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STUDI STORICO MILITARI 1986

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STATO MAGGIORE DELL'ESERCITO UFFICIO

STORICO

STUDI STORICO MILITARI 1986

ROMA 1987


PROPRIETÀ LETTERARIA Tutti i d iritti riservati.

Vietata la riproduzione anche parziale senza autorizzazione.

© BY UFFICIO STORICO SME - ROMA 1987

FUSA Editrice S.r.l. - ROMA - 1987


SOMMARIO

PARTE PRIMA

SAGGI

Renato Artesi: La politica finanziaria nei riguardi delle compagnie di ventura sotto la dominazione viscontea . . . . . . . . . . . . . . . . . pag.

9

Ferruccio Botti: Note sul pensiero militare italiano dalla fine del secolo XIX all'inizio della 1a Guerra Mondiale - parte II - Evoluzione dell'impiego delle varie armi

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51

Oreste Bovio: Le ferrovie italiane nella 1a Guerra Mondiale . . . . . . . . . . . . . . . . .

»

209

PARTE SECONDA

PROFILI BIOGRAFICI

Antonello Biagini: Gustavo Rubin de Cervin addetto militare a Sofia (1904-1911) . . . . . . . pag.

237

Oreste Bovio: Edmondo De Amicis

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261

Alberto Gennaro: Vita ed opere del Tenente Generale Alberto Ferrero della Marmara . . . . . . .

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279

pag.

333

Piero Zavattaro Ardizzi: Diario dall'8.9.1943 al 18.3.1945

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437

Giovanni Braca: Il 1° "Gmppo bande di confine"

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529

PARTE TERZA

TESTIMONIANZE

Manlio Capizzi: La Divisione "Ravenna" in Russia


6

Sommario

PARTE QUARTA

RICERCHE

Pierluigi Bertinaria: L'esercì to i tali ano dal 1918 al 1940: dottrina d'impiego e ordinamenti tattici pag. 613 Francesco Fatutta: Difesa costiera e guerriglia sul litorale croato-dalmato pag. 641 Fernando Frattolillo: Elenco generale cronologico delle leggi, regolamenti, decreti, disposizioni e circolari r elativi allo SM della Difesa e allo SM dell'Esercito

»

689

Virgilio Ilari: L'esercito pontificio

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731

Umberto Postiglioni: Il X reggimento arditi

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855

Carlo Rampioni: Gli oggetti di equipaggiamento dell'esercito: la gavetta e la borraccia, evoluzione della loro forma

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923

Gianrodolfo Rotasso: L'armamento portatile dell'esercito piemontese negli anni della restaurazione

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959


PARTE PRIMA

SAGGI


RENATO ARTESI

LA POLITICA FINANZIARIA NEI RIGUARDI DELLE COMPAGNIE DI VENTURA SOTTO LA DOMINAZIONE VISCONTEA (XIV SECOLO) GLOSSARIO

= (Ad) banchum dominorum consulum negotiatorum

presso il banco (di credito) dei Signori negoziatori.

= (Ad) banchum stipendiariorum presso il banco (di credito) degli stipendiarii ad opera dei notai, attraverso un rogito notarile, dell'avvenuto versamento ai connestabili.

= Baneria o Banderia

compagnia o squadra guidata da un connestabile, cosĂŹ denominata in Milano.

= Bullette

ordini scritti che i magistrati, di volta in volta, rimettevano ai tesorieri (texaurarii) o esattori .per i pagamenti alle soldatesche.

= Camerario

(dal latino tardo "camerarius" derivato da "camera" nel significato di "tesoro"). Persona addetta alla custodia e alla amministrazione dei beni di un Sovrano o di una comunitĂ .

= Campsor

(dal latino medioevale - dal tema del perfetto del verbo "cambire"


IO

Renato Artesi

"campsi". Cambiavalute.

= Capitula

clausole contra ttuali.

= Caporali

(dal latino volgare "capus-oris" variazione di "caput-itis" col suffi sso "aie"). I piĂš bassi fra i graduati nelle compagnie di ventura o milizie, i quali avevano sotto di sĂŠ alcuni uomini di truppa, al massimo una squadra.

= Carta

insieme di documenti di credito derivanti da rapporti commerciali e, perciò, obiettivamente gar antiti .

= Cartolari

(dal latino medioevale "chartulare" e questo, dal classico "chartula", diminutivo di "charta"). Diarii - libri di a ppunti.

= (Ex) causa mutui

in conseguenza del mutuo (in precedenza accordato).

= Collaterale

= Connestabile o Conestabile

(dal latino tardo "collateralis") ¡ magistrato eletto a rappresentare o a coadiuvare un Signore o un Principe. arcaico: contestabile - conestabole - conestavole. (dal francese "consta ble" adattato da l latino tardo "comes stabuli" soprintendente a lle stalle im periali). Ufficiale di corte con varie attribuzioni e particolarm en te il co-


La politica finanziaria nei riguardi delle compagnie di ventura

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mando di avanguardia di un esercito.

= Conestabilaria

unità di base dell'esercito mercenario alla metà del 1300 (simile alla "baneria" o "banderia" operante nel milanese).

= Diritto di rivalsa

compenso dovuto a enti o privati come corrispettivo, in proporzione convenuta, della prestazione di un servizio. In effetti, il fatto o il modo di rivalersi, d1 trovare cioè un risarcimento a una spesa subìta, a una perdita avuta.

= Emenda equdrum

(derivante del latino "mendare" cioè togliere via le mende, le imperfezioni, i difetti.) In tal caso, "purgate dei cavalli" (che non potevano essere oggetto di pegno per prestiti non regolati o per parte di mutui resisi inesigibili in tempi successivi.)

= Familiaris

l'insieme di persone al servizio di una casata o al seguito di un personaggio.

= Gestor negotiorum

amrµinistratore di beni o affari per conto terzi, in particolare, del Signore o Principe.

= Gratis et amore

(dal latino "gratis" contrazione d i "gratiis", ablativo plurale di "gratia" e cioè "graziosamente, per favore"). Gratuitamente, senza pagamento, senza compenso.


12

Renato Arzesi

= (In) guberno

in amministrazione (di denaro).

= Incisa

precisazione su rogiti notarili che i debiti, in precedenza contratti, erano stati regolar mente pagati e, quindi, cancellati.

= Lance

bande a cavallo, formate dalle cosiddette lance: ogni lancia era costituita da tre uomini, il "capolancia", il "piatto" o uomo a piedi, e il "ragazzo" o "paggio" che conduceva due cavalli da battaglia e uno da basto.

= Liber prestanziarum

registro degli atti amministrativi di una impresa o di una attitivitĂ : in particolare, regis tro dei prestiti concessi o di tributi imposti.

= Mercatores equorum

(dal latino "mercator-oris"). Mercanti, commercianti di cavalli.

= Mutuum

contratto per cui un soggetto (mutuatario) s i impegna alla restituzione di quanto ha ricevuto da un altro soggetto (mutuante).

= Officium o Offizio

(arcaico: oficio o ofizio). servizio di ufficio o luogo di tesoreria.

= Offitiales

notabili preposti a uffici di tesoreria, dipendenti da un Signore o Principe.

= Patto di condotta o con.dotta

contratto stipulato dai Comuni o dai Signori con i condottieri di

o ferma


La politica finanziaria nei riguardi delle compagnie di ventura

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milizie ed era cortchiuso per un termine fisso di anni o cli mesi o anche per una determinata campagna. =:= Prestanza

(derivato da "prestare", dare in prestito - voce antiquata per prestito.) Usato nel Medioevo, nel senso di prestito di denaro in genere e, in particolare, di prestito allo Stato: raramente si trova anche nel senso di tributo.

= Presto degli stipendiari

banco di credito, istituito per la concessione di mutui di entitĂ controllata e senza interessi a connestabili o a caporali.

= Prowisionati

elementi tenuti alle dipendenze del Signore o Principe, mediante corresponsione di stipendio, paga o salario.

= Prowisione

(dal latino "provisio-onis"). Retribuzione assegnata ai capitani di ventura.

= Referendario

(dal latino tardo "referendarius"). Titolo assegnato a funzionario dello Stato con mansioni di r¡iferire al Signore le suppliche dei cittadini o di trasmettere ai giudici i pareri del Signore. Esso aveva funzioni, soprattutto, di controllo finanziario.

= Salarium domini

(dal latino "salarium" forma sostantivata di "salarius" (attinente al sale) e cioè propriamente "razione di sale").


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Renato Arresi

Tributo fisso mensile dovuto da ogni cittĂ a l Principe o Signore.

= Societates

vere e proprie "compagnie" cioè delle "societates", simili, per organizzazione interna e, in un certo senso, per fini, ai sodalizi che si stipulavano per motivi commerciali. PiÚ persone che impegnano in comune i propri beni (nel caso specifico: armi - armature, cavalli) per l'esercizio di una attività militare a favore di un Signore o Principe.

= Sors (primeva)

capitale iniziale, dato o ricevuto a frutto, su cui, poi, veniva aggiunto l'interesse mensile che variava da luogo a luogo (Mila no Firenze - ecc.)

= Staziona notorie

dichiarazione scritta, giurata, resa dinanzi a un pubblico ufficiale autorizzato (notaio), mediante la quale, alcune persone attestano l'esistenza di fatti a loro noti.

= Stipendiari

(dal latino "stipendiarius"). Dipendenti remunerati da un Signore o da un Principe.

= Stipendio

soldo concesso a lle truppe mercenarie.

= Super equis et armis

proibizione di Gian Galeazzo di fare prestiti sopra i cavalli e le armi.


La politica finanziaria nei riguardi delle compagnie di ventura

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= Texaurarius

persona elevata al rango di tesoriere da parte del Signore o Principe. In genere gestore di tesoreria o chi avesse in deposito denaro pubblico.

= (Sub) usuris

sotto la condizione di corresponsione di interessi eccedenti la misura legale o corrente.


'


TESTO

La espansione territoriale e le guerre quasi continue che furono condotte durante la dominazione viscontea comportarono un enorme dispendio di mezzi, con la conseguenza di una redistribuzione di ricchezza che ebbe una profonda influenza sull'assetto economico e sociale di Milano. L' intento di questo studio non è quello di considerare il finanziamento della guerra nel suo complesso, ma solamente uno dei problemi che possono venire alla luce in proposito, quello dei rapporti economici, sotto la forma di prestiti in denaro, tra cittadini milanesi e compagnie stipendiarie, limitandone l'ambito cronologico al periodo antecedente la signorìa di Gian Galeazzo Visconti. Le maggiori difficoltà sono derivate dalla scarsità e dalla frammentarietà della documentazione: le fonti sono costituite dagli atti notarili - sia strumenti in originale sia desunti dai cartolari - con l'unica eccezione dei mastri del tesoriere di Piacenza (1356/1359) analizzati dallo Zerbi nel volume La banca nell'ordinamento finanziario visconteo I che è una guida preziosa. Sono, quindi, evidenti i problemi posti dalla natura stessa di questi documenti, in quanto non possiamo sapere in quali circostanze gli atti furono rogati e i motivi per cui vennero richiesti: essi appaiono, perciò, risolvibili solo in parte e rendono assai rischiose le ipotesi che si vogliano formulare. 2

1

T. ZERBI - La Banca nell'ordinamento finanziario visconteo - Como - 1935. I rogiti menzionati sono conservati presso l'archivio della Fabbrica del Duomo di Milano (A.F.D.) serie Eredità e Legati (il numero della cartella sarà indicato volta per volta: i cartolari notarili in Archivio di Stato di Milano, Fondo Notarile (A.S.M.,F.N.), filze di Beltramolo da Vimercate (anno 1349, cart. h. 4) e di Giovannolo Oraboni (anni 1375/1382, cart. n. 22), ora edita in r egesto in P. MAINONI Gli 2


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Renato Artesi

Una seconda categoria di fonti, tuttavia molto meno significative, è costituita dalle lettere e dai decreti emanati dai Visconti: la normativa viscontea non è però paragonabile, per ricchezza e precisione, a quella fatta in proposito dal comune di Firenze. 3 Si può datare al decennio 1330/1340 l'inizio, non tanto della presenza di soldati mercenari a Milano, quanto della importanza preponderante che assunsero, sottolineata del celebre decreto citato dal Fiamma: "Quinta /ex est quod populus ad bella non procedat, sed domi vacet suis oneribus ". , "La quinta legge stabilisce che il popolo non proceda alla guerra, ma in patria (in pace) si dedichi ai suoi impegni". 4

L'impressione enorme provata dai contemporanei per la battaglia di Parabiago (1339) testimonia appunto come il passaggio di compagnie di ventura così nu merose fosse un fatto non ancora abituale: "F11ere11tque eius milites nosll"is civibus qua.m plurimum terribiles, viri siquidem magna statura, etaÌe iuvenes, armis edoctis et animo feroces". 5 "Apparvero quei soldati assai spaventosi ai nostri condttadini, uomini certo di alta statura, giovani capaci di usare le armi e dotati di ferocia d'animo". 5

L'arruolamento però delle vere e proprie societates quali quelle che terrorizzarono alla metà del secolo XIV l'Italia centrale, venne compiuto dai Visconti solo per le spedizioni offensive fuori dalla Lombardia e non per le operazioni militari nelle zone vicine al loro dominio.

atti di Giovan nolo Oraboni, notaio di Milano (137511382), in bozze di stampa per il volume Studi di storia padana (in onore del Prof. Giuseppe Martini). I mastri del tesoriere di Piacenza, Giacomo da Giussano, si trovano in A.F.D., serie Regis tri n. 1 bis (135617) e n. 1 (1358/9). 3 Si fa riferimento soprattutto al Repertorio Diplomatico Visconteo (R.D.V.), Milano, a cura della Società Storica Lombarda, \'Ol. I, 1911, voi. II, 1918, suppi. 1937, a C. SANTORO La politica finanziaria dei Visconti Milano - 1976 - e a lla raccolta Antiqua Ducum Medio/ani Decreta Milano - 1654 . Una serie inedita di lettere viscontee per l'anno 1364 <! stata inoltre desunta dal Codice Fagnani (Biblioteca Ambrosiana di M.no - R. FAGNANI Familiarwn Commenra ms.s. XVI, T. 160 Sup.) Riguardo alla normativa fiorentina; v. la documentazione citata in E. Ricorri Storia delle compagnie di venlllra in Italia - Torino - 1844 - e in G. CANESTRINI Documenti per servire alla storia della milizi.a italiana dal secolo Xlll al XVI in "Archivio Storico Lombardo" - i.XV - 1851. 4 Galvanei dc la Fiamma Opusculum de rebus gestis ab Azone, Luchino et Johanne de Vicecomitibus a c. di C. CASTIGLIONI, in RR.II.SS., t.XII, p.IV, Bologna Città di Castello - 1938 - p. 195 - par. 44. 5 Ibid. p . 26, par. 162 V. anche G. G1uuN1 Memorie per servire alla storia della città e della campagna di Milano ne' secoli bassi - Milano - ed. 1856 - t.v. - p. 259 e segg.


La politica finanziaria nei riguardi delle compagnie di ventura

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Come gli altri signori del tempo 6 , i Visconti, soprattutto prima di Gian Galeazzo, erano espertissimi di guerra e la nobiltà milanese forniva i comandanti dell'esercito. 7 Bernabò, in particolare, condusse una intensa attività di organizzazione delle forze militari, con il tentativo di controllare l' entità numerica delle banerie e di incoraggiare l'arruolamento dei singoli stipendiari . 8 Come avveniva nel resto dell'Italia, Bernabò cercò di ottenere che le genti d'arme fossero assunte non per modum societatis, ma per modum stipendii non in qualità di alleati, ma come mercenari.

9

È noto come poi, dal 1380 circa, la struttura delle milizie mercenarie andò lentamente evolvendosi: quasi scomparse le grandi compagnie, le signorìe italiane si rivobero di preferenza a singoli condottieri, che, a volte, restavano al servizio dello stesso stato per molti anni e diminuì il numero degli stipendiari non italiani, mentre si fecero più numerosi i provvisionati a contratto individuale . 10 Con Gian Galeazzo l'organizzazione militare dello stato di Milano subì una evoluzione decisiva: nel 1390 il signore avrebbe avuto al suo servizio 1203 lancee (probabilmente di 3 uomini ciascu-

6 V. le osservazioni in proposito di L. S1Mc.ON1 Note sulle cause e i danni del mercenarismo militare italiano del '300 in "Atti e Memorie della R. Accademia d i Scienze, Lettere e Arti di Modena", s. V. voi. II - 1937 - pp. 136/145. V. in generale P. P1ERJ Il Rinascimento e la crisi militare italiana - Torino - 1952. 7 In primo luogo i Visconti stessi: Muco, Lodrisio, Luchino durante la signorìa di Azzone: Giovanni Visconti d'Oleggio e Bernabò successivamente: tra i nobili milanesi, per citare solo alcuni esempi : Pinalla Aliprandi, Andreotto di Marliano, Sozio da Bisozzero. 8 V.C. CAPAsso I prowisionati di Bemabò Visconti in "Arch. Stor. Lomb." - s . IV, a. XV (1911): R .D.V. nn. 1179, 1180, 1181 , 1890, 2008. 9 R.D.V. nn. 1162, 1170: C.C. BAYLH War and Society in Renaissance Florence Toronto - 196 1 - p. 37 e segg. Tuttavia Bernabò stesso non esitò a formare una grande compagnia, la Compagnia di S. Giorgio, sotto il comando del figlio naturale Ambrogio, per opporsi alla Lega antiviscontea fomentata da Papa Urbano V. 10 Riguardo alle strutture degli eserciti mercenari v. la sintesi di M. MALLET Mercenaries and lh<"ir Mas1ers, Warfare in Renaissance ltaly Londra - 1974 - e. in particolare, sulla evoluzione del mercenariato, M. MALLET Venice 1111d ils condottieri 1404154 in Renaissance Venice Londra - 1973 pp. 121/146, D.M. BuENO de MEsounA Some Condottieri of the Trecemo and their relations with politica! authority - Oxford - 1946.


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Renato Artesi

scuna), 201 banerie per un totale di 4458 paghe e diverse centinaia di stipendiari stanziati nelle guarnigioni cittadine e nei castelli, con una spesa mensile di più di 42000 fiorini. 11 Come si osserva in questa descr izione, che è solo indicativamente attendibile, le banerie, comandate da connestabili, erano d ivenute solo una parte delle forze in campo. L'unità di base dell'esercito mercenario, alla metà del 1300, era, invece, appunto la conestabilaria, detta a Milano ban.eria o banderia, una compagnia o squadra, guidata da un conestabilis che ne era responsabile e con il quale veniva stretto il patto di condotta. 12 Costoro sono i connestabili che si incontrano più di frequente nei documenti dell'epoca. Inoltre, malgr ado fossero sovente stranieri, svizzeri o germ anici, e che la loro professione li abbia fatti sempre considerare gente infida e mutevole, tuttavia si trovano, a volte, le stesse persone al servizio dei Visconti per varii anni consecutivi, indice di una certa stabilità a lmento in alcuni casi. 13 È probabile che questi connestabili si fossero, quindi, costituiti una serie di relazioni con la popolazione civile e, ancor di più, con i funzionari viscontei con i quali erano in contatto. Nella signoria viscontea gli eserciti dipendevano direttamente dal signore: il signore comandava i collaterali ai quali era affidata la organizzazione delle compagnie stipen.diarie. Questi erano, in genere, nobili milanesi, in timi della corte viscon tea, che, sovente, ricoprivano le più alte cariche del dominio, quali quelle di podestà e capitano. Dal punto di vista fi nanziario, il pagamento del soldo era per-

11 M. DAVERIO Memorie sulla storia dell'ex Ducato di Milano - Milano - p. 274 e segg. - "Expensa Domini 1390 omni mense pro ut infra videlicet": M. M ..LLET Mercenaries, cit. p . I 16. 12 D. WALLEY The Amry of the florentine Repub/ic in "Fiorentine Studies" Londra - 1968 pp. 84: D. WALLEY Le origini della condotta nel Duecento e le Compagnie di ventura in A.S.1 . 1976 - pp. 531/538. Il termine connestabile era generico e poteva indicare, sia il capo di c-e ntinaia di i1omini d'arrne che quello di una piccola squadra. ' 3 Ad es. Giovanni Passaponte da Modena, connestabile a cavallo nel 1349 (A.S.M. carl. n. 4 atto 1349 maggio 12) e nel 1356 (Petri Azari Liber gestorum in Lombardia RR.IJ.SS. voi. XVI. p. IV, a cura di F. CoGNASSO - Bologna - 1926 p. 82): Guerico de Tronstop. dal 1343 al 1347 (A.F.D. car t. n. 81 e n. 86): Giovanni detto Anechino (Hannekin) Hul , dal 1347 al 1358 (A.F.D. cart. n. 86: Registro n. 1 bis, fo. 145 v.): Michele Colrn. dal 1347 al 1356 (A.F.D. cart. n. 86, Registro n. 1 bis, fo. 28).


LA politica finanziaria nei riguardi delle compagnie di ventura

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tinenza della "Camera" signorile, che spiccava i mandati di pagamento (bullette) sui tesorieri. Intorno alla metà del secolo XIV, le compagnie stipendiarie venivano pagate dai gestori delle tesorerie dei comuni presso i quali erano di stanza, con il salarium domini, il tributo fisso mensile dovuto da ogni città al principe; restavano, invece, a carico delle spese ordinarie comunali le paghe delle guarnigioni in città e nei castelli del contado. 14 Tuttavia, a volte, l'ammontare del salarium non era sufficiente e il signore ordinava ai comuni di pagare direttamente le truppe oppure un certo numero di stipendiari prestabilito, concedendo in cambio varii abbuoni. 15 Il sistema con il quale a Milano venivano assoldate e pagate le banerie era quello consueto in tutta Italia e anche fuori d'Italia 16; tra i particolari della procedura usata si deve rilevare la prassi della concessione di un 111utuum o prestanza: il connestabile, arruolatosi presso il collaterale ad banchum stipendiariorum riceveva subito un anticipo, chiamato genericamente mutuo, per il quale si impegnava solenrn:mente alla restituzione e che veniva poi dedotto dalle paghe fu ture. 17

14

T. ZP.RBI La banca et. p. 92. Il sistema venne modificato da Gian Galeazzo nel 1384, addossando alla Camera anche le paghe delle guarnigioni fisse (Amiqua D11c11m cil. p. 68: cfr. C. TACLIABUE La politica fìnan ziaria di Gian Galeazzo Visconti in "Bol l. Soc. Pavese St. Patria" - 1915 - pp; 19/75). 15 R.D.V. n. 1343 : Bernabò (1363) 01·dina a l Podestà di Crema di pagare ogni mese 200 barbute. Manfrl·dolo Bossi (probabilmente collaterale) l' i fanti loco espensarum, quas çommuni nm1i11it ("'in luogo delle spl•:,c. che limette;: al Comune"). Let tera analoga al Podestà di Lodi (n. 1348). Gli esempi non mancano. 16 M. MALLET Mercenaries city. p. 79 e segg. 7 1. Da l Ricolti - Storia delle compagnie cit. op. 103 ecc. in poi. tutta la bibliogra(ia citata: in particolare M. MALLET Mercenaries p. 83 e segg. Interessante per la fÒrmulazione cui si fa cenno è il resoconto, di pane viscontea, della assunzione del condottiero Everardo Swiler con 800 cavalli (1387) per 4 mesi e con paga di 4 ducati per cavallo: "Et pagam primi mensis statim dari facere dicto domino Heverardo in terra Pergule, et ultra predicta mutuare dicro domino Heverardo 1000 ducatos restituendos per ipsum et socium infra 4 menses proximos secutoros satisdando de dictis 1000 d1,1catis restitwmdis per solennes obsides vel idoneos fìdeiussores in Perusio, Florentia ve/ Bononia seu a.libi, ut erunt concordes" "E far dare subito la paga del primo mese al detto Signore Everardo nella terra di Pergole e inoltre prestare al detto Signore Everardo 1000 ducati da restituire da lui stesso e il compagno entro i prossimi 4 mesi dando abbastanza dei detti 1000 ducali da restituire per mc"zzo di importanti ostaggi o adatti fidcjussori in


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Renato Artesi

L'ammontare di tale anticipo veniva concordato tra le parti e messo per iscritto nel patto di condotta ed era proporzionato a lla entità della compagnia assolda ta 18 . La consuetudine del mutuo è riscontrabile anche nei più antichi patti di condotta 19 ed era resa necessaria da lle spese che la baneria doveva sostenere per prepararsi al nuovo servizio. È assai probabile che si facesse un rogito notarile dell'avvenuto versamento, a Milano, ad opera dei notai ad banchum stipendiariorum che erano alle dipendenze dei collaterali 20 . La ferma, che era iniziata con un prestito, proseguiva con al-

Perugia, Firenze o Bologna o altrove come concorderanno". (F. NovATJ Trattative di Gian Galeazzo Visconti con condottieri di ve111ttra durante la

guerra contro Antonio della Scala - 1387 - in Are. Stor. Lomb. s. IV - ,·ol. XVIII - 1912) 18 Molto chiaro è il 1·egesto di una ordinanza di Bernabò del 1373 (R. D.V. n . 1875): "Bernabos mandat quatenus sta.tim notitiam facianc omnibus quod si aliquis est qui banneriam equestrem ad s11a stipendia facere velit, Mediolanum vadat ad Beltramolum de Apiano ad faciendum se scribi et praestantiam ha.beat florenorum 200 forniendo barbutas 23: itemque qui se scribi facere velit pedester annatus 011111ibus am1is tamquam eq11ester, ad Beltramolum vadat et flo renos 4 habebit in mense et praestantiam mensium duorum". "Bernabò ordina che si dia noti zia a tutti, che se qualcuno vuole arruolare u na compagnia di cavalieri, vada a Milano da Beltramolo di Appiano a farsi iscrivere nel libro dei conti e ottenga 200 fio,.rini per fornire 23 "barbute": ugualmente chi \·oglia farsi arruolare come fante armato a tutto punto come un cavaliere, vada da Beltramolo e otten-à 4 fiorini al mese e l' anticipo di 2 mesi". 19 V. in F. WALLEY Le origini cit. appendice documentaria, paragr. 17: "Item quod mut11enc eidem domino lnghiles cum idonea securitate 100... " ugual mente prestino allo stesso signore Inghilese 100 fiorini con opportuna garanzia". · (pa tto d i condotta del 1277). 20 V. ancora i patti conclusi, nel 1396, tra il comune di Rieti e il condottiero Francesco da Bazzano: "Qui conestabilis in presemia mei notarii fecit finem et refutationem et quietationem ... et pactum de ulterius non petendo .. .. Martino Bucio confalonerio, personaliter stipulanti et recipienti, vice et nomine communis Rea.te, de florenis 20 pro parte sui stipendii, quia fuit confessus habuisse a ser Jacomello, camerario generali communis dictos 20 florenos .... " "Chi alla presenza del mio notaio concluderà la cosa, la computazione e la cessazione ... e il patto non chiedendo ulteriormente ... al confaloniere Martin Bucio che personalmente stipula in patto e riceve, in nome del comune di Rieti, ri guardo a i 20 fiorini come parte del suo stipendio, poiché dichiarò di a ver avuto da Ser Giacomello, camerario generale del Comune, i suddetti 20 fiorini. ..". A. B ELLUCCI Riccardo da Pavia e altri Conestabili agli stipendi di Rieti nel 1396/98 in "Boli. R. Dep. St. Patria per l'Umbria" voi. VII - anno 1901).


La politica finanziaria nei riguardi delle compagnie di ventura

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tre: d ifficil mente il soldo veniva pagato con regolarità mensile e poteva no verificarsi, inoltre, situazioni di emergenza in cu i la ma ncanza d i denaro poteva pregiudica re l'esi to delle o perazioni. In questi casi, era il signore stesso che interveniva per ordinare a i tesorieri di anticipare varie cifre ai connestabili da trattenere, poi, sulle paghe successive 21 • Questi prestiti veniva no fa tti, soprattutto, quando si dovevano spostare le truppe da una località all'altra per cui le spese aumentavano oppure in vista di un combattimento.

21 Ad es. nel 1356 Galeazzo Il ordimn·a di antici pare ad otto con,wstabili di stanza a Piacenza 50 fiorini ciascuno: il t..:soriere, a l quale l'ordine era sta to t1·asmesso da Vincenzolo da Fara, camerario a Milano, indicò infa tti la provenienza dell'ordine nella posta relativa nel mastro: "Magn ifìcus dominus Galea, .. debet habere pro una prestantia (acta eis stipendiariis, scripta in debito Vincenzo/o de Fara ... " "11 magnifico Signor Galeazzo deve avere per un anticipo fatto a quei mercenari, trascri tto a debito di Vincenzolo d i Fara ... " (A.F.D. reg. n. 1 bis. fo. 145: v. anche un con to ana logo in fo . 103). Sono in proposito ricche di informazioni le lettere di Bemabò Viscont i, proven ien ti forse da un perduto registro di cancelleria, che si trovano trascritte nel Codice Fagna ni nelle pagine dedicate a varie fam iglie milanesi. Si riportano, come esempio, alcuni passi, lutti relativi all'anno I 364 (fam . Pasqu ali): "Nus Benwbus.. cum gentes nostre de stipendio Camere nostre, que presentialiter s11111 in Valiscamonica, denariis i11dig11nt er 1'0/umus et vobis mandamus quatenus si casu quo non restent ulrra decem ve/ duodecim dies ad faciendam ipsis pagam secundum ordinem quod ipsis mittatis et /ìeri fa ciatis praestantiam solum sed proLtt unius nzensis... ": "Nos Bemabos (Collateralib11s nostris ad banchwn stipendariorum Medio/ani necnon Alexandrolo Pasquali er Rainaldo de Vicomercato).... Noti{icanzus vobis quod ordinavimus quod Venturinus Bentonus conestabilis noster equester equitare debeat cu111 provisionatibus nostris... vo/1111wsq11r quod vos Alexandrole et Rainolde eidem praestantiam faciatis de denariis nostris florenis 150 auri restituendis de prima pC1ga sibi fìenda per commune Laude ad cuius stipendiwn est.. .". "Noi Ber nabò, poiché le nostre gent i dallo stipendio della nostra Camera, attualmente in Valcamonica, hanno b isogno di denaro. vogliamo e ordiniamo che. nel caso in cui non ce ne sia en tro 10 o 20 giorni per d ar loro la paga secondo l'or dìne, mandiate o facciate loro avere un antì cipo solamente, m a per un solo mese" : ":-.loi Bernabò (ai nostri collaterali al banco degli stipendi di Milano cioè a Ale:,:,androlo Pasquali e a Rinaldo da Vi me rcate) not ifichiamo a voi che abb iamo da to l'ordine che Venturino Bentono nostro con nestabile deb ba diven tare un cavaliere alle nostre dipendenze ... vogliamo che voi Alessandrolo e Rainoldo gli anticipia tt' dal nostro dena ro 150 fiorini d'oro da resti tuirsi dopo la pri ma paga che avrà dal Comune d i Lodi a lle cui dipendenze è... .''. Riguardo ad Alessandrolo Pasquali, probabilmente camerario di Bernabò, v. oltre.


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La velocità con cui dovevano essere reperiti i fondi in contan ti metteva spesso in grave imbarazzo i tesorieri viscontei, ai quali non restava che chiedere, a loro volta, a pr iva ti cittadini. 22 . Dai libri d i conto del gestore della tesorer ia di Piacenza, Giacomolo da Giussano, r isulta come, a volte, questi girasse al maggiore banchiere della città, Beltramolo Leccacorvo, gli ordini d i paga mento a i connestabili 23 . Il s istem a non poteva: non suscitare problemi, a nche perché sembr a che a nche altri funzionari viscontei, oltre il camerario, avessero la facoltà di disporre dei fondi della tesorer ia . Particolarmente indicativa, in proposito, è una letter a di Bernabò Visconti del 1364, r ivolta ad Alessandrolo Pasqua li familiaris che, in mancanza dì altre precisazioni riguarda nti la natur a della sua carica, può essere definito genericamente suo camerario : "Receptis /itteris wis, continentibus in quibus temzinis consistat ratio Philippoli de Dexio (collaterali nostri}, respondeanws et quan fll m est super factum illon1111 florenorum 905 quos asserir mutuasse de denariis nostris Petrobono de la Mirandola et quos sibi valere requisisset, sibi computa ri debere dicimus quod in casu quo Petrobonus debitum co11(iteatur et sic adhuc ad nostrum sripendiunz et provisionem sic quotd dicti denarii sibi retineri possint, contentamur quod sibi valeant et computentur in rationibus suis, et sic et eodem modo dicimus de quibuscumque a/iis denariis per istum mutuatis stipendiariis, qui debiti1m confiteantur et sint adhuc ad szipendium nosrrum, u bi canepam h abeant, sic quoddicti denarii m u wa eisdem possint retineri". 24 "Ricevu ta la tua lettera che spiega in quali term ini stia la faccenda di Filippolo di Desio, (nostro collaterale) riguardo al fatto di quei 905 fiori ni che d ice d i aver fo tto u n p restito dal nostro•denaro per Pietrobono de la Mirandola e che avrebbe richiesto come rimborso, sosteniamo che debbano essergli c.oznputati. poiché nel caso che Pietrobono confessi il debito e fino a che dipendono da noi stipendio e provvedimento e il fatto che detti soldi possano essere tratten uti a lui, accontentiamoci che gli vengano considerati nei suoi conti e così pure diciamo nello stesso modo p er tu tti gli a ltri soldi prestat i per mezzo di costui a i mercenari, che

22 Nel 1349 l'arcivescovo Giovanni Visconti ordinava al podestà di Bergamo di pagare completamente gli stipendiari, procura ndosi il denaro per modum mwui (C. SA>'ITORO La politica cit. n. 64): analoga lettera, nel 1350, al podestà di Tortona (R.D.V. n. 419). 23 V. ad es. fo. 105 (reg. N. I bis), conto intestato a Beltraznolo Leccacorvo: "debet habere quos pro me Gotardo Gondil(ingen conestabili equestri die 22 maii", ecc. "li deve avere a mio nome per Gottardo Gondilfingen connestabile equestre il 22 maggio .. In totale, tra il 22 e il 24 maggio 1357, il Leccacorvo anticip ò a i connestabili p iù di 1400 fiorini ed a ltre som me nei giorn i successivi. Ri guardo al banchiere piacentino v. T . ZERBr I.A banca cit. p . 48. ecc.


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riconoscono il debito e ancora dipendano da noi, quando abbiano campioni e 24 così il fatto che quei soldi possano essere loro detratti".

In questo caso si trattava di prestiti concessi a nome della Camera da un collaterale, Filippolo da Desio 25 , che ora chiedeva di essere rimborsato: ed è significativa la lettera di Bernabò, che suggerisce come tali anticipi fossero stati fatti a rischio e pericolo del prestatore poiché, se gli stipendiari avessero lasciato.il servizio visconteo e, quindi, non si fossero potute esercitare le trattenute sulle paghe, Filippolo avrebbe perso il suo denaro e avrebbe dovuto rendere le somme alla Camera. Non sappiamo inoltre se le confessioni di debito alle quali si fa riferimento consistessero in rogiti notarili o in altro genere di scrittura. Tuttavia gli anticipi sulle paghe erano sempre garantiti dall'ammontare delle paghe stesse: dai libri di Giacomolo da Giussano 26 non risulta che il tesoriere concedesse prestanze eccedenti la futura bolletta dello stipendio che il connestabile aveva ricevuto 27 : infatti, quando giungeva l'ordine di pagamento del soldo mensile, il tesoriere effettuava le trattenute delle somme già versate da lui o dal tesoriere della città presso il quale il debitore era di stanza prima di essere trasferito a Piacenza. Analogamente i tesorieri di altri comuni avrebbero esercitato le trattenute per suo conto e, nota lo Zerbi, "la rivalsa non si svolge mai per diretta intesa fra i gestori periferici, ma soltanto per il tramite · della tesoreria centrale viscontea" 28 . Tutti gli espedienti citati testimoniano come le irregolarità nel pagamento del soldo fossero la norma: si può inoltre supporre che

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Codice Fagnani. fam. Pasquali, cit. Filippolo da Desio fu presente alla corte dei Visconti per circa 30 anni: v. G. G tuLINI Memorie cit. T. V. pag. 499. 26 Nei mastri di Giacomolo da Giussano si trovano menzioni di scritture che il tesoriere ha penes se "presso di sé", relative a debiti contratti da connestabili: v. ad es. Registro n. 1, fi. 21: "DomimtS Simon de Albmch, connestabilis equester, debet dare (in) ei et sotiis sttis ut pater super comparsam (?) quam habeo penes me L. 199 s. 8 d. 4". "Il signore Simone de. Albruch, connestabile equestre, deve dare a lui e ai suoi compagni come un padre, sopra la procura che è presso di me L. 199 s. 8 d. 4". Gli esempi del gene1·e sono numerosi. 27 T . ZERBI La banca cit. p. 139 e segg. 28 lbid. p. 142. 25


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gli stipendiari esaurissero, a volte, anche le possibilità di chiedere un anticipo al tesoriere e che si trovassero nella necessità di ottenere con urgenza un prestito, da rimborsare al momento della paga o quando fossero entrati in possesso di altre ricchezze, come premi in denaro o bottino. · È noto il passo del Villani, che descrive le conseguenze dei mutui chiesti dagli stipendiari a prestatori privati: "Gli ingordi e disonesti usurieri, che sotto colore di prestanza sowenieno i soldati di loro comune, portavan.se i loro soldi, l'arm.e e i cavalli, il perché il comune ai suoi bisogni non li potea avere cavalcati". 29 A Firenze il condottiero poteva ottenere un finanziamento da case bancarie di minore importanza che, a differenza dei banchi maggiori, prestavano ai soldati, uno per uno, ma gli stipendiari semplici ricorrevano inoltre agli usurai della zona della città ove · erano alloggiati. Questi prestiti, a Firenze, non erano, in genere, messi per iscritto e l'interesse era dedotto in anticipo. I casi in cui il creditore insoluto si era rivalso sequestrando armi e cavalli del debitore dovevano essere così frequenti da danneggiare seriamente la organizzazione militare, tanto che nel 1362 venne fondato, con capitale messo a disposizione dal comune di Firenze, un banco o "presto degli stipendiari" con la funzione di concedere mutui di entità controllata e senza interessi a connestabili e caporali. 30 La scarsità della documentazione milanese e, in particolare, la mancanza di mastri privati, anteriori al 1394, non permette di sapere quanto fosse diffuso e come si praticasse il prestito su pegno di carattere usurario: che però nel dominio visconteo si ripetesse la situazione fiorentina è attestato dal tassativo divieto di Gian Galeazzo, nel 1393, di fare prestiti agli stipendiari super equis et armis, che disturbavano soprattutto gli ·spostamenti delle compagnie da una regione all'altra. 31

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Matteo

G.

VILLANI

CANESTRINI

Cronache storiche ed. Milano 1848 • libro XI • cap. 38. Documenti cit. pp. XXX-XXXI: C.C. BAYLEY War and Society

cil. pp. 44/45. 31 Antiqua Ducum cit. p. 184, rubrica: Quod nemo audeat prestare super equis nec amzis stipendiariis": D0mir1t1s Medio/ani ... quia saepe contingit pro occurentibus casibus in frequentia destinare de sripen-


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Non si sa se il provvedimento sia stato preceduto da altri del genere o se la situazione fosse giunta solo allora al punto da richiedere l'intervento del principe. Negli archivi di Milano e, in particolare, presso l'Archivio della Fabbrica del Duomo e in alcune filze notarili, si trova un certo numero di rogiti, fatti a Milano o in altre città del dominio, relativi ad impegni di pagamento da parte di stipendiari viscontei nei riguardi di cittadini milanesi ex causa mutui. I due più antichi atti del genere sinora rinvenuti risalgono rispettivamente al 1335 e a l 1337 e riguardano due prestiti, per L. 65 di terziali e per L. 1.300 di terziali concessi dal mercante milanese Antonio da Fraganesco e dai figli Roffino e Bertololo, nel primo caso a due stipendiari della banèria di Hermann de Rensach e, nel secondo, ad un gruppo di tre connestabili e due stipendiari. 32 In entrambi i casi, la scadenza della restituzione è quella tipica della prestanza ai soldati, un mese 33 , impegnandosi i debitori "sub obligatione personarum, equonim, arrnonim, pagarum et bonorum eorwn" '"sotto obbligazione di persone, cavalli, armi, paghe e i loro beni"

e specificando inoltre "quod bona iure pignoris et iure pr·ecario nomine cuiusque dictorum creditonim in solidum constituerunt possidere". "che stabilirono di richiedere la restituzione dei beni per diritto di cauzione e per diritto p recario a nome d i ciascuno dei dett i creditori".

diariis nostris de una civitate et terra nostra ad aliam, et dum de subito levare debent reperiuntur ipsorum equi et arma submissa, cuius causa negotia et servitia nostra multotiens retardawr". "Che nessuno osi fare prestiti sui cavalli e sulle armi dei mercenari": "Il Signore di Milano.. poiché spesso accade per i correnti casi frequentemente che si assegnino ai nostri me1-cenari da una città e terra nostra a un'altra e mentre subito devono essere chiamati alle armi, vengono trovati i cavalli degli stessi e le armi mandate di nascosto, a causa della cosa si impediscono tante volte gli affari e i servizi nostri". Un divieto quasi analogo esisteva già nella normativa fiorentina almento dal 1337, quando vennero compilati gli ordinamenti per le milizie straniere pubblicati dal Canestrini "Che nullo soldato possa vende,· o impegnare alcun cavallo" (G. CANESTRINI Docunumti cit. p. 529): che il divieto non fosse osservato è d imostrato dal passo del Villani e ribadito da varie altre fonti. statutarie e cronachistiche (cit. in C.C. BAYLEY War and Society cit. p. 44 (note n. 126 e 127). 32 Biblioteca Ambrosiana di Milano, Fondo Pergamene nn. 2594 e 2606, rogatari Mirano Oldoni e Varantolo Colliono, notai in Milano: l'atto del 1337 venne fatto ad banchum dominorum consulum negotiatorwn. 33 Oltre a C.C. BAYLEY War and Society cit. p. 45, cfr. anche Ph. Contamine Guerre, Etat et Societé à la fin du Moyen Age - Parigi 1972 - p. 11 e segg.


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Negli anni seguenti, il numero degli strumenti si accresce: non possiamo, però, essere certi se il fatto sia dovuto a un reale aumento dei mutui o piuttosto al maggior numero di informazioni che si ricavano dai documenti pervenuti alla Fabbrica del Duomo dalla eredità del figlio di uno dei prestatori e da un cartolare notarile del 1349, ricchissimo di notizie in proposito. 34 Tuttavia, pare molto probabile che, con l'aumento delle compagnie di ventura in Milano, si sia avuto anche un aumento dei prestiti. Gli atti di mutuo che possediamo, rogati in Milano dal 1347 in poi, furono tutti fatti nello studio dei notai Onr igolo da Cantù e Beltramolo da Vimercate, studio che probabilmente venne costituito allora. 35 I notai milanesi, a quanto pare, elaborarono, in quegli anni, l'assetto formale dello strumento di mutuo agli stipendiari, che vediamo rimanere immutato sino al 1362. Il debitore o i debitori si impegnavano, secondo il formulario proprio dell'atto mercantile, obbligando i cavalli, le armi e le paghe, con l'aggiunta, inoltre, della clausola particolare "que bona iure pignuris et iure precario nomine dictus ereditar constituit possidere, pactu speciali ut dictus ereditar in towm possit ipsum debitorem in quacumque pane et terra sua aucturitate propria ... capere, et eius pagas, emendas equorum et eredita petere et exigere cum effectu et de ipsis Co1111mmi Medio/ani et cuilibet alteri Communi, texa11rario et persone, finem et confessum facere et cetera eius bona ubi-

34 A.F.D. cart. n . 86 Pasquali: A.S.M. F.N. cart. n. 4, Beltr amolo da Vimercate notaio. Confrontando la filza del Vimercate, che comprende tutto l'anno 1349, con alcuni originali in pergamena rogati dallo stesso e conservati nella cartella citata in A.F.D., si constata come questi ultimi manchino nel cartolare, come mancano tutti gli strumenti relativi a concessioni di prestiti, mentre vi sono numerose cessioni di credito da parte di prestatori, quietanze per pagamenti, ecc. li notaio doveva, quindi, tenere più cartolari diversi, a seconda del carattere degli altri. 35 V. in proposito P. M AINONT Gli atci di Giovannolo Oraboni cit., premessa. Il notaio Onrigolo da Canlù, prima de l 1347, pare rogasse p resso i notai del casato Oldoni: fu infatti pronotario nell'atto di mutuo citato del 1335 e rogatario della r atifica compiuta nel 1344 da Girardo da Alpesten di due obblighi ai quali si era impegnato il fratello Guglielmo, connestabil e a cavallo, insiem e con altri connestabili e stipendiari, per il totale di Fl. 1000 verso i fratelli Tommasolo e Giovannolo Pasquali. L' atto venne steso in casa del notaio Mafeo Oldoini: uno degli strumenti era stato fatto dal notaio Francesco Oldoni nel 1343: è p robabile, anche se non ne sono rimasti i documenti, che i nota i Oldoni, specializzati in rogiti mercantili, abbiano fatto atti dello stesso genere. (A.F.D. cart. n. 86).


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que accipere, robare, saxire ... ". "Con l'aggiunta che il creditore per diritto di pegno e per diritto precario stabilì di richiedere i beni con la clausola che il detto creditore possa prendere il debitÒre in qualunque parte e in qualunque terra per sua autorità e chiedere le sue paghe, le indennità per i cavalli e i crediti ed esigere dagli stessi rappresentanti del Comune di Milano e qualunque altro Comune in pagamento e costringerlo alla confessione (riconoscimento) e prendere con là forza anche tutti gli altri suoi beni".

Tale formula venne impiegata anche dal notaio Beltramolo da Castello di Cernusco che, probabilmente al seguito dell'esercito visconteo, rogò atti di mutuo in Pisa e Bologna nel 1350 e 1352: analogamente l'accenno al tesoriere si trova negli strumenti rogati in Papna da un altro notaio milanese, Petrazolo da Marliano, nel 1347. 36 . . Anche nel cartolare di Giovanolo Oraboni (1375), successore di Onrigolo da Cantù nello studio, vi sono alcuni rogiti di.mutui concessi agli stipendiari : tuttavia, la brevità con la quale vengono riassunte le clausole degli atti-non permette, mancando gli originali, di potere asserire con sicurezza che il formulario restasse invariato: si nota, invece, come l'Oraboni specificasse che i ·debitori promettevano dì "non recedere de iurisdictione magnificonim dominorum Mediolani absque lice11tia· creditoris ". "di non allontanarsi dalla giurisdizione dei magnifici Signori di Milano e dalla libertà di procedere del creditore".

Clausola che precedentemente era comparsa solo saltuariamente. 37 · Invece un piccolo numero di atti del 1388, provenienti dalla eredità lasciata alla Fabbrica del Duomo da Giovanni Caccianemici ' 38 mostra un cam:biamento decisivo: il termine di scadenza della

36 A.F.D. cart. n. 86 cit. Anche W. von STROMER Oberdeutsche Hochfìnanz !3501450 - Wiesbaden - I 970 - voi. I. p. 63 e segg. osservò il formulario mercantile di questi .atti. 37 P. MAINONI Gli atti di Giovannolo Oraboni cit. regesti nn. 81, 159, 201, 329. Riguardano inoltre"le compagnie di ventura i regesti nn. 30, 52, 224, 225, 400. La citazione è tratta dall'atto del 1375, gennaio 27, A.S.M .. F:N . cart. n. 22 fo. 21 v. (regesto n. 81). · 38 A.F.D. cart. n. 62, Cabrino Oldoni notaio. Giovanni detto Mazono de Cazianimicis de Bo~onia, residente a Pavi~, donò tutti i suoi beni alla Fabbrica del Duomo, con rogito 8 maggio 139.4. Vi sono di lui 5 atti di mutuo, tutti contessi tra il 21 ottobre e il 15 dicembre 1388 a Milano per le seguenti cifre: fl. 11 (~cadenza l .febbraio 1389): fl.750 (18 mesi): fl.50 (un anno): fl.35 (un anno): fl,80 (8 rriesi, con la


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restituzione non è più di un mese, ma è un periodo molto più lungo e differente da prestito a prestito: non si accenna più all'impegno di non allontanarsi dal dominio dei Visconti e, soprattutto, è scomparsa la menzione del tesoriere. Pare, quindi, che la stesura dei rogiti dei mutui ai mercenari si sia trasformata in concomitanza con il mutamento della situazione che li aveva prodotti. I rogiti indicano come gli stipe11diari ottenessero le prestanze quasi sempre in gruppo, capeggiato da uno o più connestabili: a volte, un secondo atto ratificava il debito da parte del condottiero della compagnia o di un altro connestabile ·ancora. 39 . Nell'impegno alla restituzione si ammetteva, come si è rilevato, che il creditore potesse rivalersi sulle loro paghe e indennità in denaro emenda equorum presso la tesoreria del comune al cui stipendio erano demendati o presso eventuali altre tesorerie viscontee. Gli stipendiari che, nei documenti descritti, ottengono i prestiti non sono che raramente soldati semplici facenti parte di una baneria: infatti, nei mastri di Giacomolo da Giussano si nota come le · piccole poste di addebito per stipendiari di grado inferiore erano messe in conto al connestabile alla cui squadra appartenevano 40 : è probabile, anzi, che fossero i connestabili stessi ad anticipare il denaro ai propri sottoposti. 4 1 Ciò era facilitato dal fatto che pare che ogni connestabile ricevesse una cifra complessiva per la propria baneria e provvedesse egli stesso al pagamento. 42

specificazione che si tratta di un mutuo gratis et amore, Stefano de Sancto Laurentio de Bonàte notaio). Alcuni di questi strumenti recano inoltre i sigilli con le anni dei · debitori. 39 A.F.D. cart. n . 86, 1347, febbraio 26, Guglièlmo de Alpesten ratifica l'obbligazione contratta il giorno prima dai connestabili Enrico de Mollino, Guerico de Tronsdorp e Olfo de Zurmdorf, ecc.; A.F.D. cart. n. 81, 1361, settembre 25, Giovanni Hoffen ratifica il debito di fl.200 contratto dal èonnestabile Giovanni Heberarsguiler e alcuni caporali il 21 settembre (Ubertolo de Manziago creditore). 40 A.F.D. Registro n. I bis, fo. 81 v. 41 A.S.M., F.N. ca1-t. n·. 4 cit., fo. 9: Anzellino Balbo, milanese, già connestabile equestre dei signori di Milano, cede a Beltramolo da Rho i suoi diritti contro Bonino da Butigel.lis da Pavia, già stipendario della sua baneria, per i residui di due crediti nel 1347. W. von Stromer identifica. il debitore con Bernard Butigeller e collega la cessione di credito con gli interessi che i Resta ·da Rho avevano in Germania (W. von STROMER Oberde11tsche Hochfìnanz cit. voi. I. p . 63 e nota n. 39). 42 M. MALLET Mercenaries cit. p. 134 e segg.: T. ZERBI La banca, p. 123 e segg.:


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I mutui sono sempre espressi in moneta d'oro, per somme che variano da poche decine a parecchie centinaia di fiorini: si tratta quasi sempre di cifre tonde. Pure nella frammentarietà delle informazioni, si osserva come fossero particolarmente numerosi nei mesi di febbraio, aprile e maggio, agosto e novembre, cioè quando, presumibilmente, l'attività militare era più intensa e richiedeva r iequipaggiamento e spese di trasferimento. Il caso in cui sia un connestabile solo a chiedere il prestito è più raro, anche se non manca: è quasi certo tuttavia che i mutuanti dovessero preferire la corresponsabilità di più persone ai fini della riscossione del debito. 43 Le circostanze nelle quali gli stipendiari si trovano costretti a chiedere un mutuo erano ovviamente le più diverse: a parte la loro prodigalità 44 erano tenuti a provvedere al proprio alloggio e vettovagliamento oltre che alle armi e ai cavalli. 45 Era la perdita di questi due beni, di costo elevatissimo, che poteva esigere forti spese impreviste: la prassi del tempo autorizzava l'indennizzo per i cavalli morti emenda equorum che .doveva, però, essere autorizzato dalle autorità. 46 I cavalli da guerra alimenta-

nel conto intestato a Vincenzolo da Fara, camerario di Galeazzo II, il tesoriere pone dopo il nome di ogni connestabile il numero ddk· "paghe" dipendenti da questi e la cifra complessiva del soldo. 43 Il presto degli stipendìari di Firenze esigeva che ogni debitore avesse due connestabili, quali garanti. 44 Sulle conseguenze della concentrazione di ingenti capitali in moneta d'o1·0 per le paghe degli stipendiari e della redistribuzione sul mercato in seguito alle loro spese v. A. BORLAND1 Moneta e congiuntura a Bologna 1360/64 in "Boli. 1st. Stor. per il Medio Evo" n. 82 - 1970. 45 Sembra che intorno al 1370, al rifornimento normale delle lance e delle altre armi provvedessero direttamente i capitani delle città e i tesorieri, trattenendone l'importo sul soldo mensile. (v. C. CAPAsso / provvisionati cit.). Non se ne ha però notizia prima. Riguardo agli alloggi, v. M. MALLET Mercenaries cit. p. 137 e segg. 46 Ibid. p. 140 e segg. Le controversie tra connestabili e governi sulla emenda equorm erano continue, anche perché offrivano facili possibilità di inganno. Dice l' Azario che, notaio al banco degli stipendiari durante la dominazione viscontea a Bologna, lo constatò personalmente: "Quante autem essent expense extraordinarie non est dicendum, maxime pro emendis equorum, pro quibus floreni 2000 non satisfecerent quolibet mense... " "Non si può immaginare quante fossero le spese straordinarie soprattutto per comprare i cavalli, per cui non basterebbero 2000 fiorini ogni mese ...". (Peter AzARI Liber cit. p. 68).


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vano un fiorente mercato: i connestabili potevano recarsi apposta a Milano per comprarli 47 , ma abbiamo notizia anche di mercatores equorum che vengono detti ad nostris stipendis e che accompagnavano le truppe. 48 Si può, quindi, porre il problema se gli strumenti delle concessioni di prestiti non nascondessero, a volte, delle compravendite di armi o di cavalli. Nel cartolare di Giovannolo Oraboni un atto reca chiaramente l'indicazione che in un primo momento i contraenti, il campsor milanese Bertololo da Dugnano e il prowisionato Cataldio de Torodemare volessero fare rogare l'acquisto di un cavallo, del valore di 46 fiorini, e che poi il notaio cancellò con un tratto di penna la descrizione dell'animale e vi scrisse sopra ex causa mutui. 49 Non si direbbe inoltre una coincidenza il fatto che Aicardo de Montebreto, attestato come creditore di connestabilì di ventura, sia documentato anche come mercante di cavalli proprio in quegli anni. so Pare, quindi, che fosse più conveniente, a volte, far figurare queste compravendite sotto le apparenze di un atto di mutuo. 51 Sulla base delle poste di addebito nei mastri del tesoriere di Piacenza, lo Zerbi calcolò al 31 e 1/4% annuo il tasso di interesse praticato sulle prestanze concesse agli stipendiari. 52

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R.D.V. n. 1377. Codice Fagnani, cit. t. 1. fam. Appiani: in una lettera di Bemabò al capitano di Brescia, Guidolo da Vimercate e Beltramolo da Aplano, collaterali, in data 1364, novembre 8, che riguarda la ristrutturazione delle banerie che si trovano nella zona, si dice inoltre: "quod nobis et ad nostris stipemliis remaneant hos gentium predictarum, et remaneant nobis et ad nostris stipendiis mercatores equorum". "che a noi e alle nostre dipendenze rimangano questi fra le genti citate e pure ci rimangano i mercanti di cavalli". , 49 P. MAlNONI Gli atti di Giovannolo Oraboni cit. reg. n. 329. 50 Il 15 giugno 1349 Aicardo de Montebreto, esecutore testamentario del fratello Pietro, ricevette il pagamento della sua quota di eredità su di un credito di fl. 1000, concesso da Pietro ad un gruppo di stipendiari e connestabili in Piacenza, nel 1346 (A.S.M., F.N. cart. n. 4, fo. 90). Nel novembre successivo Aicardo incaricava un altro fratello, Martino, di vendere per suo conto 4 cavalli, del valore complessivo di fl . 300: Aicardo, "civis et mercator Mediolani" si impegnava a pagare al fratello 3 fiorini al mese di stipendio (ibid. fo. 187). 51 Cfr. le osserrnzioni di U. N1couN1 Studi storici sul pagherò cambiario - Milano • 1936 p. 7 e segg. 52 T. ZERBI La banca cit. p. 238 e segg. 48


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Non sappiamo se tale percentuale fosse applicabile anche ai mutui concessi mediante rogito notarile o se l'interesse fosse dedotto in anticipo oppure con a ltri stratagemmi. Un aspetto particolare ne erano le cessioni di credito a terzi, delle quali si hanno numerosi esempi e che r iguardano soprattutto residui di cifre mutuate molto più alte. Si noti come fossero passati anche anni dal momento della concessione originaria e che, quindi, il rilevatario avrebbe riscosso una cifra moltiplicata dagli interessi. Le persone che si facevano cedere un credito contavano certo di poterlo riscuotere: si è citato 4 1 l'esempio di Anzellino Ba lbo che cedeva a Beltramolo da R ho una serie di impegni finanziari da parte di stipendiari; Beltramolo nominava subito suo procuratore per recuperare il credito un parente dei debitori, abitante nella loro stessa città. 53 Non è poi infrequente il caso di un lungo lasso di tempo trascorso prima che i debitori restituissero il prestito. 54 Risultava, quindi, di grande importanza l'avere in mano la carta attestante l'impegno: nella cessione di credito da parte di Anzellino Balbo vennero consegnati a Beltramolo da Rho i rogiti relativi: "que instn1111enta ibi presentialliter predictus Anzellinus dedit .et tradidit eidem Beltramo/o sana et integra", ·· "cht' Il di persona il suddetto Anzellino diede gli incartamenti relativi e li consegnò allo stesso Beltramolo come erano, integri".

cioè non incisa, il che avrebbe significato che i debiti erano stati pagati. 55

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Bcltramolo da Rho cost ituì suo procuratore Rainaldo Butigella, cittadino e abitante a Pav ia (A.S.M., F.N. cart. n. 4 fo. 94). 54 Ad es. il 27 maggio 1349 (ibid. fo. 74) Giovannolo Amiconi rilasciò quietanza ad un gruppo di stipendiari per un debito di fl. 60 a l quale si erano obbligati in data 11 dicembre 1347: il 24 agosto 1349 Patino da Vimercate, con il figlio Albertino, nom inavano loro procuratore tale Francescolo da Novate per riscuotere un credito di fl. 300 nei confronti di un gruppo di cinque connestabili e cinque stipendiari, il cui rogito era stato fatto nel 1346 (ibid. fo. 122). 55 A.F.D. reg. n. 2 fo. 95 v. "Bemabos de Predamercida habuit cartam imam in qua erat obligatus ipse et Guillelmus de Sassello de f]orenis 80 et quam dedi suprascripto Cuillelmo incixam, die 30 suposti (1359)". "Bernabò di Predamercida aveva una carta in cui egli stesso e Guglielmo di Sassello erano in obbligo di 80 fiorini che io ho consegnato al suscritto Guglielmo annullala (debiti pagati) il giorno 30 (1359)".


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Se, invece, il debitore non avesse potuto soddisfare i suoi impegni o altrimenti sfuggire al creditore, vedeva sequestrati i suoi averi o era anche incarcerato per debiti. Guglielmo Bach de Frumerssen, già connestabile a cavallo del!' arcivescovo di Milano, nel 1349 si trovava pauper et debitor, ut asseri! di Francesco Bedesco da Mandello, detentus in carcerìbus communis Medio/ani ad petitio11em dicti domini Francischi". 56 "povero e debitore trattenuto nel carcere di Milano per richiesta del detto Signor Francesco". 56

L'anno seguente, 1350, Francescolo da Cisate, Patino da Vimercate con Albertino suo figlio e Tommasolo Pasquali, tutti creditori di Gotardo de Guerde, già connestabìle dei signori di Milano, si accordavano intorno alle loro reciproche pretese sui beni del debitore. s1 I prestatori erano, in primo luogo, i tesorieri stessi di Milano e delle città del dominio visconteo: ciò è evidente in base al fatto che il gestore di tesoreria poteva dirsi avere già in pegno le loro paghe 58 future : lo Zerbi parla addirittura di monopolio dei tesorieri ri-

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A.S.M. F.N. cart. n. 4 fo. 124. Il prigioniero fece atto solenne di cessione di tutti i suoi beni a Bedesco e venne rilasciato: teste dell'atto fu Tommasolo Pasquali (v. in proposito nota n. 64). 57 A.F.D. cart. n. 86, in data 1350 febbraio 6. Tra i connestabili citati nella nota n. 54 è Gotardo de Guerde, che pare, quindi. essere stato indebitato con più creditori. 58 Nella documentazione citata si hanno numerose menzioni di thexaurarii dei Visconti nelle città del dominio. Tale qualifica era, come si può constatare, molto generica. Qui si elencano i prestatori che sono definiti "tesoriere" sia nei rogiti che in altre fonti edite. (v. C. COLOMBO Gli Offici del Comune di Milano e del dominio visonteo-sforzesco Milano - 1968): Amiconi Giovannolo 1356/9 - tesoriere di Galeazzo II (padre di Ambrosolo Amiconi - T. ZERBI La banca cit. p. 131 e segg.). ·. Cattaneo de Vitudono Ambrogio 1357 - tesoriere di Bernabò (Giovannolo Cattaneo de Vitudono, ce1io un parente, era negotiorum gestor di Bernabò dal 1366 R.D.V. n. 1438 ecc.). Giussano da Giacomo - 1356/9 - tesoriere di Piacenza. Mandello de Faziolo - 1343/7 - tesoriere di Asti. Manzago de Ubertolo - 1361/2 - teso1iere di Galeazzo II. Pagnano (o Pagano) Giovannolo - 1352/4 - tesoriere di Bologna. Parma de Boneto - 1346 - tesoriere di Asti. Pasquali Dionisolo - 1349. - tesoriere di Como: 1352 - tesoriere di Bologna: 1356 - offitialis in Borgo Val di Taro.


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guardo a questo genere di prestiti. 59 È evidente che i connestabili s i rivolgevano dapprima a chi li conosceva e fosse in grado di garantirsi la restituzione: non è insolito il caso, inoltre, di condottieri che nominavano altri di loro, procur atori con lo scopo di ottenere in mutuo una determinata somma, in quanto, probabilmente, essi stessi non godevano di sufficiente credito. 60 Analogamente è comprensibile come banchieri estranei a ll'ambiente delle tesorerie avessero maggiori difficoltà a concedere prestanze tanto rischiose. Nel caso in cui i1 prestatore sia qualificato nel rogit'O come texaurarius sorge il problema se questi mutui corrispondano alle prestanze attestate nei mastri piacentini di Giacomolo da Giussano. Tuttavia non r isulta dalle scritture contabili che il tesoriere di Piacenza ne avesse fatto fare un rogito notarile, ma solamente che le avesse segna te in un liber prestanziarwn. 61

Alessandro Paquali era tesoriere di Brescia nel 1353, di Bernabò nel 1364, referendario nel 1371. Pasquali Giovannolo · 1362 · referendario di Galeazzo II: le no tizie, però, di prestiti da lui concessi risalgono al 1343/7. Piora Bernardo · 1347/9 · tesoriere di Milano. 59 T. ZERBI La banca cit. p. 225 : "credito (ai soldati beneficiari di bollette) del quale di fallo il Giussano aveva il monopolio, giacché, per le note circostanze, altri banchieri non avrebbero potuto accordarne, sen7.a intesa col nostro gestore, se non con rischi ben più gravi, quindi a condizioni probabilmente più onerose di quelle imposte dal banco Giussano". 60 A.S.M. F.N. cart. n. 4. cit. fo. 34: "Bernardo de Piis fq. Blaveta, connestabile dell'arcivescovo di Milano, e Giovannolo da Modena fq. Albertino, della "baneria" di Zillio Papazono, connestabile equestre, nom inano loro fattore e procuratore il predetto Zill io Papazono "ad eorum et utriusque negotia gerenda, administrand.a. et ad accipiendum ... pro eis pecuniam nutluo a quabuscumque persona, communi ecc. fo. 72. "per fare e amministrare i loro beni e ricevere tramite loro in mutuo da qualunque persona, comune, ecc." .fo. 72. Allardo da Barsdonech fq. Girardo, connestabile equestre, nomina Giovanni e Guglielmo, fratelli Bach de Frnmerssen, connestabili equestri, suoi procuratori per ricevere in mutuo a suo nome fino a 600 fiorini. Si noti che quattro giorni dopo (29 maggio 1349) Giovanni Bach de Frumerssen, insieme con Giovanni del Londt fq. Giorgio, miles e connestabile, riceveva in mutuo da Tommasolo Pasquali 1200 fiorini d'oro. (A.F.D. cart. n. 86). 61 T . ZERBJ La banca p. 238 e segg. Nei mastri di Giacomolo da Giussano si trovano però accenni a rogiti. Si trascrivono qui, a titolo di esempio, alcune poste che vi fanno riferimento:


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Questo fatto indicherebbe che i mutui qui descritti furono concessi al di fuori dei consueti anticipi sulle paghe e che si trattava di speculazioni che potrebbero essere definite private. Ciò è confermato, oltre che dall'aver notizia di prestatori che, pur ricoprendo cariche di tesoreria, non sono qualificati come tali nei rogiti, oppure non risultano essere mai stati funzionari viscontei, dalle cessioni di credito eseguite dai texaurarii stessi in favore di terzi e dal fatto che i rogiti de i mutui siano pervenuti ali' Archivio della Fabbrica del Duomo come parte dell'eredità dei testatori, rappresentando, forse, alle volte, dei crediti inesigiti. Inoltre, in un atto ad Asti del t347, si specifica come il connestabile Enrico de Stochen con vari compagni avesse ricevuto un mutuo di 100 fiorini di Firenze da un certo Boneto da Parma pagante a nome di Faziolo da Mandello, tesoriere di Asti: "prestante et mutuante ad vice et nomine domini Fatio/li de Mandello de Medio/ano tessaurario (sic) comunis Asti pro pre(ato magnifìco Domino (Medio/ani) .... et de

Registro n. I bis fo. 108 v. "Basrardinus de A,·anzerio (connestabilis) debet dare (in) domino Fran~io Carella die 9 iunii pro fl. 72, L. 115, s. 4'' "Bastardino da Avanzerio (connestabile) deve dare per conto del signore Franzio Carelle il 9 giugno fiorini 72, L. 115, s. 4" "... debet habere (in) michi die 29 aprilis occasionis unius cane quam fecit domino Johannolo Amichono et sotiis de fl. 72 de quibus feci et unum scriptum de mea manu, L. 1i 5, s.4" " ... deve ricevere da me il giorno 29 aprile il rogito di una occasione per il signore Giovannolo Amicono e soci, di cui anch'io di mio pugno r edassi uno scritto, L. 115, s. 4." Ibid. fo. 125 "dominus Ubertinus de Landa (q. Maifredi debet dare {in) ei die 25 iu/ii 1356 pro /1. 35 bonis unde estat carta obligationis, L. 56." "Il signore Ubertino d i Lando deve dare a lui il 25 luglio 1356 per 35 fiorini, dì cui esiste la carta di obbligazione, L. 56." "deber habere scriptos ei in debito in Libro Prestanz.iantm die 25 iulii, L. 56. n "deve avere ascritti a debito per lui nel libro dei p restiti il giorno 25 luglio, L. 56." Registro n. I fo. 21 v.: "die 11 decembris 1358. Redidi unam cartam obligationis in qua erat ob/igatus dominus Johannes de Zechindorff et eius caporale et etiam dominus Simon de Albnich." "11 dicembre 1358. Ho restituito una carta d'obbligazione in cui era obbligato il signor Giova nni di Zechindorff e il suo caporale e anche il signor Simone di Albruch." v. inoltre la citazione alla nota n. 55 tuttavia queste annotazioni sono pochissime in confronto alle decine d i conti ir,~~stati agli stipendiali.


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propis denariis dicti domini Fatiolli. "62 "che presta e paga al posto e in nome di Faziolo di Mandello, tesoriere del Comune di Asti per il predetto magnifico Signore di Milano e coi propri denari del suddetto Signore Faziolo". 6 2

È difficile, come è stato osservato più volte, stabilire, durante

il periodo della formazione dello stato visconteo, i limiti delle competenze degli offitiales di nomina signorile . Il termine texaurarius era estremamente generico e poteva indicare sia i camerari che i gestori di tesoreria, sia, in genere, chi avesse in deposito denaro "pubblico". 63 L'officio di tesoreria veniva messo all'asta, come gli appai ti dei dazi: gli aggiudicatori dovevano, quindi, disporre di notevoli mezzi finanziari per ottenere l'appalto ed era sottinteso che cercassero di far fruttare la disponibilità dei fondi di tesoreria. Ache se il tesoriere veniva nominato mediante una lettera u fficiale del signore, questo non faceva dunque che confermare l' aggiudicazione già avvenuta e, inoltre, anche se il nominato era uno solo, questi aveva dietro di sé un intero gruppo di soci o parenti che avrebbero messo a disposizione i propri capitali e attività. Gli esempi in proposito non mancano e sono significativi soprattutto quando si può fare riferimento ad una documentazione così peculiare come è quella dei mutui alle compagnie di ventura: tuttavia questo aspetto non è che uno dei tanti che si possono ossen1 are riugardo alla gestione economica della espansione viscontea. Il caso più interessante è forse quello della parentela dei Pasquali : tutti milanesi e legati da rapporti di consanguineità più o

62 Nel 1392 Giustino da Manzago, incarcerato nella prigione della Malastalla e in attesa di giudizio, faceva testamento, lasciando erede la Fabbrica del Duomo di omnia mea instrumenta et iura et scripturas cuiuscumque manierei sint et michi pertinentia et spectantia" "tutti i miei beni e diritti e scritti di qualunque tipo a me pertinenti e spettanti". (A.F.D. Serie testamenti e legati. cart. n. 47). Poiché la A.F.D. conserva alcuni rogiti di mutui a connestabili concessi dal padre di Giustino, Uber tolo da Manzago, allora tesoriere di Galeazzo II. nel 1361/2 (cart. n. 81), potrebbe darsi che questi atti si riferissero a crediti mai riscossi, come si può supporre dal fatto che il testatore destinava anche vari le.gati da pagarsi in base a un credito ché il fu Ubertolo suo padre, vantava nei confronti di certi Monolo Liprando e ... da Pontirolo (la lacuna è nel documento) ''ut est scripta in quodam libro dicti quondam patris mei" ("come è scritto in un libro di quel che fu mio padre"). Riguardo a Faziolo da Mandello v. nota n. 74. 63 T. ZERBI La banca p .1 27.


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meno stretta: troviamo Alessandrolo a Como nel 1343, probabilmente in un officium in relazione a quello di tesoreria, tenuta allora da Guasperolo Verrobbio, tesoriere di Brescia nel 1353, camerario di Bernabò nel 1364, referendario nel 1370; Dionisolo, tesoriere di Como nel 1349, tesoriere di Bologna nel I 352, offitialis nel piacentino nel 1356/7; Giovannolo, referendario di Galeazzo II nel 1362; Nigro, offitialis a Brescia nel 1363/4; Lorenzo, fratello di Alessandrolo, offitialis nel 1364. 64 La conduzione della tesoreria di Bologna, durante la dominazione dei Visconti, può essere considerata come uno dei casi più tipici di questa prima fase di espansione, anche per la vivace descrizione dell' Azario, testimone oculare. 65

64 Una ricostruzione della storia della famiglia Pasquali si trova nella tesi di laurea Economia e Società a Milano nel secolo XIV tesi di laurea in Storia Medioe,·ale · relatore Prof.ssa Gigliola Soldi Rondinini - Univ. Milano - an no ace. 1972/73 . con in appendice i regesti dei documenti relativi. Si citano, quindi, solamen te i richiami archivistici: Alessandrolo Pasquali - fq.ser Pietro, di M. in Como nel 1343 (A.O.M. Fondo Famiglie cart. n . 164): tesoriere a Brescia nel 1353 (C. SANTORO Gli Offìci ciL p. 288): camerario di Bernabò nel 1364 (Codice Fagnani - fam. Pasquali): offitialis a Milano nel 1368 (C. SANTORO La politica cit. n. 225): referendario di Bernabò nel 1370 (Codice Fagnani, cit.). Dionisolo Pasquali, fq. Castello, di M. p. C. parr. S. Marcellino, tesoriere di Como nel 1349, paga la baneria di Giovannolo Marataca, connestabile dei pavesari e riceve soddisfazione dei suoi crediti ne i riguardi dei vari connestabili: (A.S.M. F .N. cart. n . 4 Fo. 87 e fo. 198): tesoriere a Bologna nel 1352 (C. SANTORO Gli Offici cit. p. 285): offitialis nel piacentino nel 1356/7 (A.F.D. reg. n. 1 fo. 106, 138 ecc.): è a Pavia nel 1372 (come da obbligazione di L. 125 nei r igua rdi di Andreotto de l Maino (A. F.D. carl. n. 81). Giovannolo Pasquali fq. Obizzo, p. C. parr. S. Tomaso in Cruce Sichariorwn, fratello di Tommasolo. Referendario di Galeazzo II a Milano nel 1362 (C. SANTORo La politica cit. n. 166). Nigro Pasquali fq. Guglielmo, p. C. parr. S . Tomaso in Cruce Sichariorum. Offitialis a Brescia nel 1363/4 (C. SANTORo La politica cit. n. 173). Lorenzo Pasquali, fì-atello di Alessand m lo, è nominato nel Codice Fagnani, cit. nel 1364. 65 Le malversazioni, i crediti concessi ai comuni da parte dei tesorieri per approfittare dei tassi di interesse, le speculazioni sulle forniture di derrate alimentari, l'avidità degli appaltatori forestieri dell e gabelle nelle città appena entrate a far parte del dominio, furono un aspetto della espansione territoriale di Milano, che risulta indiscutibilmente dai capitula portati dagli ambasciatori ai Visconti. La celebre espressione dell' Azario "Et est notandum quod mercatores Medio/ani accipiebant et accipiunt castra ad custiendum sicut tabernas".


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All'inizio del 1352, Dionisolo Pasquali ottenne la carica di tesoriere e approfittò delle difficoltà finanziarie in cui si trovava il comune per concedere ad esso larghi prestiti sub usuriis, tanto che i bolognesi, impossib ilitati a rimborsare il debito, sollecitarono l'inten 1ento dell'arcivescovo Giovanni. 66 È da notare come le prestanze a interesse, concesse dai tesorieri viscontei alle casse comunali, non erano considerate illecite, anche se non parevano auspicabili. Durante i mesi nei quali Dionisolo 67 gestì la tesoreria di Bologna, un parente, Tommasolo, concedeva mutui alle compagnie di ventura che vi si trovavano. A Tommasolo Pasquali, fra tello di Giovannolo, morto nel 1363, dobbiamo il maggior numero di atti di prestito a stipendiari di cui si ha notizia," una trentina, datati tra il 1343 e il 1359. Da solo, o insieme al fratello con altr i soci, 68 Tommasolo pre-

"E si deve notare che i mercanti d i Milano ricevevano e ricevono gli accampamenti da custodire come (fossero delle) osterie". (Petri AZAIUI Li.ber Gestorum cit. p. 70) è confermata dalla documentazione: v. appunto Bologna dura nte la domi nazione viscontea. (C. So RBELLl La signoria di Giovanni Visconti a Bologna - Bologna • 1902). • 66 (A. SoRBELLI La Signoria cit. p. 432, doc. n. 69). L'arcivescovo Giovan ni anticipò al comune di Bologna il denaro per r ipagare "debitum ad quot tenetur texaurario 11ostro sub usuris ne dictum comune 11s11ris gravetur". "il debito a l quale è tenuto un nos tro tesoriere a ffinché il detto comune non sia aggrava to dagli interessi". (v. a nche C. SANTORO La politica cil. doc. n. 99). 67 Nel 1353, a p roposito del "negocium Dionixoli Pasquallis olim texaurarii communis" (" ufficio di Dionisolo Pasquale una voha tesoriere comunale") l'arcivescovo Giovanni scrive al comune di Bologna che non voleva che il comune contraesse debiti "ad debita 11011 artetur" ("non sia ridotto ai debiti") (R.D.V. n. 581/585): tutta via, solo il "Capitulum Thesaurarium" d i Gian Galeazzo (1384) vietò che il tesoriere fa. cesse prestiti al comun e. (v. anche C. TACL!AB UE La politica fìnanziaria cit.) Però, nel caso di Pasquali, vennero alla luce varii ammanch i finanziari. in quanto Giova nni Visconti ordinò che gli ambascia to ri bolognesi lo informassero "de magnis quantitatibus pecuniae quas asserueru nt a comuni Bononiae sub praetextu Camerae {ore perceptas". "delle grandi som me d i denaro che affermarono sarebbero state ricevute dal Comune di Bologna sotto il pretesto della Camera". 68 Tutti i documenti re la tivi alle prestanze concesse da Tommasolo Pasqua li fq. Obizzo, p. C. parr. S. TOMMASO in Cruce Sichariorum, s i trovavano in A.F.D. carL n. 86.

Alcuni mutui furono fatti da Giovannolo suo fratello soltanto: nel 1347, ad esempio, il notaio Petrazolo da Marliano versava ad Enrico dc Mollino, Guerrico de


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stò denaro per migliaia di fiorini ai connestabili di ventura in Milano, Parma, Pisa (dove era forse al seguito d i Giova nni Visconti d'Oleggio), Bologna : forse aveva legami con Giovanni d'Oleggio, protetto dell'arcivescovo Giovanni , Signore di Milano, che fu capi tano generale a Bologna durante il dominio visconteo. Non è inoltre da escludere che varii altri rogiti d el genere conservati presso la Fabbrica del Duomo, riguardanti prestiti fa tti da varii tesorieri, non provengano dal suo archivio personale. È p robabile, anche se mancano dati precisi, che il patrimonio impiegato dai Pasquali fosse d i provenienza mercantile : invece è certo che Tommasolo ottenesse, a sua volta, fina nziamenti dai mercanti-ba nchier i di Milano e che, a sua volta, ne concedette. 69 In venti anni di attività, di cui restano solo poche tracce, acquistò un notevole patrimonio immobiliare che lasciò in eredi tà a i fig li. Nel 1392, uno di questi, Antoniolo, formava una società per l'appalto del dazio d el vino per Milano 70 ; i discendenti di Alessand rolo mantennero la posizione d i prestigio sociale che già aveva

Denstorp e a Olfo de Zurmof, connestabili a cava llo, fl . 320 a nome di Giovannolo Pasquali. L'atto venne rogato a Parma: due mesi dopo lo stesso notaio effettuava un prestito d i,fl. 1200 allo stesso Guerico e ad a ltri connestabili e stipendiari a nome di Tommasolo Pasquàli e di Giovan nolo Monetario e, sempre in Parma, nel d icembre dello stesso anno, Giovanni de Cr·oninberg, Lorenzino de Rex e Arnoldo Rover, tutti connestabili, ricevevano da Petrazolo de Marlia no, a nome di Tommasolo Pasquali, fl. 360 in mutuo. Invece, a Bologna (febbraio 1352), Tommasolo prestava personalmente fl. 120 ad Aymerico Conench, connestabile a cavallo. Tuttavia, il ·maggior numero dei rogi ti di mutuo figurano essere sta ti fatt i a Milano nella staziona notorie di 0!1r igolo Cantù. 69 Nel 1350 Tommasolo Pasquali otteneva in prestito L. 1.920 di im per iali da Guidetto da Cusano: suo fidei ussore si dichiarò Nigro Pasquali; nel 1353 mutuò a Filippo Amiconi, fratello di Giovannolo, fl. 1000 e rilevò un altro credito nei riguardi dello stesso Amiconi da parte di Filippolo da Desio; poiché !'Amiconi non fu in grado di soddisfare agli im pegni, il creditore entrò in possesso di var ii suoi beni fondiari. Altri rogiti di prestiti conc.:essi dal Pasquali testimonia no una intensa attività creditizia, che non sa ppiamo S(' fosse accompagnata o no da investimenti di tipo mercantile. 70 (A.S.M. F.N. Notai in ord. alfab. cart. n. 37): Oldoni Francescolo fq. Maifredolo: 1392, aprile 18, Antoniolo Pasquali fq. Tommaso, insieme con Giova nni Aliprandi e Zanone da Cusano, riceve le quote della partecipazione all'appalto del dazio sul vino.


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avuto il padre e, anche se forse con minore successo, i figli di Dionisolo. 71 Altri esempi del genere, anche se meno documentati, sono costituiti dai fratelli Giovannolo e Ardigono de Marliano e dai fratelli Faziolo, Franceschino detto Bedesco e Ottorino da Mandello. Giovannolo de Marliano 72 fu tesoriere di Brescia intorno agli anni 1347/9: abbiamo notizia di varii prestiti a connestabili concessi sia da lui che da Ardigono in Milano in questo periodo. 73 Faziolo da Mandello ottenne, forse nel 1343, la tesoreria di Asti, che tenne almeno sino al 1347: si sono conservati i rogiti di varii mutui a stipendiari fatti da lui e da Bedesco, mentre Ottorino esecitava anch'egli attività creditizia 74 ; è significativo, inoltre, che si ritrovino gli strumenti di finanziamenti ottenuti da Bedesco proprio in questi anni. 75 Un'altra categoria di funzionari viscontei, oltre ai referendari, per i quali è più facile cogliere i legami con gli offici di tesoreria 76 , sono i collaterali.

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V. la tesi laurea succitata. (A.S.M. F.N. carL n . 4 fo. 98): Guidetto da Cusano cede a Giovannolo da Marliano fq. Lanzia, p. C. parr. S. Marce llino, i suoi diritti contro Belmonte da Pantino, connestabile a cavallo, su di un residuo di credito di fL 54 (giugno 27): fo. 112. Giovannolo da Marliano, tesoriere di Brescia, riceve soddisfazione di un credito di fl. 50 concesso in Brescia nel 1347 a Bellino de Caxio, connestabile dei pavesari (agosto 7). 73 Ardigono fq . Lanzia, delle stesse porta e parrocchia del fratello, prestò, anteriormente al 10 aprile 1349, tl. 300 a Passarino de' Pazzi e a Bibrdo Ubertini, connestabili a cavallo (A.S.M. F.F. cart. n. 4 fo. 41 come da esonero dal debito effettuato da Passarino nei confronti di Biordo Ubertini) e, anteriormente a l 18 aprile 1349, fl. 900 a un gruppo di milites tedeschi (ibid. fo. 43 : come dalla cessione d i fl. 300, residuo di detto credito, in favore di Filippo di Vero da Anzel!olis de Bononia, ora abitante a Verona). 74 (A.F.D. cart. 8 1) : Faziolo de Mandello, tesoriere del signore di Milano e del comune di Asti prestò, nel 1343, 1346, 1347 va1·ie somme a stipendiari. Riguardo alla attività di prestatore di Franceschino detto Bedesco, si è già detto: Ottorino detto Fe1Tando (fq. Fazio p .T. parr. S . Alessandro, come gli altri fratelli) aveva fatto sequestrare vari pegni a tale Guffredo da Parazo, milanese (A.S.M. F.N. cart. n. 4 fo. 3 I). · I da Mandello appartenevano a una delle più nobili famiglie milanesi: Faziolo, al tempo della signorìa di Gian Galeazzo, fece parte dell'importante "Consiglio dei Dodici di Provvisione" (C. SANTORO Gli Offìci cit. p. 132). 75 (Arch. E .C.A. Fondo Famiglie fam. Cusani). 76 Il referendario aveva funzioni soprattutto di controllo finanziario (C. SANTORO Gli Offici cit. p. 99 e segg.): come appare palese dall'esempio di Alessandrolo Pasquali (:v. nota . n . 64), l'officio di tesoriere poteva procedere o seguire quello di re72


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Costoro, per il loro compito, erano i più legati agli stipendiari: si trovano anche nomine di procuratori, nella persona di collaterali effettuati da connestabili. 77 Si è già visto come potessero a vere anche l'incarico di pagare le truppe: non si può, quindi, escludere che a lcuni dei prestatori, di cui non si hanno notizie precise, ricoprissero questa carica o altre simili. Di Filippolo da Desio, al quale si è già accenna to, sappia mo di fin anziamenti concessi al Ba nco Amiconi: il credito venne poi ceduto a Tommasolo Pasquali, che aveva anch'egli prestato denaro ai tesorieri . 78 Viene così conferma ta l'ipotesi che la concessione di mutui alle compagnie fosse un fatto strettamente legato all'officio di tesoreria o ad altra carica dell'amministrazione viscontea: solo costoro, in-

ferenda lio. Come anche questa carica potesse offrire molle occasioni di guadagno è detto dall'Azario a proposito d i Mawcane da Mad regnano, che era stato referendario a Piacenza ne l 1356/7 (T. ZERBI u, Banca cit. p. 21 ecc.) e che venne mandato nel 1359/ 60 a Novara e Ve1·celli per provvedere all'incanto dei dazi delle entrate, officio ch e tenne sino alla sua morte, nel 1362: "et si fuisset Mazacanis bene fuisset, set dictum et factum fuit Mazahomines per ea que extorsit" "e se fosse sta to Mazzacane sarebbe stato bene, ma fu detto e fatto Mazzauomini per ciò che riuscl ad estorcere" (Petri AzARI Li ber cit. p. l 09). Nel 1393 Gian Ga leazzo vietò a varie categorie d i offìtiales, tra le qua li quelhi de i referendari, di intraprendere affari commerciali con i sudditi della località doVt' si trovavano: Quod nullus offitialis possit durante suo officio recipere aliquem contractum obligatorium ab al quo subdito illius terre in qua fu erit offitialis" "che nessun officiale può, d urante la sua carica, red igere alcun contratto commerciale con alcun suddito di quella terra in cui è stato nominato officiale". (Antiquo Ducum cit. p. 199). 77 Nel 1349 due stipendiari a cavallo nominarono loro procuratori VassaHino Bossio, Giovannetto d a Somma e Parolo da Ma rliano (A.S .M. F.N. cart. n. 4 fo. 194); Vassalli no l' il figlio Giovannolo furono entrambi familiares di Bemabò (R.D.V. nn. 1639, 1768, 2 106, ecc.); nel 1375 il celebre condottiero Hannekin von Bongarten nominava Filippolo da Desio suo procuratore (P. MAINO NI Gli atti di Giovan.nolo Orabuni cit. reg. n. 225). È interessante notare come anche i notai rogatari degli atti di mutuo fossero a volte nomin ati procuratori dagli stipendiari: il 24 novembre 1349 Giovanni de Labova {?) nominava Onrigolo da Cantù e Antoniolo Ma zano (A.S.M. cart. n. 4. il fo. non è numerato). 78 v. nota n. 69.


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fatti, potevano esercitare con sicurezza il diritto dì rìvalsa al quale si fa esplicito cenno negli atti. Tuttavia, per l'epoca anteriore alla signoria di Gian Galeazzo, o forse solamente per i decenni 1340/1360, si può estendere la partecipazione a questo genere di affare alla cerchia molto più vasta dei soci e dei finanziatori dei tesorieri, così da poter asserire che almeno una parte del ceto mercantile milanese vi fosse interessato: così, ad esempio, Franzio Carelli 79 e i Fraganeschi, anch'essi finanziatori degli Amiconi 80; Guidetto da Cusano 81 ; Priora 82; de Cumis 83 ; i Pagnani 8 4; i da Dugnano 85 .

79 (T. ZERBI La Banca p. 159/261 ecc.) Riguardo a Franzio Carelli, zio del grande mercante Marcolo (v. PAPAGNA Marco Carelli tesi di laurea in storia medioevale anno ace. 1975/76 - Univ. Studi Milano) si trova meniione, nei mastri da Giussano, di trattenute effettuate sulla paga di stipendi ari per suo conto: v. ad es. fo. 117 (Registro n. 1 bis). 80 (A.O.M. Fondo Famiglie cart. n. 19 (Amiconi).) Notizie sui Fraganeschi nella citata tesi di laurea (P. MA1NON1 Economia e società). 81 v. nota n. 72. 82 Bernardo Priora, tesoriere di Milano, aveva prestato nel 1347 fl. 1200 a un gruppo di stipendiari; nel 1349 cedeva fl. 300, residuo della somma, ad Ardigolo Grasso (A.S.M. F.N. cart. n . 4 fo. 116). Un altro mutuo di fl. 120, concesso sempre nel 1347, in A.F.D. cart. n. 96: tes te era Galdinolo Pasquali fq. Lorenzo, p.C. parr. S. Tomaso in Cruce Sichariorum, appartenente quindi alla consorteria dei tesorieri sopra descritta. I Priora erano mercanti (v. G. BARBtERf Le origini del capitalismo lombardo Milano 1961 p. 253.) 83 Bernardo de Cumis prestò nel 1348, SO fiorini a un gruppo di cinque connestabili e due loro soldati. (v. anche W. von STROMER Oberdeutsche Hochfinam. cit. p. 63 nota 39). 84 Nel 1349 (A.S.M. F.N. cart. n. 4 fo. 184) Giovannolo da Marliano, tesoriere di Brescia, rilasciava quietanza a Giovannino MonfetTando e al fratello Filippo connestabili a cavallo ed a varii loro stipendiari, per un debito di 140 fiorini contratto da costoro a Brescia, specificando, però, che non si intendeva annullare i diritti di Gabriele, Giacomolo e Giovannolo Pagnani nei loro confronti. La parentela dei Pagnani ha varie caratteristiche in comune con quella dei Pasquali: Giovannolo e Giacomolo Pagnani furono tesorieri a Bologna dopo Dionisolo Pasquali (Petri AzARrr Liber Gestorum cit. p. 69); prima del 1364, anno della sua morte, Giacomolo aveva venduto grano per L. 12867 di imperiali al comune di Bergamo per conto della Camera viscontea (Cod. Fagnani fam. Pasquali cit.). 85 Nel 1375 Bertololo da Dugnano campsor prestò 46 fiorini ad un provvisionato di Bernabò Visconti: Giovannino da Dugnano, invece, aveva mutuato. in più riprese denaro a connestabili delle compagnie viscontee (P. MArNONt Gli atti di Giovanna/o Oraboni cit. regesti n . 30, 159, 329). Riguardo a Giovannino da Dugnano, mercante milanese, v. T. ZERBI [l mastro a partita doppia di un'azienda mercanti/è del Trecento - Como 1936 - e P. MAINONr Un


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Come i connestabili ottenevano prestiti, così è probabile che intrattenessero rapporti di affari con i mercanti milanesi. Tommasolo Pasquali aveva r icevuto denaro in gubemo dal condottiero Hermann de Hensel 86 : si può supporre analogamente che i fiorini d 'oro guadagnati dagli stipendiari, almeno in parte fossero reimpiegati in Lombardia. Purtroppo non è possibile conoscere l' ampiezza dei fenomeni legati ai p restiti alle compagnie di ventura: tuttavia questi mutui indicano come gli uomini d'affari milanesi approfittassero della espansione territoriale viscontea per inserirvi i propri capitali e per sfruttare le occasioni che potevano essere loro offerte. È noto come non si possa parlare, per l' epoca della signorìa di Azzone (morto nel 1339) e per quella di Luchino e Giovanni Visconti (1339/1349 e, con il solo arcivescovo Giovanni, sino al 1354), di un sistema amministrativo organico per le finanze del dominio, ma piuttosto di un controllo sulle entrate e le uscite dei singoli comuni per assicurare alJa Camera signorile il tributo mensile: tale controllo si a ndò rapidamente accentuando con Bemabò e Galeazzo II, preparando così le riforme di Gian Galeazzo. 87 Le speculazioni che vediamo accompagnare la presenza dei funzionari visconte i nelle città dello stato dovevano risultare non prive cli pericolo agli occhi dei signori di Milano, in quanto, se da una parte permettevano ai loro fautori, alle casate che ne appoggiavano il dominio, di ricavarne larghi guadagni, dall'altra incrinavano la già incerta sottomissione di tanti comuni che erano entrati a far parte della signorìa viscontea, sperando in una maggiore stabilità interna ed equilibrio anche economico. Nello stesso modo l'indiscriminata concessione di mutui alle compagnie di ventura, con le conseguenze che ne derivavano, minacciava sia la gestione dell'erario che la fedeltà delle compagnie,

mercante milanese del primo Quattrocento: Marco S 1;.R.RAINER1 in Nuova Rivista Storica - 197 5 fase. III/IV). 86 Nel 1358 a Crema, il connestabile rìlasciava quietanza al notaio rogatario, a nome del Pasquali, per aver ricevuto soddisfazione del suo credito. Una quietanza analoga era stata rilasciata allo stesso Pasquali nel 1353 "occasionis alicuius cambii seu denarioru111 receptorum per eum Thomaxolum" ("in occasione di qualche cambio o di denari, ri cevuti per mezzo di quel Tomasolo") da pane di Giovanni de Henghispergh. 87 M. TAGLIABUE I.A politica finanziaria cit.


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che, esasperate dai debiti, potevano passare al servizio dei molti nemici di Milano. Risale al 1349, anno al quale si riferisce, per coincidenza, buona parte della nostra documentazione, un decreto dall'arcivescovo Giovanni inserito negli statuti di varie città del dominio che forse è il primo intervento visconteo in materia 88 : "lnfìnitis receptis querellis a communitatibus nostro subiectis dominio et stipendiariis nostris, quod eonmt creditores, fenerarores et thesaurarii eisdem mutuo dantes omni mense cum iis {aciunt rationem computantes usuras in capitulo non expectato cursu anni, infèrentes etiam eisdem non modicas extorsiones, volentes eisdem communitatibus et stipendiariis de opporwno rimedio providere ... Venir etiam ad aures nostras quod thesaurarii in civitatibus vestris et aliis locis constituti, nec quod a/ii creditores communibus ve/ singularibus personis suas pecunias mutuant, maxime stipendiariis nostris mense quolibet sua ratiocinia {acientes de eorum creditis usuranim etiam faciunt computationem et omni ca/culo facto usuras in sorte distribuunt, ut sitemporibus subsequentis, et primeve sortis, et usure iam computate usurarum excrescat quantitas, quod sit (sic) in nostris adolevit subiectis ut et nostra comnmnia, et stipendiarii nostri in tantum aggravati inventi sunt, quod etiam pro modica quantitace quandoq11e nobiles quidam ad nostra stipendia script i fuge latebras petienmt, ali i vero in carceribus positi ad instantiam creditorum ibidem miserrime proierunt... " per cui "sancimus quod nullus creditor de cetero audeat ve/ presuma! sui crediti utiliatis separate ex inde computationem facere infra ann11111 a die dicti debiti numerandum nisi fone, debitore instante et a vinculo debiti discendere volente... ". "Ricevute parecchie lamentele dalle comunità soggette al nostro dominio e ai nostri mercenari. perché i loro creditori, amministratori e tesorieri che danno loro a prestito ogni mese fan no i comi computando gli in teressi se<.:ondo q uanto stab ilito, senza attendere la fine dell'anno, imponendo ai medesimi estorsioni non da poco, volendo provvedere con un opportuno rimedio alle stesse comunità e ai mercenari .. Mi è giunta poi notizia che i tesorieri posti nelle vostre città e in altri luoghi, e altri creditori prestano il loro denaro a gruppi e a s ingole persone, in particolare ai nostri mercenari facendo i conti ogni mese de i loro crediti, fanno anche il conto degli interessi e, faui i calcoli, aggiungono gli interessi al capitale, affinché in tal modo, in seguito, oltre agli interessi già computati, cresca la quantità d i capitale iniziale e degli interessi, il che è cresciuto nei nostri dominii così che i nos tri comuni e i nost ri mercenari si sono trovati cosl aggravati anche per una piccola somma e quando alcuni nobili d ipendenti da noi cercarono di l'uggi re nascondendosi, altri, invece, getta ti in carcere, vi rimasero in condizioni miserrime sotto richiesta dei creditori ... per cu.i stabiliamo per legge che nessun creditore osi o presuma di fa re un simile calcolo separatamente degli utili del suo credito se non dopo un anno a p artire dal giorno del detto credito, se non nel caso che il debitore lo voglia e decida di liberarsi dal vincolo del debito ...".

88 Ed. in Code.,: Stattltorum magnifice communitatis atque dioecaesis Alexandrinae Torino 1969 pp. 403/4: Statuti di Bobbio in data 22 otLobre 1349, cit da F. CoCNAsso Note e documenti sulla formazione dello stato visconteo in "Boli. Soc. Pavese St. Patria" 1923 - pp. 23/169 p . 94 nota 2 - 11: v. R.D.V. cit. 397.


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Il decreto è assai preciso nella descrizione di come si ottengano i lucr i usurari, dai quali i principali responsabili sono dichiara ti i thesaurarii in civitatibus... constituti oltre che aliì creditores. Tu tti costoro prestano il proprio denaro suas pecunias mutuant e calcola no l'interesse non al tasso a nnuo, m a aggiungendo ogni mese l'interesse mensile al capitale iniziale primeva sors che viene così accresciuto e su lla base del quale viene computato l'interesse per il mese successivo. Però l' arcivescovo Giovanni non vietava in assoluto i m utui, ma sola mente proibiva un simile calcolo usurario, stabilendo che il tasso dovesse essere solo annuale: l'intervento, infatt i, dei finanzi atori pr ivati restava indispensabile a ll'erario visconteo, che negoziava in cont inu azione presti ti con i sudditi più ricchi . Le possibilità di controllo della amministrazione continuavano, quindi, ad urta re contro le necessità corr enti, tra le quali quella del pagamen to agli stipendiari. Ancor a nel 1364 Bernabò scriveva a d Alessandrolo Pasquali di versare un an ticipo ai fanti mandati a Milano, avvertendo : "et si non hal,es tot de denariis nostri quod possis facere prestantiam, ipsos denarios ex aliquo 111utuo assumas et postea de primis denariis quòs recepis ipsos restituas". 89 "e se non hai sufficiente d enaro nostro da anticipare, pren dili da qualche altro a prestito e poi restitu iscili prendendoli da i prim i denari che riceverai". 89

Tuttavia l'attenzione posta da Bernabò nella organizzazione militare, a differenza in questo dal fratello Ga lea zzo II, può aver posto un freno alle speculazioni condotte sulle paghe ai soldati, anche perché pare esigesse la m assim a puntualità nei versamenti agli stipendiari : l'Azaria rifer isce, inoltre, l'episodio significativo del notaio "ad officium stipendiorum" "preposto agli stipendi"

impiccato sotto l'accusa di a vere voluto depredare stipendiarios noscros". 90 "impadronirsi degli stipendi dei mercena ri.

89

90

Cod. Fagnani - fam. Pasqu ali cit. Petri AzAJUI Liber cit. 146: "Bemabos.. . si dare debet aut promittit, u no motu solutiones fa cit et promissa prodiga/iter atendit stipendia in suis terminis, videlicet completo mense servito semper dar et stipendiariis existentibus Bononie in principio mensis serviendi sine aliqua 90


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Forse non è un caso che, tra il 1354 e il 1362, i mutui dei quali si ha notizia, siano stati quasi tutti richiesti da soldati al servizio di Galeazzo II, del quale l' Azario dice che pagava male e in ritardo le sue truppe 91 • Invece, forse, la situazione mutò con i provvedimenti amministrativi emanati da Galeazzo II nel 1368 e nel 1371 92 mentre, evidentemente, l'erario di Bernabò non era sufficiente a mantenere l'esattezza del pagamento del soldo: i prestiti registrati nel 1375 dal notaio Oraboni vennero tutti fatti a condottieri e stipendiari di Bernabò. Non mancano, quindi le notizie di stipendiari pagati in ritardo e non pagati affatto 93 per non parlare dei r icatti tentati dai condot. tieri delle più grandi compagnie 94 Poiché la mancanza di numerario era un problema non solo milanese e ormai la tendenza generale spingeva verso una sempre maggiore stabilità nella organizzazione militare, si affermò l'uso di concedere rendite e feudi ai condottieri dei quali ci si voleva assi-

retentione dlii". "Bernabò... se deve dare o promette di dare, faccia subito i pagamenti e si dedichi prodigalmente agli stipendi promessi nei termini stabiliti, cioè alla fine di un mese d i servizio sempre paga e ai mercenari viventi a Bologna, all'inizio del mese di sen•izio, senza alcuna ritenuta". L'episodio del JlOtaio Antoniolo da Orta, impiccato perché "accepit uno conestabulo equestri pro licentia danda imperiales 18 et petebat tamen pro bona ab ipso grossum u".lum ... " p. 147. "ricevette da un connestabile a cavallo, per concedergli la licenza, 18 imperiali e richiedeva dallo stesso per i denari un «grosso» ... " p .. 147. 91 Ibid. p, 153: cfr. G. GrnUNJ Memorie cit. voi. V p. 473. Nella documentazione posseduta vi sono solo 9 rogiti del genere, tra il 1357 e il 1362 (nessuno tra il 1354 e 1357), dei quali 7 per stipendiari di Galeazzo II: 3 di questi furono concessi da Ubertolo de Manzago, tesoriere dei Visconti (A. F.S. cart. n. 81). 92 Nel 1368 Galeazzo 11 scriveva al comune di Tortona che il tesoriere non poteva rifiutarsi di pagare gli stipendiari con la scusa di non avere denaro sufficiente, in quanto le bollette relative gli venivano inviate per tempo: nel 1371 ordinava al tesoriere di non pagare alcuna bolletta che non fosse stata sottoscritta da ,azionatori e di non concedere rimborsi se non dietro licenza del signore. (C. SANTORO La politica finan ziaria cit. nn. 208 e 288). Nel 1367 Bernabò vietava che coloro che avessero concesso prestiti ai comuni senza il suo permesso potessero essere pagati senza autorizzazione. (Ibid. n. 200). 93 Ibid. n. 292 ecc. 94 Ibid. n. 284.


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rare la fedeltà. 95 Si direbbe che Milano sia stata particolarmente precoce nella adozione di questo metodo, le conseguenze del quale sarebbero apparse nella loro gravità alla morte di Gian Galeazzo Visconti. 96 Si è detto più volte 97 come il Capitulum Thesaurariorum Civitatum Domini emanato nel 1384 da Gian Galeazzo abbia stabilito le norme con le quali doveva essere gestito l'officio di tesoreria: il primo intento era di reprimere gli abusi, sottoponendolo ad uno stretto controllo. Nel "Capitulum" ritornano riassunti i decreti già emanati in proposito da Galeazzo II e Bernabò e, inoltre, vengono formulati alcuni principii che possono far riferimento al problema dei mutui alle compagnie di ventura. Dice il primo articolo: "Quod thesaurarius durante officio suo nullam pecuniam dabit ad usuram, quovismodo directe nec indirecte, publice nec occulte, per se nec per aliam quovismodo submissam personam" inoltre "Quod dictus thesaurarius aliqualiter compelli non possit facere praestantiam dicto comuni.... nec alicui stipendiario, provision.ato n.ec salciriato nec alic11i alii persone. Et hoc nisi praedictus thesaurarius habeat pecunia,n superabondantem penes se, e1 procedat de speciali mandato domini". "Il tesoriere, durante il suo incarico, non darà in alcun modo denaro a prestito, né direllamente né indirettamente, né pubblicamente né di nascosto, né lui né per interposta persona da lui dipendente" inoltre: "Il detto tesoriere non può essere indotto a fare prestiti al detto comune ... né ad aie.un mercenario, né ad approvvigionato né sala riato né ad altra persona. E questo se il tesoriere non abbia denaro in eccedenza presso di sé e agisca dietro speciale incarico del signore".

Ad una prima emissione del decreto ne seguì, una settimana dopo, un'altra di "Correctiones" 98 che contiene interessanti precisazioni: "Quod dictus 1hesaurarius aliqualiter compelli non possit, nec debeat ad dandum alicui a/iquam pecuniae quantitatem, n.isi prius eidem thesaurario detur et dimittetur bulletta ipsius pecuniae dandae" e "Q11od nullus iusdicens possit, neque debeat quoquomodo ius reddere dicto thesaurario de aliquibus usuris quas ipsum sic petere, exigere ve/ consequi velfet per se, ve/ alium eius nomine ab aliqua persona, com.munì, collegio ve/ un.iversita te cuiusvis status et conditionis existat"

95

M. MALLl!T Mercenaries cit. p. 216. Già nel 1366 Galeazzo II donava a Luchino dal Verme, capitano generale, lutti i beni nel contado di Milano che già erano stati concessi a Corrado Craxer, probabilmente un altro condottiero (C. SANTORO La. politica cit. n. 196). 97 v, soprattutto le osservazioni fatte in proposito da T. Z ERBI La Banca cit. 98 Antiqua Ducum cil: Capitulwn Thesaurariarum civitatum domini 1384, marzo 7, pp. 59/61: Correctiones facte capitulis et pactis thesaurariarum. civitatum et terrarum domin.i 1384, marzo 14, pp. 66/69. 96


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"Il detto tesoriere non può essere indotto né deve dare ad alcu no qualsiasi somma di denaro se prima allo stesso tesoriere non venga consegnata una bolletta di consegna del denaro" e "Nessun giudice può né deve in alcun modo rendere giustizia a detto tesoriere intorno ad alcuni interessi che lo stesso voglia chiedere o esigere da sé o per mezzo di un altro a suo nome da qualche persona, comune. collegio o università di qualunque stato e condizione sia".

e inoltre che il pagamento agli stipendiari debba avvenire esclusivamente alla presenza del. podestà, del capitano e all'interessato in persona, "tali modo quod solutiones de praedictis non fiant alicui personae nisi ipsis stipendiariis, provisionatis et castellanis nom.inatis principaliter in ipsis bulletis ". "in modo tàle che i pagamenti non vengano fatti a nessuno se non agli stessi mercenari, approvvigionati e ai castellani nominati nelle stesse bollette".

Solo in caso di assenza dalla città, gli stipendiari potevano farsi rappresentare da un'altra persona, che ne avesse però un mandato speciale: si proibivano, quindi, espressamente le facoltà sulle quali si era basato questo genere di prestito: oltre il dare denaro a interesse, il diritto del tesoriere di ottenere, per vie legali, la riscossione dei lucri usurari è quello di versare l'ammontare delle paghe ad un altro che non fosse lo stipendiario. Si può, quindi, fare l'ipotesi che la formula "ut dicws ereditar in totum possit... et eius pagas, emendas equorum et eredita petere et exigere cum effectu et de ipsis communi et texaurario Medio/ani ac cuilibet alterius communis texaurario et persone'fìnem et confessionem facere", "affiché il detto creditore possa subito chiedere ed esigere con effetto le di lui paghe. le somme per i cavalli e i crediti e dagli stessi del Comune e dal tesoriere di Milano e da qualunque tesoriere di un altro Comune che mettano fine al debito e ne diano atto",

che aveva sanzionato il diritto del creditore dello stipendiario di entrare in possesso delle paghe non ancora versate presso il tesoriere, sia scomparsa in relazione del decreto sulle tesorerie, anche se ne sappiamo se fosse ancora stata usata nel 1375; nel 1388 non se ne trova più menzione. Si è fatto cenno in precedenza al divieto del 1393 di prestare agli stipendiari supere equis et annis: nel decreto è detto che doveva essere incluso negli statuti di Milano, dove tuttavia, nella redazione del 1396 non si trova: il fatto può significare l'impotenza della signorìa viscontea, in sempre maggiori difficoltà finanziarie 99, di fare rispettare il divieto.

99 G. S0Lo1 RONDININI Politica e teoria monetarie dell'età viscontea in "Nuova vista Storica" - 1975 - fase: Ili/IV - pp. 288/330.

Ri-


FERRUCCIO BOTTI

NOTE SUL PENSIERO MILITARE ITALIANO DA FINE SECOLO XIX ALL'INIZIO DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE PARTE II

J

PROBLEMI DELL'AMMODERNAMENTO E IMPIEGO DELLE VARIE ARMI, LA PREPARAZIONE AL COMBATTIMENTO

1.

GENERALIT A': IL RUOLO DE "LA PREPARAZIONE"

L'analisi dei principali aspetti del problema militare italiano e del relativo dibattito condotta negli Studi storico - militari 1985 rende indispensabile un completamento con l'esame dei riflessi sulla costituzione e sull'impiego delle tre Armi tradizionali (fanteria, artiglieria e cavalleria), derivanti dall'introduzione di nuovi materiali che, almeno in rapporto ai tempi, possono definirsi ad elevate prestazioni e sofisticati. Gli Stati Maggiori e tutti i Quadri vengono così a contatto con nuovi e complessi problemi che, a monte dell'organizzazione e condotta tattica del combattimento, investono la programmazione degli approvvigionamenti, la produzione, il collaudo, i rifornimenti e la manutenzione. A loro volta questi fattori influenzano anche la fisionomia organica, l'organizzazione addestrati va, il funzionamento generale in tempo di pace delle minori unità, con particolare riguardo al livello di compagnia/batteria. In questo contesto, notevole rilievo assume, in senso lato, la preparazione, con tale termine intendendo la somma dei fattori - dal reclutamento e dalla formazione dei Quadri e delle truppe, alla definizione delle caratteristiche dei materiali d'armamento - che spesso condizionano in maniera determinante, al di là della regolamentazione ufficiale, l'efficienza delle forze militari e sono tali da far sentire i loro effetti anche e soprattutto a lunga scadenza. Ne consegue che la capacità combattiva (con le sue luci e le sue


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ombre) dimostrata dagli eserciti sui campi di battaglia della prima guerra mondiale trova un riscontro abbastanza preciso nei minuti orientamenti di carattere più propriamente tecnico - tattico, e quindi anche organico e addestrativo, emersi negli anni precedenti il conflitto. Di qui la necessità di dare uno sguardo anche a ciò che è stato pensato e scritto in merito a quanto specificamente concerne le Armi combattenti, con particolare riguardo alla fanteria e artiglieria. Un esame, pertanto, che, lungi dall'esaurirsi in dettagli o in considerazioni di mero carattere tecnico, porta in sé una prima risposta a taluni interrogativi ancor oggi non privi di attualità. In questa sede, sarà possibile studiare e citare, del vasto e in gran parte inesplorato materiale disponibile, solo taluni studi r itenuti di maggior interesse, precedendo in tal modo a una scelta del tutto soggettiva e spesso sommaria. Ci si è, comunque, riferiti principalmente alle due principali riviste ufficiose (Rivista Militare e di Artiglieria e Genio), anche se altri periodici del periodo (basti citare, ad esempio, la Nuova Antologia, la Rivista e Nuova Rivista di Fanteria, la Rivista di Cavalleria) meriterebbero più atten to esame. Tuttavia, nel periodo considerato non sono solo le riviste prima citate e le pubblicazioni a carattere ufficiale o ufficioso a delineare . i tratti dell'evoluzione profonda che la corsa agli armamenti, accentuando le esigenze di carattere tecnologico, imponeva a strumenti militari specie nel dettaglio e nella vita quotidiana ancora ancorati a concezioni non sempre all' altezza dei tempi. All'insegna di tale rinnovamento nel quotidiano nasce in Italia, nel 1909, anche il periodico La Preparazione, che per il contenuto e indirizzo richiede un particolare cenno. Diretto dall'ex colonnello di Stato Maggiore e insegnante alla Scuola di Guerra Enrico Barone 1 , figura di spicco del pensiero militare del tempo, La Preparazione, che si qualifica "Triscttimanale politico-militare", è uno dei non molti esempi, in Italia, di giornale non ufficioso e non interno che affronta - nel suo complesso - con serietà scientifica, senza preconcetti e soprattutto con obiettività e prescindendo da intenti di facile strumentalizzazione, la panoramica dell'Esercito e dell'Armata

1

Per più ampie notizie sull'uomo e sull'opera Cfr. E. GALUNARI, Enrico Barone, su "Rivista Militare" n. 1/1978 e L. LoLuo, Enrico Barone, profilo della sua vita militare, in ''Amministrazione Difesa" luglio-ottobre 1974.


Note sul pensiero miUtare italiano da fine secolo XIX ecc.

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navale in rapporto alle sfide dei tempi, senza risparmiare critiche ma riconducendo il tutto a proposte concrete, derivanti da analisi magari soggettive ma sempre serie e documentate. Particolarmente attento a quanto viene studiato e realizzato al1' estero (costante, questa, di tutto il pensiero militare italiano del tempo), il suo programma. "era ed è nel suo nome; preparazione di Armi e di animi nell'Esercito e nell'Armata; preparazione dello spirito pubblico nel Paese al cimento più arduo cui possa essere chiamato, se un giorno abbia a suonare l'ora della prova suprema. A questi fini, e non senza qualche risultato, noi abbiamo rivolto l'opera nostra, libera da ogni schiavitù di pregiudizi o di passioni, da ogni legame d'interessi non confessabili o non confessati, da ogni imposizione sia dall'alto sia dal basso; sdegnosa di cedere agli inviti di misere competizioni dettate da malanjmo, .da invidia, da gretto spirito di impotente concorren" 2 za.

Largo spazio vi viene costantemente dedicato ad un ampio dibattito su tutti i problemi - anche quelli spiccioli, spesso a torto trascurati dalla grande stampa - dell'Esercito e dell'Armata, a cominciare da quelli del personale e dell'ordinamento, sui quali di particolare interesse sono le lettere e gli interventi - firmati o con pseudonimo - di Quadri ufficiali o sottufficiali in servizio. In campo aeronautico, il giornale ricopre per anni un ruolo d'avanguardia, e sembra che la sua diffusione all'interno delle Forze Armate sia stata assai larga, sia per l'interesse dei temi trattati, sia perchè particolare indicativo - ad esempio il suo direttore, a riprova del perdurante scarso interesse di taluni Quadri per i problemi professionali e di cultura militare, lamenta che taluni comandi di reggimento non sono abbonati al suo giornale, dando evidentemente per scontato che ciò costituisca uno scandalo o un fatto eclatante, da condannare. Chi voglia indagare a fondo sul problema militare e su natura e termini del dibattito in Italia dal 1909 in poi, cioè negli anni cruciali immediatamente precedenti il conflitto, non può dunque prescindere da un attento esame del contenuto del giornale, del quale possiamo qui dare solo qualche cenno, ma che va ritenuto

2

Corsivo redazionale sul numero de "La Preparazione" del 4-5 gennaio l 910.


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tale da meritare un più approfondito studio particolare. Ad esempio, nel 1909 in numerosi articoli si esaminano criticamente molte delle proposte della Commissione d'Inchiesta sull'Esercito, i problemi del bilancio ("la quadratura del cerchio"), questioni assai delicate come l'analfabetismo ed i suicidi tra i militari, la cultura degli ufficiali e gli studi militari, la correlazione terrestre-marittima-aerea, le sedi fisse dei reggimenti ed il reclutamento regionale, la necessità di rafforzare le fortificazioni di confine, laristrutturazione della Scuola di Guerra (e in proposito si formula pers ino, sul numero del 21-22 settembre 1909, la proposta di una Scuola di Guerra comune per Esercito e Armata navale), gli ufficiali subalterni e l'inquadramento delle unità, i problemi del disarmo e la nazione armata, i negativi riflessi dei troppo frequenti cambi di guarnigione e del reclutamento nazionale anche sui bilanci delle famiglie degli ufficiali. Il giornale svolge inoltre una preziosa opera di chiarificazione nel campo più propriamente teorico ed epistemologico dell'arte militare. Valga ad esempio un articolo non firmato (attribuibile forse al direttore) sul numero del 5-6 agosto 1909, ove viene affrontata una vexata quaestio che nemmeno oggi, a giudica re dalla periodica comparsa di poco rigorose opinioni in merito, risulta chiarita, la differenza tra guerra offensiva e difensiva: "più volte abbiamo sentito parlare di guerra offensiva e difensiva, come di due metodi dei quali la scelta è libera e indifferente come la scelta del colore in una partita a scacchi... che cosa intendono quando affermano che un dato paese non deve fare guerra se non difensiva? Intendono forse accennare a lla natura e all'importanza delle cause che solo devono indurre un paese a far guerra? O vogliono proprio riferirsi al modo di farla? Nella prima ipotesi è questione politica non mllitare, e noi qui non ce ne occupia mo; diciamo solo a questo proposito che la guerra può essere difensiva nelle sue cause, pur essendo il contrario nel modo con /cui/ viene condotta e viceversa. Aggiungiamo che la distinzione fra guerra offensiva e difensiva, rispetto a lle cause, è cosl elastica, da potere, secondo il punto di vista onde si guardano le cose, classificarsi nell'una o nell'altra specie qualunque di guerra. Lo stesso dicasi della distinzione tra guer re giuste e ingiuste; sono questioni di lana caprina".

Negli anni successivi, la tematica trattata rivela la sua importanza e aderenza alle effettive esigenze di riforma anche da una arida, sommaria e non organica elencazione di argomenti di vario ordine, alla quale siamo costretti a limitarci: la contabilità di compagnia che costringe il capitano a dedicare a problemi contabili e amministrativi ore giornaliere che potrebbe più proficuamente impie-


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gare nell'addestramento; nuova legge sui sottufficiali e migliramento delle condizioni morali e materiali dei sottufficiali stessi, volta a far distinguere maggiormente almeno il grado di maresciallo, con aumento delle indennità, conversione della paga in stipendio unico sucettibile di aumenti, differenziazione rispetto alla truppa delle condizioni di alloggio negli accantonamenti, per non obbligare anziani sottufficiali, con grave disagio e nocumento del prestigio del grado, "a sdraiarsi sulla paglia insieme con i soldati"; il problema del potenziamento delle ferrovie del Veneto (la "linea" del giornale, fin dall'inzio, è nettamente anti-austriaca); la cooperazione tra le varie Armi, e, in particolare, l'eliminazione di pregiudizi, diffidenze, ostilità che ancor dividono - con negativi riflessi nelle esercitazioni e nella vita stessa dei comandi - le "Armi dotte" (artiglieria e genio) dalla fanteria; un approfondito commento critico alle "Norme generali per l'impiego delle G .U. in guerra" (19 IO); resoconti e ammaestramenti di esercitazioni e manovre in terra e in mare italiane e straniere; le note caratteristiche, gli inconvenienti del sistema di compilazione e la necessità che ambedue le copie di libretti personali degli ufficiali riportino le stesse notizie e gli stessi giudizi (all' epoca, invece, la copia in possesso del Ministero, che non era vista dal comandante di corpo, riportava, in più, i giudizi delle autorità gerarchiche superiori, pertanto non noti al livello di reggimento); l' eccessiva burocrazia, l'abitudine a corrispondere per iscritto anche tra uffici contigui, l'uso nella corrispondenza di ufficio di frasi inutilmente ampollose; i problemi dell'istruzione delle truppe, dei campi, delle manovre e dei tiri di addestramento, per i quali si lamentano nella vita di guarnigione le difficoltà dell'orario, la mancanza di metodo, la dispersione del personale e la deficienza di aree addestrative, mentre nei campi estivi (che pur presentano molte condizioni favorevoli per un proficuo addestramento) il rendimento effettivo delle attività risulta ridotto sia dalla scarsa autonomia che viene di fatto lasciata ai comandanti di reggimento, di battaglione e di compagnia nell'addestrare il loro reparto, sia dall'abitudine di impostare le esercitazioni solo "a partiti contrapposti", rendendo in tal modo impossibile ai comandanti di intervenire liberamente per correggere, far ripetere e, se necessario rimandare all'indomani; l'abolizione della dote per la moglie degli ufficiali, l'abolizione o meno degli attendenti, l'impiego spesso irrazionale delle truppe in ordine pubblico, i disagi che ne derivano a i Quadri ed i negativi riflessi sull'addestramento e la coesione dei reparti, fenomeno analogo a quanto av-


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viene in Francia, mentre invece in Germania l'inconveniente non si verifica. Infatti da un trafiletto sul numero del 18-19 luglio 1911 (che riprende un articolo sulla "France Militaire"), risulta che "in Germania, le classi sotto le arm i svolgono rigorosamente il programma del loro addestramento per la durata "integrale" del periodo prescritto dalla legge militare. In Francia invece i servizi e le is truzioni militari sono continuamente disturbat i e interrotti per lavori di mietitura, per inondazioni e soprattutto per la frequenza degli scioperi incessanti che d'anno in anno, divengono sempre più numerosi. Alla minima mi naccia di turbamento dell'ordine, subito corrisponde un movimento di truppe, distolte dalle loro vere occupazioni. Senza contare le frequenti consegne in quartiere, ove ogni operazione rimane sospesa in vista della partenza sempre imminente ... Per colmo di disgrazia è la cavalleria l'arma più usata negli scioperi, mentre dovrebbe impiegare i suoi due brevi anni di servizio attivo nella istruzione intensiva atta a compensare il megl io possibile la soppressione del terzo anno che invece la cavalleria tedesca compie sotto le armi".

Nei riguardi del personale, il giornale oltre a seguire, in particolar modo, la gestazione e l'applicazione della nuova legge sui sottufficiali, diffusamente si occupa anche dell'avanzamento degli ufficiali e in particolare del problema dei tenenti colonnelli che, anche allora presentava aspetti non molto dissimili da quelli attuali (si veda, per esempio, l'articolo "Il caso di tenenti colonnelli" a firma E.C., sul numero dell' 1-2 dicembre 191 4). Per quanto riguarda il confine con l'Austria, il giornale fin dal 1910 (emblematico in particolare, l'articolo non firmato "Sistemazione della frontiera orientale", 4-5 gennaio 1910), mette in rilievo i preparativi militari dell'Austria sulla nostra frontiera (60.000 uomini e campo trincerato di Trento), di fronte ai quali l'Italia si trova in condizioni di inferiorità: solo 30.000 uomini, comunicazioni ferroviarie deficienti, mancato collegamento tra campo trincerato di Osoppo e ridotto cadorino, per la protezione del fianco destro. Infine, un solo comando di Brigata a Udine, mentre il comando di Corpo d'Armata competente per territorio (il VI) è dislocato troppo lontano (a Bologna). In definitiva, a distanza di settanta anni la lettura del giorna le si rivela estremamente utile, se non necessaria, se non altro per rintracciare con certezza le radici autentiche dei problemi, per datarli (sfatando la convinzione di taluni che vorrebbero localizzarne lanascita al dopoguerra), e infine per individuare in tutti i suoi parametri il contesto generale che condizionava la vita giornaliera delle unità nel periodo precedente il conflitto, e dunque la loro capacità di corrispondere agli imperativi teorici fi ssati nella regolamentazione.


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2.

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L'EVOLUZIONE DELLA FANTERIA E DELLA FORTIFICAZIONE CAMPALE

L'aumento senza precedenti, già a fine secolo XIX, della capacità e potenza di fuoco sia nelle armi individuali (adozione generalizzata del nuovo fucile a r ipetizione ordinaria) sia in quelle di reparto (mitragliatrici; artiglierie a deformazione a tiro rapido; miglioramento dei mezzi tecnici e strumenti per il tiro; nuove e più potenti artiglierie pesanti), mette in crisi consolidati equilibri e rapporti tra le varie Armi, rivoluzionando, in particolare, criteri d'impiego, modalità d'azione e ordinamenti della fanteria e dell'artiglieria. Ne viene fortemente mutato - e acquista rilievo - anche il ruolo della fortificazione campale, fino ad allora del tutto accessorio, e il suo rapporto con la fortificazione permanente, mentre la tattica si avvia ad influenzare la strategia, quasi capovolgendo i reciproci ruoli in misura certamente non del tutto avvertita, nemmeno dopo le eloquenti prove della guerra anglo-boera e russo-giapponese. Una tematica assai complessa, ove ciascun fattore acquista giusta luce solo se inserito nel contesto generale, la quale viene ampiamente affrontata specie sulla Rivista Militare e sulla Rivista di Artiglieria e Genio, non senza però opere organiche che ne approfondiscono gli aspetti assai controversi. Dopo aver esaminato il dibattito sul problema militare nelle sue linee generali e per quella che potrebbe definirsi la grande strategia, è pertanto necessario accennare almeno a qualcuno degli interventi più importanti sulle specifiche questioni d'impiego delle varie Armi nel combattimento, se non altro per rispondere a due ben precisi interrogativi, che sorgono spontanei: fino a che punto si ritrova negli scritti del periodo la percezione della ben precisa, angusta realtà della guerra di trincea, con la conseguente stasi strategica? E fino a che punto l'impiego non sempre tatticamente corretto e appropriato della fanteria, che ebbe a soffrire perdite eccessive, trova radici in impostazioni teoriche o orientamenti preceden·J t1.

La fanteria e le nuove armi: organica, impiego e addestramento delle unità La creazione di corpi speciali come bersaglieri, alpini e granatieri, che già nel secolo XIX aveva trovato in sen'o all' Esercito parec-


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chi orientamenti contrari, all'inizio del secolo XX, con la crescente specializzazione richiesta da materiali e mezzi tecnici sempre più perfezionati, causa un ulteriore depauperamento della fanteria, il cui impiego secondo i nuovi criteri richiede anche al semplice soldato crescenti doti morali, intellettuali e fisiche. L'inconveniente viene messo in evidenza prima di tutti dal Marazzi, che nell'"Esercito dei tempi nuovi" registra il nuovo quadro nel quale la fanteria è chiamata ad operare, a causa della micidialità del fuoco delle nuove armi: i vecchi ordini chiusi devono essere abbandonati, l'iniziativa è richiesta anche ai più bassi livelli, la realizzazione nella pratica dei nuovi principi e criteri tattici comporta difficoltà enormi che richiedono Quadri scelti e rendono l'impiego tattico delle unità di fanteria assai più complesso di quello dell'artiglieria. Nelle particolari condizioni dell'Italia, la fanteria dovrebbe avere la preminenza, ìn quanto "Arma essenzialmente democratica e livellatrice, la fanteria è l'att1ibuto dei popoli poveri e numerosi, che possono mercè sua avere una scuola rudimentale in tempo di pace e schierare in guerra numerosissime falangi. Ove poi a queste condizioni.si aggiunga quella di un terreno accidentato, impervio, privo di risorse locali, o non molto accentrate, la fanteria diventa l'assoluta padrona dei campi di battaglia ... Se ciò è, per qual motiva chi si dedica alla fanteria non sarà considerato pari a chi fa carriera in altre armi, per qual motivo i contingenti destinati ai reggimenti di linea saranno lo scarto di tutti gli altri? ... Negli eserciti stranieri il distacco fra le varie armi è meno avvertito che da noi, ed in Germania l'arma più considerata è la fanteria. Solo quando questa si sentirà esaltata, come lo merita, si avrà il diritto di pretendere da lei quanto la nazione si aspetta... Attualmente invece la tradizionale qualifica di armi dotte ha ingenerato in molti l'idea che gli ufficiali non appartenenti all'artiglieria e al genio, siano poca cosa. Questo pregiudizio si è rafforzato, tristemente rafforzato, col. trasferire in fanteria tutti gli elementi inetti delle armi speciali. Nè ciò si è arrestato al corpo degli ufficiali, ma fino tra le punizioni dei carabinieri vi è il passaggio nella fanteria, quasichè tale arma fosse il luogo di espiazione di tutte le militari fatiche!" 3

' Queste parole del Marazzi trovano una continua eco negli scritti dei principali Autori del periodo, che concordemente pongono l'accento sull'importanza dell'armamento, dell'equipaggiamento e dell'addestramento e della fanteria, Arma che tra l'altro era praticamente l'unica, con la cavalleria, a sopportare anche il

3

F.

MARAZZI,

L'esercito nei tempi nuovi, Voghera, Roma, 1910, pp. 268-271.


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disagio dei continui cambiamenti di sede e dei frazionamenti per esigenze di impiego in ordine pubblico, con negativi riflessi - da tutti riscontrati - sull'addestramento, sul morale e sulla coesione dei reparti. In sostanza, nei primi anni del secolo, se le nuove esigenze create in prìmis dall'aumento della potenza delle armi da fuoco intaccano i precedenti assetti addestrativi, ordinativi e metodologici in tutte le Armi, particolarmente sensibile è la loro incidenza sulla fanteria, i cui reggimenti erano ancora quasi incosciamente portati a riassumere la capacità di combattimento nella compatta e impavida saldezza di fronte al fuoco nemico e nella capacità di manovra quasi automatica di massicce formazioni ove l'individuo doveva solo obbedire. Non sembra azzardato parlare in questa fase di una vera e pr opria crisi della fanteria, dovuta non tanto a carenze nel campo dottrinale 4, ma a isteresi in larga parte inevitabile nell'acquisizione di nuovi e molto più impegnativi procedimenti d'impiego al livello di minori unità, ed insieme a fattori di carattere tecnico-addestrativo, e organizzativo, che proprio a causa della maggiore incidenza degli aspetti logistici venivano sempre più acquistando importanza. Nelle esercitazioni anche ad alto livello, non potevano non emergere i riflessi di questa crisi di trasformazione e di adattamento. Ad esempio, nella relazione dello Stato Maggiore Esercito sulle grandi manovre del 1903 viene rilevato che, sul piano generale, i comandanti tendono ancora a limitare eccessivamente la libertà d'azione dei dipendenti, con prescrizioni tassative a fronte di circostanze che avrebbero richiesto, invece, libertà d'azione, e si prende atto che la fanteria si è dimostrata agile, resistente e anche abbastanza istruita tenuto conto del tempo avuto a disposizione, ma nel suo impiego tattico ben vengono messi in evidenza taluni difetti di base particolarmente rilevanti sotto il profilo del pieno sfruttamento del proprio fuoco e della protezione nei riguardi del fuoco

4

Cfr. F. STEFANI, La storia della dottrina e degli ordinamenti dell'Esercito Italiano, voi. I, pp. 357-522. Dallo studio dello Stefani ben emerge il rinnovamento al quale fu sottoposto, ne.J primo decennio del secolo, tutto l'insieme della regolamentazione tecnico-tattica, nel complesso adeguata alle nuove esigenze anche se troppo polarizzata sull' offensiva.


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nemico· "(1) la fanteria non ha sempre saputo adattare le formazioni al terreno, nè ·approfittare dei ripari di questo per sottrarsi agli effetti del fuoco ed alla vista dell'avversario - sopra tutto nelle avan:z.ate a sbalzi - in quella misura che è imposta dalla efficacia delle armi attuali; (2) nella difensiva furono talvolta occupate posizioni troppo appariscenti e con forti angoli morti; specialmente poi non si ebbe sufficiente cura che le proprie forze e le proprie disposizioni rimanessero, per quanto possibile, celate al n emico; (3) l'esplorazione ed il collegamento non furono sempre curati dai comandanti secondo quanto le circostanze richiedevano; anche si videro talvolta ammassamenti pericolosi, impiego di truppe senza il desiderato insieme, ed occupazioni di _posizioni non imposte dalle circostanze; il che fu causa di inutili fatiche" ."

Risulta evidente che nella creazione delle premesse necessarie per eliminare questi inconvenienti di carattere prevalentemente addestrativo nell'ambito delle minori unità si riassumeva e si riassume ancor oggi il problema dell'impiego della fanteria, legato in misura maggiore delle altri Armi a un complesso quadro nel quale ogni componente, in positivo o in negativo, fa sentire la sua influenza. Le esigenze di mutamento non si soffermano a settore dei materiali e del loro impiego, ma si estendono al vestiario ed equipaggiamento, manifestazione esterna, del nuovo spirito che deve animare i reparti: ad esempio sulla Rivista Militare, vol. 1, un articolo anonimo auspica "una fanteria tutta invasa da un purissimo spirito di modernità e ricca di forza morale, addestrata ai procedimenti della odierna tattica che la vogliono eccellente nel tiro, rapida nelle mosse, svelta, agile e leggera nella mano~;a semplice e marziale nella divisa, semplicissima nel!' equipaggiamento. 6

' Il copricapo deve essere cambiato perchè non protegge nè dal sole nè dall'acqua, vi sono troppe cinghie nell'equipaggiamento, il cappotto impaccia i movimenti e lo zaino deve essere abolito; al

5 Cfr. Ministero della Guerra, Comando del Corpo di Stato Maggiore. Relazione sulle grandi manovre del Veneto, Roma, 1903, p. 73. 6 A.NoNIMO, Fanteria nuova, su "Rivista Militare", 1904, voi. I.


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fante deve essere consentito di esplicare ovunque la mobilità e l'agilità che la guerra moderna richiede. Anche Francesco Roluti, al1' epoca tenente di fanteria, interviene sull'argomento. Secondo il Roluti, l'equipaggiamento della fanteria è tale che essa non può combattere che con eccessiva fatica, è troppo visibile perchè ha troppe parti del vestiario che danno luccichii rivelatori a forti distanze, non si può puntare e sparare dalla posizione di "a terra" a causa del chepì e dello zaino. 7 Allo stesso Roluti sono dovute due opere, che trattano principalmente il problema dei riflessi in campo tattico e tecnico-addestrativo dell'adozione delle "armi nuove" (con tale dizione, il Roluti intende prima di tutto i nuovi fucili a ripetizione ordinaria): "Intorno al combattimento con le armi nuove" (1907) 8 , e "Il fuoco della fanteria" (1908) 9 . Nella prima. di tali opere, il Roluti esamina la problematica d'impiego delle tre Armi-fanteria, cavalleria, artiglieria - alla luce delle esperienze della guerra anglo-boera e russo-giapponese, non senza considerazioni attinenti alla condotta tattica e strategica della battaglia. Su questo ultimo specifico argomento, pur citando in apertura le parole di Moltke, secondo il quale il perfezionamento delle armi da fuoco nel campo tattico ha dato un grande vantaggio alla difensiva sull'offensiva, egli ritiene che le frequenti difficoltà e insuccessi degli attacchi e le perdite subite nel corso delle azioni dinamiche siano dovute in ambedue le guerre a errori di condotta delle truppe: rimane immutato il principio dell'offensiva e della concentrazione delle forze nel punto decisivo, e nemmeno - a suo parere - l'arte militare può trarre grandi insegnamenti dal sistema della guerriglia, adottato dai boeri nell'ultima fase della guerra quale reazione alla superiorità delle forze inglesi. In ambedue le campagne è prevalsa la necessità che la fanteria diradi e allarghi le formazioni e adotti l'ordine sparso (come del re-

7

F. Rornn, Intorno al nostro problema militare, Casanova, Torino, 1908, pp. 33-

34. 8

F. RoLun, Intorno al combattimento con le anni nuove, Voghera, Roma, I 907 (estr. dalla dispensa III e IV - Rivista Militare del 1907). 9 F. RoLUn, Il fuoco della fanteria, Casanova, Torino, 1908.


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sto previsto dalle aggiunte e varianti al regolamento italiano di esercizi per la fanteria) e che sappia sfruttare il terreno con sbalzi successivi lasciati all'iniziativa individuale. L'unica protezione contro la micidialità e la potenza del fuoco è il ricorso alla "fortificazione improvvisata", prevista dalla regolamentazione giapponese in ogni situazione tattica e impiegata dai Giapponesi come vera e propria arma offensiva. Pertanto, "dobbiamo fin dal tempo di pace abituarci all'idea che la piccola pala che ogni soldato deve sempre avere con sè, e che verrà presto distribuita anche alle nostre compagnie, è arma eminentemente offensiva perchè permette di scavare celermente la strada che conduce a pochi passi dalle posizioni nemiche sulle quali, oggi come sempre, occorre sferrarsi l'assalto con la baionetta innestata sulla canna del fucile a rapido tiro e a traiettoria lunga e radente". lO

Tenuto conto del grande consumo di munizioni verificatosi specie nella guerra russo-giaponese, per il Roluti occorre aumentare la dotazione individuale di cartucce per ogni soldato e mantenere con Ja fanteria qualche carro della colonna munizioni. Ma soprattutto, è necessario ottenere con un idoneo addestramento una maggiore disciplina del fuoco, attraverso un'accuratissima istruzione individuale al tiro, che infonda nel soldato una fiducia illimitata nel proprio fucile; al tempo stesso, il soldato deve essere abituato a sparare un numero limitato di cartucce in un tempo relativamente lungo. Nonostante che taluni, come il Barzini nelle sue corrispondenze di guerra, avessero notato che le bombe a mano andavano sostituendo la baionetta, il Roluti osserva invece che essa è un'arma "decisiva", e che le perdite dovute a quest'arma uguaglia-no quelle causate dal fuoco di artiglieria: la baionetta è la sola arma efficace nelle azioni di sorpresa notturne, indispensabili per conquistare posizioni forti contro le quali non sia riuscito o sia ritenuto pericoloso l'attacco diurno. Ma anche di giornoJe condizioni del terreno possono permettere di giungere a pochi metri da nemico in posizione, ed a tale distanza il fuoco riesce impossibile e poco efficace. In conclusione, l'efficacia delle armi nuove non impedisce per

•° F: RoLUn, Intorno al....... (Cit.), p. 44.


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il Roluti l'avanzata della fanteria, la quale deve solo modificare le sue modalità di azione in modo da potersi adattare al terreno. A parte la sua eccessiva fiducia - di stampo garibaldino - nella baionetta, deve essere rimproverata in questa occasione al Roluti la scarsa importanza da lui attribuita alle mitragliatrici (pur impiegate in numero abbastanza cospicuo, specie nella guerra russogiapponese) e all'artiglieria, per la quale egli cita una statistica francese che in tale campagna attribuisce ai fucili 1'85% delle perdite, all'artiglieria 1'8% e alle baionette il 7%: statistiche che, anche ammessa la loro attendibilità, non potevano valere in ogni tipo di guerra, e in particolare nella guerra europea. Nel successivo libro "Il fuoco della fanteria", il Roluti incentra la trattazione sui problemi che nascono dall'impiego del nuovo fucile da parte del soldato di fanteria, con .abbondanza di riferimenti di carattere storico che se testimoniano la sua cultura, non facilitano la messa a fuoco degli argomenti principali. Egli nota, anzitutto, che sui problemi del tiro esiste una notevole discordanza tra teoria e realtà: "troppo spesso si dedussero le leggi sul tiro dallo studio quasi esclusivo del fucile e del moto dei proiettili, senza forse dare tutta l'importanza richiesta all'elemento uomo: qui sta probabilmente l'errore che ha fatto apparire la teoria tanto diversa dalla realtà". 11

L'uomo sul campo di battaglia è spesso preda di una paura non sempre motivata, che può propagarsi in un baleno a interi reparti; il suo stato d'animo, e le condizioni reali del combattimento, fanno sl che egli normalmente non punti a dovere il fucile, e lasci partire una quantità eccessiva di colpi senza mirare: è più che altro il carattere del tiratore che condiziona i risultati del fuoco. Tuttavia - come hanno dimostrato i Boeri - il fuoco mirato è possibile anche sui campi di battaglia. Se in combattimento troppo .s pesso il soldato non ha mirato, è anche vero che molti eserciti sono scesi in campo male addestrati al tiro. L'alternativa tiro individuale/tiro collettivo è mal posta, perchè in entrambi i casi il tiro non mirato è inefficace; e recenti esperimenti nei reggimenti di fanteria di tutta Italia dimostrano che il tiro lento e mirato è più effi -

11

F.

RoLUTI,

Il fuoco ..... (Cit.), p. XII.


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cace del 'tiro accelerato. Di conseguenza, . nessun fuoco collettivo, accelerato o a comando: il fuoco unico con cadenza individuale è quello che meglio risponde alla tattica moderna, e le distanze di tiro dovevano essere ridotte il più possile. Riguardo alle formazioni, per il Roluti è inutile condurre una laboriosa ricerca delle formazioni meno vulnerabili : "il terreno è il vero e il solo maestro di tattica": esso solo quindi deve indicare le formazioni e suggerire anche la posizione dei rincalzi. Le formazioni migliori sono quelle che consentono alla fanteria minore visibilità, in modo da impedire all'artiglieria di regolare il proprio tiro su di essa. La posizione di "a terra" e l'avanzata di sorpresa nei momenti in cui il fuoco nemico tace o l'avversario è efficacemente controbattuto dal nostro fuoco di fanteria o di artiglieria, costituiscono le migliori modalità per l'avanzata. Circa il rifornimento munizioni, tenuto conto che la disponibilità complessiva è di 280 cartucce per soldato, cioè inferiore a quella degli altri eserciti (162 dotazioni individuale; 24 col carreggio reggimentale; 40 con la colonna munizioni; 54 col'parco artiglieria da corpo d'armata), occorre fare si che il soldato abbia al seguito a lmeno 200 cartucce, ed a tal fine vanno distribuite anche le munizioni del carreggio reggimentale e della colonna munizioni. Il parco d'artiglieria di Corpo d'Armata deve inoltre essere provvisto di un numero maggiore di cartucce, e di mezzi celeri per il loro trasporto. Per questa esigenza, i mezzi più indicati sono "gli automobili", i quali "ormai s'impongono e riescono indispensabili per tutti i servizi di rifornimento" .. Poichè sul campo di battaglia il soldato, sottoposto agli impulsi di carattere morale e psicologico prima descritti, compie quasi d'istinto solo i movimenti che è abituato a fare, occorre incrementare l'addestramento al tiro individuale, e, per il resto, l' efficacia del tiro dipende, per la massima parte, dall'azione spiegata dall'ufficiale, "non nel senso dell'applicazione di astrusi criteri pseudo-scientifici", ma in rapporto all'influenza morale che l'ufficiale - con il suo controllo e il suo ascendente - saprà esercitare sui combattenti per ottenere un fuoco calmo e mirato anche in circostanze difficili. Molto si diffonde il Roluti sull'addestramento individuale al tiro. Egli osserva che occorre aumentare in modo consistente l'assegnazione di munizioni per l'addestramento (al momento solo 135 per fanteria e bersaglieri; 145 per gli alpini). Occorre anche dare


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il massimo sviluppo - come avviene presso gli eserciti esteri - al tiro ridotto, visto cha la scarsa disponibilità di poligoni non consente in Italia un efficace e continua istruzione delle truppe. Ha dato buona prova un tipo di cartuccia a pallottola frangibile, che rende possibile utilizzare senza eccessive spese poligoni nelle vicinanze degli abitati evitando gli inconvenienti della situazione del momento, nella quale le azioni di tiro devono essere svolte con eccessiva fretta, magari tutto insieme e senza alcuna cura per i risultati e per le operazioni di puntamento del singolo. Dopo quelle del Roluti, aspetti interessanti sul reclutamento, ordinamento e armamento della fanteria presentano anche le tesi del maggiore di Stato Maggiore Emilio Balzarini, 12 la cui ottica generale, come già si è visto nella parte I (Studi storico-militari 1985), è estremamente ambiziosa, se non ottimista: aumentare il rendimento e l'efficienza dell'Esercito, nel contempo diminuendo le spese. Il Balzarini, per tutte le unità dell'Arma base a cominciare dal plotone, propone il sistema ternario, in quanto consente la migliore economia nell'impiego dei Quadri e la maggiore .armonia nel funzionamento dei reparti. Sulla vexata quaestio della forza delle compagnie, il Balzarini sostiene (è l' unico del periodo) la necessità di costituire plotoni della forza di ben 100 uomini, cioè di una piccola compagnia, al comando di un subalterno effettivo, coadiuvato da un sottonente di complemento quale vice-comandante (due sottotenenti, quando in avvenire il numero degli ufficiali di leva lo potrà consentire). La forza della compagnia - su tre plotoni, più gli zappatori - r isulterebbe in tal modo superiore ai 300 uomini: "e non parrà certamente comando troppo elevato, codesto, per uomini che oramai superano quasi tutti la quarant ina e che anche col più favorevole sistema di avanzamento non pot rebbero fare a meno di superare la trentina, quando si pensi che tutti i generali, i quali si trovano ora alla testa della gerarchia furono maggiori comandanti di b attaglione all'età dai 27 ai 30 anni" 13

12 13

BALZARlNI, Il problema militare per l'Italia, Centenali E .C., Roma, l 908. Ibidem , pp. 2 17-218.

E.


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La compagnia continuerebbe ad essere l'unità elementare amministrativa; dato però che le grosse compagnie di 300 uomini sarebbero in numero complessivo minore di quello previsto con compagnie più piccole, si avrebbe un risparmio di personale amministrativo. Nè devono sussistere, secondo il Balzarini, preoccupazioni per l'impiego operativo di reparti così numerosi; infatti, essi verrebbero ad avere, in proporzione al numero di militari di truppa, un numero di ufficiali superiore a quello al momento previsto per compagnie più piccole (2,20 ufficiali su 100 soldati invece di 2 ufficiali su 100 solda ti). Ai livelli superiori la Brigata, su tre reggimenti, diventerebbe la Grande Unità di base al posto della Divisione, costituendo la Grande Unità amministrativa della fanteria; mentre il reggimento sarebbe alleggerito di tutte le funzioni amministrative, lasciando al suo comandante solo il controllo delle unità dipendenti. In tempo di pace, la Brigata è su due reggimenti, mentre il terzo elemento della fonnazione ternaria è il Deposito della Brigata. Il reggimento è su tre battaglioni anche in tempo di pace. Dei due reggimenti della Brigata di pace, il primo è destinato a mobilitarsi di prima formazione; il secondo, all'atto della mobilitazione, si scinde nei suoi tre battaglioni, ciascuno dei quali serve da nucleo per la costituzione di un intero reggimento di seconda formazione. Due dei nuovi reggimenti, unendosi a l reggimento di prima formazione, costituiscono una Brigata di guerra, alla quale potranno essere aggiunti reparti di altre Armi e servizi. I terzi nuovi reggimenti, formati dalle varie Brigate permanenti, possono pure essere riuniti a tre a tre per costituire altre Brigate di guerra. Un sistema di mobilitazione, quello proposto dal Balzarini, che ha dunque il pregio di non richiedere la c~stituzione interamente ex-novo di unità a livello reggimento, bensì di prevedere l'aggancio di ciascun reggimento da costituire a ll'emergenza a un battaglione già in vita, il quale pertanto gli fornisce, com'è indispensabile, una prima ossatura di personale in servizio. I reparti in vita sono, comunque, alleggeriti delle incombenze relative alla mobilitazione dal Deposito della Brigata, che costituisce, il centro di mobilitazione e l'organo amministrativo per tutti i reparti dell a Grande Unità. Del Deposito fanno parte gli uffici di reclutamento, che presiedono a tutte le operazioni e pratiche relative a l servizio di leva, alla chiamata del personale in congedo e alla mobilitazione (con relative r iviste e rassegne) di quadrupedi e auto-


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veicoli. Al Deposito appartiene anche una "compagnia Deposito", destinata ad inquadrare, all'atto della mobilitazione, la riserva di complemento, e a servire come nucleo per la costituzione di un battaglione di seconda formazione. Sempre allo scopo di realizzare economie di personale, il Balzarini propone l'abolizione delle musiche reggimentali e degli aiutanti maggiori in seconda di battaglione. Egli ritiene le musiche inutili: durante le marce, quando il soldato avrebbe maggior bisogno del loro sostegno morale, esse non suonano perchè i musicanti sono a loro volta affaticati; in guerra non possono essere impiegate, al campo vengono in genere prestate ai paesi vicini e assai raramente suonano negli accampamenti. Nelle guarnigioni, esse si esibiscono di frequente sulle piazze, ma ben pochi soldati accorrono a sentirle. La loro abolizione, peraltro, incontrerebbe fiera resistenza da parte dei Comuni che le possono utilizzare, in tal modo risparmiando le spese della banda comunale. Bisognerebbe almeno ridurle, e per il resto imporre un contributo ai Comuni che intendono fruirne. Circa il reclutamento della fanteria, il Balzarini è dell'avviso che convenga m;lntenere il reclutamento a base nazionale, pur prevedendo il completamento a base territoriale. Se, infatti, i reggimenti avessero - come da lui .-proposto - sede fissa, l'affiatamento delle popolazioni con i reggimenti servirebbe a compensare in gran parte i vantaggi del reclutamento territoriale, dovuti al ritorno dei richiamati ai reggimenti nei quali hanno trascorso la ferma, ritorno al quale con il sistema attuale si è già rinunciato. D'altra parte, la breve durata della ferma e l'aprirsi delle menti anche delle più umili classi sociali hanno tolto molto valore . "al ristretto concetto della famiglia reggimentale"; è invece più conveniente, di fronte alle nuove esigenze, abituare i soldati a spostarsi ed essere impiegati in qualsiasi reparto di truppa, e ad operare sotto gli ordini di qualunque comandante. È anche utile per l'istruzione ed educazione del cittadino che l'individuo venga temporaneamente sottratto al ristretto ambiente nel quale solitamente vive, per fargli conoscere altri usi e costumi. Sotto questo aspetto, "parmi che gli stessi socialisti sbaglino di molto nel propugnare il recluta· mento territoriale. Essi, che vorrebbero internazionalizzare il proletariato, dovrebbero almeno cominciare col nazionalizzarlo; e il reclutamento a base nazionale offre appunto il mezzo di aumentare i punti di contatto tra i pro-


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letari di varie parti d'Italia". 14

Come si è visto, la · visione che il Balzarini ha del problema della fanteria è incentrata sul reclutamento, sull'inquadramento (quantità e qualità) e sulla costituzione organica. Ciò non sembra casuale: sono questi gli aspetti che maggiormente condizionavano l'efficienza dell'Arma anche in campo operativo e addestrativo, aspetti nei quali più marcato risultava il divario tra le nuove esigenze d'impiego (che richiedevano a tutti i livelli personale ben scelto e addestrato) e una realtà che anche negli anni vicini al conflitto continuava a lasciare ancora molto lontani i traguardi da raggiungere per una fanteria "di qualità", senza che la crisi dei primi anni del secolo fosse superata. A preferenza delle questioni strettamente tecniche, sono dunque i temi del reclumento e dell'or dinamento che continuano a ricorrere, fino alla vigilia della guerra, in tutti gli Autori del periodo. Nel 19 10 ad esempio un articolo sulla "Preparazione" del 2-3 luglio, dopo aver affermato che il prestigio e le esigenze dell'Arma richiedono che alla fanteria venga riservata la parte migliore del contingente annuo, ritiene immotivata la disposizione che prescrive che le reclute di fanteria non possono avere statura superiore a metri 1,65. E poichè, a parte le truppe speciali, gli artiglieri da campagna devono essere "forti e robusti" e gli artiglieri da costa e da fortezza "larghi di petto, robusti e ben sviluppati", quanto rimane delle successive schiumature è riservato alla fanteria. Per mutare radicalmente questa situazione - osserva l'articolo - non è necessario un decre to reale; basta una semplice disposizione ministeriale. Da non trascurare in merito anche l'analisi - corredata delle conseguenti proposte - condotta dalla Commissione d'Inchiesta per l'Esercito nel 1907, che indica un complesso di cause, tali da rendere non del tutto soddisfacenti le condizioni addestrative della fanteria: "Di tali cause alcune sono inLrinseche alla costituzione ed al servizio dei corpi dell'Esercito, come: - la esiguità della forza organica sul piede di pace;

14

Ibidem, p. 238


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- i servizi di piantone, di attendeme e di scritturale; - i rinforzi di truppa combattente ai reparti di sanità e sussistenza. Altre sono estranee al servizio proprio dei corpi, come: il frazionamento de i corpi in distaccamenti; - il sen-izio di ordine pubblico e di pubblica sicurezza; - il servizio territoriale. Altre, fin almente, dipendono da mancanza o insufficienza di mezzi, e cioè : di terreni per esercitazioni; di poligoni di tiro; 15 - di somme adeguate per le m aggiori esercit.azioni annua li".

In particola re, su una forza totale media della compagnia fucilieri di 70 uomini (di cui 25 reclute e 45 anziani) la Commissione nota che giorna lmente solo 16 anziani sono disponibili per l'addestramento, mentre i rimanenti 29 sono indisponibili (13 per licenza o malattia, 8 scrivani o piantoni, 5 aggregati, 3 in servizio giornaliero). Altro elemento che influisce negativamente sulla disponibilità di personale per l'addestramento è il frequente frazionamento dei reggimenti in distaccamenti di forza inferiore al battaglione (fenomeno sconosciuto all'esercito tedesco), che aumenta il carico complessivo dei servizi giornalieri. La Commissione propone pertanto di portare da 70 a 93 uom ini la forza organica della compagnia sul piede di pace, e di adibire ai servizi estranei all a vera e propria preparazione al combattimento il personale meno atto alle fatiche di campagna. Si deve inoltre r idurre al minimo il numero di piantoni e scritturali (sostituendoli con civili e veterani) e aumentare la forza organica delle compagnie di sanità e sussistenza, in modo che possano ricorrere solo in casi eccezionali e in via temporanea a rinforzi di personale tratto dai reparti di truppa combattente. Infine dovrebbero essere ridotti anche i servizi di guardia a lle carceri e di ordine pubblico. In tal modo, sarebbe possibile migliorare l'efficacia della preparazione e r ialzare il morale ed il prestigio degli ufficiali, dando loro la possibilità di esercitare effettiv amente e con tangibili risultati le loro funzioni di is truttori e di comandanti; e sempre a questo scopo occorre eliminare aumentare gli stanziamenti per le esercita-

15 Cfr. Commfasione d'Inchiesta per l'Esercito, Relazione, voi. I, lstru'lione delle truppe, Tip.Ile Mantella te, Roma, 1908-191O, pp. 68-77

m Rela'l.ione,


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zioni con i Quadri e per le grandi esercitazioni. Poichè le coltivazioni intensive hanno quasi ovunque azzerato le zone disponibili per esercitazioni militari, in vicinanza delle guarnigioni, l'organizzazione e la condotta delle esercitazioni e dell'istruzione al tiro diventano poco agevoli e scarsamente redditizie: "generalmente i nostri poligoni non offrono condizioni propizie ad una ordinata, progressiva e tranquilla istruzione, o perchè sono di estensione limitata, o per essere eccessivamente lontani dalle guarnigioni ed eccessivamente addossati ad abitati, o per difetto di sicurezza. Molti presidi mancano affatto di poligono p roprio, e debbono affrettatamente avvicendarsi in poligoni comuni, e compiere in un periodo prefisso, qualunque siano le condizioni atmosferiche, le loro esercitazioni: vi sono 191 poligoni che sono comuni con le società di tiro a se§no e che perciò sono scarsam ente disponibili per i bisogni delle truppe" 1

La Commissione, di conseguenza, indica la necessità di acquistare, come avviene presso tutti i grandi Stati, zone di terreno sufficientemente vaste e tali da consentire lo svolgimento di manovre ed esercitazioni senza arrecare danno all'agricoltura e senza far aggravare sull'erario i conseguenti risarcimenti; occorre anche organizzare un sufficiente numero di poligoni in condizioni perfettamente rispondenti alle esigenze delle esercitazioni di tiro, e ritoccare le norme dell'istruzione, affinchè questa sia compiuta con tutta la necessaria efficacia. Nonostante le conclusioni della precitata Commissione e le proposte del Roluti, del Marazzi e di tanti altri che indicano negli aspetti attinenti al reclutamento, ai livelli di forza e a lla situazione organizzativa e infrastrutturale la causa della preparazione lacunosa delle minori unità, non sembra che, con il trascorrere del tempo, i problemi tecnici e il prestigio dell'Arma - base, fuori e dentro l'Esercito, migliorino nella misura che sarebbe stata necessar ia: nel 191 O, il Perrucchetti 17 commenta sfavorevolmente la notizia che in seguito a d un'inchiesta compiu ta per un incidente avvenuto a Misurina, due ufficiali erano stati puniti: un capitano con il passaggio dagli alpini alla fanteria, e un tenente con la m essa in disponibilità.

16

Ibidem, p. 76. Cfr. G. P ERRUCCHETTt, Questioni militari d'attualità , Lattes, Torino, I 910, pp. 185-186. 17


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Egli pertanto si sente in dovere di "dire, come antico fantaccino, una parola di franca protesta", sostenendo che invece la missione dell'ufficiale di fanteria è riconosciuta, per difficoltà ed elevatezza, superiore a qualsiasi altra: "a tutti è noto che il tributo di sangue pagato nella guerra odierna dalla fanteria è di gran lunga superiore a quello d i tutte le altre armi. e che, per difficili circostanze e il disagio in cui si trova il soldato a piedi, carico di tanto peso per armamento, munizionamento ed equipaggiamento, è necessario il più allo ascendente nell'ufficiale di fanteria, alla cui iniziativa, nella mischia, è oggi riservata tanta parte del successo.... Se passaggi d'arma e di specialità possono ancora oggi avvenire, per a ltre regioni, è erroneo il credere che abbiamo a considerarli come mezzo di punizione, e che la fanteria possa essere un refugium paccatorwn".

Nel 1911, un breve opuscolo dall'eloquente titolo "Eleviamo la fanteria!" 18 riprende con efficacia la tematica complessiva dell'arma, lanciando un caloroso appello perchè venga migliorata l' efficienza morale e tecnico-operativa delle sue minori unità, e sia eliminata tutta una serie di deficienze che nella realtà quotidiana creano un forte divario tra gli assetti e gli obiettivi sanciti dai regolamenti e ciò che si r.iesce effettivamente a realizzare superando le molte difficoltà. Scritto da un capitano, l'opuscolo si sofferma sulla vita giornaliera di caserma, indicando senza acrimonie tutta una serie di soluzioni per eliminare gli inconvenienti di vario ordine, tra i quali un ruolo primario giocano i riflessi derivanti dalle molteplici esigenze di carattere organizzativo, amministrativo e logistico, che distolgono i comandanti dalla cura dell'addestramento e del personale. Esigenze e situazioni in buona parte comuni anche a reparti delle altre Armi, sl che i reparti di fanteria diventano una sorta di archetipo a ttraverso il quale si possono intravedere caratteri e scorci comuni a tutto l'Esercito. Come spesso si usava fare a quel tempo, l'opuscolo inizia spingendo lo sguardo all'estero, e in particolare molto si sofferma sugli ammaestramenti da trarre dalla guerra russo-giapponese, per la quale l'autore attribuisce a cause di indole essenzialmente morale la vittoria del piccolo esercito giapponese sul grande esercito russo.

18

Cfr. CAPITANO NEMO,

Eleviamo la fanteria! Lattes, Torino, 1911.


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I Giapponesi posseggono tutte le doti di base dell'ottimo soldato, in pochi anni è scomparso nell'esercito l'analfabetismo, l'esercito gode del sostegno morale di tutta la popolazione e il maestro di scuola si è fatto propagandista di sentimento nazionale e di spirito d'indipendenza. Il risultato è l'elevato valore tattico del soldato, e in merito si citano nell'opuscolo le parole dell'inglese Sir Jan Hamilton nelle sue "impressioni sulla guerra russo-giapponese": "La passione di combattere e l'individualismo che lo distinguono concorrono a rendere il soldato quasi indipendente dal comando e dalle formazioni, una volta che egli sia stato razionalmente lanciato all'attacco. Le funzioni degli ufficiali giapponesi sono principalmente am ministrative e istruttive, Il loro contegno è sempre nobile e non potrebbe essere p iù animoso; per essi, tuttavia, ciò non è realmente cosi necessario in battaglia come lo è per la maggior parte delle altre nazioni. La questione delle formazioni è vitale in Europa, perchè esse rappresentano uno dei mezzi con cui i comandanti cercano di condurre le loro truppe al punto voluto con le minime perdite, e si assicurano al momento opportuno la richiesta massa di. fuoco e di acciaio per sfondare il nemico. Ma se ogni semplice soldato è assolutamente deciso a venire a stretto contatto con l'avversario, ed è abbastanza intelligente da giungen1i usuhuendo del terreno nel miglior modo, metà almeno, e la m età più difficile, degli scopi cui mirano le esercitazioni, le formazioni ed il comando sono già un requisito nazionale" 19 •

Il soldato di fanteria giapponese, animato da elevato spirito offensivo, che attacca con successo anche quando è inferiore di forze, rappresenta il modello ideale, al quale l'Autore contrappone, in negativo, il soldato russo, robusto ma rozzo e primitivo perchè il governo zarista, per assicurare stabilità al suo dispotismo, trova dannoso educare il popolo, "dimentico del fatto che in campo militare il farlo è divenuto un'assoluta necessità". Nel campo tattico, l'istruzione del soldato è basata sul vecchio assioma di Souvarov che la palla è pazza, la baionetta soltanto è saggia: "la palla è pazza • dunque sempre fuochi a salve e poco ordine sparso; la baionetta. soltanto è saggia • dunque baionette sempre inestate e tenersi pronti ad attaccare in massa; questa è la tattica dei russi. Mentre l'addestramento del soldato, basato su que!\te teorie antiquate, tende a glorificare l'urto della massa a pregiudizio del valore individuale dei combattenti, un distacco marcato separa il soldato dai suoi superiori, e la disciplina, anzichè

19

Ibidem, p . 5.


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sulla persuasione e sui nobili ideali patriottici, è basata sull'obbedienza cieca" 20_

Nel susseguirsi degli scontri con i giapponesi, si è così fatta strada a poco a poco tra i Quadri e la truppa la coscienza della propria inferiorità militare, che induce i comandanti russi ad aggrapparsi a posizioni difensive ed a rafforzarle con tutte le risorse dell'arte, sì che il concetto della difensiva passiva che ha presieduto alle operazioni dei russi durante tutta la campagna è dovuto essenzialmente a cause di indole morale, e in Manciuria nemmeno con forze uguali i russi si allontanano dal loro concetto difensivo. Ma anche quando hanno attaccato, i russi hanno mostrato, secondo l'Autore, di non comprendere che il vero segreto delle vittorie giapponesi consiste nell'"offensiva decisa e irresistibile", e hanno attaccato senza convinzione e senza iniziativa, con una formula che si potrebbe chiamare dell'offensiva passiva: basta un intoppo, una difficoltà per indurli a sospendere l'offensiva, mentre i comandanti cercano di sottrarsi già all'inizio alla responsabilità di decidere l'attacco. L'Autore conclude richiamando il commento agli avvenimenti della guerra dell'Estremo Oriente del capitano francese Meunier: "La guerra dell'Estremo Oriente consacra il trionfo delle forze morali nel combattimento (patriottismo, spirito offensivo, solidarietà, disprezzo della morte). L'offensiva, condizione necessaria di vittoria, esige ora più che mai il sacrificio di numerose vite umane; coll'armamento moderno, bisogna prepararsi a vedere le perdite dell'attaccante raggiungere di solito delle proporzioni che nelle guerre del secolo XIX si consideravano come assolutamente eccezionali. Un capo non può esigere tali sacrifizi, un popolo non consente a subirli, se non esiste in tutti la coscienza di combattere per una causa giusta e per un interesse vitale. È soprattutto per la durata che l'attacco di oggidì differisce da quello di ieri. Non è più il colpo rapido e brutale del martello; è invece lo sforzo lento, ma continuo, potente, formidabile, irresistibile del tor chio idraulico; è Io schiacciamento"

21

.

Per sostenere vittoriosamente queste molteplici e ardue prove, il soldato di fanteria deve essere perfettamente addestrato ed alle-

20 21

Ibidem, p . 6 Ibidem, p. 10


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nato, deve essere animato da un profondo amor di Patria e governato con una salda, convinta e intelligente disciplina, tale da amalgamare tutte le coscienze. Dopo questo chiaro esame delle esigenze generiche scaturite dalal guerra russo-giapponese, si esaminano nel dettaglio i problemi della preparazione della nostra fanteria, per la quale l'intelligenza versatile, l'ottima indole, la sobrietà e l'adattabilità ad ogni clima tipiche del popolo italiano sono doti preziose. Purtroppo, le condizioni nazionali dell'istruzione e dell'educazione sono ancora gravemente lacunose, e una gran parte del contingente di leva fornito dalla campagna e dalla montagna giunge alle armi completamente analfabeta, ignaro di tutto ciò che riguarda il nostro paese e l'ordinamento della società, privo delle idee elem entari di ordine e di pulizia. D'altra parte l'elemento cittadino, anche se molto progredito intellettualmente, fornisce un contingente che presenta ben poche garanzie per una salda disciplina: "perciò la preparazione del soldato, già difficile pe1· le esigenze moderne della lolla, è complicata dalla necessità di svegliare l'intelligenza degli uru e di estirpare le idee malsane degli altri, e della mancanza di una base benchè elementare di educazione nazionale" 22 .

L'Autore individua nella compagnia il luogo ove si deve trasformare in poco tempo il "rozzo contadino" e il "riottoso manovale" in un fante abile, cosciente e disciplinato: "perciò la condizione fondamentale per preparare dei buoni soldati sta essenzialmente nel costituire e mantenere in ogni compagnia una vera tradizione di accurato addestra mento e di salda e convinta disciplina. Se questa tradizione esiste, riesce facilissimo inquadrare una classe di reclute o di richiamati; se non esiste, qualunque sforzo per istruire ed educare una nuova leva rimane neutralizzato e poi distrutto dall'andazzo del reparto" 2 ·~

L'addestramento del soldato si inizia, si svolge e si completa con l'istruzione individuale, di squadra e di plotone. Le istruzioni con reparti superiori al plotone servono essenzialmente per addestrare i Quadri, e pertanto spostano l'attenzione dall'istruzione delle truppe al modo come sono impiegate; d'altro canto le mano-

22 23

Ibidem, p. 12. Ibidem, p. 13.


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vre a livello compagnia e superiore assumono, per i vincoli di tempo e per la necessità di limitare i danni, "un aspetto stereotipato molto lontano dal vero". L'addestramento individuale riveste importanza determinante, in tutti i suoi vari aspetti: allenamento alla marcia, istruzione al tiro, ginnastica di campagna, abilità di manovra in vicinanza del nemico e in combattimento, fortificazione speditiva. Per ognuno di questi aspetti, l'Autore indica gli obiettivi da raggiungere. L'allenamento alla marcia, e specialmente quello alla corsa al momento assai trascurato, dovrebbero essere sviluppati in tutta la compagnia, metodicamente e senza interruzione; e una modesta fanfara di compagnia gioverebbe molto a tenere il morale elevato ed accrescere così la resistenza della truppa. Per addestrare il soldato al tiro con il fucile bisognerebbe svolgere esercizi quotidiani di pratica armi, in modo da ottenere che ognuno sia in grado di sparare senza inconvenienti, aumentando così la celerità media di tiro della compagnia. Si dovrebbe anche insistere sugli esercizi di puntamento in bianco al cavalletto, e periodicamente sottoporre ad esame di puntamento tutta la compagnia per assicurarsi dell' esattezza della mira; infine, bisognerebbe eseguire almeno una volta alla settimana, con calma, per compagnia, una lezione di tiro al bersaglio. L'Autore lamenta che, a fronte di queste esigenze, al momento attale non si dà alcuna importanza al puntamento ed alla pratica del fucile, che vengono considerate istruzioni secondarie. Ne consegue che molti soldati conservano un concetto vago e indeterminato della linea di mira, mentre le condizioni in cui si esegue il tiro al bersaglio non consentono un efficace rendimento delle lezioni di tiro. Così i nostri soldati, pur dotati di un ottimo fucile, sono mediocri tiratori. Riguardo all'addestramento al combattimento, occorre curare soprattutto la ginnastica di campagna della truppa, lasciando agli esercizi ginnici in palestra e ai giochi lo scopo di dirozzare le reclute. La manovra in vicinanza del nemico e il combattimento sono la parte più difficile dell'addestramento del soldato, e occorre insistervi affinchè in combattimento una compagnia possa agire quasi automaticamente, guidata dall'intuito dei singoli. È necessario inoltre che le truppe siano addestrate a manovrare anche di notte, in qualunque terreno:


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"anche in tempo di pace le sensibili difficoltà per orientarsi e per mantenere i collegamenti rendono di notte assai penosa l'avanzata, specialmente fuori dalle strade: è facile immaginare come la sensazione di un pericolo imminente che non si vede debba ingigantire le difficoltà in tempo di guerra. L'opportunità rilevatasi nella lotta rnsso-giapponese, di auaccare sempre e qualche volta combattere anche di notte, rende evidente l'eccezionale importanza di esercitazioni intese a rendere abituale alle nostre ttuppe l'attacco 24 notturno" .

Ma la capacità di movimento tattico in vicinanza del nemico e in combattimento e l'addestramento al tiro non sono tutto: occorre sviluppare nel fante anche l'abilità a trincerarsi, con un appropriato uso della vanghetta in distribuzione. In merito, l'Autore cita l'esemplare abilità dimostrata nella recente guerra dal soldato giapponese, che ha saputo combinare i sistemi d'attacco con la fortificazione di campagna, scavando in posizione coricata appostamenti i quali servono non già per la difensiva, ma come posizione di riposo durante l'avanzata. In tal modo, la linea più avanzata penetra nel terreno senza essere segnalata, e le linee successive trovano la posizione già preparata. L'abilità a trincerarsi d'ora in avanti avrà un posto importantissimo nelle qualità richieste a l buon soldato di fanteria, e richiede cure incessanti. Anche in questo settore, però, l' Autore giudica poco soddisfacente il livello addestrativo raggiunto nel nostro Esercito: si sono distribuiti gli attrezzi, ma essi non vengono impiegati come si dovrebbe, forse per timore di sciupare gli oggetti di corredo e gli attrezzi stessi. Occorre invece superare tutte le prevenzioni ed i preconcetti, e adoperarsi per creare nel nostro soldato questa nuova abitudine: .. bisogna che il soldato abbia un'idea così esatta dell'efficacia del fuoco, da acquistare l'abitudine istintiva di crearsi un riparo colla vanghetta ogni qual volta si trovi per esigenze di manovra in terreno scoperto; e deve pervenire ad una tale abilità, da sapersi allestire in pochi istanti stando a terra una copertura sufficiente per la posizione di r iposo, rapidamente convertibile in 25 . d.1 quaI.unque tipo, · tnncea anc he con berret t·1" .

Anche nel campo dell'addestramento d' insieme, si sono mani-

24

25

Ibidem, p. 15. Ibidem, p. 16.


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festa te, a motivo dell'enorme efficacia delle armi attuali, esigenze del tutto nuove : 1° La tendenza dell'artiglieria ad eseguire il tiro a zone fa sì che alle truppe di rincalzo non basta essere fuori vista per non essere colpite. È pertanto necessario, secondo l'Autore, abolire i rincalzi di compagnia e tenere le riserve in ordine chiuso soltanto quando le condizioni del terreno offrono garanzia assoluta di riparo. 2° Durante le soste dell'azione, la truppa deve essere addestrata a scavarsi un riparo. 3° La truppa deve essere abituata alla disciplina del h.1oco. Su questo punto, traspare anche in questo caso la preoccupazione che il fuoco a volontà possa causare un eccessivo consumo di munizioni, visto che, come è emerso anche dalla guerra russo-giapponese, è molto difficile che truppe composte dai riservisti e senza grandi garanzie cli educazione e addestramento possano regolare da sè, con sufficiente calma, il proprio fuoco. In merito, l'Autore richiama, ritenendole pienamente rispondenti, le prescrizioni del nuovo Regolamento di Esercizi, il quale ha modificato le precedenti norme che consentivano il fuoco a volontà, stabilendo che il fuoco venga iniziato su ordine del comandante di plotone, condotto da ciascun fante nel modo consentito dalle proprie capacità e dal proprio discernimento, e cessato sempre su ordine. A fronte di queste nuove esigenze sancite anche dai regolamenti, secondo l'Autore i nostri sistemi sono rimasti ancora arretrati: "un formalismo esagerato ispira tutta la preparazione al combattimento, tanto che noi vediamo tuttora nella zona del fuoco efficace dei riparti in ordine chiuso (rincalzi della catena e schiere retrostanti). La falange delle abitudini del passato impedisce ostinatamente ogni riforma, anche quelle già sancite dai regolamenti. Più che ad ottenre un individualismo meticoloso ed intelligente si tende a perfezionare l'esteriorità dei movimenti e il quadro d'assieme". 26 .

Viene invece dato troppo rilievo all'addestramento in ordine chiuso, e vengono trascurate le esercitazioni interne. Questo, quando il Regolamento d'Esercizi prescrive che, poichè lo scopo delle istruzioni è l'addestramento al combattimento, le truppe de-

26

Ibidem, p. 21.


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vono essere condotte in piazza d' armi solo quanto basta per facilitare l'insegnamento delle posizioni, dei movimenti elementari e del meccanismo della manovra. Un a ltro aspetto secondo l'Autore di primaria importanza è l' educazione morale e civica dei giova ni alle armi, visto che nelle nazioni il sentimento militare non è affatto coltivato. Infatti, man mano che si affievolisce il ricordo delle guerre d'indipendenza le nostre popolazioni si abituano a considerare "l'Esercito come un anacronismo e la guerra come un'utopia", mentre ovunque si diffonde la ribellione e l'antimilita rismo, sl che a proposito di educazione della masse l'Esercito non può appagarsi "di un comodo gioco di scarica barile, e dire: a noi non ci aspetta!": così facendo, si rischierebbe di compromettere tutti i frutti dell'addestramento dato alla truppa. Ta nto più che esistono le possibilità di pensare anche a questo : "basterebbero un paio d'ore al giorno, specialmente nei giorni piovosi, sottraendole alle cosidette istruzioni secondarie. La scherma di baionetta, la ginnastica senz'arme, coll'arme e con gli appoggi potrebbero senz'altro essere aboli te insieme con tutte le noiosissime quanto inutili ripetizioni di regolamenti che svolgiamo attualmente noi ed i nostri graduati, per lasciare il campo ad un'elevata scuola di educazione. Riflettendo in quali deplorevoli condizioni di istruzione e di educazione giungono alle armi le nostre reclute, dobbiamo convincerci che, se vorremo farne dei bravi soldati dal cuore veramente italiano, sarà necessario incominciare il nostro lavoro dalle fondamenta, e assumerci i doveri che la famiglia e la scuola hanno spesso trascur ato de l tutto, dissodando così il terreno per gettarvi la buona semenza" 27 •

Per abituare le reclute fin da principio ai più elementari doveri sociali e disciplinari, alla pulizia, al buon contegno e ali' ordine, non occorrono affatto istruzioni: è sufficiente, e necessario, che la recluta trovi nella compagnia un ambiente molto disciplinato ed i graduati abbiano l'esatta conoscenza delle loro mansioni e dei loro diritti. In tal modo, anche gli ufficiali possono dedicarsi completamente alla loro missione di addestramento e di educazione della truppa, r iservando solo i ritagli di tempo alle m ansioni burocratiche e amministrative. Occorre ispirare praticamente agli inferior i il sentimento del-

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Ibidem, p . 25


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l'iniziativa, rendendo ognuno responsabile dei suoi atti. Se si addossa al graduato la responsabilità delle mancanze dei suoi inferiori, a poco alla volta il soldato si abitua a non far niente senza lo sprone. del superiore; d'altra parte, se per timore di minimi incidenti si evita al graduato di trovarsi alle prese con un pò di responsabilità, questi si abitua a quell' inerzia materiale e morale che è la negazione dell'autorevolezza e dell'iniziativa. Per instaurare una salda e intelligente disciplina, occorre che l'ufficiale tenga gli occhi bene aperti ed eserciti un'incessante vigilanza. Per quanto riguarda l'azione disciplinare, "rilevare le mancanze non implica già ognora l'obbligo di punire. La punizione anzi si dovrebbe riservare per i soli casi eccezionali in cui la parola affettuosa e convincente dell'ufficiale si è dimostrata affatto insufficiente. Pessimo sistema quello di educare con le punizioni! Se in procinto di punire si tenesse debito conto ogni volta dell'intelligenza e del grado di educazione civile e militare ricevuto da chi ha mancato, il numero e la gravità delle punizioni scemerebbero come per incanto, e nello stesso tempo l'educazione militare riuscirebbe più accurata". 28

Importanza "eccezionale", proprio in vista degli obiettivi prima considerati, l'Autore attribuisce a lla preparazione dei "graduati" (con tale termine, all'epoca si intendevano anche i sottufficiali). Sul campo tattico, l'ufficiale non sempre ha la possibilità di vedere e dirigere tutto; occorrono dunque graduati provetti e sicuri, dotati di ascendente, energia e iniziativa. È invece "voce generale" che, al momento, i nostri graduati non sono in grado di svolgere le funzioni che loro competerebbero, di coadiuvare l'ufficia le e anche di disimpegnare le semplici mansioni amministrative e di servizio loro affidate, e inoltre difettano di addestramento e disciplina. Questo avviene perchè sia per i graduati di truppa che per i sottufficiali l'attitudine fisica e morale, il grado di addestramento e le doti disciplinari non sono abbastanza considerati; la base del giudizio consiste nella conoscenza letterale dei regolamenti, e la selezione viene fatta tra coloro che hanno buona condotta e sanno leggere e scrivere a sufficienza. Invece la scelta dei caporali dovrebbe avvenire, a prescindere dall'istruzione, tra i soldati migliori, insegnando loro praticamente in qualche giorno le nuove attri-

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Ibidem, p. 30.


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buzioni. Coloro che tra i caporali che ne avessero le attitudini e fossero disposti con buoni incentivi di paga e di trattamento a divenire sottufficiali, potrebbero essere ammessi ad un corso di tre mesi, e riconosciuti idonei, sarebbero promossi sergenti. In tal modo, tutta la preparazione dei graduati verrebbe affidata alle compagnie, e sarebbero aboliti i plotoni allievi sergenti e caporali. L'Autore ritiene che bisogna reagire contro la diffusa tendenza ad affidare al sottufficiale solo funzioni contabili e burocratiche, escludendolo completamente dall'educazione e dall'addestramento della truppa. Peraltro la recente creazione del "maresciallo di compagnia" non risponde, a suo giudizio, a questi scopi, perchè le sue attribuzioni disciplinari e tattiche non sono ben definite, non è nè caposquadra nè capo-plotone, è poco utilizzabile in servizio quale sottufficiale ed è "illuso dai regolamenti a considerarsi quasi ufficiale". Grande influenza sul morale del soldato ha anche la caserma, che dev'essere resa il più possibile attraente. A questo scopo non rispondono, secondo l'Autore, le caserme del tempo e la loro organizzazione interna: si tratta in gran parte di "antichi conventi trasformati e conservati con criteri ultra-economici", in cattive condizioni di manutenzione e con impianti igienici insufficienti, male illuminati di notte. Anche il rinnovo e lavaggio degli oggetti di casermaggio lasciano a desiderare, mentre il rancio, per insufficienza dell' assegno giornaliero (rimasto costante a fronte del lievitare dei prezzi) e per l'inesperienza del personale di cucina è sovente scarso, monotono e non sempre ben confezionato. Queste circostanze sfavorevoli inaspriscono con continui disagi l'animo del soldato, e aggravano inutilmente il tributo, già molto gravoso, che la Patria chiede al cittadino: "per tutte queste ragioni bisogna decidersi ad aprire la caserma alla larghezza di mezzi e di vedute che distingue la nostra epoca: locali ampii, sani e ben illuminati; abbondante conduttura d'acqua; bagni o docce in ogni caserma; latrine com ode e decenti; la manutenzione delle caserme affidata ad apposite imprese. Occorre che il soldato, invece di considerare la caserma come un luogo di prigione, vi si senta a suo agio, meglio che in qualsiasi luogo. Le sale di convegno recentemente create contengono in genere una buona idea; ma ogni compagnia dovrebbe avere il suo piccolo circolo d'intimità, ben illuminato, ben riscaldato, con libri, giornali e cancelleria sui tavoli, con le pareti ornate di carte del nostro paese, quadri sinottici della nostra storia, tabelle di mostrative dell'utilità della ~revidenza e della cooperazione, illustrazione di macchine agricole, ecc." 9

29

Ibidem, p. 35.


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Riguardo al rancio, occorre aumentare l' asssegno per il vitto della truppa, e al tempo stesso cercare di ricavare il maggior rendimento possibile da quanto è disponibile: a tal fine, le Commissioni per il rancio devono essere dotate di grande autonomia e costituite da ufficiali veramente adatti e competenti, mentre il personale di truppa delle cucine deve essere appositamente istrnito. In merito alle altre difficoltà e alla scarsità di mezzi che ostacolano un efficace addestramento, l'Autore richiama le conclusioni della Commissione d'Inchiesta sull'Esercito, mettendo ancora una volta in rilievo la scarsità di poligoni e aree addestrative, la scarsità di munizioni per l'addestramento, i bassi livelli di forze per la truppa. In tempo di pace sono effettivamente presenti due ufficiali soltanto per compagnia (oppure uno solo) rispetto ai cinque previsti dall'organico, numero troppo basso per le molteplici esigenze dell'amministrazione, del governo e del servizio generale delle truppe; il numero dei richiamati per istruzione annuale è da noi assolutamente minimo, mentre a causa del sistema di reclutamento i richiamati dal congedo per istruzione o mobilitazione non sono mai incorporati nel reggimento al quale appartenevano nel periodo passato sotto le anni: "gli effetti reali di questi sistemi si rilevano soltanto nelle condizioni morali delle truppe in guerra, quando il capitano, avvezzo in tempo di pace a compagnie minuscole, avrà ai suoi ordini con ufficiali subalterni quasi tutti di complemento 250 uomini ignari affatto delle idealità patriottiche del cittadino, insensibili al dovere ed all' onore mili tare, refrattari alle esigenze della disciplina, sprezzanti della gerarchia, nemici inveterati della caser ma., indolenti, fiacchi, incapaci di iniziative, per 2/3 provenienti dal congedo e mai conosciuti, con una percentuale rilevante di antichi attendenti, piantoni, scritturali, musicanti, abituati di lunga mano a disinteressarsi completamente della disciplina e dell'addestramento". 30

L'Autore lamenta poi l'eccessivo formalismo, ancora molto diffuso a scapito di altri aspetti dell'assetto morale e disciplinare: "si va in visibiglio per tutto ciò che è parata; la musica, i trombettieri, i tamburini sono venerati come la pietra di paragone dei reggimenti. La divisa soprattutto è oggetto delle più ansiose preoccupazioni, consacrate da tutte le 31 autorità in continui ordini del giorno e circolari"

30 31

Ibidem, 'p. 49. Ibidem, p. 54.


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L'organizzazione e la condotta delle istruzioni dovrebbe essere modificata, abolendo gli esami di compagnia e di battaglione allora previsti per le reclute, e lasciando solo quelli individuali; però anche in questo caso occorre proscrivere forme scolastiche nella prepa razione del personale, come le risposte stereotipate e fatte mandare a memoria a ciascun soldato, per determinate domande d'esame anch'esse fisse. Anche i "riparti delle istruzioni" dovrebbero essere meno particolareggiati e più pratici, lasciando spa7io maggiore per l'iniziativa e la libertà d'azione degli istruttori, , ·,.1:,ì come del resto prescrive il nostro Regolamento d'istruzione, sl."condo il quale "nelle istruzioni teoriche si deve sempre mirare allo sviluppo morale e inlellettuale del soldato, ed evitare quel gioco inefficace di domande e risposle letterali sui vari argomenti, il quale si ferma alla superficie e non penetra nel intimo dell'intelletto e del sentimento" 32 .

La normale vita di routine dei reparti, in tutti i suoi molteplici aspetti, e il costume vigente di rendere l'ufficiale responsabile di ogni cosa sono spesso tali, da favorire la burocrazia e il conformismo e non premiare molto l'iniziativa, la libertà d'azione e l'assunzione delle proprie responsabilità da parte di ciascun livello della catena gerarchica, per quanto il Regolamento per l'istruzione della fanteria prescriva che occorre indicare chiaramente solo gli scopi e controllare a ttraverso i risultati se è stato fatto buon uso della libertà d'azione concessa. L'educazione accura.ta della fanteria e il suo addestramento, secondo l'Autore, si potrebbero comunque conciliare facilmente con una severa amministrazione vantaggiosa sia all'erario che al morale del soldato, accentrando al livello di battaglione, sotto la vigilanza dell'ufficiale contabile, la contabilità e l' amrninsitrazione delle compagnie dipendenti. In tal modo, i comandanti di Corpo e quelli di compagnia non verranno assorbiti da mansioni burocratiche e amministrative e l' istruzione, e soprattutto l'educazione della truppa passeranno in prima linea. Nella conclusione che segue a questo multiforme esame, l' Autore sostiene la necessità che l'Italia provveda in tempi brevi a

32

Ibidem , p. 59.


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riorganizzare completamente l'Esercito e in particolare la fanteria che ne costituisce la parte principale, la fanteria oltre che regina delle battaglie "arbitra assoluta di qualunque guerra". Nel fare questo, "non si lasci la Nazione illudere da quei megalomani visionari che sognano lotte di dirigibili e aeroplani ed automobili, nè si lasci distrarre dalle altisonanti ed ingannevoli parole di quei capi che gridando allo straniero inconscie parole di sfida proclamano ai quattro venli che l'Esercito è pronto per qualunque cimento, ma in silenzioso raccoglimento, con slancio, perseveranza e modernità di vedute procur i di adeguare la preparazione delle sue truppe alle ardue esigenze di una guerra moderna" 33 .

In particolare, la soppressione di un certo numero di reggimenti è da ritenersi l'unico rimedio per colmare le deficienze della forza

organica e aumentare l'assegno giornaliero del soldato senza sensibili aumenti del bilancio ordinario, mentre per i nuovi campi di tiro e di manovra e per le nuove caserme occorrenti sono necessari fondi straordinari contemperati con sagge economie. Occorre poi ricostituire nei sistemi e nelle tendenze un indirizzo di preparazione militare veramente moderno ed efficace, e questa è una riforma che deve compiersi con le sole forze morali ed intellettuali degli ufficiali. Bisogna procedere a una revisione generale dei regolamenti, in modo da "estirpare senza compassione quanto è formalismo e ridurre al massimo semplicismo in appositi regolamenti quanto riguarda l'uniforme, gli onori, il servizio territoriale, il servizio interno, e compilare un Regolamento di Di34 sciplina e un Regolamento d'Istrnzione veramente moderni" .

Per rispondere efficacemente alla nostra missione, bisogna abituarsi all'idea che una guerra può scoppiare da un momento all'altro e che al di sopra del quieto vivere e delle ambizioni personali vi sono gli interessi supremi della Patria e la necessaria preparazione delle truppe: "soprattutto bisogna con ogni mezzo ricercare, favorire e premiare l'indipendenza dei caratteri, in modo che ognuno si senta attratto ad attuare le tendenze che l'esperienza, la coscienza e l'intelligenza gli ispirano, a costo di 35 staccarsi radicalmente dalle idee abituali dell'ambiente e dei superiori" .

33 34

35

Ibidem, p . 77. Ibidem, p. 80. Ibidem, p. 81.


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Questo studio ci sembra importante, per due ragioni: da una parte, esso dimostra che nel 1911 la strada da percorrere per la fanteria era ancora lunga e, daJI' altra, consente di toccare con mano le principali lacune delle strutture militari terrestri, principalmente dovute all'insufficiente livello di forza delle minori unità e ad un assetto organizzativo che distoglie in misura eccessiva i Quadri dall'addestramento e dall'educazione del personale, riducendo inoltre il numero di soldati giornalmente disponibili per l'istruzione. Le nuove esigenze nel campo tecnico-tattico e ordinativo vengono ben individuate nelle varie implicazioni, non escluse l' organizzazione logistica e le infrastrutture. Nemmeno sfugge l'importanza di abituare il soldato ad interarsi, anche se il principio del1' offensiva - more solito - viene visto in maniera ancora eccessivamente ottimistica, e l'influenza della jeune ècole francese sembra notevole e tal volta prevalente in certe concezioni. Sempre nel 1911, un altro interessante articolo sulla Rivista Militare, 36 anch'esso dovuto ad un anonimo, si occupa di questioni più propriamente tecnico-tattiche, con particolare riguardo all' efficacia del fuoco, alle formazioni e all'addestramento. Circa i problemi del fuoco di fanteria, solo il fuoco alle medie distanze, sui nostri terreni, risulta efficace; alle brevi, ha più che altro effetto morale. Lo scopo dell'azione si ottiene con la manovra (cadendo possibilmente sul fianco del nemico); non va ricercata la superiorità di fuoco, che induce a spiegare le forze anzitempo, senza avere la certezza di conquistarla. È inoltre necessario raggiungere la disciplina del fuoco, evitando con un appropriato addestramento lo spreco eccessivo di munizioni. In merito, il sistema suggerito dal Guerrini (secondo il quale, terminato un caricatore, il fuciliere dovrebbe attendere l'ordine prima di introdurre e spararne un altro) "ha certo tutti i caratteri utili. del vecchio fuoco a volontà, ma ha anche tutti i caratteri utili del vecchio fuoco a salve, perc.hè fa periodicamente intervenire la volontà dei comandanti a mantenere disciplinato il consumo di munizioni".

Per quanto riguarda le formazioni, già a partire da 5-6 km di

36

I.

''X", Dell'addestramento tattico della fanteria, su "Rivista Militare", 191 I, voi.


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distanza dalla linea di contatto gli ordini chiusi devono man mano aprirsi, per non essere sorpresi dal fuoco di artiglieria. Per proteggersi dal tiro a shrapnel, la fortificazione e il riparo rappresen tano il siste ma migliore. La compagnia inquadrata deve spiegare contemporaneamente tutti i suoi plotoni: i vecchi sostegni e rinca lzi non hanno più senso, perchè non è comunque possibile sottrarli alle perdite, mentre se portati subito in linea consentono il massimo sostegno dì fuoco. Solo a livello battaglione un'aliquota di forze deve essere mantenuta a rilevante distanza e in ordine sparso dietro la prima linea, che dovrà raggiungere quando comincerà ad essere copita dai proiettili. L'avanzata per l'assalto deve avvenire a sbalzi, col molti scaglioni dei quali alcuni fanno fuoco mentre gli altri muovono. Rispetto al passato, si avrà una catena di tiratori meno densa, maggiore adattamento delle formazioni al terreno, l' eliminazione dei rincalzi, oppure una maggiore distanza di rincalzi e riserve dalla linea più avanzata. In campo addestrativo, secondo l'Autore l'istruzione delle reclute - che è forse l' unica che tutti i soldati compiono - non viene fatta bene ed è troppo breve (solo otto settimane). Si dà troppa importanza all'addestramento formale, e troppo poca allo sviluppo dell'addestramento al comb attimento, dove il soldato dovrebbe agire d'iniziativa; si compiono, inoltre, poche manovre in terreno vario e poche istrnzioni sul tiro, e vi sono troppe "cariche speciali". L'istruzione delle reclute andrebbe prolunga ta a 12 settimane, e contrariamente a quanto al momento attuale avviene - occorrerebbe interpretare i regolamenti secondo lo spirito più che secondo la lettera, e lasciando da parte taluni pregiudizi. Si deve ricorrere a un poco di ingegnosità per supplire alle diffic oltà che presenta un terreno di istruzione non sempre idoneo, e con un pò di buona volontà anche con i venti uomini disponibili per compagnia si può fare addestramento: "ebbene che cosa facciamo noi per ottenere questa indispensabile e desid erata istruzione? Certamente, a mio parere, non tutto quanto sarebbe possibile; ciò dipende essenzialmente da cause estranee alla nostra volontà, da mancanza di mezzi, dalla strana pretesa di avere un saldo eserci to senza la corrispondente spesa; ma in parte, per quanto piccola, ciò è dovuto anche a molti vecchi pregiudizi ancora sussistenti e ad un a non esatta interpretazione ed applicazione dei nostri regolamenti più recenti".

Dal 1912 fino ali' inizio della guerra, in merito all'impiego della fanteria ci si preoccupa più che altro di interpretare la recente re-


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golamentazione, e di approfondirne la conoscenza. In questo senso, notevole, nel 1913, un articolo del maggiore Bloise, 37 che si propone di mettere in evidenza i caratteri salienti della nuova regolamentazione, e, in particolare, delle "Norme per l'impiego delle Grandi Unità in guerra" (1910) e delle "Norme per il combattimento" (1911). Il Bloise sottolinea che tale normativa riafferma in modo "reciso e preciso" la superiorità dell'offensiva sulla difensiva, e cita quanto sancito nelle "Norme per il combattimento" a proposito del valore e della possibilità dell'offensiva: "allo scopo di evitare fa lsi e dannosi concetti sul valore di questa forma di combattimento si cred e necessar io ossexvare subito, che i progressi delle a rmi da fuoco hanno contribuito piuttosto ad aumentare che a diminuire i vantaggi dell'offensiva".

A questo proposito, egli fa notare che le precedenti "Norme Generali", a suo tempo abrogate, affermavano il contrario, e accenna anche ad altri aspetti fondamentali meritevoli di essere messi in evidenza: l'artiglieria concepita come "arma ausiliaria" della fanteria, e l'abbandono del duello iniziale di artiglieria; l'attacco della fanteria con unità scaglionate in profondità; la decisione del combattimento affidata, oltre che al fuoco, anche alla baionetta; l'importanza attribuita al genio; l' importanza della "cooperazione" (dal francese liaision des armes, term ine dovuto al generale Langlois) tra fanteria e artiglieria, fattore essenziale di successo sul campo di battaglia. Meritevoli di menzione, infine, due studi comparsi sulla Rivista Militare nella primavera del 1915, quando l'Italia stava entrando in guerra, mentre lo scontro sul fronte occidentale si era ormai stabilizzato in contrapposti sistemi trincerati. Il maggiore di artiglieria Pietro Ago commenta il famoso opuscolo cadorniano "Attacco frontale e ammaestramento tattico", 38 sforzandosi di dimostrare che i

37 A. B 1..01sE, Alcune considera zioni sulle v igenti nostre istruzioni tattiche, su "Rivista Militare", 19 13, vol. II. 38 P. Aco, Attacco frontale e ammaestramento tattico , su "Rivista Militare", 1915, voi. I (16 mar'l.O 1915).


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recenti eventi non giustificano l'abbandono dell'offensiva, in quanto questa continua a rappresentare l'unico mezzo per decidere la lotta: ''l'attuale conflagrazione europea solo in apparenza contraddice la superiorità dell'offensiva; la tenece difensiva dietro robuste trin cee, si riduce ad un reciproco logoramento, senza nulla r isolvere; e solo quando uno dei due avversari, sentendosi veramente più forte dell'a ltro, passerà a ll'offensiva potrà ottenere risultati decisivi. Anche per rapporto a posizioni fortissime e solidamente organizzate a difesa, persistono per l'offensiva i vantaggi che le sono prop ri, purchè venga impiegato il tempo occorrente a prepararne le condizio.f\i favorevoli ... Perchè l'attacco riesca è indispensabile assicurarsi l'assoluta superiorità di fuoco nella zona prescelta".

Più originale, e anche più prespicace, uno studio del capitano Tonelli di Fano, 39 che in poche righe riesce a sintetizzare i nuovi caratteri del combattimento e a far emergere l'importanza di taluni materiali, dei quali non si era parlato molto nel periodo precedente la guerra, come le granata a mano (già largamente usate dai giapponesi nella guerra contro i russi) e le "automobili corazzate". Queste ultime, secondo il Tonelli di Fano, "hanno dato un risultato superiore alle più ottimistiche previsioni. Il loro improvviso apparire origina il panico anche nei reparti che nel combattimento si mostranò più stoici. Specialmente efficace è il loro concorso negli inseguimenti. Quelle armate di obici e di cannoni sono riconosciute l'arma più potente impiegata nella presente guerra".

Nella condotta del combattimento, occorre "più che impulsività, metodicità dell'azione". Anche l'attacco più energico è costretto a ricorrere a mezzi per loro natura difensivi; e il difensore, grazie alla gittata e potenza delle armi, riesce di solito a mantenere a distanza l'avversario e può così ritirarsi su nuove linee di difesa già predisposte, obbligando l'attaccante a successivi sforzi. Particolare rilievo e frequenza hanno assunto gli attacchi notturni, facilitati da ll'introduzione dei proiettori, e condotti allo scopo di cercare nella scarsa visibilità una compensazione a lla potenza delle armi.

39 T. D 1 FANO, Insegnamenti della presente guerra, su "Rivista Militare", 1915, voi. II (16 maggio 1915)


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L'incidenza della fortificazione campale sui procedimenti d'azione della fanteria La potenza e l'intensità del fuoco delle nuove armi non poteva che apportare mutamenti radicali, oltre che sulla costituzione e sui procedimenti d'impiego della fanteria, anche sul modo di concepire la fortificazione campale, fino all'inizio del secolo XX ritenuta da molti elemento ritardante e tale da incoraggiare il timore e la rinuncia ali' azione (non era ammesso, ad esempio, il fuoco dalla posizione "a terra"). Oltre al Roluti, che come già si è visto ne riconosce l'accresciuto ruolo, sono molti coloro che a partire dalle esperienze della guerra anglo-boera all'inizio del secolo ne intravedono la preminente importanza, non di rado con intuizioni che la prima guerra mondiale avrebbe confermato. L'argomento merita quindi qualche cenno particolare, anche se è strettamente connesso all'impiego della fanteria. Sulla Rivista di Artiglieria e Genio, già nel 1902 un ampio studio a firma Pietro Valle illustra il libro del maggiore inglese Callwell Tactics of today, 40 derivato dalle esperienze della guerra angloboera, nel quale lo stesso Callwell esprime, in merito al valore della difensiva, opinioni lungimiranti: "l'attacco ha perduto gran parie dei suoi vantaggi nelle moderne condizioni della guerra ... l'offensiva oggi è estremamente difficile, salvo che con forze grandemente superiori, o girando attorno ai fianchi del nemico, ovvero prendendo successive posizioni, e fortificandole fino a che il nemico possa essere oppresso da un fuoco a ranghi serrati, o respinto da un subitaneo lanciarsi attraverso una ben piccola distanza... Truppe ferme, provvedute di adeguati ripari, sono al giorno d'oggi quasi inattaccabili, salvo da forze preponderanti. La prossima guerra dimostrerà probabilmente se questa veduta sia giusta o no. Certo è che l'esattezza, la potenza e l'intensità del fuoco di moschetteria e di artiglieria accrescono il bisogno di provvedersi di ripari".

L'autore dell'articolo si associa a queste affermazioni, però "colle debite riserve", citando l'opinione di "un'alta personalità mi-

40 P. VALLE, La tattica odierna secondo il Callwell, su "Rivista di Artiglieria e Genio", 1902, voi. III.


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li tare competentissima" a riprova dell'opportunità di non attribuire alla difensiva importanza superiore all'offensiva: "Nella difensiva la fortificazione accresce il valore del terreno e quindi aumenta la forza di resistenza. Ha però un inconveniente, ed è questo, che cioè può d.iminuire la facilità di passare alla controffensiva, giacchè si corre il rischio di legare un pò troppo saldamente il soldato al suo appostamento, dietro al quale si sta abbastanza protetti daft tiro nem ico. E non bisogna dimenticare che con un combattimento unicamente difensivo non si ottengono risultati positivi. Deve venire il momento in. cui dalla difesa si passa ali' attacco".

Si può dire che, da allora in avanti, la trattazione del cruciale problema della fortificazione campale non si discosta da queste linee di fondo, dalle quali emerge una preoccupazione - fondata anche se eccessiva - che essa possa in ultima analisi costituire incitamento alla staticità, quando invece - come viene da tutti ribadito è l'offensiva quella che può fornire la decisione. Nel 1906, il colonnello del genio Enrico Rocchi 41 trae corretti ammaestramenti dall'assedio di Porth Arthur nella guerra russogiapponese: importanza di una dife nsiva attiva, mirante a prevenire i disegni dell'aggressore con sortite e contrattacchi; utilizzazione di tutti i mezzi tecnici moderni per contendere passo a passo il terreno all'attaccante (tra di questi, le bombe a mano; le mine o "torpedine terrestri"; il reticolato abbinato al fuoco di fucileria e mitragliatrici; contromine permanenti delle quali devono esser dotate le opere di fortificazione, in quanto l'antica "guerra di mina", favorita dalla potenza dei moderni esplosivi, tende a tornare in auge). Nello stesso anno, il de Chaurand 42 osserva che la guerra moderna richiede alla fanteria, oltre alle formazioni sottili e alle manovre celeri, anche la protezione del terreno: l'appostamento non va più considerato come una precauzione, ma come una necessità. La guerra campale si è modellata in certo modo su quella di posizione del secolo XVIII, con la sola differenza che, mentre una volta i due avversari si fronteggiavano immobili per mesi, ora cercano

41 E . RoccHI. Il momento odierno dell'arte difensiva, su "Rivista di Artiglieria e Genio", 1906, vol. III. 42 F. DF.. CHAU RAND DE s.E.. La fortifìca"(.ione del campo di battaglia (Estratto dalla Rivista Militare 1906), Voghera, Roma, 1906.


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con l'offensiva di sopraffarsi a vicenda, sfruttando però nel procedere in avanti le coperture naturali e artificiali del terreno. Il de Chaurand auspica pertanto la distribuzione - non ancora avvenuta - degli attrezzi leggeri individuali alla fanteria, e le opportune modifiche al Regolamento di servizio per la fanteria che non ne prevede ancora l'impiego. Diversamente dal Roluti, il de Chaurand ritiene che l'assalto alla baionetta non sarà la fase principale del combattimento, bensì un episodio secondario: la decisione spetterà normalmente all'arma da fuoco. La fortificazione del campo di battaglia sarà larisultante dell'insieme degli spostamenti individuali e per gruppo, senza schemi rigidi; le artiglierie dovranno essere protette, le riserve tenute in trincee, i trinceramenti dovranno limitare la visibilità e gli effetti delle granate dirompenti, e pertanto dovranno presentare un rilievo sul terreno minimo, essere stretti e profondi, con ripida scarpa interna; lo sgombero del campo di tiro dovrà essere effettuato solo per le gittate utili, ed a distanze inferiori ai 500 metri. Il panorama non è molto cambiato nel 1911, ove anzi, nel notevole articolo di "X" sull'addestramento tattico della fanteria prima citato, sembra che in certo senso si verifichi un'involuzione. Pur ammettendo che "L'utilizzazione del terreno è ormai la base tattica della fanteria" e pur citando l'esempio delle truppe giapponesi costrette, durante la recente guerra contro i russi, a fermare il movimento e a scavare ripari con l'attrezzo leggero individuale, l'Autore ritiene che le generalizzazioni siano improprie: i russi adottavano una difensiva totalmente passiva, e inoltre "coll'abituare il soldato ad abbandonare spesso il fucile per l'utensile si potrebbe rischiare anche di diminuire l'efficacia del fuoco e soprattutto l'energia dell'avanzata. In molti casi infatti il costruire un riparo von-à dire arrestare di colpo il movimento in avanti, perchè difficilmente il soldato saprà poi abbandonare il suo lavoro che gli è costato tanta fatica e che gli assicura una protezione nel fragore della terribile tempesta che lo circonda; talvolta, mentre che, per la mancanza di ripari. la stessa paura spingerebbe il soldato in avanti, la trincea l'inchioderà dove si trova paralizzando ogni slancio offensivo".

L'Autore accenna poi ad esperimenti compiuti in Francia, per proteggere il soldato di fanteria durante l'attacco senza che egli sia obbligato a fermarsi per scavare e interrarsi, provocando la temuta soluzione di continuità nel movimento. Il rimedio che a quanto egli


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riferisce verrebbe studiato oltre che in Francia, anche in Italia è l'adozione di uno scudo portatile del peso di pochi chilogrammi, dietro il quale tra uno sbalzo e l'altro l'assaltatore potrebbe ripararsi stando a terra. Questo atteggiamento, portato nonostante tutto e vedere con eccessiva diffidenza lo scavo di trincee per i suoi effetti psicologici nei riguardi dello spirito offensivo della fanteria, è quello che sembra avere maggior credito fino all'inizio della guerra del l 914, sul fronte occidentale. Così, anche l'ormai maggior generale del genio Enrico Rocchi, nei successivi studi 43 del 1911 e 1913, continua a propugnare una concezione eminentemente dinamica della fortificazione campale, con concetti molto moderni, anzi forse troppo moderni a fronte del1' ormai vicina realtà della guerra di trincea, dove la staticità e la passività avrebbe troppo spesso trionfato. Essa va concepita come "lo scudo dell'offensiva e della manovra"; fuoco e manovra sono i capisaldi della difesa. Un problema di fortificazione non ammette una soluzione unica: "la difensiva razionale è l'offensiva temporeggiante, mentre la difensiva irrazionale è quella che sopprime il movimento e la manovra, che sono l' anima della lotta".

La fortificazione ha come scopo ultimo di assicurare la superiorità del fuoco; è uno strumento della manovra e del tiro, di guisa che "alla fortificazione infeudata al concetto della protezione e della sicurezza assoluta, e però dell'impiego delle colossali masse di resistenza e delle minute predisposizioni per la difesa vicina ed immediata, subentra una fortificazione spigliata, come si disse, articolata, se non mobile, il cui programma è di favorire, avvivare, moltiplicare, se non fosse possibile, l'azione delle artiglierie".

La difensiva non esiste più; la fortificazione non è scudo passivo, è mezzo per proteggere la propria azione offensiva fino al1' atto risolutivo.

43

Cfr. E. RocCHl, L'impiego odierno della fortificazione e il suo collegamento colla manovra e col tiro, su "Rivista Artiglieria e Genio", 191 I, voi. II, e Traccia per lo studio della fortificazione campale, Casanova, Torino, 1913.


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Non bisogna nè disprezzare il fuoco, né fanii un assegnamento troppo assoluto. Il principio che il fuoco distrugge ogni forza conduce a conclusioni non sempre aderenti alla realtà. Il difficile sta nel non esagerare né in un senso né nell'altro. Secondo il Rocchi la guerra campale assumerà un andamento analogo a quello delìa guerra d'assedio. Le avanzate saranno lente e le azioni molto frazionate. Lo scudo dell'antichità tornerà in onore sotto forma del riparo improvvisato che seguirà le truppe avanzanti. Il Rocchi non è d'accordo con i sostenitori dell'avanzata ad ogni costo e delle mosse celeri, che attribuiscono le lunghe soste della campagna di Manciuria a difficoltà logistiche che in una guerra europea non si verificherebbero. Infatti, "su qualunque terreno e su qualunque teatro di operazione l'azione delle armi a tiro celere porterà a forme di combattimento sostanzialmente nuove nella storia dell'arte militare... Le azioni campali, indipendentemente dalle soste dovute alle condizioni logistiche, dovranno necessariamente svolgersi con lentezza e ad intervalli".

Anche per il Rocchi i reticolati avranno impiego efficace, limitato solo dalla disponibilità di materiali, mentre le bombe a mano riacquisteranno l'importanza che, sotto forme più grossolane, ebbero nei secoli XVI e XVII. E nemmeno manca una concezione embrionale, ma chiara del caposaldo: "lo sviluppo della linea di fuoco sarà ben lungi dall'essere continuo. Si avrannno generalmente aggruppamenti intorno ad alcuni gruppi p1·incipali della linea, che, per la loro posizione, presenteranno una particolare importanza tattica. Il combattimento aumenterà di intensità intorno a tali punti, i quali vengono così a costituire i capisaldi della linea ed i centri di altrettante a zioni parziali... tali punti di appoggio, o capisaldi, potranno essere organizzati in modo svariatissimo... si tratterà in ogni caso di u tilizzare al massimo grado le favorevoli condizioni di resistenza che presentano le accidentalità del terreno ..."

Emerge dunque, particolarmente dagli scritti del Rocchi, una contraddizione sia pur in diversa misura latente nel pensiero dicoloro che, nel periodo, si occupano delle incidenze dell'aumentato volume di fuoco sui procedimenti d'azione della fanteria: il riconoscimento dell'accresciuta importanza della fortificazione campale e l'esatto apprezzamento di molti caratteri del combattimento che ne deriva, ma, accanto a ciò, un'accentuazione del suo impiego in funzione offensiva tale da eccedere le effettive possibilità di sfrut-


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tamento dei lavori e le caratteristiche di una difesa attiva. Viene così delineata - sull'esempio giapponese - un'avanzata della fanteria contro nemico in posizione che, oltre a sfruttare con accortezza e appropriato addestramento i ripari naturali, assume la veste o meglio lo schema di sbalzo tra successivi ripari artificiali, scavati al momento a livello individuale con l'attrezzo leggero. Questi procedimenti d'azione, adottati dai giapponesi e resi possibili dalle particolari condizioni di disparità di forze morali e materiali e di efficacia del fuoco tra attaccante e difensore nella guerra russo-giapponese, non avrebbero potuto ripetersi in una guerra europea ove, veniva favorita in misura che mai prima si era verificata la difensiva, la cui superiorità complessiva di fuoco nemmeno con il ricorso da parte dell'attaccante a ripari improvvisati poteva essere neutralizzata; sì che, in ultima analisi, la fortificazione campale doveva assumere la forma di estremo ed obbligato rimedio contro una preponderanza del fuoco che al momento non si sapeva come compensare. Di qui un eccesso di staticità e di passività non voluto, non previsto e più che altro subito, dal quale si tentava di uscire con offensive i cui obiettivi spesso non tenevano conto della proporzione tra scopo e mezzi, della disponibilità di fuoco e delle reali possibilità delle truppe, in tal modo segnando un passaggio repentino da un eccesso ali' altro, contrario a tutte 1~ antiche leggi dell'arte militare. Solo sulla base dell'esperienza del fronte occidentale, che già nei primi mesi del 1915, e anzi già a fine 1914, dopo la battaglia della Marna, aveva assunto tutti i caratteri della guerra di posizione, il tono della pubblicistica in merito alle prospettive "offensive" della fortificazione sembra mutare, almeno in qualche caso. Tra coloro che avvertono la necessità di un sensibile mutamento nel modo di concepire la fortificazione è il capitano Tonelli di Fano, il quale, nel citato studio del maggio 1915, non può che prendere atto dell'enorme importanza rapidamente assunta dall'organizzazione di posizioni difensive, ritiene vantaggioso costituire in corrispondenza delle possibili direttrici d'attacco nemiche magazzini largamente fomiti di materiali atti alla rapida costituzione di posizioni e campi fortificati , e mette in rilievo il ruolo non tanto dell'appostamento individuale, ma della trincea : "un ufficiale russo per tratteggiare con una sola frase la guerra odierna scrive che essa non si combatte sul terreno ma, per la potenza delle armi, sotto il terreno. Ed infatti nessun movimento viene eseguito senza il concorso


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delle trincee, che non si fanno per tiratori a terra ma molto profonde, mascherate, blindate, su più linee, unite da sottopassaggi e trinceramenti· a sega. Si adopera insomma per la guerra campale tutto quanto era prima consigliato per la guerra d'assedio".

Le mitragliatrici e il loro impiego

Il problema delle mitragliatrici - giova chiarirlo - non viene dapprima visto come "di fanteria", e non a caso le opere del Roluti non vi fanno cenno. Già impiegata in numero limitato nel secolo XIX durante la guerra di secessione e la guerra franco-prussiana, solo all'inizio del 1900 quest'arma raggiunge doti di (relativa) leggerezza e facilità di manovra, tali da consentirne un impiego diffuso, pur sempre però considerandola - almeno all'inizio - come specialità a sé stante, da impiegare in cooperazione con le Armi tradizionali, mentre solo con molta fatica man mano si fa strada l'idea di concepirla come parte integrante della fanteria e della cavalleria; idea in Italia ostacolata a·nche dalle limitate disponibilità di bilancio e dall'insufficiente sviluppo della tecnologia, che ne ritardano la distribuzione ai minori livelli. Ciò nonostante, la nuova arma che più di ogni altra è assurta a simbolo della realtà del primo CQnflitto mondiale, fin dai primi anni del secolo sulle riviste militari italiane viene tempestivamente valutata nel suo giusto valore. Nel 1902, proprio il tenente di artiglieria Roberto Bencivenga, 44 per cinquant'anni figura non secondaria della storia e del pensiero militare, sostiene che per le sue doti di mobilità e di potenza è destinata diventare "l'arma futura del campo di battaglia" e ne ritiene necessaria la sollecita adozione, in quanto trova impiego efficace particolamente sul nostro terreno compartimentato e montano, mentre la sua disponibilità potrebbe compensare la nostra inferiorità nelle artiglierie rispetto alle altre nazioni. Circa l'ordinamento tattico, la visione del Bencivenga è meno precorritrice e più a breve respiro: le "batterie mitragliatrici" do-

44 Cfr. R. BENCJVENGA, Le mitragliatrici nuova arma di guerra, su "Rivista Artiglieria e Genio", I 902, voi. III.


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vrebbero dipendere dai grandi comandi, forse di Divisione, più probabile di Corpo d'armata; esse non devono essere parti integranti di nessuna delle altre Armi, ma cooperare con queste di volta in volta nella misura ritenuta conveniente. Pur non potendo risolvere il combattimento, potrebbero assumere compiti nuovi (sorprese, inganni, finte), oppure conferire maggiore potenza di fuoco alla "fanteria montata", la cui importanza è stata dimostrata dalla guerra anglo-boera. Anche il Rocchi nel 1906, dopo l'esperienza della guerra russogiapponese, mette in evidenza che uno degli strumenti principali della difesa attiva di Porth Arthur furono le mitragliatrici, il cui impiego abbinato ai proiettori elettrici riusciva a paralizzare gli attacchi notturni giapponesi. 45 Notevole un articolo del 1908 del capitano di artiglieria di SM Roberto Segré 46, il quale contesta la proposta della Commissione d'Inchiesta per l'Esercito di distribuire ai reparti la mitragliatrice italiana "Perino", giudicata migliore della "Maxim". Egli, invece, ritiene che nessuno dei due tipi sia adatto a costituire quelle unità mitragliatrici di battaglione alle quali si tende. Ambedue le armi, infatti, non possono essere trasportate a spalla che per brevi tratti. Sotto il profilo dell'impiego, le mitragliatrici possono avere due differenti funzioni: integrare e sostituire l'azione dell'artiglieria nell'appoggiare la manovra della fanteria alle brevi distanze (e in questo caso il rep<:1rto mitragliatrici è assimilabile a una batteria leggera sommeggiata), oppure costituire una riserva di fuoco a disposizione di ogni unità tattica di fanteria (e allora la mitragliatrice è solo un fucile automatico fornito di sostegno, che come tale deve essere portatile). Per il Segré, occorrono due diversi tipi di mitragliatrici, che non assomigliano a quelle in discussione: un tipo pesante per appoggiare la manovra dei battaglioni e un altro leggero per sostenere l'azione dei battaglioni stessi, inglobato in tali unità. Del tipo leggero (che dovrebbe richiedere per il servizio non più di 2-3 uomini e avere al seguito 3000-4000 cartucce) non esistono ancora modelli

45

E. ROCCHI, Il momento odierno .... (Cit.). R. $EGRE, Nota relativa alle mitragliatrici campali di fanteria, su "Rivista Militare", 1908, voi. III. 46


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ben sperimentati; occorre pensare prima alle mitragliatrici pesanti. Una chiara visione, quindi, dei due tipi occorrenti, della diversa formula tattica del fucile mitragliatore e della mitragliatrice e delle rispettive priorità. Delle mitragliatrici, nella sua citata opera sul "Problema militare per l'Italia", si occupa, nel 1908, il maggiore Balzarini, ponendole giustamente in relazione anche alla possibile adozione del fucile automatico. La sua visione delle possibilità dell'arma e dell'ordinamento tattico più conveniente per i reparti mitragliatrici risulta anch'essa pienamente aderente alle effettive esigenze operative del momento. La guerra russo-giapponese ha dimostrato che essa può "rendere utilissimi servizi"; più leggera del cannone, può seguire in qualunque terreno il movimento dei reparti di fanteria e cavalleria. Non può certamente avere lo stesso valore morale e materiale del cannone in tutte le fasi del combattimento: ma fornisce un rendimento infinitamente superiore a quello del fucile, consentendo su determinanti obiettivi un concentramento di fuoco quale difficilmente si potrebbe ottenere con l'impiego di un'intera compagnia fucilieri. Le caratteristiche dell'arma sono peraltro tali, da non rendere conveniente un suo ordinamento e impiego in reparti analoghi alla batteria di artiglieria. Infatti, le mitragliatrici possono essere impiegate solo a brevi distanze dal nemico (inferiori ai 1500 m) e contro bersagli animati normalmente' in formazione di combattimento. In tali condizioni, un reparto relativamente complesso e pesante come la batteria costituirebbe un ottimo obiettivo per l'artiglieria e la fucileria nemica. E anche mantenendo la batteria mitragliatrici alle dirette dipendenze di un comando di livello elevato per intervenire in qualsiasi momento e a ragion veduta nel combattimento, essa svolgerebbe un compito che meglio può essere assolto - a notevole distanza dal bersaglio e da posizioni ben coperte - dall' artiglieria, e inoltre verrebbe certamente distrutta durànte l'avvicinamento e la presa di posizione, movimenti che dovrebbero avvenire quasi sempre allo scoperto e a distanza di tiro efficace dalla fucileria nemica. Di conseguenza, per il Balzarini "le mitragliatrici, raggrupate in semplici coppie assegnate direttamente ai reparti dì truppa che se ne devono servire ed incorporate addirittura in un plotone di una compagnia di fanteria o di uno squadrone di cavalleria, sarebbero in grado di rendere i migliori servizi, seguendo l'andamento del combattimento e gli sbalzi della linea del fuoco, pronte sempre ad entra-


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re in azione in qualsiasi momento ciò possa essere ritenuto opportuno, ed evitando di consumare munizioni nei periodi del combattimento nei quali il loro intervento non sia necessario. E perciò si rende indispensabile una montatura assai leggera delle mitragliatrici e del relativo munizionamento, in guisa che, una volta entrate nella zona di combattimento, non abbiano ad essere più necessari quadrnpedi per il loro traino o someggio, ma il loro trasporto abbia a poter essere effettuato a braccia da pochi uomini, anche in terreno vario" 47 .

Circa il quantitativo di m itragliatrici da distribuire, per il Balzarini è da escludere la possibilità che la loro introduzione in servizio possa consentire la diminuzione dell'artiglieria da campagna, ma, d'altro canto, non si deve nemmeno pensare ad estenderne l'impiego fino ad assegnarne due per battaglione. Bisogna anche tenere conto dell'eventualità che presto o tardi venga decisa l'adozione del fucile automatico, il che farebbe alquanto diminuire l'importanza delle mitragliatrici. Il fucile automatico ha già molto fatto parlare di sè, ma la sua introduzione, forse per ragioni finanziarie, ha finora incontrato forti resistenze. Basterebbe che un esercito lo adottasse, perchè tutti gli altri ne seguissero l'esempio: "e noi dovremmo essere i primi, anche con l'attuale ordinamento: perchè sarebbe questo l' unico provvedimento ché potrebbe compensare, in certo qual modo, per alcuni anni, le deficienze della nostra organizzazione militare" 48

Per il momento, il Balzari'ni propone di dotare di fucile automatico i bersaglieri, ai q4ali non.verrebbero assegnate mitragliatrici. Se poi questa nuova arma individuale dovesse pienamente corrispondere alle aspettative, la sua adozione dovrebbe essere progressivamente estesa anche agli alpini e a tutta la fanteria. In tal caso, diminuirebbe di molto l'opportunità di dotare le truppe mobili di mitragliatrici, e i mezzi che servono al loro trasporto potrebbero essere impiegati per il rifornimento munizioni delle armi individuali. Circa i criteri da seguire per la distribuzione, il Balzarini ritiene sufficiente dotare di una coppia di mitragliatrici someggiate

47

E.

48

Ibidem, p. 231.

BALZARINl,

OP. Cit., p. 229.


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ciascun battaglione a lpini e ciascun reggimento fanteria destinato ad operare in montagna, e di una coppia di armi trainate gli altri reggimenti di fanteria. In totale, l'esigenza per il momento sarebbe di 520 armi. Per quanto concerne l'istruzione sull'impiego tecnico della nuova arma, presso la Scuola Centrale di Tiro per la fanteria e tutti gli ufficiali di fanteria dovrebbero apprendere il suo impiego, mentre per la truppa dovrebbero essere organizzati a livello di Brigata e gruppo alpini dei centri d'istruzione ai quali affluirebbero i mitraglieri, dopo aver compiuto l'addestramento propedeutico comune a tutti i soldati di fanteria. Nel 1911 - anno della loro introduzione in servizio - gli interventi sulle mitragliatrici si fanno assai numerosi: il maggiore Gustavo Pocobelli 49, riprendendo uno studio di due anni prima, ritiene che le sezioni someggiate aggregate ai reggimenti possono essere poco utili, e propone di abbinare le mitragliatrici alla bicicletta, costituendo delle compagnie ciclomitragliatrici di Corpo d' Armata da assegnare una per Divisione e una alle truppe suppletive. Il maggiore di fanteria Vittorio Gadolini, in due lunghi articoli 50 , conduce un esame molto esauriente delle caratteristiche tecnico - tattiche delle mitragliatrici, dalle quali derivano corretti e molto moderni accorgimenti e criteri d'impi~go. La mitragliatrice è un'arma della fanteria, e il suo impiego deve armonizzare con i criteri generali d'impiego della fanteria stessa. Ha bisogno di essere protetta da attacchi di sorpresa, se isolata. Il suo elevato consumo di munizioni la rende inadatta ad azioni prolungate; deve perciò essere usata solo nei momenti decisivi e contro le concentrazioni avversarie. Ha un pericoloso avversario nell'artiglieria, che con qualche colpo ben aggiustato può metterla fuori combattimento; peraltro, data la poca vulnerabilità, può sfuggire al tiro facilmente. In attacco, le mitragliatrici devono intervenire a distanza inferiore a 1000 metri dell'avversario e quando il fuoco del difensore ostacola gravemente l'avanzata della nostra fanteria. Spostamenti per sezioni o per arma; a 600 metri tutte le armi debbono essere in

49 G. Pocoue.LLI, Ordinamento dei repani micraglieri in relazione al loro impiego, "Rivista Militare", 1911, voi. III. so V. GAOOLINT, Ordinamento e impiego tattico delle Mitragliatrici campali, su "Rivista Militare", 1911 , voi. II.

su


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grado di sparare. All'assalto, si tengono in misura di proteggere la fanteria se l'azione non riesce, e al tempo stesso di prendere rapidamente posizione sul!' obiettivo conquistato. In difesa, la loro azione consente di elevare notevolmente la resistenza, e di ridurre in tal modo le truppe che vi sono destinate, a favore dell'attacco. La libertà d'azione, in difesa, è maggiore, non essendo l'impiego delle armi vincolato a spostamenti; per questo occorre evitare un impiego prematuro e riservarne una parte all'appoggio al centrattacco. Molto preveggente l'ordinamento tattico che consegue a questi ·criteri d'impiego: normalmente una sezione (su due armi) per battaglione, ma in casi particolari anche tre o quattro. Può essere tuttavia conveniente riunire le sezioni in reparti mitraglieri più forti (compagnia o gruppo di due o tre sezioni), per poi decentrarle all'occorrenza (in effetti, non dissimili orientamenti per la distribuzione, principalmente per ragioni di carattere economico, sarebbero prevalsi solo nel corso della guerra, mentre all'inizio si sarebbe manifestata l'opposta tendenza a sostituire con il numero di fucilieri la scarsità cli mitragliatrici o di artiglieria). Il generale e senatore Luchino Del Majno (già autorevole membro della Commissione d'inchiesta) 51 , nel 1911 - diversamente dal Gadolini - sostiene la superiorità della mitragliatrice italiana "Perino" sulla "Maxim" (tesi della Commissione d'inchiesta), e soprattutto lamenta che, nonostante gli auspici della stessa Commissione, le mitragliatrici in distribuzione sono ancora troppo poche, quando invece l'Austria e il Giappone le hanno già adottate nel numero di due per battaglione, criterio che il Del Majno ritiene "il necessario e non più del necessario", anche se, per gli alpini, egli riterrebbe opportuna l'assegnazione di una mitragliatrice per compagnia. In tal modo, sarebbe possibile raddoppiare l'efficacia delle nostre difese montane, risparmiando personale e quadrupedi difficili da rifornire a quelle altitudini. Il Del Majno ne esamina poi l'impiego in montagna, in collina e in pianura. In montagna, la mitragliatrice è l'arma ideale, e non per nulla gli Svizzeri l'adottarono immediatamente. Infatti, i pas-

51 L. DEL MAYNO, Le mitragliere in montagna, collina e pianura, su "Nuova Antologia" del 16 agosto 19 I I.


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saggi sono pochi e obbligati, oltre a non consentire lo spiegamento di molte forze. Poichè una sola mitragliatrice (che non ha bisogno di molto spazio per la postazione) sostituisce il fuoco di molti fucilieri se ben disposta in modo da poter intervenire su direzioni di tiro prefissate, si potrebbe sbarrare con qualche arma i passaggi obbligati anche di notte e o con nebbia, consentendo di tenere così concentrate le truppe per l'azione offensiva e controffensiva. In collina, la mitragliatrice è meno efficace che in montagna e in pianura, dato il suo tiro ficcante, che neutralizza obiettivi ristretti. È tuttavia possibile sparare "a ventaglio" o al piede delle alture. Inoltre, la mitragliatrice è utile per far sgomberare lestamente la cima delle colline prima dell'attacco e per appoggiare l'attacco stesso nel momento della propabile reazione di movimento del difensore. In pianura, la natura del terreno e la sua copertura causano un'avanzata della fanteria discontinua, che dà origine a salienti e rientranti. Dai salienti sarà così possibile prendere d'infilata il nemico, e siccome lo spazio disponibile per lo spiegamento lungo i salienti stessi è poco, anche in questo caso l'arma ideale è la mitragliatrice, che consente di ottenere "effetti incalcolabili, perchè la improvvisa ritirata di un tratto di catena dell'avversario può essere causa di uno strappo nella linea e da r luogo all'irruzione dei nostri".

È il comandante del reggimento, secondo il Del Majno, che deve indicare alle mitragliatrici dei battaglioni gli obiettivi da battere, fissarne le posizioni e organizzare un collegamento telefonico tra il suo posto comando e le mitragliatrici, per poter dirigere il loro fuoco. In sintesi, per il Del Majno è indispensabile un gran numero di queste armi, ed egli spinge il suo appello fino ad esclamare: "insisto nell'asserire che è ormai tempo che l'Italia non si contenti pecorilmente (SIC) di imitare tedeschi o francesi; vi sono ingegni svegli anche tra noi; avanti dunque ed assicuriamoci una superiorità tattica sui nostri vicini. Né si accampi la questione di denaro: la spesa di pace è minima, ed in guerra è ridicolo parlare di qualche centinaio di mila lire quando è in gioco l'esistenza della nazione".

Anche il maggior generale Rocchi, negli stessi articoli già citati a proposito dei problemi di fortificazione, ritorna sull'argomento nel 1911 e nel 1913. Egli osserva che l'impiego delle mitragliatrici


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è controproducente, se non viene effettuato in forma corretta e con

personale ben addestrato. Quando ciò avviene esse diventano uno strumento vitale. Nell'assed io di Porth Arthur, come dagli stessi giapponesi riconosciuto, hanno reso ai Russi preziosi servizi, rivelandosi facilmente trasportabili (con soli due uomini) e di pronta entrata in azione. Una volta opportunamente occultate, era quasi impossibile scoprirle e metterle fuori servizio: "la resislenza agli assalti si fondava sull'impiego dei pezzi leggeli e delle mitraglialrici, condoue su i parapetti a l momento del bisogno. Per impedire che esse entrassero in azione, sarebbe stato ncce~sario che l'artiglieria giapponese avesse dist11.1tto i r icoveri nei quali erano allogiate durante i bombardamenti. Ma come conoscere il posto di tali ricoveri? e, dato anche che essi fossero stati conosciuti, era possibile rovinarli?".

Ecco dunque, già allora, la percezione precisa delle difficoltà essenziale dell'attacco contro fanteria in posizione, contro la quale - se ben disposta e con lavori ben organizza ti e completati - nel corso della prima guerra mondiale si sarebbe rivelata poco efficace la stessa artiglieria, che non riusciva a neutralizzare in misura sufficiente le armi di reparto. Sono, questi, ancora i motivi conduttori delle opere del Canevari e del Visconti Prasca negli anni trenta, incentrate sulla ricerca dei mezzi e dei procedimenti per neutralizzare le armi che più direttamente si oppongono all'avanzata degli assaltatori, armi tra le quali la mitragliatrice r appresentava e r appresenta l'offesa più micidiale. In un quadr o generale ove tutti, sia pure indicando diversi e anzi opposLi criteri d' impiego, sembrano prendere atto della raggiunta efficacia a insostituibilità della nuova arma, non manca qualche voce tecnica discorde, come quella di un capitano del 7 1° fanteria che usa lo pseudonimo "Fante" 52 , il quale getta m olta acqua sul fuoco dei sostenitori dell'efficacia delle mitragliatrici a lle medie distanze, cioé alle distanze d'im piego comunemente normali. Secondo il Fante, nei criteri d'impiego che a l m omento vengono ancora prospettati per le mitragliatrici è rimasta traccia delle

52

voi. I.

Cfr.

F ANTE ,

Le mitragliatrici sul campo di battaglia, su "Rivista Militare", 19 12,


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esagerazioni alle quali si era stati costretti per un primo tempo, per reagire alle tesi contrarie alla loro adozione. Si tratta invece di armi da utilizzare solo in quei casi, ben definiti, nei quali il loro impiego si rivela opportuno. Con dovizia di dati tacnici tratti anche da esperienze di poligono, il Fante dimostra che la loro distanza di tiro più utile ed efficace è sui 500-700 m, e che il tiro in poligono della mitragliatrice (un fucile che spara con grande rapidità da un affusto, affidato a personale scelto) si è rivelato meno efficace di quello dei fucili. Occorre però tenere conto che, in combattimento, per ottenere un tiro efficace e preciso con la mitragliatrice basta in solo uomo, in grado di conservare la calma, mentre per la compagnia fucilieri occorrerebbe che tutti fossero calmi e non aumentassero la dispersione del fuoco con posizioni di tiro 'non corrette. Sulla base dei dati e rilievi tecnici, in conclusione, rimane per il Fante dimostrato che "per regola le mitragliatrici non possono essere impiegate alle medie distanze per procacciare la superiorità di fuoco alla propria fanteria, o per continuare l'azione delle batterie pcrchè, stante il limitato munizionamento, esse non potrebbero come fanno i fucili raccogliere egualmente degli effetti compensando la scarsa efficacia del tiro con un grande impiego di munizioni".

Con ciò, l'Autore non ritiene possibile e conveniente proprio il ruolo precipuo che la mitragliatrice, nella difesa come nell' attacco, avrebbe assunto durante il conflitto: prolungare alle brevi distanze l'azione dell'artiglieria . Anche la sua preoccupazione per il limitato munizionamento, come se si trattasse di un dato costante non suscettibile di revisioni e mutamenti, dimostra - come per il munizionamento di artiglieria - un ancoraggio a vecchie concezioni quantitative e logistiche legate a un concetto di "economia" assai ristretto e ormai in via di superamento. Va ancora sottolineato che questo del "Fante" è un caso isolato, il quale non infirma la generale tendenza a dare all'arma valore assai elevato, anche se non sono molti coloro che ne prevedono l'impiego capillare che si sarebbe verificato nel conflitto. Una via di mezzo r ispetto a concezioni troppo ardite o troppo prudenti è rappresentata da un articolo del capitano Francesco Lepri comparso nel 1913, 53 e dunque non particolarmente lungim i-

53 F. LEPRI, Osservazioni varie sul fun dona mento e impiego delle mitragliatrici nella campagna italo-turca, su "Rivista Militare", 191 3, vol. III.


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rante specie in merito a talune concezioni sull'ordinamento tatti co delle mitragliatrici e sul loro impiego, che parecchi Autori, diversi anni prima, avevano intravisto più lucidamente. Pur riconoscendo che le mitragliatrici sono le armi dell'avvenire e che la loro adozione si estende e si estenderà sempre più, il Lepri è dell'avviso che non si possono definire norme tassative e assolute sul loro imp iego, e sulla base dell'esperienza della guerra di Libia giudica il loro impiego necessario più che altro nelle colonie e in montagna, dove cioè sussistono difficoltà di trasporto per l'artiglieria; esse non potranno mai sostituire completamente l'artiglieria leggera che opera con la fa nteria in terreni difficili. Nella difensiva, a meno che non risulti conveniente battere punti di obbligato passaggio di particolare importanza, e sfruttare salienti con ampio campo di tiro, esse vanno tenute in posizione arretrata, per poter intervenire nel luogo e nel momento opportuno; non debbono comunque essere impiegate "nelle ordinarie condizioni del combattimento", non conviene dotarle di scorta (perchè agiscono con la fanteria), e nemmeno assegnarle come scorta all'artiglieria, in sostituzione della fanteria o della cavalleria. Vi possono, però, essere dei casi particolari nei quali le mitragliatrici possono sostituire l'artiglieria leggera: ciò avviene soprattutto quando la fanteria sta per andare all'assalto, quando è necessario sostenere la ritirata, e in tutti i momenti critici. In tal modo, il Lepri vede ancora nella mitragliatrice non una normale protagonista del combattimento, non un'arma di sostegno presente in tutte le fasi (e come tale spinta in avanti fin dal primo momento per sfruttare con continuità il cospicuo sostegno di fuoco), ma un'arma da tenere in potenza, e da impiegare solo in taluni casi particolari, specie quando l'artiglieria non può seguire la fan teria. Evidentemente, il problema de l sostegno di fuoco della fanteria a lle brevi distanze, quando l'artiglieria per ragioni di distanza di sicurezza deve cessare il fuoco, rimaneva nella visione del Lepri assai lontano. La comparsa del problema dell'arma individuale a ripetizione automatica

La precedente ana lisi, e in particolare l'esame del le opere del Roluti, potrebbero dare l'impressione che il nuovo fucile a ripetizione ordinaria per la fanteria - mod. 91 in Italia, Lebel in Francia, Mauser in Germania, Mannlicher in Austria .... - ovunque rappresentasse già un impegna tivo pun to d'arrivo che imponeva di per sè


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la rinuncia a vecchi schemi tattici e addestrativi, con particolare riguardo alle formazioni e alle m isure per impedire un eccessivo consumo di munizioni con un fuoco troppo accelerato, proporzionalmente inefficace. Tuttavia già il Balzarini, come si è visto, ritiene inevitabile presto o tardi l'adozione del fuci le automatico, e qua e là sulla pubblicistica militare compare anche la notizia che i Francesi vanno sperimentando armi individuali di questo tipo. Ma sullo specifico argomento è un articolo del 191 O dell'allora maggiore di artiglieria Antonino Cascino 54 a meritare di essere qui ricordato, soprattutto perchè ben delinea, già allora, gli indirizzi futuri che era necessario seguire per quanto attie ne all'arma individuale della fanteria, precorrendo formule tattiche ancor oggi di piena attualità. Sulla base dell'esperienza delle u ltime guerre, il Cascino sostiene, citando anche relazioni e statistiche ufficiali, che il munizionamento di piccolo calibro è complessivamente più efficace di quello di calibro più rilevante e che, inoltre, il tiro alle grandi distanze è assai più dannoso per chi lo esegue che per chi lo subisce. Ne consegue che gli orientamenti da a dottare per il futuro arm amento della fan teria sono, a suo par ere, da ricercare: in un tiro più celere e al tempo stesso più esatto; in una maggiore tensione della traiettoria, quale unico mezzo per ottenere un tiro radente e in tal modo poter correggere gli inevitabili e cospicui errori nella graduazione dell'alzo; in un munizionamento più abbondante quale dotazione d'arma non solo per le maggiori celerità di tiro necessarie e possibili, ma a nche in relazione al quadro complessivo del m oderno campo di battaglia, ove sono aumentate le distanze ed è aumentata la varietà delle situazioni a lle quali la fanteria deve far fronte. Secondo il Cascino, l'unico mezzo per concilia re queste contrastanti esigenze sarebbe una nuova riduzione del calibro, dal 6,5 mm del mod. 9 1 ai 5 mm. In tal modo, si otterrebbero i seguenti vantaggi: - riduzione del peso del fucile a circa 3 kg; con accorciamento

54 A. CASCINo , Per il nostro fu cile automatico ...dell'avvenire, glieria e GenioH, 191O, voi. lll.

su

"Rivista d i Arti-


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della canna e aumento della maneggevolezza e della facilità di puntamento; riduzione del peso della cartuccia, con possibilità di aumentarne a 300 la dotazione individuale; aumento della tensione della traiettoria, tale da consentire il tiro ad alzo abbattuto fino ai 1000 metri, sì che alle distanze medie di tiro non sarebbe più necessario conoscere la distanza di tiro e graduare l'alzo; aumento dell'efficacia del nuovo proiettile da 5 mm, che avrebbe, ad un tempo, maggiore forza viva residua, velocità, acutezza della punta, tensione della traiettoria maggiori. Il Cascine pertanto conclude che "automaticità e calibro da 5 mm formano due termini indissolubili d'un problema, che è precisamente quello del nuovo armamento della fanteria".

Per raggiungere questo obiettivo, secondo il Cascino occorre indicare chiaramente ai costruttori la via da seguire, senza troppo riguardo per quanto si fa all'estero; anche con l'adozione del cal. 6,5 per il mod. 91 sono stati vinti preconcetti basati sulla considerazione che "all'estero non si faceva così". L'unico ostacolo che al momento attuale si oppone alla costruzione di un fucile da 5 mm è lo stadio attuale della tecnologia degli acciai, che peraltro è sperabile subisca un'evoluzione tale da poter consentire, in breve tempo, anche questa realizzazione.

3.

L'ARTIGLIERIA ITALIANA DI FRONTE ALLE NUOVE ESIGENZE D'IMPIEGO E DI COOPERAZIONE: IL PROBLEMA DEL RINNOVAMENTO DEI MATERIALI DA CAMPAGNA

Il problema dell'artiglieria all'inizio del secolo in larga parte riassume e caratterizza i fattori da porre alla base della modernizzazione dell'intero esercito. La complessità degli aspetti che ne derivano richiederebbe uno studio ampio e approfondito, quale non è possibile condurre in questa sede; poichè, però, non può essere del tutto trascurato, ci si limiterà a dame qualche cenno, allo scopo soprattutto di mettere in evidenza l'incontro e lo scontro di due opposte scuole di pensiero, in certo senso tipiche non solo del tempo


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e/o dell'Arma di Artiglieria. 55 Il rinnovamento delle artiglierie, prima ancora che da precise e ben individuate esigenze in campo tattico, nasce dalle nuove possibilità che consentiva la tecnologia dei materiali e già a fine secolo era sul tappeto in tutta Europa. Nel 1894, la Francia aveva introdotto per prima in servizio il materiale da campagna calibro 75 mm tipo Déport, con affusto a deformazione e a tiro rapido. Mentre le al.tre nazioni sostanzialmente seguono la scelta francese, in Italia it progetto e la costruzione delle nuove artiglierie costituisce uno dei punti nodali del problema militare, oggetto di dieci anni di discussioni e polemiche, spesso roventi, in sede tecnica e politica. Il dibattito può essere ridotto alla convenienza o meno di adottare al posto di quelli rigidi i nuovi affusti a deformazione, che consentivano una celerità di tiro molto più elevata. Nel concorso indetto nel 1896 per una nuova artiglieria da campagna, era escluso, a priori, ogni freno per la riduzione del rinculo. Dopo lunghe discussioni, venne adottato nel 1902 un modello ("da 75 A ret") che risultò superato sia dalle artiglierie francesi sia dai modelli tedeschi ormai costruiti anche dalla casa Krupp. Nuovi studi ed esperienze portarono all'adozione di un nuovo cannone di progettazione italiana "da 75 A mod. 1906", con affusto a deformazione entrato in servizio con ritardo (nel 1910) in sostituzione del vecchio canone da 87 B (rèt). Il cannone da 75 A ret. mod. 1902 venne in seguito rimpiazzato con qÙello da 75 A mod. 191 I francese Déport, la cui costruzione su licenza, iniziata nel 1912 dall'industria italiana, data la scarsa potenzialità di quest'ultima non ne consentì la distribuzione che alla vigilia della guerra. A monte di tali avvenimenti, si è svolto un dibattito il cui esame porta a far ritenere non del tutto giustificata la tendenza da parte di taluni - a cominciare dalla Commissione d'inchiesta del 1908 - a fare carico solo ai singoli di scarsa avvedutezza tecnica, e di imprevidenza: in effetti, anche le motivazioni di coloro che si opponevano ad una troppo radicale modifica dei materiali non ap-

55

Sul problema dell'ammodernamento dell'artiglieria Cfr., tra l'altro, Ministero della Guerra, Comando del Corpo di Stato Maggiore - Ufficio Storico, L'Esercito Italiano nella grande guerra (1915-1918), voi. I. Le forze belligeranti, Roma, 1927 (Ristampa 1974), pp. 37-47 e pp. 89-101, e F. DE CBAURAND DE S.E, La politica militare italiana dell'anteguerra, Milano Unitas, 1926.


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paiono - almeno all'inizio del secolo - prive di una loro logica, nè di un certo ancoraggio nella realtà dell'Esercito, del Parlamento dell'industria nazionale, quale era al momento e non quale avrebbe potuto o dovuto essere, sì che non privo di fondamento appare quanto afferma in merito il de Chaurand (da ritenersi interessante anche per gli altri mezzi moderni, comprese le mitragliatrici): "allorché la Commissione d'Inchiesta pose in luce nel 1908, la poca oculatezza, dimostrata dalle Autorità competenq nella rinnovazione del materiale d'artiglieria, si vollero trovarne i direttamente responsabili, ma, più che nelle persone, bisognava scorgere, in tutta la questione, le conseguenze del sistema. Si dilazionavano le spese e quindi le richieste di fondi, per non sollevare opposizioni in Parlamento, giustificando i ritardi con il desiderio di adottare l'arma più perfetta, quasi che la migliore d'oggi, restasse tale nel domani! Si affidò la fabbricazione delle nuove armi all'industria nazionale, e ne conseguirono prevedibili ritardi ...". 56

Le, due scuole di pensiero: il dibattito del 1901-1902 tra il colonnello Allason e il generale Biancardi.

Le due scuole di pensiero, alle quali prima si è accennato, risultano chiare fin dall'inizio del secolo: lo dimostra il dibattito del 1901-1902 sulla Nuova Antologia fra due dei principali esperti in materia, il colonnello Allason 57 e il generale Biancardi 58 . Il generale Allason, nel difendere il nuovo pezzo da 75/A ret. mod. 1902 rigido, così sintetizza le rispettive posizioni: "una di esse s'informa a questo principio: l'artiglieria deve normalmente eseguire il suo fuoco con una moderata rapidità, per potere, con l'osservazione dei risultati e conseguente progressivo aggiustamento del tiro, conferire a questo fuoco la massima efficacia, renderne veramente distruttori gli effetti, acconsentendo a dare al tiro la massima rapidità soltanto in quei pochi casi in cui, o per essere la distanza molto piccola, o per essere molto ampio il bersaglio, anche un tiro non regolato può produrre considerevoli effetti. L'altra scuola invece ritiene che l'artiglieria da campagna debba oggidl proporsi di rendere, con un fuoco violentissimo eseguito in determinanti mo-

56

F. DE CHAURAND DE SE.. La politica .... (Cit.), p. 19. Cfr. U. ALLASON, La nuova/µrtiglieria campale italiana, su "Nuova Antologia" del 16 novembre 1901. 58 Cfr. G. BIANCARDI, La moderna artiglieria da campagna, su "Nuova Antologia" del 16 novembre 1901 e del 1° marzo 1902. 57


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menti, assolutamente impossibile al nemico di rimanere in talune zone del campo di battaglia, o di attraversarle ... Questa maniera di adoperare l'artiglieria richiede, come regola, l'impiego del tiro rapido, o, m eglio, di un tiro rapidissimo, a periodi intercanalati da pause più o meno lunghe; è ciò che i Francesi chiamarono tir à raf7-es".

Secondo l' Allason, gli artiglieri del tempo si sono pronunciati "in grandissima maggioranza" per la prima delle due scuole (seguita - egli afferma - anche in Germania, Austria e Russia), la quale a suo giudizio significa impiego intelligente e razionale del fuoco, e "fortunatamente" è prevalsa anche in Italia. Infatti, con i nuovi materiali di tipo francese, la celerità di tiro eccessiva (da 2 colpi per pezzo al minuto si è passati a 10) rende scarsissimo il tempo disponibile per il puntamento e l'osservazione del tiro . Non solo: ma l'elevata sofisticazione dei materiali richiesta da bocche da fuoco e affusti molto più complicati rende i guasti sul campo di battaglia più probabili, mentre aumenta enormente anche il consumo di m unizioni, con la necessità conseguente d i aumentare le colonne di r ifornimento e, in definitiva, di rendere meno/mobili/le batterie. Ma anche così, a conti fa tti, la batteria francese, pur avendo al seguito ben 312 colpi per pezzo, riuscirebbe a garantire solo 21 minuti cli fuoco, il che fa ritenere in giustificata l'accusa mossa al nuovo cannone da campagna italiano (il 75/A ret. del 1902) di non essere un "cannone a tiro rapido".· Anche l'accusa di non proteggere i serventi, in quanto il nuovo pezzo diversamente dal materiale Déport non è provvisto di scudo, non è giustificata. Questa soluzione non favorirebbe la mobilità che l'artiglieria deve avere, e la proteggerebbe poco: con l'adozione delle polveri inforni l'artiglieria è divenuta molto meno visibile e l'applicazione di uno scudo, rendendola più visibile, aumenterebbe in definitiva la sua vulnerabi lità. Perchè lo scudo fosse efficace bisognerebbe che l'affusto scudato rimanesse completamente immobile durante il tiro, consentendo cosl sicura protezione ai serventi. Invece, secondo l'Allason, "l'assoluta immobilità del pezzo nello sparo è un sogno che non è ancora diventato, e non diventerà mai, realtà per i cannoni da campagna, che non si possono vincolare a qualche cosa di saldo e di "irremovibile", come si può fare per i cannoni sulle navi da guerra e nelle opere fortificative". A parere dell' Allason l'affusto progettato nel 187 6 dal capita no Biancardi ha dato cattiva prova al tiro, si è rivelato troppo delicato


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e per questo è stato bocciato dalla Commissione; mentre i francesi hanno nel nuovo pezzo prevista una soluzione con la quale i serventi, seduti su seggiolini fissi all'affusto, rinculano con il pezzo stesso e sono protetti, anche se la protezione non è estesa ai porta-munizioni. Nella sua replica, - il Biancardi - ormai divenuto generale e uno dei più preparati tecnici dell'Arma - respinge anzitutto l'accusa dell' Allason di aver voluto riaprire, con una inopportuna polemica giornalistica, un problema tecnico ormai risolto dalla Commissione competente: i suoi articoli più recenti - egli sostiene - non rappresentano che la conclusione di altri già pubblicati da tempo sulle riviste militari, e d'altro canto "se mi fossi taciuto, mi sarebbe parso di venir meno ad un dovere esplicito, sapendo che non il pubblico, e nemmeno il Parlamento potrebbero, senza una guida, avventarsi nel labirinto tecnico, e che l'errore commesso oggi da una semplice Commissione potrebbe costituire domani il discredito delle armi italiane. Deve essere adunque ammessa per ambe le parti la libera discussione, opponendo ragioni a ragioni, senza obbiettarmi che: il problema è risolto e non lo si deve discutere. E tanto meno dovrebbe temere la discussione chi presume che la soluzione adottata si.a la migliore, tra quante si presentavano alla portata dei tecnici".

Ciò posto, a parere del Biancardi nello studiare le moderne artiglierie occorre prima di tutto avere una visione chiara·delle nuove esigenze del combattimento, realizzando così una feconda sintesi tra fattori tecnici e tattici; egli ricorda che già da mezzo secolo il Cavalli sosteneva la necessità di corazzare le artiglierie, e di avere tutti i traini a due ruote in modo da diminuire il numero dei quadrupedi. Diversamente dàll' Allason, egli ritiene - con maggiore preveggenza - che all'estero tutti stanno seguendo l'esempio francese: la Russia sta rinnovando la sua artiglieria sul modello francese, la Germania sta effettuando la trasformazione del materiale esistente in materiale a tiro rapido e corazzato, la Svizzera ha riconosciuto la superiorità del modello francese e l'Austria, sorpresa dal progresso mentre stava adottando un nuovo materiale, ha soprasseduto ed evidentemente seguirà l'esempio delle principali potenze. Il Biancardi richiama i vantaggi della soluzione francese: il nuovo materiale è stato studiato non da una Commissione ove i pareri si elidono a vicenda, ma da un solo ufficiale (il colonnello Déport) in grado di armonizzare i principi tattici con le questioni tecniche. La possibilità di ridurre la batteria da 6 a 4 pezzi, consentita dall'aumento delle celerità di tiro, favorisce la comandabilità, la


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maneggevolezza e la capacità di adattamento al terreno. Questo vantaggio si abbina a molti altri: maggiore attitudine all'azione offensiva, data dalla mobilità e dalla protezione (anche dopo l'esaurimento delle munizioni, gli affusti corazzati potrebbero servire alla fanteria come protezione di circostanza); maggiore attitudine a battere bersagli molto mobili, quali quelli della guerra di Abissinia e anglo-boera; disponibilità di proietti speciali per battere fanteria trincerata; possibilità, data la potenza "sovrabbondante", di sottrarre ai duelli di artiglieria, inevitabili all'inizio della battaglia, un numero sufficiente di batterie per l'azione contro le fanterie avversarie. I nuovi modelli di artiglieria italiani (75/A ret.) sono stati studiati, secondo il Biancardi, prescindendo dagli ammaestramenti della guerra anglo-boera, senza rendere note le motivazioni tecniche e i risultati delle esperienze alla base della scelta, e senza che nessun parlamentare militare chiedesse chiarimenti sulle qualità tecniche e tattiche del nuovo materiale, all'atto dell'assegnazione dei 70 milioni necessari per la costruzione. Nella guerra anglo-boera, l'artiglieria inglese, rispetto alla quale il nuovo modello italiano è da considerarsi analogo, ha rivelato le deficienze seguenti: molta pesantezza nelle evoluzioni, servizio al pezzo eccessivamente complicato e fat icoso, mancanza di protezione dei serventi, difficoltà di puntamento, scarsa celerità di tiro, scarsa efficacia dei proietti, necessità di continua potezione ravvicinata da parte della fanteria 59 . In quanto alla corazzatura, per il Biancardi non si tratta di una questione umanitaria, bensì di un mezzo per rendere regolare e sicuro il funzionamento in combattimento, in quanto una batteria ferma per fare fuoco rappresenta un bersaglio stabile che può essere battuto con fuoco intenso e micidiale dall' avversario; né bastano per prevenire tale pericolo accorgimenti che - come quello dell'appiattimento tra le pieghe del terreno o dell'occultamento con maschere - risultano inutili e causano perdite di tempo, riducendo la mobilità e la prontezza d'intervento. D'altro canto, i progressi nelle costruzioni rendono irrilevanti gli aumenti di peso dovuti ali' aggiunta dello scudo.

59 VALLE,

Sull'impiego dell'artiglieria nella guerra anglo-boera Cfr., ad esempio, P. Art. Cit.


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L'adozione di un cannocchiale per il puntamento consente di conciliare al meglio la rapidità del fuoco con la precisione del puntamento. La rapidità del fuoco è necessaria, perchè i pochi casi (ammessi anche dall' Allason) nei quali è richiesto un tiro accelerato sono quelli decisivi, e la celerità di tiro è diventata la misura della potenzialità tattica delle artiglierie, nella quale l'Italia è ormai in coda. L'obiezione che l'affusto a deformazione comporta l'adozione cli congegni delicati e non adatti alla guerra è infondata, in quanto "sarebbe la semplice replica dell'obbiezione solita a farsi contro tutti i progressi meccanici delle armi. Fu addotta anticamente contro il fucile a capsula fulminante, e poscia contro i fucili e cannoni a retrocarica, contro le spolette meccaniche, contro il freno idraulico, e così via: ma il tempo ha reso giustizia al progresso, e queste innovazioni trionfarono d'ogni ostacolo, apportando naturalmente anche vantaggi considerevoli a chi le seppe sfruttare con maggior solerzia".

Questa affermazione del Biancardi ben contribuisce, riteniamo, a mettere a fuoco i reali motivi dell'opposizione all'introduzione su vasta scala non solo delle artiglierie moderne a tiro rapido, ma anche delle mitragliatrici, dei mezzi aerei, dei carri armati prima, durante e dopo al prima guerra mondiale: in definitiva tutto poteva ricondursi allo scontro tra una corrente conservatrice, ancorata a un realismo non privo di logica (anche se contingente, e a breve respiro), quasi sempre vincente nell'immediato ma quasi mai a medio e lungo termine; e, dalla parte opposta, una corrente innovatrice non di rado preveggente, ma parimenti malata di eccessivo radicalismo, tale dunque da fortemente collidere con parecchi dati della realtà del momento, fino a uscire - al contrario della precedente - sconfitta sul breve termine, ed a prevalere sia pur lentamente dopo. Occorre anche aggiungere che, specie in Italia, la prevalenza di idee contrarie ai mutamenti indotti dalla nuova realtà tecnologica venne spesso favorita in maniera determinante, fin da allora, dalle carenze di bilancio accoppiate alla contrapposta esigenza politica di "pesare" sul piano internazionale, le quali in ultima analisi, nonostante gli auspici dei più qualificati Autori militari del periodo, favorivano il numero a scapito della qualità: il numero visto come l'accorgimento più economico per sostituire mezzi tecnici troppo costosi. In questo senso, il problema dell'artiglieria assurge a par adigma della questione militare italiana nel suo complesso, e solo te-


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nendo conto della situazione di fondo prima delineata possono essere spiegati i ritardi dell'Esercito prima del 1914 nell'acquisizione di tutti i moderni mezzi tecnici, non a caso limitati alle sole artiglierie. Il parere del generale Marazzi e del maggiore Novelli È probabilmente per il prevalere di queste esigenze di fondo di carattere economico che l'ufficiale di fanteria Marazzi, cosl radicalmente innovatore in talune soluzioni ordinative, nel 1901, nel suo libro già preso in esame "L'esercito nei tempi nuovi", pur riconoscendo la superiorità dei materiali a tiro rapido (che possono aver ragione di artiglierie antiquate in numero superiore, consentendo così un risparmio di uomini e quadrupedi prezioso specie nelle nostre zone di montagna) si dichiara fautore dell'ormai superato modello da 75 italiano ad affusto rigido (anche se "a tiro accelerato") prescelto a quel tempo, con argomentazioni che si avvicinano a quelle dell' Allason: "Siamo pratici. Ogni cosa trova un limìte, cosl l'efficacia di un colpo di cannone da campo ha un confine nell'ampiezza della vista dell'artiglieria, ed ogni celerità di tiro è subordinata al tempo necessario per puntare il perno e per graduare la spoletta; ogni quantitativo di munizioni deve armonizzare coi possibili mezzi di trasporto e di spazio, ed ogni abilità di puntatore è circoscritta nelle medie qualità di un soldato. Ebbene quando si ha, in Italia, un tipo di cannone potente, celere, maneggevole, quale è quello da 75 millimetri, attualmente adottato, che fa sentire la sua azione distruggitrice a 6 chilometri di distanza, bisogna adottarlo subito, senza tema di un progresso che sarà forse teorico, ma che difficilmente potrebbe tradursi in vantaggio reale". 60

Nel 1906, comunque, l'affusto a deformazione non viene p1u messo in discussione, e con questa soluzione tecnica, anche la tendenza all'aumento del calibro e quindi della potenza dell'artiglieria da campagna, una delle costanti evolutiva del secolo XX: lo documenta l'intervento del magg. Corrado Novelli nel 1906 61 , il quale esamina i risvolti tecnici dell'alternativa tra potenza e mobilità.

60 61

I.

F. MARAZZI, Op. Cit., pp. 280-281. C. NovELLI, Potenza o mobilità? su "Rivista di Artiglieria e Genio", 1906, vol.


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Secondo il Novelli, deve prevalere la potenza, che nell'avanzata non ostacola la mobilità perchè per via ordinaria possono essere trainate senza particolari difficoltà anche artiglierie pesanti. Nell'entrata in azione, tutto si riduce a una questione di scelta e addestramento del personale (Quadr i) e dei cavalli. Durante l'azione si tratta più che altro di potenza, perchè maggior potenza significa maggiore gittata e quindi minore necessità di rischieramenti: e in questo senso egli ritiene vada interpretato l'impiego dell'artiglieria nella guerra russo-giapponese. Il Novelli, pertanto, è del parere che a preferenza del modello Krupp da 73 mm a deformazione, vada adottato il 75 mm italiano sull'affusto trasformato a deformazione e corazzato, più pesante e meno mobile del Krupp, ma più potente; inoltre, dovrebbe essere adottato lo stesso cannone, su affusto però studiato ex novo, in sostituzione di quello rigido da 87 mm. In tal modo, si otterrebbe uniformità nel calibro, e dato il progresso tecnico raggiunto dalle nostre industrie non verrebbe intaccata la mobilità. Dal punto di vista economico, la soluzione - che ha il vantaggio di essere tutta italiana - secondo il Novelli consentirebbe molte economie, con le quali si potrebbero acquisire le mitragliatrici per la fanteria e cavalleria, e ringiovanire i Quadri ("altro gran fattore questo di mobilità"). Le nuove idee sull'ordinamento e l'addestramento dell'artiglieria e sulla

cooperazione con l'Arma - base dei giovani capitani di artiglieria: Badoglio, Zincane, Ago e Scipioni. Negli studi dinanzi esaminati, dovuti anche ad ufficiali non di artiglieria, era mancata una visione globale dei problemi dell' Arma, della quale invece è possibile disporre - grazie al Roluti e ad altri - per la fanteria. Forse l'unico Autore di cose di artiglieria del tempo che dimostra di avere ben chiaro il quadro globale delle nuove esigenze da soddisfare - senza per questo indulgere (come è facile in questi casi) ad eccessivi entusiasmi innovatori, in contrasto con la realtà dello strumento, del personale e soprattutto delle risorse disponibili - è l'allora capitano di artiglieria di Stato Maggiore Pietro Badoglio, i cui interventi sulla Rivista di Artiglieria e Genio meritano di essere tratti da ingiusto oblìo, grazie a un contenuto che non appare eccessivo definire per molti versi ancor oggi esemplare per l'estremo


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rigore logico dell'impostazione, per lo stile sobrio, piacevole ed efficace e per l'ordine e la chiarezza dei concetti esposti. Nel 1909, 62 Badoglio constata che ormai la gran massa degli artiglieri è stata conquistata dai "meravigliosi progressi della tecnica", e in breve tempo, con l'adozione del cannone italiano da 75 mod. 1906 a deformazione, i vecchi materiali sono passati dal trono alla polvere. Tuttavia "questa bocca da fuoco non venne accolta con generale entusiasmo e il suo ingresso non ebbe nu lla del trionfo; fu piuttosto un procedimento da via crucis nel quale non mancarono le spine, l'aceto, le bastonature, le ferite. Oh! la dolorosa istoria! Fu certo una delle pagine nostre meno liete. Questa condizione d i cose concorse con altre cause a produrre un ritardo di diversi anni nella sistemazione dell'artiglieria campale. Tralasciamo l'esame di questo brullo periodo nel quale spesso parve che le passioni prendessero il sopravvento e che a lato di retti sentimenti si manifestasse pure una soverchia facilità ad ammettere giudizi non abbastanza ponderati, ed anche quella certa mania di criticare di proposito deliberato, a qualunque costo, specialità nostra autentica".

