoro voleva anzitutto dimostrare la validità degli studi a carattere parziale nel campo della Sociologia e come questa Sociologia settoriale, presentasse in certi suoi ambiti strette connessioni con la Socio(2) Le proporzioni riguardano il corso esaminato. Cambiano sicuramente ad ogni valutazione ma sostanzialmente con la stessa specificità con lo scarto di I o 2 elementi per numero di valutazioni. (3) Per rigore scientifico è bene precisare che a scegliere è l'Esecutivo su proposta (di norma una terna di nomi in ordine prioritario) del Capo di Stato Maggiore al Ministro.


Gli ufficiali de/l'Eserci.to: reclutamento e carriera.

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logia delle professioni, con i problemi della stratificazione sociale o della mobilità sociale. In effetti sembra asseribile l'appartenenza dell'argomento oggetto della ricerca ai due campi della Sociologia militare e della Sociologia delle professioni, con prevalenza verso il primo di essi. Lo studio sugli allievi dell'Accademia militare investe una carriera «in status nascendi», ponendosi tuttavia l'Accademia come fa. se di passaggio dalla vita civile alla carriera vera e propria. Si è preferi to proiettare l'indagine nella fase precedente proprio per determinare, come si voleva, il carattere del flusso alimentante della carriera stessa. Le ipotesi della ricerca vertevano sulla possibile dipendenza delle vocazioni militari da fattori economici e, conseguentemente, di sottosviluppo regionale. Queste ipotesi, per quanto riguarda il contesto socio-culturale italiano, sono state largamente convalidate nel senso di una decisa dipendenza tra vocazione militare e sottosviluppo economico, sia regionale sia come modestia del ceto di appartenenza. In altri termini la vocazione di cui si tratta si nutre se non di miseria o di povertà certamente di non floride condizioni economiche. Dalla dimostrazione di cui sopra è scaturito, come logica conseguenza, il corollario sulla non validità delle tesi circa il carattere castale o di classe dei quadri degli Ufficiali dell'Esercito, dal momento che la stragrande maggioranza degli allievi proviene dai ceti professionali assai modesti. La tesi perciò sostenuta da alcuni cultori di studi marxiani sulla dicotomia ufficiali, da una parte, e sottufficiali e truppa dall'altra, subisce sul piano empirico una smentita, dal momento che gli allievi ufficiali studiati non provengono da un «humus» sociale diverso da quello da cui provengono i Sottufficiali e Truppa. Ovviamente con ciò non si esprime, ne si può esprimere su basi empiriche, alcun giudizio su quanto potrebbe accadere nel corso della carriera portando gli ufficiali a considerarsi classe a sè dando luogo, poi, a quella dicotomia che, almeno alle origini della carriera stessa, sicuramente non si verifica. In termini regionali si è data ampia dimostrazione della meridionalizzazione dei quadri ufficiali lumeggiandone i presumibili effetti negativi, presumibili perché mentre il fatto della meridionalizzazione si fonda su dati, gli effetti negativi sono supposti e perciò da dimostrare. Si è messo anche in evidenza le connessioni esistenti tra ordina-


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mento scolastico degli studi medi superiori e vocazione militare, anche qui confermando la correlazione tra ordini degli studi meno qualificati, secondo l'opinione corrente, e vocazione ed il carattere privilegiato, ai fini del successo, all'immissione dei giovani con la matur ità classica e scientifica. Le osservazioni dettate in proposito dai dati stessi potrebbero essere di un qualche interesse anche per i cultori di sociologia clell'educazione. Per quanto riguarda la mobilità sociale e la carriera militare come fa ttore di mobilità verticale i dati hanno convalidato le ipotesi di partenza e la letteratura esisten te circa il carattere più aperto della forza armata Esercito. Come fenomeno generale l'andamento vocazionale si delinea discendente così come accade del resto per gli ordini religiosi, attestando del minore interesse dei giovani per la carriera, minore interesse a sua volta dipendenti dall'atmosfera antitetica della società civile, permissiva rispetto a quella della società militare, specialmente degli istituti di formazione, restrittiva e, quindi, limitativa della propria libertà. Quanto maggiore è la permissività della società in generale, tanto più aspro si configura, ovviamente, il passaggio da essa alle istituzioni globali secondo la terminologia del Goffman. Probabilmente dipende anche da questa discrasia la progressiva riduzione della componente «figli di ufficiali» tra gli aspiranti alla carriera militare quale si evince dalla serie dei dati analizzati, il peso cioè dell'attrazione professionale genitori-figli è stato parzialmente compensato dalle disarmonie forse insorte negli stessi ambiti famiJiari fra gli obblighi delle professioni militari e la progressi- · va liberalizzazione dei rapporti gerarchici in altre amministrazioni e, più in generale, dalla permissività crescente nel costume. Tutto il lavoro, investendo una serie storica trentennale, ha consentito, da una parte, di verificare le tesi predette fondando sulla globalità dei dati sufficientemente ampi, dall'altra, di cogliere le linee di tendenza praticamente dal dopoguerra ad oggi e cioè di un periodo storico in cui il «cambiamento sociale» è stato abbastanza rapido anche nel nostro Paese, anche se in assenza di più sconvolgenti cambiamenti cli struttura. Se mai, mutamenti di struttura sono avvertibili se non nell'Istituzione militare in quanto tale, nella composizione dei quadri dell'Istituzione stessa nel senso, di cui più volte si è fatto cenno, di una progressiva proletarizzazione. Per quanto sia del tu tto superfluo ricordarli, trattandosi di tesi già largamente ed autorevolmente convalidata, tutto il lavoro con-


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ferma la maggiore concretezza delle ricerche fondate su dati o direttamente rilevati o comunque raccolti. La ricerca empirica, cioè, consente di far obiettivamente lume su questioni controverse consentendo di confermare o smentire (nel caso ad esempio quello del carattere castale dell'Esercito) luoghi comuni o asserzioni spesso assunte a fondamento di discorsi scientifici o di azione politica. Volutamente si sòno evitate analisi quantitative più sofisticate, anzitutto perché ritenute non pertinenti ai fini della ricerca e poi, nei casi dubbi, nel timore che gli eventuali arabeschi statisticomatematici avrebbero implicato il rischio di far perdere di vista, nella loro evidenza, gli elementi più semplici e più essenziali dei fenomeni studiati.


Gli ufficiali dell'Esercito: reclutamento e carriera

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Gli ufficiali dell'Esercito: reclutamento e carriera

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ELENCO DELLE TAVOLE n. 1: Concorrenti . Posti a concorso¡ Ammessi n . 2: Posizione sociale delle famiglie dei concorrenti (professione paterna) n. 3: Posizione sociale delle famiglie degli ammessi (professione paterna) n. 4: Distribuzione dei concorrenti ammessi (corsi dal 10 a l 17 e dal 23 al 165) n. 5/a, b, e, d, e: Ripartizione dei concorrenti per regione geografica n. 6/a, b, c, d : Riparti zione degli ammessi per regione geografica n. 7: Provenienza scolastica dei concorrenti (titolo di studio) n. 8: Provenienza scolastica degli ammessi (titolo di studio) n . 9: Provenienza scolastica degli ufficiali in servizio (titolo di studio) n. 10/a, b, c, d: Ripartizione per regione geografica degli ufficiali in servizio che hanno frequen tato la Scuola di Guerra n. 11: Provenienza scolastica degli ufficiali frequentatori la Scuola di Guerra (titolo di studio).


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Sergio Lalwnia

T AVOLA I

CONCORRE NTI - POSTI A CONCORSO - AMMESSI

DATI

RAPPORTI

Posti Anni

Corsi

Concorrenti

a

Ammessi

çoncorso

1950 1951 1952 1953 1954 1955 1956 1957 1958 1959 1960 1961 1962 1963 1964 1965 1966 1967 1968 1969 1970 1971 1972 1973 1974 1975 1976 1977 .1978 1979 1980 1981 1982 1983 1984

70

so

90 10° 11 ° 12° 13° 14° 15° ]60 170 18° 19° 20° 21 ° 22° 23° 24° 150° 151° 152° 153° 154° 155° 156° 157° 158° 159° 160° 161° 162° 163° 164° 165° 166°

1.165 J.922 1.691 1.463 1.199 1. 144 2.053 1.673 1.878 1.899 1.686 1.957 1.527 1.270 .1.405 2.098 2. 174 1.768 1.638 1.568 1.133 1.232 1.445 1.256 1.188 1.226 1.323 1.610 1.595 1.482 1.488 1.490 1.765 2.35 1 2.968

5 .13 660 576 577 64 1 600 640 450 387 425 538 538 538 385 385 350 340 384 330 331 352 353 359 335 352 294 312 245 292 302 296 283 283 293 313

440 526 52 1 433 385 392 335 252 297 382 287 279 356 366 353 332 248 234 173 164 204 182 214 157 222 209 245 222 230 224 250 270 283 322 313

Concorrenti Ammessi per per posto concor r.

2,27 2,90 2,93 2,53 J,87 1,90 3,21 3,71 4,85 4,46 3,13 3,63 2,86 3,30 3,65 5,99 6,40 4,60 5,00 4,73 3,22 3,50 4,03 3,74 3,38 4,17 3,86 5,00 4,96 4,46 5,03 5,26 6,24 7,30 9,48

0,38 0,27 0,30 0,30 0,32 0,34 0,16 0, 15 0, 15 0,20 0, 17 0, 14 0,23 0,29 0,25 0,16 0,11 0,13 0,1 1 0,10 0,18 0,15 0,15 0,13 0,19 0,17 0,18 0, 14 0, 14 O, 15 0, 17 0,18 0,16 0, 14 0, 10

Am mess i per posto

0,86 0,80 0,90 0,75 0,60 0,65 0,52 0,56 0,76 0,90 0,53 . 0,52 0,66 0,95 0,92 0,95 0,73 0,61 0,52 0,49 0,58 0,52 0,68 0,49 0,63 0,7 1 0,7 1 0,69 0,72 0,67 0,84 0,95 1,00 0,91 1,00


341

Gli Ufficiali dell'Esercito: reclutamento e carriera

TAVOLA 2

POSIZIONE SOCIALE DELLE FAMIGLIE DEI CONCORRENTI (PROFESSIONE PATERNA)

Corsi

-

lQncor Non Accerrenti accen. lali

Ufficiale N.

209 235 114 13 289 289 398 600 503 553 1142 862 346 335 290 426 378 255 207 208 210 266

935 12. 1144 1818 13. 2503 14. 1673 1559 1865 15. 1878 1604 16. 1893 17. 1688 1399 1559 18. 1957 923 19. 1523 768 20. 1271 852 21. 1405 956 22. 2098 1312 23. 2174 1422 24. 1768 1304 150. 1636 1278 15 1. 1568 707 152. 1133 854 153. 1232 1190 154. 1445 1049 155. 1256 156. 1188 980 1016 157. 1226 1057 158. 1323 159. 1610 32i 1283 160. 1595 312 1283 161. 1482 281 1201 162. 1488 331 1157 163. 1490 341 1149 164. 1765 380 1385 165. 2351 549 1802 166. 2968 810 2158 TOT. 4928 1 11459 37822

30 105 105 124 75 76 88 61 51 56 75 87 83 76 53 49 39 57 46 48 27 45 59 72 84 75 83 110 122 141 2292

%

Sottufficiale e gradualO N. %

3.2 68 5.8 233 6.7 242 6.6 256 4.7 200 5.4 226 5.6 241 6.6 132 6.6 109 6.6 120 7.8 92 6.6 184 5.8 233 5.8 203 4.1 237 6.9 141 4.6 202 4.8 273 4.4 227 4.9 216 2.7 212 4.3 197 4.6 297 5.6 380 7.0 346 6.5 298 7.2 301 7.9 329 6.8 41 1 6.5 348 5.8 6954

Impiegato N.

7.3 324 12.8 534 15.5 365 13.7 483 12.5 602 16.2 425 15.5 476 14.3 255 14.2 213 14.1 236 9.6 287 14.0 365 l6.4 283 15.6 335 18.5 283 J9.9 222 23.7 219 22.9 277 21.6 231 22.0 207 20.9 222 18.6 223 23. l 324 29.6 31 1 28.8 296 25.8 328 26.2 347 23.8 383 22.8 555 16.1 710 18.4 10321

%

Indus1riali Commercianli % N. %

Professioni sia Possidente N.

%

N.

34.7 32 3.4 18 29.4 163 9.0 64 23.4 143 9.2 59 25.9 212 II.4 54 37 2.3 46 37.5 30.4 47 3.4 74 29 1.9 56 30.5 5 27.6 43 4.7 5 27.7 36 4.7 40 4.6 s 27.7 30.0 53 5.5 13 7 27.8 62 4.6 19.9 91 6.4 6 26 2.0 5 25.7 5 22. 1 35 2.7 28 4.0 1 31.4 2 25.6 32 3.7 3 23.3 26 2.2 I 22 2.l 22.0 4 19 1.9 21.1 21.9 29 2.9 o o 21.1 26 2.5 25.3 73 5.7 5 52 4.l 6 24.2 24.6 65 5.4 3 3 28.3 66 5.7 7 30.2 30 2.6 9 27.7 41 3.0 30.8 54 3.0 o 32.9 60 2.8 I 27.3 1672 4.4 467

Operai arligiani N. %

60 6.4 267 133 7.3 421 125 8.0 318 161 8.6 356 11 5 7.2 400 98 7.0 350 101 6.5 430 68 7.4 264 57 7.4 221 64 7.5 243 71 7.4 299 97 7.4 374 116 8.2 466 71 . 5.5 446 67 5.2 502 50 7.1 156 73 8.5 184 63 5.3 239 O.I 62 5.9 232 0.4 66 6.7 196 o.o 52 5.1 251 51 4.8 253 O.O 0.4 62 4.8 229 78 6.1 190 0.5 0.2 60 5.0 179 56 4.8 177 0.3 0.6 59 5.1 209 0.6 83 6.0 325 o.o 83 4.6 411 o.o 98 4.5 349 1.2 2400 6.3 8937

1.9 3.5 3.8 2.9 2.9 5.3 3.6 0.5 0.6 0.6 1.4 0.5 0.4 0.4 0.4 O.I 0.2 0.3

Agricoltori N.

%

-

28.6 86 9.2 23.2 165 9.1 20.4 202 13.0 19.1 219 l 1.7 24.9 129 8.0 25.0 103 7.4 27.6 138 8.9 95 10.3 28.6 76 9.9 28.8 28.5 88 10.3 66 6.9 31.3 28.5 136 10.4 32.8 144 10.1 34.3 139 10.7 96 7.5 39.3 22. 1 60 8.5 21.5 103 12. 1 20.l 72 6.1 22.J 66 6.3 20.0 63 6.4 24.7 65 6.4 23.9 76 7.2 17.8 119 9.3 14.8 115 9.0 14.9 98 8.2 15.3 71 6.1 18.2 76 6.6 83 6.0 23.5 79 4.4 22.8 16.2 68 3.2 23.6 3096 8.2


Sergio Labonia

342

TAVOLA 3

POSIZIONE SOCIALE DELLE FAMIGLIE DEGLI AMMESSI (PROFESSIONE PATERNA) Corsi

Amm.

Ufficiale N.

%

Sottufficiale e graduato

Impiegato

N.

N.

12. 392 28 7.1 59 13. 335 24 7.2 21 14. 252 25 9.9 31 15. 297 22 7.4 32 16. 282 33 11.7 55 17. 287 29 IO.I 68 18. 279 36 12.9 65 19. 356 29 8.1 76 20. 366 29 7.9 67 21. 353 31 8.8 66 22. 332 33 9.9 85 23. 248 35 14.1 53 24. 234 25 10.7 50 150. 173 19 ti.O 40 151. 164 22 13.4 so 152. 204 18 8.8 62 51 153. 182 14 7.7 154. 214 23 I0.7 61 155. 167 13 7.8 50 156. 222 18 8.1 66 157. 209 14 6.7 68 158. 245 25 10.2 64 159. 222 16 7.2 67 160. 230 24 10.4 63 161. 224 29 12.9 80 162. 250 30 12.0 69 163. 270 35 13.0 90 164. 283 42 14.8 68 165. 322 so 15.5 72 166. 313 73 23.3 70 TOT. 7907 844 10.7 1819

%

15.1 125 6.3 69 12.3 54 10.8 75 19.S 147 23.7 77 23.3 87 21.3 107 18.3 100 I8.7 87 25.6 69 21.4 59 21.4 4S 23.1 54 30.S 31 30.4 47 28.0 53 28.5 49 29.9 40 29.7 50 32.5 49 26.1 53 30.2 53 27.4 53 35.7 56 27.6 74 33.3 62 24.0 78 22.4 93 22.4 104 23.0 2100

%

Professionista N.

%

Possidente N.

31.9 22 S.6 IO 20.6 72 21.5 20 21.4 48 19.0 9 li 25.3 68 22.9 52.1 7 2.5 12 26.8 10 3.S 9 31.2 10 3 I.I 30.1 IO 2.8 s 27.3 28 7.7 3 24.6 25 7.1 3 20.8 32 9.6 I 23.8 li 4.4 3 19.2 18 7.7 l 31.2 I 6 3.5 18.9 3 1.8 o 23.0 8 3.9 o 29.1 7 3.8 o 22.9 6 2.8 I 24.0 7 4.2 o 22.5 6 2.7 I O· 23.4 2 I.O 21.6 9 3.7 o 23.9 12 5.4 I 23.0 6 2.6 o 25.0 13 5.8 I 29.6 9 3.6 o 23.0 1 14 5.2 27.6 9 3.2 I 28.9 8 2.5 o 33.2 13 4.2 o 26.6 492 6.2 104

%

2.6 6.0 3.6 3.7 4.3 3.1 3.6 1.4 0.8 0.8 0.3 1.2 0.4 0.6 O.O

Industriali Operai Commercianti ;' artigani N. % N. %

22 24 12 16 25 21 14 21 20 22 22 Il 9 9 13 o.o 13 O.O 7 0.5 5 o.o 8 17 0.5 o.o 5 o.o 7 0.5 li o.o 8 0.4 9 O.O 9 0.4 8 0.4 18 12 O.O o.o 8 1.3 398

5.6 7.2 4.8 5.4 8.9 7.3 5.0 5.9 5.5 6.2 6.6 5.6 3.8 5.2 6.4 6.4 3.8 2.3 4.8 7.7 2.4 2.9

s.o

3.5 4.0 3.6 3.0 6.4 3.7 2.6 5.0

105 103 67 62 74 58 49 76 84 92 63 105 69 35 40 40 45 38 33 42 46 64 41 59 21 32 37 56 61 38 1699

Agricoltori

N.

%

26.8 21 5.4 30.7 2 0.6 26.6 6 2.4 20.9 li 3.7 26.2 29 10.3 20.2 15 5.2 17.6 15 5.4 21.3 32 9.0 23.0 35 9.6 26.1 26 7.4 19.0 27 8.1 26.8 21 5.4 29.5 17 7.3 20.2 9 5.2 19.6 16 7.8 19.6 16 7.8 24.7 15 8.2 17.8 17 7.9 19.8 8 4.8 18.9 8 3.6 22.0 Il 5.3 26.1 19 7.8 16 7.2 18.5 25.7 15 6.5 9.4 5 2.2 12.8 4.4 Il 13.7 12 4.4 19.8 10 3.5 18.9 IO 3.1 12. l 4 1.3 21.5 442 5.6


343

Gli Ufficiali de/l'Esercito: reclutam ento e carriera

T AVOLA 4

PROVENIENZE REGIO NALI DISTRIBUZIONE DE] CONCORRENTI AMMESSI (CORSI DAL 10 AL 17 E DAL 23 AL 165)

Provenienze regional i (corsi dal 10. al 17. e dal 23. al 165) concorre nti an1111essi

Piemonte Val d'Aosta Liguria Lombardia Trentino Alto Adige Veneto Friuli Venezia Giulia Emilia Romagna Marche Toscana Umbria Lazio Campania Abruzzo e Molise Puglie Basilicata Calabria Sicilia Sardegna Territorio non metrop.

3.6 O.I 1.9 2.4

l.O 3.3 2.1 3.0 2.4 3.2 1.3 12.0 17.4 4.7 18.5 1.2 4.3 13.9 2.0 l.5

5.4 0.2 2.3 3.1 1.3 4.7 4.1 4.4 3.0 3.8 1.5 12.6 14.3 4.7 16.7 0.7 2.4

10.3 1.8 2.4


TAVOLA 5/A

RIPARTIZIONE DEI CONCORRENTI PE R REGIONE GEOGRAFICA

CORSI

N P iemonte Valle d'Aosta Liguria Lombar dia Trentino Alto Adige Veneto Friuli Venezia Giulia Emilia Romagna Marche Toscana Umbria Lazio Campania Abruzzi e Molise Pug lie Basi licata Ca labria S icil ia Sardeg na Te rri torio non metrop.

TOTALI

11

IO

REGIONI

%

N

N

%

29 13 42 27 56 54 52 24 15 1 226 74 29 1 9 36 225 20 18

4,9 0 .3 2,8 2,0 0,9 2,9 1.8 3,8 3,7 3,6 1,6 10,3 15,4 5,1 19,9 0,6 2,5 15,4 1,4 1, 2

55 4 23 29 9 42 15 43 47 45 19 148 202 33 261 4 18 175 9 18

4,6 0,3 1,9 2,4 0,8 3,5 1,3 3,6 3,9 3,8 1,6 12,3 16,8 2,8 21 ,8 0,3 1,5 14,6 0,8 1.5

20 40 42 8 52 32 48 16 120 16 8 53 236 6 32 157 4 12

5,3 0,2 2,9 1,7 3,5 3,7 0,7 4,5 2 ,8 4,2 1,4 10,5 14,7 4,6 20,6 0,5 2,8 13,7 0,3 1,0

l.363

100,0

1.119

100,0

1.114

100,0

71 4

41

63 2

33

14

13

12 %

N

%

23 4 44 36 20 39 60 68 49 59 31 173 357 l ii 380 17 106 338 4,9

4,5 0, 2 2,1 1,8 1,0 1,9 2,9 3,3 2,4 2,9 1,5 8,4 17,4 5,4 18,5 0,8 5,2 16,5 0,9 2,4

2 .053

100,0

19

N

16

15 %

N

%

63 4 6 31 17 48 61 87 43

o

o.o

50 30 15 38 53 55 45 68 11 154 283

230 27 67

3,0 1,8 0,0 2,3 3,2 3,3 2,7 4,1 0 ,7 9,2 16,9 5,6 15,4 1,0 4,3 13,7 1,6 4,0

283 98 355 30 80 239 32 68

4,4 0,2 2,4 1,7 0,9 2,6 3,2 4,6 2,3 3,8 1,1 9,6 15,1 5,2 18,9 1,6 4,3 12,7 1,7 3,6

1.673

100,0

1.878

100,0

109

93 257 16

72

6,6

72 20 181

N

%

72 4 48 43 15 46 55 84 48 67 25 215 258 102 345 28 82 247 25 90

3,8 0,2 2,5 2,3 0,8 2,4 2,9 2,5 2,5 3,5 3,1 11,3 13,6 5,4 18,2 1,5 4,3 13,0 1,3 4,7

1.899

100,0


TAVO LA 5fB

RIPARTIZIONE DEI CONCORRENTI PER REG.IONE GEOGRAFICA CORSI REGIONI N Piemonte Valle d'Aosta Liguria Lombardia Trentino Alto Adige Veneto Friuli Venezia Giulia Emilia Romagna Marche Toscana Umbria Lazio Campania Abruzzi e Molise Pugli c Basilicata Calabria Sicilia Sa rdegna Te rritorio non mctrop. TOTALI

%

N

%

27 71 205 28 57

2.,() 1,8 1,2 2,5 2,9 3,5 2,3 2,4 1,7 11,2 13.1 5,7 22,8 1,6 4,2 12,1 1,7 3,4

56 3 37 31 lS 59 35 56 45 53 45 222 287 114 396 25 94 258 63 63

2,9 0,2 1,9 1,6 0,8 3,0 1,8 2,9 2,3 2,7 2,3 11,3 14,7 5,8 20,2 1,3 4,8 13,2 3,2 3,2

1.688

100,0

1.957

100,0

67

o

33 30 21 43 49 59 38 40 29 189 221 96

385

4,0

o.o

N

9-i

N

29

3,3 0,1 2,5 1,6 1,1 3,2 2,2 4,2 2,2 2,8 1,7 12,5 14,5 6 ,7 16,3 1,8 5,4 13,9 1,5 1,9

56 42 47 21 147 212 77 184 11 62 150 24 18

1.523

100,0

1.271

50 I 38 25 16 48 43 64

34 42 26 19 1 221 102 248 27 83 2 12

23

44 1 24 28 23 48

so

% 3,5 0,1 1,9 2,2 1,8 3,8 3,9 4,6 3,3 3,7 1,7 11,6 16,7 6,l · 14,5 0,9 4,9 11,8 1,9 1,4 100,0

N

23

22

21

20

19

18

17

%

N

%

N

%

65

78 1 41 94 20

4

3,6 0,0 1,9 4,3 0,9 4,2 2,2 3,0 4,3 3,5 1,6 12,3 16,3 5.6 15.4 1,0 3,7 13,3 2,7 0,2

2.1 74

100,0

34 36 16 49 39 63 42 50 29 139 228 88 2 17 18 58 179 41 26

3,7 0,1 2Q,4 2,6 1,1 3,5 2,8 4,5 3,0 3,6 2,1 9,9 16,2 6,3 15.4 1,3 4,1 12,7 2,9 1,9

34 76 19 81 43 82 76 67 31 189 307 119 388 33 113 305 50 20

3, 1 0,0 1,6 3,6 0,9 3,9 2,0 3.9 3,6 3,2 1,5 9,0 14,6 5,7 18,5 1,6 5,4 14,5 2,4 1,0

1.405

100,0

2.098

100,0

52

I

o

92

47 66 93 76 34 268 354 122 335 21 81 289

58


TAVOLA SIC

RIPARTIZIO NE DEl CONCORRENTI PER REGIONE GEOGRAFICA

CORSI 24

REGIONI

Piemonte Valle d'Aosta Liguria Lombardia Trentino Alto Adige Veneto Friuli Vcnez.ia Giulia Emilia Romagna Marche Toscana Umbr ia .L azio Campania Abruzzi e Molise Puglie Basilicata Ca labria Sicilia Sardegna Territorio non rnetrop. TOTALJ

151

150

N

%

56 3 45 44 16 46 33 55 42 64 24 206 295 91 341 26 91 250 37 3

3,2 0,2 2,5 2,5 0,9 2,6 1.9 3. 1 2,4 3,6 1.4 11,7 16.7 5,1 19,3 1,5 5,1 14,l 2, 1 0,2

1768

100,0

N

%

51 31 34 12 60 27 45 38 61 38 170 271 101 347 28 74 208 34 5

3,1 0,1 1,9 2,1 0,7 3,7 1,7 2,8 2,3 3,7 2,3 10,4 16,6 6,2 21,2 1,7 4,5 12,7 2. 1 0,3

1636

100,0

I

152 %

N

%

N

29 2 26 26 12 48 34 39 40 56 18 164 277

1,8

29 I 18 24 5

34

309 29 85 256 39 4

1,7 1.7 0 ,8 3,1 2,2 2,5 2,6 3,6 1, 1 10,5 17,7 4,9 19,7 1,8 5,4 16,3 2,5 0,3

18 19 30 40 14 142 2 16 65 242 14 42 153 26 8

2,6 0,1 1,6 2,1 0.4 2.4 1,6 1,7 2,6 3,5 1,2 12,5 19,1 5,7 21,4 1,2 3,7 13,5 2,3 0,7

1568

100,0

11 33

100,0

77

o.o

27

154

153

N

%

N

2,8

37 2 17 40 9 58 46 33 41 40 26 175 246 85 290 16 61 176 38

o

o.o

17 35 18 41 29 38 33 40 20 139 197 85 257 17

138 30 9

1,4 2.8 1,5 3,3 2,4 3, 1 2,7 3,2 1,6 11 ,3 16,0 6,9 20,9 1,4 4,5 11,2 2,4 0,7

1232

100,0

55

155 %

N

2,6

29

%

2,3

O.l

o

o.o

23 26

9

1,2 2,8 0,6 4,0 3,2 2,3 2,8 2,8 1,8 12,1 17,0 5,9 20, l 1,1 4,2 12,2 2,6 0,6

55 29 26 34 39 17 183 257 64 227 19 48 138 29 8

1,8 2,1 0.4 4.4 2.3 2.1 2,7 3, I 1.4 14,6 20,5 5, I 18,1 1,5 3,8 11,0 2,3 0,6

1445

100,0

1256

100,0

5


TAVOLA 5/D

RIPARTIZIONE DEI CONCORRENTI PER REGIONE GEOGRAFICA CORSI

Piemon te Valle d'Aosta Liguria Lombardia Trentino Alto Adige Veneto Friuli Venezia Giulia Emilia Romagna Marche Toscana Umbria Lnio Can1pania

Abruzzi e Mol.isc Puglie Basilicata Calabria Sicilia Sardegna Territorio non metrop. TOTALI

%

N

%

N

%

N

%

N

3,7

59

51

3,2 0,0

28 38 18 43 23 41 35 44 12 22 1 333 50 29 1 20 68 239 29 17

3,7 0, 1 1,7 2,4 1,1 2,7 J,4 2,5 2,2 2,7 0,7 13,7 20,7 3,1 18,.1 1,2 4,2 14,8 1,8 1,1

3,4 0,1 1,3 2,6 1,2 2,9 2,0 2,8 1,9 2,5 1,6 15,0 18,5 3,3 15,8

4,3 14,6 2,1 1,5

50 l 20 39 18 43 29 41 28 37 23 223 274 49 234 20 64 242 28 19

4,3 16,2 1,9 1,3

44 I 16 39 8 43 21 37 28 44 15 189 315 58 239 23 83 227 45 13

2,6 0,5 2,9 1,4 2,5 1,9 3,0 1,0 12,7 21,2 3,9 16,1 1,5 5,6 15,3 3,0 0,9

1.610

100,0

100,0

1.482

100,0

1.488

100,0

%

N

%

N

33 3 18 19 9 43 23 27 20 28 13 154 218 57 247 13 54 160 39 IO

2,8 0,3 1,5 1,6 0,8 3,6 1.9 2,3 1,7 2,4 1,1 13,0 18,4 4,8 20,8 1,1 4,5 13,5 3,3 0,8

30

49

6 44 21 26 27 38 15 129 256 55 263 22 153 29 12

2,4 0,1 1,4 2,2 0,5 3,6 1,7 2,1 2,2 3, 1 1,2 10,5 20,9 4,5 21 ,5 1,8 4,5 12,S 2,4 1,0

17 28 12 47 30 28 28 31 15 168 26 1 53 243 18 65 186 19 15

1,3 2,1 0,9 3,6 2,3 2,1 2, l 2,4 1, 1 12,8 19,9 4,0 18,S 1,4 5,0 14,2 1,4 1,1

l.188

100,0

1.226

100,0

1.313

100,0

N

I

,-_,17

55

o

162

16 1

160

159

158

157

156

REGIONI

o.o

I

o

17 48 2) 65 28 41 24 39 Il 21 5 33 1

so

276 18 69 233 34 24 1.595

J,J

3,0 1,3 4,1 1,8 2,6 1,5 2,4 0,7 13,5 20,8 3,1 17,3

I. I

1.3

%

3,0 0, 1

1.1


348

Sergio Labonia

TAVOLA 5/E

RIPARTIZIONE DEI CONCORRENTI PER REGIONE GEOGRAFICA

CORSI

REGIONI

Piemon te VaJle d'Aosta Liguri a Lombardia Trentino Alto Adige Veneto Friuli Vene.zia G iu li a Emilia Romagna Marche Tosca na Umbria Lazio Campania Ab ruzzi e Molise Pug lic Basilicata Calabria Sicilia St1rdegna Terri torio non metrop. TOTALI

163

164

165

N

%

N

%

N

57 2

3,3 0, 1 1,7 2,6 1,1 4,2 1,8 3,1 1,3 3,0 1,3 14,4 17,7 3,4 15,9

4,2 O. I 1,3 3,6 0,7 3,4 1,9 2,7

5,6 13,6 2,4 1,3

75 2 23 63 13 60 33 48 19 59 18 253 335 51 285 19 75 260 41 33

100,0

1.765

26' 39 17 62 27 46 20 44 19 2 15 264 51 237 22 84 203 36 19 1.490

1.5

166 %

N

%

82

3,5

I 12

o

o.o

o

14.3 19,0 2,9 16,l 1,1 4,2 14,7 2,3 1,9

39 78 28 110 49 65 33 60 39 35 1 399 88 370 25 11 5 325 56 39

1,7 3,3 1,2 4,7 2, 1 2,8 1,4 2,6 1.7 14,9 17,0 3,7 15,7 1, 1 4,9 13,8 2.4 1,7

66 152 32 118 68 78 41 76 40 432 477 91 497 52 11 1 405 76 44

3,8 0,0 2,2 5,1 \,l 4,0 2,3 2,6 1,4 2,6 14 ,6 16, 1 3,1 16,7 1,8 3,7 13,6 2,6 1,5

100,0

2.35 1

100,0

2.968

100,0

1.1 3,3

I.O

L.3


Gli Ufficiali dell'Esercito: reclutamento e carriera

349

TAVOLA 6/A

RIPARTIZIONEDEI CONCORRENTI PER REGIONE GEOGRAFICA CORSI 10

REGIONI N

Piemonte Valle d'Aosta Liguria Lombardia Trcntino Aho Adige Veneto Friuli Venrzia Giulia Emilia Romagna Marche Toscana Umbria Lazio Campania Abruzzi eMolise Pu~ie Basilicata Calabria Sicilia Sardegna Territorio non metrop. TOTALI

40 4 6 IO

3 16 Il

32 16 15 7 48 55 18 73 I 10 45 9 14

12

Il

" 9,2 0,9 1,4 2,3 0.7 3,7 2,5 7,4 3,7 3,S 1,6 11,1 12,7 4,2 16,9 0,2 2,3 10,4 2,1 3,2

433 100,0

~

" 7,5

29 2 0.5 9 2,3 14 3,6 3 0,8 23 6,0 7 1,8 20 5,2 17 4,4 9 2.3 7 1,8 33 8,6 52 13.5 3,4 13 70 18,2 1 0,3 8 2,1 46 11,9 5 1,3 lì 4,4 385 100.0

N 33 I li Il 9 17 7 20 12

22 6 33 47 20 70 I Il 53

3 5

13

" 8,4 0,3 2,8 2,8 2,3 4,3 1,8 5,1 3,1 5,6 1,5 8.4 12,0 5,1 17,9 0.3 2,8 13,5 0,8 1,3

392 100,0

N

15

14

'°

25 7,5 I 0,3 16 4,8 6 1,8 6 1,8 IO 3,0 16 4,8 14 4,2 6 1,8 10 3,0 2 0,6 32 9,6 47 14,0 13 3,9 38 11,3 2 0,6 13 3,9 51 17,0 6 1,8 15 4,5 335 100,0

N 15

" 6,0

N 20

16

" 6,7

o o.o

o o.o

1,2 1,6 1,6 8 3,2 16 6,3 4,4 li 14 5,6 14 5,6 4 1,6 28 11,1 42 16,7 6 2,4 32 12,7 I 03 8 3,2 26 10,3 3 1.2 13 5,2

Il 3,7 6 2,0 2 0,7 13 4,4 13 4,4 15 5,1 10 3,4 22 7,4 3 1,0 35 11,8 35 11,8 18 6,1 45 15,2 3 1,0 5 1,7 24 8,1 2 0,7 15 S,1

3 4 4

252 100,0

297 100,0

N

19 I 14 7 5 IO

"

5,0 0,3 3,7 1,8 1,3 2,6

24

6.3

23

6,0 2,9 5,2 1,6 12,6 9,9 7,1 14,4 1,6 3,9 7,3 0.5 6,0

li 20 6 48 38 27 55

6 15 28 2 23

382 100,0


t,.> V,

o

TAVOLA 6/B

RIPARTIZIONE DEI CONCORRENTI PER REGIONE GEOGRAFICA

CORSI REGIONI

Piemonte Valle d'Aosta Liguria Lombardia Trentino Aho Adige Veneto Friuli Venezia Giulia Emilia Romagna Marche Toscana Umbria Lazio Campania Abruzzi e M.o lise Puglie Basilicata Calabri(, Sic ilia Sardegna Territorio non m etro p. TOTALI

17

23

24

150

152

151

153

N

%

N

%

N

%

N

%

N

%

N

%

N

%

IO

13

5,5

13

IO

3,3 0,0 1,1 3,3

s

o.o

o

3,9 0,0 2,9 3,9 1,0 2,9 2,0 2,5 3,9 5,9 1,5 14,7 15,2 5,9 18,6 1,0 3,9 9.3 1,0 0,00

6

5 6 3 12 15 9 9 13 4 28 27

4,9 0,0 2,4 3,0 3,0

8

2,9 6,3 0,8 7, 1 2,5 5,0 4,2 4,2 1,3 15, 1 16,4 4,6 10,1

5,9 0,6 3,6 3,6 0,6 5,3 4, l 6,5 5,9 5,3 1,2 10,7 14,8 8,9 13,6 0,0 0,6 5,9 3,0

8

7 15 2 17 6 12

5,6 0,0 2,2 2,6

8 28 7 13

3,5 0,0 2,4 1,4 1,4 3, 1 6,6 8,0 2,1 2,4 3, 1 12,9 8,4 6,3 18,5 0,3 2,8 9,8 2,4 4, 5

18 35 9 35 3 4 17 4 l

6,0 .4,9 2,7 l, l 6,0 16 9,9 19,2 4,9 19,2 1,6 2,2 9,3 2,2 0,5

287

100,0

169

100,0

204

100,0

182

100,0

o 7 4 4 9 19 23 6 7 9 37 24 18 53

1

o

IO

IO 3 36 39 Il 24

o

2 23

o.o

o.o

7 I

0,8 9,7 2,9 0,4

238

100,0

o

1,3

39 4 3 22 3

5,2 6,5 3,9 3,9 5,6 1,7 12, 1 11,6 7,3 16,8 1,7 1,3 9,5 1,3

232

100,0

17

o

o.o

I

6 6 I 9 7 11 IO 9 2 18 25 15 23

o

I lO

o

o 4 5 5

9

s.s

12 6 7

o

7,3 3,7 4,3 4,9 1,2 7,3 11,0 9,1 15,9 3,0 2,4 8,5 2,4 0,00

164

100,0

8 2 12 18 15 26 5 4 14 4

o 6 8 2 6 4 5

8 12 3 30 31 12 38 2 8 19 2

o 2 6 1 Il 9 5 2 li 3

o.s


TAVOLA 6/C

RIPARTIZIONE DEI CONCORRENTI PER REGIONE GEOGRAFICA CORSI 154

REGIONI

Piemonte Valle d'Aosta Liguria Lombardia Trentino Alto Adige Veneto Friuli Venezia Gi ulia Emil ia Romagna Marche Toscana Umbria Lazio Campania Abruzzi e Molise Puglie Basilicata Calabria Sicilia Sardegn a Ter ritorio non metrnp. TOTALI

N

%

8

3,7 0,0 1,9 3,7 0,0 5,6 7,9 5, 1 2,8 2,3 3,7 ll,7 13,6 6,5 21,5 0,0 0,9 6, 1 1,9 0,9

o

4 8

o 12 17 11 6 5 8 25 29 14 46

o

2 13 4 2 214

100,0

N

%

N

%

2

s

3,6 0,5 3,2 3,6 1,4 5,0 4, 1 1,8 1,8 2,6 0,9 12,6 16,7 3,6 20,3 0,5

2 16 6 3

1,2 0,0 3,0 2,4 0,6 7,2 3,0 1,8 5,4 1,2 1,8 12,6 15,6 6,6 2 1,0 0,6 J,2 9,6 3,6 1,8

167

100,0

o 5 4 I 12 5 3 9 2 3 21 26 11 35 l

1 7 8 3 11 9 4 4 6 2 28 37 8 45 1

o

o.o

N

%

N

%

) ,4

s

10,5 1,0 1,0

25 4 3

4,5 0,0 0,8 2,4 0,8 4,1 3,7 2,4 2,9 2,0 0,8 16,7 15,9 3,3 22,4 2,0 2,0 10,2 1,6 1,2

100,0

245

100,0

o

o.o

2,4

11

2 6 3 9 5 8 5 7

1.0 2,9 1,4 4,3 2,4 3,8 2,4 3,3 0,5 16,3 20,1 4,8 20,1 0,5

2 6 2 10 9 6 7 5 2 41 39 8 55 5

5

l

34 42

IO 42 l

29 6 5

13,J 2,7 2,3

3 22 2 2

222

100,0

209

159

158

157

156

155

o

160

N

%

N

15

11

4

6,8 0,0 2,3 4,5 1,4 4,1 4, 1 3,6 2,7 2,7 0,9 15, 3 15,3 2,3â&#x20AC;¢ 20,7 0,5 2,3 8,6 0,5 1,8

222

100,0

o

5 10 3 9 9

8 6 6 2 34 34 5

46 1

5 19 l

%

4,8

o

o.o

2 13 3 13 13 6 4

8

0,9 5,6 1,3 5,7 5,7 2,6 1,7 3,5 0,9 13,9 16,5 3,0 18,7 0,4 1,7 6,5 3,0 3,5

230

100,0

8 2 32 38 7 43

I 4 15 7

c.,,

v,


TAVOLA 6/D

RIPARTIZIONE DEI CONCORRENTI PER REGIONE GEOGRAFICA

CORSI

161

REGIONI

Piemonte Valle d'Aosta Liguria Lombardia Tremino Alto Adige Veneto Friuli Venezia Giulia Emilia Romagna Marche Toscana Umbria Lazio Campania Abruzzi e Molise Puglie Basilicata Calabria Sicilia Sardegna Territorio non me trop. TOTALI

162

164

163

166

165

N

%

N

%

N

%

N

%

N

%

N

%

Il

4,9

8

3,2

9

21

3,7

25

8,0

o

1,6 1,6 1,2 4,8 2,4 4, 4 2,8 3,2 0,8 12.4 21,2 4,8 19,6 0,8 4,0 8,4 2,0 0,8

6 8 6 14 7 11 4 6 3 37 49 8 51 4 8 29 7 3

3 ll 4 17 11 8 3 6 3 48 47 6 43 1 4 35 6

7,4 0,0 l, l 3,9 1,4 6,0 3,9 2,8 1,1 2,1

12

o.o

3,3 0,0 2,2 3,0 2,2 5,2 2,6 4,1 1,5 2,2 1, 1 13,7 18,J 3,0 18,9 1,5 3,0 10,7 2,6

J, l

6

2,2 5,0 2,5 5,9 5,6 3,4 2,2 4,7 2,5 16,1 11 ,8 2,5 12,1 0,6 4,3 10,2 2,5 2,2

12 20

17,0 16,6 2,1 15,2 0,4 1.4 12,4 2, I 2, I

7 16 8 19 18 li 7 15 8 52 38 8 39 2 14 33 8 7

4 56 35 2 31 2 4 31 7 5

3,8 6,4 1,6 6,7 5, 1 5,8 2,9 3,2 1,3 17,9 11,2 0,6 9,9 0,6 1,3 9,9 2,2 1,6

100,0

283

100,0

322

100;0

313

100,0

o

4 9 4 13 7 6 7 5 4 41 29 12 25

o

9 31 5 2 224

o.o

1,8 4,0 1,8 5,8 3,1 2,7 3,1 2,2 1,8 18,3 12,9 5,4 11,2 0,0 4,0 13,8 2,2 0,9 100,0

o 4 4 3 12 6 11 7 8 2 31 53 12 49 2 IO 21 5

2 250

100,0

270

o

I.I

o

o.o

o

s

21 16 18 9 IO

o.o


T AVOLA 7

PROVENIENZA SCOLASTICA DEI CONCORRENTI (TITOLO DI STUDIO) Maturità

Corsi

Conoor•

Non

Accer-

ren1i

Accer.

tati

Classico N.

7. 8. 9. IO. I l.

12. 13. 14. 15. 16. 17. 18. 19. 20. 2 1. 22. 23 24. 150. 151. 152. 153. 154. 155 156. 157.

I.SS. 159. 160. 16 1. 162. 163. 164. 165. 166. TOT.

11 67 1922 1691 1463 1199 1144 2053 1673 1878 1899 1588 1957 1523 127 1 1405 2098 2 174 1768 1636 1So8 1133 1232 1445 1256 1188 1226 1323 1610 1595 1482 1488· 1490 1765 2351 2968 26729

4 17 646 612

o

o o

10 1 85 19 14 8 3 6 6 3 8

9

1 6 6 6 14 33 16

9

s 5

6 2 1

o

8 6 2 5 2069

750 1276 1079 1463 1199 1144 1952 1588 1859 1885 1680 1954 1517 1265 1402 2090 2165 1767 1630 1562 1127 1218 1412 1240 1179 1221 1318 1604 1593 1481 1488 1482 1759 2349 2963 54661

377 6 21 570 711 614 541 935 711 835 810 657 748 529 411 284 460 422 27 1 266 230 187 184 222 163 185 165 173 215 240 225 236 232

289 359 491 14669

,. 50,3 48,7 52,8 48,7 51 ,2 47,3 47,9 44,8 44,9 43,0 39, 1 38,3 34,9 32,5 27,4 22,0 19,5 15,3 16,3 14,7 16,6 15,1 15,7 13, 1 15,7 13,5 13, 1 13,4 15,1 15,2 15,9 15,7 16,4 15,3 16,6 26,8

Scientifico N.

113 268 227 375 281 303 390 31 3 371 340 320 363 342 288 273 325 347 294 211 190 189 229 31 9 305 332 353 406 517 569 556 55 533 34,7 818 967 13192

,. 15, 1 21,0 21,0 25,6

23.4

26,5 20,0 19,7 20,0 18,0 19,0 18,6 22,5 22,8 19,5 15,6 16,0 16,6 12.9 12,2 15,8 18,8 22,6 24,6 28,2 28,9 30,S 32,2 35,7 37,5 37,3 36,0 860 34.8 32,6 24, 1

Diploma N.

206 3 16 255 362 296 292 599 536 636 710 684 823 631 559 733 130 1396 1202 1153 1142 751 805 871 772 662 703 739 872 784 700 697 717 48,9 1172 1505 26446

Laurea

,.

N.

27,5 24,8 23,6 24,7 24,7 25,5 30,7 33,8 .14,2 37,7 40,7 42,1 41,6 44,2 52,3 62,4 64,5 68,0 70,7 73.l 66,6 66,1 61,7 52,3 56,1 57,6 56, J 54 ,4 49,2 47,3 46,8 48,4

o

49,9 50,8 48,4

54 71 27 15 8 8

28 28

17 25 19 20

,.

-

7,2 5,6 2,5

I.O 0,7 0,7 1,4 1,8 0,9 1.3

1.1

l,0

15

I.O

7 12

0,6 0,9

o o o o o o o o o o o o o o o o o o.o o o

354

o.o o.o o.o o.o o.o o.o o.o o.o o.o o.o o.o o.o o.o o.o o.o o.o o.o o.o o.o 0,6

LEGENDA - li titolo di studio DIPLOMA comprende: i !ice, amsuco, linguis tico, europeo e gli ahn ISTITUTI: commerciale, industriale, geometra agrano. nautico, aeronauuco aiien, dale, turistico, arti tecniche magistrali , professionale.


TAVOLA 8

PROVENIENZA SCOLASTICA DEGLI AMMESSI (TITOLO DI STUDIO) Maturità

ConcorCorsi

renti

No n

Accer-

tati

Ac.ce r.

Classico N.

7. 8. 9. 10. Il. 12. 13. 14. 15. 16. 17. 18. 19. 20. 21. 22. 23. 24. 150. 151. 152. 153. 154. 155. 156. 157. 158. 159. 160. 161. I 62. 163. 164. 165. 166. TOT.

440 526 521 433 385 392 335 252 297 382 287 279 356 366 353 332 248 234 173 164 204 182 2 14 167 222 209 245 222 230 2 24 250 270 283 322 313 10312

o o o o o o o o o o o o o o o o o o o o o o o o o o o o o o o o o o

o o

440 526 52 1 433 385 392 335 252 297 382 287 279 356 366 353 332 248 234 173 164 204 182 214 167 222 209 24 5 222 230 224 250 270 283 322 313 10312

202 232 261 191 184 182 162 102 126 165 11 5 I 13 111 106 91 86 51 32 33 19 37 32 34 30 30 29 32 31 43 43 51 46 62 57 57 3178

Scientifico

%

4 5,9 44, 1 50,1 44,1 47,8 46,4 48,4 40.5 4 2.4 43,2 40,1 40,5 .11,2 29,0 25,8 25,9 20,6 13,7 19, 1 11 ,6 18, 1 17,6 15,9 )8,0 13.5 13,9 13,1 14,0 18,7 19.2 20,4 17,0 2 1,9 17.7 18,2 30,8

N. 72

150 150 115 93 I 17 88 74 89 102 81 83 105 103 82 76 67 56 45 40 42 52 76 57 84 79 103 105 105 118 11 2 132 14 2 170 165 3330

Diplom a %

16,4 28,5 28,8 26,6 24,2 29,8 26,3 29,4 30,0 26,7 28.2 29,7 29,5 28, 1 2 3,2 22,9 27.0 23,9 26.0 24.4 20.6 28,6 35,5 34, 1 37,8 37,8 42,0 47,3 45.7 52.7 44,8 48,9 50,2 52.8 52,7 32,3

N.

146 11 7 100 121 103

92

77 67 77 11 1 83 78 135 156 176 170 130 146 95 105 125 98 104 80 108 10 1 110 86 82 63 87 92 79 95 91 3696

Laurea

%

33,2 22,2 19,2 27,9 26,8 23,5 23,0 26,6 25,9 29, 1 28,9 28,0 37,9 42,6 49,9 51,2 52.4 62.4 54,9 64,0 62,3 53,8 48,6 47,9 48,6 48,3 44,9 38.7 35.7 28, 1 34,8 34, 1 27,8 29.5 29, 1 35,7

N.

%

20 27

IO 6 5 I 8 9 5 4 8 5 5 I 4

o o o o o o o o o o o o o o o o o o o o

I 18

4 ,5 5,2 1,9 J,4 1,3 0,3 2,4 3,6 1,7 1,0 2,8 1,8 1,4 0,3 1,1

o.o o.o o.o o.o 0,0 o.o o.o

0,0 0,0 0,0

o.o o.o o.o o.o o.o 0,0 0,0

o.o o.o o.o I.I

LEGENDA · 11 titolo di stud10 DIPLOMA compre nde: 1 ltcc1 arusuco, hngu1st1co, eu ropeo e. g h al1n ISTITUTI: commerc,aJe. mdu~ tnaJe_,geometra agrario, nautico, aeronauw.:o az1cn·

da le, turistico. ani tccnic.hc magistrali, professiona le.


TAVOLA 9

PROVENIENZA SCOLASTICA DEGLI UFFICIALI fN SERVIZIO (TITOLO DI STUDIO) Matu rilà

Ufficiali

Corsi

Classico N.

161. 162. 163. 164 . 165.

248 317 3 17 286 257 25 1 219 170 170 236 201 172 210 220 174 189 165 176 111 133 138 144 153 118 163 158 l 52 166 140 154 189 193 206 217

TOT.

6513

7.

8. 9. IO. Il. 12. 13. 14. 15. 16. 17. 18. 19. 20. 2 1. 22. 23. 24. 150. 15 1. 152. 153. 154. 155. 156. 157. 158. 159. )60.

- - %

- - -

Scientifico

- - -N.

%

27 24 35 35

33,7 30,5 25,5 23,0 2 1, 2 14,5 10,8 17,1 9,0 15,2 6,9 12,4 10,2 6,7 8,2 8.6 11,4 13,6 11 ,7 14,3 12,4 )7,0 17,0

92 90 102 102

15 ,3 26,5 24,6 24, 1 24, I 22,7 21 ,S 27,6 30.0 28,0 25,9 27,9 27,1 25,0 27.6 2 1,7 18,2 18,8 21,6 22,6 17,4 25,0 28,8 32,2 32,5 29,1 40, 1 41,6 43,6 53,2 48,7 46,6 49,5 49,5

1676

25,7

1927

29,6

89 129 146 103 11 5 105 9 60 56 88 81 58 64

56 40 40 24 19 19 12 21 IO 19 12 Il 13 13 19 19 18

35,9 40,7 45,1 36.0 44,7 4 1,8 44,7 35,3 32,9 37,3 40,3

38 84 78 69 62 57 47 47 51 66 52 48 57 55 48 41 30 33 24

30

24 36 44

38 53 46 61 69 6)

82

---Lit urea

Diploma

N.

86 77 64

82 55 52 50 43 45 63 50 51 78 92 71 84 93 110 62 78

85 84 84 64 79

72 69 59 47 44 54 56 66 66 2318

%

N.

%

34,7 24,3 20,2 28,7 21.4 20,7 22,8 25.3 26.5 26,7 24,9 29,7 37,1 41,8 40,8 44,4 56,4 62,5 55,9 58,6 61,6 58,3 54,9 54,2

35 27 29 32 25 37 24 20

48.S

20

45,6 45,4 35,S 3,6

27 9 19 13 IO

18

19 18 15 Il 17 15 24 18 )4 6

13 8 14 6 4

14, 1 8.5 9.1 11,2 9,7 14,7 11 ,0 11,8 10,6 8,1 9,0

8.7 5,2 7,7 8,6 12,7 10,9 8,0 5,4 9.8 5,8 9,7 3,9

3.4

29,0 32,0 32,0

23 3

12,3 17,1 5,9 11,4 19,3 6,5 8,5 11,9 1,5 1,5

35,6

592

9,1

28,6 28,6

16

3

..., U1

LEGENDA - l i titolo d1 studio DIPLOMA comprende: Lhce1artbaico, )1ngui:c: t1co, eu1·opco e gh ah1·1 ISTlTU fl: c::ommerc1alc, industriale, geometra agnu10, nauuco, aeronauuco az.,en, dale. turistico, arti tecniche.

U1


TAVOLA IO/A

RIPARTIZIONE PER REGIONE GEOGRAFICA DEGLI UFFICIALI IN SERVIZIO CHE HANNO FREQUENTATO LA SCUOLA DI GUERRA

CORSI REGIONI

Piemonte Valle d'Absta Liguria Lombardia Trent ino Allù Adige Veneto Friuli Venezia Giulia Emilia Romagna Marche Toscana Umb ria Lazio Campania Abruzzi e Mo lise Puglie Basilicata Calabria Sicilia Sardegna TOTALI

7

8

9

IO

li

12

N

%

N

%

N

%

N

%

N

%

5

9,4 0,0

5

10

14,5

7

14,3

3

6,8

3 1

4,3 1,4

o.o

o

1 I 4

11,6 0,0 0,0 2,3 2,3 9,3

I 3

2,3 6,8

o o

o.o

o o

3 1 5

7,0 2,3 11,6

I

9,4 1.9 1,9 5,7 5,7 3,8 5,7 0,0 5,7 11.3 9.4 11,3 1,9 0,0 15, 1 1,9

4 2 3 6 1 1 5 1

9,3 4,6 7,0 14,0 2,3 2,3 11,6 2,3

53

100,0

43

100,0

5 I 1 3 3

2 3

o 3 6

5 6 1

o 8

o o

o.o o.o

o

o.o

o

o.o

7 3 8 2

10, 1 4,3 ll,6 2,9 2,9 1.4 7,2 15,9 0,0 13,0 1,4

2 1 5

o

o

o.o o.o

1 1 5 2 4 1 4

2,0 2,0 10,2 4,1 8,2 2,0 8,2

o

1

7,2 1,4

4 2

8,2 4,1 4, 1 16,3 0,0 4, 1 8,2 4,1

69

100,0

49

100,0

11

o 9 1

o 5

o.o

4 2 2 8

o.o

o 2

o o o

o.o

1

0,0 9, 1 4,5 11,4 4,5 2,3 1 1.4 13,6 2,3 15,9 0,0 0,0 6,8 2,3

44

100,0

4

2 5 2 1 5 6 I 7

o o 3

13

N

%

N

%

4

8,7

2 1 1 1 4 1 2

4,3 2,2 2,2 2,2 8,7

5 1 2

10,9 2,2 4,3

1 1

2,2 2,2 0,0 4,3 0,0 2,2 0,0 15,2 21.6 8,7 8,7 0,0 2, 2 15,2

5

1

l 8

5 4 I 1 4

o.o

2,2 4,3 10,9 2,2 2,2 17.4 10,9 8,7 2,2

2,Z

o o 2 o 1

o 7 10 4 4

o

o.o

o

8,7

o.o

1 7

o

o.o

46

100 ,0

46

100,0


TAVOLA 10/B

RIPARTIZION E PER REGIONE GEOGRAFICA DEGLI UFFICIALI IN SERVIZIO CHE HANNO FREQUENTATO LA SCUOLA DI GUERRA

CORSI 14

REGIONI

N Piemonte Valle d'Aosta Liguria Lombardia Trentino Alto Adige Veneto Friuli Venezia Giulia Emilia Romagna Marche Toscana Umbria Lazio Campania Abruz.zi e Molise Puglie Basilicata Calabria S icil ia Sardegna TOTALI

3

o 2 l

o l

I 2 3 2 2 3 5 1 5

o

o 3 o 34

% 8,8 0,0 5,9 2,9

o.o

2,9 2,9 5,9 8,8 5,9 5,9 8,8 14,6 2,9 14,7 0,0 0,0 8,8 0,0 100,0

N

(}()

l

2,8

o 2 o o 3

o 2 3 3 l

7 2 I 8

o o 2 I

36

o.o 5,6 o.o 0,0 8,3 0,0 5,6 8,3 8,3 2,8 19,4 5,6 2,8 22,2 0,0 0,0 5,6 2,8

100,0

N

o o 3 o o l

4 5 I

%

o.o o.o 8,6 0,0 0,0 2,9 11,4 14,3

2,9

o

o.o o.o

7 4 4 1 1 3

20,0 2,9 11,4 11,4 2,9 2,9 8,6

35

o l

o

N

o o· o 1 o 1 l l

1 2 1 3 2 3

%

N

%

N

%

N

%

o.o 0,0 o.o

3

10,0

2

8,0

I

5,3

4,5 0,0 4,5 4,5 4,5 4,5 9,1

o l o 2

o 3 l

o 2

o.o

3,3 0,0 6,7 0,0 10,0 3,3 0,0 6,7

4,5

o

o.o

2 5 8

o.o

2

o

13,6 9, 1 13,6 18,2 0,0 0,0 9, 1

o.o

o

6,7 16,7 0,0 26,7 0,0 0,0 10,0 0,0

100,0

22

100,0

30

100,0

4

o o

20

19

18

17

16

15

o

o o 3

o o o o o

o.o o.o o.o

l

0,0 0,0 4,0 8,0 0,0 4,0 4,0 32,0 8,0 4,0 16,0 0,0 0,0 8,0 4,0

25

100,0

1 2

o 1 J 8 2 l

4

o o 2

o l o o o o 1 l

2 2 4

o l

3

o o 2

o.o

5,3 0,0 0,0 0,0 0,0 5,3 5,3 10,5 10,5 21 ,1

o.o

5,3 15,8 0,0

o.o

l

10,5 5,3

19

100,0


358

Sergio Labonia

TAVOLA 10/C

RIPARTIZIONE PE R REGIONE GEOGRAFICA DEGLI UFFICIALI IN SERVIZIO CHE HAN NO FREQUENTATO LA SCUOLA DI GUERRA

CORSI REGIONI

21

22

N

%

o o o

0,00 0,0 0,0 16,7 0,0 16,7 0,0

Piemonte Valle d'Aos ta Liguria Lombardia Trentino Alto Adige Veneto Friuli Venezia Giulia Emilia Romagna Marche Toscana Umbria Lazio Campania Abruzzi e Molise Pug lic Basilicata Calabria Sicilia Sardegna

o o o o l o o o 1 o

TOTALI

6

I

o 1

o o 2

o.o

33,3 0,0

o.o o.o o.o 16,6 o.o o.o

%

o

0 ,00

o.o

o

1

0,0 8,3

o o o o o 2 o I o l 2

0 ,0 16,7 0,0

o s o o o o

100,0

12

24

23

N

o.o o.o

N

%

3

12,5

1 3

4,2 12,5 0,0 8,3

o 2 o 2 o

0,0 16,7 0,0 8,3 0,0 8,3 16,7

s

41.7

o.o o.o o.o 0,0 0,0

100,0

o.o

o.o

N

%

2

13,3

o o I o 1 l

8,3 0,0

o

1

4,2

2

l

l 1

4,2 0,0 20,8 4,2 4,2

3 1

12,5 4,2

24

100,0

o

o o

o.o o.o

1

o 2 2

J l

o o o

o.o

0,0 6,7

o.o 6,6 6,7 0,0 6,7 13,3 0,0 13,3 13,3 6,7 6,7 0,0 0,0

o.o

l

6,7

15

100,0


Gli Ufficiali dell'Esercito: reclutamento e carriera

359

TAVOLA 1010

RIPARTIZIONE PER REGIONE GEOGRAFICA DEGLI UFFICIALI IN SERVIZlO CHE HANNO FREQUE NTATO LA SCUOLA DI GUERRA

CO RSI REGI0:-11

Piemonte Valle d'Aosta Ligu ria Lomba,·dia Trentino Alto Adige Veneto Friuli Venezia Giulia Emilia Romagna Marche Toscana Umbri a Lazio Campania Abruzzi e Molise Puglic Basilicata Calabria Sicilia Sardegna

7.-18

19.-24

N

%

46 1 16 14 7 25 25 34 21 31 7 51 60 29 73 5 6 49 7

9,1 0,2 3,2 2,8 1.4 4,9 4,9 6,7 4,1 6 ,1 1.4 10,1 11,8 5,7 14,4 1,0 1,2 9,7 1.4

N

8

7,9

o

o.o

2 6

2,0 5,9

4

4,0 2,0 6,9 4,0 6,9 4,0 14,9 10,9 5,0 13,9

o 2 7

4 7 4 15 Il 5 14

.

%

o.o

o

o.o

8 4

0,0 7,9 4,0

o


Sergio Labonia

360

T.WOl.A 11

PROVENIENZASCOLASTICA DEGLI UFFICIALI FREQUENTATORI LASCUOLA DI GUERRA (l'ITOLO DI STUDIO) Mamri1a Corsi

Ufficiali

Classico N.

Scientifico %

55

zo

36.4

49 71

20 36

4-0,8 50,1

50

20

46 46 48 37 36 37 24

20 21 26 18 17 14 Il 16 IO 4 I I

40,0 43,5 45,7 54,l 48,6 47,2 37,S 4S,S 48,5 38,S 21,1 50,0 B,1 4,2 6,7

161

41,1

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LEGENDA, IJ 1i1olo di studio DIPLOMA comprende: i licei artistico, linguistico. europeo egli altri ISTITUTI: commerciale, industriale, geometra agrario, nautico, aeronautico aziendale, turistico, arti t«nichc.


PARTE SECONDA

PROFILI

BIOGRAFICI


ORESTE Bovro

NICOLA BELLOMO La tragica vicenda del generale Nicola Bellomo, fucilato da un plotone d'esecuzione britannico l' 11 settembre 1945 in esecuzione di una sentenza capitale emessa da un tribunale inglese, ritorna periodicamente sulla stampa italiana ad opera di storici, di giornalisti ed anche di semplici lettori. Talvolta chi scrive sembr a mosso soltanto dal desiderio di ricordare un episodio triste accaduto in anni tristissimi e di riabilitare la fi gura del protagonista; talvolta appare spinto, invece, da un intento vagamente strumentale e scandalistico, desideroso non tanto di controllare la rispondenza della sentenza inglese ai fatti realmente accaduti quanto di accreditare l'ipotesi del «delitto di stato», lasciando persino intravedere negli anonimi e vili accusatori del generale Bellomo lo strumento di una vendetta concertata da a lcuni «gros bonnets» del regio esercito. Ad oltre quarant'anni dagli avvenimenti è possibi le ricostruire quella vicenda con sufficiente distacco, suffrugando il racconto con documenti ufficiali e non con fantasiose illazioni. Il mio doveroso ringraziamento perciò al Capo dell'Ufficio Stor ico dello Stato Maggiore dell'Esercito che mi ha permesso di consultare le carte relative al caso custodite nell'archivio dell'Ufficio (1). LA CARRIERA

Nicola Bellomo nacque a Bari il 2 febbraio 1881 da Andrea, armatore di una piccola flottiglia da pesca e poi commerciante, e da Isa beli.a Ungaro, casalinga. Ammesso a ll'Accademia Mil itare il 2 novembre 1901 fu promosso sottotenente d'artiglieria il 7 settembre 1903 e tenente, dopo la frequenza della Scuola d'Applicazione, il l O settembre 1906. (I) Nella primavera del 1971 l'Ufficio Storie-O si fece carico di raccogliere tutti gli ani relativi al processo del generale Bellomo ancora esistenti presso gli Enti militari. Fu così riunito un voluminoso dossier, composto per lo più da fotocopie in quanto gli Enti interessati spesso non inviarono all'Ufficio i documenti originali in loro possesso. Ritengo però che tali fotocopie siano assolutamente valide.


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Dopo aver prestato servizio nel 3° reggimento artiglieria da costa e nel 12° reggimento artiglieria da campagna, nell'ottobre 1911 entrò alla Scuola di Guerra dalla quale uscì tre anni più tardi, 4 ° classificato su 53 frequentatori. Promosso capitano a scelta il 3 gennaio 1915, con anzianità però 31 dicembre 1913, Nicola Bellomo iniziò il suo servizio di stato maggiore presso il comando del VI Corpo d'Armata. All'apertura delle ostilità contro l'Austria - Ungheria, il capitano Bellomo ebbe subito modo di manifestare una spiccata attitudine per l'azione ed una certa impetuosità di carattere, qualità che accompagneranno sempre la sua carriera: inviato in prima linea con l'incarico di controllare e di osservare, così come era nella prassi del servizio di stato maggiore, le modalità adottate da un reggimento per l'apertura dei varchi nei reticolati Nicola Bellomo, evidentemente non soddisfatto di come andavano le cose nel reparto ispezionato, si sostituì d'impeto addirittura ad un graduato capo pattuglia, come dice la motivazione della medaglia d'argento al valor militare che gli fu concessa: « Ufficiale in servizio di Stato Maggiore incaricato di recarsi aUe trincee di prima linea per rendersi conto del modo col quale si provvedeva alla preparazione ed all'impiego dei tubi di gelatina per la rottura dei reticolati, allo scopo di dimostrare come tali operazioni si dovessero eseguire spontaneamente si assumeva il compito di caricare ed innescare i tubi e di condurre personalmente la pattuglia a collocarli sotto i cavalli di Frisia nemici, facendoli poi esplodere con buon esito - Podgora, 21 ottobre 1915». Nel maggio 1916 il capitano Bellomo fu comandato al Ministero della Guerra, dove mise a punto - giovandosi anche della collaborazione del fratello Antonio, sacerdote - il testo della legge che regolamentava in maniera più articolata la presenza dei cappellani militari nell'Esercito mobilitato. Promosso maggiore, Nicola Bellomo nel maggio 1917 ritornò, su sua richiesta, in zona d'operazioni come capo d i Stato Maggiore della 24 11 Divisione ed ancora si distinse. Alla fine del conflitto fu decorato, infatti, della croce di cavaliere dell'Ordine Militare d'Italia con questa lusinghiera motivazione: «Capo di S.M. di una divisione di fanteria durante un lungo periodo di operazioni offensive, prima nella organizzazione e difesa di nuovi settori poi con energia ed acume e dando frequenti prove di spiccato valore personale e di perizia milìtare, rese pregevoli servizi alla divisione ed al Paese contribuendo efficacemente ad assicurare risultati sempre molto importanti. Sella di Do!- Santa Caterina - Quota 100 -Grazigna - Quota 126 -Gorizia mag-


Nicola Bellomo

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gio- settembre 1917, Podgora- Versa - Torre - Codroipo ottobre 1917, Monte Grappa -Tomba Monfenera novembre 1917 - ottobre 1918». Dopo aver prestato servizio presso l'Intendenza truppe d'Albania e Macedon.ia, nel marzo 1919 Bellomo, ormai tenente colonnello, fu assegnato al comando della Divisione Militare di Bari presso il quale rimase fino all'agosto 1924, quando fu trasferito al 14° reg- · gimento artiglieria da campagna. Due anni dopo, compiuto il periodo di comando di gruppo, ritornò a lla Divisione Militare di Bari quale capo di Stato Maggiore. Promosso colonnello nel giugno 1927 Bellomo ebbe il comando del 9° reggimento artiglieria pesante campale che tenne per quasi tre anni. Successivamente ricoperse la carica di direttore di artiglieria del Corpo d'Armata di Napoli (giugno 1930 - settembre 1933), di comandante del Distretto Militare di Benevento (settembre 1933 - aprile 1935), di addetto al Corpo di Stato Maggiore (aprile 1935 - agosto 1936), di ispettore dell'istruzione pre e pos t militare presso il comando della Zona Militare di Bari, di addetto per incarichi speciali a l comando del Corpo d'Armata di Bari. Il 2 febbraio 1939, raggiunto dai limiti di età al compimento del cinquattottesimo anno, fu collocato in posizione ausiliaria con il grado di generale di brigata. Una carriera non brillante ma certamente onorevole. L'ottimo posto in classifica riportato da Bellomo alla Scuola di Guerra e, soprattutto, la sua valorosa condotta in guerra avrebbero meritato qualche cosa di più, almeno la promozione a generale di brigata in servizio attivo. Perché questo non avvenne? Non è facile oggi trovare una risposta soddisfacente. Nella «Relazione II», inviata da Bellomo (2) al Minis tero della Guerra il 18 aprile 1944 per rendere conto del suo operato dopo l'armist izio dell'8 settembre 1943, a lle pagine 20 e 21 si legge: «Nei giorni seguenti al 21/9 ricevetti in Bari una visita di S.A.R. il Principe di Piemonte il quale mi fissò una mattina appuntamento presso il Comando della 209a Div. Costiera (Gen. Amato) ed ivi si congratulò meco per le ferite r iportate nella difesa della città di Bari e ricordò nella Sua bontà l'episodio doloroso per cui nel 1936 la mi a carriera era stata stroncata dal Fascismo». La consorte del generale, s ignora Adele Bellomo Fische tti, nel corso di una lunga lettera indirizzata il 2 marzo 1944 alle più alte autorità italian e ed alleate (3) per ottenere la scarcerazione del ma(2) Il generale Bellomo fu richiamalo in servizio nel gennaio del 1941 come si dirà appresso. (3) L'elenco completo degli indirizzi è il seguente: Al Capo del Governo Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio, al Principe di Piemonte, all'Aiutante in Campo di S.M.


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rito, molto esplicitamente affermò: « ........... La carriera fascista di mio marito si può riassumere brevemente ed è tutta documentata: 1) Napoli 1930-33 - Scontro con il Gen. Baistrocchi e le autorità fasciste per avere mio marito ripulito la Direzione di Artiglieria di Napoli, in particolare fu definitivamente liquidata la Ditta di trasporti Elefante e Mangili, nella quale era cointeressato, non certo alla luce del sole, lo stesso Gen. Baistrocchi. Per ricompensa il Gen. Baistrocchi, nominato Sottosegretario alla Guerra, trasferì mio marito al Distretto d i Benevento. I documenti sono al Corpo d'Armata di Napoli, ma possono testimoniare sull'incidente S.A.R. il Principe di Piemonte e S.E. il Gen. Gazzera. 2) Roma agosto 1935 - Scontro con Baistrocchi: mio marito dimostrò con documentata relazione che la difesa contraerei organizzata dalla Milizia era un b luff. Per ricompensa non fu promosso al grado superiore. I documenti sono a Roma ma fu testimone l'attuale Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito Ecc. Berardi allora colonnello con mio marito allo Stato Maggiore ....... ». Giovanni Di Giovanni, autore di un volume sulle vicende del generale Bellomo (4) e che si è largamente servito di informazioni fornite dai familiari del generale, attribuisce l'arenamento della carriera dopo il comando di reggimento a due episodi: aspri contrasti di pensiero sul modo di realizzare la difesa aerea del territorio tra Bellomo ed il generale Federico Baistrocch i ed una quanto mai generica accusa di antifascismo. Sul primo' episodio, che sembra riferito a quanto affermato dallo stesso Bellomo nella sua relazione, non esistono elementi certi per giudicare, forse la lettura del libretto personale di Bellomo potrebbe chiarire la vicenda ma non mi è stato

il re d'Italia, al Presidente degli S.U.A., a l Capo del Governo Britannico Wiston Churchill, al Capo del Governo delle Repubbliche Sovietiche Maresciallo Stalin, al Capo della Commissione Alleata di Controllo per l'Italia, a l Capo di Stato Maggiore Generale Maresciallo d'Italia Messe, al Capo di Stato Maggiore del Regio Eser cito Gen. Berardi, al Ministro della Guer ra, al Ministro della Marina, al Ministro dell'Aeronautica, al Ministro degli Interni, al Ministro delle Comunicazioni, al Ministro di Grazia e Giustizia, al Ministro delle Finanze, al Minist ro dell'Educazione Nazionale, al Ministro dell'Industr ia Commercio e Lavoro, al Ministro dell'Agricoltura e Foreste, al Ministro dei Lavor i Pubblici, al Gener ale d'Armata Pirzio Biroli, ali' Alto Commissariato per la Epurazione Nazionale On. Zaniboni, a l Sindaco di New York sig. Fiorello La Guardia, a l Capo della Polizia Inglese per la Sicurezza Militare, al Capo della Polizia degli S.U.A., al Commissariato Provinciale di Bari della commissione Alleata di Controllo, al Capo del Psycological Warfare Branch (P.W.B.), alla Giunta Esecutiva del Congresso di Bari dei Par titi Antifascisti, ai Capi dei Partiti Antifascisti. (4) G. D1 GIOVANNI, Bellomo - Un delitto di Stato, Milano, Palazzi 1970.


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possibile consultare il documento. Quanto all'accusa di antifascismo riporto l'episodio così come è stato descritto dal Di Giovanni: «Nicola Bellomo lavorava intensamente, in torno al 1939, al perfezionamento d'una sua invenzione: un traguardo di puntamento automatico per il lancio di bombe dagli aeroplani. Chi, quindi, meglio di lui poteva esprimere un giudizio sull'efficienza della Milizia contraerei fascista? Ma, in un saggio di tecnica militare, l'oscuro ufficiale d'artiglieria osò affermare che l'idea di affidare la difesa contraerei alla Milizia era una follia. Naturalmente lo accusarono di aver «insultato la Milizia». Il «caso» fu devoluto al SIM che, però, archiviò subito la «pratica» perché l'autore non era un «disfattista», ma «dal suo osservatorio modesto, compiva uno sforzo di studio entro i limiti della fedeltà alla patria e al re». Il fatto, comunque, se accaduto veramente nel 1939, avvenne quando la carriera del Nostro era ormai già definita. Si può concludere, peraltro, che sono molti gli episodi nella vita militare del generale Bellomo dai quali emerge l'impressione, per non dire la certezza, che egli avesse un carattere intransigente e che questa sua caratteristica possa averlo messo qualche volta in contrasto con superiori ed inferiori.

IL RICHIAMO IN

SERVIZIO

Il 12 gennaio 1941 il Ministero della Guerra, con lettera a firma del Sottosegretario di Stato generale Alfredo Guzzoni, così scriveva al comando del IX Corpo d'Armata di Bari: «Col foglio sopra segnato codesto comando, dopo aver rappresentato l'impossibilità da parte del comandante della difesa territoriale di Bari di attendere ai compiti di presidio, propone che le funz ioni di comandante di presidio siano affidate al generale di brigata nella riserva BELLOMO Nicola, da richiamarsi dal congedo. Date le note disposizioni vigenti circa l'ufficiale cui spetta il comando di presidio (circ. 849 G.M. 1940), tale comando in codesta ci ttà deve essere assunto necessariamente dall'ufficiale generale che riveste la carica di comandante della difesa territoriale, carica che, come risulta da dispaccio a parte verrà assunta, dal 15 corrente, dal generale di div. ADAMI Enrico. Tuttavia, allo scopo di venire incontro alle esigenze prospettate da codesto comando, il Ministero dispone che il gen. di brig. nella ris. BELLOMO Nicola sia richiamato dal congedo ed assegnato al comando della difesa territoriale di Bari per incarichi speciali (collaborazione nelle funzioni di presidio).


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Il provvedimento avrà decorrenza dal 15 gennaio e.a .. Pregasi informare l'ufficiale interessato». Non era trascorso ancora un mese dal suo richiamo in servizio che al generale Bellomo si presentò l'occasione di dimostrare come gli anni non gli avessero tolto lo smalto e la voglia di fare. Nella notte tra il 10 e l' 11 febbraio 1941 un nucleo di paracadutisti sabotatori inglesi aveva distrutto un tratto del ponte-canale dell'Acquedotto Pugliese, in corrispondenza del torrente Tragino. Il Comandante della Difesa Territoriale di Bari, generale di divisione Enrico Adami-Rossi, incaricò Bellomo di dirigere le operazioni per la cattura dei sabotatori. L'episodio è narrato riportando alla lettera la relazione inviata dal generale Adami-Rossi allo Stato Maggiore per la Difesa del Territorio (5): « ......... Il generale BELLOMO partì da Bari verso le 11.30 del giorno 11 in autovettura con due porta ordini in motocicletta, dopo aver telefonato disposizioni preparatorie per l'impiego delle prime truppe affluenti nella zona e il funzionamento immediato di un centro provvisorio raccolta notizie a Melfi. Durante il viaggio, da Venosa, da Melfi, da Atella, il generale BELLOMO adottò e mi fece conoscere successive disposizioni più aderenti alle maggiori notizie che andava raccogliendo. E alle 18.30, raggiunto il ponte-canale sul Tragino, grazie alle predisposizioni, poté iniziare lo svolgimento effettivo delle operazioni, animandole fin dal principio con la sua dinamica azione personale, risolvendo innanzi tutto e con felice intuito il problema della scelta deJJa sede del suo comando e del centro definitivo raccolta notizie presso il cantiere dell'Acquedotto Pugliese in Calitri Scalo. I fatti hanno dimostrato come i ricchi mezzi, non militari, di collegamento e l'ubicazione centrale di quel cantiere, la sua prossimità immediata alla stazione ferroviaria di Calitri, le strade che vi affluiscono e defluiscono da e per tutte le direzioni rappresentarono facilitazioni notevoli per il fortunato esito delle operazioni. Sulla tenue e vaga trama delle informazioni e delle tracce raccolte fino a quel momento, e valendosi abilmente dei piccoli reparti e nuclei affluenti da ogni parte e delle unità della Scuola Allievi Ufficiali di Potenza e del 15° Btg. Carabinieri mobilitato già disponibili (eppoi di un Btg. del 226° Fanteria che giunse a Calitri il mattino del 12.2), il generale BELLOMO con prontezza ed energia realizzò dalla sera dell'l l, per tutta la notte 11-12 e per il giorno 12, due ben ispirati dispositivi: (5) All'inizio della guerra fu nominato un Sottocapo di SM incaricato di coordinare l'attività dell'Esercito nel territorio nazionale.


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- uno per la difesa in posto, con nuclei fissi, delle opere dell'Acquedotto Pugliese che avrebbero potuto essere oggetto di ulteriori colpi di mano dei paracadutisti inglesi, e per impedire a questi di ricuperare i materiali da guastatori e glì esplosivi lasciati in prossimità del ponte-canale; - l'altro per il rastrellamento a pettine di pattuglie partenti da un perimetro grosso modo circolare intorno al ponte-canale, con raggio di circa 10 Km., e convergenti verso questo. Questi due provvedimenti si dimostrarono alla fine di alto rendimento perché vietarono ai paracadutisti ingles i ogni ulteriore attentato contro le opere e li obbligarono a restare dapprima rintanati e poi a passare furtivamente di nascondiglio in nascondiglio per procurarsi acqua, cibo, informazioni; cioè a farsi vedere. Al generale BELLOMO va poi riconosciuto il merito di avere tesaurizzati i collegamenti e le informazioni in modo che il 12 mattino poté essere subito informato della apparizione di paracadutisti al limite orientale della zona rastrellata, verso Pescopagano; ma più che questo va riconosciuto il merito di avere rapidamente formulato ed attuato il concetto operativo di fnseguimento dei gruppi di paracadutisti messi in evidenza dal rastrellamento. Con instancabile attività, dopo avere percorso per tutta la notte 11-12 le zone rastrellate, alle ore 10.00 del 12 eglì lanciò tre pattuglioni di carabinieri in autocarro del 15° Btg. nella direzione, felicemente intuita, della Sella di Conza e si mise personalmente a coordinarne ed eccitarne l'azione, portandosi nella zona d'inseguimento e tenendosi in pari tempo allacciato con il suo centro raccolta notizie e col mio comando. Il risultato fu invero brillantissimo: premuti dai battaglioni d'inseguimento, avvistati e intralciati dalle pattuglie di carabinieri delle stazioni territor iali e da fascisti volontari, i principali gruppi di paracadutisti furono catturati il pomeriggio del 12: 7 a Laviano, 11 a Teora, 1 a Laviano più tardi. Nelle località di cattura il generale BELLOMO, grazie alla sua dinamica attività ed alle rapide informazioni, sopraggiunse quasi sempre immediatamente. Nella notte 12-13, ai pattuglioni di cc.rr. il generale BELLOMO aggiunse un pattuglione dell'81 ° Btg. Bersaglieri su autocarro per l'inseguimento verso Caposele e Calabritto, poiché i paracadutisti inglesi tendevano al mare per la valle del Sele. E questo portò alla cattura di altri 10 paracadutisti a Calabritto-Quaglietta nella stessa notte 12-13. L'ulteriore inseguimento, spinto per tutto il 13 ed il 14 nella vaUe


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del Sele a Contursi, Eboli e oltre, determinò la cattura dell'ultimo gruppo di 5 paracadutisti a Contursi nella notte 14-15. Continuo, per telefono, fu il coJJegamento del generale BELLOMO col mio comando, per cui fui sempre in condizione di adeguare rinforzi, provvidenze varie e direttive allo svolgimento delle operazioni. La sera del 15, ultimata l'operazione e riordinata su mie istruzioni la difesa delle opere, il generale BELLOMO rientrò a Bari ...... » Si trattò indubbiamente di una buona dimostrazione di capacità operativa da parte di Bellomo, premiata dal Ministero della Guerra con uno striminzito economio semplice: «Per l'eccezionale capacità dimostrata nella direzione delle operazioni per la cattura di paracadutisti nemici - discesi nella zona di Ruvo - Monte Rapone, nel febbraio u.s. - condotte attraverso difficoltà di ordine vario e sollecitamente conclusesi con la cattura di tutti gli avversari» (foglio n. 80269 in data 18 settembre 1941 del Ministero Guerra - Gabinetto). Per la verità lo Stato Maggiore era stato meno parsimonioso ed aveva proposto la concessione di un «encomio solenne all'ordine del giorno deJl'Esercito», ma il Sottosegretario di Stato, generale Antonio Squero, dopo aver richiesto la relazione in parte riportata, decise diversamente, forse a causa di un episodio collaterale. Alle truppe che inseguivano un nucleo di sabotatori si erano uniti presso Laviano due volontari del luogo, armati uno di pistola e l'altro di fucile da caccia. Il comandante del'nucleo nemico, sottotenente A.G. Jowett, con due scariche di Thompson, prima di arrendersi, uccise i due volontari. Al generale Bellomo fu subito chiesto dal federale di Potenza, che voleva dare una soddisfazione alle famiglie dei caduti, di far fucilare l'ufficiale inglese ma Bellomo ritenne che, essendo i due civili armati, il tenente Jowett non potesse essere ritenuto colpevole di aver violato la legge di guerra che non permette di sparare ai civili. Il giorno dopo fu il superiore diretto di Bellomo, il generale Adami-Rossi, a rinnovare la richiesta. Ma Bellomo fu irremovibile, avrebbe fucilato .Towett solo dopo aver ricevuto un ordine scritto. L'ordine non arrivò mai e così la vita dell'ufficiale inglese fu risparmiata. Il 1° luglio fu promosso generale di divisione, la promozione non provocò un nuovo incarico e così Nicola Bellomo proseguì fatalmente nel cammino che doveva costargli la vita. Qualche mese dopo si verificò, infatti, il tragico incidente di Torre Tresca, la cui dinamica è stata qui ricostruita consultando attentamente tutte le fonti disponibili.


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Nel pomeriggio cli d omenica 30 novembre 1941 nel campo prigionieri di guerra di Torre Tresca venne dato l'allarme: due ufficiali inglesi, il capitano Giorgio Playne ed il tenente Roy Rostron Cooke (in molti documenti italiani Cook), erano fuggiti attraverso un varco che si apriva nella siepe cli reticolato e si erano dileguati nella campagna. La loro libertà, tuttavia, non durò molto, dopo poche ore furono ripresi da una pattuglia al comando del sottotenente Stecconi, riportati al campo e rinchiusi in una baracchetta di legno. Il generale Bellomo, raggiunto da un ordine preciso del comandante del Presidio Militare di Bari mentre era a diporto con la moglie, si diresse subito alla propria abitazione, prese la pistola e partì immediatamente con l'automobile di servizio per Torre Tresca. Non deve per nulla stupire che Bellomo, pur nella fretta del momento che gli sconsigliò di vestire l'uniforme, abbia pensato ad armarsi: all'epoca un ufficiale italiano non avrebbe nemmeno potuto concepire l'idea di effettuare un'operazione di servizio disarmato; l'arma, sciabola o pistola che fosse, era parte integrante non dell'uniforme ma della sua stessa funzione di ufficiale. Come ha scritto il Di Giovanni nell'opera citata, Bellomo giunse all'imbrunire al campo di concentramento, indossava un abito di lana grigio, un soprabito leggero senza tasche e stringeva in mano una pistola «Colt» rinchiusa nella fondina, la pistola presa al maggiore inglese Pr itchar, il comandante dei sabotatori catturati a febbraio. Impaziente come sempre, chiese subito al comandante del campo, capitano Sommavilla, di parlare con i prigionieri per scoprire da dove fossero fuggiti e per accertare quali fossero le deficienze nel servizio di vigilanza del campo. Playne e Cooke vennero tirati fuori daUa loro prigione perché indicassero la strada percorsa per fuggire e, poiché indugiavano, furono spinti dai tre soldati della scorta con il calcio dei fucili verso i limiti del campo. Il sole era ormai calato e malgrado fossero state accese le luci azzurrate del campo la visibilità era molto ridotta. Bellomo, sempre accompagnato dal capitano Sommavilla e del sottotenente Stecconi, cominciò l'interrogatorio e, in un inglese molto stentato, chiese agli ufficiali di indicargli il varco da cui erano scappati. I due inglesi, spaventati, non capirono le sue domande e chiesero, a loro volta, un interprete, rifiutandosi di proseguire. I soldati di scorta ripresero a sospingerli, Bellomo sempre più impaziente ordinò di farli andare avanti. Seguiamo ancora quanto ha scritto il Di Giovanni : il generale si convinse che i due ufficiali inglesi volessero guadagnare tempo per approfittare dell'oscurità crescente, i prigionieri dal


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canto loro forse pensarono che la scorta volesse giustiziarli sommariamente. Ad un tratto, con un gran salto in avanti, Playne e Cooke si staccarono dalla scorta e si misero a correre disperatamente. Per Bellomo l'atto fu la conferma che i prigionieri volevano tentare una seconda evasione e, prima che le loro ombre scomparissero oltre la fila degli alberi, gridò concitamente: «Fuoco, fate fuoco» . Una scarica di fucilieria raggiunse i due fuggiaschi : Playne colpito alla nuca morì istantaneamente, mentre Cooke ferito alla natica sinistra fu subito medicato e poi trasportato all'ospedale militare di Bari. Tutto si svolse in pochi istanti, Bellomo non ebbe nemmeno il tempo di estrarre la pistola dal fodero. Il Comandante del IX Corpo d'Armata di Bari, generale Luigi De Biase, effettuò naturalmente un'inchiesta sul fatto e, sulla base delle testimonianze raccolte, scagionò completamente Bellomo, tanto che il Sottosegretario di Stato, generale Scuero, il 29 dicembre, comunicando l'accaduto al Ministero degli Affari Esteri perché ne desse partecipazione alla Pote nza protettrice degli interessi inglesi, affermava: «Su quanto è accaduto nessuna responsabilità è da imputare a carico del personale di vigilanza, il quale ha agito in base a precisi ordini ricevuti». L'episodio sembrava chiuso e il generale Bellomo ritornò ad occuparsi alacremente della routine presidiaria. Il 30 gennaio 1942 però il generale Luigi Jengo, ispettore dei campi di concentramento dei prigionieri di guerra, si recò nel campo di Torre Tresca e, occasionalmente, raccolse una versione dei fatti molto diversa: «l'uccisione del capitano inglese Playne Giorgio ed il ferimento del tenente p.g. Cooke Roy Rostron non erano avvenuti per il tempestivo intervento delle sentinelle, ma per mano del generale di divisione Bellomo, comandante del Presidio di Bari, nella cui giurisdizione trovasi il campo di Torre Tresca» e ne informò subito - lettera del 6 febbraio - lo Stato Maggiore del Regio Esercito. Il generale Ambrosia, Capo dello S.M.R.E., ordinò il 10 successivo una nuova inchiesta al Comandante del IX Corpo d'Armata, informandone contemporaneamente il Sottosegretario di Stato alla Guerra. Anche la n uova inchiesta scagionò completamente il generale Bellomo. In Appendice 1 si riportano: la relazione del generale Jengo, la lettera del generale Ambrosia e la relazione, in due mandate, del generale De Biase completa di allegati . La questione ebbe ancora un rigurgito. Il 7 marzo 1942 l'Addetto Mili tare svizzero si recò in visita al campo prigionieri di guerra n° 78 di Sulmona ed il tenente Cooke,


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che dopo una breve degenza all'ospedale militare di Bari era stato colà internato, gli consegnò un esposto con una versione molto drammatica del suo ferimento. Il Comandante del campo requisì l'esposto, in quanto non gli era stato preventivamente comunicato, e lo inviò allo S.M.R.E .. Conseguentemente nuova inchiesta, affidata ancora dal generale Ambrosia al generale De Biase, che nel frattempo aveva lasciato il comando del IX Corpo d'Armata. Anche questa inchiesta, la terza, si concluse senza che al generale Bellomo fosse constestato alcun addebito. In Appendice 2, lettera del generale Ambrosia con la traduzione dell'esposto del tenente Cooke e la relazione del generale De Biase completa di allegati. Il tenente Cooke, punito arbitrariamente (6) dal comandante del campo con un mese di arresti da trascorrere nella fortezza di L' Aquila, il 4 maggio presentò un secondo esposto, ribadendo la sostanziale verità di quanto già affermato, ma attenuando molto le vicende collaterali. Questa volta l'ufficio Prigionieri di Guerra non ritenne opportuno ordina re una quarta inchiesta ed archiviò la pratica dopo averne informato il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito. In Appendice 3 il relativo promemoria. Il generale Bellomo, almeno apparentemente, non fu scosso dall'episodio di Torre Tresca né dalle successive inchieste. Continuò a lavorare con alacrità, occupandosi delle piccole, infinite questioni che il suo incarico di generale coordinatore degli Affari Civili del IX Corpo d'Armata giornalmente gli procurava. Nel novembre del 1942 fu incaricato di presiedere una speciale commissione che aveva il compito di rastrellare presso comandi, depositi e uffici i m ilitari fisicamente idonei che erano riusciti fino ad allora a non partecipare (6) Il Ministero degli Affari Esteri, con lettera n. 08096 del 13 aprile 1942, rilevò l'errore e non si peritò di richiamare il Ministero della Guerra: «Si ha il pregio di informare che il reclamo del prigioniero di guerra, Lenente Cook Roy Rostron, a llegato al foglio sopra citato, è stato trasmesso alla Legazione di Svizzera, alla quale sono state altresì comunicate le risultanze dell'inchiesta disposta sulle affermazioni del suddetto prigioniero si guerra. Si richiama però l'attenzione di codesto Ministero sul fatto che la punizione di trenta giorni di arresti di fortezza, inflitta al tenente Cook dal comandante del campo di pi·igionieri di guerra n° 78, è in contrasto con le disposizioni della Convenzione di Ginevra, la quale stabilisce che le richieste e i reclami dei prigioneri di guerra alla Potenza protettrice, anche se riconosciuti infondat i, non possono dar luogo ad alcuna punizione (art. 42, quarto capoverso). Pregasi pertanto codesto Ministero di voler cortesemente ricordare quanto precede alle nostre autorità mi litai·i preposte ai campi di prigionieri di guerra ».


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ad operazioni di guerra. Lo stesso Bellomo scrisse poi:« ... tra il novembre 1942 e l'aprile 1943, la commissione da me presiedu ta ha recuperato e mandato alle unità mobilitate circa 500 ufficiali e 6000 tra sottufficiali e soldati ... ». Quest'attività, non certo ideata né voluta dal generale, e che non era in se stessa altro che un atto di giustizia, contribuì naturalmente ad accrescere quella fama di ufficiale duro ed intransigente che Bellomo portava con sé in tutti gli incarichi, fama che in un Paese dal costume tollerante ed accomodante è sempre negativa. Nell'agosto 1943 Bellomo fu nominato comandante della XIP Zona della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e si accinse al nuovo compito con la consueta energia, desideroso di elevare il tono d isciplinare ed il livello addestrativo delle molto mediocri unità poste alle sue dipendenze. L'ARMISTIZIO

L'annuncio dell'armistizio con gli Alleati colse di sorpresa anche il generale Nicola Bellomo, ma, a differenza di tanti, egli seppe reagire con deci.sione agli atti ostili delle truppe tedesche. Il fiero comportamento di Bellomo sarà narrato con le sue stesse parole (7), mai messe in dubbio anche a distanza di anni : «In obbedienza all'ordine contenutò nel foglio 884/0.P. odierno, riferisco: Alle ore 13.15 di ieri 9 corrente, mentre mi recavo a colazione, appresi da donne spaventate in fuga che reparti tedeschi stavano svolgendo un colpo di mano sul porto di Bari al probabile scopo di operare distruzione delle opere portuali e del naviglio per impossessarsi dei piroscafi e con questi salpare. Vaghe ma allarmanti notizie avute da motociclisti militari davano per soverchiati o messi in fuga i posti e nuclei militari della zona portuale (posti dalla R. Guardia di Finanza, della Milizia Portuale, della R. Marina, R. Capitaneria di Porto). Saputo sommariamente che codesto Comando si accingeva a far accorrere al porto reparti del Presidio per contrattaccare le formazioni germaniche, mi recai a lla caserma della Milizia al corso della

(7) f.n. 93/Ris. Pers. del 10 seLLembre 1943 indirizzato da Bellomo, in qualità di comandante della XII" Zona M.V.S.N., al Comando Territoriale del IX Corpo <l'Armata ed al Comando Generale della M.V.S.N .. Il documento è custodito in copia presso l'Ufficio Storico.


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Vittoria che è appunto affacciata al porto e, nel percorso, mi resi meglìo conto di guanto era accaduto e stava accadendo: le formazioni germaniche erano già padrone della zona portuale e spari di cannonate, di bombe a mano e di mitragliatrici, da parte loro senza alcuna reazione da parte nostra, dimostravano che era urgente intervenire per impedire lo svolgimento del colpo di mano. Recatomi in caserma, adunai sotto le armi i disponibili del comando XII. Zona, della 151 a Legione e della 554a Compagnia 0.P. (in primo tempo un plotone di circa 40 uomini, seguito dopo circa mezz'ora da altro plotone di altrettanti uomini) che, inquadrati con gli ufficiali sottomano ed armati di solo moschetto, avviai al porto per il lungomare della Vittoria. Precedendo i plotoni, sollecitai l'intervento di reparti alla porta della caserma della R. Guardia di Finanza ed a quella del Di staccamento R. Marina, nelle quali era raccolto parecchio personale armato. Ne ottenni in compenso un nucleo di circa 15 guardie di finanza armate di moschetto e bombe a mano e di 4 o 5 marinai armati di moschetto. Raggiunsi la caserma «Regina Elena» e mi resi subito conto della situazione: - i tedeschi occupavano la zona dei varchi, il caseggiato basso della R. Dogana, la «Casa del Marinaio», e, con nuclei bene appostati forniti di mitragliatrici e bombe a mano, battevano tutti gli accessi alla zona dei varchi, da Corso Trieste, dal Lungomare Cristoforo Colombo, da Piazza S. Pietro e da S. Chiara. Gruppi erano penetrati nel caseggiato dell'Ospedale Consorziale e nel fabbricato ad esso contiguo da ponente, sparando e gettando bombe da finestre e terrazze; - Nuclei e militari isolati nostri erano al riparo nella caserma «Regina Elena», nella caserma «S. Chiara», nei vicoli di Bari vecchia, fuori del raggio di ogni azione; qualche colpo di moschetto era sparato in modo palesemente inefficace da militari isolati; - il palazzo della Capitaneria era chiuso e mi r isultò poco dopo occupato da ufficiali e truppa in massima della R. Marina, in parte armati, barricatisi alla meglio nei locali del 1° piano e nei ricoveri sotterranei. Poiché si imponeva di impedire ai tedeschi di sviluppare il colpo di mano con la distruzione di opere portuali e di piroscafi, decisi di attaccarli subito con i primi elementi a disposizione. Raggiunto perciò dal 1° plotone di legionari, dal nucleo R. Guardia di Finanza e dai marinai e da un autocarro con artieri del 9° Genio con un fucile mitragliatore ed una mitragliatrice, stabilii (e diedi rapidamente ordini verbali) di: - far svolgere all'autocarro con la mitragliatrice un'azione di


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strattiva della piazzetta S . Pietro, ove Io avviai senz'altro, facendolo passare dal rovescio delle caserme «Regina Elena» e «S. Chiara»; - attaccare di sorpresa col plotone di legionari, con gli elementi di rinforzo della R.G.F., marinai e genieri, compreso il fucile mitragliatore di questi, la zona interna ai varchi, sfilando fra edificio della Capitaneria e banchina del porto, che appariva non vigilata dai tedeschi. In mancanza di ufficiali che dessero affidamento io stesso condussi questo nucleo misto. La sorpresa riuscì pienamente, in quanto con un gruppo dei più arditi raggiunsi l'estremo oriente del palazzo della Capitaneria risultando quasi a tergo del primo varco tenuto dai tedeschi, i quali erano appostati nel casotto delle guardie del varco. L'azione risultò però svolta da forze insufficienti. Infatti, appena affacciatici allo spiazzo, il gruppo di testa dovette sostenere un brevissimo combattimento, con sole bombe a mano a non più di 30 metri di distanza, in cui la nostra inferiorità per numero e disponibilità di bombe apparve palese. Dovetti rinunziare perciò all'assalto all'arma bianca che avrebbe dovuto concludere l'azione, tanto più che avevo già dei feriti ed io stesso ero tra questi, ancorché leggermente. Decisi subito di far seguire altro attacco più consistente dalla piazzetta S. Pietro. Ritirai il gruppo più avanzato su quelli più arretrati e disposi che rimanessero appostati in attesa di concorrere all'altro attacco di cui diedi indicazioni sommarie, stabilendo che la concomitanza si sarebbe ottenuta con la simultaneità del fuoco rispetto all'attacco da piazza S. Pietro. Tornato all'ingresso di ponente della Capitaneria, obbligai i barricati ad aprirmi, riconobbi rapidamente altro itinerario (quello dei ricoveri sotterranei), disponendo che una mezza squadra di legionari e genieri conducessero altro piccolo attacco concomitante sboccando all'ingresso di levante della stessa Capitaneria, da tenersi sbarrato e chiuso come era e da aprirsi per irrompere fuori soltanto al momento dell'attacco. Poscia mi recai ad organizzare in piazza S. Pietro il nuovo attacco principale che doveva svolgersi irrompendo dalla rampa contigua all'Ospedale Consorziale e che scende alla Casa del Marinaio ed al porto. Dovetti attraversare il Corso Trieste all'altezza della Caserma S. Chiara seguito a distanza da un gruppo di legionari e genieri col Sottotenente CHICCHI Michele il quale, come ho saputo dopo, purtroppo, rimase ucciso da pallottola di mitragliatrice in questo movimento allo scoperto. Passai sul rovescio delle caserme Regina Elena


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e S. Chiara, e trovai in sosta nei vicoli retrostanti reparti di truppa del Presidio in affluenza, alcuni con autocarri e mitragliatrici. Impartii rapidi ordini ad un comandante di reparto di fanteria munito di mitragliatrici e fucili mitragliatori perché concorresse all'attacco che intendevo sviluppare da Piazza S. Pietro ed organizzai tale attacco, costituendo un nucleo di assalto col secondo plotone di legionari che intanto mi aveva raggiunto, e con gruppi di fanti, genieri, metropolitani e carabinieri, parecchi forniti anche di bombe (totale circa 40 uomini). L'appoggio dell'attacco da parte dei fucili mitragliatori e delle mitragliatrici risultò scarsamente efficace, perché iniziative sbagliate dei comandanti fecero portare queste armi su terrazze arretrate, donde non potettero sviluppare o quasi azione. Tuttavia qualche arma meglio postata in alto sviluppò azione utile, tanto che durante la preparazione dell'irruzione, i tedeschi tentarono di ottenere interruzione del fuoco e di parlamentare; ma, non avendo io visto i segnali e diffidando della esattezza delle segnalazioni riferitemi e della lealtà dei tedeschi, ordinai che l'azione fosse proseguita. Solo un fucile mitragliatore ed una mitragliatrice furono impiegati dalla piazza S. Pietro per infilare la rampa discendente al porto ed il vicolo vicino ad essa parallelo; ma purtroppo la mitragliatrice si inceppò e per imperizia del personale non funzionò più. Importando di incatenare sempre più i tedeschi per impedir loro di svolgere azione di distruzione al porto, decisi di sviluppare l'attacco nonostante l'insufficiente appoggio. E perciò, essendo la piazza S. Pietro a distanza assai ravvicinata dalle posizioni dei tedeschi, ordinai la irruzione a baionette innestate con bombe a mano in pugno al nucleo d'assalto. L'effetto fu quello desiderato, perché l'irruzione, sviluppatasi fino al punto in cui la rampa piega ad angolo retto verso levante, richiamò da quella parte tutta l'attenzione ed il fuoco dei tedeschi, dei quali, alcuni gruppi, a ridosso del muro di scarpa della rampa, pur non potendo essere raggiunti dalle baionette, lo furono dal lancio efficace delle bombe a mano. Anche in questo attacco, per l'insufficiente tempra offensiva e la inomogeneità del nucleo di assalto, il raggiungimento della posizione nemica non fu conseguito. Il gruppo di testa del nucleo di assalto fu investito da raffiche di mitragliatrici e da colpi di bombe a mano e, poiché vi ero compreso, fui nuovamente colpito, e questa volta con ferite alquanto moleste che mi costrinsero a recarmi al posto di medicazione presso


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]'Ospedale Consorziale. Poiché un complesso di cinque ferite ed un dente spezzato non mi consentirono di tornare al combattimento, lasciai disposizione perché il nucleo d'assalto in cui si erano avuti altri fer iti si appostasse lungo i muri e gli scavi all'imbocco della rampa, in attesa della ripresa dell'azione che sarebbe stata svolta dalle colonne di truppe del Presidio e della Difesa Porto che stavano affluendo per ordine di codesto Comando. Complessivamente i due attacchi da me diretti si svilupparono dalle 13.43 alle 16.30. L'obbiettivo di impedire ai tedeschi di sviluppare il loro colpo di mano, con l'immediatezza della nostra r_e azione, mi sembrò raggiunto. Come da richiesta specifica di codesto Comando, allego: - Allegato n. 1: Elenco delle perdite subite dai legionari, compresi quelli della Milizia e.a.; I militari tedeschi catturati dai legionari durante episodi particolari che si inseriscono nell'azione furono quattro: essi vennero disarmati e consegnati poi, d'ordine di Codesto, al loro comando, allo scalo ferroviario di via Napoli, ieri sera stessa, scortati da due sottufficiali e da quattro legionari. Allegato n. 2: Elenco delle armi e materiale vario catturato dai legionari durante l'azione: tale materiale trovasi depositato presso il Comando XII 0 Zona Milizia. Nonostante le molte incertezze e titubanze, specialmente dovute alla improvvisazione delle formazioni ed alla promiscuità dei reparti, i legionari e gli altri gruppi che operarono sotto la mia direzione si comportarono in modo soddisfacente, specie considerando che essi si batterono contro truppe formidabilmente agguerrite ed armate. Propongo un elogio collettivo al: Reparto di 1° intervento del Comando XII 0 Zona M.V.S.N.; - 554° Reparto 0.P. della 151 a Legione; - Distaccamento autocarrato del battaglione artieri del 9° Reggimento Genio. Propongo una medaglia di bronzo alla memoria del Sottotenen-


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te CHICCHI Michele del 9° Genio, con la seguente motivazione: "Costretto a manovrare allo scoperto per impegnare formazioni nemiche potentemente armate ed appostate entro caseggiati, dava chiara prova di sprezzo del pericolo ed abnegazione, rimanendo colpito a morte alla fronte da una raffica di mitragliatrice, mentre compieva un necessario ma pericoloso movimento di fianco" BARI, Zona portuale 9 settembre 1943. Propongo, altresì, una croce di guerra al V.M. al Capo Manipolo nei quadri richiamato TURRISI Francesco del Comando 12 a Zona M.V.S.N., con la seguente motivazione: "Arditamente irrompeva allo scoperto con un nucleo di legionari, da distanza ravvicinata, contro nemico potentemente armato ed appostato entro caseggiati, fronteggiando bravamente la grave difficoltà dell'impresa, nella quale rimaneva ferito" BARI, Zona portuale 9 settembre 1943. IL GENERALE DI DIVISIONE COMANDANTE

f.to Nicola Be llomo» La relazione termina con il generale Bellomo ricoverato al pronto soccorso dell'Ospedale Consorziale, vi rimase però molto poco. Sofferente e zoppicante si fece accompagnare al Comando Presidio dove informò il comandante, generale Caruso, di quanto era accaduto sollecitandolo ad inviare qualche reparto nella zona portuale per concludere favorevolmente il combattimento (8) e, finalmente, si decise a farsi ricoverare all'Ospedale Militare. Anche in ospedale l'attività dell'anziano generale non ebbe soste. Già il giorno 10 era al lavoro per compilare la relazione sopra riportata; il giorno 11, preoccupato dal contegno poco combattivo di alcuni reparti della M.V.S.N. da lui constatato il giorno 9 e da talune voci che segnalavano atteggiamenti filotedeschi da parte di molti ufficiali, diramò a tutti i reparti della M.V.S.N. (9) un telegramma di esemplare chiarezza: «A scanso di equivocì o malintesi, avverto che i Comandi della Milizia V.S.N. Legiona.li e delle Milizie Speciali devono regolare la loro azione unicamente sulla base di ordini ricevuti da questo Comando o dai Comandi superiori delle Milizie Speciali o dai Coman(8) La situazione in effetto fu risolta permettendo ai Tedeschi di riti ra rsi indisturbati e restituendo loro persino i prigionieri catturati da Bellomo. (9) 148°, 150", 151 • , 152°, 153°, 154", 155", 156° Legione M.V.S.N., s• Legione Milizia Marittima, 7° Reparto Milizia Postelegrafica, 11 • Legione Milizia Ferroviaria, Reparto Milizia della Strada, 4 • Legione Milizia Portuaria, 15° Legione Mili:tia Forestale, 20° Legione Milizia artiglieria contro aerei, 8° Gruppo Legioni Milizia artiglieria contro aerei.


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di de] R. Esercito da cui dipendono per l'impiego. Vieto assolutamente di dare importanza e regolare l'azione su voci, dicerie, supposizioni, ecc. Ognuno stia al suo posto e consideri immutati l'inquadramento e la dipendenza disciplinare normale fino a quando non pervengono ordini per modificarli. In caso di interruzione di comunicazioni o di mancato arrivo di ordini, attenersi alle prescrizioni vigenti, alla consuetudine, alla tradizione, all'iniziativa sana, al sentimento dell'onore militare (peri.re con onore) all'amore profondo per la nostra Patria sfortunata. I militari tedeschi devono essere considerati d'ora innanzi nemici. I militari anglo-americani devono essere consider ati appartenenti a Forze Armate con cui siamo in regime di armistizio». Nei giorni successivi Bellomo si dedicò con grande passione al difficile compito di riprendere alla mano i reparti della M .V .S.N ., moralmente molto scossi dagli avvenimenti. Il metodo adottato dall'anziano generale fu quanto mai energico, come esempio emblematico riportiamo quanto da lui stesso scritto (10) in r iferimento all'ispezione effettuata il 13 settembre alla 20a Legione Milizia artiglieria contraerei: « . . . lamia ispezione fu assai proficua. Essa mise in luce una situazione spirituale ed un atteggiamento che considerai pericolosissimi. Alla passività che avevo già notato il giorno 9 fece riscontro una inammissibile inerzia di tutti al segnale di allarme suonato per mio ordine, dopo che ebbi annunziato al personale di guardia che i tedeschi stavano per arrivare. Dopo aver fatto ripetere il segnale di allarme e osservato che quasi nessuno accorreva a ll 'adunata dei numerosi ufficiali e truppa che si intravedevano attraverso porte e fines tre di uffici e camerate, pur col braccio sinistro al collo e zoppicante, mi portai nel cortile e nei corridoi ingiungendo a quanti incontravo o vedevo, di accorrere all'adunata. Di fronte a qualche evidente tentativo di sottrarsi all'esecuzione dell'ordine, non esitai ad impugnare la pistola ed a imporla con intimazioni perentorie, ed anche sferrando come potevo qualche calcio con la gamba ferita e qualche spintone con la mano destra disponibile ma anche essa ferita . ... »

(10) Re/azione I dettagliata circa il comportamento a seguito dell'armistizio (81911943) del generale Nicola Bellomo nella veste di comandante della XJ/ 0 Zon.a M. V.S.N., inviata il 15.1.1944 al Ministero della Guerra e conservata in copia presso l'Ufficio Storico dello SME.