Secondo il capitano Badoglio, ormai non viene più discusso il nuovo pezzo italiano, giudicato alla pari dei materiali stranieri, m a il suo principio informatore che potrebbe creare, a benificio dell'industria, meccanismi complicati di difficile impiego nella battaglia. Egli replica che sia i nuovi otturatori, sia i nuovi affusti nel corso di esaurienti prove si sono dimostrati robusti e di facile impiego, così come proietti e spolette. In quanto ai nuovi congegni di puntamento, la discussione teorica riesce meno facile, anche se è già garanzia della loro rispondenza il fatto che sono stati da tutti adottati. Se è stato per l'errato impiego dei congegni di puntamento che, facendo dilagare molti dubbi, le nuove artiglierie hanno dato r isultati negativi in alcuni recenti tiri di poligono, un esame approfondito delle cause avrebbe portato a conclusioni ben diverse da quelle che hanno fatto scagliare l'anatema contro questi "bizzarri . .,, meccamsm1.

62

P. BADOCuo, Sempre avanti, su "Rivista di Artiglieria e Genio", 1906, voi. I.


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Per sgomberare il campo delle ancor numerose diffidenze, il Badoglio ritiene che l' unico rimedio consista nel prevedere per tutti gli ufficiali d'artiglieria da campagna un complesso di appositi corsi, nei quali vengano rinfrescate quelle nozioni di balistica e di tiro che, apprese alle scuole, tendono a cadere nel dimenticatorio e diventano invece necessarie con i nuovi materiali. Deve inoltre essere prevista la partecipazione degli ufficiali a scuole tiro con i nuovi materiali, nelle quali siano aboliti "troppo stretti imbr igliamenti" di carattere tattico e si effettuino soprattutto "tiri d'esperimento, tiri di guerra nelle più svariate condizioni, nel maggior numero possibile, ponendo anche come serventi delle batterie ufficiali, né più né meno di quanto si fa alla scuola d'applicazione per rendere sempre più intima la famigli arità con la bocca da fuoco M 1906".

A tal fine, sono disponibili valenti istruttori che tutti conoscono, né vale secondo il Badoglio l'obiezione che mancano i mezzi: è inutile avere a disposizione una batteria a deformazione se non la si sa comandare, e se realmente mancano i mezzi, tanto vale allora sospendere l'acquisto dei nuovi materiali e r imanere a i cannoni rigidi. Il Badoglio definisce, concludendo, "un pericolo di eccezionale gravità" il dilagare della diffidenza per la nuova arma dovu ta alla sua scarsa conoscenza, e ne r iassume con molta efficacia e freschezza le origini lontane, che ben si attagliavano anche ad altre innovazioni tecniche: "ogni organismo che per lungo tempo sia vissuto nelle medesime determinate condizioni, tende a cristallizzare, ed offre resistenza tanto più forte ad ogni rinnovazione quanto più lungo ed intenso è stato il periodo di sosta. Questo fatto sembra si possa in parte riscontrare nell' arma nostra. Essa ha vissuto per mezzo secolo quasi colle stesse formule, e perciò ha subito alquanto il fenomeno della cristallizzazione, ed oppone di conseguenza resistenza ad ogni cambiamento. Tu tti ricordano l'ostilità alla compensazione, la guerra sorda al cerchio di direzione. e la guerra aperta e quasi generale a scudi, a forti celerità di tiro, ecc. Questo fenomeno si ripete oggidì e con forme più violente, perchè ben più importante, ben più decisivo è il cambiamento. Ed è a questo fenomeno che noi siamo portati ad attribuire in gran parte l'antipatia per il nuovo materiale e la glorificazione del passato. È nella mancanza di energia di sottoporsi ad uno sforzo intellettuale, è nella resistenza passiva ad evolvere rapidamente che si deve ricercare una causa precipua della sfiducia cont ro i nuovi sistemi" .

Riguardo ad un nuovo ordinamento che tenga conto nel modo più conveniente delle nuove esigenze d'impiego come dei nuovi più


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potenti materiali, il Capitano Badoglio interviene con un altro lucido saggio, nel quale sottopone a critica severa, ma al tempo stesso serena e costruttiva, l'ordinamento all'epoca esistente (1908). 63 Egli conduce, la ricerca della miglior soluzione non - come sovente accade - in vacuo, ma in relazione all'ordinamento generale dell'Esercito e allo sforzo finanziario possibile. In quest'ottica l' ordinamento in vigore presenta a suo giudizio un complesso di deficienze, sintetizzabili come segue. I) Costituzione e livello di forza uguali per tutte le unità di artiglieria, a prescindere dal loro impiego. Poiché in caso di mobilitazione i reparti affluirebbero sul luogo di radunata in tempi successivi, ne consegue invece la convenienza di prevedere livelli di prontezza operativa differenziati a seconda dei rispettivi compiti e dei tempi di afflusso, così come del resto avviene in altri paesi. II) Mancanza nell'ordinamento italiano di bocche da fuoco a tiro curvo, lacuna che l'esperienza della guerra anglo-boera e russogiapponese ha rivelato come possibile fonte d'insuccessi. III) Eccessivo affidamento che viene prestato alle unità da costituire ex novo. I nuovi materiali a deformazione, che richiedono personale perfettamente addestrato, obbligano invece a cercare una soluzione diversa. IV) Nell'ordinamento del tempo, non sono costituite unità superiori alla "brigata" (allora equivalente ali' attuale gruppo - n.d.r.) mentre il livello di reggimento (denominato allora "gruppo" n.d.r.) ha solo compiti amministrativì. Occorre invece che già dal tempo di pace esso assuma piena fisionomia operativa. V) L'ordinamento dell'artiglieria al livello di Divisione è tale da non risultare intimamente fuso con quello delle altre armi, e da risultare nelle dipendenze alquanto sottratto all'azione diretta del comandante di divisione. Inconveniente da ritenersi "molto grave", perchè ostacola la cooperazione e spinge "come purtroppo finora vi fu tendenza" le varie Armi a far da sé nel combattimento. VI) L'ordinamento dell'Arma, già di per sé complesso, é reso ancor meno semplice da un'ibrida unione con il "treno" (cioé la branca ri-

63 P. BADOGLIO, Alcune considerazioni sull'ordinamento dell'Artiglieria da campagna italiana, su "Rivista di Artiglieria e Genio", 1908, voi. IV.


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fornimento e trasporto Armi e Munizioni per tutte le Armi) che in ultima analisi addossa all'Arma mansioni che non le sono proprie. VII) Estrema povertà dei livelli di forza di tutte le unità, che provoca "uno stato di anemia pericolosa"; Per ovviare ai numerosi inconvenienti prima descritti, constatato che vi è l'intento di potenziare l'Arma e di adottare le bocche da fuoco a tiro curvo, il capitano Badoglio si sofferma su un'altra vexata quaestio, sia pur minore, della quale si trova larga eco nella pubblicistica del tempo: batteria a 4 o a 6 pezzi? Con i nuovi materiali, da un punto di vista puramente Lattico la risposta non appare al Badoglio - e non è - dubbia: meglio la batteria a 4 pezzi, più manovrabile, più adatta ai nostri terreni (che offrono spazi ristretti per gli schieramenti) e inoltre tale da presentare potenzialità sufficienti per ottenere un effetto decisivo su bersagli campali, e da consentire migliore utilizzazione del fuoco. Poiché però, nessuna nazione, tranne la Francia, è in grado di sobbarcarsi la spesa necessaria per mantenere anche in tempo di pace nelle batterie lo stesso numero di pezzi che avrebbe in tempo di guerra, occorre s tudiare la soluzione ordinativa che oltre a soddisfare l'esigenza del miglior impiego tattico, consenta un agevole passaggio dal piede di pace al piede di guerra. Sotto questo profilo, a giudizio del capitano Badoglio, a parità di numero complessivo di bocche da fuoco la batteria a 4 pezzi rappresenta una soluzione più costosa, richiede un notevole aumento del numero dei comai;idanti di batteria, e si presta meno bene al passaggio dal piede cli pace al piede di guerra, in quanto diversamente dalla batteria a· 6 pezzi (per la quale basta mantenere in tempo di pace 4 pezzi, cioè 2 sezioni, costituendo alla mobilitazione una terza sezione) richiede la costituzione ex-novo di altre batterie. Tenuto conto dell'esiguità delle risorse esistenti sul piano generale a fronte delle molteplici esigenze, è pertanto da prevedersi che sarà mantenuta la batteria su 6 pezzi, quale soluzione "se non certo la migliore, almeno buona". Riguardo all'ordinamento dei livelli superiori, il Badoglio propone - come già si usa con la fanteria - di chiamare gruppo l'unità allora denominata "brigata" (insieme di due o più batterie), reggimento l'unione di due o più gruppi e brigata l'unione di due o più reggimenti d'artiglieria (al momento, quest'ultimo livello ordinativo non era previsto). Seguendo ancora la vecchia denominazione, la brigata dovrebbe avere solo due batterie (su 6 pezzi), non es-


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sendo pratico il controllo di 18 pezzi; per il livello di Divisione, il gruppo dovrebbe essere composto di tre brigate di due batterie ciascuna. Al livello di Corpo d'Armata, infine, un gruppo di 2 brigate. In totale, i 96 pezzi del Corpo d'Armata per il Badoglio andrebbero ripartiti in 36 per ogni Divisione e 24 per il Corpo d'Armata. Circa il miglior ordinamento per gli obici, posto che non sussistono elementi sufficienti che consentano di stabilire la quantità di queste artiglierie, il Badoglio ravvisa l'esigenza di disporre di 2 batterie di 6 obici pesanti per Corpo d'Armata, riunite in una brigata alle dipendenze del gruppo di ogni Corpo d'Armata, in modo da facilitare maggiormente la conoscenza e l'impiego anche di questi materiali. Nel caso auspicato che il reggimento assumesse le funzioni svolte ora dal gruppo, si eviterebbe che i comandi superiori di artiglieria in tempo di pace abbiano una posizione fittizia, e pertanto non siano esercitati a svolgere in tempo di guerra compiti operativi. Il Corpo d'Armata avrebbe, in tal modo, tre reggimenti, uno per ciascuna Divisione e uno a livello Corpo d'Armata, inquadrati in una Brigata sotto il comando di un maggiore generale : in artiglieria.infatti, i r aggruppamenti occasionali di forze danno ancor minore rendimento che nelle altre armi. Il Badoglio ravvisa la necessità di una netta divisione tra artiglieria e treno, con ruoli separati per gli ufficiali . Come via di mezzo tra coloro che vorrebbero che l'artiglieria si occupasse solo della mobilitazione delle unità combattenti e coloro che invece vorrebbero continuare ad addossarle carichi impropri, egli propone che all'artiglieria sia conservata solo la mobilitazione dei parchi d'artiglieria d'armata: in tutti i casi, l'Arma - come è nei voti di tutti - deve assumere una precisa fisionomia combattente. Nel 1911, il capitano Badoglio - unitamente al capitano Zincane - tratta i problemi tattici dell'artiglieria, con particolare riguardo alla cooperazione, in una Memoria premiata con la medaglia d'oro al concorso indetto dalla Rivista di Artiglieria e Genio per l'anno 1910-1911 64 . Lo studio merita particolare a ttenzione, perchè

64

P. BADOGLIO . A. ZINCONE, Legami tattici che devono unire alle varie fasi del combattimento l'artiglieria alle Anni, su "Rivista Artiglieria e Gen io", 1911 , vol. III.


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i concetti che vi sono espressi ancora una volta, lungi dal poter essere riferiti solo alle questioni d'impiego dell'artiglieria, possono essere utilizzati come utile paradigma anche nel definire elementi di impiego e priorità di obiettivi per altre Armi e altre Forze Armate. Viene messo, anzitutto, in rilievo il radicale mutamento che si è verificato con il perfezionamento dei materiali e delle armi individuali nei criteri d'impiego dell'Arma. Con i vecchi materiali ad affusto rigido, l'artiglieria era chiamata prima di tutto a condurre un'azione intensa, decisiva, contro l' artiglieria avversaria; una volta sgominata questa, essa poteva così agire a sostegno della fanteria. Tutte le batterie disponibili venivano impiegate in questa azione iniziale, che poteva riuscire perchè i pezzi di allora, mancando strumenti di puntamento che consentissero di effettuare il tiro indiretto, per fare fuoco erano obbligati a scoprirsi; inoltre, mancavano gli scudi di protezione. Le azioni della fanteria e dell'artiglieria, in tal modo, sommavano i loro effetti, ma si svolgevano separatamente una dall'altra, fino a far r itenere, per una esagerata importanza attribuita al duello di artiglieria, che la fanteria non dovesse iniziare la sua avanzata se non dopo decisa la lotta delle artiglierie. I criteri suddetti sono stati radicalmente mutati con l' introduzione dei nuovi materiali, contraddistinti da elevata celerità di tiro e maggior protezione, data sia degli scudi sia dalla possibilità di intervenire a puntamento indiretto da posizioni defilate. Il compito classico di far tacere definitivamente i cannoni nemici non è quindi più assolvibile con i soli me:t.zi dell'a rtiglieria . Perciò l'artiglieria stessa ha dovuto mutr.re gli indirizzi dell'impiego: "il suo primo e principale obbiettivo non può più essere fissato a priori nell'artiglieria avversaria, ma dal principio a lla fine del combattimento deve essere quello contro il quale la sua azione riesca, nei diversi momenti, più efficace. Quale sia nei singoli casi tale obiettivo, nonchè il momento di batterlo, deve essere rivelato, come vedremo, dal combattimento della fanteria e dalle informazioni che da essa p ervengono" .

Le conseguenze di questa nuova impostazione sono molteplici e profonde: il tiro deve essere ora breve, violento e intermittente, rinnovandosi variamente per tutto il combattimento, sì che artiglieria che tace non significa più, come per il passato, artiglieria distrutta; emerge la necessità di un'attiva e ininterrotta sorveglianza del campo di battaglia; le batterie non devono più intervenire tutte


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insieme, ma di volta in volta deve essere chiamato all'azione il numero di batterie strettamente commisurato allo scopo di raggiungere. La fanteria non deve più attendere che l'artiglieria le spiani la via prima di procedere all'avanzata, bensì deve avanzare sia pur lentamente con il sostegno dell'artiglieria , per costringere l'avversario a svelarsi e ad esporsi al nostro fuoco d'artiglieria e di fucileria. Inoltre nell'ultima fase dell'avanzata essa giunge in una fascia di terreno ove si sommano le azioni di fuoco di fanteria e di artiglieria dell'avversario, e in questa fase ha dunque bisogno che la propria artiglieria la sostenga ad ogni passo, altrimenti l'avanzata non è possibile: "il fuoco della fanteria e dell'artiglieria devono dunque completarsi a vicenda: l'una arma deve essere legata all'altra per modo che ininterrottamente entrambe cospirino al medesimo fine, che è quello di ottenere insieme la superiorità di fuoco sull'avversario, questa essendo la condizione preliminare, sine qua non, per la riuscita di ogni ulteriore azione, per il successo. Da un'azione parallela delle due armi siamo passati dunque ad una vera fusione di esse. Tatticamente l' una arma completa l'altra in modo che l'azione dell'una è condizionata a quella dell'altra; ma perchè ciò avvenga, risulta evidente la necessità di uno stretto, continuo e materiale collegamento tra loro".

Viene poi esaminata l'azione dell'artiglieria, sulla base di nuovi principi, nelle varie fasi del combattimento, dalla quale emerge la necessità di "intimi, continui e volenterosi" legami tattici tra le due Armi, che durante l'attacco devono trovare la loro più completa espressione. Gli obiettivi dell'artiglieria si ricavano non con il binocolo, ma con il combattimento della propria fanteria. Ciò è impossibile senza una corrispondenza continua e diretta tra le due Armi; i due compiti, rappresentati prima dalla lotta contro le artiglierie e poi della lotta contro le fanterie, ai quali l'artiglieria prima attendeva separatamente, ora si sovrappongono e richiedono un'oculata ripartizione tra le batterie, sulla base delle esigenze di differenti obiettivi, senza quindi ripartire uniformemente il fuoco sulla fronte da battere. Occorre pertanto studiare su nuove basi il problema della cooperazione. Il comandante di artiglieria deve considerarsi come parte integrante del comando e deve essere sempre al corrente delle intenzioni del comandante. Ma non basta il collegamen to gerarchico, ai livelli più alti: occorre che ciascun comandante di gruppo, e anche di batteria, si metta in comunicazione diretta e permanente con il comandante delle truppe di fanteria destinate ad


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operare contro il medesimo obiettivo. Questo collegamento ai livelli inferiori deve essere studiato e risolto in dal tempo di pace, perchè "lasciare caso per caso l'iniziativa e la cura di un sì importante servizio al giudizio e alla buona volontà dei comandanti, sia d'artiglieria che di fanteria, non significa assicurarlo. Occorre organizzarlo, occorre fame un metodo; ma, purtroppo, nelle esercitazioni di pace, dove i tempi, in generale sono oltr e ogni dire raccorciati, dove non vi è che l'attacco sfrenato, la corsa in avanti, ogni arma va per conto suo, con grave offesa ai principi che abbiamo esposti.... In Germania è ormai entrato nella pratica che le batterie abbiano avanti, presso i battaglioni. ufficiali collegati per telefono o con altri mezzi. Questi ufficiali comunicano brevi indicazioni, magari ordini, addirittura comandi, se è loro possibile ... ".

Questo collegamento dal basso secondo gli Autori non favorisce la rigidità, non toglie l'iniziativa ai comandanti di artiglieria, non presenta il pericolo di dare luogo ad interventi non in armonia con gli intendimenti dei superiori comandi, e non frena lo slancio offensivo della fanteria: al contrario, facilita la cooperazione in vista dello scopo comune, perchè lo spirito offensivo non consiste nel diprezzare la cooperazione, ma nel saperla utilizzare nei momenti di maggior pericolo. Una cooperazione efficiente rapprenta l'unico mezzo per evitare il pericolo - segnalato dalla regolamentazione che l'artiglieria sia sommersa da una massa di richieste provenienti da ogni parte, per le quali deve poi compiere un improbo e difficile lavoro di selezione. Il vitale argomento della cooperazione non è questione di mezzi: "La cosa essenziale adunque è anzitutto la preparazione delle menti e degli animi alle esigenze di quella più intima cooperazione che oggi si richiede; donde nascono poi spontaneamente la ricerca e il culto dei mezzi destinati a facilitare tale cooperazione, anche se essa costi gravi sacrifici personali e gravi rinunce".

È la mancanza di cooperazione, di intima unione degli spiriti, concludono gli autori, che ha causato la sconfitta delle armi italiane nonostante il valore dei singoli. Molta parte del contenuto degli scritti del capitano Badoglio costituisce, oggi, poco meno che cosa ovvia; ma, allora, tutto ciò era ben diverso, e non si può quindi che ammirare l'estrema modernità di molte concezioni d'impiego del fuoco d'artiglieria, come del fuoco in genere, e di molte delle soluzioni ordinative indicate. Il Badoglio non è l'unico giovane ufficiale di artiglieria del tempo ad occuparsi con una certa competenza, lungimiranza e im-


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maginazione dei nuovi caratteri tecnico-tattici dell'arma dotta: ad esempio nel 1912 due altri capitani di Stato Maggiore destinati in avvenire a una brillante carriera, Scipione Scipioni e Pietro Ago, in una "Memoria" anch'essa premiata con Medaglia d'Oro nel concorso n. 1 indetto dalla Rivista di Artiglieria e Genio per l'anno 1912, si occupano delle modifiche che ha subito l'impiego dell'Arma in seguito all'adozione del materiale scudato a deformazione, e studiano l'influenza che potrebbe avere l'eventuale adozione del cannone automatico 65 • Il saggio, di notevole ampiezza, è incentrato sulla descrizione dei vantaggi che consente l'adozione del nuovo materiale da campagna a deformazione a tiro rapido, vantaggi che vengono diffusamente illustrati fino a fornire un'immagine forse eccessivamente ottimistica delle possibilità che consente in campo tattico l'impiego dei nuovi materiali, anche nei riguardi della protezione dei serventi e dell'efficacia del fuoco nelle varie fasi dell'azione. L'idea portante dello studio, come già era avvenuto in quelli del Badoglio prima citati, è la necessità di rinunciare per l'avvenire al duello iniziale tra le opposte artiglierie che apriva la battaglia, duello reso possibile dagli schieramenti su posizioni prevalentemente scoperte imposti dalle caratteristiche tecniche dei congegni cli puntamento dei materiali ad affusto rigido, sì che le due artiglierie che si trovavano cli fronte erano in grado di valutare le rispettive forze e tendevano al confrontò per cercare di mettersi fuori combattimento a vicenda, ancor prima che iniziasse l'urto delle fanterie. Ne consegue che il fuoco della nuova artiglieria deve essere essenzialmente di "controfanteria" e non di "controbatteria": quest'ultima .azione di fuoco va ritenuta scarsamente efficace contro le nuove artiglierie scudate a deformazione, che possono muovere e sparare da posizioni defilate, e intervenire con la massima rapidità ed efficacia da nuove posizioni. Come dimostrano anche gli ammaestramenti della guerra russo-giapponese, e come risulta dai dati ricavati da esperienze di poligono, per poter colpire efficacemente un'artiglieria scudata è

65 S. ScrPIONI - P. AGo, Se e quali modifiche ha subito l'impiego della artiglieria campale nel passaggio dall'armamento con materiale rigido a quello con materiale scudato e a deformazione. Quale influenza potrebbe avere l'eventuale adozione del cannone automatico, su "Rivista Atiiglieria e Genio", 1912, voi. III.


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necessario batterla con tiro a percussione eseguito con tale esattezza, da poter colpire in pieno il materiale. Ma tale tiro, ad una certa distanza, ha una probabilità così piccola di ottenere l'effetto neccessario, che per mettere fuori combattimento una batteria anche completamente scoperta, occorrerebbe un'enorme quantità di munizioni. Inoltre gli effetti del tiro, contro artiglierie defilate, non saranno generalmente controllabili; batterie nemiche che, battute, cesseranno il tiro, potranno non essere fuori combattimento, ed essere in grado di rientrare in azione alla prima occasione favorevole. Di qui la maggiore importanza da attribuire alla sorveglianza del campo di battaglia da parte di un certo numero di batterie, per paralizzare l'azione dell'artiglieria nemica che riaprisse il fuoco, o almeno per diminuirne l'efficacia: "in conclusione, coi materiali a deformazione la protezione data dal terreno conferisce maggiore efficacia e maggire continuità d'azione alle batterie, e più ancora ad evitare le proprie perdite, essa vale a dare la possibilità di infliggerne maggiori al nemico".

Altro vantaggio fondamentale che presentano le nuove artiglierie è, sempre secondo i capitani Scipioni e Ago, l'elevata celerità di tiro che dà la possibilità di risolvere il problema - posto per la prima volta dal generale Langlois in Francia - di colpire, con intense "raffiche" di fuoco, i bersagli di fanteria nei brevi momenti in cui essa si scopre per eseguire gli sbalzi. In relazione all'efficacia delle armi da fuoco moderne, infatti, la fanteria ormai si mantiene, diversamente dal passato, il più possibile al riparo e al coperto rispetto all'osservazione nemica, riducendo al minimo il tempo di movimento in terreno scoperto. Data la potenza maggiore delle nuove bocche da fuoco, in futuro la preponderanza numerica avrà minore importanza della buona postazione delle batterie, dell'abile organizzazione degli osservatori e di tutti gli altri elementi che concorrono a ben regolare il tiro. E anche se dovesse rendersi necessario il duello di artiglieria - che però sarà parziale e raramente decisivo - grazie all'elevata celerità di tiro si sfrutterà soltanto il numero di bocche da fuoco strettamente sufficienti per questa esigenza, lasciando le altre all'azione contro la fanteria; il cannone resterà però il mezzo più poderoso di lotta, e pertanto ogni volta che si avrà la possibilità di logorare l'artiglieria avversaria, converrà farlo.


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La fanteria non attenderà, come una volta, l'esito del duello di artiglieria per entrare in azione, ma anzi l'azione della fanteria potrà, il più delle volte, facilitare quella dell'artiglieria, costringendo l'avversario a svelarsi sempre più e dando in tal modo alle proprie batterie maggiori elementi per poterlo battere. In linea generale, nell'azione offensiva non conviene spingere inizialmente in avanti, e spiegare, tutte le batterie, come avveniva una volta in vista del duello di artiglieria: sia nell'azione di avanguardia che nell'avvicinamento, basterà mettere in posizione solo una parte delle batterie, nel numero strettamente necessario per battere gli obiettivi, ben individuati, che direttamente si oppongono all'avanzata della fanteria; tutta la restante artiglieria, ancora intatta, dovrà essere tenuta alla mano, pronta ad entrare in azione man mano che la situazione e lo scopo da conseguire lo consigliano. A tal fine, dovrà essere predisposta un'accurata sorveglianza del campo di battaglia e dovrà essere stabilito un .efficiente collegamento con i Comandi di fanteria. Quando la nostra fanteria inizia l'attacco, l'artiglieria deve prendere di mira specialmente la fanteria della difesa che costituisce il principale ostacolo all'avanzata, senza preoccuparsi troppo di essere battuta dall'artiglieria avversaria; dovrà inoltre intensificare la sorveglianza del campo di battaglia per potere prontamente intervenire contro l'afflusso di rincalzi alle linee nemiche e contro batterie nemiche che si svelassero àlle minime distanze. A tal fine, le batterie dovranno portarsi maggiormente vicine alla linea più avanzata raggiunta dalla fanteria, ed essendo defilate e protette dagli scudi potranno farlo senza eccessive perdite; dovranno inoltre ridurre al minimo la distanza di sicurezza. Nella battaglia d'incontro e nell'azione difensiva, diversamente da quanto accadeva con i vecchi materiali, con le nuove artiglierie sarà possibile aprire il fuoco anche alle maggiori di~tanze e sino dall'inizio del combattimento, onde approfittare di occasioni propizie per infliggere all'avversario perdite rilevanti, o almeno per costringerlo a spiegamenti prematuri che ne rallentino l'avanzata, dando modo di riconoscere forza e intenzioni, e tempo alla difesa di organizzarsi con efficacia per contrastare l'attacco. Per fare ciò, anche in questo caso sarà sufficiente impiegare fin dall'inizio poche batterie, mentre la protezione offerta dagli scudi permetterà alle artiglierie della difesa di uscire dalle posizioni defilate e ·prendere schieramento allo scoperto, senza troppo preoccu-


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parsi del tiro dell'artiglieria nemica, per battere con la maggiore efficacia possibile la prima linea della fanteria attaccante, che costituisce la minaccia più grave per il difensore e che specie nelle ultime fasi della lotta, per il fondersi su di essa delle schiere retrostanti, risulterà assai densa e quindi vulnerabile. Questi compiti preminentemente di aderenza affidati all' artiglieria rendono secondo gli Autori non più rispondente le prescrizioni delle "Norme 1903", che prevedono che il comandante delle truppe debba dare al comandante dell'artiglieria soltanto "le necessarie direttive, lasciando a questo la cura dell'impiego tattico delle batterie dipendenti",

in tal modo non ritenendo sempre utile quell'intimo e incessante coordinamento dell'azione dell'artiglieria con le altre Armi ora invece necessario, perchè l'intervento dell'artiglieria, per riuscir e sempre opportuno, deve essere strettamente legato alle decisioni che successivamente prende il comandante della Grande Unità, agli scopi che egli si propone, e ai compiti che egli di conseguenza assegna alla fanteria. Pertanto, il comandante dell'artiglieria deve mantenersi in contatto continuo con il comandante della Grande Unità, o convivendo sulla stessa posizione, o distaccando presso di esso un ufficiale di sua piena fiducia, che lo informa sulla situazione della fanteria e tiene aggiornato il comandante di G.U. sulla situazione e sulle possibilità dell'artiglieria. Particolare importanza assumono anche i collegamenti tra le unità di artiglieria e i reparti di fanteria da sostenere, che vanno relizzati inviando presso la fanteria apposito personale, con il compito di comunicare all'unità di artiglieria i vari dati che le occorrono, e cioè gli obiettivi più opportuni da battere perchè più pericolosi per la fanteria, gli elementi necessari per poter dirigere fino all'ultimo il fuoco su tali bersagli senza pericolo di colpire le nostre truppe, i momenti nei quali si deve sospendere intensificare il tiro. Il modo più semplice per realizzare il collegamento, quando si abbia il necessario campo di vista, è il ricorso a segnali ottici convenuti in precedenza, avendo però cura che il nemico non possa venirne a conscenza; altro mezzo è il telefono, per il quale si presenteranno spesso serie difficoltà per lo stendimento delle linee, che possono venire con facilità interrotte per varie cause e anche dal tiro dell'artiglieria nemica. Occorre però prevenire tali inconvenienti e predisporre il necessario per sopperirvi.


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Gli Autori concludono affermando che l'esito della lotta dipende, in gran parte, dall'accordo nell'azione fra fanteria e artiglieria; pertanto, sarà necessario che "il comandante della grande unità prenda sempre le proprie decisioni d'accordo con il comandante del!' artiglieria e che lo consideri, non come il capo di un elemento al quale basti dare direttive per poi abbandonarlo a sè, ma come il suo principale collaboratore nella scelta e nella coordinazione dei vari mezzi, coi quali si propone di conseguire la vittoria".

Scipioni e Ago si occupano anche del "cannone automatico" cioè di un'artiglieria di piccolo calibro, a tiro rapido e a puntamento diretto - impiegata per la prima volta con successo dai Boeri nella recente guerra contro gli Inglesi - la cui utilità veniva sostenuta da una certa corrente di pensiero anche sui teatri di guerra europei. Essi però giustamente notano che le truppe inglesi si presentavano allora in formazioni scoperte e vulnerabili, contro le quali anche il tiro a tempo delle moderne artiglierie a deformazione sarebbe riuscito micidiale, e che d'altro conto la natura rocciosa del terreno e la ma·n canza di copertura vegetale aumentavano, in quelle circostanze, l'efficacia delle granate a percussione impiegate dal "cannone automatico". La necessità d1 questa artiglieria era stata sostenuta per primo dallo stesso generale Langlois, creatore dell'affusto a deformazione, per avere ragione con una potente arma a percussione di piccolo calibro degli scudi dei cannoni stessi, e di tutti i ripari naturali e artificiali dei quali i combattenti fanno ormai largo uso per ridurre la loro vulnerabilità. Peraltro, almeno fino a quando non sarebbe stato possibile produrre shrapnel di calibro assai piccolo, il Langlois vedeva nel cannone automatico, solo un complemento del cannone da campagna a deformazione (una sezione per batteria). Gli Autori ritengono, in sostanza, che questa arma, secondo alcuni destinata a sostituire il cannone da campagna, almeno nelle condizioni della tecnica del momento non risponde ai requisiti richiesti dalle funzioni che dovrebbe assolvere. Infatti, nel tiro contro artiglierie scudate si tratta di colpire non solo e non tanto gli scudi, ma i pezzi in posizione defilata, azione di fuoco per la quale il tipo di intervento più redditizio è quello a tempo, mentre anche contro pezzi allo scoperto il tiro a tempo o a percussione con le normali artiglierie risulta efficace in misura almeno pari a quello effettuato con i "cannoni automatici". Contro personale in trincea, i proietti


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di piccolo calibro della nuova arma destinati a perforare i ripari, sono poco efficaci, mentre il tiro a shrapnel anche in questo caso risulta il più indicato. Tutto questo senza contare l'aumento di peso che comunque comportano sia i congegni per realizzare gli automatismi, sia il necessario incremento della velocità iniziale. Lo studio dei capitani Scipioni e Ago su questo problema accessorio del cannone automatico si rivela dunque assai preveggente: erano altre (artiglierie pesanti campali, cannoni da trincea a tiro curvo) le armi adatte a colpire mezzi e uomini in posizioni defilate e in trincea. Meno felici, e oltre che poco originali, perchè talvolta anticipate da Badoglio e da altri, le loro tesi sull'impiego dell'artiglieria da campagna in generale, dalle quali traspare una sottovalutazione dell'importanza ed efficacia della controbatteria che gli eventi si incaricheranno di smentire, dimostrando che anche i nuovi materiali scudati, con idonee predisposizioni, potevano essere individuati e neutralizzati. Eccessiva anche l'importanza pressochè esclusiva assegnata a le pur vitali azioni di fuoco di aderenza, di "appoggio", quando la fanteria lascia la base di partenza e muove verso gli obiettivi: forse per il prevalente influsso o francese, negli scritti dei due Autori (come del resto avviene per il Badoglio e altri Autori del periodo) non si fa alcun cenno ad azioni di fuoco anche in profondità tipicamente "di artiglieria", come la preparazione e l'interdizione, che pure avrebbero assunto grande importanza per l'artiglieria da campagna di lì a pochi anni: tutto questo, anche se era sostanzialmente esatta l'intuizione che il duello di artiglierie come fase obbligata, iniziale, a sè stante della battaglia aveva fatto il suo tempo. Così come preveggente era il grande niolo assegnato al coordinamento con la fanteria e al contatto continuo tra comandanti, quest'ultimo peraltro visto esclusivamente al livello di Grande Unità e sopravvalutando il rendimento dei segnali ottici, quando ormai solo il telefono, e in sua mancanza la staffetta, consentivano comunicazioni veramente complete e tempestive. La tendenza al ritorno alle origini del Quadrio e del Porro e i primi

ammaestramenti del conflitto tratti dal Cascina. Le tesi dei giovani ufficiali d'artiglieria prima esaminate sembrano ben rappresentare da una parte la tendenza pressochè inevitabile - e ricorrente - ad attribuire a una nuova arma possibilità di


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modifica del quadro generale del combattimento talvolta eccedenti quelle realmente consentite, e dall'altra una giusta reazione a preesistenti tendenze a vedere l'azione dell'artiglieria, ancorchè importante e spesso decisiva, non sovrapposta a quella della fanteria in un unico armonico insieme, ma staccata e a sè stante, oltre che limitata in maniera pressochè esclusiva al "duello" nella fase iniziale della battaglia. Evidentemente, questa tendenza di "separatezza" che andava contro quella stretta cooperazione fra le due Armi ormai ritenuta dai più di importanza fondamentale, era dura a tramontare e permaneva in talune parti della regolamentazione: ne dà prova, sempre nel 1912, un interessante anche se breve scritto del maggiore di artiglieria Vittorio Quadrio 66, che propone di abolire o almeno modificare il paragrafo 88 delle "Norme generali per l'impiego delle grandi unità in guerra" (1911), ove per la fase awicinamento si afferma (lasciando trasparire il timore di un eccessivo consumo di munizioni, vera e propria costante del pensiero del tempo): "è necessario che i comandanti di artiglieria, ben compresi del compito loro affidato dal comando superiore, sappiano resistere alle seduzioni di falciare ovunque il terreno coi propri shrapnels e non cedano troppo facilmente alle insistenti richieste di fuoco che certamente loro perverranno da ogni parte".

Secondo il Quadrio, la realtà del combattimento moderno è tale, che solo il fante, e non artigliere, può decidere se e quando è necessario l'intervento dell'artiglieria, e quali obiet(ivi essa deve battere con priorità sia perchè è il fante a subire direttamente gli effetti del fuoco avversario, sia perchè, essendo a contatto con il nemico, egli è in grado di meglio acquisire gli obiettivi, cosa sempre più difficile da realizzare a causa dell'adozione delle polveri infiumi - che ostacolano l'individuazione delle batterie nemiche - e delle nuove uniformi delle fanterie, sempre meno al?pariscenti. Il consumo delle munizioni per l'artiglieria non deve essere una preoccupazione soltanto per i comandanti di quest'Arma, ma anche, e forse di più, per quelli di fanteria, a cui esclusivo vantaggio od esclusivo danno torna un giudizioso impiego o un ingiustifi-

r

66 V. QUADRIO, Nota al paragrafo 88 delle Norme generali per l'impiego tattico delle Grandi Unità in guerra, su "Rivista di Artiglieria e Genio", 1912, voi. I.


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cato sperpero delle munizioni. Il Quadrio ritiene poi che la frequente qualifica di "Arma ausiliaria" riportata nelle regolamentazioni non sia appropriata per l'artiglieria. Se da una parte tale espressione potrebbe essere giustificata dallo scopo dell'azione dell'Arma, che è di "dirigere la sua attività alla riuscita dei compiti che alla fanteria sono imposti", dall'altra nell'uso comune si chiama ausiliario un organo, una parte di cui a stretto rigore si potrepbe anche fare a meno, una parte utile ma tale che l'azione principale potrebbe anche svolgersi senza di essa: "Può sotto questo aspetto chiamarsi ausiliaria un'arma la cui azione costituisce parte integrante ed essenzialissima del combattimento in ogni sua fase?" Alla luce di queste considerazioni, nel citato contenuto del paragrafo 88 il Quadrio rileva una certa contraddizione: "mentre si insiste, e giustamente, nel concetto accennato nel principio di questo scritto che l'artiglieria è up'arma ausiliaria, le si dà qui un diritto che solo le competerebbe, se da essa èlipendesse la direzione e la risoluzione del combattimento. La ragione di questa contraddizione deve forse ricercarsi in ciò che, malgrado il cammino già percorso dalle nuove idee sull'impiego tattico dell'artiglieria, non si è riusciti ancora a fondere nel pensiero questa e la fanteria in modo da formarne quasi un complesso indissolubile, cosi che l'una arma si preoccupi dei bisogni dell'altra, come fossero, e sono, i suoi stessi bisogni".

Il Quadrio, in un altro breve articolo 67 contesta anche le tesi prima esaminate di coloro che, come il Badoglio e altri, attribuiscono alle nuove artiglierie da campagna a deformazione la capacità di provocare modificazioni profonde alla struttura impiego dell'Arma. A suo giudizio,

e

"I sani principi di impiego dell'artiglieria e le esigenze della sua preparazione non variano nè nel tempo, nè nello spazio, e solo variano col progresso delle armi le modalità di loro applicazione, e talvolta le nuove idee non rappresentano che una resurrezione, cosa del resto anche questa non nuova, ma che forse non è del tutto inutile ricordare".

Per suffragare questa opinione, il Quadrio cita un saggio olan-

67 V. QuAORIO, Alcune idee sulla preparazione e sull'impiego dell'artiglieria campale, su "Rivista Artiglieria e Genio", 1913, voi. III.


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<lese del Dupujet pubblicato ad Amsterdam nel 1771, nel quale già sono esposti tutti i principi che regolanb, al momento, l'impiego dell'artiglieria e la sua cooperazione con l'Arma base: l'artiglieria e la fanteria devono garantirsi reciproco appoggio, ma non fino al punto di decentrare alla fanteria artiglierie leggere, che la appesantirebbero; il tiro deve essere regolato in modo da evitare un fuoco eccessivamente vivace all'inizio, gli interventi devono. essere ben ponderati e le richieste devono essere sempre vagliate, evitando di impiegare l'artiglieria "solo perchè vuolsi del rumore;" l'artiglieria deve tirare di preferenza sulla fanteria nemica, senza preoccuparsi molto del comune avversario che la controbatte; infine, essa richiede nei Quadri elevata preparazione tecnica e teorica, ma ciò non deve dare origine a complessi di superiorità e a separatezza con l'Arma base. Nel 1915, quindi a guerra sul fronte occidentale già iniziata, le stesse tesi del Quadrio, tendenti nella sostanza a ricondurre le nuove idee nel solco dei criteri tradizionali di impiego dell'Arma, vengono sviluppate con ben altra autorit~ ed efficacia dal tenente colonnello Alberto Porro 68, il quale intende dimostrare come ,, ."

I

"il voler far dipendere i moderni concetti sull'impiego dell'.artiglieria dalla trasformazione del suo materiale sia affatto arbitrario e possa condurre ad una deplorevole e pericolosa confusione di idee".

Egli polemizza apertamente contro i "tattiFi da tavolino", i quali di solito, quando compare un nuovo materiale da guerra di qualsiasi genere, "vogliono a forza dedurre nuovi dogmi fondamentali, che trasformino i principi tattici, in base agl'insegnamenti dell'ultima guerra, od alle modificazioni che il progresso tecnico, conseguito in un dato armamento, porta necessariamente nelle modalità d'impiego di quell'armamento trasformato".

La tendenza ad analisi di questo genere, secondo il Porro, conduce a conclusioni sbagliate. Sull'impiego dell'artiglieria da campagna si è appunto verificato "qu~sto doloroso fenomeno", che ha

68

A. PoRRO, L'impiego tattico dell'artiglieria campale, su "RIVISTA DI ARTIGLIERIA E GENIO", 1915, VOL. Il (Conferenza tenuta agli ufficiali dei presidi di Novara, Vercelli, Ivrea, Pallanza ed Intra).


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indotto a mantenere fino a pochi anni prima una pericolosa separazione tattica tra le due Armi sorelle, e quando si è voluto reagire contro tale errore, e si è tornati a direttive semplici, che non avrebbero mai dovuto essere abbondonate, si è voluto vedere in questo, a torto, la conseguenza dell'adozione di nuovi materiali. La guerra russo-giapponese ha fatto giustizia di un "dottrinarismo form a le", emerso dopo il 1970, che vedeva nella battaglia una successione di atti indipendenti, nei quali le due Armi avevano ruoli del tutto separati (1 a fase, duello tra artiglierie con fanteria a braccia conserte, 211 fase, avvicinamento della fanteria con artiglieria a braccia conserte, 311 fase, preparazione dell'attacco con fanteria a braccia conserte, 4 fase, assalto con artiglieria a braccia conserte). Ma invece di trarre dalla guerra russo-giapponese la conseguenza più semplice e logica, cioè la mancanza del necessario accordo tra fanteria e artiglieria, si è caduti nell'eccesso opposto, ritenendo come fondamentale "il dogma dell'abolizione del duello fra artiglierie": 2

"tale concetto assoluto non può avere una portata pratica, perchè di assoluto non può sussistere che un solo principio: il completo accordo era fanteria ed artiglieria, che si era perduto nelle deduzioni teoriche della campagna del ' 70. Data la necessità çli quest'accordo, ne consegue ch e. mentre è erroneo stabilire a priori che il primo obiettivo dell'artiglieria debba essere l'artiglieria avversaria, perchè l'azione tattica si svolge armonicamente concorde, tale obiettivo s'imporrà come primo, quando l'artiglieria rappresenti il principale ostacolo all'avanzata delle nostra fanteria".

In effetti, secondo il Porro nelle recenti guerre balcaniche è emersa la necessità del duello di artiglieria, fino a far ritenere a] generale fra ncese Herr che occorre ritornare ai concetti d'impiego prevalsi dopo la guerra del 1870, prevedendo la concentrazione iniziale degli sforzi contro l'artiglieria avversaria fino ad averne ragione, e la successiva avanzata della fanteri a. Tuttavia, se da una battaglia o da tutta una campagna si potessero trarre dei principi assoluti di arte militare, il mestiere della guerra sarebbe semplice: "Il guaio è che in ogni campagna, anzi in ogni battaglia, si va incontro a situazioni nuove, non previste. E l'arte della guerra non si può ridurre a un formulario, nel quale per tutti i casi che si presentano vi sia una soluzione".

L'impiego tattico di un'Arma non va confuso con le modalità


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del suo impiego, e i progressi tecnici influiscono sulle modalità e non mai sull'impiego. Nel caso specifico, l'esigenza fondamentale da soddisfare è che i comandanti d'artiglieria devono avere un' estesa prepa razione tattica, conoscere bene i bisogni ed i procedimenti d'azione delle altre armi, e, come diceva Pietro il Grande, "non appoggiarsi al regolamento come il cieco a un muro". L'artiglieria deve perciò operare in costante accordo con gli intenti dei comandanti delle Grandi Unità delle quali fa parte, e la sua azione nel combattimento deve svolgersi in armonia ed in concorso con quella delle altre Armi. Onde ulteriormente sottolineare la validità di questi criteri generali (sanciti nel regolamento russo), il Porro cita anche taluni passi della recente circolare n . 191 del 25 febbraio 1915 ("Attacco frontale e ammaestramento tattico") del generale Cadorna, che dopo aver ribadito la necessità di "un nesso assai più intimo che in passato" tra l'azione della fanteria e quella dell'artiglieria, prescrive che "tranne casi eccezionalissim i la fanteria non può arrivare a sferrare l'assalto, se prima l'artiglieria non le abbia aperto la via stroncando, coll'impeto e la massa del suo fuoco, ogni resistenza avversar.ia nella zona d'irruzione ... Spett.a all'artiglieria (destinata in tutte le fasi ad appoggiare la fanteria) di collegare la propria all'azione di questa. La fanteria si limiterà, allorchè non è più in grado di agire da sola, ad attendere - per avanzare - che l'artiglieria si trovi in m isura di appoggia rla. Dovrà perciò il comandante delle tmppe assicurare tale cooperazione ... ".

Quando questi principi non verranno osservati, si avrà sempre un'erronea condotta delle batterie; e le caratteristiche della moderna artiglieria non hanno fatto altro che rendere più facile la loro applicazione, che tuttavia veniva già ricercata con i vecchi materiali. I progressi tecnici hanno risposto in maniera ammirevole alle esigenze della tattica, ma non hanno cambiato le fasi della lotta ed i rapporti di stretto coordinamento tra le due Armi. In vista di questi obiettivi che era più facile raggiungere, il Porro non concorda però con il generale francese Langlois, che per meglio assicurare il costante accordo tra fanteria e artiglieria proponeva di ripartire i compiti tra le unità di artiglieria, in modo che ciascuna di esse ne avesse uno solo e ben determinato, distinguendo tra controbatterie, batterie di fiancheggiamento (per intervenire contro i contrattacchi), batterie di fanteria (contro la fanteria nemica), batterie di accompagnamento (destinate a prendere posizione


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a ridosso dell'obiettivo raggiunto dalla fanteria, per sostenerla contro ritorni offensivi). Queste distinzioni sono, a parere del Porro, più scolastiche che reali, e presentano il pericolo di far nascere delle incertezze e farrinascere sotto altro nome "le riserve di artiglieria di così triste ricordo". Con tale rigida ripartizione inoltre potrebbe verificarsi l' inconveniente che qualche batteria rimanga inoperosa in mancanza degli obiettivi che deve battere, in tal modo andando contro la regolamentazione del momento, che non accenna a nessuna ripartizione di compiti e prescrive che nessuna batteria deve rimanere inattiva. Il Porro insiste poi sulla necessità che, per realizzare in guerra un'efficace cooperazione, fin dal tempo di pace si stabiliscano intimi e spontanei legami di cameratismo tra gli ufficiali delle due Armi: "non voglio neppure lontanamente soffermarmi sulle questioni odiose di carriera e di provenienza, che possono offendere questo legame nelle menti piccine, incapaci di sollevarsi a più idealità. 1.))1 raggio fecondo di alto patriottismo e di poesia ci deve affratellare in un ca'mpo che spazia al di sopra delle meschine competizioni".

Oltre l'affiatamento morale, occorre anche approfondire la conoscenza reciproca delle modalità d'azione delle due Armi. Per fare questo, non è sufficiente che - come al momento avviene - gli ufficiali superiori di fanteria vadano ad assistere a qualche tiro delle batterie, e quelli di artiglieria partecipino a qualche esercitazione a fuoco dei reggimenti di fanteria: occorrerebbe invece che i capitani e i tenenti colonnelli delle due Armi, iscritti nel quadro di avanzamento, fossero comandati per un periodo d'istruzione completo presso i reggimenti di fanteria e di artiglieria, in tal modo creando anche, con un periodo di vita in comune nel corso di esercitazioni, le premesse più valide per quell'affiatamento senza il quale non vi può essere cooperazione. Oltre che dal Porro, gli ammaestramenti da trarre dal conflitto in corso e/o dalle guerre balcaniche vengono esaminati anche dal colonnello di artiglieria G. Strazzieri, 69 e dal tenente colonnello di

69 G. STRAZZlERl, Note d'impiego e di tiro per l'artiglieria da campagna, su "Rivista di Artiglieria e Genio" 1915, voi. I.


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artiglieria Antonino Cascino. 70 · Secondo il colonnello Strazzieri, l'unico insegnamento sicuro che può essere tratto dai primi avvenimenti della guerra è che l'artiglieria ha assunto nella battaglia una importanza senza precedenti nel passato. Sono anche frequenti le notizie di batterie costrette al silenzio o distrntte, ma ciò a suo giudizio è indicazione sicura che, per una qualsiasi ragione, la batteria non è stata collocata in una buona posizione coperta. Occorre quindi condurre uno studio accurato delle posizioni da occupare, che deve essere compiuto quando la batteria è ancora in fase di avvicinamento e senza arrestare la colonna dei pezzi, a cura di un ufficiale e degli "esploratori" spinti in avanti oppure, quando possibile, dallo stesso comandante di batteria. Si deve inoltre organizzare in modo accurato la sorveglianza del campo di battaglia, spingendo avanti (se necessario anche oltre le linee occupate della fanteria) osservatori ed esploratori come fanno i Francesi. Ciò richiede una scelta rigorosa del personale e una intensa preparazione nel tempo di pace. È, in particolare, indispensa bile addestrare perfettamente i comandanti di batteria, e ciò si ottiene non solo nelle scuole tiro annuali, troppo brevi per l'importanza di tale addestramento, ma anche compiendo in qualunque periodo dell'anno e in qualunque terreno non distante dalle guarnigioni semplici esercitazioni di tiro a proietto. Riguardo alle modalità del tiro, secondo lo Strazzieri la guerra odierna ha rimesso in grande onore la trincea sul campo di battaglia. Truppe in trincea sono obiettivi quasi invulnerabili per la fucileria, e poco vulnerabili per l'artiglieria da campagna. Ma, se il tiro di artiglieria è condotto magistralmente, si può avere ragione anche della trincea. Contro un siffatto obiettivo, pur senza escludere il tiro a percussione, il tiro a tempo è quello che può dare i migliori risultati. Bisogna pertanto addestrarsi a condurJo in modo che risulti seriamente efficace. · Per fare questo, occorre essere in grado di raggiungere e mantenere l'altezza di scoppio più conveniente. È qui che sta tutto il se-

70

A. CASCINO, Fucili e cannoni nella guerra odierna, su "Rivista di Artiglieria e Genio", 1915, voi. II (riassunto di una conferenza tenuta al Presidio Militare di Torino il 27 febbraio 1915).


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greto del tiro a tempo: "tutto ciò è talmente ovvio che non varrebbe la pena di parlarne, se non avessimo accertato che in pratica molte volte si ottengono a ltezze di scoppio ben diff-erenti da quelle normali, con la naturale conseguenza della scarsa o nulla efficacia del tiro".

Ma forse la visione più completa, corretta ed equilibrata delle nuove esigenze che si venivano profilando per la costituzione e l'impiego dell' artiglieria in rapporto alla fisionomia assunta dalla guerra terrestre nei primi m esi di conflitto è quella dovuta al Cascino, al quale non sfugge nessuno degli aspetti fondamentali delle guerre di trincea che si venivano delineando. (Il suo studio viene pubblicato sulla Rivista di Artiglieria e Genio nel maggio 191 5, cioè a guerra per noi non ancora iniziata): "sempre maggior importanza si è dovuto dare all'organizzazione difensiva delle posizioni ed alla conseguente preparazione degli altacchi, 1icorrendo a tutti i mezzi che l'arte fortificatoria mette a disposizione dei combattenti, e rendendo per tal modo più lenta l'azione sul campo di battaglia, più difficile la manovra, più grande l'importanza del fattore tempo, più lunghe le battaglie che conducono alla decisione. Alla decisione sembra anzi che oggi non si arrivi mai, poichè il difensore ha tempo e mezzi per preparare linee successive di resistenza. che gli consentono di pro lungare la lotta da una posizione ad un'al t ra e poi a un' altra ancora. Cosl la tenacia è diventata una delle qualità p reminenti dei combattenti odierni; e la guerra manovrata si è trasformata nella guerra di fortezza, è degenerata nella guerra di posizione. Ma non è soltanto il progresso delle armi da fuoco e il conseguente progresso dell' arte fortificatoria che hanno condotto a ciò; vi hanno anche contribuito altre cause assai importanti, che conviene brevemente esaminare. Le fortissime organizzazioni odierne, sia permanenti, sia occasionali, richiedono necessariamente la preparazione fin dal tempo di pace di mezzi d'attacco assai potenti e numerosi, tanto più potenti e numerosi quanto più rapidamente si vorrebbe procedère nelle operazioni gue1Tesche; poichè, se si vuole far cadere un campo trincerato con un attacco violento, cioè se si vuole in poco tempo eseguire un'operazione che richiederebbe più mesi d'assedio, è logicamente necessario di aumentare in potenza quanto si vuol diminuire in tempo, occorre cioè disporre all'inizio dell'operazione di mezzi ultra-formidabili. Questi mezzi sono mancati ai combattenti di oggi, e, per conseguenza, la guen-a sì protrae oltre ogni previsione" .

Tutte le nazioni (non esclusi gli Imperi Centrali) si sono rivelate impreparate, sia pure in misura diversa, al conflitto.a cominciare dai Francesi, che difettano di un moderno parco d'artiglieria d'assedio, e che accanto al cannone a tiro rapido da campagna hanno posto in batteria poche artiglierie pesanti campali e molte artiglierie


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di modelli antiquati. Si è m anifestata, in particolare, una generale sproporzione tra gli scopi da raggiungere e i mezzi atti a conseguirli nei brevi limiti di tempo imposti da lla situazione. Sproporzione che del resto si è verificata anche nelle ultime guerre, e che "nel campo tattico conduce inevitabilmente la fanteria a procedere a ll'assalto senza la necessaria preparazione di fuoco da parte dell'artiglieria. Non si può conseguire con l'urto la vittoria, che non è stata prima conseguita col fuoco; vien meno al fucile !"appoggio che gli è indispensabile e che solo il cannone può dargli".

Anche le enormi masse di combattenti che è stato possibile mobilitare hanno assai contribuito al prolungamento della guerra e a darle il carattere di guerra di po_sizione, in quanto hanno reso impossibili le manovre avvolgenti çhe decidono la lotta, trasformando gli attacchi di fianco in attacchdrontali ed a ttenuando le ripercussioni che gli avvenimenti su un settore possono avere su un altro. In tal modo, la decisione viene sempre più ritardata, e diventa subito possibile sopperire alle maggiori perdite con riserve e con nuovi contingenti, fino a che la nazione non abbia compiuto il m assimo sforzo. Dopo aver con così mirabile efficacia e acutezza sintetizzato i caratteri della lotta presente e futura, il Cascino ne esamina i r iflessi sulla costituzione e l'impiego dell'artiglieria. Occorre orientarsi a "specializzare" di più, e adottare nuovi tipi di bocche da fuoco. In particolare: un cannone leggero, someggiato, per costituire batterie d'accompagnamento atte a dare alla fanteria la continuità di fuoco necessaria per ·giungere alle più piccole distanze di combattimento; un obice leggero da campagna per battere i bersagli animati, defila ti rispetto al tiro troppo teso dei cannoni; un mortaio di piccolo calibro o una speciale bocca da fuoco atta al lancio d i bombe, per battere le truppe in trincea, che attualmente possono essere colpite solo con tiri molto curvi di grossi proietti ad a lto esplosivo lanciati da piccole distanze; un'artiglieria di grande potenza ed a traino meccanico, che preceda i parchi d'assedio p er battere subito le organizzazioni difensive permanenti, invulnerabili o quasi al tiro delle artiglierie pesanti campali e dei m ortai di medio calibro. La fortificazione permanente, anche se le opere belghe sono cadute sotto il tiro dei mortai di grande potenza, a lmeno nel caso


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della Francia ha dimostrato la sua validità. Essa .d eve però essere adeguata alle nuove esigenze, non solo aumentando la potenza delle artiglierie dei forti e gli spessori delle corazze e delle masse coprenti, ma costruendo fortificazioni in ordine sparso, ben intervellate e magari armate di un pezzo solo, in modo da imporre alle artiglierie dell'attaccante tanti aggiustamenti quanti sono i pezzi da battere. Occorre assicurare la massima mobilità delle artiglierie della difesa, rendendo amovibili le artiglierie dei forti e impiegando largamente la trazione meccanica all'interno delle stesse piazze forti. Infine l'azione dei forti deve essere organizzata con quella delle restanti truppe, le quali devono dedicare le migliori energie al sostegno dei forti stessi. Il Cascina, nella sostanza, giudica positivamente la capacità di adeguamento alle nuove esigenze che ha dimostrato l'artiglieria: non così è però avvenuto per la fanteria, per la quale si è potuto notare, a suo giudizio, che quella francese è armata del fucile Lebel mod. 1886 con serbatoio nel fusto, inferiore a quello delle altre fanterie armate di fucili a caricamento multiplo, leggeri e maneggevoli. Per quanto riguarda la fanteria austro-tedesca "forse l'imperioso bisogno di ottenere nel minor tempo possibile effetti decisivi. forse perchè ragioni di disciplina e di addestramento delle nuove truppe sconsigliano l'ordine sparso, forse infine il disprezzo della vita umana pur di ottenere la vittoria a qualunque costo, ha indotto gli Austro-Tedeschi ad affrontare le più terribili perdite in attacchi furiosi, disperati, senza la necessaria preparazione di fuoco, senza quelle precauzioni della marcia di avviamento sotto il fuoco nemico, che sono indispensabili per assicurare il successo, sia pure in un tempo maggiore di quello che sarebbe necessario con le masse lanciate avanti a capo fitto" .

Evidentemente, il Cascina su questo punto - ma solo su questo punto - era male informato; furono i francesi, ancor più che i tedeschi, a dimostrare con la jeune ècole quanto sangue cost~ un attacco organizzato e condotto senza la dovuta superiorità di fuoco, senza la necessaria preparazione e senza un accorto sfruttamento del terreno da parte della fanteria, capace di abbinarsi a una efficiente cooperazione con l'artiglieria in tutte le fasi del combattimento. L'artiglieria e la fortificazione nei primi anni del secolo: il problema dell'artìglìeria pesante campale e dell'artiglieria d'assedio

Il problema tecnico del rinnovamento dei materiali da campagna, destinati al sostegno diretto di fuoco per la fanteria rappre-


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senta solo uno degli aspetti - anche se indubbiamen te il più rilevante - dell'evoluzione dell' artiglièria all'inizio del secolo. In effetti, l'aumento generalizzato della potenza di fuoco incideva sui procedimenti tattici e sull'ordinamento principalmente della fanteria e dell'artiglieria (si noti: non viceversa), con un reciproco influsso che è necessario delineare sia pur brevemente. Anzitutto, l'aumento dell'importanza della fortificazione, ovunque riconosciuto, e la possibilità di riparare il personale entro ricoveri ben protetti o trincee difficilmente individuali e con ridotta sezione ponevano l'artiglieria di fronte a nuovi e più impegnativi compiti, rispetto all'intervento contro truppe allo scoperto che erano state fino allora l'obiettivo più frequente. Dal punto di vista tecnico, due diverse possibilità si profilavano: o munizinamento speciale per la normale artiglieria da campagna, oppure artiglierie a tiro curvo (obici e/o mortai), più pesanti e meno precise rispetto all'artiglieria da campagna ma intrinsecamente più atte all'azione contro bersagli protetti. E, in effetti, in tutti i principali eserciti (ma in minor misura in quello francese, per ragioni dottrinali, e in quello italiano per ragioni prima di tutto economiche) si venne manifestando la tendenza ad acquisire artiglierie atte a battere i nuovi e più difficili obiettivi. Non manca, tuttavia, in Italia, un c;erto scetticismo - pienamente giustificato dall'esperienza della successiva guerra - sull' effettiva possibilità di risolvere il problema con largo impiego di obici. Ad esempio, il colonnello del genio Pio Spaccamela nel 1904, sulla base del!' esperienza della guerra anglo-boera, contesta la tesi che il fuoco è la migliore copertura per truppe attaccanti, 71 e osserva che con granate d irompenti lanciate da normali artiglierie da campagna è difficile colpire truppe al riparo; ma anche per gli obici si è esagerato sugli effetti distruttori che è possibile conseguire, specie contro trincee ben costruite e soprattutto ben mascherate. All'estero secondo lo Spaccamela esistono autorevoli opinioni discordi sull'opportunità del loro impiego, che presenta numerosi inconvenienti, perchè rende più complicato l'ordinamento, il rifornimento, il comando, l'istruzione e la mobilitazione l'unità di ar-

71

Cfr_. P. SPACCAMELA, Qualche deduzione sull'impiego della fortificazione campale dopo la guerra anglo-boera, su "Rivista di Artiglieria e Genio", 1904, voi. III.


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mamento dell'artiglieria da campagna era un obiettivo perseguito per molto tempo). Truppe entro ricoveri a cielo coperto ben poco danno possono, per lo Spaccamela, ricevere anche dagli obici; l'unico inconveniente è l'esigenza di disporre di grandi quantità di materiale per coprire tutti i ricoveri, il che farà sì che molte trincee almeno in un primo tempo siano scoperte. In questo caso, la forma d'intervento più efficace si ottiene impiegando non shrapnel, ma granate a tempo. Dello stesso parere è anche il de Chaurand (ufficiale d'artiglieria), il quale nel già citato intervento del 1906 sulla fortificazione 72 sostiene che nella lotta tra arma da fuoco e riparo in terra, per il momento il vantaggio è di quest'ultimo. Infatti, l'impiego con i normali cannoni di granate dirompenti ha fino ad allora fornito risultati non proporzionati alla quantità di munizionamento impiegato, mentre risultati notevoli si sono ottenuti solo con obici di medio e grosso calibro, poco precisi, molto pesanti e poco celeri. Questo scetticismo sulle effettive possibilità degli obici è destinato a permanere, almeno in taluni Autori, fino alla vigilia della guerra. Nel 1913, anche il più autorevole esperto italiano in fatto di fortificazione campale, f Ispettore del genio maggior generale Enrico Rocchi, 73 nella già citata "Traccia per lo studio della fortificazione campale" giudica "ben lontano dall'essere risolutivo" il tiro con cannone da campagna a granate dirompenti, e pur registrando che in Germania si fa grande affidamento sull'obice pesante e che presso quell'esercito e altri è stata creata l'artiglieria pesante d' Armata, ritiene che "il problema di colpire truppe poste dietro ripari non ha ancora ricevuto una soluzione pratica atta a soddisfare tutte le esigenze di ordine diverso"

Non tutte le opinioni sono analoghe a quelle del Rocchi, prudente fino quasi allo scetticismo sulle prestazioni dei nuovi materiali: sulla Rivista di Artiglieria e Genio, specie dopo il 1910, il problema dell'artiglieria pesante campale viene approfondito e discusso con notevole libertà, con particolare rilievo alle più oppor-

72 73

F. DE CHAURAND DE s .E ., La fortificazione ........ (Cit). E. RoccHI, Op. cit., p. 110.


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tune modalità d'impiego dell'obice, alle sue caratteristiche ottimali e alla costituzione dei reparti di artiglieria pesante campale, compresi gli oneri logistici connessi con il rifornimento munizioni. Meritevoli di particolare esame sono due lunghi ed esaurienti studi del m aggior e d'artiglieria Carlo Ferrario, premiati con Medaglia d'Oro al concorso n. 2 della Rivista di Artiglieria e Genio 74 . Per definire compiti, caratteristiche, costituzione ed ordinamento tattico, il Ferrario compie un completo esame dei compiti e delle possibilità dell'artiglieria in genere, per la quale indica quattro esigenze fondamentali da soddisfare: 1°) agire efficacemente contro "bersagli scudati" (cioè le nuove artiglierie da campagna a deformazione); 2°) agire a shrapnel contro bersagli animati ampi e scoperti esistenti in zone defila te rispetto al tiro del cannone (esigenza particolarmente sentita sui nostri terreni di confine); 3°) distruggere o almeno mantenere inabitabili fortificazione campali (cioè ricoveri o zone defilate da parapetti naturali e artificia li, ricoveri blindati con ferro, legno, terra o calcestruzzo, oppure ripari verticali); 4°) agire contro truppe alle grandissime distanze. Secondo il Ferrario, solo le ultime due (che s i riassumono in interventi di fuoco contro fortificazioni campali o a lle grandi distanze) possono essere considerate azioni tipiche dell'artiglieria pesante campale, impiegando obici contro le fortificazioni e cannoni contro obiettivi che richiedono grandi gittate. Il munizionamento principale per l'obice dovrebbe essere la granata dirompente (contro i ricoveri), quello secondario lo shrapnel. L'inverso dovrebbe avvenire per i cannoni. Per gli obici, è richiesto il massimo calibro compatibile con la mobilità e maneggevolezza (150 mm circa); per i cannoni, un calibro tendenzialmente piccolo, però tale da garantire una lunga gittata e una buona visibilità dei colpi in arrivo, ai fini dcll' aggiustamento. Poichè le artiglierie pesanti campa li non hanno un impiego ge-

74

C. F E R1vut10, Armamento e impiego tattico delle batterie pesanti campali italiane ed ordinamento dei vari servizi ad esse inerenti (Memoria premiala con medaglia d'oro al concorso n. 2 della Rivista di Artiglieria e Genio, 1910-1911), su "Rivista di Artiglieria e Genio", 1911, voi. III, e Norme d'impiego delle artiglierie pesanti campali, su "Rivista di Artiglieria e Genio", 19 11, voi. IV.


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nerico, ma speciale, caratteristico, esse dovrebbero essere collocate a livello di Armata, e di volta in volta assegnate - per gruppi - solo ai Corpi d'Armata che per speciali compiti o per il terreno in cui agiscono avranno l'opportunità di impiegarle; in ogni caso, la loro distribuzione tra i Corpi d'Armata non potrebbe essere uniforme. Data l'importanza dell'azione offensiva, in prima approssimazione ad ogni Armata dovrebbero essere assegnati due gruppi di obici (su batterie di due pezzi) e due di cannoni (su batterie di quattro pezzi). In totale, occorrerebbero quattro reggim enti su quattro gruppi, di cui due da mobilitare all'emergenza. Le prime due esigenze (contro-batteria contro artiglieria da campagna; tiro a shrapnel contro truppe allo scoperto, ma in zona defilata al tiro del cannone) non possono però essere soddisfatte con le nuove artiglierie da campagna, e d'altra parte, secondo il Ferrario, non sarebbe conveniente nemmeno fronteggiarle con l'artiglieria pesante campale. Infatti, dato i1 numero molto elevato di batterie da campagna da controbattere "un simile incarico normalmente affidato al le artiglierie pesami esaurirebbe queste rapidamente::. L'incarico sarà dunque raro ma pur non ecceziona le, specie per il cannone che potrà in tal modo controbattere l'artiglieria leggera da grnndissima distanza".

All'azione contro truppe ferme o in movimento in zone defilate al cannone, secondo gli orientamenti al momento prevalenti in Italia e sulla base della stessa regolamentazione ufficiale, dovrebbe provvedere l'obice da 149 mm, a mezzo shrapnel a tiro curvo capace di .lanciare - con celerità di tiro di tre colpi - 4000 pallette al minuto sull'obiettivo. Ma il Ferrario si dichiara contrario a un simile compito per gli obici pesanti campali, perchè dato l'elevato consumo di munizioni che r ichiederebbe, "minaccia di esaurire prematuramente ogni vitalità", distogliendo questo tipo di artiglierie dalle azioni di fuoco tipiche prima esaminate, che costituiscono la loro "ragion d'essere". A suo giudizio, quindi, il problema dell'impiego deJl'obice sul campo di battaglia non può dirsi risolto con il ricorso all'obice pesante, e le soluzioni adottate all'estero, oltre che i particolari caratteri del nostro terreno di confine, giustifichere bbero l'adozione di un obice leggero, da campagna e non pesante campale: "il dire c he la questione dell'obice campale è stata risolta in Italìa in favore di un obice pesante farebbe temere che vi si fosse perduto di vista lo scopo per


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il quale l'obice campale fu dapp rima richiesto; e fece nascere il 120 in Francia, il 105 in Germania ed Austria, il 95 in Belgio; scopo di impiego contro truppe defilate al cannone, importantissimo e di importanza sempre crescente col nuovo addestramento tattico delle truppe di fanteria; scopo caratteristico per le artiglierie di quei paesi che, come ad esempio l'Austria (che però se n'è provvista in campagna e in montagna) e l'Italia, vedono possibili guerre in terreni montani o accidentali; scopo infine che, per la sua frequente convenienza, anzi per essere normale e veramente (questo si) generico, ben giustificherebbe l'adozione di un'arma ad esso specialmente dedicata: di un obice leggero".

Com unque, secondo il Ferrario bisogna prendere atto che da noi la questione è ormai da considerarsi "risolta" con l'orientam ento ufficiale a favore dell'obice pesante, il quale d'altro canto dal punto di vista tecnico risponde anch'esso benissimo, anzi meglio del leggero; sarà soltanto necessario evitare gli inconvenienti di un'eccessiva estensione del suo impiego, attraverso interventi oculati e parsimoniosi, che tengano conto soprattutto della necessità di risparmiare munizioni, visto che ogni colpo "costa 50 kg di esplosivo". Poichè, "per forza di cose", l'impiego dell'obice deve essere diverso e più esteso rispetto a quello che può scaturire da un esame tecnico del problema, il Ferrario esamina i temperamenti da apportare alle soluzioni ordina tive precedentemente indicate, e suggerisce anche modifiche a lla regolamentazione. Le batterie dovrebbero essere su quattro obici invece che su due (come emergeva da un primo esame), articola bili in due sezioni di due pezzi capaci di agire in modo autonomo; le artiglierie pesanti campali dovrebbero essere spinte più avanti nelle colonne, subito dopo il primo scaglione di artiglierie leggere; le colonne munizioni dovrebbero essere più a ridosso delle batterie. Egli propone poi di modificare il paragrafo 87 ~elle "Norme Generali per l'impiego delle Grandi Unità in guerra" {1910), secondo il quale "gli obici sono essenzialmente destinati a battere truppe situate a grande distanza, specialmente se annidate nelle pieghe del terreno e dietro ripari, ovvero ad eseguire tiri contro ricoveri e produrre rovine e incendi nei caseggiati occupati da truppe; i cannoni possono invece essere destinati, o a controbattere le artiglierie leggere dell'avversario per spianare la via dell'azione delle proprie artiglierie leggere, o ad operare a grande distanza contro truppe scoperte, o anche ad abbattere ostacoli materiali di maggior resistenza"

La nuova formulazione del paragrafo proposta del Ferrario per


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gli obici attenua il compito di battere truppe annidate nelle pieghe del terreno o dietro ripari, indicando invece come preminente il tiro contro ricoveri ed opere di forticazione campale, e, per i cannoni, pone in maggior risalto l'azione di fuoco contro truppe alle maggiori distanze di tiro, aggiungendo anche l'intervento contro "ostacoli resistenti verticali". Contradditoriamente, però, il Ferrario non ritiene opportuna una definitiva assegnazione delle artiglierie pesanti campali ai Corpi d'Armata, ma è dell' avviso che esse debbano essere assegnate al]' Armata, che le decentra ai Corpi d' Armata in caso di bisogno. In tal modo, egli vorrebbe modificare nel senso di una maggiore tendenza all'accentramento la regolamentazione vigente, la quale per gli obici già riconosce che "possono essere utilmente impiegati per rafforzare l'azione dei Corpi d'Armata". Permane dunque ancora, nel Ferrario, la tendenza a considerare una difesa imperniata su opere di fortifica zione campale come qualcosa di eccezionale, da valutare caso per caso. Da queste tesi si può dedurre che negli anni precedenti la prima guerra mondiale, probabilmente per vincoli di carattere economico o anche per l'influsso degli orientamenti francesi, presso l'Esercito italiano rimaneva (in pratica, anche se non in teoria) scoperta l'esigenza di una sufficiente quantità di fuoco per la controbatteria e per l'inten1 ento contro truppe in zone defilate, che non potevano essere battute con le traiettorie tese del tiro dell'artiglieria da campagna. Non così era avvenuto - va notato - in Germania e Austria, potenze al tempo nostre alleate, ove era stato adottato quell'obice leggero che lo stesso Ferra rio lascia intravedere come la soluzione ottimale anche per i nostri terreni. In effetti, l'attribuzione nella regolamentazione ufficiale all'obice e al cannone pesante campale anche dei due compiti prima citati di per sè non può considerarsi criticabile, trattandosi di particolari impieghi che potevano rientrare nelle prestazione tecniche di questa specialità dell'Arma dotta; ma fin che si fosse prevista per questo tipo di artiglieria una quantità così esigua (un reggimento per ogni Armata), evidentemente l'intervento nel combattimento delle artiglierie pesanti campali, per qualsiasi tipo d'azione di fuoco e non solo per ]a controbatteria o per il tiro contro fortificazioni blindate, poteva considerarsi eccezionale. In tal modo, rimanevano praticamente scoperte, nonostante quanto previsto dalla regolamentazione, proprio quelle due azioni di fuoco che sarebbero state le più frequenti e le più indispensabili nella guerra di trincea,


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e il problema, contrariamente a quanto affermato dal Ferrario, non poteva dirsi certo risolto allargando la gamma teorica di impiego di una specialità oltre quanto poteva consentire la quantità di fuoco disponibile, senza considerare le esigenze di tempestività e aderenza, difficili da soddisfare con il previsto ordinamento tattico delle artiglierie pesanti campali. È questo che emerge da un altro notevole intervento del 1913 (sulla Rivista Militare e non sulla Rivista di Artiglieria e Genio, fatto probabilmente non casuale), nel quale il capitano d'artiglieria De Gennaro, 75 prendendo spunto da quanto afferma il Ferrario, sostiene che il problema potrà dirsi risolto solo con l'adozione di un obice leggero da campagna, sul modello tedesco e austriaco. Secondo il De Gennaro, la .s oluzione non può essere trovata adattando in qualche modo, come vorrebbe il Ferrario, le norme alla disponibilità quantitativa e qualitativa di materiali, ma, al contrario, ricercando il materiale che meglio può corrispondere alle esigenze che si manifestano sul campo di battaglia. Egli richiama pertanto l'attenzione sul contenuto del citato paragrafo 87 delle "Norme", secondo il quale i cannoni pesanti campali possono essere destinati a controbattere le artiglierie leggere dell'avversario, indicando in tal modo, con questo termine che parla solo di possibilità, quantQ poco sicuro affidamento si possa fare su questo importante compito, da · considerarsi al momento attuale alea torio, anche perchè. le batterie pesanti campali, in numero esiguo, sono assegnate solo alle Grandi Unità di livello superiore, e il tiro con granate munite di spolette a percussione delle artiglierie pesanti campali sulle artiglierie scudate da campagna ha comunque scarso effetto e richiede grande quantità di munizioni. Inoltre, se per colpire truppe defilate o appostate in posizioni molto dominanti occorre un tiro curvo, i cannoni e obici pesanti campali al momento disponibili non sono i più adatti, perchè le "Norme", date le limitate munizioni disponibili, prescrivono che il loro fuoco sia concentrato solo su obiettivi di particolare importanza e adeguati alla loro potenza. Anche contro trinceramenti e opere dì fortificazione campale, le artiglierie da campagna non

75

R. Di:. CENNARO, Obici leggeri e cannoni pesanti campali, su "Rivista Militare", 1913, voi. I.


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sono idonee e le artiglierie pesanti campali non si dovrebbero impiegare salvo casi di eccezionale importanza. Per colpire tutte queste categorie di obiettivi il materiale più adatto è quindi l'obice leggero da campagna, la cui efficacia è fuori dubbio anche in difesa, ove contro un attaccante che sfrutta tutta la copertura le batterie di obici leggeri "sono particolarmente adatte a diminuire o annullare quella protezione, e a disimpegnare la importantissima funzione di batterie "traditrici" che ben · impiegate possano far svolgere in disastro un assalto nemico".

Il De Gennaro, facendo riferimento all'ordinamento di recente adottato (costituzione in data 1° aprile 1913 di due reggimenti di artiglieria pesante campale, uno su obici da 149 e l'altro su cannoni da 120) propone che nell'artiglieria sia riservato un maggiore spazio complessivo all'obice sia leggero che pesante, e si augura "che siano diminuite o soppresse le batterie di cannoni pesanti che impongono costantemente la penosa restrizione di parsimonia, di economia più che prudente; e che siano, in cambio adottate le batterie di obici delle due specie [leggero e pesante - n.d.r.], cooperanti, con il beneficio di un complessivo munizioni adeguato alla necessità; di collocarsi a grande distanza nell'agire contro il nemico (n. 283) e di appoggiare a lungo ed efficacemente le proprie fanterie avanzanti verso le posizioni nemiche (n. 286) [i numeri indicano i paragrafi delle "Norme" - n.d .r.]. Delle due specie d i obici, gli uni - pesanti - avranno il buon gioco là dove occorrerà sfruttare la maggior potenza e la maggior gittata, gli altri - leggeri - saranno efficacissimi là dove sarà necessaria la maggiore manovrabilità e la maggiore copia di munizioni disponibili e rifornibili".

Non si può negare la lungimiranza di questi orientamenti del De Gennaro: prova ne sia che, in seguito, gli obici austriaci da 75/ 13 e 100/ 17 rimarranno in dotazione anche dopo la seconda guerra mondiale, mentre non appare dubbia l'esigenza di disporre un gran numero di materiali in grado di effettuare efficaci interventi - controbatteria compresa - contro truppe o batterie in posizione, defilate o protette da opere di fortificazione campale, 76 esigenza del resto emersa anche nell'articolo del maggiore Cascino prima citato, che teneva conto delle prime esigenze di guerra. Un ultimo aspetto da considerare nella multiforme problema-

76

A.

CASCINO,

Fucili e cannoni.... (Art. cit.)


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Ferruccio Botti

tica dell'artiglieria (per la quale aveva assunto rilievo forse eccessivo il dibattito sull'artiglieria da campagna) è la costituzione e l'impiego dell'artiglieria d'assedio (cioè l'artiglieria pesante specificamente destinata a battere le fortezze e le opere di fortificazione permanente in genere), aspetto che nelle preparazione militare assume particolare rilievo specie dopo che, nell'autunno del 1914, le artiglierie pesanti a tiro curvo germaniche avevano avuto ragione, con relativa facilità, dei pur moderni forti belgi; e non va dimenticato, in merito, che anche l'Italia, lungo i suoi confini, doveva fare i conti ad est con le fortificazioni permanenti austriache (con particolare riguardo all'altopiano di Asiago), ad ovest con quelle francesi e persino, a nord, con il sistema fortificato svizzero (ove emergevano le potenti opere del Gottardo). Sull'argomento, particolare rilievo assumono, nel corso di un decennio, gli studi del capitano di artiglieria Ottolenghi, che fin dal 1903 77 tempestivamente intravede il nuovo indirizzo che l'Esercito tedesco aveva impresso all'impiego dell'artiglieria pesante, considerandolo come il principale mezzo per dare proprio ali' offensiva quella superiorità che il progresso delle armi da fuoco portatili e delle artiglierie da campagna faceva da parte di molti attribuire alla difensiva. Così, come fa notare l'Ottolenghi, i tedeschi avevano studiato e attuato i provvedimenti necessari per conferire maggiore mobilità all'artiglieria d'assedio, e per rendere in tal modo possibile il suo decentramento anche a i' Corpi d'Armata. Questo indirizzo venne seguito in tutti gli Stati, e in tal modo nacquero le prime artiglierie pesanti mobili. Successivamente, però - come faceva notare l'Ottolenghi in un altro articolo del 1904 - 78 ci si rese conto che i compiti che si rendeva sempre più necessario assegnare a queste artiglierie di grosso calibro rese anche mobili si allargavano ad altri, che non potevano essere assolti, date le loro caratteristiche fondamentali e la loro intrinseca natura, dai parchi d'assedio : cioè intervenire ' contro fortificazioni campali non permanenti e/o occasionali, dare ·maggiore

77 A. OrrOLENGHI, La mobilità nell'impiego tattico dell'artiglieria pesante, su "Rivista di Artiglieria e Genio", 1903, vol. Il. 78 A. OrroLENGHI, Sull'ordinamento e sull'impiego dell'artiglieria pesante mobile, su "Rivista di Artiglieria e Genio", 1904, vol. III.


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reattività alle posizioni difensive occupate, e infine rendere le operazioni di assedio, sia nell'attacco che nella difesa, "più spigliate, in guisa tale da rendere fattibile di applicare anche nella guerra di fortezza i principi che sono il fondamento della guerra in campo aperto".

Così nacquero le artiglierie pesanti campali, che appunto riunivano in sè i compiti dalle artiglierie pesanti e di quelle campali: sarebbe perciò errore, osserva l'Ottolenghi, confondere queste nuove artigliere con quelle da campagna, così come sarebbe un errore confonderle con quelle di parchi d'assedio. E dei caratteri e scopi di una moderna artiglieria d'assedio egli si occupa particolarmente nel 1913, 79 sottolineandone le peculiarità che la devono far distinguere nettamente dalle altre due specialità, e riallacciandosi agli studi prima citati, oJtre che a un altro articolo del 1912 80 sull'azione della artiglieria nell'attacco a una piazza forte, attacco che si divide in tre fasi:. una prima fase, "campale e di movimento" avente lo scopo di eliminare le infrastrutture difensh e e le opere di completamento della piazza, impedendo che altre se ne preparino. In tale fase, occorre soprattutto una forte aliquota di artiglieria pesante campale; una seconda fase, caratterizzata dal duello tra le artiglierie d'assedio e quelle della piazza, e dall'attacco degli intervalli tra piazze forti compiuto dalle forze mobili, coadiuvate dalle artiglierie pesanti campali ed eventualmente da quelle più mobili del parco d'assedio; una terza fase, nella quale le artiglierie di assedio colpiscono quelle opere che gli altri tipi di artiglieria non avrebbero assolutamente modo di debellare.

In sostanza, secondo l'Ottolenghi le artiglierie d'assedio devono entrare in azione soltanto quando si sia conclusa la fase campale o di movimento, e quando si iniziano le operazioni proprie della guerra di fortezza, che con altri tipi di artiglierie non sarebbe possibile effettuare. Esse, dunque, debbono possedere caratteristiche speciali, nelle quali il fattore potenza deve essere raggiunto a

79

A.

OrrOLENGHI,

L'artiglieria d'assedio, su "Rivista di Artiglieria e Genio", 1913,

voi. IV 80

A. 0TTOLENGHI, Azione delle artiglierie nell'attacco di una piazza forte moderna specialmente montana, su "Rivista di Artiglieria e Genio", 1912, vol. III.


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qualsiasi costo, sacrificando ad esso, se occorre, gli altri fattori che concorrono a conferire efficacia ad una bocca da fuoco, tra i quali la mobilità . L'artiglieria di assedio, con i suoi compiti specifici, assume così una fisionomia ben diversa dall'artiglieria pesante campale, nella quale potenza e mobilità si equilibrano, e dall'artiglieria da campagna, nella quale la mobilità prevale nettamente sulla potenza. Certamente, privilegiando in tal modo la potenza le funzioni dell'artiglieria d'assedio vengono ad essere ridotte, ma, quando non potrà agire da sè, essa potrà contare sull'apporto delle altre specialità, così come, a l contrario, queste dovranno poter fare affidamento sull'artiglieria d'assedio per battere obiettivi sui quali il loro intervento non sarebbe efficace. Nè possono valere, per l'Ottolenghi, obiezioni a questo impiego ben circoscritto delle batterie d' assedio, basate per esempio sull' esperienza della guerra di Libia, nella quale esse, rese mobili, fornirono ottimi risultati. Sarebbe improprio trarre da questa recente campagna orientamenti a favore dell'impiego campale delle artiglierie d'assedio: si deve invece considerare che, in mancanza di artiglierie campali, in quell'occasione le artiglierie d'assedio sono state utilizzate - come ripiego e in mancanza di meglio - in sostituzione di altre più idonee, contro bersagli mobili e non contro quegli obiettivi consistenti, che devono essere lo scopo della loro azione. Pertanto, secondo l'Ottolenghi gli accenni alla possibilità di impiegare talvolta le artiglierie d'assedio anche nelle operazioni campali dovrebbero esse tolti dai regolamenti, che in qualche caso ancora vi fanno cenno. Questi accenni sono conseguenza dei ricordi di un recente passato, quando le batterie pesanti campali erano appena comparse e non si aveva ancora un'idea esatta del loro impiego, mentre, data la necessità di agire con efficacia con!ro le opere di fortificazione campale sempre più robuste che si vedevano sorgere, si doveva per forza di cose ricorrere all'unico mezzo disponibile al momento, cioè le artiglierie d'assedio : ma, oggi, tale necessità non è più sentita. Naturalmente, per addivenire a questa indispensabile ripartizione del lavoro, la condizione necessaria è che "l'artiglier ia campale abbia r icevuto il suo più largo sviluppo, sicchè sia possibile di fare assegnamento sul suo concorso completo per l' esplicazione di quei compili che le sono propri e che ora vengono disimpegnati dall'artiglieria d'assedio".


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Tutto ciò, però, non significa che la guerra di fortezza debba tornare ad essere guerra di posizione, e che l'artiglieria d'assedio debba rinunciare totalmente a lla sua mobilità: l'Ottolenghi r ibadisce che la guerra d'assedio deve invece tendere a diventare, per quanto possibile, guerra di movimento, e a tal fine esamina nel dettaglio i provvedimenti per assicurare una certa mobilità al parco d'assedio, e il mezzo di trasporto più idoneo per le artiglierie che lo compongono. La conclusione è che il traino meccanico è il mezzo che meglio risponde alle esigenze per il traspor to dalla località di mobilitazione al "cantiere" (cioè alla base logistica delle batterie). Questo sistema consente, infatti, indipendenza dalle ferrovie e maggiori possibilità di scelta delle località di adibirsi a cantiere e degli itinerari per avvicinarsi il più possibile all'opera da attaccare. Dal cantiere alle posizioni che le batterie devono occupare, si dovrà poi procedere con traino meccanico fin che possibile, e poi con traino umano. Per quanto riguarda l'osservazione del tiro, l' Ottolenghi ritiene utile, anzi indispensabile l'assegnazione alle batterie di assedio degli aerostati (drachen.), in quanto esse saranno chiamate ad eseguire il tiro da grande distanza e da posizioni coperte, e avranno dunque bisogno d i buoni occhi. Le squ adriglie di aeroplani, invece, rappresenterebbero per il parco "un peso inutile, una grave preoccupazione, un pericolo", in quanto gli obiettivi mobili che rappresentano l'oggetto principale della osservazione degli aeroplani non hanno per le batterie del parco che un interesse secondario; e se esse dovessero rivolgere il tiro contro bersagli che sono propri di altre specialità, questo significherebbe una cr isi dell'azione e magari la rinuancia all'assedio. Le squadriglie di aeroplani, pertanto, saranno utili ai comandi delle Grandi Unità che possono disporre de l parco, ma non a l parco stesso, al qua le esse sono assegnate, in tempo di pace, solo per ragioni di comodità e opportunità pratica. Il munizionamento tipico per le batterie d'assedio dovrà essere costituito in misura pressocchè esclusiva da granate, visto che il momento di agire per le artiglierie d'assedio giunge solo quando "si dovrà bombardare a distanza, sfondare cupole, abbattere pareti di muratura". Questi risultatj si ottengono solo con le granate di maggior calibro lanciate a lla maggiore velocità. Gli shrapnel dovrebbero essere assegnati a tali batterie solo in piccola m isura, perchè una larga dotazione di questo tipo di munizionamento aumenterebbe le incertezze sull'impiego preminente di questa speciali tà


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dell'Arma, e la spingerebbe a svolgere compiti che non le sono propri. A conclusione dello studio, l'Ottolenghi auspica la costituzione dell'artiglieria d'assedio come specialità a sè, che rinunzi al traino animale per servirsi esclusivamente di quello automobilistico, e aspiri ad un grado di potenza sempre maggiore, senza però perdere di vista la mobilità che solo l'automobile le può conferire. Poichè ha il compito di attaccare le fortificazioni nemiche, "è dessa pertanto l'unica specialità creata con criteri esclusivamente offen sivi. Tutte le altre potranno servire, sia per attaccare il nemico, sia per difendersi: solo quella di assedio è l'artiglieria dell'attacco! Ed in un tempo in cui tanta rinnovata importanza si vuole attribuire alla forma offensiva della guerra, l'artiglieria d'assedio può a buon diritto ripetere altissimo tutto il proprio valore, senza bisogno di mendicare lustro da affinità artificiose e ibride".

Gli articoli dell'Ottolenghi svolgono, nel campo dell'artiglieria d'assedio, lo stesso lavoro di ripulitura e di riassetto teorico svolto per l'artiglieria pesante campale dal Ferrario e da De Gennaro, sì chè si può dire che per queste due specialità d'artiglieria così importanti dati i caratteri della futura guerra, quanto meno in sede teorica e tecnica le esigenze di più appropriato impiego erano state ben individuate, indicando, in particolare, la non convenienza d'impieghi impropri e troppo estesi, che solo la carenza di materiali idonei nell'artiglieria pesante ' campale poteva giustificare, però sempre in via temporanea e come ripiego.

4.

LA CRISI DELLA CAVALLERIA: RIDUZIONE, TRASFORMAZIONE O AMPLIAMENTO?

Gli orientamenti a fine secolo XIX L'aumento di potenza delle armi da fuoco e il progresso tecnologico in genere non avevano mai fatto mettere in discussione l'importanza delle due armi fondamentali, la fanteria e l'artiglieria, ma anzi - a concorde parere di tutti gli studiosi - ne avevano esaltato le esigenze di cooperazione e insieme quelle di rinnovamento e potenziamento in ogni settore, per ottenere la sempre maggiore efficacia loro richiesta sul campo di battaglia: è solo sulle modalità per meglio raggiungere questi obiettivi che si manifestano le di-


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verse e spesso opposte opinioni. Non così accade per la cavalleria, il cui ruolo non aspetta nemm eno l'introduzione, a fine secolo XIX, del nuovo fucile e del nuovo cannone ad accresciuto volume di fuoco per entrare in crisi, e per suscitare infinite e mai concluse discussioni: 8 1 già prima della gu erra franco-tedesca del 1870, in Francia, vi era chi sosteneva che il progresso dell'agri coltura europea e le coltivazioni intensive compartimentavano il terreno e disseminavano la campagna di ostacoli (a rgini e terrapieni, strade, ma nufatti, fossi, canali) che riducevano l'importanza tattica della cavalleria; e subito dopo il 1870, Moltke scriveva che l'aumentata efficacia delle armi da fuoco a vrebbe forse impedito alle masse di cavalleria di sferrare il colpo decisivo sul campo di battaglia, m a non a vr ebbe loro tolto la possibilità di trarre profitto dall'atto decisivo sfrutta ndo il successo, e a mmoniva che in ogni caso restava immutata la grande importanza dell'Arma nelle opera zioni. La cavalleria era anche, per sua intrinseca natura, Arma estremamente costosa e onerosa, in quanto, oltre a l costo per l'allevamento, l' acquisto ed il mantenimento dei cavalli, rich iedeva anche un lungo e difficile a ddestramento per Quadri, truppa e quadrupedi. Queste esigenze venivano acquistando sempre maggior peso, m an mano che si rendeva inevitabile far fronte agli ingenti oneri finanziari richiesti per l' acquisto di armi sempre più sofisticate (e del relativo munizionamento, anch'esso sempre più costoso e numeroso) e, al tempo stesso, si doveva procedere - in relazione al mutato contesto politico-sociale - a lla riduzione della ferma di leva, riduzione che colpiva in specia l modo la cavalleria. Non v'è dunque da meravigliarsi se tutti i numerosi progetti di rifo rma dell'Esercito che a fine secolo XIX - periodo di crisi economica e politica - vengono presentati in Parlamento o compaiono ·sulla pubblicistica, prevedono una sostanziale riduzione della cava lleria. Così, nel 1896, il progetto Ricotti propone una sostanziale diminuzione degli squadroni, e questo principio, nella relazione

81 Per una sintesi della problematica <l'impiego e ordinativa della cavalleria nella seconda metà del secolo XIX alla luce delle esperienze belliche Cfr., in particolare, T. Rosi, il problema della cavalleria e del ciclismo in Italia, su "Rivista Militare", 1908, voi. IV, e "X", La cavalleria, ciò che è, ciò che dovrebbe essere, su "Rivista Militare", 1900, voi. I, Disp. I e Il.


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dell'Ufficio Centrale del Senato, viene così avvalorato: "giova rìcorda1·e come dai tempi delle guerre di Federico e Napoleone si abbiano ora queste deficienze: 1°) i campi coltivati sono ora in maggior superficie che una volta; 2°) le armi da fuoco hanno acquistato un'efficacia grande". s2

Nel 1901, l'onorevole generale Pistoia, a sua volta, così si esprime alla Camera: "i nostri terreni non offrono le possibilità di un facile impiego delle armi a cavallo. Anche nell'avanscoperta la cavalleria troverà di rado da poter operare con reparti spiegati. Si troveranno pressochè di fronte delle teste di colonna; e cioè in condizioni in cui la superiorità del numero non serve. Nei nostri terreni accidentati e coperti la cavalleria opera in genere di sorpresa. Una cavalleria intraprendente può attendersi dalla sorpresa risultati favorevoli. Ma per queste azioni di sorpresa è l'audacia anzitutto che vale, più che il numero''. 83

Sostanzialmente dello stesso avviso è il generale Fortunato Marazzi, che nella sua opera "L'Esercito nei tempi nuovi" del 1901 8 4, (basata su un concetto strategico di difensiva - controffensiva a cavallo delle Alpi) ai temi consueti della difficoltà del terreno e della potenza delle armi da fuoco aggiunge, con particolare risalto, quello dei costi: con la spesa necessaria per 20.000 cavalieri (la forza della nostra cavalleria a quel tempo), si potrebbero avere 40.000 fanti, cioè accrescere di anno in anno da 30.000 a 40.000 le reclute da istruire: "ciò significherebbe che la soppressione totale della cavalleria, come arma destinata in via normale a misurarsi con le altre, ci darebbe i mezzi d'avere sul campo di battaglia per lo meno 100.000 fucili e un discreto numero di cannoni, più del presente!"

Pretendere che la cavalleria italiana si misuri con la cavalleria - di forza più che doppia - degli Stati limitrofi, adottando' gli stessi criteri d'impiego, sarebbe illogico e antistorico: è evidente, per il

82

Cit. in T. Rosi, Art. Cit. Ibidem. Cfr. F. MA.RAZZI, Op. cit., Voghera, Roma, 1901, pp. 285-291 e 296-298. Per il contenuto generale dell'opera, si rimanda alla Parte I del presente saggio (Studi Storico-milicari J985). 83 84


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Marazzi, che la nostra cavalleria deve profondamente trasformarsi. Non va considerata la possibilità di caricare almeno truppe moralmente scosse, perchè, in questo caso, "ciò che agisce è lo spavento, il panico, non il numero dei cavalieri; ed un'Arma la quale per agire con successo ha bisogno di sorprendere in dolo il nemico, di fare cioè assegnamento sugli errori altrni, ha una efficacia problematica, sulla quale non può fondare nè le sue speranze, nè il suo organisn10" .

La cavalleria deve essere invece l'occhio del Comando, e per questo compito, più che il numero, vale la qualità. In quanto all'impiego da taluni ventilato quale fanteria montata per la rapida occupazione e difesa di punti avanzati di particolare importanza, può essere svolto con maggiore economia ed efficacia da reparti ciclisti. Il compito normale della cavalleria si fonda sull'audacia congiunta col sapere: essa deve quindi essere sceltissima, ma esigua di numero, con molti ufficiali e pochi soldati ben pagati, e una ferma di leva più lunga delle altri a rmi. Tuttavia, come sempre accade, le opinioni non sono, fin dall'inizio del secolo, concordi: ci è anche chi valuta diversamente i riflessi, apparentemente sfavorevoli, della nuova situazione. Ad esempio, sulla Rivista Militare del 1900 in tre articoli a firma di un anonimo 85 viene sostenuta con circostanziate motivazioni e abbondanti riferimenti storici (anche alla guerra anglo-boera al momento non ancora conclusa) la necessità di un incremento dell'Arma a cavallo, sia pure accompagnato da un sensibile mutamento nei criteri d'impiego, nella conseguente regolamentazione e negli indirizzi addestrativi del tempo di pace. Secondo l'Autore, il principale compito della cavalleria in guerra consiste nell'esplorazione e sicurezza: l'impiego nel corso della vera e propria battaglia ha carattere secondario. Le grandi, ardite e gloriose cariche del passato, a causa dei progressi delle armi da fuoco, non potranno più ripetersi. Occorre rifarsi a Napolenone, che assegnava alla raccolta di informazioni sul nemico da parte della cavalleria una parte essenziale, e all'impiego di quest'Arma attuata dal generale americano Stuart durante la guerra di

85

"X", Art. cit., 1900, voi. I., Disp. I, II, III.


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secessione. Come risulta dalla concezione napoleonica, la cavalleria in avanscoperta è nulla più, e meno, dell'avanguardia generale dell'Esercito. Essa non deve retrocedere ed avanzare, ma manovrare. Qualsiasi informazione dovrà essere strappata con la forza. Ne consegue che nel nuovo contesto del campo di battaglia, essa deve essere in grado di combattere anche a piedi e contro la fanteria (altrimenti le servirebbe sempre una scorta di fanteria) e deve avere la possibilità di trasmettere tempestivamente le informazioni raccolte. La sua attività si riassume nella ricerca di informazioni, e non nel combattimento con la cavalleria avversaria. Invece, al momento "mai si tiene conto della tattica odierna del fuoco, di cui è evidente si dimenticano completamente i temibili effetti. Gli eserciti europei debbono pertanto ascrivere a vera fortuna che i Boeri si siano incaricati di ricordar loro la potenza ed efficacia delle attuali armi da fuoco e degli improvvisi grandi trinceramenti".

Alla luce dei nuovi orientamenti che si rendono in tal modo necessari, l'Autore esamina gli adeguamenti da apportare alla normativa, specie in campo addestrativo. Egli giudica, sotto questo profilo, insufficiente il vigente "Regolamento di esercizi per la cavalleria", che dovrebbe delineare la presumibile fisionomia della futura guerra, e, alla luce di questa, indicare i criteri d'impiego dell'Arma e il metodo per la sua istruzione. Le nuove esigenze richiedono che il cavaliere sia armato tanto di lancia che di moschetto, e che venga incrementato l'addestramento di campagna, da effettuare per almeno metà settimana in condizioni che riproducano quelli reali, perchè "il soldato deve essere preparato alla guerra e non alla parata". Invece, a suo giudizio al momento non viene dato lo spazio necessario all'addestramento individuale del cavallo e deLcavaliere, l'equitazione di campagna è poco sviluppata, e l'addestramento degli ufficiali subalterni e dei capi-pattuglia è carente. Occorre esaltare la figura dei comandanti di minori unità e lasciare loro maggiore iniziativa nell'istruzione. Le formazioni da adottare devono essere ridotte a quelle effettivamente impiegabili nel combattimento, con particolare riguardo alle formazioni aperte (a fronte e stormi). Non bisogna esagerare nell'addestramento dei cavalli al galoppo, ed i r~parti di cavalleria - compresi gli ufficiali superiori e generali - debbono essere in grado di compiere marce di 70-80 chilometri.


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Sia pur per diversa via, e facendo riferimento all'esperienza della guerra anglo-boera, anche il maggiore Pietro Valle, nel 1902, 86 giunge a conclusioni generali in parte almeno analoghe a quelle di "X": la cavalleria non deve essere diminuita, però il suo armamento, addestramento e impiego devono essere tali da poter far fronte alle nuove esigenze in campo tattico. Citando gli ammaestramenti tratti a cura dello scrittore inglese Callwell dalla guerra anglo-boera, il Valle mette in rilievo che nella guerriglia e in operazioni contro truppe male armate e poco disciplinate, il soldato a cavallo sarà spesso un importantissimo fattore di decisione; ma "in grandi campagne tra eserciti civilizzati il giorno per tali falli è passato. Sia che il soldato si chiami dragone, ussaro, lanciere o fante montato, la lancia e la spada hanno cessato di essere le armi principali dell'uomo a cavallo. Le sue armi da fuoco son quelle, di cui egli deve avere cura. Sarebbe imprudente privare il soldato a cavallo dell' arma bianca, come lo sarebbe il togliere al fante la sua baionetta. Lo annettere però troppa importanza a questo secondario armamento è inopportuno tanto in un caso che nell'altro".

Il Valle però, pur concordando con il Callwell sul fatto che la cavalleria combatte ormai quasi esclusivamente con il fuoco, e non con l'urto, ·non condivide l.a tendenza, dal Callwell prospettata, aridurla a fanteria montata: citando anche il parere di "un'alta personalità militare del nostro Esercito", egli ritiene che con questa soluzione si finirebbe per avere un ibrido, un corpo che non è nè fanteria nè cavalleria, mentre in guerra ogni Arma deve conservare le caratteristiche che le sono proprie. Introdurre la fanteria montata costerebbe enormemente, e ci si troverebbe di fronte anche l'ostacolo della produzione equina, che da noi è appena sufficiente per i bisogni di mobilitazione. La cavalleria dovrà bensì usare il cavallo essenzialmente come mezzo di rapida locomozione per appiedare al momento opportuno e far uso delle armi da fuoco, ma troverà le sue più favorevoli condizioni d'impiego, sfruttando la sua mobilità, nella dispersione che caratterizza il combattimento moderno, ove in seguito alla rottura degli ordini chiusi si creano sul campo di battaglia brecce involontarie, e si rende necessario il ricorso a riserve molto mobili per la rapida occupazione di punti di particolare importanza, il rinforzo

86

P.

VALLE,

Art. cit.


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di distaccamenti isolati, ecc ... Pare dunque di capire che, se il Valle non auspica la creazione di una vera e propria fanteria montata, delinea una nuova prospettiva d'impiego molto vicina a quelle che potrebbero essere assegnate alla stessa fanteria montata: segno della incompleta maturazione di idee e dell'incertezza tipica dei periodi di trasformazione rapida, dal quale, tuttavia, traspare un altro degli orientamenti del periodo: assegnare alla cavalleria - con appropriato armamento non il preminente e specifico ruolo dell'esplorazione, ma il compito di riserva mobile che si sposta con il cavallo (ridotto a mezzo di trasporto) e combatte appiedata, per fronteggiare le varie esigenze che si possono presentare nei maggiori spazi non saturati, che il diradamento imposto alla fanteria dalla potenza di fuoco delle nuove armi lascia aperti.

Ciclisti, fanteria montata e cavalleria Gli aspetti essenziali del quadro che già si delinea all'inizio del secolo - diviso tra coloro che in base a fattori di carattere economico e ambientale ritengono diminuita l'importanza della cavalleria e coloro che, invece, ne sostengono, sia pure con diverse modalità, il rinnovamento e/o l'incremento - non mutano con il trascorrere degli anni. Peraltro, specie verso il termine del primo decennio del secolo nuovi elementi compaiono sulla scena, con i quali la cavalleria è costretta a fare i conti. Il progresso tecnologico mette a disposizione degli eserciti la bicicletta, che consente rapidi spostamenti individuali specie su terreni ormai provvisti, come quelli europei, di un'estesa rete stradale, e il dirigibile, e, più tardi, l'aeroplano, che minacciano di togliere alla cavalleria anche l'unica prerogativa esclusiva che a parere di taluni (come "X" nell'articolo preso in esame) le rimane: l'esplorazione (va però notato, in merito, che l'ancor imperfetto sviluppo dell'automobile lasciava per il momento questo nuovo nemico della cavalleria, a lungo termine il più insidioso di tutti, ancora confinato a trasporti logistici o di alti comandanti). Ai fattori legati all'introduzione di nuovi mezzi di trasporto e combattimento, si deve aggiungere la sempre più netta tendenza a individuare la fascia alpina come zona dei futuri scontri, il che, con il prevalere di orientamenti offensivi, faceva ritenere a molti quanto meno non indispensabile, o comunque secondario, l'apporto che per l'esplorazione poteva dare la cavalleria.


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Nonostante la comparsa di questi fattori di disturbo che indubbiamente concorrono a renderne meno esclusivo e più difficile il ruolo, vi è chi, come il Roluti, 87 nel 1907 continua a ritenere la cavalleria importante in tutte le fasi della battaglia, e non concorda con coloro che sostengono che nell'avanscoperta non potrà più rompere il dispositivo di sicurezza disposto intorno al grosso nemico. Essa deve però agire molto frazionata; piccole pattuglie al comando di ufficiali "dovranno gettarsi arditamente sulle ali dei reparti avversari, cercando di avvicinare per sorpresa le mosse dì fanteria nemica. I grossi per sè stessi non sono che centri indiretti d'osservazione, ai quali il combattimento può essere imposto come un mezzo momentaneamente necessario. Tale modo d'agire delle pattuglie può affermarsi essere indipendente dall'armamento e quindi anche dirsi sempre possibile a malgrado di qualunque progresso delle armi".

Anche nel corso dello scontro tra fanterie contrapposte, secondo il Roluti si possono aprire favorevoli prospettive per quella carica, che continuava a riassumere le tradizioni di valore sacrificio e celerità dell'Arma, e che veniva ormai poco considerata dalla maggioranza degli studiosi, anche se molti ufficiali di cavalleria ne sentivano ancora la nostalgia. Egli ritiene che le nuove armi sono in grado di provocare forti perdite in un tempo brevissimo, dando luogo a crisi straordinariamente più intense che non in passato: "in tali istanti, quando le braccia agitate tremano e gli occhi atterriti non puntano, le armi diventano tutte d'un medesimo calibro e i catenacci d'un secolo fa valgono quanto i moderni fucili di piccolissimo calibro a traiettoria lunga e radente. Un comandante di cavalleria che sappia cogliere uno di questi momenti e sappia sorgere da una piega del terreno improvvisamente e breve distanza dalla fanteria nemica, potrà raccogliere coll'urto i più importanti risultati".

Infine il Roluti intravede per la cavalleria la possibilità di cogliere grandi e importanti successi (tali da poter essere persino decisivi per la battaglia condotta dalle altre Armi) nell'azione a tergo del nemico, contro le lunghe e vulnerabili vie di comunicazione percorse da convogli con carichi indispensabili per la vita dell'E-

87

F. Rornn, Intorno al combattimento .... (Cit), pp. 21-27.


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sercito, e contro gli altrettanto indispensabili organi dei servizi. Per ottenere risultati in questi raids a grande raggio nelle retrovie avversarie, è però necessario riuscire a realizzare, con azione celere e improvvisa, la sorpresa. Questi criteri d'impiego delineati dal Roluti - dai quali, peraltro, manca uno specifico accenno all'azione strategica di inseguimento contro il nemico battuto in ritirata, cioè proprio nel momento di massima crisi - sono emblematici, perchè riassumono con sufficiente ampiezza un'altra delle posizioni più frequenti dei sostenitori dell'arma: quella di vederla impiegata in tutte le fasi della battaglia, dunque non solo nell'"avanscoperta" (azione di chiarificazione preliminare contro le contrapposte strutture di sicurezza nemiche, che si poteva risolvere in uno scontro tra le opposte masse di cavalleria e che sulla falsariga della regolamentazione tedesca stava diventando da noi di gran moda) e non solo nello sfruttamento del successo o nell'azione contro nemico in crisi (altra possibilità nella quale taluni vedevano riassunti il futuro impiego del1' Arma). Più equilibrato e meno categorico e ottimistico il giudizio sul ruolo dell'Arma di un altro dei grandi nomi del pensiero militare del tempo, il De Chaurand, che nella.sua opera (anch'essa del 1907) ''La preparazione militare" 88 assume una posizione intermedia tra le opposte tendenze di coloro che non vorrebbero rinunciare a sfruttare con l'urto e l'intervento nella battaglia le sue qualità offensive, e di coloro che, invece, vorrebbero limitarne .il compito ali' esplorazione, oppure r idurla a fanteria montata. Per il De Chaurand, la cavalleria del futuro sarà "Arma sussidiaria" per l'esplorazione, e dovrà intervenire soprattutto per completare l'azione delle altre Armi sul campo di battaglia e nell' inseguimento del nemico battuto. Inoltre, essa dovrà fare frequente uso anche del proprio fuoco, in tal modo acquisendo la ,capacità di agire sia contro la fanteria che contro l'artiglieria. Fanteria montata e ciclisti, i nuovi elementi entrati di recente in scena, hanno prodotto momentanee illusioni sulle loro possibilità, ma un esame più ponderato ha dimostrato che queste specialità potevano risultare utili solo in determinate occasioni e per speciali compiti, perchè

88

53-57.

F.

])E CHAURAND DE

S.E., La preparazione militare, Voghera, Roma, 1907, pp.


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"in massima non costituiscono che un'ibrida cavalleria ad impiego ridotto, non utilizzabile sempre ed ovunque, e una fanteria pesante e ingombrante; come tutti i mezzi termini nulla risolvono, non rappresentano che le abberrazioni del primo momento. La fanteria montata, al pari dei ciclisti, risponde piuttosto ad una esigenza logistica, anzichè tattica: i ciclisti sono più adatti al servizio di corrispondenza e collegamento, che di esplorazione".

Sulla quantità di cavalleria occorrente per l'Italia e sul suo rapporto numerico con le altre Armi, il De Chaurand non si sbilancia, ma si limita ad indicare dei criteri generali estremamente corretti e pertinenti: il primo è che (come pensava il Marazzi) non si possono prendere in considerazione rigidi calcoli comparativi rispetto ad altri Eserciti. La proporzione di cavalleria in un esercito deve essere indicata dalle riserve equine e dai foraggi del paese, e dalle caratteristiche del terreno nelle prevedibili zone di operazione. Meglio poca cavalleria, ma ottima e tale da poter essere impiegata con elevato rendimento, fino a bastare ai compiti odierni, piuttosto che molta ma male armata e addestrata, fino a rappresentare un ingombro nei suoi movimenti e un.a difficoltà aggiuntiva per il vettovagliamento. Le tesi contro la cavalleria del Balzarini e del Tosi nel 1908 e le prese di posizione contrarie

A questi interventi, per la maggior parte favorevoli alla conservazione di solidi e ben addestrati reparti di cavalleria, anche se magari non molto numerosi o destinati a un solo particolare tipo di azione, si oppongono quelli di coloro che invece sostengono la riduzione, se non addirittura la totale abolizione, dell'Arma. Tra di questi, le proposte più radicali (anche rispetto alle tesi del Marazzi e del Pistoia) sono quelle del maggiore Emilio Balzarini, che nella già citata opera "Il problema militare per l'Italia" sostiene senza perifrasi una riforma tale da rappresentare, più che una riduzione, la pratica abolizione di qualsiasi ruolo di rilievo della cavalleria nella battaglia moderna: essa dovrà essere ridotta "allo stretto necessario" per il servizio di guida presso i comandi e per concorrere con i ciclisti nei servizi di esplorazione vicina e lontana e in quello "di corrispondenza": "niente raids nei territori nemici, nei quali la cavalleria non può entrare se non attraverso corridoi sbarrati da forti e da truppe; niente avanscoperta per fare ricerca di un nemico, col quale saremo necessariamente a contatto lungo


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tutta la frontiera fin dai primi giorni di mobilitazione: niente concorso con le altre armi nelle grandi battaglie".89

Nelle battaglie che dovessero avvenire in montagna, la cavalleria non potrebbe in alcun modo agire come tale; e per quelle che si dovessero combattere nella pianura nord-orientale, la nostra cavalleria, numericamente inferiore a quella austriaca, non potrebbe che offrire a questa l'occasione di riportare facili successi. I reparti ciclisti e bersaglieri, opportunamente organizzati, potrebbero compensare la diminuzione della cavalleria, e meglio di questa svolgere i compiti di esplorazione, intervento nel combattimento e inseguimento. Per il servizio essenziale che si deve pretendere dalla cavalleria, l'eplorazione, bastano poche pattuglie con l'ausilio dei ciclisti, e, in tutti i casi, l'esperienza delle recenti guerre fa ritenere più utile la fanteria montata, che però per noi non è necessaria ed è difficile da costituire. Sempre nel 1908, tesi affini a quelle del Balzarini, (e anche del generale Pistoia nel 1901), pur se meno categoriche, sviluppa il tenente di fanteria Rosi, 90 che vuol dimostrare l'opportunità di una riduzione dell'Arma attraverso dovizia di riferimenti storici e alle ultime guerre, e soprattutto con l'esame particolareggiato dei caratteri delle varie fasi della battaglia, e delle relative esigenze sui nostri terreni. Secondo il Rosi, occorre partire dal presupposto ·che il nostro Esercito deve essere armato, equipaggiato e addestrato per combattere in montagna e alla frontiera nord-orientale. Le caratteristiche difensive delle Alpi vanno diminuendo man mano che si avvicina alla frontiera di nord-ovest. Non è nemmeno possibile pensare a un'azione in ogni caso offensiva, a causa dell'andamento della frontiera e della deficiente preparazione presente e necessariamente anche futura: "il nostro problema militare va quindi risolto nel senso di tenere ad oltranza la frontiera e nel prepararsi ad un energico atto offensivo nella direzione che le conseguenti circostanze indicheranno più conveniente".

89

E. BAT.ZARINI, Op. cit., p. 48. T. Rosr, Il problema della cavalleria e del ciclismo in Italia, su "Rivista Militare", 1908, voL IV. 90


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Se si considerano le possibilità d'impiego che in questo quadro si presentano per la cavalleria, secondo il Rosi si deve concludere che nel massiccio alpino essa è più d'impaccio che di aiuto e che anche sul Carso il suo impiego è impossibile. Oltre le Alpi occorrono parecchie giornate di marcia per giungere a zone che ne consentano lo spiegamento; ma in questo caso, come osservava il generale Pistoia nel 1901, si sarà in condizione di operare con favorevoli probabilità di successo anche senza la cavalleria. A sua volta, la pianura a nord del Po presenta difficoltà di manovra, che costringono la cavallerja ad operare lungo le rotabili senza possibilità di agire fuori strada. L'azione di avanscoperta nei nostri terreni montani è impossibile, e in pianura risulta poco efficace. Per l'esplorazione, la sicurezza e il collegamento, anche nei terreni meno adatti la cavalleria può essere utile davanti alle colonne; è però necessario il suo impiego promiscuo con i ciclisti, che si rivela vantaggioso specie nel servizio guida e corrispondenza. In questo caso, i ciclisti possono essere impiegati specialmente sulle rotabili e per percorsi di lunghezza superiore alla forza del cavallo. In campo tattico, l'azione della cavalleria avviene con l'urto oppure l'appiedamento, che trovano la loro ragion d'essere negli effetti morali della carica e nella possibilità di manovrare rapidamente. In pianura, contro la fanteria e cavalleria avversarie, sarebbero possibili cariche di sorpresa, però è difficile intuire il momento opportuno, e se la sorpresa non riesce si corre il rischio di gravissime perdite. Pertanto, "è poesia disastrosa e delittuosa quella che sogna il turbinare degli squadroni lanciati alla carica contro altri reparti di cavalleria".

Nemmeno l'appiedamento, per il Rosi, è conveniente: in linea generale, come diceva il Von der Golz, "un superbo squadrone appiedato non rappresenta che un modesto reparto di fanteria", e reparti ciclisti possono meglio disimpegnare questo compito comunque per noi poco conveniente, sia per ragioni addestrative che per deficienza di reparti a cavallo. In campo strategico, le nostre istruzioni prevedono di assegnare alla cavalleria reparti di fanteria. Tale impiego, da noi, è però utile solo se lo permettono favorevoli circostanze di dislocazione e di spazio, sì che la cavalleria normalmente si troverà ad agire da sola e troverà contro di sè la più forte cavalleria avversaria:


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"perciò o aumentare la cavalleria, il che è impossibile, o darle l'ausilio di forti reparti ciclisti che l'accompagnino sempre, anzi che con essa operino costantemente in accordo per lasciare al cavaliere la parte di lavoro più propria del cavaliere e al ciclista quella più propria del ciclista, riducendo la forza della cavalleria in ragion della forza dei reparti ciclisti che ad essa vengono assegnati. Ciò permetterà di sacrificare pochissima cavalleria, o permetterà anche in molte circostanze di assolutamente risparmiarla".

Tanto più che nelle truppe di riserva (destinate all'intervento nella fase risolutiva della lotta e all'inseguimento) secondo il Rosi il rendimento dei reparti ciclisti, che possono percorrere distanze maggiori della ·cavalleria, supera quello di quest'ultima, per la quale, date le distanze in ambito Armata, non vi sarebbe la certezza di poterla impiegare ovunque occorra e con cavalli non stanchi e in grado di combattere. Le tesi sviluppate dal Balzarini e dal Rosi, che ambedue assegnano un ruolo di grande rilievo ai meno costosi reparti ciclisti impiegati in funzione sostitutiva della cavalleria e molto insistono sulle difficoltà opposte dai nostri terreni a un impiego esteso di quest'Arma, pur non aggiungendo molto di nuovo a quanto già intravisto al principio del secolo riassumono 1~ obiezioni che vengono mosse (anche in base alle mutate condizioni strategiche e tecnologiche e alle possibilità economiche) non solo a uno sviluppo, ma al mantenimento per la nostra cavalleria della consistenza raggiunta intorno al 1910. Naturalmente, da diverse parti, e in modo particolare sulla Rivista di Cavalleria, questa corrente di pensiero suscita prese di posizione fortemente contrarie, tra le quali va notata quella del capitano di Stato Maggiore Badoglio, che sulla Rivista Militare 91 difende gli orientamenti ufficiali, favorevoli a non alterare la proporzione al momento raggiunta dalla cavalleria rispetto alle altre Armi. Egli fa riferimento, in particolare, a due precedenti articoli del maggiore di cavalleria Sani 92, che - come il Rosi ~ propone di sopprimere 12 dei 24 reggimenti di cavalleria al momento costituiti, sostituendo in molti casi all'azione della cavalleria quella dei ciclisti.

91

P. BADOGLIO, La fine della cavalleria, su "Rivista Militare" 1909, vol. I. Cfr; V. SANI, ll problema della cavalleria e del ciclismo in Italia, su "Rivista Militare", vol. IV, 1908 (Disp. X e XI). 92


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Nemmeno le motivazioni di Badoglio sono nuove : egli, pur concordando sul fatto che il nostro Esercito deve agire in montagna, ritiene debba farlo in modo offensivo, e sotto questo aspetto la nostra scarsa cavalleria tiene già conto dei vincoli del presumibile terreno d'azione; e non è vero, a suo giudizio, che nella pianura tra Piave ed Isonzo le possibilità di manovra sono limitate. Il Badoglio non esclude la carica, ed attenua le difficoltà che a parere del Sani (e anche del Rosi!) si presentano all'azione tattica contro la cavalleria e fanteria avversarie. La scelta del momento più opportuno per l'intervento sarà difficile per tutte le Armi, e non solo per la cavalleria; e le cariche contro truppe demoralizzate, anche se armate di potenti fucili, come ammesso dallo stesso Sani possono risultare efficaci. In quanto ai ciclisti, essi non possono sostituire la cavalleria, ma ne rappresentano un sostegno e sono più utili della fanteria per rinforzarla, perchè le molto differenti velocità rendono poco agevoli, durante l'azione, i legami tra le due Armi. I ciclisti, sono più idonei della cavalleria all'impiego quale fanteria appiedata, e in determinate situazioni, o per taluni compiti, possono consentire di tenere alla mano, per compiti speciali, una maggiore quantità di cavalleria. Per contro, essi non possono essere impiegati nelle azioni di pattuglia, il loro intervento nei combattimenti di cavalleria è tutt'altro che facile, e non è vero che nell'inseguimento del nemico battuto saranno più veloci dei cavalieri, perchè anch'essi risentiranno della stanchezza e della tensione provocate dalJa battaglia precedente. Il Badoglio ritiene pertanto che non solo non si deve addivenire ad alcuna riduzione della cavalleria, ma anzi al più presto si deve porla nelle migliori condizioni per consentirle di far pesare il suo apporto nella battaglia, anche per la sua efficacia pr atica dal punto di vista morale: "alcuni elementi morali, essenzialissimi nel problema militare sfuggono alle strettoie del numero. del grafico, della tabella... Sopprimete l'uomo nella sua essenza, e sostituitelo con automi, fate sl che i cuori più non palpitino, che unico movente di ogni azione sia il raziocinio freddo e compassato ed allora al cavaliere sostituite pure la macchina".

Sulla Rivista di Cavalleria sempre dello stesso anno 1908, notevoli i contributi in difesa dell'Arma del Bianchi d'Adda 93 , di

93 M. BIANCHI D'AooA, La cavalleria in questi ultimi tempi secondo gli innovatori, su "Rivista di cavalleria" dicembre 1907 e gennaio 1908.


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"Z", 9 4, di "Equites" 95 , e del già citato maggiore di cavalleria Ugo Sani 96 . Il Bianchi d'Adda, in particolare, polemizza con un certo "Miles", che su un periodico civile sostiene tesi simili a quelle del BaJzarini (niente raids in territorio nemico, nè avanscoperta, nè concorso con le altre armi nelle grandi battaglie; diminuzione della cavalleria compensata con il ciclismo e l'opportuno addestramento dei bersaglieri). A parere del Bianchi d'Adda, non è nemmeno pensabile una grande battaglia decisiva nell'estesa pianura dell'ultimo tratto della frontiera nord-est, senza l'intervento della cavalleria in buon numero. Senza cavalleria non è possibile sfruttare il successo; la guerra russo-giapponese sarebbe terminata assai prima con la disponibilità e l'impiego risolutivo da parte giapponese di masse di cavalleria. L'obiezione che anche nel settore pianeggiante della frontiera nord-est, per quanto facessimo, la nostra cavalleria sarebbe pur sempre inferior e a quella austriaca e ci esporremmo a insuccessi, non vale, perchè il rendimento dell'Arma - entro certi limiti - non dipende dal numero, ma da ll'abilità del comando e dal1' addestramento e dal valore della truppa. Anche una battaglia strettamente difensiva alla nostra frontiera r ichiederebbe pur sempre la cava lleria per chiarificare la situazione, perchè l'arte della guerra si riassume nella capacità di riunire e impiegare - in base alla conoscenza del nemico e del terreno - forze superiori nel punto decisivo e nel momento voluto, e per essere forti ovunque occorrerebbe un esercito triplo. Pertanto la nostra cavalleria, secondo il Bianchi d'Adda, non deve preoccuparsi della guerra che le viene mossa, m a deve soprattutto sforzarsi d i compensare con la qualità la sua inferiorità numerica, e ricercare efficaci forme di cooperazione con i ciclisti e l'artiglieria: "oggidl, in Italia, il grande nemico della cavalleria è il ciclismo, mentre se opportunamente organizzato in guisa da formare, per cosl dire, un sol corpo con la cavalleria, si potrebbe costituire, con l'ausilio dell'artiglieria, una

94 "Z", La cavalleria in questi ultimi tempi secondo gli innovat0ri, su "Rivista di cavalleria" aprile 1908. 95 "Equites", L'impiego della cavalleria in guerra, su "Rivista di cavalleria" ottobre 1908. 96 U. SANI, La fine della cavalleria? su "Rivista d i cavalleria" novembre 1908 (il Sani, nel 1914, sarebbe d iventato colonnello di SM e Capo Ufficio dell' Ispettorato generale d i Cavalleria).


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grossa unità di cavalieri, artiglieria e ciclisti di capitale importanza, e tale da esercitare una massima influenza nelle manovre, durante la battaglia e dopo la medesima".

La visione non particolarmente originale del Bianchi d'Adda mette l'accento, more solito, sull'utilità dell'impiego della cavalleria nell'esplorazione e nello sfruttamento del successo, utilità sulla quale concordano tutti i sostenitori del!' Arma, molti dei quali, come già si è visto, sottolineano anche la necessità di incrementare (con il moschetto e la mitragliatrice e l'artiglieria a cavallo) la reattività di fuoco dei suoi reparti. Un'opinione nettamente difforme rispetto a questo orientamento prevalente, e altrettanto nettamente conservatrice, è quella di "Z", che intende aggiungere nuovi argomenti alla polemica del Bianchi d'Adda contro "Miles". "Z" è dell'avviso che troppa importanza.è stata fino a quel momento attribuita all'avanscoperta; quest'ultima non è inutile ma non è il solo modo di impiegare l'arma, per la quale rimangono fondamentali ed indispensabili gli impieghi tradizionali, in tutte le fasi del combattimento: "la cavalleria a mio parere deve essere sempre la cavalleria - tipo; tutta armata di lancia; la sua tattica non deve essere il fuoco, ma l'ur to; il fuoco potrà qualche volta essere necessario, potrà essere un mezzo, ma l'arma principale della cavalleria deve essere il cavallo. La cavalleria non deve essere della fanteria montata, e spesso l'aver creduto questo ha frustrato l'esito di azioni di cavalleria che potevano essere, oltrechè brillanti, anche efficacissime".

Compare poi nello scritto di "Z", in tutta la sua ampiezza, un nuovo motivo, introdotto per giustificare la superiorità soprattutto morale della cavalleria - Arma di élite - rispetto alla fanteria, superiorità con la quale si intende dimostrare la rinnovata efficacia delle tradizionali cariche. Le fanterie del momento, mobilitate in gran numero, sono "una massa grigia che è tale senza sua colpa e senza far torto a nessuno perchè è tale per forza di cose e di circostanze".

Gli eserciti in guerra sono affrettatamente costituiti con quadri scarsi, inesperti e poco energici, le unità non sono affiatate al loro interno e nelle Divisioni di "Milizia Mobile" tutto è improvvisato: è questa truppa, con questo morale, che manovra le nuove armi. Da questi mali "Z" ritiene totalmente immune (con grande ottimismo)


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la cavalleria, la quale per contro dispone di "elementi giovani, scavezzacolli, con ufficiali e soldati abilissimi nell'equitazione di campagna, con elementi affiatati tra di loro che si conoscono bene reciprocamente e dalla conoscenza delle reciproche qualità sapranno trarre tutto il possibile rendimento".

Evidentemente, per "Z" non sussistono per la cavalleria i problemi di carattere addestrativo e di r eclutamento, dei q uali si trova larga e eloquente traccia negli Autori del periodo, con particolare riguardo ai negativi riflessi della riduzione della ferma a due anni e a ll'insufficiente addestramento di campagna: sì che l'argomento della superiorità morale che renderebbe efficace la vecchia carica viene usato per controbilanciare i riflessi da tutti riconosciuti del1' ac;cresciuto volume di fuoco della fanteria e dell'artiglieria. "Equites" è assai più prudente: concorda con "Miles" sul fatto che la sorte della guerra verrà decisa sulle Alpi, ma ciò nonostante ritiene anch'egli insostituibile il ruolo della cavalleria. In caso di ritira ta fino al Tagliamento, essa sarà necessaria per logorare e ritardare la progressione avversaria, e la frontiera alpina presenta una soluzione di continuità nell'ultimo tratto pianeggiante a nord-est . In questo corridoio molto stretto di pochi chilometri, che ostacola lo spiegamento di grosse unità, pur essendo inferiore di numero, la nostra cava lleria, se validamente sostenuta dai ciclisti e dall' artiglieria, avrà buon gioco; non sempre, comunque, la superiorità num erica decide l'esito della battaglia. Nel settore di pianura essa dovrà tendere a restringere lo spazio d i manovra all'avversario, arrestare la massa della sua cavalleria e respingerla fino al Carso, ove baster anno poche unità per tenere la difesa e dare tempo alle restanti truppe di affluire al confine. L'esplorazione, sempre e solo in pianura, sarà a sua volta indispensabile. Scorrerie e raids saranno invece poco frequenti e utili. I ciclisti, legati alle strade, non potranno sbarrare da soli, anche se in numero superiore all'attuale, un tratto di 20 chilometri di fronte. Essi sono solo ottimi ausiliari; sarà dunque necessario, secondo "Equites", aumentare i ciclisti e l'artiglieria a cavallo e assegnare le mitragliatrici anche alla cavalleria, per incrementarne la potenza di fuoco. Il maggiore Sani, a sua volta, cerca più che altro di conciliare il vecchio con il nuovo: r iferendosi ad un articolo sulla "Stampa " comparso nel precedente ottobre 1908, condivide l'opinione che il


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minore spmto guerriero degli eserciti di massa facilita l'azione della cavalleria, ma non concorda con coloro che sostengono che il tramonto dell'arma è iniziato quando si è armata di moschetto, si è lasciata trasformare in fanteria montata e ha visto nel!' esplorazione e avanscoperta l'unico scopo. Per il Sani, il moschetto dato in dotazione non ha mai fatto dimenticare che, quando possibile, bisogna caricare. Esso non viene considerato come arma principale, ma come aumento di forza. La cavalleria rimane idonea ad esercitare più un effetto morale che materiale, e il cavallo, come afferma anche l'Ispettore del!' Arma, ne è rimasto il primo mezzo da combattimento. In quanto all'avanscoperta, nessun ufficiale di cavelleria ha mai affermato che tutto si limitava a questo tipo d'azione. La mancata evoluzione dei possibili criteri per l'addestramento e impiego della cavalleria negli anni immediatamente precedenti il conflitto (1911-1914)

Dopo aver condotto l'analisi delle varie posizioni che cominciano ad affiorare fin dai primi anni del secolo, si deve concludere che ben poco di nuovo emerge con il trascorrere del tempo: fanteria montata, ciclisti, guerra offensiva o guerra.difensiva, mitragliatrici non apportano mutamenti radicali nelle tesi vincenti di coloro che continuano a sostenerne l'importanza del!' Arma, i quali anzi dataluni nuovi aspetti - come le fronti estese, gli ordini dispersi e la prevista mobilitazione di grandi eserciti poco addestrati e spiritualmente poco saldi - traggono ulteriori elementi per sostenere nonostante tutto la funzione precipua dell'urto con la lancia e la sciabola, nel quale le armi da fuoco hanno un ruolo del tutto secondario e il "cavallo è la prima arma": nulla di sostanzialmente diverso, insomma, dei concetti d'impiego del!' età napoleonica. Nemmeno dopo il 1910, con l'avvicinarsi del conflitto, mutano di molto gli orientamenti emersi nel periodo precedente, ed il dibattito rimane come in fase di stallo, fermo intorno agli stessi parametri del principio del secolo, in ciò segnando un'altra differenza della problematica d'impiego della cavalleria rispetto a quella delle altre Armi, per le quali risultano evidenti le disparità di motivi e di accenti man mano che ci si allontana del fatidico 1900. Così, nel 1911, il "capitano Nemo", nella già citata opera "Eleviamo la fanteria!", prevede ancora che saranno frequenti nella guerra futura combattimenti a fuoco tra cavalleria e fanteria, ritiene necessarie esercitazioni in comune tra le due Armi, e citando gli ammaestramenti tratti dal generale francese De Negrier dalla guerra


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russo-giapponese, sottolinea l'importanza dell'appiedamento dei cavalieri per combattere: "dobbiamo d'orinnanzi considerare la cavalleria come l'arma che permette al Comando di portare in qualunque parte del campo di battaglia colla massima rapidità i fucili, i cannoni e le mitragliaLrici necessarie per ottenere un determinato effetto o per parare ad una data eventualità. Grazie alla loro velocità le masse di cavalleria avranno nelle battaglie future un compito di eccezionale importanza". 97

Nello stesso anno, "Alfè" riprende sulla Rivista Militare la vecchia tematica della limitazione dei compiti della cavalleria e del)' eccessiva importanza attribuita all'avanscoperta 98 sul modello tedesco, con una visione troppo schematica che prevede un duello iniziale tra le masse di cavalleria, ritenuto dal Von Bernhardi il momento decisivo della battaglia. Secondo la nostra regolamentazione, questo scontro iniziale serve per conquistare "l'ascendente morale" sul nemico. Invece, per Alfè "queste conseguenze dei duelli di cavalleria per me non rappresentano altro che una esagerazione che, per essere piovuta dal nord, noi abbiamo il torto di accogliere con troppa facilità".

Il successo nel combattimento di cavalleria è troppo poco per rompere l'equilibrio morale delle forze combattenti, occorrono fatti molto più importanti, "vittorie serie" riportate dalle tre Armi. È assurdo ritenere che battendo la cavalleria avversaria si possa impedire a questa di eseguire delle ricognizioni; le pattuglie continueranno la loro missione, e gli odierni mezzi di comunicazione sono tali e tanti, da poter sostituire in gran parte la cavaller ia nel servizio di esplorazione. Non è a parere dell' Alfè valida la visione del Von Bernhardi, secondo la quale la cavalleria inferiore di forze non dovrebbe accettare il combattimento, così che, in relazione allo scontro o alla rinuncia ad esso, si avrebbe una sola delle due cavallerie in grado di effettuare l'avanscoperta, mentre l'avversario rimarrebbe all'oscuro di tutto. Per l' Alfè la fase più efficace dell'impiego della cavalleria è in-

97

Op. cit., p. 22-23. I duelli di cavalleria e il compito supremo di quest'Arma nelle prossime guerre, su "Rivista Militare", 1911, voi. III. 98

CAPITANO NEMO,

ALFE' ,


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vece lo sfruttamento del successo, l'inseguimento del nemico che trasforma una sconfitta in campo tattico in una vera catastrofe; e anch'egli è dell'avviso che le ultime guerre avrebbero potuto essere più brevi con l'impiego di numerosa cavalleria nella fase risolutiva, contro l'avversario in ritirata. Battere il nemico nel duello iniziale non è male, ma è un lusso che logora la cavalleria rendendola incapace di adempiere il compito principale. Il difetto del nostro regolamento, sempre secondo l' Alfè, è la tendenza a chiedere troppo a quest'Arma, ad assegnarle troppi compiti, il che lo fa dichiarare pessimista per il futuro: "per quanto io sia convinto che risolvere la battaglia con energia e l'inse· guire il nemico senza tregua, siano azioni indispensabili nelle gue1Te odierne, e formino il compito per eccellenza della cavalleria, permane in me la certezza che colle pretese sempre maggiori che si hanno da quest'Arma tali azioni non si potranno mai effettuare".

Lo scritto dell' Alfè suona pur sempre come un richiamo alla realtà di fronte a certe opinioni tutto sommato antiquate che non tengono conto delle effettive possibilità dell'Arma, dimenticando il suo facile logoramento; così come un richiamo alla realtà sono gli articoli del generale Stevani (1911) 99 e del capitano di cavalleria Perlo (1913) 100 . Lo Stevani vuol dissipare le troppe illusioni sulle possibilità di impiego congiunto tra cavalleria e ciclisti; il Perlo mette in rilievo gli inconvenienti di carattere addestrativo che anche e soprattutto per la cavalleria presenta la situazione del momento, e prospetta ragionate proposte per ridurli o eliminarli, in tal modo indirettamente dimostrando lo scarso fondamento delle tesi di coloro che fornivano l'immagine di una cavalleria immune dai problemi delle altre Armi, quindi in possesso di una superiorità morale e addestrativa tale, da creare le condizioni per rendere possibili le cariche contro le informi e poco salde fanterie. Secondo lo Stevani, in particolare, non si può trattenere "la foga meccanica" della bicicletta per la deficienza di velocità complessiva del cavallo. Separati, ciclisti e cavalieri rendono di più. Un

F. STEVANl , I ciclisti e la cavalleria nelle future guerre, su "Rivista Militare", 1911, vol. IV. 10 C. PERLO, La. ferma biennale e la cavalleria, su "Rivista Militare" 1913, vol. II. 99

°


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ciclista non ha bisogno che di qualche galletta per fare 100 km; un cavaliere deve pensare al vitto per sè e per il cavallo, e soprattutto deve tener conto della resistenza dell'animale; un battaglione ciclisti può attraversare un villaggio facendo m eno rumore di due soli cavalieri. Di conseguenza, lo Stevani prospetta la necessità di una netta separazione dei compiti operativi, con i reparti ciclisti che operano normalmente nel campo strategico e Je altre Armi nel campo tattico, riservando ai ciclisti stessi i "servizi estesi e rapidi di avanscoperta, e i colpi di mano", mentre alla cavalleria rimarrebbe il compito di svolgere un servizio di informazioni rapide e frequenti, proteggere i fianchi, contrastare la cavalleria a vversaria, caricare il nemico scosso dal fuoco. Per la maggiore importanza ed estensione dei compiti esclusivi assegnati ai ciclisti, Jo Stevani - evidentemente sostenitore dell'importanza di un loro ruolo autonomo - propone infine di estendere la bicicletta a tutti e dodici i nostri battaglioni bersaglieri. Il Perla tratta da l punto di vista della cava lleria un problema - le conseguenze della riduzione della ferma di leva - al tempo molto dibattuto, perchè tale da toccare sia pure in maniera diversa tutte le Armi. Secondo il Perla, non è conveniente il prolungamento della ferma a tre anni, da taluni proposto per la sola cavalleria. Per ragioni politiche e sociali, questo provvedimento difficilmente verrebbe accettato, nella pratica applicazione darebbe luogo a molti inconvenienti, e se la scelta delle reclute per la cavalleria non si potesse fare su tutto il contingente, non raggiungerebbe gli scopi. Mentre con la ferma di due anni per tutti sono molti gli ottimi elementi che chiedono di essere assegnati alla cavalleria, con la ferma di tre anni a causa del peso di un anno in più avverrebbe che "le raccomandazioni e le pressioni di onorevoli e di autorità di ogni genere sarebbero tali e tante, da discreditare anche il più coscienzioso comandante di Distretto, e questo è facile dedurlo dal numero grande che ne piovono da ogni parte oggi, che con la ferma uguale per tutti, non si tratta a l massimo che di ottenere l'assegnazione ad un rgt. piuttosto che ad un altro".

Secondo il Perlo, la strada da p ercorrere è invece un'altra: bisogna organizzarsi per trarre il m aggior profitto possibile dalla ferma di due anni. Si deve evitare, anzitutto, il sistema della chiamata delle reclute due volte all'anno, perchè in tal modo l'istruzione delle reclute assorbe 10 mesi all'anno su 12, e il capitano, con


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due arrivi di reclute e due congedamenti, finisce per essere assorbito dall'amministrazione dello squadrone e non potrà mai avere riuniti tutti i suoi uomini per l'istruzione, come sarebbe necessario. Comunque, la "piaga più grave" per l'efficienza dei reparti non consiste per il Perlo nella frequenza delle chiamate, ma nel "dissanguamento continuo di personale" al quale sono soggetti gli squadroni per tre diverse cause: destinazioni e incarichi speciali che possono richiedere, oppure no, la pratica dell'equitazione (come attendenti, ufficiali fuori corpo, scrittura per comandi vari, ecc.); destinazione a incarichi pregiati legati a precedenti di mestiere (panettieri, sarti. ..); passaggio nelle guardie di città o nei carabinieri (che peraltro era stato eliminato di recente, non consentendo più tali passaggi se non a ferma ultimata). Per ovviare all'inconveniente, il Perlo propone di evitare l'assegnazione alla cavalleria di militari con precedenti di mestiere pregiati, e di assegnare ai Depositi di reggimento 30 cavalli e 60 reclute dalle quali attingere le cariche speciali e i militari da inviare fuori corpo. In tal modo, nessun uomo sarebbe distolto dagli squadroni per tutta la durata della ferma, sì che "nei comandanti o negli ufficiali e graduati nascerebbe la fiducia e la fede, ora un pò scosse, e gli squadroni potrebbero veramente essere l'indice della capacità del comandante".

Occo1Te inoltre ritardare il congedamento della classe più anziana fino al termine dell'addestramento delle reclute, o almeno se vi sono difficoltà infrastrutturali tali da impedire la permanenza alle armi di tre classi - congedare la classe anziana contemporaneamente a ll'arrivo delle reclute. Per quanto riguarda i Quadri, la difficoltà di formare in due anni buoni graduati di leva impone di avere a disposizione un maggior numero di sottufficiali. L'abolìzione dei corsi allievi sergenti di reggimento, basata sulla previsione che con la nuova legge migliorativa per i sottufficiali molti caporal maggiori di leva si sarebbero raffermati, non ha dato buona prova (pochi graduati lo hanno fatto). Questi corsi erano del resto considerati una seccatura per i comandanti 1i reggimento, perchè sottraevano Quadri, uomini e cavalli al normale addestramento. Il Perla invece propone di ripristinare l'antico "squadrone di istruzione" presso la scuola di applicazione di cavalleria, con


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programmi più pratici, e di ripristinare per i sergenti la ferma di 5 anni. In tal modo, si otterrebbe un rispa rmio di Quadri, ottenu to attraverso la sostituzione di molti corsi di reggimento con uno solo a livello centrale. Questi richiam i alla realtà fino alla vigilia della guerra non sembrano avere - particolarmente sulla Rivista di Cavalleria - il seguito che forse avrebbero m eritato. Così, su questa rivista, è lo stesso capitano Perlo a riprendere vecchie tesi 10 1, mettendo in rilievo che dopo la tendenza a limitare i compiti della cavalleria a l1' avanscoperta e a ll 'impiego appiedato, è tornata addirittura aprevalere l'opinione che, malgrado l'efficacia delle nuove armi, "oggi che le fonti di combattimento sono molto estese e che gli esercili si compongono di grandi masse, più impressionabili che per il passato, la cavalleria abbia ancora nelle battaglie largo campo d'azione''.

Sui nostri terreni di confine, l'azione di avanscoperta non è necessar ia e per l'esplorazione vicina, per r imediare alla sua inferiorità numerica, la cavalleria dovrebbe essere rinforzata da ciclisti e fanteria leggera. Pur definendo l'inseguimento e la ritirata "i momenti epici" dell'Arma, che pertanto li deve effettuare a fondo e a massa, il Perla ritiene che anche nel corso della battaglia la cavalleria non deve essere risparmiata, perchè data l'estensione delle fronti è J'"elemento più adatto per compiere manovre decisive", sia pure non agendo sempre a cavallo e da sola ma cooperando a seconda della situazione con artiglieria, reparti mitragJieri e ciclisti. Anche nel 1914, il maggiore di cavalleria Massa 102 ma nifesta la orma i tradizionale ostilità per l'impiego appiedato e la non meno tradizionale preferenza per la carica. Il Massa contesta talune affermazioni del giornalis ta Corrado Zoli sul Secolo, secondo il quale la cavalleria non ha reale efficacia che appiedata, e una massa di cava lleria, anche imponente, non può avere valore strategico e tattico se impiegata isolatamente. Lo Zoli, per il Massa, dimentica che la pr incipale caratteristica della cavalleria è la cele-

101

C. PERLO, Compiti della cavalleria nelle grandi battaglie moderne, su "Rivista di cavalleria", marzo 1913. 102 E. MAssA, Le grandi manovre di cavalleria e le deduzioni di Corrado Zoli pubblicate nel Secolo, su "Rivista di cavalleria", gennaio 1914.


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rità e la prontezza operativa dell'inizio della guerra. Alle ali dei corpi di battaglia si troveranno pur sempre di fronte le cavallerie avversarie e dall'esito del loro combattimento potrà dipendere il felice risultato dell'azione generale; anche l'aumento di forza degli eserciti e le conseguenti maggiori esigenze di sicurezza e di schieramento richiedono forti masse di cavalleria. La cavalleria, nella battaglia, troverà secondo il Massa diverse occasioni per caricare: ad esempio quando si man ifesta la necessità di imporre un tempo d'arresto a lla progressione avversaria, contro truppe scosse dal fuoco, contro artiglierie non protette e rincalzi di fanteda. In ogni caso, anche se i critici dicono che queJlo della cavalleria spinta contro truppe ben provviste di cartucce sarà un sacrificio, "il generoso sacrificio della cavalleria non sarà mai sterile". Nulla di sostanzialmente nuovo anche nel dibattito nel prosieguo dell'anno; vanno comunque notati tre articoli a firma "A. F." 103 , nei quali l'autore, con notevole ricchezza e profondità di argomenti e rifacendosi anche all'esperienza della recente guerra turcobulgara del 1912, sostiene anch'egli, come Alfè e altri, la necessità di limitare i compiti della cavaller ia, al momento troppo estesi nella regolamentazione, e di risparmiarla per l'inseguimento. Per A.F., è quindi erroneo ammettere che per l' Arma vi possono essere compiti di pari importanza e avere creato una molteplicità di ruoli a tutto danno del principale. Come si può constatare anche da quanto avviene nelle manovre di cava lleria in Italia e a ll'estero, "non è questione soltanto di economia, oggi trattasi addirittura di sperpero, di getto inconsiderato, di un vero sciupio. Come a tulli è noto, a lla cavalleria viene imposto un lavoro ininterrotto, che comincia coll'avanscoperta e finisce, o dovrebbe finire, con l'inseguimento. Inoltre si pretende che essa ovunque sia instancab ile, m entre quest'Arma · vedi fatalità - è proprio quella che, sottoposta a replicati sforzi, si sfinisce più presto delle altre, anzi si squaglia completamente e in modo repentino".

Solo l'intervento nella fase risolutiva della lotta (l'inseguimento) non potrà mai essere affidato ad altri che alla cavalleria; per gli

103 A.F., Lo sperpero della cava/lel'ia, su "Rivista di cavalleria" febbraio 1914; Quel che si fa fare oggi in guerra dalla cavalleria, su "Rivista di cavalleria", luglio e agosto 1914.


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altri compiti, essa potrà essere vantaggiosamente sostituita dando maggior sviluppo ai reparti ciclisti, all'artiglieria a cavallo e all'aviazione militare. Per ottenere un fruttuoso impiego della cavalleria in questa unica occasione, e anche per opporsi se necessario all'inseguimento della cavalleria nemica, a causa delle fronti molto estese e delle perdite presumibilmente elevate "non si deve ammettere né scarsezza di cavalleria né tanto meno fiacchezza della medesima". La cavalleria italiana é invece in evidente deficienza riguardo a questi compiti e ai probabili avversari, e proprio per questo bisogna curare al massimo l'economia delle forze, sia evitando di assegnarle impieghi secondari, sia addestrando bene gli uomini e soprattutto i cavalli. La guerra turco - bulgara ha confermato, secondo A.F., che l'impiego della cavalleria in avanscoperta per combattere la cavalleria avversaria (come prescritto dal regolamento giapponese e tedesco) è un "grossolano errore": la cavalleria turca, pur non essendo stata contrastata dalla cavalleria bulgara, non ha dato buoni risultati nell' azione di esplorazione, e l'azione del grosso si è ridotta a un continuo ripiegamento. In merito, A.F. lamenta che si tratta di una questione di mentalità: '"nella mente degli ufficiali dell'arma il combattimento di cavalleria non sempre è considerato un mezzo ma il più delle volte come un fine. Essi in genere non vedono altro nemico che la cavalleria e su questa perciò rivolgono tutto il loro interessamento. Ed il curioso si è che mentre da un lato si tollerano e anzi si favoriscono tali tendenze, si raccomanda dall'altro l'azione armonica delle diverse armi. la qua le essenzialmente si basa sul valido aiuto che a l momento opportuno le ausiliarie possono prestare alla fanteria per il conseguimento dello scopo che questa si è proposto. E frattanto non si vuol comprendere che le lotte singolari, oltreché sterili di risultati, conducono allo sperpero e alla disgregazione delle forze e rappresentano perciò la negazione del cameratismo tattico. In guerra non vi possono essere avversari speciali; l'avversario naturale di ogni arma deve essere l'eserc ito nemico. E le armi ausiliarie, appunto perchè ausiliarie, hanno il dovere di concorrere con tutte le loro forze a lla disfatta di esso, e non mai di consumarle unicamente per sopraffare la rivale".

Anche il compito che viene sovente affidato alla cavalleria, quello di arresta re o ritardare l'avanzata di grossi corpi di fanteria nemica, è "assurdo". Infa tti, mentre non si ritiene conveniente impiegarla nel vero e proprio combattimento e in campo tattico per timore di per dite contro le armi da fuoco perfezionate, in questo caso si pretende opporla addirittura a fanteria intatta e con il morale elevato, né si può fare ricorso all'appiedamento, perchè il nu-


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mero esiguo dei moschetti e la poca abilità dei cavalieri nel sostenere un regolare combattimento a piedi, non danno alcun serio affidamento di riuscita. In quanto all'inseguimento del nemico battuto, secondo A.F. le condizioni non sono cambiate da quando, a Waterloo, Bluéher, applicando i metodi del suo avversario, con l'impiego a fondo della cavalleria nello sfruttamento del successo ha reso la sconfitta napoleonica una catastrofe irreparabile. Se nelle ultime guerre gli inseguimenti non sono stati effettuati, la ragione è che "l'inseguimento a fondo è impresa così ardua da rendere perplessi anche i più audaci, cosicché per compierlo c'è bisogno non solo che la cavalleria vi si appresti seriamente, ma anche che uomini inflessibili, come Napoleone e Blucher, impongano a questa di effettuarlo".

Un altro filone di pensiero che occupa largo spazio sulla Rivista di Cavalleria del 1914 è il dibattito sull'armamento del soldato di cavalleria, aperto da un articolo firmato con la sigla G.M. 104 nel quale si riscontra la necessità di allegerire al massimo la cavalleria moderna, in relazione anche alle nuove esigenze. Invece, a l momento attuale "la vera nostra a rma", il cavallo, è seppellita sotto un equipaggiamento di peso eccessivo, a cominciare dall'armamento. Per ovviare a questo inconveniente, G.M. propone di rinunciare alla produzione di cavalli d'alta statura per lancieri, visto anche che la maggioranza dei nostri cavalli sono e saranno sempre da cavalleria leggera. A loro volta, i soldati dovranno essere leggeri il più possibile; e poichè il maneggio della lancia richiede una robusta complessione, un certo peso e molta saldezza in sella (tutte cose che non possono trovarsi riunite in piccoli cavalieri), e rende necessario un lungo addestramento che non può essere effettuato in due anni di ferma, bisogna a suo giudizio abolire la lancia stessa. La teoria che la cavalleria è fatta quasi esclusivamente per l'urto, nel quale la superiorità dei lancieri sui cavalieri è evidente, è logica solo in apparenza. Nella realtà, la lancia è "anticavalleristica": con la lancia alla mano non si ha molta padronanza del cavallo, il movimento in terreni difficili diventa poco agevole, e per il servizio

104

1914.

G.M., L'Armamento della nostra cavalleria, su "Rivista di cavalleria" giugno


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di sicurezza e di esplorazione essa non è adatta. I vantaggi della lancia non devono essere considerati solo in vista dell'attimo fuggevole della carica, momento al quale si giunge dopo lunghe per ipezie di giorni e forse mesi di campagna, peripezie così varie e faticose da far ritenere che, a lunga scadenza, a parità di altre condizioni sarà la cavalleria legger a la meno decimata, e che i lancieri si troveranno spesso obligati a lasciare le lance (ma per questo solo fatto non potranno divenire buoni cavalleggeri). G.M. si preoccupa poi del peso eccessivo che rappresenta il moschetto e soprattutto la sua dotazione di car tucce. Poiché non tutti sono buoni tiratori e occorre limitare i pesi, un moschetto per ciascun cavaliere significa in ultima analisi "una limitazione della quanti tà delle cartucce e del percento di colpi utili e, per l'uso che deriva dall'armamento esteso a tutti d'appiedare normalmente per tutta o t re quarti della forza, una grave crisi per tu tto il reparto, un pericolo per i cavalli scossi abbandonati senza difesa e senza possibilità di muoversi".

Il fuoco della cavalleria deve essere di sorpresa, aggressivo e breve, e la sua baionetta è solo difensiva: essa non deve insistere m olto sull'azione di fuoco, né avvicina rsi troppo né lasciarsi troppo avviçinare dal nem ico; per aggredire con l'urto, si deve montare a cavallo. Più che il numero dei combattenti e dei moschetti, è il numero delle cartucce ben spese ad avere importanza. Pertanto, G.M. propone di dare in dotazione il m oschetto con sei caricatori solo alla metà dei cavalieri che si sia dimostrata più abile al tiro, mentre l'altra metà verrebbe adibita al trasporto delle cartucce di riserva in apposite cinture di tela, rendendo cosi possibile anche l'abolizione dei cavalli porta-cartucce. G.M. ritiene poco efficace la sciabola, e propone di sostituire sciabole e pistole al momento in dotazione con una "pistola a spada" modello Glisenti (della quale decanta i pregi) e una trentina di cartucce per tutti i cavalieri, assegnando inoltre a ciascun reggimento una sezione di tre mitragliatrici "Maxim" alleggerite. La pistola a spada sarebbe utilissima, secondo G.M., sia nella mischia, sia in tutte le fasi del combattimento e in particolare prima di un a ttacco contro cavalleria. In questa fase, un reparto a cavallo potrebbe colpire "con qualche migliaio di proiettili" un altro reparto di cavalleria che si presentasse in or dine chiuso (e se l'unità contrapposta non si presenta in ordine chiuso? E se a sua volta è in grado di sviluppare un elevato volume di fuoco? Sono aspetti che


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evidentemente rendono unilaterale la visione di G.M.). Queste tesi, che mentre tolgono al cavaliere la lancia ne vorrebbero diminuire anche la reattività di fuoco, caldeggiando l'adozione di una pistola - spada destinata a non avere alcun successo, vengono contestate principalmente dal colonnello Bianchi d'Adda, 105 il quale manifesta per gli scritti di G.M. "sorpresa e dispiacere", e non ritiene "cosa seria e opportuna" voler mettere sul tappeto "una questione di importanza così capitale, come quella dell'armamento della nostra cavalleria, che fu già oggetto del più diligente ed ampio studio da parte degli ufficiali dell'arma e non fu risolta se 11011 in seguito all'illuminato parere delle competenti autorità, senza che si sia scorto alcun serio motivo nuovo che consigli la revisione dell'adottato armamento, che vige da oltre un trentennio".

Secondo il Bianchi d'Adda, se si vuol rendere la cavalleria più idonea agli impieghi del momento, il nocciolo del problema non consiste nell'alleggerire il carico che il cavallo deve portare, bensì nel rendere il cavallo stesso più resistente alle fatiche del tempo di guerra, e insieme mobile (cioè in grado di compiere lunghi percorsi) e veloce (dote questa differente dalla precedente, legata alla capacità di galoppare). Si deve pertanto aumentare la razione d'avena pur mantenendo invariata quella di fieno, in modo da conferire al cavallo maggiore energia e resistenza. Occorre anche migliorare la razza equina, e addestrare meglio i cavalli evitando marce di eccessiva lunghezza e "inutili sgaloppazzate". Per quanto riguarda l'uso deUa lancia, secondo il Bianchi d'Adda i nostri reggimenti lancieri non possono dirsi propriamente di cavalleria pesante, e non sono paragonabili a quelli delle altre nazioni; nella realtà, se si toglie loro la lancia, risultano ben poco dissimili dai cavalleggeri. G.M. attribuisce agli inconvenienti dell'uso dalla lancia un peso che essi non hanno, visto che più o meno si verificano anche negli squadroni di cavalleggeri, e sono causati non tanto dalla lancia, quanto da deficiente addestramento di uomini e cavalli. Sempre che i reggimenti di cavalleria siano ben istruiti e condotti, la lancia conserva la sua superiorità e il suo grande effetto morale, specie quando i cavalieri nemici (come avviene per quelli

105 M. BIANCHI D'ADDA, L'armamento della cavalleria, su "Rivista di cavalleria", agosto e settembre 1914.


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austriaci) ne siano sforniti. La cavalleria austriaca è l'eccezione che conferma la regola, perchè Ja lancia è comunque in dotazione a tutte le cavallerie d'Europa (per intero a quella tedesca). Essa sarà di frequente impiego: va infatti tenuto presente che la carica nelle future guerre "potrà non essere come crede l'Autore il fuggevole momento al quale si giungerà dopo grandi peripezie forse di parecchi mesi di campagna; ritengo invece che, in analogia alle previsioni delle attuali nostre nonne di combattimento, la cavalleria se si atterrà a quanto esse norme consigliano, potrà avere assai spesso occasione di venire all'urto".

Per il Bianchi d'Adda vanno conservati, anche se non aumentati, i reggimenti di lancieri al momento esistenti. Per il moschetto, la proposta di G.M., è a suo giudizio "assolutamente inammissibile"; potrebbe al massimo essere presa in considerazione se lo squadrone, in guerra, fosse in grado di conservare sempre intatta la sua forza, senza subire perdite, ma in ogni caso rimarrebbe un grave inconveniente: quello di addossar e sempre e solo alla metà dello squadrone armata di moschetto la maggior fatica, la maggior responsabilità e il maggior pericolo. Gli inconvenienti dell'appiedamento, momento di grave crisi, non si èliminano, né si rendono minori con la proposta di G.M. In ogni caso, è in base alla situazione, al compito e al terreno, e non all'armamento, che il comandante deve decidere l'entità della forza da appiedare. Occorre considerare, per il moschetto, che i nostri cavalieri, secondo la regolamentazione in vigore, devono essere in grado di combattere con quest'arma fino all'ultimo e fino a quando è necessario, e non devono sviluppare solo azioni di fuoco rapide, brevi e improvvise come vorrebbe G.M.: "La cavalleria, al presente, a cavallo combatte coll'urto, appiedata combatte col fuoco e coll'urto". Nessuna modifica deve essere fatta ai criteri di distribuzione dei moschetti già adottati; e ciò principalmente per motivi di carattere morale, e per non far sentire inferiore uno squadrone armato parzialmente di moschetti contro un nemico che ne può disporre di più. La "sciabola-pistola", a sua volta, richiederebbe esperimenti, ma non può essere definita, per il Bianchi d' Adda, una vera arma di guerra. Assai poco entusiasta egli si dimostra anche per I' aumento delle mitragliatrici del reggimento da due a tre, perchè ciò darebbe luogo a un altro "piccolo squadrone" con relativi carriaggi,


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rendendo ancor più difficile la soluzione del problema logistico, visto che le Divisioni di cavalleria, lanciate in avanti sul fronte o sui fianchi delle Armate, devono fare principalmente assegnamento sulle risorse locali; infine, per i lancieri la sciabola andrebbe sostituita da una normale pistola in dotazione a tutti . G.M. non viene contestato solo dal Bianchi d'Adda; altri Autori sostengono tesi analoghe a quella di quest'ultimo, 106 in tal modo riservando ai dettagli dell'armamento uno spazio eccessivo, che avrebbe potuto essere più proficuamente occupato dallo studio, invece assai trascurato, dei vincoli che gli specifici caratteri dello scontro tra fanteria (con particolare riguardo all'accresciuta importanza della fortificazione campale) imponevano anche all' impiego della cavalleria, rimasto troppo ancorato alle esperienze delle guerre del secolo XIX, continuamente citate da tutti gli Autori. In tal modo, grande ed eccessivo fascino continua ad esercitare su questi ultimi, anche nel 19 14, la carica, vista quale momento culminante, decisivo dell'impiego dell'Arma. E nell'agosto 1914, quando ormai stava scoppiando la guerra, il capitano Cottica 107, pur giudicando per noi poco vantaggiosa l'azione iniziale di avanscoperta, ritiene l'appiedamento "un ripiego temporaneo e di brevissima durata", da adottare solo in pochi casi dei quali non si dovrebbe andare alla ricerca, e vede proprio nell'intervento durante il combattimento l'occasione più favorevole per la cavalleria, in quanto, in quella fase, "più nu merose si presentano alla cavalleria le probabilità di rendersi utile ed ai suoi capi le occasioni di quei certi interventi fulminei e decisivi che illustrano un comandante di cavalleria ed onorano nei secoli i reggimenti ai suoi ordini. Qualunque sia la dislocazione tattica, qualunque sia la distribuzione dei nuclei di cavalleria, è durante il combattimento che lifulge il genio dei condottieri d i cavalleria e p iù frequenti sono i momenti nei quali la fortuna arride agli audaci; allora la prudenza è intempestiva; allora, a contemplazione di chi le nega, avvengono le cariche grandiose nei risultati e rimuneratrici dei sacrifici fatti negli anni di pace".

Le prime esperienze del conflitto che si era scatenato nell'ago-

106

Cfr. ad esempio "Terra te1Ta", Poche parole di osservazione all'articolo di

G.M., su "Rivista di cavalleria", agosto 1914. 107 Capitano CoTTICA, qualche considerazione sull'aviazione e sull'impiego della cavalleria, su "Rivista di cavalleria", settembre 1914.


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sto, diversamente da quanto avviene per la fanteria e artiglieria, vengono poco e male valutate per la cavalleria: un articolo anonimo del titolo "visioni di guerra" 108, uscito nel novembre, quando già era in corso e anzi stabilizzato nelle trincee il conflitto, continua a prevedere l'impiego dell'Arma in tutte le fasi della battaglia, non escluse l'avanscoperta e le frequenti cariche contro la fanteria; e un altro articolo anonimo a fine anno 109 lamenta l'assenza di notizie precise su] peso dalla cavalleria esercitato nelle operazioni iniziali, per le quali registra il ricorso alla guerra di posizione senza peraltro cercare di individuarne le cause, e limitandosi a notare che "l'uno e l'altro avversario - si conosceranno col tempo le vere ragioni - iniziarono allora quella guerra di posizione, quale si è svolta nella Manciuria e che si è proclamato che sarebbe stata d'impossibile applicazione in una guerra europea: guerra di posizioni che procede lentissima e non permette d' intravvedere quando avrà termine".

Secondo l'Autore, mentre risulta evidente che la cavalleria non può esplicare alcuna azione importante e utile su un fronte continuo di centinaia ·di chilometri rinforzato da fortificazioni di campagna, non ci si riesce invece a spiegare a sufficienza le ragioni della poca attività della cavalleria di ambedue i contendenti dall'inizio delle operazioni fino alla battaglia della Marna, quando invece il carattere stesso della guerra, che imponeva ai tedeschi di riportare successi decisivi sulla Francia nel minor tempo possibile, induceva a credere che la cavalleria avrebbe giocato un ruolo di grande rilievo negli inseguimenti, s ia da parte dell'esercito vincitore per sfruttare il successo, sia da parte del soccombente per contrastare l'avanzata dei cavalieri avversari: "non è ammissibile che gli stati maggiori francese e tedesco non abbiano il loro piano ben maturato e preciso, e però la condotta di guerra della battaglia della Marna al giorno d'oggi, riesce assolutamente incomprensibile, quando la si prenda a considerare coi criteri soliti dell' arte militare".

Forse, Francia e Germania, per timore di non riuscire vittoria-

108

"M", Visioni di guen-a, su "Rivista di cavalleria" novembre 1914. "Z'_', Divagazioni a proposito della guen-a attuale e degli inseguimenti, su "Rivista di cavaller ia", dicembre 1914. 109


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se, esitano a venire ad una battaglia decisiva, e temporeggiano sperando nell'esaurimen to dell'avversario. Ma, se questa impressione non ha alcun fondamento, allora - osserva l'Autore - si deve convenire che lo scontro di m ilioni di valorosi combattenti ben comandanti che si fronteggiano per centinaia di chilometri su un fronte continuo e fortificato non può portare ad un successo decisivo. Ne consegue che "in questo caso è da rimpiangere il servizio militare obbligatorio, che - contro la previsione, certamente dei creatori - ha condotto alla formazione dei colossali eserciti odierni, i quali in pace costano moltissimo ed in guerra ostacolano, impossibilitano l'attuazione di sapienti manovre e l'esecuzione di battaglie decisive. La cavalleria, date queste condizioni, non è più in grado di assolvere il compito principale, l' inseguimento, che tutti i regolamenti d' esercizi dell'arma e sul servizio in guerra le assegnano. Occorrerebbero grosse armate di cavalleria, con numerosi cannoni e adeguala quantità di mitragliatrici, perchè s iano in grado d i far sentire il peso delle loro sciabole nella battaglia e nell'inseguimento. Allora probabilmente si potrebbero rinnovare le gesta dei tempi passati, quando, però, alle truppe bene istruite, e bene preparate alla guerra, siano preposti generali di genio".

Ancora una volta, dunque, si tende ad attribuire alla m ancanza di comandanti geni~li e arditi le cause di un impiego della cavalleria non corrispondente alle aspettative della vigilia, e dalle difficoltà del nuovo quadro operativo, con particolare riguardo al massimo ricorso ai fronti continui alla fortificazione campale, si vorrebbe trarre l'orientamento non a dim inuire la consistenza organica dell' Arma, ma anzi ad aumentarla, ed a rafforzarla maggiormente con cannoni e mitragliatrici, materiali vitali che verrebbero così sottratti al potenziamento primario dell'azione della fanteria.

I riflessi dell'awento dell'aeronautica sull'impiego della cavalleria: sostituzione o integrazione? Intorno a l 1910, con il progresso del dirigibile e l'avvento dell'aeroplano, compare un nuovo pericoloso concorrente per la cavalleria: l'aeronautica, a l tempo specialità del genio e quindi parte integrante dell'Esercito. Lo sviluppo dell'aeronautica e il dibattito sui suoi possibili impieghi assumono nel pensiero militare italiano, specie da] 1909 in poi, un'importanza considerevole e tale da richiedere un esame a parte; tuttavia, il preminente impiego iniziale dei nuovi mezzi aerei nell'esplorazione (specie lontana) rende inevitabili il loro confronto con i compiti tradizionalmen te assegnati alla


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cavalleria, confronto che pertanto viene qui esaminato, con particolare riguardo alle posizioni di difesa dell'Arma che vengono ospitate sulla Rivista di Cavalleria, ove, specie dal 1911 al 1914, compare una serie di articoli che intendono controbattere le tesi - già dall'epoca comparse con una certa fortuna - favorevoli a una sostituzione integrale della costosa e delicata cavalleria (che per procurarsi informazioni è tra l'altro costretta a sostenere onerosi combattimenti) con il mezzo aereo (aeroplano o dirigibile), ritenuto più flessibile, rapido ed economico. Così, nel 1911, il maggiore di fanteria Leone, 110 facendo riferimento alle recenti manovre francesi in Piccardia (ove era stato previsto per la prima volta un esteso e fruttuoso impiego dell'aeroplano nell'esplorazione), esalta le possibilità del dirigibile e dell'aeroplano, che usando anche la telegr afia senza fili (all'epoca in corso di esperimento sugli aeroplani) presentano vantaggi enormi sugli altri mezzi di comunicazione: indipendenza dalle strade e dalle accidentalità del terreno, grande velocità, possibilità di percorrere sempre la via più breve, possibilità di immediato sfruttamento delle informazioni. All'inizio delle operazioni, la cavalleria si troverà sovente ostacolata dal terreno e dal nemico a raccogliere e trasmettere le informazioni: "invece un'incursione rapida di un aeroplano o di un dirigibile fatta in tutta la zona del teatro d'operazione, sussidiata delle notizie preventivamente raccolte fin dal tempo di pace con lo studio delle vie ferrate concorrenti alla frontiera, dei luoghi d i sbarco, dalle regioni fortificate, potrà riuscire senza dubbio di efficacissimo concorso al comandante in capo".

In tal modo, assegnando per l'esplorazione uno o due aeroplani a una Grande Unità si potrà risparmiare in misura notevole la cavalleria, la quale sarà così più facilmente in grado di attenersi alle prescrizioni in vigore, tendenti a conservare la massa dell'Arma per i successivi, onerosi compiti. Gli aeroplani potranno inoltre servire per il collegamento tra le Grandi Unità di cavalleria e le Armate, e tra queste e il Comando in Capo; e poichè sono ormai smontabili e prontamente ricomponibili, potranno seguire per ogni evenienza

110 L. LEONE, Operazioni militari aeree, su "Rivista di cavalleria", agosto 1911 (Conferenza tenuta agli ufficiali del 32° Rgt.f nel febbr(lio 1911).


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le truppe in marcia. Ma è durante la battaglia vera e propria che si potranno rivelare tutte le possibilità che nel campo dell'esplorazione consentono i mezzi aerei, e in particolar modo l'aeroplano. Data la velocità del mezzo, l'osservatore durante il volo non potrà definire con precisione il numero delle truppe che egli vedrà ammassate e in marcia, ma gli sarà facile riconoscere le grosse radunate e le direzioni dei loro movimenti, cioè i principali elementi che il comandante in capo deve conoscere per poter definire il suo disegno di manovra . Tanto maggiore sarà la velocità dell'aeroplano, tanto meglio egli potrà dissipare l'ignoto, che conta - secondo Clausewitz e Moltke per due terzi nelle operazioni di guerra. Tuttavia, l'aeroplano per il Leone non potrà mai sostituire del tutto la cavalleria nell'esplorazione: di notte o in condizioni meteorologiche avverse, questo mezzo non può rendere alcun utile servizio. Quindi, bisogna considerarlo come un'arma "supplementare", che peraltro può essere usata tre o anche quattro volte su cinque, mentre la cavalleria "resta e resterà come p r ima un' arma di ricognizione vicina, di ricognizione non solamente con la vista, ma anche con l'azione, un'arma che confermerà le informazioni del!' aeroplano, che sarà anzi la più atta e la prima ad utilizzarle, perchè essa è la più rapida a muoversi e per conseguenza a poterne profittare".

Di fronte al nuovo pericolo di individuazione che si presenta dall'alto, il Leone ritiene che, così come .nel campo tattico si tende a ricorrere più frequentemente al movimento e all'attacco notturno per diminuire l'efficacia del fuoco avversario e avvicinarsi alle posizioni nemiche, anche nel campo strategico si deve ricorrere agli spostamenti notturni, tenendo di giorno occultate le truppe in zone boscose o intensamente coltivate, e ricorrendo quando è possibile agli accantonamenti, in modo da evitare gli accampamenti visibilissimi dall'alto, che permettono agli aviatori di farsi un'idea esatta dell'entità e tipo di forze. I successivi articoli, pur con qualche diversità d'accento, non fanno che ripetere i motivi di fondo a favore del mantenimento della cavalleria già comparsi nell'articolo del Leone: così, il capitano di cavalleria Grattarola (direttore del Deposito cavalli stalloni di Ozieri) 111 si chiede che sarà della cavalleria, dopo la comparsa

111 E. GRATTAROLA. Aeroplani e cavalleria· nella guerra moderna, su "Rivista di cavalleria", novembre 191 I.


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del mezzo aereo, e sottolinea la flessibilità del cavallo. Coloro che decretano la fine dell'Arma "ignorano, o non tengono conto di un fatto importantissimo: la capacità illìmitata nel cavallo a variare in maggiore o minor grado le sue forme ed attitudini per mantenersi in costante armonia coi bisogni, con le esigenze e con le circostanze sempre mutevoli. La cavalleria, che trae la sua ragion d'essere da questo animale, è quindi un'Arma eminentemente evolutiva",

L'antico, pesante e lento cavallo dei cavalieri coperti di ferro si è trasformato nel cavallo militare moderno, esile, agile, resisten tis-

simo, che porta all'estremo limite le doti di velocità e di resistenza. L'aeronautica potrà forse rendere inutile il servizio di esplorazione e avanscoperta affidato alla cavalleria, e imporrà agli eserciti contrapposti di ritardare il più possibile l'assunzione dei dispositivi per la battaglia e di ricorrere a lla più pronta, più rapida e più fulminea esecuzione della manovra. Ma è proprio in un campo di battaglia caratterizzato da mobilità e celerità che la cavalle ria, esclusa o quasi per le passate invenzioni dal combattimento vero e proprio, potrà rientrarvi più numeros.a, più agile e più potente, grazie alle doti di mobilità e velocità che il cavallo le assicura. Infatti le armi del futuro, secqndo il Grattarola, saranno anche per la cava lleria quelle da fuoco: fucili, cannoni, e mitragliatrici. Sciabola e lancia, alrrieno secondo alcuni, sono armi ormai da museo. L'unica arma di sempre rimarrà per la cavalleria il cavallo, il più pronto, economico e pratico mezzo di locomozione e trasporto, che farà della cavalleria lo strumento di guerra più consono ai tempi: "dotata di mobilità, velocità e resistenza superiori a quelle di ogni altra truppa, non più legata da armi inadatte al proprio cavallo, la cavalleria potrà con l'appiedamento e col fuoco validamente difendere da lontano posizioni celermente occupate,ostacolare l'avanzata dell'avversario, muoversi e combattere liberamente".

L'utilità della cavalleria dipende, per il Grattarola, dalla sua mobilità, e quindi dall'energia del cavallo di cui dispone, che rimane il suo principale strumento bellico: "onde io von-ei che l'entusiasmo e l'interessamento per il recente trionfo dell'aviazione e l'erronea speranza di poter con l'aeronave sostituire completamente o in parte la cavalleria, non c'inducessero a trascurare la produzione nazionale del cavallo da sellan.


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Il rapporto tr a aeroplano e cavalleria alla luce dell'esperienza della guerra libica viene esaminato nel 1912 in un articolo anonimo, 112 nel quale, peraltro, si trovano ben pochi elementi nuovi: anche l'Autore ritiene evidente l'importanza dell' aeroplano nell'individuare le grandi masse e sottolinea la rapidità nell'afflusso delle informazioni che consente il suo impiego. Sarebbe anzi auspicabile, a suo giudizio, che le ricognizioni aeree potessero sostituire del tutto la cavalleria, in modo da consentire a quest'ultima di risparmiare le sue forze, che si logorano facilmente, per la sua principale mansione: l'inseguimento. La campagna di Libia, conferma questa tesi. Nel corso delle operazioni che vi sono svolte, le azioni più importanti sono state di due specie: un combattimento a piedi e un numero piuttosto elevato di ricognizioni. Al combattimento a piedi - che è costato non poche perdite - si è dovuto ricorrere presumibilmente per circostanze critiche del momento, perchè in linea generale, quando la fanteria è così numerosa e per contro la cavalleria è così scarsa, è dovere di tutti risparmiare quest'Arma e impiegarla soltanto per ciò che è in grado di dare nei suoi compiti specifici. In quanto alle ricognizioni, le caratteristiche del terreno e del nemico hanno fatto sì che esse non dessero molti risultati. Secondo l'Autore, i mezzi più efficaci per J' esplorazione in Libia non possono essere che due: gli aeroplani e lo spionaggio. La cavalleria deve essere impiegata per lo sfmttamento del successo, atto conclusivo del combattimento. Ciò invece non è avvenuto nel vittorioso combattimento di Ain-Zara, quando il nemico che si ritirava in disordine non è stato inseguito, e nemmeno a Gargaresch. L'Autore critica pertanto l'impiego della cavalleria al momento previsto: "impiego che si può così riassumere: ricognizioni a base di grandi forze con conseguenti combattenti di cavalleria contro cavalleria, e raids di ogni specie, diretti di preferenza contro le retrovie dell'avversario. Ma di tutto il resto, che è il più importante, l'arma se ne disinteressa; un pò perchè, come già rilevai, arrivata a questo punto generalmente non è in grado di esplicare alcuna azione vigorosa, ed un pò anche, diciamolo pure, perchè i capi non sono immedesimati come si conviene dell'importanza del compito finale; e

112 A.F., Aeroplani e cavalleria e loro impiego nella guerra libica, su "Rivista di cavalleria", marzo 191 2.


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ciò per effetto del sistema, il quale esige che tutto il loro interessamento sia rivolto altrove".

Infine, nel 1914 un cenno merita il già citato articolo del capitano Cottica, per il quale l'aeroplano e il dirigibile, teoricamente mezzi molto idonei per l'esplorazione, hanno lo svantaggio dell'incertezza del vedere e dell'agire, perchè il loro effettivo rendimento è condizionato, oltre che dalle condizioni meteo, dal funzionamento del motore sempre soggetto a guasti, dalla quota e velocità di volo, dall'angolo di osservazione. L'esploratore di cavalleria che r itorna con le notizie, si trasforma anche in guida per il suo comandante verso i punti esplorati; l'aviazione manca di questi legami diretti e non può fare da sola l'esplorazione vicina e lontana, così dettagliata, sicura e costante come possono farla gli squadroni di cavalleria. Il dirigibile e l'aeroplano, per il Cottica, possono correggere le manchevolezze inevitabili della cavalleria, e fornire informazioni celeri sui grossi nemici; ma quanto più le distanze diminuiscono, tanto più i comandi sentono necessità di quelle notizie dettagliate e precise, e successivamente confermate con il contatto mantenuto di continuo, che solo la cavalleria può fornire. Le più recenti guerre (libica e balcanica) e le più recenti manovre in Italia e all'estero hanno confermato che, come mezzo bellico e prima di diventare un'arma di sicuro rendimento, l'aviazione ha a ncora molta strada da percorrere, e pertanto "La m ancanza di dirigibili e di aeroplani sarebbe causa di inferiorità, tanto nella guerra terrestre che maritt ima, oggi che di tali mezzi sono forniti eserciti e flotte di ogni nazione, ma collocarli al primo e più importante posto è alquanto precipit ato, ed il sostituirli alla cavalleria del tutto assurdo".

Il Cottica giudica anche i combattimenti aerei per il "dominio dell'aria" dannosi e inutili, perchè sottraggono gli aerei al loro scopo principale, l'esplorazione, e rappresentano una cattiva imitazione degli scontri esclusivi e iniziali tra cavallerie: "l' impiego dei mezzi aerei nei campi strategìci e tattici non è ancora entrato nella sua fase risolutiva, la padronanza dell'aria non è ancora sicura e certa, e già tendenze nuove e concetti esagerati si sono fatti strada, passando quasi per infezione della cavalleria ali' aviazione: i combattimenti aerei. Che le cavallerie nemiche intente alla ricerca delle grandi masse di fanteria per necessità di strade, d i ponti, di posizioni fortificate, siano anche controvoglia, proiettate l'una contro l'altra è un fatto stesso inevitabile, ma che squadriglie di aeroplani o flotte di dirigibili scimmiottino nell'aria il combattimento terrestre o navale è illogico perchè contrario alla natura stessa degli apparecchi".


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5.

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RAFFRONTO TRA LE TRE ARMI E CONSIDERAZIONI RIASSUNTIVE

Dopo aver considerato i tratti salienti del dibattito sulla cavalleria, viene ora da chiedersi quale sia stata, nel complesso, l'aderenza della visione della problematica delle varie Armi che emerge dalla pubblicistica, all'effettiva realtà del campo di battaglia che si sarebbe manifestata nell'autunno del 1914. Per quanto riguarda l'Arma - base, fin dal!' inizio del secolo, per merito precipuo del Marazzi, distintamente compare l'esigenza di una fanteria di qualità, prima di tutto nel reclutamento e nella preparazione di Quadri e tnippe: motivo conduttore, questo, mai smentito nel corso dell'intero periodo in esame. Ma accanto a questa esigenza teorica che viene bene individuata in tutti i suoi parametri, si può intravedere con sufficiente chiarezza un quadro generale ove, nel quotidiano, nella pratica spicciola, nelle scelte concrete, non risulta mai possibile (nonostante la buona volontà di tutti) raggiungere, specie nel campo addestrativo e in ultima analisi nel1' efficienza combattiva, i traguardi pur indicati con grande preveggenza da molti Autori. Carenze quantitative e qualitative di Quadri, mancanza di terreni d'istruzione, livelli di forza delle minori unità ridotti e aggravati da sensibili sottrazioni di personale.per esigenze varie, scarso addestramento al tiro e insufficienti esercitazioni di cooperazione sono i caratteri di una situazione dovuta a varie cause, interne ed esterne, nelle quali, comunque, sembra aver gran peso l'eccessiva dimensione dell'Esercito in rapporto alle scarse risorse disponibili e agli oneri ingenti richiesti dal rinnovamento dei materiali. L'artiglieria, Arma nel complesso meglio inquadrata della fanteria, sembra invece risentire più di tutto sia della ritardata adozione di materiali moderni da campagna, sia della mancata possibilità di dare una risposta concreta a talune esigenze anch'esse chiaramente emerse in sede tecnica, tra le quali principalmente la necessità di disporre in misura consistente di materiali a tiro curvo atti a sviluppare un'azione continua, tempestiva e aderente nel terreno di montagna tipico del futuro teatro d' operazioni, e contro fortificazioni campali. A fronte di questi aspetti salienti e poco mutevoli della situazione di base dell'Esercito, che si mantengono più o meno costanti in tutto il periodo in esame (e anzi si aggravano dal 1910 in poi, per i riflessi della guerra di Libia e la necessità di ricorrere, fin dal


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19 14, alla mobilitazione di grandi masse di combattenti), assai minore risalto assumono, a nostro giudizio, i problemi più propriamente tecnico - tattici e i caratteri, in positivo e in negativo, della dottrina ufficiale, sui quali molti critici talvolta improvvisati hanno invece fermato in m isura eccessiva la loro attenzione, con particolare riguardo al "libretto rosso" del generale Cadorna . In merito, va osservato che le prescrizioni e le norme concernenti l'impiego operativo delle varie Arm i possono essere attuate in misura corrispondente alle loro autentiche finalità, e quindi diventa re dei riferimenti decisivi, solo se cadono in un favorevole contesto generale di carattere organico e addestr ativo, ta le da poterne recepire gli indirizzi: quando ciò non avviene, si determina una frattura nella quale assumono un ruolo importante e a utonomo cause fun ziona li anche profonde e lontane, che con dizionano pesantemente gli effettivi criteri di condotta dalle truppe adottati. Nel caso specifico, la cavalleria sembra l'unica delle Armi per la quale anche il dibattito sulla pubblicistica militare rimane lontano dal delineare prospettive d'impiego che tengano conto in misura sufficiente dei vincoli che l'impiego di quest'Arma di èlite, costosa e di grandi tradizioni, avrebbe incontrato nel corso della guerra: ma per la fanteria e artiglieria, posto che le doti profetiche e divinatorie non sono propr ie dell'uomo, i parametri essenziali della situazione della guerra futura vengono dopo tutto individuati con sufficiente chiarezza, anche se sp~sso in man iera incompleta è quasi embrionale. La necessità di rinunciar e agli ordini chiusi, la tendenza del combattente a interra rsi, il ruolo crescente della mitragliatrice, l'esigenza di una stretta cooperazione tra fanteria e artiglieria e d i una maggiore iniziativa a i bassi livelli, l'accresciuta importanza dell'occultamento e m ascheramento, dell'aviazione, dei r ifornimenti, dei trasporti e della logistica vengono ben m essi in luce, a nche se, almeno fino al 1914, m anca l'esatta e compiuta percezione delle difficoltà che per l'attacco avrebbe presentato un sistema fortificatorio continuo e profondo presidiato da forze consistenti, e viene sovente attribuita eccessiva fiducia all' impiego della fortificazione campale in funzione offensiva, sul modello adottato con successo dai Giapponesi nella guerra contro i Russi, nella quale disponevano peraltro di una rilevante superiorità qualitativa. Va anche sottolineato che, per merito specialm ente del Porro,


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vengono messi in rilievo taluni aspetti determinanti (generalmente trascurati, della regolamentazione ufficiale alla vigilia della guerra), contenuti proprio nella circolare SME n. 191 del 25 feb. 1915, "Attacco frontale e ammaestramento tattico", dovuta al generale Cadorna. Oltre all'insistenza sull'addestramento e sulla stretta cooperazione tra Arma-base e artiglieria, come ineludibile premessa per il successo dell'attacco vi si afferma chiaramente che, se prima l'artiglieria non ha neutralizzato ogni resistenza avversaria nella zona d'irruzione, la fanteria non deve sferrare l'assalto. A questo punto, viene da chiedersi se, ove si fossero seguite alla lettera queste prescrizioni nella condotta delle battaglie della prima guerra mondiale (e anche in quelle della seconda, con particolare riguardo al fronte greco) le perdite della fanteria sarebbero state così elevate e i risultati così scarsi: la risposta non pare dubbia. Un altro aspetto importante è quello messo in risalto alla vigilia dell'entrata in guerra dal Cascino, che indica nel conseguimento di una grande superiorità di fuoco la premessa indispensabile per lo sfondamento di un fronte trincerato, presidiato da forze anche qualitativamente valide. Non vi è dubbio, infatti, che specie nella prima guerra mondiale l'azione offensiva era un problema di fuoco, e di fuoco aderente e tempestivo, prima ancor che di movimento. Non è stata la mancanza di carri armati o di rapidi mezzi di trasporto a motore (che, se posseduti in misura sufficiente anche dal difensore, avrebbero pur sempre consentito alla difesa la concentrazione, il contrattacco o almeno l'arresto) a causare l'impasse dell'offensiva durante la prima guerra mondiale, bensì l'equilibrio delle forze e la frequente impossibilità di realizzare nel punto decisivo e nel momento voluto, con il necessario carattere di persistenza dello sforzo, la superiorità di fuoco e di forze necessaria. Quando questa superiorità si è realizzata (Caporetto, Riga, fronte orientale, Vittorio Veneto), l'offensiva (anche senza carri armati) è risultata possibile, se non altro per la presenza di larghi spazi e di forti squilibri qualitativi iniziali. D'altro canto, nella pubblicistica, così come nella regolamentazione ufficiale, forse per un influsso della jeune ècole si nota specie dal 1910 in poi - e iniziando dalle "Norme per l'impiego della G.U." del 1910, compilate dal Pellio e non dal Cadorna - un'eccessiva enfasi sull'offensiva e un'amplificazione delle effettive possibilità di condurla anche sulla nostra fronte montana. Su questo punto, vanno tenuti presenti alcuni elementi:


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l'offensiva a ragione veniva e viene comunemente ritenuta, in sede teorica, il passaggio obbligato per giungere a una decisione della lotta; 113 paradossalmente, ragioni prima di tutto politiche, sociali ed economiche imponevano proprio in Europa (dove ciò risultava più difficile che altrove per la tendenza degli eserciti ad equilibrarsi) la ricerca di una rapida risoluzione del conflitto, che solo con l'offensiva poteva essere ottenuta; sulla nostra frontiera di nord-est, la situazione politica e il prevalente impegno dell'Austria sul fronte orientale consigliavano una rapida offensiva iniziale, se non altro per migliorare lo sfavorevole andamento del confine. È in questo contesto generale che vanno inquadrate talune affermazioni e previsioni del 1914 e del 1915, che per l'eccessiva fede nella possibilità di condurre con successo l'offensiva sulla nostra fronte, evitando l'interramento che già si era manifestato in tutta la sua ampiezza sul fronte francese, hanno fatto pensare a taluni che gli ammaestramenti delle guerre precedenti e in corso non fossero stati ben valutati e compresi. Posto che erano ben note ai Capi responsabili 1~ deficienze del nostro apparato militare, 114, v'è motivo di ritenere che proprio la consapevolezza delle molteplici difficoltà che si sarebbero presentate abbia indotto a dare grande risalto agli aspetti psicologici, diretti principalmente ad infondere nei Quadri e nelle truppe maggior fiducia nelle possibilità dell'offensiva. Contingenti esigenze di caratteree politico-sociale e psicologico, sono infatti ben presenti nei testi e documenti che illustrano le dottrine

113

Ad esempio il generale Joffre, nelle sue Memorie compilate dopo l'esperienza della prima guerra mondiale, critica la je,me ècole, ma riconosce al tempo stesso che "Esisteva una evidente verità nell'affermazione che soltanto l'offensiva permette di emanciparsi dalla volontà dell'avversario: La storia militare lo dimostra abbondantemente....". Cfr. Memorie del maresciallo ]offre, voi. I, p. 33, Mondadori, Milano, 1932 (Traduz. del gen. G. Breganze). 114 · Cfr., ad esempio, le lettere del generale Cadoroa al Ministro della guerra (sulle deficienze logistiche e di Quadri) n. 1127 del 28 agosto 1914, n. 1257 del 25 sett. 14, n. 1269 del 30 sett. 14 e l'ampia analisi delle deficienze iniziali (aviazione compresa) effettuata in L. CADORNA, La guerra alla fronte italiana (24 mag. 1915 - 9 nov. 1917), Treves, Milano, 1934, pp. 1-84, dalla quale traspare, tra l'altro, che il 21 maggio 1914, alla vigilia dell'intervento, Cadorna scriveva al Ministro che era illusorio credere in una guerra breve.


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militari d'ogni tempo; e poichè la direzione politica, la pubblica opinione, gli stessi alleati si attendevano dall'Esercito italiano, specie all'inizio, un'energica condotta offensiva della guerra per liberare le terre irredente, che cosa sarebbe avvenuto se, ad esempio, il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito avesse esternato più fiducia nella difensiva che nel piano offensivo da lui stesso preparato? Condurre l'offensiva e condurla bene sembra sia stata, nel 1915, un'oggettiva e ineludibile esigenza primaria. In sintesi, le pesanti perdite ed i modesti risultati conseguiti nelle offensive iniziali sull'Isonzo vanno attribuiti non tanto ad incongruenze in sede tecnica e dottrinale, ma principalmente a lacune addestrative, 115 logistiche e a deficienti disponibilità di mezzi di fuoco, tali da impedire quell'efficace e continuo legame tra fanteria e artiglieria (mancato anche nell'esercito francese) che era premessa necessaria per la riuscita di qualsiasi tipo di operazione, sia difensiva che offensiva (giova ricordare, in proposito, che Caporetto fu dovuta prima di tutto al poco efficace intervento delle nostre artiglierie, che invece furono protagoniste della vittoria sul Piave). Inoltre, se si allarga l'orizzonte, come è indispensabile, al livello europeo, dal punto di vista tecnico e dottrinale i singoli problemi d'impiego delle varie Armi che vengono dibattuti in Italia trovano un riscontro preciso all'estero e principalmente in Francia e Germania, ove i risultati e le conclusioni alle quali si perviene, anche da parte dei più qualificati esponenti del pensiero militare del tempo, nulla di molto diverso, o di migliore, sembrano mettere alla luce. E anche parecchi aspetti dell'impreparazione italiana prima della guerra, delineati per esempio dal De Chaurand, 116 trovano un preciso riscontro nella ricca Francia, che pure, in vista della revanche, aveva dedicato al suo esercito ben maggiori cure e risorse dell'Italia: analoghe, in particolare, le due lacune principali, quelle addestrative e quella dovuta alla scarsità di artiglierie pesanti e a tiro curvo. 117 Anche il più illustre esponente del pensiero militare tedesco, il

115

in merito, L. CADORNA, Op. cit., pp. 19-20. F. DE CHAU RAND DE S.E., Come l'esercito italiano entrò in guerra, Mondadori, Milano, 1929, pp. 65-80, e 266-358. 117 Cfr. Memorie del Maresciallo Joffre (cit.), pp. 1-79. 116

Cfr.,


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Von Sclieffen, nel 1909 non riteneva che nella futura guerra avrebbero potuto essere utilmente impiegate le masse dei richiamati che sarebbero invece state tipiche dei grandi eserciti del 1914 - 191 8, e che proprio per la Germania avrebbero costituto un fattore di sorpresa e di superiorità iniziale: "in caso di guerra, la Germania disporrebbe di 4.750.000 uom ini, la Francia di 5.500.000! Ma queste cifre sono, se consideriamo l'esperienza di molti anni, più o meno immaginarie... oggi si potrebbe contare sopra un milione di uomini, ma non molto di là. Un tale esercito è sempre assai grande in rapporto agli eserciti dei tempi andati, ed anche assai grande per colui che lo deve condurre e muovere; piccolo però d'altra parte, se consider iamo che esso non ha assicurato sull'avversario nè il vantaggio della superiorità delle armi, come nel 1866, nè quello della forza numerica, come nel 1870; e sufficiente soltanlo se si riuscirà a concentrare queste forze ed a farle convergere ad un solo scopo". 118

Non molto realistica, troppo ottimistica e piuttosto antiquata anche la sua visione del futuro impiego delle varie Armi nella battaglia, con particolare riguar do alla cavalleria: "esonerata in generale dall'importante ufficio di ricercare il nemico, la cavalleria procurerà di portare il fuoco dell'artiglieria, delle mitragliatrici e delle carabine di lunga portata che essa possiede, contro le spalle nemiche. Ma anche per far ciò, essa dovrà prima sostenere l'urto della cavalleria nemica, e sopraffarla. In questo le cose cambieranno poco, anche nel futuro: poco su, poco gii'.1, l'artiglieria impegnerà anzitut to la lotta contro l'artiglieria; indi la cavalleria contro la cavalleria; infine i dirigibili contro i dirigibili nemici, prima che tutti insieme, sostenendo la fanteria, concorrano alla vittoria finale". 119

A sua volta il generale Von Berhardi (la cui opera - non tradotta in italiano - "La guerra di oggi", ultimata nell'autunno 1911, può essere ritenuta la quintessenza del pensiero militare tedesco alla vigilia della guerra), esaminando il rapporto tra attacco e difesa distingue tra difensiva come forma e come metodo della guerra. Come forma, essa è p iù forte dell'offensiva; com e metodo, invece, è superata dall'offensiva che presenta migliori possibilità di successo. Compito essenziale della strategia è di assicurare la superiorità di forze necessaria perchè l'offensiva riesca ad ottenere la decisio-

118 Cfr. GENERALE VON SCHLIEFFEN, La guerra di oggi, su "Nuova an tologia" del 16 gennaio 1909. 11 9 Ibidem.


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ne. Il Von Bernhardi dedica un intero capitolo a dimostrare la superiorità dell'offensiva come metodo, affermando tra l'altro (come le nostre "Norme" del 1910): "se noi consideriamo, alla luce di diverse riflessioni, le condizioni della guerra di oggi, noi constatiamo che vi si trovano degli elementi che hanno accresciuto la superiorità della condotta offensiva nelle condizioni moderne ... man mano che le masse aumentano, aumentano anche nella medesima proporzione i vantaggi della condotta offensiva". 120

Netta sopravalutazione, anche da parte del Von Bernhardi, dell'importanza della cavalleria: ''in quasi tutti i possibili aspetti della sua azione, l'importanza della cavalleria è molto aumentata con l'incremento numerico degli eserciti, anche se la sua azione ha mutato natura. Ma l'Esercito che, con una volontà cosciente, saprà liberarsi delle idee antiquate, che dirigerà la sua cavalleria bene armata sugli obiettivi che gli sono offerti dalle armi e dalle condizioni moderne, questo esercito riuscirà di colpo a strappare un grande vantaggio". 121

Poichè l'unico confronto. probante per determinare in modo sufficientemente obiettivo la valenza dei contenuti delle tesi prima considerate è quello relativo, che si riferisce cioè a quanto viene affermato nello stesso periodo dai teorici militari delle nazioni più avanzate, queste poche citazioni già ci sembrano significative, e tali da far legittimamente ritenere che anche sulla specifica problematica che ha formato oggetto del presente saggio il livello raggiunto dal dibattito in Italia era quanto meno non inferiore a quello che può essere riscontrato all'estero, in un'epoca ove la prospettiva della "guerra futura" galvanizzava gli animi e le menti. 6.

CULTURA MILITARE E FORMAZIONE DEI QUADRI DELL' ESERCITO

diverse opinioni del generale Stefani, del colonnello Bastico, del Prezzolini e del Ceva.

Le,

L'esame degli argomenti che precedono consente di determinare con maggiore attendibilità il livello complessivo della pubblicistica specializzata e della cultura militare in genere, oltre che i

°

12 Cfr. GENERAL voN BERNflARDI, 1A guerre d'aujourd'hui, Chapelot, Paris, 1913, Tome II, pp. 1-33. 121 Ibidem, Tome I, p. 209.


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principi informatori della preparazione dei Quadri. Argomenti non certo secondari quanto strettamente connessi, sui quali sono fortunatamente disponibili molteplici ma non di rado divergenti opinioni. Il generale Stefani, nel suo recentissimo libro "La storia della dottrina e degli ordinamenti dell'Esercito Italiano" esprime in merito una valutazione assai positiva: "sotto il profilo dell'elevazione del livello culturale e professionale, gli anni compresi tra il 1870 e la vigilia della prima guerra mondiale costituirono per l'esercit9 un periodo di ordinata e costante crescita che non soffrì di ripensamenti involuti vi. Vi furono tutt'alpiù pause di riflessione, ma nella continuità d ella crescenza ... L'avere saputo inserire armonicamente i fattori politici, economici e sociali nel contesto militare - prima quasi ignorati o, quanto meno, non valutati nella giusta misura - ed averli posti sullo stesso piano d'importanza di quelli spirituali, moralì e tecnici, senza offesa alle tradi zioni, furono elementi fondamentali di rinnovamento del pensiero e delle istituzioni militari che assunsero una fisionomia del tutto nuova. Mancò, è vero, specialmente all' inizio, nel rinnovamento cultura le un'originalità di pen siero, ma vi fu senso di autonomia in quanto tutto ciò che venne recepito dal di fuori, in particolare dalla Germania, conflui in concezioni ed istituzioni peculiari con una propria identità ..." 122 •

Opposto quanto eccessivamente ca·ustico (come era nel carattere dell'uomo) è invece il giudizio di Giuseppe.Prezzolini, capitano di complemento nella grande guerra, che all'incultura della massa degli ufficiali faceva risalire addirittura una delle cause di Caporetto: "si concepiva la guerra come nei vecchi manuali firmati sulle esperienze del 1870. La cultura militare degli ufficiali era scarsissima: basta prendere le riviste militari degli ultimi anni per accorgersene ... Bisogna, per immaginare la mentalità degli ufficiali superiori, pensare a gente che, non dico rapporti segreti a riviste militari, ma neppure i giornali pareva aver letto, salvo forse l'appendice, la tabella del regio lotto e la rubrica dello sport". 123

anche il Ceva definisce "conformista e mediocre il livello della stampa militare, eccezion fatta per un certo numero di contributi strettamente tecnici della "Rivista Militare" e

122

F. STEFANI, Op. cit., pp. 257-259. Cf. Il .m eglio di Giuseppe Prezzolini (prefaz. di Giovanni Spadolini , si, Milano, 1971 , p. 267. 123

,ngane-


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di quella "D'Artiglieria e Genio", dove scrivono per lo più ufficiali di Stato Maggior e". 124

Comunque lo stesso Ceva ammette di non aver analizzato a fondo la pubblicistica Militare del periodo dal 1900 al 1914 (il che non è poca cosa), quando di tale periodo ricorda solo "La guerra del 19 ..." 124, affermando peraltro di averne dimenticato l'autore, e riconoscendo che "un esame approfondito poterebbe alla luce altri contributi interessanti o almeno curiosi." 125

Una posizione intermedia e particolare, per l'autorevolezza dell'Autore e per la sua qualità di eletto ufficiale di Stato Maggiore destinato ad assurgere ai più alti gradi, occupa il giudizio del colonnello Ettore Bastico, che quei tempi aveva vissuti nei gradi inferiori. Nel suo libro "L'evoluzione dell'arte della guerra" (non citato dallo Stefani) 126, il Bastico giudica assai positivamente i tre regolamenti sui quali si imperniava la dottrina tattica ufficiale, tutti e tre rinnovati tra il 1900 e il 1915, 127 mettendone in risalto !' assenza di prescrizioni tassative, la libera scelta concessa ad ogni comandante a cominciare dal "metodo di addestramento dei dipendenti reparti", il continuo richiamo all'importanza della cooperazione tra le Armi e i comandanti, e infine il giusto equilibrio tra lo spirito aggressivo che deve presiedere ad ogni operazione di guerra, e la serena ·valutazione delle circostanze del momento. Per quanto attiene, in particolare, alle "Norme per l'impiego delle Grandi Unità", il Bastico osserva, confermando il giudizio dello Stefani: "in proposito si potrebbe qui osservare che le Norme non si distaccano in materia degli analoghi concetti che vedemmo espressi tanto dalla regolamentazione tedesca quanto da quella francese; ma se tale analogia è più che naturale, dobbiamo pure notare che la dottrina ufficiale italiana in fatto di

124

L. CEvA, Le Forze Armate, UTET, Torino, 1981, pp. 68-70. Ibidem, p. 86. 126 E. BAsr1co, L'evoluzione dell'arte della Guerra - voi. Il - La guerra nel secolo XX - Carpigiani E. Zipoli, Firenze, 1924, pp. 192-205. 127 Cfr. anche F. SrEFANI, Op. cit., pp. 403-51 O. 125


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offensiva, si d istacca da quella meccanica del von Schlieffen, sia da quella assiomatica del Gra ndmaison, ed oppone ad entrambe un'offensiva ragionata, che non disdegna cioè ma accoglie la difensiva ogni qualvolta questa si dimostra, almeno temporaneamente, utile e necessaria; e che si ripromette di tenere debito conto di quanto potrà e vorrà fare il nemico".

Molto esauriente era stato anche il dibattito specie sugli insegnamenti delle guerre anglo-boera e russo-giaponese : "vivo fu sopra ogni a ltro il dibattito sulla necessità o meno degli ordini rarefatti per la fanteria; sulla prevalenza da dare alla potenza o alla mobilità delle artiglierie; sulla dichiarata o negata decadenza della cavalleria; sulle forme Lattiche ormai possibili, e cioè sulla inattuabilità degli attacchi centrali e sulla conseguente obbligatoria attuazione degli attacchi combinati di fronte e d i fianco. Ma, salvo qualche eccezione, dagli scritti del tempo si rileva una serenità di giudizio ed una comunione di idee sulla condotta generale della guerra, veramente confortevole".

Tuttavia, nonostante l'equilibrio e la modernità di concezioni che improntavano la regolamentazione ufficiale, la sua applicazione nel concreto e nel quotidiano rimaneva carente, e di fatto ne stravolgeva i princ ipi fondamentali, a cominciare da quello dell'iniziativa: "sembre1-ebbe pertanto che ìl riconoscimento ufficiale della libertà d'azione, cosl corrispondente al nostro carattere, dovesse essere accettato non solo senza discussioni, ma con generàle entusiasmo. Ebbene no, non fu così: chè anzi si manifestò ben chiaramente una spiccàta tendenza a criticare tale sanzione ufficia le dell'iniziativa, dalla quale ben poco di buono ci si riprometteva in confronto dei molti pericoli che, si affermava, avrebbe generato; e, strano a dirsi, i suoi più convinti sostenitori non si trovarono in basso della gerarchia, sibbene molto in alto ... Questo fauo dimostra all'evidenza povertà di idee, di cultura e d i carattere nella massa dei Quadri".

Le cause di ciò non vanno a parere del Bastico attribuite nè agli uomini nè ai tempi, bensl "a certo errore di metodo, dovuto forse, più che ad altro, a scarsezza di mezzi". I lodevoli sforzi per una maggiore diffusione del pensiero militare ufficiale erano infatti individuali e non coordinati; la Scuola di Guerra, a sua volta, rimaneva "semplice centro di studi"_ Si sarebbe invece dovuto seguire un sistema analogo a quello del Grande Stato Maggiore tedesco che, moltiplicando la diffusione della stampa militare ufficiale o semiufficiale e favorendo "in alto e in basso" lo studio dei problemi m ilitari, era riuscito a "rendere quasi familiare" quella dottrina militare che un giorno l'esercito avrebbe dovuto applicare. La conclu-


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sione del Bastico è chiara e conseguente: "in realtà, assai p iù della proclamata mancanza di una nostra dottrina militare, faceva a noi difetto la disciplina de.Ile intelligenze e degli animi: proprio quella disciplina alla quale più volte faceva appello la nostra regolamentazione".

Il problema della formazione dei Quadri quale emerge dal dibattito sulla "Preparazione". Dalle varie posizioni prima espresse si può dedurre che appare indiscutibile la bontà della regolamentazione in vigore alla vigilia del conflitto, finora non presa in esame dagli studiosi del periodo (se si eccettuano naturalmente lo Stefani e il Bastico), per la quale non può valere l'avventato quanto superficiale giudizio di un incerto competente in materia quale Giuseppe Prezzolini, che tra l'altro si riferisce principalmente alla regolamentazione uscita dopo il 1914. Rimane tuttavia da stabilire il suo livello di effettiva assimilazione e diffusione, problema che solo in minima parte dipende dalla bontà del messaggio, e che in senso stretto - notiamo - non attiene solo alla cultura, ma altresì all'istruzione militare: due concetti diversi pur se strettamente collegati e interdipendenti, in quanto - giova precisarlo - secondo I' Enciclopedia Italiana per istruzione si intende "tanto il processo di comunicazione delle conoscenze quanto il risultato di esse (il sapere conquistato del soggetto). Se si confronta il concetto con quello di cultura, si può dire che nel primo ha maggiore rilievo il contenuto intellettuale (conoscenza), mentre nel secondo si comprende anche quell'in sieme di abilità onde l'uomo acquista più piena conoscenza di sè; più largo dominio su sè stesso e sulle cose. Ma, in realtà, non c'è vera istruzione che non sia anche cultura ... ". 128

Sotto questo profilo, di elevato interesse ci appare il dibattito che si è svolto in merito sulle colonne della Preparazione, illuminante proprio per meglio individuare come il messaggio culturale raggiungeva i Quadri. la loro formazione nelle scuole e il loro reale interesse per la cultura militare nell'accezione più ampia del termine.

128

Enciclopedia Italiana, vol. XIX.


198

Ferruccio Botti

Circa gli indirizzi da seguire negli studi militari, sul numero dell' 11-12 gennaio 19 I O, in un articolo non firmato (quindi - è lecito supporlo - quanto meno condiviso dal direttore colonnello Enrico Barone) si plaude all'abolizione dell'esame di matematica per l'ammissione alla Scuola di Guerra, provvedimento che facilita l'afflusso degli ufficiali delle armi "Non dotte" (fanteria e cavalleria), fino a quel momento assai scarso. Occorre inoltre - prosegue l'articolo - dare agli studi militari un indirizzo più concreto e più aderente alle specifiche esigenze nazionali, con particolare riguardo alle due ipotesi di attacco (molto diverse da Occidente e da Oriente) ed ai conseguen ti problemi di correlazione terrestre-marittima. Maggiore impulso deve essere dato anche alla geografia militare, privilegiandola rispetto a quella meramente scientifica: "se la storia e la geografia militare si fossero sempre stud iate non già con troppe astrazioni, ma tenendo sempre d i mira, con intento pratico, che scopo degli studi dev'essere quello di porsi in grado di fare la guerra nel miglior modo per l'Italia e non pel Giappone, non vedremmo oggi tante incertezze e tante lacune anche nella mente dei più colti e studiosi ufficiali nostri".

Sul problem a della cultura degli ufficiali, e in particolare del!' organizzazione e dei contenuti dell'insegnamento nelle scuole, interviene anche l' autorevole voce del maggior generale Eugenio Rocchi (poi Ispettore dell'Arma del Genio), che in un articolo del 13-14 gennaio 1910 sostiene che l'insegnamento nelle scuole richiede attitudini speciali, senza le quali il conferimento delle cattedre per concorso proposto da taluni non appare sufficiente. Coloro che posseggono tali attitudini, dovrebbero essere impiegati a tempo indeterminato nell'incarico. Circa i programmi, secondo il Rocchi la scu ola può fornire un primo indirizzo alla cultura, ma non potrà mai produrre ufficiali colti. Se si vuole seriamente la cultura, occorre renderla "necessaria e ambita" nel prosieguo della carriera. Infatti può accadere che una volta superate le scuole e conseguito l'obiettivo che queste gli assicurano, l' ufficiale non curi più lo studio. Occorre reagire contro la sempre crescente tendenza ai corsi, agli studi e agli esami. Quindi "soltanto scuole d i reclutamento e professionali, o così dette, d i applicazione per le singole armi, ed una sola scuola superiore, la quale valga ad indirizzare ufficiali, intellettualmente ben dotati, a llo studio dello scibile militare ... perchè in mezzo alle noie e alle preoccupazioni del servizio sia mantenuto e stimolato negli ufficiali l'amore allo studio, occorre che studio e cultura


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siano apprezzati e non soltanto a parole, ciò è a dire occorre che siano premiati. Qui sta la chiave per elevare il livello intellettuale dell'esercito; apprezzare la cultura coi fatti, ossia tenerla in alta considerazione nello svolgimento della carriera, oltre a rimeritarne il progredire, passo a passo, negli ufficiali, con premi adeguati ... si tracci un avvenire soddisfacente all'ufficiale che dia prova di sapere conservare e accrescere, con ogni mezzo, la cultura propria".

Sul numero del 4-5 febbraio 1913, un articolo lamenta che nelle conferenze reggimentali e presidiarie i conferenzieri siano quasi sempre subalterni; lo stesso avviene per gli autori di libri e di articoli. La ragione di ciò, secondo l'articolista, sta nelle pastoie della vita burocratica, che crescono proporzionalmente con il grado. Non è così invece in Francia, in Germania e in Austria, dove un'eletta schiera di ufficiali superiori e generali si preoccupa di diffondere la cultura militare, dando origine a una ricca e fiorente letteratura specializzata. Secondo "Timone" (numero del 6-7 febbraio 1913) è vero che c'è molto lavoro burocratico, però già sarebbe qualcosa se ogni colonnello comandante incominciasse con l'abolire l'eccesso di burocrazia che egli stesso crea e tollera. :t.a riluttanza per articoli e conferenze, in definitiva, è piuttosto dovuta a "una mentalità fiscale che si è creata, e che fa considerare ogni scritto o conferenza una prova d'esame, sì che coi tempi che corrono per l'avanzamento ciscuno se può vi rinuncia ...".

Interviene, a questo punto "un comandante di reggimento", il quale contesta l'affermazione che gli ufficiali superiori che si occupano di pubblicistica siano meno di quelli inferiori. In quanto al paragone con Francia e Germania, in quest'ultimo paese tutti "restano a bocca aperta" di fronte alle affermazioni dell'ufficiale, che pertanto è incoraggiato a scrivere. I libri di letteratura militare francese si leggono in tutto il mondo, e quindi gli editori francesi li pubblicano volentieri. Molto diversa è la situazione in Italia, ove uno scrittore militare può pubblicare qualche cosa soltanto quando sia disposto a rimetterci qualche centinaio di lire, o quando abbia un nome già illustre. Non è vero che il colonnello è soffocato dal lavoro burocratico (gli basta un'ora al giorno): "se qualche cosa fa perdere tempo, e più che perdere tempo materialmente, fa perdere la voglia di occuparsi di studio a un comandante di reggimento, non è il lavoro burocratico, ma il sistema ancora in uso (per colpa non dei


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Ferruccio Botti

superiori comandi, ma di viete tradizioni, rispettate appunto per p iù generazioni d i comandanti di corpo), sistema che fa accentrare tutto al comando; che lascia tutti gli altri passivi esecutori, più o meno volonterosi, di ordini...".

Chiude il dibattito un corsivo redazionale (attribuibile al direttore Barone) piuttosto polemico, il quale rileva una contraddizione tra negare un eccesso di lavoro burocratico e non trarne come conseguenza lo scarso impegno e interesse di coloro che dovrebbero controllare e pruomuovere l'attività culturale degli ufficiali, e quando ciò non avviene, è perchè non sempre i controllori stessi posseggono in elevata misura la cultura e la capacità necessarie. Giova rilevare a questo punto, anche al fine di un giudizio più equilibrato, che problemi del genere non sussistevano solo nell'Esercito e solo in Italia. Ad esempio, nel libro di Churchill "The World crisis" , il grande uomo politico britannico dedica largo spazio alla descrizione dei suoi non facili sforzi - dopo la nomina a Primo Lord dell' Ammiragliato - per formare uno Stato Maggiore della Marina in senso moderno, in quanto "la grande massa degli ufficiali vi era ostile perchè riteneva di poterne fare a meno come ne aveva fatto a meno fino allora, e anche p erchè di ffidava degli intellettuali e affermava che le doti m arinaresche erano quelle che dovevano primeggiare su tutte le altre... Quando arrivai ali' Ammiragliato potei constatare come in tutta la carriera dei nostri ufficiali non vi fosse mai neanche un momento nel quale essi fossero obbligati a leggere un sol libro intorno alla guerra sul mare nè a subire l'esame più elementare di storia navale . La Marina reale non aveva apportato nessun contributo alla letteratura mariltima: l'opera più classica sul potere maritt imo era stata scritta da un ammiraglio americano e le migliori descrizioni delle nostre battaglie sul mare, come le migliori elucubrazioni sulle nostre questioni strategiche, erano dovute alla firma di un borghese (Sir Julian Corbett). L"'arma silenziosa" rimaneva muta non già perchè fosse assorbita nella meditazione e nello studio, ma soltanto perchè oppressa da lla routine del suo servizio giornaliero e da quella tecnica, sempre p iù mutevole e sempre più delicata'' 129

Infine, al ventaglio di contributi e opinioni vanno aggiunte opere autobiografiche come quelle de i generali Eugenio De Rossi ed Emilio De Bono, 130 che pur con tutti i limiti di prospettiva delle

129 Cfr. W. CHURCHILL, Crisi mondiale e grande guerra (The World crisis), voi. I (1911-1914), Il saggiatore, Mìlano, 1968, p. 80. 13 Cfr. E. oe. Rossr, La vita di un uffìciale italiano prima della guerra, Mondadori, Milano, 1927 e E. DE BONO, Nell'esercito nostro prima della guerra, Mondadori, Milano, 1937.

°


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autobiografie - specie se riferite ad esperienze scolastiche o reggimentali nei gradi inferiori - forniscono un quadro assai interessante, ancorchè episodico, sia delle lacune del sistema scolastico e addestrativo del tempo (che del resto erano state oggetto di indagine approfondita da parte della Commissione d'Inchiesta dell'Esercito) sia dal modo con cui veniva recepita la cultura militare presso i r eparti. La stampa militare e le riviste militari

Nonostante una certa difficoltà nella diffusione della cultura militare tra la massa dei Quadri che la pur sommaria analisi prima condotta sembra fra emergere (difficoltà peraltro non proprie solo del periodo e solo dell'Italia), quale è stato il livello quantitivo e qualitativo effettivamente raggiunto dalla pubblicistica militare? Dal punto di vista quantitativo, una risposta esauriente ci viene fornita da Giovanni Ragionieri nel libro "Produzione e consumo della letteratura italiana" 131 . Secondo l'indagine statistica condotta dal Ragionieri, la produzioni di libri militari nel periodo oscilla da un minimo di 71 titoli su 5537 (1,3%) nel 1905 a un massimo di 194 su 11.120 nel 1914 (1,7%), a fronte del valore percentuale più alto (anche in rapporto al primo dopoguerra) raggiunto nel 1898 (2.5%). Questi dati vanno interpretati in sen,so relativo e non in senso assoluto, oltre che integrati con quelli relativi a numero e tiratura delle riviste specializzate, sulle quali mancano studi specifici, e che tuttavia sono da ritenersi in numero considerevole. Fra di esse, vanno ricordate, con le tre principali (Rivista Militare, Rivista di Artiglieria e Genio, Rivista Marittima), anche quelle di Cavalleria e dell'Arma del Genio, oltre a un valido nerbo di riviste o giornali privati: Esercito Italiano; La Preparazione; La Fanteria (fino al 1908) e La Nuova Rivista di Fanteria (1908-1914); i numerosi periodici, di vita breve, fondati in tempi successivi dal "modernista" Fabio Ranzi (tra i quali il Pensiero militare, che sembra abbia conosciuto periodi di larga diffusione e, ultimo, La gente latina). Non basta: come testimonia lo Sticca, già a quei tempi

13 1 E. RAGIONIERI, Letteratura Italiana - Produzione e consumo, Einaudi, Tor ino, 1983, pp. 687-772.


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Ferruccio Botti

"la pluralità degli scrittori italiani contemporanei si è fatta persuasa che le questioni essenziali attinenti all'esercito debbano essere dibattute - oltre che nella ristretta cerchia dei periodici militari - sulla pubblica stampa. Mentre giova ad illuminare la gente profana, ad invogliare le classi colte, e specie gli uomini politici ad interessarsi dei problemi che tanto aggravio portano allo Stato ed ai privati, ciò vale altresì a mettere in luce la mentalità di chi è preposto ai destini della patria, a documentarne tangibilmente l'altezza d' ingegno, l'attitudine ragionativa, la capacità organizzatrice, lo studio indefesso, sui quali unicamente riposa il diritto al comando... Ed oggi si veggono spesso figurare nelle primarie Rassegne i nomi del Perrucchetti, dell'Orero, del Goiran, del Mainoni, del Bompiani, del Marazzi, del Barone, del Carpi e di altri, le cui critiche vengono lette con avidità reverenziale'' (e, a questo punto, lo Sticca aggiunge molti altri nomi minori). 132

Infine, non appare senza significato il fatto (di per sè tale da dare corpo ad un qualificato pensiero militare anche ai vertici istituzionali del Regno) che, nonostante il perdurante e tradizionale disinteresse cli molti esponenti politici per le questioni militari, facevano parte del Parlamento vari generali ed ammiragli. 133 Sempre in merito alla diffusione "esterna" del pensiero militare e al suo rapporto con la cultura in genere, possediamo due testimonianze dell'epoca, preziose e qualificate quanto convergenti. La prima è quella del citato maggior generale Ermanno Rocchi (scrittore e pubblicista di vaglia, assiduo collaboratore delle riviste militari specie in merito ai problemi di fortificazione e di impiego dell'Arma del genio), il quale nella prefazione al libro dello Sticca, prevede che l'opera avrà due effetti: i l primo è quello di riunire e portare alla conoscenza di tutti il vasto patrimonio della letteratura militare italiana, in quanto "tutto ciò, se non era del tutto ignoto, non poteva dirsi molto conosciuto, perchè presso di noi, per un complesso di ragioni che non è difficile intravedere, i buoni scrittori militari, quali pur possediamo, rimangono un pò all'infuori della coltura generale, pur avendo, secondo quanto si ebbe già in precedenza a rilevare, guadagnato il diritto di entrarvi e di occupan1 i un posto non secondario". '

Il secondo effetto, sempre secondo lo Sticca, è di "sanzionare il principio che la letteratura milita1·e deve essere prodotta da

132

G. STICCA, Op. cit., pp. 322-324. Cfr. in merito V. GALLINARI, / militari nel Parlamento Italiano, Rivista Militare n. 2/1977. 133


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chi ha esperienza e dottrina delle cose che tratta e ribadire il già accennato connubio della coltura letteraria colla capacità militare" 134

L'altra testimonianza è dovuta ad uno scritto sull'autorevole rivista Nuova Antologia del 16 settembre 1911 (che, per inciso, nel periodo da l 1900 al 1914 ospita a bbastanza spesso anche qualificati saggi su problemi militari, sia di esponenti dell'Esercito che del1'Armata navale). Nella rubrica "Tra libri e riviste", "Nemi" elogia il contenuto di pensiero della Rivista Militare, e osserva che "disgraziatamente - per il gran pubblico che dovrebbe interessarsi maggiormente della vita intellettuale che si agita e svolge nell'esercito - le riviste militari non escono dal loro ambito, sia perchè quando si trovano nelle biblioteche o nelle sale di lettura non si esaminano e non si leggono, sia perchè si ha il dubbio di non riscontrarvi altro che un arido materiale tecnico e scientifico per i più pesante e incomprensibile. Il che effettivamente poi non è, giacchè mai come ora si è avuto - anche nelle riviste tecniche - una fioritura così ricca, e, diciamolo pure, anche buona di scritti d' indole generale e storico - letteraria tale da interessare qualunque ceto di persone e qualsiasi buon cittadino".

"Nemi" quindi auspica che il Ministro della Guerra disponga la diffusione della rivista nelle Biblioteche Universitarie e negli a ltri istituti di educazione, con la collaborazione del Ministro dell'Istruzione, e che comunque - purchè il bilancio lo consenta - essa sia diffusa il più possibile. Divergente almeno in parte, r ispetto ai precedenti il giudizio di un altro protagonista dell'epoca, il generale Fortunato Marazzi. Secondo il Marazzi, (che peraltro - va sottolinenato - si riferisce alla situazione all'inizio del secolo), non esiste una stampa militare sorretta da grandi mezzi, bensì ne esiste una "senza impulso sicuro", con giornali a piccola tiratura ed a limitata diffusione: "non è però da credersi che gli scrittori di cose militari, o che all'Esercito hanno attinenza, siano pochi; essi sono in numero considerevole; ma perchè scrivere sopra effemeridi a scarso pubblico e perchè firmare sopra giornali, che alle volte possono compromettere?... Esistono anche speciali Riviste militari: anzi ne abbiamo molte, ma trascinano vita stentata. Esse trattano argomenti troppo tecnici, troppo aridi per il grande pubblico..." 135

134

135

G. F.

ST1CCA,

Op. cit., p. 11 -12. L'Esercito.... (Op. cit.), p. 330.

MARAZZI,


204

Ferruccio Bolli

Per ovviare a questi inconvenienti, il Marazzi propone un a rivista unica per le due Forze Armate, con direzione mista e larga disponibilità di fondi per ricompensare gli articoli, che dovrebbero essere o a soggetto libero o a tema . La direzione della r ivista dovrebbe conoscere il nome degli autori solo dopo avere deciso la pubblicazione degli scritti, e averne fissato la ricompensa. In tal modo, sarebbe istituita una vera e propria Scuola di Guerra a domicilio degli ufficiali, si diffonderebbe anche nell'ambiente civile la conoscenza delle cose militari, e si potrebbero correggere "in modo autorevole e rapido" i molti errori che compaiono sulla stampa civile in merito alle cose m ilitari, perchè "sono questi dati e queste cifre che, non contraddette, passano poi a poco a poco nella convinzione popolare, e formano la b ase dei discorsi e delle convinzioni di rispettabili uomini politici". 136

Un giudizio riassuntivo Sulla base della. precedente analisi e delle più volte citate ed esaminate opere dello Sticca, del De. Chaurand, del Perrucchetti, del Balzarini, dello stesso Marazzi e di tanti a ltri, è lecito esprimere un giudizio ampiamen te positivo non solo sulla regolamentazione in vigore alla vigilia del conflitto, ma anche sul contenuto di tutta la pubblicistica militare a monte di questa (il rapporto di interdipendenza non ha bisogno di sottolineature). Ingiustificata appare, in particolare, la taccia d i conform is mo e di eccessivo tecnicismo. Uno sguardo sia agli scritti su periodici civili - e segnatamente a Nuova Antologia e La Preparazione - sia a quelli delle r iviste militari è sufficiente per constatare oltre che il pregevole contenuto degli scritti stessi (in nessun modo di livello inferiore a quelli comparsi sulle più qualificate r iviste straniere), anche - considerati i tempi - la r elativa libertà di diba ttito e di confro nto critico, alle quali non facevano ostacolo le norme (evidentemente applicate con intelligenza, elasticità e lungimiranza) dell'allora vigente regolamento di d isciplina, e le preoccupazioni di tutela del segreto al tempo pur così severe.

136

Ibidem, p. 331.


\ ...... \ _ _ __ N _o_r_e_s_u_ l p_e_n_s_ie_ro_m_il_i1_a11_e_1_· ca_1z_·a_n_o_d_ a_fì_m_e_s_e_co_Io_x_1x _e_cc_._ _ _ __2_ os

Non è raro trovare giovani subalterni e ufficiali inferiori, molti dei quali portavano nomi destinati a diventare famosi nella storia di mezzo secolo (il Croceo, il Douhet, il Maravigna, il Bencivenga, il Bemotti, il Cisotti, il Rolu ti, il Campolieti, il Guerrini, lo stesso Badoglio ...) che non si limitano ad intervenire sulle riviste m ilitari con saggi ancor oggi esemplari per chiarezza di concetti, proprietà di espressione e ricchezza di documentazione, ma anche scrivono libri e soprattutto tengono conferenze e partecipano a convegni, ovunque tenendo a lto prestigio intellettua le dell' istituzione m ilitar e; e nemmeno è raro vederli dibattere liberamente problemi con ufficiali di grado assai più elevato, senza che ciò desti veruna meraglia. Se inseriti nel predetto contesto generale, i giudizi a vario titolo e in diversa misura non favorevoli d ianzi citati appaiono scarsamente obiettivi e troppo assolustici, prendendo a misura l'ideale astratto e non il possibile, specie relativamente ai contenuti della stampa militare e alla libertà di dibattito. Sono esistiti, d'altro canto, sensibili limiti nella diffusione interna ed esterna del p ensiero militare e - di conseguenza - ncll' assimilazione piena e corretta della stessa regolamentazione da parte della massa dei Quadri, ciò che certamente non ha mancato di far sentire la sua negativa influenza anche sulla condotta delle operazioni belliche. Ma le loro cause vanno ricercate in una serie di fattori concomitanti, che non rientra nelle modeste e circoscritte finalità del presente scritto ricercare; le principali riviste mi litari, sembrano fare il possibile per stimolare la partecipazione - indicendo - come suggerito dal Rocchi - frequenti concorsi a premio sugli a rgomenti più qualificati. Va però considerato, che i predetti limiti attengono a cause stor iche estremamente radicate nella realtà nazionale e quindi nella stessa istituzione militare, tali da far ancora sentire la loro persistente influe nza non solo nel periodo tra le due guerre, ma persino oggidì. Nei riguardi dell'effe ttiva ricezione del m essaggio militare all'esterno, basti ricordare che anche nel 1933 l'allora tenente colonnello Giacomo Carboni lamentava ancora che, diversamente dall'estero "i proble mi militari sulla stampa quotidiana italiana vengono agitati - con fatica - da qualche ufficiale; i civili non se ne occupano; i pochissimi che scrivono di cose militari sono quasi tutti, salvo onorevolissime eccézioni, troppo incom petent i, o troppo ufficiosi, sicchè sarebbe più utile che s i occu-


Fem,ccio Botti

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passero di altro. Rimangono le riviste: ma esse non sono molto lette, tanto è vero che conducono vita stentata; ed anche le riviste, se si esclude quelle

tecniche, ospitano raramente articoli, o studi di argomento militare; quando li ospitano, tali articoli hanno poca eco". 137

Nemmeno all'inizio della seconda guerra mondiale la situazione appare molto migliorata, secondo eloquenti cifre ufficiali. Infatti, da una pubblicazione statistica dell'EIAR datata 7 settembre 1940, edita in sole trecento copie ed esposta alla Mostra Nazionale della radio (Torino, fine 1984), si deduce che su 1.194.849 abbondonati alla radio stessa, solo 15.679 dichiaravano la propria preferenza per la cultura militare (circa il 6%). Anche il numero di pubblicazioni militari del periodo, alla luce del contesto generale e al raffronto con altri periodi anche a noi più vicini, è da ritenersi complessivamente apprezzabile pur se non elevato, e va inquadrato nella stessa situazione culturale generale, che specie allora corrispondeva a una cultura tipicamente di èlite. Così come, gli influssi stranieri appaiono inevitabili, a fronte del maggiore progresso delle ·tecnologie di interesse militare all'estero, oltre che della frequente e talvolta eccessiva e ingiustificata dipendenza dalla nostra cultura in senso lato - in ogni sua espressione da influssi stranieri, e particolarmente francesi (questi ultimi appaiono maggiormente presenti, nonostante tutto, "nella pelle", nel costume quotidiano, forse per talune affinità di carattere e di condizioni politico-sociali con la grande sorella latina). Riguar do alle difficoltà per raggiungere una soddisfacente, capillare diffusione interna della cultura militare (quale il suo livello avrebbe meritato), se gli sforzi in questo settore degli organi centrali e di un pur sempre ridotto manipolo di studiosi non sempre hanno incontrato successo, ciò appare dovuto alla stessa struttura dell'Esercito e alle caratteristiche della formazione dei Quadri, tra i quali erano individuabili tre livelli ben distinti, anzi talvolta eccessivamente distinti: alla base, le più numerose Armi "non dotte", (fanteria e cavalleria), che tradizionalmente (fenomeno non solo italiano) erano portate a non tenere in gran conto quella cultura militare e quella conoscenza della dottrina, che per la verità a quel

137

G.

CARBONI,

Sotto il segno di Marte, Lattes, Torino, 1933, p.114.


Note sul pensiero militare italiano da fìne secolo XIX ecc.

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\ tempo non avevano molte occasioni di applicare - constatandone l' ~tilità - nella realtà quotidia na. Più sopra, le "Armi dotte" (artiglieria e genio) composte di ufficiali con formazione tecnica di livello elevato e forse al di sopra di quanto effettivamente richiesto; al sommo della piramide, gli ufficiali di Stato Maggiore, particolarmente scelti e sottoposti a un severo corso di studi, che avevano infiniti e ben più favorevoli motivi e motivazioni per perfezionare la loro cultura. Non può, dunque, destare alcuna meraviglia la constatazione che la maggior parte delle opere e dei contributi, sulle riviste militari e non, sia dovuta ad ufficiali di artiglieria e genio oppure a ufficiali di Stato Maggiore; anzi, meraviglia dovrebbe destare il contrario, se cioè - posto che esisteva una ben definita èlite - questa avesse abdicato al suo elementare dovere, prima ancor che diritto, di indirizzo e guida culturale e dottrinale della restante parte della compagine militare. Certamente - come osserva il Bastico - si sarebbe dovuto imitare lo Stato Maggiore germanico nelle sue iniziative per la diffusione della cultura militare; ma appare lecito domandarsi fino a che punto ciò era concretamente possibile nella specifica realtà politico-socia le italiana del tempo. Così come quando il Bastico registra la difficoltà con la quale l'Esercito veniva assimilando i nuovi principi di iniziativa, i quali - per produrre effetti benefici e non dannosi per la coesione - richiedevano anche al livello di truppa doti elevate di carattere fisico, morale ed intellettuale, si deve tenere conto che, m entre un trafiletto sulla Rivista Militare del 1909 138 comunica che l'analfabetismo era pressochè scomparso nell'esercito tedesco (solo 58 analfabeti nella classe del 1908, contro 200 nel 1897 e 125 nel 1887!), ben altra, e ben nota, era la situazione nell'Esercito italiano, nonostante le tante buone qualità del nostro soldato; e ciò non poteva non avere la sua influenza sul quotidiano approccio alla dottrina ufficiale. Anche questo fatto solo apparentemente marginale riteniamo abbia la sua importanza, nella determinazione di ciò che era effettivamente possibile realizzare, partendo da norme regolamentari che si improntavano all'optimum, anche dal punto di vista delle di-

138

Cfr. RivisLa Militare, voi. IV, 1909, Disp. XI, p. 1864.


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J

Ferruccio Botti

i

sponibilità di Quadri addestrati e di moderne armi di reparto, oltre che della possibilità di raggiungere un elevato livello addestrativ;o: tutti settori nei quali, a giudizio dello stesso Cadorna, lo strumento era carente. In conclusione, si può affermare che nel periodo, e tenuto conto di remore di vario ordine difficilmente eliminabili, pubblicistica e cultura militare hanno raggiunto il m assimo livello quantitativo e qualitativo possibile, e hanno comunque pienamente svolto la loro funzione di humus e di stimolo per una regolamentazione nel complesso assai più equilibrata di quelle - a vario titolo sbilanciate francesi e tedesche. Non è, dunque, in questa direzione che vanno ricercate le vere ragioni di talune deficienze nell'addestramento di Quadri e truppe e nella condotta generale del combattimento, deficienze che peraltro furono assai più macroscopiche presso Eserciti - come quello francese - di grandi tradizioni intellettuali (non di rado guardate come modello da nostri studiosi militari). Eserciti che di fronte ai nuovi imperativi dei tempi non trovarono nulla di meglio che "L'attacco a testa bassa;', confermando così il giudizio di Von Schlieffen nel 1909, quando era già diffusa la consapevolezza del futuro scontro: "la tecnica delle armi celebra i suoi più straordinari trionfi, ma ciò che la Francia e la Germania, come pure tutte le altre potenze, avrebbero desiderato: una probabilità maggiore di vittoria nella lotta, una superiorità sul nemico, questo la tecnica non ha mai dato". 139

139

Generale Von Schlieffen, Art. cit.


\

\ ORESTE BOVIO

LE FERROVIE ITALIANE NELLA PRIMA GUERRA MONDIALE C*) PREMESSA

Nella seconda metà del secolo diciannovesimo l'impiego del mezzo ferroviario in campo militare si affermò decisamente anche in Italia, ancora divisa in sette Stati. Nel 1860 sul Politecnico Carlo Cattaneo scriveva: "Armi e ferrovie! Queste sono le due parti della difesa nazionale, l'una delle quali rende necessar ia l'altra"! Qualche anno p rima uno scrittore piemontese aveva pubblicato un ponderoso volum.e 1 per patrocinare una rete ferroviaria italiana, da effettuarsi senza alcuna lesione dell'indipendenza de' variì Stati della Penisola, rete ferroviaria che però avrebbe avuto lo scopo di provocare la completa fusione di tutti gli Italiani in una comunanza di idee, di tendenze, di costumi, di interessi. Secondo il nostro autore la gran rete di strade ferrate avrebbe dovuto svilupparsi nell'Italia settentrionale con due linee principali l'una, partendo dalla Dora Riparia, verrebbe a Torino, Asti ed Alessandria, dove da una parte andrebbe, per Navi e il colle dei Giovi superato, al grande emporio di Genova, solo scalo naturale dell'alta Italia; dall'altra parte andrebbe al Lago Maggiore, cui verrebbero a sboccare le linee svizzere; - continuerebbe poi la gran linea suddetta, dopo quell'incrocicchiamento centrale di Alessandria, per Piacenza, Parma, Modena, Bologna e la restante Emilia, dove andrebbe a far capo allo scalo d'Ancona, da cui all'Oriente. L'altra linea, partendo dal lago dì Como, dove sboccherebbero

<·> R ielaborazione di una relazione presentata al colloquio internazionale "La logistique des armées au combat pendant la prèmière guerre mondiale" tenutosi a Verdun nel giugno 1980. 1 C.;RLO ILARIONE PEnrrr di Roreto, Delle strade ferrate italiane e del loro migliore ordinamento, Torino 1845.


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pure le linee svizzere, verrebbe a Milano, e pel Regno Lombardo-Veneto andrebbe a Venezia; abbreviata anche la via da ques ta all'altro estremo punto del lago di Como che mette alla Valtellina, mercè d'una derivazione da Chiari per Trento a Lecco ed oltre, onde scansare il giro per Mi/ano a coloro che ivi non fossero rivolti. Coteste due grandi arterie italiane potrebbero trasversalmente congiungersi da Torino a Milano; - da Genova a Milano pel punto di Vigevano od oltre; - da Milano a Piacenza per Lodi e Casalmaggiore; da Bologna a Padova per Ferrara e Rovigo; - finalmente dall'estremità della via Ferdinandea potrebbe essa stessa congiungersi a quella austriaca che viene a Trieste. Sarebbe così la gran rete italiana fino a que' punti di Genova, Ancona, Venezia e Trieste compiuta. Malgrado la prudenza dello scritto, tutto incentrato sui benefici di carattere commerciale che sarebbero derivati dalla realizzazione di una simile rete, i vari governi compresero subito l'implicazione militare della questione e ogni Stato provvedette alle proprie linee ferroviarie con intenti militari. Nel Regno Lombar do-Veneto la prima linea ferroviaria di qualche importanza fu la Verona-Mantova, in quello delle Due Sicilie la Napoli-Caserta-Capua con diramazione da Cancello per Nola, in quello di Sardegna la Torino-Alessandria-Genova, tutte linee che collegavano tra di loro le maggiori fortezze oppure che perm ettevano di far affluire rapidamente truppe e cavalli nelle capitali. Già impiegate, sia pure m olto limitatamente, nella campagna del 1849, le ferrovie ebbero la consacrazione ufficiale di nuovo mezzo strategico nella campagna del 1859. All' epoca la rete ferroviaria sarda, era strutturata su due tronchi fondamentali: Susa-Torino-Santhià-Vercelli-Novara-Boffalora e Torino-Alessandria-Genova, da cui si dipartivano tronchi secondari per Ivrea, Biella, Arona a nord, per Cuneo a sud e per Stradella ad est. Una bretella trasversale inoltre collegava Alessandria con Valenza e Casale a Vercelli ed a Novara. Da parte austriaca esisteva la linea Boffalora-Magenta-MilanoBergamo-Cremona-Verona-Mestre-Trieste con diramazioni da Milano per Como e da Verona per Mantova. All'inizio delle ostilità le ferrovie sarde ebbero il compito di provvedere al trasporto verso il confine orientale delle truppe fran cesi accorse in aiuto.


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Il Corpo di Spedizione giunse in Italia per due vie: parte valicò le Alpi al Moncenisio ed a Susa si imbarcò sui treni per scendere verso la pianura, parte sbarcò a Genova e quindi fu avviata per ferrovia verso i concentramenti di Alessandria e di Casale. Anche dall'altro lato del confine la ferrovia fu molto utilizzata per concentrare rapidamente truppe di stanza anche in lontane regioni. Il 29 aprile 1859 iniziarono le ostilità e i primi distaccamenti austriaci passarono il Ticino presso Pavia, occupando senza grosse difficoltà Novara, Vercelli e Biella, mentre i soldati piemontesi ripiegavano su Torino, interrompendo il ponte ferroviario sulla Dora. Meno facile fu, invece, la penetrazione austriaca verso Alessandria e Casale. Per raggiungere le due località era necessario attraversare il Po a Valenza, utilizzando i ponti stradale e ferroviario, difesi strenuamente dai Piemontesi. Il 5 maggio le artiglierie si impegnarono in un lungo duello alle due testate del ponte della ferrovia; fra il 7 e 1'8 maggio esso venne reso intransitabile, sia dal lato Novara (vennero fatte saltare due arcate), sia dal lato Alessandria (una compagnia del Genio fece saltare 400 metri della sede ferroviaria). Egualmente poco fortunato fu il tentativo di penetrazione verso l'Oltrepò, gli Austriaci vennero, infatti, ricacciati in Lombardia dopo il combattimento di Montebello. Qui la ferrovia giungeva proprio a ridosso del campo di battaglia ed i treni provenienti da Voghera trasportavano truppe fresche e rifornimenti, mentre nel viaggio di ritorno sgomberavano i feriti. Al momento del ripiegamento verso Milano gli Austriaci, consapevoli che la via ferrata dimostratasi un valido sostegno alla loro avanzata allo stesso modo avrebbe ora favorito i movimenti del1' avversario, resero impraticabile la linea Torino-Milano, distruggendo i ponti sul Sesia e sul Ticino. Dopo la battaglia di Magenta, avvenuta in prossimità della ferrovia, ricacciati a est di Milano, interruppero anche i ponti sull'Adda e sul Chiese. Era però indispensabile che la Torino-Milano, la più importante arteria ferroviaria per tutta la durata del conflitto, fosse ripristinata a l più presto. Il transito sul Sesia venne provvisoriamente ripristinato mediante un ponte di barche, il ponte sul Ticino riparato e dal 18 giugno la linea era nuovamente percorribile fino a Milano. Il 3 luglio fu riattivato il ponte sul Chiese e il 28 luglio quello


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sull'Adda, permettendo così la massima mobilità nelle retrovie. Dopo l'armistizio di Villafranca cessarono i combattimenti, ma non il traffico militare ferroviario. Dopo il rimpatrio delle truppe francesi e la smobilitazione di quelle piemontesi, operazioni di non lieve impegno, bisognò provvedere ai trasporti necessari all'impianto ed al rifornimento dei nuovi presidi militari che venivano gradatamente istituiti in tutta la Lombardia. Nel frattempo, ancora prima della pace di Zurigo e molto prima dei Plebisciti, fu terminata la linea di grande importanza strategica che da Alessandria permetteva di raggiungere Bologna. Anche la conquista del Regno delle Due Sicilie da parte dell' esercito meridionale garibaldino fu agevolata dall'uso delle ferrovie. La linea Napoli-Caserta fu, infatti, molto utile per l'afflusso dei rinforzi e per lo sgombero dei feriti durante la decisiva battaglia del Volturno nell'ottobre del 1860, mentre l'assoluta mancanza di strade ferrate in Calabria, impedendo al governo napoletano l'invio tempestivo di rinforzi, aveva facilitato in precedenza a Garibaldi la rapida marcia da Reggio a Napoli. Altri esempi, naturalmente di più vasta portata, possono essere tratti dalla storia di altre Nazioni. Nel luglio 1866, dopo la sconfitta di Sadowa, due corpi d'armata austriaci vennero rapidamente trasferiti dall'Italia a Vienna per opporsi ad una possibile puntata dei Prussiani sulla capitale. Nella guerra franco-prussiana del 1870, infine, in soli diciotto giorni i Prussiani riuscirono ad effettuare le due distinte operazioni di mobilitazione e di radunata per un esercito di 600.000 uomini e di 157 .000 quadrupedi, impiegando 1.500 treni. Nel corso della stessa guerra, poi, entrambi i belligeranti fecero largo uso delle ferrovie per scopi militari, specialmente per trasporti logistici e strategici. Per quanto riguarda teatri d'operazione extra europei, è sufficiente ricordare la guerra civile americana e la guerra 111sso-giapponese che confermarono l'importanza del mezzo ferroviario. Nel 1914, alla vigilia della prima guerra mondiale, tutti gli Stati Maggiori attribuivano perciò alle ferrovie un peso decisivo, soprattutto per l'effettuazione della radunata, cioè per la rapida raccolta delle forze e la costituzione della massa in quella o in quelle zone stabilite dal disegno di manovra del Comandante. Gli Stati Maggiori ritenevano, infatti, che i trasporti logistici e quelli operativi, i trasporti cioè destinati a conservare l'efficienza operativa degli eserciti con i rifornimenti e gli sgomberi e quelli de-


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stinati ad aumentare la potenza in qualche particolare settore, nel corso delle operazioni, sarebbero stati meno impegnativi. L'andamento della guerra smentì nettamente tali previsioni e dimostrò che l'importanza delle ferrovie non si attenuava a radunata compiuta ma, al contrario, si esaltava sempre di più a mano a mano che le operazioni belliche proseguivano e per soddisfare le esigenze logistiche e per consentire le manovre strategiche.

SITUAZIONE DELLE FERROVIE ITALIANE NEL 19 14

Il mezzo ferroviario, insuperabile nel rendimento (potenza e celerità), presentava allora, e presenta anche oggi, una eccezionale rigidità, occorreva quindi prevederne l'impiego con grande anticipo, fin dal tempo di pace, perchè i tempi di costruzione delle ferrovie si misurano in anni. La struttura del sistema ferroviario di una Nazione costituiva ormai una componente fondamentale della sua preparazione alla guerra, ed era perciò oggetto della massima cura da parte degli Stati Maggiori. La Germania, consapevole di quanto le sarebbe stata fatale una guerra sui due fronti, ovest ed est, quando entrò nel conflitto possedeva ben quindici linee ferroviarie indipendenti che univano le due frontiere e che erano in grado di trasportare cinque corpi d'armata al giorno, permettendo la manovra per linee interne. Anche l'Austria-Ungheria aveva preso le sue precauzioni: contava su otto binari indipendenti per trasportare truppe alla frontiera sud-occidentale: due nel Trentino (scali di Trento e cli Tezze), con una potenzialità di circa 60 treni al giorno; sei nella Venezia Giulia (scali di Pontebba, Gorizia e Trieste), con una potenzialità di circa 100 treni al giorno. Di fronte alla favorevole situazione austriaca, l'Italia disponeva nel 1914 di una rete ferroviaria assai deficiente. Due sole importanti linee ferroviarie indipendenti portavano dall'interno del Paese alla frontiera giulia: la Verona-Vicenza-Castelfranco-Treviso-Casarsa-Udine, a doppio binario e con una capacità di 45-50 treni-giorno fino a Casarsa, a binario semplice e con una capacità di 20 treni-giorno oltre tale località; tale linea proseguiva, sempre a binario unico, fino a Cividale del Friuli a cura di una società privata; la Monselice-Padova-Mestre-Portogruaro-Cervignano, a doppio


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binario e con una capacità di 40-50 treni-giorno fino a Mestre, a binario semplice e con una capacità di 20 treni-giorno oltre tale località. Queste due linee erano raccordate nei pressi del confine dalla linea San Giorgio di Nogaro-Udine, linea gestita da una società privata, ad unico binario e di limitata potenzialità per debolezza d'armamento e povertà del materiale rotabile. Da Treviso partiva una terza linea, ad un solo binario, che per Motta di Livenza giungeva fino a San Vito al Tagliamento. Unica linea d'arroccamento, per il celere spostamento di truppa e di materiali dal saliente trentino alla fronte giulia, era la Brescia-Vicenza-Padova-Mestre-Treviso-Casarsa-Udine, in gran parte cioè la stessa linea di penetrazione di maggior rendimento. Se limitata era la potenzialità del trasporto ferroviario verso la frontiera giulia, ancora più deficitaria era quella verso il saliente trentino e verso il Cadore. Nel settore compreso tra il Tona le, l' Adamello e le Giudicarie esisteva solo la linea a binario unico Brescia-Iseo-Edolo, con pendenza fino al 26% e che richiedeva negli ultimi 35 km la doppia trazione; dal Pasubio all'altipiano di Asiago esistevano due linee, la Vicenza-Schio e la Thiene-Rocchette-Asiago, entrambe a binario unico, ed alcuni tronchi tramviari d'importanza locale come quello Vicenza-Recoaro e quello Vicenza-Marostica-Bassano con diramazione per Breganze; per il settore cadorino soltanto la Treviso-Calalzo ed infine, per la Carnia, la linea Stazione per la Carnia-Villa Santina anch'essa, come la precedente, a binario unico. Indubbiamente la poco favorevole situazione del sistema ferroviario era anche dovuta al fatto che mai era stata prevista dallo Stato Maggiore italiano una guerra offensiva contro l'Austria-Ungheria. Nella deprecata evenienza di un attacco austriaco l'esercito italiano avrebbe dovuto schierarsi sul Piave, spingendo nel Friuli, per attuare un'azione ritardatrice, soltanto tre divisioni di fanteria e tre di cavalleria. Solo nel 1912, in seguito alla costruzione di opere di difesa sul Tagliamento, fu disposto che la 2a e la 3a armata, scaricate dai treni sulla linea del Piave, muovessero per via ordinaria fino al Tagliamento. Era inoltre previsto che mobilitazione e radunata avvenissero contemporaneamente: i reggimenti sarebbero partiti dalle sedi di guarnigione con gli effettivi del momento e si sarebbero completati con i richiamati in zona di radunata.


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Il rapido evolvere della situazione politica internazionale nell'estate del 1914 provocò, naturalmente, un'altrettanto rapida evoluzione del pensiero dello Stato Maggiore italiano e l'ipotesi di una guerra offensiva ad est fu considerata molto probabile. Il generale Luigi Cadorna, da poche settimane nuovo Capo di Stato Maggiore, fece approntare un nuovo progetto di mobilitazione e radunata che fu operativo a partire dal 1° marzo 1915. Tale piano prevedeva la mobilitazione dei reggimenti nelle sedi di pace e, successivamente, il trasporto dei reggimenti e delle grandi unità nel rispettivo luogo di radunata, luoghi molto vicini alle zone d'impiego. Entrambe le operazioni, che richiedevano due distinti movimenti ferroviari da compiersi in trentacinque giorni, si sarebbero svolte sotto la protezione di un forte nerbo di truppe di copertura, già dislocate alla frontiera e progressivamente rinforzate. Come si è visto il sistema ferroviario italiano non era molto idoneo a sostenere una guerra offensiva. e tale situazione non era soddisfacente per lo Stato Maggiore italiano, costretto ad eliminare dai propri piani operativi qualsiasi ipotesi di attacco al saliente trentino, attacco che non avrebbe potuto essere preparato ed alimentato in alcun modo. Come autorevolmente testimoniato dal generale Cadorna nel suo volume "La guerra alla fronte italiana", lo Stato Maggiore "ripetutamente ed insistentemente" aveva richiesto al Governo almeno la costruzione della linea Ostiglia-Legnano-Treviso ed il raddoppio della Treviso-Motta di Livenza-San Vito al Tagliamento, richiesta che, qualora soddisfatta, avrebbe aumentato la potenzialità del trasporto ferroviario verso la frontiera giulia di almeno 25 treni-giorno. Motivi economici e motivi politici - l'Italia faceva parte della Triplice Alleanza - non consentirono però al Governo di soddisfare l'esigenza. Questa situazione, di per se stessa poco favorevole, era resa ancora più gravosa da alcuni elementi fondamentali che influenzavano tutta la rete e la rendevano ancora meno idonea allo sforzo che doveva sopportare. Tutta la rete ferroviaria italiana aveva, infatti, una struttura allungata lungo la penisola, con le comunicazioni principali parallele ai litorali tirrenico ed adriatico, scarsamente collegate trasversalmente sia come numero di raccordi sia come potenzialità di essi. La litoranea adriatica era esposta a prevedibili offese nemiche


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dal mare 2 quindi non era pienamente utilizzabile per i trasporti militari che venivano perciò immessi sulla Litoranea tirrenica e Lungo la linea interna Roma-Orte-Firenze-Bologna-Venezia, vera spina dorsale di tutto il sistema. Si tenga presente ancora che Napoli, centro dei trasporti del Sud, da cui proveniva gran parte della forza in uomini, era distante dai piedi dell'Appennino circa 600 km equivalenti a 40 ore di treno militare. L'accesso alla zona di operazione - che si può limitare al territorio posto ad Est dell'Adda ed a Nor d della Via Emilia - non era molto agevole per vari motivi: i notevoli dislivelli dei valichi transappenninici delle linee Spezia-Parma, Firenze-Bologna, Firenze-Faenza, che erano a semplice binario e con pendenza del 25%, limitavano La portata dei treni, rispettivamente, a 250, 420, 250 tonnellate ed imponevano la doppia trazione; l'attraversamento del Po nel suo corso medio e basso poteva essere effettuato solo su sei punti (Piacenza, Cremona, Casalmaggiore, Borgoforte, Ostiglia, Pontelagoscuro) che potevano essere, e furono effettivamente, bersagli degli aerei nemici e dei quali l'unico a doppio binario era quello di Piacenza; la limitata elettrificazione della rete che incideva sia sulla potenzialità delle linee sia sul consumo di combustibile; la presenza di numerosissimi punti deboli, rappresentati da viadotti e ponti e da ben 1.578 gallerie per uno sviluppo di km 680 3 . A parte le tranvie urbane ed extraurbane, la rete ferroviaria italiana si sviluppava su 18.000 km, dei quali 14.000 in esercizio diretto da parte dello Stato. Solo il 21 % delle linee erano a doppio binario. Dal seguente specchietto si può avere un'idea abbastanza chiara della potenzialità complessiva del sistema ferrovi~rio statale, che rappresentava il "grosso" del sistema dei trasporti:

2 Si ricorda che, allo scoppio della guerra, il primo bersaglio colpito dagli Austriaci fu un treno militare, battuto da una torpediniera presso Senigallia e che, ancora nella primavera del 19 17, 50 marinai austriaci riuscirono a sbarcare a Nord di Ancona con il compito di danneggiare le comunicazioni. 3 Le gallerie comportavano una grande perdita di tempo in quanto era necessario interva llare molto il passaggio dei treni per permettere di liberare il tunnel dal fumo.


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fronti di carico, magazzini e tettoie per carri 7 .285 piani car icatori scoperti per uno sviluppo di carri 11.004 binari di carico di stazione per carri 49 .443 binari di deposito in stazione per carri 128.422 binari dì manovra per carri 125.863 aree di deposito merci mq 638.313 aree libere di stazione mq 854.191 Il compartimento di Venezia delle Ferrovie Statali che sostenne il più intenso traffico in quanto divenne il "polmone" dei trasporti ferroviari per tutta la durata della guerra, disponeva complessivamente all'inizio, fra tutte le sue stazioni, di una fronte di piani caricatori per 1.150 carri e di binari dì carico dì stazione per altri 10.500. Il deposito carri aveva una potenzialità di 14.000 unità, comprese le stazioni di Mestre, che pure era stata potenziata di recente, e quella di Venezia Marittima. Migliore la situazione per i mezzi di esercizio. Le ferrovie italiane, infatti, potevano disporre di: 5.000 141

10.000 3.850 102.000 2.300

locomotive a vapore locomotori elettrici carrozze passeggeri bagagliai carri merci (coperti e scoperti) carri materiali per il servizio interno.

L'età media delle carrozze e dei carri coperti era di 15 anni, quella dei carri scoperti di 13 anni. Le scorte di carbone all'inizio del conflitto, consistevano in poco meno di un milione di tonnellate, il che equivaleva al normale consumo di cinque mesi. Il consumo annuale delle ferrovie, comprese quelle private, si aggirava infatti intorno ai 2.500.000 di tonnellate. Il car bone era fornito per il 95% dall'Inghilterra e per il residuo 5% dagli Stati Uniti. All'inizio del 1915 i rifornimenti dagli Stati Uniti, essendo l'Inghilterra coinvolta nella guerra, raggiunsero il 15% del fabbisogno. Il periodo di non belligeranza consentì, comunque, di ovviare a qualcuna delle più grosse deficienze. Fin dalla primavera del 1915 furono avviate alla frontiera numerose unità, per cui nel periodo della mobilitazione ufficiale e della radunata le ferrovie poterono fronteggiare tutte le richieste, allestendo nel complesso circa 7 .000 convogli, oltre un centinaio al giorno in media.


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ÙRGANIZZAZIONE DEL SERVIZIO FERROVIARIO IN GUERRA

La caratteristica fondamentale di questa organizzazione fu quella di lasciare intatta la struttura delle Ferrovie dello Stato (FF.SS.), alla quale vennero affiancati organi militari, che agivano in stretta collaborazione con quelli istituzionali delle ferrovie. La Direzione Trasporti, della quale facevano parte funzionari delle FF.SS., era un organo della Intendenza Generale dell'Esercito ed aveva la direzione di tutti i trasporti sull'intera rete. Essa provvedeva direttamente ai trasporti che si svolgevano sulla rete ferroviaria militare, cioè su quella esistente a Nord della via Emilia ed ad Est dell'Adda, nonchè sulla rete fluviale. Presso la Direzione Generale delle FF.SS., a Roma, vi era una Delegazione della Direzione Trasporti. Nella zona interna, cioè in tutta la rete, esclusa la zona militare succitata, il trasporto era di competenza, come prima, delle FF.SS., ma gli ordini, per i trasporti puramente militari, venivano dati dalla Direzione Trasporti. Il compartimePto di Venezia, opportunamente potenziato in personale e mezzi, rappresentava il centro motore della zona di operazioni e venne attuata una rigorosa centralizzazione delle trasmissioni telefoniche che comanda vano gli inoltri da Verona, da Padova e da Bologna verso Nord. Il normale esercizio era svolto dagli organi ferroviari competenti, salvo nei settori più avanzati e sottoposti al fuoco nemico dove, tuttavia, il personale civile volontario coadiuvò sempre efficacemente il Genio militare. I lavori in zona di guerra, studiati e diretti dall'Ufficio Lavori delle FF.SS. o da società private, venivano effettuati parte dal Genio militare e parte dall'Amministrazione ferroviaria. Gli organi militari che affiancavano quelli ferroviari, oltre alla Direzione Trasporti, erano: la Delegazione Trasporti, già accennata, col compito di rappresentare la Direzione Trasporti presso il Ministero della Guerra e quello della Marina, dando disposizioni per i traspor ti ferroviari interni e per i trasporti marittimi; i Delegati presso le Armate (uno per ogni armata) col compito di ricevere le richieste di trasporti, vagliarle, coordinarle e trasmetterle a lla Direzione Trasporti, concorrendo alla esecuzione


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dei trasporti militari o direttamente o a mezzo dei Comandi Militari di Stazione; le Commissioni Militari di Linea e loro delegazioni, che sorvegliavano l'esecuzione dei trasporti ordinati dalla Direzione Trasporti ed eseguivano quei trasporti militari che avevano origine e fine nella propria giurisdizione; gli ufficiali delegati presso i depositi centrali, per coordinare e disporre i rifornimenti in partenza dal deposito centrale e destinati alle armate; i Comandi Militari di Stazione che dovevano rimediare, d'accordo con i capi stazione, agli inconvenienti che si venivano a verificare e rappresentavano le esigenze dei corpi e servizi del Presidio. Un'organizzazione nel complesso snella e che funzionò egregiamente anche per il grande spirito di sacrificio dimostrato dal personale delle ferrovie sia statali sia in concessione.

ATTIVITA' DELLE FERROVIE DURANTE IL CONFLITTO

Allo scopo di presentare un quadro sintetico ma esauriente del-

1' attività svolta dalle ferrovie italiane durante la prima guerra mondiale, saranno presi in esame - come i più emblematici - i movimenti ferroviari effettuati su tutta la rete nazionale per consentire la mobilitazione e la radunata dell'esercito ed i movimenti effettuati nel compartimento di Venezia - in pratica nella zona di guerra - in occasione di particolari situazioni operative, per il rifornimento munizioni e per lo sgombero dei feriti e degli ammalati, nonchè per il trasporto urgente ed improvviso di alcune divisioni alleate nell'autunno del 1917. I piani dello Stato Maggiore italiano prima del 1914 prevedevano che la radunata dovesse effettuarsi in 21 giorni, ai quali avrebbero dovuto esserne aggiunti altri 8 di preavviso alle ferrovie, necessario all'organizzazione dei trasporti. Fino al 1914, come si è già detto, i piani di guerra italiani avevano un carattere difensivo e si proponevano lo schieramento del grosso dell'Esercito ad ovest del Piave. Le disposizioni vennero poi mutate nel corso del 1914 per mettere in atto uno schieramento il più vicino possibile al confine, con una mobilitazione che avrebbe dovuto precedere la radunata.


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Dal febbraio all' inizio del maggio 1915, approfittando della neutralità, fu inoltre possibile dislocare in zona di operazioni 680.000 uomini e 6.000 quadrupedi con movimenti che si svolsero senza alterare minimamente l'orario ferroviario normale. Tale criterio venne poi rispettato, nelle sue linee generali, anche successivamente, in quanto l'esperienza di questa prima parte della radunata aveva dimostrato che i trasporti militari potevano essere effettuati inserendo nell'orario normale tutti i treni facoltativi possibili, cercando in questo modo di turbare al minimo la vita norma le del Paese. Malgrado fosse stato previsto e stabilito che le ferrovie dovessero trasportare una divisione ogni due giorni con preavviso di 24 ore, si r iuscì, dal maggio al giugno 1915, a trasportarne una al giorno con preavviso di poche ore, grazie ad alcuni lavori di potenziamento delle linee. L'istradamento dei 14 corpi sui quali era costituito l'esercito mobilitato venne effettuato su quattro grandi direttrici ferroviarie e cioè: a) sulla Torino-Milano-Brescia-Verona-Lozzo (corpi d'armata I, III e V); b) sulla Genova-Alessandria-Milano-Brescia-Vicenza-TrevisoGemona (il II e il XII); e) sulla Roma-Genova-Alessandria-Cremona-Treviso-Udine (il X, metà del IX, il TV ed H XIV); d) sulla Catanzaro-Napoli-Orte-Firenze-Bologna-Padova-Portogruaro (l'XI, l'altra metà del IX, l' VIII, il VI, il VII ed il XIII). La linea adriatica fu scartata perchè troppo esposta alle offese nemiche; servì soltanto per il trasporto di quadrupedi e di complementi per tutta la durata del conflitto. Nel complesso, per la mobilitazione vennero richiesti 2.500 treni e per la radunata 4.500, in totale 7 .000 treni effet(uati dal 4 maggio a l 16 giugno, con una durata complessiva quindi di 43 giorni, molto superiore a quella prevista prima del 1914. Le cause di questa m aggiore durata furono il numero del personale e dei quadrupedi trasportati, notevolmente superiore alle previsioni, e la contemporaneità delle operazioni di mobilitazione e di radunata. Per quanto riguarda i trasporti effettuati in occasione di particolari situazioni operative, si forniscono alcuni dati che ne quantificano l'entità e dai quali risulta molto chiaramente che le caratteristiche di guerra d'usura della prima guerra mondiale si configu-


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rarono sempre più nettamente a mano a mano che il conflitto proseguiva. Durante la 2a offensiva dell'Isonzo, le ferrovie del compartimento di Venezia trasportarono, in 45 giorni, 328.500 uomini, 35.200 quadrupedi, 3.460 pezzi d'artiglieria ed autoveicoli, viveri, materiali e munizioni per 48.900 carri merci e sgomberarono 165.450 feriti ed ammalati. Per l'esigenza furono immessi sulla rete 4.186 treni, in media 90 al giorno. Tali cifre, di per se stesse già rispettabili, furono molto aumentate durante l'offensiva austriaca sugli Altipiani nel 1916. Nella circostanza fu effettuato un duplice movimento strategico: dal 17 al 30 maggio e dal 24 maggio al 2 giugno 1916. Il primo movimento servì per rafforzare le truppe impegnate sugli Altipiani e interessò cinque divisioni di fanteria; il secondo servì a costituire la sa armata nella pianura di Vicenza, per fronteggiare un possibile sfondamento del fronte. In 17 giorni vennero trasportati 500.000 uomini, 75.000 quadrupedi, 15.000 veicoli e pezzi d'artiglieria, impiegando 563 treni militari con una media di 28 al giorno e4 un massimo di 43 il 24 maggio 1916. Le linee ferroviarie del Veneto, in quel giorno, con un dispendio di energie facihnente intuibile, realizzarono ben 395 treni per soddisfare tutte le esigenze, battendo il primo record di efficienza ferroviario dell'intero conflitto. Durante l' 11 a offensiva dell'Isonzo, più spesso ricordata come la battaglia della Bainsizza, in circa 80 giorni furono trasportati 939.500 uomini; 118.500 quadrupedi; 29.820 pezzi d'artiglieria ed autoveicoli; viveri, materiali e munizioni per 123.170 carri merci e furono sgomberati sul tergo 122.950 feriti ed ammalati, immettendo sulla rete 25.658 treni, in media 320 al giorno. Anche il trasporto in Italia di alcune divisioni inglesi e francesi nel novembre-dicembre 1917 fu per le ferrovie italiane un aggravio non previsto, ma affrontato con decisione e superato brillantemente con l'impiego di 60.000 carri articolati in 1.500 convogli. Ugualmente brillanti furono poi le ferrovie nell'aprile del 1918, quando fu necessario trasportare in Francia le truppe del 2° corpo d'armata del gen. Albricci, 200 compagnie ausiliarie di lavoratori e 6 divisioni francesi che rimpatriavano. L'esigenza fu soddisfatta con l'impiego di 16 treni giornalieri in partenza dal Garda e diretti a Chalons-sur-Marne utilizzando la linea costiera per Ventimiglia e quella interna Torino-Modena. Uno dei fattori che più concorsero alla crescita continua dei


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trasporti ferroviari fu il grande consumo di munizioni, consumo che nessun Stato Maggiore aveva previsto in misura tanto elevata. All'atto della mobilitazione l'Esercito italiano disponeva di 1.797 pezzi di piccolo calibro, 192 pezzi pesanti campali e 132 pezzi del "parco di assedio", oltre ai pezzi delle opere permanenti di frontiera. Per ciascun pezzo era prevista una dotazione di 1.500-2.000 colpi per le artiglierie da campagna e da montagna e di 800 per ogni pezzo pesante campale. Per il reintegro delle munizioni consumate si riteneva sufficiente un rifornimento di 100 colpi al mese per le artiglierie leggere e di 50 per quelle pesanti campali. Il trasporto delle munizioni si rilevò subito, invece, assai piÚ oneroso. Fin dalla prima offensiva sull'Isonzo si dovette provvedere al trasporto di 100 carri di munizioni in un sol giorno. Durante la 23 battaglia dell'Isonzo, il trasporto di munizioni raggiunse la percentuale del 14,5% di tutti i trasporti logistici, con un totale di 3.600 carri. In seguito il consumo di munizioni si mantenne su livelli meno elevati per salire di nuovo, con un aumento impressionante, in corrispondenza della battaglia di Gorizia durante la quale si giunse anche a 450 carri di munizioni al giorno, con media di 215, il 15% del trasporto complessivo. La percentuale del trasporto di munizioni salÏ nel 1917 prima al 16,5% e poi, durante l'offensiva della Bainsizza, al 18,2% di tutto il trasporto logistico. Complessivamente, infatti, per quell'offensiva vennero trasportati 40.000 carri di munizioni. L'incidenza del trasporto di munizioni sul complesso logistico dei trasporti sali al 25,4% durante il ripiegamento dopo Caporetto e divenne preponderante durante la battaglia del Piave, con una media di 900 carri al giorno e con punte di 1.070 carri. Nel periodo a cavallo del 15 giugno 1918 affluirono al fronte 20.000 carri di munizioni che rappresentavano il 22,5% del trasporto logistico complessivo. Successivamente, nell'offensiva di Vittorio Veneto, la percentuale di munizioni scese al 20,9% impegnando solo 3.260 carri. Responsabile in gran parte dell'enorme consumo di munizioni verificatosi durante tutto il conflitto fu anche l'errato impiego del1' artiglieria, utilizzata soprattutto per lunghe azioni di preparazione che spesso non riuscivano a spianare la via alle fanterie attaccanti. L'azione di artiglieria che assorbÏ maggior numero di munizioni fu la battaglia del Piave, dal 15 al 25 giugno 1918, durante la quale vennero sparati 3.600.000 colpi di artiglieria.


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Per quanto riguarda l'incremento delle artiglierie si tenga presente che se all'inizio delle operazioni, per ogni 1.000 fucili vi erano soltanto 2,3 pezzi, alla fine del 1917 si era giunti a 10,4 pezzi e nel 1918 a 21, 1 pezzi. Il consumo totale di munizionamento di artiglieria dei vari calibri fu il seguente: 1915 1916 1917 1918

3.340.344 7.939.884 16.434.906 14.000.256

colpi colpi colpi colpi

completi; completi; completi; completi.

Anche l'impiego per il trasporto dei feriti e degli ammalati si rilevò, conflitto durante, molto più oneroso di quanto tutti gli Stati Maggiori avessero previsto. Il Servizio di Sanità all'inizio delle operazioni comprendeva: 53 sezioni di sanità, 126 ospedaletti da campo da 60 posti, 82 ospedali d'intendenza da 100 letti e 42 da 200. Fin dalla prima offensiva sull'Isonzo ci si accorse che le previsioni non reggevano. Si dovettero realizzare, infatti, 1.417 treni sanitari, con un media di 18 al giorno, per trasportare 90.500 feriti ed ammalati. Tale ritmo fu mantenuto anche durante la 2a battaglia sull'Isonzo, col trasporto di 165.450 feriti ed ammalati, sia pure diluito in un periodo più lungo. Durante il riposo invernale 1915-1916 il traffìco di treni sanitari, anzichè diminuire, aumentò perchè i rigori invernali provocarono un gran numero di ammalati delle vie respiratorie e fu perciò necessario realizzare 3.017 treni, con una media di 25 al giorno, per trasportare complessivamente 134.100 feriti ed ammalati. La situazione migliorò parecchio durante la primavera, ma divenne di nuovo critica durante l'offensiva austriaca nel Trentino. Si dovettero allora realizzare 1.350 treni, in circa due mesi, per trasportare 123.950 ammalati e feriti. Durante l'attacco alla testa di ponte di Gorizia furono necessari 404 treni sanitari, per trasportare 39.500 feriti ed ammalati. Successivamente l'onere per questo tipo di trasporto diminuì ma r iprese quota dal maggio al giugno 1917, con 827 treni, in media 19 al giorno, media che venne mantenuta anche durante la battaglia della Bainsizza. Durante il ripiegamento dall'Isonzo al Piave furono necessari solo 358 treni, con la ormai consueta media di 19 al giorno. Dal novembre 1917 al maggio 1918 vennero trasportati


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124.700 ammalati e feriti, con 1.053 treni sanitari. Il numero medio di 5 o 7 treni al giorno si mantenne fino alla fine delle operazioni, risalendo a 18 negli ultimi giorni prima dell'armistizio, in corrispondenza della battaglia di Vittorio Veneto. Riteniamo che i dati enunciati siano stati sufficienti a fornire una visione complessiva dell'attività svolta dalle ferrovie italiane a diretto supporto delle operazioni di guerra. L'argomento non può, peraltro, considerarsi esaurito senza un accenno, sia pure sommario, ai trasporti sussidiari che completarono spesso l'attività delle ferrovie e, in alcuni casi, si sostituirono ad esse.

TRASPORTI SUSSIDIARI

Pur rimanendo la ferrovia il mezzo di trasporto per eccellenza per movimentare su lunghe distanze uomini e materiali, essa non giunge alla linea di combattimento ed esiste quindi una zona intermedia, assai ampia, da coprire _con:- altri mezzi. Uno di questi è quello automobilistico, che ebbe il suo primo grande incremento durante la prima guerra mondiale. L'italia, infatti, entrata in guerra con 400 autovetture e 3.400 tra autocarri, autobus e autoambulanze, si ritrovò alla fine del conflitto con un parco autoveicoli di 2.500 autovetture e 28.000 autocarri, autobus e autoambulanze; nel 1915 il servizio automobilistico militare contava 500 ufficiali e 9.000 sottufficia.}i e soldati, nell'ottobre 1918 il personale del servizio era salito a 3.000 ufficiali e 115.000 sottufficiali e soldati. Se consideriamo che la capacità di trasporto di un normale treno militare equivaleva a quella di 180 autocarri dell'epoca, che gli 8 uomini di scorta ad un treno diventavano 360 e che una colonna del genere impegnava 3 km di strada, non sempre disponibili, ci si rende conto della differente-potenzialità dei due mezzi di trasporto. La funzione principale del trasporto automobilistico nella prima guerra mondiale fu perciò soltanto quella dei trasporti locali di distribuzione, a immediato ridosso ed a contatto con la linea di fuoco. L'automobile in alcune circostanze eccezionali rese però notevoli servizi su tutte le fronti per l'attuazione di movimenti strategici, specialmente nel trasporto di truppe d'assalto leggere per soddisfare esigenze rapide e improvvise; nella primavera - estate del


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1916, poi, l'apporto del servizio automobilistico sulla fronte italiana fu addirittura risolutivo. Per parare l'offensiva austriaca sugli altipiani nel maggio-giugno di quell'anno fu necessario trasportare dal settore dell'Isonzo un'armata su cinque corpi d'armata e due divisioni di cavalleria. Tale trasporto, massiccio ed improvviso, fu reso possibile anche dall'impiego, in appoggio alle ferrovie, di oltre 2.000 autocarri. Alla fine di giugno, cominciatasi a manifestare la ritirata austriaca, il Comando Supremo decise di effettuare un'offensiva sul fronte di Gorizia. Furono necessari allora rapidi ed ingenti trasporti per riportare le forze dell'Isonzo e, anche in quell'occasione, senza il determinante concorso automobilistico le ferrovie non avrebbero potuto assolvere il compito. Anche le ferrovie da campo del tipo "décauville" si rivelarono un mezzo quanto mai utile ed economico per trasportate i materiali dalle stazioni ferroviarie testa di linea a scartamento normale fino alla zona dei magazzini avanzati, il più vicino possibile alla zona di combattimento. Presso la J?irezione Trasporti fu costituito un Ufficio Décauville che ordinò la costruzione e l'esercizio, da parte di nove compagnie del 6° reggimento genio, di circa 130 km di linee a carattere stabile e di circa 800 km di linee a carattere provvisorio. Queste ferrovie disponevano di 300 locomotive e oltre 10.000 carri, senza contare i vagonetti speciali per il trasporto di terra e ghiaia per la manutenzione stradale. Nel maggio del 1917 il peso complessivo dei materiali trasportati da queste ferrovie ridqtte giunse a 83.000 tonnellate e salì poi a 135.000 tonnellate nel pieno dell'offensiva dell a Bainsizza. Con il ripiegamento del novembre 1917 al Piave, la rete delle ferrovie da campo andò in gran parte perduta, ma fu ricostruita presto, tra Brenta e Piave, con le linee Bassano-Rossano e RieseAsolo. Nel luglio 1918 il sistema fu in grado di trasportare 80.000 tonnellate di materiali, che nel settembre salirono a 170.000. Dal 1° gennaio 1917 al 31 dicembre 1918 sulle linee a scartamento ridotto furono complessivamente effettuati 246.000 treni, con un trasporto di 2.150.000 tonnellate di merci per una percorrenza media di 10 km. L'Esercito italiano operò anche in regioni montuose, dove la mancanza di strade d'accesso in determinate zone e la difficoltà di costruirne delle nuove imposero l'impiego di un mezzo meccanico di trasporto indipendente da lla viabilità. Tale mezzo fu offerto


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dalle teleferiche, che vennero a costituire un prolungamento della ferrovia e che resero possibile il rifornimento da fondo valle di truppe occupanti posizioni montane a quote anche superiori ai 3.000 metri. Per coordinare l'impianto e la gestione delle teleferiche presso il Comando Supremo fu istituita, nell'ambito del Comando Generale del Genio, la Direzione dei servizi teleferici e, per la costruzione degli impianti, una compagnia teleferisti presso ogni armata. A causa delle diversissime condizioni e delle particolari esigenze delle varie posizioni da alimentare, le teleferiche furono di tipo e di portata diverse, con motori generalmente a scoppio ma anche elettrici e, addirittura, a braccia. Ad ogni modo questi impianti si possono raggruppare in tre categorie: teleferiche di circostanza (lunghezza media 500 m., portata media giornaliera 50 quintali circa); teleferiche smontabili (di due tipi, il primo con lunghezza media di m. 1.000 e portata oraria di 10 quintali, il secondo con lunghezza media di m. 2.000 e portata oraria di 20 quintali); teleferiche permanenti (di grande potenza, a movimento continuo con vagoncini, con lunghezza sino a 8.000 m. e portata anche di 150 quintali all'ora). Il dislivello medio superato dagH impianti era di 600-700 m., alcuni di essi però superarono dislivelli anche di 1.500 m .. Le quote più alte furono raggiunte nel Cadore e suJl' Adamello, dove l'altezza media era tra i 2.000 ed i 3.000 m. con punte di 3.500. Nel complesso il rendimento delle teleferiche fu notevole e, talvolta, la teleferica si dimostrò l'unico mezzo possibile per il rifornimento dei materiali ed anche per lo sgombero dei feriti. I trasporti fluviali furono invece, piuttosto modesti sulla fronte italiana ed interessarono soprattutto il basso Isonzo, il basso Piave, il Po e la laguna veneta. Alla vigilia del conflitto lo Stato Maggiore italiano prevedeva che il servizio trasporti per via d'acqua potesse essere utilizzato per lo sgombero dei feriti e degli ammalati e la Croce Rossa Italiana aveva perciò organizzato una flottiglia di ambulanze fluviali. Ma l'idea venne presto abbandonata quando si constatò che la durata media di un trasporto fluviale era tripla di quella di un analogo trasporto ferroviario ed esigeva perciò un impiego eccessivo di per-


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sonale sanitario, del resto non disponibile. I trasporti per via d'acqua servirono perciò prevalentemente per il trasporto di merci povere come legname, ghiaia, foraggi e paglia. Le punte massime del trasporto fluviale furono di 51.000 tonnellate nel settembre 1916, di 67.000 nel settembre 1917 e di 120.000 nel settembre 1918. Nei tre anni, complessivamente, trasporti per 380.000 tonnellate nel 1916, 483.000 nel 1917 e 814.000 nel 1918. La massima disponibilità di mezzi si verificò nel secondo semestre del 1918 con 66 rimorchiatori, 270 cavalli da alaggio, 6 motobarconi, 59 motoscafi, 500 barconi da carico oltre a 200 battelli e 350 barche piccole. Nel complesso le vie d'acqua ebbero funzioni prettamente complementari, sollevando in parte il trasporto ferroviario dai materiali ingombranti e servendo anche settori lagunari che non avevano alcun altra possibilità di collegamento con la terra ferma. All'organizzazione ed alla gestione dei trasporti fluviali provvide uno specifico reparto del Genio, il battaglione genio lagunari. J TRENI

ARMATI

Altra particolare attività ferroviaria, ma a sfondo operativo, fu quella dei treni armati della Marina, lungo il litorale adriatico. Questi treni, di tre tipi "standard", erano così formati: 1° tipo: 16 carri che trasportavano 4 cannoni da 152 e 2 pezzi contraeri da 76, con 65 uomini; 2° tipo: 12 carri con 4 cannoni da 120 e 2 pezzi contraerei da 76, con 65 uomini; 3° tipo: 13 carri con 8 pezzi contraerei da 76 e 75 uomini. Per ogni treno armato vi erano anche tre carrozze adibite ad alloggi del personale ed una che serviva come cucina ed officina per piccole riparazioni. Un servizio telegrafico militare trasmetteva gli allarmi di incursioni navali dai semafori e fari della costa alle stazioni ferroviarie dove erano fermi i treni, con un binario sempre sgombero per i movimenti su a llarme. La velocità media dei treni armati era di 40 km all'ora e la celerità d'intervento di 25' dall'allarme, con un raggio d'azione, per ogni treno, di 30 km dalla stazione normale di dislocazione.


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SVILUPPO DELLE FERROVIE DURANTE IL CONFLITTO

La penuria di m aterie prime e la relativa insufficienza dell'industria ferroviaria, del resto impegnata nella produzione di altro materiale bellico, non consentirono all'Italia di sviluppare molto la r ete ferroviaria duran te il conflitto, quando l'esperienza quotidiana indicava le soluzioni migliori e piÚ rispondenti. Tuttavia: furono costruite nuove linee: la Montebelluna-Susegana e la Palmanova-Udine a doppio binario; la Tolmezzo-Cadarchis-Timau, la Cividale-Caporetto e la Lucinicco-Canale, tutte e tre però a scartamento ridotto; venne collocato il secondo binario su altre linee: Casarsa-Udine, Castelfranco-Montebelluna, Padova-Castelfranco, Mestre-Portogruaro-Villa Vicentina, Cervignano-Palmanova, Udine-Cormons, Vicenza-Thiene, Vestone-Lago d'Idro-Caffaro, per un totale di 1.025 km; venne rimodernata la Torino-Modane, già elettrificata prima della guerra; furono riparati i ponti fe rroviari sull'Isonzo di Pieris, Primolano, Rubbia, Lucin icco e costruito un nuovo ponte sul Tagliamento; furono ampliate molte stazioni fer:,roviade tra cui quelle di Piacenza, Cremona, Mantova, Bologna, Firenze, Padova, Mestre, Vicenza, Udine, Palmanova e Cervignano; furono costruite le basi di Vergiate (truppe francesi), RivaltaScrivia (truppe inglesi) e Cantalupa (truppe americane). I lavori per gli im pianti fissi nelle linee interne ascesero a 50 km di binario per ricoverare i treni e a 57 km di binario per carico e scarico. Furono costruiti nuovi piani caricatori per un fronte di 16 km, aumentati di 670 i posti di b locco, messi in opera 2.611 scambi, parte dei quali tolti a linee secondarie del Mezzogiorno, ed incrementati notevolmente anche gli impianti per i circuiti telegrafici e telefonici. Naturalmente furono costruiti ex novo, o potenziati, dato l'afflusso di personale in transito, anche gli accessori secondari come gli impianti sanitari, i servizi igienici e le apparecchiature per il carico dell'acqua, sia per le locomotive sia per i carri cisterna.


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Per quanto riguarda il materiale rotabile: si costruirono circa 10.000 carri ferrov iari ad alte sponde con telaio in legno, per cui al termine del conflitto il numero complessivo dei carri ferroviar i disponibi li era aumentato di circa 5.000 unità rispetto al periodo pre-bellico; si introdussero in servizio 24 locomotive, che erano in costruzione in Italia all'inizio del conflitto per conto della Romania, p iù un centinaio acquistate negli Stati Uniti. Vennero anche noleggiate alcune vecchie locomotive belghe, all'inizio del confli tto ricoverate in Francia per riparaz ioni. Entrarono in servizio anche 87 nuovi locomotori. Il personale ci vile impiegato nelle ferrovie, statali e private, non subì incrementi di rilievo: al 30 giugno 1918 contava 144.000 agenti in confronto ai 139.000 in servizio al 30 giugno 1915. Il personale militare fu tutto inquadrato nel 6° reggimento genio ferrovieri, ordinato su 14 compagnie di prigionieri lavoratori, oltre al già menzionato battaglione genio lagunari. Il complesso dei lavori effettuati guerra durante riuscì ad aumentare notevolmente la potenzialità della rete ferroviaria del Veneto, che passò da J 00 treni-giorno nel 1915 a 140 treni-giorno nel 1916 ed a 240 treni-giorno nel 191 7. Nei periodi di crisi la rete sopportò movimenti di 300-350 treni al giorno, con punte massime ed eccezionali di 500. Dal 24 maggio 1915 al 31 dicembre 1918 le ferrovie italiane trasportarono nella zona di guerra 15.373.000 uomini (media giornaliera 14.664), 1.300.000 quadrupedi (media giornaliera 986), 347.000 pezzi e carriaggi d'artiglieria (media giornaliera 264), 1.665.000 carri di materiale va rio (1.270 al giorno di cui il 15% di munizioni e il 25% di viveri e foraggi), 1.820.000 feriti ed ammalati (media giornaliera 2.630). I treni effettua ti fino al ripiegamento al Piave furono 21 4.000 con una media giornalier a di 240; dal novembre 1917 al 31 dicembre 1918 i treni furono 80.000 e la media giornaliera salì a 27 1.

CoNcLus10NE Si può afferma re, e riteniamo di averlo anche dimostrato, che le fe rrov ie italian e d urante la pr ima guerra mondiale nel complesso hanno assolto pienamente il compito loro affidato: consen-


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tire la mobilitazione e la radunata delle truppe all'inizio del conflitto e assicurare poi il costante rifornimento del personale e dei materiali necessari per le operazioni nonchè gli sgomberi dei feriti e degli ammalati ed il recupero dei mezzi inefficienti. Si ricorda che il sistema ferroviario italiano era ritenuto sufficiente soltanto per una guerra difensiva con la radunata dell'Esercito al Piave; l'aver trasportato le forze ad Est del Tagliamento e l'aver fronteggiato l'onere di una guerra offensiva è stato senza dubbio per le ferrovie italiane un grande successo, conquistato soprattutto per la eccezionale capacità di adattamento e per il grande spirito di sacrificio del personale. Anche le capacità organizzative dei quadri direttivi delle ferrovie e dell'Intendenza furono notevoli. Ma queste qualità, pur meritevoli di essere ricordate, non sarebbero probabilmente bastate se l'Italia non fosse stata fa vorita da due circostanze: l'aver potuto utilizzare un lungo periodo di non belligeranza e l'aver mantenuto io quasi tutte le fasi del conflitto l'iniziativa. Dal settembre 1914 al maggio 1915 l'Italia potè rimediare, infatti, a molte deficienze del suo strumento bellico ed attuare una parziale mobilitazione che ridusse, all'atto della dichiarazione di guerra, l'esigenza dell'Esercito a dimensioni che poterono essere sopportate dalle ferrovie. Così l'aver quasi sempre mantenuto l'iniziativa delle operazioni permise al Comando Supremo di predisporre con sufficiente anticipo i trasporti necessari per le varie offensive, consentendo alle ferrovie di soddisfare le esigenze. La stabilizzazione delle fronti fu, poi, un altro vantaggio non indifferente, perchè non costrinse le ferrovie a spostarsi in avanti, anche se la guerra di posizione indubbiamente aumentò il peso dei trasporti a causa dei materiali necessari per lavori di rafforzamento e del maggior consumo di munizioni. Si pensi che le ferrovie italiane durante la guerra hanno dovuto trasportare oltre 330.000 tonnellate di filo di ferro spinato, impiegando 20.000 carri ferroviari; 270.230.000 sacchetti a terra; 3.000.000 di badili e 3.000.000 tra picconi e gravine. Quanto al rifornimento munizioni è sufficiente notare che per rifornire di una sola giornata di fuoco tutte le mitragliatrici in linea nel giugno 1918 erano necessari 80 treni in partenza dai depositi centrali verso i magazzini delle armate. L'unico episodio paragonabile ad una guerra di movimento fu la ritirata dopo lo sfondamento di Caporetto. In quell'occasione do-


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vettero essere abbandonate le dotazioni degli stabilimenti d' intendenza di 2 armate perchè le ferrovie non furono in grado di far fronte anche a quell'esigenza . La vittoriosa conclusione del conflitto non fece però dimenticare allo Stato Maggiore ed al Governo italiani i pericoli corsi a causa dell'intrinseca debolezza del sistema ferroviario. Furono perciò intrapresi, nell' immediato dopoguerra, numerosi lavori di potenziamento a tutta la rete ferroviaria, volti a superare i punti piÚ critici del sistema : l'attraversamento dell'Appennino centra le e l' allacciamento al confine orientale. Furono infatti costruite, tra le altre, le linee Firenze-Bologna-Ostiglia-LegnanoTreviso, Vittorio Vene to-Ponte delle Alpi, Sacile-Pinzano. Anche la grave crisi attraversata nel 1917, quando le forniture di carbone dagli Stati Uniti e dall'Inghilterra subirono un calo improvviso, non fu dimenticata e fu dato notevole impulso all'elettrificazione di molte linee ferroviarie.


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ù ferrovie Italiane nella prima guerra mondiale

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Oreste Bovio

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PARTE SECONDA

PROFILI BIOGRAFICI


ANTONELLO F. M. BIAGINI

GUSTAVO RUBIN DE CERVIN ADDETTO MILITARE A SOFIA (1904-1911) È stato più volte sottolineato l'interesse della politica estera italiana verso l'area danubiano-balcanica negli anni che vanno dal Congresso di Berlino (1878) alla prima guerra mondiale. Gli ufficiali italiani furono particolarmente presenti - come addetti militari, membri delle commissioni internazionali, delegati a convegni, in servizio presso eserciti stranieri sulla base di precisi accordi internazionali - nelle vicende di carattere politico-diplomatico della regione e un posto di particolare rilievo ebbero le vicende bulgare. La crisi serbo-bulgara del 1885-1886 mise in particolare rilievo quanto la politica austriaca nei Balcani potesse nuocere agli interessi italiani. Da questa constatazione la spinta ad una sempre maggiore presenza politica, economica e culturale e la definizione di una linea politica tendente al mantenimento dello statu quo balcanico fin dai primi accordi della Triplice (1897). Una delle figure più rappresentative fra gli addetti militari è senza dubbio quella di Gustavo Rubin de Cervin (Ferrara 1865 Pordenone 1917) addetto militare a Sofia negli anni 1904-1911. 1 Entrato come allievo nel collegio militare di Milano nel 1877 passò nella scuola militare nel 1881 e si arruolò volontario come soldato a ferma permanente nel Regio Esercito (1882). Promosso sergente di cavalleria nel reggimento "Montebello" e sottotenente nel reggimento di cavalleria "Alessandria" (1883), nel 1885 venne nominato tenente nel 6° reggimento di cavalleria "Aosta" e nel 1894

1 Sulla presenza dei militari nelle vicende politico-diplomatiche cfr. A. B1.11ctNr, Momenti di Storia balcanica (1878- 1914), Aspetti militari, Ufficio Storico SME. Roma 1981. Sui rapporti italo-bulgari rinvio al recente lavoro di F. GumA, La Bulgaria dalla guerra di liberazione sino al trattato di Neuilly (1877-1919). Testimonianze italiane, Bulzoni editore, Roma 1984.


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Antonello F. M. Biaginì

capitano. Nel 1896 venne temporaneamente assegnato al comando del Corpo di Stato Maggiore e successivamente destinato al servizio di Stato Maggiore presso il comando del 3° Corpo d'Armata (1897) quindi trasferito nel reggimento cavalleggeri "Roma". Sempre nel Corpo di Stato Maggiore venne destinato alla divisione di Napoli (24 febbraio I 900), al comando della divisione militare di Bari (29 aprile 1900) e quindi addetto al comando del 3° Corpo d'Armata (1902). Trasferito nell'arma di cavalleria venne destinato al reggimento cavalleggeri di Caserta (1903) e nello stesso anno decorato della croce di cavaliere dell'ordine della corona d'Italia. Promosso maggiore l' 8 luglio 1903 fu posto a disposizione del ministero degli Affari Esteri e addetto al comando del Corpo di Stato Maggiore (1904), quindi nominato aiutante di campo onorario di Sua Maestà il Re (1905). Nel tempo acquisì competenze anche come addetto militare: nel I 904 venne assegnato all'Ambasciata di Sofia mostrando immediatamente una spiccata attitudine alla carica ricoperta. Ben presto la sua attività trovò un largo consenso tanto da meritare elogi per le capacità dimostrate in un periodo di particolari fermenti nella regione. Un anno dopo l'accordo di Mi..irzsteg del 2-3 oottobre 1903, concluso tra Austria e Russia per un nuovo programma di riforme in Macedonia, il maggiore Rubin de Cervin, in un lungo rapporto al generale Tanerdi Saletta - Capo di Stato maggiore dell'Esercito esprimeva nettamente i propri dubbi sulla validità di quelle riforme imposte al Sultano 2 . Ribadita infatti la complessità della questione balcanica in generale e di quella macedone in particolare, sottolineava come la ribellione fosse mantenuta viva "dalle Potenze che sovra essa vantano diritti e covano desideri di conquista" e dalla comprensibile esigenza delle popolazioni cristiane di affrancarsi dal gioco otto-

2 G. RuaIN DE CERVIN, Questione balcanica, Torino 28 dicembre 1904, prot. n. 2, fogli 14, destinatario il generale Tancredi Saletta - Roma, SME-AUS, Addetti Militari, racc. 81, fase. 2. Abbreviazioni: SME-AUS = Archivio Ufficio Storico Stato Maggiore Esercito; prot. = protocollo; racc. = raccoglitore- fase. = fascicolo; Ris. = riservato; ris.mo = riservatissimo. Salvo diversa indicazione i rapporti erano destinati al Comando in 2• del Corpo di Stato Ma ggiore.


Gustavo Rubin de Cervin addetto militare a Sofia (1904-1911)

Gustavo Rubin de Cervin addetto militare a Sofia (1904-1911)

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Antonello F. M. Biagini

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mano che soffocava qualsiasi idea di libertà e iniziativa di progresso. La strada intrapresa dalla diplomazia, quella appunto delle riforme, si rivelava priva di valore dal momento che era impossibile "modificare il vieto e tradizionale regime turco" mentre la riorganizzazione della gendarmeria, che costituiva il cardine delle riforme, "anche se riuscisse ottima (e la cosa è incerta, date le contrarietà e le mene occulte che da ogni parte la m inano) non sarà mai sufficiente a procacciare l'ordine materiale in una regione a lpestre, difficile, con scarse comunicazioni e nella quale sono in lotta ogni sorta di interessi, di razza, di religione e di lingua". 3 La Macedonia, infatti, pur essendo una regione sostan zialmente povera (gli abitanti che nel 1900 assomma vano a tre milioni, erano in costante regresso a causa dell'emigrazione, del brigantaggio e della miseria), costituiva il centro d'attrazione dove si scontravano le direttrici di espansione delle Potenze e le ambizioni di varie nazionalità. La stessa posizione geografica, al centro della penisola balcanica, ne faceva il punto di incontro e di conflitto degli interessi bulgari, greci, serbi, e - in m inor misura - romeni, tutti in opposizione ai turchi che vi dominavano sin dalla seconda metà del secolo XIV. Le contese sulla Macedonia assumevano maggior vigore nel momento stesso in cui si pose il problema nazionale, il passaggio cioè da nazione a Stato nazionale. Pina dalla seconda metà del secolo XIX, la Grecia, grazie all'attiva presenza del proprio clero, ottenne una netta preponderanza: l'influenza greca poggiava sul mito di un rinnovato Impero bizantino con impronta nazionale neoellenica nel quale la regione macedone costituiva la via di comunicazione con Costantinopoli. Dopo il 1870, con il riconoscimento da parte delle autorità ottomane dell' esercato autocefalo bulgaro, la Bulgaria compie notevoli progressi: tutti quelli che si dichiaravano slavi erano infatti posti sotto la giurisdizione del Principato di Sofia; il nucleo etnicamente più omogeneo viene così ad essere quello bulgaro e dal 1878 l'irredentismo macedone costituì, in Bulgaria, l'idea nazionale per eccellenza. L' a iuto del Principato ai macedoni si materializzò con l'apertura di scuole, con il patrocinio di organizzazioni culturali per la diffusione e lo studio

3

G.

R usrN DE CERVIN,

Questione balcanica,

cit.

fase. 6


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della lingua e della cultura bulgara, con il finanziamento delle associazioni filobulgare, con la concessione della nazionalità agli esuli macedoni, con la formazione di comitati bulgaro-macedoni la cui principale attività era costituita dalle insurrezioni armate che dal 1899 assumono un carattere costante, ripetendosi puntualmente ogni anno alla fine dell'inverno. Altra comunità etnicamente rilevante era costituita dai serbi che avevano dominato la regione nella prima metà del 1300 con lo zar Stefano Dusan, in netta preponderanza nell'Alta valle del Vardar. I Serbi non avevano una vera e propria organizzazione ma erano pur sempre presenti e attivi attraverso le iniziative dei consolati e delle scuole. Altre componenti razziali erano costituite dagli albanesi, dagli ebrei - discendenti direttamente da quelli cacciati dalla Spagna nel secolo XVI, i quali, concentrati soprattutto nelle città come Salonicco avevano mantenuto intatto il proprio idioma e i propri costumi - dagli armeni e dai cutzovalacchi, pastori della regione del Pindo, appoggiati dalla Romania. Questa infatti non avrebbe avuto altrimenti un interesse macedone, così come non esisteva un irredentismo romeno-macedone: si trattava semplicemente di una forma di protettorato sui cutzovalacchi riconosciuto dal Sultano alla Romania, e ciò nel quadro della politica ottomana di sempre suddividere le componenti razziali della Macedonia e rendere così impossibile un collegamento e una unità effettiva tra i macedoni, che, se realizzata, avrebbe portato ad un diverso sviluppo politico della regione. La validità di questa politica risalta proprio dalla lotta che opponeva le bande greche .alle bulgare e viceversa, piuttosto che alle truppe turche: tutte le razze, lungi dal cercare e tentare una intesa si esaurivano nella lotta reciproca con la conseguenza di impoverire economicamente la regione, senza trarne d'altra parte gli sperati benefici politici e, soprattutto, senza scalfire la dominazione ottomana. In grado di contrapporsi realmente alla presenza turca nella regione, fu }'"Organizzazione rivoluzionaria interna macedone" o VMRO dal nome bulgaro Vntresna Makedonska Revolucionenna Organizacija, che in breve tempo riuscì a darsi una struttura militare, agendo con metodi di guerriglia. La situazione macedone, così come si era sviluppata sin dal 1900, venne attentamente seguita dall'Ufficio Coloniale e dall'Ufficio dello Scacchiere Orientale dello Stato Maggiore italiano. Di tale attività sono testimonianza i numerosi promemoria elaborati da questi uffici con frequenza periodica in base ai dati originali de-


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sunti dalla corrispondenza degli addetti militari, dalle relazfoni dei viaggi compiuti nella regione da ufficia li italiani e dall e notizie degli informatori 4 • L'importanza che lo Stato Maggiore italiano annetteva alle questioni balcaniche e ai problemi della Macedonia intorno a i primi anni de l secolo è facilmente comprensibile nel contesto della stessa politica estera italiana che tra difficoltà e incertezze tendeva ad assumere un proprio peso politico nei Balcani, inserendosi nella tradizionale politica austriaca e russa. La questione macedone in particolare, non poteva essere eliminata dalle competizioni internazionali e il problema, come scriveva il Rubin, era duplice: sottrarre le popolazioni cristiane al dominio turco e sistemarle secondo il princ ipio di nazionalità. La situazione internazionale aveva determinato un capovolgimento delle influenze nei Balcani: l'Austria appoggiava ormai la Bulgaria mentre la Russia sosteneva la Serbia. L'Italia, la cui politica nei Balcani si era andata sviluppando già dal 1896 con il matrimonio del principe ereditario Vittorio Ema nuele con la principessa Elena del Montenegro, intensificò, con il ministro degli esteri Tittoni, la propria azione economica e culturale nella penisola, soprattutto in Albania. Nel 1903 dunque, la situazione macedone, con le rivolte del febbraio e del luglio (rivolta di Sant'Elia del 20 lL1glio), tornò ad aggravarsi sollecitando indirettamente gli accordi di Murzsteg il cui programma prevedeva la nomina degli agenti c ivili, austro-ungarici e russi, presso l'ispettore generale turco della Macedonia, il riordinamento della gendarmeria eia affidare a ufficiali europei al servizio del sultano, e, infine, un definitivo assetto dei distrett i amministrativi. Il ministro Tittoni ottenne, in cambio dell'appoggio italiano al programma delle riforme, la designazione di un ufficiale italiano per la carica di comandante della gendarmer ia che doveva essere riorganizzata. Il generale Emilio de Giorgis nel gennaio del 1904 ottenne la nomina e il mese successivo giunse a Costantinopoli per assumere ufficialmente il comando della gendarmeria 5 . Salutato

• Ufficio Colon iale e Ufficio ddlo Scacchiere Orientale, Promemoria. Generalmente anonimi avevano la funzione di riassumere i principali avvenimenti. SMEAUS, Stati Balcanici, racc. 3. s Sul generale De Giorgis cfr. il profilo biografico in "Studi Storico-Militari", Roma 1985.


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come un successo politico, l'incarico dato all'ufficiale italiano non mancò di suscitare perplessità negli ambienti militari che non ignoravano le difficoltà connesse alle progettate riforme. Una nota dell'Ufficio Coloniale, redatta dal capitano Zampolli, sottolineava come il progetto austro-russo, non rispondesse "a ciò che pretendevano gli insorti bulgari, i quali volevano esser bulgari, uniti o no alla Bulgaria", e non fosse attuabile nel giro di pochi anni poiché le insurrezioni si sarebbero ripetute a breve scadenza: "La propaganda dei comitagi continua, l'organizzazione delle bande si va perfezionando con regolamenti emanati dai comitati, e divulgati in tutti i paesi con coscrizioni, usi militari, con tasse percepite, anche dai più poveri, per l'armamento e l'arruolamento degli insorti ..." 6 L'avere affiancato al governatore della Macedonia, Hilmi pasha, due alti funzionari (uno austriaco e uno russo), che pure avrebbero avuto pieni poteri di controllo su tutto ciò che riguardava l'amministrazione della giustizia, risultava una operazione fallimentare. L'accordo, in altri termini, mancava, a giudizio del maggiore Rubin, di una solida base . Mentre la Russia - gravemente impegnata contro il Giappone - aveva tutto l'interesse a mantenere lo statu quo anche se vedeva "con rancore svanire il sogno di avere nella Bulgaria uno Stato pressoché vassallo", il comportamento austriaco lasciava trapelare l'intenzione di una penetrazione in Macedonia: "i consoli vanno propiziandosi le popolazioni mediante protezione e soccorso in denaro, vengono di sotto mano osteggiate le riforme che, quando ottenessero buona riuscita, allontanerebbero vieppiù il raggiungimento delle mire su Salonicco. Aiuti sono poi forniti ai comitati perché viva possa essere mantenuta l'agitazione". Citati alcuni fatti a prova di quanto sostenuto, l'ufficiale italiano concludeva il proprio rapporto affermando che l'Austria avrebbe approfittato dei torbidi - manovrati ad arte nel momento opportuno - per intervenire in Macedonia 7 . La situazione in Macedonia rimase in quegli anni incandescente e venne attentamente seguita dall'ufficiale italiano soprat-

6 Note per il generale De Giorgis redatte con il concorso del capitano Zampolli, minuta manoscritta, s.d. ma presumibilmente del gennaio 1904, ff. 6, SME-AUS, Stati balcanici, racc. 3. 7 G. Rua1N DE C ERVIN, Questione balcanica, cit., ff. 11-13.


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tutto per quanto atteneva alla presenza bulgara 8 • Nel 1905, Rubin si occupò diffusamente delle ripercussioni registrate in Bulgaria in seguito alla sconfitta russa nella guerra con il Giappone: le reazioni bulgare furono molteplici e di vario segno, ma sostanzialmente identificabili in due posizioni contrapposte, da una parte naturale solidarietà nei confronti della Russia sconfitta alla quale la Bulgaria era legata da vincoli di razza, di lingua e di religione; dall'altra la soddisfazione nel vedere ridimensionata la potenza di quel paese temuto come egemone. Entrambi gli atteggiamenti erano più formali che sostanziali - sottolineava l'ufficiale italiano - dato il carattere dei bulgari, interessati ai propri problemi e indifferenti rispetto a tutto ciò che non li riguardava direttamente. Sofia, in ogni caso, era attenta a fatti apparentemente lontani tanto da seguire con una certa partecipazione l'insurrezione ddlo Yemen che andava creando crescenti difficoltà all'Impero ottomano: un maggiore impegno delle forze armate turche in quello scacchiere avrebbe permesso alla Bulgaria il compimento di quell'indipendenza nazionale che costituiva il fulcro della politica interna ed estera del Paese. Per evitare ulteriori attriti tra Bulgaria e Impero ottomano, si propose la possibilità d'una convenzione tra i due Paesi che prevedesse trattative particolari soprattutto in relazione al problema insoluto dal Congresso di Berlino del 1878 della frontiera. Dopo diversi rinvii, alla fine di aprile, si ebbero primi contatti a Costantinopoli fra il delegato bulgaro e quello ottomano. I punti sostanziali in discussione erano costituiti dall'esigenza di precisare meglio la zona neutrale e le rettifiche del confine. Il Sultano, che pure aveva accolto cortesemente il delegato bulgaro, facendo nascere speranze e illusioni sull'esito favorevole delle trattative, aveva rinviato - secondo l'abituale sistema turco - la conclusione delle trattative 9 . Nell'autunno 1905 Rubin elaborò due lunghi rapporti sulla si-

8

Cfr. i rapporti Ufficiali bulgari che fanno parte di organizzazioni macedoni, Sofia 5 apr ile 1905, prot. n. 8, Bande in Macedonia, Sofia 16 giugno 1905, n. 10, SMEAUS, Addetti Militari, racc. 81; Situaz,ione in Macedonia, Sofia 27 marzo 1906, n. 3, SME-AUS, Stati balcanici, racc. 34. 9 Ripercussioni in Bulgaria della sconfitta russa e dell'insurrez,ione dello Yemen, Sofia 9 giugno 1905, prot. n. 11, destinatar io il generale Tancredi Saletta, capo di Stato Maggiore dell'Esercito; Trattative fra Bulgaria e Turchia circa la frontiera, Sofia 2 luglio 1905; prot. n. 44, ris.mo, SME-AUS, Addetti militari, racc. 1, Bulgaria, fase. l.


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tuazione politica in Bulgaria e Montenegro e, secondo uno stile tipico degli addetti militari, inviò a l Comando le proprie considerazioni personali relative ai temi e ai punti ritenuti particolarmente degni di interesse per l'Italia. Dopo una premessa nella quale richiamava le tappe più significative della storia bulgara, r iferiva le iniziative prese dal Principato per ottenere l'indipendenza. La Bulgaria, dopo primi momenti di comprensibile smarrimento, aveva cominciato ad operare e a muoversi verso la creazione di una propria organizzazione statale sorretta da una profonda coscienza nazionale. Permanevano, naturalmente, non poche difficoltà nella gestione amministrativa, unitamente ad altri problemi derivanti dalla instabilità politica. Al centro dei problemi della Bulgaria: il pieno controllo della Dobrugia - regione contesa alla Romania e alla Macedonia - dove maggiore era lo scontro con la politica serba e quella greca. Sullo sfondo la presenza dell'Austria inter essata alla penisola balcanica in funzione anti-turcà e l'ingerenza della Russia. La politica accentratrice del Principe Ferdinando - anche se formalmente r ispettosa della Costituzione - otteneva consistenti risultati dominando le difficoltà e impedendo, sia pure con eccessiva fermezza, conseguenze disastrose per il giovane Stato. A questi aspetti indicati dall'ufficiale italiano come positivi, si contrapponevano tuttavia elementi negativi derivanti da una politica impopolare sia all'inte rno del Paese che nei rapporti con gli altri Stati. Nell'ambiente degli ufficiali le opposte valutazioni erano particolarmente evidenti. Secondo una linea di interpretazione, emergeva come dato positivo l'interessamento del Principe verso l'esercito, secondo un'altra, al contrario, prevaleva l'aspetto più squisitamente nazionalista che continuava a considerare Ferdinando I uno straniero, unitamente al giudi zio negativo sulla sua preparazione militare. Ulteriori punti analizzati da Rubin erano quelli relativi all'attività dei Comitati rivoluzionari e a lla loro organizzazione interna e esterna, il problema della finanza pubblica, quella dell'apparato burocratico e infine dell'esercito. Su quest'ultimo punto si dilungava analizzando le caratteristiche dello strnmento militare attraverso la formazione e l'istruzione dei soldati e degli ufficiali, i caratteri fondamentali delle varie armi e della organizzazione logistica (ospedali, caserme etc.). Concludeva sostenendo che la Bulgaria era la nazione più forte fra quelle balcaniche, avendo compiuto


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notevoli progressi anche in campo militare. Il suo esercito, pure incompleto, sarebbe stato in grado di affrontare una guerra difensiva ma non offensiva 10 . Nel 1906 Rubin registra un nuovo atteggiamento da parte del governo bulgaro: il desiderio di ottenere la completa indipendenza aveva determinato una svolta nella politica estera bulgara; si era attenuato il contrasto con la Turchia mentre si era accentuata la disponibilità verso le grandi potenze europee .e all'inizio del 1906 la Bulgaria concludeva un accordo con la Serbia in materia doganale. La pubblicazione dell'accordo provocava vivaci reazioni da parte dell'Austria ma costituiva un significativo preludio ai tentativi di Lega balcanica. Il commissario ottomano in un lungo colloquio con l'ufficiale italiano aveva esaminato i vari aspetti della politica bulgara volta ad ottenere il più completo consenso a lla propria totale indipendenza (trasformazione del principato in Regno) giudicandola inefficace. Secondo l'esponente ottomano l'indipendenza sarebbe stata, in quel momento, svantaggiosa soprattutto sul piano commerciale, per la Bulgaria che traeva non pochi profitti dalle buone relazioni con la Turchia. Una soluzione parziale avrebbe inoltre definitivamente compromesso i progetti di nuove acquisizioni territoriali. Nell'Esarcato, la Bulgaria trovava una ragione e una forte motivazione per intromettersi nelle questioni macedoni; una volta staccatasi definitivamente dalla Turchia questa motivazione sarebbe drasticamente caduta mentre le Potenze europee non avrebbero potuto consentire alla rottura del tanto conclamato mantenimento dello statu quo nella penisola balcanica. Solo un avvenimento derivante da circostanze eccezionali avrebbe potuto alterare la conclusione di questa analisi sulla quale, sottolineava l'ufficiale italiano, tutti concordavano. Ma se queste idee erano esatte e conformi a quelle prevalenti in Sofia, secondo Rubin la svolta della politica bulgara doveva essere ricercata nel fallimento subìto dalle attività delle bande bulgare-macedoni sopraffatte dalle truppe turche e dalle organizzazioni greche. La soluzione del problema macedone non era realizzabile in tempi brevi, l'abbandono dei mezzi violenti

°

1 Considerazioni personali sulla Bulgaria, Sofia 6 settembre 1905, prot. n. 64, fo. gli° 48; Notizie sommarie sul Montenegro, Sofia 29 settembre 1905, prot. n. 65, ibidem, fase. 3. ·


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e far tacere, temporaneamente, le vaste aspirazioni di conquista significava l'adozione di una nuova strategia politica atta a provare alle Potenze europee la volontà di mantenere la pace nella regione 11_ La contrapposizione con i greci era a l centro della vita politica bulgara nel 1906 e l'ufficiale italiano non mancò di registrare il crescente stato di violenza che caratterizzava i rapporti tra le due nazionalità. Nell'esta te di quell'anno manifestazioni ostili imperdirono a l patriarca greco di sbarcare a Varna e i greci colà residenti vennero fatti segno di numerose violenze. Inerzia o .incapacità delle autorità a garantire l'ordine pubblico, una deliberata volontà da parte del governo bulgaro che vedeva accrescere il proprio potere costituivano elementi di analisi per cercare di individuare, in prospettiva, le linee di tendenza della poli tica bul gara 12 • Incaricato dal Ministero degli Esteri - a conoscenza dell'abitudine del Principe Ferdinando di scambiare opinioni di natura politica con gli addetti militari - di appurare .le voci correnti circa un presunto accordo segreto per la soluzione della questione macedone tra l'Austria-Ungheria e la Bulgaria, Rubin svolse la funzione affidatagli con tatto, approfittando cl.i un lungo colloquio avuto con il principe nell'au tunno di quel l'anno a conclusione delle grandi manovre e al relativo congedo dei riservisti e della classe anziana. Tale atto dimostrava chiaramente quanto la Bulgaria non nutrisse propositi ostili verso la Turchia mentre era opinione del principe che la politica italiana di quegli anni fosse stata eccessivamente debole nei confronti dell' Austria-Ungheria. L'Italia, a giudizio del principe, non era consapevole della propria forza e dell' appoggio che avrebbe potuto ricevere dalle nazioni balcaniche, in primo luogo dalla Bulgaria. Certo la politica bulgara si svolgeva sul filo

11 Attuale incfrrizzo della politica bulgara. Fallimento delle trattacive per un nuovo presciro, Sofia giugno 1906, prol. 5 ris., destinatario il generale Tancredi Saletta, ibidem, Stari Balcanici, racc. 34. 12 Manifestazioni ostili ai greci, Sofia 24 luglio 1906, prot. n. 6 ris .mo; Manifestazioni ostili ai greci , Sofia 31 luglio 1906, prot. n. 7 ris.mo; ,vtanifesta;.ioni ostili conrro i greci, Sofia 5 agosto I 906, prot. n. 8 ris.mo; Crisi ministeriale, Sofia 6 novembre 1906, prot. n. 12, 1is.mo (il ripetersi degli incidenti portò ad una cl'isi di gabine tto voluta dal p.-incipe. Venne .-isolta con le dimissioni del generale Petrov, ex presidente del Consiglio dei ministri, dal ministero degli Esteri): destinaLario il general e Tancredi Salelta, ibidem.


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sottile della contraddizione: antiottomana e antiasburgia nello stesso momento. Ma il paese non poteva disinteressarsi della questione macedone, da cui la contrapposizione con la Turchia, né poteva ignorare il "pericolo austriaco". Commetteva quindi un errore il governo italiano nel non impostare una chiara politica di intesa con la Bulgaria. Queste dichiar azioni, analoghe a quelle fatte in altre occasioni, induceva no il Rubin a r ibadire la convinzione, più volte espressa, circa la necessità di "mantenersi amico questo principato da un lato per il per icolo che deriva dal fatto che le nostre relazioni con l'I mpero austro-ungarico sono raffreddate, e dall'altro per i continui e importanti progressi fatti da questo esercito che in un eventuale conflitto rappresenterebbe un fattor e tutt'altro che disprezzabile, tanto per la sua forza effettiva quanto per la sua posizione strategica". 13 E ra necessario, in altri termini, fronteggiare l'atteggiamento austriaco sempre più improntato a una politica di apertura verso il Principato (abolizione del r egime di capitolazione). Un fat to nuovo si era prodotto in Macedonia: la recrudescenza delle attività delle bande serbe re q\lali, con atti di terrorismo, tentavano di indurre alla fede patriarchista i villaggi bulgari esarchisti. Si concludeva così negativamente un anno di politica di buoni rapporti con la Serbia fortemente sostenuta dalla Bulgaria durante la grave crisi determinata dalla rottura delle relazioni commerciali con l' AustriaUngheria. La Serbia, in altri termini, approfittava dello stato di dissoluzione in cui si trovavano i comitati rivoluzionari bulgari. Una assemblea e ra stata indetta a Sofia per varare un nuovo programma atto a recuperare il terreno perduto. Forti dubbi sui risultati dell'Assemblea erano stati espressi dall'ufficia le italiano poiché "la propaganda è esausta, il popolo bulgaro è scettico, i capi sono discordi, il governo non è propenso a fornire aiuti. 14

13 Il colloquio improntato a viva cordialità e schiettezza, aveva avuto per oggetto il Montenegro e il principe Nicola; la visita del principe ereditario all'arciduca Ferdinando in Dalmazia; l'acquisto di materiale di artiglieria; l'operato degli ufficiali italiani in Macedonia "amatissimi dalle popolazioni per il loro zelo e la loro condotta disinteressata" e quello del generale De Giorgis giudicato "turcofilo" . Cfr. Colloquio con S. AR. il principe di Bulgaria, Sofia 5 ottobre I 906, prot. n. 9, ris., destinatario il generale Tancredi Saletta, ibidem. 14 Relazioni della Bulgaria con l'Austria e la Serbia, Sofia 12 dicembre 1906, prot. n. 15, ris.mo, ibidem.


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La situazione politica nella penisola balcanica era di per se stessa mutevole: al contrasto diretto, l'Austria-Ungheria e la Turchia avevano sostituito una politica che di volta in volta era di apertura e di chiusura nei confronti dei singoli Stati balcanici i quali tendevano a trovare una comune linea d'azione. Alla vigilia dei grandi sommovimenti che caratterizzeranno il 1908 (annessione de jure della Bosnia-Erzegovina da parte dell'Austria, rivoluzione dei giovani turchi) la Bulgaria rischiava di rimanere isolata per l'inasprimento delle relazioni con la Serbia e il Montenegro. Insistenti le voci circa una presunta alleanza dei due Stati con la Turchia in risposta al nuovo corso delle relazioni del Principato con l'Impero asburgico. E proprio questa nuova impostazione costituiva - a giudizio dell'addetto militare italiano - il vero colpo di scena nella già complicata situazione balcanica. Il Ministro della guerra bulgaro non aveva escluso - in un colloquio privato - la conclusione di accordi speciali con J' Austria-Ungheria e una eventuale guerra con la Serbia per rivendicare le provincie di Pirof e di Vrania, abitate in gran parte da bulgari. "Vedete dunque - commentava Rubin - che la situazione è grave e complicata· ma non sono pessimista; chi vive in Oriente sa con quale facilità mutano le situazioni e con quale leggerezza si dichiari dato di fatto ciò che è desiderio o sogno e penso che si tratti di un bluff della Bulgaria per intimidire la Serbia o sia finzione per tenere a bada la Turchia finché non siano completati i preparativi militari o ancora si tratti di un'abile preparazione dell'opinione pubblica europea verso un più energico impulso da darsi alle bande bulgare in Macedonia, cosa che sta avvenendo. Potrebbe avere ancora relazione con le trattative di collegamento delle ferrovie rumene con quelle turche e serbe mediante un ponte sul Danubio, cosa che si vuole impedire. Non posso per ora rispondere a questi quesiti né conoscere gli avvenimenti futuri, attualmente qui non si fanno veri e propri preparativi di guerra contro la Serbia; nella seduta segreta del Sobrani, che votò il credito straordinario cli 32 milioni per l'esercito, il ministro degli Esteri dichiarò che tale somma serviva per provvedimenti da prendersi contro la Serbia. D'altra parte è innegabile che, se esiste un accordo tra l'Austria-Ungheria e la Bulgaria a danno della Serbia, nessun momento potrebbe essere più favorevole dell'attuale in cui la Russia e la Romania sono


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esauste, la prima per la guerra in Manciuria e la seconda per la gravissima rivolta subita. Il successo momentaneo potrebbe costare caro alla Bulgaria che buttandosi nelle braccia dell'Austria-Ungheria ne verrebbe in seguito da essa soffocata, se si dovesse verificare una spartizione della Serbia, ciò che eliminerebbe il non abbastanza apprezzato cuscinetto che la separa dal grande Impero. Questi motivi e altri ancora fanno escludere la temuta possibilità di un conflitto, tuttavia faccio notare che: 1) in questa giovane nazione sviluppatasi rapidamente si è formata una vera e potente casta militare i cui sogni di gloria sono condivisi e appoggiati dall'opinione pubblica; 2) tutti aspettano una guerra che giustifichi gli enormi sacrifici fatti per l'esercito; 3) le disillusioni patite in Macedonia, dove l'influenza bulgara va ogni giorno subendo maggiori scacchi, produssero un malcontento che crea sempre più acute spine al governo accusato d'inerzia. Il governo vede che si allontana sempre più la possibilità di conquistare queste regioni da lungo tempo troppo imprudentemente promesse alla nazione. Poiché una guerra contro la Serbia, i cui ordinamenti militari sono poco solidi, sarebbe relativamente facile, non è da escludere che incoraggiato dall'Austria-Ungheria, che ha tanti motivi per desiderare l'annientamento di quel regno, il principe Ferdinando si lasci abbagliare dalla visione di un successo militare che -oltre a eliminare un incomodo concorrente e oltre a procurare una soddisfazione alla nazione, gli consoliderebbe il trono e gli permetterebbe di cingere l' ambitissima corona reale" . 15 La politica interna bulgara, connessa al variare della situazione internazionale, costituiva quindi il punto nodale delle corrispondenze del Rubin che nell'aprile del 1908 non mancò di registrare episodi di intolleranza e d i scontro diretto tra i militari e i socialisti in quel periodo fortemente critici nei confronti della politica governativa 16 . "La politica di questa nazione, in parte per la difficile situa-

15 ComplicaZ,ioni nella situazione politico-balcanica, Sofia I S aprile 1907, prot. n. 2, ris.mo, destinatario il generale Tancredi Saletta. 16 Vertenze ufficiali e socialisti. Manifestazione antimilitare, Sofia 16 aprile 1908, prot. n. 23, ibidem , racc. 15.


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zione in cui si trovano i popoli balcanici e in parte per il fantastico e disequilibrato carattere del principe, il quale pressoché da solo ne detiene le fila, si manifesta sempre incerta e ondeggiante". L'avvicinamento all'Austria-Ungheria concretizzatosi con il progetto di costruzione del tronco ferroviario Uvac-Mitrovitza - iniziato dal Principato nel 1907 in funzione anti serba - dimostrava, a pochi mesi di distanza, il suo carattere effimero. La Russia, infatti, approfittando delle controversie sul progetto ferroviario nel Sangiaccato e lanciando a sua volta la controproposta della ferrov ia DanubioAdriatico, dimostrava di voler riprendere l'iniziativa nei Balcani proclamandosi protettrice (morale e materiale) tout court dei popoli slavi. "Il potente impero moscovita ispira pur sempre timore", commentava Rubin, e molti temevano la trasformazione della Bulgaria in provincia russa. Necessaria perciò una pausa nei confronti delle aspirazioni in Macedonia e delle iniziative contro la Serbia, nazione slava anch'essa protetta dalla Russia. Diffide situazione quella della Bulgaria costretta dagli avvenimenti internazionali alla inazione in Macedonia, con una opinione pubblica interna sempre più intollerante nei confronti delle "atrocità" compiute contro i villaggi bulgari in Macedonia 17 . Solo l'attiva pressione del governo zarista riuscì ad allentare la pressione tra i due paesi, scongiurando quella guerra che "segnerebbe una scigura per la causa slava nei balcani" 18 . La rivoluzione dei Giovani turchi, con le sue aspirazioni costituzionali e d i uguaglianza, aveva prodotto una sensibile modificazione nei rapporti tra i due paesi, mentre sul piano della politica interna il governo democratico, nonostante i vantati proponimenti di finanza severa, aveva tacitamente accordato al ministero della Guerra circa sette milioni di crediti straordinari e altrettanti ne aveva fatti prevedere mentre l'insufficienza dei mezzi si faceva sempre più pressante. Nonostante ancora la legge sulla intangibilità dei magazzini di mobilitazione, tutti i Corpi avevano

17 Nuovo orientamento politico della Bulgaria, Sofia 5 giugno 1908, prot. n . 3 ris.mo, destinatario il generale Tancredi Saletta, ibidem, r acc. 16; Giornali politici che si pubblicano in Sofia, Sofia 12 giugno 1908, prot. n . 52, ibidem; Polemiche militari, 6 luglio 1908, prot. n. 65 ris.mo, ibidem . 18 Le relazioni serbo-bulgare, prot. n. 7 ris.mo, destinatario il generale Tancredi Saletta, Sofia 11 Iuglio 1908, ibidem .


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dovuto ricorrervi per i bisogni straordinari, mentre la riscossione degli stipendi e dei crediti dei fornitori subivano notevuli ritardi. In questa situazione - commentava Rubin - si dovevano o r idurre le forze, oppure - cosa più probabile - andare avanti stentatamente con espedienti, economizzando sui bisogni effettivi. La crisi di ordine sociale derivava innanzi tutto dall'atteggiamento seguito alla mancata conquista della Macedonia, dagli arbitrii e dai favoritismi commessi dall'ex ministro generale Savov e dall'incapacità del suo successore. Lacune e germi di malcontento esistevano anche prima, ma erano mascherati da una cieca fiducia nell'avvenire, mentre i rivolgimenti turchi, togliendo repentinamente tale fiducia e mutando le condizioni dell'ambiente, mettevano in luce le accumulate tensioni. Se la crisi finanziaria non poteva mutare con il mutare degli av.venimenti, quella sociale restava ancora più disord inata e grave 19 Ferdinando e il governo Malinov approfittarono con abilità della debolezza politica interna ed estera del regime dei Giovani Turchi per violare il Trattato di Berlino che aveva riconosciuto al Principato il particolare status di autonomia, dichiarando - il 22 settembre 1908 - la Bulgaria regno indipendente mentre lo stesso giorno Francesco Giuseppe firmava il rescritto per l'annessione della Bosnia-Erzegovina. Giungeva così a compimento un lungo itinerario che non mancò di suscitare preoccupazioni nèlle grandi Potenze, soprattutto per la connessione tr a i due avvenimenti che fatalmente mettevano in discussione il già precario equilibrio balcanico. E di nuovo la Bulgaria si avvicinava alla guerra per il contenzioso con la Turchia sulla confisca della ferrovia bulgara-macedone. L'economia bulgara - sottolineava l'ufficiale italiano - aveva avuto, in quegli anni, un notevole progresso così come l'esercito, ma ciò non era sufficiente a sostenere una guerra contro la' Turchia. Durante "quelle ore indimenticabili" non si poteva né si doveva dimenticare la deficienza dei mezzi finanziari (trenta milioni disponibili presso la Banca Nazionale e quella Agricola sufficienti per un solo mese cli guerra), il ristagno del commercio (l' incertezza poli~

9 ' Fenomeni importanti che risultano dalla nuova situazione politica, Sofia 6 settembre 1908; prot. n. 93 r is .mo, fogli 15, ibidem.


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tica determinava la non conclusione dei contratti e la mancata esportazione dei raccolti bloccati dalle esigenze militari) e dell'agricoltura mentre sul piano militare "ogni giorno lasciato trascorre segna una probabilità di successo che diminuisce per l'esercito bulgaro" a favore di quello turco 20 . L'intervento della diplomazia russa portò ad una accettazione del fatto compiuto da parte delle altre potenze e riuscì a risolvere il contenzioso con la Turchia condonando il debito militare risalente alla guerra russo-turca 2 1 . Particolarmente colpita risultava la politica perseguita dall'Italia non tanto per l'indipendenza bulgara quanto per l'annessione della Bosnia-Erzegovina da parte dell'Austria-Ungheria. "Ho richiamato a suo tempo - scriveva Rubin a proposito delle voci su un segreto accordo tra la Bulgaria e l' Austda l'attenzione di S.E. il generale Saletta sulla utilità che secondo il mio modo di vedere esisteva di tener conto delle forze militari bulgare in relazione ai nostri interessi, e rilevai successivamente tutti quei fatti che potevano indicare una diminuzione delle simpatie del Principato verso l'Italia, ~ la possibilità di vederle invero cedere a quelle lusinghe che offriva l'Austria-Ungheria. Oggi che numerosi indizi possono far dubitare seriamente che le pressioni non fo~sero errate, debbo intrattenere Vostra Eccellenza sull'importante argomento, pur evitando quei commenti cli intima convinzione che il mio compito di osservazione e non di giudizio mi vieta di esporre".

20 Situazione politica-Situazione militare, Sofia 12 ottobre 1908, prot. n. 126 ris.rno; Sguardo alla situazione. Verso il disarmo della Bulgaria, Sofia 30 ottobre 1908, prot. n. 144 r is.mo, ibidem; Alcune idee espresse dal Capo di S.M. dell'Esercito, Sofia 5 novembre 1908, prot. n. 153; Uno sguardo alla situazione, Sofia 6 novembre 1908, prot. n. 154; Negoziazioni turco-bulgare. Questione dell'Esarcato, Sofia 26 novembre 1908, prot. n. 167; Turchia e Bulgaria. Recriminazioni e speranze, Sofia 27 novembre 1908, prot. n. 173 ris.mo; Recenti notizie sulla situazione: Turchia, Bulgaria e Serbia, Sofia 7 dicembre 1908, prot. n. 13 ris.mo, destinatario il generale Alberto Pollio, capo di S.M. dell'Esercito. 21 La Turchia chiedeva come indennizzo 650 milioni di franchi d 'oro, la Bulgatia ne offriva 82. La Russia condonò alla Turchia il debito di 125 milioni di franchi d'oro e la Bulgaria si impegnò a pagare 82 milion.i alla Russia. Cfr. Turchia e Bulgaria. Ripresa dei negoziati, Sofia 3 gennaio 1909, ibidem .


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Se era impossibile rintracciare delle prove circa l'esistenza di un trattato segreto tra la Bulgaria e l'Austria-Ungheria, era però facile constatare quanto nel corso dell'anno i rapporti fra i due paesi fossero intensificati fino alla congiunta operazione indipendenzaannessione. "Tacqui finora - aggiungeva Rubin - nella speranza di potere comunicare qualcosa di concreto, ma anche le più diligenti indagini dovettero accontentars.i di indizi." L'ufficiale italiano ne elencava, argomentandoli, i principali quali la simultaneità della dichiarazione, la posizione antiserba dei due paesi, la necessità per la Bulgaria dell'appoggio di una grande potenza che non poteva essere la Russia, il contegno della Romania che aveva riconosciuto immediatamente l'indipendenza, la resistenza del principe Ferdinando a sostituire il governo, l'invio di dieci ufficiali bulgari a prestare servizio presso gli stati maggiori dell'Esercito austriaco, le facilitazioni operate dal governo di Vienna per accelerare sulle proprie linee ferroviarie il trasporto di materiale destinato all'esercito bulgaro, contratti di forniture militari presso ditte austriache e rottura di precedenti contratti con la Russia. A questi indizi positivi nei confronti di un accordo, se ne contrapponevano altri di non secondaria importanza. La Bulgaria non ignorava il concreto pericolo rappresentato dalla possibilità di essere fagocitata dall'Austria o da una rottura definitiva con la Russia. Il capo di Stato Maggiore dell'Esercito bulgaro, in una lunga conversazione privata, non aveva negato i pericoli dell'avvicinamento all'Austria ma aveva sostenuto non potersi sacrificare gli interessi immediati del paese così come aveva fatto l'antico Piemonte tenutosi in equilibrio tra i potenti vicini. La Bulgaria non poteva essere accusata - a suo giudizio - di aver tradito la causa slava. Al contrario: "sotto il manto slavo la Russia difende i suoi interessi particolari, e presentemente, non soltanto nulla può offrire, ma sono per di più in contrasto i reciproci interessi poiché essa protegge a oltranza quella detestata Serbia che soltanto con l'aiutò austriaco è dato di potere finalmente veder schiacciata." Quanto ai progetti di unione balcanica, compresa la Turchia, questi avrebbero potuto concretizzare successivamente alla sconfitta della Turchia e della Serbia alla concessione dell'autonomia della Macedonia. Strano modo di argomentare, commentava Ru-


Gustt11·0 Rubin de Cen1in addeuo militare a Sofia (1904-1911)

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bin, convalidato dal concetto che in caso di guerra dell'Austria contro la Turchia la scelta di campo per il Principato era obbligata a fianco dell'Impero asburgico dal quale si poteva no ottenere vantaggi territoriali a danno della Turchia e della Serbia. La disorganizzazione interna dell'Impero ottomano, il prevedibile fallimento dell'azione dei Giovani Turchi a vrebbe reso problematica una eventuale vittoria la quale, una volta contretizzatasi, sarebbe andata - secondo il capo di Stato Maggiore bulgaro - a vantaggio di ottomani e serbi mentre la Bulgaria avrebbe dovuto temere un attacco della Romania, fedel e alleata dell'Austria. "Sarebbe facile dimostrare - commentava Rubin - che i ragionamenti esposti fanno un po' troppo astrazione dall'attitudine che potrebbero assumere le altre Potenze europee, ma l'argomento mi trarrebbe lontano e preferisco concludere su quanto ho esposto: non una sola prova emerge né dagli indizi né dal linguaggio tenutomi, ma poiché essa sarebbe cercata invano, data la gravità della materia parmi non debba riuscire inutile il non tener conto anche delle impressioni e delle congetture, le quali possono in date eventualità gettare luce sull'interessante problema. Le impressioni - già lo dissi più sopra - mi fanno propendere a credere alla esistenza dell' accordo". Accordo che sicuramente riguardava - a giudizio di Rubin solo casi parziali come una eventuale offensiva turca o la garanzia di una neutralità serba. La prova poteva essere rintracciata nell'opposizione che il principe Ferdinando aveva manifestato nei confronti della guerra alla Turchia, pure reclamata dal Paese. Pa lesare un simile accordo avrebbe portato ad una rottura totale con la Russia 22 . Sarà proprio grazie all' intervento della diplomazia russa che la vertenza con la Tu rchia si concluderà dopo quattro mesi di lunghe e laboriose trattative : il 6 aprile 1909 l'indipendenza viene riconosciuta dal regime dei giovani turchi 23 .

22 Esiste un segreto trattato di alleanza tra l'Austria-Ungheria e la Bulgaria, Sofia 12 dicembre 1908, proL. n. 14 ris.mo. fogli 15, ibidem. 23 Incidenti ostili alla Russia , Sofia 8 gennaio 1909; Nota diploma tica della Bulgaria, Sofia 30 gen naio 1909; Attitudine della Bulgaria verso la Serbia, Sofia 20 marzo 1909; Conflitto alla frontiera turco-bulgara, Sofia 24 marzo I 909; Niwve trattative tra Turchia e Bulgaria, Sofia 20 marzo 1909; È raggiunto l'accordo turco-bulgaro, Sofia 24 aprile 1909, ibidem, racc. 39.


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Con questo riconoscimento e con quello degli altri governi europei Ferdinando rafforzava la sua posizione e poneva in essere alcune riforme della Costituzione per rafforzare il proprio potere personale liberandosi della tutela dell'Assemblea nazionale 24 mentre riprendevano le trattative con la Russia per la conclusione di una alleanza contro la Turchia 25 . All'inizio del 1910 il principe Ferdinando, Malinov e il ministro degli affari interni, in visita a Pietroburgo, tentarono di concludere l'alleanza mentre il governo russo rilanciava l'ipotesi di un patto serbo-bulgaro senza escludere la possibilità di un intervento russo nelle operazioni militari. Le trattative restarono a livello di scambio per le richieste bulgare, giudicate eccessive dalla Russia. Nel1' estate riprese vigore l'attività in Macedonia e continui furono i pretesti per invocare interventi nella regione 26 collegati al sempre più diffuso malcontento dell'esercito 27 . Momento non secondario della vita politica bulgara fu, in quell'anno, la convocazione nel congresso slavo che fu attentamente seguito dall'ufficiale italiano il quale, alla vigilia del congresso, ricordava come le precedenti riunioni di Praga del 1908 e di Pietroburgo del 1909 attingessero la loro motivazione dall'idea di unità slava (grandi congressi erano stati quelli di Praga del 1848 e di Mosca del 1867) la quale a sua volta nascondeva gli interessi della Russia. La prova, a giudizio dell'ufficiale italiano, era nel!' abbandono "in cui furono lasciate dall'Impero moscovita la Serbia e la Bosnia Erzegovina in tempi passati - ed è cosa della quale punge il rimorso e non si nasconde il rimpianto - e la tirannia che si tentò inutilmente di imporre alla Bulgaria volendola sì, liberata dal

24 Cfr. Alcune notizie di carattere politico, Sofia 30 aprile 1909; Zar dei bulgari e non Zar di Bulgaria, Sofia 11 maggio 1909, ibidem. 25 Cfr. Relazioni bulgaro-turche, Sofia 27 luglio 1909, Voci di malcontento ne/l'Esercito, Sofia 4 ottobre 1909, Attacchi della stampa turca contro la Bulgaria, Sofia 14 ottobre 1909, Cattiva impressione suscitata in Turchia dai discorsi pronunciati al Sobranie dal governo bulgaro, Sofia 24 novembre 1909, ibidem. 26 Protesta del governo bulgaro contro le atrocità che sarebbero compiute in Macedonia, Sofia 4 agosto 1910, prot. n. 6 ris.mo; Relazioni bulgaro turche, Sofia 10 agosto 1910, prot. n. 7 ris.mo; Crisi ministeriale, Sofia 19 settembre 1910, prot. n. 8 ris.mo; destinatario il gen. Alberto Pollio ibidem, racc. 39. 27 Dei mali che travagliano l'esercito bulgaro, Sofia 16 maggio 1910, prot. n. 31 ris.mo, ibidem.


Gustavo Rubin de Cervin addetto militare a Sofia (1904-1911)

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giogo turco, ma unicamente per renderla provincia vassalla dell'Impero." Negli ultimi anni si era tentato di conciliare l'idea panslava con il principio di nazionalità mentre l'unità morale delle forze slave in Europa avrebbe dovuto fare argine al dilagare del germanesimo. "I risultati del movimento - scriveva Rubin - non corrispondono però finora alla bontà dei propositi, ché troppo diversi sono gli interessi e insanabili appaiono i contrasti cli indole politica; basti accennare ai dissidi serbo-bulgari, serbocroati, serbo-montenegrini, russo-polacchi, e poi ancora ai minori esistenti fra cechi, ruteni, slovacchi etc. Cercare il modo di comporre tutte queste rivalità per dirigere le forze slave ad un unico fine, è il compito che invano si posero i congressi cli Praga e di Pietroburgo e che novellamente si tenta con quello cli Sofia, ma gli auspici appaiono poco favorevoli in quanto che attriti e difficoltà sorgono già dt\rante la preparazione e si susseguono i rifiuti, si esigono condi:zioni, si palesano suscettibiÌità e diffidenze." I polacchi a vevano annunciato la loro assenza per la pluriennale contrapposizione alla Russia: i rappresentanti russi avrebbero tentato di trasformare l'incontro in una speculazione propagandistica 28 . · Degno di nota è il lungo rapporto che l' ufficiale italiano scrisse a commento dei risultati del Congresso: "L' idea cli panslavismo, basata sul concetto dell'unione dei popoli slavi sotto l'egemonia della Russia, non fece cammino, ma essa r appresentava tuttavia qualcosa di definito i cui scopi potevano aspirare alla realizzazione mercè l'importanza politica e la forza militare di quella grande potenza. Nulla potrà invece attendersi invece da questo neo-slavismo dalle formule vaghe e dai propositi . sibillini che, saturo cli scopi politici, finge di escludersi copr endone la merce con la bandiera culturale, che mentre vorrebbe far agire all'invadente germanesimo; non riesce a comporre gli insanabili dissidi che esistono nel suo sconnesso e sgretolato blocco, troppo

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Il Congresso slavo di Sofia , Sofia 23 giugno 1910, prot. n. 59, ibidem.


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diversi essendo gli interessi delle numerose popolazioni che lo compongono, e troppa essendo la diffidenza che tra esse regna; ché privo di consistenza politica e di forza materiale perché la protezione data al movimento dalla gran madre Russia appare palesemente intinta di panslavismo. Nessun dubbio che se il giudizio deve essere formulato sul presente stato dell'Europa e sui risultati pressoché nulli sortiti dai congressi slavi fin qui tenuti, tali organizzazioni non formano una grinza. Vorrei solo rammentare, per conto mio, che certi problemi talmente intricati all'origine da pareri insolubili, si mutano qualche volta col tempo, col favor del destino e con la perseveranza degli apostoli in· isperati successi, e sono sovente gli uomini derisi e tacciati di visionari dai contemporanei quelli che ricevono dai posteri gli onori del trionfo o le palme del martirio. Rispettiamo quindi i pionieri della nuova idea, ma poiché non è compito nostro quello dei presagi, limitiamoci a constatare sulla base dei fatti che i risultati del neoslavismo sono per il momento meno che in germe, e che il Congresso slavo di Sofia si trovò concorde d'intenti nelle feste e nei banc.:hetti, fu invece, per quanto si riferisce agli scopi precipui del consesso, perpetuamente dominato dall'ombra dalla diffidenza e dalla preoccupazione di evitare o di comporre incidenti. Risultato negati,vo dunque, reso anche più palese e clamoroso dalla astensione del re Ferdinando che, rimasto all'estero, si limitò a rispondere a un telegramma di saluto, e del governo bulgaro che - al!' infuori di una somma accordata ali' apposito comitato per poter ricevere degnamente gli ospiti - ostentò la più completa indifferenza per i lavori del Congresso, non intervenendo che in poche circostanze strettamente indispensabili. Alla spaccatura interna al movimento slavo si era 'aggiunta, in quella particolare situazione, anche quella fra i partiti politici bulgari mentre era stata accuratamente evitata la discussione dei memoriali relativi al dissidio polacco-russo e a quello serbo-bulgaro in Macedonia 29 . Rientrato nel gennaio 1911 in Italia, dopo la lunga permanenza

29

//

Congresso slavo di Sofia, Sofia 20 luglio 1910, ff. 11, ibidem.


Gustavo Rubin de Cervin addetto militare a SofĂŹa (1904-1911)

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all'estero, Rubin venne promosso colonnello nel dicembre 1911 e maggior generale nel 1915. Lusinghieri i giudizi espressi sulla sua attivitĂ di addetto militare e decisamente degni di nota quelli relativi alle sue capacitĂ militari manifestate nei compiti di volta in volta affidatigli e durante la prima guerra mondiale.


ORESTE BOVTO

EDMONDO DE AMICIS Nel 1935, prendendo spunto dall' inagurazione di un monumento ad Edmondo De Amicis avvenuta in quei giorni ad Imperia, Guido Mazzoni cosi scriveva sulla Nuova Antologia : "Sui piatti deJ!a bilancia critica qual peso è ora indicato per l'arte di Edmondo De Amicis? Un tempo la lancetta segnava un numero altissimo; oggi un numero, se non propriamente basso, piuttosto verso i bassi che verso gli alti. Ciò accadde sempre e séguita ad accadere per quals ivoglia autore in gran voga, avendosi come conseguenza d'ogni azione una successiva reazione. Oltre a ciò, il mutarsi così delle condizioni sociali come dell'orientamento estetico, che si ha di continuo tra l'una e l'altra generazione, fa anch'esso sentir meno gl'intendimenti dell'autore e rende però contro lui più agevoli e severe le sentenze ostili; fino a che non s'~ntri nella storia, e prima o dopo tutte le testimonianze di un'età vi rientrano, ché allora perfino un mediocrissimo artista, in quanto sembri apportare un documento nuovo, può ad un tratto risalire negli onori dello studio e nella fama; per poi restarvi oppu re ricadere nella dimenticanza. Il periodo più duro che l'estimazione delle opere d'arte ha da vincere è appunto quello dell'immediato contradire che molti posteri fanno a lodi già troppo abbondevoli. Pel De Amicis si è confermata .la regola" t. Sono passat i da allora oltre cinquant'anni, ma Edmondo De Amicis attende ancora una definitiva collocazione nel Parnaso degli scrittori italiani, anzi le sue opere, inizialmente discusse solo sul piano della validità letteraria, oggi sono esaminate anche sotto l' ottica politica, apprezzate da alcuni come valido supporto dell'unità

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44.

G. MAZZONI, L'opera di Edomondo De Amicis, "Nuova Amologia", 1935, pp. 32-


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Oreste Bovio

nazionale 2 , respinte da altri come patetico strumento propagandistico del . militarismo italiano ottocentesco 3 . Pur senza pretesa alcuna di poter dire una parola definitiva, credo che Edmondo De Amicis abbia titoli sufficienti per essere ricordato tra coloro che hanno contribuito a formare l'Esercito italiano e che, quindi, sia doveroso dedicargli questo sia pur scarno profilo biografico.

LAGIOVINEZZA

Edmondo De Amicis nacque ad Oneglia il 31 luglio 1846, quinto figlio di Francesco e ·di Teresa Busseti. Due anni dopo il padre, "banchiere regio dei sali e tabacchi" rifornitore cioè dei generi di monopolio, fu trasferito a Cuneo, città che Edmondo considerò sempre la sua città natale. E nella bella città subalpina il giovane Edmondo trascorse gli anni sereni dell'infanzia e dell'adolescenza, circondato dall'affetto della famiglia ed educato ad un giusto amor di patria, al rispetto delle leggi, alla fiducia nello Stato, come usava fare allora nelle famiglie della piccola borghesia piemontese. Soprattutto la madre, donna di grande intelligenza e di grande cuore, ebbe una notevole parte nell'educazione di Edmondo, instillandogli germi fecondi di umana bontà e di gepuina solidarietà per i deboli, i sofferenti, i poveri. Il legame tra madre e figlio fu duraturo ed anche negli anni della piena maturità Edmondo si rimise spesso al consiglio di Teresa con piena fiducia. Due gli episodi significati dell'adolescenza del futuro scrittore: la mancata fuga da casa per arruolarsi tra i volontari garibaldini nel 1860 e la composizione di un inno alla Polonia nel 1862, "inno manzoniano nella struttura metrica, mazziniano nella sostanza e pieno di fieri accenti libertari e anticlericali in dispregio dei despoti di ogni estrazione" 4 che, stampato a cura degli amici, fu inviato dal giovane entusiasta ad Alessandro Manzoni! Il grande scrittore rispose con paterna gentilezza e si consolidò così nel cuore

2

3 4

Vds. G. SPADOllNI, Gli uomini che fecero l'Italia, Milano, Longanesi 1972. Vds .. P. DEL NEGRO, Esercito, Stato, Società, Bologna, Cappelli 1979. L. Gwu, Edmondo De Amicis, Torino, Utet 1962. pag. 5.


Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis in uniforme di allievo della Scuola Militare di Modena

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di De Amicis quel sentimento di affettuosa devozione che lo legò al Manzoni anche dopo la morte di quest'ultimo. Terminato il liceo nel 1862, Edmondo De Amicis si trasferì a Torino, ospite del collegio Candellero, un istituto scolastico privato specializzato nella preparazione dei giovani che intendevano sostenere gli esami di ammissione all'Accademia Militare di Torino o alla Scuola Militare di Modena. Il primitivo desiderio cli Edmondo di "fare lo scrittore e basta" 5 non si era potuto realizzare perché una grave malattia aveva costretto il padre a lasciare il lavoro ed il figlio a cercare un impiego pubblico ed uno stipendio regolare. Nel novembre 1863 Edmondo De Amicis fu ammesso alla Scuola Militare di Modena da cui uscì, due anni dopo, sottotenente di fanteria. Non è certo agevole indagare oggi sulla consistenza della vocazione militare del giovane De Amicis. Qualche mese dopo essere entrato alla Scuola Militare egli scrisse ad una amica cuneese, Giulia Busancano, una .lettera piuttosto freddina : "Gentilissima Signorina, avrei dovuto scrivere a suo fratello o a sua madre; ma scrivo invece a lei per queste due ragioni. Quando si tratta di commiserare qualche disgraziato, come sono io, e di comprendere le sue querele la donna è infinitamente più delicata dell'uomo e più intelligente; in secondo luogo, quando si tratta di leggere le bizzarrie accozzate da un cervello balzano come è il mio, soltanto la gioventù adolescente non si lascia vincere dalla hoia ... La çittà di Modena è a quest'ora immersa nel sonno. Dormi, o malaugurata! Così potessero dormire tutti gli infelici che si riparano sotto le tenebrose tue ali! Neh - che squarcio di rettorica? Ma noi, poveri soldati, siamo in piedi da due ore. Per chi non ci è assuefatto il sentirsi rompere il sonno da uno squillo di tromba che lacera gli orecchi (lo creda, o signora Giulia) è cosa dura. In quei momenti si odia la carriera militare. Che Italia! che libertà! che sagrifizi! Meglio la tirannide di Tiberio o di Nerone e stare a letto finché nasca il Sole, che queste baje di costituzioni e vestirsi mentre il cielo è ancora stellato./.. ./Una volta io parlava con molto calore di armi, di soldati, di battaglie; ma se adesso io dovessi ancora farla da poeta non direi più spada folgorante perché saprei che quel fulgore costa molto grasso e molta polvere di mat-

5 G. TEsro, Le lettere in Torino città viva, Torino, centro Studi Piemontesi 1980, Pag. 390.


Edm.ondo De Amicis

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tone a chi la cinge; non direi più elmo piumato, o volgarmente chepì, perché saprei che dopo mezz'ora di cammino esso lascia attorno alla fronte un marchio vermiglio come la corona del Nazareno, e così di tutte le altre minutaglie che si colorano dal poeta come fossero ninnoli di paradiso; oh non direi più così. Ah, lo creda, signora Giuliettina, non sono più le giornate di Cuneo che volavano in .libera gioia! Addio libertà! Addio cara libertà, io t'ho perduta: né t'ho amata mai con sì disperato trasporto come dal giorno in cui la mia imbecillità o il m io destino mi rinchiuse in questo magnifico palazzo ducale! E loro signori di Cuneo come vivono? Meglio di noi sicuramente. Veda: la parola Cuneo fra queste mura mi fa un certo effetto ... che io rassomiglierei a quello che produce in un vecchio cieco il ricordo dei colori e delle forme./ .. ./Mi perdoni nuovamente la libertà che io mi assunsi; nei tempi antichi si sarebbe gridato: Orrore! Fulminiamolo colla scomunica! Adesso invece s'appaghino di dire ch'io sono un indiscreto ... un impertinente ... un poeta insomma, che vale lo stesso". 6 Suo aff.mo Edmondo De Amicis» L'archivio dell'attuale Accademia Militare di Modena ci offre però un documento probante in direzione opposta: lo "stato dimostrativo degli studi" dell'allievo Edmondo De Amicis per l'anno accademico 1863-64: diciannove ventesimi in "lettere italiane", diciannove ventesimi in "tattica delle tre armi" e diciotto ventesimi in "istruzioni teorico-pratiche militari". Edmondo fu dunque un allievo diligente, non tradì la precoce vocazione letterar ia pur dedicandosi con entusiasmo alle materie professionali.

LA CARRIERA MILITARE Il sottotenente De Amicis, assegnato al 3° reggimento fanteria della Brigata "Piemonte", partecipò alla terza guerra d'indipendenza ed ebbe la ventura di combattere a Custoza. La Brigata "Pie-

6 Lettera scritta il 17 maggio 1864 a Giulia Busancaoo, pubblicata in Cuneo, provincia granda, n. 2 anno XXXIV, Cuneo, l'Arciere 1985.


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monte" con la Brigata "Cagliari" costituiva la sa Divisione, agli ordini del generale Cugia, che aveva ricevuto l'ordine di mettersi in marcia alle 01.30 del 24 giugno da Pozzòlo per schierarsi a Sommacampagna. Alle 07.00 del mattino la Divisione aveva percorso solo 7 km., impacciata dai carriaggi che doveva portare al seguito, quando si incominciò a sentire il tuono del cannone dalla destra, in direzione di Villafranca. Subito il Cugia schierò la Divisione, con la Brigata "Piemonte" in 1a linea, e la diresse verso le alture di M. Torre e di M. Croce, in soccorso della 3a Divisione del generale Brignone che, attaccata da forze austriache preponderanti, era in gravi difficoltà. L'andamento della battaglia è noto, M. Ton-e e M. Croce riconquistati al mattino furono persi nel pomeriggio e così il sottotenente De Amicis provò l'esaltazione della vittoria e la depressione della sconfitta nell'arco di una sola giornata, c~nservandone a lungo l'amaro ricordo. Molti anni dopo De Amicis ricorderà la sfortunata battaglia in un capitolo de La vita militare, a "botta calda" così narrò l'episodio in una lettera indirizzata ancora a Giulia Busancano: "Ho avuto la fortuna di prender parte al fatto d'armi del 24 giugno e le granate (credo in virtù delle preghiere di quel buon angelo di mia madre) mi rispettarono. La mia divisione (8a generale Cugia) s'è battuta a Custoza; il mio reggimento ebbe poche perdite perché, salito sul Monte Croce, ebbe la buona sorte di potersi appiattare in un avvallamento che lo riparava dalle batterie coperte degli Austriaci. Fummo gli ultimi a lasciar la posizione, molestati continuamente dalle cariche degli Ulani, cariche audaci, ma infruttuose. Di quella dolorosa catastrofe io non ho veduto altro". Dopo la disgraziata giornata, 1'8" Divisione ripiegò con le altre verso l'Oglio, a l confine delle provincie di Cremona e di Brescia. Una ritirata umiliante, in mezzo ad una popolazione indifferente, timorosa del ritorno degli Austriaci e che guardava i nostri come se appartenessero ad un esercito straniero. I reggimenti sfiÌavano per le strade dei borghi e per le campagne silenziosi, i soldati non alzavano gli occhi, si erano battuti con coraggio, eppure si ritiravano. Ai primi di luglio la Divisione passò il Po a Piadena e via via, spostandosi per Parma e Fen-ara, risalì verso le provincie venete. Nei suoi ricordi Edmondo scrisse che gli sembrava di voler anche più bene, dopo la sventura, al reggimento e alla Bandiera. A mano a mano che la Divisione si avvicinava a Venezia il morale delle truppe migliorò e l'accoglienza dei contadini si fece più cordiale,


Edmondo De Amicis

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nonostante tutto l'entrata in Venezia fu trion fale ed Edmondo si rasserenò. Il 1866 fu un anno particolarmente duro per il giovane esercito italiano, impegnato, dopo la sfortunata campagna, nella repressione della rivolta di Palermo e poi nel portare aiuto alle popolazioni siciliane e calabresi, colpite da una grave epidemia di colera che si protrasse per gran parte del 1867. Anche il sottotenente De Amicis con il 3° fanteria fu inviato in Sicilia. L'opera dell'esercito fu esemplare, "dimostrando che anche dopo le prove della guerra il suo morale è intatto. I cronisti indugiano a descrivere le deplorevoli condizioni della pubblica igiene, dei servizi medici, l'incapacità e in molti casi il terrore dei funzionari, l'esodo disordinato delle popolazioni de i luoghi colpiti,· la generale disperazione e la generale insufficienza della difesa. Di contro a questo quadro desolato sta il quadro dell'intervento delle forze armate che supplirono a tutto ciò che mancava sostituendosi ai medici, agli infermieri, ai farmacisti e a i becchini. ... Le prime disposizioni per arginare la calamità furono militari, le emanò il generale Giacomo Medici comandante della divisione di Palermo, egli spedì piccoli presidi dovunque trasformati in centri sanitari e altri ne mise a disposizione dei municipii, fece chiudere scuole e aprire ospedali e infermerie, in una parola si trovò in mezzo ad un'altra guerra, nella quale il nemico era più subdolo e micidiale di queJlo che egli aveva cÒmbattuto al fianco di Garibaldi .... La diffidenza e i sospetti delle popolazioni verso i provvedimenti delle autorità non facev ano che aumentare col dilatarsi della epidemia. La povera gente si barricava nelle case, rifiutava di aprire ai soldati, respingeva i soccorsi e teneva nascosti i familiari infermi; i più morivano dopo s trazianti agonie: avvelenati, dicevano i superstiti, unti di malefici, assassinati da falsi medici; si nascondevano anche i cadaveri perché i soldati - i monatti del governo - non li portassero via di notte e non li seppellissero nel nuovo cimitero invece che nella terra del sagrato davanti alla chiesa come si usava dal tempo dei tempi. E molti cadaveri finirono dentro i pozzi a corrompere l'acqua dopo aver corrotto l'aria domestica, e l'epidemia, non che esser vinta, girava di casa in casa a mietere altre vittime, in una giostra infernale. C'era chi aveva interesse a istigare alla resistenza, a dar corda alle superstizioni: i mestatori borbonici, i nostalgici dello spento regime, per i quali


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ognuno che arrivasse dal continente era un agente segreto, un provocatore, un untore m andato dai "senza Dio" del settentrione che dopo aver disfatto il regno dei Borboni si p reparavano a distruggere il trono de l papa. Non mancarono sedizioni di intiere borgate, assalti alle caserme, alle dimore dei medici, alle farmacie, barbare uccisioni di presunti avvelenatori costretti a confessare colpe delle quali erano innocenti, stragi di famiglie, vendette" 7 . Edmondo fu impressionato da tanta miseria e da ta nta arretratezza, nelle pagine del suo diario annotò con acuto senso critico l'insufficienza della politica governativa e mai dimenticò quelle tristi vicende. Ma era destino che Edmondo diventasse uno scrittore ed una circostanza fortunàta. lo sottr asse al 3° reggimento fanteria per inserirlo nel mondo letterario. Il Ministero della Guerra, infatti, preoccupato dall e difficoltà che incontrava l' Esercito ad integrarsi nella società italiana dell'epoca - non si dimentichi che il nuovo Regno aveya introdotto l'istituto della coscrizione obbligatoria a popolazione non abituate da secoli a sopportare tale onere - aveva promosso presso lo stampatore Voghera l' uscita di un periodico trisettimanale, L'Italia militare, con l'intento cli far conoscere ai cittadini le problematiche mi litari, di r endere insomma più facilmente accettabili all'opinione pubblica i sacrifici, personali e finan ziari, che la funzione difesa comporta. L'allora colonnello Agostino Ricci 8 , già favorevo lmente noto nell'Esercito per il volume Introduzione allo studio dell'arte militare, cognato di Edmondo, segnalò alla direzione del giornale la buona predispozione letteraria del congiunto e così De Amicis si ritrovò a Firenze, allora capitale del Regno, con il compito graditissimo di scrivere. Il primo bozzetto pubblicato da Dc Amicis su L'Italia Militare, "La marcia", non fu altro che un resoconto garbato e brioso di una marcia estiva di reggimento ed ebbe un grande successo perché "popolarizzava un genere, fondeva insieme osservazioni della realtà, sentimento, umorismo naturale delle cose semplici e dei fat ti ingenui. Con una tintarella poetica, distribuita su quelle barbe impol-

7 L. G1c LI, op. cit., pagg. 69, 70, 71. 8 Agostino Ricci (1832-1 896) raggiunse il grado di tenente generale, deputato di Belluno nella XV e nella XVI ·Jegìslaturn. nominato senatore nel 1894. Lasc iò numerose opere d i storia militare .


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verate dalla mano di un figlio di borghesi di provincia che si sentiva "fiero" di appartenere all'esercito, colonna della società" 9 . Edmondo continuò naturalmente a scr ivere racconti di ambiente militare, anche su altri giornali e periodici - la Gazzetta d'Italia, la Nuova Antologia - e nel 1868 li raccolse in un volume, edito da Treves, La vita militare. Il successo del volume fu immediato; l'anno successivo comparve la seconda edizione, arricchita di altri racconti, e pubblicata da Le Monnier; nel 1880 apparirà l'edizione definitiva, ancora pubblicata da Tr eves. Si tratta di venti racconti 10 tutti incentrati su vari aspetti e momenti particolari della vita militare, in pace ed in guerra. Non mancano quindi pagine drammatiche ma più spesso il racconto è mante nuta su toni garbati, umor istici o patetici. Benede tto Croce definì i racconti della Vita Militare "apologhi", aggiungendo che "la morale dell'apologo sta ne ll'affermare i vincoli che debbono stringere l'esercito all a nazione e questa a quello, nello scoprir e sotto la divisa del militare e tra le durezze della disciplina e della caserma il cuore dell' uomo e del cittadino. Nella Vita militare, un bozzetto: "L'ordinanza", descrive l'affetto contenuto e profondo tra un ufficiale e un semplice soldato; "Il coscritto" ammonisce i nuovi solda ti perché non si ribellino e inveleniscano pel tono aspro, pel contegno duro dei loro superiori, che assai li amano; "Una medaglia" continua lo stesso motivo e vi aggiunge la tenera imm agine della madr e del soldato, immagine che ritorna con effetto sicuro in parecchi altri bozzetti; folla che nei tumulti di città insulta il "Una sassata" biasima buono e pover o soldato;.-"'L'ufficiale di picchetto" m ette sott'occhio le conseguenze e i rimorsi di una mancanza al dovere regolamentare; "Il figlio de l reggimento" è un idillio d i affetti paterni in mezzo alle fatiche del campo e della guerra; "Carmela", "Un mazzolino di fiori" sono altre storie e aneddoti di gentilezza soldatesca. I parecchi racconti di azioni militari e di morti sul campo congiungono sempre l'eroismo alla bontà ed alla tenerezza: molte pagine

la

9 10

L. GtCLr, op. cit. , pag. 84

Una marcia d' estate, L'ordinanza, L'ufficiale di picchetto, Una sassata, La madre, Il figlio del reggi mento, li coscrillo, Una marcia nollurna, Un mazzolino d i fiori, Carmela, Quel giorno, La sentinella, Il campo, Il mutilato, L'eserci to italiano durante il colèra del 1867, Una medaglia , Un'ordinanzà originale, A vent'anni, Partenza e ritorno, Ricordi del 1866, Una morte sul campo.


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vengono dedicate a raccontare l'opera pietosa e civile dell'esercito .durante l'epidemia colerica del 1867" 11 • Il giovane De Amicis, che non supponeva nemmeno lontanamente che un giorno sarebbe divenuto un caso letterario, gioiva del successo, si convinceva sempre di più che la sua vera vocazione era quella di scrittore e frequentava con assiduità gli ambienti letterari fiorentini, specie il salotto di Emilia Peruzzi sempre fecondo di idee e di fermenti. Il successo però gli recò anche qualche amarezza. Nel 1869 Ugo Tarchetti 12 nell'introduzione alla seconda edizione di un suo romanzo antimilitarista Una nobile follia attaccò con asprezza De Amicis che "parlava dell'esercito come un collegiale uscito di ginnasio potrebbe parlare degli uomini e della società che non ha ancora conosciuto". Non fu questa l'unica critica che La Vita Militare procurò al Nostro. Molti anni dopo, Pasquale Villari rimproverò a De Amicis un uso eccessivo del patetico. "Nella Vita Militare", scrisse, "apparisce un concetto vero, giustamente inteso e chiaramente esposto: il soldato italiano non è più il rappresentante prepotente della sola forza brutale, quale lo volevano i caduti governi; è il rappresentante dell'onore e del dovere nazionale, il soldato galantuomo e gentiluomo. Non gli manca nessuna delle qualità più nobili e gentili dell'animo, anzi da queste la sua forza, il suo coraggio sono cresciuti e nobilitati. Il libro ebbe, era natuale, grandissima fortuna. Ma dopo cominciarono le critiche. - Questi non sono soldati, sono donne che piangono. - 'Troppe lacrime, - fu la condanna che si sentì ripetere da ogni lato. Il difetto però non era veramente nel farci vedere che anche il soldato può sentire e piangere come gli altri, se perde il figlio o la madre. Il difetto era invece che, per rappresentare le qualità umane del soldato, si erano troppo spesso lasciate da parte le sue qualità militari" 13 . Credo che entrambe queste interpretazioni dell'opera deamici-

11

B. CROCE, La letteratura della nuova Italia - Saggi critici., Bari, Laterza 1914, Voi. I, .pag. 162. 12 Iginio Ugo Tarchetti (1839-1869). Dopo aver frequentato il liceo a Casale si impiegò presso il Commissariato Militare e fu inviato nell'Italia Meridionale durante la repressione del brigantaggio. Nel 1863 fu ti:asferito a Vai:ese; nel 1865, insofferente della disciplina, si congedò e si stabilì a Milano dedicandosi al giornalismo. È considernto il rappresentante più tipico della scapigliatura lombarda. 13 P. V1LLARI, E. De Amicis e la letteratura sociale, in L'Italia e la civiltà, Milano, Hoepli 1925.


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siaha possano essere riviste, Edmondo De Amicis non fu né un propagandista retribuito né uno scrittore sdolcinato. Edmondo De Amicis come fu ufficiale coraggioso a Custoza fu sempre scrittore leal~, ubbidiente solo a lla sua coscienza. Fesaltazione della vita m ilitare nei suoi racconti è spontanea, egli era convinto che l'operato d ell'esercito, altamente meritorio in guerra ed in pace, dovesse essere meglio conosciuto da tutto il popolo italiano. IL pubblico, giudice spesso migliore dei critici di professione, riconobbe la sincerità delle sue pagine e gli decretò quel larghissimo successo che per anni ed anni fece di lui lo scrittore più letto e più amato d'Italia. Quanto alle garbate osservazioni del Villari si può obiettare che De Amicis usò il sentimento, e sia p ure talvolta il sentimentalismo, con criterio pedagogico per indurre il lettore ad un comportamento coerente con gli ideali patriottici e socia li più elevati. Ha ragione Croce quando definisce l'opera letteraria di De Amicis "opera non di artista puro, ma di scrittore moralista", il Nostro fu infatti sempre u n educatore perché era un ufficiale, cioè un comandante e la funzione educativa è una componente fondamentale dell'arte del comando. Promosso tenente e divenuto d irettore dell'Italia Militare, succedendo a Luigi Chiala, De Amicis ebbe presto l'occasione di mettere alla prova le sue innate qualità di giornalista; nel settembre del 1870 fu inviato a l seguito del Corpo d'osservazione del generale Raffaele Cadorna incaricato di prendere Roma. Le sue corrispondenze, pubblicate sull'Italia Militare e su altri giornali, furono lette co,n grande interesse e la sua fresca fama di au tore di successo ne fu consolidata. Edmondo decise allora di dedicarsi alle lettere "a tempo pieno", si dimise dall'esercito e si stabilì a Torino. Si era nell'autunno del 1871.

Lo

SCRITTORE

Conclusa l'esperienza militare, De Amicis si impegnò subito nel campo letterario. A Firenze aveva conosciuto u n giovane ed intraprendente editore piemontese, Gaspero Barbera, e per la sua casa editrice raccolse in un volume cinque corrispondenze scr itte a Roma l'anno precedente - L'entrata dell'esercito in Roma , La cu-


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pola di San Pietro, Preti e frati, Le terme di Caracalla, Un'adunanza popolare nel Colosseo - , più a ltri scritti, a lcuni d'occasione come Una distribuzione di premi e La battaglia di Solferino e San Martino, altri che continuavano il filone della Vita Militare come Ai coscritti, Un esempio, Il capitano Ugo Foscolo. Nella prefazione al volume, intitolato anche per suggerimento della signora Peruzzi Ricordi del 1870 - 71 , De Amicis scrisse: "È un libro in cui si parla di patria, di guerra, di studi, e se ne parla con a rdore e fede giovanile: però, lo dedico ai giovani, colla speranza che lo leggeranno non senza giovamento: in varia forma, esso non dice ai lettori che una cosa: - Ama il tuo paese e lavora", conferm ando ancora una volta che la sua Musa era quella della Pedagogia . Nello stesso anno 1872 pubblicò a nche un volume di Novelle, scritte con vivacità e con umorismo usando un linguaggio limpido e corretto, anch'esso molto bene accolto dai lettori. Tra questi racconti è particolarmente indicativo, per comprendere quali ideali animassero l' autore, quello intitolato "Un gran giorno", nel quale immaginò che un volontario, subito dopo il 20 settembre 1870, torni a casa e racconti ai familiari riuniti ciò che ha visto in Roma liberata e ciò che avrebbe voluto vedere, inventando: la piazza del Vaticano gremita di gente, tutti che gu ardano verso un balcone pontificio dal quale appare una bandiera tricolore, il diffondersi in un attimo della notizia che il Pontefice si affaccerà a benedire la nuova Ita lia ... Un prete, casualmente presente a l racconto che h a commosso a fondo i genitori e il nonno del giovane, ritorna la m attina dopo con aria trionfante per smentire il r acconto: "Non c'era ombra di vero, per fortuna!" E, nello smarrimento di quei fedeli cattolici che gli suggerivano: "Non dica: Per fortuna, Lei è italiano; dica: Peccato che non sia!" il prete ribatte con voce a cre e vibrata: "Mai!" Allora il vecchio nonno gli addita la porta di casa intimandogli: "Via!" ed il padre, ansante, gli ribadisce :· "Senza cuore !". Il 1872 segnò comunque una nuova tappa nella vita di De Amicis: divenuto ormai un giornalista p rofessionista fu inviato dal quotidiano fiorentino La Nazione in Spagna, dove in quel momento regnava il principe Amedeo, secondogenito di Vittorio Emanuele II, con l'incarico di "ragguagliare i lettori delle condizioni del paese che visitava, materiali, morali, intellettuali e politiche". Le corrispondenze inviate, rior dinate e ritoccate, furono raccolte l'anno seguente in un volume, intitolato appunto Spagna. Sti-


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molato dal successo, De Amicis visitò numerosi paesi, scrivendo in rapida successione una serie di volumi tutti molto fortunati, Olanda (1874), Ricordi dì Londra (1874), Marocco (1876), Costantinopoli, in due volumi (1878-79), Ricordi di Parigi (1879). Rispetto ai bozzetti della Vita Militare De Amicis appare in questi volumi scrittore più maturo, più esperto. Alcuni critici notano che gli aspetti socialì e culturali dei paesi visitati sono trattati con più ampiezza che profondità, ed è vero ma è altrettanto vero che nelle pagine dello scrittore piemontese si trovano spesso descrizioni colorite .e vivaci, digressioni piacevoli, annotazioni argute, tutti gli "ingredienti" necessari per offrire un'informazione garbata e tuttavia onesta, anche se talvolta superficiale, alla borghesia del1' epoca, desiderosa di conoscere usi e costumi di paesi che allora sembravano tanto lontani, ma non certo disponibile a toni drammatici troppo insistiti. Come ha osservato Federico Barbieri nelle pagine di De Amicis a volte "la realtà si trasforma e si colora di una luce ideale, poiché la pervade quel senso d i bontà semplice ed umana che l'esperienza della vit'.~ non è mai riuscita a distruggere nel cuore dello scrittore" . La "Nota biografica" che precede una moderna edizione di Olanda 14 dice, a proposito dei libri di viaggio: "Pensati come letture piacevoli ed istruttive, questi fortunati libri di viaggio, di cui l'editore Treves preparava abilmente il lancio con anticipazioni di brani su quotidiani e riviste, restano tra le cose migliori dello scrittore ed ebbero comunque il duplice merito di invogliare il pubblico medio dell'Italia umbertina ad allungare lo sguardo oltre i ristretti confini in cui si muoveva, e di inaugurare una tradizione di giornalismo letterario che sarà praticata, spesso con esiti notevoli, fino a tutt'oggi". Naturalmente non tutti approvarono il suo modo di scrivere, particolarmente ironico nei confronti degli scritti deamicisiani fu Carducci. In una pagina rimasta famosa lo scontroso maremmano fece dire allo stesso autore: "Signore, ha Ella mai veduto un'aurora così bene imbottita come questa qui? O vorrebbe Ella piuttosto delle maree e delle dune manzonizzate? Le piacerebbero i Pirenei in gelatina di spirito? Abbiamo di tutto, o signore. Ed Ella, signora, ammiri la vaporosità vellutata di questo oriente melodrammatico.

14

E. DE

AMICIS,

Olanda, Costa e Nolan, Genova 1986.


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La qualità è sopraffina, tanto che io mi ci specchio dentro, e tutta la pezza rende tutto me stesso a me stesso. Eccole, signora, la Spagna in cioccolata ghiaccia, su la quale al bisogno si potranno comporre delle romanze. O veramente Ella predilige i campanili al guazzetto di lacrime? È un genere sentimentale e di gran moda". Non era del resto la prima volta che Carducci canzonava De Amicis, nel canto dell'Italia che va in Campidoglio del 1871 aveva scritto: " ... Edmondo da i languori / il capitan cortese ... " e, in Intermezzo : " ... Potessi pianger sur un campanile / come il mio dolce Edmondo, I si che scendesse il pianto mio, gentile / Battesimo, su'l mondo ... ", ed alla fine il dolce Edmondo s'i vendicò, scrivendo sulle colonne del Capitan Fracassa un sonetto piuttosto salato da titolo A un critico: Un critico tu sei dotto e sottile e l'implacabil tua penna famosa crivella l'umilissima mia prosa come la punta d'un adunco stile; e sei poeta arguto alto e gentile e in bella forma altera e disdegnosa sveli dell'arte ogni r~gi'cin .più ascosa all'intelletto della gente vile; e tutto abbracci e scruti e intendi e sai ... Solo una cosa a intendere non s~( giunto né intenderla t'è dato ora né mai; ora né mai (la vii frase perdona) tu non potrai capir fino a che punto io mi s ... della tua persona. Carducci si arrabbiò, rispose per le rime ma alla fine tutto si aggiustò e tra i due fu pace durevole. Il decennio 1880-90 fu il periodo più fecondo e fortunato di De Amicis. ' Entrato definitivamente a far parte della "scuderia" dell' editore Treves divenne "l'autore beniamino del pubblico italiano", vero richiamo per i lettori. Collaboratore fisso dell'Illustrazione Italiana, nella Nuova Antologia, della Naciòn e poi della Prensa di Buenos Aires, pubblicò una serie di volumi con impressionante regolarità. Nel 1880 un volume di Poesie, invero assai bruttine; nel 1881 Ritratti letterari, svelti profili biografici di scrittori ed attori conosciuti a Parigi (Daudet, Zola, Augier, Dumas, Coquelin, Déroulède);


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nel 1883 in due volumi Gli amici, raccolta di penetranti analisi psicologiche vergate con stile nitido e semplice, e Alle porte d'Italia, divagazioni a carattere storico, in parte suggeritegli da alcune gite compiute nelle Alpi piemontesi ed in parte derivate da alcune corrispondenze sulle valli abitate dai Valdesi dettate per la Cronaca Bizantina; nel 1886 il suo libro più famoso Cuore, scritto quasi di getto dopo cinque anni di preparazione. Come è universalmente noto, Cuore costituisce il diario di un anno di vita scolastica in una terza classe elementare e divenne in breve il libro di lettura di tutte le scuole italiane. Nel solo suo primo anno di pubblicazione ebbe quaranta ristampe, fatto assolutamente straordinario nell'editoria del tempo. Successivamente il libro fu tradotto in venticinque lingue e letto in tutto il mondo 15 . Molto si è scritto e. discusso, specie in questi ultimi anni, sul valore letterario e pedagogico del fortunato libro ed ancora oggi il campo è diviso tra coloro che negano e coloro che difendono Cuore. Indubbiamente il rinnovamento sociale avvenuto in Italia negli ultimi quarant'anni postula anche una revisione di giudizi, non però una virulenta dissacrazione. Si rimprovera al libro, da parte di alcuni, il tono moraleggiante, il sentimentalismo facile, la rappresentazione falsata della realtà e l'ipocrisia di professare idee socialiste umanitarie senza però intaccare privilegi e prestigio delle classi abbienti. De Amicis fu ironicamente definito "il socialista sabaudo". Altri, a mio avviso con maggior equ ilibrio, sostengono invece la buona fede dello scrittore, la sincerità dei suoi sentimenti umanitari ed il merito di aver espresso e divulgato un sia pur blando socialismo in un ambiente ancora fortemente conservatore. Quanto all'importanza che questo classico della letteratura infantile ha avuto per almeno quattro generazioni di Italiani ci rimettiamo volentieri all'opinione di uno storico del Risorgimento: "Fu nella scuola pubblica, nella scuola di Stato, che De Amicis infuse quel culto dell"'ideale", quel principio del bene, quello slancio della solidarietà e dell'eroismo destinati a rappresentare le vere basi del catechismo laico, della mistica patriottica, inseparabile dalle fortune dell'Italia appena nata.

15

Nella Cina del I 981 figurava tra i best-sellers.


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Quali sono i due grandi protagonisti del Cuore? L'esercito e i maestri di scuola, la classe militare e la classe insegnante, il clero secolare e il clero regolare del nuovo Stato italiano. Attraverso i suoi interpreti più autorizzati, è la società n azionale che si riflette nelle pagine di De Amicis, trasfigurata in un'aura di fiaba, in un'atmosfera elegiaca, che ne ingrandisce le p roporzioni e il significato. L'equilibrio fra borghesia e popolo, fra figli di signori e figli di poveri, fra giovani del "salotto buono" e della soffitta è perfettamente mantenuto in tutto il libro; ed ecco così che lo spazzacamino ed il primo della classe, il muratorino e lo scrivano, il ferito del lavoro e la maestra malata, l'operaio premiato e il bambino rachitico si a lternano e si intrecciano, quasi a rappresentare la nuova intesa delle classi, la nuova a rmonia sociale ... L'amore del libro, l'amore della patria, l'amore dell'umanità (le tre grandi forze della pedagogia laica) furono portati da De Amicis a un grado di tensione e di vibrazione quale non sarà mai piµ raggiunto in seguito" 16 • Nel 1889 De Amicis andò in America Latina per un giro di conferenze e viaggiò sul "Galileo", un piroscafo che trasportava anche duemila emigranti. Da quel viaggio nacque Sull'Oceano, in uno dei libri migliori dello scrittore piemontese, molto diverso da i reportages superficiali e dalle descrizioni color ite di. altri suoi libri di viaggi. In molte drammatiche pagine di Sull'Oceano De Amicis contrappone, con efficacia e senza demagogia, la vita gaudente dei passeggieri di prima con il tris te ed avvilente spe~_tacolo dei poveri emigranti dell'ultima classe, straziati dall'angoscia per l'ignoto che li aspettava e dalla nos talgia per l'amato paese natale, che pure non poteva sfamarli. L'anno successivo comparve Il romanzo di un maestro, esposizione vivace e moralmente avvertita dei problemi della scuola di allora, ulteriore traguardo raggiunto dallo scrittore nel suo progressivo avvicinamento alle classi popolari, dovuto anche all'amicizia con Filippo Turati. Nel 1891 De Amicis, infatti, aderì pubblicamente al partito socialista, pur senza entrare nella vita politica attiva e mantenendosi sempre alieno dalle lotte di partito. La sua partecipazione ideale alla causa degli umili fu però sincera e fervida, ed in pochi anni dette alle stampe un certo numero

16

G.

SPADOLTNI.

op. cit., pag. 203-204.


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di discorsi, conferenze e opuscoli di carattere propagandistico: Osservazioni sulla questione sociale, Lavoratori, alle urne!, Il primo maggio, Per l'idea, Ai nemid del socialismo. Lavorò anche lungamente ad un romanzo dal titolo emblematico Primo maggio, che non volle però portare a termine 17, e collaborò ad un periodico operaio torinese Il grido del popolo. Nel 1898 fu eletto deputato nel primo collegio di Torino marinunciò subito al seggio, spiegando sull'Avanti le ragioni del rifiuto, dovuto ad una valutazione molto schietta della sua incapacità di "svolgere un mandato che è tutto azione, combattimento, sistema di trattare rapido e pratico le questioni urgenti". Il 1898 fu per De Amicis un anno tristissimo, nel luglio gli morì la madre ed in novembre il primogenito Ugo, studente di medicina, si tolse la vita su una panchina del Valentino con un colpo di rivoltella. Da quest'ultima disgrazia non si rimise più, si gettò con accanimento ancora m~ggiore nel lavoro; abbandonando Torino solo per qualche fugace viaggio a Roma ed a Firenze. Era stato infatti chiamato dal ministro Orlando a far parte del Consiglio Superiore dell'Istruzione e nominato .membro del!' Accademia della Crusca. Continuò naturalmente a: pubblicare, anche spinto dalle sollecitazioni dell'editore. Nel 1899 pubblicò Gli Azzurri ed i Rossi, dedicato al gioco del pallone elastico allora tanto popolare in Piemonte, La carrozza di tutti, cronache gustose e vivaci di un'intera annata sulla rete ippotranviaria di Torino, e un saggio di non grande valore ma comunque interessante Lotte civili. Nel 1901 uscirono alcuni volumi autobiografic i, Memorie e Ricordi d'infanzia e di scuola . Frutto di lunghe ricerche e di studi pazienti uscì nel 1905 L'idioma gentile nel quale De Amicis riassunse le sue idee sulla "questione ormai annosa della lingua, confermando la sua fedeltà all'insegnamento manzoniano" ... la lingua italiana è in Firenze, come la lingua latina era in Roma, come la francese è in Parigi". Il volume, come sempre, fu calorosamente accolto dal pubblico, più fredda-

17 Nel 1980 la casa editrice Garzanti di Milano ha pubblicato il volume, curato da Giorgio Bertene e da Pino Boero utilizzando due manoscritti esistenti nella Biblioteca del Comune di Imperia. La pubblicazione del volume ha suscitato un ampio dibattito sulla valutazione del socialismo deamicisiano, dibattito peraltro non ancora conclus<>


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damente dalla critica poco propensa a concedere una patente di filologo allo scrittore piemontese. L'idioma gentile fu comunque l'ultima fatica organica di De Amicis 18, dopo scrisse solo racconti oricordi autobiografici raccolti in svariati volumi, alcuni usciti anche postumi: Nel regno del Cervino; Pagine sparse; Nel regno dell'amore; Ultime pagine; suddiviso in tre libri: Nuovi ritratti letterari ed artistici (Gabriele D'Annunzio, Francesco Tamagno, Lorenzo Perosi, Renato Imbriani, Giuseppina Verdi, Michele Gordigiani), Nuovi racconti e bozzetti, Bozzetti umoristici e letterari. L' 11 marzo 1980 Edmondo De Amicis si spense in una camera d'albergo a Bordighera, dove si era recato a svernare. Il cordoglio fu unanime: Giovanni Pascoli commemorò, all'Università di Bologna, l'uomo; Filippo Turati, sulle colonne della Critica Sociale, il socialista; Antonio Fogazzaro sul Corriere della Sera, Piero Barbera sul Marzocco, Jules Claretie sul Temps, Giovanni Cena sulla Nuova Antologia, lo scrittore.

18

Il volume è stato ristampato nel 1970 per le edizioni Paoline di Roma con proemio e commento di Pietro Conte.


ALBERTO GENNARO

VITA ED OPERE DEL TENENTE GENERALE ALBERTO FERRERO DELLA MARMORA L A SUA FAMIGLIA

Dei fratelli La Marmora molto si è scritto: tra tutti particolarmente ricordati anche nei tempi recenti, Alessandro, il fondatore del glorioso Corpo dei Bersaglieri, caduto in Crimea, ed Alfonso, più volte ministro del Regno Sardo, artefice del.rinnovamento dell'Esercito piemontese nel decennio di preparazione all'unità italiana, la cui memoria è rimasta offu_scata dalla disfatta di Custoza . Per contro non sempre nelle r icorrenti rievocazioni trova il giusto posto la figura di Alberto, il secondogenito dei fratelli, quasi fosse un personaggio di secondo piano, famoso non tanto per se stesso, quanto per la gloria ricevuta per riflesso dai congiunti. Eppure autorevoli pubblicazioni moderne e contemporanee di discipline scientifiche ed umanistiche affatto affini, rinviano con una certa frequenza alle sue opere, tanto da indurre anche il meno esperto a ritenere che gli interessi e la cultura di quel personaggio siano stati estesi, ed altrettanto fecondi i risultati delle intuizioni e delle approfondite ricerche nei campi più disparati: della storia militare alla storia delle religioni, dalla geologia alla paleontologia, dalla numismatica alla archeologia, dalla epigrafia fenicia alla simbologia, dalla topografia alla geografia . Tutto ciò, apparentemente inspiegabile, diviene più facile a capirsi ove si tenga conto, non soltanto delle sue preclare doti d'ingegno e di carattere, ma anche delle predisposizioni naturali ch'egli ereditò dai suoi avi, delle amicizie che coltivò, delle circostanze casuali che gli si presentarono, e sopratutto dell'epoca in cui visse, nel corso della quale le nazioni europee si avviavano verso profonde mutazioni di struttura che aprirono la strada a lla società contemporanea e valorizzarono il sapere scientifico rendendolo autonomo ed indipendente dai condizionamenti che c'erano stati nel passato.


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Alberto Gennaro

Volendo quindi comprendere bene il personaggio a ppare necessario iniziare accennando alla famiglia di origine per poter poi spaziare nella vita e nelle opere per coglierne le strette relazioni con i propri congiunti e con i temi più caratteristici dell'epoca che fu sua. Il casato da cui proveniva è quello antichissimo dei Ferrero di Biella, di origine - secondo alcuni studiosi - toscana, forse per l' assonanza del nome con quello degli Acciaiuoli fiorentini. (1) .. Tale illustre famiglia ci appare in Piemonte suddivisa agli inizi del XVII secolo in due tronconi: il ramo dei Ferrero, marchesi della Marmara, e quello dei Ferrero-Fieschi, principi di Masserano. Può considerarsi capostipite del primo ramo, interessante la presente biografia, Tommaso Felice (2), investito del feudo marchionale della Marmora il 13 agosto 1678 da Maria Giovanna Ba ttista di Savoia-Nemours, vedova del duca Carlo Emanuele II di Savoia e reggente al trono per conto di Vittorio Amedeo II. Tra i suoi discendenti in linea diretta, Filippo, maggior generale dell'Armata sarda, vice-re di Sardegna nel 1773 (3) ed il di lui fratello maggiore, Ignazio, luogotenente generale (4). Con i figli quest'ultimo si entra nella storia recente della famiglia; tra questi: Tommaso, aiutante di campo di Carlo Emanuele JV di Savoia (S); Carlo Vittorio, insigne studioso di storia e di diritto, numismatico di chiara fama, rettore dell'Università di Torino nel 1779, vescovo nel 1796, cardinale nel concistorico di Leone XII nel 1824 (6); ed infine Celestino, il maggiore dei fratelli, marchese della Marmora, aiutante di campo del sopranominato zio Filippo in Sardegna e poi capitano del Reggimento d'Ivrea (7). Quest'ultimo, di.e nel 1786 aveva sposata Raffaella, figlia del marchese Nicola Amedeo Argentera di Bersezio, ebbe numerose prole: il secondogenito dei maschi, cui fu imposto il nome di Alberto, è il protagonista della presente biografia. Per m eglio comprendere le relazioni di Alberto con i fratelli, alcuni dei quali agirono da protagonisti nel nostro risorgimento, ricordiamone insieme il nome, nell'ordine cronologico di nascita. Erano in tutto 13, di cui 8 maschi: Cristina (8), Carlo E manuele (9),

• I numeri fra parentesi indicano la posizione dei vari personaggi nell'albero genealogico e rinviano alle note biografiche.


Vita ed opere del Tenente Generale Alberto Ferrero della Mannora

ALBERTO FERRERO DELLA MARMORA

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D. TOMMASO FELICE FERRERO Capostipite dei Marchesi della Marmora Fu investito del feudo della Marmora il I 3 agosto 1678 da Maria Giovanna di Savoia-Nemours, vedova di Cado Emanuele II di Savoia, reggente al trono per con'to del figlio Vittorio Amedeo Il. Tra i suoi numerosi incarichi, particolarmente famoso quello di ambasciatore a Parigi, ove predispose il matrimonio di Vittorio Amedeo con Anna d'OrlĂŠans, nipote di Luigi XIV.


Vita ed opere del Tenente Generale Alberto Ferrero della Marmora

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Alberto, di cui trattiamo, Elisabetta (10), Clara (11), Enrichetta (12), Barberina (13), Alessandro (14), Edoardo (1 5), Ferdinando (16), Emilio (1 7), Alfonso (18), ed, infine, Ottavio, ultimo ed ottavo dei m aschi (19). In nota le rispettive biografie come risultano essere sostanzialmente tratte dall'archivio di famiglia. A questi fratelli vanno aggiunti, per l'esattezza, vissuti per pochi giorni: Polissena gemella di Alberto, Michele e Giuseppe, nati r ispettivamente nel 1789, 1794, 1797. Alla morte di Celestino, avvenuta per colpo apoplettico nel 1804, il titolo di marchese passò al primogenito, Carlo Emanuele primo aiutante di campo di Carlo Alberto di Savoia Carignano - il quale nel 1833, essendosi estinto il ramo collaterale dei Ferrero-Fieschi, cui si è accennato, ereditò anche quello di principe di Masserano. Entrambi i titoli passarono poi al di lui figlio Tommaso, che ebbe una sola figlia Enrichetta. Quest'ultima andata sposa al Conte Mario Mori Ubaldini degli Alberti,.fu autorizzata da Umberto I di Savoia, con RR Patenti del 2 febbraio 1900, a conservare il solo titolo ed il solo nome di Marchese della Marmora ed a trasferirli in sola linea maschile. Mario Mori Ubaldini degli Alberti, ora scomparso, nella cui altrettanto nobile famiglia toscana si innestò quella più antica dei La Marmora, è da considerarsi il più attento storico di quel casato. Nelle pagine che seguono: l'albero genealogico della famiglia con richiami in nota dei protagonisti e la riproduzione di un quadro dell'Ayres, riferito all'epoca della Restaurazione, custodito nel palazzo La Marmora di Biella. Nel quadro figura, al centro, circondata dai figli, nuore e nipoti, la marchesa Raffaella con un libro aper to sulle ginocchia, forse di Alberto; questi è piegato su di lei nell'atto di aiutarla ad interpretare il testo; poco discosto Alessandro con in mano interamente spiegata la "Preposizione" per la formazione del Corpo dei Bersaglieri; rispettivamente all'estrema destra ed all'estrema sinistra, spiccano in alta uniforme militare, Alfonso e Carlo Emanuele: quest'ultimo affiancato dalla moglie, Marianna Sartirana di Breme. Si noti sulla parete di sinistra, un quadro: il Ciochero, il castello avito dei La Marmora a Villanova d'Asti.


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Alberto Gennaro

(tot. JJ,ogi) LA FAMIGLIA LA MARMO!lA NEL 1828:

quadro di P·ictro Ayres - Biella, prop. La Marmora


ALBERO GENEALOGICO DELLA FAMIGLIA FERRERO DI BIELLA RAMO DEI MARCHESI DELLA MARMORA

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Alberto Gennaro

LA SUA GIOVINEZZA E LA MILIZIA NAPOLEONICA

Nello scorcio del XVIII secolo i La Marmara si erano trasferiti definitivamente da Biella a Torino. Alberto nacque - come del resto la maggior parte dei suoi fratelli - in quella città, esattamente nel 1789; anno questo, particolarmente rappresentativo per le rivoluzione di Francia e per l'Europa perchè segnato dallo storico evento dell'occupazione della Bastiglia, simbolo del potere assoluto dei sovrani dell'epoca. Quegli eventi ebbero i contraccolpi nel vicino Piemonte, legato attraverso la Savoia a quella nazione, con la quale da tempo assai antico vigevano stretti rapporti di amicizia consolidati da una comune lingua. Il vecchio stato sabaudo era stato appena sfiorato dal clima illuministico europeo: le riforme dei sovrani che si erano succeduti nel trono, da Amedeo II e Carlo Emanuele III erano risultate apparenti, tese solo a limitare il monopolio dell'aristocrazia nell'esercito e nel governo, ma non erano affatto intervenute a modificare le condizioni sociali delle classi meno abbienti e, sopratutto, di quelle contadine. Il Piemonte rimanèva lo stato feudale, burocratico e guerriero dei tempi passati. Con l'avvento al trono di Vittorio Amedeo III, l'assolutismo monarchico accentuò i suoi caratteri conservatori tanto che si fece sempre più numerose il numero degli intellettuali che preferirono abbandonare il propriÒ paese per emigrare altrove: dal Langrange al Denina, dal Baretti ali' Alfieri. Gli eventi precipitarono nella primavera del 1796, allorchè l'Armata delle Alpi, alla cui testa si era posto il condottiero corso, travolse l'esercito sardo, costringendo Vittorio Amedeo a firmare l'armistizio Cherasco. Il di lui figlio Carlo Emanuele IV, succeduto al trono nel corso dello stesso anno, fu costretto ad abbandonare il Piemonte per rifugiarsi prima in Sardegna e successivamente, dopo avere abdicato in favore del fratello, nello Stato Pontificio; nè avrebbe più rivisto la terra natale. Ebbe però il solerte conforto del suo primo aiutante di campo, Tommaso La Marmara, fratello di Celestino, padre di Alberto. Questi rimase al suo fianco fino alla morte, avvenuta a Roma nel noviziato dei Gesuiti. (5) Alla stessa stregua Celestino, all'epoca capitano del Reggimento d'Ivrea, rientrato dalla Sardegna, ove era stato aiutante di campo dello zio Filippo, non volendo aderire all'esercito napoleonico, si dimise dal servizio attivo e si ritirò a vita privata.


Vita ed opere del Te,iente Genera.le Alberto Ferrero della Marmara

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STEMMA ARALDICO APPARTENUTO AI MARCHESI FERRERO DELLA MARMORA

Descrizione dello stemma: Arma D'argento, inquadrato da un filetto di nero; il 1° ed il 4° al )eone d'azzurro, - - linguato, armato e mem brato di rosso; il 2° ed il 3° all'aquila bicipite, coronata sulle due teste, di nero armata di rosso. Cimiero: il leone del campo, uscente. Sostegni: Due leoni d'oro, linguat i e membrati di rosso. Motto: Non nobis domine sed nomine tuo da gloriam Trattasi praticameme di uno stemma inquartato da una croce nera, ridotta d i circa un quarto della sua lunghezza (filetto). Tale pezza onorevole dà una prima idea sull'origine dello stemma, giacchè la croce fu introdotta nello scudo ali' epoca delle crociate. Secondo il Canili (Storia Universale, Libro XI, Capo VI) la croce nera apparteneva ai p rincipi del Sacro Romano Impero: tedeschi e sassoni. Analogamente rappresentante dello stesso potere ghibellino è l'aquila nera bicipite. Il leone, invece, varìamente colorato starebbe ad indicare un viaggio in oltremare. Il tu tto lascia pensare che lo stemma sia stato ideato in omaggio alla partecipazione d i un membro della famigli a alle crociate indette dal Sacro Romano Impero. (secolo XIII).


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Sarebbe morto qualche anno dopo. Non così i giovani, che travolti da quella forte e fresca ventata riformatrice, foriera di progresso e di rinnovamento sociale, accorsero numerosi sotto le bandiere rivoluzionarie. Appartenevano a tutti gli strati sociali; nè mancarono gli stessi congiunti del Re, ove si pensi che Carlo Alberto di Savoia Carignano, educato in esilio a Ginevra si arruolò nella cavalleria napoleonica. Fece altrettanto il primogenito di Celestino La Marmora, Carlo Emanuele, che a soli 18 anni fu nominato sottotenente nel 26° Reggimento Cacciatori. Lo seguì ben presto Alberto, che a 17 anni entrò nella Scuola Speciale Militare di Fontainebleau, istituita da Napoleone e dallo stesso trasferita nel 1810 a Saint Cyr, ove ha tuttora sede l'Accademia Militare. Qui i] Nostro precedette di qualche anno il compagno d'infanzia. poi d'armi e di studi, Giacinto Provana di Collegno che sarebbe stato negli anni successivi uno dei protagonisti, col Lisio ed il Santarosa, dei moti liberali del 1821. Tale amicizia - come si vedrà - lascerà profonda traccia in entrambi. A Fontainebleau Alberto La Marmora ebbe eccellenti maestri; risultò particolarmente salda la sua preparazione in topografia e geografia sostenuta dalle lezioni di uno dei più illustri geodeti di quel tempo, il Colonnello Puissant, ~ui si dovevano le triagolazioni della Corsica. Il terzo dei fratelli, Alessandro, non potendo per la giovane età essere arruolato nella milizia, ma non volendo essere da meno degli altri, chiese insistentemente - secondo una consuetudine nobiliare inveterata nel tempo - di divenire paggio dell'Imperatore. Come tale fu accolto alla corte del Principe Borghese, marito di Paolina Bonaparte, Governatore della città di Torina- in nome di Napoleone. Appare a questo punto doveroso chiedersi se i motivi cui abbbiamo accennato possano essere stati sufficienti a giustificare l' entusiasmo di quei giovani, che in definitiva si erano contrapposti ai propri genitori, rimasti fedeli alla dinastia sabauda. In tal senso è lecito ammettere che se è pur vero che nei primi esercitò un certo fascino la speranza di una più rapida e fortunata carriera, unita al desidedo di innovazioni, è altrettanto vero ammettere l'esistenza di ben altre motivazioni, le quali possono facilmente rinvenirsi negli


Vita ed opere del Tenente Generale Alberto Ferrero della Mamzora

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CAHLO EMANUELE FERHEHO DELLA MAIHvlOHA Prin<.:ipe di Ma~sera110 - Collare della SS. J\1111u11ziala - Senatore del Hcg110

1788-1854

CARLO EMANUELE FERRERO DELLA MARMORA Primogenito del marchese Celestino nacque a Torino il 29 marzo del 1788 ed a soli 17 anni entrò nella carriera militare come sottotenente nell'Esercito imperiale francese. Nel 1807 fece la campagna di Prussia e poi quella di Spagna e, nel 1810 fu ferito ad Escalona. Dopo il 1815 fu addetto alla casa del principe di Carignano, Carlo Alberto, che egli mai abbandonò, rimanendogli sempre al fianco nelle più alte mansioni, ed in ultimo in quella di Primo Aiutante di Campo, sino all'abdicazione.


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storici che hanno particolarmente trattato quell'età. Tra questi; Francesco Lemmi così sottolinea tanti entusiasmi: "Ed invero l'educazione militare, che è disciplina suprema del carattere, fu il grande vantaggio recato al nostro paese dalla signoria napoleonica. Da tanti secoli non si erano viste truppe, sotto bandiere italiane, tornare vittoriose dai lontani campi dell'Austria, della Germania, della Spagna. Chi aveva trovato la sua dignità di uomo e di cittadino si esaltava naturalmente davanti allo spettacolo di quella forza perchè ivi, meglio che in altra qualsiasi manifestazione nazionale, vedeva raffigurata la maestà di una patria più grande e più giusta. Alla presa di coscienza di questi ideali, che divennero una cosa sola con le rivendicazioni sociali, concorsero certamente quei contatti umani che si instaurarono tra gli stessi soldati, provenienti dal Piemonte, dalla Lombardia, dal Veneto, dal Mezzogiorno e da ogni altra diversa regione d'Italia, i quali tutti furono portati a dividere la stessa sorte sui campi di battaglia dall'impero. Vi concorsero anche le vittorie, l'ambito riconoscimento dello straniero, e talvolta anche le sconfitte e le amare comuni delusioni che ne seguirono. Tutto ciò servì a rendere solidali cittadini e combattenti d'ogni regione italiana ed ad incrinare le fragili barriere di tanti piccoli stati creando le premesse del nostro , Risorgimento" (da Francesco Lemmi "l'Età napoleonica", ed. Vallardi, 1938, pag. 419). Alberto La Marmara, durante il corso di adtiestramento seguito a Fontainebleau chiese, ma non ottenne, di essere assegnato - come il fratello maggiore Carlo Emanuele - nell'arma di cavalleria. Il suo vivo desiderio traspare da una lettera indirizzata all~ madre, con cui nel parteciparle la recente nomina ad ufficiale presso il 1° Reggimento fanteria di linea di stanza a Lodi, la informa delle premure rivolte per il cambiamento d'arma sia al principe di Masserano (20) suo congiunto in linea collaterale, sia al Ministero della Guerra di Parigi. Ma a parte questo rammarico, comprensibile per tradizioni familiari, vi è manifesto l'orgoglio di ricevere le insegne del grado direttamente dal Comandante della Scuola, generale Bellavène. Il tutto sia pure velato dalla constatazione della scarsa diaria riservatagli per raggiungere la nuova sede di servizio in Italia.


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ALFONSO FERRERO DELLA MAHMORA Generale cL·\nnata - Ministro della Guerra - Presidente del Consiglio.

1804-1878

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La lettera che testualmente si riporta, tradotta dal francese, si conclude col ricordo dei fratelli e delle sorelle e con un particolare saluto per lo zio Vescovo. Parigi, dall'Hòtel dell'Ambasciatore di Spagna lì 6 maggio 1807 Mia carissima madre, eccomi, mia carissima madre, arrivato a Parigi, ed uscito dalla Scuola Militare. Vi prego di scusarmi se allontanandomi da Fontainebleau non ho avuto l'attenzione di annunciarvi le mie novità; lì mi era impossibile perchè siamo stati occupati a mille cose per la partenza ecc. ecc. Sono presentemente a Parigi. Sono da S. Eccellenza il principe di Masserano (20), che mi ha ricevuto con una gentilezza ed una affabilità straordinaria ed ha avuto la bontà di trattenermi da lui e di ben volere interessarsi ai miei desideri volti ad ottenere il trasferimento nell'arma di cavalleria, giacchè sono stato assegnato a Lodi nel primo Reggimento di Linea. Andrò oggi stesso a far visita alla Signora di San Martino ed al Signor Generale d'Harville. Passerò poi al Ministero della Guerra per cercare di ottenere qualche cosa di nuovo sul mio cambiamento che desidero ardentemente e che credo ben difficile ad ottenersi. Siamo in tutto cinquantacinque allievi usciti contemporaneamente. Il Generale Bellavène ci ha consegnato la spada, le spalline ed una dragona ciascuno. In quanto alla paga eh'egli ci deve per la partenza, ci ha dato soltanto la somma appena sufficiente al nostro viaggio ed ad una mezza giornata di dimora a Fontainebleau. Spero di non dover soggiornare molto a Parigi affinchè possa avere più tempo di stare a casa. Vi prego, cara mammf, d'abbracciare per me tutti i fratelli e le sorelle, e di fare sapere queste buone nuove allo Zio Vescovo (6). Può anche verificarsi che io arrivi a Torino prima di questa lettera. Finisco col dirvi che attendo con impazienza il dolce momento di potervi abbracciare e rinnovare ancora i sentimenti di profondo rispetto e di vivo affetto con i quali, ho l'onore, mia cara mamma, di sentirmi.

il Vostro obbediente ed affezionato figlio Alberto


Vita ed opere del Tenente Generale Alberto Ferrero della .Marmara

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Lo zio Vescovo, citato nella lettera, è Carlo Vittorio Ferrero della Marmara (6), fratello di Celestino, padre di Alberto, all'epoca vescovo della diocesi riunite di Saluzzo e Pinerolo. Questi, personaggio di altiss.ima cultura - cui si è già accennato - e grande amico del sommo Pontefice Pio VII, esiliato a Parigi per l'occupazione francese di Roma ove fu instaurata la Repubblica Romana Giacobina, esercitò notevole influenza nell'educazione e negli studi di Alberto. Dopo l'elezione a Cardinale, avvenuta nel 1824, ricevette da Leone XII la commenda dell'abbazia di San Benigno in Fruttuaria in territorio di Ivrea, antico e ricco feudo ecclesiastico degli antenati dei La Marmara fin dal 1525. Qui vi trovò, ampliò e riordinò l'intero patrimonio archivistico della famiglia, composto di rari manoscritti e da corrispondenze diplomatiche e di stato dei duchi di Savoia, nonchè da raccolte numismatiche appartenute alla Zecca dei principi di Masserano. Il tutto era stato per secoli custodito dai monaci benedettini, fondatori dell'abbazia di San Benigno nell'alto medioevo. Alberto La Marmora - come si vedrà - attinse a quelle fonti stilando le sue opere storico-documentarie sul Piemonte. La nomina di quest'ultimo al 1° Reggimento di Linea, non potè comunque essere vietata: egli intraprese, allora, un lungo e faticoso curriculum militare che iniziò nelle Calabrie, infestate dal brigantaggio sanfedista. Successivamente, inquadrato col suo reparto, nell'Armata agli ordini del Vice-Rè d'Italia, Eugenio da Beauharnais, prese parte alla campagna dell'Italia Settentrionale, e poi nel 1809 a quella d'Austria. Presente a Wagram s'entusiasmò della vittoria napoleonica cui seguì pochi giorni dopo l'editto che pose fine al feudalesimo austriaco. Tor nato in Italia, dopo la pace di Vienna, fu costretto per infermità a lasciare il servizio attivo. Si riportano alcuni stralci dei verbali sanitari dell'epoca, già custoditi nel fascicolo di Alberto La Marmora al Ministero della Guerra di Parigi:

"22 novembre 1809 - Gratz - Noi comandante di battaglione ed ufficiali del primo battaglione del 1° Reggimento di Fanteria di Linea certifichiamo che il Sig. De La Marmara, sottotenente al detto Reggimento e Battaglione, è soggetto a degli attacchi nervosi, e che durante questa campagna l'abbiamo visto cadere per terra, senza conoscenza e con delle terribili convulsioni. Gli attacchi sono ordinatamente perio-

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CARLO VITTORIO FERRERO

Lo zio Vescovo dei fratelli La Marmora, eletto cardinale da Leone XII. Dopo la morte del fratello Celestino si dedicò all'educazione dei nipoti, assistendo costantemente la loro madre.


Vita ed opere del Tenente Generale Alberto Ferrero della Mannora

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dici, di cinque giorni in cinque giorni... 23 novembre 1809 - Certificato del Chirurgo maggiore, constatante che La Marmora è soggetto ad attacchi frequentissimi di epilessia ben caratterizzata. Questa infermità è già vecchia nell'ufficiale ed ha resistito a più. trattamenti. Per cui avendo constatato il ripetersi frequentissimo di detto parossismo, giudico ch'egli non è in condizioni di continuare a prestare servizio attivo". È da ritenere che tale diagnosi sia stata quanto meno affrettata, giacchè Alberto La Marmora visse fino a tarda età senza essere più soggetto ad attacchi nervosi. Semmai soffrì di disturbi artrosici che si aggravarono negli ultimi anni e gli resero poco agevoli i movimenti. Lo dimostrerebbe il fatto che dopo il rientro dall'Austr ia, avvenuto per effetto di quel certificato, le assidue cure materne furono sufficienti ad avviarlo a completa guar igione, tanto che nel 1813, per nulla considerando l'ormai incerta sorte dell'esercito imperiale reduce dalla sfortunata campagna di R ussia, chiese ed ottenne di essere riammesso in servizio. Fu assegnato al 111° Reggimento Fanteria di Linea, che raggiunse in Sassonia, e con cui partecipò a i vittor iosi combattimenti sulla pianu ra di Lutzen e sulle alture di Bautzen. In qµest'ultima memorabile battaglia meritò la Croce della Legion d'Onore che g li fu appuntata sul petto dallo stesso Imperatore. Al colmo della soddisfazione ne diede subito notizia alla madre con una lunga ed affettuosa lettera, con la quale si scusa anche, con certo umorismo, di non poter presenziare al matrimonio della sorella Clara (11), ed esprime le sue preoccupazioni per non poter dare alla madre notizie del fratello Carlo, all'epoca anch' egli combattente in Germania. Lo avrebbe incontrato qualche mese dopo dolorante perchè disarcionato dal proprio cavallo uccisogli in combattimento e non più in condizioni di prestare servizio per avere subito nella stessa circostanza l'aggravamento di una vecchia feri ta riportata nel corso della precedente campagna di Spagna (9). Per contro vive sono le congratulazioni ch'egli manifesta nella stessa lettera per il fratello Alessandro, entrato a far parte dei granatieri. A questo raccomanda di studiare, giacchè - egli afferma - si possono raggiungere gli stessi traguardi pur percorrendo vie diverse e non necessariamente esponendosi al rischio dei combatti-

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menti. Peraltro soggiunge - sia io, sia Carlo abbiamo ottenuto la Legion d'Onore non tanto per i nostri atti di coraggio o per le nostre ferite, ma sopratutto per la buona condotta. Requisito quest'ultimo che forse mancava - noi pensiamo - ad Alessandro ritenuto loscavezzacollo di famiglia. Ma rileggiamo insieme l'intera lettera tanto è schietta ed interessante. Dal campo di Kemlitz tra Lukan e Dharne lì 28 luglio 1813 Mia carissima mamma, Voi non potete credere la gioia che ho sentito nel ricevere la vostra prima lettera in data 9 giugno nella quale mi annunciate il felice matrimonio della nostra cara Clarina (11) . Io voglio rispondervi con le medesime armi annunciandovi a mio riguardo un avvenimento che mi ha soddisfatto. Io ho avuta la fortuna di ricevere la decorazione della Legion d'Onore da Sua Maestà in persona. Il 21, in una rivista che il nostro Sovrano ha passato al 12° Corpo, di cui ho sempre fatto parte, Sua Maestà, arrivando al Reggimento ha ordinato al Colonnello di presentargli gli ufficiali che si erano più distinti alla battaglia di Bautzen; io ho avuto l'onore di essere il terzo. Egli mi concesse verbalmente detta ricompensa ed il mio brevetto è arrivato il mattino del giornò 22 . Ho ricevuto con lo stesso corriere la vostra lettera che mi è pervenuta per caso essendo indirizzata al 1° Corpo mentre io sono al 12°. Vedete, cara mamma, come io debba essere contento di questa mia giornata; io spero di poter ricevere tra breve notizie più recenti; è tutto quello ch'io desidero. La mia gioia non è meno grande nell'apprendere la contentezza generale sulle ultime notizie; io mi unisco a voi_ per festeggiarle, non dubitando affatto della perfetta riuscita. Benchè io non abbia la fortuna di conoscere il Sig. De Casanova io conto sulla sua amicizia, persuaso che lo sposo di m ia sorella e comare (è detto qui per celia: Clara, nata due anni dopo di Alberto fu la sua compagna di giochi preferita; n. del r.) vorrà ben essere l'amico del povero granatiere che ha sì lunghi baffi, ma troppo corti per arrivare fino a Vercelli o a Cà Bianca; cosicchè non potendo fare la sua conoscenza da vicino si contenta di farla da lontano e non gli rimane altro che abbracciarlo appena lo incontrerà e tutto sarà finito ...


Vita ed opere del Tenente Generale Alberto Ferrero della Mam10ra

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Io non sò dove è il nostro caro Carlo; se io sapessi dove fosse gli scriverei per dargli mie notizie e riceverne delle sue che mi sono oltremodo care, ma l'ignoranza del suo caso mi fà, mio malgrado, rispettare il silenzio; in quanto ad Alessandro, io mi congratulo del suo trasferimento nei Granatieri; è la sua prima promozione; e ciò che deve incoraggiarlo a raddoppiare lo zelo e l'applicazione negli studi e nelle esercitazioni: è lui che potrà realmente fare una buona carriera militare; egli è giovane; per Carlo e per me è già troppo tardi. Io vi prego di dire ad Alessandro che suo fratello maggiore ha guadagnato la decorazione più che per la sua ferita per la buona condotta al Reggimento ove egli è stimato da tutti, e che io (reprensibile in più punti) la ho, altrettanto, meritata per gli stessi motivi sui mammelloni di Bautzen. Si arriva per diverse strade allo stesso · traguardo, ma la cosa migliore è studiare. Ciò vi farà ridere, ma è un momento di felicità. Domani saremo passati in rassegna dal Maresciallo duca di Reggio; io ho molto da lavorare per la tenuta dei miei granatieri, così che debbo accomiatarmi con rammarico. Io vi prego, cara mamma, di non prendervela per qualche facezia che mi è scappata in questa lettera; è che io sono molto contento delle mie vicende, di avere ricevuto delle vostre nuove di cui ero totalmente privo ed infine di potervi scrivere queste due parole. Io abbraccio tutti i miei fratelli e sorelle così come i cognati vecchi e nuovi. Io invio ad Alessandro mille cose quando gli scriverete. Molti complimenti ai miei conoscenti. Ed infine degnatevi, mia cara mamma, di gradire l'assicurazione del mio profondo rispetto e filiale attaccamento con i quali mi firmo di cuore.

Il vostro affezionato e devoto figlio Alberto Della sua partecipazione agli avvenimenti successivi che, viceversa, segnarono il tramonto dell'astro napoleonico, è sempre lo stesso Alberto a darcene testimonianza attraverso i suoi scritti. Ad esempio nella sua opera postuma, di cui si parlerà, "Le vicende di Carlo di Semiane" egli ci racconta di un episodio occorsogli nel corso della campagna di Prussia, la cui morale è comune a tutte le guerre ed a tutti i tempi.


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Vita ed opere del Tenente Generale Alberto Ferrero della Ma.nnora

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Questi in sintesi i fatti: Il 23 agosto 1813 dopo la sconfitta subita alle porte di Berlino dalle armate francesi, l'armata dell'Oudinot, cui egli apparteneva, e che aveva preso parte alla battaglia di Gross Beren venne costretta aripiegare sull'Elba. Le varie divisioni dovevano attraversare un terreno paludoso che le costringeva ad allungare le formazioni di marcia ritardando il movimento dell'intera colonna. Il La Marmora ricevette il compito di presidiare con la sua compagnia granatieri una collina posta lungo l'itinerario tanto da proteggere il fi anco della propria divisione in movimento; con l'avvertenza però di accodarsi a lla propria grande unità a passaggio avvenuto. Per contro egli rimase in quella posizione oltre il tempo previsto. Ciò per agevolare il ripiegamento della divisione che seguiva la sua, e che pressata dai Prussiani, aveva chiesto il suo aiuto. Egli vi aderì consentendole di salvarsi interamente. In quanto alla sua compagnia granatieri, questa riuscì a rientrare accelerando l'andatura ma subendo alcune perdite. Per tale motivo fu sottoposto a rapida inchiesta ed imprigionato; riusci, tuttavia, a farla franca per l'intervento di un generale francese che aveva conosciuto anni addietro alla corte del principe Borghese a Torino. La narrazione dell'episodio si conclude con l'affermazione che se è pur vero che nelle guerre ci ·sono dei casi in cui la trasgressione degli precisi ricevuti dal superiore diretto può avere esito felice, è altrettanto vero che talvolta tali iniziative possono ritorcesi a danno non soltanto di chi le promuove ma anche della collettività. In conseguenza di ciò egli, pur apprezzando il comportamento d'allora, non se la sentirebbe di dare suggerimenti del genere ai giovani ufficiali. Le vicende militari di questo stesso periodo continuano nel settembre successivo a llorchè in occasione della battaglia di Donnewitz, perduta dai francesi, ebbe almeno la for tuna d'incontrarsi finalmente col fratello Carlo, capitano del 21 ° Reggimento Cacciatori a cavallo, proprio nelle circostanze cui si è già accennato. Dopo questi fatti Carlo Emanuel e r ientrerà in Italia, Alberto rimarrà ancora sulla linea del fuoco e parteciperà alla tremenda disfatta di Lipsia. Assediato, infine, con alcuni superstiti nella fortezza di Turgau, verrà costretto ad arrendersi con l'i ntera guarnigione ed avviato prigioniero nella Russia europea. La prigionia terminerà con l'abdicazione di Napoleone. Ritornato in Piemonte non gli sarà riconosc iuto il grado di capitano con-


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seguito sui campi di battaglia dell'Impero, mentre la Legion d'Onore verrà trasform ata nella Croce di cavaliere de ll'Ordine Militare di Savoia. Vittorio Emanuele I, succeduto al trono dopo l'abdicazione del fratello Carlo Emanuele IV, reduce dall'esilio sardo lo richiamerà in servizio, assegnandolo col gra do di tenente al Reggimento Guardie. Sono proprio di questa epoca i frequenti contatti, da un lato con lo Zio Vescovo, che lo avrebbe avviato agli studi della storia e delle antichità ed iniziato a ll'esplorazione dell'archivio di famiglia, e dall'altro con Giacinto Provana di Collegno e con gli ex compagni d'arme delle campagne napoleoniche. Quegli anni furono caratterizzati dai moti costituzionali cli Spagna, da cui dilagò la fiammata liberale che invase l'Europa ed in particolare il Piemonte e la Sicilia. Particolarmente segnato l'Esercito Sardo, su cui si faceva affidamento per la guerra contro L'Austria, e nel cui seno si auspica va fin d'allora che nascesse il nuovo Esercito Italiano. Scoppiati e subi to repressi i moti liberali piemontesi del I 821, il Collegno, che unitamente al Lisio ed al Santarosa, era stato uno degli artefici della r ivolta, fu costretto ad espatriare in Grecia col Santarosa, per poi rifugiarsi, dopo la morte di quest'ultimo, a Ginevra. Qui negli anni successivi si sarebbe ripetutamente incontrato con Alberto La Marmora affiancandolo negli studi di geologia. Contro quest'ultimo non furono trovate prove sicure, m a le simpatie per i rivoluzion ari non poterono essere celate, e di conseguenza fu esiliato in Sardegna. Sotto la data del 23 ottobre 1821 il suo stato di servizio recita testualmente: Dispensato da ulteriore servizio in seguito a decisione confidenziale della Commissione Militare. Iniziano così le vicende della sua m aturità, feconde di opere scientifiche e storiche, che ne segnano le tappe inconfondibili.

LA S UA MATURITÀ E LE OPERE

La. Carta della Sardegna

Esili a to in Sardegna nel 1821 vi rimase stabilmente fino a


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quando Carlo Alberto di Savoia Carignano, divenuto Re, mE;nO ostile verso un passato cui non si sentiva del tutto estraneo, non ne dispose il rientro definitivo a Torino. Quei lunghissimi anni furono da lui dedicati allo studio dell'isola, della sua storia, del suo ambiente naturale e geografico, dei suoi costumi e delle sue tradizioni. Va subito detto che l'interesse maggiore del La Marmora, che condizionò ogni altra ricerca, fu soprattutto rivolto alla conoscenza geologica di quella regione, del tutto ignota ai suoi tempi; e ciò avvenne non soltanto per pura e semplice vocazione ma soprattutto perch' egli fu costretto a lanciarsi - sono sue precise p arole - verso nuovi studi a causa della brusca interruzione della carriera, che r iteneva irreversibile. Vi concorsero, è vero, anche per questo aspetto, i rapporti di amicizia e di studi con Giacinto Provana di Collegno, che da esiliato, abbracciata la stessa disciplina, sarebbe divenuto docente di geologia all'Istituto Superiore di Bordeaux, ma anche altri particolari incontri ed avvenimenti. Si ricorderà, tra i tanti, che nel I 819, avventuratosi in Sardegna per studiarne la fauna, alla quale aveva già dedicati i primi scritti di ornitologia, il destino volle mettere al suo fianco, quali compagni di viaggio due luminari di quei tempi: il professore Keyser, insegnate di geologia all'Università di Oslo, ed il professore De Pruner, direttore del museo di storia naturale e delle antichità di Cagliari; con i quali si accompagnò in interessanti escursioni traendone indimenticabili e nuove sollecitazioni. Nel corso dell'esilio la passione per la geologia divenne predominante, ed egli percorse quell'isola in lungo ed in largo soprattutto per conoscere la sua più antica genesi attraverso l'esame comparato delle rocce. Per dare credibilità alle sue ricerche, testimoniate ogni giorno in misura sempre maggiore da innumerevoli reperti ch'egli sottoponeva agli esami degli esperti, sentì la necessità di allestire una carta geologica, che potesse costituire da base per altre possibili ricerche, senza che fossero necessarie la sua presenza e le informazioni di volta in volta ricevute dagli abitanti delle varie località. Per far questo si avvalse dell'unica carta geografica della Sardegna allora esistente, costruita nel 18 11 dal Rizzi-Zanoni, direttore dell'ufficio topografico di Sua Maestà Siciliana, e da questo allestit~ sui rilievi empiricamente condotti da un dotto sacerdote, padre Tommaso Napoli.


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Ma da questa non potè trarre alcun vantaggio tante erano le inesattezze eh' essa presentava. Fu quindi per lui giocoforza mettersi all'opera per allestire una nuova più esatta carta della Sardegna; e non era, certo, compito facile, nè di poco tempo. Ma non si scoraggiò, conf~rtato dalla tenace volontà cui si accompagnava una solida preparazione professionale acquisita nella Scuola di Fontainebleau. Lungo il periodo di preparazione, nel corso del quale egli chiese al suo antico maestro, il Colonnello Puissant, un estratto della triangolazione della Corsica, iniziata dal Colonnello Tranchot, e poi compiuta dai topografi francesi . Ricalcolò le posizioni della Corsica dalla Torre di Tolara alla torre di Bonifacio e scelse la sua base operativa principale presso la torre di Oristano, da dove iniziò, giorno per giorno, mese per mese, tutte le triangolazioni della superficie dell'isola. La determinazione iniziale delle basi sussidia rie, la scelta opportuna dei punti di stazione, la ripetuta misura degli angoli, richiesero un immenso lavoro, che durò anni e che il governo si decise ad approvare ed ad assecondare solo qua ndo si avvide degli eccellenti risultati. Gli fu allora affiancato un ottimo ufficiale sardo il Maggiore Carlo De Candia. Fu possibile avviare a soluzione tanta fatica solo nel 1838, allorchè ebbero inizio a Parigi le prime incisioni . La carta vera e propria, articolata in due grandi fogli, stampati anch'essi in quella città, vide la luce nel 1845, esattamente quattro anni dopo ch'era stata pubblicata alla medesima scala dell' 1/250.000, dallo Stato Maggiore dell'Esercito Piemontese, la carta degli stati sardi di terraferma, di cui quella della Sardegna costituiva il necessar io ed atteso completamento. Qualche anno dopo ne fu eseguita la riduzione all' 1/500.000, che servì da modello alla carta geologica della Sardegna, edita dallo stesso La Marmora, alla medesima scala, nel 1853.

Voyage en Sardaigne Nell'attesa di poter completare la carta della Sardegna Alberto La Marmora dedicava il tempo libero alla raccolta di appunti di vario genere riguardanti la Sardegna, che a suo giudizio potevano servire da riferimento e sostegno sussidiario ai lavori scientifici e geologici che si era imposto. Tuttavia la grossa mole, la varietà de-


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gli argomenti, cui fu involontariamente chiamato a trattare con quella profondità_di pensiero ch'era nel suo stile, e di cui si riferirà dettagliatamente, andarono oltre 9gni sua stessa aspettativa e lo tennero impegnato per tutta una vita. Accadde cosl che prima di poter varare la carta geografica della Sardegna egli fu già in grado di pubblicare, in buona parte, un'altra opera monumentale sulla Sardegna, a cui - non prevedendone all'inizio lo sviluppo, ma sollecitato unicamente dalla moda del tempo - impose il titolo riduttivo di Voyage en Sardaigne. Detta opera si compone di quattro parti distinte, edite negli a nni 1826, 1839-1840, 1857, 1860, che hanno rispettivamente per oggetto: notizie statistiche sulla Sardegna, sue a ntichità, sua geologia, suoi itinerar i famosi. La prima parte, il cui sottotitolo è esattamente "STATISTICA", venne edita in prima edizione a Parigi nel 1826, e costituisce il frutto delle prime ricerche. Il discorso s'inizia in senso storico: dai primi abitatori dell'isola dei tempi favolosi fino alla conqµista romana e cartaginese, e così via discorrendo fino ali' epoca del_la dominazione sabauda. Seguono la descrizione geografica della Sardegna, delle sue bellezze naturali, delle sue ricche miniere nonchè interessanti studi psicologici sulla popolazione isolana, e notizie varie sull'agricoltur a e sulle industrie locali. Il volume è corredato di un atlante di grande formato, anch'esso edito a Parigi, comprendente interessanti tavole e colori dedicate ai caratteristici e variopinti costumi sardi, alle consuetudini religiose: nozze, processioni; ai lavori agricoli collettivi ed alle danze campestri. Particolarmente documentate, dal punto di vista araldico, sei tavole con le genealogie complete dei quattro giudicati in cui fu suddivisa la Sardegna dall'XI secolo : Giudici di Arborea, di Cagliari, di Torres o Lugodoro e di Ga llura. La seconda parte, dal sottotitolo ANTICHITA ', venne pubblicata a Parigi nel 1840, e seguì di solo un anno la seconda edizione della prima parte. Quest'ultima è sostanzialmente a naloga alla precedente, ma preannuncia rettifiche da avvenire al termine dell'opera. Nuova ed inedita la seconda parte con annesso relativo atla nte riproducente bellissime incisioni dei più antichi monumenti della Sardegna: dai menhir o pietre dritte a i nuraghi semplici e complessi, dalle tombe dei giganti alle necropoli arcaiche; il tutto compie-


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VOYAGE EN

SARDAIGNE, ou

J>ESCHfVl'JO N STATJSTIQUE, PIIYSIQUll lff l'f)l,ITIQIIF. Ili\ CETTI> 11,1\, AYlH',

rAR LE CTE f.lUmHT nE LA ì\1,\1\J\fOHA' ,i - ,,.~nnl Crm)111~n1b.tl- p/nér:i l mil i~:l irr'l ~e l'He clP. S:1rd.,ig111~ 1 J,i~nl~n~n! (~ hu:1·:,I . $~:n11teor du Rny::Htmc, D•~rrm~ ,:hl GC";rn~ f.,mim, ''"' ~~;,H~ M:t\tri cc ~l J.uare f>I rl,:~ Ordrt~,; du J\h~ri1e Ci\'ll d •111 Mt.~rite' l\Jilit:tirr. de Savoic; ~l,.mhre df'~ ,tf'uJ'. da~:.:r.s ~t vjr l" -Pn.=si1lr:nl di" 11A\·:irté mie J\, d P.~ ~çir.1n·~:t tir ":'o riu, de h Couunit!liou sup,fri('urt. ti,• f:t:i1i~tiqnr.·, de la i~pul:tlion de Storia P,.irfrr, ~1 11 r.,1111:<·il di!~ ?\1iui:~.' •lt: l:i Sodét.~ i;f:c>ilr•~i,p1c clf! Fr,111C'. ~, r.tc:. f>fr.

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Alberto Gennaro

À U

MÉMOIRE

DU LIEUTENANT GÉNÉRAL

HYACINTE PROVANA DE COLLEGNO, COM~IE NOUS ANCIEN ÉLÈVE DE BELLAVÈNE (•) ET LÉGIONNAIRE DU PREMIER EMPIRE, COMME NOUS LANCÉ DANS DE NOUVELLES ÉTUDES PAR INTERRUPTION DE CARRIÈRE (•) H

JlF.VENU NOTRE CONFRÈRE ET NOTRE ÉMULE EN /:,ÉOLOGIF.j 0

PUJS NOTRE COLLÈGUE DANS L ARMÉE SARDE, AU SÉNAT, À L' ACADÉMIE DES SCIENCES DE TURIN

ET AU CONSEIL DES MJNilS; ENLEVÉ À SON PAYS, AU MONDE SAVANT, À SES PARENTS ET À SES NOMBREUX AMIS

LE XXIX SEPTEMBRE MDCCCL V( PENDANT L'tMPRES$10N DE CE VOLUME, LORSQllE NOUS NOUS lHSPOSIONS À LUl DÉDIER DE SON VIVANT LE FRUlT DE NOS , TRAV AUX 1

DANS UNE SCIENCE QU 1L A 11,LUSTIIÉE DE SON NOM ET PRm'ESSÉE (3), COMME GAGE D'UNE AMITIÉ DE X LUSTRES,

(,) T,e génfr•I nellavènr. cnmmand•it l'écnlc 1rédalc imréri•I• militai..,, él1hlie c1':aihonl à Fontaineblr.au. d'oli l'Auleur 1lOtt1it au commenccment de 1807 et qui hient~t apr,ls fut lransférée à Saint-Cyr 0/1 dle •'- trouve encore aujourd'hui. {•) Par ,uil• des évèncments rolitlqu•• du Piémnnt. cn 1811, (3) Il fut p<!nd:int dnq ,nnée• profeueur de i;~ologic ~ la Fact11ld dns Sclenct0 I.'" norde~u1.

Dedica della terza parte del Voyage en Sardaigne che ha per oggetto la geologia


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tato in appendice da un esame comparato e figurato delle più famose costruzioni megalitiche delle isole Balear i e dell'Europa occidentale. La parte descrittiva è a rticolata in due libri: nel primo sono contenute ampie, esaurienti, documentate di ssertazioni sulle origini e sulla funzione storica dei nuraghi nonchè dotte disquisizioni sugli idoli sar di in terracotta, sui bronzi e sulle monete rinvenute nelle necropoli di Tharros ed in tante a ltre località. Un particolare capitolo è destinato alle iscrizioni fenicie incise sulle rocce e sui monumenti arcaici ed alla loro più attendibile traduzione. Il secondo libro è, vicever sa, di argomento geografico gia cchè si occupa di riconoscere ed individuare sul terr~no determinati punti caratter istici sia attraverso l'orientamento con gli astri sia attraverso l'onomastica dei luoghi, esaminati nell'evoluzione storicolinguistica. In altro capitolo vengono riepilogate le coordinate geografiche delle stesse località così come risultano esserci tramandate da Tolomeo. Ba lza evidente come quest' ultimo libro racchiuda interessanti elementi di studio elaborati in vista della carta geografica , per l'allestimento della qua le egli eseguì la rassegna completa degli autori antichi che si erano occupati della geografia della Sardegna. Per quanto riguarda, invece, le specifiche motivazioni che lo indussero ad approfondire argomenti archeologici. non va dimen ticato - oltre quanto si è già detto - che ogni ricerca sia geografica sia geologica si accompagna spesso a scoperte archeologiche, e ciò soprattutto in determinate località. Questo vale, in modo appariscente, per Alberto La Marmara, attirato fin dalla tenera età dai racconti de l padre sulle meraviglie della Sa rdegna, quali sono i Nuraghi e le cosidette Tombe dei Giganti, oggi universalmente conosciuti, e soprattutto, iniziato dallo Zio Vescovo allo studio della numismatica, della storia delle religioni ed ad ogni indagine speculativa storico-a rcheologica. Va, infine detto che proprio agli ini zi di quel secolo si facevano sempre più strada gli interessi per le antichità. Soprattutto in Francia erano di moda le pubblicazioni che descrivevano i viaggi di avventurosi navigatori, volti a d approfondire le origini comuni delle civiltà arcaiche fiorite nel Mediterraneo, delle quali era, ora possibile documentare le vestigia attr averso monumenti antichi riprodotti più o m eno fedelm ente.


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Il Viaggio in Sardegna, dal titolo di moda ed accattivante, pur rientrando in questo folto gruppo di oper e, tutte le supera, ove si tenga conto, non soltanto della serietà con cui è trattato ogni argomento, sempre visto al di fuori di ogni dile ttantismo, m a soprattutto per l'introduzione di una disciplina nuova, la GEOLOGIA, che occupa l'intera terza parte, e che, in definitiva, rappresenta la meta agognata da Alberto La Marmora. Quest'ultima vide la luce nel 1957, a ben 17 anni di distanza dalla seconda parte. L'autore ne chiarisce i motivi nella stessa prefazione, cui si è già accennato m a che è gradito ripetere attraverso la sua stessa parola :

... un anno dopo, cioè nel 1840, abbiamo pubblicato la seconda parte del Viaggio, dedicata alle ANTJCHITA' della Sardegna, con la convinzione che la terza parte, la quale doveva trattare unicamente della Geologia dell'isola, potesse veder la luce poco tempo dopo; ma la nuova carica affìdataci (*) e il ritardo involontario occorso nel condurre a termine e nel pubblicare la nostra carta della Sardegna in due fogli, ostacolarono il compimento dei nostri desiderii e delle nostre promesse. Dando alle stampe la descrizione geologica di quest'isola poco conosciuta, prima che fossero terminati i lavori trigonometrici e geodetici, intrapresi per eseguire innanzi tutto una carta esatta, saremmo stati in disaccordo con la massima sempre professata, di non sacrificare cioè l'esattezza d'u n lavoro all'impazienza di vederlo entrare prontamente nel dominio della scienza. Pubblicata finalmente nel 1845 la nostra carta alla scala di 1 a 250.000, ci siamo affrettati a farne una simile, ridotta aUa metà, che servisse da carta geologica a questa terza parte, e tosto ci siamo messi all'opera per redigere il testo che doveva accompagnarla. Ma nuove diffìcoltà sorsero subito: appena si cominciò a coordinare i materiali raccolti durante molti ann i, ci siamo awisti che parecchie osservazioni fatte alla distanza di venti e magari di trenta anni, non erano più presentabili al pubblico degli studiosi senza nuove verifiche sui luogh i. Per superare le suddette difficoltà vennero in suo aiuto, prima

(*) La nuova carica a ffidatagli è quella di Comandante Generale dei vo lontari veneti (J O guerra d'i ndipendenza)


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un maggiore dello Stato Maggiore dell'Esercito Sardo, esperto in geologia, Ezio De Vecchi, e successivamente quando quest'ultimo fu chiamato a combattere in Crimea, i professori Meneghini e Studiati della Università di Pisa, i quali apportarono il loro conlributo limitatamente alla paleontologia. Ne risultò un vero e proprio trattato scientifico nel quale non si stenta, certo, a riconoscere la profondità del pensiero, e l'estesa preparazione, ad alto livello di specia lizzazione, di quanti vi concorsero; che va, però, ovviamente visto a lla luce delle conoscenze più avanzate di quel tempo. Indipendentemente da ciò il carattere sistematico ed organico dell'intera trattazione, a detta di autorevoli esperti, come il professore Domenico Lovisato dell' Università di Cagliari, fà si eh' essa costituisca un' eccellente fonte di studio, indispensabile a chi voglia avere una quadro generale e particolare della geologia sarda. Questa terza parte è articolata in due grossi tomi distinti: il primo, dedicato alla geologia, redatto interamente dal La Marmora, si svolge attraverso la descrizione analitica e speculativa delle varie rocce esistenti in Sardegna, ordinate secondo il tipo e le località; il secondo, dedicato ana paleontologia, redatto dal geologo Meneghini, si occupa della descrizione de i fossifl raccolti dal La Marmora sia nel'intera region~ sia, in particolare, nella breccia ossifera di Monreale di Bonagia presso Cagliari; pi:!r quest'ultima parte c'è il concorso determinante del fisiologo, il professore Studiati. Di pugno dello st€!sso autore è il catalogo ragionato e sistematico di cui si compongono le tre collezioni geologiche delle rocce dell'isola, deposte, pezzo per pezzo, da ll'autore e dall'ottimo maggiore De Vecchi nell' Orto Botanico di Parigi, e nei musei di Torino e di Cagliari. Detto catalogo, collocato al termine dell'opera, costantemente richiamato in codice nel corso della trattazione, costituisce la base fondamentale della descrizione geologica. L'opera è completala - secondo lo stile del Voyage - da un grande atlante contenente meravigliose tavole a colori ed in bianco e nero; queste ultime riservate alle incisioni. Tra le tante ricor diamo: la tanto a ttesa carta geologica della Sardegna alla scala I :500.000, con rela tive sezioni a scala doppia per le dislanze, e quadrupla per le altezze; le due ta vole delle diverse fasi geologiche della Sardegna e della Corsica ; la tavola dimostrativa del mare quaternario in Sardegna; la carta dei fenomeni eruttivi nelle diverse epoche; ed infine le numerose e perfette incisioni dei fossili.


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Questa terza parte che più di ogni altra aveva richiesto sacrifici egli volle dedicarla all'amico fraterno, nonchè geologo, recentemente scomparso, Giacinto Provana di Collegno. Alla stessa stregua, la IV ed ultima parte dell'opera, anch'essa assai estesa, ed a cui impose il ti tolo di Itinerari dell'isola di Sardegna, da valere, però, come seguito al Voyage, fu, invece, da lui stesso dedicata con altre ttanto nobile motivazione alla memoria del fratello Alessandro, caduto in Crimea. Quest'ultima vide la luce nel 1860 e costituisce il necessario completamento di tutta l'opera di cui sviluppa la parte storica, fermatasi nelle precedenti a l medioevo. Vi si prendono in esame le località più rimarchevoli dell'isola, corredate da interessanti citazioni aneddotiche soprattutto storiche. Non ha atlante ma numerose illustrazioni ed è corredata da due carte itinerarie, una della Sardegna antica ed una di quella recente. L'appendice è riservata ad alcune precisazioni, che l'autore volle fossero stilate di pugno da uno storico sardo, il professore Pietro Martini, eh' egli aveva conosciuto nel 1826 negli uffici del Vice-Re di Sardegna, e che sarebbe poi divenuto affermato bibliotecario dell'Università di Cagliari.

LE OPERE

MINORI

Si tratta in genere di opere non minori in importanza rispetto alle altre: sarebbe più proprio dire meno estese e sopr attutto meno conosciute nel nostro Paese. In parte sono rappresentate da corrispondenze su argomenti archeologici, geografici e geologici con l'Istituto Internazionale di Archeologia, sezione francese, e con la Società Geografica di Parigi, pubblicate sui periodici degli stessi istituti. Particolarmente famosa ali' estero una sua accurata relazione sul cosidetto tempio dei "Giganti" dell'isola di Gozo dell'arcipelago maltese, corredata da pianta planimetrica, da vari spaccati, che trovarono posto sui "Nouvelles Annales" e sui Monumenti Inediti dell'Institut Archéologique di Parigi del 1837. Va, al riguardo, precisato che tale studio è s tato anche ai giorni nostri giudicato insuperato da eminenti scienziati, come J.D. Evans, direttore della missione archeologica dell'Università di Malta nel 1952. Il Bollettino della Società Geografica Francese, accolse per intero, oltre naturalmente altri scritti, una sua disamina scientifica sul dicco di mela-


Vita ed opere del Tenente Generale Alberto Ferrero della Marmara

lTJNÉRAIRE llt

L'ILE D~ SARDAIGNE l'OUll l'AJI\E SUITY.

AU VOYAGE EN CETTE CONTRÉE

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C.Tr.

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DE

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MARl\lORA,

,·i- tl~vanl Comau:andant-gént!ral miJitairc dc l'Ue dc Sardaig11e, Lieuten:mt-G,mfral. Sénaleur du n o:,aume; Décor~ du Graml Cordon <ks Sainte Mauric·e et l~aure, Gnnd Offider de l'Ordrc Militaire de Sa"oic , Cbevtlier el Conseillcr dc cclui du Mt!rite Civll. ; Ugionnairc du premier Empire et dt!roré do li Méd aille d c !ìaiute-ll<!llinc; Membre dea MU.1 clutca et •icc-rr~sidcnt de l"AcadfSmie dea Sde11ie-e1 de Turin , Men1bre de J• Cnmmiuion supérieu re de Statis1l'fUC, dt lo Dépul1l1on dc .\'loriii P11trili. du Conteil dc, Mine1, doe• ~ocit!lt!t géogrophi11u es dc L-011d1·e1 cl dc franco, de b Socit!té géol~i11ue dc France, etc. etc.

Nuove n recar wngo dal c,u,.po, t: fuJ nss1:n1nlor di ciò che ,iarro io stello, ( BELWTTI Trad. d'Escb.)

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Alberto Gennaro

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Vita ed opere del Tenente Generale Alberto Ferrero della Mamzora

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firo del billese, detto del Favaro, il quale si estende per oltre 23 km di lunghezza dalla Serra all'Alta valle Sassera. Mai nessuno fino allora si era preoccupato di divulgare l'esistenza di tale pregevole falda rocciosa utilizzabile nelle opere artistiche, ed in genere come sfondo nei monumenti, in luogo del marmo. Nominato nel 1840 luogotenente generale ed assegnato alla Scuola Militare di Marina di Livorno, iniziò una feconda serie di pubblicazioni di carattere marinaro, nelle quali non dimenticò l'isola che tanto conosceva. Appartengono a questo gruppo: "Le corrispondenze marittime tra gli stati di terraferma e la Sardegna", "Progetti di riordinamento delle torri di Sardegna", "Questioni interessanti la Sardegna", "Considerazioni storiche sulla marineria sarda", e tante altre. Rientrato nel 1848 nell'esercito gli fu dato - dietro sua insistenza richiesta - il comando dei volontari affluiti nel Veneto. Di quest'ultima sua attività operativa e di comando ci ha lasciato un interessante Diario, pubblicato molti anni dopo, attraverso cui è possibile rendersi conto in modo realistico della situazione militare di quell'epoca per quanto riguarda il contributo dei volontari. Nel 1851 il Municipio di Cagliari gli concesse la cittadinanza onoraria e negli anni successivi - lui vivente - dispose che un busto marmoreo ne eternasse il ricordo nell'ateneo cagliaritano, e si coniasse in bronzo una medaglia, a sua memoria, in nome della Sardegna. Negli anni 1852 e 1853 rivissero a Beveno, sul lago Maggiore, gli incontr i con Giacinto Provana di Collegno, col quale si accompagnò ancora una volta in Sardegna. Sono di questo stesso periodo gli stretti rapporti con gli intellettuali di que l tempo che frequentavano la casa dei Collegno, come Massari, Borghi, Minghetti, Alfieri, lord Hudson. Seguì un'intensa attività, in Senato, del quale faceva parte dal 1850, presso la Società di Storia Patria e l'Accademia delle Scienze, di cui era vice presidente. I resoconti dei suoi interventi, pubblicati sulle memorie dei singoli istituti ne fanno fedel e testimonianza. Indimenticabile la seduta al Senato del 20 maggio 1856 allorchè prese la parola per commemorare i caduti della guerra di Crimea: l'assemblea si levò tutta in piedi plaudendo, e Massimo d' Azeglio gli si accostò abbracciandolo calorosamente, tra la commozione generale.


Alberto Gennaro

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NOTIZIE SULLA VITA E SULLE GESTE MILITARI DI

CARLO EMILIO S.. MARTINO DI PARELLA OS~IA

CRONACA .MILITARE- ANEDDOTICA DELLE GUERRE 'suCèEDUTE IN PIEMONTE

DAL

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Il Luogotenente Generale

ALBERTO FERRERO .DHLLA MABMORA VICt-PRESIDSNTl · Dt!LU 'llSPUTUIOll'E SOVRA GLI STODII DI STORIA IIATRIA

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TORINO PRBSSO I FRATELLI BOCCA LIBRAI DI S, M.

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Vita ed opere del Tenente Generale Alberto Ferrero della Mannora

CARLO EMANUELE II Duca di Savoia, Re di Cipro, ecc.

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Giunto all'età di 70 anni, quando avrebbe potuto, secondo un modo di esprimersi che gli era congeniale, "ammainare le vele e raccogliere le sarte", si limitò a deporre il martello del geologo sul quale aveva inciso un versetto biblico: "Quomodo autem interrogabis terram et tibi dicet'' (così come interrogai la terra allo stesso modo ti risponderà), ma non abbandonò gli studi di storia militare, tanto da darci altre due pregevoli opere che non si può fare a meno di citare tanto sono ricche di insegnamento. La prima, edita nel 1862 ha per oggetto - come recita lo stesso titolo - "Le, vicende di Carlo di Simiane, marchese di Livorno poi di Pianezza tra il 1672 ed il 1706". Non entreremo nell'argomento limitandoci a dire che il suo scritto tende a riabilitare un personaggio vissuto alla corte di Carlo Emanuele II di Savoia e di Madama Reale, e da questi perseguitato e condannato a morte, finchè trovò riparo in Francia e protezione da Luigi XIV e dal principe di Condè. Ciò che risulta veramente interessante in tale opera è quel certo modo di costruire la storia, che potremo definire moderno, giacchè si avvale del contributo di documenti originali, in questo caso rappresentati da lettere di alti dignitari, atti diplomatici ed ordini di battaglia - ora li chiameremo ordini di operazione - tratti dall'archivio di famiglia, nel quale egli ebbe la fortuna di rinvenire una raccolta interamente appartenuta al primo marchese della Marmora, Tommaso Felice (2), ambasciatore di Carlo Emanuele II e della di lui vedova Francesca Battista di Savoia-Nemours, presso il Re di Francia. La riscoperta e la conseguente pubblicazione di detti documenti non soltanto servì a riabilitare il Marchese di Livorno Vercellese ma gettò nuova luce su avvenimenti fino allora trascurati nella storia del vecchio Piemonte. Supergiù, riflettente lo stesso periodo è la seconda opera, edita nel 1863 a Torino, ed intitolata in modo eloquente "Notizie sulla vita e sulle geste militari di Carlo Emilio S. Martino di Parella, ossia cronaca militare anedotica delle guerre succedute in Piemonte dal 1672, 1706". Quest'ultima vuole, in definitiva, costituire un vero e proprio t~stamento spirituale dell'autore dedicato ai giovani che si accingono ad intraprendere la vita militare. Il protagonista dimostra infatti di essere un esemplare cavaliere senza macchia e senza paura, unicamente versato a nobili imprese, le quali richiedono abnegazione, coraggio e fulgide doti di carattere. Questa la patetica ed ad un tempo entusiasmante dedica del li-


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bro, nella quale si chiariscono le ultime volontà dell'autore: ALLA STUDIOSA GIOVENTU' MILITARE ITALIANA La mano logora e fiacca di un vecchio soldato di Wagram e di Lipsia, che la morte ancora rispettò nel I 863, altro non può più reggere che la penna, mercè della quale giammai egli non conobbe la noia. Ma se la penna lo salvò da quello, talvolta, non immeritato tormento dei scioperati, egli temerebbe a buon diritto di renderla strumento di quel medesimo senso sull'animo dei suoi lettori, se imprendesse a volerli trattenere delle sue campagne, de' suoi viaggi, delle sue impressioni. Si rassicurino essi, ad altro egli non mira che ad esporre agli studiosi di storia patria militare, alcuni fatti delle guerre del Piemonte, combattute sotto i governi di Carlo Emanuele II e del figlio di lui Vittorio Amedeo I I, duca di Savoia, poi il primo della sua stirpe, Re di Sardegna. Questi fatti, che verranno presentati in forma di cronaca militare aneddotica, furono dall'Autore raccolti nelle corrisponden ze ufficiali e famigliari di un personaggio che vi prese una parte molto attiva, la cui memoria non meritò forse l'oblìo in cui giacque fin ora. Carlo Emilio San Martino di Parella, era dotato di una di quelle tempere a tutta prova, e così fortemente costituite, che posson esser proposte per esempio alla gioventù militare, massime in un tempo in cui lo spirito guerriero e l'amor delle armi, tramandatici dai nostri maggiori, e conservati vivi, come un sacro deposito dal popolo subalpino, stanno infondendosi di bel nuovo nel petto di ogni altro i.taliano. A voi dunque che vi avviate in una carriera in cui chi verga queste poche righe entrava assai prima di un mezzo secolo fa, e nella quale il valore non deve però andare disgiunto da una competente istruzione; egli volge e dedica questo, forse ultimo frutto delle studiose sue ricerche.

La mano del vecchio soldato di Wagram, che per una vita intera aveva tenuto saldamente la spada del guerriero, il martello dello geologo e la penna dello scrittore, avrebbe avuto appena il tempo di vergare le ultime pagine dedicate a lla vicende di un altrettanto nobile condottiero piemontese, tramandate ai giovani, quale immacolato esempio di valore: giacchè un'improvvisa crisi, sopraggiunta nel maggio dello stesso 1863, l'avrebbe arrestata per sempre.


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La perdita fu commemorata solennemente in Senato; all'Accademia delle Scienze venne ricordato da Federico Scoplis, che ne a veva ereditato la carica di vice presidente, e che rivelò in un commovente discorso ogni suo riposto pensiero. In terra di Francia, ove il suo nome e la sua opera avevano trovato generali consensi ed ammirazione, la parola di commiato fu affidata ad Armando d'Avezac de Castera Macaya, direttore degli archivi della Marina e Presidente della Commissione Centrale di geografia. Le sue opere, scritte per la maggior parte in lingua francese, sono state p iù volte tradotte in lingua italiana. T ra i suoi commentatori, Giovanni Spano, archeologo, sacerdote e rettore dell'Università di Cagliari di quell'epoca, e Domenico Lovisato, geologo, dello stesso Istituto, che suole chiamare Alberto La Marmara: mio illustre Maestro. Ai suoi scritti hanno attinto ed attingono tutti gli studiosi di antichità sarde, e n umerosi esperti di ogni paese, inter essati all e discipline trattate: da Maurizio Levy della Università di Breslavia a Gregorio Ugdulena dell a Università di Palermo, docenti entrambi di epigrafia feni cia e di lingue semitiche, fino ad a rrivare ai tempi più recenti, nei quali il contributo dello scienziato piemontese è utilizzato da Raffaele Pettazzoni, docente di storia dell e reli gioni all'Università di Roma negli anni '60, e dal professore Massim o Pittau dell'Università di Sassari, che in un suo recentissimo libro sulla civiltà nuragica, sottolinea l' attualità e la perfezione delle intuizioni del La Marmara sullo specifico argomento. Oggi una casa rifugio intitolata ad ALBERTO LA MARMORA, sorge sul "Gennargentu" proprio lì dove egli er a aduso soffermarsi per spaziare lo sguardo sui monti degradanti e sull'ampia distesa del mare. L' Esercito Italiano, riconoscente, volle, inoltre, che sulle carte topografiche della Sardegna venisse indicata col suo stesso nome la cima di quella catena montuosa, la più alta dell' isola, che svetta dal crostone di Florisa fino a quota 1834.


ALBERTO FERRERO DELLA MARMORA Sintesi cronologica della vita 1789 Nasce a Torino, gemello di Polissena che muore pochi giorni dopo. 1806 Con decreto imperiale di Napoleone Bonaparte, in data 14 agosto, è ammesso alla Scuola Militare di Fontainebleau. 1807 Il 6 maggio è nominato sottotenente di fanteria ed assegnato al 1° Reggimento di linea dell'Impero. 1807-808 Con detto reggimento, inquadrato nell'armata d'Italia, partecipa alle operazioni militari in Calabria contro il brigantaggio, e successivamente agli ordini di Eugenio de Beauharnais, vicerè d'Italia, prende parte alla campagna dell'Italia settentrionale e d'Austria. 1809 Il 6 luglio è presente col suo reparto alla battaglia di Wagram, vinta da Napoleone contro gli austriaci. 1809-812 Tornato in Italia dopo la pace di Vienna, 14 ottobre 1809, deve rinunziare per ben due anni al servizio attivo perchè colpito da grave infermità. I medici lo riscontrano affetto da epilessia, ma si ritiene che tale diagnosi sia da considerarsi errata, in quanto la sua guarigione sarà radicale. 1813 Rientrato in servizio viene assegnato quale luogotenente al 111 ° Reggimento di linea, che raggiunge in Sassonia, ove combatte valorosamente dal 17 aprile al 2 maggio sulla pianura di Lutzen. Il 20 maggio si distingue nella vittoriosa battaglia di Bautzen, ed il giorno successivo è decorato della Legion d'Onore dalle mani dello stesso Imperatore. 1814 È promosso capitano ed assegnato al 101° Reggimento di linea, all'epoca inquandrato nell'Armata del generale Oudinot, operante in Prussia. Il 23 agosto, alla testa della sua compagnia resiste a Gross Beren ai reiterati attacchi nemici, cui impedisce di tagliare la ritirata ad un'intera divisione francese, la quale per suo merito riesce ad attestarsi sull'Elba.


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Nel mese di ottobre è presente a Lipsia. Si d istingue a Dennewitz, ma è costretto a ripiegare col suo reparto nel castello di Turgau, ove, dopo eroica resistenza è coinvolto nella resa. Viene avviato, quale prigioniero, nella Russia occidentale. Nell'aprile del 1814, dopo l'abdicazione di Napoleone, rientra in Piemonte. Vittorio Emanuele I di Savoia, reduce dall'esilio in Sardegna, non gli riconosce il grado di capitano guadagnato sui campi di battaglia napoleonici, ma solo quello di tenente con cui lo richiama in servizio assegnandolo al Reggimento Guardie. 1815 Dopo la fuga di Napoleone dall'Elba, nel corso dei cosidetti cento giorni, entra a far parte del Corpo di spedizione interalleato contro la Francia. Si distingue nell'assedio di Grenoble. 1817 Il 12 febbraio gli viene riconosciuto il grado di capitano ed è trasferito presso lo S.M. dell'Armata Sarda in Torino. 1819 Attratto dalla passione per gli studi della fauna della Sardegna vi inizia le prime esplorazioni ed ha prestigiosi compagni di viaggio come il professore Keyser, geologo, dell'Università di Oslo. 1820 Pubblica il suo primo saggio giovanile che ha per tema due rari uccelli della contea di Nizza: "Memoire sur deu.x oiseaux du comté de Nice" . 1821 Scoppiati i moti liberali in Piemonte viene accusato di collusio.n e con i rivoluzionari. È destituito dagli incarichi di Stato Maggiore e confinato in Sardegna. Il relativo provvedimento non essendo emerse prove certe contro di lui - viene mascherato come dettato da esigenze di servizio. 1822-824 Si dedica alla ricerca geologica sulla Sardegna. Nello stesso tempo si interessa alle antichità, alla protostoria ed alle vestigia archeologiche della stessa isola. Per facilitare e documentare ogni ricerca dà l'avvio all'allestimento ,di una carta geografica di quella regione. 1825 Carlo Felice di Savoia lo reintegra nel grado di capitano di Stato Maggiore assegnandolo all'Ufficio del Vice Rè a Cagliari. Da allora si reca saltuariamente a Parigi ove stringe relazioni con scienziati di varia estrazione, interessati alla conoscenza della Sardegna. 1826 Pubblica a Parigi la Prima Parte del suo "Voyage en Sardaigne" 1829 È promosso maggiore di Stato Maggiore ed accompagna


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Carlo Alberto di Savoia Carignano nel suo primo viaggio nell'isola. 1831 È promosso luogotenente colonnello e viene contestualmente disposto il suo rientro definitivo a Torino. Entra qui a far parte dell'Accademia delle Scienze. La società geografica di Parigi lo accoglie tra i suoi soci e si interessa alle sue scoperte geologiche. 1834 È promosso colonnello. Continua le lunghe missioni in Sardegna. Pubblica a Torino "Le osservazioni geologiche sulle isole Baleari, Maiorca e Minorca" ed un saggio sulle monete fenicie rinvenibili in quelle isole. A questo scritto di numismatica ne seguiranno altri, sempre dedicati a monete arcaiche. Diviene corrispondente dell'Istituto Internazionale di Archeologia, sezione francese, che pubblica nei suoi bollettini l'esito delle esplorazioni da lui compiute in tutte le isole mediterranee. 1838 Fà eseguire a Parigi le prime incisioni della carta geografica della Sardegna che ha approntato con la collaborazione di un ufficiale sardo, il maggiore Carlo De Candia. 1839 Pubblica a Parigi la seconda edizione del Voyage en Sardaigne, Prima Parte, cui ·segue l'anno successivo, inedita, la Seconda Parte dedicata alle ANTICHITA'. 1840 È promosso luogotenente generale e nominato comandante della Regia Scuola di Marina di Livorno. Da quel momento dà alle stampe interessanti saggi di argomenti a carattere marinaro. 1845 Viene pubblicata a Parigi, in due grandi fogli, la carta geografica della Sardegna, da lui allestita alla scala 1/250.000. 1848 Prende parte alla iu guerra d'indipendenza quale Comandante Generale dei volontari veneti e di tre battaglioni di fanteria inviati dal Piemonte a Venezia . 1849 È nominato Commissario Straordinario, poi Comandante Militare della Sardegna. 1850 Nominato senatore a vita, si distingue per gli inten,enti in favore della Sardegna. 1851 Il 16 novembre il Consiglio Comunale di Cagliari gli conferisce la cittadinanza onoraria. 1852 Si reca nuovamente in Sardegna per inaugurare il nuovo bacino carbonifero di Gonnessa ed assistere ad alcune esperienze della R . Marina.


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1853 Altro viaggio in Sardegna in compagnia di Giacinto Provana di Collegno, suo antico amico, rivoluzionario del 1821, compagno d'arme, di studi, nell'Accademia delle Scienze, in Senato, professore di geologia. 1857 Ultimo viaggio in Sardegna per assistere al getto di un cavo sottomarino di collegamento. In tale occasione il Sindaco di Cagliari gli comunica di avere deliberato la collocazione di un suo busto marmoreo nell'ateneo cagliaritano e di avere disposto la coniazione di una moneta in suo onore a nome della Sardegna. Pubblica a Torino, sempre in lingua francese, la terza parte del Voyage, dedicata alla descrizione geologica dell'isola, e consacrata con commovente motivazione alla memoria del Collegno, recentemente scomparso. Sono dello stesso anno le sue Memorie sulla guerra nel Veneto, le notizie biografiche del suo amico testè nominato, e tanti altri saggi, alcuni dei quali riguardanti i forti militari del Regno. 1860 Viene edita a Torino la Quarta ed ultima parte del Voyage, cui egli impone il titolo di "ltineraire de l'fle de Sardaigne pour faire suite au voyage en cette contree. L'opera si chiude con la dedica al fratello Alessandro, caduto in Crimea. 1862 Pubblica a Torino "Le vicende di Carlo di Semiane, marchese di Livorno, poi di Pianezza"; open; storico-documentaria che rivaluta un condottiero vissuto nel XVII secolo. 1863 Seguono l'anno successivo (1963) le "Notizie sulla vita e sulle gesta militari di Carlo Emilio S. Martino di Perella", opera anch'essa storico-documentaria, volta a costituire il suo testamento spirituale indirizzato ai giovani che intraprendono la vita delle armi. Muore a Torino nel maggio dello stesso anno.


NOTE BIOGRAFICHE DELLA FAMIGLIA LA MARMORA COME DA NOMINATIVI RICHIAMATI NEL TESTO (1) Questa casa - come scrive Pietro Ricordati nella Storia Monastica edita a Roma nel 1575 - ebbe origine in Firenze dagli Acciaiuoli, i quali essendo stati sempre eccellenti e valorosi, costretti a cedere ad avversari più potenti, andarono esuli in diverse parti d'Italia. Essendo anche avvezzi a vivere sotto la chiesa ed in libertà scelsero, in parte, come nuova sede Biella, terra nobile e degna del nome di città, la quale allora era sotto la protezione del Vescovo di Vercelli e viveva governata da un Rettore, eletto dallo stesso popolo. I biellesi non sapendo più accomodarsi al loro nome di Acciaiuoli, li chiamarono Ferreri; gli confermarono però, le loro insegne ed i loro privilegi. Ed avendo acquistato i primi onori e seggi nei consigli e ricchezze convenienti al grado di quella terra, alla fine non potendo contenersi in termini si angusti, avvenne che uno di questa casa, chiamato Sebastiano, andò a servire il duca di Savoia. Il di lui figlio primogenito, Tommaso Felice, in riconoscimento dei meriti acquisiti al servizio del duca Carlo Emanuele II e della Reggente Giovanna Battista di Savoia - Nemours, ebbe da quest'ultima il 13 agosto J 678, eretta in marchesato la terra di La Marmora che già apparteneva alla famiglia. (2) TOMMASO FELICE (1626-1706) Nacque in Biella il 26 marzo. Nel 1633 fu chiamato a corte in qualità di paggio, ed iscritto all'ordine dei Cavalieri dei Santi Maurizio e Lazzaro. Nel 1651 fu destinato ad accompagnare in Baviera Adelaide di Savoia, moglie dell'elettore Ferdinando Maria. Nel 1658 accompagnò il duca Carlo Emanuele al congresso di Lione cui partecipava Luigi XIV. Nel 1668 fu eletto _governatore di Chieri e nel 1672 plenipotenziario al Congresso di Casale. Nel 1673 andò ambasciatore in Francia, nel 1677 fu governatore di Aosta, poi d'Ivrea. L'anno successivo fu investito del titolo marchionale, appoggiato alla terra di La Mar-


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mora. Rieletto ambasciatore in Francia nel 1660, vi predispose le nozze del duca Amedeo II con Anna d'Orléans. Fu nominato ministro di stato nel 1696 e governatore di Biella nel 1697. Morì in Torino nel 1697, lasciando un cospicuo carteggio relativo alla sua attività diplomatica, cui attinse Alberto La Marmora. (3) FILIPPO FERRERO (1719-1789)

Nacque in Torino il 22 aprile del 1719. Nel 1734 entrò in qualità di cornetta nel Reggimento dei Dragoni del Genevese, e militò nella guerra di successione polacca, nella quale il duca di Savoia era alleato dei francesi contro gli imperiali. Dopo il trattato di Vienna del 1735 fu promosso luogotenente nei Dragoni della Regina, quindi capitano. Iniziatasi nel 1740 la guerra di successione austriaca prese parte alla battaglia del Camposanto e poi a quella di Madonna dell'Olmo. Fu eletto ministro dell' Aja nel 1760, e plenipotenziario in Inghilterra nel 1763, ed, infine, ambasciatore in Francia nel 1765, e ministro di stato nel 1771. Nel 1773, ottenuto il grado di maggior generale dell'Armata piemontese, fu eletto Vice Re di Sardegna, ed assunse come suo primo aiutante di campo, il nipote Celestino, futuro padre di Alberto La Marmora. Nel 1780 venne nominato Cavaliere del Supremo Ordine del1'Annunziata e nel 1782 gli fu affidata una delicata missione militare-diplomatica in Svizzera, ove riuscì a porre fine alla guerra civile sorta nel cantone di Berna. Nel 1783 fu nominato Gran Conservatore della religione e cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro. Morì in Torino il 12 gennaio del 1789. (4) IGNAZIO (1717-1773)

Nacque in Torino il 22 giugno del 1717. Entrò come cornetta nel Reggimento di Piemonte Reale Cavalleria e seguì Carlo Emanuele III di Savoia, alleato dei francesi, nella guerra contro gli autriaci. Intervenne nei principali fatti d'arme di quegli anni. Transitò poi nelle Guardie del Corpo, ove iniziò la carriera da cornetta per divenire poi capitano comandante della terza compagnia delle Guardie. Raggiunse il grado di luogotenente generale delle Regie Armate nel 1774. Aveva ereditato nel 1765 i titoli di Marchese della Marmora e di consignore di Boriana, Beatino e Pralormo, che all'atto della sua morte, avvenuta nel 1773, trasmise al figlio Celestino, padre di Alberto.


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(5) TOMMASO FERRERO (1768-1832)

Fratello del marchese Celestino, padre di Alberto, nacque a Torino l' 11 gennaio del 1768. Iniziò il servizio militare nei Dragoni della Regina. Il suo nome è rimasto famoso per l'attaccamento dimostrato al Sovrano dell'epoca, Carlo Emanuele IV, eh' egli seguì nell'esilio quando questi fu costretto dai francesi ad abbandonare i domini della terraferma. Si racconta che dopo la morte della Regina Maria Clotilde, egli ricevesse in dono dallo sconfortato sovrano l'anello nuziale di quest'ultima, che venne conservato nel museo di famiglia in Biellà. Allorchè Carlo Emanuele IV divenne cieco egli continuò ad assisterlo con cura scrivendo per lui le lettere sotto dettatura fino a quando quest'ultimo non si spense nel noviziato dei gesuiti a Roma, nel quale si era ritirato dopo l'abdicazione in favore del fratello Vittorio Emanuele I. Raggiunse il grado di Maggior generale dell'Armata sarda. Morì a Napoli nel 1832. (6) CARLO VITTORIO FERRERO (1757-1831)

Fratello del marchese Celestino, padre· di Alberto, nacque in Torino il 16 ottobre 1757. Si laureò in utroque iure e nel 1779, dopo lungo tirocinio, divenne rettore dell'Università di Torino. Entrato nel sacerdozio vi percorse rapida carriera, divenendo Elemosiniere di Vittorio Amedeo III, e le 1796 Vescovo di Casale Monferrato e successivamente di Pinerolo e Saluzzo. L' 11 marzo 1822 fu eletto Cancelliere dell'Ordine dell'Annunziata, cui si aggiunsero le cariche di Gran Croce all'ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro e di Grande Elemosiniere del Re. Nel concistorio segreto del 27 settembre del 1824 Leone XII lo elevò alla porpora cardinalizia. Morì nell'abbazia di San Benigno in Fruttuaria il 31 dicembre del 1831. Il Cardinale La Marmora si occupò principalmente di ricerche genealogiche e condensò i risultati delle sue pazienti meditazioni in vari volumi manoscritti che si consenrano in Biella nell'Archivio di casa La Marmora e sono una fonte inesplorata per la ricostruzione della genealogia di gran numero di famiglie piemontesi, con particolare riguardo a quelle di Masserano e di Crevacuore, antichi feudi di famiglia. Personaggio di primo piano nella storia dei La Marmora non fu avaro di consigli verso i nipoti, rimasti orfani in giovane età, ma li seguì tutti assiduamente intervenendo di persona per la


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loro educazione ed assistendo costantemente la madre. (7) CELESTINO FERRERO (1754-1805) Marchese della Marmora, consignore di Boriana, Beatino e Pralormo, nacque in Torino il 7 luglio 1754. Sposò nel 1786 Raffaella, figlia del marchese Nicola Amedeo Argentero di Bersezio e di Luisa Morozzo della Rocca di Brianzè, sorella del Cardinale Vescovo di Novara. Nel 1770 divenne Alfiere del Reggimento Guardie e nel 1773 fu assunto quale aiutante di campo dallo Zio Filippo, Vice Re di Sardegna. Nel 1787 fu promosso capitano ed assegnato al Reggimento d'Ivrea. Allorchè i domini di casa Savoia furono occupati dai francesi si ritirò a vita privata. Morì improvvisamente di colpo apoplettico il 30 agosto 1805, lasciando la moglie incinta e 12 figli viventi, di cui sette maschi, tra cui Alberto, e cinque femmine. Il 22 febbraio nasceva, pertanto, l'ottavo figlio maschio, al quale venne imposto il nome di Ottavio. (8) CRISTINA FERRERO (1787-1851)

Figlia primogenita del marchese Celestino, nacque in Torino il 17 maggio 1787. Sposò nel 1808 il conte Enrico Seyssel d'Aix, dal quale ebbe due figli maschi, Alfonso e Luigi. Quest'ultimo partecipò alle guerre risorgimentali nell'Arma di Artiglieria, ove raggiunse il grado di Maggi,o re Generale. Donna di non comune virtù, intelligenza e cultura, era chiamata in famiglia "la perfetta" . Dopo la morte della madre ebbe grande ascendente sui fratelli. Si spense il 14 maggio 1851. (9) CARLO EMANUELE (1788-1854)

Primogenito maschio del marchese Celestino, nacque in Torino il 27 marzo del 1788. AJI' età di 18 anni, quando già il Piemonte era divenuto provincia dell'Impero, si arruolò nella cavalleria francese. , Inquadrato nel 26° Reggimento Cacciatori a Cavallo, prese parte col grado di sottotenente alla campagna di Prussia del 1807 e l'anno successivo a quella di Spagna. Nel 1810 nel fatto d'arme di Escalona fu ferito ad una gamba tanto da rimanere claudicante per tutta la vita. Cessato dal servizio vi rientrò qualche anno dopo ancora sorretto dalle grucce. Promosso capitano prese parte alla campagna di Sassonia col 21 ° Reggimento Cacciatori a Cavallo. Nel fatto d' arme di Dennewitz una pallottola gli traforò il cappotto arrotolato sulle spalle mentre


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un'altra gli uccise il cavallo che aveva sotto di sè. Per tali motivi riacutizzatasi nella caduta la ferita che aveva subito ad Escalona fu costretto il 6 settembre del 1813 a dimettersi definitivamente dal servizio di guerra ed a rientrare in Piemonte. Cessato il dominio napoleonico rientrò nell'Esercito sardo percorrendone tutti i gradi fino a raggiungere quello di Tenente generale. Carlo Alberto, non appena salì al trono, lo prescelse quale suo primo aiutante di campo, come tale rimase al fianco del Sovrano fino alla sua abdicazione. Vittorio Emanuele II lo confermò nello stesso incarico e gli conferì l'onorificenza di Cavaliere della Santissima Annunziata. Fu uno dei primi senatori del Regno, essendo stato eletto da Carlo Alberto dopo la promulgazione dello Statuto. Dopo intensa attività parlamentari morì a Torino il 21 febbraio 1954, colpito da acuta malattia polmonare. Alla morte del padre Celestino, avvenuta nel 1805, aveva ereditato il titolo di Marchese di La Marmara e quello di consignore di Boriana, Beatin'-' e Pralormo. Nel 1833, per estinsione del ramo collaterale dei feffero-Fieschi, era divenuto anche Pr incipe di Masserano. Il di lui figlio Vittorio Ferrero (1828-.1859) partecipò alla guerra di Crimea come Luogotenente di Vascello; a quest'ultimo ed a Girolamo Induno si devono alcuni splendidi acquarelli riportati sulle tavole pittoriche, edite dal Ministero della Guerra per celebrare la guerra di Crimea. I titoli nobiliari alla sua morte vennero ereditati dal primogenito Tommaso (1826-1889). (10) MARIA ELISABETTA FERRERO (1790-187/) Nacque in Torino il 3 maggio 1790; sposò nel 1811 il marchese Maurizio Massel di Caresana, dal quale ebbe tre figli. Rimasta vedova nel 18 16 si ritirò per qualche anno nel monastero di Chambéry. Morì in Torino il 12 giugno 1871. (11) CLARA MARIA FERRERO (1791-1816) Nacque a Torino il 24 maggio 1971. Sposò nel I 813 il Cavaliere Flaviano Avogadro di Casanova. Morì a soli 25 anni senza lasciare prole. (12) ENRICHETTA FERRERO (1793-1847) Nacque in Torino il 2 maggio 1793. Fin dall'infanzia manifestò l'inclinazione per la vita monastica, e vi rinunciò solo per accondiscendere alla madre, che le chiese di aiutarla nel governo


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della numerosa prole. Morì nella Villa del Ciochero in Villanova d'Asti il 2 settembre 1847. (13) BARBARA FERRERO (1795-1829) Nacque a Torino il 22 agosto 1795. Sposò nel 1819 Costantino Barbavara di Gravellona, dla quale ebbe 5 figli. Morì il 29 · marzo del 1829. (14) ALESSANDRO FERRERO (1799-1855) Nacque in Torino il 7 marzo 1799. Di lui molto si è scritto essendo il fondatore del Corpo dei Bersaglieri. Si ricordano qui alcune notizie spesso inedite: da piccolo era chiamato dai fratelli "l'etourdi" in un certo senso il matto di casa. Nel libro delle genealogie della famiglia risulta che a soli 16 anni partecipò alla campagna di Grenobl~, avvenuta nel corso dei famosi cento giorni seguiti alla fuga di Napoleone dall'Elba. Poichè non aveva l'età per arruolarsi prese il posto del porta insegne Pagliano, del cui nome si servì per rispondere all'appello per tutto il tempo della campagna. Nel 1848 fu ferito a Goito. Morì di colera in Crimea il 7 giugno 1855, giorno del Corpus Domini. (15) EDOARDO FERRERO (1800-1875) Nacque in Torino il 9 agosto del 1800. Si arruolò quale sottotenente nei Dragoni della Regina. Nel 1823 sposò Carolina Gianazzo cli Pamaparato. Nel 1824 fu nominato Primo scudiere della Regina Maria Cristina, e n'el 1834 gentiluomo di Camera di Re Carlo Alberto. Morì a Torino il 4 aprile del 1875. (16) FERDINANDO FERRERO (1802-1874) Nacque al Castello del Ciochero in Villanova d'Asti il 16 luglio 1802. Nel 1814 prese l'abito clericale e fu addetto alla persona del Cardinale Morozzo della Rocca, suo congiunto da parte materna. Nel 1822 lasciò l'abito talare per arruolarsi nel Reggimento Dragoni del Genevese, passò poi nel Reggimento Piemonte Reale e successivamente col grado di capitano al Nizza Cavalleria. Nel 1832 a seguito di una caduta da cavallo si fratturò il femore; rimasto debilitato fu collocato a riposo col grado cli maggiore nel 184 7. Morì a Torino nel 1874. (17) EMILIO FERRERO (1803-1830) Nacque a Torino il 2 luglio 1803. Entrò nel 1816 nell'Accade-


Vita ed opere del Tenente Generale Alberto Ferrero della Marmara

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mia militare, uscendone sottotenente del Corpo Reale di Stato Maggiore. Promosso luogotenente nel 1822. Morì a Torino ii 19 gennaio 1830. (18) ALFONSO FERRERO (1804-1878) Personaggio di primo piano nella Storia del nostro Risorgimento, di cui si sono occupati storici e biografi. Si ricorda che a lui va dato il merito dell'organizzazione dell'Esercito Piemontese nel decennio di preparazione all'unità d'Italia. Ufficiale di artiglieria vi percorse tutti i gradi fino ad arrivare a quello di Generale d'Armata. Comandante della spedizione militare in Crimea nel 1855. Ministro al campo nella campagna del 1859, Capo di Stato Maggiore Generale in quella del 1866, conclusasi con la infausta giornata di Custoza. Più volte ministro della Guer.ra e deputato per sette legislature. Morì il 5 gennaio 1878. (19) OTTAVIO FERRERO (1806-1868) . Nacque a Torino il 22 febbraio del 1806. Unico dei maschi di Celestino a non votarsi alla vita militare. Si la ureò in giurisprudenza all'Università di Torino. Percorse una rapida carriera nelle Intendenze raggiungendo nel 1848 il grado di Intendente Generale che ricoprì nelle sedi di Annecy, Chambery, Nizza e Genova. Nel 1850 fu nominato Consigliere alla Corte dei Conti. Morì in Torino il 31 gennaio 1868. (20) CARLO SEBASTIANO FERRERO PRINCIPE DI MASSERANO Appartiene al ramo collaterale dei Ferrero della Marmara di Biella, cioè ai Ferrero-Fieschi di Biella. Questi, a differenza dei primi, avevano il nome composto perchè un loro antenato era stato adottato da Lodovico Fieschi, r icevendone in eredità i feudi di Crevacuore e Masserano; quest'ultimo poi eretto in principato nel 1598. Sul finire del XVII secolo questa famiglia - proprietaria di agguerrite compagnie di soldati - si era trasferita per ragioni belliche in Spagna, passando alle dipendenze di Filiooo V.


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Alberto Gennaro

Come tale prese parte a lla guerra mossa dalla Spagna all'Inghil terra per la riconquista di Gibilterra. Nello stesso anno - essendogli morto il padre - ereditò il titolo di Principe di Masserano, e fu confermato tra i Grandi di Spagna. Nel 1791 raggiunse il grado di Tenente Generale. Nel 1805, salito a l potere Napoleone, fu m andato dal Re di Spagna ambasciatore a Parigi. Ma allorchè alla dinastia borbonica successe in Spagna quella dei Bonaparte egli si dimise. Tuttavia rimase a Parigi con speciali incar ichi conferitigli da Giuseppe Bonaparte, che intendeva così ingraziarselo. In tale veste incontrò in quella città il giovane Alberto in cerca di raccomandazioni. Morì a Parigi nel 1826. Gli successe nel titolo di Principe di Masserano il figlio Lodovico, che si spense nel 1833. Poichè quest'ultimo non ebbe figli il titolo trasmigrò al ramo collater a le, quello dei marchesi della Marmora, nella persona di Carlo Emanuele, primogenito di Celestino. Va detto, per inciso, che l'intricata discendenza nobiliare fu accuratamente dimostrata dal Cardinale Vitt~rio d~lla Marmara; a lui si deve, in gran parte, se il titolo di Principe di Masserano non venne mai con testato a l nipote Carlo Emanuele.


PARTE TERZA

TESTIMONIANZE


MANLIO CAPIZZI

LA DMSIONE "RAVENNA" IN RUSSIA P REFAZIONE

Nel 1942-1943 ho partecipato alla campagna di Russia con la Divisione "Ravenna" quale comandante della fanteria divisionale. La Divisione, appena giunta in Russia, era stata avviata al Don, inserita in un tratto del settore meridionale del fronte orientale germanico e schierata su posizioni a destra del fiume. Dopo quattro mesi di attività difensiva, un violento attacco la costringeva ad effettuare una manovra di ritirata. Queste pagine trattano dell'azione svolta dalla Divisione "Ravenna" sul Don e, dopo la ritirata, sul Donez attraverso una visione particolareggiata delle operazioni alle quali partecipò, alle mie dipendenze, una aliquota di forze che l'offensiva nemica aveva staccato dal grosso della Divisione. I brevi cenni sulle vicende svolte al di fuori del mio campo di azione e della mia personale possibilità di osservazione e di valutazione - specialmente gli avvenimenti affrontati lontano da me dal grosso della "Ravenna" durante la ritirata dal Don al Donez - sono desunti da relazioni ufficiali. La grafia dei nomi di località e la maggior parte delle "scale" nelle cartine allegate alla relazione sono tratte dalle carte topografiche tedesche distribuite anche alle unità italiane destinate alla campagna di Russia.

M.C.


CAPITOLO I CENNI SULLA PARTECIPAZIONE DELL'ITALIA ALLA CAMPAGNA DELLA GERMANIA CONTRO LA RUSSIA NEGLI ANNI 1941-1942-1943 La partecipazione dell'Italia alla campagna tedesca sul fronte russo ebbe inizio nel mese di luglio del 1941 con l'invio in Ucraina di un Corpo d'Armata, denominato C.S.I.R. (Corpo di spedizione italiano in Russia), al comando del generale di Corpo di Armata Giovanni Messe. Nel successivo luglio del 1942, al C.S.I.R. subentrò l' A.R.M.I.R. (8a Armata italiana in Russia) al comando del generale di Armata Italo Gariboldi. Nel mese di agosto, l' A.R.M.1.R. passò alle dipendenze del comandante del Gruppo di Armate B germanico, feldmaresciallo von Boch, e venne inserita in prima schiera in un settore del Don (cart. 1). L'aumento delle nostre forze nel lontano scacchiere operativo in Russia era stato voluto esclusivamente da Mussolini, nonostante il parere contrario del Comando Supremo dal quale gli furono prospettate sia le difficoltà che si opponevano alla sottrazione da altri scacchieri di Grandi Unità, sia l'impossibilità di fornirle di adeguate dotazioni di carri armati, di arm i controcarro e controaerei e degli automezzi necessari per le esigenze di mobilità delle truppe e per il funzionamento dei servizi nel vasto teatro in cui le unità italiane dovevano operare. Mussolini non tenne alcun conto degli avvertimenti e delle riserve ava nzate per sue considerazioni di ordine politico e per evidenti preoccupazioni di prestigio personale. Fece inoltre illusorio affidamento a promesse dell'Alto Com ando tedesco circa l'integrazione con mezzi germanici delle carenze in mezzi italiani. Promesse mantenute poi in misura esigua e notevolmente inferiore alle nostre necessità. Per di più, quando le sorti della guerra volsero a favore dei sovietici e si dovette effettuare la tragica ritirata dal Don, l'alleato tedesco ci ridusse, e in certi casi ci tolse del tutto, i rifornimenti di carburan!ie di cui ave-


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Manlio Capiz7.i

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Schieramento dell'A.R.M.I.R. sul Don nell'agosto del 1942.

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~a il monopolio, per riservarlo alle sue unità. Così perdemmo gran P,arte delle artiglierie motorizzate e degli automezzi con la conseg~ente grave limitazione delle riserve di munizioni, di materiale sanitario e di viveri al seguito delle truppe. I L' A.R.M.I.R. fu inizialmente costituita con le seguenti Grandi Unità: II Corpo d'Armata - con le Divisioni "Cosseria", "Ravenna", "Sforzesca" e il Raggruppamento camicie nere "23 marzo" - al comando del generale Giovanni Zanghieri; XXXV Corpo d'Armata (già C.S.I.R.) - con le Divisioni "Celere", "Pasubio", "Torino". e il Raggruppamento camicie nere "3 .gennaio" - al comando del generale Giovanni Messe e, in un secondo tempo, del generale Francesco Zingales; Corpo d'Armata alpino - con le Divisioni "Cuneense", "Julia" e "Tridentina" - al comando del generale Gabriele Nasci; Divisione "Vicenza" - per la protezione delle retrovie dalle offese che potevano provenire da partigiani e da infiltrazioni nemiche - al comando del generale Etelvoldo Pascolini. In sede di schieramento e di impiego vennero tuttavia inserite nell'A.RM.I.R. alcune unità germaniche ed effettuate parziali varianti alla composizione del II e XXXV Corpo d'Armata. Nel dicembre del 1942, dopo aver fronteggiato e contenuto sin dal mese di agosto l'attività dell'avversario sul Don, l'A.R.M.I.R., sopraffatta da una poderosa offensiva sovietica, si trovò costretta ad affrontare la ritirata. L'infausto sviluppo della campagna sul fronte russo non aveva riguardato soltanto le unità italiane e quelle germaniche che nel dicembre del 1942 facevano parte dell'A.R.M.I.R., ma si era inserito in un ampio quadro di avvenimenti, determinati da una concatenata serie di violente operazioni offensive da parte dei russi, fra il novembre del 1942 ed il febbraio del 1943. Queste operazioni si svolsero in tempi successivi contro il settore meridionale del fronte orientale germanico che si estendeva dalla zona di Woronesh (a NW) a quella di Stalingrad e del Caucaso (a SE). Su questo fronte erano schierate a cordone sei Armate del Gruppo di Armate B germanico e cioè, da sinistra, la 2a Armata tedesca, la 2a Armata ungherese, L' A.R.M.I.R., la 3a Armata romena, la 6a Armata e la 4a Armata corazzata germaniche (cart. 2).


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Manlio Capizzi

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Schieramento dell' A.R.M.I.R. sul Don nel quadro del Gruppo di Armate B. prima dell'inizio della offensiva invernale russa.

I sovietici, impiegando ingenti forze con gran numero di mezzi corazzati, martellarono e sgretolarono gradualmente i vari tratti del vasto schieramento quasi del tutto privo di riserve. In particolare: nel mese di novembre del 1942 infransero la 4a Armata corazzata germanica e l'ala destra della 3" Armata romena ed assediarono la 6a Armata tedesca che poi in parte si dissolse nell'inferno di Stalingrad e in parte, unitamente al suo comandante von Paulus, si arrese al nemico; nel successivo mese di dicembre travolsero l'ala sinistra della 3a Armata romena e il centro dell' A.R.M.I.R. (II Corpo d'Armata con le Divisioni "Cosseria" e "Ravenna") e accerchiarono l'ala destra della stessa A.R.M.I.R. CXXXV Corpo d'Armata con le Divisioni 298a germanica e "Pasubio" e XXIX Corpo d'Armata con comando tedesco e con le nostre Divisioni "Torino", "Celere" e "Sforzesca") (cart. 2a); nel mese di gennaio del 1943 ruppero di nuovo il centro del1' A.R.M.I.R. - che era stato affrettatamente ricostituito con unità corazzate germaniche su inconsistenti posizioni arretrate - e il¡fronte della 2a Armata ungherese e accerchiarono l'ala si-


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nistra dell' A.R.M.I.R costituita dal Corpo d'Armata alpino; nel successivo mese di febbraio frantumarono la 2a Armata germanica (cart. 2b). La tragica successione di sconfitte e il conseguente crollo di tutto il fronte del gruppo di Armate B insieme agli insuccessi subiti dal Gruppo di Armate A, che operava più a Sud verso il basso Volga e verso il Caucaso, determinarono il fallimento di tutta l'impostazione data dai tedeschi alla guerra sul fronte orientale. Anche l' A.R.M.I.R. doveva esserne fatalmente coinvolta con conseguenze particolarmente drammatiche per le nostre unità; e non certo per carenza di qualità combattive e di risorse morali, ma solo per deficienza di mezzi idonei a sostenere l'urto delle ingenti masse nemiche (cart. 2c). In questo tragico quadro si inserisce l'odissea della Divisione "Ravenna" che più di ogni altra unità italiana subì, fin dall'inizio, la violenza dell'offensiva sovietica sul Don.

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1942 dicembre

Fasi e direzioni dell'offensiva invernale russa.


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CAPITOLO II VISIONE RIASSUNTIVA DELLA PARTECIPAZIONE DELLA DIVISIONE "RAVENNA" ALLA CAMPAGNA CONTRO LA RUSSIA NEL 1942 E NEL 1943. CENNI RELATIVI ALLA EFFICIENZA DELLE SUE UNITÀ La Divisione "Ravenna" fu inizialmente agli ordini del generale Eduardo Nebbia fino al suo trasferimento, ad un comando di Corpo d'Armata in Libia, ai primi di ottobre del 1942, quando gli succedette il generale Francesco Dupont. Capo di stato maggiore della Divisione era il tenente colonnello Paolo Ducros. La "Ravenna" comprendeva: il comando della fanteria divisionale alle mie dipendenze; aiutante di campo il tenente colonnello Lelio Barbarulli; il 37° reggimento fanteria al comando del colonnello Giovanni Naldoni; il 38° reggimento fanteria al comando del colonnello Mario Bianchi; il 121° reggimento di artiglieria al comando del colonnello Giacomo Manfredi; il ITI battaglione mortai da 81 al comando del maggiore Romolo Romagnoli; minori reparti e organi di servizi divisionali, di Corpo d'Armata e d'Armata . . La Divisione "Ravenna" giunse in Russia in ferrovia tra la seconda metà del giugno e la prima decade del luglio 1942. Dalle località di scarico marciò poi prevalentemente a piedi per circa 1000 chilometri, e nel mese di agosto assunse la responsabilità della difesa di U.Q settore del Don. Sul Don fece fronte alla attività del nemico attestato sulla sponda sinistra del fiume. Nei mesi di agosto e settembre, contenne attacchi condotti dai russi con larghi mezzi su limitati tratti del fronte divisionale. Nel mese di dicembre - pur nelle deprimenti rondizioni create da una temperatura che oscillava attorno ai 40°


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sottozero - tenne testa ad un potente complesso di grandi unità e di mezzi corazzati che investirono tutto il fronte della Divisione. Dopo sei giorni e sei notti di lotte accanite e sanguinose, le nostre deboli forze, assottigliate ed esauste, erano oramai nella impossibilità di persistere negli sforzi difensivi. Mentre sopravveniva inoltre il pericolo imminente di essere accerchiati, da parte dei comandanti della Divisione e del Corpo d'Armata giunse l'ordine agli stremati superstiti di arretrare. Cominciò così la tragica ritirata della Divisione "Ravenna", in comune con le altre unità italiane e tedesche dell' A.R.M.I.R. nel vasto e complesso quadro del crollo del fronte germanico sul Don. Sin dall'inizio di questa nuova fase della lotta, la "Ravenna" fu frazionata in due blocchi dall'azione di forze motorizzate e corazzate sovietiche. Uno, di maggiore entità, agli ordini del generale Dupont ed uno, costituito da unità che per ultime avevano ripiegato dal Don, ai miei ordini. La colonna Dupont nel €Orso ~el suo arretramento, compiuto parzialmente a piedi e parzialmente sù automezzi avuti in temporanea assegnazione, fece fronte a ripetuti attacchi condotti da unità sovietiche che si erano incuneate entro discontinuità sorte fra i reparti italiani e tedeschi in ritirata. Raggiunta la zona di Woroschilowgrad, la colonna ebbe, tra la terza decade del dicembre 1942 e la terza decade del gennaio 1943, nuovi compiti difensivi sul fiume Donez in cooperazione con unità germaniche. Disimpegnata successivamente da tali compiti e inviata nelle retrovie al fine di riordinarsi, rientrò in Italia nel maggio del 1943. L'aliquota di forze alle mie dipendenze che l'azione nemica staccò dal grosso della Divisione si trovò sotto l'imminente minaccia di aggiramento. Per sottrarla a ·tale rischio, decisi di dirottarla verso sud-est e, affiancata ad altre unità italiane e tedesche in ripiegamento nella medesima direzione, raggiunse l'abitato di Popowka, ad ovest di Makaroff, dove il nemico la chiuse in sacca. La grave situazione nella quale si trovarono le unità italiane e tedesche a Popowka ebbe breve durata: il 20 dicembre 1942, esse ruppero l'accerchiamento e mossero in ritirata, in direzione sudovest. Nel corso di questa durissima fase, le nostre unità affrontarono vicende eccezionalmente drammatiche. Pur essendo in condizioni


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di estrema difficoltà e pur soffrendo priva zioni disumane, sostennero e respinsero vittoriosamente numerosi attacchi. Chiuse, dopo aver superato la sacca di Popowka, in altre due sacche - prima a Garbusowskij e poi più a lungo a Tschertkowo - si riaprirono la via della ritirata, raggiungendo così posizioni arretrate nella zona di Strelzowka sulle quali erano schierate poche for ze corazzate germaniche. Di lì proseguirono subito verso Belowdsk, dove si trovava un com ando di tappa italiano, che raggiunsero nella nottata del 17 gennaio (cart. 3). Infine, da tale località i pochi ed esausti superstiti della estenuante lotta furono avviati nelle retrovie. Ebbi così modo di riprendere il mio posto di comando sul Donez accanto al generale Dupont. Durante la ritirata da Popowka a Belowodsk, si dovettero effettuare, spesso combattendo, lunghe e lo~oranti marce per raggiungere gli obiettivi volta a volta stabiliti.. Si prospettò anche la necessità di affrontare terribili fatiche con movimenti notturni, seguendo itinerari tortuosi, sovente fuori dalle strade e dalle piste attraverso campi innevati. Si tendeva così a ridurre quanto più possibile l'eventualità di essere raggiunti da unità russe inseguitrici e di dovere sostenere combattimenti che avrebbero maggiormente inciso sulla consistenza dei nostri reparti e sulle nostre scar se disponibilità di anni e di munizioni. Non tutti possedevano le risorse di energia e di fermezza necessarie per affrontare fino in fondo snervanti fatiche e per superare moralmente e fisicamen te drammatiche situazioni. Non tutti furono perciò in grado di dar e un fattivo, costante contributo allo sviluppo della nostra m anovra di ritirata. Coloro che avevano e conservavano capacità di resistenza a lle spossanti difficoltà di ogni genere, che improvvisamente ed in ogni istante potevano p rospettarsi, ed erano ancora in grado di imbracciare un'arma o di esercitare una funzione di comando, costituivano il blocco dei combattenti. Formato inizialmente da unità organiche con effettivi più o meno r idotti, venne successivamente costituito in buona parte da unità di formazione a causa delle perdite e per i frammischiamenti di uomini, avvenuti durante il combattimento e in marcia. Il blocco dei combattenti era seguito ed anche intralciato dagli


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Ripiegamento e ritirata dalla "RAVENNA" da l Don verso il Donez. LEGENDA itinerario di ripiegamento itinerario di ritirata sacche


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uomini meno validi, privi di armi e di munizioni e slegati dai loro vincoli organici. Affamati, stravolti e vacillanti, in buona parte feriti o congelati o ammalati, essi non potevano avere soccorso per carenza di mezzi di trasporto e di materiale sanitario. Si trascinavano così avanti penosamente, sospinti dalla speranza di trovare riposo e cibo in qualche isba e ancor più dalla tenace volontà di fare ogni sforzo per non rimanere disseminati ed abbandonati alla mercé del nemico ed ai tormenti del gelo. Nella drammatica situazione in cui ci trovammo, fra coloro che giungevano a ll'esaurimento delle forze, le manifestazioni di disperazione culminavano talvolta in'dolorosi casi di pazzia o di suicidio. Molti si fermavano sulla neve, sordi alle esortazioni dei compagni, nella speranza di ritrovare, dopo una breve sosta la capacità di proseguire: speranza resa purtroppo vana dal rapido, inesorabile sopraggiungere della morte per assideramento. La Divisione "Ravenna", nella lotta sostenuta contro i sovietici, si trovò nei loro confronti in gravi condizioni d'inferiorità, comuni peraltro a tutte -le Grandi Unità italiane, insufficienti per numero e per forze di reparti, per tutto quanto riguardava elementi corazzati e motorizzati, armamento, equipaggiamento ed organizzione logistica in generale. __ Mentre i russi impiegavano carri armati di vario tonnellaggio, e fra essi molti carri armati pesanti, la Divisione "Ravenna", durante la battaglia difensiva del dicembre del 1942, ebbe in rinforzo pochi carri armati leggeri di 3 tonnellate, facilmente vulnerabili e di irrisoria utilità. Si aggiunsero ad essi anche modesti mezzi controcarro e controaerei e, solo sul fini re della battaglia, ricevette come rinforzo temporaneo un gruppo corazzato tedesco dotato di semoventi con cannoni da 88 e di autoblindate. Le nostre artiglierie erano scarse ed antiquate, come scarso ed antiquato era il loro munizionamento. Alla Divisione, sulle posizioni del Don, venne persino prescritto per i cannoni da 105 di limitare il consumo dei colpi all'assurda media di 5 al giorno: pur economizzandole al massimo nei giorni di stasi operativa, le disponibilità di m unizioni rimanevano sempre assai scarse, quando sarebbe occorso invece per la fan teria un efficace sostegno di fuoco da parte delle artiglierie. Mentre i sovietici disponevano inol tre in larghissima misura di m ortai e di armi automatiche, al punto che alcuni reparti avevano


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tutti i propri uomini armati di pistole-mitragliatrici, la Divisione, oltre ad avere modeste dotazioni di armi automatiche, doveva far fronte al loro discontinuo funzionamento. Infatti, l'olio usato per lubrificare le armi non avrebbe dovuto essere congelabile, mentre in realtà, a causa del freddo, si condensava e ne bloccava ogni possibilità d'impiego. Entro certi limiti, con piccoli espedienti si riusciva ad ovviare a questo grave inconveniente tenendo le armi, quando era possibile, avvolte in coperte di lana oppure ·al caldo nell'interno di ricoveri o nelle isbe. Anche le nostre bombe a mano non sempre avevano regolare funzionamento e, specie quando erano lanciate contro obiettivi coperti da sia pur lievi strati di neve, il 75% di esse non esplodeva. Altre gravi deficienze si verificavano nel campo dell'equipaggiamento individuale. Quando l'impiego delle nostre unità assunse carattere statico e si poté usufruire dei vantaggi offerti dai ricoveri o dalle isbe, gli uomini ebbero dai loro indumenti una protezione sufficiente contro il micidiale freddo dell'inverno russo. Tuttavia divenne assolutamente inadeguata quando, nel corso ·dell'inverno, l'azione assunse carattare di movimento e si dovette operare e sostare all'aperto sulla neve; soprattutto si rivelò insufficiente la protezione del pesante ed impacciante cappotto con pelliccia, ed ancor più quella degli scarponi. Russi e tedeschi, a somiglianza di quanto era negli usi della popolazione locale, ricorrevano a calzature confezionate con feltro, unico elemento idoneo a salvaguardare efficacemente le estremità dal freddo intenso della steppa. Per molti dei loro combattenti, i russi adottarono degli stivali inte ramente di feltro (i famosi Valenki). Anche i tedeschi adottarono stivaletti di cuoio foderati di feltro. Noi, nonostante l'esperienza del C.S.I.R. nel primo inven10 di guerra, rimanemmo ancorati all'uso degli scarponi di solo cuoio, di cattivo cuoio, poco solido che non difendevano dal freddo e dal congelamento ed erano soggetti a rapido logorio. Spesso, per chi aveva soprattutto forme più o meno gravi di congelamento, le nostre calzature diventavano in breve tempo inservibili: abbandonate, venivano sostituite con fagotti di stracci. Solo pochi dei nostri uomini riuscirono a sostituire gli scarponi abbandonati con stivaletti tedeschi o con Valenki tolti a cadaveri insepolti. Perduti, come ho già accennato, gli autocarri a causa della mancata assegnazione _di carburante da parte dei tedeschi, non potemmo avere, tra l'altro, al nostro seguito riserve di viveri. Così alle


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sofferenze del freddo, si a ggiunsero ben presto quelle della farne. Nei villaggi e nelle isbe, gli abitanti, generosi ma poveri, ci offri- ¡ rono scarse risorse alimentari. Spesso questo aiuto mancò del tutto quando ci imbattevamo in luoghi da dove la popolazione, per non essere coinvolta nella guerra, si era allontanata e dove i partigiani avevano dato fuoco ai magazzini dei Kolkoz e alle isbe. La mancanza di viveri r isultò particolarmente grave per l'aliquota staccata da l grosso della "Ravenna" e per tutte le unità italiane che insieme a lei condivisero le drammatiche vicende della ritirata. Solo entro la sacca di Tschertkowo sfruttammo le risorse di viveri trovati in depositi dell'Intendenza dell' A.R.M.I.R., che peraltro, nell'incertezza della durata dell'assedio, dovettero essere distribuite con cauto criterio di razionamento.


CAPITOLO III TRASFERIMENTO DELLA DIVISIONE "RAVENNA" DALL'ITALIA IN RUSSIA E SUO ATTESTAMENTO AL DON: GIUGNO - AGOSTO 1942 Il trasferimento della Divisione "Ravenna" dalle sedi ordinarie (zone di Alessandria e di Cuneo) in Russia avvenne per mezzo di convogli ferroviari costituiti prevalentemente da carri merci che concorsero a rendere disagevole e spossante il lungo viaggio. I convogli, lasciata l'Italia, attraversarono l'Austria, la Germania e la Polonia e, dopo otto giorni di viaggio, si attestarono a tergo di Grandi Unità di prima schiera, nella zona a sud-ovest di Kharkow. Più esattamente: a Ljubotin e Merefa il comando della Divisione, il 38° reggimento di fanteria, il 121 ° reggimento di artiglieria motorizzato e minori elementi della Divisione; a Kowjagi il comando della fantera divisionale ed il 37° reggimento di fanteria. Queste località risultavano a lquanto spostate verso nord-ovest rispetto alla zona di raccolta delle altre unità del II Corpo d'Armata, compresa tra Isjum, Losowaja e Stalino con prevalente gravitazione verso quest'ultima località. Sicché le unità del II Corpo d'Armata avevano una dislocazione frammentaria, come del resto la dislocazione delle altre unità dell' A.R.M.I.R.: il XXXV Corpo d' Armata si trovava da tempo inserito nello schieramento tedesco ed operava ad est della zona di Statino, mentre il Corpo d'Armata alpino era ancora in corso di afflusso verso il Don. La eccentrica dislocazione data inzialmente alla Divisione "Ravenna" concordava con una previsione del comando tedesco circa un eventuale impiego di nostre unità in prima schiera a est di Kharkow o nella zona di Isjum, ma contraddiceva ad un accordo precedentemente intervenuto tra il nostro Comando Supremo e l'Alto Comando tedesco, in base al quale l'A.R.M.I.R. doveva avere impiego unitario. In vista dell'eventuale impiego ad est di Kharkow, la Divisione


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. dovette sostare per sei giorni col comando della fanteria divisionale ed il 37° fanteria a Iwanowskij, ad ovest di Kowjagi, e con gli altri elementi nelle località di arrivo iniziali . Poi, svincolata dalla eventualità di impiego, ricevette l'ordine di muovere in direzione sudest, lungo un itinerario pressoché parallelo al fronte che correva ad est delle zone di Kharkow, di Isjum e di Stalino. Dopo 260 chilometri di marcia, permanendo l'altra eventualità di impiego nella zona di Isjum, la Divisione sostò nuovamente per quattro giorni a nord-ovest di Losowaja. Caduta definitivamente anche questa alternativa, venne disposta la prosecuzione del movimento verso la zona di Stalino, dove la "Ravenna" si riunl alle altre unità del II Corpo d'Armata. Giunta nella zona di Stalino, la Divisione, man mano che le unità di prima schiera avanzavano combattendo, continuò a muovere verso il fronte, invertendo la sua marcia in direzione nord-est fino a giungere, in prossimità del Don, a tergo di unità della 2943 Divisione germanica (del XXIX Corpo d'Armata) che, operando in prima schiera, si era già att~stata al fiume (cart. 4). In considerazione delle grandi distanze da percorrere per giungere al Don, era stato chiesto che il trasferimento in prima schiera potesse essere effettuato, almeno in parte, in ferrovia. A questa richiesta i tedeschi opposero un r ifiuto poiché prospettavano la necessità di dare la precedenza nelle utilizzazioni delle ferrovie a loro esigenze di carattere operativo. Le nostre truppe dovettero perciò affrontare una lunga serie di marce a piedi. Si tentò quindi, per attenuare la grave fatica, di adottare·qualche provvedimento: il primo, organizzato per iniziativa del comando della Divisione, riguardava una intensificazione dell'utilizzo dei pochi automezzi a disposizione per il funzionamento dei servizi; il secondo consisteva in un provvedimento per alleggerire quanto più possibile l'affardellamento del soldato, limitando il suo carico a lla borsa tattica, al cappotto, al telo da tenda e a una coperta. Con questo accorgimento, il peso dell' affardellamento individuale risultava ridotto da 42 a 12 chilogrammi, tenendo conto del fatto che gli zaini trovarono posto sugli automezzi; mentre una parte, lasciata in depositi, andò perduta. Per l'effettuazione del trasferimento al Don, il comando della Divisione stabili che le unità a piedi compissero marce non superiori a 25 chilometri giornalieri intervellate da due giorni di sosta


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per ogni settimana. Ma la prescrizione non poté essere osservata poiché occorreva commisurare le marce alle distanze esistenti fra i luoghi adatti alle soste e la lunghezza dei trasferimenti oscillò quindi in misura superiore al previsto su una media di 32 chilometri circa al giorno. Il percorso dalle zone di arrivo in Russia alla zona di Stalino si compì dal 22 giugno al 15 luglio in sedici tappe, per un totale di 530 chilometri; dalla zona di Stalino a] Don, dal 19 luglio al 9 agosto, in altre sedici tappe, per un totale di 560 chilometri. L'artiglieria motorizzata e gli elementi autoportati seguirono in parte, con diverso ritmo, gli itinerari delle truppe a piedi. Le marce misero i reparti a dura prova non solo per la notevole lunghezza dei percorsi ma anche per le cattive condizioni delle strade e delle piste, per il caldo afoso, le frequenti piogge e le scarse possibilità di trovare ristoro, durante le soste, ·in villaggi sconvolti dalla guerra. Il benevolo atteggiamento di civili russi, abitanti neIJe poche isbe non distrutte, ha rappresentato l'unica nota di conforto e di distensione durante il nostro trasferimento: i russi manifestavano anche gratitudine per l'assistenza sanitaria che sovente eravamo in grado di offrire e per la nostra presenza, considerata una valida salvaguardia dalle prepotenze abitualmente esercitate dai tedeschi. Il 7 agosto le unità della Divisione giunsero nella zona di Twierdochlebowka, a circa 20 chilometri dal Don. Come ho accennato, la "Ravenna" era stata preceduta da unità germaniche che, con anticipo di alcuni giorni, si erano portate sulla sponda destra del fiume da dove fronteggiavano i russi con un rado schieramento. Le nostre truppe, dopo le logoranti marce per raggiungere il Don, avevano bisogno di un periodo, sia pur breve, di riposo. Giunse invece dall'Alto Comando tedesco l'ordine di dare subito il cambio alle unità germaniche che erano in linea nel settore assegnato alla Divisione. Il 9 agosto i reggimenti di fanteria ed il battaglione mortai divisionale si portaron.o a tergo di tali unità e, tra il 9 e il 10, provvidero a sostituirle. L'artiglieria, per l'insufficiente assegnazione di carburante da parte te·desca, giunse in zona con alcuni giorni di ritardo. Per il momentaneo difetto di bocche da fuoco, una batteria controcarro germanica rimase provvisoriamente sulle posizioni da noi occupate.


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Nella zona in cui avvenne lo schieramento della Divisione, il Don aveva un percorso sinuoso e delimitava un'ansa che prendeva nome dal grosso villaggio di Werch Mamon ubicato sulla sua sponda _sinistra. L'ansa aveva una ampiezza di circa 10 chilometri da nord a sud e di circa 6 da est a ovest. La larghezza del fiume oscillava nei suoi vari tratti da 100 a 200 metri. Poca la profondità, tanto che in certi punti era possibile il guado. Il terreno, sulla sinistra del Don, presentava una vasta pianura coperta da fitte macchie di bosco che si estendevano fin presso la riva. Molti e abbastanza estesi i centri abitati . Sulla destra del Don vi era invece un rilievo collinoso a dolci ondulazioni, privo quasi del tutto di vegetazione arborea e caratterizzato dalle alture di q. 217, q. 218 e q: 220. Nel resto, il terreno entro l'ansa presentava una zona prevalentemente piatta e scoperta. Scarsi i villaggi sulla destra del Don. In genere erano costituiti da gruppi di isbe con medeste risorse e modesti appigli per la nostra sistemazione difensiva. Il tratto di fronte assegnato alla Divisione si estendeva dall'abitato di Derezowka a sinistra a quello di Kusmenkin passando per il villaggio di Krassno Orekowo, per i rilievi di q. 220 e 218 e per l'abitato di Sswini.ucha (cart. 5). Le nostre unità erano attestate al Don, ad eccezione del tratto di schieramento che si addentrava nell'ansa di Werch Mamon con il suo vertice nell'altura di q. 220. I russi occupavano, entro l'ansa, il terreno a nord di tale vertice dove avevano costituito una efficace testa di ponte. Il fronte divisionale presentava una ampiezza di circa 30 chilometri cui non si adeguavano né le nostre forze né il nostro armamento. Questa sproporzione tra mezzi e compito era una conseguenza dell'eccessiva estensione del settore - poco meno di 300 chilometri - affidato dal comando del Grnppo di Armate B al1' A.R.M.I.R .. Il generale Gariboldi aveva protestato contro la decisione del comando germanico facendo presente la grave situazione di pericolo in cui le nostre unità avrebbero potuto trovarsi, come poi avvenne, in caso di iniziative sovietiche contro il nostro schieramento di forze eccessivamente rarefatto. Il comando del Grnppo di Armate B non ritenne di poter modificare le disposizioni impartite. Promise peraltro all'A.R.M.I.R. il


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Schieramento della Divisione "RAVENNA" all'inizio del suo attestamento al Don (9 - 10 agosto 1942).

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rinforzo di unità germaniche in caso di bisogno. Promise anche che l'ampiezza del settore italiano sarebbe stato ridotto non appena la situazione lo avesse consentito. Tutte queste promesse, fondate su previsioni eccessivamente ottimistiche, furono poi superate dall'infausto sviluppo delle operazioni tedesche sul Don e sul fronte di Stalingrad. Per la sistemazione difensiva dell'esteso tratto di fronte assegnato alla Divisione "Ravenna", esisteva la possibilità e la convenienza di sfruttare la parte alta del rilievo collinoso ad andamento parallelo e ravvicinato al Don avendo modo così di realizzare notevoli vantaggi di economia e di valorizzazione delle forze, di dominio e di copertura dei nostri movimenti, a tergo della linea di resistenza. Questa soluzione tuttavia non poté essere attuata : per tassative disposizioni dell'Alto Comando tedesco, si dovettero proiettare le nostre forze in avanti ed organizzare una unica linea di vigilanza e di difesa ad oltranza, materialmente coincidente con la sponda destra del Don, in modo da poter battere da vicino lo specchio d' acqua, con la ovvia eccezione del tratto di fronte che si sviluppava entro l'ansa di Werch Mamon. Pur facendo gravitare in avanti le forze disponibili, la linea di resistenza del vasto settore divisionale non ebbe la necessari.a consistenza ed efficienza; si ridusse ad un fragile schieramento di nuclei largamente intervallati, con scarse possibilità di avere, quando necessario, un valido sostegno da tergo. La Divisione "Ravenna", inserendosi sulle posizioni del Don, fu inquadrata inizialmente fra la 294a Divisione germanica, cui poi subentrò la Divisione "Cosseria", a sinistra e la Divisione "Torino" a destra e schierò in linea: a sinistra il III battaglione ed una compagnia del II battaglione del 38° fanteria; al centro, nell'ansa di Werch Mamon, il II e il III battaglione del 37° fanteria; a destra il I battaglione del 37° fanteria; decentrati, in rapporto alla delicatezza dei vari tratti del settore, il III battaglione mortai da 81 divisionale, una compagnia di mitragliatrici ed una di cannoni controcarri da 47/32 di Corpo d'Armata e pochi altri reparti minori.


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In riserva divisionale erano schierati a Peretschepnj il I e il II battaglione, meno una compagnia, del 38° fanteria. Il 121° reggimento di artiglieria divisionale fu schierato in modo da poter effettuare la manovra di fuoco a favore di tutti i battaglioni in linea con prevalente gravitazione a favore delle unità dislocate all'interno e sui fianchi dell'ansa di Werch Mamon. Il comando della Divisione stabilì la sua sede a Twierdochlebowka, nella valle del Bogutschar; quello della fanteria divisionale a Filonowo, a sud dell'ansa. In caso di attività operativa Fìlonowo doveva essere anche sede del comando tattico della Divisione. Lo schieramento iniziale della "Ravenna" rimase tale solo per pochi giorni. Il 16 agosto, gli elementi del 38° schierati sulla sinistra del settore ricevettero il cambio da unità della "Cosseria" per essere poi avviati sulla destra del settore divisionale. Quì sostituirono unità della Divisione "Torino" che si spostarono a sud del Bo. gutschar. A movimenti effettuati, il 38° fanteria risultò schierato col II battaglione e una compagnia del I in linea, il resto del I battaglione ed il III in riserva divisionale a Peretschepnj (cart. 6). Il nuovo tratto di fronte del 38° fanteria - contrariamente alle promesse tedesche di una riduzione del settore divisionale - era più esteso di quello che il reggimento aveva lasciato; sicché nel quadro della Divisione risultò peggiorato il rapporto tra compito e forze, con l'aggravante che il fianco destro della Divisione r isultava ora delimitato da una pericolosa vià di penetrazione quale era la valle del Bogutschar. Man mano che si definiva lo schieramento delle nostre unità, venivano avviati i lavori di rafforzamento del terreno, i quali dovevano tuttavia procedere con ritmo rallentato, essendo di giorno le nostre posizioni esposte quasi ovunque, alla vìsta ed al tiro dei mortai e delle artiglierie, e di notte frequentemente oggetto dell'attività di pattuglie di varia consistenza. Un'altra causa,di rallentamento nei lavori era rappresentata dalla scarsezza di attrezzatura pesante cui si poté sopperire, in limiti peraltro modesti, con mezzi trovati sul posto.


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Cart. 6

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CAPITOLO IV COMBATTIMENTI DIFENSIVI SUL DON: AGOSTO 1942

Mentre si procedeva alla sistemazione delle unità in linea e alla effettuazione dei lavori di rafforzamento del terreno, la nostra attività bellica e quella dei russi si limitò all'impiego ed all'azione di pattuglie. Disertori sovietici ci informarono che, in questo clima di tregua quasi totale, era in corso la preparazione di un attacco contro le posizioni da noi occupate nell'ansa di Werch Mamon. Queste informazioni ebbero conferma dagli avvenimenti svoltisi nella terza decade di agosto: avvenimenti che non interessarono il solo settore della "Ravenna" ma riguardarono anche Grandi Unità dell'ala destra dell'A.R.M.I.R.: la Divisione "Pasubio" e, con maggiore violenza e più drammatici sviluppi, la Divisione "Sforzesca" . L'azione offensiva fu. coordinata inoltre con attacchi contro unità schierate sui fianchi del!' A.R.M.I.R.: la 2a Armata ungherese, a sinistra, e la 6a Armata tedesca, a destra. Il complesso di queste azioni sovietiche venne condotto con largo impiego di unità e mezzi e con estrema decisione. L'attacco russo contro la Divisione "Ravenna" ebbe inizio il 20 agosto. Forze sovietiche, partendo dalla loro testa di ponte nella parte settentrionale dell'ansa di Werch Mamon, assalirono le nostre posizioni sull'altura di q. 220 presidiate da unità del 37° fanteria. Nel corso del giorno 20 in particolare, il nemico sferrò contro le nostre posizioni cinque attacchi, preparati ed accompagnati con violenti tiri di artiglieria e ancor più di mortai impiegati a massa. I primi due attacchi, sviluppati con rapida successione e con intensità crescente nelle prime ore del giorno, furono respinti. Seguì subito un terzo attacco che consentì ai russi di intaccare alcuni elementi marginali della nostra linea di resistenza. Un pronta reazione valse a ristabilire la situazione. Col quarto attacco, effettuato verso le ore 10, il nemico ebbe ragione della nostra resistenza e riuscì, pur subendo gravi perdite, a porre piede sull'altura di q. 220.


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Nel pomeriggio, nostri reparti passarono al contrattacco e riconquistarono le posizioni perdute. A sera, un quinto attacco nemico, condotto con rinnovato vigore, venne bloccato e respinto. Di fronte a questa insistente e crescente pressione nemica contro le nostre posizioni, il comandante della Divisione ricevette in rinforzo, dal comando del Corpo d'Armata, il XXXIV battaglione cc.un. del gruppo "Valle Scrivia", una batteria da 105 e una batteria da 75/46. Il comando del Corpo d'Armata dispose inoltre, per misura precauzionale, lo spostamento di un battaglione della Divisione "Cosseria" - schierata sulla sinistra della "Ravenna" - a sud-ovest di Krassno Orekowo presso il punto di saldatura delle due Divisioni. Il 21 agosto il nemico rinnovò senza successo i suoi attacchi contro le nostre posizioni di q. 220: uno all'alba ed uno verso le ore 13. Li reiterò altre due volte sul finire del giorno e poco prima dell'alba del 22. Con quest!ultima azione riuscì ad occupare alcuni nostri centri della linea di resistenza, ma ne venne ricacciato da violente reazioni condotte anche ali' arma bianca. Al mattino del giorno 22, il' 37° fanteria conservava perciò il possesso di tutte le sue posizioni · ma gli uomini erano stanchi ed i reparti assottigliati per le gravi perdite subite. Nella fluttuazione delle posizioni di resistenza, molte armi automatiche erano state perdute e molte altre, postate dietro ripari ancora allo stato embrionale, avevano subito i micidiali ~ffetti del fuoco nemico. Mancava la possibilità di avvicendare i reparti duramente provati dall'aspra lotta. Della riserva divisionale, il III battaglione del 38° fanteria era stato impegnato in linea. Rimanevano pertanto in riserva il I battaglione del 38°, meno una compagnia - che era stata schierata all'estrema destra del settore della Divisione - e il XXXIV battaglione cc.un. per il quale vigevano tuttavia limitazioni d'impiego. Per un criterio di carattere generale riguardante tutte le unità di cc.nn., esse potevano essere impegnate in azioni di attacco e di contrattacco, ma di norma erano escluse, se non per brevissimo tempo, dal compito di presidiare posizioni difensive. In complesso, non avevamo le forze ed i mezzi necessari per fronteggiare efficacemente nuovi attacchi e per mantenere il possesso dell'altura di q. 220. Ancor meno avevamo forze e mezzi atti ad arginare una non improbabile estensione della lotta in altri tratti del vasto settore divisionale. Tenuto conto di tutto ciò, il comandante del Corpo d'Armata


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dette al comandante della "Ravenna" la facoltà di decidere se conveniva persistere nel logorante mantenimento dell'altura di q. 220 ovvero rettificare la nostra linea di resistenza nell'ansa di Werch Mamon imperniandola sulla retrostante altura di q. 217 e sulla posizione di q. 218. Il comandante della Divisione decise di adottare questa seconda soluzione. Essa dava oltretutto anche il vantaggio di un accorciamento, sia pur lieve, della nostra linea di resistenza. Considerando peraltro che - eliminato il saliente culminante nella posizione di q. 220 - se ne creava un altro imperniato sulla altura di q . 218, il comandante della Divisione propose anche l'arretramento da quest'ultima posizione. Suggerimento che avrebbe consentito di realizzare il duplice vantaggio: di sottrarre al dominio della nuova posizione russa di q. 220 quella che sarebbe diventata la parte più avanzata e più fragile della nostra linea di resistenza entro l'ansa di Werch Mamon; di realizzare un ulteriore accorciamento e un miglioramento della nostra linea occupando una barra collinosa che esisteva alla base dell'ansa tra l'altura di q. 217 e Ssolonzj. La proposta non venne accolta. L'arretramento, limitato di conseguenza all'altura cli q . 220, era stato predisposto nella giornata del 22 agosto ed effettuato, eludendo l'attenzione del nemico, nella notte sul 23. All'alba, il nuovo tratto cli fronte a cavaliere della q. 217, raccordato con le posizioni laterali di Krassno Orekowo, a sinistra, e della q. 218, si trovava già in grado di assolvere la sua funzione difensiva. Il mattino del giorno 23, i sovietici occuparono la posizione da noi abbandonata. Il giorno successivo, svilupparono un attacco contro le posizioni di Krassno Orekowo e quelle comprese fra questa località e l'altura di q. 217. Un loro successo avrebbe potuto creare una grave minaccia contro il rovescio dello schieramento della Divisione, ma l'azione dei russi portò solo a qualche infiltrazione, subito eliminata da contrattacchi condotti da nostre unità in collaborazione con altre della Divisione "Cosseria". L'ampiezza del fronte del 37° fanteria, già lievemente ridotto per il ripiegamento dalla posizione di q. 220, subì una ulteriore riduzione per una nuova ripartizione nel settore divisionale effettuata nei primi giorni del mese di settembre (cart. 7). Con questa nuova suddivisione delle forze. il 37° fanteria cedette al 38° reggi-


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mento il tratto di destra del suo fronte compreso tra Sswinjucha e Kusmenkin. Così il 37° fanteria, schierato nella parte più delicata del settore divisionale, era messo in grado di fronteggiare meglio le minacce che potevano provenire dalla testa di ponte di Werch Mamon. La nuova a rticolazione delle forze nel settore della "Ravenna" fu definita come segue: a sinistra, da Krassno Orekowo a Sswinjucha, il I e il II battaglione del 37° fanteria col comando del reggimento a Filonowo; a destra, da Sswinjucha alla confluenza del Bogutschar nel Don, il II, il III battaglione e una compagnia del I battaglione del 38° fanteria con il comando del reggimento a Peretschepnj; minori elementi della Divis ione e di Corpo d'Armata sempre decentrati fra i battaglioni in linea, con gravitazione verso quelli del 37° fanteria; in riserva divisionale il III battaglione del 37° nei pressi di Gadjutsche e il I battaglione, meno una compagnia, del 38° a Peretschepnj. Il XXXIV battaglione cc.nn. che faceva parte della riserva ebbe l'ordine di lasciare il settore della Divisione e di tornare a far parte de lla riserva di Corpo d'Armata; l'artiglieria ancora schier a ta in modo da poter agire a favore di tutti i battaglioni in hnea con prevalente orientamento a favon de ll e nostre posizioni all' interno ed a lla base dell'ansa di Werch Mamon; comando dell a fanteria divisiona le a Gadjutsche; comando tattico della Divisione presso il comando della fante ria divisionale e imm utata la sua sede normale a Twierdochlebowka. Le unità, destinate a fronteggiare i russi, erano frazionate in sottili segmenti lineari più o meno intervallati fra loro. Per disposizioni pervenute alla fine di agosto dal comando del Corpo d'Armata, si provvide a sostituire l'organizzazione d ifensiva lineare con una articolazione nucleare costituita da piccoli caposaldi. Ogni caposaldo doveva essere presidiato da un plotone di fucilieri rinforzato da arm i automatiche. In un secondo tempo, alcuni caposaldi r icevettero in dotazione dei lanciafiamme. Per i tratti di fronte più importanti, si provvide alla costituzione di qualche caposaldo arretrato facente sistema con. quelli avanzati. Data l'ampiezza del settore divisiona le, i caposaldi risultarono


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intervallati in media di circa 500 metri. Di giorno, gli intervalli potevano essere sufficientemente controllati e battuti; di notte, la funzione dei caposaldi veniva integrata dall'impiego di pattuglie. La nuova organizzazione costituiva un miglioramento rispetto a quella preesistente, ma continuava ad essere fragile: adatta cioè per far fronte ad attacchi di limitata importanza ma non per arginare attacchi in forze. Schierate le truppe secondo il nuovo sistema a caposaldi, si util izzò ogni mezzo affinché potessero essere accelerati i lavori necessari per la postazione delle armi pesanti e per la costruzione di ricoveri interrati, atti a dare alla truppa in linea la possibilità di a ffrontare i rigori dell'inverno. Occorreva inoltre demolire le costruzioni, da noi precedentemente allestite nei tratti di fronte interposti fra i caposa ldi, perché non servissero ai russi come appigli in caso di loro ritorni offensivi.