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Il giorno 14 da Brindisi il capo di SMRE, generale Roatta, inviò per telefono quest'ordine: «D'ordine superiore, il comando militare ed i poteri civili di Bari sono affidati immediatamente al Generale BELLOMO Alt Il Prefetto venga informato che passa alle dipendenze del predetto Generale Alt Compito del Generale Bellomo: mantenere a qualunque costo l'ordine nella città e difenderla da imprese germaniche Alt» e Bellomo si accinse immediatamente e senza alcuna incertezza a mettere ordine nel presidio di Bari, così come aveva fatto nelle caserme della Milizia. Trasferì il suo comando nella sede del Comando Presidio al centro della città, vi convocò tutti i comandanti delle unità del Presidio, impartì drastiche disposizioni per contrastare con immediatezza possibili irruzioni di truppe tedesche nell'ambito del Presidio e per disciplinare la moltitudine di militari sbandati che affluivano in quei giorni a Bari anche dai Balcani. E, na~uralmente, curò di persona che ]e sue direttive fossero eseguite. In questa attività Bellomo era guidato, come sempre, da un austero concetto del dovere. Egli credeva con sincerità assoluta che in un momento di sbandamento generale solo un'energica azione disciplinare potesse contenere il fenomeno, che solo nell'ordine più assoluto la Nazione avrebbe potuto riprendersi dal gravissimo trauma e che l'Esercito dovesse rappresentare un punto di sicuro riferimento. Molto significativo al riguardo è il «comunicato stampa del Comando Piazza Militare di Bari», uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 15 settembre: «D'ordine del Comando Supremo ho assunto da ieri il comando militare ed i poteri civili di Bari. Sono già validamente assistito dalla cooperazione dei comandanti di unità e reparti dell'Esercito e delle altre Forze Armate e dalla preziosa collaborazione della Eccellenza il Prefetto e delle altre Autorità Civili e conto molto sul valore e l'abnegazione dei nostri soldati e sull'amor di Patria e il senso di responsabilità e di ordine dei cittadini. Ora più che mai: «VIVA L'ITALIA» - «VIVA IL RE»! BARI, 15 settembre 1943 IL GENERALE DI DIVISIONE COMANDANTE LA PIAZZA MILITARE Nicola Bellomo» Un attento storico di quei giorni burrascosi così descrive (11) l'operato di Bellomo: (11) A. Degli Espinosa, Il Regno del Sud, Roma, Migliaresi 1946, pag. 38.


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«Subito il Generale Bellomo entrò in funzione, e la sua figura, ancora segnata dalle bende, divenne centro di numerose speranze. Per Bari spirò un'aria nuova. Gli sbandati venivano raggruppati e messi nell'impossibilità di recare disordine e demoralizzazione; il ferreo pugno del generale faceva intanto sentire ai soldati della Piazza che la cadente disciplina sarebbe stata sostituita dall'implacabile volontà del comandante. Reparti in ordine, sebbene insufficientemente armati, giravano per la città a presidiare strade ed edifici; nuovi posti di blocco venivano organizzati alla periferia della città. Insomma si sentiva agire nell'organismo militare una nuova volontà. Se ne accorsero molti ufficiali, il pomeriggio dello stesso giorno 14. Ad un tratto, nelle prime ore pomeridiane, una macchina militare che percorreva Corso Vittorio si arrestò di scatto dinanzi ad un grande caffè. In un attimo il generale Bellomo fu in mezzo ai numerosi ufficiali intenti a sorbire bibite e parlò con l'abituale veemenza: «Signori ufficiali - disse - è una vergogna che in una piazza assediata, con il nemico a trenta chilometri, gli ufficiali ozino nei caffè, invece di dare l'esempio dell'impegno nella difesa. Signori ufficiali: adunata!». E balzando fuori del locale, li dispose a plotone; poi, dinanzi all'attonita attenzione dei passanti, dette il «march» ed il plotone si allontanò marciando dietro di lui, che segnava il tempo con voce dura, mentre l'automobile seguiva». Bellomo non limitò la sua attività agli atteggiamenti formali. Denunciò, infatti, alla Procura Militare numerosi ufficiali della M.V.S.N. per il loro deplorevole comportamento all'atto dell'armistizio, assunse il controllo e la direzione degli organi di informazione, imponendo l'anonimia degli articoli e soffocando le iniziative di vari gruppi politici che si andavano organizzando, prese tutte le disposizioni necessarie per l'inizio della collaborazione con le truppe alleate, giunte a Bari a partire dal giorno 16. Ma a Bari il 16 settembre si era pure trasferito il Comando del IX Corpo d'Armata e da quel giorno cominciarono per il Comandante della Piazza i guai più grossi. Il Comandante del Corpo d'Armata considerava il Comando Piazza alle sue dipendenze, si installò perciò nei locali del Comando Presidio e rispedì Bellomo, nonostante le sue fiere proteste, nei locali periferici e mal collegati del Comando XIP Zona M .V .S.N.; Bellomo riteneva, invece, di dover rispondere del suo operato solo al Comando Supremo; le Unità del Presidio, insofferenti del duro regime disciplinare imposto da Bellomo, cominciarono a presentare reclami. Alla fine il Comando Supremo, al quale tutti si appellavano per avere ragione, decise di sopprimere il Comando Piazza e di affidare a Bello-


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mo il comando di tutti i reparti della M.V.S.N. e delle Milizie Speciali dell'Italia meridionale. Amareggiato, ma sempre dignitoso e disciplinato, l'anziano generale fece pubblicare sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 3 ottobre questo «comunicato del Comando Piazza Militare di Bari»: «Essendo cessate le ragioni che lo avevano richiesto, le Superiori Autorità Militari hanno disposto che da oggi cessi di funzionare il Comando della Piazza Militare di Bari a me affidato. Ringrazio le Autorità che mi hanno assistito con la loro valida collaborazione e la cittadinanza che ha dato così alte prove di amor di Patria e di disciplina, affiancando le nostre valorose Truppe. VIVA L'ITALIA! VIVA IL RE! IL GENERALE DI DIVISIONE COMANDANTE LA PIAZZA MILITARE Nicola Beilomo» Un giudizio complessivo sull'operato del generale Bellomo quale Comandante della Piazza Militare di Bari deve essere ne.c essariamente articolato: il suo comportamento, infatti, eccellente sotto il profilo dell'efficienza, della devozione alle istituzioni, del disinteresse personale non fu altrettanto lodevole per equilibrio e per comprensione. Il rigore di Bellomo nei riguardi del personale sbandato che affluiva a Bari in quei giorni fu giudicato - ed era - eccessivo e suscitò non pochi rancori, così come le sue puntigliose relazioni sugli avvenimenti sembrarono rivolte a mettere in luce più le gravi carenze nell'azione di comando palesate della 7a Armata e dell'XI Corpo d'Armata che la linearità del proprio operato. In effetto non era questo il proposito dell'anziano generale, ma l'onesta rivendicazione della assoluta coerenza del suo comportamento con i principi dell'onor militare non poteva non far risaltare, per contrasto, l'ambiguo contegno di quei comandanti che all'annuncio dell'armistizio avevano saputo soltanto tergiversare e defilarsi, ripresentandosi alla ribalta soltanto dopo lo sgombero delle truppe tedesche. E questo era stato in pratica l'atteggiamento del Comandante dell'XI Corpo d'Armata che, appena installatosi in Bari il 16 settembre, aveva proposto per Bellomo la concessione di una medaglia d'argento al valor militare, quasi a far intendere ai Comandi Superiori che il 9 settembre Bellomo aveva agito alle sue dipendenze e nel quadro delle sue direttive. La decorazione fu poi concessa nel 1951 (12), ad otto anni dagli av(12) D.P. dell'll aprile 1951 pubblicato sul B.U. 1951, pag. 2724.


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venimenti e sei anni dopo la morte del generale, con la seguente motivazione: «Avuto sentore che nuclei nemici avevano con azione fulminea attaccato gli impianti portuali per tentarne la distruzione, alla testa di pochi ardimentosi si lanciava all'attacco dell'avversario riuscendo a sconcertarne i piani. Ferito, organizzava un nuovo attacco. Lasciava poi il terreno della lotta, a seguito di nuove ferite e dopo il sopraggiungere dei rinforzi ». Bari, 9 settembre 1943. IL PROCESSO

La mattina del 28 gennaio 1944 un capitano della Polizia Militare inglese si presentò nell'ufficio di Bellomo (13) e con un banale pretesto accompagnò l'ignaro generale al comando inglese. Bellomo, accusato di aver «sparato o fatto sparare contro due ufficiali britannici, causando la morte di uno di essi, un capitano, e il ferimento dell'altro, un tenente» fu arrestato e rinchiuso nel campo di concentramento di Grumo Appula. Il tragico episodio del 30 novembre 1941 a Torre Tresca ritornava d'attualità, certamente per una denuncia anonima. I nomi degli informatori sono ancora sconosciuti e forse rimarranno per sempre nell'anonimato. Come ha osservato Santi Corvaja (14) gli inform atori «forse - non è né attenuante né giustificazione al loro operato - non avevano previsto l'epilogo tragico della scellerata delazione». È cer to comunque che di delazione si è trattato perché quando gli Inglesi fermarono il generale non erano ancora in possesso di valide prove contro di lui, tanto che fu loro necessario oltre un anno per istruire il processo, pur con l'aiuto delle autorità italiane, completamente sottoposte alla Military Mission Italian Army, l'onnipotente organismo alleato di controllo. Il tenente Cooke, nel frattempo promosso capitano, e r impatria to in Inghilterra, solo il 5 giugno 1945 sottoscrisse una dichiarazione rogatoria contro Bellomo. Il generale peraltro si dimostrava tranquillo e fiducioso nella giustizia britannica: già all'epoca dei fatti ben tre inchieste avevano ampiamente dimostrato la correttezza del s uo operato, egli riteneva per tanto di non aver nulla da temere. Trasferito nel campo per internati civili di Padula, Bellomo, dopo aver terminato il 18 aprile 1944 la «Relazione II» sul suo com(13) All'epoca Bellomo era a capo della Commissione Militare Scioglimento Milizia. (14) S. CORVAJA, Una medaglia d 'oro al generale Bellomo?, in «Storia Illustrata», n. 331 · giugno 1985.


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portamento nella veste di Comandante della Piazza Militare di Bari, scrisse tra l'agosto 1944 e la primavera - estate del 1945 una monografia Memoriale sull'armistizio e autodifesa, che sarà pubblicata, con una introduzione c ritica di Guido Quazza, solo nel 1978 (15). Nel Memoriale Bellomo narra gli avvenimenti dell'8 settembre 1943 e ne ricerca le cause vicine e lontane con serietà, con rigore, con modestia. Nella Premessa, che reca la data del 4 settembre J 945, così giudica il proprio lavoro: «Prevale la narrazione appoggiata talvolta a carteggio ufficiale, talaltra meno rigorosamente a dati di fatto e notizie non tutti controllati perché in prigionia mi è mancata la possibilità di soccorrere la memoria con la consultazione di archivi e persone. Si passa quindi dalla narrazione storica munita di sufficiente rigore formale, al racconto, alla cronaca. Onestamente considerandolo, il componimento che ne è scaturito costituisce nel suo insieme una storia soggettiva degli avvenimenti, cioè la storia di episodi, fenomeni, personaggi come io li ho veduti e giudicati. Sovente ebbi in aiuto elementi positivi e inoppugnabili; questo mi dà la persuasione di essermi accostato alla obiettività. Ma, devo dirlo, la mia storia ha visione soggettiva anche perché la lunga prigionia mi ha impedito di controllare e convalidare su altre fonti i fatti e gli avvenimenti che ho trattato e di vivere da vicino e conoscere gli ulteriori sviluppi della nostra catastrofe. Taluni giudizi su avvenimenti e persone potranno aver bisogno di essere rettificati o di essere posti meglio a fuoco. Inoltre la mia narrazione è all'evidenza pervasa di pessimismo; non ho potuto certo sottrarmi all'influsso della malvagità che s i è accanita contro di me e della deprimente prigionia». Indubbiamente l'analisi di Bellomo è viziata, come ha osservato il Quazza, dalla pregiudiziale monarchica per cui si riconoscono le colpe di Badoglio ma. non le manchevolezze del Sovrano. Quello che però perde lo storico lo acquista il patriota, si leggano al riguardo le ultime righe del Memoriale, traboccanti di fiducia nella possibilità del proprio Paese: «Fra poco l'Italia avrà il trattato di pace e le severissime clausole dell'armistizio, ancora segrete, saranno cancellate o almeno molto attenuate. Ma il resto dipende solo da noi. Espr imendo liberamente la sua volontà il popolo italiano saprà rientrare nel solco di civiltà democratica che per 74 anni, dal 1848 al 1922, ha guidato la nostra vita nazionale, la quale, se fu angusta (15) N.

BELLOMO,

Memoriale sull'armistizio e autodifesa, Mursia, Milano 1978.


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nei suoi primi passi, deve ancora essere ricordata con simpatia e rispetto. E saprà di nuovo esprimere gli uomini meritevoli di governare in umiltà di spirito non per raggiungere chimerici obiettivi ma semplicemente per ricostruire la compagine morale e la prosperità della nazione nel lavoro libero e fecondo di ognuno, per risolvere i problemi tradizionali e fondamentali di vita e di civiltà del paese nel progresso delle riforme sociali». Il 19 giugno 1945 gli Inglesi si accorsero che per processare Bellomo era necessario sistemare la sua posizione giuridica e così decisero di «catturare)> il generale e di trattenerlo come prigioniero di guerra. Bellomo scrisse alla moglie, con una certa dose di umorismo: «sono prigioniero di guerra. Non è stato difficile catturarmi». La guerra in Europa era finita da oltre un mese, il generale non poteva essere considerato prigioniero di guerra in quanto tra Italia e Inghilterra non sussisteva più uno stato di guerra fin dal 29 settembre 1943, anzi esisteva uno stato di cobelligeranza attiva, avendo il nostro Paese, su richiesta degli Alleati, dichiarato guerra alla Germania il 13 ottobre 1943. Nella nuova veste di prigioniero di guerra Bellomo fu trasferito al campo di Afragola, dove il 14 luglio gli fu data comunicazione scritta del suo deferimento ad una corte militare inglese sotto l'imputazione «di avere istigato e contribuito, con violazione delle leggi di guerra, alla uccisione di un ufficiale britannico, prigioniero di guerra, e al ferimento di un altro>) e gli fu pr-esentato il difensore d'ufficio, il capitano D.G. Carmichael. Durante i lunghi mesi della detenzione gli inquirenti inglesi erano riusciti a rintracciare il capitano Cooke ed a riunire, trasformandoli in testi a carico, i soldati italiani della scorta che avevano fatto fuoco contro i due prigionieri. Di tutta la documentazione italiana (16) fu ritenuta utile solo la lettera del generale Jenco al generale Ambrosio, riportata in Appendice 1. I verbali delle inchieste italiane, le perizie mediche e le testimonianze raccolte dalle autorità italiane all'epoca dei fatti non furono prese in considerazione. Il capitano Carmichael - se di proposito o per insipienza non posso affermare con sicurezza - ingannò Bellomo, dandogli la sensazione di avere in pugno il processo, tanto che il generale quando l'inglese gli domandò «Se intendeva farsi assistere anche da un avvocato italiano», gli rispose: «Per mio conto preferisco avvalermi solo di un le(16) Le autorità italiane consegnarono agli Inglesi tutta la documentazione sul caso in loro possesso, ma la negarono al Bellomo.


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gale britannico. Tuttavia non mi sento di proibire alla mia famiglia di sceglierne qualcuno... ». Carmichael gli promise che avrebbe telegrafato in proposito alla signora Bellomo. Il generale, nella sua Autodifesa ha scritto: «Dopo due giorni Carmichael venne a riferìrmi che mia moglie aveva risposto che essa desiderava che io fossi difeso dal solo avvocato inglese d'ufficio. Io espressi allora la mia soddisfazione. Carmichael volle allora scrivere, in mia presenza, una bella lettera a mia moglie, ringraziandola della fiducia che aveva dimostrato per lui. Da mia moglie ho poi saputo che non era stata interpellata da alcuno; che non aveva ricevuto la lettera di Carmichael; che, anzi, per suo conto aveva chiesto agli inglesi che l'avvocato Vittorio Russo-Frattasi intervenisse nel processo; ma che quando l'avvocato Russo-Frattasi si era presentato in udienza, era stato respinto». Il processo si svolse da lunedì 23 a sabato 28 luglio, nell'aula della Corte d'assisi del palazzo di Giustizia di Bari. La corte era costituita da un presidente, il generale N. Clowes, australiano; dai giudici militari: generale J. Calwell, colonnello L.C. Dracup e tenente colonnello H.F. Maymell e da un giudice-tecnico, C.R. Sterling, venuto da Londra. L'accusa era sostenuta dal tenente colonnello H. Gunning. Sul dibattimento lo stesso Bellomo ha scritto: <<Nel processo si produssero i seguenti gravi inconvenienti: la complicazione del dibattito bilingue; la mancata ricerca e ammissione di documenti e di testimoni che privò la difesa della possibilità di dimostrare talune falsità e contraddizioni. Difatti mancarono le testimonianze di molti militari inglesi da me nominativamente richiesti; del generale de Biase, perché malato. La sua dichiarazione resa a Roma fu ammessa a lettura ma non ebbe valore perché non autenticata; .del generale Adami-Rossi perché, fu spiegato, era prigioniero degli americani; del capitano Sommavilla che si riteneva morto; del personale di Torre Tresca. Mancò anche l'esame di quasi tutti i documenti richiesti, fra cui: il rapporto del tenente Cooke; un gruppo di documenti consegnati alla polizia inglese da mia moglie nel febbraio 1944 e le cartelle cliniche sulle ferì te riportate da Cooke e da Playne». Il fatto moralmente più riprovevole e processualmente più dannoso per il generale fu comunque la deposizione dei testimoni. Il sottotenente Stecconi dichiarò: «È stato Bellomo a sparare, senza dare preventivamente l'ordine di fare fuoco». Il soldato Curci confermò: «Bellomo gridò: "Fuoco", quindi sparò assieme al capitano Sommavilla». Il soldato Olivieri aggiunse un particolare: «Bellomo urlò agli


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Inglesi: «Prima di scappare, morirete». Stecconi e Gigante inoltre dichiararono di non aver sparato mentre Curci e Olivieri affermarono: «Noi sparammo per aria». Al proposito il Corvaja scrive: «Le dichiarazioni degli italiani, per il loro squallore umano, non meritano alcun commento. Si trattava di individui, chiaramente subordinati, usati dall'accusa - forse dopo una promessa d'impunità - per mettere al tappeto Bellomo» (17). Il fatto non passò inosservato ed il 15 ottobre 1945 il Ministro della Guerra scrisse al Comandante Militare Territoriale di Bologna la seguente lettera riservata: «Dagli acclusi resoconti qui pervenuti dal Comando Militare Territoriale di Bari, circa il processo recentemente chiusosi in Bari presso il Tribunale Militare britannico, nei riguardi del Generale Nicola BELLOMO, si rileva che il Sottotenente ftr.cpl. (in congedo) STECCONI Giuseppe di Oreste - classe 1918 - D.M. di Parma (residente a Fidenza) e altri due militari (ora in congedo), mentre alla Commissione Italiana per l'inchiesta eseguita nel 1941 avevano rilasciato una dichiarazione, dinanzi al Tribunale Militare Britannico hanno deposto precisando che il contenuto di tale dichiarazione era falso e fornendo una nuova versione circa le cause determinanti la morte di un ufficiale inglese prigioniero ed il ferimento di un altro ufficiale inglese, pure prigioniero di guerra. Particolari ragioni di riservatezza, data la delicatezza dell'argomento, consigliano almeno per ora, di evitare accertamenti che possano avere, qualche risonanza. D'altra parte non è possibile rinunciare ad un doveroso esame dell'ambiguo contegno tenuto dall'Ufficiale per i possibili provvedimenti, che potranno essere adottati a suo carico. Prego voler disporre in merito promuovendo senza alcuna formalità un'inchiesta a carico dello STECCONI, da affidarsi ad un ufficiale superiore particolarmente capace che V.S. vorrà opportunamente e preventivamente orientare. Gradirò essere informato di ogni possibile risultanza» (18). Naturalmente l'argomento era così delicato che lo stesso Ministro, poco dopo, decise di chiudere l'inchiesta e di non disturbare oltre il testimone. Bellomo comunque smentì categoricamente i testimoni e dichiarò ai giudici: «Io non sparai, neppure un colpo, non perché non ne avessi l'intenzione ma perché i due ufficiali caddero

(17) S. CoRVAJA, articolo citato. (18) Lettera conservata in fotocopia presso l'Ufficio Storico. Il Ministro in ar· gomento era il prof. Stefano Jacini, che resse il Dicastero della Guerra dal 21.6. al


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colpiti da l fuoco della scorta prima che io potessi caricare l'arma». Altra testimonianza molto negativa fu quella del capitano Cooke. In sintesi l'ufficia le inglese dichiarò che al momento in cui era stato colpito era rivolto verso i militari che sparavano, che era stato colpito nella par te anteriore del corpo, che si era buttato a terra fingendosi morto trascinandosi poi al riparo di un albero, che aveva visto il capitano Playne, ferito al braccio o alla mano, barcollare e poi cadere, che aveva visto Bellomo sparare con la pistola, che e ra stato soccorso dopo un'ora, che sia lui che Playne avevano le mani legate. Alcuni ufficiali italiani testimoniarono a favore di Bellomo, mettendo in chiaro che, al momento degli spari, i prigionie ri inglesi stavano fuggendo e che non avevano le m ani legate. Una contraddizione tra i testi appare del resto subito evidente: se i soldati Curci ed Olivieri avevano sparato in aria, se il sottotenente Stecconi ed il soldato Gigante non avevano sparato per nulla come mai il capitano Playne era stato colpito mortalmente alla nuca da una pa llottol a di fucil e e il tenente Cooke colpito, sempre da un colpo di fucile, ad una natica? Stranamente né l'avvocato difensore né la corte inglese ritennero di approfondire la questione. La requisitoria del pubblico accusatore Gunning fu molto dura ed aspra e s i concluse con l'affermazione della colpevolezza di Bellomo. Il difensore Carmichael sostenne che nel corso della discussione era mancata la pr ova certa della volontà omicida del generale e, pertanto, ne chiese l'assoluzione concludendo così l'arringa: «Certo, il generale Bellomo ordinò il fuoco; m a l'atto fu una conseguenza del suo ragionato timore che nell'oscurità i due ufficiali ~itentassero la fuga. Quindi il suo non fu un crimine commesso a sangue freddo, con calcolo. Se lo fos se stato, il capitano Cooke non avrebbe avuto salva la vita. Dunque, dovete giungere al convincimento che Bellomo agl lealmente. Nella peggiore delle ipotesi, potrete affermare che egli commise un errore di valutazione; oppure dovreste giungere alla conclusione che egli ha agito secondo le leggi di guerra. Per questo, quindi, vi chiedo di assolverlo». Dopo Carmichael parlò il giudice togato Stirling che, sostanzialmente, riassunse i fatti in ma niera sfavorevole a Bellomo, ponendo ai giudici questo quesito: «Che poi Bellomo abbia sparato o no, poco importa; egli comunque ha ammesso 9. 12.1945. Tra gli atti custoditi dall'Ufficio non figura no i risultati dell'inchies ta che forse non fu nem meno avvia ta.


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di aver ordinato il fuoco. A questo punto il quesito non è quello dell'omicidio diretto o meno, bensì quello di stabilire se l'ordine che lui ha dato di sparare sia ben motivato dalle particolari circostanze in cui egli si trovava o se, la sua azione ricade fra quelle dei criminali di guerra. La testimonianza di Cooke ha ribadito la responsabilità del generale Bellomo. Quanto agli italiani, io non dico che tutti gli italiani siano senza midollo, ma certo i testi che voi avete ascoltato hanno dato prova di una tale mancanza di carattere, che voi siete liberi di prestare ad essi la fede che più vi piaccia. Per emettere un giudizio occorre, quindi, tener presenti altri fatti e su questi decidere, in base all'attendibilità delle testimonianze ricevute dal tribunale. E i punti in questione sono: se effettivamente furono legate le braccia dei due prigionieri; se costoro fossero così pazzi da tentare una seconda fuga. Ora il momento è arrivato; il momento in cui, signori giudici, nessuno può aiutarvi più». La corte si ritirò in camera di consiglio e, dopo circa due ore, rientrò in aula per annunciare che il generale Bellomo era stato riconosciuto colpevole dei crimini ascritti. Il presidente Clowes chiese a Bellomo se avesse qualcosa da dire, il generale si limitò a dichiarare: «Elevo un pensiero di commossa ammirazione alla memoria del capitano Playne, rivolgo un saluto di compiacimento e congratulazione al valoroso capitano Cooke. Confermo che sono dolente dell'episodio del 30 novembre 1941, ma dichiaro sul mio onore di vecchio soldato che compii il mio dovere e sono tuttora nella persuasione di essermi trovato nella condizione di doverlo compiere». La corte si ritirò nuovamente e dopo un brevissimo intervallo rientrò in aula: Bellomo era stato «condannato a morte per fucilazione». Bellomo ascoltò la sentenza senza scomporsi e lasciò l'aula con passo fermo. Rientrato in cella vergò per i suoi familiari un testamento morale che, anche in assenza di qualsiasi altro elemento, è sufficiente per misurare la statura morale del condannato, di gran lunga superiore a quella dei suoi giudici: Bari, 28 luglio J 945 «O mia cara cara Lina, o miei diletti Andrea, Elisabetta, Antonio, Barbara. Nello scrivervi questo mio addio, sono calmo e sereno, aggiungerò forte. Ho la coscienza tranquilla. Mi presenterò all'Onnipotente col mio fardello di errori ed eccessi e di meriti, ed Egli mi giudicherà. Confido nella Sua misericordia. Tu, mia amatissima, voi, miei adorati figli, dimenticate il triste


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episodio finale di questa mia vivace esistenza, respingete e cancellate le recriminazioni e i rancori contro chicchessia. Ricordatemi soltanto per quello che di buono e di bello ho saputo compiere nella vita, per l'affetto profondo che ho avuto per voi e per le gioie e soddisfazioni con cui mi avete ricompensato. Ricordatemi soltanto per il mio grande amore di Patria e per il mio attaccamento al Dovere ed all'Onore militare. Ho molto operato e posso avere commesso errori; però in buona fede, credendo di far bene. Nel compimento dei miei doveri, ho avuto contrasti, ho lottato; più volte sono rimasto soccombente e sacrificato, ma ho sempre r eagito su me stesso, vincendo l'avvilimento, e mi sono sempre riavuto. Vi suggerisco di trarre ammaestramento dalle mie disavventure, con l'ispirare ogni vostro atto a tolleranza e bontà, di continuare a lavorare e studiare per una onesta vita come già avete dimostrato di saper fare. Vi ringrazio di tutte le cure e dell'affetto intenso che mi avete prodigato e vi chiedo perdono di qualche mio sgarbo, di qualche m io eccesso di rigidezza e severità. Pensate che la mia severità era diretta al vos tro bene. Io muoio, ma sopravvivo. Non indossate gramaglie per la mia morte, ve ne prego. Il buon Dio mi consentirà, io spero, di proteggervi ancora. Se vi trovere te in difficoltà gravi, in pericolo, invocatemi: «Babbo! »; ed io risponderò al vostro appello. Tumula te la mia salma nella Cappella della famiglia, nel Cimitero di Bari. Stringo te, Lina mia, stringo voi Andrea, EJisabetta, Antonio, Barbara, al mio cuore; e chiamo a r accolta in questo momento anche gli spiri ti angelici del p iccolo Lello e del l'indimen ticabile Franco che perdemmo prematuramente. Vi benedico! Addio! Perdono tutti e domando pe rdono a tutti. Ba bbo il Generale di Divisione dell'Esercito Ita liano Nicola Bellomo». La sentenza suscitò in Italia molta indignazione, all'epoca l'Inghilterra godeva di molta considerazione, gli ufficiali ed i funzionari inglesi erano considerati duri e forma listi ma sostanzialmente giusti e l'atteggiamento punitivo assunto dalla corte marziale fu una sorpresa per molti. Già il l O agos to 1945 Roberto Lucifero scriveva su Italia nuova: «Con sorpresa veramente dolorosa gli italiani hanno visto sedere sul banco dei c riminali di guerra un soldato che è risultato antifascista prova to e antico, buon servitore della patria, uomo coraggioso e integerrimo.[...] Noi non possiamo dimenticare


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che il Pubblico Ministero, in questo processo, ha manifestato il suo dubbio. Egli ha ricordato ai giudici che la giurisprudenza britannica prescrive che bisogna piuttosto assolvere novantanove colpevoli che correre il rischio di condannare un innocente. I giudici, tuttavia, hanno pronunciato contro il generale Bellomo sentenza di morte. Essi, evidentemente, sono rimasti persuasi che la giurisprudenza britannica sia valida solo per gli individui di sangue britannico». Il 7 agosto il Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri Reali scriveva ai Ministri dell'Interno e della Guerra e, per conoscenza, al Presidente del Consiglio dei Ministri: «In Roma, la sentenza di morte, pronunciata dal Tribunale Alleato di Bari contro il generale BELLOMO, ha prodotto viva impressione anche fra gli appartenenti ai partiti di sinistra. Vien fatto rilevare che la condanna a morte di un valoroso ufficiale, riconosciuto tale dagli stessi giudici, reo soltanto di aver contributo all'uccisione di un prigioniero inglese, che aveva tentato di evadere, potrebbe incoraggiare le richieste del governo jugoslavo di ufficiali italiani considerati criminali di guerra. La procedura del dibattito e l'atteggiamento dei magistrati militari alleati non solo avevano fatto sperare in una sentenza meno grave, ma avevano anche avvalorato nel pubblico l'opinione di considerare gli inglesi amanti della giustizia. Il verdetto della Corte Alleata ha disilluso e ha contribuito a rafforzare la diffidenza del pubblico verso la politica britannica nei nostri riguardi». Un anno dopo Felice Chilanti scriveva: «La figura del generale Bellomo, col passare del tempo, si delinea sempre meglio quale simbolo del nostro paese, delle sue contraddizioni, del dramma che la nazione italiana ha vissuto, dibattendosi nel buio delle ingiustizie che contro di essa si sono consumate e si consumano con piena legalità, nell'ambito della «giusta legge» (19). Il dibattito processuale, come si è visto, non riuscì ad appurare in modo assolutamente certo come sì svolsero i fatti. La certezza assoluta che il generale Bellomo non sparò sui due prigionieri e che ordinò legittimamente il fuoco su due prigionieri in fuga non può essere raggiunta attraverso la lettura dei documenti ufficiali. Le deposizioni rese prima alle autorità italiane e succes(19) F. CHILANTI, La tragedia del Generale Bellomo, su «Il Tempo», a. III, n. 213 del 13 settembre 1946. L'articolo è integralmente riportato in Appendice 4.


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sivamente ai giudici inglesi dagli ufficiali e dai militari di truppa presenti a l fatto sono completamente diverse. È perciò certo che in una delle due circostanze i testimoni furono indotti a dichiarare il falso e, almeno sulla base dei documenti rintracciati, non è possibile stabilire con assoluta sicurezza quale delle due versioni sia quella veritiera. Sia le autorità italiane sia i giudici inglesi avevano un qualche interesse a presentare i fatti in un certo modo: i primi per salvaguardare il buon nome dell'Esercito, i secondi per colpire un avversario che disprezzavano e dal quale tuttavia avevano dovuto subire qualche colpo duro. Anche le successive versioni dell'accaduto fornite dal tenente Cooke non sono coerenti ed univoche, tanto da ingenerare sul carattere di questo ufficiale britannico molte perplessità. La verità deve essere ricercata, invece, nella personalità del generale Bellomo: uomo intransigente con gli altri ma più ancora con se stesso, talvolta anche duro, talvolta impulsivo ma - senza ombra alcuna di dubbio - di animo non crudele, di grandissima integrità e molto orgoglioso. Un uomo capace di prendere a calci gli ignavi militi di Bari che non corrono ad armarsi al suono dell'allarme, ma capace anche di opporsi risolutamente all'ordine del suo diretto superiore di far fucilare il sottotenente Jowett. Se Bellomo la sera del 30 novembre 1941 avesse sparato sui due prigionieri, o ne avesse ordinato l'esecuzione per punirli di aver tentato la fuga, lo avrebbe dichiarato senza alcuna esitazione. Non mi sembra coerente con il carattere del Nostro ritenerlo capace prima di sparare su individui con le mani legate e poi di mendicare presso superiori, o peggio ancora presso inferiori, una versione addomesticata dei fatti! Il suo contegno dopo l'iniquo verdetto rafforza questo convincimento. La sentenza per divenire esecutiva doveva, infatti, essere confermata dal comandante delle Forze Alleate nel Mediterraneo, Maresciallo Alexander e, come testimonia lo stesso Bellomo nella sua Autodifesa, l'avvocato difensore d'ufficio Carmichael lo «raggiunse subito dopo nella caserma del 57th Field Artillery rgt. e mi invitò, anzi mi esortò, a presentare per il suo tramite domanda di grazia diretta a l generale Alexander. Ma io avevo già riflettuto: non essendo consentito l'appello e cioè non potendosi aspirare al rifacimento meno arbitrario e unilaterale dell'intero processo, la domanda di grazia mi apparve avvilente in sommo grado, quasi riconoscimento·della giustezza della sentenza, e quindi della mia colpevolezza.


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Perciò, mi rifiutai di presentarla e scrissi al capitano Carmichael il 28 ed il 29 luglio due lettere dalle quali emergono chiaramente, io credo, le responsabilità morali connesse con la sentenza. Io morirò. Ma confermo solennemente che la tentata fuga degli ufficiali inglesi fu la sola causa del mio intervento ed il mio comportamento nel secondo tentativo di fuga potrà essere considerato energico, ma non delittuoso». Bellomo non aveva alcun dubbio che, in assenza di una domanda di grazia, la sentenza sarebbe stata confermata, tuttavia il suo senso dell'onore non gli permise di chiedere clemenza per una colpa che non aveva commesso. Nel chiudere l'Autodifesa, nell'agosto, egli ribadì infatti di volere soltanto giustizia: «Chiedo solennemente che dopo l'esecuzione della sentenza, si compia un atto di autentica giustizia e civiltà, ordinando il rifacimento del processo, facendo accogliere le mie richieste di testimoni e documenti. Lo chiedo per mia memoria, e per gli inglesi mi riporto alla conclusione di un recente studio di Harold Nicolson, il quale trattando del «prestigio» britannico finisce dichiarando che l'accresciuta potenza delle armi non basta ad assicurarne la vitalità: occorre mantenere scrupolosamente la reputazione fondata sopra il carattere nazionale che a sua volta è basato sulla onestà, sulla obiettività, sulla veridicità, sul candore, sulla generosità, sulla gentilezza, sul buon umore». E ancora il 4 settembre, nella Premessa al Memoriale sull'armistizio, l'anziano generale scrisse: «La solennità del momento in cui questo ultimo scritto è stato tracciato illumina di profonda speranza il desider io di concorrere alla rivalutazione della mia patria. Lo chiudo tuttavia in perfetta serenità di spirito, con la coscienza tranquilla, con la fiduci a che il mio sacrificio, placando la spiegabile volontà di vendetta del vincitore, possa giovare in qualche modo al mio paese. Questa stessa fatica offro agli italiani come contributo alla storia più completa e più serena che un giorno dovrà scrutare a fondo la grande tragedia» . Alexander ratificò la condanna e il generale Bellomo fu fucilato all'alba dell' 11 settembre 1945, nel penitenziario di Nisida, da un plotone d'esecuzione britannico. Fino all'ultimo il suo comportamento fu improntato a quei sentimenti di dignità e di onore dai quali si era fatto guidare in tutta la vita. In uniforme, con passo sicuro, si diresse al luogo dell'esecuzione senza alcuna esitazione, confortato dal cappellano, padre Au-


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relio Bensi, che nel suo diario ha lasciato una precisa testimonianza dell'avvenimento (20). L'unico rammarico di Bellomo fu quello di essere stato bendato e legato, nonostante le sue proteste. Dopo aver gridato« Viva l'Italia», comandò egli stesso il fuoco al plotone d'esecuzione. Oggi la sua salma, per lunghissimi anni tumulata a Nisida nell'area ove sono sepolti i reclusi morti nella vecchia colonia penale (21), riposa nel Sacrario Militare dei Caduti d'oltremare in Bari. Per la legge italiana, infatti, il generale Bellomo è considerato a tutti gli effetti «morto in servizio» in quanto la sentenza della corte marziale inglese non è stata recepita dall'ordinamento giudiziario del nostro Paese. FANTASTORIA E REALTÀ

«Il suo [del generale Bellomo] caso non poteva non colpire allora, e non può oggi non essere assunto ancora come un segno delle tragiche contraddizioni di quella che fu indubbiamente la più grave crisi della storia unitaria», afferma a ragione il Quazza nella prefazione al citato Memoriale sull'armistizio ed è quindi naturale che la tragica vicenda del generale Bellomo costituisca ancora oggi materia di indagine storica e non soltanto motivo di umano compianto. Non sembra altrettanto naturale, invece, che ancora oggi si accreditino, sia pure a livello giornalistico, storie fantasiose debitamente farcite di generali felloni e di servizi segreti deviati. Nel 1964 comparve un ponderoso lavoro di Ruggero Zangrandi, 1943: 25 luglio-8 settembre, nel quale la vicenda Bellomo è trattata a lungo (22) ma purtroppo in chiave romanzesca. Secondo questo autore, infatti, Bellomo fu arrestato a conclusione di «una lunga ed insidiosa azione ai [suoi] danni promossa dalle autorità militari italiane» e fu condannato e fucilato dagli Inglesi che «si prestarono, in quella occasione, a fungere da strumenti di facilmente individuabili ambienti militari italiani». Inutile dire che (20) Il 6 dicembre 1949 il Bensì pubblicò le pagine del diario riguardanti la fucilazione di Bellomo sul «Becco Giallo», sotto il titolo Come è caduto il generale Bellomo sollo i colpi della fucileria inglese. (21) Poiché il luogo era compreso nella giurisdiz.ione del Ministero di Grazia e Giustizia solo con l'autorizzazione di questo Ente i congiunti de l generale potevano visitarne la tomba una volta all'anno. (22) R. ZANGRANl)l, 1943: 25 luglio - 8 se/lembre, Feltrinelli, Milano 1964, pagg. 841-848 e 1078-1087.


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Zangrandi non adduce, a sostegno di accuse tanto gravi, una sola prova, ma soltanto sensazioni ed illazioni romanzesche. Molto più recentemente Santi Corvaja, nell'articolo già citato, ha nuovamente sostenuto la tesi che Bellomo sia stato volutamente abbandonato alla vendetta inglese dallo Stato Maggiore del Regio Esercito, affermando che: «si hanno esempi clamorosi (fra questi l'evasione nel marzo 1945 dell'ex-capo di Stato Maggiore dell'Esercito generale Mario Roatta) in cui si ebbero interventi pilotati dall'alto per salvare generali e ufficiali chiamati a rispondere di errori politici e militari. Si trattava di una sorta di «soccorso azzurro» che veniva gestito dai servizi segreti - il SIM - ricostituiti a Brindisi col governo Badoglio già nell'ottobre 1943, al comando del colonnello Pompeo Agrifoglio. Unica cnndizione per essere ammessi al godimento di quella speciale protezione era che il beneficiario s'impegnasse al silenzio ermetico nei confronti dei membri dello Stato Maggiore coinvolti nello sfacelo dell'8 settembre, secondo il vecchio principio patriarcale che i panni sporchi si lavano in famiglia. In questo senso, Bellomo non possedeva i requisiti richiesti avendo rotto da anni, per motivi ideologici e personali, ogni "liaison" con le cosiddette Aquile d'oro». L'accostamento del caso Roatta a quello Bellomo è quanto mai pretestuoso. Il generale Roatta era in mani italiane e si può affermare che la sua evasione dall'ospedale ' militare del Celio fu «agevolata» anche per le sollecitazioni di parte inglese. La recente pubblicazione delle memorie di Harold Mac Millan (23), all'epoca ministro residente britannico presso il Comando in Capo Alleato del Mediterraneo, non lascia possibilità di dubbio in materia. Si leggano con attenzione i seguenti passi: «Generai Roatta is to be tried in a week, and the tria} will perhaps reveal a lot of details surrounding the signing of the armistice in September 1943, as we!J as secret service papers covering 1934-9, probably very damaging to the U.S. and British Governments. It is even said that Roatta - who ran an excellent secret service which got all the telegrams to and from London and Washington, by suitable arrangements to obtain keys to the safes in Rome - has a document in which Chamberlain offers French colonies (e.g. Tunis) to

(23) H. MACMJLLAN, War Diaries. The Mediterranean 1943-1945, Mac Millan London Limited, Londra 1984.


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Mussolini!» a pag. 654, (24); «Left Naples 8 p.m. We settled the line to be taken about the Roatta trial. Stone will be told to ask Bonomi to arrange that no evidence shall be admitted, either by prosecution or defence, which involves (a) Allied operations, (b) documents belonging or alleged to belong to any Allied Government» a pag. 649, (25); «There is also a further development in the Roatta case rather satisfactory. Bonomi seems to think that the trial can take place without the awkward revelations which we feared», a pag. 651 (26); «The escape of General Roatta has made a great stir, (3) but the Government has survived. I think the Communists still feel it's better to wait. (3) Roatta escaped on 4 March from a Military Hospital (where he had been confined because of heart trouble)» a pag. 710, (27). Gli Alleati non gradivano una troppo analitica deposizione dell'ex capo del SIM, ed in quel periodo quello che gli Alleati gradivano diveniva, sia pure giocoforza, legge vincolante per il governo italiano! Bellomo era, invece, prigioniero degli Inglesi. Predisporne l'evasione avrebbe significato sfidare apertamente gli Alleati e questo non rientrava nelle possibilità né del governo italiano, né dello Stato Maggiore, né tantomeno del fantomatico «soccorso azzurro» di cui parla il Corvaja. Zangrandi denuncia anche il mancato interessamento delle autorità italiane presso il Comando Alleato per ottenere la liberazione (24) «Il Gen. Roatta sarà processato enlro una settimana e probabilmente dal processo verranno fuori molti particolari riguardanti l'armistizio filmato nel settembre 1943 e i documenti dei servizi segreti per il periodo 1934,1939, forse molto compro· mettenti per i governi statunitense e britannico. Si dice anche che Roatta - il quale diresse un eccellente servizio segreto che entrò in possesso di tutti i telegrammi da e per Londra e Washington grazie ad opportuni accorgimenti che consentirono di accedere ai codici di cifratura - sia in possesso di un documento in cui Chamberlain offre le colonie francesi (ad. es. Tunisi) a Mussolini!» (lraduzione dell'Autore). (25) «Siamo partiti da Napoli alle 20. Avevamo fissato la condolta da seguire per il processo Roalta. Era stato detto a Stone di «chiedere » a Bonomi di fare in modo che non fossero ammesse prove, sia per l'accusa sia per la difesa, che coinvolgessero (a) le operazioni delle Forze Alleate, (b) documenti appartenenti o ritenuti di pro· prielà dei Governi Alleati». (traduzione dell'Autore). (26) «C'è ancora un altro sviluppo sul caso Roatta, piuttosto soddisfacente. Sembra che Bonomi creda che il processo si terrà senza le imbarazzanti rivelazioni che temevano». (traduzione dell'Autore). (27) «La fuga del Gen. Roatta ha creato un grande lrambusto (3), ma il Governo ne è uscito salvo. Penso che i Comunisti ritengano sia meglio aspettare ancora. (3) Roatta scappò il 4.3.1945 da un Ospedale Militare dove era ricoverato per disturbi cardiaci». (traduzione dell'Autore).


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di Bellomo o, quanto meno, la sospensione della pena di morte: « .. . nulla prova che Badoglio si sia mai interessato presso il Comando alleato e, semmai, tutto lascia indurre che il suo interessamento sia stato di ben altra natura. Sta di fatto che non risulta, né da notizie di stampa del tempo, né da fonti memorialistiche, che le autorità governative e militari abbiano in alcun modo tentato di intercedere presso gli Alleati, almeno per ottenere clemenza, per un generale la cui sorte avrebbe dovuto star a cuore ai dirigenti italiani, per motivi nazionali prima ancora che umani». Naturalmente il mancato interessamento sarebbe dovuto al fatto che le relazioni redatte dal generale Bellomo «non collimavano con la faticosa opera di occultamento della verità iniziata a Brindisi fin dal settembre '43 da Badoglio e dai suoi complici e associati». In effetto non risultano passi ufficiali italiani presso gli Alleati a favore del generale Bellomo, ma non certo per i motivi addotti da Zangrandi. Del resto il maresciallo Badoglio lasciò il governo il 18 giugno 1944 ed i suoi successori, Jvanoe Bonomi fino al 21 giugno 1945 e Ferruccio Parri dopo tale data, non certo responsabili della stipulazione dell'armistizio, e quindi non toccati dalle critiche di Bellomo, avrebbero potuto intervenire. Non lo fecero per lo stesso motivo per il quale non lo aveva fatto Badoglio: non dare motivo agli Alleati di ritenere che il nuovo governo italiano fosse intenziato a difendere chi si era macchiato di colpe infamanti. È necessario, inoltre, ricordare ancora quanto prestigio godesse all'epoca in Italia la giustizia inglese. Era communis opinio che se Bellomo fosse stato innocente il tribunale britannico lo avrebbe scagionato. È altrettanto poco credibile l'ostilità dello Stato Maggiore nei confronti del generale Bellomo. Fin dal 18 novembre 1943 i generali Ambrosio e Roatta avevano lasciato le cariche di Capo di Stato Maggiore Generale e di Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, sostituiti rispettivamente dal maresciallo Messe e dal generale Berardi, scelti dagli Alleati e appositamente liberati dalla prigionia. All'epoca del processo, inoltre, entrambi erano stati già sostituiti con il generale Trezzani e con il generale Cadorna. Non è quindi credibile che questi alti ufficiali, tutti aventi alle spalle un cristallino passato di combattenti valorosi e di comandanti avveduti, abbiano deliberatamente abbandonato Bellomo rifiutandosi di aiutarlo pur potendolo. La verità è che le più alte cariche delle Forze Armate, così come quelle dello Stato, non avevano alcuna possibilità di interferire nel-


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la durissima azione di governo della Commissione Alleata di Controllo. I vertici militari, poi, erano impegnati in un difficile quotidiano confronto con la Commissione per ottenere una maggiore partecipazione delle truppe italiane alla guerra contro i Tedeschi e per conseguire la disponibilità dei materiali italiani che gli Alleati, invece, preferivano inviare alle formazioni di Tito. Quanto ha scritto Salvatore Loi al riguardo, in un documentatissimo libro (28) edito di recente, rivela chiaramente l'ostilità e talvolta l'ottusità del comportamento degli Alleati: non erano certo quelH i tempi adatti per perorare atti di giustizia o di clemenza! Non è, infine, da sottovalutare l'ipotesi che qualche capo militare non fosse del tutto convinto dell'innocenza di Bellomo, atteggiamento già manifestato in epoca non sospetta dal generale Jengo, verosimilmente a causa della ben conosciuta impulsività del Nostro. Ritengo che questa mia ipotesi sia suffragrata da un'annotazione del maresciallo Messe. All'inizi del 1944 gli ufficiali furono sottoposti ad un esame disciplinare per accertare il loro comportamento all'atto e dopo la proclamazione dell'armistizio, ed a tale esame fu sottoposto anche il generale Bellomo. Il 6 maggio 1944 il Capo di SM del R. Esercito inviò al Comando Supremo l'esito dell'inchiesta: «STATO MAGGIORE REGIO ESERCITO Ufficio Inchieste 2118/In. di prot. P.M. 151, li 6 maggio 1944 OGGETTO: Comportamento degli ufficiali all'atto e dopo la proclamazione dell'armistizio: Generale di qivisione (riserva) BELLOMO Nicola. AL COMANDO SUPREMO P.M. 151/A

******** Il Generale della riserva BELLOMO Nicola all'atto dell'armistizio era comandante della XII Zona M.V.S.N. in Bari: in seguito è stato nominato Presidente della Commissione militare scioglimento milizia, alla dipendenza del Ministero della Guerra. (28) S. Loi, / rapporti fra Alleati e Italiani nella cobelligeranza, Ufficio Storico Stato Maggiore Esercito, Roma 1986.


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Il 9 settembre partecipò personalmente, alla testa di poche decine di militi e soldati, a sventare il tentativo tedesco di impadronirsi del porto di Bari e rimase ferito. Pur rilevando una certa esuberanza nel rappresentare il piccolo fatto d'arme, si deve dare atto al Generale BELLOMO di decisione e coraggio personale. Il Generale BELLOMO è un entusiasta nel senso più spinto della parola, quasi un esaltato, ma in quelle tragiche giornate sarebbero stati provvidenziali alcune migliaia di uomini come lui. In seguito ha agito con perfetta lealtà, grande iniziativa e decisa energia. Il Generale BELLOMO si è comportato secondo le leggi dell'onore militare e del dovere contingente e gli possono essere affidati incarichi di comando e di responsabilità. Per quanto riguarda il suo comportaroent all'atto e dopo la proclamazione dell'armistizio lo propongo, pertanto, per la assegnazione alla 1a categoria della circolare 3639 in data 8 dicembre 1943 di codesto Comando, salvo diverso apprezzamento che potesse risultare in avvenire da eventuali ulteriori testimonianze. IL CAPO DI S.M. DEL R. ESERCITO F.to (Paolo Berardi)» Il Capo di Stato Maggiore Generale credette però opportuno di sospendere il giudizio complessivo: «COMANDO SUPREMO ufficio affari vari

P.M. 135, il 17 maggio 1944 AL MINISTERO DELLA GUERRA - gabinettoP.M. 107

Prot. n° 393/RP Allegato: 1 fascicolo per lo S.M.R.E. ALLO STATO MAGGIORE R. ESERCITO (rif. 2118/ln., del 6 corrente) P.M. 151 OGGETTO: generale di divisione riserva Nicola BELLOMO.

******* Poiché il generale BELLOMO è attualmente in istato di accusa sotto gravi imputazioni, ritengo opportuno rimandare la conclusione


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degli accertamenti all'epoca in cui la sua posizione risulterà chiarita a tutti gli effetti. IL MARESCIALLO D'ITALIA CAPO DI STATO MAGGIORE GENERALE F.to (Giovanni Messe) Il più alto vertice militare, quindi, non riteneva di possedere elementi certi per considerare il generale Bellomo innocente e pensava che non fosse neppure conveniente, di conseguenza, riconoscergli la linearità del comportamento tenuto nei giorni dell'armistizio! Ed il ministro della Gerra non si discostò da tale prudentissima condotta. Solo il 16 maggio 1946, infatti, il capo di gabinetto comunicava all'ufficio dei generali, e per conoscenza allo Stato Maggiore Generale ed a quello del Regio Esercito (29), che il generale Bellomo era stato assegnato alla I categoria.

* * * A chiusura di queste pagine mi piace ricordare quanto ha scritto Indro Montanelli sul «Giornale» del 4 luglio 1985, nel rispondere ad un lettore che auspicava la concessione della medaglia d'oro al valer militare alla memoria al generale Bellomo: «l'iniquità della sentenza d'una Corte inglese che condannò a morte il generale Bellomo è da tempo dimostrata, e da tutti riconosciuta. Il generale Bellomo fu un valoroso combattente, che dopo 1'8 settembre 1943 si schierò in favore degli Alleati, ricambiato come sappiamo. La proposta che lei avanza di decorarlo di medaglia d'oro per il «sacrificio» che gli fu a torto imposto mi lascia tuttavia perplesso. Bellomo merita riconoscimento per ciò che fece, da leale e valoroso soldato, non per ciò che subì, a causa della cecità ottusa e spietata di una Corte marziale inglese. Il verdetto infame, e l'esecuzione, non hanno aggiunto nulla alle qualità militari del generale Bellomo. Hanno invece macchiato, in eterno, le qualità umane e morali dei suoi giudici».

(29) f.n. 9890/RP/Ill, custodito in fotocopia come i precedenti nell'archivio dell'Ufficio Storico.


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APPENDICE I Lettera del generale Ambrosio STATO MAGGIORE R. ESERCITO · Ufficio Servizi II N° 65990 di prot.

RISERVATA PERSONALE

P.M. 9, li 10 febbraio 1942 XX 0

OGGETTO: Nuova versione circa cause che deLerminarono la morLe del capilano p.g. PAYNE Georgie ed il ferimento del tenente p.g. COOK Roy Rostron al campo concentramento n° 75.

ALL'ECCELLENZA IL COMANDANTE DEL IX CORPO D'ARMATA POSTA MILITARE 67 (Allegato n° I) e, per conoscenza: ALL'ECCELLENZA IL SOTTOSEGRETARIO DI STATO ALLA GUERRA ROMA L'ispettore dei campi prigionieri cli guerra, Generale JENGO, in una recente ispezione compiuta, è venuto a conoscenza di una versione dei fatli che hanno portato ali.a uccisione di un ufficiale p.g. ed al ferimento dì un altro, diversa eia quella esposta da codesto comando con foglio 03/6963 del 3 dicembre u.s. Nel trasmettere in copia il rapporto all'uopo compilato dal prefato ufficiale generale, prego di compiere esaurienti indagini in merito e trasmeltermi le proposte conclusive del caso. IL CAPO DI S.M. DELL'ESERCITO f 0 Ambrosio Rapporto del generale Jengo li 6 febbraio 1942

ALLO STATO MAGGIORE R. ESERCITO - III REPARTO

Informo codesto Stato Maggiore di quanto appresso: Il 30 gennaio u.s. mi sono recato a ispezionare i campi p.g. di Gravina e Torre Tresca, accompagnato dal S. Ten. di compi. Sig. BRANDUARDI addetlo all'ufficio lavori del comando genio di Bari. Durante il viaggio detto ufficiale, credendo che ne fossi al corrente, fece un accenno al tentativo dì evasione da par te di due ufficiali p.g. inglesi avvenuto il 30 novembre u.s. dal campo di Torre Tresca. Pur non essendo a conoscenza dei particolari del fatto, dichiarai dì conoscere


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perfettamente quanto era avvenuto poiché ebbi l'impressione che l'ufficiale avesse qualche cosa da riferire. Infatti, il S. Ten. BRANDUARDI riferì che l'uccisione del capitano inglese PAYNE Giorgio ed il ferimento del tenente p.g. CooK RoY RosTRON non erano avvenut i per il tempestivo intervento delle sentinelle, ma per mano del Generale di divisione BEL, LOMO, comandante del presidio di Bari, nella cui giurisdizione t rovasi il campo di Torre Tresca. Aggiunse che i due ufficiali p.g. vennero tratti dalla prigione e condotti, con le mani legate dietro la schiena, presso il varco da dove, poco prima, erano riusciti ad evadere. Poiché i due ufficiali p.g. si most ravano titubant i nel recarsi verso il varco vennero chiamati tre uomini di guardia per spingerli avanti. Seguiva il gruppo il Gen. BELLOMO, in abito civile, impugnando la rivoltella. Appena i due p.g. oltrepassarono il reticolato il predetto generale fece fuoco. Richiesto del come fosse a conoscenza di tali particolari asserì di essersi trovato al campo poco dopo il fatto. Recatomi al campo di Torre Tresca, senza mostrare di dare soverchia importanza alla richiesta, domandai al comandante del campo Capitano Sig. SoMMAVlLl,.A notizie sulla uccisione del capitano p.g. PAYNE, e questi confermava quanto il Sottotenente BRANDUARO! aveva riferi to, aggiugendo che, dietro ordine del Generale BELLO· MO aveva spar ato anche lui. Richiesto se di ciò era stato fatto regolare rapporto, il capitano rispose che il p r imo rapporto da lui compilato era stato corretto e modificato, il mattino seguente, dal Generale BELLOMO. Richiesto ancora se conservava tale rapporto corretto r ispose affermativamente, ma non lo mostrò perché, disse che lo aveva conservato tra molte altre carte e che in que l momento non trovava. Aggiunse infine che, quando il nucleo degli ufficiali p.g. lasciò il campo perché trasferiti altrove, venne trovato un cartello scritto in inglese ove si diceva che in quel campo era stato assassinato un ufficiale inglese prigioniero di guerra. Tutte le domande rivolte al capitano vennero fatte in via del tutto confidenziale. La conversazione si svolse in presenza del Sottotenente BRANDUARDI stante che il comanda~te del campo non ignorava che dettO ufficiale era a per fetta conoscenza di quanto era avvenuto. IL GENERALE DI BRIGATA ISPETTORE CAMPI CONCENTRAMENTO P.G. f 0 Luigi Jengo Relazione generale De Biase COMANDO IX CORPO D'ARMATA Ufficio del Comandante N. 2 di prot. R.P.

P.M. (67) li 16 febbraio 1942 Anno XX

OGGETTO: «Evasione di prigionieri inglesi dal Campo di Torre Tresca del 30/11/41-XX» ALL'ECCELLENZA IL CAPO DI S.M. DEL R. ESERCITO

P.M 9

Rispondo a l fog lio n . 65990 del 10 febbraio e.a. ricevuto il successivo giorno 11.


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Dalle indagini compiute secondo gli ordini di V.E., interrogando separatamente e di sorpresa gli interessati alla quistione in oggetto, presenti in Bari (come da indice agli allegati al presente foglio) risulta, in modo non dubbio, quanto ho riferito nel rapporto n. 03/6963 del 5 dicembre 1941. Infatti risulta: 1° I due ufficiali inglesi p.g. che già avevano tentato una prima fuga dal campo di Torre Tresca, catturati e ricondotti al campo, furono invitati dal Generale di Divisione Nicola Bellomo, addetto al comando del Presidio militare di Bari, giunto al campo quando già erano stati catturati i due prigionieri, a mostrare di dove fossero passati per fuggire. Il Gen. Bellomo era in abito civile anche perché nel pomeriggio di quel giorno - domenica 30 novembre - si era recato in più locali pubblici per rendersi conto, senza farsi notare, del contegno dei numerosi ufficiali in transito per Bari. Non credette di mettersi in uniforme per recarsi al campo di Torre Tresca appena avvertito della cattura dei due ufficiali p.g. per non perdere tempo. Era opportuno che il Gen. Bellomo si facesse indicare il punto dal quale erano fuggiti i due ufficiali p.g. per provvedere ad impedire ulteriori tentativi di fuga, dato che il campo di Torre Tresca era ancora in approntamento ed occorreva perciò perfezionare il servizio di vigilanza. 2° I due ufficiali p.g. dapprima riluttanti a mostrare di dove fossero fuggiti, si decisero poi a farlo in seguito alle insistenze del gen. Bellomo, che sa farsi capire in lingua inglese. 3° I due ufficiali p.g. di conseguenza, non legati ma completamente liberi, si diressero verso un varco esistente nel reticolato di recinsione del campo e malamente chiuso da un cavallo di Frisia, dal quale erano fuggiti. Fatti pochi passi i due ufficiali p.g. che camminavano innanzi alla scorta di 3 soldati armati, del Gen. Bellomo, del Cap. Sommavilla - Comandante del campo - e del S. Ten. Stecconi, si misero addirittura di corsa, dando a tutti la netla impressione che approfittando dell'incombente oscurità, del terreno fittamente alberato e deHa conoscenza già acquisita del posto, volessero ridarsi alla fuga. Dei due ufficiali p.g., il Cap. Payne sorpassò nella fuga il Ten. Cook e puntò dire ttamente al varco; il tenente poco dopo, sempre di corsa, invece di continuare a seguirlo, obliquò divergendo dalla direzione presa dal capitano. 4° Avuta nettamente la sensazione che i due ufficiali p.g. volessero senza al tro fuggire, i 3 militari di scorta e gli ufficiali presenti gridarono loro di fermarsi (ferma, ferma, alt). Poiché i due ufficiali non obbedirono all'intimazione e stavano per sottrarsi rapidamente alla vista data l'incomente oscurità, i 3 soldati di scorta aprirono il fuoco contro i fuggiaschi, secondo le istruzioni ricevute di aprire il fuoco contro chiunque non si fermasse all'intimazione di alt. 5° Al fuoco dei soldati partecipò, con fuoco di rivoltella, il cap. Sommavilla e forse anche il S. Ten. Stecconi, non potuto interrogare perché assente per servizio. Il Gcn. Bellomo afferma recisamente di non aver fatto fuoco con la sua rivoltella e di non averla neanche estratta dalla fondina: è uomo di tale serietà di carattere che ritengo non si possa mettere .in dubbio la sua affermazione. Del res to anche il cap. Sommavilla, r ipetutamente interrogato al riguardo, non è stato in grado di precisare, con piena coscienza, se il Gen. Bellomo abbia sparato o meno. 6° Nessun cartel lo con la scritta «Qui è stato assassinato un ufficiale inglese ,, è stato rinvenuto nel campo prigionieri. Invece, dopo la partenza degli ufficiali p.g.


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de l campo di Torre Tresca, già presenti in quel campo il 30 novembre 1941, fu trovata scritta in lapis sopra una parete della baracca di alloggio di detti ufficiali una frase presso a poco analoga a quella sopra r iferita, il cui traduttore (Ten. Sorrentino) che conosce un poco di inglese e la tradusse a l cap. SommavUla, non sa dire se fu adoperato il verbo uccidere o assassinare. Il cap. Somma villa fece cancellare detta frase e non la r iferì ai suoi superiori perché non attribuì ad essa alcuna importanza, data la sua convinzione della legalità del fatto. 7° Gli u fficiali p.g. al campo di Torre Tresca, venut i a conoscenza del fatto, per bocca del lo stesso Gen. Bellomo, non fecero a detto Generealc alcuna obiezione, né risulta che inseguito ne abbiano fatte ad a ltri. Nulla fu detto a me, né al Gen. AdamiRossi - Comandante del Presidio Militare di Bari - che separatamente visitammo il campo nei primi giorni di dicembre e parlammo con qualche ufficiale p.g .. 8° Anche il Ten. Cook, durante la sua degenza all'ospedale militare territoriale di Bari, non ebbe a muovere lagnanze sul fatto nel quale rimase ferito. 9° È mio convincimento che il S. Ten. Branduardi prima ed il Cap. Sommavilla poi, non abbiano saputo esporre a l Gen. Jengo il fatto accaduto nei sui veri particolari, dando al generale l'impressione che nel fatto vi fossero cose irregolari nascoste e da nascondere e traendolo perciò involontariamente in inganno sul vero svolgimento di esso. È mia impressione che il S. Ten. Branduardi sia un uomo di corta intelligenza, rimasto impressionato dal fatto di parlare con un ufficiale di grado elevato come il Gen. Jengo, non avendo capito ciò che gli disse il Cap. Sommavilla, né conoscendo i veri particolari di quanto riferiva. 10° Per quanto r iguarda la correzione del rapporto steso dal Cap. Somrnavilla ad opera del Gcn. Bellomo, ta li correzioni risultano dall'allegato n. 4, al quale è annesso l'originale del sopradetto rapporto con le sopradette correzion i. Non ho potu to interrogare , come già detto, il S. Tenente Stecconi, perché assente da Bari per servizio, né il terzo dei soldati che hanno fatto fuoco contro i p.g. perché trovasi in licenza di convalescenza. Gli interrogatori, fatti da me personalmente, si sono svolti dando agli interrogati ampia facoltà di parlare, alla presenza del Generale di Div isione Enrico Adarni-Rossi e del Capitano Ettore Vivani per gli interrogatori di cui agli allegati nn. I, 2, 3, 4 e 5 ed a lla presenza del tenente colonnello Pallotta e del Maggiore Ruscica Ezechia Paolo per gli interrogatori di cui ai nn. 6, 7 e 8. IL GENERALE DI CORPO D'ARMATA COMA NDANTE (Luigi De Biase) lndice degli interrogatori allegati al foglio n. 2 riservato personale del 16 febbraio 1942 -XXI O • Interrogatorio del soldato GTGANTE - allegato n° I; · allegato n° 2; 2° · Interrogator io del soldato OLIVIERI 3° - Interrogatorio del S . Tenente BRANDUARDI - allegato n° 3; 4° . Interrogatorio del Capitano SOMMAVILLA · allegato n° 4 · con annesso l'originale del rapporto steso da detto Capitano e corretto dal Generale Bellomo (I); 5° - Interrogatorio de l Tenente SoRRENT1NO · allegato n° 6; 6° - Interrogatorio del Ten. Colonnello medico CASSITTO · allegato n° 7;


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7° . Inter rogatorio del serg. di sanità ANTONELLI 8° . Interrogatorio della Suora CARMEI.LlNO

· allegato n° 7; · allegato n° 8.

(l) Alla presente, seconda copia della relazione, manca l'or iginale del rapporlo steso dal Capitano Sommavilla e corretto dal Generale Bellomo perché allegato alla prima copia. IL GENERALE DI CORPO D'ARMATA COMANDANTE (Luigi De Biase)

allegato n° 1 (uno) INTERROGATORIO del soldato GIGANTE Giovanni di Pietro, della classe 1910 del re· parto addetto al Campo Prigionieri di guerra di Torre Tresca, (48° fanteria). A.D.R. · I due ufficiali prigionieri inglesi furono invitali ad indicare da dove erano scappali. Da prima erano riluttanti ad aderire all' invito, poi si sono decisi e si sono diretti al varco dal quale erano scappati. Arrivati al detto varco si sono messi a correre dando l'impressione della fu. ga. Dei due ufficiali, uno - quello poi morto si è rapidamente distanziato più di una quarant ina di metri, correndo; l'altro è rimasto un pò indietro. Allora io cd i miei due compagni senz'altro abbiamo fatto fuoco contro i fuggitivi. Nessun altro dei presenti a l fatto ha sparato· per quanto ho visto io. A.D.R. · I due ufficiali prigionieri di guerra er ano stat i legati quando vennero catturati, ma quando vennero invitat i a moslrare da onde erano scappati, vennero slegati e quindi erano pienamente in libertà. A.D.R. · Noi abbiamo ordine di t rattare bene gli ufficiali p.g. ed infatti li trattiamo bene, ma non diamo loro confidenza. Bar i, 16 febbraio 1942 -XXF/to soldato Gigante Giovanni allegato n ° 2 (due) INTERROGATORIO del soldato OLIVIERI Paolo fu Francesco della classe 1903 del 48° fanteria, del reparto addet to al Campo prigionieri di guerra di Torre Tresca.

A.D.R. · Ricordo bene come avvenne il fatto che si riferisce alla fuga dei due ufficiali prigionieri di guerra avvenuta a Torre Tresca il 30 novembre 194 1. Invitati i due ufficiali p.g. ad indicare il punto dal quale erano scappati vi si diressero in piena libertà e cioè non legati in alcun modo. Dopo avere accelerato il passo presero addirittura a correre con evidente int.em:ione di ri· scappare; specialmente quello che andava avant i e che poi è morto, correva come ·un matto. Fu allora che i.o ed i miei compagni facemmo fuoco. Noi eravamo avanli agli ufficiali nostri che erano con noi· perciò se i nostri ufficiali avessero sparato avreb bero colpito noi.


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A.D.R. - Al momento in cui i prigionieri di guerra scappavano noi abbiamo gridato: ferma, ferma, alt, ma i due ufficiali prigionieri di guerra non si sono fermati; al momento in cui furono colpiti i due p.g. erano a circa 40 metri, specialmente quello che correva di più. A.D.R. - Al momento in cui facemmo fuoco ci si vedeva pochissimo perché avanzava la notte ed abbiamo dovuto far fuoco subito perché non sfuggissero alla vista. Bari, 16 febbraio 1942 -XXF/to soldato Olivieri Paolo allegato n° 3 (tre) INTERROGATORIO del S. Tenente di fanteria BRANDUARDI Francesco fu Carlo, addetto in qualità di geometra, all'Ufficio Lavori Genio del IX Corpo d'Armata.

A.D.R. - La sera del 30 novembre 1941 io non ero presente al campo di Torre Tresca; mi ci recai, per ragioni di lavoro, nel pomeriggio del giorno dopo, 1° dicembre. A.D.R. . Nel viaggio fatto da Bari a Gravina col Generale JENGO, si parlava di fuga di prigionieri di guerra ed io accennai a quella avvenuta a Torre Tresca il 30 novembre u.s.; soggiungo che non mi ricordavo neppure più la data precisa di tale fatto. Alle insistenze richieste del Generale di avere particolari, ri sposi che i due prigionieri scappati e poi ripresi, erano stati invitati a r ipete· re la fuga e durante tale nuovo tentativo erano stati sparati dal Generale Bellomo. Il Generale voleva sapere altri particolari a riguardo, ma io risposi di non conoscerne e di rivolgersi al Comandante del campo. Le voci riferite al Generale Jengo su quanto avvenuto a Torre Tresca le avevo raccolte dal Capitano Sommavi lla del Campo. A.D.R. - Da nessuno degli operai addetti ai lavori in corso, presso il campo di Torre Tresca, ho sentito parlare del fatto. Il Generale Jengo di ritorno a Bari si recò al campo di Torre Tresca dove effettuò, in mia presenza, l'interrogatorio del Capitano SOMMAVILLA. Bari, 16 febbraio 1942. -XXF/to S. Tenente Franco Branduardi allegato n° 4 (quattro) INTERROGATORIO del Capitano di fanteria di complemento Antonio SOMMAVILLA Comandante del campo P.G. di Torre Tresca. A.D.R. - In piena coscienza confermo quanto ho r ifer ito nel mio rapporto in data 30 novembre 1941, diretto al Comando del P residio Militare di Bari e confermo le deposizioni rese dai soldati Gigante e Olivieri, che ho personalmente lette, rilevando solo l'inesattezza che i due p .g. si dirigevano verso il varco, ma non vi erano ancora giunti, quando si misero di corsa. A.D.R. - La copia del rapporto detto sopra, già pronta per l'invio, mi fu corretta di pugno dal Gen. Bellomo; a richiesta unisco al presente verbale tale documento. Le correzioni apportate non modificano la sostanza del rapporto giacché in-


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vece come corretto dal Gen. Bellomo «per cui i t re militari di scorta si sono visti nella necessità di aprire il fuoco» io avevo scritto che ci eravamo t rovati nella necessità di far fuoco, alludendo al fatto che anch'io avevo sparato con la rivoltella. A.D.R. - Io ho sparato perché ho avuto la netta sensazione che i due p.g. intendessero evadere da capo. A.D.R. - Ho inteso altri colpi di pistola vicino a me, ma non sono in grado di precisare se sparati dal Gen. Bellomo o dal S. Tenente Stecconi a causa della oscurità e del t rambusto del momento. A.D.R. - Nessun cartello con la scritta «Qui venne assassinato un ufficiale inglese p.g.», venne trovato quando gli ufficiali p.g. vennero trasferiti ad altro campo. Invece, all' interno della baracca occupata dai p.g. fu t rovato sopra una parete, scritta a lapis, una frase la cui traduzione non so se risponda esattamente a quella sopra detta, perché io non conosco l'inglese ed assai poco lo conosce il S. Ten . Sorrent ino, che me la t r adusse. Non ho dato importanza alla cosa e non ne ho riferito ai miei superiori, provvedendo solo a far cancellare la scritta, in quanto sapevo benissimo che le cose si erano svolte più che legalmente. A.D.R. · Il giorno 8 dicembre u.s., i.I Gen. Bellomo commentò agli ufficiali p.g. i due tentativi di fuga commessi dai loro due colleghi, avvertendoli delle conseguenze alle quali vanno incontro coloro che tentano di scappare. A.D.R. · Nessun ufficiale inglese p.g., per quanto mi riguarda, ha commentato i fatti né in bene, né in male, né ha chiesto di conferire con autorità superiori e con membri della C.R.I. Nessuno ha presentato r eclami od espost i per iscritto. Anzi il Ten. Sorrentino potrà riferire che il Ten. Cook, rimasto ferito e condotto poi all'ospedale, ha lealmente riconosciu to l'errore del 2° tentativo di fuga, che ebbe le note conseguenze. A.D.R. · Al Gen. Jengo ho riferito frammentariamente quanto sopra esposto, dicendo fra l'altro che avevo sparato anch' io e che ritenevo che il Gen. Bellomo avesse sparato. Alla richiesta se tutto questo avessi detto nel rapporto, r isposi di si, ma che alla copia del mio rapporto erano state apportate delle varia:i:ioni dal Gen. Bellomo. Se il Gen. Jengo ha inteso diver samente, devo attribuirlo a l fatto di non essermi ben spiegato, anche perché avendomi detto il gen. che voleva sapere particolari più per sua curiosità, che per altro, non feci un racconto or ganico di tut to e la nostra breve conversazione fu spesso inter rotta da altri argomenti relativi all'approntamento del campo di Torre Tresca. A.D.R. · Al S. Ten. BRANOUAROl non ho mai detto che i due p.g. «erano stati sparati dal Gen. Bellomo,,. Avrò detto che avevano sparato un pò tutti i presenti al secondo tentativo di fuga e che fra i presenti era anche il gen. Bellomo. Bari, 16 febbraio 1942 -XX· F/to Capitano Sommavilla Antonio

allegato n° 5 (cinque)


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INTERROGATORIO del Tenente Gaetano Bruno Sorrentino di Alfonso, ufficiale Comandante all'Amministrazione del Campo P.G. di Torre Tresca.

A.D.R. - Al momento in cui nell'infermeria del campo medicavamo il tenente Cook, questi ebbe a dire: «Sono pentito di quello che ho fatto: è stato un momento di follia giustificato forse dalla grande noia». Aggiunse che non avrebbe dovuto fare quello che aveva fatto, perché egli ed i suoi colleghi erano sempre stati trattati umanamente. A.D.R. - La scritta trovata sopr a una parete nella baracca, diceva presso a poco che il cap. Playne era stato ucciso (Killed) in «questo campo il 30 novembre 1941 ». Bari, 16 febbraio 1942. -XXF/to tenente Sorrentino Gaetano Bruno allegato n° 6 (sei) INTERROGATORIO del tenente colonnello medico in p.a. CASSITIO Dott. Francesco fu Raffaele, capo reparto chirurgia dell' ospedale militare territoriale di Bari.

A.D.R.. Ho avuto in cura nel mio reparto il tenente inglese prigioniero di guerra Cooke Rau Rost ron di Robert dal 30 novembre a l 15 dicembre 1941 per ferita t ra spassa alla regione laterale esterna della coscia sinistra riportata in seguito a tentativo di evasione dal campo di concentramento di Torre Tresca. A.D.R. . Il ferito durante il periodo di cura non ha mai accennato ad eventuali maltrattamenti ricevuti al campo prigionieri, anzi si mostrava dispiaciuto dell'incidente occorsogli giacché a compiere un tale atto vi era stato costretto, più che consigliato, dal capitano inglese, suo compagno di p r igionia, morto nel tentativo di evasione. Il tenente è stato sgomberato su altro ospedale, probabilmente in quello di Piacenza, in via di guarigione. Bari, 14 febbraio 1942 -XXF/to Ten. Col. Francesco Cassitto allegato n° 7 (sette) INTERROGATORIOO del sergente d i sanità richiamato della classe 1902 ANTONELLI Carmine addetto al reparto chirurgia dell'ospedale militare territoriale di Bari.

A.D.R. . Siccome so parlare francese mi sono parecchie volte intrattenuto in conversazione col tenente prigioniero di guer ra Cooke Roy Rostron di Robert, il quale aveva p iacere di conver sare con me per far conoscere i suoi desideri. A.D.R. - Il predetto tenente nelle conversazioni avute con me non si è mai lamentato di maltrattamenti avuti al campo prigionieri di Torre Tresca. Si rammaricava di aver tentato di fuggire dando retta agli incitamenti del capitano ingle-


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se, suo intimo amico, del quale ha appreso la morte dopo alcuni giorni di permanenza all'ospedale. Aggiungo che al momento della partenza dall'ospedale di Bari, mi ha detto che era spiacente di lasciare nel personale dell'ospedale tanti buoni amici e che avrebbe serbato un gradito ricordo per le assistenze avute. A.D.R. - Non ha mai chiesto di parlare con un rappresentante della C.R.I .. Era di carattere gioviale ed esuberante di vii.a. Bari, 14 febbraio 1942. -XXF/to sergente Antonelli Carmine allegato n ° 8 (otto)

INTERROGATORIO di Suor Caterina Carmell ino addetta all'ospedale militare territoriale di Bai·i.

A.D.R. - Nelle lunghe e numerose conversazioni da me avute in lingua francese col tenente inglese prigioniero di guerra Cooke Roy Rostran di Robert, detto tenente, anche durante gli accessi febbrili, non si è mai lamentato di maltrattamenti subiti nel campo pr igionier i di guerra di Torre Tresca. Bari, 14 febbra io 1942 -XXF/to Suor Caterina Carmellino figlia della Carità Integrazione della relazione generale De Biase COMANDO IX CORPO D'ARMATA Ufficio del Comandante N. 3 di prot. R.P.

P.M. 67, 18 febbraio l 942 - Anno XX -

OGGETTO: Evasione di prigionier i inglesi dal campo di Torre Tresca del 30 novembre 1942. -XXALL'ECCELLENZA IL CAPO DI S.M. DEL R. ESERCITO

POSTA MILITARE 9

Faccio seguito al mio foglio n. 2 R.P. del 16 febbra io u.s. 1° Trasmetto l'interrogatorio del S. Tenente Francesco STECCONI non potuto effettuare il giorno 16 febbraio perché detto ufficiale er a assente da Bari per servizio. Da detto interrogatorio, che conferma nei suoi particolari lo svolgimento del fatto avvenuto a l campo p.g. di Torre Tresca il 30 novembre 1941-XX, r isultano in modo particolare: a. che anche il S. Tenente STECCONI fece uso della rivoltella; b. che i due p.g. non avevano le mani legate all'atto in cui furono invitati a most rare di dove fossero fuggiti e perciò erano completamente liberi nel secondo tentat ivo di fuga che effettuarono; c . che la scritta in lapis trovata sopra una parete della baracca di alloggio degli


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ufficiali p.g, non era cosa a sè stante ma faceva parte di un elenco di nomi e di indirizzi degli altri ufficiali p.g. dello stesso gruppo. Tale frase, ricopiata dal S. Tenente STECCONI in un foglio del suo libretto - foglio qui unito (allegato n. 2) - non costituisce una protesta né un'accusa ma conferma che il capitano Payne fu ucciso mentre tentava di fuggire. Il libretto del S. Tenente Stecconi dal quale è stato staccato il foglio allegato n. 2, mi è stato consegnato secondo quanto risulta dalla dichiarazione allegato n. 3. 2° Trasmesso un nuovo interrogatorio al quale ho sottoposto il S. Tenente BRAN· DUARDl. 3° Trasmetto un rapporto del generale di Divisione Nicola BELLOMO dal quale r isulta confermata l'opportunità di sapere da dove fossero fuggiti i due ufficiali p.g. nel primo loro tentativo. 4° Trasmetto uno schizzo topografico dal quale risultano i particolari del fatto in esame (I).

Propongo che al Sottotenente BRANDUARDI Francesco, siano infli tti tenuto conto dei suoi ottimi precedenti di condotta e di servizio e della sua mediocre intelligenza, 7 giorni A.R. così motivati: "Con estrema leggerezza narrava confidenzialmente ad un ufficiale generale qualche errato particolare di un fatto al quale non aveva assistito e del quale non conosceva che molto sommariamente lo svolgimento per aver mal capito quanto al riguardo gli era stato detto da altro ufficiale, traendo così involontariamente in inganno, sullo svolgimento del fatto stesso, il predetto Generale". Propongo che anche al Capitano Antonio SOMMAVILLA siano inflitti, tenuto conto dei suoi ottimi precedenti e dell'ottimo servizio finora prestato, giorni 5 A.R. così motivati: "Non afferrava la necessità di spiegare con chiarezza e precisione, a un ufficiale generale che gli faceva cadere confidenzialmente il discorso in proposito, i particolari di un fatto avvenuto alcuni mesi addietro e sul quale aveva riferito alle sue autorità superiori, facendo nascere nel detto generale il sospetto che il fatto si fosse svolto diversamente da quanto era stato ufficialmente riferi to". IL GENERALE DI CORPO D'ARMATA COMANDANTE F 0 Luigi De Biase

Annotazione di S.E. il Generale De Biase « In questa seconda copia mancano gli allegati n. 2 e n. 6 uniti soltanto alla p rima copia della presente relazione». Generale L. De Biase

(1) Lo schizzo non è stato ritrovato (nota dell'Autore)


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allegato n. I (uno) INTERROGATORIO del S. Tenente di fan teria complemento STECCONI Giuseppe, addetto al campo prigionieri di guerra n. 75

A.D.R. · Confermo le deposizioni dei soldati GIGANTE e OLIVIERI, che mi sono state lette, colle precisazioni già fatte dal capitano SOMMAVILLA, che mi è stata pure letta. A.D.R. · Sono io che ho catturato i due ufficiali p.g. dopo il primo tentativo di evasione. Per condurli dal punto di cattura fino al campo ho fatto loro legare le mani per evitare qualsiasi malsano tentantivo da parte loro. Arrivati al campo sono stati rinchiusi in un locale del campo stesso dopo essere stati debitamente slegati, cosicché al momento della seconda fuga erano perfettamente liberi. A.D. R. · Al momento della seconda fuga tentata dai due ufficiali p.g. anch'io ho sparato con la rivoltella dato che non vi era dubbio che i due ufficiali avessero senz'altro ripreso la fuga. Ho sentilo degli altri colpi di rivoltella alla mia sinistra dove si trovavano il Generale Be llomo e il Capitano Sommavi lla, ma non posso precisare chi dei due o se tutti e due abbiano sparato. Debbo precisa1·c che mentre in primo tempo eravamo dietro ai tre soldati della scorta, al momento della fuga dei due p.g. ci portammo instintivamente, il Generale Bellomo, il Capitano Sommavilla ed io, press'a poco sulla stessa linea dei detti soldati. A.D.R. · La vigilanza in quel giorno e ra stata disposta dal comandan te del campo, a mezzo di due sentinelle collocate nell'interno de l campo presso la baracca dove stavano i prigionieri e così era anche quando avvenne il secondo tentativo di fuga da parte dei due ufficiali p.g.. Quindi nessuno avrebbe potuto fermare i fuggiaschi lungo il reticolato che già avevano d imostrato di poter passare. A.D.R. - Tale servizio, come era stato disposto, non poteva sorvegliare bene il perimetro di tutto il reticolato e infatti le due sentinelle non videro di dove evasero nel primo tentativo i due p.g.. Mi risulta che si attendeva per disporre un completo servizio di sentinelle lungo il perimetro che il reticolato fosse messo in efficienza e l'illuminazione completata nei due lati rimasti a l buio. A.D.R. · Sono io che ho scoperto le scritte a lapis nell'interno della baracca alloggio ufficiali p.g.; ho ricopiato la detta scritta su di un pezzo di carta per darla al Capitano SOMMAVILLA ed io stesso ho poi piallato ilpezzo di parete nell'interno della baracca recante la scritta. Vi erano anche altre scritte recanti i nomi di altri uffi ciali p.g. con le date ed il luogo di cattura ed i loro indirizzi. Anzi preciso che la detta scritta era a seguito del detto elenco di nomi scritti uno sotto l'altro. A.D.R. · Credo di avere ancora il libretto sul quale ho ricopiato la scritta sopra detta. A.D.R. · Posso vedere di rintracciare il libretto che pochi giorni fa ho ancora rivisto fra le inie carte. A.D.R. · Chiarisco e preciso che la scritta la ricopiai d irettamente sul libretto rilevandola dall'origina le scritto da me rintracciato, come detto, nell'intemo della baracca p.g..


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A.D.R. - Le due sentinelle che vigilavano i pressi della baracca p.g. non hanno potuto assolutamente vedere lo svolgimento dei fatti riferiti perché lontane e data l'oscur ità ormai sopravvenuta. Bari, 18 febbraio 1942. -XXF/to S. Tenente Stecconi Giuseppe allegato n. 2 (due) Capit. George PLAYNE R.A.C. Killed at th is Camp. White attentmpft'ing F/to Sottotenente Stecconi Giuseppe Traduzione: " Ucciso in questo campo ment re tentava fuggire". Visto IL GENERALE DI CORPO D'ARMATA COMANDANTE F/to Luigi De Biase allegato n. 3 (tre) DICHIARAZIONE del tenente colonnello Vito Bavaro, Capo Ufficio Territoriale e Af. fari Var i del Comando del IX Corpo d'Armata.

Per ordine di V.E. ho accompagnato in autovettura al campo di Torre Tresca il S. Tenente STECCONI Giuseppe, incaricato d i rintraccia re nella bar acca in cui alloggia, un libretto sul quale ricopiò una scritta in lingua inglese, rilevata nell'interno della baracca del tempo predetto dove alloggiavano ufficiali p.g. e d i cui all'inter rogatorio allegato n. I (uno). Il S. Tenente, in mia presenza ha r intracciato il libretto ed è con me ritornato al Comando del Corpo d'Armata ed ha in mia presenza staccato dal libretto il foglietto sul quale è ripetuta la frase r ilevata nella baracca p.g. come sopra detto, consegnando il foglietto a Vostra Eccellenza. Bari, 18 febbraio 1942 -XXF/to Ten. Colonnello Vito Bavaro F/to S. Tenente Stecconi Giuseppe allegato n. 4 (qu attro) SECONDO INTERROGATORIO del S. Tenente BRANDUARDI Fr ancesco fu Carlo dell' ufficio lavori genio del IX Corpo d'Armata .

A.D.R. - Dalle contestazioni che mi sono mosse dopo aver saputo quanto ha dichiara-

to il Cap itano SoMMAVILLA, r itengo di aver evidentemente non capito bene


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quanto il Capitano stesso mi disse circa la fuga dei due ufficiali p.g. dal campo di Torre Tresca. Aggiungo che nel parlare col Generale JENGO io non ho inteso accusare nessuno di aver commesso un fatto men che legale, convinto che chiunque avesse sparato lo aveva certamente fatto per una legittima ragione. A.D.R. - li Generale BELLOMO l'ho conosciuto solo pochi giorni fa e ne feci il nome parlando col generale Jengo perché mi era rimasto impresso il suo nome quando chiacchierando, il Capitano Sommavilla mi accennò ai fatti in questione. Poiché la cosa non m i interessava in modo particolare, non prestai a suo tempo alle parole del Capitano Sommavilla speciale attenzione, tanto che alle insistenze del Generale Jengo per maggiori particolari, risposi che si rivolgesse al Capitano Sommavilla direttamente. A.D.R. - Non possono ricordare con esattezza quanto sull'argomento fu detto fra il Capitano SOMMAVILLA ed il Generale Jengo durante il loro colloquio a Torre Tresca, in quanto non fui presente sempre, essendomi aHontanato un paio di volte; ricordo che la conversazione era frammentaria ed inframezzata da altri argoment i inerenti a lavori in corso nel campo. Quanto riguarda la fuga dei due p.g. non aveva comunque l'aspetto di un interrogatorio, ma di u na semplice conversazione. A.D.R. · Non ho parlato con nessun altro dei fatti in questione; ne parlai occasionalmente col Generale Jengo perché la conversazione era caduta, durante il viaggio a Gravina, incidentalmente sui tentativi di fuga dei p.g. dai campi di concentramento. Bar i, 18 febbraio I 942 F/to S. Ten. Francesco Branduardi allegato n. 5 (ci nque) li 18 febbraio 1942 -XXLe condizioni. di vigilanza e sicurezza del piccolo campo ridotto al momento del mio arrivo la sera del 30 novembre, erano le seguenti: - soltanto lungo i due lati est e sud del rettangolo vi er a il reticolato robusto di cintura del vecchio grande campo, con la relativa illuminazione; invece lungo i lati ovest e nord erano in corso di progressivo ir robustimento due leggeri reticolati speditivi tracciati in quei giorni: ed il lavoro era all' inizio. - Quanto alla illuminazione, essa mancava ancora completamente lungo i lati ovest e nord anzidetti. - Il servizio di vigilanza non era effettuato da sentinelle collocate all'esterno lungo il reticolato, ma da due sole sent inelle collocate all'interno del campo r idotto e propriamente agli angoli nord ovest e sud est dell'unica baracca di legno (di metri 32 X 6) in cui erano contenuti i I O ufficiali e 171 truppa p.g. giunti il giorno 26 o 27. Tali sentinelle si trovavano perciò lontane dal ret icolato stesso e nell'impossibilità, di notte specialmente, di sorvegliarne i lati nord ed ovest tuttora senza illuminazione e non ancora pienamente efficienti. Per recarsi alla latrina esterna alla baracca, i p.g. bussavano dall'interno di essa ed il capo-posto, con altro uomo della guardia, accorreva dal corpo di guardia (localino dalla stessa baracca) e faceva scortare da detto uomo che si recava alla la t rina. Già nel primo tentat ivo di evasione, per quanto effettuato in piena luce, er a stato possibile ai due ufficiali p.g. sfuggire alla vigilanze delle sentinelle interne scappao-


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do attraverso il debole reticolato del lato nord; ed i punti dove il ret icolato fosse stato passato ed il come, non erano stati vist i dalle sentinelle collocate, come sopra detto, nell'interno del campo. - Risultò quindi subito importante determinare quali erano i punt i anzidetti che rendevano mal sicura la recinsione non vigilata e non illuminata, tanto più che dopo la prima evasione era mancato il tempo di accertare tutto ciò e porvi riparo dato l'impegno del personale per l'inseguimento dei fuggiaschi ed il sopraggiungere dell'oscurità. Ed apparve evidente che la seconda fuga verso lo stesso lato nord del reticolato fosse ispirata alla certezza di passare, col favore dell'oscurità, per gli stessi punti deboli che i due ufficiali p.g. sapevano incustoditi e vedevano immersi nella stessa densa oscurità che avrebbe sottratti loro due alla nostra vista. Infatti l'indomani mattina si costatò che lungo il lato nord del reticolato debole, là dove era stato lasciato un varco per eventuale necessità di servizio, il cavallo di Frisia, che avrebbe dovuto chiuderlo, era, oltre che leggero, corto, sicché la chiusura era incompleta e consentiva il passaggio specialmente perché il continuo paletto iniziale del reticolato era stato piegato in fuori. IL GENERALE DI DIVISIONE F/to Nicola Bellomo


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APPENDICE 2 Lettera del generale Ambrosio N° 3/24087 di prot.

P.M. 9, 10 marzo 1942. Anno XX

ALL'ECCELLENZA IL GENERALE DI CORPO D'ARMATA DE BJASE GRAND'UFF. LUIGI

BARI

OGGETTO: Evasione di p g. inglesi dal campo n. 75 del 30/11/1941: pretesa nuova versione circa le cause che determinarono la morte del p g. Capitano Playne Georgie ed il ferimento del p g. tenente Cook Roy Rost ron. N. 5 allegati (da restituire)

Il p g. tenente Cook, dimesso dall'ospedale ed attualmente internato nel campo n. 78, ha fatt.o pervenire, il 7 corrente, all'Addetto Militare svizzero, recatosi in visita al campo stesso, un esposto circa l'evasione in oggetto nonché circa i fatti a questa susseguiti e nei riguardi dei quali è stata da Voi compiuta la nota inchiesta. Tale esposto è stato dall'Addetto Militare consegnato, dietro richiesta, al comandante del campo. Poiché il tenente Cook - sebbene a distanza di tempo - afferma fatti e riferisce circostanze finora non affiorati, reputo opportuno che siano effettuati in proposito ulteriori accertamenti. Vi prego quindi, Eccellenza, di volere svolgere al riguardo un supplemento d'inchiesta. All'uopo, insieme all'esposto originale con re lativa traduzione, Vi invio tutti gli atti finora acquisiti. Data la delicatezza della questione gradirò che la nuova indagine venga svolta con cortese sollecitudine. Di quanto sopra ho informato il Comando del IX Corpo d'Armata. IL CAPO DI S.M. DELL'ESERCITO P.C.C. IL CAPO UFFICIO I (Col. F. FORMATO) Traduzione dell'esposto del tenente Cooke Allegato alle Jet. n. 3/24087 del 10.3.1942 Signore, ho l'onore di riferirvi quanto segue: come prigioniero di guerra caduto in Italia, fui mandato al campo di concentramento di Bari, ove arrivai verso il 28 novembre 1941 con altri 11 ufficiali. Il 31 novembre alle 17 circa, un capitano degli ussari di G LOVCESTER ed io (non ricordo il suo cognome, ma so il suo nome era George, circa 6 piedi e tre pollici di altezza, bruno, baffi bruni, naso aquilino rotto, uno di tre fratelli della stessa statura) lasciammo il campo in un tentativo di evasione. Alle ore 18.30 circa fummo r ipresi e ritornammo al campo, dove per alcuni minuti fummo rimessi insieme agli altri ufficiali britannici. Fin qui nessuna violenza


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c'era stata fatta. I dieci ufficiali britannici possono testimoniare che non eravamo in nessun modo armat i. Ricordo il nome di un ufficiale il Conte John De BRENOERN anche lui degli ussari di Gloucester. Ci trovavamo da circa due minuti cogli altri ufficia li quando arrivò il comandante del campo, il quale ci ordinò di uscire. Il comandante colpì entrambi nella faccia con la sua pistola . Fummo messi in una camera di punizione, dopo che ci furono legate le mani dietro la schiena con filo di ferro. Una volta legati fummo colpiti e calciati in faccia da un sergente italiano, mentre il comandante era presente. Eravamo neJla camera di punizione da circa un'ora quando arrivò il Generale addetto a l Comando di Bari; fummo tirati fuori dalla cella e il Generale sembrava molto eccitato. C'erano circa trenta soldati italiani ed alcuni ufficiali. A questo punto tutti gli ufficiali ed i soldati b ritannici dell'accantonamento furono rinchiusi nelle rispettive baracche in modo che non poterono assistere a ciò che seguì, per quanto tengo a dichiarare che ciò che accadde fu faci le a capirsi solamente sentendo. Dai gesti è dal poco italiano che conosco pareva che si fosse verificato un increscioso incidente. Cercadi di chiedere l'interprete (parlava francese) per apprendere che genere di punizione ci sarebbe stata inflitta, tutto ciò non fu concesso. Mi fu chiesto da l Generale da quale parte eravamo fuggiti ed io risposi «attraverso il filo spinato dell'accantonamento interno». Fummo portati nell'accan tonamento interno, circa 15 jarde di dis tanza dalla baracca dei prigionieri; tutti i presenti scguirnno. Il Generale aveva in mano la sua pistola au tomatica e ci intimò di mostrargli da che parte eravamo fuggiti. Mentre i solda ti presenti caricavano i loro fucili, chiesi ancora diverse volte il permesso di parlare con l'interprete per sapere c he cosa volevano fare. (Il francese del Generale lasciava molto a desiderare). Molto io chiedevo questo fummo spinti e scaraventati nel giardino. Per farci muovere più presto, poiché noi mostravamo una certa riluttanza, fummo colpiti alla testa e alle spalle con il calcio dei fucili. La combricola poi indietreggiò di circa 10 jarde e tutti cominciarono a sparare, incluso il Generale. Camminammo lungo il sentiero fino a che fummo colpiti. Fui colpito alla natica e mi buttai a terra fingendom i morto. Il mio compagno non fece lo stesso appena colpito al braccio, perciò fu colpito alla testa cd ucciso. Desidero dichiarare che mai durante questo temativo di fuga o durante il tempo che seguì, di cui ho riferito, né il capitano George né io facemmo uso della forza, oé facemmo alcun gesto di minaccia, né tentammo di sfuggire ai nostri detentori. Ci allontanammo quando incominciò il fuoco giacché non c'era altro da fare. Quando vennero a visitarmi mi fu ordinato di andare all'ospedale del campo. Fui portato a spalla da un soldato il quale mi prese con le braccia attorno alla testa. Ciò era molto doloroso ed io svenni; chiesi diverse vo.l te che mi liberassero i polsi ma ciò mi fu rifiutato. All'ospedale lo chiesi al dottore e fui liberato. I polsi risultarono segati in profondità. · Gli unici testimoni britannici furono il capitano George ed io, il capitano George è ora morto. Ho I'0no1·e di essere il vostro subordinato. F.to Roy R. Cooke Tenente della II Batteria del West Kent Reggimento della Regina Seconda Relazione del generale De Biase


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n. 3 di prot. R.P.

Bari, 17 marzo 1942 - XX -

OGGETTO: Evasione di p.g. inglesi da l campo di Torre Tresca del 30 novembre 1941. -XX-

ALL'ECCELLENZA IL CAPO DI S.M. DEL R. ESERCITO P.M. 9

Rispondo al foglio 3/24087 del 10/3 e.a. Dagli inlerrogatori allegati al presente foglio, da me personalmente falli in Bari il 16 marzo corrente, senza alcun preavviso agli interessati ed alla presenza del Generale di Divisione Adami-Rossi, comandanle della difesa territoriale di Bari, risu lta all'evidenza come le circostanze di fatto asserite dal tenente p.g. inglese Cook nel suo reclamo del 7 marzo e.a., siano assolutamente non vere. Infatti: a) dalle dichiarazioni concordi di tutti gli interrogati risulta che i due ufficiali p.g. in esame e cioè del capitano Playne ed il tenente Cook, non subirono alcun mallrattamento di percosse od altro. Gli ufficiali medici che visitarono il tenente Cook dopo che fu feri to non riscontrarono sul suo corpo alcun segno di percosse od altro. b) l'ufficiale medico del campo di Torre Tresca, che per primo raccolse il tenente Cook ferito, l'ufficiale medico che andò a rilevarlo al campo per trasportarlo in autoambulanza all'ospedale militare, l'ufficiale medico d i guar dia dell'ospedale che assistette alla medicazione fatta al ferito appena giunto all'ospedale a tu tti gli a ltri interrogati smentiscono nel modo più categorico che il tenente Cook ed il capitano Playne avessero le mani legate quando tentarono la seconda fuga; e) dalle dichiarazioni degli ufficiali medici già sopra indicat i risulta che il tenente . Cook, dopo che fu ferito, fu raccolto con ogni cura da un ufficiale medico ed un soldato per essere trasportato alla sala di medicazione del campo e fu poi trasferito con ogni cura in autoambulanza dal campo all'ospedale militare, con l'assistenza perfino di un ufficiale medico chirurgo che a richiesta del prigioniero gli offerse anche delle sigarette. Trattamento più umano non si sarebbe potuto fare ad alcun a llro ferito; d) risulta anche che i soldati presenti al momento della seconda fuga erano tre e non trenta e che avevano già le armi cariche e perciò non le caricarono alla presenza dei due ufficiali p.g.; e) risul ta ancora che nessun interprete di lingua francese venne richiesto giacché il generale Bellomo parla l'inglese tanto da farsi ben capire. Del resto gli ufficiali presenti erano in gr ado d i capire e di farsi capire in lingua francese; t) risulta infine che tutti i p.g. presenti al campo di Torre Tresca il 30 novembre, ufficiali compresi, furono chiusi nel loro baraccamento non appena fu scoperta la prima fuga dei due ufficiali p.g. Rest ituisco qui uniti gli allegati al foglio in principio citato. Gli originali degli inter rogatori, ,q ui allegati (nn. 1-2-3-4-5-6), e la minuta della presente mia relazione sono stati da me consegnate al comando de l corpo d'annata di Bari perché siano custoditi coi precedenti nella pra t ica relativa ai due ufficiali p.g ..


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Non ho proposte da fare. IL GENERALE DI CORPO D'ARMATA F/to Luigi De Biase Allegato n. 1 INTERROGATORIO DEL CAPITANO ANTONIO SOMMAVILLA, COMANDANTE DEL CAMPO PG. 75 A.D.R. - Escludo ne l modo più categorico che i due noti ufficiali p.g. dal momento in cui furono presi dopo il primo tentativo di fuga, fino al momento in cui tentarono la seconda fuga, siano stati sottoposti da chicchessia, né da me né da altri, a maltrattamenti come pugni calci od a.Itri mezzi. Furono trattati umanamente e furono solamente sottoposti ad una minuta perquisizione, senza recar loro nessun male. A.D.R. - Confermo quanto già fu detto nell'interrogatorio del 16 febbraio 1942 e cioè che i p.g. quando fu rono invitati a mostrare da dove erano scappati, non avevano legatura di sorta, né alle mani né alle gambe né altrove. A.D.R. - Confermo quanto già fu detto nell'interrogatorio del 16 febbraio 1942 e cioè che i p.g. quando furono invitati a mostrare da dove erano scappali, non avevano legatura di sorta, né alJe mani né alle gambe né altrove. A.D.R. - Quando furono portati fuori i p.g. per far da loro indicare da dove erano scappati, vi erano solo i tre soldati presi dal corpo di guardia per scortarli, oltre a me ed al Ten. Stecconi ed al generale Bellomo. Qualche altro soldato, probabilmente, nelle vicinanze, può essersi trovato, di r itorno dal servizio di rastrellamento che si era fatto. Però nessuno di questi seguì i p.g. che, come noi, entravamo nel campo. A.D.R. - La fuga dei due noti ufficiali p.g. avvenne mentre tutti gli ufficiali p.g. passeggiavano nell'interno del campo. Non appena fu conosciuta la fuga, tutti gli ufficiali p.g. vennero fatti rientrare nella baracca ove furono rinchiusi, né più vennero lasciati uscire per tutta la serata. Pertanto, durante il secondo tentativo di fuga, tutt i gli altri p.g. presenti al campo erano chiusi dentro la baracca, colle finestre chiuse e vigilati dalle due sentinelle poste agli angoli della baracca stessa. Bari 16/3/1942 -XXF/to Capitano Sommavilla Antonio A.D.R. · Preciso che i tre soldati che con noi accompagnavano i p.g.; mentre si dirigevano all'intern o del Campo, avevano già le armi cariche, in quanto di ritorno dal rastrellamento effettuato per la cattura dei due p.g. fuggiaschi. Bari, 16/3/1942 Filo Capitano Sornmavilla Antonio Allegato n. 2 INTERROGATORIO DEL SOTTOTENENTE STECCONI GIUSEPPE DEL CAMPO P.G. n. 75 A.D.R.. Ad analoghe domande a quelle oggi fatte al capitano Sommavilla, non ho che


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da ripetere le stesse risposte date dal capitano dopo averle lette integralmente, né ho altro da aggiungere o modificare. F/to Sottotenente Stecconi Giuseppe Bari, 16/3/1942 -XX-

INTERROGATORIO DEL SOTTOTENENTE MEDICO CARDILLO CARMELO ADDETTO AL CAMPO P.G. N. 75 A.D.R. - Premesso che andai io stesso a raccogliere il noto ufficiale p.g. ferito per trasportarl o alla sala di medicazione del campo, dichiaro categoricamente: a) che il ferito fu trasportato a spalla con ogni delicatezza da un soldato e da me, anzi ricordo che appoggiava la testa sulla mia spalla; b) aveva le mani completamente libere e nessun taglio ai polsi; c) all'infuori della ferita dovuta ad arma da fuoco non presentava echimosi alcuna per percosse ricevute. A.D.R. - Dopo la prima medicazione fatta da me al Campo, il ferito fu trasporta to all'Ospedale Militare Principale <li Bari a mezzo di autoambulanza. A.D.R. - Durante il tempo trascorso nella sala di medicazione sotto le mie cure, il ferito non ha mosso alcuna lagnanza; anzi, parlando con me in francese ha ringraziato ed ha soggiunto che lui ed il suo amico Playne erano stati dei pazzi a tentare la fuga una seconda volta. A.D.R. - Il p.g. Tenente Cook fu trasporta to a braccia non in barella, perché l' unica disponibile presso il Campo veniva usata per il p.g. capitano Plaync, che era molto più gravemente fer ito. Aggiungo anche che al capitano Playne vennero prestate tutte le cure possibili per tenta re di salvarlo. Anche il capitano Playne, come g ià detto pel tenente Cook, era assolutamente colle braccia libere e cioè senza alcuna legatura ai polsi e non p resentava segni di maltrattamenti di sorta. Bari, 16/3/1942 - XX App rovo due parole cancellate nella seconda riga della risposta alla prima domanda. Sottotenente medico F/to Cardillo Carmelo Allegato n. 4 INTERROGATORIO DEL SOTTOTENENTE MEDICO DI COMPLEMENTO L01ZZI ANGELO ADDETTO ALL'OSPEDALE MILITARE PRINCIPALE Dl BARI COME CHIRURGO DI SERVIZIO IL 30 NOVEMBRE 1941. · XX A.D.R. · Sono andato io al Campo p.g. di Torre Tresca con un'autoambulam:a, mandato dall'ospedale su richiesta de l Comandante del Presid io a rilevare il tenente inglese p.g. Cook, ferito da arma da fuoco alla coscia sinist ra. A.D.R. · Quando al campo di Torre Tresca ho caricato il feri to, questi aveva le mani e qualunque altra parte del corpo completamente libera, anzi mi ha chiesto delle sigarette ed io gliene ho offerte. A. D.R. - Appena arriva to all'ospedale ho proceduto alla medicazione del caso. In so-


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stituzione di quella d'urgenza fatta al Campo ed ho praticato anche l'iniezione ant itetanica. A.O.R. - Non aveva alcu na lesione dovuta a percosse od a ltro, in nessuna parte del corpo escl usi pure i polsi; non presentava, oltre la ferita, neppure delle semplici escoriazioni. A.O.R. - Non mosse, parlando con me in francese, alcuna lagnanza per maltrauamcnti subii i e anzi, avendog li io chiesto se oltre la fe rita avesse a ltri dolori per il corpo, rispose di no. F/to S. Ten. medico Angelo Loizzi Bari, 16/3/1942. XX -

Allegalo n. 5

CNTERROCATORIO DEL SOTTOTENE TE MEDICO DI COMPLEMENTO DR. APPIO DOMENICO, MEDICO DI GUARDIA ALL'OSPEDALE MILITARE PRI NCIPALE DI BARI, LA NOTTE DEL 30 NOVEMBRE 1941 ·XX. A.D.R. · Come medico di guardia ho assistito alla medicazione fatta dal collega dr. Loizzi Angelo e confermo quanto ha dichiarato il dottore nel suo interrogatori o. Confermo che il Te n. p.g. Cook è giunto all 'ospedale cogli ar ti comple tamente liberi, senza legature. F.to S. Ten. medico Domenico Appio Bari, 16/3/ 1942. XX Allegato n . 6

RISPOSTE A DOMANDE Bari, li 16 mano 1942 · XX I • · A domanda, rispondo: I due uffic ia li p.g. reduci dalla prima evasione erano, al momento del mio arrivo a l Campo r idotto, ne l c.:asollo presso t:ù esterno a ll' ingresso de l Campo ridotto stesso. fl Capitano comandante del campo, precedendomi, aveva fatto aprire la piccola prigione ed io trovai i due p.g. sulla portina, appena usc.:iti. Erano ritti custoditi dalla sentinella alla prigione e da due altri soldati della guardia chiamati de l sotto tenente S tecconi. Nessun segno perc.:epi i, né p rotes te mi furono l'a Lte da i due ufficiali p.g. di maltrattamenti subiti. Cli altri IO (o 9) ufficiali p.g. e i 71 uomini di truppa p.g. erano rinchiusi nella barac.:ca di legno c.:on tutte le porte e le finestre chi use, sotto la vigilanza delle due sentinelle ag li angoli N.0. e S.E. della baracca. Mi risultò c he vi erano sta ti rinchiusi non appena scopt:rla la prima fuga dei due noti p.g .. 2 • . A domanda rispondo: I due uffi ciali p.g. non erano legati. 3° - A domanda rispondo: Dal momento dell'uscita del casotto, s ino a l nuovo tentativo di fuga, i du e uffi-


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ciali p.g. furono scortati soltanto dai tre soldati della guardia sopra indicati e da me col capitano Sommavilla ed il S. Ten. Stecconi. Nessun altro militare seguì il gruppo così composto. Le due sentinelle agli angoli della baracca erano e rimasero al loro posto. 1 non molti militari del Campo erano parte ancora fuori in pattuglie di rastrel lamento ed i rimanenti nelle baracche sterne e lontane dal piccolo Campo ridotto. 4" - A domanda rispondo: Nessuna richiesta di interprete francese mi fu fatta dal tenente o dal capitano p.g., né aveva ragione di essermi fatta perché io domandai in inglese che i due ufficiali mi mostrassero, sul luogo, dove e come erano evasi la prima volta. Nessuna parola in lingua francese fu da me pronunziata. s• - A domanda, rispondo: I due ufficiali p.g. non furono affatto spinti e scaraventati ne l campo ridotto. Dopo la domanda darne rivolta, il tenente p.g. r ispose con brevi frasi in inglese serrato che non capii; ma siccome non accennava a muoversi col compagno, ingiunsi energicamente e ripetutamente ad entrambi, semp re in inglese e con gesti, di condurmi al luogo dell'evasione. Dalla loro riluttanza riportai il sospetto che non volessero per fini reconditi fornire le indicazioni richieste; ed insistetti ancora energicamente finché si decisero ad avviarsi verso il lato Nord del Campo ridotto, avanzando a cavallo del sentiero che dall'ingresso conduce a l lato anzidetto. Erano seguiti soltanto dai tre soldati ripetuti, eppoi da me col Comandante del Campo ed il S. Tenente Stecconi. 6" - domanda, rispondo: Il gruppo dei soldati che scortavano i due ufficiali non indietreggiò affatto per sparare, quado questi si decisero alla fuga; anzi cercò di raggiungere i fuggitivi, ma, non riusciendovi e l'oscurità minacciando sottrarli del tutto alla vista, i soldati fecero uso delle armi. Il Generale di Divisione F/to Nicola Bellomo


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APPENDICE 3 STATO MAGGIORE R. ESERCITO Ufficio Prigionieri di Guerra n . 3/30978 di prot.