CAPITOLO V COMBATTIMENTI DIFENSIVI SUL DON: SETTEMBRE 1942 ATTIVITÀ ORGANIZZATIVA NEL SETTORE DELLA DIVISIONE "RAVENNA" Dopo i combattimenti sostenuti nel mese di agosto, sul fronte della Divisione "Ra~enna" subentrò un periodo di calma, saltuariamente interrotto da azioni di pattuglia, da tiri di artiglieria e di m ortai. Ma questo periodo fu di breve durata: a ll'alba del giorno 11 settembre, dopo una violenta intensificazione delle loro azioni di fuoco, i russi mossero nuovam en te all'attacco della nostra linea di resistenza, in contemporaneità d'az,iooe sulla nostra sinistra contro unità della Divisione "Cosseria". I sovietici orientarono particolarmente i loro attacchi contro le nostre posizioni di Krassno Orekowo, di q. 218 e di Sswinjucha, corrispondenti a tratti delicati della linea di resistenza della "Ravenna" (cart. 8). Le azioni contro le posizioni di Krassno Orekowo e di Sswinjucha - contro i fianchi cioè della nostra organizzazione alla base dell'ansa di Werch Mamon - rappresentavano aspetti di particolare pericolo. Un loro successo poteva portare le forze attaccanti a congiungersi a Filonowo, ad accerchiare le unità del 37° schierate alla base dell'ansa stessa e, di conseguenza, rappresentava una gra ve minaccia alle spalle del 38° fan teria. Le nostre unità opposero una tenace r esistenza ma non riuscirono ad impedire che le forze sovietiche intaccassero la nostra linea. Verso le 7 del giorno 11, i nos_tri caposaldi di Krassno Orekowo e delle posizioni ad ovest della q. 21 8, rispettivamente presidiate da elementi del I e del II battaglione del 37° fan teria, vennero accerchiati, ma resistettero. Maggior successo r iportarono i sovietici nella zona di Sswinjucha dove, oltrepassato il Don, travolsero alcuni caposaldi presidiati da elementi del III battaglione del 38° fanteria ed avanzarono in direzione di Sslonzj. Contemporaneamente, forze russe rinnovarono i loro attacchi nel settore della Divisione "Cosseria" a Deresowka, dove vennero conte nuti, e contro le posi-


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zioni di q. 158 che riuscirono invece ad occupare. Nella giornata dell' 11 settembre, coordinati con azioni svolte da unità della Divisione "Cosseria", ebbero luogo i nostri controattacchi. Dopo aspra e sanguinosa lotta, cui partecipò la riserva divisionale, i caposaldi del 37° fanteria, che erano stati accerchiati, poterono essere liberati. Venne così ristabilita la situazione su tutto il fronte del reggimento. Nel tratto di linea presidiato dal III battaglione del 38° fanteria, la nostra reazione ebbe un iniziale successo e riuscì a far ripiegare i russi sull'abitato di Sswinjucha. Da qui i russi ritornarono all'attacco con forze e mezzi accresciuti e, nonostante la tenace resistenza delle nostre truppe, si spinsero sino all'abitato di Ssolonzj ed alle alture ad ovest di esso, da dove si dominavano i rovesci dello schieramento del 37° fanteria e, da breve distanza, il villaggio di Filonowo, sede del comando del reggimento. Per fare fronte a questa situazione di pericolo ed alla eventualità di ulteriori progressi dei sovietici , si provvide a contornare con reparti di fucilieri e di mitraglieri la zona violata dal nemico. Con l'arrivo di rinforzi preannunziati dal comando del Corpo cl' Armata si sarebbe poi contrattaccato per eliminare la penetrazione russa, sulla destra del Don. Nella sera del giorno 11 e nelle prime ore della notte sul 12, giunsero a Filonov.io tre battaglioni di cc.nn. della riserva del Corpo d'Armata: il V ed il XXXIV del gruppo "Valle Scrivia" ed il XV del gruppo "Leonessa". Con tali unità e con l'impiego del III battaglione del 38° fanteria, rinsanguato con elementi di altri reparti del reggimento, si rese perciò possibile organizzare l'ipotizzato contrattacco. La nostra azione, appoggiata dall'artiglieria e da elementi del III battaglione mortai da 81 divisionale, iniziò alle 6 del giorno 12 e portò rapidamente alla rioccupazione delle posizioni che avevamo perduto. Poche le perdite del III battaglione del 38°, sensibili quelle dei battaglioni di cc.nn. Nella stessa mattina del giorno 12, unità della Divisione "Cosseria" riconquistarono l'altura di q. 158; così la linea delle due Divisioni "Ravenna" e "Cosseria" venne completamente ristabilita. Nella notte sul 13, i tre battaglioni di cc.nn. - per il criterio limitativo d'impiego cui ho già accennato - ebbero l'ordine di lasciare il settore della Divisione e riportarsi in riserva del Corpo d'Armata. Il III battaglione del 38° fanteria, affrettatamente riordi-


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nato, tornò a presidiare il tratto di fronte che aveva per breve tempo perduto. I combattimenti del mese di settembre misero in evidenza, nella struttura difensiva a caposaldi tra loro largamente intervallati, la fragilità di questo sistema organizzativo che rappresentava un insufficiente correttivo della sproporzione fra i mezzi di cui la Divisione disponeva e il compito che le era stato affidato. Per attenuate questa fragilità, il comando del Corpo d'Armata emanò, nel mese di ottobre, delle disposfzioni che modificavano ancora una volta la delimitazione del settore div,isionale, ne riducevano l'ampiezza a circa 20 chilometri e consen,tivano, di conseguenza, di realizzare, in certa misura, una minore-rarefazione delle forze (cart. 9). In base alle nuove disposizioni il settore della "Ravenna" ebbe come limiti: a sinistra le posizioni di q. 158 continuando a confinare inizialm ente con unità della Divisione "Cosseria" e, in un secondo tempo, col 318° reggimento di fanteria germanico; a destra con le posizioni immediatamente ad est di Ssolonzj, presidiate da unità della 298n Divisione tedesca, subentrata alla Divisione "Torino". Così de limitato, lo schieramento della Divisione "Ravenna" r isultò più spiccatamente orientato verso le esigenze di difesa contro attacchi che potevano provenire dalla, testa di ponte tenuta dai russi nell'ansa di Werch Mamon. La ripartizione delle forze fu definita come segue: a sinistra, in linea, il I ed il III battaglione del 38° fanteria con comando di reggimento a Gadjutsche nord; a destra, in linea, i tre battaglioni del 37° fanteria col comando di reggimento sempre a Filonowo; in riserva divisionale, il II battaglione del 38° fanteria a Gadjutsche e il V battaglione cc.nn. "Valle Scrivia", avuto nuovamente in rinforzo, a Filonowo; immutate le sedi del comando della fanteria divisionale e del comando tattico della Divisione a Gadjutsche e quella del comando di Divisione a Twierdochlebowka. La sistemazione delle truppe nel nuovo schieramento, effettuata entro il 15 ottobre, rimase invariata fino al mese di dicembre, quando cioè la Divisione si vide costretta ad affrontare la violenta offensiva sovietica che pose termine al mantenimento delle nostre


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Schieramento della Divisione "RAVENNA" verso la metà di ottobre 1942, in atto quando ebbe inizio l'offensiva russa del dicembre.

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posizioni sulla destra del Don. Dopo i combattimenti del mese di settembre, riprese l'impegno per il completamento ed il rafforzamento dell'organizzazione difensiva con lavori diventati ormai estremamente urgenti in seguito al sopraggiungere della rigida stagione invernale. Tra il mese di settembre e quello di novembre, i caposaldi ebbero ripari per gli uomini e per le armi. Le strutture avrebbero dovuto essere tra loro collegate da un reticolato ma, per difetto di materiali, si provvide alla posa di semplici fili di ferro spinati che a malapena potevano servire da guida alle pattuglie in servizio di sorveglianza notturna. Lo scavo di un fosso anticarro iniziato sulla sinistra del settore, fra Krassno Orechowo e l'altura di q. 217, riuscĂŹ ad essere ultimato verso la fine del mese di novembre solo in pochi tratti a causa del terreno oramai indurito dal gelo. Dopo i vantaggi realizzati col passaggio dallo schieramento lineare a quello per caposaldi e con la riduzione del fronte della Divisione, il complesso dei lavori effettuato contribuĂŹ ad apportare un miglioramento alla efficienza della nostra organizzazione difensiva ma non potĂŠ togliere il suo preoccupante carattere di fragilitĂ purtroppo incrementato dalla diminuita funzione di ostacolo del Don, in buona parte reso percorribile dal suo congelamento. Nella effettuazione dei lavori di sistemazione difensiva e nella costruzione di ricoveri, le nostre truppe non posero limiti alla loro fatica, nonostante avessero subito nel mese di agosto il peso ed il logorio di una ininterrotta permanenza sulle posizioni del Don, con limitati avvicendamenti tra prima linea, rincalzi e riserva divisionale, dislocata immediatamente a tergo delle posizioni avanzate.


CAPITOLO VI BATTAGLIA DIFENSIVA SUL DON: DICEMBRE 1942

Ai combattimenti del mese di settembre seguì un nuovo periodo di stasi operativa, caratterizzata, sia da parte nostra che da parte russa, esclusivamente da attività di pattuglie e, saltuariamente, da azioni di fuoco delle artiglierie e dei mortai. A cominciare dal mese di novemabre - mentre sulla destra dell' A.R.M.I.R. era in corso la violenta offensiva contro la 4a Armata corazzata germanica e la 3a Armata romena - i russi intensificarono gradualmente l'.attività di pattuglie, di artiglierie e di mortai integrandola con una inconsueta attività aerea. Di giorno, ed ancor più di notte, gli aerei sovietici effettuarono contro i nostri caposaldi frequenti mitragliamenti e bombardamenti, i quali, oltre che arrecarci un continuo stillicidio di perdite e di danni, contribuirono a mantenere i nostri presidi in un logorante ed estenuante stato di tensione. Le nostre fonti di informazione segnalavano che, contemporaneamente alla attività del nemico, era in corso l'afflusso di ingenti masse sovietiche verso la sponda orientale del Don, specie in corrispondenza del fronte delle due Divisioni del II Corpo d'Armata, la "Cosseria" e la "Ravenna", con particolare insistenza verso quest'ultima. Come ora si sa da fonti storiografiche dell'U.R.S.S., fra le quali la Rivista Storica Militare, i sovietici fecero affluire veso il settore del II Corpo d'Armata, scaglionandole in profondità, le seguenti forze: 10 Divisioni di fanteria su 3 reggimenti ciascuna; 13 Brigate corazzate; 4 Brigate di fanteria motorizzate; 2 reggimenti corazzati. Questo imponente concentramento di unità era ovviamente non solo commisurato al problema della rottura del nostro fronte, ma soprattutto a quello della demolizione dell'intero settore meridionale del fronte orientale germanico sul Don e della penetrazione


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in profondità a grande raggio. Di fronte al notevole concentramento di forze sovietiche, la Divisione "Ravenna", come tutte le Divisioni dell'A.R.M.I.R., aveva soltanto i suoi due reggimenti di fanteria disseminati su 20 chilometri di fronte col solo rinforzo di un battaglione di cc.nn .. Aggravava la preoccupante situazione della "Ravenna" la mancanza di Divisioni di seconda schiera a tergo dello schieramento dell'A.R.M.I.R.: tre Divisioni, dislocate fino a novembre a protezione di tale schieramento, erano state convogliate dall'Alto Comando tedesco nel settore a sud-est dell' A.R.M.I.R. a rinforzo di unità impegnate nelle tragiche vicende sul fronte di Stalingrad. La crescente attività dei russi contro le nostre posizioni sul Don e i complessi movimenti di unità oltre il fiume lasciavano prevedere che l'offensiva svolta dai russi contro lo schieramento germanico a sud-est dell' A.R.M.I.R. si sarebbe estesa al fronte delle unità italiane e, in special modo, a quello della Divisione "Ravenna" nel cui settore i sovietici avevano l'ottima pedana di lancio, costituita dalla testa di ponte da essi occupata nell'ansa di Werch Mamori ed ampliata dopo i combattimenti del mese di agosto anche in seguito al volontario abbandono da parte nostra dell'altura di q. 220. La prevista offensiva contro l'A.R.M.I.R. iniziò il mattino del1' 11 dicembre. Nel settore della Divisione "Ravenna" a lle ore 5, e dopo un intenso tiro di preparazione, i russi attaccarono su tutto il fronte impegnandone con particolare vigore il centro sulle posizioni avanzate di q. 218 e le ali sulle posizioni di q. 158 e di Krassno Orekowo a ovest, e su quelle di Sswinjucha ad est. I sovietici operavano così con criteri analoghi a quelli che avevano seguito nell'effettuare gli attacchi del mese di settembre. Evidentemente questi attacchi avevano costituito un sondaggio della consistenza e dell'efficienza della nostra sistemazione, difensiva, specie nei tratti contro i quali si doveva poi maggiormente sviluppare l'offensiva invernale russa. Nonostante la tenace reazione del 37° e del 38° fanteria, i russi riuscirono ad occupare alcuni nostri caposaldi. Ne furono prontamente ricacciati da contrattacchi condotti anche con l'impiego di elementi della riserva divisionale. Rimase nelle mani dei russi un solo caposaldo, al centro dello schieramento. Poiché la lotta aveva assorbito buona parte dei due battaglioni della riserva divisionale, nel pomeriggio del giorno 11, il Comando


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del II Corpo d'Armata fece nuovamente trasferire il XXXIV battaglione cc.nn. dal contiguo settore della Divisione "Cosseria" in quello della "Ravenna" dislocandolo in riserva divisionale a Gadjutsche. I combattimenti si r iaccesero nella notte sul 12 e si protrassero con accanimento e con alterne vicende per tutto il giorno successivo. I rnssi insistette ro nel martellamento degli obiettivi contro i quali il giorno precedente avevano maggiormente sviluppato i loro attacchi. Con l'impiego di ingenti forze, riuscirono ad intaccare alcuni punti della nostra linea di resistenza ma, sul finire della giornata, dopo aver sostenuto un'aspra lotta anche con l'impiego di elementi della riserva divisionale, ci fu possibile ristabilire quasi completamente la situazione. Giungeva intanto, a r inforzo della Divisione, un altro battaglione cc.nn., il XIV ·"Leonessa", dislocato in riserva a Filonowo. Nella giornata del 13, i combattimenti proseguirono accanitamente. I rnssi accentuarono i loro sforzi contro le nostre posizioni di Krassno Orekowo e. quelle immediatamente ad ovest di questa località, riuscendo a conseguire parziali successi. Le nostre forze in posto, benché duramente provate da tre giorni di comba ttimenti e con le fil a assottigliate per le gravi perd ite subite, arginarono i successi del nemico e, verso sera, riuscirono a d annullarli quasi completamente. Nella giornata del 14, a cominciare dalle primissime ore e fino a sera, si combatté ancora una volta sulle contrastate posizioni di Krassno Orekowo. Nonostan te l'accanita resistenza del 38° fanteria, le posizioni vennero perdute, m a, subito dopo, quasi completamente riconquistate con violenta azione di contrattacco condotta con l'impiego di u nità della Divisione e di cc.nn .. Attacchi e contrattaccchi si svolsero anche sul fronte del 37° fanteria. Tuttavia i russi non riuscirono a realizzare alcun successo; e la situazione rimase pertanto completamente immutata. Sulla sinistra della "Ravenna", si era intanto creata per la Divisione "Cosseria" una grave situazione in seguito a lla quale il comando del Corpo d'Armata dispose che il XIV battaglione cc.nn. "Leonessa", in rinforzo dal giorno 12 alla "Ravenna", si trasferisse nel settore della "Cosseria" . Rimanevano nel nostro settore altri due battaglioni cc.nn., il XXXIV ed il V del gruppo "Valle Scrivia". Di essi, il primo era impegna to in linea a rinforzo delle unità di fanteria; il secondo pur


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provato dalla sua partecipazione alla lotta, era la sola unità rimasta in riserva divisionale. La sottrazione del XIV battaglione incideva perciò sensibilmente sulle nostre scarse possibilità di alimentare la resistenza. Nella notte tra il 14 ed il 15 dicembre e nella giornata del 15, i russi ripresero con veemenza i loro attacchi puntando soprattutto verso le ali dello schieramento del 38° fanteria: ad ovest, in corrispondenza della saldatura con il 318° reggimento tedesco, e ad est, ancora una volta contro le posizioni di Krassno Orekowo. L'attacco contro le contigue posizioni del 38° e del 318° consentl ai russi di realizzare delle infiltrazioni entro le nostre linee. Il comando del 38° fanteria, che ebbe scarsa collaborazione da parte del reggimento tedesco, reagì con l'impiego di reparti del III battaglione e del XXXIV cc.nn., rinforzati da una compagnia guastatori e da una compagnia chimica di Corpo d'Armata giunte nella giornata nel settore della Divisione. La nostra reazione consentì di contenere le infiltrazioni e successivamente, a costo di gravi perdite, di riconquistare parte delle posizioni perdute. Gli attacchi contro le difese di Krassno Orekowo vennero tutti respinti. Ma anche qui le gravissime perdite rappresentarono l'alto prezzo pagato per i favorevoli risultati ottenuti. Nel pomeriggio del giorno 15, la "Ravenna", duramente provata da cinque giorni di sanguinosi combattimenti, ebbe il rinforzo di una compagnia del 102° battaglion'e mitraglieri di Corpo d' Armata. Il mattino del giorno 16 giunsero inoltre: una compagnia di carri armati leggeri da 3 tonnellate che, essendo sprovvista di riserve di carburante, impiegò i suoi mezzi come postazioni blindate fisse; un gruppo su due compagnie autocarrate della 27a Divisione corazzata germanica. Il gruppo disponeva di 18 semoventi con cannoni da 88, 6 autoblindate e mezzi di collegamento radio a largo raggio: comandante il maggiore Huffrnann. All'inizio del giorno 16, in coincidenza con l'arrivo del gruppo corazzato tedesco, i russi intensificarono i loro attacchi. Dopo una violenta preparazione effettuata con tiri di artiglieria, mortai, katiusce e con bombardamenti aerei, il nemico mosse con ingenti forze contro tutto il fronte della Divisione agendo ancora una volta con particolare impeto contre le ali del nostro schieramento e contro le posizioni comprese tra Krassno Orekowo e l'altura di q. 217. In corrispondenza della sinistra del settore, fecero inoltre avanzare


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formazioni di carri armati. Le nostre truppe, validamente sostenute dal gruppo corazzato tedesco, opposero una strenua resistenza ed effettuarono violenti contrattacchi, coronati tuttavia solo in parte da temporanei successi. Sulle posizioni più fortemente attaccate, dopo duri combattimenti condotti anche con lotte corpo a corpo, i sovietici sommersero buona parte dei nostri caposaldi. Alcune loro infiltrazioni si spinsero sin verso lo schieramento del 121° reggimento di artiglieria divisionale. Gli artiglieri fecero fronte al nemico e lo respinsero comba ttendo anche come fanti. Sui caposaldi superstiti si imperniò, specialmente a nord di Gadjutsche e di Filonowo, una linea di resistenza frammentaria, rada e di limitata efficienza. Su questa linea gravava anche la minaccia di aggiramento per l'intempestivo e non annunciato ripiegamento delle unità germaniche laterali: il 318° reggimento a sinistra e la 298" a destra. In relazione alle sfavorevoli vicende subite dalle nostre difese, lo schieramento dell'artiglieria venne arretrato su posizioni a tergo degli abitati di Gadjutsche e di Filonowo, mentre rimasero immutate le ubicazioni del comando tattico della Divis ione e della fan teria divisionale. L'aviazione sovietica, che nel corso della battaglia cooperò attivamente con le truppe a terra, effettuò, nella giornata del 16, intense ripetute azioni di m itragliamento e di bombardamento contro i nostri posti di comando con gravi effetti distruttivi, dirigendosi con particolare accanimento contro i posti del comando tattico della "Ravenna" e della fanteria divisionale. Al l'alba del 17, i mssi potenziarono i loro attacchi con l'impiego di imponenti forze di fanteria e di u nità corazzate, gravitando contro le posizioni di Krassno Orekowo e di q. 217 . Dopo un accanito susseguirsi di azioni alterne, queste posizioni furono sopraffatte. I russi cercarono di a mpliare i successi conseguiti e d i spingersi su Gadjutsche e Filonowo. L'impeto nemico poté essere contenuto anche con l'impiego di reparti di formazione e col valido sostegno dei semoventi e delle autoblindate d~l maggiore Huffmann. Il mattino del giorno 17, i sovietici reiterarono i loro sforzi contro le posizioni di q. 158 a sinistra e quelle a sud-ovest di Ssolonzj a destra, realizzando parziali successi. Si era così delineata una precaria e insostenibile situazione. Il


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nostro fronte, oltre ad avere le ali scoperte, era frantumato e in vari tratti superato dal nemico che era riuscito a progredire anche attraverso i vuoti, creati dalla sua offensiva fra le sparute unità superstiti della Divisione. La sproporzione tra mezzi e compiti, preesistente all'inizio della battaglia, si era notevolmente accentuata per le gravi ed incolmabili perdite di uomini e di armi subite in sei giorni di aspri, sanguinosi combattimenti, e per gli ingenti vuoti nelle nostre disponibilità di munizioni. Perduti i ripari e le nostre postazioni sul Don, i reparti superstiti sostavano su posizioni allo scoperto, esposti ai micidiali effetti del freddo, nella impossibilità di ricevere rinforzi e di avere rifornimenti non solo di armi e munizioni ma anche di viveri e di materiale sanitario. Oramai, dopo la lunga lotta sostenuta, la "Ravenna" aveva esaurito la possibilità di reggere oltre contro il poderoso impeto offensivo sovietico. La grave situazione rendeva indispensabile che la Divisione non si attardasse nel vano tentativo di arginare l'avanzata nemica sostando nelle località di Gadjutsche e di Filonowo, dove si erano raccolti i superstiti della battaglia del· Don. Oramai si trattava non più di resistere su posizioni difensive organizzate ma di sottrarre, arretrando, le nostre unità alla cattura. Senonché vigevano ordini draconiani di Hitler che, in pieno contrasto con la situazione, prescrivevano per tutte le unità combattenti di rimanere sul posto sino all'estremo e totale sacrificio di quanto restava ancora delle nostre unità. Alle ripetute richieste del comandante della "Ravenna" al comando del Corpo d'Armata affinché fosse concessa libertà d'azione, il comando del Corpo d' Armata, pur condividendo l'apprezzamento del generale Dupont sulla situazione, si limitò a trasmettere la richiesta all'Armata che, a sua volta, ritenne di doverla inoltrare alle superiori gerarchie germaniche. In una situazione così piena di pericoli ed essendo per di più venuto a mancare il funzionamento dei collegamenti con i comandi superiori, il generale Dupont prese autonomamente la determinazione di dare inizio al ripiegamento. Con questa decisione si tentava di evitare che il nemico avesse il tempo di aggravare le difficoltà ed i pericoli, nati dalla lentezza delle superiori autorità italiane e tedesche. Autorità che alla fine, quando già era in via di at-


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tuazione la decisione del generale Dupont, dettero il loro tardivo assenso a lla effettuazione del ripiegamento della Divisione. Il movimento iniziò il mattino del giorno 17, appena in tempo per evitare che forze nemiche ci togliessero qualsiasi possibilità di a rretramento. Sottratte ali' accerchiamento le nostre superstiti unità a piedi, fu giocoforza sacri ficare, per la mancanza di carburante, i mezzi delle unità motorizzate e dei servizi. Quasi tutti i pezzi e gli automezzi dell'artiglieria dovettero essere lasciati sul posto dopo averli resi inservibili: gli artiglieri vennero inquadrati ed impiega ti come fanti. Si concludeva così la drammatica, sanguinosa battaglia del Don nel settore della Divisione "Ravenna". Settore che era stato prescelto dal nemico per svil uppare, con un imponente concentramento di mezzi, una fase della sua vasta offensiva invernale. Questa offensiva, come ho già accennato, mirò ad effettuare, ed effettuò, con graduale, travolgente a zione - sviluppata tra il novembre del 1942 e il febbraio del 1943 - la demolizione di tutto il settore meridionale del fronte orientale germanico tenuto da unità tedesche, ungheresi, italiane e romene. Sopraffatta sul Don, la Divisione "Ravenna" ripiegava dopo quattro mesi di ininterrotta, sfibrante permanenza in linea e dopo aver tenuto coraggiosamente testa, dall' l 1 al mattino del 17 dicembre, alle soverchianti forze nemiche. La· sua tenacia nella resistenza, anche se non poté essere coronata da l successo, riuscì però ad ostacolare e ritardare il raggiungimento degli obiettivi che i sovietici si erano prefissi, e non poté non avere riflessi negativi sul coordinamento delle loro azioni contro i vari tratti del fronte del!' A.R.M.I.R .. Valse anche a dare maggior tempo e maggior respiro alla effettuazione del ripiegamento delle unità italia ne e tedesche che operavano sui fianchi della "Ravenna" e, in particolare, di quelle de l XXXV Corpo d'Armata, schierate sul Don a lla sua destra.


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CAPITOLO VII RIPIEGAMENTO DELLA DIVISIONE E DIROTTAMENTO DI UNA SUA ALIQUOTA: DICEMBRE 1942 Il mattino del 17 dicembre, il generale Dupont dispose che il ripiegamento della "Ravenna" fosse inizialmente orientato dalle precarie posizioni di Gadjutsche e Filonowo in direzione sud-ovest, su Suhk Bogutscharkij. Questa località corrispondeva ad un solco del bassorilievo collinoso che fiancheggiava il lato nord della valle del Bogutschar. Le sue caratteristiche, oltre che ad agevolare il deflusso verso la valle, potevano essere utilizzate per una sosta che consentisse, nei limiti del possibile, di raccogliere e riordinare gli elementi superstiti della Divisione e di tentare di imporre un sia pur breve tempo di arresto alla penetrazione nemica. Senonché, nella stessa mattinata del giorno 17, il generale Dupont ricevette dal comando del Corpo d'Armata l'ordine di raggiungere senza soluzioni di continuità la valle del Bogutschar e di risalirla puntando su Kantemirowka, già sede del comando dello stesso Corpo d'Armata. Per l'effettuazione di questo movimento, il comandante della Divisione dispose che i superstiti della battaglia del Don muovessero subito con la seguente successione: reparti che gravitavano nella zona di Gadjutsche; reparti che erano raccolti nella zona di Filonowo; aliquote di elementi divisionali e di Corpo d'Armata, col reggimento di fanteria al quale erano stati dati in rinforzo. Il ripiegamento doveva essere effettuato sotto la protezione del gruppo corazzato del maggiore Huffmann coadiuvato da nostri nuclei di mitraglieri e fucilieri. Consenziente il generale Dupont, decisi di rimanere, assieme al mio aiutante di campo, tenente colonnello Lelio Barbarulli, ed a altri elementi del mio comando, col dispositivo di protezione allo scopo di garantire il continuo coordinamento dell'azione del gruppo corazzato con quella del grosso della "Ravenna" in fase di ripiegamento.


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Il generale Dupont avrebbe voluto riservarsi il compito di rimanere presso il dispositivo di protezione. Il mio intervento e quello del colonnello Manfredi, comandante dell'artiglieria divisionale, lo indussero a dare il giusto peso alla ragionevole previsione secondo la quale, pur in zona arretrata, le truppe della Divisione avrebbero avuto bisogno della sua azione di comando per far fronte ad incursioni condotte in profondità da elementi nemici; incursioni già in via di sviluppo attraverso le accennate fratture del nostro schieramento e di quello delle unità germaniche che avevano operato ai nostri fianchi. Il generale Dupont raggiunse perciò le unità della "Ravenna", già avviate verso la valle del Bogutschar, e ne regolò il movimento e l'impiego in un susseguirsi di drammatiche vicende. Come ho già accennato, gli ordini per l'arretramento verso Suhk Bogutscharkij e verso la valle del Bogutschar avevano potuto essere attuati solo per una parte, la maggiore, delle unità organiche e di rinforzo. Costituivano in particolare il grosso della "Ravenna": una aliquota del 37° fanteria al comando del maggiore Mattiello; il 38° fanteria al comando del tenente colonnello Livio Vazio: il suo comandante, colonnello Bianchi, ritiratosi dopo il deflusso dei suoi battaglioni, ebbe la via sbarrata da infiltrazioni nemiche e fu costretto a ripiegare su Peretschepnj unitamente al grosso del 37°; il III battaglione mortai da 81 divisionale con due delle sue tre compagnie, al comando del capitano Abbondanza che aveva sostituito il comandante titolare, tenente Romolo Romagnoli, caduto durante la battaglia sul Don; · nuclei di varia consistenza di altre minori unità divisionali e di Corpo d'Armata; alcuni reparti d i formazione affrettatamente costituiti con fanti e artiglieri che avevano perduto i collegamenti con le unità di appartenenza; infine il comando tattico della Divisione con il generale Dupont al quale, una volta raggiunta la valle del Bogutschar, si riunirono gli altri elementi del comando della "Ravenna" che, con il capo di stato maggiore colonnello Ducros, si trovavano nella sede di Twierdochlebowka. Le rimanenti unità, intercettate da forze corazzate e motoriz-


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zate nemiche, non ebbero la possibilità di seguire la colonna Dupont. Diedi loro pertanto l'ordine di dirottare in direzione sud-est su Peretschepnj, nel contiguo settore del XXXV Corpo d'Armata, da dove risultava ancora possibile la prosecuzione della ritirata. Nel dispositivo di protezione del quale, come già accennato, avevo chiesto di far parte e del quale assunsi il comando, il gruppo corazzato del maggiore Huffmann, nella drammatica situazione nella quale ci trovammo, assolse con perizia e ammirevole, raro spirito di collaborazione il compito a favore delle unità della Divisione in r ipiegamento dal Don. Con il tiro dei suoi pezzi da 88 frenò le minacce di carri armati sovietici contro i fianchi di tali unid1, e sostando su posizioni presso Gadjutsche e Filonowo si mosse solamente quando i nostri ultimi reparti lo superarono, assumendo di conseguenza le funzioni di retroguardia. Pur con le limitazioni derivanti dalla nostra situazione e dalla crescente pressione nemica, i nostri reparti riuscirono a distanziarsi dagli elementi avanzati sovietici. Superata la crisi e le incertezze create dall'imprevisto parziale dirottamento su Peretschepnj, si poté raccogliere e avviare su questa località i ritardatari, i feriti, i congelati e quanti non erano più in grado di camminare. La grave penuria di mezzi di trasporto impedì purtroppo di dare soccorso a tutti: parte di questi uomini dovette rimanere abbandonata sulla neve, senza aiuto e senza conforto. Poco prima delle 11 del giorno 17, la retroguardia, avendo assolto il suo compito, si aprì con me la strada fra le infiltrazioni nemiche e si diresse a Pereschepnj.


CAPITOLO VIII RITIRATA DELLA DIVISIONE "RAVENNA" DAL DON AL DONEZ E SUO INSERIMENTO IN UN SETTORE DEL FRONTE ARRETRATO GERMANICO: DICEMBRE 1942 - GENNAIO 1943 I movimenti effettuati il mattino del 17 dicembre dalla colonna Dupont entro la valle del Bogutschar si svolsero tra gravi intralci, causati da fram mischiamenti di superstiti di altre unità italiane e tedesche avviate, con scarso coordinamento, nella stessa direzione lungo la quale si ritirava la Divisione "Ravenna". Si trattava per la maggior parte di elementi della Divisione "Cosseria", di "camicie nere" e di fanterie tedesche. A questi intralci si aggiunsero, aumentando l'ingombro, quelli creati dal caotico transito di automezzi, di slitte e di quadrupedi. Nonostante queste condizioni estremamente ·critiche e la diminuita consistenza ed efficienza dei reparti, dei quadri e dei mezzi, le unità della colonna Dupont, assieme ad altre di formazione costituite da elementi di varia e diversa provenienza, sostennero i logoranti attacchi condotti da unità sovietiche col concorso di nuclei di partigiani ben armati e con la cooperazione di aerei. Si combatté con particolare intensità nel pomeriggio del 17 dicembre a Kusmenkoff e, nei giorni 18 e 19, a Talj. A Kusmenkoff si distinse, quale comandante della difesa dell'abitato, il maggiore di stato maggiore Mario Rizzo del comando della "Ravenna". Il generale Dupont assunse direttamente la difesa del villaggio a Talj; egli tenne testa agli attacchi del nemico e mantenne il possesso del luogo sino a quando i nostri reparti, duramente provati, ricevettero l'avvicendamento da reparti tedeschi meno logorati e meglio armati. Successivamente, le unità della Divisione "Ravenna" effettuarono nella zona a nord di Kantemirowka vari spostamenti per raccogliersi, riordinarsi e porsi in grado di fronteggiare le mutevoli esigenze di una situazione estremamente fluida. Inviate, poi, sulla destra del Donez, nella zona di Woroscilowgrad, ebbero il compito di vigilare sui ponti di Wesselaja Gora e di Laganskaja e di salva-


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guardarli da eventuali incursioni sovietiche. Il 30 dicembre, la "Ravenna" venne disimpegnata da questo compito e, passata alle dipendenze del generale Fretter Pico comandante di una sezione di Armata tedesca, ricevette l'ordine di raggiungere la destra del Donez per inserirsi in una organizzazione difensiva che i tedeschi stavano apprestando. Alle unità della Divisione "Ravenna" toccò la responsabilità di un settore ad est e a sudest di Woroschilowgrad, compreso tra la confluenza del Derkul nel Donez, a sinistra, e Bolukaia Kamenka. Questo settore venne raggiunto dalle unità di fanteria fra il 1° e il 6 gennaio 1943 e, più tardi, gradualmente, entro il giorno 13, dalle unità di artiglieria, costrette ad attendere che l'Intendenza dell' A.R.M.I.R. le rifornisse di bocche da fuoco, in sostituzione parziale di quelle perdute durante la battaglia del Don. Per il nuovo impiego sul Donez i fanti e gli artiglieri della "Ravenna" vennero riorganizzati e con essi furono costituite le seguenti unità : un battaglione (I) del 37° fanteria su quattro compagnie, al comando del maggiore Roberto Mattiello; due battaglioni (II e III) del 3.8 ° fanteria su tre compagnie ciascuno, al comando del tenente colonnello Livio Vazio; reparti di artiglieria con bocche da fuoco avute dall'Intendenza dell'Armata e cioè: una batteria, da 20, una da 75/27, una da 100/ l 7, una sezione con due pezzi da 105/28, al comando del colonnello Giacomo Manfredi; due compagnie del III battaglione mortai da 81 divisionale e nuclei di minori reparti della Divisione e del Corpo d'Armata. Con queste esigue forze si doveva presidiare un fronte che aveva uno sviluppo di 45 chilometri circa. La sproporzione tra mezzi e compiti era assai superiore a quella che aveva contraddistinto lo schieramento della "Ravenna" sul Don, con l'aggravante che ora la Divisione doveva operare con unità ridotte di numero e di efficienza, con comandanti e gregari che dall' 11 dicembre in poi erano stati provati da duri combattimenti, da marce estenuanti e da privazioni di ogni genere. Per tali ragioni si poté soltanto creare uno schieramento a maglie eccessivamente larghe, imperniato sulla occupazione dei radi villaggi e dei gruppi di isbe esistenti sulla destra del Donez e integrato, specie di notte, dalla vigilanza con pattuglie e pattuglioni negli intervalli fra le località presidiate (cart. 1O).


I.A Divisione "Ravenna" in Russia

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Cari. 10

La Divisione "Ravenna" alla difesa di Woroschilowgrad e di un settore del Donez nel mese di gennaio 1943.

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LEGENDA

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posizioni avanzate della Divisione "Ravenna" lìmìti di settore divisionali limiti di settore reggimentali battaglioni del 37° reggimento fanteri a battaglioni de l 38° reggimento fanteria


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Il II e il III battaglione del 38° fanteria furono schierati sulla sinistra ed al centro del settore divisionale con il comando del reggimento a Ivanowka. Sulla destra del settore prese posizione il I battaglione del 37°. Le unità vennero frazionate prevalentemente per compagnie e suddivise come segue: il II battaglione del 38° a Makaroff, a Iliewka e a Kruschilowka; il III battaglione del 38° a Davidowa, a Boliskol Sukodol e a Petrowka; il I battaglione del 37° a .Podgornoie, a Popowka e a Malij Ssuchodol. L'artiglieria fu suddivisa per sezioni o pezzi dati in rinforzo ai presidi degli abitati; e così avvenne anche per i reparti mortai da 81. Sul fianco sinistro della Divisione, ma non a stretto contatto, era schierato il gruppo corazzato tedesco Kreysing. Il suo comandante, per attenuare la limitata efficienza di collegamento con la "Ravenna", dislocò, nel mattino del giorno 18, una propria compagnia con organici ridotti presso il nostro presidio di Makaroff. Sul fianco destro della Divisione era in via di raccolta e di riordinamento la 304a Divisione di fanteria germanica, che aveva sostenuto con gravi perdite aspri combattimenti sul Don e in zone ad oriente del Donez. La rada intelaiatura della nostra sistemazione difensiva consentiva di vigilare sui movimenti del nemico e di controllare azioni di modesta portata. Per far fronte ad azioni nemiche di una certa entità sarebbe occorso il tempestivo arrivo di rinforzi efficienti, specie se la "Ravenna" avvesse dovuto fronteggiare unità appoggiate da mezzi corazzati e da aerei.


CAPITOLO IX RITIRATA DELL'ALIQUOTA DELLA DIVISIONE "RAVENNA" E SUA CHIUSURA NELLA SACCA DI POPOWKA: DICEMBRE 1942 Quando nella giornata del 17, forze corazzate e motorizzate nemiche intercettarono le unità della Divisione "Ravenna", essendo nella impossibilità di seguire la colonna Dupont, fui costretto a dirottare su Peretschepnj: il 37° fanteria con il suo comandante colonnello Naldoni, assot~ tigliato in uomini ed armi sia per le gravi perdite subite durante la battaglia sul Don, sia per il distacco degli elementi che er ano defluiti con il grosso della Divisione; un nucleo del comando del 38° fanteria con il comandante del reggimento colonnello Bianchi; una compagnia del ID battaglione mortai da 81 divisionale; frazioni di altre minori unità della Divisione e del Corpo d' Armata; alcuni reparti di formazione costituiti con elementi di varia provenienza sommariamente inquadrati. Con queste unità, che raggiunsi successivamente a Peretschepnj assieme al gruppo corazzato del maggiore Huffmann, ci affiancammo a reparti della 298a Divisione germanica, la quale, dopo aver combattuto sul Don alla destra della "Ravenna", aveva ripiegato nella zona compresa tra gli abitati di Bogutschar e della stessa Peretschepnj. Nella precaria situazione che si era creata, concordai con il comandante della Divisione tedesca di imbastire una linea di copertura limitata a posizioni immediatamente a nord dell'abitato di Peretschepnj con elementi italiani e tedeschi a llo scopo di bloccare eventuali minacce sovietiche e più particolarmente quelle che potevano provenire da nord. Senonché il nemico sviluppò la sua a zione molto a ovest della zona di Peretschepnj e avanzò indisturbato fin nella valle del Bogutschar , ad occidente dell'omonimo abitato. L'azione nemica creava così seri pericoli che potevano esten-


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dersi al fianco sinistro ed alle spalle nostre e della 298a Divisione germanica. Sospesa perciò l'imbastitura della linea di copertura con fronte rivolto a nord, il comandante della Divisione tedesca provvide a far sbarrare, anche con mezzi corazzati, la valle del Bogutschar contro eventuali minacce nemiche da ovest. La sera del giorno 17, dette poi autonomamente disposizioni perché la 298a ripiegasse a sud della valle, in val Lewaja. Informato tardivamente di queste disposizioni, nella notte sul 18 feci seguire al ripiegamento della Divisione germanica quello delle unità ai miei ordini, sempre sotto 1a protezione preziosa del gruppo Huffmann. Nella stessa notte sul 18, il generale Zingales, comandante del XXXV Corpo d'Armata, mi fece pervenire dalla sua sede provvisoria di Medowa, ad est della val Lewaja, l'ordine: di inviare un battaglione a rinforzo della Divisione "Pasubio" che era impegnata in aspri e sanguinosi combattimenti sulla destra della 298a Divisione tedesca; di mettermi a disposizione del comandante di tale Divisione, generale von Scelinskj, con tutti gli elementi che erano alle mie dipendenze. Il III battaglione del 37° fanteria al comando del maggiore Sena, destinato a rinforzo della "Pasubio", non fu più ricuperato; non riuscimmo neppure ad avere notizie né a sapere mai a quali vicende fosse andato incontro. ' D'intesa con il comandante della 298\ gli elementi rimasti ai miei ordini furono rinforzati da pezzi controcarro tedeschi e impiegati nella occupazione dell'abitato di Radtschenskoij a protezione dell'ala sinistra della 298\ schierata con fronte rovesciato su posizioni che fiancheggiavano la destra del Lewaja, fra Radtschenskoij e Diatschenkowa. La collaborazione fra unità italiane e unità tedesche - a parte quella sempre viva e positiva offerta dal maggiore Huffman - non si era dimostrata in questa circostanza né cordiale né produttiva. Il comandante della 298a parve incline ad occuparsi soltanto delle sue unità e a tenere scarso conto della necessità di coordinare il loro impiego con quelle alle mie dipendenze. In un nostro breve e frettoloso colloquio, mi aveva fatto presente che non possedeva mezzi di collegamento sufficienti per rendere efficace la nostra collaborazione. Su mia richiesta quindi, il mattino del giorno 18, il generale


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Zingales, mantenendo immutato lo schieramento italiano a difesa dell'abitato di Radtschenskoij, dispose il passaggio mio e degli elementi ai miei ordini alle sue dirette dipendenze. Il comandante del Corpo d'Armata si assunse anche il compito di coordinare, mio tramite, l'impiego dell'aliquota della "Ravenna" con quello delle altre unità del Corpo d'Armata e, più particolarmente, con quello della 298a Divisione tedesca . Durante la giornata del 18 dicembre, benché proseguisse l'organizzazione difensiva dell'abitato di Radtschenskoij, riuscimmo a fron teggiare e a respingere ripetute incursioni nem iche provenienti da ovest e da sud appoggiate da bombardamenti e mitragliamenti effettuati da aerei. Alle ore 9,30 del 19, il comandante del X.XXV Corpo d' Armata mi convocò a Medowa dove mi dette l'ordine di recarm i con immediatezza a Krioiza, a sud-ovest di Medowa, per organ izzare assieme ad elementi della Divisione "Torino", dislocati in quella località, la difesa dell'abitato. Si doveva concorrere così a salvaguardare il fianco sinitro ed il tergo dello schieramento italo-tedesco in val Lewaja e a dare sicurezza alla località in cui era, a breve distanza, dislocato il comando del Corpo d' Armata. Al mio arrivo, constatai che a Kriniza nessun elemento italiano era presente : quelli c he vi si trovavano si erano trasferiti altrove nelle prime ore del mattino dello stesso giorno 19. Infatti, una decina di carri armati sovietici, che poco prima del mio arrivo avevano effettuato una incursione nell'abitato, non avendo incontrato nessuna reazione, erano immediatamente ripartiti verso l'alta valle del Lewaja: tutto concorreva dunque a mettere in luce la precarietà dello schieramento italo-germanico in questa valle ed il pericolo di un imminente accerchiamento. Per sottrarci a tale eventualità, nelle prime ore del pomeriggio del giorno 19 dicembre, il comando del Corpo d'Armata ordinò il ripiegamento dalla valle del Lewaja verso i bassi rilievi, a sud-est: la 298a tedesca su posizioni a cavallo dell'abitato di Malewanni e l'aliquota della "Ravenna" su Medowa. L'ordine relativo a questo ripiegamento mi pervenne alle ore 14 del 19 ed ebbe esecuzione coordinata con il movimento della Divisione tedesca. Pertanto, la 298a continuò ad avere il suo fianco meridionale sotto la protezione delle truppe ai miei ordini, le quali, a loro volta, durante il movimento su Medowa, fruirono sempre, oltreché della protezione del gruppo Huffmann, anche di quello dei


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pezzi controcarri germanici avuti in rinforzo il giorno precedente. A Medowa, l'aliquota della "Ravenna" occupò posizioni immediatamente a ovest dell'abitato, con fronte rivolto verso occidente e verso sud a diretta protezione del comando del Corpo d'Armata, ad integrazione di una tenue difesa improvvisata sulle alture circostanti Medowa con unità di formazione agli ordini del comandante del quartier generale del Corpo d'Armata. Anche le nuove posizioni di Medowa e di Malewanni risultarono minacciate di aggiramento. Perciò, nella notte sul 20, il comando del Corpo d'Armata ordinò alla 298a tedesca ed alla aliquota della "Ravenna" di effettuare un ulteriore spostamento verso sud-est, nella zona di Popowka, a ovest di Makaroff. In questa zona furono anche raccolti: i superstiti della Divisione "Pasubio" con il comandante generale Guido Boselli; la Divisione "Torino" con il comandante generale Roberto Lerici. La Divisione, già schierata sul Don a destra della "Pasubio", non era stata attaccata ed era quasi intatta. Ma le vicende della battaglia sul Don e lo sviluppo in profondità dell'offensiva sovietica l'avevano staccata dal XXIX Corpo d'Armata - tedesco il comando e italiane le sue unità - del quale faceva parte; un nucleo della Divisione "Celere"; reparti di cc.nn. dei gruppi "Montebello" e "Tagliamento"; reparti di formazione che comprèndevano elementi di fanteria, di artiglieria, del genio, di truppe e servizi di Divisione e di Corpo d'Armata. Il complesso di truppe affluite nella zona di Popowka raggiunse una forza di circa 30.000 uomini di cui 20.000 italiani e 10.000 tedeschi. L'aliquota della Divisione "Ravenna", che all'inizio del suo dirottamento era costituita da 1.200 uomini circa, giuns~a Popowka con circa 900 unità. Avevano ancor più inciso sulla sua forza l'invio del III battaglione del 37° fanteria in rinforzo della Divisione "Pasubio e le perdite nelle giornate del 17, 18 e 19 dicembre, specialmente quelle patite durante la breve occupazione di Radtschenkoij . Le falcidie subite dagli elementi della "Ravenna" f\irono parzialmente compensate da gruppi isolati di altre unità ancora validi ed armati che si raccolsero attorno ad essa lungo il percorso verso Popowka. Le unità che si concentrarono nella zona di Popowka si trova-


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rono subito in una drammatica situazione. Forze nemiche, provenienti dai varchi aperti sul fronte del II Corpo d'Armata da un lato e su quello della 3a Armata romena dall'altro, le avevano quasi completamente accerchiate. Altre forze nemiche motorizzate e corazzate sviluppavano nel frattempo azioni a largo raggio e penetravano in profondità, verso il bacino del Donez. Nella stessa nottata del nostro arrivo nella zona di Popowka, si cercò di aprire la via verso sud, puntando su Werchnjakowskij. Precedevano il movimento le unità della "Pasubio". A tergo di esse doveva muovere l'aliquota della "Ravenna" e, successivamente, la "Torino". La 298a Divisione tedesca, per una errata iniziativa del suo comandante, mosse su una direzione più a est, verso la zona di Meschoff in val Ticaja. Il ripiegamento delle unità italiane e germaniche ebbe solo un inizio di esecuzione. Attraverso discontinuità esistenti tra le unità nemiche che ci accerchiavano, riuscirono a defluire combattendo soltanto: una aliquota di testa della Divisione "Pasubio" con il generale Boselli, il generale Zingales ed i rispettivi comandi della Divisione e del Corpo d'Armata; una aliquota, pure di testa, della 298a Divisione tedesca con il comandante generale von Sce]inskj. Le rimanenti unità italiane e tedesche, intercettate da accresciute forze sovietiche che avevano completato e rinvigorito l'accerchiamento, si trovarono costrette a raccogliersi nuovamente nella zona di Popowka. Era ovvio che tutte le unità accerchiate italiane e germaniche avessero un unico comandante e inoltre, mancando il generale Zingales, la responsabilità unica di comando dovesse ricadere sul generale Lerici della Divisione "Torino": il più elevato in grado dei generali rimasti con le proprie truppe nella zona accerchiata. Tuttavia il colonnello Michaelis, che aveva sostituito il generale von Scelinskj nel comando della 298a Divisione tedesca, non ritenne di dover dipendere da un generale italiano e si considerò anzi svincolato dall'appartenenza all' A.R.M.I.R., mettendosi agli ordini diretti del comandante del Gruppo di Armate B .. Venuta meno la possibilità di realizzare un accordo per l'unità di comando di tutti i reparti italiani e tedeschi chiusi nella sacca di Popowka, il generale Lerici prese ai suoi ordini le sole forze italiane


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e provvide a stabilire rapporti di collaborazione con il comandante della 298a Divisione germanica, tesi a coordinare l'impiego ed il movimento di tutte le forze accerchiate. Nel quadro di questo proposito di collaborazione, particolari accordi miravano ad assicurare - mediante una mia assidua presenza presso il posto comando del gruppo tedesco del maggiore Huffmann - il sostegno di mezzi corazzati anche a favore delle unità italiane, le quali, al contrario, ne erano completamente sprovviste. Altri accordi ebbero come tema i collegamenti con i comandi superiori: comando dell' A.R.M.I.R. per la parte italiana e comando del gruppo cli Armate B, per la parte tedesca. Il comando della Divisione germanica disponeva di mezzi di trasmissione e dì ricezione a largo raggio, mentre le unità italiane ne erano prive. È vero che la Divisione "Torino", allorché schierata sul Don, aveva avuto l'uso di una stazione tedesca di notevole potenza; ma mentre l'unità stava ripiegando verso Popowka, il mezzo era stato reso inservibile dall'ufficiale tedesco responsabile che giustificò l'atto con il timore di una possibile cattura della stazione da parte del nemico. L'improvvida iniziativa parve, al contrario, come un mezzo per accentrare in mano tedesca il monopolio dei collegamenti con gli Alti Comandi. Si raggiunse comunque egualmente un accordo per quanto riguardava lè eventuali comu{licazioni tra il generale Lerici ed il comando dell' A.R .M.I.R., affinché avessero luogo tramite la Divisione tedesca. Con .questo accordo tuttavia, se da un lato sì risolveva il problema dei collegamenti, dall'altro lato si sottoponevano le nostre comunicazioni al controllo ed alla eventuale censura da parte di un comando germanico con il quale potevamo non sempre avere, come poi avvenne, identità di vedute e di valutazione circa la comune situazione e gli interventi da suggerire ai rispettivi comandi superiori.


CAPITOLO X DALLA SACCA DI POPOWKA A QUELLA DI GARBUSOWSKIJ: DICEMBRE 1942 Sulla base di accordi intercorsi tra il generale Lerici ed il colonnello Michaelis, comandante della 298a tedesca, il mattino del 20 dicembre si decise di tentare nuovamente la sortita da Popowka, coordinando meglio di quanto era stato fatto la notte precedente l'impiego delle forze italiane e germaniche accerchiate. L'effettuazione della sortita venne fissata per il pomeriggio dello stesso giorno 20. Gli elementi di cui eravamo a conoscenz~ circa lo schieramento sovietico attorno alla zona di Popowka ci indussero a non ritentare la rottura in direzione sud. Venne stabilito di operare verso sud-ovest, con Posdnjakoff quale obiettivo iniziale. All'azione furono destinate unità della 298a Divisione tedesca e della Divisione "Pasubio", quest'ultima appoggiata da semoventi del gruppo corazzato del maggiore Huffmann. Unità della Divisione "Torino" vennero designate per l'assolvimento delle funzioni di retroguardia. Le operazioni iniziarono alle ore 14 del 20 e furono coronate da un rapido successo. Eliminate le resistenze opposte dal nemico, si dette subito luogo alla prosecuzione del movimento verso l' obiettivo prescelto. In questa fase, come in quelle successive della ritirata, il gruppo corazzato - al quale per ragioni di coordinamento, di cui si è detto, sono sempre stato affiancato - gravitò con la maggior parte dei suoi mezzi sulla testa del dispositivo italo-tedesco e distaccò alcuni semoventi ed alcune autoblindate a protezione dei fianchi ed a rinforzo della retroguardia. Il maggiore Huffman, sempre con me presso i suoi semoventi e con le sue autoblindate di testa, regolò costantemente, in armonia con le mie valutazioni, sia l'impiego dei suoi mezzi a favore delle comuni esigenze italo-tedesche sia il ritmo del loro movimento adeguandolo alle possibilità di marcia delle unità italiane, già tanto lo-


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gorate dall'attività operativa e assai meno fornite dei tedeschi di quanto era necessario per vivere e per combattere. Superate le offese ripetutamente lanciate dal nemico contro le nostre unità in movimento, prima dell'alba del giorno 21 raggiungemmo Posdnjakoff. In questa località, il colonnello Michaelis ricevette una comunicazione dal comando del Gruppo di Armate B che disponeva per la prosecuzione del nostro movimento orientandolo su Garbusowskij dove ci saremmo incontrati con una colonna della 19a Divisione corazzata tedesca, inviata per unirsi alle nostre forze e per migliorare l'effettuazione della nostra ritirata. Nella giornata del 21, le unità italiane e germaniche proseguirono verso la località indicata dal comando del Gruppo di Armate B. Nel corso di questo movimento ci trovammo costretti a sviluppare tre attacchi contro successivi sbarramenti creati da forze sovietiche, ad ovest di Posdnjakoff, a Ticho Shurawskaja ed a Sherebzowskij. Il nemico, sfruttando gli appigli offerti da gruppi di isbe in quelle località, lottò con accanimento. Oltre ad azioni svolte contro la testa della nostra colonna, spinse e fece agire contro i fianchi di alcune nostre unità elementi motorizzati e reparti di cavalleria. Le nostre perdite in queste azioni risultarono particolarmente gravi, specie per la Divisione "Torino" e per l'aliquota della "Ravenna". Tuttavia il nemico non riuscì ad impedire la prosecuzione del nostro movimento su Garbusowskij dovè giungemmo nel pomeriggio del giorno 21. Dopo questa fase della ritirata, la forza dell'aliquota della Divisione "Ravenna" risultò ridotta a circa 600 uomini. Venne anche a mancare il colonnello Naldoni, comandante del 37°, che in molteplici e difficili circostanze aveva guidato i suoi reparti con perizia e con coraggio. Risultò prima disperso; si seppe poi che era caduto in mano al nemico assieme al colonnello Bianchi del 38°}anteria il quale, come ho già precedentemente accem1ato, gli si era affiancato, essendo rimasto staccato dal proprio reggimento. Le funzioni del colonnello Naldoni furono volontariamente assunte e validamente disimpegnate dal tenente colonnello Lelio Barbarulli, mio aiutante di campo. Garbusowskij era un modesto villaggio adagiato in una larga conca delimitata da alture di poco rilievo, intervallate da solchi percorsi da piccoli corsi d'acqua.


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Giunti in prossimità del villaggio, contrariamente a quanto ci era stato assicurato, anziché incontrare la preannunziata colonna della 19a Divisione corazzata germanica, trovammo unità sovietiche che occupavano le alture ad oriente dell'abitato. Un attacco, condotto da unità tedesche appoggiate da semoventi del maggiore Huffmann, valse a farci superare le posizioni nemiche. Un altro sbarramento, creato dal nemico sulle alture ad ovest di Garbusowskij, precludeva tuttavia la prosecuzione della nostra ritirata. Nuove forze russe sopraggiunte integrarono questo secondo sbarramento ed occuparono posizioni sui fianchi ed a tergo delle unità tedesche ed italiane. Così rimanemmo chiusi per la seconda volta in una sacca, lasciando in mano al nemico elementi di coda e ritardatari. In attesa dell'arrivo della colonna corazzata tedesca, si diede immediatamente inizio alla organizzazione a caposaldo dell'abitato. Il caposaldo fu diviso in due settori: quello ad ovest affidato a me, quello ad est assegnato al generale Rossi, comandante della fanteria della Divisione "Torino". In entrambi i settori vennero schierate unità italiane, in parte organiche ed in parte di formazione, ed unità germaniche. In riserva si destinarono 14 compagnie di formazione, costituite con elementi italiani e suddivise in due blocchi corrispondenti ai due settori del caposaldo. Il grnppo corazzato di Huffmann, pur con efficienza ridotta per le perdite subite nei precedenti combattimenti, continuò ad avere orientamento di impiego ad eventuale sostegno sia di unità germaniche che di unità italiane. Nella affannosa costituzione e ricostituzione delle compagnie di formazione dopo i combattimenti nella sacca, si cercò di eliminare o ridurre i frammischiamenti di uomini di differenti unità, anche se l'incalzare della pressione nemica e l'urgenza di impiegare la riserva ne impedissero la realizzazione. Nei giorni 22 e 23 dicembre, il nemico attaccò ripetutamente anche con l'impiego di carri armati, estendendo la sua pressione quasi su tutto il perimetro del nostro caposaldo: due giorni di lotta accanita e sanguinosa caratterizzati dalla nostra tenace volontà di resistenza, alla quale si contrapponeva l'altrettanta tenace volontà di sopraffarci da parte del nemico. Il mattino del 23, i russi intensificarono la loro azione con largo impiego di artiglierie, di katiusce e di mortai. Parve che le


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nostre possibilità di resistenza vacillassero. D'accordo con il comandante della 298a Divisione, decidemmo di passare ad una disperata azione di contrattacco con la partecipazione di tutti gli elementi disponibili nel caposaldo. Il contrattacco, concluso con furiose lotte corpo a corpo, stroncò l'impeto nemico. Sul lato ovest del caposaldo, dove la situazione aveva assunto aspetti di maggior pericolo, la nostra reazione indusse a far arretrare le forze sovietiche oltre le loro basi di partenza, ad ampliare le nostre posizioni e a dare maggiore respiro alle unità accerchiate. Le fanterie italiane mossero da sole al contrattacco ed ai contrassalti tra l'ammirazione dei tedeschi che si limitarono inizia lmente ad azioni di fuoco dalle loro postazioni di armi automatiche e di artiglierie: in un secondo tempo, fecero intervenire alcuni semoventi. A Garbusowskij le truppe italiane, già durante provate nelle precedenti vicende della ritirata, subirono perdite cosl gravi da indurci a dare alla località il triste appellativo di "valle della morte" . Il terreno del caposaldo e quello attorno ad esso era cosparso di caduti ai quali non era possibile dare sepoltura per la sua durezza. Inoltre la insistente pressione nemica non concedeva che brevi momenti di tregua: potemmo solo riunire parte dei nostri caduti ecoprirli con cumuli di neve. Ovunque giacevano feriti e congelati per i quali purtroppo i mezzi di soccorso er ano oramai scarsi. Particolarmente gravi le perdite tra i comandanti di vario grado che si prodigarono nel dare esempio di combattività e di spirito di sacrificio, specialmente tra i quadri della Divisione "Torino" che offerse il maggior contributo allo sviluppo della lotta. Nella giornata del 23 dicembre perdette, fra molti altri ufficiali, tre colonnelli: Santini dell'81°, ferito e congelato; Di Gennaro dell'82°, ucciso; Rosati del 52° artiglieria, gravemente ferito e deceduto il giorno dopo. Notevoli anche le perdite di armi e le riduzioni delle già scarse disponibilità di munizioni. Inoltre, il gruppo corazzato tedesco, perdute in seguito alle offese nemiche e a causa del logorio parte dei suoi semoventi e delle sue autoblindate, aveva oramai una ridotta possibilità di impiego a sostegno delle fanterie, e già si prospettava il pericolo, a causa dell'esaurimento dei proiettili da 88 e del carburante, di non poter impiegare più a lungo i suoi mezzi ancora efficienti. Il giorno 23, su richiesta del comando della 298a Divisione, aerei tedeschi effettuarono per mezzo di paracadute un


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lancio di contenitori con fusti di carburante e con proiettili per i cannoni dei semoventi migliorando solo di poco le possibilità di impiego del gruppo corazzato. I proiettili risulta rono, infatti, in parte non corrispondenti al calibro dei pezzi del gruppo e, per il mancato funzionamento di alcuni paracadute, una parte di essi esplose toccando terra, causando tra l'altro sensibili perdite tra quanti si trovavano in prossimità dei punti di caduta dei contenitori. In questa situazione - nella quale l'azione del nemico, il freddo, la fame e le malattie avevano gravemente inciso e continuavano ad incidere sulla efficienza delle nostre forze, e lo sviluppo delle future vicende era pieno di incognite - si aspettava con ansia il preannunziato arrivo di unità della 19a Divisione corazzata germanica. Purtroppo, nel pomeriggio del 23, il comando del Gruppo di Armate B comunicò al comando della 298a Divisione che le unità tedesche erano state intercettate da notevoli forze sovietiche. Le truppe accerchiate dovevano pertanto tentare con i soli propri mezzi la sortita dalla sacca e, successivamente, puntare sulla cittadina di Tschertkowo, presidiata da altre unità italiane e tedesche.


CAPITOLO XI DALLA SACCA DI GARBUSOWSKIJ ALLA SACCA DI TSCHERTKOWO: DICEMBRE 1942 La designazione di Tschertkowo quale nuovo traguardo da raggiungere dopo la sortita dalla sacca di Garbusowskij da parte delle unità italiane e tedesche, si inquadrava nella nuova situazione creata dopo la perdita delle posizioni occupate sul Don dal1' A.R.M.I.R .. Per fronteggiare la ulteriore penetrazione del nemico a ovest del Don era stata abbozzata una linea di d ifesa arretrata con l'impiego del XXIV Corpo d'Armata germanico e di altre unità tedesche, in parte corazzate. Questa linea era fiancheggiata a sinistra dal Corpo d'Armata alpino, che conservava ancora il suo schieramento sul Don, e a destra da unità germ aniche schierate, o in via di schieramento sul Donez nella zona di WoroschilO\vgrad. In corrispondenza del tratto meridionale della nuova linea di difesa, arretrata ed a oriente di esso, dovevano essere organizzati a caposaldo tre abitati: Tschertkowo, Gartnjschewka e Bugajewka. A questi caposaldi - a notevole distanza dalla nuova linea di resistenza, lontani l'uno dall'altro e oramai sorpassati da unità sovietiche dilaganti verso il Donez - era affidato il compito di difesa ad oltranza, di ostacolo e di minaccia contro il progredire della offensiva nemica. In ambienti militari germanici, con una valutazione non corrispondente alla gravità della situazione generale, non si escludeva che l'organizzazione a difesa dei tre abitati potesse anche costituire un e lem ento di agevolazione nel caso di un eventuale ritorno offensivo di unità italiane e tedesche verso est. Il caposaldo di Tschertkowo era, in confronto agli a ltri due, il più lontano rispetto alla nuova linea di difesa arretrata. Ad ovest di esso, l'avanzata russa aveva progredito per una profondità di circa 25 chilometri fin nella zona di Strelzowka . In quella zona unità sovietiche si fronteggiavano con -unità della 19a Divisione corazzata germanica. Si trattava di quegli stessi reparti che avevano tentato senza successo di raggiungere Garbusowskij per recare soccorso


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alle nostre unità accerchiate. Il caposaldo di Tschertkowo sottraeva al nemico la disponibilità di un importante nodo di comunicazioni e di un grosso abitato, già utilizzato come uno dei centri della organizzazione logistica dell'A.R.M.I.R.: conteneva preziose risorse di viveri, di oggetti di vestiario e di equipaggiamento di cui i nostri uomini avevano estremo bisogno. Pochi giorni prima che fosse tentata la sortita dalla sacca di Garbusowskij, erano giunti a Tschertkowo reparti italiani destinati a Grandi Unità schierate sul fronte del Don. In seguito alle infauste vicende avvenute su questo fronte, erano stati trattenuti nell'abitato e, assieme a reparti germanici, avevano creato un embrione di organizzazione difensiva. Le unità italo-tedesche accerchiate in Garbusowskij, qualora fossero riuscite a sortire dalla sacca, dovevano riunirsi al modesto presidio di Tschertkowo e dare il maggior contributo possibile alla organizzazione a caposaldo della cittadina. Conformemente agli ordini del comando del gruppo di Armate B germanico, nel pomeriggio del 23 dicembre, il generale Lerici ed il colonnello Michaelis concordarono di tentare la sortita dalla sacca di Garbusowskij nella serata dello stesso 23. Per la riuscita della sortita era stato prescelto un tratto del cerchio nemico che risultava meno fortemente presidiato. La rottura del cerchio doveva essere ·effettuata dal gruppo corazzato del maggiore Huffmann e da reparti della 298a Divisione germanica. Benché nella mattinata del giorno 23 fossi stato fe rito a d una mano dalla scheggia di un proietto di katiuscia e soffrissi per un principio di congelamento ad un piede, decisi che nella prosecuzione della ritirata verso Tschertkowo continuasse tra me e il maggiore Huffmann, nel comune interesse delle forze italiane e tedesche, quella collaborazione svolta sempre fino ad allora in ottimo, reciproco accordo. Ancora una volta, unità della Divisione "Torino" assunsero la funzione di retroguardia. Nostri nuclei, costituiti da elementi della Divisione "Torino" e "Pasubio", della aliquota della "Ravenna" e da "camicie nere", dovevano essere lasciati in alcuni tratti del perimetro del caposaldo al fine di mascherare con la prosecuzione della loro consueta attività il tentativo di sortita. Per la grave penuria di mezzi di trasporto, gran parte di coloro che in seguito alle ferite, al congelamento e a gravi forme di malat-


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tia non potevano camminare, era destinata a rimanere nelle isbe del villaggio: e vi rimase con l'assistenza di due ufficiali medici e di un cappellano. A questa dolorosa necessità - alla quale ci costrinsero le insormontabili difficoltà attraverso decisioni estremamente sofferte - ricorsero, ma in misura minore, i tedeschi, essendo ancora in possesso, al contrario di noi, di una buona disponibilità di automezzi e di slitte. L'effettuazione dei movimenti per la sortita dalla sacca di Garbusowskij iniziò alle 21,30 del 23 dicembre. Le unità destinate a c:ompiere l'azione di rottura ricevettero la conferma che, nel tratto prescelto per l'azione, le posizioni nemiche erano scarsamente presidiate. I pochi centri di fuoco che vi si trovavano tentarono di contrastare il nostro movimento, ma furono subito eliminati con assalti condotti in prevalenza all'arma bianca. Oltrepassato l'abitato di Ssidorowskij - dove alcuni reparti usciti in ritardo dalla sacca raggiusero il grosso della colonna avvistammo due autoveicoli che procedevano verso di noi. Nella luce ancora incerta dell'alba sembrò che si trattasse di carri armati nemici. Due colpi diretti contro di essi da semoventi del maggiore Huffmann andarono fortunatamente a vuoto: subito dopo infatti si poté riconoscere che si trattava di autocisterne russe che, subito catturate da autoblindate tedesche, rappresentarono per noi una insperata risorsa essendosi rivelate cariche di carburante, di olio e di grasso. Si alleviarono così le nostre preoccupazioni per la carenza di carburante; i mezzi corazzati germanici erano infatti vicino all'esaurimento e il maggiore Huffmann aveva già deciso di abbandonare una parte dei suoi semoventi per poter disporre del carburante ancora contenuto nei serbatoi. Nella giornata del 24, ebbe luogo la prosecuzione della ritirata. Giunti a Gussew, aerei tedeschi lanciarono dei contenitori con proietti. Dopo Gussew, si puntò su Mankowo giungendo nei suoi pressi nel pomeriggio dello stesso 24. Mankowo, grosso abitato in posizione dominante sulla strada verso Tschertkowo, risultò occupato da forti contingenti sovietici. Mentre si considerava la necessità di deviare il nostro movimento verso sud-ovest e di raggiungere Tschertkowo aggirando l'occupazione nemica di Mankowo, pervenne dal comando del Gruppo di Armate B l'ordine di puntare a sud, su Scheptuchowka, dove avremmo trovato un altro gruppo corazzato al comando del colon-


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nello van Liman assieme al quale dovevamo proseguire verso Tschertkowo. Questo ordine, casualmente in accordo con la nostra intenzione di non impegnarci in logoranti combattimenti con l'occupazione nemica di Mankowo, ebbe inizio di esecuzione nella stessa serata del giorno 24. Giunti prima dell'alba del 25 in prossimità di Scheptuchowka, avemmo la sorpresa di trovare, come era avvenuto a Garbusowskij, anziché delle unità tedesche, reparti sovietici rinforzati da pezzi controcarro di modesta consistenza: attaccati da elementi di testa del gruppo di Huffmann, vennero rapidamente eliminati. Ad azione conclusa, durante una breve sosta, mentre il maggiore Huffmann conversava con me circa gli sviluppi della ritirata, un colpo di fucile, proveniente dall'abitato appena conquistato, ferì l'ufficiale tedesco al ventre. Nel cedere il comando, il maggiore raccomandò al suo successore di mantenere sempre inalterato lo spirito di collaborazione nei miei riguardi, anche se il gruppo aveva ormai perduto buona parte della sua efficienza. A Scheptuchowka ci vennero incontro alcuni carri armati tedeschi provenienti da Tschertkowo. Assieme ad essi puntammo su questa cittadina, dove la testa della colonna giunse a tarda sera. Altri reparti italiani e tedeschi, che facevano parte del grosso della colonna, continuarono ad affluire a Tschertkowo il giorno 26 e, per gli allungamenti che si erano creàti, anche il giorno 27. Successivamente, i ritardatari si :videro preclusi gli accessi all'abitato da unità russe accorse ad accerchiarci in una nuova, terza sacca. I reparti che riuscirono a raccogliersi in tempo nella cittadina · erano oramai decimati. La forza delle unità italiane, inizialmente di 20.000 uomini circa, ne contava arami poco meno di 8.000: 300 circa, non tutti efficienti, appartenevano all'aliquota della Divisione "Ravenna". Dei superstiti delle unità italiane solo 1.600 disponevano di armi e di munizioni e circa 2.000 erano feriti, congelati ed ammalati di varia gravità. Fra i congelati anche il generale Rossi, costretto a cessare dalle sue funzioni di comandante della fanteria della Divisione "Torino".


CAPITOLO XII NELLA SACCA DI TSCHERTKOWO: DICEMBRE 1942 - GENNAIO 1943 La sistemazione difensiva di Tschertkowo, prima del nostro a rrivo, comprendeva un settore presidiato da unità germaniche ed uno, meno ampio, occupato da unità italiane. Il settore tedesco disponeva d i due battaglioni di fanteria largamente forniti di armi automatiche. Sul loro fronte erano inseriti due nuclei di cacciatori dei gruppi di cc.nn. "Montebello" e "Tagliamento". Nel settore italiano erano schierati, al comando del tenente Virginio Manari del 3° reggimento bersaglieri, due compagnie del genio e una compagnia costituita da personale destinato al quartier generale della Divisione "Celere". La forza complessiva di queste unità era di circa 500 uomini alle quali, per l'eventuale sostegno, la difesa di Tschertkowo era in grado di offrire pochi pezzi di artiglieria e un gruppo corazzato germanico con 30 carri armati. Fin dalla mattina del giorno 26 le unità italiane e tedesche giunte da Garbusowskij posero mano al potenziamento difensivo dell'abitato. Nel settore già presidiato da truppe italiane furono delimitate due zone cui vennero destinati quali comandanti il colonnello Casazza dell'80° fanteria e il maggiore Mombelli del 201° artiglieria d'Armata. Entro queste zone, e fra esse, si andarono effettuando graduali spostamenti di uomini in modo da eliminare, o ridurre nei limiti del possibile, i frammischiamenti creati nelle lunghe marce e durante i combattimenti. Man mano che il riordinamento delle unità procedeva, si faceva strada la possibilità di dare un contributo alla efficienza delle truppe in linea. La loro forza, dopo pochi giorni dal nostro arrivo, poté essere portata ad un totale di 1.350 uomini, compresi quelli di un reparto di formazione della "Ravenna". Con gli uomini validi e armati rimasti disponibili dopo il contributo dato al presidio delle nostre posizioni difensive, si provvide a formare, al comando del tenente colonnello Tromba della Divisione "Ravenna", una riserva di sei compagnie con orientamenti


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d'intervento sia a favore del settore italiano che di quello tedesco. Inoltre, nuclei di nostri uomini, tutti volontari, messi a disposizione del comando germanico, ebbero il compito di cooperare con i suoi semoventi. Anche gli elementi più o meno validi del personale disarmato dettero il loro contributo alla vita e alla efficienza del caposaldo concorrendo nella effettuazione dei lavori di sistemazione difensiva e nel disimpegno di servizi vari, tra cui, in particolare, l'assistenza ai numerosi feriti e congelati. Il problema dell'assistenza costituì il lato più angoscioso della nostra situazione nel caposaldo di Tschertkowo e si aggravò a tal punto da impedire la benché minima possibilità di fronteggiare le gravi e insormontabili difficoltà. Ho accennato che, al nostro arrivo nell'abitato, avevamo circa 2000 feriti e congelati; altrettanti ne avevano i tedeschi. Per circa 700 dei nostri congelati occorreva un urgente intervento chirurgico per cancrena; ma i medici erano pochi, sei in tutto, e la loro opera era insufficiente sebbene si prodigassero con grande spirito di abnegazione sotto la guida dell'infaticabile capitano medico Temistocle Ruocco, che aveva sostituito il tenente colonnello Paraninfo, caduto a Garbusowskij, nella funzione di capo ufficio sanità del comando della Divisione "Torino". Per rendere più agevole l'opera di assistenza e la cura dei feriti, dei congelati e degli ammalati si provvide a concentrarne buona parte in un grande edificio scolastico cbe ebbe il nome, ma solo il nome, di ospedale. Il rimedio adottato, se rendeva meglio utilizzabile l'opera dei pochi ufficiali medici, non evitò che i ricoverati si trovassero in una situazione sempre più drammatica per l' aggravarsi di giorno in giorno delle loro condizioni, per il limitato rendimento del personale infermieristico improvvisato e in seguito alla carenza di materiale sanitario e alla grave insufficienza di servizi igienici. I ferri chirurgici erano quasi completamente,mancanti. Con comuni coltelli venne tentato qualche intervento di limitata importanza, spesso senza la possibilità di portarlo a termine. Per le disinfezioni bisognava ricorrere alle scarse disponibilità di cognac e le fasciature erano praticate con strisce di stoffa ricavate da indumenti vari. Dopo assillanti richieste di soccorso presso il comando del1' A.R.M.I.R. ed il comando del Gruppo di Armate B, vennero effettuati da aerei alcuni lanci di medicinali e di materiale per le medicazioni, purtroppo in quantità irrisorie rispetto alle reali necessi-


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tà. Si cercò di sgombrare alcuni feriti e congelati particolarmente gravi - fra i quali il generale Rossi e il maggiore Huffmam1 fruendo di aerei in grado di atterrare in un campo di aviazione di fortuna. A questo tenue aiuto si dovette presto rinuciare, quando il campo d'aviazione divenne obiettivo di offese nemiche. Il comando dell' A.R.M.I.R . contava di dare maggiore aiuto con l'invio a Tschertkowo di una autocolonna, che si sapeva avrebbe dovuto portare tra l'altro, materiali di sanità ed effettuare, al ritorno, lo sgombero dei feriti e dei congelati. Purtroppo l'autocolonna, giunta a Belowodsk, a circa 60 chilometri da Tschertkowo, non poté proseguire: la via era sbarrata da forze nemiche. Il 29 dicembre, giunsero in aereo a Tschertkowo il generale d'aviazione Mario Pezzi e il colonnello medico Bocchetti, direttore del centro ospedaliere di Woroschilowgrad. Il generale Pezzi consegnò da parte del generale Garibaldi il messaggio che in un primo tempo era stato affidato al comandante della autocolonna fermata nei pressi di Belowodsk: «Desidero mandare a te e a tutti gli italiani che sono con te il mio plauso ed il mio saluto con la prima autocolonna che vi collega nuovamente via terra. È necessario che tutti gli uomini validi rimangano sul posto per mantenere le attuali posizioni in stretta collaborazione con i tedeschi. Sarà questo il degno coronamento a quanto avete finora fatto e nuovo titolo cli onore e di orgoglio per voi tutti». Quando il colonnello medico Bocchetti, mandato dal generale Gariboldi perché prendesse personale conoscenza della situazione sanitaria a Tschertkowo e delle necessità di soccorso per i feriti e i congelati, ebbe assolto il suo compito, unitamente al generale Pezzi, ripartì in aereo per Woroschilowgrad; ma non giunse mai a destinazio,ne. E la sua sorte, legata all'aereo che aveva suscitato tante speranze, rimase chiusa per sempre nel mistero. La disponibilità di munizioni, oramai ridotte a limitate dotazioni individuali senza alcuna riserva, rappresentava un altro assil~ lante problema per noi. Il comando dell' A.R.M.I.R. provvide ad effettuare dei lanci di cassette con munizioni per anni portatili; potemmo conquistare altre munizioni, in limiti modesti, con colpi di mano sui posti avanzati sovietici dai quali si riuscì ad asportare armi e munizioni italiane di cui il nemico si era impossessato durante la nostra ritirata. Il problema del rifornimento di viveri, di oggetti di vestiario e


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di equipaggiamento offri minori preoccupazioni per la provvidenziale esistenza nella cittadina di magazzini dell'Intendenza. Una parte delle loro disponibilità andò inizialmente perduto per l'uso incontrollato da parte dei primi superstiti della nostra lunga e sofferta ritirata entrati in Tschertkowo affamati e con scarpe completamente consunte. Le truppe tedesche ne depredarono un'altra parte, e il resto andò distrutto in locali colpiti dai russi con proiettili incendiari. Di conseguenza, si dovette attuare una lunga opera di riassetto dei magazzini, provveddere alla loro sorveglianza, disciplinare la distribuzione dei viveri e di materiali vari. A questa distribuzione il maggiore di artiglieria Castelli prestò la sua opera con la collaborazione del tenente di commissariato Ponzetti. I viveri disponibili il 1° gennaio 1943 nei magazzini, integrati da bovini requisiti sul posto, e da generi di conforto lanciati da nostri aerei, ci consentivano il sostentamento per circa un mese. Tuttavia gravava su di noi l'incognita della durata della nostra posizione di assediati. Provvidenzialmente, dopo il 1° gennaio, questa situazione si protrasse soltanto per altri 15 giorni; sicché il servizio di vettovagliamento poté svolgersi con sufficiente regolarità fino al termine dell'assedio. L'opera di sistemazione difensiva e quella di assistenza ai numerosi feriti, congelati e ammalati si svolse in condizioni di estrema difficoltà a causa del continuo logoramento degli uomini e dei mezzi dovuto all'incessante attività' delle forze che ci accerchiavano. Iniziata prima del nostro arrivo a Tschertkowo, era stata validamente contenuta dalle unità che già presidiavano la cittadina. Si sviluppò successivamente con pressione e impeto crescenti man mano che il nemico riceveva rinforzi e potenziava l'assedio del caposaldo. Le nostre posizioni difensive ed i loro rovesci furono tenuti, di giorno e di notte, sotto tiri da terra e bombardamenti da aerei. Subimmo continue e dolorose p erdite, distruzioni di materiali e danni alle abitazioni adibite al ricovero di truppe e di comandi. La precisione con cui queste strutture erano centrate da tiri nemici mentre non lo erano quelle utilizzate dalla popolazione locale rendeva evidente l'esistenza di una occulta e difficilmente controllabile rete di informatori. Il 26 dicembre i russi colpirono la sede del comando del settore italiano il cui comandante colonnello Manari, gravemente ferito, mori nella notte del 1° gennaio 1943; lo sostitul il maggiore Cesare


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Massone dell'80° fanteria, il quale si prodigò nell'assolvimento del suo compito sebbene soffrisse di ferite ad una mano e a un ginocchio. Il 5 gennaio, l'artiglieria sovietica colpì l'edificio adibito ad ospedale procurando gravi perdite fra i ricoverati; e la morte di un ufficiale medico ridusse ancora di più il già sparuto gruppo che assisteva i nostri degenti. Il nemico, oltre alla sua metodica e insistente azione di logoramento, fra il 26 dicembre 1942 e il 9 gennaio 1943, sferrò violenti attacchi con largo impiego di katiusce, mortai e artiglierie e sovente con l'appoggio di mezzi corazzati. Il 26 e il 28 dicembre, e specialmente il 28, gli attacchi, condotti con particolare impeto, vennero tuttavia contenuti e respinti. Il 4 gennaio, truppe della 298a Divisione tedesca, con la partecipazione di volontari italiani, presero l'iniziativa di un attacco contro un settore del lato occidentale del cerchio nemico con l'intento di congiungersi alle forze della 19a Divisione corazzata germanica, che da Strelzowka tentava ancora una volta di avanzare verso est, e di sbloccare la strada verso Tschertkowo. Gli attaccanti, dopo un successo iniziale, furono violentemente contrattaccati ecostretti a ripiegare sulle posizioni di partenza. La reazione nemica si estese subito dopo contro buona parte del perimetro del caposaldo, premendo con particolare vigore contro il settore tenuto dalle truppe italiane. Ma la tenace resistenza dei difensori valse a mantenere ancora inviolate le nostre posizioni. Altri attacchi, tutti respinti, vennero sferrati dai russi nei giorni 5, 7, 9 gennaio. Nei giorni precedenti, avevamo appreso dalle intercettazioni di radiogrammi dell'Alto Comando russo che una colonna sovietica in movimento sul Millerowo era stata dirottata su Tschertkowo per concorrere ad impedire, con un attacco risolutivo, la sopravvivenza del nostro caposaldo. I russi si valsero del1' arrivo di questa colonna per sferrare l'attacco del giorno 9. Nel corso dell'azione, dieci carri armati russi audacemente impiegati si spinsero sulle nostre posizioni, le superarono e penetrarono nell' abitato . Di essi, otto vennero colpiti e resi inefficienti da pezzi tedeschi controcarro, due trovarono scampo nella fuga . L'attacco del 9, malgrado l'accanimento col quale venne condotto, si concluse, come già quelli dei giorni precedenti, in un insuccesso delle forze sovietiche. Nel corso delle azioni nel caposaldo di Tschertkowo, oltre al comportamento eroico dei fanti, degli artiglieri e del personale di


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minori unità e dei servizi, svolsero particolare, preziosa opera di collaborazione - sia con la normale attività di Istituto sia col frequente impiego in linea come combattenti - i carabinieri della Divisione "Torino" al comando del sottotenente dei CC Attilio Boldoni, già distintosi nei precedenti sviluppi della ritirata. In generale Gariboldi fece giungere il suo elogio per il valoroso comportamento delle nostre truppe; ribadì l'ordine di difendere ad oltranza il caposaldo e comunicò che presto, per disposizione del comando del Gruppo di Armate B, forze corazzate germaniche a vrebbero fatto un nuovo tentativo di avanzata dalla zona di Strelzowka su Tschertkowo per realizzare lo sblocco della via di comunicazione tra i due abitati. Dopo il 9 gennaio, i russi cessarono i loro attacchi. Si limitarono ad effettuare a zioni di bombardamento con artiglierie e mortai ed a intensificare i tiri con proietti incendiari. Sembrò che essi, per non logorarsi maggiormente, rinunziassero ad azioni di forza e preferissero attendere una resa per ec;;aurimento delle nostre possibilità di vita nel caposaldo assediato. Il mattino del giorno 15, il comandante della 298a Divisione tedesca comunicò al generale Lerici che il peggioramento della situazione generale aveva indotto il comando del Gruppo di Armate B a revocare 1' ordine di difesa ad oltranza del caposaldo e a consentire che le unità italiane e germaniche assediate tentassero di effettuare la sortita dalla sacca. La fun zione integratrice della linea di difesa arretrata, che era stata affidata al caposaldo di Tschertkowo, non aveva più ragione d'essere in seguito a gli sfavorevoli avvenimenti sulla sinistra dello schieramento dell' A.R.M.I.R. nel settore del Corpo d'Armata alpino. Il tentativo di sortita doveva essere effettuato a cominciare da lla sera del giorno 15. Sarebbe stato agevolato da una nuova azione, già in corso, della 19a Divisione corazzata germanica. Senonché, il pomeriggio del 15 venivamo informati che le forze sovietiche avevano ancora una volta bloccato i tentativi di avanzata della 19a Divisione. Si doveva perciò tentare la sortita dal caposaldo assediato facendo assegnamento solo sulle nostre possibilità operative. Le unità della 19a, pur non avanzando sulla via di Tschertkowo, avrebbero dato una indiretta collaborazione tenendo impegnate le forze russe che le fronteggiavano a Strelzowka, specie quando si fosse giunti alla fase critica dello scavalcamento da tergo di tali unità.


CAPITOLO XIII SORTITA DALLA SACCA DI TSCHERTKOWO E RITIRATA A TERGO DI POSIZIONI ARRETRATE TEDESCHE: GENNAIO 1943 In armonia con le disposizioni date dal comando del Gruppo di Armate B circa la sortita dalla sacca di Tschertkowo ed il suo coordinamento con 1' azione della 19a Divisione corazzata tedesca, il generale Lerici ed il colonnello Michaelis disposero che il tentativo di rottura dell'accerchiamento nemico avesse inizio a lle ore 20 del giorno 15 con obiettivo Strelzowka. Una volta scavalcate da tergo le forze sovietiche, che a Strelzowka fronteggiavano unità della 19a Divisione germanica, si doveva proseguire sotto la protezione di queste unità su Belowodsk e subito dopo su Starobels dove erano in funzione nostri comandi di tappa. All'ora stabilita, le unità italiane e tedesche, rinforzate da carri armati ancora efficienti, iniziarono le operazioni per la sortita dalla sacca. Precedevano unità germaniche ed i superstiti della Divisione "Torino" e della aliquota della "Ravenna". Seguivano altre unità tedesche affiancate alle rimanenti forze italiane . A tergo dovevano muovere, con funzioni di retroguardia, due battaglioni tedeschi con organici ridotti: essi tuttavia non presero mai posizione nel nostro dispositivo e la loro funzione rimase affidata a nostri reparti. Gli uomini atti a far fronte agli attacchi sovietici dovevano dare protezione a quanti, feriti e congelati, avevano potuto trovare posto nei pochi mezzi di trasporto e ad altr i, disarmati ma tuttora validi, ancora in grado di camminare. A Tschertkowo ci trovammo di nuovo - noi e in minor misura i tedeschi - a dover affrontare la tremenda decisione, purtroppo senza alternative, di dover abbandonare i nostri soldati invalidi nell'ospedale e nelle isbe con l'assistenza di un m edico e di un cappellano, rimasti volontariamente nella cittadina. La sortita fu avviata dal settore sud del caposaldo, mentre il nemico vigilava soprattutto in corrispondenza del settore ovest:


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nello stesso tempo alcuni nostri nuclei continuavano a sviluppare, come già a Garbusowskij, le abituali, saltuarie azioni di fuoco per celare al nemico quanto più possibile l'effettuazione della nostra azione (cart. 11). Inizialmente non incontrammo gravi ostacoli. Gli elementi russi direttamente interessati svolsero modeste reazioni, subito represse. Poco dopo, i sovietici svilupparono con artiglierie e mortai un vivace bombardamento su tratti periferici dell'abitato, e impegnarono nostri reparti in combattimenti di limitata importanza e di breve durata, senza ripercussioni apprezzabili sulla prosecuzione dei nostri movimenti. Dopo 6 chilometri circa di percorso, si tentò di volgere verso ovest e di puntare su Strelzowka seguendo il corso del Kamjschnaja ma senza successo per il sopraggiungere di forze nemiche sulla nostra destra. Dopo averle respinte, proseguimmo, nella giornata del 15 e per tutta la notte sul 16, verso sud-ovest, in direzione di Lofiskaja. Poi verso l'alba convergemmo a nord-ovest in direzione di Strelzowaka. Ma ben presto forze russe intecettarono i nostri movimenti e attaccarono violentemente le unità germaniche di testa: contrattaccate e respinte, causarono però sensibili perdite alla parte tedesca. Giunti presso Strelzowka, altre unità russe con l'appoggio di carri armati e aerei sferrarono un nuovo, più aspro attacco contro il fianco sinistro del dispositivo italo-tedesco riuscendo a spezzarlo in due tronconi e creando così una situazione di crisi, fortunatamente di breve durata. Con l'impiego di reparti rinforzati da carri armati tedeschi e soprattutto con l'intervento di una squadriglia di stukas, che con azioni spettacolari distrusse una decina di carri armati russi, si poté ricostituire l'unità del dispositivo e proseguire su Strelzowka, dove il giorno 16 trovammo finalmente la protezione di unità della 19a Divisione corazzata germanica. Al termine della ritirata da Tschertkowo a Strelzowka, resa tortuosa e lunga per i nostri ripetuti tentativi di evitare logoranti combattimenti, i superstiti delle nostre unità erano estenuati e in assoluta necessità di r iposo. La sosta tuttavia non poté aver luogo: pur trovandoci oramai fuori dalla zona che i russi, avanzando a ovest del Don, avevano sottratto alla nostra occupazione, una pausa di riposo non sarebbe stata priva di pericoli dato il frammentario e poco consistente schieramento delle unità della 19a Divisione tedesca. Una simile situazione ci costringeva a proseguire senza sosta e a continuare il nostro cammino verso Belowodsk.


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Durante il percorso, subimmo notevoli perdite: all'inizio, infatti, il nemico ci bersagliò con intensi tiri di mortai, specie quando dovemmo risalire il ripido pendio scoperto che fiancheggiava la destra del Kamjschnaja; successivamente, si aggiunse la vivace azione svolta da numerosi partigiani isolati o riuniti in picc nuclei. Nell'ultimo tratto del movimento, un aiuto venne dagli autocarri e dalle autoambulanze inviate dal comando di tappa di Belowodsk per il trasporto di coloro che stentavano a procedere: ma, a questo punto, si rese necessario l'intervento di comandanti di vario grado . per evitare l'assalto agli automezzi destinati solamente a chi ne aveva maggior bisogno ed era più duramente provato. A Belowodsk giungemmo nella notte sul 1.7. Uomini che nella lunga e penosa marcia si erano trascinati a fatica continuarono ad affluire durante tutta la mattina del 17. Le unità raccolte a Belowodsk erano l'ombra di quelle uscite un mese prima dalla sacca di Popowka. I 20.000 uomini chiusi in quella sacca si erano ridotti a 8.000; allorché giungemmo a Tschertkowo, ammontavano a circa 6 .300 quando ne uscimmo e a circa 5.500 una volta raggiunta Belowodsk. La divisione "Torino" subì perdite particolarmente gravi: degli 11.000 uomini in organico all'inizio della ritirata ne poteva contare solamente 1.200 a Belowodsk. Pure sensibilissime le perdite dell'aliquota della Divisione "Ravenna": dei 9QO uomini di Popowka, solo 21 ufficiali e 184 fra sottufficiali e uomini di truppa raggiunsero l'ultima tappa della ritirata. Il mattino dello stesso giorno di arrivo a Belowodsk, i superstiti del sanguinoso dramma, tutti esausti ed in molta parte feriti, congelati o ammalati, furono trasportati, con il premuroso interessamento del generale Carlo Biglino, intendente dell' A.R.M.I.R., a Starobelsk da dove vennero avviati nelle retrovie in luoghi di cura e di riposo. Si concluse così l'odissea che, dopo la cruenta battaglia sul Don, ebbe inizio nella sacca di Popowka. Rappresentò un miracolo di audacia e di tenacia se, pur subendo gravissime perdite e pur dovendo operare con scarsissimi mezzi fra enormi difficoltà, si poté portare onorevolmente a compimento l'ardua, disperata manovra di ritirata attraverso territori nei quali dilagavano imponenti forze nemiche agguerrite, bene armate ed appropriatamente equipaggiate.


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Il superamento degli ostacoli, la realizzazione delle sortite dalle tre sacche di Popowka, di Garbusowskij e di Tschertkowo e infine il nostro ricongiungimento con unità amiche su posizioni arretrate costituirono dei traguardi resi possibili dal valore e dalla abnegazione di gregari e comandanti che si dimostrarono capaci di dare un significato concreto, ponendolo al di sopra delle circostanze drammatiche, al senso del dovere e allo spirito di sacrificio. Fra i più coraggiosi e meritevoli, il generale Lerici svolse una saggia a zione di comando e rappresentò per tutti un esempio di serenità e di fermezza, pronto a condividere con le sue truppe ogni sorta di pericoli, i disagi e le privazioni. Per quanto riguarda la collabora zione con i tedeschi, occorre sottolineare la cordiale intesa intercorsa con il comandante della 298a Divisione corazzata, colonnello Michaelis che, nel campo tattico, riuscì abilmente a procurare vantaggi per entrambe le parti. Nel quadro di questa collaborazione italo-tedesca, l'opera svolta a fav ore delle unità italiane dal gruppo cora zzato del maggiore Huffmann assunse particolare rilievo: la sua collaborazione ci consentì sovente di risolvere nostre difficili, drammatiche situazioni. Su mia proposta, questo bravissimo ufficiale fu poi insignito della medaglia d'argento al valer mili tare. Purtroppo al clima di collaborazione e di solidarietà realizzato a livello dei comandi di Divisione, non sempre corrispose un analogo comportamento da parte di comandanti in sottordine e di gregari tedesch i. Non sempre essi si resero conto dello straordinario apporto fornito dalle unità italiane allo sviluppo della manovra di ritir ata, e spesso operarono duramente, a danno delle nostre truppe, un sistema tico accaparramento di quanto poteva servire non sono a comba ttere ma anche a sopra vvivere.


CAPITOLO XIV COMBATTIMENTI SUL DONEZ: GENNAIO 1943

Nel pomeriggio del 17 gennaio, dopo essermi assicurato che tutti gli esausti superstiti dell'aliquota della Divisione "Ravenna" ai miei ordini erano stati fatti proseguire in zona di retrovia, mi trasferii a Woroschilowgrad assieme al generale Lerici, il quale, colpito agli arti inferiori da congelamento, dovette proseguire verso Dniepropetrowskij per essere ricoverato nell'ospedale di riserva n. 1. Ripresi il comando della fanteria della "Ravenna" dopo aver raggiunto a Samsonoff, sul fronte del Donez, il comando della Divisione nel pomeriggio del giorno 18 gennaio. Ho accennato in precedenza a ciò che era rimasto del grosso della Divisione dopo le dure vicende affrontate sul Don e tra il Don e il Donez ed alla eccessiva ampiezza del settore sul Donez che il generale Fretter Pico aveva affidato alla "Ravenna". Fiancheggiavano la Divisione il gruppo corazzato Kreysing a sinistra e la 304a Divisione germanica, in via di riordinamento, a destra (cart. 10 a pag. 385). Il mattino del giorno 19, il generale Fretter Pico, consapevole della difficile situazione della "Ravenna", ordinò che, a partire dalle ore 12 dello stesso giorno, la Divisione cedesse alla 304a tedesca il tratto di destra del proprio fronte compreso tra Boliskol Sukhodol e la foce del Bol Kamenska riducendo, di conseguenza, da 45 a 30 chilometri l'ampiezza del nostro settore e consentendo di ritirare dalla destra dello schieramento il I battaglione del 37° fanteria e di disporlo in riserva divisionale. Dell'ordine dato dal generale Fretter Pico non si poté trarre immediato vantaggio, perché il riordinamento della 304a Divisione tedesca richiese più tempo del previsto. L'afflusso di unità di questa Divisione sulla nostra destra avvenne gradualmente nei giorni 20 e 21 gennaio: solo allora fummo nelle condizioni di effettuare il disimpegno dalla prima linea del I battaglione del 37°. . Unità sovietiche attestate sulla sinistra del Donez sottoposero, nella giornata del 19 gennaio, i nostri presidi a ripetuti bombarda-


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menti ed a azioni condotte con piccoli reparti e con nuclei di partigiani. Tra il finire del 19 ed il mattino del 22, effettuarono inoltre una serie di attacchi preparati con violenti tiri di artiglieria e di mortai, condotti con forze notevolmente superiori alle nostre. Il primo di questi attacchi, sferrato contro la compagnia che occupava il villaggio di Kruschilowka, consentì ai russi con un battaglione rinforzato da contingenti di partigiani di accerchiare l' abitato. La nostra compagnia si difese accanitamente e tenne testa agli attaccanti dalla tarda sera del 19 a tutta la notte sul 20. Alcuni nostri reparti, inviati per rinforzare il presidio accerchiato, furono intercettati e respinti. Alle ore 4 del 20, sotto l'imminente pericolo di essere sommersi dalle soverchianti forze nemiche, i superstiti della compagnia del II battaglione del 38° si aprirono un varco combattendo anche all'arma bianca e ripiegarono su Ivankowka. Sucéessivamente, dopo essere stati riordinati, ricevettero l'ordine di affiancarsi quale rinforzo al presidio di Iljewka. Sul finire del giorno 20 e per tutta la notte sul 21, il nemico effettuò un secondo attacco contro la compagnia del III battaglione del 38° che presidiava l'abitato di Dawidowa. L'azione riuscì ad essere contenuta con il concorso di truppe della riordinata 304a Divisione tedesca che si accingevano a sostituire le unità di destra del nostro schieramento. Pure nella notte sul 21, mentre ei:,a in corso l'attacco contro il presidio di Dawidowa, i sovietici svilupparono un terzo attacco contro la compagnia di sinistra del II battaglione d.el 38° fanteria e contro la compagnia germanica che occupava l'abitato di Makaroff. L'azione russa, condotta da due battaglioni del 889° reggimento rinforzati da numerosi nuclei partigiani, permise al nemico di infrangere, dopo strenua lotta, la resistenza del tenue presidio italo-tedesco e di occupare, verso l'alba, l'abitato. I pochi superstiti, sfuyggiti alla cattura, ripiegarono su Iljewka. Un ulteriore attacco sovietico, il quarto, sferrato nel pomeriggio del giorno 21, ebbe come obiettivo la comp~gnia del 38° che occupava Iljewka. Grazie anche ai rinforzi ricevuti il giorno prima, il presidio resistette validamente e costrinse il nemico a ripiegare. Poiché si prevedeva un ritorno offensivo dei russi, nella notte sul 22 vennero fatti affluire, in rinforzo alla compagnia di Iljewka, elementi del III battaglione del 38° con il comandante, tenente colonnello Renato Lupo, incaricato di assumere la responsabilità della difesa dell'abitato.


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Alle 4, in coincidenza con l'arrivo dei nostri rinforzi, Iljewka subì un nuovo attacco da parte di due battaglioni coadiuvati da numerosi partigiani. L'abitato venne circondato, ma il suo presidio, pur subendo gravi perdite, .resistette strenuamente. La situazione di pericolo era grave. Il tenente colonnello Lupo cercò coraggiosamente di uscirne: si mise alla testa dei superstiti assediati e fece l' estremo tentativo di una sortita, ma non ebbe fortuna. I nostri, e fra essi il loro valoroso comandante, caddero coraggiosamente, falciati dal tiro di mitragliatrici e di mortai; e il nemico riuscì a occupare il villaggio. Una nostra azione, condotta nella stessa mattina del 22 con l'impiego cli due compagnie del I battaglione del 37° fanteria, al fine di sottrarre Iljewka all'occupazione nemica, non ebbe successo. Con la caduta di Kruschilowka, cli Makaroff e di Iljewka tutto il tratto di sinistra del fronte divisionale era oramai in mano al nemico. Si creava così, oltretutto, la possibilità di una grave minaccia alle spalle delle unità italiane e tedesche ancora attestate al Donez, sulla destra del tratto di fronte che avevamo perduto. Il tenente colonnello Vazio, comandante del 38° fanteria, utilizzando tutti gli elementi che era stato in grado di raccogliere e col sostegno delle nostre modeste disponibilità di mitragliatrici, di mortai e di artiglierie impedì al nemico di dilagare entro le nostre posizioni e di sfruttare il successo che aveva conseguito. Un reparto di mezzi corazzati germanici , inviati dal generale Fretter Pico in rinforzo alle superstiti forze della Divisione "Ravenna" , rese possibile la realizzazione di azioni che, sul finire del 22, portarono alla liberazione e rioccupazione di Kruschilowka. L' indomani anche Makaroff ed Iljewka ritornarono in nostra mano. Ad Iljewka, tra le atroci manifestazioni della guerra, si inserì una nota di umanità: i russi avevano raccolto i nostri feriti in alcune isbe ed accanto ad essi avevano lasciato materiali di medicazione e vodka. Ristabilita la situazione su tutto il settore divisionale, la sera del 23 giunse un marconigramma con il quale il comandante del1'A.R.M.I.R. mandava una espressione di lode per l'azione svolta dalla Divisione "Ravenna" sul fronte del Donez. Ma la "Ravenna", dopo le lunghe lotte sostenute e le gravissime perdite subite, aveva esaurito le sue possibilità operative. Nei giorni dal 19 al 23 gennaio avevamo perduto circa 700 uomini: caduti, feriti, congelati, prigionieri e dispersi, fra i quali, dei


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J'vfanlio Capizzi

tre comandanti di battaglione, uno caduto ed uno disperso in combattimento. Il giorno 25, per ordine del generale Fretter Pico, unità germaniche sostituirono sulle posizioni del Donez la Divisione che, avviata nella zona di Rowenezkaja, sostò fino al giorno 28. La sosta era necessaria non solo per dare ai reparti la possibilità di riordinarsi e di avere finalmente un breve momento di tregua, ma anche per le difficoltà nate dal caotico mescolarsi, sulla stessa via del nostro ritorno, di automezzi, biciclette, slitte e quadrupedi cui andava aggiunto il frammischiamento di unità germaniche, battute sul Don ed oltre il fiume e avviate nelle retrovie. Il giorno 29, la Divisione "Ravenna" cessò di dipendere dal generale Fretter Pico e. ritornò agli ordini del comando del II Corpo d'Armata. In tale circostanza, il bollettino n. 984 del Comando Supremo italiano segnalò quanto segue: «Il generale tedesco Fretter Pico ha fatto pervenire al comando della Divisione "Ravenna" il suo elogio per l'ottimo comportamento dei fanti che permisero di tenere il fronte fino all'arrivo di truppe tedesche e combatterono in loro collaborazione fino ad avvenuto cambio».


CAPITOLO XV

DAL DONEZ IN ZONA DI RIORDINAMENTO E RITORNO IN ITALIA: GENNAIO - MAGGIO 1943 Il 29 gennaio 1943, la Divisione "Ravenna" iniziò il suo trasferimento dalla zona di Rowenezkaja, via Stalino e Dnjepropetrowskij, alla zona di Gomel. Il viaggio per percorrere il lungo cammino avvenne parte in treno, parte con automezzi e parte a piedi. Aviazione e partigiani sovietici aggiunsero saltuarie offese alle gravi difficoltà tra le quali si svolsero i nostri movimenti. Dopo essersi raccolta nella zona di Gomel, la Divisione, tra la fine di febbraio e il principio di marzo, venne rinsanguata con elementi provenienti da altre unità del!' A.R.M.l.R .. Si prevedeva, secondo i piani dell'Alto Comando germanico, che la "Ravenna" dovesse di nuovo trovare impiego sul fronte russo. Fatto che poi non si verificò: venne pertanto deciso che la Divisione, con tutte le unità dell' A.R.M.l.R., rientrasse in Italia. Una epidemia di tifo petecchiale, che colpì soprattutto il 37° fanteria, indusse a dilazionare la realizzazione di questa decisione fino alla fine di maggio. Rientrando in Italia, la Divisione "Ravenna" lasciò sulle posizioni del Don, fra Don e Donez e sul Donez stesso, larga parte di sé. I caduti, i feriti, i menomati per congelamento, i morti per fame, freddo, malattie e inumane sofferenze, i dispersi o fatti prigionieri nel corso di sanguinose lotte o di estenuanti marce nella steppa gelata si elevarono al pesante complesso di circa 8.000 perdite sui 12.000 uomini con i quali la Divisione aveva raggiunto, un anno prima, il fronte russo. Perdite amare: rese ancora più amare dalla tragica decisione di aver dovuto lasciare sparsi e insepolti nella steppa molti dei caduti e dalla considerazione che tanti sacrifici erano stati compiuti per una guerra inutile. Pur nella convinzione di tale inutilità e nell'avversa fortuna, che coinvolse tutte le unità germaniche e a lleate schierate nel set-


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Manlio Capizzi

tore tra Woronesh e la zona di Stalingrad, i combattenti della Divisione "Ravenna" offrirono il loro alto e generoso contributo d' onore. Stremati dalla fatica e dalle privazioni e duramente provati moralmente, in condizioni di immensa sofferenza, essi raggiunsero gli estremi limiti delle umane possibilità . Furono sorretti dall'imperativo della disciplina e del dovere, dalla forza trascinatrice dal!' esempio offerto da capi di straordinaria tempra: a cominciare da quelli di minor grado e sovente dall'esempi6 di semplici gregari, indimenticabili compagni nella dura lotta, i quali rivelarono in quei tragici momenti eccezionali risorse fisiche e straordinaria fermezza morale. ¡


DOCUMENTI


L(/ Dil'isiolle "Ra1¡e1111a" in Russia

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L'ultimo rapporto del Generale Capizzi nella piazza della stazione di Alessandria prima della partenza delle tradotte per la Russia.

Il Tenente Colonnello Renato Lupo in testa al 38° fanteria attraversa il Donez su un ponte di emergenza gittato dai pontieri del 1° reggimento.


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Manlio Capizzi

I superstiti della Divisione "Ravenna" e di a ltre unitĂ dell' A.R.M.l.R. schierate nella piazza dell'abitato di Dobrusch in occasione del conferimento di ricompense al V.M. italiane e tedesche (marzo 1943).


La Dii¡isio111! "Ravenna" in Russia

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Un momento della cerimonia nella piazza di Dobrnsch: il conferimento delle decorazioni a l V.M. al Generale Capizzi da parte del comandante del II Corpo di Arm ata.

I superstiti della Divisione "Ravenna" con alla lesta i Generali Dupont e Capizzi rientrano in Alessandria al termine dell'infausta campagna di Russia.


ALLEGATI


La Divisione "Ravenna" in Russia

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ALLEGATO I GRADI E MOTIVAZIONI DELLE DECORAZIONI AL VALOR MILITARE CONCESSE ALLE INSEGNE DEI REGGIMENTI DELLA DIVISIONE "RAVENNA"

37° FANTERIA Medaglia d'Oro al Valor Militare aJla Bandiera

"In un importante settore del Don, dove già nei mesi precedenti aveva sempre stroncato ripetuti e violenti attacchi in forze, sosteneva valorosamente per più giorni l'urto di poderose masse e mezzi nemici infliggendo - con l'eroica resistenza e con gli impetuosi contrattacchi condoui a prezzo di gravi sacrifici - perdite cosi sanguinose, specie alle fanterie awersarie, da paralizzarne per più settimane ogn i capacità offensiva. Dopo circa un mese i fanti superstiti confermavano sul Donez le magnifiche doti di valore e di eroismo dei tanti camerati immolatisi sul Don. Ferreo nella resistenza, irresistibile nell'assalto, col suo sublime eroismo e col suo generoso sacrificio dava nuova prova delle insuperabili v irtù del fante d'Italia. Don - Donez. Agosto 1942 - Gennaio 1943".

38° FANTERIA Medaglia d' Oro al Valor Mil.itare alla Ban diera

"Insuperabile barriera di armi e di cuori, manteneva saldamente per sette giorni contro ripetuti violenti attacchi awersari l'importante settore affidatogli sul Don, dove già nei m esi precedenti avevq stroncato ogni velleità nemica e, di fron te all'awersario dieci volte superiore in forze e mezzi, lottava strenuamente infliggendo, col sacrificio della massa dei suo fanti, perdite tanto gravi all'awersario da paralizzare per più settimane ogni capacità offensiva della sua fanteria. Al.Donez, dopo circa un mese, i non domi superstiti confermavano, con l'eroica resistenza 'ed il travolgente contrattacco, le magnifiche doti di valore e di eroismo luminosamente dinwstrate al Don. Ferreo nella resistenza, irresistibile nell'assalto, col suo sublime eroismo e col suo generoso sacrificio dava nuova prova delle insuperabili virtù del Fante d'Italia. Don - Donez. Agosto 1942 - Gennaio 1943".


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Manlio Capizzi

121° ARTIGLIERIA Medaglia d'Argento al Valor Militare allo Stendardo "Schierato a difesa di un importante settore, nel corso di violenti attacchi condotti dal nemico con notevole superiorità di forze, cooperò efficacemente con le fanterie in perfetta fusi o ne di animi e di intenti. All'offesa nemica portata da aerei e da artiglierie contrappose sempre la sua forza distruttrice potenziata da abilità tecnica, sereno sprezzo del pericolo, sublime spirito di abnegazione. Coinvolto nell'azione delle fanterie vide i suoi eroici artiglieri gareggiare con i fanti nel contrassaltare il nemico e, con indomabile spirito di sacrificio, strappargli ripetutamente la vittoria. Don - Donez. Agosto 1942 - Gennaio 1943".


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La Dii'isione "Ravenna" in Russia

ALLEGATO 2 GRADI E MOTIVAZIONI DELLE DECORAZIONI AL VALOR MILITARE CONCESSE A BANDIERE E STENDARDI DI UNITÀ DELL'A.R.M.l.R. CON LE QUALI COOPERÒ L' ALIQUOTA CHE SI STACCÒ DALLA DIVISIONE "RAVENNA" DOPO I COMBATTIMENTI SUL DON, NEL CORSO DELLE OPERAZIONI DI RITIRATA

(motivazioni in stralcio per la sola parte che si riferisce a tali operazioni) REGGIMENTI DELLA DIVISIONE "PASUBIO" 79° - 80° FANTERIA, 8° ARTIGLIERIA

Medaglie d'Oro al Valor Militare con uguale motivazione alle Insegne "..... Rifulgeva nella successiva, logorante lotta intesa ad aprirsi un varco, ripetutamente, per vari giorni consecutivi, attraverso le imbaldanzite schiere dei mezzi corazzati accerchianti. Né le estenuanti tappe del tragico ripiegamento lungo la nevosa, gelida steppa russa, né il calvario del supremo olocausto del superstite pugno di Eroi, incalzato, braccato e falc idiato, valsero a fiaccare l'intrepido animo, il saldo cuore e lo strenuo valore che, dopo oltre un mese di contrastata sfibrante lotta, trionfavano sulla maggiore potenza dei mezzi nemici. Fronte del Don .... Arbusow - Tschertkowo. 1 Dicembre 1942 - 15 Gennaio 1943".

REGGIMENTI DELLA DIVISIONE "TORINO'' 81° FANTERIA

Medaglia d'Oro al Valor Militare alla Bandiera "..... Sopraggiunto poi l'ordine di un ripiegamento generale, s i distingueva per valore e resistenza nel sostenere e rintuz:.;:are più volte il poderoso urto nemico. Accerchiato una prima volta riusciva a rompere l'accerchiamento dopo due giorni di aspra lotta e a raggiungere con epica, ininterrotta marcia durata oltre trentasei ore, a digiuno e fra i mortali tonnenti di una bassissima temperatura, un altro arretrato caposaldo entro cui, nuovamente accerchiato, teneva fronte al nemico per ben 24 giorni. Rotto infine anche questo secondo accerchiamento, con altra eroica marcia, perduto arami complessivamente il 90% dei suoi effettivi, riusciva a congiungersi con i resti della propria Armata. La gloriosa, lacera Bandiera, come leggendaria meteora, spariva in cenere tra le fìamme nella tremenda tempesta di fuoco e del gelo. Fronte del Don ... Arbusow - Tschertkowo. Luglio 1942 - Gennaio 1943".


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lvtanlio Capizzi

82° FANTERIA Medaglia d'Oro al al Valor Militare alla Bandiera Motivazione uguale a quella della Decorazione concessa alla bandiera dell'81° fanteria con la seguente variante dell'ultimo periodo: "..... La gloriosa, lacera Bandiera, nascosta nel petto dell'eroico comandante fèrito a morte, veniva con Lui sepolta, sollo la desolata steppa nevosa., come il seme che dovrà risorgere in fiore e f,-ulto al buon sole estivo. Fronte del Don .... Arbusow · Tschertkowo. Luglio 1942. Gennaio 1943".

52° ARTIGLIERIA Medaglia d'Oro al Valor Militare allo Stendardo

"..... Avendo dovuto cedere tutta la benzina rimasta a.i carri armati alleati che scortavano la Divisione, trasformava tutti i suoi artiglieri in fanti dopo aver sacrifìcato ad uno ad uno i suoi pezzi non senza prima averli resi inefficienti. Assediato una prima volta in una zona. fortemente battuta, lanciava i superstiti all'assalto alla baionetta riuscendo a rompere il cerchio. Dopo una lunghissima marcia durata oltre 36 ore, a. digiuno, fra i m.ortali tormenti di un.a bassissima temperatura, gli artiglieri superstiti combattendo sempre come fanti, raggiungevano un altro più arretrato caposaldo entro cui, nuovamente accerchia.ti, tenevano fronte al nemico per ben. 24 giomi. Rotto infine anche questo secondo accerchiamento, i resti del reggimento, ridotti appena al 10% degli effettivi, riuscivano con altra epica marcia a ricongiungersi con i resti della propria Armata. Il glorioso Sten.dardo, colpito più volte col proprio colonnello comandante dal fiwco delle artiglierie e dei mortai nemici, brucia.va dentro l'autovettura. frantumata., sparendo così nella mischia come il simbolo di un mitico eroe transumanaw dal fuoco. Fronte del Don .... Arbusow - Tschertkowo. Luglio 1942 - Gennaio l 943".

3° ARTIGLIERIA DI CORPO DI ARMATA Medalgia d'Argento al Valor Milita1·e allo Stendardo Motivazione uguale a quella concessa alle Insegne dei reggimenti della Divisione "Pasubio". Fronte del Don .... Ar busow - Tschertkowo. Dicembre 1942. Gennaio 1943".

Sulle carte tedesche in distribuzione Arbusow è Garbusowskij .


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La Divisione "Ravenna" in Russia

ALLEGATO 3

Comando VIiia Armata Stato Maggiore-Ufficio Operazioni

Ordine del giorno d'Armata M 5 Fron te Russo, 1° Ma rzo 19,13-XXl 0

Ai Valorosi dell'Vllla Armata che rimpatriano. A voi che d()po la lotta inferna le, le fatiche, i disagi, le sofferenze della g uerra, del gelo e della steppa inosp ite tornate in Patria, il mio sal uto afféttuoso e riconoscente .

. Ricordate e raccontate: li soldatv nostro in Russia ha in ogni circostanza tenuto alto il nome · italiano, iedele alla consegna ha tenuto duro finu al lim i te delle uma ne possibilìfa ecl oltre. R.icordate e raccontate: \'Ita liano ha pagatu un tributo di sangut· che gli merita il rispetto di chiunque. Ha inflitto perd ite tali al nemico che lo ha sconcntato , impression ato, fermato. Solo un mese dopo l' inizio de l portentoso attacco condotto con enorme superiorità di mezzi, solo Un mese dopo si sono viste avanzare le sue divi . sioni d i fanteria riordinate dopo la strage sofierta ad opera delle n0stre unità ·i n linea. Furono i mezzi corazzati a valanga che pote.· rono passare e solo essi. Voi che tornale in Palria siate sempre orgogliosi di quelio che _si è fatto in Russia, ne avete diritto per la vostra coscienza, ne avete il dovere per il rispetto, 1~ riconoscenza, la ricordanza imperitura. dei nostri Caduti, per i nostri Eroi. li G e n e r a I e d' A r m a t a C o m a n d a n f ~ Italo Garlboldl


Manlio Capizzi

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ALLEGATO 4 LETTERA DEL GEN. LERICI AL GEN. CAPIZZI

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La Divisione "Ravenna" in Russia

ALLEGATO 5 MOTIVAZIONE DELL'O.M.S. CONCESSO AL GEN. MANLIO CAPIZZI

"Comandante della Fanteria di una Divisione violentemente attaccata da forze preponderanti, seguì le sorti di parte delle truppe staccate dal grosso, rendendosi guida efficace. Unitosi nel ripiegamento a colonna di altra Divisione, fece rifulgere, anche nei momenti più epici e drammatici, eminenti qualità personsali permeate da sereno ottimismo ed efficace esempio. Uscito miracolosamente, con geniale sortita, da caposaldo accerchiato, malgrado ferita e congelamento, saputo che la sua Divisione era in linea in altro settore, rifìutando cure e riprese, vi si recava immediatamente, continuando la sua opera di capo e collaboratore, destando in tutti grande ammirazione, con sicuro sensibile vantaggio dell'effìcienza della Divisione. Esempio luminoso di capo valoroso e trascinatore". Fronte Russo, dicembre 1942 - febbraio 1.943. R.D. n. 302 del 9 giugno 1943.


PIERO ZAVATTARO ARDIZZI

DIARIO (8.9.1943-18.3.1945) PREFAZIONE Un diario come quello che di seguito viene riprodotto - tratto dagli inediti dell'Archivio dell'Ufficio - assume un particolare valore per la complessità del periodo storico in cui si inquadra. L'Ufficio Storico dell'Esercito ha già pubblicato una esaustiva monografria sulla campagna di Jugoslavia (cfr. S. L01, Le operazioni delle Unità italiane in Jugoslavia (1941-1943), Roma 1978) ed alcuni fondamentali contributi sulla partecipazione dei militari alla Guerra di Liberazione1 ed alla Resistenza all'estero2 • La testimonianza dell'allora capitano Piero Zavattaro Ardizzi, ben si colloca dunque in questo filone di ricerche e studi segnalandosi per precisione di contenuto e immediatezza di valutazione; la qual cosa consente di rivivere direttamente il clima, le situazioni, i sentimenti, le difficoltà, i sacrifici di uno scorcio travagliato e duramente sofferto, ma poco conosciuto delle vicende militari italiane in terra straniera nel secondo confiitto mondiale: un armistizio senza una preventiva preparazione psicologica ed organizzativa, un rovesciamento delle alleanze che - comunque si giudichi - aprì una lunga serie di peripezie e sofferenze, soprattutto per quei soldati che si trovavano al di fuori del territorio nazionale. Piero Zavattaro Ardizzi (Firenze 1918 - Roma 1977) entrò come allievo nel collegio militare di Roma nel 1933 e nell'Accademia dì Fanteria e Cavalleria di Modena nel 1936.

1 Cfr. G. CoNTI, Il Primo Raggruppamento Motorizzato, Roma; A. LANFALONl, L'azione dello Stato Maggiore Generale per lo sviluppo del movimento di liberazione, Roma 1975; M. TORSIELLO, Le Opera zioni delle Unità italiane nel settembre-ottobre 1943, Roma 1975; S. E. CRAPANZANO, Il Corpo Italiano di Liberazione (aprile-settembre 1944) - Narrazione - Documenti, Roma 1950; S. E. CRA.PANZANO, I Gruppi di Combattimento - Cremona-Friuli-Folgore-Legnano-Mantova-Piceno (1944-1945), Roma 1951, 1973; L. Lo1.1.10, Le Unità ausiliarie dell'Esercito italiano nella Guerra dì Liberazione - Narrazione-Documenti, Roma 1977; E. SCALA, La riscossa dell'Esercito, Roma, 1948; AA.W., La Guerra di Liberazione - Scritti nel Trentennale, Roma 1976 e 1979. 1 S . Lo1, La Brigata d'Assalto Italia, Roma 1985.


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Piero Zavattaro Ardizzi

Nominato sottotenente nel 1938, dopo aver frequentato la Scuola di Applicazione, venne assegnato al 4° Reggimento alpini (1940), battaglione "Val Baltea" con il quale prese parte alle operazioni sul fronte occidentale. Con il battaglione alpino "Jntra" partecipa alle operazioni in Albania (1940-41) e in Croazia (1942) dove viene promosso Capitano. Dall'll ottobre 1943 all'B marzo 1945 fa parte delle formazioni partigiane italiane operanti nei Balcani in qualità di Comandante del battaglione alpini "Taurinense" (11.10.1943 - 4.3.1944), è ufficiale di collegamento con le unità dell'esercito popolare di liberazione jugoslavo (5.3.1944 - 6.7.1944) e comandante nella Divisione partigiana italiana "Garibaldi" (6.7.1944 - 8.3.1945) che opererà contro i tedeschi a fianco dell'esercito di Tito. Maggiore nel 1949 e Tenente Colonnello nel 1954, prestò servizio presso il 6° Reggimento alpini, il Comando Militare Territoriale di Firenze, il 5° Reggimento alpini, la brigata "Orobica". Promosso Colonnello nel 1957 fu addetto militare e aeronautico presso l'Ambasciata d'Italia a Berna dal 1956 al 1959. Al termine di questo incarico assunse il Comando del 7° Reggimento alpini per essere poi trasferito presso il Comando della Scuola di Guerra in qualità di insegnante (1960). Generale di Brigata nel 1962 è Comandante della Brigata "Julia" dal 1963 al 1965; viene successivamente a~segnato al V Comando Militare Territoriale della Regione Nord-Est e quindi trasferito presso il Comando Forze Terrestri Alleate Sud-Europa. Nel 1966 torna alla Scuola di Guerra, dapprima come Comandante del corso superiore di Stato Maggiore e, in seguito, promosso divisionario nel 1967, quale Vice Comandante della stessa fino al 1969. Nel periodo 1969-1970 regge il Comando delle Truppe "Carnia Cadore"; al termine di questo incarico viene promosso Generale di C.A. e nominato Comandante della Scuola di Guerra. Nel 1974, assume il Comando del IV Corpo d'Armata Alpino e nel 1976 è Presidente del Consiglio Superiore delle Forze Armate e Presidente della sezione Esercito del Consiglio stesso. Le numerose decorazioni meritate in pace e in guerra 3 testimo-

3

Tra le p iù importanti decorazioni dell'Ufficiale ricordiamo: I MAVM, 4 MBVM, 3 Croci al Merito di Guerra, 1 Medaglia di benemerenza per i volontari della 2a G.M ..


Diario (8.9.1943- 18.3.1945)

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niano al tempo stesso la passione e la professionalità di un ufficiale che già appartiene alla storia e il Diario qui pubblicato ne è fedele e non secondaria testimonianza.


DIARIO DALL'8.9.1943 AL 18.3.1945 1.

D OPO L'ARMISTIZIO

8 Settemhre - Il Battaglione Jntra è accampato fuori della c ittà di Nicksic e si prepara al ciclo operativo che dovrebbe iniziare all'alba del giorno 9 a fianco di reparti tedeschi, contro forze partigiane in Va ll e Zuba. Alle 20 si ha notizia dell'armistizio. Alla facile gioia, dimostrata improvvisamente da alcuni reparti della città si contrappone il chiaro discernimento della nuova lotta che gli Al pini dell'Infra, dopo un immediato inquadramento dei loro ufficiali, vedono profilarsi.

All 'alba, a seguito ordine del 4° Reggimento Alpini, l' l ntra si schiera su q. 8 15 con compito di sbarramento delle provenienze da Savnik, da cui stanno affluendo contingenti della 1 L8a Divisione tedesa. L'ordine, che sign ifica per tutti una presa di posizione contro i tedeschi, è eseguito immediatamente. Nella giornata, la 6a batteria del gruppo Aosta interviene con alcuni colpi contro una ,colonna tedesca che, nonostante preavvertita, voleva continuare il movimento.

9 Settembre -

10 Settembre - Le truppe tedesche sono autorizzate, dal Comando di Divisione, a transitare per Nicksic. Nei reparti si di ffo ndono voci di manovre tedescbe per disarmare la Divisione, di pressioni per indurre il nostro Comando a d accettare condizioni disonoranti, di esitazione del Comando Truppe Montenegro circa la via da prendere. Queste voci, di cui nessuno sa dire l'origine, intaccano la nostra compagine e creano incertezza e diffidenza. In quel momento tanto delicato, l'attaccamento e la fiducia sentiti dagli Alpini dell' Intra verso i loro ufficiali agiscono come


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Piero Zavattaro Ardizzi

elementi moderatori.

11 Settembre - Di tale disciplina esistente nell' Intra ne è prova l'entrata che il Battaglione fa in Nicksic al mattino, perfettamente inquadrato, e la sua occupazione di tutti i principali sbocchi ed incroci della città. L'ordine di tale operazione è dato dal Comandante il 4° Alpini, Col. Florio di S. Cassiano, in seguito a manovre tedesche sospette, tendenti a creare disordini per procedere poi al disarmo degli italiani, come avvenuto in altri presidi. Dopo le incertezze, questa decisa presa di posizione giunge molto opportuna. La necessaria partenza da Nicksic di tutto il Comando di Divisione, all'infuori dell'Jntra e del 10° battaglione Gaf, è accolta senza meraviglia, come attività inquadrata nel complesso generale delle operazioni. 12 - 14 Settembre - Il battaglione rimane in Nicksic a guardia dei vari depositi e magazzini; le relazioni con i tedeschi sono freddissime; i loro soprusi sono rintuzzati immediatamente ed il reparto conserva una completa libertà. Comando la 37a compagnia del!' lntra mentre un ufficiale tedesco vuol.e costringere gli autisti del Battaglione a prendere la guida dei loro automezzi per condurli contro i partigiani a Gornje-Polje; intervengo decisamente ristabilendo la situazione e precisando i limiti di competenza. La richiesta è dovuta al fatto che tutti gli autisti italiani prelevati dai tedeschi a Plevia, appena giunti a Nicksic, si sono dileguati, confondendosi con i miei alpini. 15 - 16 Settembre - Giunge dal Comando del 4° Reggimento Alpini il Maggiore Cosenza con ordine del colonnello Fiorio di S. Cassiano, comandante del 4° Alpini, di raggiungere immediatamente la piana di Dragali, presso le Bocche di Cattaro, e riunirci al 3° Alpini, che sappiamo sta già combattendo contro i tedeschi. Il Maggiore Cosenza non è di questo parere. La mia presa di posizione, unitamente a quella degli altri Comandanti di compagnia, lo obbliga a dare l'ordine cli partenza per la tarda sera. Sono d'avanguadia al Battaglione ed ho con me nove autocarri che ho fatto caricare di viveri. All' uscita dalla città la mia Compagnia viene fermata da una


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Compagnia tedesca schierata al posto di blocco. Ordino al reparto di proseguire ed all'ufficiale tedesco, che m i chiede 5 minuti per telefonare il nostro movimento al suo Comando, rispondo che non gli dò un secondo e contemporaneamente faccio aprire le formazioni' preparandomi a passare di forza. A tale vista i soldati tedeschi del posto di blocco fuggono, lasciandomi libero il passaggio. Faccio tagliare la linea telefonica e passo con tutto il reparto. Appena uscito, invio l'alpino Zanelli Santo, mio portaordini, dal Comandante di Compagnia tedesco, comunicandogli che se un solo colpo fosse stato sparato contro il rimanente della colonna, che mi avrebbe seguito ad un'ora di distanza, avrei attaccato dall'esterno. Il Capitano tedesco mi fa rispondere che gli italia1Ú sarebbero passati senza che i suoi soldati sparassero un colpo di fucile. Raggiungo il colle di Trubiela dopo avere immediatamente reagito contro un nucleo di partigiani, che mi aveva attaccato a bombe a mano, ingiungendo ai miei soldati di deporre le armi e lasciare i carichi; li disperdo facilmente con poche raffiche di quattro fucili mitragliatori e di alcuni mitra. Sul colle mi attesto schierando i reparti per proteggere il passaggio dell'intera colonna. Dopo due ore di attesa, non udendo nessuno sparo e non sentendo il Battaglione avvicinarsi, invio un motociclista per prendere collegamento con la testa de lla colonna. Ritorna informandomi che il Maggiore Cosenza sta trattando col Comandante dei partigiani che richiede, per permettere il suo movimento, il versamento di alcune armi pesanti, sei fucili mitragliatori, dei mortai e di numerosi fu cili. Mando immediatamente il Vice Comandante di Compagnia, tenente Giacchino, dal Maggiore, con l'incarico di riferirgli di non cedere nulla, trattandosi di un esiguo numero di predoni e che bastavano pochi colpi di arma automatica per disperderli. Lo informo, altresÏ, che sono schierato sul colle e posso appoggiare il suo movimento. L'ufficiale ritorna comunicandomi che il Maggiore non lo ha voluto ascoltare ed ha già trattato il versamento di numerose armi. Dopo un'ora mi raggiungono il Tenente Lucchesi, aiutante maggiore in II, ed alcuni ufficiali del Comando di Battaglione; mi riferiscono che i partigiani si erano infiltrati nelle file del Battaglione e che mentre i comandanti di reparto chiedevano di intervenire, il maggiore lo aveva impedito soffermandosi a discutere con


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i capi partigiani che non gli davano più ascolto. Poco dopo raggiungono la mia Compagnia, la 7a Compagnia e la Compagnia Comando, ancora completamente armate, che si erano allontanate dur ante la caotica situazione, mentre l'intera 24a Compagnia ed i soldati della Gaf, erano stati disarmati per ordine del Maggiore e per iniziativa dei partigiani. Il Maggiore Cosenza si è dileguato a cavallo verso Nicksic ed i tedeschi. Riordino il Battaglione e proseguo verso le Bocche di Cattaro. Manca al Battaglione la 24a Compagnia, pure assente è il 10° Battaglione Gaf, di cui però ho otto mitragliatrici che il Comandante aveva fatto caricare sui miei 9 autocarri. Vengo pure a sapere che il Cap . Pozzi, comandante del Battaglione Gaf, non potendo assistere al disarmo dei suoi uomini, si è suicidato. Nei pressi del bivio di Viluse incontro un autocarro con dei fanti dell"'Emilia" sbandati che non sanno dove dirigersi: mi informano che la Divisione "Emilia" si è imbarcata per l'Italia il giorno prima, e che ormai le Bocche di Cattaro sono in mano dei tedeschi. Poco dopo una banda cetnica mi si avvicina. I loro Comandanti mi riferiscono che un intero reparto di Alpini è dislocato a Crkvce. Nello stesso tempo mi chiedono armi. Faccio immediatamente circondare la banda .disarmandola. I capi allora si scusano d icendo che credevano avessi armi in esuberanza. Raggiungo con una motocicletta Crkvce, mi presento al Colonnello Anfosso, Comandante del 3° Alpini, il quale mi ordina di portarmi con il Battaglione tra Jovicina Voda e quota 1177, a difesa della stretta di Podorsnik ed a sbarram ento della mulattiera proveniente dalla zona di Grahovo. 17 Settembre

Rientro al Battaglione e faccio eseguire l'ordine.

Raggiunge il reparto la 24a Compagnia; gli uomi18 Settembre ni, oltre all'armamento, hanno avuti asportati dai partigiani gli zaini, gli orologi, le penne stilografiche, e sono irritatissimi perché questi hanno fatto ciò nonostante sapessero che andavano a combattere contro i tedeschi. Riarmo la 24a Compagnia con le armi automatiche di riserva delle altre compagnie, con le armi individuali dei conducenti e con quattro mitragliatr ici pesanti della Gaf. Con le altre quattro mitragliatrici della Gaf formo un plotone mitraglieri presso la Compa-


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gnia Comando di Battaglione. In questa giornata il Colonnello Anfosso visita il Battaglione. Il suo atteggiamento antitedesco e le parole profondamente umane che r ivolge alle truppe gli cattivano immediatamente la simpatia della massa. La prospettiva che egli sa dare e la persuasione che egli sa radicare negli animi di un organico piano, la speranza che egli lascia trapelare di un possibile rapido mutare delle situazioni nelle Bocche a nostro favore, contribuiscono ad alzare il morale della truppa che sa come si trovi in zona cetnica e che ormai, dopo gli avvenimenti di Trubiela, ha acquistato una decisa avver sione per i partigiani.

19 - 22 Settembre - Continua l'attività riorganizzativa del Battaglione. Faccio costruire dei forni e metto in funzione un magazzino viveri. In questo periodo nella zona di Dragali giungono il Comando della Taurinense con altri reparti della Divisione. Grande è la gioia nell'animo di tutti per questa riunione. Una divergenza è però immediatamente palese: il Comando Divisione è orienta to ad un avvicinamento ai partigiani, avendo avuto contatto con i loro capi. Vi sono perciò due tendenze nettamente distinte, giustifica te dai contatti che i Com andi ed i reparti hanno già avuto con gli esponeneti dei due partiti. Sono due tendenze diametralmente opposte ed una - quella avversa ai partigiani - è sostenuta per gli alpini dell' Intra dai fa tti a ncora palp itanti di dolorosa scottante attualità. Era l'orgoglio ferito, la dignità offesa, l'esperienza di lotta condotta da soldati da due anni contro di loro, il ricordo dei compagni caduti nei dur issimi combattimenti del Vides, della Drina e del Tara. Li hanno incontrati, li hanno visti, ne hanno subito le prepotenze e li hanno giudicati. Aumenta questo loro convincimento la strada tr acciata dal Colonnello Anfosso, prima dell'arrivo del Comando di Divisione, strada decisamente antitedesca, ma orientata verso chi avrebbe imposto un minore sacrificio alla nostra dignità di combattenti. Con tale spirito i soldati del Battaglione si accingono all'attiva partecipazione alla lotta armata, ormai inevitabile. 23 Settembre - Il Battaglione Intra ad Jovicina Vada è completam ente r iorganizzato. La situazione viveri è buona, assoluta defi-


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cienza però di carne, ottimo il morale dei quadri e degli Alpini. 24 Settembre - Alle ore 18 si presenta il Maggiore Sessich Marcello, il quale mi fa presente che per ordine del Comando Divisione Taurinense, assume il comando del Battaglione lntra. 25 Settembre - Alle ore 10 il Maggiore Sessich parla agli Alpini e loro espone le ragioni della lotta contro i tedeschi; le sue parole sono accolte bene dalla truppa. Nel pomeriggio dello stesso giorno visita lo schieramento del Battaglione.

26 Settembre - Nel Battaglione inizia un forte nervosismo, dovuto all'incertezza della situazione; la truppa ha saputo che il Comando Divisione è in trattative con i partigiani del Maresciallo Tito, ma sa pure che il Comandante del 3° Alpini era in contatto con le forze cetniche del Maggiore Bacevic. Ufficiali e truppa sono sempre nettamente contrari ai partigiani. 27 Settembre - Muta notevolmente l'atteggiamento degli Alpini nei riguardi del Maggiore Sessich che, giungendo dal Comando Divisione, ha portato l'indirizzo di questo, di affiancarsi ai partigiani.

28 Settembre - La 37a Compagnia si porta in linea. Nella giornata il Battaglione Ivrea ha ripiegato da Ledènice - Veli Vrh. Alle ore 17 sul fronte da Dragali a Ledenice nessuna resistenza è organizzata contro il tedesco, ad eccezione di un reparto di artiglieria alpina (Tenente Podu - Tenente Prestini) che è in posizione immediatamente a Nord di Lug. La 37a Compagnia si porta in autocarro a Lug. Lungo la strada numerosissimi sbandati del Battaglione Ivrea che si dirigono verso Dragali. La 37a Compagnia assume tutto il fronte che prima teneva l' Ivrea insieme alla sa batteria del gruppo Aosta, arretrando la dislocazione precisamente, con la destra collegata sul Veli Vrh (q. 1277) ad un plotone del 3° Alpini che occupa la quota, con il centro a Moikov Do, e con la sinistra sul Vrsonak (q. 1602); Comando Compagnia ad Hasan Han. Alla 37a Compagnia vengono inviati nella notte di rinforzo 2 mortai da 81 dal plotone mortai del Battaglione Ivrea. Rimane in posizione davanti a Lug la batteria del I Reggimento Artiglieria Alpina.


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29 Settembre - L'attività del nemico si limita ad azioni di pattuglia per sondare la nostra difesa. Nel pomeriggio 170 Alpini accompagnati da un ufficiale della 39" Compagnia (Sottotenente Tresoldi) del Battaglione Ivrea, passano fra lo schieramento della 37a Compagnia per recarsi a Risano ad arrendersi ai tedeschi. Fermo la colonna ed impogno il versamento delle armi automatiche: mi informano che per ordine del Tenente Colonnello Musso erano già state lasciate agli altri militari del Battaglione che intendevano continuare la lotta. Parlo agi i a lpini, i quali mi sembrano molto stanchi ed abbattuti; essi comprendono il triste passo che stanno per compiere, alcuni rimangono fra i miei soldati. La resa di tali elementi proprio davanti alle posizioni della 37a Compagnia scuote il morale dei miei soldati, fino a quel giorno altissim_o. Vale a risollevarlo alquanto un'azione compiuta da una mia pattuglia nelle linee tedesche, che porta alla cattura di una mitragliatrice pesante. I tre componenti della pattuglia (comandata dall'Alpino Agnasina) saranno decon~.ti dal Generale Vivalda il giorno seguente con la Medaglia d'Argento al Valor Militare "sul campo". 30 Settembre - Le posizioni della 37" Compagnia vengono violentemente attaccate sulla destra, dove il plotone del 3° Alpini (26a · Compagnia del Battaglione Pinerolo) ha abbandonato la quota del Veli Vrh lasciando scoperto il fianco del reparto, che è obbligato a ripiegare il suo plotone di destra su q. 946.

I Ottobre - Nella notte tutte le posizioni perdute vengono contrattaccate e rioccupate. Nella mattinata sono annientate due pattuglie tedesche appositamente lasciate entrare nelle nostre linee. Alle ore 11 il Maggiore Sessich si porta presso la 37a Compagnia ove lo informo circa la stanchezza fisica degli Alpini, impegnati da tre giorni con tinuamen te, senza mai un rancio caldo, senza una tenda in cui ripararsi, sottoposti a duri bombardamenti aerei ed all'azione continua dell'artiglieria avversaria, e soprattutto scossi nel morale per la resa degli alpini della 39" Compagnia del!' Ivrea avvenuta davanti ai loro occhi. Chiedo che la Compagnia venga sostituita con una delle altre due del Battaglione, che si trovano a riposo a 10 Km. dal fronte, a


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Jovicina Voda. Mi impegno a riportare dopo tre giorni la Compagnia in perfette condizioni morali. Il Maggiore Sessich mi risponde che non può accettare la richiesta . Propone di spostare la Compagnia a Lug dopo ancora alcuni giorni di linea, allora avrebbe comandato un'altra Compagnia sulle sue posizioni . La zona di Lug, nell'avvallamento, è il bersaglio preferito dal1' artiglieria e dai mortai tedeschi. Nella località stessa, l'unica cisterna è asciutta. 2 Ottobre - Due battaglioni tedeschi attaccano violentemente per la destra e per la sinistra cercando di occupare gli appoggi d'ala del mio schieramento. La 37a Compagnia respinge l'attacco; avevo in precedenza occupato con un plotone il Veli Vrh lasciato sguarnito dalla 26a Compagnia del Battaglione Pinerolo. Di tale mancata occupazione viene avvertito il Comandante del 3° Reggimento Alpini, che assicura cli farvi provvedere. 3 Ottobre - La 37a Co~npagnia è sostituita in linea dalla 7a Compagnia, che occupa le sue stesse posizioni. La 37a Compagnia si porta a Jovicina Voda; durante il percorso viene disturbata da un violento fuoco di artiglieria da Ledenice che arresta la colonna della Divisione in movimento verso Tre,snjevo presso reparti partigiani . Sono completamente all'oscuro cli ciò, ne vengo informato dal Capitano Marchisio che incontro per la strada. Giunto a Jovicina Voda sono chiamato dal Tenente Colonnello Musso, Comandante del 4°Alpini, il quale mi ordina di assumere il comando del Battaglione In.tra e di passare temporaneamente alle dipendenze del 3° Reggimento Alpini, spostandosi il Comando Divisione, il Comando 4° Alpini, il gruppo Aosta ed il Battaglione Ivrea, verso Gornje Polje. Il 3° Alpini (Battaglione Pinerolo) ed il Battaglione lntra avrebbero dovuto, nella zona a Sud di Dragali, proteggere il movimento della Divisione; ulteriori ordini sarebbero poi stati indirizzati al Comandante del 3° Alpini. Il Tenente Colonnell.o Musso mi dice di tener presente che il Battaglione sarebbe poi ritornato alle dipendenze de.I 4° Alpini; il suo distacco dipende dalle disposizioni tattiche generali e dal nervosismo che in quei giorni, durante la mia assenza, si era sviluppato nei reparti.


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4 ottobre - Gli ultimi reparti della Divisione che si recano verso Gornje Polje partono nella mattinata. Nella stessa mattina vengo a contatto con il Colonnello Anfosso, che mi informa essere sua intenzione sviluppare un successivo lento ripiegamento nella zona del Bjela Gora per poter arretrare tutti i magazzini che aveva predisposto. Ordina il passaggio della radio che il Comando di Divisione aveva dato al battaglione Intra al Comando del 3° Alpini. Al ritorno dal collegamento con il Colonnello, vengo informato che due battaglioni tedeschi, appoggiati da fuoco di artiglieria ed aviazione, attaccano la 711 Compagnia, la quale non può resistere e chiede immediati rinforzi. Ordino l'autotrasporto della 248 Compagnia in linea, rinforzandola con il pl otone mitraglieri della Compagnia Comando. Precedo la 243 Compagnia e trovo la 7a in criticissima situazione, molti militari già dilagano nella pianura di Dragali, terrorizzati dall'intenso fuoco di artiglieria. Tre mitragliatrici e quattro mortai da 81 sono le sole armi che si oppongono al movimento dei tedeschi. Quaranta Alpini, comandati dal capitano Agabio e dal Tenente Tradigo, sono quelli che rimangono sulle posizioni di centro della 711 Compagnia. Giunto sul posto, faccio iniziare al plotone mortai da 81 un violentissimo fuoco di sbarramento con bombe a grande capacità, immediatamente davanti alle nostre posizioni. I mortai fino allora avevano agito limitatamente perché in zona facilmente individuabile. Seicento bombe a grande capacità cadono sui tedeschi in meno di 40 minuti, mentre, superate le resistenze, si stanno incolonnando lungo la strada. L'azione dei mortai è micidiale per i tedeschi che si sbandano e, credendo ad un immediato contrattacco, ripiegano sulle basi di partenza. Tutte le precedenti posizioni occupate due giorni prima dalla 37a Compagnia vengono rioccupate all'imbrunire dalla 24a Compagnia. La 7a viene fatta ripiegare su Jovicina Voda, 120 uomini mancano all'appello. Prendo contatto, a mezzo telefono, con il Comandante del 3° Alpini e rendo noto come la sorpresa, che il nemico ha effettuato sulla 7a Compagnia, è stata ottenuta, ancora, per la mancata occupazione da parte della 263 Compagnia del Battaglione Pinerolo del Veli Vrh. Il colonnello Anfosso risponde di ritenere inutile l'occupazione delle attuali posizioni, di aver stabilito il ripiegamento nella notte del Battaglione Pinerolo su q. 1017 e q. 964, ed ordina


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il ripiegamento della 24a Compagnia su Jovicina Voda. 5 Ottobre -

All'alba viene effettuato il movimento. I reparti del-

1' Intra vengono riordinati a Jovicina Voda. Sono a contatto radio con il Comando di Divisione (non ho ancora inviato la radio al Comando 3° Alpini). Ho un colloquio radiofonico con un ufficiale del Comando Divisione (credo con il Capo di Stato Maggiore, Tenente Colonnello Ciglieri) il quale mi dice di fare il possibile per raggiungere al più preso la Divisione. Rispondo che, appena il 3° Alpini e l' Intra saranno svincolati dal nemico, cercherò di riunirmi alla Divisione. Faccio presente che la mia dipendenza del 3° ed il contatto con i tedeschi mi impediscono di abbandonare alla sua sorte il Battaglione Pinerolo lasciandogli scoperto il fianco sinistro. Vedo in seguito il Colonnello Anfosso il quale stabilisce una ulteriore linea di ripiegamento ed ordina il trasporto di tutti i viveri possibili nell'interno, in zona Gladina Katum. I reparti avrebbero tenuto la nuova linea per fare effettuare lo spostamento e poi si sarebbero sganciati definitivamente, essendo improbabile l'inseguimento dei tedeschi nella zona boscosissima. Da Gladina Katum egli prenderà collegamento con la Divisione a Tresnjevo. Tale movimento è stato consigliato dalla dislocazione dei magazzini del 3° Alpini i quali erano tutti nel Bjela Gora, ed avrebbe permesso il trasporto di questi, su una mulattiera facilmente percçirribile, verso Grahovo. Come settore viene stabilito Lisac - Brezov Do per l'Intra, di cui un plotone·mitraglieri deve arrestare a Jovicina Voda, per tutto il giorno 5, l'urto dei tedeschi per permettere l'arretramento dell'ultimo magazzino del 3° Alpini ivi rimasto. Il movimento sulla nuova posizione deve avvenire all'alba. Ritorno al Battaglione ed incarico il Tenente Alliaud (ufficiale dei collegamenti) di inviare al Comando Divisione un cifrato con cui chiedo l'invio di guide partigiane per la zona di Tresnjevo; penso infatti che potrei staccarmi dal 3° Alpini il giorno successivo. Invio quindi la stazione radio al 3° Alpini. Alle ore 16 un violentissimo bombardamento aereo da parte di 24 Stukas sconvolge le posizioni di Jovicina Voda. Nessun danno ai miei alpini, che sono ben protetti nelle capaci caverne del forte di Q . 1177. Alle ore 17 osservo l'occupazione tedesca delle quote I O17 e 964 che doveva tenere il Battaglione Pinerolo. Informo di ciò il colonnello Anfosso, il quale ordina al mio battaglione, che sta per venire accerchiato a Jovicina Voda, l'immediato ripiegamento sulle


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posizioni prestabilite. Sulle alture di Jovicina Voda deve rimanere, con compito ritardatore, il plotone mitraglieri della 24" Compagnia. Prima di iniziare il movimento, parlo a.I Battaglione riunito, spiego la situazione e constato come i soldati siano fermamente decisi a continuare la lotta. Nella notte vengono occupate le nuove posizioni. 6 Ottobre - Dall'alba fino a tarda sera, i tedeschi si accaniscono cercando di superare le resistenze del plotone mitraglieri della 24" Compagnia, che procura perdite a l nemico e ripiega solo per ordine ricevuto ed a completo esaurimento delle munizioni. Nella giornata vengono trasportati i magazzini a Gladina katum e la 7a Compagnia viene inviata nella stessa località per la loro sicurezza, essendo il bosco del Bijela Gora formicolante di armati cetnici, che depredano i militari isolati. La 37a Compagnia e la 24" Compagnia tengono la linea battuta per tutto il pomeriggio da un intensissimo tiro di artiglieria. Nel tardo pomeriggio prendo collegamento con il Comando 3° Alpini. Il Colonnello Anfosso mi ordina di effettuare !}ella notte un successivo ripiegamento, occupando la linea Lisac - Burova Glava. Il ripiegamento sarebbe stato l'ultimo prima del definitivo sganciamento. Il Battaglione Pinerolo avrebbe dovuto schierarsi alla nostra destra. All'alba il nuovo schieramento è effettuato. Da notare che in questi ultimi tre giorni nel battaglione non vi è stato un solo disertore.

7 Ottobre - Per la seconda volta gli alpini dell' Intra vedono passare in mezzo alle loro file altri alpini che vanno ad offrire la resa del loro battaglione ai tedeschi. Alle ore 5 del gion;io 7 il Cappellano del Battaglione Pinerolo, 2 Ufficiali del Comando ad una grande bandiera bianca, passano il fronte tenuto dall' Intra per portare la resa del Battaglione ai tedeschi a Jovicina Voda. Il Pinerolo, nel frattempo, accampa a Gradina, incurante dello schieramento sulla nostra destra. Vengo nel frattempo informato che un movimento di macchine si sta effettuando nella piana di Grahovo. Non do troppo peso alla cosa, perché il Comando Divisione aveva chiesto, due giorni prima, della benzina per automezzi partigiani. Stabilisco l'immediato sganciamento dell'Intra; ormai rimasto solo nella zona del Bijela


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Gora, e marcio verso la località ove si trova la 7" Compagnia. lvi giunto, trovo il Colonnello Anfosso, che mi dice: la resa del Pinerolo e l'impossibilità di ulteriormente impiegarlo; la presenza dei tedeschi a Grahovo, dove egli aveva mandato due ufficiali per curare il collegamento con i partigiani; di avere con sé un plotone della Compagnia Reggimentale e due plotoni guerriglieri, in totale 220 uomini; di spostarsi con gli stessi a Begova Korita. Rispondo che il mio battaglione seguirà il suo movimento e che Begova Korita verrà stabilito il da farsi. Al Battaglione lntra si sono aggiunti circa 200 disarmati di altri reparti. Sì giunge dopo una marcia cli tre ore a Begova Korita, ove il reparto si accampa. Il Colonnello Anfosso mi ordina, alle ore 15, dì parlare ai soldati per rendere nota la situazione. Spiego la nuova situazione, dico che è mia intenzione condurli nel Sangiaccato; informo che durante il percorso avrei considerato la possibilità di unirmi alla nostra Divisione. Comunico che la situazione politica non è chiara e che ci uniremo a chi vuol combattere i tedeschi. Al termine delle parole ordino il saluto al RE. Un urlo possente, che certamente rimarrà impresso in tutti coloro che sono presenti alla scena, risponde al mio grido. In quel momento t utti gli alpini sono disposti a seguirmi. Il Colonnello Anfosso, che ascolta, vuole in seguito parlare. Credo che, preoccupato, per la presenza di un forte numero di disarmati, oltre 400 fra conducenti e dispersi, voglia cercare che questi soldati non inizino un'avventura in Balcania che per chi non ha anni è sempre mortale. Il Colonnello Anfosso elogia il comportamento dell' lntra che in quelle giornate ha sempre eseguito i suoi ordini senza discutere. Dice che la lotta che sta per intraprendere sarà terribile per fame, fatiche e stenti, per i continui combattimenti non solo contro i tedeschi, ma contro la popolazione che ci avrebbe assaliti per disarmarci e spogliarci . Lui segue questa via perché è quella del soldato. Chi ha fisico debole o gravi doveri familiari, non può, né deve seguirla. Un triste silenzio segue queste parole. Nell' Intra vi sono soldati che hanno combattuto in Africa Orientale; il Battaglione è stato impiegato sul Fronte occidentale, ha lasciato un terzo fra morti, feriti


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ed ammalati nella campagna contro la Grecia, oltre la metà in morti, feriti, ammalati e rimpatriati nella lotta condotta per quasi 2 anni contro i partigiani Jugoslavi, ha dato negli ultimi combattimenti contro i tedeschi tutto il suo sforzo e si è, per eventi di cose, trovato alla fine solo. La massa del Battaglione chiede di arrendersi. A sera, dopo che già sono stati bruciati tutti i documenti e le fiamme dei reparti, un gruppo di alpini della 37a Compagnia (Sergente Maggiore Caccialanza, Caporal Maggiore Locatelli, Alpino Zanelli) mi si presenta e mi dice che vi è chi non vuole arrendersi al tedesco e conosc~ndo il mio pensiero, gradirebbe che li comandi nella lotta; il sergente Caccialanza dice: "In chi ci seguirà, vivrà il Battaglione Jntra" Il Colonnello Anfosso mi fa sapere che avrebbe desiderato che, con i volontari dell' Jntra, lo seguissi. Il Colonnello è rimasto con 126 uomini. Partono con me 46 uomini tra cui 11 ufficiali. Altri 10 ufficiali rimangono con il battaglione. In più di un caso il loro nome viene tirato a sorte, perché anche i soldati che andranno ad arrendersi, dovranno avere l'ufficiale che li accompagni. Il capitano Agabio approva la mia decisione e dice che mi invidia, solo il fisico ed il desiderio di non lasciare gli uomini che gli sono rimasti, lo portano ad arrendersi ai tedeschi. Nella notte fra il 7 e l' 8 Ottobre 1943 un gruppo di 47 alpini dell' Intra armati con 6 fucili mitragliatori, 1O fucili automatici Beretta, mille colpi per arma, con 15 giorni di viveri e 18 muli, segue per la montagna il gruppo del Colonnello Anfosso. Nella notte stessa, prima della partenza, una burrasca fortissima si rovescia sull'accampamento. Solo chi è stato in Montenegro e conosce queste piogge torrenziali, normali presso le Bocche di Cattaro nel mese di Ottobre, può comprendere come impedissero a molti desiderosi di seguire i propri compagni.

2.

CON

r CETNICI

8 Ottobre 1943 - Appena fuori della zona di Begova Korita, il gruppo del Colonnello Anfosso, incontra elementi cetnici che già si erano presentati nel pomeriggio precedente, chiedendo un abboccamento. Essi riferiscono che il Maggiore Bacevic, comandante dei


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cetnici dell'Erzegovina, vorrebbe parlare con il Colonnello. Ci invia perciò guide per portare i nostri reparti a Konisko. Tagliati fuori dai tedeschi che ormai tengono tutta la rotabile tra Viluse e Cattaro, ridotti a 17 4 uomini in mezzo ai boschi del Bijela Gora, fra reparti armati cetnici, il colonnello Anfosso non esita a recarsi dal Maggiore Bacevic, tanto più che Radio Londra continua a ripetere che i cetnici hanno iniziato le ostilità contro i tedeschi. Giunti a Konisko, dopo una marcia di quasi tutta la notte, il Colonnello si reca a conferire con il Bacevic. Alle ore 10, visto che il Colonnello non ton1a, mi reco a cavallo al Comando cetnico ove vengo presentato al Maggiore Bacevic, il quale mi informa che in quel momento la radio, in collegamento con il Comando Supremo Cetnico, gli ha comunicato che a Berame, nel Sangiaccato, la Divisione Italiana Venezia è passata con i cetnici a combattere contro i tedeschi. Tutto il Sangiaccato, assicura, è nelle mani dei cetnici. Il Colonnello Anfosso chiede poter raggiungere la Divisione Italiana che egli ben conosce, avendo con la stessa operato per ,·ari mesi. Il Maggiore Bacevic offre al Colonnello di rimanere nella zona. Il Colonnello rifiuta dicendo che è sua intenzione riunirsi agli altri reparti italiani. Il Maggiore ci offre delle guide per accompagnarci nel Sangiaccato. Il Colonnello Anfosso dichiara che' i suoi uomini non combatteranno contro i partigiani, essendovi fra gli stessi dei reparti della sua Divisione. I suoi alpini avrebbero combattuto solo contro i tedeschi. Il Maggiore Bacevic assicura che nel Sangiaccato si dovranno combattere solo i tedeschi e che il reparto, per giungervi seguirà una via in cui non si sarebbero incontrati partigiani. Mediante corrieri cetnici invio una lettera al Capitano Agabio con la quale lo prego di raggiungermi con tutto il Battaglione; lo informo della situazione generale. Il capitano Agabio mi risponde che questo ormai non è più possibile. Mi manda viveri e uomini che volontariamente vogliono seguirmi. La colonna ha la forza di 25 ufficiali, 173 militari, 51 quadrupedi, 5 fucili mitragliatori e 15 fucili automatici Beretta, oltre le armi individuali . Con gli ultimi arrivi, gli Alpini del!' lntra sono saliti a 71. Alle ore 19 si riprende la marcia, per raggiungere alle ore 22 la località di Kosare. È palese l'intenzione dei cetnici di tenerci


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fuori dal controllo tedesco. Dieci cetnici, armati con tre fucili mitragliatori, formano le nostre guide; li comanda il comandante del Battaglione cetnico di Ustikolina (Radovic), cd il Dott. Dukic, presso il Comando, serve di collegamento con i civili che troveremo durante il percorso. 9 Ottobre - La colonna rimane in posto in attesa di informazioni. Si viene a sapere che nella vicina località vi sono 20 Carabinieri comandati da un brigadiere, che prestano servizio con i cetnici. Sette militari dispersi de lla Divisione Emilia si uniscono alla nostra colonna. 10 Ottobre - Alle ore 17 la colonna riparte e, seguendo l'itinerario Konisko-Orahovac-Lasta, raggiunge, dopo 13 ore di marcia, la zona di Dubociani. Durante il percorso incontriamo alcuni comandi cetnici i quali, sapendo che noi eravamo inviati nel Sangiaccato direttamente dal Maggiore Basevic, si dimostrarono cortesi. In un villaggio lungo il percorso viene incontrato il Capitano Ghizzi Gualtiero che, fuggito da Ragusa, si era colà rifugiato. Il Capitano, invitato a seguirci, dal Colonnello Anfosso, non si presenta alla partenza. Ri ferirà in seguito che gli stess i cetnici l'avevano sconsigliato, dicendogli che avevamo ben poche probabilità di arrivare vivi alla meta. 1J Ottobre - Alle ore 19 la colonna riprende il movimento e, dietro consiglio delle guide cetniche, si a rresta alle ore 7 nei pressi del monastero di Dohicevo. 12 Ottobre - La s ituazione non è chiara. Corrieri cetnicì danno notizie contr additorie. Risulta però accertato che nella zona di Trebinje-Bileca vi sono molte truppe tedcsce, fra le quali dovrebbe passare la nostra colonna . Sulla r iva sinistra del fiume Trebisnica sarebbero invece unità partigiane, impegnate contro i tedeschi nella zona di Kammenica. Per disorientare i possibili informatori dei tedeschi, la colonna con una lunga marcia, passando il fiume sul ponte ferroviario, si porta di fronte alla località di partenza e si accampa nei pressi del monastero di Kosjecvo. J 3 Ottobre -

Ho un colloquio con il Colonnello Anfosso, ed en-


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trambi consideriamo la possibilità di portarci, attraverso Petrovici e la zona di Banjani, a Gornje Polje, per raggiungere i reparti italiani della nostra Divisione passati con i partigiani. Infatti questo contatto ci sembra più facile che non il raggiungimento del Sangiaccato, per congiungerci alla Divisione Venezia. Viene inviata una pattuglia a Petrovici per chiedere informazioni sulla situazione degli italiani che si sono diretti verso Gornje Polje. Elementi civili informano che i reparti italiani hanno subito, nei pressi di Trubjiela, un violentissimo attacco da parte dei tedeschi, i quali hanno catturato un forte numero di prigionieri, tra ufficiali e soldati. I resti della Divisione Taurinense sarebbero stati dispersi sulle montagne. I corrieri dicono pure che la popolazione cli Petrovici aveva mostrato intenzione di disarmarli. Forse per tale ultimo motivo il dottor Dukic, dipendendo quella zona cetnica non dal Maggiore Bacevic, ma da un altro capo cetnico, non vuole più dilungare la sosta, per èui la colonna si mette nuovamente in marcia per il monastero di Dobricevo, ove giunge alle ore 15. Alle ore 16,30 giunge notizia che i tedeschi hanno improvvisamente abbandonato Bileca. Alle ore 17 riprendiamo il movimento lungo l'itinerario Logor-Bileca- Plana-Ladevici. Si passa di notte a Bileca; pur essendo la città quasi deserta per l'ora notturna, molte porte si aprono e riceviamo affettuosi saluti dalla popolazione. Ci viene quasi il dubbio che il nosn:o viaggio sia di propaganda cetnica, in quanto mentre i cetnici operano con i tedeschi contro i partigiani, noi sfiliano nei loro paesi con il massimo rispetto, attraversiamo lo schieramento tedesco guidati dagli stessi cetnici che ai tedeschi fanno da guida. È vero però che ]e guide ci parlano di comandi di battaglione e cli Brigata Cetnici, mentre di questi Comandi non ne vediamo affatto. L'organizzazione si basa tutta sulla popolazione civile e sui capi villaggio. Giungiamo a Ladevici alle ore 6 del mattino del giorno 14 Ottobre.

15 Ottobre - Pare che sulla strada di Gacko sia in movimento una colonna motorizzata tedesca. Il movimento dei cetnici diviene sempre più incerto, il che si comprenderà più tardi, perché la zona intorno a Gacko è da una parte partigiana e dall'altra mussulmana Ustascia, fazioni ostili fra di loro ed ai cetnici. Alle ore 15,30 riprendiamo la marcia e rag-


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giungiamo a lle 18,30 Sjedine, ove la colonna si arresta.

16 Ottobre 1943 - Alle ore 8,30 una "cicogna" tedesca sorvola la rotabile nelle immediate vicinanze dell'accampamento, controllando tutti i punti della strada a quota bassissima. Il reparto si porta a Korita ed in seguito, alle 17,30, raggiunge Stephen, ove sosta. Giunge nel frattempo notizia che Autovac è occupata dai partigiani, per cui viene deciso di ritornare a Korita. Lungo il percorso noto una discussione fra le nostre guide, quasi in disaccordo. Un giovane cetnico, molto attaccato agli italiani, ad un certo momento butta per terra il fucile m itragliatore e prosegue disarmato. Poco prima di raggiungere il colle di Kobilja Glava, q. 1115, verso le ore 23, la colonna è improvvisamente a ttaccata con fuoco di fucileria e lancio di bombe a mano. Assumo il controllo della zona occupando il colle, reagendo all'azione dell'avversario e proteggendo il movimento delle salmerie. L'azione del nemico si arresta. Solo alla fine ricompaiono le nostre guide. È chiaro che elementi locali, approfittando dei tre diversi partiti che si disputano il controllo della zona, ci hanno attaccato, d'accordo con alcune delle nostre guide, per derubarci dei quadrupedi e del materiale che abbiamo ancora al seguito. Il movimento prosegue fino ad Hazice, ove arriviamo alle 2 del giorno 17. Il reparto ha avuto soltanto un ferito. 17 Ottobre - Data la situazione nella pianura di Gacko, ove è segnalata la presenza di elementi tedeschi, ustascia e partigiani, si decide di abbandonare la rotabile e proseguire attravero la montagna. Alle ore 9 un ricognitore tedesco sorvola la zona nei pressi del1' accampamento. Alle 11 la colonna parte da Hazice ed alle ore 17 raggiunge Koritnik., ove si accampa. 18 Ottobre - Elementi locali attaccano improvvisamente alle ore 0,5 l'accampamento. Il reparto reagisce immediatamente e stronca il tentativo nemico. Alle ore 1 il plotone guerriglieri del 3° Alpini contrattacca l'avversario, che si dilegua nei boschi e sulle doline. Alle 5,30 viene ripreso il movimento. Gli stessi elementi della notte attaccano la colonna; il reparto, schieratosi su q. 1488, con vivace azione di fuoco protegge il movimento delle salmerie. Me-


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diante un ordinato ripiegamento a scaglioni successivi, viene sventata la minaccia avversaria. La colonna, avendo come retroguardia il reparto dell' Intra, raggiunge alle ore 17 Sipacno, ove trova il dottor Dukic, che durante il combattimento si era prontamente dileguato, mentre il comandante del Battaglione cetnico di Ustikolina aveva operato con noi comportandosi, come sempre in seguito, molto bene sia per coraggio, sia per attaccamento verso gli Italiani, con i quali aveva combattuto contro i partigiani nell'aprile del 1943, sulla Drina. Abbandono il mio bellissimo stallone che, leso ai polmoni dai vapori di una bomba di stuka, a Jovicina Voda, mi ero trascinato al seguito. Da Sipacno la colonna riparte immediatamente per attraversare con l'oscurità la rotabile Gacko-Nevesinje. Alle ore 20 raggiunge Police, oltre la rotabile, ove accampa per il pernottamento. A Police si trova un Comando organizzato cetnico, quello della Brigata di Gacko, comandato dal capitano jugoslavo in s.p. Popovich. L'ufficiale, pur trattandoci con cortesia, ha fretta assoluta di liberarsi di noi. Verremo in seguito a sapere che da alcuni giorni è passato alle complete dipendenze dei tedeschi.

19 Ottobre - La colonna parte a.Ile 8 da Police accompagnata dal capitano Beric, ufficiale di Commissariato del Comando Supremo Cetnico, il quale sostituisce la guida Dukic, fuggita durante il combattimento del giorno 18. L'ufficiale deve recarsi nel distretto della Drina per portare ordini, ed approfitta del reparto italiano per avere una scorta. Si dimostrerà inetto in ogni sua attribuzione di accompagnatore, a cui provvederà unicamente il Radovic. Una sosta viene compiuta a Savoljie, ove la popolazione offre pane e latte alla truppa. Il movimento viene ripreso alle 11,30, disturbato a mezzogiorno dalla solita "cicogna" tedesca. È chiaro che i'tedeschi sanno di questa colonna italiana, e la ricercano da più giorni. Alle ore 17 la colonna raggiunge Ulog e si accampa sulla destra del fiume. Giunge notizia che le due brigate cetniche che occupavano Kalinovick hanno abbandonato la località, ove attualmente si trova la sa Divisione partigiana. Ci viene richiesto di appoggiare un'azione cetnica contro i partigiani. Il Colonnello Anfosso ricorda al Radovic gli accordi presi con il Maggiore Bacevic, e lo stesso non insiste.


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20 Ottobre - Giunge a lle ore 11 la notizia c he Kalinovik è stata occupata dalla Brigata cetnica "Serajevo". Verremo poi a sapere che tale r ioccupazione era avvenuta essendosi i partigiani volontaria mente a llontanati per proseguire il movimento verso il Sangiaccato. Alle ore 11,30 la colonna parte da Ulog per la rotabile, a ttraverso Obali e Romanjie, dove la popolazione offre pane e vivande, raggiunge alle 19,30 Kalinovick e si accantona. Il Colonnello Anfosso si incontra con il capitano Masi, in s.p. de ll'esercito jugoslavo, comandante la 2a Brigata "Serajevo". 21 Ottobre - Il capitano Masic insiste per trattenerci a Kalinovick. Da questa zona i tedeschi sono molto distanti; i cetnici non sono collegati con loro e, da loro appoggiati, si riducono a nominali Br igate, form ate da elementi civili del posto, i quali non hanno nessuna voglia di spostarsi e di combattere. Sarebbe perciò utile nella zona un reparto italiano, per aumentare presso i civili la valorizzazione del movimento cetnico. Per questo motivo il Comando cetnico provvede a distribuirci viveri, mostrandosi gentile verso gli uffi ciali per i quali i cetnici, come per i loro, hanno la massima considerazione. Il Colonnello Anfosso fa comprendere che gli ita liani devono recarsi nel Sangiaccato per unirsi alla Venezia, come stabilito con il Maggiore Bacevic, che è anche il comandante di questa zona. 22 Ottobre - Alle ore 5 la colonna parte da Kalinovick, e raggiunge a mezzogiorno Police, ove sosta in attesa di informazioni e provvede ai servizi sanitari per molti ammalati di tifo e feriti civili. Alle 16 la colonna, accompagnata dal capitano Masic, attraversando il fiume Bistrica, si porta a Milij evina; ivi giunta, alle ore 17, trova preparato da un Comando di Ba ttaglione cetnico, il rancio caldo per la truppa. 23 Ottobre - I corrieri cetnici, giunti a lle ore 9, informano che la sa Divisione partigiana ha ieri sgomberato Foça e si è diretta nel Sangiaccato. Notizie non controllate riferiscono che ieri i tedeschi erano ad Ulog, in numero non precisato, ed avrebbero passato la Neretva effettuando tiri con le a rtiglierie su Obali . Alle 12,30 la colonna parte da Milijevina e giunge per la rotabile a Foça. Dalle ore 16 alle 18,30 a vviene il traghettamento degli uomini


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e dei quadrnpedi sulla sponda destra del Fiume; la popolazione accoglie con visibile gioia gli alpini della Taurinense i quali nella città avevano stazionato per oltre otto mesi, negli anni precedenti. Alle 19 la colonna riprende il movimento, raggiunge alle 21 Dragolijevici, ove il Pope di Foça ha fatto approntare un rancio caldo. In questa zona il contegno della popolazione verso gli italiani è oltremodo gentile; il recente passaggio dei partigiani fa desiderare alla popolazione ortodossa, che è nettamente cetnica, che gli italiani rimangano. Giunti alla Drina si ha la conferma che l'organizzazione cetnica sia più nella mente dei capi e nel cuore della popolazione che in realtà. Infatti i reparti partigiani passano liberamente da una zona all'altra senza essere minimamente disturbati, dileguandosi i cetnici nei boschi al loro passaggio, per poi ritornare ai loro paesi a movimento avversario avvenuto. Naturalmente il grnppo dei 205 italiani desiderosi di combattere contro i tedeschi, non può adattarsi ad una tale situazione, in cui nel momento del pericolo può essere abbandonato. Tutti tendono perciò a raggiungere la Divisione Venezia per affiancarsi ad un vero Comando. La radio a pile che il reparto ha al seguito rende ancora più caotica la valutazione della situazione. Infatti Radio Londra trasmette indifferentemente notizie di combattimenti contro i tedeschi sia da parte dei cetnici di Draga Mihailovic che dei partigiani del maresciallo Tito.

24 Ottobre - Sosta a Dragoljevici. Il Colonnello Anfosso si incontra con il Capitano Milan Matovic, comandante la Brigata cetnica di Foça. Il capitano Matovic non è ben visto dagli italiani perché autore delle feroci repressioni del 1942, nella città di Foça, contro i mussulmani. Il suo contegno verso il reparto è assai freçido, tuttavia informa che Visegrad, Priboj, Rogatica sono occupate dai cetnici, e che a Rudo si troverebbero parecchi italiani. 25 Ottobre - La colonna parte da Dragoljevici alle ore 6,45 e giunge alle 12 a Korievici, ove sosta. Viene consumato un rancio caldo offerto dalla popolazione. Nel pomeriggio i reparti effettuano una ricognizione sul Goli Vrh (q. 1308) per rintracciare e recuperare le salme degli alpini del Battaglione Intra, del Fenestrelle e della 6a batteria del Gruppo Aosta caduti in combattimento nell'a-


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prile scorso contro i partigiani. 26 Ottobre - I reparti sul Goli Vrh ricuperano le salme dei Caduti. Per tale opera due squadre dell' In.tra raggiungono il Kapak e Krcino Brdo. 27 Ottobre - Viene ultimato il recupero delle salme, che vengono tumulate sul Goli Vrh in un suggestivo cimitero di guerra. Sono state recuperate complessivamente 46 salme, fra cui quella riconosciuta del Tenente Mortola Evaristo, comandante interinale della 373 Compagnia dell'/ntra. Una bottiglia contenente un documento che specifica il numero ed il nominativo di a lcuni dei Caduti è interrata sotto la croce al centro del cimitero. 28 Ottobre - La colonna parte da Korievici alle 9. Alle 9,30 i reparti rendono onore ai Caduti nel cimitero di guerra del Goli Vrh. Alle ore 15,30 la colonna raggiunge Bilyn. Lungo il percorso si attraversano zone mussulmane ove tutte le case sono state completamente distrutte dai cetnici nel Gennaio del '43. La zona è deserta, una enorme quantità di frutta e cli ortaggi è abbandonata sugli alberi e nei campi. Da Bilyn la colonna riparte alle 19,30 avendo saputo che a Goradze tutto è tranquillo. Raggiunge quest'ultima località alle 21,30 e si accantona nell'edificio della scuola agraria, già occupato per 7 mesi dalla 73 Compagnia dell' /ntra. 29 ottobre - Essendo giunta la notizia che a Priboj vi sarebbero 800 alpini della Divisione Taurinense, chiedo di partire a cavallo per tale località, dista nte 70 Km. Non ho bisogno di alcuna scorta essendo comp letamente sicuro della popolazione, con cui pacificamente ho vissuto per otto mesi. Un corriere cetnico mi accompagnerà nel primo tratto di percorso. Giungo nella notte sul 30 a Dubac e prendo contatto con il capo cetnico locale, Stojan Subara, già un anno prima comandante del Battaglione partigiano di Rogatica. Vengo informato che nella zona di Rudo sono passate nei giorni precedenti tre Brigate Partigiane della sa Divisione, con una forza complessiva di circa 2000 uomini. Rimango il giorno 30 a Dubac, in attesa del ritorno di un cieco e di uno zoppo locali, inviati a Rudo per attingere notizie circa la presenza dei partigiani. Parto da Dubac il 31; a sera giungo a Stamac e proseguo per Lisina, ove da una donna apprendo, in via con-


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fidenziale, che a Berame il Comando Divisione Venezia e due Battaglioni con automezzi sono passati ai partigiani. La donna veniva direttamente da Plievja ed aveva visto giungere automezzi italiani della Venezia a l servizio dei partigiani. La situazione non era ancora conosciuta nella zona. Cerco perciò di raggiungere immediatamente il capo cetnico Daiko a Stajlovici, per avere notizie degli 800 alpini di Rudo e per portarli a Goradze, affinché con tutti gli italiani si possa riunirci alla Divisione Venezia prima che nella zona ne sia conosciuto il passaggio con i partigiani. Il Daiko mi informa che i partigiani hanno occupato Rudo, Priboj e le due sponde del Lin, fin nei pressi di Visegrad. I cetnici di Priboj con elementi alpini, hanno ripiegato sullo Slatibor, elementi di un Battaglione Camicie Nere sono stati disarmati dai cetnici ed avviati verso la Serbia. Constatata l'impossibilità di raggiungere i reparti italiani, ho loro inviato un messaggio a mezzo di corrieri cetnici. Messaggio che non giunge mai, essendo le informazioni riguardanti gli italiani completamente e volutamente false. Parto quindi immediatamente e, percorrendo nella notte e nella mattinata del I Novembre oltre 70 Km. a cavallo, mi porto a Goradze per ragguagliare il Colonnello An fosso sulla nuova situazione. Nel frattempo a Goradze il Colonnello Anfosso era stato informato che Priboj, Rudo, Visegrad e Nova Varos erano state occupate dai cetnici. Il 31 Ottobre il 2° plotone guerriglieri del 3° Alpini si reca con 20 cetnici ad Uzici, dove è stata segnalata la presenza di circa 100 Ustascia che molestano la popolazione civile. Il plotone rientra alle 21 senza avere incontrato gli Ustascia. 1 Novembre - Giunge a Goradze la guida cetnica Dukic, che ci aveva in precedenza abbandonati per il terrore di essere catturato dai partigiani, essendo un elemento del servizio segreto ce tnico, notissimo seviziatore di partigiani dopo che questi gli avevano massacra to l'intera famiglia. Egli reca notizia che i tedeschi stanno riparando la rota bile Serajevo-Temovo. Ne deduce la possibilità di una imminente offensiva tedesca preceduta da azioni di avanguardia da parte degli Ustascia mussulmani dislocati sulla riva sinistra della Or ina. Infatti alle ore 10,15 il 1° plotone guerriglieri del 3° Alpini esce da Goradze e si reca a Petrovici per effettuare un'azione dimostrativa nei confronti di elementi Ustascia. Il plotone rientra alle 17,30 dopo aver avvistato elementi mussulmani arma ti sulla riva destra del Odska Rieka. Nel frattempo informo a Goradze il


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Colonnello Anfosso delle notizie che ho potuto avere circa la Venezia.

2 Novembre - Viene decisa ed effettuata la formazione della Compagnia Alpina Taurinense a l mio comando, fondendo i reparti del 3° Alpini e del Battaglione Intra, con il seguente organico: plotone Comando Compagnia; - Tre plotoni fucilieri; - scaglione salmerie. Al di fuori della Compagnia è formato un Nucleo Comando di Reggimento. 3 Novembre - Abbiamo dai civili notizie più precise di Plevlja, dove risultano 2 Battaglioni della Venezia con artiglieria e carri armati. Sembra che vi sia pure a Pl evlie il Tenente Colonnello Musso, comandante il 4° Reggimento Alpini. Gli stessi civili affermano che aerei italiani hanno rifornito di armi, viveri e vestiario tali reparti, che operano con i partigiani. 4 Novembre -

Mi reco aJ Comando cetnico di Goradze, proponendo di inviare 2 corrieri per il collegamento con i repar ti italiani di Plevlje, specificando che solo un'azione di reparti italiani organizzati potrebbe eliminare la minaccia tedesca che si profila. Il tenente Stojanovic rifiuta nettamente tale proposta; Plevlje dista da Goradze circa 80 Km.

5 Novembre - Dietro richiesta del Comando cetnico di Goradze un plotone fucilieri viene inviato nella zona di Oglecevo, in cui mussulmani armati provenienti dalla sinistra della Drina, hanno bmciato 15 case serbe. Il plotone parte a lle ore 6 e, dopo aver indotto con la sua presenza i mussulmani a riparare oltre la Drina, r ientra alle ore 15. Effettuo nella giornata una ricognizione sulle rotabili Goradze - Foça e Goradze - Rogatica, allo scopo di studiare interruzioni per impedire improvvise minacce di mezzi motorizzati tedeschi. 6 Novembre - Un plotone viene invia to alle ore 6 per effettuare intermzioni sulla rotabile Goradze - Foça. Alle ore 13,10 giunge improvvisamente al Comando la guida cetnica a Dukic, recando la notizia che 200 partigiani, i rimanenti di un reparto battuto dai tede-


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schi a Rogatica, scendono dal Passo di Jabuka su Goradze, inseguiti da una divisione tedesca. Consiglia di lasciare immediatamente Goradze e di portarci ad Ifsar per non rimanere impegnati contro i partigiani e contemporaneamente contro i tedeschi. Lo stesso invito rivolgono al nostro Comando, poco dopo, il Tenente Vucovic, comandante la Brigata cetnica di Cianice ed il tenente Rasodic, aiutante maggiore del Comando Gruppo Drina. Vengono subito iniziati i preparativi per la partenza. Dopo circa 40 minuti di vivace fuoco di artiglieria, armi automatiche e mortai alle 14,20 i primi partigiani giungono nell'abitato di Goradze, che i cetnici hanno già sgomberato, rifugiandosi sulla destra della Orina. Rientra nel frattempo il reparto inviato ad effettuare le interruzioni. Alle ore 14,50 la Compagnia Taurinense inizia il movimento di sgombero, fatto segno a fuoco delle armi automatiche dei partigj ani e non rispondendo con azioni di fuoco. Alle 21,30 il reparto raggiunge Ifsar, ove sosta per il pernottamento. La sera stessa ho un colloquio con il Colonnello Anfosso. Entrambi abbiamo notato la falsità dei cetnici nei riguardi delle informazioni. Stabiliamo di inviare un corriere al Comandante della Venezia per ricevere ordini. 7 Novembre - Alle ore 7 il Radovic, temendo che i partigiani ci stiano inseguendo, invita il Colonnello Anfosso a proseguire su Foça, ove si giunge alle ore 18, accantonandoci nell'ex Ospedale Italiano. 8 Novembre - Il Tenente Collevati ed il Sottotenente Verna partono da Foça per tentare il collegamento con il maggiore Becevic recando una lettera del colonnello Anfosso in cui lo si prega di richiedere al Govenro Italiano, a mezzo radio, un aereo per il rifornimento del reparto. Cerchiamo sulla destra della Drina un campo per aviolanci. 9 Novembre - Parte un corriere (alpino Pirazzi Dioniso) assolutamente fidato per Plevlie, per chiarire la nostra situazione al Generale Oxilia, Comandante della Divisione Venezia, e chiedere ordini. Un plotone viene mandato sulla destra della Orina per raccogliere nei villaggi abbandonati dai mussulmani le patate e la frutta, che si deteriorano nei campi e sugli alberi, e provvedere così al rifornimento del reparto, ormai senza viveri, e che da alcuni giorni si ciba


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solo di carne dei muli non più utilizzabili. 1O Novembre - Continua la raccolta dei viveri. Cerco costituire un magazzino per provvedere alle durissime giornate dell'ormai sopraggiunto inverno; la neve incomincia a cadere . .11 Novembre - Viene celebrato in forma solenne il genetliaco di S .M. il RE. Il reparto è disciplinato e compatto. 12 Novembre - Un plotone si porta a Novacovici per cercare viveri ed acquistare foraggio dai serbi. 13 Novembre - Ritorna a Foça il Tenente Collevati, il quale riferisce non aver potuto adempiere la propria missione in quanto, giunto oltre Ulog, i cetnici che lo accompagnavano gli avevano ingiunto di tornare indietro, essendo tutta la zona di Nevesinje occupata dai partigiani. Aggiunge che dai colloqui avuti con il capitano Masic e con gli altri capi cetnici della zona, aveva avuto l'impressione che da molto tempo tali comandi non avessero collegamento con il Superiore Comando, e aver rilevato come il morale dei cetnici fosse molto basso. Riferisce infine aver saputo da un capo cetnico che il capitano Popovich, comandante la Brigata cetnica di Gacko, era passato con 300 uomini alle dirette dipendenze dei tedeschi, a Nevesinje. Il sottotenente Verna è rimasto a Kalinovick per cercare di riparare una radio del Comando cetnico. 14 Novembre - Alle ore 5 un reparto di 50 Alpini con 14 quadrupedi, al comando del Tenente Ponzone Cesare, si porta a Krcino Brd per raccogliere patate, verdura e mele nei campi abbandonati. Alle 10 rientrarono a Foça 3 alpini del reparto, i quali mi riferiscono come mentre cercavano viveri si erano trovati di fronte ad un Battaglione partigiano. L'ordine dato a ll'inizio era quello di non agire mai contro i partigiani. Il comandante del reparto informò di quanto sopra il comandante partigiano, protestando vivacemente per il disarmo dei suoi uomini che essi vollero effettuare. Il Tenente Ponzone disse pure che era in atto il collegamento con gli italiani di Plevlje che operavano con i partigiani, e pregò di informare della situazione del plotone il Colonnello Anfosso. Infatti poco dopo giunge il Sergente De Agostini con una lettera del ·comando partigiano, invitante il colonnello Anfosso a passare, con i suoi uomini,


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nell e loro file, per combattere i tedeschi. Il Sergente De Agostini riferisce pure che non erano 200 partigiani inseguiti dai tedeschi quelli che 8 giorni prima erano giunti a Goradze, ma un'intera loro Divisione, la 27a, che dopo aver catturato due reggimenti di soldati croati (Domobrani) a Tusla ed aver annientato un battaglione Ustascia a Socolac, si portava nella Valle della Drina per occuparla completamente e rastrellarla dai cetnici. Ho un colloquio con il colonnello Anfosso, ed insieme decidiamo cli prendere contatto con i partigiani. Viene subito inviato al Comando partigiano di Goradze il Sottotenente Beltramo, per collegarsi. Detto ufficiale, catturato nel percorso dai cetnici, sarà poi massacrato a pugnalate con altri 3 italiani e buttato dal ponte cli Foça nella Drina. Viene rimandato il Sergente De Agostini al Comando partigiano di Ustikolina con una comunicazione del Colonnello Anfosso invitante i partigiani a venire a Foça nella stessa giornata, per prendere contatto con noi. Alle ore 16 gli ultimi cetnici si dileguano da Foça, ormai comprendenddo le nostre decisioni.. Alle ore 18 giunge a Foça una formazione partigiana della 2a Krayesca Brigada. Gli italiani fanno funzionare il traghetto ed il vice comandante della Brigata partigiana si porta presso il Colonnello e lo assicura che il reparto italiano avrebbe conservato le proprie armi e sarebbe stato avviato a Gor adze, sede del Comando della 27a Divisione, in attesa di una definitiva destinazione. Alle ore 19 il reparto parte da Foça e giunge alle 23,30 ad Ustikolina, ove si trova il Comando della za Brigata Krayesca.

15 Novembre - Vengono restituite le armi al reparto del Tenente Ponzone, che rientra nella Compagnia. Alle 10 la Compagnia, accompagnata da guide partigiane, parte per Goradze, ove arriva alle 15. Alle 17 il Colonnello Anfosso mi informa che il Comandante della 27a Divisione, Pero Kosoric, ha ordinato la consegna di tutte le armi per accertarsi, prima di renderle, delle nostre vere intenzioni . Prego il Colonnello di recarsi nuovamente dal comandante per informarlo che i soldati italiani dall'8 Settembre si sono schierati contro i tedeschi e si sarebbero .fatti ammazzare piuttosto che consegnare le loro armi. Avrei fatto immagazzinare solo le armi automatiche, le bombe a mano e le munizioni di riserva, per dimostrare


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la nostra fiducia e la nostra certezza di riaverle. Tutti avrebbero mantenuto l'armamento e le munizioni individuali. Chiedevo inoltre che davanti al magazzino in cui sarebbero state depositate le nostre armi, montasse una sentinella armata italiana con una partigiana. Il Maggiore Kosoric, lo stesso contro cui combattei strenuamente al M. Vides, il 7 Maggio del 1942, ricordò tale azione, apprezzò la decisione ed accettò quanto veniva richiesto dal Colonnello Anfosso.

3.

CONTRO I TEDESCHI CON I PARTIGIANI

Dal 16 Novembre al 21 Dicembre il reparto rimane a Goradze. Viene sufficientemente vettovagliato dal Comando partigiano. Il Comandante la 27a Divisione invita un giorno tutti gli ufficiali a mensa. Ufficiali e soldati assistono più volte alle rappresentazioni del Gruppo Culturale della Divisione, accolti con la massima cordialità . La 27a Divisione è formata in gran parte da elementi della Krajna (Bosnia settentrionale) ottimi combattenti ed ottimi soldati disciplinati. I partigiani desiderano conoscere il pensiero di tutti gli Italiani, specie degli ufficiali: vengono così interrogati ad uno ad uno tutti gli ufficiali. Gli interrogatori sono effettuati da un maestro elementare di origine istriana, Svonco, assistito da due dattilografe che parlano italiano. Le domande rivolte riguardano il desiderio di continuare la lotta contro i tedeschi, il nostro pensiero in relazione alla politica mussoliniana ed in relazione all'attività degli eserciti alleati. Negli interrogatori non si dimostra ostilità per chi si dichiara fedele alla Monarchia ed al Maresciallo Badoglio, lo si considera elemento da educare e si ammira il suo ardente desiderio di combattere i tedeschi. Interrogati tutti gli ufficiali ed avute da tutti pressoché analoghe risposte, i partigiani incominciano l'interrogatorio dei soldati ai quali chiedono, fra l'altro, cosa pensino dei loro ufficiali . Nessun alpino critica i suoi ufficiali, anzi dice di averli seguiti volontariamente, e che li avrebbe ancora seguiti. Dopo pochi interrogatori degli alpini, reputando inutile continuare, stabiliscono di formare un reparto armato, formato compie-


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tamente da italiani, denominato "Battaglione Alpino Italiano Taurinense". Chiedono al Colonnello Anfosso di designare un Ufficiale Comandante il Battaglione e 3 ufficiali comandanti le Compagnie, sottoponendo tale designazione alla loro successiva approvazione. Il Colonnello Anfosso mi designa come comandante del Battaglione, ed a inia volta segnalo quali comandanti di compagnia il tenente Bleu per la compagnia Intra, il Tenente Panzone per la compagnia Montenero ed il Tenente Donalisio per la compagnia Assietta. Il comandante della Divisione accetta tali nominativi; i medesimi che gli avevano segnalato gli alpini durante l'interrogatorio. L'armamento del reparto italiano è notevolmente ridotto, per equipararlo ai Battaglioni partigiani che sono scarsi di armi e per armare una Brigata Majeviska in formazione. Rimangono al battaglione 6 fucili mitragliatori, 6 parabellum ed i fucili per tutti i suoi componenti. Il reparto svolge in questi giorni istruzione varia, dimostrando ai numerosi partigiani di Goradze la sua ferrea disciplina ed il suo entusiasmo. Il Colonnello comandante del 3° Reggimento Alpini rimane con alcuni ufficiali presso il Comando di Divisione ove è trattato con tutti i riguardi, gli è assegnata un'ordinanza partigiana oltre la propria, ed il conducente per il cavallo. Avendo chiesto il Colonnello Anfosso' di prendere collegamento con la Divisione Venezia, di cui aveva ricevuto notizie dall'alpino Pirazzi Dioniso, rientrato da Plevlje, gli è concesso di mandare due ufficiali: partono il Tenente Colonnello Magnani ed il Capitano Bolley. Il Colonnello Anfosso domanda alla Divisione Venezia di richiedere al Comando del II Corpus il nostro passaggio dalla 27a Divisione ai reparti italiani che si trovano a Plevlje, dipendentt dal III Corpus. Il 21 alle ore 15 il Maggiore Kosoric, comandante la 27a Divisione, mi manda a chiamare e mi dice che il Battaglione passa sotto il diretto comando della Divisione, mi domanda se sono disposto ad eseguire una delicata missione ai confini tra la Bosnia e l'Erzegovina. Rispondo che sono un soldato ed obbedisco. Nelle dichiarazioni durante l'interrogatorio, ufficiali ed alpini avevano concordemente dichiarato che non avrebbero desiderato combattere contro i cetnici, perché non comprendevano la lotta fra-


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tricida, che non li interessava, e perché da questi ultimi erano stati aiutati in un momento difficile. Il Comando partigiano, come in seguito sarà palese, vuole invece mettere il Battaglione italiano in condizione di conoscere realmente la mentalità cetnica, e vuole subito che una dura esperienza tronchi per l'avvenire ogni possibilità di contatto. Forse per tale motivo mi si ordina di lasciare a Goradze, a nominale difesa del presidio, una compagnia, e di assumere nel Battaglione una compagnia partigiana, che sarebbe da me dipesa solo in combattimento e che mi avrebbe raggiunto lungo il percorso.

22 novembre - Il Battaglione parte da Goradze alle ore 8 ed arriva a Bratia alle ore 16. L'intendente jugoslavo che mi è stato assegnato, con altri 4 elementi partigiani di aiuto, effettua la requisizione, che verrà poi sempre da loro fatta con l'ausilio di mie squadre armate, comandate di volta in volta. 23 Novembre - Partenza alle 8; arrivo a Cernice alle 9. Si attende il comando di Divisione. Il Comandante passa in rivista i soldati e parla loro; per la prima volta si sente al termine delle sue parole lo slogan "Morte al Fascismo - Libertà ai popoli". Si riprende quindi il movimento per Kolakovici, ove si arriva alle 16. Durante il percorso viene incontrato il reparto partigiano con cui si ebbe il primo contatto: soldati e comandanti partigiani dimostrano la loro soddisfazione nel vederci al loro fianco. Ormai tutta la zona è coperta di neve, da oggi sino a Maggio marceremo sempre fra le neve. 24 Novembre - Alle 15,30 il battaglione giunge a Maslina, paese mussulmano completamente privo di uomini giovani, i quali, naturalmente, saranno Ustascia nei boschi o a Serajevo con i tedeschi. Per rastrellare la zona viene inviato un plotone a Glusci onde disarmare serbi e mussulmani e requisire viveri per il reparto . Rientra alle ore 3,30 del 25 con alcune armi individuali catturate nelle abitazioni. 25 Novembre - Alle 1O un plotone rinforzato si porta in zona Mrezica per rastrellare armati e requisire viveri. Vengono catturati alcuni cetnici armati e requisit i 6 cavalli, che rinforzano le scarse salmerie del reparto.


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26 Novembre - A sera giunge l'ordine del Comando Divisione di portarsi a Dobropolje e Bolianovici per catturare tre capi cetnici autori di massacri, mantenere tali posizioni ed inviare pattuglie esploranti sino a Kalinovick ed al ponte sulla Neretva di Uloc per raccogliere informazioni circa una probabile offensiva tedesca, che sarebbe stata segnalata da quella zona. Il reparto verrà così ad agire negli stessi paesi ove un mese prima è passato insieme ai cetnici, i quali sono ora al completo servizio dei tedeschi. Raggiunge il Battaglione una forte compagnia partigiana del I Battaglione della 2a Brigata Krayeska . Parlo ai soldati jugoslavi, i quali mi ascoltano con molta simpatia. Nella notte effettuiamo l'occupazione delle due località da cui i cetnici, già avvisati dalla popolazione, si sono dileguati. 27-28 Novembre - Viene ordinata dal Comando Divisione la sollecita interruzione della strada verso Kalinovich. Per i lavori sono mobilitati, sotto il nostro controllo, tutti i civili della zona. Mentre una compagnia italiana fa effettuare oltre 22 interruzione da elementi civili, mi reco con la compagnia partigiana a Krbljine per assumere informazioni su Kalinovich e sulla zona circostante. Viene riferito che i cetnici si sarebbero ritirati nei paesi di Sierka, Scivolje e Kalinovich. 29 Novembre - Alle ore 2 la compagnia Intra e la compagnia partigiana partono al mio comando per effettuare un'azione di rastrellamento nei paesi di Sierka e Scivolje, nei quali occorre assumere informazioni circa i tedeschi di Nevesinje, che 5 giorni fa si sarebbero portati in 160 a Kalisovich, dopo avere riparato i ponti di Uloc e di Obali. A Kalinovich attualmente, oltre i tedeschi con l'artiglieria, vi sarebbero 350 cetnci, comandanti dai capitani Masic e Popovich. A Sierka ed a Scivolje dovrà pure essere richiesto dal vestiario alla popolazione per la 17a Brigata Majeviska, che ne è assolutamente priva. La compagnia partigiana giunge in ritardo sul luogo della riunione. Per non essere sorpreso dal giorno devo rinunciare all'aggiramento di Scivolje, dalle alture a Sud di Sierka, ed invece puntarvi direttamente. Appena i.I reparto giunge in zona Gradina viene fatto segno a fuoco di fucileria da parte di pattuglie cetniche. Il reparto parti-


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giano, che è in testa, fa fronte prontamente ali' avversario, mentre la compagnia Intra si schiera alla sua sinistra occupando la quota di Ulcena Brdo. Con tale schieramento viene attaccato l'abitato di Scivolje. Dopo un breve combattimento, eseguito di slancio dagli alpini dell' In.tra, i cetnici ripiegano e gli italiani occupano l'abitato. In tale azione viene gravemente ferito al ginocchio il Tenente Bleu Carlo, comandante la compagnia Intra. Mentre la compagnia partigiana sosta sulle alture davanti a Scivolje, gli italiani, nuovi alla guerra partigiana, inseguono l'avversario ed occupano in una vertiginosa avanzata la località di Borjia, 5 Km . oltre Scivolje. Il comandante la compagnia partigiana mi informa prontamente che una colonna di circa 300 cetnici cerca di aggirare i nostri reparti, occupando alle spalle il Gradina. Mi reco presso la compagnia In.tra e la faccio ripiegare. Il ripiegamento riesce e le compagnie partigiana ed italiana si riuniscono sulle quote del Debela Grava e in Debelo Brdo. Nello stesso momento in cui avviene il congiungimento si impegna un violentissimo combattimento ravvicinato con i cetnici i quali, vista la distanza che separava il reparto italiano da quello partigiano, avevano abbandonato l'idea di aggirarlo dal Gradina, cercando invece di tagliarlo fuori prima che si potesse riunire ai partigiani. L'arrivo presso i partigiani dei cetnici è contemporaneo a quello del reparto italiano: si svolge perciò un combattimento violentissimo in cui gli italiani, non pratici di combattere a fianco di soldati in uniformi civili contro cetnici vestiti pure civilmente, non sanno contro chi sparare ed a chi appoggiarsi. Solo l'istinto di conservazione e gli ordini dati da ufficiali e graduati italiani e partigiani di sparare contro chiunque venga avanti, riescono a risolvere la criticissima situazione in un terreno completamente scoperto, innevato, contro 300 cetnici i quali, padroni del luogo, volevano sopraffare i 100 italiani e partigiani. Gli italiani trascinano a spalle i loro 5 feriti, 6 li trasportano i partigiani. La triste giornata costa oltre ai feriti salvati, altri 14 italiani uccisi e dispersi, e 6 partigiani egualmente assenti. Nella giornata perdo il mio attendente - alpino Zanelli Santo - che rimane sul terreno, ferito ad una gamba, mentre con il parabellum copre il mio ripiegamento. Le due compagnie si portano a Dobro Polje, in seguito il Battaglione si riunisce a Bolianovici. Di là si inviano a spalla i feriti al-


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l'ospedale della Divisione, distante 14 ore, e ci si prepara alla difesa da un probabile attacco dei cetnici, i quali risultano rinforzati dai tedeschi di Kalinovich.

30 Novembre - Nella mattinata il Battaglione si sposta a Dobro Polje per stroncare il probabile attacco che il nemico sta preparando su Bolianovici. Nello spostamento sono catturati dai cetnici, in un agguato, 4 soldati italiani (fra cui il bravo Caporal Maggiore Rusconi). · Il morale non è affatto scosso; i partigiani sono entusiasti degli italiani perché li hanno visti combattere in condizioni disperate. La compagnia Intra è però decimata dalle perdite fortissime che ha subito; il Sottotenente Terenzio ne assume il comando .. A sera, nella compagnia partigiana, si canta e si balla il Kolo, quasi a voler dimenticare la triste giornata. 1 Dicembre - Nella notte 30 Novembre - I Dicembre giunge a Dobro Polje una compagnia partigiana inviata di rinforzo, ma subito dopo si ha disposizione per il ripiegamento di tutti i reparti in zona Trnovo. È in atto un'offensiva tedesca. Alle 8 il Battaglione inizia il movimento, raggiunge Bitrokaj ove sosta per il pernottamento. Il Comando Divisione ordina per l'indomani il movimento verso Goradze e mi invita, precedendo il Battaglione, a rapporto a Deljas. Quivi i°i-icontro il Colonnello Anfosso al quale racconto l'avvenuto. Egli mi informa che la· 1a compagnia partigiana ha riferito entusiasticamente circa i soldati italiani, mi invita però ad essere più prudente, perché i nostri uomini perduti non si potranno più recuperare. Giunto a Deljas ricevo ordine di scortare i feriti dell'ospedale divisionale, che dovranno essere trasportati a Goradze. Alle 13 la colonna, avvistata da un aereo tedesco, viene spezzonata e, mitragliata. 3 Dicembre - Da Maslina parto per Vina alle ore 9. Raggiungo, alle 16, la località ove sosto per il pernottamento. I feriti sono trasportati a spalla in mezzo alla neve con indicibile sforzo. Faccio turno con i miei alpini nel trasporto delle barelle sul terreno coperto da un metro di neve. Nessuno rimane indietro. 4 Dicembre -

Da Vina per Ustikolina si raggiunge poi, alle 9, Go-


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radze. La compagnia Assietta, che è rimasta staccata a Goradze, in quei giorni ha combattuto contro i cetnici e si è portata a Cjainice per effettuare requisizioni. 5 Dicembre - Il Battaglione sosta a Goradze. La compagnia Assietta rientra. La truppa attende alla pulizia personale ed al riassetto del corredo. Alle ore 22 si è in allarme per la notizia di un probabile attacco cetnico alla città.

Il Tenente Colonnello Magnani ed il capitano Bolley, giunti da Plievlja informano che il Comando del II Corpus ha chiesto il nostro passaggio alle sue dipendenze con tutte le armi che avevamo giungendo con i partigiani. Il Tenente Colonnello Magnani ha già parlato in proposito con il Maggiore Kosoric, comandante la 27a Divisione, il quale si dimostra poco propenso a cedere gli alpini italiani, che ha ormai valutati, ed a rilasciare le armi con cui ha armato la maggior parte della Majeviska: dice che dovrà ricevere ordini dal suo comandante diretto del III Corpus, Generale Costa Nadic. Gli ufficiali che hanno effettuato il collegamento ci informano che la Divisione Garibaldi ci considera come reparto distaccato. I soldati italiani desiderano tutti rientrare alle dipendenze dei Comandi italiani. Il Colonnello Anfosso si trova in zona Sokolovici con il Comando Divisione. Il Tenente Colonnello Magnani cerca ottenere con lui una comunicazione telefonica, m a senza riuscirvi. Nel frattempo giunge notizia che una colom1a tedesca motorizzata, proveniente da Foça, è giunta ad Ustikolina, a 14 Km. da Goradze. Una squadra viene inviata immediatamente verso detta località, rientra e conferma la notizia. Giunge contemporanea informazione che i tedeschi hanno occupato Plievlja e Cjainice, e puntano su Goradze. Svanisce la speranza degli italiani di raggiungere i compagni di Plievlja, avendo i tedeschi tolto ogni possibilità di comunicazione. A conferma di ciò il Comando di Divisione dispone l'immediato sgombero di Goradze ed il nostro trasferi mento a Rogatica. Alle 21 parte la compagnia lntra che scorta l'ospedale divisionale.

6 Dicembre -

7 Dicembre - Alle O, 15 muovono i rimanenti reparti del Battaglione e gli ultimi partigiani jugoslavi. Alle 2 Goradze viene occu-


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pata dai carri armati tedeschi. Alle 12 viene raggiunta Rogatica. Dopo una sosta di circa un'ora si riprende il movimento verso Gucevo, ove si arriva alle 16. Con la compagnia Assietta e la Montenero mi reco immediatamente ad effettuare interruzioni sulla rotabile che proviene da Serajevo, da cui si annuncia una puntata in forze di tedeschi ed Ustascia. Alle 19 nostre pattuglie mi informano che Rogatica è stata occupata da forze motorizzate tedesche. Ordino l'immediato spostamento per raggiungere il Comando della 27a Divisione, situato a Kalimanici.

8 Dicembre - Alle ore 7 si raggiunge Kalimanici con una marcia faticosissima in mezzo alla pioggia, con i soldati che hanno percorso complessivamente oltre 70 Km. ed alcuni, come la pattuglia inviata ad Ustikolina, oltre 100 Km. A Kalimanici si sosta fino alle ore 13. Prendo contatto con il Comando di Divisione, che mi ordina di raggiungere immediatamente Tocionik, dove dovranno dislocarsi due compagnie, e Gerbici, dove si dovrà portare una compagnia ed il Comando di Battaglione. Alle 15 i reparti sono in tali località, dopo essere stati attaccati durante il trasferimento da 9 "Stukas" tedeschi che sorvolano la zona. A sera si scorgono verso Sud tutti i villaggi in fiamme, ad opera degli Ustascia e dei tedeschi. Alle ore 23 un ordine del Comando pivisione dispone che il battaglione alpino Taurinense, in unione con il III Battaglione della Brigata Kraye~ka, effettui un rastrellamento in località Sievesko, ove si troverebbero circa 200 cetnici. 9 Dicembre - Alle ore 11 si parte da Gerbici per raggiungere alle 5 Radevici ove, secondo quanto stabilito, si dovrebbe incontrare il Battaglione del.la 2a Brigata Krayesca. La notte trascorre in inutile attesa; soltanto al mattino, si ha notizia che detto reparto,, in seguito a nuovi ordini, ha seguito altro itinerario. Non è possibile riprendere subito il movimento perché ricognitori e bombardieri tedeschi sorvolano continuamente la zona, battendo villaggi e boschi. Si consuma il rancio a Radevici, che per ordine dell'intendente, viene confezionato abbondantissimo dalla popolazione, la quale è terrorizzata, e si dimostra stupita che gli italiani tutto rispettino in mezzo ad una bolgia di combattimenti di tedeschi, cetnici, partigiani ed ustascia, completata da un continuo bombardamento aereo. Alle ore 15, a seguito ordine del Comando Divisione, si ri-


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prende la marcia verso Mislovo, ove si giunge alle 18. La compagnia Montenero rimane a Zabresie per controllare le comunicazioni attraverso la fitt issima foresta del Dervetah.

10 Dicembre - A Mislovo il battaglione riceve ordine di pattugliare tutta la zona per assicurare le spalle della Brigata Krayesca che a Sokolovici è impegnata contro forze tedesche ed ustascia, fornite di carri armati e di numerosa aviazione. Dovrà essere rastrellata la foresta del Dervetah, si dovrà impedire ai mussulmani armati di Zepa di intervenire alle spalle dei partigiani, si dovranno arrestare eventuali puntate tedesche che potrebbero effettuarsi dalla zona di Wlasenica. 11 Dicembre - Il Battaglione effettua quanto disposto, operando con una compagnia della Brigata Majeviska, inviata nella zona. 12 Dicembre - Ricevo ordine di portarmi nuovamente a Gerbici per passare a lle dirette dipendenze della 2a Brigata Krayesca, impegnata contro i tedeschi, che ormai hanno occupato anche Sokolovici. In questi giorni gli uomini sono stati ammirevoli per lo sforzo continuo cui furono sottoposti, in un paese completamente sconosciuto, tra foreste immense e con nemici da ogni parte. Telefono al Colonnello Anfosso riferendo circa la situazione, e dico che il nostro fisico avrebbe continuato ancora a dare ma che era ormai agli estremi. Naturalmente tutti in quei giorni comprendevano che era assurdo parlare di riposo, quando la posta continua era la vita. Ormai tutti si agiva meccanicamente, svegliandoci a qualunque ora della notte per riprendere il movimento. 13 Dicembre - Il reparto riceve ordine dalla 23 Brigata Krayesca di trasferirsi a Bamik per schierarsi contro i tedeschi che attaccano. Appena raggiunta la località , un contrordine lo invia di nuovo a Mislovo. 14 Dicembre - Il Comando Divisione stabilisce che tutti i reparti della 273 Divisione debbano superare, nella notte tra il 14 ed il 15, la strada Sokolac - Wlasenica per portarsi nella zona a Nord di Serajevo e sfuggire all'accerchiamento tedesco, che mirava a bloccarli nella foresta del Dervetah per poi annientarli. Il passaggio della


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strada sarà effettuato su tre colonne, le quali muoveranno da località distanti dai 3 ai 5 Km. l'una dall'altra. La colonna di cui fa parte il Battaglione attraversa la rotabile ad Hans-Piesas e cattura, durante il passaggio, due autocarri carichi di viveri e di sigarette. Ad ogni mio soldato toccano 2 sigarette e 4 zollette di zucchero. Delle altre colonne, una è quasi completamente distrutta, l'altra, respinta, passerà quattro giorni dopo.

15 Dicembre - Alle ore 17 si raggiunge Vruci. Tutti i reparti della Divisione sono privi di carte topografiche. Nella zona non esiste un villaggio, tutto è stato distrutto dagli ustascia. Sul terreno vi è un metro di neve. A Vruci, in capanne per le pecore, si accavallano i soldati di due Battaglioni: quello italiano ed uno partigiano che non ha più forza per proseguire. 16 Dicembre - Ali' alba si riprende il movimento per raggiungere, alle 16, Sabanci dove si impegna combattimento con truppe cetniche. Nella località esistono case e viveri in abbondanza, che sono confiscati dal!' intendente alle famiglie cetniche. 17 Dicembre - All'alba tutta la Divisione riprende il movimento incollandosi a Sabanci. Incontro il Colonnello Anfosso al quale riferisco circa la nostra situazione, e vedo il Tenente Bleu con l' ospedale divisionale, ridotto in uno stato compassionevole, la ferita sanguinante ed i piedi coperti di paglia. In eguali condizioni sono tutti i ferì ti. Alle ore 18 ci si arresta a Sudici, ove ricevo l'ordine di operazioni del Comando Divisione per l'attacco alla città mineraria di Breza, che deve avvenire alle ore 22 del giorno 18, da parte della 2a Brigata Krayesca, dell'Odred di Romania e del Battaglione italiano. Informazioni hanno dato che la città di Breza e la miniera sono occupati da un battaglione di Domobrani, i quali, probabilmente, potrebbero arrendersi. A Nisici incontro il comandante della 2a Brigata Krayesca, da cui prendo, finalmente, visione di una carta della zona e mi posso così orientare su dove dovrò attaccare. Il battaglione italiano ha il compito di attaccare tra la ferrovia e la chiesa ortodossa. Raggiunta alle 20 Bucovica, cerco delle guide sul posto per farmi indicare la strada, difficilissima a trovarsi nella notte. Alla mia richiesta risponde il clamore delle donne mussulmane del paese, che con le loro grida minacciano di dare l'allarme ai croati di


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Breza, distante poco pit1 di un chilometro. Rinuncio alle guide e mi dirigo a valle, deciso a collegarmi sull'obiettivo con i reparti partigiani, appena questi inizieranno l'attacco. Infatti poco prima della città mi collego con l'Odred di Romania, che deve operare alla mia sinistra, formato da elementi rela tivamente pratici della zona. I soldati dell'Odred di Romania, montanari e coraggiosissimi partigiani, entusiasmati dall'attacco che avrebbero dovuto condurre, lo iniziano un Km. prima dell'obiettivo, svelando completamente le nostre posizioni. Il movimento viene proseguito sotto lo sbarramento intenso dell'artiglieria avversaria. Non si sa, né si vede, dove spari l'artiglieria partigiana, formata da tre vecchi pezzi. Una fitta nebbia ci nasconde la città. È un attacco contro un presidio regolare. Il combattimento è a datto all' istruzione che i miei soldati hanno ricevuto, essi sentono finalmente l'importanza di essere dei regolari. In mezzo ai partigiani che lanciavano frenetiche grida di "Zivio Tito" e "Zivio Stalin", contro i Domobrani che rispondono "Zivio Ante Pavelic" ed i tedeschi che urlano "Heil Hitler", gli Alpini del 3° gridano tutti insieme "Savoia" e "Viva il Re". Nove alpini cadono colpiti dall'artiglieria: il Capitano medico Beppino, ufficiale di leggendaria fermezza, provvede al trasporto di sei feriti trascinandoli con pochissimi uomini e raggiungendo dopo otto ore il posto di medicazione situato a Bucovica. Il Battaglione, ridotto a due compagnie perché la Montenero ha subito perdite da parte dell'artiglieria ed ha dato i portaferiti, riducendosi a 10 uomini, prosegue sull'obiettivo. Il fiume ci separa dall'a llineamento strada ferrata - chiesa ortodossa, che si deve occupare. La compagnia Assietta lo sorpassa a guado sotto l'intensissimo tiro delle armi automatiche tedesche, situate sulla scarpata ferroviaria, che dista 60 metri dal fiume. Superato il fiume con l'acqua al petto; gli alpini si lanciano con le bombe a mano contro le postazioni avversarie. Il nemico, che m ai si aspettava un attacco regolare da reparti partigiani, né credeva al passaggio dell'ostacolo, rimane sorpreso e r ipiega abbandonando un'arma pesante e morti sul terreno. La compagnia Intra, passato il fiume, si porta immediatamente sulla sinistra della compagnia Assietta. Durante questo attacco cade ferito il comandante della compagnia Assietta, Tenente Donalisio, rimane ferito il Sottotenente Terenzio, comandante della compagnia Intra. Il comando della compagnia Assietta è assunto dal Tenente Grazia, che


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con giovanile entusiasmo, balzando avanti ai suoi uomini, si porta ali' occupazione delle prime case della città. Dietro al battaglione italiano giunge l'Odred di Romania, il quale ha subito forti perdite da parte dell'artiglieria. Essendosi verificato l'ammassamento di uomini nella zona chiesa ortodossa - ferrovia, decido con il comandante dell'Odred di occupare le quote soprastanti la città, dove agiscono numerose armi automatiche avversarie. Sposto il battaglione sulla destra e, mentre l'Odred Romania attacca l'abitato, cerco di penetrare in un altro quartiere del paese. Ho, in tale movimento, altri due feriti. Raggiungo la zona del quartiere operaio occupandolo completamente. Dopo circa quattro mesi vediamo nelle case la luce elettrica. Dalla popolazione sono informato che 160 italiani sono prigionieri dei tedeschi nella città, che è presidiata non solo da un battaglione domobrano, ma anche da un battaglione tedesco giunto la sera prima e da due compagnie ustascia. La presenza di prigionieri italiani aumenta il nostro entusiasmo. Con l'occupazione della periferia ho eliminato tutte le trincee periferiche ed i reticolati. Un terzo della città è occupato dal battaglione italiano. Sono le due quando vedo giungere alle mie spalle il battaglione partigiano che doveva attaccare in quel settore, meravigliatissimo di vederci già sul posto. Il reparto partigiano attacca al nostro fianco, ma l'attacco fallisce. I tedeschi presidiano saldamente con un'autoblinda il centro della città, ed a ' Nord la loro difesa non è stata intaccata. Alle 2,50, non .udendo più il fuoco dei reparti partigiani laterali, cerco con loro il collegamento, e mi rendo conto che essi hanno già ripiegato, lasciando solo il mio battaglione con pochi elementi dell'Odred di Romanja nel presidio tedesco. Cercando di fare il minimo rumore possibile, mi metto in testa al reparto e lo porto attraverso l'abitato fin sulle quote che dominano la città. Sulle stesse incontro un reparto partigiano che ha avuto il compito di incendiare la miniera, già occupata in precedenza. Dal comandante vengo a sapere che tutti i reparti sono già ripiegati, avendo trovato resistenze non previste. Dopo una marcia di 6 ore raggiungo il comando di Divisione, ove si è gia al corrente di ciò che il reparto italiano ha fatto. Il Comandante della Div'i sione elogia il reparto italiano, additandolo agli altri come l'unico che abbia realmente agito. Forse per tale motivo vengo mandato subito nei pressi di Bucovica per parare un'eventuale reazione avversaria.


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L'azione del mio battaglione viene citata nel bollettino ufficiale delle operazioni dell'Esercito Jugoslavo.

19 Dicembre - Nella notte viene ordinato lo spostamento di tutta la Divisione nella zona di Vares, altra città mineraria, che è stata occupata il giorno prima dalla Brigata Majeviska, la quale vi aveva trovato una debole resistenza da parte di un centinaio di soldati polacchi che presidiavano la città, e che si erano prontamente dileguati dopo il primo attacco dei partigiani. Giunta alle ore 15 nella zona mineraria di Vares, la colonna viene attaccata, mentre si prepara ad attraversare la rotabile, da 5 "cicogne", le quali producono numerosi feriti, fra i quali due italiani. Gli aerei poi sorprendono una seconda volta la colonna e centrano le salmerie del reparto italiano. Degli 11 quadrupedi che ha, rimane vivo solo un mulo, l'unico mulo rimasto di tutte le salmerie del 3° Alpini dell' lntra. È necessario portare a spalla il materiale più utile, abbandonando il resto. 20 Dicembre - Il reparto si arresta all'una di notte in un piccolo paese cattolico, il primo che troviamo in quella zona della Jugoslavia. Nel paese restiamo 2 giorni. Approfitto di questo periodo di riposo per inviare l'intendente nel paese di Sutijeska a comprare vino e miglioramenti vari per poter celebrare il Natale. Il 23 Dicembre alle ore 4 il Battaglione riceve l'ordine di spostarsi a Sudici, paese mussulmano, ove muore di peritonite un alpino. In quei giorni noto uno strano nerovisismo in tutti i comandanti e commissari partigiani. Si parla di un probabile proseguimento della marcia verso la Krayna, ormai vicinissima. Notizia accolta con gioia dai partigiani, che sono di quella regione e da cui sono assenti da un anno, e dagli italiani che si sarebbero trovati a 4 giorni di marcia dai confini d'Italia. Alla sera dello stesso giorno ricevo ordine di spostami immediatamente presso il Comando di Divisione. Partito alla una di notte, sono raggiunto ali' alba da corrieri della 2a Brigata Krayesca, i quali mi informano di accelerare al massimo il movimento perché sto per essere accerchiato da forze tedesche che stanno avanzando. Riesco a passare la linea 20 minuti prima che i tedeschi la taglino. Raggiungo il Comando di Divisione del paese completamente distrutto dal bombardamento aereo del giorno prima. Sono chia-


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mato dal vice Comandante di Divisione, il quale mi comunica che 5 divisioni tedesche ci hanno circondati ed hanno intenzione di spingerci sulle basse colline del fiume Bosna per annientarci. Il Maresciallo Tito ha ordinato che la Divisione sfondi in un punto l'accerchiamento e si porti nuovamente nei posti che aveva lasciato a Nord di Serajevo, attaccando poi alle spalle il nemico. Il Comandante di Divisione stabilisce di attaccare l'avversario in tre punti ravvicinati con tre colonne, per creare un varco ove possano passare i quattro ospedali e tutte le intendenze. I tedeschi non permettono l'attuazione di tale piano, in quanto agganciano la Brigata Majeviska di retroguardia che rimane quasi completamente distrutta. Si forma perciò una sola colonna che cerca rifugio nell'immenso bosco del Ravna Planina, che costeggia sulla riva sinistra tutto il corso del fiume Krivaija.

24 Dicembre - La Vigilia di Natale è passata in continuo movimento nell'immensa foresta coperta di neve. Nella zona non vi è né una casa, né una capanna, né un capo di bestiame. I reparti sono a digiuno dal giorno prima, quando, per non perderli, avevano consumato anche i miglioramenti destinati al Natale. Nella foresta raccolgo 16 soldati italiani della Divisione Venezia, che con la sa Divisione partigiana sono stati come noi circondati nel Ravna Planina. La notte di Natale è passata dormendo due ore presso immensi falò. Si prosegue il cammino dopo aver consumato in tutto 28 chili di carne con le ossa, dataci dall'Odred di Romanja che aveva salvato due capi di bestiame. 25 Dicembre - La Divisione prosegue puntando verso Ielaske. Alle 12 si fa una lunga sosta. La situazione tragica si legge sul volto dei partigiani, donne che piangono, giovani disperati che gridano, uomini atterriti, un chirurgo· sloveno impazzito. Gli italiani hanno i denti serrati e pensano al Natale a casa loro. Sono senza calze, il Caporal Maggiore Martinoli me ne regala un paio nuove. È il più bel regalo di Natale che abbia mai avuto. Alle 18 la colonna è attaccata al centro da elementi cetnici. Ricordo l'insegnamento di Scivolje e prima di lanciarmi nella foresta che non conosco, riunisco tutti i miei uomini. Sono perciò preceduto dalla compagnia partigiana che deve attaccare con noi. Essa, comandata da un valorosissimo ufficiale, elimina la minaccia.


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Il Battaglione italiano ha quindi l'incarico di portarsi con il 4° Battaglione della Brigata Krayesca che avrebbe operato lo sfondamento della linea avversaria. Si è intanto diffusa la notizia che la Brigata Majeviska è stata distrutta dai tedeschi. Il panico prende molti reparti, che vogliono in ogni modo portarsi avanti, temendo di rimanere nell'accerchiamento. Quanti comandanti di battaglione vedo in quel momento passare davanti a l mio dicendomi che, per ordine del Comando di Divisione, devono portarsi in testa! È con noi il Colonnello Anfosso, il quale testualmente dice che se quella notte deve morire, lo preferisce in mezzo ai soldati italiani e non con il Comando di Divisione partigiano. Due miei alpini mi informano che nel bosco vi è un eremita in una capanna, che mi avrebbe accolto e nascosto se lo volevo, non ascolto: ho i miei alpini e devo salvarli. Per evitare di essere lasciato appositamente in coda da tutti i reparti, fidando nella resistenza fisica dei miei alpini e nella loro a bitudine nel camminare in mezzo alla neve, traccio una pista laterale a quella seguita dalla colonna e mi porto al posto che mi era stato assegnato in precedenza, e che mai il Comandante di Divisione si era sognato di togliere al reparto . Giungo mentre il combattimento è accanitissimo e già la Krayesca ha aperto un varco. Il passaggio è così facilitato ai reparti che ancora sono in colonna. Perdo quella notte un ufficiale (Sottotenente Puzzu Umberto) e tre alpini. Raggiungiamo il paese di Jelaska. Nella marcia della notte, fra foreste sterm inate ed in terreno coperto di neve, le mani dei feriti e dei moribondi dei 4 ospedali partigiani, a bbandonati lungo la strada, si protendono disperate alle nostre caviglie ... È una visione d'inferno. Si stringono i denti e si prosegue: attardarci vorrebbe dire la morte. 26 Dicembre - Arrivo a lle 11 a Je laska, ove il Comandante di Divisione mi manda a chiamare e m i ordina di recarmi a recuperare i ferit i lungo la strada. Faccio presente che gli italiani feriti hanno saputo trascinarsi avanti o sono stati portati a spalla, e che pure hanno portato, ferito, il Comandante dell a Majeviska. Il Comm issario della Divfaione, con il quale posso par lare conoscendo il francese, stabilisce che il Battaglione resti per la giornata in assoluto riposo .


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27 Dicembre - Ci si trasferisce nel paese mussulmano di Ligatici, ove ricevo 6 cavalli dei 120 catturati alle spalle dei tedeschi dalla magnifica 2a Brigata Krayesca. A Ligatici pattuglie effettuano puntate esplorative nella zona mussulmana di Buganovici. 28 Dicembre - Si sosta a Ligatici, dove l'intendente distribuisce abbondanti viveri. Posso perfino dare la "pita", dolce tradizionale jugoslavo, a tutti i miei soldati. 29 Dicembre - Il mio Battaglione, unitamente, al III della 2a Krayesca, muove per attaccare la città di Olovo. Prima dell'attacco il comandante del III parla ai suoi uomini davanti agli italiani, dicendo loro di mostrarsi degni dei soldati insieme ai quali combatteranno. In realtà Olovo risulta ormai sgomberata dai tedeschi, ed essendo fuggita anche la milizia mussulmana, l'occupazione è facilissima. Non si trovano rifornimenti, motivo per cui si prosegue subito verso Sabanci. La zona che si attraversa è occupata dalla S" Divisione partigiana che ha tutto requisito. Nella fitta foresta che precede l'abitato di Sabanci, la pattuglia di coda del Battaglione partigiano che è davanti, ed una pattuglia del nostro, scoprono un gregge cetnico nascosto nella foresta. Vengono catturati 60 ovini e 20 bovini: viveri per i due reparti per più giorni (che sono però divisi anche con altri battaglioni). 30 Dicembre· - Si sosta a Sabanci, a disposizione del Comando di Divisione, pattugliando la zona dei mulini, ove una nostra squadra ha subito attacchi da parte di elementi cetnici. 31 Dicembre - Riposo a Sabanci; nella giornata vengono distillati numerosi litri di grappa. Il reparto può passare allegramente la notte di capodanno. 1 Gennaio 1944 - Ci si trasferisce da Sabanci a Medojevici. In questi giorni il tempo è notevolmente peggiorato, continue raffiche di neve rendono penosa la vita degli alpini, di cui molti sono ormai privi di scarpe ed hanno gli abiti a brandelli. 2 Gennaio - Si sosta a Medojevici. Nel pomeriggio l'abitato dove si è accampati viene spezzonato e m itragliato da aerei tedeschi. Un caporal maggiore (Opizzi Luigi) rimane ucciso da una raffica di mi-


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traglia, e così pure il Commissario della 27a Divisione, colto ed onesto avvocato di Serajevo.

3 Gennaio - Un ufficiale - il Tenente Lucchesi - e tre alpini inviati al mattino ad un mulino dislocato nei pressi dell'abitato, non fanno ritorno. Al reparto partigiano jugoslavo vicino risultano pure assenti due corrieri inviati a portare ordini. Si presume che i nostri soldati siano stati catturati da pattuglie cetniche con l'ausilio della popolazione. Tale supposizione sarà confermata in seguito quando · l'ufficiale catturato, dopo 10 mesi di prigionia, sarà liberato dai partigiani e ritornerà alle mie dipendenze. 4 Gennaio - Il Battaglione si sposta a Sudici. Mancano assolutamente viveri; occorre inviare una compagnia con l'intendente per requisirli nel villaggio di Vruci. Il villaggio è presidiato da armati cetnici, per cui il nostro reparto deve impegnare combattimento, per portare a termine il suo compito. 5 Gennaio - Una compagnia viene inviata ad Ivancici per proteggere le salmerie che si sono recate ai mulini per macinare grano. Viene attaccata da una banda cetnica dalla quale si sgancia senza perdite.

6 Gennaio - Il Battaglione sosta a Sudici. La situazione alimentare e quella sanitaria sono difficili. Oltre 30 alpini hanno ferite non ancora rimarginate o piedi congelati. Una compagnia parte, con l'intendente, per Vukasovici allo scopo di requisire viveri. Al termine della requisizione, mentre il reparto sta iniziando il movimento di ritorno, viene attaccata da una formazione cetnica che dopo breve combattimento è costretta a desistere dall'attacco. Un alpino rimane ferito. 7 Gennaio - La situazione tra il comando italiano e l'intendente diventa tesa. Infatti i soldati da alcuni giorni soffrono la fame. I reparti inviati per le requisizioni compiono veri e propri attacchi per penetrare nei paesi, nei quali l'intendente, invece di svolgere un'opera di comprensione fra la popolazione, si occupa cli ruberie personali che ricadono poi sul reparto italiano. L'intendente del battaglione italiano è il Sottotenente di amministrazione croato Pavle Push, di Zagabria.


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8 Gennaio - Ci si trasferisce con i reparti della 2a Brigata Krayesca a Danskansko. Presso Bregulie una squadra rimasta distaccata, viene attaccata da una formazione cetnica mentre trasporta un alpino ferito. Due compagnie si portano immediatamente sul posto ed impegnano un violento combattimento per recuperare tre alpini feriti della squadra. I cetnici ripiegano: vengono ricuperati due morti ed un ferito. Altri due alpini sono feriti nell'azione. Il comando della za Brigata Krayesca mi invita ad incendiare, per rappresaglia, le case cetniche della zona. Reputo che questa disposizione non venga messa in atto, in quanto molto probabilmente gli abitanti locali sono estranei al fatto, e le distruzioni non avrebbero certo giovato alla situazione degli altri italiani dispersi in Balcania. 9 Gennaio - II Battaglione si trasferisce a Tisovci; alle ore 20,30 ricevo ordine di attaccare ed occupare la miniera di Vares, mentre altri due battaglioni della Brigata Krayesca occuperanno la cittĂ . Sono segnalati in Vares 300 Ustascia. Mi viene assegnata una compagnia del I Battaglione della Brigata Krayesca che dovrĂ , cooperando con i nostri soldati, interrompere la ferrovia Vares - Breza, per impedire al treno blindato tedesco di intervenire nel combattimento. Alle 22 si giunge alla miniera di Vares e, nonostante le allarmistiche informazioni di elementi civili, la troviamo sgombera, essendo gli ustascia ripiegati con il trepo delle ore 21 . Viene interrotta la ferrovia per oltre ISO metri. 10 Gennaio - Ultimato il nostro compito, alle ore 2, mi reco a Stupni Do, distaccando una compagnia nel paese cattolico ustascia di Mir. 11 Gennaio - Si sosta a Stupni Do sino alle ore 16. Ci si traferisce quindi a Tisovci. Una compagnia viene inviata a Danskansko di scorta all'ospedale della 2a Brigata Krayesca. 12 Gennaio - Alle ore 4 vengo svegliato da un ufficiale partigiano che mi invita a rapporto in una casa vicina, facendomi presente che il comandante della 2a Brigata krayesca desidera parlarmi. Mi reco presso il comandante. Scorgo fuori del Comando Brigata un battagione partigiano schierato in armi. Nell'interno trovo il comandante con tutti gli elementi politici. Mi salutano, ma riscontro una


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notevole freddezza. Mi si informa che un soldato italiano avrebbe il giorno 9 Gennaio telefonato da Tisovci alla stazione ferroviaria di Vares, dicendo che gli italiani, stanchi dei combattimenti sostenuti, si sarebbero voluti arrendere. In base a ciò il Comando Divisione ha disposto il completo disarmo e lo scioglimento del battaglione italiano, lasciando libero ogni militare di seguire la via che volesse. Rispondo immediatamente che nulla di ciò può essere vero, garantendo sulla mia vita della fedeltà dei miei soldati. Il Maggiore Stanic, comandante la 2"' Brigata Krayesca, mi dice che egli è certo della mia buona fede, ma che d'altra parte deve eseguire ordini che ha ricevuto. Togliendomi la pistola, la butto allora sul tavolo dicendo che -non potrò mai dimenticare questo affronto fatto al sacrificio di oltre la metà del mio reparto. I partigiani si dimostrano spiacenti. Mi allontano immediatamente pregando il commissario politico della Brigata (il giovane studente Idris) di interrogare i miei uomini sulle loro intenzioni. Nella notte viene adunato il Battaglione, il quale è ridotto a 100 uomini dagli ultimi durissimi combattimenti, 100 uomini che, in condizioni disperate, hanno conservato la loro fede e le loro armi. All'esposizione dell'accaduto da parte del vice commissario della Brigata partigiana - elemento esclusivamente politico e molto duro - risponde un urlo di indignazione; alla proposta di seguire i partigiani con incarichi non di combattimento, ma nei servizi vari, avendo così la certezza di aver salva la vita, i soldati tutti ad una voce fanno presente che vogliono tenere le armi. Il Colonnello Anfosso, da me chiamato, presente alla riunione, non può sopportare la vista di tale disperata richiesta dei suoi soldati e chiama a testimonio l'intendente jugoslavo del nostro battaglione, il quale ha sempre vissuto con noi, di quanto accadde. L'intendente testimonia sulla fedeltà degli italiani, ma il Comando della 2"' Brigata è però irremovibile. L'intendente , Pavle Push che per la verità si comporta ora benissimo - è tratto in arresto dai partigiani, i quali lo conducono via con le mani legate. Sono certo che si tratta di un equivoco e di una calunnia, per cui ordino ai miei soldati di seguire il mio esempio per dimostrare ai partigiani la nostra certezza che le armi sarebbero state rese. All'alba 5 ufficiai( (Capitano Bollato, Sottotenenti Martini, Di Salvo, Marchesi, Arzeni) e due alpini, colpiti dall'affronto, si allontanano dal reparto; invito tutti gli ufficiali rimasti a restare, per di-


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mostrare agli jugoslavi la falsità di quanto asserivano. Mi reco al Comando Divisione con il Colonnello Anfosso per far presente direttamente al comandante la nostra situazione; il Comando della Brigata Krayesca aduna tutti i miei soldati: viene loro detto che chi aveva le scarpe rotte ed i piedi piagati, i feriti e gli ammalati, avrebbero potuto portarsi a Vares dove avrebbero trovato un servizio di calzoleria e la Croce Rossa Internazionale che li avrebbe curati. Sarebbero poi rientrati con il loro reparto, ivi in sosta. Trenta italiani, ridotti in condizioni fisiche pietose, si incolonnano per Vares. Allontanatisi di poco, 7, subodorando un inganno, tornano indietro e si mescolano con i loro compagni; gli altri sono invece fatti proseguire per Vares. Ove troveranno i tedeschi che li cattureranno. In quel momento, nella stanza in cui si trova il Comando di Divisione, ho un drammatico colloquio con il colonnello Anfosso ed il Maggiore Pero Kosoric, comandante della Divisione. Dico al Maggiore Kosoric che piuttosto di essere disarmato con i miei uomini, preferisco la prigionia con il Battaglione; il Maggiore mi guarda stupito e domanda al Colonnello che cosa ne pensi. Questi risponde che avrebbe seguito il Battaglione; aggiungiamo che noi due siamo certi di essere uccisi dai tedeschi, ma che ciò non ci allontana dalla nostra decisione. La nostra fermezza impressiona il comandante partigiano, il quale ci invita in mani~ra benevola a seguirlo, dicendo che tutto sarebbe stato sistemato in breve.

13 - 18 Gennaio - In questi giorni si sosta a Tisovci, e ci si sposta poi a Nisici. Viene intanto sviluppata, dall'ufficiale informatore, Svonco, l'inchiesta su quanto accaduto. Si stabilisce che nessun alpino telefonò alla stazione ferroviaria, ma che invece una donna Ustascia avvertì il presidio di Vares della presenza degli italiani, denunciandone le condizioni materiali e fisiche. Il Comando tedesco, lasciando Vares, invitò la popolazione ad indurre gli italiani alla diserzione. Al momento di lasciare Vares, però, nessun italiano mancava e tutti avevano risposto sprezzanti alle lusinghe dei filotedeschi. Il 14 Gennaio mi venne restituita la pistola, e nei giorni seguenti vengono rese le armi agli 80 alpini rimasti. Essendo il Battaglione ridotto ormai ad numero esiguo di uomini, il Comando di Divisione stabilisce di ripartire per squadra i suoi soldat.i tra le brigate Krayesca e Majeviska, non potendo più il reparto agire autonomo. Passo a far parte del Comando Brigata


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Krayesca. Ogni battaglione delle Brigate Krayesca e Majeviska ha al comando un ufficiale italiano. Particolare degno di nota, glì alpini italiani chiedono di poter avere le armi automatiche dei reparti, considerate le armi dei più valorosi, la loro richiesta è accolta.

19 Gennaio - 14 Febbraio - Mi trovo in questo periodo al Comando della 2a Brigata Krayesca, dove ho a disposizione un maresciallo (Maresciallo Paneghini) e 3 soldati, dei quali uno per tenere i registi ed i ruolini, uno come mensiere ed uno come attendente. Sono trattato con il massimo rispetto e la massima corlesia, posso sinceramente dire di aver trovato degli amici in tutti gli ufficiali del Comando. Inizialmente soffriamo però molto la fame e con il mio piccolo nucleo mi procuro i viveri con i mezzi più ingegnosi. La mia opera presso gli alpini non è altro che morale, e purtroppo si limita a dover constatar e spesso delle assenze causate da morti in combattimento. La Brigata Krayesca, nel frattempo, con marce estenuanti, in mezzo alle foreste della Bosnia centrale, si porta nei pressi di Rogatica, presidio occupato da un battaglione Ustascia, rinforzato da un gruppo di artiglieria tedesco. Iniziano allora dei cruenti combattimenti contro il presidio e contro numerose bande cetniche che, inquadrate da ufficiali tedeschi, attaccano senza posa ogni nostro luogo di sosta. Per 15 giorni, a qualunque ora diurna o notturna, si è in allarme, e tutti i giorni si combatte. 15 febbraio - Viene stabilito l'attacco al presidio di Rogatica. In questa azione saranno i soldati italiani dei battaglioni partigiani che dimostreranno ancora una volta il loro valore. Già giorni prima il Tenenete Failla aveva stupito il III Battaglione della 2a Brigata Krayesca per il suo coraggio, nonostante fosse rimasto ferito in combattimento, si può dire che in determinati momenti, era l'ufficiale italiano che prendeva il comando del reparto. Il 15 Febbraio, durante l'attacco al presidio di Rogatica, quattro italiani cadono oltre i reticolati del presidio, e sono gli unici caduti a pochi metri dal nemico. Il soldato di sanità Castagna Oreste, di Frosinone, durante l'attacco, ha una mano semistroncata;, agitandola verso il nemico, incita all'attacco i partigiani jugoslavi rimasti indietro. Al rientro in Patria lo proporrò - e la otterrà - per la Medaglia d'Oro al Va-


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lor Militare, vivente. Il Sottotenente Failla avrà, su mia proposta, quella d'Oro alla Memoria. 16 Febbraio - Viene sospesa l'inutile azione su Rogatica. La zona di Sokolovici, ove si trova la 27a Divisione, è completamente prima di viveri. 5 ospedali sono sovraccarichi di ammalati e di feriti. La za Brigata Krayesca dovrà fare una puntata di oltre 140 Km. verso la Serbia per procurare i viveri all'intera Divisione. I soldati italiani che sono con la Brigata, compiono ess i pure quella terribile marcia della fame in mezzo a foreste con oltre due metri di neve, seguendo l'impervio corso della Drina. Attraverso con loro la città di Sebrenica, ove gli abitanti offrono asilo agli italiani: nessuno rimane indietro. Si giunge davanti a Banja Basta, vengono attaccate le formazioni mussulmane della zona e requisiti oltre 140 capi di bestiame e 120 carichi di viveri. Si torna quindi nella zona di Sokolovici, dove sono rimasti gli altri reparti della 27a Divisione 3-6 Marzo - Ritornati a Tocionic, il Comando Divisione manda a chiamare presso le Brigate partigiane tutti gli ufficiali italiani. Giunti al Comando, il Colonnello Anfosso ci informa che tutti gli ufficiali italiani hanno l'autorizzazione di rimpatriare per una via sicura che sarà indicata dal Comando d~l III Corpus. Egli ci informa poi di aver disposto che un capitano e due subalterni rimangano quali tutori dei diritti dei soldati italiani presso il comando partigiano. Ci invita a fissare i nominativi di chi dovrà rimanere. Erano in quel momento presenti 3 capitani ed 11 subalterni. Chiedo al Colonnello Anfosso l'onore di restare con i miei soldati rifiutando il sorteggio, comando, come ufficiale più anziano del 4° Reggimento Alpini, un subalterno del 4°, il Tenente Failla, consideratissimo presso i partigiani, che certamente avrebbe giovato agli italiani; invito poi gli ufficiali del 3° Reggimento Alpini a stabilire chi di loro dovrà rimanere. Viene sorteggiato il Tenente Perabò. Rimango con il Tenente Failla e 48 soldati italiani presso la za Brigata Krayesca. Il Tenente Perabò con 30 Alpini del 3° resta invece presso la Brigata Majeviska, avendo gli alpini, che con essa prestavano servizio, manifestato il desiderio di rimanere nella Brigata, che doveva recarsi a riposo nella Majeviska, ed avendo avuto prove di assoluto affetto da parte dei partigiani jugoslavi di questo


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reparto, con cui da oltre un mese combattevano. In questo periodo 10 soldati italian i feriti od ammalati, fra cui il Tenente Bleu, ed i Tenenti Grazia e Collevati, sono trasportati all'ospedale centrale di Bielacina. 7 Marzo - La Br igata Majeviska entra a far parte della 16a Divisione, per cui si stacca dalla 27a, che inizia il movimento verso la valle della Orina. 8-11 Marzo - Nel trasferimento s i hanno violenti combattimenti contro formazioni tedesche ed Ustascia nella valle del Praca, lungo la ferrov ia. Il nemico tenta di impedirci il passaggio. La 27a Divisione riesce a sfondare e l' 1 l Marzo il Comando della 2a Brigata si trova ad Ustikolina. Nei comba ttimenti cadono 6 Alpini italiani. Il Colonnello Anfosso, prima di partire, mi aveva informato che nella valle della Orina la 27a Divisione avrebbe incorporato una Brigata italiana della Di visione Garibaldi e mi aveva autorizzato a trasferire tutti gli italiani in quella Brigata, avendone avuto autorizzazione dal Comando del III Corpus. Ad Ustikolina vengo a sapere che una Brigata italiana si trova a Mrezica. Mi collego subito con la Brigata, che risulta essere la 3a italiana. Sono p erò informato che essa dovrà proseguire verso la zona di Rogatica, mentre la 2a Brigata italiana, in quel momento a Kalinovich, passerà alle dipendenze della 27a Di visione partigiana. 12 Marzo - Mi reco a Foça al Comando della 27a Divisione per ottenere il passaggio di tutti gli italiani nei reparti della nostra Brigata. Il Comandante della Divisione Kosoric, ora ten. colonnello, aderisce a lla mia richiesta, dicendomi però che tale spostamento sarà effettuato non appena tutti i suoi Battaglioni saranno giunti nella zona. Assisto a Foça a llo spaventoso passaggio dei reparti lavoratori italiani (2 battaglioni) che, disarmati, seguono le formazioni arm ate per recarsi a lavorare in Bosnia. Soldati ridotti a sole ossa, con gli abiti a brandelli, deliranti per il tifo, che giungono a gruppi di 10-15, distaccati di giorni, ecco l'orribile visione che si presenta agli sguardi degli abitanti di Foça. I partigiani rimangono impressionati, il Tenente Colonnello Kosoric ha parole dure per chi ha permesso il movimento in quelle


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condizioni, verso una zona completamente priva di viveri.

4. LA TRAGICA

ODISSEA IN BOSNIA

13-16 Marzo - Con tutto il possibile aiuto degli elementi sanitari della 27a Divisione, diretti da una dottoressa austriaca con il grado di Maggiore, organizzo gli ospedali per gli italiani. Fra chi è sano

faccio opera di propaganda perché arresti l'inutile marcia e prenda le armi nei reparti della 27a Divisione, specificando come in Bosnia, chi non ha armi sia un uomo morto. Riesco a convincere il Tenente Leoni, un altro ufficiale e circa 60 soldati. Gli altri proseguono il cammino dietro la 3a Brigata: saranno tutti catturati dai tedeschi e dagli Ustascia, e ben pochi rivedranno la Patria. Nel pomeriggio del 16 Marzo sono convocato dal Tenente Colonnello Kosoric, il quale mi ordina di assumere il comando della 2" Brigata, per la conoscenza che ho ormai della guerra partigiana. Rispondo essere comandante della 2a Brigata il Capitano Marchisio, magnifico soldato, mio collega di reggimento, ufficiale di Stato Maggiore di provata capacità. Faccio inoltre presente come nell'Esercito Italiano non sia possibile che un inferiore assuma il comando di un reparto agli ordini di un ufficiale più anziano, tanto più conoscendo il valore morale e profe,ssionale di chi avrei dovuto sostituire. Il tenente Colonnello Kosoric mi ordina allora di raggiungere immediatamente la 2" Brigata e di redigere con il Capitano Marchisio un rapporto informativo sulla situazione generale, allo scopo di provvedere alle immediate necessità. 17-20 Marzo - Mi reco a Kalinovich, ove trovo la 2" Brigata ancora completamente inquadrata, ma con tutti gli uomini in uno stato di grave prostrazione, causata dalla fame, dal tifo e dal freddo intensissimo. I soldati sono ammucchiati a gruppi nelle case, vivono vicino ai fuochi, cui restano attaccati per tutto il giorno. Solo il capitano Marchisio e pochissimi ufficiali e soldati superano questa crisi con energia veramente ammirevole. La Brigata ha i Battaglioni così dislocati: Comando Brigata a Kalinovich, IV Battaglione ad Obali III Battaglione a Romanje - I Battaglione a Scivolje-Krbljine - II Battaglione a Vlaholje.


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Mancano quasi del tutto gli intendenti partigiani. mancano tutte le marmitte per le cucine, perdute nel tragico sposta mento attraverso il Montenegro. I reparti non ricevono viveri: la razione individuale giorna liera è stata di 100 grammi di carne e 100 grammi di avena abbrustolita, perché i mulini erano gelati. Più di 200 sono gli ammalati di tifo, ammucchiati a Kalinovich in un improvvisato ospedale; moltissimi ammalati sono ancora nei reparti, gli uomini dei quali non hanno la forza fi sica per trasportarli all'ospedale. Il capitano Marchisio si rende perfettamente conto della tragica situazione ed ha inviato a mezzo radio partigiane tre messaggi al Comando Divisione Garibaldi, chiedendo per aviolancio dall'Italia, viveri, vestiario e medicinali. Nessuna comunicazione ha ricevuto dalla Divisione stessa. Si saprà poi che questi radiogrammi non furono mai inviati al Comando Divisione Garibaldi, ove si diceva che la 2a e la 3a Brigata avevano trovato sulla Drina anche la frutta! Immediatamente con il capitano Marchisio stabilisco le richieste più urgenti da rivolgere al Comando Divisione: intendenti partigiani jugoslavi da assegnare ai singoli battaglioni, per la requisizione dei viveri nella zona; immediata organizzazione sanitaria: costituzione di tre ospedali per i reparti della Garibaldi; uno a Foça per i 150 malati di tifo rimasti dei due battaglioni la voratori; uno a Kalinovich per i 300 ammalati della 2° Brigata ed uno a Mrez.ica per i 150 ammalati, lasciati dalla 3a Brigata; immediata organizzazione delle compagnie sul sistema logistico partigiano, più idoneo alla guerra che si dovrà condurre. Sono rimasto commosso di come, nonostante l'apparente apatia, abbia trova to ancora saldo in quelle terribili condizioni, il morale della maggior parte dei componenti la 2a Brigata. 21 Marzo - Ritorno a Foça al Comando Divisione con le richieste, che vengono immediatamente esaudite, nei limiti del possibile, per ciò che riguarda gli intendenti, con il massimo interessamento per l'organizzazione degli ospedali, cui sono assegnati elementi di vettovaglia mento partigiani. Il Comando Divisione m i propone l'assegnazione di un battaglione ita liano della 2a Brigata, a ciascuna delle Br igate partigiane dipendenti dalla 27a Divisione. Sono dapprima contrario a tale suddivisione, che dovrà poi essere attuata in parte, causa dell'infiltrazione cetnica propagandi-

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stica e di rapina fra gli elementi italiani, che non sanno distinguere i seguaci di Draga Mihailovich da quelli di Tito. Il Comando Divisione mi comanda quale "Ufficiale delegato ed istruttore" presso la 2a Brigata, con ogni opportunità nei riguardi dei rapporti fra la Brigata italiana e quelle partigiane. Autorizza pure il passaggio dei soldati italiani che mi avevano seguito, alla 2a Brigata, limitatamente ora per i reparti della zona. 22 Marzo - Mi porto a Kalinovich, da cui riparto il 23 per recarmi ad Obali, dove la propaganda cetnica ha fatto disertare alcuni soldati. Parlo al 3° Battaglione come nei giorni successivi parlerò a tutti gli altri reparti della Brigata. Illustro l'importanza per l'onore delle armi italiane della lotta che si sta conducendo, faccio presente l'impossibilità, non compresa da tutti, di raggiungere isolati l'Italia in mezzo a foreste colme di neve, fra montanari primitivi, predoni e spesso ostili; invito tutti ad attendere la primavera, ad allontanarsi dai fuochi, a reagire con ogni mezzo allo scoraggiamento. Assicuro che le condizioni di vita miglioreranno organizzandoci alla partigiana. Ritornato da Obali dopo essere passato per Romanje, il capitano Marchisio mi invia a Dobro Ploje con il III Battaglione che vi si dovrà trasferire. La marcia viene effettuata a forza di volontà, ed il Battaglione si mette in postazione nella stessa zona ove alcuni giorni prima cetnici e tedeschi aveva~o sorpreso due compagnie del I Battaglione. Al III Battaglione ho un'ottima impressione del capitano Pertile, di Verona, il quale fra tanta disperazione, è sempre sereno. Nel frattempo sono passati con i Battaglioni italiani alcuni intendenti jugoslavi, che ne migliorano le condizioni di vita, che però non sono ancora sufficienti. Gli ospedali sono organizzati, e quello di Kalinovich riceve oltre 40 nostri feriti da un'azione aerea tedesca. 26 Marzo - È tenuto rapporto presso il Comando della 2a Brigata, fra il Comandante della 27a Divisione, il Commissario, l'ufficiale informatore Svonco, il comandante della 2a Brigata (Capitano Marchisio), il Commissario della 2a Brigata Emanuel, e lo scrivente. Il comandante della Divisione riconosce finalmente di che tempra sia il capitano Marchisio, e comprende le difficoltà in cui si trovano gli italiani. In questa riunione viene stabilito, per ragioni di vita e di sicu-


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rezza, di assegnare i Battaglioni della 2a Brigata uno per ogni Brigata partigiana. Per ora la dipendenza si limita al II e III Battaglione, rispettivamente della 2a Brigata Krayesca e dalla 3a Bircianska. Il IV Battaglione rimane di scorta a ll'ospedale ita liano di Kalinovich; il I Battaglione, dopo le perdi te subite, viene sciolto ed il suo comandante, Tenente Mannucci, viene inviato con disperato appello al Comando Divisione Garibaldi, a Kolascin, distante oltre 250 Km.

27 Marzo - 4 Aprile - In base a quanto stabilito nel rapporto di Kalinovich, il III Battaglione si porterà dalla zona di Dobro Polje, in quella di Duimovici, a disposizione della 3 a Brigata Bircianska, ivi schierata. " Il II Battaglione si trasferisce prima Dobro Polje, poi si porterà a Trnovo, a disposizione della 2a Brigata Krayesca . Con il III Battaglione ho inviato il Tenente Failla ed alcuni soldati del mio vecchio reparto, ugualmente ne passo agli altri Battaglioni. Molti però sono ancora alla Krayesca, in qua nto alcuni dei suoi r eparti sono dista nti dalla zona. Il Comando della 2a Brigata italiana può trasferirsi dove meglio crede presso le Brigate Partigiane, per essere vicino ai propri reparti. Il giorno 4 Aprile mi trovo a Trnovo con il capitano Marchisio al Comando della 2n Brigata Krayesca . Il capitano Marchisio ha febbre a ltissima, ha percorso a cava llo oltre 50 Km. per vedere i suoi uomini. Rientra a sera a Dobro Polje per ispezionare il III Battaglione. Due ore dopo la partenza del capitano Marchisio, la situazione a Trnovo diventa criticissima: i tedeschi e gli Ustascia provenienti da Serajevo attaccano con violenza. Le Brigate Krayesca e Bircianska hanno un settore di oltre 40 Km, per cui i partigiani devono ripiegare immediatamente, e con loro r ipiega il 2° Battaglione italiano giunto in quel momento a Dobro Polje. Occorrendo armi automatiche pesanti per arrestare il nemico, il plotone mitraglieri del Battaglione passa a lle dipendenze della 2n Brigata Krayesca. Locomanda il Sottote nente Biga , il quale seguirà le sorti della brigata pa rtigiana e rientrerà alla Divisione Garibaldi alcuni mesi più tardi. Il III Battaglione segue invece la Bircianska con la quale sosterrà violentissimi combattimenti e verrà quasi completamente distrutto o catturato, meno un compagnia che, di scorta all'ospedale di Mrezica, seguirà successivamente la nostra Brigata.

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Mi porto a ·Dobro Polje, ove si schiera il II Battaglione italiano. Trovo il Capitano Marchisio con la febbre oltre i 40°. Immediatamente ordino di trasportarlo a Kalinovich e distacco una compagnia a Bolianovici con compito di ritardare le forze avversarie. È con la nostra compagnia anche una compagnia partigiana. 5 Aprile - AJl'alba, un violentissimo fuoco da Bolianovici mi informa che i tedeschi stanno attaccando. Immediatamente ordino a due compagnie di portarsi con il Comando e tutte le impedimenta sulle quote a Nord di Krbljine. Resto con un plotone, comandato dal Sottotenente Vitti, a Dobro Polje per proteggere il ripiegamento della compagnia di Bolianovici, con la quale mi collego inviando una pattuglia al comando di un ufficiale. A soli 300 metri da Dobro Polje la pattuglia incontra una lunga colonna; credendo che si tratti dei nostri e dei partigiani che ripiegano, incautamente si avvicina e viene catturata, l'ufficiale è ucciso. Ho osservato quanto è successo alla pattuglia: faccio aprire il fuoco, ma a causa del gelo (-30°) nessun fucile mitragliatore è in grado di funzionare. Ordino allora il ripiegamento immediato su Krbljine. Il Sottotenente Vitti ed un gruppo di soldati di retroguardia ritardano l'azione dell'avversario. Molti soldati, fra cui il mio attendente, Caporal Maggiore Locatelli Umberto, cadono eroicamente in quella impari lotta di 20 italiani contro oltre 300 tedeschi ed Ustascia. A Krbljine non trovo il capitano Necchi con le due compagnie che dovevano proteggere il ripiegamento della compagnia di Bolianovici e del plotone di Dobro Polje. Trovo invece 20 sbandati della compagnia di Bolianovici che mi informano come le compagnie italiana e partigiana sino state sorprese ed annientate dal nemico, coadiuvato da una banda cetnica locale. Ordino al Sottotenente Vitti di mantenere con una squadra la posizione di quota 1279, mentre faccio ripiegare i restanti uomini sul Gradina, sperando di trovarvi dislocate le due compagnie del Capitano Necchi. Non trovando sul Gradina nessuno, faccio ripiegare il Sottotenente Vitti pochi minuti prima che la quota 1279 venga attaccata da un Battaglione nemico. Trovo il Capitano Necchi e tutte le salmerie dell'intendenza


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della Brigata, con il capitano Marchisio delirante, a Morosovici (6 Km. più indietro). L'avversario ci insegue, non deve essere perso un minuto. Ordino all'intendenza della 2° Brigata, al II Battaglione, ormai non più impiegabile, di portarsi immediatamente a Jelaska. Mando ad avvertire il Tenente Mis itano - Capo di Stato Maggiore della 2° Brigata - di far schierare subito il IV Battaglione - comandato dal Tenente Mattia - sulle quote immediatamente a Nord di Jazici. Desidero con il Battaglione arrestare in ogni modo il nemico, per dar tempo all'ospedale di sgombrare da Kalinovich su Miljevina. Giunto a Jazici trovo il IV Battaglione già schierato. Parlo con il vice comandante della 2° Brigata Krayesca e l'informo della situazione. • 8 Il vice comandante della 2 Brigata Krayesca si rende conto della tragedia e parte immediatamente con il plotone che aveva con sé per Borja invitandomi a seguirlo: rispondo che rimarrò con i reparti italiani, ed allora mi dice che i tedeschi provenienti anche da Nevesinje hanno superato le difese del IV Battaglione partigiano ad Obali, ed ora si trovano alle nostre spalle, a pochi chilometri da Kalinovich. Appena partito il vice comandante della Brigata partigiana, mi raggiunge il Tenente Misitano, proveniente da Kalinovich, il quale mi informa che prima di entrare nel paese ha incontrato il com andante del IV Battaglione della Br igata Krayesca, che gli ha riferito essere inutile il tentare di portare in salvo i 400 ammalati dell'Ospedale, dei quali più di 200 barellati, senza neppure un cavallo e senza personale per trasportare le barelle; il nemico si trova già a lla periferia del paese. Vengono così lasciati a Kalinovich 400 ammalati e vi arrivano improvvisamente due battaglioni tedeschi ed una brigata cetnica con mezzi motorizzati, senza che il battaglione partigiano a difesa delle provenienze da Nevesinje abbia opposto resistenza. Il Battaglione partigiano sfila, infatti, pochi minuti dopo l'arrivo del Tenente Misitano, ripiegando su Borja. Ordino al Tenente Cuccia di schierarsi, con la sua compagnia, sulle quote a Sud di Hodzak mentre faccio ripiegare il resto del battaglione e dispongo, mediante corriere, che il II Battaglione e l'intendenza si portino a Jelec dove saranno raggiunti dal IV Battaglione. Nel frattempo le forze provenienti da Serajevo e da .N'evesinje si congiungono a Jazici e si preparano ad attaccarci. Ultimato il ri-


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piegamentyo del IV Battaglione faccio ripiegare il Tenente Cuccia e mi porto a Borja, ove trovo un ordine del vice comandante della 2a Brigata Krayesca di portarmi con tutta la 2a Brigata a Miljevina, località in cui mi raggiungerà la compagnia del III Battaglione con l'ospedale di Mrezica, essendo attaccato anche quel settore dagli Ustascia. Ordino alla 2a Brigata di portarsi da Jelec a Miljevina. Con tutta la Brigata sosto sulla rotabile a Duskovici. Nel frattempo il capitano Marchisio, trasportato a cavallo, è completamente privo di conoscenza. A Duskovici mi accorgo di avere la febbre altissima. Mi manda a chiamare il Capo di Stato Maggiore della 27a Divisione, il quale mi ordina di formare una colonna con la 2a Brigata e l'Odred Jahorinsko per portarmi poi nella Zelena Gora, fino alla confluenza Piva - Tara, dicendomi che l'offensiva tedesca non solo si è sviluppata da Serajevo e da ~evesinje, ma anche da Goradze, e che perciò dovremo raggiungere una zona priva di vie di comunicazioni ai piedi del Durmitor. Mi consiglia di partire immediatamente. Nel frattempo ha raggiunto la 2a Brigata la compagnia del III Battaglione di scorta all'ospedale di Mrezica. Il Tenente Amabilli, suo comandante, mi informa che, attaccato da preponderanti forze nemiche, ha dovuto ripiegare con i 50 ammalati che potevano camminare, ed abbandonare gli altri 100, non avendo mezzi di trasporto. 6 Aprile - Da Duskovici per Rataj, raggiungo Stuj. La Brigata la comanda il Capitano Licata, vice comandante. Con lo stesso, come con il capitano Marchisio, agisco in perfetto accordo; d'altra parte sono il solo che ho autorità (fino a quel momento) con i comandanti partigiani, ed in particolare con il capitano Slobodane, comandante l'Odred Jahorinsko. Oltre al capitano Marchisio, che si trascina a cavallo, faccio trasportare il commissario della brigata partigiana, Emanuel, anch'egli delirante per il tifo. Il commissario è stato abbandonato dal1' ospedale partigiano a Borja.