P.M. (9), 30 maggio 1942

PROMEMORIA PER IL CAPO DI S.M. DELL'ESERCITO ALLEGATI: I In seguito all'inchiesta esperita su una pretesa nuova versione del tentativo di fuga dal campo di Torre Tresca (Bari) nel quale rimase ucciso il Cap.no p.g. inglese PL\YNE e il ferito il ten. inglese CooKE Roy Rostro,i, quest'ultimo venne punito con 30 gg. di A.F. per avere fatto pervenire direttamente al rappresentante della Potenza protettrice un rapporto sulle circostanze del fatto, risultante totalmente infondate. Il COOKE, internato nella fortezza di Aquila per scontare la punizione, ha ora presentato un altro esposto (allegato I - in traduzione) col quale chiede che sia compiuta sul faLto, da lui narrato - che riafferma vero - un'ulteriore inchiesta. I suoi ri lievi, lungi dal fornire clementi che valgono a giustificare una nuova indagine, costituiscono una conferma delle conclusioni alle quali giunge il Comandante di Corpo d'Armata, Ecc. De Biase, con la sua rigorosa ed accurata inchiesta. L'esposto del p.g. ten. CooKE contiene: - una ritrattazione, in quanto - a modificazione delle recise affermazioni del primo rapporto, nel quale era narrato che tutti i militari di truppa e tutti gli ufficiali presenti avevano fatto fuoco contro di lu i e contro il Cap.no Playne - dichiara come l'unico ufficiale a sparare sia stato il Gen. Bellomo: - una contraddizione, in quanto - dopo avere nel primo rapporto na rrato a forti tinte: di essere stato colpito in faccia con la pistola dall'ufficiale comandante di campo; di avere avuto le mani dietro la schiena con un filo di ferro, di essere stato «colpito ancora e calciato in faccia» ali.a presenza di detto comandan.te quando ancora non era sopraggiunto il generale, di essere stato «scaraventato» fuod dalla baracca e condotto sul posto attraverso il quale aveva tentato la fuga. a colpi alla testa ed alle spalle con il calcio dei fucili; di avere invano chiesto, dopo il suo ferimento, che gli fossero liberati i polsi; circostanze queste risultate tutte false, per dati obiettivi e per testimonianze concordi - dichiara ora che tutti gli ufficiali, all'infuori del Generale (quegli ufficiali che nel primo rapporto formavano «una combriccola») si comportarono «sempre in maniera correttissima». Anche la ritrattazione, in ogni modo: - si rivolse in un nuovo mendacio, poiché i due ufficiali presenti a l fatto, che stavano vicino al Generale - che non spai·ò - hanno dich.i arato, in sede d'inchiesta, di avere effettivamente sparato quando si accorsero che i due p.g. riprendevano la fuga; - serve a fare ancor più risaltare la slealtà della prima dichiarazione nella quale, in contrasto con la verità, il CooKE aveva tentato di coinvolgere in una comune azione, cui aveva cercato di attr.i bui re tutte le pervenze della illegalità, ufficiali che


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ora scagiona da ogni asserito precedente addebito. Né le inesatteae e le contraddizioni trovano giustificazione «nelle circostanze e nella fretta (invocate nel nuovo esposto) con cui il primo rapporto fu compilato», dacché, ta le rapporto fu presentalo dal COOKE a distanza di ben t re mesi dal fallo. Tutto ciò toglie qualsiasi credito alle incaute nuove asserzioni del p.g. suddetto. Questi, infine, nel chiedere la nuova inchiesta dice essere «questa l'occasione per fare onorevole ammenda». Non è chiaramente detto da parte di chi tale onorevole ammenda dovrebbe essere fatta: se, come parrebbe, egli osasse attenderla da parte dell'autorità militare italiana, che ha valutato il suo operato e l'ha punito fornirebbe una ulteriore prova di quella mancanza di comprensione della realtà, e della particolare situazione, che caratterizza la condotta sin qui tenuta dall'ufficiale a proposito dell'incidente toccatogli. L'esposto de l p.g. CooKE non sembra - per quanto precede - meriti di essere preso in considerazione; tenuto conto inoltre: - della non conoscenza da parte sua delle norme disciplinari vigenti presso il nostro esercito; - che non si potrebbe far altro che infliggergli una nuova punizione di arresti di dubbia efficacia; non si riterr ebbe proporre nuove misure disciplinari a suo carico. Ove crediate approvare quanto sopra esposto, sarà provveduto per le comunicazioni del caso disponendo che il comando interessato ammonisca severamente il p.g., invitandolo nel contempo a desistere da un atteggiamento del tutto inoppol'luno, pienamente in contrasto con la realtà dei fatti - ormai accertata da inoppugnabile inchiesta - e con la presente sua dichiarazione. Ecciò a scanso di nuovi e rigorosi provvedimenti a suo carico. P.C.C. IL CAPO UFFICIO 13 Colonnello Felice Fonnato

(allegato al foglio n. 3/30978 del 30/5/1942 dello Stato Maggiore R. Esercito)

4 maggio 1942

AL COMANDANTE IL CASTELLO DELL'AQUILA

AQUILA

Signore, Mi riferisco al fatto del mio internamento per punizione in questo Castello, per aver reso una falsa dichiarazione a l mio Superiore Militare di Sulmona. Tale frase si riverbera sul mio onore di Ufficiale Inglese. Prigioniero di guerra, trattato sempre con squisita cortesia ed irrep rensibile corretteaa da tutti i militari di ogni rango delle Forze Italiane (Esercito e Marina), con i quali sono stato in contatto dal giorno in cui fui catturalo, risento profondamente dell'accusa «di aver affermato una cosa falsa» che tornerebbe a discredito dell'Esercito Italiano,,. Una Compagine Nazionale così vasta quale è quella dell' Esercito Italiano non può sempre essere t utelata da lle azioni impulsive di un individuo. L' incidente ·di Bari da me rapportato è asso lutamente vero. In particolare, a causa delle circostanze e della fretta con cui il rapporto fu da me compilato, esso può essere ambiguo. lo d issi «TUTTI INCOMINCIARO NO ASPA-


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RARE» dando l'impressione che anche gli ufficiali presenti avessero sparato. Non fu così. L'un ico ufficiale che sparò fu il Generale che vestiva in borghese, e che te nne la pistola in mano per tulto il tempo dell'incidente. Gli ufficiali in sottordine a Bar i si comportarono sempre in maniera co rrettissima. Tutto ciò che fu riportato fu eseguito di ordini diretti dell'Ufficiale più elevato in grado, e nessun appunto può farsi a qualsiasi altra persona presente. E se il mio rapporto avesse causato un riflesso increscioso per altri ne faccio le scuse più sentite. Poiché io stò scontando una punizione per que l fotto, che io riaffermo essere assol utamente vero, spero che si voglia fare una ulteriore inchiesta, e qua lora vi fosse qualche dichiarazione contraria al mio asserto, io ne venga informato. Ho la sensazione sicura che questa sia l'occasione per fare una onorevole ammenda. Ho l'onore di rassegnarm i. Signore, Vos tro obbedientissimo Luogoten. Roy R. Cook Reale Regg. del Kent Occidentale - Propr/tà S.M. la Regina (Prigioniero di Guerra) P.C.C. I L CAPO UFFICIO 1° Ten. Col. L. Picozzi


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APPENDICE 4 LA T RAGEDIA DEL GENERALE BELLOMO VECCHIA ITALIA inchiodata a l suolo

Il vero dramma d i un soldato: egli non dubitò mai del contenuto di certe parole, come Patria, Onore, Dovere

È trascorso un anno dalla morte del generale italiano Bellomo sotto il piombo del plotone d'esecuzione inglese. Noi non andremo a rivedere il p rocesso che si è svolto indubbiamente secondo la legge e la sola giustizia che la legge consenta. È singolare tuttavia che giusto a un anno di distanza il generale tedesco Maelzer sia processato a Firenze sotto accusa d'aver fatto sfi lare per le vie di Roma del p rigionieri americani mentre il nostro cuore è pieno di ben al t re accuse e tornano uno ad uno i volti conosciuti dei morti di piombo naiista, di piombo fatto sparare dal generale Maelier contro inermi cospiratori, colpevoli solo di professare una fede o addirittura addosso a pacifici cittadini rastrellati lungo la st rada.

I morti « per niente» Ma quan ti sono ormai i nos tr i morti d imenticali dal mondo? I nost ri morti «per niente,, secondo la drammatica espressione d 'un oscuro marinaio tornato lo scorso mese dalla prigionia? Bianche croci nella Marma1'ka battute dal ghibli che le ricopre di sabbia; croci piantate nel sasso vivo dei monti con un nome partigiano intag lialo a punta di coltello: tale è il cimitero della nostra guerra. Non più tardi di ieri le autor ità britanniche hanno arrestato seicento Italiani che erano clandestinamente sbarcati sulla costa libica. Padri, madri, bambini. E rano famiglie italiane che volevano ritornare a i loro poderi, madri che andavano forse a portare una lacrima su que lle tombe dimenticate. In galera, dunque, haliani che torna le alla vostra terra, alla terra che avete strappala al deserto col vostro sudore, alla terra che ricopre i figli caduti. La figura del generale Bellomo col passare del tempo, si del inea sempre meglio quale simbolo del nostro paese, delle sue conlraddiiioni, del d ramma che la naiione italiana ha vissuto, dibattendosi nel bu io delle ingiustizie che contro di essa si sono consumate e si consumano con piena legalità nell'ambito del la «giusta legge». Il dramma di Bellomo, come quello di tutti g li a.Itri morti e dei vivi che hanno partecipato combattendo e soffrendo gli u ltimi cinque anni del la nostra storia, è una testimoniania della nostra reale con dizione di fuori legge, di ingiudicabili. Solo rimmciando a giudicarci si sarebbe resa giustizia agli llaliani. Quale legge può esistere o potrà mai formularsi, che possa contenere le nostre contraddizioni, il nostro dramma unico e sociale; che possa infine giudicare un qualunque Italiano? Chi ha assistito a l processo Bellomo, c hi ha visto coi suoi occhi il volto del capitano inglese Cooke, il sopravvissuto alla tragica fuga che costò la vita al suo collega Playne, segna to di lacrime dopo la senLenza, sa che non vi era legge che potesse giudicare il generale italiano.


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Era sicuro di sé Il petto di Bellomo era decorato di medaglie conquistate combattendo nella guerra '15-'18 ed anche nei giorni 8 e 9 settembre 1943, quando non esitò a puntare i cannoni contro i tedeschi salvando il porto di Bari per i suoi giudici, dalla distruzione dei guastatori nazisti. Ed alla famiglia che sbarrava gl i occhi atterriti dopo la condanna a morte, egli disse serenamente, forte di quella che fu la nostra vecchia vita: «Su, coraggio, morire è sopravvivere». Retorica. Certo, è retorica, non si può negarlo. Ma tutta la vita del generale Bellomo era cosi: vecchia Italia. Patria, onore, vila vissuta credendo che sia giusto l'ordine nel quale si lavora, generale o soldato, industriale od operaio, re o bifolco. Bellomo dunque rappresentava questo vecchio paese fermo nella sua realtà: egl i credeva di sapere come si educano i figli, a quali ideali si debba indirizzare la loro esistenza: era sicuro di se stesso, della sua coscienza. Bellomo credeva nel suo dovere, credeva nelle bandiere dei suoi reggimenti, nel giuramento prestato, nella parola data; credeva infine che si dovesse obbedire agli ordini ricevuti e che fosse giusto morire per quelli. Credeva anche che morire fosse sopravvivere: gli bastavano le belle parole perché egli non metteva in dubbio una loro aderenza alla realtà; il generale Bellomo non ha mai dubitato del contenuto di certe parole come Patria, Onore, Dovere; nella sua mente non s'è mai affacciato il sospetto che potessero un giorno svuotarsi d'ogni contenuto e diventare palloni pieni di ipocrisia agli occhi di generazioni smaliziate, tormentate da nuove esigenze, bisognose cioè di rivalutare quelle parole in un rapporto nuovo con la propria coscienza e con la propria vita di uomini. Una frana Il generale Bellomo era la vecchia Italia che si dibatteva di fronte all'assalto del mondo, la vecchia Italia che voleva sopravvivere, orgogliosamente, coraggiosamente e che andava incontro alla sua tragedia, al plotone d'esecuzione. Dopo la sentenza egli disse anche, al capitano Cooke che piangeva: « Elevo un pensiero di compianto e di commossa ammirazione alla memoria del capitano Playne; rivolgo un vivo, cordiale saluto di compiacimento e di congratulazione al capitano Cooke. Confermo che sono dolente dell'episodio del 30 novembre 1941, ma confermo anche sul mio onore di vecchio soldato che compii il mio dovere e sono tutlora persuaso d'essermi trovato nella necessità di doverlo compiere». Il giudice Stirling aveva già pronunciata la condanna e la vecchia Italia andava alla morte nella persuasione di aver compiuto il suo dovere. La vecchia Italia, impersonata dal generale Bellomo, rifiutò di firmare la domanda di grazia rivolta al maresciallo Alexander perché le bastavano le belle paro le: morire è sopravvivere. Retorica, non vi è dubbio. All'alba dcli' 11 settembre 1945 un plotone d'esecu1.ione britannico era schierato pronto a far fuoco sul vecchio soldato italiano. Quando vide che i fucili erano puntati Bellomo ordinò: «Fuoco» ma il plotone attese muto l'ordine del suo ufficiale. Nei pochi attimi che seguirono il grido, fino alla scarica, il generale Bellomo forse sentì che tutta la sua vita franava, che l'edificio tutto della vecchia Italia si sgretolava i_n que l silenzio tragico, dinanzi a quei soldati c he aspettavano un altro ordine impassibili. E fu quella forse, la vera, la grande tragedia del generale Bellomo. Gli inglesi certo non sapevano d'aver giustiziato col generale Bellomo la vecchia


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Italia. Che cercano ora in questo nostro Paese? Non incontreranno più l'Italia del ge· nerale Bellomo sul loro cammino. Di quella vita noi non potremo mai più vivere, su quei valori uccisi non sapremmo ricost ruire una vecchia coscienza. La vecchia Italia è rimasta là inchiodata a l suolo, con i nas trini azzurri arrossati del suo stesso sangue. E noi adesso non sentiamo più che i richiami del futuro. Felice Chilanti Articolo apparso su «Il Tempo», a. III, n. 213 de l 13.9.1946


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VITA ED OPERE DEL MAGGIOR GENERALE MARIANO D'AYALA PREMESSA

Ricordare sia pure in termini concisi, la vita di Mariano d'Ayala, vuole anche significare addentrarsi nell'età che fu sua e soprattutto in quegli aspetti del risorgimento nazionale, più strettamente legati alle vicende del mezzogiorno. Personaggio dai molteplici interessi e dai molti incarichi, alcuni dei quali particolarmente autorevoli: ufficiale borbonico, scrittore militare, prefetto di una provincia d'Italia, ministro della guerra di uno stato preunitario, direttore della Rivista Militare, docente universitario, senatore e deputato in più legislature, maggiore generale dell'Esercito Italiano, vicesindaco e consigliere del Comune di Napoli, è certo da includersi tra le personalità cli quell'epoca, che furono in grado di mediare e trasmettere ai contemporanei ed ai posteri, le ansie, le attese, le delusioni e le speranze della gente del sud, e soprattutto dei militari, che sia pure attraverso opposte bandiere si avviavano al compimento della unità nazionale. Come ufficiale borbonico e come scrittore militare è certamente il maggiore che ci abbia tramandato un quadro documentato e completo, vivo ed esauriente anche dal punto di vista storicostatistico, di quella compagine militare cui appartenne, costretta a soccombere sul Volturno nel Ì860 sotto la spinta delle armi garibaldine. Una sua sola opera «Napoli Militare», dal titolo forse restrittivo ed esposto ad interpretazioni allusive, edita nel 1847, è di per sé stessa sufficiente a suffragare quest'ultima affermazione; anche a volerne soltanto scorrere rapidamente le pagine, spigolando qua e là, ci si rende subito conto che Mariano d'Ayala fu scrittore militare serìo e documentato, e che in definitiva l'esercito napoletano da lui descritto non può sottrarsi al nostro giudizio positivo, quale strumento di guerra capace di conseguire in taluni momenti un elevato livello di efficienza tecnica ed operativa; e ciò indipendentemente


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dal sacrificio di molti suoi esponenti, che meritano il nostro riverente r ispetto. Molte, è vero, le manchevolezze, come l'aspetto dinastico di quella struttura, talvolta impiegata a reprimere moti popolari: ma non si dimentichi - ed è lo stesso scrittore a ricordarlo - che quell'esercito nacque solo nel 1734, quando Carlo III di Borbone assunse il trono di Napoli e quando era ancora composto unicamente da milizie spagnole e mercenarie, e che il suo farsi italiano, e per essere più esatti, italiano del mezzogiorno, è databile sol tanto con i reclutamenti via via avvenuti nello scorcio del XVIII ed agli inizi del XIX secolo, cioè agli albori del Risorgimento. In definitiva quando quell'esercito si candidava come appartenente ad uno stato italiano, il Regno delle due·Sicilie, si avviava contestualmente, nella prospettiva unitaria, alla sua stessa fine. Il d'Ayala, uno dei suoi figli più leali, assolutamente privo di interesse di parte o personale, aveva maturato all'Accademia della «Nunziatella» una preparazione professionale che gli faceva intuire, senza incertezze, quali dovessero essere gli ordinamenti ed i compiti istituzionali di un esercito moderno. Consapevole di ciò non disperò in un rinnovamento radicale ciel suo stesso esercito. Anzi dedicò ad esso gli anni migliori della sua vita: l'inizio di una prestigiosa carriera militare, bruscamente interrotta. Trovò forti resistenze e fu costretto all'esilio. Animo generoso, non credette mai ad una guerra fratricida, e si pose alla ricerca dei motivi ideali che avrebbero potuto favorire la saldatura dei vari eserciti p reunitari. Concepì e scrisse quell'interessante pubblicazione che non ha precedenti nella storiografia militare europea di quel tempo: «Degli Eserciti Nazionali», edita a Firenze nel 1850, nella quale con intuito che ha del sorprendente, si gettano le basi costituzionali delle forze armate degli eserciti democratici dei paesi moderni. Ma i motivi ideali, più notevoli e più efficaci per una r iconciliazione generale, li individuò nel sacrificio di tutti i martiri e di tutti i combattenti delle lotte risorgimentali, appartenuti a qualsiasi regione d'Italia. Alla memoria di costoro dedicò le ancora possenti energie della maturità, tramandandoci innumerevoli ed esaurienti biografie, frutto d i altrettanto accurate e minuziose ricerche negli archivi comunali e nelle biblioteche di numerose città italiane. Quest'ultimo tipo di pubblicazione è così ricorrente e frequente, che per la sua stessa mole rischia di porre in luce minore le altre sue opere, non certo meno pregevoli e sicuramente più interessanti dal punto di vista scientifico.


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Non a caso, né certo per essere riduttivi, ma al contrario per esaltarne la figura di vero italiano, si può sul suo operato formulare la seguente considerazione. Se è vero, com'è vero, che un grande scrittore vive per un messaggio da tramandare ai posteri, quello riservato dal destino a Mariano d'Ayala, fu certo di ricordare a tutti indistintamente gli italiani i veri motivi che ci uniscono indissolubilmente: le numerose e meravigliose vite dei martiri del nostro Risorgimento, visti senza frontiere. LA FAMIGLIA E LA GIOVINEZZA

La famiglia d'Ayala è di origine spagnola, ad essa prestò il nome l'omonima cittadina basca, investita in feudo nel 1074 da Ramiro I d'Aragona. Il nostro autore ne ereditò la discendenza attraverso i Lopez d'Ayala, uno dei rami principali in cui nel corso dei tempi si articolò, tanto è vero che lo stemma gentilizio, di cui si fregiava, era rappresentato da uno scudo sannitico del tipo parlante, avente cioè in campo due lupi (lobos) affiancati da 8 piccole croci di S. Andrea, a ricordo della vittoria conseguita da un Lopez contro i saraceni nel giorno di S. Andrea del 1267. Appartenuta ai grandi di Spagna annoverò tra i suoi componenti figure prestigiose della storia spagnola ed italiana. Tra i tanti ricorderemo: quell'Inigo Lopez d'Ayala che nel 1503 diede l'avvio alla disfida di Barletta; il famoso conte Ferdinando d'Ayala, vicerè di Sicilia nel 1659, distintosi nelle lotte contro l'onnipotenza del clero, e promotore a Palermo di grandiose opere pubbliche; ed infine Pietro Lopez d'Ayala, personaggio di primo piano nell'antica letteratura castigliana. Mano a mano che si scende nell'albero genealogico compaiono sempre più sacerdoti e militari di carriera, soprattutto ufficiali di artiglieria, arma alla quale, in definitiva appartenne anche Mariano. Il nonno paterno, Giuseppe, figlio del colonnello Giacinto Lino delle artiglierie spagnole, nato a Napoli nel 1701 e profugo da Napoli durante la guerra di successione spagnola, era anch'egli colonnello di artiglieria. Quest'ultimo nel 1734, dopo aver parteggiato per Filippo V, rientrò a Napoli al seguito di Carlo III, primo Re della dinastia borbonica d'Italia. Sopraggiunte le armate napoleoniche il di lui figlio Raimondo, tenente colonnello delle artiglierie del regno, seguì volontariamente il nuovo sovrano, Ferdinando I, nell'esilio siciliano. In premio della fedeltà ebbe il prestigioso comando della piaz-


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Veduta del Collegio della ÂŤNuniiatellaÂť all'epoca in cui vi insegnava Mariano d'Ayala.


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zaforte di Messina, che mantenne per diverso tempo, sposando anche una milazzese, Concetta Ragusi. Questa gli diede ben quattro figli: l'ultimo, nato il 14 giugno 1808, cui fu imposto il nome di Mariano, è appunto il nostro personaggio. Tutti vennero avviati alla vita religiosa, ma a causa della prematura morte del padre, la madre, rimasta vedova ed indigente, fu costretta a scegliere, a lmeno per il più piccolo, una professione che fosse rapida e remunerativa. Cosicché Mariano, che aveva già dato segni di insofferenza ed a cui, certo, non arrideva la vita sacerdotale, buttò la tonaca alle ortiche ed abbracciò la vita militare nella evidente speranza di poter sostenere presto la madre. In vista di ciò dovette dichiarare - e tale circostanza gli peserà per molto tempo - di avere due anni in meno di quanti non ne avesse in realtà. Gli fu così aperta ]'unica possibilità, quella di entrare a far parte della Scuola Militare di tipo elementare di San Giovanni a Carbonara, alla quale si accedeva solo fino a nove anni . Detta scuola, per la cui frequenza non era chiesta retta di sorta, era stata istituita da Carlo III di Borbone nel 1775 al fine d i assicurare la educazione dei giovinetti, figli degli ufficiali del regno, impossibilitati a dargliela per difetto di mezzi. Il che sta a dimostrare quanto estremamente povera fosse buona parte dei quadri dell'esercito napoletano del XVIII e del XIX secolo. Al termine dei corsi gli allievi ottenevano la nomina a sottufficiale nelle varie armi ma contraevano !(obbligo di servire l'esercito per almeno un decennio. Diversa sorte era riservata a coloro che eccellevano negli studi, i quali, viceversa, venivano trasferiti per il proseguimento dei corsi all'Accademia Militare. È quanto accadde a Mariano che, risultato il primo agli esami, si vide ben presto aprire le porte del Collegio Militare della Nunziatella; nome quest'ultimo, assunto nel nuovo ordinamento, dall'Accademia Militare borbonica. Ammessovi esattamente l'l l novembre del 1820, ne sortì dopo oltre 8 anni di studio, condotti con zelo e serietà encomiabi li, ottenendo il 1° novembre del 1829 la nomina ad alfiere d i artiglieria e l'assegnazione al Reggimento di artiglieria Re, il primo del Regno, di stanza a Gaeta. Si era allora all'epoca dell'ammodernamento dell'esercito, voluto da Ferdinando II, ed attuato in suo nome dal Genera.le Carlo Filangieri, principe di Satrìano, Ispettore delle Scuole Militari e Direttore Generale dei Corpi Speciali: artiglieria, genio e servizio topogi·afico. Quest'ultimo, generale a soli 29 anni ad Austerlitz agli ordini di Gioacchino Murat, apparteneva a quel gruppo di uffi-


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ciali murattiani che lo stesso sovrano per atteggiamento liberaleggiante, ma in verità per accattivarsene la stima, aveva reintegrati nei gradi e richiamati in servizio. Il Filangieri non era un liberale ma per il suo passato familiare e personale rappresentava la·tradizione riformatrice moderata, propensa ad una politica conciliatrice in tutto il regno, Sicilia compresa. Peraltro eccelleva tra tutti ed aveva in cantiere un programma di rinnovamento che solo con abili collaboratori avrebbe potuto condurre a buon porto. Tra i tanti problemi del momento, quello di verificare l'efficienza delle piazzeforti militari. Per quella di Gaeta fu prescelto Mariano d'Ayala, il quale riuscì in breve tempo a rilevare l'intera pianta della rocca, individuandone i punti deboli e proponendone le relative rettifiche; le sue accurate correzioni migliorarono sensibilmente i piani di attacco e di difesa adattandoli ai nuovi procedimenti operativi ed all'aumentato potenziale delle artiglierie di assedio. L'exploit del giovane ufficiale fu di tale effetto che il suo lavoro fu preso a modello per le altre fortificazioni, ed egli stesso entrò nell'orbita del Filangeri, di cui sarebbe divenuto amico e con cui avrebbe collaborato attivamente per 8 anni, soprattutto nel riassetto delle artiglierie. Il solido programma attuato è riportato nella già citata opera «Napoli Militare», ove giorno per giorno, mese per mese, sono indicati con estrema precisione i provvedimenti di volta in volta adottati fino al 1845 (Documento N° 1). L'attività riformatrice del giovane ufficiale non si arrestò soltanto, fin dall'inizio della carriera, a quelle modifiche strutturali e tecniche che gli venivano giornalmente richieste, ma si estese anche a campi di cultura diversi nell'intento di modificare dal suo stesso interno la compagine militare. La disciplina lasciava allora molto a desiderare; né alcun miglioramento ci si poteva aspettare da un rigore eccessivo, intervallato da periodi di rilassatezza: nei reparti avvenivano fatti incresciosi. La sua prima pubblicazione voJJe essere, appunto, una vera e propria denuncia di tali carenze, che viceversa non avvenivano nei reggimenti mercenari, i famosi reparti svizzeri, che avevano un trattamento di privilegio sotto ogni aspetto. Si tratta di una memoria difensiva, edita nel 1834, in favore di un «Piffero della Guardia», reo di avere ucciso un compagno. Il disegno dell'arringa si svolge secondo una linea molto simile a quella condotta al campo di Boulogne dal Foscolo, allorché da capitano della Cisalpina, fu incaricato di difendere il Sergente Armani, colpevole di omicidio. In entrambi i casi è palese l' in tenzione del difensore si invocare tutte le attenuanti generiche - allora non ben codificate - al fine


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Ferdinando Il di Borbone, Re del le due Sicilie, (Palermo 18 IO-Case rta I 859 - Re da l 1831). Accorto amministratore, promosse l'ordinamento dell'esercito che affidò al Generale Carlo Pilangieri. Stimato in un p ri mo tempo dal d'Ayala, ne d ivenne avversario allorché soppresse la Costituzione del 1848, concessa all'inizio dell'anno. Si rese colpevole dellà fuci lazione dei fratelli Bandiera e dei bombardamenti della città d i Palermo e di Messina, in mano ai rivoluzionari del '48-'49. Più per questi ultimi fat ti che per la sua mole passò alla storia col nome di Re Bomba.


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Ten. Gen. Carlo Filcmgieri, principe di Satriano (Cava dei Tirreni l 784-Napoli I 867), figlio di Gaetano, noto filosofo ed avvocato napoletano, a u tore della «Scienza della legislazi.one». Educato in Francia combatté nell'esercito napoleonico ad Ulma, ad Au-

sterlitz, in Spagna ed in Russia. Salvò la vita di Gioacchino Mu1:at, da cui eb be il titolo di barone ed i gradi di generale a soli 29 ann i. Caduto in disgrazia dopo il t ramonto dell'astro napoleonico, fu richiamalo in servizio da Ferdinando II che l'incaricò di r iorganizzare ed ammoderna re l'Esercito. In ta le occasione ebbe in Mariano d' Ayala il più capace e fedele collabo ratore. Capitanò poi la spedizione napoletana contro la rivoluzione siciliana del '48-'49 ed espugnò Messina, Taormina e Catania. Dissentendo dal Re non par tecipò a lla campagna del '60 contro Garibaldi, chiudendo così una lunga milizia.


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(a sinistra) Guida dello Stato Maggiore dell'Esercito Napoletano in Gran Tenuta - Periodo 1816 circa.

(a des tra) Sottufficiale del IV Rggimento Svizzero. I reparti mercenari abbondavano nell'Esercito napoletano, ove ricevevano un trattamento di favore sia per uniforme, vitto (pane speciale) e soldo. Furono i piĂš strenui di fensori dell'assolutismo borbonico, e per i loro privilegi erano mal visti dall'esercito naziorn1le.


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di commuovere i giurati e strappare il reo al capestro. Soprattutto

si avverte la denuncia dell'ambiente ostile nel quale è maturato il tragico evento, assolutamente impenetrabile a lla sensibilità ed alla solidarietà, e perciò capace di creare le premesse all'insorgere di moti irreversibili dell'animo umano. Dopo questa prima ed altre analoghe esperienze Mariano cl' Ayala si rese conto che dello scadimento disciplinare non si poteva fare esclusivo addebito alle istituzioni militari, ma occorreva puntare più in alto, giacché le carenze di queste ultime risentivano dello stato di arretratezza in cui versava il paese, sul quale gravavano anche le forti spese per mantenere le numerose milizie mercenarie. Il rinnovamento, per essere efficace, avrebbe dovuto coinvolgere tante cose. Fedele suddito del Borbone, accantonò per il momento tale concetto, ma non volendo in alcun modo esimersi dal dare il suo generoso contributo all'ambiente cui apparteneva ed al quale fermamente credeva, pensò di riscrivere, secondo un suo preciso orientamento, le vicende storico-politiche del Regno di Napoli. Potè così dare alle stampe nel 1835 le «Memorie storiche militari dal 1734 al 1815», ch'egli volle dedicare con entusiasmanti parole all'amico Cado Filangieri indicandone i precisi motivi: Dedico a te, Carlo Filangieri, queste memorie non perché hai meritamente facile accesso alla CorLe, né per la tua investitura del più eminente tra gli uffici di guerra, tenente generale e direttore supremo di tutto lo scibile militare, e non pure per le tue bene acquistate croci e dignità, ma perché soldato valorosissimo e cittadino onorevole, rìverito da tull'Europa, beneamato da quei che tu reggi, e caldeggiato poi da chi s'abbia, siccome me, la delizia ed il pregio di conoscere d'appresso l'alto tuo intendimento, la tua sollecitudine e quei modi inestimabili di comandare, usati da chi nacque e fu bene allevato al comando. La pubblicazione fu accolta con lodi anche dagli ambienti liberali giacché si trattava di una opera veramente storica e non di parte, siccome intesa ad esaltare il valore delle milizie napoletano non incentrato, come al solito, nelle sole giornate di Bitonto e di Velletri, ma esteso anche alla tragica rivoluzione napoletana del 1799, agli eroici difensori di Castel S. Elmo, capitanati dal generale Oronzo Massa, ucciso dal carnefice borbonico, ed alla non meno gloriosa difesa di Gaeta del 1815, sostenuta dal Generale Alessandro Begani; avvenimenti questi ultimi, ignorati nei testi di storia d'allora. Promosso 1° Tenente nel 1837, il Filangieri volle chiamarlo ad insegnare al Collegio Militare della Nunziatella, assegnadogli le più presti-


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giose cattedre per la preparazione degli ufficiali dei corpi speciali, quelle di balistica e di geometria descrittiva; al resto, alla preparazione culturale più estesa ed innovatrice, pensò lui direttamente così come si era proposto; in ciò agevolato dall'amicizia di due illustri colleghi di docenza: Basilio Puoti e Francesco De Sanctis. Dalla assidua frequenza del primo - ispettore scolastico per le materie letterarie alla Nunziatella - crebbe in lui l'amore per lo scrivere in lingua italiana secondo il costume dei dotti napoletani di quel tempo, i puristi, di cui il Puoti era il più autorevole esponente. Tale stile, ricercato e talvolta farraginoso ed involuto, si avverte in quasi tutte le opere del d'Ayala, che appaiono spesso più antiche di quanto non siano nella realtà: è quello proprio dei puristi, condizionato spesso anche da espressioni obbligate, tratte dagli scrittori italiani del trecento e del cinquecento, che venivano portati ad esempio in contrapposizione al dilagare delle voci straniere, in genere francesismi, che guastavano la lingua italiana. Quel costume fu accolto con entusiasmo dal nostro scrittore perché ne vide gli effetti positivi, in quanto l'esigenza di scrivere in italiano, respingendo quello che non lo era, finì per d iventare una concreta manifestazione di patriottismo. Egli si sentì anzi in dovere di dare il suo contributo anche per la parte strettamente militare: elaborò così, a prezzo di lunghi sacrifici e non indifferenti ricerche, un "Dizionario militare franceseitaliano" che venne edito a Napoli nel 1841, ed a cui seguì una seconda edizione a Genova nel 1853 (Documento N° 2). L'amicizia col De Sanctis - nominato insegnante di grammatica e di letteratura italiana alla Nunziatella proprio nello stesso periodo - nacque spontanea all'insegna del noviziato di docenza, e venne rinsaldata dai vari e comuni interessi, uniformati allo stesso principio dell'insegnamento unitario ed interdisciplinare. Non è un mistero che per Francesco De Sanctis la storia d'Italia e la storia della letteratura italiana non dovevano essere separate ma andavano trattate in contemporaneità. Questo concetto fu esteso, per quanto possibile, dal d' Ayala alla storia militare ch'egli vide come disciplina da poter trattare contestualmente alla letteratura italiana. Concepì, unica nel suo genere, un'antologia di argomenti militari (assedi, battaglie, vittorie clamorose, combattimenti navali ecc.) ch'egli ebbe l'accortezza di trarre, riportadoli integralmente, da testi originali dei letterati italiani d'ogni tempo. Ogni argomento venne anche preceduto dalla biografia del relativo autore. Dal Foscolo trasse il capitolo «Invenzione degli archibugieri a cavallo». L'opera, pubblicata nel 1845, ebbe il titolo molto semplice, ca-


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pace di trarre in inganno «Letture del soldato italiano», mentre in effetti si tratta di un testo classico, che può conservare ancor oggi tutto il suo valore di antologia storico-letteraria, unito a quello di antologia storico-militare. Nell'assegnare quel titolo egli volle soltanto ricordare che i protagonisti di quell'antologia erano tutti italiani, e ch'essa era stata concepita per i soldati italiani (Documento N° 3). Nel contempo procedevano a pieno ritmo le lezioni di balistica e di geometria descrittiva, alle quali gli allievi si interessavano vivamente, soprattutto per la disponibilità dimostrata dall'insegnante di dare ad essi largo respiro intercalando brevi pause alternate da discussioni, nelle quali era loro consentito di confrontarsi anche su altri argomenti che, pur non legati direttamente a quelle discipline tecniche, pur sempre vertevano sul rinnovamento dell'esercito. Si auspicava da tutti un ordine che non scaturisse dal rigore o dalla repressione ma fosse frutto dell'intimo convincimento di ciascuno e fosse foriero di giustizia sociale. Tra i suoi allievi prendevano sempre la parola emergendo sugli altri: Enrico Cosenz, Carlo Pisacane, Salvatore Medina, Giuseppe Virgili. E tutti ormai - insegnanti ed allievi - fermamente convinti che il rinnovamento dell'esercito dovesse passare da quello delle istituzioni, si fecero assertori della urgente necessità di chiedere la Costituzione. Da qui appare consequenziale il provvedimento proposto dal Comandante della Scuola, Colonnello Nocerino, di allontanare da Napoli e trasferire allo stabilimento metallurgico della Mongiana di Cosenza, il 1° Tenente d'Ayala, ormai definito da Ferdinando II, cui non mancavano gli informatori, «chillo capozziello». Ma il Generale Filangieri si oppose decisamente. Qualche anno dopo, però, dovette necessariamente aderire alle repliche del Re, maturate quando sulla strenna dell'Iride del 1843 era apparso un articolo del 1° Tenente d'Aya)a inneggiante a Gioacchino Murat, definito dagli storiografi della penisola, per il suo "Proclama di Rimini agli Italiani" e per il suo sacrificio, il primo soldato dell'Indipendenza Italiana. Va, inoltre, detto che i rapporti con il Re erano divenuti più tesi da quando, qualche anno prima, il d'Ayala aveva sposato Giulia Costa, appartenente ad una famiglia di rivoluzionari del 1799, figlia di un colonnello murattiano, ancora ideologicamente legato al passato regime. Il nostro non ottemperò all'ordine di trasferirsi alla Mongiana e si ritirò dall'insegnamento. Il sovrano ci pensò su qualche mese: poi non vedendolo tornare in servizio, lo collocò in congedo assoluto (3 agosto 1843).


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LA MATURITÀ E L'ESILIO

La sua maturità può articolarsi per maggior chiarezza in tre periodi distinti: il primo, dal 1843 al 1848, d u rante il quale, ormai congedato dall'esercito, visse egualmente a Napoli, disimpegnando solo per qualche mese, nel periodo costituzionale del 1848, l'incarico di Intendente - come allora si chiamavano i prefetti - della provincia dell'Aquila; il secondo, dal 1848 al 1860, contraddistinto dal forzato esilio, prima in Toscana, a Fire~ze, poi in Piemonte a Torino; ed infine l'ultimo, quello del suo rientro a Napoli nell'imminenza della liberazione, città questa, ove rimase per tutto il resto della sua vita, salvo i cinque anni circa, nei qualli venne richiamato in servizio col grado di maggiore generale dell'Esercito Italiano. Il primo periodo fu contrassegnato dalla sopravvivenza in quanto egli non aveva di che mantenere la famiglia. Tuttavia la rottura con le istituzioni non ebbe toni accesi, tanto più che lo stesso sovrano nella sua contradditoria politica, e forse per suggerimento dello stesso Filangieri, non volle mai renderselo nemico. Il nostro ebbe così modo di trovare nella sua grande disponibilità di scrittore la possibilità di sostenere la famiglia e di avere la sua stessa ragione di essere. Continuò a trattare argomenti militari, volti come sempre al miglioramento ed al benessere dell'Esercito, verso il quale si sentiva pur sempre egualmente legato. Concepì un'opera biografica organica a cui diede come titolo «Le vite dei più celebri capitani e soldati napoletani dalla giornata di Bitonto fino a nostri giorni», e di cui predispose la pubblicazione a puntate nella speranza di raccogliere le indispensabili adesioni. Queste in verità non mancarono, in quanto sottoscrissero i primi abbonamenti alcuni suoi allievi della Nunziatella, come Enrico Cosenz, Leopoldo Boldoni e Gerolamo Ulloa, precedendo guanti più numerosi assicurarono il definitivo finanziamento. Come sempre nelle opere del d' Ayala, anche in questa, non mancarono accanto alle esaurienti biografie dei soldati rimasti fedeli al Borbone, anche quelle di quanti, combattendo dalla parte opposta, si erano egualmente distinti. Il tempo libero dalla redazione e dalle ricerche lo dedicava agli amici liberali, che ora, sentendosi privo di impegni, frequentava con più assiduità e senza cautele: Luigi Settembrini, Giuseppe del Re, Carlo Poerio, i fratelli Assanti e Michele Primicerio. E giacché il suo nome era noto alla polizia borbonica, come altrettanto noti erano quelli degli amici con cui si accompagnava, nel settembre del 1844, in concomitanza con i moti calabresi, venne arrestato e condotto nella prigione di Castel S. Elmo, ove fu ben presto raggiunto dal Poerio


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e dagli altri. Presidiava, allora, quella fortezza il generale Michelangelo Ruberti, valoroso difensore di Gaeta nelle guerre combattute contro i Francesi, ma che sarebbe assunto a maggiore notorietà per il comportamento umano tenuto nel corso della repressione borbonica del 15 maggio 1848, allorché si rifiutò categoricamente di aprire il fuoco delle artiglierie del forte contro i rivoltosi. Quest'ultimo riservò a Mariano d' Ayala, che ben conosceva, ed ai suoi amici un trattamento oltremodo cordiale; gli fornì i libri necessari a completare l'opera biografica che si era proposta, e che pertanto, potè essere pubblicata quattro mesi dopo, contestualmente alla riacquistata libertà. Alla fine dello stesso 1844 il governo, che dava sempre n uovi segni di volersi adeguare ai tempi, consentì che a Napoli fosse tenuto l'anno successivo il VII Congresso delle Scienze; e giacché era previsto l'afflusso di numerosi scienziati ed autorevoli personaggi, Ferdinando II volle che per l'occasione fosse approntata una guida documenta.le storico-turistica della città. Per la parte militare si pensò a Mariano d'Ayala, che fu incaricato di redigere un'accurata memoria sulle fortezze militari, sull'esercito e sugli ordini cavaUereschi del regno; memorie queste, che apparvero nell'interessante e monumentale pubblicazione voluta dal Re, edita appunto nel 1845 sotto il titolo «Napoli ed i suoi luoghi celebri» (Documento N° 4), alla quale oltre al d'Ayala collaborarono noti scrittori come Francesco Puoti e qualificati funzionari del Regno addetti alle belle arti. Va detto per inciso che tale attività consentì al nostro scrittore di approfondire i suoi studi sull'ordinamento generale militare dello stato borbon ico, consentendogli due anni dopo di dare alle stampe la più volte citata «Napoli militare» (Documento N° 1), edita appunto a Napoli nel 1847. Quest'ultima volle dedicarla con riconoscente motivazione al Generale Michelangelo Ruberti in memoria del recente periodo trascorso in prigionia a Castel S. Elmo. Nel 1846 partì a sue spese alla volta di Genova per partecipare all'VIII Congresso Scientifico Italiano; ne profittò per stringere intensi rapporti con le figure più rappresentative del liberalismo nazionale. Conobbe La Masa e fu ricevuto in udienza privata da Carlo Alberto di Savoia, su cui cominciavano ad appuntarsi le speranze degli Italiani, ed a cui fece q.ono, bene accette, di una copia delle« Vite dei più celebri capitani e soldati napoletani» e delle «Letture del soldato italiano». Al suo rientro, trovato in possesso delle pubblicazioni più significative del Balbo e del d'Azeglio, che aveva ricevuto in omaggio a Torino, venne fermato e perquisito negli uffici di polizia. Nello stesso periodo divenne collaboratore di prestigiose rivi-


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Luigi Seuembrini (1813-1876), allievo di Basilio Puo ti, divenne professore di Letteratura Italiana all'Università di Napoli. Grande amico del dc Sanctis, del cl' Ayala, del Poerio e di Giµseppe del Re, ci ha lasciato tra altri scritti: «Ricordanze della mia vi1a» e la famosa «Protesta del popolo delle due Sicilie»; quest'ultima concepita col d' AyaJa e con il del Re. Condannato a morte nel 1849; ebbe la pena commutata con l'ergastolo.


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Giuseppe del Re ( 1818-1865), figlio del proprietario de lla stamperia napoletana clell' «Iride», che pubblicava annualmente la strenna omonima, in cui figuravano articoli del Puoti, del de Sanctis e del d'Ayala. Fu def inito da Carlo Poerio uno dei più cari ingegni e dei migliori uomini di Napoli risorgimentale. Il cl'Ayala nel 1847 in tervenne cli persona per porlo in salvo, giacché si era saputo che aveva personalmente curato la stampa della nota «Protesta» del Settembrini. Deputato nella prima legislatura del regno, morì a Firenze nel 1865.


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29 Gennaio 1848. Appaiono sulle vie di Napoli i primi manifesti nei quali il Re preannuncia la concessione della Costituzione. La folla lo applaude in Via Toledo (da un quadro esistente al Museo di S. Mar tino di Napoli). L'andamento contrario della prima guerra d'indipendenz.a, segnerĂ un'amara delusione, giacchĂŠ la costituzione verrĂ ritirata.


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ste nazionali ed estere, come lo «Spectateur militaire» di Parigi, L '.Antologia Italiana di Torino, l'Archivio Storico italiano di Firenze, il Corriere livornese, il Contemporaneo di Roma, periodici, quelli i taliani, volti a saldare i vincoli tra le varie regioni della penisola. Fra le tante attività da lui svolte in questo periodo assai fecondo e veramente formativo, giova anche ricordare alcuni avvenimenti di cui fu protagonista col Settembrini. Quest'ultimo, proprio agli inizi del 1847, stava scrivendo quel noto opuscolo satirico-umoristico, che va sotto il nome di «Protesta del popolo delle due Sicilie» e che vuole essere un atto d'accusa contro Ferdinando II e la sua corrottisima Corte. I due scrittori erano adusi incontrarsi con Giuseppe del Re e Michele Primicerio: ed al fine di condire la prnsa con fatti piccanti, la bozza del Settembrini veniva letta; ciascuno faceva le sue osservazioni e forniva il suo fardello di notizie, di cui Mariano era particolannente ricco per le confidenze sulla vita a Corte, avute dal Principe di Satriano, alias Carlo Filangieri, e dal marchese Basilio Puoti. Il testo definitivo venne ben presto dato segretamente alle stampe con tutti i suoi contenuti sarcastici nei confronti del Re, il quale veniva dileggiato per le superstizioni e, soprattutto, per il modo originale con cui dava udienza alla povera gente; alla quale dopo lunghi giorni ed ore d'attesa, non dava mai denaro, ma suggeriva, senza eufemismi, di pregare e di tentare la fortuna al lotto. Una copia della Protesta capitò a Palermo proprio sulla carrozza del Re - in visita in quella città per la festa della patrona, Santa Rosalia - lanciatavi da w1 patriota rimasto sconosciuto. Il Re la raccolse e la lesse interamente con molta attenzione, rammaricandosi - afferma il Settembrini nelle Ricordanze della sua vita (Documento 5, pag. 228) - non.delle gravi accuse che gli venivano rivolte ma unicamente perché si formulavano apprezzamenti sul timbro della sua voce, definita dall'estensore «rauca». Il fatto, ormai di pubblico dominio, suscitò intenso scalpore ed esaltò la satira. Si cercarono gli autori, ma non avendoli trovati, le ricerche puntarono sugli stampatori, e giacché Giuseppe del Re era fratello del tipografo, corse. il rischio di essere arrestato. Intervenne, però, prontamente Mariano d'Ayala che riuscì a farlo emigrare nascondendolo nella stiva di una nave francese compiacente, ch'era temporaneamente alla fonda nel porto di Napoli. Da allora si intensificarono le cospirazioni che avevano addentellati oltre i confini del piccolo stato, tanto che il nostro autore 1'8 settembre fu nuovamente arrestato e condotto nelle prigioni di Santa Maria Apparente in compagnia, come al soli-


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to, di Cado Poerio. Quest'ultima prigionia, terza in ordine successivo, durò pochi mesi giacché si disse che dalle indagini condotte dal Procuratore Generale della polizia non erano emerse prove sicure nei loro confronti. Secondo i più le cose andarono diversamente: fu proprio il Sovrano ad interessarsi della loro scarcerazione, perché pressato dalle notizie che giungevano a Napoli sulle manifestazioni liberali del Piemonte, della Toscana e dello Stato Pontificio, pensò bene di precorrere i tempi per averli al momento opportuno dalla sua parte. Tale cautela non sarebbe risultata del tutto vana: i moti del Cilento si accesero ben presto e, finalmente, il 12 gennaio ci fu la grande rivoluzione di Palermo. Ne profittarono i liberali napoletani per farsi promotori di una petizione popolare per la concessione della Costituzione, alla quale aderirono oltre 200 intellettuali, tra i primi Mariano d'Ayala, Francesco Bozzelli, Alessandro e Carlo Poerio e moltissimi ex allievi della Nunziatella e della scuola di Francesco De Sanctis. Il 27 albeggiò con una grande dimostrazione popolare, il cui corteo percorse tutte le strade principali del centro cittadino, ed alla cui testa si posero i più ardimentosi con Mariano d'Ayala bene in vista in piedi su una carrozza. Il giorno successivo il Generale Filangieri notificiò confidenzialmente al vecchio amico che il Re era ormai deciso ad aderire alle richieste popolari; ed infine, il giorno 29 lo stesso sovrano si impegnò con manifesto pubblico a concedere la Costituzione, il cui decreto fu emanato - com'è noto - il 10 febbraio 1848. Il nuovo governo pensò subito di utilizzare il nostro scrittore destinandolo a Messina, sua città natale, conferendogli là nomina ad Intendente del Re, nell'intento di pervenire ad un accordo con i rivoluzionari siciliani; ma non fu possibile prendere alcun preventivo contatto con gli esponenti più rappresentativi dell'isola, ormai decisi a rompere con i Borboni. Di conseguenza 1'8 febbraio del 1848 Mariano d' Ayala fu confermato prefetto - o come si diceva allora Intendente del Re - ed inviato provvisoriamente a presiedere la provincia deJI 'Aquila. PREFETTO DELL'AQUILA E MINISTRO A FIRENZE

Il nuovo lavoro non fu scevro da soddisfazioni: come quando salutò con entusiasmanti parole il 7° Reggimento di Linea napoletano che lasciava l'Aquila e si poneva in cammino verso i campi di Lombardia, ove avrebbe gareggiato in valore con i Toscani nelle giorna-


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Francesco J>aolo Bozzelli. Liberale napoletano, amico del D' Ayala e del Poerio, con cui animò la rivolta costituzionale del .1848. Divenuto Ministro tradÏ la causa comune asservendosi al Re ed ai conservatori.


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PROTESTA DELL INTENDENTE Di AQUILA 1

n

miolttro Bola.Ui ·;o,.ia•a ~ )1111 lttt.era circolare a taui el'lnteadenti d•l rer,o , ingiungendo loro cli adòpnrti eon ogni aorta di mali IC'Ciò nelle IIO'l'ellomm.. ordinate eleaionl , riu1ei1MrO ~ depalali gli.uomini più de.oli al Sovrano, Nòl d utenghiamo da ogni ronmito 111 qaGllO procedere indegno, Ci huti aolo riporm• 110 luoeo ,li e.sa circobie • la protesta ener• gici11i1111 che •i ha limo .l'Intendente d' A7"" la. Nella çircolare ,i legge tra ~ ahre, que:. are impadeoti parole :

ummo

con

le 1oa1re maoì mede.ime la Cflaqttitta del 11ngne nomo ; e chi ebbe proTocato. il mi1f1ito 1i befl'ò della n01tr1 inn<>cenu, Egli 1i cred• per poco padrone d.! campo, 1ignon1 della vitÌoria , ma noll con,ultà. bene ·1a 101 co1cienu. S. dà 1veue f•Uo ovrel,be compreao che il trj.-nf~ deUaforaa 1òpr<1 '71tello J•ffopiniolf'1 è

P°'"'G8itrn, t cht ntl con1t11tim,•nto chi .popoli lt11 la· 1ic11r.,,a dei 1:o••mi co1tit111ionnli. Or che vicno · ti;li a aussurr>rci al\'oreoçhio il MiuisMo.? Qii•li pratiche dohhiz~ mo noi fare p.,rcltè le elezioni tnminc, a

A tal riguardo io non metto norma .._ ,una alle pouibili opvraaioni ,li ltl t anai tanto più liberamfil.l e le do qu..ta 1el1Ka miuione quanto magglorrpente Ella ne ..,. .rl ri1pooubile del ri1ultamen10 innanzi alla sa. coscienza ed inoaazi al real go..,rnu. ~lo bra1Hrei che 1i usa11ero 1111antq, più l possibiht.i maii indireul ouh non olli• ciali co~ ·ad eaempi,, APPELL.\RSEl"IE .ALLA RELIGIÒSITA! DU E DEI PARROCHI , alle io1en1ioni conte,. ntrici dei più rèui ed· inO,icnti cittadini e far valere col vivo della 1ua voce la fu,. sa dei ugionan,eatl.

h:scòn

PROTESTA DELL'INTENDE!CTE. Noo • nuo•o lra noi qt101to linguaggio. Noi ben riconD!ciamo da l'autore di 1101 pulitìca c:be (11 la cogioa pri~a dei D01tri mali, peroccbè "$Il aervl • wgene• nell' animo dei buoni il aoapeno ~h• lo litetulo non foue una 1pi1Uell11a _·men• aogna , ·1e noatre franchigie una r.i.i'.l , la nut«n rigeneru.i,·me bn1 fantasmasona ~<>litica, Il lotto in co111r1ddi1.iooe del penll~ro, il pensiero in conrr,ddiziooe dei J.u,: ecco .il pro~un,m• di nn sn•·erno che non p,te11du user• nè raxion1le, 11è morale, o~ ~ 'u ,empre ipocrii. e corruttore. A 11 • • ? tiOne, que\i C'OnH,lleU&C non f11<111DO no'. traili ~

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1111 aot.i 11111i aoo ueauao da Ptl' uoppo amore di libftù ,

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suo ,·ant•~giu? 1': potr,,m,1 noi leg.1lmffltet oanumente Hser C'hl.:uuMi a que,ttnfllcio? Or 1e _inJl_ln.na ,. stuao, c,I è 1111pi,lo, o ingann• l:, nazione ~,I è m.,iigno. Dopn i falli lacrim,,., ohnrnto ocrorsi , che tuttora van pisli:1nJa mag~i,lre ,vilupp:un~ulo, do•rebbe b•n riconoscer• d1• gli 11 .. mi11i" di oggMI , ono quelli <li j,ri, Je~li 011et1i cit• tadini, cicè, rui riange H cuortt ,li vederti 1.-.<1i1i ...u. loro •r•ranie, conculcali nei loro dii itti, · t1:,·,·iliti in f.at'C'i:t al <"0111oor~ zio dei loro luliani fntt'tli, ~on qncMi , quali tono i , f,niotl che cntr.lro.no ndla C3.• mera , ~ questi ,tcui for;rnno pute Jcllc a\. tr~· mille legi,lalllrt ae ,ltiet1>11te ne ,·urrl il c,prircio • l'orl>itrio di ·,·bi co,n,nda. Or dunquo farcia aenno uno ·~oh• il Mini,re,.;, , e men rM all'indole pouion•t• d,gli uomini , guardi olh: no.tura dei auoi atti. Sta in lui cal,nar gli animi. rimo<rre i SO• spelli ; 1llont>n>rt Jol nostro auolo altre 1 ,·ene di 1>ng11• • e per far ciò • nercsurio dimcntic•re il l'•mto, Allon11ni da .. qu"1& politica ,uh,lnl• • Tacillanlt ~ ~llo.n, uni la minaccia : b foru dello 01111110111 • ormai troppo prepotente f"'rcbè posn ••· nr 1upèra1, d, •1u~ll., delle ,,mi. - Coaì (Jctodo polfà un ;1nuni11itlrJIOr«I f.tr ft.'COO• dJre qnti sl·r,ui d 1~ più ,on~ .a(con~i Jllo .-ilupp<> della noatro (un,h•a•e, J.-eraa• oicule ei oop a..uà ,uai • Dà _io .<'•r!o ~011 al• ù; il carotfico deU• nostre u1111u:on1.

M•1u•o D Auu.

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r;,,.,,..._,. ·~'·· Il coraggioso manifesto scritto da Mariano d' Ayala, quando era prefetto della provincia dell'Aquila, per denunciare le manovre elettorali del Ministro Bozzelli.


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te di Curtatone e Montanara. In realtà egli visse, allora, alcuni tristi aspetti del capitolo della nostra storia unitaria che va sotto il titolo-di «questione meridionale». Si adoperò con tutta la forza della volontà, con suadenti parole ed acc.o rati sermoni, per riappacificare gli animi, ma tutto fu inutile. I più avevano aderito con entusiasmo al nuovo corso e guardavano con simpatia ed approvazione il suo operato; altri, invece, sostenuti da buona parte del clero, auspicavano il ritorno al vecchio regime; altri, ancora, i più facinorosi, seminavano la violenza ed impugnavano minacciosi le armi, pronti ad intervenire in favore del tornaconto personale o dei più forti. Il maggior dolore lo ebbe proprio da quel Francesco Bozzelli ch'era stato con lui e con il Poerio uno dei più attivi nel moto napoletano del 48; questi, divenuto ministro di Ferdinando II, voltò faccia e diede l'avvio ad una politica tendente ad inquinare le elezioni per riportare il paese nelle condizioni di sempre. Mariano d'Ayala non si lasciò vincere dalle lusinghe, né temette le minaccie, anzi denunciò pubblicamente ogni raggiro. Purtroppo l'andamento avverso della 1 a guerra di indipendenza e la contradditoria politica del pontefice cambiarono radicalmente la situazione, tanto che si ebbe a Napoli la feroce repressione borbonica del 15 maggio, dopo la quale egli corse il rischio di essere arrestato e tradotto a Napoli per essere indotto a più miti consigli. All'alba del 24 giugno, avvertito dell'imminente pericolo da un suo compagno d'armi, riuscì a mala pena a fuggire dall'Aquila per trasferirsi a Rieti, ove due giorni dopo lo raggiunse la famiglia. Abbandonato così l'alto incarico che con tanto entusiasmo aveva assunto e che non avrebbe potuto mai condurre in modo diverso se non venendo a patti con i nemici del popolo, preferì emigrare in Toscana, col proposito di lasciarvi la moglie ed il figlio, e raggiungere i campi di Lombardia. Il Governo Provvisorio Lombardo era infatti ben felice di averlo tra le sue milizie volontarie, e gli aveva a tal fine conferito il grado di Colonnello di Stato Maggiore. L'infelice giornata di Custoza impedì la realizzazione di tale programma, ed egli si vide costretto a fermarsi in Toscana. Pochi mesi dopo, però, il 25 ottobre 1848, il Governo costituzionale della Toscana, presieduto dall'eroe di Curtatone, Giuseppe Montanelli e dal Guerrazzi, gli conferiva la prestigiosa nomina a Ministro della Guerra, che veniva prontamente accettata. Diede, allora, inizio con una forza d'animo che ha del sorprendente ad una nuova attività manageriale, contraddistinta da quattro mesi di intenso ed ininterrotto lavoro, nel corso del quale non


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ebbe mai tregua, per poter avviare al riordinamento un esercito di oltre 10.000 uomini che avrebbe dovuto essere approntato per combattere contro l'Austria. Il momento era quanto mai critico ed il meno adatto, giacché in quello stesso periodo r ientravano in Toscana iferiti e gli invalidi che avevano preso parte al primo periodo della guerra. Tuttavia egli non si scoraggiò mai, né ebbe forse il tempo di pensarci. Tra le tante testimonianze che ci ha lasciato e di cui si dirà in seguito, meritano citazione: il «Repertorio militare per le milizie toscane», dove sono raccolte e riordinate leggi, regolamenti, ordinanze, emanate ed approvate dal Ministro, e !'«Almanacco Militare», in pratica l'Annuario militare degli ufficiali dell'esercito toscano. Notevole il suo impegno per l'aggiornamento della legislazione militare penale che comprende l'obbligo di pubblicare le sentenze ed il divieto di impiegare le formazioni militari per motivi di ordine pubblico, alle cui incombenze deve essere esclusivamente devoluta la Guardia Civica. Provvide, inoltre, alla creazione del corpo speciale dei Veliti, ed alla istituzione di un Collegio Militare, per la formazione e la selezione degli ufficiali, ed, infine, si occupò del reclutamento di un Battaglione Italiano, destinato ad accogliere quanti combattenti, toscani o no, volessero prendere volontariamente le armi contro l'Austria. Assicurò ai reduci di Curtatone e Montanara una sufficiente pensione e ne raccolse gli invalidi ed i veterani senza fa. m iglia in apposito Corpo. Nel gennaio del 1849 venne anche èletto dal Collegio di S. Ambrogio di Firenze deputato al Consiglio regionale della toscana. Rifiutò i gradi di generale, che ben si addicevano ad un ministro della guerra, convinto com'era, e come spesso diceva che: «gli uomini onorano gli uffici, e non viceversa». Il suo lungimirante programma, così generosamente intrapreso, venne bruscamente interrotto dalla fuga del granduca Leopoldo II di Toscana; quest'ultimo non se la sentì più di dividere le sorti del suo paese con i liberali nel momento in cui era sorta la Repubblica Romana del noto triunvirato, e ripetendo il gesto di Pio IX, riparò prima a Siena e poi raggiunse il pontefice a Gaeta. Ne profittò il Guerrazzi per attuare praticamente una dittatura personale, che non piacque al d'Ayala, il quale annunciò le sue dimissioni. Dopo non poche resistenze le dimissioni furono accolte, ed egli riprese l'attività di scrittore mai interrotta, riversandola soprattutto su di un'opera assai interessante che aveva già da tempo maturato e che sostanzialmente rispecchiava la posizione degli eserciti negli stati costituzionali: «Degli eserciti nazionali», Firenze, 1850. In


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Mariano d'Ayala

Leopoldo II di Lorena, granduca di Toscana da l 1824 al 1849. Il 27 ottobre dal 1848 eone.esse la costitu2.ione: nel cui primo governo entrò a far parte come Ministro della Guerra Mariano d'Ayala. Timoroso poi della azione politica, autoritaria e personale intrapresa dal Gueuazzi, riparò a Siena e poi a Gaeta. Alle sue d imissioni seguirono anche quelle del d'Ayala. Venne successivamente restaurato dagli austriaci.

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27 ollobre 1848. Il primo governo costituz.ionale toscano, cui Leopoldo II concesse il riconoscimento. Al centro l'eroe di Curtatone, G. Mon tanelli affiancato a dest ra dal Guerrazzi. Il 5° da sinistra è il Ministro della Guerra: Mariano d'Ayala.


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(a sinistra) Ufficiale della Guardia Nazionale. (sotto) Milite dello stesso Corpo.

La Guardia Nazionale Napoletana fu istituita nel 1848 ed ebbe parte di primo piano nei moti del 15 maggio, opponendosi alla dura repressione borbonica. Molli i caduti sulle barricate, uccisi dagli svizzeri. Sopressa dopo quegli avvenimenti fu riformata da Mariano D'Ayala alla vigilia della liber azione garibaldina del 1860. In pratica - cosĂŹ come in altre cittĂ rivoluzionarie italiane - riproponeva il modello di Guardia Civica, istituito nel glorioso triennio rivoluzionario italo-napoleonico ( 1796-1799).

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essa vengono esaminati nel dettaglio diritti e doveri dei militari ed il complesso di leggi che devono regolare la costituzione e l'amministrazione degli eserciti. Il tutto si conclude con un completo codice di "Norme legislative militari", da valere come ordinamento (Documento N° 6). Seguirono nello stesso anno «Le memori.e dei toscani nella guerra del 1848». Esaurite queste ultime fatiche egli si mise in contatto con gli esuli napoletani in Piemonte in vista di trasferirsi a Torino. L'ESILIO A TORINO

Nell'agosto del 1852 giunse finalmente a Torino, ove ebbe modo d'incontrarsi con gli esuli di ogni regione d'Italia, generosamente accolti dal Piemonte. Ciò se da un canto fu motivo cli grande soddisfazione, dall'altro costituì una forte remora ad una adeguata sistemazione giacché tutti i posti di lavoro possibili erano occupati da tempo mentre le pressanti esigenze di una famiglia in continua crescita non davano tregua: il primo figlio, Alfredo, era nato a Napoli, il secondo Michelangelo, a Firenze, e presto la Giulia gli avrebbe fatto dono a Torino di due figlie. Non ebbe altra scelta che intensificare i rapporti con le riviste a cui aveva dato adesione ed accettò di collaborare con Giuseppe del Re, già a Torino dal 1847 - si ricorderà - per suo merito dopo i fatti della Protesta. Quest'ultimo aveva in cantiere un'opera patriottica biografka; Mariano s'impegnò di scrivere alcune vite cli soldati napoletani. Edita nel 1854 con il nome di «Pantheon dei martiri della libertà», l'opera venne accolta con giudizi positivi dagli ambienti intellettuali e liberali piemontesi. Scrisse, inoltre, questa volta per conto dell'esercito piemontese un opuscolo-strenna dal titolo «Non ti scordar di loro», che venne edito in occasione del 5° anniversario dello Statuto. Quel piccolo testo, unico nel suo genere, costituiva in quei tempi una primizia degna della massima considerazione, giacché raccoglieva, articolati per battaglia - per nome gli ufficiali e per numero i soldati - quanti caddero in combattimento o per ferite connesse con la prima campagna d'indipendenza nazionale. Sul frontespizio figura l'immagine muliebre dell'Italia con l'indice della mano destra sollevato ad indicare la motivazione unitaria di quella campagna risorgimentale . (Documento N° 7) Appartiene allo stesso periodo un'altra sua composizione minore, nella quale riemergono gli interessi filologici e militari insieme della prima giovinezza: il cosidetto «Dizionario delle voci guaste e nuove e dei francesismi introdotti nella lingua militare italiana», edito


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a Torino nel 1853. Quest'ultimo può ancora destare un certo interesse, giacché vengono riepilogati in ordine alfabetico tutti i termini più caratteristici de] linguaggio militare, dai più elementari ai più complessi, spesso trascurati dai nomenclatori militari. Di ogni termine viene spiegata l'origine ed il significato autentico nei vari eserciti e non soltanto in quello francese. · Ma l'opera che destò maggiori meraviglie fu certo queJla che venne edita l'anno successivo: la sua utilissima «Bibliografia militare antica e moderna» (Documento N. 8). In pratica era riuscito in pochi anni a portare a termine - e chissà con quante fatiche - un vasto disegno, volto a riordinare lo scibile militare, allora non ancora codificato per tempi, ma riportato in rari manoscrit6 ed in abbandonati e polverosi incunabuli. Egli si pose alla ricerca delle opere originali rovistando senza tregua nelle bilìoteche più importanti di tutta Italia ove ebbe possibilità di accesso, ed in quelle private e degli uffici militari. Ne sortì un'opera enciclopedica militare, resa preziosa dalla citazione di tutti i regolamenti militari fino allora editi, e che vennero articolati in parallelo con i vari settori di consultazione riservati alle varie discipline: I. Arti militari in generale; II. Architettura militare ed assedi; lll. Dell'artiglieria e dei suoi regolamenti; IV Marineria e regolamenti navali; V Medicina militare, arti ed ordini cavallereschi; VI Letteratura militare; VII Legislazione, amministrazione, lessicografia e poligrafia. (Documento N° 8). Va altresì ricordato che i testi più importanti ed i più antichi sono completati da breve commento o brevissime note riassuntive dei contenuti. Ovviamente l'opera sì esaurisce nei testi editi l'anno di pubblicazione, 1854, ma è ancor oggi sommamente interessante perché consente di fornire gli estremi completi per la ricerca di testi assai rari dì arte militare terrestre e marittima nonché di medicina militare e di araldica. Tale pubblicazione fu causa non secondaria della sua nomina a direttore della Biblioteca del duca di Genova, che integrata con quella del comune amico Conte Cesare di Saluzzo, fu aperta al pubblico, il 21 dicembre del 1845, così com'era stata riordinata da Mariano d' Ayala. Alla bibliografia militare seguì nel 1856 «La Vita del Re di Napoli» (Documento N° 9) nella quale vengono aggiornate le notizie che già furono alla base della «Protesta del popolo delle due Sicilie» e che la violenta repressione del 1848 rendeva più attuali. Lo stile ricorda quello del Settembrini, ma i contenuti sono ora del nostro. Del resto


Mariano d'Ayala

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è noto che Mariano d'Ayala rispettò sempre il pensiero dell'amico e la sua originalità: tanto che quando morì il grande patriota napoletano egli gli chiuse nel petto l'ultimo esemplare originale della Protesta che avevano letto assieme nel lontano 1847. Di due anni dopo, del 1858, «/ piemontesi in Crimea»: opera celebrativa di quella campagna, preceduta da una interessante e sintetica storia del Piemonte sabaudo, e completata dai nomi e da brevi biografie dei caduti, tra cui quella di Alessandro La Marmara, per il quale egli aveva riverente rispetto; cui non corrispose altrettanta amicizia per il fratello Alfonso. Tanta produzione non poteva lasciare indifferente il governo che nel 1858 lo nominava insegnante di Storia e Geografia al Collegio Nazionale, mentre l'anno successivo lo S.M. dell'Esercito ne proponeva la nomina direttore della Rivista Militare e della Gazzetta Militare, cui egli aderiva con vero entusiasmo. Essere direttore di una rivista militare significava allora esserne anche il redattore per a lmeno i due terzi, così come dimostra l'annata della Rivista Militare del 1859 ove tutti gli articoli sono a sua firma; non così quella del 1860 giacché sarebbe stato chiamato ad altro incarico. I suoi numerosi articoli riflettono come sempre i suoi svariati interessi militari, filologici, storici e sociologici. Valga uno per tutti, quello apparso sulla Rivista Militare del 1859, Anno IV, Vol. II, dal titolo «Intorno agli istituti di educazione militare», nel quale sollecita un nuovo ordinamento più selettivo per i quadri, che dovrebbe avere inizio fin dai Collegi Militari; anzi questi potrebbero servire unicamente per tale scopo. Si auspicano leggi più precise che sanciscano, aggiornandoli, i programmi degli istituti militari, nei cui corsi dovrebbero essere introdotte lezioni di diritto costituzionale; mentre la scelta dei professori siano essi civili o militari, dovrebbe avvenire per concorso. Appare, infine, ferma la convinzione che gli istituti militari devono essere scuole di libertà, in tutto più complete dei collegi nazionali civili, giacché mentre da questi ultimi si ottiene solo il titolo di studio, dai primi si accede, viceversa, anche ad un posto di lavoro, regolarmente retribuito dallo stato. Alla fine del 1859, nell'imminenza delle annessioni, venne chiamato dal Governo Provvisorio Toscano, ora presieduto dall'energico Bettino Ricasoli, ad occupare la cattedra di Storia ed arte militare dell'Istituto Superiore di Firenze. Qui iniziò le lezioni con una prolusione particolarmente dotta ed applaudita: «L'esercito e la civiltà», il cui testo trovò integralmente posto sulla Rivista Militare del 1860. In essa viene, tra l'altro, ribadita la inseparabilità delle scien-


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ze sociali secondo il metodo dell'insegnamento unitario ed interdisciplinare ch'egli aveva a suo tempo condiviso con Francesco De Sanctis alla Nunziatella. Ecco alcune sue considerazioni: Primo argomento adunque delle mie lezioni sarà di mettere in bello accordo la scienza militare con la scienza sociale; la filosofia dell'arte della guerra con la filosofia della storia, gran legge del progresso continuo; l'etica politica del soldato con la scienza dei doveri militari del cittadino; la storia della falange e della legione col diritto di natura e delle genti; la milizia feudale dei tempi di mezzo col diritto della pace e della guerra; gli eserciti dei giorni nostri col diritto costituzionale e con il diritto internazionale; le istituzioni politiche con le istituzioni militari, le quali non sono che la medesima diramazione dell'ordinamento sociale. Concetti questi, assai profondi che meritano un attento esame, specie se visti nella prospettiva di futuri e possibili conflitti. L'amnistia concessa da Francesco II di Borbone agli emigrati politici, alla vigilia della liberazione garibaldina, gli diede finalmente la possibilità di ritornare a Napoli: s'imbarcò a Livorno il 21 luglio del 1860, e due giorni dopo rivedeva la città partenopea concludendo 12 anni di esilio. IL RIENTRO A NAPOLI

Dal 1860 al 1877, anno della sua morte, rimase per lo più a Napoli, e pur chiamato ad incarichi di particolare responsabilità, che lo allontanarono dalla sede abituale e cli cui si dirà in seguito, non tralasciò mai dallo scrivere. Se si tiene, al riguardo, conto delle date cli edizione e dei contenuti delle pubblicazioni di questo ultimo periodo, si evince che proprio allora, dopo l'unità italiana, prese maggior consistenza quel nobile messaggio ch'egli trasmise ai contemporanei ed ai posteri e di cui si è già parlato: esso consistette nel rammentare agli Italiani d i ogni regione, appartenuti ai vari stati preunitari, il sacrificio dei martiri del nostro risorgimento perché ne avvertissero il debito di riconoscenza ed al tempo l'orgoglio di fronte allo straniero. A lui, sopratutto, il merito di essere stato uno dei primi ad esaltare il sentimento di fratellanza nazionale al di fuori di ogni .interesse politico di parte, giacché le motivazioni unitarie e patriottiche erano state di molti, ma nessuno in concreto si era mai preoccupato di esaltare, con opere biografiche così estese, i martiri di una regione italiana che non fosse la sua. Queste, in definitiva le opere principali di quel preciso periodo:


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Napoli, 1860, «I nostri martiri di Napoli e di Sicilia». Napoli, 1861, « Vite di Vincenzo Cuoco e di Vincenzo Russo». Napoli, 1861, «I primi quattro martiri della libertà italiana». Firenze, 1867, «Calendario di cittadini e fatti memorabili in Italia dal 1734 al 1866». Firenze 1868, « Vita degli italiani benemeriti della libertà e della patria, morti combattendo» (Documento N° 10) Firenze, 1873, « Vita di Domenico Cirillo» Napoli, 1876, « Vita di Domenico Granata» Napoli, 1883 {opera postuma)« Vita degli italiani benemeriti della libertà, uccisi dal carnefice» (Documento N° 11) A queste pubblicazioni sarebbero dovute seguire le « Vite degli italiani benemeriti della libertà, morti nelle carceri, in esilio e dopo le persecuzioni», che non poterono essere completate. Il complesso di tali opere costituise una rassegna generale assai utile giacché contraddistinta da innumerevoli e particolareggiate notizie storiche, ivi comprese quelle riferite ai martiri meno in vista ed agli eroi oscuri, cioè dimenticati, volutamente o no, da precedenti biografi. Sfuggono, ancor oggi, opere più esaurienti e complete sullo specifico argomento, ove si prescinda dagli albi pubblicati a cura delle varie regioni d'Italia. Questi ultimi presentano alcuni inconvenienti legati alla difficile reperibilità in campo nazionale, mentre i testi più diffusi o si esauriscono in aridi elenchi, corredati tuttalpiù da pochi dati, o si riferiscono esclusivamente agli eroi più noti. C'è da dire che il ripetersi di guerre nazionali ha sempre più ingigantito il numero dei martiri; tuttavia le considerazioni che qui si vogliono fare si riferiscono al periodo preunitario e, sopratutto, a quello delle origini del nostro Risorgimento, su cui verte il maggior contributo del d'Ayala. In quanto all'attività cui prese parte al suo r ientro va soprattutto ricordata l'opera di mediazione di cui si fece protagonista tra i conservatori e gli innovatriri della sua città: i primi rappresentati dal sovrano, dai suoi ministri e da quanti gli rimasero fedeli; gli altri dai democratici e dai liberali napoletani non sempre ·in perfetto accordo per varie sfumature. Lo stesso suo grande amico, Carlo Filangieri, non avendo avuto la possibilità di portare a compimento un proprio disegno strategico di difesa, e non concordando con quello posto in essere da Francesco II, si era d imesso. Egli si preoccupò di riordinare e potenziare la Guardia Nazionale che, prevista dalla costituzione e composta da soli cittadini volontari, rappresentava in quella difficile congiuntura, l'unico presi-


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dio su cui si poteva contare. Il grosso dell'Esercito era stato avviato al Volturno, e la città era rimasta presidiata da munite guarnigioni insediate nei vari forti che la circondavano. Non ebbe altra scelta che cercare di convincere gli ufficiali ad abbandonare la causa borbonica, facendo appello ai motivi ideali che aveva espresso ben chiaramente nell'opusolo «Garibaldi e l'esercito napoletano», che sarebbe stato pubblicato a Firenze lo stesso anno. Se Napoli non precipitò nel çaos allorché il Re si decise ad abbandonare la capi tale per rifugiarsi a Gaeta, lo si deve, in buona parte, al modo egregio con cui seppe impiegare la Guardia Nazionale. Dopo la vittoria garibaldina del Volturno fu tra i più autorevoli rappresentanti del Comune ad accogliere trionfalmente il dittatore italiano. Si adoperò, infine, affinché i soldati borbonici, reduci dalla battaglia, non subissero umiliazioni, ma rispettosa prigionia. Né si astenne dall'elogiare pubblicamente alcuni valorosi combattenti. Garibaldi lo confermò comandante della Guardia Nazionale; incarico questo, che aveva assunto di fatto, ma che fu costretto a cedere dopo l'annessione. Avvenuta l'unità d'Italia fu eletto, nel corso della formazione del Parlamento nazionale, deputato sia nella prima sia nella seconda legislatura. Condusse in parlamento accese battaglie per ottenere che i volontari, appartenuti all'esercito meridionale di Garibaldi, venissero ammessi nell'Esercito Italiano con gli stessi gradi con i quali avevano combattuto agli ordini dell'Eroe dei due mondi. Tra questi vi era il figlio Alfredo, che aveva partecipato alla campagna con la spedizione Cosenz. Si batté per il riordinamento degli istituti militari, non sempre condividendo il parere del Generale Alfonso La Marmara: dopo appassionata ed ampia discussione r iuscì ad ottenere che il Collegio della Nunziatella non venisse soppresso ma rivivesse nell'Esercito Italiano. S'interessò, inoltre, dei molti problemi che riguardavano la ripresa economica del mezzogiorno, infestato dal bringataggio. Nell'esercito italiano ebbe il grado di maggiore generale, con cui ne] 1862 fu richiamato in servizio per assumere il comando della brigata «Reggio»; venne poi trasferito alla direzione della sottodivisione di Caltanissetta che tenne fino al 1863, anno in cui fu collocato a disposizione. Nel 1867 ottenne, a domanda, il congedo assoluto. Della sua breve, nuova vita militare ci ha ]asciato una memoria che va sotto il nome di « Cenni di statistica generale delle due provincie italiane di Caltanissetta e di Girgenti». Non essendo stato eletto nella terza legislatura ebbe modo di


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occuparsi in modo particolare della sua città di adozione, Napoli, ove ricoprì gli incarichi di Consigliere e di Vice-sindaco. Nel 1876 fu anche nominato Senatore del Regno. Negli ultimi anni continuò le ricerche negli archivi del napoletano per completare l'opera biografica che si era proposta sugli Italiani benemeriti, morti nelle carceri ed in esilio. La morte lo colse nel marzo de] 1877, impedendoglielo. Il giorno precedente l'inizio della malattia che doveva portarlo alla fine, era tornato da una faticosa escursione, condotta negli archivi di Portici, Resina e Secondig]iano, per alcuni raffronti biografici. Il Comune di Napoli gli tributò solenni onoranze, e decretò che la Via Santa Teresella a Chiaia, ove era stata la sua abitazione, prendesse il suo nome, che ancor oggi conserva. Roma, 24 febbraio 1986

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Michelangelo d'Ayala: Memorie di M. d'Ayala e del suo tempo (Torino, Roma, Firenze 1886) Giuseppe Sticca: Mariano d'Ayala in Rivista Militare del 1908, anno LIII · Dispensa VI. L'articolo è corredato dall'elenco delle opere di M. d'Ay. Agenore Gel/i: Ricordi di illustri italiani, Firenze 1886, pag. 105 e seguenti. Alessandro d'Ancona: Ricordi ed affetti, Milano 1886; Pag. 205 e seg. Luigi Seuembrini: Protesta del popolo delle due Sicilie, Pag. 14 della introduzione curata da E. Emanuelli, edita (ristampa) nel 1944 da Edizioni di Uomo. Emilia Morelli: Tre profili, Roma 1955, pp. 76, 91. Numerosi episodi della vita di M. d'Ayala risultano citati nella monografia di C. Spellan:wn: «Storia del risorgimento e dell'unità d 'Italia», con particolare riguardo a l Voi. III, ed. 1936, Milano, Cap. I, 6, pag. 54 e seg., Cap. II, 12., pag. 242 e seg.; Voi. V ed. Milano 1950, Cap. X, 2, pag. 252 e seg., Cap. X. 3. pag. 346 e seg. Si apprende, inoltre, dalla biografia pubblicata nel Dizionario Biografico degli italiani, edito dalla Treccani, che la Biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria custodisce il fondo d'Ayala composto da ben quindici vo lumi, fasci di documenti, car teggi ed appunti vari.


Docum ento 1

NAPOLI

MILITARE PEI\

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Documento 1

PARTE PRIMA r.cnno di storia militare delle Sicilie. . . • . . pag.

1

PARTE SECONDA DELL' ORD1N8 IIIILITARE IN OSNERALE

rntrodozionc . . . Es·crcito. . • . • Marineria di guerra. Della coscrizione. • Dcli' aggregazione marittima. Dc' cavalli e della rimonta Intendenza dell'esercito . lnt~ndcnza dell'armata Commcssariato di guerra • Giunta generale de' contratti. Alloggi e caserme . . • , r.ommcssione. del vestimento. Ospedali m!litari. . Orfanotrofi militari ·. Tribunali milita~i •

37 39 43

47

w 52 IS6 HS

~9 60 61

62 63 6lS 67

_Specchio cronologico da' corpi Fanterie. C11nlleria _,.

71 83


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Documento I

-VI-

l'Al\TE TERZ;\ )111.ITAlll ISTITUZIONI

llcal Collegio militare . Scuola militare . Collegio della warincria Officio topografì~o . Collezione ùi carte dcli' ollicio llibliotcca dcli' esercito·. • llibliotechc militari spccia li . Specola della marineria. .

!)J

101 10i 115 122 t2~ 12\l

131

PAUTE QUARTA 1)1::LL' ORDINE MIUTARE IN ISP!Cll!

1sa Dell'artiglieria napolitana • . 183:S al 18~5. 16\J Cronaca delle .artiglierie napolitanc daH' anno 183 t:orpo Jcgl' ingegneri • . • . P.\l\TE QUINTA EDIFIZI ED OFHCINE 11111.l'f Anl

Castelli c. luoghi · forti . Castello dcli' Ovo San Sebastiano in castel del\' Ovo . Castel nuovo • · • I.e torri angioine .· • . l'rociuto del castello. • Arco trionfale a re Alfonso rortc di bronzo • . .\ rrucria dcli' esercito . . Santa Barbara in castri nuno Cappcll~ di san Francesco. ,\r,m1alc Jdlc artiglicrir.. .

1\J!i 1\10 207

2H 2UI 223 2'21.i 236 217

::m; 2l\!.i 24i7


466

Documento 1

-VII -

l\cal funùcria . . . . .\r~,·nalc ùclla marineria o darscnn. c~run guardia - Mon!a!urn d'armi. ca~1 ello sant' Erasmo . . . F or le del Carmine . . . · . Ht';! Ìa l'obhrica di macchine in l'ietrarsa. .

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PARTE SE::ìTA l!TATl~TIGA .\111.IT ARI!

NaJlOli .

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•

l'rvvincia di Nopoli. Terra dì Lavoro. • Principato c·itcriore ed ulteriore. .,tolise eù Abruzzo cbiclino • Abruzzo teramano ed aquilano. Ca11itao11111. • . • . . Tc1Tc di Bari e d'Otranto.

300 316 320 32'2

na~ilicata :· . . . . Ca la brla citeriore • • • Calabria ulteriore prima . Calabria ulteriore seconda.

328 329

323 326 327

331 332

PARTE SETTIMA ORDINI IIILITARI CAVALLERESCRI

Ordini antichi. Ordini vigenti • Ordinanze e regolamenti napolitonì • ln,lirazioni principali della pianta militare di Napoli.

..

335 343 3,H 363


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Documento 1

Amore e riconoscenza, eh' io scnlo per gli ufftziali dell' esercito, massime pc' compagni d' arme delle artiglierie , mi confortano a pubblicare quest' altra mia poverissima fatica , che avrei fatta piĂš <legna di essi, se mi fosse bastato il tempo, cd avcs-si avuto piĂš spedita la parola e piĂš facili le ricerche negli archivi di guerra. Mi compatiscano adun-

qoe cd accolgano di buon animo i ':miei deboli ma passionati studi su le soldatesche napolitane, le quali fan parte principale delle mililari forze italiane. Napoli 17 giugno 1847 M ,\RUJ\O D'AULA


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Documento 2

DIZIONARIO FRANCESE ITALIANO DI

C FFIZJALE DELLE ART I GLIERIE rRO.-F.SSORE DI GEO)IETRIA DESCRITTIVA E DI DALISTICA !'(EL REAL COLLEGIO llltlT ARI': SOCIO CORRISPOXDF,SH VHLA f. R, ACCADElllA DE' GEORGOP ILI DI PtnENlP,, D~LLA REAi, AC:CADElllA PELORITAXA , E DI (IVEI.LA

n:; ';...xc.:. ;:,; ROlr ,L

NAPOLI DALLA TIP OG RAFI A DI GAETAI'l'O

T'ia Cm,ce,ion.e a Toledo â&#x20AC;¢wm.3, 5 e G.

1841

l'l'OB IJ.E


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Docume nto 2

DEf,

RE

DEI,LE DUE SICILIE

i>IO ANIMOSO VEGGENTE

&ja lunga pt;;a ualor.osi '.Jtali~ni somrsi aÌ)optrnti a monÌ)ar ln no.stra nrmoniosa fmulla ì,'i tuttt lt impurt ì,'issonanti uuci arrernttui in meno; t noi: Uapolitani :i)obbiamo a glorici tmtrt 1 oSignon I dJt al.quanti 1)t' suoi suì,':ìiiti simo stati fra' primi in ltalia a ,.on:i)amrnre il mal umo ìti parlare t .s.criu.erc · una .lingua cqe Ìl'i toscana altr.o non si nueua dJe il nonu. ·<lì' la .Mlaestà llostra ,~t u cÌ)t ,.on gi.oia ripristinarsi l' antico ualore I t :bimostra I p.er.c!Jè noi fossinur ueramrnte noi 1 nostri 1).outL .e~scrt t rnlto .e linnua eÌ) usm1;t 1 IJa u.oluto fra altrt cose come1).er.e a me la spe.cial .:9ra;in Ì)'i pubblicare ,oll' augustu suu nome .qutsto bornbolario militar.e; affinc9è in me;;o nll' <lì'sercito nulla rimanga cqe possa 1)idJiarar.ci· serui 1 insipimti I ig1iaui. (e' prott,{lgtnÌ)'o Uostra iillaesth questo mio lnuor.o qual.e ~o meglio p.otuto 1 aprirà nobìl cammino a molti fra' suoi uffi;inli, i .quali si fortl:ibtro a corr.erlo nm assai miglior.e succtsso. Jl Ì)' Ì)'t 26 .ottobrt 1840.


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Documento 2

'ITALIA la quale avanzò tutte ;;- quante le altre nazioni in ogni maniera di scienze, Jetteri> ed arti, ebbe non pure a durare l'infortunio di vedersi negare da tali cui fu maestra, il debito tributo di gratitudine ed onoranza, ma udir parlare da labbri italiani parole d'ingrato suono forestiero, poi che i suoi figliuoli si ebbero dimenticalo fin d'ogni gloria antica. Ed anzi fu tra noi lisciato il mal vezzo di abbracciare insozzali yocaboli sì nelle Arme'rie, quali sono quelli di furgone,forgia, atte/aggio, selletta, bulone, punteria, frottante ed assai altri, sì nelle Fonderie dove si usano barena, massalottà, perciare, mortai a placca ed altrettali, sì nelle Ferriere o Mag9ne, nelle Fabbriche Montature e Sale d'armi; e da ultimo nella Marineria e fra le soldatesche, siccome mattare e smaltare, babordo e tri-

bordo, rotta, organizzazione, pompiere, sciabracca, contabilità, borderò,bivacco,pompo, giberna, briccl1è, e via dicendo. E troppo io trarrei per le lunghe se avvisassi di cennare solamente le tante strane voci poste da noi in luogo delle pure nostre e sonore'

e le quali spesso spesso n i una cosa non dicono di ciò che dovrebbero andar significando. Cbè se .novelle cose si fosse costretti nominare, di vero sarebbe forza allora far 'tesoro di nuovi modi : non così ove abhiansi a discorrer materie notissime sin da allora che l'inci\·ilimento italiano andava innanzi per alquanti secoli alla ci viltà straniera. Non è dunque nauseosa ed increscevole l'abbiettezza di accattare espressioni ed attitudini dalle lingue di Oltralp<!? A centinaia si varavano navi da trafiìco e da guerra negli arsenali di Venezia ..\malli Genova Pisa , le opere forti alzavano già superbamente i loro merli sulle terre ita liane, i lavori delle orificerie della pirotecnia e della gelteria qui procedevano oltre assai' le armi erano con sapere (' valentia ordinate e maneggiate in Italia, allora quando per le altre nazioni d'Europa spuntava appena l'alba . della umanità loro. Gran numero d'ltaliani, della scuola di Alberigo d~ Balbiano, illustraronsi nelle armi. Un Guglielmo da Genova dirige l'assedio di Gerusalemme alla prima Crociata, ccl un Pazzi da Fireùzc ne scala valorosa-


Documento 2

mente le mura. Un italiano, il Sammir.hcli, inventava i bastioni per cingerne la sua patria Verona, e forse prima di lui un napolitano ayevanc già alforzate le mura di Otranto contro le offese l>arbaresche, comcchè più innanzi , cioè nel UG.i , vuolsi in piedi il Garitone de' /fori , in Torino. Luigi di Capua famoso capitano dell' infelice Federico d' Aragona apre il campo alla guerra sollerranea delle mine; ed anche l'intelletto di Martinengo incarna il disegno delle conlrammine nell'assedio di Rodi. Barocd italiano tra le file dell'italiano Alessandro Farnese immagina le batterie galleggianti per espugnare Anversa a pro del secondo Filippo ; ma un altro ingegno d'Italia Federico Giambelli mantovano , il quale stava fra gli assediati , .inventa le barche incendiarie dette francescamente brulotti; sicchè lo Schiller toglie mcritamentc a chiamarlo l' Archimede d'Anversa. Gli spari a rimbalzo, ond'è yenuta manco ogni più ostinala difosa, furono opera del yeneziano l\forelli: le tanaglie per coprir la cortina hanno la prima immagine nel harbacannone dell'italiano Tensini , e la scienza del diffilamento o sottraimento era stata divinata nel capitolo de' sili dal romano Pietro Sardi ; puro vi corsero due secoli insino a cbc gli Oltramontani non ne avessero trattato. Francesco Laparelli da Cortona, Baldassarre Lanza , e Bartolomeo Genga urbinate già fortificato aveano La Vallclla , e Polito di Clemente le adiacenze di Recanati. Per opera del Buonarroti s' innalzano i baluardi di Firenze, San Miniato , ed il borgo di Roma. Sapientemente alforzano , Pellegrino · Tibaldi Ravenna , Giambattista Rainaldi Ferrara, Bernardo Buontaleoti Civitella del Tronto Porto ferraio Livorno Pistoia Prato e il Belvedere di Firenze. Sono pregevoli lavori di GioYanni Aleolli la cilladella di Ferrara, di l\fario e Germanico Savor gnano molte fortificazioni del Veneziano, di Girolamo f.:il:mP.o i mf'rli di Sabionetta, !li Bonaiuto

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Lorini Zara cd il castello di Brescia. Dehbonsi a Gabriello Busca le muraglie di Suza Demontc e Momigliano, a Francesco l\Iaurolico Ja cinta di l\fessina, a Giovanni Rinaldini quelle dell'isola del Gozzo, di Reggio, di Cotrone e di Lipari, a Vincenzo Scamozzi Palmanuova , a Giorgio Capol,ianco il Castello di l\Iilano. l'ie1· Francesco da Viterbo, Sa111micl1cli e Sangallo rcndon forti Parma , Piacenza, Ancona, Castro, Ncpi, Ascoli e Pcrugi:i, il Paciolto le cittadelle di Torino e di Anversa , Giovanbattista Dclici Doulognc in Piccardia, Giacomo Castriolto la ciW1 di Calesse·, molli luoghi della Linguadocc:i della Provenza del Lionese della Sciampagna della Normandia e di altri punti sulla frontiera. Seguitano in Francia la Calterina dc' Medici nel 1534 il cavaliere Relogio i due Marini Campi Dcllarmala Bcfani e parecchi altri ingegneri italiani ; e vediam sorgere colli altrn opere forti , fra le quali Brovagc , Perpignano , San Desiderio e l\1ctz. l\fa v' ha pit1 ancora : a munire Scclau ecco il Pasiuo ferrarese; Vincenzo Casali risarcisce .cd immeglia alquante fortezze del Portogallo, F1·ancesco Giuramclla ricinge Custrin e Spandau, Pietro Floriani da Moccrala e Giovanni Picroni da Firenze muniscono Vienna. Queste e mille allrc cose opcraron tra noi cd altrove valorosi ilalia1ii ; sicchè lo stesso Allcnt il quale discorre le condizioni dell'a1·me del Genio f ranccse sollo l'impero scrive queste pal'olc (< l'Italia forniva gl'ingegneri al resto di Europa ». E mentre qui si andavano illustrando la filosofia e le ingenue <lisci plinc, non lasciaronsi n'eglcllc le opere militari. lnfalli nel 1521 pubblicarn il MachiaYclli l'Al'lc della Gucrm, e volgendo lo ·stcsso anno apparisce il primo trattalo di fortificazione di Giambattista de la Valle della nostra Venafro; nè indugia gran fallo la pubblicazione delli quisiti et invenzioni diverse di Niccola Tartaglia , al quale si dee il primo pensiero del cammin~ curvilineo dc' proietti ,


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nè la balistica sarebbesi alzata ad esatta maresciallo dell'esercito nostro Desauget, scienza senza la mente stupenda del ·To- già troppo nolo e caro a tutti coloro i scano Galilei che può dirsi il legislatore quali abbiano in pregio dottrina erudiziodel moto di proiezione, ed al qualè si ne e cortesia. La ~orte intanto del celedee eziandio un trattato di fortificazione. brato Torinese, autore del dettato su' siE dopo che Tartaglia correva per tre se- nonimi , svent.ura_tamente avvenufa nel coli innanzi alla invenzione dell' uffiziale 1831, già ridotto com'era a valersi delfrancese Choumara di tirare addietro i l'opera di amanuensi per.la vista perduta, parapetti , e Marchi insegnava tutti gli fece sì che affidati i nuovi manoscritti del espedienti dell'arte fortificatrice, le con- suo vocabolario agli accademici cavalieri tragguardie, gli aloni , le mezze lune , i Salluzzo Carena Omodei ed abate Gazzerhellini, le frecce, i ridotti, le berrette da ra , costoro dopo lungo consid.erarc con prete, le opere a corQo ed a corona, i giuo- troppa gelosia di amichevoli officii si dechi ·delle inondazioni , i principii della terminarono di farli pubblici tali quali il fortificazione perpendicolare ; dopo che dotto autore aveali lasciati ; non quali li ebbero il Lanteri da Paratico innalzato a avrebb'egli ridotti. È però necessario di scienza m_atematica l'arte del fortificamen- apporvi e giunte ed osservazioni, perchè to, il Theti da Nola tagliati a denti i fian- vie meglio ~ada raccomandato l'uso di un chi e distaccati i bastioni , il Floriani libro , che dovrebb' essere come presidio Pompeo costrutta la barca da ponti scom- di colui il quale nello scrivere di cose di ponibile in tre parti, il 1\fontecuccoli det- guerra cerca lode di purgato scrittore. tato sì grandi aforismi per l'assedio e la In fatto poi di cose pertinenti all' artidifesa • dopo tutto questo direm noi che glieria è povero anzi che no il Dizionario . non avendo opere non possiamo aver lin- del Grassi , ed il Maggiore dell' arme nel gua? Ventinove scrittori italiani conta la Duca(o di Parma barone Giuseppe Ferrari militare architeltura nel secolo xv, quan- vi avea volto il pensiero , e due egregi d.o sullo spirare del xvi apparre in Fran- uffiziali delle artiglierie piemontesi uno ne cia il primo trattato di fortificazione di posero a stampa nel 1835 tutto.particolaErrard ingegnere di Errico IV. Arrovel- re alle milizie scienziate. Ultimamente in1iamo dunque d'italiano rossore nel vedere torno alle cose marinaresche v'è a consulchi ancorn voglia esser tenero della lingua tare il Pantera, comunque difettosissimo, militare francese, adoperando nelle scrit- ed il più recente Stratico, tuttocbè senta ture e nei parlari un bastardume di voci. del veneziano dialetto. Delle quali opere Purghiamo l'azzurro del nostro Cielo dai ho fallo io tesoro e di libri italiani ezianmiasmi del gallicismo; cbè oramai non ha dio, de' quali darò in principi'o una breve d'uopo la milita.re favella italiana di altra bibliografia, perchè chi voglia, possa più reste che non sia la sua, candida quanto ampiamente consultarli. Nè mi sono tenule neri delle sue Alpi. to a' pochissimi che van considerati siccoA<l ammendare sì grave fallo surse pri- me classici ; pcrocchè mi ebbi una legge mo in Italia il Grassi , il quale era segre- nell;t sentenza del chiarissimo Pietro Giortario dell'Accademia di Torino, e metteva dani , principe degl' italiani prosatori. a stampa nel 1816, la prima edizione del « I vocaboli s.ono arbitrario segno delle Dizionario militare italiano. Pure non sol- » cose ; e ogni cosa dee avere il segno dato egli, nè tra quelli che virnn vita ope- >> proprio; altrimenti non sarà.enunciata, rosa in mezzo ad artefici fabbriche e mi- » e l'idea di lei non potrà passare dall'uno nisteri militari, ebbe a caderEi in qualche )> nell'altro cervello. Questi segni; questi errore, dottamente notato dal chiarissimo » ,·ocaboli bisogna prenderli come sono • ])',1.., , • • n:_ 11,.-,


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e dovo si tronno. Non li pigliale voi >> dalle nazioni lontane anche harllare , » quando vi danno la cosa, prima igno» la? E se li pigliate daìla Cina o dalla » America, perchè no da uno scritloruc>> cio anche rozzo o di Bergamo o di l\fos» sina, o di jeri o di quattrocento anni fa? » Ho io creduto intanto che meglio soddisfacesse ai bisogni degli uffiziali l'avere un dizionario francese-italiano, perocchè

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la maggior parte dei lìl.ir'nu.:.i..;,lari d'oggidì sono in cotal favella dettati o lradolC1 , ~ più facilmente si possono in tal guisa vederc i francesismi troppo facilmente adoperati. E per non rendere molto grande il volume nè ho aggiunto esempio , almeno in questa prima edizione , nè dale certe definizioni troppo note , siccome di àn-

cora bussola cannone ferro leva sella timone e yallene là.


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l\111ITARE-ITALIANA

~J!. 1-~ ersua~o che a~bo~da~~e n:ies.se di. vo~~ ~ caboh e locuz:wm m1htari s1 abbia a

tro,·are negli autori italiani , volti non pure a trattare solennemente le materie di guerra, siccome Artiglierie, Fortificazioni , Tattica, Strategia, Castrametazione, Pirotecnia, ma quelle che pur vi si attengono, quali sono .le Arti cavalleresche e le !storie de' campeggiamenti degli assedi e de'capitani, ho cercato frugarne nelle Biblioteche nostre ed in molte di altre città italiane, quanti ho meglio potuto, perchè spigolati sottilmenteda diligenti uomini arricchir si potesse ancòra il militare nostro sermone. E più lungo lavoro anei qui certamente condotto intorno a cosiffatti scrittori,se aYessi potuto uscire da angusti cancelli , dilatando l'opera in più d'un volume. Solo ho aggiunto, allora quando mi è incontrato saperlo, la patria dell'autore e le principali edizioni delle sue opere, per mostrarne il secolo, e dare un indizio della buona o mediocre lingua e del pregio. Chè se dall'universale Yedessi in lieta fronte accogliere queste mie povere fatiche, siccome alacremente e generosamente le accolse e le incuorò la l\Iaestà del nostro Principe Augusto, tosto darei fuori le Biografie de' più cospicui scrittori militari, ponendo altresl a stampa tutte quante le scritture le quali volgono su' Dizionari militari , siccome quelle del Lancetti del Pezzana del Ferrari del

Grassi qel Dcsauget dello Scarambone dell' Uberti e del Pepe Gabriele. E qui mi corre debito di riferir grazie solenni a Monsignor Scotti , al signor Michelangelo Tedeschi , all'Abate GarziJlo, al Padre de llosa, a'capitani d'Aquino e Cavarretta, i quali mi diedero abilità di svolgere francamente gran numero di.volumi appartenenti alle lliblioteche loro bene affidate, la Borbonica, quella dell' Unii:ersilà, la Brnncacciana, quelle dc' Filippini, defl' Officiv Topografico, del Collegio M ilitare, dell'Artiglieria e del Genio; perocchè spesse ·v6lte avvenir suole che s'abbiano a patire ben dolorosi mali tratti da vecchi cocomeri, i quali allora quando si sentono ricercare un qualche autore nuoYo per essi, cominciano dal dirvi fastidiosamente: NON c'.t! Sarebbe solo a desiderarsi che maggiori espedienti ottenendosi lo zelante Bibliotecario della Brancacciana, potess' egli render possibile o più facile di rinvenire certe opere, le quali furono orribilmente confuse dal suo predecessore , forse per soverchio desiderio di meglio ordinarne il Catalogo. Da ullimo non potrò mai abbastanza rimeritare la nobil cortesia del chiarissimo Ga.- ·· spare Selvaggi , il quale possiede la più ricca collezione di autori militari italiani , ed ahi non la perdessimo con gli altri suoi libri preziosi!


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LETTURE DEL SOLDATO ITALIANO OVVERO

RACCOLTA DI PROSE ll'ITOB1'TO .A. 81JBISTTI 1111,IT& BI CAVATE O.t. ANTl'Clll E ll!OOEIU'II J.OTODI Con ttDDI Mâ&#x20AC;¢lloC'l'IIQel e ltrnl DOie OIOIOsfelle

NA

MARIANO D'AYALA

NAPOLI ST.lBn.ntrno t(l)()GIIU'lCO DI Gi\!Ul'IO i'IOBILJ::

1845

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Dappoichè la storia più certa e genuina dellatcienza eaeu arte mi~ litare, M'll·CM•àella.cwittà·de' tempi in cui coltivaromi; quelta si è delle apere·fin <JUi publicate·.-o·dei codici a pmna cM si possono per aotimluni cuatodi1'-e-<...Ue varie biblioteche, fopensava profferire ai soldtiti,iloliat1i, ann·a' -citladfai tvtli d' l i aliti; 014i ·deW es,er ,a. ira 1iccomc·propria la gl°'ia delle armi.cittadine e delle militari in·lt-i"'-ztORi italiane, una.bigl.iografia militare. La quale,. abbraccia11• do tutte le cognizioni convenienti al soldato, enotando ogni mani era di operuì."nfiche cM.moaerne,.avesu fatto cono,cere i libri rari e ape,i'"i,, non. pure p,r il .ti~lo ,,. la forma, ma per ciò cM conteff!JO· M ~ziandio; e per il tipo di ~imità che può qualcuno degli autor.i dimo&trare,.ad aa,er dritta alla memorià degli uomi,ai; E comècM ~UG ~ÌNPA~•~.i .~"4 bibliografia. innanzi al m_ io.<_diZ~Qf&Pftt1;militan l'.anno 1859.• pp,cia t1ieppiù l' amplia'1a, e , .. (a~Bt1S ·eziandio4 1t1arre argomenti ~• b,llo •C1'it1eremiUtare; tantò più cke dettandodlora le.:J<ioni di maucmatiche agli aluÌtni del real. Col• legio militar~ mi accorgeva•bene , che es,i, a' quali cominoim,a,i con · cu,ai pro a farcOAO_u we i tuti di ti ngua materna, ignoninano affatto-gli autori culla lor profe,sione, q.uclliÌn ispezùdtà raccomandali co,l per la materia , come per la 1'ede. Feci quindi diaegno di an• dcr raccogliella() fr.a coae didascaliche e storiolie in argomenti di guerra tu1to c.iò CM pote11a far !JÌO"a:munto alla buona lingua militare italica , di1pogli<1ndo anzi tutto certi autori, forse a ragione omessi nella formazio,u d',una lingua clauica, ma neces&ari a ,ommimllrar l•.11uci p.eculia,;ì ·dell'arte. Coai pure dovrebbero gl'illuatri' accademici tiella Crwca commetter lo spaglio di certe opere a,pcrsone delf arte, e veder poacia,, se il tale o tal altro autore poua o far


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VI ;_

testo solenne di lingua, o tJfa(r •olam,nt, citato·nell'uso /i untJocabo· lo. Ed io con gli 1po9U; 1.\6 vo ·ai-tohtifiuo lactndo,,vomi dimo,tra•

re, come il td6oro militàro-della lingua non ha forse che ìnoidiurc a quello della uniueraal lottcratura, e r.ifermare col fat~o quel chi Loren;o de' Medici preponeva 1olennemente allo , ue ri~: piuUosto essoro mancati alla lingua gli uomini e la esercitazione, che la lingua agli uomini e alla materia. Scarse an;,i che no son divero le fon• ti di nostra favella militare , cui ha attinto la Crusca; cioè il Machiavelli, la versione del 'fegezio di Bono Giamboni, e quella di Guido delle Colonne di un anonimo , non che altra più recente; ciod del t 661, f a'tta da Filippo Corsìni della Istoria denà:conquiata del Messico o dolla nuova·spagoa. E qui iodeggioumilmmte domandarpwdono a' sapienti della lingua, se ooltcro co-nced,r fonorea quuto·loro accademico di allogarlo fra'testi del 1ern1on m1tro; peroecM a ttU, che vi ho fatto sopra alcuno studio, non èmica sembrato tal11 da profferirlo siccome mcdello in fatto di lingua. 11 manimtlfflfflte di fittgva guerruca. A smentire _coloro ·i quali "orrèb/Jt'lo ttnm rie~' frt,ppo ])ò"ra l'Italia di questa maniera di ·t,ocdboli; e non pur t,Qlir~ degli allnii cenci, ma spogliarci fin anche deltenost1:_etk>bilimriu fficòtiS1atili ;,~ sti , io son di credere, che non sarebbero da pom in non:èàle; nè°CÒ- , me più ampiamentedesiderava itPergamininet.,uo Mémoriale'ìfe(. la lingua italiana, nè il Cavalianti, nè Dante Pt,polè1chi ;ttè Frànètsco Martini di Giorgio, nè ilPiccolomini, nè il C01&tile·; nè il flra. zii Sallustio, nè il Bmca, nè il Gia,motti·, nè il Capobianco, nè il 1m. sini, nè' il Melzo , nè il Paradisi, nèil Foscolo , ~ altri molti, cv , piacque svolger subietti milita;i, lmperocchè , e la materia·mililare è di sua indole delle più restie a ricei,ere la lindura, del linguaggio , chi sappia contentarsi di una pulitura corriapondente all'argomento, trJi,erà esempi imitabilissimi, brutanti pure a combattere ogni giu• stìficazione, che sogliono addurre coloro, i quali in simiglianti argomenti usano scorretto e intralciato -discorso. Per le quali comiderazioni il Poggiali , il Gamba ed il Colombo principalment11 ,. fra' più dotti se non il massimo dei fiÌolo9i moderni, a11daron rammentqndo certi autori, siccome l'Altoni, J.Attendolo, il Baldi, il Bartoli Cvsimo, il Biri11guccio, il .llotero, il Buonaparte Jacopo, il

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Braccio, il Buòfdelmonli, il Carani, il Cataneo Pietro, il Cinuz• :i, it libùùo da Lon,giam,, il Da.,ila, il Falconi,il Ferro,i, il Fiam• melli, il Galilei, il Lanti,ri da '.Aimtico, il Lorini, il Lupicini, il Marchi, il .Montee1ice'oli ,(il Nardi., il lbtrid Fra1teuco, it Maggi, (Oninf,·il'&rdoMti, ed altri ehe'(tme potnbkro ,neri. tardfappmàiio• d!lnobil, com,1,of[oreniino , il CYi rigòn ·•d fait'o .tròìtro militare eagiomrà an1&i 'del tla,mq 1,nzaflfl.,dubtno,P, • roccMpér eàio annali là lingua dì quei po,,eriiMiJfffflli ed'igna~i I eai non dot,rebberi mica d'ar no,m,tiltalìa•i,, i, quini irridotlo 'ignora... tem:ente·contro là ptlritd delta li~;che è·pùrità di6_pi'Fieo e il wlipe-nden1&a, noo·pedànttria ,pngti,oie utitich,zz,a'grammmi6'1Ù; clw il cùco·e èòtnlttò;alltuo di còmr·dietro alle frane116N,· è wagh,ggiar lu1èbbie ilelli manmtne caledoniclte, ed og11i-maninadi(orellt1rie. i decadtnza ,zìcindìo dil no1>il urilimento·dfpatria., ; ·amara··pmlita di originalità e 'd'intùile'nazionale, ed etmaa-dimoltNflOfld di mol patitudominio, quando ,i f<UetJan Mitre cm, 1lraM 1'llti loro . e noi giunge'«lm p11re ad obliar, , corrompere la ,vritcl· di cno,fnl 1oatJe ·riruonant, favella. Arrogi poi la viltà ·tldtdalri~ e. ki·,m,ilità d(coliJro ,· i qwli dimoatravami anzi unerh p«ghi dl 1egùitare- o precòrrm ;quel fflal vezzo di parlar,,e·#ri'1dre. in gui,a,'.cll6 a·mala pena, u pur le duinmze:rimane,,mtri-italÌ6nt1, 4tidtoiha• ·pritè ed il eoffl'ùtW ùiet' dona gallico 6AOt1·11ià. lfi~ftll'O'MOi-d ipodti colfoè"àti'in' òffitii; cui foin bello ·pm,,to,, ~ l i i ~tnmi,,o.. lo del(idioma no,tn, caldi11imi cwlori ,·.andd'"' ''"'~ ,iah tn,nf{, altora quando·potnafl·e,n ·infiorare le ,oriiture l01'0 di ol1NffMt11tant 1uppeltettili,'pigliando in rne il tw'pl preÌultt lli'MW ll"ffù frala ricchezza di no,lri'vocabolari pur uno"°°' CM :ti ftHlflJ' dél Gallo; pén,ando eziandio di aver nome di'poco cullh 1mlili, 1& non aridavan ,aputamente gallicizzando, e po1ponurdo- a ·barflare voci le grazio,e no1tre e meglio efficaci ed eaprenif,,. Noi non•pouiiimo u,er noi , dicwan eui , dunque è mestieri euer Fr<tfleeli o Te· deschi o MoscÌroiti. Infor.za almanco di que,ti argomenti si penuadano gli Accada· miei illwtri,che molti altri fra' più lindi autori militari avrebbero a mini11rarvoci e modi italiani, Perocchè v'ò una maniera di bellezze nello ,crilttfre , la quale riaiedo mlla piena cognizione ed impor-

"'"'°""'"'


Documen10 3 - vmtunea della materia, dalle quaU dw, doti ,_orgo una cert<rparticol(,m cnn&istenza e pienez:sa allo stile, c/'6 non iotarnent~ appaga i(yuslo, ma soddi,fa ad .,,. tempo l' inlalletto. IJB!HJio or qui dichiar.aro, cM a' i() cliiamai- a (ar parte di questa :Jcclla di proae militari alcuni autori, i quali u considerarooo la ,cien za-della guerra ,ottanto iwlla teorica, o quand'anche praticamentlJ L'avmcr<> maneggÌ<lto, il fecero in tempi e fra genli , eh' eiàa era ristretta in troppo ang•sti eonfmi, e non per: anco condQtta per que'nuo· 1'Ì campi che ccrse di poi , appunto iL ftSci per additare alt~ fonti• Nò misi apporrà a colpa, se non aempre 1'iaarà in una ,cri(tura il fior deUe doltrirte i,atorno alla ri1pefti1Ja ,eienza, intetldendo. a profferire il miglior dBttato e lafor.ma migliore, siccome modello per cMun,, que vole,se itaiionamente ,cmcre in argometiti militari.Pur n011dimono ho cercato a tutt'uomo. di tra,ceglier tutto quanto potesse rife'l'ir,i agli odierni ordinamenti ed alla presente maniera·di condurre e di ,piegare le forze di guerra, anche per acceimar.e in·cotal 9uisa, ad 11na specie :ài ,torico amlamenta. l11cominciai per.cip da,lle tN4uzio,ni della. Bibbia, di Senofonte, di Ono&andrs,J!'5;1t<Ìl.ico, di Èliano.e. PoliBno, pe.r #aè~-.d•.?.:'4c altr,i;..i quali vol,(roiAtorno agli ordnai antichi , ul aggiunai dopo t~tamente i -nos6r.i 'Italiani , per dare , ir• repugnabilprvoi,a del tlalor.e.edell'in9lgno che inque,to.campo, deU, -militari ·àiscipliru ,i ebbero pure i figliaoli della nowa Peni1ola gloriosa ; imi-no .a. qv.dl ,nag.nanimo Fo.&eolo, .che soldato aAch'egli; giace orsepolto in terra i,aglese. Di rtcenlissimi , • aiccome 1'l (kassi il· Botta l' Omodei il Vemur:i il Lcmonaco,J!d il: Colletla, e- dc'viventi , fra\quali il Yaeani il Lancti il Ciompolim il. ~az.zi'i{ ·.Pr~i, lQZambeUi il Bi.cotti (tacendo.per 1'er~ondia. dei mie• conterranei), non ho ,ioluto immodestamente, io per ingegoo Ùltimo fra .gl' Italiani, non per zelo e carità véra .d'Italia , dar.a innatlzi quel giudizio che dee la poste.ritàscolpire mdipendente e concorde ,u le opere loro.

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INDICE

PREFAZIONE • • , • . • , • • • • • pag, m :uuIA SACRA - OlltlTER ONOMIO , Leggi dc Ifa gm•rra e degli assedi......; c1osuk - Gerico presa e distrntla - 1 GltJDICI - La vittoria di D11ao11A sopra i Cananel • • • • • • • • • . . • ERODOTO' tJolgariuato da MATTEO BOY ARDO, - Come I Persi ed i .Medi furono rolli dai Greci a Maratona per la ,irtù d i Milziade. TUCIDIDE, 11olgari;::sato da F11ANc11seo ST11ozit. Assedio di .Platea, Battaglia di Hantlnea • . • . . . . • , . • . , . SE:SOFONTE, t)()lgariuato da .MAac' ANTONIO GANDINI, Ritirata dei dieci mila . • • . • .. • . • • • . • • . . . ·• . • • • ONOSANDJW PLA. TONICO, tradotto per TOU A Con À • Come si banno da mettere In ordinan:a le genti • • • • , • • . • . • APPIANO ALESSANDRINO,trackttoda A~suicoao Bucc10.FàUo di arme de'Romani con Antioco magno combaUnto a Termoplle. • PLUTARCO, i,olgari•:ato da FILIPPO Snoiz1.Apof1egml di re e capitani. .. . . . • • • . . .' . . . . . . ELIANO, tf'adotto~r LBLIO ÙRANI, De'noml e degli ordini militari. l'OLIENO MACEDONICO, tradotto da N1ccoLòl\hrToN1. Stratagemmi di Alessandro e di Cesare. • . . . • . • . • . • • DITTA e DABBTB, 1/0lgarinatida FBAN'CESCO nALDIILLI, Del cavallo troiono. • · • • . • . • . • . • • • . . . . LEONE IMPERATORE, volgari::zato da F1L1l'PO PIGAFBTTA,Atorl· smi. - Della e11Crcitaziono - Dell'assedio . . POLIBIO. tradotto da DAatOLOllllO CAVALCANTI, Calcolo della castrametazione • . • • • . . . . . . . . . . l'I\OCOPIO Dl CESAREA , volgarizza(? dal cavalidl'COMl'AGNONI

,

1 10

j4 17 14 21)

82

33 36 39

41 44

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X.-

Come r,i~,cro trnltnli i ,;oltlnli, e gli unlzloli dcli' cscrl'.it1) . 1>119. li 1. L\C.lTO, wl9ari:.:ato da D1mNA1111o DAVAN:Un.Asacùiodi 1'101:onzn. :,:1 Guorrnùl Verona ed ospugnazlon di Cremona. Assedio di Gerusalemme. • . . . • • • • . ~8 VEGEZIO l~LAVto,1,ol!/<1ri.::nt<1 ,la Doso 01utnm11. Che gcoerulonl d'arn1c ln hottaglin t1Mvnno gli ontlchl . 67 SESTO GlliLIO FllONTINO, tra,lotto ,la FnANCUCO Luuo DIIRAN• · T>NO, flell' ordiuanza dello s11nndro. Del turhore la squntlro del 72. nemici . • . . . . . . • . • . . 70 CRISPO SALLUSTIO, volgariz:ato da FRA DAaTOLOllEO, Comel\letello asscdiè Znma e mandò l\fario o Sicco. • . . . . • . • 7'I TITO LIVIO, tradotta da rneJser hcOPo NAno1. Pugna singolare di Tito Manlio Torquato cd un soldato de' Galli. Assedio di Sir11cusa • • , • • • . • . • • • . . • • • • • 71 GIULIO CESARE, tradotto daDANTB Porouscm. Ponto di Ccsn.re In sul Reno. Oelk munizioni do'Romnni intoroo od Alessia , . • 80 LEO!'U.RDO ARETINO, falta volgare da LoDOYlCO PETIIONI, Assedio di :Xapoli. • • • . • • • • . • . • • . • • • 90 FAMIANO STRADA, tradotta da PAOLOSBGNBIU, Assedio di Ma,tric. 96 DINO COMPAGl'iI. Battaglia di Compal<lino • • • • • , • 102 GlOVAX'H VIJ,LANI. Battaglie navali alla Meloria e a Napoli . 10!S FRANCESCO DI GIORGIO MARTINI. De'fossi delle fortezze • • 107 !'iICCOLO' MACHIAVELLI. Ordinamento di guerra . • , • 112 VANl.'iOCClO DIRINGUCCIO, Delle fusioni dei bronzi ed altri metalli in generale • • • • . • • • • . • • • • • . . 110 ANGELO DI COSTANZO. Battaglia di Tagliacozzo . • • ·• . , 126 11.JETRO CA T ANEO. Modi diversi di fortificare e teoer i siti quando son sospetti di guerra • • • • . . • • . • • • • . 131 SEBASTL\NO FAUSTO DA LONGI ANO. Delle armi da caralìere. • 13'. DONATO GIA:iNOTTI. Intorno a Francesco Ferruccio . . • 13~ GABRIELLO BUSCA. Dei tiri delle artiglierie. . . • • 145 COSIMO BARTOLI. Primo assalto e capitolazione di Milano · . HII GlOV .à.:'illil AL TONI. Dei movimenti militari . 115:l .JACOPO NARDI. Vita di .·bTo:>110 GucoMINI TEBALDt:cc, MALRSl'INf , fijO f.U!ILLO PORZlO. Discorso sopr11 l'ordinanza antiqua e moderna. . mo <;IROLA~O MAGGI. Come s'abbiano a disegnare e drizzare le muraf!J.ie . • . . • . 111'.l FRA:\CESCO GCICCIARD1'.'il. Rolta de'Francesi a :-iovnra . . . . HiR ;',I.\RIO ATTENDOLO. D<:i comb3Wnti chiusi nello steccato • . • 171 J:t:::R:-i.\RDl'.'iO DE ME'.'ìDOZA, tradotto ria SA1.1xsTJO G1u:m. Odle . 171 ordinanze marillime.

481


482

Documento 3 -

li -

PIETRO·.SPINO. nitraltu di Dortulomco Collconi . . . . . pa9. 18() AURELIO CICUTA. Dello armi . . . . . . . . . . . 163 OEI\NARIIINO OALDI. (Juondo ncll' anno HR!l il POJIO conlhhva a Guhlolinldo I da 1\fonlcfcllro la ,Jifo~a 1.I,;' Fulignutl contro gli Spcllanl . · •·. . . . . . . . , . . . 187 DOMr~NICO MORA, Battaglie moderne a forbice . . 189 lJONAIUTO LORINI. ASl!edlo di Pamagosui • . . 209 LUCA CONTILE, I.:attoglia di Pa1·ia . . . • . • . 214 ANTO:'ì!O LUl'ICl:'11. 1\.ligliur diCc::a J 'uua furtcaa . 217 LllOVANNI DOTERO. Dcli' agilità marittim3. Dei tre termini princi• poli dello difesa d'una piazza • • • , • . • , • • • . 10() JACOPOF USTO CAST RIOTTO. :\lodo Ji fure inespngaabili le fortezze. i 94 FllANCESCO PATRIZI. Folli d'ormc o Scminara, olla Cirignuolu, od Bbull • • . • . • . . . • . . . . • 2'.>2 GIORGIO DASTA. Del commissario generale • . . • , · • . 21)5. laROLAMO DIEDO. Batuigllo dt:lle Curzolori o di Lepanto. . . . 221 llAIMONDO :'tlO!'iTECl:CCOLI. Aforismi rnilit~ri intorno a faatl cd o cavalli , . . . . . . • , . . . . . 224 ALBSSANDB.O TASSONI. Se lo fortezze sicno utili. . 227 GALILEO GALILEI. Dello balleria e suoi rimedi . . 237 GUIDO BENTIVOGLIO. Assedio d'.\nverso . liGO FOSCOLO. Invenzione dfgli archìbugicri a carnllo . . 2,iO CARLO DOTTA. Dolloglia oavole di. Doggcrsbaok. , . • 242


Documento 4

NAPOLI E

I LUOGlll CELEBRI DELLE SUE 'VICINANZE

VOLlJME J.