7 Aprile - Da Stuj nella notte, la colonna si trasferisce a Zackmur, attraversando foreste immense, con oltre un metro e mezzo di neve. È meravigliosa l'opera del plotone mortai da 81, comandato dal Tenente Rafanelli. Il plotone ha trasportato le sue armi a spalla


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per 50 Km. impegnandosi in combattimento; il suo comandante ha dato l'esempio a tutti, trasportando la piastra per ore senza chiedere il cambio. 8 Aprile - La colonna si deve trasferire da Zackmur a Popi. A Zackmur viene lasciato in una casa il commissario partigiano, che verrà poi ucciso dai cetnici, giunti sul luogo. La tappa è forzata, perché si ha notizia che una colonna cetnica partita da Jelec, comandata dal capo cetnico Bodiroga (mio vecchio conoscente del 1942) vorrebbe impedirci il passaggio della Sutjeska a Popov Most. Il capitano Marchisio, che non può proseguire a cavallo perché ha un'orribile piaga in fondo alla spina dorsale, è trascinato avanti a spalla da me e dai suoi soldati. Ho oltre 39° di febbre. Giunto nei pressi di Basarici mi accorgo che un forte gruppo cetnico ci fronteggia sulle quote che ci separano da Popi. Ordino al IV Battaglione l'aggiramento dell'avversario da Mjesarici. Il nemico ripiega, la colonna può raggiungere P@pi; sarà invece attaccato il IV Battaglione, che avrà delle dolorose perdite. I mortai da 81 sono lasciati in un burrone dal tenente Rafanelli per mio ordine, non essendo più i soldati in condizioni di trasportarli. L'ufficiale ha obbedito con le lacrime agli occhi. Gli uomini in questa marcia non hanno camminato, ma si sono trascinati: molti sono rimasti indietro e non li abbiamo più rivisti. Personalmente mi trascino ormai io pure, colpito dal tifo. Ci si ciba solo di avena non macinata, e per di più fermentata. Ciò ha fatto sì che a molti si sia annebbiato il cervello, e quasi ubriachi ed estremamente deboli non comprendano più nulla. 9 Aprile - Da Popi si elude un attacco avversario partendo nella notte, dopo solo due ore di riposo. Si passa la Sutjeska e, seguendone il corso, si raggiunge la sua confluenza con la Drina. Ci trasciniamo poi lungo la Drina, fino alla confluenza Drina-Piva che raggiungiamo nel tardo pomeriggio. Al Piva, che dobbiamo superare, un'amara sorpresa ci attende: non esiste il ponte. Due sole corde di acciaio rappresentano il difficile passaggio per uomini sani, terribile per dei soldati ammalati di tifo per la metà, ed il rimanente ridotti ad uno stato di assoluta denutrizione. Eppure ci si deve passare: il nemico ci insegue e vuole annientarci. La colonna traversa il fiume abbandonando tutti i cavalli che non possono seguirla. Il capitano Marchisio passa il fiume portato


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a spalla dal Sergente Maggiore Boi; pochi minuti prima un soldato è precipitato dalla passerella aerea ed è stato travolto dalle acque

del Piva in piena. Il passaggio dura tutta la notte, mentre sulla sponda che via via si raggiunge, Scepan Polje, l'esiguo presidio partigiano combatte contro i cetnici che attaccano dalla riva destra del Tara. Passo il fiume sui cavi d'acciaio e senza conoscenza cado sull'altra riva. Raggiungerò la colonna tre ore più tardi a Zagrade, con 40°5 di febbre . Posso dire che da Zahum a Zagrade non sono mai stato cosciente; di questo ne approfittano i partigiani per impadronirsi di alcune armi automatiche della 2a Brigata; l'energica opera del Comando Brigata impedisce maggiori soprnsi. In quei giorni è stata inviata una pattuglia al Comando II Corpus in quanto gli appelli alla Divisione Garibaldi fatti dal capitano Marchisio non hanno ricevuto alcuna risposta. Nella comunicazione di cui la pattuglia è latrice si rappresentano le disperate condizioni della 2a Brigata, inviata dal II Corpus in Bosnia, promettendole all'arrivo viveri in abbondanza. 10 Aprile - 26 Aprile - Giunto a Zagrade perdo completamente la conoscenza, che riprendo dopo 16 giorni. In questo periodo la 2a Brigata ha avuto l'autorizzazione dalla 27a Divisione, anch'essa in disper ate condizioni, di riunirsi alla Divisione Garibaldi . La 2a Brigata mi ha lasciato a Ljcevina con il capitano Marchisio ed altri 100 ammalti, in custodia al Tenente Medico Misorella, che però non ha né un termometro né un medicinale. Il Comando della 2a Brigata ha avuto assicurazione che l'ospedale sarebbe stato rifornito dal capo villaggio locale. Gli uomini dell'ospedale ricevono, al giorno, 100 grammi di farina di avena e 100 grammi di carne di pecora con l'osso, che di massima non mangiano perché rimettono; il cibo viene versato in un truogolo di maiale. Io, incosciente, preso dall'incubo di morire, affamato, mi trascino carponi fino al truogolo e mangio tutto ciò che trovo. In questo triste periodo muoiono di sfinimento il capitano Marchisio e numerosi soldati. È con me, ammalato di tifo, il Tenente Simonetta, con il quale giro in preda al delirio due ospedali, trasportato negli stessi dal dottore della 2a Brigata Krayesca che durante una visita mi ha riconosciuto, mi ha fatto un'iniezione di adrenalina al cuore e mi ha voluto nel suo ospedale, pensando forse


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darmi una maggiore assistenza (si tratta di un giovane studente in medicina, mussulmano). Rinvenuto e trovatomi in mezzo a jugoslavi che, nell'assenza del dottore, mi stavano depredando degli ultimi cenci, lascio l' ospedale partigiano e mi porto ancora presso il Tenente Misorella. 27 Aprile - 5 Maggio - Le condizioni degli ammalati di Lijecevina sono disperate. Il capo villaggio si rifiuta di fornire i pochissimi vi-. veri. Il Tenente Misorella è costretto ad inviare· i convalescenti lungo le mulattiere del Durmitor sino a Zabliak, dove esiste un ufficio di collegamento italiano retto dal Sottotenente Liserre. Molti soldati muoiono durante quel durissimo percorso attraverso il Durmitor, che fanno a gruppi di tre o cinque, appena possono compiere i primi passi. 6 Maggio - Tutti i rimanenti ammalati partono con il Tenente Misorella. A sera si giunge a Nicotici. Si bussa a tutte le porte, ma nessuna casa ci vuole accogliere, temendo il tifo. Dopo due ore di ricerche dormo con il Tenente Simonetta in una stalla di pecore, dove pago 500 lire una pappetta di avena.

7 Maggio - Si parte all'alba diretti a Trsa. Non possiamo raggiungere la località perché sfiniti: una stalla ci accoglie nella notte. 8 Maggio -

Raggiungiamo Trsa dove troviamo un Comando partigiano organizzato, che ci fa attendere due ore prima di riceverci. Nell'attesa una donna mi invita con il Tenente Misorella ad entrare nella sua casa. Devo far realmente compassione, ma ho il mio cappello alpino ed indosso la divisa del capitano Marchisio (la mia è stata bruciata durante la malattia), e sono sempre un ufficiale italiano. Nella piccola casa serba prepara una tavola con una tovaglia bianca e ci offre carne, burro, frittelle dolci, latte e grappa. È la moglie di un capo cetnico la quale, offrendoci tutto ciò che di meglio ha, mi domanda se voglio restare nella sua casa. Ci dà notizia sulla presunta azione cetnica che avrebbe liberato il Montenegro dai partigiani. Forse è in buona fede, ma ormai conosco troppo bene il sistema, e l'unico mio desiderio è quello di poter raggiungere il Comando Divisione Garibaldi ove potrò ritrovare i miei vecchi soldati.


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Nonostante l'attesa, il comando Miesta di Trsa si rivela attrezzato, e per 6 giorni ci ospita discretamente. Sono letteralmente coperto di piaghe, e ad ogni movimento rivoli di pus scorrono sul mio corpo; in questo periodo posso ben dire di dover la vita al mio attendente, che mi cura come si può curare un bambino. È il monferrino alpino Geremia, già del 3° Alpini.

Un fonogramma del Comando Divisione Garibaldi (il telefono era stato impiantato il giorno prima) informa il Comando Miesta di Trsa di farmi proseguire con il capitano Marchiso. Essendo questi morto, parte con me il Tenente Simonetta. Il Tenente Misorella rimarrà sul posto con gli altri ammalati ancora per un mese, curando nel frattempo anche i civili della zona. Con il Tenente Simonetta raggiungo nella notte Crna Gora dove dopo essere stato cacciato da numerose case, perché convalescenti di tifo, ed essermi disteso sulla piazzetta dell'abitato, con oltre 20° sotto zero, una famiglia partigiana mi accoglie. Essa ha avuto due figli morti in un combattimento sostenuto un anno prima contro i miei alpini; mi riceve con il tenente Simonetta e ci dà tutto quello che ha di meglio, pur avendomi riconosciuto come il duro avversario.

14 Maggio -

Si prosegue all'alba attraverso il passo di Stulac per Zabliak, ove si giunge a sera. A Zabliak trovo il Tenente Liserre con una infermeria italiana. Il comando Miesta di Zabliak vuol farci proseguire immediatamente per Negobugia. Il Sottotenente Liserre ottiene dal tenente Colonnello Romano, ufficiale di collegamento alla Podrucia di Savnick, di farci restare un giorno per riprendere le forze.

15 Maggio -

I 7 Maggio - Raggiungo l'ospedale italiano di Negobugia, diretto dal Tenente Medico Forni. Ho ancora 39° di febbre, una scabbia infettiva ed una decina di ascessi in suppurazione sul corpo. Gli 80 ammalati dell'ospedale di Negobugia sono quasi senza viveri; riceviamo al giorno 100 grammi di farina bianca e 40 di carne quando c'è. Al campo di Negobugia arrivano giornalmente quintali di viveri dall'Italia, ma il comando partigiano li rifiuta all'ospedale.


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LA 4a BRIGATA "GARIBALDI"

21 Maggio - Giunge a Negobugia da Kolascin il Sottotenente Selvaggi con quattro carichi di viveri e con l'ordine del Maggiore Sessich di portarmi a Lipovo, dove si trova il Comando di Divisione. In due tappe vengono percorsi gli 86 Km. Prima di giunggere a Lipovo incontro a Lipovo Alto l'ospedale divisionale, e sono visitato dal capitano medico Lodi, il quale mi vuole trattenere, avendo in quel momento 39°5 di febbr e. L'ordine del maggiore Sessich al Sottotenente Selvaggi mi fa proseguire. Infatti penso che il Comando Divisione abbia urgente bisogno della mia presenza. Alle 18 giungo al Comando Divisione, dove incontro il Maggiore Sessich, il quale mi tratta con molta cortesia e mi dice che con mio comodo potrò in seguito redigere una relazione. Il Generale Vivalda, comandante la Divisione, ed il Tenente Colonnello Ciglieri, Capo di Stato Maggiore, erano quel giorno assenti. Il giorno successivo vengo ricoverato all'ospedale centrale della Divisione Garibaldi, ove rimango fino al giorno 20 Giugno. Sono in quei giorni trattato in modo veramente fraterno dal Tenente Colonnello Ciglieri. 21 Giugno - Uscito dall'ospedale, mi viene subito dato il comando di un costituendo Battaglione italiano, che in un primo tempo dovrà agire aggregato alla 2a Brigata. Parto perciò da Kola' scin con un primo nucleo di 23 Alpini raccolti nelle case civili. 22 Giugno - A Moikovac incontro la 2a Brigata, e vengono passati al mio Battaglione altri 83 Alpini con il Sottotenente Dutto.

23 Giugno - Il Generale Vivalda, di passaggio da Moikovac, mi ordina d i recarmi alla l a Brigata, alla quale è ora stato assegnato il mio battaglione. La raggiungo a Priloge sul Lim. Il Colonnello Rawnich - comandante la Brigata - m i ordina di tenere il mio battaglione di rincalzo a i suoi, coprendo a lle spalle lo schieramento da eventuali azioni di elmenti cetnici, che si aggirano sul Bielasica. 21 Giugno - 7 Luglio - In questo perio do ricevo nuovi complementi da Kolascin. Si tratta di alpini ed artigl ieri alpini ricuperati dalle case civili od usciti dagli ospedali. Posso cosi formare 4 compagnie su formazione partigiana. Nel frattempo il Tenente Colon-


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nello Rawnich che, malgrado sia stato ferito nei giorni precedenti, non ha abbandonato la sua Brigata, viene nominato comandante di Divisione. Il 7 Giugno mi invia l'ordine di formare con i miei uomini, che saranno in seguito aumentati, la 4a Brigata, per ora ancora alle dipendenze tattiche-e logistiche della 1a.

8 - 18 Luglio - In questo periodo la 4a Brigata assume posizioni sulla riva sinistra del Lim. È inserita tra i battaglioni della 1a Brigata, avendo questa un settore assai ampio. Ho costituito due battaglioni. La forza complessiva è, al 1° Luglio 1944, aumentata a 270 uomini.

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19 Luglio - Attività aerea tedesca . Sulla sponda opposta del Lim si nota movimento di salmerie nemiche. Notizie informano che la pressione avversaria si è fortemente accentuata nella zona di Andrevica. 20 - 24 Luglio -

Intensa attività aerea tedesca. Pressione su Berane. Spostamento di due Divisioni partigiane alle spalle dell' avversario. Attività locale di pattuglie sul Lim. Scambio di raffiche di armi automatiche. In questo periodo ho tre feriti dall'artiglieria avversaria. 25 - 26 Luglio Visita del Tenente Colonnello Rawnich, comandante della Divisione, alla 1a e 4a Brigata. In questo periodo numerosi aerei alleati hanno trasportato da Berane circa 400 italiani degli ospedali in Italia. L'attesa di tutti i soldati è vivissima. Ciò nella 4a Brigata non diminuisce lo spirito di disciplina che fin dal primo giorno l' ha animata. I partigiani, attaccando a lle spalle il nemico al Ciakor, hanno risolto la situazione .

27 Luglio - Dal Comando la Brigata giunge l'ordine di trasferimento della 4a Brigata a Berane. La 4a Brigata, prima dello spostamento, deve attendere il cambio dalla 2a.

30 Luglio - Fra le ore 10 e le 12 viene effettuato il cambio da parte della _2a Brigata. Ci si sposta quindi a Berane, che si raggiunge alle 22.


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31 Luglio - Il 2° Battaglione della 4a Brigata si porta in zona Belo Brdo - Kaludra, tenendo l'estrema destra del fronte di Berane, sul quale è schierata la 2a Brigata. Lo schieramento ha lo scopo di evitare infiltrazioni nella zona di Berane, di bande disperse dall'azione effettuata dai partigiani sul Ciakor. 3 Agosto - La 2a Compagnia del II Battaglione appoggia un rastrellamento dei partigiani nella zona di Sekular. Un aereo tedesco, facendosi passare per alleato, lancia nella mattinata su Berane dei volantini indirizzati ai soldati italiani delle Divisioni Taurinense e Venezia, invitandoli a recarsi sulla costa ove vi saranno navi pronte per il loro trasporto in Italia. Nessun commento da parte dei soldati.

6 Agosto - Tutta la Brigata si porta in linea, occupando il settore da quota 1096 del costone del Gradina, fino a Kaludra. Il Comando Brigata si trasferisce a Zagorie.

7 Agosto - Combattimenti fra forze tedesche-mussulmane e partigiane sulla nostra destra. Appoggio di una nostra compagnia ad un attacco partigiano in zona Sekular.

8 Agosto -

9 Agosto - Cessa ogni dipendenza tattico-logistica dalla 1a Brigata italiana. La 4a Brigata dipende dalla 3a Divisione partigiana.

11 Agosto - Informazioni danno paracadutisti tedeschi lanciati alle nostre spalle. Assumo uno schieramento in profondità dislocando una compagnia a tergo del Comando Brigata« Alle ore 23 giunge l'ordine del Comando 3a Divisione, per cui la 4a Brigata passa alle dipendenze della sa Brigata Proletaria montenegrina. Dovrà spostarsi nel settore Sekular - Kaludra. Il Comando Brigata si porta a Rovce. La forza della Brigata ha raggiunto i 320 uomini. Mi viene consegnato dai partigiani un quadrupede che trasporta due sacchi con complessivi 20 milioni per la Divisione Garibaldi, aviotrasportati nella notte a Berane. Consegnerò i milioni al


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Comando Divisione molti giorni più tardi, trasportandoli per tutto il ripiegamento, e dormendoci sopra di notte. Al controllo che faccio quando mi consegnano i sacchi, mi accorgo che hanno messo un paio di calze al posto di un pacco di 1 milione: le calze mi sono molto più utili. Non ho bisogno di guardia per vigilare il prezioso carico che si sposta, a conoscenza di tutti, sul cavallino, e che risulterà sempre intatto.

12 Agosto - Faccio prendere contatto dal tenente Barletta, con il Comando della 5" Brigata "Montenegrina", che approva lo schieramento. 13 Agosto - La notte è passata tranquilla. Solo ali' alba il tiro di mortai e di artiglieria avversario verso Berane danno un primo allarme sulla situazione. Improvvisamente si sviluppa un attacco alle ali dello schieramento della Brigata. Nella notte i miei reparti sono lasciati dai partigiani completamente scoperti sui fianchi, ed il nemico ha buon gioco per tentare l'accerchiamento dei medesimi. Malgrado la critica situazione tutta la Brigata inizia il ripiegamento per portarsi sulla sinistra del Lim. Il fiume viene guadato in un punto ove l'acqua supera il metro d'altezza, e la corrente è fortissima. Riesco ad afferrare il Tenente Medico Gobbo mentre la corrente lo porta via. Sulla riva opposta, nella zona di Bùce, si fa fronte al nemico. Mancano circa 30 uomini delle posizioni avanzate, sicuramente sorpresi dall'avversario. Appena la Brigata ha effettuato il suo schieramento, razzi tedeschi ci comunicano che il nemico ha completato il previsto accerchiamento di quelle che erano le nostre posizioni, raggiungendo su tutto il fronte la riva destra del Lim. Il nostro guado è avvenuto 15 minuti prima. Cerco collegamento con i reparti partigiani, ma non I).e trovo traccia, essendosi già tutti ritirati in direzione di Lubnice. Organizzo sul terreno i reparti della Brigata ed invio il Comando Brigata ed il primo Battaglione a Lubnice, mentre con il II Battaglione sviluppo azione di retroguardia. Raggiungo il seguito con tutta la Brigata Lubnice, passando per le quote elevate di Konisko Brdo onde evitare eventuali sorprese. Il nemico cerca di battere la colonna con intenso tiro di artiglieria, che suscita panico fra la rilevante schiera di civili che segue i reparti partigiani. A Lubnice trovo i reparti partigiani in pieno ri-


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piegamento. Già la 1a Brigata e la mia intendenza hanno proseguito in direzione di Kol ascin attraverso la catena della Bielasica. Il 1a Battaglione prosegue con loro. Si verifica in questo momento una situazione curiosissima per noi comune nella guerra partigiana, in cui ]' attività dei reparti è appunto quella di dileguarsi quando il nemico è in forze superiori. La 4a brigata ha ripiegato per ultima dal Lim, per cui so che alle spalle ho soltanto i tedeschi. Il Comando della 9a Brigata Montenegrina si trova a Lubnice. Un Maggiore de lla 9a Brigata, vedendo un mio Battaglione ancora nella zona, perfettamente inquadrato, e numeroso, mi manda a chiamare presso il Comando brigata. In realtà comprendo subito dalle sue prime parole che egli non ha più nessun reparto alla mano. Infatti mi comunica che a mezzo radio ha avuto ordine dalla 3a Divisione che la 4a Brigata passi dalla sa, a lle dipendenze della 9a Brigata!! La radio della 9a Brigata era già stata ripiegata da alcune ore. Mi dice altresì che due battaglioni della 9a Brigata sono impegnati sulla riva destra del Lim, tagliati fuori dai tedeschi e non possono passare il fiume. Quando la 4a Brigata ha guadato il fiume i tedeschi ne occupavano tutta la riva destra, e nessun reparto partigiano vi si trovava. Mi ordina di mandare due compagnie a Konisko Brdo ed una compagnia sullo Zrni Vrh per proteggere il ripiegamento dei suoi due battaglioni. La mia brigata proveniva in quel momento da Kon isko Brdo ed era quindi al corrente che da quella parte non vi era a lcuna minaccia. Rispondo, per evitare attriti, che sono disposto ad eseguire gli ordini, p urché un reparto partigiano della 9a Br igata si porti con una mia compagnia a Crni Vrh, data la nostra forza ridotta. Mi dice prima che mi darà 50 uomini, poi non li trova . Il nervosismo del comandante la 9a Brigata è estremo. Ad un certo momento afferma che tutti devono andare: r ispondo che sono pronto ad andare con i miei soldati. L'ufficiale informatore politico della 9a Brigata, Bosco Giuriskovic, più calmo, e nel caso, molto obiettivo e sereno, fa presente al suo comandante che sta parlando con un comandante di Brigata italiana, e che se si dovesse portare con una compagnia, anche tutto il Comando della 9a Brigata dovrebbe seguirlo; dà infine 3 uomini di r inforzo, gli unici che sono disponibili , alla compagnia che deve recarsi a Crni Vrh.


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Il Comando della 9a Brigata partigiana ha in realtà bisogno di un reparto che fermi i tedeschi, per poter effettuare il suo ripiegamento. Ciò si dimostra evidente quando la compagnia comandata dal Maresciallo Stringatti arresta una colonna di 500 tedeschi che, proveniente da Crni Vrh, puntano su Lubnice. La compagnia sorprende il nemico in un passaggio obbligato con il fuoco delle sue armi automatiche, e gli infligge sensibili perdite. Raggiunge gli altri reparti della 4a Br igata, che nel frattempo si sono portati in zona Tuste, a tarda notte del 14 Agosto, con tre alpini mancanti. La compagnia non ha visto nessun battaglione partigiano ripiegare dal Lim, poiché tali reparti si erano già ritirati la notte precedente. 14 Agosto - Alle ore 12 la 4a Brigata riceve ordine di schierarsi nella zona di Pesic Jezero. Mentre avviene lo spostamento, un successivo ordine informa che deve portarsi in zona Ogorela Glava, sulle quote 1890 - 1986. Su tali posizioni dovrebbe anche schierarsi un Battaglione della 9a Brigata. Alle 18 la Brigata si disloca sulle posizioni prestabilite. Alle 19, non vedendo nessun reparto partigiano, invio il Tenete Barletta a prendere collegamento con il Comando della 9" Brigata. Lo trova in movimento per recarsi sulla riva sinistra del Tara. Se non avessi mandato un ufficiale in collegamento, la 4a Brigata sarebbe stata nuovamente abbandonata sola al di qua del Tara, come già lo era stat; al di là del Lim. Ritornato l'ufficiale, inizio il movimento su Kolascin nella notte oscurissima, in terreno montano infestato da pattuglie cetniche che, sapendo dell'avanzata dei deteschi, entrano in azione contro i nostri reparti di retroguardia. 15 Agosto - Giunto alle ore I presso Kolascin, scorgo il ponte del Tara in fiamme. Il ponte è stato incendiato dai partigiani prima che un solo reparto della mia Brigata fosse transitato sull'altra riva. Completamente all'oscuro della situazione, ritengo che Kolascin sia già stata occupata dai tedeschi provenienti da Matascevo. Seguo allora la riva destra del Tara e passo il fiume a guado più a valle. Alle 5 riunisco tutta la Brigata in zona Blatina. Vengo a sapere che il Tenente Colonnello Rawnich è ancora nella località con alcuni elementi del Comando Divisione Garibaldi. Lo raggiungo e lo informo che la 4a Brigata ha perduto, durante


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l'offensiva dei giorni precedenti, 50 uomini e due fuci li mitragliatori. Contemporaneamente prendo con tatto con il Comando della 9a Brigata, che si è portato nella zona di Trebaljevo. Il Comando della 9a Brigata dispone che la 4a Brigata rimanga sulle attuali posizioni in attesa di ordini. Schiero il 1° Battaglione sulle quote di Vojkovici a protezione dei magazzini di Blatina. Dopo mezzogiorno il nemico, che nella mattinata ha raggiunto Kolascin, attacca le posizioni partigiane sulla sinistra del Tara. Verso le 15 l'artiglier ia tedesca concentra i suoi colpi sulle posizioni occupate dal I Battaglione. Pochi minuti dopo i partigiani fanno saltare il deposito di munizioni di Blatina ed iniziano il ripiegamento. Il I Battaglione, che si trova in linea inquadrato con i reparti partigiani, li segue nel movimento. Ordino al II Battaglione di ripiegare su Lipovo Basso, ove prendo collegamento con un Battaglione partigiano. Il I Battaglione, impossibilitato a ricongiungersi con la Brigata, ripiegherà lungo la mulattiera da Vojokovici, diretto sul Sinjavina, altopiano in cui si delinea il ripiegamento di tutte le forze partigiane. Alle 20 il Battaglione partigiano, con il quale mi sono collegato, ripiega: faccio iniziare il movimento a l mio reparto. 16 Agosto - Alle ore l raggiungo il passo che immette nell'altopiano di Sinj avina. Alle 11 prendo collegamento con il Comando della 3a Divisione partigiana, il quale ordina che la 4a Brigata, meno il I Battaglione, passi a lle dipendenze della sa Brigata Montenegrina e concorra con essa alla difesa del passo. Alle ore 16 il II Battaglione si schiera sulla linea Q. 2203 - q. 2100 di Jablanov Vrh ed arresta i tedeschi che cercano di infiltrarsi con pattuglie, con il fuoco delle armi automatiche, mentre tutta la zona è centrata da un violentissimo tiro di artiglieria nemica. Alle 20 il comandante la sa Brigata partigiana ordina ai reparti di ripiegare lentamente ed ordinatamente, avendo assolto il loro compito: tutte le impedimenta partigiane sono già defl uite attraverso l'altopiano verso la zona di Boan. Una ulteriore permanenza di r eparto sulla linea potrebbe portare ad un aggiramento tedesco da Stitarica. I due Battaglioni partigiani della sa Brigata, il Comando ed il II Battaglione della 4a Brigata ripiegano sullo Starac (q. 192 1) e sul Debela Glàva (q. 1931). Su tali posizioni si schiera un Battaglione partigiano, e gli altri riposano sul rovescio dalle 23 alle 3. Quel giorno tutti i soldati non hanno mangiato: non s i hanno più viveri


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al seguito. 17 Agosto - Si prosegue il movimento per Kritacko Blje. Raggiungo la località a lle ore 7. Chiedo al Comando Brigata viveri; mi risponde che la Brigata Italiana dipende ora dalla 9aMontenegrina, i cui reparti stanno in quel momento mangiando pagnotte di 1 Kg. e 1/2 Kg. di carne arrosto a testa. Il Comando 9a Brigata fa colazione con pane bianco di farina aviolanciato, thè, burro e panna, carne in umido e patate. Alla mia richiesta il comandante mi offre un piatto di carne. Rispondo che sono venuto per i miei uomini. Mi dice allora che non può darmi niente perché a questo deve pensare la sa Brigata da cui dipendo. Insisto in modo energico ed alla fine mi r isponde di proseguire per Odrak Polje ove l'intendenza della 9a Brigata mi rifornirà di carne in quantità rilevante. Mi offre ancora un piatto di carne, che questa volta accetto dividendolo con il corriere che mi ha seguito. Alle 14 si raggiunge Odrak Polje. Durante la marcia faticosissima ho la sensazione di avere perduto la strada e la pena enorme di trascinarmi dietro uomini che, dopo aver percorso 200 Km.; sono digiuni da due giorni. La mancanza di acqua lungo il percorso rende i soldati allucinati e barcollanti. Credo che sia stata appunto questa arsura che ha provocato in me l'ingiustificata preoccupazione. Raggiungo infatti Odrak Polje alle orè 14 . Mi rifornisco di carne e prendo contatto con il Comando della 9a Brigata che si trova a Dugi Do. Non ho ancora trovato il I Battaglione, per cui invio corrieri nelle zone vicine per rintracciarlo. Alle ore 23 la Br igata riceve ordine di spostarsi in zona Durmitor (Boban) passando per Provalje e Dodri Do. Le viene comunicato che lungo il percorso incontrerà il I Battaglione e la sua intendenza. La tappa è lunga 40 Km. e si svolge in zona priva di acqua. 18 Agosto 1944 - Iniziato il movimento alle ore 3 giungo a Provalje alle 9, trovo il I Battaglione e l'intendenza, che in precedenza si erano portati a Zabiak. Viene consumato il rancio, ed alle 12 si prosegue per Boban. Giungo alle 17 a Dobri Do, ricevo ordine dalla 9a Brigata partigiana di ritornare a Provalje, ove si concentrerà l'intera Divisione Garibaldi. Alle ore 22 sono di nuovo a Provalje, dove appena giunto, il commissario politico della 1a Brigata italiana mi informa che il Comando del II Corpus ha ordinato che


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tutti i reparti italiani debbano nuovamente raggiungere subito la zona Dobri Do. Dato che siamo tutti stanchissimi, ordino di riprendere il movimento a lle 4 del mattino successivo. · 19 Agosto - Durante la marcia, la 48 Brigata riceve disposizione di portarsi a Plitki Do. 20 Agosto - Alle 7,30 la 4a Brigata raggiunge Plitki Do, dopo essersi fermata lungo il percorso a pernottare, per l'eccessiva stanchezza degli uomini. Alle 9 un ricognitore tedesco ci sorvola bassissimo, bombardando il vicino attendamento della 2 3 Brigata italiana. Nella giornata mi nutro con 7 chicchi di granoturco dei 14 che il Tenente Prestini, comandante la 1a Brigata, divide con me. Alle 14, per ordine del Comando Divisione Garibaldi, ci portiamo immediatamente a Dubljevici per costituire scorta all' ospedale centrale partigiano. Alle ore 18 si giunge in tale località, e si apprende che gli ammalati dell'ospedale partigiano, trasportati a spalla da oltre 200 ammalati e convalescenti italiani, sono partiti da circa tre ore per il monastero del Pi va. Vi arrivo alle 21 e prendo collegamento con un ufficiale superiore del II Corpus, il quale mi informa avere l'ospedale proseguito per il campo d'aviazione di Bresna, costruito in quei giorni dai genieri della Garibaldi. L' ufficiale dispone che la Brigata si porti a Vodjce, località ad un'ora di distanza dal monastero. 21 Agosto - A Vodjce si assiste alla tragica sfilata di alcune Br igate partigiane che prov~ngono dalla Serbia, sempre inseguite dai tedeschi. 22 Agosto - Nessun ordine è ancora giunto. Il monastero del Piva è stato evacuato. Raffiche di mitragliatrice ci informano che i tede-

schi hanno raggiunto il ponte presso il monastero. Ordino lo spostamento immediato su Bresna. Lungo il percorso sono raggiunto da corrieri che mi comunicano l'ordine di spostamento da parte del Comando II Corpus. A Bresna giungo alle 14 ed assisto alla partenza per l'Italia con 36 alleati di circa 99 tra civili, ammalati e feriti partigiani, fra cui 20 italiani barellati. Gli altri 200 ammalati del nostro ospedale non sono fatti partire.


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Partono alcuni alti comandi partigiani. Riesco pure a far partire un mio alpino, colpito da un improvviso attacco di appendicite. 23 Agosto - Alle 5 la Brigata riceve ordine dal II Corpus di portarsi a Sud dello Javorak. Alle 22 raggiunge Jasenovo Polje. 24 Agosto - Sono chiamato dal commissario politico della Divisone Garibaldi, che mi ordina di riprendere il movimento verso la zona di Velimje, scortando l'ospedale, la base e l'intendenza della Divisione Garibaldi. Alle ore 3 mi metto in movimento, raggiungendo alle 21 Trepcja, ove sosto per la notte. In questi ultimi giorni tutti i soldati della 4" Brigata si sono cibati con la carne dei cavalli lasciati indietro dai partigiani perche moribondi e con l'erba dei prati. Lungo il percorso ogni soldato cercava di rifornirsi di patate nelle doline, come vede fare dai partigiani che lo precedevano. Senza tali rifornimenti nessun uomo sarebbe arrivato. In una tappa il Commissario politico della Divisione Garibaldi mi invita a colazione, offrendomi pasta asciutta, carne in umido purée e frittelle dolci. Vicino a me i miei soldati ed il Generale Isasca, con gli ufficiali a disposizione del Comando Divisione Garibaldi si nutrono di carne di cavallo e 4i 50 grammi di granoturco in chicchi. Più tardi, appena ripreso il movimento, il commissario fa arrestare la col01ma ed ordina la rivista a tutti gli zaini. Negli zaini dei militari componenti la colonna vengono trovati complessivamente 1O quintali di patate che gli stessi, approfittando della sosta, e non sapendo che cosa li attendesse l'indomani, avevano raccolto nei campi. In precedenza una scena disgustosa era già avvenuta quando l'intendente partigiano della Divisione aveva schiaffeggiato un sergente del Comando Divisione Garibaldi perché, affamato, aveva preso delle susine su un albero. Il Generale Isasca, in quel momento vicino alla mia Brigata, non potendo sopportare la rivista agli zaini, che toglieva ai soldati le riserve per i giorni futuri, dice al Commissario, che parlava di fucilazione in massa, che il nostro trattamento è peggiore di quello dei prigionieri, e che almeno quando gli italiani combattevano e morivano con i partigiani, fossero tra ttati per vitto pari a loro. Le patate sono lasciate ai reparti; per le stesse, dopo pochi giorni, il Comando Divisione Italiano pagherà mezzo milione.


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25 Agosto - Alle ore 12 la colonna riprende il movimento. Si arresta a Cerovica alle ore 18. 26 - 28 Agosto - La Brigata sosta a Cerovica passando alle dipendenze del gruppo Primorje. Riordina i suoi uomini, avendone finalmente la possibilità, dato che l' offensiva tedesca si è arrestata a causa dell'armistizio della Bu lgaria, che ha obbligato il nemico a spostamento immediato di truppe in altri settori. Il vitto non è sufficiente. Continuano i prelevamenti di patate nei campi dei civili. Occorre dare un esempio, almeno la forma di un esempio. Infatti alcuni soldati che si allontanano per tali imprese, vengono catturati da pattuglie locali e quando sono isolati, disarmati. Faccio giudicare dal Tribunale di Brigata un soldato col pevole di furti; il Tribunale ne stabilisce la fucilazione. Di ciò chiedo l'autorizzazione a l Comando Divisione; il Colonnello Rawnich conferma, purché all'esecuzione assistano i civili della zona. Egli ben sa che in Montenegro è segno di disgrazia per un proprietario quando qualcuno è ucciso sul suo terreno. Ciò nonostante all'alba, prima dell'esecuzione, chiamo il Capo di Stato Maggiore, Tenenete Morellini, e gli dico di informare l'intendente, membro del Tribunale di Brigata, che la sentenza ha avuto conferma dal Comando superiore, e che sarà pertanto eseguita. Avviso il Tenente Morellini di far però presente all'intendente jugoslavo come potrebbe essere evita ta dall'intervento dei civili derubati, che dovranno assistervi per ordine del Colonnello Rawnich. Il popolo jugoslavo è primitivo, crudele nel combattimento, ma sensibilissimo ai severi atti di disciplina m ilitare. Alle ore 6 il plotone di esecuzione è schierato davanti al soldato, il quale chiede clemenza a i civili presenti che, appena si rendono conto della situazione, si portano davanti alle canne dei fucili per impedire l' Esecuzione. Il risultato è ottenuto autorizzo una delegazione di civili a recarsi a chiedere la grazia al colonnello, che immediatamente l'accorda; i furti diminuiscono e l'intendente si dà maggiormente da fare per procurare i viveri necessari. Ho citato il fatto per dare un esempio di quanti accorgimenti a bbiamo dovuto attuare per poter vivere in quella terra. 29 Agosto 19.

La Brigata si sposta a Trepcia, dove giunge a lle ore


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30 Agosto - 25 Settembre - In questo lungo periodo la Brigata rimane a Trepcia. Riceve nuovi complementi dagli ex ammalati della base divisionale e dal disciolto nucleo 5a Brigata, raggiungendo la forza di 550 uomini. Faccio effettuare ai miei alpini alcune gare ricreative, fra queste una cli coro alpino, con una commissione giudicatrice formata da jugoslavi. Vince il reparto che canta "Sul cappello che noi portiamo c'è il trofeo di Casa Savoia". Formo il III Battaglione. Ricevo dal Comando Divisione viveri, armi e vestiario giunti per aviolancio dall'Italia, da cui si hanno i primi reali rifornimenti. Mi viene portata la prima lettera della mia famiglia, consegnata a caso ad un nostro ufficiale pilota che riforniva i partigiani jugoslavi. Mi vengono assegnati tre elementi come intermediari fra le autorità politiche jugoslave ed i nostri reparti: sono graduati e soldati italiani, fra cui il Carabiniere Ricci Mazzino eroe del Montenegro -dopo l'armistizio, che diverrà per il suo spirito cli italianità, un mio ottimo e fidatissimo collaboratore. L'opera degli altri due si rivelerà invece deleteria sia per mancanza di capacità, che per arrivismo e delazione. Il 19 Settembre mi viene assegnato, per la 4a Brigata, un commissario politico partigiano: il Maggiore Velimir Mijovic. È la prima volta che ho nel mio reparto un., elemento politico. Il commissario Velimir conosce poco l'italiano, per cui può esercitare un'influenza relativa sul pensiero degli uomini, i quali, dopo le terribili giornate passate, sono sempre più legati ai loro ufficiali. Il compito del commissario partigiano non riguarda invero direttamente la Brigata; verrò a sapere in seguito che egli è in mezzo ai nostri soldati per controllarne le idee, i discorsi, il pensiero su alcuni ufficiali, anche estranei al mio reparto. In questo stesso periodo è ucciso nei pressi dalla 4a Brigata il Capitano degli Alpini Ridolfi Walter; già comandante del I Battaglione. Egli è attaccato da elementi sconosciuti, mentre con due ufficiali, si porta da un reparto partigiano al Comando Divisione. Strano è che dopo venti minuti dall'arrivo dei due ufficiali superstiti giunga, proveniente dalla stessa via, il Commissario della Divisione, Risto Vuletic, il quale non ha visto né sentito nulla. Il Commissario si intrattiene fino al giorno seguente. Mi dice che tutti i soldati devono mettere sul copricapo la stella rossa, essendo questa il simbolo ed il distintivo dei partigiani jugoslavi. Ri-


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spondo che è pure il distintivo di un esercito regolare straniero e che noi, essendo truppe regolari italiane, abbiamo i nostri fregi e distintivi. Insiste ancora sulla individuazione nostra da parte dei partigiani jugoslavi e della popolazione, che non ci riconoscerebbe senza quel particolare distintivo, il quale ci distinguerebbe dai militi fascisti combattenti nella zona contro le truppe di Tito. So benissimo come da molto tempo i commissari partigiani jugoslavi facciano propaganda ed insistano su questo argomento presso i soldati. So anche però che ben pochi soldati si sono lasciati convincere, e che per tutti invece è simbolo d'orgoglio il fregio, le stellette, il cappello e la penna. Penso allora di tr oncare per l'avvenire queste richieste, dando ai miei soldati un simbolo che li distingua senza togliere ciò che la nostra divisa ha sempre avuto. Faccio mettere il fazzoletto rosso, che vorrebbe indicare la carnica rossa garibaldina, l'amore per la Patria e la libertà, il ricordo della nobile tradizione del nostro Risorgimento. Ottengo fazzoletti rossi per tutti dalla stoffa di 4 paracadute di tale colore, rinvenuti nella zona. Il commissario di Divisione mai più mi accennerà alla "petocraca". Mi si presentano il Tenente Giacchella, un mareschiallo e 4 militi che hanno disertato con un camion dal presidio fascista di Niksic. Avendo due italiani commesso una gravissima mancanza, stabilisco di allon tanarli dal r eparto. Comunico la decisione al Comandante della Divisione! Tenente Colonnello Rawnich, che aspramente mi rimprovera, dicendomi che solo nostro ed assoluto compito e dovere è di salvare il maggior numero di soldati italiani, per ricondurli in Patria. Tale lezione sarà sempre presente da quel giorno nella mia mente, il raccogliere italiani, soldati e borghesi, sarà per me un debito d'onore. 26 Settembre - Alle ore 20 giunge dal Comando gruppo "Primorje", da cui dipendiamo, un ordine di movimento. La Brigata deve schierarsi di fronte a Grahovo per impegnar e il presidio, a ttualmente composto da due brigate cetniche (2500 uomini), 180 tedeschi, 4 pezzi e numerose armi automatiche. Compito della Brigata sarà quello di attaccare il presidio continuamente, per impedirgli lo spostamento da quella zona a Bileca, ove i partigiani hanno intenzione di sviluppare una vasta ed ampia


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offensiva, appoggiata da artiglierie inglesi, da pochi giorni sbarcate sulla costa dalmata. Il movimento sarà oltremodo pesante a causa della mancanza quasi assoluta di quadrupedi. Molte volte in questo periodo, come in quelli seguenti, saremo costretti ad usufruire di uomini e donne civili per trasportare i materiali e le munizioni. L'armamento della Brigata consiste in 27 fucili mitraglìatori, 2 mortai da 81, una trentina di aprabellum, una Breda 37, un mortaio da 15 e fucilì italiani, jugoslavi, americani e tedeschi. Il munizionamento ci viene rifornito da aviolanci dall'Italia, tramite il Comando di Divisione. 28 Settembre - Il Comando Gruppo Primorje durante lo spostamento, dispone che la 4a Brigata, appena giunta sulle posizion i, attacchi la quota 927 davanti a Grahovo. La 6aBrigata Montenegrina dalla pianura di Grahovac svilupperà un'azione dimostrativa sulla quota di Orac (1056). Eseguito l'attacco, la 4a Brigata si schiererà da q 927 a Domacin Do. Preso collegamento con il III Battaglione della 68 Brigata Montenegrina, siamo informati che essa non può concorrere nell'attacco per la stanchezza dei propri uomini. Per tale motivo rinvio l'attacco a q. 927, venendo a trovarsi i miei reparti scoperti sul fianco destro. Essendo il terreno nuovo per gli italiani, decido di effettuare un'azione dimostrativa a carattere esplorativo sulle quote periferiche ad Ovest di Grahovo. Inizio l'azione a lle ore 21,30. Essa ha regolare svolgimento e rileva nessuna reazione di fronte a quota 981 , la presenza di mortai da 81 a Podkurjai , di due armi pesanti su q. 927, altre due si troverebbero sul Veli Dervis. A fine operazione i miei battaglioni si schierano: il III di fronte a q. 927, il II nel settore Pisteti - Domacin Do; il I di secondo scaglione a Lipov Do. 29 Settembre - Allo scopo di migliorare lo schieramento della Brigata e nello stesso tempo di stringere la pressione su Grahovo, decido di effettuare la seguente azione: due compagnie del I Battaglione agiranno da Pavlov Do su Grahovo, una compagnia del III Battaglione agirà dimostrativamente su q. 927, mentre il II Battaglione, da Pisteti per q. 981 , si porterà verso le prime case di Grahovo sviluppando intensa azione di fuoco. I reparti dovranno occupare le quote periferiche intorno a Gra-


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hovo. Una violentissima burrasca ostacola l'azione; la temperatura è freddissima, ma ciò nonostante i reparti raggiungono le posizioni senza incontrare reazione avversaria. L'assoluta mancanza di visibilità mi consiglia riportarmi sulle posizioni di partenza; lascio però due compagnie del I Battaglione a Pavlov Do. 30 Settembre - Verso le ore 9 il nemico, per diminuire la nostra pressione su Grahovo, attacca in forze le nostre posizioni di Pavlov Do e di Colo Brdo. Le compagnie che ho distaccato resistono fino a ll'esaurimento delle munizioni, poi ripiegano su posizioni retrostanti. Dopo l'azione avversaria ho il seguente schieramento avanzato: due compagnie del I Battaglione immediatamente a Nord di Lipov Do, ed una compagnia del III a Ravna Dolina. I reparti hanno sicuramente inflitto notevoli perdite al nemico; nell'azione abbiamo avuto due feriti e due dispersi. Ordino al I ed al III Battaglione di far contrattaccare con le compagnie di rincalzo e ne rioccupano le posizioni tenute nel mattino. Nelle prime ore del pomeriggio il nemico attacca sulla destra le posizioni del Klicewk (quota 990) tenute da reparti del 5° Battaglione della 10 8 Brigata Montenegrina, i quali ripiegano. In conseguenza anche la 2a Compagnia del II Battaglione dislocata a Domacin Do ripiega su Pisteti. Alle ore 18, essendo stati informati che il II Battaglione della 68 Brigata Montenegrina attaccherà alel 19,30 Grahovo, allo scopo di agevolare tale azione, ordino ai miei reparti di attacca re per detta ora tutto il fronte, occupando le quote a Nord di Grahovo. Alle 19,30 i miei reparti attaccarono: il I Battaglione da Pavlov Do, su q. 927; il II dovrebbe raggi ungere le case ai piedi della montagna a Nord-Ovest di Grahovo. . La q. 927 viene occupata dal III Battaglione, ed il suo comandante, ·sottotenente Dutto, ordina d'inziativa il proseguimento del l'azione sul presidio avversario. Le due compagnie avanzate del III giungono a 100 metri dalla doppia fila di reticolati che circondano Grahovo; due pattuglie superano i reticolati portandosi a 1O metri dei bunker ed attaccandoli con le bombe a mano. I1 nemico reagisce violentemente, facendo uso di razzi illuminati e di numerosissime armi automatiche. Essendo inutile lo sforzo con sole armi automatiche contro


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opere fortificate, e non essendo intervenuto nell'azione il II Battaglione partigiano che doveva svolgerla, i reparti italiani si riportano sulle posizioni di partenza. Infatti ]a quota 927 non può essere tenuta perché completamente scoperta e facilmente aggirabile dalla destra, essendo i reparti della 6a Brigata Montenegrina molto arretrati. Se i partigiani jugoslavi avessero attaccato realmente e se il II Battaglione italiano avesse agito con più slancio da Pisteti, il presidio di Grahovo sarebbe stato occupato, essendo già stato abbandonato dalla maggior parte dei cetnici durante l'attacco. A testimoniare il valore dei soldati italiani, rimane il corpo del caporal maggiore Romagnoli davanti ad un bunker, 80 metri oltre i reticolati. I tedeschi seppellirono il caduto italiano con tutti gli onori il giorno seguente. I° Ottobre - Alle ore 9 il nemico rioccupa q. 927 e batte le nostre posizioni con tiri di artiglieria e di mortai. Tale azione di disturbo, integrata dal fuoco delle armi automatiche, dura sino alle ore 17. Da tre giorni una pioggia gelida si abbatte sugli uomini, i quali riposano sotto gli alberi o negli anfratti delle rocce, sempre pronti a reagire alla continua minaccia avversaria. Nello stesso periodo, l'azione partigiana su Bileca è stata coronata da successo. Ad esso ha contribi.iito notevolmente, e contribuirà, l'azione della 4a Brigata italiana, che vincola a Grahovo 2500 cetnici che non possono così accorrere su Bileca, ed in seguito non potranno dirigersi su Trebinje. 2 Ottobre - Ridottissima attività delle nostre armi automatiche, per scarsità di munizioni. 3 Ottobre - Il nemico, non ancora al corrente della caduta di Bileca, cerca di portarsi verso tale località, ed alle ore 5,30 attacca su tutto il fronte. Nel settore del II Battaglione, approfittando di un vuoto lasciato sulla sinistra da un reparto partigiano, ha buon gioco l'attacco dell'avversario, agevolato dalla nostra scarsità di munizioni. Ne consegue il ripiegamento del II Battaglione, che scopre il fianco del I. Per tale motivo si succedono i ripiegamenti del I e del III Battaglione. In queste condizioni, per poter far fronte ad eventuali nuovi at-


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tacchi del nemico, risparmiando munizioni e uomini, modifico lo schieramento della Brigata, attuando una difesa elastica sulle successive dorsali rocciose e dislocando i reparti in notevole profondità. Assumo pertanto la seguente dislocazione: II Battaglione: una compagnia a Ziva, con Comando di Battaglione, una compagnia a Magleni Do ed una a quota 1323; III Battaglione: una compagnia con Comando di Battaglione ad Elzov Do, e due a Ravna Dolina; I Battaglione: (meno una compagnia): a Zagara, una compagnia a Lipov Do sotto il comando tattico del III Battaglione; Comando Brigata e plotone mortai da 81 a Okuliste. Tale schieramento dà un notevole riposo ai reparti, che hanno subito un violentissimo attacco nella mattinata ed avuto sensibilissime perdite. 5 morti fra cui un ufficiale (Tenente Bandino), 6 feriti fra cui un ufficiale (Sottotenente Vogliano), 20 dispersi, di cui 7 verranno ritrovati nei giorni seguenti uccisi ed irriconoscibili. Tali perdite in azione partigiane sono gravissime, in quanto la lotta, è per noi senza risenre.

5 Ottobre matiche.

Attività di pattuglie e scambi di fuoco di armi auto-

6 - 8 Ottobre - Munizioni scarsissime: se si verificasse un attacco non avremmo 5 minuti di fuoco. 9 Ottobre - Giungono munizioni dal Comando di Divisione cui le abbiamo richieste. Lo stesso, il giorno prima, le ha ricevute per aereo dall'Italia. Informatori civili mi avvisano che il nemico avrebbe intenzione di attaccarmi; dispongo un accurato servizio di sicurezza. 11 Ottobre - Il Comando Gruppo Primorje ordina il trasferimento della Brigata in zona Spilac, perché possa essere visitata da S.E. Palermo, sottosegretario del ministero della Guerra, giunto dall'Italia per portare il saluto del Paese ai nostri soldati. 12 Ottobre - Alle ore 9 la Brigata viene passata in rivista da S.E. Palermo, che rivolge ai soldati parole di plauso e di incitamento, Quando S.E., dopo aver parlato, fa rompere le righe e si intrattiene


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fra i soldati, questi gli espongono tutta la loro sofferenza e l'immensa tragedia cui sono stati e sono sottoposti. È un italiano membro del Governo, ed in lui ogni soldato pone la speranza di un prossimo immediato ritorno. Gli abiti a brandelli, i volti disfatti stanno a dimostrare la verità di ciò che ogni uomo grida al Sottosegretario, non considerato più in quel momento come una personalità ufficiale, ma come un italiano fra italiani. Non sono nascoste le umiliazioni, le privazioni subite ad opera degli alleati partigiani jugoslavi, nonostante siano presenti elementi del gruppo Primorje che ascoltano assai seccati quelle verità che non possono smentire. 13 Ottobre - Da nostre pattuglie vengono catturati cetnici armati che circolano nella zona.

14 Ottobre - S.E. Palermo visita nuovamente i reparti. In questo periodo il commissario jugoslavo della Brigata ha lavorato per mostrare un altro volto degli uomini. Sono però certo che il Sottosegretario ha ben compreso le naturali e spontanee richieste di due giorni prima per lasciarsi ingannare. Dico personalmente a S.E. Palermo che con i miei ufficiali sono pronto a continuare la lotta con nuovi complementi giunti dall'Jt.alia, ma è per me un dovere insistere sul rimpatrio dei miei uomini. 19 Ottobre - Non tardano a farsi sentire i risultati della visita di S.E. Palermo: il Comando del gruppo Primorje ha atteso che egli si sia allontanato dalla zona per adottare nei confronti della Brigata le misure che avrebbero impedito in seguito il ripetersi di proteste sul trattamento dei partigiani jugoslavi nei nostri riguardi. Ricevo ordine di dividere i miei battaglioni uno per ogni Brigata partigiana dipendente dal gruppo Primorje. Il Comando Brigata potrà ora trasferirsi presso uno o l'altro dei suoi reparti, secondo le necessità. Le dipendenze tattiche dei battaglioni riguardano le Brigate di cui fanno parte. La causa cli questa divisione è, a parole, il desiderio che gli italiani conoscano il pensiero dei partigiani jugoslavi, vivano la stessa vita conducendo ugale lotta: in realtà si vuole spezzare l'unità del reparto italiano per impedire c.he questo abbia una fisionomia sua propria.


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20 Ottobre - I Battaglioni si spostano presso la Brigata da cui tatticamente dipendono, e precisamente il primo presso la 10a Brigata Montenegrina, il II presso la 6a Brigata Montenegrina ed il III con la Brigata Bocchese. Ordino ad ogni comandante di Battaglione di raccogliere nelle zone ove si recherà tutti gli italiani sparsi nelle case civili od impiegati nei reparti partigiani che opereranno a contatto. Di ciò ottengono autorizzazione dal Comando gruppo Primorje .

Spostandosi i battaglioni in tutto il Montenegro meridionale, prevedo che la loro forza risulterà dopo poco raddoppiata. Ottengo dal Comando partigiano che la scissione della Brigata non d ebba durare più di un mese. I n questo periodo è giunto al Comando Brigata un elemento d el Partito Comunista Italiano, inviato dall'Italia. Si fa chiamare Paolo Capegna, in realtà risulterà in seguito Rosario Bencivegna, di Roma (coinvolto nell'attentato di Via Rasella). È un giovane molto deciso, e con me si dimostra sincero. La prima accoglienza che ha dai soldati non è delle migliori : infatti gli alpini si domandano che cosa sia venuto a fare, non avendo essi bisogno di discorsi dopo più di 5 anni di vita militare ed oltre un anno di guerra partigiana. Il Capegna si rende immediatamente conto della situazione, e comprende che per ottenere la considerazione dei soldati, deve appoggiarsi agli ufficiali che fino allora li hanno guidati. D'altra parte osservo che in quel momento l'attività del Capegna, specie per ciò che egli può ottenere per il miglioramento materiale della vita dei miei uomini, può essere utile. Lo appoggio sia presso i partigiani jugoslavi che presso i miei soldati, con i quali inizialmente svolgerà attività nel solo spirito democratico deJla parola, senza dimostrare estremismi che assolutamente non avrebbero ottenuto nei miei uomini alcun effetto. Essendo così limitata la sua attività propagandistica, la sua opera non sarà affatto dannosa, come è stata invece prsso altre Brigate quella di altri elementi giunti con lui. Mi è poi molto u tile la gelosia del commissario partigiano verso il Capegna gelosia e sospetto reciproco che mi permettono di avere su loro doppio controllo. I n particolare il Capegna interviene con me per salvare un soldato italiano che, catturato con un presidio di tedeschi, stava per essere con essi fucilato, nonostante fosse prigioniero dei tedeschi


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stessi, i quali lo avevano adibito, scalzo, alle funzioni di cuciniere. In seguito richiederà con me al comando gruppo Primorje di recarsi nel presidio fascista di Castelnuovo per far desistere dalla lotta i nostri connazionali ed unirli a noi. La domanda non verrà accolta. La fatica fisica, cui però lo sottopongo per le continue ispezioni che svolgo nei reparti sotto una pioggia torrenziale per ore ed ore, mina il suo fisico, cosicché dopo circa 50 giorni egli deve essere ricoverato all'ospedale divisionale per pleurite. 21 Ottobre - 20 Dicembre - Invece di un mese, i battaglioni rimangono per ben due mesi presso le Brigate partigiane. In questo periodo la loro attività è molto varia: partecipano alla completa liberazione del Montenegro contro le colonne tedesche in ritirata. Alcuni, anzi, giungeranno per primi in paesi e cittadine liberati, ed avranno il plauso e la riconoscenza delle popolazioni, che in essi vedono i nuovi soldati d'Italia, venuti non per opprimere, ma per liberarle dallo straniero. Mi sposto presso i vari Battaglioni, trattato con la massima cortesia dai Comandi di Brigata partigiani; anche i soldati sono ora trattati molto meglio, facilmente si comprende come le Brigate partigiane abbiano avuto ordini in proposito. Forse la presa di posizione degli italiani durante la visita di S.E. Palermo è stata di monito per gli jugoslavi i quali hanno in quel momento previsto quali conseguenze nel futuro avrebbe avuto il loro trattamento sul concetto che in Italia si sarebbe di nuovo avuto di loro. Mi sono in quel periodo di grande aiuto i racconti che gli ex prigionieri jugoslavi, recentemente liberati in Italia fanno sul cordiale trattamento avuto dalla nostra popolazione. Il I Battaglione partecipa alla presa di Grahovo, spostantosi poi sul fronte di Cettinje. Il 13 Novembre libera con un battaglione partigiano Cettinje; sono in quel giorno con il I Battaglione, e rimango commosso dalla spontanea festosa accoglienza fatta agli italiani. Il Battaglione raggiunge in seguito le posizioni di Kokoti, davanti alla piana di Podgorica. Il II Battaglione agisce su Danilograd, ove è impeganto nella costruzione di circa 200 sbarramenti stradali, ostacoli che impediranno poi alle divisioni tedesche di scegliere la via di Niksic per il loro ripiegamento, costringendole a seguire la lunga rotabile verso


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il Sangiaccato. Gli stessi sbarramenti permetteranno il sicuro impiego di tre gruppi di artiglieria inglesi, prima su Danilograd e poi su Podgorica. Il III Battaglione sarà quello che percorrerà maggiore strada: infatti, dopo essersi schierato nella zona tra Cattaro e Castelnuovo, si porterà tra Cattaro e Budua, in continua azione contro presidi tedeschi e fascisti, Battaglìoni M. Salverà molti italiani che in esso troveranno rifugio, mentre con ogni probabilità sarebbero stati liquidati dai partigiani, che non avrebbero perso tempo a determinare se essi erano fascisti o prigionieri dei fascisti. Il Battaglione opera con una giovanissima Brigata partigiana, per cui viene molto sfruttato. Infatti il 21 Novembre mi trovo presso il reparto che riceve ordine di attaccare il forte di Kosmac, opera mastodontica per cui sarebbero state necessarie delle artiglierie di grosso calibro, mentre il battaglione italiano aveva solo fucili e fucili mitragliatori. Presidiano il forte un centinaio di fascisti italiani. Il battaglione attacca per 4 ore di seguito, battuto dalle armi automatiche e dai mortai del forte e dai 149 tedeschi dislocati presso Budua. Il presidio comprende che si trova davanti ad italiani e la mattina dopo ripiega, abbandonando posizioni che sarebbero state imprendibili senza artiglieria ed aviazione. Si ·può dire che il lavoro del III Battaglione serva ai partigiani per liquidare, specie moralmente, la resitenza degli ultimi battaglioni fascisti nella zona. Infatti in essi le diserzioni saranno numerosissime. Il III Battaglione prosegue quindi per Antivari, Vilpazar, fronte di Podgorica, sempre inseguendo i tedeschi in ripiegamento. Nei pressi di Podgorica riceve un preavviso per il suo proseguimento verso il Sangiaccato. Raggiungo immediatamente il Comando gruppo Primorje e faccio presente come i soldati dei miei battaglioni siano logorati dal continuo impiego negli ultimi due mesi, e come sia impossibile il trasferimento del mio terzo battaglione in una zona coperta di neve, con i soldati scalzi e senza abiti. Le mie richieste vengono comprese e ricevo ordine di radunare la Brigata nei pressi di Podgorica. In questo periodo mi è stata preziosa l'opera del carabiniere Ricci Mazzino, il quale dovrà, con altri 16 militari della 4a Brigata,


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trovare la morte in un doloroso incidente marittimo nelle Bocche di Cattaro, quando imbarcati su un veliero per recarsi al Comando di Divisione, urteranno contro una mina. Il Ricci infatti mi aveva informato come il commissario della Brigata, Tenente Colonnello Miovic e non Maggiore, in servizio nel1'0.S.N .A., stesse svolgendo un'inchesta sugli ufficiali e sui soldati della Brigata per trovare elementi da denunciare o accuse da formulare verso altri ufficiali, di altri reparti, che agirono nel Montenegr prima dell'armistizio. Per tali informazioni il commissario partigiano si serviva di alcuni elementi italiani che, per il loro egoismo o la loro stupidità, si prestavano al gioco. Il Ricci seppe sempre orientarmi, cosicché ho potuto svolgere nel reparto una contro-azione per impedire il ripetersi di tragici errori già in precedenza verificatisi nella Divisione Garibaldi ad opera dei commissari jugoslavi. Vengo inoltre a conoscere che il Miovic è superiore di grado allo stesso commissario della Divisione; ciò perché un giorno in cui era in preda ai fumi dell'alcool, potei leggere una lettera a lui indirizzata dal commissario .del III Corpus, in cui era palese la sua qualifica di Tenente Colonnello dell'O.S.N.A. e di controllore del commissario della Divisione, Risto Vuletic. 22 Dicembre - Tutta la Brigata è riunìta nei pressi di Podgorica. La sua forza è notevolmente accresciut a. Attualmente è di circa 650 uomini, avendo i battaglioni eseguito quanto era stato ordinato al1' atto della loro partenza. Nei giorni che seguiranno, il numero dei soldati della 4a Brigata aumenterà ancora. 25 Dicembre - Padre Leone, il nostro bravo ed eroico Cappellano, celebra il S. Natale a Ryeca. 3 Gennaio 1945 - Dalla vicina Albania ci raggiungono molti italiani che hanno abbandonato le Brigate Albanesi, stanchi del trattamento avuto e felici di ritrovarsi in mezzo a connazionali. Vengo in questa occasione a prendere contatto con una batteria italiana operante con gli albanesi. Questa batteria, comandata dal Capitano Filippo Cotta di Robillant (mio vecchio compagno di studi nel collegio "alla Querel" di Firenze) ha ancora un pezzo. Fatto oltremodo significativo per noi che sappiamo cosa voglia dire


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trasportare le armi pesanti nella guerra partigiana. La batteria vorrebbe unirsi a noi , però dovrà invece riportarsi in terra d'Albania dove sembra che dal Battaglione Gramsci, composto allora da 200 uomini, si voglia formare un grosso reparto. Infatti il reclutamento non sarà difficile in Albania, ove vi sono 20.000 ita liani ed orma non vi è più un tedesco. Altri soldati ci raggiungono: sono prigionieri fuggiti dalle mani dei tedeschi, camice nere di battaglioni M dispersi, che si dirigono ai reparti italiani laceri ed affa mati. considerandoli come la loro unica salvezza dopo mesi di tormento. I partigiani jugoslavi non vogliono che noi si recluti questi elementi. Essi li considerano come preda di guerra, e vogliono formare con loro dei reparti lavoratori da impiegare nei loro campi ed alla ricostruzione dei ponti e paesi distrutti dall'aviazione alleata nella lotta contro i tedeschi. È a llora una nobile gara fra la 3a Brigata ed il II Battaglione Genio, comandato dal Tenente Fiumi, dislocato prima a Niksic e Poi a Podgorica, gara nel raccogliere ed immettere nei nostri reparti il maggior numero possibile di italiani, possibilmente all'insaputa dei commissari partigiani. Ciò si effettua travasando i nuovi arrivati dall'uno all'altro reparto, con nostre basse di passaggio, come per normali movimenti interni. Quando la Br igata si sposterà dalla zona di Podgorica avrà raggiunto i 900 uomini, sal vando altri 250 italiani dei quali ben pochi. se rimasti isolati, avrebbero rivisto l'Italia.

23 Gennaio 1945 - Il Comando Divisione Garibaldi ha ottenuto l'avvicinamento della 4a Brigata al Comando Divisione, affinché possa usufruire dei rifornimenti che giungono regolarmente dall'Italia e possa sistemare i suoi soldati per ciò che riguarda l'armam en to ed il vestiario. La Brigata si sposta in zona Viluse, presso i confini tra l'Erzegovina ed il Montenegro. In tale località le sarà facile r icevere i riforni menti da Ragusa, ove ora arriva regolarmente un veliero dall'Italia. Il 27 Gennaio la 4a Brigata ha raggiunto la nuova zona. Il Comando partigiano di Niksic approfitta della presenza di numerosi soldati italiani nella zona per far rastrellare il terreno dagli ultimi elementi cetnici dispersi e per far m an tenere sgombra la rotabile Niksic - Ragusa, necessaria per i rifornimenti a l Montenegro, ed


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Pie,·o Zavattaro Ardizzi

ostruita dalla neve.

In questo periodo la Brigata sosta in zona Viluse esplicando i compiti precedentemente menzionati. la sua forza raggiunge i 1000 uomini. Le condizioni di vita sono buone; si preparano i soldati per un nuovo ciclo operativo che pare debba svolgersi a Nord, all'inseguimento dei tedeschi. Il 22 Febbraio giunge improvvisa ed inaspettata la notizia del rimpatrio della Divisione Garibaldi. In questi giorni ho inviato a Scutari il Caporal Maggiore Blardo, il Caporal Maggiore Gianni ed il Caporal Maggiore Gianfigliacco, a recuperare il puntale e Je medaglie della bandiera del 4° Alpini, consegnati dopo 1'8 Settembre 1943 dal Colonnello Fiorio di S. Cassiano al delegato Apostolico dell'Albania. I corrieri raggiungono Scutari, trovano la sede del delegato apostolico incendiata ed in completa rovina; mi comunicano ciò. Ordino di cercare tra le macerie; parte, di sua iniziativa per la stessa ricerca, un altro elemento molto infido, che ritengo se avesse trovato i cimeli li avrebbe consegnati agli iugoslavi. Invio allora nuovo ordine ai miei corrieri, con cui dispongo che lavorino febbrilmente per recuperare i sacri cimeli prima del suo arrivo. Anche il delegato Apostolico si unisce alla ricerca. Trovano infine fra le ceneri il puntale e 10 medaglie della bandiera del 4° Alpini, dopo di che tornano subito, percorrendo in 48 ore oltre 140 km. Potrà così rientrare con noi in Italia la parte principale della bandiera. Il suo drappo è stato invece tagliato in tanti pezzi quanti gli ufficiali del 4° Alpini. Sarà poi ricostituito. 28 Gennaio - 23 Febbraio

24 - 28 Febbraio - La 4a Brigata si spos ta a Ragusa, ove si accantona in una caserma in attesa dell'imbarco. 28 Febbraio - 7 Marzo -

Giungono in questi giorni a Ragusa gli altri r eparti della Divisione Garibaldi, fra cui la 1a Brigata (gruppo Aosta), medaglia d'oro, proveniente dal fronte di Serajevo. Tutta la Divisione Garibaldi adotta il fazzoletto rosso, indossa to fino a llora dalla sola 4a Brigata. Vecchi amici e vecchi p aesani si r itrovano. Il morale è altissimo, e magnifica la discìplina. La popolazione di Ragusa guarda stupita ed ammirata questi solda ti italiani che dopo 18 mesi di montagna sono ritorn~ti in una


Diario (8. 9.1943 • 18.3.1945)

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città civile con le uniformi strappate, ma su cui brillano ancora le stellette. La 4a Brigata, nata il 7 Luglio 1944 con I 59 soldati, si imbarca per rientrare in Patria con 998 uomini, dopo averne amministrato un complesso di 1.200. La differenza è data dai caduti e dai rimpatriati per feri te o malattie.

8 Marzo -

9 Marzo - Appena giunto fuori dalle acque terr itoriali jugoslave raduno i miei uomini sulla tolda della nave inglese e leggo un ordine con cui li informo che dichiaro nulle tutte le sentenze emesse dai nostri tribunali militari, decadute tutte le carice politiche e riprese le piene norme disciplinari dell'Esercito Italiano. Saluto i martiri caduti per mano dei nostri stessi alleati in giudizi avventati, sommario frutto di vergognose e false delazioni, o per aver compiuto il loro dovere in delicate situazioni prima dell'8 Settembre 1943 (Generale Isasca, Colonnel~o Stuparelli). 10 Marzo - Sbarchiamo a Brindisi. Baciamo la nostra terra; siamo accolti dalle Autorità . Troppa gente. Saliamo in treno per Taranto. Ai lati della strada ferrata due lunghe file di migliaia di donne sono inginocchiate lungo i binari. Ci offrono latte, pane, uova. Piangono, sono le Mamme, che. in noi salutano i loro figli ancora lontani. Ecco la vera Ita lia ! Le lacrime inondano le gote a tutti, in quelle donne abbracciamo e vediamo le nostre mamme. 11 Marzo - Alle ore 22,30 arr iviamo in autocarro al campo S. Andrea di Taranto. È notte, senza luna, s iamo ferm i davanti all'ingresso . Due torri in travi, un cancello e tutto intorno i reticolati. Sento l'alito dei miei alpini a lle mie spalle; un campo di concentramento; dopo 18 mesi di lotta per la libertà! Non entro: attendo con tutta la Brigata in armi dietro di me. Quando un ufficiale inglese mi dice che dobbiamo versare armi e munizioni, m i metto a r idere, r ido di rabbia. Ricordo l'altra scena analoga del 15 novembre 1943, e ripeto le stesse proposte. Accettano.


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Siamo così fra i reticolati, ma come guardia ho i miei alpini, e tutti conserviamo le nostre armi individuali con le munizioni.

12 - I 8 Marzo - Giunge in questi giorni tutta la Divisione. Avremo nuove armi e nuove divise; gli Alleati ora hanno fiducia in noi. Ci visita S.A.R. il Luogotenente. Lo accogliamo come vecchi soldati accolgono il loro RE; vede nella mia Brigata tutte le mostrine dei reparti della Balcania. Ha le lacrime agli occhi. Per tre volte lo salutiamo alla partenza. 18 Marzo - Si versano le armi : ormai tutti abbiamo deciso (il 98%) con dichiarazione scritta, di voler continuare la lotta contro i tedeschi nel Nord Italia. Faccio ammassare le anni in uno spiazzo fra le nostre tende. Formano un mucchio nero di ferro, un mucchio quadrato, perfetto. A dieci passi schiero i miei Battaglioni, ordino il saluto alle nostre armi dando l'attenti: "Vi salutiamo, nostre armi, che difendendo la nostra vita avete difeso il nostro onore di soldati, la nostra Fede nella Patria. Vi restituiamo alla Patria nel suo suolo, da quel suolo da cui con voi siamo partiti. Nessuno vi ha strappato a noi, perché eravate la nostra stessa vita, eravate la nostra forza ed il nostro orgoglio, per noi eravate l'Italia!".

6.

CONCLUSIONE

Volendo ora ridurre ad aride cifre l'attività dei reparti che ho comandato (Battaglione lntra - Battaglione Taurinense - 1a Brigata) o in cui ho avuto funzioni di comandante (2a Brigata), segnalo che in 18 mesi ho percorso 2500 Km, sostenuto 48 combattimenti, avuto con il Battaglione Alpino Taurinense il 70% di perdite su 200 uomini di forza, con la 2a Brigata Garibaldi il 60% s1:1 1.200 uomini di forza, con la 4a Brigata Garibaldi il 15% su 1.800 uomini di forza registrata; il tutto per un totale di circa 1.040 uomini su 2800, dei quali occorre valutare circa 400 deceduti per tifo petecchiale, 300 deceduti in combattimento o dispersi, 340 rimpatriati perché ammalati o feriti . Il Battaglione Alpino Taurinense è stato citato sul bollettino militare dell'E.P.L.Y. per il fatto d'arme di Breza; la 4a Brigata ha li-


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berato dai tedeschi tutte le cittĂ del Montenegro meridionale e sopratutto con l'attivitĂ nella zona di Grahovo ha sensibilmente accelerato per i partigiani il dissolvimento dei cetnici, frustrando l' estremo tentativo di Draga Mihailovic di creare una zona libera da presentare agli inglesi sbarcati a Sabbioncello. Ai miei soldati sono state concesse 2 medaglie d' Oro ed oltre 500 altre decora zioni italiane al valor militare. Sopratutto, con la 4a Brigata, sono rimpatriati il 10 Marzo 998 uomini che a nessuno hanno ceduto le armi a loro affidate dalla Patria.


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GIOVANNI BRACA (0 )

IL 1° "GRUPPO BANDE DI CONFINE" NELLE OPERAZIONI DELL'AMARA NEL CORSO DELLA GUERRA IN A.O.I. NEL 1940-41 (00)

PREFAZIONE

Nella sua lunga esistenza il Regio Corpo Truppe Coloniali dell'Esercito Italiano ha dato vita a numerose formazioni militari oggi scomparse, che si sono comportate in modo encomiabile nelle operazioni in cui sono state impegnate. È bene ricordare come, nelle unità del Corpo, gli elementi nazionali fossero esclusivamènte: gli Uffiçiali, qualche Sottufficiale addetto ai servizi amministrativi, elementi specializzati del genio e dei trasporti. Tutto il rimanente personale era in-

0 ( ) Gen.B. (r.o.) Giovanni BRACA, nato il 5.5.1899 a Lari (Pistoia), nominato ufficiale il 17.3.1918, ha fatto parte del Servizio Geografico Militare assolvendovi a numerosi importanti incarichi ed attività. Ha partecipato ad operazioni belliche nella I Guerra Mondiale (campagna 1918) ed in Africa Orientale, in operazioni di Polizia e nella Guerra 1940-41, riportando: 1 Medaglia d'Argento al V.M. per fatto d'arme sul Grappa il 24-10-1918; 3 Medaglie d'Argento ed 1 di Bronzo al V.M., attribuite tutte "sul campò" per i fatti d' arme d i: Metemmà (6/7-XI-1940); Quarà (27-1-1941). Gumarà (24/25-VIII-1941); Amba Gheorghis (8-X-1941). Ferito sul Grappa nel!' ottobre 1918 e due volte in A.O.I. Insignito di numerose onorificenze e più volte encomiato, ha al suo attivo importanti saggi di carattere geografico apparsi su: "Universo", "Annali dell'Africa Italiana", ed altre pubblicazioni di carattere scientifico. Attualmente ricopre la carica di Presidente dell'Associazione "Nastro Azzurro" sezione di Firenze. 00 ( ) Sono riportate in caratteri tondi le testimonianze del Cap. Braca ed in corsivo la prefazione, le note ed i raccordi redatti dal Gen. D. (ris.) Alberto Rovighi.


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digeno, così come era indigeno il personale di inquadramento fino al livello mezza compagnia, plotone e sezione (muntaz = caporale, dopo almeno due anni di servizio; buluc-basci = sergente, dopo almeno due anni di servizio di muntaz; buluc-basci capo = sergente maggiore dopo 1O anni di servizio; sciumbasci = maresciallo, dopo almeno due anni di grado di buluc-basci capo e I 2 anni di anzianità). In A.O.I. i sottufficiali erano generalmente reclutati fra i militari delle nostre vecchie colonie, che avevano già prestato lodevole servizio per lunghi anni nelle nostre Unità; essi si dimostrarono, nel corso delle operazioni, efficienti e di fedeltà a tutta prova. La truppa, particolarmente quella delle nostre vecchie formazioni, reclutata fra le popolazioni eritree, tigrine e somale, si comportò sempre in modo egregio; così, anche quelle nelle regioni di più recente conquista fino a che non apparve evidente la imminente sconfitta delle nostre forze rimaste del tutto isolate. Ma, anche allora, non vi furono episodi di vera e propria ribellione; in generale, specie tra il personale dei reclutamenti più affrettati nell'imminenza e nel corso del conflitto, si verificò l'abbandono delle formazioni; ciò, anche. per le pressioni e le minacce esercitate dall'esterno sui militari e sulle loro famiglie. La formazione ed il comando di queste Unità presentava problemi particolari e, naturalmente, richiedeva che il personale nazionale destinato al loro inquadramento possedessè in grado elevato prestanza e resistenza fisica nonchè doti spiccate di carattere e di coraggio unite ed equilibrio ed autocontrollo, essendo spesso destinato ad operare isolato, con compiti anche di amministrazione del personale e delle numerose famiglie nonchè di esercizio delle funzioni civili e giudiziarie quali "residenti" nei territori di impiego. Il buon comportamento di queste Unità può essere, quindi, senz'altro attribuito all'eccellente azione di Comando dei Quadri cui ebbero ad essere affidate. Nei riguardi delle nostre Unità coloniali in A.O.I. sembra il caso di ricordare un giudizio apparso, nel corso della guerra, su un giornale britannico stampato a Nairobi. Lo scrittore, in una serie di articoli dedicata alle operazioni in A.O.I. cui aveva partecipato in qualità di Ufficiale Superiore, esprimeva la sua meraviglia per gli importanti risultati dalla nostra Amministrazione soprattutto in due settori: quello delle opere pubbliche, ed


Il _1° "Gruppo bande di confine"

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in particolar modo delle vie di comunicazione; e quello della formazione di solide unità di truppe indigene. Risultati che apparivano tanto più rimarchievoli considerando i pochissimi anni intercorsi dalla nostra conquista. In particolare egli sottolineava, con competenza: la solidità, la disciplina, lo splendido assetto formale individuale ed il buon comportamento in combattimento di queste Unità indigene, eccellenti fino a che non era risultata evidente - come si è detto - l'imminenza della fine delle possibilità operative delle nostre forze in A.O.I. Il magnifico comportamento dei battaglioni regolari di ascari e zaptiè è stato ricordato da numerose testimonianze di reduci ed è storia nota. Si è trattato, in genere, di Unità di antica costituzione, ottimamente inquadrate, con reclutamento prevalente nelle vecchie Colonie e di grandi tradizioni. (o) Ma, oltre alle formazioni regolari, ebbero ad essere costituite altre formazioni o "bande", con inquadramento inferiore e con organico variabile, per esigenze specifiche e generalmente temporanee; queste unità ebbero comportamenti piuttosto difformi anche in relazione alle regioni di reclutamento, al tempo di costituzione ed al personale cui furono affidate. È da porre in rilievo, infatti, come il comando di tali bande richiedesse, negli Ufficiali designati, particolari doti di ascendente, dato il loro impiego generalmente isolato. Un particolare tipo di unità, a costituzione intermedia fra i battaglioni regolari e le bande, fu quella dei "Gruppi bande di confine o di frontiera". Si trattò di unità di più recente costituzione, che ebbero a comportarsi magnificamente in tutti i fatti d'arme in cui furono impegnate, pur trovandosi ad operare in difficili condizioni. Nel corso degli anni 1937 + 1939, mentre si andava consolidando il nostro governo delle terre e delle popolazioni dell'Impero e venivano condotte nell'interno, dalle forze regolari, grosse operazioni di Polizia, s( era manifestata l'esigenza di esercitare un attivo controllo delle zone di frontiera con il Sudan e con il Kenia per impedire aiuti esterni alla guerriglia. Queste zone presentavano poi condizioni ambientali di vita

Per altre notizie sulle truppe coloniale si vedano: Truppe Coloniali italiane, Firenze, 1977; MIN. AFFARI ESTERI, Italia in Africa, serie storico-militare, volumi ed anni vari. (o)

A.

GIACHI,


Giovanni Braca

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e difficoltà di movimento particolari; venne perciò costituito questo nuovo tipo di unità "di confine", con organico variabile ma da considerarsi "regolari" per l'inquadramento. Il Gruppo bande era a livello battaglione; la barida a livello compagnia; ogni banda era costituita da più plotoni e disponeva di una forza variabile dai 100 ai 250 uomini. L'armamento era costituito da fucili e fucili mitragliatori; al livello Gruppo erano accentrate le mitragliatri (Schwarzlose). All'atto dello scoppio delle ostilità, nel giugno 1940 erano costituiti: (vds. Schizzi n . 1 e n. 2) nell'Amara • il 1° "Gruppo bande di confine" (Magg. Giacomo Saroldi cui successe quasi immediatamente il 1° Capitano Giovanni Braca), con sede a Metemmà ove erano anche le bande 2a, 3a e 4a,- la ia banda era distaccata a Quarà; • il 2° "Gruppo banda di confine" (Magg. Nicola Caselli), con sede a Gubba, con sa e 7a banda; 6a banda a Uomberà; nell'Harar

• il 4° "Gruppo bande di confine" (Cap. Janfrancesco), con sede ad Adele; nel Galla e Sidamo

• il 1° "Gruppo bande di frontiera" (T. Col. Cirinelli), con sede a Mega; • il 2° "Gruppo bande di frontiera" (Magg. Gabbato), con sede a Nagi; • il 3° "Gruppo bande di frontiera", con sede a Gambela; • il 4° "Gruppo bande di frontiera", con sede ad Asosa, con un sottogruppo ad Anarcocché; in Dancalia era costituita una "Banda ·cammellata di confine". In Somalia, vennero costituite solo a conflitto iniziato quattro bande di frontiera della forza di 200-300 uomini ciascuna: • Banda Cap. Gianni, settore di Chisiinaio; • Banda Cap. Teatini, settore di Gelib (Basso Giuba) • Banda Ten. Chapron • Bandd Commissario Benardelli

) Settore di El Uak (Alto Giuba).


Il 1° "Gruppo bande di confine"

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Delle attività e delle pericolose incursioni in territorio Keniota da parte di quest'ultima banda esistono esplicite testimonianze in pubblicazioni britanniche; così come del buon comportamento del I "Gruppo Bande di frontiera" del Galla e Sidamo. Una delle unità che partecipò assai onorevolmente a numerosi fatti d'arme fu il" 1° Gruppo Bande di Confine" dell'Amara (o). L'Ufficio Storico sente il doveroso compito di presentare le testimonianze del valoroso Ufficiale che ne ebbe il Comando, partecipando a molti di essi: l'allora 1° Capitano Giovanni Braca. Il 1° Gruppo Bande di confine operò brillantemente nel corso dell'estate e del primo autunno del 1940 sorprendendo e disperdendo carovane che, con emissari ed aiuti ai guerriglieri etiopici, cercavano di passare dal Sudan al Goggiam. Successivamente partecipava ai duri combattimenti con i quali, nelle giornate del 6 e 7 novembre 1940, veniva nettamente arrestato il primo grosso tentativo britannico di aprirsi, a Gallabat - Metemmà, il passo per accedere all'Acrocoro Etiopico. Ma il comportamento di questa Unità diveniva ancor più meritevole quando la situazione incominciava a volgere al peggio. Ha, infatti, risvolti quasi epici il racconto delle operazioni condotte nei primi mesi del 1941 per sbloccare il presidio assediato di Quarà e portarlo a salvamento, con donne e bambini, entro le linee del "Ridotto ganda. " nno. Le ulteriori imprese di questa bella unità: a Celgà, nei rifornimenti a Culquabert, negli ultimi combattimenti all'Amba Gheorghis e nella difesa di Gondar, ne testimoniano la fedeltà a tutta prova alla Bandiera ed al giuramento prestato. Motivi di opportunità editoriale, nonchè il desiderio di presentare

!o! [l l° Gruppo Bande di Confine dell'Amara, dal luglio 1940 fino alla caduta di Gondar il 27.X/.1941, fu costituito da 4 Bande Fucilieri, ciascuna su 3 plotoni fucilieri, ed una Banda Comando che disponeva di 3 Sezioni di 2 mitragliatrici ciascuna. Altre notizie sul personale nazionale ed indigeno del Gruppo in Appendice. Anteriormente al conflitto e con organico ridotto, l'unità era stata "cammellata" ed aveva sede nella zona di Om-ager. Successivamente era stata appiedata; solo i Quadri muovevano su muletti; il reparto disponeva di salmerie per il trasporto di viveri e munizioni. Quando impiegata quale Riserva dello Scacchiere per interventi urgenti, venne autotrasportata con l'assegnazione temporanea di 40 + 50 autocarri. Poteva ricevere di volta in volta una stazione R.T. per il collegamento con aerei, normalmente mantenuto con teli da segnalazione.


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Giovanni Braca

le parti di interesse storico - militare piuttosto che altre di interesse personale ed anedottico, hanno imposto di esercitare riduzioni dei testi dell'allora Capitano Braca, riportandone peraltro gli stralci con assoluta fedeltà. È anche opportuno aggiungere che le testimonianze qui offerte sono tutte convalidate da altre documentazioni in possesso dell'Ufficio Storico; di esse, per certe particolari precisazioni, ho tenuto conto nella redazione affidatami della nuova edizione delle "Operazioni in Africa Orientale Italiana: 1940-1941", in corso di stampa.

LACOSTlTUZtoNE

DEL 1° GRUPPO BANDE DI CONFINE

Fin dall'inizio delle ostilità il Gruppo Bande di Confine ebbe per molti mesi storia a sè in quanto operava lontano centinaia di chilometri dalla capitale Gondar (vds. schizzo n. 2). Il Gruppo non ha mai avuto soste, non ha avuto una posizione statica da difendere come l'avevano le truppe di Debra-Tabor, dell'Uolchefit, del Culqualbert o di Celgà. Non è stato in sosta entro sistemazioni campali che davano una certa tranquillità nei periodi di riposo. Il movimento era all'ordine del giorno, anche quando il gruppo aveva come base Metemmà; i pattugliamenti lungo la frontiera, le sortite a lungo raggio (30-40 km) per reperire i rifornimenti di armi ai ribelli, si ripetevano in continuazione. Con la ritirata generale di tutte le truppe dal bassopiano di Metemmà, il Gruppo fu impiegato nei duri combattimenti per lo sblocco del presidio di Quarà, successivamente in tutte le ricognizioni di rinforzo dei vari presidi, o da solo o in concomitanza col gemello XIV Gruppo Squadroni, in puntate offensive e punitive, o di scorta a lla colonna di rifornimento viveri all'Uolchefit o al Culqualbert, pronto ad intervenire là dove era maggiore il pericolo per tamponare falle del nostro schieramento ed, infine, nei brevi periodi di sosta, al km 12 o al km 14, col compito di protezione alle comunicazioni tra Gondar e Celgà; Sempre sul piede di guerra, a disposizione del Comando Tattico, pronti ad intervenire in breve tempo; nonostante ciò gli ascari erano fieri di appartenere al gruppo bande "Cammellato" e combatterono per la nostra bandiera fino all'ultimo. E questi bravi e valorosi soldati non hanno potuto avere il soldo per la loro medaglia al valore, nè le paghe che gli spettavano


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nè le modeste pensioni per i veterani. L'elevato contributo di sangue da loro dato, meritava una più a lta riconoscenza, anche se fummo sconfitti. Il Gruppo Bande era una piccola cenerentola di campagna, che viveva ai confini dell'impero, senza storia nè glorioso passato come i grandi battaglioni coloniali di Toselli e Galliano. Dopo aver superato privazioni, sacrifici di ogni genere in un ambiente malsano nel periodo precedente l'entrata in guerra, il Gruppo Bande si amalgamò in piccoli fatti d'arme che furono superati sempre brillantemente per presentarsi poi a sostenere l'urto furioso dei Britannici nella prima cruenta battaglia dell'Amara, la battaglia di Metemmà. Prima della guerra di Etiopia del 1935 vi erano in Eritrea tre bande con una forza media di 100 uomini: la la Banda comandata dal ten. Romei, la 2a dal ten. Parodi e la 3a banda dal ten. Petri. Successivamente queste tre bande furono inquadrate in una banda unica: la "1 a Banda Cammellata". Le tre bande assunsero la denominazione di 1°, 2°, 3° plotone al comando dei loro rispettivi com andanti di banda; fu inoltre formato un 4° plotone di armi pesanti. Il primo comandante di questa banda fu il Cap. Saroldi. Nel gennaio del 1937 le bande cammellate sono già tre: la 1a con sede a Gallabat, comandata sempre dal Saroldi; la 2a ad Ornerà, comandata dal ten. Micheli ; una 3" in movimento tra Metemmà ed Om Ager al comando del Cap. Ramperti. Dopo il giugno del 1937 e fino al dicembre 1938 le tre bande si spostano di residenza tra Om Ager, Metemmà e Uacné con mutevoli cambiamenti di ufficiali comandanti; finchè, col I gennaio 1939, troviamo il loro inquadramento in Gruppo che assume il nome definitivo di "1 ° Gruppo Bande di Confine" al comando di Saroldi, promosso maggiore. Due bande sono in Metemmà; la 3" Banda, col cap. Ramperti, ad Om Ager. Nel luglio del 1939 troviamo una nuova banda, la 4a con sede ad Om Ager, dove aveva sostituito la 3a che, rientrata a Metemmà, viene anch'essa inquadrata nel Gruppo. Col rientro a Metemmà della 3a banda, la 1a al comando del ten. Parodi viene inviata di presidio a Quarà. Durante questo periodo le bande non ebbero modo di cimentarsi in fatti d'arme_ degni di nota; solo la 4a Banda, durante una ricognizione lungo il confine tra Om Ager e Metemma venne attaccata, nei primi del 1940, da formazioni ribelli; dopo un sanguinoso scontro il nemico fu volto in


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in fuga ma il valoroso comandante trovò eroica morte: tenente Migliucci Vittorio. Fu il primo tributo, dato dal Gruppo Bande, di una lunga serie di ufficiali che si immolarono per la Patria: su 25 ufficiali 9 furono i morti e 10 i feriti. La solidità del Gruppo emerse nella battaglia di Metemmà. Ed in questa battaglia gli ascari del Gruppo furono tutti "ambesà" (o) e fecero del reparto un solido strumento di guerra che portarono al tripudio della vittoria. E di tutto questo il merito fu dei miei giovani comandanti tutti tenenti, che furono di esempio di sprezzo per il pericolo e di saldezza di nervi di fronte al dirompente boato delle bombe dell'aereo o dallo schianto delle granate, armi offensive per i nostri coloniali del tutto nuove, delle quali non conoscevano la potenza distruggitrice.

LE ATTIVITA' DEL 1o GRUPPO BANDE DI CONFINE TRA IL 10 GIUGNO ED IL 5 NOVEMBRE 1940

Lo scoppio della guerra trova il 1° Gruppo Bande di Confine di guarnigione a Metemmà, con tre Bande ed un plotone Comando e con una forza complessiva di 800 uomini; l'altra, la la Banda, era da tempo dislocata a Quarà per i servizi di pattugliamento lungo il confine; la regione presidiata dalla 1a B~nda, era importante anche politicamente ed il Comandante della Banda, Ten. Parodi, aveva anche funzioni civili di residente. Comandante interinale del Gruppo era il Cap. Mezzanotte; il titolare, Magg. Saroldi, sorpreso in licenza dallo scoppio dell'ostilità rientrò dall'Italia molto tempo dopo per assumere il comando di un Gruppo Bande che si coprì di gloria. Comandava il Settore di Metemmà il T:Col. Castagnola, il quale aveva anche le funzioni civili nella vasta zona del bassopiano occidentale. Le forze di Metemmà, oltre le tre bande del Gruppo, erano formate da un nucleo di carabinieri al comando del Sottotenente Trippitelli, un nucleo di finanzieri al comando di un Vicebrigadiere, una banda irregolare e pochi "Zebegnà", guardie di polizia del Comando Settore.

<ol ambesà.

valore.

= leoni; erano chiamati Fali coloro di cui si riconosceva il particolare


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Questo presidio distava da Gondar oltre 200 km; una pista camionabile, che attraversava una zona' di boscaglia insidiosa, univa le due località. La regione era malsana e povera di acqua; il clima, tropicale; malaria e scorbuto infierivano sugli ascari; l'efficienza del Gruppo andò lenta mente riducendosi nei primi mesi di guerra per la forte percentuale di ascari colpiti da queste malattie che li rendevano com pletamente inutilizzabili. Metem mà era stata approntata a difesa con una cerchia di solidi reticolati; entro la cerchia si erano costruite delle ridotte, postazioni antiaeree e piazzole per mitragliatrici. Erano state scavate trincee e camminamenti m a poco profondi per la natura rocciosa del terreno; muri e trincee erano sufficienti per la difesa contr o armi portatili ma non contro artiglierie; nessuna difesa da attacchi aerei. Una maggiore penetrazione del terreno non era stata possibile ottenerla per la m ancanza di mezzi idonei. Di fronte alle nostre posizioni di Metemmà, al di là di un fosso sempre asciutto - l' Abunichera - c'erano le posizioni inglesi di Gallabat; erano costituite da un rudimentale forte di muri a secco eretto su di una collina dominante le nostre posizioni distanti circa cinquecento metri; ogni nostro movimento poteva essere controllato. Tra i due presidi erano corsi, nel passato a nche recentissimo, amichevoli rapporti di buon vicinato senza a lcuna limitazione di osservazione e pertanto ciascuno era in condizione di confrontare l'efficienza dei rispettivi presidi. Il nemico sapeva bene che le nostre artiglierie consistevano in due cannoni di bronzo dell'epoca di Ga ribaldi. La dichiar azione di guerra sorprese gli uni e gli altri e per alcuni giorni ci fu un silenzio di tomba da una pa rte come dall'altra; non un colpo di fucile venne sparato, come se ciò che si era appreso dalla radio non fosse stata realtà. Poi, improvvisamente, alle ore 18,15 del 14 Giugno, si ebbe il battesimo del fuoco del 1° Gruppo Bande di Confine; Metemmà venne attaccata da nord-ovest da bande di briganti e fuoriusciti abissini, "i patrioti", sostenuti da forze sudanesi della "Gazelle Force": forze comandate da ufficiali inglesi, ammontanti nel complesso a oltre 800 uomini in maggioranza abissini. La sorpresa non riuscì; la pronta, energica e violenta reazione di fuoco dei reparti del Gruppo Bande spezzò fin dall'inizio qualsiasi possibilità di sue-


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cesso del nemico, e dopo un'ora lo mise in fuga con gravi perdite. I ribelli occuparono una collina, detta di Re Giovanni, a circa 1 km a nord-ovest dalle nostre posizioni. Questa collina boscosa, parte di un complesso collinoso che si estende fino a Cengià, fu teatro di una grande battaglia tra i Dervisci e il Negus Giovanni, nel 1889; questi vi perdè la vita. Queste colline furono anche oggetto di discordie tra Etiopi e Inglesi per il tracciato delle linee di frontiera. Con l'occupazione della Collina di Re Giovanni, benchè distante dalla nostra ridotta, Metemmà si venne a trovare tra due fuochi. Al primo attacco inglese ne seguì un altro il giorno 30, alle ore 6,30; regolari sudanesi e ribelli amara attaccarono nuovamente, sperando nella sorpresa, il lato nord della ridotta difeso dalla IV Banda: la pronta reazione e l'immediato contrattacco rigettarono il nemico. Il XXVII Btg. coloniale, giunto a Metemmà qualche giorno prima, conquistava d'impeto la Collina Re Giovanni e ricacciava il nemico al di là dell' Abunichera; sul terreno vennero contati 54 morti e fu catturato molto materiale bellico. Gli Inglesi, umiliati dall'insuccesso di questi due attacchi, fecero intervenire l'aviazione; il 2 luglio, verso le ore 10, cinque Wickers Wellesley attaccano dal cielo mentre forze abissine attaccano da N .O. le nostre posizioni con azione concomitante; il Gruppo reagisce energicamente e, col morale elev~to dei primi due successi, respinge l'attacco da terra e con le sue armi abbatte due apparecchi, che cadono in nostro territorio, mentre un terzo cade in fiamme oltre le linee nemiche. Il XXVII Btg. col. che era giunto a Metemmà, proveniente da Quarà ove era stato inviato per rifornimento viveri a quel presidio, fu trattenuto entrando così a far parte delle forze del Settore di Metemmà. Siccome le posizioni inglesi di Gallabat non ci permettevano libertà di movimento ne fu decisa l'occupazione che avvenne il giorno 4 luglio. La relazione dice: "Alle ore 3 ci attestiamo al fosso di confine. Le colonne d'assalto sono tre. Quella di sinistra formata dalla 2a Banda, agli ordini del Cap. Mezzanotte, quella centrale formata dal XXVII Btg. col. e dalla 3a Banda, agli ordini del Maggiore Spada, quella di destra formata dalla 4a Banda e dal Plotone comando del 1° Gruppo Bande, agli ordini del Ten. de Anna. Alle ore 7,05 giungono tre nostri aerei che alle ore 7,12 lanciano la prima bomba sul


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fortino inglese. Questo è il segnale dell'attacco. Tutto il fronte si sposta in avanti. La resistenza è vivace ma non eccessiva. L'azione è veloce e brillantissima. Alle ore 7,28 la bandiera britannica viene ammainata e sale il nostro tricolore. La colonna di destra e quella di sinistra si portano circa un km oltre Gallabat per far fronte ad un probabile contrattacco dalla parte di Otrup. Alle ore 12,30 rientriamo a Metemmà mentre il XXVII Btg. col. rimane a presidio di Gallabat. Nel pomeriggio tre aerei inglesi bombardano e mitragliano da quota altissima. Nostre · perdite: 1 morto e 12 ascari feriti. Le posizioni di Metemmà ebbero così largo respiro: e Gallabat, presidiata dal XXVII Btg. del Magg. Spada divenne sentinella avanzata nel bassopianò occi<;lentale. Il nemico esplicò, da allora in poi, la sua attività con ripetuti bombardamenti cha causarono perdite senza che potessimo intervenire tempestivamente coll'aviazione da caccia. L'avvistamento aereo era stato studiato nei minimi particolari; ma tra la richiesta di intervento della nostra caccia, che era ad Azozò, e l'arrivo sul cielo di Metemmà intercorrevano, come minimo, 30-40 minuti, tempo sufficiente all'aviazione nemica per giungere sulle nostre posizioni, scaricarci le bombe sulla testa e ritornare a Ghedaref. Era, questa località, un nodo stradale e carovaniero molto importante ove gli Inglesi avevano costituito la base di raccolta dei fuorusciti abissini ai quali fu affidato il compito di portare armi, munizioni e talleri ai ribelli nelle nostre retrovie e sobillare così quelle popola:z;ioni già a noi sottomesse. Molti hanno giudicato che l'essere rimasti a Metemma fu un grande errore; si è detto che il nemico ci impose la sua iniziativa e così noi restammo invischiati fra Metemmà e Gallabat, zona malsana dove tanti reparti furono sensibilmente falciati dalla malaria .perdendo la loro efficienza. A prima vista sembrerebbe, infatti, che la soluzione migliore sarebba stata quella di ritirare le truppe sul ciglione di Blagir che si prestava molto bene alla difesa. Non sono di questo parere: sul rovescio della medaglia troviamo che partendo da Metemmà si potevano impedire, o perlomeno ostacolare i rifornimenti ai ribelli; si teneva lontana da Gondar la minacci.a nemica; non si influiva sul morale delle truppe abbandonando molto territorio senza combattere, indice di paura;


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non si sarebbe avuta una solida preparazione dei reparti ai nuovi mezzi di guerra. A mio parere il Comando Superiore fece bene a farci rimanere nel bassopiano; di nostra iniziativa ci restammo, combattemmo e quando volemmo venimmo via, senza "lasciarci invischiare" dopo averlo sconfitto. Lo sganciamento fu una solenne presa di bavero per il nemico che solo dopo tre giorni si accorse che ci eravamo ritirati a Blagir. Come si è detto, era noto che da Gheradef partivano ed arrivavano colonne, che attraverso la boscaglia a sud di Metemmà penetravano nell'interno per fomentare la rivolta delle popolazioni ai nostri danni. Queste colonne, guidate in genere da ufficiali inglesi o da capi ribelli abissini, portavano prevalentemente armi e munizioni ed erano organizzate dal Magg. Wingate, che agiva nelle nostre retrovie agli ordini del Generale Sandford. Appostamenti, anche prolungati, venivano fatti da reparti del Gruppo Bande; non si poteva impedire questo traffico; la boscaglia e la grande distanza tra Metemmà e Quarà non permetteva una sorveglianza tale da impedire il traffico. Le piste erano molte e tutte quante conducevano da Ghedaref verso le nostre retrovie attraverso la boscaglia con una vegetazione fitta e con erba così alta da occultarle alla vista. Dopo tanti appostamenti infruttuosi la fortuna arrise il 4 agosto. Dopo due giorni di appostamento nei pressi di Meredibba fu sorpresa una carovana di viveri, armi e munizioni diretta n~l Goggiam e nel Seraquò. Attaccata, fu volta in precipitosa fuga lasciando materiali, viveri e quadrupedi nelle nostre mani. Mentre il reparto rientrava in Metemmà, in località Cor Dahar fu sorpresa un'altra colonna di sudanesi e "patrioti" con carico di armi e munizioni. Il combattimento fu violento, ma lo spirito aggressivo dei nostri ascari ebbe il sopravvento e la colonna si disperse per la boscaglia in tutte le direzioni lasciando nelle nostre mani quadrupedi, armi e munizioni in quantità. Sul terreno furono contati 17 morti. Altri appostamenti furono effettuati anche in seguito senza successo; furono poi cessati perchè le forze del Gruppo non permettevano di presidiare Metemmà con un minimo di forze di sicurezza nel caso di ,un eventuale attacco e contemporaneamente di attac-


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care queste colonne che erano scortate da oltre duecento armati. Si era già rischiato molto togliendo metà forze dalla ridotta senza far trapelare nulla al nemico. In Metemmà il Gruppo subì altri bombardamenti dall'aviazione che causò sempre perdite, non gravi, ma dolorose; particolarmente violento fu il bombardamento del 14 agosto durante il quale fu ferito il C.te del XXVII Btg. ed il Ten. Del Bufalo del Gruppo Bande. La reazione delle nostre armi causò sempre perdite al nemico che perse altri 5 apparecchi; eppure, non avevamo che comuni mitragliatrici Fiat che, montate con mezzi di ripiego su ruote girevoli attorno ad un palo, funzionavano come armi antiaeree. I sette apparecchi nemici abbattuti con le armi della fanteria furono menzionati anche in nostri bollettini di guerra. Quando, nell'agosto, assunsi il comando del 1° Gruppo Bande di Confine constatai la forte percentuale di ammalati, circa il 30% della forza del reparto. L'infermeria rigurgitava di ricoverati e molti altri erano degenti presso le bande, immobili per cachessia malarica e scorbuto. Il Ten. Medico Casalena mi segnalò ciò che gli occorreva per rimettere in efficienza una grande quantità di ascari. Rivolsi direttamente le richieste al Gen. Martini, Comandante le Truppe, e questi mi inviò subito grandi quantità di limoni e verdure che mi venivano lanciate dall'aereo all'alba o all'imbrunire, impresa molto rischiosa da parte del nostro aviatore che col Caproni si metteva ogni volta nelle condizioni di essere abbattuto. La scrupolosa amministrazione e distribuzione dei preziosi carichi che mi venivano inviati fece si che col passare dei giorni gli ammalati diminuissero per poi cessare del tutto. Anche i ricoverati dell'infermeria ne sentirono benificio, tanto che furono recuperati circa 70 uomini. Questo interessamento, in aggiunta a quello esteso ai campi famiglia, mi fruttò, dopo un bombardamento aereo durante il quale mi mostrai allo scoperto e bene in vista a tutti i miei dipendenti, una serie di fantasie da parte di tutte le bande del Gruppo. In quel giorno del bombardamento aereo, consapevole del pericolo che correvo, provai la più grande fifa di tutte le azioni di guerra alle quali avevo partecipato; l'entusiasmo dell'assalto, a contatto coi propri soldati, ci fa dimenticare il rischio e ci troviamo attori nella lotta senza accorgersene; ma altra cosa è stare allo sco-


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perto, fumando una sigaretta per darsi un contegno, e veder passare sulla testa aerei che lanciano bombe da quota bassa, sapendo di essere osservato da centinaia di dipendenti; confesso che lo feci quella volta e non so se sarei capace di farlo ancora. Però dovevo farlo perchè i miei ascari dovevano sapere che il loro nuovo comandante non aveva paura. Il settembre e l'ottobre trascorse nel curare sempre più in profondità la disciplina ed il morale dei reparti. Bombardamenti aerei, pattugliamenti a largo raggio e appostamenti alle carovane causarono poche perdite al reparto, ma cementarono la coesione e lo spirito del Gruppo. Per quanto risentisse di un reclutamento molto eterogeneo, aveva vitalità e funzionalità perchè i comandanti di bande avevano scelto con criterio i compiti da assegnare a ciascuno in funzione della sua r azza; così il sudanese o l' assaortino, l'amara o il tigrino, il somalo o l'eritreo, fu conducente o mitragliere, portaordini o attendente, inserviente o esploratore. La disciplina veniva curata con imparzfalità senza pregiudizi di razza, con le promozioni, le decorazioni e i titoli che venivano elargiti secondo i meriti. Tanto nell'amministrazione come nel governo del personale il controllo da parte mia era assiduo e la capacità dei comandanti di bande, giovani dotati di grande entusiasmo, formò la forza coesiva del gruppo, fa~cendo del Reparto un solido strumento di guerra. Si gh,m se così ai primi di novembre. Informatori ci avevano riferito che gli Inglesi stavano concentrando, nella zona di Cor Otrup, truppe e mezzi corazzati; anche dal Comando di Gondar ci avevano avvertiti di stare attenti perchè era previsto un attacco imminente. Per tale motivo erano stati inviati a Metemmà due Battaglioni Coloniali, il XXV ed il LXXVII ed una sezione artiglieria someggiata agli ordini del Ten. Gol. Liuzzo i quali avevano preso posizione fuori della cinta di Metemmà nell, zona della collina di Re Giovanni. Il 4 novembre giunse un'autocolonna di viveri che furono fatt scaricare fuori della ridotta, ai margini del campo di aviazione, bei nascosti tra la boscaglia. La colonna ripartì la sera del 5 per Gonda scortata fino al Gandua, distante circa 50 km, da 120 ascari d€ Gruppo Bande; con la colonna furono inviati all'ospedale gli amm, lati gravi di scorbuto e perniciosa e quegli ufficiali e nazionali ai qua l'aria pesante che si preannunciava nel bassopiano faceva male.


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La notte sul 6 novembre fu particolarmente silenziosa; i nervi dell'attesa erano scossi, sentivamo qualcosa di grosso nell'aria; ma tutto quello che .pensavamo era poca cosa di fronte all'infernale bombardamento del giorno che attendevamo.

l COMBATTI MENTI DI GALLA.BAT (Schizzi n. 3 e n. 4)

- METEMMA' (6-8 NOVEMBRE 1940)

A questo fatto d' armi non si è dato il rilievo che merita. L'importanza dell'occupazione di Metemmà venne riconosciuta da Eden nel corso di una riunione del Consiglio di guerra, tenuta a Ghedaref, ed il compito fu affidato al generale Slim, comandante della brigata indiana che presidiava Otrup. Gli furono assegnati un gruppo di carri armati (6 pesanti e 6 medi), un reggimento di moderna artiglieria, su 24 pezzi, al comando del Colonnello Welker ed il btg. inglese "Essex" ricco di tradizioni militari. Vi erano inoltre patrioti abissini al seguito del Negus - che era a Ghedaref. Il possesso di Metemmà era per gli Inglesi un obiettivo molto importante che avrebbe permesso una anticipata caduta di Gondar, perchè le loro basi di rifornimento si sarebbero avvicinate di oltre 10 km e l'avvolgimento della piazzaforte dalle regioni a sud e sud ovest avrebbe privato i "gondarini" dei rifornimenti dal Beghemeder e dall'Ermacciò, di bestiame e granaglie indispensabili per la loro resistenza. Inoltre, il possesso di Metemmà avrebbe consentito, per comode vie di penetrazione, il rifornimento di armi e munizioni ai "patrioti" del Goggiam, che investivano Gondar da sud; sicchè l' eroica resistenza gondarina non avrebbe potuto durare fino al 27 novembre del 1941. Il T.Col. Castagnola, Comandante del Settore, era venuto a conoscenza, tramite il suo servizio informazioni, di preparativi inglesi, dell'arrivo di nuove truppe e del progettato attacco a Metemmà. Le sue informazioni non ebbero credito dal Comando Truppe e furono ritenute allarmistiche; peraltro dopo più dettagliate segnalazioni ed insistenti richieste di rinforzi gli furono inviati da Gondar due btg. della IV Brigata Coloniale. Le informazioni S.I.M. davano la data "8 novembre" come


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, li a bat (Gondar) . Metemma-Ga Schizzo n. 3 - Schizzo della regione


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I Schizzo n. 4 - Ridouo di MctemroĂ prim a della battaglia del 6 novembre 1940

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certa per l'attacco nemico a Metemmà; sulla base di queste informazioni fu inviata una autocolonna per rifon1imento viveri, che doveva rientrare il giorno stesso, 5 novembre, con i feriti e gli ammalati di cachessia malarica. La scorta di protezione indiretta a questa colonna fu affidata a reparti del 1° Gruppo Bande nel tratto della pista di Cengià al guado del fiume Gandua. Da parte inglese si venne a sapere che in data 8 novembre sarebbero giunti da Gondar altri rinforzi e di conseguenza il Gen. Slim decise di anticipare di due giorni la _data fissata per l'attacco. Queste informazioni ed altre, ebbi modo di averle a Londra da un ufficiale che aveva partecipato al combattimento. A tale data, 6 novembre, vi sarebbe stato un equilibrio di forze di fanteria; ma gli Inglesi disponevano di due "armi segrete": un reggimento di artiglieria e, soprattutto, un gruppo di carri armati. Poichè senza queste due "armi segrete" l'attacco non avrebbe avuta la certezza di riuscita, con esse la vittoria era ritenuta "certa". Così disse il Gen. Slim che si sentiva sicuro di coronare con una vittoria la prima offensiva contro gli Italiani, vittoria che, propagandata, avrebbe elevato il morale di tutte le trnppe del Sudan e dei patrioti al seguito del Negus, da tempo in attesa. Il gen. Slim non aveva trascurato nulla;· meticoloso fino al punto di vietare ai carristi l'uso del casco nero affinchè non trapelasse la notizia agli Italiani che gli Ìnglesi avevano i tanks, che dovevano essere una sorpresa. Gallabat era una posizione fronteggiante Metemmà, ove non era stato possibile predisporre una adeguata difesa campale per l'assoluta mancanza di attrezzature idonee a scavare nel terreno vulcanico, i cui taglienti spuntoni di trachite peraltro costituiranno una ottima difesa contro i carri armati inglesi danneggiandone la cingolatura. La decisione presa dal Gen. Slim di attaccare il giorno sei, anzichè l'otto, avrebbe potuto permettere di infliggere un duro colpo ai due battaglioni coloniali in marcia verso Metemmà, qualora le truppe che la presidiavano non avessero arrestato e poi respinto gli Inglesi sulle loro posizioni di partenza. Ottenuto il successo avrebbero potuto attendere l'arrivo dei due battaglioni coloniali della IV brigata ed. annientarli con i carri armati nella pianura antistante Cengià. Nel complesso del combattimento del 6 novembre ebbero no-


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tevole importanza sia gli spuntoni di trachite che misero fuori uso ben 5 carri armati come il tempestivo intervento della nostra aviazione, che sorprese e mise in fuga le truppe britanniche nel momento della loro riorganizzazione dietro Gallabat, disperdendole. L'aver centrato, in questa fase, autocarri carichi di munizioni, che saltarono in aria con boati, terrorizzò le fanterie già invase dal panico, rendendo inefficiente l'opera degli ufficiali. Dopo queste premesse e considerazioni riportiamoci alla cronaca dei fatti dalle prime ore del 6 nòvembre fino al giorno 8, che segnò la fine dei combattimenti con la rioccupazione di Gallabat.

Giorno 6 novembre Alle ore 6,15 ha inizio l'attacco a Gallabat: con una azione concomitante e sincronizzata tra fanterie, carri armati, artiglieria ed aviazione, Gallabat viene occupata nello spazio di pochi minuti. Questa posizione era presidiata dal XXVII Btg. coloniale; non vi erano adeguate opere di difesa ed il muro del fortino, costruito dagli Inglesi nel 1939, era di terra battuta e sassi, riparo limitato ai proiettili di armi portatili ma non ai proiettili delle artiglierie anche se di piccolo calibro. Che fosse in cemento armato, sono frottole di giornalisti italiani. Su questa posizione furono sganciate, dalla aviazione inglese, tonnellate di bombe e vi fu concentrato un violento ed intenso tiro delle batterie del reggimento del colonnello Welker, di una tale intensità che mi ricorda quella della nostra artiglieria del 15 giugno 1918, battaglia da me vissuta. La posizione fu avvolta in una densa nube di fumo nero che oscurò il sole, rendendo irrespirabile l'aria. Nessun reparto nazionale, su quelle posizioni ed in quelle condizioni, avrebbe potuto resistere; tanto meno poteva farlo quel reparto coloniale che non aveva mai subito bombardamenti aerei nè il dirompente tiro delle artiglierie. Lo spettacolo terrificante è ancora vivo in me; avevo partecipato alla guerra 1915-18 in cruenti fatti d'arme ma allora disponevamo di opere campali che ci davano un certo riparo dai bombardamenti e dalle azioni offensive nemiche. In Metemmà e Gallabat non avevamo la minima difesa ed i nostri corpi si distendevano sul suolo roccioso cercando di trovare,


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nelle piccole anfrattuosità, la difesa da quell'infernale tiro delle artiglierie, i cui proiettili dirompendo sul terreno roccioso aumentavano il loro effetto con i sassi che lanciavano in aria. L'opera di noi ufficiali si rese molto difficile; dovevamo subire con stoicismo e dominare il terrore che umanamente ci invadeva per non infonderlo nei nostri ascari. Essi erano abituati ai combattimenti in campo aperto, di fronte ad un nemico che ci fronteggiava, e che vedevano fisicamente; qui dovevano subire, subire senza alcuna possibilità di azione contro un nemico che non vedevano e che ci colpiva da distanza di sei, sette chilometri. Gli ufficiali e gli ascari, che erano riusciti a salvarsi, da Gallabat vennero verso le nostre posizioni con il terrore nello sguardo vitreo cercando nella retrostante boscaglia la distensione necessaria; ma la loro opera non era più efficace e furono inviati nelle retrovie. Le fanterie indiane, dopo aver conquistato Gallabat proseguirono l'azione frontalmente per impadronirsi di Metemmà scendendo verso il fosso di confine, l' Abuchinera, ma vennero inchiodate al suolo dal tiro preciso dei mitraglieri nazionali del Capitano Rombi e dai mitraglieri coloniali del Capitano Litta Modignani e da quelli del 1° Gruppo Bande di Confine ed in modo particolare dalle bande del Ten. Tassini e del Ten. Alquati. Avendo subito gravi perdite gli Indiani si ritiravano dietro le posizioni di Gallabat in una zona defilata al nostro tiro. Ma, ecco che l'arrivo di 7 nostri caccia CR 42 offriva uno spettacolo quanto mai avvincente ai combattenti di Metemmà. Altrettanti Gladiator volavano sul cielo di Metemmà a protezione della loro aviazione da bombardamento che dalla vicina base di Otrup compiva successive incursioni sulle nostre posizioni. In un combattimento durato pochi minuti tutti e sette i velivoli nemici furono abbattuti ed un solo pilota trovò scampo,lanciandosi col paracadute e fu fatto prigioniero da una pattuglia del 1° Gruppo Bande comandata dal sottotenente Carbone. Fu il primo ufficiale prigioniero caduto nelle nostre mani; il secondo ufficiale inglese fu fatto prigioniero a Celgà il 19 maggio del '41; furono i soli due uffic.iali caduti nelle nostre mani durante la guerra e catturati ambedue dal 1° Gruppo Bande di Confine. Con l'abbattimento della caccia inglese venne a mancare al Gen. Slim, un valido appoggio per il proseguimento della sua azione offensiva.


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Questo generale che aveva in gioco la sua carriera, dopo una riorganizzazione dei reparti che avevano preso parte all'occupazione di Gallabat, lanciò sulla destra di Metemmà un attacco col battaglione indiano appoggiato dai carri armati efficenti e rinforzato dal battaglione inglese "Essex", ricco di tradizioni militari. Una nostra formazione (due cp. del XXV btg. coloniale e a due cp. del LXXVII Bt. coloniale), fu lanciata al contrattacco. Dopo un sanguinoso combattimento, guidato da ufficiali che perirono tutti, il nemico ripiegò ancora sulle posizioni di partenza dietro Gallabat. Questi tre valorosi - Ten. Meo Carlo, S. Ten. Toti Raffaele, S.Ten. Pacco Ruggero - raggiunsero nel regno degli eroi i loro colleghi caduti prima di loro, nella fase iniziale della battaglia, a Gallabat il Ten. Magliani Luigi del XXVII Btg. e il Ten. Scandale Michele del 1° Gruppo Bande di Confine. Essi furono artefici di primo piano dell'esito vittorioso della battaglia di Gallabat-Metemmà. Le loro gloriose gesta e la loro eroica morte non sono ricordate che da noi superstiti; essi ci furono di esempio nei successivi combattimenti di Quarà e Celgà, nei quali trovarono altrettanta eroica morte ben sei ufficiali del 1° Gruppo Bande. L'intervento pomeridiano della nostra aviazione da Addis Abeba, con gli S.79, e da Asmara, con i Caproni, causò gravi perdite tra le truppe inglesi sorprese in fase di riorganizzazione; spezzonate dai Caproni si dileguarono nella boscaglia. Un autocarro colpito, carico di munizioni, saltò in aria con boati e densa colonna di fumo; la truppa, già invasa da panico, sfuggì all'azione disciplinare degli ufficiali e si dette alla fuga invasa dal terrore in direzione di Otrup attraverso la boscaglia. (Questo ebbi modo di venirne a conoscenza, molti anni dopo, da un ufficiale inglese). Fu indubbiamente il momento più tragico per gli Inglesi e la nostra aviazione restituì alle truppe nemiche quanto la loro aviazione aveva inflitto alle nostre truppe di GaJiabat. Nel tardo pomeriggio, un piccolo aereo da ricognizione sorvolò con insistenza e a lungo le nostre posizioni spingendosi anche verso la pista che da Metemmà conduce a Gondar. È probabile che abbia riferito al gen. Slim l'arrivo di reparti a pochi chilometri da Metemmà. In effetti l'osservatore aereo aveva visto bene: erano due reparti del 1° Gruppo bande che rientravano dal guado del fiume Gandua ove erano state inviate in protezione indiretta della colonna dei viveri proveniente da Gondar che ritornava indietro, la


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stessa sera del giorno 5. I due ufficiali del Gruppo bande, avendo udito il rombo dei · cannoni stavano rientrando con marcia accelerata per arrivare al più presto a Metemmà. Il Gen. Slim ritenendo che fosse l' avangua rdia della Brigata Coloniale inviata in rinforzo alla guarnigione di Metemmà (del cui invio era venuto a conoscenza anticipando la data di attacco dal giorno otto al giorno sei), pose fine a velleità offensive, male "ingoiando", come mi fu detto, di aver perduto nella prima fase dell'attacco ben 5 carri pesanti, resi inservibili dalle taglienti rocce che avevano reciso le spesse gomme che tenevano unite le piastre d'acciaio dei cingoli. L'uccisione di alcuni carristi rese ancor più difficile la utilizzazione di quelli efficenti. Il Gen. Slim, temendo per il giorno dopo un nostro contrattacco con truppe fresche, (che avrebbe avuto pieno successo qualora fosse stato eseguito) non disponendo di truppa non scossa, ordinò al Col. Welker di sottoporre le nostre posizion i di Metemmà ad una intenso e continuo bombardamento per far credere che fosse in preparazione un nuovo attacco o per ostacolare eventuali preparativi offensivi da parte nostra. Col calar delle tenebre ebbe fine la cruenta battaglia del 6 novembre che aveva registrato atti di v~lore e spirito di sacrificio non comune ed aveva trovato i reparti di Metemmà saldi sulle loro posizioni che avevano rigettato il nemico colle sole armi portatili. Subimmo gravi perdite: 5 ufficiali morti, 5 ufficiali feriti, 8 nazionali morti, 10 feriti; 174 militari coloniali morti e 224 feriti; ma gli Inglesi non passarono.

Giorno 7 novembre Nella giornata del 7 novembre l'artiglieria e l'aviazione britanniche si accanirono in una metodica distruzione di tutte le opere ed installazioni di Metemmà, che erano rimaste presidiate dai soli reparti mitraglieri, nazionali e coloniali, e dal 1° Gruppo Bande di Confine in quanto il Comandante del Settore con altra aliquota delle forze aveva ritenuto opportuno di ripiegare sulle colline di Re Giovanni, alle spalle di Metemmà, per disporre di terreno più favorevole, che non consentiva l'attacco da parte di carri armati, ed evitare un'azione avvolgente


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della località. A tergo di Metemmà si erano anche trasferite le forze residue dei due battaglioni coloniali che avevano subito gravi perdite nei contrattacchi del 6 novembre. Ma nel pomeriggio della stessa giornata, affluivano a tergo di Metemmà le unità della colonna awiata in rinforzo dal Comando Truppe Amara costituita da: Comando IV brigata coloniale (Col. Alberto Polverini), 731° btg. CC.NN., XIV e XXIX battaglione coloniale, 1 sezione da 65/17, 1 sezione mortai da 81. Per contro i Britannici, nelle stesse ore, abbandonavano l'idea di proseguire l'attacco ed, anzi, iniziavano un ripiegamento dalle posizioni occupate di Gallabat. Il bombardamento continuo dell'artiglieria inglese a veva fatto nascere in me il sospetto che Il Gen . Slim volesse abbandonare Gallabat, conquistata il giorno prima, essendo venuto a conoscenza dell'arrivo della IV Brigata (XIV e XXIX Btg. col.) che era venuta così a congiungersi cogli altri battaglioni. Temendo un contrattacco, che avrebbe potuto causargli una sanguinosa disfatta, ordinò a lle batterie del Col. Welker di sottoporre la ridotta di Metemmà e le sue immediate vicinanze ad un tiro di repressione, di sbarramento per mascherare i suoi movimenti. Nel pomeriggio ebbi una comunicazione dal Ten . Alquati colla quale m i segnalava di aver sentito sferragliamento di carri armati sulla strada verso Otrup. Pensai subito al r itiro da Gallabat e presi la decisione di uscire dai reticolati, dal varco dell' Abuchinera, per accertarmi e rendermi conto della situazione . Col mio attendente ed un carabiniere, Ferrari - che aveva chiesto di rimanere con me -, risalii il pendio verso Gallabat. Nell'avanzare cauti ritornai con la memoria alle pattuglie che facevo in Val Cesilla tra le nostre linee e quelle austriache. Rientrai in Metemmà convinto che forze consistenti non ve ne erano e non notai nessuna sagoma di carro armato e questa constatazione confermò il mio convincimento del ritiro degli Inglesi da Gallabat.

Giorno 8 novembre La notte sul giorno 8 avrebbe dovuto concedermi un pò di riposo; erano 50 ore che non chiudevo occhio e non mi sentivo tran-


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quillo per quanto avevo potuto vedere in pattuglia la sera precedente. Era buio, ma se Gallabat fosse stata presidiata qualche fucilata ci sarebbe stata indirizzata al fiammifero che avevo acceso; ma poteva essere anche un tranello. Mi sentivo isolato non avendo potuto collegarmi col Comando di Settore, nel caso che avessi avuto bisogno di tempestivo aiuto, qualora gli Inglesi avessero sferrato un nuovo attacco. Il silenzio che circondava Metemmà avvolta nella notte mi teneva in allarme e teso. Alle 7 feci uscire da Metemmà due pattuglie che dovevano aggirare le posizioni di Gallabat e congiungersi al fortino ove le avrei attese. Gli Inglesi si erano ritirati anche dalla boscaglia dietro Gallabat. Per tranquillità feci occupare da un buluc della 23 banda un cocuzzolo chiamato Unrerò, dalla cui sommità si dominava una vasta zona verso Otrup. Assicurato così dello sgombro completo di Gallabat e dintorni da parte degli Inglesi il Comandante la IV Brigata coloniale dispose la rioccupazione di Gallabat da parte del LXXVII Battaglione coloniale, che ebbe luogo entro. la giornata. Ho avuto modo, successivamente, di parlare con un ufficiale inglese che prese parte al combattimento di Gallabat - Metemmà chiarendo punti e situazioni che a mè, presente al combattimento quale comandante del 1° Gruppo Bande di Confine, erano rimaste inspiegabili circa il comportamento del nemico. Quando fu presa la decisione di attaccare Gallabat e Metemmà da parte degli Inglesi la parola d'ordine fu segretissima come ho accennato. Vi sarebbe stato un equilibrio quasi perfetto tra le forze di fanteria ma gli Inglesi disponevano di due armi segrete: un reggimento di artiglieria moderna, e soprattutto, un gruppo di carri armati M 1. Per non far trapelare a sicuro spionaggio da parte degli Italiani il generale Slim aveva ordinato ai carristi di non mettersi il caratteristico cascò nero e tenerlo nascosto. Mentre senza i carri e l'artiglieria l'attacco non avrebbe potuto riuscire, con essi la vittoria era quasi certa. L'attacco era stato preparato per la mattina dell'8 novembre; ma, a seguito delle informazioni circa rinforzi che stavano giungendo da Gondar, l'attacco venne deciso per il 6 novembre. 8 mihuti prima dell'ora fissata per l'attacco (ore 6) il colon-


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nello Welker impartì l'ordine che le reti mimetiche venissero tolte dai pezzi, e quando i bombardieri, provenienti da Ghedaref, passarono sopra le posizioni fece aprire il fuoco per la prima volta sul froF1te sudanese: i carri armati si misero in moto verso l'altura di Gallabat e dal terreno si sollevarono file di figure dal cappello a cencio, i fanti "Garhwal", che scomparirono nel fumo che avvolgeva Gallabat; quando i razzi Very segnalarono la sua conquista l'artiglieria allungò il tiro verso Metemmà. Circa le successive fasi del combattimento ebbi modo di sapere che: i carri armati subirono gravi avarie, che li resero in parte inutilizzabili, per la natura del terreno le cui rocce avevano reciso la gomma che unisce le piastre dei cingoli; la caccia inglese (7 Gladiator) fu completamente distrutta da una formazione italiana di 7 caccia CR 42; una formazione di S 79, giunta a Gondar, lanciò sulle truppe inglesi bombe di medio calibro mentre erano riunite dietro Gallabat creando un grande panico; la formazione inglese di fanterie "Essex" e "Garhwal", appoggiata da carri armati, che stava discendendo sulla destra di Metemmà fu contrattaccata da un battaglione coloniale di formazione (2 compagnie del LXXVII battaglione, e 2 compagnie del XXV battaglione) che in un sanguinoso assalto la ricacciò distruggendo dei carri armati con bombe a mano; una formazione di Caproni 132 potè spezzonare da bassa quota, essendo l'aviazione italiana divenuta padrona dell'aria; le fanterie inglesi già invase da panico si rifugiarono nella boscaglia retrostante; le bombe degli S 79, colpendo l'automezzo carico di munizioni, lo fecero saltare in aria e questo contribuì a far subentra re al panico il terrore; un loro lancio di candelotti lacrimogeni determinò la fuga delle truppe inglesi che avevano ritenuto che fossero gas asfissianti; le truppe indiane, che fino a llora erano rimaste calme, ebbero dei reparti che finirono per ripiegare nelle retrovie; infine, l'informazione data da un ricognitore inglese che nel tardo pomeriggio aveva segnalato che le avanguardie della brigate coloniali erano giunte a Cengià (6 km. da Metemmà), distolse il comandante inglese dal proseguire l'azione contro Me temmà. In realtà erano 2 mezze bande del 1° Gruppo bande di


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confine che rientravano celermente dal fiume Gandua inviatevi 2 giorni prima a protezione dell'auto- colonna che aveva portato i viveri e che rientrava a Gondar con gli ammalati ed i feriti. Il terrore che aveva invaso le truppe inglesi portò ad un fatale equivoco: i carristi, che erano usciti dai carri per le riparazioni, furono scambiati, per i loro caschi neri, per Italiani e molti di loro furono uccisi. Col calar del giorno ogni attività cessò; occorsero molte ore della notte per ristabilire un pò d'ordine nelle truppe inglesi invase dal panico. Il giorno dopo le artiglierie del colonnello Welker ebbero l' ordine di tenere tutto il giorno le posizioni di Metemmà sotto intenso tiro; le granate incendiarie ridussero in un cumulo di rovine fumanti baracche e tucul rendendo l'aria irrespirabile per il fetore dei corpi dei muli non ancora seppelliti. In questo inferno i difensori di Metemmà attendevano a piè fermo, come avevano fatto la mattina, ogni eventuale attacco. Ritengo che il bombardamento fosse una decisione per far credere l' efficenza inglese e sconsigliare gli Italiani di effettuare un contrattacco che avrebbe potuto avere notevoli sviluppi a noi favorevoli. Gli Inglesi nella notte sul 7 abbandonarono Gallabat che fu rioccupata pacificamente da noi due giorni dopo. Come si è detto, la battaglia perduta dagli Inglesi si proponeva di aprire la strada di penetrazione vèrso il Goggiam; l'insuccesso smorzò l'euforia dei patrioti etiopi che delusi si riunirono attorno al loro Negus che era giunto a Ghedaref. Gli Inglesi fecero di tutto per non far conoscere alle truppe del Sudan e dell'Egitto la sconfitta subita. Il generale Slim, criticando asprame11te i suoi dipendenti, commentò: "Per quanto incapaci potevano essere le truppe italiane, quelle inglesi erano ancora peggiori; mai infatti un battaglione camice nere si era fatto prendere dal panico sotto i bombardamenti; il fatto che soldati inglesi fossero fuggiti di fronte a qualche aereo italiano era preoccupante. "Il Royal Essex ebbe una dura e sanguinosa lezione dai combattenti italiani che lo videro in fuga precipitosa molto disonorevole al tradizionale snob del Reggimento" . Così lo descrisse un corrispondente di guerra inglese. Il generale Slim prosegue nella sua relazione "Le truppe inglesi sebbene appoggiate da mezzi corazzati, da un reggimento d'arti-


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glieria e dall'aviazione dimostrarono la spaventosa incapacità di battere le forze italiane che erano p iù deboli, p r ive di artiglieria e di mezzi di difesa anticarro". Questo è il migliore elogio fatto dal nemico per tutti i combattenti italiani che parteciparono al cruento com battimento del 6 novembre 1940. Le nostre forze erano: 3 btg. coloniali, il 1° gruppo Bande di confine, 2 cp. mitraglieri nazionali, 1 cp. m itraglieri coloniali, 2 pezzi 70/13 a fusto rigido; totale forza, 2.500 uomini. Le perdite da noi subite ammontarono a : morti 5, feriti'5, prigionieri 1; ufficiali: - naziona li: morti 8, fer iti 10, dispersi 1; morti 179, feriti 229. - coloniali : un totale, cioè, del 18% della forza complessiva.

IL RIORDINAMENTO DELL' UNITA' TRA IL N OVEMBRE

1940 ED IL GENNA10 1941

Dopo il severo impegno nella resistenza a Metemmà ed a seguito delle perdite subite, il 1° Gruppo Bande di confine venne prima ripiegato sulle retrovie della posizione e, quindi, sulle posizioni di Mariam Ubò. Successivamente il Comando Truppe dell'Amara (Gen. Agostin o Martini) disponeva per il trasferimento dell'unità ad Angidebbà, località prescelta per la sua riorganizzazione. Il trasferimento aweniv a in parte a piedi fino a Comar, sede ove il Gen. Martini in questo periodo aveva costituito il suo Comando Tattico per seguire con maggiore aderenza le operazioni nel Settore, e da qui su autocarri fino ad Angidebbà. In questa località il Gruppo riceveva 500 complementi e prowedeva al loro addestramento ed all'amalgama con i veterani dell'unità.

L'addestramento del Gruppo mi stava troppo a cuore; la cura della parte a mministrativa e m or ale, il governo del personale in sintesi, è molto importante specie in guerra e volli curarla di persona avendo ricevuto un così notevole numero di complementi. La guerra che si doveva sostenere era ben diversa da quella dell'occupazione dell'Etiopia; gli asca r i, molti dei quali veterani anche delle battaglie della Libia, specie i graduati, dovevano comprendere che molte cose erano cambiate e che il nemico che.si combatteva disponeva di mezzi ben diversi.


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Ritenni mio compito istruire personalmente gli sciumbasci su tanti accorgimenti intesi a salvaguardare il più possibile le vite umane dei dipendenti sia contro le offese da terra ma specialmente da quelle dell'aria. Essi poi, nelle istruzioni giornaliere pomeridiane, divulgavano le nozioni acquisite in modo da estenderle a tutti. Ricordo che per quanto riguardava gli attacchi dell'aereo, spezzonamenti in particolare, ebbi modo di ricorrere ad un banale esempio che si presentò occasionalmente alla mia vista e del quale approfittai. Vidi una processione di formiche tra l'erba e per un tratto calpestai ben bene gli animaletti; (che mi perdonino). Chiamai gli sciumbasci domandando loro se, stando in piedi, vedessero qualcosa. La risposta di tutti fu no; li portai qualche metro avanti e ripetei la domanda; "si, vediamo muovere delle formiche". - "Ebbene l'occhio dell'aviatore è come il vostro, dall'aeroplano vede gli ascari che camminano nella boscaglia ma non vede quelli che stanno fermi; come morti. Sarà quindi facile sfuggire ad uno spezzonamento dall'aereo se appena che lo avvistiamo o ne sentiamo il rumore, tutti ci fermiamo senza muoverci, possibilmente sotto qualche pianta". Queste avvertenze furono rispettate con tutto il rigore e mai, dico mai, dovemmo subire alcun spezzonamento nè avere perdite dall'aereo, da Metemmà in poi, mentre altri reparti sorpresi in marcia ebbero a subire gravi perdite. Un altro punto, sul quale intervenni di persona sempre tramite gli sciumbasci delle bande riuniti ed ai quali parlavo direttamente, era il rispetto della proprietà altrui. Una cosa che a me non è mai piaciuto era quella di lasciar liberi gli ascari di razziare quando si attraversavano zone abitate da tribù non ostili. Anche se nella zona sapevo di non ripassarci più col mio reparto, pretendevo la massima sorveglianza su questo fatto; le conseguenze naturali, umane e giustificate che derivavano da questo sistema si riversavano su quei reparti che ci dovevano passare dopo. Siccome, pagando, era possibile avere carne in piedi, polli e uova e latte e siccome avevamo i fondi per farlo, agivo come la mia onestà dettava; compravo e spesavo. A me il vedere entrare gli ascari nei tucul dei villaggi che attraversavamo, per portar via cibi e oggetti togliendoli a gente indifesa e povera, dava fastidio ed ero riuscito ad ottenere il rispetto dell'altrui proprietà. E ne ottenne i frutti: quando passava il Gruppo Bande delle fasce bianche e rosse, non ci furono mai imboscate né ebbi rifiuti


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quando chiesi rifornimenti di carne anche nell'ultimo periodo. E la riconoscenza dei capi si rivelò, dopo la caduta di Gondar, quando ero ricoverato in ospedale; un capo mi venne a trovare per offrirmi ospitalità fino alla fine della guerra. Mentre procedeva l'istruzione delle reclute il Gruppo cogli anziani aveva compiti di protezione diretta della pista, che veniva effettuata con pattuglie e postazioni che cambiavano di volta in volta. Durante il periodo che il Gruppo rimase ad Angidebba non si verificò nessun incidente causato da mine. Verso la metà di gennaio il Gruppo raggiunse la sua piena efficienza; alcuni ufficiali erano rientrati dall'ospedale riportando gli ascari guariti che erano alla base di Gondar; il morale, curato in particolar modo co.t;t elargizioni, promozioni e distribuzioni di titoli onorifici, aveva fatto ancora del reparto una unità agguerita pronta per essere impiegata. Dopo alcuni giorni, con marce non faticose, ci incamminammo verso Comar dove era la base del Gen. Martini, Comandante le Truppe Amara.

Lo

SBLOCCO DEL PR ESIDIO DI OUARA" - (23 GENNAIO - 5 FEBBRAIO 1941)

Alla fine del gennaio 1941, dinnanzi ai segni inequivocabili della prossima offensiva britannica, il Comando Superiore delle FF.AA. dell'A. 0.1. - dopo molte incertezze che pregiudicarono la tempestività ed, in qualche caso, il successo della manovra - ordinava l'abbandono delle posizioni nel Bassopiano Sudanese ed il ripiegamento all'orlo nord-occidentale dell'Altopiano Etiopico. Il ripiegamento nello Scacchiere Nord (Eritreo) era seguito dai combattimenti di Cherù (22/111941), dalla battaglia di Agordat (27-311 1/1941) e, successivamente, dalla prolungata resistenza a Cheren. La fine di questa, dopo una dura lotta di 51 giorni, era seguita dalla conquista britannica dell'Asmara il 1° aprile e di Massaua 1'8 aprile. Forze residue, ridottesi con il Comandante Superiore delle Forze italiane in A.O.I., Amedeo Duca d'Aosta, all'Amba Alagi, cadevano il 19 maggio. Più a sud, le forze del Governo Amara impiegate nel settore di Gallabat, a difesa del confine occidentale, dovettero ripiegare sulle forti posizioni di Blagir-Celgà: quivi costituirono ad occidente di Gondar, uno dei lati del "Ridotto Gondarino" che doveva mantenere alta la nostra bandiera in A.O.I. fino al 28 novembre 1941 (Schizzo n. 5).


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ORGANIZZAZIONE DEL SISTEMA DIFENSIVO DELL'AMARA

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Schizzo n. 5 - Sistemazione difensiva dell'Amara

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Schizzo n. 6 - Sblocco del presidio di Quarà


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Il ripiegameno di un complesso notevole di truppe e di materiali fu realizzato disponendo di soli 330 automezzi che consentirono la costituzione di 6 scaglioni autocarrati mentre 2 scaglioni rimasero appiedati dando sicurezza e protezione ai primi. L'operazione, eseguita ad insaputa dell'awersario, ebbe un pieno successo e fu completata entro il 2 febbraio 1941. Nell'ambito di questo ripiegamento si inserì lo sblocco ed il recupero della banda di Cor Adar e del presidio di Quarà (r Banda del 1° Gruppo Bande di Confine), di cui il racconto del Capitano Braca, Comandante del Gruppo, ci offre la testimonianza (vds. Schizzo n. 6). Sull'Amba di Quarà, a quattro giornate di marcia a sud di Metemmà, si trovava in distaccamento, fin dal tempo di pace, la 1a Banda del 1° Gruppo di Confine. Aveva compiti di tutela dell'ordine nella regione e, dallo scoppio delle ostilità, anche quello della vigilanza contro eventuali aiuti britannici di armi e di munizioni ai ribelli delle regioni del Seragnò, dello Zimbiat e del Goggiam. La situazione politica del Quarà, dapprima soddisfacente, si era andata modificando ai . nostri danni per opera del fitaurari · Uorkù che, aiutato dagli Inglesi, si era dichiarato apertamente ostile alla dominazione italiana. In uno scontro a fuoco con un nostro reparto, aveva perduto un occhio e questo lo aveva enormemente. esasperato tanto da indurlo a raccogliere tutti gli elementi ribelli della regione e di quelle finitime, ed a portarli contro la banda del Quarà che in breve volger di tempo si trovò costretta a non poter più sortire dal fortino. Ebbe così inizio un lungo e logorante assedio del presidio, che si protrasse per mesi e mesi, e la cui situazione si fece ancor più grave per una epidemia di scorbuto che si propagò fra gli ascari. Nel momento in cui il Comandante delle truppe Amara prese la decisione di abbandonare le posizioni di Gallabat e Metemmà, egli pensò di portare in salvo la Banda di Quarà, sempre rimasta fedele, ed i notabili che si erano sottomessi con le loro famiglie; abbandonarli alle rappresaglie di un capo feroce non era certo un atto umanitario né un'azione che poteva ritornare ad onore del nostro prestigio. Il Gen. Martini mi affidò il compito di portare in salvo il presidio di Quarà, quale Comandante del 1° Gruppo Bande di Confine, di cui la banda di Quarà faceva parte.


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Egli dispose che lo raggiungessi a Comar - sede del suo Comando - da Angidebbà ove il reparto era accampato per la riorganizzazione. Giunto a Comar la mattina del 22 gennaio, mi consegnò l'ordine seguente: 21/gennaio 1940 Al Capit. BRACA Giovanni Com/te I O Gruppo Bande Confine MARCIA e, per conoscenza: al COMANDO SETTORE FRONTIERA METEMMA al COMANDO 6Ja BRIG. COL: .......... = MARCIA al Capit. D'ERruco ....................... = MARCIA

1°) Ordini e direttive: la S .V., con il Gruppo Bande ai suoi ordini, rinforzato da una compagnia della 61° Brigata coloniale, partirà nella notte sul 23 corrente per eseguire lo sblocco del Presidio di Quarà. In Cor Adar rileverete il cap. D' Errico con i suoi Zebegnà e con i Gumus armati, che vorranno seguirvi. Da Cor Adar puntei-ete direttamente su Quarà per disperderne gli assedianti e sbloccare il Presidio. Avvierete quindi "con conveniente scorta" su Comar o meglio su Uacnè o Angidebba, uomini ammalati, donne, bambini e le impedimenta recuperate. Capi, notabili e paesani che riterranno opportuno seguirvi per sfuggire a rap presaglia ribelli o non vorranno unirsi al deggiac Cassa dovranno venire al vostro seguito: il Governo penserà al loro ricovero ed al loro mantenimento. Successivamente cercherete di attaccare i ribelli per batterli e devastare la regione. Rientrerete a Caserta, o meglio a Uacné o Angidebbà, non più tardi del 6 febbraio. Il deggiac cassa Mescecià concorrerà alla vostra operazione con un migliaio di armati e percorrerà i seguenti itinerari: Guramba-Tezebà, su confine fra Dembeà e Tacussà; Trebà-Delghì (Tacussà); Delghì-Anciò (Alefà); Ancioà-Sciorà (Alefà); Sciorà-Biet Semania (Alefà). Dovrebbe partire anch'egli il 23 corrente; giungerà però a Quarà con ritardo rispetto a voi. Dopo esecuzione suddetti ordini a voi impartiti, Deggiac Cassa sarà libero dì rientrare o di permanere nella regione a seconda disposizioni dategli dal Governo e che mi riservo di comunicarvi. Se rimarrà nella regione gli darete in consegna il fortino di Quarà e ciò che gli potrà essere utile, tranne armi e munizioni. Nel caso di abbandono del fo1iino suddetto, distruggerete quanto non avrete potuto sgombrare e che potrebbe essere di utilità a i ribelli.


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2°) Prescrizioni: a) munizionamento: al completo b) viveri: dodici giornate per uomini e quadrupedi. Per sgombro impedimenta Quarà e per trasporto viveri la 61 a Brigata coloniale vi fornirà una salmeria di 190 muli. e) Trasm issioni: vi assegno una stazione R.T. 15 Watt con relativo personale e quadrupedi per il trasporto. Con detta stazione comunicherete direttamente con Comando Tattico, con Presidio Quarà (che seguirà disposizioni che gli impartirete) e per richiedere eventualmente intervento urgentissimo dell'aviazione. NOMINATIVI Vostra stazione: ITJ Comando Tattico: MCJ Presidio Quarà: KDV Aereoporto Gondar: A V Z Lunghezza d'onda: per Comando Tattico: 6419 kc/s pari a metri 46 Lunghezza d'onda Quarà: 7095 kc/s pari a metri 42 Accordi di dettaglio con Centro Radio Comar circa appuntamenti. GENERALE MARTIN/

Agli Ufficiali e. agli sciumbasci che riunii a rapporto prima della partenza misi in risalto che il compito assegnatoci era, al di sopra di un fatto d'arme che eravamo certi di superare, un compito di grande importanza umana e morale perchè si impediva che indigeni, a noi fedeli e sottomessi, venissero trucidati dalle orde ribelli del feroce fitautari Uorkù. E tutti risposero in. pieno all'aspettativa. Partimmo da Comar alle prime ore del 23 gennaio: la durata della marcia fu breve - otto ore - per dar modo ai conducenti di assestare bene i carichi dei muli; è una operazione necessaria all'inizio di un lungo periodo di carovana. Durante il tragitto fu svolta un'azione di persuasione e addestrativa da parte dei graduati affinchè le salmerie e la truppa camminassero ai margini della pista sfruttando la copertura della getazione per non ess.erè segnalati dalla ricognizione aerea inglese. Questi avvertimènti ed il divieto di accendere fuochi durante le soste ci permisero di arrivare ai piedi dell'Amba di Quarà senza essere stati segnalati. Alla sorgente, abbondante e fresca, furono fatti abbeverare i 200 muli e venne fatta la provvista per noi, considerando che la regione da attraversare il giorno dopo era arida.

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Il congiungimento colla banda del Rahad del Capitano D'Errico avvenne a Kor Adar. Il nostro arrivo gli era stato segnalato dalle sue vedette dislocate a molta distanza, ma non come amici bensì come Inglesi. Lo trovammo nel suo fortino colle mani al piede pronto a riceverli; l'abilità del nostro ufficiale esploratore Ten. Alquati evitò che l'incontro si trasformasse in una sparatoria. Come da ordine trasmessogli, la mattina dopo proseguì con noi fino ai pozzi di Culit che avevo preso in considerazione come base per le operazioni vere e proprie dello sblocco del fortino di Quarà. Era una posizione che si prestava bene a difesa dei pozzi di acqua, i quali ci furono preziosi sia in partenza come al ritorno dai combattimenti sostenuti.nei giorni 27 e 29 gennaio. Il fortino di Quarà era al limite sud dell'altipiano coperto da una folta vegetazione ad alto fusto. Per raggiungerlo si doveva attraversare prima il passo del Gaula Mariam, quindi discendente nella valle del Guaughi, per iniziare poi la salita per una buona mulattiera che conduceva al ciglione nord dell'Amba. Da qui, fino al fortino, la pista si snodava attraverso il bosco per circa otto chilometri. Ero stato informato che il passo del Gaula Mariam era presidiato da forze ribelli che si ritiravano la sera per dormire al loro villaggio e ritornare di guardia la mattina dopo. Il loro compito era quello di segnalare ai ribelli, a mezzo di fumate, l'arrivo di reparti italiani per evitare la sorpresa. L'occupazione - eseguita la sera stessa - ci permise di portarci, la mattina dopo, fino ai piedi dell'Amba prima che i ribelli se ne accorgessero. Essi non ebbero il tempo di concentrarsi ed occupare tutto il ciglione roccioso che domina la mulattiera e opporre una vigorosa difesa . Il suono dei corni chiamava i ribelli a raccolta. Dopo tre ore di combattimento l'avanguardia mise piede sull'Amba, successo che fu raggiunto con un attacco effettuato sulla destra, con manovra avvolgente; il reparto del LVII Btg. che era salito su per una valle defilata sorprese l'ala sinistra dei ribelli che si dettero a lla fuga verso l'interno. La manovra riuscita in pieno facilitò la salita di tutta la colonna con perdite relativamente lievi. Dopo la sepoltura e la resa degli onori ai caduti, la marcia fu proseguita verso sud in direzione del fortino, con un movimento che risultò più cruento del previsto. La folta vegetazione offriva appiglio per rendere gravosa la no-


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stra avanzata ma l'ardimento dei valorosi ascari non ebbe sosta; i ribelli ci sparavano anche dall'alto degli alberi offrendo però un buon bersaglio per abbatterli. Il congiungimento con il fortino avvenne nel tardo pomeriggio e l'incontro fu entusiastico e commovente; con il nostro arrivo la fiducia riprese forza negli assediati che videro possibile la propria salvezza. Nostre perdite della giornata: 17 morti, 48 feriti: 2 ufficiali feriti. I due medici si posero al lavoro per medicare i feriti della giornata. I caduti furono sepolti nello spiazzo di fronte al fortino con i dovuti onori. Il tenente Parodi, comandante della 1a Banda, mi diede ampi ragguagli sulla situazione, sulla forza dei ribelli che aveva motivo di ritenere inquadrati da ufficiali inglesi, in possesso di armi automatiche giunte dal Sudan. Il fitautari Uorkù si era notevolmente rafforzato con l'arrivo di ribelli dalle regioni limitrofe. Riteneva che il loro numero non fosse inferiore ai quattromila uomini, cifra che ritenni eccessiva; ma egli aveva ragione. Il fortino era stato continuamente sorvegliato giorno e notte e i tentativi di sortite erano stati stroncati ed erano falliti. La situazione che trovai al fortino era grave e preoccupante: gli ascari feriti in precedenti fatti d'armè e quelli ammalati di cachessia malarica erano ben 130. Dopo accurate visite dei due ufficiali medici venne accertato che 73 non potevano assolutamente camminare. Qualora li avessimo lasciati al forte sarebbero stati trucidati dal feroce Uorkù, col quale fu vano ogni tentativo di intesa al riguardo. Furono tentati collegamenti col Degiac Cassa Mescescià - carne da ordine avuto - che avrebbe dovuto concorrere alla riuscita del!' impresa durante il ripiegamento. Disponeva di mille armati e ci avrebbe dato un sensibile aiuto. Ma tutti i tentativi fallirono: aveva troppa paura di Uorkù. Successivamente, nel tardo pomeriggio, mi fece sapere che in nessun modo mi poteva aiutare promettendomi di non intervenire nel combattimento contro di noj. Ma dalle notevoli forze che intendevano tagliarci la ritirata ho fondati motivi della sua menzogna sulla parola datami. Diversi ribelli furono uccisi ed avevano nostre armi date proprio alla banda di Cassa. Furono approntate 73 barelle rudimentali col materiale del for-


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tino o del vicino bosco ed il loro trasporto fu affidato alla banda del Rahad che assolse il compito con tanto sacrificio e grande senso di amore e umanità. Il cambio veniva dato loro dalle mogli, molte delle quali completavano il numero dei portatori della Banda D'Errico. Altro notevole peso era dato da ben 200 civili; erano piccoli capi di villaggi vicini al fortino, che si erano sottomessi con i figli, le loro mogli e quelle degli ascari, fra le quali ben sei in stato di avanzata gravidanza 1 • Gli uomini dettero il loro aiuto con cambi nel trasporto dei feriti e lo fecero anche diverse donne robuste abituate alle fatiche, che aiutarono le mogli degli ascari feriti. Resomi conto delle gravi difficoltà derivanti dall'impedimento degli ammalati e dei feriti, nonché delle donne e dei bambini - ma un imperioso pegno di umanità ci imponeva di proteggerli - e dal considerevole numero delle forze ribelli potenziate dal rifornimento di armi e munizioni da parte degli Inglesi e galvanizzate da un feroce capo, il quale doveva avere mal digerito il nostro congiungimento con gli assediati - che riteneva ormai sicura preda difficoltà che avrei dovuto incontrare il giorno dopo nell'aprirmi la via per rientrare a Gondar, e sentito anche il parere dei miei valorosi ufficiali, ai quali avevo esposto il piano d'a zione, trasmisi al Comando Truppe Amara il seguente radio: Da I.T.J. at M.C.J. Propongo assistenza nostra marcia zona boscaglia altipiano dal fortino at ciglione/./ Spezzonare distanza 250-300 metri at destra at sinistra strada tutte volte che richiedesi intervento direzione lancio nostri razzi/./ Per ciglione quadretto UH necessita spezzonamento quando reparto retroguardia inizia discesa I.I Intervento sarà richiesto con razzi/./ Reparti esterni avranno teli/./ Impedimento 170 feriti et ammalati di cui 70 barellati/./ 130 civili et donne et bambini/./ Allungamento colonna et distrazione forze da combattimento/./ Tempo minimo da Quarà a Guanghi 5 ore/./ Movimento inizierà domani 29 alle ore 6,30/./ Avvertire con messaggio presidi Gaulu Mariam et Culit nostro movimento/./ Capitano Braca

Avevo già precedentemente informato il Comando Truppe sulla consistenza deJie forze ribelli; ebbi questa risposta: "In considerazione della situazione generale è indispensabile affrettare al massimo i tempi del rientro, rinviando ad altra occasione (??) il compito di attaccare i ribelli, per non correre il rischio di essere tagliati fuori".

1 Per due di esse, colte dalle doglie del parto, si dovette sostare, ritar dando di un giorno l'anivo ad Angidebbà.


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La realtà era che i ribelli attaccavano noi con ferocia, vedendo che la preda gli sfuggiva... ed il rischio di essere tagliato fuori lo correvo proprio lì a Quarà e non ad Angidebbà. In quella regione ribelli non ve ne erano e gli Inglesi con le loro camionette non ci potevano tagliare fuori qualora avessimo marciato nella boscaglia che conoscevo, e di questo ero sicuro. I 130 ammalati o feriti furono sottoposti ad una accurata e imparziale selezione per stabilire quanti erano quelli impossibitati a camminare. La situazione segnalatami era questa:

l !

ammalati 40

barellati 73

feriti 33

ammalati o feriti: 130 dei quali {

48 feriti del giorno 27

feriti 57

9 feriti della 1a Banda

Prima di uscire dal fortino fu dato fuoco a tutto ciò che restava; nulla cadde nelle mani dei ribelli che potesse essere utilizzato. Puntualmente, con l'arrivo del C~proni, ebbe inizio la nostra marcia con i barellati al centro protetti da ambo i lati. Tutti i centri di resistenza furono debellati col lancio degli spezzoni con perfetta intesa come programmato, ed in meno di 4 ore avevamo già attraversato il bosco e raggiunto il ciglione della valle del Guanghi. I ribelli più volte furono messi in fuga dai nostri valorosi ascari con bombe a mano. L'avanguardia discese velocemente per impedire che i ribelli prendessero posizione in valle, dove erano i pozzi, per tagliarci la strada; il tentativo fu sventato e non avemmo ostacoli ql passaggio del fiume Guanghi. I barellati avevano già iniziato la discesa, la 3a banda aveva già preso posizione a metà discesa, mentre la retroguardia si era attestata per proteggere la ritirata delle impedimenta. La forte pressione dei ribelli segnalata all'aereo fu domata dal lancio dei candelotti. A questo punto, per motivi che non ho più saputo, forse per mancanza di autonomia di volo, l'aereo si allontanò e non si vide più. A questo punto gli attacchi alla banda di retroguardia attestata


Il

r

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sul ciglione, furono più irruenti e feroci nonostante le gravi perdite che subivano i valorosi ascari. Non più bersagliati dal lancio degli spezzoni dall'aereo i ribelli potevano ritirarsi nella retrostante boscaglia per riorganizzarsi, richiamati dal suono dei loro corni, e ritornare all'attacco coi loro gridi di guerra al suono dei corni. La banda dopo aver sostenuto i ripetuti attacchi e dopo aver subito gravi perdite, giunta al limite delle umane possibilità, fu sopraffatta e dovette ritirarsi velocemente verso il basso per proteggere più da vicino i feriti e ammalati verso i quali gli abissini tentavano di arrivare. Il Ten. Alessandri, comandante della 3a Banda che era già in posizione più in basso, vista la situazione venutasi a creare col cedimento della retroguardia, risalì celermente con due mitragliatrici su un pianoro dal quale avrebbe potuto dominare le mosse dei ribelli e colpirli d'infilata. Col fuoco ben aggiustato delle sue armi pesanti impedì agli abissini di proseguire nella discesa verso i barellati i quali riuscirono ad attraversare in tempo le fiamme che stavano per avvolgere la mulattiera. Il fuoco era stato appicato da elementi ribelli con l'intendimento di chiuderci la ritirata verso la valle del Guanghi. Tutta la colonna si era così portata fuori del tiro dei ribelli e stava raggiungendo il fiume. Era uno spettacolo da apocalisse indimenticabile per i pochi che lo vissero: le fiamme che si innalzavano dal rogo del bosco e che si avvicinavano sempre più alle mulattiere; ribelli che dal ciglione sparavano all'impazzata con mitragliatr ici inglesi; altri che tentavano discendere dal ciglione per la mulattiera e che, appena allo scoperto, venivano falciati dalle armi del Ten. Alessandri; ed, infine, il nitrito dei muli i quali, colpiti, precipitavano nel burrone sottostante la mulattiera coi loro carichi, bruciando nel rogo; perdemmo così la radio. Il Ten. Alessandri, che aveva preso il posto di un tiratore ucciso, fu colpito a sua volta reclinando il capo sull'arma. I suoi ascari lo trasportarono verso la mulattiera aprendosi un varco tra le fiamme che si richiusero impedendo ai ribelli di proseguire. Il corpo trovò sepoltura a lato della mulattiera, là dove lo spirito dei grandi lo avevano visto cadere da eroe. Di sua iniziativa accettò l'impari lotta con i ribelli impedendo loro di a.rrivare sui feriti e sui barellati verso i quali avrebbero sfo-


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gato il loro odio e la ferocia per lo smacco che stavano subendo. Il contributo di sangue dato da lui e dai suoi valorosi mitraglieri fu determinante per la salvezza delle donne, dei bambini e dei feriti; esso dette un notevole contributo anche alla riuscita dello sblocco del presidio di Quarà. Il Ten. Alessandri fu decorato di Medaglia d'oro al V.M. dal Duca d'Aosta, che venne a premiare sul campo i decorati del mio Gmppo poco tempo dopo il nostro ritorno a Gondar sfidando, da solo, col suo aereo personale, la caccia inglese. L'alto significato di questo gesto resta vivo in noi. Le perdite subite nella battaglia del 27 gennaio e del 29, che ebbe inizio alle ore 6,30 e termine all'imbrunire, furono gravi: 112 morti e 141 feriti, 1 uff. morto - 2 uff. feriti. Le perdite inflitte ai ribelli del fitautari Uorkù furono assai più gravi; · dopo alcuni mesi seppi che esse superavano il migliaio. Questo dimostrava che l'aver raggiunto la località di Quarà con perdite molto limitate (al 3%) era stato possibile solo grazie alla sorpresa, riuscita in pieno, ed alla manovra avvolgente. Ma, successivamente, i ribelli avevano potuto riunirsi, nella notte sul 28, e rinforzarsi ancor più con l'arrivo di contingenti dalle regioni limitrofe. Da parte nostra non poteva esserci più sorpresa nell'uscita dal fortino: eravamo guardati a vista e completamente circondati da forti nuclei di abissini. ' Il loro piano era quello di attaccarci nel bosco che avremmo dovuto attraversare, ed annientare coloro che fossero potuti sfuggire tagliando la unica via di salvezza con il fuoco dato alla boscaglia adiacente alla mulattiera che portava in valle. La conquista del Gaula Mariam e di Culit sarebbe stata, dopo, una facile impresa per l'esiguo numero dei difensori. Ma la "sorpresa" ci fu con "l'arma segreta" del Caproni che spezzonava i loro concentramenti, da noi segnalati disperdendoli, il che ci permetteva di proseguire con una certa velocità, limitata dalle impedimenta, raggiungendo il ciglione con poche perdite ed in anticipo sul previsto. Dopo la mancata assistenza d.a ll' aereo solo il valoroso comportamento degli ufficiali e degli ascari ci salvò da una completa distmzione. Lottammo in posizioni dominate da una massa di feroci e fanatici ribelli, ma ne uscimmo vittoriosi con perdite pari al 20%. Man mano che i reparti attraversavano il fiume Guanghi trova-


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vamo la protezione diretta dei mitraglieri della 4a Banda che era di guardia sul Gaula Mariam. Il guado era protetto dalla 3a Compagnia del LVII Btg. coloniale, che aveva respinto tutti gli attacchi dei ribelli scesi in valle. Quando tutti gli ammalati e feriti barellati ebbero passato il guado, attesi la retroguardia; solo allora seppi dall'attendente del Ten. Alessandri della sua morte. Lo avevo lasciato quando era in piena azione ed ero disceso in coda ai barellati, fiducioso che avrebbe potuto rientrare prima che il fuoco avvolgesse completamente la pista: ma cadde sull'arma prima. Non era possibile ritornare indietro con la foresta in fiamme. Risalimmo fino al passo del Guala Mariam e quando tutti i reparti furono passati discesi con mestizia per la perdita di un valoroso ufficiale. Giunsi al campo base che era già scuro, dopo aver lasciato di guardia al passo la mezza banda della 4a che rinforzai la mattina dopo con l'altra mezza banda, che non aveva partecipato al combattimento, per evitare ritorni offensivi. I ribelli tentarono il giorno dopo un nuovo attacco ma furono respinti sul Gaula Mariam e rinunciarono ad ogni loro velleità anche perchè dovevano portarsi lontano dalle loro basi di rifornimento. Avevo programmato che il 30 fosse un giorno di riposo, che avrebbe dato sufficiente tempo ai medici di provvedere alle medicazioni. Invece fummo nuovamente attaccati da forti nuclei di ribelli che, aggirato il Gaula Mariam, si erano spinti fino a Culit. Assegnai alla 4a Banda il compito di attaccarli e ricacciarli al di là del passo che la banda avrebbe dovuto presidiare fino alla sera per dare a noi la possibilità di riorganizzare il carico e ai medici la tranquillità di procedere alle medicazioni dei feriti ed a piccoli interventi chirurgici. Il numero dei feriti era elevato e mi fu chiesto di sostare anche il giorno 31 per evitare infezioni. Solo un ferito all'addome, dichiarato intrasportabile per evitargli una sicura morte fu lasciato ad un capo Gamus che accettò di seguire le indicazioni mediche: gli furono lasciati viveri e denaro e questa saggia decisione permise al graduato di poter ritornare dopo 3 mesi al reparto. Si erano presentati gravi problemi che dovevo risolvere assumendone in pieno le responsabilità.


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Fin dall'arrivo a Culit avevo notato, durante la notte del 30, dei razzi - identici a quelli usati dagli inglesi a Metemmà - in direzione nord, cioè yerso Kor .Adar. Questa località avrei dovuto raggiungerla per proseguire verso Matabia e per la pista di Girosillassi arrivare al Gandua. Da Culit non esistevano né piste né sentieri che, attraverso la boscaglia, portassero verso est. La mattina del 30 avevo inviato due pattuglie verso Kor Adar: riferirono di aver visto dei piccoli nuclei di armati passato il bivio di Badalà e prima del fiume Rahad, cioè al guado di Kor Adar, molti nemici con "carri di ferro". Col primo collegamento aereo che ebbi segnalai questa situazione e chiesi una ricognizione verso Kor Adar e Matabia. Mi furono confermate "notevoli forze con camionette". La via per il ritorno per quella direzione era da scartare. Rimaneva l'unica soluzione di attraversare _la boscaglia per giungere al fiume Scintà e proseguire verso Girosillassi e quindi verso Angidebbà. La cartina da me compilata rende bene la situazione ed i percorsi effettuati fino ad Ammanit. Riuniti gli ufficiali prospettai la situazione rendendoli consapevoli che "solo" quella decisione poteva portarci in salvo. Passare con la forza da Kor Adar con tutte le impedimenta che avevamo era pazzesco. Le difficoltà che avremmo incontrate erano date dalla mancanza assoluta di acqua per oltre 12 ore di marcia e dalla necessità di trovare un passaggio che ci conducesse allo Scintà: anche i Gamus del luogo non conoscevano piste in questa zona e non avevano mai percorso quel terreno arido ed impervio, privo d'acqua. La decisione presa però fu questa. All'aereo chiesi munizioni subito e viveri per il giorno dopo o per il 2 al massimo. La mattina del 31 il Gen. Martini mi fece pervenire a mezzo aereo questo messaggio: 31 gennaio I 941 X.X

Al capitano Braca, Cte 1° Gruppo Bande Confine

Marcia

"Io sono già ad Angidebbà, ove ti attendo, a meno che tu non preferisca raggiungere pista ad Ammanit Aut pista a monte. Occorre fare presto e confermo entro due febbraio. Dai notizie e comunica se D'Errico è con te."

P.C.C. Ten. Col. Rossi

Generale Martini


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L'aumento degli "ospiti" che mi seguivano da Quarà aveva fatto esaurire le provviste prima del tempo. Ne avevamo ancora per due giorni. Tutto il giorno 31 fu dedicato alla sistemazione del trasporto dei feriti eliminando al massimo le barelle e questo problema fu risolto in gran parte coll'assegnare allo scopo i muletti dei graduati, degli ufficiali e dei muli scarichi della base di Culit. Sui muli furono trasportati anche due feriti e sorretti da questi anche i bambini. A Culit ebbe luogo il primo parto; il secondo avverrà oltre Girosillassi; questi due eventi fecero perdere del tempo prezioso che ritardò il nostro arrivo sulla pista di Ammanit. Con le forze nemiche a non molti chilometri da Culit presi la decisione di partire alle prime ore della notte sul 1° febbraio approfittando della luna; temevo un attacco che ci avrebbe annientati perchè il terreno da Kor Adar a Culit era percorribile da mezzi come carri leggeri e camionette. La sera del 31 feci approntare dei fuochi sulla parte nord, ben visibili, dando l'incarico di tenerli accesi, ad un buluc-basci, che avrebbe dovuto trarre in inganno il nemico facendogli credere che la posizione era ancora occupata: avrebbe dovuto poi rientrare nel pomeriggio. Il suo ritardo mi creò il dubbio che lo avessero fatto prigioniero o ucciso: quando mi raggiunse il giorno due mi riferì che il nemico aveva attaccato Culit nel tardo pomeriggio "con carri di ferro e tante bombe", io "riso tanto" mi disse; i suoi ascari avevano assistito alla conquista di Culit dalla boscaglia nella quale si erano rifugiati. Tra noi e gli Inglesi vi erano già oltre 15 ore di vantaggio e non era possibile l'essere raggiunti. Avrebbero dovuto ritornare a Kor Adar e da lì per Matabiu seguire la pista per Girofillassi dove sarebbero potuti giungere solamente dopo il nostro passaggio, cioè quando noi avremmo raggiunto il Gandua. Col lancio delle munizioni ebbi un secondo messaggio: MESSAGGIO PER CAP. BRACA: (per lancio aereo) Proseguite vostra marcia affrettando tempi et dirigendovi Angidebbà aut. meglio Hammanit/./ Per vostra norma Metemmà = Gallabat sunt state già sgombrate da nostre truppe/./ Accumulate sforzi approfittando assistenza aerea che est assicurata/./ Castamaggiore T.Col. Rossi.

Questo mi chiarl la situazione: se il 31 Metemmà e Gallabat erano state abbandonate era evidente che dovevo marciare il più


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a lungo possibile per non rimanere tagliato fuori. "Accumulare sforzi approfittando assistenza aerea" ma noi dovevamo camminare, non volare ... e per di più con l'impedimenta di oltre 300 esseri umani tra feriti, donne e bambini che non dovevo assolutamente abbandonare. Il primo messaggio lanciatomi a Culit, col quale il Generale mi diceva di essere già ad Angidebba il 31, dove mi avrebbe atteso entro il 2 mi fece rileggere il s~o ordine: l'appuntamento era "non oltre il 6 febbraio". Da Culit ad Angidebbà ci sono ancora 190 km e anche se fossi partito subito e lasciando feriti e tutte le impedimenta non avrei potuto arrivare se non nel pomeriggio del giorno 4. La tappa Culit-Scintà fu tremenda per l'asperità del terreno boscoso e l'arsura e quando dopo 15 ore di marcia percorrendo circa 50 km raggiungemmo il fiume le sue acque ci rimisero in sesto; io ricordo che mi ci tuffai completamente vestito, come fecero la maggior parte dei miei ufficiali. Qui facemmo sosta e mi fu lanciato il 3° messaggio del Capo di S.M.: "Tutto il mondo si dirige da ovest verso est. Occorre tu faccia uno sforzo anche se grandissimo. Ti si attende ad Angidebbà aut Ammanit. Accelera per non correre il rischio di rimanere troppo solo. Ti abbraccio aff. Rossi

Questo messaggio mi fu lanciato rìel pomeriggio del 1° febbraio poco dopo che la colonna aveva passato il fiume Scintà. In quella occasione richiesi viveri per il giorno dopo. Lottai con volitività per imporre il proseguimento della marcia approfittando della luna prevedendo che la tappa che ci portava al passo di Girofellassi sarebbe stata assai lunga. In questa marcia ebbi il lancio dei viveri richiesti e ci concedemmo un pò di riposo per ristorarci con thé e borgutta che fu allestita con un allegria che era ritornata anche nei più r:iottosi. Ne avevamo tutti bisogno. La sosta fu prolungata per il secondo evento di parto. Il messaggio che l'aereo mi lanciò in questa occasione a firma del Gen. Martini diceva: Caro Braca, Occorre affrettare marcia con direzione Angidebbà. Ritengo che pista su Ammanit sia peggiore causa impedimenta tuo seguito. Comunica subito et aereo tue decisioni circa giorno et località arrivo. Martint


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Mi fu confermato che punto di arrivo era Angidebbà perchè, come giustamente mi si faceva osservare, raggiungere la pista ad Ammanit significava, oltre una marcia in più, il percorrere un terreno montuoso che sarebbe stato un ostacolo assai gravoso per noi. Anche noi ufficiali eravamo stanchi, marciavamo a piedi come gli ascari e ci aspettavano ancora circa 90 chilometri da percorrere prima di arrivare alla pista. Resi noto al Generale che dopo due giorni sarei arrivato ad Angidebbà. Proseguimmo il cammino, lentamente sia per le impedimenta, ma con durata di marcia di circa 15 ore in modo da percorrere almeno 50 km al giorno, uno sforzo notevole che ci portava però alla salvezza. Giunti al Gandua all'altezza di Uachnè, colla sua caratteristica amba, sostai per affrontare l'ultima tappa. La pista distava pochi chilometri; inviai il Ten. Alquati in ricognizione, per accertarsi se essa era ancora in mani nostre o se vi erano indizi che gli Inglesi fossero già passati verso Angidebbà e se i fuochi che si vedevano erano nostri o degli avversari. Al suo ritorno egli riferì che al cippo 34 - prima di Uachnè - vi erano già camionette inglesi in sosta, con truppa che si apprestava al pernottamento; i fuochi visti in distanza erano loro. Il proseguire l'avanzata di notte non era per essi prudente, ma risultava vantaggioso assai per noi, perchè ci permetteva di portarci in salvo. Dopo queste informazioni ripresi la marcia risalendo, su una buona pista che conoscevo, la sponda destra del Gandua che risalii fino alla confluenza col Ghent che avrei eventualmente risalito verso Ammanit qualora le nostre posizioni da Angidebba fossero già state occupate dagli Inglesi. Avendo sostato in riposo col Gruppo in quella regione·mi sentivo già in porto. La mattina all'alba mi portai sulla pista; quivi, poco dopo, giunsero gli autocarri che mi avevano atteso all'altezza delle due ambe di Angidebbà ove la retroguardia aveva preso posizione per mantenervisi a difesa fino a che tutta la colonna non fosse partita. Non appena che l'ultimo autocarro avesse sorpassato un tratto


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di pista minato questo sarebbe stato fatto saltare; la interruzione così creata avreb}?e impedito agli Inglesi di proseguire subito verso Ammanit. Coi primi autocarri partirono i feriti, le donne ed i bambini: dopo, fu la volta dei reparti provati per le strenue e lunghe marce. Fu un appuntamento al minuto; gli autocarri, non avendomi veduto arrivare, all'altezza delle Ambe stavano per rientrare ad Ammanit; in tal caso avremmo dovuto percorrere la via della boscaglia e risalire il Ghent. L'ufficiale mi disse che le posizioni di Angidebbà, presidiate da elementi di retroguardia avevano il compito di ritardare il più possibile l'avanzata degli Inglesi e di ritirarsi su Ammanit per la boscaglia ... come avremmo fatto noi. Il ritardo di alcune ore da parte nostra ci avrebbe creato difficoltà serie: avviare per la pista le impedimenta e proteggerle ingaggiando un combattimento protettivo finché non si fossero posti in salvo. Quante altre dolorose perdite da parte nostra. Ma la sorte finalmente ci fu propizia. Nel salire sull'ultimo autocarro rivolsi lo sguardo alle posizioni di Angidebbà dove avevamo istruito' i 500 complementi assegnati al Gruppo dopo Metemmà. Da qui eravamo partiti il ·20 di gennaio, chiamati a Comar dal Comando Truppe per iniziare, il 23, la faticosa marcia che ci riportò, percorrendo 380 km., ad Angidebbà il 5 febbraio dopo cruenti combattimenti: il mio pensiero corse a ricordare il Ten. Alessandri e, con lui, i 129 uomini del Gruppo, che col loro sacrificio avevano salvato da un'atroce fine donne, bambini, notabili a noi rimasti fedeli ed i 222 feriti, nessuno dei quali morì grazie alle cure dei due bravi medici. Ner14 giorni dell'impresa dal 23 gennaio a l 5 febbraio 1941, il 1° Gruppo Bande di confine aveva percorso 339 chilometri in zone molto difficili e sostenuto duri combattimenti secondo la tabella cronologica seguente :


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Il I" "Gruppo bande di confine"

Giorno 23/1 24/1 25/1 26/1 27/1 28/1 29/1 30/1 31/1 1/2 2/2 3/2 4/2 5/2

Tappa Comar-Kor Geli Kor Geli-Kor Kubaj Kor Kubaj-Kor Adar Kor Adar-Culit Culit-Quarà Quarà Quarà-Culit Culit Culit-medicazione feriti Culit-Scintà Scintà-Meredibba Meredibba-Uaknè Uakné-Ghent Ghent-Angidebbà

Ore di marcia

km percorsi

5 8 7 7 Comb.to " "

22 35 30 30 16

Note

--

16

"

--

Riposo 15 12 16 14 2

--

48 38 52 44 8

parto

parto

-----339

Il Comandante delle Truppe del Governo Amara così riferiva circa l'operazione di sblocco del presidio di Quarà: Gli ufficiali, i nazionali e i coloniali della colonna del Capitano Braca ebbero il meritato p lauso del Comando. Tutti avevano superbamente compiuto il loro dovere portando a termine un'impresa irta di difficoltà e di perigli, che ridondava ad onore delle Truppe dell'Amara e del prestigio dell'Italia. L'avere saputo portare in salvo un piccolo presidio che si riteneva già sicura preda della ribellione ed insieme ad esso i fedeli indigeni del posto, che si erano affidati alla nostra tutela, fu tale successo da destare profonda impressione in tutte le regioni dell'occidente gondarino. L' operazione fu condotta con intelligenza, sagacia ed energia ed eseguita dando prova di grande resistenza e valore. L'aviazione si prodigò generosamente ed infaticabilmente e l'aver saputo mantenere il contatto colla colonna, quando erano venuti a mancare i collegamenti rad io, in terreni rotti, int ricati e boscosi, fu chiara dimostrazione della capacità, del valore e dello spirito di cameratismo dei coraggiosi aviatori. Il servizio sanitario disimpegnato dai Sottotenenti medici Di Francesco e Calzetti fu superiore ad ogni elogio. Ammalati e feriti ebbero sempre un' assistenza preziosa, pur in mezzo a difficoltà di ogni sorta dovute a scarsezza di mezzi e a circostanze di ambiente. Le perdite totali della colonna furono:


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-

Ufficiali: morti 1

41 % della forza feriti 4 -

Ascari:

morti 129

35% della forza feriti 222 f.to: Gen. Agostino Martini

In merito agli ordini ricevuti prima della partenza osservo poi che, nel momento in cui il Comandante le Truppe Amara - Gen. Martini - emanava l'ordine operativo, egli era male informato sulla vera consistenza delle forze delle quali disponeva il fitautari Uorkù. Altrimenti, infatti, non avrebbe disposto il piano di azione con le forze al mio comando - poco più di mille uomini - e con quei compiti così dettagliati. A) "... disperdere gli assediati e sbloccare il fortino" Gli assedianti erano una massa quadrupla della nostra. A Uorkù si erano congiunti i capi ribelli delle regioni limitrofe; essi tenevano posizioni dalle quali potevano facilmente offendere e con più facilità difendersi. L'averli attaccati per aprirci un varco per raggiungere il fortino fu già un notevole successo, chf:? ci tenne impegnati in un sanguinoso combattimento per ben 12 ore. B) "awierete, quindi, con sufficiente scorta su Angidebbà ammalati, donne e bambini... " È certo che quest'ordine non me lo avrebbe dato qualora avesse saputo della realtà. Come lo informai dal fortino a mezzo radio, mi rispose così: "è indispensabile affrettare al massimo i tempi del rientro, rinviando ad altra occasione il compito di attaccare i ribelli, per non correre il rischio di essere tagliati fuori". C) L'ordine "attaccare i ribelli" e "devastare la regione", avrebbero richiesto ben altro che il mio Gruppo, non un r inforzo da una sola compagnia del LVII Btg. Coloniale, ma almeno una Brigata su quattro battaglioni con artiglieria. Anche per questa forza il compito sarebbe stato arduo perchè avrebbe richiesto rifornimenti al seguito con una carovana di almeno duemila uomini (ne ebbi duecento e non furono sufficienti tanto che dovetti essere rifornito di viveri a mezzo aereo


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sulla via del ritorno) che ne avrebbe appesantito la marcia, e avrebbe dovuto operare in una regione grande come la Toscana e prevalentemente boscosa. D) Nell'ordine operativo era detto "Il Degiac Cassa Mescescia concorrerà alla vostra operazione con un migliaio di armati vi raggiungerà il giorno dopo del vostro arrivo". Ma il Degiac non si fece vivo e dopo i ripetuti tentativi mi fece sapere che "non avrebbe potuto darci aiuto coi suoi mille armati e che non contassi sul suo aiuto per rientrare a Gondar ..." ed aggiunse ... "che non si sarebbe aggregato alle forze ribelli del Fitaurari Uorkù", il che non fece. Le informazioni che il Gen. Martini aveva avute dall' Ufficio politico erano state superficiali e infondate. Anche qualora l'appoggio di Cassa Mescescià si fosse limitato alla protezione degli ammalati, feriti, donne e bambini, come gli avevo chiesto, ciò mi avrebbe reso libero nei movimenti e mi avrebbe consentito di dare una lezione ad Uorkù che avrebbe trovato nei miei ascari pane per i suoi denti. Non mi restò, quale unica soluzione; che di proseguire per l'unica via di rientro nelle nostre linee proteggendo coloro che non potevano difendersi e donne e bambini, impedimenta che tolsero ogni possibilità di manovra nel combattimento che doveva essere limitato alla loro difesa. Questo ci costò maggiori perdite perchè ci venne a mancare la velocità nei movimenti. Questa impresa, riuscita in pieno assolvendo tutti i compìti che ci erano stati assegnati e che c'era costata perdite così elevate, non fu citata in nessun bollettino di guerra, a differenza di diverse altre compiute da unità che rientravano alle basi con qualche ferito; anche nel volume "La guerra in Africa orientale" dell'Ufficio Storico è descritta in sole 18 righe.

LE ATTIVJTA' DEL GRUPPO NEL (FEBBRAIO - APRILE 1941)

Dopo l'impresa di Quarà il 1° Gruppo Bande veniva autoportato, 1'8 febbraio, da Ammanit alla periferia del paese di Azozò dove accampava per un periodo di riposo e di ricostituzione. Qui esso riceveva 200 complementi, vestiario e generi di conforto, mentre venivano curati feriti ed ammalati ed attribuite decorazioni ai meritevoli. Inoltre era data sistemazione, presso la base del Gruppo a Gondar, alle fami-


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glie ed ai civili sgomberati da Metemmà e da Quarà. Il 23 febbraio il Gruppo si trasferiva nella zona del km 12 della pista che da Gondar portava a Celgà, per completarvi la riorganizzazione ed al contempo assicurare la sicurezza lungo questo itinerario. Durante la permanenza in questa località, in data 16 marzo, il Gruppo eseguiva un intervento nella zona del passo di Embà contro formazioni di ribelli guidati da Ufficiali britannici. In tale zona, a monte ed a circa 3 ore di marcia dal Gruppo, era distaccata una mezza banda comandata dal S.Ten. Ghisalberti e collegata a m~zzo di eliografo, con il compito di sorvegliare le provenienze di ribelli dall'Ermacciò e di impedire che essi venissero ad eseguire razzie nell'alta valle del Gavà dove abitavano popolazioni a noi sottomesse. Sull'episodio il Capitano Braca riferì al Comando Truppe Amara con una relazione qui riportata integralmente. "Nel pomeriggio del 15 marzo armati del Dauà, guidati dal degiac Adanè, risalendo da Ghemberà, attaccarono i sottomessi della zona Gallagher meridionale di fronte al passo Dembà (alta valle del Dirmà). I ribelli si attestarono nel tardo pòmeriggio ad Angherebà, distante 2 km dai nostri posti. Avvertito per tempo dall'Ufficiale, S.Ten. Ghisalberti, che chiedeva rinforzi in relazione al numero dei nemici ed all~ armi automatiche che questi possedevano, par tivo alle 2 di notte, con 500 uomini, lasciando una aliquota di circa 300 coloniali al km. 12 e giungevo alla sella all'alba, prendendo posizione adatta senza che il nemico si rendesse conto del nostro arrivo. L'attacco che il nemico iniziò alle ore 6,45 trovò pronta reazione alle minime distanze tanto che verso le 10, logorato da numerose perdite, esso desistette da qualsiasi altro tentativo e si ritirò verso Demberà, inseguito dagli armati del Cagnasmac Mellesé Rattà, capo del Gavà, e battuto dall'azione dell'artiglieria di Tucul Dinghià. I ribelli, inquadrati da ufficiali inglesi, lasciarono sul terreno I 6 morti. Elementi che erano riusciti a salire sul ciglione lungo i canaloni furono uccisi o messi in fuga dagli ascari del 1° Gruppo. Verso le ore 16,00 i ribelli tentarono ancora di forzare il passo di Dembà con azioni di sorpresa, ma, accolti dal fuoco dei fucili mitragliatori e delle mitragliatrici del 1° Gruppo, furono ricacciati con gravi perdite. I paesani armati, al comando del Cagnasmac


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Mellesé Rattà, del Cagnasmac Uasié, del Barambaras Berrium Allavas, si erano lanciati in un attacco avvolgente e nel sussegu,ente inseguimento, ponendo i ribelli in fuga precipitosa. In questa azione avevano infl itto, oltre le perdite segnalate nella mattinata, più di 40 morti accertati e numerosi feriti. Tra i morti è stato riconosciuto il Cagnasmac Inghidà dello Tzeghedé e ferito il degiac Berri, pure dello Tzeghedé. L'azione brillante dei paesani, sostenuti dai nostri ascari, aveva dato una dura lezione ai ribelli; erano stati bruciati due grandi paesi in regione Ghemberà Gheorghis, riprendendo gran parte del bestiame razziato in precedenza. Additai ai Comandi superiori il valoroso comportamento del Cagnasmac Mellessé Rattà di Gavà e del Cagnasmac Destà Uasié di Carcà. Le perdite dei paesani si aggirarono sui 20 morti e circa 15 feriti. Tra i più gravi è stato inviato all'ospedale il suddito Zaudù Beloù che si è battuto in modo meraviglioso. Nostre perdite due feriti. I fucili catturati sono stati lasciati ai paesani. Sono state catturate inoltre tre bombe di cui 2 O.T.0. e una S.R.C.M. I ribelli avevano anche un fucile Breda del quale i paesani hanno portato tre caricatori. Si terrà informato codesto comando circa ulteriori notizie al r ientro dalla regione Gallagher degli informatori. La presenza dei nostri ascari e l'appoggio delle nostre armi hanno influito decisamente sulla baldanza dei paesani che hanno compiuto una brillante azione".

Il Gruppo eseguiva successivamente ampie ricognizioni nella zona senza incontrare formazioni di ribelli; ai primi di aprile esso veniva trasferito, per un periodo di riposo, a disposizione del Comando Settore Ualag, e si dislocava in una zona tra la strada per Tucul Dinghià e quella per Amba Gheorghis a nord di Gondar. Ma il giorno 8 aprile esso veniva autoportato al km 25 della strada di Celgà per partecipare con la IV Brigata Coloniale (Col. Polverini) ad una ricognizione offensiva nel Tenchiel intesa a rigettare forma zioni di ribelli segnalate nella zona. Seguirono così, nelle giornate del 9-1O aprile, i combattimenti sui quali così si diffonde la relazione del Cap. Braca. "Alle ore 7 del giorno 9 il Gruppo, retroguardia della Brigata di


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Riserva muoveva dal km 25 della strada Azozò-Celgà. Alle ore 10,30, nei pressi del passo di Cianchelà, l'avanguardia era attaccata da forti formazioni ribelli. Il Gruppo si portò alla destra del 77° Btg. Col., sfruttando un profondo impluvio che occultava il movimento alla vista dei ribelli, giungendo perciò inosservato su un pianoro avendo la 3a Banda (Ten. Alquati) a sinistra e la 4a Banda (Ten. De Anna) a destra. Subito il nemico concentrò il fuoco sulle nostre formazioni che, essendo molto intervallate, non subivano danni rilevanti e continuavano l'avanzata che tuttavia era molto lenta poichè i ribelli si riparavano in profondi impluvi che incidevano il terreno e di lì facevano fuoco a brevissime distranze. Sorpresi dal movimento, alcuni nuclei avversari cercavano nel frattempo di ritirarsi approfittando di un vallone che portava al Goang. Accortisi del tentativo, venne lanciata addosso a questi elementi la 4a Banda che, con movimento celerissimo, tagliava al nemico la via di ritirata, sottoponendolo ad intenso fuoco che lo disperdeva. La 3a Banda si era portata intanto sotto il passo di Cianchelà, da cui il Gruppo era bersagliato da ribelli annidiati entro i tucul. Con pronta iniziativa·il Comandante della Banda decideva di prendere d'assalto la posizione che in ·pochi minuti era nostra. I ribelli si davano a precipitosa fuga abbandonando un morto sul terreno. Da questo momento la colonna non ebbe più disturbi sul suo fianco destro. Riordinato il gruppo, è he nell'assolvimento del suo compito si era allontanato alquanto dal grosso, venne raggiunto questo verso le ore 16 all'altezza del paese di Cavà Sellassié dove vi pernottò. Da Cavà Sellassié fu distaccata una banda (la 2a) (Ten. Tassini) a Beberà, dove poco dopo l'arrivo fu attaccata da forti elementi ribelli che tentavano di risalire il costone per disturbare la sosta della colonna. Anche questo tentativo fu infranto ed i ribelli furono respinti con gravi perdite provocate dal preciso fuoco delle armi automatiche e delle artiglierie. Alle ore 7 ,30 del 1O venne ripreso il movimento della colonna. Il Gruppo era in primo scaglione con due bande avanzate e due in rincalzo. Alle ore 11,30 i reparti furono affiancati ed il Gruppo si trovò sulla sinistra della colonna, tranne una banda che fiancheggiava a destra. Pochi minuti dopo questo movimento si udirono le prime fucilate. Il Gruppo si portò allora sul costone prospicente la chiesa


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di Devich Mariam dove gli fu ordinato dal comandante di fermarsi. La 3a Banda intanto, con largo movimento aggirante, raggiungeva di sorpresa un cocuzzolo nei pressi di Devich Micael e ne cacciava gli occupanti che dalla loro comoda posizione bersagliavano la colonna. Di lì, la 3a Banda rivolgeva il fuoco delle proprie armi sui rilievi antistanti obbligando il nemico a sgombrarli . Nel frattempo le altre Bande spingevano pattuglie nel sottostante vallone dove queste erano accolte dal fuoco di un centinaio di ribelli che si erano nascosti. I reparti controbattevano immediatamente con azione intensa e precisa delle armi automatiche e di fucileria infliggendo al nemico serie perdite, che costringevano i superstiti a rifugiarsi nel paese di Devich Mariam. Su questo obiettivo intervenne la sezione mortai da 81 mm. che era a disposizione del Gruppo Bande. All'azione di fuoco concorreva anche la batteria da 65/17 del Comando Colonna. Verso le ore 16 veniva l'ordine di ripiegare in zona Devich Micael dove la colonna pernottò senza che subisse notevoli disturbi. Ma dopo due giorni di sosta in questa zona nei dintorni di Celgà, ad ovest di Gondar il I Gruppo veniva nuovamente trasferito con automezzi nella zona di Amba Gheorgis, a nord di Gondar, per interventi contro i ribelli, ·che ebbero luogo nelle giornate dal 12, 13 e 14 aprile, come dalla seguente relazione: "Alle ore 20,15 del giorno 12 il Gruppo è partito autocarrato diretto a Dabat in seguito ad ordine del Comando Truppe Amara. La forza partente era: 10 ufficiali - 671 coloniali - 91 m uletti. La colonna composta di 34 a utocarr i pesanti e leggeri, ha marciato regolarmente fino ad Amba Gheorghis ove è giunta alle ore 23,15. A 4 km dopo questa località, sotto la chiesa di Amba Gheorghis, la macchina di testa era costretta ad arrestarsi perchè la strada era sbarrata da sassi. Contemporaneamente si udivano raffiche di armi automatiche che investivano le prime due macchine provocando due feriti. Il Gruppo appiedava immediatamente; il fuoco proveniva da una collinetta situata a circa 100 metri a sinistra della strada ed era intenso, i ribelli erano dotati di una mitragliatrice e di un fucile mitragliatore che dalle armi automatiche del gruppo furono subito ed efficacemente controbattute. Poiché la colonna durante la marcia si era leggermente allungata, sotto il fuoco dei ribelli si trovavano solo 4 macchine con pochi elementi della Banda Comando e della 4a Banda. Quando il re-


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sto del Gruppo si è serrato sotto, mentre le armi automatiche tenevano il nemico sotto intenso fuoco per impedirgli di avvicinarsi alla strada, furono dati gli ordini per attaccare la posizione nemica; la 1a e 3a Banda sul fianco sinistro e a tergo, 4a Banda e Banda Comando di fronte. La 2a Banda occupava alcune colline alla retroguardia ed apriva il fuoco contro formazioni ribelli provenienti dal Coassié lungo le pendici ovest dell'Amba Gheorghis. Con energica e brillante azione le Bande si portavano sotto le posizioni nemiche prestabilite a difesa ed a bombe a mano ne cacciavano gli occupanti. Occupata la quota il gruppo proseguì la marcia nella seguente formazione: 3a Banda in avanguardia, 1a Banda e Banda Comando in fiancheggiamento sinistro, 4° fiancheggiamento destro e 2a retroguardia. I ribelli tentavano invano di impegnare il Gruppo su tutti i lati. Grazie però alla disciplina ed all'addestramento dei reparti la marcia era solo ostacolata, poiché il fuoco ben diretto delle armi automatiche impediva ai ribelli di avvicinarsi alla colonna. Alle ore 3, giunti nelle vicinanze del ponte sul torrente Taman Ohà, la 3a e la 4a Banda occupavano i costoni dominanti la strada. Iniziava la 4a Banda, che appoggiata dalla sezione da 70/15, raggiungeva in circa 30 minuti il rilievo più elevato, con marciacelerissima tenendo conto dell'azione dei ribelli, della notte e delle difficoltà del terreno. Seguiva la 3a Banda a sinistra della 4a che in breve riusciva a sloggiare alcuni nuèlei ribelli che occupavano le alture. Da questo momento la marcia proseguiva più celere fino al km 9 dove, cessato il fuoco ribelle e incontrati armati del degiac Azozò, fu ordinato al Gruppo di risalire nuovamente sugli autocarri. Verso le ore 7 il gruppo raggiungeva il presidio di Telleché senza avere subito ulteriori molestie. Alle ore 23 del giorno 13 il Gruppo muoveva autocarrato da Telleché diretto ad Amba Gheorghis, in seguito ad ordine del Comando Settentrionale. Fu disposto che in testa alla colonna marciasse un autocarro armato e che la Banda di avanguardia fosse caricata su autocarri leggeri allo scopo di intervenire al più presto. Poiché era urgente giungere celermente al suddetto presidio, il Gruppo fu autocarrato fino cioé al km 5 da Amba Gheorghis, dove appiedò verso le ore 24. Non appena le bande avevano assunto la formazione prestabilita si iniziava il fuoco dei ribelli provenienti da posizioni antistanti


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ma subito controbattuto dalle armi automatiche dell'autocarro armato e della 4a Banda in avanguardia. Si iniziava allora la marcia manovrando come da ordini emanati in precedenza: la 4a Banda si portava celermente verso le colline poste a circa 3 km dal presidio di Amba Gheorghis; la 3a Banda fiancheggiante a destra cercava di avvolgere il rilievo su cui si erano sistemati i ribelli nella notte precedente; la 2a Banda aveva il compito di impedire che la colonna fosse disturbata dalle provenienze dal Coasié, spingendo contemporaneamente forti pattuglie su Amba Gheorghis, la 1a Banda era di retroguardia. L'azione era contrastata da intenso fuoco proveniente specialmente dalla fronte e dalla sinistra. La 2a e 4a Banda continuavano tuttavia il movimento sottoponendo le formazioni ribelli a precise scariche di armi automatiche che li ricacciavano. Il nemico si gettava allora sulla retroguardia cercando di distrarla dal proprio compito, senza però riuscirsi, poichè il comandante della 1a Banda gli lanciava contro un plotone che in breve tempo lo volgeva in fuga precipitosa. Si raggiungevano intanto gli obiettivi: a prova della celerità dell'azione e delle perdite subite dal nemico, sta il fatto che l' avanguardia trovava un ribelle morto con ancora il fucile e la cartucciera, segno che i compagni non avevano avuto né il tempo né il modo di ritirarglieli. Raggiunte le quote prefisse, la marcia non era più disturbata fino al presidio di Amba Gheorghis, raggiunto alle ore 2,30 del giorno 14. In seguito ad accordi verbali con il Comandante del Settore Settentrionale, alJe ore 15 del giorno 14 il Comando di Gruppo con la 1a e 2a Banda usciva da Amba Gheorghis allo scopo di proteggere il paese di Isahac-Debrì da un preannunciato attacco del ribelle Aralà. Poiché due bande erano già state comandate, una in distaccamento e una di scorta ad una colonna, la forza partente risultava limitatissima e cioè: 8 ufficiali 283 coloniali 37 muletti. Il paese era raggiunto verso le ore 15,40. I paesani avvertirono che non avevano notato alcun movi111ento di ribelli, ma che questi si trovavano dietro il costone della chiesa di Debrasù a circa 30 minuti di strada. Al fine di raggiungere e colpire il nemico nella sua sede, per impedire che appena ci fossimo allontanati dal paese at-


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tuasse il progettato attacco, il Gruppo si portò al riparo di_alcuni rilievi ad ovest della chiesa sopradetta, per giungere di sorpresa sui ribelli e iniziando l'avvicinamento. Alle ore 16,10 la la Banda, coadiuvata brillantemente dagli armati del cagnasmac Bellai, attaccava i ribelli sistemati a poche centinaia di metri dalla chiesa e sorpresi dal nostro improvviso apparire. Con poche raffiche disperdeva i primi nuclei e continuava sulle successive colline del Coasié. Malgrado dieci giorni di continue e faticose operazioni, gli ascari combattevano magnificamente incalzando il nemico che cercava di sostare su posizioni prestabilite a difesa mediante muretti e trincee. Non ne ebbe però il tempo: mentre la 1a Banda non dava tregua e riusciva a conquistare di slancio la seconda linea di colline, la 2a Banda accompagnata dalle mitragliatrici della Banda Comando, con celere movimento, si portava sulla destra della 1a allo scopo di impedire che giungessero rinforzi all'avversario da una valle sboccante dal Belesa e nella quale già si notavano movimenti di forti formazioni ribelli. Il combattimento continuava da lontano. Col fuoco delle armi automatiche si costringeva il nemico a ritirarsi anche dalla terza linea di colline dove si era rifugiato. Data l'ora avanzata e l'esiguità delle forze a disposizione il gruppo rientrò seguendo il costone su cui si trovava il comandante e che dal Coassié porta al presidio di Amba Gheorghis. Iniziato il ripiegamento colla 2a Banda di retroguardia, la 1a di fiancheggiamento a destra, e poche pattuglie della banda Comando in avanguardia ed a sinistra, il nemico si fece sotto essendo stato rinforzato dalle suddette formazioni provenienti dal Belesa e non più tenuta a bada dalla 2a Banda. Il ripiegamento era fortemente disturbato malgrado il fuoco preciso delle nostre armi che producevano gravi perdite al nemico. Verso le ore 19 questi riusciva ad occupare un rilievo appena lasciato da noi. Gli ascari della 2a Banda immediatamente tornarono al contrattacco ed a bombe a mano respinsero e fugarono gli occupanti. Ciò nonostante la pressione non diminuiva; il nemico parecchie volte a noi superiore in forze, cercava in ogni modo di agganciare i reparti. Per circa mezz'ora il Gruppo sostò per respingere i continui attacchi ribelli e solo col favore delle tenebre si disimpegnò e raggiunse il presidio di Amba Gheorghis. Si fa presente il magnifico comportamento degli ascari che da oltre un ·mese sostengono continue fatiche, disagi e combattimenti


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senza che questo infirmi minimamente il loro spirito aggressivo. Dal giorno 8 aprile il Gruppo ha effettuato numerosi spostamenti, gran parte dei quali di notte; più volte gli ascari sono r imasti alcuni giorni senza aver il tempo materiale di bere il thé. In sei giorni ha sostenuto cinque combattimenti sempre dimostrandosi all'altezza delle proprie tradizioni. In special modo gli ultimi tre, sostenuti nella zona di Amba Gheorghis nei giorni dodici, tredici e quattordici, hanno dato magnifici r isultati anche dal punto di vista della situazione politica. Questa serie di ricognizioni offensive che causarono al nemico molte perdite, subendone lievissime, rafforzarono il morale già elevato degli ascari del Gruppo che vedevano fuggire davanti a loro gli ammassamenti dei ribelli, i quali nella fuga trovavano la salvezza evitando di prendere contatto col reparto". LA regione però era sempre più infestata da ribelli che provenivano dall'altopiano dell'Ermacciò, sede del comando inglese che dava loro denaro, armi e direttive. Si venne così creando una situazione che sfociò nel combattimento del 24 aprile,. così descritto nel racconto del Cap. Braca. "In seguito alla situazione formatasi in zona Baldarghià dove si trovava di presidio la 1a Banda, il Comandante della Brigata di Riserva ordinava che il Gruppo Bande, con due Bande e la Banda Comando di Gruppo, ed il XIV Gruppo Squadroni uscissero per facilitare il ripiegamento della banda suddetta. Veniva disposto che la 4a Banda si portasse sull'altura a destra della strada per trovarsi così in posizione favorevole per lo sganciamento della 1a Banda e per effettuare il collegamento del XIV Gruppo Squadroni, che agiva lontano sulla destra. La 3a Banda marciava lungo la strada con alla sinistra due mitragliatrici della Banda Comando. Alle ore 16,30, ad est dell'Amba Gheorghis, la 4a Banda apriva il fuoco contro forma zioni ribelli che ripiegavano dopo le prime raffiche. Il terreno, che il reparto doveva percorrere, era caratterizzato da una serie di costoni con andamento SE-NO sui quali i ribelli avevano scavato trincee e costruito muretti. Le resistenze aumentavano via via che la Banda procedeva. Il nemico ben riparato e dotato di numerose armi automatiche, dirigeva sul reparto micidiali raffiche. Malgrado questo, con mira bile valore, la 4 11 Banda, ufficiali in testa, per ben quattro volte si lanciava all'assalto e conquistava via


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via i successivi costoni uccidendone o fugandone gli occupanti. Il nemico che, fino ad allora, col suo intenso fuoco aveva potuto fermare a nche le autoblinde, era così sloggiato da tutte le dorsali che dominavano la strada, ed il Gruppo non era più ostacolato nella sua avanzata. Raggiunti dalla 1a Banda, verso le ore 19 si iniziava il r ipiegamento che non era eccessivamente disturbato. Alle ore 20,30, il Gruppo rientrava a l presidio di Amba Gheorghis. Durante tutto il combattimento la sezione autoblindo assegnata in r inforzo ha dato aiuto prezioso. Le raffiche di mitragliatrice spazzavano le adiacenze della strada e tenevano a distanza il nem ico che non ha potuto in tal modo disturbare troppo a lungo il r ipiegamento. Il nemico marciava in formazioni aperte con squadre in fila , tanto che alcuni nuclei ribelli sono stati creduti nostri reparti. Parecchi armati vestivano tenute cachi ed altri vestivano giacche grigio-verdi. Le forze a noi contrapposte ammontavano ad oltre m ille uomini con parecchie armi automatiche. Durante queste br illanti azioni il Gruppo ebbe 2 morti e 25 feriti infliggendo ai ribelli notevoli perdite. Oltre 70 cadaveri furono contati sul terreno e dal residente furono riconosciuti anche i corpi di tre sottocapi che fino a pochi giorni prima erano a noi fedeli. In questo periodo marzo-aprile-maggio caratterizzato da ripetute azioni offensive dei reparti coloniali a llo scopo di alleggerire la pressione dei ribelli sulle popolazioni ancora fedeli, e di rintuzzare le loro puntate tendenti a r azziare bestiame, il Gruppo arricchì le scorte viveri di Gondar con oltre 700 capi di bestiame".

L E ATIIVITA" DEL 1° GRUPPO BANDE DI CONFINE N ELLA DIFESA DEL "RIDOTTO GONDARINO" - (MAGGIO-NOVEMBRE 1941)

Nel corso del maggio 1941 (dopo la caduta delle nostre forze a difesa del fronte eritreo e di quello somalo, seguita dall'insuccesso al Passo Marda (Harrar) e sull'Auasc nonchè dall'occupazione britannica di Addis Abeba, di Dessiè ed infine dell'Amba Alagi) la resistenza italiana in A. O.I. rimaneva affidata a forze sparute in Dancalia ed a quelle nel Galla e Sidamo (Gen. des. d'A. Pietro Gazzera), che la pro-


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lungavano fino ai primi di luglio del 1941, m entre un altro complesso di forze soprawiveva nel "Ridotto Gondar", sistema difensivo realizzato dal Gen. C.A. Guglielmo Nasi, attorno al capoluogo dell'Amara. Esso era costituito dalle forze rimaste dopo invio di unità al fronte· di Cheren e nello Scioa settentrionale (colonna Maraventano) e doveva resistere fino alla fine di novembre del 1941. Nel corso dell'aprile e del maggio il "Ridotto", che poteva disporre di circa 17.000 nazionali e 23.000 coloniali, (costituiti in 12 battaglioni nazionali, 15 battaglioni coloniali o gruppi bande, 3 squadroni, 4 batterie someggiate coloniali, 3 sezioni contraeree con 6 mitragliere da 20 mm., 6 batterie da posizione, nessun aereo) aveva assunto l'organizzazione seguente, basata su: due ridotti staccati con funzione ritardatrice e prec isamente: • ridotto di Uolchefit-Debarech (ten.col Gonella Mario) (a 110 chilometri a nord-est di Gondar), sbarrava le provenienze del Tacazzè ed era presidiato da circa 5.000 uomini, servizi compresi; • ridotto di Debra Tabor (col. Angelini Ignazio) (a 160 chilometri a sud-est di Gondar); sbarrava la strada Dessiè - Gondar ed era presidiato da circa 6. 000 uomini; la piazza di Gondar-Azozò, costituente il ridotto centrale, che disponeva di due capisaldi i nterni cinti da reticolato (Gondar e Azozò) (col. Martinelli) e dei seguenti capisaldi esterni (in un raggio variabile da 20 a 60 chilometri da Gonda r) destinati a sbarrare le rotabili: • Blagir-Celgà (ten. col. Miranda Domenico), a sbarramento delle provenienze dell'Ermacciò e dal Tenchiel; • Tucul-Dinghià (ten. col. Casalone Riccardo), a sbarramento delle provenienze dell'Uolcait e da Om Ager; • Ualag (col. Polverini Alberto), a sbarramento delle provenienze dal Tacazzè (caduto che fosse l'Uolchefit); • Culqualber-Fercaber (ten. col. Ugolini Augusto), a sbarramento delle provenienze da Debra Tabor.

La storia della resistenza del Ridotto Gondarino costituisce una pagina gloriosa per il nostro Esercito sia dal punto di vista del valore dimostrato dai reparti sia da quello della capacità dei nostri Comandanti di garantirsi condizioni così prolungate di resistenza nell'area attraverso notevoli capacità di azione politica e preveggenze di ordine


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logistico, campo nel quale si risorse a soluzioni e ripieghi degni di maggiore ricordo. Di questa storia fanno parte numerosi fatti d'arme: da quello di Celgà (17-19 maggio) a quelli numerosi connessi con la resistenza del caposaldo di Uolchefìt che si arrendeva solo il 27 agosto. Purtroppo la caduta di Debra Tabor (6 luglio) consentiva ai Britannici di portare forze cospicue all'attacco dei caposaldi meridionali del ridotto (Culquaber e Fercaber) mentre altre forze, prevalentemente di ribelli, serravano da presso sui caposaldi: occidentale di Celgà e settentrionali di Tucul - Dinghià e di Ualag. Caduti il 21 novembre i presidi di Culquaber e Fercaber dopo la nota, lunga e valorosa resistenza, forze britanniche assolutamente prevalenti potevano portarsi all'attacco del ridotto centrale di GondarAzozò che cadeva il 27 novembre. I presidi di alcuni capisaldi esterni (Celgà ad ovest, Chercher ed Ualag a nord, Gorgorà sul lago Tana) deponevano le armi il giorno 28 novembre in obbedienza agli ordini ricevuti. Le attività del 1° Gruppo Bande di confine, che fece parte delle unità costituenti riserva a disposizione per interventi mobili nel "Ridotto Gondarino", vanno viste nel quadro di questa resistenza, condotta in condizioni morali e materiali di estrema difficoltà per: l'isolamento degli uomini così lontano dalla Madre Patria, l'impossibilità di ricevere alcun aiuto, la crescente consapevolezza da parte di nazionali ed indigeni di una sicura fine. Il 1° Gruppo Bande, dislocato alla periferia di Gondar partecipò anche in questa fase a numerosi fatti d'arme, quali: l'intervento per ristabilire una situazione compromessa in corrispondenza di Celgà (18-19 maggio); l'esecuzione di un difficile rifornimento di viveri al caposaldo di Culquaber (24-25 agosto); la partecipazione al combattimento di Amba Gheorghis (8 ottobre). (Nello schizzo n. 7 una sintesi dei movimenti del gruppo).


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I COMBATTIMENTI DI CELGA' (vds. Schizzo n. 8)

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- (17 - 19 MAGGIO 1941 )

All' alba del 17 maggio (data della resa dell'Amba Alagi) gli Inglesi attaccarono le posizioni dell' Anguavà con un' azione di sorpresa, riuscita in pieno. I due comandanti, del XXVII Btg. coloniale (Maggiore Alberto Spada) e della 7a Btr. coloniale (Capitano Passano), caddero da eroi piuttosto che cedere e darsi prigionieri. L'occupazione totale delle posizioni dell' Anguavà, che faceva parte integrante del caposaldo di Celgà, metteva in serio pericolo la caduta dello stesso caposaldo, il che avrebbe potuto dare, alla colonna inglese, via libera per portarsi direttamente a contatto colla piazzaforte di Gondar , togliendole anche una vasta zona abitata da popolazioni fedeli, che fornivano bestiame e cerali per la vita dei propri reparti. E questo avrebbe indubbiamente accelerato la caduta di Gondar. Dopo una breve riorganizzazione il nemico prosegui l'avanzata in direzione del fortino di Celgà; affrontato da-l LXVIII Bt. coloniale, l'avanzata fu contrastata accanitamente e la sua avanzata resa più difficile; non di meno il nemi~o, all'imbrunire, aveva raggiunto il villaggio e la chiesa di Enda Melano Alem ove si arrestò a circa cinquecento metri dal fortino. Il 1° Gruppo Bande di Confine, che era in sosta al km 18 a nord di Gondar, cioè ad oltre 60 km da Celgà, ricevette nel tardo pomeriggio dello stesso giorno 17, l'ordine di tenersi pronto per essere autoportato, nella notte, a Celgà. Il movimento ebbe luogo ed il Gruppo giunse all'alba del 18 a Celgà, attestandosi tra il fortino e le posizioni nemiche di Enda Melani Mariam, a breve distanza dagli inglesi. Avuto l'ordine dal T.Col. Miranda - Comandante il caposaldo di respingere il nemico, il Cap. Schneider Renato, comandante interinale del Gruppo, fece prendere posizione alle Bande: la 4asulla sinistra, in collegamento col LXVIII Btg. Coloniale di fiancheggiamento; la 1" al centro, la 2a alla destra. La 3" Banda, dietro la 2a pronta ad intervenire destra o a sinistra dello schieramento, o ad aggirare le posizioni nemiche che avessero opposto maggiore resistenza. La Banda Comando, al centro, doveva appoggiare l'azione col fuoco delle sue armi pesanti. L'attacco ebb~ inizio su tutto il fronte alle ore 10,30 e fu improvviso, travolgente, senza alcuna preparazione di artiglieria, alla


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vera "garibaldina". Il nemico, che non si aspettava l'attacco a quell'ora, fu disorientato e sorpreso e cercò di opporre resistenza col nutrito fuoco delle sue armi pesanti e perfino con le armi anticarro. Attaccato di sorpresa, sulla sua sinistra, dal movimento avvolgente della 3a Banda (Ten. Alquati) esso cercò la salvezza ritirandosi velocemente sulle posizioni arretrate del!' Anguavà evitando così di essere accerchiato. La 4a Banda, benchè non avesse trovato il collegamento sul fianco, proseguì l'azione con grande audacia penetrando nelle file nemiche e dividendone le forze. Questa azione audace ebbe il contributo di sangue del suo Comandante - Ten. Gabrici - che fu colpito a morte. Il troncone dell'estrema destra nemica fu poi attaccato e volto in fuga da due plotoni della 1a Banda al comandante del S. Ten. Ghisalberti, anche lui deceduto per le gravi ferite. Conquistato il villaggio, la Chiesa ed attestatosi sul ciglio di fronte ali' Anguavà, il Gruppo aveva raggiunto tutti gli obiettivi che gli erano stati fissati. Un ufficiale del LXVIII Btg. che recuperava le salme dei suoi ascari caduti il giorno prima, riferì che il suo Btg. non aveva partecipato all'azione in quanto, scosso dai combattimenti del 17, si era fermato a ridosso del fortino di Celgà. Le perdite subite dal Gruppo furono gravi, nonostante la velocità del movimento ed il tempestivo intervento del Comandante della 3a Banda. Il Capitano Schneider, ferito grave al torace, cedette il comando all'ufficiale più anziano, il Ten. Reali, aiutante maggiore. Anche il S. Ten. Valentini della 3a Banda ebbe una ferita mortale causata da proiettile esplosivo. Questi ufficiali mortalmente feriti, circondati dai loro ascari, dettero a questi una lampante prova dello stoicismo degli ufficiali italiani che avevano avuto l'onore di comandare quei valorosi soldati. Numerosi furono gli atti di valore compiuti dai nostri ascari e graduati che, incuranti del micidiale fuoco nemico si lanciavano con coraggio contro l'avversario contrattaccandolo quasi sempre con bombe a mano ed infliggendogli notevoli perdite. Al Comandante del ridotto di Celgà che elogiava i nostri ascari feriti uno di essi rispose: "quando ascari gruppo bande fare guerra non scherzare". A tarda sera il Gruppo ricevette ancora l'ordine di rigettare il


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Schizzo n . 8 - I combattimenti di Celgà


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nemico dell' Anguavà e conquistare l'osservatorio della btr., il punto più elevato della zona che dominava il sottostante Bezzaò e la valle del Goang. La XXII Brigata (Col. Torelli) giunta nel pomeriggio nella zo na, aveva il compito di appoggiare l'azione del Gruppo Bande in particolare sulla sua destra. Il Ten. Reali che aveva sostituito nel Comando del Gruppo il capitano Schneider rimasto ferito il giorno prima, fece attestare la 3a Banda a sinistra, la 1a al centro, la 4a a destra; la 2a di rincalzo tra la 1a e 3" Banda; le armi pesanti della Banda Comando in appoggio col volume di fuoco, al centro. Si trattava di attaccare ancora frontalmente le posizioni nemiche per raggiungere le quali si doveva discendere nella valle di Enda Melani, poi risalirla per portarsi sul ciglione che era stato sistemato a difesa con opere campali approntate dal XXVII Btg. Col. ed abilmente s&;uttate dagli inglesi. Il movimento ebbe inizio alle ore 5,30 nel massimo silenzio; allorché il nemico si accorse dell'attacco, le Bande avevano già superato il fosso e stavano risalendo la scarpata. Alle prime fucilate, essendo venuta a mancare la completa sorpresa, i reparti scattarono all'assalto travolgendo le posizioni dopo furiosi combattimenti a distanza ravvicinata, volgendo il nemico in precipitosa fuga, cb.e trovò salvezza nella velocità. Gli inglesi erano terrorizzati dall'eroismo e lo slancio dei nostri ascari che facevano largo uso delle loro sciabole, bramosi di vendicare i compagni che avevano subito laceranti ferite per l'uso di pallottole esplosive delle quali i nemici avevano fatto largo uso il giorno prima. Alle ore 6, 15 l'osservatorio era già stato raggiunto e conquistato dal Ten. Tassini. Sullo slancio la 4a Banda, comandata dal Ten. Cavalieri, oltrepassò l'osservatorio inseguendo il nemico e facendo prigioniero lo stesso comandante inglese, vecchia conoscenza in quanto era stato comandante di Gallabat, prima dello scoppio della guerra. Al ritorno sull' Anguavà il Ten. Cavalieri consegnò al Com.te del LXVIII Btg. col. il prigioniero che fu inviato a Gondar a far compagnia ali' aviatore, anche questo catturato dal Gruppo Bande, a Metemmà: gli unici due ufficiali inglesi prigionieri di guerra del periodo gondarino. Il combattimento del 19 fu un esempio a quei reparti che erano nella zona chi in appoggio sulla destra, chi sulla sinistra e chi di


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rincalzo, i quali ammirarono lo slancio di quel Gruppo Bande che aveva un elevatissimo spirito di corpo. In un'ora e un quarto dell'attacco, dalle ore 5,30 alle ore 6,45, quando cessò l'inseguimento dei due battaglioni e dei "patrioti" abissini, i quattrocento ascari del Gruppo scrissero una pagina di guerra nel Gondarino poco conosciuta, non esaltata nè reclamizzata ma indubbiamente più cruenta e brillante rispetto a quelle di altri reparti.

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RIFORNIMENTO AL PRESIDIO DI CULQUABER - (24 - 25 AGOSTO)

Dopo i sanguinosi combattimenti dell' Anguavà il Gruppo viene inviato a Blagir in sosta presso il Comando Settore. Chiesi al Comando Tattico di essere dimesso dall'ospedale per essere inviato a] Reparto perchè sapevo che vi era urgente necessità del mio intervento per una terza riorganizzazione. Ottenuti altri complementi, recuperati alla base tutti i disponibili reduci di Metemmà e Quarà che mi seguirono con entusiasmo, partii con una colonna con viveri di conforto e vestiario ai primi di giugno. Durante il percorso la mia macchina· che era in testa saltò in aria per lo scoppio di una mina. Ebbi la membrana dell'orecchio sinistro lacerata e per molti giorni rimasi completamente sordo. Rifiutai il ricovero ali' ospedaletto da Campo del km 25 e tanto meno di ritornare in ospedale. I miei ascari avevano bisogno di me, lo sentivo. Con l'aiuto dei due vecchi comandanti di banda, Tassini e Alquati, e con l'entusiasmo del nuovo aiutante, ten. Ferri, mi misi al lavoro senza tregua. Il morale degli ascari era un pò scosso e questo era in gran parte dovuto alla inesperienza di alcuni giovani ufficiali nuovi assegnati, che dopo i fatti d' arme dell' Anguavà non erano stati imparziali con le ricompense onorifiche per i loro dipendenti, lasciandosi influenzare dalla simpatia di una razza nei confronti di un'altra e favorendo in modo evidente la premiazione di ascari a loro più vicini come gli attendenti di tenda e di muletto. Presi subito in esame le promozioni, le ricompense al V.M., le proposte per titoli onorifici, i sussidi alle famiglie, i premi speciali. Intervenendo con energia, con appropriati provvedimenti, combattendo l'indolenza, lavorando con alacrità riportai in meno di quindici giorO:i il Reparto in piena efficienza. Le fantasie furono ancora


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l'indice della contentezza dei miei ascari. Ai primi di luglio il Gruppo fu nuovamente chiamato ad operare prima nel Dembea, poi sul Maghea, poi ancora colla XXII Brigata Coloniale nelle ricognizioni offensive del 14 e 15 luglio verso Lidietà Mariam, poi ancora al torrente Scinfà, al Chercher, quindi al km 12 e km 25 per protezione della pista e dei sottomessi del Dembea. Il 24 agosto 1941 il mio Gruppo Bande era in riposo nei dintorni di Azozò. Verso le ore 11 fui chiamato al Comando Truppe e mi fu detto che avrei dovuto eseguire la scorta diretta alla colonna dei viveri destinati al caposaldo del Culqualbert. Mi fu detto che la colonna la mattina era dovuta ritornare indietro perchè non aveva potuto superare lo sbarramento dei ribelli appostati sulle colline all'altezza del km 7 nonostante la scorta del XIV Gruppo Squadroni e dei battaglioni della XXII Brigata. Il generale Nasi contava che questa colonna, di 45 automezzi, giungesse al caposaldo, sia per prolungarne la sua resistenza, sia per rinsaldare il nostro prestigio di fronte ai reparti e verso le popolazioni ancora fedeli. Mi fu chiesto se ero in grado di scortare la colonna partendo all'alba del giorno dopo. Risposi a voce alta di si, specificando che sarei partito verso le 7 del giorno dopo, concedendomi di organizzare le bande e predisporre un piano per la riuscita dell'impresa. Andai al Gruppo, riunii subito gli ufficiali e spiegai loro che, se volevamo ottenere un successo sicuro, dovevamo partire al più presto possibile in modo da non dare il tempo al servizio di spionaggio di segnalare la nostra partenza. E così fu fatto ed in seguito spiegherò i motivi che mi fecero prendere questa decisione. Alle ore 14 la colonna era già in movimento e quando la macchina di testa aveva da poco oltrepassato il km 7 ebbe inizio la sparatoria. La fucileria, con raffiche di armi pesanti, proveniva dalle colline, in gran parte boscose, che dominavano la pista per diversi chilometri dalla parte sinistra della direzione di marcia. Visto che non era possibile proseguire senza subire gravi perdite ed in particolare quelle dei conducenti, ordinai alla 1a Banda di appiedare e di proseguire a cavallo della pista in modo da dare una protezione diretta agli automezzi mentre la 2a Banda, già ap-


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piedata anch'essa, attaccava frontalmente le posizioni dei ribelli; alla 3a Banda assegnai il compito di aggirare le posizioni sfruttando il terreno boscoso ed agendo sul rovescio delle posizioni tenute dai ribelli. La manovra eseguita alla perfezione dagli ufficiali, ormai veterani di cruente battaglie, con lo slancio e la velocità mise presto in fuga il nemico il quale, per non essere preso alle spalle, si ritirò verso posizioni arretrate dalle quali non poteva arrecare perdite alla colonna che riprese subito il movimento. La 4a banda e la Banda Comando erano ancora autoportate, a disposizione in retroguardia. L'avanzata poteva procedere colla manovra delle tre bande ogni qualvolta si incontrava una certa resistenza dalle successive colline. Mentre le bande proteggevano l'avanzare della colonna sulla pista si procedeva all'abbattimento dei muretti a secco che i ribelli, comandati da ufficiali inglesi, avevano eretto attraverso la pista stessa in modo da impedire il transito degli autocarri. Ma l'abbattimento era pericoloso in quanto tra i massi erano state collocate speciali bombe a pressione che esplodevano non appena la pietra collocata sopra veniva tolta. Fu una fortuna l'aver scoperto l'agguato teso. Per abbattere i muretti a secco furono usate le funi che erano in dotazione agli autocarri; gettate dalla parte opposta vènivano tirate dalle due estremità in modo da far franare il muro e far esplodere così nello stesso tempo, le mine anti-uomo. Per poter accelerare l'avanzata la demolizione dei muretti si limitava a quel tanto che bastava per far passare l'automezzo di testa sulla sua traccia passavano poi tutti gli altri. Non vi furono vittime dallo scoppio delle piccole mine perchè la corda era lunga e la scarpata della pista offriva un sufficiente riparo; qualche sasso ci raggiungeva ma niente di grave .... il procedere nell'abbattimento dei successivi muri a secco, lo scoppio delle mine e la rosa dei sassi lanciati in aria aveva creato negli ascari un senso di infantile divertimento. Il pericolo maggiore era dato dal fatto che sui punti dove i ribelli avevano eretto i muri a secco, arrivavano di quando in quanto raffiche di mitragliatrici pesanti; ma l'azione delle bande aveva fatto allontanare i gruppi dei ribelli e quindi il pericolo era assai minore.


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Durante la marcia si notarono nei pressi della pista, in particolare verso il km 14, diversi cadaveri di ribelli non ancora recuperati, cosa che probabilmente sarebbe avvenuta la sera col calare della notte. Erano perdite subite dal nemico durante i combattimenti sostenuti la mattina col Gruppo Squadroni, che aveva ripetutamente caricato le formazioni dei ribelli, e coi battaglioni coloniali della XXII Brigata. Tra i feriti fu notato uno che portava ancora la fascia della Banda Farello, che aveva tradito a Debra Tabor e che chiedeva perdono per non essere fucilato, aveva le due gambe spezzate e fu lasciato vivo al suo destino. Da lui seppi che la mattina erano stati informati della partenza della colonna da Gondar e l'ufficiale inglese aveva avuto il tempo di far prendere posizione alle varie formazioni dei ribelli sulle prime colline del km 7. Dopo i combattimenti si erano ritirati perchè non avevano saputo nulla della colonna scortata dalla "Banda Cammellata". Così veniva chiamato il 1° Gruppo Bande di Confine perchè una banda cammellata di Om Ager aveva dato origine alla costituzione del Gruppo. Non avendo avuto avviso che la colonna era ripartita i ribelli non avevano preso posizione per impedire il passaggio; cosa che avrebbero certamente saputo la sera o durante la notte per tenersi pronti per la mattina dopo, quando cioè avrei dovuto partire. E chi avrebbe informato l'ufficiale inglese? Lo avrebbe informato un maggiore dei bersaglieri che prestava servizio al Comando Truppe. Ed era proprio questo ufficiale, per noi "traditore" ma in realtà abilissimo ufficiale dell'Intelligence Service "Mister Salandin" - Merita un cenno perchè era riuscito ad acquistare la stima e la fiducia di tutti. Lo conobbi ad Addis-Abeba dopo la campagna 1935-36. Era allora capitano dei bersaglieri e prestava servizio al seguito del Vicerè. Di origine genovese era accorso volontario per la conquista dell'Impero, chiedendo di essere trattenuto in servizio, cosa che ottenne con facilità. Aveva partecipato alla 1a Guerra '15-18, anche allora volontario; era del '99, e risiedeva a Londra, ove suo padre era Direttore di un grande albergo. Con questi precedenti gli fu facile cattivarsi stima e simpatia nell'ambiente militare: due volte volontario di guerra per la causa d'Italia e del Fascismo. Era simpatico, cordiale e allegro, facemmo amicizia anche perchè avevamo le camere da scapoli adiacenti nella stessa baracca di legno nei pressi di piazza 5 Maggio. Avventure e pranzetti ci tenevano spesso insieme la sera; un


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particolare incontro notturno nella sua camera, ripetuto di quando in quando, con una bella donna greca, mi dette un sospetto. Quei convegni non erano amorosi ma informativi. E la bella donna era la proprietaria di un noto ristorante ove andavamo spesso a cena. Durante il pranzo il Salandin si allontanava e si incontrava con la Signora che lasciava per alcuni minuti la cassa ... e così avvenne anche durante un ballo, con belle donne armene e greche, in una villetta nei dintorni di Addis-Abeba. Feci presente i miei sospetti ad un tenente dei carabinieri che conoscevo, ma non mi dette credito, almeno così mi fece capire. Un bel giorno sparì e seppi che lo avevano promosso Maggiore ed inviato nel Goggiam a comandare un btg. Coloniale (proprio in quella zona, terra di ribelli e attraverso la quale avveniva il maggior rifornimento di armi ai ribelli da parte degli inglesi). Non pensai più al mio "amico". Quando scoppiò la guerra chiesi ed ottenni di essere assegnato ad un reparto combattente pur essendo del "Servizio geografico" . E per ottenere l'assegnazione dovetti rivolgermi al buon Duca che conoscevo da molti anni. Ebbi questo telegramma "Sia concesso al 1° Cap. Braca l'onore di partecipare alle ostilità al comando di un reparto combattente. Stop. S'intende che al termine delle ostilità rientrerà nel proprio Ruolo 1° Teruzzi". Assegnato a Gondar vi trovai, con mia grande meraviglia il Salandin che prestava servizio al Comando Truppe. A lui non esternai nessuna meraviglia, anzi dimostrai il Ìnio piacere per averlo ritrovato; ma al Generale feci presenti quanti sospetti erano stati mossi su di lui ad Addis-Abeba .... ma ebbi del visionario. Siccome ebbi il comando del Gruppo Bande che operava a 200 Km. da Gondar non ebbi più modo di incontrarlo se non nella fase finale dell'epopea Gondarina. Seppi che alla caduta di Gondar si presentò al Gen. Nasi vestito da ufficiale inglese ... e lo rividi a Decamerè, ove ero ricoverato all'ospedale, ed ove venne a trovarmi per farmi libero in Asmara, purchè assumessi la direzione dell'Italia Libera. Durante la visita ebbe a dirmi che ero stato il solo ad avere dei sospetti su di lui. Ci lasciammo in buona armonia perchè, quale cittadino inglese, anche se di origine italiana e quale ufficiale dell'Intelligence Service aveva assolto in pieno il suo compito. All'Asmara era stato nominato capo del Sen,izio politico ed era una autorità ma mi consta che non fu ostile alla popolazione italiana. Mi fece ancora avvicinare da una comune amica ma rifiutai an-


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cora: la libertà era una cosa bella; passare in libertà i tre anni di prigionia allettava assai ma cambiarla col proprio onore era un prezzo troppo caro. Seppi che era intervenuto in modo duro facendo arrestare ed inviare ai campi di concentramento un losco individuo, già dell'O.V.R.A. e passato al servizio della polizia. Era il Magg. dei bersaglieri Cumini, ladro fuggito dal Gimma, pederasta traditore che vendeva i nostri compatrioti facendoli arrestare o perchè fuggiti dai campi, o clandestini, o facenti parte di alcune bande che davano filo da torcere agli inglesi. Quando questo farabutto giunse al forte Baldisserra gli fu fatta una speciale accoglienza che coloro che c'erano non avranno dimenticato. Il motivo, per cui avevo detto con voce forte che sarei partito la mattina dopo, era proprio quello di sviare la segnalazione della mia partenza ai ribelli; qualora avessi realmente dato inizio al movimento della oclonna la mattina dopo il risultato sarebbe stato ben diverso. Quando i gruppi di ribelli, che avevano partecipato ai combattimenti della mattin~ con la Brigata coloniale e col 14° Gruppo Squadroni, ebbero esaurito il loro compito furono avviati dagli ufficiali inglesi un pò distanti dalla pista per dar loro la possibilità di un riposo ristoratore; e quesfo lo fecero perchè sapevano che la colonna sarebbe ripartita la mattima dopo. I nuclei di vigilanza, lasciati quale copertura, non erano di una consistenza tale da resistere ai nostri successivi attacchi e volgevano in fuga dalle posizioni che avevano occupato appena che i nostri ascari si facevano sotto le loro posizioni. La colonna, ostacolata ancora nella marcia dalla successione dei muretti giungeva al km 23 alle ore 20, dopo 8 ore di combattimenti con i ribelli. - Al km 23 vi era a protezione della pista la XXII Brigata coloniale comandata dal valoroso Colonnello M.O. Torelli - figura leggendaria del Gondarino - il quale mi rese edotto dei duri combattimenti sostenuti nella mattina. Avrebbe voluto che restassi con lui per proseguire la mattina dopo per il Culqualber ma lo convinsi a lasciarmi ripartire subito, anche se si avvicinava la notte; volevo raggiungere il passo di Culquaber il più presto possibile per ripartirne la mattina all'alba, per non dar tempo ai ribelli di riorganizzarsi e attaccarmi in forze il giorno dopo. Dopo che gli ascari si erano rifocillati con un thè, ripresi la marcia col prezioso carico. Ripartii prendendo posto sulla macchina di testa tenendo i fari


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accesi - unica tra tutte - per veder bene la pista e poter individuare le eventuali mine che con probabilità erano state posta sulla pista. Erano mine anticarro che esplodevano colla pressione dell' automezzo ed era facile toglierle senza correre pericolo. Con apposite squadre di ascari che correvano davanti alla mia macchina, e che si davano il cambio, potemmo localizzare e rendere innocue ben 5 mine anticarro che erano state poste non molte ore prima, come appariva chiaramente dalla terra smossa che, tra l'altro, facilitò la loro individuazione. Senza inconvenienti giungemmo sul piazzale della sella del Culqualber verso le due di notte. Dietro continue sollecitazioni i militari che erano di presidio al caposaldo scaricarono gli automezzi con lena e senza interruzione permettendomi di ripartire all'alba. Non ricordo di avere ottenuto un ringraziamento nè intesi disturbare il Comandante nel suo riposo notturno. Assolto così il compito che mi era stato affidato, avrei potuto nel viaggio di ritorno non avere più preoccupazione per il carico: gli autocarri erano vuoti e opportunamente occupati dagli ascari delle bande per dar loro maggiore possibilità di intervento in caso di attacchi da parte dei ribelli. E questo avvenne quando meno lo aspettavamo e cioè a poco più di un chilometro dalle posizioni tenute dalla XXII Brigata al km 23. Orde di ribelli scendevano dal Malutit Dinghià con l'intenzione di vendicare lo smacco subito il giorno prima dall'arrivo dei rifornimenti al caposaldo del Culqualbert. Furono accolte dal tiro ben aggiustato delle nostre armi pesanti che erano sistemate sugli automezzi e da un nostro attacco sul fianco che li ricacciò sulle pendici della montagna. Il combattimento fu di breve durata ma ci causò le perdite più gravi di tutta l'azione. Anche in questo successo aveva avuto notevole peso 1~ partenza dal caposaldo alle prime luci del mattino, che non aveva consentito ai ribelli di prendere posizioni a cavallo della pista e di aspettarci quindi a "piè fermo" con conseguenti notevoli perdite da parte nostra. Dopo un meritato riposo concesso agli ascari, al sicuro di ogni offesa nelle posizioni tenute dalle truppe del Col. Torelli, ripartimmo per Gondar alle ore 11,30. Il Colonnello mi mise al corrente che forti nuclei di ribelli avevano preso posizione due chilometri avanti e precisamente sulle


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collinette a lato del km 21. Qualora non avessi potuto proseguire colle mie forze - aggiunse il Colonnello - potevano attendere l'arrivo del LXXVII Btg. coloniale che era già in movimento quale avanguardia della Brigata, che doveva rientrare ad Azozò. Un caldo abbraccio a quell'ufficiale, che tanto ammiravo e del quale avevo visto il comportamento in precedenti fatti d'arme, e via in marcia per riton1are alla base di partenza. Avendo tutti gli ascari sugli autocarri sui quali, come ho già detto, erano piazzate le nostre mitragliatrici pesanti, rispondemmo al fuoco dei ribelli senza rallentare la marcia. Gli ascari, appostati dietro gli sportelli che davano un certo senso di riparo, rispondevano con calma gridando come bambini ogni volta che vedevano cadere un ribelle. In questa giostra e per un percorso di circa 1O km non avemmo che due ascari feriti. Alle 16, e con tutti i 45 automezzi in piena efficenza, rientrammo a Gondar, fieri di aver portato a termine un rifornimento a Culqualber, che permise una prolungata resistenza a quel presidio. Le perdite subite dal Gruppo furono di 9 ascari morti e 37 feriti. Quando, poco dopo, relazionai al Gen. Nasi l'esito del rifornimento mi chiese se avevo riportato almeno quaranta automezzi efficienti. Alla mia risposta affermativa mi disse "allora ti regalerò una cassa di buon vino da bere coi tuoi ufficiali; ve la siete meritata". "Eccellenza, qualora avessi riportato tutti gli automezzi che premio mi avrebbe dato?" "Una stecca di sigarette ogni automezzo ... " "Allora la prego di darmi cinque stecche" Incredulo telefonò all'autocentro e dopo mi disse "Braca son troppe cinque stecche concedimi una riduzione, debbo pensare anche agli altri... te ne darò due" . E con questo prezioso carico quando arrivai al Gruppo ci fu grande festa da parte dei miei valorosi ufficiali : vino buono e genuino e sigarette tre stelle, erano cose di grande valore. Un autocarro Fiat 34 con rimorchio era stato comprato con 70 pacchetti di sigarette. Ricordo di avere inoltrato Una sola proposta di ricompensa al V.M. per il sergente che comandava gli automezzi il quale più volte aveva preso parte alla demolizione dei muri, rimanendo ferito nel-


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l'assolvere con troppo entusiasmo un compito che non lo riguardava direttamente. Per gli ufficiali era una abitudine comportarsi come fecero: erano stati proposti in precedenti combattimenti per azioni veramente rischiose e per comportamenti da veri comandanti ... ma gli eventi li hanno privati di questi segni esteriori del loro valore. Essi sono in particolare i Ten. Tassini e Alquati per i quali rinnovai le proposte ma senza esito nonostante i miei ripetuti inviti rivolti al Ministero Difesa per autorizzarmi al "rifacimento di quelle proposte" delle quali conservo ancora gli atti originali. Niente da fare!

LA PARTECIPAZIONE

DEL 1° GRUPPO BANDE DI CONFINE AL COMBATTIMENTO

01 AMBA GHEORGHIS (8 OTTOB RE) E LA CADUTA DI GONDAR (27 NOVEMBRE)

Successivament.e, nel settembre, il Gruppo ritornò ancora sulla pista per Celgà per operare tra il km 12 ed il km 25: sia con pattuglie; sia per la protezione diretta alle colonne da e per Celgà; sia infine, per la protezione alle popolazioni a noi fedeli. Il giorno 7 ottobre il Gruppo viene autoportato all'Ualag per partecipare ad una puntata offensiva su Amba Gheorghis, la zampata del leone morente, unitamente al XXV ed al LXXVII Battaglione Coloniale agli ordini del T.Col. 1.iuzzo. La relazione inviata a l Comando Tattico dice: "Il 1° Gruppo Bande di Confine, partito alle ore 4 del giorno 7 dal km 12 pista Ce lgà, si occultò tra il km 6 ed il km 13 - strada Tacazzé - per poi portarsi, nel tardo pomeriggio, al km 25, in attesa di muovere con la Brigata Riserva agli ord ini del T.Col. Liuzzo. Alle ore 1 del giorno 8 la Brigata iniziò la marcia di avvicinamento all'Amba Gheorghis, direttrice di marcia la rotabil e, col compito di battere il nemico in quella zona e di operarvi distruzioni.

Col Gruppo Bande in primo scaglione a destra della strada, avevo il compito di sostenere l'azione del XXV Battaglione Coloniale sul fianco destro. Alle ore 6 si erano raggiunte le pendici est del Ghevascià, a poco più di 2 km da Amba Gheorgis . Poco dopo una violenta azione di fuoco sulla destra coincideva con scontri di pattuglie sulla fronte del XXV Btg.; m entre questi con rapidità e slancio raggiungeva l'obiettivo operandovi distruzioni ed incidenti,


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ordinai alla 2a Banda di conquistare la collina sulla destra in quanto due armi automatiche da questa posizione ci infliggevano perdite. Il nemico volse in fuga e lasciò sul terreno 7 morti. Contemporaneamente ordinai che la 1a, 4a e 3a Banda, scendendo le pendici est, si portassero nella piana per sostenere il XXV Btg. e proteggerlo nel ripiegamento. La 3a Banda doveva mantenere il collegamento sulla destra con la 2a. La Banda Comando appoggiava con le armi pesanti sia l' azione frontale di ripiegamento, sia il fianco destro, unitamente alle armi automatiche della 3a Banda. In varie riprese vari nuclei ribelli che tentavano di agire sul fianco destro del XXV Btg. furono volti in fuga con gravi perdite. Alle ore 8,45, rientrati gli ultimi elementi del Btg., ed in seguito ad ordine del Comandante T. Col. Liuzzo, iniziai il ripiegamento. Il nemico, che si era riorganizzato nelle retrovie di Amba Gheorghis, ritornò all'attacco del Gruppo Bande, che era passato in retroguardia, agguerrito per lo smacco subito cercando di sorprenderci in azioni improvvise frontali e con azioni di aggiramento sui fianchi per tagliarci la r itirata. L'azione manovrata delle Bande del Gruppo, sostenuta dalle armi pesanti, si svolse in modo perfetto, ripiegando esse alternativamente man mano che l'altra aveva preso posizione. Il nemico, pur attaccando senza tregua anche con gruppi a cavallo, non riuscì· mai a penetrare nelle nostre formazioni nè agganciarci sui fianchi. Lo scavalcamento di una banda sull'altra già in posizione pre·stabilita avvenne con sincronia di fuoco e movimento e causò notevoli perdite all'avversario che si faceva sotto quando vedeva una banda ripiegare ma incontrava poco dopo il fuoco di quelle che già erano in postazione. Fu un susseguirsi di movimenti ben condotti di bande che operavano con calma e padronanza della situazione fino alle pendici dell'Amba Ras, già presidiata dal LXXVII Btg. col. e dai Reparti CC.NN .. Le perdite subite dal Gruppo: 1 ufficiale ferito (Ten. Alquati) 6 coloniali morti 19 coloniali feriti. E questo fu il mio ultimo combattimento. Il buon Col. Liuzzo, che era stato il mio comandante al XXV Battaglione Coloniale prima che assumessi il Comando del Gruppo


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Bande, vedendomi la sera antecedente l'azione su Amba Gheorghis in stato febbrile con vomiti per i violenti attacchi malarici, mi aveva invitato a non sottopormi agli strapazzi di quella azione offensiva che penetrava in territorio ribelle per ben 18 km. Non volli abbandonare il mio Gruppo e rimasi ancora per 25 giorni in regione Dembeà ove il mio reparto era stato inviato. Mi sottoposi alle cure intensive del medico del Gruppo, valoroso e veterano del reparto; ma, per quanto esse fossero energiche, non portavano alcun giovamento; sicchè egli, preoccupato per le mie condizioni, segnalò la cosa al dirigente sanitario. Mi fu riferito che durante i quotidiani attacchi malarici la temperatura superava i 40 gradi ed io uscivo dalla tenda colla pistola in pugno sparando e gridando come se fossi in azione di guerra. Il 4 novembre venne a trovarmi il Gen. Martini col maggiore Medico Pavone che, resisi conto anche del pericolo oltre che dello stato di salute, ordinarono l'immediato ricovero in Ospedale. Staccarmi dal mio reparto fu il più doloroso giorno di guerra; fu un pezzo del cuore che si distaccava da me; e per quanto cercassi di curarmi intensamente dovetti cedere. E così, vidi lo strazio della caduta di Gondar, i suoi saccheggi e i suoi incendi; vidi le orde dei "patrioti" infierire senza motivo contro inermi; vidi i miei ascari giungere feriti dal Tumbulu ed infine l'arrivo del caro Ten. D'Errico portato dai suoi ascari che speravano di poterlo salvare; ma giunse agonizzante. Baciandolo fra le 1acr ime, intesi baciare tutti I miei valorosi ufficiali caduti e tutti gli eroici ascari che avevano scritto nell'Epopea Gondarina paglne di eroismo indimenticabile.


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APPENDICE

ALCUNE NOTIZIE SUL PERSONALE DEL 1° GRUPPO BANDE DI CONFINE DEL GOVERNO AMARA DURANTE IL CONFLITTO 1O-VI-1940/28-XI-194 l

Forza media del reparto: nazionali:

12 ufficiali; 5 sottufficiali; 2 operatori radio quando impiegato ed assegnati di volta in volta

coloniali:

15 sciumbasci; 800 + lOOÒ ascari

Operarono con il reparto, complessivamente: • Ufficiali d'arma: 24 (di essi: 8 deceduti, 10 feriti) medici: 3 (in successione di tempo; I al gruppo, 1 alla banda distaccata) • Sottufficiali furieri: • coloniali:

5 1793 (di essi:451 deceduti. 721 feriti)

Decorazioni al Valor Militare Totali 2 Medaglie d'Oro 29 Medaglie d'Argento 55 Medaglie di bronzo 161 Croci al Valor Mii. Promozioni per m.g. 17 Citazioni del Reparto in 3 Bollettini di Guerra in 4 Bollettini del Comando di Scacchiere

a nazionali

a coloniali

2

11 7 10 17

18 48 157


Giovanni Braca

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GLI UFFICIALI DEL 1° GRUPPO BANDE DI CONFINE In servizio presso il Gruppo dal al Ten. Alessandri Aldo

10-VJ-'40

30.I.'41

Teo. Alquati Silvio

10-VJ-'40

28-XI-'41

luglio '41 agosto ' 41 10-VI-'40

28-XI-'41 28.XI-'41 15-X-'41

Ten. Altero Ten. Biffis Ennio I Cap. Braca Giovanni S.Ten.Med. Calzetti Giuseppe

10-VI-'40

S.Ten. Carbone Giuseppe

10-Vl-'40

S.Ten.Med. Casalena Mario

10-VI-'40

Ten. Cavalieri Giorgio Teo. De Anna Michele Ten. Del Bufalo Gaetano

10-VI-'40 10-VI-'40 10-VI-'40

Ten. D'Errico Michele

luglio '41

S.Ten.Med. Di Francesco Gustavo Cap. Fattuzzo Gaetano

nov. '40 15-X-'41

Ten. Ferri Dino Ten. Gabrici G. Ballista

I-VI-'41 10-VI-'40

S.Ten. Garozzo Sante S.Ten. Ghisalberti Camillo

nov. '40 nov. '40

Incarico e notizie Comandante m Banda; deceduto a Quarà; Medaglia d'Oro alla memoria. Subalterno III Banda; ferito a Metemmà il 6-Xl-'40; ferito ad Amba Gheorghis 1'8-X-'41 Comandante V Banda Subalterno II Banda Comandante del Gruppo; ferito pista Celgà 24-Vl-'41.

febbraio '41 In servizio presso la I Banda a Quarà marzo'41 Subalterno Il Banda; ferito a Quarà dicembre '40 Uff. Medico del Gruppo a Metemmà 28-Xl-'41 Cte PI. Comando marzo '41 Cte IV Banda marzo ' 41 A.M. det'Gruppo; ferito a Metemmà in bombardamento aereo. 27-Xl-'41 Ferito a Tumbulu e deceduto a Gondar il 27-XI-'41 marzo '41 Uff. medico del Gruppo 28-Xl-'41 Vice Cte e poi Cte interinale del Gruppo 28-XI-'4 1 A.M. del Gruppo 19-V-'41 Subalterno I Banda; ferito a Quarà il 30-1.'4 1; ferito a Celgà il 19-V-'41; e deceduto a Gondar per le fe. rite riportate. marzo '41 Ferito a Quarà il 30-I-'41; maggio '41 Subalterno addetto al Comando del Gruppo; ferito al Celgà il 19-V-'41 e deceduto a Gondar per le ferite riportate.


Il 1° "Gruppo bande di confine"

S.Ten. Michelizzi Arturo S.Ten. Parodi Lorenzo S.Ten. Piccolini Luigi Ten. Reali Giuseppe Ten. Scandale Michele Cap. Schneider Renato Ten. Tassini Virgilio S.Ten. Valentini Pericle

nov. ' 40

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19-V-'41

Subalterno IV Banda; deceduto a Celgà Cte I Banda 10-Vl-40 marzo '41 estate '41 Subalterno III Banda marzo '41 19-V-'41 A.M. del Gruppo; deceduto nel combattimento di Celgà Med. d'Oro "ad mem". 10-VI-'40 6-XI-'40 Subalterno IV Banda; deceduto nel combattimento di Metemmà il 6-XI-'40 aprile'41 estate '41 Vice Comandante del Gruppo; ferito a Celgà il 18-V-'41 28-Xl-'41 Cte II Banda 10-VI-'40 ferito a Quarà il 20-I-'41; ferito a Celgà il 19-V-' 41. maggio '41 fine mag. '41 Subalterno I Banda; caduto prigioniero al km 12 della strada Gondar-Celgà

SOTTUFFICIALI FURIERI Comando Gruppo I Banda II Banda III Banda IV Banda

= Serg. Magg. Angeli Rolando

= Serg. Magg. Mirabile = Serg. Chiarotti = Serg. Pasina = Serg. Rossi Luigi

SCIUMBASCI DEL GRUPPO I Banda II Banda

III Banda IV Banda Comando Gruppo

Seghit Uoldebrasghi - ferito - Fitaurari <o> cav. Alì Abià · Fitaurari cav. Frenchiel Ogbauchiel - Fitaurari cav. Jab Ghereuchiel - ferito - Fitaurari Abmed Said - Fitaurari Idris Ibrahim • Cagnasmacc Hailé Ghezzai - Cagnasmacc - deceduto Ismail Nur - Cagnasmacc - ferito - invalido cav. Omar Mohamed - Fitaurari Aftmariam Gheressa • Fitaurari Neybassé Gherenehiel - Fitaurari - ferito Haggì Selim - Fitaurari Teclé Chidané - Fitaurari - ferito Gheremedin Teclescmbet · Fitaurari • ferito Cav. Tuoldebrehan Ghidei - Fitaurari cav. Azot Mecar - Fitaurari - ferito Omar Mohamed - Fitaurari - deceduto Seghit Uoldebeasghi · Fitaurari • ferito

<o) Le qualifiche di fitaurari e di cagnasmacc erano titoli onorifici, attribuiti a sciumbasci particolarmente meritevoli; si potevano assimilare ai nostri "Cavaliere" e "Cavaliere Ufficiale". In origine, titoli nobiliari della gerarchia feudale abissina: fitaurari = comandante della avanguardia; cagnasmacc = comandante di un'ala o frazione dell'esercito.


Giovanni Braca

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NOMINATIVI DEGLI UFFICIALI DECEDUTI

Ten. Alessandri Aldo Ten. D'Enrico Michele S.Ten. Gabrici G.Battista S.Ten. Gliisalberti Camillo S.Ten. Michelizzi Arturo Ten. spe Reali Giuseppe Ten. Scandale Michele S.Ten. Va]entini Pericle

Quarà Tumbulù (Gondar) (ferito a Celgà) (ferito a Celgà) Celgà Celgà Metemmà Celgà

29-I-1941 (M.O.) 27-1-1941 20-V-1941 25-V-1941 18-V-1941 19-V-1941 (M.O.) 6-XI-1940 18-V-1941

MEDAGLIE D'ORO AL V.M. ALESSANDRI Aldo -

Med. d'oro - Tenente 1° Gruppo Bande di Confine (alla memoria). Disp. 103 anno 1942 - pag. 8246 del B.U.

"Comandante di una Banda di Confine, durante un aspro e sanguinoso combattimento, visto che nucJei nemici annidati sopra un torrione arrecavano gravi perdite al suo reparto, animosamente scalava la parte rocciosa seguito da due soli ascari e di sorpresa scacciava l'avversario causandogli gravi perdite - Successivamente, alla testa di un reparto di avanguardia, annientava con indomito slancio la resistenza del nemico che ostacolava seriamente la marcia della colonna • Interveniva poi di iniziativa in soccorso di un reparto di retroguardia che, premuto da forze soverchianti, si trovava in gravi difficoltà. Dopo aver inflitto gravi perdite all'avversario, caduti i serventi di una mitragliatrice, li sostituiva e continuava il micidiale fuoco, finché crivellato di ferite, trovava eroica morte sull'arma. Combattente di rara perizia, di indominato valore, trascinatore e suscitatore di entusiasmo, fulgido esempio di guerriere virtù. Quarà 27-29 gennaio 1941".

REALI Giuseppe

Med. d'oro - Ten. s.p.e. 1° Gruppo Bande di Confine (alla memoria). Disp. 11 anno 1949 - pag. 1616 del B.U.

"Caduto gravemente ferito in sanguinoso combattimento il comandante di un gruppo bande, lo sostituiva nel comando e proseguiva nell'azione, cui imprimeva con la sua audacia estremo vigore, coronato dal successo su agguerrito, potente avversario. Riorganizzato il gruppo, lo impegnava poco dopo contrattaccando arditamente una posizione abbandonata da altra unità. Decimato, caduti tutti gli ufficiali, più volte respinto, persisteva eroicamente nella strenua azione riuscendo, con reiterati assalti culminanti in epica lotta, a colpi di bombe a mano, a giungere primo sulle posizioni aspramente contese ed a riconquistare una batteria perduta in precedenti sfavorevoli combattenti. Ferito nella mischia corpo a corpo, solida tempra di comandante, restava indomito tra i suoi valorosi superstiti e tra essi, vittoriosi, immolava la sua fiorente giovinezza. A.O. maggio 1941".


PARTE QUARTA

RICERCHE


PIERLUIGI BERTINARIA

L'ESERCITO ITALIANO DAL 1918 AL 1940 DOTTRINA D'IMPIEGO E ORDINAMENTI TATTICI PREMESSA

L'arco di tempo 4 novembre 1918 - 1O giugno 1940, pari a 21 anni e 7 mesi, può essere suddiviso, per comodità di esame, in tre periodi: il primo, di circa 16 anni, dal 1918 al 1934; il secondo dal 1935 al 1937; il terzo dal 1938 al 1940. L'articolazione corrisponde, in linea di larga approssimazione, a tre momenti diversi della dottrina e degli ordinamenti tattici dell'esercito italiano e, grosso modo, anche a tre momenti diversi della politica estera: sostanzialmente allineata con quella franco-britannica fino al 1934; di rottura del "fronte di Stresa" negli anni 1935-1938; di stretto allineamento con la Germania mediante la firma del "patto di acciaio" del maggio 1939 negli ultimi anni. Cauta e ragionevole nel primo periodo, incerta ed remorale nel secondo, spavalda ed avventurosa nel terzo, la politica estera italiana non ebbe nè una direzione di marcia rettilinea nè un corso pacato. A favorire la rottura del fronte di Stresa e l'accostamento politico alla Germania fu, più della stessa campagna etiopica, la guerra civile spagnola, durante la quale il regime fascista italiano e quello nazionalsocialista tedesco si schierarono dalla stessa parte, rafforzando il loro rapporto ideologico. La politica militare italiana del periodo 1918-1934 fu, in ultima analisi, in sintonia con quella estera: nessuna minaccia militare incombeva sul paese e l'Italia, da parte sua, nonostante le periodiche sfuriate di Mussolini contro il pacifismo ed il neutralismo e le ripetute esaltazioni del bisogno e della volontà di espansione - "legge eterna ed insostituibile della vita" (Mussolini)-, tutta presa dai problemi della smobilitazione militare postbellica, della riconversione industriale, del risanamento economico e finanziario, dell'occupazione e del miglioramento delle condizioni sociali, si sentiva tranquilla e conseguentemente dedicava ben poco delle sue magre ri-


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sorse ai bilanci militari. Unica eccezione di notevole rilievo: il potenziamento dell'aeronautica elevata nel 1923 a forza armata a sè stante e resa autonoma amministrativamente nel 1925 mediante la creazione dell'omonimo ministero. Per l'esercito gli anni 1918-1934 furono un periodo di stagnazione durante il quale non restarono del tutto immobili la dottrina e gli ordinamenti tattici, ma gli armamenti e gli equipaggiamenti in dotazione rimasero, in grandissima maggioranza, quelli della prima guerra mondiale o quelli di preda bellica. Solo nel 1934, in vista della campagna etiopica, si cominciò a migliorare l'armamento della fanteria limitatamente alle armi automatiche ed ai mortai ed a dare un quakhe impulso alla motorizzazione, lasciando però inalterata la linea pezzi dell'artiglieria. Il secondo periodo, 1935-'37, durante il quale fu portata a compimento sul piano tecnico-militare l'impresa etiopica ed ebbe inizio la partecipazione italiana nella guerra civile spagnola, dottrina ed ordinamenti segnarono un ulteriore passo in avanti sulla via dell'ammodernamento e dell'adeguamento alla nuova fisionomia della guerra, della battaglia e del combattimento delle forze terrestri, ma quanto ad armamenti ed equipaggiamenti che soddisfacessero quantitativamente e qualitativamente l'esercito nel senso moderno delle esigenze, fu fatto assai poco o nulla, ad eccezione di una più spinta meccanizzazione del traino nei riguardi dell'artiglieria. Vennero sì progettati nuovi tipì di artiglierie e costruiti i prototipi (obici da 75/18, da 210/22, da 149/19 e cannoni da 149/40, da 90/53 contraerei, da 75/32 a grande gittata), ma al generale Alberto Pariani, capo di stato maggiore dell'esercito e sottosegretario di stato al ministero della guerra, che lo sollecitava per il rinnovamento dei mezzi, Mussolini rispondeva ancora nel 1937: "Abbiate pazienza: ho il mio programma. Prima devo mettere in efficienza la marina, poi provvederemo all'esercito ed all'aeronautica", confermando così di essere esattamente a conoscenza dell'insufficienza dell'uno e dell'altra. La linea di politica estera era mutata, ma l'adeguamento ad essa della politica militare non avveniva. Nell'ultimo periodo, 1938-40, e solo nell'ottobre 1938, veniva approvato un programma decennale di riarmo e di potenziamento dell'Esercito e vennero decise assegnazioni straordinarie per la costruzione, con scadenze nel mese di luglio 1942 e nel mese di giugno del 1943, di un primo blocco di bocche da fuoco moderne, già


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definite nel 1935-36. Quanto a dottrina ed ordinamenti, l'ultimo periodo spezzò bruscamente la linea di tendenza fino ad allora . seguita e, rivoluzionando concezioni e formazion i tattiche, aggiunse alla penuria dei mezzi materiali la confusione delle idee.

2.

LA DOTTRINA

Punto di partenza della dottrina di impiego del periodo tra le due guerre furono le pubblicazioni "Direttive per l'impiego delle grandi unità nell'attacco" e "Direttive per l'impiego delle grandi unità nella difesa" emanate dal Comando Supremo italiano nel settembre 1918. Dieci anni dopo, nel 1928, capo di stato maggiore dell'esercito il generale Alberto Bonzani, le direttive del maresciallo Diaz vennero rielaborate, ammodernate e completate, introducendo innovazioni, modifiche ed aggiunte di notevole rilievo, ma senza invalidarne la sostanza, dalla pubblicazione "Norme generali per l'impiego delle grandi unità" edita appunto nel 1928. L'intensa ansia di vivificazione e di rinnovamento degli anni 1935-1937, durante i quali l'esercito superò con pieno successo la dura prova di organizzazione imposta dalla guerra contro l'Etiopia, coinvolse anche la dottrina d'impiego e vide la luce la pubblicazione "Direttive per l'impiego delle grandi unità", edita nel 1935 e diramata con una lettera di accompagnamento di Mussolini, ministro della guerra, essendo sottosegretario e capo di stato maggiore dell'esercito il generale Federico Baistrocchi, il grande animatore di quel periodo di rinnovamento, in ogni campo, dell'esercito. Le nuove "direttive" che sostituirono le "Norme" di sette anni prima, non seguirono lo schema tradizionale delle pubblicazioni precedenti, ma condensarono in poche pagine i "principi fondamentali e costanti" e le "linee generali" di sviluppo della guerra e delle operazioni, quali si potevano ricavare dalla situazione politica e militare del momento. · La pubblicazione, rivolta ai comandanti di grado elevato, omette le modalità d'azione od i procedimenti, che trovavano invece largo spazio nelle pubblicazioni omologhe del passato, limitandosi ad offrire una "visione unitaria", perché si formi una "mentalità unitaria", dei modi generali di applicazione dei principi e dei criteri e lasciando ai capi, al loro intuito ed esperienza, grande libertà di scelta quanto ai modi, ai mezzi ed ai tempi dei loro disegni


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di manovra. La pubblicazione risente della filosofia idealistica dominante: guerra-realtà spirituale, che è tale nella misura in cui è generata. L'ancoraggio a questo modulo filosofico la induce a sopravvalutare l'efficacia delle forze spirituali, alle quali la pubblicazione si richiama di continuo come ad un "refrain", ed a porre in minor rilievo quelle materiali, non meno indispensabili delle prime. Essa, inoltre, indulge nella forma e nel tono alla retorica e talvolta orpella con inutili paludamenti principi e criteri validissimi. Nella sostanza, tuttavia, intonando la guerra e le operazioni che la compongono a · forme dinamiche - "la nostra deve essere guerra di movimento" - ed esaltando la manovra - "la battaglia si vince a colpi di divisione" -, essa è il logico sviluppo evolutivo del ritorno alla concezione classica della guerra, già bene adombrato nelle "direttive" del 1918. Le "direttive" del 1935, malgrado l'ispirazione idealistica e qua e là addirittura intimistica, lo stile .ed il suono retorico, danno della guerra una visione non certo avveniristica ed utopistica, che troverà precisa conferma in quello che sarà l'effettivo sviluppo della campagna tedesca del 1939 contro la. Polonia. Dopo il rinnovamento dottrinale delle "direttive" del 1935 sarebbe. stata necessaria una tregua che consentisse la maturazione delle idee e l'adeguamento delle norme d'impiego delle unità alla nuova realtà. Vi fu, invece, la rivÒluzione del 1.9'38, segnata dalla circolare 9000 del 28 ottobre a firma del generale Alberto Pariani, sottosegretario di stato al ministero della guerra e capo di stato maggiore dell'esercito; circolare nella quale, tentando di giustificare il passaggio della divisione dalla formazione ternaria a quella binaria, si respira un'atmosfera surrettizia in cui i principi ed i criteri delle "direttive" del 1935, interpretati in chiave parossistica, si confondono in spiegazioni pseudo-filosofiche ed in astruserie del tipo di quella che afferma: "Lo spirito trasforma un'idea in convinzione, ed è ancora lo spirito che di una convinzione fa una fede. E quando c'è la fede, c'è la forza animatrice per qualsiasi impresa" . Si giunge cosi nel 1938 ad una concezione fideistica della strategia e della tattica, che esce dalla logica militare, fa astrazione dalla tecnica e cerca di spacciare per evoluzione - "la nostra dottrina di guerra non muta, ma progredisce ed evolve" - ciò che, invece, è una vera e propria involuzione, in quanto anzichè esaltare la manovra ed estenderla verso i livelli minori - secondo la ten-


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<lenza predominante in tutti gli eserciti e conforme al crescere di numero e di prestazioni dei mezzi corazzati e meccanizzati - la mortifica e la sottrae anche alla "divisione" giustificando la decisione speciosamente. Se una unità è pesante, di impiego complesso, di difficile azione di comando, la soluzione non risiede nel cambiarne la funzione ed il ruolo ma nell'equilibrarne m eglio le com ponenti, nell'incrementarne la potenza di fuoco e la mobilità e nel dotarla dei mezzi che agevolino la comandabilità. Quattro, dunque, le tappe dottrinali più significative del periodo tra le due guerre mondiali: tre senza dubbio positive, una negativa al punto di abbassare ulteriorm ente, per le sue conseguenze, il già modesto livello di efficienza operativa dell'esercito alla vigilia dell'entrata in guerra dell'Italia.

a. L'azione offensiva Dopo oltre tre anni di fallimenti e mortificazioni, l'azione offensiva tornò p raticabile sulla fronte italo-austriaca e su quella franco-tedesca rispettivamente nell'autunno del 1917 e nella primavera del 1918. Le armate ·di Ludondorff, rotto l'incantesimo del binomio mitragliatrice-trincea, giunsero nel marzo 1918 alla Marna e vinsero la battaglia di rottura, mentre non riuscirono a battere il nemico in campo aperto, soprattutto per il malaccorto e tardivo impiego delle riserve, nonchè per la loro pochezza. Con davanti agli occhi proprio l'offensiva tedesca di quell'anno, il Comando Supremo italiano elaborò la nuova dottrina offensiva e la condensò nella direttiva del settembre. L'offensiva è possibile e può avere successo purchè la si imposti, organizzi e la si conduca al di fuori di ogni r igidità di schemi e con riguardo diverso nelle due fasi in cui si scompone: scardinamento del sistema difensivo e dilagamento rapido ed incalzante al di là di questo. Da qui la necessità di disporre di due masse : una di rottura, una di manovra. La battaglia di rottura s'impernia sul binomio fanteria-artiglieria; quella in campo aperto sulle forze celeri potentemente appoggiate dal fuoco dell'artiglieria leggera. Occorrono non soltanto la superiorità delle forze e dei mezzi, ma il ricorso a procedimenti nuovi, ferma restando, anzi esaltando, l'importanza del l'ascendente mor ale, della sorpresa, dell'inganno, dell'economia delle forze.


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L'armamento "essenziale" della fanteria non sono più i fucili, ma le armi automatiche; l'aviazione è destinata "a portare nuove e grandi energie", sia sul piano tattico sia su quello logistico, all'azione offensiva; il carro armato è "mezzo sussidiario di attacco destinato a compensare con la sorpresa o con la violenza la diminuita potenza di distruzione dell'artiglieria". Nella battaglia di rottura le fronti di attacco delle grandi unità di prima linea - come si diceva allora - non vanno divise in modo omogeneo, ma dosate diversamente in relazione agli obiettivi, alla situazione di luogo e di tempo ed alle ripercussioni che l' azione di una grande unità può avere su quella delle unità contermini. I tratti da attaccare del sistema difensivo sono quelli "deboli" e non i "forti" e occorre restituire alla fanteria, in virtù dell'aumento della sua potenza di fuoco, il compito della conquista degli obiettivi, le cui premesse sono la stretta cooperazione fanteria-artiglieria e la sovrapposizione, senza soluzione di continuità, del fuoco della fanteria alle ultime salve di quello dell'artiglieria (appendice n. 1). La massa di rottura va, a sua volta, ripartita in un "nucleo di prima linea" ed in un "nucleo di seconda linea": il primo per l'urto iniziale, il secondo per la penetraziont! con successivi urti nei sistemi difensivi. Ogni attacco della massa di rottura si propone l' espugnazione di un sistema difensivo fino a progredire al di là del sistema per raggiungere una posizione idonea a divenire base di partenza per l'attacco al sistema successivo. L'Obiettivo normale dell'attacco è perciò il superamento di un sistema difensivo; l'eventuale è quello raggiungibile quando e se l'organizzazione difensiva inizia a disgregarsi. L'attacco si articola in una serie di azioni coordinate nel senso della fronte ed in una serie di azioni in profondità incalzanti: la prima determinata principalmente sulla base dell'ampiezza delle fronti d'attacco, la seconda riferita al raggio entro cui s'intende procedere in profondità. La rottura della fronte segna il termine dell'azione della massa di rottura e spiana la via alla massa di manovra per lo sfruttamento del successo dal quale soltanto si ricavano risultati strategici risolutivi. Composizione della massa di manovra e suo impiego sono p roblemi che compendiano in sè i più ardui aspetti della condotta della guerra, ma non richiedono l'invenzione di una nuova dottrina, pcrchè principi e procedimenti restano quelli di sempre, come


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restano immutati i principali strumenti della lotta: fanteria, artiglierie leggere, cavalleria. L'aviazione non muta le caratteristiche fondamentali d'impiego e non introduce ulteriori innovazioni nei metodi tattici, ma apporta nuove energie. Nell'esecuzione l'attacco passa attraverso cinque fasi: preparazione immediata, scatto e avanzata della fanteria, eventuale sosta prima dell'obiettivo normale, conquista degli obiettivi, sviluppo del successo. Dai concetti riassunti in linee estremam ente sintetiche è facile dedurre che fuoco, movimento, urto, avvalorati dalla manovra, costituiscono l'essenza dell'azione offensiva delineata nelle "direttive" e che queste segnano per l'azione offensiva un momento culminante nell'evoluzione della nostra dottrina tattica dando l'avvio ad una concezione che cerca di restituire alla manovra la priorità rispetto alla massa. Proprio in questo sta il ritorno alla forma classica della guerra. Le "Norme" del 1928 rappresentano un tentativo ben riuscito di definire meglio il rapporto tra massa e manovra e di accentuare il ruolo della manovra e perciò dell'azione offensiva, in quanto "solo modo di azione capace di risolvere la lotta". Da qui il "preminente sviluppo alla guerra di movimento". Non esistono nelle "Norme" antinomie rispetto alle "Direttive", ma accentuazione di principi e di criteri già contenuti nella pubblicazione del maresciallo Diaz ed introduzione di nuovi parametri nella valutazione della manovra offensiva. Di tali parametri quello che acquista valore preminente è la direzione di movimento e di attacco. La manovra è movimento e quindi è azione della fanteria; azione preparata ed appoggiata dal fuoco, e che culmina nell'urto (appendice n. 2). Non basta, dunque, l'azione del fuoco a risolvere l'azione, ma l'elemento r isolutivo è il movimento che va materializzato da direzioni che diventano così fattore vincolante dell'intera azione. La direzione diventa l'asse di attrazione dell'intera manovra, grande e piccola, dell'azione principale e di quelle sussidiarie. Va mantenuta "con ogni sforzo" in modo da assicurare l'assoluta "unità" dell'intera azione. La "combinazione degli sforzi", non più il solo coordinamento nello spazio e nel tempo delle varie azioni, è combinazione di direzioni che materializzano i singoli sforzi, che producono la manovra


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ed assicurarono l'avanzata su tutta la fronte fino a coronare il risultato dell'azione offensiva. Conferma, dunque, della pluralità degli sforzi già indicata dalle "Direttive" - sforzi contemporanei o successivi applicati su punti diversi del sistema difensivo e strettamente coordinati nello spazio e nel tempo - ma vincolo di essi a direzioni ben definite, il meno possibile parallele, il più possibile convergenti. L'azione offensiva delle "Norme" è permeata dalla necessità di un più deciso e maggiore dinamismo di quello delle "Direttive". "Ridurre la resistenza nemica a colpi di cannone e vincerla a colpi di battaglione" - binomio fanteria-artiglieria delle "Direttive" - ma combinando il più possibile le azioni attraverso il gioco delle direzioni. Benchè le "Direttive" si riferissero alla divisione quaternaria e le "Norme" a quella ternaria, non esistono tra le due concezioni del1' offensiva grandi differenze di fondo, anche se le fasi dell'azione organizzazione dell'attacco, preparazione, esecuzione, sfruttamento del successo - sono diversamente articolate. Cade la suddivisione della massa di rottura in due aliquote e viene introdotta la distinzione fra l'azione offensiva in terreno organizzato e quella in terreno libero. I principi, la fisionomia generale e le caratteristiche fondamentali sono gli stessi. Esistono differenze, ma le identità, le analogie e le somiglianze non sono minori, specialmente per quanto concerne l'organizzazione e la condotta dell'azione. Sul piano concettuale - esaltazione della manovra e della combinazione degli sforzi, distinzione tra sforzo principale, elemento essenziale della manovra, e sforzi sussidari, attribuzione alla direzione del ruolo fondamentale nell'azione - siamo davanti a divari che non determinano mutamenti sostanziali, ma esaltano, ampliano e sviluppano, anche se in una forma troppo metodica e scolastica, idee che hanno a denominatore comune i principi della sorpresa, della massa e della manovra. Quanto all'impiego dei velivoli e dei carri armati, le "Nonne", mentre accentuano la presenza e l'importanza dei primi, contengono la partecipazione dei secondi in limiti appena poco più ampi di quelli concessi loro dalle "Direttive", limitandosi a sottolinearne il rendimento nelle fasi di sfruttamento del successo e d'inseguimento: "carri armati leggeri e molto mobili possono qui riuscire di grande rendimento".


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Il ritorno alle "Direttive" nel 1935 segnò un vero e proprio distacco dal passato, fermi restando alla base i principi della sorpresa e della manovra . Sotto il profilo dell'impostazione, dello sviluppo della materia, dello stile e del tono esse sono del tutto diverse dalle "Norme" - come diversa, più realistica e moderna è la visione della guerra - ma il tutto si traduce in un quadro evolutivo del pensiero e non di ribaltamento delle concezioni delle "Norme" stesse. La guerra è la continuazione della politica estera ed è da questa determinata. Essa può scoppiare "quasi all'improvviso". Da qui l'importanza del fattore tempo. Ne consegue - affermano le "Direttive" del 1935 - che occorre prendere subito l'iniziativa, fare massa dove si vuole, realizzare la superiorità di forze, attaccare con decisione, sfondare, portare la guerra nel territorio nemico e resistere sulla rimanente fronte, assicurandone la copertura con forze adeguate "non distese a cordone", ma raggruppàte e scaglionate in profondità per la manovra. Le prime azioni belliche sono aeree, sin dal momento della mobilitazione e della radunata, sicchè possono influire "sensibihnente" non solo sull'inizio, ma sullo sviluppo delle operazioni terrestri. Elemento primo di successo deve essere la sorpresa, da ricercarsi particolarmente con le divisioni celerL La battaglia si risolve con la manovra. L'attacco può essere "di slancio" o "di forza"; in entrambi i casi "a massa 11• Lo strumento primo della lotta è l'uomo. L'Italia è ricca di uomini, ma scarsa di materie prime e pressochè isolata dal mare; deve perciò tendere in maniera assoluta "alla guerra di movimento" che è quella che realizza la vittoria decisiva. Si deve avere orrore della guerra di posi<-ione. L'azione offensiva ha lo scopo di "distruggere" o, almeno, di disorganizzare il nemico. L'elemento concettuale di fondo della manovra offensiva resta la direzione e quella più redditizia è quella che più "turba" il ne- · mico e che cade sul fianco o, meglio, sul tergo del suo schieramento. Determinante è altresì il "rapporto tra l'estensione della rottura e la profondità della penetrazione". Lo sforzo principale determina il "centro di gravità della lotta". L'attacco continua ad essere estrinsecazione di fuoco (artiglieria ed aviazione) e di movimento (fanteria). I due mezzi, armoni_~zandosi in rapporti di causa ed effet~o, rappresentano due aspetti inscindibili sul piano concettuale, organizzativo e di condotta (appendice n. 3).


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Si ritorna a codificare due masse: una di rottura e una di manovra, costituita quest'ultima da una riserva di fuoco e di movimento necessarie appunto per poter manovrare; tale ripartizione in masse distinte non si riferisce solo al piano strategico, ma a tutti i livelli, naturalmente con equilibri diversi, perchè tutti i livelli, compreso quello divisionale, manovrano. · La battaglia offensiva passa per quattro fasi principali: presa di contatto: compito degli scaglioni esploranti ed avanzati; attacco a fondo: compito del grosso delle forze; sfruttamento del successo: compito delle riserve; inseguimento: compito delle grandi unità celeri. I nuovi mezzi tecnici - motorizzazione, meccanizzazione, mezzi chimici - accrescono la potenza di fuoco e di urto e aumentano le possibilità di movimento che. rendono anche più rapido. Il carro armato "spiana e supera le resistenze attive e passive" e non è più "mezzo ausiliario", ma "massa che sorprende, sfonda e passa oltre, decisamente". In tutto questo c'è il superamento delle "Norme", c'è un'esatta visione della guerra moderna di allora, c'è un forte richiamo alla tecnica ed all'organizzazione; c'è, insomma, un'azione ad alto potenziale svincolata da ogni schematismo preconcetto e da remore teoriche; c'è, infine, sul piano concettuale, una completa aderenza alla strategia ed alla tattica del momento. Ma c'è anche, forse quale richiamo alla situazione concreta dell'esercito italiano, un'esaltazione assai spinta della fanteria o, meglio, del binomio fanteria-artiglieria, che era però l'unico disponibile: di carri armati ce'n' erano pochi e solo "leggeri e veloci". La circolare 9000 del 1938, mutando la funzione ta ttica e non solo l'organico della divisione di fanteria, rende disarmonica la concezione dell'azione offensiva delle "Direttive" del 1935 e ne infirma la validità proprio perchè concentra l'azione della divisione nell'urto e nella penetrazione e le sottrae ogni possibilità di manovra elevando quest'ultima alla sfera di dominio del corpo d'armata. La divisione ispira ad un itarietà di concezione, di organizzazione e di condotta il proprio combattimento e deve basarsi perciò su di un'articolazione semplice, sulla coordinazione del fuoco e del movimento e sulla potenza d'urto. La guerra deve essere di "rapido . corso" - che è un concetto assai diverso da quello della "guerra di movimento" - e perchè sia tale occorre l'urto di massa, più risoluto che manovrato, attraverso il quale va ricercata la rapida soluzione della lotta.


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b. L'azione difensiva La difensiva, nei vari momenti dottrinali del periodo tra le due guerre mondiali, accentuò via via il suo carattere di temporaneità. Nelle "Direttive" del 1918 ad essa è riconosciuta la capacità strategica potenziale di mutare a proprio vantaggio il rapporto di potenza esistente inizialmente tra chi attacca e chi si difende. È la concezione del Clausewitz: la difesa più forte d el!' attacco. Essa consente l'applicazione del principio dell'economia delle forze, assicura l'inviolabilità delle frontiere consumando il minimo delle proprie forze ed infliggendo al nemico le maggiori perdite; tende conseguentemente a conquistare la superiorità numerica, strategica e tattica che rende possibile il passaggio all'offensiva. Punti di forza: la scelta del terreno, la sistemazione a difesa di questo, lo scaglionamento in profondità delle forze e d ei mezzi. Le "Direttive" prendono a modello la grande vittoriosa battaglia difensiva del solstizio del giugno del 1918 (Appendice n. 4). La difesa è organizzata, quanto a sistemazione del terreno, a "sistemi difensivi" su duplice fascia, una di osservazione, una di resistenza: la prima mediante un'occupazione nucleare rada, la seconda su tre strisce - striscia di combattimento, striscia dei rincalzi e striscia delle riserve - delle quali quella di combattimento è la trave portante di tutta la fascia di resistenza. Le fasi nelle quali l'azione difensiva si snoda sono la contropreparazione, la resistenza ad oltranza; le rea zioni manovrate. Attraverso queste tre fasi i fattori statici, terreno e schieramento, debbono essere utilizzati come "forze vive" di reazione, più che di resistenza; da qui il concetto che è nella capacità reattiva "che risiede quasi totalmente la forza della difesa" . Dei tre requisiti essenziali della difesa, le "Direttive" del 1918 privilegiano la elasticità (più sistemi, più fasce nel sistema, p iù strisce nella fascia) e la profondità. Le "Norme" del 1928 ispirano l'azione difensiva all'idea della manovra e della massa mediante la concentrazione dello sforzo nei tratti di maggiore importanza della fronte d a difendere e lo sviluppo del contrattacco nella direzione più vulnerabile dell' attaccante. Il sistema difensivo è unitario ed in profondità si articola, dal davanti all'indietro, in: una "zona di sicurezza" il cui margine esterno costituisce la "linea di sicurezza"; una "posizione di resisten-


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za", il cui margine avanzato costituisce la "linea di resistenza" sulla quale l'attacco deve essere stroncato; una "zona di schieramento" entro la quale è anche organizzata una "posizione intermedia" (appendice n. 4) . Le "Norme" tendono a com pensare la minore elasticità e profondità del sistema unitario con la realizzazione di una maggiore densità del fuoco delle armi automatiche nell'ambito della posizione di resistenza - costituita da una scacchiera di "centri di resistenza" cooperan ti ed in grado di assicurare la continuità del fuoco automatico. Un'altra differenza concettuale di rilievo, rispetto alle "Direttive", è l'attribuzione al livello divisionale del carattere di "azione unitaria a massa" del contrattacco : la divisione sviluppa il contrattacco, non i contrattacchi. La nuova concezione ed organizzazione dell'azione difensiva derivano in parte dall'aver adottato la formazione ternaria della divisione, che ha minore disponibilità di uomini (9 anzichè 12 battaglioni) e maggiore capacità di fuoco sia per il migliorato rapporto fanteria/artiglieria sia per l'aumento di disponibilità di armi automatiche (270 anzichè 168). Tale disponibilità consente una densità di fuoco, fermo r estando il valore del rapporto forze/spazio, più che doppia. Sul piano strategico "Direttive" e "Norme" prevedono la reiterazione della difesa in profondi tà : approntamento di più sistemi difensivi (" Direttive"), di una seconda posizione ("Norme"). Sul piano tattico prevedono entrambe la "difesa ·manovrata", intesa come reattività di fuoco e di movimento là dove si presentino gli obiettivi più remunera tivi e soprattutto più pericolosi. La differenza è che le "Direttive" fanno rientrare le reazioni delle riserve nel "congegno" dei contrattacchi, vale a dire delle reazioni immediate dei minori reparti. "per ristabilire la situazione nell'ambito di un settore" e cioè su di un pia no piuttosto limitato e locale, m entre sulle "Norme" il contrattacco è azione unitar ia a massa ed a questa concorrono tutti: riserva, artiglierie, unità vicine. La difesa delle "Norme" resterà valida anche negli anni succes sivi, ma sarà un andare controcorrente, perchè il modello delle "Diretti ve" del 1918, che meglio soddisfa le esigenze di profondità e di elasticità, sarà quello che s'imporrà guerra durante, mentre delle "Norme" prevarranno e sopravviveranno soprattutto il criterio d'impiego della riserva divisionale e con questo lo scopo, l'a rea ed i procedimenti del contra ttacco.


L'esercito Italiano dal 1918 al 1940

. 625

Le "Direttive" del 1935 ribadiscono la maggiore forza intrinseca della difesa, ne sottolineano con grande incisività il compito di "economia delle forze" e di "guadagno di tempo", ma in realtà lasciano intendere, anche per lo spazio che ad essa dedicano - 5 pagine e 13 paragrafi rispetto alle 16 pagine ed ai 31 paragrafi dell' azione offensiva -, l'assoluta preminenza dell'offensiva, perchè l' azione difensiva è "atteggiamento temporaneo e locale". Se il compito è questo, sarebbe essenziale ostinarsi in una resistenza che, una volta superata, lascerebbe via aperta all' attaccante. In tale caso, "giocando sul tempo", è necessario sottrarsi all'attacco nell'atto in cui sta per essere sferrato. Le manovra in ritirata viene spogliata del carattere di drammaticità del passato e viene portata a mezzo normale di ricorso anche se di difficile esecuzione, perchè presuppone "serenità e prontezza di spirito e di intuito nei comandanti, nonchè la solidità delle truppe". Le "Direttive", comunque, non modificano sostanzialmente la fisionomia dell'azione difensiva delle "Norme". Dove lo fanno, come ad esempio nel sostituire l'organizzazione della resistenza ad oltranza su "centri di resistenza" con quella impostata su "caposaldi", esprimono concezioni più avanzate e moderne, ma ne sfumano eccessivamente alcuni tratti essenziali mediante una opacizzazione non giustificabile con l'ansia di dare grande rilievo alla guerra di movimento, e soprattutto ne svalutano l'importanza, mentre la consapevolezza di non disporre dei mezzi per la guerra di movimento avrebbe dovuto suggerire una maggiore valorizzazione concettuale ed organizzativa dell'azione difensiva.

3. GLI

ORDINAMENTI TATTICI

a. Dalla divisione quaternaria alla ternaria Quanto agli ordinamenti tattici poco c'è da dire nei riguardi dell'armata e del corpo d'armata, grandi unità complesse, a costituzione variabile, le cui funzioni rimasero per tutto il periodo quelle tradizionali. L'armata rimase costantemente la grande unità strategica e logistica, il corpo d'armata la grande unità essenzialmente tattica. La divisione di fanteria rimase fino al 1938 la prima grande unità tattica per eccellenza. Da quaternaria (2 brigate di fanteria su


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2 reggimenti ciascuna ed 1 reggimento di artiglieria divisionale) viene trasformata in ternaria fin dal tempo di pace nell'ordinamento del 1926 (3 reggimenti di fanteria e 1 di artiglieria) con la conseguenza che la nuova unità di misura da allora in poi non fu più data dalla brigata, ma appunto dalla divisione (appendice n. 5). La divisione ternaria, già prima e durante la prima guerra mondiale, era stata ritenuta dai maggiori eserciti europei la più rispondente ai criteri di organicità, di compattezza, di equilibrio tra le componenti e di sufficiente autonomia operativa. L'esercito italiano aveva conservato alla divisione la formazione quaternaria nonostante che il rapporto fanteria/artiglieria fosse venuto via via dimostrandosi sempre più disequilibrato e non modificabile anche aumentato il numero delle bocche da fuoco, stante la maggiore pesantezza e la minore maneggevolezza che ne sarebbero derivate. D'altra parte, il maresciallo Diaz, che pure si era posto il problema, aveva deciso di non modificare la struttura della divisione, guerra durante, per il grave scombussolamento morale, tattico e tecnico che ne sarebbe derivato all'intero esercito impegnato nella difesa della linea del Piave. Egli pensò, invece, di esperimentare un nuovo tipo di battaglione - il battaglione "T" - la cui costituzione fu ispirata ad un criterio evolutivo molto avanzato nella ricerca di una maggiore potenza di fuoco e di varietà di armi (aliquote a tiro teso ed a tiro curvo), di una più spicèata preminenza del fuoco e del movimento rispetto all'urto, di un'agevolazione nel coordinamento delle varie sorgenti di fuoco, oltrechè di questo con il movimento. La fine della guerra colse il battaglione "T" nella sua fase sperimentale ed il battaglione di fanteria rimase quindi identico, o quasi, a quello impiegato in guerra (appendice n .6).

b. Dalla divisione ternaria alla binaria Uno specchio sinottico dell'evoluzione ordinativa in quegli anni della divisione di fanteria e del battaglione di fanteria è molto più efficace di ogni esposizione verbale e serve a meglio porre in evidenza il divario costante, fattosi più grave ed acuto dopo l' adozione della formazione binaria, tra la dottrina d'impiego tendente sempre .più verso le forme dinamiche della lotta e gli ordinamenti tattici delle unità che a quelle forme avrebbero dovuto adeguarsi.


L'esercito Italiano dal 1918 al 1940

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Fino al 1938 divisione e battaglione realizzarono un modesto e graduale aumento della potenza di fuoco, ma conservarono quasi lo stesso grado di mobilità tattica e di velocità operativa della prima guerra mondiale. L'aumento della potenza di fuoco della fanteria fu segnato oltre che dall'incremento del numero delle armi anche, dal 1934 in poi, dalla sostituzione delle armi vecchie con armamenti nuovi (mitragliatrici Fiat e Breda cal. 8) e dall'inserimento di nuovi materiali (mortai da 45, da 81, mitragliere da 20, cannoni da 47/32), ma l'arma individuale rimase il fucile mod. 91. L'incremento del fuoco di artiglieria venne realizzato sia migliorando il rapporto artiglieria/fanteria nell'ambito della divisione sia le gittate dei pezzi, ricorrendo ad accorgimenti tecnico-balistici nel munizionamento e nelle cariche di lancio; ma le bocche da fuoco rimasero quelle del 1918. In ultima analisi, l'idea che il numero equivalesse a potenza prevalse costantemente in tutta l'impostazione ordinativa del pe'riodo tra le due guerre. Dall'ordinamento del 1926 a quello del 1940 non fu che un crescere del numero dei comandi designati d'armata, dei comandi di corpo d'armata, delle divisioni. La dilatazione fu costante ed il risultato fu che il 10 giugno 1940 delle 73 divisioni (43 di fanteria, 5 alpine, 3 corazzate, 3 celeri, 12 autotrasportabili, 2 motorizzate, 2 libiche, 3 della milizia), solo 19 erano classificabili "complete" (100% di personale, materiali, dotazioni), 34 erano "efficienti ma non complete" (75% di personale, 100% di materiale e di dotazioni), 20 "poco efficienti" (60% di personale, 50% di automezzi e di quadrupedi ed altre elevate carenze nell'armamento e nei materiali) (appendice n.7). Le deficienze, già gravi in senso assoluto, si esasperano poi ancor di più in senso relativo, se si comparano cioè le divisioni italiane binarie a quelle ternarie degli altri eserciti e se si confrontano i mezzi, specialmente i nostri carri armati da 3 t., con quelli degli altri eserciti (carri armati da 6 a 33 t., armati con pezzi da 37 e da 75).

4.

CONCLUSIONE

Non bastano un'eccellente dottrina e corrispondenti eccellenti ordinamenti tattici, adeguati qualitativamente all'applicazione


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Pierluigi Bertinaria

della dottrina, a garantire l'efficienza e l'opera tività delle forz~. Essi però vi concorrono. La storia della dottrina e degli ordinamenti tattici dell'esercito italiano nel periodo tra le due guerre mondiali non è tutta nell' esposizione fattane. È molto più composita ed articolata e non può prescindere da riferimenti precisi alla regolamen tazione d'arma ed alle formazioni tattiche delle minori unità e delle varie armi, alle quali non si è voluto neppure accennare. Credo, comunque, di aver sufficientemente indicato le linee di tendenza secondo le quali dottrina e ordinamenti si mossero in quegli anni. Si trattò, almeno fino al 1938, di linee di tendenza concettualmente assai valide. Non vi fu nessuna arretratezza culturale. Vi furono errori nelle scelte ordinative e quello del 1938 fu madornale anche per il momento in cui venne éompiuto. Una dottrina tutta ispirata al concetto della manovra, che affida la manovra alla sorpresa ed alla massa, che spoglia la strategia e la tattica da ogni assolutismo e scolasticismo è una dottrina valida, ma serve a poco se non sostenuta, oltre che da un ordinamento razionale ed equilibrato, da un costante aggiornamento ed adeguamento delle armi e dei mezzi. Dal 1929 i generali Alberto Bonzani, Federico Baistrocchi e Alberto Pariani, capi di stato maggiore e gli ultimi due anche sottosegretari di Stato, ed il generale I!.ietro Gazzera, ministro della guerra dal settembre 1929 al luglio 1933, avevano affrontato il problema dei materiali e del rinnovamento delle artiglierie e lo avevano rappresentato al capo del governo ed al ministro della guerra, ma invano . Prima mancò una politica militare, e quando la politica estera imboccò la nuova strada nulla venne fatto, almeno nel settore esercito, fino al 1938 _per adeguarvi la politica militare. Un rimprovero che spesso viene rivolto ai capi militari di quel periodo riguarda il campo d'impiego dei carri armati. G'è un fondo di verità, nel senso che ancora nel 1935 nelle "Direttive" si afferma che "per i nostri terreni e per la nostra guerra" i carri armati "devono essere molto leggeri e veloci". Vi fu altresì un certo ritardo nell'elaborare una dottrina che inserisse meglio e di più i carri armati nel contesto dell'azione offensiva e difensiva e prevedesse la costituzione di grandi unità corazzate. La prima brigata motomeccanizzata venne costituita nel 1937. La costituzione delle divisioni celeri, corazzate e motorizzate venne presa in esame soltanto nell'ordinamento del 1938. Ma neppure gli


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eserciti inglese e francese, che disponevano di carri armati più numerosi, più potentemente armati, avevano sposato le teorie del Fuller, del Liddell Hart e del generale De Gaulle. D'altra parte, il travaglio dottrinale e ordinativo non fu certo di poco momento se nel giro di soli 20 anni la dottrina mutò più volte e nel giro di 15 anni, dal 1925 al 1940, l'ordinamento ebbe cinque successive strutture: da quello Diaz del 1923 a quello Mussolini del 1926, da questo a quello del 1934, poi a quello del 1938 ed infine all'ordinamento del 9 maggio I 940, un mese esatto prima dell'entrata in guerra dell'Italia. La verità è che l'efficienza e la capacità operativa di un esercito sono problemi costanti da risolvere senza pause cli immobilismo e di stanca. Sono problemi cli ogni giorno, perchè ogni giorno gli armamenti e gli equipaggiamenti invecchiano e se in quel periodo il degrado aveva un ritmo lento nel suo andare, oggi segue la legge del moto progressivamente accelerato.


APPENDICI


L'esercito Italiano dal 1918 al 1940

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Appendice n.

L'AZIONE OFFENSIVA NELLE "DIRETTNE" 1918

J. Fattori d i successo: ascendente morale, superiorità d i mezzi e proced imenti, sorpresa.

scardinamento del sistema fortificatorio; 2. Fasi:

clilagamento.

3. Dispositivi:

massa di rottura; massa di manovra. nel senso della fronte coordinati nel tempo e nello spazio; serie di attacchi: { nel senso della profondità succedentisi con ri tmo celere e sempre più incalzan te; nucleo prima linea con compito di urto iniziale; massa di rottura: { nucleo seconda linea con compito urti successivi nei sistemi di fensivi nemici o sostituzione nucleo prima linea se esaurito o menomato; preparatorie : schieramento; sistemazione del terreno d i attacco; d'attuazione: preparazione immediata (art iglìcrla); scatto e avanzata della fanteria ve,·so l'obiettivo norma le; eventuale sosta prima dell'obiettivo norma le; conquista e consolidamento obiettivo normale; sviluppo del successo; grande unità d'attacco: d ivisione di fanteria quaternari a;

4. Battaglia di rottura:

unità element<1re di combattimento: ba ttaglione di fanteria; • corpo

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d" i . { 2 affiancate m prima linea; armata su 4 iv sioru: 2 affiancate in seconda linea ;

d' .. . d . { in profondità su 3 lmee di battaglioni; ( isposH:iv•: d' • ,visione: sulla fronte ogni hnea su 4 battaglioni, senza I ea 1 [ schematismo) { 2 compagnie in prima linea; bauaglione: I compagnia in seconda linea; divisione: 1200 + 1500 x 3000 + 2500 ro; fronti e profondità: (dat i di computo di valore medio) densità medie di schieramento delle bocche da fuoco in un auacco contro una fronte d ifensiva efficiente:

L.

{ battaglione: 300 + 400X 1000 + 800 m; artiglierie pesanti: I pezzo per ogni 20 + 30 m; artiglierie leggere: l pezzo per ogni 20 + 25 m; artiglier ie di lunga gittata: 1 pezzo per ogni 150 + 200 m ; bombarde: I pezzo per ogni 25 + 30 m;


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Appendice n. 2

L'AZIONE OFFENSIVA NELLE "NORME" DEL 1928

I. Fattori di successo: potenza di fuoco: manovra (azione a massa e sorpresa). 2. Fasi (5): organizzazione dell'attacco; preparazione dell'attacco; esecuzione dell'attacco; sfruttamento dell'attacco; inseguimento. maggiore metodicità; minore ampiezza e maggiore profondità; p iù stret3. Distinzione tra: [ attacco in terreno organizzato: { to accentramento dell'azione; organizzazione e prepara zione di maggiore durata: attacco in terreno libero.

-----------

solo l'azione offensiva è capace di risolvere la lotta; la potenza di fuoco non è tutto; occorre la manovra, che è movimento e cioè l'azione della fanteria, azione che è movimento, preparato ed appoggiato dal fuoco e che culmina nell'urto; la conclusione della lotta è l'urto in cui domina il fante; la manovra consist.e in uno sforzo principale ed in azioni concomitanti; la s ua riuscita è tanto più probabile quanto maggiori sono la rapidità ed il rigore con cui la si esegue; la direzione di attacco è elemento essenziale della manovra; non deviare mai dallo scopo assegnato e mantenere all'azione complessiva carattere di assoluta unità; schiacciante superiorità di artiglieria, assoluta supremazia aerea, largo impiego di carri armati; principio guida: sfondare agendo a tutta forza contro i tratti deboli, tenendo impegnati i tratti forti, per poi avvolgere questi ultimi con azioni da tergo; rinforzare le unità che riescono e non quelle che non riescono.

criteri generali dell'azione

4.

Battaglia di rottura

grande unità d'attacco: divisione di fanteria ternaria. unità elementare di combattimento: battaglione di fanteria. divisione: 1500 + 2000 m. X 3000

fronti e profondità: {

battaglione: 700 + 800 x 500

2500 (invariata)


L'esercito Italiano dal 1918 al 1940

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Appendice n. 3

L'AZIONE OFFENSIVA NELLE "DIRETTIVE" DEL 1935 I. Fattori di successo: invariati rispetto al I 928.

2. Fasi (4): presa di contatto, attacco a fondo, sfruttamento del successo; inseguimento ad oltranza (mancano le fasi propriamente preparatorie e organizzative) 3. Dispositivo: massa di rottura e massa di manovra (si ritorna alla concezione del 1918) invariati, salvo una accentuazione della manovra a seconda . • che la fronte sia continua (sfondamento su uno o più tratti con avvolgimento dei tronconi); • che la fronte sia discontinua (l'attacco impegna tutta la fronte per avvolgere i fianchi); la direzione resta determinante e coincide con la via tatticamente più breve; - l'azione sussidiaria è intesa con concetto limitativo.

-

4. Battaglia di rottura

criteri generali (

grande unità d'attacco: invariata rispetto al 1928 unità elementare del combattimento: invariata rispetto al 1928 fronti e profondità: invariate rispetto al 1928


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L'esercito Italiano dal 1918 al 1940

Appendice n. 7

GLI ORDINAMENTI DAL 1926 AL 1940

Entità comandi e grandi unità

Periodi

- comandi di gruppo d·armate - comandi designati d'armata ..................................... - comandi di corpo d·armata ......................... comandi di corpo d 'armata corazzato .................... comandi di corpo d'armata celere ........................... comandi di corpo d'armata autotrasportabile ....... comandi di corpo d'armata alpino .......................... comando truppe della Sicilia (1 C.A.) ..................... comando truppe della Sardegna (I D.) ................... divisioni di fanteria ................................................... divisioni alpine .......................................................... . divisioni a lpine ........................................................... divisioni celeri ............................................................ divisioni corazzate ..................................................... divisioni motorizzate ................................................ .

NOTE {I) comando superiore truppe alpine

(2) 4 comandi superiori (3) 15 in patria, 2 in Libia

1940 1926

1934

1938 9 maggio

IOgiugno

3 4

4

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4 (2)

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54 5 5 3 3

2

2

5 3

6

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3

73 (5)

(4) da non confondere con i 4 comandi superiori del 1934 equivalenti a comandi divisionali (5) 43 fanteria, 5 alpine, 3 autotrasportabili, 9 autotrasportabili A.S., 3 corazzate. 3 celeri, 2 motorizzate, 2 libiche, 3 milizia.


FRANCESCO FATUTTA

DIFESA COSTIERA E GUERRIGLIA SUL LITORALE CROATO-DALMATO Uno degli argomenti più difficili da approfondire nell'ambito della storia dell' Esercito Italiano nel secondo conflitto mon diale, è quello relativo alla difesa costiera. Se poi ci si vuol riferire ad un fronte particolare quale quello jugoslavo, allora le difficoltà aumentano in m aniera considerevole. Le ragioni sono, ovviamente, molteplici: innanzi tutto va considerata l'effimera composizione di queste unità che spesso risultavano costituite da un insieme di reparti di basso livello organico riuniti da un comando superiore. Va poi aggiunto l'avvicendamento cui questi reparti erano sottoposti con il trascorrere del tempo, il che spesso impedisce di fissare una si tuazione precisa ad una certa data . Infine vi è la difficoltà causata dalla mancanza di documentazione, mancanza spesso lamenta ta dalle stesse fonti ufficiali 1, imputabile in particolar modo ai tragici eventi connessi con l'armistizio che hanno causato la distruzione o la perdita di diari, rapporti o relazioni. Ciò è avvenuto per le unità che operavano sul territorio nazionale ed in m isura ancora maggiore per quelle che si trovavano nei territori esteri occupati. Particolarmente tragica la situazione sul fronte jugoslavo che

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Cfr.: Le operazioni delle unità italiane in Jugoslavia 1941-1943 - Ufficio Storico S.M.E. - Roma 1978 pag. 414 e 418; in entrambi i casi a commento dei quadri di battaglia viene inserita la nota: "Il quadro sopra prospettato può presentare imprecisioni e lacune a causa della incompletezza di documentazione". E ancora Cfr: Le operazioni delle unità italiane nel settembre-ottobre 1943 - Ufficio Storico S.M.E. Roma 1975 pag. 347; la 14" Brigata Costiera viene presentata con la seguente nota: "Non è stato possibile ricostruire la costituzione della Brigata, per mancanza di documenti ufficiali".


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vide le nostre unità minacciate oltre che dall'ex alleato tedesco, dalle formazioni nazionaliste fiancheggianti quest'ultimo, ed infi11.e dall'antico nemico rappresentato dalle forze partigiane. Il tutto avveniva in un territorio la cui popolazione non poteva essere di certo considerata amica ed anzi molto spesso era, per molteplici motivi, addirittura ostile. Non c'è dunque da meravigliarsi se è molto difficile ricostruire la storia delle nostre unità operanti in quel settore, specie se le stesse erano di basso livello organico. Con questo breve studio tenteremo una ricostiuzione, sia pur parzialmente completa, della componente costiera schierata dalla 2a Arm'ata- lungo le coste croate e dalmate, ricostruzione ottenuta attingendo direttamente e unicamente alla vastissima bibliografia pubblicata in questi ultimi trent'anni in Jugoslavia. Molte delle pubblicazioni contengono degli interessantissimi allegati, che altro non sono se non la traduzione pura e semplice di documenti ufficiali italiani confiscati all'atto della cattura dei comandi che li avevano emessi. Purtroppo la qualità di tali traduzioni è estremamente disomogenea, legata alle diverse capacità dei singoli traduttori, al momento in cui la traduzione stessa era stata effettuata e alle molteplici differenze fonetiche e grafich~ proprie delle due lingu~ ,in questione. Ci scusiamo pertanto per gli eventuali errori che possàno essere sfuggiti ai nostri pur attenti controlli 2 e per la lunga elencazione dei reparti con relativa dislocazione che potrebbe risultare tediosa o ripetitiva, ma che rimane pur sempre l'unico sistema per presentare un gran numero di notizie frammentarie raccolte con una tecnica a mosaico.

2 Molti degli errori che abbiamo potuto rilevare e correggere sonoimputabili al frequente ,impiego della numerazione romana (vedi Corpi d'Armata, ·Gruppi di Artiglieria, Battaglioni di Fanteria) da noi italiani comunemente utilizzat_,a, ma particolarmente ostica agli stranieri. Relativamente frequenti le inversioni numeriche, l'errata valutazione del tipo di unità descritta (Batteria al posto di Gruppo e viceversa) e l'assegnazione di calibri di fantasia ai pezzi di Artiglieria citati (tipico esempio il 75/27 mod. 912 che viene spesso indicato come 75/12).


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ASPETTI STORTCO-GEOGRAFICI

Pr ima di affrontare direttamente il tema di questo studio, ci è sembrato logico inserire alcuni brevissimi appunti di carattere geografico e storico, per meglio identificare le problematiche proprie della Dalmazia e poter quindi comprendere il particolare ambiente nel quale le nostre truppe si trovarono ad operare. Uno degli aspetti fondamentali, propri della Dalmazia, è la sua configurazione geogr afica caratterizzata dalla miriade di isole ed isolotti che accompagnano, senza quasi soluzione di continuità, l'estendersi delle sue coste. Quasi parallelamente lo sviluppo delle catene montane dei Velebiti e delle Alpi Dinariche, con il loro andamento da nord-ovest e sud-est, ne segnano rigidamente i confini con il retroterra balcanico, facendola quindi dipendere economicamente più dal mare che non dalle regioni continentali. Nella parte settentrionale, immediata continuazione delle regioni istriane e carsiche, la catena dei Velebiti inizia a poche centinaia di metri dal mare, ponendo, grazie all'aridità del suo terreno, seri limiti allo sviluppo demografico, forzatamente limitato a pochi e piccoli centri costieri. Più a sud, l'ampiezza del territorio tra la costa e le propaggini montane ha permesso uno sviluppo demografico più considerevole, creando, almeno in determinate zone, i presupposti per insediamenti abitati di maggiore entità. Ovviamente essendo il mare la via di comunicazione primaria, la rete viaria risulta estremamente primitiva, limitandosi ad una litoranea che segue quasi pedissequamente lo sviluppo costiero, con l'eccezione del retroterra di Zara, e dalla quale si dipartono limitati allacciamenti con alcuni centri maggiori dell'entroterra. Completamente assente la rete ferroviaria, con l'eccezione della tratta Sebenico-Spalato e di una breve linea esistente nella regione di Ragusa, entrambe di scarso rilievo. Da un punto di vista prettamente storico, furono proprio le catene montuose della Dalmazia a limitare gli effetti delle invasioni slave succedutesi al crollo dell'Impero romano. Per tale motivo gli insediamenti costieri di maggiore entità rimasero costituiti, oltre che dagli autoctoni, da popolazioni di origine latina. Nei secoli successivi l'invasione turca portò ad una lenta ma costante penetrazione della componente slava nei territori dalmati,


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penetrazione non contrastata dai Veneziani, interessati più al controllo delle ricche città costiere che non del loro immediato retroterra. La caduta della Repubblica di Venezia sancì per la Dalmazia due contrastanti e precise realtà: da una parte l'esistenza di importanti città quali Zara, Spa lato e Sebenico, ricche grazie a i fiorenti commerci marittimi, con una forte componente etnica italica, dall'altra i loro retroterra e le isole ad economia prettamente agricola, povera, quasi completamente abitati da popolazioni di origine slava. Con l'avvento dell'Austria iniziò a modificarsi il rapporto di forza tra le due componenti etniche principali ~anto che a llo scoppio della Grande Guerra, la sola città di Zara era rimasta a maggioranza italiana, mentre negli a ltri importanti centri dalmati, l' elemento slavo aveva preso il predominio. Con la r inuncia italiana alla sovranità sulla Dalmazia, sancita dal trattato di Rapallo del 1920, ebbe inizio un costante flusso emigrativo italiano, a causa del quale il nostro elemento etnico divenne nettamente minoritario. Ovviamente gli attriti di secoli fra le due componenti, attriti a sfondo meramente economico, segnarono pesantemente i rapporti fra le due nazionalità. Questo fatto non fu recepito o perlomeno valutato nella sua giusta misura dal Governo Italiano quando lo stesso, a seguito della favorevole evoluzione della prima fase del conflitto mondiale, decise l'annessione di parte della Dalmazia, scontentando ed inimicandosi in maniera definitiva la componenete maggioritaria slava e creando in parte i presupposti per i tragici eventi che insanguinarono quelle regioni.

Gu

ANTEFATTI

La breve campagna balcanica, condotta nell'aprile 1941 dagli eserciti dell'Asse, pose fine all'esistenza del Regno di Jugoslavia e causò la spartizione de l suo territorio tra le Potenze vincitrici. La regione costiera, comprendente il Litorale Croato e la Dalmazia, regione che interessa particolarmente questo nostro studio, fu ripartita fra il neocostituito Stato di Croazia e l'Italia, che vi schierò quale forza di occupazione la propria 2a Armata. Questa, all'epoca, risultava composta dal V Corpo d'Armata, con le Divi-


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sioni di fanteria LOMBARDIA e RE, destinato a presidiare oltre alle regioni interne, il tratto adriatico da Fiume a Seline, comprese le isole prospicenti. Il tratto dalmato vero e proprio, che si estendeva da Seline alla foce del fiume Narenta (Neretva) 3 , fu invece affidato all'altro suo Corpo d'Armata, il VI, composto dalle Divisioni di Fanteria BERGAMO e SASSARI oltre che dalle truppe del presidio di Zara. Rimaneva ancora il settore costiero compreso fra le città di Ragusa e il litorale Montenegrino, che però organicamente dipendeva dalla 9a Armata, stanziata in Albania, e che risultava presidiato, nel periodo immediatamente successivo alla guerra di aprile, dalle Divisioni di Fanteria MARCHE, MESSINA e TORINO. Questa ripartizione territoriale verrà modificata nel tempo sia per motivi logistici che politici e si adeguerà alle trasformazioni organiche che interessano la 2a Armata, sulle quali ritorneremo dettagliatamente più avanti. La prima fase dell'occupazione dei territori ex jugoslavi, non creò particolari problemi in quanto la ribellione non era ancora in atto e la disponibilità di truppe eccedeva largamente gli organici appena descritti, dato che nei territori di competenza dei singoli Corpi d'Armata stazionavano ancora, in attesa di rimpatrio, le grandi unità divisionali che avevano preso parte alle azioni belliche vere e proprie in qualità di rinforzi. Si trattava di varie unità ad organici completi, fra le quali ad esempio la FRIULI, l'ASSIETTA e la RAVENNA, le quali vennero però man mano avviate in Italia mentre contemporaneamente alla 2a Armata furono affidate un gran numero di unità autonome, a livello solitamente di battaglione, con compiti specificatamente presidiarì. Trascorsi in una calma relativa i primi tre mesi di occupazione lo scoppio della rivolta in Montenegro, può essere preso quale chiave di volta dell'intricata situazione balcanica che per quasi tre anni vedrà sanguinosamente impegnate le nostre truppe. La violenza con la quale l'insurrezione si propagò, mise ben presto in

3 I nomi geografici sono stati indicati nella forma italiana, quando la stessa esisteva; si è inoltre ritenuto opportuno, la prima volta che un nome geografico veniva citato, indicarne tra parentesi l'equivalente versione slava, al fine di facilitarne il reperimento sulle attuali carte geografiche.


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in crisi il debole schieramento delle forze italiane presenti nella regione e la rivolta potè essere domata solo grazie al massiccio afflusso di rinforzi, quantificabili in almeno cinque divisioni. L'esperienza montenegrina lasciò indubbiamente un segno preciso, e non a caso proprio a seguito di quegli avvenimenti, vennero prese opportune misure per meglio controllare il vasto territorio occupato, sfruttando le forze disponibili compatibilmente con le difficoltà orografiche proprie della regione balcanica.

LA DIFESA COSTIERA

NEL CORSO DEL I 94 I

La difesa costiera della Dalmazia e del Litorale Croato, almeno nel corso del primo anno di occupazione, esula in parte dai compiti primari ai quali la stessa avrebbe dovuto essere destinata. In altre parole la presenza di unità presidiarie nelle principali località della costa e nelle isole, lungi dal dover difendere le loro posizioni da eventuali sbarchi provenienti dal mare, era più che altro legata alla sicurezza del transito e al controllo delle principali vie di comunicazione (sia terrèstri che marittime), minacciate dal particolare tipo di guerriglia che poteva essere condotta dalle nascenti formazioni partigiane. Il primo Comando di Difesa Costiera, identificato attraverso la documentazione jugoslava, risulta costituito presso il V Corpo d' Ar~ mata. La sua competenza territoriale aveva come limiti le località di Buccari (Bakar), nei pressi di Fiume, e di Seline, un piccolo centro alle pendici dei Velebiti, quasi ali' estremità meridionale del canale della Morlacca. Il comando era stanziato a Porto Ré (Kraljevica), mentre esistevano due comandi subordinati di settore con sede rispettivamente a Selze (Selce) e Segna (Senj). Il Comando aveva inoltre giurisdizione sulle isole di Veglia (Krk), Arbe (Rab) e Pago (Pag). La principale Unità di fanteria a sua disposizione era il 227° Battaglione Territoriale Mobile (specialità che d'ora innanzi per semplificare il discorso citeremo con la sola sigla TM), distaccato dalla Divisione di Fanteria RE, il cui comando risultava stanziato a Carlopago (Karlobag) a partire dal 31 agosto. Lo componevano quattro Compagnie dislocate rispettivamente la 1a a Porto Ré sino al 31 agosto, successivamente a Iablanazzo (Jablanac), la 2a a Segna, la 3a a San Giorgio (Jurjevo) e la 4a nei pressi


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di Seline. Il presidio delle isole era invece affida to a unità della Guardia a lla Frontiera distaccate dal Comando GAF del V Corpo di Armata: a Veglia era distaccato il III/26° GAF (giunto nel mese di settembre da Carlopago) a cui per un breve periodo fu affiancato anche il TV/ 26° GAF. Arbe fu invece presidiata dalla 1a Compagnia di formazione del 27° GAF sino al 20 ottobre e successivamente da lla 1a Compagnia di formazione del III/26° GAF che ne r ilevò i presidi. A Pago era invece schierata la 2a Compagnia di formazione del 27° GAF. Quali unità mitraglieri, tutte cedute dal Comando del V Corpo d'Armata, il Comando Difesa Costiera disponeva del 105° Battaglione Mitraglieri stanziato nei mesi di agosto e settembre nell'isola di Veglia, e riportato nuovamente sulla terraferma ad ottobre nei pressi di Novi (Novi Vinodolski), e del 115° Battaglione Mitraglieri (presente con il comando a Porto Ré, la 538a Compagnia a Novi, mentre altre due Compagnie, la 537a e la 516a, risultavano stanziate nel mese di maggio rispettivamente a Buccari e Carlopago, ma non sono più rintracciabili nei documenti in tempi successivi). Tutte queste unità erano appoggiate da aliquote di artiglieria fornite da tre gruppi misti. Di questi, 1'82°, aveva una sola Batteria la 314a da 100/17, schierata nell'isola di Arbe, mentre 1'83°, il cui comando era a Fiume, aveva la 322a Batteria da 75/27 ad Arbe ed altre due Batterie da 65/17, di cui è sconosciuta l'identificazione numerica, a Segna. Dai documenti consulta ti risulta che lo stesso Gruppo ebbe, sia pur momenta neamente ed in periodi diversi, nei suoi organici altre batterie quali la 621a e la 622a da 75/27 e la 701a e 702a da 206/9. Inoltre vi era 1'84° Gruppo Misto con le Batterie 316a e 317 11 da 100/17 e la 31811 (o 618a secondo alcune fonti) da 75/ 27, tutte schierate nell'isola di Veglia, salvo una sezione della 317a che a partire dal mese di ottobre fu distaccata ad Arbe. Vi erano infine numerosi pezzi anticarro da 47/32 appartenenti alla GAF che rinforzavano alcune postazioni fisse dipendenti sempre dal Comando Costiero. A Segna furono stanziate due Compagnie cannoni sino a l 20 ottobre, poi ridotte a una; a Carlopago quattro Compagnie, sempre da 47/32, ridotte a due a partire dal 30 novembre. A Selze, Novi e a San Giorgio, sino alla s tessa data due Compagnie, poi ridotte a una, mentre altre due Compagnie erano a Porto Ré e quattro a Iablanazzo. Come abbiamo già avuto modo di dire il V Corpo d'Armata era l'unico ad aver costituito sin dal 1941


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un Comando di Difesa Costiera. L'altro Corpo d'Armata, il VI, aveva problemi similari ma data la diversa disponibilità di grandi unità divisionali schierate lungo la costa (a settentrione ricordiamo non vi erano grossi centri abitati e pertanto la Divisione RE non presidiava massicciamente il litorale), non disponeva di un Comando specifico, delegava bensi le funzioni di difesa costiera alle singole grandi unità da lui dipendenti. Facevano eccezione alcuni Battaglioni TM, che dipendevano direttamente dal Comando del VI e che svolgevano compiti presidiari nelle principali località costiere e nelle isole, quali ad esempio il 228° TM presente a maggio a Spalato e da agosto a Zara e nelle isole dell'arcipelago zaratino, e il 211° TM suddiviso fra i presidi insulari di Brazza (Brac), Lesina (Hvar), Solta (Solta) e Lissa (Vis) a partire dal mese di maggio e nuovamente riunito a Brazza a far data dal 30 di settembre. Vi erano poi il 220° Battaglione TM a Sebenico, il quale però a partire dal 31 agosto fu inviato nell' entroterra, a Perkovic, il 306° Battaglione TM presente a Traù (Trogir) sino al 31 agosto e successivamente sino alla fine dell'anno a Spalato e il 10° Battaglione Presidiario stanziato a Soline nei pressi di Ragusa. Spettava alle Divisioni di Fanteria BERGAMO, SASSARI e MARCHE organizzare presidi costieri nelle regioni di Spalato, Sebenico e Ragusa, mentre alle truppe del Presidio di Zara era demandato il compito della difesa costj.era in quel settore. Vi concorrevano, tra l'altro, il 316° Battaglione TM suddiviso in distaccamenti nelle isole di Ugliano (Ugljan), Isola Lunga (Dugi Otok), Eso (Iz), Pasman (Pasman), Melada (Molat), la 547a Compagnia Mitraglieri da Posizione schierata sino al 30 settembre nelle isole di Ulbo (Olib), Selve (Silba) e Premuda e succesivamente riunita a Zara e la 548a della stessa specialità schierata nei dintorni di Zara. Come è facile rilevare si trattava di un insieme eterogeneo di piccole unità che presidiavano le principali località costiere appoggiandosi, ove possibile, a postazioni fisse. Alcune di queste unità avevano compiti estremamente gravosi, tenuto conto degli organici non certo esuberanti e della vastità del settore assegnato. Era questo il caso del 227° Battaglione TM - che di "mobile" aveva soltanto il nome 4 - il quale si trovava a presidiare la litoranea che costeg-

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Prima della Grande Guerra l'Esercito Italiano risultava ripa1iito in tre grandi


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giava le pendici dei Velebiti per una lunghezza di oltre 150 chilometri. C'è però da rilevare che si era appena alla prima fase dell' occupazione della Jugoslavia, che il fenomeno partigiano non era ancora così virulento come sarebbe divenuto in seguito e che la regione costiera era, rispetto ad altre zone del paese, relativamente tranquilla. D'altra parte anche le stesse fonti jugoslave, così precise nell'indicare la sia pur minima azione bellica, liquidano il periodo da noi preso in esame nella regione del Litorale Croato e della Dalmazia con poche e scarne informazioni. Si tratta soprattutto di costituzioni di primi nuclei partigiani in vari settori (dintorni di Porto Ré nel mese di luglio, dintorni di Novi nel mese di settembre, isola di Brazza nel mese di dicembre, ecc.) che inizialmente limitavano le loro azioni al sabotaggio delle linee telefoniche e telegrafiche per passare poi ad attacchi a veicoli isolati o danneggiamenti e interruzioni alle scarse vie di comunicazione presenti nella regione. Proprio nei dintorni di Novi, lungo la strada che portava all'interno in direzione di Ogulin, furono spesso attaccati autoveicoli che transitavano isolati, mentre in Dalmazia, a partire da ottobre frequenti furono i lanci di bombe contro militari italiani in libera uscita, contro nostre pattuglie o autoveicoli, o azioni più gravi, come nel caso di Spalato ove il 15 ottobre fu gravemente danneggiato il posamine VERGADA, ai lavori nel locale cantiere navale 5 •

scaglioni: L'Esercito Permanente, la Milizia Mobile e la Milizia Territoriale. Il primo comprendeva, ovviamente, le classi a!Je armi e quelle da poco congedate, il secondo le classi in congedo che da tempo ormai avevano lasciato il servizio e che andavano a costituire unità già previste p1ima della mobilitazione. Rimaneva la componente Territoriale, costituita dalle classi più anziane, destinate a costituire nuovi reparti di seconda schiera. Tale suddivisione variò con il tempo sino al conglobamento delle ultime due categorie che finirono per essere identificate dalla denominazione unica di "Territoriali Mobili", propria di unità impiegate solitamente nelle retrovie. L'aggettivo "mobile" non ha quindi alcuna attinenza con il concetto di mobilità inteso come capacità del reparto di manovrare velocemente e con mezzi propri. 5 li posamine era una preda bellica ex jugoslava la cui denominazione originaria era ORAO e che appaneneva ad una serie di sei unità costruite in Germania al1'epoca del primo conflitto mondiale. Tutte le unità appartenenti a questa serie fu. rono iscritte nei ruoli della Regia Marina e ricevettero nomi di isole dalmat<'.


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Il lancio di bombe durante una esibizione della fanfara della Divisione CACCIATORI DELLE ALPI, avvenuta sempre a Spalato il 9 novembre, attentato che causò il ferimento di 24 soldati, può forse essere indicato come la fine di una fase e l'inizio di una successiva che al terrorismo, nel corso del 1942, affiancherà la lotta armata, coinvolgendo tutte le unità presenti nel settore, comprese quelle adibite alla protezione costiera, le quali dovranno . impegnarsi più che contro un ipotetico nemico proveniente dal mare, contro un evanescente avversario operante a tergo delle linee da loro protette.

1942: LA SITUAZIONE GENERALE Il 1942 sul fronte jugoslavo venne caratterizzato da una serie di grandi offensive condotte dalle forze dell'Asse nel vano tentativo di aver ragione del feno meno partigiano. Quest'ultimo invece di essere debellato crebbe in continuazione sia da un punto di vista quantitativo, con la costituzione dei primi Battaglioni e delle prime Brigate 6 , sia qualitativo, abbandonando, ove possibile, singole iniziative a favore di una serie di azioni concertate che, svolgendosi in un arco di tempo abbastanza

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Inizialmente i primi nuclei partigiani che si formarono ricevettero la denominazione di "odred" seguendo la tipica tradizione militare jugoslava. Si trattava di piccoli reparti di forza diversa che recavano solitam ente i nomi delle zone di reclutamento dalle quali provenivano i loro effettivi. Seguirono le prime Compagnie (Cete) ed entro il mese di luglio del 1941 furono creati anche i primi Battaglioni. Questi continuarono ad operare in maniera autonoma per diversi mesi, almeno sino a quando non fu necessario riunirli in unità di livello organico superiore. Nacquero cosl le prime Brigate, la prima e la più famosa delle quali, denominata 13 Proletaria, risulta costituita a Rudo nel Montenegro il 21 dicembre 1941. La Brigata fu la tipica unità operativa di un certo livello dell' Esercito Popolare Jugoslavo: strutturata solitamente su tre Battaglioni, disponeva di una certa autonomia ed il suo reclutamento era quasi sempre a base regionale, ragione per la quale, oltre che da un numero progressivo, veniva identificata anche da un nome geografico. Globalmente nel corso del conflitto ne furono costituite 241 di diversa specialità, molte delle quali inquadrate in unità di livello superiore. Da ricordare che indipendentemente della denominazione assegnata, le unità Partigiane di qualsiasi livello. avevano organici molto ridotti che non erano paragonabili a quelli di un esercito regolare. La scelta di tali nom i era infatti dettata da motivi prettamente propagandistici per colpire maggiormente la fantasia popolare.


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vasto, potevano permettere il raggiungimento di un preciso obiettivo strategico. La prima grande iniziativa tedesca dell'anno - conosciuta con il nome di Seconda Offensiva Antipartigiana - si svolse in Bosnia nel gennaio 1942: fu un fallimento abbastanza clamoroso in quanto venne meno a tutti i suoi obiettivi, primo fra tutti quello di eliminare il nucleo centrale delle forze partigiane, le quali grazie alla loro mobilitĂ e alla conoscenza delle zone ove operavano, sfuggirono facilmente sia al contatto che all'accerchiamento. Segui nel mese di marzo la terza Offensiva Antipartigiana che per la prima volta vide impiegati assieme grossi contingenti dell'Asse e forze collaborazioniste 7 in una vasta serie di rastrellamenti, tesi ad accerchiare le principali unitĂ partigiane operanti nella Bosnia orientale e ad annientarle. Anche in questo caso, nonostante la buona pianificazione delle operazioni il tutto si risolse in un fallimento a causa di un mancato coordinamento a livello tattico e le formazioni partigiane poterono sfuggire facilmente fra le colonne tedesche ancora in movimento e le truppe italiane e collaborazioniste che non avevano ancora potuto raggiungere le posizioni di arresto loro assegnate. Nella fase finale di questa offensiva il successo fu mancato veramente per poco in quanto i partigiani, stremati per i continui spostamenti e moralmente fiaccati della propaganda cetnica, ri-

7 Le forze collaborazioniste in Jugoslavia furono molto numerose e con caratteristiche estremamente diverse a seconda della regione ove operavano. In Croazia esistevano gli "ustasci", reparti armati del partito filofascista croato di Ante Pavelic, ai quali si affiancavano i "domobrani" (difensori della patria) soldati regolari del neocostituito esercito del Regno di Croazia. In Slovenia operarono i membri di una milizia anticomunista denominata "Bela Garda" (Guardia Bianca), mentre in Serbia volontari filotedeschi organizzati dall'ex generale Milan Nedic e da un attivista filofascista, Dimitrje Ljotic, agirono contro le formazioni di Tito, con funzioni prevalentemente di polizia. Vi erano infine i "cetnici" (guerriglieri) che componevano le bande irregolari filomonarchiche comandate dal colonnello Draza Mihailovit, composte solitamente da Serbi ai quali si aggiungevano, in misura minore, rappresentanze di quasi tutte le altre componenti etniche jugoslave. Ă&#x2C6; interessante ricordare che tali combattenti erano facilmente riconoscibili per le lunghe capigliature e barbe (alle quali a volte si aggiungevano anche le unghie) che sarebbero state tagliate solo al momento del rientro in patria dall'esilio del giovane monarca Pietro Il.


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piegarono nel Montenegro ove si scontrarono con le forze italiane 8 e ne furono respinti. Ripiegando, essi si portarono nuovamente nella Bosnia, ove però lo schieramento tedesco era stato ormai ritirato e a nulla valse l'impiego di truppe italiane stanziate in Dalmazia, subito mobilitate nel tentativo di agganciare le formazioni avversarie. L'unico consistente successo dell' anno fu ottenuto proprio a seguito di questa operazione nel settore montenegrino del fronte e vide la conquista da parte delle truppe italiane del massiccio del Durmitor, una difficile zona montana, ritenuta imprendibile dalla propaganda partigiana, conquista che ebbe il merito di attenuare la ribellione nel difficile settore almeno per alcuni mesi. Non altrettanto felice fu una grandissima offensiva scatenata dal comando della 2a Armata nella zona di confine fra la Slovenia e la Croazia, che si sviluppò per ben cinque mesi in un succedersi continuo di rastrellamenti senza esito e che impegnò globalmente oltre 70.000 uomini. Da un punto di vista dello schieramento delle forze, la 2a Armata subi un rafforzamento con l'assegnazione di alcune Divisioni di Fanter ia del tipo "1941" o "da occupazione" 9 quali la MACERATA, l'EMILIA, la PERUGIA e la MURGE ed un notevole numero

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La controffensiva italiana ebbe inizio il 5 maggio 1942 con l'occupazione da parte di unità alpine della Divisione ALPI GRAIE di Uzdomir, perno della difesa partigiana nel Montenegro. Proseguendo nell'azione, gli Alpini rastrellarono l'intera val Zupa sino a raggiungere Savnik, mentre altri reparti della TAURINENSE partiti da Sarajevo e della PUSTERIA mossisi da Plevlje e Visegrad, effettuando una manovra convergente, sgominarono le formazioni partigiane costringendole ·al ripiegamento verso le zone della Bosnia dalla quale provenivano. 9 Nel corso del conflitto si sentl l'esigenza di disporre di un certo numero di Grandi Unità Divisionali atte a svolgere compiti di presidio nei territori occupati, in maniera da svincolare da tali attività altre divisioni operative, la cui presenza era necessaria nei diversi fronti. Date le particolari esigenze queste unità avevano una struttura diversa da queUa delle normali Divisioni di Fanteria ed inquadravano un numero inferiore di Battaglioni di Fanteria, due soli Gruppi di Artiglieria a traino animale e ridotte unità delle Specialità e dei Servizi. Complessivamente furono mobilitate nove Divisioni di questo tipo (EMILIA, MACERATA, MURGE, NOVARA, PERUGIA, PICENO, VENETO, VICENZA e ZARA) ben sette delle quali operarono sul fronte jugoslavo o in prossimità di questo (come la VENETO e la NOVARA che erano schierate in Venezia Giulia ma che svolsero alcune azioni combinatamente a unità della 2a Armata).


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di unità minori con compi ti specificatamente presidiari. Per una miglior distribuzione delle forze, il territorio occupato fu ripartito fra tre Corpi d'Armata, con l'inclusione del XVIII di nuova costituzione nell'Alta e Media Dalmazia, mentre nel Litorale Croato rimaneva il V e nella Bassa Dalmazia il VI 10

LA DIFESA COSTIERA

NEL CORSO DEL 1942

A differenza di quanto era avvenuto nell'anno precedente, il problema deJJa difesa costiera, nel corso del 1942, assunse un significato preciso. La crescita del movimento partigiano e l'estendersi delle sue zone di operazione costrinsero i responsabili italiani a tenere sotto stretto controJJo un settore così vitale quale quello della costa dalmata. Non va dimenticato, infatti, che accanto alle poc he vie di comunicazione a sviluppo prettamente litoraneo, esisteva tutto il traffico mar ittimo di piccolo cabotaggio necessario, oltre che per i traffici fra i maggiori centri costieri, anche per la sopravvivenza nella miriade di isole che compongono gli arcipelaghi dal- . mati. L'interrompere questo flusso vitale, era, ovviamente, uno degli obiettivi primari delle formazioni partigiane jugoslave le quali potevano contare, oltre che sul consueto appoggio di buona parte della popolazione locale, anche sul fattore geografico, sfruttando l'intricata serie di canali, cale e stretti formati dalle isole stesse. I comandi di MARIFIUME e MARIDALMAZIA 11 p resero i

10 Il V Corpo d'Armata ebbe a sua disposizione per tutto il corso dell'anno le Divisioni RE e LOMBARDIA, la l " Divisione Celere EUGENIO DI SAVOIA (sino al 23 novembre) ed il Gruppo Tattico TAURINENSE (dal 17 febbraio a l 9 aprile). Il XVIIl Corpo d 'Armata potè invece d isporre dal momento della sua costituzione (febbraio 1942) delle Divisioni SASSARI, BERGAMO e PERUGIA (sino al 31 luglio), della ZARA (dal 1° novembre) e della 1• Divisione Celere (dal 23 novembre). Infine il VI Corpo d'Armata inquadrò le Divisioni BERGAMO, SASSARI e PERUGIA (sino al 18 febbraio 1942), la MARCHE e la MESSINA (per Lutto il corso dell'anno), la TAURINE.NSE (dal 6 gennaio a l mese di luglio, con l'eccezione di al cune unità che furono momentaneamente distaccate a l V Corpo di Armata), la CACCIATORI DELLE ALPI (sino al giugno), i'EMILiA e la MURGE (dall'aprile). li Le sigle si r iferivano rispettivamen te al Comando Regia Marina Fiume e a l Comando Militare Marittimo della Da lmazia ed erano le tipiche abbreviazioni in uso presso la nostra Ma rina.


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provvedimenti necessari per proteggere, nel limite del possibile, i battelli ed i velieri che transitavano lungo la fascia costiera . Ad esempio fu imposto il sistema di navigazione a convogli, solitamente protetti, l'autorizzazione a navigare fu limitata a determinati giorni e fu vietata la navigazione notturna; i risultati furono soddisfacenti tanto che nel corso dell'anno si verificarono solo una ventina di assalti su circa 67.000 viaggi effettuati 12 i quali permisero di trasportare merci per oltre nove milioni di tonnellate. Il divieto di navigazione notturna imponeva la sosta dei convogli nei porti più protetti e meglio attrezzati ma esponeva le medesime località a rischi maggiori in quanto le formazioni partigiane operanti nel retroterra erano attirate proprio dalla presenza di tali convogli che rappresentavano una risorsa ideale per l'approvvigionamento di viveri, armi e materiali. Il ruolo delle forze di difesa costiera divenne cosl ancora più importante e gravoso, in quanto la sorveglianza dovette essere estesa a 360° non essendo possibile ipotizzare da dove potesse provenire un attacco. La maggior novità riguardo l'organizzazione della Difesa Costiera, r isiedeva però nella costituzione di singoli Comandi di Brigata, assegnati in numero di uno per ciascun Corpo d'Armata, ai quali era demandato il compito di inquadrare, organizzare e coordinare tutte le forze preposte alla difesa del litorale. Furono pertanto costituite tre Brigate Costiere, la 14a, la 17a e la 28a (quest' ultima venne in realtà mobilitata soltanto agli inizi del 1943) dipendenti rispettivamente dal V, XVIII e VI Corpo d'Arm ata le quali assunsero le responsabilità operative nei settori del Litorale Croato, della Media e della Bassa Dalmazia. Il Comando per la Difesa Costiera del Litorale Croato rimase di sede anche per il 1942 a Porto Rè, come pure invariata rimase la sua competenza territoriale, suddivisa per ragioni operative, fra due settori e sei sottosettori. In data 1O aprile 1942 fu ufficialmente

12 li traffico di piccolo cabotaggio lungo le coste da lmate era effettuato, oltre che da una miriade di imbarcazioni minori, da una sessantina di vaporetti appartenenti a qui ndici compagnie di navigazione, buona parte delle quali gestivano linee regolari. Ad essi andavano ad affiancarsi almeno un centinaio di motovelieri che costituivano un insostituibile mezzo di collegamento e trasporto tra la terraferma e la mi riade di 'isole costituenti i vari arcipelaghi da lmati.


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costituita la 14a Brigata Costiera che, posta al comando del generale Attilio Amato, assunse il comando di tutte le unità precedentemente preposte alla sorveglianza e alla difesa del litorale. Dalla documentazione esaminata la sua composizione e dislocazione può essere cosl riassunta: il 1° Settore Costiero (a sua volta suddiviso in 1° e 2° Sottosettore) con il comando dislocato a Porto Rè sino al 10 aprile e successivamente a Selze, comprendeva il 10° Raggruppamento Artiglieria GAF stanziato nella stessa località, dal quale dipendevano il 69° Gruppo da 149/35 dislocato a Novi e il 63° da 149/12 distaccato però a Cittanova in Istria prima di essere inviato a Bari. Autonomamente operava 1'83° Gruppo Misto il cui comando era dislocato a Porto Rè ove si trovava la sua 322a Batteria da 75/27, prima che la stessa fosse trasferita, a metà dell'anno a San Giorgio. Da lui dipendevano pure la 401a Batteria da 240/32 assegnata a partire dal 18 marzo e stanziata a Triblje, una sezione della 622a Batteria da 75/ 27 presente a Porto Rè con compiti addestrativi, la 701a e la 702a da 260/9 presenti a Cirquenizza con i soli serventi sino al mese di settembre prima di essere trasferite al VI Corpo d'Armata. Vi era poi il 105° Battaglione Mitraglieri il cui comando era stanziato a Novi; qui si trovava anche la 1a Compagnia sino a gli inizi di agosto, dopodiché si trasferì a Bri_bir scambiando le sue postazioni con la 2a Compagnia. La 3a era invece a Segna e nei suoi dintorni mentre la 4a si alternò tra Ledenice e Triblje. Altre forze a disposizione del 1° Settore : la 1a Compagnia mitraglieri di formazione (27° GAF) schierata a Cirquenizza, la 1a Compagnia Autonoma Guardie di Finanza operante nella stessa regione suddivisa in piccoli distacca menti, ed il 115° Battaglione Mitraglieri schierato a Novi e dintorni. Ad esse erano da aggiungere quattro postazioni fotoelettriche, due presenti nella zona di Selze e due in quella di Novi. Uno dei Sottosettori dipendenti dal 1° Settore era schierato nelle isole ed inquadrava 1'84° Gruppo Misto di Artiglieria, dislocato a Veglia e ad Arbe con le stesse unità già in forza l'anno precedente, il 3° Battaglione di formazione del 26° Settore GAF dislocato a Veglia, il 5° Battaglione di formazione GAF (1 sa, 168 e 17a Compagnia), dislocato anch'esso a Veglia sino al mese di maggio e successivamente ritirato in quanto assegnato alla Difesa Territoriale di Trieste. Nelle stesse isole furono inoltre schierate dal mese di giugno sette postazioni fotoelettriche.


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Il 2° Settore Costiero, anch'esso suddiviso in due Sottosettori, aveva invece il comando a Segna. Da esso dipendeva il 227° Battaglione TM, il cui comando sino al 1° settembre fu sempre a Carlopago mentre le sue quattro Compagnie erano dislocate rispettivamente a Iablanazzo, Triblje, San Giorgio e Segna. A partire da settembre questo Battaglione fu messo a disposizione del V Corpo d'Armata che lo destinò all'interno della Jugoslavia, più precisamente nella regione di Ogulin, ed il suo posto fu preso da una unità gemella, il 223° Battaglione TM, anch'esso su quattro Compagnie dislocate rispettivamente a San Giorgio, Triblje, Iablanazzo e Carlopago. Sempre a Segna era presente la 2a Compagnia Mitraglieri di formazione del 27° Settore GAF, due sezioni di cannoni da 47/32 del 25° e 26° Settore GAF, mentre una analoga sezione del 27° Settore era stanziata a San Giorgio. Ancora a Segna, a partire dal mese di giugno, era operativa una stazione fotoelettriche. Da rilevare che nell'ottica del rafforzamento delle unità costiere, analogamente a quanto accadeva alle similari unità schierate lungo il territorio nazionale, era prevista la suddivisione della Brigata in zone di competenza reggimentale. Per tale motivo a partire dal mese di settembre giunse dall'Italia (secondo alcune fonti da Forlì ove dovrebbe essere stato costituito presso il locale desposito dell'll 0 Reggimento di Fanteria) il comando del 158° Reggimento Costiero che aveva il compito di inquadrare tutte le unità di fanteria distaccate presso il 2° Settore Costiero. Esistevano infine due Sottosettori autonomi: il 5° aveva il comando a Iablanazzo, ove era distaccata la 1a compagnia del 227° Battaglione TM insieme alla 6223 Batteria da 75/27 e due sezioni di cannoni controcarro da 47/32 del 27° Settore GAF. Infine vi era il 6° Sottosettore il cui comando era a Carlopago ove si trovava pure il comando del 227° Battaglione TM sino al mese di settembre e successivamente la 4a Compagnia del 223° Battaglione TM, due sezioni di cannoni da 47/32 del 25° Settore GAF e una stazione fotoelettriche. Infine vi era la 2 3 Compagnia Autonoma di formazione del 27° Settore GAF stanziata nell'isola di Pago. Nel corso dell'anno, per brevi periodi, la 143 Brigata Costiera e bbe alle sue dipendenze altre unità minori che impiegò quali riserve, come distaccamenti di manovra da utilizzare nel corso di ra-


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strellamenti o per avvicendamenti di presidi. Era questo il caso, ad esempio, del 33° Battaglione CC.NN. IMPERIA in forza dal 14 maggio e ·operante nella zona compresa fra Segna, Navi e Porto Rè, o del 16° Battaglione CC.NN. COMO ricevuto in rinforzo per il solo mese di giugno. Due Compagnie Presidiarie, la 52a e la 71 a, furono invece impiegate rispettivamente ad Arbe (da agosto a dicembre) e a Porto Rè (da settembre sino alla fine dell'anno). Analogamente dipesero dal comando di Brigata la 2a Batteria del 112° Gruppo da 149/13 (' da agosto ad ottobre), la 74a Compagnia Telegrafisti (da febbraio a settembre), 1'80a Compagnia della stessa specialità (da giugno a settembre) e la 99a Compagnia Marconisti (a partire da giugno e per tutto il corso del 1942). Infine la Divisione RE distaccò la 38a Compagnia Artieri del suo 13° Battaglione Genio a Segna per tutto il corso del mese di agosto. Molto meno dettagliata è invece la situazione che si può rintracciare sui documenti jugoslavi, relativa alla 17a Brigata Costiera dipendente dal XVIII Corpo d'Armata. Comandata dal generale Alfonso Cigala Fulgosi, l'unità risultava stanziata a Sebenico a partire dal 1° di ottobre (data della sua costituzione) ed inquadrava il 159° Reggimento Costiero il cui comando era nell'isola di Brazza ed il 156° Reggimento TM stanziato inizialmente a Zara e trasferito a far data dal 30 luglio a Sebenico. Nell'isola di Brazza era stanziato anche il comando del 211° Battaglione TM con la 1a e la 4a Compagnia, mentre la 2a era nell'isola di Lissa e la 3a a Lesina; il Battaglione nel corso del 1942 fu trasferì to nell'entroterra, a Knin, ed al suo posto fu inviato il 10° Battaglione Presidiario che distaccò una delle sue compagnie a Lesina, concentrando il resto delle unità a Brazza. Un altro Battaglione TM, il 228°, fu stanziato per i primi sei mesi dell'anno nelle isole di Ugliano, Pasman, Selve e Isola Lunga, prima di essere inviato a presidiare la linea ferroviaria Knin-Gracac, e fu sostituito nei suoi presidi costieri dal 1° Battaglione Complementi GRANATIERI DI SARDEGNA. Sempre per la prima metà dell'anno fu dislocato nella regione di Sebenico il 229° Battaglione TM mentre il 306°, prima del suo rimpatrio avvenuto nel mese di maggio, era stanziato nell'isola di Curzola (Korcula). Altri Battaglioni Presidiari, 1'8° ed il 13°, furono stanziati per tutto il corso del 1942 rispettivamente a Sebenico e a Spalato e con molta probabilità erano destinati alla protezione


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delle coste. Le forze di artiglieria a disposizione nel settore possono essere riassunte nelle seguenti Batterie: la 220a di calibro imprecisato presente nell'isola di Morter (Murter), la 24Sa da 75/27 nell'isola di Brazza, la 311 a da 7 5/27 nell'isola di Melada, la 1a da 7 5/15 nell' isola di Premuda e la 2a dello stesso calibro nell'Isola Lunga e infine la 35Sa da 75/27 a Zlarin. Queste Batterie dipendevano dal Comando Truppe di Zara almeno sino a che lo stesso non fu trasformato in Divisione, ed in seguito furono riunite nel 60° Raggruppamento Artiglieria da Posizione assieme ad altre unità similari. Sempre il Comando Truppe di Zara schierava alcune sue unità quali il Battaglione Mitraglieri, il Gruppo di Artiglieria "Ederle" e unità minori fra Zara e Zaravecchia (Biograd), con compiti prettamente di protezione costiera; ad essi andavano aggiunti reparti di Carabinieri del 15° Battaglione e Guardie di Finanza dell' 11 ° Battaglione sempre operanti da Zara. Ancor più complesso per mancanza di dettagli il discorso che riguarda il settore della Dalmazia Meridionale, in quanto il comando di Brigata Costiera verrà costituito, come abbiamo già avuto modo di dire, soltanto nel 1943. Similmente a quanto accadeva nel settore di competenza del XVIII Corpo d'Armata vi erano delle Grandi Unità Divisionali schierate lungo il litorale o in prossiiÌJ.ità di questo ed era proprio ad esse che veniva demandata la difesa delle coste. Ad esempio la Divisione di Fanteria MARCHE, che presidiava la zona meridionale dell'Erzegovina, aveva distaccato lungo il litorale alcune delle sue unità, a rotazione, quali il 11/56° Fanteria a Ragusavecchia (Cavtat), il 111/32° Artiglieria nell'isola di Curzola assieme al IIl/56° e numerosi altri reparti lungo il litorale di Ragusa, ove era stanziato il comando divisionale. Analogamente la Divisione di Fanteria MESSINA, il cui comando era a Metcovich (Metkovié), distaccò il suo III/93° a Ploca (Ploce), la batteria di accompagnamento reggimentale del 93° nell'isola di Meleda (Mljet), il III/2° Artiglieria a Ploca, il comando della tosa Legione MVSN a Fortopus (Opuzen), il 102° Battaglione CC.NN. PERUGIA prima a Ragusavecchia e poi a Ploca, la tosa Compagnia Mitraglieri della Milizia a Teodo (Tivat) e successivamente a .R agusavecchia. Un continuo succedersi quindi delle varie unità nei singoli pre-


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sidi alternando periodi di schieramento sul fronte del litorale ad altri nell'entroterra. Tra le unità minori che ~ stato possibile rintracciare negli organici del VI Corpo d'Armata, troviamo la 702a Batteria da 75/15 (ceduta dal V Corpo d'Armata e riequipaggiata con prede belliche), stanziata prima a Ragusa e successivamente a Ploca, la 210a Batteria da posizione costiera da 66/30 presente nell' isola di Curzola, ove si trovava pure nel periodo giugno-novembre la 3a Compagnia del 14° Battaglione Guardie di Finanza. Infine vi era la 93a Compagnia Presidiaria, dislocata dal mese di aprile sino a dicembre a Ragusa e nella stessa località per un lasso di tempo più breve operarono pure la 26\ la 55a e la 339a Compagnia Presidiaria. Per un breve periodo all'inizio dell'anno a Ragusa e nei suoi dintorni operò il 12° Battaglione Complementi Alpino che distaccò nel mese di marzo una sua Compagnia a Curzola. Le attività di guerriglia in Dalmazia nel corso del 1942 andarono crescendo di mese in mese, coinvolgendo in maniera sempre più sanguinosa le forze di occupazione italiane. Ufficialmente le fonti jugoslave danno una valutazione numerica delle unità partigiane operanti nel settore: in Dalmazia alla metà del marzo 1942 operavano circa 600 partigiani i quali da azioni prettamente terroristiche - tipico il lancio di bombe nella mensa ufficiali a Salona (Solin) che causò il 18 gennaio la morte di due nostri ufficiali ed il ferimento di altri 14 - passarono all'attacco di piccoli presidi, soprattutto della gendarmeria croata, alla distruzione delle reti telegrafiche e telefoniche, alle interruzioni stradali oltre che al danneggiamento delle linee ad alta tensione specie nelle zone di Spalato e Sebenico. L'attacco alle casermette della gendarmeria o della finanza croata aveva lo scopo principale di procurare armi o munizioni oltre a quello di liberare eventuali partigiani o sospetti tali ivi detenuti. Molto importanti, per le conseguenze sulle comunicazioni lungo il litorale furono le interruzioni sulla rotabile Spalato-Macarsca (Makarska) a Donja Breia, avvenuta il 31 luglio, e sulla Spalato - Sebenico il 10 settembre. In quest'ultimo caso, oltre alla distruzione di un ponte, vi fu il contemporaneo attacco ad un cantiere di riparazioni stradali con conseguente distruzione di attrezzature, macchinari ed impianti, il che rallentò ulteriormente le attività di ripristino della viabilità. Data la scarsezza di vie di comunicazione,


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il danno provocato era molto grave in quanto costringeva a deviare il traffico su strade interne secondarie, ove le possibilità di agguati ed imboscate si moltiplicavano. È praticamente impossibile citare tutti gli esempi di tali attacchi che costarono un continuo stillicidio di perdite: colonne motorizzate o singoli autoveicoli furono preda continua delle azioni di guerriglia svolte particolarmente sulla Spalato-Sinj, sulla SpalatoAlmissa e sulla Sebenico-Spalato, causando, a volte, perdite anche · sensibili. Le forze partigiane che a metà estate potevano essere valutate in circa 2000 effettivi (in pochi mesi il loro numero era triplicato) intensificarono le loro azioni nella seconda metà dell'anno. Sono da ricordare, proprio perchè avvennero lungo il litorale, quindi nella zona di pertinenza della difesa costiera, la distruzione di oltre 500 pali telegrafici fra Sebenico e Zaravecchia avvenuta nella notte del 25 settembre e pochi giorni dopo il brillamento di cariche esplosive con il conseguente danneggiamento di alcuni tralicci dell'alta tensione che lasciarono Spalato ed i suoi dintorni privi di corrente elettrica per alcune settimane. · Alla fine di ottobre vi fu il danneggiamento di una centrale idroelettrica lungo il fiume Cherca che causò seri danni nella regione di Sebenico ove le fabbriche di alluminio rimasero bloccate per diversi giorni, con conseguente I?erdita di una produzione di fondamentale importanza strategica. Proprio la foce del fiume Cherca fu teatro di numerose azioni belliche portate a termine da una compagnia autonoma partigiana denominata "Primorska" (cioè "del litorale"). Nel mese di settembre essa fu particolarmente attiva nella regione distruggendo numerosi ponti, interrompendo ripetutamente le linee telegrafiche ed affondando un battello che trasportava un reparto di Camicie Nere a Scardona (Skradin) causando alcune perdite. Il fenomeno partigiano, sempre crescente lungo la costa, si sviluppò contemporaneamente anche nelle isole: il 1° maggio a Curzola fu costituita la prima unità combattente, seguita il 21 giugno da una analoga unità nell'isola di Brazza. Proprio a Brazza, una delle prime azioni compiute, portò alla distruzione degli archivi comunali, mettendo quindi in difficoltà le autorità italiane specie nel riconoscimento e nell'eventuale precettazione della popolazione locale. A Curzola, invece, nel mese di ottobre, fu incendiata e distrutta


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una grossa industria di conserve alimentari ed il saccheggio dei magazzini permise l'asportazione di grossi quantitativi di cibo, che furono occultati ed in parte traferiti sul continente. Accanto alle azioni in terrafermà e sulle isole non vanno dimenticate quelle avvenute sul mare: alcuni motovelieri furono assaliti (il 24 gennaio, ad esempio, fu la volta del MERKUR dal quale furono asportate 90 tonnellate di vettovagliamento, il 27 luglio toccò al SOFIA che portava all'internamento alcune decine di giovani in età di leva, ritenuti simpatizzanti della causa partigiana, i quali riuscirono a fuggire e a raggiungere le formazioni combattenti ed infine il 31 dicembre, con una a zione combinata, i partigiani assalirono un convoglio di sei motovelieri riuscendo ad asportare considerevoli quantitativi di cibo, anni e munizioni), ma come abbiamo già avuto modo di dire, a parte queste azioni e poche altre, grazie alle contromisure adottate, fu possibile limitare i danni causati dalla guerriglia almeno nel settore marittimo. Più a nord, nella zona del Litorale Croato, sempre nel mese di marzo le fonti jugoslave stimano le forze attive del movimento partigiano in circa 500 uomini, solo una parte dei quali operavano lungo la costa. Anche in questo settore le prime fasi della guerriglia videro l'attacco a piccole stazioni di gendarmi o di finanzi eri croati, come nel caso di Batera, nei dintorni di Novi, la cui casermetta della gendarmeria fu attaccata il 3 febbraio. Anche la litoranea tra Segna e Novi fu più volte teatro di imboscate, come nel caso dell'attacco ad una colonna di autocarri avvenuta il 26 giugno, con perdite valutabili ad una sessantina di uomini fra morti e feriti. Ben più grave l'attacco avvenuto il 18 luglio e che interessò una colonna motorizzata del 57° Reggimento Artiglieria della Divisione LOMBARDIA, causando la perdita di quattro cannoni, una autoblindo e numerosi altri veicoli. A seguito di questa azione, il comando del V Corpo d'Armata, effettuò una serie di rastrellamenti nel Settore ove era avvenuta l'imboscata, nel tentativo di agganciare il nucleo partigiano che, subito dopo la buona riuscita dell'azione, era ripiegato n.ella zona montana dell'entroterra. Interessante rilevare che accanto alle unità delle Divisioni RE e LOMBARDIA, mobilitate per l'operazione, che come al solito si concluse con scarsi risultati, erano previsti dagli ordini di operazione anche reparti della 14" Brigata Costiera, da impiegare quali forze di sbarramento.


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1943:

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LA SITUAZIONE GENERALE

È l'anno della svolta nel duro conflitto che si andava combattendo sul fronte jugoslavo. Le forze partigiane crebbero ulteriormente di numero, in maniera quasi esponenziale, divenendo per i responsabili militari, sia italiani che tedeschi, un problema di primaria importanza. Organicamente, gli ultimi mesi del 1942 avevano visto la nascita delle prime Divisioni Partigiane 13, unità raggruppanti tre Brigate che sino ad allora a vevano operato autonomamente. Anche se da un punto di vista prettamente numerico esse non erano assolutamente paragonabili a similari unità di un esercito regolare, rappresentavano pur sempre un considerevole salto di qualità rispetto alle preesistenti formazioni. La presenza di tali "grandi unità" era geograficamente circoscritta all'interno del paese ove la ribellione in atto aveva il suo epicentro, ma non vi era regione jugoslava ove le cellule rivoluzionarie non fossero attive. Particolarmente importante divenne il settore costiero ove specialmente le isole rappresentavano un comodo rifugio per i partigiani feriti, una sorta di remota retrovia in grado, oltre a tutto, di fornire loro considerevoli quantitativi di generi alimentari grazie alle numerose industr ie conserviere presenti nel settore. Nel corso del 1943 è tutto il concetto della guerra partigiana che inizia a modificarsi, ovviamente ove il rapporto di forze lo consente, affiancando le tipiche azioni di disturbo e sabotaggio ad azioni con un disegno strategico ben preciso nelle quali l'improvvi~ saziane trova poco spazio. Non a caso i primi mesi dell'anno sono caratterizzati da due grandi offensive antipartigiane, la 4a e la sa (più comunemente co-

13 Complessivamente nel corso del conflitto furono costituite una cinquantina di Divisioni Partigiane; tali unità erano identificate da un numero progressivo al quale solitamente si affiancava una denominazione geografica relativa alla sua zona di operazione. Diverse Divisioni erano inoltre definite "d'assalto", ma si trattava di una denominazione enfatica, di sicura presa propagandistica, che nulla aveva a che vedere con un eventuale addestramento specifico, quale l'aggettivo potrebbe far pensar e. Quale titolo onorifico, le prime due Divisioni costituite ricevettero invece l'appellat ivo di "Proletaria".


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nosciute come Battaglie della Neretva e della Sutjeska grazie a due film pseudo-storici), volute dai comandi Supremi Italiano e Tedesco, preoccupati per l'economia generale del conflitto. Questa, compromessa dalla grave situazione sul fronte orientale e dallo sbarco alleato in Nordafrica, non poteva concedere rilassamenti su di un fronte sino ad allora secondario quale quello Balcanico, che rischiava però di divenire primario nell'eventualità di una nuova mossa offensiva alleata. Ristabilire l'ordine all'interno della Jugoslavia, diveniva quindi un obiettivo fondamentale, per raggiungere il quale furono messe in campo le migliori forze allora disponibili nel settore, con risultati però oltremodo deludenti. Entrambe ·1e offensive, ed in particolar modo la quarta, fallirono gli scopi per le quali erano state ideate, pur se finirono per infliggere pesantissime perdite alle formazioni partigiane. Esse videro lo schieramento di una massa imponente di uomini e mezzi (per la quinta offensiva le forze dell'Asse mobilitarono oltre 100.000 uomini), ma nonostante ciò non si riuscì ad avere ragione delle formazioni partigiane ed anzi il loro mancato annientamento giocò un ruolo fondamentale a livello psicologico presso la popolazione jugoslava e presso gli stessi partigiani combattenti. Anche se il successo fu di poco sfiorato nel corso della quinta offensiva, il fatto di non poter ripetere entro breve tempo una nuova azione in grande stile, vanificò i pochi vantaggi conseguiti ed in breve tempo le zone che erano state strappate ai guerriglieri ricaddero sotto il loro controllo. Bastarono pochi mesi e le provate unità partigiane furono ricostituite, mentre nuove unità ebbero vita riunendo un numero sempre maggiore di combattenti, attirati dalla pressante propaganda svolta e dall'alone di leggenda che si andava formando attorno alla figura di Tito. Il crollo dell'Esercito Italiano a seguito degli avvenimenti del settembre 1943 diede un ulteriore e fattivo impulso allo sviluppo delle formazioni partigiane jugoslave, permettendo loro di acquisire grossi quantitativi di armi, munizioni e materiali. Si era ormai pronti per il passo successivo e cioè la· creazione dell'Esercito Popolare di Liberazione, non più inteso un insieme di bande ribelli che colpivano presidi isolati o linee di comunicazione, bensì come un vero e proprio esercito che accettava e dava battaglia in campo aperto: questo però è un aspetto del conflitto che avrebbe visto la sua realizzazione nei successivi anni di. guerra.


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LA DIFESA COSTIERA

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NEL CORSO O.E L

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L'importanza della difesa costiera, che già era andata crescendo nel corso dell'anno precedente, aumentò in maniera considerevole nel 1943 a causa della maggior presenza partigiana nel settore, oltre che a seguito dell'avvenuto sbarco alleato in Nordafrica. Il timore che simili eventi potessero ripetersi lungo lo sviluppo costiero dalmato con sbarchi anche di piccola entità, destinati à rafforzare la rivolta in atto, impose al generale Roatta di prendere nuove e più incisive misure di sicurezza. Con Foglio d'Ordine n° 23000 datato 3 dicembre 1942 egli dispose il rafforzamento della difesa costiera, affidando alle singole unità divisionali, che avevano nei territori di loro competenza settori costieri, la protezione degli stessi. Ovviamente veniva confermata la responsabilità di coordinare ogni tipo di azione a speciali unità preposte a questo scopo (leggi 14a Brigata Costiera per il V Corpo d'Armata) mentre per il VI ed il XVIII Corpo d'Armata la stessa responsabilità ricadeva sulle Divisioni di Fanteria BERGAMO, MESSINA, MARCHE e ZARA, le prime due delle quali avevano nell'ambito dei loro organici le altre due Brigate Costiere recentemente costituite, la 17a e la 28a. Inoltre fu rafforzata la cinta difensiva delle città di Fiume, Sebenico, Placa e Ragusa, in maniera da renderle capaci di resistere ad eventuali attacchi provenienti da 'ògni direzione e nelle località più esposte a possibili assalti dal mare si iniziarono lavori di rafforzamento che riguardavano costruzioni di postazioni difensive fisse e posa di campi minati. Nonostante l'impegno con il quale fu affrontato il problema della difesa costiera, i risultati non furono soddisfacenti: il generale Roatta ed il suo comando espressero seri dubbi circa la validità della dislocazione delle forze di difesa costiera che ritennero appena sufficienti a garantire la protezione degli obiettivi primari, trascurando quindi tutto il resto del territorio assegnato. Fu per tale motivo che il 6 giugno 1943 essi sottoposero al Comando Supremo una richiesta di rafforzamento della difesa delle coste orientali dell'Adriatico, con l'assegnazione delle seguenti unità: un Comando di Reggimento Costiero, sei Battaglioni costieri, cinque Battaglioni TM, 150 pezzi di artiglieria (in maniera da poter disporre di un pezzo ogni tre chilometri di fronte), 150 pezzi anticarro, 60 pezzi antinave, oltre a quindici Batterie a traino mecca-


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nico e una cinquantina contraeree. La richiesta prevedeva inoltre l'assegnazione di grossi quantitativi di cemento armato (per la costruzione di almeno trecento postazioni fortificate) e di filo spinato, ai quali si aggiungevano 2500 mine di tipo marittimo ed un imprecisato numero di tipo terrestre. Ovviamente tale richiesta non potè essere esaudita: lo sbarco in Sicilia e l'armistizio dell' 8 settembre erano ormai alle porte! Per quanto riguardava la dislocazione delle unità nel corso del 1943, va ricordato che nel settore dell'Alta Dalmazia (V Corpo d' Armata) il comando della 14a Brigata Costiera rimase stanziato a Porto Rè. Interessante rilevare che per la prima volta le fonti jugoslave riportano una valutazione numerica riguardante questa unità; esse infatti fanno riferimento, ad una situazione riepilogativa delle forze che reca la data del 6 luglio 1943, la quale indicava gli effettivi in 3266 uomini, fra ufficiali, sottufficiali e soldati. Riguardo al suo 158° Reggimento Costiero, la dislocazione della Compagnia Comando rimase a Segna per tutto il corso dell'anno; il suo 223° Battaglione TM ebbe il comando e la 14a Compagnia sino al 6 luglio a Carlopago e successivamente nell'isola di Pago; del le sue altre Compagnie, la 1a rimase sino alla stessa data a San Giorgio e successivamente seguì il Comando di Battaglione, la 2a era a Triblje e poi si portò a Carlopago, mentre la 3a rimase sempre a Iablanazzo. Un altro Battaglione TM, il 249°, è rintracciabile nel settore attraverso la dislocazione delle sue Compagnie: la 1a, presente ad Arbe nel febbraio, risultava a Segna ad agosto, la 2\ inizialmente a Fiume, era rintracciabile a Triblje sempre nel mese di agosto, mentre la 3a, anch'essa inizialmente a Fiume, era stanziata alla stessa data nei dintorni di Porto Rè. Il 115° Battaglione Mitraglieri era invece stanziato a Novi (con distaccamenti minori a Klenovica, Capo Tokal e Capo Magdalena, sempre nelle adiacenze di Novi) e fu trasferito nel mese di agosto a Iablanazzo. Nelle isole di Veglia e Pago era presente il 3° Battaglione di formazione del 26° Settore GAF, ad Arbe la 13a Compagnia del 4° Battaglione distaccato dal medesimo Settore, mentre cannoni da accompagnamento da 47/32, sempre della GAF, erano presenti con tre pezzi a Carlopago (due del 27° Settore e uno del 25°) e con quattro a Iablanazzo, tutti del 27° Settore. Nell'isola di Arbe erano inoltre rintracçiabili alcune Compagnie Presidiarie: si trattava della 25a, presente in agosto, della 78a


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presente sin dal febbraio e traferita in terraferma, a Buccari, nel mese di agosto, e della 317a e 318a presenti anch'esse da febbraio. Sempre a Buccari, per un breve periodo, erano state dislocate la 57a e la 79a Compagnia Presidiaria. A Porto Rè era schierata la 1a Compagnia Mitraglieri di formazione del 27° Settore GAF, la 2a, sempre del 27°, era suddivisa in sezioni fra Segna, Iablanazzo e Carlopago, mentre una Compagnia _di formazione del 27° Settore si trovava nell'isola di Pago a febbraio e a Segna nel mese di luglio. Altre Compagnie Mitraglieri furono temporaneamente presenti nel settore distaccate dal 5° e dal 105° Battaglione Mitraglieri. Del primo è stato possibile rintracciare la 1a e la 2a Compagnia, presenti rispettivamente a Porto Rè e Segna in tempi diversi, mentre il secondo operava a Novi e dintorni ad eccezione del periodo febbraio-agosto quan do risultava alle dipendenze della Divisione di Fanteria LOMBARDIA. Per quanto riguardava l'artiglieria, questa era inquadrata nel 10° Ragguppamento GAF il cui comando era a Selze; da esso dipendevano il 69° Gruppo da 149/3 5 schierato a Porto Rè, 1'83° Gruppo Misto a Cirquenizza, con la sua 322a Batteria da 75/27 a Segna, 1'84° Gruppo Misto nelle isole di Veglia, Arbe e Pago con una delle sue Batterie, la 318a (o 618a) da 75/27, distaccata a Sussak. Nelle isole di Arbe e Pago si trovavano inoltre la 314a Batteria da 100/1 7 dell'82° Gruppo ed una 171 a Batteria di calibro imprecisato della quale è pure ignota la dipendenza. Vi erano inoltre a Novi una sezione di cannoni da 65/17 della GAF, a Klenovica una sezione della 164a Batteria da 152/13 e a Segna due sezioni, sempre della 164\ e una della 165a del medesimo calibro; queste unità dipendevano gerarchicamente dal 66° Gruppo da 152/13, Artiglieria di Corpo d'Armata, per la quale non è stato possibile accertare il periodo di presenza nel settore. Da ricordare, infine, che a Cirquenizza era sempre presente la 1a Compagnia autonoma della Guardia di Finanza. Lungo la costa, nel tratto da Buccari a Carlopago e nelle isole prospicenti, vi erano infine tredici Stazioni Fotoelettriche ed altrettante Stazioni Vedetta, dislocate nelle località ritenute essenziali per il controllo del traffico marittimo, rigorosamente delimitato da numerosi campi minati. Il territorio di competenza del XVIII Corpo d'Armata era stato suddiviso nel 1943 in otto settori di difesa costiera con comandi di-


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slocati a Zara, Vodizze (Vodice), Sebenico, Traù, Spalato, Almissa, Sali (nell'Isola Lunga) e Brazza. La situazione riportata dai documenti jugoslavi fa riferimento ali' estate 1943 e può essere così riassunta: Comando Settore Sali: dipendeva dalla Divisione di Fanteria ZARA e comprendeva il 1° Battaglione Complementi GRANATIERI DI SARDEGNA suddiviso fra Isola Lunga e Melada, e una Compagnia del 228° Battaglione TM suddivisa in sei piccolissimi presidi sparsi fra le isole minori che fronteggiano Zara. Comando Settore Brazza: dipendeva dalla Divisione di Fanteria BERGAMO e comprendeva il comando del 159° Reggimento Costiero, schierato a Brazza, ed il 10° Battaglione Presidiario suddiviso fra le località di Supetar e Sumartin (322\ 323a e 333a Compagnia) sempre nell'isola di Brazza e Jelsa e San Giorgio nell'isola di Lesina (324 3 Compagnia). Comando Settore Vodizze: dipendeva dalla Divisione di Fanteria ZARA e consisteva nel 2° Battaglione Complementi GRANATIERI DI SARDEGNA (che inizialmente aveva presidiato l'Isola di Pasman), con presidi nelle località di Vodizze, Slaton e Pirovac. Comando Settore Zara: dipendeva ovviamente dalla omonima Divisione e consisteva nel comando del 292° Reggimento di Fanteria ZARA, nell'83 Compagnia del Battaglione RISMONDO e in un numero imprecisato di piccole unità dipendenti dal locale Comando Piazza. Le isole di Pasman e Ugliano, dipendenti da questo settore, furono presidiate a partire dalla metà del mese di febbraio dal 170° Battaglione CC.NN . AGRIGENTO 14 che da maggio iniziò un parziale rimpatrio dei suoi effettivi. Nelle isole di Selve e Premuda si alternarono invece Sezioni della 701 a Batteria di calibro imprecisato (probabilmente da 75/ 15). Comando Settore Sebenico: dipendeva dalla Divisione di Fanteria BERGAMO ed inquadrava oltre a reparti minori dipendenti dal

14 Tutte le fonti jugoslave consultate insistono nel citare il 170° Battaglione CC.NN. VESPRI. denominazione ,che invece si riferisce al 171° Battaglione di Palermo. Quest'ultima unità risulterebbe inquadrata nella 171• Legione aggregata aJJa Divisione di Fanteria AOSTA operante in Sicilia. Non è stato possibile appurare se si tratta di un errore di trascrizione della denominazione del reparto oppure della sua identificazione numerica.


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Comando Piazza di Sebenico, anche una Compagnia del 228° Battaglione TM suddivisa fra le isole di Zuri (Zirje), Kapria e Zlarin. In queste isole, nel periodo febbraio-aprile 1943, fu distaccato il 68° Battaglione CC.NN. IMOLA che rilevò i presidi del 170° Battaglione CC.NN. AGRIGENTO trasferito nello stesso periodo nelle isole di Pasman e Ugliano. Comando Settore Traù: dipendeva dalla Divisione di fanteria BERGAMO e inquadrava il Comando del 156° Reggimento TM ed il 229° Battaglione TM, entrambi schierati a Traù, mentre una Compagnia del 229° presidiava l'isola di Sant'Arcangelo (Sveti Arhandeo). Comando Settore Spalato: dipendeva dalla Divisione di fanteria BERGAMO e inquadrava il Comando della 17a Brigata Costiera che aveva in loco, a sua disposizione, la 66a Compagnia Presidiaria del 13° Battaglione. Altre unità minori, sulle quali non è stato possibile rintracciare ulteriori dettagli, erano inquadrate dal locale Comando Piazza. Dal Comando della 173 Brigata Costiera dipendevano i due Reggimenti che abbiamo già citato e cioè il 159° Costiero ed il 156° TM oltre che un secondo Reggimento TM, il 157°, schierato nell' entroterra di Sebenico, con il comando a Knin e le unità dipendenti dislocate in località minori nei dintorni. Comando Settore A/missa: dipendeva anch' esso dalla Divisione di Fanteria BERGAMO e comprendeva il Comando del 26° Reggimento ed il suo I Battaglione schierato fra Almissa e Macarsca. Sempre nell'ambito del XVIII Corpo d'Armata, l'artiglieria preposta alla difesa costiera era stata riunita nel 60° Raggruppam ento da Posizione il cui Comando era a Spalato. Da lui dipendevano il Gruppo Misto FADINI, che schierava il Comando e 1'8a Batteria da 149/35 a Spalato, la 7a Batteria da 105/28 nell'isola di Lesina, la 9a da 149/35 a Capocesto (Primosten) e la 1oa, di calibro imprencisato, nelle isole di Brazza e Zuri. Vi era poi il 103° Gruppo da 75/27 il cui Comando era a Rogoznica con la 357a Batteria a Capo S. Antonio, la 353a nell'isola di Zlarin e la 93a prima a Zlarin e successivamente in altre isole minori. Vi era inoltre un 4° Gruppo di calibro imprecisato, forse appartenente all' artiglieria divisionale della ZARA, schierato a Sebenico e nelle isole di Morter e Zlarin e un 3° Gruppo, per il quale formuliamo la medesima ipotesi, suddiviso fra Zara e le isole di Melada, Premuda e Selve.


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Sezioni di artiglieria adibite a difesa costiera, sempre dipendenti dal 60° Raggruppamento da Posizione, vengono segnalate nelle isole di Lesina e Prvic ma non è stato possibile identificarle. Infine, lungo tutta la costa, erano schierate numerose Stazioni Vedetta e Stazioni Fotoelettriche, queste ultime fornite da due · Compagnie della specialità, la 5a e la 15a. Il VI Corpo d'Armata aveva giurisdizione, per quanto riguardava il litorale, dalla località di Zivogosée, a sud di Macarsca, sino a Radoviéi, nei pressi di Ragusavecchia e comprendeva anche le isole di Curzola, Lagosta, Meleda e la penisola di Sabbioncello (Peljesac). Anche questo Comando Costiero viene stimato dalle fonti jugoslave con una valutazione numerica riguardante gli effettivi che, alla data del 3 luglio 1943, risultavano essere 3762 fra ufficiali, sottufficiali e uomini di truppa. Vi sono pure elencate le principali armi in dotazione e cioè 185 fra fucili mitragliatori e mitragliatrici, 34 cannoni e 10 carri armati. Tale Comando era suddiviso in due settori, uno con sede a Metcovich ed uno a Ragusa, dipendenti rispettivamente dalle divisioni di fanteria MESSINA e MARCHE. Dal settore di Metcovich, che si identificava con la 28a Brigata Costiera, il cui comando era a Fortopus, dipendevano tre sottosettori il primo dei quali aveva sede a Ploca ed inquadrava quattro Batterie di artiglieria, fra le quali la 702a da 75/15, dislocate nei dintorni della medesima località. Il sottosettore Sabbioncello comprendeva il Comando del 183° Reggimento Costiero stanziato a J anijna e dal quale dipendevano quattro Plotoni di Guardie di Finanza dislocati a Ston, Janijna, Trpanj e Capljina, il 102° Battaglione CC.NN. PERUGIA (privo di due Compagnie) a Trpanj e la 33a Compagnia del 342° Battaglione Costiero a Babino Polje nell'isola di Meleda. Il sottosettore di Curzola, con competenza nell'isola omonima, comprendeva invece il II/93° Reggimento di Fanteria MESSINA, la 210a Batteria da 66/30 e la 3a Compagnia del 14° Battaglione Guardie di Finanza. Nell'isola di Lagosta, a San Pietro, era infine dislocato un Plotone della 4a Compagnia del 211° Battaglione, unica unità appartenente a questo sottosettore che non era dislocata nell'isola di Curzola. Il settore di Ragusa era invece suddiviso in tre sottosettori, quello occidentale, quello orientale e il Comando Piazza di Ragusa.


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Il primo sottosettore comprendeva il 342° Battaglione Costiero ed il III Plotone Carri Leggeri dislocati a Slano, la 2a Compagnia del 14° Battaglione Guardie di Finanza suddivisa in Plotoni rispettivamente dislocati a Malfi (Zaton) e Cannosa (Trsten), la 3a Compagnia del 103° Battaglione Mitraglieri nell'isola di Giuppana (Sipan). Un distaccamento misto, composto sempre da unità del 103° Battaglione Mitraglieri e del 54° Gruppo di Artiglieria da 105/32, si trovava invece dislocato nelle isole di Calamotta (Koloéep) e Isola di Mezzo (Lopud), ove si trovava anche un distaccamento della 45a Sezione Fotoelettriche. Il secondo sottosettore comprendeva una Batteria del 54° Gruppo a Rajcevici, il Comando del 2° Battaglione Lanciafiamme a Srebrno e la sua 3a Compagnia a Kupari, la 1a Compagnia del 103° Battaglione Mitraglieri a Ragusavecchia e la 47a Batteria del 14° Gruppo da 149/35 a Popovic. Infine vi era il Comando Piazza di Ragusa ove era stanziato il Comando del 155° Reggimento Costiero dal quale dipendevano un distaccamento della 3a Compagnia del 103° Battaglione Mitraglieri, con sede a Gravosa (Gruz), una sezione del I/154° Reggimento Artiglieria MURGE e due fotoelettriche a Lapad, una sezione di artiglieria da 155/45 ed il resto della 45a Sezione Fotoelettriche nell'isola di Lacroma (Lokrum), il 54° Gruppo da 105/32 a Boninovo e un distaccamento di Guardie di Fina{lza che le fonti jugoslave assegnano ad un improbabile, data l'alta numerazione, 702° Battaglione ma che molto probabilmente altro non è che una sezione della 702a Batteria da 75/15 della GAF. Per deduzione si ipotizza che l'incauto traduttore jugoslavo abbia confuso tra le sigle GAF e GDF. Sempre a Ragusa, oltre alla 2a Compagnia del 20° Battaglione Carabinieri, era stanziato anche il Comando del 136° Gruppo di Artiglieria Costiera da 105/15 e la sua 169a Batteria, mentre l'unità gemella, la 168a Batteria era stanziata più a sud nella località di Srebrno. Nell'isola di Lacroma si trovava una batteria da 150/45 della quale non è stato possibile rintracciare l'identificazione numerica. Infine, a partire dal mese di giugno 1943, è rintracciabile nel settore il 313° B.attaglione Costiero con il Comando e la 1a Compagnia a Siano, la 2a nell'isola di Meleda e le altre due (3a e 4a) in costituzione (o trasformazi<>ne secondo alcune fonti) in località non precisate. Riguardo alla 28a Brigata Costiera c'è da aggiungere che ·la


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stessa fu costituita nei primi m esi del 1943 (probabilmente in aprile) per trasformazione della 1a Brigata di Marcia 15 la quale aveva il compito di riunire alcune unità complementari destinate al fronte russo. Terminata l'esigenza per la quale era stata costituita, la Brigata disciolse le sue unità (con l'eccezione dell'8° Reggimento di Marcia che si trasformò in 183° Reggimento Costiero) e fu inviata in Dalmazia a presidiare il litorale di Metcovich. L'unità non era da considerare come una entità autonoma, similmente a quanto accadeva per la 17a Brigata Costiera, in quanto a tutti gli effetti essa dipendeva direttamente dal Comando della Divisione di Fanteria MESSINA, alla quale era stata assegnata per meglio coordinare ed articolare le forze destinate al presidio della costa. I principali eventi bellici che si svolsero nel settore costiero nel corso del 1943 risentirono, almeno nei primi mesi dell'anno delle grandi operazioni che si stavano svolgendo all'interno della Jugoslavia. Particolarmente nel settore del Litorale Croato ad un aumento degli effettivi partigiani non corrispose un similare sviluppo delle azioni belliche, in quanto per disposizione del Comando Supremo Partigiano le stesse furono concentrate in altre ben precise zone del paese. Continuarono ovviamente le azioni di disturbo, gli atti di sabotaggio e di terrorismo ma la lotta, almeno nella zona costiera settentrionale, non raggiunse quella virulenza che aveva anche solo a poche decine di chilometri all'interno del paese. Ad esempio nella Lika, la regione posta a ridosso della catena dei Velebiti, nella stagione invernale si vennero a formare delle zone "libere" prive cioé di ogni controllo militare italiano o croato che interessavano anche località di una certa importanza quali Otocac e Brinje. Ripetutamente reparti della Divisione di Fanteria

15 Con la definizione di unità "di marcia" erano identificati quei reparti costituiti, dopo la partenza delle unità mobilitate, presso i singoli depositi, inquadrando personale richiamato dal congedo. Questi reparti, pronti a partire per il fronte non appena fosse stato emanato l'ordine (da ciò la loro particolare denominazione), avevano il compito di portare in linea i complementi per le unità operative già provate dalle operazioni belliche. Terminato il loro compito, venivano disciolti, oppure rientravano alle sedi di mobilitazione con i soli quadri, pronti ad inquadrare nuove aliquote di richiamati.


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RE e della la Divisione Celere EUGENIO DI SAVOIA (12° Reggimento CAVALLEGGERI DI SALUZZO e 14° Reggimento CAVALLEGGERI DI ALESSANDRIA) si impegnarono nella riconquista di queste zone, partendo proprio da Segna e da altre località sulla costa. Necessariamente la zona costiera divenne immediata retrovia operativa e le unità ivi schierate dovettero aumentare la sorveglianza per prevenire attacchi partigiani provenienti dalle zone montane circostanti che miravano a sabotare le scarse vie di comunicazione esistenti tra il litora le e l'entroterra. Proprio durante una di queste azioni, a Vrata, pochi chilometri all'interno di Carlopago, il 30 aprile fu assalito il presidio misto italo-croato. Dopo un violento combattimento durato diverse ore la guarnigione fu sopraffatta subendo perdite consistenti che le fonti jugoslave indicano in venti morti e altrettanti feriti, soltanto per quanto riguardava specificatamente i reparti della 14" Brigata Costiera. Più complesse le vicende nel settore di competenza del XVIII Corpo d'Armata ove le azioni partigiane si susseguirono incessanti, interessando sia l'ambiente marittimo con l'assalto a numerose unità di piccolo cabotaggio, che il fronte terrestre vero e proprio. Tra le azioni più importanti che abbiamo rintracciato nella cronologia degli avvenimenti bellici svoltisi nelle zone da noi prese in esame, si possono ricordare l' assaÌto ad una colonna del Reggimento CAVALLEGGERI DI ALESSANDRIA, avvenuto il 16 febbraio a Vodizze, nei pressi di Sebenico, che causò perdite valutabili a una ventina di uomini fra i quali il comandante del Reggimento, e l'attacco al presidio di Vlaske, nei dintorni di Traù, che costò al 229° Battaglione TM circa una quarantina di perdite tra morti e feriti. Numerosi furono i rastrellamenti compiuti nella ragione di Zara, principalmente da reparti della omonima Divisione, e che interessarono nel mese di maggio le isole di Eso, Incoronata (Komat), Isola Lunga, Rava, Raviane (Rivanj) e Sestrugno (Sestrunj). Sempre unità della Divisione ZARA, a luglio, nella regione di Sebenico attaccarono ed accerchiarono un consistente nucleo partigiano nel litorale di Pirovac, ma non per questo la pressione partigiana nel settore diminuì. Infatti, come spesso accadeva, grazie all'ottima conoscenza del terreno e alla possibilità di muoversi rapidamente, le formazioni partigiane riuscivano a sfuggire alle


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azioni di rastrellamento continuamente decise ed effettuate dai Comandi Italiani, sconfinando in zone meno sorvegliate, pronte a riprendere le ormai consuete azioni di guerriglia. Si ebbero cosl numerosi attacchi a presidi isolati, stazioni di Carabinieri e Guardie di Finanza, particolarmente nell'entroterra di Obbrovazzo (Obrovac), nella regione di Spalato e di Sebenico e lungo le rotabili che dalla costa portavano a Knin e a Sinj. Particolarmente importanti ai nostri fini le vicende che interessarono il Biokovo, una regione dalla tormentata orografia situata fra Spalato e Metcovich, attraversata da scarsissime vie di comunicazione, quindi sicuro rifugio delle formazione partigiane. Data la mancanza di presidi fissi , nei mesi invernali la regione cadde sotto il pieno controllo partigiano, controllo che si estese con il passare dei mesi al litorale, specie nella zona fra Spalato, Almissa e Macarsca, con conseguente interruzione dei collegamenti viarii e seri pericoli per il traffico marittimo lungo l'importantissimo Canale di Brazza. Nel periodo che va dal 1° marzo al 30 giugno le fonti jugoslave riportano, per questa regione, ben quaranta assalti a piccoli presidi, altrettanti scontri a fuoco di una certa importanza e trentacinque azioni diversive lungo le vie di comunicazione che, sempre secondo le stesse fonti, avrebbero causato alle forze italiane e collaborazioniste croate perdite valutabili in 535 morti, un migliaio di ferit i e 176 prigionieri 16 . Per ripristinare l'ordine nella regione fu effettuata una azione combinata fra il XVIII e il VI Corpo d'Armata che vide l'impiego di reparti appartenenti alle Divisioni BERGAMO, MURGE e MESSINA che, appoggiati da altre unità minori, rastrellarono il massiccio, agganciando il grosso delle forze partigiane.

16 Le cifre fomite dalle fonti jugoslave, rela tive alle perdite inflitte alle unità nemiche risultano molto spesso "gonfiate" rispetto a lla realtà. Non ci è stato possibile effettuare controlli precisi ma nei pochi casi da noi presi in esame abbiamo notato delle diversità troppo marcate. Ipotizziamo che siano state trascritte più volte le stesse perdite a seguito di diverse relazioni di capi partigiani, che siano state ufficializzate le cifre artatamente ingrandite a fini propagandistici, come pure che siano stati computati tra le perdite inflitte al nemico, anche i collaborazionisti o i sospetti tali, cioé civili uccisi a seguito delle azioni belliche, che nulla avevano a che vedere con le forze di occupazione o con le formazioni militari locali che le affiancavano.


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Le perdite subite da queste ultime furono pesanti ma nonostante l'impegno con cui l'operazione fu condotta, esse non furono annientate e suddivisesi in numerosi piccoli gruppi, riuscirono ·a filtrare attraverso le maglie delle forze accerchianti portandosi verso regioni più sicure. Il successo dell'azione offensiva fu quindi parziale per quanto riguardava l'annientamento del gruppo partigiano che operava nel Biokovo, ma totale per quanto riguardava invece il controllo dell'importante area geografica. Quasi a dimostrazione dell'importanza che questa zona della Dalmazia rivestiva per le unità partigiane (essendo densamente popolata era un serbatoio naturale al quale attingere forze fresche oltre che un sicuro rifugio, dato il grande numero di simpatizzanti), le azioni continuarono specie nelle isole prospicenti il Biok~vo, isola di Brazza in testa. Proprio in quest'ultima isola, nella località di Bol, il 5 agosto i partigiani slavi attaccarono il presidio del 159° Reggimento Costiero, catturando una novantina di uomini, i quali furono rilasciati alcuni giorni dopo. La gravità del fatto impose al comando del XVIII Corpo d' Armata l'immediato invio di truppe di rinforzo da Spalato, truppe che furono fatte affluire a Brazza e che il 13 agosto iniziarono un massiccio rastrellamento dell'isola, ultimo atto delle nostre forze nel settore prima degli eventi connessi con l'armistizio. Anche nella Dalmazia meridionale la recrudescenza delle azioni partigiane crebbe con il trascorrere del 1943, in un monotono ripetersi di situazioni già descritte. A parte gli innumerevoli assalti ad imbarcazioni che transitavano sottocosta, per ben due volte furono danneggiati idrovolanti in servizio di pattugliamento, una prima volta nella zona di Macarsca il 20 febbraio e una seconda il 6 giugno nei pressi di Traù. Particolarmente attive furono le forze partigiane nella penisola di Sabbioncello, ove vennero ripetutamente attaccate le casermette della gendarmeria croata, e nelle isole antistanti la regione di Ragusa e Macarsca, come ad esempio a Lissa ove il 15 agosto fu attaccata una stazione vedetta della Marina e furono presi prigionieri i sette marinai che la presidiavano. Il sopraggiungere dell'8 settembre, i cui eventi esulano dalla nostra disamina, concluse tragicamente le vicende storiche delle nostre unità sul fronte costiero della Dalmazia, così come su tutti gli altri fronti.


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Dopo ventinove mesi di guerra si chiudeva un capitolo della storia delle nostre unità nella complessa realtà balcanica: innumerevoli le sofferenze sopportate dalle nostre truppe cosl come dalla popolazione locale, troppo spesso direttamente coinvolta da un tipo di guerra particolare, quale quella partigiana. Lasciamo alle considerazioni strettamente tecniche il compito di chiudere questo studio non senza prima ricordare tutti i Morti, Feriti e Dispersi appartenenti alle forze di difesa costiera operanti sul Litorale Croato e Dalmata dall'aprile 1941 al settembre 1943 e sino ad ora citati nel testo con la fredda aridità dell'analisi storica.

lL

CONCORSO DELLE ALTRE FORZE ARMATE

Pur se il nostro obiettivo è quello di esaminare le forze terrestri impiegate nella difesa costiera della Dalmazia, non è possibile, a questo punto, prima di passare alle considerazioni conclusive, non citare almeno a grandi linee quello che fu l'impegno della Regia Aeronautica e della Regia Marina sul medesimo fronte. Non va dimenticato infatti che la difesa costiera era un problema che andava risolto a livello interforze e che a partire dal 9 maggio 1942 il Comando della 2a Armata prese la denominazione ufficiale di Comando Superiore delle Forze Armate Slovenia-Dalmazia (più comunemente conosciuto con l'abbreviazione SUPERSLODA) dal quale dipendevano un Comando Aeronautico e due Comandi della Marina. Per quanto riguardava la componente aeronautica, è necessario ricordare che la stessa sin dalla metà del 1942 ricevette specifici compiti nell'ambito della difesa costiera e cioè: intercettazione e distruzione di eventuali forze navali nemiche in avvicinamento alle coste dalmate; attacco e distruzione di eventuali forze da sbarco nemiche; rilevamento e distruzione di sommergibili nemici. Per una migliore suddivisione dei compiti , come previsto dalle disposizioni emanate da SUPERSLODA ed entrate in vigore il 20 novembre 1942, lo sviluppo costiero dalmato fu suddiviso in tre zone che coincidevano grossomodo con i limiti territoriali dei tre Corpi d'Armata esistenti, ciascuna delle quali aveva alle sue dipendenze un Gruppo dell'Aeronautica o reparti di consistenza equivalente.


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Più precisamente la prima zona (V Corpo d'Armata) disponeva del 63° Gruppo da Osservazione Aerea (OA) il cui comando era a Sussak, con la 113° e 119° Squadriglia OA basate a Pola e la 45° della stessa specialità distaccata a Lubiana. La seconda zona (XVIII Corpo d'Armata) disponeva di alcune Squadriglie fornite da diversi Gruppi di volo, tutte stanziate a Zara-Zemonico (Zemunik), e cioè la 51a Squadriglia da Bombardamento Terrestre (BT) del 39° Gruppo che forniva anche la 383a Squadriglia d'assalto e la 128a Squadriglia OA distaccata dal 5° Gruppo. Analoga la situazione della terza zona (VI Corpo d'Armata) che raggruppava la 69a Squadriglia BT stanziata a Scutari e appartenente al 39° Gruppo, la 33a e la 121a Squadriglia OA, entrambe stanziate a Mostar 17 • A queste forze andava aggiuntava la I83a Squadriglia da Ricognizione Marittima (RM) dotata di idrovolanti CRDA Cant-Z 501, basata a Divulje, che dipendeva direttamente da MARIDALMAZIA. Le richieste di intervento aereo effettuate sia dai Comandi dell'Esercito che della Marina, dovevano essere fatte direttamente al Comando Tattico Aeronautico (AEROTATTICO), costituito a Mostar il 18 aprile 1942 e successivamente trasferito a Sussak, e soltanto in caso di estrema necessità direttamente ai singoli Comandi di Gruppo. C'è da far rilevare che nessuno degli aeroporti citati era attrezzato per il volo notturno: in caso di necessità gli aerei potevano decollare con l'ausilio di riflettori convenzionali ed àtterrare, a m issione compiuta, presso l'aeroporto di Gorizia, appositamente at-

17 La situazione da noi indicata non fu stabile nel tempo ma subl diverse modifiche organiche legate alJ'avvicendamento dei reparti e alla loro ridislocazione sugli aeroporti già citati. Per dare una idea della consistenza n umerica dei reparti di volo assegnati alla Difesa Costiera, riportiamo una situazione parziale delle forze disponibili nel mese di aprile del 1943, indicando il numero degli aerei in dotazione ai singoli reparti, il tipo degli stessi e, tra parentesi, ìl numero di velivoli realmente efficienti: - 45a, 113a e 119a Squadriglia OA su 11 FIAT BR-20 (8) e 12 CAPRONI CA-314 (10) 51a Squadriglia BT su 8 FIAT BR-20 (8) 69a Squadriglia BT su 6 FIAT BR-20 (5) 383a Squadriglia d'Assalto su 22 FIAT CR-42 (13) 33a e Ì 28° Squadriglia OA su 15 CAPRONI CA-314 (12).


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trezzato a tale scopo. Inoltre è da tener presente che la 2a Squadra Aerea, stanziata sul territorio nazionale, aveva specifica competenza sulle coste adriatiche da Porto Recanati sino a Sussak, alle isole del Carnaro e alla provincia di Zara. A partire dal novembre 1942 tale Squadre Aerea ampliò le sue competenze sino ad includere anche il territorio dipendente dal VI Corpo d'Armata con limite la zona di Ragusavecchia. Della 2a Squadra Aerea facevano parte Squadriglie di ogni tipo (bombardamento terrestre, assalto, caccia e aerosiluranti) basate principalmente sugli aeroporti di Jesi, Forlì, Treviso, Vicenza, Verona-Villafranca, Ghedi, Udine, Aviano, Ronchi e Gorizia. In caso di improvviso attacco nemico qualsiasi Gruppo stanziato nei succitati aeroporti poteva essere chiamato in azione, ma la priorità d'impiego era riservata alla 241 a Squadriglia da Bombardamento Terrestre di stanza a Ronchi. Per quanto riguarda invece la Marina, esistevano, come abbiamo già detto, nell'ambito di SUPERSLODA, due Comandi; il primo era il Comando Regia Marina Fiume, che aveva giurisdizione nelle acque del Carnaro, inizialmente sino alla località di Carlopago e a far data dal 1° novembre 1942 sino a Rovanjska al limite meridionale del Canale della Morlacca, in pratica al confine fra le zone di pertinenza del V e del XVIII Corpo d'Armata. Da MARIFIUME dipendevano nove Comandi Portuali presenti nelle località di Porto Ré, Cirquenizza, Segna, Novi, San Giorgio, Pago, Carlopago, Iablanazzo e Novaglia (Novalja), nell'isola di Pago. Vi era poi il Comando Militare Marittimo della Dalmazia, con sede a Spalato e con giurisdizione ~ulle acque dell'Adriatico Orientale, dall'isola di Premuda sino alla località di Antivari (Bar) nel litorale montenegrino. Da MARIDALMAZIA dipendevano sette Comandi Marittimi stanziati a Spalato, Sebenico, Zara, Ploca, Ragusa, Teodo e Lagosta, ed altrettanti Comandi Portuali presenti in località minori fra le quali Almissa, Metcovich, Gravosa, Lesina e Brazza. Da un punto di vista operativo la Regia Marina utilizzò per il pattugliamento delle acque dalmate oltre a sette torpediniere, altrettanti MAS, due dragamine armati e trentasette dragamine ausiliari, anche una trentina di unità definite "antipartigiane". Si trattava di piccoli velieri a motore, scelti accuratamente fra quelli che garantivano le migliori caratteriche nautiche, adeguatamente ar-


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mati con mitragliatrici pesanti e leggere, e dotati di scafo e sovrastrutture rinforzate in maniera da poter resistere ad uno scontro a fuoco di ridotta entità. Tali unità erano identificate con le sigle VCAP (Vigilanza Costiera Anti Partigiana) e NAP (Natante Anti Partigiano) seguite da un numero progressivo. La differenza di sigla, dovuta all'appartenenza rispettiva a MARIDALMAZIA o a MARIFIUME, scomparve a far data dal 1O giugno 1943 quando tutte le unità di questo tipo presero la nuova denominazione di VAP (Vigilanza Anti Partigiana). Sia le unità della Marina che quelle dell'Aeronautica, parallellamente a missioni specifiche di sorveglianza litoranea e costiera, si trovarono coinvolte in operazioni contro le formazioni partigiane slave. Particolarmente utili si dimostrarono i Fiat CR-42 della 333a Squadriglia d'Assalto, dotati di una bomba da 20 kg appesa sotto alla fusoliera, chiamati a supportare azioni svolte dalle forze di terra. Nell'ambito marittimo, invece, fu insostituibile il ruolo svolto dai motovelieri armati che si dimostrarono particolarmente utili e versatili nelle missioni di pattugliamento e protezione di piccoli convogli nella complessa realtà della costiera dalmata.

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Il lungo lavoro di ricerca svolto per poter completare questo studio, ci porta, inevitabilmente, a trarre un certo numero di considerazioni sulla struttura e l'impiego delle unità costiere. L'argomento è di per se stesso vastissimo e non ci illudiamo di poterlo sviscerare nella sua completezza; a noi basterà elenèare alcuni aspetti che riteniamo fondamentali, anche per rimanere nello spirito che ha ispirato la stesura di questa ricerca storica: fornire una base di lavoro a chi, in tempi successivi, voglia approfondire ulteriormente tale argomento. L'esigenza della Difesa Costiera, sentita fin dai primi giorni di guerra, è legata alla particolare conformazione geografica della nostra penisola, che la rende esposta ad ogni tipo di offesa proveniente dal mare. Il primo sistema di difesa adottato era legato alla dislocazione,


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nei punti strategicamente più importanti ed in quelli p iù facilmente vulner abili, di un certo numero di unità a livello di Battaglione e di Reggimento, dipendenti dai singoli Comandi Militar i Territoriali. Tali unità, definite "costiere", avevano una struttura organica analoga a quella delle similari unità operative, ma potevano inquadrare indifferentemente un numero diverso di reparti, sia per eccesso che per difetto, a seconda delle particolari esigenze del settore nel quale erano chiama te ad operar e. Con l'evoluzione del confl itto e la necessità di coprire meglio ogni zona del vastissimo sviluppo costiero italiano, fu necessario creare delle unità di livello superiore, Brigate e Divisioni, dipendenti da i singoli Corpi d'Armata operativi, capaci di coordinare la difes a di zone più vaste, di riunire reparti di diverse specialità e di integrarne l'impiego . Globalmente nel corso della guerra furono costituite venticinque Divisioni e undici Brigate Costiere 18 ma alcune di queste non riuscirono a raggiungere m ai la piena efficienza operativa . Parlando di Grandi Unità, sia a livello Divisionale che di Brigata, è necessario sfatare subito un luogo comune nel quale frequentemente cadono, ritenia mo in buona fede, alcuni studiosi stranieri. Il luogo comune è quello di assimilare le unità costiere alle unità operative ordinarie di analogo livello, senza tenere in considerazione il fatto che molto spesso i loro organici non sono neppur lontanamente paragonabili. Ci speghiamo meglio: le Divisioni di Fanter ia italiane che operarono durante il secondo conflitto mondiale, pur nella debolezza costituzionale della loro struttura binar ia 19 inquadravano un armo-

18 Le Divisioni Costiere erano identificate da un numero progressivo superiore al 200 ed erano p rive di altre denominazioni; delle venticinque unità costituite, tre prestarono servizio in Francia e nella Riviera Ligure, due in Corsica, altrettante in Toscana e nel Lazio, t re in Sardegna, una in Cam pania, quattro in Calabria, sei in Sicilia e due nelle Puglie. Le Brigate Costiere recavano una numerazione espressa in numeri romani ed erano stanziate una nel Lazio, due in Sardegna, una in Campania, tre in Sicilia, una nelle Puglie e tre in Croazia e Dalmazia. 19 La Divisione di Fanteria introdotta con l'ordinamento Padani prendeva il nome di "binaria" in quanto inquadrava due soli Reggimenti di Fanteria a l posto dei tre normalmente presenti negli organici di unità di questo tipo. La carenza di fanterie disponibili venne in parte coperta con l'inserimento negli


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nico insieme di reparti delle Specialità e dei Servizi che permetteva loro di espletare i compiti precipui connessi alla dinamica propria delle operazioni belliche in svolgimento. Non altrettanto ben proporzionata era la struttura delle unità costiere che, legate da una certa staticità operativa, e forzatamente relegate in secondo ordine quanto ad assegnazione di uomini, armi, mezzi e materiali, finivano per ridursi ad un eterogeneo insieme di reparti, il cui unico comun denominatore era un comando dal quale gerarchicamente essi dipendevano. Il fatto di dover difendere settori estremamente diversi, con esigenze e necessità a volte molto differenti una dall'altra, imponeva significative diversità strutturali che incidevano direttamente sulla loro composizione organica. Per questo motivo una Divisione Costiera poteva inquadrare un numero di Reggimenti, di Battaglioni o di Gruppi di Artiglieria diverso dalle similari unità che presidiavano settori contigui, ma di più facile difesa, e pertanto molto spesso tali unità non erano raffrontabili fra di loro. Meno che meno, poi, erano computabili nel!' ambito di un Ordine di Battaglia insieme con le Divisioni convenzionali, cosa che a volte, con troppa leggerezza, viene fatta. Quanto abbiamo detto sino ad ora, si riferisce particolarmente alle unità schierate lungo il territorio nazionale, ma assume un significato ancora più sintomatico quando ci si richiama a quei reparti che operavano al di fuori di q1,Jesto. Gli esempi di unità costiere schierate fuori dal territorio italiano si limitano a due fronti ben precisi: quello francese (Provenza e Corsica) e quello jugoslavo (Croazia e Dalmazia) ed in entrambi i casi alle singole unità ivi schierate, oltre ai consueti compiti di . protezione della costa, erano affidate anche mansioni presidiarie e, in particolar modo per il fronte jugoslavo, azioni di controguerriglia. Si comprende subito come le suddette unità, già gravate dallo

organici divisionali di una Legione di CC.NN. su due Battaglioni e una Compagnia Mitraglieri, ma ugualmente le Divisioni Italiane rimasero troppo deboli rispetto a similari unità avversarie. Nel corso del conflitto, ad unità operanti sul suolo greco, con compiti di presidio, venne assegnato un terzo Reggimento di Fanteria, riportando quindi in auge il concetto "ternario" almeno su quel fronte.


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espletamento della mansione primaria 20, venivano coinvolte in azioni che mal si adattavano alla loro specifica struttura, troppo legata ad un impiego statico. Se ritorniamo al fronte jugoslavo, possiamo rilevare come l' evolversi delle unità destinate alla difesa costiera si sviluppa parallelamente a quanto ora esposto: una prima fase che vede singoli reparti destinati ad un compito specifico ed una seconda segnata dalla nascita di unità a livello superiore destinate ad inquadrare tali reparti. È necessario però operare subito una distinzione per la quale è difficile trovare una spiegazione logica: nelle regioni settentrionali la Brigata rimane una entità autonoma alle dipendenze del Comando di Corpo d'Armata, più a sud, invece, le Brigate vengono inserite negli organici di singole Divisioni di Fanteria. Quest'ultimo è un caso abbastanza singolare che non trova riscontro, ad esempio, sul territorio nazionale e che, a nostro avviso, può presentare qualche aspetto negativo. Ci sembra infatti che la dipendenza da un Comando interID:edio migliori l'impiego in zone limitate, ma contemporaneamente esponga le unità costiere ad un coinvolgimento nell'ambito divisionale che può andare a detrimento della loro missione primaria. Il dipendere invece da un Comando superiore (Corpo d'Armata) dovrebbe razionalizzarne l'impiego in una ottica più ampia senza creare squilibri all'economia generale della difesa in un settore geografico molto più vasto. Per quanto riguarda l'efficienza operativa non sarà certo sfuggito al Lettore più attento, un particolare, quello legato al continuo avvicendamento dei reparti non soltanto fra unità dell a medesima specialità (il che al limite potrebbe essere comprensibile) ma anche fra unità di specializzazione diversa. Ciò era dovuto al fatto che i compiti di difesa·costiera passavano spesso in secondo piano rispetto agli altri compiti previsti per le unità operanti su questo determinato fronte e cioé presidio e controguerriglia. Si rendeva allora necessario creare una rotazione di

20 Non va dimenticato che il compito istituzionale di tali unità era la difesa della costa, dando per scontata la sicurezza dell'entroterra. Ciò poteva riferirsi al territorio nazionale, ma non poteva assolutamente essere assunto per la Jugoslavia, ove i maggiori problemi di sicurezza erano rappresentati proprio dal fronte interno:


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reparti dettata a volte da esigenze di riposo per quelle unità che più erano state provate dalle operazioni nelle regioni interne del paese, ma più spesso erano le necessità connesse con le azioni di rastrellamento a richiedere spostamenti continui. Si veniva in tal modo a perdere quella confidenza con il proprio terreno operativo e quella localizzazione sta:11ziale che è propria delle unità preposte a compiti di difesa costiera. Il fatto poi di utilizzare alternativamente una Compagnia di Fanti, una di Mitraglieri o a volte addirittura una Batteria di Artiglieria per presidiare una località, se da un punto di vista méramente numerico era quasi la stessa cosa, non lo era altrettanto da quello dell'efficienza, in quanto il personale delle singole unità aveva subito, per ovii motivi, addestramenti e specializzazioni di diverso tipo e grado. Rimanendo sempre nel campo degli effettivi, a parte il fatto che un buon numero di questi era inquadrato in unità territoriali e pertanto apparteneva a lle classi di leva più anziane, non va dimenticato il fattore "reclutamento". Nelle unità costiere operanti sul territorio nazionale, buona parte degli effettivi proveniva dalle stesse regioni ove tali unità erano stanziate: ciò era sicuramente un vantaggio legato soprattutto alla conoscenza del teatro operativo e compensava, almeno in parte, alcune deficienze proprie di queste unità in fatto di addestramento ed armamento. Sembra ovvio che un tale fattore non si poteva applicare a quelle unità che operavano in Jugoslavia e che pertanto aggiungevano questo svantaggio ad altri che abbiamo già elencato e che ci apprestiamo ancora ad elencare. Sempre parlando di effettivi, non si può non rimarcare l'esiguità degli organici propri delle Brigate Costiere da noi prese in esame; in entrambe le situazioni che abbiamo riportato la forza inquadrata è di poco superiore ai tremila uomini, un numero non certo sufficiente per poter svolgere tutti i compiti loro assegnati. Non a caso la richiesta di rinforzi effettuata dal generale Roatta riguardava ben undici Battaglioni tra Costieri e Territoriali Mobili, i quali avrebbero dovuto principalmente rinsanguare ed ampliare gli esigui organici delle tre Brigate. Altro fattore critico, comune a tutte le unità costiere, era quello delle artiglierie; per loro natura, questi reparti utilizzavano spesso pezzi non ruotati (cioè affusti da posizione) ed anche l'assegnazione di altre artiglierie non seguiva di certo norme prioritarie. Si veniva


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quindi a disporre di pezzi antiquati oppure di prede belliche, il che generava solitamente grossi problemi connessi all'approvvigionamento di munizioni. Sarà bastata una sia pur breve scorsa ali' elenco di Batterie citate per rendersi conto della varietà di calibri assegnati alle unità costiere che andavano dal controcarro da 47 sino agli obici da 240. Non tutti i calibri si dimostravano adatti a questo specifico impiego e ciò spiega anche il continuo avvicendamento di batterie e la sostituzione dei pezzi per alcune di queste 21 . Il disporre di un gran numero di p rede belliche francesi e jugoslave (ma anche russe, greche o polacche), risolse il problema della disponibilità di armi da fuoco per le contingenti necessità costiere, ma ne creò altri legati alla familiarizzazione con pezzi dalle caratteristiche più disparate ed impose una pesante situazione logistica relativa al munizionamento forzatamente eterogeneo. Ancor più pesante il discorso relativo ai mezzi a disposizione delle Unità Costiere, mezzi presenti in numero ridottissimo se non mancanti quasi del tutto. Era quest'ultimo il caso della 14a Brigata Costiera, per la quale non siamo riusciti a rintracciare neppure una Autosezione assegnata sia pur per un breve periodo; analoga la situazione delle altre due unità dello stesso livello, a parte i pochissimi carri leggeri che risultavano in forza alla 28a Brigata nel 1943. Non ci rimane che ipotizzare l'eventuale assegnazione di veicoli da parte degli Autogruppi o Autoreparti di Corpo d'Armata, scartando a priori la possibilità di appoggiarsi agli esigui parchiveicoli divisionali. Questa assenza pressoché totale di veicoli, comune a tutte le unità costiere, indipendentemente dal fronte operativo, era un ulteriore fattore di debolezza che accentuava la già citata staticità dei reparti. La mancanza di mezzi propri rendeva pressoché vano ogni tentativo di recuperare forze da zone periferiche per immetterle direttamente in quei settori ove si manifestavano necessità di rinforzi.

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Un tipico esempio può essere da to da alcune Batterie di obici schierate sul fronte jugoslavo sin dai primi giorni della guerra di aprile in qualità di Artiglieria d'Armata. Nel corso del 1941 esse furono assegnate ai Comandi Costieri che, vista l'inutilità di questi grossi calibri, furono costretti a modificare la dotazione d ei pezzi, sostituendoli con prede belliche da 75/15.


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Il problema diveniva ancor pm sentito nei casi di rastrellamenti che potevano svolgersi anche in zone lontane dai singoli settori operativi, comportando ulteriori difficoltà e disagi per le truppe coinvolte. Infine, ritornando all'aspetto strutturale delle Brigate Costiere, è necessario rimarcare l'assenza di determinate aliquote, stabilmente assegnate, di truppe del Genio (Marconisti, Telegrafisti, Artieri, ecc.) o di altre Specialità. Ancora una volta si faceva ricorso ad assegnazioni momentanee da parte delle Grandi Unità Divisionali o di altri Comandi, senza risolvere stabilmente il problema, contribuendo quindi a mantenere quell'aleatorietà strutturale dei reparti costieri che è sempre stata alla base della loro scarsa efficienza operativa. Si può quindi concludere affermando che le unità costiere operanti nelle regioni della Cr oazia e della Dalmazia, confermarono quelle carenze proprie delle similari unità presenti in Italia, accentuandone ulteriormente le deficienze a causa delle loro particolari problematiche. Nate per proteggere le zone costiere da eventuali azioni offensive nemiche, mutarono radicalmente i loro compiti rimanendo coinvolte nella lotta antipartigiana, assumendosi in tal modo un nuovo gravoso impegn,o per il quale non erano state istituzionalmente costituite.


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MAGGIORE FERNANDO FRATTOLILLO

ELENCO GENERALE CRONOLOGICO DELLE LEGGI, REGOLAMENTI, DECRETI, DISPOSIZIONI E CIRCOLARI RELATIVE ALLO STATO MAGGIORE DELLA DIFESA ED ALLO STATO MAGGIORE DELL'ESERCITO PARTE QUINTA: 1 gennaio 1966 - 31 dicembre 1984 1. PREMESSA Questa quinta parte conclude l'Elenco generale la cui pubblicazione è iniziata con le "Memorie Storiche Militari" del 1982 e il cui scopo è stato quello di venire incontro allo studioso facitandogli il compito nel reperire quanto è stato emanato relativamente allo Stato Maggiore della Difesa ed allo Stato Maggiore dell'Esercito sul "Giornale Militare Ufficiale". I provvedimenti sono elencati in ordine cronologico con l'indicazione dell'anno e della pagina nella quale compaiono. Un indice alfabetico-analitico completa il lavoro ed il numero riportato accanto alla voce rimanda al provvedimento <1l. Nel licenziare questa ultima parte si sarà grati a chiunque vorrà segnalare eventuali errori ed omissioni difficilmente evitabili in una ricerca di tale vastità.

(l) Sono state usate le seguenti abbreviazioni: Cir c. =circolare; D.I. = decreto in· terministeriale; D.M. = decr.eto ministeriale; D.P.R. = decreto Presidente Repubbli· ca; G.M.= giornale militare; L. = legge; 0 .N.U. = Organizzazione Nazione Unite; NATO= Organizzazione Trattato Nord Atlantico; R.N.U.= ruolo normale unico: spe = servizio permanente effettivo.


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2. ELENCO DEI PROVVEDIMENTI

14. 2.1966 Atto n. 118. Elenco degli ufficiali che hanno compiuto [1751] con successo 1'87° corso superiore di Stato Maggiore della Scuola di Guerra e che hanno conseguito il diploma di idoneità di cui al paragrafo SO del regolamento per la Scuola di Guerra-Edizione 1958. (G.M. 1966/531) 14. 2.1966 Atto n. 119. Elenco degli ufficiali che hanno compiuto [1752] con successo 1'88° corso di Stato Maggiore della Scuola di Guerra e che sono stati dichiarati idonei a "funzioni di Stato Maggiore" di cui al paragrafo SO del regolamento per la Scuola di Guerra-Edizione 1963. (G.M. 1966/532) 14. 2.1966 Atto n. 120. Elenco degli ufficiali ammessi a frequenta[1753] re 1'88° corso superiore di Stato Maggiore della Scuola di Guerra (anno accademico 1965-1966) di cui al paragrafo 52 del regolamento per la Scuola di GuerraEdizione 1963. (G.M. 1966/534) 14. 2.1966 Atto n. 121. Elenco degli uff..iciali dell'89° corso di Stato [1754] Maggiore ammessi a frequentare il 2° anno di corso della Scuola di Guerra (anno accademico 1965-1966) di cui al paragrafo 48 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1963. (G.M. 1966/536) 14. 2.1966 Atto n. 122. Elenco degli ufficiali ammessi a sostenere [1755) le prove scritte di esame per il 90° corso di Stato Maggiore della Scuola di Guerra (anno accademico 19651966) di cui al paragrafo 11 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1963. (G.M. 1966/538) 14. 2.1966 Atto n. 123. Elenco degli ufficiali ammessi a frequenta[1756) re il 90° corso di Stato Maggiore della Scuola di Guerra (anno accademico 1965-1966) di cui al paragrafo 37 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1963. (G.M.) 1966/545)


Elenco generale cronologico delle leggi, regolamenti, ecc.

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14. 2.1966 Atto n. 124. Elenco degli ufficiali dei Servizi che hanno [17571 compiuto con successo il 6° corso speciale della Scuola di Guerra e che hanno conseguito il diploma di cui al paragrafo 2 lettera G), Circ. n. 140/1631123 in data 9.1.1956. (G.M. 1966/548) 14. 2.1966 Atto n. 125. Elenco degli ufficiali dei Servizi, ammessi a [17581 frequentare il 7° corso speciale (anno accademico 19651966) (G.M. 1966/548) 14. 6.1966 Atto n. 314. L. 26.5.1966 n. 389. Variazioni al bilancio [17591 dello Stato ed a quelli di amministrazioni autonome per l'anno finanziario 1965. (G.M. 1966/1228) 1. 8.1966 Atto n. 454. D.M. 1..8.1966. Sostituzione del Presidente [17601 della Commissione incaricata della valutazione degli ufficiali muniti del titolo di Scuola di Guerra ai fini della loro assegnazione delle cariche già attribuite agli ufficiali dei disciolti Corpo e Servizio di Stato Maggiore. (G.M. 1966/1708) 15. 9.1966 Atto n. 460. D.M. 15.9.1966. Costituzione, ordinamento, [176 1] e attribuzioni della Direzione generale per gli ufficiali dell'Esercito del Ministero della Difesa. (G.M. 1966/1766) 30. 9.1966 Atto n. 447. D.M. 30.9.1966. Costituzione, ordinamento [17621 e attribuzioni del Raggruppamento autonomo del Ministero della Difesa. (G.M. 1966/1687) 30. 9.1966 Atto n. 461. D.M. 30.9.1966. Costituzione, ordinamento [1763] e attribuzioni della Direzione generale per i sottufficiali e i militari di truppa dell'Esercito del Ministero della Difesa. (G.M. 1966/1770) 30. 9.1966 · Atto n. 475. D.M. 30.9.1966. Costituzione, ordinamento [17641 e attribuzioni dell'Ufficio amministrazioni speciali del Mi-


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nistero della Difesa. (G.M. 1966/1836) 30. 9.1966 Atto n. 476. D.M. 30.9.1966. Trasferimento delle at[1765] tribuzioni d'ordine amministrativo svolte dall'Ispettorato del Servizio Veterinario del Ministero della Difesa alla Direzione generale di Commissariato del Ministero stesso. (G.M. 1966/1838) 7. I 0.1966 Atto n . 426. 11 ° corso superiore di geografia militare. [1766) (G.M. 1966/1610) 29.10.1966 Atto n. 548. D.M. 29.10.1966. Sostituzione di un mem(1767] bro della Commissione incaricata della valutazione degli ufficiali muniti del titolo di Scuola di Guerra ai fini della loro assegnazione alle cariche già attribuite agli ufficiali dei disciolti Corpo e Servizio di Stato Maggiore. (G.M. 1966/2035) 23. 2.1967 Atto n. 226. D.I. 28.2.1967. Costituzione della Commis(1768) sione per l'esame e la valutazione dei titoli dei partecipanti a l concorso per l'ammissione al 92° Corso di Stato Maggiore. (G.M. 1967/797) 8. 3.1967 Atto n. 120. Elenco degli ufficiali che hanno compiuto [1769] con successo 1'88° corso superiore di Stato Maggiore della Scuola di Guerra ai quali è stato conferito il "titolo Scuola di Guerra" e rilasciato il diploma di ,cui al paragrafo 59 del regolamento della Scuola di Guerra · Edizione 1963. (G.M. 1967/343) 8. 3.1967 Atto n. 12 t. Elenco degli ufficiali che hanno compiuto [1770] con successo 1'89° corso di Stato Maggiore della Scuola di Guerra e che sono stati dichiarati idonei a "funzioni di Stato Maggiore" di cui al paragrafo 50 del regolamento per la Scuola di Guerra · Edizione 1963. (G.M. 1967/345)


Elenco generale cronologico delle leggi, regolamenti, ecc.

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8. 3.1967 Atto n . 122. Elenco degli ufficiali ammessi a frequenta(177 1) re 1'89° corso super iore di Stato Maggiore della Scuo la di Guerra (anno accademico 1966-1967) di cui al paragrafo 52 del regolamento per la Scuola di Guerra Edizione 1963. (G.M. 1967/347) 8. 3. 1967 Atto n. 123. Elenco degli ufficiali del 90° corso di Stato (17721 Maggiore ammessi a frequentare il 2° anno di corso della Scuola di Guerra (anno accademico 1966-1967) di cui al paragrafo 48 del regolamento per la Scuola di Guerra -Edizione 1963. (G.M. 1967/349) 8. 3.1967 Atto n. 124. Elenco degli ufficiali ammessi a sostenere (1773] le prove seri tte di esame per il 91 ° corso di Stato Maggiore della Scuola di Guerra (anno accademico 19661967) di cui al paragrafo 11 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1963. (G. M. 1967/352) 8. 3. 1967 Atto n. 125. Elenco degli ufficiali ammessi a frequenta( 1774) re il 91 ° corso di Stato Maggiore della Scuola di Guerra (anno 1966-1967) di cui al paragrafo 37 del regolamento accademico per la Scuola di Guerra - Edizione 1963. (G.M. 1967/358)

8. 3.1967 Atto n. 126. Elenco degli ufficiali dei Servizi che hanno ( 17751 compiuto con successo il 7° corso speciale della Scuola di Guerra e che hanno conseguito il diploma di cui al paragrafo 2, lettera G, Circ. n. 140/1631123 in data 9.1.1956. (G.M. 1967/361) 8. 3.1967 Atto n. 127. Elenco degli ufficiali dei Servizi ammessi a (17761 frequentare 1'8° corso speciale (anno accademico 1966196?), (G.M. 1967/362) 1. 6.1967 Atto n. 518. D.M. 1.6.1967, con il quale vengono devolu( 1777) . te all'Ufficio amministrazioni speciali le operazioni amministrative e conta bili concernenti le spese relative ai servizi funzionali e generali dello Stato Maggiore della Difesa e del Ministero della Difesa. (G.M. 1967/2144)


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Fernando Fratto/ilio

10. 6.1967 Atto n. 355. D .M. 10.6.1967. Sostituzione del presidente [1778] della Commissione incaricata della valu tazione degli ufficiali muniti del titolo di Scuola di Guerra ai fini della loro assegnazione alle cariche già attribuite agli ufficiali dei disciolti Corpo e Servizio di Stato Maggiore . (G.M. 1967/1304) 1.10.1967 Atto n. 546. D .M. 1.10.1967. Sostituzione di un membro (1779] della Commissione incaricata della valutazione degli ufficiali muniti del titolo di Scuola di Guerra ai fini della loro assegnazione alle cariche già attribuite agli ufficiali dei disciolti Corpo e Servizio di Stato Maggiore. (G.M. 1967/2253). 1.11.1967 Atto n. 564. D.M. 1.11.1967. Sostituzione del segretario (1780] della Commissione incaricata della valutazione degli ufficiali muniti del titolo di Scuola di Guerra ai fini dell'assegnazione alle cariche già attribuite agli ufficiali dei disciolti Corpo e Servizio di Stato Maggiore. (G.M. 1967/2289). 8. 1.1968 Atto n. 764. O.I. 8.1.1968. Costituzione della Commissio[178 1] ne per l'esame e la valutazione dei titoli dei partecipanti al concorso per l'ammissione al 93° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1968/3620). 4. 2.1968 Atto n. 128. Elenco degli ufficiali che hanno compiuto (1782] con successo 1'89° corso superiore di Stato Maggiore della Scuola di Guerra ai quali è stato conferito il"titolo Scuola di Guerra" e rilasciato il diploma di cui al paragrafo 59 del regolamento della Scuola di GuerraEdizione 1963. (G.M. 1968/600). 4. 2.1968 Atto n. 129. Elenco degli ufficiali che hanno compiuto (1783] con successo il 90° corso di Stato Maggiore della Scuola di Guerra e che sono stati dichiarati idonei a "funzioni di Stato Maggiore" di c ui al paragrafo 50 del Regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1963. (G.M. 1968/602).


Elenco generale cronologico delle leggi, regolamenti, ecc.

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4. 2.1968 Atto n. 130. Elenco degli ufficiali ammessi a frequenta[1784] re il 90° anno di corso della Scuola di Guerra (anno accademico 1967-1968) di cui al paragrafo 52 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1963. (G.M. 1968/605) 4. 2.1968 Atto n. 131. Elenco degli ufficiali del 91° corso di Stato [1785] Maggiore ammessi a frequentare il 2° anno di corso della Scuola di Guerra (anno accademico 1967-1968) di cui al paragrafo 48 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1963. (G.M. 1968/608). 4. 2.1968 Atto n. 132. Elenco degli ufficiali ammessi a sostenere [1786] le prove scritte di esame per il 92° corso di Stato Maggiore della Scuola di Guerra (anno accademico 19671968) di cui al paragrafo 11 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1963. (G.M. 1968/611) 4. 2.1968 Atto n. 133. Elenco degli ufficiali ammessi a frequenta[ 1787] re il 92° corso di Stato Maggiore della Scuola di Guerra (anno accademico 1967-1968) di cui al paragrafo 37 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1963. (G .M. 1968/617) 4. 2.1 968 Atto n. 134. Elenco degli ufficiali dei Servizi che hanno [1788] compiuto con successo 1'8° corso speciale della Scuola di Guerra e che hanno conseguito il diploma di cui al paragrafo 2, lettera G, circ. n. 140/1631123 in data 9.1.1 956. (G.M. 1968/619) 4. 2.1968 Atto n. 135. Elenco degli ufficiali dei Servizi ammessi a (1789] frequentare il 9° corso speciale (anno accademico 19671968). (G.M. 1968/620) 8. 3.1968 Atto n . 279. L. 8.3.1968, n . 200. Istituzione del Comitato [1790] dei capi di Stato Maggiore e varianti alla L. 12.11.1955, n. 1137, sull'avanzamento degli ufficiali dell'Esercito, della Marina e dell'Aeronautica. (G.M. 1968/1207).


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Fernando Frattolillo

13. 9.1968 Atto n. 908. D.M. 13.9.1968. Sostituzione del presidente [1791] della Commissione incaricata della valutazione degli ufficiali muniti del titolo di Scuola di Guerra ai fini della loro assegnazione alle cariche già attribuite agli ufficiali dei disciolti Corpo e Servizio di Stato Maggiore. (G.M. 1968/4006). 17. 2.1969 Atto n. 208. Elenco degli ufficiali che hanno compiuto [1792] con successo il 90° corso superiore di Stato Maggiore della Scuola di Guerra ai quali è stato conferito il "titolo Scuola di Guerra" e rilasciato il diploma di cui al paragrafo 59 del regolamento per la Scuola di Guerra -Edizione 1963. (G.M. 1969/1112) 17. 2.1969 Atto n. 209. Elenco degli ufficiali che hanno compiuto [1793] con successo il 91 ° corso di Stato Maggiore della Scuola di Guerra e che sono stati dichiarati idonei a "funzioni di Stato Maggiore" di cui al paragrafo 50 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1963. (G.M. 1969/1115). 17. 2.1969 Atto n. 210. Elenco degli ufficiali ammessi a frequenta(1794) re il 91 ° corso superiore di Stato Maggiore della Scuola di Guerra (anno accademico 1968-69) di cui al paragrafo 59 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1963. (G.M. 1969/1118) 17. 2.1969 Atto n. 211. Elenco degli ufficiali del 92° corso di Stato [1795] Maggiore ammessi a frequentare il 2° annp di corso della Scuola di Guerra (anno accademico 1968-69) di cui al paragrafo 48 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1963. (G.M. 1969/1121) 17. 2.1969 Atto n. 212. Elenco degli ufficiali ammessi a frequenta[1796] re il 93° corso di Stato Maggiore della Scuola di Guerra (anno accademico 1968-69) di cui al paragrafo 37 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1963. (G.M. 1969/1123)


Elenco generale cronologico delle leggi, regolamenti, ecc.

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17. 2.1969 Atto n. 213. Elenco degli ufficiali ammessi a sostenere (1797] le prove scritte di esame per il 93° corso di Stato Maggiore della Scuola di Guerra (anno accademico 1968-69) di cui al paragrafo 11 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1963. (G.M. 1969/1125) 17. 2.1969 Atto n. 214. Elenco degli ufficiali dei Servizi che hanno (1798] compiuto con successo il 9° corso speciale della Scuola di Guerra e che hanno conseguito il diploma di cui al paragrafo 2, lettera G., Circ. n. 140/1631123 in data 9.1.1956. (G.M. 1969/1130) 17. 2.1969 Atto n . .215. Elenco degli ufficiali dei Servizi ammessi a [1799] frequentare il 10° corso speciale (anno accademico 1968-69). (G.M. 1969/1131) l. 3.1969 Atto n. 353. D.M. 1.3.1969. Sostituzione di un membro [1800] della Commissione incaricata della valutazione degli ufficiali muniti del titolo di Scuola di Guerra ai fini della loro assegnazione alle cariche già attribuite agli ufficiali dei disciolti Corpo e Servizio di Stato Maggiore. (G.M. 1969/353).

18.10.1969 Atto n. 278. D.I. 18.10.1969. Composizione della Com[180 1] missione per l'esame e la valutazione dei titoli dei partecipanti al concorso per l'ammissione al 95° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1970/889) 24.12.1969 Atto n. 263. L. 24.12.1969, n. 986. Bilancio di previsione [1802] dello Stato per l'anno finanziario 1970. (G.M. 1970/774) 14. 1.1970 Atto n. 434. D.M. 14.1.1970. Sostituzione di un membro (1803] della Commissione per l'esame e la valutazione dei titoli dei partecipanti al concorso per l'ammissione al 95° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1970/1426) 15. 1.1970 Atto n. 177. D.M. 15.1.1970. Sostituzione del presidente [1804] della Commissione incaricata della valutazione degli ufficiali muniti del titolo di Scuola di Guerra ai fini del-


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Fernando Frattolillo

la loro assegnazione alle cariche già attribuite agli ufficiali dei disciolti Corpo e Servizio di Stato Maggiore. (G.M. 1970/566) 16. 2.1970 Atto n. 187. Elenco degli ufficiali che hanno compiuto [1805) con successo il 91 ° corso superiore di Stato Maggiore della Scuola di Guerra ai quali è stato conferito il "titolo Scuola di Guerra" e rilasciato il diploma di cui al paragrafo 59 del regolamento per la Scuola di Guerra -Edizione 1963. (G.M. 1970/582) 16. 2.1970 Atto n. 188. Elenco degli ufficiali che hanno compiuto (1806] con successo il 92° corso di Stato Maggiore della Scuola di Guerra e che sono stati dichiarati idonei a "funzioni di Stato Maggiore" di cui al paragrafo 50 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1963. (G.M. 1970/585) 16. 2.1970 Atto n. 189. Elenco degli ufficiali ammessi a frequenta[1807] re il 92° corso superiore di Stato Maggiore della Scuola di Guerra (anno accademico 1969-70) di cui al paragrafo 52 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1973. (G.M. 1970/587) 16. 2.1970 Atto n. 190. Elenco degli ufficiali del 93° corso di Stato [1808] Maggiore ammessi a frequentare il 2° anno di corso della Scuola di Guerra (anno accademico 1969-70) di cui al paragrafo 48 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1963. (G.M. 1970/589) 16. 2.1970 Atto n. 191. Elenco degli ufficiali ammessi a sostenere [1809] le prove scritte di esame per il 92° corso di Stato Maggiore della Scuola di Guerra (anno accademico 1969-70) di cui al paragrafo 11 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1963. (G.M. 1970/591) 16. 2.1970 Atto n. 192. Elenco degli ufficiali ammessi a frequenta[1810] re il 95° corso di Stato Maggiore della Scuola di Guerra (anno accademico 1969-70) di cui al paragrafo 37 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1963. (G.M. 1970/596)


Elenco generale cronologico delle leggi, regolamenti, ecc.

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16. 2.1970 Atto n. 193. Elenco degli ufficiali dei Servizi che hanno (1811] compiuto con successo il 10° corso speciale della Scuola di Guerra e che hanno conseguito il diploma di cui al paragrafo 2, lettera G, Circ. n. 140/1631123 in data 9.1.1956. (G.M. 1970/598) 26.9.1970 Atto n. 808. D.M. 26.9.1970. Modifiche alla composizio[1812] ne della Commissione incaricata della valutazione degli ufficiali muniti del titolo di Scuola di Guerra ai fini della loro assegnazione alle cariche già attribuite agli ufficiali dei disciolti Corpo e Servizio di Stato Maggiore. (G.M. 1970/2949) 4. 2.1971 Atto n. 101. Elenco degli ufficiali che hanno compiuto [1813] con successo il 92° corso superiore di Stato Maggiore della Scuola di Guerra ai quali è stato conferito il "titolo Scuola di Guerra" e rilasciato il diploma di cui al paragrafo 58 del regolamento per la Scuola di Guerra -Edizione 1970. (G.M. 1971/728) 4. 2.1971 Atto n. 102. Elenco degli ufficiali che hanno compiuto [1814] con successo il 93° corso di Stato Maggiore della Scuola di Guerra e che sono stati ammessi alla frequenza del 93° corso superiore di Stato Maggiore paragrafo 49 e 51 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1970. (G.M. 1971/7 30) 4. 2.1971 Atto n. 103. Elenco degli ufficiali del 94° corso di Stato [1815] Maggiore ammessi a frequentare il 2° anno di corso della Scuola di Guerra (anno accademico 1970-71) di cui al paragrafo 50 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1970. (G.M. 1971/732) 4. 2.1971 Atto n. 104. Elenco degli ufficiali ammessi a sostenere [1816] le prove scritte di esame per il 95° corso di Stato Maggiore per la Scuola di Guerra (anno accademico 197071) di cui al paragrafo 11 del regolamento per la Scuola di Guerra.


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Fernando Fratto/ilio

Edizione 1970. (G.M. 1971/734) 4. 2.1971 Atto n. 105. Elenco degli ufficiali ammessi a frequenta(1817) re il 95° corso di Stato Maggiore della Scuola di Guerra (anno accademico 1970-71) di cui al paragrafo 39 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1970. (G.M. 1971/738) 4. 2.1971 Atto n. 106. Elenco degli ufficiali dei Servizi ammessi a [18181 frequentare l'll O corso speciale (anno accademico 1970-71) (G.M. 1971/739) 30. 3.1971 Atto n. 336. D.M. 30.3.1971. Sostituzione di un membro [I 819) della Commissione incaricata della valutazione degli ufficiali muniti del titolo di Scuola di Guerra ai fini della loro assegnazione alle cariche già attribuite agli ufficiali dei disciolti Corpo e Servizio di Stato Maggiore. (G.M. 1971/1832) 18. 8.1971 Atto n. 606. Adozione di un distintivo per il personale· [1820) militare in servizio presso lo Stato Maggiore della Nato. (G.M. 197 1/2836) 30.10.1971 Atto n. 330. D.M. 30.10.1971. Composizione per la Com(1821) missione per l'esame e la valutazione dei titoli dei partecipanti al concorso per la ammissione al 97° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1972/1200) 1O. 2.1972 Atto n. 208. Elenco degli ufficiali che hanno compiuto [18221

con successo il 93° corso superiore di Stato Maggiore della Scuola di Guerra ai quali è stato conferito il "titolo di Scuola di Guerra" e rilasciato il diploma di cui al paragrafo 58 del regolamento per la Scuola di Guerra -Edizione 1970. (G.M. 1972/823)

10. 2.1972 Atto n. 209. Elenco degli ufficiali che hanno compiuto (1823) con successo il 94 ° corso di Stato Maggiore della Scuo-


Elenco generale cronologico delle leggi, regolamenti, ecc.

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la di Guerra e che sono stati ammessi alla frequenza del 94° corso superiore di Stato Maggiore paragrafo 49 e 51 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1970. (G.M. 1972/825) 10. 2.1972 Atto n. 210. Elenco degli ufficiali del 95° corso di Stato [1824] Maggiore ammessi a frequentare il 2° anno di corso della Scuola di Guerra (anno accademico 1971- 1972) di cui al paragrafo 50 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1970. (G.M. 1972/827) 10. 2.1972 Atto n. 211. Elenco degli ufficiali ammessi a sostener e [ 1825] le prove scritte di esame per il 96° corso di Stato Maggiore della Scuola di Guerra (anno accademico 19711972) di cui al paragrafo 11 del regolamento pe r la Scuola di Guer ra - Edizione 1970. (G.M. 1972/829) 10. 2.1972 Atto n. 212. Elenco degli ufficiali ammessi a frequenta[ 1826) re il 96° corso di Stato Maggiore della Scuola di Guerra (anno accademico 1971-1972) di cui al paragrafo 39 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1970. (G.M. 1972/833). 10. 2.1972 Atto n. 213. Elenco degli ufficiali dei Servizi che hanno [1827] compiuto con successo l' 11 ° corso speciale della Scuola di Guerra e che hanno conseguito il diploma di cui al paragrafo 2 lettera G, Circ. 140/1631123 in data 9.1.1956. (G.M. 1972/835) 10. 2.1972 Atto n. 214. Elenco degli ufficiali dei Servizi ammessi a [1828] frequentare il 12° corso speciale (anno accademico 1971-1972). (G.M. 1972/836) 16. 3.1972 Atto n. 390. L. 16.3.1972, n. 106. Variazioni al bilancio [1829] dello Stato ed a quelli di Amministrazioni autonome per l'anno finanziario 1971. (G.M. 1972/1367)


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23. 3.1972 Atto n . 391. D.M. 23.3.1972. Sostituzione del presidente (1830] della Commissione incaricata della valutazione degli ufficiali muniti del titolo di Scuola di Guerra ai fini della loro assegnazione alle cariche già attribuite agli ufficiali dei disciolti Corpo e Servizio di Stato Maggiore. (G.M. 1972/1380). 10.10.1972 Atto n. 946. D.M. 10.10.1972. Modifiche alla composizi(? (1831) ne della Commissione incaricata della valutazione degli ufficiali muniti del titolo di Scuola di Guerra ai fini della loro assegnazione alle cariche già attribuite agli ufficiali dei disciolti Corpo e Servizio di Stato Maggio. (G.M. 1972/3685). 13.10.1972 Atto n. 983. D.P.R. 13.10.1972, n. 781. Ordinamento e (1832) modalità di funzionamento del Comitato dei capi di Stato Maggiore. (G.M. 1972/3937). 11.11.1972 Atto n. 11 O. D.I. 11.11.1972. Costituzione della Commis(1833] sione per l'esame e la valutazione dei titoli dei partecipanti al concorso per l'ammissione al 98° corso di Stato Maggiore. (G.M. 197 3/553). 1. 1.1973 Atto n. 210. D.M. 1.1.1973. Emissioni di ordini di accre(1 834) ditamento a favore del direttore dello Ufficio amministrazioni speciali su taluni capitoli dello stato di previsione della spesa del Ministero della Difesa per I' esercizio finanziario 1973. (G.M. 1973/828). 30. 1.1973 Atto n. 54. Elenco degli ufficiali che hanno çompiuto [1835) con successo il 94° corso superiore di Stato Maggiore della Scuola di Guerra ai quali è stato conferito il "titolo Scuola di Guerra" e rilasciato il diploma di cui al paragrafo 58 del regolamento per la Scuola di Guerra -Edizione 1970. (G.M. 1973/199) 30.' 1.1973 Atto n. 55. Elenco degli ufficiali che hanno compiuto (1986] con successo il 95° corso di Stato Maggiore della Scuola di Guerra e che sono stati ammessi alla frequenza del 95° corso superiore di Stato Maggiore - paragrafi 49 e


Elenco generale cronologico delle leggi, regolamenti, ecc.

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51 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1970. (G.M. 1973/201). 30. 1.1973 Atto n. 56. Elenco degli ufficiali del 96° corso di Stato [1837) Maggiore ammessi a frequentare il 2° anno di corso della Scuola di Guerra (anno accademico 1972-73) di cui al paragrafo 50 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1970. (G.M. 1973/203). 30. 1.1973 Atto n. 57. Elenco degli ufficiali ammessi a sostenere le [1838) prove scritte di esame per il 97° corso di Stato Maggiore della Scuola di Guerra (anno accademico 1972-73) di cui al paragrafo 11 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1970. (G.M. 1973/205). 30. 1.1973 Atto n. 58. Elenco degli ufficiali ammessi a frequentare (1839) il 97° corso di Stato Maggiore della Scuola di Guerra (anno accademico 1972-73) di cui al paragrafo 39 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1970. (G.M. 1973/209). 30. 1.1973 Atto n. 59. Elenco degli ufficiali dei Servizi che hanno (1840) compiuto con successo il 12° corso speciale della Scuola di Guerra e che hanno conseguito il diploma di cui al paragrafo 2, lettera G, Circ. 140/1631123 in data 9.1.1956. (G.M. 1973/211). 30. 1.1973 Atto n. 60. Elenco degli ufficiali dei Servizi ammessi a [1841) frequentare il 13° corso speciale (anno accademico 1972-73). (G.M. 1973/212). 19.11.1973 Atto n. 378. D.M. 19.11.1973. Costituzione della [18421 Commissione per l'esame e la valutazione dei titoli dei partecipanti al concorso per l'ammissione al 99° corso di Stato Maggiore (Esercito). (G.M. 1974/2181). 23 . 1.1974 Atto n. 118. Elenco degli ufficiali che hanno compiuto [1843] con successo il 95° corso superiore di Stato Maggiore


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della Scuola di Guerra ai quali è stato conferito il "titolo Scuola di Guerra" e rilasciato il diploma di cui al paragrafo 58 del regolamento per la Scuola di Guerra -Edizione 1970. (G.M. 1974/444). 23. 1.1974 Atto n. 11 9. Elenco degli ufficiali che hanno compiuto (1844] con successo il 95 ° corso superiore di Stato Maggiore della Scuola di Guerra ai quali è stato rilasciato il diploma di cui al paragrafo 58 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1970. (G.M . 1974/445). 23. 1.1974 Atto n. 120. Elencg degli ufficiali del 97° corso di Stato [1845) Maggiore ammessi a frequentare il 2° anno di corso della Scuola di Gue rra (anno accademico 1973-74) di . cui· al paragrafo 50 del Regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1970. (G.M. 1974/447). 23. 1.1974 Atto D· 121. Elenco degli ufficiali a mmessi a sostenere [1846] le pro~e scritte di esame per il 98° corso di Stato Maggiore della Scuola di Guerra (anno accademico 19731974) di cui al paragrafo 11 del regofamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1970. (G.M. 1974/449). 23. 1.1 974 Atto n. 122. Elenco degli ufficiali ammessi a frequenta[1847] re il 98° corso di Sta to Maggiore della Scuola di Guerra (anno accademico 1973-74) di cui al paragrafo 39 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1970. (G.M. 197 4/452). 23. 1.1974 -Atto n. 123. Elenco degli ufficiali dei Servizi che hanrn [1 848) compiuto con successo il 13° corso speciale della Scuc la di Guerra e che hanno conseguito il diploma di cui a paragrafo 2, lettera G, circ. 140/1631123 in dat 9.1. 1956. (G.M. 1974/454)


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23. 1. 1974 Atto n. 124. Elenco degli ufficiali dei Servizi ammessi a [1849] frequentare il 14 ° corso speciale (anno accademico 1973-74). (G.M. 1974/454) 30. 3.1974 Atto n. 291. Elenco nominativo degli ufficiali ammessi (1850) a sostenere le prove scritte d'esame per il 99° corso di Statò Maggiore della Scuola di Guerra (paragrafo 11 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1970). (G.M. 1974/1564) 5. 7.1974 Atto n. 465. Elenco degli ufficiali frequentatori del 96° [185 1] corso superiore di Stato Maggiore dichiarati idonei al termine del corso, ai quali è stato conferito il "titolo di Scuola di Guerra" e rilasciato il diploma di cui al paragrafo 58 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1970. (G.M.197 4/2582) 14. 8.1974 Atto n. 553. :g.lenco degli ufficiali in s.p.e. che hanno [18521 completato con successo il 2° anno del 97° corso di Stato Maggiore e sono ammessi alla frequenza del 97° corso superiore di Stato Maggiore. (G.M. 1974/30Ò9) 20. 9.1974 Atto n. 8. D.M: 20.9.l 974. Modifiche alla composizione [1853] della Commissione incaricata della valutazione degli ufficiali muniti del titolo di Scuola di Gue,rra ai fini della loro assegnazione alle cariche già attribuite agli ufficiali dei disciolti Corpo e Servizio di Stato Maggiore. (G:M. 1975/36) 21. 9.1974 Atto n. 648. Elenco degli ufficiali dei Servizi che hanno [1854) compiuto con successo il 14° corso per ufficiali dei Servizi presso la Scuola di Guerra ed hanno conseguito il diploma di idoneità, di cui al paragrafo 2, lettera G, Circ. 140/1631123 in data 9.1.1956. (G.M. 1974/4121) 21. 9.1974 Atto n. 649. Elenco degli ufficiali dei Servizi ammessi a [1855] frequentare il 15° corso per ufficiali dei Servizi presso


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la Scuola di Guerra (anno accademico 1974-75). (G.M. 1974/4122) 7.10.1974 Atto n. 670. Elenco degli ufficiali ammessi al 99° corso [1856] di Stato Maggiore della Scuola di Guerra di cui al paragrafo 39 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1970. (G.M. 1974/4175) 30.10.1974 Atto n. 515. D.M. 30.10.1974. Costituzione della Com(1857] missione per l'esame e la valutazione dei titoli dei partecipanti al concorso per l'ammissione al 100° corso di Stato Maggiore (Esercito). (G.M. 1975/2249) 22.11.1974 Atto n. 669. D.I. 22.11.1974, con il quale viene fissato il [1858] numero dei militari stranieri da ammettere nell'anno 1974, per l'anno accademico 1974-75, alla frequenza di corsi presso istituti, scuole ed altri enti militari italiani. (G.M. 1975/2795) 14.12.1974 Atto n. 111. D.M. 14.12.1974, concernente emissione di (1859] ordini di accreditamento per l'esercizio finanziario 1975. (G.M. 1975/360) 27. 1.1975 Atto n . 670. D.I. 27.1.1975, con il quale viene stabilito il [ 1860] numero dei militari stranieri da ammettere nell'anno 1975, per gli anni accademici 1974/75, alla frequenza dei corsi presso istituti, scuole ed altri enti militari italiani. ' (G.M. 1975/2799) 20. 2.1975 Atto n. 145. Elenco nominativo degli ufficiali ammessi [186 1] a sostenere le prove scritte d'esame per il 100° corso di Stato Maggiore della Scuola di Guerra (paragrafo 11 del regolamento della Scuola di Guerra - Edizione 1970). (G.M. 1975/426) 8. 3.1975 Atto n. l. D.M. 8.3.1975. Sostituzione di un membro del[1862] la Commissione incaricata della valutazione degli uffi-


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ciali muniti del titolo di Scuola di Guerra ai fini della loro assegnazione alle cariche già attribuite agli ~fficiali dei disciolti Corpo e Servizio di Stato Maggiore. (G.M. 1976/4) 8. 8.1975 Atto n. 463. Elenco degli ufficiali che hanno compiuto (1863] con successo il 97 ° corso superiore di Stato Maggiore della Scuola di Guerra e hanno conseguito il diploma di idoneità di cui al paragrafo 58 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1970. (G.M. 1975/1863) 8. 8.1975 Atto n. 464. Elenco degli ufficiali che hanno compiuto (1864) con successo il 15° corso per ufficiali dei Servizi presso la Scuola di Guerra ed hanno conseguito il diploma di idoneità di cui al paragrafo 2, lettera G, Circ. 140/1631123 in data 9.l.J956 dello Stato Maggiore Esercito. (G.M . 1975/1865) 13. 8.1975 Atto n . 805. D.I. 13.8.1975, concernente il n umero dei (1 865] militari stranieri da ammette re nell'anno 1975, per l'anno accademico 1975-76, alla frequenza di corsi presso istituti , scuole ed altri enti militari. (G.M. 1976/3084) 4. 9.1975 Atto n. 543. Elenco degli ufficiali che hanno compiuto (1866] con successo il 98° corso di Stato Maggiore della Scuola di Guerra. (G.M. 1975/2295) 15.10.1975 Atto n. 694. Elenco degli ufficiali ammessi a frequenta[1867] re il 100° corso di Stato Maggiore della Scuola di Guerra di cui all'art. 39 del regolamento per la Scuola di Guerra - Edizione 1970. (G.M. 1975/2843) 26.11.1975 Atto n. 795. Elenco degli ufficiali ammessi a frequenta[1868] re il 17° corso speciale per gli ufficiali dei Servizi presso la Scuola di Guerra. (G.M. 1975/3206)


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15.12.1975 Atto n. 126. D.M. 15.12.1975. Costituzione della Com[1869] missione per l'esame e la valutazione dei titoli dei partecipanti al concorso per l'ammissione al 101 ° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1976/480) 22.12.1975 Atto n. 602. L. 22.12.1975, n. 702. Bilancio di previsione (1870) dello Stato per l'anno finanziario 1976. (G.M. 1976/2045) 28. 4.1976 Atto n. 284. L. 18.4.1976, n. 192. Norme sui corsi della [1871) Scuola di Guerra dell'Esercito. (G.M. 1976/945) 24. 6.1976 Atto n. 598. D.M. 24.6.1976. Concorso, per titoli ed esa[1872) mi, per l'ammissione di dieci capitani del ruolo speciale unico delle Armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio al 101 ° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1976/2038) 24. 6.1976 Atto n. 599. D.M. 24.6.1976. Concorso, per titoli, per [1873] l'ammissione di quattro capitani dell'Arma dei carabinieri al 101 ° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1976/2038) 5. 7.1976 Atto n. 450. Ufficiali che hanno compiuto con successo [1874) il 98° corso superiore di Stato Maggiore della Scuola di Guerra e hanno conseguito il diploma d'idoneità di cui all'art. 58 del regolamento della Scuola di Guerra - Edizione 1970. (G.M. 1976/1605) 5. 7.1976 Atto n. 451. Ufficiali che hanno compiuto con successo [1875) il 16° corso speciale per ufficiali dei Servizi presso la Scuola di Guerra ed hanno conseguito il diploma d'idoneità di cui al paragrafo II, lettera G della circ. 140/1631123 in data 9.1.1956 dello Stato Maggiore dell'Esercito. (G.M. 1976/1607) 18. 8.1976 D.M. 18.8.1976. Costituzione della Commissione giudi[1876] catrice del concorso per titoli per l'ammissione di 4 ca-


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capitani dell'Arma dei carabinieri in spe al 101 ° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1976/3233) 9. 9.1976 Atto n. 683. Elenco degli ufficiali che hanno compiuto (1877) con successo il 99° corso di Stato Maggiore della Scuola di Guerra. (G.M. 1976/2542) 3.11.1976 Atto n. 836. Elenco degli ufficiali ammessi a frequenta(1878) re il 18° corso speciale per gli ufficiali dei Servizi presso la Scuola di Guerra. (G.M. 1976/3136) 31. 1.1976 Atto n. 48. D.I. 31.1.1976, con il quale viene fissato il nu[1879) mero dei militari stranieri da ammettere nell'anno 1976, per gli anni accademici 1975/76, alla frequenza di corsi presso istituti scuole ed enti militari italiani. (G.M. 1977/199) 6. 9.1976 Atto n. 233. D.I. 6.9.1976, col quale viene fissato il (1880) numero dei militari stranieri da ammettere nell'anno 1976, per l'anno accademico 1976-77, alla frequenza dei corsi presso istituti, scuole ed altri enti militari dello Stato. (G.M. 1977/920) 20.10.1976 Atto n. 111. D.I. 20.10.1976. Sostituzione di un membro [1881) delle Commissione incaricata della valutazione degli ufficiali muniti del titolo di Scuola di Guerra, ai fini della loro assegnazione alle cariche già attribuite agli ufficiali dei disciolti Corpo e Servizio di Stato Maggiore. (G.M. 1977/413) 2.12.1976 Atto n. 27. D.M. 2.12.1976. Sostituzione del Presidente [1882] della Commissione inca_ricata dalla valutazione degli ufficiali muniti del titolo di Scuola di Guerra ai fini della loro assegnazione alle cariche già attribuite agli ufficiali dei disciolti Corpo e Servizio di Stato Maggiore. (G.M. 1977/101)


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4. 2.1977 Atto n. 786. O.I. 4.2.1977. Numero dei militari stranieri [1883] da ammettere nell'anno 1977, per gli anni accademici 1976-77, alla frequenza di corsi presso istituti, scuole ed altri enti militari italiani, con totale spesa a carico del bilancio del Ministero della Difesa. (G.M. 1977/3255) 25. 7 .1977 Atto n. 524. Ufficiali che hanno compiuto con successo [1 884] il 17° corso speciale per ufficiali dei Servizi presso la Scuola di Guerra ed hanno conseguito il diploma d'idoneità di cui al paragrafo II, lettera G, della circ. 140i1631123 in data 9.1.1956 dello Stato Maggiore dell'Esercito. (G.M. 1977/2117) 25. 7.1977 Atto n. 525. Ufficiali che hanno compiuto con successo (1885] il 99° corso superiore di Stato Maggiore della Scuola di Guerra e hanno conseguito il diploma d'idoneità di cui all'art. 58 del regolamento di Scuola di Guerra - Edizione 1970. (G.M. 1977/2118) 26.8.1977 (1886]

Atto n. 596. Elenco degli ufficiali che hanno compiuto con successo il 100° corso di Stato Maggiore della Scuola di Guerra. (G.M. 1977/2519)

31. 8.1977 Atto n. 393. D.M. 31.8.1977. Numero dei militari stra[ 1887] nieri da ammettere nell'anno 1977, per l'anno accademico 1977-78, alla freqùenza di corsi presso istituti, scuole ed altri enti militari italiani. (G.M. 1978/1556) '

1. 9.1977 Atto n. 164. D.M. 1.9.1977. Sostituzione di un membro [1888] della Commissione incaricata della valutazione degli ufficiali muniti del titolo di Scuola di Guerra ai fini della loro assegnazione alle cariche già attribuite agli ufficiali del disciolto Corpo e Servizio di Stato Maggiore. (G.M. 1977/632) 15. 9.1977 Atto n. 167. D.M. 15.9.1977. Sostituzione del segretario [1889] della Commissione incaricata della valutazione degli ufficiali muniti del titolo di Scuola di Guerra ai fini del-


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la loro assegnazione alle cariche già attribuite agli ufficiali dei disciolti Corpo e Servizio di Stato Maggiore. (G.M. 1977/635) 7.10.1977 Atto n. 168. D.M. 7.10.1977. Sostituzione di un membro [1890] dèlla Commissione incaricata della valutazione degli ufficiali muniti del titolo di Scuola di Guerra ai fini della loro assegnazione alle cariche già attribuite agli ufficiali dei disciolti Corpo e Servizio di Stato Maggiore. (G.M. 1977/636) 1. 3.1978 Atto n. 322. D.M. 1.3.1978. Concorso, per titoli ed esami [18911 per l'ammissione al 101 ° corso superiore di Stato Maggiore. (G.M. 1978/1141) 10. 3.1978 Atto n. 552. D.I. 10.3.1978, concernente il numero dei [1892] militari stranieri da ammettere, nell'anno accademico 1977-78, alla frequenza dei corsi presso istituti, scuole ed altri enti militari. (G.M. 1978/2385) 11. 3. I 978 Atto n. 294. D.M. 11.3.1978. Concorso, per titoli, per (18931 l'ammissione di tre capitani dell'Arma dei carabinieri al 103° Corso di Stato Maggiore. (G.M. 1978/1088) 11. 3.1978 Atto n. 295. D.M. 11.3.1978. Concorso, per titoli ed esa(18941 mi, per l'ammissione di dieci capitani del ruolo speciale unico delle Armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio al 103° corso di Stato Maggiore. · (G.M. 1978/1089) 8. 9.1978 . Atto n. 473. D.I. 8.9.1978. Numero dei militari stranieri [1895] da ammettere nell'anno 1978, per l'anno accademico 1978-79, alla frequenza di corsi presso istituti, scuole ed altri enti militari italiani. (G.M. 1979/2122) 26. 9.1978 Atto n. 629. Graduatoria dei capitani in spe dell'Arma [1896] dei carabinieri e dei ruoli normali delle Armi di fante-


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ria, cavalleria, artiglieria e genio che hanno superato il 102° corso di Stato Maggi9re. (G.M. 1978/2859) 30.9.1978 Atto n. 643. D.I. 30.9.1978. Costituzione della Commis[1897) sione esaminatrice delle prove scritte e orali del concorso per l'ammissione al 101 ° corso superiore di Stato Maggiore. (G.M. 1979/2711) 21. 2.1979 Atto n. 485. D.I. 21.2.1979. Numero dei militari stranie[1898] rida ammettere nell'anno 1979, per ]'anno accademico 1978-79, alla frequenza dei corsi presso istituti, scuole ed altri enti militari italiani, con totale spesa a carico del bilancio del Ministero della Difesa. (G.M. 1979/2171) 1. 3.1979 Atto n. 574. D.M. 1.3.1979. Graduatorie di merito degli [1 899] ufficiali dichiarati idonei nel concorso, per titoli ed esami, per l'ammissione di due ufficiali in servizio permanente effettivo dell'Arma dei carabinieri e di trentuno ufficiali in spe dei ruoli normali delle Armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio al 101 ° corso superiore di Stato Maggiore. ' (G.M. 1979/2424)

16. 3.1979 Atto n. 410. D.M. 16.3.1979. Concorso, per titoli, per [1900] l'ammissione di tre capitani dell'Arma dei carabinieri al 104° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1979/1649) 20. 3.1979 Atto n. 491. D.M. 20.3.1979. Variante alla coiuposizione [1901] della Commissione incaricata della valutazione degli ufficiali muniti del titolo di Scuola di Guerra ai fini della loro assegnazione alle cariche già attribuite agli ufficiali dei disciolti Corpo e Servizio di Stato Maggiore. (G.M. 1979/2181) 26. 3.1979 Atto n. 236. Elenco degli ufficiali ammessi a frequenta[1902] re il 19° corso speciale per ufficiali dei servizi logistici e tecnici presso la Scuola di Guerra. (G.M. 1979/831)


Elenco generale cronologico delle leggi, regolamenti, ecc.

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4. 4.1979 Atto n. 283. D.M. 4.4.1979. Concorso, per titoli ed esami, [1903) per l'ammissione di dieci capitani del ruolo speciale unico delle Armi di fanteria cavalleria, artiglieria e genio al 104° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1979/973) _28. 4.1979 Atto n. 418. D.M. 28.4.1979. Concorso, per titoli ed esa(1904] mi, per l'ammissione di due ufficiali in spe dell'Arma dei carabinieri e di trentuno ufficiali in spe dei ruoli normali delle Armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio al 102° corso superiore di Stato Maggiore. (G.M. 1979/1660) 10. 5.1979 Atto n. 530. D.M. 10.5.1979. Variante alla Commissione [1905) incaricata della V!3-lutazione degli ufficiali muniti del titolo di Scuola di Guerra della loro assegnazione alle cariche già attribuite agli ufficiali dei disciolti Corpo e Servizio di Stato Maggiore. (G.M. 1979/2303) 15. 5.1979 Atto n. 595. D.M. 15.5.1979. Costituzione della Commis[1906] sione giudicatrice del concorso, per titoli, per l'ammissione di tre capitani dell'Arma dei carabinieri in spe al 104° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1979/2478) 15. 5.1979 Atto n. 596. D.M. 15.5.1979. Costituzione della Commis[1907) sione valutatrice dei titoli e della Commissione esaminatrice delle prove scritte e orali del concorso, per titoli ed esami, per l'ammissione di dieci capitani del ruolo speciale unico delle Armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio in spe al 104° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1979/2479) 5. 6.1979 Atto n. 600. D.M. 5.6.1979. Costituzione della Commis[1908) sione esaminatrice della prova orale degli ufficiali frequentatori del 103° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1979/2487) 25. 6.1979 Atto n. 54. D.M. 25.6.1979. Composizione della Commis[1909) sione valutatrice del concorso, per titoli e esami, per


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l'ammissione al 102° corso superiore di Stato Maggiore. (G.M. 1980/244) 28. 6.1979 Atto n. 521 . D.M. 28.6.1979. Costituzione del Consiglio [1910] Tecnico Scientifico della Difesa. (G.M. 1979/2248) 4. 8.1979 Atto n. 58. D.M. 4.8.1979. Graduatoria degli idonei del [191 IJ concorso, per titoli, per l'ammissione di tre capitani dell'Arma dei carabinieri in spe al 104 ° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1980/251) 4. 9.1979 Atto n. 743. D:;M. 4.9.1979. Variante nella composizione [1912] della Commissione incaricata della valutazione degli ufficiali muniti del titolo di Scuola di Guerra ai fini della loro assegnazione alle cariche già attribuite agli ufficiali dei disciolti Corpo e Servizio di Stato Maggiore. (G.M. 1979/3301) 4. 9.1979 Atto n . 744. b.M. 4.9.1979. Composizione della Commis[1913] sione esaminatrice delle prove scritte ed orali del concorso per l'ammissione al 102° corso superiore di Stato Maggiore. (G.M. 1979/3302) 20. 9.1979 Atto n. 623. Graduatoria dei capitani in spe del!' Arma [1914] dei carabinieri, dei ruoli normali e del r uolo speciale unico delle Armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio che hanno superato il 103° corso di Stato, Maggiore. (G.M. 1979/2634) 29. 9.1979 Atto n. 729. D.P.R. 29.9.1979, n. 611. Norme di esecuzio[1915] ne della L. 28.4.1976, n. 192, sui corsi della Scuola di Guerra dell'Esercito. (G.M. 1979/3245) 15. 3.1980 Atto n. 345 . D.M. 15.3. 1980. Composizione della Com( 1916] missione valutatrice ed esaminatrice del concorso per titoli ed esami per l'ammissione di 10 capitani del ruolo


Elenco generale cronologico delle leggi, regolamenti, ecc.

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speciale unico delle Armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio in spe al 105° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1980/1529) 18. 3.1980 Atto n. 117. D.I. 18.3.1980. Determinazione del numero [1917) dei militari stranieri da ammettere nell'anno 1980, per l'anno accademico 1979-80, a lla frequenza dei corsi presso istituti, scuole ed altri enti militari. (G.M. l 981/496) 30. 4.1980 Atto n. 345. D.M. 15.3.1980. Composizione della Com[1918) missione esaminatrice del concorso per titoli ed esami per l'ammissione di 10 capitani del ruolo speciale unico delle Armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio in spe al 105° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1980/1529) 20. 5.1980 Atto n. 446. D.M. 20.5.1980. Composizione della Com[1919) missione del concorso per l'ammissione di tre capitani dell'Arma dei carabinieri in spe al 105° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1980/2007) 10. 6.1980 Atto n. 614. D.M. 10.6.1980. Costituzione della Commis[ 1920) sione esaminatrice dei titoli posseduti dai candidati del concorso per titoli ed esami per l'ammissione al 103° corso superiore di Stato Maggiore. (G .M. 1980/3051) 16. 6.1980 Atto n. 6 16. D.M. 16.6.1980. Costituzione della Commis[1921) sione esaminatrice per la prova orale dei frequent atori del 104° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1980/3054) 30. 6.1980 Atto n. 831. Graduatoria degli ufficiali in spe dell'Arma (1922) dei carabinieri e del ruolo normale unico delle Armi di fanteria, cavalleria, a rtiglieria e genio che hanno superato il 1O1° corso superiore di Stato Maggiore. (G.M. 1980/3706)


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25 . 7.1980 Atto n. 1O. Graduatoria degli ufficiali in spe dell'Arma [19231 dei carabinieri, e del ruolo normale unico delle Armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio che hanno superato il 104° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1981/29) 10. 9.1980 Atto n. 227. D.M. 10.9.1980. Graduatoria dei capitani [I 924) del r uolo speciale unico delle Armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio risultati idonei nel concorso, per titolo ed esami, per l'ammissione al 105° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1981/773) 7.11.1980 Atto n. 198. D.M. 7.11.1980. Riorganizzazione del Cen(1925) tro militare studi per la difesa civile. (G.M. 1981/680) 21. l.1981 Atto n. 164. D.M. 21.1.1981. Sostituzione di un membro [19261 della Commissione per l'esame delle prove scritte ed orali dei candidati del concorso, per titoli ed esami, per l'ammissione al 103° corso superiore di Stato Maggiore. (G.M. 1982/619) 13. 2.1981 Atto n. 251. D.M. 13.2.1981'. Concorsi, per titoli ed esa(1927) mi, per l'ammissione di dieci capitani del ruolo speciale unico delle Armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio al 106° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1981/875) 13. 2.1981 Atto n. 252. D.M. 13.2.1981. Concorso, per titoli ed esa[19281 mi, per l'ammissione di cinquanta ufficiali i~ servizio permanente effettivo del ruolo normale unico delle Armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio, ai sensi dell'art. 11 della L. 20.9.1980,n. 574, al 106° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1981/891) 20. 2.1981 Atto n. 143. D.M. 20.2.1981. Graduatoria di merito degli [1929) ufficiali dichiarati idonei nel concorso per titoli ed esami, per l'ammissione di due ufficiali in servizio permanente effettivo dell'Arma dei carabinieri e di trentuno '


Elenco generale cronologico delle leggi, regolamenti, ecc.

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ufficiali in servizio permanente effettivo del ruolo normale unico delle Armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio del 103 ° corso superiore di Stato Maggiore. (G.M. 1982/573) 8. 5.1981 Atto n. 144. D.M. 8.5.1981. Composizione della Commis[1930) sione valutatrice dei concorsi per titoli ed esami, per l'ammissione al 103° corso di Stato Maggiore di dieci capitani del ruolo speciale unico delle Armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio e di cinquanta ufficiali del ruolo normale unico delle armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e Genio che non hanno frequentato nè corsi di Stato Maggiore, nè i corsi di addestramento alle funzioni di ufficiali superiori. (G.M. 1982/576) 4. 6.1981 Atto n, 543. D.M. 4.6.1981. çoncorso, per titoli ed esami, [1931) per l'ammissione di tre capitali dell'Arma dei carabinieri e di trentuno capitani del ruolo normale unico delle Armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio al 104° corso superiore di Stato Maggiore. · (G.M. 1981/1956) 8. 6.1981 Atto n . 79. D.M. 8.6.1981. Numero dei militari stranieri [1932) da ammettere nell'anno 1980, per l'anno 1980-81, alla frequenza dei corsi presso istituti, scuole ed altri enti militari italiani. (G.M. 1982/360) 19. 6.1981 Atto n . 171. D.M. 19.6.1981. Costituzione della Commis[1933) sione esaminatrice per la prova orale dei frequentatori del 105° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1982/628) 30. 6.1981 Atto n. 35. Graduatoria degli ufficiali in spe del ruolo [1934) normale unico delle Armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio e dell'Arma dei carabinieri che hanno superato il 102° corso superiore di Stato Maggiore. (G.M. 1982/201) 27. 7 .1981 Atto n. 36. Graduatoria degli ufficiali in spe dell'Arma [1935] dei carabinieri e dei ruoli unici (normale e speciale) delle Armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio che


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Fernando Frattolillo

hanno superato il 105° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1982/203) 3. 8.1981 Atto n. 173. D.M. 3.8.198 l. Graduatoria degli ufficiali ri[1936] sultati idonei nel concorso per titoli per l'ammissione di tre capitani dell'Arma dei carabinieri in spe al 106° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1982/632) 20. 8.1981 Atto n. 174. D.M. 20.8.1981. Commissione per l'esame [1937] dei titoli posseduti dai candidati del concorso per titoli ed esami, per l'ammissione al 104° corso superiore di Stato Maggiore. (G.M. 1982/634) 2. 9.1981 Atto n. 125. D.M. 2.9.1981. Graduatoria del concorso, [1938] per titoli ed esami, per l'ammissione al 106° corso di Stato Maggiore di ufficiali del ruolo speciale unico. (G.M. 1982/544) 5. 9.1981 Atto n. 177. D.M. 5.9.1981. Commissione per l'esame [1939] delle prove scritte ed orali dei candidati del concorso, per titoli ed esami, per l'ammissione al 104° corso superiore di Stato Maggiore. (G.M. 1982/637) 1. 9.1981 Atto n. 837. D.M. 11.9.1981. Variante nella composizio[1940]

ne della Commissione incaricata della valutazione degli ufficiali muniti del titolo di Scuola di Guerra ai fini della loro assegnazione alle cariche già attr(buite agli ufficiali dei disciolti Corpo e Servizio di Stato Maggiore. (G .M. 1981/2927)

20.11.1981 Atto n. 46. D.M. 20.11.1981. Concorso per titoli ed esami [1941] per l'ammissione di cinquanta ufficiali del ruolo normale unico delle Armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio, ai sensi dell'art. 11 della L. 20.9.1980, n. 574, al 107° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1982/226)


Elenco generale cronologico delle leggi, regolamenti, ecc.

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20.11.l 98 1 Atto n. 47. D.M. 20.11.1981. Concorso, per titoli ed esa(19421 mi, per l'ammissione di tre capitani dell'Arma dei carabinieri al 107° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1982/227) 20.11.1981 Atto n. 48. D.M. 20.11 .1981. Concorso, per titoli ed esa[19431 mi, per l'ammissione di dieci capitani del ruolo speciale un ico delle Armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio al 107° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1982/228) 15.12.1981 Atto n. 183. D.M. 15.12.1981. Concorso, per titoli ed esa[t 944) mi, per l'ammissione di tre ufficiali in spe dell'Arma dei carabinieri e di trentuno ufficiali in spe del ruolo normale unico delle Armi di fanteria, cavalle ria, artiglieria, e genio al 105° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1982/650) 20. 1.1982 Atto n. 132. D.M. 20.1.1982 . Nuovi incarichi ad ufficia li [1945] riconosciuti idonei alle funzioni di Stato Maggiore. (G.M. 1982/553) 4. 2.1982 Atto n. 393. D.M. 4.2.1982. Sostituzione di un membro [1946) della Commissione incaricata della valutazione degli ufficiali muniti del titolo di Scuola di Guerra ai fini della loro assegnazione alle cariche già attribuite agli uffi ciali dei disciolti Corpo e Servizio di Stato Maggiore. (G.M. 1982/1374) 4. 2.1982 Atto n . 788. D.M. 4.2. 1982. Entità del numero dei milita[1947) ri stranieri da ammettere nell'anno 1981, per l'anno accademico 1981-82, alla frequenza dei corsi presso Istituti, scuole ed altri enti milita ri italiani (G.M. 1982/2965) 8. 2.1982 Atto n. 292. D.M. 8.2.1982. Composizione della Commis[ t 948) sione giudicatrice del concorso, per titoli, per l'ammissione di tre capitani in spe dell'Arm~ dei carabinieri al 107° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1982/987)


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Fernando Frattolillo

15. 2.1982·. Atto n. 680. D.M. 15.2.1982. Composizione del~a Com.. [1949] . missione valutatrice dei titoli per l'ammissione al concorso, per titoli ed esami, al 107° corso di Stato _Maggiore. (G.M . 1982/2592).. 9. 5.1982 Atto n. 572. D.M. 9.5.1982. Variante nella composizione [1950] della Commissione incaricata della valutazione degli ufficiali muniti del titolo di Scuola di Guerra ai fini della loro assegnazione alle cariche già attribuite agli ufficiali dei disciolti Corpo e Servizio di Stato Maggiore. (G.M. 1982/2055) 4. 6.1982 Atto n. 686. D.M. 4.6.1982. Composizione della Commis[1951) sione esaminatrice per la prova oràle dei frequentatori del 106° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1982/2601) 7. 6.1982 Atto n. 689. D.M. 7.6.1982. C0mmissione per l'esame dei (1952] titoli posseduti dai candidati del concorso, per titoli ed esami, per l'ammissione al 105° corso superiore di Stato Maggiore. (G.M. 1982/2605) 8.- 6.1982 Atto n. 649. D.M. 8.6.1982. Graduatoria degli idonei al [1953) concorso, per titoli, per l'ammissione di tre capitani dell'Arma dei carabinieri in spe al 107° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1982/2335) 26. 6.1982 Atto n. 692. D.M. 26.6.1982. Variante nella co~posizio(1954) ne della Commissione dei ·concorsi, per titoli ed esami, per ammiss~one al Ì07° corso di Stato Maggiore. (G .M. 1982/2611)

2. 7.198.2 Atto n. 693. Graduatoria degli ufficiali in spe del ruolo [1955) normale unico delle Armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio e dell'Arma dei cara bini eri. che hanno superato il 103° corso superiore di Stato -Maggiore. (G.M. 1982/2613)


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14. 7.1982 Atto n. 804. D.M. 14.7.1982. Composizione della Com[1956) missione per l'esame delle prove scritte ed orali dei candidati del concorso, per titoli ed esami, per l'ammissione al 105° corso superiore di Stato Maggiore. (G.M. 1982/3002) . 21. 7.1982 Atto n. 694. Graduatoria degli ufficiali in spe dell'Arma [1957) dei carabinieri e dei ruoli unici (normai~ e speciale) delle Armi di fanteria,cavalleria, artiglieria e genio che hanno superato il 106° corso di Stato Maggiore. (G .M. 1982/2615) 3. 9.1982 Atto n. 772. D.M. 3.9.1982. Graduatoria dei capitani del [1958) ruolo speciale unico delle Armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio, risultati idonei nel concorso, per titoli ed esami, per l'ammissione al 107° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1982/2891) 3. 9.1982 Atto n. 773. D.M. 3.9.1982. Graduatoria degli ufficiali (1959) del ruolo normale unico delle Armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio· che non hanno frequentato nè i corsi di Stato Maggiore, nè i corsi di adçlestramento alle funzioni di ufficiale superiore, risultati idonei al concorso, per titoli ed esami, per l'ammissione al 107° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1982/2893) 11.10.1982 Atto n. 868. D.M. 11.10.1982. Concorso, per titoli, per [19601 l'ammissione di tre capitani dell'Arma dei carabinieri al 108° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1982/3140) 11.10.1982 Atto n. 869. D.M. 11.10.1982. Concorso, per titoli ed esa[1961) mi, per l'ammissione di dieci capitani del ruolo speciale unico delle Armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio al 108° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1982/3141) 28.12.1982 Atto n. 655. D.I. 28.12.1982. Determinazione del numero [19621 dei militari stranieri da ammettere nell'anno 1982, per


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Fernando Fratto/ilio

l'anno accademico 1982/83 alla frequenza dei corsi presso istituti, scuole ed altri Enti militari italiani con spesa a carico del bilancio della Difesa. (G.M. 1983/2330) 12. 2.1983 Atto n. 180. D.M. 12.2.1983. Elenco delle circoscrizioni [1963) comprendenti i territori entro i quali i comandi militari esercitano la loro giurisdizione. (G.M. 1983/504) 25. 2.1983 Atto n. 415. D.M. 25.2.1983. Commissione esaminatrice [ 1964] del concorso, per titoli, per l'ammissione di tre capitani dell'Arma dei carabinieri in spe al 108° corso di Stato Maggiore. (G .M. 1983/ l 230) 25. 2.1983 Atto n. 416. D.M. 25.2.1983. Commissioni valutatrice (1965] dei titoli ed esaminatrice delle prove scritte ed orali del concorso per titoli ed esami, per l'ammissione a l 108° corso di Stato Maggiore di 10 capitani del ruolo speciale unico delle Armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio. (G.M. 1983/1231) 15. 4.1983 Atto n. 420. D.M. 15.4.1983. Commissione esaminatrice [I 966] per la prova orale dei frequentatori del 107° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1983/1239)

I. 6.1983 Atto n . 472. D.M. 1.6.1983. Variante alla composizione (1967] della commissione per l'esame dei titoli posseduti dai candidati del concorso, per titoli ed esami, per l'ammissione al 106° corso superiore di Stato Maggiore. (G.M. 1983/1525) 30. 6. I 983 Atto n. 584. Graduatoria degli ufficiali in spe dell'Arma [1968] dei carabinieri e del ruolo normale unico delle Armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio che hanno superato il 104° corso superiore di Stato Maggiore. (G.M. 1983/1996)


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9. 7 .1983 Atto n. 595. Graduatoria degli ufficiali in spe dell' Ar(19691 ma dei carabinieri e dei ruoli unici (Normale e Speciale) delle Armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio che hanno superato il 107° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1983/2016) 12. 7.1983 Atto n. 537. D.M. 12.7.1983. Variante alla Commissione [1970) esaminatrice per prove orali dei frequentatori del 107° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1983/1837) 12. 7.1983 Atto n. 538. D.M. 12.7.1983. Graduatoria dei capitani (1971] del ruolo speciale unico delle Armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio risultati idonei al concorso, per titoli ed esami, per l'ammissione al 108° corso di Stato Maggiore. (G .M. 1983/ 1838) 12. 8.1983 Atto n. 580. D.M. 12.8.1983. Variante nella composizio(19721 ne della Commissione incaricata della valutazione degli ufficiali muniti del titolo di Scuola di Guerra ai fini della loro assegnazione alle cariche già attribuite agli ufficiali dei disciolti Corpo e Servizio di Stato Maggiore. (G.M. 1983/1954) 10. 9.1983 Atto n. 11. D.M. 10.9.1983. Composizione della Commis[1973) sione per l'esame delle prove scritte ed orali dei candidati ,del concorso, per titoli ed esami, per l'ammissione al 106° corso superiore di Stato Maggiore. (G.M. 1984/106) 1.10.1983 Atto n. 13. D.M. 12.10.1983. Composizione della Com[1974] missione, prevista dalla legge 28.4.1976 recante norme su corsi della Scuola di Guerra dell'Esercito. (G.M. 1984/110). 20.10.1983 Atto n. 712. D.M. 20.10.1983. Concorso per titoli per [1975] l'ammissione di quattro capitani dell'Arma dei carabinieri in spe al 109° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1983/2484).


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Fernando Frattolillo

20.10.1983 Atto n. 720. D.M. 20.10.1983. Concorso per titoli ed esa[1976] mi, per l'ammissione di dieci capitani del ruolo speciale unico delle Armi di fanteria, cavalleria artiglieria e genio al 109° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1983/2498). 15.11.1983 Atto n. 39. D.M. 15.11.1983. Concorso, per titoli ed esa(19771 mi, per l'ammissione di tre ufficiali in spe dell'Arma dei carabinieri e di cinquanta ufficiali in spe del ruolo normale unico delle Armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio al 107° corso superiore di Stato Maggiore. (G.M. 1984/166) 10.12.1983 Atton.123.D.M.10.12.1983. Variantenellacomposizio[1978] ne della Commissione del concorso, per titoli ed esami, per l'ammissione al 106° corso superiore di Stato Maggiore. (G.M. 1984/434) 9. l.1984 Atto .n. 178. D.P.R. 9.1.1984 col quale il generale di Cor(19791 po d'armata del R.N.U. in spe Roberto JUCCI viene nominato Sottocapo di Stato Maggiore della Difesa. (G.M. 1984/548) ' 10. 1.1984 Atto n. 102. D.M. 10.1.1984. Istituzione di un Comitato [1980] per lo sviluppo e il coordinamento dell'Informatica della Difesa. (G.M. 1984/369) 30. 1.1984 Atto n. 202. D.M. 30.1.1984. Commissione esalllinatrice [1981] del concorso, per titoli, per l'ammissione al 109° corso di Stato Maggiore di 4 capitani del!' Arma dei carabinieri. (G.M. 1984/719) 20. 2.1984 Atto n. 260. D.M. 20.2.1984. Graduatorie del concorso [1982] per titoli ed esami per l'ammissione di 3 ufficiali in spe del!' Arma dei carabinieri e di 50 ufficiali in spe nel ruolo normale unico delle Armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio al 106° corso superiore di Stato


Elenco generale cronologico delle leggi, regolamenti, ecc.

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Maggiore. (G.M. 1984/920) 29. 2.1984 Atto n. 156. Avviso di rettifica al bando di concorso, per ( 1983] titoli ed esami, per l'ammissione di tre ufficiali in servizio perma nente effettivo dell'Arma dei carabinieri e di 50 ufficiali in servizio permanente effettivo del ruolo normale unico delle Armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio al 107° corso superiore di Stato Maggiore. (G.M. 1984/502) 22. 3.1984 Atto n. 208. D.M. 22.3.1984, con il quale il Centro Milita( 1984] re Studi per la Difesa Civile assume la denominazione di Centro Militare per la Difesa Civile. (G.M. 1984/696) 4. 6.1 984 Atto n. 351. D.I. 4.6.1984. Istituzione della Croce com[ 1985) memorativa per il personale delle Forze a rmate e della Guardia di finanza in servizio, per conto dell 'O.N.U. nelle zone di intervento indica te dallo Stato Maggiore della Difesa. (G.M. I 984/1250) 4. 6.1984 Atto n. 408 . D.M. 4.6.1984. Uffici ali con titolo "Scuola (1986) di Guerra" dichiarati idonei alle funzioni di Stato Maggiore. (G.M. I 984/1378) 20. 6.1984 Atto n. 487. D.P.R. 20.6.1984, con il quale il generale di [1 987) squadra aerea Lamberto Bartolucci richiamato in servizio dall 'ausiliaria, continua nella carica di Capo d i Stato Maggiore della Difesa. (G .M. 1984/1571 ). 20. 6.1984 Atto n. 500. D.M. 20.6.1984. Composizione della Com(19881 missione esaminatrice per la prova orale dei freque ntatori del 108° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1984/1620) 25. 6.1984 Atto n. 502. D.M. 25.6. 1984. Graduatoria del concorso,


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[1989)

Fernando Fratto/ilio

per titoli, per l'ammissione di 4 capitani dell'Arma dei carabinieri in spe al 109° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1984/1633).

30. 6.1984 Atto n. 580. Graduatoria degli ufficiali in spe dell' Ar[l990J ma dei carabinieri e del ruolo normale unico delle Armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio che hanno superato il 105° corso superiore di Stato Maggiore. (G.M. 1984/1899) 2. 7.1984 Atto n. 534. D.M. 2.7.1984. Commissione per l'esame dei (1991] titoli pQsseduti dai candidati del concorso, per titoli ed esami, per l'ammissione al 107° corso superiore di Stato Maggiore. (G.M. 1984/1792) 9. 7.1984 Atto n. 583. Graduatoria degli ufficiali in spe dell'Ar[ 1992] ma dei carabinieri e dei ruoli unici (Normale e Speciale) delle Armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio che hanno superato il 108° Corso di Stato Maggiore. (G.M. 1984/1905). 1. 9.1984 Atto n. 630. D.M. i.9.1984. Composizione della Commis[1993] sione per l'esame delle pr'òve scritte ed orali dei candidati del concorso, per titoli ed esami, per l'ammissione al 107° corso superiore di Stato Maggiore. (G.M. 1984/2081) 10.11.1984 Atto n. 749. D.M. 10.11.1984. Concorso per titoli ed esa(1994) mi, per l'ammissione di 10 capitani del Ruolo speciale unico delle Armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio al 110° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1984/2645) 10.11.1984 Atto n. 750. D.M. 10.11.1984. Concorso per titoli per [1995] l'ammissione di 4 capitani dell'Arma dei carabinieri in spe al 110° corso di Stato Maggiore. (G.M. 1984/2646)


Elenco generale cronologico delle leggi, regolamenti, ecc.

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3. INDICE ALFABETICO-ANALITICO Amministrazione: 1777-1859 Artiglieria: 1872, 1894, 1918, 1922, 1941, 1943, 1968, 1969, 1994 Avanzamento: 1790 Ammissione militari stranieri:

1896, 1923, 1944, 1971,

1899, 1924, 1955, 1976,

1903, 1927, 1957, 1977,

1904, 1929, 1958, 1982,

1907, 1930, 1959, 1983,

1914, 1934, 1961, 1990,

1916, 1935, 1965, 1992,

1858, 1860, 1865, 1879, 1880, 1883, 1887, 1892, 1895, 1898, 1917, 1932, 1947, 1962 Bilancio: 1759, 1802, 1829, 1859, 1870 Capo di Stato Maggiore Difesa: 1987 Carabinieri: 1873, 1876, 1893, 1896, 1899, 1900, 1904, 1906, 191 1, 1914, 1919, 1922, 1923, 192-9, 1931 , 1942, 1944, 1948, 1953, 1955, 1960, 1964, 1968, 1969, 1975, 1977, 1981, 1982, 1983, 1989, 1990, l 992, 1995 1872, 1894, 1896, 1899, 1903, 1904, 1907, 1914, 1916, 1918, Cavalleria: 1922, 1923, 1924, 1927, 1929, 1930, 1934, 1935, 1941, 1943, 1944, 1955, 1957, 1958, 1959, 1961, 1965, 1968, 1969, 1971, 1976, 1977, 1982, 1983, 1990, 1992, 1994 Centro Militare Difesa Civile: 1925, 1984 Centro Militare Studi Difesa Civile, v. Centro Militare Difesa Civile Comitato Capi di Stato Maggiore: 1790, 1832 Comitato sviluppo e coordinamento informatica: 1980 Commissioni~ 1760, 1767, 1768, 1778, 1779, 1780, 1781, 1791, 1800, 1801, 1803, 1804, 1812, 1819, 1821, 1830, 1831, 1833, 1842, 1853, 1857, 1862, 1869, 1876, 1881, 1882, 1888, 1889, .1890, 1897, 1901, 1905, 1906, 1907, 1908, 1909, 1912, 1913, 1916, 1918, 1919, 1921, 1926, 1930, 1933, 1937, 1939, 1940, 1946, 1948, 1949, 1950, 1951, 1952, 1954, 1956, 1964, 1965, 1966, 1967, 1970, 1972, 1973, 1974, 1981, 1988, 1991, 1993 Concorsi di ammissione: 1872, 1873, 1876, 1891, 1893, 1894, 1897, 1899, 1900, 1903, 1904, 1906, 1907, 1909, 1,911, 1913, 1916, 1919, 1920, 1927, 1928, 1929, 1931, 1937, 1938, 1941, 1942, 1943, 1944, 1948, 1949, 1952, 1953, 1954, 1956, 1958, 1959, 1960, 1961, 197 5, 1976, 1977, 1978, 1981, 1982, 1983, 1989, 1991, 1993, 1994, 1995 Consiglio Tecnico Scientifico della Difesa: 191 O Corsi: 1751, 1752, 1753, 1754, 1755, 1756, 1757, 1758, 1766, 1769, 1770, 1771, 1772, 1773, 1774, 1775, 1776, 1781 , 1782, 1783, 1784, 1785, 1786, 1787, 1788, 1789, 1792, 1793, 1794, 1795, 1796, 1797, 1798, 1799, 1801, 1805, 1806, 1807, 1808, 1809, 1810, 1811, 1813, 1814, 1815, 1816, 1817, 1818, 1821, 1822, 1823, 1824, 1825, 1826, 1827, 1828, 1833, 1835, 1836, 1837, 1838, 1839, 1840, 1841, 1842, 1843, 1844, 1845, 1846, 1847, 1848, 1849, 1850, 1851, 1852, 1854, 1856, 1857, 1858, 1860.


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Fernando Frattolillo

1861, 1863, 1864, 1865, 1866, 1867, 1869, 1871, 1872, 1873, 1874,. 1875, 1878, 1879, 1884, 1885, 1886, 1887, 1893, 1894, 1895, 1896, 1897, 1898, 1900, 1902, 1903, 1904, 1906, 1908, 1914, 1916, 1917, 1918, 1919, 1920, 1922, 1923, 1924, 1926, 1927, 1928, 1930, 1931, 1932, 1933, 1934, 1935, 1938, 1939, 1941; 1942, 1943, 1944, 1948, 1951, 1952, 1953, 1954, 1955, 1957, 1958, 1959, 1960, 1961, 1962, 1965, 1966, 1967, 1968, 1969, 1970, 1973, 1974, 1975, 1976, 1977, 1978, 1982, 1983, 1988, 1989, 1990, 1991, 1993, 1994, 1995 Croce commemorativa: 0.N.U.: 1985 Direzione generale.di Commissariato: 1765 Direzione generale sottufficiali e militari d i truppa: 1763 Direzione generale ufficiali Esercito: 1761 Distintivi: 1820 Esami: 1755, 1768, 1773, 1781, 1786, i797, 1801, 1803, 1809, 1821, 1825, 1833, 1838, 1850, 1857, 1861, 1869, 1891, 1903, 1904, 1907, 1909, 1916, 1918, 1926, 1927, 1928, 1937, 1938, 1939, 1941, 1942, 1943, 1944, 1949, 1952, 1956, 1958, 1959, 1961, 1965, 1966, 1967, 1970, 1971, 1976, 1977, 1978, 1982, 1983, 1988, 1991, 1993, 1994 Fanteria: 1872, 1894, 1896, 1899, 1903, 1904, 1907, 1914, 1916, 1922, 1923, 1924, 1927, 192Q, 1930, 1934, 1935, 1941, 1944, 1955, 1957, 1958, 1959, 1961, 1965, 1968, 1969, 1976, 1977, 1982, 1983, 1990, 1992, 1994 Genio: 1872, 1894, 1896, 1899, 1903, 1904, 1907, 1914, 1916, 1918, 1923, 1924, 1927, 1929, 1930, 1934, 1935, 1941, 1943, 1944, 1957, 1958, 1959, 1961, 1965, 1968, 1969, 1971, 1976, 1977, 1983, 1990, 1992, 1994 Geografia: 1766 Giurisdizione comandi mili tari: 1963 Incarichi: 1945 Ispettorato del Servizio Veterinario: 1765 Ministero della Difesa: 1777 NATO: 1820 Raggruppamento autonomo Ministero della Difesa: 1762 Scuola di Guerra: 1751, 1752, 1753, 1754, 1755, 1756, 1757, 1767, 1769, 1770, 1771, 1772, 1773, 1774, 1778, 1779, 1780, 1782, 1783, 1784, 1785, 1787, 1788, 1791, 1792, 1793, 1794, 1795, 1797, 1798, 1800, 1804, 1805, 1806, 1807, 1809, 1810, 1811, 1812, 1813, 1814, 1815, 1817, 18 19, 1822, 1823, 1824, 1825, 1826, 1830, 1831, 1835, 1836, 1837, 1838, 1839,

1868, 1877, 1891, 1899, 1911. 1921, 1929, 1936, 1947, 1956, 1964, 1971, 1981, 1992,

1816, 1899, 1931, 1954, 1973, 1918, 1943, 1971, 1922, 1955, 1982,

1760, 1775, 1786, 1796, 1808, 18 16, 1827, 1840,


729

Elenco generale cronologico delle leggi, regolamenti, ecc.

1843, 1844, 1845, 1846, 1853, 1854, 1855, 1956, 1866, 1867, 1868, 1871, 1882, 1884, 188~ 1886, 1902, 1905, 1912, 1915, 1986 Servizi: 1757, 1758, 1775, 1776, 1788, 1789, 1841, 1848, 1849, 1854, 1855, 1864, 1902 Sottocapo di Stato Maggiore della Difesa: 1979 Stato Maggiore della Difesa: 1777 Ufficio amministrazioni speciali: 176.4, 1834

1847, 1861, 1874, 1888, 1946,

1848, 1862, 1875, 1889, 1950,

1850, 1863, 1878, 1890, 1972,

1851, 1864, 1881, 1901, 1974,

1798, 1818, 1827, 1828, 1868, 1875, 1878, 1884,


VIRGILIO ILARI

I TE NTATIVI DI RIFORMA DELL' ESERCITO PONTIFICIO NEL 1792-1798 Parte I : La riforma dell'organizzazione militare SOMMARIO: Lo Stato Pontificio di fronte alla Rivoluzione francese e all'invasione na-

polenica. La riforma del vertice e dell'amministrazione militare e il braccio di ferro tra i vecchi quadri e gli ufficiali provenienti dal servizio austriaco. Finanze di guerra, bilanci e pian ifica zione delle forze. Francesco di Paola Colli e la creazione dell'Artiglieria pontificia. Il Genio e le fabbriche di anni. Le riforme della Marina: il rinnovamento delle unità d'altura (1794-96) e l'incorporazione al Comando Generale. La rifonna dei servizi logistici e degli appalti mi/ilari.

Lo STATO

PONTIFJCIO DI FRONTE ALLA RIVOLUZIONE FRANCESE E

ALL'INVASIONE NAPOLEONICA

Manca finora uno studio complessivo sulla risposta m ilitare che gli Stati italiani cercarono di dare, nel periodo 1792-1800, alla minaccia rivoluzionaria e all' invasione francese, e sulle ragioni del suo subitaneo falli mento una volta che l' Armée d'Italie riuscì a sfondare la linea difensiva avanzata a ustro-sarda sulle Alpi marittime e a sboccare nella pianura Padana. Pur presente in qualche misura, il coordinamento politico-strategico fra i sovrani italiani in guerra contro la Francia e i loro alleati inglesi e austriaci fu nel complesso molto al di sotto del necessario e perfino del possibile: l'unica operazione combinata si ebbe nell'agosto-dicembre 1793 a Tolone (vi presero parte, assieme alla flotta inglese e a un contingente spagnolo, 2.800 piemontesi e 8.000 napoletani); e nel 1796, ma lgrado le gesta compiute dai quattro reggimenti di cavalleria napoletani ("les diables blanches") in Lombardia 1, mancò agli Austriaci impegnati nella difesa e nel tentativo

1 Il corpo di spedizione era al comando del principe di Cutò, Alessandro Filangieri. I reggimenti di cavalleria erano i seguenti: Re (principe Hesse-Philipstadt),


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Virgilio Ilari

di sblocco della piazza strategica di Mantova, il sostegno delle forze pontificie e napoletane, oltre che di quelle non trascurabili della Serenissima (la quale tuttavia aveva ragione di temere anche gli austriaci) e di quelle poco rilevanti del granducato di Toscana e dei Ducati2. Le riforme sociali ed economiche da cui si sarebbe potuto sperare un rafforzamento del potenziale militare italiano al livello piemontese non si potevano improvvisare sotto l'incalzare degli eventi : rischiavano poi di indebolire ulteriormente il consenso sociale degli stessi governi che le avessero tentate, togliendo loro anche l' appoggio dell'artistocrazia e del clero, pronti a difendere i loro sovrani finché questi intendessero conservare e non già distruggere l' ancien régime. Qualora l'onere finanziario, economico e sociale della difesa avesse superato il limite di accettabilità - limite che dal XVI al XVIII secolo era scivolato sempre più verso il basso - la società feudale avrebbe fatalmente negoziato con l'invasore la propria sopravvivenza in cambio di un temporaneo sostegno logistico alle armate

Regina (barone Moetch), Dragoni Principe (colonnello Federici), Real Napoli (colonnello Pinedo). La cavalleria napoletana si batté a Lodi il I O maggio e a Borghetto il 30 maggio 1796, coprendo in entrambe le occasioni il ripiegamento delle truppe austriache. Cfr. Eugenio De Rossi, La Cavalleria' napoletana nell'Alta Italia dal 1794 al 1796, in Memorie Storiche Militari, Ufficio Storico del R. Esercito, III (1910), fa. scicolo III (6). 2 L'esercito granducale comprendeva una Guardia del Corpo (1776), il 1° Reggimento di Linea "Real Toscano" (1767) per la difesa di Livorno e del Litorale, compreso il presidio di Portoferraio, un piccolo Corpo di "Dragoni Toscani", due compagnie franche a Portoferraio e all'Isola del Giglio, una dozzina di compagnie di "truppa civica presidiaria" nelle principali città e reparti di bombardieri. La marina contava solo qualche cannoniera dopo che il granduca Pietro Leopoldo giudicò necessario vende1·e al re di Napoli le fregate "Etruria", "Austria", "Rondinella" e i legni "Aquila" e "Leone". L'esercito della Repubblica di Genova comprendeva' cinque reggimenti di fanteria, ciascuno con una compagnia granatieri e quattro di fucilieri: due erano "paeselli", cioè formati da sudditi ("Savona" e "Sarz.ana"), mentre due erano "oltramontani", cioè tedeschi (Raustrumb e Real Palazzo) e uno Corso . C'erano inoltre i corpi d'artiglieria, dei bombisti, degli ingegneri, una compagnia di bombardieri, il battaglione dei cadetti. In tutto 2.500 uomini. La Marina comprendeva due compagnie di fanteria, tre galere, una fregata e quattro polacche. Le truppe del Ducato di Modena, sotto il comando di un brigadiere, comprendevano due battaglioni ("Guardie" e "di Stato"), la cavalleria di linea, 75 guardie del corpo, 94 artiglieri e 4 legioni di milizie (8.500 uomini). Le truppe parmensi si riducevano al "Reggimento Real ferdinando" e alle compagnie degli arcieri, degli alabardieri reali, delle guardie del corpo, dei bombardieri e alla milizia urbana, suburbana e provinciale.


I tentativi di rifonna dell'esercito pontificio nel 1792-1798

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francesi e anche della rinuncia alle proprie screditate sovrastrutture politiche. Tutta una società poteva riconoscersi nel comportamento del conte Monaldo Leopa rdi, che all'arrivo dei Francesi davanti a Recanati aveva personalmente strappato le spalline a l comandante della milizia pontificia incaricato di difendere la città e ne aveva fa tto spalancare le porte per timore che un simulacro di resistenza avesse potuto giustificare il saccheggio.3 Nella prospettiva dei governi assolutisti italiani non v'era altra alternativa che la difesa condotta con strumenti puramente tecnico-militari, cioè la difesa avanzata sulle Alpi, imperniata in ultima analisi sulla capacità di resistenza dell'esercito professionale austriaco e d ell'esercito professionale-nazionale sardo (il quale costituiva una anomalia rispetto ai sistemi militari italiani del tempo). Governi la cui unica funzione storica consisteva nella difesa della società feudale non potevano seriamente pensare di ricorrere alla difesa in profondità, cioè alla mobilit~zione popolare: quando questa si verificò per aggregazione spontanea, nel 1798-1799, nell'Italia centrale e m eridionale, sorse immediatamente cori essa la minaccia di una rivoluzione sociale molto più sovvertitrice di quella soprattutto politico-istituzionale tentata dalle repubbliche giacobine. È vero che a Genova, nei Ducati, in Toscana si cercò di costituire m ilizie scelte mobili 4 , che a Napoli si cercò di imitare il sistema piemontese dei reggimenti provinciali5 , che nello Stato pon-

3 Monaldo LEOPARDI, Autobiografia, con appendice di Alessandro Avoli, Tipografia A. Befani, Roma, 1883, pp. 63 ss. 4 La milizia genovese degli "scelti" era organizzata in 12 baltaglioni (uno per ciascuna "comarca" della Repubblica), ciascuno con 8 compagnie contraddistinte dal nome del paese di reclutamento. Le quattro Legioni di milizie modenesi divennero i distretti di reclutamento di altrettante "divisioni provinciali". Nel 1791 la milizia parmense contava 9 compagnie urbane, 2 di cannonieri urban i, 17 di granatieri e 130 di fucilieri suburbani e 9 di carabinieri provinciali a cavallo. Dal 1750 non esistevano più milizie toscane, ad eccezione della truppa civica presidiaria riorganizuta nel 1780-81. Nel 1794 si organizzarono il Corpo Cacciatori Volontari di Livorno (con 6 Brigate) e il Corpo delle Bande, una milizia provinciale a base parrocchiale e comunale, forte di 12 mila uomini. Comprendeva 4 battaglioni (provincie di Pisa, Siena Superiore, Siena Inferiore e Dipartimento di Firenze), ciascuno con 12 compagnie di 253 volontari, alcuni dei quali a cavallo. 5 Nel 1782, restando esente dalla coscrizione il regno di Sicilia, si istitul nel regno di Napoli una "miliza provinciale" di 15 mila uomini, cioè 120 compagnie di 125 uomini, riunite in 11 reggimenti: Terra di Lavoro (Sessa e Aversa), principato Citra


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Virgilio Ilari

tificio un editto del Cardinal Zelada, del 3 I gennaio 1793, ordinava la leva in massa di tutti i maschi dai 16 ai 60 anni nelle città e nelle terre prossime all'invasione 6 • Ma la realtà effettiva era la decadenza delle antiche milizie paesane privilegiate risalenti al XVI secolo, e il rifiuto opposto alla leva obbligatoria che si cercò di introdurre nelle Due Sicilie non solo da parte delle popolazioni, ma soprattutto da parte dei feudatari, che si vedevano privati di braccia e di proventi. Rifiuto sostenuto da argomenti giuridici, non essendo i "feudi moderni" gravati dal munus militiae 7 , e compensato

(Campagna), Principato Ultra (Montefusco), Basilicata (Matera), Calabria Ultra e Citra (Amantea), Bari, Otranto (Lecce), Capitanata (Lucera), Abruzzo Citra (Chieti), Abruzzo Ultra (L'Aquila). Secondo l'ordinanza 31 dicembre 1787 dovevano fornire 600 uomini a ciascun reggimento attivo. Nel 1792 se ne mobilitarono 58 compagnie presidiarie e si costi.tu! il Corpo dei Volontari o Artiglieri Litorali per la custodia delle spiagge. Il S agosto 1794 si chiesero 16 mila "volontari", in realtà coscritti in ragione di 4 per mille abitanti, tra i 18 e i 20 anni di età, per costituire 60 btg. e 20 sqdr. complementi. Il 1° maggio 1796 fu decretata una leva di 8 per mille, cioè 40 mila "bossolati", che dovevano formare una cp. cacciatori per ogni battaglione di ordinanza più vari "corpi volanti" di 4 compagnie. Il 15 agosto 1798 si costitul il Corpo Volontari Cacciatori di Frontiera, con 5 reggimenti a reclutamento regionale, ciascuno di 2 btg. di 4 cp.: Truentini (Tronto), Amiternini (Leonessa e Cittaducale), Marsi (Tagliacozzo), Liri (Sora) e Formiani (Fondi). Sia le leve del 1794 e 1796 sia la formazione dei Cacciatori di Frontiera furono ·accompagnate da fenomeni di corruzione e sopraffazione ai danni degli strati sociali più bassi, né poterono essere raggiunti i livelli quantitativi fissati. 6 Cfr. Giovanni MESTICA, La battaglia di Faenza e il generale Colli, in Nuova Antologia, 43 Serie, voi. 95° (= 174° della raccolta), settembre-ottobre 1901, pp. 613629. All'ordine degli ufficiali pubblici autorizzati, nelle città e terre prossime al luogo dell'invasione, al suono della campana a martello, tutti i maschi dai 16 ai 60 anni, cittadini e campagnoli, dopo aver ritirato il bestiame e i viveri all'interno delle città murate, dovevano armarsi: solo gli ecclesiastici, le donne e gli infermi venivano esentati, ma restavano comunque a disposizione per prestare aiuti, soprattutto con le preghiere. I mobilitati dovevano mettersi al comando di qualche 'magistrato, o di altra "proba e sperimentata persona", riunendosi alle truppe regolari. I condannati in contumacia e i detenuti in attesa di giudizio avrebbero goduto del condono se si fossero arruolati. Il compito riservato agli ecclesiastici, infine, era quello di predicare per infervorare gli animi a difendere la religione, il principato, l'onore, la famiglia e i beni. Nel gennaio 1797 l'editto fu ripristinato. 7 Era la tesi sostenuta dal principino di Canosa (futuro teorico della reazione italiana) contro le richieste avanzate dall'avvocato fiscale Nicola Vivenzio. Cfr. Silvio VITALE, Il principe di Canosa e l'epistola contro Pietro Colletta, Arturo Berisio editori, Napoli, 1969, p. 26, a proposito delle Riflessioni critiche (Napoli 1794) indirizzate dal Canosa contro il Vivenzio. Più tardi Canosa avrebbe raccolto a sue spese reclute per l'esercito borbonico.


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dall'offerta degli aristocratici più eminenti di armare a proprie spese i propri vassalli per formarne reggimenti di fanteria e cavalleria8 e di arruolarsi in speciali corpi di "distinti volontari di cavalleria" 9 .

8

Nell'articolo "Milizia o Truppa pontificia" del suo Di7,ionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia 1847, voi. 45, p. 126, Gaetano Moroni ricorda le contribuzioni mili tari della aristoc razia rom ana: "si fecero reclute, contribuendo il contestabile Colonna un reggimento di fanteria vestito ed arma to, diviso in quattro compagnie, due delle quali composte di granatieri, con dodici cannoni; il marchese poi duca Giovanni Torlonia uno squadrone o compagnia di cavalleria composto di 80 teste, offrendo ancora d i prestarsi gratuitamente col suo banco; il marchese Camillo Massimo un a compagnia di 56 uomi ni armati e tre cannoni; il principe Giustiniani ed il principe Barberini, ogn uno 37 uomini con armi e cavallo; il principe Chigi 26 uomini armati coi caval li, de' quali 56 ne fornì il duca Sforza-Cesarini; il conte Carradori 120 cacciatori a piedi armati; il banchiere Acquaroni somministrò vesti e armi per trenta fanti; i conti Giraud anni, cavalli e 30 uomini, per non dire di altri oltre quelli che si tassarono in mensili contribuzioni, come i fratelli Bischi che offri rono scudi 30 mensili durante l'armamento, le loro persone come volontari a cavallo, ed altri sei volontari parimenti a cavallo". Nell'Archivio di Stato di Roma, fondo Soldatesche e galere, vi sono carteggi relativi alla restituzione di 12 pezzi d'artiglieria e 300 palle del duca Gaetani di Sermoneta consegnate al maggiore Tartaglioni per la difesa di Terracina (busta 725) e di a ltri 8 pezzi d i tutti i calibri appartenenti al contestabile Colonna impiegati nella difesa di Paliano (busta 729). Nel "Ristretto Generale delle offerte volontarie p resentate per il nuovo armamento in seguito delle Notificazioni delli 6 ed 8 ottobre 1796" (busta 73 1) sono elencate le seguenti contribuzioni: 2.768 uomini di fanteria , di cui 1.800 (12 compagnie di fanteria e 2 di granat ieri) forniti dal contestabile Colonna, 500 (4 compagnie fucilieri e una di granatieri) dal m archese Fabrizio Paolucci di Forlì. 120 (cacciatori) da l conte Pacifico Carradori d i Macerata, tesoriere d~lla Marca, 56 dal marchese Camillo Massimo, 50 dai Padri di Tolentino e altrettanti dal marchese Pietro della Formia, 30 dal sig. Acquaroni, 20 dal marchese Nunez, 12 da l sig. Carlo Sanori, 10 da altri quattro privati. 455 uomini di cavalleria, di cui 74 dal principe Borghese, 80 dal sig. Torlonia, SO dal duca Sforza Cesarini, 37 ciascuno dai principi Giustin iani e Barberini, 34 dai conti fratelli Giraud, 26 dal p rincipe Chigi, 12 dal principe Aldobrandini, gli altri volontri individuali (tutti a cavallo); altri 63 cavalli, 102 fucili, 45 baionette, 82 pistole, 9 cannoni (3 d i Camillo Massimo, 2 del Conte Canale, 4 del Monastero di S . Paolo dei Monaci Cassinensi). Alcuni ufficiali rilasciano il soldo di cui godono, altri le tappe. Le offerte in denaro una tantum ammontavano a 56.323 scudi e 28 baiocchi, quelle annue a 70.169:53. Le contribuzioni in natura ammontavano a 219 rubbia di grano (di cui 100 del duca di Bracciano e 50 del Cardinale Maury) e 225 di biada, p iù 6 mila libbre di ferro, 333 canne di tela annue, ecc. Le ventuno pigioni dei quartieri assegnati alla Truppa civica erano anch'esse rilasciate al governo pontificio dai proprietari degli immobili in cui avevano sede, in particolare i principi Chigi, Santacroce, Giustiniani, i marchesi Serlupi, Massimi, Sagripanti, Pa tdzi, Sacchetti, e altri. 9 Il "Corpo dei Nobili Volontari" del regno d i Napoli, istituito nel 1794 a cura del pr incipe di Canneto inizialmente con 400 uom ini, salì nel 1795 a 2 mila uomini,


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Non c'era dunque altra alternativa che riarmare costituendo forze a carattere professionale sul modello austriaco, affidandone il comando a ufficiali italiani provenienti dal servizio austriaco. Ma neanche questa opzione fu perseguita fino in fondo , di modo che qualche risultato fu conseguito solo nelle Due Sicilie, dove però le riforme militari risalivano al decennio precedente e alle iniziative del Tanucci e dell' Acton. Ciò dipese dal concorso di tre fattori: l'alto costo del riarmo rispetto alle dissestate finanze dei governi, le resistenze alle riforme opposte dalle organizzazioni preesistenti (che si cercò di fondere con le nuove, invece di sostituirle con queste ultime), e la speranza che una politica di neutralità armata (Toscana, Serenissima) o di paci separate (Duce Sicilie, Stato pontificio) potesse salvaguardare lo Stato meglio che un consistente riarmo e la partecipazione ad una alleanza. Fra gli Stati italiani, il più debole, sotto il profilo politico-strategico, era quello pontificio. Aveva forze presidiarie prive di qualsiasi valore militare eppure eccessivamente onerose sotto l'aspetto finanziario: privo di omogeneità territoriale e istituzionale, essendo costituito da una serie di unioni personali fra precedenti signorie e reggimenti comunali: con frontiere artificiali indifendibili, ed esposto all'invasione da ogni lato. La politica di neutralità scrupolosamente seguita dal pontefice dopo il 1709, pur pagata con il sostanziale disarmo e l'accettazione dei passaggi di truppe estere, aveva assicurato se non altro la sopravvivenza del dominio pontificio nelle Legazioni, che gravitavano sempre di più verso l'area lombardo-veneta e tosco-emiliana. Ma la neutralità nei confronti della Francia rivoluzionaria non era strutturalmente possibile: in quanto capo della Chiesa cattolica il pontefice aveva non solo un contenzioso diretto con la repubblica, ma era altresì continuamente sollecitato dalle potenze coalizzate a legittimare sotto. il profilo spirituale la loro lotta contro la rivoluzione. D'altra parte la forza

ripartiti in 16 squadroni, di cui tre siciliani, distinti dai luoghi di reclutamento: Napoli, Montefusco, Salerno, Chieti, L'Aquila, Ter amo, Lucera, Trani, Lecce, Matera, Cosenza, Catanzaro, Valdimazzara, Valdemone, Valdinoto, Presidi di Toscana. Naturalmente non aveva alcun valore militare, ma consentiva agli aristocratici di pavoneggiarsi, vantare benemerenze e soprattutto evitar e il rischio di servire in un reggimento operativo. Sul Corpo dei distinti volontari di cavalleria dello stato pontificio v. infra.


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spirituale, anche in passato generalmente indotta da quella politico-militare, era in questo caso un ulteriore elemento di debolezza politica, perché favoriva la mobilitazione ideologica dell'avversario e la sua capacità di aggregare qualsiasi forma di opposizione interna al governo pontificio, anche quella fondata sulla rivendicazione delle libertà comunali (come a Bologna e a Ferrara), attorno al nucleo di condensazione rappresentato dalle idee giacobine e repubblicane. Al massimo di esposizione e di coinvolgimento si univa dunque il massimo di debolezza politica, strategica e militare. Già nel 1790 la sollevazione popolare aveva estromesso il governo pontificio da Avignone e dal contado Venosino. Ma non c'era stato alcun riconoscimento ufficiale dello stato di fatto da parte delle autorità francesi. Il conflitto aperto maturò nel corso del 1791, con la condanna pontificia della Dichiarazione dei Diritti dell'uomo (avvenuta in concistoro segreto) e successivamente con quella, pubblica, della Costituzione civile del clero (primavera). La situazione precipitò dopo la fuga di Varennes (22 giugno) e la minacciosa dichiarazione congiunta austro-prussiana di Pillnitz (agosto). In settembre l'Assemblea nazionale dichiarò l'annessione del contato Venosino e di Avignone alla Francia, sancendo formalmente il diritto dei popoli a disporre di sé stessi. Il corlflitto con il pontefice aveva così occasionato una delle tappe storiche della rivoluzione francese : l'esplicito riconoscimento di un principio potenzialmente eversivo dell'equilibrio europeo, e dell'assetto dinastico del potere sul quale esso poggiava. Il 20 aprile 1792, tra l'entusiasmo generale, la Francia dichiarava guerra all'Austria: la conquista delle frontiere del Reno e delle Alpi, tradizionale obiettivo della politica regia, veniva iscritta al1' ordine del giorno della rivoluzione. La reazione degli Stati italiani fu di attendismo vigilante (Regno di Sardegna) oppure di neutralità formalmente dichiarata (Repubbliche di Genova e di Venezia, Granducato di Toscana). La dichiarazione di neutralità della Repubblica di Genova, avvenuta in giugno, e l'arrivo in quel porto della Squadra francese e di emissari rivoluzionari, manifestarono gli intendimenti dei Francesi di estendere la rivoluzione in Italia. Il 22-29 settembre l'Armée du Midi occupò Nizza e la Savoia senza che i 20 mila soldati piemontesi potessero far altro che ritirarsi. L'8 novembre, a Genova, un consiglio di guerra francese de-


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cise di attaccare dal mare Napoli e Civitavecchia. Il 19 novembre un decreto della Convenzione accordava ai popoli oppressi "secours et fraternité" nella lotta contro i loro tiranni: negli stessi giorni la Squadra dell'ammiraglio Truguet partiva da Tolone e, toccati i porti neutrali di Genova e La Spezia, recava a S. Fiorenzo in Corsica ad imbarcare truppe per tentare l'invasione della Sardegna. Il 24 ottobre l'ammiraglio Latouche, comandante della divisione navale di Brest trasferita in Mediterraneo, riceveva l'ordine di recarsi a Napoli per esigere soddisfazione delle offese arrecate al prestigio della diplomazia francese. Misure difensive del litorale minacciato furono prese più o meno contemporaneamente a Napoli 10 e nello Stato pontificio 11 .

°

1 Con Editto del Re di Napoli 3 novembre 1792 fu disposta la mobilitazione di 18 battaglioni (13 di fucilieri e 5 di granatieri) e di 12 squadroni "pronti al prim'ordine per accorrere alle frontiere del Littorale". Furono sostitui ti nelle piazze di Napoli, Capua e Gaeta da 58 compagnie nazionali e veterani tratte dalle milizie provinciali. Furono coinvolte le guarnigioni di Napoli (reggimenti Regina, Real Italiano, Puglia, Lucania, Sannio, Real Macedonia e 1° Estero, che formarono 8 battaglioni fucilieri e 3 di granatieri), di Capua (reggimenti Re e Borgogna, 3 battaglioni fucilieri e 1 granatieri) e Gaeta (reggimenti Napoli e Messapia, che fonnarono 2 battaglioni fucilieri e 1 granatieri). La cavalleria fu formata dalla 1• Brigata di Napoli (reggimenti Re e Regina) e da quattro squadroni dei reggimenti Rossiglione,larragona, Principe e Napoli. Cfr. ASR, Soldatesche e Galere, busta 699. Fu rafforzato il corpo degli artiglieri litorali, già forte di 206 pezzi, cui si aggiunsero 23 mortai, 4 obici e 179 pezzi . Al comando dell'ammiraglio Forteguerri c'era una squadra navale di due vascelli da 74 cannoni, quattro fregate da 40 cannoni, 55 barche cannoniere nel golfo, dove si trovavno altri tre vascelli, tre fregate e due corvette armate su un solo fianco come batterie galleggianti: 12 lance cannoniere a Gaeta e altre 150 cannoniere e 60 barche coralline annate in altre località. Cfr. Sante RoMm, Le marine militari italiane nel Risorgimento (1748-1861), Ufficio storico della Marina Militare, Roma, 1950, p. 71. 11 Nel periodo dicembre 1792 - gennaio 1793 le truppe pontificie del Litorale medite1Taneo contavano 3 mila fanti, 160 artiglieri, 270 cavalli, 295 mar1nai, 29 pezzi in batteria oltre quelli delle fortezze di Civitavecchia (3 mortai, 99 cannoni di bronzo, 46 di ferro, 19 petriere) e Anzio e delle 29 Torri di Levante e Ponente. A Civitavecchia, Corneto, Montalto, Tolfa e Torri di Ponente c'erano i Battaglioni dei Verdi (Lante) e dei Turchini (Clarelli), ciascuno con 6 compagnie di 153 uomini (totale 918 più 5 e 16 uomini, rispettivamente, di Stato Maggiore), nonché le compagnie di artiglieria (Roselli, 48 uomini), di cavalleria (Vincentini, 150 uomini) e di guastatori. A Palo e Fiumicino c'erano due distaccamenti forniti rispettivamente dal Battaglione dei Corsi (capitano Grassi, 273 uomini, 4 artiglieri con 4 cannoni) e dal Reggimento delle Guardie (capitani Francesco de Si Iva e Muzio Dandini, 337 uomini con 6 artiglieri e 6 cannoni). A Terracina, Anzio, Nettuno e nelle T01Ti di Levante c'era il Corpo dei Verdi (ten. col. Oliviero Ronca, magg. Antonio Tartaglioni), con uno S.M. di 12 uomini, 3 compagnie con 600 fanti (capitani Schmidt, Locateli i, Cerroni), 120 cavalli (pi-imo tenente Setacci) e 100 artiglieri


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Qui le misure furono. coordinate dal tesoriere generale e commissario del mare Fabrizio Ruffo, il futuro condottiero dell'Armata della Santa Fede alla riconquista del Regno di Napoli nel 1799. Vincendo molte resistenze, tra l'ottobre e il dicembre si decise e si riuscì ad affidare il comando generale ad un ufficiale proveniente dal servizio austriaco, il generale Caprara, il quale cercò di riorganizzare un po' di forze mobili fondendo i presidi permanenti con 4 mila miliziotti (il che equivaleva a versare il vino nuovo negli otri vecchi). Avvalendosi di una mezza dozzina di collaboratori provenienti dal servizio austriaco, che scalzarono l'autorità degli ufficiali pontifici, Caprara riuscì ad organizzare un piccolo stato maggiore, a costituire ex novo i corpi della cavalleria e dell'artiglieria (i più efficienti), a predisporre un piano di difesa del litorale e riattamento delle fatiscenti fortificazioni, a disporre di oltre 3 mila uomini sul Litorale e circa 4 mila di riserva a Roma, con funzioni sia di riserva mobile che anti-insurrezionali. Il momento più critico si ebbe nel periodo dicembre 1792 - gennaio 1793. Il 16 dicembre Latouche si presentava con dieci vascelli di fronte a Napoli, e il 21 Truguet incrociò nelle acque di Cagliari. Nel frattempo giunse a Roma da Napoli un agitatore giacobino, Ugo di Bassville, col preciso intento di provocare un incidente diplomatico a proposito delle insegne che figuravano sul Consolato e l'Accademia di Francia a Roma, e che erano ancora quelle monarchiche. Tanto Bassville a Roma che Latouche a Napoli divennero inoltre il naturale punto di riferimento dei giacobini locali. Bassville fu mortalmente ferito il 13 gennaio 1793 dalla plebe romana che aveva assalito la sua abitazione dopo aver saccheggiato l'Accademia di Francia al grido di "Viva San Pietro, fuori i francesi". Il governo pontificio, accusato di aver sobillato la manifestazione antirivoluzionaria (che se la prese anche con gli ebrei con i giacobini), era probabilmente innocente. Non aveva interesse a creare un casus belli con due flotte che incrociavano a così breve

e

(sottenente Pannini) con 19 pezzi in tre batterie e due petriere. Queste truppe furono gradualmente ridotte e il 18 maggio 1793 un Viglietto della Segreteria di Stato disponeva il ritiro dei distaccamenti di Palo e Fiumicino e la graduale riduzione del Corpo Ronca (poi Tartaglioni), che in ottobre contava 503 uomini, 242 in dicembre e 171 a partire dal febbraio 1794. Cfr. MARIO CARAVALE e ALBERTO CARACCIOLO, Lo Stato pontificio da Martino V a Pio IX, UTET, Torino 1978, pp. 557 ss.


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distanza: e risultano dagli ordini del comando generale pontificio le minuziose disposizioni, con formazione di pattuglie e di presidi, prese per la tutela dell'ordine pubblico 12 . In realtà le due squadre francesi non poterono intervenire: quella di Napoli, perché immobilizzata fino al 30 gennaio dalle avarie riportate durante un fortunale (e riparate con il concorso della flotta napoletana); quella della Sardegna, perché impegnata nelle operazioni di sbarco nelle isole di S. Pietro e S. Antioco e nei successivi tentativf di attacco contro Cagliari e La Maddalena, risoltisi in clamorosi fallimenti 13 . La situazione strategica, già schiaritasi con il ritiro della flotta francese a Tolone nel marzo, cambiò improvvisamente dopo il fallimento dell'offensiva dell'Armée d'Italie al comando di Kellerman contro il sistema difensivo austro-sardo dell' Authion, invano attaccato 1'8 e il 12 giugno 1793. Il 12 luglio fu firmata un'alleanza tra Napoli e l'Inghilterra (resa nota in settembre), e la flotta dell'ammiraglio Hood dominò il Mediterraneo. Il 15 agosto la flotta inglese occupava Tolone in appoggio agli elementi antirivoluzionari francesi, e a rinforzo del presidio affluivano truppe spagnole, napoletane e piemontesi. Contemporaneamente gli Austro-Sardi passavano all'offensiva sulle Alpi, aggirando l'ala sinistra francese mirando a staccarla dal Varo. In ottobre, sotto la minaccia di bombardare Livorno, la flotta inglese otteneva dal Granducato di Toscana la rinuncia alla neutralità. ' Anche se la controffensiva austro-sarda si esauriva in ottobre senza risultati apprezzabili e il 19 dicembre i Francesi riprendevano Tolone, la situazione poteva considerarsi per il momento stabilizzata. Nel 1794 e 1795 le operazioni militari sul fronte terrestre, intervallate da lunghi periodi di inattività dovuti alla disorganizzazione delle truppe francesi e all'inclemenza delle stagioni invernali,

12 Cfr. Ordini del Comando Generale, ASR, Soldatesche e Galere, registro 798, ai giorni 2,13 e 14 gennaio. Sono istituite dodici pattuglie di quartiere (otto delle guardie e quattro dei corsi), più due pattuglioni straordinari di 51 uomini per la guardia al ghetto. Si creano poi altre quattro pattuglie aggiuntive e un picchetto di riserva per ciascuna compagnia. La guardia ha l'ordine di arrestare il personale dei convogli "che portino secolo Stemma della Repubblica" eventualmente in uscita dall'Accademia di Francia. C'è l' ordine espresso di evitare qualunque spargimento di sangue. 13 Cfr. RoMITI, op. cit., pp. 59-60.


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si risolsero in una serie di offensive e controffensive, con un graduale miglioramento delle posizioni francesi. Alla fine del primo ciclo di operazioni (aprile-maggio 1794) i Francesi si erano impadroniti del Piccolo S. Bernardo, del colle dell' Argentera e delle creste del Cenisio, assicurandosi buone basi di partenza per l'eventuale discesa in Piemonte. Ma la spinta propulsiva dell'armata francese sembrava esaurita, e la temuta invasione (per far fronte alla quale il Piemonte decretò leve straordinarie) non si ebbe. Limitati furono i successi conseguiti dai Francesi nel settembre 1794 e nel luglio 1795, più consistente la vittoria di Loano sugli Austriaci (22 novembre 1795). Migliore era la situazione in campo navale. Nonostante la riconquista francese di Tolone, la flotta inglese, con base a Livorno e con un limitato contributo sardo e napoletano, riuscì a completare l'occupazione della Corsica fra il 7 febbraio e il 10 agosto 1794. Subì però un rovescio alla battaglia di Capo Noli (13-14 marzo 1795), e non riuscì ad assicurare il successo di una manovr a combinata anfibia per l'investimento di Savona nel maggio 1795. Due anni preziosi furono sprecati dagli Stati italiani incapaci di rafforzare i dispositivi militari, il cui mantenimento sul piede di guerr a imponeva spese elevatissime, insostenibili nella situazione di generale dissesto finanziario e crisi economica che aveva investito la Penisola. Solo il Regno di Napoli, dopo che il 1° dicembre 1794 fu sollecitato dagli Inglesi ad adempiere gli impegni sottoscritti nel 1793, decretò qualche misura di mobilitazione e di leva obbligatoria parziale, e allestì ai campi di Sessa un'armata di 19 mila uomini destinati a raggiungere le forze austriache in Lombardia: ma solo i 2.300 uomini della cavalleria furono poi effettivamente inviati. Anche la creazione delle milizie toscane (Corpo delle Bande) decretata il 20 agosto 1794 appare diretta soprattutto a fini interni, data la concomitanza con la revoca dell'editto 9 ottobre 1792 con cui il granduca aveva sancito l'abolizione delle restrizioni feudali e protezionistiche alla libertà di commercio dei grani 14 . Dal canto suo Venezia si affidava alla diplomazia più che alla forza delle armi: nella sede della legazione veneta a Basilea furono

14

Cfr. supra, nt. 4.


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infatti avviati i colloqui preliminari fra la repubblica francese e le minori potenze belligeranti che sfociarono nelle paci separate del primo semestre 1795 concluse con la Toscana (9 febbraio), la Prussia (5 aprile), l'Olanda (16 maggio) e la Spagna (22 luglio). Lo sforzo militare inglese si concentrava nella difesa della Corsica: i documenti dell'Archivio di Stato di Roma registrano ancora, dal febbraio all'aprile 1796, il passaggio di reparti terrestri britannici provenienti dall'Austria e dal Ducato di Modena diretti a imbarcarsi a Civitavecchia, divenuta principale base operativa dopo la neutralizzazione di Livorno 15 . Il 2 marzo 1796 Napoleone assumeva il comando dell'Année d'Jtalie, divenuta J'asse di gravitazione maggiore della guerra contro l'Austria. Il 1O aprile aveva inizio l'offensiva che in meno di due mesi avrebbe condotto all'occupazione del Piemonte e della Lombardia. Il 27 aprile il re di Sardegna firmava l'armistizio di Cherasco (seguito il 15 maggio dalla pace di Parigi): il 5 giugno a Brescia seguiva l'armistizio con Napoli (e la pace il 20 novembre). Mentre l'esercito austriaco violava la neutralità veneta varcando la linea del Mincio, Napoleone accordava tregua e armistizio ai duchi di Parma e Modena in cambio di onerose contribuzioni (7 e 9 maggio) e il 17 giugno occupava senza colpo ferire le Legazioni e parte della Romagna fino a Rimini, procedend~ al disarmo della fortezza di Ferrara: stato di fatto riconosciuto il 23 giugno da un frettoloso armistizio. Si distinse la valorosa resistenza degli abitanti di Lugo, i quali seguirono ]e prescrizioni dell'editto 31 gennaio 1793 formando le barricate e tentando la difesa della città, che ebbe come unico effetto quello di esporla al sacco e di farne un esempio alle altre comunità 16 . Con le contribuzioni in denaro e approvvigiona-

'

15 ASR, Soldatesche e galere, 725 e 733. Dal 21 marzo al 3 aprile 1796 passano per Camerino sei colonne di tmppe britanniche (reggimenti svizzero Dillon e francese Royal Etranger): durante il passaggio per la S. Casa di Loreto le truppe spiegano le bandiere in segno di rispetto e molti soldati, di religione cattolica, fanno la comunione. Il 12 febbraio 1796 alcuni ufficiali pontifici sono destinati ad accompa· gnare da Modena a Civitavecchia tre battaglioni inglesi. 16 Cfr. Alfonso LAZZARI, La sommossa e il sacco di Lugo nel 1796, Tipografia Sociale, Ferrara 1906.