~

~~~' r

NAPOLI

-

1845

483


Documento 4

484

SCRITTORI DELL'OPERA

A11:u.o

(;1.\l!JIA11STA

°\'\U,\\l\t 'òt\t'l\\\\\t\\11, t \t\\t't'O.'\'\t ( t\Ì.\ 'I\\Od.ti"I\O.

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AtOKCAV. STANULAO

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Bo.\'uccl CAnLo n.,Luoso t:A v. Ct:sAnE

'li.tt'l\1\t \'I\Q\\'l,\,\'\U.\i. t CA)\\\'\'1\1'.,'\'t\O.\i. - \'o.\o.1l\ f, Y\\\e. yu\\, - \'.o.'ò\\,tu. ò., 'ò, IT\\'11.m,to rM\u. - \',1\i\i\i.c, \'O.'òH~\ll" t 'l,\\.e. ne.' \',·,1cù;.

d,

Puon F1u.\'CEsco . QU,\IIANTA CAV, Dr:n.\'AI\DO

'i!i.tt\\llt 'ò\.O'\'Ì.t\\l\ (t\ÌJ. l\'I\\\Cll) \.,\'\\,\\, 'òc,e.,ùi.\\t, ·e \e.Ht'\'1,ù • " r"\JW,c~

\'1.\'\'0Ò.'\l.l.\(l\\t, -

i.•i\rwi.i.1,'l\t -

h\\hùi. \\.'t\'.l~\i.ti. - trn:hi.,i.


485

Documento 5

.L UIGI SETTEMBRINI

--·--

RICORDANZE - - - - -- --. .- ......

DELLA Mt.A VITA COX PHEFAZJONE DI

FRA l\:CESCO DE SAl\TC'rJS 2 € . ::EDIZIONE

YOLUME I.

N.APOLl CASA EDlTRl CE A. ì\lOHANO

1906 .Deposito _generale presso la SOCIETÀ ·coMMERCIALE ·LIBRARIA Via S . ..Jnna .dei L<m1barai, 53. 54.,1;5 - -J.t .J.POLI


486

Documento 6

DEGLI

ESER(:ITI NAZIONALI DI

MAIUANO D' AYALA

flHENZE TIPOGRAFIA IT.lLIANA 1850.


487

Documenco 6

INDICE.

Prefazione . . . , l La (orza pubblica. 11 Legisln:ione militare. l 11 La coscrizione • • • IV Cfrilt<i. militare • • \" La paaa del soldato • \"l I l giummrnlo • • • YII L' obbeditn.za pa,iica Vili Dot·eri milita,·i e politici IX Diritti militari e politici. • X Educa:ione del soldato . . Xl Doreri politici della milizia Xli Discipliria militare . • • X lll Gli aran:amenli militari . Xl\' Scuole militari. • • • XY Imperio militare • . • XYI Le punizioni corporali. X\"11 Le Giut1tc militari. X\"1 11 La 911crra odierna. XIX Le proteste. . . Le prc9hiere Norme <li costituzione militare.

pa9.

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» ISO » lS7

» O!S » 73 » 80 » 89 » 96 » 103 » 110 » 122 » 129 » 1311 » U7 » 160 » 173 ll 1711


488

D ocumento 7

NON TI SCORDAR

PER LE f,ESTE IJELLO STATUTO MDCCCLlH

TORINO STA Bll.Dlf.'.'iTO TlPOGJl AFJCO FO~TANA


Documento 8

489

BIBLIOGRAFIA MILITARE

l'I'ALIAN A

ANTICA E MOD~RNA

DI

MARIANO D' AYALA divisa in ~ette parti I. 9~ LB .lRTl,•tLITAHI I ~ GB~BRAU • Il. àRCRITl>TTGWA 111LITABE Il ASSBOII 111. llELl.'AIITIGLltRU g DB1 SJ.01 BBCÒI.OIE~Tl • IT. IURl~BRIA 6 REGOLUIE~TI NAY.• ~I ,·. l!Wl~l~.l !ULIUU 1 ,U\Tl li O~Dl~I C~'fAI.LSRBSCOl • VI. LliTTIUT~B4 IIJLIT4Dli VII • L~GISL.lZIONI , •••tft1STR.1.Zl0lll 1 LBS61~òRAfl! Il POLIGKàYl.l.

·*·r OR IN O DALLA STAMPERIA RE·ALE 185!


490

D0cumen1o 8

IXDICE GF.NERAI.E DEfìLI

AUTORI

Ahliiatt• Forieri F ra11n'S<'tl - Partt• V - SN·olo 1Vll - \lii.mo. :\bht1111lanli Antonio - p. \'I - s. HII . Imola. :\bra!~ S1•L.1~1ia110 - p. l - s. 11x - Torino. Abru,ri Nirrolò Gi,n-:111 ni - p. YI - s. xn1 - Acquaviva. AcriaiuoJi Jt,,l,erto - p. VI - s. n1 - F ininzc. AcciaiuolCl J\l'ma nlo - p. IV - s. xn - \"cnezia. :\c(·olti 1;nul;1mo - p. Vl - s. :\\'I - Ar('zzo. Acrolti B1•111alctto - p. YI - ~. xv, - Arezzo. A1:w11cio (; i,H:omo - p. li - ~. xn - Trento. Arliidli ~lirlwlc - p. Il - s. xnn - Creta. :\r hilli11i Claudio - p. VI - s. Hll - llolo~na. Arq ua vi ,•a llcli~a rio d'.\raf:o na - p. Y, Yl e VII - s. u1 - Atri. Ac-, p1aviva Fr;HH'CH:o • p. \'I - s. ;1.n11 - Atri . Acuto 1;ia111hatti, ta - p. \'I - Sulmona. Adami An ton Filippo - p. Yl - s. xnn - Lirnroo. Adt:lmani Al rs;:.a nJ ro - p. l - ms. nella Saluzzia na . .\clurno (:iovanni - p. Vl - s. XII - Parma. Ad11rno :\g11s tino · p. Il - s. X\'111 • Gr.n<,,a - !\ls. nella Saluuiana. A,lr, ...10 :\lfon~o - p. I • s. x1· 1 - V . r.icula Aurrlio. •H an Jc Hin~i·:i Carlo - p. l · s. xix - Napoli. :\fan Jn llin'r;1 Pietro - p. Ili - s. xv111 - N.:ipoli . .\llli!to ( ff ) Gennaro - p. I e Il - s. xvn - Napoli. A~liauo (D') Gallc:1ni_ Gaspare - p. VI - s. xvm - Torino. Agl i.mli l'anln - p. \ I - s. xix . Bergamo. Ag-ucchic ( D<'ll') fìiov;u~ ni - p. V - $. xn - lloloµ-na. Ago~li Lt•ona rdo • p. \ I - s. xn1 - Venezi;1. Agricol;, t~iorl!io - p. Ili - s. xvi - V. Florio ,1ichelange10. Agrippa Cr1111illo - p. I, IV e V - s. xvi - ì\lilano. Ajdln (l)'Aycllo) Santo - p. Il) - ~. xrn - Palermo. Ala111an11i Luigi • p. VI - s. Hl - Firenze. A la~ia I; n•::orio - p. VI - s. xvn - Somma riva del Dosco pie mon lC'.se. AlhC'1'1!ali Fabio - p. V - ~. xn - Hologna. Alhc1)hctli (;in~lo Emilio - p. li r lii - ~. xvu - V4'nczia. AILH':·glu'll i S·igim1ondo - p. lii - s. xvm - \'cnczia. Al htT;!otl i Francesco - p. V) - ~. :1.rm - Arezzo. Alberi Eugrnio - p. VI - s. ux • Bolo~na. Albcriei Leone - p. VI - s. xvn - Orvieto. Alberino Marcello - p. VI - s. H'I - Boma. ,\ ll,1·rti Ciovanni .l\lattco - p. VII - s. xrn. :\ll1erli '.\[id1l'IC - p. VI - ~. xrn1 - Carrara. :\lhrrti (;irnlarnn - p. I\' - s. xv111 - Venrzi11 . .\Jherli l;iu~cppe · p. Ili - $. n111 - Bologna.


Documento 9

·v I.TA. OF'.L

RE DI NAPOLI "f,l\(JT ,\

0\

TOfllNO, 18~6 Tip. V. St.cffeuoue, Camandoua e C.

491


492

Documento 10

DEGL' ITALIANI· JJl!NE:111\UlTI

DELLA LII3EiR'fÀ E DELLA PATRIA DI

MA.RIANO I)'AY AI. . A

~IORTI CùllfiATTENDO

lN FIRENZE e:() I

T I p I D I M.

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Documento 11

493

V I TE

DEGL' ITALIANI BENEMERITI

DELLA LIBERTÀ EDELLA PATRIA :;CJ:ITTE l•A

M:AR.IAN"O

D ' A Y- A L A

PUBBLICATE PEfì CURA DEI FIGLI

UCCISI DAL CARNEFICE

TORINO,

ROMA,

FEP-TELL:!:

FIRENZE

Ecce.e..

Lihrai di S. J\!. il H~ d' lt,tha ?>!))CCCLXX XIl I


Documento I I

494

A1ariano d'Aya/.a che dal- .1843, fra ogni ,naniera di casi e di opere, ·colse ogni-giorno l'anùno e la mente (f qu.este ·ricerche a -questi' studi, con tale pertinada eh(' a molti paroe addù·ittura una fisima , scriveTJa- lì per lì, come -gli veniva ja.tto. di racco9lierl,e , le nou..:-ie e 9li appunti, sempre nel modo più breve e semplr'.ce, geloso meglio della verità storica che della. jèuna di sr.rittore. , badando unioa.ment-e a innalzare le oittime generose, , non il biografo. E . il giorno aoanti alla sua malattia fatale tor·n..ava appunto da u,f/.a gita a Portici, R esin_a e Secon.digfrano per rovi.stare quelli archi;i municijJali. Di rado ricopiava : quando proprio le giunte e i mutcunenti rendeoarw illeggibile la scrittura; riserbandosi di dare' com' era uso ' sulle honf'. ordine' ar·mom:a (> .finUezza maggion:. Morì; efra'su,oi ultimi dolorl gli fu 9,·wJe di molfo quello di non frovar·e verso di celebrare gli estinti venerati, dando alla la,;e il frutto delle lunghe faticl1 f! . E ognuno pu.ò ,fìgura,·si la grande trepidazione di r.l,i assnme d-i puhbliro.rle , cosirf?.tf.o, a vof.t.f', a intC'rprf'for<' 1:/ pensiem

e

-

.


Documento 11

VITI

495

AI. LETTORE

di lui, recandovi con mano timida e. inesperta gu,e' mutwnenti · rich1:esti dalla ne.c essità · di ·racchiudere in un solo oolume il maggior nuny,1:0 di r:,i'q. Così . che qc.à ma~c,àn,,o parecclii degli ucc~si dal carMficc; ed anco in questo si è creduto di obbedire ad ùn-~uo colere,'lasciando da parte alcuni nomi meno importanti, ed àltri intorno . a.:cui ·il giud(zio della ·storia non è anc-0ra u9uale o · maturo: Che se tal,uno trovasse gualG&sa ·" rid1:re in qcu:ste pagine, può ·da, ne .sicu1'a1nènie la colpa a chi ne ha curata la stampa. Rim,c1.ngo110 poi tutte le biografie dei cittadini morfi nelle carceri, in esilio o dopo i tormenti politici; le quah. con l'altro volume de'« Morti combattendo » pu.hblicato

in Firenze nel 1-868, sarebbero il compi,nento dell'opera 1 e potranno anch'esse. -oenù· presto fuori, ~e non,' è spenta in 'Italia la religione della libertà e della patria. Napoli, 14 d~ giugno 1883. ALFREDO~ MICHELANGELO o'AYALA.


Documento 11

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INDICE DELLE VITE

Mario e Carmelo l}.<lorno. Pag. 1 Francs:sco Conforti . Pag. 1R8 )) .Gi uscppo An,anest! . 7 Domenico Corrado . » 1{13 Bernartlino Alberino 17 Ercole D' .\gnesc » 194 .Giulio Al bcrlnr,zi » 20 Francesco Pac,Jo-D~ Blasi » 199 Colombo A11dl'eassi. Bernardo De · canal: » 202 » 21 'J'omnfnso A mut.o 22 Onofrio 'nè Colaci » 204 Gius~ppc Andreoli 24 » 208 Emmanuele De Deo Gennaro Arcucci 28 Tcor)pro· Dc Dominicis. » 215 '>•) Secondo Arò . 'Vincenzo De Fili ppis . » 218 » ._,_ )I Francesco Astoi·c Francesco Det1li Emilii » 221 35 Antonio D'A Yella 41 Luigi Dc La G!'cnalais » 223 Pasf1unle Haflì » 45 Ant(/TJio De Luca d'Ischia » 226 Francesco Bagno » 54 Antonio Dc Luca di Celle » ·228 Attilio cd Emilio Baudicrn )/ 01 » 233 Filippo De Marini Erl'ico Bartelloni 67 Luii:!'i Dc Mattia » 2:37 Ugo Bassi. » 69 LeorJoldo Dc Renzis » 240 » 68 Pnsr1unlc Battistcssa Giovan Battista De Rc,Jandis » 246 M id1dc Bello. li 76 Giambattista De Simone . » 250 (3 inscppe Bclloni >1 78 Raffaele Dol'ia » 2:;3 Frn11cc~<:0 Beniivegna . » 81 Luigi Dottesio » 25(3 Felice e See:ondo Uenuti. » 85 Antonio Elia . » 200 ·» 80 Domenico Bisceglfri. Jg·nazio Falcvnieri » · 264 Piet.t·o Boifarn » 90 Niccola Fasulo » 268 Giuseppe Vincenzo Barelli. » 92 Francesco Federici . » 271 Luigi Bozzaolra . » · 95 Niccola Piani. » 2i5 A 11ò1·ea Brenta » 97 Niccola Fiorentino . » 279 Giu~eppe B1·igandi 100 Eleonora Fonseca » 285 Ang·elo Brunetti. » 102 · Pietro Do!ìlenico Frattini. » 296 Frn11cesco Buoncore » 108 Vincenzo Galiani » 298 Pietro Fot'Lunato Calvi » 114 Giacomo Garelli. » 305 Hin:;cppe Cammarota ,, 118 Niccola Garzillo. » 308 H.affaelc Camodeca . » l 2l Genzano. Y. De }.Jarìni. Antonio CaponeLti » 1:25. A nlonio Giannone 311 Sf· 1·c,1·0 Caputo » 128 )) Raffaele Gio,·inazzo. 312 Francesco Caracciolo » 130 .l\lichelc G1·anai a. li 310 ErtùrC C:wafo ,, 145 I Bortolo <.haz101i . » 322 Niccolò Cal'lomagno » 1G5 · 1 Fl'ancesco Grim.nldi. >> 325 Ces;1re C::wola >; l C>S ! Giovanni l~ riolli. » 327 Jgnnzio Cinja . , l(i~J i Francesco Guat·dali. » 330 ì.l1cLd<1u;.;èlv Ciccou;, . ,, .h,.., GioYan Iht ti~ta L:rn(::'Ì YJ :J3:2 Ciccruacc:hio V. Br·uni!tli . » Lui;;i Lr.notli. » ~(l4 I>omenico Cirillo. » 167 Giu~eppe Logoteta . 335 Gii.tlia110 Colonna » 184 )) Giuseppe ,LoYcl'dc 340 )1


Documento 11

XXIV

497

INDICE

. Pag. Niccola Lubrano. Ce~are Lucatelli . • > , > Francesco Lupo . , Domenico Malagutti > Pietro ?-.falena . > » Gabriele Manthonè . Michele Marino . » > Oronzio Massa Feli<:e ?,{astrangelo; .. » Pasquale Matera » . Gregor~o· 'Mattei . • » > Carlo Mauri . < • Carlo Mazziotta . D Andrea Mnzziielli > Niccola Mazzola. » Pietre, Mazzoni ·> Ciro Menotti . » )) Antonio Migliorato. Agcsilao Milano. Leonida Montanari . }) Carlo Montanari . }) Raflacle Moniemayor . GiuseJJpe Monti . . . Michele Morelli . )> Gaetano Morgera Carlo Muscari . )> Anacarsi Nardi Michele Natale Nic.cola Neri . » Lorenzo Nigri Niccola Paci.fico . )> :h:iar io Pagano ~ . , » Pagliuchella. V. Marino. Luigi Parmeggiani . . ,, Domenico Perla. » Dotnenico e Antonio Piatti > Gio1:gio Pigliace)li . » Ferdinando e Mario Pigna te Il i» Giovanni Pirazzirii » Carlo Poma » Gaspare Pucci • })

·342

345 347

349 352 .354 361 3(37

373 376 381 386 390

3\:l3 305 391> 400

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420 424 427 43!)

4:rt 430 441 44'.2

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,ff,,J 4J)!1_

~V 487 488 491 4H0

4Q9 505

507 509

Giuseppe Riario. Pag . 510 Giuseppe Ricci • " 514. Niccolo Ricciardi » 518 Niccola Ricciotti • > 521 Giovanni Riso > 524 Stefano Roccavilla • > 526 Clino Rosolii . » 538 Niccol:Y• Rossi » 532 Luigi Rossi . » 5.34 Prosdocimo Rotondo » 538 Ferdinando e Antonio Ruggi :i> 54 l Eleuterio Ruggiero. » 544 li> 547 Gaetano Rus:m Vincenzo Russo . » R~~ · · buigià · S,anfelice. :i> @__~; Angelo Scllrsellioi > 5cr'2l Giuseppe Schipani )> 566 Antonio Scialoja. » 5i3 Giuseppe Sci\'a . » 579 Marcello Scotti . . t ~ ~R2 Gennaro Se:rca Cassano » 580 Giuseppe Si!vati. » 594 Giovanni Simoncelli » 598 Agamennone Spanò. li> 002 Tito Speri. > 600 Salvat.ore $pinuzza . » 612 Giuseppe Suriano :i> <HG Giacomo T,L<::so :i> 619 Enrico Tazwli . . > 620 Carlo Tenivelli » (327 Gaetano Tognetti. V. Moriti. Effisio Tola 629 Vincenzo Troisi . 633 Giuseppe Ven·1t.a. 640 Augusto VeritA . ' · » 044 Luigi '\'er11eau • » 645 Bartolo Villaroja » 64.7 Vincenzo Vitaliani » 648 Andrea Vitaliani » 650 :i> 652 Antonio Vochieri » 654 Luigi Zamboni


'


PARTE TERZA

TESTIMONIANZE


'


GIUSEPPE AMATI

GRECIA 1943/1944 DAL PRESIDIO DI TEMBI DELLA «PINEROLO» ALLA «BANDA DEI DICIOTTO»

In Grecia, nell'estate del 1943, la Divisione «Pinerolo», al comando del Generale Adolfo Infante, presidiava una vasta zona di occupazione, la più settentrionale fra quelle sottoposte alla giurisdizione italiana. Essa si estendeva dalle coste tessale del mare Egeo al Pindo, fino a Kalabaka e Grevenà, e fino alla Macedonia, nei cui territori agli occupanti italiani subentravano i tedeschi ed i bulgari. Salvo un nucleo di reparti di una certa consistenza, riuniti presso il comando divisionale in Larissa, fra i quali il III Battaglione del 313° Reggimento Fanteria costituiva la massa di manovra autotrasportata, le altre unità della «Pinerolo» erano disseminate per un'ampia rete di presidr maggiori e minori, distanti fra loro ed ubicati in varie città e paesi, o anche in sperdute località, per lo più costiere, dove erano stati collocati in base a un criterio strategico dello Stato Maggiore divisionale, finalizzato al controllo del territorio, ed anche in funzione antisbarco (se pure con armamento del tutto inadeguato per calibri e massa di fuoco). La zona era inoltre attraversata dalla ferrovia Atene-Salonicco, che, saldamente presidiata dalle truppe tedesche del «Bahnsicherungstab», da Larissa volgeva verso il mare imboccando la valle di Tembi (o Tempi, o Tempe) e, dopo avere in essa fiancheggiato per un tratto il fiume Pèneios, lo abbandonava per piegare a Nord lungo la costa egea, alla volta di Katerini e Salo'nicco. Fra i tanti suddetti presidi della «Pinerolo», tutti più o meno costituiti da determinate unità organiche di fanteria, variamente rinforzate da reparti di artiglieria e di altre armi ed aliquote speciali, uno ce n'era, proprio nella valle di Tembi, che si distingueva per la composita eterogeneità delle sue guarnigioni, ripartite nei tre caposaldi di Tembi, Omolion e Stomion: in esso erano infatti dislocati gli uomini del Battaglione divisionale C.C.N.N. «L'Aquila», frammisti a svariati reparti minori dell'Esercito, fra cui, nel caposaldo di


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Giuseppe Amati

Stomion, l'intera 607a Compagnia mitraglieri da posizione G.A.F., comandata dal Ten. Praj. In quei mesi estivi la vita di quelle truppe di occupazione era diventata sempre più faticosa, gr igia e triste, sotto il tormento del caldo e della malaria, fra mille d isagi, nella a nsiosa attesa dei turni di licenza sempre più lenti e diradati, e con una diffusa sensazione di abbandono e di isolamento dalla lontana madrepatria, da dove giungevano echi smorzati di bombardamenti e sofferenze, mentre lì i partigiani greci si facevano sempre più aggressivi e molesti. I servizi erano pesanti e senza riposo: allarmi e pattugliamenti notturni dei centri abitati, lunghe marce sotto la canicola, faticosi quanto vani rastrellamenti, estenuanti servizi di guardia, cibo scarso e acqua cattiva, deficienze nell'equipaggiamento (specialmente le scarpe); il tutto in un ambiente squallido e nella crescente e angosciosa insicurezza dell'oggi e del domani. La triste notizia dello sbarco alleato in Sicilia aveva poi arrecato in quegli uomini un senso di avvilimento e di fru strazione, poiché ciascuno avvertiva l'assurdità di rimanere ad occupare una lontana terra straniera mentre il suolo della Patria era invaso. Poi, all'improvviso, la sera del 25 luglio, la radio annunciò il colpo di stato di Badoglio, con le successive sue ambigue dichiarazioni circa l'ulteriore proseguimento della guerra («la guerra continua»). Ai primi di agosto il divisionario Gen. Infante decideva di ritirare dal suddetto presidio di Tembi le CC.NN. del Battaglione «L'Aquila», per concentrarle in una zona dove fosse più faci le tenerle sotto controllo nella delicata fase di trapasso per la loro assimilazione nell'Esercito; e, in loro sostituzione, inviava a Tembi la sa Compagnia del 313° Reggimento Fanteria, al comando del tenente IGS in S.P.E. Amati Giuseppe, insieme con la 2 a Compagnia del III Battaglione Mitraglieri di C.A. del Ten. Alesani. Il movimento fu effettuato con relativa rapidità, a mezzo della suddetta ferrovia gestita dai tedeschi e si concluse entro il 10 agosto. Al ten. Amati il Gen. Infante affidò il comando dell'intero presidio di Tembj, con il compito di procedere al più presto a lla riorganizzazione tattico-logistica dei tre caposaldi, cosa che, in pochissimi giorni di febbrile attività, il giovane nuovo comandante riuscì a fare, scavando trincee e camminamen ti, rinforzando reticolati, abbattendo alberi ostacolanti il campo di tiro, integrando i campi minati, anche se però, col frazionare e frammischiar e diversi reparti organici nei tre caposaldi, si costituivano dei complessi tatticamente rispondenti, ma si perdeva l'amalgama e la coesione spirituale che legava gli uomini ai reparti di apparte-


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nenza, e parecchio tempo sarebbe occorso per creare un nuovo amalgama fra gli elementi eterogenei di ogni caposaldo. La forza complessiva del presidio di Tembi era la seguente: una compagnia fuc ilieri; una compagnia mitraglieri di Corpo d'Armata; una compagnia mjtraglieri da posizione GAF; due plotoni cannon i cc da 47/32; un plotone cannoni cc da 47/50; un plotone genio a r tieri; un distaccamento Carabinieri divisionali; un distaccamento Guardia di Finanza; elementi del genio R.T. e telefoni sti, sanità (con un ufficiale medico), sussistenza, autieri. Armamento e materiali: 6 cannoni da 47 mm., 28 mitragliatrici cal. 8, 9 fuc ili mitragliatori, 3 mortai da 45 mm.; 2 a utocarrc tte L39, 47 muli, 3 apparati radio campali, vari a pparati telefonici e centralini, una polveriera sotterranea nel caposaldo di Tembi con completo munizionamento d'arma, di reparto e di caposaldo, artifizi, esplosivi da mina per circa 15 quintali (dinamite); 3 posti di medicazione; un magazzino viveri presidiario per una autonomia di due mes i; magazzini scorta viveri di riserva di caposaldo ecc. La for za complessiva era di 20 Ufficiali e 560 uomini. Distribuzione delle forze e dell 'armamento nei tre caposaldi: a) Caposaldo di Te mbi (il più a rretrato-sede del comando del presidio): c irca 10 Ufficiali e 250 uomini, con un cannone da 47/50, 9 mitragliatrici cal. 8, tre mortai da 45 mm., 3 fucili mitragliatori, un nucleo Carabinie ri, una stazione RT da campo, u n posto di medicazione, 2 a utocarre tte e 27 muli (questi però accantonati fuor i del caposaldo, nell'ahi tato del villaggio di Tembi); b) Caposaldo di Omolion (sito a 8 km da Tembi, verso il mare, in posizione intermedia fra gli al tri due caposaldi): 2 Ufficiali e 110 uomini , con 2 cannoni da 47 mm ., 6 mitragliatrici ca!. 8, 3 fuc ili mitragliatori, 10 muli. Il caposaldo era comandato da l S. Ten. in S.P.E. Tantillo Massimo, della 5a Compagnia/31 3° Rgt. Fanteria; c) Caposaldo di Stomion (a 21 km da Tembi, sulla riva del mare): 8 Ufficiali e 210 u om ini, con 3 cannoni da 47 mm., 13 mitragliatrici cal. 8, 3 fu c ili mitragliatori, un nucleo Guardia di Finanza. Ogni caposaldo era variamen te protetto da campi minati e reticolati. Come sopra accennato, i tre suddetti caposaldi e rano scaglionati lungo la stretta valle del fiume Pèneios e sulla r iva destra di esso, in una gola montana formata dalle scoscese propaggini dei massicci dell'Olimpo e del.l'Ossa-Kìssovo, con andamento Sud-Est/Nordovest. Sulla destra del fiume la va lle era percorsa da una rotabile di 3 3 classe che, pr oveniente da Larissa, collegava quella c ittà con


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i villaggi di Tembi, Omolion e Stomion (quest'ultimo, come dice il

suo nome - era situato presso la foce del fiume). Sulla sinistra del fiume correva, a mezza costa sul fianco della montagna, la strada ferrata Larissa-Salonicco, la quale, dopo gli scali di Tembi e di Pyrghetos (sito questo a un chilometro da Omolion), continuava a fiancheggiare il fiume fino a Platamona (poco a valle di Pyrghetos) e quindi volgeva a Nord verso Katerini e Salonicco. Giova poi notare che il caposaldo di Tembi, sito fuori dell'abitato e proprio sulla riva destra del fiume, che in quel punto era largo circa 60 metri, era dominato dalla ferrovia, che correva sulla riva sinistra, ma a vari metri di altezza, sulla sua sede ricavata a mezza costa sul pendio; invece il caposaldo di Omolion, più a valle, era situato pure sulla riva destra, ma a circa un chilometro dallo scalo di Pyrghetos ed in posizione dominante; il caposaldo a mare poi (Stomion) era lontano dalla ferrovia. Questa era fittamente presidiata da truppe tedesche del «Bahnsicherungstab» che, sul ponte ferroviario di Tembi, avevano un forte caposaldo (200 uomini con 6 cannoni da 37 e molte mitragliatrici), comprendente, oltre al ponte, la citata rotabile proveniente da Larissa, e situato a 900 metri dal caposaldo italiano di Tembi; inoltre i tedeschi avevano molti posti fissi e mobili lungo il binario, fino a Pyrghetos, dove era un altro loro caposaldo. Ciascuno di questi caposaldi tedeschi era comandato da un capitano, ma il comando dell'intero tronco spettava al capitano Zimmermann, comandante del caposaldo sul ponte di Tembi. Come già detto sopra, oltre ai compiti militari, i comandi italiani avevano su quella zona anche la giurisdizione civile, talché il ten. Amati aveva sotto la sua autorità anche 25 villaggi. In realtà però la situazione non era troppo felice, perché i ribelli (andartes), imbaldanziti dai recenti clamorosi successi riportati contro alcuni presidi italiani della Tessaglia, si erano fatti molto aggressivi e molesti con le loro azioni di guerriglia; per esempio, nel mese di agosto, durante una sola notte, erano riusciti a far brillare ben 150 mine s ulla strada ferrata. I loro attacchi però, nell'ultimo periodo, si sferravano di preferenza contro le forze tedesche, forse a causa della situazione di trapasso in cui immaginavano o speravano si trovasse l'Italia dopo la recente caduta del fascismo. La funzione precipua dei tre caposaldi del presidio di Tembi era antisbarco, ma, evidentemente, non tanto in vista di uno sbarco alleato in forze, quanto di incursioni da parte di commandos. I paesi e villaggi non obbedivano quasi più alle ordinanze del


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comando italiano, fra cui quelle intese ad ottenere l'indispensabile fornitura di carne e di corvées, poiché ben conoscevano la nostra reale debolezza e l'ordine superiore di non uscire dai caposaldi con forze minori al battaglione, ordine che però spesso il ten. Amati doveva trasgredire, non disponendo, come forze mobili, che di un solo plotone per ogni caposaldo; talché rischioso diventava persino il quotidiano servizio di rifornimento acqua. Gli unici paesi che ancora obbedivano erano quelli che si riusciva a tenere sotto il nostro diretto e vicino controllo ed entro i limiti di portata delle nostre armi . Le comunicazioni con Larissa non avvenivano mai per via ordinaria, salvo che da tale città non giungesse qualche autocolonna di battaglione, come avvenne in occasione della visita del Gen. Infante, comandante della Divisione, il quale ispezionò l'intero complesso presidiario, rivolgendo parole di incoraggiamento ad Ufficiali e truppa, ed accennando pure ad un possibile futuro rimpatrio. Solo per via ferrata, e dopo molte preghiere ai tedeschi, il ten. Amati si collegava con Larissa per rifornimenti, sgombero ammalati e feriti, e servizio postale; ma ogni volta doveva spendere tutti i suoi buoni uffici presso il capitano Zimmermann. Costui era un gentiluomo alsaziano col quale il ten. Amati, intendendosi bene in francese, aveva subito·stabili to un certo rapporto, indispensabile in tale situazione. Pur nella corteccia teutonica, Zimmermann era persona cortese e corretta; reduce della prima guerra mondiale, e già ferito, nella seconda, sul fronte r usso, era stato mandato a Tembi «a riposare» - come lui diceva. I collegamenti erano assicurati dal telefono, sia con Larissa, che con i dipendenti due caposaldi, come pure con le salmerie accantonate nel villaggio di Tembi, e con il caposaldo di Zirnmermann. Ma tutte le linee telefoniche erano sotto il controllo tedesco per il semplice fatto che correvano lungo la ferrovia. Jnoltre ogni caposaldo disponeva pure di un apparato RT, ma il precario sistema degli appuntamenti per maglia radio, e soprattutto la scarsa efficienza degli obsoleti apparati, rendevano di poca affidabilità i collegamenti via radio. È da notare che, come tutti i reparti del III Corpo d'Armata, anche al presidio di Tembi era pervenuto l'ordine di prepararsi ad un «rimpatrio», perché, su ordine dello Stato Maggiore Generale, fra breve le truppe italiane di tale grande unità sarebbero rientrate in Italia, dopo aver ricevuto il cambio da parte di quelle tedesche. E una specifica circolare prescriveva di preparare intanto elenchi bilingui dei materiali non costituenti la dotazione mobile dei reparti


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e che si sarebbero lasciati ai subentranti. Una delle solite sere, all 'imbrunire, mentre, rinforzati i servizi di sentinella lungo il perimetro segnato dai reticola ti, la truppa si apprestava a coricarsi sotto le tende e gli ufficiali liberi dal servizio si intrattenevano a giocare a carte nella baracca della mensa, ecco giungere come un fulmine a ciel sereno la notizia dell'Armistizio. Qui di seguito si r iporta testualmente quanto scrisse il ten. Amati nella relazione da lui redatta dopo il rimpatrio: La sera del giorno 8 settembre una comunicazione telefonica del comandante il caposaldo di Stomion, dove era anche un apparecchio radio ricevente comune, mi annunziava che Radio Roma aveva trasmesso la notizia dell'armistizio, e che il Maresciallo Badoglio ordinava alle truppe italiane di cessare le ostilità contro gli angloamericani, ma cli difenders i contro qualsiasi altro attacco. Mi mettevo subito in comunicazine telefonica con Lari ssa, ma l'Ufficiale cli servizio del Comando Divisione, certo capitano del genio Politi, mi esortava a restare in attesa di ordini perchÊ - affermava - i comandi tedesco e italiano s i sarebbero certamente messi in contatto quanto prima per discutere sulla soluzione dei problemi del caso. Poco dopo però i tedeschi interrompevano il mio collegamento telefonico con Larissa. Di mi a iniziativa allora ordinavo telefonicamente lo stato di allarme ai due dipendenti caposaldi, ed a voce al mio stesso, disponendo, sempre per telefono, che le salmerie, accantonate al riparo nel villaggio cli Tembi, rientrassero immediatamente nel mio caposaldo, adottando tutte le precauzioni per non essere udite dai tedeschi (a loro molto vicini). Mentre era in atto il movimento delle salmerie, il capitano tedesco mi telefonava, chiedendomi se poteva venire subito nel mio caposaldo per un colloquio urgente. Temendo che egli scoprisse il movimento delle salmerie, o che, addirittura, volesse attaccarmi di sopresa, gli risposi che non lo avrei potuto ricevere prima delle ore 24, e tan to insistei che cedette. Per tale ora infatti contavo di avere tutte le salmerie nel caposaldo, e di assumere un dispositivo di a llarme verso la probabile direzione di provenienza dei tedeschi. Non appena fu completalo il rientro delle salmerie ordinai al ten. Alesani (comandante la 2 a Compagnia mitraglieri di C.A.) di uscire dal caposaldo col plotone fucilieri massa di manovra e di disporlo a 200 metri di distanza, in posto avanzato a cavallo della rotabile, a sbarramento delle provenienze del caposaldo tedesco del ponte fe rroviario; con la consegna di intimare l'a lt con immediata apertura


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del fuoco sui tedeschi che eventualmente continuassero ad avanzare verso il nostro caposaldo; e di bloccare comunque qualsiasi persona sì avvicinasse, anche isolata; e se il capitano tedesco si fosse presentato scortato, la sua scorta venisse fermata lì ed il ten. Alesani accompagnasse nel caposaldo il capitano Zimmermann. Alle ore 24 il capitano tedesco giungeva accompagnato da poca scorta agli ordini di un sottufficiale; intimatogli l'alt dal nostro tenente, egli faceva fermare i suoi e proseguiva alla volta del caposaldo, scortato dal medesimo tenente Alesani, mentre il nostro plotone col suo comandante S .ten. Nardicchia restava in posizione. Giunto nel caposaldo e ricevuto da me nella baracca d el comando alla presenza di tutti gli Ufficiali, Zimmermann mi comunicava un ordine pervenutogli dal suo Comando di Larissa, del seguente senso: Avvenuto l'armistizio dell'Italia, che ha abbandonato così il suo all eato, il comando della Grecia viene assunto subito dall'esercito germanico. Le truppe italiane restino ai rispettivi posti e compiti, in attesa di sostituzione da parte di truppe tedesche. I comandanti italiani assicurino di non tradire la fedeltà all'Asse. Sono intanto vietati tutti i movimenti fra caposaldo e caposaldo, e tutti i contatti con i greci. Si sappia comunque che l'esercito tedesco è già padrone della situazione. Feci allora notare al capitano Zimmermann che ufficialmente io ero ancora all'0scuro degli avvenimenti e che perciò, per il momento, non erano necessarie mie speciali assicurazion i; nulla perciò sarebbe cambiato fino all'arrivo di eventuali n uovi ordini da parte del Comando Divisione di Larissa dal quale direttamente dipendevo. Sua cura fosse tuttavia farmi immediatamente ripristinare il collegamento telefonico con i miei supe riori, perché altrimenti nessun fatto nuovo avrei potuto accettare, né il cambio da parte dei tedeschi, né di cedere armi o materiali, né ammettere un solo tedesco dentro i miei caposaldi; inaccettabile comunque di per se stesso era il fatto che fossi stato tagliato fuori dai miei superiori con l'arbitraria interruzione del collegamento telefonico. Prospettai inoltre la necessità del quotidiano invio dei viveri al dipendente caposaldo di Omolion, che non disponeva di un magazzino proprio, riuscendo ad ottenere di continuare ad inviare colà corvées con i viveri, ma solo per via ferrata. Circa il problema del collegamento telefon ico con Larissa egli mi rispose che lo avrebbe prospettato al suo superiore comando. Se ne andò infine dopo circa un'ora, dopo avermi promesso di ridarmi il collegamento con i miei due caposaldi dipendenti, che anch'esso nel frattempo era stato interrotto; altrimenti - gli dissi


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- non avrei più potuto rispondere del loro comportamento se mi fosse stata così preclusa l'azione di comando. Cercavo intanto affannosamente di ottenere un collegamento con Larissa per via radio, ma invano. L'indomani mattina, 9 settembre, il capitano Zimmermann mi fece ripristinare il collegamento telefonico con i miei dipendenti due caposaldi di Omolion e Stomion, ma mi accorsi subito, da certi ronzi i, che ero intercettato. Dovetti inoltre constatare che, durante la notte, il capitano tedesco aveva inviato lungo la strada ferrata una quarantina di soldati con due mitragliatrici, che venivano piazzate sulla scarpata dell a ferrovia, a circa 60 metri dal mio caposaldo e con tro di esso puntate. Ritta sullo stesso dominante pun to, una sentinella vigilava i nos tri movimenti. Allora ordinai subito di piazzare il cannone da 47/50 contro quei tedeschi. Subito il capitano Zimmermann mi telefonò chiedendomi spiegazioni circa la mutata direzione de l mio pezzo. Anche io gli chiesi spiegazioni circa il nuovo ostile distaccamento sulla ferrovia. Mi rispose che si trattava di misure di sic urezza precauzionali: anche io gli replicai la stessa risposta. Intanto, procedendo per nascosta via, gi ungeva a me dal villaggio di Tembi il mio interprete greco del comando presidio che mi mostrò un messaggio manoscritto in lingua italiana che disse di avere trovato davanti ai nostri reticolati, e aggiunse che poteva recare lui stesso una risposta ai greci. Subito, nella stessa mattina del 9 settembre, lo spedii a portare al sindaco greco del villaggio di Ambelakia (sito a 2 Km a Sud Est del mio posto, ed in posizione molto più elevata sul fian co della montagna) un m essaggio verbale del seguente tenore: Dire ai Greci che le truppe italiane sono ora diventate amiche. Il comandante italiano chiede che i Greci lo aiutino, avvisandolo tempestivamente di qualsiasi movimento di truppe tedesche su quel versante sud-est della valle. Temevo infatti che, in tal caso, sarei stato completamente bloccato in quella mia posizione senza sbocchi. Ne l pomeriggio dello stesso giorno 9, l'interprete torna e mi dice che notabili greci sono desiderosi di un colloquio e che pe rciò mi a ttendono sul pendio boscoso fuori del caposaldo (dalla parte opposta a quella del fiume e della ferrovia). Accompagnato dal ten .. Alesani ed eludendo la sorveglianza della sentinella tedesca col passare strisciando sotto i reticol ati, uscii e p resi contatto con i notabili che mi dichiararono essere capi di organizzazioni e formazioni partigiane, e pronti ad appoggiare con esse e con forze civili (portatori) l'evasione di tutte le m ie tre guarnigioni con tutti i materiali. Cons iderata la s ituazione, decisi lì per lì di attuare tale evacuazione sta-


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bilendo il piano d'azione con i greci, inviando ai due dipendenti caposaldi di Omolion e Stomion un ordine scritto che gli stessi greci si impegnarono a fare recapitare al più presto, e fissando come ora d'inizio della operazione le 21.30 dello stesso giorno 9 settembre. Rientrato nel caposaldo feci subito iniziare cautamente il taglio dei reticoati in un punto defi lato ai tedeschi e riunii gli ufficiali per impartire gli ordini relativi alla delicata operazione. In quel momento non mi sfiorava neppure il sospetto che fra i miei dipendenti potesse sussistere il benché m inimo dissenso circa le mie decisioni. Ma, durante quella riunione, il ten . Aletti (della 2 a compagnia mitraglieri di C.A.), ufficiale addetto al magazzino viveri presi diario, mi obiettò che nutriva dubbi sulla buona disposizione di tutti i soldati a seguirmi sui monti. Intuii allora che egli, durante la mia assenza, doveva avere svolto una propria propaganda. Il terreno gli era del resto mol- . to favorevole, per la particolare situazione psichica delle truppe, per la loro paura e sfiduciata stanchezza, e poi aveva buon gioco perché la massa dei soldati che stavano nel caposaldo cli Tembi apparteneva alla stessa compagnia di tale ufficiale, e perciò in lui erano portati ad avere più fiducia che in me. Ed anche alcuni altri ufficiali si manifestarono essere del suo stesso avviso. Allora adunai subito tutte le truppe nello spiazzo centrale e rivolsi loro opportune parole che mi parevano ovviamente persuasive circa quello che era, in quel momento, l'unico imprescindibile dovere di ogni onorato e buon soldato di Italia. Ma, sotto la sobillazione di alcuni militari, si levarono molte grida sediziose; fra esse potei chiaramente intendere che non volevano seguirmi perché i tedeschi «erano alleati ed avrebbero riportato tutti alle loro case col treno»; la guerra per l'Italia era finita ed essi non volevano continuare a rischiare la pelle su per i monti. Sentii perciò improvvisamente aprirsi un baratro sotto i miei piedi e precipitare la situazione, perché il mio audace piano di evasione non aveva previsto nemmeno l'ombra di quella dissidenza, e quindi ora si rendeva inattuabile, non potendo io pensare di agire di forza, dato lo scisma evidenziatosi nella Ufficialità, nonché l'umore della maggioranza della truppa: una decisione in tal senso avrebbe prodotto un autentico macello, senza contare la presenza incombente dei tedeschi; e l'azione sarebbe fal lita, essendo già difficile di per se stessa anche in considerazione della dominata posizione del caposaldo. Rinunziare dunque, per il momento? Sì, ma intanto il reticolato era già stato tagliato, e io avevo già compiuto chiari atti di intelligenza col «nemico» e d i tradimento ... Che fare dunque?


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Dato che per il momento i tedeschi sembravano non impellere, pensai che si poteva temporeggiare, e ristabilire l'imperio del comando anche attraverso la ~onvinzione ed una attiva contropropagancla. Decisi quindi in cuor mio di rimandare l'esecuzione del piano, e, per prevenirmi contro tradimenti e ridurre al silenzio la massa, dissi ai soldati che sÏ, li capivo, che anche io ero perplesso, che era meglio aspettare: ero uscito dai reticolati per sentire gualj fossero le intenzioni dei ribelli. Inventai che questi mi avevano dato un ultimatum: o andare subito con loro, oppure subire nella notte stessa un loro attacco in forze. Corressero perciò tutti ai posti cli combattimento nelle trincee lungo il perimetro del caposaldo, perchÊ eravamo in stato cli allarme. Ordinai poscia telefonicamente lo stato di allarme anche ai due dipendenti caposaldi e smentii con opportune parole coperte l'ordine scritto di evacuazione che avevo loro inviato per tramite dei greci. Feci riallacciare i fili del reticolato richiudendo il varco, e rimettere il cannone nella sua postazione, puntato contro le provenienze dalla rotabile per il mare. Tutti atti questi che dovevano servire a rassicurare i tedeschi e i tedescofili. Quindi telefonai al capitano tedesco di avere messo in allarme le mie truppe per avere notato movimenti sospetti dei greci. CosÏ volli parare a priori qualsiasi denuncia a lui fatta contro di me da italiani traditori, o da greci collaborazionisti, dando a lui l'impressione che continuavo a collaborare fedelmente; nello stesso tempo volli sedare ogni ulteriore complottoubbligando tutti a stare tranquilli e silenziosi ai propri posti di combattimento. Contemporaneamente, per mezzo dell'interprete, inviai un biglietto ai greci della montagna, avvisandoli che, per causa di forza maggiore, ero costretto a rimandare il piano concordato di evacuazione, e che ritirassero le forze dal raggio di vista e di azione delle armi italiane e tedesche. Seppi frattanto da qualche fido che all'opposizione operavano pure i pochi carabinieri del presidio; e capii che un altro motivo di riluttanza per qualcuno poteva essere anche ispirato da cattiva coscienza per qualche sopruso fatto ai greci. Il mattino di quello stesso giorno 9 settembre, eludendo la vigilanza tedesca, il Sten. Tantillo Massimo, mio subalterno di compagnia e comandante il caposaldo di Omolion, era venuto, transversis itineribus, fino al mio caposaldo scortato da tre uomini, e, dopo avere preso contatto con me, era rientrato poi ad Omolion per ferrovia la sera stessa (prima del suddetto pronunciamento), senza che i tedeschi notassero la cosa, o le elessero importanza. Il mattino del giorno 10 ricevevo, per via radio, dal Comando


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Divisione il noto ordine del Comandante la 11 a Armata, Gen. Vecchiarelli, prescrivente di attendere sul posto i tedeschi per consegnare loro le armi collettive e radunarsi poscia in una zona di successiva indicazione «per il rimpatrio». Più tardi un altro radiogramma ribadiva il divieto di trattare con i ribelli. Entrambi questi ordini mi parvero subito fasulli per la loro incredibilità. Alle ore 13 del 10 settembre il capitano tedesco telefonicamente mi invitava a recarmi nel suo caposaldo per poter comunicare da lì col mio Comando Divisione. Vi andai, con una certa apprensione (potevano averlo informato dei miei contatti con i greci del giorno prima). All'apparecchio mi rispose il solito capitano del genio Politi, Ufficiale addetto alla sezione operazioni e servizi dello stesso Comando. Gli chiesi cli parlare personalmente col generale Infante, ma mi rispose che il Generale non poteva perché occupato (sic). Alcuni giorni dopo, giunto sulle montagne, appresi che, alla stessa data e alla stessa ora in cui io telefonavo al cap. Politi, il Generale era già evaso da Larissa col III Battaglione del 313° Rgt. Fanteria, ed era passato alla montagna, al fianco degli Alleati e dei partigiani. Il Politi mi invitò poi categoricamente ad eseguire gli ordini del Gen. Vecchiarelli, ripetendomi parola per parola i due suddetti marconigrammi. Accusai, con ambigua reticenza, ricevuta dell'ordine. Al Politi a llora subentrò il maggiore Palladino, Ufficiale del mio 313° Reggimento, distaccato presso il Comando Divisione, persona degnissima, al quale dichiarai apertamente che io non mi sarei mai arreso, e lui mi rispose «Dio ti benedica». Il capitan Zimmermann, che assisteva alla concitata conversazione, dovette capirne ben poco. Rientrato nel mio caposaldo, ripresi risolutamente contatto con i greci, passando nuovamente sotto il reticolato, e questa volta mi abboccai con ufficiali delle bande «aodartes ». Spiegai loro il necessario voltafaccia della sera precedente, ed essi elogiarono la prudenza del mio comportamento nella difficile situazione in cui mi trovavo. Assicurai loro l'amicizia, chiedendone l'appoggio concreto in caso di improvviso attacco tedesco, e promisi il mio non intervento in caso di un loro attacco contro i tedeschi. Affermai poi che subito avrei cercato di svolgere attiva contropropaganda presso le mie truppe, onde si convincessero a seguirmi sulla montagna. E li invitai ad attendere mie notizie. Il successivo giorno 11 trascorse in spasmodica tensione nervosa, mentre dalle tradotte tedesche in transito furono sparate contro il caposaldo di Tembi raffiche cli armi automatiche, ed il caposaldo di Omolion era invece letteralmente circondato dai «ribelli», e mol-


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to dovetti affannarmi per telefono per indurre i nostri militari di quel caposaldo a non considerarli più nemici in qua nto certa mente non avevano intenzioni ostili. Il giorno 12 settembre, alle ore 13, il capitano tedesco nuovamente mi invitò a recarmi nel suo caposaldo. Partii in a utocarre tta con una scorta di pochi uomi ni, nutrendo questa volta poche speranze di torna re indie tro. E invece Zimmermann, anche se con un piglio un po' meno cameratesco del solito, mi consegnò un ordine sc ri tto (che è tuttora in mio possesso con il suo timbro recante la svastica) secondo il quale avrei dovuto, per la sera del successivo giorno 13, consegnare ai tedeschi truppe, armi e materiali di tutti i tre caposaldi. Il Coma ndo tedesco mi considerava responsabile (verantwortlich) della esecuzione di tale ordine. Diedi assicurazione verbale che lo avrei comunicato ai miei dipendenti ufficiali e soldati ». Fino qui il testo della relazione del comandante italiano. Consegnatogli tale ordine, il capitano Zimmermann volle offrire al ten. Amati un bicchierino di ouzo (l'acquavite greca), e poi, affian cato da un suo subalterno, r iaccompagnò l'ufficiale ita liano fuori dalla sua b aracca, dove era in attesa l'autocarretta con i soldati di scorta. Mentre, in quella atmosfera di reciproco imbarazzo, il tenente italiano stava accomiatandosi, si udì un lugubre fischio (indimenticabile per chi lo abbia udito quel fi schio delle vecchie locomotive balcaniche, simile a un roco e funesto ululato ...): un convoglio proveniente da Larissa s tava lentamente imboccando il ponte ferroviario racchiuso nel caposaldo tedesco, e passava lì, davanti a loro, a pochi metri di distanza; erano tutti carri merci (pianali) zeppi di prigionieri italiani, e su ciascuno stava ritto un tedesco col mitra sp ianato. Quando gli italiani dal treno videro i loro connazionali della scor ta del ten. Amati, armati con gli elmetti e schierati presso l'automezzo, emisero grida lamentose: «Cosa fate lì? - Non vi hanno ancora disarmati? Vedete come siamo ridotti!». A tale umiliante spettacolo, il cuore del giovane ufficiale ita liano (poco più che ventenne) ebbe un tuffo mortale; tutto il suo essere fu sconvolto dal dolore e dalla vergogna. Impietrito, in mezzo ai due ufficiali tedeschi, egli guardava quel tragico treno che non finiva mai di transitare. Allora il capitano Zimmermann gli batté una mano sulla spall a, dicendo: «Courage, mon lieutenant, vous voyez bien: pour les Italiens la guerre est terminée! » . Il tenente Amati lottava con tutte Je forze per reprimere i singhiozzi che gli scuotevano le intime fibre del petto, e per conservare un aspetto fiero e dignitoso di fronte ai due tedeschi; ma le lacrime gli scendevano copiose e irrefrenabili


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fino ad inzuppargli la giubba ... Furono istanti interminabili: ricompostosi alla meglio, egli si accomiatò dal capitano Zimmermann, che mai più avrebbe rivisto, risalì sull'autocarretta e rientrò nel suo caposaldo, dove decise subito di radunare ancora una volta tutti i militari dipendenti, sperando che lo spettacolo di quel treno, ormai già da tempo sfilato anche davanti a loro, li avesse fatti riflettere sulla sorte che li attendeva; ma nuovamente dalla massa si levarono voci di ostile dissenso e di contrarietà ad intraprendere nuove avventure sui monti, quando invece potevano «tornare a casa in treno». Al che l'ufficiale dichiarò loro apertamente che mai si sarebbe consegnato ai tedeschi. Sulla citata relazione il suo racconto continua così: «Decisi allora di evadere, fosse pure individualmente, pur di non sottostare al disonore di un tradimento del giuramento prestato. Nella m ia decisione trovai fedele compagno il Sten. medico, Dott. Romiti . Presi meco la Bandiera che nelle ore diurne sventolava sul caposaldo (è tuttora in mio possesso), bruciai tutti i documenti segreti del presidio (piani di difesa, schizzi dei campi minati, codici, pubblicazioni e carteggio vario, ecc ...). Telefonai poscia ai dipendenti caposaldi d i Omolion e Stomion, comunicando loro l'ordine di resa e specificando bene che si trattava di un ordine impartito dai tedeschi, e con una frase convenzionale (per via della intercettazione) feci loro capire che nella notte sarei passato ai partigiani e che seguissero il mio esempio. Nel mio caposaldo la sedizione prese ancor più piede; vi regnavano smarrimento e confusione; la truppa, specie i mitraglieri, non si controllava più, anche a causa di una distribuzione clandestina di vino fatta dal loro tenente Aletti. I sediziosi mi fecero sapere che avevano deciso di aprire il fuoco su chiunque u scisse dal caposaldo durante la notte, me compreso. Non volevano che i tedeschi chiedessero loro conto dell'evasione di chiunque. Non mi fu possibile, nei brevi minuti restantimi, volgere la situazione in mio favore . La totalità dei sottufficiali si era unita ai rivoltosi e persino alcuni tra i fu. cilieri della mia compagnia ivi stanziati vigilavano, cercando pure di ostacolare in armi i miei movimenti nell'interno del caposaldo, essendo stato eletto loro che io, «il comandante sovversivo», avevo venduto le loro vite al nemico, e addirittura volevo far saltare la polveriera sotterranea con tutti quei quintali di dinamite. Solo una rapida evasione poteva salvarmi dalla ormai prevedibile cattura e consegna ai tedeschi. Perciò, seguito, dopo, dal Sten. medico Romiti, dal mio subalterno di compagnia Sten. Nardicchia, dal mio furiere serg.


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Gionchetti e da un animoso soldato bergamasco, mi mossi, pistola in pugno, giunsi subito a rimuovere di peso con le mie mani il cavallo di frisia, e uscii così fuori dalla cinta dei reticolati, per il lato della rotabile verso il mare, che era il meno sorvegliato in quel momento, se pur più esposto ai raggi della luna e al tiro dei tedeschi; mentre facevo di corsa quei metri di strada, sfuggii di qualche decimetro a un proietto di cannone da 47, sparatomi dai soldati di un tale sergente Cifolillo, cui seguirono nutrite raffiche di mitragliatrici italiane e tedesche, mentre dalla ferrovia i gemanici lanciarono artifizi illuminanti e pattuglie a guado del fiume. Nella stessa notte evadevano altri due ufficiali fra cui il ten. Aiesani e pochi soldati del medesimo mio caposaldo di Tembi, approfittando della caotica situazione creatasi in seguito a lla assunzione del comando da parte del ten. Aletti e dei suoi seguaci. Egli (da quando mi fu riferito dagli ultimi fuggiaschi testé citati), subito dopo la mia evasione, ne aveva dato annunzio telefonico al cap. Zimmermann. Alle ore 24 circa, il Sten. Tantillo Massimo, comandante del caposaldo cli Omolion, accordatosi con i partigiani e dopo avere appreso telefonicamente la notizia della mia evasione da Tembi, passava ai ribelli greci con tutte le truppe, armi e materiali del suo caposaldo. Dopo una notte di solitaria ed affannosa ascensione per dirupi e boschi, al mattino prendevo contatto con i partigiani in AmbeJakia, e per loro mezzo inviavo un messaggio cli invito-ultimatum al la guarnigione del mio caposaldo di Tembi; ma era troppo tardi: all'alba, il capitano Zimmermann, con pochi soldati tedeschi, disarmava tutte le truppe italiane rimastevi, che poi, da quanto riferirono i greci, vennero caricate nei giorni seguenti sui treni alla volta della Ger1nania». Cominciò così una nuova imprevedibile ed avventurosa fase della campagna bellica in terra ellenica, per il ten. Amati e per gli uomini restatigli fedeli . Festose furono le accoglienze tributate loro dai partigiani greci e dalla popolazione del villaggio di Ambelakia: quei greci conoscevano bene quali penosi e rischiosi travagli il comandante italiano aveva dovuto fronteggiare in quei drammatici giorni postarmistiziali, ed apprezzarono la sua risoluta e consapevole scelta cli campo in tanta confusione generale. Nella stessa giornata del 13 settembre, da Ambelakia il tenente Amati, seguito dai suddetti suoi militari fuggiaschi da Tembi che lassù lo avevano raggiunto, e accompagnato da un ufficiale degli «an-


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dartes», muoveva alla volta del villaggio d i Spilià, sito nel cuore del massiccio montano dell'Ossa-Kìssovo, e, pervenutovi, si incontrava festosamente col Sten. Tantillo e col Sten. Pristerà, entrambi arrivati lassù qualche ora prima con le loro truppe uscite da Omolion. Al tenente Amati tuttavia si presentava subito un altro grosso ed urgente problema, che non poteva essere affrontato se non da lui personalmente; egli infatti, senza indugio, al fine di prevenire un colpo di mano che si profilava da parte di una colonna tedesca segnalata già in movimento nel fondo valle, scendeva nuovamente, con il suddetto accompagnatore greco, verso valle più ad est, e raggiungeva, dopo alcune ore, il pure da lui dipendente caposaldo di Stomion, dislocato sulla riva dell'Egeo, presso la foce del f. Péneios, il cui comandante pareva incerto circa l'ottemperare all'ordine di sganciamento fattogli pervenire dal ten. Amati per tramite dei greci. Fatto segno, in un primo momento, al fuoco delle sentinelle, dovuto al comprensibile nervosismo di quei momenti, nonché alla inaudita realtà del comandante di presidio, che (tenuto presente che il caposaldo di Tembi distava da quello di Stomion ben 21 Km!) si presentava da solo, di notte e calando dai monti, il ten. Amati riusciva infine a farsi riconoscere e a parlamentare col comandante del caposaldo di Stomi on, ten. cpl. Praj (comandante anche della ivi dislocata 607a cp. mtr. da posizione GAF) e con gli altri ufficiali, uscitigli tutti incontro, a giorno fatto, fuori dai reticolati. Era il 14 settembre 1943 e, in breve, convinti dal ten . Amati, sgombravano dal caposaldo di Stomion con tutte le truppe completamente armate ed equ ipaggiate, e si mettevano in marcia verso i monti per Spi lià. Riun ite così le truppe a Spilià e allestito per la marcia, la colonna si muoveva l'indomani, calando in pianura con direzione ovest, avvalendosi della guida dei partigiani dello ELAS, che assicuravano altresì le misure cli sicurezza in marcia, mentre intanto notevoli forze tedesche, provenienti dal caposaldo germanico del ponte ferroviario cli Tembi, e da Larissa, si impossessavano del caposaldo italiano di Tembi, e poi, trovati vuoti i caposaldi di Omolion e Stomion, si avventavano, con incursioni devastatrici, su Spilià ed altri vi llaggi del monte Ossa, incendiandoli. La notte successiva la colonna riusciva ad attraversare, convergendo a nord verso la ferrovia Larissa-Salonicco, distraendo e ricacciando, con idonea manovra, il fitto e nervoso pattugliamento dei tedesch i. Così pure, nei vari giorni e notti seguenti, la colonna, continuando a dirigersi speditamente a nord ovest per la pianura tessala, dovette più volte rintuzzare, con scontri di retroguardia, l'inse-


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guimento di meno rilevanti ma pur sempre moleste truppe germaniche. Aggirati quindi i centri di Tìrnavos e di Elassòn, e ripresa la via dei monti, la colonna giunse a Verdikùssia, grosso paese a mezza costa, sito a N.O. di Elassòn e della camionabile Larissa-Elassòn, nel quale paese aveva sede il comando del III/5° rgt (greco) ELAS, munito anche di posto telefonico. Ivi le truppe italiane provenienti da Tembi si accantonarono alla meglio, già prostrate per la lunga marcia, per le eccezionali vicende vissute, per lo scarso ed inusitato vettovagliamento fornito dai greci, per l'abituale malaria e per le nuove dispepsie causate dall'acqua stagnante dovuta bere lungo il percorso, nonché per il disorientamento causato dalla mancanza e/o dalla contraddittorietà del le notizie circa la sorte toccata ai rimanenti reparti della Div. «Pinerolo» e al Generale Comandante Adolfo Infante, e per l'angoscia relativa al proprio destino e a ciò che in quei giorni stesse accadendo nella cara Patria lontana. Lì a Verdikùssia il ten . Amati apprese dai greci che il Gen. Infante, sganciatosi da Lar issa con notevoli reparti della sua «Pinerolo», si trovava nella zona di Porta (a qualche giorno di cammino da Verdikùssia), perciò chiese di proseguire subito con tutti i suoi uomini a quella volta; ma dal suddetto locale comando III btg. ELAS gli fu subito notificato un fonogramma firmato dallo stesso Gen . Infante, dal generale greco Saràfis (comandante supremo dello ELAS) e da un ufficiale anglos (inglese), in cui si concedeva la facoltà, a chi lo volesse, di consegnare le armi ai greci dello ELAS, per poi concentrarsi in una non precisata zona montana in attesa di un prossimo rimpatrio. Purtroppo, nonostante l'attiva propaganda svolta dal ten. Amati e dai Sottotenenti Tantillo, Pristerà e Di Pasquale, la maggioranza di quelle truppe, così faticosamente e rischiosamente sottratte ai tedeschi, ed anche vari ufficiali, decisero di cedere le armi, affermando che ormai per loro la guerra era finita e volevano soltanto tornare a casa. Solo diciotto rimasero volontariamente in armi al comando del ten. Amati, che ottenne subito dai greci l'esplicito riconoscimento di questo nuovo reparto come distaccamento delle FF.AA. Italiane della Divisione Partigiana «Pinerolo» del Gen. Infante, e offrì subito la propria concreta collaborazione alle operazioni di guerriglia in corso. Questo reparto italiano, fra i cui volontari erano i sottotenenti Tantillo, Pristerà e Di Pasquale, fu immediatamente impiegato autonomamente in varie operazioni di pattugliamento diurno e notturno e in azioni di disturbo alle autocolonne tedesche che percorrevano, nella sottostante pianura, la camionabile Larissa-Elasson. Nel contempo il ten. Amati insisteva sempre per ottenere un con-


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tatto a lmeno telefonico col Gen. Infante, ma notava una crescente resistenza passiva da parte del locale comando greco ELAS . Ai primi di ottobre pervenne al ten. Amati una lettera autografa di elogio da parte del Gen. Infante, dalla quale trapelava che, per gli italiani della «Pinerolo» a Porta, le cose non andavano bene circa i rapporti con i neoal leati greci dello ELAS. Fu così che il ten. Amati rinnovò le insistenze presso il comando ELAS di Verdikùssia, divolersi recare a conferire col suo Generale Infante, finché lo ottenne, e, lasciato temporaneamente il comando della formazione al s.ten. Tantillo, il ten. Amati, accompagnato dal solo suo ex attendente, si recò fino a Porta, dove, dopo una marcia di qualche giorno, giunse una sera d'ottobre. Il paese di Porta (o Pyle), sito ai limiti occidentali della pianura tessala, sulle prime balze del Pindo, gli richiamò alla memoria la piuttosto recente lettura del romanzo di Herningway «Per chi suona la campana»; brandelli di case anneriti dagli incendi dei rastrellamenti italo-tedeschi dello stesso 1943, viottoli ingombri di macerie, materiali sparsi, bestie da soma e una folla di gente di ogni tipo e provenienza: gruppi di miliziani (andartes) attorno ai fuochi di bivacco, via vai di portaordini, prigionieri tedeschi sotto scorta, sbandati italiani cenciosi, apolidi dalle facce patibolari, ricchi ebrei in fuga sui monti, ufficiali inglesi della Allied Military Mission in Greece; ma del Gen. Infante e dei suoi reparti armati nessuna traccia. Finalmente, presso un comando tappa dello ELAS, il ten. Amati apprese la triste verità: proprio in quei giorni, o in quelle ore, le truppe italiane del Gen. Infante, erano state improvvisamente e proditoriamente disarmate dallo ELAS perché sospettate di trescarè con gli inglesi e con i partigiani monarchici del Gen. Zervas, ai danni dello ELAS stesso. Il Gen. Infante era partito per ignota destinazione, scortato dagli ufficiali inglesi ... Non restava al ten. Amati che una radicale soluzione, se non voleva venire disarmato anche lui, insieme con i suoi connazionali rimasti ad attenderlo a Verdikùssia: chiedere subito l'arruolamento volontario nello ELAS, che, poi, giova notare che era l'unica organizzazione partigiana presente ed operante in Tessaglia: ché infatti l'organizzazione partigiana rivale, gli anglofili e monarchici patrioti dello EDES, comandati dal sopracitato Gen. Zervas, avevano come loro zona esclusiva l'Epiro. Il ten. Amati dunque si presentò al comando della I Divisione greca ELAS in Porta e, con un breve e chiaro colloquio in lingua francese, r iuscì a convincere il generale Floùlis circa la lealtà propria e dei propri uomini; fu così accettato l'arruolamento, e un ordine


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in tal senso venne consegnato all'ufficiale italiano, da recapitare al comando III btg. ELAS di Verdikùssia. Era l'atto di nascita della «Banda Italiana dei Diciotto» . Si tralasciano qui i particolari circa l'avventurosità di questi viaggi di un ufficiale italiano, armato ma con un solo soldato, lungo aspri sentieri di montagna, attraverso una serie di villaggi, fra gente diffidente e spesso ostile, con la difficoltà della lingua da lui non ancora perfettamente conosciuta: che sarebbero tutti validi spunti per altre specifiche narrazioni. Il ten. Amati dunque tornò a Verdi kùssia, dove mise al corrente i suoi commilitoni su tutto ciò che aveva saputo, veduto e deciso per tutti, ed essi ne approvarono l'operato. Anche i greci dello ELAS accolsero abbastanza bene il fatto nuovo e decisero di lasciare una certa fisionomia italiana al nostro reparto, pur integrandolo a tutti gli effetti nel III battaglione ELAS per quanto riguardava la giurisdizione, la disciplina, gli impieghi operativi ecc. Nessuna pressione diretta veniva fatta circa l'adesione alla ideologia comunista, prevalente nello ELAS-EAM, ma soltanto circa l'impegno alla lealtà della lotta di liberazione antifascista ed antigermanica. Tuttavia l'atmosfera e gli slogans erano marxistostaliniani. Cominciò così un periodo di pesanti e rischiosi servizi di pattugliamento avanzato, che durò fino a dopo il Natale 1943: il gruppo fu impiegato, prima diviso in due nuclei, poi riunito, e si distinse in vari colpi di mano sulla camionale Larissa-Elasson, e nel contrastare, di conserva con i reparti greci, due rastrellamenti in forze tentati dai tedeschi. Giova anche notare che sempre più gravosi si facevano i disagi di natura logistica: cibo scarsissimo e pessimo, poco riposo in fradice e ventose capanne cli frasche, nessuna assistenza sanitaria, nessun medicinale o materiale di medicazione, vestiario logoro, calzature consunte, poche coperte, sporcizia e parassiti, oltre al non trascurabile fattore psicologico dell'angoscia per l'ignorare tutto quanto fosse accaduto o stesse accadendo in Patria, da dove pervenivano notizie cli una vaghezza terrificante. L'ambiente naturale poi era proibitivo: paesaggi tetri, cani feroci e famelici, vipere annidate ovunque, e poi il rapido avanzare dell'inverno in montagna; disagi tutti che facevano impallidire, nella mente di quei tormentati giovani, persino il ricordo della pur terribile e micidiale campagna italo-greca di Albania del 1940/41. Nondimeno lo spirito combattivo si manteneva valido e vivace, anche perché a quegli italiani premeva di dimostrare ai greci (che


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si autoproclamavano «vincitori dell'Italia in Albania») che il soldato italiano era un buon combattente, coraggioso e leale. Tale spirito animava I.a «Banda dei Diciotto». Nella prima decade del gennaio 1944 giunse improvviso l'ordine di mettersi tutti in marcia per concentrare le forze operative dello ELAS in Epiro, dove c'erano grosse forze tedesche e collaborazioniste greche (Ràllides), oltre agli «odiati» partigiani monarchici del Gen. Zervas. La marcia notturna per l'Ovest, attraverso la Tessaglia, nel cuore dell'inverno, fra il tu rbinare della tormenta, fuori delle strade rotabili per evitare le autocolonne tedesche, fu qualche cosa di inenarrabile: ogni ora un diverso reparto doveva avvicendarsi ad aprire la pista, e quando toccava agli italiani, questi s i facevano onore stringendo i denti, anche se rispondevano con ostinato m u tismo agli inviti, fatti con stereotipe ripetizioni dei soliti slogans da parte degli attivisti greci. A giorno fatto si giunse a un nero villaggio sui primi contrafforti del Pindo; ma si era ancora agli inizi del calvario: senza concedere adeguato r iposo, quella impressionante catena di montagne fu subito fatta affrontare con la più incredibile inadeguatezza d i equipaggiamento e di viveri. La marcia fino al valico, per scoscesi sentieri, e la successiva discesa nell'altro versante, durò per molte ore, mentre il nevischio fitto e incessante tagliava la faccia, impediva la visibilità e mozzava il respiro, e il gelo moltiplicava le cadute, rese più dolorose dal peso delle armi . Per altri giorni e notti si protrasse la marcia discendente, mentre i capi e i commissari politici ci dicevano che andavamo ad attaccare prima cli tutto i tedeschi e i collaborazionisti Ràll ides, ma che poi avremmo dovuto attaccare pure i «fascisti» dello Zervas! Dopo vari giorni di scaramucce, di avanzate e ritirate, operazioni in cui, a l comando del ten. Amati, si distinsero particolarmente i sottotenenti Tantillo e Pristerà, e il serg. Gionchetti da Castelraimondo, si giunse, nella zona di Arta, ad attaccare frontalmente con tu tto il battaglione greco (III/5° ELAS) un forte reparto nemico, sistemato a difesa sulla destra del grosso fiume Araktos, dalle cui posizioni grandinava incessantemente un intenso fuoco di sbarramen1 to. Quella mattina - era il 4 febbraio 1944 - il cornandante del III btg. ELAS, maggiore greco Skarlàtos Meteorìtis, ch iamò all'improvviso il ten. Amati e gli chiese di fornirgli sub ito due italiani capaci di fungere da porta-arma-tiratori per le due mitragliatrici Fiat 35


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in dotazione al reparto di accompagnamento del battaglione, arm i di recente assegnazione e pressoché sconosciute ai mitraglieri greci. Si offrirono subito personalmente lo stesso ten. Amati e il s.ten. Tantillo, essendo gli unici, per le loro fresche conoscenze di Accademia, a saper usare la nostra Fiat 35, mitragliatrice che, nei nostri reggimenti, era stata già da tempo sostituita dalla famosa Breda 37, e rimasta in dotazione solo a pochi reparti. E così, mentre il s.ten. Pristerà assumeva temporaneamente il comando del reparto italiano, i due ufficiali Amati e Tantillo si aggregavano, sul campo, al reparto mitraglieri greco, improvvisandosi entramb i portarma-tiratori delle due Fiat 35. L'attacco, che comportava i.I guado del vorticoso fiume sotto ìl fuoco nemico, fu preparato ed accompagnato da l tiro di tali due mitragliatrici pesanti, oltre che di due mortai da 81 (che, come è noto, i greci usavano con rara bravura); il guado fu quindi tentato a prezzo di gravi perdite dai greci, che retrocedettero titubanti, mentre tutti gli italiani per primi guadarono incolumi (audentes fortuna iuvat!), pur con l'acqua gelida fino alla gola, che scorreva travolgente; vicìni a loro e primissimi fra tutti, i due improvvisati mitraglieri Amati e Tantillo che, d'un solo sbalzo, dalle postazioni di accompagnamento, precedettero d'impeto l'intero battaglione da soli, trascinando dietro di sé italiani e greci, finché andarono a piazzare le due mitragliatrici (private in quel momento di treppiedi!) su una balza vicinissima alle posizioni nemiche, le quali vennero subito ripulite con poche raffiche, così che gli assaltatori italiani e greci, sopraggiunti anelanti per l'erta salita, le trovarono pressoché sguarnite. Il nemico fu così travolto e messo in fuga con notevoli perdite. La sera poi, sulle posizioni conquistate, gli italiani tutti, e specialmente gli ufficiali Amati e Tantillo (riunitisi ai loro connazionali) furono caldamente elogiati e festeggiati dai greci (sia capi che gregari), tanto che, per premio, fu dato loro in pasto un intero maiale, razziato. nei di ntorni e arrostito al fuoco del bivacco, sulla montagna colma di neve; ma era un arrosto con poco sale, niente pane e nessuna beva~da tranne la neve sciolta; e quell'insolito pasto risultò micidiale per gli stomaci affamati tra il gelo e la stanchezza, e la notte passò fra penose sofferenze che solo la gagliarda gioventù consentì cli subire senza danni irreparabili. L'indoman i mattima c i fu un colpo di scena: al posto dei tedeschi e dei collaborazionisti Rallides ritiratisi verso Arta, si erano fatti vivi, già dalla notte, aprendo il fuoco a distanza, i partigiani monarchici del generale Zervas . Dopo ripetuti scambi di raffiche, quando


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già il III battaglione ELAS si accingeva ad attaccarli, erano improvvisamente intervenuti gli ufficiali inglesi della Allied Military Mission, i quali avevano preteso che le truppe comuniste dello ELAS tornassero al di là del f. Araktos, prima di iniziare trattative circa la delimitazione delle rispettive zone di influenza. Si dovette così subito effettuare un nuovo terrificante guado del minaccioso fiume. Seguì poi una penosa ed interminabile marcia verso il nord dell'Epiro, dove, nella zona di 'Agnanta-Pràmanta, dopo vari giorni, venne sferrato un violento attacco contro le posizioni degli andartes EDES dello Zervas. Gli Italiani, dopo essersi dis tint i come al solito (specialmente Tantillo, Pristerà e Di Pasquale), al termine della azione presero all'unanimità una difficile decisione, che il ten. Amati (ormai impadronitosi della lingua neo-greca) fu incaricato di notificare, nel modo più opportuno, ai capi e commissari politici del comando IIIbtg e 5° reggimento ELAS. Ad essi l'ufficiale segnalò il vivo disagio degli italiani di dovere combattere ormai non più contro tedeschi e Rallides, ma contro partigiani, ancorché monarchici, ai quali per giunta non era improbabile che si potessero essere uniti molti sbandati italiani, già appartenenti alle Divisioni «Modena», o «Casale» o anche «Acqui» o «Piemonte», che fino all'Armistizio clell'8 settembre '43 erano state di presidio in quelle regioni della Grecia. Dopo un lungo e non facile battibecco, sostenuto diplomaticamente sul filo cli certa dialettica ideologica prontamente assimilata, il ten. Amati strappò l'autorizzazione per gli Italiani a sganciarsi da quelle unità ELAS e a cambiare zona trasferendosi verso l'EtoliaAcarnania, con l'ordine cli presentarsi prima al Comando Generale ELAS, dislocato sul Pindo, nel paese cli Keràsovo. Questa nuova marcia fu un vero miracolo di destreggiamenti tempestivi, con adeguamenti alle situazioni più svariate e im prevedibili, che via via si presentavano lungo le zone attraversate, fra insidie locali, diffidenze, ostilità remote (gli italiani, odiati invasori ed occupanti) e recenti (gli italiani dello ELAS e perciò comunisti, ecome tali inv is i ai vessati valligiani o agli epirotì più favorevoli allo Ze rvas), col continuo rischio cli incappare nelle frequenti puntate dei tedeschi; e infine gli argomenti usati per ottenere la dovuta credibili tà da parte del Comando Generale ELAS dopo il deciso distacco dal fro nte dell'Epiro, da parte dei «Diciotto». Giunti a Keràsovo alla metà di marzo 1944, il Comando Generale ELAS ordinava che il reparto guidato dal ten. Amati si integrasse nelle formazioni ELAS-EAM della provincia di Karpenìsion, e ciò in


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riconoscimento dei servizi combattenti resi; nondimeno, qualora ciò non fosse risultato materialmente attuabile, non era escluso che qualcuno potesse andare a finire addirittura nel campo di raccolta di Neraide. Ma tutti poterono dislocarsi nel modo suddetto; i più, fra i quali il ten. Amati e i Sottotenenti Tantillo e Pristerà, trovarono impiego nel villaggio di Mavromata, dove continuarono a operare nell'organizzazione della guerriglia, fronteggiando con sgomberi manovrati due grossi rastrellamenti fatti dai tedeschi, ed operando nella zona, fino a l villaggio di Spinassa (dove risiedeva una Missione militare inglese), soprattutto con lo svolgere una efficace azione di tutela dei numerosi connazionali sbandati, sparsi per i paesi e le capanne, a lavorare per un tozzo di pane di granturco. Tale opera si concretò nella assistenza ai malati e ai persegu itati, e nell'ottenere in favore di tutti un su ssid io di suss istenza da parte della Missione Alleata, sussidio in sterline d'oro che veniva direttamente pagato a ciascun greco ospitante un italiano, purché garantisse un umano trattamento. Ai primi di ottob re 1944, avuta notizi a di sbarchi inglesi sulla costa greca dello Jonio, il ten. Amati e il s.ten. Tantillo (cui si aggregarono il cap.f.SPE Ferrero e il ten.art.cpl. Biasetti da Biella, pervenuti in zona nel frattempo), ottennero dai comandi ELAS-EAM di scendere verso Agrìnion e Missolungi, alla ricerca di una possibilità di imbarco per l'Itali a; concessione che fu al ten. Amati accordata di buon grado, in ricompensa dei sen1izi resi e del comportamento leale e corret to sempre tenuto, ma soprattutto delle benemerenze belliche relative alla evacuazione del presidio di Tembi e alle operazioni della « Banda dei Diciotto»; cose di cui fa fede tuttora una dichiarazione scritta, che fu rilasciata al tenente Amati dalle autorità locali dello ELAS-EAM. Attraverso quali peripezie e nuove avventure ebbe poi termine la lunga odissea di questi quattro Ufficiali, come giunsero finalmente a Patrasso, e come, di lì, nonostante il divieto degli inglesi di avvicinarsi al porto, ed il coprifuoco da loro imposto in conseguenza dei primi episodi della guerra civile greca, essi riuscirono ad imbarcarsi clandestinamente sulla petroliera italiana «Nettuno», che operava al seguito di una flottiglia di dragamine britannici; e come infine sbarcarono a Taranto (dove poi li attendevano nuove ed impreviste traversie prima di poter tornare ad essere italiani fra gli italiani), sarebbe ampia materia per altre nar razioni. Quanto sopra esposto non costitui sce che una elencazione, schematica ed essenziale, di fatt i veri, e, for se per questo, troppo obietti-


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vi e poco romanzeschi. Ma il romanzesco resta incancellabile nell'anima di chi li ha vissuti, e mai dimenticati, anche se più di un quarantennio di distanza li rende ormai obsoleti e poco interessanti per le nuove generazioni. Queglì Ufficiali rimpatriarono; alcuni contribuirono a ricostruire l'Esercito e a ridare una Patria agli italiani, continuando per anni a servire la Bandiera sotto le amate stellette. Molti reduci sono scomparsi. I superstiti camminano sul viale del tramonto. Amati cambiò mestiere nel 1956: è Generale di Brigata (T.0.) e fa il preside di liceo nella sua Senigallia; Tantillo, nella sua Roma, è Generale di Corpo d'Armata in congedo; Pristerà è in segnante in pensione e fa il pubblico amministratore in Alto Adige ... Ma ciascuno di loro ebbe intimamente· dilaniata gran parte di sé, e morì in fondo all'anima, poco più che ventenne, in quel lontano settembre .1943, quando la «fine de lla guerra» li colpì a tradimento, spalancando davanti a loro una cupa voragine senza fondo, chiusi in quei remoti caposaldi, che essi ben sapevano tatticamente improbabili e inconsistenti, ma che ugualmente, pur fra i continui disagi e rischi, riempivano di vita e di ardente amore per la Patria lon tana. Amore ardente e deludente, dimostrato concretamente dai più con la descritta fortunata evasione, e dai «diciotto» pagato con le anni in pugno.


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Allegato 1

LEGENDA Caposaldo di Tembi Caposaldo di Omolion Caposaldo di Stomion N. Neraide Po. Porta Pe. Pertuli 1.

2. 3.

1.

• Pc Karditsa

2.

3.

N. Kalampaka

Carta topografica della Tessaglia - zona in cui operò la Divisione di fanteria Pinerolo dall'inizio del suo trasferimento in Grecia quale Truppa d'Occupazione (maggio 1941), al rimpatrio dei superstiti (novembre 1944). Particolare indicazione per i caposaldi del Presidio di Tempi e del percorso dei componenti i suddetti caposaldi per raggiungere il centro partigiano greco di Verdikussia (o Berdikoùssa).


Allegato 2

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ELENCO DELLE PUBBLICAZIONI A STAMPA CHE RIPOR'l'ANO I FATTI RELATIVI AI REPARTI DEL PRESIDIO ITALIAìW DELLA"PINEROLO"IN TEMBI(LARISSA E ALLE SUCCESSIVE VICENDE DELLA "BANDA DEI 18"DEL TEN .GIUSEPPE AMATI

-Vincenzo Palmieri-Quelli delle Jonie e del Pindo-"Acqui "e "Pinerolo" Di visioni i\lartiri nella bufera del Seti;embre 1943( seconda edizione-1985)-Edizioni Opera Nazionale Caduti senza Croce-FIRENZE(Volta dei Me rcanti, 1) -Narrazione specifica: pagg.224/229 -Docume nti:pagine 268 e 269 -Foto: pag.256 -Cartina: pag.241

-~1'U..110

Bedeschi- Fron te Jugoslavo-bal canico:c'ero anch'io Edizione Mursia-MILAN0-1985 -Narrazione: pagg. 591/59 5

-Alfonso Bartolini- Per la Patria e la libertà I sol dati italiani nella Resistenza all'Estero dopo 1•8 settembreEdizione ì\'lursia-J.lilani- 1986 -Narrazione:pagg. 108 e 109 ( si tratta di pochi c enni relativi alle vicende del ten .Amati nel suo pre sidio di Tembi nei giorni del l 'Armis tizio)


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Allegato 3

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Grecia 1943/1944

Allegato 4

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527

Tras cri zione leggi bile del testo in l ingua te desca di cui a t ergo Auszug aus ~efehl. des Kommandeurs llalmsicberungstsb L a r i s s a An Comnando Pre sidio

Tempi

Di e Sttl tzr1·n1,te 'i'er.lpi , Ot:~olioo illld Stomion sind a o f o r t zun rl!umen und nc:::- D=ut::ichen Wehrci~cht richti~ zu Ubergaben. Verantwortll.ch :f'1'.!r dP.n Vollzue nind deutucherscits : 1 . Hauptmnnn Zi:nmerm::mn ftlr Sttltzpunkt Te11pi 2. " Helzl: ftlr S·tl!!t zpunl:te rmoli on und Stomi on; \ talienischr,rse i to: Ober leutnant A m o t i 313 Inf . Regimeot ft1r alle 3 Stt!tzpunkte . Sl'lmt li cho sclm,;rc Woffen , Ausfustungsuttlclrc und Ger!te, · eowie Pfe rde und ì:.oul.i s, sowi e sitmtli che !;:uni ti on und Spx-engstof.fs sind der ùt,ut>J chen Wehrrnucht abzugeben( :i.1tl' Sttlt zpunlcte Tempi und Firgetos). Den i talioni:;chen 'i'ruppen wird dic Bclos,.,unG vcn lei chten ?ioffen, das sind : Gc;·1ehro und Pistol en gcsta ttet . Die Truppen des it, Kommandoe beeeben si ch in den Schutz ùer Stt!tzpunlcte Tempi und Pirgotos der Deuta chen Wehrmacht, wo von aus der Abtransport vollzogon wird. Fur die genaue Durchft!hrung dieser Best1r.;Juneen iet neben Oblt , Amal)i seinc Stt!tzpunlttftlhrcrin Lt . Tant ilo Sttltzpunkt Omolion un d~Lt. PraJ. Stt!tzpunkt Stom1on , Reihenfolge der Rllumung Tempi illld Omoli on aia 13. 9. illld Stomion n:i. eh Beendie,'U!lg dar Ubercabe in Tempi uni Omoli on . Nel timbro: DienststelloFeld;iostnulDlller 27 38 0 D (e s i mbolo dell ' a~uils con croce uncinata)

Ftlr die Ricb·tigkeit :

Firinot o: : immermonn h'.lUJ>trnnnn.

Es tratt o dell •Ordi ne rlel Comandante del Comando Sicurezza Ferroviaria di Larisaa Al Comando Presidio <ìi Tempi I caposaldi di Tempi , Omolion e Stomon t·l.ano i ti m e d i a t a m o n t e sgombere.ti e passati regolarmente a ll e :•:For zo · Armate Germaniche. Rcaponsabil:L per l ' ose cuzione siano eh pnrt ,i tcclesca : 1 , Cc.pi tano Zirrunermann per 11 caposal do di ':~ompi 2. Helzl per i caposaldi di Omolion e Stomi on; da parte !te.liana : Tenente Am a t i del 313°Reggimento Fanteria per t ut ti i tre cupo saldi . Tut t e l ,;i (:lrr.:i n M•anti , materiali d i equipaggiamento e attre zzature, così come t cavalli e muit , cns ì come t u ti;e l e munizioni a gli osploa ivi,siano conseg nati allo l'orze At'l!'.ate GeI'll'.aniche(nei capos aldi( tedes chi) di 'i'empi o di Pirghet Alle trup,i<? i tal.i.nne sario. permes:;a la detenzione ùel le armi leggere, che sono : fucili e 11istol e . I o truppe dçi r nparti i tali ani si conoc,:::,ino in custodia dei .;caposoldi di 'l'ompi d1. Pirghetos àell,:i Forze Armate Germaniche, da dove sarà p1•ovveduto al (l oro) ~uccessivo t r a;porto . !'er ls prc c l sa c::iecuzionc •li questi ordini a ssi!!tono i l Tenente Al:lati i cuoi c,:,rnar,danti ·ii c:tpo:;aldo S .'l'en . 'l'ont ilo(Tant illo) nel caposaldo di Omolion e '.r ,)n, 1-rf,i <kl caposal do di Stomi on . Su ccsssJ.onc dell n seombero: Tempi ed Omol ion il 13 . 9 . e Stomion dop n 11 compl1,t :.mento clcll :t r.c>nsoann in Tenpi eù Omoli on . Per l •.esattezza rr;:;1 timbro : Firmato : Zin:mermann l'os t o ò :i servizio con numero di Capi tano pN: ta mili t;;,re 27 )60 D (e sir.1bclo l'oll ' aquil:i. con croce uncinata )


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Giuseppe Amati

Allegato 5

GRECIA-197 1: IL PONTE FERROVIARIO DI TEMBI (su lla ferrovia Atene-Larissa-Salonicco) fotogral'ato dopo quasi 30 anni dalle vicende de ll'Armistizio italiano dell'8 settembre. È ancora lo stesso ponte del 1943

In luogo della autostrada (che si vede qui in p r imo piano) c'era la rotabile LarissaTemb i-Omol ion-SLomion, inglobata, in questo punto, a ll'interno del caposaldo tedesco che difendeva il ponte circondandone gli imbocchi su ent rambe le sponde del fiume Pèneios, il quale, in questa immagine, scorre da sinistra a destra. Il vil lagg io di Ternbi è nello sfondo. 'Il binario, con provenienza da sinistra (Larissa), per entrare nel ponte curva verso sinistra, e torna subito a piegare a destra, pe r proseguire, lungo la sponda sinist ra, fino a llo scalo di Tembi, passando poi, a mezza costa, davanti al luogo in cui, sulla sponda destra, era situato il caposaldo italiano di Tembi. È da notare che, al l'altezza dello scalo di Tembi, le due sponde del fiume erano collegate da un «porto scorrevole» (o traghetto su fune) sito in corrispondenza del gruppo di case (sulla r iva destra) presso le quali stavano ricove ra te le salmerie italiane del caposaldo di Temb i.


Grecia 1943/1944

Traduzione del documenlo qui a fianco r iportato in fotocopia: COMPAGNIA AUTONOMA DELL'OLIMPO CERTIFICATO Certifico io sottofirmato Capitano di Fanteria Delivoriàs Giorgio certifico quanto segue: Il comandante del Presidio (italiano) di Tempi-Omolion-Stomion tenente igs Amati, essendo venuto ad un inconlr.o con me, è poi passato (dalla nostra parte) con l'intera guarigione di Omolion e con gli ufficiali e 10 uomini del la gua rnigione di Temp i. Essi hanno conservato in consegna solamen te l'ar mamento individ ua le, a causa della non esisten:ta di mezzi di 1.r.asporto (s ufficienti). Inoltre il medes imo (u fficia le) è andato a prendere contai.lo col comandante della guarnigione di Stornion ordinando a q ues t' ul1.i mo cli seguirlo, cosa che io non so fino a questo momento se sia stata attuata. l 5.9.43 IL CERTIFICANTE firmato: G. Dclivoriàs Capitano Nel timbro: Ese rcito Popolare Greco di Liberazione-Comando del la Tessaglia Orientale-E.L.A.S.

Allegato 6

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Giuseppe Amati

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Allegato

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Grecia 1943/1944

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Alle~ato 8

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Traduzione del documen to qui di fianco riportalo in fotocopia: A tut te le Organ i:a.azioni dell'Esercito Popola re Greco di Liberaiione Territoria le. Il la tore del presente, uffic ia le italiano Amati Giuseppe è pa r t igiano de ll'Esercito Popolare Greco d i Liberazione e perciò non lo infastidirà né lo disarmerà nessuno. Al contr ario gli offrirete og ni agevolaz.ione affinché si rechi a l p iù presto alla Unità Greca presso cui egli presta servizio. 17.10.43 TI Comandante la Divisione firmato: Generale Floùlis (Nel timbro: I a Divisione della Tessaglia E.L.A.S. 1943) Visto pa rtire i l 1810.43 firmato: illeggibi le (Nel timbro: Comando Presidio in Pyle (=Porta, Nd t))

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FRANCESCO VIGLIONE

TENTATIVO DI RICOSTRUZIONE DI UN MATTINO DI GUERRA DEL 132° REGGIMENTO CARRI «ARIETE» RINGRAZIAMENTI

In epigrafe al presente studio figura un solo nome, il mio, per indicarne l'autore. In verità vi dovrebbero, invece, essere elencati anche i nominativi di tutti quegli ufficial i, sottufficiali e semplici carristi che, superstiti del 132° Reggimento Carri della Divisione Ariete e protagonisti dei combattimenti del 27 maggio 1942 hanno di buon grado consentito a mettere a mia disposizione, insieme ai loro ricordi, i loro diari, relazioni e corrispondenza di allora e mi hanno incoraggiato, con la loro collaborazione, a portare a termine il compito che mi ero proposto. I loro nomi appariranno via via nel testo. Ad essi va il mio più grato ed affettuoso ringraziamento. Sento anche il dovere di ringraziare quanti altri, al di fuori dei protagonisti di quella giornata, mi sono stati larghi cli suggerimenti e cli assistenza: in particolare i Generali di C.A. Fabio Moizo e Giuseppe Piovano e gli Ufficiali dell'Ufficio Storico dello S.M.E., che mi hanno dato il modo di poter pubblicare il presente studio in una sede così degna. Infine non posso fare a meno di ricordare anche il contributo di mia moglie che, architetto, ha consentito a trasformarsi in topografo e ad usare la sua matita per disegnare, su la scorta delle carte topografiche originali, la maggior parte degli schizzi che rendono intelligibile il racconto. Roma gennaio 1986 F.V.


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Francesco Vigliane

BIBLIOGRAFIA A) Fonti documentarie inedite 1) U.S.E.: Cartella n° 905/AS (Diari Storici della Divisione Corazzata Ariete e dei suoi reparti - aprile - maggio 1942 e relativi allegati). 2) U.S.E.: Cartella n° 921/AS (Diari Storici della Divisione Motorizzata Trieste - aprile - maggio 1942 e relativi allegati). 3) U.S.E.: Cartella n° 1038/AS (Diari Storici del XX C.A. - aprile maggio 1942 e relativi allegati). 4) Service Historique aux Armées de terre - Paris -: «Journal de marche de la lère Bde. Française Libre. mai 1942» 5) Bundes Archiv - Militar Archiv - Friburg: «Kriegstagebuch n° 5 - 21 a Panzer Division » . 6) History of the Indian Regiment of Artillery. 7) Franco Bianchi: «Appunti, quasi un diario». 8) Angiolo Giaroli: «Relazione». 9) Lettere e testimonianze varie. B) Memorie, studi, monografie edite.

1) U.S.E.: Seconda controffensiva italo-tedesca in A.S. da El Agheila a El Alamein (gennaio - settembre 1942) - Roma 1951. 2) The Medi terranean and the Middle East - Vol. III - (September 1941 to September 1942) - a cura del Magg. Gen. I.S.O. Playfair. London 1960 - H.M.S.O. 3) The Tiger Kills: The story of the lnclian Divisions in the North African Campaign - a cu ra dei Lt. Cols. W.G. H ingston e G.R. Stevens - London 1944 - H .M.S.O. 4) A roll of honour: The story of the Indian Army 1939-1945 - a cura del Magg. Gen. J .G. Elliot - Casse! - London - 1965. 5) Claude Auchinleck: Operations in the Middle East from 1st. November 194 J to 1st. August 1942. Supplement to the London Gazzette of 13th. J anuary 1948. 6) The Rommel Papers - a cura del Cap. Lidell Hart- Hamlyn Paperbacks - 1984 - London. 7) Jacques Mordal: Bir Hacheim - Ed. Amiot-Dumont - Paris 1951. 8) Pierre Koenig: Bir Hacheim - Ed. R. Laffont - Paris 197 1 9) Henry Le Mire: De Narvik à Kolwesi - Ed. Albin et Michel- Paris 10) Felix de Grand'Combe - «Bir Hacheim 26 mai - IO juin 1942» Presses Universitaires de France - Paris 1945.


Tentativo di ricostruzione di un ma/lino di guerra del 132° reggimento carri

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11) Micael Carver: Tobruk - Ed . Baldini e Castoldi - Milano 1966. 12) Giuseppe Mancinelli: Dal fronte dell'Africa Settentrionale 1942-1 943 Ed. Rizzoli - Milano 1970. 13) Diego Vicini: L'8° Bersaglieri e la guerra in Africa Settentrionale (1940-1 943) - Ed. Arti Grafiche Tamari - Bologna 1977. 14) Giuseppe Rizzo: Buche e croci nel deserto - Ed. Aurora - Verona 1969. 15) Enrico Serra: Carristi dell'Ariete - Edizioni fuori commercio Roma 1979. 16) Associazione Nazionale Carristi d'Italia - ANCI: Decorazioni al Valor Militare ai Carristi d'Italia - Tip . Etruria - Civitavecchia 1973. 17) Dino Campini: Nei giardini del diavolo - Ed. Longanesi - Milano 1969. 18) Lucio Ceva: Africa Settentrionale 1940-1943 - Bonacci - Roma, 1982. 19) Erwan Bergot: Afrika Corps - Ed. Ciarrapico - Roma, 197 6. 20) Erwan Bergot: La Legione Straniera - Ed. Ciarrapico - Roma, 1980. 21) Julius Bogatsvo: «La Divisione Ariete» in «Vita e morte del soldato italiano» - Ed. Fermi - Ginevra 1973. 22) Ettore Baghino: Un Popolo nella sabbia - Roma 1961 - C.N .E. Elenco delle Abbreviazioni e Glossario J) Abbreviazioni contenute nel testo e nell'appendice

A.C.A. A.C.l.T. Amm . A.O.I. A.S. Bde. Br. Bty. C.A. Cap. Col. Com.te C.T.A. Div.

Armata Corazzata Africa Armata Corazzata Italo Tedesca Ammiraglio Africa Or ientale Italiana Africa Settentrionale Brigade (Brigata) Brigata Battery (Batteria) Corpo d'Armata Capitano Colonnello Comandante Corpo Tedesco Africa (Deutsches Afri ka Korps) Divisione


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Francesco Viglione

D.S.O. Gen . H.Q. Magg. O.B.S. O.K..W.

Distinguished Service Order (Ricompensa al V.M.) Generale Head Quarters (Quartier Generale) Maggiore Oberbefehl Sud (Alto Comando Sud) Oberkommando der Wehrmacht (Comando Supremo delle forze Germaniche) o.e. Ossen1 azione e Col legamento (Pattuglia) Pl. Plotone Rgt. Reggimento Serg. Sergente Serg. Magg. : Sergente Maggiore S.M. Stato Maggiore S.M.E. Stato Maggiore Esercito S.P.E. Servizio Permanente Effettivo S. Ten. Sotto Tenente Ten. Tenente T. Col. Tenente Colonnello U.S.E. Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito V.M. Valor Militare 2) Abbreviazioni di termini francesi ed inglesi contenuti nel Diario

Storico della lère Bde. F.L. Adjt. A.C.V. A.M. Armd. Div. Art. A.T. Bde. Bl. Bie. B .L.E. B.M. B.P. Btn. C,A. ) C.A. Cdt. Cie. C.L.3 Cne.

Adjoutant (Aiutante) Armoured Command Veicle (Veicolo corazzato) Automitrailleuse (Autoblindo) Armoured Division (Divisione Corazzata) Arti Ilerie (Artiglieria) Anti Tank (Contro carro) Brigade Blindée (Brigata Corazzata) Batterie (Batteria) Battaillon Légion Étrangère (Btg. Legione Straniera) Battaillon de Marche Battaillon du Pacìfique Battaillon (Battaglione) Contreaerien (Contraerea) Corps d'Armée (Corpo d'Armata) Commandant (Comandante) Companie (Compagnia) 3ème Companie Legère (3 a Compagnia Leggera) Capitaine (Capitano)


Tentativo di ricostruzione di un mauino di guerra del 132<! reggimento carri

Ech.B E.M. F.M. Gen. G.O.C. G.S.D. J.d.M. G. Staff. Lt. Met. P.A.

P.C. Q.G. Son. Trans. TKS

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Échelon B (Scaglione B) État Maj or (Stato Maggiore) Fusiliers Marins (Fucilieri di Marina) Général (Generale) Generai Officer Commancling (Comandante in Capo) Groupement Sanitaire Divisional (Ospedale Div.) Journal de Marche (diario storico) Genera! Staff (Stato Maggiore) Lieutenant (Tenente) Mechanized enemy transport (Veicoli nemici) Point d'Appui (Ridotta) Point de Commande (Comando) Quartier Général (Quartier Generale) Section (Sezione) Transmarins (D'oltremare) Tanks (Carri Armati)

3) Abbreviazioni di termini tedeschi contenuti nel Diario Storico della

21 Panze r Division. A.O .K. D.A.K. A.K. III/A.R. 155 I.R. III Reg. Cor.:

Armee Ober Kommando Deu tches Afrika Korps (Corpo Tedesco Africa) Armee Korps (Corpo d'Armata) III Gruppo di Artiglieria del 155 Rgt. Infanterie Regimente (Rgt. di Fanteria) III Reggimento Corazzato (N.B.: Il Rgt. tedesco equivaleva ad una Brigata inglese su tre Rgt.)

4) Glossario dei termint Lopografici contenuti nel testo e schizzi alle-

gati. Ain Alem Bir Baltet Eluet Carmuset Gabr Got-Giof Hagiag

Sorgente, fonte . Cumulo di pietre (come monumento funebre, segno di confine). Pozzo. Conca, depressione umida (dove può raccogliersi l'acqua piovana). Pantano. Pianoro, collina a sommità pianeggiante. Giardino di alberi di fico. Tomba. Depressione molto estesa: può raccogliere acqua piovana. Costone roccioso, scarpata.


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Mar sa Mtei[e l Naduret Rugbet Sidi Trigh

Fra ncesco Vigli a ne

Golfo, porto, ancoraggio. Argilla, Zona argillosa. Rialzo del terreno con vista sui 360° , osservatorio, belvedere. Sommità , cima. Santo. Pista.


Tentativo di ricostruzione di un mllltino di guerra del 132° reggimento carri

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CAPITOLO I « ... Era ben difficile la ricerca della verità ... » (Tucidide I-22)

L'INTERROGATIVO E LE FONTI 1) «Il est mort!» Sentenzia il soldato gollista addetto con un collega alla raccolta dei feriti, mentre mi r igira per terra con un piede sul campo minato di Bir Hacheim dove mi trovo da qualche ora. «Je ne suis pas mort !» Mi ribello con la forza a ncora rimastami per parlare, che non è molta dato il sangu e perso nel frattempo, malgrado le medicazioni del buon Nicolosi che è già stato prelevato con il Colonnello P rcstisimone e gli altri ancora in grado di camminare ... »

L'episodio è tratto dagli «appunti» inediti del S.Ten. Franco Bianchi, aiutante maggiore in seconda del IX Btg. del 132° Rgt. Carristi, che, il 27 maggio 1942, a ll'attacco del caposaldo di Bir Hacheim si trovava nel medesimo carro del T. Col. Pasquale Prestisimone, finito sulle mine e poi centrato dall'artiglieria del 2° Btg. della Legione Straniera. Intorno, inchiodati al terreno, fermati dalle mine e dal fuoco anticarro, un'altra trentina dì carri del IX e del X Btg. ed il semovente osservatorio del VI Gruppo semoventi con a bordo anche il Ten. Nanni del IV Gruppo del 132° Artiglieria della Divisione Ariete. Morto il Comandante della 2 a Comp. del IX Ten. SPE Emidio Corradetti; il Comandante della I Comp. del X Cap. Osvaldo Terni; il S. Ten. Italo Franceschini pure della I Comp. del X; il Ten. Giovanni Slavec della I Comp. del IX; il S. Ten. Italo Ciabatti della I Comp. del IX; per non parlare dei sottufficiali e de i carristi. Quindici morti, settantasei i prigionieri, di cu i molti feriti, tra cui il S. Ten. Bianchi ed il Ten. Col. Prestisimone. Tale la realtà dei fatti, ma le fonti ufficiali ita liane, tedesche ed inglesi tacciono al riguardo. Tanto tacciono da giustificare che uno storico eminente ed attento come il Prof. Lucio Ceva si sia indotto a rivolgere, alla pagina 59 del suo saggio sulla letteratura relativa


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Francesco Vigliane

alla guerra in A.S. 1940-43 (1) il seguente «avvertimento» a chi dovesse tornare ad interessarsi ai combattimenti sostenu ti dalla Divisione Corazzata Ariete durante la mattinata del 27 maggio 1942: «È noto - scrive il Prof. Ceva - che all'alba del 27 maggio l'Ariete era diretta nella zona del caposaldo di Bir Hacheim tenuto dai francesi liberi. Ma è anche assodato che l'urto con la III Brigata indiana, imprevedibilmente schieratasi poco più a sud (a Rugbet el Atasc) fece sì che il combattimento, molto accanito, e bbe per protagonisti la divisione italiana e gli indiani. I francesi di Bir Hacheim, data la breve distanza, poterono intervenire e certo intervennero con tiri d'artiglieria e forse con camionette. Inoltre alcuni feriti italiani rimasti sul campo vennero raccolti e soccorsi dai francesi di Bir Hacheim (fra essi il Ten. Col. Prestisimone comandante del IX battaglione carri). Ciò peraltro non significa che l'Ariete abbia attaccato Bir Hacheim né il 27 maggio né nei giorni seguenti in cui fu immediatamente avviata assai più a nord. Eppure nel libro del generale francese Koenig s i legge che l'Ariete attaccò Bir Hacheim e fu respinta dai francesi. Ora, pur con il massimo rispetto del valore francese a Bir Hacheim così universalmente e giustamente riconosciuto, resta che un attacco fallito del l' Ariete a quel caposaldo il 27 maggio 1942 non è mai esistito. L'attacco era forse progettato, ma in suo luogo si verificò invece il furioso combattimento con gli indiani che furono distrutti dopo aver inflitto perdite severe alla divisione italiana».

Le affermazioni del Prof. Ceva non sono del tutto esatte (2): vero infatti che un attacco al caposaldo di Bir Hacheim tenuto dai gol1isti, da parte della Div. Ariete come tale, non è mai esistito e non era stato nemmeno specificatamente previsto. È però altrettanto vero che i combattimenti sostenuti dal 132° Rgt. Carri il mattino del 27 maggio 1942 furono due, ben distinti tra loro nel tempo e nello spazio: il primo, contro gli indiani della 3d. Indian Motor Brigade (3d. I.M.B.) a Rugbet el Atasc e il secondo, poco più a nord-ovest, contro i francesi, a Bir Hacheim. Purtroppo, bisogna anche dire che quanto il Gen. Pierre Koenig, comandante della Ière Brigade Française Libre (Ière Br. F.L.), r iferisce ne l suo libro (3), corrisponde sostanzialmente al vero e trova

(1) Lucio Ceva: Africa Settentrionale 1940-43 - Bonacci Editore Roma 1982." (2) È doveroso aggiungere che, a seguito delle precisazioni fornitegli da chi scrive, il Prof. Ceva in un suo recente intervento congressuale, ha rettificato le sue osservazioni nel senso esposto nel testo. (3). Géneral Pierre Koenig: Bir Hacheirn - Paris Laffon t 1971 pagg. 216-229.


Tentativo di ricostruzione di un ma/lino di guerra del 132° reggimento carri

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conferma nella testimonianza di tutti quei carristi che a Bir 1-Iacheim «ci sono stati». Quali, dunque, le ragioni dello strano, concorde silenzio delle fo nti ufficiali (4) sul secondo dei due combattimenti? Come può essersi verificato da parte del IX Btg. e della 1 a Comp. del X Btg. Carri dell'Ariete un attacco al caposaldo di Bir Hacheim? Come sono andate veramente le cose? Tali gli interrogativi che !'«avvertimento» del Prof. Ceva solleva. Ad essi vorrei riuscire a rispondere attraverso la ricostruzione, per quanto possibile precisa e minuziosa, di quanto accadde all'Ariete e segnatamente al 132° Rgt. Carri appoggiato dal V e dal VI Gruppo semovienti del 132° Artiglieria, in queLl'ormai lontano mattino in cui , chi scrive, alla beata età di venticinque anni, sottotenente di complemento trattenuto alle anni, comandava laggiù, il 2° Plotone della 2a Compagnia del X Btg. _del 132° Rgt. Carri della Divisione Corazzata Ariete. Ma, riuscirò mai a fare dare c redito alle smentite che sarò costretto ad opporre alle molte imprecisioni riportate nei documenti ufficiali e, peggio, alle molte fantasiose invenzioni degli svariati autori, alle volte anche autorevoli, che hanno scritto dei fatti di quel mattino? E ne vale la pena? Certo vi è da dubitare. Tuttavia credo che un sincero desiderio di r icerca della verità possa sempre essere giustificato, tanto più se varrà a richiamare alla memoria, senza clamori di facile retorica, la prova corale di valore, di senso della disciplina e dell'onore che seppero dare in quella occasione i carristi tutti del 132°. 2) Ma, se le fonti ufficiali tacciono, su quale altra fonte potrà basarsi la m ia affermazione circa la sostanziale esattezza del racconto del Gen. Koenig, al di là della sua personale credibilità? Sta di fatto che l'Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito (U.S.E.) nel suo volume «La seconda controffensiva italo-tedesca in A.S.» (5), mentre ricorda, con qualche inesattezza, lo scontro intervenuto con la 3d. I.M.B., ignora completamente quello di Bir Hacheim. Il che, peraltro, è ben comprensibile perché il citato volume è stato

(4) Nella letteratura «secondaria» italiana, il combattimento è, invece, rico rdato nei volumi di Campini e di Baghino (v. Bibliografia n° 17 e 22). (5) Ufficio Storico dello S.M. Esercito: La seconda con.lroffensiva italo·tedesca in 'A.S. da El Agheila a El A lamein Roma 197 l Pag. l OI.


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redatto in base ai diari storici del XX C.A., della Div. Ariete e del 132° Rgt. Carri (6) che, pure, tacciono, o quanto meno, non sono sufficientemente espliciti al riguardo. Inutilmente poi ricercheremmo un q ualche, benché fuggevole cenno di detti due scontri nelle fonti tedesche: tanto il diario storico della 21 a Panzer (7), quanto i «Rommel Papers» (8) li ignorano. Neppure la relazione ufficiale inglese: «The Mediterranean ancl the Middle East» Vol. III curata dal Playfair (9), contiene alcuna diffusa narrativa dello scontro cli Bir Hacheim. Tuttavia essa, dopo aver dedicato un breve cenno allo scontro del 27 maggio dell'Ariete con la 3d. l.M.B., passando a considerare la posizione in cui si erano venute a trovare le forze dell'Asse il giorno 28 maggio, commenta che l'«Ariete had failed to conquer Bir Hacheim» e il Gen. Auchinleck, da parte sua, nel suo «Despatch: Operations in the M.E. from 1st. November 1941 to 15th. August 1942» (10), riferendosi ai combattimenti con cui ebbe inizio la c.d. battaglia di Ain e! Gazala, dopo aver accennato alla sorte della 3d. I.M.B., aggiunge che: «The attack of the Ariete Division on Bir Hacheim was soon repulsed». Segno quindi, che anche gli inglesi (e non solo i francesi) si erano accorti che a Bir Hacheim il 27 maggio, qualcosa era accaduto. Quanto, infine, ai francesi, anche se non volessimo dare alcun credito al volume del Gen. Koenig ed a quello del Morda! (11), che contengono una dettagliata relazione dello scontro che ci interessa, come, pure, quello del Henry Le Mire sulla storia della LE. (12) resterebbe pur sempre il «Journal de Marche de la lère Bde. F.L.» custodito a Parigi presso l'omologo del nostro U.S.E. (13) della cui attendibilità non è lecito dubitare. Infine, al rango di fonte ufficiale può essere elevata la motivazione della medaglia d'oro al V.M. concessa al T. Col. Prestisimone (6) li d.s. del XX C.A. de l maggio 1942 è contenuto nella cartella n° 1038 A.S. presso l'U.S.E. · Qudli del comando della Div. Ariete e dei suoi repart i dipendenti nella cart. n° 905 A.S. (7) v. Appendice doc. n° 7. Riprodotto per genti le concessione del Bundes Archiv di Friburgo R.F.T. (8) «The Rommel Papers» a cura di Lidcll Hart - Hamlyn Papcrbacks cd. 1984. London. (9) Playfair: «The Mediterranean etc... » - London 1960 - HMSO. (IO) Auchinleck: «Despatches etc ... » supplemento alla London Gazzette del 13 gennaio 1948. (11) Jacques Mor da): «Bir Hacheim» - Paris - Arnio L - Dumont 1951 . (12) Herny Le Mire: «De Narvik à Kolwesi» ed . Albin et Miche] - Paris. (13) Service Historique aux Armécs de Terre.


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per il valore dimostrato nei combattimenti del 27 maggio a Rugbet el Atasc e a Bir Hacheim: «Comandante di battaglione carri - M/13/40 -, vinta l'accanita resistenza cli due reggimenti organizzati saldamente a difesa, con slancio ecoraggio mirabili proseguiva l'attacco e, sotto intenso fuoco, superando vasti campi minati, alla testa dei suoi carri riusciva a penetrare in altro caposaldo tenacemente difeso da una divisione. Si lanciava quindi, benché già più volte fer ito, contro l'artiglieria avversaria fino alle minime distanze e malgrado che il suo carro fosse stato seriamente danneggiato. Per non sacrificare l'equipaggio lo faceva discendere dal carro stesso ed ancora non domo, da solo, continuava l'impari lotta finché, ferito per la nona volta, cadeva sul carro frantumato. Eroico comandante che ha saputo vincere e sacrificarsi per tenere alto l'onore delle armi italiane. Rugbet el Atasc (B ir Hacheim) 27 maggio 1942».

L'accenno all'«altro caposaldo nemico)}, che altro non è che quello di Bir Hacheim, è contenuto anche nel la motivazione della medaglia di bronzo concessa sotto la stessa data, al caporale magg. Argo Betti: «Betti Argo di Roberto e fu Amaducci Virginia Pia, da SenigaJlia (Ancona), classe 1922, caporal maggiore, 132° carrista. Pilota di carro M 13/40 di grande ardimento, con slancio e coraggio mirabili partecipava all'azione vittoriosa contro due reggimenti saldamente organizzati a difesa. Indi nell'attacco contro altro munito caposaldo difeso da una divisione, con singolare perizia riusciva a forzare il' vasto campo minato che lo cingeva e con i primi carri a penetrare nel caposaldo stesso benché il carro fosse seriamente danneggiato, continuando ad avanzare sotto il fuoco intensissimo dell'artiglieria avversaria fino a che il mezzo, colpito ancora una volta, non fu immobilizzato e lui stesso ferì to. A.S., 27 maggio 1942».

Si può quindi affermare che esistono documenti ufficiali italiani in cui lo scontro di Bir Hacheim trova espresso riconoscimento (14). Comunque la fonte più diretta e copiosa è, senza dubbio, quella costituita dalle relazioni inedite e dalle testimonianze orali dei re-

(14) Anche ne lla motivazione della medaglia d'argento meritata in quell'occasione dal S. Ten. Franco Bianchi si fa cenno, sia pure meno esplicitamente, alla separa:tione temporale tra i due combattimenti.


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duci di quella esaltante esperienza di guerra . Tra questi: il Ten Adolfo Roberti comandante della I Comp. del IX; il Ten. Michele Girardi Com.te della III Comp. del IX; il S. Ten. Franco Bianchi, aiutante maggiore in seconda del IX che, come già detto, divideva, quel mattino, il carro con il T. Col. Prestisimone; il S. Ten. Angiolo Giaroli Com.te il 2° Pl. della I Comp. del X ed il Ten. Sergio Bazzocchi della III Comp. del X; i S. Ten.ti Ercole Buscaroli, Baldo Chiapperini e Giuseppe Cappa tutti della II Comp. del IX. Con i ricordi di questi ufficiali concordano quelli del Serg. Magg. Nicolosi, marconista del carro cli Bianchi e Prestisimone, del caporalmaggiore Antonio Burlando pilota del Com.te della I Comp. del X; del pilota del 2° Pl. della III Comp. del IX Vito Testa e di altri sottufficiali e carristi, con cui ho potuto intrattenermi. 3) Io credo, insomma, che in merito a questo mio studio, tutto possa essermi rimproverato, ma non la negligenza: ho infatti, vagliata ogni pubblicazione a me nota; ho intervistato tutti i reduci con i quali mi è stato possib ile prendere contatto; ho consultato tutti i diari storici di tutti i reparti del XX C.A. nonché quelli della 21 a Panzer e dei nemici di a llora, con i rispettivi allegati, schizzi e carte topografiche. Una massa copiosa, dunque, di documenti e notizie, tutte interessanti e degne di essere prese in considerazione, dirette e cli prima mano. È, tuttavia anche doveroso avvertire che, cionondimeno, qualche particolare, fatalmente, rimarrà inspiegato, come pure le distanza percorse ed i tempi impiegati dai singoli reparti nel corso dei due combattimenti potranno essere ricostruiti con buona approssimazione, ma non addirittura con precisione rigorosa e cronometrica. Per quanto poi in particolare riguarda i diari storici, è fac ile capire che, in una guerra di movimento, durante i cicli operativi, gli ufficiali addetti alla loro tenuta, spesso non avevano nè tempo nè modo, per momentanea carenza di collegamenti e conseguente mancanza di notizie circa i movimenti e le vicende in cui erano coinvolti i reparti combattenti più avanzati, di compilarli giornalmente in modo esaur iente e preciso. Si provvedeva perciò,·nei momenti di stasi, o addirittura alla fine del ciclo operativo a riordinare e trascrivere gli appunti via via presi« sul tamburo» ed a compilare il diario nella sua stesura definì tiva, che il comandante del reparto, dopo averla approvata, doveva sottoscrivere per ogni giornata. È poi umano, che nessun comandante avrebbe mai sottoscritto un diario redatto in forma tale da potergli in qualche modo nuocere o, quanto meno, porre


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in risalto qualche pecca del suo operato. Da tutto questo complesso di ragioni derivano, nel contenuto dei documenti in parola, lacune ed imprecisioni più o meno ampie, più o meno casuali o volute. Questi i limiti dei «diari storici». Essi, perciò, pur costituendo sempre la fonte primaria dalla quale è assolutamente necessario prendere le mosse per la redazione della cronaca delle giornate di guerra, debbono però essere sottoposti ad un attento vaglio mettendone a confronto le risultanze con quelle degli omologhi diari di parte avversa e con i ricordi e le testimonianze, scritte ed orali, dei combattenti interessati. Quanto poi a quest'ultima fonte, spesso preziosa per colmare le eventuali lacune presentate dai diari storici, occorre tenere presente che i ricordi personali, diretti degli ufficiali subalterni, comandanti di reparti combattenti (di compagnia e di plotone, per intenderci) non possono mai andare al di là dello stretto orizzonte di poche centinaia di metri coperti dal loro reparto. Per concludere posso dire di essermi sforzato di tenere sempre presente, nell'intento di riuscire a presentare una cronaca il più possibile fedele dei fatti occorsi alla Divisione Corazzata Ariete ed in particolare al suo 132° Rgt. Carri durante le giornate del 26 e del 27 maggio 1942, l'insegnamento di Tucidide (15): «Riguardo, ai fatti verificatisi durante la guerra, non ho creduto opportuno descriverli per informazioni desunte dal primo venuto, né a m io talento; ma ho ritenuto di dover scrivere i fatti ai quali io s tesso fui presente e quelli riferiti dagli altri esaminandoli, però, con esattezza a uno a uno, per quanto era possibile. Era ben difficile la ricerca della verità perché quelli che erano stati presenti ai singoli fatti non li r iferiva no allo stesso modo, ma secondo che uno aveva buona o cattiva memoria, e secondo la simpatia per questa o quella parte. E forse la mia storia r iuscirà, a udirla, meno dilettevole perché non vi sono elementi favolosi; ma sarà per me sufficiente che sia g iudicata utile da quanti vorranno indagare la chiara e sicura realtà cli quanto in passato è avvenuto... »

Mi rendo anche io conto che, seguendo questi criteri, e senza essere aiutato da una vena di narratore brillante, il mio racconto risulterà poco più di un mosaico di documenti ufficiali e di testimo(15) Tucidide: «La guerra del Pe loponneso» I.22. -Traduzione di L. Annibaletto - A. Mondadori Ed. 1952.


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nianze, forse privo di pathos e forse arido fino alla noia, a meno che - come ha tentato di confortarmi l'amico ex tenente carrista Prof. Enrico Serra - , la materia trattata non riesca a fare aggio sulla forma e a dare, cosĂŹ, qualche maggiore vivacitĂ e interesse al discorso.


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CAPITOLO II

A SEGNALI NORD 1) Sarebbe assolutamente fuori di luogo e non è pertilnto mia intenzione attardar mi qui a parafrasare quanto è stato già ripetutamente ed autorevolmente esposto sulle alterne vicende della guerra in A.S. immediatamente precedenti la data dell'episodio che forma oggetto del presente studio (1). Tuttavia un rapidissimo sguardo agli avvenimenti che, nel gennaio del 1942 avevano fruttato alle truppe dell'Asse, dopo il ripiegamento del dicembre scorso, la riconquista della Cirenaica, può riuscire utile ai fini della migliore intelligenza del contesto materiale e morale in cui si trovarono ad agire i carristi del 132° Rgt. Ariete, protagonisti del nostro racconto. Basterà qui ricordare che l'armata inglese, dopo la lunga serie di combattimenti condotti con alterna fortuna nel novembre e dicembre del 1941, aveva forzato le formazioni del!' Asse a ripiegare fino ai confini della Sirte sulle posizioni di El Agheila - Marada. Gli inglesi, tuttavia, si videro, a quel punto, cos tretti a rinuncia re ad insistere nell'offensiva fino a che non si fosse risolta la crisi dei rifornimenti in cui, troppo lontani dalle loro basi di partenza, si erano venuti a trovare. Nel contempo la quasi-neutralizzazione di Malta, tenuta sotto pressione a seguito del trasferimento in Sicilia cli un corpo aereo tedesco, permetteva l'afflusso a Tripoli di ingenti rifornimenti in uomini, armi e materiali. Il Geo. Rommel [u così messo in grado di prevenire il nemico e partire, il 21 gennaio 1942, con una «ricognizione in forze» che, travolto lo schermo degli elementi avanzati inglesi andò via via assumendo il carattere di una vera e propria controffensiva articolata in una serie di fortunati scontri parziali, che costrinsero l'VIII Armata ad arretrare fino ad attestarsi, il 4 febbraio, sulle posizioni di

(I) v. per tutti: U.S.E.: op. cit.; Mancinelli: Dal fronte delJ ' A.S.» Rizzoli - Milano 1970.


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Ain el Gazala (v. schizzo n° 1) perdendo con il porto di Bengasi, essenziale per i riforn imenti, l'intera Cirenaica. L'ulteriore tentativo di Rommel del 15 febbraio di forzare il nuovo schieramento avversario rimase senza effetto. Le due armate si trovarono così di nuovo a fronteggiarsi . Nessuna delle due in grado, al momento, di riassumere l'iniziativa delle operazioni. 2) L' A.C.I.T., quindi, si attestò sul confine orientale del Gebel Cirenaica tra Tmimi e El Mechili. Tre furono i mesi di stasi della guerra guerreggiata, sostituita «hinc et inde» da una febbrile corsa alla r icostruzione e riorganizzazione dei reparti, usciti assottigliati e provati dai precedenti cicli operativi. Gradualmente gli organici si andarono completando. Allo schieramento fu dato corpo sostituendo i nuclei mobili motorizzati che avevano partecipato alla riconquista della Cirenaica, con divisioni di fanteria, in modo da poter disporre liberamente dei primi per la manovra. Venne inoltre attuata, tra la fine di aprile e Ja prima decade di maggio, una sensibi le rettifica del fronte fino a disporlo con andamento nord sud per circa 70 chilometri, partendo poco più a est di Tmimi, per raggiungere, passando da Sidi Bregh ish, la località di Segnali Nord. Le forze italo-tedesche a partire dall'ala sinistra sul mare, risultarono, alla fine, così scaglionate: XXI C.A. con la 15a Br. della 90a Leggera tedesca e le Div. Sabratha e Trento; XC.A. con le Div. Pavia e Brescia; XX C.A. con le Div. Trieste ed Ariete e, infine, i reparti tedeschi consistenti in due Br. corazzate della 90a Leggera e nel 288° Rep. Tedesco Raggruppamento Marks che si spingevano quasi fino a Segnali Sud. Il C.T.A. con la 15a e la 21 a Div. Panzer sostavano in secondo scaglione, in funzione di riserva mobile (v. schizzo n° 2). 3) Quanto allo schieramento frontale nemico, basti qui ricordare che correva; articolandosi in un sistema discontinuo di capisaldi (2) protetti da una fascia, invece continua, di campi minati; da Ain el Gazala a Bir Hacheim: 65 chilometri a sud, ormai in pieno deserto marmarico.

(2) Per «Caposaldo» deve, grosso modo, intendersi, una posizione statica, organ iaata a difesa con cent ri di fuoco disposti su 360° e circondata da una fascia di campi minati, destinata anche a funzionare quale base di r iserva e di partenza per la contromanovra.


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Tra le due contrapposte armate si stendeva la terra di nessuno la cui ampiezza, di pochi chilometri al nord, andava via via allargandosi verso sud fino a raggiungere una estensione di quasi 60 chilometri sul fronte tra Segnali Nord e Bir Hacheim. In essa si muovevano liberamente colonne volanti nemiche (le e.cl. Jock Columns) e nostre pattuglie, reciprocamente attente a sorvegliare le intenzioni e le mosse del nemico. Il nostro servizio informazioni insieme a quello tedesco erano r iusciti ad individuare, con buona approssimazione, gli elementi costitutivi dello schieramento avversario. Occorre però rilevare fin d'ora, perché di particolare interesse ai fin'i del presente studio, che era sfuggita la consistenza e l'importanza, del caposaldo di Bir Hacheim (3), il quale, invece, nel corso della successiva battaglia doveva rivelarsi, ai nostri danni, un osso assi duro da rodere. 4) Tale, dunque, la situazione generale, quando noi del X Btg. Carri M. 14/41, sbarcati a Tripoli tra l'ultima decade del dicembre '41 e la prima del '42 con la Divisione corazzata Littorio e successivamente trasferiti all'Ariete, raggiungemmo in linea il 132° Rgt. Carri per completarne l'organico ridotto a due soli Btg: l'VIII e il IX, dopo lo scioglimento del VII, rimasto pressoché distrutto a seguito del ciclo operativo del novembre e dicembre scorsi. Trovammo il Rgt. schierato in zona Rotunda Segnali Nord ed ivi ci schierammo, a circa 6 chilometri a nord-est del comando di Rgt. nel tardo pomeriggio del 21 aprile 1942 (v. schizzo n ° 3). «25 ufficiali; 66 sottufficiali; 523 carristi; 52 carri; 201 automezzi» (4)

5) Il 132° Rgt. Carri, per la prima volta dalla sua costituzione, vide così il suo organico completo (5). Ogni Btg. contava 52 carri, più quattro carri del Plotone Comando di Btg. Il Comando di Rgt. aveva a sua disposizione un PI. di sei carri, oltre a un carro, senza torretta, del Com.te di Rgt., che funzionava da centro radio. Noi del X Btg., nuovi arrivati eravamo al comando del Maggiore Luigi Pinna, un sardo di alta statura, magro, dal piglio sicuro, trentaquattr'anni, era, nonostante la giovane età uno degli anziani tra i corazzati italiani, uno dei pochi che avevano già comandato mezzi corazzati in guerra.

(3) v. anche Mancinelli: op. cit. pag. 53 (4) v.d.s. del 132° Rgt. Carri del 21/4/42 (U.S.E. Cartella 905/AS). (5) v. Serra op. cit. pag. 20.


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Nel 1935 era stato in A.O.I., su.I fronte somalo e le sue autoblindo avevano aperto la strada a Neghelli alle truppe di Graziani. Pinna, quindi, aveva ricevuto il battesimo del fuoco quando lo stesso battesimo avevano avuto i primi mezzi corazzati italiani impiegati in battaglia. Si era così meritata una promozione per merito di guerra, una medaglia di argento ed una di bronzo. Tornato in Italia, dopo la Scuola di Guerra, aveva chiesto ed ottenuto il comando di un reparto corazzato operante. Pinna era quello che, in gergo militare, poteva essere definito un giovane, «brillante» ufficiale per forma e sostanza. Il X Btg. aveva fiducia nel suo comandante e non sbagliava: Pinna dimostrò poi, fin dal primo giorno dei combattimenti a venire, capacità organizzative, prontezza di decisione e sangue freddo eccezionali. Mai ho ascoltato una critica al comportamento tenuto in quei giorni dal comandante del X. Lo «stato di servizio» di Pinna combattente ne fa fede: è uno dei più brillanti che si possono immaginare, il che sta a dimostrare che i suoi comandanti di allora, a cominciare dal T. Col. Maretti (notoriamente «scorbutico» e stretto di elogi specie con gli ufficiali in SPE) per finire con i comandanti della Divisione e del C.A., ne apprezzavano giustamente le qualità di preparazione professionale e di comandante insieme avveduto e coraggioso. Ma le «note caratteristiche» più belle che può ricevere un comandante sono quelle, non scritte, che gli fanno i suoi soldati: di queste «note» Pinna può andare, a ragione, ben fiero. Il X pur contando nei suoi ranghi qualche ufficiale e diversi sottufficiali e carristi che avevano già combattuto in A.O.I. o in Spagna, era tuttavia composto, per la maggior parte, da elementi nuovi al fuoco. Tale inesperienza non costituì mai un handicap per il reparto, che vi sopperì con un morale altissimo e soprattutto con l'affiatamento che gli derivava da un addestramento protrattosi, in Patria, per quasi un anno consecutivo e curato in modo insolitamente completo, ove si tengano presenti gli standards addestrativi del Regio Decreto, di norma approssimativi ed insufficienti per mezzi e durata. 6) Un ricco e vivace profilo della compagine dell'VIII Btg. è stato tracciato da.I Ten. Enrico Serra, che ne era aiutante maggiore in seconda, nel suo Diario, pubblicato senza rimaneggiamenti dopo quarant'anni, sotto il titolo «Carristi dell'Ariete». Ad esso faccio rinvio, 'ché vorrebbe dire tradirne lo stile e lo spirito tentare cli parafrasare il contenuto. Un bellissimo Btg. anche ]'VIII, formato per la mag-


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gior parte da ufficiali e carristi che ormai potevano, a ragione, considerarsi dei veterani per aver partecipato al precedente, lungo ciclo operativo del novembre e dicembre 1941, I ranghi del Btg. erano stati, dopo le perdite subite in quelle precedenti contingenze, ricostruiti con complementi giunti dall'Italia e con qualche elemento del disciolto VII Btg. Lo comandava il Cap. Corrado Casale de Bustis y Figueroa: «un nobile napoletano - scrive Serra - alto, magro, di raffinata educazione, molto religioso ed insieme assai scanzonato. Era ufficiale in SPE, ma era giunto alla carriera dopo una lunga permanenza in Africa. Aveva una scrupolosa cura dei particolari, con una preferenza, forse eccessiva per la «routine» a danno dell'immaginazione. In combattimento si dimostrò tenace e coraggioso».

Mantenne, infatti, il suo posto di comando per l'intera durata di tutta la serie dei combattimenti del novembre e dicembre precedenti, nonostante che nei primissimi giorni fosse stato ferito, sia pure in modo non grave, alla testa e ad una gamba. Si era, così, guadagnata una medaglia d'argento. Non trovò invece la simpatia dei suoi subalterni la decisione da lui presa, come si vedrà, durante lo scontro del 27 maggio 1942 con la 3d. Indian Motor Brigade (3d.I.M.B.), c,he, cionondimeno, gli frutterà un'altra ricompensa al V.M. 7) Anche il IX Btg. aveva partecipato al ciclo operativo del precedente autunno ed inverno e le sue perdite erano state colmate, quasi esclusivamente con carristi presi dal disciolto VII Btg. Anche il IX ha il suo «storico»: il S. Ten. Franco Bianchi, aiutante maggiore in seconda. Anche Bianchi, come Serra, ha tenuto un diario o, meglio, come lui stesso avverte, ha redatto, per i suoi figliuoli, una serie cli quadri della vita del suo Btg. ordinandola cronologicamente. Lo scritto è inedito, ma Bianchi ha, di buon grado, consentito a mettercelo a disposizione. Dalle sue pagine balza viva l'immagine del Comandante del IX, T. Col. Pasquale Prestisimone. Una figura pittoresca ed estroversa, rumorosa e simpatica, anche, se, come vedremo, non potremo considerarla fornita della preparazione teorica o dell'esperienza necessaria al comando di reparti corazzati, sia pure cli modeste proporzioni quale un Battaglione carri M. Prestisimone è il principale protagonista del nostro racconto. Aveva assunto il comando del Btg. a seguito della morte del T.


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Col. Buttafuochi, di cui i carris ti del IX rimpiangevano ancora le doti di coraggio e paterna signorilità. La prima impressione che ne r iporta Serra (6) è quella di un: cinquan tenne dalla figura atticciata troppo anziano, a m io avviso, per comandare un Battaglione carri... Sbarcato da poco in Africa, Prestisimone viene a trovare il Magg. Casale quasi ogni giorno anche per informarsi di molti eiettagli tecnici su l'impiego dei carri. È s impatico e benché di difficile parola, racconta barzellette spiritose. Ha la stessa debolezza di Piscitelli (7), chiede sempre da bere, si tratti di anice o cognac. Anzi un giorno venne al comando e mi chiamò con grandi bracciate. Mi disse che aveva costruito un alambicco con cu i distillare il cognac e portarlo a 75°. Dopo il ricovero in ospedale del Ten. compi. Lorenzo Colonna, aiutante maggiore in seconda del IX Btg., il posto cli quest'ultimo è stato occupato dal S. Ten. Franco Bianchi dì Voghera, che accompagna il suo comandante, non senza celare qualche preoccupazione... » « ...

Pres tisimone, in r ealtà, aveva quarantotto anni, proveniva dalla Guardia alla Frontiera ed era stato assegnato a comandare il Btg. in zona di operazioni dopo soli due mesi di corso a Bracciano sui carri M/13/40. Bianchi, che il T. Col. Maretti gli aveva assegnato come aiutante maggiore «tattico», lo considerava con preoccupata simpatia e scriveva: «È siciliano di Cefalù e, nelle notti di calma, quando il fronte è tran-

quiJJo e nessun compito ci chiama parliamo di tante cose e riandiamo alla vita di casa nostra ... La sua conversazione è piacevole, perché sa condirla con un cer to senso dell'umorismo quando racconta di taluni fatti accadutigli nella sua vita di ufficiale in servizio permanente effettivo nel corso delle sue peregrinazioni lungo la Penisola da una caserma all'altra. Su tali suoi discorsi, però, grava sempre il risentimento, neppure mascherato, per essere stato costretto ad una carriera anomala, per il fatto che non era sposato. Mi chiarirà, infatti, di aver ricoperto, per ben diciannove anni, il grado di capitano, in quanto le dis posizioni a llora vigenti sugl i avanzamenti escludevano gli scapoli, e che in quel periodo provò perfino ad inoltare un regolare esposto al Ministero per segnalare la sua pratica impossibilità di mettersi in regola sposandosi. Segnalò cli avere svolte le più r igorose indagini nella

(6) v. Serra op. cit. pag. 128. (7) Cap. Piscicelli - Taeggi: valoroso comandante de l gruppo da 75/18 duran te i precedenti cicli operativi.


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zona di montagna in cui si trovava a prestare servizio, ma l'unica donna che era riuscito a trovare era una carbonaia e per d i più già regolarmente mari tata! Anche tale provocatoria comunicazione non sortì alcun effetto e fu la guerra che sbloccò la situazione con la revoca di quelle disposizioni, consentendogli di divenire in pochissimo tempo maggiore e poi tenente colonnello. Come tutti anch'egli ha le sue debolezze. Sente la necessità di qualche bevanda forte, per cui si industria ad impiantare un rudimentale distillatore, con il quale riesce a fabbricarsi un liquore, più di suo gusto, con l'anice in distribuzione. Ed il fumo, per il quale arriva a chiedere al comando, in occasione della sostituzione dell'ufficiale medico che ha lasciato il reparto per ferite, di avere assegnato un elemento che non ne abbia il vizio, in modo da potersi accaparrare qualche razione di sigarette ... »

A questi pittoreschi appetiti, Prestisimone, però, accoppiava la più raffinata e gentile passione per la musica classica, di cui non era superficiale intenditore, ed anche, per unanime ammissione di tutti i subalterni che lo ebbero per comandante in Italia ed in A.S., un carattere franco e sincero, pronto a battersi per il benessere dei suoi dipendenti, unito, come già aveva dimostrato nella guerra 15/18 (8) e come saprà di nuovo dimostrare nei giorni a venire, ad un indiscutibile fermezza d'animo e sprezzo del pericolo. 8) Infine, il Rgt. era comandato dal T. Col. Enrico Maretti, cinquant'anni, un piemontese dai lineamenti marcati, dal fisico asciutto, di media statura, con alle spalle una carriera di combattente di tutto rispetto: guerra 15/18; pacificazione della Cirenaica; Spagna; quattro medaglie d'argento (9), una di bronzo. Di poche parole, stretto negli elogi e nelle ricompense al V.M .. Proveniva dai sottufficiali e se, a prima vista, la sua personalità poteva non esercitare un fascino particolare si era, invece, immediatamente imposto dimostrando con i fatti di meritarsi la più incondizionata stima dell'intero Reggimento per le sue innate doti di tattico sagace, accoppiate ad una imperturababilità di carattere dimostrata nei più complessi frangenti operativi e segnatamente nel combattimento di Bir el Gobi, da lui brillantemente diretto e vinto. Una vittoria questa tutta italiana su proponderanti forze corazzate nemiche, tanto che, con qualche concessione alla retorica di moda in quei giorni, i combattenti dell'Ariete non esitarono a nominarlo J'«Eroe di Bir el Gobi» e, come tale,

(8) quando: sul Monte Valderoa si era meritata una medaglia d'argento al V.M. (9) Ne guadagnerà un'altra in seguito nonché l'Ordine Militare di Savoia.


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tuttora, con affetto lo ricordano. 9) Tale, molto superficialmente, la fisionomia dei tre Battaglioni del 132° e dei loro comandanti. Mentre l'organico degli altri ufficiali in forza al 27 maggio 1942 r isulterà più avanti, devo qui esprimere tutto il mio rammarico per non essere in grado di ricordare uno per uno tutti quegli altri ragazzi, sottufficiali e carristi, che seppero dimostrare, non meno dei loro ufficiali, con la loro serenità e quieta fermezza d'animo, quanto in loro fosse profondamente radicato il senso della disciplina e dell'onore che, insieme, formano la base di quell'insopprimibile sentimento che, con espressione tanto abusata quanto insostituibile, è detto: amor di Patria. I reparti carristi forniti di sufficienti mezzi di trasporto che consentivano discreti rifornimenti di viverì freschi e di acqua, riuscivano a mantenersi in buona salute e con essa anche il morale si manteneva su un piano diverso da quello di molti reparti di fanteria costretti a vivere in condizioni di disagio incredibili. Senza alcun dubbio il 132° Rgt. Carri era uno dei migliori reparti in linea quanto a spirito, addestramento e, diciamo pure, armamento, anche se i nostri M.13/40 e M.14/41 potevano ormai considerarsi inadeguati contro i nuovi carri portati in linea dagli inglesi e contro i nuovi pezzi anticarro da 50 mm. che, pure, costituirono la sgradita novità de] ciclo operativo a venire. 10) Mi è stato spesso domandato se ritenessimo di combattere per una causa giusta e come «sentissimo» la guerra che stavamo conducendo. Io credo che non si possa generalizzare parlando di sentimenti, tuttavia credo di poter affermare che alcune motivazioni di base comuni esistevano: vi era, innanzi tutto, una componente dovuta alla gioventù che urgeva, allo spirito sportivo, all'irresistibile attrattiva dell'avventura. Queste motivazioni, che considerate a distanza cli decenni, possono apparire, come sono, estremamente sconsiderate e povere di valori morali ebbero, però, senza dubbio, un loro peso, superiore a quanto non si possa ora pensare. Esse, tuttavia, non erano le sole né le p r incipali perché erano sempre accompagnate e determinate da un'altra motivazione, più ser1a ed apprezzabile, che si identificava con l'intima convinzione di non potersi decentemente rifiutare ai sacrifi'ci della guerra, quando questa era ormai in atto, e quando tanti altri già la combattevano. Così la pensavano anche quei giovani più maturi e preparati di quanto non potessi essere, allora, io stesso, appena laureato, senza mai


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aver avuto esperienza di lavoro o peso di responsabilità. Uno di questi era il S. Ten. Radivoj Taucar della mia stessa compagnia, di pochi anni più vecchio, alto, biondo, con un imperioso naso aquilino e profondi occhi azzurri, professore in lettere di profonda cultura. Lo ascoltavo volentieri quando, pacatamente, cercava di farmi capire ed analizzare il perché della nostra scelta di essere presenti in una guerra della cui necessità non eravamo intimamente convinti. Comunque anche Taucar, che sorrideva quando con Guido Ricevuti, l'altro S. Ten. della stessa mia compagnia, gli obiettavamo che pensare troppo in guerra portava male; giungeva, in sostanza, a quelle stesse conclusioni da noi, meno seri e pensosi, raggiunte per istinto: c'era la guerra, eravamo soldati, bisognava, quindi, «farla». Taucar, arrivato a sentirsi non-fascista, per meditata convinzione, spiegava questo imperativo come una necessità di «espiazione». Per noi il ragionamento era troppo complicato. A noi lo comandava un inconscio senso di orgoglio personale e del «dovere» che ci provenivano dall'educazione risorgimentale ricevuta nelle nostre famiglie che, al di là della diseducazione politica in cui eravamo cresciuti, ci portava necessariamente a disprezzare chi si sottraesse ai pericoli della guerra: erano questi gli «imboscati», individui da mettere al bando, qualunque fosse la motivazione del loro r ifiuto alla prova. Occorreva quindi non essere uno di loro per potere acquisire il diritto, al nostro ritorno, cli «mettere le cose a posto». Cosa, poi, s i sarebbe dovuto «mettere a posto» rimaneva del tutto nel vago. Certo è, comunque, che questo ragionamento ho sentito ripetere più e più volte da parte di molti di noi, ed eravamo certo la maggior parte, che, senza ovviamente fare dell'antifascismo consapevole e dichiarato, ostentavamo, tuttavia, sia pure generiche e poco meditate, critiche al Regime fascista. Naturalmente vi erano, anche nel nostro reparto, giovani sui quali l'educazione e la propaganda fascista avevano fatto presa,profonda. Non ne ricordo più di due o tre. Tutti d'altronde ottimi ufficiali e valorosi combattenti, ad esempio, uno di questi era il S. Ten. Italo Franceschini. Da poco sposato, non aveva esitato a lasciare la giovane moglie e la sua bimba di pochi mesi. Un giovane serio e chiuso che, pur non tollerando scherzi sulla infallibilità del Duce, mai ci annoiò coin tirate patriottarde, nonostante una fede fascista che lo indusse a scrivere alla sorella Ispettrice del P.N.F. pregandola di inviarci una fotog rafia del segretario del P.N.F. Vidussoni con dedica autografa per il Btg. La foto arrivò puntualmente, ma, bisogna anche dire che Franceschini non se ne ebbe a male quando, non so chi,


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gli chiese se aveva modo di farci mandare anche una fotografia di Alida Valli, possibilmente in costume da bagno. Povero Franceschini, cadde a Bir Hacheim. Alla sua memoria fu concessa una medaglia di bronzo: meritava d i più, per il coraggio dimostrato e per il suo profondo amore di Patria: quale che fosse la Patria in cui credeva. 11) Ma, torniamo a Segnali Nord. Schierati con le compagnie molto distanti l'una dall'altra e i carri assai diradati, ci andavamo adattando, noi del X Btg. nuovi arrivati, alla vita del deserto attenti ad apprenderne gli accorgimenti e le astuzie. La monotonia delle giornate, impiegate unicamente nella manutenzione del materiale e delle armi, era interrotta solamente dal servizio cli pattuglia. Il Comando di divisione, fin dal febbraio scorso (10) aveva statuito che l'attività esplorativa venisse svolta da pattuglie miste, comandate da un ufficile inferiore carrista e costituite: da un brencarrier, due carri M.13/40, un pezzo da 75/18 semovente, una squadra di bersaglieri. La composizione delle pattuglie, peraltro, venne subito ridotta, almeno per quanto mi consta, con l'eliminazione della squadra dei bersaglieri. Quando poi toccò a noi del X, che non disponevamo ancora cli alcun bren-carrier cli preda bellica, questo mezzo fu sostituito da un terzo carro M. Andare cli pattuglia, almeno per noi nuovi arrivati, era di per se stesso eccitante. Spingersi nella terra di nessuno, defilarsi tra le pieghe del terreno, scorgere in lontananza strane sagome scure di mezzi nemici fluttuanti nell'aria meridiana surriscaldata, faceva scorrere più veloce il sangue nelle vene. Tuttavia, nella normalità dei casi le pattuglie non davano luogo ad avventure di particolare rilievo. Presso l'U.S.E., nella cartella 905 A.S. della Div. Ariete, ad esempio, ho rinvenuto questa relazione della pattuglia del 22 febbraio 1942 comandata dal S. Ten. Ercole Buscarol i del IX Btg.: «Al Comando del IX Btg. Carri M. 13/40 Oggetto: Relazione della pattuglia mista del 22 febbraio 1942-XX Formazione della pattuglia: 2 carri M. l3/40 del 2° plotone 2a Comp. IX Btg. 1 cannone da 75/18 corazzato 1 « bren-carrier» Partenza: ore 7.40 Sorpassata la linea di capisaldi tenuti di V Btg. Ber(10) v. U.S.E. Cartella 905/AS.: Circolare del Comando Div. Ariete 22.2.42. prot. 258/op. - oggetto «Attività esplorativa».


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saglieri, previo avvertimento per il ritorno. Raggiunto il Marabutto designato alle ore 8.30 Verso le 10.30 si ode una nutrita sparatoria in lontananza; poco dopo si scorgono i polveroni di una decina di automezzi, marcianti in direzione S.E.: sono assolutamente fuori tiro. Alle ore 15, puntata di 10 Km. in direzione E.; due autoblindo scorte a circa 7 Km., si dileguano prontamente. Ore 16.30: ci si appresta a ritornare; per l'avaria al cambio di un carro, si rientra al reparto soltanto alle ore 18. Km. percorsi: 43 Consumo/Km.: I. 1,520 Collegamento radio: abbastanza regolare fino alle ore 16; poi, con nessuna delle due stazioni disponibili si riusciva ad avere conferma delle trasmissioni eseguite. Il materiale, già molto provato, accusa facilmente lo sforzo; si è rotto un albero della sempre-in-presa. Il Comandante della pattuglia S. Tcn. Ercole Buscaroli.»

Vi furono, però, anche altre pattuglie più movimentate, come quella del successivo giorno 23 febbraio, comandata dal Ten. carrista Manfredo Generali, accompagnato dal Ten. di artiglieria Aldo Maria Scalise: «Relazione sul servizio effettuato durante il giorno 23/2/1942 dalla pattuglia esplorante corazzata comandala flal Ten. Generali Manfredo del 132° regg. Carristi». * *

-J.·

Secondo gli ordini impartiti, la pattuglia esplorante, composta di due carri M.13/40 della 2 a Comp. dell'VIII Batg., di un semovente da 75/18 della 1 a Blr. del V gruppo corazzato e di un bren-carrier, si dirigeva, dalla linea dei nostri capisaldi, in direzione Sud-Sud-Est verso la pista Mechili-Ain el Gazala. La pista venne raggiunta poco oltre le ore 9,30. Mentre la pattuglia proseguiva in direzione Est per un paio di chilometri, uscivano improvvisamente da un avvallamento del terreno, sulla sinistra, 5 autoblinde tipo Rolls Royce, sulle quali la pattuglia, da circa 1500 m. apriva il fuoco. I mezzi nemici si sottraevano celermente al tiro, dirigendosi oltre un costoncino in direzione Sud. Mentre il Ten. Scalise, comandante il semovente, cercava con il fuoco di appurare intenzioni ed entità dei mezzi nemici, il comandante la pattuglia disponeva uno dei carri in posizione dominante vicino a l brencarrier immobilizzato per un guasto al magnete. Tale disposizione gli garantiva una protezione di fuoco in caso di ripiegamento. Il semovente ed il carro comando superavano il primo costone dietro


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il quale apparivano quattro camionette. Al tiro del semovente le stesse rispondevano con i propri pezzi presumibilmente da 37 mm. Successivamente le camionette, delle quali una colpita era stata subito presa a rimorchio, risalivano l'opposto versante. Un ulteriore movimento in avanti, tendente a r iprendere sotto fuoco efficace le camionette, privava i nostri mezzi del clefilamento sul fianco destro, assicurato eia un costone parallelo alla direzione di marcia. Si rivelavano invece sulla des tra, a circa 4 Km., 5 carri armati del tipo Mark 6 in colonna, dietro i quali artiglierie cli medio calibro inquadravano un tiro di crescente efficacia specie sul semovente. Accertata l'entità ciel distaccamento esplorante nemico, i du e nostri mezzi corazzati ripiegavano e ben presto s i sottraevano al fuoco nemico. Il comandante la pattuglia disponeva i propri mezzi sopra un largo sperone elevantesi a Nord della pista cli Ain el Gazala, favorevole per l'osservazione e per il tiro dei pezzi. Contemporaneamente comunicava per radio la situazione a l comando di battaglione. L'ufficiale dell'artiglieria, secondo le disposizioni ricevute, si metteva in comunicazione col proprio comando di gruppo. Due dei carri nemici, su di un costone rimanevano fermi in osservazione fino alle 14.30 circa: poi iniziavano un lento movimento verso la sinistra del nostro schieramento, mentre contemporaneamente apparivano sulla destra, all'orizzonte, due autoblinde ed altri due carri. Su ordine del proprio comando di battaglione il Ten. Generali iniziava allora un lento ripiegamento verso Nord, tendente a spingere il n,emico verso i nostri capisaldi: gli inglesi, proseguendo più celermente in tale di rezione, dimostravano l'intenzione di procedere, per accerchiamento, alla eliminazione delle nostre forze, Poco dopo, il nemico sulla destra faceva entrare in azione due pezzi di artiglieria trainati i quali, unitamente ai carri, cominciavano ad avvicinarsi, aprendo anche un fuoco molto impreciso data la distanza. Il nostro semovente rispondeva con due colpi molto ben centrati, ed allora il nemico, dopo qualche minuto di sosta, si ritirava ai margini di una elevazione del terreno. Durante lo svolgersi di questa azione, il comandante la pattuglia chiedeva per radio al proprio battaglione eventuali rinforzi. Non ottenendo conferma di r icezione, disponeva di quel momento affinché ogni comunicazione avvenisse per il tramite del Ten. Scalise. Verso le 16 i carri nemici e le autoblinde, con movimento verso Nord-Ovest, si frapponevano nettamente fra la pattuglia ed i capisaldi italiani allo scopo di tentare l'annientamento, il Ten. Scalise chiedeva allora al proprio gruppo l'intervento di 4 semoventi. Poco dopo però, il nemico si ritirava nuovamente e questa volta in modo definitivo. La pattuglia poteva così rientrare indisturbata. Nessun uomo ferito; il semovente è stato colpito da due grosse schegge sulla parte anteriore dello scafo.


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Il Comandante la pattuglia Ten. Manfredo Generali.» Niente da aggiungere per quanto riguarda l'azione di artiglieria. Il Comandante del semovente Ten. Aldo Maria Scalise».

Noi del X eravamo arrivati da pochi giorni a Segnali Nord quando, una pattuglia de l IX Btg. (S. Ten. Franco Bianchi) accompagnata da un semovente (S. Ten. De Rege) usciti dalle nostre linee di osservazione avanzata, sorprese un ufficiale gollista, e tentò di catturarlo. Questi, rifiutando di arrendersi, si era difeso con il coraggio della disperazione (si capirà poi che i gollisti erano stati convinti daJ)a loro propaganda che, se fossero caduti in mano nostra o, peggio, dei tedeschi, sarebbero stati passati per le armi come traditori). L'episodio è ricordato nel diario storico del 132° Rgt. Artiglieria del giorno 28/4/42 in termini così scarni e freddi che, riletti oggi a distanza di oltre quaranta anni, risultano addirittura agghiaccianti, ma, tanto è, allora non ci si badava troppo: « ... Il carro osser vatorio del VI Gruppo in osservazione avanzata, nelle prime ore del pomeriggio sorprendeva un ufficiale nemico, che nascosto tra i cespugli cercava di fotografare il carro osservatorio. Il personale del carro in un primo tempo ha cercato di catturare il nemico, ma questo reagiva a colpi di bon:ibe a mano. Ferito leggermente da arma da fuoco cercava di raggiungere la propria linea. Raggiunto dal carro veniva travolto. Stato atmosferico: tempo bello con vento».

Il valoroso gollista venne sepolto con gli onori militari. Il servizio di pattuglia venne assegnato a noi del X subito dopo il nostro arrivo per farci «fare le ossa»: tre carri accompagnati da un semovente. In questo modo il comando cli Rgt. iniziò il nostro addestramento di guerra facendoci «annusare» da lontano, come si fa con i cani da caccia, l'odore della selvaggina nemica. 12) Ma, se pure questo servizio poteva servire di diversivo atto ad interrompere la monotonia delle giornate di stasi, un'ansia indefinibile di muovere, di agire, serpeggiava nei reparti, contagiando ufficiali e carristi senza distinzione. Un gran parlottare, un gran formulare di ipotesi, un incrociarsi di notizie «sicure» riferìte dall'attendente del colonnello tale o daJ furiere del tal'altro comando. L'annotazione giornalmente riportata nei diari storici della Divisione e del Rgt. «morale della truppa: ottimo» è pura verità. Re-


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gnava in generale un'atmosfera di euforia e di fiducia. I veterani erano convinti, a ragione, di essersi dovuti ritirare, l'inverno precedente, per cause da loro del tutto indipendenti, più per l'usura dei mezzi che per l'offesa nemica che avevano saputo brillantemente rintuzzare in tutti gli scontri. I nuovi al fuoco, poi, come la maggior parte dei componenti il X Btg., erano posseduti da una sportiva impazienza di andare avanti di «fare qualcosa» . Quando si attacca? Questo era l'interrogativo di quei giorni. Invano il Comandante del XX C.A. si affannava a raccomandare un più serio comportamento al riguardo. La sua circolare dell'8 maggio 1942 n° 1993 di prot.: (11) «Oggetto: segreto militare. :È stata lamentata la diffusione di voci insensate circa una imminente

offensive delle truppe dell'Asse. Tali voci sono assolutamente infondate. Si deve invece, al contrario, contare sull'imminenza di un attacco britannico, in visla del quale si stanno attuando le misure di difesa necessarie. Ogni insensata diceria del genere è l'espressione di un carattere non militare e - nei casi più gravi - costituirà motivo di deferimento al Tribunale Militare. Prego intanto i comandanti in indirizzo di agire con la massima energia e rigore, sia nel prevenire che nel reprimere simili eventuali infrazioni. Il Comandante Gen. Baldassarre».

Questa sua circolare rimase, ben può dirsi, lettera morta.

(11) v. U.S.E. Cartella 1038/AS.


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CAPITOLO III

L'ORDINE D'ARMATA PER L'ATTACCO E LA E .D.C.Q. L 'ORDI NE D'ARMATA PER L'ATTACCO N° 50/42 DEL 20.5. 1942

1) Alla data del 20/5/42 il diario storico del XX C.A. annota: « ... In mattinata l'Ecc. il Comandante (Gen. Baldassarre - n.d.r.) si reca alla sede del Comando del C.T.A., dové ha un colloquio con il Gen. Rommel» (1)

Dopodiché alle ore 17 del medesimo giorno: «L'Ecc. il Comandante conferisce, alla sede del Comando di C.A. con i comandanti delle Divisioni, con il Comandante dell'Artiglieria di C.A. e con il Comandante il Genio».

Quale sia stato l'argomento trattato dal Gen. Rommel con il Gen. Baldassarre e da questi con i suoi divisionari è facile arguire ed è, comunque, apertamente chiarito nel d.s. del successivo giorno 21 maggio: « .. . fin dal giorno 11 maggio, giorno della convocazione al Comando di Armata dei generali comandanti dei Corpi d'Armata, ha avuto inizio la preparazione per la prossima grande battaglia offensiva. Per ragioni di segretezza i documenti operativi diramati dal Comando d'Armata non sono noti che all'Ecc. il Comandante ed al Capo di S.M.. Di tale operazione è stato proibito di farne cenno anche nel diario storico; pertanto solo nella giornata odierna si allegano i documenti di impianto del Comando di Armata (all. 1/21) e quelli emanati dal XX C.A. (all. 1/21 bis)».

Il contenuto di questo secondo gruppo di documenti (all. 1/21 bis) che, pure, deve, per quanto possibile, rimanere segretissimo fino al giorno x fissato per l'attacco, viene reso noto, in questa occa-

(I) v. Diario Storico del XX C.A. U.S.E. Cartella 1038/AS.


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sione solamente ai generali Azzi e De Stefanis; al comandante del!'Artiglieria di C.A. Gen. Piacenza; al Com.te del genio Col. Raffaelli; al Capo cli S.M. Col. Ruggeri Laderchi; al Capo dell'Uff. Operazioni Magg. Zadra al Capo di S.M. della Divisione Trieste Magg. Ruta; al Capo di S.M. della Divisione Ariete Magg. Perrone; al Capo sezione operazioni della Divisione Trieste Magg. Baglioni ed al Capo sezioni operazioni della Divisione Ariete Cap. Calise. Verranno informati, per la parte che loro strettamente interessa, anche i seguenti ufficiali che dovranno agire isolati: Magg. Bernarclis Comandante del III 0 Btg. Autoblindo e Magg. Verri Comandante l'XI Btg. Carri M.14/41. Nessun'altra viene informato. Il Gen. Rommel, infatti, ha bene messo in evidenza per iscritto nel paragrafo 13° del suo «Ordine d' Armata per l'attacco n° 50/42» che: «Il mantenimento del segreto deve essere costante pensiero di tutti i comandanti ed ufficiali di S .M. Il cerchio delle persone che deve essere iniziato ai segreti della situazione generale deve essere il più possibile limitato. Gli ufficiali in oggetto mi devono essere segnalati per il 24/5 nominativamente ... » (2)

ed in pari data, ha ribadito il concetto, nella seguente lettera personale al Gen. Baldassarre: «Geheime Kommandosache Der Oberbefeklshaber A.H. Qu., don 14/5/42 der Panzerarmes Afrika Abt. la Nr.930/42 g.Kdos. An den Kommandierenden Generai des XX. A.K. Seine Exzellenz Herrn Generai Baldassarre. A riguardo delle mie istruzioni verbali circa le future operazioni Vi rivolgo speciale raccomandazione circa la necessità della conservazione del segreto. La tutela del segreto è della massima importanza. Ogni imprudenza ha una conseguenza e può costare la vita di molti soldati. Non deve accadere di nuovo, che - come è accaduto in passato il nemico venga a conoscenza dei nostri disegni operativi. Io vi prego p erciò, di tutelare con mezzi dragoniani (sic n.d.r.) nell'ambito delle Vostre attribuzioni la conservazione del segreto. Occorre perciò: a) la più stretta sorveglianza dei telefoni e delle comunicazioni radio; (2) U.S.E. Cartella 1038/AS.


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b) Limitare le informazioni ai comandanti in sottordine a quello che strettamente debbono conoscere per l'adempimento dei loro compiti. - Perciò dare periodiche istruzioni su di un solo argomento senza che da esso si possa ri levare il piano generale. Tutte le misure più esplicite come disposizione per la difesa sono da segnalare. Prego accusare ricevu la. Generale Rommel».

Il segreto, insomma, deve essere tutelato ad ogni costo, con ogni accorgimento. Il Comando del XX C.A. si preoccupa al riguardo. Cosa altro aggiungere alle raccomandazioni già rivolte ai re parti con la circolare dell'8 maggio scorso? (3) Qualcuno ha a l riguardo una callida trovata: tutta la documentazione da trasmettere via via alle Divi sioni ed ai reparti autonomi, rela tiva a quella che il proprio di a rio storico ha definito «la prossima grande battaglia offensiva», sia intestata con la sigla E.D.C.Q.: «Esercitazione Difens iva con i Quadri» e, per facili tare la riunione di tutto il carteggio interessan te l'esercitazione, rechi una marcantura rossa all'angolo superiore destro del primo foglio (4). Che altro fare ai fini de l la segre tezza ? 2) Esaminiamo ora, più da vicino, «l'Ordine d'Armata per l'attacco n° 50/42» di Rommel e vediamo anche come esso sia stato tradotto dal XX C.A. ad uso dei reparti dipendenti median te la documentazione destinata a regolamentare la citata E.D.C.Q. Come tutti sanno, (5) «l'Ordine d'Armata per l' Attacco n° 50/42» consegnato dal Gen. Rommel il 20/5/42 a i com.ti dei C.A. (d'ora innanzi «Ordine 50/42») era, in breve, basato sul concetto di attaccare frontalmente, con il X e il XXI C.A. la linea nemica tra il mare e Mteifel el Chebi r, in modo di dare l'impressione di voler sfondare in tale tratto ed attirare così in quella direzione le forze mobili motocorazzate avversarie, e svolgere invece un attacco avvolgente con la massa delle unità motocorazzate (XX C.A. italia no; 21 a e 15a Panzer) partendo dalla zona di Segnali Nord e passando ai due la ti di Bir Hacheim in direzione di Acroma. La 90a leggera doveva puntare in direzione di El Adem per impedire, sia un ripiegmento del nemico dalla zona ad oves t di Tobruch, sia l'a ccorrere di rinforzi dalla (3) v . retro pag. 514 (4) v. Appendice a li. n° I. (5) v. per tutti: USE: Seconda cont roffensiva Ila lo-Tedesca in A.S. da El Agheila ad El Alarnein. gennaio settembre 1942 · Roma 1951 nonché: Mancinelli: Dal fronte dell'Africa Seltentriona le - Rizzol i · Milano 1970


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zona di Bardia. Il movimento per quanto riguarda il XX C.A. avrebbe dovuto svolgersi in tre tempi: muovendo alle ore 14 del giorno x dalle sue posizione di Segnali Nord avrebbe dovuto raggiungere la zona A 12 km. più ad est, da cui con partenza alle ore 21 avrebbe dovuto raggiungere per le ore 2 la zona B, posta immediatamente a nord di Bir el Hamrat (6) e di qui muovendo alle ore 5 del giorno successivo avrebbe dovuto s istemarsi per le ore 12 nella zona C (oltrepassando per le ore 8,30 il Trigh el Abd a cavallo di Bir Belafarit). (v. schizzi n. 2-4) Nel caso poi che la situazione, la sera del giorno x, lo dimostrasse opportuno, sarebbe scattata, come poi in effetti avvenne, l'ipotesi « Venezia» in base alla quale il movimento delle masse di manovra avrebbe subito un sensibile allargamento verso sud, in modo che la sinistra del XX C.A. (Div. Trieste, con la Div. Ariete alla sua destra) sarebbe risul tata una volta raggiunta la nuova zona B, a circa 6 km. a sud di Bir Hacheim (7) (v. schizzo n° 2) tale, in grandi linee, il piano di Rommel, comunque, per maggiore chiarezza, ecco il testo dell'Ordine 50/42 per la parte che interessa il XX C.A. ed il C.T.A. (8): «Comando Armata Corazzata «Afrika» Segreto I/a, n° 50/42

Q.G. 20 maggio 1942

Ordine d'Armata per l'Attacco Carte 1:250.000; 1:100.000; inoltre l :50.000 e 1:25.000 di Tobruch. 1° - Nemico: vedi la situazione avversaria (allegato n. I) 2° - L'armata corazzata «Afrika» (ordine di battaglia v. a!l. n. 2) annienterà l'armata operante britannica, schierata nella zona di Bir Hacheim-El Adem-Acroma-Ain el Gazala, e conquisterà da ultimo la piazza di Tobruch. All'uopo, con inizio alle ore l4 del giorno, il X e XXI C.A. attaccheranno frontalmente in direzine Got el Mehata-Ain e! Gazala, mentre le u nità corazzate dell'armata (90a div. legg. fant., il C.T.A., il XX C.A.), movendo nella notte del giorno x al giorno x + I oltre Bir Hacheim ed a sud, attaccheranno il nemico a tergo il giorno x + 1 fra la costa ed il Trigh Capuzzo. Il raggruppamento tattico Hecker, sbarcando nella notte·del giorno x + I al giorno x + 2 presso Gabr Sidi Hamuda, sbarrerà la via Balbia all'altezza del km. 136. Forze esploranti ga(6) da non confonder si con Bir el Harmat più a nord. (7) v. anche schizzo n° 5 (ali. I/a a Ordine 50/42) (8) v. per il testo integrale U.S.E. cartella 1038/AS. (Gli allegati l/a - 3 - e l'annesso 5 all'Allegato 1 dell'Ord. 50/42 sono riprodotti nel testo con gli schizzi 4-5- e 11).


Temarivo di ricostruz,ione di un mauino di guerra del 132° reggimento carri

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rantiranno il tergo dell'armata nella zona di E l Adem. Il giorno x sarà comunicato la sera prima. Schieramento di partenza, direttrici di a ttacco cd obiettivi, v. il lucido allegalo n. 3 3° - Omissis ... 4° - Il C.T.A. dalla base di partenza A (v. lucido) raggiungerà in un primo tempo la zona a sud di Bir Hacheim (zona B), di Il attaccherà con l'ala sinistra oltre Bir Hacheim e, avanzando sulla direttrice segnata, raggiungerà la zona C. Il Corpo si terrà pronto ad attaccare dietro ordine speciale di lì il nemico a tergo. All'uopo il Corpo raggiungerà: - muovendo alle ore 15 del giorno x dal settore sud delle attuali posizioni, per le ore 19 la zona di partenza A; - muovendo alle ore 21 della zona di partenza A con rifornimento completo per le ore 3 del giorno x+ 1 la zona B; - muovendo aUe ore 4,30 del giorno x + 1, dopo un nuovo rifornimento, per le ore 12 la zona C (alle ore 8,30 dovrà essere oltrepassata al linea Naduret el Chcsceuasc-Bir el Harmat). !) nemico che si trovasse nella zona di Bir Hacheim, dev'essere attaccato e battuto (2)., Le forze esploranti del Corpo, durante l'intera avanzata, fiancheggiando l'ala destra, devono tenere il collegamento con la 90 3 divisione leggera di fanteria. Un battaglione carri armati del Corpo, uscendo alle ore 14 del giorno x dal sellore nord delle attuali posizioni, deve appoggiare l'attacco dell'ala destra del XXI C.A. (v. n. 7). Il Btg. alle ore 19 deve essere di nuovo ritirato dal Corpo». 5° - Il XX C.A., muovendo alle ore 14 del giorno x, occuperà la zona A (v. lucido) e di lì procedendo con le ali interne dei reparti motorizzati, raggiungerà in un primo tempo la zona B. Il Corpo piegherà poi verso nord e, avanzando oltre Bir Belafarit sulle direttrici segnate, raggiungerà la zona C. Qui si terrà pronto ad a ttaccare dietro ordine speciale il tergo del nemico in direzione generale Carmuset el Regem, muovendo direttamente verso nord ovest. All'uopo il Corpo raggiungerà: - muovendo alle ore 14 del giorno x dalle attuali posizioni, per le ore 19 la zona A; - muovendo alle ore 21, con rifornimento completo, dalla zona A, per le ore 2 del giorno x + I la zona B; - muovendo alle ore 5 del giorno x+ 1, dopo un nuovo rifornimento, per le ore 12 la zona C (alle ore 8,30 dev'essere oltrepassato il Trigh (9) Le sottolineature nel testo sono nost re.


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el Abd a cavallo di Bir Belafarit). Una parte del Corpo (un Btg. carri armati ed un gruppo esplorante), muovendo alle ore 14 del giorno x, deve appoggiare l'attacco dell'ala sinistra del X C.A. (Div. «Brescia») (v. n. 6). Questi reparti dovranno di nuovo essere ritirati dal Corpo alle ore 19. Forze esploranti del Corpo alle ore 4,30 del giorno x + 1, devono avanzare dalla zona di Eluet el Usceica verso nord, allo scopo di dare sicurezza all'ala sinistra dei reparti motorizzati, tenere collegamento con X Corpo e respingere un'eventuale irruzione del nemico tra il XX ed il X C.A. verso sud. Aggiunta ai n. 3° e 5° Nel caso che la situazione alla sera del giorno x richiede un'ulteriore spinta dei reparti motorizzati verso sud ed est dopo il movimento dalla zona A, andrà in vigore l'ipotesi « Venezia». Essa verrà comunicata con la parola convenzionale «Venezia». La carta riproducente i movimenti che dovranno essere compiuti nell'ipotesi« Venezia» (ali. 1a) (11) viene trasmessa a parte alla 90a div. legg. di fant. ; al C.T.A., al XX C.A., al X ed al comandante aviazione «Afrika». nn. 6° · 13° Omissis .... Il Comandante Rommel Generale d'Armata» È chiaro che in questa ultima eventualità, il compito, previsto al n. 4 dell'Ordine 50/42 sopra riportato, di «attaccare e battere» il nemico che si trovasse nella zona di Bir Hacheim sarebbe passato, automaticamente, dal e.T.A. al XX e.A. italiano (10). 3) A questo punto, vale la pena di attardarci un momento nella valutazione di questa disposizione, la cui chiara formualazione: «Il nemico che si trovasse in zona di Bir Hacheim deve essere attaccato e battuto», non consente dubbi interpretativi di sorta. È però lecito chiedersi in base a quali precisi presupposti Rommel abbia potuto concepire questa disposizione che comporta l'ordine (per il e.T.A. e, poi, per il XX e.A.) di spazzar via, strada facendo, durante lo spostamento dalla zona Balla zona C, nel breve volgere di poco più di due ore, (12) qualunque ostacolo che «si trovasse» sul cammino.

(10) v. Mancinelli op. cit. pag. 86 (11) v. schiao n° 5 che riproduce l'ali. 1/a all'Ord. 50/42. (12) Si ricordi che il XX C.A. infatti doveva muovendo alle ore 5 dalla zona B oltrepassare il Bir Belafarit sito 15 km. più a nord alle ore 8,30 e proseguire fino alla zona C che avrebbe dovuto essere raggiunta alle 12.


Tentativo di ricostmzione di un mauino di guerra del 132° reggimento carri

Schizzo n. 4

(lucido a l\. 'n.'.:, a. OrcÌ, 50/42)

PI.Al-IO •oRICilH ARI0° PER L'AITACCO

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Schizzo n. 5

PIAHO P±.R L'fi.11"ACCO H:E.LLA 1PqT:ESI 11 Vt'..Hi:.Z.IA 11 (lucido all . 1/a aOrd. S0/42.)

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Te ntativo di ricost ru zione di un mallino di guerra del 132° reggimento carri

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A quale «nemico» pensava Rommel nell'emanare questa disposizione? Certamente non ad un ben individuato caposaldo sal damente sis temato per funzionare da stabil e pilastro meridionale dell'in tero sistema difensivo nemico, quale, in realtà, era quello di Bir Hacheim; ma piuttosto a truppe mobili e, comunque, di non preoccupante cons istenza. Quel congiuntivo dubitativo:« il nemico che si trovasse» con ferma, infatti, che Rommel non aveva alcuna certezza di incontrare, in zona, forze nemiche capaci di contrastare per più di pochissime or e il movimento dei reparti motocorazzati dell'Asse lanciati ve rso lazona C. Rommel, per ve rità, sapeva che truppe golliste gravitavano ne lla zona di Bir Hacheim, ma tutto quello che il suo servizio infor mazioni aveva potuto raccogliere sul loro conto era ben poco iJJuminante e si riassumeva nella seguente propos izione: (13) « lère B de F.L.: non si deve più credere all'esisten:.ca di una unità divis ionale. La Brigata ha una forta di 5000/6000 uomini: è alle dipendenze dell a 7a Div. Corazzata».

Ben poco quindi, tanto più ove si consideri che lo schizzo «annesso n. 5» aJl'«allegato n. 1 (notizie suJ nemico)» a ll'Ordine 50/42 (14), in cui è r appresenta to il s upposto a ndamento dei campi minati estesi a difesa dello schieramento nemico, reca, per la zona di Bi r Hacheim, la annotazione: «Campi m inati di piccole dimensioni andamento sco nosciuto»

Mi sembra pertanto di poter affermare, d'accordo con quanto a utorevolmente ri levato dal Gen. Mancinelli, (15) che a Romme l, come pure a l nostro servizio informaz ioni, era sfuggita l'impor tanza del caposaldo in questione, la cui capacità difensiva ed offensiva era stata, in conseguenza, sottovalutata, per non dire addirittura ignor ata. E m i semb ra a ltresì lecito aggiungere che, se Rommel fosse stato esattamente informato al r iguardo, avrebbe meglio meditata e diversamente formulata la disposizione di cui al n . 4 dell 'Ordine 50/42 . È imposs ibi le, infatti, r itenere che, in tal caso, Rommel avreb(13) v. Ali. n° 1 a Ord. 50/42 e nota 8 a pag. 518. (14) v. Schizzo n. 11. (15) Ma ncine lli op. cit. Pag. 53.


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be pot~.to convincersi che fosse possibile avere ragione, nel giro di un paio d'ore, di un caposaldo che egli stesso, alla testa della 90a leggera e della Trieste, stentò poi ad eliminare in ben nove giorni di duri combattimenti. Nei suoi appunti (16) Rommel ha espressamente dichiarato di avere: «avuto solo raramente l'occasione di combattere sul teatro africano una così aspra battaglia. I francesi combattevano a postazioni campali e centri di fuoco, progettati molto abilmente, come buche dicopertura e piccoli ricoveri isolati di calcestruao, posizioni di mitragliatrici e pezzi anticarro, tutti attorniati da cinture fortemente m inate. Simili dispositivi fortificati sono straordinariamente insensibili al tiro delle artiglierie cd agli attacchi a erei, perché solo un colpo in pieno può al massimo distruggere una buca di copertura. Occorre quindi un rilevantissimo impiego cli munizioni per arrecare un danno effettivo ad un nemico sistemato in questa guisa. Particolarmente difficile era, sotto il fuoco dei francesi, aprire passaggi negli sbarramenti di mine. Qui i miei zappatori, che subirono perdite rilevanti, fecero cose sovrumane. Protetti da cortine fumogene e dal fuoco della nostra artiglieria, dovettero a volte scalzare direttamente le mine. Il successo fu dovuto in gran parte a loro... Dal giorno 2 all'l 1 giugno, giorno in cui furono prese le ultime posizioni francesi, l'arma aerea tedesca eseguì contro Bir Hacheim 1300 voli di guerra... Kesserling chiese che i francesi venissero attaccati immediatamente con tutte le unità corazzate. Ciò naturahnente, era impossibile poiché nessun carro armato poteva essere impiegato contro questi campi minati cosparsi di. centri di fuoco ».

Si deve quindi concludere che la disposizione in esame, dettata nella preoccupazione, d i per sè giusta, di non lasciarsi alle spalle unità nemiche che potessero poi arrecare scompiglio nelle retrovie e nel le linee di rifornimento delle forze mobili attaccanti; 'èra stata emanata in base ad un presupposto tattico poi rivelatosi errato. Tuttociò peraltro non toglie che la disposizione esistesse e trovasse anche conferma nella rappresentazione grafica dei movimenti del C.T.A. e del XX C.A. contenuta negli schizzi di cui ai lucidi all.1/a ed all. 3 all'Ordine 50/42. In ambedue questi lucidi, infatti, si notano due piccole frecce tratteggiate che si staccano, puntando su B ir Hacheim dalla rotta assegnata alternativamente al D.A.K. ed a l (16} «The Rommel Papers ... » pag. 213.


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XX C.A. per raggiungere la zona C (17). Si può, quindi, dare per certo che i termini delle disposizioni in questione erano presenti nella memoria del Comandante dell'Ariete Gen. De Stefariis quando, come vedremo, il mattino del 27/5/42 si trovò la strada sbarrata da uno sconosciuto nemico, schierato intorno alla quota 171 di Rugbet el Atasc un nemico, quindi, «da attaccare e da battere». 4) L'attuazione delle direttive di cui all'Ordine 50/42: Documentazione relativa alla c.d. E.D.C.Q.:

Sotto la data del 20/5/42, come si è visto (18), il Com.te del XX C.A. Gen. Baldassarre si era limitato ad illustrare verbalmente ai suoi due divisionari generali Azzi e De Stefanis, (ed a pochi altri ufficiali superiori) le direttive dì cui all'Ordine 50/42, riservandosi di far seguire precisi ordini scritti. Il giorno seguente, infatti, furono fatti tenere ai Comandi della Trieste e dell'Ariete i primi quattro documenti (19), contraddistinti con la nota sigla E.D.C.Q., contenenti disposizioni per la attuazione delle citate direttive. La restante documentazione fu poi trasmessa alle Divisioni (e reparti autonomi), nei giorni successivi, tra il 22 ed il 25/5/42. Eccone l'elenco complessivo: Dal XX C.A. alle Divisioni Ariete e Trieste: 1) 21/5/42: Lettera di trasmissione dei Doc. A; B; C; D. 2) 21/5/42: Doc. A «Disposizioni speciali per l'esplorazione» 3) 21/5/42: Doc. B «Disposizioni particolari per la richiesta di azioni aeree e per i segnali di riconoscimento con gli aerei». 4) 21/5/42: Doc. C: «Linee di riferimento» 5) 21/5/42: Doc. D: «Disposizioni particolari per l'impiego dei genieri» 6) 22/5/42: Lettera di trasmissione dell'Ali. 1 al Doc. B (carta a zone) e del Doc. B/1 7) 22/5/42: Doc. B/1: «Segnali di riconoscimento» 8) 23/5/42: Lettera di trasmissione del Doc. E (17) v. Schizzo n° 4 e 5: il folto che due frecce abbiano le asLicciole t ratteggiate normalmente usale per indicare i movimenti di carattere esplorativo, può destare qualche perplessi tà. Tuttav.i a sta sempre a confermare, qu anto meno, che occorreva tenere sotto controllo le truppe nemiche di cui si fosse percepita la presenza nella zona. (18) v. retro pag. 515. (19) si trattava dei documenti A-B-C-D v. elenco sopra e della relativa lettera di accompagname nto. (v. Appendice pag. 613 All. I).


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9) 22/5/42: Doc. E: «Notizie sul nemico» 10) 24/5/42: Lettera di trasmissione dell'«Aggiunta» al Doc. E 11) 24/5/42: Aggiunta al Doc. E «Notizie sul nemico» 12) 25/5/42: Lettera di trasmissione dei doc. F; G; H. 13) 25/5/42: Doc. F: «Disposizioni per la defluenza dalle attuali zone di schieramento - per lo schieramento nella zona "A" e per il movi1nento verso la zona "B" ». 14) 25/5/42: Doc. G.: «Mezzi corazzati per il X C.A.» 15) 25/5/42: Doc. H. : «Variante "Venezia"». Dal Comando della Div. Ariete ai suoi reparti furono poi trasmessi in data 26/5/42: il Doc. B e il Doc. Fa tutti i reparti; il Doc. A solamente al III Gr. Cor. Nizza e il Doc. C solamente al XXXII Btg. Misto Genio. Fu altresì diramato un Doc. «S» relativo al funzionamento dei servizi. Ai fini della migliore intelligenza degli avvenimenti presi in considerazione nel presente studio i documenti che più interessano sono quelli contraddistinti con le lettere «E»; «F»; «H»; «G», il cui testo integrale, pertanto, viene riportato in appendice. Mentre mi riservo di ritornare sui Doc. «F» e «H» nel prossimo capitolo, è, invece, opportuno rilevare fin d'ora che il documento «E», come pure !'«Aggiunta» allo stesso, nulla aggiunge alle scarne notizie già contenute nell' All. 1 all'Ordine 50/42 (20). Pertanto, i Comandi del XX C.A., della Trieste e dell'Ariete, allorché la sera del giorno x si lasciarono alle spalle le posizioni'fino allora occupate, nulla di preciso sapevano circa la reale consistenza e sistemazione della Ière Bde F.L., peraltro segnalata in zona, mentre ignoravano nel modo più assoluto che sul loro percorso si era andata, nel frattempo, trincerando la 3d Indian Motor Brigade con il 2d. Indian Field Regiment di artiglieria. 5) È quindi opportuno, a questo punto, visto che il Doc. «E» nulla ci dice, esaminare brevemente quanto poi è risultato «a posteriori» circa il nemico con cui i reparti dell'Ariete ebbero a scontrarsi il giorno x+ 1. Quale fosse la reale capacità cli resistenza dal caposaldo presidiato dalla Ière Bcle F.L. lo abbiamo già potuto constatare più sopra, leggendo quanto Rommel ha avuto occasione di scrivere al riguardo. Rommel era un tipo che se ne intendeva e non è quindi il caso di aggiungere altro su questo specifico argomento. Può invece riuscire interessante qualche notizia circa la topografia del caposal(20) v. sopra pag. 523. Nota (13)


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do, la dislocazione, nel suo interno, delle truppe e il loro relativo armamento. La Ière Brigade Française Libre (Ière Bde F.L.) aveva dato il cam-. bio alla soa Br. britannica a seguito di ordine impartitole il 15/2/42 (21 ), con il preciso compito di portare a termine i lavori iniziati dagli inglesi, fortificando la posizione in modo da poter resistere anche se circondata e funzionare da base per la manovra di una divisione corazzata, e di partecipare nel contempo alle e.cl. Jock Columns: colonne mobili che pattugliavano la terra cli nessuno a sud di Alem Hamza. Bir Hacheim, sito a quasi 70 km. dalla costa in linea d'aria, altro non è che un incrocio di piste (22) deve il suo nome: «Pozzo del Capo» ai ruderi di tre cisterne romane, da sempre insabbiate, che formavano due minuscoli rilievi in prossimità della quota più elevata del caposaldo (m. 186) (23) battezzati dai francesi, «Les mammelles». Un costone, appena percettibile, le collegava alle rovine, site poco più a sud, di un vecchio fortino costruito ai tempi della dominazione turca e poi usato dagli italiani. Verso ovest il costone, appariva scosceso, mentre anelava via via digradando, con andamento a ferro di cavallo, in sempre più dolce pendio a sud ed ad est. Verso nord, poi, il pendio poteva dirsi inesistente. Come è facile rilevare dallo schizzo n . 6, il tracciato del caposaldo sfruttava per quanto possibile l'andamento del detto costone e si materializzava in un complesso sistema di campi minati, il cui sviluppo oscillava dai 16 ai 17 km., distinti in veri e propri campi di mine fittamente disposte intorno alle postazioni di combattimento ed in «marais de mines» (24), aree molto più vaste, in cui le mine erano state disseminate in modo meno serrato. Poiché la soa Br. cui i francesi avevano dato il cambio era ternaria, il caposaldo era stato progettato su tre punti d'appoggio, capaci ognuno di un Btg. cli fanteria. Al vertice di ognuno di essi erano state previste tre ridotte complementari cinturate da mine, che do-

(21) Così Koenig op. cit. pag. 155 - Secondo invece Morda!: op. cit. pag. 79 la Brigata si sarebbe installata a B.H. il 14/2/42. (22) Quella che con andamento nord-sud corre da Acroma fino alle oasi di Giarabub e Siwa, con quella che attraversa da ovest ad est tutta la Cirenaica dal Golfo della Grande Sirte fino alla frontiera egiziana passando per Msus, Tengeder, Bir Hacheim e Bir el Gobi. (23) Questa quota è riportata negli schizzi dei libri francesi, mentre nella carta al 100;000 tedesca, usata dalle unità dell'Asse, è ignorata. (24) letteramente: pantani di mine.


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Schizzo n. 6

sch izz o n. 6

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minavano, rispettivamente: l'osservatorio della quota 186 a nordovest; l'occhiello del fortino a sud; un leggero rilievo ad est. Nell'idea degli inglesi questi tre recinti erano destinati a servire da ridotte in caso di irruzione di mezzi corazzati nemici nella posizione. Lo schema fu tenuto fermo dai francesi, benché organizzati su base quaternaria. Sicché il loro quarto raggruppamento fu sistemato insieme al Quartiere Generale in posizione di riserva all'interno del caposaldo. L'organizzazione quaternaria permetteva ai francesi di partecipare alle Jock Columns senza dover sguarnire le difese periferiche del caposaldo, disposte come meglio risulta dallo schizzo n. 6. Koenig, vecchio fante della I guerra mondiale, era convinto che un soldato risoluto, installato in una buca profonda e ben fornito di munizioni e viveri è padrone del terreno circostante. Non diede pertanto tregua ai suoi uomini fino a che l'intera Brigata non fu praticamente resa invisibile dall'esterno. Comando, centro trasmissioni, postazioni di artiglier.ia, veicoli specializzati, ospedale da campo, postazioni individuali, tutto sparì sapientemente interrato. La Brigata, completamente motorizzata, era assai più forte di una normale Brigata di fanteria inglese (25). Essa infatti disponeva del seguente armamento (26): Armamento anticarro: 26 cannoni da 75 12 cannoni da 47 francesi 6 cannoni da 47 italiani 16 cannoni da 25 Armamento Antiaereo: 18 Bofors da 40 (di cui 6 inglesi) 12 cannoni da 25 (D.C.A.) 2 mitragliere da 13,2 (a 4 canne) 4 mitragliere da 13,2 (abbinate) Armamento di Artiglieria: 16 cannoni da 75 Armi automatiche: Circa 300 fucili mitragliatori (F.M.) 24-29 francesi 40 mitragliatrici Hotchkiss 100 fucili mitragliatori contro aerei 40 mortai da 81. Alla data del 26 maggio il presidio di Bir Hacheim presente nel (25) v. Koenig op. cit. (26) Le cifre fornite da Morda! sono in media alquanto superiori.


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caposaldo comprendeva 3.826 uomini tra ufficiali, sottufficiali e truppa, compresi 103 inglesi (27). Tutte le impedimenta erano state avviate alle retrovie e nel caposaldo rimanevano 400 veicoli (autocarri del comando, autocarri radio, trattori di artiglieria, trasporti indispensabili). Questo !'«Ordine di Battaglia» della Ière Bde. F.L. alla data del 25 maggio: Gen. di Brig. Koenig Comandante Com. te Masson Capo di S.M. Ière Brig. della L.E. L. Col. Amilakvari 2° Btg. B.L.E./2 Com.te Babanneau 3° Btg. B.L.E./3 Com.te Pucliois 2ème Brig. Coloniale, T. Col. de Roux 2° Btg. de Marche de l'Oubanghi-Chati, B.M./2 com.te Arnie ler Btg. del Pacifico, B.P./1 Col. Broché ler Btg. d'Infanterie de Marine (Coloniale) Cap. di corvetta Amyot d'Inville ler Rgt. di Artiglieria, \er R.A. Com.te Lauren-Champrosay 22 3 Comp. Nord-Africana, Cap. Lesquesne Genio: Cap. Desmaisons Collegamenti: Cap. Rénard Anticarro: (2 a Comp.) Cap. Jacquin Gruppo Sanitario Divisionale: Dott. T. Col. Vialar-Goudou Distaccamento del D.C.A. e collegamento inglese Cap. Tomkins. e, poiché a noi interessa particolarmente il 2° . Btg. della Legione Straniera (L.E.) questi erano i suoi ufficiali: Com.te:-Cap. Babonneau 5 a Comp. Cap. Morel 6 3 Comp. Cap. Wagner 7a Comp. Cap. Arnault Comp. Pesante Cap. Sarigné (28) , 6) Come già accennato, se il Doc. E della EDCQ (notizie sul nemico) era del tutto vago ed insufficiente circa la consistenza e la precisa ubicazione della Ière Bde. F.L., ad essa, almeno, faceva un fugace riferimento segnalandola presente nella zona di Bir Hacheim. Quan-

(27) di cui 84 della 43a Batteria contraerea e 19 della compagnia di collegamen-

to. (28) v. Morda!, op. cit. pag. 85


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to, però. alla 3d IMB, detto documento addirittura taceva, come pure taceva !'«aggiunta al documento E» del 24/5/42 con cui veniva segnalato che: «fra le forze di cui il comando inglese dispone in Marmarica, sembra accertata anche la 5 a Divisione Indiana, composta dalle Brigate X e XXIX. Tale divisione sarebbe attualmente dislocata tra Sollum e Sidi Barrani ... » Assolutamente, ignorata, quindi, la 3d IMB, Ja quale, invece, a seguito di ordini ricevuti il 22/5/42 (29), si era trasferita intorno alla quota ·171 a sud est di Bir Hacheim, nella località denominata sulla carta Rugbet el Atasc, con il compito di rinforzare il cardine meridionale dello schieramento alleato nel caso che il nemico tentasse di aggirarlo da sud. Questa Brigata si trovava nel Medio Oriente dal 1941 e comprendeva tre Reggimenti di cavalleria motorizzata; il 2nd Royal Lancers; l'llth. Prince Albert Victor's Own Cavalry (PAVO); ed il 18th. King Edward VII's Own Cavarly; più reparti di Zappatori e Minatori. Con essa operava il 2nd. Indian Field Rgt. di artiglieria. Il 24 maggio essa cominciò ad affluire in zona ed il 25 cominciò a schierarsi con il 2nd. Lancers fronte a sud; il 18th. Cavarly fronte a ovest; l'llth. PAVO fronte a nord; ed i reparti dei Minatori e Zappatori con due batterie del 2nd. I. Field Rtg. fronte ad est. L'artiglieria occupava, grosso modo il centro del quadrato (diciamo meglio: del caposaldo, 'chè lo schieramento della 3d IMB aveva un andamento piuttosto ellittico anziché propriamente quadrato) insieme ad una batteria di 6 Bofors antiaerei. (schizzo n. 7). Il totale dei pezzi, a disposizione della Brigata era di 24 cannoni da campagna (25 libbre); 30 anticarro (30) da 2 libbre e 6 Bofors antiaerei. Anche il Comando di Br. era piazzato a l centro del quadrato. Gli indiani.non avevano fatto in tempo stendere alcun campo minato. Alle 8 p.m. del 26 l'esplorazione riferì al Comando della 3d IMB che forti colonne nemiche si stavano muovendo con rotta sud e sudest. La Br igata, pertanto, passò la notte a scavare per trincerarsi. Questa Brigata quindi arrivò, del tutto imprevista, all'ultimo momento a sbarrare la strada all'Ariete nella zona di Bir Hacheim (quota 171 dista solo 6 km. dalle rovine del fortino). Anche in questa Brigata, quindi si materializzò quell 'eventuale nemico, ipotizzato nell'Ordine 50/42 da «attaccare e battere» . 7) Siamo, dunque, arrivati al 25/5/1942. (29) v. «The Tiger Kills» pag. 169 (30) 30 secondo The Tiger. ..; 60 invece secondo «A roll of honour» pag. 192.


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Schizzo n. 7 REGG IHEHTO ARTIGLl~lclA PER J,IY I.SIOH~CORAZZ.:'ITA ''ARI.ET.r.1'

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Il Diario Storico della Div. Ariete annota: « . .. Il Sig. Gen. Com.te partecipa ad un rapporto tenuto dal Gen. Rommel. Nel pomeriggio tiene rapporto ai Com.ti di Rgt.»

E da parte sua il Diario Storico del XX C.A. annota: «A tarda sera del 25 maggio l' AOK comunica che il giorno x è il 26 maggio» !


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CAPITOLO IV « ... e queste sono le tappe secondo l'ordine delle loro marce... » (Numeri: 33.2)

26/5/42 - LA MARCIA DI AVVICINAMENTO 1) 26 maggio 1942: è un martedì: «... cielo sereno, vento moderato da nord-est, temperatura alle ore 7: 19°; alle ore 15: 34°; alle ore 23: 22° ... »

Così il diario storico del XX° C.A. il quale anche ricorda: « ... in mattinata: viene diramato alle divisioni l'ordine del giorno del-

l'Armata (ali. 1/26) ... » «Armata Corazzata Afrika Il Comandante Superiore

Z.0., 26 maggio 1942 - XX

Ordine del giorno dell'Armata Soldati, Nel corso delle grandi operazioni di quest'anno, l'Armata corazzata africana muove oggi all'attacco decisivo contro le forze mobili britanniche in Libia. Continuando le gesta vittoriose dei mesi di gennaio e febbraio, attaccheremo e sconfiggeremo il n emico ovunque egli si presenti. A tale proposito sono pronte delle forze superiori, è stato completato l'equipaggiamento e l'armamento ed una potente Arma aerea darà appoggio ai nostri combattenti. L'alta qualità e l'ardore bellicoso dei soldati italian i e tedeschi nonché la superiorità delle nostre armi ci garantiscono la Vittoria. Attendo, pertanto, che ognuno al suo posto, fedele alle alte tradizioni della propria Patria e del proprio Esercito, faccia il suo dovere e dia tutto se stesso in inviolabile alleanza d 'armi. Evviva S . Maestà il Re ed Imperatore d;Italia e di Etiopia! Evviva il Duce dell'Impero di Roma! Evviva il Fuhrer della Grande Germania! Il Comandante Superiore Rommel».


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L'enfatico appello del Gen. Rommel alle truppe suona come il «via!» per l'attacco. 2)Di conseguenza, il comando dell'Ariete, di buon mattino dirama ai suoi reparti l'«Ordine per il movimento n. 1271/0P», il cui oggetto, curiosamente, rimane sempre intitolato EDCQ: «Esercitazione Difensiva con i Quadri»: c'è chi si difende attaccando! Eccone il testo con i relativi allegati: «Comando Divisione Corazzata Ariete (132°) Ufficio del Capo di Stato Maggiore - I Sezione 1271/0P di Prot. Z.O., 26 maggio l 942-XX Oggetto: E.D.C.Q. Documento «F» I - Incolonnamento della divisione Per le ore 14 del giorno x la Divisione deve avere assunto il dispositivo di marcia indicato nello schizzo allegato 1. I movimenti per assumere il suddetto dispositivo potranno essere iniziati alle ore 12 del giorno x. (v. schizzo n. 8) Il - Movimento dall'attuale dislocazione alla zona «A» Alle ore 14 del giorno x la Divisione inizierà il movimento verso lazona «A» (v. schizzo n. 9) secondo la direttrice di movimento indicata sullo schizzo stesso. Percorsi 12 km. dal vertice est del campo d'aviazione con direzione est (azimut 90°) la divisione sosterà incolonnata verso est, testa nel punto «C» fino alle ore 19, per dar modo alla divisione «Trieste» ed al comando di C.A. di sfilare. Indi tutta la divisione muoverà a colonne parallele e percorrerà I O km. con azimut 160° per affiancarsi a destra della d1visione «Trieste». (Il movimento è schematizzato nel lucido allegato n. 3). (v. schizzo n. 10) III - Limite di separazione fra le due divisioni nella zona «A»: il margine ovest della Sebca (Lehmpfanne). IV - Movimento dalla zona «A» alla zona «B» La divisione muoverà dalla zona A alle ore 21 del giorno x con lo stesso dispositivo di marcia di cui all'allegato 1. A sinistra marcia la divisione «Trieste», alla destra il C.T.A. Rotta da seguire partendo dalla zona A (ore 21 del giorno x): - per 37 km. azimut 142° - per 12 km. azimut 82° Ufficiale di rotta: a cura del comandante il 132° reggimento carristi. Squadra pilotaggio: la squadra di pilotaggio assegnata alla divisione sarà impiegata dal vice comandante la divisione per il controllo della rotta.


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V - Esplorazione e sicurezza: Sarà effettuata dal III gruppo corazzato «Nizza» Agirà agli ordini del generale vice comandante della divisione per assolvere i compiti cli cui al doc(lmento A della EDeQ. 1 ° tempo: movimento fino al punto C - uno squadrone agirà sul fronte del e.A. partendo alle ore 13,45 dal meridiano dal campo di aviazione; , - uno squadrone (meno un plotone) agirà lungo il fianco sinistro della divisione; - un plotone chiuderà la formazione divisionale, in coda. 2° tempo: sosta al punto «C» - lo squadrone che agiva sul fronte del e.A. si porterà limite est della zona di sicurezza indicata nell'allegato 3 al presente documento F ove passerà alle dipendenze dell'XI Btg. carri M/13 della Divisione «Trieste» che agisce in detta zona con due cp. carri. Per le ore 21 lo squadrone deve essere rientrato al rispettivo reparto per i compiti di cui al 3° tempo; - lo squadrone (meno un plotone) che agiva sul fianco sinistro della divisione preponderà verso la testa dello schieramento divisionale e darà sicurezza in sosta. Sarà appoggiato da una sezione semoventi da 75/18. 3° tempo: movimento dalla zona «A» alla zona «B» Il gruppo agirà su tutto il fronte del e.A. secondo gli ordini che farò impartire, tramite il vice comandante della divisione. VI - Prima delle ore 19 del giorno x la divisione «Trieste» occuperà la zona cli El Agerasc. VII - Collegamento con la G. V. di destra: il ten. Vallini è comandato cli collegamento presso il e.T.A. VIII - Elemenli distaccati sul fronte del X C.A. Il X Btg. Carri M. 14/41 meno u na cp. agirà come ordinato verbalmente, sul fronte del X.C.A. Per le ore 20,30 precise, detto Btg. deve essere rientrato alla divisione prendendo il posto assegnatogli nel dispositivo divisionale (vedi allegato 1) IX - Collegamenti a) radio: vedi grafico dei collegamenti radio allegato n. 4 - fino alle ore 21 uso dei collegamenti radio come da disposizioni in vigore; - all'inizio del movimento dalla zona «A» alla zona «B» dovrà essere conservato il silenzio radio. b) Segnalazioni ottiche e luminose di riconoscimento Vedi documento «B» e relativi allegati. X - Il vice comandante si assicuri che venga sempre conservato l'intervallo con le G.U. laterali, specialmente a destra. XI - Genio: Le squadre ricercatori mine marceranno coi Btg. carri di primo scaglione.


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XII - Situazione avversaria: Schieramento: noto (v. schizzo n. 12) Campi minati nemici: vedi lucido allegato n. 5 (v. schizzo n° 11) (1) Il Comandante Gen. di Div. G. De Stefanis

(I) Come è facile constatare l'Ordine 1271/0P sopra t rascritto, altro non è che un adattamento, ad uso dei reparti divisionali, del doc. F della EDCQ (v. Appendice doc. n° 4) diramato dal Comando del XX C.A. in ordine al la defluenza delle due divisioni delle attuali zone di schieramento per portarsi alla zona A e di qui alla zona B. Ora, come si è visto nel Cap. III pag. 517 il piano «originario» di Rommel prevedeva che la zona B dovesse cadere, per il XX C.A. a nord di Bir Hacheim (v. schizzo n° 4 = Ali. 3 a Ord. 50/42) e che per raggiungerla si sarebbe dovuta seguire, partendo dalla zona A, la rotta 132° per 27 km. e 63° per 7 km, (si sarebbe poi dovuto proseguire, dalla zona B, per 26° per 15 km. e per 347° per 9 km., fino a raggiungere, così, la zona C).Solo nell'ipotesi che si r endesse necessaria «una ulteriore spinta dei repar ti verso sud» sarebbe scattata la variante« Venezia». In questo caso, il doc. H della EDCQ prevedeva che per raggiungere la zona B la rotta venisse modificata e s i percorressero 37 km. per 142° e 12 km. per 82°, poi 15 km. per 29° e 25 km. per 336° fino alla zona C. Orbene, l'ordine del Comando della Div. Ariete 1271/0P, nonostante diramato «nelle prime ore del mallino,, del 26 maggio: giorno x , già stabiliva che la rotta da seguire fosse quella per 142° e per 82°, quella cioè prevista per il subordinato caso ,,Venezia». Coerentemente anche lo schizzo allegato 3 all'ordine 1271/0P rappresenta il movimento previsto per questo caso. (v. schizzo n° 10). Il piano «originario», quindi, è del tullo omesso ed ignorato nelle ist ruzioni impartite, fin dal mattino del giorno 26, ai propri reparti dal Comando della Div. Ariete, quasichè esso sapesse in anticipo che l'ipotesi «Venezia» sarebbe stata senz'altro adottata. La cosa è sconcertante perché, invece, l'altra Div. de l XX C.A. la Trieste, diramò ai suoi reparti un ordine di operazioni «a seguito e conferma delle disposi zioni verbali date dal Sig. Generale Com.te durante la riunione del pomeriggio di ieri» (f. 3004/0P del 26/5 - allegato n° 5 a Doc. 109) con il quale, per raggiungere la zona B, era indicata la rotta «originaria» e solo alle 20,30 la Div. Trieste fu raggiunta dall'ordine di variarla come da Doc. H per il caso« Venezia» (v. diario storico Div. Trieste 26/5 U.S.E. Cartella 921/AS). (Il ché, come si vedrà, non poté essere tempestivamente comunicato ai reparti avanzat i, con conseguente non indifferenti confusione e conseguenze) (v. oltre pag. 550 n° 10). Come mai il Gen. De Stefanis ed il suo capo di S.M. magg. Perrone potevano già essere sicuri, fin dalle prime ore del mattino del 26, che l' ipotesi« Venezia» sarebbe stata applicata? Tanto da regolarsi senz'altro in difformità degli ordini ricevuti dal loro Comando di C.A. attraverso il Doc. F della EDCQ, al quale, invece, la Trieste prestò, come doveva, ossequio? È questo un interrogativo destinato, ormai, a r imanere senza una precisa risposta, non essendo più possibile proporlo né al Comandante dell'Ariete Gen. De Stefanis, né al suo Capo di S.M. rnagg. Guido Perrone, né al Capo dell'Ufficio Operazioni Cap. Alfonso Calisc.


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Schizzo n . 8

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Alle ore 14 - prosegue il diario storico del XX C.A. - le divisioni iniziano il movimento per portarsi nella zona A. Il Comando di C.A. lo inizia alle ore 14,00. Incontrata sulla sua destra la colonna cieli' Ariete, che dovrebbe marciare alla sua sinistra, per non creare confusione, prosegue il movimento sulla sinistra della divisione stessa. Passa poi al suo posto a movimento ultimato. Le divisioni, respinti faci lmente elementi esploranti avversari, raggiungono verso le lore 18 la zona prescritta. Alle ore 18 si trasmettono le novità all' A.0.K. (allegato n ° 5/26) ed al Comando Super iore (allegato n° 6/26). (2) Alle ore 18, 15 il Comando A.C.A. dà la parola« Venezia» che viene subito trasmessa a mezzo ufficiali, alle divisioni. Il movimento in conseguenza dovrà effettuarsi passando a sud di Bir Hacheim. Alle ore 21 si inizia il movimento dalla zona A verso la zona B. Appare subito che l'ampiezza del fonte del C.A. è eccessiva per una marcia notturna. L'Ariete per tenere il contatto col C.T.A. deve serrare a destra, allontanandosi così dalla Trieste; anche quest'ultima (che marcia su due colonne) accosta verso destra ma non sufficientemente. Il movimento prosegue fino alle ore 2 del 27. Condizioni fisiche e morali delle truppe: ottime. Situazione avversaria (notizie dell'ACA): vedi allegato n° 7/26 Esito ricognizione aerea: vedi allegato n° 8/26».

Questi due ultimi allegati (3), peraltro, nulla aggiungono a quanto già segnalato in precedenza con l'allegato E della EDCQ, più sopra esaminato, il che, in buona sostanza, sta a confermare che il Comando del XX C.A. ed, in conseguenza anche quelli della Div. Ariete e dei reparti dipendenti, hanno un'idea del tutto vaga delle unità nemiche che li fronteggiano nella zona di Bir Hacheim verso la quale sono diretti. 3) La narrativa del diario storico del XX C.A. trova esatto riscontro in quello del Comando della Div. Ariete: (4) «26 maggio - martedì Nelle prime ore della mattina viene diramato dal Comando della Divisione l'ordine per la manovra con i quadri n° 1271/op del 26/5/42 che, come da precedenti istruzioni ai comandi dipendenti, è un vero e proprio ordine di operazione (v. allegato n° 32-33).

(2) (3) (4) è quella

U.S.E. Cartella 1038/AS. v. U.S.E. Cartella 1038/AS. Non vi si fa, però, cenno alla variante « Venezia», ma la rotta ivi prescritta p revista per detta variante. (v. retro pag. 538 nota 1)


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Alle ore 12 la Divisione inizia il movimento per assumere lo schieramento previsto. Alle ore 14 la Divisione muove per la zona A. Ore 15,30: la testa della colonna raggiunge il punto C. Mezzi nemici in fuga verso est vengono efficacemente battuti dalla nostra artiglieria. La divisione sosta, come previsto, nella zona del punto C mentre la Divisione Trieste sfila sulla destra per raggiungere la posizione assegnatale. Ore 17: la 15a Div. Cr. tedesca, diretta verso sud-est, incrocia, senza sensibili inconvenienti, nella zona di sosta, gli elementi della divisione. Ore 19: la divisione riprende la marcia verso la zona B (sud-est cli Bir Hacheim) con rotta 142° per 37 km. e 82° per 12 km. La marcia nella notte, favorita dal chiarore lunare, si svolge regolarmente ed a contatto con il C.T.A. che avanza sulla destra. Stato morale d elle truppe: ottimo Temperatura in zona alle ore: 9 - 15°; 15 - 28°; 21 - 16°. Il Magg. in Serv. S.M. Capo di Stato Maggiore G. Perrone».

4) I diari storici delle unità dipendenti, senza essere particolarmente diffusi ed interessanti, consentono, tuttavia, di acquisire qualche ulteriore notizia circa la consistenza dei singoli reparti, e circa l'ordine ed i tempi dello spostamento. 5) Il servizio di avanscoperta è affidato al Gruppo Corazzato Nizza Cavalleria, che agisce aglì ordini del Ten . Col. Grignolo: «Come da ordine di operazione (all. n. 5) del Comando di Divisione il gruppo inizia alle ore 14 il movimento con il 2° Squadrone in avanguardia divisionale, 3 plotoni all'ala sinistra ed un plotone di scorta al carreggio. Alle ore 17 il gruppo si dispone in avanguardia al C.A. con il 2° Squadrone alla destra davanti alla Trieste ed il 1 ° Squadrone alla sinistra davanti all'Ariete; alle ore 20 riprende la formazion e primitiva di avanguardia e fiancheggiamento della Divisione; la marcia continua per tutta la notte. Un'autoblindo del ploton e di scorta, in parziale avaria viene lasciata all'inizio della marcia a Segnali con altra autoblindo efficente per provvedere alle necessarie riparazioni. Situazione autoblindo: - presen ti n. 33 (3 comando Gruppo - 14 del I 0 Squadrone - 16 del 2° Squadrone) n. 2 al comando di C.A. - 2 alla base - 2 a Segnali.»

6) Il 132° Rgt. Artiglieria, interinalmente agli ordini del Magg. Giu-


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seppe Pasqualini, annota: «Alle ore 11 il Reggimento, come da ordine ricevuto si trasferisce nella zona di radunata insieme con gli altri reparti della divisione ad est di Segnali Nord, per iniziare insieme la marcia di avvicinamento al nemico. Il complesso artiglieresco è così composto: due Gruppi da 75/27 Q.M. un Gruppo misto da 90/53 due Gruppi da 75/18 semoventi un Gruppo da 88/55 assegnato in rinforzo. Segue direttamente il comando tattico; il carreggio marcia con quello divisionale. Durante la marcia alcuni tiri di artiglieria nemica sulla testa della colonna. Pochi tiri di controbatteria del gruppo da 90/53 che riducono al silenzio le batterie nemiche. Vivace a ttività della nostra difesa contraerea al passaggio di un ricognitore nemico ... »

7) L'VIII Rgt. Bersaglieri si limita a poche righe: «In seguito ad ordini superiori in mattinata viene predisposta la partenza dalla zona di Segnali Nord. Verso mezzogiorno i reparti lasciano le posizioni ed affluiscono nel luogo di adunata a circa 4 km. a nord del Trigh Cuver Bej (5). Si procede all)ncolonnamento su tre colonne. Nel pomeriggio il reggimento segue il movimento della Divisione in direzione est per alcuni chilometri quindi con rotta sud-sud-est. Nella notte la Divisione raggiunge la zona di Bir Hacheim dove sosta. Durante la marcia diurna e notturna aerei nemici sorvolano le colonne in movimento. Tempo bello.»

8) Più diffuso ed interessante è, infine, il diario storico del 132° Rgt. carri, alla cui redazione erano preposti il S. Ten. Mario D'Amore ed il Ten. Antonio Bertozzi. Il 132° è pronto a muovere forte di 169 carri M. 14/41; 87 ufficiali; 245 sottufficiali; 1437 carristi (6): «26 maggio, martedì · In mattinata il Comando Divisione «Ariete» comunica che alle ore 14 (5) Così nel testo: si tratta del Trigh Enver Bej. (6) Quesli dati sono ricavati dalle «note» del T. Col. Maretli raccolte sollo il titolo «Taccuino d'Africa» e tanti erano, effettivamente i carri «in linea». L'ali. n° 5 al diario storico del XX C.A., peraltro dà per efficienti 228 carri, 74 auLoblindo e 18 semoventi. li XX C.A., evidentemente, si riferiva anche ai carri e autoblinde nei depositi de lle retrovie.


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precise le forze dell'Asse schierate sul fronte cirenaico muoveranno per iniziare operazioni su vasta scala. Vengono date verbalmente e per iscritto le istruzioni relative ai movimenti che il reggimento effettuerà nella giornata. Alle ore 13 il Comando Divisione ordina che due compagnie carri vengano inviate sul fronte del X Corpo d'Armata per proteggere, su un certo tratto, lo spostamento di quelle divisioni. Sono designate e partono immediatamente col compito predetto due compagnie del X Battaglione agli ordini del Comandante il X Btg. Maggiore Pinna. Come da ordini, alle ore 14, dopo aver raggiunto il lato est del campo d'aviazione di Segnali Nord, il Reggimento in formazione di battaglioni affiancati, compagnie in colonna, inizia marcia verso est percorrendo 12 Km. Sosta. Ore 19, con rotta 160° si percorrono km. 10. Mitragliamento senza conseguenze da parte di due aerei nemici. Al decimo chilometro a lt . Vengono date le disposizioni per la marcia notturna. Serrare molto distanze ed intervalli onde non perdere il collegamento. Alle ore 20,30 le due compagnie del X Btg. rientrano dopo aver effettuato la protezione del X Corpo. Nessun incidente. Ore 21,30, con rotta 142°, si percorrono km. 37 e con rotta 82° altri 12. Visibilità buona. Luna chiara nel cielo sgombro. Sembra che il concetto operativo contempli l'aggiramento da sud, da parte delle forze di manovra motocorazzate dell'Asse, dello schieramento avversario che da Ain el Gazala s i spinge fino a sud di Bir Hacheim con la protezione di grossi banchi di mine».

La sola inesattezza riscontrabile riguar da l'ora del rientro al,Rgt. delle due compagnie del X Btg., staccate a protezione del movimento del XC.A. (7) rientr o che non avvenne alle ore 20,30, come era previsto, bensì verso le ore 3,30 del mattino del giorno successivo. Di tale missione ecco la relazione del Comandante il X Btg. Magg. Pin- · na: J32° Reggimento Carrista "Ariete" X Battaglione C.M. 14/41 Comando «

P.M. 132; 14/6/1942-XX

Al Comando del 132° Reggimento Carrista P.M. 132 Oggetto: Relazione dei combattimenti dal 26/5/1942 al 28/5/1942 Giorno 25 maggio 1942-XX Il Btg. è in zona di Segnali pronto ad iniziare il ciclo operativo. A d isposizione: n. 52 carri M. 14/41; n. 17 trattori Lancia 3 RO; n. 12 r i(7) v. retro pag. 526 e Appendice All. n ° 5 pag. 619 (doc. G. della E .D.C.Q.).


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morchi Viberti; n. 8 Spa «Dovunque»; n. 9 motobiposto "Alce"; n. 11 motocarrelli "Trialce"; n. 2 autofurgoni 1100; n. 1 trattrice Breda; n. 1 autofficina 38. Uomini: ufficiali 24 - sottufficiali e truppa 465. Lo stesso giorno il Comandante del Btg., preavvisato che il Reparto per il solo giorno 26 sarà a disposizione, con due compagnie, del X C.A., viene d'or dine del Comando Divisione "Ariete" inviato al Comando del C.A. per gli accordi per l'azione da svolgere. Presso detto Comando, al Com.te del Btg. vengono dati i seguenti ordini: - Compito del Btg.: rimuovere eventuali resistenze opposte dal nemico durante l'avanzata del X C.A. - Direzione del movimento: est, a cavaliere della linea di contatto fra Divisioni ''Pavia" e "Brescia". - Precedere l'avanzata del C.A. per circa 18 km., ultimati i quali sostare in attesa che le fanterie seguenti fossero sistemate a caposaldo. - Il movimento avrebbe dovuto essere eseguito a sbalzi, materializzati da tre linee di attestamento. - Base di partenza per l'attacco: est di A.P. 424, da occuparsi ore 13 - del giorno 26/5. - Inizio del movimento: ore 14 dello stesso giorno. - Tutti i movimenti del giorno 26 vennero eseguiti secondo gli ordini ricevuti. A circa 3 km. dalla base di partenza il Btg. venne fatto segno a fuoco di artiglieria. Il movimento, decisamente continuato verso est, costringe le batterie inglesi ad allontanarsi progressivamente, senza che al Btg. venga data la possibilità di reagire o col fuoco o col movimento, data l'eccessiva distanza alla quale gli elementi nemici si tengono. A circa 15 km. dalla base di partenza il Btg. viene raggiunto da un comando di gruppo di artiglieria tedesco. Il Com.te del Btg. dà al Com.te del gruppo indicazioni sulla presunta dislocazione delle batterie nemiche, sulla loro attività. Il Com.te del gruppo, fatti schierare i suoi pezzi, inizia una azione di coptrobatteria contro gli elementi avversari. Con la protezione di essa il Btg. compie gli ultimi chilometri e sosta in attesa che serrino i reparti a piedi del e.A. Alle ore 20 circa viene raggiunto da tali elementi. Sollecitato ed avuto l'ordine di rientro presso la Divisione "Ariete", vengono iniziate le operazioni per il movimento. Esso può avere inizio solo alle ore 21,30, dato che è stato necessario ricongiungersi al carro centro radio ed ai mezzi di recupero, lasciati presso il Comando di C.A. Il movimento dura tutta quanta la notte. Alle ore 3,30 del giorno 27 il Btg. è ricongiunto al Rgt. in zona di Bir


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Hacheim. Circa un'ora dopo il Com.te del Btg., presentandosi al Com.te del Rgt., r iceve da questi l'ordine di schierare il proprio reparto in secondo scaglione rispetto all'VIII e IX Btg., distanza di circa 1 km.» A questa operazione (8) parteciparono la II e la III comp. del X Btg. rispettivamente con i seguenti ufficiali: II Comp. Com. te Ten. S.P.E. Carlo Rombolà I PI. S. Ten. Guido Ricevuti II PI. S. Ten. Francesco Viglione III Pl. S. Ten . Radivoj Taucar Pl. Com. S. Ten. I talo Isola III Comp. Com.te Cap. S.P.E. Alberto Isacchini I Pl. Ten. Sergio Bazzocchi II PI. S. Ten. Giulio Santini III Pl. S. Ten. Ciro Spanò Pl. Com. Ten. Matteo Ventura 9) Comunque lo spostamento dell'Ariete da Segnali Nord, alla zona A e di qui a lla zona B fu condot to a termi ne, senza incidenti di particolare rilievo, entro i tempi previsti. L'imponente colonna della divisione corazzata si snodò su un fronte di tre e con una profondità di oltre otto chilometri: autoblindo; carri; semoventi; artiglieria; carreggio; per oltre dodici ore nell'immensità del deserto marmarico, avvolta in un turbine di polvere impalpabile, sotto il sole meridiano dardeggiante e sotto la fred-

(8) Durante la marcia notturna il secondo carro del II PI. della II Comp. (capo· carro: Serg. Desiderio Dall'Oglio; pilota Ettore Secchi; marconista Giovanni Zanna; servente al pezzo Primino Bersano) rimase immobilizzato con l'albero di trasmissione tranciato. L'equipaggio non abbandonò il mez2.0 nella convinzione di poter essere recuperato il mattino seguente. Senonché, alle spa lle del nostro C.A. in rapida avaniata, riaffluirono forze mobili nemiche: le c.d. Jock Columns. Circondato da una di queste, per il Serg. Dall'Oglio e il suo equipaggio non rimanse altra sorte che la prigionia. La II Comp. del X perse così un o dei suoi sedici carri. Un altro carro lo perse, durante la stessa notte, il I O PI. della Il Comp., come risulta dalla relazione del S. Ten. Giaroli. Il Teo. Girardi della JII Comp. del IX ricorda, pure, la perdita di un carro del suo PI. durante lo spostamemo notturno. Mi sono attardato su queste circos tanze, di per sé stesse poco interessanti, perché in base ad esse appare verosimile ritenere che il Rgt. si sia lasciato indietro lungo il cammino da Segnali Nord a lla zo. na B, più o meno un carro per compagnia: si tratterebbe, quindi, di 8 o 9 carri c he l'indomani non fu possi bile utilizzare in combattimento. Per verità, ci si poteva aspettare anche di peggio, dato che il materia le cingolato male sopportava l'usura dei lunghi spostamenti e, in quell'occasione, furono percorsi più di 70 km. s u terreno variamente accidentato.


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da luce della luna. Fra quanti ebbero la ventura di partecipare all'impresa, il Gen. Mancinelli (9) è stato quello che meglio, a mio avviso, è riuscito, con parole di rara sobrietà ed efficacia, a rendere l'atmosfera, insieme esilerante ed irreale, di quelle irripetibili ore: «La marcia notturna della massa motocorazzata (due divisioni corazzate e una motorizzata tedesche, una corazzata e una motorizzata italiana più due gruppi esploranti e un raggruppamento autonomo tedeschi) verso la zona B, rimane certamente come un ricordo incancellabile per quanti vi parteciparono e costituisce senza dubbio una delle imprese più brillanti dell'ultima guerra. Migliaia e migliaia di macchine potenti avanzavano regolarmente a luci spente nella chiara notte di plenilunio, lungo una rotta ideale segnata dall'ago della bussola, in formazione compatta, come un blocco gigantesco spinto irresistibilente da una superiore forza misteriosa sulla sterminata pianura bianca del deserto. L'ampia volta del cielo era piena del rimbombo cupo dei motori ed il terreno sembrava irradiare all'infinito il fremito dei mille e mille colossi d'acciaio in marcia verso la battaglia, mentre in alto la caccia vigilava, incrociando senza sosta sopra la colonna. Per uno strano contrasto si aveva l'impressione di essere avvolti dal silenzio e si parlava sottovoce, quasi ad evitare che il nemico potesse cogliere il suono della nostra voce.)>

10) Lo spostamento della Divisione Tr!este

Benché il tema del presente studio non riguardi la Divisione Trieste, non si può qui fa,·e a meno di ricordare come il grosso di questa divisione, per non avere tempestivamente ricevuta notizia della var iante« Venezia» proseguì, sulla rotta originariamente prevista dall'Or dine 50/42 (v. schizzo n° 4 = all. 3 a Ord. 50/42). La Divisione, quindi, il mattino del 27 venne a trovarsi divisa: il grosso delle truppe combattenti: 65° e 66° fanteria e gruppi di artiglieria in zona ad ovest della quota 186 di Eluet Malech (e cioè a nord-ovest di Bir Hacheim), mentre, il suo Comando, che, invece, aveva seguito la nuova rotta prescritta per la variante «Venezia» si era venuto a trovare 8 chilometri a sud-ovest di Bir Hacheim (vicino al comando del XX C.A.). L'Ariete, quindi, ai primi chiarori dell'alba del 27, invano cercò di collegarsi, sulla sua sinistra, con i reparti combattenti della Trieste, che avrebbero dovuto trovarsi 6 chilometri a sud-sud-est di Bir Hacheim: il suo fianco sinistro era del tutto scoperto. (9) Mancinelli op. cit. pag. 90


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Ciò interessa ai fini del presente studio perché, come si vedrà, lo scontro del IX Btg. carri con le truppe golliste trincerate a Bir Hacheim non avrebbe certamente potuto aver luogo - almeno nella forma in cui si sviluppò - se il fianco sinistro dell'Ariete fosse stato coperto, come avrebbe dovuto essere, dai reparti della Trieste. L'ei-rore di percorso della Trieste ha già formato oggetto dianalisi in altre, più autorevoli sedi (1 O) e non è quindi il caso di insistere al riguardo: chi volesse saperne di più potrà consultare il testo dei diari storici del 26 e del 27 maggio 1942 di questa divisione conservati presso l'U.S.E. Cart. 921/AS e rimasti inediti, anche dopo la recente pubblicazione della storia della Divisione (11), forse per carità di patria, 'ché ne risulta una disorganizzazione dei collegamenti di questa grande unità, a dire il vero, assai poco edificante.

(10) Mancinelli op. cit. pag. 91; U.S.E. «La seconda controffensiva italo tedesca... » pag. 101 (11) S. Loi «Aggredisci e vincerai» Storia della Divisione Motorizzata Trieste· Mursia - 1983.


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CAPITOLO V

RUGBET EL ATASC (Quota 171) I) Sono circa le 4,30 del 27 maggio, comincia ad albeggiare. L'Ariete, 132° Carri in testa, ha raggiunto la zona B e sosta per il rifornimen to con i reparti ancora nella formazione serrata tenuta dura nte la marcia notturna. Il 132° ter mina il diario storico del 26 maggio con un'osservazione che suona ad ulteriore riprova della sua più completa disinformazione circa l'ub.icazione e la consistenza delle posizioni tenute dalla Ière Bde. F.L. e dalla 3d. 1MB nella zona di Bir Hacheim: «Sembra che il concetto opera tivo contempli l'aggiramento da sud dello schie ramento avversario che da Ain e l Gazala s i s pinge fino a Bir Hacheim con la protezione di grossi campi di mine».

Tutto qui. È, qu indi, evidente che a l Ten. Col. Maretti e agli altri comandanti dei Rgt. e dei reparti autonomi, il Gen. De Stefanis, nella riunione del 25 maggio, s i è limitato ad illustrare le grandi linee del piano di attacco n. 50/42, ivi compresa l'ipotesi« Venezia» . Del caposaldo di Bir Hacheim, tuttavia, e del fo rmidabile sistema di campi minati che lo circondario, nulla è stato de tto e nessun cenno è stato fatto alla 3d. 1MB. Né, in verità, poteva essere altrimenti, perché, come si è visto, gli stessi comandi superiori null a di preciso sapevano circa l'ubicazione dei campi mina ti, come pure non avevano dedicato alcuna particolare at tenzione alle capacità di resiste nza delle truppe francesi, di cui, peraltro, conoscevano la presenza, nella zona di Bir Hacheim. «I reparti divisiona li - prosegue il d.s. - si trovano a 7 km. a sud di Bir Hacheim. Sosta e rifornimento (I)» «La pos izione cade tra Baltct e! Atasc e Rugbet el Atasc a sud - sud est di Bir Hacheim (2)» (1) d.s. del 132° Carri 27/5/42 (v. Appendice ali. n° 13) (2) d.s. del Comando di Divisione 27/5/42 (v. Appendice a li. n° 11)


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Il rifornimento prosegue e si fanno così all'incirca le 5, 15, è ormai giorno, occorre diradare i reparti ancora troppo ammassati, ad evitare danni dall'eventuale offesa aerea e, comunque, occorre proseguire il movimento verso la zona C. Il 132° Carri, pertanto, comincia a manovrare per passare dalla formazione in colonna a quella di linea di fronte e percorre così poco più di un chilometro. «Alle 5,15 il reggimento, con rotta 29°, muove nella seguente formazione: il IX battaglione a compagnie in linea sulla sinistra; l'VIII battaglione, anch'esso a compagnie in linea s ulJa destra. Intervallo tra i due battaglioni dai sette agli ottocento metri. Il X battaglione è in secondo scaglione e marcia arretrato di circa ottocento metri in direzione del varco fra !'Vili ed il IX. Il comando di reggimento, con i carri della compagnia comando reggimentale, marcia in posizione utile per l'esercizio del comando in un punto equidistante da tutti i reparti. Ore 5,45: tempo di arresto per consentire alle truppe germaniche.che procedono w1 poco distanziate sulla destra di portarsi in linea alla nostra altezza».

Si fa poi un ulteriore brevissimo spostamento in avanti quando, alle ore 6, i due Btg. si accorgono di essere in vista, a circa tre chilometri: « ... di un grosso caposaldo nemico dal quale viene iniziato cannoneggiamento di sbarramento. I gruppi divisionali da 90 e da 88, in postazione alle spalle dello schieramento marciante dei carri, controbattono efficacemente. Alle ore 6,20 i carri che avevano brevemente sostato per permettere il tiro di controbatteria, iniziano, su ordine del comando di divisione, l'investimento delle posizioni avversarie».

2) Il movimento del 132° Carri era stato, in verità, preceduto da una breve esplorazione da parte delle autoblindo del III gruppo corazzato Nizza Cavalleria. Secondo il suo diario storico: «Il Gruppo, in servizio di esplorazione, precedendo la Divisione in marcia, incon tra a km. 12 circa a S.E. di Bir Hacheim, le prime resistenze nemiche costituite da fanteria indiana fortemente trincerata, appostamenti contro-carri e artiglieria; per determinare la fronte, manovrando, impegna combattimento fino al sopraggiungere dell'VIII Btg.


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Schizzo n. 13

ZONA DEI COMBATTIMENTI DEL MATTINO DEL 27· 5 ·42 km

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Carri e del V Gr. Semoventi che muovono all'attacco.. . » (3)

Il diario storico divisionale, da parte sua, dà atto che: L'esplorazione rileva l'occupazione a caposaldo da parte del nemico della dorsale di Rugbet e! Atasc...»

« .. .

La località, come appare dalla carta topografica (v. schizzo n° 13) si presenta come un esteso pianoro, altitudine 171, che, delimitato all'intorno da una, non ripida scarpata, si eleva di pochi metri sul terreno circostante. Lungo il suo perimetro, vagamente ellittico, si è, dunque trincerato il nemico (v. schizzo n° 7). Ma quale nemico? Il nostro comando di divisione lo ignora. Potrebbe forse trattarsi dei segnalati elementi gollisti? Si tratta invece, come noi sappiamo, della 3d IMB: che, arrivata il giorno 25, ha appena terminato, scavando affannosamente per tutta la notte, di sistemarsi a caposaldo. Il suo comandante brigadiere Pilose, che fin dalle 8 p.m. del giorno precedente aveva avuto notizia: di forti colonne nemiche che si dirigevano a sud ed a s ud-est dietro uno schermo di autoblindo ... » (4)

« . ..

scruta l'orizzonte, ma, nell'incerto chiarore del giorno che nasce, nulla ancora riesce a distinguere ,e tende l'orecchio al: « ...

lontano rombo dei motori degli autocarri e dei carri nemici ... » (4)

Pattuglie gli riferiscono che grosse formazioni corazzate e di artiglieria fronteggiano le sue postazioni. Finalmente, alle 6, 15 è abbastanza chiaro per consentirgli la vista di numerosi carri armati distanti poco più di 3000 yarde che stanno disponendosi per attaccarlo. Il brig. Pilose a llora, mettendo una volta tanto da parte il tradizionale self-control britannico, lancia al suo divisionario Gen. Masservy un concitato messaggio: «l'rn facing a whole bloody german armoured clivision ! » (5) (3) L'indicazione« 12 km. circa a S.E. di B.H. » appare add irittura s tupefacente ed indicat iva di u n disorientamento difficilmente perdonabile ad un reparto cui er ano affidati precis i compiti esplorativi. (4) v. The Tiger Kills pag. 173 (5) v. Playfair op. cit. pag. 223 e schizzo n° 2


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Cosa abbia risposto il Gen. Masservy non è dato sapere, ma sta di fatto che, subito dopo il brig. Pilose ordina al suo 2nd. Indian Field Artillery di aprire il fuoco. Anch'egli ignora la precisa identità del nemico che fronteggia. La «maledetta divisione corazzata tedesca» capirà tra poco: «was in fact the Ariete division, with a few german tanks» (5)

(si trattava, in realtà, della Div. Ariete con alcuni carri tedeschi) (affermazione quest'ultima del tutto inesatta, ché nessun carro o reparto tedesco intervenne in quell'azione). (6) Da parte sua il Gen. De Stefanis, che ha in mente essere suo preciso compito raggiungere per le ore 12 la zona C (v. schizzo n° 2) e ricorda anche che l'Ordine di attacco 50/42 di Rommel prevede che il nemico che eventualmente si dovesse incontrare nella zona di Bir (6) Il Krigestagebuck n. 5 (diario storico) della 21 a Panzer, infatti ignora completamente la 3d. 1MB v. Appendice ali. n. 7. Così pure, nulla dicono i «Rommel Papers». Nessun reduce della giornata ricorda di aver visto un solo soldato tedesco in quell'occasione. Pertanto erra la relazione dell'U.S.E. là dove a pag. 101 afferma« .... verso le 6,30 del 27 maggio la Div. Ariete e la 21 • Corazzata tedesca attaccavano le posizioni di Rugbet el Atasc (a sud di Bir Hacheim) tenute dalla 3d. I MB. L'attacco si effettuò piuttosto sfasato nel tempo, in quanto la 21 • Corazzata tedesca, essendo rimasta più indietro della Div. Ariete giungeva con r itardo davanti le posizioni avversarie. Sull'Ariete quindi si concentrava la forte reazione della difesa, che le infliggeva rilevanti per dite. Con l'entrata in azione della 21 • Div. Corazzata tedesca le posizioni avversarie crollavano rapidamente e la 3d. IMB indiana veniva sommersa ... » Sembra addirittura tutto merito dei tedeschi! Questi invece aggirarono da sud la po· sizione degli indiani senza nemmeno sfiorarla! L'equivoco ne lla redazione della relazione dell'USE deriva evidentemente dal diario storico del XX C.A. che, al riguar do riferisce« ... il costone di quota 171 a sud-est di Bir Hachcim appare occupato dall'avversario... Vengono presi accordi con la 21 • Panzer per l'attacco contemporaneo da parte dell'Ariete e della 21 a Panzer stessa.. . Verso le 6,30 Ar iete e 21 • attaccano le posizioni antistanti ....(?!)» Tale versione dei fatti, che non trova riscont ro nei d.s . della Div. Ariete e del 132° Carri, è, r ipetesi, da ritener e errata . La verità è che l'Ariete attese sì che la 21 • Panzer r imasta arretrata si portasse alla sua stessa altezza, ma poi l'Ariete si scontrò con la postazione indiana, mentre la 21 • Panzer non trovò avanti a se nessuna opposizione e potè proseguire indisturbata il suo cammino, sulla prevista rotta verso nor d. (v. schizzo n° 2). Nel diario storico della 21 • Panzer si legge: «27.5.42: La Divisione raggiunge al le ore 03.15 la z.ona B. Adunata alle ore 4,30 per avanzare verso nord. Avanzando velocemente la Divisione r aggiunge il Trigh el Abd nella zona a 6 km. a sud-est di Bir Harmat. 8.30: primo scont ro con ca. 80 car r i (tipo Pilot) nella zona di Bir Harmat». È provato, quindi, che nessun reparto della 21 • si è mai scontrato con la 3d. 1MB.


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Hacheim deve essere «attaccato e battuto», non ritiene necessario né ulteriori ricognizioni del terreno, né una specifica preparazione di artiglieria, non ha esitazioni: il nemico ha appena aperto il fuoco sulla colonna divisionale che il comandante dell'Ariete: « .. . ordinalo schieramento delle artiglierie e l'attacco del caposaldo nemico su due colonne: a destra ]'VIII Btg. del 132° carristi, rinforzato del V gruppo semovente; a sinistra il IX Btg. rinforzato del VI grup· po semovente; in posizione arretrata centrale il X Btg. con il V Bersaglieri».

3) Sono le 6,30, ripetiamo, e la linea nemica dista meno di tre chilometri. Il /X Btg. avanza in linea di fronte, con la I Compagnia: Com.te Ten. S.P.E. Adolfo Roberti I PL Ten. Giovanni Slavec II Pl. S. Ten. Ettore De Palo III Pl. S. Ten . Italo Ciabatti Pl. Comando S. Ten. Gino Bassi schierata sulla sinistra; La II Compagnia: Com.te Ten. S.P.E. Emidio Corradetti I Pl. S. Ten. Baldo Chiapperini II Pl. S. Ten . Ercole Buscaroli III S. Ten. Giuseppe Cappa Pl. Comando S. Ten. Carlo Lupi appena arretrata, segue la I, sbordando leggermente sulla destra; La III Compagnia: Com.te Ten. S.P.E. Giuseppe D'Ambra I Pl. Ten. S.P.E. Michele Girardi II Pl. Ten. Enrico Giambarda III Pl. S. Ten. Andrea Godino Pl. Comando S. Ten. Oscar Ascani sulla destra, alquanto distanziata dalla I. Il Plotone Comando di Btg. comprende quattro carri del S. Ten. Franco Bianchi, aiutante maggiore in seconda, che divide il suo carro con il Com.te del Btg. Ten. Col. Pasquale Prestisimone. Il Pl. Comando marcia alla estrema destra della II Comp. (v. schizzo n. 14). I carri non sono molto spaziati e distano ]'uno dall'altro una trentina di metri, sicché la fronte del Btg. non supera il chilometro. L'VIII Btg., tarda alquanto ad assumere la formazione in linea


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di fronte, tanto che quando ha terminato la manovra è quasi ridosso della prima linea di resistenza della 3d. 1MB. Secondo il d.s. del 132°, l'VIII avanza distanziato di sette-ottocento metri sulla destra del IX, nella seguente formazione: I Compagnia: Com.te Cap. S.P.E. Rocco Di Mitri I Pl. S. Ten. S.P.E. Luigi Lojodice II Pl. S. Ten. S.P.E. Fausto Moronesi III PI. S. Ten. S.P.E . G. Battista Verga Pl. Comando S . Ten. Carlo Dall'Aglio all'ala destra; 11 Compagnia: Com.te Ten. S.P.E. Nicola Boggia I Pl. S. Ten. Pierluigi Frati II PL Ten. Giovanni Rosa III PI. S. Ten. Giuseppe Bertolotti PL Comando Ten. Manfredo Generali all'ala sinistra; mentre in posizione centrale si muove la I I I Compagnia: Com.te Ten. S.P.E. Francesco Fassone I PL S. Ten. S.P.E. Francesco La Noce II Pl. Ten. Domenico Nicodemo III PL S. Ten. Napoleone Colombo PI. Comando S. Ten. S.P.E. Giuseppe Pirro. Il Plotone Comando, con il Com.te Cap. Corrado Casale de Bustis y Figueroa, l'aiutante maggiore Ten. Enrico Serra ed il S. Ten. Sebastiano Meloni, marcia al centro tra la II e la III Comp. Anche la fronte dell'VIII Btg. non si estende per più di un chilometro. Infine, in posizione centrale, circa cinquecento metri avanti al X Btg. è il carro, senza torretta, del T. Col. Maretti con il Plotone di sei carri del S. Ten. S.P.E. Emiliano D'Anna. 4) Il movimento dei due Btg. è appena iniziato che la reazione dei controcarri e dell'artiglieria nemica si fa vivacissima specie sul fronte dell'VIII. Questa circostanza, accoppiata alla natura del terreno, porta quest'ultimo reparto a poggiare sulla destra, aumentando così sensibilmente l'intervallo iniziale che lo separava dal IX, il quale, a sua volta è portato dal terreno a poggiare a sinistra. La deviazione dell'VIII viene segnalata in radiofonia al comando di Rgt. dall'aiutante maggiore del IX S. Ten. Bianchi (7) e, a quanto pare, è anche notata dal comando della Divisione, perché quest'ulti-


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mo invia il Centurione Telesforo Pozzi all'inseguimento del IX con il compito di farlo deviare a destra per non allontanarsi troppo dall'VIII ed ordina anche al Magg. Pinna di avanzare con il suo X per colmare il vuoto creatosi tra il IX e l'VIII. Il Magg. Pinna ha appena iniziato a manovrare che viene fermano dal Com.te del Rgt. T. Col. Maretti, il quale dispone che la sola I Comp. del X: Com.te Cap. Osvaldo Terni I Pl. S. Ten. Giuseppe Rampini II PJ. S. Ten. Angiolo Giaroli III Pl. S. Ten. Italo Franceschini Pl. Comando S. Ten. Piero Coda adempia a quanto ordinato dal Comando della Divisione. (8) (9) Inoltre se dobbiamo stare con la relazione del S. Ten. Giaroli, stesa in prigionia pochi mesi dopo, e con il ricordo di altri carristi della I/X, tra cui il pilota del Cap. Terni Cap. Magg. Antonio Burlan-

(7) Così nella relazione di Bianchi. (8) Ecco al riguardo e nell' ordine, il testo dei d.s.: del Comando della Divisione: «Alle ore 6,30 si inizia l'attacco fortemente contrastato dal tiro delle artiglierie e dei pezzi e.e. nemici che si rivelano scaglionati in profondità e in postazioni interrate e mascherate. L'Vlll Btg./132° Carri esegue allora una manovra aggirante sulla destra cadendo sul tergo delle posizioni nemiche, mentre il IX Btg. carri fortemente ostacolato piega a sinistra lasciando scoperto il centro verso il quale si inserisce il X Btg,,,; e del 132° Carri: «Il nemico accentua la sua pressione con vivacissimo fuoco contro l'ala sinis tra dell'VIII (compagnia del Ten. Boggia) cercando di sfruttare la circostanza che fra !' VIII ed il IX, per causa della conformazione del terreno, è sensibilmente aumentato l'intervallo iniziale. Viene pertanto ordinato al IX battaglione carri di poggiare sulla destra prevenendo il nemico nel proposito di forzamento del centro dello schieramento dei carri italiani mediante la concentrazione degli anticarro. Viene inoltre immediatamente incuneata, a rinforzo di tutta la linea fra !'VIII ed il IX, la 7" Compagnia del X battaglione". (9) Al r iguardo ecco il testo della relazione del Magg. Pinna: <<. •• il Com.te del Btg., presentatosi al Com.te del Rgt, riceve da questi l'ordine di schierare il proprio Reparto in secondo scaglione rispetto all'VIII Btg., distanza di circa un chilometro. Iniziatosi l'attacco da parte nostra ed essendosi manifestata una soluzione di continuità fra VIII e IX Btg., il sottoscritto ebbe ordine dal signor Generale Com.te la Divisione di portare l'azione del proprio reparto fra i due predetti Btg. onde saldarne e collegarne l'azione. li movimento iniziato in armonia agli ordini ricevuti dal S ignor Generale veniva arrestato dal Signor Col. Com.te del Rgt., il quale dispone che ta le azione di raccordo


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do; la I/X o non comprese bene l'ordine ricevuto o per qualche altra ragione, non riuscì a portarsi sulla destra del IX ma, partita in ritardo, tenne all'incirca il medesimo percorso seguito da quel Btg. tanto in questa fase di avvicinamento, quanto dopo essere penetrata in profondità nello schieramento nemico. (10) (11) In questa formazione, dunque, i carri del IX e dell'VIII Btg. rinforzati dai 14 carri della I/X e dai due carri di Bazzocchi: in tutto,

dovesse essere eseguita dalla sola I Comp. del Btg. Le altre due compagnie, con il Comando di Btg., sarebbero rimaste a sua disposizione... ». (10) Al riguardo la relazione del S. Ten. Giaroli non è, per verità, molto illuminante. Tuttavia, posta in relazione con le altre fonti scritte od orali, sembra poter giustificare l'opinione espressa nel testo: « ... Non deve essere passata un'ora dal momento in cui la colonna si è fermata che ricevo, sempre via radio, l'ordine di andare avanti. Ci precede di poche centinaia di metri il IX Btg. Ben presto lo vediamo aumentare la distanza e poco più tardi aprire il fuoco. U Com.te di Comp. dà ordine di accelerare. Avanziamo alla massima velocità. Scorgiamo davanti a noi postazoni e qualche mezzo in fiamme. Catturiamo molti p r igionieri che blindo nostre raggruppano ed indirizzano dietro. Qualche opera resiste ancora. Sento sparare sulla destra. Avanziamo sempre. Facciamo ancora dai due ai tre chilometri quando vedo giungere all'altezza del mio carro una macchina. Un ufficiale superiore probabilmente del Comando di Divisione, (si trattava, in realtà, del centurione Telesforo Pozzi, ufficiale addetto al generale De Stefanis), che io non conosco, mi grida che la Compagnia deve fare una conversione a destra ed attaccare, non comprendo bene se sulla destra o sulla sinistra del IX Btg. Lo indirizzo al carro del Com.te di Compagnia. Pochi istanti dopo ricevo, infatti, per radio l'ordine di convergere a destra. Compiuta la conversione i carri r iprendono la massima velocità. Si infittiscono i colpi dell'artiglieria avversaria. Sulla nostra destra riprendiamo contatto con il IX Btg. Il mio p lotone si trova sulla destra della Comp. ed io sono continuamente costretto verso destra dagli altr i p lotoni. Faccio ripetutamente segno di al largare sulla sinistra. Con il capo fuori della torretta mi è possibile seguire tutti i particolari dell'azione». - Un ulteriore elemento di sostegno dell'opinione espressa nel testo è fornita dalla relazione del S. Ten. Bianchi: « Un fuoco infernale di sbarramento da parte dell'artiglieria pesante awersaria, si accende improvvisamente poco più avanti annunciandoci, prima ancora che si possa vedere, la vicinanza del nemico. Per quanto controbattuto prontamente con efficacia dai nostri pezzi di maggior calibro che ci seguono in posizione arretrata, provoca, con avallamenti ed irregolarità del terreno che richiedono deviazioni di percorso per superarli, un allentamento del contatto t ra il nostro battaglione e !'VIII, che r iprendiamo poco dopo». - Il fatto che il IX abbia «ripreso contatto con !'VIII» sembra comportare che la I/X o non lo avesse ancora raggiunto e lo tallonasse o che si fosse addirittura spostata sulla sinistra del IX.


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pm o meno, centoquindici tra M/13 e M/14, alle ore 7,15 ca. del 27/5/42 iniziano l'investimento dei primi centri di fuoco del nemico, travolgendoli e penetrandone in profondità lo schieramento. «Alle ore 7,10 superata d'impeto la fortissima reazione, i carri del)' Ariete, travolte le coperture, penetrano in profondità nella posizione avversaria. Il presidio, composto di truppe indiane e congolesi, si arrende nella gran parte oltre un migliaio di uomini fra i quali un generale - era un ammiraglio, n.d.r. - e tre colonnelli. Rimangono nelle nostre mani armi portatili, artiglierie, automezzi e mezzi blindati (bren-carriers). Il nemico, in gran parte truppe di colore al comando di ufficiali inglesi, degollisti e di colore, ha combattuto con estremo accanimento sebbene con poca lealtà: infatti spesse volte, dalle stesse trincee e postazioni a fior di terra dalle quali erano venuti fuori in massa a mani levate i difensori, all'avvicina rsi dei carri veniva aperto a distanze minime, repentinamente ed a bruciapelo, un violentissimo fuoco anticarro».

Questa la concisa descrizione dello scontro secondo il diario storico del 132° Carri. Quale, per contro, la versione datane dalla parte avversa? S) Di fonte indiana esistono tre relazioni semiffuciali pressoché identiche, contenute nei volumi:

( 11) A questo punto occorre anche ricordare la guerra privata del Ten. Sergio Bazzocchi com.te del I PI. della III Comp. del X Btg. che si trovava, in quel momento, schierato subito dietro alla I Comp. Allorché quest'ultima si mosse, Bazzocchi, giustamente, restò fermo con il suo Plotone. Senonché un u fficial e del Comando della Div., sopraggiunto in 1100, probabilmente credendo trattarsi di carri della I Comp. gli ingiunse di muoversi anche lui. Bazzocchi ubbidì e parti (fortunatamente, del suo Plotone lo seguì fino in fondo un solo carro). Ma, lasciamo la parola a lui stesso: « . .. Non conoscendo l'obiettivo mi accodai al IX Btg. al comando del Prestisimone. Cammin facendo abbiamo incontrato truppe indiane, che avranno anche sparato ma in verità non hanno provocato danni e perdite. Nel frattempo m i giungevano via radio tutti gli improperi possibili di Pinna, che mi ordinava di ritornare». Ma Bazzocchi ormai travolto dall'indicibile ebrezza della carica per nulla al mondo sarebbe tornato indietro:« ... Ricordo solo che proseguii la marcia, con la più assoluta incoscienza, fin quando ... » Vedremo poi come riuscì a penetrare fin dentro al caposaldo di Bir Hacheim difeso dai gollisti.


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«The Tiger Kills: the story of the Indian Divisions in the North African Campaign - (a cura dei Lt. Col. W.G. Hingston e G.R. Stevens, pubblicato dall'HMSO, 1944 - pagg. 169-181) e «A roll of honour»: the story of In dian Army 1939-1945 (Mj . Gen. J .G. Elliot - Cassel, London 1965 pag. 190 e seg.); nonché una breve «History of the Indian Regiment of Artillery». La relazione contenuta nel primo dei volumi sopra indicati, risulta anche la più particolareggiata e diffusa. Eccone il testo: «La battaglia di quota 171-: Alle 6,40 i pezzi del 2nd. I. Field Rgt. aprirono il fuoco. Il cannoneggiamento provocò una sensibile confusione nei ranghi dell'Ariete ecostrinse il suo carreggio e la sua artiglieria a disperdersi. Il distante rombo dei motori divenne ruggito. Tutti i carri che erano schierati fronte ad est fecero ora una conversione verso nord e nord-est. Questo giro portò alcuni dei loro carri e cannoni contro il fronte est degli indiani tenuto da genieri e da artiglieri anti-carro. Questi uomini impegnarono il nemico a breve distanza e lo forzarono a proseguire più ad est. In questo scontro diversi carri furono colpiti ma così pure tutti i cannoni anti-carro e rimase ucciso il Magg. Burt, comandante del distaccamento. Questi coraggiosi artiglieri combatterono impavidi fino alla fine assolsero il loro compito ed il fronte est non fu più minacciato . ... (segue l'elencazione di atti di valore compiuti dai genieri indiani) ... . Il primo attacco di carri in forze fu lanciato dal nemico alle 7,15 a.m. contro il fronte ovest e sud-ovest della posizione, e fu accolto dal fuoco degli anti-carro del 2nd. Lancers e del 18 th. Cavalry, ed anche dalla sezione-comando dei pezzi da 25 lb. Più di sessanta carri presero parte alla carica; colpi su colpi furono messi a segno. Il fuoco era così intenso che i carri curvarono proseguendo verso nord e nord-ovest. Essi travolsero il 18th. Cavalry e il P.A.V.O., infliggendo pesanti perdite agli anticarro e catturando molti prigionieri. I carri si aprirono la strada attraverso le postazioni della Brigata e si allontanarono a nord in direzione di Acroma, lasciandone parecchi dietro di loro. Uomini armati di fucili e mitragliatori possono poco contro i carri che irrompono nel loro schieramento in pieno giorno, specialmente se non hanno avuto tempo di trincerarsi adeguatamente . ..... (segue l'elencazione di altri atti di valore) ... .. Era appena passata la prima ondata di carri che un secondo ed assai più pesante attacco fu sferrato da oltre duecento carri tedeschi editaliani. Essi arrivarono rombando contro il fronte sud della posizione tenuto dal 2nd. Royal Lancers. Uno dopo l'altro gli uomini cadevano sotto un fuoco infernale. .... . (segue l'elencazione di altri atti di valore) .....


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Il caos regnò per 45 m inuti. L'artiglieria indiana aveva a portata bersagli quali ogni artigliere sogna, ma può vedere una sola volta nella vita. Vi erano gruppi di carri da tutte le parti allorché il fuoco dell'artiglieria ne scompaginò l'ordine delle formazioni. Il campo di battaglia era un ammasso di rovine, carri nemici messi fuori combattimento ed in fiamme, autocarri bruciati e distrutti. I carri giostravano su tutta la posizione. Ci fossero stati più cannoni il corso della battaglia avrebbe potuto prendere una piega ben diversa, ma trenta (12) pezzi da 2 lb. non possono fermare duecento carri. Tuttavia i carri non r iuscirono a sfondare lo schieramento più arretrato dei pezzi da 25 lb. e quando finalmente ci riuscirono, i pezzi da campagna erano ancora in azione. I tre reggimenti di cavalleria avevano cessato di esistere. Ogni pezzo anti-carro era stato messo fuori combattimento. I carri avevano giostrato sullo schieramento di ogni reggimento e fatto prigioniera la maggior parte degli uomini armati di armi leggere. Tuttavia non ci fu resa in massa e molti continuarono a combattere fino alJ'ultimo. .... (segue l'elencazione di altri atti di valore degli artiglieri) ..... Al culmine del combattimento un pugno di cingolette del 18 th. Cavalry al comando del Lt. Gillingham, che aveva appena raggiunto il campo di battaglia, caricò affrontando la morte certa in un valoroso ma vano sforzo di salvare i suoi camerati. I pezzi anti-carro di tutti i reggimenti avevano impegnato dozzine di carri nemici ad alzo zero colpendone molti. Molti dei serventi erano caduti fino all'ultimo uomo. Al centro dell'attacco era l'Ammiraglio Sir Walter Cowan Bart, che era ancora «Ufficiale di collegamento navale» presso il 18th. Cavalry benché lontano miglia dal mare. Due carri nemici lontani poche yardes intimarono a lui ed al valoroso Col. Flower del 18 th. di arrendersi. «Dog!» replicò l'Ammiraglio «io non mi arrendo!» e scaricò il suo revolver sui due carri, fu disarmato e preso di peso con Flower ed avviato in prigionia. Venne rimpatriato nel 1943 dopo essersi dimostrato un prigioniero intrattabile. A questo punto i reparti corazzati nemici cominciarono a ritirarsi ed in loro luogo apparvero masse di fanteria al margine esterno della posizione. Allora il comandante della Brigata fu forzato a riconsiderare la situazione. Cinque delle sei sezioni del 2nd.l. Field Rgt. erano ancora efficient i, ma i pezzi avevano quasi esaurito le munizioni. Rimanevano circa quat(12) Secondo «A roll of honour» pag. 192, la 3 IMB disponeva in combattimento di tutti i 60 pezzi da 2 lb. di normale dotazione e non già della sola metà come qui affermato. (Carver: « Tobruk» - Ed. Accademia - Bologna - pag. 215 dà addirittura la brigata con soli 30 pezzi anticarro da 2 lb. e priva di artiglieria!)


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tro colpi ad alto esplosivo, e sedici colpi fumogeni per ogni pezzo, e non rimaneva alcun colpo perforante. Tutti i pezzi anti-carro erano stati distrutti e la maggior parte della cavalleria presa prigioniera. Tutte le cingolette che avevano raggiunto il campo di battaglia erano state messe fuori combattimento. Un gruppo di Zappatori e Minatori resisteva ancora insieme agli Advanced Brigate H .Q. e a pochi Signallers. Poiché appariva evidente che non ci si poteva attendere alcun aiuto dall'esterno, il Brigadiere decise di salvare i cannoni e diede ordine di ritirarsi ad un punto di raccolta arretrato. Cinque sezioni del 2nd. I. Field Regiment si sganciarono felicemente, ma due di esse si unirono a vicine colonne di veicoli che si rivelarono nemiche. I resti della 3d 1MB stavano infatti ritirandosi nel vortice delle forze dell'Asse. Ciononostante, il Quartiere Generale ed i Signallers, metà del 2nd. I. Field Rgt., i sei Bofors, i resti dei Zappatori e Minatori e qualche resto dei reggimenti, dopo aver sfidato la sorte attraverso le colonne nemiche durante varie ore, si aprirono la via verso sud-est e si riunirono alle forze britanniche in serata. In queste tre ore di duro combattimento la 3d 1MB era stata distrutta. Undici ufficiali e duecento soldati uccisi e molti di più i feriti. Circa trenta ufficiali e quasi mille soldati fatti prigionieri. Il nemico tuttavia aveva pagato un caro prezzo. Cinquantadue carri nemici erano sparsi sulle posizioni tenute dalla Brigata».

Nell'«History of the Indian Regiment of Artillery» poi, si legge: «Alle 6 p.m. del 25 (Sic!) venne comunicato al reggimento che ci si aspettava un attacco in forze. L'indomani mattina l'informazione si rivelò corretta. Truppe corazzate nemiche pari a circa due divisioni corazzate sostavano a non più di 3000 yardes dalle nostre postazioni più avanzate. Il comandante della brigata ordinò allora a tutte le batterie di aprire il fuoco. I veicoli del carreggio nemico si dispersero, ma i carri si spiegarono per l'attacco. La reazione dell 3a e della 7a batteria li impegnò alla distanza di 300 yardes e ne colpi alcuni ai primi colpi. Gli ordini erano di combattere fino all'ultimo uomo, alla ultima cartuccia. Le sezioni avanzate continuarono ad impegnare i carri nemici che persistevano nell'attacco. Nello stesso tempo altri carri aggirarono i fianchi del nostro schieramento ed investirono la 4a batteria e le sezioni arretrate. Il nemico attaccava una sezione alla volta, concentrandosi dapprima sulla sezione «C» della 7 Bty. Questa sezione fece fuoco fino a che l'ultimo carro che riuscì a bloccare era a non più di 10 yardes dal pezzo n. 3. L'ufficiale comandante della sezione e il capopezzo l'Havildar Moden Singh, furono uccisi, l'altro capopezzo gravemente ferito. Anche la se-


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zione «B» della 3a Bty. si difese valorosamente. Nonostante una granata che colpì la postazione uccidendo tre serventi, il cannone fu immediatamente rimesso in batteria ed insieme agli altri tre mise fuori combattimento cinque carri. La sezione «A» della stessa Bty. ne mise fuori causa altri sette. Il caporale (lance) Naik Jesu Dass ne contò al suo attivo dodici, Naik Janarmathan, che fu ucciso, ne colpì otto, Fitter Raju riparò un cannone in pieno combattimento. Al Maggiore Kumararnangalam fu concesso il D.S.O...... »

6) Ho ritenuto opportuno riportare quasi integralmente queste relazioni, perché non si possa dire che ho volutamente trascurato il punto di vista del nemico. Ma non occorre molta fatica per accorgersi come esse abbondino di inesattezze ed esagerazioni volute all'evidente scopo di attenuare la responsabilità per la grave sconfitta subita. La 3d. IMB sarebbe stata addirittura attaccata da due divisioni corazzate, anziché da due Btg. di carri e due gruppi di semoventi dell'Ariete! I centoquindici carri attaccanti sono diventati almeno duecentosessanta! I carri messi fuori uso né più né meno di cinquantadue! · Vale, tuttavia, la pena di esaminare un pò più a fondo le relazioni avversarie mettendole a confronto con quanto risulta da parte nostra. È esatto che fu la brigata indiana ad aprire per prima il fuoco (13). Il suo fuoco di interdizione, benché poco efficace, ebbe, comunque, l'effetto di affrettare il diradamento del carreggio dell'Ariete, ma, come riferiscono le stesse fonti avversarie, non quello di arrestare i carri dei due Btg. attaccanti che, alle ore 7, 15 (7, 1O secondo il d.s. del 132°) avevano già travolto la prima linea, i cui difensori uscivano in frotta dalle buche arrendendosi, ed erano penetrati più profondamente tra i centri di fuoco della brigata. Ma quale lo svolgimento e gli sviluppi del combattimento? Una sua esatta ricostruzione è pressoché impossibile, sia perché manca l'ausilio di un preciso schizzo topografico che riproduca fedelmente lo schieramento dei vari reparti della 3d IMB, della quale sappiamo solamente che era stata disposta, per così dire, in quadrato, con il 2nd. Royal (13) La relazione indiana indica le 6,40. Tale orario, sostanzialmente coincide con quello indicato dal diario storico divisionale, dal s. del XX. C.A. (v. Appendice ali. n° 10-11) e da quello del 132° Carri. Quest'ultimo, per verità, anticipa l'evento di mezz'ora, ma la versione indiana appare preferibile perché, oltr e a coincidere con quella del Comando dell'Ariete, proviene proprio da chi impartì l'ordine stesso.


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Lancers fronte sud; il 18th. Cavalry fronte ovest; il PAVO fronte nord; i Genieri fronte est e con l'Artiglieria ed il Comando di Brigata in posizione centrale (14), sia perché il vero e proprio combattimento, durato meno di un'ora si risolse, in sostanza, in una travolgente carica e in un infernale carosello dei nostri corazzati sulle posizioni della cavalleria indiana appiedata e di almeno due delle sue cinque batterie da 25 lb. I nostri M/13 ed M/14, non erano certo, di per sè stessi, i migliori carri presenti in A.S., tuttavia ognuno di essi aveva una capacità di fuoco non indifferente: 3 ottime mitragliatrici Breda e un pezzo da 47/32. Si può quindi immaginare quale inferno i due Btg. attaccanti furono in grado di scatenare sulle posizioni della sfortunata 3d IMB. 7) Dalla relazione indiana sembrerebbe che il primo impatto sia stato sostenuto, sul fronte est dai Sappers and Miners del Magg. Burt ivi trincerati con il rinforzo di due sezioni del 2nd. I. Field Rgt. e che questo scontro sia avvenuto con qualche anticipo sull'attacco principale che, come detto, ebbe inizio verso le 7,15. Questa versione dei fatti non può essere accolta perché è fuori di dubbio che l'investimento delle posizioni indiane da parte delle varie Compagnie del 132° Carri, non avvenne scaglionata nel tempo, ed è anche da escludere che il fronte dei genieri possa essere stato attaccato a fondo da alcun diverso reparto di truppe dell'Asse: non dalle nostre autoblindo del Nizza, che, al più, avrebbero potuto scambiare di lontano (come forse fecero) qualche colpo di mitragliera da 20 mm.; non reparti tedeschi, perché - come già detto - la 21 a Panzer, che avrebbe dovuto trovarsi alla destra dell'Ariete ed alla sua stessa altezza, nonostante i suoi mezzi più veloci era rimasta assai arretrata a causa della più ampia conversione da compiere e, comunque, sfilò poco dopo qualche chilometro più a sud, allorché modificò la sua rotta da sudest verso nord, aggirando, così, bene al largo le posizioni della 3d IMB con la quale non venne in nessun modo in contatto (15). Non è quindi arbitrario affermare che la relazione indiana sia da respingere su questo punto e che, invece, l'attacco allo schieramento dei genieri abbia anch'esso avuto inizio verso le 7,15 contemporaneamente a quello delle altre posizioni difensive avanzate dei loro connazionali. (14) L'unico schizzo specificatamente riferibile a questo combattimento, di cui ho potuto prendere visione, è quello del 132° Artiglieria (v. schizzo n. 7) dal quale. risulta l'esatto schieramento di questo nostro Rgt., mentre quello della 3 1MB è solo sommariamente rappresentato intorno alla quota 17 l di Rugbet el Atasc. (15) v. retro Nota (6) e Appendice ali. n° 7-8 e schizzo n° 2


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Quello che è certo, al riguardo, è che contro la fronte est e sudest degli indiani si scontrò la I Comp. dell'VIII Btg. del Cap. Di Mitri e che, in effetti, questa compagnia incontrò una fiera resistenza. Mise fuori combattimento, per ammissione dello stesso nemico, tutti gli opposti pezzi di artiglieria ma nel combattimento rimase ucciso, insieme a] comandante del reparto Magg. Burt, anche il Cap. Di Mitri (16). Non è chiaro invece, se i carri di Di Mitri attaccarono i genieri sulla loro fronte est ovvero, alle spalle, da ovest. Il diario storico divisionale, infatti, accenna ad una conversione «a destra» dell'VIII Btg. «che prende il nemico alle spalle». Affermazione questa assai opinabile perché, che una tale manovra sia stata voluta ed espressamente ordinata, nessuno dei reduci da me interpellati-le ricorda (17), mentre tutti, al contrario, rammentano perfettamente che, una volta penetrati in profondità nello schieramento avversario, il combattimento assunse il carattere di una mischia convulsa e confusa in cui ogni Plotone, se non proprio ogni carro, agiva per suo conto e di sua iniziativa. Non si può, tuttavia, escludere che, mentre la compagnia di Di Mitri attaccava i genieri sul fianco e sulla fronte est, qualche suo carro possa averlo fatto da ovest, come sembra del tutto probabile abbia fatto il contiguo plotone della III Comp., comandato dal Ten. Nicodemo, con il lontano appoggio di qualche semovente del V Gruppo. Nello scontro rimasero feriti anche·i tre comandanti di plotone: Lojodice per un colpo che, insieme, uccise il mitragliere ed amputò un braccio al pilota Rino Bianchi; Moronesi e Verga. In particolar modo brillante fu il comportamento di quest'ultimo che, come recita la motivazione della sua medaglia di bronzo al V.M., «avuto il suo carro immobilizzato da più colpi che uccidevano il mitragliere e ferivano gravemente il pilota, uscito allo scoperto, si spingeva oltre le linee nemiche impossessandosi di una camionet' (16) Alla memoria del Cap. Di Mitri fu concessa una medaglia di bronzo al V.M. (Tipico esempio della ristrettezza di Maretti nella concessione delle ricompense). «Comandante di comp. carri, nel corso di un durissimo attacco contro posizioni nemiche organizzate a difesa, con il suo carro, primo tra i primi, irrompeva nella posizione nemica, guidando con l'esempio il suo reparto al la vittoria e persistendo arditamente nell'azione fino a che una raffica di mitragliatrice lo colpiva mortalmente mentre con busto fuori de l carro incitava i suoi uomini all'avanzata» 27/5/42 A.S. (17) Né si vede chi avrebbe potuto dare quest'ordine, ché il Cap. Casale si era allontanato dal suo carro comando e l'aiutante maggiore Serra forse era già stato messo fuori combattimento e, comunque, quell'ordine non diede.


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ta con la quale poi, sotto il fuoco violento del nemico, si prodigava allo sgombero dei feriti, rimanendo, alla fine, ferito lui stesso,,. (18) La II Comp. del Ten. Fassone, da p~rte sua, avanzando in formazione di cuneo, non incontra difficoltà a travolgere gli avamposti della ala sinistra del 2nd. R. Lancers e, molto probabilmente, anche qualche centro di fuoco tenuto dai genieri indiani. Il plotone di testa comandato dal Ten. Nicodemo, peraltro, proseguendo decisamente nell'azione incappa, dopo aver messo fuori combattimento alcuni bren-carriers, nella violenta reazione dell'artiglieria nemica. Un primo carro del plotone è colpito: quello del Serg. Magg. Bruno Lucidi che rimane ferito. L'equipaggio esita, ma gli ordini sono che i carri debbano proseguire fino a quando sia possibile sfruttare la loro forza di urto, anche con le armi inutilizzabili, i feriti devono essere scaricati in attesa di essere raccolti dagli uomini dei plotoni comando. Nicodemo quindi balza dal suo carro, fa scaricare il sottufficiale ferito, e fa proseguire anche il carro colpito, ma, poco più avanti il fuoco di una batteria del 2nd. I . Field Rgt. blocca altri carri. Nicodemo riesce, solo, prima piegando a sinistra poi con una decisa conversione, ad aggirare lo schieramento della batteria nemica, ma poco prima di arrivare a piombare tra i pezzi, tre colpi centrano il suo carro immobilizzandolo: «carro fermo, carro morto». Nicodemo è costretto ad abbandonarlo. Gli artiglieri nemici, probabilmente nella convinzione di correre il rischio di un aggiramento, si affrettano ad incendiare il materiale che non possono trasportare, agganciano i pezzi ai traini e battono in ritirata, trascinando con sé in prigionia lo sfortunato, valoroso Nicodemo con il suo equipaggio. Gli altri due plotoni, dei S. Ten.ti La Noce e Colombo, come pure il Com.te della Comp. Ten. Fassone escono incolumi dallo scontro e sostano sulle posizioni conquistate. Il Com. te della II Comp. Ten. Boggia ricorda che anche il suo reparto, dopo avere avuto ragione della difesa opposta dalle truppe di prima schiera, fu fermato dall'intenso fuoco del 2nd. I. Field Rgt. Boggia ebbe il suo carro immobilizzato da un perforante che, sfondata la fiancata, gli uccise d'un colpo, mitragliere e pilota. Lo lasciò e prima di trovarne un altro efficiente su cui salì per riprendere il combattimento, ne trovò altri due, pure immobilizzati. Anche il Com.te del 2° Pl. Ten. Rosa ebbe il carro colpito in torretta e fu feri(18} v. oltre pag. 573 quanto riferisce al riguardo, con qualche variante, Serra nel suo «Carristi dell'Ariete».


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to al collo. Poté però continuare a combattere. Rosa ricorda di essersi scontrato con il suo plotone, con alcuni bren-carriers, probabilmente quelli del valoroso tenente Gillingham, di cui ebbe presto ragione con fuoco dei suoi 47/32. Rosa solo al termine dello scontro lasciò il suo carro e raggiunse a piedi l'ospedaletto divisionale che, nel frattempo era stato eretto in posizione arretrata di circa due chilometri o poco più. Ferito nell'azione anche il S. Ten. Frati, incolume invece il S. Ten. Bertolotti che agiva con il suo plotone all'estrema ala sinistra del Btg. (19). Mentre il combattimento ingaggiato dall'VIII è ormai in pieno svolgimento, la sua ala sinistra incontra l'accanita opposizione di una batteria del 2nd. I. Field Rgt. Intanto, il Vice Comandante della Divisione Gen. Arena si è portato avanti, fino a raggiungere il carro comando del 132°, ma non trova Maretti che, a sua volta, come vedremo meglio in seguito, si è spinto più avanti ancora per meglio rendersi conto dell'andamento dell'attacco. Arena si rende rapidamente conto della ragione per cui l'ala sinistra del Btg. è costretta a segnare il passo. Si rivolge allora al S. Ten. Emiliano D'Anna, cui Maretti ha affidato il comando del plotone di sei carri che tiene a sua immediata disposizione, gli spiega di cosa si tratta e lo invita a fare in modo di mettere a tacere la batteria nemica. D'Anna orienta subito i suoi capocarro ed imbastisce rapidamente una piccola, brillante manovra: due carri vanno a rinforzare frontalmente l'attacco dei carri dell'VIII e lui con i restanti quattro carri esegue un largo movimento aggi rante sulla sinistra e riesce così a piombare, improvviso, tra i pezzi nemici ai cui serventi, convinti anche da una generosa di stribuzione di bombe a mano, non resta che la resa. Messa così a tacere la batteria nemica, D'Anna e i carri della III Comp. di Boggia sostano sulla posizione conquistata. Sei pezzi da 25 lb. sono caduti, intatti, nelle loro mani. · Le vicende, infine, del Plotone Comando sono vivacemente r icordate dall'aiutante maggiore dell'VIII Ten. Serra nel suo «Carristi del1' Ariete» (20). (19) Serra, ne l suo «Car.risti dell'Ariete" lo dà per ferito, ma Bertolotti mi ha personalmente assicurato di essere stato ferito qualche giorno più tardi durante i combattimenti del e.cl. «calderone». (20) E. Serra op. cit. pag. 135 e seguenti


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Anche questo Plotone, superate le prime difese nemiche, fu fatto segno della più vivace reazione dell'Artiglieria del 2nd. Field I. Rgt. Serra ebbe addirittura l'impressione di essere incappato in una serie preordinata di fortini: «Era chiaro - scrive Serra - che i tiri provenivano non dalle solite batterie mobili ma da cannoni in postazione fissa, in casamatta. Erano t roppo precisi ed efficaci per avere dubbi. Lo dissi ripetutamente per radio-telefono al Col. Maretti: bisognava fare intervenire al più presto la nostra artiglieria, pena il sanguinoso fallimento dell'attacco. Visto che il cannoneggiamento nemico aumentava d'intensità e minacciava di metterci tutti fuori combattimento, il capitano Casale saltò fuori dal carro e salì su di una motocicletta guidata dall'eroico Platzer - il quale seguiva il carro ad un metro e per ripararsi dalle schegge era raggomitolato piedi e mani sul manubrio - , per recarsi ad informare il comando di divisione».

Casale perse la strada e fu dato disperso per due giorni. Serra, nel tumulto del combattimento ebbe l'impressione che il IX Btg. sulla sua sinistra fosse finito su un campo minato: «Mi sistemai in torretta e dovetti purtroppo constatare che, sulla nostra sinistra, il IX Battaglione, era finito su di un campo minato. Sentii i caratter istici scoppi di alcuni carri saltati sulle mine. Vidi, col binocolo, alcuni carristi abbandonare carri colpiti, saltare su altri carri o tuffarsi nelle buche. Il IX Battaglione fu costretto a fermarsi, scoprendoci così il fianco sinistro. Il mio battaglione aveva trovato un passaggio sgombro di mine, ma evidentemente controllato dalle artiglierie nemiche».

Queste affermazioni benché provenienti da un valorosissimo veterano quale Serra, non pc_:>ssono non destare qualche seria perplessità. Come ho già avuto occasione di rilevare, l'orizzonte del combattente di prima schiera è estremamente limitato, sicché viene spontaneo pensare che Serra abbia visto i carri della II Comp. del Ten. Boggia che si erano dovuti, essi pure, fermare, non per le mine, ma a causa della reazione della artiglieria indiana e li abbia scambiati per i carri del IX Btg., il quale invece, come vedremo in seguito, oltre all'essere spostato sulla sinistra di circa un km., si era già notevolmente allontanato proseguendo nella sua marcia destinata a terminare sui campi minati di Bir Hacheim, distanti oltre quattro km.


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dalla quota 171 di Rugbet el Atasc. Tuttavia la affermazione di Serra non può nemmeno essere recisamente respinta perché può darsi che il suo carro-comando e l'ala sinistra dell'VIII Btg., si fossero spinti parecchio più avanti di quanto non mi sia parso di dovere ricostruire (v. schizzo 14) in base alle altre testimonianze e prove documentali raccolte (v. schizzo 7). Ma, a parte questo particolare che, ripetiamo, lascia perplessi e che Serra, poi ferito e ricoverato in ospedale, non ebbe più modo di controllare e rivedere, la descrizione della sua esperienza è, per il resto, di avvincente interesse e merita di essere riportata per intero, perché fa capire quale fosse l'impegno dei carristi in combattimento: «Avevamo intanto superato delle trincee nemiche, da cui uscivano frotte di soldati con le mani alzate. Feci loro cenno di correre indietro, sperando che sarebbero stati raccolti dai nostri bersaglieri. «ci sono dei negri e degli indiani», mi diceva il pilota Trenchi che mi aiutava, come poteva, nell'opera dì osservazione che stavo facendo. Non riuscivo più a collegarmi con la prima e con la terza compagnia, dopo che queste mi avevano indicato di aver subito perdite. Per quanto riguarda la seconda compagnia udii la voce rotta del Ten. Boggia che diceva: «Seconda compagnia perdite gravi. Feriti a bordo. Costretto togliere collegamento». Poi più nulla. I miei tentativi di collegarmi con il comando di reggimento per chiedere rinforzi, non riuscirono. Ciascuno ormai combatteva a modo suo. I colpi, che sibilavano da tutte le parti accompagnati da tracce luminose, stavano ad indicare ch'eravano entrati sotto il tiro dei cannoni anticarro. Ad un certo punto Trenchi urlò: «Il Ten. Meloni è stato ferito!» Misi la testa fuori della torretta e lo vidi sdraiato sotto il suo carro insieme a due carr isti. Dissi a Trenchi di accostare dietro al carro colpito. Giunto ad una quindicina di metri, feci segno a Meloni di raggiungermi. Mi rispose a gesti che non poteva camminare e m'indicò che un poco più avanti c'era una postazione anticarro nemica. Preso dalla rabbia dissi a Codenotti di darmi tre granate, - di solito sparavamo perforanti' -, puntai il cannone nella direzione indicatami da Meloni e le sparai senza vedere gli effetti a causa del sole enorme che mi stava di fronte . La risposta non si fece attendere: il primo colpo ci sfiorò sulla destra. Ordinai a Trenchi di accelerare al massimo per toglierci dalla traiettoria, cosa ch'egli fece. Il secondo colpo ci colpì in pieno, spazzando via i sacchetti di sabbia ed i cingoli che avevano posto sul davanti del carro. Il terzo colpì la corazza anteriore della casamatta, spaccandola. Fece uno schianto così sordo che lo avvertii nello stomaco, prima che nelle orecchie. Sentii l'urlo di Codenotti; aprii gli occhi ma non r iu-