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menti fornite dai Ducati 17 e i 114 cannoni di Ferrara 18 Napoleone poté iniziare le operazioni di assedio della piazza di Mantova, che si sarebbero protratte fino al marzo 1797. Inoltre la Toscana fu occupata, e Livorno divenne la base delle operazioni per la riconquista della Corsica. Non restava al pontefice che avviare trattative di pace: e il 28 giugno il plenipotenziario pontificio partì per Parigi. Ma alle condizioni politiche, militari e finanziarie onerosissime 19 richieste dai Francesi, si aggiungeva quella, inaccettabile, che il papa sconfessasse tutto quanto aveva scritto contro la rivoluzione e la politica francese a partire dal 1789. Le trattative furono interrotte una prima volta il 23 agosto e riprese un mese .più tardi solo per essere interrotte nuovamente dopo pochi giorni. Il papa annunziò allora con un manifesto e una nota diplomatica, la temporanea sospensione dell'esecuzione dei patti armistiziali. Contemporaneamente iniziarono improvvisate misure di riarmo, tese a portare l'esercito a 17 mila uomini, che avrebbero dovuto essere concentrati a Roma

17 Il duca di Parma dovette pagare due milioni di lire, 2 mila buoi, 1700 cavalli, grano, avena e 20 quadri. Quello di Modena 7 milioni e mezzo di lii-e in danaro e 2 milioni e mezzo di approvvigionamenti, oltre a 20 quadri. A Modena furono prese inollre buone artiglierie. 18 Complessivamente i francesi presero 200 cannoni (114 a Ferrara e 50 a Forte Urbano) e 7-8 mi la fucili (di cui 5 mila a Forte Urbano), oltre a viveri per 600 uomini per due mesi. Furono fatti prigionieri i due presidi, che nel marzo 1796 ammontavano a 731 uomini a Ferrara (311 in fo1iezza e 420 in città) e 398 a For te Urbano. Il 12 maggio 1796 il tenente generale pontificio aveva chiesto alla Segreteria di Stato le istrn· zioni da comunicare alle due fortezze in caso di ostile invasione francese. Gli fu risposto che i comandanti locali dovevano prendere ordini dai rispettivi cardinali legati di Ferrara e Bologna. Cfr. ASR, Soldatesche e Galere, busta 727. Gli ufficiali dei presidi erano 57: il governatore dell'armi Tassoni, il colonnello di Bologna Malvezzi, i castel· !ani Mancinforte e Rondinelli, i maggiori Roverella, Pernini, Giovio, l'aiutante maggiore Farnè, 3 aiutanti, 1 quartier mastro, 1 sotwaiutante, I aiutante di piazza. 1 capitano svizzero (Brandimberg), 1 capitano dei cavalleggeri (marchese Gualengo), 12 capitani, 13 tenenti, 1 tenente svizzero (Svendiman), 1 cornetta, 13 alfieri, l foriere .. Cinque di costoro (capitani Eugenio e Domenico Forni, tenente Rondinelli, alfieri Barattini e Galeppini) erano ancora in servizio pontificio nel 1797 (ibidem, busta 734). 19 Indennizzo e riparazione per l'uccisione dì Bassville, liberazione dei detenuti politici, sgombero delle Legazioni tranne Faenza e la cittadella di Ancona, libero passo alle trnppe francesi, chiusura dei porti ai nemici della Francia, consegna di 100 opere d'arte e 500 manoscritti scelti da una commissione francese, pagamento di 21 milioni di lire. Correspondance de Napoleon I publiée par ordre de l'empereur Napoleon !Il, Imprimerie Nationale, Paris, T.I, pp. 521. 527, 535, 552, 781.


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e successivamente inviati in Romagna, dove per il momento si trovava un solo battaglione (formato nel 1794 e ritiratosi all'atto del1' invasione francese nelle Marche, sfuggendo ad un tentativo di cattura da parte del generale Augereau) ·20 . L'improvviso irrigidimento pontificio era determinato dall'arrivo di nuove truppe austriache in soccorso di Mantova, e dalle misure di riarmo decretate dalla corte di Napoli, nonché dallo sgombero delle Legazioni da parte dei Francesi, avvenuto tra luglio e settembre 1796. Ma Ferrara e Bologna inviavano i propri rappresentanti a Modena al congresso del 16 ottobre in cui si decise la costituzione della Repubblica Cispadana con i ducati e le due legazioni pontificie, e la creazione di una Legione Italiana di 3 mila uomini, con due compagnie di cavalleggeri e due di artiglieri, al comando di Angelo Scarabelli, già generale d'artiglieria del Duca di Modena. Gli aiuti militari dell'Austria, sollecitati in segreto dal cardinale Busca e promessi nella misura di 1O mila ue>inini, si ridussero all'invio di poche migliaia di fucili e di un nuovo comandante delle truppe pontificie, il generale Colli, giunto per mare ad Ancona il 12 gennaio 1797 e recatosi in ispezione prima in Romagna e poi a Roma. Ma sul fronte minacciato rion c'erano che i due battaglioni del 1° Reggimento di Romagna o Reggimento Ancajani (1.870 fanti, 145 cavalli e 126 artiglieri), all'ultirtio istante rinforzato dal battaglione della Marca, in precedenza trasferito da Roma a Cesena: in tutto, dunque, non più di 3 mila fanti e 10 cannoni concentrati a Faenza. Le truppe di Roma, "pronte a marciare" da più giorni, dove-

20 Augerau aveva occupato Bologna il 21 giugno con circa 5 miÌa uomini (4a e 51• mezza brigata e 10° cacciatori). Il 21 giugno Napoleone gli ordinò di distaccare 600 fanti, 100 cacciatori e 2 cannoni per catturare i presidi di Romagna, che riuscirono però a ripiegare nelle Marche (Correspondance de Napoleon /, cit. T.I, p. 524). Il Battaglione di Romagna era stato formato il 18 dicembre 1793 al comando del ten. col. Ronca riunendo sei compagnie dei presidi di Forlì, Forte Urbano, Bologna e Ferrara, più la compagnia di cavalleria di Civitavecchia. L' 11 luglio 1795 le compagnie erano stanziate a Faenza. Castelbolognese e Imola, con distaccamenti a Casola, Brisighella, Meldola, Frignano e S. Martino. Nel marzo 1796 contava 553 fanti (compagnie Maggiora, Giambattista Boschi, Francesco Valenti, Gaetano Fenetti, Alessandro Masi e Giulio Cesare Cosimi), 193 Dragoni (capitano Vincenzo Galassi) e 38 artiglieri. Cfr. ASR, Soldatesche e Galere, buste 623, 704, 708, 711, 722.


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vano ancora muoversi 21 , quando Bonaparte, intercettata la corri-

21 Il 13 ottobre 1796 si decise di ricostituire un presidio in Romagna, destinandovi il maggiore barone Carlo Ancajani di Spoleto, promosso colonnello, il quale partl alla fine del mese da Roma con 5 Compagnie di Turchini d i Civitavecchia e Verdi di Castel S. Angelo (capitani Domenico Cerroni, Costantini, Nelli, Bernardino Nobili, Gabriele Ferretti), 4 pezzi da 8 e 40 dragoni (sottotenen te Francesco Setacci). Il 18 novembre partirono altre 6 compagnie (due delle Guardie, due di Castel S. Angelo, due d i granatieri Corsi e Marca), un treno d'artiglieria con 60 uomini, 6 pezzi e 4 carri di munizioni (tenente Giambattista Biancoli) tratto dalla Compagnia Maggiora (capitano tenente Carlo Lopez), scortato da 30 Dragoni (Tenente Inganni). Una parte di queste forze furono fuse con i resti del Battaglione di Romagna e con una delle due Compagnie di Senigallia (capitano Vincenzo Mazzagalli) per formare il 1° Reggimento di Romagna, o Reggimento Ancajani. Oltre allo Stato Maggiore, comprendeva due Battaglioni con complessivi 1691 fanti: il 1° con le compagnie Colonnella (cap. ten. Massimiliano Carrafa); Boschi, Cerroni, Masi, Nobili, Gaetano Ferretti. e il 2° con le compagnie Maggiora, Valenti, Gaetano Ferretti, Cosimi, Casimiro Waquier de la Barthe, Mazzagalli. Gli erano aggregati 138 Dragoni dello Squadrone di Cavalleria Reali (tenenti Setacci, Pietro Leonardi e Bernardi no Bianchi). L'artiglieria, 10 pezzi con 270 carìche da 8 e 4 con palla e 480 a mitraglia, era al comando del capitano tenente Giambattista Biancoli, del tenente Filippo Resta e dei sottotenenti Prence e Castelli. Il giorno della battaglia il Reggimento disponeva di 6.067 libbre di polve_re, 35 mila cartucce distribuite alla truppa e 22 mila presso l'artiglieria. Il 10 dicembre 1796 partì da Roma anche il resto del Battaglione della Marca (maggiore Francesco Biancoli), con 8 cannoni e 60 mila cariche da fucile: il 31 gennaio si trovava a Cesena, e da qui raggiunse Faenza, in tempo per la battaglia. Nelle Marche si tròvava il Battaglione di Ancona (che nel marzo 1796 aveva 657 uomini ad Ancona, 136 ad Ascoli, 36 a S . Leo, 22 a Pesaro, 8 a Fermo e 13 a Serra S. Quirico): in ottobre 120 uom ini furono trasferiti da Senigallia a S. Leo, e il p residio di Ancona contava 630 uomi ni. In dicembre fu costituita una nuova compagnia "regolata" a Loreto. Dal 1° ottobre al 20 gennaio furono presentate 2.319 reclute ad Ancona, ma solo 1.868 ne restavano a quella data. dedotti gli scartati, i congedati e i disertori. Di queste, 170 furono inviate a Roma, 1.168 incorporati nel presidio di Ancona, e 470 spedite in Romagna al comando del maggiore Borosini, per il presidio di Ravenna (compagnie Maggiora, Silvani e Mignanelli) e di Forll (compagnie Fatati, Cattivera e Lazzarini). All'arrivo dei francesi, dopo la battaglia di Faenza, i due presidi ripiegarono su Ancona, dove si arresero 1'8 febbraio. Cfr. ASR, Soldatesche e Galere, buste 733 e 735, cfr. 623,622, 631, 634. Dal novembre 1796 al gennaio 1797 vi furono a Perugia e dintorni una quindicina di compagnie: due in fortezza (la e 2°), due definite "ausiliari di preggio" (4° e 6a) e una "ausiliare della Spina" (I 1°), altre di presidio a Perugia (Mainardi), Fratta (Bracceschi), Corciano (8° degli Oddi), Città della Pieve (10° Fargna), Foligno (Gabrielli}, Città di Castello (Maggiora), più le compagnie Colonnella, Cacciatora e guarnigione di Cesena (ibidem, busta 735). A Perugia, Foligno, Terni e Spoleto si concentrarono le truppe partite da Roma in febbraio, che il generale Colli aveva fatto mettere in stato di "pronti a marciare al primo avviso" fin dal 22 gennaio (estendendo l'ordine al Reggimento Colonna il 28 gennaio). Le partenze avvennero fra il 1° e n' 17 febbraio, con un giorno dì intervallo tra ciascuna, e nel seguente ordine: Battaglioni dei Corsi (Grassi), di Castel S. Angelo (Pescatori). 2° Guardie (Vincentini), 1° Colonna (Dandini), 2° Colonna (Eherij), 1° Gra-


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spondenza del Cardinal Busca con l'Austria, ruppe gli indugi, e con bando del 1° febbraio 1797 denunziò a Bologna la tregua prendendo a pretesto la mancata esecuzione dell'armistizio, le trattative di a lleanza con l'Austria e i preparativi militari pontifici. Contemporaneamente la divisione francese Victor, forte di 1O mìla uomini (tra cui la Legione Lombarda di Lahoz), avanzò verso la Romagna. La sera stessa il corpo pontificio di Ancajani mosse da Faenza per la via Emilia verso il Senio, accompagnato dall'entusiasmo popolare. A notte si tenne consiglio di guerra, e prevalse il partito di affrontare i Francesi approfittando del vantaggio offerto dal fiume. Al mattino le artiglierie furono schierate in direzione del ponte: "causa le piazzuole, male livellate, che impedivano un esatto puntamento, fecero pochissimo o nessun danno, tanto che corse voce, fossero stati caricati con fa. giuoli, ed il Biancoli (comandante de] distaccamento d'artiglieria) fu accusato di tradimento. È fama che, allora, per dispregio, un granatiere francese si avanzasse fino sul colmo del ponte, e facesse i suoi bisogni, colle spalle voltate verso i pontifici, e riuscisse a tornare illeso fra i suoi! Avendo quindi i francesi passato a guado il fiume, di sopra e di sotto, a qualche distanza dal ponte, e accennando a circuire i pontifici, da ambe le parti questi si lasciarono prendere dal panico e gridando al tradimento si dettero alla fuga. Prima si mise in salvo la cavalleria, che avrebbe dovuto proteggere la ritirata, e dietro ad essa, il colonnello Ancajani e gli altri ufficiali. Faenza, al primo momento, chiuse le porte in faccia ai francesi, ma questi le sfondarono con due o tre cannonate, mettendo fine ad ogni velleità di resistenza" 22 •

natieri (4 cp. di formazione), Distaccamento d'Artiglieria (9 pezzi da 8 e 2 da 4, più altri 4 pezzi provenienti da Civitavecchia), 2° Squadrone Volontari di Cavalleria (Giraud), 2° Battaglione Granatieri (4 compagnje di formazione). In marzo la guarnigione di Spoleto contava 3 battaglioni e 20 compagnie. Il generale Colli era partito da Roma il 6 febbraio. Non siamo riusciti ad accertare se alla battaglia di Faenza fosse presente anche il 1° Squadrone dei Distinti Volontari di Cavalleria (Capitano Luigi Bischi, tenente Alessandro Olivieri, portastendardo Terenzio Sembrini), partito da Roma il 6 gennaio 1797 dopo un ritiro spirituale di una settimana. Cfr. ASR, Soldatesche e Galere, registro 733. ' 22 Cfr. Andrea DA Mosrn, Milizia dello Stato Romcmo 1600-1797, in Memorie Storiche Militari, Ufficio Storico R. Corpo di S.M., X (1914), fase. 21-22, pp. 554-555, che riassume il saggio di Giovanni MESTICA, La battaglia di Faenza, cit. Secondo la relazione di Napoleone al Direttorio, i pontifici avrebbero avuto 400-500 morti e feriti e mille prigionieri, oltre alla perdita di 14 cannoni e 8 bandiere, contro 40 morti e feriti francesi (e tra i feriti il capobrigata Lahoz, che avrebbe concluso la sua esistenza ucciso dai francesi durante l'assedio di Ancona del 1799). Tuttavia il cronachista faentino Tomba, testimone diretto, parla di soli 30 caduti pontifici. Gli stati dei corpi non r egistrano alcun morto in combattimento nel febbraio 1797. La battaglia divenne subito oggetto di satira: a Milano fu messa in scena una rappresentazione in tre atti con ballo dal titolo "Il generale Colli in Roma", che l'arcivescovo


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Nel frattempo, mentre proseguiva la partenza di truppe da Roma per le Marche, il generale a ustr iaco Bartolini cercava di mettere in stato di difesa la piazza di Ancona, portandovi un carico di fucili provenienti da Trieste, concentrandovi le guarni gioni di Senigallia, Fano e Pesaro, per un totale di 2 mila uomini, e mobilitando 3 m ila miliziotti della campagna. Ma l'artiglieria era per lo più smontata e inservibile e viveri e munizioni scarseggiavano. Nonostante si presentassero molti volontari e i marinai proponessero di armare le loro barche con qualche cannone per andare a bombardare i Francesi a Fiumesino, il magistrato di Ancona convinse Bartolini a non esporre la città ad un assedio: gli fu assicurato che il coma ndante della piazza, Miletto Miletti, avrebbe capitolato al1' apparire dei Francesi. L'8 febbraio Bartolini abbandonava Ancona, e il maggiore Borosini, già capitano dei granatieri della guardia del Duca di Modena, si arrese con tutto il suo reparto di 400 uomini ai Francesi non appena questi comparvero di fronte alla posizione avanzata di Montagnolo, che egli era incaricato di difendere. A sera, i Francesi penetrarono in Ancona da una porta lasciata aperta per far rientrae le sentinelle avanzate, che non avevano avuto sentore della resa di Montagnolo. Il presidio fu disarmato quasi senza resistenza e fu fatto un ingente bottino, benché parte del m ateriale fosse stato in precedenza avviato a Fiume per salvarlo dai Fran-

Filippo Visconti non riuscl ad impedire. Nel Paralipomeni Leopardi paragonava ancora la fuga dei topi a quella dei papalini a Faenza e dei belgi nell'agosto 1831 davanti alle truppe olandesi. Il conte Giambattista Biancoli, originario di Bagnacavallo, cercò di difendersi, anche con memorie a stampa, dall'accusa di "traditore del Papa" che i vecchi papisti gli rivolgevano ancora trent'anni dopo. Monaldo Leopardi accoglieva l'aneddoto dei cannoni caricati a fagioli, storpiando il nome dell'ufficiale in Bianchi (pp. 63-64). Gaetano Moroni scriveva, nella citata voce del suo Dizionario: "molti soldati diedero prove di valore, massime la batteria desti nata alla difesa del ponte, comandata dal prode capitano Carlo Lopez, che fu poi colonnello del corpo d'artiglieria" (p. 127). Ma Lopez non sembra fosse presente alla battaglia. Una lettera del sottotenente Giommi ci informa che il capitano tenente Giuseppe Andreocci (2° Battaglione della Marca, già Battaglione d i Castello, comandato da Borosini) si vantava pubblicamente al caffé di essere stato a Faenza, e parlava male del capitano Salvatore de Pusignan (già del Battaglione della Marca presente a Faenza, poi comandante della 2° compagnia Granatiera del Reggimento Civitavecchia). Giommi aveva rinfacciato ad Andreocci che non poteva saper nulla di Faenza dato che non c'era stato, e aggiungeva di non averlo sfidato a duello perché "non dovea infuriarmi con chi vilmente era fugito, e non avea veduta la faccia nemeno dall'inimico del Suo Prìncipe" (ASR, Soldatesche e Galere, busta 714).


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cesi 23 . Il generale Colli che aveva saputo della rotta di Faenza mentre era a pranzo dal Segretario di Stato, incontrò a Loreto i soldati che fuggivano in disordine da Ancona, e tornò subito indietro, lasciando a Recanati un presidio di 400 uomini e 3-4 cannoni, riorganizzati dal capitano Nobili, che doveva essere rinforzato dalle milizie locali al comando del colonnello Carlo Antici: ma quest'ultimo si fece persuadere dal conte Monaldo Leopardi a non eseguire gli ordini di difesa, per non dare occasione alla popolazione di manifestazioni antifrancesi (che avrebbero coinvolto gli aristocratici e i borghesi) ed evitare il saccheggio da parte dei Francesi. La città fu poi attraversata dai resti del corpo di Romagna in ritirata verso Perugia, Spoleto e Foligno, dove Colli pensava di concentrare le truppe al riparo degli Appennini e a guardia dei valichi di Nocera e di Colfiorito. Solo l'offerta francese di trattative di pace convinse il pontefice a sospendere la progettata fuga a Napoli. In base ai preliminari le forze pontificie si ritirarono nelle gole di Somma, con posti avanzati a Spoleto e alle Vene, e Foligno fu occupata dai Francesi il 15 febbraio. Quattro giorni più tardi fu firmata la pace di Tolentino, a condizioni assai più onerose di quelle previste dal precedente armistizio. Il pontefice rinunciava ad Avignone e alle Legazioni e consentiva l'occupazione di Ancona, piazza strategica nella guerra contro l'Austria, fino a lla sua conclusione.' Inoltre l'esercito doveva essere riportato ai livelli precedenti il conflitto. Il 19 marzo 1797 la congregazione militare licenziò i generali Colli e Bartolini e il loro seguito di ufficiali austriaci per il cui mantenìmento si era speso in due mesi poco meno del costo di una corvetta, e dette un nuovo assetto all'esercito, ridotto a 8 mila uomini, e suddiviso in due Legioni di due reggimenti di due battaglioni, la 1a dislocata nelle Marche, e la 2a a Roma e Civitavecchia. Al co-

23 Fra il materiale inviato a Fiume da Miletti, 16 mila libbre di polvere, 9.409 di piombo in palle, 2.037 fucili, 8 cannoni, 15 spingarde, 30 mortaletti per segnalazioni e a ltri equipaggiamenti e armi bianche. I francesi fecero 1200 prigionieri, rilasciando sulla parola SO ufficiali, e catturarono 3 mila fucili austriaci e 120 cannoni, in gran parte smontati. Da Mosro, op. cit., p. 557 n. 2. Una parte dei prigionieri pontifici fatti a Ferrara, Forte Urbano, Bologna (giugno 1796), Faenza e Ancona (febbraio 1797) fu impiegata in lavori nel Castello di Milano.


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m ando di quest'ultima fu destinato il colonnello "legionario" Ancajani, mentr e il maggiore Borosini assunse il comando del 2° Battaglione del Reggimento della Marca, come se fossero stati degni di promozioni dopo il comp.ortamento che avevano tenuto a Faenza e al Montagnolo di Ancona. Il 3 novembre 1797 veniva firmato il trattato di Campoformio, con il quale Ancona, invece di essere restituita a l pontefice, veniva riconosciuta come repubblica indipendente. Un mese più tardi truppe cisalpine e polacche intimarono la resa alla fortezza di San Leo, difesa da una compagnia del battaglione di Ancona. La piazza, che aveva resistito soprattutto per merito dei popolani armati che se ne erano impadroniti, fu sgombrata dietro la minaccia fran cese di occupare tutta la provincia. Ma l'aver ceduto anche in questa circostanza non fu di alcun giovamento al governo pontificio. I cisalpini infatti si ammassarono sui presidi di Cattolica e da lì mossero su Pesaro, mentre i Francesi da Ancona ~i impadronivano di Senigallia e di lesi (22-24 dicembre 1797) e poi di Osimo e Macerata (gennaio 1798). Nel frattempo i giacobini romani, datisi convegno nel palazzo Corsini presso l' ambasciatore francese Giuseppe Bonaparte, tramavano la sollevazione a Roma, la cui guarnigione fu rinforzata e sparpagliata in posti di guardia e pattuglie di fanteria e dragoni. Il 27 dicembre il generale francese Francesco Duphot che, in divisa, dirigeva una manifestazione giacobina e l'attacco ad un posto di guardia della compagnia Amadei del 1° battaglione, Reggimento delle Guardie, comandato dal caporale Marinelli, era ucciso d~ una fucilata alla gola spara ta dai soldati pontifici . Un altro dimostrante fu ucciso davanti al quartiere del Monte di Pietà, e un ufficiale della guardia civica, Durani, fu ucciso a sua volta dai Francesi e dai giacobini asserragliati a Palazzo Corsini, davanti al quale tumultuavano i trasteverini, a stento trattenuti da lla compagnia granatieri Guardie. Questi incidenti fornirono il pretesto per la definitiva occupazione dello stato pontificio: il 28 gennaio il generale Cervoni occupava Loreto facendovi 200 prigionieri, e il 29 veniva dichiarata guerra. Il 1O febbraio, dileguates i o arresesi le truppe pontificie, il generale Berthier prendeva posizione a Monte Mario e intimava la resa a Castel Sant' Angelo. Non ci si provò neppure a resistere: il colonnello Baruichi trattò la resa con gli onori delle armi e ottenne qualche ora di dilazione per consentire lo sgombero del Castello ai


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militari pontifici e alle loro famiglie, che cercarono di mettere in salvo gli effetti personali. Il 13 Berthier dettò al segretario di Stato le condizioni per la soddisfazione dell'uccisione di Duphot. Vi rientrava lo sciogliomento dell'esercito, tranne 500 uomini da destinarsi alla guardia del papa, corrispondendo due mesi di paga ai congedati. Il 17 febbraio, dopo un'ultima rassegna, le truppe di linea venivano disarmate. In Campidoglio, due giorni prima, era stata proclamata la Repubblica Romana: tre giorni più tardi il papa partiva sotto scorta verso Siena e di qui alla Certosa di Firenze.

LA RIFORMA DEL VERTICE E DELL'AMMINISTRAZIONE MILITARE E lL BRACCIO DI FERRO FRA I VECCHl QUADRI E GLI UFFICIALI PROVENIENTI DAL SERVIZIO AUSTRIACO

Nella prefazione al suo Saggio elementare di Tattica pratica (stampato a Venezia presso Antonio Fortunato Stella nel 1794), che è diretta "al ceto militare pontificio" e datata Ferrara 20 giugno 1793, Casimiro Waquier De La Barthe,24 "romano", sottolinea la meraviglia che il riarmo pontificio del 1792-93 aveva destato in Europa, la quale "conosce il sistema pacifico in cui da qualche secolo giace il Dominio Pontificio, il meno adatto perciò ad una operazione cotanto rigorosa ed istantanea".

Lo Stato pontificio non mancava' di ottimi ufficiali: "i nostri connazionali, i quali si ritrovano nel servizio militare delle potenze oltramontane, vi godono di una speciale considerazione per la perizia che vi acquistano nel!' arte, per la buona volontà, per lo zelo ed il valore che dimostrano in tutte le occasioni, e per l'onorata loro condotta".

Era stata dunque fino a quel momento la mancanza di una solida organizzazione permanente a rendere inerme lo Stato: "alla virtù latina - citava De La Barthe - o nulla manca, o sol la 1isciplina".

Era tuttavia giunto il momento in cui il "nostro Sovrano" e la "nazion nostra", avevano deciso di "disciplinare" i militari, preponendo all'esercito

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De La Barthe comandava a Faenza la sa Compagnia del 2° Battaglione, 1° Reggimento di Romagna (ASR, Soldatesche e Galere, busta 623). Successivamente ebbe il comando della Compagnia Cacciatora e poi della Compagnia Granatiera del 2° Battaglione, Reggimento Colonna (ibidem, busta 734 e 627, 628).


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''ufficiali generali formati ed esperimentati nella m igliore armata dei nostri tempi, ardenti di zelo per la gloria del nostro principe, e pel bene della patria comune".

In realtà l'arrivo di ufficiali italiani in servizio austriaco a l vertice o nei posti chiave dell'esercito pontificio non era stato così incontrastato e indolore come risulta da questo accenno. Quando la m inaccia francese contro il Litorale romano si era cominciata a profilare, nel maggio-giugno 1792, le uniche misure difensive erano state prese dal tesoriere generale e commissario del mare Ruffo (che "antistà a capo de rilevantissimi affari m ili tar i nelli Sovrani Stati pontifici)" 25. Avvalendosi delle forze poste alle proprie dipendenze, Ruffo aveva esautorato da lle incombenze difensive il commissa rio delle a rmi, monsignor Giambattista Bussi de' Pretis, dal quale pure dipendevano, o.ltre a l reggimen to delle Guardie di Nostro Signore (colonnello Sebastiano Reali) e a lla Compagnia delle Corazze (capita no Udalrico Orsini), i castellani di Civitacastella na, Perugia, Ascoli, Fano, Rimini, S. Leo, Ferrara e Forte Urbano, dieci governatori delle armi e nove sergenti maggiori26, l'uditore genera le (avv. Francesco Maria Rufini) e il collaterale genera le de lle milizie (sig. Pietro Simonetti). Da Ruffo dipendevano, oltre al Sopr intendente generale delle dogane dei Confini e a l Comandante delle Galere, anche il comandante del "Reggimento soggetto al Tesorierato" (o Reggimento dei

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ASR, Soldatesche e Galere, busta 696. Asr, Soldatesche e Galere, busta 704. I governatori delle a rmi erano Giambattista Benzi (Civitavecchia: giubilato), conte Paolo Canale (Patrimonio), cav. Gian Paolo Borgia (Umbria), cav. Alessandro Colelli (Sabina e Montagna), marchese Sperello Manciforte Sperelli (Marca : morto), cav. Crescentino Staccoli (Sta to di Urbino}, marchese Clemente del Drago (Marittima e Campagna), Giam battista Muti (Terra di Nettuno}, marchese Fabr izio Paolucci (Romagna), marchese Alfonso Estense Tassoni (Presidio di Ferrara). I Sergenti Maggiori erano il cav . .Leonardo Ciagni (Civitavecchia: esentato), marchese Angelo Andos illa (Patrimonio), cav. Franco Baldeschi (Um bria), Orazio Cappelletti (Sabina e Montagna), m archese Vincenzo Amici (Marca), cav. Angelo Montanari (Stato di Urbino), Filippo Filonardi (Marittima e Campagna}, conte Vincenzo Catto li (Romagna) e conte Nicola Oi-oboni (Ferrara). I castellani erano il marchese Lorenzo Rondinell i Bendedei (Forte Urbano), cav. Giulio Mancinforte (Ferrara), Giuseppe Pescetelli (Civita-castellana), marchese Luigi Bastoni (Ascoli), Vincenzo Pa trizi (Pe1ugia), conte Sempronio Semp roni (San Leo), conte Giacomo Carrara (Fano), conte Carlo Zollio (Rimini). li soldo mensile di questi castellani, governatori delle arm i e sergenti m aggiori, ammontava a 760 scudi (più di 9 mila all'anno). 26


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Verdi) e vicecastellano di Castel S. Angelo (colonnello don Marco Ottoboni Boncompagni), nonché i castellani di Civita vecchia (Guido Lante), Porto d'Anzio (Clemente Paluzzi), Ancona (cav. Ludovico Guglielmi), Senigallia (conte Bernardino Antonelli), Pesaro (conte Almerico Almerici) e Terracina (Guido Maceroni) 27 • Nell'imminenza del pericolo francese, Ruffo aveva nominato nuovi ufficiali incaricati di compiti specifici, scegliendoli nel proprio entourage. Fra questi il maggiore Antonio Tartaglioni, appaltatore di imposte e "assentista" delle forniture per il Porto di Anzio dal 1788, "deputato alla custodia della spiaggia da Terracina a Caprolace" 28 , e il cavalier Giambattista Severi, di Rieti, che un biglie tto di raccomandazione presentava "fornito di spirito, e di cognizioni militari, avendo servito sulle galere di Malta, e sulle Fregate Pomificie già dimesse, dicendo di esser molto cognito al Sig. Comend. D. Francesco (Ruffo) Fratello dell'E.V. per avere insieme con quello fatto le carovane sulle galere maltesi" 29 •

Ruffo nominò Severi "soprintendente agli attuali armamenti", e _dette incarico al Governatore delle armi dell'Umbria, cavalier Gian Paolo Borgia, nominato "generale", di andare a far leva di miliziotti nelle province pontificie onde completare i corpi di "truppa viva", consegnandogli 4 mila scudi per le prime spese30 . Fra gli altri ufficiali nominati da Ruffo, troviamo Mariano Clarelli (o Claretti), già "capitano tenente" (cioè comandante in 2a) della 2a Galera Capitana, nominato maggiore di piazza a Civitavecchia e poi comandante del battaglione dei Turchini che formava il presidio d i città3 1: Gabr iele Vincentini, già tenente della Galera

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ASR, Soldatesche e Galere, busta 700. ASR, Soldatesche e Galere, buste 689 e 721. lstromento e chirografo rogato per gli atti del Marìotti Segretario di Camera il 10 agosto 1788, con durata novennale a decorrere dal 1° ottobre 1789 per l'annua somma di scudi 10.570 e baiocchi 30. Il 6 giugno 1795 l'assento fu rinnovato per altri nove anni (dal 1° ottobre 1790 al 30 settembre 1807). 29 ASR, Soldatesche e Galere, busta 696. 30 ASR, Soldatesche e Galere, busta 699. Ne furono spesi 3.109. 31 ASR, Soldatesche e Galere, busta 700 (la comunità di Corneto chiede una protezione mili tare, 14 novembre 1792), 699 (Battaglione dei Turchini in Civitavecchia: forze concentrate in Montalto nel dicembre 1792), 716 (battaglione dei Turchini in Cometa e Montalto). Mariano Clarelli, maggiore d i piazza il 1° dicembre 1792, divenne tenente colonnello comandante il 14 a prile 1793. Non va confuso con il conte Benedetto Chiarelli, comandante del Battaglione dei Turchini in Cometa e Montalto, formato 1'8 febbraio 1793 riunendo i distaccamenti preesistenti e nuove truppe. 28


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Padrona, nominato comandante di una compagnia di cavalleria di miliziotti a Civitavecchia32 : Giovanni Roselli, comandante di una compagnia d'artiglieria di 48 uomini formata il 1° novembre per guarnire le batterie di Civitavecchia33 : gli ingegneri Francesco Costanzi (napoletano), Francesco Regis e Felice Giorgi, rispettivamente incaricati delle ispezioni e fortificazioni a Castel S. Angelo, della costruzione di strade per le truppe e della fortificazione dell'Isola Sacra di Fiumicino, nonché del riattamento della Fabbrica d'armi di Tivoli34 . Infine il tenente colonnello Oliviero Ronca, incaricato di formare a Castel S. Angelo un battaglione di Verdi, con una compagnia di cavalleria e una di artiglieria, destinato alla difesa del litorale tra Terracina e Nettuno e al presidio delle Torri di Levante, il quale sarebbe stato successivamente accusato di malversazione35 . Ma le notizie trapelate sul consiglio di guerra francese tenuto a Genova 1'8 novembre 1792, in cui si era deciso di invadere lo stato pontificio dal mare, indussero a misure più radicali. Il 20 novembre la Segreteria di Stato comunicava con proprio Viglietto a tutti gli ufficiali la nomina del tenente maresciallo conte Enea Caprara (un ufficiale bolognese al servizio austriaco) a "comandante generale" della truppa pontificia, con paga di 500 scudi mensili e due ufficiali di segreteria al seguito.

Benedetto Chiarelli morì il 3 dicembre 1793 e il battaglione fu disciolto. Comprendeva uno S.M. di 6 uomini: ne avevano fatto parte, all'atto dello scioglimento, 9 cap itani, 3 capitani tenenti, 12 tenenti, 14 alfieri, 15 cadetti. I n omi alla busta 716. Cfr. Diario ordinario di Roma, 2 marzo 1793, n. 1896. 32 ASR, Soldatesche e Galere, busta 699. La compagnia contava un capitano, un tenente (Giuseppe Porta), un sottotenente (Giambattista De Leoni), un foriere, due sergenti, un trombetta, otto caporali e 135 comuni, più marescalco e sellaro. Nel dicembre 1793 fu trasferita in Romagna. 33 ASR, Soldatesche e Galere , busta 699. La compagnia era formata sulla base dei bombardieri di Civitavecchia, con un capitano, un tenente (Giulio Amorini). 4 sergenti (già bombardieri patentati), 8 caporali (già aiutanti bombardieri), 6 artiglieri comuni aiutanti bombardieri, 26 artiglieri comuni, un piffero e un tamburo. 34 ASR, Soldatesche e Galere, busta 699. 35 ASR, Soldatesche e Galere, buste 624-626 (Corpo Ronca, poi Tartaglioni), 698 (Ten-acina), 701 (stato del battaglione dei Verdi in Terracina, marzo 1793), 703 (riflessioni sopra il dare e l'avere del ten. col. Ronca), 704 (posizione giudiziale del ten. col. Ronca), 706 (autodifesa del ten. col. Ronca dalle accuse di sperperi), 733 (causa del detenuto ten. col. Ronca, giugno 1796), 734 (debito contratto dalla madre del ten. col. Ronca per pagare quello contratto dal figlio nel 1774). Durante la Repubblica romana Ronca comandò il battaglione del Musone, 3" Legione.


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Quella di "comandante generale" era una titolatura nuova, nella terminologia militare pontificia. Dopo la soppressione della carica di Capitano Generale di Santa Chiesa, avvenuta nel 1692 nel quadro della più generale abolizione del nepotismo, la carica militare più elevata era stata quella di tenente generale, la cui autorità si estendeva però soltanto alle truppe dipendenti dal Commissario generale delle armi, al quale rimaneva subordinato. Ma il nuovo Comandante Generale veniva posto espressamente sotto l'unica dipendenza da Sua Santità, "e per essa dal Sig. Cardinale Segretario di Stato" Zelada36 . I documenti dell'Archivio di Stato di Roma non rendono manifeste eventuali reazioni negative a questa nomina da parte degli ufficiali dipendenti dal Tesorierato. È forse significativo, tuttavia, che il generale Caprara, impegnato dapprima nell'ispezione di Civitavecchia, tardasse quasi un mese ad assumere il comando effettivo, giungendo a Roma solo il 18 dicembre 1792, accompagnato dall'aiutante di campo capitano Giorgio Gandini. In ogni caso il suo primo atto riguardò la ratifica degli incarichi già attribuiti dal tesoriere Ruffo: il Viglietto della Segreteria cli Stato nominava, "su proposta" di Caprara, il generale cav. Giovan Paolo Borgia comandante supremo delle truppe dislocate sulla spiaggia Mediterranea, con sede a Civitavecchia, e il colonnello cav. Giambattista Severi ispettore della difesa delle spiagge. Comandanti di settore erano nominati i castellani di Civitavecchia e Porto d'Anzio, Lante e Paluzzi, con alle dipendenze, rispettivamente, i tenenti colonnelli Mariano Chiarelli (o Clarelli) e Oliviero Ronca 37 . Se da un lato era stata chiaramente definita la dipendenza d i Caprara, che lo liberava dalle inframmettenze del tesoriere generale e del commissario delle armi, non era stata tuttavia definita la sfera delle sue attribuzioni: la nomina nei comandanti in sottordine da parte della Segreteria di Stato, su proposta del comandante generale, per quanto in un primo momento non facesse che ratificare la situazione esistente, ne mutava però il titolo giuridico, e fissava il principio che in futuro quelle nomine, come pure ogni altra carica dipendente dei due prelati, potessero essere revocate ad ini-

36

ASR, Soldatesclw e Galere, busta 700. Diario ordinario 24 novembre 1792 n.

1868. 37

ASR, Soldatesche e Galere, busta 700. Sulla data dell'arrivo (18 dicembre) di Caprara e Gandi ni, cfr. busta 699.


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ziativa del comandante generale. Il conflitto non tardò infatti a prodursi. Il 1° marzo 1793 Caprara fece chiamare in Sacra Congregazione il generale Borgia per discolparsi da gravi accuse ("interesse nell'esercizio del comando" e forse anche peculato, di cui la sua relazione sullo stato della polvere da sparo in consegna lo rendeva sospetto). In una lettera del 9 marzo 1793, unico nostro documento in proposito, Borgia dichiarava la propria innocenza e considerava un atto di "vendetta" da parte di Caprara il fatto che dopo l'audizione quest'ultimo gli avesse tolto il comando, affidandolo ad un altro ufficiale austriaco, il maggiore conte Pietro Gaddi, col titolo di "Tenente Generale di tutte le truppe del Littorale e di Terra nel present' armamento" . Borgia chiedeva, in riconoscimento dei passati servigi e a salvaguardia del suo onore, di essere "mandato in Ancona con il medesimo grado di generale comandante l'armamento", richiesta che non fu accolta 38 . Alla nomina del tenente generale seguì la presentazione di un piano generale di riforma delle forze terrestri pontificie, sottoposto al pontefice il 31 marzo 1793. Per la prima volta si fissava un regolamento uniforme e omogeneo per tutti i corpi pontifici, e si stabilivano una precisa gerarchia e un piano generale di avanzamento degli ufficiali. Il rango di colonnello veniva assegnato a Severi (Ispettore generale delle spiagge del Mediterraneo) e ai comandanti di tre reggimenti di fanteria, nonché ai governatori delle armi: quello di tenente colonnello a Clarelli (comandante interinale a Civitavecchia), a tre ufficiali di fanteria e a uno come comandante del previsto corpo d'artiglieria. Il 14 maggio 1793 entrava al servizio pontificio il capitano di artiglieria austriaco Francesco di Paola Colli, con lo stipendio di 40

38 ASR, Soldatesche e Galere, busta 705. Sulla nomina di Gaddi a tenente generale, con soldo di 250 scudi mensili e appar tamento ai Padri Benfratelli di Civitavecchia, cfr. busta 707. In precedenza si erano manifestati altri conflitti d i competenza: il tenente colonnello Clarelli sembrava contestare che l'autorità di Borgia si estendesse anche alla Darsena di Civitavecchia, cioè alla Marina. Il conflitto era stato risolto nel gennaio 1793 in senso favorevole a Borgia e all'unità di comando delle forze terrestri e navalì (busta 707). Il l S marzo 1793 fu anche aumentato il soldo mensile di Gandini da 30 a SO scudi "in riflesso dei di lui meriti particolari e delle straordinarie fatiche che subisce per ridurre la milizia dell'attuale armamento in istato di buona disciplina" (busta 699).


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scudi mensili: il 16 luglio veniva promosso tenente colonnello con lo stipendio di 75 scudi, e nominato comandante del Corpo di Artiglieria e del Corpo dei Bombardieri, mentre suo figlio Angelo Secondo Colli diveniva capitano effettivo della Compagnia di Artiglieria di Castel S. Angelo. Con l'istituzione di un regolare corpo d'artiglieria, come si vedrà meglio p iù avanti, veniva respinto il progetto avanzato a suo tempo dal vicecastellano don Marco Ottoboni (cui era riconosciuto rango di colonnello) per la creazione di una serie di reparti di artiglieria a lle dipendenze del Tesorierato, e si apriva un lungo conflitto fra i due ufficiali per il controllo di Castel Sant' Angelo, e dei proventi che vi erano connessi. Il 12 settembre 1793, tuttavia, il generale Caprara moriva improvvisamente dopo essere tornato dalle manovre ed esercitazioni svoltesi a Nettuno. La crisi del vertice fu rapidamente superata affidando le funzioni (ma non il titolo) di comandante generale al tenente generale Gaddi : il 22 settembre il capitano Gandini vide riconosciuta ufficialmente la propria posizione di responsabile del1' addestramento delle truppe di Roma con la nomina a brigadiere generale della Milizia Pontificia e lo stipendio di 1600 scudi annui, oltre a ll'alloggio nel Palazzo Galli sulla piazza di S. Lorenzo in Damaso. In novembre Gaddi emanò un nuovo ordinamento delle truppe pontificie, riducendo i presidi del Litorale e creando un nuovo Battaglione in Romagna, e trasferì la sede del Generai Comando dal palazzo Stuart al palazzo òel Seminario romano. I poteri degli ufficiali austriaci si rafforzarono ulteriormente l'anno seguente, quando il 21 febbraio 1794 i monsignori Ruffo e Bussi de Pretis furono elevati alla porpora cardinalizia. Il commissario delle armi non fu sostituito, e le sue incombenze residue furono riunite nella carica di tenente generale. Il 7 giugno 1794 Colli fu promosso colonnello, dandogli quindi preminenza gerarchica su Ottoboni. Dopo l'acuirsi del conflitto tra i due, Ottoboni ft+ infine liquidato con la giubilazione, concessagli il 3 dicembre 1795, e il 13 gennaio 1796 Colli gli subentrò nella vicecastellania. Il 12 gennaio 1797 giungeva ad Ancona da Trieste, accompagnato dal generale Bartolini e da un aiutante, il prestigioso barone Michelangelo Alessandro Colli Marchini, marchese di Vigevano (1735-1808), tenente maresciallo di Sua Maestà cesarea. Colli era stato nella guerra dei sette anni contro la Prussia, aveva combattutto contro i Turchi, e aveva diretto la difesa austro-sarda all' Authion nel 1792 e negli anni seguenti: nel 1796 era .stato al comando


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dell'esercì to piemontese contro i Francesi. Valoroso combattente, ave-ya riportato ferite di cui una non mai completamente guarita. Senza ancora un incarico ufficiale, si recò ad ispezionare le truppe di Romagna, lasciò disposizioni per la difesa di Ancona, e giunse a Roma il 20 gennaio passando in rassegna le truppe. Il 22 gennaio il pontefice lo nominò "supremo comandante generale di tutte le truppe pontificie" 39 . Il 3 febbraio il pontefice ordinò la costituzione di una "Congregazione militare" permanente, composta dal comandante generale delle armi pontificie, presidente, e da sette membri: monsignor Consalvi, uditore di Rota, come assessore del segretario di Stato, il tenente generale conte Gaddi, il generale conestabile Colonna, il colonnello Colli (comandante dell'artiglieria e del battaglione di guarnigione in Castel Sant' Angelo), e i marchesi Massimi, Patrizi ed Hercolani. I componenti si dividevano tra loro i vari dipartimenti, ma tutto doveva essere trattato nella congregazione piena, la quale era tenuta a radunarsi due volte la settimana nel palazzo del comando generale, dove uno dei membri, a turno, doveva risiedere in permanenza (palazzo Pamphili in contro a Palazzo Venezia) 40 . Il 19 marzo 1797, in esecuzione della pace di Tolentino, furono licenziati i generali Colli e Bartolini: il primo passò a Napoli, nello Sta to maggiore del generale Mack, e più tardi fu ambasciatore imperiale a Firenze, città dove morì nel 1808. Con la creazione dell'"Eccelso" Comando Generale (20 novembre 1792) alle dirette dipendenze della Segreteria di Stato, tutte le forze terrestri prima dipendenti dai commissari delle armi e del mare e dal segretario di Consulta (i Corsi), furono poste sotto il comando del generale Caprara. Ma al tesoriere Ruffo fu attribuita l'amministrazione "economica" di tali truppe. Il Viglietto della Segreteria di Stato 4 febbraio 1794 stabilì che il comandante generale (in quanto facente funzione di commissario delle armi) e il tesoriere generale formassero una Congregazione Economica Militare incaricata di proporre al pontefice il "piano economico" dell'esercito, recante la piant<1- organica e la spesa ordinaria: il comandante generale e il Collaterale Generale delle Milizie (Pietro Simonetti), che

39 Cfr. MESTICA, op. cit. e DA MosTO, op. cit., pp. 552 ss. DA MosTO, op. cit .., p . 199.

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era un chierico di Camera computista, dovevano formare la Congregazione Militare Permanente incaricata della gestione del piano. Dal Collaterale delle Milizie dipendeva in passato il Provvedimento delle Soldatesche di Roma (Pietro Sabatini). Nel 1793 questa carica fu soppressa, nominando Sabatini quartiermastro del Reggimento delle Guardie. In compenso al Collaterale fu attribuita la gestione della nuova Cassa Militare eretta nell'ambito della Camera Apostolica. Direttore dei conti, con 300 scudi annui, era Assunto Maria Fagiolani, che aveva sotto di sé un controllore. Il Commissario delle armi conservò il proprio uditore, l'abate Francesco Bizzarri, ma il capo della Segreteria delle armi, abate Girolamo Luchini (180 scudi annui) passò alle dipendenze del Comando Generale. Quest'ultimo comprendeva i seguenti organi: a) Uditorato Criminale di Guerra (uditore generale Francesco Maria Rufini, due uditori, due attuari, un fiscale e un uditore civile); b) Generalità (tenente generale Gaddi, abate Luchini, tenente aiutante generale Giulio Cesare Cosimi); c) Stato Maggiore di Piazza (Brigadiere Gandini, un maggiore, due aiutanti, un vice aiutante, due sergenti profossi di piazza); d) Segreteria Militare di Guerra (segretario Isidoro Noccioli, 180 scudi annui, e due "giovani" con 96 scudi, Francesco Becchio e Filippo Luchini, invece dei tre che figuravano in organico); e) Commissariato Militare di Gùerra, con un Commissario di guerra (Gaetano Battaglia, con 420 scudi annui) e un certo numero di dipendenti previsti dalla riforma Caprara (cioè due "ufficiali subalterni", "revisore dei conti", "foriere") che però non sembrano es41 sere stati effettivamente attivati, almeno in un primo momento . L'innovazione più cospicua era rappresentata infatti proprio dalla istituzione di quest'ultima carica, i cui "doveri ed autorità" 42 sono espressamente regolamentati da un documento d~l 1794 .

41 ASR, Soldatesche e Galere, busta 708. Cfr. DA Mosrn, op. cit., p. 199 e 216. L'affittuario delle strade si lamentava che il soldato Domenico Rossi, "di presente addetto alla Segreteria Generale" non pagava la tassa da calzolaio per la bottega da scarpinello tenuta nella stanza di abitazione a piano terreno nel vicolo di Sora che p01ia alla Chiesa Nuova (busta 706). Per il titolo di "Eccelso" attribuito al Comando Generale nella corrispondenza col Tesorierato, cfr. busta 715. 42 ASR, Soldatesche e Galere, busta 712.


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Al Commissario di guerra era "confidata l'amministrazione, ed interpretazione di quei regolamenti economici fissati da Mons. Tes. Gen.le coll' intelligenza del Comandante Gen.le alli quali ognuno devesi rigorosissimamente uniformare in conseguenza di che il Commissario di Guerra non deve neppure attendere alla minima alterazione del Piano ancorché gli venisse ordinato dallo stesso Comando Generale quando non ne riceva contemporaneamente ordine da Mons. Tes.re G.le".

Il Commissario, che doveva essere "uomo d'illibata probità, capace, e ben fondato nel sistema economico", aveva alle proprie dipendenze i quartier mastri 43 e i forieri dei corpi 4 4, che poteva no-

43 Gli Ordini del Comando Generale (registro 799) alla data 14 giugno 1794 specificano i doveri del quartiermastro. Dev'essere uomo di conosciuta e sperimentata probità, nonché buon computista. Avrà il distintivo di ufficiale e in seguito potrà essere promosso a norma della sua condotta, e tempo di servizio a gradi di uffizialità. Avrà sotto di sé tanti forieri quante sono le divisioni (compagnie) del suo corpo. Terr à presso di sé la cancelleria di economia del corpo e formerà le tabelle mensuali r iviste dal direttore dei conti. Nella Canceller ia si terranno le scritture e protocolli tanto di montura le liste del soldo e monture, ecc. In genere i quartiermastri provenivano dai forieri e spesso passa\'ano per il grado intermedio di vicequartiermastro. Quartiermastri del Reggimento dei Rossi furono Pietro Sabatini (dal 1° febbraio .1793 al 21 agosto 1794, quando fu reintegrato nell' ufficio di Provveditore), Ferdinando Torricelli (successivamente). Gli altri quartiermastri di Roma erano Orazio Marucchi (Battaglioni dei Corsi e della Marca, nonché d irettore dei conti). Antonio Tignani (Castel S. Angelo), Francesco O' Alessio (Cavalleria); quello d i Ancona era il capitano Giuseppe Presottini, quello di Fer rara Famé. Ne erano previsti altri tre a Civitavecchia, Terracina (per il Corpo Tartaglioni vacan te) e in Romagna. Filippo Lucchini e Isidoro Noccioli erano vicerquartiermastri r ispettivamente della Cavalleria e del Battaglione della Marca. Nel 1797 erano sette: Torricelli (Guardie), Tignani (Battaglione di Artiglieria), Varlé (Reggimento Colonna), Presottini (Reggimento della Marca), D'Alessio (Cavalleria), Bocucci e Soncino. ASR, Soldatesche e Galere, buste 703, 715 (Presottini prende a p igione per 50 scudi un appartamento di 4 camere, cucina, · spoglia torio, cantina, passetto e saletta che si trova a Piazza Nuova detta Piazza d'Armi ad Ancona, da Pietro Cherubini), 732, 734. Cfr. Ordini Comando Generale al 14 giugno 1794 (registro 799) e dicembre 1796 (registro 733). 44 Gli ordini del comando generale specificano sotto la data del 14 giugno 1794 i dove ri del foriere: essere uomo onesto, diligente e "segreto" ( = risen·a to). e "dev' a vere buon carattere, e molta abilità nei Conti". Deve tenere liste e conti di paga e montura, nonché libri d i affiliazione e libri mastri, notando le variazioni, e le liste di mostra o re,·isione. In linea di principio dev'esserci un foriere per ciascuna Divisione, cioè ogni due compagnie. Il foriere è in forza ad una di esse e non allo Stato Maggiore del Corpo. Il 18 gennaio 1793 gli Ordini del Comando Generale di cono che i forieri, benché nominati da più giorni, non si sono ancora presentati: se non lo faranno entro due giorni, saranno cassati. Inoltre si dispone di far sloggiare quelli che abitano in caserma. Il 18 febbraio 1793 si ribadisce che essi non debbano immi-


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minare, punire e sostituire, nonch.é poteri di controllo e ispettivi nei confronti dei comandanti di corpo, di compagnia e dei sergenti relativamente alla contabilità e all'amministrazione dei corpi. A tal fine gli era conferito il potere di "intimare la rassegna" a corpi e reparti per verificare l'esattezza degli organici indicati nelle tabelle e delle relative variazioni. Doveva "riconoscere" la qualità e lo stato di conservazione degli oggetti di vestiario e casermaggio, dei quali ultimi doveva controllare gli inventari compilati a cura dei corpi consegnatari. Doveva autorizzare qualsiasi spesa straordinaria che riconoscesse "positivamente necessaria", previa autorizzazione del tesoriere (o del suo delegato in Romagna, mons. Fantuzzi) alla copertura finanziaria. Inoltre doveva far preparare alloggi e ranci nelle località attraversate dalle truppe durante le marce e ritirare gli attestati delle Comunità relativi alle spese sostenute a loro carico45 .

schiarsi nel pagamento del soldo, perché "non devono manipolare nissuna sorte de' denari, ma solo le scritture, e conteggi appartenenti alle compagnie, si avverte dunque per l'ultima volta". Sui maneggi dei forieri è illuminante il processo al 1° Foriere soprannumerario delle Guardie (Quartiere MonJ;i) Francesco Fortunati. Egli affidava il denaro delle paghe, in gran parte corrisposto in cedole e non in contante, a diverse persone sue amiche perché lo cambiassero: lamentava di r imetterci l'aggio di tasca pr.opria: inoltre garantiva presso il mercante Serangeli di Campo dei Fiori per le robe prese a credito dai soldati, cui distribuiva vestiti usati. Un suo terreno e casino di proprietà ad Olevano era valutato 454 scudi e 25 baiocchi, e suo padre non esitava a depositare 150 scudi come anticipo della somma di cui era stato trovato mancante affinché fosse scarcerato e reintegrato nelle sue funzioni (ASR, Soldatesche e Galere, busta 694). Il 24 novembre 1791 la Congregazione Criminale riunita avanti al Commissario delle armi, che lo giudicava per "delitto di espilazione della Cassa Militare", lo assolse ammonendolo ad astenersi "a similibus sub poena privationis ab officio in casu primae cujuscumque contraventionis" (ibidem, busta 699). Nel giugno 1795 gli organici prevedevano 40 forieri, di cui 22 a Roma (7 dei Rossi, 4 dei Corsi, 4 dei Verdi, 4 dei Turchini, 1 di artiglieria, 2 di cavalleria), 6 a Civitavecchia, 1 a Terracina, 1 a Senigallia, 3 ad Ancona, 3 a Ferrara e 4 in Romagna. Con la riforma del 1797 salivano a 77 (64 dei 4 reggimenti di fanteria, 8 del battaglione di guarnigione, 3 di cavalleria e 2 di artiglieria), ma si stabiliva che in caso d i mancanza fossero suppliti dai furieri dello stesso corpo (cui si aumentava il soldo di uno scudo), con l'obiettivo di ridurli alla metà, cioè uno ogni due compagnie. Il Quartiermastro Torricelli, 30 furieri in servizio e 2 giubilati ricevevano uno scudo di indennità per aver perduto l'alloggio in conseguenza del nuovo piano (ibidem, buste 732, 734). 45 Cfr. i due regolamenti sulle "marce delle truppe" (1° spedizioni di cavalleria: 2° spedizioni di fanteria: 3° spedizioni di soldati isolati delle milizie u rbane senza soldo), e sugli "alloggi, utensili, foraggi e trasporti da somministrarsi dalle Comu-


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Ma l'attribuzione più rilevante era la seguente: "non sarà valida qualunque convenzione economica se questa non sarà collo stesso stata concertata, e munita della sua firma, tutto però sarà combinato colla riserva dell' approvazione, ordine, e scienza di Mons.re Tes.re Gen.le, o suo delegato sig. Co. Fantuzzi quando è in luogo ove fà le veci del Tesoriere Gen.le"

In questo modo al Commissario di guerra veniva conferita una larga discrezionalità non solo per gli approvvigionamenti sul mercato, ma anche per la stipula di nuovi contratti di assento e di appalto. Ciò finiva per comprimere notevolmente, fin quasi ad annullarle, le competenze (e i relativi proventi) prima spettanti al Provveditore delle Soldatesche di Roma (Pietro $abatini), il quale, con la riforma del 1793, era divenuto semplice Quartiermastro del Reggimento delle Guardie di Nostro Signore, cessando la dipendenza dal Collaterale Generale delle Milizie Pietro Simonetti, computista della Reverenda Camera Apostolica. Ne nacque un conflitto con il commissario Gaetano Battaglia, che era uno dei" giovani" della Computisteria Camerale e che sembra godesse della protezione del tesoriere Ruffo. Quando quest'ultimo lasciò il tesorierato, Sabatini si rivolse al suo protettore, monsignor Pietro Felici, per tentare la riconquista delle posizioni perdute: "goda pure il Battaglia l'inutilissima carica di Commissario di Guerra, che nessuno gl'invidia, mà con il manto di questa non usurpi il posto del Sabatini, che legittimamente hà ottenuto con tre Viglietti di Segreteria di Stato"

scriveva il 27 aprile 1794 il Felici a l Sostituto Camerale Sperandini. Il 15 giugno gli trasmetteva un più ampio memoriale di Sabatini, il quale sosteneva che la carica di quartiermastro era una pura e semplice nuova denominazione di quella di provveditore, e che la carica di commissario delle armi non era stata soppressa, ma soltanto sospesa dopo l'assunzione alla porpora del suo titolare. Di conseguenza, in caso di ritorno al vecchio sistema, era utile che Sabatini fossere reintegrato nell'esercizio delle precedenti incombenze sottrattegli da Battaglia, relative all'inventario dei materiali e dei generi di casermaggio, al controllo del vestiario ed equipaggiamento ("rinnovazione" e "riattamento") e all'approvvigiona-

nità alle Truppe Pontificie". Le comunità dovevano provvedere esclusivamente paglia, lume, legna, fieno, biada e fuoco. Esemplari di quietanze a stampa per il passaggio di truppe (Camerino 1796-1797) in ASR, Soldatesche e Galere, busta 725.


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mento di paglia, olio per i lumi, materiali per la costruzione delle cariche (polvere, palle e pietre focali). Sabatini aggiungeva virtuosamente di aver rifiutato la proposta a suo tempo fattagli da Ruffo di redigere una nota di tutti i proventi (emolumenti, ricognizioni, regalie) connessi alla sua carica al fine di calcolare un eventuale compenso dal momento che la richiesta reintegrazione riguardava solo il suo "onore e reputazione". Il 18 luglio 1794 era Battaglia a rivolgersi a sua volta a Sperandini, trasmettendogli l'informazione sui "doveri e autorità" del commissario di guerra di cui ci siamo già occupati, nonché la minuta della Patente con la quale Gaddi promuoveva Sabbatini da quartiermastro di reggimento a "Provveditore Generale delle Milizie" alle dipendenze del Collaterale Generale Simonetti "in tutto ciò hà rapporto all'economico per la detta truppa". Il documento aggiungeva che in questo modo Battaglia era sollevato da una parte delle sue incombenze, e che al provveditore veniva riservato il compito di portarsi "ovunque il bisogno lo esiga". Il Commissario, invece, veniva posto alle dipendenze del Collaterale Generale delle Milizie e la sede del suo ufficio era fissata presso la computisteria generale della Revenda Camera Apostolica46. In tal modo veniva aumentato a tre ìl numero dei funzionari posti sotto la dipendenza del Collaterale Generale delle Milizie, e cioè il Commissario di guerra Battaglia, il Provveditore Generale delle Milizie Sabatini e il Direttore dei Conti Fagiolani. Proprio negli stessi giorni in cui avveniva questa riforma, gli ordini del Comando Generale registrano due disposizioni relative a Fagiolani: il 13 luglio è convocato dal Collaterale, e il 27 successivo è condannato a tre giorni di arresti al profosso di piazza "affinché impari ad obbedire con esattezza, e sollecitudine, agli ordini del Comando Generale" 47 . Nel frattempo, per venire incontro alle esigenze di razionalizzazione della contabilità e poi anche dell'amministrazione dei corpi, il 4 marzo 1794 il Comando Generale istituì, presso il palazzo del tenente generale una "Camera dei Conti" incaricata del con-

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ASR, Soldatesche e Galere, busta 712. ASR, f$oldatesche e Galere, registro 799. a 13 e 27 luglio 1794. $abatini fu ufficialmente reintegr ato nell'Ufficio di Provveditore il 21 agosto 1794. 47


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trollo contabile di tutte le compagnie dell'esercito pontificio ad eccezione di quelle di Ferrara, Bologna e Forte Urbano. Direttore dei conti fu nominato il foriere Orazio Marucchi, pochi giorni dopo nominato anche quartiermastro dei battaglioni della Marca e dei Corsi di stanza a Roma. Il Direttore dei conti era tenuto a rivedere le Tabelle Mensuali elaborate dai quartiermastri dei corpi e tutte le altre scritture obbligatorie, quali i "Libri di affiliazione", i "Libri mastri", i "conti di paga", le "liste delle compagnie" (mensili), i "libretti dei soldati", le "leste" e i "protocolli" delle monture e della cassa del reggimento. Più tardi queste scritture vennero uniformate in "modelli", 15 comuni a tutti i corpi e tre speciali per la cavalleria, e uno speciale per la fanteria 48 . Gli ordini del Comando Generale contengono minuziose disposizioni sulla contabili tà delle compagnie, tendenti ad evitare abusi e irregolarità "in pregiudizio del Principe, o del Soldato", emanate particolarmente tra il 28 agosto 1793 e il 4 marzo 179449, mentre

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ASR, Soldatesche e Galere, busta 708. Le tabelle e scritture comuni a tutti i corpi sono 1. rapporto mensile delle variazioni; 2. Lista di soldo (piedilista) di compagnia; 3. Tabella mensuale delle variazioni; 4. Lista di trasferimenti ad altro corpo; 5. Lista di a1TUolamento; 6. Lista di presentazione di disertori, arrestati, costituiti; 7. Lista di superarbitrio dei trasferiti nel Corpo Invalidi; 8. Specifiche dei licenziati con congedo; 9. Annunzi dei disertori; IO. Specifica degli arrestati, disertori e ripresentati; 11. Specifica degli assenti con licenza per tempo limitato; 12 . Specifica degli ammalati nel mese; 13. Carteggio (o rassegna) generale del mese, per reggimento o Corpo; 15. Tabella dei Capì Montura; 16. Conto delle Monture. Le scritture speciali della cavalleria erano la lista di rimonta, gli attestati dei cavalli crepati, morti o ammazzati, e la lista dì superarbitrio dei cavalli inservibili venduti. Alle buste 577 - 636 sono contenute tabelle e piedilista di tutti i c01pi esistenti fra il 1793 e il 1798, fonte preziosa che consente anche indagini di tipo statistico e prosopografico molto dettagliate. 49 La contabilità militare si fondava in passato sulla "mostra alla banca", ma l'eccezionale aumento dei soldati di Roma l'aveva resa impossibile. Gli ordini del Comando Generale sotto il 28 agosto 1793, stabilivano che tutti i conti (armamento, denaro, monture, monizioni, ecc.) dovevano essere sottoscritti dai tre ufficiali e dal sergente di compagnia. La sottoscrizione negli "atti economici" (comportanti spesa) doveva essere fatta dopo attento esame del testo e dei conti, facendo particolare attenzione a verificare le date degli accrescimenti o diminuzioni dei soldati e i giorni di ritenzione sulla paga per licenze o punizioni. Pochi giorni dopo si stabiliva che i comandanti dei c01pi inviassero giornalmente le reclute accettate dal direttore dei conti Fagiolani, in due turni orari (ore 14 e 21), al fine di far registrare la data di arruolamento e confrontare poi i conti mensili futuri. A fine mese la disposizione fu estesa anche agli assenti, che dovevano essere condotti personalemtne presso Fagionali tanto alla partenza che a l ritorno. Il 15 ottobre I 793 si osservava che i conti del


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dalla citata informazione sui "doveri e autorità" del comm issario di guerra apprendiamo che a carico dei comandanti di corpo o compagnia era posta per la prima volta la responsabilità penale in caso di inesatto rendiconto : "e dovrassi a lui (Commissario) dal Comandante stesso rendere conto di qualunque equivoco, o sbaglio che egli trovasse e a cui non basterà che egli assicuri la reintegrazione dell'Erario, o degl'Individui che fossero lesi, m à dovrà darne parte al Comando Generale, acciò a norma degl'Articoli Militari si proceda, non dovendosi qualunque mancanza su questo oggetto considerare come sbaglio, ma come una reità delle più gravi" 50•

La Camera dei Conti rappresentò uno degli strumenti principali attraverso il qua le il Comando Generale r iuscì, sia pure in modo incompleto e con molta lentezza, a riportare un po' di ordine nel caos dell'amministrazione militare pontificia. L'altro strumento fu rappresentato dalla minuziosa regolamentazione scritta, relativa non soltanto all'addestramento e impiego tattico, al servizio territoriale e di presidio e a l diritto penale m ilitare ("Articoli Militari"), ma anche agli aspetti amministrativi e disciplinari. Una regolamentazione frammentaria e promiscua con l'emanazione di atBattaglione della Marca erano i soli esatti, e che solo Marca e Rossi avevano fornito i conti delle punizioni e delle ritenute (che andavano ad alimemare la "Cassa dei risparmi"). Il 18 ottobre 1793 si disponeva che in aggiunta a l Libro Mastro di compagnia si dovessero distribuire libretti personali' ai soldati, in cui notare il valore e il numero dei capi d i montura e di equi paggiamento in consegna e l'ammontare del soldo ricevuto: ma in dicembre si notavano irregolarità nella confezione di tali documenti: un capitano (Buzi) era consegnato a l profosso per tre giorni ("per grazia speciale") e gli u ffic iali della sua compagnia agli arresti in caserma. Tuttavia per intercessione degli ufficiali e sergenti della compagnia il capitano Buzi e il sergente Vigna furono poi graziati. I Granatieri della Marca, ammu tinatisi per l'irregolare corresponsione del soldo da parte del loro capitano furono puniti, ma solo per non aver fatto ricorso per via gerarchica, e il capitano Bracci fu convocato al Comando Generale per sentire gli ordini della Congregazione di Stato che lo riguardavano. Nel maggio 1794 si stabill il divieto di accordare dimissioni ai soldati che non avessero saldato i loro debiti con la compagnia. Il 31 agosto 1794 si dettarono le regole sulla te nuta della cassa del reggimento, munita di tre chiavi a ffidate al comandante, al maggiore e al quartiermastro. Nel 1796 si ricordò che il denaro della Cassa dei risparmi non poteva essere utilizzato per spese di qualunque entità. L'S giugno 1796 si stigmatizzava il fatto che 35 comuni del reggimento delle Guardie vendessero a l Monte di Pietà le cedole ricevute in pagamento del soldo, rimettendoci l'aggio per il cambio in moneta contante, che in vece doveva essere fatto dal comandate dì compagnia (cfr. ASR, Soldatesche e Galere , registri 798, 799 e 733). Alla busta 723 figura una proposta del generale Gandini per un nuovo metodo di rendiconto relativo ai vestiari, equipaggiamenti e armi, "con le riflessioni del Colla terale Generale". so ASR, Soldatesche e Galere, busta 712.


I tentativi di riforma dell'esercito pontificio nel 1792-1798

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ti di ordinaria amministrazione e d'ordini operativi, contenuta negli "Ordini del Comandante Generale della Truppa Pontificia" 51 , ma che si cercò poi di riunire in una specie di testo unico, i "Regolamenti estratti dagli Ordini del Comando Generale" 52, e che rappresenta una delle fonti più preziose per la storia dell'esercito pontificio nel periodo del conflitto con la Francia. Questo sforzo di accentramento, di regolamentazione uniforme, di controllo fu davvero imponente, se si tiene conto dell'inerzia e anche delle fortissime resistenze opposte dall'esercito alle riforme imposte dal piccolo gruppo di ufficiali austriaci. E davvero, esaminandole nel dettaglio, è accaduto anche a noi di ripetere mentalmente la frase che il Generai Comando scrisse sotto il 1° marzo 1793: "è tempo ormai, che si cominci a far' il soldato davvero". Nel dicembre 1796 si distingueva tra "Camera dei Conti" diretta da Fagiolani con 4 "scrittori" del Battaglione della Marca, e "Cancelleria dei Conti" diretta dal capitano Marucchi, con un sottodirettore (quartiermastro Gaetano Chiorando), due forieri (Novelli e Roselli) e quattro "scrittori" forniti dal Battaglione dei Corsi. Presso il Comando Generale c'erano sei "scrittori" forniti dal Reggimento Guardie53 . Nel novembre 1796,.furono nominati due commissari di guerra col rango di maggiore (Marchese .Benincasa ad Ancona e Montini in Romagna) e uno col rango di capitano (Battaglia, in Roma). Per attuare i principi di economicità e di "unità del comando", il Viglietto della Segreteria di Stato 30 aprile 1797 dispose l'incorporazione della marina al Comando Generale, e l'attribuzione alla Congregazione Militare anche dell'amministrazione "economica". A quest'ultima il tesorierato doveva trasferire la Cassa Militare, continuandola ad alimentare con versamenti trimestrali nell'entità prevista dal piano economico, mentre le veniva conferita anche "la facoltà di sciogliere i contratti. che si trovano ora stabiliti colla Rever enda Camera per il servizio Militare così di Terra, come di Mare, qualora siano riconosciuti gravosi, e inconciliabili colle idee di Economia contemplate nel Piano".

51 ASR, Soldatesche e Galere, registri 798, 799, 800 (ordini dal 2 gennaio 1793 al 31 dicembre 1795) e busta 733 (con registro degli ordini dal 1° gennaio 1796 al febbraio 1797). 52 ASR, Soldatesche e Galere, busta 716. 53 ASR, Soldatesche e Galere, busta 733.


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Tuttavia, nonostante fossero nominati dei periti per il passaggio delle consegne, la tesoreria esitò a trasferire la Cassa Militare, chiedendo ripetute proroghe (1 O e 22 maggio, 19 giugno e 21 agosto) . Il termine ultimativo, fissato al 1° febbraio 1798, fu travolto dal corso degli eventi politico-militari 54 . Un altro Viglietto della Segreteria di Stato, dell' 11 maggio 1797, dispose il passaggio delle consegne relative alla marina55 e in più in generale fu riunita al comando generale l'amministrazione~ delle milizie prima lasciata al commissario delle armi 56 . Secondo il piano Colli dell'aprile 1797 la generalità comprese un tenente generale (Gaddi) e due "generali legionari" comandanti nominali delle due legioni (Colonna e Gandini). C'erano poi quattro colonnelli, Luigi Baruichi e Carlo Ancajani (comandanti effettivi delle Legioni), Francesco Colli (comandante del Battaglione di Guarnigione) e Mariano Clarelli (comandante della piazza, fortezza e darsena di Civitavecchia). Alla generalità erano aggregati l'aiutante di campo del generale Colonna (capitano Piccolomini), gli aiutanti di piazza di Roma (capitano Nicola Piccirilli) e Civitavecchia (tenente Giambattista De Castellar) e il profosso di piazza (sergente Ippolito Leoncini). Oltre ali' Uditorato Generale di Guerra (avv. Rufini, vice uditore Donati, attuario Belli e cinque uditor i dei corpi), il Comando generale comprendeva la Segreteria di Guerra (segretario abate Luchini, sottosegretario Isidoro Noccioli, sottosegretario per le milizie e archivista Bossi, aiutante Novelli più uno da èiestinarsi) e la Cassa Militare (cassiere Marucchi, sottocassiere Bersani, revisore dei conti Fagiolani, sottorevisore Scifoni). La Cassa Militare derivava dalla fusione tra quel la dipendente dal Collaterale delle milizie (Fagiolani) e la Cancelleria Militare, già Camera dei Conti (Marucchi) eretta presso il Comando Generale. C'era poi il Commissariato di Guerra, composto da un capo commissario (Montini, già commissario di guerra in Romagna), due commissari di guerra (capitani Battaglia e Chioraµdo) e due sottocommissari (già aiutanti di segreteria, Luchini e Rebsa). Ne dipendevano il provveditore Sabatini (giudicato inutile) e sette quartiermastri dei reggimenti di fanteria (Torricelli, Varlé, Presottini, Bocucci), dell'artiglieria (Tignani), della Cavalleria (D'Alessio) e del

54

55 56

ASR, Soldatesche e Galere, busta 735. ASR, Soldatesche e Galere, busta 735. DA MO~TO, op. cit., p. 199.


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Battaglione di Guarnigione (Soncino) 57 • È interessante notare un giudi:zio retrospettivo e molto tendenzioso sulla riforma del vertice militare decisa nel 1797, contenuto nei "Fogli presentati nel 1809 all'Eminentissimo Pacca, Segretario di Stato, riguardanti il cattivo regolamento della Milizia, e Congregazione Militare, e Piano per un nuovo Sistema" 58 . In realtà il "nuovo" sistema non è altro che un puro e semplice ritorno all' antico, con ripristino del Commissariato delle Armi al posto dell' odiata Congregazione Militare, divieto di assumere ufficiali "esteri", richiamo di tutti i giubilati (il pensiero corre a Ottoboni!), abolizione di artiglieria, genio ("corpo degli adulatori", "piccolo ma dispendioso") e cavalleria (corpo "dispendiosissimo composto per la maggior parte di uomini i più pregiudicati"), da sostituirsi con i bombardieri reclutati fra gli artigiani romani, gli architetti e la vecchia compagnia delle corazze, abolizione del commissariato di guerra (i cui "individui per la maggior parte astuti allucinavano col mezzo d'inutili scritture, e circoli viziosi") restituendone le incombenze alla Computisteria generale della Camera, ripristino delle coadiutorie e del sen1izio in soprannumero senza paga come forma di "noviziato", ritorno agli acquartieramenti di compagnia in case private prese a pigione. E, in linea di principio, ''non sentire affatto i Progettisti. Ipocriti, e Algebristi, che pieni di adulazione con l'infame arte di sminuzzare i centesimi a favore della Camera rubavano le Centinaia di migliaia di scudi, potendosi questi Egoisti riputare tanti Lupi rapaci sotto il manto di Agnelli".

Riferendosi alla Congregazione Militare, l'anonimo estensore del piano diceva che "era composta di n. 0 68 individui nella maggior parte ignoranti, ed immeritevoli". Metteva nel novero un prelato presidente, quattro colonnelli assessori, un aiutante, uno scrittore, sei segretari, due aggiunti e scrittori, il personale del commissariato (otto commissari di guerra e marina, cinque aggiunti e scrittori, un provvisioniere di vestiario, un revisore di magazzeno, un guarda magazzeno, un capitano sottocassiere e un capo commissario)59, quello dell'uditorato (uditore generale, uditore subal-

57

ASR, Soldatesche e Galere, busta 734. ASR, Soldatesche e Galere, busta 730. 59 "Un capitano sotto cassiere con provvisione di scudi 30 ad pompam, perché senza far nulla, o quasi nulla; un Capo Comissario, che essendo mancato di vita 58


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terno, un attuario, un aggiunto scrittore), gli ufficiali del genio (capitano, tenente, cadetto e ordinanza), un maggiore giubilato e 26 soldati di ordinanza addetti. Documento molto interessante non solo per i dati contenuti, ma soprattuto come testimonaianza del risentimento che ancora a tanti anni di distanza, e alla vigilia dell'incorporazione dello Stato romano nell'impero francese, animava gli esponenti della vecchia casta militare pontificia nei confronti della piccola pattuglia di ufficiali austriaci che ne aveva scalzato il potere.

FINANZE DI GUERRA, BILANCI E PIANIFICAZIONE DELLE FORZE

La situazione economica e finanziaria dello Stato pontificio era andata peggiorando di anno in anno dopo il 1780. Ne è testimonianza la politica monetaria tesa alla svalutazione attraverso la coniazione di monete di mistura, e la copiosissima emissione di carta moneta e di monete di rame e mistura. La crisi si accentuò a partire dal 1793: e il 15 novembre 1794 vi fu una prima svalutazione, seguita da altre due a distanza di pochi giorni nel settembre 1795 e da una quarta nel dicembre dello stesso anno60 . Un ulteriore contributo alla crisi finanziaria e monetaria venne dalle ingenti spese militari sostenut~ a partire dall'ottobre 1792. Vi fu anche un costo economico della mobilitazione: i nostri documenti registrarono le proteste non solo dei baroni, ma anche dei contadini per la mancanza di braccia determiI,1ata in alcune località dal sia pur limitato arruolamento di miliziotti61 . Per fare fronte alle spese un concistoro segreto tenuto il 3 dicembre 1792 decise di estrarre in due rate 500 mila scudi dal tesoro di Castel Sant' Angelo. La prima estrazione avvenne il 1O gennaio e

si passavano scudi 25 mensuali alla Vedova in Livorno". Il Maggiore giubilato era retribuito con 25 scudi mensili, più altri 12 ''per essere destinato a rivedere le armi delle Truppe, con due foraggi, due ordinanze, ed un cadetto per aiuto con grado di alfiere. Quest'ufficio era superfluo, e non per economizzare, mentre la spesa dell'Armeria per così poca truppa è ammontata nell'anno 1807 a scudi 8 mila, e qualche centinaio". 6 Cfr. Silvana BALBI DE CARO e Luigi LONDE, Moneta Pontificia da Innocenzo XI a Gregorio XVI, Ministero Beni Culturali, Soprintendenza Archeologica di Roma, ed. Quasar, Roma, 1984, pp. 128-133; CARAVALE e CAR.ACClOLO, Op. cit., pp. 558-559. 61 ASR, Soldatesche e Galere, busta 707.

°


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la seconda il 23 aprile 1793 62 , il giorno stesso in cui la Segreteria di Stato dispose la cessazione dell'arruolamento delle milizie. Ma l'istituzione di un esercito permanente di oltre 9 mila uomini, con un bilancio ordinario di oltre mezzo milione di scudi, decisa il 31 marzo 1793 con l'approvazione del piano Caprara, imponeva misure permanenti di finanziamento. Si decise dunque di ricorrere ancora una volta al debito pubblico e di istituire quattro nuove tasse dalle quali si sperava un gettito complessivo di 20 milioni di scudi nel prossimo decennio. L'editto IO giugno 1793, che richiamava i precedenti editti 8 agosto e 29 settembre 1708 (Clemente XI), 18 dicembre 1743 (Benedetto XIV) e 31 agosto 1764 (Clemente XIII) "sulle contribuzioni da imporsi per supplire al bisogno della difesa", disponeva la creazione di 6 mila nuovi "Luoghi di Monte" ("Monte Difesa"), ossia cartelle di debito pubblico, per un totale di 600 mila scudi. Inoltre istituiva altre quattro tasse, due fondiarie, una sulle pigioni di case e una sui benefici ecclesiastici. Le due imposte fondiarie, di durata decennale, gravavano rispettivamente ..sui terreni dell'agro romano entro 40 miglia da Roma, fino ad allora esenti da ogni imposta, nella misura di 60 baiocchi per ogni rubbio di terreno arativo o seminativo e di 30 baiocchi per gli altri tipi di terreno, e sulle vigne, ville e giardini, ad esclusione degli orti, nella misura di 20 baiocchi la pezza. Debitori di imposta erano esclusivamente "proprietari e padronali", e in nessun caso gli affittuari, i coloni e i lavoratori, "nonostante qualunque patto espresso convenuto fra essi" . Si sperava di ricavarne 40 mila scudi, ma il problema era complicato dalla mancanza di un vero catasto, dato che quello del 1783 conteneva solo la descrizione e non l'estimo dei terreni. La tassa sui benefici ecclesiastici, nella misura del 12% dei loro proventi, era istituita per dodici anni, quella sulle pigioni di case e botteghe, compresi i mulini, era istituita per soli due anni : era regolamentata dall'editto 1764 e per evitare frodi e aggravi era accompagnata dal blocco degli affitti e degli sfratti per il corrispondente periodo63 .

62

Diario ordinario, 8.12.1792 n. 1872 suppl.; 19.1.1793 n. 1884; 27.4.1793 n.

1912. 63 ASR, Soldatesche e Galere, busta 704. Nella busta 705 sono contenuti interessanti "schiarimenti" sull'editto. La tassa sulle pensioni dei benefici ecclesiastici dev'essere pagata anche se questi sono in Luoghi di Monte o in pensioni riservate per alimenti, patrimoni sacri, fabbrica di S. Pietro e Camerali. Le vigne nelle tenute del-


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Ma la crisi da fronteggiare era gravissima, perché all'aumento delle spese militari si aggiungeva il dissesto provocato dall'aumento della carta moneta (cedole) emessa nei vent'anni precedenti: la massa delle cedole aveva ormai raggiunto i 20 milioni di scudi, e superava il contante in circolazione. Ciò faceva salire di molto l'aggio per il cambio delle cedole in contante, ed era insufficiente che la Reverenda Camera Apostolica ne scaricasse in parte l'onore sui suoi creditori, disponendo il pagamento dei crediti minori (come quelli rappresentati dal soldo delle truppe) parte in moneta e parte (uno terzo, poi due terzi) in cedole, che i creditori dovevano provvedere a cambiare a proprie spese. Si cercò di porre rimedio a questo stato di cose ritirando le cedole della circolazione e lacerandole, e si cercò di rastrellare denaro contante vendendo vari possedimenti, come ad Albano, e prendendo in prestito da privati (300 mila scudi solo da quelli della marca d'Ancona) e da Genova (dove il marchese Gnudi ottenne 500 mila scudi contro la garanzia della Mesola nella Legazione di Ferrara e l'affitto dell'allume di rocca). Inoltre si sollecitarono i privati a portare ori e argenti alla zecca per farli monetare con l'interesse del 4 e mezzo per cento (per un totale di 560 mila scudi). Altri 962 mila scudi di ori e argenti furono portati dai privati al Monte di Pietà e altri 179 mila al tesoro di Loreto. Per aiutare il finanziamento della guerra comune contro la Francia il pontefice concesse inoltre alla Spagna di imporre 36 milioni sulle rendite del clero spagnolo e altri 30 su quelle del clero americano, nonché di incamerare le rendite dei beni ecclesiastici vacanti: mentre al re di Sardegna furono concesse alienazioni di beni ecclesiastici per 30 milioni. Ma tutte queste misure dovevano naufragare nel giugno 1796,

l'agro romano debbono essere tassate come terreno seminativo, anche se concese in enfiteusi. La tassa grava esclusivamente sui terreni "allodiali" (cioè in proprietà privata) e non su quelli "giurisdizionali" (cioè concessi a titolo di beneficio feudale) dei baroni. I baroni stranieri debbono pagare l"aumento di un quarto. Nelle "assegne" (o dichiarazioni dei beni imponibili) i baroni dovranno dichiarare anche le spese annuali nonché i censi e le altre rendite. Ville e casini non debbono essere tassati separatamente e i terreni detti "mezzagne" debbono pagare la tassa come terreni boschivi. Sono eslcusi dalla tassa i terreni di cui si dimostri che la maggior parte è coltivata ad orto. Altre osservazioni alla busta 699 (mancanza di un vero catasto, perché quello del 1783 conteneva la semplice descrizione dei terreni, senza stimarli).


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quando Napoleone mise in ginocchio le finanze pontificie chiedendo come tributo di guerra 15 milioni e mezzo di franchi in contanti più altri cinque e mezzo in merci e bestiame. Per pagare la prima rata di cinque milioni si ricorse al tesoro di Sisto V e si spedì di nuovo a Genova il marchese Torlonia, banchiere del papa, a prendere in prestito un altro milione di scudi. Dovunque furono accese ipoteche, si intimò la consegna alla zecca degli ori e degli argenti dei privati. Si raccolsero in questo modo circa 40 milioni di scudi, ma l'erario pontificio si trovava gravato da più di 100 milioni di scudi di debito, tra cedole, luoghi di Monte e Vacabili. Sospeso il pagamento della tassa di guerra, il 3 e l' 8 ottobre 1796 le notificazioni della Segreteria di Stato chiesero ai sudditi di contribuire, con le loro persone e i loro averi, alla difesa dello Stato. È incerto l'ammontare complessivo raccolto nella "cassa dei doni gratuiti": Moroni parla di un totale di 323 mila scudi raccolti una tantum e di altri 131 mila di contribuzioni annuali: ma fonti documentarie fanno ammontare i doni gratuiti del primo trimestre 1797 a 161 mila scudi, di cui 25 mila raccolti a Roma (15 mila dai rioni, con in testa S , Eustachio e in coda Parione)64 . Altri 180 mila scudi furono raccolti dalla vendita delle tenute di Porto e Isola di Porto. Il tesoro di Loreto fu saccheggiato dai Francesi e la pace di Tolentino impose 30 milioni di lire tornesi come nuovo tributo di guerra. A rimborso degli ori e degli argenti monetati si stamparono altri due milioni di scudi in cedole: altri 800 mila furono presi in prestito dai banchieri, e si ridussero le spese per i palazzi apostolici e per l'esercito. Si diceva che il papa faceva battere moneta col metallo dei cannoni. Sull'ammontare delle spese esistono vari conti parziali divisi in capitoli e piuttosto disordinati. Ne risultarono 880 mila scudi nel 1795, un milione e 463 mila nel 1797 e 203 mila nel 1798 (primo trimestre). Esiste però anche un conto complessivo relativo agli introiti ed esiti della Cassa Militare dal 1793 al 16 settembre 1797, pari a quasi dodici milioni, di cui sette di spese militari ordinarie e straordinarie, come risulta dalla seguente Tabella I 65

64 MORONI, op. cit., p. 65 ASR, Soldatesche e

127. Cfr. però ASR, Soldatesche e Galere, busta 731. Galere, buste 721 (1795), 739 (1797), 740 (1798) e 696 (I 793-1797), su cui cfr. DA Mosrn, op. cit. , pp. 563-565.


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Tabella 1 - Introiti ed Esiti della Cassa Militare 1793-1797

Pagamenti della Cassa Militare

Rinforzi alla Cassa Militare

Spese per il nuovo arDall'Erario Senziore di mento 4.41 1.669:50½ Castel S. Angelo in moSpese straordinarie 2.668.858:49½ nete d'oro Dalla rassegna di 5725 Monti Difesa

Entrate mancate e ben ifici fatti ai Tesorieri e Appaltatori

726.382:77

548.452:81 572.569:97

--------1.121.022:77

totale Cassa Militare Denari sborsati per la Dall'aggiunta dei Monti nota contribuzione 3.996.590:37½ S. Pietro (dal 25.5.1793 al 22.7.1795) 1.200.000:Pagamenti 11.803.501 :14½ f . - - - - - - - -- - - -----1 Somme improntate dal 11.723.430:54 Sagro Monte di Pietà 7 .092.568:32 ½ Ri nforzi d i cassa - - - - - -- - - Utili della battitura del80.07'0:60l/z le monet.t: 1.691.230:47½ Sbilancio Debiti .fruttifer i creati con varie p ersone dal marzo 1795 al 13 settembre 1797 (* ) Tot ale entrate

618.608:97½ 11.723.430:54

(*) in vigore dei Chirografi 3 gennaio e 21 dicembre 1795, 13 aprile 1796 e 8

luglio 1797, in ragione di scudi 200 mila l'uno.

In questa cifra sono comprese le spese per il soldo delle truppe, che variano a seconda della forza bilanciata dai 540 mila scudi an. nui previsti dalla riforma Caprara, ai 694 mila effettivamente spesi nel 1795 ai 430 mila della riforma Gaddi (21 dicembre 1795) ai 546 mila della riforma Colli (maggio 1797). In tutto furono spesi 3 milioni per il mantenimento delle truppe, e poco più di un milione per caserme, fortificazioni e armamento, più 2 milioni e 490 mila per la spedizione in Romagna, e un altro mezzo milione di spese straordinar ie:


I tentativi di riforma dell'esercito pontificio nel 1792-1798

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Tabella 2 - Spese di guerra 1793-1797

Spese di funzionamento

Spese di investimento

Soldo delle truppe

Fortificazioni di Civitavecchia e spiaggia romana

216.669:66

Costruz. caserme

106.417:21

Ufficiali prigion. Viaggi degli ufficiali

Provviste artigl.

Generale Colli e suo se147.825:02½ guito

Fusione palle, mitraglia, polveri

156.583:32½

30 cannoni e 800 fucili fucili per Civ.(*)

25.188:44

Padrone e cariche cannoni da camp.

7.246:62 18.055:45 14.720:00

Vestiario milizie

Cappotti milizie

Pigione caserme 232.189:78½ Quartieri Tr. Civica

Cavalleria

139.460:07 ½ Casermaggio Ancona Nolo dei letti 21.086:23

Acquartieramenti

Nuova corvetta

9.646:30

Spese per ospedali

Nuova scogliera

51.500:00 l.l l0,538 .4 4

91.629:22½

Reclutamenti.

Armi (acquisto e riparazione) Fabbrica d'Armi di Tivoli

7.857:83

Soldo milizie

Coreami 3 _972 :40

2.210.208:29

Strumenti chirurgici

434.212:17 21.436:52 714:06½ 9.973:40 14.231 :66 2.122:28 91.635:83 162.329:68 6.238:85½ 749:11

Totale

3.093.460:98½

Spedizione di Romagna

2.490.002:27½

(*) Furono pagati all'Imp1·esa Camerale dei Tabacchi per l'acquisto di 30 canno ni e 800 fucili e polver e per il servizio di Civitavecchia dall'anno 1793

Le spese militari del 1790, con un esercito di soli 5.113 uomini, erano ammontate a 614.183 scudi, di cui 477.802 di spese ordinarie e 31.577:92½ di spese straordinarie per l'esercito, e 104.804:69½ per la marina. L'anno successivo, l'ultimo di pace, erano lievemente diminuite, di circa 8 mila scudi66 .

66 ASR, Soldatesche e Galere, busta 734, "Estratto delle spese fatte dal 1783 al 1791 per milizia e marina". Cfr. ILARI, L'esercito pontifìcio nel XVIII secolo fino alle


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Virgilio Ilari

Alla data del 25 novembre 1792, prima che cominciasse il massiccio afflusso delle reclute, l'esercito contava - esclusi i presidi di Civitavecchia, Montalto, Tolfa, Corneto e Torri di Ponente - 3.948 uomini 67 . Il primo piano di riarmo concepito nel settembre-ottobre 1792, consisteva nel semplice aumento degli effettivi del!' esercito, ricorrendo ad una leva straordinaria di 5 mila miliziotti tratti dalle province del Lazio, delle Marche, dell'Umbria e del Patrimonio e reclutati a cura dei governatori delle armi e sergenti maggiori loca11·68 . Si dovevano reclutare 2 mila dei 13 mila miliziotti disponibili nelle Marche, mille nel Lazio e in Sabina, 600 nel Patrimonio, 900 fanti e 400 cavalieri nell'Umbria. Il contingente proporzionalmente più numeroso doveva essere quello di Camerino, che doveva fornire due delle sue quattro compagnie. Una di queste compagnie fu spedita ad Ancona al comando del tenente Pietro Venturi, già del Reggimento Real Italiano, l'altra a Roma al comando del conte Camillo Valenti. In realtà il reclutamento, che doveva riguardare soltanto scapoli e più validi, dette origine a un gran numero di soprusi e anche sollevazioni e tafferugli. Comunque al 21 dicembre 1792 erano stati concentrati a Roma 2.839 fanti e 317 cavalieri. Rispetto alle

riforme del 1792-93, in Scudi Storico Militari 1985, USSME, Roma l 986, p. 593. Le spese "straordinarie" per la milizia nel decennio considerato erano ammontate complessivamente a 248 mila scudi (di cui 163 mila per "fabriche e risarcimenti" diedifizi, 36 mila per il consumo di polvere, 21 mila per provvisioni agli armaroli e custodi di armerie e 28 mili.i per il rinnovamento, mantenimento e r iparazione delle casse, affusti e ruote d'artiglieria nelle fortezze: solo un migliaio di sudi era stato speso per le fusioni e ringranature dell'artiglieria). Nello stesso periodo per la marina era stato speso più di un mUione di scudi, esclusivamente destinati alle spese di esercizio. Le spese per il mantenimento delle forze terrestri nel decennio considerato possono farsi ascendere a meno di cinque milioni. 67 ASR, Soldatesche e Galere, busta 699. Nel dettaglio si trattava di 350 uomini del Battaglione di Castel S. Angelo, 750 del Reggimento Guardie, 580 dei Corsi (compresi i distaccamenti di questi ultimi corpi inviati a Fiumicino e Palo), 419 dei presidi di Ancona (375 piazza e 44 fortezza), 40 della fortezza di Senigallia, 18 di quella di Fano e 13 di quella di Pesaro e 24 della rocca di San Leo, 700 dei presidi di Ferrara (400 piazza e 300 fortezza), 300 di Forte Urbano, 30 della fortezza di Forll, 424 dei presidi del Litorale di Levante (174 ad Anzio, 100 alle 16 torri e 150 reclute a Terracina). Erano compresi anche 300 uomini della truppa di finanza (dogane e confini), successivamente integrata nei presidi militari viciniori. 68 ASR, Soldatesche e Galere, buste 696, 698 e 699.


I tentativi di rifonna dell'esercito pontificio nel 1792-1798

775

previsioni mancavano 848 fanti delle Marche e 213 della Sabina, oltre a 83 cavalieri. Una parte di queste truppe fu concentrata nelle nuove caserme offerte dai patrizi romani (Monte Savello, Pilotta, Ravenna e Casoni), e fu utilizzata per completare gli effettivi dei corpi esistenti e costituire ex-novo un battaglione detto dei Turchini della Marca, comandato dal maggiore Baruichi, di cui il comando generale voleva fare "il modello di tutti gli altri" 69 . A Castel Sant' Angelo fu costituito un nuovo battaglione di Verdi del Tesorierato, al comando del ten. col. Oliviero Ronca, destinato poi a presidiare la spiaggia di Terracina. Gli fu unita una compagnia di cavalleria e un forte distaccamento di artiglieria destinato alle torri e batterie costiere. A Civitavecchia fu formato un nuovo Battaglione destinato alla custodia di Montalto e Corneto, con distaccamenti a Tolfa e Viterbo, unitamente ad una compagnia di cavalleria inizialmente inquadrata da personale della Compagnia Corazze. Furono inoltre portati a 900 uomini ciascuno i Battaglioni dei Verdi (Lantc) e dei Turchini (Clarelli), mentre fu formata una prima compagnia organica di artiglieri. L'immissione dei miliziotti nei corpi già esistenti era una m isura sbagliata, anche se resa necessaria dall'indisponibilità di molte centinaia dei vecchi soldati che l'e tà, le ragioni di fami glia, i commerci e le protezioni altolocate rendevano indisponibili per un effettivo servizio armato e tanto meno per quello di campagna. Dopo la de~isione di ritirare parte delle truppe dal litorale romano (maggio 1793) gli effettivi déi battaglioni di Corneto e di Terracina diminuirono progressivamente, e alla fine dell'anno il primo veniva disciolto, mentre del secondo si conserva solo una grossa compagnia di 173 uomini, al comando del maggiore Tartaglioni, con

69ASR, Soldatesche e Galere, registro 798, al 17 marzo I 793 e passim. Nel 1793 il battaglione era formato dalle compagnie Bracci, Gabrielli, Buzi, Montanari, Zacchi e Bonlei, oltre alla Granatiera, e comandato dal maggiore Baruichi. Altre notizie sul Battaglione della Marca alle buste 698 (leuera del Generale Caprara a Ruffo: "spero dovrà servire di modello a tutti gl'altri"), 702 (15 disertori dal 1° all'8 giugno 1793), 703 (stato di servizio degli ufficialì e sottufficiali 1792- 1796), 711 (ingaggi), 724 (avanzamenti e promozioni di ufficiali a fine 1796), 733 (promozioni 13 ottobre 1796), 733 (promozioni 13 ottobre 1796 e partenza per la Romagna il 12 dicembre al comando del maggiore Francesco Biancoli: promozioni febbraio 1797), 735 (la compagnia Pusignani a Faenza).


776

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funzioni di presidio alle Torri di Levante. È interessante notare che il 30 ottobre 1792 si era proposto di affidare la sorveglianza della spiaggia romana alle milizie territoriali delle località interessate, ad espressa imitazione dell'editto piemontese sulla mobilitazione della milizia paesana alla quale doveva essere distribuito in anticipo l'armamento, da conservare a domicilio. Ma l'abate Francesco Bizzarri, uditore del commissario alle armi, rispondeva negativamente: "non sembra praticabile il sistema di Torino, che si crederebbe di adottare, perché nello Stato non vi sono magazzini di nessuna sorte di attrezzi militari, né di palle od altro: inoltre li fucili, che hanno li miliziotti non sono per niente buoni per la guerra, perché sono tutti schioppi da caccia senza bajonetta. Per tutti quelli Miliziotti però, che sono stati ordinati di reclutarsi benché venghino in Roma con le loro armi, queste si faranno tenere custodite in deposito, e frattanto saranno consegnate loro quelle armi che il custode dell'Armeria assicura essere · pronte" 70 .

Il reclutamento della milizia fu sospeso il 24 aprile 1793. Un mese prima, il 31 marzo, il generale Caprara aveva presentato al pontefice un nuovo piano economico dell'esercito pontificio71 , che a fronte di un aumento dell'80% della forza bilanciata (9.136 uomini) rispetto al 1790, conteneva al 15% l' aurpento delle spese ordinarie, pari a 539.820 scudi e 14 baiocchi e mezzo, 62 mila scudi in più che nel 1790. Il nuovo piano prevedeva di fQ_rmare con i presidi tre reggimenti di tipo austriaco, per un totale di dieci battaglìoni di cui tre mobili, con sei compagnie di granatieri, due di cavalleria, una di artiglieria e tre di bombardieri. Le 60 compagnie di fanteria dovevano contare 120 uomini, le 6 di granatieri 90, quelle di cavalleria 150, l'artiglieria 140 uomini e i bombardieri 60. Due reggimenti, ciascuno con tre battaglioni di sei compagnie e due compagnie granatieri, dovevano essere stanziati a Roma e Civitavecchia, rispettivamente coi battaglioni Guardie, Cor-si e Marca e Lante, Clarelli e Ronca. Il terzo reggimento, con due compagnie granatieri e quattro battaglioni di sei compagnie doveva riunire i presidi delle Marche, di Ferrara, Bologna (e Forte Urbano) e Romagna.

70

ASR, Soldatesche e Galere, busta 696. Archivio Vaticano, .Ministero delle Armi, Affari speciali, busta 3, f. 20, "Relazione del sistema economico, in data 31 marzo 1793". ASR, Soldatesche e Galere, busta 704 cfr. 708. Cfr. DA MosTO, op. cit. ., pp. 215-216. 71


I tentativi di riforma dell'esercito pontificio nel 1792-1798

777

Con la morte di Caprara e il mutamento della situazione politico-militare, si approvò tuttavia un nuovo piano, elaborato dal generale Gaddi nel novembre 1793. Il piano si basava sulla riduzione del reggimento di Civitavecchia e litorale a un solo battaglione, più una compagnia autonoma a Terracina (Tartaglioni), e sul rafforzamento dei presidi di Romagna e di Ancona. Le truppe di Roma avrebbero formato una Brigata di quattro battaglioni (Guardie, Castello, Corsi e Marca), ciascuno di sei compagnie fucilieri e una granatieri e una forza di 800 uomini. La cavalleria avrebbe avuto due compagnie, a Roma e in Romagna, i presidi di Ferrara, Bologna e Forte Urbano avrebbero formato un reggimento di 14 compagnie: in più vi sarebbero stati i Battaglioni di Ancona, di Romagna e di Civitavecchia e le compagnie autonome di Terracina, Perugia, Ascoli e Senigallia, oltre a tre piccoli presidi autonomi (Fano, Pesaro e San Leo): i 158 piccoli presidi di fortezze militarmente inutili e di distaccamenti per il servizio di ordine pubblico e di dogana, immobilizzavano nel 1793 ben 1443 uomini, un quinto della forza72. Nel piano economico non figuravano le retribuzioni dei sette ufficiali del genio, dei 75 bombardieri e_delle guardie del pontefice e dei cardinali legati (287 svizzeri, 80 cavalleggeri e 9 lance spezzate), ma vi erano inclusi la generalità,i. provvisionati73 e il Corpo dei Reali Invalidi, formato con i soldati inabili al servizio di campagna e coi giubilati, come risulta dalle seguenti tabelle 3 e 4:

72 ASR, Soldatesche e Galere, busta 708. L'elenco dei posti fissi e distaccamenti, distinti per province, è in ILARI, Gli Antenati della Gendanneria Pontificia: Il Battaglione de' Corsi e poi de' Soldati in luogo de' Corsi (1603-1798), in Memorie Storiche Militari 1983, USSME, Roma, 1984, pp. 773-775 (colonna relativa al 1793). Si tratta di 158 distaccamenti, che immobilizzavano ben 1443 uomini, cioè un quinto della forza dell'esercito, oltre alle guarnigioni delle fortezze e piazze maggiori (Civitavecchia, Ancona, Ferrara, Forte Urbano). 73 Fra i provvisionati, 9 Governatori delle armi, 12 castellani, 8 Sergenti maggiori dì provincia, 5 comandanti di piccoli forti, 7 cappellani non reggimentati, 2 uditori, 2 segretari, 16 medici non reggimentali e 125 incaricati di servizi minori. ASR, Soldatesche e Galere, busta 708.


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Tabella 3 - Piano economico Caprara-Gaddi Categorie

effettivi

spese ordinarie annue soldo

vestiario

cavalli

totale

1.087 :50

-

Fanteria ( 11 btg.) Cavalleria (2 cp.) Artiglieria GeneralitĂ Provvisionati Reali Invalidi

7 .953 300 140 14 186 543

38 1.702:55 24.148:26 9 .538:24 7.164:00 20.753 :70 27.079:86

64.091:41 2.595 :24 1.072:40

-

-

445.793:96 28.417:99 10.610:64 7 .164 :00 20.753:70 27.079:86

Totali

9.136

470.473 :51

67.759:05

1.087 :50

539.820: 14

--

Tabella 4 - Effettivi e paghe mensili (*) Categorie

fanter ia no soldo

Colonnello 3 Ten. Colonnello 3 6 Maggiore Quartiermastro o Intendente 3 Aiutante 3 Uditore 3 At tuario 3 Cappellano 6 Chirurgo 9 Profosso 3 Foriere o Mon izion iere 30 Capo Tamburo 3 54 Capitano Capitano Tenente 12 Primo Tenen te o Tenente 66 Sotto Tenente o Alfiere 66 126 Sergente Caporale 396 Vicecaporale 360 Tamburi e p ifferi (0 ) 204 0 Guastatori ( ) 66 Artiglieri Granatieri, Dragoni 588 Fucilieri, Invalidi 5.940

60:00 45:00 36:00 12:00 9:00 10:00 7:00 6:00 6:00 10:00 8:00 4:20 30:00 19:00 13:00 10:00 6:00 4:20 3.60 3:00 3:00

3: 15 3:00

cavalleria no soldo

artiglieria no soldo

-

-

-

I

36.00

-

1 1

12:00 9:00

-

-

-1 '

2

2 2 4 16

-

268

-

-

6:00

2

-

-

1

-

-

-

-

3.30

-

2 2 5 10

110

-

8:00

2

30:00

-

-

6

-

13:00 10:00 6:30 4 :50

-

-

-

12 :00 9 :00

-

--

8:00

-

3 1

75 :00

1 1

Invalidi no (a)

38:00

-

-5 1 1

2

-11

15:00 12:00 6:60 4:80

3:60 .,_

-

2 4 1 31 54 5 14

9

392

(*) Le paghe dei bassi uffiziali e della trnppa erano corrisposte giornalmente in

baiocchi, da 22 a 10. Per comoditĂ di raffronto nella tabella queste cifre sono state moltiplicate per il numero dei giorni d i un mese (trenta). Agli ufficiali di cavalleria era inoltre accordato il foraggio. 0 ( )I 24 pifferi e tamburi e i 6 guastatori delle sei compagnie granatieri percepivano il soldo di 10 baiocchi e mezzo al giorno (totale 3 scudi e 15 baiocchi al mese) che spettava a i granatieri. 0 ( ) Nel Corpo dei Reali Invalidi erano compresi anche un Governatore delle armi, tre sergenti maggiori e tre altri provvisionati.


I tentativi di rifonna dell'esercito pontifìcio nel 1792-1798

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Risale alla fine del 1793 o all'inizio del 1794 un acquerello, attualmente esposto nel museo di Castel Sant' Angelo, recante le nuove uni formi dell'esercito pontificio e l'indicazione degli effettivi dell'esercito, in realtà molto gonfiati (ne sono indicati 13.285). Vi sono indicati i nomi del tenente generale (Gaddi), del Collaterale Generale (Simonetti), del brigadiere (Gandini), del segretario della guerra (Luchini), del provveditore (Sabatini). Vi sono indicati 562 uomini di cavalleria, contando non solo quella di Roma (242 uomini) e di Romagna (120 dragoni), ma anche le 113 corazze e gli 86 cavalleggeri. Figurano tre "reggimenti" di 1.593 uomini (Guardie di N .S., Bologna e Ferrara), tre battaglioni di 866 uomini (Granatieri Corsi, Guardie di Castel S. Angelo e Verdi della Marca), tre battaglioni di 747 uomini (Claretti e Lante di Civitavecchia, Forte Urbano), due di 740 uomini (Romagna e Tartaglioni, che in realtà ne contava 173), uno di 807 (Ancona). Inoltre la Compagnia di Senigallia (240 uomini) e la Compagnia Invalidi (160) e 123 uomini dell'artiglieria di Roma, e 197 guardie svizzere. Altri due acquerelli con le uniformi e gli organici anteriori alla riforma Caprara sono conservati presso il Museo Storico Vaticano (cortese segnalazione di Piero Crociani). Nella busta 708 del fondo Soldatesche e Galere dell'Archivio di Stato di Roma sono conservati, assieme al piano economico Caprara-Gaddi, anche tre progetti per il riarmo presentati probabilmente nello stesso torno di tempo: si tratta del "piano militare al sig. conte Francesco Bizzarri uditore" (per l' armamento di 4 mila soldati per la guarnigione di Roma), del "piano militare del sig. cav. Giuliano Capranica Brigadiere Generale" e del "piano economico e ragionato sopra una nuova costituzione militare nello stato ecclesiastico". Il più interessante è senz'altro quest'ultimo, che consta di più parti, il piano "ragionato" (28 fogli doppi numerati 200-227, diviso in tredici "articoli") e il piano "economico". Il piano proponeva di ridurre la milizia da 90 mila a soli 30 mila uomini, per farne il "seminario della truppa viva". Quest'ultima doveva essere composta da 12 mila uomini (7 reggimenti di 1.500 uomini, quattro compagnie con 632 artiglieri e due squadroni d i cavaller ia con 200 uomini: in tutto 21 battaglioni di 4 compagnie fucilieri, 7 compagnie granatieri e 7 di cacciatori o "mezz' invalidi"). I reggimenti dovevano risiedere tre a Roma (con la cavalleria è due compagnie d'artiglieria) e gli altri a Civitavecchia, Ancona,


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Ferrara e in Romagna. Era prevista una spesa di 750 mila scudi. La Milizia Urbana doveva formare 215 compagnie di fanteria e 26 squadroni di cavalleria (tutti su 120 uomini) formando nove reggimenti provinciali (Ferrara, Bologna, 1° e 2° della Marca, Patrimonio, Umbria, Romagna, Marittima e Campagna, Sabina e Montagna), due battaglioni autonomi (UrJJino e Camerino) e un corpo di 800 cacciatori a piedi e a cavallo per la custodia delle spiagge. Ma per formare queste truppe occorreva "distruggere in gran parte il vecchio Edifizio", e istituire una Giunta, i di cui membri siano scelti non solo dal militare, ma dalla classe anche de' Personaggi versati negl'affari economici, e politici del Principalo, acciocché il lutto stia con un'armonia così perfetta coi respettivi Dipartimenti, che il Sovrano non abbia da sentire la querela degl'uni, o degl'altri".

C' era infatti poco da attendersi dai soldati già in servizio, e particolarmente da quelli di Roma, che "per equità" non avrebbero potuto essere scambiati di guarnigione (come sarebbe stato necessario fare periodicamente) dal momento che si erano ammogliati col permesso dei loro superiori, "e sulla morale certezza, di dover sempre restare nella Metropoli". D'altra parte, essendo "uomini matur i di senno, e perciò più atli all'esecuzione degl'ordini, che vengono dal politico, i quali par ticolarmente nella Capitale non devono mai esser azzardati a gente, che non è capace di circospezzione",

li si poteva impiegare nei servizi altrove affidati ai "soldati detti de La Po/ice".

Ma in linea di principio l'esercito non poteva essere reclutato fra "chiunque afferivasi" . Se le maggiori potenze in guerra non ricusavano neppure disertori e "discoli", lo facevano perché disponevano già di reggimenti ben disciplinati in cui disperderli e tenerli a freno, ma non era possibile formare ex novo dei reggimenti con "soldati di simil conio" . Occorreva trarre la truppa permanente dalla Miliza Urbana, senza nascondersi la difficoltà costituita dall'indole dei sudditi pontifici, "nati in seno alla pace", e incapaci di trasformarsi immediatamente in soldati. Una volta abolito "l'esercito più immaginario che vero dell'antica milizia", bisognava reclutare soldati abili, scapoli, fra i 16 e i 35 anni, disposti a servire per sei anni nella linea e poi a scegliere tra rafferma o congedo con passaggio nella milizia. L'autore del piano non si nascondeva la difficoltà di trovare volontari, dato il carattere dei privilegi riconosciuti alla milizia


I tentativi di riforma dell'esercito pontificio nel J 792-1798

78 1

(privi di reali vantaggi), e proponeva che in un primo tempo si ricorresse all'arruolamento d'autorità, "siccome pratticasi dalle altre potenze". Gli ufficiali dovevano essere reclutati invece a preferenza fra la nobiltà, dato che la carriera militare era l'unica professione che la borghesia (''ordine civile") aveva lasciato libera all'aristocrazia. Occorreva uniformare i soldi, riducendo quelli di Roma, scandalosamente alti, e alzando quelli delle guarnigioni di Ancona e delle Legazioni, insufficienti per vivere. La guarnigione di Roma si aspettava da tempo una riduzione del soldo: bisognava lasciar partire gli eventuali scontenti (i quali però avrebbero difficilmente trovato un soldo migliore). Al soldato doveva essere dato un soldo giornaliero di 9 baiocchi per il rancio (in realtà la misura fissata dal piano Caprara fu di 10 baiocchi). Invece di fondere alla rinfusa personale vecchio e nuovo, bisognava cominciare a costituire gradualmente un battaglione per ciascun reggimento, per passare poi agli altri due. Occorrevano un codice militare sanzionato dal sovrano, un "piano che unisca il dipartimento militare coll'economico" per evitare i conflitti di potere, un regolamento di disciplina uniforme che fissasse i doveri individuali. Occorreva poi predisporre le caserme, il materiale di casermaggio e i magazzini prima che avesse luogo il reclu tamento. Fra le altre misure indispensabili, la creazione di un laboratorio di artiglieria e di un arsenale e l'istituzione di un'unica Accademia militare per i cadetti, al fine di rendere uniforme l'istruzione: il "presidente" dell'Accademia e i libri di testo, che a Roma mancavano, avrebbero potuto farsi venire da ll'estero. Quasi nessuna di queste sagge raccomandazioni fu accolta, e la struttura delineata dai generali Caprara e Gaddi risultò un compromesso in cui l'elemento riformatore era abbondantemente compensato da una sostanziale conservazione dell'esistente. Si trattò più di una unificazione e regolamentazione uniforme delle precedenti amministrazioni militari che della creazione di un esercito su basi nuove, come proponeva l'estensore del piano sopra ricordato e come sarebbe stato necessario. I m iliziotti furono gradualmente congedati oppure arruolati come volontari, e a partire dal 6 febbraio 1794 fu introdotto il sistema dell'ingaggio con capitolazione "a ll' uso dell'estere Potenze", secondo il quale l'arruolato si impegnava ad una ferma triennale


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dietro corresponsione di un premio di ingaggio di tre scudi (talora di due). Proprio la non costante misura dell'ingaggio, e il fatto che si offrisse tale possibilità, a domanda, anche ai soldati arruolati senza capitolazione, rende impossibile un esatto calcolo degli arruolamenti, nonostante possediamo l'ammontare degli ingaggi corrisposti nel 1794 e 1795, pari a 17.651 scudi. Si possono compunque calcolare approssimativamente circa 4 mila nuovi arruolati (2.500 a Roma, mille in Romagna e Ferrara, 500 a Civitavecchia)74 . Nel giugno 1795 il soldo della truppa ammontò a 43.394 scudi e 55 baiocchi e mezzo: si trattava di 69 compagnie fucilieri e granatieri, di cui 34 a Roma (13 dei Rossi, 7 per ciascuno degli altri tre battaglioni, Corsi, Marca e Castel S. Angelo), 12 a Civitavecchia

74

ASR, Soldatesche e Galere, busta 716. Il reclutamento di volontari iniziò parallelamente a quello dei miliziotti. Erano punite (con 30 bastonate e "scasso dal Rollo") le false dichiarazioni all'atto dell'arruolamento (ad esempio di non essere ammogliato). Era frequente che i soldati chiedessero il congedo da un corpo per farsi a1TUolare nuovamente in un altro: il 30 agosto 1793 la pratica fu vietata, stabilendo la riconsegna del soldato al corpo di origine. Si notava però la cattiva qualità delle reclute: "alcune non avevano la dovuta altezza, né danno speranza di crescere (sic), e hanno colore gengive e struttura malsana", dice il Generai Comando al l O ottobre 1793, disponendo che in caso di cassazione il soldo corrisposto restasse a carico "di chi le ha prese" oppure, trattandosi "di salute", del "chirurgo che le ha visitate". Per ovviare alle negligenze, fu disposto sotto la stessa data che le reclute dovevano essere portate alla presenza del brigadiere Gandini. Il 6 febbraio 1794 fu introdotto il sistema dell'ingaggio "all'uso dell'estere Potenze" con obbligo di ferma triennale e premio di scudi tre , offerto anche ai vecchi soldati che si erano arruolati senza speciale capitolazione e dunque restavano liberi di chiedere il congedo in qualunque momento. Il 19 aprile 1794 di dispose che per l'arruolamento nel!' artiglieria (la quale "maggiormente necessita vigorosa e robusta gioventù") non si accettassero reclute di statura inferiore a 5 piedi e 4 pollici. Dal 26 gennaio 1793 era stata proibita la pratica dei "cambi", cioè della concessione del congedo ("dimissione") dietro presentazione di un sostituto "per poter liberamente tornarsene a casa". Di fronte alla continuazione della pratica, il 14 febbraio il Generai Comando tènta un compromesso, vietando i cambi "tolto che ne mettano due per uno colle dovute sigurtà". Sulle Tabelle dei Corpi sono frequentissime le dimissioni concesse dietro rimpiazzo di uno o due sostituti. Il Generai Comando chiede la trasmissione della lista dei cambi, ma ci sono fortissime resistenze ad eseguire l'ordine: alla fine si ordina che tutte le dimissioni debbano essere vistate dallo stesso Generai Comando. Sotto il 25 febbraio 1793 si scrive: Il Comando Generale è venuto a penetrare da londato, il che par'impossibile, e non vuol crederlo, che qualche Signor Ufficiale per condurre i cambi al Generai Comando si faccia pagare qualche Somma, ripete lo stesso Generai Comando che non lo vuol credere, mentre al caso, scoprendosi una simil bassezza, un tal S_ignor Ufficiale non può, né deve sperar'altro, se non quello d'esser cassato, previene dunque dell'occorrente acciò ognuno sappiasi contenere".


I tentativi di rifom1a dell'esercito pontifìcio nel 1792-1798

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(Battaglioni Lante e Clarelli), 7 nelle Marche (6 ad Ancona, di cui una in fortezza, e una a Senigallia), 6 in Romagna, 7 a Ferrara (4 <li presidio e 3 di Fortezza) e 3 di Forte Urbano. La cavalleria conta va tre compagnie (due a Roma e una in Romagna): l'artiglieria (248 ar tiglieri e 62 bombardieri) aveva distaccamenti a Civitavecchia, Rom agna, Ancona e Cerveteri75 • Il 21 dicembre 1795 il generale Gaddi scr iveva al Segretario di Stato comunicando un programma di rigide economie, che prevedeva la riduzione delle castellanie e altre cariche inutili, la fusione tra piazza e fortezza e il taglio del 30% della forza, che doveva scendere da 9.709 a soli 6.914 uomini, con una riduzione della spesa annua da 693.818 scudi a 39 baiocchi a 429.936 scudi e 82 baiocchi e m ezzo76 • Nel marzo 1796, tuttavia, erano ancora in servizio 8.604 uomini, di cui 4.298 a Roma (scesi a 4.002 ad aprile e 3.972 a m aggio) . A Civitavecchia e Terracina ce n'erano J .326, 657 ad Ancona e 324 nei "luoghi soggetti a detta città", 173 a Senigallia, 697 in Romagna, 731 a Ferrara e 398 a Forte Urbano 77 • Tre mesi più tardi, in luglio, dopo la cattura dei presidi di Ferrara e Forte Urbano (1. 129 uomini) e lo sbandamento del Battaglione di Romagna (700 uomini), gli effettivi dell'esercito erano scesi a 6.626 uomini, di cui 4.026 a Roma, 1.245 a Civitavecchia e Terracina e 1.355 nelle Marche. Dedotti i distaccati, gli ammalati,

75

ASR, Soldatesche e Galere, busta 732. ASR, Soldatesche e Galere, busta 723. 77 ASR, Soldatesche e Galere, busta 729. Nel dettaglio si Lrattava di 1.465 uomini del Reggimento dei Rossi (compresi 28 distaccati a Civitacastellana), 810 del Battaglione dei Corsi (compresi i 165 distaccati nei posti delle quat tro province del Lazio), 711 del Battaglione dei Verdi, 750 del Battaglione dei Turchini della Marca, 286 dell'Artiglieria (222 artiglieri, d i cui 158 distaccati fuori Roma, e 64 bombardieri), 276 della Cavalleria, per un totale di 4.298 delle truppe di Roma (di cui 351 distaccati). Inoltre 1.153 uomini a Civitavecchia (61 5 del Battaglione dei Turchini, An.:ajani, e 538 del Battaglione dei Verdi, Lante), 173 da Terracina a l Vajanico (Corpo Tartaglioni). 657 del Battaglione di Ancona (543 del presidio e 114 della fortezza) più 324 dei luoghi "soggetti" ad Ancona (107 del presidio e 29 della fortezza di Ascoli, 40 del pres idio e 38 della fortezza di Perugia, 36 a San Leo, 22 a Pesaro, 24 a Fano, 13 a Serra San Quir ico, 8 al Porto di Fermo, 7 a Città di Castello), 173 a Senigallia (75 in fortezza e 98 nella "Compagnia di nuova leva"}, 553 della fanteria e 144 (di cui 40 dis taccati a Civitavecchia) de lla cavalleria d i Rom ag na, 73 I a Ferra ra 1420 del presidio e 311 della fo1ie1.za) e 398 a Forte Urbano. 76


784

Virgilio Ilari

i m ezzi invalidi e i puniti restavano "servibili" solo 4.663, di cui 2.897 a Roma e 925 nelle Marche78 . Di conseguenza H 26 agosto 1796 la Segreteria di Stato autorizzò la ripresa del reclutamento per riportare le truppe al livello esistente in luglio. Ma questo limite fu superato, e ai primi di novembre la forza alle armi si aggirava sui 10 mila uomini. La Segreteria di Stato autorizzò allora un piano di riarmo per accrescere di 6 o 7 mila uomini la for za dell'esercito, sia accettando le offerte dei baroni, sia ordinando la "reclutazione coattiva" delle milizie. Si può calcolare che in questo modo fossero effettivamente arruolati circa 6.500 uomini, di cui 2.268 fanti e 456 cavalli forniti dai baroni (con i quali si formarono il Reggimento del Contestabile Colonna e il Corpo dei Distinti Volontari di Cavalleria). Altri 3 mila circa furono reclutati a Roma da parte di una sessantina di "capitani provinciali" che percorsero il Lazio, l'Umbr ia e il Patrimonio: 697 furono reclutati nel solo mese di ottobre, con una percentuale del 20% di scartati, fuggiti e non ,comparsi. Dal 1° ottobre 1796 al 20 genna io 1797 (data sotto la quale la Segreteria di Stato ordinò di sospendere il reclutamento) altri 2.3 19 uomini affluirono a l "Corpo delle reclute del Battaglione di Ancona": ma quelli effettivamente arruolati furono 1.868, con una analoga quota del 20% di scartati, disertati o congedati perché riconosciuti esenti dal reclutamento79 .

78

ASR, Soldatesche e Galere, busta 726. Lo specchio della forza è il seguente:

Corpi e Presidi

..

Effettivi

Distaccati Ammalati

"Servibili"

di cui soldati semplici

Fanteria a Roma Cavalleria " Artiglieria

3.530 327 169

730 197 132

2.800 130 37

2.109 115 20

tota.le a Roma

4.026

1.059

2.967

2.224

Civitavecchia Terracina Marche e Perugia

1.072 173 1.355

327 147 430

745 26 925

532 16 830

Totale generale

6.626

1.953

4.663

3.622

Dal totale dei "soldat i semplici" sono esclusi non solo gli ufficiali, i sergenti e il personale d i stato maggiore, ma anche caporali, vicecaporali, tamburi e pifferi. 79 ASR, Soldatesche e Galere, busta


I tentativi di rifonna dell'esercito pontificio nel 1792-1798

785

Inoltre 3 mila miliziotti furono mobilitati per la difesa di Ancona, mentre a Roma si istituiva la Truppa Civica per sollevare la Linea dai servizi di presidio. Tra novembre e dicembre circa 3 mila uomini dei presidi di Roma e Civitavecchia furono trasferiti in Romagna (Reggimento Ancajani e Battaglione della Marca). In febbraio la maggior parte delle truppe di Roma (sette battaglioni, uno squadrone e una compagnia d'artiglieria) fu trasferita sulla linea difensiva Perugia - Spoleto - Foligno, e il resto (circa 1.400 uomini) costituì il Battaglione di Guarnigione di stanza a Castel S. Angelo, e responsabile delle fortezze di Civitavecchia, Ascoli, Ancona, Pesaro, Senigallia e S. Leo. In marzo il generale Colli attuò una riorganizzazione delle truppe mobili al suo comando, formandone 4 reggimenti a due battaglioni, più otto compagnie cacciatori formate dal colonnello Ancajani e due battaglioni provvisori di Granatieri (ciascuno di 4 compagnie), una parte dei quali ripristinò i presidi delle Marche, in parte sgomberate dai francesi. Il nuovo piano economico, che attuava la forte riduzione delle truppe imposta dalla pace di Tolentino e dal dissesto finanziario, fu approvato in aprile e attuato in maggio. Il piano stabilito dal generale Colli prevedeva 9.947 uomini: 6 della "generalità", 4 del genio, 8.935 di fanteria, 520 di cavalleria e 482 d'artiglieria. Si trattava di 294 ufficiali, 1.183 "bassi uffiziali" e 8.470 comuni. Il soldo di questi ultimi veniva lasciato a 3 scudi al mese più 15 paoli (1 scudo e mezzo) per la "mazzetta", con una spesa annua di 637.188 scudi e 45 baiocchi. Gaddi ridusse la forza a 8.283 e la spesa a 579.796 scudi e 45 baiocchi, più 25 mila scudi di spese straordinarie, senza alterare la struttura del piano. Tuttavia sembra si riuscisse a realizzare altre economie se la Segreteria di Stato in data 27 aprile 1797 disponeva che la Reverenda Camera Apostolica versasse alla Cassa Militare, in rate trimestrali, l'annua somma di scudi 545.796 e 65 baiocchi per le spese ordinarie. L'esercito doveva comprendere due "Legioni" di due reggimenti di due battaglioni di fanteria, ciascuno con 6 compagnie di fucilieri, una di cacciatori e una di granatieri: inoltre un Battaglione di Guarnigione di 8 compagnie fucilieri da cui dipendevano le guarnigioni nelle fortezze e torri e i distaccamenti, la cui funzione era di lasciare uniti e mobili i battaglioni di fanteria. La Cavalleria era articolata in tre squadroni, ciascuno con due compagnie: l'artiglieria su due compagnie di diversa forza, per i servizi di


786

Virgilio Ilari

piazza e di campagna. Le. due Legioni erano poste al comando dei generali legionari Colonna e Gandini, ma in realtà dei colonnelli comandanti il primo reggimento a cia~cuna assegnato, e cioè Luigi Baruichi e Carlo Ancajani, mentre il secondo reggimento di ciascuna legione doveva essere comandato da un tenente colonnello. La 2a Legione comprendeva i reggimenti Colonna (col. Baruichi: comandanti del 1° e 2° battaglione i maggiori Dandini e De Guery) e Marca (formato con i battaglioni Corsi e Castel S. Angelo, divenuti rispettivamente 1° e 2° e comandati dal ten. col. Filippo Grassi e dal maggiore Carlo Borosini). La 1a Legione comprendeva i Reggimenti Guardie (col. Ancajani, con i battaglioni 1° e 2° comandati dai maggiori Francesco Biancoli e Giuseppe Bracci) e Civitavecchia (con i battaglioni I O e 2° comandati dal ten. col. Miletto Miletti e dal maggiore Giambattista Cerroni). Il Battaglione di Guarnigione era comandato dal colonnello Francesco di Paola Colli, con in sottordine il maggiore Pietro Forni . La Cavalleria era comandata dal 1naggiore Virgilio Crispolti, l'Artiglieria dal maggiore Angelo Secondo Colli, il genio dal capitano Gioacchino Urbani. Si noterà che, malgrado fossero stati dimessi più di cento ufficiali, e fra questi parecchi di quelli in ser vizio nelle Legazioni, erano rimasti in servizio i responsabili diretti della sconfitta, e cioè Ancajani, Miletti e Borosini. Il dettaglio degli effettivi, esclusi la "generalità" (formata dal tenente generale, dai due generali legionari, dall'aiutante generale, dall'aiutante di piazza e da un profosso) e il genio (un capitano, un tenente e due sottotenenti disegnatori) risulta dalla seguente tabella 5 80 :

80 ASR, Soldatesche e Galere, busta 734 (la quale con tiene fra l'altro i nomi di tu tti gli ufficiali), cfr. busta 735 (ordini della Congregazione Militare, Viglietti della Segreteria di Stato 27 aprile e 11 maggio 1797). Ivi sono anche cont~nute notizie sulla dislocazione delle truppe nelle Marche (Fano, Macerata, Loreto, Senigallia, Pesaro, S. Leo, Visso, Foligno, Nami, Ascoli: reggimenti della 2a Legione, Colonna e Marche). Nella busta 734 c'è anche l'~lenco dei 12 Comandanti di pr esidio e castellani: Civitavecchia (Clarelli), Fiumicino (Perini), Anzio (Paluzzi), Terracina (Locatelli), Civitacastellana (Pescetelli), Ascoli (Bastoni), Ancona (Guglielmi), Senigallia (Antonelli), Fano (Carrara), Pesaro (Almerici), Perugia (Patrizi) e San Leo (Semproni), nonché quelli degli ufficiali "dimessi" (30 sottotenenti e 72 alfier i, oltre agli ufficiali del previsto ma non fo1·mato battaglione "baronale" Paulucci, e cioè il maggiore Zucchi, due capitani, due tenenti e cinque alfieri). C'è anche la "nota degli ufficiali di Ferrara, Bologna e Forte Urbano", comprendente il governatore dell'armi di Ferrara (Tassoni), il colonnello di Bologna (Malvezzi), i castellani di Ferrara (Mancin-


I tentativi di riforma dell'esercito pontificio nel 1792-1798

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Tabella 5 - Organici della riforma Colli (marzo 1797)

Categorie Colonnello Tenente Colonnello Maggiore Aiutante Maggio1-e Aiutante di Btg. Cappellano Uditore Attuario Quartiermastro Foriere Tenente Istruttore Chiiurgo Maggiore Chirurgo di Btg. Profosso Capitano Capitano Tenente Tenente Sottotenente Alfiere Sergente Secondo Sergente Caporale Vicecaporale Tamburo Maggiore Tamburo Trombetta Piffero Corno da caccia Maniscalco Sellaro Sergente Maestro Caporale Maestro Comune Comune Maestranza Totali

Fanteria Guarnigione Cavalleria 2 2 4 4 8 4 4 4 4 64

4 8 4 44 28 72 72

16 64 64 256 256

1

I

1 1 2 I

1 1 8

Artiglieria

-

--

3 2 7 5 11 6 5 5 7 77 1 5

I

1

Il

-

-

5 51 37 87 87 16 82

-

-

1

-

-

1 3 1

I

-

-1 2

-1(*)

-

1 I

2 3 3 3

I

4

4 8 8

-8

8 48 48 1 16

Totale

6

-

2 4 4

-4 -

72

16 16

-

--

-

6.400

1.200

450

356 320 5 132 3 66 16 3 3 1 2 8.450 20 9.937

4

112

56 16

--

8

-

36

-

-3 3 3

4

2

I

-

-

-

2 400 20

7.554

1.381

520

482

('') con l'obbligo di tenere scuola per tutti i chirurghi

forte) e Forte Urbano (Rondinelli), tre maggiori (Roverella, Pernini, Giovio), un aiutante maggiore (FarnĂŠ), tre aiutanti, un quartiermastro (FarnĂŠ), un sottoaiutante, un aiutante di piazza, 12 capitani, 13 tenenti, 13 alfieri, un capitano svizzero (Brandimberg), un tenente svizzero (Svendiman), un capitano (marchese Gualengo) e una cornetta (marchese Gavarrini) dei cavalleggeri e un foriere.


Virgilio Ilari

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FRANCESCO DI PAOLA COLLI E LA CREAZIONE DELL'ARTIGLIERIA PONTIFICIA. IL GENIO E LE FABBRICHE DI ARMI

Fino alla riforma Caprara non vi fu artiglieria nel!' esercito pontificio, ma solo le due compagnie dei bombardieri di Roma e Ancona, una particolare milizia privilegiata composta da artigiani delle quattro arti meccaniche dei muratori, falegnami, ferrari e scalpellini81 , cui si aggiungevano 86 bombardieri provvisionati nelle principali fortezze. Non esisteva praticamente artiglieria da campagna, e tutta l'istruzione consisteva nelle annuali "scuole di tiro" che si facevano a Roma e Ferrara, anche se a Civitavecchia il capo bombardiere Giulio Amorini aveva creato nel 1765, a sue spese, una "scuola teorico-pratica d'artiglieria" raccogliendo "pitture, figure, modelli e libreria" 82 . La fusione delle artiglierie era monopolio della famiglia Giardoni, fonditori camerali dal 169983 , mentre i lavori di falegnameria (casse, affusti, ruòte) relativi alle artiglierie da fortezza era oggetto di specifici "assenti": nel 1792 esistevano quattro assenti della durata di diciotto anni, quello di Ferrara (a Giovanni Benetti, dal 1° dicembre 1777), di Forte Urbano (a Pietro Maria Baroni, dal I O ottobre 1791), di Pesaro, Fano e S. Leo (Venanzio Mancini), e di Roma, Civitavecchia e Torri (a lungo goduto dagli eredi Bonaria, di

81

Cfr. ILARI L'esercito pontifìcio nel XVIII secolo, cit., pp. 000 ss. Cfr. MoNTù, Storia dell'artiglieria italiana, parte I (Dalle origini al 1815), ed. Rivista d'Artiglieria e Genio, Roma, 1934, I, pp. 1180-1181. Cfr. ASR, Soldatesche e Galere, busta 697. Anche il nonno (dal 1712) e il padre Onorato erano stati capi bombardieri a Civitavecchia. Amorini aveva studiato tre anni a Roma "architettura e prospettiva" con gli architetti Panini e Michetti. Nel 1792 era stato trovato debitore di 1.580 libbre di polvere, e chiedeva il condono accusando il monizioniere Egidio Bossi di avergli fornito polvere "patita, umida e sfruttata di salnitro"~ costi·ingendolo ad impiegarne quantità maggiore del solito: inoltre i bombardieri se la vendevano ("a vilissimo prezzo") ogni volta che c'era un trasporto d'atiiglieria. Da Civitavecchia Ruffo scriveva al suo maestro di casa Carlo Zucchi, sotto il 5 novembre 1792, di spedirgli "alcuni Libri e Car te, che trattano di Militare esistenti costl nella camera ove soglio tener udienza, e precisamente sulla sedia a mano sinistra nell'entrare della medesima" (busta 696). ·· 33 MoNTù, op. cit., pp. 1178-1179. Nella carica di fonditore camerale si erano succeduti dal 1699 Giovanni, suo nipote Giacomo Antonio (coadiutore dal 17 ottobre 1717), Francesco (1739), Giuseppe (1757), Nicola (1787). Un tentativo di insidiare il monopolio fu fatto nel 1757 da tale Paolino Benedetti. Piccole quantità di artiglierie furono anche fuse ad Ancona nel 1754 dalle ditte Divisi e Casali. 82


I tentativi di riforma dell'esercito pontificio nel 1792-1798

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receme era passato alla società formata dai fratelli eredi Palombi e dall'amministratore Luigi Ciapparoni che era primo tenente dei bombardieri di Castel S. Angelo) 84 . L'approvvigionamento della polvere, come di ogni altro materiale, era di spettanza del viceprovveditore di Castel Sant'Angelo Giulio Camporesi (che sostituiva il decrepito provveditore Francesco Ammannati, nato nel 1705), nonché del provveditore di Ancona e dei monizionieri di Civitavecchia e della Fortezza di Ferrara85 . L'appalto generale delle polveri e salnitri dello Stato spettava a Giacomo Acquaroni e Giambattista Rossi Vaccar. A causa della struttura dell'amministrazione pontificia precedente alla creazione del Comando Generale, quasi tutte le questioni relative ali' artiglieria e ai bombardieri spettavano al Tesoriere Generale e Commissario del mare. Di conseguenza fu il cardinale Ruffo a disporre personalmente le prime misure di potenziamento delle fortificazioni e dell'artiglieria. Il 30 maggio 1792 si mandarono 24 cannoni da Castel S. Angelo a Civitavecchia, che Ruffo ispezionò personalmente in maggio e in ottobre86. In settembre si sperimentò alla presenza di Ruffo un

84 ASR, Soldatesche e Galere, buste 689 (Ferrara), 692 .(Forte Urbano), 717 (Pesaro ecc.), 696, 721, 723, 727, 730, 735 (Palombi). 85 ASR, Soldatesche e Galere, buste 689, 705.(Jocali di cui-il viceprovveditore dispone in Castello), 714 (proteste di Ottoboni per il rifiuto del viceprovveditore di riconoscerne l'autorità), 735 (ordine dì consegna della polveriera. di Castel S. Angelo e dell'Antoniana al colonnello Colli). 86 DA MosTO, op. cit., p. 542. ASR, Soldatesche e Galere, busta 700 (carteggio collaterale Sìmonetti da Civitavecchia, 18-22 giugno) e. 699 (riunione del 20 ottobre 1792). Il signor Francesco Spadoni, dì Civitavecchia, fece pervenire un interessante "Piano proposto per le cautele da osservarsi contro i Francesi". Vi sì osservava che i bassi fondali rendevano impossibile sbarchi fuori dei punti obbligati, che potevano essere difesi dalle 4 feluche esistenti, rinforzate da 10 piccoli legni armati e da batterie "in crociera". Per la difesa della spiaggia occorreva formare la "milizia paesana", e inoltre un corpo di 2 mila uomini da reclutarsi "per quanto sia possibile nello Stato, dì gente nazionale, per essere più attaccata al Sovrano, e più adatta a difendersi, mentre i propri interessi, i Figli e la Patria, sono Stimoli molto forti per richiamare il coraggio". Bisognava creare 24 distaccamenti dì 25-50 cavalli, portare gli effettivi delle Torri a 12 uomini (di cui 3 artiglieri e 2 a cavallo) e dislocare 11 fanti in apposite capanne a un miglio di distanza l'una dall'altra. Nella fortezza di Civitavecchia furono erette tre batter ie con 22 pezzi (Santa Barbara, Sotto il Maschio, Sopra il Maschio): nella piazza altre undici, di cui cinque principali (S. Rosa, S. Sebastinao, Antemurale, Bicchiere, Molo del Bicchiere), tutte al comando di ufficiali di marina.


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carro per le artiglierie di nuovo modello87 , e l'architetto Bastianelli disegnò il modello del carreggio da commissionare a Palombi88 . Ma l'esecuzione dei lavori - sembra per responsabilità soprattutto di Ciapparoni - fu insoddisfacente, al punto che in dicembre Ruffo escluse la ditta dalla parte dell'assento relativa a Civitavecchia e alla spiaggia romana (sostituendoli con "facocchi" e "ferracocchi" locali), e minacciò non solo la riduzione ma anche la rescissione dell'assento, alla quale si diceva autorizzato dal pontefice89 . Il treno dell'artiglieria di Civitavecchia, scriveva nella sua relazione del 31 ottobre 1792 a Ruffo !"'ufficiale idraulico e regio ingegnere" napoletano Francesco Costanzi, era "in un abbandono biasimevole anche ne' tempi d'una perfettissima pace" (tuttavia l'istruzione dei bombardieri era giudicata "soddisfacente"90). Per far fronte all'esigenza di artiglieria da campagna si pensò di fare ricorso a I O pezzi "alla francese" custoditi dalla Guardia Svizzera91 : poi si commissionarono sei cannoni da 4 e dodici da 6 (su disegno dell'alfiere Bartoli) alla ditta Giardoni. Ispezionandoli il 6 dicembre, Costanzi li trovava inadatti per i lancioni della marina e "poco buoni per la campagna, perché molto corti, e la bocca non può oltrepassare la circonferenza delle ruote del carro", esponendo queste ultime ad essere distrutte dal cono di fuoco prodotto alla bocca del cannone92 . In ottobre erano stati commissionati a Giardoni, su disegno dello stesso Cost~nzi, 7 obici da I 4, 25 cannoni da 8, 6 mortai da 14 e 8 mortai da 42 libbre di palla "italiane": ispezionandoli nel luglio 1793 il tenente colonnello Colli avrebbe trovato "fuori proporzione" tutta questa artiglieria, consigliando di scartare i mortai e "ridurre" i cannoni93 . Ci resta anche una interessante relazione (con annessi disegni) sui criteri per la fusione di pezzi dell'artiglieria pontificia "da piazza" (calibri da 24 e da 16, gittata di 300 tese) e da "campagna" (calibri da 12 e da 4, gittata 200 tese) e per la sua distribuzione tra le varie fortezze (privile-

87 88

89 90

91 92 9

~

Diario ordinario, 8 settembre 1792, p. 1846. ASR, Soldatesche e Galere, busta 699. ASR, Soldatesche e Galere, busta 721 e 722. ASR, Soldatesche e Galere, busta 699. ASR, Soldatesche e Galere, busta 699. ASR, Soldatesche e Galere, busta 699. ASR, Soldatesche e Galere. busta 696 e 740.


I tentativi di ri{onna dell'esercito pontificio nel 1792-1798

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giando quelle del litorale), dovuta a Giandomenico Navona, architetto camerale94 . Sappiamo comunque che Ruffo non trattò Giardoni meglio della ditta Palombi, perché gli impose prezzi di fusione giudicati molto bassi (in media poco più di 10 baiocchi per libbra), pari alla metà di quelli correnti, minacciandolo di rivolgersi "ad altri Fonditori Forastieri" se non si fosse accontentato del prezzo. Di fronte alla minaccia, Giardoni "gli fece riferire ch'egli avrebbe gellata gratis tutta l'Artiglieria per onore, e decoro del Sovrano che serviva, e per propria estimazione, acciò non si dicesse, clw il Fonditore non era capace di gettarle",

ma "al tempo stesso" si rivolse al Collaterale delle Milizie Simonetti "perché coll'opportunità facesse sapere a chi spettasse" che si riteneva insoddisfatto dei prezzi e sperava di cambiarli. Del resto Giardoni aveva laboriosamente concordato con Simonetti e Navone un prezzo intermedio fra quello richiesto e quello fissato dal tesoriere95 . Il 1° novembre 1792 Ruffo dispose la formazione a Civi tavecchia di una Compagnia di 48 artiglieri per il servizio di 145 cannoni (99 in bronzo e 46 in ferro), 19 petriere e 3 mortai. Comandante e ispettore dell'artiglieria era il capitano Giovanni Roselli (già comandante la 38 compagnia del presidio), tenente il capo bombardiere Giulio Amorini: i bombardieri patenta ti e gli aiuti bombardieri divenivano sergenti e caporali, mentre i comuni di fanteria avrebbero fornito gli artiglieri. Il comando dell'artiglieria di Terracina fu dato al cadetto Enrico Panini, che aveva "qualche piccola abilità di architettura, e prospettiva"96 . Lo scandalo maggiore fu però quello dei bombardieri di Roma, nessuno dei quali accettò di portarsi a lla Spiaggia "per non abbandonare le loro Mogli, e Figli". Il vicecastellano Ottoboni lo prese a pretesto per proporre il ritiro delle patenti ai bombardieri e la loro sostituzione con una Compagnia di artiglieri da formare con 100 soldati di Castel S. Angelo ed eventualmente con bombardieri di-

94

ASR, Soldatesche e Galere, busta 704. ASR, Soldatesche e Galere, busta 696. 96 ASR, Soldatesche e Galere, busta 699 cfr. 696 e 698. A Terracina l'artiglieria dd Corpo Ronca contava 100 uomini (79 nell'aprile 1793). Nell'aprile c'erano 12 mortai sfoconali e 13 pezzi (4 da 4,5 da 5, da 6, 1 da 12 e l da 15) in tre battelie (Palazzina, Molo Vecchio e Casetta). Furono spesi 604 scudi per costruire un edificio p<!r la cucina, il rancio e il magazzino dwri (disegni alla busta 701). 95


792

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sposti a recarsi alle Torri del Litorale, e da porre al comando del capitano Luigi Della Torre, "il quale avendo servito sopra le Navi deve essere ben esperto nell'Artiglieria". Il progetto veniva approvato, ad eccezione del ritiro delle patenti di bombardiere, il 13 novembre 1792 dal cardinale Ruffo 97 . Il 1° dicembre Ottoboni lanciava una nuova e molto più ambiziosa proposta: trasformare in artiglieri tutti i soldati di Castel Sant'Angelo, abolire l'assento del1' artiglieria e impiegare i soldati, aiutati dai forzati capaci ed esperti, nel taglio dei legnami e nel "fabbricare in detto Castello qualunque mai cosa potesse essere necessaria per il servizio del1'Artiglieria, e cose Militari". La "scarsezza de Lavori in questi rumori" induceva molti "artisti" ad arruolarsi come soldati, e se ne poteva sfruttare l'abilità con un lieve aumento di paga "a tenore della classe di loro abilità" (un paolo, un grosso, un mezzo grosso). Inoltre l'avere "maestranza tutta monturata" rendeva più facile il controllo delle sentinelle, mettendo fine al presente andirivieni delle maestranze civili. Il progetto però non piacque a Ruffo, perché affidare la costruzione di casse e attrezzi a coloro che dovevano controllarne la qualità era pericoloso ("non reclameranno giammai"). D'altra parte "i carrari fanno benissimo le casse e sono molto discreti nei prezzi", e comunque non era conveniente costruire l'artiglieria in Roma "dove tutto è carissimo e lontano dai luoghi destinati a tenere molta artiglieria" 98 . ' In realtà Ruffo voleva risolvere il problema dell'artiglieria unitamente a quello delle armi e delle munizioni. Anche la fornitura delle armi era appaltata agli armieri: fra le armerie più importanti quella Vaticana (Luigi Sicurani) e quelle di Bologna (Cesare Fornacioni) e Forte Urbano (Gaetano e Girolamo Bosi). Nel 1789 la tariffa camerale per un archibugio completo era di 6 scudi e 13 baiocchi, ma per fabbricarlo "all'uso moderno" si calcolava ne ocwrressero 7 scudi e 9 baiocchi (che si scrivevano 7:09). Le baionette si fabbri-

97 ASR, Soldatesche e Galere, busta 723. L'ambasciatore di Torino a Roma, cav. Ramette, protesta nel dicembre 1792 perché in Castel S. Angelo sono stati arruolati cinque disertori del Corpo Reale di Artiglieria piemontese, il sergente Giambattista Mazzei e quattro artiglieri (uno promosso sergente, uno caporale e uno istruttore). Il 18 dicembre.la Segreteria di Stato ordinò al tesoriere Ruffo di informarsi del caso. 98 ASR, Soldatesche e Galere, busta 699.


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cavano ad Ancona (capitano Bastoni) a 80 baiocchi l'una, prezzo che nel novembre 1796 veniva giudicato non remunerativo99 . Il progetto era quello di riaprire l'antica Fabbrica d'armi di Tivoli, istituita nel 1607, per fabbricarvi armi e artiglierie: la località disponeva di materie prime (legname, ferriere) e di acqua per le macchine idrauliche. Perciò in ottobre 1792 Ruffo spedì l'architetto Felice Giorgi a ispezionare la Villa di Mecenate. Giorgi calcolò occorrente una spesa di 5.582 scudi per un acquedotto, vari tagli di terra, l'apertura di una strada per i carri dei cannoni e il restauro interno ed esterno dell'edificio: e i relativi progetti furono approvati il 12 giugno, il 14 agosto e il 14 novembre 1793. Il 12 febbraio 1794, su relazione di Ruffo, il papa decise la prosecuzione dei lavori, che avrebbero importato una spesa complessiva di oltre 28 mila scudi e l'intervento di dodici ditte (tra cui Palombi e Giardoni). Senonché il nuovo tesoriere Girolamo Della Porta fece sospendere i lavori il 17 settembre 1794, quando erano ormai a buon punto, destinando la stanza ·dei maglietti a "ramiera" per la battitura delle verghe di rame destinate alla zecca pontificia. In questo modo si rinunciò alla prevista fonderia dei cannoni (che doveva avere due fornaci e un trapano da cannone) e si destinò ad usi civili l"'ordegno" (composto da un "rotone con canala" per l'acqua e da un maglio di 300 libbre con relativa incudine) che avrebbe dovuto invece fabbricare 20 mila fucili, 3 mila carabine, 3 mila pistole, 5 mila "squadroni" e 10 mila "sciable" al rispettivo prezzo unitario di scudi 7 :50, 5:50, 8:50, 1:20 e 0:85. E a Felice Giorgi si chiese di relazionare sulle varie offerte di appalto della ramiera presentate alla Reverenda Camera Apostolica 100 . Di conseguenza si continuò a provvedersi di fucili costruiti dalle armerie, come quelli fabbricati da Sicurani secondo un mo, dello presentato dal tenente colonnello Colli 101 o addirittura quelli che il caporale Niccola Bucelli di Foligno si impegnava a costruire in numero di 100 l'anno al prezzo unitario bassissimo di scudi 1 e mezzo 102 · Nel gennaio-febbraio 1797 da Trieste giunsero ad Ancona

99ASR,

Soldatesche e Galere, buste 689, 691, 694 cfr. 721. Soldatesche e Galere, buste 699, 708, 741. 101 ASR, Soldatesche e Galere, busta 721. Cfr. DA Mosrn, op. cit., pp. 371-372. 102 ASR, Soldatesche e Galere, busta 705 . 100ASR,


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3 mila fucili, e il 1° marzo il commerciante inglese George Graves consegnò al governatore di Civitavecchia 1.490 fucili con relative baionette per la Guardia Civica di Roma al prezzo di 2.452 sterline103 _

La polvere fornita dall'Appaltatore era di cattiva qualità: dopo le esercitazioni a fuoco della truppa di Civitavecchia avvenute il 4 novembre 1792 ci si avvide che era stata conservata in barili fatti con le doghe dei fusti di salume, e per questa ragione il Commissario della Camera multò di 300 scudi l'appaltatore, il quale fece ricorso al tesoriere (non si sa con qual esito) gettando la colpa sul proprio tinozzaro 104 . Nell'armamento del 1796 si acquistarono a Venezia 90 mila libbre di polvere, altre 13 mila si requisirono ai comuni e 313 mila furono trovate nelle fortezze e magazzini. Il giorno della battaglia di Faenza l'esercito pontificio disponeva di 238 mila cartucce (56 mila a Faenza) e 10.478 "padrone" (cariche di cannone), di cui 750 a Faenza (da 8 e da 4 a palla e mitraglia) 105 . Il ferro proveniva dalle miniere di Monteleone di Norcia da poco scoperte, e il piombo che nel novembre 1792 Venezia non voleva dare per non violare la sua neutralità si poteva acquistare facilmente a Trieste. Nel gennaio 1796 esistevano 12.423 palle egranate "servibili" e 668 mila libbre di ferro di scarto: e la maggior parte delle palle e bombe immagazzinate a Castel Sant' Angelo era resa inutile dalla ruggine. La ditta Palmpbi, che aveva ricevuto una commessa di palle dalla flotta inglese, si offriva di acquistare palle di scarto e fornire palle, bombe e granate: citava analoghi precedenti del 1774 e 1785 quando la Reverenda Camera Apostolica aveva venduto alla ditta palle di scarto al prezzo rispettivamente di 12 e 16 scudi il migliaio 106 . Nel novembre 1796 un più ampio contratto prevedeva che la Camera vendesse a 12 scudi il migliaio le vecchie palle alla fonderia impiantata a Bracciano dal duca Orsini, il quale avrebbe prodotto palle nuove e bombe al prezzo di,26 scudi al migliaio (pari a 2 baiocchi e mezzo la libbra), assicurandone anche il carreggio fino a Roma. Offriva anche mitraglia a 2 baiocchi e mezzo la libbra, mentre quella costruita a Roma veniva a costare

103 104 105 106

ASR, ASR, ASR, ASR,

Soldatesche Soldatesche Soldatesche Soldatesche

e e e e

Galere, Galere, Galere, Galere,

buste busta buste busta

713 e 735. 700. 733 e 735. 733.


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4 baiocchi e mezzo. Per contro voleva che la Camera fosse autorizzata dal tesoriere o dal segretario di S tato a prestargli garanzia di indennizzo nel caso in cui l'affittua rio delle ferriere, Luigi Mariani, ricusasse o ritardasse il pagamento per l'acquisto del materiale da lavorazione adducendo il motivo che essendo costituito da palle di cannone anziché d a ferraccio (come convenuto nel contratto tra Ors ini e Mariani) la lavorazione sarebbe risultata più difficile. L'affare fu trattato dall'"ufficiale di artiglieria e viceprovveditore di Castel S. Angelo" Camporesi 107 . Nell' udienza pontificia del 1° ottobre 1796 fu anche autorizzata la costruzione di un forno per fondere palle e bombe nella ferriera e ramiera esistente dietro il Vaticano1os. Ruffo ordinò anche l'ispezione delle fortificazioni esistenti sulle spiagge dell' Adriatico 109 e del Mediterraneo, nonché delle fortezze di Civitacastellana, Perugia e Ascoli (ingegner Ciapparoni e architetto Ottaviani) 110 . Il progetto per la fortificazione d ell'Isola Sacra di Fiumicino fu elaborato da Costanzi ed eseguito d a Francesco Giorgi, mentre l'ingegnere Francesco Regis si occupò della costruzione di strade per le truppe : oltre ai 15 "aquilani" occupati nel taglio delle verghe per fa re le fascine, lavoravano alla costruzione delle trincee e delle palizzate anche i solda ti 11 1. A Civitavecchia il generale Borgia specializzò a questo scopo una Compagnia di guastatori 11 2 : qui si alzarono i terrapieni sulle mura sia dalla parte di

107 ASR. Soldatesche e Galere, busta 696. A Perugia esisteva notevole quantità di mitraglia e di palle, per il cui trasporto a Roma si spendevano 4 scudi aJ migliaio. 108 ASR, Soldatesche e Galere, busta 729. 109 ASR, Soldatesche e Galere, buste 700. Ad Ancona fu elaborato un piano di difesa e gli architetti Navona e Zappati copiarono la pianta del po1to. 110 ASR, Soldatesche e Galere, busta 700 e 719. 1 11 ASR, Soldatesche e Galere, buste 699 e 705. A Fium icino c'erano 3 cannoni da 15 nella Torre e IO vecchi cannoni di metallo da 4 e da 8, oltre 4 spingarde di ferro. Ne furono trasportati 12 da 4 e d a 9 da Civitavecchia oltre a 5 falconelli da 3 degli Svizzeri. Se ne impiegarono in tutto diciannove per fo1mare le tre batterie della Torre, di Pian di Spina e della Chiesa Nuova. 112 ASR, Soldatesche e Galere, busta 707. Gli attrezzi richiesti dal generale Borgia erano SO vanghe, 50 picconi ("o sia gravine"), e 50 pale, la cui commessa fu contesa da i ferrari Notariangeli e De Marchi. Nel gennaio 1797 fu formata a Perugia una compagnia guastatori al comando del capitano Pietro Rossi, per ordine del colonnello Baruichi (busta 733). Con l'ordinamento Caprara e successive modifiche era previsto che ad ogni compagnia fosse assegnato un guastatore. Dalle tabelle non sempre risulta presente.


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mare che sui lati, si riparò il forte del Bicchiere e si costruirono due polveriere sugli antichi cimiteri dei forzati e degli schiavi, nonché la caserma in piazza S. Francesco e il quartiere di cavalleria con fienile e pagliaro fuori di Porta Romana 113, e più tardi un nuovo fabbricato fuori Porta Pia 114 . Sulla sicurezza delle polveriere di Civitavecchia vi fu anche uno scontro tra il tenente colonnello Colli e un altro ufficiale austriaco, il maggiore Bianchi d'Adda 115 • Fra gli

113

ASR, Soldatesche e Galere, buste 709 e 711. Il 7 giugno 1793 fu acquistato per 51 scudi da Ubaldo Minozzi il terreno di S. Sebastiano fuori porta, dove doveva sorgere la caserma (busta 704). I lavori di muratura, falegnameria e ferreria furono diretti da un forzato a vita condannato per falsificazione di cedole, Giuseppe Bartoloni, cui la condanna fu poi commurata a tempo determinato. I "soprastanti muratori" (che godevano di 50 baiocchi a giornata più qualche gratificazione) erano Alessandro Carotta, Cinzio Bonifazi, Giuseppe Amici e Mariano Pizzicotti. Munizionieri erano Carlo Magni e Vincenzo Be1Tetta (per i lavori di terra). Magni dirigeva anche le cinque carrette dei muratori, affittate a uno scudo al giorno l'una. Per custodire il materiale, oltre al magazzino in Darsena, ne erano stati affittati due a 50 scudi annui dal Consen1atorio della Divina Provvidenza. 114 ASR, Soldatesche e Galere, busta 715 con pianta. La caserma comprendeva il corpo di guardia, il "violone", i magazzeni dell'artiglieria, due dogane e un quartiere a due piani. 115 ASR, Soldatesche e Galere, buste 712 e 714. Colli voleva sostituire la polveriera della fortezza, che giudicava molto pericolosa (era già scoppiata nel settembre 1779 causando vari danni anche all'abitato), con tre depositi nuovi, da costruire sui rivellini che servivano da cimitero dei turchi e forzati (al Turco, Campo Diavolo e Opera a Corno). Ma le autorità cittadine si erano allarmate, giudicando le polveriere troppo vicine all'abitato e molto pericolosi i lavori di sterro di 810 palmi di terreno "infettato di cadaveri". Misero dunque in moto il cardinale Pallotta, protettore della città, che nel 1779 era stato tesoriere generale. Nell'aprile J. 794 giunse anche. Bianchi D' Adda, che giudicò pericolose le tre polveriere, e specialmente quella fuori Porta Romana, mentre Colli dbatteva che in caso di incidente non ci sarebbe stato grave pericolo, essendo "magazzeni volanti costrutti di mura deboli, e senza volta, e dunque in caso di disgrazia non trovando che poca resistenza non arreca un danno notevole". Vi fu anche una relazione dell'architetto Navone sullo scoppio della polveriera avvenuto nel 1779 e sulle ragioni dei gravi danni provocati: si trovava ''nella cortina verso terra sui marciapiedi sotto i quali vi sono due piani de quartieri, e rimaneva fra due cannoniere", e lo spessore dei muri aveva creato un forte resistenza. Nella lettera in cui chiedevano una ispezione imparziale, le autorità cittadine scrivevano: "sarebbe un'arditezza volersi opporre all'esposto del Sig. Colli per via di astratte ragioni sulla forza della Polvere. Egli gode un esteso Possesso delle Nozioni Mattematiche, e segnatamente delle Fisiche istruttive della natura elettrizzante del Fuoco. Ma qui trattasi di Fatto, che giustifica gli appresi timori degli Abitanti". In prima fila contro le polveriere c'erano i Padri Cappuccini, che sottolineavano soprattutto il pericolo di contagio derivante dal gran numero di cadaveri dissepolti. Alla fine la Segreteria di Stato, con viglietto 6 maggio 1794, ordinò un compromesso: sospenderè al terza polveriera dirimpetto al borgo e costruire le due dirimpetto


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altri lavori eseguiti sul litorale, i documenti ricordano un rivellino a cinque cannoniere costruito alla Graticciara, una cucina e una polveriera a Terracina, la riparazione della Torre di Fogliano danneggiata dalle acque della Foce 1 16 . Quanto ai lavori di fortificazione e ingegneria militare a Roma, essi furono di modesta entità. In un rapporto del 30 novembre 1792 Francesco Costanzi aveva infatti sconsigliato di sprecare soldi nel tentativo impossibile e comunque tecnicamente difficile di "defilare" Castel Sant' Angelo, rispetto alla "corona delle colline che incominciano da Salviati fino a Villa Medici. e che in conseguenza l'Artiglieria e le Truppe vi sono più esposte che in una rasa cam- · pagna" 117 .

a lla Darsena e dietro la Chiesa della Morte. Il 13 giugno Colli ribatteva che due soli depositori della polvere a Civitavecchia non erano sufficienti per contenere tutte le 300 mila libbre ammassate, e che il vero pericolo era continuare aè:I usare quello della fortezza. Chiedeva à lmeno che il terzo depositorio fosse ultimato per servire come magazzi no dei materiali. d' artiglieria, cosa che fu autorizzata a fine giugno. Fra gli incidenti ricordati nella documentazione del fondò Soldatesche e Galere vi sono l' incendio della polvere durante il caricamento del cannone (novémbre 1792: un ferito grave); il rimbalzo di un cannone avvenuto l' 11 maggio 1793, il crollo del pavimento della stanza del capo torre a S. Severa con ferimento anche della moglie e del figlio (13 gennaio 1796). l'incendio della 'polvere messa a soleggiare vicino alla cappa del camino nella Torre di S. Marinella (9 marzo 1796: un morto), e infine il grave in cidente del 28 giugno 1797 che demolì il Depositario dell'Artiglieria situato sulla piazza S. Pietro di Castel S. Angelo e danneggiò la polveriera dirimpetto dove lavoravano i due focaroli Gagliardi e Granieri. Vi fu rono 16 morti (tra cui la moglie, un fratello e tre figli del sergente Casali che abitavano presso la polveriera e il cocchiere e il mozzo del colonnello Colli, che in quel momento stavano staccando la carrozza in piazza d' arm i), e 8 feriti. Andar ono perdute 2 mila car iche, 275 obici e 28 barili di polvere di Trieste. Circa le cause dell' incidentb, un forzato dichiarò che poco prima dell'esplos ione l'artigliere Gioacchino Mirri gli aveva detto: "adesso adesso sentirai un botto: ho messo un sasso in un cannone". Ma la relazione falla da Camporesi accusava la negligenza del monizioniere Torini, "il quale senza dubbio credette essere cosl indifferente l'aprir la porta d'un Depositario di polvere che quella della stalla del suo padrone, ove ancor ha l'onor d i p resiedere". Cfr. buste 723, 726, 734, 735. 116 ASR, Soldatesche e Galeré, busta 695 (rivellìno della Graticciara, con disegno), 701 (Fogliano), 7 11 (Terracina). La Polveriera di Terracina era stata progettata dal maggiore Tartaglioni per sostituire la precedente, che si trovava a Pescomontano ed era t roppo lontana ed esposta ai fulmini. Colli criticava l'ubicazione della polveriera, e ricordava che i magazzini a prova di bomba dovevano essere costruiti solo in fortezza, m entre fuori si doveva ricorrere esclusivamente a magazzini volanti. 117 ASR, Soldatesche e Galere, busta 699. In ogni caso Costanzi consigliava di mettere la grossa artiglier ia nella cin ta interna dei qua ttro baluardi, meno esposta al dominio dei luoghi eminenti, e di tenere l'artiglieria leggera nei cinque bastioni esterni.


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Tuttavia si spesero 1.583 scudi per condurre l'acqua dalla fontana delle api dentro Castel Sant'Angelo 118 e per ristrutturare i locali interni, in particolare la polveriera e il depositorio della Castagna1 19 . In città si costruirono la caserma di cavalleria a piazza del Popolo, su disegno di Camporesi 120 e la nuova polveriera a Porta San Paolo 121 . Sono menzionati ancora un depositario di artiglieria a Narni, una caserma a Faenza (infestata dagli insetti), lavori alla fortezza di S. Leo 122 . L'istituzione di un corpo degli ingegneri risale alla riunione tenuta da Ruffo a Civitavecchia il 20 ottobre 1797, nella quale era presente anche Francesco Costanzi, accompagnato dal suo aiutante Ferdinando Roberti. In quest'occasione l'alfiere di marina Gioacchino Urbani, che aveva imparato a disegnare dal cognato capitano Castagnola, fu incaricato di levare la pianta delle fortificazioni e di costruire una trincea alla punta delle Spine nella spiaggia di Corneto. Fu subito messa in dubbio la sua reale capacità e si verificarono screzi con Costanzi: approfittando dell'assenza di quest'ultimo Urbani fece sparire tutte le vecchie piante di Civitavecchia

118

ASR, Soldatesche e Galere, busta 700. ASR, Soldatesche e Galere, busta 735. Le chiavi della polveriera di Castel S. Angelo come pure di quella dell'Antoniana erano tenute dal viceprovveditore Camporesi, che aveva un ufficio di due stanze in piazza d'Armi. Le chiavi del Depositorio della Castagna (legnami) erano tenute dal]' Assentis ta dell'artiglieria . 120 ASR, Soldatesche e Galere, busta 709. Si tratta dell'architetto Camerale Giovan Pio Camporesi, da non confondere con l'omonimo viceprovveditore di Castel S . Angelo. L'appalto per i lavori fu vinto dal vetraio camerale Francesco Antonio Lovatti per la somma di scudi 7 .700 (rogito del Sogliani, oggi Salvatori, segretario di Camera, del 20 febbraio 1794). In precedenza, il 23 dicembre 1793, la Camera aveva acquistato le case, fienili e annessi in piazza del Popolo dirimpetto alla chiesa, da spianare per costruirci la caserma. Ci sono parecchie lettere di pigionanti che chiedono un sussidio per compensare i maggioli affitti pagati nelle nuove case, e una del proprietario di un orto danneggiato durante i lavori che chiede i danni.' La caserma risultò composta di un corpo, un cortile (orto dei Padli del Popolo) e due enormi fienili (busta 730). 121 ASR, Soldatesche e Galere, busta 735. Il 18 febbraio 1793 sì ord inava al colonnello Reali, comandante del Reggimento delle Guardie, di deputare un ufficiale alla scelta di un nuovo posto idoneo per depositarvi la polvere delle trnppe di Roma. Nel giugno 1793 si menzionavano quelli dell'Antoniana ("nella Vigna ex-gesuitica") e del Casino Maccaroni a Porta S . Paolo (Piramide Cestia). Il corpo di guardia contava un caporale, un vice, sette soldati ''Rossi" e un artigliere: ma la guardia era negligentissima, i soldati si spogliavano e andavano a dormire, e danneggiavano per gioco le "soranche elettriche" (registro 798). 122 ASR, So/,datesche e Galere, busta 741 (Narni), 719 (Faenza), 730 (S. Leo). 119


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e ordinò lavori di propria iniziativa, che al suo ritorno Costanzi fece demolire, ripristinando le opere secondo i disegni concertati con Roberti. Tuttavia Urbani ebbe l'accortezza di approfittare della visita del generale Caprara a Civitavecchia per farsi riconoscere capitano effettivo del genio pontificio. . Partito Costanzi, un piano di difesa 'di-tutto il litorale fu messo a punto dal capitano inglese Coli~r. Con lui lavorarono gli architetti romani Giandomenico Navona, Filippo Falcetti e Giovanni Bastianelli: i loro strumenti furono costruiti dall'abate Pessati, docente di matematica alla Sapienza: c'erano, fra l'altro, un teodolite, una tavoletta pretoriana e un livello ugeniano a cannocchiale, quest'ultimo sotto "una specie d'ipoteca" dell'Archiginnasio. Nel maggio 1793 Colier fu sostituito dal maggiore austriaco Bianchi D' Adda, accompagnato dal tenente Luigi Giustini di Milano. Ma a fine luglio il tenente e gli architetti furono licenziati, ritenendosi ormai passato il pericolo di una invasione francese dal litorale. Urbani invece fu lasciato al suo, posto dal piano Caprara, con la paga di 28 scudi mensili. Un lettera anonima attribuiva questo successo ai continui servizi resi a Bianchi D'Adda, per quanto "questo buon vecchio" usasse dire che Urbani non capiva niente e aveva la testa dura. Lo stesso documento ricordava che a Urbani toccavano altri 26 scudi mensili per la soprintendenza dei lavori alla scogliera di Civitavecchia (che si insinuava fosse fonte di "altre mangerie grosse"). In ogni caso arrotondava lo stipendio cambiando il contante in cedole, con l'aggio del 6-7 per cento, il che faceva altri 10 scudi mensili 123 . Da altra e piÚ autorevole fo11te sappiamo che Urbani era a capo delle due botteghe camerali di falegnameria e di "ferrare" che si trovavano nei locali dell'antica bozzelleria gestita da Calamatta, e che erano condotte da altri tre privati, tra cui uno dei monizionieri di Civitavecchia, Carlo Magni. Botteghe che sembra lavorassero piÚ in proprio che per la Camera Apostolica (avevano costruito un calesse e delle persiane) e presentavano liste di spesa esorbitanti, che

123 ASR, Soldatesche e Galere, buste 718, 722. Su Colier, Falcetti e Bianchi D' Adda, cfr. busta 699. DA MosTo, op. cit., pp. 544-545. Anche l'architetto Giuseppe Ridolfi, romano, chiese a Ruffo di essere impiegato, in data 31 ottobre 1792 (busta 696). Su Giustini, Falcetti, Navona, Bastianelli e Bianchi D'Adda cfr. busta 716 (elenco degli ufficiali del genio). Bianchi D'Adda aveva una paga di 80 scudi mensili piĂš alloggio, inferiore solo a quella di Gaddi e Gandini e superiore a quella di Colli.


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il comandante Clarelli visitava pur declinando ogni responsabilità. Per rimediare all'abuso si proponeva, nell'aprile 1794, di chiuderle, obbligando i conduttori ad acquistarne attrezzi e stigli 124 . Più in generale Urbani risultava imparentato con le famiglie genovesi venute a Civitavecchia per lavorare alle navi acquistate nella Repubblica, e che formavano un vero "clan" di cui il capitano Castagnola, esoso tiranno dei marinai pontifici, era considerato il capo indiscusso 125. Nonostante queste accuse, Urbani restò unico ufficiale del genio quando, nel luglio 1794, anche Bianchi D'Adda lasciò il servizio pontificio. Divenne comandante del corpo con la riforma Colli, avendo in sottordine il tenente Pietro Rossi (già comandante della compagnia guastatori costituita a Perugia dal colonnello Baruichi) e i sottotenenti disegnatori Antoni Sersante e Romano Romanis, che provenivano dall'artiglieria 126 . Urbani scelse poi suo nipote Luigi Castagnola, alfiere dragonante da tenente sulla Barca guardacoste San Pio, come proprio aiutante 127 . Se il corpo del genio pontificio ruota attorno alla carriera di Urbani, quello dell'artiglieria deve la sua stessa esistenza e il suo indubbio prestigio al capitano austriaco Francesco di Paola Colli (non parente dell'omonimo generale), che Caprara chiamò con sé assieme a Bianchi D'Adda nel maggio 1793. Probabilmente la decisione di affidare ad un ufficiale austriaco la direzione dell'artiglieria è legata all'ostilità mostrata da Ottoboni nei confronti del Comando Generale, e determinata dalla ipotizzabile resistenza di Ruffo ad abbandonare questo settore qualificante del nuovo armamento. Una spia è costituita da un documento del 15 maggio 1793 in cui il capitano Colli (arruolato solo il giorno prima con la paga di 40 scudi mensili) scriveva che Ruffo lo aveva "acquietato" e "nulla più dubitava circa l'esito felice della sua causa" 128 . Comunque il primo incarico affidato a Colli fu l'ispezione delle artiglierie di Civitavecchia e di quelle che Giardoni si appre-

124 125

126 12ì

1 28

ASR, ASR, ASR, ASR, ASR,

Soldatesche e Soldatesche~ Soldatesche e Soldatesche e Soldatesche e

Galere, Galere, Galere, Galere, Galere,

busta busta busta buste busta

711. 715. 734. 738 e 739, cfr. busta 716. 723.


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stava a fondere su progetto di Costanzi. Tutti erano "fuori di ogni proporzione", e le prime anche "di irregolari calibri". Colli ne fece relazione a Ruffo, e in luglio, probabilmente ai primi, ebbe col tesoriere un "lungo proposito" sull'intera questione. Colli lo convinse ad approvare il sistema di calibri austriaco, traducendolo dalle libbre di Norimberga in cui era calcolato nelle libbre romane (da 4, 8, 16, 24 e 32). Inoltre a commissionare a Giardoni altri 24 pezzi da 4 su disegno di Colli e alla ditta Palombi 12 carri da campagna relativi, per una spesa complessiva di 3.300 scudi (1.856 per la fu sione e 1.440 per i carri) 129 . Il 9 luglio il Comando Generale specificava che l'Artiglieria era un "corpo separato" alle sue dirette ed esclusive dipendenze. Il 10 luglio Ruffo otteneva dalla Segreteria di Stato di dispensare Colli dalla prevista ispezione a Porto D'Anzio, adducendo l'età e le condizioni di salute: il 17 luglio Colli veniva promosso tenente colonnello comandante il Corpo d'Artiglieria, con paga di 75 scudi, più l'alloggio in Castello (nell'appartamento dell'aiutante maggiore) e la stalletta per il cavallo: sotto la stessa data suo figlio Angelo Secondo, tenente austriaco, veniva nominato capitano tenente della Compagnia "Maggiora" dell'artiglieria pontificia 130 . Venivano così a convivere in Castel Sant' Angelo due personalità destinate inevitabilmente allo scontro, Ottoboni e Colli. Sostenuto costantemente da Gaddi, quest'ultimo era destinato ad avere la meglio, soprattutto quando il protettore di Ottoboni, Ruffo, lasciò il tesorierato. In agosto il Comando Generale ribadiva a chiare lettere che l'artiglieria non dipendeva da Ottoboni. Il 15 dicembre intervenne a richiesta di Colli per far rilasciare il sergente d' artiglieria Scardarelli che Ottoboni aveva fatto arrestare per avere ordinato "indebitamente" lo sparo del cannone: e Ottoboni se ne lagnò con Ruffo, come di offesa fatta alla sua autorità131 . Ma la posizione di Ottoboni era resa debole anche dal caos e

129

ASR, Soldatesche e Galere, buste 696 e 714. ASR, Soldatesche e Galere, buste 723,716, cfr. 629. MONTI op. cit., p. 1582. 131 ASR, Soldatesche e Galere, busta 723. Tuttavia nel novembre 1794 Ottoboni sostenne la pretesa avanzata da Colli nei confronti del bettolino del Castello d i cambia re il terzo d elle paghe degli artiglieri che veniva corrisposto in cedole, dato che anche gli artiglieri, oltre ai Verdi, mangiavano al bettolino. 130


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dall'anarchia che regnava nel battaglione alle sue dipendenze. C'erano screzi con alcuni ufficiali (i capitani Piccini e Ferretti), e altri (come il capitano anziano Demiddelburg e il tedesco Saafeld) commettevano abusi di ogni genere. Le sentinelle venivano incatenate, ai soldati era vietato muoversi liberamente per la piazza d'armi e "divertirsi lecitamente", li si costringeva a rimettere la paga ogni volta che uscivano di Castello anche per ragioni di servizio, a consumare obbligatoriamente il rancio a pagamento nel bettolino di Castello anche se avevano famiglia, a fare turni di servizio defatiganti. Nel febbraio 1794, elevato Ruffo alla porpora, la posizione di Ottoboni si fece ancor più precaria. Gaddi stabilì che in assenza del brigadiere Gandini le sue veci sarebbero state fatte da Colli: il quale fu poi promosso colonnello 1'8 giugno, "in considerazione dei meriti, abilità particolari e zelo". Ottoboni reagì male, autopromuovendosi generale, e per questo si ebbe un richiamo scritto. Ma già c'erano stati vari ammonimenti, e nel marzo 1794 Gaddi aveva seri tto nell'ordine del giorno: "In Castel S. Angelo ora per ritengo inopportuno, ora per scarpe, ora per malversazioni sui Ranci, ora per indiscreto esercizio, ora con forzare li soldati, e bassi ufficiali ad ingaggiarsi, ora con gastighi, e ri tenzioni di soldo proibite si disgusta la Truppa mal a proposito e si regge con un sistema prepotente, e dispotico, d'onde i frequenti ridami degli Ufficiali, e soldati, e le continue diserzioni ne nascono; sarà però l'ultima volta, che il Comando Generale si conlen-à in sole ammonizioni, giacché mille volte ha ordinato, come debbasi tenere la Truppa, con cui vi è benissimo il modo di combinare la buona disciplina, con ispirare al soldato amore, e piacere per il servizio, e fedeltà al Sovrano, invece di provocarlo, come succede, ai delitti".

Nuovo aggravamento della situazione in dicembre. Demiddelburgh fu giubilato, e Ottoboni denunciò l'insubordinazione del viceprovveditore di Castello Camporesi, che rifiutava di riconoscerne l'autorità. Apparteneva al Verdi di Castello il Sergente Bruni, l'unico sottufficiale disertato dalla truppa pontificia in tre anni. Dopo la dichiarazione di due disertori "attrappati" i quali affermarono di aver disertato a causa degli aggravi ricevuti dalla loro compagnia, fu nominata una commissione composta da ufficiali dei diversi corpi. Ma la goccia che fece traboccare il vaso fu la diserzione dell'alfiere Giuseppe Ceas e di sedici uomini (di cui sette "esteri" ma italiani) che assaltarono il corpo di guardia a Porta S. Lorenzo e resistett~ro con le armi alla pattuglia di dragoni che poi riuscì a catturarli (luglio 1795).


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Ottoboni fu costretto a chiedere una licenza di quattro mesi per recarsi a Napoli dal suo protettore Ruffo: il 26 luglio Colli assunse il comando interinale. Da Napoli Ottoboni fece sapere, il 15 settembre, che intendeva "effettuire matrimonio" con una parente del cardinale, Giustiniana Sambiasi, e non essendovi per lei alloggio conveniente in Castello chiedeva la giubilazione, conservando gli introiti annui prima goduti come tenente colonnello (660 scudi) e vicecastellano (795 scudi). Il 5 ottobre la Segreteria di Stato dette parere favorevole e Ottoboni fu giubilato il 3 dicembre 1795. Il 13 gennaio 1796 Colli gli subentrava a tutti gli effetti nella vicecastellania, e si trasferiva nel sontuoso appartamento sopra il maschio della fortezza 132 . Nel marzo 1797 Colli avrebbe assunto il comando del battaglione di Guarnigione, lasciando due mesi dopo quello dell' Artiglieria a suo figlio. Dal 3 febbraio 1797 Colli divenne membro della Congregazione Militare. Alla restaurazione avrebbe ripreso il suo posto a Castel S. Angelo, malgrado i trascorsi repubblicani del figlio. Il 25 gennaio 1801 Colli era nominato Brigadiere di tutte le tmppe pontificie e suo figlio comandante del Corpo e Dipartimento d'Artiglieria. Colli morÏ il 19 luglio 1802: suo figlio nel 1812, al rientro dalla campagna di Russia durante la quale aveva comandato il parco d'artiglieria dell'Armata d'Italia 133 . Il primo problema con cui Colli dovette misurarsi fu quello della nuova artiglieria. I pezzi disegnati da Costanzi non andavano bene: i sette obici da 14 si potevano salvare, ma certamente non i quattordici mortai. Quanto ai 25 cannoni da 16 libbre romane di cui Giardoni aveva già gettato le forme (parte piÚ costosa della fusione), si potevano recuperare riducendone il calibro a 8 libbre. Si dovevano comunque costruire altri 24 cannoni da 4 libbre. L'importo complessivo dei lavori era di 15 mila scudi. Però non c'era accordo sul prezzo, dato che Giardoni giudicava non remunerativi quelli imposti da Ruffo. Il 2 settembre 1794 il nuovo tesoriere ap-

132 ASR, Soldatesche e Galere, registri 798, 799 e 800 (alle date indicate nel testo), cf'r. busta 723. Dall'8 al 18 agosto 1793 Ottoboni diresse le operazioni contro i forzati fuggiti dalla Galera S. Pietro, e difese l'operato del capitano tenente Saafeld, il quale aveva irritato i paesani con "l'asprezza del suo carattere" e la pretesa di "regolarsi colle ordinanze Tedesche" (busta 701). 133 ASR, Soldatesche e Galere, buste 630, 631 e 632.


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provò i lavori, ma il 22 novembre Ruffo gli scriveva d.a Napoli di non cedere alle richieste di Giardoni, limitandosi ad un lieve aumento, soprattutto per non differire troppo dai prezzi praticati dalle fonderie tiburtine. Sembra di capire che Colli appoggiasse le richieste del Giardoni. Il 31 marzo 1795 Colli dichiarava in un promemoria al tesoriere che i nuovi cannoni sarebbero stati pronti subito dopo Pasqua 134 e successivamente "cimentati" alla Farnesina. Un altro problema era quello delle casse. Nel gennaio 1794 ne esistevano solo 15, tutte in cattive condizioni. Inoltre gli assentisti si agitavano. Quelli delle piazze dell'Adriatico sollecitavano una ispezione tecnica che constatasse gli aggravi dei costi da essi dichiarati. Il 20 luglio 1794 il tesoriere Della Porta chiedeva alla Segreteria di Stato di autorizzare Colli a ispezionare le artiglierie del1'Adriatico, ma gli si rispondeva negativamente il 26 agosto, adducendo a pretesto l'età e la salute del colonnello, e invitandolo a scegliere un altro ufficiale d'artiglieria. Colli dimostrava di tenere molto ad andarci di persona, occorrendo a suo giudizio persona pratica, e dichiarando di sentirsi benissimo. Ma il 13 settembre la Segreteria di Stato chiudeva la questione ordinando al tesoriere di sospendere la prevista ispezione. Frattanto il 1° agosto 1794 Colli aveva scritto a l Collaterale Simonetti per ricordargli che Ruffo aveva autorizzato nel luglio 1793 la commessa di 12 casse ai Palombi al costo unitario di 120 scudi, e trasmettendo la richiesta degli assentisti di poter costruire le 13 casse mancanti per i 24 cannoni da 8 già gettati, ad un prezzo che sarebbe stato superiore a quello del 1793 in ragione sia degli aumentati costi di manodopera e materiali, sia del maggior peso dei cannoni 135 . Il 1O ottobre 1794 Colli calcolava che a Castel Sant' Angelo ci fossero solo 85 cannoni "di servizio" di ventisei calibri diversi, e che solo 64 (25 da 4, 30 da 8 e 9 da 12) potessero considerarsi buoni. Ma solo 24 pezzi (15 da 8 e 8 da 12) avevano casse ,servibili oriparabili, per cui era urgente assegnare la commissione 136 •

134 ASR, Soldatesche e Galere, busta 696. In gennaio Colli aveva autorizzato la fusione di altri otto pezzi di vario calibro di cui Giardoni a veva già gettato le forme (busta 740). 135 ASR, Soldatesche e Galere, busta 711 (ispezione dell'Adriatico) e 714 (assento delle artiglierie). 136 ASR, Soldatesche e Galere, busta 696.


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Sembra ci fossero forti resistenze nei confronti dei Palombi, çuf da tre anni era stato di fatto sospeso l'assento, anche perché c'erano state altre offerte di altre ditte (Antonio e Vito Angelini). La relazione sulla possibilità e convenienza di una eventuale rescissione del contratto fu favorevole ai Palombi: "non esiste(va) un motivo legale" per la rescissione, e il ricorso ad un "tratto di potestà assoluta" avrebbe esposto la Camera Apostolica a pagare agli assentisti danno emergente e lucro cessante. Così l' 8 ottobre 1795 l'assento fu rinnovato al capitano Francesco Palombi per 18 anni a cominciare dal 1° gennaio 1796 137 . Tuttavia il contratto fu subito sabotato, in particolare a Civitavecchia. Dopo tre anni di assenza le casse erano tutte in condizioni pietose, e nella caratazione del gennaio 1796 erano state valutate a 7 od 8 carati: ma in dicembre, scriveva allarmato a Palombi il suo impiegato sul posto, Francesco Calamatta, gli ufficiali pretendevano di rifare la caratazione assegnando alle casse il valore di 24 carati: "gli ufficiali della piazza non vogliono sentir ragioni : da questi signori non s'intende altro comando che il Militare sulla caratazione" 138 .

In novembre l'architetto Navone si recò a Civitavecchia per trovare legname per le casse d'artiglieria, non sappiamo per conto di chi. Il capitano Urbani si faceva pagare 400 scudi dalla Camera per smontare i cannoni della Torre di Palidoro e fare altri lavori di falegnameria in fortezza 139 . Per soprammercato Colli faceva sospirare la commessa di nove casse per i 4 cannoni da 8 e i 5 obici smontati che esistevano in Castello, e per i due carri da trasporto delle relative munizioni, dicendo il 13 aprile 1796 che non c'era fretta dal momento che mancavano le relative munizioni 140 . Alla fine, avvalendosi della facoltà concessale dal Viglictto della Segreteria di Stato 30 aprile 1797, la Congregazione Militare rescisse l'assento con Palombi, al quale la Segreteria di Stato intimò il 24 luglio di consegnare le chiavi del Depositario di Castello al colonnello Colli. Seguirono vive proteste da parte dell'interessato, che in

137

ASR, Soldatesche e Galere, buste 721 e 722. Copie del contratto alle buste 723

e 730. 138 139 140

ASR, Soldatesche e Galere, buste 727. ASR, Soldatesche e Galere, buste 735. ASR, Soldatesche e Galere, busta 696.


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vista dell'appalto aveva acquistato per 27 mila scudi il taglio della Fajola dalla casa Colonna 141 . Uno dei successi maggiori di Colli fu la creazione della prima embrionale batteria da campagna pontificia. Il primo "treno" d'artiglieria, due pezzi e un carro da munizione al comando del tenente Biancoli nobile Faentino, ebbe il battesimo del fuoco nel!' agosto 1793 nelle campagne di Maccarese, nelle operazioni contro i forzati fuggiti dalla Galera San Pietro 142 • Nel dicembre 1793 fu deciso di distaccare in Romagna una batteria da campagna al comando di Biancoli. Doveva comprendere 4 cannoni da 9 e 2 da 6, con .50 cariche ciascuno (30 a palla e 20 a mitraglia), ma in realtà, nel luglio 1794 contava un falcone da 6 e tre sagri da 8 con le armi Boncompagni e Urbano VIII 143 . Nell'inventario del materiale d'artiglieria dello Stato compilato nel marzo 1796 dall'architetto Navona, figurava a Castel Sant' Angelo una completa batteria da campagna con 8 cannoni da 4 e uno da 6 ("con arma Braschi") e relativi carri e avantreni alla tedesca. Fra il 30 ottobre e il 10 dicembre 1796 partirono da Roma 22 pezzi da 4 e da 8, di cui 4 per Perugia e Ancona e il resto per la Romagna. Altri 15 pezzi (6 da 4 e 9 da 8) partirono in febbraio per il fronte dell'Umbria. Tutta l'artiglieria da campagna contava in febbraio 1797 una batteria di 9 cannoni da 8 a Foligno e quattrn sezioni di due pezzi da 4 assegnate aq altrettanti battaglioni dei reggimenti Marca e Colonna a Perugia e Foligno. L' 8 gennaio 1798 Colli figlio faceva presente che rispetto al "numero precedente"mancavano 24 pezzi (15 da 8 e 9 da 4) 144 . L'organizzazione del Corpo d'Artiglieria fu resa possibile dalla buona qualità delle reclute. Colli scriveva che nel mese di febbraio

141 142

ASR, Soldatesche e Galere, busta 735.

ASR, Soldatesche e Galere, busta 701: "Posizione riguardante la ribellione di fuga dei Forzati della galera S. Pietro. seguita nelle vicinanze di Maccarese il 7 agosto 1793". A Campagnano Biancoli sparò a mitraglia contro i forzati, eh..:: risposero a fucilate. Giudicava di averne colpiti almento sette. Il carro delle munizioni si nippe nei pressi di Anguillara e dovette essere lasciato indietro sotto la guardia dei fucilieri Corsi. Un artigliere fu "debolmente ferito nella barba dalle palle dei ribelli". I pezzi furono poi portati a Monterosi e di qui a Rignano e Ponte Felice. Rientrarono il 18 agosto 1793. 143 ASR, Soldatesche e Galere, buste 717 e 704, con l'elenco completo degli attrezzi. 144 ASR, Soldatesche e Galere, buste 723, 733 (registro) e 740.


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1794 erano stati reclutati 42 gioYani per lo più romani e di "estrazione civile", con ferma triennale e senza un soldo di ingaggio: e alle stesse condizioni si era vincolata la maggior parte degli artiglieri arruolati in precedenza. Ancora il 9 giugno 1795 Colli ribadiva questo concetto: "molti giovani Romani giornalmente si presentano per essere arruolati nel Corpo d'Artiglieria, nel quale si obbligano di servire il principe per tre anni, come nell'lnfanteria, senza prendere alcun ingaggio; e siccome sono quasi tutti dello Stato, e di estrazione civile, non si ha quella diserzione, che si prova nelli altri Corpi militari, e servono volentieri, e sono suscettibili di apprendere quelle 145 cognizioni teoriche, e pratiche, che li si vanno insegnando giomalmente" •

C'è orgoglio dei propri uomini: eppure risulta che la disciplina

fosse rigida. Angelo Colli ottenne nel novembre 1794 la cassazione di un a rtigliere arruolato su raccomandazione di Ruffo ed esentato da qualunque servizio e dalla residenza in quartiere "dovendo assistere alla nuova fabbrica dell'oro falso" 146 . Ai primi di maggio 1795 durante un'ispezione a Civitavecchia il generale Gaddi si era meravigliato di veder gli artiglieri lavorare allo scavo delle trincee, e "con scandalo di tutti i presenti" li aveva esentati dal servizio, dicendo "che non ha mestiere da farsi dagli Artiglieri". Colli aveva protestato vivacemente per questa ingerenza "nella disciplina e direzione dell'artiglieria" aggiungendo che evidentemente Gaddi ignorava essere "preciso dovere di formarsi dall' Artiglieri le batterie di qualunque sorte" 147 . Poco commendevole fu il caporale Giovan Pietro Paolo, che chiese e ottenne il congedo "bramando farsi frate", visto che la vocazione gli venne nel gennaio 1797, alla vigilia della partenza per la Romagna. Rigida era anche la disciplina del corpo ufficiali. Il 28 luglio 1796 Colli aveva trovato un ammanco di 282 scudi nella cassa del tenente Enrico Panini, uno di quelli reclutati da Ruffo. Richiesto da Colli come pensasse di pagare, Panini aveva risposto "con alterigia che non credeva di essere in dovere di dare questa soddisfazione al medesimo Comando" . Perciò Colli lo aveva fatto mettere ai ferri in

145

ASR, Soldatesche ASR, Soldatesche 147 ASR, Soldatesche nella fabbricazione delle 146

e Galere, buste 712 e 722. e Galere, buste 723. e Galere. buste 722. Gli artiglieri erano anche impegnati "cartucce" (gennaio 1797, registro della busta 733).


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Castello, "anche per abbassare un tanto orgoglio". Panini aveva per sistema di tenersi il terzo della paga dei suoi soldati che veniva corrisposto in cedole, e di cambiare le monete d'oro e d'argento in moneta di rame svalutata intascando l'aggio relativo, con il quale alla fine di ogni mese organizzava un rancio gratis p1ù abbondante del solito. L'uditore dell'artiglieria terminò il processo formale il 22 agosto: .in ottobre i priori della Confraternita delle Stimmate di Cisterna, disperando che Panini potesse mai dipingere lo stendardo loro promesso, chiesero indietro la caparra di 100 scudi che gli avevano anticipato 148 . Tuttavia ciò non impedì che Panini fosse promosso tenente l' 11 novembre 1796, durante la mobilitazione di emergenza. Nel 1808 era comandante della 3" compagnia d'artiglieria a Civitavecchia. In tutto prestarono servizio nell'artiglieria pontificia 32 ufficiali, ma 26, provenienti per lo più dalla fanteria, furono arruolati a partire dal 13 ottobre 1796. Gli ufficiali originari furono i due Colli, Giovanni Roselli (Civitavecchia), Enrico Panini (Terracina e Torri), Carlo Lopez (aiutante), Giambattista Biancoli (Romagna), Giambattista Leonori (Civitavecchia) e il cadetto Giuseppe Vaselli (vice aiutante) 149 . L'istruzione degli ufficiali fu confidata ad Angelo Secondo Colli, cui nel marzo 1794 fu ordinato "di compilare due brevi corsi di Lezioni ad uso del Corpo suddetto. Il Primo riguarda l'Artiglieria teorico-Pratica considerata ne' suoi Principj per l' istruzione delli Ufficiali, e Cadetti: il secondo abbraccia la sola manual Pra1ica per i Bassi Ufficiali, e Comuni".

Più tardi Angelo Colli chiedeva che si procurassero una tavoletta pretoriana con diottra, un livello ad acqua o a cannocchiale e "se fosse possibile" anche un grafometro per applicare le nozioni di aritmetica, algebra e geometria impartite nelle lezioni tenute agli ufficiali da maggio a settembre, '

148

ASR. Soldatesche e galere, busta 727: Le nomine e promozioni degli ufficiali sono nel registro 733. Cfr. pure le tabelle del corpo conservate alle buste 629-632. Nel maggio 1797 l'Artiglieria contava due capitani (Angelo Co!li con funzioni di maggiore, e Saverio Porti), due capitani tenenti (Giambattista Leonori e Carlo Lopez), quattro tenenti (Francesco Moscati, Enrico Pannini, Francesco Penna e Alderano Porti), quattro sottotenenti (Angelo Manzi, Fr:ancesco Ranieri, Francesco Maggioli e Vincenzo Bellocchi) e un aiutante (Giuseppe Yaselli). 149


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"sĂŹ rapporto al rilevar piani tanto accessbili, che inacessibili; come per eseguire livellazioni di qualunque genere".

Nel caso che questo materiale non si trovasse, si dichiarava disposto a trasmettere il disegno "specialmente d'una tavoletta di nuova idea, l'organizzazione della quale apporta non lievi vantaggi nella Geodesia e darĂ luogo a nuovi lumi in questa materia" 150 .

Dal 1803 al 1808 Angelo Colli avrebbe tenuto ancora le sue lezioni di artiglieria in Castel Sant' Angelo 151 . Dall'inventario della mobilia esistente nella Cancelleria del!' Artiglieria il 20 ottobre 1797, risulta che oltre al tavolo degli scrivani, a due armadi-scansie e all"'attaccaferraioli", c'erano un tavolino da disegno, e, appese alle pareti, due carte geografiche e due piante della fortezza di Castel S. Angelo 152 . La spedizione dell'artiglieria in Romagna nell'autunno 1796 fu resa possibile dai lavori fatti dagli stessi artiglieri nel grottone (molto umido) esistente sotto un baluardo del Castello. PiĂš tardi un vero e proprio laboratorio di artiglieria fu istituito nel "casino ove volevasi ricavare l'Acido del Vetriolo": e nell'ordinamento Colli fu prevista una apposita maestranza di 20 artiglieri diretta da un sergente e due caporali 153 . Fra i problemi particolari che Colli dovette affrontare, spiccano quelli dei bombardieri e del servizio alle torri del litorale. Con la creazione dell'artiglieria nel novembre 1792 i bombardieri non erano stati soppressi: e quando fu stabilmente costituito il Corpo dell'Artiglieria il 17 luglio 1793, ad esso fu unito anche quello dei Bombardieri. La prima questione fu oggetto di due Viglietti della Segreteria di Stato in data 29 ottobre 1793 e 26 ottobre 1794, diretti ai tesorieri pro tempore: vi si affermava che la Compagnia dei bombardieri patentati di Castel S. Angelo doveva continuare a sussistere (non avendo le patenti mero carattere onorario stanti gli obblighi di serv izio gravanti), e che non doveva esserci una scuola, una direzione e un comando dei bombardieri div~rso da quello del Corpo

150

ASR, Soldatesche e Galere, busta 723. Cfr. MoRONI, op. cit., p. 128: "resse la scuola speciale d'artiglieria. e ne dettò le lezioni, piene di tutto lo scibile del tempo". 152 ASR, Soldatesche e Galere, busta 733. 153 ASR, Soldatesche e Galere, buste 733 (grottone) e 734 (maestranze). 151


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d'Artiglieria. Ma dare una disciplina ai bombardieri era cosa pressoché impossibile. Giocchino Ascensi, bombardiere di guardia la notte (retribuito con scudi 3:30) chiedeva il congedo, non trovandosi più fazionieri o trovandosi a prezzi esorbitanti pari quasi all'importo dell'intera paga del titolare, ed essendo pregiudizievole alla sua salute e ai suoi negozi dormire la notte in Castello. Gli ufficiali dei bombardieri chiesero un compenso per la soppressione dei loro turni di guardia, che erano stati assegnati agli artiglieri. Colli fu con loro molto energico: rifiutò di promuovere alfiere il sergente di Senigallia che chiedeva l'avanzamento per morte del titolare, essendo "soggetto a me del tutto incognito": e punì il capitano Nicola di Leo, della compagnia di Ancona, per mancanza nella guardia notturna. Alla fine il Viglietto della Segreteria di Stato 18 agosto 1797 soppresse la Compagnia dei Bombardieri di Castel S. Angelo, specificando che i 226 patentati in regola con il pagamento della loro patente (su 450) avrebbero continuato a godere dei privilegi, escluso quello del foro, vita natural durante 154 L'altra questione era quella del servizio alle Torri del litorale Mediterraneo. -Dopo la Visita del 1790 compiuta dal principe Rospigliosi, si era stabilito di creare tre alfieri a Nettuno, Montalto e Palo e 5 sergenti ispettori a S. Felice, Nettuno, Palo, Montalto e Fiumicino incaricati di ispezionare a cavallo le 29 Torri, guarnite ciascuna da un capo torre e da cinque soldati (totale 182 uomini). Un alfiere della milizia di Civitavecchia (Franèesco Piri) chiedeva di essere ammesso a fare il "sergente ambulante" a S. Felice Circeo (dove il vicegovernatore dovette trovargli una casa di tre stanze e un orto): un cadetto di quel presidio (Vincenzo Possenti, patrizio fabrianese, di 26 anni) chiese di essere nominato capo torre a Corneto. In realtà si trattava di impieghi privi di controllo: la gente faceva il proprio comodo, si assentava addirittura per mesi, soprattutto nei luoghi più oppressi dalla malaria. Un capitapo di bastimento riferiva cli aver trovato alla Torre del Badino solo la moglie

154 ASR, Soldatesche e Galere, buste 689, 712, 719, 723, 733, 735, 746 (Compagnia dei Bombardieri di Castel Sant'Angelo); 689, 693, 695, 746 (scuola di cannone alla Farnesina), 712 e 702 (Senigallia e Ancona); 733 (polvere per le girandole di Castel S. Angelo: bottega di Focarolo); 694, 697, 726 (mercimonio della polvere a Castel S. Angelo, Civitavecchia e Torre Flavia); 692, 706, 718 e 747 (consumo di polvere per salve ordinarie e straordinarie, girandole ecc. e proposte di Colli per ridurlo).


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del capo torre. I pochi che restavano erano continuamente oppressi da malattie e febbri: c'erano frequenti litigi e scambi di accuse fra i capi torre e soldati, anche perchĂŠ i primi intascavano i soldi dei secondi. Anche gli spostamenti erano pericolosi: l'affittuario del lago di Fogliano aveva aperto una fiumara che obbligava i soldati diretti a Porto d'Anzio a passarla a nuoto con pericolo di vita. L'unico vantaggio era quello di poter taglieggiare chi imbarcava e sbarcava: ma non tutti i posti erano ugualmente remunerativi, e le mute dei capi posto si davano secono turni di anzianitĂ . Inoltre si teneva conto degli interessi locali dei soldati 155 . La supervisione sulle Torri spettava al vicecastellano di Castel S. Angelo per quelle di Levante, e al castellano di Civitavecchia per quelle di Ponente. Ma l'incombenza era gradualmente passata al1' artiglieria. Nel dicembre 1792 c'erano 33 Torri e fortini guarniti, con in tutto 199 uomini: erano state date disposizioni sul contegno da tenere con la flotta o con legni francesi, e l'ispettore delle torri Panini aveva suggerito le modifiche da apportare alla dislocazione delle forze 156 . Fra i suggerimenti avanzati nel luglio 1793 da Colli c'era quello di istituire, accando agli artiglieri, i viceartiglieri, sostituendoli ai fucilieri impiegati nella custodia delle torri. Inoltre si doveva separare il personale militare di custodia delle torri da quello impiegato nei servizi doganali, e smontare la maggior parte dei cannoni per non far rovinare le casse, lasciandone solo 93 lungo la r iviera di Ponente (6 a Fiumicino e 51 a Civitavecchia).

155 Sulle Torri nel periodo 1789-1790 cfr. ASR, Soldatesche e Galere, buste 690, 691, 692, 694. Cfr. pure ASR, Biblioteca, MS 169, Notizie sulle Torri e Fortezze del Lit/orale ecclesiastico 1531-1790, in-8°, 396 carte; o. MosTo, op. cii., pp. 249-253; Giovanni Maria DE Rossi, Le torri costiere del Lazio, Newton Compton, Roma, 1984. 156 ASR, Soldatesche e Galere, buste 697 e 700. Non tutte le 39 torri e opere fortificate del litorale erano presidiate. Da Sud a Nord lo erano: Torri Gregoriana, Badino, Olevola, Vittoria, Fico e Cervia (M. Circeo). Paola, Fogliano e Caprolace (Dipartimento di S. Felice Circeo); Torri Foceverde e Astura, Fortezza di Nettuno, Fortini di Anzio, Torre di Capo d'Anzio, Torri Caldane, S. Lorenzo e Vajanico (Dipartimento di Nettuno); Torre di S. Michele, Torre di Fiumicino (Niccolina) e Torre di Maccarese (Dipartimento di Fiumicino); Torre di Palidoro, Castello di Palo e Castello di Santa Severa (Dipartimento di Palo); Castello di S. Marinella, Torre Chiaruccia di Capo Linaro, Torre Marangone, Torre Valdaliga, Torre Bertalda o di S. Agostino (Dipartimento di Civitavecchia); Torre di Corneto, Graticciara e Torre di Montalto (Dipartimento di Montalto).


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Virgilio Ilari

Ai primi di giugno 1795, quando il capo torre di Montalto mancò clamorosamente col cannone un corsaro che era venuto a far preda proprio sotto la torre, Colli colse l'occasione per tornare sulla proposta di raddoppiare il numero degli artiglieri distaccati alle Torri (38 in tutto), e trasformare in "sottoartiglieri" i soldati di fanteria addetti al servizio. Colli parlava male dei capi torre : erano ignoranti, vendevano la polvere, non sapevano graduare le cariche a seconda della distanza, cercavano di farsi trasferire dopo un anno nelle torri piÚ redditizie perchÊ vicine ai punti di imbarco e sbarco delle merci. Ma le incombenze erano delicate ed esigevano personale qualificato, in grado di leggere e scrivere, riconoscere le bandiere, distinguere la navigazione dei legni corsari da quella degli altri, interrogare capitani e marinai dei bastimenti, saper fare le polizze di carico, vigilare sul contrabbando 157 . Il 12 luglio 1797 la Congregazione Militare decise di rafforzare le Torri spedendo a ciascuna 3 marinai e artiglieria, per supplire in questo modo alla mancanza di legni. Rispetto agli organici risulta che nelle 12 Torri dipendenti da Civitavecchia mancavano 20 soldati (uno morto, tre disertati e 16 malati). Quell'anno le Torri ricevettero anche l'ordine di stabilire un cordone sanitario respingendo lo sbarco di persone provenienti da Capraia e dalla Corsica, dove c'era "male contagioso" 158 .

157

ASR, Soldatesche e Galere, busta 699, 701, 722. Nel 1795 le 38 Torri erano presidiate da un sergente, due vicecaporali, un tamburo, 38 artiglieri e 226 "sottoartiglieri". L'aria buona c'era solo a Terracina, S. Felice, Astura, Nettuno, Anzio, Civitavecchia e Corneto. Nel 1795 l'artiglieria delle Torri di Ponente (dalla Graticciara a Maccarese) contava 41 cannoni nel calibro da 2 libbre e mezza a 13 libbre. L'artiglieria della Fortezza di Civitavecchia risulta dalla seguente tabella: pezzi

giugno '92

cannoni metallo cannoni ferro petrieri mortai totale 158

} 79 { 13

1 93

novembre '92 maggio 1793

maggio 1796

99 46 19 3

108 103 16

113 84 16

5

5

167

232

218

ASR, Soldatesche e Galere, buste 738 e 740.


I tentativi di riforma dell'esercito pontificio nel 1792-1798

813

L'ordinamento del Corpo d'Artiglieria r isulta dalle seguenti tabelle 6, 7 e 8 159 : Tabella 6 - Artiglieri e Bombar dieri dicembre 1793 Castel Civi- Anco- Fer- Forte Tota- Fuori s. An- tavec- na rara Urba- le orgalo chia no nico

Categorie Uffìciali d'Ar tiglieria (*) Monizionie ri (*) Sergenti (2 invalidi fuori organico) Caporali e Vicecaporali Artiglieri

5 2 1 2 30

Totale Artiglieria

1

I

I

1

I I

1 1 2 15

I I

2 25

1 1 2 25

40

30

30

Ufficiali dei Bombardieri Sergenti dei Bombardieri Bombardieri (0 )

3 4 15

-

-

Totale Bombardieri

22

-

-

2 15

9 6 5 10 110

16 47

20

20

140

65

3 4 10

2 9

-2 10

6 12 44

--

17

11

12

62

-

-2

-

(*) rispetto all'organico mancano l'lntendente, i sei Monizionieri e un Primo Te0 ( )

nenete: ci sono in più un foriere e un cadetto. più un tamburo della Compagnia Bombardieri di Ancona.

Tabella 7 - Distribuzione degli Artiglieri nell'estate 1795

Dislocazione Castel S . Angelo Civitavecchia 18 Torri di Ponente 20 Torri di Levante Civitacastellana Ancona Romagna Totale

Uffi- Ser- Capo Vice- Tam Piffe- Arti- Sotto Tota glieri Articìali genti r a li capo buri ri le rali glieri 2 2

5 2

-

-

6 3

-

6 2

-

l

-1

-2

--

5

8

11

-

-

4

--

2

-

--

3

--

-

11

4

2

129 34 18 20

--

84 142

154 43 102 162

2 35

-

2 42

239

226

506

l

-

I

159 ASR, Soldatesche e Galere, buste 629-632 e 721. Nel luglio 1796 risultavano a Roma 169 a rtiglieri, di cui 132 tra distaccati, ammalati, disertati ecc. Il 20 novembre 1796 le 200 "cherubine" in servizio al Battaglione d'Artiglieria furono sostituite da 300 fucili . Gli effettivi ammontavano a 784 "teste da Sergente a Basso", ma dovevano esservi compresi i "sottoartiglieri" delle TotTi. Con la costi tuzione del Battaglione di Guarnigione con sede a Castel Sant' Angelo. la sede del Battaglione d' Artiglieria fu trasferita a Palazzo Soderini in Borgo (busta 730).


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Tabella 8 - Organici ed effettivi dell'Artiglieria 1794-1797

Categorie Colonnello Soprintendente Onor. Tenente Colonnello Maggiore Intendente (1 째 e 2째) Aiutante Quartiermastro Monizioniere Fodere Chirurgo Capo Ta mburo Capitano Capitano Tenente Tenente Sottotenente Sergente Caporale Vice Caporale Artigliere Sottoart igliere Tamburo Piffero Totale Artiglieria Capitano dei Bombard. 1째Tenente dei Bombard. 2째 Tenente dei Bombard. Sergente Tamburo Bombardiere Totale Bombardieri

organ. dic . estate febbr. ottob. ~ovem. dicem. maggio 1794 1794 1795 1796 1796 1796 1796 1797

-

I

-2 I

-

6 1 I

2 3 4

7 9 9 200

-4

2 252

1

1

1

-

-

-

l

-

1

I

-1

-

-1

1 1 1

1 1 2

-

-

I

I

2 2 2 2 9

2

2 2 2 2 9 11 13 239 226 5 2

} 722 { 5 2

251*

517

-

-1 l -

2

-1 2 8 11 12 206

-

4

--

-

1

I

-

-

-1 1 1 3

-1 -

2 I

-I 1

-1 1

-

-2

I

I

2 2 4 8 8 17 21 41 9

2 2 4 8 8 17 21 545

-

16 16 400

2

2

5 2

2

776

308

496

11

13

-

1 2 2 2 2 9 12 12 254

-4

-

-5

1

-

-

1

2 2 4 4 4

-4

621* * 461 ***

2

2

2

2

2

2

2

-

2

2

2

2

2

2

2

-

2 12 1 48

2 12

2 7

2 7

-

I

27

27

2 7 1 27

2 7 1 27

-

44

2 12 1 44

-

67

63

63

40

41

41

41

-

I

* Il distaccamento di Romagna con I tenente, 1 sergente, 1 vicecaporale e 23 artiglieri.

** S.M. con 8 uomini, compagnie Colonnella (Leonori) con 132, Maggiora (Lopez, in Romagna) con 134, Porti con 117 e Biancoli con 125.

*** A ma ggio e gi ugno lo S.M. conta 3 uomini, la Compagnia Porti 2 12 e 192, la Compagnia Colli 467. In luglio la forza scende a 373 uomini. In organico ci sono 1 sergente, 2 caporali e 20 artiglieri di maestranze.


I tentatil'i di riforma dell'esercito pontificio nel 1792- 1798

LE

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RIFORME DELLA MARINA: IL RINNOVAMENTO DELLE UNITÀ D'ALTURA

(1794-96) E L'INCORPORAZIONE AL COMANDO GENERALE ( 1797)

Con la creazione del genera! com ando ne l novembre 1792 il tesoriere generale perse l'amministrazione "politica" delle fortezze e torri costiere, ma conservò quella della marina . Ne nacquero conflitti di competenza a Civitavecchia, particolarmente riguardo alla dipendenza della Darsena, dove si trovavano i forza ti ospitati a bordo delle due galere "di scarto", che venivano impiegati in lavori pubblici oppure a bordo delle tre galere naviganti come rematori 160. Per tutto il XVIII secolo la funzione essenziale della marina pontificia fu la difesa del commercio dalle incursioni dei pirati barbareschi, in un raggio via via più ristretto col crescere del costo finanziario delle unità d'altura. La difesa si basava sulla combinazione tra operazioni di avvistamento, segnalazione (con mortaletti) e cannoneggiamento costiero affidate alle torri e fortezze del litorale, e crociere d'altura per l'avvistamento, caccia e cattura delle unità corsare. Queste crociere erano affidate un tempo, in tutte le marine mediterranee, alle galere, pesanti unità idonee, per il poco pescaggio a navigare in acque dai bassi fondali e ad accrescere la propria velocità mediante la forza motrice di trecento rematori (schiavi, forzati o - più raramente - "buonavoglia"). Militarmente avevano poco valore, dato che non potevano disporre di artiglieria sulle fiancate (occupate dai remi), ma l'artiglieria di prua era sufficiente contro i legn i corsari, che erano di solito leggeri e poco armati. Alla fine del secolo solo lo Stato pontificio, l'Ordine di Malta e la Repubblica di Genova mantenevano in servizio unità di questo tipo161. In passato la flotta pontificia aveva contato ordinariamente quattro o cinque galere, ma p iù tardi erano state ridotte a tre. Operavano solo nel Tirreno, con base a Civitavecchia, essendo l'Adriatico sufficientemente guarnito dalla flotta veneta. Le ultime tre ga-

160 ASR, Soldatesche e Galere, busta 707. Il comandante Mariano Clarelli chiese chiarimenti sull'estensione alla Darsena del comando affidato al generale Borgia. 161 Le galere avevano tuuavia assicurato i successi della Ootta russa di Pietro il Grande durante la grande guerra del Nord contro la Svezia.


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lere in servizio erano state costruite a Civitavecchia nel 1786, e Nicola Giardoni ne aveva fuso l'artiglieria: 6 pezzi da 12 libbre francesi (in batterie prodiere di due) e 36 pezzi piccoli (12 da 3 e 24 da 2 libbre francesi) 162 â&#x20AC;˘ Gli ufficiali delle galere erano in genere cavalieri dell'Ordine di Malta, che spesso avevano lungamente servito. Essendo le galere armate solo cinque mesi all'anno, nel periodo estivo, gli ufficiali trascorrevano il resto del tempo nelle loro residenze, e in occasione di ciascun armamento facevano pervenire al tesoriere generale lettere con la richiesta di essere impiegati. Nel 1790 il comandante della Galera Capitana, e dunque della Squadra, era il cavalier Antonio Grassi di Bologna, in servizio dal 16 luglio 1749. I comandanti delle galere Padrona e Sensiglia (S. Pietro) erano Giambattista Rocchi di Jesi e Niccola Bonaccorsi di Recanati. Tenenti erano Alessandro Colelli da Rieti (capitano tentente della Capitana), Giulio Gallo da Osimo, Domenico Bussi da Roma e Mariano Clarelli da Rieti. Gli altri ufficiali erano un aiutante maggiore (Leopoldo Forlini), una prima insegna (Francesco De Castellar), una seconda insegna (Felice Fontana), otto tenenti soprannumerati e diciannove alfieri 163 . Non potendo essere tutti impiegati, alcuni erano trasferiti in servizi a terra, come Giambattista Rocchi che dopo trentasette anni di servizio (20 sulle fregate e 12 sulle galere) era stato nominato capitano del porto di Civitavecchia, o Francesco De Castellar che chiedeva (con la raccomandazione del cardinal Zelada) il posto di tenente della Fortezza di Nettuno essendogli stato tolto quello di aiutante della squadra per darlo all'orfano del tenente Fontana, che doveva mantenere numerosa famiglia 164 . I marinai delle galere venivano anch'essi reclutati per il solo

162

ASR, Soldatesche e Galere, busta 695. ASR, Soldatesche e Galere, buste 689 (lettere di r accomandazione), 690 (nomi degli ufficiali 1790), 704 (ufficiali aprile l793). Nel 1793 i comandanti erano Giulio Gallo (Capitana), Domenico Bussi (Padrona) e Mariano Clarclli (S. Pietro). Gli ufficiali erano Vincenzo Sciamanna, Vittorio Rocchi, Angelo Costaguti, Gabriele Vincentini (poi capitano di cavalleria). Due tenenti (Lorenzo Giustiniani e Filippo Ciccolini) passarono nelle Carovane di Malta. Al termine di ogni navigazione venivano concesse a ufficiali e "genti di capo" medaglie d'argento, per un importo di 399 scudi (69 medaglie) nel 1794. Quell'anno furono negate solo agli aguzzini "per il loro demerito" (busta 714). 164 ASR, Soldatesche e Galere, buste 691 e 692. 163


I tentativi di riforma dell'esercito pontificio nel 1792-1798

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periodo della navigazione, tolta una piccola quantità che restava in servizio anche nei mesi di disarmo per il governo delle navi. Si ingaggiavano non solo a Civitavecchia, ma anche a Gaeta, Livorno e Genova, e si teneva conto delle paghe correnti sulle galere genovesi (18 lire al mese) per fissare un soldo competitivo, in cui era compresa anche la "razione", di entità diversa a seconda della qualità del personale 165 • Al remo c'erano, sulle galere pontificie, soltanto forzati. Gli schiavi erano infatti pressoché inesistenti, dato che non si predavano legni barbareschi da lungo tempo, e non c'erano i "buonavoglia" disponibili invece a Malta e Genova, dove abbondavano coloro che "abbracciano il vile partito di vendersi alla catena per un tempo" determinato, e poi finivano per restarci a vita non avendo altro mezzo di sussistenza 1 66 . Per le tre galere ci volevano circa novecento forzati, circa la metà di quelli mediamente disponibili nella Darsena di Civitavecchia. Si trattava di gente disperata, che viveva in condizioni disumane, ai quali si facevano pagare perfino i vestiti e l'esenzione dal remo. Nella Darsena vivevano in promiscuità, esposti alle intemperie (d'inverno morivano di freddo), si distribuiva loro pane immangiabile di crusca cui gli appaltatori mescolavano palate di terra. Solo una piccola parte, grazie alla corruzione e alle eventuali abilità e competenze, poteva procurasi una condizione meno infelice impiegandosi nell'amministrazione a terra o al servizio degli ufficiali e funzionari. Gli appaltatori se ne servivano anche per il loro altri negozi e affari, vendendone la forza lavoro 167 . Gli ufficiali delle galere li temevano, soprattutto da quando fra di essi si era diffusa la propaganda rivoluzionaria. Nelle galere pontificie mancava il cassero che esisteva su quelle genovesi, dove ufficiali e soldati potevano ritirarsi in caso di tumulto e da dove li

165

ASR, Soldatesche e Galere, buste 689, 700, 739. Il 24 giugno 1797 fu sospeso il reclutamento dei marinai. 166 ASR, Soldatesche e Galere, busta 716 (Memoria Bussi). 167 ASR, Soldatesche e Galere, buste 689,692,707,709,716,717,721,726,730, 739, 741, 742 (relazione di de Cousandier sulle condizioni dei forzati, 7 dicembre 1801. L'architetto Navone progetta la trasformazione degli ergastoli di Civitavecchia in prigione dei forzati al posto delle galere scarto), 743 (questioni relative al Commissariato dei Galeotti), 744 (tentata fuga sventata da De Castellar), 745 (distacco ad Ostia per lavori sotto la guardia di 31 uomini e un cannone).


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si poteva tenere facilmente sotto tiro. Fin dal 1790 i forzati avevano cominciato a organizzarsi, a protestare per il pane immangiabile 168 a scrivere lettere di denuncia della propria condizione 169, e perfino ad ammutinarsi, come nell'agosto 1793 quando costrinsero con la forza il comandante della Galera S. Pietro ad accostare a Maccarese e fuggirono per le campagne, subito inseguiti dalla truppa pontificia al comando del vicecastellano Ottoboni (che ne catturò parecchi e li portò a Castel S. Angelo, probabilmente con l'intenzione di impiegarli nelle sue imprese commerciali della fabbrica dei panni e manifatture e dell'"assento" (particolare tipo di appalto) dei letti di Castello) 170 . Uno dei comandanti delle galere scriveva nel 1794 che ormai non c'era modo di riportare tra essi la disciplina, neppure con le misure recentemente prese, come il raddoppio del vitto, e certo non con la forza: "quanto sia una tal sicurezza infelice si è provato ancora in questo anno medesimo, nel quale si sono vedute le catene disprezzate, le persone armate non temute, e la morte quasi immancabile affrontata" 171 .

Molto contestato era del pari il sistema di amministrazione delle galere, che si fondava sull'appalto. Nel 1782 al vecchio "assentista" Denham, fallito, erano subentrati i fratelli Camilla e Giovanni Manzi, mercanti di prima grandezza in Europa, i quali avevano anche ottenuto vari privilegi ed esenzioni fiscali, e il diritto di inalberare bandiera pontificia sopra due grosse navi mercantili di loro proprietà. All'assento delle gale~e era costantemente unito quello per le fregate e poi le barche pontificie, per un valore complessivo di 73 mila scudi annui. I servizi del porto di Anzio costituivano un assento separato, concesso al maggiore Antonio Tartaglioni 172, mentre il 25 aprile 1795 fu creato un altro assento per i

168

ASR, Soldatesche e Galere, busta 692 (tumulto del 4 ottobre 1790 e relazione di Lante, che trova il pane di peso giusto e nella qualità "non lo trovai cattivo, bensì pochissimo cotto con qualche poca terra mischiata"). 169 ASR, Soldatesche e Galere, buste 742, 721, 689. Molti chiedevano di farsi soldati oppure di esibire 3-4 soldati onde essere liberati (busta 730). Uno schiavo turco e uno ebreo chiedono il battesimo pur continuando nella detenzione (busta 726). 170 ASR, Soldatesche e Galere, busta 701. Altre ribellioni tentate nel 1794 (buste 716 e 717). Si stabilisce che i forzati debbono sempre avere i ferri: proibito lavorare senza (busta 709). I comiti delle galere illustrano !'"anarchia" tra i forzati (busta 692). 171 ASR, Soldatesche e Galere, busta 716 (Memoria Bussi). Cfr. nota 170. 172 ASR, Soldatesche e Galere, buste 689 (Istromento), 691 (Inventario), 721 (As-


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viveri della marina con Nicola Palombi di Civitavecchia, il quale già nel 1782 aveva cercato di assicurarsi l'assento delle galere assieme ad una società formata da Bruschi di Corneto e Cleter di Roma 173 . Nel 1794 il capitano delle galere Bussi faceva notare che l'interesse dell'affittuario è opposto per principio a quello del principe, "e prova irrefragabile ne fanno le continue questioni d'infrazioni dello stesso contratto, per cui avviene bene spesso dall'Eccellenza Vostra Reverendissima (il tesoriere generale) condannato".

L'utile dell'affittuario dipendeva infatti "o dai straordinari privilegi e prerogative o da uno sborso della stessa Reverenda Camera superiore a quello che esige il mantenimento della Marina, o dall'inadempimento dello stesso contratto".

Bussi rilevava come nessuna potenza navale usava "un sì vergognoso sistema" per l'amministrazione delle proprie forze, e concludeva che "il sistema di marina i-esterà difettoso fino a tanto, che viene affidato alla cauta, e diligente formazione di un contratto, ed aJJa di lui esatta osservanza, cioè fino a tanto, che la marina avrà la disgrazia di essere affittata".

Aggiungeva che un tale sistema non era decoroso neppure. per il tesoriere e commissario del mare, "ministro di un Dipartimento affittato" 174 .

Per assicurare la protezione dei traffici in periodo di "sciverno", durante i sette mesi cioè in cui le galere restavano alla fonda a Civitavecchia, fin dal 1755 si era fatto ricorso a navi a vela, due fregate. Nel 1779 queste erano state sostituite da unità più leggere, superiori però ai brigantini, le "barche guardacoste" S. Pio e S. Giovanni, di tre alberi a vela quadra, costruite a Civitavecchia da Denham per la somma di 20.400 scudi 175 . Dopo alcuni tentativi di acquistare a Napoli oppure a Genova le artiglierie per le due barche, il loro comandante Giuseppe .Castagnola e un maestro cannoniere si erano recati a Marsiglia nel luglio 1781, dove avevano stipulato con la ditta Wesemberg e Moliis un

sento), 731 (Equipaggio delle 4 bette e bettarelle), 741 (nomi delle 4 bette e bettarelle del Porto di Anzio: S. Carlo, SS. Crocifisso, S. Giovanni Battista, S. Antonio). 173 ASR, Soldatesche e Galere, busta 719. Cfr. busta 736. 174 ASR, Soldatesche e Galere, busta 716 (Memoria Bussi). 175 Padre Maestro Alberto GuCUELMOTTI, Gli ultimi fatti della Squadra Romana da Corfù all'Egitto. Storia dal 1700 al 1807, Carlo Voghera, Roma 1884 ( = voi. IX della Storia della Marina Pontificia, Tipografia Vaticana, Roma I 893), pp. 202 ss.


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contratto per la fornitura delle artiglierie da commissionare a Stoccolma. I pezzi giunsero a Livorno il 4 febbraio 1784, mentre si stava trattando con Malta la cessione in via definitiva delle artiglierie noleggiate temporaneamente per le due unità 176. Tuttavia nel novembre 1788 le due barche non erano più in condizioni di navigare, e una compiacente perizia camerale confermò la versione degli assentisti Manzi, che attribuivano ad "occulto difetto di legname" l'avaria, esonerandoli dal danno nella caratazione delle barche 177 . Il castellano Guido Lante si occupò delle operazioni di "carenatura e spalmo", facendosi consigliare sia da "persone capaci di marina" che da "due capitani francesi", i quali dettero consigli opposti 178 . Castagnola fece venire da Genova un folto gruppo di parenti per impiegarli nella "concia delle barche" 179, e intascò i soldi dei marinai inviati a lavorare all'arsenale 180 . L'anno dopo le due barche fecero ancora navigazione, ma nel 1791 furono poste nuovamente in disarmo. Nel luglio 1793 l'alfiere Corsiglià scriveva da Genova sia per offrire i suoi servizi di osservatore della situazione politico-militare nella riviera ligure, sia per proporre di ridurre le due barche "all'uso mercante", sostituendone le batterie con corridoi, "di modo che sarebbero capaci della portata di 1200 rubbia" . A Civitavecchia, invece, Alessandro Guglielmotti riceveva l'incombenza da un intermediario livornese di "comprarle a vil prezzo per darle ai Corsi per armarsi contro i Genovesi" 181. La relazione dell'aprile 1794 sulla liquidazione del pa-

176

op.cit., p . 1179. ASR, Soldatesche e Galere, busta 691. 178 ASR, Soldatesche e Galere, busta 692. 179 ASR, Soldatesche e Galere, busta 715. Nel 1794 Nicola Castagnola, marinaio di 1° classe, è nell'Arsenale di Napoli (busta 710). Dopo 12 anni di servizio come comandante di lancione, Luigi Castagnola chiede il posto di alfiere fisso sulle Guardacoste (busta 727). Poi chiede di passare al genio, aiutante del capitano Urbani (busta 739). 180 ASR, Soldatesche e Galere, 691 (Bando e ordinazioni per il buon regolamento dell'Arsenale pontificio in Civitavecchia, Stamperia della RCA, Roma 1771, tesoriere Gio. Angelo Braschi). Cfr. busta 737 (morte del Capo Mastro P.A. De Angelis e sua sostituzione con G. di Giovanni). Sul taglio degli alberi per le galere, cfr. buste 689690. 181 ASR, Soldatesche e Galere, busta 706. Nell"'esatto giornale" del febbraiomarzo 1794 Corsiglià riferiva che a Nizza era proibito parlare degli avvenimenti di Tolone sotto pena di morte. Un sergente corso aveva tuttavia raccontato che i francesi erano riusciti a spegnere l'incendio appiccato all'Arsenale e alle navi di Tolone 177

MoNTù,


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trimonio camerale di Civitavecchia ne raccomandava anch'essa la vendita 182, ma poi si decise di riarmarle per l'inverno 1794-95. Nel 1797, dopo che la S. Giovanni era stata trsformata in corvetta, restava ancora in servizio la S. Pio 183 • Le due barche avevano un equipaggio di 133 uomini, compresi gli ufficiali, 9 cannonieri e 29 soldati, forniti dai Turchini di Civitavecchia, da cui si traeva anche la fanteria imbarcata sulle galere. Erano comandate dai capitani Giuseppe Castagnola e Erminio Lorenzani, con Andra Da Zara e Cosimo Ceccarelli come tenenti (subentrati poi capitani), Antonio Smeraglia e Bartolomeo Corsiglià come alfieri e Gioacchino Urbani (poi capitano del genio) e Paolo Guerrini come alfieri soprannumerari 184 • Ma questi ufficiali erano di qualità ben diversa dai cavalieri di Malta che servivano sulle galere. La maggior parte erano parenti e

dagli inglesi in fuga, e che solo tre navi erano andate perdute. Aggiungeva che i francesi uccidevano maschi e femmine sopra i quattro anni, 500 alla volta, con un mortaio da pioggia. Il 9 febbraio si era svolta a Nizza una "processione" (sic!) con tre carri trionfali: in uno c'era "una Donna più nuda che vestita rappresentante la Libertà, con un berrettino in testa, ed un bastone di cedro in mano: in altro carro un vecchio abbraciato ad una Giovane, che ignoro il significato, ed in altro molte persone vecchie, giovani, e ragazzi ben vestiti, e malvestiti rapp1·esentante l'eguaglianza". Da nota1·e che Corsiglià non riusciva ad identificare nel secondo carro la "fraternità". L'alfiere aggiungeva che "senza esagerare i due quarti (sic!) degli abitanti di Genova sono del partito Francese" : si riunivano tutti i giorni e avevano organizzato quattro pranzi, di cui uno di 80 commensali in un casino di campagna a S. Rocco sulle mura di Malapaga. Tutti i "faziosi... con l'armi sotto i feraioli" si erano gettati alla caccia di un emigrato che aveva dato due coltellate a un francese. "Vociferano che in breve passerà un grosso corpo di Truppe nella Riviera di Ponente per soggiogare il Piemonte, e indi il Stato Papale e molte altre cose che si fanno facili, se ben sian difficili". 82 l ASR, Soldatesche e Galere, busta 709, cfr. 695. 183 ASR, Soldatesche e Galere, busta 739, cfr. 715 e 695. 184 ASR, Soldatesche e Galere, busta 715. I capitani percepivano 25 scudi, i tenenti 15, gli alfieri 12. Cfr. GuGLIELMOTn, op. cit., pp. 212 ss. I cappellani, retribuiti con 8 razioni, erano Domenico da Bagnania e Alessandro da Roma, La prima classe, retribuita con 12 scudi e 31 baiocchi, era formata dagli scrivani Paolo Pizzoli e Andra Giannini, dai piloti Venanzio Albani e Elia Di Gennaro, dai nocchieri Antonio Medicin e Francesco Fresier, dai capi cannonieri Felice Catalano e Pietro Calabrini, e dai chirurghi Grifone Siri e Giliberto Verto. La seconda classe, retribuita a 8 scudi, comprendeva due guardiani, due padroni di caicco, due calafati, due mastri d'ascia e due bottari. La terza classe, a sei scudi, comprendeva otto cannonieri e quattro timonieri, per ciascuna barca. La quinta classe, a 4 scudi e mezzo, contava 30 marinai di za classe e 40 di 1• per ciascuna barca. La quinta classe, a scudi 3 e 70 baiocchi comprendeva sei mozzi per ogni barca. I sergenti e i caporali imbarcati prendevano 7 scudi e 25 baiocchi, i secondi caporali 3:60 e i comuni 90 baiocchi oltre alla razione.


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amici di Castagnola, che dava loro lezioni di nautica, estese anche agli ufficiali della marina mercantile. Balistica e pirotecnica la apprendevano da tal Pietro Calabrini e si esercitavano con un pezzo detto "il provino", da 6 libbre 185 . In un giudizio anonimo (" da tenersi sotto il più alto secreto") sulla marina pontificia, che risale al 1794 o 1795, gli ufficiali delle barche erano accomunati a quelli delle galere ("tolto il signor cavalier Bussi") nell'accusa di imperizia e negligenza: "niuno de' Capitani, Tenenti e Alfieri hanno la minima cognizione di Nautica, Bussola ed Altura".

La notte dormivano invece di fare la guardia, non prendevano rigorose informazioni sulle insubordinazioni, non vigilavano sulla qualità dell'armamento e dei viveri imbarcati, ammettevano "cambi di marinai mal prattici e giovani. lasciando a terra i buoni, e prattici marinai per l'impegni, e le mangerie delle rispettive famiglie di chi comanda".

Anche nell'imbarco dei forzati "seguono le più maliziose trame che possino idearsi mentre quei tali forzati che non vogliono imbarcarsi guadagnano con regali il favore degli aguzzini, o giungono a subornare il medico alla visita. Si imbarcano proprio i veterani e i bisognosi e in darsena restano i più giovani e attivi" 186 .

Una terza categoria era costituita, nella marina pontificia, dal naviglio sottile. Nel 1786 Ruffo aveva istituito la ·: marina di dogana e sanità". Suo fratello il commendator Francesco aveva fatto costruire a Castellammare di Stabia quattro feluche dette "battispiaggia" con vela latina, ognuna armata con 4 tromboncini e con l'equipaggio di undici uomini (un padrone, sette marinai e tre soldati), anche queste con nomi di santi($. Andrea, S. Antonio, S. Gennaro e SS. Pietro e Paolo): "egli le empì di Calabresi, cui si convenne presto dar lo sfratto con tutta la mandra dei figli, nipoti, cognati ed amici, concorsi con loro. Restarono le feluche con altra gente, sotto tre alfieri, Giuseppe Bartolo, Gennaro Nocella e Filippo Di Palma" 187 .

Non sembra però che si trattasse di personale più qualificato, se il comandante Bartolo, promosso alfiere da semplice marinario, estorceva denaro dai padroni delle barche ispezionate 188 . Né costavano

185 GuGT..lELMOTTI, op. cit., pp. 186 ASR, Soldatesche e Galere, 187 188

220-221. busta 719. GuGLIELMOTTI, op. cit., p. 222. ASR, Soldatesche e Galere, busta 695.


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poco, perché in dieci anni (1787-1796) si spesero 42 mila scudi per mantenerle 189 . Più utile il servizio dei quattro lancioni di modello sardo (S. Francesco, S. Luigi, S. Ferdinando e S. Firmina) armati di un cannone prodiero da 24 e 12 petrieri alle bande, cui nel 1792 e 1794 si aggiunsero complessivamente altri quattro più piccoli ( S. Saverio, S. Romualdo, S. Guglielmo e S. Gregorio). Nell'aprile 1794 formavano due squadre al comando di Cosimo Ceccarelli e Antonio Smeriglia, con in sottordine rispettivamente Bartolomeo Corsiglià, Luigi Castagnola e Andra Vidau, e Paolo Guerini, Luigi Bonaguri e Giuseppe Bartolo. Complessivamente imbarcavano 181 uomini, compresi 14 cannonieri e 22 "genti di capo", oltre agli ufficiali. In genere stavano ormeggiati nel porto sotto la fortezza, affidati alla cura di Giuseppe Bartolo e alla diretta amministrazione del commissario camerale Rocchi, dato che erano fuori dell'assento. Nel 1795 nerisulta impiegato uno in stazione tra la fortezza di palo e Torre Flavia (sito Macchia Tonda), dove erano state commesse piraterie 190 . Per la difesa del porto di Civitavecchia nel 1792, in un primo momento si era dato incarico all'alfiere Giacomo Biga, "costruttore de' Legni da guerra", di noleggiare a Livorno e a Genova due "pinchi" (Circa il significato d.i questo e di altri termini navali cfr. il Dizionario di marina medievale e moderno della R. Accademia d'Italia, Roma 1937). Ma i padroni chiedevano un nolo mensile di 400 scudi, "e inoltre la cappa, che è del cinque per cento, e la sigurtà per l'intero". Così Biga si offerse di costruire per la metà di quella cifra due barche cannoniere che sarebbero restate proprietà camerale 191 • Nel novembre 1792 ce n'erano otto, numerate da 1 a 8, con un pezzo prodiero da 12 e sei tromboncini alle bande: le due più grandi con un equipaggio di dodici uomini. C'erano inoltre una "barca fornella" con due mortai, un forno per arroventare le palle e 14 uomini, una "betta" con 12, un barchettone con 9, una "mariella" con due, quattro "schifi" con nove uomini ciascuno e due bar-

Tre paoli estorti ai padroni di una barca corallina "di S .M. Siciliana" durante l'ispezione sanitaria (1791-92). 189 ASR, Soldatesche e Galere, busta 731. Con un massimo di. 5.374 scudi nel 1791 ed un minimo di 2.190 nel 1787. 190 ASR, Soldatesche e Galere, buste 708, 710, 711 e 724. 191 ASR, Soldatesche e Galere, busta 717. Biga si era fatto nominare costruttore dal papa.


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chette con tre. Aggiungendovi i 15 marinai che servivano la batteria del Bicchiere e i 24 dell'Antemurale, nonché gli equipaggi di sei lancioni, si arrivava a 295 marinai e cannonieri 192 . Per fronteggiare la crescente attività dei corsari (non solo barbareschi, ma anche francesi) il 12 agosto la Segreteria di Stato comunicava che era stato noleggiato uno sciabecco "sardo" (o "savoiardo") da 16 cannoni, comandato dal capitano Giuseppe Caffalò, il quale si trovava da un anno inoperoso a Civitavecchia ed era adattissimo al corso 193 . Fuori tempo giunse in settembre la proposta dell'alfiere Corsiglià di acquistare uno "sciabecco" mercantile (ma in realtà a suo dire più adatto al corso), che un suo conoscente stava costruendo a Genova e che sarebbe stato varato in ottobre 194 . Il 18 maggio 1795 le due guardacoste intercettarono un corsaro algerino, creduto inizialmente un legno greco, e dopo un cannoneggiamento notturno, lo inseguirono per tutto il giorno seguente. Ma il tenente Ceccarelli, comandante della S. Pio, si tenne sempre fuori tiro, si fece riconoscere anzitempo per legno pontificio inducendo il corsaro a fuggire, e non eseguì l'ordine del comandante Da Zara di abbordarlo, lasciandolo dileguare senza inseguirlo. Al ritorno Ceccarelli fu denunciato, e contro di lui il commissario Rocchi istruì formale processo. Il presidente del tribunale, cioè l'attuale comandante della squadra delle galere Giulio Gallo, lo condannò a tre anni di fortezza e lo tacciò di "vile e senza coraggio" 195 . Il capitano Da Zara rialzò l'onore della marina predando in ottobre uno sciabecco turco e catturando nel febbraio 1796 il corsaro francese La Hirondelle, di Tolone che aveva catturato un "martignana" di Procida nella bocca di Fiumicino 196 .

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ASR, Soldatesche e Galere, busta 699. ASR, Soldatesche e Galere, buste 710 e 715. L'armamento fu fatto sotto la direzione di Castagnola, il quale segnalò difficoltà da parte dell' assentista. 194 ASR, Soldatesche e Galere, busta 706. Da Civitavecchia Rocchi rispondeva il 13 settembre 1794: "le sarà di governo che non riconosco conveniente la di lei offerta, giacché si pensa ad altre provvidenze". 195 ASR, Soldatesche e Galere, busta 720. 196 ASR, Soldatesche e Galere, busta 728. Era armata con 4 tromboncini, 22 fucili, 20 sciabole e 12 armi da punta e da taglio. Sui 23 marinai (4 morti e 2 feriti) ben 14 erano corsi. Il resto maltesi, elbani, portoghesi, spagnoli e francesi. Cfr. la zuffa scoppiata a Civitavecchia tra i marinai di un corsaro francese e un marinaio 193


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Per far fronte alle aumentate scorrerie si decise nel 1795 di noleggiare navi da corsa a Genova o Livorno. Alla fine si presero due "tartane" di Gaeta, una delle quali sembra fosse in realtà un vecchio "trabaccolo" r imodernato a Viareggio, al nolo mensile di 300 scudi (poi ridotti a 220): l'Immacolata Concezione e Madonna di Montenero, comandate dai cap itani Domenico Di Palma e Francesco Saverio Di Macco, poi sostituiti dagli alfieri pontifici Giuseppe Bartolo e Natale Ferri. Bartolo fu incarica to della perizia, e una lettera anonima lo a ccusò di aver accettato denaro dagli a rmatori di Gaeta per farla positiva, come pure indurre successivamente il comm issar io camerale ad acqu istarle 197 • Ma siccome i due capitani intascavano una parte delle paghe e tenevano meno gente del necessario, intervenivano sempre troppo tardi, e non servivano a frenare l'audacia dei corsari, tanto che nell'inverno 1796 il luogotenente di Civitavecchia dovette ordinare la sospensione dell' imbarco del grano a Montalto 198 . Nell'estate 1797 sulle tartane si trovavano due ufficiali, 70 marinai (di cui 29 ma ltesi), due cannonieri e 22 mar inai ar mati di fucili. La prima aveva due pezzi da 9 e otto piccoli da 2 e da 3: la seconda due pezzi da 12, quattro da 9 e due da 3 199 . Nel m arzo-apr ile 1794, appena nominato tesoriere generale, monsignor Della Porta cercò di rimettere ordine nella caotica amm inistrazione della m arina. Chiese un "informazione" su lla ca rica di commissario del mar e, informandosi del personale dell' a mministrazione centrale200, commissionò una relazione sulle proprietà

delle tartane che aveva loro rimproverato di non aver rispetto del SS . Sacramento. Il popolo insorse al grido "ammazzate, tirate li francesi" e dovette intervenire un picchetto d i dodici soldati (dr. busta 728). 197 ASR, Soldatesche e Galere, buste 725, 726, 729 e 737. 198 ASR, Soldatesche e Galere, busta 724. 199 ASR, Soldatesche e Galere, busta 739. 200 ASR, Soldatesche e Galere, busta 717, (Istromento della presa d i possesso del Tesorierato Generale e del Commissariato del Mare da parte d i mons. G. Della Porta, 21 febbraio 1794) e busta 734 (Informazioni suJJa carica del Commissariato de l Mare e sui suoi rapporti con il Tesorierato dal 1692 al 1794). Era r egola mentato dalla Costituzione di Innocenzo XII Romanonim decet Ponri[icem del 23 giugno 1692 (Bollar. Mainardi Tom. IX, ca. 260, cost. 28) e dai chirografi pontifici 13 settembre 1743, 8 agosto 1744, 31 marzo 1745 e 22 aprile 1747. Dal febbraio 1718 al settembre 1743 e dal 1784 al 1797 fu cumulato con il tesorierato. Commissari dal 1707 al 1718 furono Patrizi (1707-1708), Carlo Marini (1708-1709), Giuseppe D'Aste (1709-17 18).


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camerali esistenti a Civitavecchia201 e incaricò il capitano della Galera Padrona Domenico Bussi di stendere una "memoria sulla riforma da esegursi nella Marina pontificia" 202 . Nella memoria Bussi criticava duramente l'utilità delle galere pontificie. I punti erano l'inaffidabilità dei forzati, che costituivano un pericolo permanente e non vogavano con sufficiente vigore quando si doveva correr dietro ai corsari (per i quali anzi simpatizzavano), e la carenza delle "nautiche prerogative" delle galere, che non erano stabili, non potevano facilmente girare sul loro asse verticale per il poco pescaggio e la loro larghezza: "i marini è già gran tempo che solennemente la condannarono ed anzi il suo nome tampoco ritrovasi nei Libri che sui progressi della Nau tica tutto dl si producono".

Costituiva inoltre un eccessivo spreco far uscire una squadra di 1300 persone allestita con quattro mesi di anticipo per andare a caccia dei corsari, veri "insetti di mare", che si burlavano delle "fortezze di mare" come il toro con il torero: e che inoltre stava in mare solo per cinque mesi e anche quelli discontinuamente, data la continua necessità di rifornirsi di acqua per tutta quella gente. Gli unici vantaggi sulle navi a vela erano una maggiore velocità (solo teorica data la malavoglia dei forzati al remo) e la possibilità di muoversi anche durante la bonaccia. Ma militarmente erano inutili contro i vascelli, contro i quali non potevano difendersi non avendo artiglieria alle fiancate. I difensori dellè galere citavano per mero servilismo la loro sopravvivenza presso le marine di Genova e Malta, ma l'argomento si ritorceva contro di loro, perché da ogni altra parte erano state abolite. Abbiamo già ricordato più sopra la critica spietata che Bussi faceva poi del "vergognoso sistema" di "affittare la Marina".

Commissari dopo il 1743 furono Gianfranco Banchieri, Giovanni Costanzo Caraccioli Santobono (dal 1747) e Pasquale Acquaviva (dal 1752). Dal Commissario del Mare dipendevano un uditore civile e uno criminale (retribui ti con una piazza di soldato del presidio di Civitavecchia, pari a 3 scudi e 70 baiocchi), un segretario con analoga piazza di soldato più 70 scudi annui in occasione del Natale "per le fatiche straordinarie", e una segreteria composta da un sottosegretario (con una piazza da soldato più I scudo e 30 baiocchi al mese dalla Cassa camerale), due aiutanti (due soldati di Castel S. Angelo che ricevevano 24 scudi l'anno di ricognizione) e un fi. scale(abate Donati). La segreteria disponeva di tavola, sgabelli, credenze e altri stigli. zoi ASR. Soldatesche e Galere, busta 711. 202 ASR, Soldatesche e Galere, busta 716.


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Bussi p roponeva di scam biare la n uova galera in costruzione a Civitavecchia con quattro mezze galere costruite a Malta, con 17 o 18 remi, u n equipaggio di 130 persone e tre cannoni (u no di corsia da 18 o 24 libbre del calibro francese e d ue la terali da 6). Dovevano navigare da m aggio a settembre, formando due "divisioni" per incrociar e ciascuna 80 m iglia di mare, rispettivamente da l cana le di Ponza alla Fiumara e dalla Fiumara al Canale del Giglio. Le divisioni di Levante e Ponente doveva no avere ba se ad Anzio e Civitavecchia . S i trattava di un tipo di nave molto idoneo alla caccia ai corsari, che erano tutti an nati molto più sommariamente. Erano in servizio con le marine toscana e sarda (una divisione di due unità ciascuna) e con quella napoletana (quattro d ivisioni per le due coste della S icilia, quella del Regno e q uella d' Italia, più a nord). Bussi ricord ava che nel febbraio 1794 le mezze galere sarde avevano catturato u na barbaresca liberando d alla schiavitù un cannoniere e tre ma rinai pontifici. Le barche e Je tartane dovevano invece essere sostituite da d ue corvette acquistate in Ingh ilterra, "i cui porti rigu rgitano di bastimen ti predati al nem ico" . Bussi calcolava che le spese per gli equipaggi nel periodo di navigazione sarebbero ascese a soli 53 mila scudi, cioè la metà del!' ammontare della Tassa delle Ga lere is tituita da S isto V, che era d i 102.800. Si proponeva poi di assegnare a tu tti la razione unica attualmente data a lla sa classe, cioè ai marina i, sistema più equo e razionale di quello delle razioni differenziate per cui si d ava ad un vecchio piloto il doppio o il triplo che "a l più giovane e a ffaticato m arinaro". La me tà degli equipaggi delle mezze galere d oveva essere obbligata a navigare anche sulle corvette, col solo aumento della razione . Ai marinai d i nuova leva si doveva d are la paga intera per invogliarli all'arruolamen to, ma poi, a umentandone il numero, la paga si sarebbe potu ta dimin uire nei p eriodi d i disarmo delle navi. Quanto all'amministrazione, essendo ridotta al semplice pagamento del soldo, si poteva demandar e a l comandante e agli ufficiali . Per somministrare le razioni d u rante l'arm amen to si sarebbero form a ti appalti d iversi per ogni genere che componeva la razione, con facoltà di acquisto in d aru10 del fornitore nel caso che i comandanti trovassero i generi di cattiva qualità. Altri risparmi si potevano ottenere sospendendo le giubilazioni con due terzi della paga


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e mantenendo in servizio a tutta paga gli invalidi, impiegandoli nei servizi a terra. L'amministrazione dell'arsenale e della darsena doveva essere attribuita al comandante della marina. Quanto ai forzati, custoditi sulle cinque galere di scarto, bisognava diminuirne il numero, "donandone" una parte "ad altro Principe". Il resto poteva essere impiegato nei lavori dell'arsenale, per fabbricare il cordame e tessere le vele, oppure nei lavori pubblici nelle città dove vi fosse truppa per custodirli. Bisognava anche far cessare l'uso di imbarcare fanteria proveniente a turno dai battaglioni dell'esercito, che non era avvezza alla vita di mare, rallentava la disciplina e appena abituata veniva sbarcata e sostituita. Bisognava invece costituire un apposito Battaglione di Marina forte di tre compagnie di 100 uomini, da impiegare per la custodia dei forzati e della fortezza, nonché per l'imbarco e l'armamento del Bicchiere e dell'Antemurale, dove i cannonieri di marina dovevano sostituire gli artiglieri. Gli ufficiali, tratti possibilmente dall'ordine di Malta, dovevano comprendere un Comandante del Dipartimento di Marina, responsabile della Darsena, del Porto, dell'Arsenale e della Sanità, nonché dell'amministrazione generale, con il grado di brigadiere: i comandi della 1a e 2a corvetta, rispettivamente con grado di colonnello e tenente colonnello e con soldo di 75 e 55 scudi mensili (oltre alla "tavola" per gli ufficiali): un capitano in 2a col grado di maggiore e paga di 45 scudi, comandante del Battaglione di Marina: sei primi tenenti col grado di capitano e paga di 35 scudi (per le mezze galere) e sei sottotenenti col grado di tenente e paga di 18 scudi (per le corvette e il battaglione di Marina). La parte del piano Bussi relativa alla soppressione dell'assento Manzi fu respinta, anche perché era stato proprio allora rinnovato (istromento del 29 febbraio 1794) fino al 30 aprile 1800 con un accrescimento di tremila scudi. Inoltre Camillo Manzi era console di Malta a Civitavecchia e ciò ne garantiva ulteriormente la posizione privilegiata. Per giunta a Manzi fu concessa l'enfiteusi su alcuni immobili camerali che gli servivano per impiantarvi una fabbrica di panni, e il 26 gennaio 1796 un rescritto pontificio avocava al papa la causa pendente in piena Camera tra gli assentisti da una parte e la Camera Apostolica e l'Annona dall'altra "su la liberazione dalle molestie, e la quantità del prezzo dei grani sommini-


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strati dall'annona per uso dei forni del suddetto assento" 203 . Furono invece accolti gli altri suggerimenti, e con i Viglietti 20 e 27 settembre 1794 la Segreteria di Stato dava incarico al monsignor Inquisitore di Malta e a mons. Esckine di trattare rispettivamente con il Sovrano Ordine e l'Ammiragliato la permuta tra una galera e quattro mezze galere e l'acquisto di due corvette204 . La permuta fu difficile, perché i maltesi sostenevano che una mezza galera di 18 remi per parte costava per la sola costruzione 12 mila scudi maltesi ( = 5.363 scudi romani) e "chiavi in mano" 20 mila (=8.937 scudi romani). Ci si accordò alla fine per la permuta di una galera pontificia contro due mezze galere. Le unità mancanti sarebbero state supplite dalle barche guardacoste rimesse in efficienza, e la squadra avrebbe contato ugualmente due divisioni, quella delle barche e quella delle mezze galere. Riserve vi furono anche sulla composizione del corpo ufficiali: mantenendo in servizio le barche, gli ufficiali cavalieri di Malta si sarebbero trovati su navi di condizione inferiore a quelle comandate dagli ufficiali del basso ordine, e dunque essere ad essi soggetti. Né si poteva licenziare questi ultimi, in realtà più influenti e introdotti nella reale gestione della marina pontificia ("né conviene privare questi di un comando che non hanno demeritato"). Così si scelse di fare a meno proprio dei cavalieri di Malta, e di ridurre i trenta ufficiali a soli quindici 205 . Alla fonderia Giardoni furono infine commissionati due cannoni da 18 italiane per la "batteria alla Maltese" destinata allagalera in costruzione, nonché tre cannonni da corsia da 27 libbre italiane ( = 18 francesi) con 150 palle e 40 sacchetti da mitraglia ciascuno, sei cannoni laterali da 12 libbre italiane ( = 8 francesi) con 300 palle e 80 sacchetti di mitraglia, e altri sei cannoni laterali da 3 libbre italiane con 300 palle206 . Nell'agosto 1795 giunse a Civitavecchia il Capo Mastro costruttore di Malta cavalier de Bienne per riconoscere quale delle due

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ASR, Soldatesche e Galere, buste 697 (enfiteusi), 711 (istromento dell' assento), 728 (console di Malta), 730 (avocazione). 204 ASR, Soldatesche e Galere, busta 716. 205 ASR, Soldatesche e Galere, busta 725. 206 ASR, Soldatesche e Galere, busta 729 (mezze galere) e 692 (Batteria alla Maltese).


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galere più convenisse: esclusa la Capitana che aveva otto anni di navigazione, scelse la galera in costruzione, stimandola, "per composta che sia", a 18 mila scudi207 . A dirigere i lavori all'arsenale di Civitavecchia fu lasciato il Capo Mastro Antonio Grech con maestranze maltesi: e si verificarono certo degli screzi con quelle locali, perché il Capo Mastro di Civitavecchia Pietro Antonio De Angelis criticò tali lavori. Nell'ottobre 1796 Grech licenziò le maestranze italiane tranne due calafati, e a novembre la Galera Padrona per Malta fu varata. Nel marzo 1796 erano state frattanto varate le due mezze galere S. Pietro e S. Andrea costruite a Malta. Furono periziate da Cesare Borgia, destinato al comando di una di esse dall'Inquisitore di Malta con l'approvazione del Gran Maestro. Assicurò che le due navi galleggiavano con facilità sopra i colpi di mare, non soffrivano "che difficilmente e dolcemente il rollio e il tangaggio", resistevano all'inclinazione dèl vento procurato e obbedivano al timone. Le tre galere di Malta, al comando del Commissario cavalier De Dienne, salparono poi per scortarle a Civitavecchia. Alla fine di agosto, messa in mare una feluga e sceso a terra assieme a due cavalieri all'altezza della Torre della Vittoria al Circeo per chiedere notizie dei corsari, De Dienne fu brutalizzato dal Capo Torre, che gli si era fatto incontro con due soldati armati dicendo "ad esso altro non interessare che esiggere iJ suo ancoraggio, il quale orgogliosamente dimandò al Padrone della nostra Filuga".

All'arrivo a Civitavecchia, il 31 agosto, l'episodio fu riferito, e tre malcapitati terrieri furono arrestati 208 . Quanto alle corvette, vi fu un tentativo dell'alfiere Biga di assicurarsi l'appalto. Scrisse il 4 novembre 1794 da Napoli a Della Porta vantando la propria esperienza nonché di aver fatto "varie difese di Accademia con intelligenti di costruzione di qualunque legno da Guerra con universale applauso, e volendo la Reverenda Camera Apostolica pruove della mia capacità in tal genere, potrà informarsene dalla Real Marina di Napoli".

207

ASR, Soldatesche e Galere, busta 722. Sull'arrivo delle tre galere maltesi a Civitavecchia nell'agosto 1795, cfr. busta 718. La spesa complessiva analitica per la costruzione della Galera Padrona per Malta è alla busta 729. 208 ASR, Soldatesche e Galere, busta 728. Sul Capo Mastro di Civitavecchia cfr. supra, nt. 180.


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Forse fu tradito dalla millanteria più grossa cioè la promessa di far spendere un terzo di quaiunque altro costruttore: o forse dal non buon ricordo delle due barche cannoniere costruite a Civitavecchia nel 1792. Certo è che non si prese in considerazione questa offerta209 . Non resta documenta2,ione relativa all'acquisto della corvetta, né al suo nome e a quello dei suoi ufficiali. Sappiamo solo che nel 1797 c'era una unità di questo tipo che aveva 20 pezzi in batteria da 8 libbre francesi, e contava un equipaggio di 5 ufficiali e 198 uomini, di cui 12 cannonieri e 41 soldati, ma potremmo identificarla col S. Giovanni 2 10 . Nel maggio 1797 fu avvistata una flottiglia di cinque legni barbareschi (una corvetta, due sciabecchi, due brigantini), contro la quale fu aperto il fuoco dalle Torri Chiaruccia e Santa Marinella. Per fronteggiarla Malta mise in crociera un vascello da 7 4 cannoni (comandante Dieu) e Genova armò tre galere, una fregata e quattro polacche. La marina pontificia aveva a disposizione sei unità (una barca, la corvetta, le mezze galere e le tartane), ma gli equipaggi necessari ammontavano a ben 785 uomini, di cui 582 marinai,

209

ASR, Soldatesche e Galere, buste 715 e 717. Il capitano Da Zara informava che Biga aveva presentato un disegno delle due corvette, "qual modello fatto a sue spese si trova presso il Segretario di Stato''. 210 ASR, Soldatesche e Galere, buste 739. Capitano, capitano tenente, due tenenti, sottotenente, cappellano, medico, tre piloti, due capi cannonieri, un chir·urgo, uno scrivano, cinque nostromi col padron di caicco, un padrone di fregat ina, quattro capi guardia, due gabbieri, quattro mastri d' ascia e calafato, un bottaro, un armiere, dieci cannonieri, quattro timonieri, 110 marinai e sei mozzi. La truppa comprendeva un sergente, due caporali, un piffero, un tamburo e 36 comuni.


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come r isulta dalla seguente tabella 9 211 : Tabella 9 -

Esigenze organiche della Marina pontificia (maggio 1797)

Equipaggi

Unità

uffi- genti arti- solda- mari- totati nai le ciali Idi capo glied

Tipo

Nome

Barca G.C. Corvetta M. Galera M . Galera Tartana Tartana Bastimenti p. scogli

S. Pio S. Giovanni S. Pietro S. Andrea Immacolata Concezione Madonna di M. Nero

3 5 1 1 1 1

13 19 13

-

Totale

29 41 5 5

1 1

9 12 3 3 1 1

-

-

12

60

13

cannoni

11

119 126 110 110 34 37

173 203 132 132 48 51

? 20 3 3 10 8

-

-

46

46

-

29

102

582

785

11

44+?

N.B. i soldati imbarcati sulle tartane erano marinai armati di fucile, e non appartenevano al Battaglione di Marina.

Mancavano però ben 381 marinai. C'erano inoltre in servizio 66 marinai maltesi (29 sulle tartane e 37 sulla S. Pio), residuo di un gruppo di cento arruolato a Malta nell'agosto 1796 per equipaggiare le mezze galere o altre unità. Ricevevano 5 scudi maltesi (=22 paoli e mezzo) "con la consuetà piettanza", e si erano fatti anticipare da uno a cinque scudi per lasciarli alle famiglie. Era gente compresa fra i 17 e i 50 anni. Quelli della Barca S. Pio si lamentavano di essere pagati per 16 giorni, mentre "alli Taliani marinai li danno di paca 26 giorni", pur lavorando di meno. Uno, sceso a terra, era stato catturato dalla cavalleria, legato di traverso su un cavallo e bastonato. In pochi mesi ne erano morti tre, disertati 15 e licenziati 22212 •

211 ASR, Soldatesche e Galere, busta 739. I comandanti erano Da Zara (S. Giovanni). Smeraglia (S. Pio), Bartolo (I. Concenzìone) e Ferri (M. di Montenero). Gli altri ufficiali erano gli alfieri Domenico Corsiglià e Paolo Guerrini (sulle due barche) e gli alfieri soprannumerad Luigi Castagnola, Luigi Bonaguri e Gregorio Ceccarelli. 212 Sui marinai maltesi, cfr. ASR, Soldatesche e Galere, buste 725, 728 e 738. L'arruolamento dei maltesi era stato deciso in con·siderazione del fatto che esistevano solo 76 marinai con soldo fisso addetti alle tre galere dimesse, e ne occorrevano 164 per arrivare agli organici previsti da due mezze galere: ma né il porto di


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Carenza anche degli ufficiali: si poteva contare solo su Andrea Da Zara, Smeriglia, gli alfieri Corsiglià, Guerrini, Bartolo e Ferri, gli alfieri soprannumerari Luigi Castagnola (poi divenuto aiutante del capitano Urbani e passato al genio), Luigi Bonaguri e Gregorio Ceccarelli. Non risulta esaudita la richiesta di servire nella marina pontificia avanzata dal marchese Carlo di Chevaleilles, un avignonese che aveva servito dodici anni nella Royale ( e tre nel Mediterraneo in una crociera cartografica all'arcipelago toscano). Aveva lasciato la marina nel 1792 per non giurare fedeltà alla repubblica, e aveva raggiunto l'Armata dei Principi, in cui aveva servito sotto il duca di Brunswick fino allo scioglimento. Vantava anche una madre ghigliottinata dai sanculòtti213 . Il Viglietto della Segreteria di Stato 30 aprile 1797 stabilì il passaggio della marina alle dipendenze del Comando Generale. Le spese di marina dovevano continuare ad essere pagate direttamente dal tesoriere generale "finché ne sia fissato il quantitativo con la respettiva riforma, dopo il qual tempo dovranno versarsi nella Cassa Militare le somme corrispondenti".

Un altro Viglietto in data 11 maggio 1797 ordinò al tesoriere di stabilire le modalità per il passaggio delle consegne alla Congregazione Militare214 : Quest'ultima si occupò della marina in due occasioni. La prima il 12 luglio 1797, quando, data "la mancanza.di legni per difendere la costa", deliberò di trasferire tre marinai di rinforzo a ciascuna torre costiera, con artiglieria. La seconda con l'ordinanza 25 ottobre che ridusse il valore della razione di vitto per gli equipaggi, aumentando il soldo in misura corrispondente215 . Infine il 10 novembre 1797 fu finalmente presentato il nuovo

Civitavecchia né la spiaggia era capace di fornire un tal numero di persone, mentre a Malta ce n'erano disponibili dato che erano state soppresse alcune unità (galere e vascelli). Dei marinai mancanti nel 1797 si pensava poterne arruolare SO a Civitavecchia (busta 739). L' uniforme dei marinai pontifici è indicata da un modello a colori nella busta 695: cappello tondo a tesa rigida nero, casacca verde bottiglia con collo e paramani scarlatti e fodera bianca, fascia scarlatta alla vita, pantaloni scampanati bianchi a righe rosse. 213 ASR, Soldatesche e Galere, busta 718. 214 ASR, Soldatesche e Galere, busta 735. 215 ASR, Soldatesche e Galere, busta 736 (razioni), 738 (rinforzo delle torri). Il 24 giugno 1797 la Segreteria di Stato sospese il reclutamento di marinai.