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scivo a vedere. «Mi hanno bruciato gli occhi?». «No, no, signor tenente», mi rassicurò Codenotti. Cominciai infatti a vedere. Vidi il sole ch'entrava da un grande squarcio della corazza, ed illuminava Trenchi, che aveva la testa reclinata, ed il petto tutto sporco di sangue. Il suo piede non faceva più forza sull'acceleratore ed il carro si era fermato, con il motore in moto. Lo scossi e non ci volle molto a capire che era morto. Intanto anch'io mi stavo riempiendo di sangue. Mi voltai verso Codenotti che mi disse di essere stato ferito malamente all'avambraccio destro, dal quale uscivano fiotti di sangue nerastro. «Fuori», gli urlai «Fuori subito». Non avevo dimenticato la massima che «carro fermo è carro morto». Balzammo a terra dalla torretta e ci riparammo dietro al carro. Era la prima volta che m i capitava di essere nel pieno di una battaglia all'esterno del carro. Dentro, il rumore del motore, gli scoppi del cannoncino, la cuffia del radio telefono tengono in un certo senso semi-isolati. Fuori, era un'altra cosa. Un finimondo. Sparavano tutti: le artiglierie pesanti e medie, gli anticarri, le mitraglie, i fucili. Il cielo era solcato di aerei che bombardavano e si combattevano fra di loro. Mi accorsi che il riparo del carro era illusorio, sia perché lo scafo è sollevato di circa settanta centimetri dal suolo, sia perché esso rappresentava un obiettivo per il tiro nemico. Con il filo del radiotelefono legai il braccio in alto di Codenotti: l'avambraccio era attaccato al resto solo dalla pelle e da qualche nervo. Legai anche in qualche modo il polso della mia mano destra che perdeva molto sangue. Altro sangue mi sgorgava da piccole ferite del viso, pompato da un cuore che doveva battere a duecento. Convinsi Codenotti a cercare scampo verso le retrovie. Facevamo balzi di una decina d i metri e poi ci appiattavamo al suolo. Buon per noi che, dopo un tempo breve ma che ci pareva infinito, incontrammo il sottotenente Verga che con i suoi quattro «bren-carriers» veniva a portare r ifornimento di munizioni ai carri. Verga ci trasportò immediatamente d ietro un piccolo costone dove, in un piccolo avallamento, incuran te delle cannonate nemiche, Angelo Toscano aveva sistemato la sua infermeria. Mi fece un gesto sconsolato; era già circondato da decine e decine di feriti . Aveva amputato il braccio del pilota del Ten. Lojodice, il caporale lucchese Rino Bianchi, che alto, slanciato, coraggiosissimo, si aggirava disperato con il suo moncherino. Lo stesso, Toscano fece con l'avambraccio di Codenotti. Morti o morenti erano lì accanto numerosi carristi: il serg. magg. Giulio Dassi di Udine, il sergen te carr ista Dante della Tana di Parma, il sergente magg. Giovanni Vassallo di Salerno, cui un colpo di cannone aveva asportato u n braccio, (21) il sergente Massimiliano De Tuoni di Trieste, il sergente magg. Antonio Ingrao di Agrigento, il sergente carrista Gianfranco Lazzari di Ancona e tanti altri amorevolmente assistiti dai carristi Francesco D'Addio, Vito Melchiorre e Gino Bussi-


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che si prodigavano nei soccorsi. Pregai Verga di ritornare sul campo di battaglia a raccogliere Meloni e gli altri feriti. Cosa ch'egli fece prontamente e coraggiosamente; tanto che il suo «bren-carriers» venne messo fuori uso da un colpo nemico. Allora prese una camionetta è ritornò sul campo, dove rimase ferito e riuscì a rientrare a stento. L'esempio di Verga fu seguito immediatamente da un carrista che a bordo di una camionetta inglese, senza riparo al di fuori della sua audacia si recò dove ancora durava la battaglia e rientrò con un carico di feriti. Volle tentare ancora una volta: lo vidi ritornare lentamente con alcuni feriti a bordo. Giunto davanti all'infermeria, arrestò la camionetta e stramazzò al suolo. Morì quasi subito per una orrigibile mitragliata al ventre. Si chiamava Giulio Riganelli di Castel Raimondo (Macerata). Erano all'incirca le otto del mattino».

8) Fu quindi, senza dubbio alcuno, il 2nd. Field I. Rgt. il maggior protagonista della resistenza indiana ed il più fiero antagonista dei nostri carristi, ma, alla fine due sue batterie furono messe a tacere e le restanti furono costrette a ripiegare insieme al Comando di Brigata. A questo risultato finale, occorre dare atto che, sul fronte clell'VIII Btg. contribuì in modo determinante l'appoggio del V Gruppo semovente da 75/18 del Cap. Viglietti ed, in particolare, la sezione comandata dal Ten. Aldo Maria Scalise. Riporto qui di seguito la motivazione della sua medaglia d'oro, non solo per omaggio alla memoria di questo giovane valorossimo ufficiale, ma anche perché essa vale da sola a descrivere, in modo veritiero, l'apporto del V Gruppo al successo finale dello scontro: «Scalise Aldo Maria n. a Vercelli 1919 - Tenente S.P.E. - 132° Rgt. Art. Corazzato Div. Ariete. Comandante di sezione semovente, durante l'attacco contro munite posizioni fortificate, di iniziativa, penetrava d'impeto nelle prime linee avversarie. Con abile ardita manovra e con preciso tiro d'infilata, riduceva al silenzio numerose postazioni di armi anticarro insidiosamente sistemate sul terreno. Colpito gravemente persisteva nell'azione, che apriva le vie del successo al proprio gruppo ed ai reparti corazzati della sua divisione.

(21) Questa notizia è inesatta: Vassallo fu ferito il giorno seguente in zona cli Bir el Harmat guadagnandosi una medaglia di argento per il suo stoico comportamento.


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Mortalmente ferito al petto una seconda volta, mentre ancora dirigeva il fuoco, rivolgeva in uno sforzo supremo, parole di incitamento al proprio equipaggio. Chiudeva così la sua vita da prode soldato, illuminando di gloria la nuova artiglieria corazzata italiana. Rugbet el Atasc (A.S.) 27/5/42».

9) Sul fronte del IX Btg., invece, la reazione dell'artiglieria indiana, forse perché il 2nd. Field I . Rgt. era schierato più ad est (22) forse perché il Btg. si trovò defilato daì blandi dislivelli del terreno, non riuscì efficace. Il IX travolge, con la I e la III Comp., l'ala sud-ovest del 2nd. R. Lancers, procede oltre e travolge e giostra sui centri di fuoco del 18th. Cavalry e del PA VO. «La reazione dei loro pezzi controcarro - testimonia il Ten. Girardi - fu abbastanza pronta e vivace sebbene di scarsissimo effetto: i semoventi della I Batteria del VI Gruppo svolsero un ruolo prezioso per noi. Avevamo, infatti, preso a bordo solo munizionamento perforante, convinti di doverci scontrare con mezzi corazzati avversari, come sempre ci era accaduto in passato, sicché il nostro fuoco contro le postazioni interrate nemiche, pur preciso, non poteva riuscire di efficacia immediata e dirompente. Supplirono, come ho detto, i semoventi della I Batteria del VI Gruppo al comando del Ten. Idalgo Carrara che, fin dal primo momento, si erano schierati in linea con noi ed avevano agito come un reparto carrista: tiro a puntamento diretto per pezzo singolo contro le postazioni controcarro nemiche, le quali venivano facilmente individuate seguendo la fulminea scia di polvere che i perforanti tracciavano sulla loro traiettoria radente il terreno.»

A conti fatti è qui colpito dal fuoco anticarro il carro de] Com.te della III Comp. D'Ambra il quale rimane ferito, ma fa in tempo a passare il comando della Compagnia al Ten. Girardi. Rimase immobi~ lizzato anche un carro della I Comp., come crede di ricordare il suo Comandante Ten. Roberti. Mentre la II Comp. non subì qui alcun danno. Nel complesso, ripetesi, la reazione della cavalleria appiedata indiana nel settore del IX Btg. non fu nemmeno lontanamente paragonabile a quella incontrata dall'VIII Btg. Il S. Ten. Bianchi nella sua relazione ricorda: «Avanziamo e prendiamo contatto con truppa ben sistemata in uno schieramento di primo urto, entro buche con postazioni a r mate di po· (22) Non si dimentichi che presumibilmente l'area occupata dalla 3d 1MB aveva un'ampiezza di oltre 3,5 km. di fronte e 2 di profondità.


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tenti pezzi anticarro che ci investono con un fuoco di notevole intensità. Proseguiamo, nessuno ha incertezze di sorta, rispondendo ad un tiro preciso delle nostre armi ed investendoli con la massa dei mezzi; riusciamo così a soffocare in breve ogni resistenza. Si tratta di una intera brigata di indiani che catturiamo al completo, richiedendo per rad io di far seguire urgentemente i bersaglieri ai quali consegnare i prigionieri per disimpegnarci e proseguire all'azione».

Anche il Ten. Bazzocchi del X (23) e il S. Ten. Giaroli (24), pure del X, che tallonava il IX, non ricordano una reazione indiana tale da riuscire a smorzare, sia pure per poco tempo, l'impeto dei nostri carri. «Il caos regnò per 45 minuti - afferma la relazione indiana - ed è vero. Ma alla fine: «I tre Rgt. d i cavalleria avevano cessato di esistere, ogni pezzo anticarro era stato messo fuori combattimento. I carri avevano giostrato sullo schieramento cli ogni Rgt. e fatta prigioniera la maggior parte degli uomini armati di armi leggere». (25)

Questo per ammissione dello stesso nemico. Ma la reazione indiana afferma anche, sulle ali della più fervida fantasia che: «Era appena passata la prima ondata di carri che un secondo ed assai più pesante attacco fu sferrato da oltre duecento (! !) carri tedeschi ed italiani» (26)

Ma già sappiamo per certo che il 132° Rgt. il 26 maggio, all'atto della sua partenza da Segnali Nord, al completo dei suoi effettivi, disponeva in tutto di 168 carri! e sappiamo anche per certo che nessun reparto della 21 a Panzer entrò in contatto con la 3d. I.M.B. Di questa fantomatica seconda ondata di oltre 200 carri, per verità, non si parla più nella storia delle divisioni indiane pubblicata successivamente nel 1965 sotto il titolo «A roll of Honour» e nemmeno nella relazione ufficiale inglese curata dal Playfair, la quale realisticamente così riassume i termini dello scontro: «.... a short fierce fight in which the 3d. IMB, after doing some dama(23) v. re tro Nota (11) pag. 562 (24) v. Nota (10) pag. 561

(25) « The Tiger Kills» pag. 175 (26) «Thc Tiger Kills» pag. 175


. Tenw1ivo di ricos truzione di un mattino di guerra del 132° reggimento carri

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ge, was overrunned ... » (27) (un breve, accanito combattimento, a seguito del quale la 3d. IMB, dopo aver inflitto qualche perdita al nemico, fu sopraffatta ...)

E poiché non vogliamo credere che il Brig. Filose soffrisse di allucinazioni, è probabile che la seconda ondata di «oltre 200 carri tedeschi e italiani» debba essere identificata con i trenta carri del Plotone Comando e della Ile III Comp. del X che il Magg. Pinna, il quale, come vedremo, aveva nel frattempo assunto il comando del Rgt., aveva fatto avanzare, seguiti poco tempo dopo dagli autocarri dei bersaglieri del V incaricati di rastrellare i prigionieri ed avviarli alle retrovie. È d'altra parte comprensibile che la relazione del comandante di una brigata i cui reparti combattenti andarono praticamente distrutti nel giro di nemmeno un'ora, a parte la preoccupazione di cercare scusanti, non può essere altrettanto precisa quanto può esserlo quella di quel comandante che, rimasto vincitore e padrone del campo, abbia sempre tenuto i suoi repar_ti alla mano mantenendo una chiara visione dell'andamento della battaglia nel suo complesso. 11) Tirando le somme quindi, rimane accertato che i nostri 110/115 carri, con l'appoggio del V e del VI Gruppo semovente da 75/18 praticamente distrussero pressoché tutti i reparti combattenti di un'intera brigata motorizzata catturando ben più di 1000 prigionieri, con i tre comandanti di Rgt. e un ... ammiraglio! (28) oltre ingente botti-

(27) Playfair pag. 223 (28) A proposito di prigionieri vale la pena di precisare come realmente andò la cattura dell'Ammiraglio Sir Wal ter Cowan che da parte inglese è stata riferita sempre, per ver ità, con una punta di humour - nei termini più disparati. Abbiamo già visto a pag. 564 come l'abbia descritta la relazione indiana. Il Gcn. Carver, nel suo «Tobruk» la infiora con l'intervento di un carro tedesco - 'chè pe1· un epigono di Nelson sarebbe t roppo disonorevole essere catturato da soldati italiani-: «Quando l'equipaggi di un carro tedesco gli intimò la resa egli rifiutò e scaricò la sua pistola sulla bestia meccanica, dopodiché invece di morire gloriosamente sul campo di ba ttaglia, si vide disarmato e porta to via.L'Ammiraglio Cowan si era aggregato al 18th. Cavalry con l'assurda qualifica di ufficiale di collegamento navale per soddisfare la sua insaziabile sete di combettere il nemico, cosa che gli aveva fruttato fama e decorazioni al tempo de lla Regina Vittoria». In realtà il combattimento era già finito ed il bollente vecchietto, (aveva settantadue anni) si trovava in una buca e si rifiutava ostinatamente di darsi prigioniero al S. Ten. Emiliano D'Anna che, con il suo inconfondibile accento romanesco seguitava ad intimargli la resa con dei bonari: «Daje! vié fora !». Fu l' intervento per sonale


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no in autocarri, bren-carriers ed armi, e ridussero al silenzio un Rgt. di artiglieria catturando e distruggendo almeno due delle sue cinque batterie. Dell'intera brigata, a stare alla relazione del Brig. Pilose, si salvarono i 5 Bofors antiaerei, tre delle cinque batterie del 2nd. Field I. Rgt., buona parte dei collegamenti, qualche resto dei quattro reggimenti ed il Quartier Generale avanzato (29). A conti fatti, da parte nostra si può calcolare che, tra VIII e IX Btg. siano da lamentare una trentina di morti, cinque o sei dispersi ed una quarantina di feriti. I carri colpiti furono poco più di venti (20 dell'VIII, 3 del IX) dei quali solamente quindici risultarono danneggiati in modo tale da non poter essere subito riparati (30). I cinquatandue carri distrutti della relazione indiana sono, quindi, frutto di pura fantasia. Basti al riguardo ricordare che il giorno seguente il IX e l'VIII erano in grado di schierare in zona di Hagiag es Sidra almeno due compagnie al completo ciascuno. Una magnifica vittoria quindi, di cui gli stendardi del 132° Carri e del 132° Artiglieria possono andare giustamente fieri. Vittoria dovuta soprattutto all'estrema decisione dimostrata dai nostri ragazzi ché, per verità, l'attacco - lanciato nella forma più grezza del rullo compressore - poteva forse essere fatto precedere da una più adeguata preparazione di artiglieria ed essere meglio manovrato. Soprattutto sarebbe stato prezioso un più tempestivo intervento dei bersaglieri, il cui ritardò· si risolse, come vedremo tra breve, in grave danno per il IX Btg. del Magg. Pinna a sbloccare la situazione con un imperioso gesto del braccio accompagnato dallo schioccare del medio e del pollice. L'Ammiraglio, pago di arrendersi ad un Ufficiale Superiore, diede di piglio a una sua valigetta, fu caricato su un'autoblindo ed avviato in prigionia. (29) Da c iò s i può arguire che il caposaldo della 3d 1MB fu invaso dai nostri carri e semoventi grosso modo per i 3/4: (v. schizzo n ° 14) il quarto nord-est non invaso permise lo sganciamento dei reparti enumerati dal Brig. Filose. (30) Secondo il d.s. del 132° Carri, i dispersi della giornata furono 102. Questa cifra comprende i 91 dispersi nel successivo combattimento di Bir Hacheim e quelli del t rasferimento notturno (almeno quattro del X Btg.). I morti, sempre secondo il d .s., furono 34: questa cifra non comprende i morti di Bir Hacheim, che non furono recuperati e vanno annoverati tra i 91 dispersi, ma comprende alcuni morti al carreggio per bombardamento aereo. I feriti furono 49, di cui alcuni facenti parte del carreggio. Come si vedrà a Bir Hacheim si persero sicuramente 31 carri e un semovente osservatorio. Il d.s. del 132° parla di 45 carri «colpiti», aggettivo che deve esser e interpretato come «immobilizzati» in modo da dover essere al momento abbandonati, sicché ne rimangono quindici «immobilizzati» ad opera della 3d 1MB.


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11) Il combattimento, iniziato alle 6,30 ha raggiunto il suo culmine tra le 7, 15 e le 7,45. Ora, verso le 8, il fuoco si scema e finalmente si tace. La 3d IMB è ormai fuori causa. I suoi componenti escono dalle buche con le mani a lzate in segno di resa. I carristi del IX dall'alto delle torrette, fanno loro segno di avviarsi verso le nostre r etrovie. Il S. Ten. Bianchi, dal carro coma ndo del IX chiama ripetutamente in radiofonia il comando del Rgt.: «Mandate avanti i bersaglieri!». Tutti sanno che i carristi, una volta fatta irruzione e scompaginato il dispositivo della fanteria avversaria non possono abbandonare i loro mezzi per procedere all'inquadramento di centinaia di nemici, sia pure ben disposti a fa rla finita con la guerra. Gli uomini dei carri sono pochi. Una fanteria appena decisa può, con relativa fac ilità, una volta che si trovi numerosa, frammista di carri, riprendere in mano la situazione prendendo, a sua volta, d'assalto i corazzati nemici. Per questa ragione, l'ondata d i sfondamento dei carri deve essere p rontamente seguita dall'intervento della fanteria amica. Ma i Bersaglieri non a rrivaro no ed il IX Btg. si trova ora frammisto a lla turba degli indiani, in situazione di rela tivo imbarazzo. Cosa è accaduto? Perché questo sfasamento dei tempi tra l'attacco dei carri e l'intervento dei Bersaglieri ? 12) Nel complesso quadro dello scontro di Rugbet el Atasc si inserisce un episodio che non è stato, a mio avviso, apprezzato in tutte le sue implicazioni: il ferimento del Ten. Col. Maretti. Facciamo un passo indietro. Sono circa le 7,30, la battaglia è a l culmine, al comando di Rgt. giungono i pressanti appelli de ll'aiutante maggiore dell'VIII Ten. Serra che, come abbiamo visto, segnala la tenace resistenza incontrata e chiede l'appoggio de ll'artiglieria. Appoggio che, in verità, sarà, come pure abbiamo visto, dato d'iniziativa del valoroso V Gruppo semovente del Cap. Viglietti. L'appello di Serra, però, non rimane inascoltato. Maretti, benché il comand o d i Rgt. sia in posiz ione appena arretrata, insieme alle due Comp. del X tenute di rincalzo, non può vedere esattamente cosa stia succedendo più avanti e vuole rendersene conto. Maretti è un vecchio troupier fegatoso ed impul sivo, non ha esitazioni, ba lza dietro il primo motociclista che gli capita a tiro e gli ordina di portarlo avanti, fortunatamente il S. Ten. D'Amore lo segue con un autocarro: «Era successo - scrive Serra nel su o diario - che, come mi disse, dopo i m iei d isperati appelli alla radio, era saltato su di una motocic le tta per venire a vedere che cosa succedeva. Pu r conoscendomi bene la cosa gli sembrava anormale perché non corrispondeva ai piani ch 'erano di passare a sud del fortino. Maretti incontrò una colonna


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di prigionieri alleati che si dirigevano, senza scorta, verso le nostre retrovie. Proseguì ancora e quando giunse nei pressi del campo di battaglia, attratto dal fumo nero di numerosi incendi, incrociò un altro gruppo di prigionieri che cercavano scampo correndo indietro. Li accostò per chiedere informazioni: un militar e di alta statura, apparentemente un ufficiale, si avvicinò e portò la mano all'elmetto, come per salutare: ed invece gli menò una gran botta in testa con l'elmetto. Contemporaneamente anche gli altri soldati si precipitarono su di lui e sul motociclista, e li pestarono di santa ragione. Fortunatamente per loro l'approssimari del camion del sottotenente Mario D'Amore indusse i nemici a darsi alla fuga.»

D'Amore carica Maretti e lo porta indietro al vicino ospedaletto da campo divisionale che, nel frattempo, è stato montato. Strada facendo, (non più di un paio di chilometri) attraversano lo schieramento del X Btg. che sosta con la II e la III Comp. e, fortunatamente, incontrano il Magg. Pinna che sta mordendo il freno in attesa di ordini. Maretti, ancora dolorante e stordito gli ordina di assumere il comando del Rgt. Pinna si mette immediatamente all'opera: ordina alle sue due Comp. di portarsi all'altezza degli altri due Btg. avanzati e sollecita l'intervento dei Bersaglieri del XII e del V Btg. i quali, pure, scalpitano impazienti di avanzare chiedendosi il perché dell'inspiegabile ritardo (31 ). Strada facendo Pinna incontra il Ten. Bog-

(31) Nel resoconto del Ten. Coglitore, subalterno dell'S• compagnia del XII Btg. si legge: «Noi del XII siamo tutti a terra non lontano dal nostro carreggio. Improvvisamente, dalla nostra posizione avanza un gran numero di carri arma ti e di semovent i che con decisione attaccano il caposaldo avversario, iniziando un furioso combattimento. Polvere, fumo, rumore di ferraglia, stridore di cingoli, scoppi di granate, qualche carro già in fiamme mentre altri avanzano sempre più: questa la scena che appare ai nostri occhi nelle prime ore del mattino. I nostri M/13 sono ormai alquanto lontani dalla nostra zona di attesa, ma rileviamo che alcuni hanno già raggiunto ed olt repassata la linea difensiva avversaria e, sorpresi, ci chiediamo perché noi bersaglieri siamo ancora fermi. Il nemico reagisce fortemente con tutte le sue armi, colpendo ed immobilizzando altri carri, ma i rimanenti avanzano ancora superando ogni ostacolo. Non riusciamo a comprendere perché ci tengono ancora inattivi, quando, invece, sarebbe giunto il momento di seguire i nost r i carri per occupare la munita posizione, la cui resistenza sembra ormai t ravolta dal loro impeto. Cosa succede? Perché questo sfasamento d'azione? Perché non avanzano i Bersaglieri? Dalla zona del combattimento, intanto, ripiegano alcuni M/13 che, pu r centrati dal fuoco nemico, riescono a muoversi lentamente: hanno a bordo morti e feriti, parecchi dei quali gravemente. Si fermano poco discosto da noi, dove affluiscono altri caduti e feriti raccolti sul terreno da automezzi del reggimento carristi. Sono visioni indimenticabili di quanto possa essere stra-


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gia rimasto l'ufficiale più anziano dell'VIII che, placatosi il.combattimento, viene indietro in motocicletta e prendere ordini. Boggia rappresenta rapidamente a Pinna la situazione dell'VIII e riceve ordine di trattenere i carri sulle posizioni raggiunte. Ma, intanto, tra il ferimento di Maretti ed il suo incontro con Pinna è trascorso un altro fatale quarto d'ora in cui il Rgt. è rimasto praticamente decapitato. Le segnalazioni dell'aiutante maggiore del IX S. Ten. Bianchi, le sue richieste di intervento dei Bersaglieri cadono nel vuoto, al comando di Rgt. manca la presenza di Maretti, manca la sua prontezza di decisione, la sua autorevolezza. 13) La situazione del IX, benché vittorioso, si fa intanto imbarazzante, perché la truppa indiana che si aggira sc~ncertata sul campo di battaglia, dà segno di riprendersi dallo shock e di volere rinnovare la resistenza: qualcuno si rìbutta nelle buche, qualche anticarro da 37 è ancora efficiente e riprende a far fuoco. Qualche carro è pronto a girare la torretta di 180 gradi ed a sparare qualche colpo alle spalle. Il comandnate del IX è perplesso, si consulta rapidamente con il suo aiutante maggiore che lo incita a proseguire sulla rotta per 29° originariamente assegnatagli per raggiungere la zona «C». Forse se fosse stato un cavaliere, Prestisimone avrebbe coman-

ziato il corpo di un uomo. I feriti vengono affidati alle autoambulanze, mentre i morti stanno per essere sepolti in loco e sveltamente perché da un momento all'altro la divisione riprenderà certamente l'avanzata... Tutto questo succede mentre il combattimento prosegue. Improvvisamente, viene urlato un ordine: «Avanti i bersaglieri, presto, sotto». In un lampo saltiamo tutti a bor do degli automezzi che hanno già acceso i motori e via, in formazione aperta, velocemente. Attraverso il terreno del combattimento, dove giacciono carcasse di nostri carri, da alcune delle quali si levano dense colonne di fumo nero, saltiamo a terra e corriamo con le armi in pugno contro gli avversari, che, fuori delle loro buche, alzano le braccia in segno di resa. La maggior parte sono indiani e congolesi e tra i bianchi riconosciamo dei francesi degaullisti. Siamo irritati ed amareggiati, perché, a parere di tutti i bersaglieri, il caposaldo avrebbe potuto essere conquistalo con minori perdite, se l'ordine del nostro intervento fosse stato più tempestivo. Più tardi, infatti, in zona di racco lta, apprendiamo da alcuni carristi che reparti nemici, le cui postazioni di prima linea erano già state superate dai nostri carri, si erano in primo tempo arresi, ma poi, accortisi che dietro i mezzi corazzati non c'era la fanteria, avevano girato i cannoni controcarro ed aperto il fuoco sul tergo dei nostri carri che avevano proseguito l'azione. Nel rastrellamento della zona, catturiamo parecchi prigionieri, ma la preda più gradita sono una t rentina di efficientissimi autocarri e camionette, alcuni dei quali carichi di materiali vari, tra i quali cassette di champagne francese».


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dato una controcarica, ma egli era fante, fante fino al midollo erigido nell'osservanza della disciplina: l'ordine è di raggiungere la zona C ed egli ritiene sia suo preciso dovere proseguire senz'altro nell'avanzata. È una decisione fatale. Le compagnie del IX si ricompongono alla meglio senza, tuttavia, aver tempo di potersi riordinare completamente e si adeguano a quanto deciso dal loro comandante, con il quale, peraltro, la maggior parte dei carri perde il contatto radio. «Il ritardo - scrive Bianchi - nell'arrivo delle truppe richieste per la presa in consegna dei prigionieri, ci costringe a riprendere l'avanzata, lasciando gli indiani. Molti di questi però non tardano a girare i pezzi anticarro di 180° sparandoci alle spalle. È così che perdo il mio primo carro, colpito ai cingoli, fortunatamente senza danno all'equipaggio. Esco e nella mischia ne raggiungo un altro del mio reparto dove mi trasferisco con il Col. Prestisimone e Nicolosi a ricostituir e il comando di battaglione, carro che perderò poco più avanti per un successivo colpo di cannone del nemico, per cui passeremo su un terzo mezzo sempre del mio plotone».

Cionondimeno, il movimento prosegue e prende abbrivio. I carri del IX e della I/X si allontanano su quattro colonne di cunei ed è in questa formazione che appariranno, nemmeno mezz'ora più tardi, agli occhi dei difensori del fronte est del caposaldo di Bir Hacheim. 14) I carri del IX e della I/X sono appena scomparsi dalla vista degli sconcertati indiani che Pinna sopraggiunge con i carri della II e della III Comp. del X, seguito poco dopo, dai bersaglieri del XII e del V B tg. Ogni velleità di resistenza del nemico si sgonfia ed i bersaglieri iniziano immediatamente il rastrellamento del campo di battaglia (è questo il momento che il Brig. Filose sceglie per sganèiarsi con · i resti della sua brigata). Pinna sosta con le sue due compagnie prendendo contatto sulla destra con i carri dell'VIII Btg., ma invano cerca sulla sua sinistra il IX, cerca di contattarlo via radio. Invano: il IX sembra essersi volatilizzato. 15) Noi della II e III Comp. del X dopo che la I Comp. aveva ricevuto l'ordine di avanzare per andare a colmare l'eccessivo distacco creatosi tra il IX e ]'VIII Btg. avevamo sostato per circa un'ora sulla posizione raggiunta schierati in linea di fronte. Di lontano ci giungeva, attutito, il rombo del combattimento. Finalmente ci raggiunse l'ordine di avanzare. Procedemmo così, per


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poco più di un chilometro nella piana deserta in leggera ascesa, appena percettibile, sufficiente, tuttavia, a limitarci sensibilmente la visuale. Ci ritrovammo così, improvvisamente, a ridosso delle posizioni occupate dal nemico, ormai già travolto dall'ondata dei nostri carri di prima schiera. Sbandati indiani affluivano qua e là attraverso il nostro schieramento avviandosi, tallonti da alcune nostre autoblindo, verso le nostre retrovie, rassegnati alla resa. La piatta distesa del deserto disseminata di buche offriva quello spettacolo di scompiglio e distruzione che, nei giorni a venire doveva diventarci famili are: tende abbattute, armi sparse, un autocarro rovesciato, bren-carriers ed autocarri abbandonati, alcuni efficienti, altri in fiamme. Stranamente nessun cadavere in vista. Nessuno di noi ufficiali subalterni, fatta eccezione del Cap. Isacchini comandante della III Comp., vecchio «spagnolo», come pure la maggior parte dei sottufficiali e dei carristi avevamo mai calcato un campo di battaglia. Stavamo perplessi, sporgendoci fuori delle torrette intenti a quanto ci circondava senza osare scendere dai nostri mezzi, quando ci giunse, via radio, l'ordine di Pinna, ritrasmessoci da Rombolà: «... ogni carro mandi un uomo a fare bottino... » La cosa si faceva divertente. Dal mio carro feci scendere il servente al pezzo Vincenzo Pantina, un piccolo siciliano di Polizzi Generosa, l'unico siciliano della nostra compagnia. Scese, si guardò intorno incerto, si avviò non ricordo se verso un autocarro o una tenda, non lontano. Poco dopo fu di ritorno, la larga faccia illuminata da un ingenuo sorriso: teneva con la destra, distrattamente, per la canna una bellissima Smith and Wesson nuova di zecca. Con la sinistra, trionfalmente sollevata, stringeva un sacco di iuta: «Cosa hai trovato Pantina?» «Cipuddi signor tenente!» Provai una gran simpatia per quella scelta umile, forse suggerita da un inconscio ricordo di campi lontani. Dellea il pilota Alvisi il marconista: un lombardo ed un genovese, lo guardarono con aria rassegnata. Nel campo della 3d IMB trovammo tutto quello che ci apparve allora un vero bendidio: corned beef, formaggi in scatola, gallette, latte condensato, beacon, marmellata di arance amare, tè. Il S. Ten. Ricevuti, amico indimenticabile, che comandava il I Plotone della stessa mia compagnia, mi capitò vicino a bordo di un «bren-carrier» intatto (che poi ci seguì fino ad El Alamein usato per i rifornimenti in linea ora dal S. Ten. Isola Com.te del PI. Comando della nostra compagnia, ora dall'aiutante maggiore Ten. Ezio Cereda) e ridendo contento mi mostrava imbracciandolo, uno di quei mitragliatori che


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chiamavano «Tommy gun» dal caricatore circolare: «Guarda: il mitra dei gangsters! » Quel primo contatto con la guerra ci sembrò un gioco: dunque i nostri del IX e dell'VIII, fortunati loro, erano potuti andare avanti per primi, avevano travolto il nemico senza sforzo, ogni apprensione provata il mattino era dimenticata, soddisfatti dalla «novità» del bottino che risvegliava in noi chissà quali antichi insupponibili istinti. La giornata era bellissima, il sole brillante. Nemmeno un'ora era trascorsa, quando, ad un tratto, non so come, sulla nostra sinistra di lontano spuntò un M/14 con vari carristi aggrappati all'esterno. Il carro ci raggiunse e si fermò poco lontano dal mio. Ne scese il serg. Bassi, un ferrarese della III Comp.: «È morto il Cap. Terni. La I Comp. non c'è più. È morto il S. Ten. Franceschini, forse il S. Ten. Giaroli! » La guerra, dunque, era questa! La morte «n'é sovra le spalle» (32). Sentii un subitaneo senso di angoscia attanagliarmi la bocca dello stomaco... Ma conviene ora tornare al IX Btg. e seguirlo nella sua fatale corsa verso il caposaldo di Bir Hacheim.

(32) F. Petrarca: «All'Italia»


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CAPITOLO VI «Forward! ... . Was there a man dismay'd? Not tho' the soldier knew some one had blunder'd Their's not to make reply, Their's not to reason why, Their's butto do and die... » (Tennyson - The charge of the light brigade)

BIR HACHEIM 1) La rotta seguita da Prestisimone, che, dopo poco meno di mezz'ora, lo condusse sul fronte est del caposaldo di Bir Hacheim, è, di per se stessa, un enigma. Secondo il suo aiutante maggiore S. Ten. Bianchi, Prestisimone, che sapeva che il Rgt. doveva proseguire dalla zona B alla zona C avanzando per 15 km. con rotta 29° e, poi, per 25 km. con rotta 336° (1), si mosse con l'intenzione di attenersi a questa disposizione, convinto che presto sarebbe stato raggiunto dagli altri due Btg. e dal Comando del Rgt. Resta però il fatto che, se pure Prestisimone partì per 29°, ben presto questa rotta fu abbandonata. Ma, è bene non anticipare gli eventi perché avremo modo di ritornare, tra poco, a tempo ed a luogo, su questo argomento. Comunque, l'opinione di Bianchi è quella più logica e credibile. Accettiamola dunque, e diciamo che Prestisimone decide di proseguire con l'intenzione di raggiungere la zona C. Muove quindi, senz'altro, benché permanga una notevole confusione, specie tra i carri della II e della I Comp. e, quel che è più grave, sia venuto meno il collegamento radio con i comandanti della I e della III Comp. Il carro comando è situato poco più avanti ed immediatamente alla destra della II Comp. del Ten. Corradetti. Le compagnie, dopo

(1) v. doc. H della E.D.C.Q. retro pag. 536; Appendice doc. n. 6 nonché Nota (1) a pag. 502


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la giostra sulle posizioni della 3d. IMB, si sono alla meglio ricomposte e, vedendo partire il loro comandante, si muovono anch'esse per imitazione ed avanzano in linea di cunei con la II di Corradetti leggermente arretrata rispetto alla I Comp. di Roberti e con alla sua destra, la III Comp. del Ten. Girardi (v. schizzo n° 14). 2) Un difficile problema è quello di individuare l'esatta posizione della I Comp. del X (I/X) che, al comando del Cap. Terni, è sopraggiunta alla massima velocità. A questa compagnia, abbiamo visto, era stato assegnato il compito di andare a colmare l'eccessivo intervallo creatosi tra il IX e }'VIII Btg. poco dopo l'inizio dell'attacco alla 3d. IMB. Ma, come già accennato, sembra accertato che essa, forse a causa della conformazione del terreno, non fu in grado di eseguire esattamente l'ordine ricevuto ed attraversò, perciò, le posizioni tenute dalla cavalleria indiana sulla scia del IX Btg., ripercorrendo, senza subire danni, più o meno il percorso da questo già seguito. Secondo la relazione del S. Ten. Giaroli, i suoi ricordi e quelli del pilota del Cap. Terni, Cap. Magg. Burlando, la I/X, nella prima parte della successiva corsa verso Bir Hacheim, venne, perciò, a trovarsi, anziché alla destra del IX, come avrebbe dovuto, piuttosto sulla sua sinistra ed immediatamente dietro alla II Comp. del Ten. Corradetti (v. schizzo n° 14). (2) In questa formazione IX Btg. e I/X percorrono, a velocità sostenuta, più o meno 4 km. dopo aver lasciàto il caposaldo indiano: si sono così fatte ormai le ore 8 a.m. I comandanti della I e della III Comp. del IX Tenenti Roberti e Girardi, ricordano nitidamente che, a questo punto, al limite della visibilità consentita dalla leggera ascesa del terreno, compare sfilando in senso normale alla direzione di marcia del Btg. una colonna di alcuni automezzi e bren-carriers nemici diretti verso est. (3) Trascorrono ancora pochi minuti, ed il Ten. Girardi si accorge (visivamente, in quanto, come detto, il collegamento radio con il comando di Btg. si è del tutto interrotto) che il carro del Comandante del Btg. insieme alla II Comp. di Corradetti hanno iniziato una sensibile conversione verso sinistra sfilando, così, sotto la I e la III Comp. che li precedono e che, al momento, seguitano ad avanzare nella di-

(2) v. retro pag. 561, nota (lO) (3) Dovrebbe essersi trattato di un distaccamento della III Comp. 2° Btg. della L.E. del Cap. Bablon che, uscito dal caposaldo diretto ad ovest è dovuto rientrare avendo scorto in lontananza le colonne tedesche della 21 • Panzer sfilare dirette verso nord.


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Schizzo n. 14

se h i z z o

n. 14

scontri del 132 Rg1 carri con la 3d 1MB e con la 1ère BdeF.L. ( 27 magg io 194 2)

N. 8.

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rezione iniziale, sicché quando queste due ultime compagnie imitano poi la manovra del loro Comandante con inevitabile ritardo, questo e la II Comp. di Corradetti, hanno già percorso un buon tratto di cammino e vengono a trovarsi in testa al Btg. (v. schizzo n° 14). La I Comp. del X del Cap. Terni, invece, che tallona, da vicino, la II/IX, ne imita senza ritardi la manovra e si allinea, così, alla sua sinistra (v. schizzo n° 14). 3) Perché Prestisimone si sia indotto a curvare a sinistra rimane un enigma. A prima vista, sembra facile trovare la spiegazione in una sua errata valutazione della distanza percorsa con rotta 29° . Sappiamo che, in questa direzione si sarebbero dovuti percorrere 15 km. partendo dal limite ovest della zona B, prima di dover convergere a sinistra assumendo rotta 336° (4). L'ipotesi più logica sembrerebbe, quindi, quella che Prestisimone si sia indotto ad ordinare la conversione a sinistra nella (errata) convinzione che fosse ormai giunto il momento di assumere la nuova rotta per 336°. Senonché questa spiegazione, apparentemente chiara e convincente, presenta gravi motivi di perplessità. Né il S. Ten. Bianchi, né il Serg. Magg. Nicolosi, infatti, ricordano che Prestisimone abbia mai impartito un preciso ordine al riguardo: non al pilota, e non agli stessi Bianchi e Nicolosi perché lo trasmettessero, via radio, alle compagnie. È questa una circostanza che lascia oltremodo perplessi, tanto più se si considera che, dal momento in cui, verso le ore 5, il Btg. dopo terminato il rifornimento, aveva cominciato a muoversi, non poteva avere percorso più di 7/8 km. (5). Sembra, allora, più convincente ritenere che il sensibile cambiamento di direzione sia stato determinato, non dalla deliberata e consapevole decisione del Com.te del IX Btg., ma, più semplicemente, da uno di quei fatali errori in cui era facilissimo incappare quando ci si muoveva nell'immensità del deserto privi di punti cospicui di riferimento e, come nel caso di Prestisimone, privi anche di bussola, visto che egli aveva, poco prima, perso il suo carro, l'unico del Btg. munito di bussola compensata. Più probabilmente, quindi, potrà essere contribuito in modo de-

(4) v. nota (1) pag. 538 (5) Esso, infatti, mosse da circa 4 Km. ad ovest della quota 171 di Rugbet el Atasc, oltrepassata la quale fino al punto dove si verificò la conversione, corrono altri 4 Km. Prestisimone, quindi, dovrebbe essere incorso in un errore di valutazione della distanza percorsa, di circa 7 Km. Un po' troppo vistoso per riuscire plausibile.


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terminante al cambiamento di rotta, l'andamento del terreno, tanto più se si considera che i piloti possono essere stati indotti a seguire la ben tracciata pista che da Giarabub porta a Bir Hacheim ed al mare, che in quel momento avevano incrociata (v. schizzo n° 13). Forse potrà avervi parzialmente contribuito anche la volontà di tagliare la strada ai mezzi nemici appena avvistati transitanti su quella stessa pista; forse anche quella, affacciata al Campini (6), di mettere a tacere quei pezzi da cui, verso le ore 8,15 a.m., proveniva qualche rado colpo dalla sinistra. Quale sia stata la vera causa di questa conversione - che tutti i reduci interpellati ricordano nitidamente anche se alcuni la dicono brusca a 90 gradi, mentre altri la danno per meno accentuata rimane, dunque, un enigma ed ognuno è libero di scegliere la spiegazione che più gli aggrada. 4) Comunque si cammina nella nuova direzione, si sono percorsi altri 2 km. o poco più, si sono fatte ormai circa le 8,15. I nostri carri sono in vista di un vasto campo minato reso evidente da un filo spinato che lo delimita: è quello, che i francesi indicano come un «marais de mines» che si estende davanti la posizione della 7a Comp. della L.E. (v. schizzo n° 6). Dalle loro postazioni, ben defilati e pronti ai pezzi anticarro appena affioranti dal terreno, i legionari della 7a e della 5a Comp., più direttamente interessati, seguono, attenti, il movimento dei carri, di cui, sul momento, non sanno distinguere la nazionalità: la 4th. Armoured Brigade inglese, infatti, dovrebbe trovarsi in zona. Alle ore 8,15, annota il Journal de Marche della Ière Bde. F.L. (7): «Alcuni carri che precedono numerosi veicoli appaiono sulla cresta a sud del pilastrino di confine. Si dirigono verso la ridotta della 7 a Comp. poi, incerti, seguono il margine del «marais» di mine e attaccano la porta Nord della ridotta Est della sa Comp. Sono circa 70/80 disposti in quattro colonne di quattro carri spaziati di circa 50 metri (IX e X Btg. Div. Ariete) e sparano quasi solamente con i loro cannoni. L'artiglieria, avvisata, non osa far fuoco a causa di una confusione con elementi inglesi. La 7 8 Comp. apre il fuoco verso le 8,15». Ma, nonostante la reazione della 7a Comp. della L.E., i carri con-

(6) v. Campini «Nei giardini del diavolo» pag. 157: forse si trattava dei pezzi della 7° Comp. del 2° Btg. L.E. (v. Journal de Marche 27/5 appendice n. 9) (7) Per il testo integrale del Journal de Marche nella sua traduzione italiana v. Appendice n. 9


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tinuano ad avanzare come li descrive Koenig: ... in due gruppi di quattro colonne. Avanzano in una nuvola di polvere che si riabbatte su di essi, il ché rende l'osservazione molto difficile. Sono largamente scaglionati su un fronte di circa un chilometro». (8)

I nostri carri non sono in numero di 70/80, ma poco meno di 60: 16 del X (di cui 14 della I Comp. e 2 della III) i restanti del IX (15 o 16 della II Comp., 14 della III; 14 o 13 della I e 2 del Pl. Comando), altri veicoli non ce ne erano, ma i francesi possono forse avere equivocato con le colonne tedesche che sfilavano molto in lontananza, o con i semoventi del VI gruppo che seguivano a distanza. Alle 8,30 prosegue il Journal de Marche: «I carri hanno raggiunto il reticolato della 5a Comp. Un nostro 75 non scaricato dal camion è messo fuori combattimento, (era rientrato dalla Jock Column con il Cap. Bablon). La postazione della 5a Comp. dispone di 3 cannoni da 75 e 1 da 47 .... La 2a Sez. dell'Aiutante Ott~ sostiene l'impatto. Numerosi carri sono fermati dall'artiglieria e dalle mine. Qualcuno brucia tuttavia 6 di essi attraversano la ridotta da sud a nord e 4 altri da est ad ovest. Sono presi d'assalto violentemente. Nel frattempo centinaia di veicoli sfilano senza sosta, con un rombo impressionante.» (9)

Il combattimento continua, i carri insistono nonostante le perdite già subite nel tentativo di attraversare il vero e proprio campo minato antistante i trinceramenti nemici. Qualcuno c'è già riuscito. Gli italiani attaccano, dice uno storico della LE. con espressione intraducibile «en enfants perdus!» (10): gettandosi allo sbaraglio. Ore 9 «La Comp. Messmer (11) si sposta e forma una ridotta di difesa presso il GDS, 2 cannoni da 75 della C.L.3 vengono spostati verso il GDS per far fuoco sui carri che attaccano da sud-est» L'Artiglieria impegna a sua volta il nemico per ordine del Generale e fa fuoco di continuo in appoggio alle unità A.T.» «Debole interevento dell'artiglieria nemica» (? n.d.r.)

(8) Koenig op. cit. pag. 222 (9) Questi ultimi veicoli sono quelli della 21 • Panzer che sfilano lontani diretti a nord. (10) Henry Le Mire: «De Narvik à Kolwesi» ed. Albin et Miche! Paris pag. 42 (11) Il futuro «Ministre aux Armées» della V. Repubblica.


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«Il filo del telefono del Comandante della ridotta è tagliato da un carro» ore 9,25 «Il comandante della ridotta sotto la minaccia di un carro a 15 metri dal suo posto di comando brucia il gagliardetto, carte e documenti».

Più diffusamente Koenig: (12) «Le colonne nemiche hanno preso l'avvio di una carica e si avvicinano. Le nostre granate anticarro sollevano intorno ai carri delle colonne di polvere ocra. Parecchie rimbalzano sul terreno e scoppiano in aria. Si rettifica il tiro. Un pezzo si ostina a tirare corto... In verità tira di fianco. Di tanto in tanto un carro è colpito e si immobilizza, una fumata lo avvolge. Se la nube nerastra dura più di qualche minuti il carro prende fuoco. Si sviluppano diversi incendi formando uno schermo di fumo nero e pesante che si disperde pertanto verso sud. Altri carri emergono da questo schermo opaco e continuano ad avanzare malgrado il fuoco, malgrado le perdite. La carica si mantiene esattamente sul suo asse iniziale. Abbiamo potuto accertare con il binocolo che si tratta di italiani. I nostri anticarro e le nostre batterie di artiglieria continuano a far fuoco senza tregua. L'avanzata avversaria continua. Il telefono suona. Il comando del 2 B.L.E. mi annuncia che 5 carri sono penetrati nella ridotta della 5 3 Comp. Morel che la comanda è un giovane combattente di lunga esperienza. t già stato ferito tre volte dal 1940, due in Eritrea dove ha perduto il suo gagliardetto. Non vuole che ciò gli accada ancora. A 15 metri da un carro che lo minaccia, brucia gagliardetto, carte e documenti. Il 2° scaglione anticarro apre il fuoco con i pezzi di Sarigné e due cannoni del Ten. Messmer che, di riserva, si è piazzato dietro More!. Tra Morel ed i carri non resta che una cintura di mine, se riuscissero ad oltrepassarla la 4a batteria di Morlon non potrà che cercare scampo verso ovest».

Alle 10,30, prosegue il Journal de Marche, sempre sul fronte del 2° Btg. della L.E.: «Il combattimento prosegue all'interno ed all'esterno della posizione ma, verso le 10, 15 i carri rifliuscono verso sud. I carri che si sono avventurati fin dentro la ridotta cercano di fare altrettanto, ma saranno tutti distrutti. Gli equipaggi dei carri immobilizzati cercano di fuggire. I legionari, di loro iniziativa, prendono d'assalto i carri. Tutti gli equipaggi cadono nelle nostre mani. Quindici morti, una decina di feriti, settantasei prigionieri di cui un T. Col. e diversi ufficiali. Sulla

(12) v. Koenig: op. cit. pag. 223.


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fronte nord e nord-est rimangono distrutti 19 carri; sulla fronte sud e sud-est 7 carri; le carcasse di altri 5 carri restano all'interno della ridotta, quando gli altri si trovano vicinissimi alla postazione a meno di 150 metri. Da parte nostra un ferito leggero. 10,30: Un carro che ha aggirato la postazione da nord-est viene distrutto da un pezzo da 75 della Comp. del 2° B.M. e da un pezzo da 47 italiano della C.A. n. 1. Trentadue carri italiani M/13 di cui 12 danneggiati dalle mine restano sul terreno. Il Genio si incaricherà di metterli fuori uso. Il compito è svolto dal 2° Btg. LE. La 7a Comp. ne approfitta per fare cinque prigionieri che si trovano su un mezzo di collegamento. Complessivamente 91 tra morti e prigionieri italiani, di cui due muoiono prima dell'intervento chirurgico e due successivamente». 11,00: Il Generale visita, quale vecchio combattente della guerra 14/18 il colonnello italiano Prestisimone. Il quale dichiara che non si aspettava assolutamente campi minati ad est della postazione».

Ancora il Gen. Koenig, da parte sua aggiunge qualche nota di colore alla scarna prosa del Journal de Marche: «Alle 10,15, improvvisamente, senza dubbio a seguito di un ordine ricevuto per radio, i carri fanno un mezzo giro e si perdono nella cortina di fumo delle granate che li inseguono fino al limite di portata. I cinque carri che erano penetrati nella ridotta di Morel cercano inutilmente di seguirli. Sono raggiunti. I legionari li attaccano a bombe a mano e pistole, fanno prigionieri gli equipaggi. Sono le 10,30. Cala un subitaneo silenzio, rotto solo dal crepitare delle ferraglie contorte degli incendi che ancora si sviluppano in alcuni carri. É finita. Il sipario cala sul dramma e noi respiriamo sollevati. Il fumo ed il polverone si diradano pigramente. Contiamo le perdite del nemico. Trentacinque carri restano davanti e dentro la nostra postazione. ll combattimento è durato appena un'ora e mezza ... Affluiscono i rendiconti. Il 2° Btg. L.E. ha fatto 91 prigionieri tutti feriti. Vengono trasportati al G.D.S. Due muoiono subito e due dopo l'intervento chirurgico. Appartengono alla Divisione Ariete. Tra essi un pezzo grosso: il T. Col. Prestisimone comandante del 132° Carri (sic. n.d.r.). Si è comportato con grande coraggio. Durante l'attacco è saltato per due volte sulle mine ed ha, per due volte, cambiato carro, prima di irrompere nelle ridotta della Comp. Mo.rei. Lo andrò a visitare. Mi informo delle nostre perdite. Tra la meraviglia generale non contiamo che due feriti leggeri. É il


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trionfo delle postazioni infossate. I miei ragazzi finalmente lo capiscono! Filo a trovare il mio italiano. É fe rito ed ustionato abbastanza gravemente. Poiché è stato estratto quasi nudo dal suo carro lo elemosiniere della Legione: l'abate Mallec gli ha procurato un pigiama assai decente ... Il colonnello mi esprime la sua sorpresa. Aveva il compito di «schiacciarci» in un quarto d'ora. Mi dice che ha combattuto nel 1918 a fianco dei cacciatori francesi al monte Tomba e mi mostra una mano mancante di un dito: «É un regalo dei tedeschi» mi dice e deplora questa guerra che definisce fratricida. Lo r iporto sul combattimento del mattino. Mi spiega che prima dell'attacco egli era persuaso che il fronte della nostra posizione era poco difeso e, in ogni caso, sprovvisto di campi minati. É la guerra con le sue sorprese. Mi congratulo con lui per essersi battuto con noi nel 1918 e per il valore da lui dimostrato questa mattina. Lo lascio. Nel frattempo abbiamo recuperato la sua carta e gli ordini che ha conservati o che non ha avuto il tempo di distruggere. Il mio 2° Ufficio ha esaminato questi documenti in cui figura la manovra nemica ... leggiamo che sull'orario di attacco nemico in possesso del col. italiano, noi figuriamo sotto la rubrica: «9 alle 9,15 distruzione della divisione gollista da parte della 2 a Brigata Ariete». Quanto disprezzo! Ma quale sbaglio!».

Sin qui la versione di fonte francese (13). 5)

Da parte nostra, il S. Ten. Bianchi ha scritto: «La brigata indiana non è altro che un avamposto a difesa di un esteso campo minato fatto pur esso per proteggere il vero e proprio centro de l caposaldo di Bir Hacheim, dove sono ben sistemate le truppe degaulliste affiancate da una formazione di legionari. Il campo che si presenta davanti a noi è formato con mine francesi del tipi a cassetta. Le più potenti e micidiali per i nostri carri armati, che riconosco da lontano e vedo estendersi sui due lati senza fine e per una profondità di circa 70 metri. Al di là, i segni inequivocabili di uno schieramento che ha le sue punte nelle bocche dei cannoni anticarro. Mi affretto a comunicare al comando la situazione, ed un collega addetto alle trasmissioni che dopo pochi attimi, chissà per quale misterioso motivo, disegno del destino, equivoco od errato svolgimento della segnalazione, mi passa l'ordine di proseguire. Incredulo, faccio r ipe-

(13) La versione Koenig è ripetuta senza notevoli varianti anche da Morda! nel suo buon volume «Bir Hacheim» pubblicato nel 195 1 prima di quello di Koenig. (In esso, però, non si par la di documenti trovati addosso a Prestisimone)


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tere la comunicazione e poi riferisco al comandante di battaglione il quale mi risponde testualmente: - Testa sotto e avanti Purtroppo, la decisione è il preludio ad un infermo che non si riesce più a dominare, la condanna di uomini valorosi che ancora una volta confemano con il loro comportamento quello di cui sono capaci. I carri avanzano ed entrano n el campo minato, mentre i francesi aprono il fuoco con i loro cannoni di prima linea contro di noi, con una intensità spaventosa. In breve, diviene difficile distinguere, nelle tremenda successione degli incendi tra la polvere, quali mezzi saltano sulle mine e quali sono immobilizzati dal tiro dei cannoni. La scena è terrificante, anche per chi non è certo la prima volta che si trova tra carri colpiti e sventrati od incendiati. Saranno decine i mezzi via via perduti, molti di essi tra le fiamme che si elevano a completare l'opera distruttice dell'uomo. Le grida dei compagni rimasti prigionieri nelle bare infuocate e la rabbia per l'impossibilità di soccorrerli, di salvarli da quella morte atroce, rimarranno un ricordo angosciosamente indelebile nella mia mente. Il mio carro avanza sempre sparando con tutte le armi di bordo, e sembra estraneo a quelle scempio; ho già percorso gran parte della profondità nel campo minato oltre il quale distinguo perfettamente in viso davanti a me i serventi ai pezzi anticarro che n elle loro postazioni entro le buche continuano a fare fuoco. Ad un tratto però sono preso in un boato assordante, un sussulto del m ezzo, uno stridere di ferraglia e poi il carro si adagia immobile, inclinato su un fianco: una mina è scoppiata sotto di noi. Mi accerto che n essuno sia ferito ma so che da fermi si diviene un bersaglio facile per i cannonieri che ci fronteggiano, i quali infatti sono pronti a colpire. Prima di poter fare qualcosa un proiettile ha subito ragione della corazza ma per fortuna il danno è limitato, soprattutto alle persone. Una scheggia metallica colpisce il comandante il quale però è salvato dal binocolo che gli pende sul petto e dal giaccone in pelle che sul davanti è doppio per l'abbottonatura. Fermarsi nel carro in quel momento ed in quelle circostanze, dove la reazione possibile è insignificante rispetto all'offesa che il nemico è in grado di fare, significa votarsi ad un inutile sacrificio, meglio quindi tentare un'uscita per raggiungere un altro carro con cui combattere ancora. Perciò invito il comandante a cercare temporaneo riparo dietro il carro, ma egli rifiuta. lo non accetto quella soluzione e salto fuori seguito dagli altri. Nicolosi ed io ci stendiamo bocconi a terra sul retro del m ezzo, in modo da essere defilati il più possibile dal tiro dei cannoni anticarro. Ad ultimo Cisotto invece, un pilota già tante volte provato n ei combattimenti con feriti e morti a bordo, cedono i nervi ed urlando si mette


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a correre indietro tra le mine; sono attimi di angoscia per noi che ci attendiamo di vederlo saltare in aria con lo scoppio di uno di quegli ordigni, ma fortunatamente vediamo la sua figura gesticolante superare il campo e disperdersi in lontananza verso le nostre linee. Un carro che mi seguiva a distanza, l'unico rimasto dei miei al comando del Sergente Giulio Morandi, sta avvicinandosi curando di ricalcare con i. cingoli le nostre orme sulla sabbia in modo da schivare il più possibile le mine. Da terra ove mi trovo, tento di segnalare la mia presenza agitando un braccio ed invitando a proseguire fino a me, mentre grido forte anche se mi rendo contro che la mia voce non può certo essere udita da quell'equipaggio nel frastuono assordante degli scoppi e dei motori. Intanto la battaglia infuria al massimo ed il nemico batte ora il campo minato con un fuoco anti-uomo, sparando granate, mitragliando, lanciando bombe di ogni tipo senza risparmio, è un vero inferno. Uno scoppio, un colpo sordo ad un fianco di cui sul momento non avverto la gravità, poi ogni tentativo di muovere le gambe è divenuto inutile perché dall'addome in giù non ho più il governo dei muscoli, mi sento paralizzato. É uno scheggione di granata che mi ha trapassato il corpo da un fianco all'altro, dilaniandomi la carne e le ossa in un lago di sangue. Per lo stesso colpo di granata Nicolosi ha una falangetta della mano destra quasi asportata, che gli pende, ma è pronto a farsi una fasciatura sommaria per dedicarsi generosamente a me, che vede grave. Mi tampona le ferite con i miei ed i suoi indumenti per fermare il più possibile l'emorragia. Non so se me la caverò ma sono sereno, penso al peggio ma non con paura, e lo dico a Nicolosi che, naturalmente, mi risponde con parole di conforto e di ostentata sicurezza in un mio pronto ristabilimento. Tuttavia ritengo di compiere il mio dovere verso i miei familiari pregandolo di andarli a trovare egli stesso, al suo ritorno in Italia, per dire di me, di quanto è accaduto, di dove sono rimasto, di come abbia pensato a loro. L'attacco del nemico anche a noi che siamo già fuori combattimento non è ancora finito, e data la breve distanza che ci divide dalla prima linea avversaria veniamo nuovamente raggiunti dai colpi; questa volta da una bomba a mano che scoppia vicino irrorando la mia gamba destra di piccole schegge, ma risparmiando Nicolosi. Sento l'esplosione ma non il bruciore delle ferite, ormai la m ia gamba è incapace di trasmettermi alcun segnale. Malgrado tutto la speranza di essere raggiunti dal carro del mio reparto per tentare il rientro nelle nostre linee riparati dalla sua mole e trascinati al gancio di trazione al quale conto di abbrancarmi c'è sempre, ma va delusa per Nicolosi e per me perché ad un certo punto il mezzo corrazzato si ferma, e con lui gli altri superstiti del batta-


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glione, sosta un attimo e riparte a retromarcia allontanandosi. Hanno avuto l'ordine di interrompere l'azione, di non aumentare il sacrificio di uomini, di tornare indietro. Per noi è la condanna più temuta e più dolorosa da scontare: la prigionia».

Anche il S. Ten. Angiolo Giaroli comandante del 2° Plotone della I Comp. del X Btg. ha consentito a metterci a disposizione la sua relazione, stesa in prigionia. Dopo aver lasciato alle spalle il caposaldo già tenuto dagli indiani, Giaroli scrive: «Si avanza sempre. Vedo dinnazi a noi, a non più di due chilometri un costone sulla cima del quale si stagliano sull'orizzonte sagome di mezzi. Il fuoco dell'artiglieria nemica diventa sempre più intenso. Grossi scheggioni fendono l'aria. Funghi altissimi di sabbia si sollevano ovunque. Non siamo che a mille metri dal costone. Il centro della formazione della m ia compagnia apre il fuoco. Agli ottocento metri inizio il fuoco anch'io. Si scorgono di fronte a noi ripari e centri di fuoco. Abbiamo a bordo soltanto proiettili perforanti e la loro efficacia è relativa in questa circostanza. La indicibile ebbrezza dalla quale siamo presi ci impedisce di fare queste considerazioni. Cerchiamo di scoprire le prostazioni avversarie per scaricare su di esse i nostri cannoni. , La velocità non è per nulla diminuita. É una carica vera e propria. I Pl. di sinistra mi costringono a serrare le distanze fra i ·miei carri, destinati a far da cerniera fra il IX Btg. e la mia Compagnia. Gli anticarro nemici unitamente ai nostri pezzi, solcano il campo di battaglia di fulminee lingue di fuoco. Ad un tratto il mio pilota mi chiama e nel frastuomo mi urla: «Siamo sulle mine!» La Compagnia avanza sempre. Per radio il Capitano Terni grida senza posa: «Avanti! Avanti!» Senza perdere tempo ordino al pilota di avanzare senza ralle~tare, schivando i fili metallici. Sparo or/i con la massima velocità, senza interruzione. Siamo a brevissima distanza ed al fuoco dei pezzi si aggiunge ora quello delle mitragliatrici. La battaglia è al culmine. Calcolo a non più di cento metri la distanza che ci separa dalle artiglierie avversarie. Sporgendomi dalla torretta all'indietro posso vedere che i miei carri seguono sulla giusta distanza, in formazione di cuneo. Per mancanza di spazio non hanno potuto portarsi in linea con il mio carro. Improvvisam~nte un'esplosione sorda ci investe il mio carro ha un fortissimo sobbalzo, cabra e picchia a sinistra. Un fumo acre e nero riempie


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la cabina di combattimento. A pochi metri ormai dall'obiettivo una mina ha immobilizzato il carro. Con la massima rapidità il mio pilota innesta la retromarcia per tentare di rimuoverlo. Ogni sforzo è inutile. Sentiamo lo scroscio caratteristico del cingolo spezzato. Continuo a far fuoco, aiutato dal servente, un primo inceppamento viene eliminato. L'equipaggio è sereno, mitragliere e pilota si aiutano a vicenda per alimentare il fuoco intensissimÒ delle armi di casamatta. Il nemico concentra nel frattempo su di noi il suo fuoco. In breve spazio di tempo ricevo quattro colpi: uno sulla sinistra del pilota in casamatta all'altezza del quadro, uno sulla destra fra le mitragliatrici ed il segnalatore ottico. I sacchetti di sabbia reggono bene ed i proiettili non riescono ad entrare. Un terzo colpo perfora lo scafo fra i ganci di traino e il proietto si infila, credo, sotto il motore perforando uno dei due serbatoi. Un quarto colpisce di striscio la parete destra della torretta. Il mitragliere, carr. Paradisi Silvestro, riceve una prima ferita che non lo distoglie dalla sua azione di fuoco. Giro lo sguardo intorno nella speranza di poter proseguire su di un altro carro, non ne scorgo in movimento. La posizione è ormai critica. Dal fondo dello scafo comincia a salire un fumo acre e denso. Ordino agli uomini di abbandonare il carro, l'ordine viene eseguito. Sparo ancora. Dopo alcuni colpi mi si inceppa di nuovo il pezzo. Non riesco ad estrarre il bossolo. Gli occhi mi lagrimano per il fumo e non riesco a vedere. Con dolore mi vedo costretto ad abbandonare il mio carro. Cerco di m ettere fuori uso quanto mi riesce e poi mi lancio fuori dallo sportello laterale. Il nemico spara ora su di noi accanitamente. Tira l'uomo. Ordino agli uomini di allontanarsi strisciando sul terreno. Un colpo di mortaio vicinissimo, ferisce di nuovo e gravemente il mitragliere. Siamo fatti segno di continue raffiche che sollevano, tutto intorno, zampilli di sabbia. Lentamente passano i minuti. Il frastuono della battaglia a poco a poco si spegne. Attorno a noi si fa il silenzio. Mi si apre il cuore alla speranza. Ma sulla mia destra, a pochi metri, avanza su di noi una pattuglia nemica. Aiuto a recuperare i feriti e vengo poi condotto ad un comando, spogliato ed interrogato. Dico solo.quanto posso dire. Vedo altri ufficiali italiani nelle mie stesse condizioni. Ci riuniscono ed in autocarro ci portano indietro di poche centinaia di metri. Poco dopo ci raggiungono i carristi. .. Ho ritenuto mio dovere stendere questa relazione essendo l'unico ufficiale superstite della mia compagnia. Il sottotenente Rampini, rientrando dal combattimento del giorno 27/5/42, cadeva infatti in una successiva azione di guerra».


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Le fonti francesi e le relazioni di Bianchi e Giaroli rendono bene l'idea dell'asprezza del combattimento e dell'estrema determinazione dimostrata dai nostri carristi, ma di per sé sole, non consentono di individuare quali furono i carri che riuscirono a penetrare nelle ridotta della sa Comp. del 2° Btg. della LE. Peraltro, se si prendono in considerazione anche le testimoniaze orali degli stessi S. Ten. Bianchi e Giaroli, unitamente a quelle dei comandanti della I e della III Comp. del IX Ten. ti Roberti e Girardi e dei S. Ten.ti Buscaroli, Chiapperini, De Palo e Cappa del IX; del Ten. Bazzocchi del X e di altri ancora, si riesce a colmare, almeno in parte, questa lacuna, nonché quella che attiene alla ricostruzione della dinamica dello scontro nel suo insieme. 6) Di quei dieci carri che secondo il Journal de Marche francese, riuscirono a irrompere nella ridotta della 5 a Comp. LE. e dei quali cinque rimasero ivi bloccati, possiamo solo dire che secondo Koenig (14) un carro con Prestisimone a bordo fu uno di quelli, e, benché i ricordi di Bianchi si fermino prima di quel momento, la cosa appare verosimile perché ad essi si aggiungono le testimonianze del S. Ten. Chiapperini e del Ten. Bazzocchi il quale ultimo penetrò nella ridotta del Cap. Morel, in quanto seguendo la pista tracciata da precedenti automezzi, era riuscito a superare il campo minato probabilmente imboccando il varco nord-est. Il carro di Bazzocchi, infatti, non saltò sulle mine ma fu bloccato aU'interno del campo minato dagli anticarro del Cap. Sarighé e dai due pezzi da 75 del futuro Ministro Aux Armées Ten. Messmer. Fu lo stesso Bazzocchi che, a combattimento terminato, aiutò alcuni legionari spagnoli a trasportarre in infermeria Prestisimone ferito. Da me richiesto Bazzocchi mi ha scritto: «Ad un certo punto vi fu una conversione a sinistra, mentre io mi trovavo a destra dello schieramento del IX e poco dopo cominciò «la musica». Fummo investiti da una potenza di fuoco che ben presto dimostrò tutta la sua efficacia. Dire ed affermare quanti carri furono messi fuori uso non te lo saprei dire, ricordo solo che proseguii la marcia con la più assoluta incoscienza, fin quando superato un campo minato badando di seguire le tracce di veicoli che vi erano prima transitati, venni anch'io colpito. Morì il Santi mio pilota e ferito a morte il

(14) Koenig op. cit. pag. 224


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mitragliere. Uscii dal carro sdraiandomici sotto per ripararmi. In quegli attimi vidi il capocarro di un carro vicino al mio letteralmente sparire, spazzato via colpito in pieno dallo scoppio di una granata e sentivo gridare il Prestisimone. Dico questo perché i nostri carri erano distanti pochi metri. Ricordo di aver guardato indietro per rendermi contro di cosa era accaduto e vidi il Cap. Magg. Lo Vecchio di Milano, capocarro del mio plotone che mi aveva seguito fino allora, che, correndo di buca in buca si ritirava. Cessato il fuoco, dopo mezz'ora uscirono dal caposaldo truppe francesi - che in realtà non lo erano - fui catturato da soldati spagnoli che, tacciandomi da fascista mi volevano far fuori. Chi mi ha salvato, in verità, sono state le grida di Prestisimone. Aiutai a soccorrerlo e lo portarono poi, piuttosto mal ridotto, in infermeria, mentre io venivo relegato, solo, in un campo circondato da reticolati, dopo essere stato interrogato e spogliato. Dopo sei giorni venni trasportato insieme agli altri carristi superstiti ad Alessandria... »

7) Ma, come aveva fatto Prestisimone a penetrare nella ridotta del Cap. Morel? Lo abbiamo lasciato nel carro saltato sulle mine e centrato da un colpo di artiglieria. «Carro fermo, carro morto». Bianchi, Nicolosi e il pilota Cissotto cercano riparo gettandosi a terra sul retro del mezzo. Prestisimone indugia ancora per pochi istanti. Istanti forse di angosciosa riflessione. Che fare? Prestisimone si rende conto di avere ormai perduto completamente le redini del suo reparto. Indugiare nel carro è assurdo. Non gli resta che insistere, non arrendersi, giocare tutto per tutto. Una cosa sola è certa: non può e, soprattutto, non vuole tornare indietro battuto ed appiedato. Balza allora dal carro, non cerca scampo insieme al suo equipaggio, Bianchi gravemente ferito e Nicolosi affaccendato ad aiutarlo, da dietro il mezzo non lo notano, ma ne corre lontano. Un carro sta sopraggiungendo a velocità sostenuta, ogni tanto si ferma e riparte. Prestisimone gli corre incontro e lo blocca. É il carro del S. Ten. Baldo Chiapperini che comanda il I Plotone della II Comp. Chiapperini ricorda: « .. . il fuoco nemico aumentava sollevando intorno nuvole altissime di sabbia. Dopo pochi minuti presi una mina che non mi fermò. Quindi: avanti, finché sulla mia destra vidi il T. Col. Prestisimone appiedato che mi faceva grandi cenni di fermarmi perché voleva salire sul mio carro, come subito fece con una agilità che non credevo possedesse. Stette con me, mentre contin uavano a sparare avanzando sempre ad


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andatura sostenuta. Percorremmo così non più di trecento metri quando capitammo su un'altra mina che fermò momentaneamente il carro, tempo sufficiente perché Prestisimone, pensando che il mezzo fosse ormai immobilizzato, scendesse per abbordarne un altro che ci seguiva poco distante. Per quanto mi riguarda, proseguii sparando e terminando tutti i proiettili che avevano in dotazione finché un colpo di artiglieria penetrò nel carro ferendo gravemente il pilota a una gamba e il marconista a un fianco, mentre io e il servente dovemmo lamentare solamente qualche piccola escoriazione alle gambe. Aiutammo marconista e pilota ad uscire da carro, ma erano veramente malridotti: il primo aveva una gamba quasi amputata, l'altro uno squarcio sul fianco. Cercai di tamponargli il sangue con pezzi della sua camicia e, mentre stavo per fare altrettanto con il pilota, uscirono dalla postazione due uomini con i fucili spianati ed uno rivolgendosi a me disse: «Volevamo i tedeschi e non gli italiani», lo disse in dialetto napoletano, al ché rimasi allibito perché, nell'agitazione del momento mi balenò l'assurdo dubbio, subito fugato, di aver attaccato una nostra posizione. Allontanandomi scortato dai due nemici armati, notai che il mio car ro era stato colpito - evidentemente dagli anticarro indiani - anche nella parte posteriore dove c'era un foro netto, senza incrinature. Poco più avanti vidi la loro infermeria e pensai, con un certo orgoglio, che mi ero inoltrato abbastanza nelle posizioni nemiche, perché, a rigor di logica, le infermerie sono situate ben dentro i capisaldi. Quì cominciò la mia prigionia... »

Prestisimone, quindi, non volle cedere fino all'ultimo: come era giusto. Il medico dell'VIII Btg. Ten. Toscano ricorda che, in prigionia in India, Prestisimone ebbe più volte a dichiarare: «A Bir Hacheim volevo morire»! Al comandante del IX Btg. mancavano diverse qualità ma non certo il fegato! (15).

(15) La versione delle gesta di Prestisimone accolta nel testo, conforme alle testi· monianze di Chiapperini e Bazzocchi, risulta altresì confermata dalle dichiarazioni rese, dopo la guerra, dallo stesso Prestisimone al gen. Pinna e al giornalista Cesco Giulio Baghino, che ne ha poi riferito nel suo volume: «Un popolo nella sabbia» (C.E.N. - Roma - 1961 - pag. 272). Non solo, ma anche dalla dichiarazioni fatte dalla stampa egiziana dal cappellano della Ière B.de F.L. abate Mallec in data 10 giugno 1942. Sotto la stessa data il Progrés Egyptien, parlando del colonnello italiano, pubblicava: « ... sembrava pazzo. Sotto i nostri occhi ha cambiato tre volte carro. Tre volte glielo abbiamo distrutto. L'ultimo lo ha condotto ad 80 metri dalle nostre batterie in mezzo


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8) Degli ufficiali che dopo avere superato il caposaldo degli indiani di Rugbet el Atasc, parteciparono all'attacco al capolsaldo di Bir Hacheim caddero, quindi, il Ten. Corradetti, il S. Ten. Franceschini, il cap. Terni; il Ten. Slavec ed il S. Ten. Ciabotti. Feri ti Bianchi e Prestisimone. Prigionieri Bazzocchi, Giaroli, Buscaroli, Chiapperini e i Teo.ti Ferrari e Nanni del 132° Artiglieria che, con un carro osservatorio, avanzati in pattuglia O.C., saltarono sulle mine. É doloroso non poter ricordare altro che i nomi di pochi ufficiali. Chi ricorderà quello di quei valorosi sottufficiali capocarro e carristi che caddero dimostrando la medesima determinazione, il medesimo valore, il medesimo senso di disciplina dei loro ufficiali? Per caso sappiamo del serg. magg. Fasti, I Comp. del X; perché il S. Ten. Giaroli, in prigionia, con l'intenzione cli proporlo al suo rientro per una ricompensa al V.M. alla memoria, aveva annotato: «Capo carro del VII Btg. t rasferito allo scioglimento di questo al X Btg., chiedeva insistentemente di far parte degli equipaggiamenti di combattimento. In combattimento, al quale tanto agognava e che già aveva affrontato in Spagna ed in Africa, si comportava con fermissimo sprezzo del pericolo. Nell'ultima fase della battaglia si prodigava a portare in salvo un ufficiale, Teo. Slavec, già suo comandante di plotone al VII Btg. ed insieme ad esso periva tra le fiamm e del carro colpito».

9) Anche la dinamica dell'attacco, in base alle fonti ed alle testimonianze sopra richiamate, può essere ricostruita, come detto, con sufficiente esattezza: alle loro difese. Ancora colpito in pieno l'abbiamo estratto grave dai rottami del suo carro». Propendo pertanto decisamente per ritenere che la diversa versione, secondo il quale Prestisimone non avrebbe più cambiato carro dopo essere saltato sulle mine insieme al suo equipaggio originario (Bianchi, Nicolosi, Cissotto), sia frutto di un inesatto ricordo del, peraltro valorosissimo, serg. magg. Angelo Nicolosi, che, in perfetta buona fede me la ha riferita. Questa seconda versione, infatti, oltre a contrastare con le troppe altre testimonianze sopra riferite, non s i concilia nemmeno con il racconto del S. Ten. Bianchi (v. retro pag. 592), dal quale non risulta che Prestisimone fosse rimasto ferito a seguito del perforante che centrò il loro carro, ma che era stato semplicemente colpito da una scheggia che, bloccata dal binocolo che gli pendeva sul petto, non gli provocò alcun danno. Per contro è assolutamente pacifico che il comandante del IX fu ricoverato nell'infermierìa di Bir Hacheim ferito in condizioni piuttosto gravi, tanto che, una ventina di giorno dopo, il medico dell'VIII Ten. Toscano, anch'egli poi caduto prigioniero, lo trovò giacente a letto all'ospedale di Alessandria. Tuttociò sta ad ulteriore riprova che le ferite Prestisimone le subi non nel suo primo carro saltato sulle mine, bensì in un secondo tempo: dopo averne abbordati altri due.


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quando verso le 8,15 i nostri carri pervennero in vista del fronte est del caposaldo tenuto dalla VII e dalla V Comp. L.E., essi procedevano, dicono, in termini alquanto sibillimi, le fonti francesi:« ... in due colonne di 4 carri spaziati di 50 metri» (J.d.M.) «in due gruppi di 4 colonne» (Koenig). Si trattava, comunque, delle quattro compagnie: la I del X e le altre tre del IX, che avanzavano con qualche carro della I confuso con quelli della II mantenendo un certo intervallo tra le loro formazioni: la I/X all'estrema sinistra poi la II del IX, i due carri del plotone comando con Prestisimone e Bianchi; i due carri di Bazzocchi e alquanto arretrate e distanziate sulla destra la I e la III del IX, sicché il fronte dell'attacco superava abbondantemente il chilometro. É una sorta di imbuto quello in cui i nostri carri si vanno a cacciare, determinato dai due «marais de mines» che si protendono ai lati del vero e proprio campo minato. La I/X, che si viene a trovare proprio di fronte al «marais de mines» di sinistra - dietro al quale, ulteriormente protetta dal vero e proprio campo minato, e trincerata la VII Comp. L.E. - lo nota e poggia a destra seguendone il confine reso evidente da un filo spinato. La II del IX è, così, costretta a poggiare essa pure sulla destra, ed in conseguenza, taglia ulteriormente la strada alla I Comp. ed alla II Comp. che, rimaste arretrate, stanno sopraggiungendo e si vengono così necessariamente a trovare in seconda schiera, impedite di allargarsi sulla destra dall'altro «marais de mines» che si stende da questa parte. (v. schizzo n. 14). Quindi, direttamente coinvolti nell'attacco al vero e proprio campo minato che protegge la ridotta della VII e V Comp. L.E. rimangono - salvo ovviamente le possibilità di qualche minore confusione i carri della I/X, i due carri del Pl. Comando del IX; i due carri della III/X del Ten. Bazzocchi e i due carri di Slavec e Ciabotti che si erano aggregati alla II Comp., la quale pure partecipa all'attacco con il 1° ed il 2° Plotone, mentre il S. Ten. Cappa, cui Corradetti aveva ordinato di mantenere il contatto con la III Comp. venne anch'esso a trovarsi arretrato e non potè partecipare subito, in prima schiera, allo scontro. La decisione di Prestisimone: «Testa sotto e avanti» (sono le sue precise parole rimaste scolpite nella memoria di Bianchi e del Serg. Magg. Nicolosi) e il suo esempio trascinano, quindi, sulle mine i carri del X e quelli del IX che riescono a trovare frontalmente spazio per avanzare. É, come gia si è detto, la loro condanna.


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Il combattimento dura a distanza ravvicinata piu di un'ora ed è incredibile che alcuni nostri carri abbiano avuto tanta fredda de-

terminazione da riuscire a trovare un varco tra le mine e ad irrompere nella ridotta della V Comp. L.E. a pochi metri dalle volate degli anticarro, seminandovi non poco scompiglio. Gli italiani banno davvero attaccato «en enfant perdus» e Koenig ha dato cavallerescamente atto al loro comandante, del loro indiscutibile valore! 1O) I carri della I e della III Comp. del IX e quattro carri del Plotone di Cappa, rimasti, come si è detto forzatamente arretrati, assistono da lontano all'inizio dell'attacco ed accelerano per portare man forte giungendo così a ridosso del campo minato, ormai disseminato di carri immobilizzati, di carri che avanzano e poi indietreggiano, il tutto avvolto in una indescrivibile nuvola di polvere sollevata dai cingoli e dagli scoppi delle granate. I due Tenenti comandanti delle compagnie: Roberti e Girardi, sono due giovani ufficiali in SPE che, a buon diritto, possono considerarsi sperimentati veterani per aver partecipato a precedenti cicli operativi. Di fronte al campo minato non hanno messo «testa sotto e avanti» come il loro comandante ma, come qualsiasi altro comandante carrista avveduto avrebbe fatto, sono altrettanto animosamente avanzati fin dove possibile alla testa dei loro reparti tenendoli bene alla mano poi eseguendo un «fianco a sinistra » e sfilano, sparando, lungo tutto il fronte del campo minato nel vano intento di trovarsi un varco percorribile. Qualche loro carro viene colpito, fortunatamente senza gravi conseguenze, uno, quello del Serg. Rocco Calandra, salta sulle mine e deve essere abbandonato. Roberti e Girardi, a questo punto, sono raggiunti dall'ordine di Pinna di ricongiungersi al grosso del Rgt. e solo allora si sganciano definì tivamen te. Rommel - che in fatto di impiego di carri non e ra l'ultimo a rrivato - di fronte a quegli stessi campi minati, come abbiamo già visto, respingerà, qualche giorno dopo, le pressioni di Kesserling che lo incitava a lanciare all'attacco del caposaldo le sue forze corazzate. (16). Nello stesso tempo anche i pochi carri superstiti che ancora combattono e quelli della I e della III Comp. del IX sono raggiunti ver-

(16) v. retro Cap. III pag. 524


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so le ore 1O, 15 via radio, dagli appelli del Magg. Pinna che, assunto il comando del Rgt. dopo il ferimento di Maretti, ha portato avanti a fianco dell'VIII la II e la III Comp. del X, ha sollecitato ed ottenuto l'intervento dei bersaglieri per il rastrellamento dei prigionieri, sta, insomma, organizzando lo sfruttamento del successo conseguito sulla 3d. I.M.B., e cerca, naturalmente, di riprendere alla mano anche il IX Btg., che non vede e non sa dove sia finito. I carri superstiti: uno solo del X e quelli del IX iniziano, perciò, come detto, a ripiegare. É questo, probabilmente il momento in cui il S. Ten. Bianchi, ferito, vede l'ultimo carro del suo Pl., quello del Serg. Morandi ingranare la retromarcia e desistere dal tentativo di avanzare ulteriormente. (17). 11) Dei sessanta carri circa che attaccarono a Bir Hacheim ne andarono sicuramente perduti 13 della I/X e più 2 della III/X (Ten. Bazzocchi) (18). Il conto delle perdite del IX 0 è più difficile: secondo Roberti e Girardi e Cappa, della II Comp. di Corradetti si salvarono solo 4 carri, quindi - dando per ammesso che la Compagnia abbia attaccato con 16 carri, come ritengono i S. Ten.ti Buscaroli e Chiapperini - la perdita ammontata a 12 carri. La I Cornp., a Bir Hacheim perse i carri di Slavec e Ciabotti; la III perse il carro del Serg. C~landra pilotato dal carr. Testa. Andò poi certamente perduto un carro del Pl. Comando, con Bianchi e Prestisimone. Sono così 31 i carri perduti, più il semovente osservatorio dei Ten.ti Nanni e Ferrari del 132° Artiglieria. In tutto 32 mezzi corazzati, inutilmente sacrificati! Il conto combacia perfettamente con quello della Ière B. de F.L. che pure parla di 32 carri distrutti. Il Gen. Koenig, nel suo libro a pagina 224, parla di 35 carri e poco dopo a pagina 229 di 36 carri «surs» senza giustificare in base a quali diverse prove abbia ritenuto di non tener conto delle risultanze del suo stesso Journal de Marche. Si è, poi, visto che secondo il J. de M. furono contati tra morti e prigionieri caduti in mano del II Btg. L.E. 91 uomini (15 feriti, dei quali 4 poco dopo morirono), il ché risulta attendibile perché, secondo il diario storico del 132° Carri i dispersi della giornata furono I 02, ma questa cifra comprende anche quelli sperdutisi durante il trasferimento notturno ed i quattro caduti prigionieri della 3d. I.M.B. Né ci si deve meravigliare che, se andarono perduti 31 carri, non siano anche dati per dispersi tutti i componenti dei loro equipaggi cioè

(17) v. retro pag. 593 (18) v. relazione di Pinna che parla di 15 carri perduti del X Btg. (Appendice Ali. n. 14)


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31x4 = 124 uomini circa perché parecchi di questi riuscirono (come ad esempio l'equipaggio del carro pilotato dal carrista Testa ed il pilota del carro di Bianchi) a rientrare a piedi nelle nostre linee, sottraendosi così alla cattura ed alla prigionia. Nel loro insieme, quindi, i resoconti del J. de M. della Jère B.de F.L. e il racconto del Gen. Koenig sono accettabili: l'una e l'altra fonte, per vero, esagerano nell'apprezzamento del numero dei carri attaccanti: 70/80 secondo il J .de M., senz'altro 80, dice il Koenig per dare forza al discorso. In realtà, come si è visto, non raggiungevano la sessantina. Comunque la differenza non è così grande da dover gridare allo scandalo: non è difficile, nell'agitazione di un incombente attacco, poter incorrere in errori di valutazione del genere. In tali situazioni, per solito, si è portati ad esagerare. Dove invece le affermazioni del generale francese a mio avviso, possono essere revocate in dubbio è là dove riferisce del risultato dell'esame dei documenti che pretende essere stati recuperati, non si sa se addosso a Prestisimone o nel suo carro. Nulla del genere, si noti, risulta dal pur dettagliato resoconto del Journal de Marche della giornata, ma, a parte questa circostanza, per confutare il racconto del Gen. Koenig basta ricordare che tutti gli ordini emanati da i comandi interessati italo-tedeschi circa l'attacco disposto per il giorno x e P.er il giorno x+ 1, sono quelli elencati nel precedente Cap. III. Essi ci sono stati tutti conservati e possono essere consultati presso il nostro USE tanto nella cartella n. 1038 - A.S. del XX C.A., quanto in quella n° 905 -A.S. della Divisione Ariete. Nessun diverso ordine più dettagliato è mai stato impartito al 132° Rgt. Carri e tantomeno alla «2 3 Brigata Ariete», anche perché una unità così denominata non è mai esistita nel Regio Esercito Italiano! A tutto voler concedere, i legionari di Koenig potrebbero forse aver trovato una copia dell'ordine di operazioni n.1271/0P (v. retro pag. 536) o una carta topografica con segnato l'itinerario previsto per l'ipotesi «Venezia». Ogni altro documento è frutto di fantasia. In realtà, un saltato come Koenig, degno d'altronde del massimo rispetto, poteva r isparmia r si questa inessattezza for se dettata da un inconscio, comprensibile desiderio di esaltare oltre misura il successo dei suoi uomini, il cui valore - che sarà tanto meglio confermato pochi giorni dopo - nessuno ha mai posto in dubbio, ma che occorre anche dire, saldamente trincer ati e protetti da un doppio ordine di campi minati, ebbero il gioco relativa mente facile conto i nostri «enfants perdus», contro i nostri carri, condotti allo sbaraglio


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da un comandante, tanto sprezzante del pericolo e ricco di coraggio fisico, quanto privo di senso tattico e della necessaria preparazione nell'impiego dei mezzi corazzati ... Ritorna per un'ennesima volta alla mente il ritornello di Rommel: un'attacco di forze corazzate a quel caposaldo «... era completamente fuori discussione, perché i carri non possono essere impiegati contro campi minati controllati da retrostanti centri di fuoco». 12) E il diario storico del 132° Carri cosa dire? Non contiene proprio nessun accenno allo scontro di Bir Hacheim? Il T. Col. Maretti nulla ha sottoscritto al riguardo? E come mai anche dalla relazione del Magg. Pinna non risulta nulla di preciso? La circostanza, il primo acchitto sconcertante, ha invece una spiegazione molto semplice, addirittura banale e affatto misteriosa. La verità è che tra i due scontri, sostenuti dal IX Btg. e dalla I Comp. del X, di Rugbet el Atasc e di Bir Hacheim l'intervallo di tempo fu così breve· nemmeno mezz'ora· che gli stessi protagonisti lo avvertirono appena e confusamente. Le relazioni scritte dal S. Ten. Bianchi e dal S. Ten. Giaroli, tutte comprensibilmente tese a ricordare i momenti salienti del combattimento, accennano appena al, meno incisivo, «gap» temporale che lo divide dal precedente scontro con la 3d. I.M.B.: Bianchi considera lo schieramento della 3d. I.M.B., superato con relativa facilità, quasi un tutt'uno con quello di Bir Hacheim, null'altro che« ... un avamposto a difesa di un esteso campo minato fatto pur esso per proteggere il vero e proprio centro del caposaldo di Bir Hacheim ... ». Giaroli, dopo aver descritto l'attraversamento dello schieramento indiano, dedica alla descrizione della successiva corsa verso Bir Hacheim un semplice cenno: «Si avanza sempre ... ». La relazione affrettatamente dettata dal Magg. Pinna al suo aiutante maggiore Ten. Ezio Cereda, qualche giorno dopo lo scontro, mentre, ferito, si vedeva costretto a lasciare il reparto, è basata unicamente su quanto ebbe a riferirgli (19) l'unico ufficiale superstite della I/X S. Ten. Rampini il quale, pure, non mise l'accento sui distinti tempi e fasi dell'azione, il chè e perfettamente comprensibile perché, per la I/X in particolare, si trattò di una unica corsa senza soste che finì: «Arrestata da un campo di mine sul quale il reparto ebbe ad incappare... » (20)

(19) Come nitidamente ricorda anche chi scrive. (20) v. relazione Pinna Appendice doc. n. 14


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Non ci fu tempo, in quei frangen ti, nell'impellente necessità di proseguire verso la zona C, di ulteriori approfondimenti e chiarimenti. (21). Neppure Robe'r ti e Girardi furono, in seguito, interrogati più a fondo. In base, quindi, a questi sommari ragguagli dei superstiti, nel diario storico del 132° Carri ci si limitò a d annotare e concludere che le perdite complessivamente: « ...subite nella mattinata dal Rgt. ammontano a 34 morti, 49 feriti, 102 dispersi e 45 carr i tra colpiti ed in avaria».

e ci si contentò della seguente spiegazione: «Una forte percentuale delle nostre perdite è dovuta a l fatto che il IX Btg. (T. Col. Prestisimone) superata la prima linea avversaria si è trovato subito in un campo minato battuto da retrostan ti artiglierie».

Se si prescinde dalla circostanza che la maggiore percentuale di perdite le subì il X Btg., del quale andarono perduti quindici carri su sedici, si tratta, molto per sommi capi, della verità. Il fatto che non si sia fatto notare che il campo minato battuto dalle retrostanti artiglierie altro non era che il munitissimo caposaldo di Bir Hacheim, difeso dalla Ière B. de F.L., è, pure, facilmente spiegabile perché, come si è visto al Cap. IV, tutto si ignorava su questo argomento: estensione ed ubicazione dei campi minati e consistenza delle forze che lo presidiavano. Maretti, e, a maggior ragione Pinna, non potevano immaginare che quel campo minato, cui avevano fatto riferimento i loro subalterni, fosse quel complesso sistema di centri di fuoco e quel labirinto di mine che, saprà poi tener testa ai combinati attacchi della Trieste e della 90a Leggera per ben nove giorni, dal 2 all'l 1 del successivo mese di giugno. Meno comprensibile, forse, è quell'altra affermazione, secondo la quale il IX Btg. «... superata la prima linea avversaria si trovò subito in un campo minato... ». L'avverbio «subito » costituisce, in verità, una grossa inesattezza, che poteva essere evitata solo considerando che il 132°, proseguendo dopo il mezzogiorno la sua marcia verso la zona C non incontrò subito alcun campo minato. Tuttavia

(21) Tanto meno tempo ci fu poi nei g iorni seguenti, i giorni del c.d. «Calderone».


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anche questa inesattezza può essere spiegata, attesta la disinformazione che caratterizzò l'azione del comando di Rgt. e della Divisione in quel mattino. Il diario storico della Divisione, in particolare, mantiene al riguardo il più assoluto silenzio. Come pure fa quello del XX C.A. che aggiunge anzi un'ulteriore causa di confusione col fare di ogni erba un fascio attribuendo allo scontro intervenuto con la 3d. I.M.B., tutte le perdite subite dal 132° Carri, delle quali pone in evidenza: « ... il T.Col. Maretti, comandante del 132° Carristi, ferito, e due comandanti di Btg. carri dispersi.»

Dei due comandanti l'uno è Prestisimone, effettivamente disperso a Bir Hacheim, l'altro è il com.te dell'VIII Cap. Casale che, come gia si è visto, all'inizio dello scontro con la 3d. I.M.B., trovandosi nel carro con il suo aiutante maggiore Ten . Serra, ritenne giusto, balzare su una motocicletta e correre indietro per sollecitare l'appoggio dell'artiglieria divisionale, perdendo malauguratamente la strada, che ritrovò solamente due giorni più tardi. 13) Siamo così arrivati verso il mezzogiorno, Pinna è riuscito a radunare il Rgt, che, con la II e la III Comp. del X ora passante in testa seguite dai carri del IX e dell'VIII, riprende, poco dopo, la marcia verso la zona C. Circa i precisi tempi della ripresa del movimento esiste una certa confusione tra i diari storici del XX C.A. e della Divisione Ariete da una parte e quello del 132° Carri dall'altra. Secondo quest'ultimo infatti: «Alle ore 13 del 27 maggio !'VIII Bersaglieri giunge nella zona per operare il rastrellamento. Alle ore 15,30 il 132° reggimento c~rri Ariete, in posizione di primo scaglione divisionale, riprende il movimento con rotta 29° per otto chilometri. Dopo breve sosta prende poi la rotta di 336° puntando su Bir el Harmat, località raggiunta alle ore 18,30».

Ora, questi orari, secondo i ricordi personali dei vari reduci interpellati (e di chi scrive), non sono esatti: i Bersaglieri del V Btg. dell'VIII Rgt., sebbene in ritardo, iniziarono il rastrellamento verso le ore 10/10,30 avanzando dietro le due compagnie di rincalzo del X; e il 132° Rgt, riprese il movimento diretto alla zona C verso il mezzogiorno, comunque non più tardi delle 13. Con questi ricordi concordano, del resto, più o meno le risultanze dei diari storici del XX C.A. e del Comando della Div. Ariete


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nei quali, nell'ordine, si legge: diario storico XX C.A.: «Alle ore 12 la Div. Ariete inizia il movimento verso la zona C. Alle ore 12,30 circa aerei nemici mitragliano il nucleo chirurgico della Div. Ariete, mentre si stanno operando i feriti del combattimento: due morti e due fe riti tra gli assistenti del nucleo stesso: Alle ore 14,30 circa anche il comando tattico del C.A. inizia il movimento verso la zona C... »

diario storico Div. Ariete: «Alle ore 14,30, dopo che il V Bersaglieri ha provveduto al rastrellamento del terreno e al concentramento dei prigioniri, la Divisione riprende la marcia, verso la zona C... »

Il diario storico dell'8° Bersaglieri afferma, poi, che « ... il rastrellamento può dirsi ultimato alle ore 12». Invero una discreta confusione! Ma è chiaro che il 132° Carri, che mosse in posizione di primo scaglione divisionale non può essere partito dopo il Comando di Divisione o il Comando tattico del C.A., che lo seguivano a distanza. É anche chiaro che, in poco più di un'ora il Rgt. - concedendosi, oltrettuto, una breve sosta - non avrebbe potuto percorrere i 25 Km. di terreno vario che lo separavano da Bir el Harmat (località che tutti e tre i diari storici danno per raggiunta tra le 18 e le I 8,30) dove, fatto segno ad intenso fuoco d'artiglieria, si attestò essendo impedito di proseguire fino alla zona C (Hagiag es Sidra) dall'incombente sopraggiungere della notte e dalla presenza di un esteso campo minato. Durante la notte i genieri dell'Ariete aprono due varchi e l'indomani il 132° Carri, con la II Comp. del Ten. Rombolà in testa ... Ma 9uesta è un'altra storia!


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CAPITOLO VII

CONCLUSIONI 1) A conclusione del lungo discorso mi sembra di poter ormai dare per certo che i combattimenti del I].1attino del 27 maggio 1942 che interessarono la Divisione Corazzata Ariete, furono due, ben separati e distinti tra loro. Il primo, voluto dal Comando della Divisione, contro la 3d. I.M.B. attestata intorno a quota 171 di Rugbet el Atasc, coinvolse in diversa misura più o meno tutti i reparti divisionali. Il secondo, contro il caposaldo di Bir Hacheim presidiato dalla Ière B.de. F.L., determinato da tutta una serie di disguidi e circostanze fortuite indipendenti della volontà del Comando della Divisione e dello stesso Comando del Rgt., coinvolse solamemte il IX Btg. e sedici carri del X. Esso fu dovuto unicamente alla iniziativa del T. Col. Prestisimone, che, trovandosi, a seguito di un errore di rotta, davanti al campo minato che circondava il predetto caposaldo, ritenne di dover interpretare come uno squillo di tromba che suonasse la carica, la risposta «andate avanti», data da un ignoto subalterno del Comando del 132° al suo aiutante maggiore S. Ten. Bianchi che, via radio, chiedeva ordini ed istruzioni. Prestisimone, cedendo alla sua natura sanguigna ed impulsiva, si sentì in quel momento tornare indietro di venticinque anni, si risentì il giovane tenente che, più volte era scattato alla baionetta dalle trincee del Grappa nella Grande Guerra del 15/18. Non pensò ad altro che a rinnovare quelle prove di disprezzo del pericolo date in passato. Dimenticò di essere ora al comando di un reparto di ben sessanta preziosi carri e non pensò che era assurdo portarli senz'altro allo sbaraglio su un campo minato difeso da ben visibili, retrostanti artiglierie. Non ebbe esitazioni, ritenne che il solo imperativo fosse l'audacia. Il Reale Viglietto del 26 marzo 1833 di Carlo Alberto istitutivo della Medaglia d'Oro al V.M. premia colui che giungerà: il primo sul ciglio della breccia; - il primo sul ramparo quando si prende una piazza per mezzo della scalata;

«-


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· il primo in un ridotto o trinceramento»

Sotto questo profilo nessuna medaglia d'or.o fu meglio guadagnata di quella di Prestisimone. Purtroppo, però, la non meditata, indomita prova di coraggio che egli seppe dare rimase fine a sé stessa, e, in definitiva, non diede frutto alcuno, tanto da poter essere ignorata o, quanto meno, trascurata da tutta la letteratura ufficiale inglese, tedesca ed italiana, mentre quella francese ha potuto addir ittura fare assurgere l'episodio alla dignità di primo atto della rinascita dell'onore delle loro Forze Armate. Comunque, a parte le critiche che possono essere mosse all'operato del T. Col. Prestisimone, la massima ricompensa da lui guadagnata deve incondizionatamente essere approvata per un'altra indiscutibile ragione: perché i carristi del 132° possano vederla idealmente brillare anche sul petto di tutti quei «ragazzi coraggiosi» che, per intima convinzione, per radicato senso della disciplina e per l'onore della loro bandiera «non chiesero perché» (1) e non esitarono, a prezzo della loro vita, a spalleggiare il loro comandante in quella carica travolgente, eroica ma senza speranza. (2)

(I) v. Tennyson: «The charge of the light brigade» (2) Il Campini, valoroso carrista della Littorio lui stesso, nel suo: «Nei giardini del Diavolo» Ed. Longanesi - 1969 pag. 157, difende, peraltro, l'operato di Prestisimone osservando: «Il gesto di Prestisimone dai critici da tavolino è stato considerato un errore . La violenza dell'urto protegge ma, e questo Prestisimone secondo i critici avrebbe dovuto saperlo, un vasto campo di mine attenua la forza dell'attacco. E come poteva conoscere Prest isimone, la consistenza di quei giardini del diavolo? I critici non lo dicono: si sono limitati a definire uno sbaglio la corsa del IX verso i cannoni inglesi. Un errore un atto di coraggio? Devoti più alle librette ministeriali che agli insegnamenti di Guderian, il gran maestro del carrismo puro, non hanno capito i critici che quello che sommamente vale è lo spirito e che per agire e muoversi oltre quei schemi che la dottrina può catalogare ci vuole coraggio. La guerra poi è fatta di errori, è tutta un errore, ma quel che conta per un carrista, soprattutto, al di là di un er rore suo o di altri, è la fortuna. Prestisimone quella mattina non fu fortunato; altrimenti la sua audacia non sarebbe stata uno sbaglio ma un gesto di profonda intuizione tattica».


Tentati.va di ricostruzione di un mattino di guerra del 132° reggimento carri

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APPENDICE I - Documentazione relativa alla Esercitazione Difensiva con i Quadri (E.D.C.Q.): All. 1 - 6 II - Diario storico della 21 Panzer Division: Ali. 7 - 8 III - Diario storico della I Bde. F.L.: Ali. 9 IV - Diario storico del XX Corpo D'Armata: All. 1O IV - Diario storico della Divisione Ariete : All. 11 IV - Diario storico del 3° Gruppo Corazzato Nizza Cavalleria: Ali. 12 IV - Diario storico del 132° Rgt. Carri: Ali. 13 IV - Diario storico del X Btg. del 132° Carri: Ali. 14 IV - Diariò storico del 132° Rgt. Artiglieria: Ali. 15 IV - Diario storico dello 8° Rgt. Bersaglieri: Ali. 16


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CORPO D'ARMATA DI STATO MAGGIORE

All. 1

Z.C., lì 21 maggio 1942/XX '

N° 2389 di prot. Op.

OGGETTO: Documenti per l'Esercitazione difensiva con i quadri (E.D.C.Q.)

AL COMANDO DIVISIONE MOTORIZZATA TRIESTE AL COMANDO DI DIVSIONE CORAZZATA ARIETE Si trasmettono gli allegati documenti A, B, Ce D che fanno parte del carteggio di impianto per la nota «Esercitazione difensiva con i quadri» (E.D.C.Q.). Gli altri documenti verranno inviati man mano che la loro compilazione sarà ultimata. Al documento «B» manca ancora l'allegato 1 (carta a zone) che verrà inviato prossimamente. Per facilitare la riunione di tutto il carteggio interessante l'esercitazione, i documenti sono contraddistinti - oltre che dalla sigla E.D.C.Q. - da una marcatura rossa all'angolo superiore destro del primo foglio. I comandi in indirizzo cureranno la trasmissione dei singoli documenti ai reparti dipendenti, solo per la parte che strettamente interessa ciascuno di essi. I documenti devono essere conservati con le cautele prescritte per il carteggio segreto.

E.D.C.Q. DOCUMENTO «E))

All. 2

NOTIZIE SUL NEMICO A) - Schieramento

Il presumibile schieramento del nemico - come ci è noto attraverso le informazioni di varie fonti - risulta dall'allegato n. 1. Dietro una cortina quasi continua di elementi esploranti molto attivi ed animati anche da non disprezzabile spirito aggressivo sono schierati i due corpi d'armata XIII e XXX. Il XIII C.d'A. presidia la linea di resistenza da Ain Gazala a sud di Mteifel el Chebir con le divisioni 1 a sudafricana e soa inglese; ha altersì alle proprie dipendenze la 2a divisione sudafricana per il pre-


Tentativo di ricostruzione di un mattino di guerra del 132° reggimento carri

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sidio della frotezza di Tobruk. Il XXX C.d'A. , mentre occupa la zona di Bir Hacheim con la 1a divisione leggera libera francese, costituisce - a tergo della linea di resistenza - massa di manovra con le divisioni corazzate 7 a e 1 a. B) - Atteggiamento

Dal complesso dello schieramento sembra si possa fondatamente dedurre che, in caso di nostro attacco, il nemico intenda risolvere la battaglia fa le posizioni di Ain Gazala e la piazzaforte di Tobruk. C) - Esplorazione

3° btg. esplorante sudafricano: davanti alla 1a divisione sudafricana; 6° btg. esplorante sudafricano: davanti alla soa divisione inglese. Nella zona a nord del Trigh Capuzzo fino a Tengeder agiscono alle dipendenze della 7a div. corazzata - i seguenti reparti: a) II e IX K.R.R.C. b) 4° btg. esplorante sudafricano c) King's Dragoons guards d) artiglieria e, forse, aliquote di carri. Con le unità sopraelencate viene costituito un certo numero di gruppi di combattimento (columns) composti di 1-2 compagnie fucilieri, una o più batterie, carri ed autoblindo, plotoni contaerei e controcarri. D) - Grandi unità di fanteria

- La soa divisione inglese è sorta da unità territoriali. Da indizi vari sembra che il valore combattivo della grande unità non sia molto elevato e che il morale delle truppe si alquanto depresso. La 1 a divisione sudafricana sembra sia costituita con i migliori soldati delle forze sudafricane. la I brigata è stata duramente provata a Sidi Rezegh, le brigate II e III non hanno ancora partecipato a importanti combattimenti. - La 2 3 divisione sudacricana ha valore combattivo presumibilmente corrispondente a quello della soa inglese. E) - Grandi unità corazzate

- La 7a divisione corazzata è costituita dalle migliori unità di cui dispone il comando inglese. I suoi elementi sono particolarmente addestrati alla guerra nel deserto. - La 1a divisione corazzata non ha, probabilmente, lo stesso gra-


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do di addestramento della 7 a. Oltre alla G.U. di cui sopra, il comando inglese dispone anche della I brigata corazzata dell'esercito e di due btg. carri indipendenti: 38° e 101 ° R.T.R. F) - Calcolo presumibile delle forze corazzate

a) 1a divisione corazzata - comando - II brigata corazzata - XXIII brigata corazzata

18 carri incrociatori

36 carri medi americani

124 carri incrociatori

36 carri medi americani 36 carri medi americani

124 carri incrociatori 256 carri incrociatori

b) 7a divisione corazzata -comando - IV brigata corazzata

72 carri medi americani

8 carri incrociatori

82 carri incrociatori

72 carri medi americani

90 carri incrociatori

72 carri medi americani

e) I Brigata corazzata dell'esercito: 4 carri incrociatori; 150 carri I d) 38° e 101 ° R.T.R. (sempl.) 100 erri leggeri americani.

E.D.C.Q. AGGIUNTA AL DOCUMENTO «E»

All. 3

NOTIZIE SUL NEMICO Fra le forze di cui dispone il comando inglese in Marmarica sembra accertata anche la 5a divisione indiana composta dalle brigate X e XXIX. Tale divisione sarebbe attualmente dislocata tra Sollum e Sidi Barrani. Il valore combattivo delle due brigate non è perfettamente noto e si sa soltanto che la XXIX è particolarmente addestrata alla guerra del deserto.


Tentativo di ricostruzione di un mattino di guerra del 132° reggimento carri

E.D.C.Q. DOCOMENTO «F»

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All. 4

Disposizione per la defluenza delle attuali zone di schieramento per lo schieramento nella zona «A» e per il movimento verso la zona «B». A) Defluenza dalle attuali zone di schieramento 1) Divisione Ariete Alle ore 14 del giorno X, inizia il movimento dell'attuale zona di schieramento verso la zona «A», procedendo a nord del Trigh Capuzzo. Alle ore 15,30, gli ultimi elementi della divisione, devono aver oltrepassato la linea segnata dalla congiungente: campo di aviazione (Flugplatz) - chilometro 19 sul Trigh EnverBei, contato a Partire da Segnali Nord verso est (linea «b» dell'allegato 1). Il Comando divisione può disporre che - prima delle ore 14 vengano effettuati dai propri reparti i movimenti parziali atti a facilitare l'inizio del trasferimento verso la zona «A» per le ore 14. Fino alle ore 19 la divisione rimarrà incolonnata verso est con testa all'altezza linea segnata «C» sul lucido allegato 1. Dalle ore 19 - ma comunque non prima che la Trieste sia sfilata tutta oltre la linea «C» anzidetta - la divisione muoverà a colonne parallele con direzione sud-est per sistemarsi come previsto nell'interno della zona «A». Nella zona di sicurezza (zona tratteggiata nell'allegato I) la divisione distaccherà un proprio squadrone autob lindo. 2) Divisione Trieste

Alle ore 12 del giorno X - inizia i movimenti necessri per far serrare verso nord i due battaglioni del 65° fanteria -. Il comando divisione può disporre che - prima di tale ora vengano effettuati dai due battaglioni i movimenti parziali atti a facilitare l'inizio del movimento alle ore 12. Tali movimenti parziali devono,ovviamente, essere occultati all'osservazione terrestre del nemico e protetti sul fianco esposto,mediante elementi carri - da possibili provenienze da est e a sud-est. Inoltre, devono essere presi accordi col comando 90a divisione leggera onde evitare interferenze di reparti sugli itinerari di defluenza. Per le ore 9 del giono x, il comando divisione deve far trovare presso il comando 90a divisione leggera un proprio ufficiale di collegamento (tale comando sarà in mattinata spostato a Garet Meriem). Per la stessa ora il comando 90a divisione leggera farà trovare un proprio ufficiale di collegamento presso il comando Trieste (at-


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tuale posto di comando). Alle ore 14 del giorno x, i primi elementi della divisione iniziano il movimento dell'attuale zona di schieramento verso la zona «A» procedendo a cavallo del Trigh Capuzzo fino alla linea «B» dell'allegato 1. Durante i movimenti parziali che la divisione compie per portarsi nella zona di raccolta per il successivo trasferimento nella zo. na «A» i gruppi da 149/28 schierati sul settore della Trieste devono essere tenuti in posizione per svolgere azioni di fuoco sul settore di El Mteilim. Tali gruppi tuttavia dovranno ripiegare dalle posizioni per inserirsi tempestivamente nella colonna divisionale e trasferirsi con essa nella zona «A». Gli ultimi elementi della divisione devono: - alle ore 15, aver oltrepassato la linea segnata dalla congiungete: Segnali Nord - punto 594 - punto 631 - G.P. 129 - (linea «a» dell'allegato 1); - alle ore 17, aver oltrepassato la linea segnata dalla congiunte: campo d'aviazione (Flugplatz) - chilometro 19 sul Trigh, contato a partire da Segnali Nord verso est (linea «B» dell'allegato 1). I movimenti per il trasferimento della divisione verso la zona «A» dovranno essere protetti dal battaglione carri e dalla compagnia autoblindo contro le provenienze nemiche da est e sud-est. La divisione - dopo aver attraversato con direzione ovest-est tutta la zona «A», rimarrà incolonnata verso est con la testa all'altezza della linea segnata «D» sul lucido allegato 1. Nella zona disicurezza (zona tratteggiata nell'allegato 1) la visione distaccherà due compagnie dell'Xl battaglione carri. Dalle ore 18, la divisione muoverà a colonne parallele con direzione sud-est per sistemarsi, come previsto,nell'interno della zona «A». le due compagnie carri della Trieste e lo squadrone autoblindo dell'Ariete rimarranno inzona di sicurezza fino alle ore 20.30. B) - Il limite di separazione fra le due divisioni, nella zona «A», risulta materialmente segnato sul terreno dal margine ovest della Sebca (Lehmpfanne).

C) - Per l'inizio del movimento delle ore 2 X verso la zona «B», i reparti carristi della Trieste e il reparto autoblindo dell'Ariete dislocati in zona di sicurezza, con rapido cambiamento di fronte, si disporranno nella stessa direzione di marcia e muoveranno alle ore


Tentativo di ricostruzione di un mattino di guerra del 132° reggimento carri

671

20.30 andandosi rapidamente a disporre sulla testa delle rispettive divisioni pronte per iniziare il movimento verso la zona «B». D) - Il comando del Corpo d'Armata si disporrà con i propri elementi, in un primo tempo a sud della colonna dell'Ariete - fronte ad est - nella posizione segnata nell'allegato 1; - in un secondo tempo, seguendo il movimento della coda della Trieste andrà ad inserirsi nella zona fissata a cavallo del limite di separazione tra le due divisioni, tenendo come margine anteriore della propria zona il Trigh Enver Bei. ?

?

?

Prima delle ore 19 del giorno X, la divisione Trieste dovrà provvedere ad occupare la zona di el Agerasc impiegando una compagnia carri ed elementi autoblindo rinforzati da artiglieria. F) - Il movimento della zona «A» alla zona «B» verrà effettuato con le divisioni affiancate, nella stessa disposizione che esse hanno nella zona «A» (Trieste a sinistra, Ariete a destra). I battaglioni carri dell'Ariete ed il battaglione carri della Trieste marceranno in testa, a cuneo, per tutta l'ampiezza del settore di Corpo d'Armata (6 km.). La compagnia autolindo ancor a disposizione della Trieste provvederà alla sicurezza del fianco sinistro della propria divisione e, conseguentemente - di tutto il Corpo d'Armata. Una compagnia carri dell'Ariete provvederà, invece, alla sicurezza del tergo della colonna del Corpo d'Armata. G) - Ciascuna divisione, per diminuire più che possibile la profondità dello schieramento durante il movimento dalla zona «A» alla zona «B», si disporrà affiancando il maggior numero di colonne compatibile con l'estensione della fronte (3 km). assegnata a ciascuna divisione per il movimento stesso. Il collegamento tattico col C.T.A. verrà, durante la marcia, tenuto dalla divisione Ariete. Rotta da seguire: 27 km. 132° - 7 km. per 63° - 15 km. per 26° - 9 km. per 347°. I) - Il compito di mantenere la direzione verso la zona «B» è affidato alla divisione Ariete; a tale scopo, le verrà assegnata una squadra di pilotaggio del Corpo d'Armata.


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L)- -elementi corazzati distaccati dalle divisioni Ariete e Trieste sulla

fronte del X Corpo d'Armata. 1) Il battaglione carri, rientrando all'Ariente dopo aver operato sulla fronte del X Corpo d'Armata, dovrà andare a schierarsi in testa alla divisione, assieme agli altri battaglioni carri. Una compagnia di tale battaglione dovrà, invece marciare in coda alla colonna di Corpo d'Armata per dare sicurezza a tutto il dispositivo. 2) La compagnia autoblindo della divisione Trieste che deve operare sul fronte del X Corpo d'Armata rimarrà - alla sera del giorno X sulle posizioni raggiunte dal Corpo d'Armata stesso. Non appena il XX Corpo d'Armata avrà sgomberato di tutti i propri.elementi la zona «A», la compagnia - spostandosi verso est per la zona di Bir Bu Usceica - si troverà nella zona, dalla quale alle ore 4,30 del giorno x+ 1, dovrà iniziare l'assolvimento del nuovo compito affidatole, e cioè: - assicurare il fianco sinistro della colonna motocorazza che si trasferisce dalla zona «A» alla zona «B»; - mantenere il collegamento col X Corpo d'Armata; - impedire irruzioni del nemico fra il X e XX Corpo d'Armata. Il compito affidato a tale compagnia autoblindo si protrarrà fino alle ore 12 del giorno x + 1. M) - All'inizio del movimento della zona «A» alla zona «B» dovrà essere osservato il silenzio radio. N) - Nell'allegato 2 viene riportato - per quanto ci è noto - l'andamento del campi minati posti dal nemico davanti alla posizione di resistenza.

E.D.C.Q. DOCUMENTO «G»

'

All. 5

MEZZI CORAZZATI PER IL X CORPO D'ARMATA Per la nota azione di concorso sulla fronte del X Corpo d'Armata durante il giorno X i reparti corazzati verranno forniti come segue: - dalla divisione Ariete, due compagnie carri di uno dei battaglioni che il comando di divisione stesso destinerà; - dalla divisione Trieste, una compagnia autoblindo dell'VIII


Tentativo di ricostruzione di un mattino di guerra del 132° reggimento carri

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battaglione bersaglieri corazzato. Direttamente da questo comando verranno date le disposizioni per l'immediato rientro alla Trieste sia dalle due compagnie carri dell'XI battaglione sia di una compagnia autoblindo dell'VIII battaglione bersaglieri corazzato. Direttamente da questo comando verranno dato le disposizioni per l'immediato rientro alla Trieste sia dalle due compagnie carri dell'XI battaglione sia di una compagnia autoblindo dell'VIII battaglione corazzato. Le disposizioni per ciò che i reparti corazzati che opereranno sulla fronte del X Corpo d'Armata devono fare dopo le ore I 9 del giorno X, sono contenute nel documento «F» dell'E.D.C.Q.

E.D.C.Q. DOCUMENTO «H»

All. 6

VARIANTI «VENEZIA» Mediante la comunicazione delal parola convenzionale «VENEZIA» il piano già noto subirà le seguenti varianti : a) la zona «B» verrà ad essere situata nella posizione che appare dal lucido allegato. b) la rotta per il movimento dalla zona «A» alla zona «B» verrà modificata conseguentemente come segue: 37 km per 142° - 12 km per 82°. Dalla zona B alla zona C: 15 km. per 29° - 25 km. per 336°. c) La compagnia autoblindo di cui la divisione Trieste dispone ancora dovrà provvedere: - a tenere sotto controllo la zona compresa tra B. Harmat e il Trigh el Abd, ove presumibilmente esiste un varco nel campo minato nemico; - ad impedire irruzioni del nemico nella zona tra B. Harmat e il Trigh el Abd. Tale compagnia - che dovrà essere rinforzata da una batteria da 75 o da 100 - dovrà iniziare l'assolvimento del compito affidatole, alle ore 4,30 del giorno x + 1, partendo dalla zona 7 km. a nord ovest di B. Harmat (v. lucido allegato) (1). Fino alle ore 12 dello stesso giorno X+ 1, sulla sinistra del suddetto distaccamento esplorante agirà l'altra compagnia dell'VIII battaglione corazzato che, alle 4,30 del giorno X+ 1, muove con analogo compito dalla zona di Bir Bu Usceica (vedi allegato «F») (1). Il distaccamento esplorante che agisce tra Bir Harmat e il Trigh


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el Abd dovrà ricercare il collegamento con la compagnia del proprio battaglione che agisce a nord e nord est di Bir Bu Usceica. Il comando della divisione Trieste provvederà ad orientare il comandante del distaccamento sulla situazione generale. d) l'ora di partenza dalla zona «B» verso la zona «C» viene fissata per le ore 4,30 del giorno X+ 1.

Il dispositivo di marcia del Corpo d'Armata per il trasferimento dalla zona «A» alla zona «B» rimane inalterato come previsto dal Documento «F».


Tentativo di ricostruzione di un maltino di guerra del 132° reggimento carri

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DIARIO STORICO DELLA 21 PANZER DIVISION TRADUZIONE

All. 7 GIORNALE DI GUERRA N.5 21 a divisione Panzer Iniziato il: 16 maggio 1942

Chiuso il: 13 giugno 1942

La 21 a div. Panzer dipendeva dal 16/5/1942 al 13/6/43 dal D.A.K. (Deutsches Afrikakorps)

25.5.42 14.00

26.5.42 07.00

12.00 13.00 14.30

14.00

27.5.42 03 .15 04.30

Alle ore alla divisione viene comunicato il giorno X; si tratta del 26.5.42. L'ordine viene dato per via telefonica ai vari reparti. Forte attività notturna degli aerei. Nessun altro avvenimento particolare. Alle ore partenza del reg. corazzato in direzione ad ovest dal 13° Tunrad. Il grosso della divisione raggiunge fino alle B. es Sferi. Alle ore partenza verso la zona A. Rifornimento dei mezzi. partenza verso la linea A. La 15 a div. Panzer avanza troppo per una distanza di 8 Km. La 21 a div. Panzer deve quindi seguirla immediatamente. Il rifornimento viene rinviato. Il reparto Mildebreth fino alle ore 19.00 sta agli ordini del XXI AK (Armeekorps = corpo d'armata). Alle ore giunge l'ordine, che entra in vigore il «caso Venezia». Partenza ore 21 .30 La divisione raggiunge alle ore la zona B. Adunata alle ore per avanzare verso nord. Avanzamento velocemente, la divisione raggiun-


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Francesco Vigliane

ge Trigh el Abd nella zona a 6 Km a sudest da B. el Harmat. 08.30 Primo scontro con ca. 80 carri (tipo Pilot) nella zona di B. el Harmat. Il comandante del II Panzer 5 viene ferito gravemente durante l'assalto ad una postazione di batteria. I carri armati nemici si ritirano verso nord dopo duro combattimento. La divisione si aduna verso le 10.30 Segue orientamento del corpo: 27.5.42 Visto che la divisione, partendo dalla zona B, ha girato troppo presto in direzione nord, e che incontra quindi il nemico piÚ frontalmente che accerchiandolo, il corpo ordina il distaccamento del reparto corazzato Mildebreth e del III/A.R. 155 per formare una forte ala di accerchiamento, al fine di spingere il nemico verso ovest nella sacca. Nel suo ulteriore avanzamento, la divisione verso le ore 12.00 raggiunge l'incrocio delle piste Trigh Capuzzo B. Hacheim e viene rifornita. La divisione si unisce per raggiungere la zona C. Al fianco della 15a div. Panzer si trovano forze corazzate nemiche abbastanza forti. Per questo motivo l'avanzata è lenta. La divisione attacca e raggiunge la zona di Bir er Rigel. Fuoco d'artiglieria e di mitragliatrici da estnord-est rallenta l'avanzata dei reparti. Un attacco di forze corazzate (MK II) da ovest-sudovest, il cui corpo principale raggiunge il II/I.R. 104 (reg. di fanteria), divide i reparti combattenti dai reparti logistici. Il II/I.R. 104, nonostante la distruzione di 7 MK II, subisce perdite cosÏ gravi che viene sciolto e distribuito sul I e III/I.R. 104. Secondo orientamento del corpo, la 90a div. Legg.sta presso el Adem, il corpo motorizzato nella zona 15-20 km a sud-sud-ovest del D.A.K. Con esso l'O.B. Per eliminare il fuoco dell'artiglieria nemica proveniente da est, viene impiegato il II/Reg. cor. 5


Tentativo di ricostruzione di un mattino di guerra del 132° reggimento carri

19.00

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sotto la guida del tenente Rocholl. Contemporaneamente, la 15a div. Panzer, ripiegando verso ovest, si accoda strettamente dietro alla divisione. Alle ore il nemico, proveniente da B. el Effaa, attacca con grosse forze corazzate il D.A.K. dalla direzione est-sud-est; l'a.t tacco viene respinto. Nel contrattacco, il reg. Panzer raggiunge le alture poco a nord di Trigh Capuzzo. Con il calar della notte cessa il forte fuoco d'artiglieria che colpiva la divisione da sud. La divisione si trincera e si rifornisce nonostante manchino i servizio logistici.

Traduzione All. 8

21 a div. Panzer

Allegati ai Giornali di guerra 5 e 6 dal 10/4/1942 al 24/7/ 1942 21 a Divisione Panzer J O Uff. di Stato maggiore

Riferimento: Ordine telefonico del sostituto capo dello stato maggiore del comando supremo d'armata Afrika. Oggetto: Zone di combattimento della 21 a div. Panzer durante l'operazione a partire dal 27/5/42. Zona di combattimento della 21 a div. Panzer I) 27/28.5 Sfondamento della divisione nella direzione di Eluet et

Tamar.


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Francesco Viglione

a)27.5 Dopo che la divisione stava avanzando sin dall'alba, alle ore 07.45 si scorge un assembramento di mezzi motorizzati nemici ancora in riposo in direzione sud da Bir el Harmat. A seguito del distacco dalla 15a div. Panzer che avanza accanto alla divisione ad est, il DAK da l'ordine di fermarsi. Ciò nonostante, i quadri della divisione decidono di attaccare il nemico senza interrompere il movimento, per non lasciargli ulteriore tempo per lo stato d'allarme, e con l'intento di liberare il fronte davanti alla 15 a div. Panzer, battendo il nemico e ributtandolo indietro verso est. Dopo durissimo combattimento e nonostante che verso le ore 08.00 sul fianco ovest siano apparsi ca. 30 carri armati nemici con fanteria, la divisione sfonda verso nord e raggiunge verso le ore 12.00 il Trigh Capuzzo. , L'attacco prosegue alle ore 13.30 per guadagnare la zona C. Poiché la 15 3 div. Panzer può adunarsi solo alle 14.45, forte fiancheggiamento da ambedue i lati. Fino alle ore 16.00 circa, la divisione si apre un varco su Maabus er Rigel, men tra la 15 3 div. Panzer dipende ancora da·est dalla forte presenza nemica. Per alleggerimento della 15 3 div. Panzer, il reparto cor. rimasto (un reparto corazzato e il reparto d'artiglieria più a sud erano stata distaccati, su ordine del DAK, alla 15a div. Panzer) viene disposto verso est. La 15 3 div. Panzer, nel frattempo, aveva potuto seguire la 21 a div. Panzer. L'attacco di alleggerimento verso est incontrava quindi frontalmente il nemico e veniva interrotto, visto che il suo scopo era oramai superato. Il reparto corazzato veniva diretto su Eluet et Tamar ancora all'imbrunire dello stesso giorno. Per evitare che la divisione fosse spezzata - reparti di coda respingevano ancora attacchi ai fianchi di un nemico che sin dalla mattinata aveva tentato di sfondare - l'avanzata su Eluet et Tamar veniva fermata. b) 28.5 Dopo che le parti più arretrate avevano raggiunto il resto durante la notte, la divisione all'alba avanzava verso Eluet et Tamar e raggiungeva quindi la sua meta, la parte sud della zona C. Erano state dunque create le premesse per l'ulteriore avanzamento sul bordo del gebel a sud dell a Via Balbia e la chiusura della posizione di Gazala.


Tentativo di ricostruzione di un mattino di guerra del 132° reggimento carri

Suc'cesso della divisione:

679

78 carri armati 5 autoblinde 3 batterie da 9 pezzi 9 Sfl (?) 8 carette 55 mezzi motorizzati 340 prigionieri

Traduzione All.9 DIARIO STORICO DELLA Ière Bde F.L.

27.5.42 07.00 h .

BP/I

Una grossa colonna ne impegna un'altra verso sud a circa 5000 m. Si tratta della 3 IMB attaccata dal nemico.

7a Arm.Div. Questa Bde. è travolta da perlomeno 44 carri e numerosi Met. E.M. Ancora nessuna comunicazione telefonica con la 7a Armd. Div. 07.30 h

F.M. E.M.

07.30 h.

Cne. De Lamaze

07.45 h.

20 B.L.E.

6 camions lasciano la posizione diretti a Bir Bu Maafes. La 7a Armd. Div. fa sapere via radio: - 1°: il nemico ha attaccato. - 2°,: La 4a Bde. BL. si appresta a contrattaccare a S.E. di B.H. Vede a 4/5 Km. a Ovest di Garet Dahduah un grosso distaccamento di artiglieria pesan te, 20 Tks. e 60 Met. Numerosissime colonne nemiche provenienti da Ovest aggirano la posizione da Sud o si dirigono verso B.H.

Un distaccamento del Cne. Bablon lascia la


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posizione diretto ad Est ma rientra dopo aver incontrato il nemico in forze. 08.00 h.

Ech. B.

Comunicazioni telefoniche interrotte con B.H. e con il 30 C.A.

08.00 h.

Transm.

3 equipaggi di riparazione avendo incontra-

to distaccamenti nemici non possono svolgere la loro missione e rientrano a B.H. 08.00 h.

20 B.L.E.

Il distaccamento del 2° B.L.E. riassume la sia posizione normale. É segnalata una colonna verso sud-est di B.H. Si tratta del nemico o della 4a Bde. Bl.?

08.00 h.

Art.

La 1 a Batteria comincia a far fuoco su Met. nemici. La 2 a Batteria fa fuoco verso N,ord poi la 3 a Batteria spalleggia l'azione della 1a Bie.

08.00 h.

B.L.E.

I pezzi da 75 piazzati presso il fortino aprono il fuoco su veicoli nemiei che sfilano 2 km. verso Sud.

08.15 h.

20 B.L.E. sa Cie.

Carri che precedono numerosi veicoli appaiono sulla cresta a Sud del pilastrino di confine. Si dirigono verso la ridotta della 7 a Cie, poi, incerti, seguono il margine del «marais» di mine e attaccano la porta Nord della ridotta Est della sa Cie. Sono circa 70/80 disposti in quattro colonne di quattro carri spaziati di circa 50 metri (IX e X Btg. Div. Ariete) e sparano quasi solamente con i loro cannoni. La Artiglieria, avvisata, non sa far fuoco a causa di una confusione con elementi inglesi. La 7a Cie apre il fuoco verso le 8,15.


Tentativo di ricostruzione di un mattino di guerra del 132° reggimento carri

08.30 h.

F.M.

08.30 h.

20 B.L.E.

E.M. a tutti

09.00 h.

681

4 autocarri rientano e segnalano di avere incontrato a 10 miglia un forte convoglio tedesco, un camion è riuscito a raggiungere B.M., 2 quartiermastri sono caduti prigionieri, uno di essi riesce in seguito a sfuggire.

I carri hanno raggiunto il reticolato della 5 a Cie. Un nostro 75 non scaricato dal camion è messo fuori combattimento, (era rientrato dalla Jock Column del Cne. Bablon). La postazione della 5 a Cie. dispone di 3 cannoni da 75 e 1 da 47. La seconda sezione dell'Aiutante Otte sostiene l'impatto. Numerosi carri sono fermati dalla artiglieria e dalle mine. Qualcuno brucia, tuttavia 6 di essi attraversano la ridotta da sud a nord e 4 altri da est a ovest. Sono presi di mira violentemente. Nel frattempo centinaia di veicoli sfilano senza sosta, con un rombo assordante.

«Attendete, prendete precauzioni, tenetevi pronti, ma non sparate che su ordine, la 4a Bde. BI. si trova da queste parti. Evitate errori».

Ech. B

Una pattuglia addetta alla linea telefonica

E.M.

è fatta rientrare da una pattuglia indiana. La 7a Armd. Div. non risponde ancora. Sus-

sistono dubbi sulla colonna a S.E. di B.H.

30 B.L.E.

09.00 h.

Art.

La Cie Messmer è spostata e forma un punto d'appoggio (ridotta difensiva) per il GSD, 2 cannoni da 75 della CL3 vengono spostati e piazzati verso il GSD per prendere sotto tiro i carri che attaccano da S.E. Impegna a sua volta il nemico su ordine del Generale ed esegue un intenso tìro contin_uato per appoggiare le unità A.T.


682

09.00 h.

09.25 h.

Francesco Vigliane

20 B.L.E. 20 B.L.E.

Ech. B.

10.10 h.

10.30 h.

Il Comandante del PA minacciato da un carro a 15 m. dal suo PC brucia gagliardetto, documenti e carte. Collegamento radio impossibile con il 30° CA. Il Lt. Stewart è spedito al 30° C.A. per assicurare il collegamento.

7a

Armd. Div.

10.15 h.

Debole intervento clell'artiglieria nemica. Il Comandante del PA rimane con la linea telefonica tagliata da un carro.

20 B.L.E.

Autoblindo tedesche irrompono nel Q.G. della Divisione e distruggono l'ACV 1 e 5 e catturano il GOC e il G. Staff. Il combattimento prosegue all'esterno e all'interno del caposaldo ma verso le 10.15 h, a un segnale, i carri rifluiscono verso Sud. I carri che si sono avventurati dentro alla ridotta cercano di fare altrettanto, ma saranno tutti distrutti. Gli equipaggi dei carri immobilizzati cercano di fuggire. I legionari, di loro iniziativa, prendono d'assalto i carri. Tutti gli equipaggi cadono nelle nostre mani. Quindici morti, una decina di fe. riti, settantasei prigionieri di cui un T. Col. e diversi ufficiali. Sulla fronte nord e nordest rimangono distrutti 19 carri; sulla fronte sud e sud-est 7 carri; le carcasse di altri 5 carri restano allo interno della ridotta, mentre gli altri si trovano vicinissimi alla postazione a meno di 150 metri. Da parte nostra un ferito leggero.

7a

Armd. Div.

La 7 a Motor Bde. comunica alla 7 a Armd. Div. che il suo caposaldo a Ritma è stato invaso dal nemico e che essa si ritira a Bir el Gobi per riorganizzarsi.


Tentativo di ricostruzione di un mattino di guerra del 132° reggimento carri

11.00

E.M.

683

Un tank che ha aggirata la posizione da nord-est viene distrutto da un pezzo da 75 della Cie del 2° B.M . e da un pezzo da 47 italiano del C.A. n. l. Trentadue carri italiani M/13 di cui 12 danneggiati dalle mine restano sul terreno. Il Genio si incaricherà di metterli fuori uso. Il compito è svolto dal 2° Btg. L.E. La 7a Cie ne approfitta per fare 5 prigionieri che si trovano su un mezo di collegamento. Complessivamente 91 tra morti e prigionieri italiani, di cui due muoiono prima dell'intervento chirurgico e due dopo . ..................(omissis) .................. . Il Generale visita come vecchio combattente della guerra 14-18 il colonnello italiano Prestissimone (così nel testo n.d.r.). Questi dichiara che la presenza di mine ad est della posizione li ha completamente sorpresi.


Tentativo di ricostruzione di un mattino di guerra del 132° reggimento carri

685

DIARI 27.5.42 DEL XX CORPO D'ARMATA; DELLA DIVISIONE ARIETE E DEI SUOI REPARTI

XX CORPO D'ARMATA

All. 10