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"piano di marina", che fissava il bilancio ordinario a 117.800 scudi e aboliva l'assento, avvalendosi dell'apposita facoltà concessa dal Viglietto 30 aprile 1797. Vi si diceva anche che per il momento ci sarebbero state in servizio solo le "corvette" S. Pio e S. Giovanni, ma che in futuro ce ne sarebbero state tre (probabilmente quando fosse giunta la nuova corvetta acquistata in Inghilterra per 9.646 scudi)216 . Ma il tempo ancora concesso al governo pontificio stava volgendo al termine.

LA RlFORMA

DEL SISTEMA LOGISTICO E DEGLI APPALTI MILITARI

Come si è già detto, era intendimento del generale Caprara centralizzare la direzione del sistema logistico creando alle dipendenze del Comando Generale un Commissariato Militare di Guerra diretto da Gaetano Battaglia. Ma il progetto incontrò le forti resistenze dei provveditori e monizionieri incaricati di coordinare l'approvvigionamento logistico di determinati corpi e presidi, i quali godevano dell'appoggio di influenti prelati di curia, e pell' agosto 1794 si dovette giungere ad un compromesso, con il quale Battaglia era trasferito presso la Camera Apostolica alle dipendenze del Collaterale delle Milizie e l'ex-provveditore delle soldatesche di Roma, Pietro Sabatini, veniva nominato Provveditore Generale delle Milizie incaricato dei rapporti esterni, cioè della stipulazione dei contratti. Soltanto con la riforma Colli dell'aprile 1797 si costituiva un vero e proprio commissariato di guerra formato con il personale che aveva retto provvisoriamente questo ufficio in occasione della mobilitazione per la difesa della Romagna e dell'Umbria. Assieme a Sabatini rimasero dunque in carica, fino al 1797, il viceprovveditore di Castel S. Angelo Camporesi, gli appaltatori di Anzio (Tartaglioni) e Comacchio (Lettimi) e il monizioniere di ' Civitavecchia Carlo Magni, ai quali anzi si aggiunsero per il periodo dell'armamento i monizionieri Vincenzo Berretta (per i lavori di terra a Civitavecchia) e Francesco Maria Giorgi (per la truppa di Terracina211.

216

217

ASR, Soldatesche e· Galere, busta 736. ·ASR, Soldatesche e Galere, buste 711, 701, cfr. 692.


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Un radicale cambiamento si profilò con il Viglietto della Segreteria di Stato 30 aprile 1797, il cui articolo 6 accordava alla Congregazione Militare "la facoltà di sciogliere i contratti, che si trovano ora stabiliti colla Reverenda Camera per il servizio Militare così di Terra, come di Mare, qualora sieno riconosciuti gravosi, e inconciliabili con le idee di Economia contemplate nel Piano; e a tal effetto resta Monsignor Tesoriere generale incaricato di ordinare alla Computisteria generale della Camera di formare una Nota, e di passarla alla Congregazione Militare, colla Copia di tutti detti Contratti" 218 •

La nota di questi contratti è riprodotta nella successiva tabella 10 219_ Oltre agli appalti relativi alla fusione dei cannoni, alle casse e ruote dell'artiglieria, alla fabbricazione e manutenzione delle armi, alle costruzioni e fortificazioni militari e al mantenimento delle galere e barche guardacoste (a loro luogo ricordati), importanti erano i contratti relativi alla cavalleria. In un primo momento i cavalli erano stati acquistati dai capitani delle compagnie di nuova leva: 176 cavalli e cavalle, di cui 76 "non domi", erano stati acquistati da Vincentini nel novembre 1792, per 4.449 scudi220 . Successivamente troviamo un Commissario per la recluta dei cavalli, contro le cui requisizioni (con indennizzo) protestava il marchese Ceva221 . Altri 518 cavalli (di cui 455 di altrettanti volontari) erano stati donati in occasione delle contribuzioni gratuite dell'ottobre-dicembre 1796 222 • Per il pascolo dei

218

Soldatesche e Galere, busta 735. Soldatesche e Galere, busta 734. 220 Soldatesche e Galere, busta 697. 221 Soldatesche e Galere, busta 729. 222 ASR, Soldatesche e Galere, busta 731. Nell'ottobre 1796 furono offerte gratuitamente in locazione ventuno abitazioni per i quartieri della Truppa Civica Romana: Monti (Monaci Virginiani), Piazza Navona (Marchese Domenico Serlupi), Piazza delle Carrette (Principe Giustiniani), Crociferi (Principe Chigi), Chiesa Nuova (Cav. Guglielmi), Piazza Fiammetta (Marchese Sagripanti), Monti (sotto il palazzo Aldobrandini), Palazzo Palombara e Quartiere S. Pantaleo (Camillo Massimo), Stimmate (Duca Strozzi), vicolo che porta al Collegio Romano (Marchese Simonetti), Piazza Branchi (Principessa Santacroce), piazza del Campidoglio (Marchese Sagripanti), S . Giacomo Scozzacavalli (Marchese Patrizi), Collegio Germanico, Borgo Pio (Marchese Sacchetti Foriere maggiore della Truppa Civica), Piazza di Calvi (Giovanni Marchetti), Stallone di Ronciglion (Pietro Leali), Botteghe Oscure (Palazzo Sermoneta), Palazzo di Aracoeli (Angelo Massimo), Scuderie in Ravenna (Marchese Camilio Spreti). 219

ASR. ASR, ASR, ASR,


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150 cavalli della compagnia Vincentini nel 1792-93 si era stabilita nella tenuta di Maccarese una "riserva vergine" di 30 rubbia, vigilata dal capocavallaro della Cavalleria pontificia Francesco Vittori223. Si calcolava che una compagnia di cavalleria producesse 70 "scozze" di letame al mese, del quale gli ufficiali intascavano il prezzo224 . Per la fornitura e manutenzione delle selle delle due compagnie di cavalleria di Roma e della compagnia delle corazze (133 per ciascuna), era stato fatto anche uno speciale assento con i sellari Giuseppe Lauretti, Giovanni Ramelli e Pietro Membrini 225 . I cavalli di scarto venivano venduti al mercato dal perito marescalco di compagnia, responsabile del servizio ippico-veterinario226. Durante gli spostamenti gli ufficiali rilasciavano ricevute giornaliere agli impresari dei fieni e degli altri generi di foraggio. Nel luglio 1794 il Comando Generale ordinava al tenente Nobili di presentare il rendiconto sull'uso della paglia, essendo stati trovati cavalli giacenti sopra una lettiera di roba marcia 227 . Con poco entusiasmo dovette essere accolta dagli ufficiali di cavalleria la decisione di creare un'unica "intendenza di tutta la cavalleria pontificia dimorante a Roma, compreso il Corpo delle Corazze". Fu attribuita al conte Michele Moroni con rogito del segretario di Camera Salvatori 13 giugno 1795, per dieci anni a decorrere dal 1° luglio successivo. Moroni riceveva 250 rubbia di terreno camerale, 50 per "polledrara" (rifi!.Onta) e 200 "per falce" (cioè per la fienagione) . .Si impegnava a fornire a ciascun cavallo 20 libbre di fieno al giorno, sei di paglia lettiera, e un quartuccio di biada (oppure di semola se ne aveva bisogno "per essere di temperamento focoso"), ed erba al posto del fieno nel mese di maggio. In marcia il

223ASR, Soldatesche e Galere, busta 697. Il materiale comprendeva una capanna, 15 "lambioni" e lanterne, 20 paia di secchi, pale, fascine, scope, crivelli e misurelle . per la biada, 150 striglie e altrettante brusche, 6 carriole per il letame e due bardelli per scozzonare. 224 ASR, Soldatesche e Galere, busta 722. 225 ASR, Soldatesche e Galere, busta 723. Per il collaudo delle selle fu istituita una commissione presieduta dal maggiore Baruichi e composta dai comandanti delle due compagnie di cavalleria, da un sellaro, dal mastro sellaro Valentini e da altri subalterni "intelligenti", che doveva confrontare le nuove selle con le vecchie. Il 1° settembre 1795 furono ritirate tutte le vecchie gualdrappe, parafondi e gambali. 226 ASR, Soldatesche e Galere, busta 697. (Vincentini ordina Io scarto di 13 cavalli). A .Roma i cavalli venivano venduti a Campo dei Fiori. 227 ASR, Soldatesche e Galere, registro 799.


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cavallo avrebbe goduto doppia razione di biada e 5 libbre di fieno in più. In cambio avrebbe ricevuto dalla Camera 12 baiocchi e un quinto al giorno per ciascun cavallo durante il primo anno, e un baiocco in meno per gli altri nove anni. Durante le marce per ciascun cavallo gli sarebbero stati dati 25 baiocchi (di cui due e mezzo per letto e utensili per il Dragone), mentre ai soldati distaccati sarebbe stato dato il soldo di tappa. Inoltre Moroni avrebbe avuto il diritto di vendere il letame dei cavalli prima spettante agli ufficiali22s. Per la rimonta Moroni doveva fon1ire nove cavalli "di colore morello", di età fra i 4 e i 6 anni, privi di difetti e alti almeno sei palmi e un quarto. L' 11 luglio ne presentò uno cieco da un occhio e tre più piccoli della misura richiesta, e il 18 luglio addirittura uno di diverso colore "mal tinto". Solo sette furono accettati 2 29 • Non del tutto affidabile Moroni doveva essere anche per la somministrazione delle razioni, se il 1° dicembre 1795 il Comando Generale affidava a Leopoldo Marsili la vigilanza sulla distribuzione giornaliera del foraggio alla cavalleria230 . Anche nella cavalleria pontificia, come era allora uso generale, i cavalli degli ufficiali dovevano essere mantenuti direttamente da · questi ultimi, e a tale scopo veniva loro corrisposto, oltre ai soldo, .anche il "foraggio". Il reclutamento di truppe di nuova leva a Roma. Civitavecchia e Faenza e lo stazionamento di presidi a Fiumicino e Terracina pose il problema deU'acquartieramento, essendo insufficienti gli edifici di proprietà camerale e i quartteri già affittati da privati. Si cercò di evitare, in linea di principio, la costruzione di nuove ca-s erme di proprietà camerale, dato che si riteneva l'armamento una misura temporanea, e si preferì affittare edifici offerti da privati. Ci restano i rogiti ("istromenti") delle cessioni gratuite di due grandi palazzi della capienza di 500 uomini, quello già abitato dal Cardinale Spinola a S. Caterina de' Funari (ceduto il 26 giugno 1793 da mons. Cassoni), e quello della defunta duchessa di Sora alla Pilotta, ceduto dal Contestabile Don Filippo Colonna sempre il 26 giugno 1793 per alloggiarvi le reclute del Battaglione dei Turchini della

228 ASR, Soldatesche e Galere, buste 708 e 741 (copie dell'istromento) e 722 (osservazioni). 229 ASR, Soldatesche e Galere, buste 729. 230 ASR, Soldatesche e Galere, registro 800.


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Marca. Fra il 25 gennaio e il 25 novembre 1793 furono rogati per gli atti del Segretario di Camera Selli altri 23 "istromenti" di locazione relativi a sette palazzi (uno a Fiumicino), una casa di tre piani, 14 tra stanze e appartamenti, tre botteghe, due fienili, un granaio e quattro rimesse, per un importo annuo complessivo di 2.119 scudi e 80 baiocchi, cui poi si aggiunsero altre cinque locazioni nel 1794, due nel 1795 e una nel 1796 per altri 250 scudi. Il dettaglio di queste locazioni è alla Tabella 11 231 . Le locazioni erano annuali, con facoltà di disdetta tre mesi prima della scadenza da entrambe le parti e rinnovo tacito in caso di mancato esercizio di tale facoltà. In qualche caso, come in quello del marchese Camillo Massimo (che aveva locato alcune case, rimesse e granai vicino Villa Negroni a Termini e alcuni locali terreni del Palazzo delle Terme per uso della cavalleria pontificia, per complessivi 179 scudi e 60 baiocchi annui), un certo numero di rate delle pigioni poteva essere trattenuto dalla Reverenda Camera Apostolica a computo del credito per lavori di riparazione e trasformazione interna degli edifici232 . In altri casi si trattava dell'ampliamento dei quartieri già esistenti occupati dalle Guardie e dai Corsi. In caso di danneggiamento provocato dai soldati potevano essere richiesti rimborsi dai proprietari: cosl lo domandò il conte Cantoni di Faenza per il proprio palazzo danneggiato dalla truppa acquartierata 233 . A Civitavecchia le truppe di nuova leva furono temporaneamente alloggiate nel granaio al nuovo Braccio vicino al lazzaretto (dove si trovava una scorta di tremila rubbia di grano): poi, con la costruzione di nuove caserme di fanteria e cavalleria, restarono vacanti i vecchi quartieri della piazza d'armi, dello spedale, del piantone, dell'armeria, del bettoline (sotto l'ospedale) e dell'abitazione del sergente a Porta Romana, che furono venduti o dati in enfiteusi a privati. Il 2 giugno e il 10 luglio 1795, tuttavia, la Camera prese in enfiteusi da privati della Comunità di Civitavecchia due casamenti, un fienile e la tenuta del Sugareto per uso della cavalleria,

231 ASR, Soldatesche e Galere, buste 699,701,704,706,708,711. Il 30 gennaio 1793 le locazioni stipulate ammontavano a 1.385 scudi. La Caserma della Pilotta compr endeva tre stalle denominate "S. Pietro", "S. Paolo", "S. Antonio", uno stallone ("S. Luigi"), una stalletta per il capitano di cavalleria e una stanza ad uso di selleria. 232 ASR, Soldatesche e Galere, busta 701 . I lavori di riparazione incombevano ai proprietari (registro 799, 10 dicembre 1793). 233 ASR, Soldatesche e Galere, busta 722.


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al canone annuo di 181 scudi234 . L'Università degli Ebrei di Roma godeva da lungo tempo la privativa della fornitura dei letti alla soldatesca di Roma, in ragione di uno ogni due soldati. In tempi normali doveva fornire 600 letti, completi di materasso, capezzale, coperta e due lenzuoli, e assicurare il servizio di lavanderia. Dal 9 marzo 1775 la privativa spettava alla ditta Modigliani. Con la leva del novembre 1792 fu ordinato all'Università di fornire altri 500 letti per i primi mille miliziotti: per costruirli fu concesso un anticipo di 3 mila scudi garantito da un'ipoteca accesa a favore della Camera sui 600 esistenti, ma non bastando tale cifra l'Università raccolse altri mille scudi. Tuttavia non c'erano ebrei interessati alla loro costruzione, e per metterli insieme l'Università fu costretta ad acquistarli da privati, e perfino da Giovanni Gaddi "Mercante cristiano". Non appena r accolti questi letti giunse un nuovo ordine di altri mille, che la Camera si impegnava a noleggiare a 46 baiocchi al mese, oppure a 47 nel caso in cui l'Università avesse rinunciato al proposto anticipo di 7 mila scudi per la loro costruzione. Giunsero all'Università solo due offerte, quelle della ditta Alessando Ambron e della società Arcadio Bondi e Fratelli e Samuele Alatri e Figli. Entrambe esigevano un nolo di 50 baiocchi, ma la prima voleva un anticipo di 10 mila scudi e la seconda di 9 mila, da restituire o mediante "il rilascio della metà del nolo in ogni mese a scomputo dell'anticipazione" (Ambron) oppure in rate annue di 800 scudi (società Bondi e Alatri). Chiamata quest'ultima, la cui offerta "pare più riducibile ai termini del giusto", si capì che sarebbe stata disposta a scendere a 8 mila e forse 7 mila scudi, accettando per di più la rateizzazione dell' anticipo235 . Alessandro Ambron era anche, dal 1766 (e con scadenza nel 1807) appaltatore dei letti dei soldati di Ferrara. Qui si precipitò subito dopo l'occupazione francese, e "a forza di preghiere e insistenze" riuscì a recuperare una parte del capitale, pari a 2.850 scudi. Più tardi chiese l'indennizzo dei rimanenti 3.962 scudi dalla Camera Apostilica, conduttrice del capitale236 . L'assento dei letti per i soldati di Forte Urbano spettava invece a Pietro Maria Baroni

234 ASR, Soldatesche e Galere, buste 699, 7 I 9, 723. L'alloggio del picchetto di cavalleria a Colfiorito era affittato per scudi 4:50 annui. 235 ASR, Soldatesche e Galere, buste 699, 700. 236 ASR, Sol.datesche e Galere, busta 727.


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(istromento del 29 marzo 1791, per un dodicennio dal 1° novembre 1791 al 30 ottobre 1803), per un valore di 250 scudi annui 237 . Dagli ordini del Comando Generale sappiamo che il cambio delle lenzuola lasciava molto a desiderare, e che non venivano lavate con bucato, ma semplicemente risciacquate, con "danno alla salute dei soldati". Gli appaltatori sostenevano poi di non poter cambiare tutte le lenzuola di una stessa compagnia ad ogni turno di bucato, ma solo la metà. Anche il trasporto della paglia per riempire i pagliacci e paglioni spettava agli ebrei, ma costoro ricorrevano ai servizi dei soldati stessi, ai quali era permesso guadagnare qualcosa a patto però di rilasciare nelle mani del comandante il soldo della giornata. Era severamente riprovato "l'abuso e aggravio" dei beni camerali che gli ufficiali, particolarmente dei Corsi, compivano dormendo nei letti di proprietà camerale eccedenti il numero dei soldati presenti oppure, peggio ancora, trattenendo per sé la cifra corrispondente al loro nolo che veniva loro consegnata dalla Camera per pagare gli impresari238 . Col nuovo armamento vi furono inizialmente dei problemi anche per l'assento dei letti di Castel S . Angelo, che riell' agosto 1791 la società formata dal vicecastellano Ottoboni e dal Tignani era riuscita a strappare all'abate Albani e all'amministratore di questi Filippo Ammannati, provveditore di Castel Sant' Angelo: ma nel 1797 il contratto, per l'importo di 26 baiocchi al mese per ogni letto (cioè un baiocco e mezzo in meno di qu;nto previsto dall'assento) risultava ancora pienamente operante, nonostante Ottoboni avesse lasciato la carica alla fine del 1795 239 . Più sfortunata fu invece l'altra impresa della società Ottoboni e Tignani per la manifattura di lane, stame e cotone per il vestiario della truppa soggetta al Tesorierato e dei forzati delle galere, approvata il 4 aprile 1791 dal tesoriere Ruffo e sovvenzionata con un prestito camerale di 3 mila scudi per la costruzione degli stigli e il permesso di usare 100 forzati del Castello come lavoranti.

237

ASR, Soldatesche e Galere, busta 694. ASR, Soldatesche e Galere, registri 798 e 799, alle date ottobre 1793, 26 maggio, agosto 1794, luglio 1795. 239 · lLARI, L'esercito pontificio nel XVII! secolo, cit.,. p. 599. Cfr. ASR, Soldatesche e Galere, busta 691,694 e 700. 238


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Come si è già detto in un precedente articolo240, vennero infatti a mancare una trentina di forzati, che dovettero essere sostituiti con più costosi lavoranti sartori, e col nuovo assetto dell'impresa stabilito dal Comando Generale fu violata la privativa della fornitura concessa alla società. Per cui, nonostante il fatturato con la Camera fosse di poco inferiore a quello pattuito (19 mila scudi), la Manifattura fu costretta a chiudere il 24 luglio 1794. Fra gli altri appalti del vestiario esistenti prima dell'armamento, ricordiamo quelli per la. fornitura di 1500 paia di stivaletti per i presidi delle Marche 241 , del vestiario alla soldatesca di Ferrara242 e alla gUardia svizzera di Ferrara, quest'ultimo appaltato al tenente svizzero Svendiman 243 . Dal 1789 aveva la privativa dei cappelli il cappellaio Fabio Borero, ma· nel rinnovo del vestiario del 1792 Ottoboni l'aveva violata rivolgendosi al concorrente Gioacchino Conti244_ L' 11 apr.ile 1793 il tesoriere Ruffo concesse l'intendenza generale dei quattro Magazzini Militari istituiti a Roma (via della Vite, poi a Palazzo Strozzi), Civitavecchia, Nettuno e Terracina, al ferra-

°

24 Cfr. ILARI, op. ult. cit., pp. 602 ss. ASR, Soldatesche e Galere, buste 689, 690, 691, 694, 703, 708, 715, 717, 723. I lavoranti sartori licenziati nel gennaio 1793 per fine lavori sposarono il punto di vista del datore di lavoro, esprimendo il timore che ·"detto lavoro di Castello vadi a calare nelle mani degli perfidi Ebrei" (busta 708), cioè gli Ascarelli, che avevano l'assento del vestiario di Civitavecchia prima che ne fosse concessa la privativa ad Ottoboni e Tignani (busta 695). Ottoboni condusse a Castel S. Angelo i forzati fuggiaschi catturati dai suoi uomini nell'agosto 1793, invece di restituir li alle galere di Civitavecchia (busta 701), probabilmente perché intendeva impiegarne alcuni nella manifattura dei panni. 241 ASR, Soldatesche e Galere, busta 690. L'appalto fu concesso al commendator Camerata, il quale comprò la pelle di Moscovia dalle peJletterie Isaac Josef Terni, Giacomo Serafini e Tommaso Riccotti, e le fece lavorare dalla vedova Scopellitti. 242 L'assento era stato concesso il 6 maggio 1780 al mercante Zuccari di Fabriano, il quale, non essendo in grado di continuare, chiese che la continuazione fosse concessa al concittadino Romualdo Altini. ASR, Soldadesche e Galere, busta 691. 243 ASR, Soldatesche e Galere, busta 694. L'appalto importava 550 scudi. Gli Svendiman servivano nella Guardia Svizzera di Ferrara dal 1679. Nel 1723 divenne sergente Osvaldo Enrico Svendiman, e nel 1744 suo figlio Gaspare divenne coadiutore ed effettivo nel 1766. Nel 1767 suo figlio Andrea fu nominato coadiutore del padre e passò effettivo nel 1771 quando il padre fu promosso tenente (busta 728). 244 ASR, Soldatesche e Galere, buste 699 e 708.-Borero aveva l'appalto della fornitura dei cappelli al prezzo unitario di 60 baiocchi. Ottoboni acquistò per 53 baiocchi 2 mila cappelli da Gioacchino Conti mercante di Piazza Navona, ma le guarnizioni furono fatte a parte dal cappellaro dell'Arco di Parma.


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rese Giovanni Bottoni, nominato capitano onorario dei Verdi, giudicato "non solo capitalista vistoso, e perciò atto alli necessarj sborzi, mà anche onesto, e sensibile più all'onore di servire il Pl"incipe che avido di grandi lucri".

Presso i Magazzini Militari i soldati dovevano provvedersi obbligatoriamente dei "bisognevoli capi della piccola montura", cioè scarpe, stivaletti (uose) di tela, calzoni, cartuccere, cinturoni, foderi da sciabola e biancheria, secondo una speciale tariffa che poteva essere aumentata del dieci per cento "a cagione dell'Impiego de' Capitali, spesa di Ministri, di Magazzeni, trasporti e tutt'altro". A questo fine veniva loro trattenuta sulla paga mensile la somma di 1 scudo e 35 baiocchi, detta "mazzetta" o "massetta". Benché tutti questi generi dovessero essere ben confezionati e sigillati, nascevano continue lamentele da parte dei soldati, che discutevano prezzo e qualità, onde li si fece accompagnare da un caporale. Del resto lo stesso Bottoni denunciava "frodi di alcuni Maestri Calzolari che adulterano le scarpe con situare cartone fra mezzo le suole in luogo dell'anima, che parimenti dev'essere di suola",

e si dichiarava disposto a rimborsare quelle trovate difettose 245 . Nel 1794 si decise di dotare tutto l'esercito di un unico modello di uniforme di tipo austriaco, sostituendo le vecchie "monture" diverse per ogni corpo 246 . Le nuove ur~_iformi della fanteria dovevano

245

ASR, Soldatesche e Galere, buste 702, 706, e registro 798. nell' aprile 1793 le Gua1·die avevano giustacuore, camisciola e calzoni rossi, il battaglione di Castello giustacuore verde, e camisciola e calzoni bianchi, quello della Marca giustacuore turchino e camisciole e calzoni rossi, e i. Corsi giustacuore e calzoni bianchi e camisciola rossa (ASR, Soldatesche e Galere, busta 708). Alla busta 691 è conservato un modellino a colori con l'uniforme del Battaglione di Romagna del ten. col. Ronca. Aveva foggia austr iaca, con marsina abbottonata celeste-grigia, colletto rovesciato, spalline e paramani azzurri, pantaloni bianco sporco, buffetterie marroni con placche in ottone (anni papali sulla cartuccera). Aveva crovattino nero, berretto azzurro con filettatura grigia e placca marrone con sigla "BR", cappotto cenerino, scarpe marroni e parrucca bianca. La compagnia Vincentini di cavalleria aveva casacchina cenerino con fodera bianca e risvolti rossi, collare nero, corpetto bianco, calzoni di pelle gialla, ferraiolo color cenerino, stivali alla Dragona con speroni in vacchetta nera, pistagno orlato turchino ai risvolti, bottoni di metallo giallo. con sigla "CP", bandoliera con molla, padrona armata con 12 cariche, spada o squadrone con manico di ottone e laccio di pelle, cinturone con fibbia di ottone. L'armamento comprendeva due p istole e carabina. Le gualdrappe e fondi dei cavalli erano di panno cenerino con orlo rosso (busta 697). I miliziotti reclutati nella pro246


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essere bianche con bottoni di metallo bianco, e i corpi si dovevano distinguere solo per i colori del bavero e dei paramani: rosso (Guardie), arancio (Corsi e Romagna), verde (Castel S. Angelo e Battaglione Lante), turchino (Battaglioni Marca e Ancajani), celeste (Ferrara e Forte Urbano) e giallo (Battaglione di Ancona). Artiglieria, bombardieri e corpo Tartaglioni dovevano avere uniformi color caffé con mostre rosse e bottoni di metallo giallo, la Cavalleria uniformi grigioferro con mostre rosse e bottoni di metallo giallo, nonché pantaloni di cuoio giallo e stivali di pelle nera con scarpe unite. Le uose dovevano essere di panno nero con bottoni di cuoio, le buffetterie bianche, e come copricapo il caschetto o il berrettone da granatiere, ma di modello più piccolo, meno pesante e "di miglior garbo" di quelli precedenti 247 . Il panno doveva essere di Matelica, e ben ventidue ditte di questa città presentarono offerte248 : per accertarne la qualità, si dispose che dovesse essere preventivamente bagnato alla presenza di un ispettore inviato dal Comando Generale 249 . Il 24 luglio 1794 vi fu in proposito una riunione di tutti i comandanti di corpo col brigadiere e il tenente generale, e il 27 settembre furono presi accordi col tesorierato per la bollatura congiunta dei campioni250 • La questione dell'appalto era delicata, perché la Camera aveva

vincia di Sabina e Montagna avevano l'unifo1me della provincia, ma poi le loro monture furono ritirate e sostituite con quelle dei corpi di assegnazione (busta 699). La Compagnia reclutata dal Reggimento di Fanteria di Camerino aveva vestito bianco con mostre rosse, ma poi ricevette la montura del Battaglione della Marca (busta 703). La coccarda era quella pontificia giallo-rossa (divenne bianco-gialla nel 1801, dopo che la precedente era stata adottata dalla Repubblica romana). I distintivi di grado erano stati fissati il 7 aprile 1789: tre, due e una riga di ricami d'oro sopra le maniche per il generale, il tenente generale e il maresciallo dì campo, una riga d'argento per il brigadiere: tre, due e un gallone sopra le maniche per gli uf. ficiali superiori, due spallette per il capitano, una sola spalletta per il tenente e l'alfiere, rispettivamente sulla spalla destra e sinistra, una spalletta senza fiocco alla spalla destra per il sergente, un gallone di seta sopra la manica per il sergente. (busta 689). L'uniforme della marina è già stata indicata supra, nt. 212. Nel 1797, per economia, furono abolite le spalline e soppressi i galloni dello Stato Maggiore, conservandoli solo sulle camisciole (busta 734). 247 ASR, Soldaiesche e Galere, busta 712. Cfr. registro 800. 248 ASR, Soldatesche e Galere, busta 729. 249 ASR, Soldatesche e Galere, registro 799, cfr. busta 715. 250 ASR, Soldatesche e Galere, busta 715, cfr. 712.


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in precedenza concesso ben sette privative per la fornitura del vestiario di altrettanti corpi e presidi alle ditte Ottoboni e Tignani (dal 4 aprile 1791 per i Verdi), Pietro Trevisani (dal 16 marzo 1789 per i Corsi), Fratelli Ascarelli (per i Turchini di Civitavecchia), Alessandro Ambron, Giuseppe Botti, Cesare Hilbrat, Anna Bona (in rappresentanza dell'Ospizio Apostolico di S . Michele a Ripa). Si trovò poi il cavillo giuridico, sostenendo che tutte le privative erano sottoposte alla tacita condizione "juxta praesentem statum, rebus sic se habentibus, sic stantibus". Il mutamento delle circostanze, determinato dalla decisione del Comando Generale di cambiare colore, foggia e sistema di distribuzione delle uniformi, produceva dunque la risoluzione di diritto delle privative. Così il Salvatori segretario di Camera rogò 1'8 ottobre 1794 l'"istromento di esibita di sette intimazioni di revoca delle privative" alle citate ditte 251 . Ottoboni, che aveva già dovuto sospendere le lavorazioni, fu tacitato con la condonazione del debito che aveva con la Camera per l'anticipo destinato all'acquisto del capitale: risulta che solo i Fratelli Ascarelli presentarono ricorso 252 . Restava ora la scelta dell'assentista. Si era offerta la società formata dai mercanti Giuseppe Galimberti, Giacomo Lenzi, Giambattista Belli e Gaetano Chiassi253 . Ma il 29 novembre 1794 il papa attribuì al tesoriere la più ampja e insindacabile discrezionalità in merito, e Dalla Porta confermò !'.indicazione di Ruffo scegliendo la ditta formata da Giovanni Bottoni e, da suo padre Domenico. Con Chirografo pontificio del 3 dicembre 1794 che dichiarava decadute tutte le altre privative, fu conferita ai Bottoni l'Intendenza generale del nuovo vestiario per i tre futuri rinnovi triennali 254 . Giambattista Bedoni commerciante di Campo de' Fiori e Antonio Rigacci della Porticella di S. Agostino si assicurarono rispettivamente la fornitura degli stivaloni alle cavalleria e dei berrettoni da granatieri completi di placca metallica255 • Ma già prima della concessione della privativa, ciÒè il 19 settembre 1794, il Comando Generale aveva fatto compilare una nota

251 252 253 254 255

ASR, ASR, ASR, ASR, ASR,

Soldatesche Soldatesche Soldatesche Soldatesche Soldatesche

e e e e e

Galere, Galere, Galere, Galere, Galere,

busta 715. busta 716. busta 712. buste 711, 716, 717 (varie copie). registro 799.


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di tutti i calzolai e sarti esistenti nelle compagnie, e il 5 ottobre li spedì a lavorare presso i Magazzini Bottoni al posto dei lavoranti civili che furono licenziati. Un calzolaio fu spedito da Bedoni per fabbricare gli stivaloni della cavalleria. Ai calzolai, due per compagnia, veniva concesso un "utensile di lavoro'' di 17 baiocchi e m ezzo al paio, corrispondente a circa un quinto del prezzo unitar io, mentre il soldo dei tredici sarti doveva essere prelevato dalla "cassa dei risparm i" dei rispettivi corpi. Tutti i lavoranti militari dovevano lasciare in cas·e nna sciable e baionette a scanso di risse. Il 1° maggio 1795 iniziò la distribuzione del vestiario e dodici giorni dopo i lavoranti rientrarono ai corpi restando tuttavia a disposizione dell'Intendenza per eventuali richiami. Furono utilizzati per fabbricare berretti di panno e "scirò" di tela da indossare nei servizi interni onde non sciupare le monture nuove. Con particolare tempismo il 7 novembre furono consegnati anche marsine e stivaletti estivi 256 . Le monture erano distribuite senza alcuna riten zione di soldo, ma restavano di proprietà del Principe, per cui ogni sabato se ne doveva fare la rivista e quelle dei m orti e congedati dovevano essere ritirate dal comandante e versate mensilmente al Provveditore Sabatini . I soldati erano tenuti a m antenerle pulite e in ordine, a imbiancare le buffetterie, e a sostituire a p roprie spese, con i soldi della "mazzetta", gli oggetti della "bassa montura" di uso quotidiano e la bia ncheria. I cappotti non erano distribuiti ai soldati, m a in consegna alle compagnie per le guardie e le m arce invernali257 . Gli u fficiali dovevano procurarsi le monture a proprie spese: e siccome m anifestava no una deplorevole tendenza a farsele fare "fuori ordinanza", il Comando Generale li informava cortesemente sui negozi dove avrebbero trovato i modelli regolamentari258 . Per il collaudo delle monture era stata istitu ita una Commissione militare per la ricognizione del vestiario, presieduta dal colonnello Severi e composta dal maestro calzolaro Bedoni, dal fo-

256 257

ASR , Soldatesche e Galere, registro 800, alle date indicate. ASR, Soldatesche e Galere, ordini del Comando Generale, registri 798, 799 e

800 . . 258 ASR, Soldatesche e Galere, ordini del Comando Generale, registro 800, giugno 1795. Erano raccomandati lo spadaro Botti al Pellegrino, il gallonaro Bartolomeo Cella e il cappellaro Garinei alla Pace e ancora l'ottonaro Botti "all'Insegna della Morte al Pellegrino", per acquistare spade, sciable e relativi fiocchi. e cappelli.


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riere Leoni, dai maestri sartori Rinaldi e Mordanini e da tre ufficiali (il maggiore, un capitano e un tenente) del corpo il cui stock di uniformi doveva essere collaudato. Ma i rapporti tra la Commissione e la ditta Bottoni erano così burrascosi, che Severi e i periti giunsero a rassegnare le dimissioni, "giacché, per quanto abbia procu.rato di esser conveniente verso il signor Intendente Bottoni, e di usare verso di esso di tutta l' epicheja (=equità) possibile per isfugire qualunque questione: pure non gli ha potuto riuscire, anzi sono stati innumerevoli i pettegolezzi accaduti dalla parte dell'Intendente, non solo, ma pur anche da parte dei di lui Ministri, avendo dovuto il Colonnello scrivente soffrire puranche l'avvilimento dei suoi subalterni ad onta della Divisa del Sovrano, che hanno l'onore d 'indossare".

Infatti per avere buoni rapporti con Bottoni sarebbe stato necessario "aderire non solo in tutto, e per tutto alle volontà del sig. Intendente, le quali sono, che la Commissione Militare, divenendo perfettamente cieca, e priva dell'uso di ragione a poter dare il menomo giudizio, permetta l'apposizione del Bollo a qualunque Genere le venga presentato; ancorché dal Bottoni si millanti esser roba cattiva, com'è accaduto nelle marsine, che restano tutt'ora in questione, e le quali in fine dovranno riceversi tal quali sono. Fin qui la Commissione ha dovuto bollare i generi per pura necessità: se ci si fosse attenuti al campione, si sarebbe dovuto fare uno scarto generale" 259 .

Ma quando si aveva a che fare con l'amministrazione pontificia l'arroganza e le "tortuose vie" per eludere le chiare disposizioni dei contratti evidentemente giovavano. Fu infatti nominata una Commissione di appello composta di tre periti, uno designato da Bottoni, uno dal tesoriere e uno dal Comando Generale, e i generi fomiti furono definitivamente approvati. Quando nel 1796 il Comando si rifiutò di bollare 4 mila paia di scarpe difettose, Bottoni ricorse al tesoriere e dopo la revoca dell'appalto decisa dalla Congregazione Militare il 18 settembre 1797 in virtù del già ricordato Viglietto della Segreteria di Stato del 30 aprile precedente, Bottoni non esitò a intentare causa civile per danni contro la Camera Apostolica 260 . ' 258

ASR, Soldatesche e Galere, Ordini del Comando Generale, registro 799, al 3 dicembre 1793, e registro 800, giugno 1795. Erano raccomandati lo spadaro Botti al Pellegrino, il gallonaro Bartolomeo Cella e il cappellaro Garinei alla Pace e ancora l'ottonaro Botti "all'Insegna della Morte al Pellegrino", per acquistare spade, scialbe e relativi fiocchi, e cappelli. 259 ASR, Soldatesche e Galere, busta 722. I ritardi maggiori si verificarono nella consegna del vestiario del Reggimento di Ferrara e Forte Urbano. 260 . ASR, Soldatesche e Galere, buste 725, 729 e 735.


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Prima dell'armamento del 1792 non esisteva un sistema di vettovagliamento militare. I soldati dovevano provvedere da soli al vitto con le paghe, mentre durante marce e spedizioni il vitto era compreso fra gli "utensili" che dovevano loro essere somministrati dalla popolazioni presso le quali facevano tappa, e il cui costo poi era ripartito fra tutte le comunità delle province interessate. Più tardi si stabilirono ritenzioni sul soldo per la corresponsione del rancio in caserma: a Civitavecchia era di 2 scudi e 25 baiocchi al mese, mentre a Ferrara era di soli 90 baiocchi per il rancio e altri 75 per il pane. Questa fu la misura della ritenzione per il rancio e il pane fissata dalla riforma Caprara. Nonostante la riduzione del soldo stabilita il 6 febbraio 1794 il pontefice dispose "che continuino li commodi, e vantaggi del rancio". In tutti i quartieri dovevano essere costruiti appositi "focali" o "fornelli": nel 1793 non ce n'erano ancora in tutte le caserme, mentre a Terracina si era costruito un apposito edificio con quattro focolieri con cappa e quattro tavolini e una stanza adibito a magazzino viveri e legna. Il Commissario Battaglia ricevette l'incombenza di distribuire dieci marmitte per compagnia (20 per il battaglione di Corneto e 17 per la Compagnia Vincentini). A stagnarle doveva provvedere il calderaro camerale Guidi (che aveva bottega davanti al palazzo Ottoboni), ma siccome se la prendeva comoda lo si minacciò di ritirargli la privativa. Il piano Caprara prevedeva che ogni Compagnia si suddividesse in quattro squadre per il rancio, ciascuna con un ranciere addetto, a tal fine esonerato dalle guardie. Il materiale per il rancio di una compagnia costava 50 scudi e 60 baiocchi e comprendeva una mannaia per spaccare la legna (incombenza del guastatore di compagnia), otto marmitte di rame col manico di ferro, otto secchi di rame per l'acqua, sedici mestoli e otto mannarini per tagliare le vivande. Ai rancieri erano distribuiti appositi camiciotti, che si vietava di usare per pulire le marmitte. Il Comando Generale specificò più volte che nel rancio non si doveva comprendere gli ammogliati e i figli di famiglia che avevano modo di mangiare "in casa propria". Tuttavia in alcuni reparti, come nel Battaglione di Castello, gli uffic iali non consentivano l'esercizio di questa facoltà, e trattenevano i soldi per il rancio a tutti. Per giunta non davano da mangiare al personale di guardia, che era obbligato ad andare a mangiare al bettolino. Ciò provocava ovviamente reclami e "scandalosi tumulti" da parte dei soldati. Nel


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marzo 1794 il capitano Middelburgh, reo di non aver vigilato sulle "mangerie" compiute dal sergente e di non aver inoltrato i numerosi reclami presentati dai soldati, fu condannato dal Comando Generale a dare un rancio gratis a tutta la compagnia, mentre il sergente, degradato per un periodo "ad arbitrio", fu costretto a montare di guardia sempre "fuori dei Rastelli, acciò sia da tutti veduto". Non erano però solo i sergenti e i, capitani ad interessarsi troppo all'alimentazione dei soldati. Nel 1794 il Comando Generale faceva sapere che al forno del Babuino detto il Moro si sarebbe trovato il pane della Truppa a due baiocchi e mezzo la pagnotta. Il primo giorno lo si doveva acquistare per assaggiarlo: se fosse piaciuto alla "gente" le compagnie dovevano notificarne il quantitativo occorrente, che monsignor Della Porta si offriva di far consegnare ai quartieri. il prezzo sarebbe stato pagato mensilmente in cedole261 . Presso ciascuna caserma esisteva un bettolino, al quale la riforma Caprara mutò il nome in "vivanderia", per sottolineare che aveva la facoltà di cucinare cibi per i soldati oltre che di vendere vino. I bettolini erano presi in affitto per un anno, con rinnovazione tacita. Andrea Ranieri ne aveva affittati cinque (compreso quello dell'Ospizio di S. Onofrio), e Pietr' Antonio Mencarelli era socio accomandatario del "giardiniere di Casa Colonna" Giovanni Villutini e della "corazza di S. Sanità" Francesco Fossi per la conduzione del bettolino della Pilotta. L'oste Bonifazi chiedeva che la sua osteria alle Quattro Fontane fosse dichiarata bettolino della Caserma Galoppi-Trulli262. · I vivandieri pagavano la concessione obbligandosi a cambiare a loro spese in moneta di rame un terzo della paga dei soldati che la Cassa Militare corrispondeva in cedole. Giuseppe Leti, vivandiere di Castel S. Angelo, si era rifiutato di cambiare le cedole della Compagnia d'Artiglieria, sostenendo di non esservi obbligato, e forse anche per questa ragione l'affitto del bettolino e;a stato poi concesso il 28 febbraio 1795 a Giuseppe Filonardi. Quest'ultimo proponeva di corrispondere direttamente agli ufficiali l'aggio di 2 baiocchi e mezzo per ogni scudo relativo al terzo di cedole del pre-

261 262

ASR, Soldatesche e Galere, buste 697, 701, 704, 708 e registri 798 e 799. ASR, Soldatesche e Galere, buste 690, 691, 698, 699, 704, 722, 733, 734.


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sidio (pari a 60 scudi per ogni compagnia del Battaglione Ottoboni e a 50 scudi per la Compagnia d'Artiglieria), dando loro la fastidiosa incombenza di provvedere a cambiare le cedole presso gli speculatori 263 . I capitani dovevano controllare che i vivandieri pagassero la tassa di un grosso al mese per ciascun garzone al loro servizio, che spettava all'Università dei Giovani degli Osti per il mantenimento della cappella corporativa a favore dei garzoni ammalati. Ai soldati era proibito prendere roba a credito al bettoline (se i capitani lo avessero consentito, come accadeva ovviamente a Castel S. Angelo, sarebbero stati tenuti responsabili dei debiti contratti dai loro sottoposti). Alcuni arrotondavano la paga facendo incetta degli abbacchi dopo essersi fatti largo a spintoni fra gli acquirenti, per rivenderli poi ad osti e vivandieri : un granatiere delle guardie osò perfino rispondere male al marchese Nunez, conservatore di Roma e Presidente alla vendita degli abbacchi (che poi gli fece condonare i tre giorni di catena a cui l'avevano condannato)264 . Il principale privilegio dei bettolini era l'esenzione da metà della gabella sul vino, che si pagava alla Dogana dello Studio, sul quantitativo di 4 mila barili ,importato iri Roma annualmente per il consumo dei 1.300 soldati pontifici esistenti prima dell'armamento. Ma con l'aumento degli effettivi il consumo annuale era triplicato e quadruplicato, e i bettolini avevano avuto maggiore facilità di vendere vino anche ai civili, stipandone grosse riserve nei loro grottini. Sette od otto bettolini erano esterni alle caserme, e anche quelli interni (come a lla Pilotta) aprivano porte separate fuori dei rastelli, contro la precisa disposizione del chirografo pontificio di esenzione dalla gabella. La pratica era nota e tollerata, purché i vivandieri osservassero la pia disposizione di cacciare gli avventori e chiudere bottega durante l'ora del catechismo alla truppa. Finalmente riuscì all'appaltatore della gabella sul vino Frattini, che i vivandieri definivano "instancabile ed ostinato Loro Perse-

263

ASR, Soldatesche e Galere, buste 722, 723, 727. ASR, Soldatesche e Galere, registro 798 e 799. Sulla proibizione della vendita degli abbacchi nelle osterie e bettolini disposta con editto dal Presidente delle Grascie. per evitare che ne facessero "bagarinaggio" con danno del pubblico, cfr. buste 691 e 734. 264


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secutore", di soddisfare !"'antico prurito, che quasi Morbo ereditario si è finora trasfuso per successione in tutti li Gabellieri del vino", e il 25 gennaio 1796 ottenne l'abolizione della franchigia sul vino della soldatesca. Così anche i bettolieri furono costretti a pagare la gabella di 30 baiocchi al barile per il vino romanesco e dei castelli e 50 per quello "ripale" (cioè sdoganato al porto fluviale di Ripa Grande). Inascoltato fu il suggerimento di trasformare la franchigia dalla gabella sul vino in un corrispondente lieve aumento di paga dei soldati di Roma 265 . In casi straordinari furono anche stabiliti speciali contratti per il vettovagliamento. Così quello per i viveri della Marina concesso il 25 aprile 1795 alla ditta Nicola Palombi di Civitavecchia, e quello che l'affittuario dell'Osteria di Porto a Fiumicino Pietro Luigi Maruffi fu obbligato dalla Segreteria di Stato a sottoscrivere il 21 ottobre 1794 per il vettovagliamento della truppa di Fiumici00266_

265 ASR, Soldatesche e Ga.lere, buste 705, 725 e 733. L'appaltatore della Dogana dello Studio faceva spesso ispezioni ai bettolini alla ricerca di vino che non aveva pagato la gabella. 266 ASR, ·soldatesche e Galere, buste 719 e 724.


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Tabella 1O - Elenco degli assenti e appalti esistenti nel giugno 1797 Contratto

Conduttore

Vestiario della Truppa Vestiario delle Corazze Foraggi della Cavalleria Cavalleria a Civitavecchia Cavalleria a Mesa Tiuppa a Ronciglione Truppa a Cometo Selle della Cavalleria e Corazze Letti per Roma Letti doppi per Corsi Letti singoli per CSA Letti per Civitavecchia Nuovi Letti Civitavecchia Letti per Ancona Letti per Civitacastellana Armeria Vaticana Armeria Castel S. Angelo Armeria delle Corazze Armi dei Corsi Custodia Arm. Vaticana Armeria Civitavecchia Armeria Frascati Armeria Ascoli Armeria Fano Armeria S. Leo Armeria Pesaro (Arsenale) Armeria Senigallia Armeria Rimi ni Armeria Loreto Armeria Ancona Assento Ar tiglieria Artiglieria Ancona Artiglieria Senigallia Artiglieria Pesaro, Fano e San Leo Fusione dell' Artiglieria Pulizia Castel S. Angelo Porto d 'Anzio Galere Barche Guardacoste Viveri per la Marina Intagli Galere e Barche Manutenzione CSA Spurgo dei fossi CSA Pitture e vernici CSA Civitacastellana Berrettoni Granatieri

Giovanni Bottoni

0 ( )

a.

= an nui;

m.

= mese.

-

Michele Moroni F.lli Ferruggia Pietro Bianchini Signor Leali Giuseppe Selli Mahrini, Lauretti e Ramelli UniversitĂ d. Ebrei Mercan te Lenzi Ottoboni e Tignani Ebrei Modigliani " " Antonio Fabri F.lli Ascarelli Luigi Sicurani " "

..

..

altro armarolo Luigi Sicurani F.lli Mazzocchi Luciano Mercuri Antonio Felici Alfio Marzanti Antonio Fabrii Francesco Manci ni F. Saverio Marotti Antonio Torregiani Mariano Bologna Natale d'Ubaldantonio Francesco Palombi Carlo Bartolini Carlo Bartolini Vincenzo Mancini Giardoni Giuseppe Torri Antonio Tartaglioni F.lli Manzi F.lli Manzi Nicola Palombi Pasquale Marini Alessandro Dell'Oste Loreto Pieri Francesco Pannini F.lli Mattei Antonio Rigacci

Rogito

Anni

Importo (0 )

3.10.1794

12

sec. tariffa

13.6.1795 ?.?.1 796 ?.? .1796 ? ? ? scaduto consuetudine 9.8.1791 9.3.1775 ?.?.1793 ?.4.1788 ? ? ? ? ? ? ? ? ? ? ? ? ? ? ? ? 8.10. 1795 ?.6.1786 ?.6.1786 ?.6.1786 ? ? ?.11.1789 29.2.1794 scaduto 25.4.1795 ?.?.1785 29.4.1793 29.4.1793 4. 12.1784 ?.?.1793 ?

IO 10 IO ? ? ?

sec. tariffa sec. tariffa sec. tariffa ? ? sec. tariffa baj.23 baj.22 baj.26 baj.27 baj.30 baj.26 baj.27 sc.60 m. sc.30 m. sc.4 m. ? se.IO m. sc.11:40 sc.24 a. sc.12 a. se.9:60 a. se. 48 a. se. 72 a. se. 72 a. se. 60 a. se. 72 a . se. 196 a. variabile sc.250 a. se. 78 a. se. 90 a. variabile baj.5 se. I 0.570.a. se. 52.999 a. se. 20.055 a. variabile variabile se. 40/50 a. se. 300 a. ? se. 50. a. ?

-

-

-

18 ? ? 9 ? ? ? ? ? ? ? ? ? ? ? ? ? ? ? ? 18 18 18 18 ? ? 18 6

-

1 18 18 9 a vita 9 ?

-


852

Tabella 11 -

Virgilio Ilari .

Elenco degli immobili affittati o ceduti alla RCA per uso della Truppa Pontificia (1793-1797)

I mmobile

Ubicazione

Palazzo Spinola Palazzo Sora Palazzo Savelli Palazzo Ravenna Pal. Galoppi-Trulli Palazzo Sinibaldi Palazzo Stuart Casale Massini 3 Granai 2 Ri messe e ann. I stanza, entrone 1 stanza terrena Fienile Num. IV Granare Bottega, stanza

S. Caterina d . Funari Piletta Teatro di Marcello S. Maria Maggiore Via 4 Fontane S. Prassede S . Lorenzo in Damaso Termini Termini Piazz. d. Terme Palazzo d. Terme Palazzo d. Terme Termini S . Nicola di Tolentino vicolo dell'Eleutari

Fienile 2 Rimesse 2°/3° app. N. Xx Casa di 3 piani Quartiere Quartiere Quartiere Casa 4 stanze Appartamento Appartamento Quartiere Appartam. stalla Bottega Quartiere Bottega, stanza Casa (ospedale dei rognosi) Quartiere Appartamento Palazzo Primoli

Campo Vaccino Strada Giulia Monti (v. Serpenti) Pasquino Strada Fratina Strada Fratina Avignonesi Piazza di Pietra Piazza di Pietra Piazza di Pietra Piazza di Pietra Piazza di Pietra Monte di Pietà Monte d i Pietà Ponte Sisto Lungara Lungara Lungara Fiumicino

(a) disdetto il 23 maggio 1797 (*) restituito il 1° maggio 1794

Concedente mons. Cassoni D. Filippo Colonna Orsini can. Frane. Ravenna Teresa Catenacci RR .MM. S. Giovanni Rosa Fioroni Stuart M. Camillo Massim M. Camillo Massim M. Camillo Massim M. Camillo Massim M. Camillo Massim RR.PP. Certosini RR.PP. S.Maria sopra Minerva PP. Confessori di S. Lorenzo in Damaso D. Giuseppe Mattei Giuseppe Bianchi RR.PP. Bergamaschi P. Doria Pamphili C. Felice 'Perrelli Eustachio Mazzini st. e Fr. Paluzzi m. Vine. Bartolucci Creditori del Patrim. del Cinque Mario Falconieri ?

Casa Falconieri B. Diego Aliprandi ' ? RR.PP. d. Scala Archispedale S. Spirito in Sassia ?

RR.MM. di S . Giacomo Amm.re Co. Carpegna

Canone

Rogito

ceduto

26.6.93 26.6.93 ? 4 .2.93 29.4.93(") 25.5.93 1.2.93 30.1.93 25.10.93 25 .11.93 12.7.94 4 .12.95 6.6.93 2.9.93

,, ,,

30 600 115 280 220 18 26 10:80 4:80 70 18 18 12 20 22:20 190

} 62:40 42:00 36 42 110 75 75 22:60 22:60 36 30 18 14:20 160

17.5.93 11.4.94 1.3.94 2) .6.93 25.1.93 3 .1.93 5.2 .93 9.2.93 14.10.96 10.2.94 5.2.95 ? ? 2.7.93

? 5.2.93 31.7.93 ? 11.1.94

12.4.93(*)


l tentativi di riforma. dell'esercito pontificio nel 1792-1798

853

Tabella 12 - Dislocazione della soldatesca di Roma nel 179 3-1796 Corpo o Ente

Comandante

Dislocazione

Comando Generale (") Battaglione d'Artiglieria(') Battaglione dei Verdi Battaglione della Marca 1° Squadrone Cavalleria 2° Squadrone Cavalleria Battaglione dei Corsi Compagnia Colonnella Compagnia Maggiora Compagnia Granatiera 1• Compagnia 2• Compagnia 3° Compagnia 4a Compagnia Reggimento delle Guardie Compagnia Colonnella Compagnia Tenente Colonn. Compagnia I" Maggiora Compagnia .2• Maggiora Compagnia 'rn..illi Compagnia Magnani Compagnia Nunez Compagnia Grassi Compagnia Origo Compagnia Capizucchi Compagnia Silva Compagnia L. Reali Compagnia Granatiera Corpo delle reclute

Caprara (Gaddi) Colli Ottoboni Baruichi Crispolti Reali Capranica (Grassi) Capocaccia Silvani Bonfigli Grassi Cavalletti Barigioni Bastoni Reali (Manucal

Palazzo Fioroni Stuart Castel Sant' Angelo Castel Sant' Angelo Caserma della Pilotta Quart iere alle Terme Caserma della Pilotta

-

Caserma Quattro Fontane Quatiiere Campitelli Quartiere P. di Pietra Quartiere Ponte Sisto Quartiere Campitelli Caserma Quattro Fontane Quartiere Strada Fratina Quartiere alla Lungara Caserma Quattro Fontane Quartiere Arco de' Cenci Quartiere Capo le Case Quartiere Monte di Pietà Quartiere di Ripetta Caserma Sinibaldi

Piccini Dandini Magnani Trulli Magnani Nunez Grassi Origo Capizucchi Silva Reali Regis Bianchetti

-

Quartiere Termini Quai"tiere Savelli Quartiere Pasquino Quartiere Monti Quartiere Santa Marta Quartiere Ravenna Quartiere Ravenna

(") Dal novembre 1793 al Palazzo del Seminario Romano. (~) Dal dicembre 1796 a Palazzo Soderini in Borgo.


UMBERTO POSTIGLIONI

IL X REGGIMENTO ARDITI PRESENTAZIONE

È sufficiente il breve spazio di poche righe per introdurre questo ragguardevole lavoro di ricerca del giovane studioso di storia militare ing. Umberto Postiglioni. Vuole essere la mia una duplice testimonianza: della straordinaria intensità morale di eventi vissuti e sofferti nel segno e nella consapevolezza del puro ardimento, della eccezionale tenacia del1' autore nel perseguire per anni un traguardo che a volte sembrava sfuggirgli per le carenze della documentazione esistente. Viene così, dopo oltre quarant'anni; degnamente ricordato ufficialmente un R eggimento glorioso che appartiene alle più valide tradizioni delle nostre Forze Armate. Il X Arditi s'affianca a tutti gli effetti alla X Flottiglia MAS della nostra Marina Militare nel campo dei reparti d'assalto della seconda Guerra Mondiale . La diversa fortuna è stata conseguenza inevitabile del precipitare degli avvenimenti bellici. La X MAS portò a termine le sue azioni soprattutto nel 1942, quando le sorti del conflitto erano ancora aperte ad ogni soluzione. Il X Arditi dell'Esercito poté essere impiegato soltanto nel 1943, quando ormai il destino delle nostre armi era virtualmente deciso. Ma uguale è stato il senso del dovere, uguale l'entusiasmo, uguale l'eroismo. Anche dopo il drammatico 8 settembre il comportamento degli appartenenti al Reggimento è stato dovunque contraddistinto dalla fedeltà ai principi del coraggio e alle leggi d ell'onore. Roma, agosto 1985 Giovanni (Nino) De Totto Generale di Brigata Paracadutista Ruolo d'Onore


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Umberto Postiglioni

0RIGlNI

L'idea di costituire un reparto idoneo a compiere azioni di sabotaggio nelle retrovie nemiche sorse nel 1942 presso il Reparto Operazioni dello Stato Maggiore Regio Esercito allo scopo di arrecare i maggiori danni possibi.li nel dispositivo dell'avversario e di obbligarlo quindi ad impiegare notevoli forze per la sorveglianza delle coste, ferrovie, ponti, viadotti, campi di aviazione, depositi di carburante e munizioni, ecc. 1 Non era estraneo a tale decisione anche l'esempio del nemico, che, con operazioni di commando - peraltro di scarsa entità ed efficacia - infastidiva le nostre difese. La concezione non ortodossa di un reparto così diverso dagli a ltri per costituzione e impiego faticò ad imporsi, per l'incomprensione, la diffidenza, lo scetticismo e perfino l'ostilità di taluni ambienti del Ministero della Guerra: ma infine l'idea prese corpo. Ragioni di segreto militare consigliarono un'organizzazione e un impiego in forze non appariscenti, al fine di sfruttare la sorpresa in campo nemico. La scelta degli obiettivi sui quali lanciare il reparto poteva essere effettuata solo dal Reparto Operazioni dello Stato Maggiore Regio Esercito, il solo che possedesse o potesse procurarsi i dati caratteristici degli obiettivi stessi e potesse giudicare dell'importanza relativa di essi e della convenienza delle azioni. Questi motivi indussero ad una dislocazione degli Arditi non molto distante dallo SMRE (e venne quindi scelta Santa Severa) e ad una diretta ed esclusiva dipendenza del reparto dal Reparto Operazioni dello SMRE per disciplina, addestramento e impiego. Gli accorgimenti adottati per la difesa del segreto ebbero buon esito tanto che pochi vennero a conoscenza dell'esistenza di questo reparto di Arditi, almeno in un primo tempo. Venne deciso, in rapporto ai possibili scacchieri operativi, che fossero costituiti reparti: - paracadutisti: con possibilità di impiego in qualunque settore, anche ben addentrQ nelle retrovie avversarie, con lanci limitati alle notti di luna piena, per evidenti motivi di orientamento e di individuazione della zona di lancio

1

Memoria di Renzo Gazzaniga, dicembre 1950 (per la cortesia di Nino Dc Totto)


Il X Reggimento Arditi

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- nuotatori: con lo scopo di sabotare vie di comunicazione, ponti, ferrovie, porti, navi, obiettivi industriali e militari a poca distanza dalla costa, ma con un limite alle possibilità di operazione dovuto all'uso quasi esclusivo di sommergibili - camionettisti: mobili su speciali camionette desertiche, adatti per terreni desertici, sull'esempio dei Long Range Desert Group britannici. 2 Per l'attuazione dei compiti previsti, fu deciso che il personale fosse volontario, proveniente da tutti i reparti dell'Esercito, con particolari requisiti fisici e morali, da selezionare con rigidi criteri; inoltre che avesse dato prova, in precedenti azioni di guerra, di capacità, intelligenza, freddezza, coraggio o fosse decorato al valore o avesse proposte in corso. Si stabilì infine che il personale facesse un complesso e duro addestramento e a llenamento, per divenire idoneo alle azioni di sabotaggio nel particolare ambiente in cui avrebbero dovuto essere effettuate. 3 Data la singolarità delle missioni, gli Arditi vennero considerati mobilitati e dislocati in zona di operazioni fin dalla data di presentazione al reparto: oltre ai normali assegni, .furono attribuiti soprassoldi, indennità, premi e indennizzi in caso eh morte. 4 Complesse e lunghe risultarono le operazioni di reclute.mento e faticosa la scelta, perché alcune Uajtà, invece di inviare elementi volontari di grande affidamento, in :rapporto alle difficoltà e alla delicatezza dei compiti da assegnare agli Arditi, inviarono elementi scadenti o addirittura pessimi sotto il punto di vista morale. Come si vedrà meglio in seguito, la selezione fu in effetti molto severa. Ne risultò comunque u na notevole difficoltà ad affiatare, amalgamare e dare spirito di corpo ad elementi eterogenei e di varia provenienza. Il risultato finale, però, fu all'altezza delle aspettative: e il comportamento in azione lo dimostrò in abbondanza. 5 L'impiego dei paracadutisti esigeva personale specializzato della Regia Aeronautica, dai piloti all'equipaggio, e un direttore di lancio di grandi capacità, per la ricerca e l'individuazione della

2

3 4

Memoria di Pietro Corsini, 26 aprile 1985 Memoria Ga zzaniga, cit. Nino Arena, Folgore. Storia del paracadutismo miltare italiano, Roma, 1981. p.

301 5

Memoria Gazzaniga, cit.


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rotta e della zona di lancio. Gli accordi del caso venivano presi solo all' ultimo momento per ragioni di segretezza. Maggiori difficoltà si incontrarono per avere a disposizione i sommergibili, anche perché la Regia Marina era restia a concederli, dato il limitato numero di battelli disponibili e l'alto rischio di un impiego vicino alle coste e dell'attesa sottacqua del ritorno a bordo della pattuglia per 24 ore, la notte successiva a quella dello sbarco (questo, almeno, era il punto di vista della Marina). I camionettisti dovevano invece essere dislocati in Libia per effettuare le azioni previste per la loro specialità, ma il ritardo nella fornitura di camionette - causa bombardamento sulla fabbrica costruttrice - impedì che le Compagnie fossero impiegate secondo quanto previsto in addestramento. Anche se la denominazione burocratica corrente era "10° Reggimento Arditi", il nome esatto del reparto era "10° Reggimento Speciale Arditi". Inoltre, sin dalla sua costituzione, nel reparto c'era lo spirito di corpo di considerarlo come una proiezione, nello Stato Maggiore del Regio Esercito, della gloriosa X Flottiglia MAS della Regia Marina, che aveva galvanizzato i combattenti italiani con le imprese leggendarie di Alessandria, Suda e Gibilterra. Il T. Col. Bersani, comandante del 1° Battaglione, in uno dei suoi primi contatti con le pattuglie già costituite informò il suo discorso a tale motivo ideale. Comunque, come i marinai usavanò il grido d'assalto di "Decima!", anche gli arditi di Santa Severa preferivano riconoscersi, anziché nei tradizionali "Savoia!" o "A noi!", in quello di "Decimo!". Di conseguenza, gli arditi preferirono anche indicarsi con "X" anziché "10°". 6

ADDESTRAMENTO

L'addestramento, lungo, complesso, difficile, estenuante, doveva tendere: 7

6

Memoria di Nino De Totto, 7 maggio 1985 Nino De Totto, Paracadutisti del X Reggimento Arditi, ALT nuove, XII, 24, 16-31 d icembre 1960, p. 52; Memoria Gazzaniga cit. 7


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- ad uno sviluppo armonico ed elevatissimo di tutte le qualitĂ fisiche e all'esaltazione dei valori morali; - a infondere sprezzo del pericolo, altissimo spirito di sacrificio e di cooperazione ed a educare a manifestazioni di arditismo freddo e calcolato; - a specializzare gli arditi nell'impiego dei mezzi particolari in dotazione a ciascun reparto; - a fare di ciascun ardito un abile specializzato nell'impiego di tutti i mezzi a disposizione della pattuglia, in funzione dell'intercambiabiiitĂ degli elementi e della rapiditĂ con cui la pattuglia doveva agire nell'effettuazione dell'azione di sabotaggio; - a specializzare ciascun ardito nell'impiego delle armi individuali con totale confidenza, in qualunque posizione, in ogni ambiente, alla luce o nell'oscuritĂ ; - a specializzare tutti gli arditi nella lettura delle carte topografiche, nell'orientamento in tutti i terreni di giorno e di notte, nell'impiego dei mezzi di orientamento in dotazione ai reparti, nello sfruttamento del terreno in fase di avvicinamento coperto alla zona dell'obiettivo; - a _specializzare tutti gli arditi nell'impiego degli esplosivi. L'addestramento comune a tutti i reparti, da svolgersi a Santa Severa, comprendeva: ginnastica, per fortificare e rendere agile il fisico; - marcia veloce a pieno carico, per piĂš ore, a 8 km/h; - addestramento all'impiego delle bussole goniometriche per lunghi tragitti ; - lettura e uso della carta topografica; - padronanza nell'impiego delle armi individuali (mitra, pistola, bombe a mano) e collettive (per i reparti motorizzati: mitragliatrici pesanti, pezzi da 20 mm); - perfetta conoscenza e impiego degli esplosivi. L'addestra mento speciale consisteva in: - per i paracadutisti: lanci notturni (oltre a quelli diurni) con l'equipaggiamento apposito: mitra, pistola, pugnale, bombe a mano, zainetto con esplosivi, viveri sintetici speciali, pacco medicazione speciale; - per i nuotatori: nuoto e condotta dei canotti in gomma, discesa da sommergibili su canotti in pieno mare, sbarco su coste vigilate, reimbarco su sommergibili in pieno mare; il corso di nuoto (normale o su materassini) effettuato presso l'Accademia di Li-


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vorno aveva soprattutto uno scopo propedeutico; - per i camionettisti: guida di speciali camionette, impiego di bussole goniometriche e solari per la determinazione della rotta su terreni desertici, impiego di strumenti speciali per la determinazione del punto di giorno e di notte. Fin dall'arrivo a Santa Severa, come abbiamo visto, era curato in modo particolare l'addestramento, il cui scopo principale era di sviluppare le doti di equilibrio psicofisico, destrezza e ardimento degli uomini. L'istruzione comprendeva diverse fasi: 8 a. preparatoria: ginnastica generale, esercizi elementari a corpo libero, corsa, gare di staffetta, corsa cadenzata, addestramento graduale alla ginnastica ardita (fra cui il salto sop~a una fila di moschetti con la baionetta inastata e il salto in lungo della cavallina in completo assetto di guerra, 9 salto mortale e atterraggio), allenamento alle marce, marce in condizioni meteorologiche poco buone e tempo piovoso, marce celeri diurne e notturne su lunghi itinerari (anche sotto la pioggia e in terreno accidentato); 10 b. navigazione: lezioni di topografia, lezioni ed esercitazioni di orientamento con sole, punti cardinali e stella polare, lezioni sulla bussola e sul!' angolo di rotta, navigazione nel deserto, marce diurne e notturne con angolo di rotta (N.B. Il luogo d'azione veniva raggiunto con angolo di rotta e con un numero di passi, ciascuno di 80 cm, prefissato durante la preparazione dell'operazione); 11 c. militare: 12 addestramento formale di pattuglie e di plotoni, esercizi di sfilamento in compagnie, scuola radio e collegamento, te0ria sulle anni, tiri, lancio di bombe a mano, lancio di bombe a mano a par-

8

Diario Storico del X Reggimento Arditi conservato presso l'Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito 9 Dichiarazione di Luigi Zaffaroni, 7 ottobre 1983 10 Diario X Arditi, cit. 11 Dichiarazione di Pietro Pontrandolfo, 15 aprile 1985 12 Diario X Arditi, cit.


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titi contrapposti (due uomini si ponevano uno di fronte all'altro alla distanza di 35-40 metri e si lanciavano contemporaneamente due bombe SRCM: il miglior sistema per evitare danni era quello di gettarsi il più vicino possibile al punto presunto di impatto della bomba, con la testa, protetta dall'elmetto, nella direzione del punto stesso. Sfruttando il cono di dispersione dell'esplosione e con la protezione dell'elmetto, il danno prodotto dalle schegge era limitato. La prova era molto selettiva, richiedendo saldezza di nervi, prontezza di riflessi e coordinamento di movimenti) 13 , esercitazioni a fuoco, addestramento al combattimento, scherma di pugnale, lotta corpo a corpo, soppressione di vedette, istruzioni sul brillamento di esplosivi normali e incendiari, esercitazioni con esplosivi (per esempio: 14 tagliare con T 4 plastico tralicci in ferro, facendo a gara a chi restava più vicino al momento dell'esplosione in posizione adeguata), posa e brillamento di esplosivi su opere d'arte (quasi sempre un ponte in ferro) con detonatori istantanei e a tempo, preparazione del rancio senza fumo 15 . A dimostrazione dell' accuratezza con cui veniva effettuato l'addestramento a fuoco, sarà opportuno ricordare che il corso prevedeva minuziose istruzioni sull'impiego degli esplosivi a scopo di sabotaggio. Ne ricordiamo a lcune: 16 - ponti: applicare l'esplosivo alle travi pananti e a quelle poste sotto le rotaie; evitare che la parte tagliata si possa appoggiare a quella che rimane intatta; se necessario, far deragliare il treno, cosicché questo provochi il crollo del ponte; - rotaie ferroviarie: agire soprattutto in galleria o in tratti incassati; concentrare le cariche esplosive in un unico punto o in più punti sfalsati, a seconda che si voglia far deragliare il treno o distruggere i binari; - palizzate: disporre l'esplosivo a terra, ben compresso fra palizzata e suolo; - locomotori elettrici: m ettere la carica sul quadro comandi oppure sugli assali delle ruote;

13 Dichiarai.ione di Gennaro Trotta, 27 settembre 1983; Memoria di Ildebrando Boni, 12 gennaio 1984 14 Memoria Boni, cit. 15 Dichiarai.ione Zaffaroni, cit. 16 Carteggio del X Reggimento Ardici conservato presso il 9" Battaglione d'Assalto Paracadutisti "Col Moschin".


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- locomotive: applicare l'esplosivo sopra il fornello di introduzione del carbone o sugli assali; - aeroplani: disporre la carica nel vano di alloggiamento del carrello, nel punto in cui il longherone alare attraversa il vano; - depositi di benzina: mettere l'esplosivo sulla parete del serbatoio oppure, se il deposito è costituito da fusti, applicare le cariche compresse tra due fusti ravvicinati, posti alle due estremità del deposito; - autocairi: disporre l'esplosivo a contatto col motore, da qualunque lato; - scambi ferroviari: mettere le cariche nel cuore dello scambio, nella scatola di manovra e tra ago e rotaia; - bocche da fuoco: applicare l'esplosivo a pochi centimetri dalla volata; - opere in muratura: disporre le cariche allungate lungo il muro, compresse tra muro e terreno; d. tattica: 17 addestramento tattico, impiego della pattuglia, esercitazioni tattiche di pattuglie, riconoscimento del terreno, sfruttamento del teireno e del fattore sorpresa (venivano fatti lunghi percorsi strisciando sui monti della Tolfa) 18, addestramento di pattuglie con marce notturne su percorsi crescenti e, terreni accidentati, attacchi a centri di fuoco, visite a scopo addestrativo a impianti e opere d'arte, colpi di mano contro opere d'arte e posti vigilati, attacchi ad aeroporti, colpi di mano notturni e in condizioni atmosferiche proibitive, marce diurne e notturne con colpi di mano di pattuglie contro opere d'arte. 19 MEZZI

' Fin dalle origini del reparto si manifestò la necessità di dotare gli arditi di materiali speciali, atti a consentire od agevolare le particolari azioni di sabotaggio loro affidate. 20 Difficoltà notevoli do-

17 18

19 20

Diario X Memoria Diario X Memoria

Arditi, cit. di Francesco Pasculli, 19 gennaio 1984 Arditi, cit. Gazzaniga, cit.


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vettero essere superate, prima per la definizione dei materiali, poi per la loro adozione. L'armamento individuale era costituito dal Moschetto Automatico Beretta MAB 38, con caricatore da 40 colpi, oppure dal moschetto Mod. 38, pistola Mod. 34 2 1, zainetto da minatore (con una dotazione completa di capsule per accensione, miccia lenta, miccia rapida per il collegamento delle cariche, pinza "taglia e strozza") 22 e 6 bombe a mano. L'armamento di reparto comprendeva inoltre fucili mitragliatori, mortai d'assalto da 45 mm e lanciafiamme. 23 Fra gli esplosivi da addestramento ricordiamo: 24 gelatina esplosiva, plastica, in cartucce cilindriche da gr. 100; tritolo, con tre quarti di potenza della gelatina, in cartucce cilindriche o in forme parallelepipede da gr. 150, 200, 500; - T 4, plastico, confezionato in salsicce di cm 35 (peso gr. 400) o sacchetti di cm 9 di diametro (peso gr. 500); per la distruzione di aeroplani o depositi di benzina al T 4 veniva aggiunto l'electron, una particolare sostanza incendiaria; - miccia a lenta combustione, con velocità di accensione di minuti 1½ per metro; - capsula detonante, per l'innesco del T 4; - accenditore chimico, che usa l'acetone come solvente. L'attrezzatura era completata da: 25 orologi da polso, a tenuta d'acqua, fosforescenti; - lampade per segnalazione; - carte topografiche su seta (usate per il minimo ingombro e la resistenza all'acqua) delle zone di territorio ove dovevano compiersi azioni di sabotaggio; bussole; - binocoli; - viveri speciali, in razioni - confezionate in pacchetto a tenuta d'acqua - di minimo ingombro ed alto valore nutritivo (zucchero, cioccolata, biscotti, uva passa, ecc.)

21 22

23 24

25

Diario X Arditi, cit. Dichiarazione Zaffaroni, cit. Diario X Arditi, cit. Carteggio X Arditi, cit. Memoria Gazzaniga, cit.


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- candelotti fumogeni; - pacchi di medicazione speciali, di minimo ingombro, a tenuta d'acqua; venivano dati due pacchi per pattuglia, mentre ogni camionetta aveva una speciale dotazione. I nuotatori, in particolare, avevano delle bussole da polso, a tenuta d'acqua, fosforescenti, a liquido (per frenare rapidamente le oscillazioni del piatto indicante il nord magnetico); inoltre una speciale tuta di gomma impermeabile, costituita da pantaloni, corpetto senza maniche molto accollato, fascia addominale ove era possibile allogare materiale. 26 Le esercitazioni di nuoto avvenivano quasi sempre con l'impiego di un materassino, sul quale si stendeva il nuotatore per aumentare la propria resistenza. Per lo sbarco si usavano invece canotti in gomma a cinque posti. Per quanto riguardava i paracadusti, il loro peso complessivo in assetto di combattimento superava il peso ammissibile dal paracadute. 27 Lo zainetto contenente l'esplosivo plastico T 4 (del peso di circa 12 kg) era fissato al petto e, sostenuto da un proprio paracadute, era vincolato all'uòmo per mezzo di una fune lunga una decina di metri. Avendo i due paracadute (quello principale e quello dello zainetto) la stessa velocità di discesa, l'ardito e· l'esplosivo prendevano terra contemporaneamente. Dato che lo scopo dei camionettisti era quello di effettuare veloci puntate a largo raggio nel deserto nord-africano, era di primaria importanza, in tali condizioni operative, fare il punto con precisione. I camionettisti avevano quindi in dotazione il Determinatore astronomico Santoni, un cronografo e un apparecchio radio. Puntando su una stella prefissata e rilevata l'ora siderale secondo il meridiano di Greenwich con la radio e il cronografo, con l'aiuto di particolari tavole logaritmiche denominate "Tavolette Petrini" veniva determinata la posizione esatta. 28 Il mezzo più caratteristico di queste Compagnie·er~ comunque la "camionetta desertica", preparata come prototipo dalla FIAT SPA di Torino il 9 luglio 1942: concepita per l'impiego in azioni a grandissimo raggio in Africa Settentrionale, era basata sul telaio

26 27 28

Dichiarazione di Dario Bertolini, 19 luglio 1983 Me1J1oria Gazzaniga, cit.; N. De Totto, Paracadutisti ... , cit., p. 52 Dichiarazioni Zaffaroni, cit.


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dell'autoblinda AB/40 e AB/41. Dopo le prove di valutazione e qualche correzione di dettaglio, il veicolo fu omologato come "Camionetta Desertica Mod. 42/43" e ne fu ordinata la costruzione in serie. Nel maggio 1943 la camionetta assunse la denominazione di "Automezzo Sahariano Mod. 43". Pesava circa 4 tonnellate, aveva una cilindrata di 4995 cc e, con un'autonomia di 17 ore fuori strada, consentiva una velocità massima di 37 km/h. Aveva quattro ruote motrici e motore posteriore; l'armamento abituale consisteva in una mitragliera Breda 20/65 e una mitragliatrice Breda da 8 mm. Le camionette non erano state previste solo come mezzi di trasporto: da esse gli arditi potevano aprire il fuoco in corsa, irrompendo a velocità elevata sugli obiettivi nemici. 29 Le camionette portavano tutti i rifornimenti per la macchina e per il personale: acqua, benzina, munizioni, esplos1vi, viveri. Ogni compagnia camionettisti doveva disporre, alla sua costituzione, di 24 camionette, 2 autovetture FIAT 1100/C e 8 autocarri SPA 38. Nei fatti le cose andarono in modo diverso. La 103a compagnia doveva ricevere 24 camionette Mod. 42, che però furono distrutte nel novembre 1942 durante un bombardamento aereo su Torino, mentre i mezzi si trovavano accantonati presso gli stabilimenti della ditta costruttrice. La Compagnia ricevette allora altre 12 camionette dello stesso tipo. La 113a compagnia ebbe invece 20 camionette Mod. 43 e, dopo gli eventi bellici di cui parleremo in seguito, nell'agosto 1943 ebbe in valutazione 2 "Automezzi speciali Mod. 43" (prodotta in serie dalle Officine Viberti di Torino, la macchina derivava dall'Autocarro Sahariano T.L. 37 modificato ed era armata con una mitragliera Breda 20/65 e una mitragliatrice Breda da 8 mm). La 123a compagnia ricevette 24 camionette Mod. 43. La 122a compagnia, per i motivi che esporremo piÚ avanti, ebbe 8 automezzi Mod. 43.

29 Le notizie sulle camionette sono state tratte da appunti vari e soprattutto da G. BENuss1, Veicoli speciali del Regio Esercito Italiano nella Seconda Guerra Mondiale, Milano, s.d. e da N. P1GNATO, Artiglierie e automezzi dell'Esercito italiano nella Seconda Guerra Mondiale, Parma, 1972.


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UNIFORMI

L'uniforme degli arditi del X Reggimento era uguale a quella dei paracadutisti: giubba aperta senza risvolti a llo sparato, con quattro tasche, due al petto e due alle falde; pantaloni con gambaletto e fettucce, per fermare il pantalone stesso alla caviglia; basco con "giro di bitta"; stivaletti di cuoio. L'uniforme era realizzata in panno grigio-verde o in tela coloniale. 30 Il fregio era costituito da un'ampia granata · con vampa sfuggente a destra e sormontante due pugnali incrociati; nel tondino fra i due pugnali il numero dell'unità. Era realizzato in filo dorato per ufficiali e sottufficiali, in filo nero per la truppa. In zona d'operazioni però quasi tutti portavano il fregio nero. Le dimensioni erano di mm 90 x 65 circa, ma i fregi in filo dorato potevano anche misurare mm 100 x 75. In un primo tempo si videro anche fregi regolamentari, ma stranamente orientati a sinistra, poi tutti si uniformarono. Spesso il tondino destinato al numero era vuoto. Sulla giubba venivano portate due fiamme a due punte di panno azzurro con stelletta metallica; le misure erano di mm 125 x 45 circa. Il distintivo da ardito, del tipo ricamato regolamentare, veniva portato sulla manica sinistra. I paracadutisti avevano anche il distintivo di brevetto. Nel gennaio 1943 venne disposto che, in prossimità delle zone di operazione, venissero sostituiti i distintivi, il basco e le fiamme, per motivi di segretezza. 31 L'uniforme veniva sempre completata, se necessario, con una trequarti mimetica, tipica dei paracadutisti.

STORIA

Il 26 aprile 1942 lo Stato Maggiore Regio Esercito emanò un Foglio d'Ordini per la costituzione e la mobilitazione di un "Battaglione Arditi", alle dirette dipendenze dell'Ufficio Operazioni II

30 Diario X Arditi, cit. e informazioni dovute alla cortesia di Alessandro Gasparinetti e .di Dario Bertolini 31 Diario X Arditi, cit.


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dello Stato Maggiore stesso. 32 L'organico provvisorio comprendeva: - Comando: comandante, vice-comandante, aiutante maggiore, ufficiale subalterno per incarichi vari, ufficiale medico, ufficiale di amministrazione, plotone servizi con squadra servizi e squadra comando; - 4 compagnie, ciascuna costituita da: comando (comandante, vice-comandante, sottufficiale addetto alla contabilità) e 4 plotoni fucilieri, come da formazioni provvisorie di guerra dell'Arma di fanteri a. Era previsto che tutto il personale provenisse dagli Arditi, per una forza approssimativa di 50 ufficiali e 450 fra sottufficiali e truppa. Il 15 maggio successivo venne costituito il battaglione. Il reclutamento avvenne con un fonogramma ai comandi operativi (eccettuato quello del fronte russo), in cui si richiedevano volontari per un costituendo battaglione Arditi: elementi preferenziali erano la partecipazione ad un'altra guerra (Africa Orientale o Spagna), le decorazioni o le proposte di decorazione, la prestanza fisica (era quindi caduta la pregiudiziale della qualifica di Ardito). Viaggiando con precedenza assoluta, i volontari raggiunsero il Deposito dell' 82° reggimento fanteria a Bracciano e dopo alcuni giorni si trasferirono a Santa Severa, sul litorale vicino a Roma, dove il battaglione venne posto agli ordini del Ten. Col. Carlo Bersani. 33 In un primo momento era previsto che i tre plotoni di ogni compagnia avessero ciascuno una differente specialità - paracadisti, nuotatori, camionettisti - poi si stabill che fosse più conveniente rendere omogenee per specialità le compagnie. 34 Il 20 luglio venne decisa la costituzione del Reggimento Arditi, basato su: 35 - Comando: comandante, vice-comandante, ufficiali addetti, osservatori, direttori di lancio, istruttori, nucleo carabinieri, plotone servizi; - 2 o più battaglioni Arditi e in particolare: 1° battaglione e

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Diario X Arditi, cit.; Memoria Gazzaniga, cit. Dichiarazione Bertolini,cit. Dichiara ,ione Zaffaroni, cit. Diario X Arditi, cit.


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compagnia provvisoria per il costituendo 2° battaglione. Il 1° agosto 1942 il Reggimento fu costituito e posto agli ordini del Col. Renzo Gazzaniga, Vice-Comandante il Ten. Col. Carlo Bersani. Oltre al Comando, al reparto servizi e ad un reparto provvisorio, il Reggimento contava il 1° battaglione ordinato su: 1O1a compagnia paracadutisti con 9 pattuglie - 102a compagnia nuotatori con 9 pattuglie - 103" compagnia camionettisti. La forza ammontava a 45 ufficiali, 78 sottufficiali e 205 uomini di truppa. L' 11 agosto veniva poi disposta la costituzione del 2° Battaglione per il 20 dello stesso mese, con la creazione della 111 a compagnia paracadutisti, 112a nuotatori e 113a camionettisti. Il 2 settembre veniva infine stabilito che dal 15 successivo il Reggimento si sarebbe chiamato X Reggimento Arditi. Continuavano intanto gli arruolamenti, tanto che al 15 settembre la forza era di 59 ufficiali, 99 sottufficiali e 397 uomini di truppa, ma il 3 ottobre le cifre erano rispettivamente di 79, 120 e 384, per passare il giorno 15 successivo a 87 ufficiali, 150 sottufficiali e 493 uomini di truppa. Non è comunque che mancassero i problemi: da rilievi fatti sul contingente presentatosi per la formazione del 2° battaglione, si constatò che un terzo dei candidati era stato eliminato per i seguenti motivi: 6% per mancanza di volontarietà, 25% per inidoneità alla visita medica, 30% per inidoneità fisica e il resto per mancato gradimento della destinazione. Durante questo periodo il Reggimento ebbe le sue prime perdite, dovute alla estrema durezza dell'addestramento. Risulta che il 1° battaglione lamentò la morte di un ufficiale e un ferito grave durante il lancio di bombe, un altro morto vi fu durante gli esercizi di ginnastica ardita. 36 I paracadutisti della 1Ola compagnia (Cap. Mario Bali va) ricevettero appositi insegnamenti da parte di istruttori di Tarquinia, distaccati a Santa Severa. 37 Il 18 luglio 1942 si trasferirono alla Scuola per conseguire il brevetto con i sei lanci prescritti: il 21 luglio, lancio individuale senza armi da quota 250; il 28 luglio, lancio di squadra senza armi da quota 130 con esercitazioni di tattica; il

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Dichiarazione Zaffaroni, cit. Diario X Arditi, cit.


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1° agosto, lancio di squadra con armamento individuale da quota 130 con esercitazioni di pattuglia; il 26 agosto, lancio individuale notturno da quota 250; il 28 agosto e il 2 settembre, lanci notturni da quota 200. Seguì poi un quarto lancio diurno con tutta l'attrezzatura operativa di combattimento. Il 12 settembre i brevettati (13 ufficiali, 25 sottufficiali e 61 uomini di truppa) rientrarono in sede. Il 7 dicembre 1942, 9 ufficiali, 19 sottufficiali e l 00 uomini di truppa della 111 a compagnia (Cap. Carlo Bonciani) si trasferirono a Tarquinia per l'addestramento paracadutistico, che ebbe termine alla fine del febbraio successivo. A metà aprile cominciarono i lanci anche della 121 8 compagnia (Cap. Antonio Abeltino). In totale 350 arditi si brevettarono paracadutisti a Tarquinia. I nuotatori fecero a Santa Severa un primo addestramento basato su: nuoto (di giorno e di notte), voga, voga su barconi, lezioni sugli speciali mezzi in dotazione e relativo addestramento, esercitazioni di imbarco e sbarco, esercitazioni di lancio da sommergibile e addestramento nautico. Il 1° agosto 1942 la 102a compagnia (Cap. Giuseppe Occhetti) si trasferl a Livorno per prendere visione dei mezzi nautici in uso presso il Comando Forze Navali Speciali della Regia Marina. Il 6 settembre successivo la Compagnia andò a Pola per ambientarsi all'uso dei natanti che sarebbero stati impiegati per il trasporto delle pattuglie sul luogo delle operazioni. Fino al 15 ottobre, data del rientro in sede, vennero fatte le seguenti esercitazioni: - due imbarchi di due ore ciascuno su MAS, con studio della costa dal mare con l'ausilio di carte nautiche e topografiche; - un imbarco diurno di ambientamento su sommergibile, con immersione, appruamento, affondamento, posa sul fondo, immersione ed emersione rapida; - due imbarchi su sommergibile con navigazione in immersione, emersione notturna, lancio di pattuglia a due miglia e mezzo dalla costa, sbarco in un punto prestabilito; - due imbarchi su sommergibile con navigazione in immersione, rapida emersione notturna, lancio di pattuglia a quattro miglia dalla costa, sbarco in un punto prestabilito con angolo di rotta e riferimento alle stelle; - un imbarco su sommergibile con navigazione in immersione, riconoscimento diurno della costa con periscopio, rapida emersione notturna, lancio di pattuglia a quattro miglia dalla costa,


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sbarco in un punto prestabilito con angolo di rotta, colpo di mano e reimbarco; - immersione di sei ore; - esercitazione di reimbarco con appuntamento a tre miglia dalla costa; - immersione di lunga durata, dalle diciannove alle ventidue ore. Le esercitazioni tattiche furono pianificate con l'impiego di carte topografiche e di fotografie aeree eseguite appositamente da quota di guerra. 38 Furono fatti tre attacchi a depositi di munizioni, uno ad un aeroporto (con l'impiego di due pattuglie) e uno ad una polveriera (con tre pattuglie): il tutto in condizioni di assoluto realismo. 39 Al termine del periodo di addestramento nautico e operativo della 102a compagnia, furono tratte alcune utili conclusioni: la permanenza a Livorno era superflua, essendo la base di Pola idonea all'intera fase di istruzione; occorreva che i sommergibili destinati ad operare con il X reggimento fossero più precisi agli appuntamenti (un reimbarco non era potuto avvenire per lo spostamento del battello dal punto prestabilito); la lampada di segnalazione doveva essere più potente e con incamiciatura di gomma, per evitare infiltrazioni d'acqua (un secondo reimbarco non era avvenuto perché dal mare non si era potuta scorgere la luce della torcia); gli arditi dovevano essere dotati di strumènti da scasso e di un'arma silenziosa, efficace in un raggio di 15 metri, per l'attacco alle sentinelle e ai cani da guardia. Nel febbraio e marzo 1943 si compì a Pola l'addestramento della 112a compagnia, con un programma che, sulla scorta delle esperienze precedenti, fu modificato nel seguente modo: imbarco di cinque ore su sommergibile per ambientamento; imbarco su sommergibile con immersione, emersione rapida, messa in mare dei canotti e reimbarco immediato; due imbarchi su MAS con sbarco a terra e reimbarco; - uscita per ambientamento di lunga durata su sommergibile;

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Dichiata·zione Bertolini, cit. Diario X Arditi, cit.


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sbarco e reimbarco diurno su sommergibile senza prendere terra; sbarco diurno, esercitazione a terra e reimbarco su sommergibile; - sbarco notturno, esercitazione a terra e reimbarco su sommergibile. Le Compagnie nuotatori avevano il compito di effettuare colpi di mano dopo essere sbarcate da motosiluranti o sommergibili, prevalentemente in notti senza luna. Un certo numero di sommergibili fu impiegato per l'addestramento: fra questi ricordiamo Squalo, Settembrini, V. Pisani, Cobalto, Topazio , Wolframio e Malachite. 40 Nel novembre 1942, durante un'operazione antisbarco, furono catturati diciotto uomini del battaglione paracadutisti del reggimento San Marco Regia Marina, che tentavano di prendere terra sul litorale di Santa Severa. 41 Con una certa invidia gli arditi del X poterono constatare che i loro colleghi marinai avevano una tenuta in gomma, che consentiva di restare asciutti anche dopo molte ore di navigazione con mare mosso, motori fuoribordo silenziati, bussole luminose a liquido, bussole da polso a tenuta stagna - a liquido - con quadrante luminoso per i capi-pattuglia, orologi da polso a tenuta stagna con quadrante fosforescente (gli arditi spingevano invece i battelli con le pagaie e indossavano la normale divisa in dotazione). In seguito le cose migliorarono e anche il X reggimento ebbe i motori bicilindrici silenziati, con batterie a secco per l'avviamento (peraltro il complesso non funzionava bene): ogni pattuglia aveva due ''tacchini", come venivano familiarmente chiamati i canotti a motore, e una bussola per canotto. 42 Le compagnie camionettisti svolsero invece tutto il periodo di istruzione a Santa Severa. 43 A dicembre il 1° battaglione (Ten. Col. Guido Boschetti) era ormai pronto ad entrare in combattimento. Fu allora deciso di costituire un distaccamento in Egeo (distaccamento E) con lo scopo di

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42 43

Memoria Diario X Memoria Diario X

di Omero Ferruzzi, 9 agosto 1983; Dichiarazione Bertolini, cit. Arditi, cit. Ferruzzi, cit. Arditi, cit.


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attaccare gli aeroporti di Cipro. 44 Il 5 gennaio 1943 partirono quindi da Ciampino quattro pattuglie, due di paracadutisti della 101a compagnia e due di nuotatori della 102\ per un totale di 40 uomini: - sa pattuglia "La Matta: o la va o la spacca" (S.Ten. Salvatore Pizziniaco) della 101a Cp.; - 7a pattuglia "Fantasma - Ovunque - Comunque" (Ten Luigi Di Tommaso) della 101 a Cp.; - 3a pattuglia "Alfa-Tau" (S.Ten. Alessandro Campetti) della 102a Cp.; - 6a pattuglia "L'Anguilla - Osare l'inosabile" (Ten. Pasquale Fero) della 102a Cp .. Il distaccamento E fu alloggiato all'albergo Miramare di Rodi, avendo a disposizione una compagnia di fanteria per i servizi e il supporto logistico. 45 Le pattuglie però non poterono operare: non furono progettate né pianificate missioni, non essendo stato possibile ottenere chiare riprese aeree degli obiettivi, a causa della forte reazione contraerea che impediva ai ricognitori di avvicinarsi. I paracadutisti rientrarono in Italia dopo un breve periodo e raggiunsero le altre pattuglie, per partecipare ai lanci di guerra in Africa Settentrionale; 46 il 28 giugno anche i nuotatori si ricongiunsero in Sardegna con i commilitoni. 47 Intanto il 1° gennaio 1943 era stato disposto che il 1° battaglione fosse pronto a partire senza prèavviso per l'Africa Settentrionale, eccettuate due pattuglie di paracadutisti e tre da sbarco (come abbiamo visto, quattro di queste cinque pattuglie erano state destinate a Rodi). Ma già il giorno 4 i piani venivano cambiati: solo la 103a Compagnia (meno una pattuglia, che doveva restare in sede) veniva comandata in Africa. 48 Il comando di battaglione e le compagnie 101a e 102a ricevettero l'ordine, il 18 gennaio, di trasferirsi in Sardegna. $i imbarcarono a Civitavecchia il 20 e il giorno dopo sbarcarono ad Olbia e

44 Diario X Arditi, cit.; Memoria di Pasquale Fero, 13 ottobre 1983; Memoria di Salvatore Pizziniaco, 2 agosto 1983 45 Memoria Fero, cit. 46 Memoria Pizziniaco. cit. 47 Memoria Fero, cit. 48 Diario X Arditi, cit.


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giunsero a Cagliari, dando vita ad un distaccamento in Sardegna (distaccamento S) 49 . Così articolato: a. 101 a compagnia paracadutisti (Cap. Mario Baliva); - 1a pattuglia "Fulmine" (Ten. Clemente Baccherini); - 2a pattuglia "Fede" (Ten. Nino De Tatto); - 3a pattuglia "Lampo" (Ten. Italo Fabbri); - 4a pattuglia "Elettrica" (Ten. Piero Graff); - 6a pattuglia "Osare" (S.Ten. Leo Zoli); - ga pattuglia "Pantano" (Cap. Emanuele Bosco); - 9a pattuglia "Inafferrabile" (S.Ten. Arduino Varutti); b. 102a Compagnia Nuotatori (Cap. Giuseppe Occhetti); - 1a pattuglia "Medusa" (Ten. Mario Betti); - 2a pattuglia "Squalo" (Ten. Claudio Aleottj); - 4a pattuglia "Delfino" (Ten. Pio Cati); - 5a pattuglia "Son già là" (Ten. Dario Bertolini); - 7a pattuglia "Vado e torno" (S.Ten. Omero Ferruzzi); - ga pattuglia "Granchio" (Ten. Egone Suppi); - 9a pattuglia "Piovra" (Cap. Pietro Tiezzi) 50 . Mentre il 2° battaglione (Magg. Vito Marcianò) continuava la preparazione, il 18 febbraio 1943 venne decisa la costituzione per il 1° marzo del 3° battaglione (Magg. Riccitelli), ordinato su 121 a compagnia paracadutisti (Cap. Antonio Abeltino), 122a da sbarco (Cap. Sergio Scordia) e 123a terrestre (Cap. Gaetano Capozza). 51 La 121a e la 123a seguirono il normale addestramento delle compagnie omologhe degli altri due battaglioni, invece la 122a rimase a Santa Severa, senza recarsi a Pola come la 102a e la 112a. La sua istruzione era basata soprattutto sull'uscita dai tubi di lancio dei sommergibili, con tuta in gomma (sotto la quale gli arditi indossavano abiti da fatica); l'operatore, con bolla d'aria, recava con sé i sacchi contenenti il canotto, da gonfiarsi con apposite bombole d'aria, le attrezzature e l'armamento. A Santa Severa, quindi,

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Memoria De Totto, cit.

so Diario X Arditi, cit. 51

Dichiarazione Pontrandolfo, cit.; Memoria Pasculli, cit.


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oltre alla normale attività, furono fatte serie di tuffi in mare con il canotto sgonfio, che veniva poi gonfiato in acqua. Le imbarcazioni, ovviamente, non erano dotate di motore fuoribordo . 52 I corsi dovevano terminare a fine maggio, ma il 2 di quel mese un gruppo di ufficiali del battaglione, in permesso a Roma, fu apostrofato in modo offensivo e violento da borghesi, che forse vedevano in essi, così spavaldi e decisi, un atteggiamento diverso da quello di certi strati della popolazione, in cui serpeggiava il malcontento per la continuazione della guerra. Gli ufficiali reagirono con durezza e nacquero dei tafferugli. I disordini continuarono per dieci giorni, durante i quali i carabinieri fermavano tutti gli appartenenti alle truppe speciali - arditi, paracadutisti, guastatori alla ricerca dei responsabili, finché fu arrestato il Serg. Fiume della 122a compagnia. Allora il Cap. Pietro Pontrandolfo, vice-comandante della compagnia, si presentò ai carabinieri con altri sette ufficiali della 122a. Furono tutti rinchiusi in fortezza sotto l'accusa di sedizione. Durante le indagini successive, venne scoperta la Giovane Italia, un'associazione antifascista di ispirazione mazziniana, alla quale gli arrestati furono collegati con l'accusa di aver fomentato disordini per motivi politici. Mentre Pontrandolfo e gli altri erano in attesa di processo, il personale della compagnia fu rinviato ai reparti di origine, la 123a fu allontanata dal battaglione, in quanto ritenuta poco affidabile, e inviata in Sardegna, come vedremo' meglio in seguito. Perfino il Magg. Riccitelli, ritenuto responsabile della situazione che si era creata, venne sollevato dal comando, con il pretesto che una vecchia ferita di guerra non lo rendeva idoneo alle fatiche del reparto. A lui subentrò Antonio Abeltino, nel frattempo promosso Maggiore. Il 25 luglio 1943, con la caduta del fascismo, gli ufficiali furono scarcerati perché considerati antifascisti, ma comunque dispersi in reparti vari, in quanto giudicati turbolenti e indesiderabili. Fin dal principio era stato previsto che il Reggimento,-oltre che compiti offensivi, ne avesse anche di difensivi. Con il peggioramento della situazione bellica, lo Stato Maggiore Regio Esercito il 16 marzo 1943 mise a disposizione del XVII Corpo d'Armata il Reggimento in caso di grave emergenza costiera; il 27 marzo vennero

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Dichiarazione Pontrandolfo, cit.


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prese disposizioni anche per la difesa degli aeroporti della zona circostante Santa Severa. 53 In maggio, quando ormai si cominciava a temere uno sbarco alleato, venne disposto un nuovo assetto del X reggimento Arditi. Venne costih1ito il 4° battaglione paracadutisti, basato a Santa Severa, che raggruppava le compagnie 101 \ llla e 121a. I primi tre battaglioni, da dislocarsi rispettivamente in Sardegna, Sicilia e Corsica, avevano invece compiti di sabotaggio contro le eventuali teste di sbarco nemiche e precisamente: - la compagnia terrestre, forte di circa 150 uomini e motorizzata con camionette, era destinata a penetrare nell'interno della testa di sbarco per gli intervalli fra le posizioni che la costituivano e agire al tergo di essa; - la compagnia da sbarco, con una forza di circa 100 uomini, era destinata a penetrare nell'interno della forza di sbarco con provenienza dal mare e agire al tergo, anche con natanti acquistati o noleggiati; - la compagnia speciale, forte di circa ISO uomini, doveva risiedere nella zona di probabile sbarco nemico per lasciarsi oltrepassare dalle forze sbarcate e agire al tergo. La costituzione di questa compagnia speciale rappresentava una novità nell'organico del Reggimento ed era davvero interessante per i suoi criteri d'impiego e per i delicatissimi compiti che era chiamata ad assolvere. Il personale doveva risiedere con continuità nel tratto assegnatogli, sempre in abito civile ma con appositi documenti di riconoscimento, con apparenti mansioni non militari (operai, braccianti, coloni, pescatori). Ogni pattuglia doveva crearsi una rete di informatori che potessero, all'occorrenza, fornire anche asilo sicuro. I materiali e l'armamento dovevano essere occultati in posti scelti con cura; in questi nascondigli si dovevano riporre le uniformi, da indossare solo prima dell'azione. I componenti delle compagnie speciali dovevano essere elemen'ti scelti sotto ogni punto di vista e in particolare dovevano essere conoscitori dell'inglese, nativi delle isole di destinazione, buoni nuotatori (per le pattuglie di impiego previsto contro natanti) e operai specializzati.

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Diario X Arditi, cit.


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Tutte le compagnie dovevano operare normalmente per pattuglie; solo le compagnie terrestri potevano, in qualche caso particolare, essere impiegate con azione unitaria. Il nuovo ordinamento, come si vede, era ben studiato per far fronte alle imminenti necessità. L'attuazione pratica delle direttive avvenne invece con risultati diversi da quanto preventivato. Il 1° battaglione si trovava già da gennaio in Sardegna, come distaccamento S; perse in seguito le compagnie 101a e 103a, che furono sostituite dalla 123a e daJla 110a. La 102a compagnia da sbarco (Cap. Pietro Tiezzi) era dislocata al Poetto (Cagliari), dove rimase fino a tutto giugno, per trasferirsi poi a Bosa Marina (Nuoro) 54 . Fino all'8 settembre venne svolta la normale attività addestrativa per pattuglie, con sbarchi in località impervie e isolate, seguiti da lunghe marce nell'interno, o allenamenti in mare con battellini mossi dalle pagaie (ricordiamo che i fuoribordo servivano solo in emergenza). Venne anche istituito, in una cava abbandonata a nord di Bosa, un deposito di viveri in contenitori metallici, armi e munizioni, da utilizzare come riserva in caso di sbarco nemico nel territorio presidiato dalla Compagnia. 55 La 123a compagnia terrestre, già appartenente al 3° battaglione, il 15 maggio 1943 fu trasferita in aereo da Ciampino a Olbia, da dove raggiunse Bosa e passò alle dipendenze del 1° battaglione. 56 Era ordinata su dieci pattuglie di dieci uomini ciascuna, ma aveva lasciato sul continente le camionette' "Sahariane", ritenute inutili sul terreno accidentato della Sardegna. Fino a11'8 settembre la Compagnia continuò il normale addestramento - marce notturne, combattimento corpo a copro, brillamento di esplosivi - per i previsti compiti di sabotaggio contro eventuali sbarchi nemici. La 110a compagnia speciale (Cap. Giuseppe Occhetti) venne costituita in maggio: aveva una forza di quindici pattuglie, una delle quali di nuotatori (questa pattuglia in luglio fu trasferita - per motivi di omogeneità di impiego - alla 102a compagnia). 'n 60% del personale era sardo e il reclutamento fu effettuato presso i reparti di stanza nell'isola: in breve tempo i nuovi arrivati raggiunsero lo

54 Dichiarazione Zaffa.roni, cit. 55 P. T1Ezz1, Un ardito racconta, Torino, 1975, pp. 9-85 56 Memoria Pa.sculli, cit.


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stesso livello di addestramento e di tenuta morale degli arditi formati a Santa Severa. Ogni pattuglia aveva una propria zona operativa (porto di Cagliari, aeroporto di Elmas, Alghero, Oristano, ecc.), scelta nei punti di probabile sbarco nemico. Furono inoltre costituiti alcuni depositi di armi e materiali - viveri, vestiario, munizioni ed esplosivo - onde permettere una più efficace azione di sabotaggio alle pattuglie. 57 In seguito al nuovo ordinamento del Reggimento, anche il 2° battaglione cambiò sede. 58 La 113" compagnia terreste era già partita per la Sicilia il 4 aprile 1943 sta bilendosi a Scordia, ma senza camionette, che arrivarono solo a metà maggio. 59 Con Foglio d'Ordini N° 12300 del 28 maggio, l'Ufficio Operazioni del Comando Forze Armate Sicilia disponeva che il Comando di battaglione si dislocasse in zona Passo di Piazza, la 113" compagnia si spostasse nella stessa località, la 112" da sbarco andasse a Licata e la 120" compagnia speciale, da costituire, a nord dell'aeroporto di Gela. 60 Il Comando e la 112" compagnia (13 ufficiali, 23 sottufficiali e 91 arditi) ricevettero l'ordine di partire il giorno seguente da Santa Severa per la Sicilia, servendosi di 5 vagoni ferroviari e 12 carri e pianali per il trasporto dei mezzi. Alle O1,45 de l 22 il convoglio si mosse e arrivò a lle 15,00 a Battipaglia, ove dovette sostare causa intenuzione dell a linea ferroviaria per attacco aereo nemico . Alle 21 ,00 del 23 maggio gli arditi ripartirono, arrivando alle 17,00 del 24 a Scilla: lì furono obbliga ti ad un'altra sosta, per l' impossibilità di traghettare a Messina. Il 25 il Magg. Marcianò poté vedere 2 camionette della 113" com pagnia, che raggiungevano il reparto scortate da personale della 123a, distrutte dall'offesa aerea nem ica. Stante la situazione, alle 15,00 dello stesso giorno il convoglio andò a Paola, in attesa degli eventi. Il 28 ritornarono a Villa San Giovanni, il 29 andarono a Cannitello e infine il 1° giugno alle 14,00 iniziarono il traghetto per Messina con motozattere tedesche. Alle 01 ,45 del 2 il convoglio mosse per Acireale, che fu raggiunta alle 13,00. Il 6 la 112a compagnia (Cap. Paolo Paris) si spostò a Santa Maria la Scala, località più idonea all'addestramento del reparto

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Me,noria di wrenzo Quaquero, 2 dicembre 1983 Diario Storico del 2" Battaglione (per la cortesia di Vito Marcianò) Diario X Arditi, cit. Diario 2" Battaglione, cit.


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perché vicina al mare. Il 7 la 113a compagnia (Cap. Ciro Zuppetta) giunse ad Acireale da Scordia, dove era accantonata. Il 1° luglio venne costituita la 120a compagnia speciale (Ten. Puleo) che il 3 contava 7 ufficiali, 5 sottufficiali e 41 uomini di truppa: sede a Capo-Molino. Dur ante questo periodo il Battaglione continuò il normale allenamento: marce di orientamento, marce celeri, esercitazioni con carta topografica e bussola, ginnastica, ginnastica ardita, addestramento di pattuglia, scuola guida e teoria motori (per i camionettisti), teoria armi, esplosivi, angolo di rotta, nuoto voga e teoria motori canotti (per i nuotatori). Ma gli avvenimenti bellici incalzavano e, con lo sbarco angloamericano in Sicilia, il 2° battaglione, che era alle dipendenze del Comando VI armata, si trovò in prima linea. La sua forza era di 35 uomini al Comando di Acireale, 145 con 19 Breda 37 (un'ottima mitragliatrice calibro 8 mm con caricatore da 20 cartucce) e 7 fuciloni Solothurn (un'arma anticarro con proiettile da 20 mm e caricatore da 10 colpi) montati sulle camionette della 113a compagnia di Acireale, 104 uomini alla 1123 compagnia di Santa Maria la Scala e 66 alla 120 3 compagnia di Capo-Molino. La notte del 9 luglio 1943 ebbe inizio l'invasione. Alle 23,45 del 10 il Comando VI armata chiese il trasferimento della 1123 compagnia a Siracusa, quello del Comando battaglione e della 113a compagnia sulla direttrice Licata-Campobello, passando per Caltanissetta. Ma il Magg. Marcianò rispose che, per mancanza di automezzi, era possibile solo il trasporto del comando e di parte della 113a compagnia, facendo inoltre presente che la 120a non aveva né le munizioni per i mitra né le bombe a mano. Così l' 11 il Battaglione ebbe l'ordine di sostare ad Acireale, impiegando le pattuglie nelle retrovie nemiche con funzioni di sabotaggio e con il compito di r accogliere notizie, accertare la presenza di paracadutisti nemici e tenersi pronto ad intervenire in caso di necessità, agendo con energia e iniziativa contro infiltrazioni nemiche. Lo stesso giorno la VI armata disponeva che nuclei del 2° Battaglione si recassero ad Augusta per sabotaggi contro navi, depositi e impianti nemici; ma, nell'impossibilità di comunicare con Augusta, Marina Catania comunicava di non avere i mezzi nautici richiesti. Il 12, però, Marcianò e Paris riuscivano ad ottenere da Marina Messina una motosilurante per la notte del 13, per un'azione a Siracusa; venne inoltre decisa un'azione di pattuglia terrestr e nelle retrovie nemiche per la notte del 14. Il giorno 14, d'accordo con il Comando della 213a di-


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visione costiera, fu intensificato il servizio di son 1eglianza diurna e notturna contro infiltrazioni nemiche. La 112a compagnia, schierata a Capo-Molino, e la 120a compagnia, schierata a Gazzena, dovevano provvedere al sabotaggio di carri armati, con pattuglie attrezzate allo scopo, e, se oltrepassate dai carri, fare resistenza mobile sul posto con azioni di guerriglia e sabotaggio, per disturbare e ostacolare l' avanzata nemica con distruzione dei mezzi e dei servizi; inoltre catturare o sopprimere i paracadutisti lanciati nelle retrovie. La 112a compagnia doveva di preferenza agire dal mare. La 113a compagnia doveva effettuare vigilanza mobile e inten,ento su r ichiesta; oppure azioni di sabotaggio nelle retrovie nemiche con azioni di sopresa o di forza attraverso il dispositivo nemico; cattura o soppressione di paracadutisti; in terventi di forza per reprimere o alleggerire eventual e pressione nemica. Il 19 luglio, essendo diminuita la presenza nemica, le compagnie 112a e 120a rientrarono ad Acireale. Furono quindi costituiti posti di osservazione diurni e notturni per controllare eventuali movimenti in mare e lanci di paracadutisti e pattuglie mobili su camionette al comando di un ufficiale con personale della 112a e 113a, per servizio di vigilanza mobile fino alle imm ediate prime linee, onde accertare la reale situazione del fron te e le intenzioni del nemico. La 113a compagnia, per ovvi motivi, forniva sempre il conduttore e il tiratore del fucilane Solothurn. Il 26 luglio il Battaglione, con una forza di 33 ufficiali, 47 sottufficiali e 239 uomini di truppa, venne posto a disposizione del XIV corpo d'armata tedesco. La notte del 29 un improvviso bombardamento navale nemico recava alcune perdite umane e danni a l Battaglione, che decentrava gli automezzi per diminuirne la vulnerabilità . Il 3 agosto 5 arditi di origine siciliana andarono presso la 15a divisione germanica per un'azione. L'8 agosto il r eparto vem1e posto a disposizione della divisione tedesca "H. Goring" mentre, contemporaneamente, dalla VI armata fu ordinato che il Ba ttaglione si tenesse pronto a traghettare in Calabria. Ma, per mancanza di mezzi, il passaggio dello Stretto di Messina avvenne il I 3 agosto, ad opera di motozzattere del XIV corpo d'armata tedesco. Quindi gli ardi ti tornarono a Santa Severa . Il 3° battaglione doveva andare in Corsica ma, a causa degli avvenimenti sopra descritti, non si spostò mai dal Lazio. 61 La 122a

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Dichiarazione Pontrnndolfo, cit.


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compagnia fu trasformata in agosto in compagnia camionettisti e con il personale scarso di numero e a corto di addestramento e incompleta nella dotazione di materiali, fu avviata a Roma con incarichi di ordine pubblico. In agosto venne formata anche la 133.a compagnia camionettisti a Viterbo. La 130a compagnia speciale non fu invece costituita. L'8 settembre 1943 il 1° battaglione era schierato in Sardegna, sulle compagnie 102a, I 10a e 123a. Il 2° battaglione era attendato a Santa Marinella, dopo i fatti d' arme in Sicilia. 62 Del 3° battaglione, la 122a compagnia si trovava accasermata a Roma, presso 1'81° reggimento fanteria, mentre la 133a era ancora in addestramento e senza veicoli. Del 4a battaglione, i resti della 111 a compagnia erano a Roma con compiti di ordine pubblico, ma senza automezzi; le compagnie 101a e 121a erano ancora a Santa Severa. Anche il X reggimento Arditi seguì la sorte di tanti altri reparti italiani: alcuni si adeguarono alle clausole dell'armistizio, altri continuarono a combattere con l'antico alleato germanico. 63

0PERAZTONI

L'attività bellica del X reggimento. può essere suddivisa in due diverse fasi: una di operazioni con camionette in scontri manovrati e una di pattuglie, secondo la specifica vocazione del reparto. L'ordine di trasferimento della 103a compagnia (Cap. Marino Brusa) in Africa Settentrionale per l'impiego fu dato verso la fine di gennaio 1943: il Ten. Corsini, il Ten. Ascensione e due sottufficiali si trasferirono in aereo da Castelvetrano a Tripoli per preparare la base logistica del reparto. 64 Giunsero a Tripoli in piena notte, durante un bombardamento aereo e mentre era già in corsò l'evacuazione delle truppe italiane dalla Libia.

62

Dichiarazione di Vito Marcianò, 9 maggio 1985 sulle vicende del Reggimento dopo I'8 settembre si possono consultare: C. BoNCIANI, F Squadron, London. 1947; D. PARISET, Storia del paracadutismo, Roma-Milano, 1962; E. SAI. A - N. ARENA, Parà, storia e battaglie dei paracadutisti di tutto il mondo, Milano, 1968; N. ARENA, Folgore, cit. 64 Memoria Corsini, cit. 63


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Ripiegando al seguito del Comando dell'Armata, raggiunsero la Tunisia e organizzarono la base nell'oasi di Gabés. In data 19 febbraio gli arditi della 103a compagnia partirono da Castelvetrano per Tunisi in aereo, raggiunti dai nuovi mezzi (12 camionette Mod. 42) trasferiti via mare. Riunita così la Compagnia, era caduta la possibilità del tipo di impiego previsto in addestramento, sia perché le camionette, in numero troppo limitato, erano arrivate in ritardo, sia perché ormai il fronte era continuo e stabilizzato (linea Mareth - El Hamma). Il reparto fu quindi impiegato prevalentemente in azioni di "pattuglie di combattimento" nella terra di nessuno antistante le posizioni dei settori assegnati al XX e XXI corpo d'armata, alternate a brevi periodi di riposo e di recupero presso la base di Gabés. La 1a pattuglia, comandata dal ten. Corsini, fu assegnata al XX corpo d'armata; la 2a e la 3a pattuglia al XXI. Era un impiego diverso da quello per cui gli arditi erano stati preparati, ma comunque era congeniale al tipo di addestramento ricevuto e risultò proficuo ai fini di accertare e definire lo sforzo offensivo dell'8a armata britannica, che si apprestava a investire le posizioni italiane e svolgeva una intensa attività di pattuglie esploranti e di presa di contatto. La 1a pattuglia, al comando del Ten. Corsini, effettuò diverse azioni nel marzo 1943. Inviata dapprima nel settore della divisione "Trieste", precisamente presso il caposaldo del Battaglione comandanto dal Magg. Politi, affrontò una pattuglia inglese forte di circa venti uomini che si spingeva verso l'osservatorio abbandonato di q. 46. Usciti dal caposaldo in formazione spiegata, sotto il fuoco di due mitragliatrici nemiche, gli arditi, giunti a distanza ravvicinata, aprirono il fuoco delle armi automatiche individuali quasi contemporaneamente. Lo scontro, avvenuto nei pressi dell'osservatorio, si concluse con il lancio di bombe a mano. Il nemico si ritirò, lasciando sul terreno tre morti e due feriti, mentre gli arditi ebbero due feriti, dei quali uno grave. Il giorno dopo, una grossa pattuglia inglese si avvicinò nuovamente al caposaldo, ma questa volta gli arditi, già appostati, sbucarono improvvisamente al suo fianco. Gli Inglesi, sorpresi, offrirono una fiacca resistenza e si ritirarono lasciando in mano italiana due uomini; più tardi, durante l'azione di rastrellamento, gli arditi fecero prigionieri un ufficiale e due soldati. Due giorni dopo due "bren-carrier" inglesi giunsero nei pressi di q . 46 e depositarono due pattuglie, ciascuna dotata di mitragliatrice. Avvertiti dell'azione da un osservatorio di artiglieria (S.Ten.


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Fiaccadori), gli arditi uscirono dal caposaldo protetti dal tiro di una squadra di mortai da 45 di un reparto Granatieri. Con un balzo finale accompagnato da lancio di bombe a mano e raffiche di moschetto automatico, gli arditi costrinsero il nemico ad un rapido ripiegamento. Furono fatti cinque prigionieri, uomini del battaglione scozzese "Black Watch". Presente nel caposaldo per una ispezione, il Col. Pettinau, comandante del 66° reggimento fanteria, espresse questo lusinghiero commento: "Sembrava di assistere ad una esercitazione tattica" . La 1a pattuglia fu quindi inviata nel settore tenuto dalla divisione "GG.FF.", giungendo proprio nel corso di un'azione per lariconquista del caposaldo "Biancospino", perduto in precedenza sotto la spinta dell'offensiva inglese. Un battaglione di "GG.FF." stava avanzando impavidamente sotto un violento fuoco di arresto dell'artiglieria inglese e gli ardi ti, automaticamente, si unirono ali' azione su un altro lato della collina . Il caposaldo venne così riconquistato. Ma il giorno dopo il Comando del Corpo d'Armata ordinò il rientro, perché era in corso lo sganciamento dalla linea del Mareth. La 2a e la 3a pattuglia, come abbiamo visto, erano state messe a disposizione del XXI corpo d'armata ed effettuarono azioni a Sonaf, Messaoud, Reville. In un contrassalto per la conquista di una quota importante per la difesa delle nuove posizioni, cadeva da prode il 20 aprile il Cap. Brusa, comandante della 103a compagnia, che partecipava all'azione con la 2a pattuglia. Il Ten. Corsini, promosso nel frattempo al grado di capitano, assunse quindi il comando della Compagnia (vice-comandante rimase il Cap. cpl. Bennati), pur continuando a comandare la 1a pattuglia. Si era così giunti ad aprile. Nel corso della battaglia dell' Akarit gli arditi furono inviati urgentemente sul fronte della divisione "Spezia", dove le fanterie avevano ceduto sotto la forte, pressione nemica. Il Gen. Scattini ordinò di provvedere alla difesa dello schieramento di artiglieria, rimasto scoperto, e gli arditi furono distribuiti per la difesa vicina dei pezzi, che ormai eseguivano tiro diretto contro le dilaganti forze nemiche. La resistenza continuò fino allo sganciamento e al ripiegamento delle artiglierie. Sul fronte di Enfidaville la Compagnia venne impiegata in azioni di pattuglia, specialmente notturna, su tutto il fronte del XX corpo d'armata. In particolare, nel settore della divisione "GG.FF.", effettuò varie azioni diurne e notturne, senza peraltro tangibili ri-


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sultati. In un improvviso scontro a fuoco con successivo sganciamento cadde un sottufficiale della 1a pattuglia. Nel settore della divisione "Trieste" ci furono azioni notturne. Nel corso dell' individuazione di una posizione nemica, la 1a pattuglia incappò in un campo minato di protezione: un sottufficiale fu dilaniato da una mina e un ardito ferito nel ripiegamento sotto il violento fuoco nemico. La 2a pattuglia, in un'azione di agguato nell'uadi sottostante alle posizioni tenute dal Magg. Politi a Takrouna, sorprese un pattuglione nemico, che lasciò sul terreno sette morti e un ufficiale ferito. Erano gli ultimi giorni della campagna e il nemico aveva investito le posizioni della 1a armata nello sforzo offens ivo finale. La 103a compagnia, al completo, venne inviata a Takrouna, in rinforzo al battaglione comandato dal Magg. Politi che difendeva disperatamente le sue posizioni. Giunse però quando ogni resistenza era praticamente cessata e ogni possibilità di raggiungere la posizione, circondata dal nemico, era preclusa. La Compagnia ebbe allora il compito di seguire lo sviluppo della manovra e inviare tempestive informazioni al Comando del XX corpo d'armata sui movimenti e sull'avanzata del nemico a tergo della la armata in località Bou Ficha. I mezzi antiaerei della Compagnia abbatterono a Sfax un aereo nemico e ne danneggiarono altri tre, scesi a bassa quota a mitragliare i reparti in movimento. Il 13 maggio 1943, in seguito alla resa decretata dal Comandante dell'Armata, la 103a compagnia distrusse le armi, i materiali e le scorte in dotazione e si riunì presso il Comando del XX corpo d'armata, in attesa di essere avviato verso i campi di prigionia. Nel corso della campagna, le perdite complessive del reparto erano state: - caduti: 1 ufficiale (Cap. Brusa), 8 fra sottufficiali e truppa - feriti : 3 ufficiali (Ten. Geri, Ten. Briganti, Ten. Gerbi), 15 fra sottufficiali e truppa. Entrambi i comandanti della 103a furono decorati. Il Cap. Brusa ebbe una Medaglia d'Argento al V.M. alla memoria con la seguente motivazione: "In una critica situazione, guidava eroicamente al contrassalto un plotone arditi, contendendo al nemico il possesso di una quota particolarmente preziosa per l'efficienza e la resistenza del caposaldo. Cadeva da prode, colpito in piena fronte alla testa dei suoi uomini. Fulgido esempio di coraggio, di dedizione al dovere e spirito


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di sacrificio". 65 Il Cap. Corsini ricevette una Medaglia di Bronzo al V.M. con Ja seguente motivazione: "Comandante di reparto arditi, si opponeva con sicurezza ed audacia a frequenti colpi di mano avversari diretti contro le nostre posizioni avanzate. In vivaci e ripetuti scontri da lui comandati con grande coraggio ed abilità, rintuzzava l'offesa avversaria e prendeva l'iniziativa infliggendo perdite all'avversario e catturando prigionieri. La sua personale e valorosa azione di comando contribuiva efficacemente ai successi riportati dal suo reparto". 66 Intense azioni di camionette furono effettuate in Sicilia dal 2° Battaglione. 67 Alle 23,15 del 13 luglio 1943, su segnalazione del 102° battaglione costiero, due pattuglie su camionette si recarono nella zona di Aci Sant' Antonio, dove erano stati avvistati paracadutisti nemici - almeno 15 - lanciati intorno alle 22,00. Altre pattuglie dovevano rastrellare le adiacenze di Acireale. Compito degli arditi era: portarsi nella zona di lancio dei paracadutisti nemici; delimitare la zona accerchiandola; procedere al minuzioso rastrellamento della stessa stringendo verso il centro; eliminare o catturare il nemico. A mezzanotte iniziò l'azione. Delimitata la zona di lancio (Aci Sant'Antonio-Pian dell' Api) e preso un appropriato schieramento, il Magg. Marcianò, comandante del 2° battaglione, diede ordine al grosso delle pattuglie di sostare sulle posizioni fino all'alba in quanto il terreno, totalmente cosparsò di fitti vigneti, era favorevole ad agguati da parte del nemico. Una mezza pattuglia mobile fu opportunamente adibita alla vigilanza dell'esterno dello schieramento degli arditi, per impedire ad elementi nemici rimasti fuori dallo stesso di sorprendere il grosso e a quelli circondati di uscire attraverso eventuali maglie. All'alba iniziò il rastrellamento. Gli arditi presero subito contatto con gruppi isolati di paracadutisti nemici, che all'.in,timazione di resa risposero con un nutrito fuoco di fucileria e colpi di mortaio. Gli arditi allora, superando ogni ostacolo e incuranti del fuoco avversario, riuscirono con azioni corpo a corpo a indurre al silenzio

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Il testo della motivazione è stato fornito allo scrivente da Nino De Totto Memoria Corsini, cit. 67 Diario 2° Battaglione, cit.; E. FALDELLA, Lo sbarco e la difesa della Sicilia, Roma, 1956 66


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il nemico, uccidendo 4 paracadutisti durante il combattimento e prendendone 10 prigionieri. Le operazioni di rastrellamento terminarono alle 10,45 del 14 e portarono alla cattura anche di un mortaio da 81, armi individuali, munizioni e bombe a m ano. Si accertò che i nemici etano venti paracadutisti facenti parte di una formazione lanciata nella Piana di Catania, formata da varie squadre dotate di mortai da 81. I rimanenti furono catturati il giorno stesso o i giorni seguenti. Nessun danno fu accusato dal 2° battaglione nel corso dell'azione, salvo qualche piccola contusione, e l'ardito Vittorio Magnanini fu decorato di Medaglia di Bronzo al V.M .. Alle 21 ,00 del 14 luglio il S.Ten. Placido Donia, comandante di una pattuglia su camionette, raggiunse il ponte di Primosole, sul fium e Simeto, di grande importanza strategica in quanto controllava lo sbocco sulla Piana di Catania. Il comandante tedesco, impegnato duramente nella difesa del ponte, chiedeva l'invio di elementi decisi per eseguire un contrattacco e il Magg. Marcianò decise di inviare tre pattuglie con due camionette ciascuna, al comando del Cap. Romolo Paradisi, vice-comandante del 2° battaglione. Il loro compito era: raggiungere rapidamente il ponte; prendere accordi con il comandante tedesco; penetrare nel dispositivo nemico; preso contatto, sfruttando la velocità dei mezzi e la potenza delle armi di bordo, seminare il panico nelle linee avversarie e incalzare il nemico per ricacciarlo sulle posizioni di partenza; sfruttare il successo infiltrandosi nelle linee nemiche dopo aver lasciato le camionette. Alle O1,45 del 15 giunse sul posto lo stesso Magg. Marcianò; poco dopo le pattuglie si lanciarono nella m ischia oltrepassando il ponte e incalzarono il nemico che, sorpreso, si diede alla fuga raggiungendo le colline di Bivio Iazzotto, dove evidentemente erano dislocati altri reparti. Gli arditi, dopo avere serrato sotto, lasciarono le camionette, e, infiltra ndosi a piedi, attaccarono le nuove posizioni n emiche. Alcuni colpi di mortaio, tirati sulla strada, produssero l'incendio di 4 camionette; il nemico, rianimatosi, parti al contrattacco e circondò gli arditi, che si erano avvicinati alle macchine per rientrare nelle proprie linee. A questo punto le doti di combattività e valore degli arditi e bbero modo di emergere in pieno: battendosi con estrema determinazione, riuscirono a rompere l'accerchiamento e, m entre alcuni saltavano sulle camionette rimaste per portarle in salvo, altri rimasero a proteggere il rientro dei superstiti e


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vennero poi fatti prigionieri dagli Inglesi. L'azione, durata in tutto un'ora e quaranta minuti, fu molto violenta e procurò al nemico numerose perdite, assicurando ai tedeschi il possesso del ponte. Anche gli arditi, che avevano preso parte all'azione con 7 ufficiali, 1O sottufficiali e 40 uomini di truppa, lamentarono delle perdite, che dimostrano la durezza del combattimento: 2 ufficiali morti e 1 disperso, 4 sottufficiali dispersi, 3 arditi morti, 4 feriti e 15 dispersi. Tra il materiale perduto, 4 camionette, 6 mitragliatici Breda 37 e 1 fucilone Solothurn. Il comportamento degli arditi destò l'ammirazione del comandante tedesco che difendeva il ponte, grato dell'aiuto fornitogli in un momento assai delicato. A seguito di questo combattimento il Magg. Marcianò ricevette la Medaglia d'Argento sul campo con la seguente motivazione: "Comandante di battaglione arditi, infondeva con l'esempio nei suoi uomini altissimo spirito combattivo, trascinandoli in ripetute azioni ove ardimento ed eroismo rifulsero in modo tale da riscuotere l'ammirazione delle truppe allea te". Furono anche distribuite le seguenti ricompense: Medaglia d'Argento al V.M. alla memoria : Ten. Edgardo Duse, Ardito Salvatore Maccarone; Medaglia d'Argento al V.M.: Cap. Romolo Paradisi, Ten. Riccardo Friozzi, Ten. Pietro Taini, Ardito Vittorio Cironi; Medaglia di Bronzo al V.M. alla memoria: cap. magg. Antonio D'Amico, Ardito Guido Basso; Medaglia di Bronzo al V.M.: S.Ten. Dante Bartolozzi, Serg. Magg. Vittorio Olivati, Serg. Pietro Badalamenti, Serg. Adriano Castoldi, Ardito Achille Furlan, Ardito Tommaso Napolitano; Croce al V.M.: Ardito Luigi A.quini. Alla fine della campagna risultarono decorati ancora: Medaglia d'Argento al V.M.: Ten. Oddino Finelli, Serg. Magg. Nazzareno Vavalà, Serg. Gennaro Tessaro; Medaglia di Bronzo al V.M.: Ten. Massimo Salemi, S.Ten. Adriano Salvadori, cap. magg. Ermete Mascazzini; Croce al V.M.: Ten. Antonio Virgilio, cap. magg. Umberto D'Amato, cap. Gino Pietri; promozione per merito di guerra: Mar. Antonio Cinco. PATTUGLIE

Ai primi di gennaio I 943 la pattuglia "Osare" della 101 a com-


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pagnia (comandante S.Ten. Leo Zoli, vice-comandante S.Ten. Giuseppe Ortali, Serg. Magg. Bellavia, Serg. Marioli, cap. Sampugnaro, cap. Ravasio, Arditi Ildebrando Boni, Lanuto, Mangiapia, Rocca e Sparaventi) si trasferì dall'aeroporto di Furbara a quello di Cagliari Elmas, in vista di un'azione imminente. Il morale degli arditi era altissimo, essendo essi i primi che, dopo l'intensa preparazione al Reggimento, partivano per un'operazione bellica. 68 Passò qualche giorno in esercitazioni con i detonatori a tempo, mentre l'aereo che doveva lanciare la pattuglia era attentamente sorvegliato dalle sentinelle in un angolo appartato del campo. Il 12 gennaio si riunirono i comandi di reggimento e di battaglione, ufficiali di Stato Maggiore dell'Esercito e dell'Aeronautica, piloti e direttori di lancio, per stabilire modalità dell'operazione. Il pomeriggio del 15 gli arditi andarono a rapporto al comando, presenti anche il direttore di lancio Cap. Capua ed il pilota Ten. Federico Prosdocimi. 69 Fu illustrata la missione da compiere, anche con l' aiuto di alcune foto: obiettivo era il ponte ferroviario in ferro sul torrente Eddous in Algeria, importante perché collegava le retrovie anglo-americane con il fronte del Mareth. Furono distribuite cartine topografiche, bussole, ·franchi francesi, dollari e una sterlina d'oro a testa. 7 Fu stabilito che il giorno 17 ùn ricognitore avrebbe fotografato il ponte per documentare i risultati dell'azione. Il Ten. Prosdocimi si offrl di ricuperare la pattuglia in un punto non molto distante dal ponte, ma gli ufficiali di Stato Maggiore giudicarono questo tentativo troppo rischioso, per la possibile perdita dell'aereo e dell'equipaggio: fu così convenuto che gli arditi avrebbero tentato di passare le linee con una marcia di ben 800 km, impresa già di per sé difficile e complicata dal fatto che gli uomini partirono con le uniformi estive (errore inspiegabile considerando la stagione invernale) e con poche razioni di viveri (per evidenti motivi di sovraccarico). Partirono la sera stessa alle 21,45 e alle 01, 15 del 16 gennaio, con 45' di ritardo sull'orario previsto a causa di venti contrari, si lanciarono sulla zona stabilita, ad una quindicina di chilometri

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Memoria Boni, cit. Diario X Arditi, cit. Memoria Boni, cit.


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dall'obiettivo. Il lancio fu fatto in 3" da una quota di circa 400 m. Alle 04,00 l'aereo era di ritorno ad Elmas. 71 L'atterraggio degli arditi avvenne in uno spazio molto ristretto, per cui la pattuglia si ricompose senza difficoltà. 72 Tagliati i paracadute e nascosti i materiali inutili, verso l'alba gli arditi arrivarono in prossimità del ponte, preceduti nel cammino dal S.Ten. Ortali, che aveva completa padronanza di arabo, francese, inglese e tedesco e poteva quindi cavarsela in caso di incontri indesiderati. Durante la giornata del 16 gennaio la pattuglia poté osservare la zona della missione ed in particolare il ponte, di cui possedevano una foto, e preparare l'esplosivo, servendosi di pezzi di paracadute che erano stati conservati. Verso sera il S.Ten. Ortali si avvicinò al ponte, che era sorvegliato da truppe francesi e "goumiers" algerini, e si fermò a parlare in arabo con una delle sentinelle, affermando che il loro era un gruppo di americani. Ma il "goumier" si insospettì, Ortali tentò di impedirgli di dare l'allarme ma la sua pistola si inceppò. Le sentinelle allora si rifugiarono dall'altra parte del ponte e iniziarono un fitto fuoco di mitragliatrici. Così, mentre due arditi coprivano con le armi i compagni, causando due morti al nemico, gli altri minavano in tre punti il ponte, che alle 22,30 crollò. La pattuglia si ritirò con prontezza e iniziò la marcia verso il fronte, aiutata dagli arabi, ai quali gli arditi si qualificavano come americani. A mezzogiorno del 18 gennaìo, dopo una breve sosta per rifocillarsi, i paracadutisti si accorsero di essere sorvegliati (erano stati certo traditi da un arabo che, offertosi come guida dietro compenso, si era poi allontanato di soppiatto). Dopo un'ora di marcia, giunti in un spiazzo, si trovarono circondati e fatti segno ad un intenso fuoco di fucileria. Rese inutilizzabili le armi, visto vano ogni tentativo di resistenza, gli arditi si arresero ad una compagnia di "goumiers", comandati da un capitano corso. La prima ,missione del X reggimento, comunque, aveva avuto successo. Anche la pattuglia "Pantano", al comando del Ten. Pasqualino Garau della 1O1a compagnia, doveva decollare da Furbara insieme con la pattuglia Zoli, ma l'aereo SM 82 si impantanò nel fango

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Diario X Arditi, cit. Memoria Boni, cit.


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della pista; la partenza fu quindi rinviata al giorno seguente da Guidonia. Arrivati a Cagliari Elmas, agli arditi fu assegnato come obiettivo il ponte ferroviario di Beni Mansour, poco lontano da quello che dovevano attaccare Zoli e i suoi uomini. 73 La sera del 15 gennaio anche la pattuglia di Garau (composta dal comandante e da undici arditi, di cui uno addetto alla radio OC 3) tenta il decollo, ma l'aereo si impantana ancora una volta (viene fatto di osservare che il soprannome della pattuglia forse non era di buon auspicio). Un'altra partenza viene stabilita per il giorno 16, ma giunge un contrordine quando le eliche dell'aereo sono già in moto. La missione venne infine cancellata. 74 La mattina del 2 febbraio il Ten. Dario Bertolini, comandante della s a pattuglia della 102a compagnia, venne chiamato al comando di battaglione a Cagliari, dove trovò, con il Col. Gazzaniga, alcuni ufficiali di Stato Maggiore. 75 A Bertolini fu dato verbalmente l'ordine di operazione: imbarcarsi la sera stessa sul sommergibile Malachite, sbarcare sulla costa a lgerina e distruggere il ponte ferroviario sull'Uadi Boudouaou. Gli furono date istruzioni con la posizione approssimata del ponte, ma non fu possibile avere foto dello stesso né sapere se era ip ferro o in cemento armato. Fu convenuto che, giunti sul posto, la pattuglia non sarebbe sbarcata subito, ma avrebbe esaminato con attenzione la costa; una volta preso terra, il sommergibile sarebbe rimasto tre giorni e tre notti ad aspettare gli arditi, emergendo ogni mezz'ora per vedere se erano di ritorno. Furono consegnate le cartine topografiche in seta della zona e la solita dotazione di banconote e monete d'oro. Nel pomeriggio gli uomini fecero testamento e si provvide a li' acquisto in un negozio di Cagliari di scarponi con la suola di gomma, essendo inadatti quelli regolamentari con la suola di cuoio. Alle 19,45, terminati i preparativi, la pattuglia composta dal Ten. Bertolini, dal Serg. Magg. Massa, dai Serg. Saracino e Pieralli, dal cap. magg. Dal Passo, dal cap. Landolfi e dagli Arditi Cavalletto, D'Ercole, Pasini e Vincenzi, lasciò il porto di Cagliari. 76 Il giorno 5 il Malachite arrivò nella zona di sbarco e la pattuglia ebbe

73 74 75

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Diario X Arditi, cit. P ARJSET, Storia ... , cit., p. 225-227 Dichiarazione Bertolini, cit. Diario X Arditi, cit.


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la prima sgradita sorpresa: la costa era molto più popolata di quanto previsto nella pianificazione della missione. 77 Alle 20,30 il sommergibile emerse per le operazioni di imbarco sui battellini pneumatici, ma il Comandante del Malachite consigliò di sospendere l'operazione, causa le condizioni proibitive del mare. Per tutto il giorno 6 il sommergibile emerse più volte per controllare la situazione sul punto di sbarco. Finalmente, calmatosi il mare, alle 21,10 la pattuglia si imbarcò. Subito gli uomini furono presi da un comprensibile senso di smarrimento, nel trovarsi soli in zona nemica; poi, le necessità dell'azione ebbero il sopravvento. Approfittando della notte senza luna e ripetendo ciò che avevano fatto tante volte in esercitazione a Pola e alla Maddalena, gli arditi presero terra a mezzanotte, senza essere stati individuati. Alle 00,30 del giorno 7 febbraio, nascosti i canotti, la pattuglia si mise in cammino con angolo di rotta 180°, secondo le indicazioni del comandante del Malachite, in direzione del ponte, che doveva distare 4 chilometri dalla spiaggia. Il territorio in cui si muovevano era costellato di vigneti bassi e fitti, sorretti da fili di ferro in cui, nel buio, inciampavano spesso, suscitando il latrato dei cani e una certa agitazione nelle case coloniche: le inevitabili precauzioni rallentavano quindi la marcia. Si sentivano in lontananza passare i treni, ma del ponte nessuna traccia : sapendo che vicino al ponte stesso doveva trovarsi una stazione, dalla fermata del primo convoglio passeggeri gli uomini compreserò che l'obiettivo era a circa due chilometri ad ovest della loro posizione e che quindi non erano stati sbarcati con esattezza nel punto previsto. Cambiarono allora direzione e alle 04,30 giunsero nei pressi del ponte. Il sole però doveva sorgere alle 07,00 circa e pertanto mancava il tempo per effettuare l'azione. Essendo d'accordo con il comandante del sommergibile che, in caso di difficoltà, sarebbero rientrati a bordo e avrebbero ritentato l'azione la notte successiva, decisero di di{igersi rapidamente verso il Malachite e di reimbarcarsi prirria delle 06,30, ora dell'ultima emersione prevista. La missione stava dunque svolgendosi in modo soddisfacente, essendo stata individuata l'esatta ubicazione dell'obiettivo. Riguadagnato sui canotti il mare, che nel frattempo si era ingrossato, la

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Dichiarazione Bertolini, cit.


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pattuglia si recò sul luogo dell'appuntamento e fece i segnali convenuti, battendo l'una contro l'altra in acqua due bacchette di rame - per comunicare agli idrofonisti del sommergibile la loro presenza - e accendendo ritmicamente una torcia elettrica. Ma del Malachite nessuna traccia: il Ten. Bertolini diede allora ordine di ritornare a terra, allo scopo di nascondersi e tentare comunque il sabotaggio la notte seguente. Erano circa le 06,00. Il sole li colse però lontani dalla spiaggia. Furono avvistati, come era inevitabile data la vicinanza di luogh i abitati, e furono anche sorvolati da due caccia P 38 americani. La spiaggia si riempi ben presto di armati: non restava che arrendersi. Gli arditi si sbarazzarono di armi e materiali e decisero di dichiararsi naufraghi della nave Caralis (dal nome di un battello che faceva il piccolo cabotaggio dal porto di Cagliari) per non svelare la presenza del Malachite; convennero anche di non dichiarare la propria qualifica di arditi. A terra i componenti della pattuglia furono fatti prigionieri da truppe francesi. Ma per quale motivo il sommergibile non si era presentato all'appuntamento? Il giorno 9 febbraio il Malachite fu silurato a 8 miglia a sud di Capo Spartivento e affondò con gravi perdite fra gli uomini dell'equipaggio. Nella sua relazione, il comandante dell'unità scrisse che fra le 04,29 e le 04,35 del giorno 7 aveva udito tre forti boati, dai quali aveva dedotto il successo della m issione; alle 05,30 aveva r ilevato i segnali convenuti di rientro a bordo, seguiti a breve distanza da colpi di armi automatiche. Riemerso dalle 05,50 a lle 06,30, era rientrato senza avere avvistato i battellini pneumatici degli arditi. Questa versione dei fatti, errata nella conclusione che il ponte fosse stato fa tto saltare, riporta esplosioni e colpi d'arma da fuoco che non ci furono. Errore? 78 Alle 20,00 del 2 febbraio salpò dal porto di Cagliari il somm ergibile Wolframio con a bordo la prima pattuglia della 102a compagnia, composta dal Ten. Mario Betti e da dieci uomini. Obiettivo era il ponte ferroviario di El Kseur in Algeria. Il giorno 5, a causa del mare cattivo e della caccia da parte di naviglio di superficie nemico, il sommergibile giunse nella zona di sbarco alle 17,00, in ritardo sull'orario previsto. Nei due giorni successivi le condizioni del mare impedirono la messa in acqua dei battellini; 1'8 il mare

78

Diario X Arditi, cit.


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agitato e la presenza di mezzi navali nemici convinsero il comandante del Wolframio al rientro. Alle 06,00 del giorno 10 febbraio il sommergibile attraccava a Cagliari. La missione che aveva come obiettivo il ponte ferroviario di Beni Mansour, assegnata in gennaio alla pattuglia del Ten. Garau ma poi cancellata, venne affidata il mese successivo alla pattuglia "Fede" del Ten. Nino De Totto. 79 Già qualche giorno prima della partenza, nel presagio di essere i prescelti, i componenti della pattuglia si erano suddivisi i compiti: chi doveva eliminare le sentinelle, chi effettuare l'attacco, chi proteggere l'operazione. Il giorno 11 febbraio, poco prima del rancio, gli arditi furono informati che sarebbero partiti la sera. La missione fu discussa su una carta topografica non molto aggiornata, con alcune modifiche ricavate dalla ricognizione aerea; non era previsto il recupero degli uomini, l'unica possibilità di scampo essendo costituita da una marcia di 500 km fino alle nostre linee in Tunisia. Agli arditi furono consegnati, oltre ad armi, munizioni, esplosivi e mezzi tecnici consueti, tre giornate di viveri per truppe speciali, 30.000 franchi francesi, 45 dollari e 11 monete d'oro. Alle 20,00 la pattuglia (comandante Ten. Nino De Totto, vicecomandante Serg. Magg. Mario Postai, radio-telegrafista Serg. Michele Marcheselli, interprete Serg. Gaspare Renda, Serg. Agostino D' Apote, cap. magg. Giovanni Zenari, cap. magg. Michele Gulizia, cap. Bruno De Biasi, Arditi Antonio Caruso, Arduino Amadei, Mario Baire) decollò da Decimomannu su un SM 82, pilotato dal Ten. Prosdocimi. Giunto nella rada di Bougie, l'aereo trovò la costa completamente coperta da formazioni di nubi e piovaschi che impedivano la penetrazione nella valle del Souman, al cui termine si trovava il ponte. Il pilota decise allora di seguire la costa verso ovest per cercare condizioni atmosferiche più favorevoli. Percorsi una cinquantina di chilometri e non essendo stato riscontrato alcun, miglioramento, fu necessario fare dietro-front. Alle 02,00 del 12 febbraio l'SM 82 rientrò a Decimomannu. 80 Alle 20,40 dello stesso giorno la pattuglia decollò di nuovo.

79 N. DE Torro, Relazione sul fatto d'anne 12-16 febbraio 1943, ALI nuove XII, 24 16-3 1 diceml;>re 1960, p. 53-54 so Diario X Arditi, cit.


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Questa volta le cose andarono per il verso giusto e alle 23,40, avendo come direttore di lancio il Ten. paracadutista Baccani, gli a rditi furono lanciati sul punto previsto. 8 1 Nel viaggio di ritorno l'aereo ebbe uno scontro con un caccia nemico, ma poté atterrare indenne a lle 02,40 de l gio rno 13. 82 Atterrati anch'essi senza incidenti, gli arditi si ritrovarono e si riorganizzarono in un tempo ragionevole, provvedendo quindi a seppellire i paracadute e il materiale superfluo. 83 Subito dopo ebbe inizio la m arcia di avvicinamento in direzione (presunta) del ponte, con l'angolo di rotta studiato sulla carta prima de lla partenza in relazione alla zona d'atterraggio. Si effettuarono cosl tre ore d i marcia con due guadi, con le misure di sicurezza del caso. All'alba, non essendoci nemmeno il più piccolo indizio della vicinanza del ponte, il Ten. De Totto ord inò una fermata con mascheramento fra i cespugli in cima ad una collina d isabitata. Tutta la giornata del 13 fu passata in osservazione per definire la posizione della pattuglia in relazione al ponte. Finalmente, nel pomeriggio, alcuni particolari del paesaggio diedero la netta precisazione del punto di stazione. Si era a circa 40 chilometri in linea d' aria ad est del ponte, pochi chilometri a sud-est dell'abitato di Akbou. Dunque il lancio era stato effettuato in una zona a circa 30 chilometri ad est della zona di lancio convenuta e, quindi, del ponte. Riunita la pattuglia, il Ten. De Totto comunicò la situazione, riscontrando l'intatta decisione degli uomini di portare a termine il compito nonostante le nuove, più gravi difficoltà. La sera dello stesso giorno fu ripresa la marcia in direzione contraria, per rifare il cammino della notte precedente. Si dovette effettuare un difficile passaggio in roccia, sotto la guida del Serg. Magg. Postai, proveniente dagli alpini; in circa 20 chilome tri di marcia, senza incidenti e senza incontri, venne superata e oltrepassata verso ovest la zona di atterraggio. All'alba del giorno 14, con un tempo freddo e piovoso, il Ten . De Totto ordinò la sosta e l'occultamento per l'intera giornata in una casa abbandonata e diroccata. La sera del 14, dopo aver tentato invano di ottenere il collega-

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DE Tono, Relazione ..., cìt. Diario X Arditi, cit. DE Torro, Relazione ..., cit.


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mento radio, la marcia di avvicinamento fu ripresa. Si giunse così, dopo una trentina di chilometri di cammino, nelle vicinanze del ponte e si osservò l'intenso traffico di treni militari lungo la linea ferroviaria ed il forte movimento di truppe in transito nei pressi della stazione di Beni Mansour. Gli arditi trascorsero la giornata del 15, dall'alba al tramonto, in un declivio cespuglioso a poco più di un centinaio di metri dalla linea ferrov iaria, ma ottimamente defilato alla vista del nemico. I viveri però erano praticamente terminati e cominciava a farsi sentire la fame e la conseguente stanchezza, alla quale si cercava di far fronte con una distribuzione di simpamina. Alle 21 ,00 si giunse, dopo un ulteriore avvicinamento, su di un'altura dominante il ponte, ad una distanza di circa 300 metri dallo stesso. Due ore di attenta osservazione, svolta da questo punto favorevole, indicarono un forte movimento intorno al ponte: due sentinelle in continuo spostamento lungo le rotaie per tutta la sua estensione (150 metri circa), altre pattuglie mobili lungo la linea verso nord e verso sud. Una baracca al limite nord del ponte ospitava gli uomini del corpo di guardia, il cui numero r imase però imprecisato. Come previsto, la lingua usata al cambio della guardia e al rientro delle pattuglie erano il francese. Verso le 23,00 la pattuglia di arditi si portò in una posizione più arretrata e nascosta per la preparazione dell'esplosivo. Vennero anche distribuiti i compiti per l'azione: tre arditi di controllo al corpo di guardia, altre tre per l'eliminazione delle sentinelle, i rimanenti con l'esplosivo, in posizione leggermente arretrata. L'attacco venne fissato per le 01 ,30 del 16 febbraio. Poco dopo mezzanotte, gli arditi erano in prossimità dei loro posti di azione, al di qua e al di là del fiume sul quale era sospeso il ponte. Il silenzio era completo, la notte limpida e serena con la luna ancora molto alta. Verso l'una, a mezz'ora dal momento stabilito per l'inizio dell'azione, una pattuglia mobile nemica uscì dal corpo di guardia e, dopo qualche attimo di incertezza, puntò verso il luogo in cui erano distesi gli arditi con l'esplosivo. I Francesi, giunti a pochi metri dai nostri, si arrestarono di colpo con la caratteristica mossa di chi ha visto qualche cosa nella penombra. Fu un attimo: tra Italiani e Francesi ebbe inizio un violentissimo scontro a fuoco. La sorpresa era quindi mancata, ma ogni ardito, secondo gli ordini ricevuti, si gettò con decisione ad eseguire il proprio compito specifico. Il Ten. De Totto, insieme a Postai e Renda, si lanciò sulla baracca del corpo di guardia scaricando tutte


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le bombe a mano e gran parte dei colpi di moschetto automatico, per dar tempo agli altri di effettuare il colpo sul ponte. La reazione nemica parve per qualche attimo cessare; ma poco dopo, mentre gli arditi con l'esplosivo erano sul ponte, dalle alture circostanti iniziò il fuoco di armi automatiche e probabilmente piccoli mortai o bombe a mano. Il Ten. De Totto, investito in pieno da tre scoppi a pochi attimi di distanza, subì l'amputazione traumatica del braccio destro, oltre a ferite di minore entità; contemporaneamente, il fragore di un'esplosione sul ponte indicava che gli uomini addetti a tale compito avevano fatto scoppiare gli zainetti nei punti vitali della costruzione. Il ponte, danneggiato in modo grave, rimase inservibile per un certo tempo. 84 Dopo qualche minuto dall'esplosione, rallentatosi il combattimento e visto inutile ogni tentativo di muoversi, il Ten. De Totto convinse il Serg. Magg. Postai, che non voleva abbandonarlo, a puntare verso le linee italiane. Nell'azione due arditi rimasero uccisi; i nove superstiti, come il Ten. De Totto apprese molto tempo dopo, furono tutti catturati. Egli stesso rinvenne nel primo pomeriggio del 17 febbraio nell' ospedale inglese di La Réunion, già operato e ottimamente assistito. Per questa azione, al Ten. De Totto fu conferita la Medaglia d' Argento al Valor Militare con la seguente motivazione: "Ardito paracadutista, destinato con la sua pattuglia ad una azione di sabotaggio su di un ponte ferroviario, dopo essersi lanciato per primo dall'aereo, con fermezza e capacità, guidava in lunghe e difficili marce la pattuglia fino a raggiungere l'obiettivo, che attaccava decisamente, portando a compimento l'azione di sabotaggio. Ferito una prima volta, non desisteva dall'azione, colpito più gravemente con asportazione dell'avambraccio destro, induceva il sottufficiale che l'aveva raccolto ad abbandonarlo per tentare di raggiungere le linee italiane. Perduti i sensi veniva cattura" 85 t o. Il 30 marzo la pattuglia del Ten. Betti si imbarcò alla Maddalena sul sommergibile Wolframio, con il compito di ritentare il sabotaggio del ponte ferroviario di El Kseur, missione fallita già una

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Dichiarazione di Nino De Totto, 13 marzo 1985. Si veda anche N. De ToTTO,

La vigna dalle cento uve, Roma, 1983, p. 85, 89-90, che presenta il fatto d' arme in

forma romanzata 85 il testo della motivazione è stato fornito allo scrivente da Nino De Totto


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volta in febbraio. Ma il 12 aprile la pattuglia sbarcava alla Maddalena, senza aver potuto compiere l'azione, avendo il comandante del sommergibile giudicato impossibile il tentativo di mettere in acqua i battellini, secondo le modalità previste durante la pianificazione della missione, nel timore di avvicinarsi troppo alle coste nemiche. 86 Alle 20,00 del 10 aprile decollò dall'aeroporto di Cagliari Elmas un SM 82 con l'ottava pattuglia della 1O1a compagnia, comandata dal Cap. Emanuele Bosco, vice-comandante il Serg. Magg. Francesco Canu. Obiettivo l'aeroporto di Biskra in Algeria. 87 Verso l'una di notte il Serg. Bachin, direttore di lancio, diede il via agli arditi, che atterrarono in un attimo, chiedendosi come mai erano stati lanciati così a bassa quota ma non riuscendo a trovare una spiegazione. La pattuglia si riunì con difficoltà, in quanto il lancio non era stato effettuato nella zona prevista, ma nel greto asciutto di un torrente. Dopo quasi un'ora di ricerche, fu rinvenuto il Cap. Bosco, in una pozza di sangue e privo di sensi, con una gamba spezzata e altre fratture. Si decise allora di portare l'ufficiale in un rifugio di fortuna, dove fu lasciato con una borraccia d'acqua. Il Serg. Magg. Canu assunse pertanto il comando della pattuglia, che proseguì la marcia secondo la rotta stabilita. All'alba del giorno 11, accortisi di essere fuori zona, gli arditi tornarono sui loro passi e puntaron~ a marce forzate in direzione dell'obiettivo. Verso mezzogiorno furono sorvolati da un caccia e poco dopo assaliti da soldati a cavallo, che respinsero a raffiche di moschetto automatico. Dopo aver tentato invano il collegamento radio con il comando, gli arditi proseguirono la marcia in difficili condizioni ambientali, in preda alla sete. Calate le tenebre, dopo aver evitato con cura gli attendamenti arabi sparsi un po' dovunque, la pattuglia si fermò. Di notte il freddo si faceva sentire, ma almeno la brina che si formava sulle tute serviva a bagnarsi le labbra. All'alba del 12, con il binocolo osservarono diversi soldati a cavallo che si dirigevano verso le tende dei nomadi e questi ultimi che segnalavano la presenza di estranei. Soltanto verso l'imbrunire

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Diario X Arditi, cit. Diario X Arditi, cit.


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la sete li costrinse a rivolgersi ai pastori chiedendo latte. Questi fecero intendere di averli riconosciuti come italiani, ma gli arditi riuscirono a convincerli di essere americani e, pagando in franchi francesi, ottennero la preziosa bevanda. Più tardi, una ventina di soldati a cavallo attaccarono con una nutrita scarica di fucileria la pattuglia, che rispose con raffiche di moschetto automatico e bombe a mano. Rotto il contatto, si puntò verso sud nel tentativo di far perdere le proprie tracce. Verso il mezzogiorno del 13 aprile, gli arditi contarono 52 cavalieri che avanzavano al galoppo verso di loro. Ormai era scontato che l'aeroporto di Biskra non si sarebbe potuto raggiungere, ma una resa disonorevole non era ammissibile. Dopo una lotta furibonda di oltre due ore in pieno deserto, senza aver subito perdite, gli arditi decisero di arrendersi, dopo aver distrutto armi e materiali. Vennero così a sapere di essere stati catturati dagli "spahis" francesi del presidio di Djelfa e che anche il Cap. Bosco era stato trovato, ma con la testa spaccata (e in seguito ne morì). 88 Alle 20,00 dello stesso 10 aprile un altro SM 82 decollò da Elmas, recando a bordo la quarta pattuglia della 101 a compagnia, comandata dal Ten. Pietro Graff, con obiettivo la distruzione del ponte ferroviario di Cuvivier, vicino ad Orano, in Algeria. 89 Alle 02,30 dell' 11 aprile rientrarono in sede gli aerei che avevano portato le pattuglie di Bosco e di Graff. Il lancio di quest'ultima pattuglia fu effettuato intorno alla mezzanotte in una delle tre zone previste (denominate in codice "rossa", "bianca" e "verde"). 90 Nascosti i paracadute, gli arditi di Graff si raggrupparono e si misero in marcia con l'angolo di rotta previsto. Dopo aver camminato tutta la notte, la pattuglia passò la giornata nascosta in una zona boscosa. Alla sera ripresero la marcia; durante la notte attraversarono uno alla volta, con ogni precauzione, la linea ferroviaria, che era sorvegliata da numerosi soldati: alcuni di questi aprirono il fuoco contro gli arditi, ma senza colpirli. Non risposero al fuoco, per non farsi individuare, e all'alba del giorno 12 si rifugiarono in una radura cespugliosa. Furono però individuati da tre pastori arabi, due

88 SALA-ARENA,

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Parà .., cit., p. 644-648 Diario X Arditi, cit. Dichiarazione di Piero Graff, 26 settembre 1983


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dei quali vennero catturati, mentre il terzo riuscì a fuggire. A questo punto, venuta a mancare la sorpresa, il Ten. Graff decise di rinunciare al compimento della missione e di guadagnare le linee dell'Asse in Tunisia. La pattuglia fu divisa in tre gruppi, allo scopo di renderla meno individuabile: il primo gruppo era formato da Graffe tre arditi, il secondo da un sergente, l'ardito Tieghi ed un terzo ardito, l'ultimo da un caporal maggiore e due arditi. Per facilitare la marcia, dovevano distruggere tutto il materiale bellico, eccetto il pugnale e la pistola. Il gruppo di Graff riuscì comunque a minare un tratto di ferrovia, provocando il deragliamento di un treno con numerosi morti da parte francese. Tutti gli arditi dei tre gruppi vennero fatti prigionieri, su delazione di pastori e contadini arabi, ai quali si erano rivolti per ottenere del cibo. 91 Alle 20,40 dello stesso 10 aprile un terzo SM 82 della 618a squadriglia SAS decollò da Elmas con la nona pattuglia della 101 a compagnia, comandata dal Ten. Nazzareno Orazi, avendo come ufficiale di rotta e direttore di lancio il Ten. Renato Sabbatini e come pilota il mar. Renato Glauser. 92 Obiettivo era il ponte ferroviario di Le Kroub, vicino a Costantina in Algeria. Essendo stati preceduti da altri due aerei, entrati sulla costa algerina più o meno nello stesso punto, era facile la previsione di cattivi incontri. E infatti, nei pressi di Capo Bougaron, l'aereo fu inquadrato dalle traccianti di tre caccia notturni nemici che, con l'aiuto dei fari di ricerca e probabilmente del radar di bordo, t entavano di agganciare il trasporto italiano. Il Mar. Glauser effettò allora una virata in picchiata a 180° e, zigzagando a pelo d'acqua, si buttò verso il mare aperto, riuscendo così a seminare i caccia. 93 Fu però necessario rinunciare al lancio della pattuglia e r ientrare all'aeroporto di partenza con un lungo volo, per evitare di essere ancora intercettati: alle 04,00 l'aereo toccò finalmente terra. 94 Alle 22,50 dell' 11 aprile la pattuglia ripartì con lo stesso equipaggio di volo: unico assente il Ten. Orazi, colpito da ascesso mascellare, · sostituito al comando dal S.Ten. Arduino Varutti. Anche questa volta il volo incontrò difficoltà: inoltratosi nelle montagne

91 92

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Memoria Diario X Memoria Diario X

di Athos Tieghi, dicembre 1983 Arditi, cit. di Renato Sabbatini, 15 febbraio 1983 Arditi, cit.


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algerine alla quota di circa 1000 metri, l'aereo fu inquadrato da tre fotoelettriche che costrinsero il Mar. Glauser a difficili manovre di scampo. 95 La pattuglia fu comunque lanciata alle O1,30, ma sull'o­ biettivo secondario stabilito per la missione - un incrocio ferrovia­ rio - in quanto l'allarme aereo faceva presumere che il nemico fosse ormai all'erta sul ponte in ferro che costituiva l'obiettivo pri­ mario, più importante e quindi meglio difeso. Alle 04,20 del 12 aprile l'SM 82 rientrò ad Elmas. 96 La pattuglia cadde vicino ad un cimitero arabo: gli arditi oc­ cultarono i paracadute ed il materiale inutile e rimasero tutto il giorno nascosti in osservazioni su una collinetta, circondata da ac­ campamenti di arabi armati. Alle prime ore del 13 minarono il nodo ferroviario. Dopo l'esplosione la pattuglia si divise in due gruppi. Il primo tentò di raggiungere il Marocco Spagnolo, sotto la guida del Serg. Magg. Mario Tabassi vice-comandante della pattu­ glia, con marce forzate notturne. Incontrando gli abitanti dei vil­ laggi arabi, gli arditi si facevano passare per militari americani. La loro marcia fu però rallentata da un gruppo di laghetti, non segna­ lati dalle carte di cui disponevano. Ma ormai i Francesi erano sulle loro tracce: avvistati da un ricognitore, il giorno 23 stremati dalla fatica, furono fatti prigionieri. Anche il secondo gruppo di arditi subi la stessa sorte. 97 Ai primi di giugno, nel quadro di un'imponente azione combi­ nata del X reggimento con il Battaglione Arditi Distruttori Regia Aeronautica (ADRA) - un reparto parallelo al X Arditi, ma for­ mato da personale dell'Arma Azzurra - partirono per Atene con destinazione Creta quattro pattuglie, tre dell'ADRA ed una del X reggimento, al comando del Magg. Marco Beltramo della Regia Ae­ ronautica, che disponeva di un radiotelegrafista non appartenente alle forze paracadutiste. 98 Alle 19,30 del 13 giugno decollò dall'aeroporto di Heraklion (Creta) su un SM 82 pilotato dal Cap. Marco Fugazzola la settima pattuglia della 101 a compagnia, al comando del Ten. Luigi Di Tom­ maso e comprendente Serg. Magg. Sotgiu, Serg. Seggi, Serg. Cap-

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Diario X Arditi, cit. Memoria SabbaJini, cit. 97 Dichiarazione di Mario Tabassi, 16 aprile 1984 98 PARISET, Storia ..., cit., p. 245 96


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poni, cap. magg. Margola, cap. magg. Rampinelli, Arditi !setta, Oliva, Sabbatani e Zulini. Obiettivo i campi d'aviazione di Bengasi. Gli arditi vennero lanciati alle 00,10 del giorno 14 a 40 km. dalla zona prestabilita e a 30 km. dal punto previsto per occultarsi di giorno. L'atterraggio e i momenti che seguirono furono catastrofici: i sacchi rifornitori contenenti i viveri e l'acqua per dieci giorni furono sganciati prima del previsto e andarono perduti; l'ardito Oliva non fu ritrovato; Di Tommaso e altri tre arditi persero lo zainetto portaesplosivi durante la discesa. L'apparecchio radio si fracassò al suolo e il Magg. Beltramo sparì subito dopo il lancio con il suo operatore. Le altre due pattuglie dell' ADRA, che dovevano collaborare all'attacco, erano state lanciate in una diversa località, a causa del vento fortissimo che imperversava sulla zona. L'SM 82 recava a bordo anche la terza pattuglia dell' ADRA impegnata nel!' azione: il suo comandante, Ten. Luigi Baccaro, e Di Tommaso, una volta radunati gli uomini, constatarono che il lancio era avvenuto nei pressi di un accampamento arabo, ben lontano dall'Uadi El Gattara, luogo previsto per il raduno delle quattro pattuglie. Furono catturati due nativi e l'accampamento venne accerchiato e occupato. Mentre alcuni arditi stavano di guardia, altri tentarono, senza successo il recupero degli aerorifornitori. Di Tommaso e Baccaro decisero quindi di restare occultati nelle tende tutto il giorno, per avvicinarsi di notte all'obiettivo ed effettuare l'operazione la notte seguente. Le due pattuglie reaÌizzarono così un osservatorio, da cui sorvegliare il terreno circostante: vista in lontananza una massa bianca ondeggiante, pensarono al paracadute di un aerorifornitore. Tre arditi ne tentarono allora il recupero, ma furono catturati da soldati britannici e subito liberati. La sorpresa era venuta a mancare: fu deciso quindi di allontanarsi dalla zona, mentre Angelo Margola ed Onorato Rampinelli creavano una diversione, per distrarre gli arabi. 99 Le due pattuglie raggiunsero la linea ferroviaria, fiancheggiata da una pista camionabile, e incontrarono numerosi indigeni, dai quali appresero che la pista era poco frequentata dagli alleati e percorsa invece da un frequente traffico privato. Gli arditi allora si ap-

99 A. G10RLEO, Palestra azzurra, Roma, 1975, p. 65-66; Memoria di Angelo Margola, 31 gennaio 1984


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postarono per catturare un automezzo, con cui raggiungere l' obiettivo. Ma verso le 13,30 una poderosa colonna corazzata britannica prese posizione contro di loro: qualunque resistenza essendo vana, data la sproporzione delle forze, fecero saltare un lungo tratto di linea ferroviaria e, distrutti materiali e documenti, si arresero. 100 Intanto Margola e Rampinelli si erano trascinati dietro gli arabi dell'accampamento, lontano dalle due pattuglie, ma dopo alcune ore Rampinelli fu ferito in diverse parti del corpo. Mentre il suo compagno lo curava, sopraggiunse un arabo a cavallo: si trattava di un ex-paracadutista libico, che consigliò Margola di arrendersi, onde consentire al ferito di essere curato ed acquisire egli stesso meriti presso i suoi compatrioti, dai quali era malvisto in quanto aveva militato con gli Italiani. Mentre veniva mandato a chiamare un medico da un vicino accampamento inglese, Margola andò alla tenda dell'ex-paracadutista libico, i cui familiari aiutarono l'ardito a distruggere le sue carte topografiche e lo rifocillarono. Poco dopo una pattuglia britannica, con cui si trovava il medico per Rampinelli, catturò lui e Margola. 101 Ancora il 13 giugno la quinta pattuglia della 1O1a compagnia, comandata dal S.Ten. Salvatore Pizziniaco, doveva partire da Gerbini, con le pattuglie agli ordini del S.Ten. Degli Effetti e del Serg. Caffaretto dell' ADRA, per un attacco all'aeroporto di Castelbenito (Tripoli). Il Cap. Alfredo Bussoli della 111 a comandava l'intera operazione. Però, poco prima del decollo, gli SM 82 che dovevano trasportarli vennero danneggiati o distrutti da un'improvvisa incursione nemica. La missione veniva quindi annullata, nonostante i tentativi di Pizziniaco di ottenere un altro aereo per la sua pattuglia . .10z Alle 21,30 del 13 giugno decollava dall'aeroporto di Decimomannu una pattuglia della 111 a, comandata dal S.Ten. Antonio Rizzo, avendo come obiettivo il campo d'aviazione di Oulmène, in Algeria. Il lancio fu effettuato alle 00,05 del giorno 14, dopo un volo compiuto a pelo d'acqua, per sfuggire alla caccia nemica. Il lancio fu un insuccesso: erano state previste tre zone consecutive in pros-

100 GroRLEO, Palestra ..., cit., p. 66 101 Memoria Margola, cit. 102 Diario.X Arditi, c it.; Memoria Pizziniaco, cit.; GroRLEO, Palestra ..., cit., p. 61;

Dichiarazione di Alfredo Bussoli, 16 gennaio 1986


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simità di un fiume - dalla prima si poteva raggiungere con un cammino abbastanza agevole l'obiettivo - ma la pattuglia cadde invece su una casa, in prossimità di una linea ferroviaria non segnata sulla carta geografica di cui disponevano. Gli aerofornitori vennero sganciati a 6 chilometri dalla zona di lancio e andarono perduti. Gli arditi rimasero subito in nove, perché il Serg. Magg. Carrozza si ferì nell'atterraggio. Fu curato e lasciato ai contrafforti dell'Atlante. Il S.Ten. Rizzo ebbe l'impressione di essere atteso, a giudicare dalla continuità e dall'accanimento con cui aerei nemici presero a volteggiare sulla zona, come se li stessero cercando. Per depistare gli inseguitori fu quindi fatta una deviazione a sud, verso il fiume, poi, attraversata la ferrovia, iniziarono a percorrere la catena montuosa per arrivare all'obiettivo. Il 15 giugno arrivarono sulle alture sovrastanti l'aeroporto, ma si accorsero che era vuoto. Quindi, la fotografia sulla quale era stata preparata l'azione - foto da cui il campo risultava in piena attività - era vecchia e non aggiornata: aspettarono tutto il giorno e la notte successiva, sempre in attesa di un aeromobile da sabotare, ma invano. Il 16 ritornarono sui propri passi per tentare il sabotaggio della linea ferrata. Per aumentare la capacità offensiva della pattuglia, avevano riempito tre borracce di benzina anziché d'acqua: erano quindi costretti a bere solo un tappo d'acqua a testa ogni tre ore, per risparmiare il prezioso liquido. Due arditi andarono a cercare una sorgente o un ruscello, per potersi dissetare, ma incontrarono alcuni arabi: cercarono allora di corromperli, ma i franchi francesi, di cui erano stati forniti alla partenza, erano fuori corso. Vennero quindi denunciati alle truppe golliste, che il giorno stesso li circondarono e li catturarono. 103 Il 7 giugno un SM 82 portò la sesta pattuglia della 111 a compagnia comandata dal Ten. Renato Giuliattini, da Furbara a Rimini, dove erano riuniti tutti gli uomini del X reggimento e'dell' ADRA che dovevano partecipare all'attacco contro gli aeroporti dell'Africa Settentrionale. Il giorno 11 la pattuglia fu portata da Rimini a Salon-en-Provence, da cui sarebbe partita per l'operazione. Finalmente il pomeriggio del 13 fu comunicato l'obiettivo: la base aerea di Tafaraoui, vicino ad Orano in Algeria, e come obiettivo seconda-

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Dichiarazione di Antonio Rizzo, 24 aprile 1985;

G IORLEO

Palestra .. , cit., p. 61


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rio l'aeroporto di La Senia, nella stessa zona. A Giuliattini fu solo consegnata una carta topografica dei luoghi, senza che gli venissero date informazioni sull'area di lancio né sulle difficoltà della missione, che doveva essere compiuta con una pattuglia dell'ADRA comandata dal S.Ten. Marvulli. Alle 20,05 del giorno 13 gli arditi decollarono su un SM 82 che, attraversato il Mediterraneo, entrò sulla costa in corrispondenza del confine fra Algeria e Marocco. Dopo aver son,olato per circa mezz'ora il territorio africano, la pattuglia fu lanciata alle 02, 10 del 14. 104 La zona di atterr aggio era lontana dall'obiettivo: difficile, molto abitata, intersecata da vie di comunicazione, ricca di centri abitati, non era l'ideale per una pattuglia che doveva evitare quanto più possibile ogni contatto con il nemico, avendo come obiettivo un aeroporto piuttosto lontano, ma era il posto giusto per la virata di un aereo che volesse raggiungere la costa e riguadagnare il mare aperto. Per di più, gli uomini dell'ADRA erano stati lanciati altrove e gli aerorifornitori con viveri e acqua non furono trovati. Il Ten. Giuliattini decise allora di dirigersi verso un gruppo di colline, per nascondersi e studiare la situazione. Percorsero una quindicina di chilometri prima di fermarsi, all'alba: dato che gli stivali da lancio lasciavano orme troppo evidenti sul terreno, procedettero a piedi scalzi per alcuni chilometri e camminarono in un uadi per occultare le tracce delle suole. Il giorno 14 riposarono, tormentati dalla mancanza d'acqua, mentre Giuliattini e il vice-comandante della pattuglia studiavano il percorso da compiere la notte successiva: piegando ad ovest, dopo un largo semicerchio sarebbero giunti ad Orano in due notti. La notte marciarono verso l'obiettivo. La mattina del 15 furono catturati da ingenti forze francesi, dalle quali, fin dal momento dell'atterraggio, Giuliattini aveva avuto la sensazione di essere cercato, dato l'intenso movimento di autocolonne e il volo di ricognitori. 105 Il 21 luglio una pattuglia della 111 a compagnia, comandata dal S .Ten. Belletti, venne lanciata nei pressi di Lentini, in provincia di

104 G10RLEO, Palestra, ... , cit., p. 61; Memorie di Renato Giuliattini, 4 agosto 1983, 16 agosto I 983, 24 agosto 1983 e 29 dicembre 1983 ios Memorie Giuliattini, cit.


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Siracusa. 106 La pattuglia effettuò azioni di sabotaggio, di cui non si conoscono i particolari, e riuscì poi a ripassare le linee, venendo catturata dai Tedeschi che li avevano scambiati per nemici. Il Magg. Marcianò, comandante del 2° battaglione, fu chiamato di notte da un comando tedesco e riconobbe nei prigionieri il S.Ten. Belletti e la sua pattuglia. 107 Lo stesso giorno un'altra pattuglia della 111 a compagnia, al comando del Ten. Rodolfo Felici, venne lanciata nella medesima zona della precedente con risultati tragici, venendo sterminata appena toccato terra. Direttore di lancio era il S.Ten. Romano Ferretto. 108 Il 21 luglio la quinta pattuglia della 101 a compagnia, comandata dal S.Ten. Salvatore Pizziniaco, decollò da Guidonia su un SM 82. Zona di lancio a nord di Gela, con l'obiettivo d1 compiere azioni di sabotaggio libere contro le forze di invasione. L'atterraggio avvenne verso le 02,00 del giorno 22, dopo un volo abbastanza tranquillo, non disturbato dalla contraerea nemica. All'alba, radunata la pattuglia, il S.Ten. Pizziniaco apprese da un contadino di trovarsi ad un paio di chilometri da Caltagirone. Da quel momento ebbe inizio la missione: di notte si spostavano alla ricerca di bersagli interessanti, di giorno si tenevano nascosti e si riposavano. Arrivarono in prossimità di un accampamento scozzese di corazzati e si acquattarono tra i cespugli, per attaccare la notte; ma all'imbrunire i britannici se ne andarono altr!?ve. Dopo qualche giorno, ormai demoralizzati per l'impossibilità di trovare un obiettivo, gli arditi vennero a sapere che vicino a Raddusa, a poca distanza, si trovava un ponte sul quale transitavano di continuo autocolonne nemiche. L'informazione era esatta e quindi gli uomini della pattuglia inziarono subito le operazioni di minamento, interrotti da un gruppo di camion che sostarono un poco sul ponte e poi si allontanarono nel buio della notte. L'operazione di minamento richiese tutto l'esplosivo di cui disponevano, essendo il ponte in muratura. Regolati i detonatori su

106

N. ARENA. / paracadutisti, Modena, 1972, p. 150 BoNCIANI, F Squadron, cit., p. 55; Dichiarazione Marcianò, cit. 108 ARENA,/ paracadutisti, cit., p. 150. L'episodio sembra confermato anche da una dichiarazione rilasciata allo scrivente da Romano Ferretto il 2 dicembre 1983 e da voci raccolte durante la prigionia da Salvatore Pizziniaco, Ildebrando Boni e Gino Apostolo. 107


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due ore, si allontanarono, ma poterono sentire il boato dell' esplosione. Nel pomeriggio appresero da alcuni civili che il ponte era andato completamente distrutto, pare proprio mentre stava transitando un'autocolonna americana. Rimasti senza esplosivo, gli arditi si diressero verso le linee per attraversarle (erano in campagna ormai da quindici giorni), quando furono intercettati da una colonna corazzata inglese: in simili condizioni di inferiorità, era inutile accettare il combattimento e quindi il S.Ten. Pizziniaco diede ordine di distruggere le armi e di arrendersi. 109 Il 21 luglio un'altra pattuglia della 111a compagnia si apprestò a partire in missione: la comandava il S.Ten. Gino Apostolo e la componevano il Serg. Magg. Attilio Maria, i cap. magg. Giuseppe Cicero, Stefano Giannone e Leone Della Rosa, il cap. Achille Caruso e gli Arditi Francesco Gullone, Mario Nannini, Francesco Paglina e Oriello Denti. L'azione era stata programmata, come le precedenti, dalla Regia Aeronautica, sotto la direzione del Col. Luigi Klinger. Obiettivo era l'aeroporto di Licata. 110 Con il direttore di lancio S.Ten. Gaetano Argento furono scelte alcune zone di lancio fra Licata e Gela, furono decise le modalità per la migliore effettuazione del lancio dei paracadutisti e fu concordato di sganciare gli aerofornitori con i viveri insieme agli uomini, per facilitarne il recupero. L'SM 82 con la p attuglia, comandanto dal Cap . Fugazzola, decollò da Guidonia alle 23,30 del 21 luglio; sul cielo di Agrigento, già occupata dal nemico, l'aereo fu fatto segno ad intenso fuoco di artiglieria contraerea, che però non produsse gravi danni. Alle 02,45 del giorno 22 fu effettuato il lancio. L'aereo atterrò a Centocelle, alle 05,45. 111 Gli undici arditi caddero vicino a Butera, dove si trovavano dispositivi logistici americani di nessun interesse. Raggiunta la zona dell'aeroporto di Licata, il S.Ten. Apostolo poté constatare che questo non era ancora operativo e che gli anglo-americani lo stavano attrezzando con grelle. Venuto quindi a mancare l'obiettivo, gli arditi fecero piccoli sabotaggi a linee telefoniche ed altre attrezzature, finché il giorno 27 si lasciarono catturare dopo aver distrutto il materiale in dota-

109 110 111

Dichiarazione Pizziniaco, cit. Dichiarazione di Gino Apostolo, IO novembre 1983 e 18 novembre 1983 Memoria di Gaetano Argento, 20 luglio 1983


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zione. Durante i sei giorni di attività erano stati costretti a procurarsi cibo nelle cascine, perché non avevano potuto ricuperare gli aerofornitori. 112 Il 25 luglio la pattuglia del Cap. Alfredo Bussoli venne lanciata vicino a Catania con il compito di distruggere un deposito di munizioni. Mancano relazioni ufficiali, ma sembra che l'obiettivo sia stato raggiunto. Dopo l'azione gli uomini riuscirono a raggiungere le linee italiane. 113 Il 30 luglio, su richiesta del XIV corpo d'armata tedesco, venne deciso di impiegare una pattuglia di nuotatori ad Augusta, zona di maggiore affluenza dei rifornimenti nemici. Ma i Tedeséhi non furono in grado di fornire fotografie aggiornate della zona, per mancanza di aerei idonei alle riprese. Comunque il giorno stesso la quarta pattuglia della 112a compagnia, accompagnata dal Cap. Paolo Paris, che resterà con gli arditi fino allo sbarco, raggiunse un distaccamento della X Flottiglia MAS, comandato dal C.V. Lenzi. All'operazione di sbarco in contrada Campolato parteciparono 6 mezzi della X MAS, tre per trasporto pattuglia e tre per sicurezza con compiti offensivi. -Alle 22,00 un mezzo di trasporto ebbe un' avaria e fu rimorchiato da un mezzo di sicurezza. La pattuglia, composta di dieci uomini e comandata dal Ten. Cesare Artoni, doveva sbarcare nella zona Campolato - Santa Croce, distruggere eventuali depositi di carburanti, munizioni, artiglierie e raccogliere notizie sul nemico. Alle 02,00 circa, giunti in prossimità della zona di sbarco ad una distanza di 500 + 600 metri dalla costa, gli arditi s'imbarcarono su due canotti e si diressero verso terra. Lo sbarco avvenne in un punto situato a circa 3 Km a nord del punto previsto. La scogliera ripida e il mare piuttosto mosso non consentirono una manovra agevole, tanto che un canotto venne portato al largo da un'ondata e l'altro sbattuto sulle rocce e reso inservibile. Era così precluso il ritorno via mare e non fu.__nemmeno possibile utilizzare i tre colombi viaggiatori in dotazione alla pattuglia per comunicare la situazione in quanto gli animali erano finiti in mare. Risalita la scogliera, gli arditi trovarono in una grotta dei bor-

112

H

3

Dichiarazione Apostolo, cit. I paracadutisti, cit., p .150

ARENA,


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ghesi addormentati e riuscirono a stabilire, dall'interrogatorio di uno di essi, di trovarsi in contrada Campolato. Erano circa le 03,30 del 31 e bisognava percorrere circa 5 chilometri per raggiungere la località dove la pattuglia doveva occultarsi: contrada Colona, dove si trovava la famiglia del Ten. Artoni. La zona era battutissima dagli inglesi ed era necessario arrivare a contrada Colona prima che il sole sorgesse. Iniziato il movimento, la pattuglia incontrò ben presto un attendamento inglese occultato sotto gli uliveti. Lo superò sul fianco procedendo in fila, moschetto a tracolla e passo deciso. Le sentinelle, evidentemente, scambiarono la pattuglia di arditi per una pattuglia inglese e rimasero tranquille ai loro posti. Giocando sull'equivoco, gli arditi passarono davanti a batterie antiaeree ed altri attendamenti, rendendosi così conto delle dislocazioni nemiche. Raggiunta all'alba contrada Colona, la pattuglia trovò nascondiglio in un magazzino, sotto la legna accatastata, presso la famiglia Artoni. Durante tutto il giorno 31 non fu possibile uscire dal nascond~glio, perché la campagna era strettamente sorvegliata dagli inglesi e i notabili civili, dopo l'invasione, collaboravano con le autorità militari di occupazione e non avrebbero esitato a denunciare gli arditi. Questi dovettero servirsi di parenti del Ten. Artoni e di persone fidate per avere le informazi9.ni necessarie alla riuscita dell'azione. Appresero così che Augusta era occupata da truppe di colore inglesi e che la ferrovia Siracusa-Augusta-Catania era stata riattivata. Parte del materiale bellico veniva inviato in linea via ferrovia, ma il grosso dei rifornimenti, sbarcato a Siracusa da piroscafi, e quanto sbarcato ad Augusta con zatteroni venivano avviati al fronte per la rotabile Siracusa-Catania con numerose autocolonne. Poiché disposizioni severissime, pena la fucilazione, proibivano ai civili di nascondere militari italiani e tedeschi, il Ten. Artoni decise . di eseguire l'azione affidatagli nella notte. Un suo nipote lo informò che in un punto del litorale vi era una barca abbandonata, fornita di remi e in ottime condizioni: gli arditi stabilitrono di servirsene per il ritorno ad azione compiuta. Come obiettivo furono scelti tre grossi depositi di munizioni di artiglieria, suddivisi in tre cataste, nascosti fra gli uliveti ed abilmente mascherati: erano stati individuati dalla pattuglia durante il trasferimento notturno in contrada Colona. Alle 22,00, dopo aver preparato gli esplosivi adatti, gli arditi, suddisi in tre nuclei, raggiunsero da sud gli obiettivi. La sorve-


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glianza consisteva in una sentinella per deposito, più altre sei sentinelle a guardia di altrettanti pezzi di artiglieria contraerea ad un centinaio di metri dai depositi. Eludendo la loro vigilanza, gli arditi collocarono gli esplosivi con accenditori; quindi si allontanarono per la stessa strada e dopo un largo giro verso nord raggiunsero la località dove era la barca. Accortisi che qualcuno aveva asportato i remi, spinsero ugualmente la barca in mare e si allontanarono dalla costa vogando con dei pezzi di tavola, in quanto bisognava ad ogni costo abbandonare la terraferma prima dello scoppio dei depositi. Alle 01 ,30, ormai al sicuro, una fortissima esplosione diede loro la certezza del successo dell'azione. Bisognava adesso intraprendere il viaggio di ritorno e quando, lavorando di pugnale, ebbero costruiti dei remi di emergenza con le tavole interne dell'imbarcazione, si accorsero che da alcuni fori, certamente praticati per rendere inutilizzabile la barca, entrava l'acqua. Dovettero allora tamponare le falle con fazzoletti, stracci e pezzi di legno. Dopo aver navigato tutta la notte con molta lentezza e con grande fatica degli uomini, alle 08,00 del 1° agosto giunsero al largo di Catania, all'altezza della foce del fiume Simeto. Il Ten. Artoni aveva opportunamente fatto spogliare i suoi arditi per dare l'impressione che si trattasse di naufraghi: infatti due volte aerei inglesi li sorvolarono a bassa quota senza molestarli. Avevano già oltrepassato la foce del Sirpeto e stavano puntando su Catania quando un vento contrario fece retrocedere la barca portandola nuovamente verso la foce del fiume. Gli Inglesi, accortisi di loro, cominciarono da terra a tempestarli di tiri di mortaio, che cadevano sempre più vicini alla barca. Gli arditi si buttarono allora in mare, allontanandosi dall'imbarcazione, e soltanto quando il fuoco cessò raggiunsero la barca e si nascosero dietro di essa, tirandola verso il largo. Saliti finalmente a bordo, tentarono di riprendere la navigazione, ma ancora una volta il vento li riportò sotto il tiro. Nuovo tuffo in mare, inseguiti dai colpi di mortaio e dal mitragliamento di un aereo nemico, che si era abbassato per meglio colpirli. Non era pìù il caso di risalire a bordo ma occorreva guadagnare la costa a nuoto, il che fu fatto in tempi diversi e suddivisi in nuclei: erano sfiniti, dopo aver trascorso più di tre ore in acqua e aver percorso dagli otto ai nove chilometri. I fanti del 372° battaglione costiero, che tenevano il fronte in quel settore, accortisi dell'approssimarsi degli arditi si buttarono in acqua per aiutarli a


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raggiungere la costa e prodigarono loro le prime cure. 114 A conclusione dell'azione gli arditi ebbero 10 giorni di licenza premio e le seguenti decorazioni: Medaglia d'Argento al V.M.: Ten. Cesare Artoni, Serg. Salvatore De Filippis; Medaglia di Bronzo al V.M.: cap . magg. Tommaso Cortese, Ardito Alfredo Stazzani, Ardito Dino Sacchetto, Ardito Giuseppe Pierazzo, Ardito Mario Vanacore, Ardito Giovanni Dado. 115

SINTESI DELLE OPERAZIONI DEL X RGT. ARDITI

103a Cp. Cap. Brusa Cap. Corsini 2° Btg. Magg. Marcianò 101 a Cp. S.Ten. Zoli 101a Cp. Ten. Garau 101 a Cp. Ten. Gara u 1028 Cp. Ten. Bertolini 102a Cp. Ten. Betti 101a Cp. Ten. De Totto

101 a Cp. Ten. De Totto 102a Cp. Ten. Betti 101 11 Cp. Cap. Bosco

114 115

Tunisia Sicilia Eddous (Algeria) Beni Mansour (Algeria) Beni Mansour (Algeria) UadiBoudouaou (Algeria) El Kseur (Algeria) Beni Mansour (Algeria) Beni Mansour (Algeria) El Kseur (Algeria) Biskra (Algeria)

Diario 2° Battaglione, cit. Diari.o 2° Battaglione, cit.;

FALDELLA,

marzo-maggio 1943 scontri luglio 1943 scontri 15-18/1/43 distrutto ponte 15/1/43 aereo non partito 16/1/43 sospesa 2-7/2/43 insuccesso 2-10/2/43 non sbarcati 11/2/43 rientrati per cattive condizioni atmosferiche 12- 16/2/43 danneggiato ponte 30/3-12/4/43 non sbarcati 10-13/4/43 insuccesso

Lo sbarco ..., cit.


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101 a Cp. Ten. Graff

Cuvivier (Algeria)

101 a Cp. Ten. Orazi

Le Kroub (Algeria) Le Kroub 101 a Cp. S.Ten. Varutti (Algeria) 101a Cp. Ten. Di Tommaso Bengasi

10 1a Cp. S.Ten. Pizziniaco Tripoli 111a Cp. S.Ten. Rizzo

111 a Cp. S.Ten. Belletti

Oulmène (Algeria) Tafaraoui (Algeria) Zona Lentini

111a Cp. Ten. Felici

Zona Lentini

111 a Cp. Ten. Giuliattini

10 1a Cp. S.Ten. Pizziniaco Zona Gela 111 a Cp . S.Ten. Apostolo

Licata

111 a Cp. Cap. Bussoli

Catania

112a Cp. Ten. Artoni

Augusta

10-12(?)/4/43 danneggiata linea ferroviaria 10/4/43 rientrati per caccia nemica 11-23/4/43 distrutto nodo ferroviario 13-14/6/43 danneggiata linea ferroviaria 13/6/43' aereo distrutto a Gerbini 13- 16/6/43 insuccesso 13-15/6/43 insuccesso 21/7/43 effettuati sabotaggi(?) 21/7/43 insuccesso 21/7-5/8/43 (?) distrutto ponte 21-27/7/43 piccoli sabotaggi 25/7/43 distrutto deposito munizioni 30/7-1/8/43 distrutto deposito munizioni

CONCLUSIONI

Questa fu l'ultima operazione del X reggimento. È quindi possibile fare un sia pur sintetico bilancio dell'attività di questo magnifico reparto. Delle ventidue azioni compiute o tentate dalle pattuglie, dieci ebbero successo totale o parziale, cinque non ottennero risultati positivi e sette furono sospese per cause varie. In termini percentuali si tratta di risultati più che soddisfacenti anche considerando la difficoltà intrinseca di missioni di que-


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sto tipo. Però, ad un'analisi meno superficiale, la questione assume un altro aspetto. Scopo delle azioni insidiose può essere il logoramento materiale e/o morale del nemico, il raggiungimento di un obiettivo inattaccabile con altri mezzi, il conseguimento di un risultato altrimenti ottenibile con uno spiegamento eccessivo di mezzi e di uomini. Nessuno di questi requisiti è applicabile ai casi che abbiamo studiato: gli angloamericani erano troppo forti in Nordafrica (e anche in Sicilia, mercè certe complicità locali) per essere disturbati dagli arditi; i danni inferti sono stati complessivamente modesti e certo inferiori alla somma di sacrifici e di perdite che comportarono. Due ponti, qualche tratto di linea ferroviaria e altri guasti della stessa entità costarono al Regio Esercito oltre centoventi uomini superaddestrati, contro un nemico strapotente, poco infastidito da queste azioni. Quali dunque i motivi della sostanziale inadeguatezza delle azioni del X? I materiali nel complesso erano buoni: moschetto automatico Beretta, pistola e pugnale (l'armamento di accompagnamento non ebbe impiego pratico), vestiario, razioni speciali, camionette sahariane (le poche in dotazione). Qualche difficoltà con le radio, ma questo era un difetto comune a tutte le F.A. ita liane dell'ultimo conflitto. Numerosi inconveniénti furono invece causati dallo zainetto dei paracadutisti: infatti non era molto pratico per l'enorme quantità di materiale che doveva portare e le borracce appese all'esterno spesso andarono perdute; le sue cinghie dovevano essere regolate con precisione. Il lancio degli aerorifornitori con i viveri di scorta fu sempre difficoltoso, tanto è vero che di rado vennero ricuperati. Come si è visto, cominciamo a trovare delle ombre. 116 Grave in modo insopportabile fu invece la pianificazione operativa. In genere (ma non sempre) gli obiettivi furono scelti con oculatezza: attaccare i ponti nordafricani e mettere in crisi il sistema logistico angloamericano poteva essere sensato, a patto che le azioni fossero però preparate con cura. Invece si disponeva quasi sempre di una carta in scala 1:200.000, spesso tedesca, in mancanza di quelle italiane, senza fotografie planimetriche dell'obiettivo e delle zone di lancio previste,

116

queste manchevolezze sono state riscontrate dagli Arditi intervista ti


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non si facevano voli preliminari di ambientamento per i direttori di lancio. I capi-pattuglia ricevevano poche frettolose istruzioni prima della partenza, senza informazioni sul manufatto che dovevano attaccare e distruggere. In effetti sarebbe stato indispensabile conoscere la situazione nel particolare momento dell'azione: esatta ubicazione, caratteristiche tecniche, terreno circostante, mezzi di difesa attiva e passiva. Alcuni elementi erano a conoscenza per le opere esistenti prima della guerra; gli altri, oppure quelli relativi alle opere più recenti, erano reperibili solo con un accurato lavoro informativo o con frequenti ricognizioni aeree, che però non erano alla portata della Regia Aeronautica né della Luftwaffe. Così, erano spesso ignoti la struttura degli obiettivi (e quindi la quantità di esplosivo da impiegare e i punti di applicazione), le caratteristiche del terreno di accesso, la dislocazione e la consistenza del corpo di guardia. Era quindi necessaria per la pattuglia una fase di studio sul terreno e una conseguente riduzione dell'elemento sorpresa. Prima dell'azione combinata del 13 giugno 1943 contro gli aeroporti nordafricani solo pochi arditi avevano potuto esaminare un bombardiere B 24, atterrato per errore sul campo di Pachino e trasferito a Guidonia, per scoprirne i punti deboli e distruggerlo anziché danneggiarlo in modo non grave. 117 Si giunse al punto di dotare gli uomini di moneta francese fuori corso, che li avrebbe fatti subito riconoscere se per caso l'avessero usata. Fu organizzato il "Distaccamento Egeo" senza prima procurarsi le informazioni necessarie per condurre le operazioni, che infatti non furono effettuate. Molti lanci risultarono fatti in zone sbagliate: alcuni appunto per mancanza di informazioni sufficienti, altri per eccesso di "prudenza" da parte del mezzo trasportatore. Occorre però aggiungere che le condizioni in cui si trovava ad operare la Regia Aeronautica erano del tutto precarie: l'ossessiva presenza della caccia notturna nemica condizionò le rotte e le quote di volo, imponendo rischiosi trasferimenti a pelo d'acqua, il conseguente aumento di' consumo del carburante e precipitose rotte di scampo, pena la perdita del1' aereo. Sul comportamento della Marina il miglior commento è costituito da una protesta scritta del Col. Gazzaniga, nel maggio 1943, contro certi eccessi di prudenza, che compromettevano la riuscita

117

Diario X Arditi, cit.


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delle azioni. 118 Un aspetto quanto meno singolare delle operazioni di sabotaggio è che in molti, troppi casi gli arditi ebbero la netta sensazione, per non dire la certezza, di essere attesi. La rapidità, la tempestività e la decisione degli interventi difensivi da parte degli alleati non sempre si possono giustificare con l'importanza degli obiettivi presi di mira o con la traccia radar degli aerei trasportatori (al massimo, poteva essere noto il punto di ingresso sulla costa): l'allertamento degli apprestamenti difensivi fa pensare che spesso i servizi informativi fossero bene informati sulle mosse degli arditi. Un caso del tutto sintomatico è quello dell'azione del 13 giugno 1943: da Bengasi ad Orano furono lanciate undici pattuglie del X reggimento e del battaglione ADRA. Centododici uomini furono braccati, fatti prigionieri quasi subito dopo il lancio, senza che fosse possibile recare alcun danno (unica eccezione il successo di due uomini dell'ADRA a Bengasi). Gli Inglesi conoscevano di ogni pattuglia il nome del comandante, perfino quello di coloro che non poterono partire dall'Italia. 119 Del resto è noto che a Rimini, centro di raccolta delle pattuglie prima della partenza per le rispettive destinazioni, circolavano strani personaggi che cercavano di ottenere informazioni sugli obiettivi prescelti. 120 A questo si aggiungano i numerosi casi di sabotaggio: materiali manomessi o aanneggiati, armi sottratte prima delle operazioni e simili altri inconvenienti diedero spesso agli arditi l'impressione di muoversi, ancor prima della partenza, in un ambiente ostile alla buona riuscita delle missioni. Un ultimo aspetto negativo è quello relativo al recupero delle pattuglie lanciate in territorio nemico. Finché esistevano truppe italiane in Africa, furono studiate impossibili marce di scampo nel deserto per centinaia di chilometri, nel miraggio di un improbabile passaggio delle linee o del rifugio in territorio neutrale. Quando l'Africa settentrionale fu tutta in mano alleata, venne organizzata la grandiosa (almeno nelle intenzioni) operazioni del 13 giugno. Era previsto che dopo dieci giorni sarebbe stato tentato il recupero

118

Diario X Arditi, cit. Storia ..., cit., p. 243. Ma si veda anche

119 PARISET,

DE

ToTTo, La vigna ..., cit.,

p. 87 120

Dichiarazione di Angelo Pennacchiotti (del Battaglione ADRA). 30 marzo 1985


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dei superstiti in opportuni luoghi di raccolta: ma, dei voli programmati, ne furono effettuati solo due. Il 23 giugno un SM 75, pilotato dal Cap. Fugazzola e avente a bordo il Col. Klinger e il Cap. Velani, decollò da Heraklion e sorvolò a lungo Aisilan, senza trovare traccia dei paracadutisti. 121 Alle 01,20 del 26 giugno un altro SM 75 partì da Heraklion, avendo ai comandi il Cap. Emilio Cervi e a bordo ancora Klinger e Velani. Atterrarono nel deserto della Cirenaica a sud di El Carruba. Facevano parte del gruppo quattro uomini d'equipaggio (Ognibene, D'Ovidio, Oppedisano e Luisi) e quattro arditi dell' ADRA (Appoggi, Fedeli, Greco e Motta), che provvedevano alla protezione a terra dell'operazione di recupero: è giusto ricordare i nomi di questi coraggiosi. Per tutto il giorno rimasero in attesa, riparandosi dal sole sotto le ali dell'aereo, poi, alle 19,50, dovettero decollare per il ritorno a Creta. 122 Le quattro pattuglie che questi uomini aspettavano - comandate da Di Tommaso del X arditi e da Baccaro, Balmas e Comis dell' ADRA - non andarono all'appuntamento perché erano già state catturate. Solo in Sicilia fu possibile, con un relativo successo grazie al vantaggio di agire sul territorio nazionale, il passaggio delle linee. Si può quindi concludere che queste operazioni erano senza ritorno, sia per insormontabili difficoltà, sia per gli errori di preparazione cui si è fatto cenno. Ritorna allora il quesito di fondo: valeva la pena di gettare allo sbaraglio centinaia di valorosi, con la sostanziale certezza del fallimento parziale o totale delle loro imprese? 123 Una parola di biasimo va detta sul trattamento degli arditi prigionieri. Inglesi e Francesi furono durissimi, con pesanti interrogatori, minacce, percosse, finte fucilazioni per indurli a rivelare informazioni interessanti. Fu persino lasciato morire dissanguato il Ten. Ortali della 101a compagnia durante un tentativo di fuga. Gli arditi venivano considerati "banditi", non riconoscendosi ad essi la qualifica di combattenti regolari. Gli americani, almeno in' un primo tempo, furono più rispettosi dei prigionieri. 124

121 G10RLEO, 122 G10RLEO,

Palestra ... , cit., p. 69 Palestra ..., èit., p. 69 123 queste considerazioni critiche sono fatte a quarant'anni di distanza dai fatti narrati. Nessuno dei protagonisti, però, fu sfiorato dal minimo dubbio al momento di partire per quelle imprese disperate. La fede e l' amor di patria non vennero meno 124 tutte le testimonianze sono concordi in tal senso


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Un Foglio d'Ordini del settembre 1942 indicava le caratteristiche degli arditi: costituzione fisica d'eccezione, agilità, resistenza, attitudini sportive particolari, arditezza, intelligenza sveglia, iniziativa. 125 Queste doti fisiche e intellettuali non mancarono, ma ad esse si aggiunsero virtù morali non comuni: fede, altissimo spirito di sacrificio, intensa preparazione spirituale, che fecero sì che gli inevitabili casi di debolezza fossero assai limitati nel numero. In Tunisia e al ponte di Primosole gli arditi seppero dimostrare quale fosse il loro addestramento e la loro combattività. Quando una pattuglia veniva scelta per una missione, non era raro il caso che i comandanti delle altre scongiurassero il fortunato di lasciarli partire al posto suo: ma naturalmente queste richieste ricevevano un netto rifiuto. Parte di queste note sono state scritte utilizzando appunti autografi del Col. Gazzaniga, la cui memoria desideriamo qui onorare. E proprio dalle sue parole si comprende chi fossero gli Arditi: quelli che immolarono la loro giovinezza nell'adempimento senza calcoli - del dovere di Italiani e di soldati, che ritornarono dopo una dura prigionia o che serenamente attesero il girono dell'azione tra fatiche, speranze ed entusiasmi. 126 Il X Reggimento ha lasciato in eredità la sua gloria e il suo onore al 9° battaglione d'assalto paracadutisti "Col Moschin".

125 126

Diario X Arditi, cit. Memoria Gazzaniga, cit.


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Ha collaborato Gabriele De Dominicis. Si ringraziano: gli Arditi che hanno voluto contribuire con memorie scritte o testimonianze orali: Ilario Adimico, Gino Apostolo, Cesare Artoni, Dario Bertolini, Ildebrando Eoni, Alfredo Bussoli, Pietro Corsini, Pasquale Fero, Vittorio Ferrini, Omero Ferruzzi, Renato Giuliattini, Piero Graff, Angelo Margola, Francesco Pasculli, Salvatore Pizziniaco, Pietro Pontrandolfo, Lorenzo Quaquero, Antonio Rizzo, Mario Tabassi, Athos Tieghi, Arduino Varutti, Luigi Zaffaroni; i Direttori di lancio Gaetano Argento, Romano Ferretto, Renato Sabbatini; l'Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito per aver consentito la consultazione del carteggio sul X Reggimento Aridti; e inoltre: il Comando del 9° Battaglione d'Assalto Paracadutisti "Col Moschin", Ermes Caddi, Alessandro Gasparinetti, Angelo Pennacchiotti (già dell'ADRA), Giorgio Roberti, Otello Schiavoni, Gennaro Trotta, il Centro Storico FIAT. Un particolare, caloroso ringraziamento a Nino De Totto, Vito Marcianò ed al figlio del Comandante dott. prof Pierpaolo Gazzaniga.


Il X Reggimento Arditi

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BIBLIOGRAFIA

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Fig. I - Itinerario del volo della pattuglia De Totto 12 febbraio 1943 (da "Folgore..." 1981)

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CARLO RAMPIONI

GLI OGGETTI DI EQUIPAGGIAMENTO DELL'ESERCITO LA GAVETTA EVOLUZION E DE LLA SUA FORMA DALL' ESERCITO PfEMONTESE ALL' ESERCITO ITALIANO

l. L'uso della gavetta come contenitore di cibo e strumento per la confezione del pasto è strettamente legato alla tecnica di gestione della sussistenza nel quadro storico dell'organizzazione logistica dell'esercito. Poiché fino alla fi ne del XVII secolo ogni soldato doveva provvedere personalme nte al propr io vitto, con la paga ricevuta o con requisizioni, l' adozione di tale oggetto ad uso individuale o per piccoli gruppi di uomin i si ebbe e si generalizzò soltanto quando, dopo l'istituzione delle prime caserme, furono emanate disposizioni che consentirono al soldato di prepararsi autonomamente il pasto senza ricorrere alle locande o ad altre situazioni sostitutive. Tuttavia fu solo all'inizio del XIX secolo che le caserme, ovvero edifici funzionalmente concepiti su criteri esclusivamente militari, ebbero forma propria e carattere stabile senza ricorrere ad ada ttamento di edifici come conventi, o chiese per lo più r equisiti e presi in affitto. 1 Trascorso il periodo napoleonico, l'esercito piemontese cominciò ad em anare tutta una serie di disposizioni intese a rendere la struttura m ilitare quanto più omogenea e organizzata possibile, sulla base dell'ordinamento e delle capacità operative specifiche dei va ri corpi. Nel Regio Editto Penale Militare del 1822 furono codificati gli effetti personali del corredo del soldato in cui figurava, fra gli altri,

1

Cfr. N.

BRANCAcc10 -

L'esercito del .vecchio Piemonte. Roma, 1923.


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un "gamellino" la cui forma e capacità non vennero tuttavia specificate. Sol tan to nel 1833 2 fu per la prima volta usato il termine "gavetta" (con riferimento alla voce idiomatica "baracchino") e tale appellativo rimarrà stabile nel tempo anche se talvolta verrà menzionato come sinoni m o il termine "gamellino". 2. Etimologicamente 3 le voci GAVETTA e GAMELLA (che sono sinonimi) vengono fatte risalire alla lingua latina entrambe con significato di scodella, recipiente per lo più di legno. GAVETTA deriverebbe da GABATA (voce che a Roma era considerata di origine straniera) mentre GAMELLA d a CAMELLA con probabile riferimento alla gobba del cammello che, nella sua forma, ricorda quella di un recipiente rovesciato. È interessante notare come il termine GAVETTA si sia legato nel medioevo e nell' evo moderno non tanto alla tradizione militare generica quanto a quella più specificatamente m arinara. Veniva infatti così denominata la grossa scodella in cui consumava il pasto un piccolo gruppo di uomini (generalmente sette) sui bastimenti e sulle galere e la cosa si istituzionalizzò a tal punto che con "gavetta" si usava indicare proprio un gruppo di sette uomini che, sulle navi, mangiavano insieme e, in altre situazioni, erano addetti ad un comune servizio. E in effetti, se il militare di terra aveva facoltà di p rovvedere personalmente per i propri pasti, la stessa cosa non era evidentemente possibile sulle navi dove le lunghe permanenze in mare dovevano necessariamente condurre ad una qualche forma di organizzazione comunitaria. 11 rapporto tra l'oggetto in esame e la tradizione marinara può essere inoltre suffragato per altra via dalla considerazione a seguito riportata che potrà essere oggetto di approfond imento in altra sede . Nel linguaggio architettonico si d efinisce "volta a gavetta" quella ottenuta intersecando una volta a padiglione con un piano orizzontale (fig. l); si ottiene così una figura che ricorda la chiglia di un certo tipo di imbarcazioni. La volta a gavetta è altresì detta "volta a schifo" ed il termine "schifo" indicava, nell'antica costru-

2

cfr. G.M. 25 giugno 1833 - Regie determinazioni e regolamento sopra il co"edo, la montura e le divise delle armate di te"a e di mare, non che delle amministrazioni, e dei servizi militari. 3 G. D EVOTO - G. C. Ou, Dizionario della lingua italiana, Gavetta e Gamella.


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zione navale, una imbarcazione adibita al serv1z10 di una nave maggiore. Considerando che "schifo" viene fatto derivare a sua volta del longobardo SKIF e che nella lingua inglese la parola SKIFF sta a definire una leggera imbarcazione a vela o a remi, si può ricollegare l'oggetto GAVETTA, nella sua primitiva adozione, alle forme navali antiche o comunque di modello particolare. Non solo, ma, rovesciando la figura di una volta a gavetta (fig. 2) si legge una forma di contenitore tale che, se da un lato ricorda la forma di un natante, da un altro ci riconduce in maniera piuttosto insinuante a un tipo particolare di scodella di legno che nella tradizione umbra viene denominato "capestìo". Quest'ultima considerazione, anche se può in qualche modo sembrare una forzatura ad opera di una fantasia troppo fervida, è probabile che, se approfondita, possa portare a conclusioni interessanti.

3. La gavetta, la cui dotazione era destinata ai bass'uffiziali e ai soldati, nel regolamento di Carlo Alberto del 1833 viene definita sia nei materiali sia nella forma (fig. 3): è in ferro battuto e di forma cilindrica e per la prima volta viene proposta in due versioni, una per la cavalleria e una, più bassa, più larga e leggermente tronco-conica ma sempre della stessa capacità, per la fanteria. Anche se non si hanno indicazioni specifiche sul modo di collocare la gavetta sulla valigia (per la cavalleria) e sullo zaino, per le altre armi, dall'iconografia dell'epoca 4 si può notare come venisse comunque portata ali' esterno del bagaglio personale (e non solo nel!' esercito piemontese) (fig. 4). È lecito pertanto supporre che la gavetta per la fanteria dovesse essere più bassa per limitare al massimo la sporgenza oltre lo zaino, dato che veniva applicata sulla superficie posteriore dello stesso. Nella descrizione dei due modelli non sono indic.ati (come invece più precisamente sarà fatto in seguito) nè lo spessore del metallo nè la posizione ed il numero dei passanti metallici per le corregge di fissaggio allo zaino e alla valigia, ma questi elementi sono deducibili dato il modo in cui si applicavano ai contenitori di effetti personali 5 .

4

Q. CENNI, Tavole "Codice Cenni", SME-AUS,

Armata Sarda. Uniformi antichi e moderni ... La tavola 2 del G.M. 1840, illustrante gli oggetti di corredo relativi alla cavalleria, mostra un disegno di gavetta in cui si intravedono anche i passanti. GALATIERI, 5


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Valutazioni critiche fatte da apposite commissioni indussero nel 1835 a proporre un nuovo modello di gavetta che aboliva quello precedente e che si discostava da esso in maniera sostanziale per forma e materiali: è il modello che, pur se con variazioni tecniche e dimensionali, rimarrà pressochè immutato fino ai nostri giorni (fig. S). Nell' art. 2 del Regio Viglietto emanato da Carlo Alberto 6 non vengono precisate le dimensioni della gavetta come nel '33, ma ne viene descritta la forma (semicircolare con "angoli mistilinei smozzati ad arco"; il fondo esterno leggermente convesso) e per la prima volta sono indicati alcuni dettagli sulla sua tecnica costruttiva. Viene specificato infatti come l'oggetto, realizzato in "latta forte detta doppia", sia costituito di due parti distinte, il corpo e il fondo, tenute insieme da una saldatura "a lamina rivoltata sicchè possa reggere al fuoco"; in realtà piL1 che di una saldatura nell'odierna accezione tecnologica del termine, si trattava di un'operazione di giuntura a freddo consistente nel comprimere tra loro due lembi di lamiera preventivamente ripiegati in versi opposti, incastrati in versi opposti e ribattuti. Questo spiega perchè fosse resistente al calore dato che mancava un materiale saldante per fusione il quale, al fuoco di cottura del cibo, avrebbe potuto patire dell'eccessiva temperatura. Anche se gli organi ufficiali non produssero motivazioni particolari sulla progettazione del nuovo modello, analizzandone la forma possiamo tuttavia trarne alcune considerazioni che ci consentono di apprezzare una serie di vantaggi che resero la gavetta modello 1835 decisamente rivoluzionaria rispetto al modello precedente (figg. 6 e 7). Innanzi tutto era dotata di un manico che ne rendeva estremamente agevole il trasporto, anche e soprattutto in caso di completo riempimento; inoltre, essendo stata concepita con un volume a prevalente sviluppo verticale, ai liquidi contenuti era conferita una maggiore stabilità in caso di sollecitazioni dovute a spostamenti; infine la superficie piana del corpo rendeva la gavetta facilmente applicabile alle superfici dello zaino, mentre la superficie curva la

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G.M. II agosto 1835, Regio Viglietto col quale S.M. ordina, che un nuovo modello di gavetta in latta sia adottato dai corpi truppa, etc.


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rendeva certamente più resistente agli urti ai quali si presume dovesse essere facilmente soggetta. È interessante notare poi come la forma relativa alla parte in cui la superficie curva si raccorda con quella piana sia estremamente simile alla figura generata da una mano semi-aperta in posizione naturale: voluta o no, questa particolare conformazione la rendeva decisamente più atta alla presa con una mano. Questo modello di gavetta venne dato inizialmente in dotazione solo alla fanteria e agli zappatori del genio, mentre per la cavalleria rimaneva invariato il modello cilindrico che doveva essere costruito con lamiera detta "bandone" con il fondo sempre saldato a lamina rivoltata. In uno specchio riportante il peso degli oggetti di corredo dei militari 7 la gavetta per la fanteria risultava del peso di 1 libbra e 3 once (circa g. 460) mentre quella della cavalleria di 1 libbra e 2 once, essendo mancante del coperchio. Solo nel 1837 si stabilì di assegnare all'artiglieria lo stesso modello di gavetta della fanteria e questa nota è singolarmente interessante poichè in essa si definiscono il numero e la posizione dei passanti metallici per le cinghie di fissaggio a] bagaglio: infatti, ai due passanti iniziali (di cui prima non si faceva menzione) se ne aggiunge un terzo per assicurare la gavetta alla valigia in assetto di marcia (fig. 8), mentre i due laterali servivano a fermarla sullo zaino degli uomini smontati. La gavetta, per tutti i Corpi, sarà in seguito come sempre sistemata all'esterno del bagaglio individuale ma per lungo tempo sarà continuamente trasferita da una parte all'altra dello stesso in quanto, col variare delle tecniche operative, si venivano via via studiando nuovi affardellamenti che, sia pure in sede empirica, erano ritenu ti più idonei e funzionali. Nel 1840 8 vennero realizzati degli schemi estremamente precisi che mostrano dettagliatamente tutto il corredo del soldato con le indicazioni sul modo di sistemarlo sia in camerata sia nello zaino: la gavetta, in tale situazione, veniva alloggiata sulla superficie posteriore, mentre il cappotto, arrotolato nella sua custodia cilindrica, era collocato su quella superiore. Quando nel 1843, in occasione dell'adozione di un nuovo modello di zaino, il cappotto, dall'esterno, passerà ripiegato sotto la patta di chiusura dello zaino stesso, la gavetta

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G.M. 1836, G.M. 18 agosto 1840, Regolamento di disciplina.


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troverà alloggiamento al centro della superficie superiore e vi sarà assicurata con cinghie specifiche nello stesso modo e tramite gli stessi passanti metallici che in precedenza. Una nota a parte è dovuta al corpo dei Bersaglieri fondato nel 1836 con lo scopo di assolvere a funzioni tattiche particolari di avanguardia e di esplorazione e soprattutto su terreni impervi con tecniche che potremo definire di guerriglia: un impiego quindi estremamente dinamico. Fu proprio in virtù di questo impiego che l'equipaggiamento e il corredo dei Bersaglieri furono oggetto di approfonditi studi affinchè non fossero compromesse, bensì venissero agevolate, le loro capacità operative. Pertanto, oltre all'abbigliamento, si differenziavano dalla fanteria anche per la forma dello zaino, il suo affardellamento e la posizione degli oggetti su di esso; la gavetta trovò alloggio sulla superficie inferiore dello zaino e comunque la superficie superiore non venne quasi mai impegnata da alcun oggetto che la fanteria invece vi collocava, come cappotto, gavetta, tenda con paletti, ecc. Con l'atto n. 85, nota n. 22, del 1873 sull'affardellamento dello zaino dei Bersaglieri, si stabilì che la gavetta dovesse essere assicurata sulla patta di chiusura dello zaino, tramite l'apposita correggia. Se fu la fanteria a sperimentare per prima i nuovi modelli, chi ebbe i maggiori inconvenienti fu invece la cavalleria i cui uomini si trovarono sempre a dover risolvere problemi di distribuzione di un bagaglio aumentato da una serie' di borse e bisacce per l' alimentazione e il governo del cavallo. All'arma montata rimase pertanto in dotazione il vecchio modello che, nel 1839, fu prescritto di sistemare al centro della valigia assicurandolo con la cinghia di mezzo. Nel 1841 la particolare razza di cavalli del Reggimento "Novara cavalleria" portò a una modificazione della valigia sulla quale la gavetta era assicurata con una cinghia apposita che ne consentiva lo svincolo senza aprire la valigia stessa. Nel 1842, per l'-intero Corpo di cavalleria, fu disposto che la gavetta passasse dal centro all' estremità destra della valigia in modo che la stessa vi entrasse dentro; affinchè la gavetta non sporcasse la testa della valigia, quest'ultima doveva essere precedentemente avvolta nella "taschetta a biada". Nel 1853 tale posizionamento fu ribadito ma soltanto fino a quando la gavetta fosse stata dotata di coperchio; da quel momento in poi sarebbe stata ricollocata al centro della valigia. La cavalleria continuò comunque ad usare il vecchio modello di gavetta fino al 1855 allorchè, in occasione della spedizione in Oriente, fu


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deciso di adottare il modello più recente. Nel 1859 la fanteria (tranne i Bersaglieri) venne fornita di un modello di zaino completamente riprogettato; il cappotto ne esce nuovamente al di fuori e, arrotolato nel "sacco a tenda", trova collocazione sulla superficie superiore dello zaino con le estremità ripiegate sui fianchi dello stesso. Di conseguenza la gavetta ritorna ad essere assicurata sulla superficie posteriore dello zaino, ma non più al centro come in precedenza, bensi nella metà superiore poichè in quella inferiore viene applicato il "bidone", un contenitore di forma pseudo-cilindrica della capacità di 5 litri che era portato da un soldato ogni dieci. L'uso del bidone non fu mai esplicitamente specificato negli organi ufficiali, ma era evidentemente legato al sistema di.confezione del rancio in periodo di operazioni e presumibilmente veniva usato per la distribuzione dell'acqua, dato che nelle successive modificazioni venne fornito in testa di un coperchio semi apribile e di un becco atto al versamento di liquidi. Nel disegno relativo alla nota n. 103 del Giornale Militare del 1863 notiamo lo stesso schema di affardellamento dello zaino di fanteria in cui la gavetta si trova nella stessa posizione, ma al posto del bidone trova collocazione l'ascia. Nello zaino da bersagliere la gavetta figura collocata sulla superficie inferiore dello zaino che, essendo sempre di vecchio modello in cuoio nero, richiedeva una logica di disposizione degli oggetti esterni (gavetta, ascia, paleria per tenda) tale da lasciare completamente libera la superficie posteriore costituita dalla patta di chiusura che si allacciava allo zaino nella sua parte inferiore. La gavetta, in questa particolare disposizione, ci appare munita di un ulteriore passante al centro della superficie superiore del coperchio in quanto veniva assicurata allo zaino con una correggia in senso normale alla dimensione maggiore del rettangolo di base dello zaino stesso. Nel 1872 9 fu fatta adottare a tutti i corpi di truppa dell' esercito un nuovo tipo di gavetta che doveva comportare una piccola rivoluzione nel sistema di confezione del rancio durante le operazioni. Era infatti in lamiera resistente al fuoco in modo da cuocervi direttamente il rancio per tre uomini ed il caffè per sei sostituendosi così alla vecchia gavetta e bidoni di latta e producendo così delle

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G.M. 24 giugno 1872, Circolare n. 124, nota n. 10.


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variazioni a l complesso delle attrezzature di cucina che normalmente seguivano gli spostamenti della truppa. Di questo modello vennero fomite indicazioni estremamente dettagliate e furono forniti disegni esecutivi quotati (fig. 9). Essendo diverso il materiale, anche la sua costruzione fu realizzata diversamente con gli accorgimenti del caso (fig. 10); la forma ricalcava sostanzialmente quella del modello precedente nell'impostazione con una superficie piana e l'altra convessa, ma l'aspetto generale dell'oggetto, dato anche che il fondo e la testa del coperchio erano ottenuti per stampaggio, fu trovato anche gradevole sotto il profilo estetico (fig. 11). Fra le caratteristiche tecniche (vedi i particolari nelle relative figure) una novità era costituita dal manico recante uno snodo al centro che permetteva al manico stesso di adattarsi alla forma convessa della gavetta quando la si applicava allo zaino. Una piastrina di ottone, rivettata a destra del passante metallico del coperchio, recava per punzonatura il cognome del soldato a cui apparteneva. Questa piastrina, con la nota n . 14 del 2 agosto 1872, veniva trasferita sulla superficie ellittica della gavetta in posizione tale che venisse a trovarsi immediatamente sotto il passante del coperchio quando questo era applicato sul recipiente. La gavetta completa di coperchio era appunto fornita di un solo passante per assicurarla al bagaglio individuale, ovvero allo zaino della fanteria, poichè nel 1873 fu deciso di far adottare alla cavalleria "gavette di latta di antico modello" fin tanto che perdurava il tipo di bardatura allora vigente. Nel 1874 lo stesso provvedimento fu esteso anche alla truppa del treno di artiglieria e del genio. Con l'adozione della bardatura da sella modello 1875 si stabili con la nota n. 35 del 23 gennaio 1876 l'uso della gavetta modello 1872, ma la nota n. 40 del 26 giugno dello stesso anno la risostituiva ancora una volta con il vecchio modello poicqè non erano stati ancora chiariti i dettagli relativi al modo di inserirla nel contesto del bagaglio da sella. Questa sorta di disagio creato dalla forma e dalle dimensioni della gavetta è in un certo qual modo interessante poichè fa supporre che in fondo la gavetta era stata progettata con il presupposto che dovesse assolvere a certe funzioni relative all'uso, ma che dovesse tuttavia avere una forma che si adattasse a un tipo di bagaglio specifico come lo zaino; pertanto per la cavalleria e armi con bagaglio simile ne discendeva una sorta di adattamento che costi-


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tuì a lungo un notevole problema per i tecnici dell'epoca. La gavetta mod. 1872, che fu peraltro oggetto di meticolosi studi circa il suo uso in periodo di operazioni, fu lasciata in dotazione alla fanteria fino al 1882, anno in cui fu deciso il ripristino del precedente modello di latta. Purtroppo la nota n. 64 del 4 agosto non specifica le motivazioni, riportando semplicemente che erano " ...cessate le cause per le quali fu prescritto .. .l'uso della gavetta di lamiera ...". Probabilmente tali cause erano legate al modo di realizzare il rancio nel contesto della organizzazione generale delle operazioni. Sta di fatto che fu r ipristinato contemporaneamente anche l'uso del bidone il cui modello fu riproposto in versione aggiornata come da disegno esecutivo allegato alla stessa nota e rimodificato ancora con la nota n. 117 del 27 luglio 1885. La stessa nota sanciva inoltre definitivamente "l'uso della gavetta di lamiera per le armi a piedi e quello della gavetta di latta per le armi a cavallo". Comunque, latta o lamiera che fosse, dati i materiali, l'igiene era assicurata trattando l'oggetto con un procedimento di tagnatura fatto "esclusivamente con stagno fino e puro". Nel 1887 fu deciso di sostituire sulla piastrina il cognome del soldato cui apparteneva la gavetta con un numero d'ordine che veniva riportato sul libretto personale e che era costituito da una lettera dell'alfabeto seguita da numeri progressivi dall' 1 al 999. Una novità si ebbe poi quando si decise un ridimensionamento della gavetta, cosa che produsse un modello di "gavetta piccola" che venne nel 1896 fatta adottare a tutti i Corpi tranne gli alpini e l'artiglieria da montagna e tale differenziazione, dovuta al vitto in relazione alle condizioni di operazione, perdura anche attualmente 11 • Con la riduzione delle dimensioni, l'oggetto si configura ancor più come strettamente "individuale" poichè commisurato alle esigenze di una sola persona. Nonostante le varie difficoltà sopra accennate di collocazione della gavetta sul bagaglio individuale, ciò che non venne mai criticato fu la sua forma semiellittica, tanto che, quando allo scadere

10 R.M. 1875 T . MARJOTTI, Studio teorico-pratico sulla gavetta-marmitta mod. 1872.. in "Rivista Militare", 1875, Voi. III, Luglio-agosto-settembre. 11 A.TERRONE, Appunti per una storia del rancio e dell'alimentazione militare, in "MEMORIE STORICHE MILITARI" 1981


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di quasi un secolo dalla sua comparsa, esattamente nel 1930 12, fu riprogettata completamente, fu riproposta nella stessa forma anche se con materiali, tecniche di lavorazione e particolari completamente nuovi (fig. 12). Si trattò in effetti di una seconda rivoluzione nella storia dell'oggetto poichè venne realizzato con lamiera d'alluminio che produceva la forma per stampaggio; da qui i primi due vantaggi: l'alluminio era un metallo decisamente più leggero degli altri usati in precedenza e la tecnica di stampaggio portava alla realizzazione di un elemento compiuto senza ricorrere alla saldatura e senza considerare poi la·rapidità di esecuzione. Inoltre gli occhielli di fissaggio del manico erano ottenuti per fusione sempre di alluminio e applicati al corpo della gavetta con dei ribattini dello stesso metallo. Un altro fatto poi estremamente interessante fu l'attenzione rivolta al coperchio che fu dotato di un comodissimo manico incernierato sulla parete piana in modo tale da potersi ripiegare sull'interno del coperchio stesso. A prescindere dall'indiscusso miglioramento nell'uso, questo accorgimento sanciva l'utilità di quello che veniva comunemente chiamato "coperchio" ma che in realtà era un vero e proprio contenitore-utensile con uso specifico, forse mai regolamentato ufficialmente, ma inventato di volta in volta dalla fantasia del soldato stimolata dalle situazioni contingenti. La gavetta in alluminio per la v~rità fece la sua comparsa qualche tempo prima del 1930, anno in cui ne fu ufficializzata i' adozione nei tipi "grande" e "piccolo" insieme con la borraccia e la tazza, sempre di alluminio. La circolare 398 del 1929 descrive minuziosamente la "gavetta di alluminio per sciatori", definendo tutti i particolari che verranno poi riprodotti sulla circolare dell'anno seguente (fig. 13). Tale gavetta per sciatori era inoltre dotata di un fornello ad alcool solido di forma e dimensioni assai simili a quelle del coperchio. I modelli di gavetta del 1930 sono in tutto conformi a quelli attualmente in dotazione (fig. 14); le uniche differenze consistono nel1' assenza, nel modello attuale, dei passanti metallici per le cinghie di fissaggio e nell'aggiunta di un bottone in alluminio sul coperchio sul lato opposto al manico; aggiungendo sul fondo della gavetta un altro coperchio con il manico e il bottone in posizione invertita ri-

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G.M., 19 giugno 1930, Circolare n . 379.


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spetto al coperchio superiore, il manico di ogni coperchio va a fermarsi sul bottone del coperchio opposto in modo 'da realizzare una solida chiusura del!' oggetto cosÏ composto. Attualmente è in fase di sperimentazione un modello di gavetta completamente riprogettato ai fini delle accresciute e mutate esigenze operative.


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LA BORRACCIA

Il problema di un contenitore di liquidi da portare al seguito negli spostamenti è antico e comunque non relegabile a un ambito squisitamente militare. Inoltre è differenziato a seconda che gli spostamenti avvenissero singolarmen~e o per gruppi e in relazione al tempo di durata. Pertanto tali contenitori dovevano avere carat~ teristiche tali da soddisfare esigenze di tenuta e di conservazione senza che venissero alterati il gusto e i requisiti igienici. Per dotazioni di gruppo vennero quindi usati, nelle varie epoche storiche, contenitori realizzati rn pelli di animali, terracotta, legno, vetro e metalli, ma per una dotazione individuale il problema si presentava più complesso perchè, almeno in epoche più remote, alcuni dei materiali summenzionati non erano certamente da considerarsi i più idonei. Pertanto il pellegrino e il viandante presentarono quasi sempre, nel loro tipico equipaggiamento di trasferimento, la "famosa" zucca (fig. 15) o un contenitore floscio in pelle o cuoio 1 che aveva notevoli caratteristiche di leggerezza, resistenza e possibilità di ridurre il proprio volume una volta vuoto a una forma tale da essere portato agevolmente al fianco senza impacciare eccessivamente la persona nel procedere: la cosiddetta "borraccia". Ed in effetti il termine "borraccia" si vuol far derivare dallo spagnolo ."borracha" 2 che in quella lingua identificava appunto un contenitore in cuoio. Tuttavia, nel corso dei secoli, tale oggetto venne anche denominato con i sinonimi "fiasca", "fiaschetta", "fiasco". Seppure il termine "fiasco" sia stato e sia specificatamente riferito al tipico recipiente di vetro impagliato in uso nell'Italia centrale, con i termini "fiasca'' e "fiaschetta" si indicavano tutti quei piccoli recipienti atti a contenere non solo liqùidi (acqua, vino e distillati vari) ma anche polveri da sparo o altre per asciu-

1 Talvolta vennero anche usati recipienti in metallo (preferibilmente argento), ma anche di terracotta o argilla che richiamavano spesso la forma della zucca. 2 Devoto - Oli - Diz,ionario della lingua italiana; S. Battaglia - Grande dizionario della lingua italiana, Lemonnier, 1978.


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gare l'inchiostro della scrittura 3 (fig. 16). Etimologicamente il termine "fiasco" ci porta questa volta a nord dato che viene fatto derivare dal latino medievale FLASCO - ONIS derivante a sua volta dal gotico FLASKO. Tuttora in lingua tedesca il termine FLASCHE traduce l'italiano "bottiglia", mentre il francese BOUTEILLE viene fatto derivare dal più antico BOUTILLE che indicava una sorta di recipiente di cuoio che, nella provincia d'Angiò, i viaggiatori a cavallo portavano con sè applicandolo alla sella 4 • Come si può vedere da questo gioco di relazioni terminologiche "borraccia", "bottiglia" e "fiasco" stavano ad indicare, almeno fino a un paio di secoli fa, un contenitore più o meno simile nella forma e nei materiali, da portare al seguito negli spostamenti come dotazione individuale o comunque per piccole quantità di liquidi. Ed in effetti è proprio con il termine "fiasco" che la borraccia militare compare nel 1822 5 nella lista degli oggetti personali del soldato clell' esercito piemontese .. ln quella occasione non venne specificato altro se non che era di legno e che doveva essere consegnato al soldato solo in tempo di guerra. Nel 1832 6 un modello di tale "fiasco" sempre di legno fu realizzato e inviato ai Corpi perchè si provvedesse alla fabbricazi9ne e se ne dotassero i soldati ma sempre soltanto in tempo di guerra. Il solo che, nel 1838, 7 ebbe la facoltà di uso anche in tempo di pace fu il "treno di provianda" in virtù del fatto che, dati i suoi compiti specifici, era di continuo in marcia. In occasione dell'emanazione di tale provvedimento venne abbandanato il termine . "fiasco" per quello di "borraccia", l'unico che in seguito verrà sempre usato. La borraccia dell'esercito piemontese prima, e italiano poi, rimase per tutto il secolo scorso di legno, con le forme e i criteri co-

3 Con l'uso generalizzato delle armi da fuoco per la guen-a e per la caccia, le fiaschette per la polvere divennero indispensabile accessorio per la confezione de)le cariche. Pertanto se ne realizzarono di varie fonne, sferica, tronco-conica, a pera, ecc. e con materiali che andavano dal cuoio bollito al rame, quasi sempre con pregevoli lavorazioni a sbalzo sul cuoio e sul metallo e con l'applicazione di borchie e fregi vari. 4 Altri contenitori di piccole dimensioni vennero chiamati anche "fiale" e "flaconi'', ma il loro uso era più specialistico trattandosi quasi sempre di essenze e profumi. 5 G.M. 1822 - Regio editto penale militare. 6 G.M. 22 febbraio 1832 - N. 314. 7 G.M. 11 agosto 1838 - N. 2699.


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struttivi che in seguito analizzeremo anche se in sede di pura sperimentazione vennero prese in esame tutte le possibilità che i materiali e le tecniche dell'epoca consentivano. Furono considerati per primi i modelli di "latta" che però dovevano produrre alcuni inconvenienti relativi all'igiene e al gusto del contenuto. Infatti in una nota del 19 febbraio 1849 8 venivano comunicate le disposizioni per lavare le borracce con lisciva di cenere in modo da impedire che il vino, permanendo a lungo nei recipienti, acquistasse un sapore sgradevole, cosa per cui si erano registrate varie lamentele. In seguito, ai Reggimenti della Brigata Piemontese vennero fatti sperimentare due modelli di borraccia, uno in vetro rivestito di vimini e un altro in pelle dello stesso modello, allora in dotazione presso l'esercito spagnolo. Ma, contemporaneamente, con Dispaccio del 12 maggio 1853, fu adottato un modello di borraccia di legno per i Corpi di fanteria (fig. 17) e, con Dispaccio del 3 giugno dello stesso anno, un analogo modello sempre in legno per Cavalleria, Artiglieria e Treno d'Armata. Di questi modelli si hanno descrizioni piuttosto dettagliate sia per le dimensioni sia per i materiali, tanto da farci soffermare per alcune considerazioni specifiche. La borraccia venne proposta interamente in legno, tranne soltanto quattro anelli di ferro per assicurarvi il cordoncino di trasporto, con specifica dei tipi da usare: salice, pioppo, betulla, acero, ciliegio e noce, tutte essenze particol~rmente ricercate sia per l' ebanisteria che per il confezionamento di attrezzi e utensili a motivo della loro durezza, inattaccabilità dai tarli e infine per la facile reperibilità nei boschi alpini e appenninici. Lo schema costruttivo era quello tipico delle botti, dal momento che si trattava di stringere delle doghe intorno ai due fondi con una doppia cerchiatura, in noce e in giunco. Per quanto concerne la forma, poichè doveva essere portata ad armacollo, venne concepita a sezione pressochè semiellittica, ricalcando così lo schema della gavetta, in. modo tale che aderisse meglio al fianco della persona senza ruotare e, contemporaneamente, il suo volume non sporgesse eccessivamente verso l'esterno. Ed era una delle otto doghe, di larghezza maggiore delle altre, che costituiva quella che veniva chiamata "la parte posteriore" della borraccia, ovvero la superficie meno curva.

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G.M. 19 febbraio 1849 - N. 2832.


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La capacità si aggirava intorno ai 3/4 di litro in dimensioni (esterne) di cm. 16 di altezza e di cm. 11 (diametro maggiore) X cm. 6,5 (diametro inferiore) di base. Le disposizioni emanate prescrivevano dimensioni precise ma, al tempo stesso, contemplavano tolleranze piuttosto larghe dato che i materiali e i criteri costruttivi non permettevano sempre la perletta uniformità degli oggetti prodotti. I due modelli approvati per la Fanteria e la Cavalleria erano praticamente uguali; le uniche differenze (peraltro non motivate) consistevano nella capacità (per la Cavalleria era di circa 90 cl), nella forma (per la Cavalleria era meno "schiacciata") e nel fatto che quello per la Fanteria era dotata di un cordoncino di "bava di seta di colore verde" mentre quello della Cavalleria era portato ad armacol}o per mezzo di una correggia di cuoio fissata ad altre due più corte applicate intorno alle due fasciature principali. Tale modello di borraccia tuttavia fece riscontrare nel corso degli anni alcuni inconvenienti (fra cui quello dovuto al ritiro del legno in periodi di assenza dei liquidi con conseguente difetto di tenuta) che condussero alla riprogettazione dell'oggetto. Con la Nota N. 41 del 16 dicembre 1876 venne infatti comunicata l'approvazione di un nuovo modello (fig. 18) che ricalcava sostanzialmente la forma e le dimensioni del precedente, ma che, rispetto a quello, presentava la novità che il corpo, sempre di legno (di salice o di pioppo), era realizzato in un unico elemento su cui si incastravano i due fondi. La cerchiatura era di conseguenza più semplice, essendo costituita da due soli cerchi "di lamina sottile di ferro uniti mediante saldatura forte" fissati alle due estremità della borraccia con una punzonatura che li faceva penetrare nel legno. Invariato, inoltre, rispetto al modello precedente, rimaneva il tappo a vite con il tappo di chiusura sopra di esso (lo "zipolo"), tutti elementi sempre di legno come in precedenza. La borraccia era infine dotata di una correggia in cuoio naturale, alla quale era assicurata tramite due corregge strette intorno alle due estremità del corpo, sopra le due fasciature metalliche (fig. 19). La borraccia di legno rimase al fianco del soldato italiano fino a dopo la priam guerra mondiale, quando, nell'intervallo fra le due guerre, fu sostituita con quella più moderna in metallo, anche se già nel 1909 9 fu realizzato un modello di "borraccia di a lluminio

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G.M. 27 ottobre 1909 - N. 432.


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con correggia per portaferiti". Anche se le uniche indicazioni degli organi ufficiali specificavano che era rivestita in feltro grigio ed era dotata di una tazza sempre in alluminio assicurata alla borraccia con un'apposita cinghia, è da ritenersi tuttavia il prototipo di quel modello poi adottato con la Circolare N. 379 del 19 giugno 1930 (fig. 20). L'uso dell'alluminio per confezionare l'oggetto comportò numerosi evidenti vantaggi relativi alla tenuta, all'ingombro, al peso e all'igiene. In effetti, rispetto a quello di legno, il modello di alluminio si presentava in "forma di bottiglia ovale alquanto schiacciata" e, benchè la sua capacità fosse port~ta da 3/4 a un litro, le sue dimensioni rimasero sempre piuttosto contenute in virtù di una forma oblunga e arrotondata su ogni lato e in virtù degli spessori ridotti (mm. 1,2/1,5, contro i mm. 5/7 della precedente). Inoltre era ottenuta in, un unico elemento di lamiera senza saldature, cosa che eliminava definitivamente ogni eventuale problema di tenuta; infine, mantenendo bagnato il feltro di rivestimento si otteneva, fatto abbastanza noto, che il liquido contenuto si conservasse sufficientemente fresco per un periodo di tempo notevolmente lungo. Il modello di borraccia di alluminio risultò pertanto decisamente valido, ma con il tempo l'uso suggerì dei perfezionamenti che dovevano ovviare ad alcuni inconvenienti che si erano verificati. Infatti, con la Circolare 250 dell' 11 maggio 1933 venne fatto adottare un nuovo modello unificato per armi a piedi e per armi a cavallo. Come novità rispetto al precedente, tale modello recava sulla superficie convessa quattro nervature longitudinali in rilievo che avevano lo scopo di rendere la borraccia molto più resistente agli urti e alle sollecitazioni di schiacciamento, oltre a una nervatura continua su tutto il contorno laterale e a un'altra in depressione sulla superficie piana; inoltre la base della borraccia era resa piana in modo che potesse r imanere in posizione verticale una volta appoggiata; infine la lamiera del corpo era realizzata a spessore variabile a seconda delle varie parti e cioè mm 1 sul fondo, mm 0.9 sulle pareti e mm 3.5 in prossimità del collo affinchè risultasse maggiormente efficace l'attacco di esso sul corpo. Tutti gli altri elementi, ovvero il collo, il tappo, lo "zipolo", il rivestimento di feltro grigio verde e la cinghia in nastro di cotone con gli appositi a ttacchi, rimasero invariati. E tale è il modello distribuito tuttora.


GIANRODOLFO ROTASSO

L'ARMAMENTO PORTATILE DELL'ESERCITO PIEMONTESE NEGLI ANNI DELLA RESTAURAZIONE 1. - LE

ARMI DA FUOCO

La folgorante avventura napoleonica coinvolse anche gli stati italiani, creandone a sua volta di nuovi, con conseguenti adeguamenti di usi e costumi. I vari regni e ducati risultanti vennero quindi divisi o conglobati in altri regni. Il Piemonte in particolare, diviso dal Regno cli Sardegna, si trovò così a far parte dell'Impero Napoleonico. Durante questi frenetici anni, nella manifattura d'anni cli Torino, oltre all'attività di assemblaggio delle giacenze delle parti di armi di vecchio modello, si costruì alla "francese", ovvero con procedimenti tecnologico-siderurgici d'oltralpe indirizzati alla costruzione di modelli cl' ispirazione francese. La manifattura divenne prima "Manifacture Nationale de Turin" e poi "Manifacture Imperiale de Turin". Fucili, pistole, sciabole e baionette di nuova foggia finirono dunque per sostituire i modelli settecenteschi di precedente dotazione. Effettivamente questo nuovo tipo di produzione, ed in particolare le armi da fuoco, era più moderno ed efficiente di quello adottato presso il Regno di Sardegna, tant'è vero che dopo la Restaurazione rimarrà in uso con piccole varianti fino all'introduzione della retrocarica con il sistema "Carcano". Ed è per questo che il materiale francese merita un accenno doveroso. Nel fruttidoro dell'anno IX della Rivoluzione (agosto 1800), si pose fine alla costruzione incontrollata delle armi provocata dai turbolenti momenti di grande necessità, per riprendere la fabbricazione dei modelli d'ordinanza. Con l'anno IX, sotto il con trollo della Direzione d'Artiglieria, le


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manifatture francesi apportarono l'ultimo ritocco tecnico alle armi dell'"ancien règime", che peraltro già avevano subito grandi modifiche dal 1763 al 1777. Infatti la versione del fucile mod. anno IX - l'arma base delle fanterie napoleoniche - fu una variante migliorata e semplificata del mod. 1777, frutto dell' esperienze fatte durante le guerre e campagne della giovane Repubblica. A sua volta il mod. 1777 era il risultato ottenuto migliorando una serie di "tipi" antecedenti , ad iniziare dal primo "modello" d'ordinanza del 1717, il quale presentava ancora la bacchetta in legno, la canna "spinata" alla cassa, il calcio a "pinna" e la piastra, a enorme cartella, conservante il cane a "collo di cigno". Il problema nient'affatto sussidiario - come potrebbe a prima vista apparire - di come trattenere la canna alla cassa, già con la nascita del moschetto, era stato risolto in maniera molto elegante. Si usavano infatti delle coppiglie di ferro passanti attraverso la cassa che trattenevano dei ritegni fissati sotto alla canna ed alloggiati nella cassa stessa. Il sistema, largamente impiegato e diffuso, quantunque elegante, si dimostrò tuttavia subito scomodo ai fini della scomposizione dell' arma poichè, a lungo andare, si allargavano i fori nel legno della cassa e, di conseguenza, si rischiava di perdere le coppiglie. L'inconveniente venne riso] to con l'introduzione delle fascette metalliche che finirono con l'irrobust ire la cassa stessa avvinghiandola alla ca1~na. All'inizio le fascette vennero inserite a pressione, poi avvitate alla cassa ed infine, con il modello anno IX, furono totalmente trattenute da molle a lamina imperniate lungo la cassa, accorgimento che semplificò al massimo lo smontaggio ed il rimontaggio dell'arma. Anche la piastra, del tipo detto "alla moderna", oltre il rimpicciolimento della cartella subì ulteriori modifiche tecniche. Un punto debole della predetta piastra (fig. 1) era il perno a vite della martellina (acciarino). Sottoposta a lungo funzionamento, la martellina, sotto le continue sollecitazioni della molla, tendeva infatti costantemente a piegare il fermo con il conseguente rischio di romperlo. Si ovviò all'inconveniente dotando lo scodellino di una briglia atta a trattenere la prima parte della vite, così da formare con la cartella (contrafforte) una forcella entro cui oscillava il piede della


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martellina (fig. 2). Anche il cane a "collo di cigno", assai estetico ma altrettanto fragile, fu irrobustito con l'aggiunta di un altro collo (sottogola) contrapposto al primo unitovi alla base della ganascia. Da tale miglioria derivò una nuova foggia di cane, dovuta allo spazio creatosi tra i due colli, che assomigliava ad un cuore, forma che ne determinò la dizione. Se il cane a "cuore" e lo scodellino con briglia resero perfetta la piastra "alla moderna", l'introduzione delle fascette ferma canna ebbe una tale riuscita che durerà fino ai nostri giorni. Altra novità di grandissima importanza fu la realizzazione dell'intercambiabilità delle parti tra armi dello stesso modello, introdotta durante la ristrutturazione dell'armamento fatta dal geniale Ispettore Generale dell'Artiglieria francese monsieur de Gribeauval 1 • Fino ad allora infatti il montaggio delle varie parti richiedeva sempre un lavoro di aggiustamento. Il fucile mod. 1777 "corretto" anno IX fu dunque il risultato di questa lunga evoluzione iniziatasi con la creazione dei modelli d'ordinanza e culminata con l'intercambiabilità delle parti. Tutte queste caratteristiche tecniche furono comuni a f·ucili e moschetti delle varie armi e specialità e si riscontrano anche nelle pistole da cavalleria e gendarmeria. Nei primi anni di istituzione del nuovo esercito piemontese furono peraltro usati anche fucili inglesi denominati "fucili da fanteria di modello inglese", acquistati e/o di recupero. Una buona parte di essi venne prelevata nei depositi inglesi dell'Arsenale di Genova: altra parte fu invece resa disponibile dal rientro della "Legione Reale Leggera", armata ed equipaggiata dagli inglesi 2 •

J Jean Battiste Vaquette de Gribeauval (1715-1 789) è però passato alla storia degli armamenti principalmente quale ideatore di un affusto che rivoluzionò l'artiglieria di quell'epoca e che costituirà uno degli aspetti di successo delle armate napoleoniche. 2 Detta anche "Legione Italiana", fu costituita nel 1813 - all'inizio del crollo delle fortune napoleoniche - per opera del Governo inglese, con piemontesi e toscani già al servizio della Francia e fatti prigionieri in Spagna dalle truppe del generale Wellington, e con siciliani offerti da re Ferdinando. Sbarcata in Versilia nel I 8 I 3 fallì la presa di Livorno e, reimbarcatasi, rientrò definitivamente in Italia dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo.


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Si trattava degli "India Pattern Musket" con la canna spinata ed i fornimenti in ottone. Il calibro era di mm. 19. I modelli posteriori al 1809 avevano il cane con sottogola. La baionetta, a manicotto con spacco, era senza ghiera. Classiche armi settecentesche in dotazione alla "Compagnia delle Indie Orientali" e usate dall'esercì to inglese durante le campagne contro Napoleone per sopperire alla carenza di "Land Pattern", non differivano sostanzialmente da quest'ultimi se non per una minore accuratezza nella fabbricazione. Lo sforzo britannico nella lotta contro l'Impero Napoleonico si era infatti espresso anche nel Mediterraneo sia mediante occupazioni e presidi, sia sostenendo gli Stati che non si erano allineati alla Francia, come la Sardegna e la Sicilia. Non deve quindi stupire il fatto che il materiale di armamento e dj equipaggiamento inglese venisse ancora usato da questi Stati nel periodo della Restaurazione ed anche successivamente. Con la Restaurazione, ripristinato il Regno di Sardegna nella sua interezza, ali' Armata Sarda fu "rinnovato" gran parte dell'armamento. Ma occorre comunque precisare che il rinnovamento riguardò non tanto le armi quanto soprattutto le attrezzature della vecchia manifattura, i cui materiali erano stati parzialmente smantellati e portati via dai Francesi durante la l'oro ritirata. Questo rinnovamento non comportò infatti sostanziali modifiche alle armi, tanto che dal Regio Stabilimento di Valdocco e dalla Fabbrica di S. Maria Maddalena (aperta dai francesi sia per la costruzione di armi bianche e sia per l'assemblaggio delle armi da fuoco) uscirono poi fucili, moschetti e pistole denominate mod. 1814, ma che in pratica, salvo piccole differenze nelle misure, erano gli stessi dell'am10 IX. ' Oltretutto, le vecchie armi rimasero ancora in servizio e vennero classificate come "fucili, moschetti e pistole di modello francese". Con l'assunzione dei nuovi modelli si verificò peraltro anche qualche cambiamento nella distribuzione del materiale alle varie armi dell'esercito. Il moschetto da cavalleria mod. anno IX con portacinghia e portamoschetto e con baionetta più lunga del modello da fanteria, diventò moschetto per Carabinieri Reali mod. 1814.


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Alla cavalleria venne dato un nuovo moschetto senza baionetta e portacinghie; arma, invece, con baionetta e sicurezza contro la caduta accidentale del cane, venne data alle Guardie del Corpo di Sua Maestà. La pistola da cavalleria mod. 1814 non era che un mod. anno IX con canna più lunga e con i fomimenti in ferro; con i fomimenti in ottone venne data alle Guardie del Corpo di Sua Maestà. La pistola da Gendarmeria diventò la pistola per Carabinieri Reali mod. 1814. Scomparve il fucile da Dragoni con doppia fascia granatiera sostituito dal fucile per Cacciatori. All'Artiglieria venne dato un moschetto simile al fucile per Cacciatori ma più corto e con fornimenti in ottone e baionetta da fanteria. Ad iniziare dal 1823 il Regio Arsenale di Torino venne potenziato fino ad assumere una capacità produttiva annua di circa ottomila tra fucili da fanteria e per cacciatori (fucili corti), più circa mille tra moschetti e pistole da cavalleria. Le nuove armi non portavano comunque più impresso il numerico del modello sulla coda del vitone alla maniera francese, come si era fatto fino allora.

2. -

LE

MUNIZIONI ED IL MODO DI SPARARE

Le munizioni impiegate non si scostavano sostanzialmente dalle vecchie cartucce di carta con polvere nera a palla sferica di piombo introdotte nell'uso militare da Gustavo Adolfo, re di Svezia, durante la Guerra dei Trent'Anni. Era questa d'altronde la miglior soluzione per accelerare le operazioni di caricamento delle armi ad avancarica al fine di gar antire il massimo volume di fuoco in tempi ristretti. Con la cartuccia di carta h.1rono infatti evitate alcune operazioni che allungavano i tempi di intervento come l'innescamento dello scodellino con la fiaschetta porta polvere e l'inserimento dello "stoppaccio" alla carica. La palla di piombo, di 16 mm. di diametro, era unica per tutte le armi, esclusi i fucili di modello inglese e le pistole da carabinieri reali, e pesava 25 grammi. Per i fucili inglesi si usava invece una palla di calibro 17,5 e


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per le pistole da carabinieri reali 1.1na palla da mm. 14,3. Il peso della carica di lancio di polvere nera da guerra per i fucili da fanteria (anche per i fucili inglesi) ed i moschetti da cavalleria, compreso il quantitativo da versare nello scodellino per l'innesco, era di grammi 11 ½. Per le pistole da cavalleria era di grammi 8, mentre per le pistole da carabinieri reali era di grammi 3,84. Il calibro per i fucili da fanteria e per cacciatori era di mm. 17,5, per i moschetti e pistole da cavalleria era di mm. 17,1, per le pistole da carabinieri reali di mm . 15,2, mentre il diametro del focone era di mm. 2. Il calibro dei moschetti e delle pistole da cavalleria - come si è notato - risultava leggermente inferiore a quello dei fucili da fanteria poichè le predette armi venivano portate con la bocca della canna rivolta a terra e la palla doveva quindi essere caricata con un forzamento maggiore in modo che non fuoriuscisse dalla canna stessa durante le cavalcate. La cartuccia era costituita da un bossolo cilindrico di carta trattata con cera e sego per preservare la polvere dall'umidità. Essa conteneva la carica vera e propria e la palla. La carta, in particolare, serviva - una volta svuotata dalla polvere - ad avvolgere la palla in modo da fungere sia da guarnizione (stoppaccio) tra la palla stessa e la canna, sia da scovolo pulendo in parte quest'u ltima dalle scorie che si formavano all'interno dell'anima con lo sparo. Il soldato, dopo aver portato il cane dell'arma in prima monta (sicura), con la mano destra estraeva la cartuccia dalla giberna e trattenendola dalla parte della palla strappava con i denti (per guadagnar tempo) il lato incollato e ripiegato dove era contenuta la polvere: versava un pò di polvere dal bossolo nello scodellino ed abbassava la martellina, quindi versava la rimanenza della polvere nella canna, girava la cartuccia ed introduceva con le dita la palla avvolta dalla carta nella canna, estraeva la bacchetta dalla cassa dell'arma e con questa spingeva la palla fino in fondo alla canna calcandola contro la polvere; riponeva quindi la bacchetta ed armava il cane. L'arma era pronta a l fuoco. La pressione del dito sul grilletto liberava il cane che si abbatteva con violenza contro la martellina rovesciandola all'indietro scoperchiando lo scodellino. All'urto (selce con acciaio) scaturivano delle scintille che cadendo nel sottostante scodellino incendiavano la polvere d'innesco (fig. 3 e 4).


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La fiammata creatasi nello scodellino innescava a sua volta, attraverso il focone, la carica di lancio che proiettava con violenza la palla fuori dalla canna. Un militare ben addestrato riusciva a sparare dai due ai tre colpi al minuto 3 . Una cosa molto importante era controllare che il filo della pietra focaia (o selce piromaca) 4 fosse sempre a giusta distanza dalla martellina al fine di non spuntarsi con conseguenti cilecche, bensì garantire per diversi colpi un fascio di scintille di acciaio incandescente da incendiare istantaneamente la polvere d'innesco. Una pietra ben fissata poteva durare oltre i trenta colpi prima di doverne rifare il filo, e consumava in maniera uniforme la faccia della martellina, garantendo anche per quest'ultima una maggiore durata. Se messa male poteva invece rompersi ai primi colpi e non essere più recuperabile. Inoltre, per assicurare una migliore presa dei denti delle ganasce del cane la pietra veniva serrata con un pezzetto di cuoio chiamato per l'appunto "cuoietto" anche se spesso quest'ausilio veniva sostituito con lamine di piombo, panno o carta. Altro accorgimento importante era tenere pulito con lo spillo il focone da eventuali residui di polvere combusta.

3. - Gu

INCONVENIENTI PIU- CONSUETI DELLE ARMI DA FUOCO - ED 1 MODI

PER OVVIARLI ·

Gli inconvenienti delle armi da avancarica erano causati soprattutto dalla feccia della polvere nera: sparando con frequenza si formava infatti una incrostazione all'interno della canna che, col tempo, ne impediva addirittura il caricamento. L'inconveniente poteva essere evitato con l'uso di buone polveri, ma soprattutto con l'abitudine di praticare spesso la pulizia della canna.

3 Con caricamento a "palla rotolante" - cioè senza avvolgerla nella carta e senza usare la bacchetta - poteva sparare anche cinque colpi al minuto. 4 Voce greca che vuol intendere "fuoco e battaglia" .


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Quest'operazione, condizioni permettendo, veniva fatta lavandone l'anima con acqua calda, meglio se bollente, o altrimenti con acqua fredda per rimuovere i residui di combustione, che venivano asportati azionando la bacchetta munita di uno straccio avvolto al cavastracci finchè l'acqua non ne usciva limpida. Dopo di che, usando sempre la bacchetta, la canna veniva asciugata avendo cura di cambiare continuamente lo straccio fin quando questo non usciva dalla canna perfettamente asciutto. Il lavaggio, se si usavano buone polveri, si imponeva dopo circa sessanta colpi, dopo cli che era d'obbligo controllare con lo spillo il focone affinchè risultasse perfettamente pulito. La manutenzione dell'arma era di fondamentale importanza. Essa si concretava nel tenere accuratamente lubrificate le varie parti della piastra per garantire i movimenti del cane e della martellina. Tutte le parti in ferro dovevano essere unte con buon olio d'oliva per preservarle dalla ruggine. Anche l'anima della canna, non dovendo più sparare, dopo essere stata pulita, veniva unta e tappata con uno zaffo di sughero o di panno. Eventuali macchie di ruggine venivano asportate sfregando le parti con smeriglio fino stemperato con olio d'oliva spalmato sopra uno straccio, oppure con finissima polvere di mattone mescolata sempre con olio d'oliva. L'olio d'oliva era anche impiegato per rinvigorire le casse che erano in legno di noce. Altro inconveniente piuttosto serio poteva crearsi durante il combattimento se il militare perdeva il controllo delle operazioni di caricamento e continuava a ricaricare inavvertitamente l'arma con più cartucce, una a ridosso dell'altra, con serie conseguenze al momento dello sparo. Ancora, sempre preso dalla paura o dalla sbadataggin~, il soldato poteva caricare l'arma con la cartuccia dalla parte della palla, senza prima versare la polvere, sicchè il fucile diventava inservibile o meglio serviva solo da asta per la baionetta, almeno fintanto che il militare non aveva la possibilità d'intervenire con il cavapalle. Comunque questi inconvenienti erano comuni a tutte le armi ad avancarica di quei tempi e potevano essere in parte evitati con un buon addestramento.


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LE ARMI

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BIANCHE

Sui fucili e moschetti mod. anno IX veniva inastata la baionetta a manicotto con lama di sezione triangolare avente i lati sgusciati per renderla più leggera. Il manicotto, munito cli ghiera per il fissaggio della baionetta al ritegno saldato sulla canna del fucile, già in uso con il mod. 1763, fu una soluzione ottimale che, migliorata, s'impose agli inizi del XIX secolo su tutti i modelli precedenti. In Piemonte tale baionetta diventò mod. 1814 e venne dismessa dal servizio con l'introduzione delle armi della generazione "Vetterli" . Anche la corta sciabola a lama leggermente curva senza sgusci e ad impugnatura in ottone con ramo cli guardia, il così detto "briquet", soppiantò le daghe di stile settecentesco e con la Restaurazione diventò la sciabola eia fanteria, anch'essa mod. 1814. Il suo impiego, con lievi modifiche, sarà destinato a durare fino ai nostri giorni come arma di rappresentanza presso i Carabinieri a piedi. Ciò non toglie che a tale arma si affiancasse un vasto assortimento di eleganti sciabole per i vari Corpi e specialità, quantunque dopo il 1814, nel ricostituito Regno di Sardegna, il loro uso, a differenza degli altri materiali di armamento, fosse progressivamente abbandonato e le lame recuperate per essere immanicate con impugnatura di nuovo modello e di gusto piemontese. Anche l'uso della sciabola d'onore alla "turca", che nei vari Stati dell'Impero francese era andato affermandosi in seguito alla campagna d'Egitto, in Piemonte non trovò simpatia: la foggia all'orientale verrà copiata infatti solo diversi anni dopo e soltanto per le sciabole degli ufficiali di Stato Maggiore mod. 1843. Con la Restaurazione ritornò in uso sia per gli ufficiali dei Corpi a piedi sia per quelli dei Corpi a cavallo la spada di derivazione settecentesca con lama a doppio filo, guardia a valve con archetti, elsa a corto braccio di parata e ramo di guardia, impugnatura interamente rivestita con traccia metallica e pomo globulare scanalato a spirale, che fu denominata "spada di antico modello". Nel 1819 anche questa spada fu sostituita da una sciabola con impugnatura in corno o in pelle trattenuta da treccia metallica e cappetta, guardia a ramo con elsa ricurva sul davanti e piccola pelta.


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Agli ufficiali dei Corpi a piedi l'arma fu data con fodero in cuoio dotato di puntale e cappa metaUici, mentre agli ufficiali dei Corpi a cavallo venne consegnata con fodero in lamiera di acciaio forbito. Le lame di queste sciabole furono di nuova fa ttura, provenienti in parte dalle acciaierie di Solingen. Poiché dovevano pagarle di tasca propria, spesso gli ufficiali le sostituivano con vecchie lame di famiglia. Le vecchie e belle sciabole da cavalleria mod. anno IX e anno XI, rappresentanti gloriose delle più grandi battaglie dell'Impero, rimarranno ancora in servizio a fianco dei nuovi mod. 1814 con la dizione di "sciabole di modello francese". I mod. 1814, come pure i modelli successivi, però - nella stragrande maggioranza - erano assemblaggi di nuove guardie con vecchie lame. Si utilizzarono infatti, per costituire le dotazioni, molte lame del periodo francese - tipiche quelle a doppio sguscio costruite a Torino e a Brescia - e settecentesche piemontesi. La grande guardia tutta in lamiera di ferro fu peculiare di questo periodo e si riscontra nei mod. 1824 e 1829. Si dovrà attendere fino all'adozione dei Mod. 1834 per avere delle sciabole da cavalleria costruite "cx novo". Ed è cosl armato che l'esercito Sardo si accingerà a rientrare in scena, nel più vasto quadro della storia d'Europa, per unificare il Paese.

Le folo delle armi sono sta le effettuate presso il Musco d'Artiglieria di Torino e colle:doni private.


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BIBLIOGRAFIA

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li fucile delle fanterie napoleoniche, Enrico Tettamanti, Alessandtia 1979.

- Armamento individuale dell'esercito piemontese e italiano 1814 - 1914, Alfredo Bartocci - Luciano Salvatici, Firenze 1978. - Le pistole d'ordinanza piemontesi (Regno di Sardegna 1720 - 1861), G.M. Mezzano - A. Parodi, Alessandria 1983.


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