27 Maggio, Mercoledì Il movimento iniziato alle 21 di ieri prosegue fino alle ore 2; a tale ora viene raggiunta la zona B. Viene preso collegamento a mezzo pattuglie con entambe le divisioni. Da tale ora viene perduto ogni collegamento con la Trieste. Il comando del C.A. serra pertanto, verso l'Ariete, continuando a mandare invano pattu glie a lla ricerca della Trieste. Alle prime luci (ore 4,30 circa) il costone di q. 171 a sud est di Hacheim appare occupato dall'avversario. Nulla si sa ancora della Trieste è a destra dell'Ariete e a contatto con essa è la 21 a div. cr. tedesca e nulla si sa della 5a e della 90a divisione. Alle 5,10 il comando Ariete comunica che è rientrato a lla divisione il X btg. carri. Vengono presi accordi con la 21 a divisione corazzata per l'attacco contemporaneo da parte dell'Ariete e della 21 a stessa. Se ne dà comunicazione al comando Superiore (allegato 1/27). Verso le ore 6,30 Ariete e 21 a attaccano le posizioni antistanti. supera te la tenace resistenza avversaria che causa sensibili perdite alla divisione, essa raggiunge alle 8,30, combattendo, all'incirca la zona prescritta per tale ora. Circa 400 prigionieri, molto bottino; tra le perdite mentre da parte nostra è da notare il Ten. col. Maretti comandante il 132° carri dispersi. Dell'esito del combattimento vengono informati l' A.0.K, tramite ufficiale di collegamento, ed il comando Superiore (allegato 2/27 e 3/27). L'attacco delle due divisioni (Ariete e 21 a) è stato un po' sfasato nel tempo, essendo l'Ariete più avanti e avendo quindi raggiunto prima l'obiettivo. su di esso si è quindi concentrata per un certo periodo la reazione della difesa, causandole maggiori perdite. Alle ore 11.30 giunge al comando del C.A. il gen. Azzi, comandante la div. Trieste. Egli comunica che i reparti di testa della divisione non hanno potuto ricevere la parola« VENEZIA» e pertanto, attenendosi al piano previsto, sono sfilate a nord di Bir Hacheim: il resto della divisione ha seguito il movimento, e si trova tutta a nord di Bir Hacheim tra Bir Belafarit e Abiar el Hamra. l'Ecc. il comandante gli ordina di riunirsi all'Ariete: lo lascia arbitro di decidere, in base alla situazione, se compiere solo un movi-


686

Francesco Viglione

mento verso est, o retrocedere e passare a sud Bir Hacheim accodandosi all'Ariete per poi affiancarlesi. Successivamente l'Ecc. il comandante si reca presso i reparti che hanno compiuto l'attacco elogiando il loro comportamento. Alle ore 12 la div. Ariete inizia il movimento verso la zona C. Alle ore 12.45 circa aerei nemici mitragliano il nucleo chirurgico della div. Ariete, mentre si stanno operando i feriti del combattimento: due morti e due feriti tra gli assistenti del nucleo stesso. Si dà comunicazione di quanto sopra al Comando Superiore (allegato 4/27). Si chiede inoltre al Comando Superiore che siano approntati rifornimenti di automezzi, mezzi idrici, autoambulanze, munizioni, carburanti (allegato 5/27). Alle ore 14,30 circa anche il comando tattico del C.A. inizia il movimento verso la zona C. Poco dopo perviene dall'A.O.K. marconigramma delle ore 9 col quale il comando stesso informa che l'attacco del C.T.A. procede molto bene (allegato 6/27). Verso le ore 16 giunge notizia dell'ufficiale tedesco di collegamento, che il C.T.A. è seriamente impegnato fronte nord. Verso le ore 18, giunta nella zona di Bir Harmat, la divisione Ariete viene fatta segno a intenso fuoco di artiglieria, mentre la presenza di un campo minato impedisce la prosecuzione del movimento. La divisione ed il comando del C.A. sostano pertanto sulle posizioni raggiunte. Alla stessa ora giunge al comando C.A. un ufficiale del comando C.T.A., il quale rappresenta che il C.T.A. è seriamente impegnato e prega che l'Ariete attacchi subito. La presenza del campo minato non consente ciò. Viene pertanto disposto, e viene comunicato all'ufficiale predetto, che l'attacco abbia luogo domattina, dopo che nella notte saranno aperti i varchi nel campo minato. Verso le ore 18.10 giungono al comando C.A. due ufficiali del comando div. Trieste latori di una comunicazione (allegato 7/27). La Trieste è stata seriamente impegnata durante la giornata: ha potuto procedere poco poiché ha subito perdite sensibili, tra le quali 12 carri armati. Alle ore 18,20 vengono inviate le novità al Comando Superiore (allegato 8/27). Alle ore 20 circa perviene, tamite S.M. Italiano di collegamento con l'A.C.A., un ordine dell'A.C.A. (allegato 9/27); il XX C.A. deve domattina occupare la zona C; il C.T.A. ha già raggiunto la zona ad esso assegnata.


Tentativo di ricostruzione di un ma/lino di guerra del 132° reggimento carri

687

Condizioni fisiche della truppa: permangono buone; morale quanto mai elevato. Condizioni atmosferiche: - cielo sereno; - vento moderato da nord est; - temperatura: ore 7: 18°; 15: 35°; 23: 21 °.

28 Maggio, Giovedì Al mattino l'Ariete, dalla zona di Bir el Harmat muove verso la zona C in collegmento a destra con la 15a Divisione tedesca. La Trieste, dalla zona di Bir Belafarit, inizia il movimento verso Trigh el Abd. Un elemento esplorante assicura il collegamento fra le due divisioni per coordinarne strettamente l'azione. Se ne informa il supercomando cui si comunica che i prigionieri fatti nei combattimenti del giorno innanzi ascendono a circa 1000 (alleg. 1/28). Nel: l'investimento di Bir Hacheim 20 carri armati sono rimasti immobilizzati: Si chiede al supercomando cheprovveda al loro ricupero (alleg. 2/28). Allo stesso Comando si riepiloga il bottino fatto e le perdite subite nell'azione di Bir Hacheim, (alleg. 3/28). La marcia della Trieste è ritardata da campi minati che hanno costretto la fanteria a procedere appiedata (allegato 4/28) .....

COMANDO DIVISIONE ARIETE

All. 11

27 Maggio, Mercoledì Alle ore 4 viene raggiunta la posizione B, fra Baltet el Atasc e Rugbet el Atasc, a sud sud-est di Bir Hacheim. L'esplorazione rileva l'occupazione a caposaldo da parte del nemico della dorsale di Rugbet el Atasc. Contemporaneamente l'artiglieria nemica apre il fuoco sulla colonna divisionale. Il Comandante ordina lo schieramento delle artiglierie e l'attacco del caposaldo nemico su due colonne: a destra l'VIII Btg. 132° rgt. carristi, rinforzato dal V gruppo semoviente, a sinistra il IX btg. carri, rinforzato dal VI gruppo semovente; in posizoine arretrata centrale il X Btg. carri con V Btg. Bersaglieri. Alle ore 6,30 s'inizia l'attacco fortemente contrastato dal tiro delle artiglierie e dei pezzi e.e. nemici che si rivelano scaglionati in profondità e in postazioni interrate e mascherate.


688

Francesco Viglione

L'VIII Btg./132° Carri esegue allora una manovra aggirante sulla destra cadendo sul tergo delle posizioni nemiche, mentre il IX Btg. carri fortemente ostacolato piega a sinistra lasciando scoperto il centro verso il quale si inserisce il X Btg. L'azione condotta col massimo slancio, e appoggiata efficacemente dall'artiglieria, riesce a sopraffare in meno di 4 ore la r esistenza avversaria. Vengono catturati un migliaio di prigionieri tra cui l'Ammiraglio Cowen e diversi ufficiali superiori, due batterie di cannoni e numerose armi e.e. ed automatiche. Alle ore 14,30, dopo che il V Btg. bersaglieri ha provveduto al rastrellamento del terreno e al concentramento dei prigionieri, la divisione riprende la marcia verso la zona C, disturbata da tiri di batterie volanti inglesi schierate ad est del fortino di Bir Hacheim. Ore 18,30: raggiunta la zona di Bir Harmat, la divisione sosta predisponendosi per l'attacco delle posizioni in concorso al C.T.A. che risulta duramente impegnato sulla destra. Viene determinata la direttrice d'attacco e disposta l'apertura di varchi sul campo di mine che sbarra il terreno a nord-est del Bir. A sera un forte tiro di artiglieria investe la colonna in sosta senza. causare danni sensibili. Stato morale delle truppe: ottimo. Temperatura in zona alle ore 9: 20°; 15: 29°; 21: 15°.

III GRUPPO CORAZZATO NIZZA CAVALLERIA

Ali. 12

Il Gruppo, in servizio di esplorazione, precedendo la Divisione in marcia, incontra a km. 12 circa a S.E. di Bir Hacheim, le prime resistenze nemiche costituite da fanteria indiana fortemente trincerata, appostamenti controcarri e artiglieria; per determinare la fronte,manovrando, impegna combattivamente fino al sopraggiungere dell'VIII Bgt. Carri e del V Gr. Semoventi che muovono all'attacco~Il Gruppo continua a dare sicurezza durante il combattimento col l O Squadrone sulla sinistra ed il 2° Squadrone sulla destra dello schieramento divisionale; contemporaneamente con alcune blindo del Comando ed un plotone del 2° procede al rastrellamento di tutti quegli elementi che oltrepassati dai carri, ma ancora trincerati nelle buche oppongono resistenza. Perdite della giornata: Blinde colpite: n. 2 (R.E. 239 Cap. Battistini - R.E. 259 Ten. Avogadro); Morti in seguiti a gravi ferite: n. 2 (Cap. Bestetti - Drag. Meoni);


Tentativo di ricostruzione di un mattino di guerra del 132° reggimento carri

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Feriti: n. 1 (drag. Giovine); Dispersi: n. 1 (cap. magg. motociclista Cama).

132° REGGIMENTO CARRI

All. 13

27 Maggio, Mercoledì

Ore 4,15 i reparti raggiungono la zona di Rugbet el Atasc in un punto situato a circa 7 km a su di Bir-Hacheim. Rifornimento. Alle ore 5,15 il reggimento con rotta 29 gradi muove sulla seguente formazione. Il IX Btg. a compagnie in linea sulla sinistra; l'VIII Btg anch'esso a compagnie in linea sulla destra. Intervallo fra i Btg 7-800 metri. Il X Btg è di secondo scaglione e marcia arretr ato di circa 800 metri in direzione del varco fa VIII e IX. Il Comando di Reggimento con i carri della CCR marcia in posizione utile per l'esercizio del comando in un punto equidistante da tutti i reparti. Ore 5,45 tempo di arresto onde permettere alle truppe Germaniche - che marèiano un po' distanziate sulla destra - di portarsi in linea alla stessa nostra altezza. Alle ore 6 siamo in vista di un grosso caposaldo nemico dal quale viene iniziato cannoneggiamento di sbarramento. I gruppi divizionali da 90 a 88 in postazione alle spalle dello schieramente marciante di carri, controbattono efficacemente. Alle ore 6,2 i carri che avevano brevemente sostato per permettere la controbatteria, iniziano, su ordine del Comando divisione, l'investimento delle posizioni avversarie. Forte reazione anticarro e di artiglieria. Il nemico accentua la sua pressione con vivacissimo fuoco contro l'ala sinistra dell'VIII (Cp. Ten. Boggia) cercando di sfruttare la circostanza che tra l'VIII e il IX - a causa della conformazione del terreno è venuto sensibilmente aumentado l'intervallo iniziale. Viene intanto ordinato al IX di poggiar"e sulla sinistra. Prevenendo il nemico sul suo proposito di forzamento del centro dello schieramento di carri mediante la concentrazione degli anticarro, viene immediatamente incuneata a rinforzo di tutta la linea fra VIII e IX, la 7 a comp. del X Btg. Alle ore 7,10 superata d'impeto la fortissima reazione, i carri, travolte le coperture penetrano in profondità nella posizione avversaria. Il presidio composto da truppe indiane e congolesi si arrende nella gran parte (oltre un migliaio di uomini fra i quali un generale e tre Colonnelli). Rimangono nelle nostre mani armi portatili, artiglierie, automezzi e mezzi blindati (Brem Carrier). Il Comandante il X Btg


690

Francesco Viglione

(Maggiore Pinna) che ha assunto il comando in seguito al ferimento nell'azione, del Ten. Col. Maretti comandante del Rgt dà ordini onde i reparti organizzino e consolidino la posizione in attesa chei Bersaglieri divisionali vengano a presidiarla. Perdite finora accertate 45 carri. Una forte percentuale di queste perdite è dovuta al fatto che il IX Btg superata la prima linea avversaria si è trovato immediatamente dopo su un campo minato non reputato battuto da retrostanti artiglierie. Alle ore 131'8 Bersaglieri giunge nella zona per operare il rastrellamento. Alle ore 15,30 il Rgt carri in posizione di primo scaglione divisionale riprende il movimento per 8 km rotta 29°. Dopo breve sosta con rotta 336° si punta su Bir Harmat località che viene raggiunta alle ore 18,30.

132° REGGIMENTO CARRISTA «ARIETE» X BATTAGLIONE C.M. 14/41 COMANDO

All. 14

AL COMANDO DEL 132° REGGIMENTO CARRISTA P.M. 132 Oggetto: Relazione dei combattimento dal 26/5/1942 al 28/5/1942

Giorno 25 Maggio 1942 XX Il Btg. è in zona di Segnali pronto ad iniziare il ciclo operativo. A disposizione: n. 56 carri M. 14/4Ì; n. 9 motobiposto «Alce», n. 11 motocarrelli «Trialco»; n. 2 autofurgoni 1100; n. 1 trattrice Breda; n. 1 autoofficina 38. Uomini: Ufficiali 24: sottufficiali e truppoa 465. Lo stesso giorno il Comandante del Btg, preavvisato che il Reparto per il solo giorno 26 sarà a disposizione con due compagnie del X c. d'A. viene d'ordine del Comando Divisione «Ariete» inviato al Comando del C. d'A. per gli accordi per l'azione da svolgere. Presso detto Comando, al Com/te del Btg vengono dati i seguente ordini: «Compito del Btg.: Rimuovere eventuali resistenze opposte dal nemico durante l'avanzata del X C. d'A. Direzione del movimento: Est, a cavaliere della linea di contatto fra Divisioni «Pavia» e «Brescia». Precedere l'avanzata del C.d'A. per circa 18 km., ultimati i quali sostare in attesa che la Fanterie seguenti fossero sistemate a capo· saldo. Il movimento avrebbe dovuto essere eseguito a sbalzi, materializzati da tre linee di attestamento.


Tentativo di ricostruzione di un mattino di guerra del 132° reggimento carri

691

Base di partenza per l'attacco: Est di A.P. 424, da occuparsi ore 13. del giorno 26/5. Inizio del movimento: ore 14, dello stesso giorno. Tutti i movimenti delgiorno 26 venero eseguiti secondo gli ordini ricevuti. A circa 8 km dalla base di partenza il Btg. venne fatto segno a fuoco di Artiglieria. Il movimento, decisamente continuato verso est, costringe le batterie inglesi ad allontanarsi progressivamente, senza che al Btg venga data la possibilità di reagire o col fuoco o col movimento, data la eccessiva distanza alla quale gli elementi nemici si tengono. A circa 15 km dalla base di partenza il Btg viene raggiunto da un Comando di Gruppo di Artiglieria Tedesco. Il Coro/te del Btg. dà al Com/te del Gruppo indicazioni sulla presunta dislocazione delle batterie nemiche, sulla loro attività. Il. Com/te del Gruppo, fatti schierare i suoi pezzi, inizia una azione di controbatteria contro gli elèmenti avversari. Con la protezione di essa il Btg compie gli ultimi Km e sosta in attesa che serrino i reparti a piedi del C. d' A. Alle ore 20 circa viene raggiunto da tali elementi. Sollecitato e avuto l'ordine di rientro presso la Divisione «Ariete» vengono iniziate le operazioni per il movimento. Esso può avere inizio solo alle ore 21.30, dato che è stato necessario ricongiungersi al carro centro radio ed ai mezzi di recupero, lasciati presso il Comando del C.d'A. Il movimento dura tutta quanta la notte. Alle ore 3,30 del giorno 27 il Btg è ricongiunto al Rgt in zona di Bir Hacheim. Circa un'ora dopo il Com/te del Btg, presentatosi al Com/te del Rgt., riceve da questi l'ordine di schierare il proprio Reparto in secondo scaglione rispetto all'VIII e IX B tg, distanza di cira un Km. Iniziatosi l'attacco da parte nostra ed essendosi manifestata una soluzione di continuità fra VIII e IX btg il sottoscritto ebbe ordine dal signor Generale Com/te la Divisione di portare l'azione del proprio Reparto fra i due predetti Btg. onde saldarne e collegarne l'azione. Il movimento iniziato in armonia agli ordini ricevuti dal Signor Generale veniva arrestato dal signor Col. Com/te del Rgt, il quale dispose che tale azione di raccordo dovesse essere eseguita dalla sola 1a Comp. Le altre due compagnie, con il Comando Btg, sarebbero rimaste a sua disposizione.


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Francesco Viglione

Il Capitano Terni Osvaldo, Com/te della compagnia prescelta per l'azione ebbe ordine da parte del Com/te del Rgt. di orientre l'azione del suo Reparto verso l'VIII Btg, che risultava essere il più osteggiato nel suo movimento di progressione. L'azione della compagnia, condotta con estrema decisione da parte del suo Com/te fu arrestata da un campo di mine, sul quale tutto il reparto ebbe ad incappare. I mezzi avariati vennero su dichiarazione del S. Ten. Rampini Giuseppe unico Ufficiale della Compagnia rientato al Btg, fatti saltare dagli avversari a mezzo di armi anticarro. La gran parte dei soldati uccisi o feriti. Ultimata l'azione rientrano della compagnia n. un carro dei sedici partiti. Perdite subite: Morti n. 3, Feriti 2; dispersi 42; Carri 15. Durante l'azione eseguita dai mezzi del Btg. il carreggio veniva sottoposto prima a leggero bormbardamento di artiglieria e in seguito a bombardamento, spezzonamento e mitragliamento aereo. Perdite lamentate in seguito a tale azione morti l; feriti 3. Per la ripresa dell'avanzata su Bir el Harmat il Btg., d'ordine del Generale Vicecomandante la Divisione, passa di primo scaglione, seguito dai resti dell'VIII e IX Btg. Giunge in zona di Bir el Harmat circa alle ore 20 senza alcuna novità degna di rilievo, salvo altri 3 bombardamenti, aerei subiti dal carreggio del Btg, senza conseguenti perdite in uomini e materiali. Totale perdite della gioranta: Morti 4; Feriti 5; dispersi 50.

132° RGT. ARTIGLIERIA

All. 15

27 Maggio, Mercoledì La Divisione giunge verso le ore 4.30 dopo continua marcia, ostacolata solo nel primo tratto da poche e isolate azioni di artiglieria, a 7 Km a sud del caposaldo nemico di Bir Hacheim. Alle prime luci dell'alba il gruppo da 88/55 e quello da 90/53 si attestano sotto il ciglione di Bir Hacheim. I due Gruppi semoventi sono pronti ad intervenire in accompagnamento dei carri armati. Ore 6 circa viene attaccato il caposaldo che viene superato dopo circa 1 ora di combattimento catturando molti prigionieri e distruggendo parecchi mezzi corazzati nemici. La divisione si rimette in marcia verso Nord, dopo aver subito un duro mitragliamento aereo nella sosta.


Tentativo di ricostruzione di un mattino di guerra del 132° reggimento carri

693

L'itinerario seguito si mantiene lungo il limite est del campo minato nemico che da Bir Hacheim con derivazione Nord Nord-Est si sviluppa fino a Bir Harmat. Ore 18 il Reggimento si attesta con i gruppi schierati tra il Bir Harmat e il limite Est del campo minato. Alla sinista della 15 3 e 21 a Divisione Tedesca. Forte fuoco d'artiglieria nemica sulle nostre posizioni. In seguito a ricognizione notturna i gruppi vengono dislocati seguendo una fronte che da Bir Harmat volge verso ovest nord-ovest appoggiandosi alla fronte tedesca. la 6a Batteria del II Gruppo a difesa del carreggio divisionale durante la sosta notturna nei pressi di Bir Hacheim veniva accerchiata da forze nemiche e presumibilmente prigioniera. Perdite subite: caduti nell'azione di Bir Hacheim: Tenente Scalise Aldo Maria; 5 Artiglieri feriti; Ten. Ferrari e Ten Nanni dispersi; 3 Artiglieri dispersi. Stato atmosferico: tempo bello. Il Maggiore Comandante int. del Reggimento (Giuseppe Pasqualini)

8° REGGIMENTO BERSAGLIERI

All. 16

27 Maggio

Il reggimento si trova nella zona raggiunta durante la notte e precisamente a circa 7 km a sud di Bir Hacheim, all'alba intenso tiro dell'artiglieria avversaria, proveniente da est e da nord est sorprende i reparti in sosta in procinto di riprendere il movimento. Si rivela un consistente caposaldo nemico in tali direzioni. mente i nostri mezzi corazzati attaccano le posizioni avversarie,il V btg. prende posizione, mente il Xli btg resta sugli autocarri pronti entrambi ad intervenire. Debellata la resistenza nemica i btg. partecipano al rastrellamento della zona, rastrellamento che può ritenersi ultiamto alle ore 12. Alle ore 14 circa, mentre si procede al nuovo incolonnamento aerei nemici svolgono intensa azione demiragliamento. Danni lievi agli uomini ed ai mezzi. Viene quindi ripreso il movimento verso nord alle ore 19 circa, dopo una marcia ostacolata da tiri d'artigliera nemica proveniente da ovest, si raggiunge Bir Harmat dove si sosta. Tempo bello. Il Col. Com. te il Rgt Ghilardini


FOTOGRAFIE


Tentativo di ricostruzione di un mattino di guerra del 132° reggimento carri

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A.S. Aprile 1942. Il gen. Ettore Baldassarre Comandante del XX C.A.


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Francesco Vigliane

A.S. Aprile 1942. Il T.Col. Pasquale Prestisimone con alcuni subalterni del IX Btg.

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Tentativo di ricostruzione di un mattino di guerra del 132° reggimento carri

A.S. Ap rile 1942. Il gen. Giu seppe dc Stcfan is comandan te della Ariete.

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700

Francesco Viglione

-A.$ . Aprile 1942. li T. Col. Enrico Marciti comandan1e del 132° Rgl. Carri.


Tentativo di ricostruzione di un mattino di guerra del 132° reggimento carri

1953. Aviano; Luigi Pinna Colonnello comandante il ricostituito 132° Rgt. Carri.

701


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PARTE TERZA

RICERCHE


MARIO MONTANARI

IL «PROGETTO A.O.» ED I SUOI SVILUPPI

In Italia, fino al 1934, il problema militare delle colonie fu considerato semplicemente sotto l'aspetto delle ordinarie necessità di sicurezza interna e contro possibili piccole infiltrazioni di bande d'oltre confine. Le truppe dislocate oltremare, compreso il contingente di presidio in Egeo, avevano perciò compito strettamente difensivo e la loro modesta entità era commisurata a tale compito: circa 20.000 uomini, di cui un quarto nazionali, in Libia; 60.000 in Eritrea, per quattro quinti indigeni; 16.000 in Somalia, anch'essi nella quasi totalità indigeni. L'unico provvedimento previsto - a parte naturalmente la mobilitazione locale - era l'invio in Eritrea di una divisione di fanteria ternaria di formazione speciale, eventualmente di un reggimento alpini, nonché di supporti vari e complementi per il Regio Corpo Truppe Coloniali per complessivi 22.000 uomini. É vero che da tempo le aspirazioni coloniali di Mussolini si traducevano in propositi di espansione verso l'Etiopia; non per nulla il 1Oluglio 1925 egli aveva impartito a Lanza di Scalea, ministro delle Colonie, l'orientamento politico di «prepararci militarmente e diplomaticamente ad approfittare di un eventuale sfasciamento dell'impero etiopico(...). Nell'attesa, lavorare in silenzio(...) e cloroformizzare il mondo ufficiale etiopico» (1). Tuttavia per sette o otto anni non era affiorato alcun reale interessamento né studio in proposito. Nel 1932, il nuovo ministro De Bono, nel rapporto ché il 22 marzo inviò a Mussolini dopo una visita in Eritrea, toccò l'argomento quasi di sfuggita: l'Abissinia, scrisse, stava organizzando forze regolari equesto si sarebbe potuto tradurre in un pericolo per le colonie italiane. « Un nostro intervento armato in forze che ci desse un successo militare stabilizzerebbe per anni la situazione - precisò-. Ma è inutile pensarci adesso. Esso comporterebbe un lungo lavoro di preparazione e centinaia di milioni di spesa, che sarebbero meglio impiegati adesso». Comunque, da quel momento De Bono, col generico benestare (1) G. Carocci, La politica estera dell'Italia fascista, pag. 272.


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Mario Montanari

di Mussolini, cominciò a delineare un progetto per un'azione offensiva contro l'Abissinia. Si trattava, in realtà, di uno studio avviato dal ministero delle Colonie che non trovò appoggio né consenso da parte del ministero della Guerra né dallo S.M.R.E. e nemmeno da Badoglio, capo di Stato Maggiore Generale e governatore della Libia. Fu a metà aprile del 1934 che Mussolini ordinò al ministero della Guerra di apprestare i mezzi difensivi e soprattutto quelli logistici (strade, baraccamenti, rifornimento idrico, ecc.) atti a fronteggiare in A.O. qualsiasi esigenza; sorse in tal modo il «progetto A.O.» che, mentre prescriveva in un primo tempo una difesa manovrata, successivamente prevedeva una controffensiva da sferrarsi dall'Eritrea. Ciò comportava l'invio di un corpo di spedizione metropolitano su quattro divisioni (85.000 u . circa) e la ricostituzione in Patria delle unità mobilitate. Il tutto però considerando opportuni accordi politici stabilizzanti con Francia ed Inghilterra, nonché l'indifferenza di una Germania ancora intenta alla propria organizzazione interna. Ora, se il governo di Parigi tutto sommato avrebbe anche accettato un protettorato italiano sull'Etiopia, quello di Londra, al quale stava molto a cuore l'obiettivo preminente di assicurare l'intesa raggiunta fra Francia, Italia e Regno Unito, sperò dapprima che l'attrito italo-etiopico, determinatosi apertamente con l'incidente di Ual Ual (dicembre 1934), potesse avere una soluzione amichevole; poi, compreso il chiaro intendimento del governo fascista di risolvere la questione in modo utile - su fino a che punto spingere le pretese, però, lo stesso Mussolini non aveva ancora idee precise - cominciò ad assumere un atteggiamento sempre meno conciliante, cui Mussolini oppose, a sua volta, una crescente asprezza ed intransigenza. Mentre i primi rinforzi militari italiani sbarcavano in Africa orientale (2), i vari contatti ufficiali ed ufficiosi fra i rappresentanti delle tre Potenze nel corso del 1935 non riuscirono ad impedire che la situazione si deteriorasse al punto da indurre Londra ad una dimostrazione unilaterale di forza per intimidire Mussolini: il 12 settembre le navi da battaglia Hood e Renown, scortate dalle seconda squadra incrociatori e da una flottiglia di cacciatorpedieri, giunsero a Gibilterra. L'arrivo della Home Fleet costituì uno spettacoloso concentramento di forze navali in Mediterraneo e l'impressione nel mondo fu veramente enorme. A Roma si attraversò un momento di gra-

(2) La Peloritana (18 febbraio - 20 aprile) in Somalia, la Gavinana (16 marzo · 1 giugno) e la Sabauda (1 giugno - 5 luglio) in Eritrea.


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ve tensione ed anche di incertezza, ed in tale circostanza Badoglio si indusse a rivolgere a Mussolini una lettera nella quale con estrema chiarezza rappresentò il forte rischio di una guerra con l'Inghilterra: «Ho conferito st amane con gli ammiragli Burzaghi, Cantù, Cavagnari. So che essi sono già stati convocati dalla E.V. e mi risulta che V.E. ha chiesto loro di esprimere il proprio parere sulla situazione navale che si verrebbe a creare nel caso di un conflitto con l'Inghilterra. Completando quanto hanno detto gli ammiragli con quanto ha esposto S.E. Valle nella penultima riunione nel mio ufficio, e della quale ho inviato a V.E. il verbale, e tenendo presente lo stato di preparazione delle nostre forze terrestri, io ho potuto farmi un concetto esatto della situazione, concetto che ora esprimo a V.E. con tutta franchezza, come è mio stretto dovere di fare. Le forze navali inglesi sono in via di avanzato concentramento in due nuclei poderosi: - Mediterraneo orientale (Alessandria-Haifa- Porto Said): flotta del Mediterraneo; - Mediterraneo occidentale (Gibilterra): forze tratte dalla Home Fleet. Esse rappresentano un insieme di forze che rispetto alle nostre non si può altrimenti definire che di «superiorità schiacciante». Non è possibile nutrire alcuna speranza di avere risultati positivi in una lotta contro tali forze, dato che la nostra Marina non è che un'avanguardia senza grosso. Né bisogna che ci illudiamo sulla possibilità di una guerra di insidia, possibile in stretto mare come l'Adriatico, non attuabile in un mare come il Mediterraneo. Di fatto, dei nostri sommergibili più di 12 a 15 non potrebbero trovarsi in appostamento in un mare che supera le duemila miglia e ciascuno di essi verrebbe ad avere tale zona di sorveglianza da rendere quasi nulla la probabilità di qualche buon colpo. D'altra parte le navi da battaglia inglesi, scortate da una imponente massa di caccia, potrebbero scorrazzare nel Mediterraneo infliggendo tutti i danni che vogliono alle nostre coste con scarse difese. Né ci può giovare l'aviazione che S.E. Valle ha definito in istato di crisi e di cui tutta la parte vecchia - che è la maggiore - sarebbe fuori uso dopo pochi giorni di intenso lavoro. É vero che si costruiscono squadriglie nuove. Ma bisogna preparare gli equipaggi per detti apparecchi e non si può pretendere che essi diano un positivo rendimento se non dopo un periodo abbastanza lungo di allenamento. In conclusione, e per adoperare termini precisi quali la gravità


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della situazione richiede, la lotta condurrebbe noi ad una vera catastrofe. Abbiamo inoltre 200.000 uomini nell' A.O. e le forze navali nostre in quei mari sono tali da essere messe presto fuori azione dalle preponderanti forze che l'Inghilterra sta riunendo a sud del Canale. Le nostre truppe nell'A.0. hanno qualche mese - con precisione non l'ho ancora potuto sapere - di rifornimenti. Dopo dovrebbero essere abbandonate a se stesse, né è da prendere in seria considerazione, date le distanze e la natura dei terreni, l'ipotesi di ricercare mezzi di sussistenza nelle viciniori colonie inglesi. Né possiamo sperare di minacciare seriamente l'Egitto con l'addensamento d i nostre forze in Cirenaica, giacché basta considerare che cosa sia il terreno della Marmarica e quello egiziano ad almeno 200 Km dal nostro confine, per dedurre l'impossibilità a masse metropolitane di agire in quel settore. In questa lotta dunque tutto sarebbe contro di noi. Abbiamo, è vero, l'Esercito in gran parte mobilitato ed è certo che siffatta preparazione può stroncare velleità di poco amabili vicini. Ma se le divisioni dell'Esercito ci danno sicurezza alle frontiere terrestri, nulla esse possono in una lotta contro l'Inghilterra. Dopo avere profondamente studiato il problema ed ~vere assaggiato lo spirito dei Francesi nel mio recente viaggio (3), sono venuto alla conclusione che nessuno si muoverà in nostro aiuto, limitandosi gli uni a fare platoniche dichiarazioni di amicizia ed i più ad essere pienamente soddisfatti di questa grave situazione nostra. Vostra Eccellenza ha fatto un bene enorme al nostro Paese. Lo ha messo all'onore del mondo. V.E. noi-i può interrompere questa azione grandiosa. Né può, tanto meno, esporre il Paese ad un disastro che ci piomberebbe ad un livello balcanico. V.E. saprà sicuramente nelle sue inesauribili risorse, di cui ha dato luminose prove, trovare una soluzione onorevole all'angoscioso problema attuale, che eviti una guerra con l'Inghilterra. E dopo quanto sopra non mi rimane che assicurare V.E. che noi soldati compiremo sino all'ultimo il nostro dovere».

(3) Riferimento agli accordi presi nel gennaio p recedente con il gen. Gamelin, in merito alla cooperazione italo-francese contro la Germania. In seguilo a quegli accordi il Comando del Corpo di S.M. aveva tracciato un progetto per il trasporto di un'armata italiana in Francia. Tale armata, denominata convenzionalmente «F», era su tre corpi d'armata, ciascuno su tre divisioni ternarie. Iniziando i trasporti alle ore O del 5° giorno di mobilitazione, essi sarebbero terminati alle 24 del 15° giorno per le truppe e del 16° per i servizi e le dotazioni, scaricando unità e materiali nella zona Belfort-Lure-Montbéliard. Complessivamente si sarebbe trattato di 700 t reni di 80 assi ad una media di 75 treni giornalieri (appunto in data 29.3.1935).


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In realtà, la Gran Bretagna, pur essendo la più decisa nell'avversare l'iniziativa italiana in Africa orientale, non si sentiva di andare oltre una dimostrazione di forza navale, tanto che i suoi comandanti in capo in Mediterraneo ed in Medio Oriente furono avvertiti che se l'Italia avesse compiuto qualche atto ostile, significativo di guerra, essi avrebbero dovuto affrontare il primo periodo di ostilità con quanto disponibile in loco. Che il Regno Unito avesse problemi di carattere militare Mussolini aveva avuto notizia sia dal S.I.M., secondo il quale la Home Fleet risultava in condizioni di inferiorità tecnica e per giunta disponeva di appena mezz'ora di fuoco, sia dall'ambasciatore Grandi, che il 15 agosto gli aveva scritto da Londra: «(...) L'Ammiraglio ha domandato qualche giorno per studiare la si-

tuazione, ed ha inviato quindi una risposta che il Gabinetto ha ricevuto il giorno prima della partenza di Eden e di Vansittart per Parigi. In questa risposta sarebbe detto chiaramente che l'Ammiraglio sconsiglia nel modo più deciso il Gabinetto ed il Foreign Office di portare la situazione a] punto in cui potesse essere richiesto l'intervento della flotta britannica per operazioni di guerra contro l'Italia, e ciò perché lo stato di efficienza bellica delle unità navali britanniche nel Mediterraneo non è tale da garantir e il successo di operazioni di guerra contro le unità della Marina italiana e l'armata aerea dell'Italia. L'Ammiragliato avrebbe aggiunto che le posizioni di offesa e di difesa britanniche nel Mediterraneo non sono oggi, di fronte alla preparazione ed all'efficienza bellica dell'Italia, quali potevano esserce considerate soltanto qualche tempo fa».

Mussolini si persuase che in definitiva la corda, pur molto tesa, non si sarebbe spezzata anche perché la Gran Bretagna non avrebbe avuto alcun interesse a spingere le cose alle estre.me conseguenze data la situazione europea, perciò egli accettò il rischio calcolato. In Italia, sul piano militare la decisione ebbe tre sviluppi: la guerra in Africa orientale, il riassetto dell'esercito e la revisione del ruolo strategico della Libia.

* * * Indubbiamente l'impegno in Africa orientale fu massiccio in tutti i settori. La mobilitazione venne studiata ed effettuata cercando di turbare il meno possibile il piano di mobilitazione generale, tanto che per l'inquadramento fu fatto ricorso, specialmente per i quadri inferiori, in massima parte agli ufficiali delle categorie in congedo, sino a raggiungere mediamente la proporzione di tre ufficiali richia-


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mati per uno in servizio permanente. La misura sarebbe ·stata accettabile, se non fosse risultata alquanto inficiata da alcuni tipi di corsi di reclutamento di dubbia persuasività, ad esempio quelli: - per allievi ufficiali di complemento riservati a coloro che, riunendo i voluti titoli di studio ed appartenendo a classi precedenti a quelle per le quali era fatto obbligo di ricoprire il grado, avessero manifestato il desiderio di partire volontari per l' A.O .. La durata era di 40 giorni presso i reggimenti scuola, mentre per i corsi normali era di sei mesi; - per militari in congedo aspiranti alla nomina ad ufficiale di complemento, svolti in territorio metropolitano ed in Africa orientale. La durata prevista era di due mesi, dei quali la prima fase (45 giorni) veniva svolta con riunioni serali ed istruzioni domenicali e la seconda fase, di esperimento pratico, presso le truppe; - per allievi ufficiali di complemento in A.O., svolti oltremare dal gennaio 1936 in poi. Avevano una durata di 45 giorni, di cui 15 a carattere pratico. Da notare che gli ufficiali di complemento in servizio od in congedo destinati in Africa orientale, come volontari o meno, dovevano frequentare un apposito corso di un mese. In virtù di tali disposizioni il numero delle nomine, che nel 1934 era stato di circa 6.000, durante il periodo gennaio-maggio 1936 salì ad oltre 16.000 unità e le promozioni degli ufficiali in congedo, sempre nei primi cinque mesi del 1936, raggiunsero la cifra di 27 .000. Nessuna meraviglia, dunque, se necessariamente la preparazione tecnica e la capacità di governo del personale degli ufficiali così rapidamente formati presentò aspetti negativi. Certo il problema era complesso, tanto piu che via via era venuto ingrandendosi oltre le previsioni iniziali. Si trattava di completare il Regio Corpo Truppe Coloniali, mobilitare le grandi unità metropolitane dell'esercito e creare quelle della M.V.S.N . ed i reparti non indivisionati, nonché ricostruire in Patria le G.U. corrispondenti a quelle inviate in Africa. Ne consegui una serie di provvedimenti complessi. Per rafforzare il R.C.T.C., la cui disponibilità di circa 1.500 ufficiali (fine 1934) era assolutamente insufficiente al prevedibile impegno, dal 1° gennaio 1935 al maggio 1936 gli furono assegnati 4.277 ufficiali. Per la mobilitazione delle G.U. metropolitane dell'esercito venne effettuato un movimento di 1096 ufficiali in s.p.e. e di 3.909 ufficiali in congedo. Per la costituzione di sette divisioni di camicie nere si assegnarono 89 ufficiali in s.p.e. e 21 in congedo dell'esercito, oltre a quelH mobilitati dalla M.V.S.N .. Per la ricostituzione in patria di sette divisioni di fanteria


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e di reparti complementi per le truppe in A.O. vennero richiamati dal congedo altri 2.450 ufficiali. Infine, per rinforzare i Comandi ed i servizi in territorio metropolitano interessati all'esigenza A .O. furono richiamati ulteriori 5.770 ufficiali. In sostanza, il 1° giugno 1936 erano alle armi 38.800 ufficiali, di cui 18.700 richiamati, dell'esercito (esclusi i carabinieri) e della M.V.S.N .. Di essi, 14.960 si trovavano in Africa orientale, 2.798 in Libia e 185 in Egeo. Metà dei richiamati fu inviata oltremare. Da porre in rilievo che pervennero all'Autorità Centrale 17.000 domande di ufficiali in congedo tendenti ad ottenere il richiamo; di essi, 12.000 vennero indirizzare, al Ministero della Guerra per il normale tramite gerarchico e 5.000 trasmesse dagli interessati direttamente alle più alte personalità del regime. Poiché un'aliquota delle domande fu inoltrata da elementi a suo tempo riformati alla visita di leva, a chi desiderava «compensare con l'esuberanza dello spirito qualche manchevolezza o imperfezione fisica» si volle offrire la possibilità non soltanto di arruolarsi volontario per l' A.O., ma di concorrere perfino a sottotenente di complemento (4). Questo mentre all'ufficiale in s.p.e., il cui reparto fosse inviato in Africa, non era consentita l'esenzione dalla partenza per non idoneità al clima coloniale; infatti, tranne casi di inidoneità di breve durata, gli veniva assegnata la grave qualifica di «incapacità alle fatiche di guerra» e perciò decretata la cessazione dal ruolo comando. Per i sottufficiali e gli specializzati fu provveduto attingendo al personale in congedo ed all'arruolamento volontario, organizzando corsi di aggiornamento. Complessivamente, fra sottufficiali e militari di truppa pervennero al ministero circa 50.000 domande di arruolamento volontario, delle quali solo 15.000 furono accolte, in base al criterio di utilizzare i volontari semplicemente per completare unità già efficienti piuttosto che costituire interamente con essi reparti organici. Anche il problema dei sottufficiali fu cospicuo e rese necessario richiamare alle armi per istruzione (venti giorni) 14.000 sottufficiali in congedo e 20.000 caporalmaggiori con idoneità a sergente delle classi dal 1900 al 1914. Fra sottufficiali e truppa il 1° giugno 1936 erano alle armi 732.000 uomini in patria e 476.429 oltremare, di cui 402.580 in Africa orientale (315 nazionali e 86.780 indigeni), 67 .699 in Libia (46.201 nazionali e 21.498 indigeni) e 6.150 in Egeo.

(4) La revisione fu sancita perle classi dal 1901 al 1914 compresa, ma l'attuazione venne limitata ai giovani delle classi dal 1911 al 1914 con un contingente complessivo di 180.000 uomini.


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In totale fu trasportato oltremare il seguente personale:

ufficiali

con le unitĂ organiche: Eritrea .... .. ... .. .. Somalia .... .. ... .. . Libia ... ' ... . . . .. .. . Egeo ...... . .... . ... complementi . .. . . . . . . . totali ....... . . ....

8.098 1.902 1.641 140 4.826 16.514

cappellani assimilati

79 43 28

-

150

sottuff.

totali

truppa

-

8.134 1.902 2.011 140 2.554

218.297 234.813 48.981 52.763 36.802 40.495 2.979 3.246 39.053 46.433

233

14.741

346.112 377.750

205 15 13

-

Gli oltre 400.000 uomini impiegati in Africa orientale formarono: in Eritrea: 4 comandi di corpo d'armata con relativi supporti tattici e logistici, 6 divisioni di fanteria (Gavinana, Sabauda, Gran Sasso I, Sila I, Assietta I e Cosseria I) ed 1 divisione alpina (Pusteria) dell'esercito, 5 divisioni camicie nere (XXIII marzo, XXVIII ottobre, XXI aprile, III gennaio e I febbraio) della M.V.S.N.; in Somalia: 1 divisione di fanteria (Peloritana I), 1 di camicie nere (Tevere) e la divisione Libia I, oltre a supporti di ogni tipo. Complessivamente il costo della guerra italo-etiopica, comprendendo fra le sue esigenze anche quanto fu inviato in Libia, si tradusse nelle seguenti cifre alla data del 5 maggio 1936 (5): a. personale: ufficiali: 17.959 (al 1.1.1935 erano 1.261); sottufficiali e truppa: 476.543 (al 1.1.1935 erano 39.768); operai: 100.000; b. quadrupedi: 102.582 (al 1.1.1935 erano 12.732); c. mezzi in dotazione: pezzi di artiglieria 933; carri armati e autoblindo: 468; automezzi: 15.558 d. scorte principali:

'

servizio sanitario: 17.600 t. materiale vario; servizio di commissariato: oltre 20 milioni di scatolette di carne;

(5) Dati tratti dalla Relazione sull'attivitĂ svolta per l'esigenza A.O. del ministero della Guerra.


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15 milioni di scatole di minestra; 155.000 bottiglie di brodo; 4 milioni di bottiglie di acqua minerale; 1.700.000 coperte; 2.300.000 paia di scarpe; servizio d'artiglieria: 124.000 fucili e moschetti; 3.265 fucili mitragliatori e mitragliatrici; 609 pezzi di artiglieria; 400 milioni di cartucce per fucile e moschetto; 430 milioni di cartucce per fucile mitragliatore e mitragliatice; 3.250.000 bombe a mano; circa 4 milioni di proietti di artiglieria; servizio del genio: 400 t. di esplosivo e materiale da mina; 25.000 t. materiale per reticolato; 3.200.000 sacchetti a terra; 600.000 attrezzi; 23.000 t. legname; 30.000 t. cemento; servizio tr asporti: 28.000 copertoni; 53.000 camere d'aria; 1.270.000 t. benzina; 380.000 t. gasolio; 67.000 t. petrolio; 100.000 t. lubrificanti. É stato calcolato che i consumi delle quindici divisioni operanti in Africa orientale, più le cinque inviate in Libia, siano state equivalenti alle dotazioni di 75 divisioni binarie. La valutazione, che tendeva a porre in evidenza il forte logorio provocato dall'impresa etiopica, logorio che, unitamente a quello della successiva guerra di Spagna, si manifestò causa di gravi difficoltà nel 1940, allorché l'Italia entrò in guerra, merita un chiarimento. Anzitutto deve comprendere anche le G.U. mobilitate in patria ed i numerosissimi supporti operativi; in secondo luogo essa vale soltanto ai fini della spesa, giacché gran parte del materiale e delle scorte non fu consumata, bensì rimase in A.O. per le necessità delle truppe dell'Impero o rientrò in Italia con le G.U. rimpatrianti. Alla data del 15 giugno 1936 i mate-


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riali per l'esigenza A.O. tratti dalle scorte di mobilitazione erano stati reintegrati: quasi al 100% per le armi e munizioni (armi superate, quali fucili Mannlicher, mitragliatrici Fiat 14, ecc. furono sos_tituite con i nuovi allestimenti in corso), per il materiale ed i mezzi del servizio sanitario e del genio; al 50% in media per il servizio di commissariato e per gli automezzi. Per quanto, poi, concerne gli stanziamenti sul bilancio dell'amministrazione militare, occorre premettere che per l'esercizio 1934-35 il ministero della Guerra provvide soltanto ai propri oneri; per quello 1935-36, invece, detto ministero sostenne le spese effettuate comunque in Italia, anche per le truppe coloniali, mentre il ministero delle Colonie si accollò le spese fatte in A.O. sia per le truppe metropolitane sia per quelle coloniali (assegni compresi). Sul capitolo 64 bis, istituito con R.D.L. 28 febbraio 1935 n. 121 per acquisti e lavori inerenti l'esigenza A.O., vennero fatte le seguenti assegnazioni:

esercizio 1934-35 esercizio 1935-36

L. 270 milioni L. 4.668 milioni totale

L. 4.938 milioni

L'ammontare degli impegni assunti a tutto il 31 maggio 1936 era cosĂŹ articolato:

impegni definitivi (escluse le spese ad economia): esercizio 1934-35 . . . . . . . . . . . L. 269.993.671 esercizio 1935-36 . . . . . . . . . . . L. 4.745.526.402 totale

L. 5.015.556.073

impegni provvisori . .. ... . . . . spese ad economia ........ .

L. 900.942.000 L. 2.1 50.653.097

totale generale

L. 8.067.151.170

In particolare, le spese risultavano cosĂŹ ripartite:


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Impegni, escluse

Spese ad economia

Tota.le generale

-

spese·ad economia

Assegni fissi e spese di trasporto Servizio sanita r io Servizio di Commissariato Servizio di artiglieria Servizio genio Servizio trasporti Servizio chimico Oneri amministrativi

1.438.708.087 140.152.938 711.786.080 1.274.038.342 423.551 .866 918.731.087 99.608.490 8.979.163

51.368.000 552.963.000 82.740.000 103.863.000 96.579.000 13.329.000

-

1.438.708.087 191.720.938 1.264.749.080 1.356.778.342 527.314.866 1.015.310.087 112.937.490 8.979.183

Totali

5.015.556.073

900.942.000

5.916.498.073

* * * Durante lo svolgimento delle operazioni di mobilitazione per l'esigenza africana e durante le ostilità con l'Abissinia, iR Italia proseguì il processo di sviluppo e di trasformazione dell'esercito metropolitano, la cui consistenza rimase sui 600.000 uomini circa ed in qualche momento raggiunse addirittur a la forza di quasi un milione di uomini alle armi, inquadrati da 40.000 ufficiali e da altrettanti sottufficiali. Il 1° gennaio del 1935 la situazione era la seguente: - forza alle armi: 16.570 ufficiali in s.p.e., 9.000 sottufficiali e 150.000 graduati e soldati; - gettito delle classi di previsto richiamo per la mobilitazione generale (6): 68 .600 ufficiali delle varie categorie in congedo (compresi quelli in servizio di prima nomina), 50.000 sottufficiali e 1.850.000 truppa. La forza complessiva così disponibile (85.170 ufficiali, 69.000 sottufficiali e 2.000.000 truppa, comprese le aliquote di riserva in territorio presso i vari depositi) consentiva: - la costituzione immediata di 5 comandi d'armata, 13 comandi di corpo d'armata, 31 divisioni di fanteria ternarie, 3 divisioni celeri, 4 comandi superiori alpini (equivalenti ad altrettante divisio(6) Classi gruppo A (più giovani): 1902-1914 comprese con esclusioni parziali o dell'intera classe secondo l'arma o la specialità o il servizio: classi grnppo B (media anzianità): 1893 e 1894; classi gruppo C (anziane): 1892 e, per i servizi, 1891.


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ni), truppe suppletive di corpo d'armata e d'armata, reparti territoriali e territoriali mobili; - la costituzione successiva (affluenza ai depositi tre giorni dopo) di altri 3 comandi di corpo d'armata e relativi supporti e di altre 10 divisioni di fanteria. Di questo totale, il 1° settembre 1935 era previsto un gettito delle classi già impegnate o da impegnare per l'esigenza A.O. (7) di 10.730 ufficiali (compresi quelli in servizio di prima nomina), 9.300 sottufficiali e 235.000 truppa, ai quali era da aggiungere un presumibile fabbisogno di circa 4.000 sottufficiali e 150.000 truppa (rimanenze delle classi 1913 e 1914) per mantenere a numero le unità combattenti. Tutto sommato erano considerati impegnati per l' A.O. 13.500 ufficiali (di cui 2.770 in s.p .e.), 14.000 sottufficiali e 400.000 soldati, per la costituzione di un Comando Superiore A.O.,_una Intendenza Superiore A.O., 7 divisioni dell'esercito, 6 divisioni della M.V.S.N., 2 divisioni indigene, rinforzi per le isole dell'Egeo e complementi nazionali per i Regi Corpi Truppe Colonia.li della Libia, dell'Eritrea e della Somalia. A prescindere da quanto ipotecato, come si è visto, per l'esigenza A.O., e calcolando alla predetta data del 1° settembre una disponibilità alle armi di 13.800 ufficiali s.p.e., 15.000 sottufficiali e 350.000 truppa, il fabbisogno per mobilitare - sempre nel caso di mobilitazione generale - le unità provviste di dotazioni al completo o quasi era pari a 52.600 ufficiali in congedo· (sempre compresi quelli in servizio di prima nomina), 34.000 sottufficiali e 1.200.000 truppa, compresa l'aliquota di riserva. Con una totale complessivo, dunque di 66.400 ufficiali, 49.000 sottufficiali e 1.550.000 truppa era possibile mettere sul piede di guerra: 4 comandi d'armata, 11 comandi di corpo d'armata, 21 divisioni di fanteria (8), 3 divisioni celeri, 1 divisione motorizzata, 4 comandi superiori alpini, relative truppe suppletive di corpo d'armata e d'armata, truppe territoriali e terr:itoriali mobili. In merito alle dotazioni (scorte) dei magazzini d'armata e dei depositi centrali tuttavia il quadro era ben poco soddisfacente. Nei magazzini d'armata, per il materiale di sanità esistevano dotazioni

(7) Classi 1911, 1913 e 1914, in toto od in parte, per fanteria, cavalleria ed artiglieria; anche la classe 1912 per il genio. (8) É però da precisare che delle 21 divisioni (ternarie) citate, 13 si potevano considerare complete, anche se talune avevano qualche unità minore o servizio mobilitabile con formazione ridotta o non mobilitabile affatto, ed 8 avevano oltre a reparti minori, uno o due battaglioni su nove non mobilitabili.


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al çompleto per 26 divisioni; per il vestiario ed equipaggiamento solo per 8 divisioni; per i materiali di artigliaria e genio le dotazioni variavano a seconda dei tipi dei materiali, sino a ridursi a zero per cartucciame, pistole, mitragliatrici, mezzi radio e stazioni fotoelettriche; zero ancora per gli automotomezzi. I depositi centrali, poi, disponevano di dotazioni di munizioni e materiali di artiglieria quasi al completo per 29 divisioni, zero invece per armi individuali ed automatiche di reparto; zero assoluto per tutti gli altri servizi. Per mantenere nel voluto grado di efficienza le unità in patria, oltre alla sospensione del congedamento della classe 1913, fu disposta nel novembre 1935 la chiamata alle armi dei contingenti ascritti a fer ma di 3° grado delle classi dal 1911 al 1914 compreso. Buona parte delle unità potè quindi essere tenuta su organici quasi di guer ra; il che consentì di costituire, in taluni corpi d'armata, i terzi battaglioni, le terze batterie di artiglieria divisionale ed i terzi e quarti gruppi di artiglieria di corpo d'armata. Contemporaneamente il programma triennale varato dal gen. Baistrocchi, sottosegretario per la Guerra, continuò ad avere regolare svolgimento durante tutta la campagna ed anzi, data la situazione politica, venne accelerato ed intensificato. In particolare, fra il febbraio 1935 ed il maggio 1936 furono attuati i seguenti provvedimenti organici: costituzione della divisione motorizzata Trento e trasformazione in motorizzata della D.f. Po, che assunse il nominativo di Trieste; trasformazione dei comandi superiori alpini in divisioni alpine; riordinamento dell'arma di cavalleria con l'assegnazione ad ogni divisione celere di un gruppo carri veloci ed a ciascun reggimento di cavalleria di uno squadrone carri veloci; costituzione di una brigata motomeccanizzata; motorizzazione dei primi due reggimenti bersaglieri; riordinamento dell'arma del genio con la creazione di nuove specialità; costituzione del reggimento chimico ed assegnazione di una compagnia chimica ad ogni corpo d'armata; costituzione del corpo automobilistico; attuazione dell'organizzazione territoriale con la creazione di 8 comandi di difesa territoriale e 28 comandi di zona militare. A ciò aggiunse l'adozione del nuovo armamento della fanteria (mortai d'assalto, mortai da 81 e cannoni da 47/32) e conseguente inizio della graduale costituzione dei relativi reparti (squadre, plotoni, compagnie) e del nuovo materiale da 75/18 trainato e someggiato. Lo sforzo militare compiuto fu veramente importante. A parte le chiamate ed i richiami alle armi, che interessarono complessivamente oltre 800.000 uomini, occorre tene_r presente le grandi esercitazioni che in quel periodo vennero svolte in Italia con la partecipazione di ben quattro


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armate di manovra (14 divisioni, oltre alle truppe e servizi di corpo d'armata e d'armata) nelle quattro zone di esercitazioni - Valtellina, Alto Adige, Carnia e Molise - per rendersi conto di come potesse apparire in tensione l'esercito italiano.

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Quanto alla Libia, la sua importanza strategica nel Mediterraneo orientale era venuta alla ribalta ed era stata convenientemente apprezzata e da Roma e da Londra. Lo stato di inquietudine internazionale che si era determinato nel 1935 indusse subito l'Italia a prendere qualche_elementare provvedimento di natura difensiva. Per la verità, l'anno precedente era stato compilato a Tripoli uno studio approfondito sull'ipotesi di un conflitto che coinvolgesse, sia pure marginalmente, la colonia, avanzando la proposta di costituire un corpo d'armata libico su una divisione ed un complesso difensivo forniti dal R.C.T.C. della Tripolitania, un identico contingente fornito dal R.C.T.C. della Cirenaica, oltre a supporti operativi elogistici vari. Le due divisioni ed i supporti avrebbero rappresentato l'elemento di manovra, libero da preoccupazioni territoriali e pronto ad agire secondo le sole necessità delle operazioni di movimento; le rimanenti truppe avevano il compito della difesa statica dei punti di vitale interesse. L'eventualità a base dello studio era generica, ma prese consistenza proprio in occasione della guerra d'Etiopia. Se da un lato occorreva prevedere un possibile attacco, dall'altro si reputò utile esercitare una minaccia sia pur vaga contro avversari che avessero inteso ostacolare in qualche modo la prossima campagna. A tal fine, nella fase preparatoria (aprile-settembre 1935) fu dato inizio ai primi lavori di fortificazione delle piazzeforti di Bardia, al confine egiziano, e di Tobruk, la più importante insenatura della Marmarica, lunga circa quattro chilometri e larga 1,6 con fon1ali di oltre dodici metri, protetta da una penisoletta rocciosa cadente ripida sul mare. Venne inoltre costituita la divisione indigena Libia I, che poi fu destinata in Africa orientale, e nel settembre sbarcarono tre D.f. nazionali, l'Assietta, la Cosseria e la Metauro con organico ridotto (9), volendosi dar loro caratteristica di spiccata manovrabilità. Al riguardo è tuttavia da rilevare come sin da allora non appa-

(9) Fu il primo esempio di divisione binaria. Erano composte da 2 rgt. fanteria, 1 btg. mit raglieri, 1 btg. complementi, I rgt. artiglieria su due gruppi, 2 cp. del genio e servizi.


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rissero apprezzate al loro giusto grado le possibilità di movimento offerte dal deserto del!' Africa settentrionale; infatti, le divisioni erano tutte appiedate e la capacità dei servizi trasporti e della motorizzazione assolutamente insignificanti. Delle tre divisioni, la Metauro rimpatriò dopo un mese e le altre due vennero trasportate in Eritr ea tra il dicembre 1935 ed il gennaio 1936, cioè alla vigilia della ripresa offensiva in A.O .. In loro luogo fu disposta in Italia la mobilitazione della nuova divisione motorizzata Trento, che aveva partecipato alle grandi esercitazioni in Alto Adige, la costituzione della D.f. Assietta II, la costituzione della 7a divisione cc. nn. (10), la formazione del comando di corpo d'armata L.B. e di numerosi supporti di artiglieria, del genio e dei servizi. Parte di queste truppe fu inviata subito in Libia, le rimanenti in un secondo tempo, tutte comunque si completarono in Africa settentrionale, dove si stava costituendo anche la divisione Eritrea con elementi eritrei e somali. A suo tempo si affermò che «in Libia si dislocarono forze tali da assicurare l'integrità delle nostre colonie dell'Africa settentrionale e, nel tempo stesso, da poter eventualmente operare in cooperazione con le ingenti forze dislocate in A.O.» (11), ma in realtà l'accenno ad una cooperazione strategica con le truppe dell'Eritrea non sembra molto appropriato. Nel novembre 1935, a Roma, Balbo ricevette da Mussolini direttive circa un «disegno d'operazione dalla Libia verso lo scacchiere Egitto-Sudan» (12). Rientrato in Libia, Balbo convocò a Giarabub, il 4 dicembre, tutti i comandanti di grande unità e li guidò in una ricognizione lungo il confine egiziano ponendo loro il problema di un'offensiva verso est-sudest, poi mandò a Mussolini uno studio relativo all'organizzazione del «corpo di spedizione» ed ai provvedimenti di carattere logistico, comprese le disposizioni per il trasporto delle unità in zona di radunata, scelta fra il meridiano di Tobruk e la linea di confine (13), Si riservò, invece, di trasmettere il disegno operativo sul piano strategico e su quello tattico. Senza

(10) LA 7a D.cc.nn., che assunse il nome di Cirene, ebbe una costituzione speciale: 4 gruppi di battaglioni, ciascuno su 4 battaglioni ed 1 batteria di accompagnamento, ed un reggimento di artiglieria su 2 gruppi da 75/27 autoportati. Ogni gruppo di battaglioni doveva costituire una piccola ma completa unità leggera dotata di sufficiente autonomia. (I I) Citata relazione del Ministero della Guerra, pag. 31. (12) Nessun documento con tali direttive risulta agli atti. Il riferimento ad esse contenuto nella r isposta di Balbo fa ritenere che siano stata impartite verbalmente ed in modo piuttosto generico. (13) «Promemoria per S.E. il Capo del Governo» in data 15.12.1935.


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scendere troppo nei particolari, il complesso di forze interessato doveva essere costituito da un comando d'armata ridotto; due comandi di corpo d'armata dei quali uno già in posto e l'altro da inviare dall'Italia; quattro divisioni di fanteria metropolitane, Cosseria ed Assietta, già in colonia, Alpi e Metauro, di previsto arrivo entro il gennaio 1936; la divisione motorizzata Trento, in corso di trasferimento; due divisioni di fanteria coloniali, Libia ed Eritrea; supporti vari di corpo d'armata (14); una riserva di altri tre battaglioni carri, da inviare dalla madrepatria, e di quattro gruppi d'artiglieria; servizi di corpo d'armata e d'armata. In totale 100.000 uomini, 22.000 quadrupedi, 300 pezzi, 3.500 automezzi e 256 carri d'assalto. Lo studio venne passato al gen. Baistrocchi e da questi al Comando del Corpo di S.M., il cui sottocapo, Pariani - all'oscuro del pensiero di Mussolini ed anche di quello di Balbo - lo restituì dopo pochi giorni tenendosi alquanto sulle generali: «Il promemoria [di Balbo] contempla solo questioni organiche e logistiche: fa riserva di ulteriore invio di quelle operative. Premetto che questioni organiche e logistiche sono intimamente collegate alle operative e che quindi - a rigore di termini - non si può esprimere un giudizio sulle prime senza conoscere l'obiettivo che si vuole raggiungere e le modalità prescelte. Allo scopo di compiere un esame concreto presumo che l'operazione abbia per obiettivo il Delta del t'lilo (Alessandria-Cairo). In tal caso: se si vuole agire per il litorale: Sollum-Marsa Matruh, dati i preparativi difensivi che risulta abbiano fatto gli inglesi, occorrerebbero maggiori mezzi distruttivi, soprattutto artiglieria di medio e grosso calibro. Se si vuole invece agire da Giarabub, per l'oasi di Siwa, aggirando al largo le suddette difese, sarebbero sufficienti le art iglierie richieste per sviluppare una azione dimostrativa sulla direttrice di Sollum, mentre l'azione principale (direttrice Siwa-Bir Lebuk-Delta del Nilo) dovrebbe essere affidata ad un complesso assai leggero: gruppi sahariani ed elementi motorizzati od autotrasportati.(...)» (15),

e formulando, per contro, alcuni rilievi sulla «pesantezza» del corpo di spedizione che avrebbe preferito ordinato su un blocco operante dotato di maggiore mobilità - un raggruppamento celere (16), (14) Fra cui 3 battaglioni carr i d'assalto, 2 gruppi squadroni cavalleria indigena, 2 reggimenti artiglieria pesante campale, 2 battaglioni misti genio ed un raggruppamento sahariano. (15) F.243 Ris.Pers. data 5.1.1936. (16) Il raggr uppamento sahariano.


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una divisione motorizzata, due brigate motorizzate (17) e due divisioni libiche - ed una riserva su una divisione metropolitana ed una eritrea, oltre a vari supporti. Anche se Pariani si era limitato a pochi cenni, bisogna tuttavia riconoscere che aveva collocato nella giusta prospettiva la questione A.S. con l'accentuare la percentuale di unità motorizzate. Non solo ma, pur se la cosa rimane in sospeso, tornò alla carica a metà marzo richiamando l'attenzione di Baistrocchi sulla convenienza di procedere con una certa alacrità alla sistemazione della base di Tobruk: « Questa - soggiunse - è destinata ad avere sicura importanza in eventuali lotte mediterranee, e poiché non è da escludere che queste possano essere vicine, sarei d'avviso di accedere all'idea di rafforzarla in modo da poter fare su di essa sicuro affidamento in qualsiasi occasione» (18). Mentre però Pariani non erano molto pessimista, visto che pensava ad una possibile iniziativa verso il canale, il ministro delle Colonie, Lessona, intervenne bruscamente in tono diametralmente opposto: Caro Baistrocchi, La situazione militare dell'Egitto per le truppe e gli aeroplani inglesi che vi sono concentrati, messa in relazione con l'atteggiamento politico dell'Inghilterra stessa fa prospettare la possibilità di un'azione offensiva contro la Libia. Preoccupato della difesa della Colonia, dopo aver esaminato la situazione delle nostre forze presenti in Libia, ritengo mio stretto dovere di rappresentare al Duce, per la parte di mia competenza, alcune proposte di cui, per doverosa collaborazione, ti mando copia» (19).

Nel promemoria per Mussolini Lessona aveva tratteggiato la situazione militare in Libia-Egitto basandola sui r apporti di forza esistenti all'inizio della guerra etiopica e quelli in atto. I dati sui quali basava il ragionamento erano i seguenti: a. autunno 1935: Libia . . . ........ 69.000 u. e 105 aerei, Egitto . . . . . . . . . . 52.000 u. e 550 aerei. (17) In relazione a queste nuove unità, Pariani espresse il parere di costituire subito in Italia una d i esse con un rgt. bers. (su un btg. motomitraglieri ed un btg. autoportato), due btg. carri d'assalto, un gruppo di artiglieria motorizzato da 75/27 ed un plotone del genio, per un totale di 2.600 uomini, 12 pezzi, 170 mitragliatrici, 92 carri e 180 automezzi. Baistrocchi annotò: «Approvo. Mi piace molto». (18) F.262 Ris.Pers. data 14.3.1936. (19) Lettera personale data 14.3.1936.


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Quindi «sensibile superiorità numerica (1 a O, 75)», affermava, ed anche qualitativa, perché le truppe anglo-egiziane non erano raggruppate in grandi unità organiche. La nostra inferiorità aerea era compensata dal possibile intervento dell'aviazione di stanza in Italia; b. marzo 1936: Libia .... .... . . 47.000 u. e 108 aerei, Egitto ..... . . ... 75.000 u. e 936 aerei. Perciò «notevole inferiorità numerica (1 a 1,6 circa)», aggravata dal fatto che le nostre G.U. erano incomplete ed in corso di riorganizzazione, mentre gli inglesi (60.000 u. sui 75.000 citati) erano molto meglio sistemati. In definitiva, «mentre nell'autunno scorso noi eravamo in grado di non temere la loro offensiva e di minacciare il territorio egiziano, attualmente non possiamo svolgere nemmeno una efficace azione difensiva» (20). Il 16 e 17 marzo ebbero luogo, a Roma due riunioni nelle quali il gen. Pintor, per delega di Balbo, espose la situazione in A.S. a Baistrocchi ed a Pariani. A parte l'inizio dei lavori per Tobruk, l'invio di materiali e di operai e le disposizioni per il completamento di talune unità in Libia, qualcosa evidentemente non funzionava. Equesto qualcosa era un indirizzo preciso in campo strategico. Mussolini il 1° aprile telegrafò a Balbo: «Situàzione non è chiara. Dimmi subito che cosa ti occorre per ognuno dei due casi contemplabili» (21), e Balbo molto tranquillamente rispose che l'eventuale offensiva era per il momento inattuabile data la grande sproporzione dei mezzi e la stagione avanzata, mentre per la difensiva il programma era avviato e se procedeva regolarmente per la fine del mese la situazione sar.ebbe stata, a conti fatti, confortante (22). Poi spedì copia del messaggio a Baistrocchi, spiegandogli gli aspetti particolari ed aggiungendo a penna: «E tanto più si è pronti, quanto meglio si conosce la situazione. Io sono all'oscuro di tutto. Perché non mi scrivi illuminandomi?» (23). Ora c'è qualche considerazione da fare. Prima di tutto sull'interferenza del ministro delle Colonie, interferenza che evidentemente

(20) Promemoria per il Capo del Governo in data 13.3.1936. (21)Telé 2772 data 1.4.1936. (22) Tele 2767 data 1.4.1936. (23) Lettera personale in data 3.4.1936.


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derivava più da cattiva attribuzione di compiti e di responsabilità che da inframmettenza di persona. Sta di fatto che gli interessati erano troppi: Mussolini, il quale interveniva frequentemente ma senza dare direttive; il sottosegretario Baistrocchi, che seguiva soprattutto la guerra in A.O.; il sottocapo di S.M. dell'esercito, Pariani, che si sforzava di dare un quadro organico allo sforzo generale e pensava alle sue riforme ordinative; il ministro Lessona, le cui prerogative non erano ben delimitate ed il governatore della Libia, Balbo, che si interessava ovviamente dell' A.S .. Il tutto mentre il capo di S.M. Generale, Badoglio, con ampia autonomia aveva in pugno le operazioni in Etiopia, stava superando l'ultima resistenza abissina al lago Ascianghi (31 marzo - 4 aprile) e, naturalmente, a tutto pensava fuorché ad uno studio circa un'eventuale azione verso il Sudan in concomitanza con una mossa dalla Libia. In secondo luogo i rapporti di forza. Secondo ]e informazioni di cui si era in possesso, le disponibilità contrapposte a fine aprile sarebbero state le seguenti: - Italiani in Libia: 74.000 uomini, 399 pezzi e 199 carri ed autoblindo; - Inglesi: 75 .000 uomini (24), 510 pezzi e 700 carri in Egitto; 10.000 uomini nel Sudan; 9.000 nel Kenia e 2.000 in Somalia. Tale il quadro riepilogato da Pariani, che concludeva: «Inferiorità nostra nel basso Egitto; nostra superiorità su qualunque altro settore. Ne viene che, qualora dovessero scoppiare ostilità italoinglesi, converrebbe: a) mantenerci in difensiva lungo il litorale; b) impadronirsi invece dell'oasi di Siwa, per poi eventualmente precedere su Farafra; c) agire immediatamente sul Sudan (porto Sudan e Atbara) con le truppe in Eritrea e contro la Somalia inglese con le truppe della Somalia. In relazione al raggiungimento di questi primi obiettivi si sarà delineata una situazione che darà consiglio sul proseguimento delle operazioni. Naturalmente queste operazioni dovranno essere svolte in armonia con operazioni aeree e marittime. Fra queste riterrei necessarie: a) sbarramento del Canale di Suez (affondamento di nave carica), b) sbarramento dello stretto di Bab ed Mandeb, c) compartimentazione del Mediterraneo (canale di Sicilia), otte-

(24) Suddivisi in 60.000 inglesi (con la s• D. mot., su 7.000 u.) e 15.000 egiziani. Un terzo delle forz.e complessive era indicato nella zona Sollum-Siwa, un terzo nella zona di Alessandria ed un terzo fra il Cairo ed lsmailia.


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nendo c10e, come primo obiettivo la divisione delle forze nemiche» (25). Circa le intenzioni inglesi, Balbo dava credito ad informazioni che attribuivano al Comando britannico il proposito di attaccare la Marmarica con obiettivo Tobruk, ma pur ritenendo che l'avversario disponesse di un migliaio di carri ed autoblindo, considerò possib( le un'offensiva italiana purché gli fossero mandati una divisione motorizzata, un centinaio di cannoni contraerei ed il «massimo possibile carri armati et automezzi in prevalenza autobotti oltre beninteso reparti aerei non sproporzionati massa avversaria» (26). Naturalmente Baistrocchi gli rispose in modo piuttosto secco, sottolineando che «abbiamo in Africa oltre mezzo milione uomini pari a 24 divisioni privvisti di tutto e che hanno consumato per 7(}» (27). Al che, altrettanto naturalmente, Balbo ribatté: «Mio telegramma 3876 est conseguente alle esplicite r ichieste del Duce per eventualità dover agire offensivamente. Poiché non sono né Sottosegretario né Ministro della Guerra non posso suggerire dove debbono essere prese le unità ed i mezzi. Avverti tu stesso il Duce che per ora non puoi far fronte alle mie richieste, così tutto est chiuso» (28).

Ma è strano che venisse accettata la valutazione di 60.000 inglesi in Egitto con 700 o «un migliaio» di .carri e oltre 500 pezzi. Non si hanno dati neanche approssimativi sulla reale forza britannica in Egitto nel 1936; tuttavia tenendo conto del fatto che nel luglio 1940, ad impero in guerra da un anno, si trovavano in Egitto soltanto 36.000 uomini (29), è difficile pensarvene 60.000 nel 1936, cioè i 2/5 dell'intera forza imperiale sotto le armi in quel periodo. In merito ai carri, è noto che appena nell'aprile 1936 apparvero in Gran Bretagna lo A9 di 12 tonnellate per la cavalleria e lo AIO da 14 tonnellate per la fanteria, quale primi tentativi di risolvere il problema dei corazzati. La disponibilità complessiva dell'esercito britannico a quel tempo arrivava a 375 carri, la maggior parte dei quali dichiarati ufficialmente superati e non impiegabili in combattimento. Per contro

(25) F.270 Ris.Pers. data 8.4.1936. (26) Tele 3876 data 1.5.1936. (27) Tele 34646 data 12.5.1936. (28) Tele 4316 data 14.5.1936. (29) I.S.O. Playfair, Storia della Guerra Mondiale. Il Mediterraneo ed il Medio Oriente, voi. I, cap.I.


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esistevano varie centinaia di «cingolette», o meglio di Carden Loyd, di 1-2 tonnellate, il cui impiego sul campo di battaglia era valido per qualsiasi funzione tranne quella del combattimento. D'altronde lo stesso Baistrocchi commentò in un promemoria per Mussolini: «In merito ai 1.000 carri armati inglesi in Egitto di cui fa cenno Balbo ho i miei dubbi». Stupisce dunque, come si è detto, che le cifre fornite dal servizio informazioni non venissero sottoposte ad un attento controllo, che non poteva essere molto difficile. E la stessa cosa si ripeterà anche nel 1940, nell'imminenza della nostra entrata in guerra. L'ultimo e non minore rimarco riflette l'apprezzamento della situazione strategico-politica. Il 7 marzo 1936 i Tedeschi erano entrati in Renania lasciando la Francia confusa ed indecisa, la guerra in A.O. si avviava verso vittoria italiana più completa, la Società delle Nazioni era ridotta ad una ombra, la Gran Bretagna aveva mutato la garanzia bilaterale con la Francia in una esplicita promessa di aiuto se questa fosse stata attaccata direttamente; insomma nulla poteva ragionevolmente indicare nel governo di Londra una volontà di fare la prima mossa. In effetti, da parte inglese la linea di condotta adottata era molto pratica e proporzionata a quanto ritenuto possibile per il momento attuare. Per inciso, se gli Stati Maggiori della Marina e dell'Aeronautica italiana erario assai pensierosi di fronte all'ipotesi di una guerra, gli ambienti politico-militari britannici erano tutt'altro che tranquilli. Chamberlain rifiutò persino l'idea di un conflitto e nel patrocinare le sanzioni permise però rifornimenti di petrolio - indispensabili all'Italia per iniziare e condurre a termine l'impresa in Africa orientale - perché comprese che impedirli avrebbe significato la guerra. La Mediterranean Fleet era in condizioni di chiudere di colpo il canale di Suez respingendo i convogli italiani, ma poi sarebbe stata costretta ad offrire battaglia alla flotta ed alle forze aeree italiane. «Ci fu detto - scrisse Churchill - che non era in grado di affrontare una simile antagonista. Sin dagli inizi io avevo sollevato la questione, e avevo ricevuto piene assicurazioni in merito. Le nostre corazzate naturalmente erano vecchie; ma ora risult~va che non disponevamo di adeguata difesa antiaerea e avevamo solo scarse munizioni» (30).

Di conseguenza, il governo inglese si dispose ad accettare uno

(30) W. Churchill, La seconda guerra mondiale, voi. I, pag. 203.


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scontro armato soltanto se la prima mossa fosse partita .da Mussolini. La concezione operativa britannica per tale frangente fu assai semplice e prefigurò quella che sarebbe stata seguita nel 1940. Il più evidente modo di agire contro l'Italia era costituito dall'attività navale sulle rotte marittime seguite dai rifornimenti fra Italia e Libia, a parte ovviamente quelli verso l'Eritrea. La contromossa italiana probabilmente avrebbe cercato di sfruttare il potenziale aeronautico, del quale ancora non era conosciuta la portata esatta, anche se temuto. Quindi, occorreva pianificare attacchi della R.A.F. contro aeroporti italiani e basi in Cirenaica. Ma la R.A.F. aveva bisogno di strisce di atterraggio assai prossime alla frontiera occidentale dall'Egitto per sfruttare la limitata autonomia dei suoi apparrecchi, e ciò comportava la costituzione di una base avanzata e di una difesa da parte dell'esercito molto spostata verso ovest. Naturalmente basi e difesa dovevano essere alimentate e le possibilità erano date dalla ferrovia Alessandria-Fuka e dal piccolo porto di Marsa Matruh, ad una sessantina di chilometri oltre il terminale di Fuka; ne derivò, dunque, la decisione di organizzare una base logistica avanzata ed un aeroporto nella zona di Marsa Matruh e di prolungare la ferrovia al più presto possibile, il che fu realizzato entro il febbraio 1936. Con ciò il Comando britannico in Egitto - rinunciando ad eventuali offensive verso Tobruk, per le quali mancavano i presupposti - stimò di poter tenere Sidi el Barrani e l'oasi di Siwa e, più a tergo, parte delle attrezzature logistiche. Terminate le operazioni in A.O., diventò possibile ed urgente per l'Italia provocare la fine delle sanzioni, giacché la sua economia era stata messa a durissima prova e, nonostante ogni sforzo per ridurre le spese all'estero, la sua disponibilità valutaria minacciava di resistere non oltre gennaio 1937. Quando Guarnieri, ministro per gli Scambi e Valute, puntualizzò la cosa a Mussolini, questi cercò di promuovere una schiarita anche con interviste alla stampa straniera ed il 4 luglio dello stesso 1936, su proposta dei governi francesi e britannico, la Società delle Nazioni approvò la risoluzione di abrogare, a partire dal 15 luglio, il regime delle sanzioni. Pochi giorni dopo le unità della Home Fleet si ritiravano dal Mediterraneo e Mussolini dichiarava al giornalista americano Knickerboker: «L'Abissinia ha soddisfatto l'inesorabile bisogno di espansione del popolo italiano ed ha piazzato l'Italia fra i popoli soddisfatti». Il ritorno alla normalità dei rapporti fiananziari, l'intensissima attività contrattuale subito iniziata con tutti i paesi già partecipanti alle sanzioni ed una prudente politica commerciale e finanziaria riuscirono a riportare l'e-


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conomia italiana, già alla fine del 1936, verso un regime di normalità ed a reinserirla nell'economia mondiale, pur rimanendo grave la posizione valutaria del paese. Peraltro, anche dopo l'occupazione di Addis Abeba la situazione in Etiopia si presentava intricata e confusa: la disfatta del Negus era indiscutibile e decisiva, l'armata abissina non esisteva piu, gruppi di soldati isolati e vinti rientravano ai rispettivi paesi spargendosi per l'immensa regione. Ma robusti nuclei, rimanevano ancora in armi, soprattutto nel Goggiam, nello Scioa, nel Sidama e nel Borana, mentre bande di predoni scorrazzavano per il paese e le vendette tribali si scatenavano feroci. Nel clima di anarchia che si era venuto creando, i capi più energici e autoritari riuscirono rapidamente ad ingrossare i nuclei del vecchio esercito con sbandati ed irregolari iniziando, pur senza una visione politica, razzie ed assalti locali e poi passando alla lotta aperta quando da parte straniera e di quelle minoranze di intellettuali, formatisi alla scuola europea e convinti nazionalisti, provennero le idee-guida. Alla proclamazione dell'Impero la situazione militare italiana era la seguente: a nord il grosso delle forze fra Gondar ed il lago Ascianghi, con punte spinte a sud del lago Tana e, soprattutto, a Dessié; a mezzogiorno due larghe penetrazioni sino a Neghelli e ad Harar, separate dal vuoto; ad Addis Abeba un presidio di circa 10.000 uomini con meno di cento colpi di fucile a testa ed una sola «unfoc» di artiglieria, con quattro giornate di viveri di riserva e pochissima benzina; attorno alla capitale una fascia di 300-400 chilometri in cui agivano bande più o meno organizzate; ad ovest il vuoto. Le comunicazioni incontravano molte difficoltà; era stato fatto assegnamento sulla ferrovia di Gibuti e sulla rotabile Dessié-Addis Abeba, ma la prima, adeguata ad un traffico modesto, era in mano ad una compagnia francese avente sede in territorio estero e la seconda si era palesata come una modesta pista, per giunta non sempre segnata, con tratti perfino impercorribili ad ogni rovescio d'acqua. Per di più si approssimava la stagione delle piogge. Le necessità cui far fronte erano molteplici. Dal lato militare urgeva rendere sicura la capitale e le poche strade che ad essa adducevano, eliminare le minacce che ancora incombevano su Harar, completare l'occupazione del Gimma e del Galla-Sidamo, assicurare l'affluenza dei rifornimenti per le truppe e per i civili, iniziare la smobilitazione per motivi morali e di bilancio. Dal lato politico occorreva provvedere sollecitamente all'organizzazione politica ed amministrativa del territorio o meglio dei governi dell'Impero. Di fronte a queste necessità stava una disponibilità di truppe e di mezzi ampia ma lontana dalle zone di im-


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piego ed un impianto direttivo idoneo nel settore militare ma ancora fragile in quello politico a causa della grave scarsità numerica di funzionari. La legge organica del 1° giugno 1936 riordinò tutto l'Impero come Africa Orientale Italiana, retta da un Viceré (rappresentante di Vittorio Emanuele III, nuovo Imperatore d'Etiopia), che contemporaneamente era anche governatore generale ed in tale qualità responsabile, tramite il ministro delle Colonie, verso il capo del governo italiano. L'Africa Orientale Italiana venne suddivisa in cinque governi: Eritrea con il gen. Guzzoni come governatore, Somalia con il gen. Santini, Amhara con il gen. Pirzio Biroli, Harar con il gen. Nasi e Galla-Sidama con il gen. Geloso. Addis Abeba formò un governatorato a parte.In secondo tempo fu costituito il governatorato dello Scioa. L'iniziale ordinamento fu basato su una forza bilanciata di 67.000 uomini e comprendeva: a. truppe metropolitane: divisione Granatieri di Savoia; 2 battaglioni di fanteria speciale; 1 gruppo squadroni di cavalleria; 13 battaglioni cc.nn.; 9 gruppi artiglieria d'Africa di vario tipo; 1 reggimento del genio. b. truppe coloniali: 16 brigate, su 58 battaglioni e 16 gruppi d'artiglieria; 5 gruppi squadroni di cavalleria; 7 compagnie cannonieri coloniali Peraltro l'ordinamento 1936, come venne chiamato, rimase come semplice indicazione lontana, senza alcun r iferimento con la realt~. Motivo di fondo era un contrasto di vedute esistente fra Lessona e Baistrocchi, il quale desiderava lasciare in A.O. un consistente gruppo di unità metropolitane e, soprattutto, intendeva che le grandi unità rimpatrianti lasciassero in po.s to almeno parte delle dotazioni. Il 18 settembre, infatti, si era rivolto a Mussolini: «Duce, ho profondamente riflettuto sul Vostro ordine di recuperare quanto di superfluo è in Etiopia d'armi e materali vari. E con la mia abituale franchezza, pur sapendo di non farvi anche questa volta cosa gradita, Vi dirò che sarebbe esiziale tale ritorno in


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Patria di quanto rappresenta, oggi più di ieri, una necessità per la esistenza di quell'Impero che Voi avete voluto e fondato. I burocrati della finanza (vedi min. Revel e ragioniere capo dello Stato, Cambi) ritengono così di risolvere un grave problema di preparazione bellica, spogliando l'Impero di quanto non potrà piu essergli dato, specie in vista di quella conflagrazione mondiale che Voi prevedete e di cui più volte mi avete fatto cenno. Io, invece, considerato che Inghilterra, Francia ed anche l'America (perché ritengo che anche l'America sarà contro di noi) vorranno farci scontare il nostro grande successo in Africa, considerando che l'Impero, in caso di conflagrazione generale, rappresenta per noi non una forza ma un grave pericolo, soprattutto per la difficoltà, anzi, l'impossibilità di rifornirlo attraverso il mare e l'aria, vi ripeto quanto già ebbi a proporVi nello scorso luglio sulla necessità di completare nel tempo più breve possibile (e mi fo garante di farlo tra la primavera e l'estate prossima) le dotazioni per 18 mesi, onde far fronte alle esigenze belliche e all'alimentazione dei civili. Nel contempo occorre provvedere alla creazione in Colonia di stabilimenti di produzione per disimpegnare l'Impero dalla Madrepatria. Nella circostanza, Duce, occorre tener presente: 1) che la guerra che prevedete sarà lunga, assai lunga - quella «lampo» di cui fanno cenno gli strateghi da strapazzo, gli utopisti, è una gradita aspirazione di tutti, realizzabile sol quando fra i belligeranti vi è enorme discrepanza di forze - vedi Italia con oltre 400.000 armati, con 1200 cannoni, 400 aeroplani contro Abissinia senza cannoni e aerei. Ma nella guerra mondiale che troverà l'universo in due campi opposti per una lotta senza quartiere e perciò lunghissima, a ultimo sangue, trionferà chi ha saputo e soprattutto potuto meglio prepararsi, resistere, alimentarsi. 2) che il Mediterraneo non è nostro: l'Inghilterra lo domina e perciò in considerazione di quella politica di grande potenza che Voi avete deciso debba seguire l'Italia occorre prepararsi a tutti gli eventi perché oggi s iamo impreparati, ed una preparazione che affidi richiede tempo, danaro, materie prime, consapevolezza delle necessità della guerra. Caso contrario, Duce, l'Impero che avete creato lo perderete».

Anche se sul piano della politica militare il sottosegretario alla Guerra e capo di Stato Maggiore dell'esercito avrebbe potuto dire di più, non si possono negare alla sua lettera chiarezza di espressione ed ampiezza di vedute. Forse non esiste un diretto rapporto di causa e effetto, tuttavia diciotto giorni dopo Baistrocchi era sostituito nel duplice incarico dal gen. Pariani. L'azione di consolidamento proseguì per diversi mesi ed a fine


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febbraio 1937 con l'uccisione di Ras Destà, l'ultimo dei maggiori capi abissini ancora in armi, la guerra poteva dirsi veramente finita. Mentre si manifestava un miglioramento di rapporti con la Gran Bretagna ed i governatori ed i commissari inglesi d'oltre frontiera cominciavano a prendere normali contatti con le corrispondenti autorità italiane; mentre anche sul piano diplomatico generale veniva fatto un primo passo per il riconoscimento della conquista italiana col trasformare le legazioni in consolati generali, un accidente imprevisto impresse una brusca svolta agli avvenimenti: il 19 febbraio 1937, 12 Yekatit nel calendario abissino, nel corso di una cerimonia indetta nel Piccolo Ghebbì per festeggiare la nascita del principe di Napoli e nel corso della quale era previsto che il Viceré distribuisse elemosine ai poveri di Addis Abeba, un attentato terroristico feriva Graziani e numerose altre personalità, non provocando una strage per puro caso. Graziani, colpito da 365 schegge di bomba a mano rimase 78 giorni in ospedale. La reazione del momento fu impulsiva e sanguinosa. Poi, dopo tre giorni, iniziò una repressione più controllata, tendente a stroncare qualsiasi velleità insurrezionale. Nel contempo Mussolini dava il via alla colonizzazione ed alla costituzione dell'armata nera. Per la prima era stata già iniziata nel 1936 la strada maestra imperiale che dall'Asmara, portava ad Abbis Abeba (fu inaugurata nel luglio del 1937) e che doveva proseguire per Mogadiscio, ma i primi coloni giunsero solo nell'autunno del 1937 e si fermarono in genere nello Scioa. Per la seconda, il 22 febbraio Mussolini telegrafò: «(...) Ho quindi stabilito che le forze terrestri a presidio dell'Impero salgano dal 1° luglio p.v. a 100.000 uomini dei quali SO mila metropolitani il cui inquadramento (divisioni, brigate, battaglioni) e il cui dislocamento sarà stabilito da V.E. Queste sono le forze che chiamo di carattere verticale, le forze orizzontali, a presidio dell'Impero saranno costituite dalla centurie lavoratori il cui inquadramento ed armamento deve essere incessantemente perfezionato e dalle costituende legioni della M.V.S.N. che devono essere considerate quali forze di riserva e devono essere regolarmente addestrate e prontamente mobilitabili. A cominciare dal settembre p.v. bisogna cominciare a reclutare, inquadrare e addestrare i primi 100.000 uomini dell'armata nera; obiettivo è di avere almeno 300.000 mobilitati per l'epoca nella quale il riarmo sarà completato (1940-1941). Tenere sempre presente che in caso di guerra la madre padria non chiederà nulla all'Impero ma non potrà dare nulla. Costituisce quin-


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di obiettivo supremo da raggiungere l'autarchia dell'Impero in tempo di pace e soprattutto di guerra» (31).

Graziani trasmise al ministro Lessona un progetto per la mobilitazione dell'Impero (9 aprile), corredato successivamente da progetti relativi ai singoli aspetti dell'operazione; articolazione delle forze, costituzione delle unità, fabbisogno per un anno di autonomia, necessità di organi dei servizi. Lessona, che per ragioni di bilancio desiderava il rientro del maggior numero possibile di unità metropolitane ed intendeva ridurre a 500 uomini la forza dei battaglioni indigeni, prese tempo col discutere vari punti della gestione col governo generale dell' A.O.I. e, i primi di giugno, passò copia del carteggio al ministero della Guerra per esame e parere. A settembre iniziò il reclutamento di indigeni, specie fra gli Amhara. Fu proprio in quel periodo che cominciò a circolare in tutta l'Abissinia la voce di una certa profezia secondo la quale gli Italiani sarebbero rimasti nell'Impero soltanto cinque anni. Non che questo fosse un segnale di ribellione, tuttavia i primi assalti locali a posti italiani indicarono che qualcosa di nuovo stava verificandosi. A novembre la rivolta dal Goggiam minacciava di estendersi a tutto l' Amhara. Mussolini decise allora la designazione di Amedeo, duca d' Aosta, a successore di Graziani ed il 28 dicembre ebbe luogo il cambio delle consegne. Il Comando Superiore delle Forze Armate in A.O.I., nuova carica, fu affidato al gen. Cavallero. Nel frattempo Mussolini aveva assunto direttamente il ministero delle Colonie, ribattezzato ministero dell'Africa italiana. L'ordinamento in atto stava palesandosi, tutto sommato, come insufficiente e Lessona aveva chiesto, anche per poter impostare il nuovo bilancio, un progetto di ordinamento suppletivo. Questo, spedito da Graziani il 1° dicembre, prendeva in considerazione anche la minaccia esterna e, di conseguenza, comportava un rinforzo di 3 brigate corazzate (una per la frontiera eritrea, una per quella col Sudan ed una per quella col Kenia), 24 batterie controcarri, 3 gruppi di artiglieria contraerei, 6 battaglioni carri e 5 autogruppi. Il gen. Pariani, al quale lo studio era stato passato per esame, rispose al ministro delle Colonie precisando l'ammontare approssimativo della spesa ed i tempi di approntamento ed esprimendo l'avviso che il progetto dovesse limitarsi, almeno per il momento, a quanto era as-

(31) F. 15044 data 22 febbraio 1937.


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solutamente indispensabile per la tutela dell'ordine interno dell'Impero. Quanto invece occorreva per la mobilitazione e la difesa delle frontiere doveva essere esaminato nel quadro degli apprestamenti bellici globali dell'esercito, sia pure col grado di precedenza consigliato dalla lontananza dell'Impero dalla Madrepatria. Sul piano prettamente tecnico, l'esperienza deWimpresa africana fornì indicazioni che, per motivi diversi, non sempre furono utilizzate correttamente. In campo organico, si accettò il concetto di alleggerire le divisioni di fanteria e i reparti, riducendo i mezzi di trasporto ai vari livelli ed accentrandoli, ma senza incremento, al gradino superiore per la manovra. Inoltre fu esaltata la convenienza di disporre di divisioni di camicie nere - anche in caso di guerra europea - per le loro caratteristiche di «formazioni volontarie agili, manovriere ed audaci», purché il loro addestramento fosse completato prima dell'impiego. Entrambe le «indicazioni» non reggeranno alla prova dei fatti. In campo logistico, pur sottolineando che l'organizzazione realizzata in Etiopia aveva valore in quanto riferita alla particolare impresa coloniale, si riconobbe che operazioni rapidamente risolutive potevano essere condotte col necessario carattere dinamico soltanto se appoggiate da un sistema logistico efficiente ed elastico. E, purtroppo, su nessun fronte della seconda guerra mondiale l'Italia riuscì a tradurre tempestivamente in pratica tale convinzione. Nel discorso tenuto ad Avellino il 30 agosto 1936, Mussolini affermò: «Non già malgrado la guerra d'Africa ma in conseguenza della guerra d'Africa, tutte le Forze Armate d'Italia sono oggi più efficienti di prima». Si tratta com'è ovvio, di una frase ad effetto, la cui retorica però non venne in generale percepita, avendo l'ottima organizzazione e la vittoriosa conclusione della campagna posto in ombra la disparità dei mezzi con i quali essa era stata condotta. Talché si ingenerò, nella massa, una pericolosa illusione: che l'e~ercito italiano, così com'era, potesse fronteggiare con notevoli possibilità di successo i più forti avversari. Fu un errore gravido di conseguenze funeste.


CARLO RAMPIONI

GLI ARREDI DI CASERMAGGIO DELL'ESERCITO LA BRANDA

Pensare alla branda come a un oggetto, uno strumento usato dal soldato per distendersi e riposare è sicuramente alquanto limitativo. Ritengo infatti che la branda sia da considerare fra gli elementi che caratterizzarono la vita del soldato caricandosi di significati che trascendevano il suo puro e semplice uso. In realtà, proprio in virtù dello spirito con cui essa nasce, divenne il «contenitore» più personale, dovendo appunto ricevere il corpo del soldato nel riposo notturno, e, insieme con tutto l'arredo di dotazione - assi, panche etavole, costituì l'angolo più intimo di ognuno di quello spazio pensato a misura di gruppo che era la camerata. Ed è probabilmente proprio in quell'angolo che il soldato tentava di rivivere e forse recuperare, almeno nella fantasia, una parte di ciò che aveva lasciato indossando la divisa. É possibile pertanto presupporre di quale potente valore simbolico potesse avere «caricato» la sua branda, rendendola pertanto uno spazio individuale fortemente connotato sul quale tutti gli oggetti di dotazione individuale divenivano simboli del suo poprio mondo. La storia del riposo del soldato si lega evidentemente a quella dell'alloggiamento in generale. Prima dell'istituzione delle caserme (prima metà del XVIII sec.) le truppe trovavano alloggio presso le fortezze loro affidate in custodia, in tende e baracche o presso gli abitanti dei luoghi di operazione. Sistemazioni in ogni caso a carattere di estrema precarietà e provvisorietà. Con la realizzazione delle prime caserme venne affrontato anche il problema dell'arredamento delle camerate che veniva fornito da un impresario insieme con paglia e legna e quanto necessario per la preparazione del vitto e l'illuminazione. Naturalmente si è ancora lontani dalla caserma di concezione ottocentesca, trattandosi di case ed edifici di varia destinazione d'uso, comprati o requisiti o affittati. I letti erano costituiti da assi poggiate su cavalletti che faceva-


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no da supporto a un pagliericcio ed erano uno ogni due soldati per motivi di risparmio di spazio e di spese. L'adozione del letto «doppio» perdurò per quasi due secoli durante i quali non si verificarono sostanziali mutamenti se non quello che ne riguardava la spesa di acquisto e manutenzione; questa spesa, infatti, nella seconda metà del '700 passò dal tradizionale «carico» comunale al bilancio dell'amministrazione militare. Dal 1814, trascorso il periodo napoleonico, con la Restaurazione ed il ripristino delle antiche strutture vennero risistemate le caserme con i loro arredi e accessori e furono quindi pubblicati i relativi capitoli d'appalto per le forniture e la manutenzione. La pubblicazione, nel 1833, dei predetti capitoli è particolarmente interessante in quanto vi compaiono descritti minuziosamente arredi e complementi come lenzuola, coltri, materassi e pagliericci distinti in classi di qualità e grado di usura (1). I letti in particolare risultavano distinti in quattro classi con specifica degli individui a cui erano destinati. La base era costituita da assi di legno poggianti su cavalletti io legno o metallo ed era pressoché uguale per tutti; ciò che determinava la classe era la tipologia degli accessori · materassi, lenzuola, coperte · in relazione alla posizione e al grado degli utenti: sottufficiali, graduati, guardie speciali, ammalati e forzati.(figg. 1, 1a, 1b ). Salvo particolari eccezioni fu ancora adottato l'uso del letto a due posti fino a quando, nel 1835, venne sanzionata l'adozione di un letto singolo, appositamente studiato e progettato per i militari allo scopo preciso di maggiormente assicurare condizioni di funzionalità igienica e praticità evitando gli inconvenienti che la convivenza a due non mancava di far lamentare. Nacque così la cosiddetta «branda». In effetti questo termine non comparve subito; vennero infatti usati termini come «lettiere», per definire il telaio di supporto, e «letto» per indicare ]a struttura nel suo complesso, cioè completa di materasso con capezzale, due lenzuola di tela e una coltre di l,?na detta «catalogna». Tuttavia il termine «branda» si lega specificatamente a questo tipo di letto proprio in virtù della sua particolare concezione; si componeva infatti (come in seguito vedremo nel dettaglio) di (1) La classificazione per grado di usu ra di lenzuola, coperte, materassi pagliericci era la seguente: nuovi, di prima, di seconda, di terza classe. Per «nuovi» si intendevano, naturalmente, quelli non ancora usati o comunque senza alcun deterioramento, mentre si intendevano di prima classe quelli «diminuiti d'un ottavo»; alla seconda invece appartenevano quelli «diminuiti d'un quarto» e alla terza classe infine quelli «diminuiti della metà». Gli effetti al di sotto di tale livello di usura venivano «marcati col bollo di rifiuto, e non più messi in servizio».


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due cavalletti in ferro, chiudibili, collegati fra di loro, ai quali era assicurato un telo che faceva da sostegno al materasso. Ne risultava una struttura nel suo complesso decisamente meno rigida della precedente in legno. I dizionari, peraltro, abbinano il termine «branda» ad un tipo di letto pensile usato dai marinai (una sorta di amaca) che al mattino veniva smontato e riposto arrotolato nei bastinaggi (parapetti del ponte di coperta), così chiamato probabilmente perché «brandeggiava», ovvero era soggetto a movimenti di oscillazione (2). L'estensione del termine al nuovo tipo di letto militare appare quindi pienamente giustificata e, comunque, con esso si finì per individuare il letto militare in genere oltre a un più generico letto da campo o di emergenza (3). Il Regio Brevetto del 23 novembre 1835 enunciò in maniera estremamente chiara i criteri informatori a base della realizzazione del nuovo oggetto; e gli scopi che si intendevano raggiungere erano tanto chiaramente definiti che si ebbe la creazione di un prodotto completamente originale con un iter progettuale che potremmo definire decisamente moderno. Non si trattò infatti di elaborazione e modificazione di un oggetto preesistente ma dell'ideazione di qualcosa di completamente nuovo con caratteristiche e funzioni specifiche fino ad allora mai concepite. Il nuovo letto doveva innanzi tutto essere singolo, con gli evidenti e conseguenti vantaggi, senza tuttavia che il requisito comportasse l'occupazione di spazio molto maggiore del precedente doppio; inoltre, doveva essere di foggia tale da permettere facilità di pulizia sia dell'arredo che della camerata; infine doveva essere realizzato con costi il più possibile contenuti. Il risultato (figg. 3 e 3a) fu una struttura portante in ferro («dolce e arrendevole ...proveniente dalle miniere di Aosta» - in verità, di Cogne - ) costituita da due cavalletti a forma di X collegati fra di loro da tre barre, una al centro della X (la cosiddetta «verga di riunione») e due laterali (dette »sponde»). (2) Nel 1856 venne adottato un nuovo modello di «letto a branda» (fig. 2) proposto dal Colonnello del Battaglione Real Navi per gli uomini di quel Corpo e, con la nota N. 8074 del 26 settembre 1858 del Ministero di Marina, venne fatto adottare allo stesso Battaglione per i suoi «Quartieri a terra». La novità consisteva nella struttura di supporto (peraltro estremamente «leggera» ed elegante) sulla quale veniva ancorata il telo a mò di amaca secondo la precedente concenzione. (3) L' art. 2 dell'Appendice ai capitoli per le imprese delle caserme pubblicata nel 1839 specificava i destinatari del nuovo tipo di letto, enunciando testualmente: «Esso letto servirà per la giacitura a solo di tutti indistintivamente i bass'uffiziali, caporali e soldati dei corpi attivi, per il battaglione dei veterani, e per i veterani dei corpi reali d'artiglieria e del genio.


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Sul telaio cosi ottenuto, era assicurato mediante funicella un telo che fungeva da supporto al materasso, i due cavalletti erano snodati all'incrocio cosicché l'arredo fosse chiudibile e potesse diventare in questa evenienza una sorta di «contenitore» degli effetti letterecci ripiegati e composti secondo uno schema prestabilito. Il movimento dei cavalletti allorché il letto era aperto veniva bloccato da due cinghie (sostituite in seguito da catenelle) assicurate alle due estremità superiori delle sponde. L'adozione della branda ebbe l'ulteriore effetto di rivoluzionare l'intero modello di arredamento, sebbene non sostituisse di colpo i precedenti letti ma continuasse a coesistere con essi per diversi anni ancora. L'uso sperimentale di una prima fornitura di brande ed una attenta analisi operata da esperti suggerirono in seguito qualche modifica concernente soprattutto alcuni particolari tecnici e costruttivi che ne migliorarono la struttura sia pure con un leggero aumento dei costi di fabbricazione (4). Tali modificazioni comportarono la conseguente revisione degli accessori sia in senso sostanziale sia in senso dimensionale. Nel 1839 vennero infatti pubblicate apposite norme che ridefinivano tutto l'arredamento accessorio, individuale e col(4) Le modificazioni pubblicate il 19 dicembre 1837, riguardavano, oltre l'allungamento della verga centrale di riunione, tutti i particolari delle giunzioni: perni e viti; era inoltre ritenuto import ante che tutti i vari pezzi fossero prodotti identici fra di loro in modo da poter essere facilmente sostituiti o interscambiati nelle varie brande; infine si precisò che gli elementi della lettiei·a non fosse più «di ferro limato e lucido», bensì di ferro lavorato «alla forgia o filiera» ed annerito a caldo trattandolo con olio. In sostanza si t rattava di elementi profilati lavorati a caldo quindi immersi in olio sempre a caldo per ottenere una pat ina brunita con effetto anti ruggine. (5) Pur se con ostentata soddisfazione per la nuova sistemazione della «giacitura a solo», la preoccupazione principale fu che il nuovo tipo di letto, proprio perché singolo, non sottraesse troppo spazio 'nelle camerate rispetto alla sistemazione precedente. Pertanto venne assegnato ad ogni branda lo spazio di un metro con conseguente distanza fra i due lett i di circa 40 - 45 cm. Ne conseguì una differente'5istemazione delle mensole e dei ganci per allogare e appendere gli effetti personali dei soldati. Pertanto la dotazione completa per ogni uomo fu così composta: - un'«asse a pane», ovvero una tavola di pioppo (»albèra») di cm. 30 di larghezza e di cm. 4 di spessore, trattata con olio, e poggiante su mensole metalliche cat ramate incastrate nel muro dest inata a ricevere il pane, lo zaino e gli abiti; - un «rastrelliere a bisacce», cioè una serie di cinque uncini per appendervi le scarpe, la sciabola e la giberna, il «schakot» o l'elmo, il berretto, là gavetta, le spalline (fanter ia) o la fune da foraggio (cavalleria). (6) La struttura metallica della branda era certamente innovativa ma anche più fragile della precedente se non si fossero usate certe particolari accortezze. Le prime norme, pubblicate nel 1839, riguardavano soprattutto il corretto uso consigliando che i movimenti di apertura e di chiusura venissero eseguiti da due uomini, che


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lettivo, delle camerate e stabilivano il .modo di usarne (5). Con esse furono emanate disposizioni aggiuntive che r iguardavano in particolare la collocazione delle brande nelle camerate, le modalità d'uso e le avvertenze per evitarne il precoce deterioramento (6). Inoltre, sempre nello stesso anno, fu compilata e pubblicata una ulteriore normativa inerente i capitolati d'appalto delle imprese, le modalità di consegna delle commesse ed i requisiti tecnici dei materiali da approvvigionare. Nel regolamento di Disciplina nel 1840 furono infine inserite delle tavole applicative (fig. 4) sulla disposizione di tutti gli arredi di camerata e sul modo di sistemarvi gli effetti personali affinché venisse rispettata l'uniformità nell'ordine ed il corredo fosse facilmente controllabile in occasione delle periodiche riviste. Furono così realizzati i vari schemi di sistemazione a seconda che la branda fosse aperta o chiusa (fig. 5), che il soldato fosse in camerata, in attività o sottoposto alla rivista. Nel 1856 la branda entrò ufficialmente fra gli arredi di caserma figurando nella classificazione dei letti e degli oggetti letterecci, con la specifica delle loro assegnazioni relative. La descrizione dei tipi e delle qualità fu tanto minuziosa da fornire un quadro estremamente completo della situazione arredo e, contemporaneamente, anche uno spaccato della vita di caserma. La classificazione dei letti risultava la seguente (figg. 6, 6a, 6b, 6c, 6d, 6e): - letto di prima classe, composto da tre assi di legno d'abete o di pioppo poggianti su cavalletti di ferro, un pagliericcio (saccone) ripieno di paglia di frumento, un materasso di lana, un capezzale di lana, due lenzuola di tela e una coltre («catalogna») di lana o di moresca; - letto di seconda classe, composto di una lettiera in ferro (ida branda») completa di tela, un sottomaterasso di stoppa, un materasso di lana, un capezzale pure di lana, due lenzuola di tela, una coltre di lana o moresca. Questi due tipi di letto erano assegnati a «Sergenti, Caporali e Soldati di ogni arma»; - letto di terza classe, composto da quattro assi poggiati su due cavalletti in ferro, un pagliericcio a due piazze, un materasso, un capezzale, due lenzuola, una coltre, tutto sempre a due piazze. Era as-

le sponde della branda chiusa fossero alla distanza di cm. 40, proibendo di «salirvi sopra in piedi» e di spostare o comunque muovere il letto senza motivo. Le avvertenze pubblicate nel 1853 riguardavano invece soprattutto il corretto montaggio delle parti e prescrivevano ispezioni continue agli snodi avendo l'accortezza di serrare le par ti soggette ad allentamento.


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segnato a sottufficiali ammogliati e sottufficiali in genere in caso di insufficienza di letti delle prime due classi. - letto di quarta classe, come il precedente ma senza il materasso, destinato a Caporali e soldati ammogliati; - letto di quinta classe, singolo, composto come quello di terza, destinato agli ospedali; - letto di sesta classe, destinato agli ufficiali e impiegati, composto da tre assi poggiate su cavalletti in ferro, un pagliericcio, un materasso, un capezzale, un guanciale con fodera, una o due coltri, due lenzuola e un copriletto. Completavano la dotazione di tale letto due asciugamani da cambiarsi ogni settimana. L'arredo delle camerate era costituito, oltre al letto, da una dotazione di tavoli e panche in ragione di un tavolo con due panche ogni otto individui per Fanteria, Operai, Piazza d'Artiglieria e Reggimento Zappatori e un tavolo e due panche ogni quattro per Artiglieria da Campagna e Treno di Provianda (fig. 7).


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MAURIZIO SAPORITI

ELENCO GENERALE CRONOLOGICO DELLE LEGGI, DECRETI, DISPOSIZIONI E CIRCOLARI RELATIVE AL RANCIO

PARTE PRIMA: 17.3.1861 - 24.2.1944

l. PREMESSA

Scopo del presente lavoro è quello di facilitare lo studioso nella ricerca di quanto è stato emanato, con leggi e circolari, sul rancio (1). I provvedimenti in elenco sono stati estratti dal «Giornale Militare Ufficiale» e dai «Foglio d'ordini». Quest'ultima raccolta, pubblicata settimanalmente dal Ministero della Difesa, vide la luce il 30.4.1934. Si è ritenuto di dover riportare nell'elenco tutte le disposizioni, anche quelle successivamente abrogate o modificate, al fine di dare al lettore una visione completa sull'evoluzione che il rancio ha avuto dall'unificazione d'Italia ad oggi. In questa sede è stato trattato il periodo che va dal 17.3.1861 al 24.2.1944. Il restante periodo sarà pubblicato nei prossimi «Studi Storico Militari». Per le norme estratte dai «Giornali Militari» è stata indicata, a sinistra la data del provvedimento, di seguito, fra parentesi, l'anno e la pagina del volume nel quale le stesse sono pubblicate. Per i provvedimenti riguardanti i «Foglio d'ordini», a sinistra è stata riportata la data dei medesimi, di seguito, fra parentesi, sono state trascritte la data ed il numero della dispensa. Nell'elenco sono stata usate le seguenti abbreviazioni: Circ. = circolare; F.O. = Foglio d'ordini; G.M. = Giornale Militare; R = Regio; R.D. = Regio Decreto; Suppl. = Supplemento.

(1) Il presente lavoro integra la ricerca di A. TERRONE, il rancio nelle comunità militari della storia, SME Ufficio Storico («Memorie Storiche Militari 1981»).


756

Maurizio Saporiti

2 . ELENCO DEI PROVVEDIMENTI

17.3.1861

R.D. che sostituisce il trattamento di accantonamento alle competenze di campagna di cui ancora godono alcune truppe. (G.M. 1861/151)

9.5.1861

Nota n. 78. Peso della razione di pane da munizione. (G.M. 1861/298)

19.5.1861

Nota n. 87. Composizione della razione di viveri. (G.M. 1861/337)

27.5.1861

Nota n. 103. Conteggio delle razioni pane supplementari, e di quelle pei detenuti a pane ed acqua. (G.M. 1861/372)

14.7.1861

Nota n. 135. Indulto pel cibo carnale delle Truppe. (G.M. 1861/520)

19.9.1861

R.D. relativo al vitto della Truppa ed allo assegno ai Corpi per spese diverse. (G.M. 1861/669)

9 .1861

Composizione della razione viveri, e disposizioni pel regolare eseguimento del R. Decreto del 19 settembre 1861. (G.M. 1861/671)

20.10.1861

Nota n. 174. Varianti alla composizione della razione di viveri. (G.M. 1861/746)

19.2.1862

Nota n. 27. Trasporti dei militari imbarcati sui piroscafi della SocietĂ Accossato e Peirano. (G.M. 1862/83)

26.2.1862

Nota n. 34. Ordinario della Truppa-Indulto per l'uso delle carni. (G.M. 1862/114)

1862

Norme pei servizi amministrativi presso le truppe ai Campi d'istruzione. (G.M. 1862/455)

8.11 .1862

Nota n. 194. Mutazioni alle distribuzioni di vino, di caffè e di zucchero. (G.M. 1862/859)


Elenco generale cronologico delle leggi sul rancio

757

30.3.1863

Nota n . 52. Variante alla Convenzione Accossato, Peirano e Compagnia per trasporto sui vapori postali. (G.M. 1863/175)

15.4.1863

Nota n. 60. Convenzione con la societĂ A. Zuccoli quondam Luigi e Compagnia pel trasporto su battelli a vapore dei militari d'ogni grado. (G.M. 1863/205)

30.4.1863

Nota n. 69. Distribuzione di vino, ovvero di zucchero e caffĂŠ da effettuarsi nel corso dell'anno alla truppa che riceve i viveri per conto diretto dell'Amministrazione militare. (G.M. 1863/246)

18.6.1864

Circ. n. 12. Disposizioni pel giorno anniversario della Battaglia di S. Martino. (G.M. 1864/416)

14.1.1864

Nota n. 9. Convenzione colla SocietĂ I.V. Florio e Compagnia per trasporti sul mare. (G.M. 1864/Suppl. 1)

31.5.1865

Nota n. 107. Disposizioni relative all'ordinario dei Caporali e Soldati. (G.M. 1865/508)

12.6.1866

Nota n. 121. Composizione della razione viveri alle truppe sul piede di guerra. (G.M. 1866/504)

19.6.1866

Circ. n. 14. Composizione della razione viveri, foraggio e legna sul piede di Guerra. (G.M. 1866/638)

5.7.1866

Nota n . 148. Composizione della razione pane pelle truppe non mobilizzate che ricevono il pane dai magazzini delle Sussistenze che lo distribuiscono anche alle truppe sul piede di guerra o preparano farine per l'Esercito. (G.M. 1866/660)

31.10.1866

Nota n. 222. Composizione della razione pane. (G.M. 1866/1102)

29.11.1866

Nota n. 246. Nuove norme circa il trasporto di Corpi, Drappelli ed isolati per mare. (G.M. 1866/1179)


758

Maurizio Saporiti

3.12.1866

Nota n. 253. Distribuzione di Caffé, Zucchero e Vino alle truppe. (G.M. 1866/1191)

25.9.1870

Nota n. 156. Schiarimenti e complementi circa la formazione su piede mobile della fanteria di linea e dei bersaglieri. (G.M. 1870/710)

22.12.1872

Atto n. 269. Scatolette di carne in conserva. Coltello a leva per l'apertura delle dette scatolette. (G.M. 1872/623)

23.12.1872

Atto n. 270. Distribuzione delle razioni viveri di riserva alla truppa. (G.M. 1872/624)

21.10.1873

Atto n. 128. Consumazione delle razioni di galletta in distribuzione ai corpi di truppa. (G.M. 1873/275 Parte II)

21.10.1873

Atto n. 129. Consumazione delle scatelette di carne in conserva in esperimento presso i corpi di truppa. (G.M. 1873/275/Parte II)

26.1.1876

Atto n. 12. REGOLAMENTO D'ISTRUZIONE E DI SERVIZIO D'OSPEDALE PER IL CORPO SANITARIO (Nota n. 4),. Variante al§ 348 relativo alla Tabella dietetica. (G.M. 1876/20)

4.5 .1877

Atto n. 53. Stabilimenti balneari e bagni marini. (G.M. 1877/160/Parte II)

6.5.1878

Circ. n. 39 Stabilimenti balneari e bagni marini. (G.M. 1878/147/Parte II)

18.5.1878

Atto n. 43. TRASPORTI SUL MARE. - Istruzione per l'esecuzione della Convenzione, in data 15 dicembre 1877, per il trasporto sul mare e per l'imbarco e lo sbarco dei militari ed impiegati dipendenti dai ministeri della guerra e della marina, delle loro famiglie, dei bagagli, dei veicoli, dei cavalli, dei materiali e robe tutte al servizio dell'esercito e dell'armata. (G.M. 1878/235)

3.4.1879

Atto n. 30. Proibizione di usare i così detti guancialetti di maiale per condire il rancio: precauzioni da usarsi nello impiego del lardo. (G.M. 1879/110/Parte II)


Elenco generale cronologico delle leggi sul rancio

759

14.5.1879

Atto n. 41. Stabilimenti balneari e bagni marini. (G.M. 1879/154/Parte II)

1.12.1879

Atto n . 186. VIVERI DI RISERVA. Nuova istruzione relativa ai viveri di riserva in dotazione ai corpi. (G.M. 1879/633)

2.12.1879

Atto n. 108. Fabbricazione della galletta nel VII e nel IX corpo d'armata. (G.M. 1879/399/Parte II)

5.5.1880

Circ. n. 40. Stabilimenti balneari e bagni marini. (G.M. 1880/139/Parte II)

2.5.1881

Atto n. 39. Stabilimenti balneari e bagni marini. (G .M. 1881 /l 86/Parte II)

3.5.1882

Atto n. 58. Stabilimenti balneari e bagni marini. (G.M. 1882/292/Parte II)

8.3.1883

Atto n . 55 - SERVIZIO SANITARIO (Nota n. 42). Vitto per gli inscritti e pei militari in osservazione negli ospedali mili tari. (G.M. 1883/231)

11.5.1883

Atto n. 53. Stabilimenti balneari e bagni marini. (G.M. 1883/246/Parte II)

20.11 .1883

Atto n. 233. REGOLAMENTO D'AMMINISTRAZIONE. (Nota n. 190). Istruzione provvisoria sulla amministrazione e contabilità dei viveri per la truppa. (G.M. 1883/959)

16.5.1884

Circ. n. 46. Stabilimenti balneari e bagni marini. (G.M. 1884/295/Parte II)

27.12.1884

Atto n. 241. AMMINISTRAZIONE E CONTABILITÀ. Modificazioni all'Istruzione sull'amministrazione e contabilità dei viveri per la truppa. (G.M. 1884/921)

1.5.1885

Atto n. 57. Stabilimenti balneari e bagni marini. (G.M. 1885/214/Parte II)

1885

DISPOSIZIONI AMMINISTRATIVE. Mensa pei musicanti. (G.M. 1885/4/Parte II)

1885

DISPOSIZIONI AMMINISTRATIVE. Supplemento vitto dovuto ai musicanti conviventi alla mensa speciale.


760

Mauriz,io Saporiti

19.4.1886

(G.M. 1885/227/Parte II)

19.4.1886

Atto n. 52. Maggiori distribuzioni di caffé o vino. (G.M. 1886/133/Parte Il)

1.5.1886

Atto n. 56. Stabilimenti balneari e bagni marini. (G.M. 1886/144/Parte II)

15.12.1886

Circ. n. 128. Composizione della razione pane, viveri e foraggio per l'anno 1887. (G.M. 1886/397/Parte II)

5.12.1887

Atto n. 26. - DIVISA E VESTIARIO. - Sacchetto per la razione di 50 grammi di sale. (G.M. 1887/100)

17.2.1887

Atto n. 43. - STIPENDI ASSEGNI ED INDENNITÀ. R. Decreto che stabilisce le indennità speciali per le truppe in campagna. (1887/117)

26:6.1887

Circ. n. 69. Grandi manovre. (l 887/223/Parte Il)

10.7.1887

Circ. n. 74. Istruzioni del periodo estivo. (1887/277 /Parte Il)

24.8.1887

Circ. n. 120. Disposizioni amministrative per la costituzione del Corpo speciale d'Africa. (G.M. 1887/447/Parte II) ' Atto n . 401. - TRASPORTI MILITARI. - Convenzione colla Societa anonima di navigazione italiana La Veloce per il trasporto sul mare da Genova agli scali del1'America meridionale e viceversa di personale e materiali per conto delle Amministrazioni della guerra e della R. marina. (G.M. 1888/401) Atto. n. 114. Vettovagliamento nei viaggi in ferrovia dei corpi e reparti che interverranno alle grandi manovre e consumazioni della galletta per parte degli uomini congedati. (G.M. 1888/445 Parte Il) Atto n . 242. -AMMINISTRAZIONE E CONTABILITÀ. - Indennità di marcia e di accantonamento pagate in contanti alla truppa in luogo della corrispondente razione viveri. (G.M. 1888/586)

12.6.1888

2.8.1888

22.11.1888


Elenco generale cronologico delle leggi su.I rancio

761

1889

DECISIONI DI MASSIMA. aggregati. (G.M. 1889/191)

Supplemento vitto ad

1889

DECISIONI DI MASSIMA. - Supplemento vitto nelle ricorrenze solenni. (G.M. 1889/239)

19.12.1889

Atto n . 272. - SUSSISTENZE MILITARI. - Istruzioni per l'esecuzione del regolamento per il servizio ad economia del pane, dei viveri e del foraggio ai corpi del R. esercito durante l'anno 1890. (1889/712)

1890

DECISIONI DI MASSIMA. - Supplemento vitto nelle ricorrenze solenni. (G.M. 1890/289)

15.1.1890

Atto n. 9. - SUSSISTENZE MILITARI. - Erratacorrige all'istruzione per il servizio ad economia del pane, dei viveri e del foraggio. (G.M. 1890/47)

20.2.1890

Atto n. 27. - SUSSISTENZE MILITARI. - Norme contabili per l'esecuzione del Regolamento per il servizio ad economia del pane, dei viveri e del foraggio ai corpi del R. esercito durante l'anno 1890. (G.M. 1890/66)

15.11.1890

Atto n. 207. -AMMINISTRAZIONE E CONTABILITĂ&#x20AC;. - Vitto per gli inscritti di leva ed i richiamati per l'istruzione. (G.M. 1890/389)

23.1.1891

Atto n. 16. Distribuzione di carne in conserva. (G.M. 1891/21/Parte II)

1892

DECISIONI DI MASSIMA. - Supplemento vitto. (G.M. 1892/592)

1892

DECISIONI DI MASSIMA. - Supplemento vitto. (G.M. 1892/486) .

4.3.1892

Atto n . 30. Casse da galletta, modello 1877. (G.M. 1892/51/Parte Il)

20.5.1892

Atto n. 48. Stabilimenti balneari e bagni marini. (G.M. 1892/99/Parte II)


762

Maurizio Saporiti

7.8.1892

Atto n. 157. - SUSSISTENZE MILITARI. - Razione viveri per le truppe in tempo di pace. (G.M. 1892/397)

1.12.1892

Atto n. 143. Razioni galletta in distribuzione agli uomini di truppa. (G.M. 1892/361 Parte II)

1893

DECISIONI DI MASSIMA. - Assegni per i carabinieri reali. (G.M. 1893/316)

15.6.1893

Atto n. 95. -AMMINISTRAZIONE E CONTABILITÀ. - Conteggio dei viveri di riserva. (G.M. 1893/241)

10.9.1893

Atto n. 130. Razioni galletta in distribuzione agli uomini di truppa. (G.M. 1893/393/Parte II)

1894

DECISIONI DI MASSIMA. Razioni pane supplementari. (G.M. 1894/328)

1894

DECISIONI DI MASSIMA. Razioni pane supplementari per gli aggregati. (G.M. _1894/494)

18.5.1894

Atto n. 88. AMMINISTRAZIONE E CONTABILITÀ. Regolamento per la gestione ed economia degli stabilimenti delle sussistenze militari. (G.M. 1894/323)

24.5.1894

Atto n. 66. Distribuzione di carne di bue in conserva. (G.M. 1894/152 Parte II)

30.7.1894

Atto n. 147. - AMMINISTRAZIONE E CONTABILITÀ. - Modificazioni al regolamento di ammi~istrazione. (G.M. 1894/447)

19.6.1895

Atto n. 126. SUSSISTENZE MILITARI. Acquisto del sale per il condimento del rancio. Numero delle distribuzioni annuali di caffé o vino. (G.M. 1895/309)

4.8.1895

Atto n. 162. - SUSSISTENZE MILITARI. - Numero delle distribuzioni annuali di caffé o di vino per le truppe alpine. (G.M. 1895/464)


Elenco generale cronologico delle leggi sul rancio

29.7.1896 27.8.1896

3.9.1896

9.10.1896

16.10.1896

763

Atto n. 102. Brodo concentrato. (G.M. 1896/208/Parte II) Atto n. 117. Vettovagliamento, durante il viaggio, degli uomini delle classi da congedare. (G.M. 1896/272/Parte II) Atto n. 176. - SERVIZIO DI COMMISSARIATO. - Fiaschette di brodo concentrato del laboratorio mili tare di Casaralta (Bologna). (G.M. 1896/390) Atto n. 197. -AMMINISTRAZIONE E CONTABILITÀ. - Prelevamento del carbone per la cottura dei viveri e pei servizi interni dei corpi. (G .M. 1896/419) Atto n. 150. Consumazione di carne di bue in conserva. (G.M. 1896/318 Parte II)

3.12.1896

Atto n. 218. -AMMINISTRAZIONE E CONTABILITÀ. - Servizio viveri per la truppa. (G.M. 1896/488)

1897

DECISIONI DI MASSIMA. - Distribuzione straordina-

28.7.1897

27.8.1897

rie di caffé e di vino. (G.M. 1897/212) Atto n. 135. AMMINISTRAZIONE E CONTABILITÀ. Trattamento di bordo. (G.M. 1897/366) Atto n. 115. Vettovagliamento, durante il viaggio, degli uomini delle armi speciali da congedare. (G.M. 1897/438/Parte II)

14.11.1897

Atto n. 247. -AMMINISTRAZIONE E CONTABILITÀ. ~ Servizio viveri per la truppa. (G.M. 1897/643)

1899

DECISIONI DI MASSIMA. Instradamento dei militari isolati nei viaggi da e per la Sardegna e la Sicilia. (G.M. 1899/761)

26.7.1899

Atto n . 113. Grandi manovre. (G.M. 1899/368/Parte II)

2.11.1899

Atto n. 166. Consumazione di scatolette di carne di bue in conserva. (G.M. 1899/578/Parte II)


764

Maurizio Saporiti

17.11.1899

Atto n. 206. Servizio viveri per la truppa. (G.M. 1899/760)

1900

DECISIONI DI MASSIMA. Distribuzione di anice alla truppa. (G.M. 1900/303)

2.8.1900

Atto n. 154. -AMMINISTRAZIONE E CONTABILITĂ&#x20AC; -. Razione viveri pei militari di truppa a bordo delle Regie navi. (G.M. 1900/454)

21.7.1903

Circ. n. 111. Grandi manovre. (G .M. 1903/311/Parte II)

9.8.1903

Atto n. 130. Dimostrazione delle spese per le grandi manovre. (G.M. 1903/388/Parte II) Circ. n, 188. Servizio dei viveri per la truppa nell'anno 1904. (G.M. 1903/623/Parte II)

21.11.1903

17.11.1904

Atto n. 168. Servizio dei viveri per la truppa nell'anno 1905. (G.M. 1904/528/Parte II)

13.7.1905

Atto n. 99. Grandi manovre. (G.M. 1905/245/Parte IIf

17.11.1905

Atto n. 169. Servizio dei viveri per la truppa nell'anno 1906. (G.M. 1905/590/Parte II) .

1906

DECISIONI DI MASSIMA. Quota da rimborsarsi alle stazioni di vettovagliamento per razioni viveri somministrati. (G.M. 1906/704)

15.11.1906

Atto n. 180. Servizio dei viveri per la truppa nell'anno 1907. (G.M. 1906/585/Parte II)

10.7.1908

Atto n. 270. Miglioramenti alla razione viveri del soldato. (G.M. 1908/662) Atto n. 425. Servizio dei viveri per la truppa durante l'anno 1909. (G.M. 1908/1113)

29.10.1908


Elenco generale cronologico delle leggi sul rancio

765

18.11.1908

Circ. n. 441. Consumazione della galletta in luogo della pasta. (G.M. 1908/1203)

25.6.1909

Atto n. 261. Miglioramenti alla razione viveri del soldato. (G.M. 1909/803)

22.10.1909

Atto n. 425. Servizio dei viveri per la truppa durante l'anno 1910. (G.M. 1909/1374)

15.6.1910

Atto n. 235. Miglioramenti alla razione viveri del soldato. (G.M. 1910/737)

28.10.1910

Circ. n. 450. Servizio dei viveri per la truppa durante l'anno 191 1. (G.M. 1910/1331)

3.11.1910

Atto n. 467. Servizio dei viveri per la truppa durante l'anno 1911. (G.M. 1910/1424)

16.5.1912

Atto n. 218. - SERVIZIO DI COMMISSARIATO. Conteggio delle scatolette di carne in conserva e della galletta. (G.M. 1912/471)

19.11.1912

Circ. n.524. - SERVIZIO DI COMMISSARIATO. - Fornitura dei viveri per la truppa, gli ammalati degli ospedali militari e delle infermerie di presidio, gli allievi carabinieri reali e gli allievi degli istituti militari durante l'anno 1913. (G.M. 1912/1479)

25.6.1913

Atto n. 261. - SERVIZIO DI COMMISSARIATO. Conteggio delle razioni pane e viveri somministrate ai congedanti ed alle reclute. (G.M. 1913/767)

27.10.1913

Circ. n. 454. - SERVIZIO DI COMMISSARIATO. Fornitura dei viveri per la truppa, gli ammalati degli ospedali m ilitari e delle infermerie di presidio, gli allievi carabinieri reali e gli allievi degli istituti militari durante l'anno 1914. (G.M. 1913/1287)


766

Maurizio Saporiti

19.11.1914

Circ. n. 560. - SERVIZIO DI COMMISSARIATO. Fornitura dei viveri per la truppa, gli ammalati degli ospedali militari e delle infermerie di presidio, gli allievi carabinieri reali e gli allievi degli istituti militari durante l'anno 1915. (G.M. 1914/1547)

1.12.1915

Circ. n. 875. - SERVIZIO DI COMMISSARIATO. Fornitura dei viveri per le truppe, per gli ammalati degli ospedali militari, per gli allievi carabinieri reali e per gli istituti militari durante l'anno 1916. (G.M. 1915/2247)

6.10.1916

Atto n. 595. - AMMINISTRAZIONE E CONTABILITĂ&#x20AC;. - Viveri di riserva in dotazione agli uomini di truppa. (G.M. 1916/1585)

24.11.1916

Atto n. 722. - SERVIZIO DI COMMISSARIATO. - Fornitura di viveri per le truppe, per gli ammalati degli ospedali militari, per gli allievi car abinieri reali e per gli istituti militari durante l'anno 1917. (G.M. 1916/1839)

24.11.1917

Atton. 743. - SERVIZIO DI COMMISSARIATO, - Fornitura dei viveri per le truppe, per gli ammalati degli ospedali militari, per gli allievi carabinieri reali e per gli istituti militari, durante l'anno 1918. (G.M. 1917/1547)

2.1.1918

Atto n. 3. - SERVIZIO DI COMMISSARIATO. - Razione viveri per le truppe territoriali. (G.M. 1918/18)

21.11.1918

Atton. 664. -SERVIZIO DI COMMISSARIATO. - Fornitura dei viveri per le truppe, per gli ammalati degli ospedali militari, per gli allievi carabinieri reali e per gli istituti militari, durante l'anno 1919. (G.M. 1918/1170)

18.9.1919

Atto n. 490. -AMMINISTRAZIONE E CONTABILITĂ&#x20AC;. - Esenzione dal vitto in comune. (G.M. 1919/608)

4.12.1919

Atto n. 648. - SERVIZIO DI COMMISSARIATO. - Fornitura dei viveri per le truppe, per gli ammalati degli ospedali militari, per gli allievi carabinieri reali e per


Elenco generale cronologico delle leggi sul rancio

767

gli istituti militari, durante l'anno 1920. (G.M. 1919/931) 1.12.1921

Atto n. 606. - SERVIZIO DI COMMISSARIATO. -Fornitura di viveri per le truppe, per gli ammalati degli ospedali militari e per gli istituti militari, durante l'anno 1922. (G.M. 1921/954)

25.5.1922

Atto n . 249. - SERVIZIO DI COMMISSARIATO. - Variante alla circolare n. 606 del giornale mili tare del 1921, riguardante il servizio viveri. (G.M. 1922/430)

30.11.1922

Atto n. 554. - SERVIZIO DI COMMISSARIATO. - Fornitura di viveri per le truppe, per gli ammalati degli ospedali militari, per gli allievi carabinieri reali e per gli istituti militari, durante l'anno 1923. (G.M. 1922/1243)

29.11.1923

Atto n. 687. - SERVIZIO DI COMMISSARIATO. - Fornitura dei viveri per le truppe, per gli ammalati degli ospedali militari, per i carabinieri reali e per i collegi militari, durante l'anno 1924. (G.M. 1923/1546)

4.12.1924

Atto n. 674. - SERVIZIO DI COMMISSARIATO. - Fornitura dei viveri per le truppe, per i ricoverati negli stabilimenti sanitari, per gli allievi carabinieri reali, per i carabinieri della scuola tecnica di polizia e per i collegi militari. (G.M. 1924/2781)

3.12.1925

Atto. n. 634. - SERVIZIO DI COMMISSARIATO. Fornitura dei viveri per le truppe, per i ricoverati negli stabilimenti sanitari, per gli allievi carabinieri reali, per i carabinieri della scuola tecnica di polizia e per i collegi militari. (G.M. 1925/2208)

24.2.1927

Atto n . 137. - SERVIZIO DI COMMISSARIATO. - Servizio dei viveri per le truppe, per i ricoverati negli stabilimenti sanitari, per gli allievi carabinieri reali e per i collegi mili tari. (G.M. 1927/399)


768

Mauriiio Saporiti

2.8.1928

Atto n. 518. - SERVIZIO DI COMMISSARIATO. Mense allievi ufficiali di complemento. (G.M. 1928/1598)

2.8.1928

Atto n. 519. - SERVIZIO DI COMMISSARIATO. Prezzi di cessione e di addebito delle derrate. (G.M. 1928/ 1599)

4.1.1934

Atto n. 3. - SERVIZIO DI COMMISSARIATO. - Minestre scatolate «Chiarizia». · (G.M. 1934/25)

7.3.1934

Atto n. 31. Sussistenza. (F.O. 1934 dispensa 2 3 ).

14.5.1934

Atto n. 49. - Zona da considerarsi di alta montagna nei riguardi del trattamento vitto. (F.O. 1934 dispensa 3a).

28.5.1934

Atto n. 86. - Consumo della carne di coniglio. (F.0. 1934 dispensa 5 3 ).

25.6. 1934

Atto n. 152. - Assegni per il vitto della truppa e degli allievi delle scuole. (F.0. 1934 dispensa 9 3 ).

26.11 .1934

Atto n. 439. - Uso delle vongole al condimento prodotte dallo s tabilimento industriale per la conservazione dei pesci ed affini in Riccione. (F.0. 1934 dispensa 313).

24.12.1934

Atto n. 478. Quota supplementare di carne col rancio di dentice all'olio. (F.O. 1934 dispens a 35 3 ).

18.4.1935

Circ. n. 459. - STIPENDI, ASSEGNI ED INDENNITÀ COLONIE. - R. Decreto n. 814. Aumento della indennità giornaliera viveri ai militari indigeni del R. corpo truppe coloniali dell'Eritrea. (G.M. 1935/1533) Atto n. 214. - Vitto del soldato. (F.0. 1935 dispensa 24 3 ).

17.6. 1935 26.2.1936

Atto n. 161. - SERVIZIO DI COMMISSARIATO. - Servizio dei viveri per le truppe, per i ricoverati negli stabilimenti sanitari, per gli allievi carabinieri reali e per le scuole militari. (G.M. 1936/263)


Elenco generale cronologico delle leggi sul rancio

769

20.4.1937

Atto n. 139. Trattamento vitto alle truppe della guardia alla frontiera. ¡ (F.O. 1937 dispensa 16a).

1.6.1936

Atto n. 197. Specchio relativo alla parte completiva del rancio. (F.O. 1936 dispensa 22a).

27.9.1937

Atto n. 282. Quote vitto degli allievi degli istituti militari. (F.O. 1937 dispensa 40a).

13.6.1938

Atto n. 227. Razione supplementare di latte a scopo curativo ai militari di truppa. (F.O. 1938 dispensa 24a).

27.6.1938

Atto n. 253. Vitto del soldato. (F.O, 1938 dispensa 26a).

7.9.1942

Atto n. 466. Scotto rancio. (F.O. 1942 dispensa 36a).

30.11.1942

Atto n. 614: Somministrazione di vitto al personale militare trasportato su navi mercantili requisite o .noleggiate. (F.O. 1942 dispensa 48a).

24.2.1944

Atto n. 44. - SERVIZIO DI COMMISSARIATO. -Prezzi di cessione e di addebito delle derrate; costo della razione viveri. (G.M. 1944/111)


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