STATO MAGGIORE DELL'ESERCITO UFFICIO STORICO
STUDI STORICO-MILITARI
1984
ROMA 1985
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© BY UFFICIO STORICO SME - ROMA 1985
EM ILIO DI MAURO S.p.A. - CAVA DE I TIRRENI (SA)· 1985
SOMMARIO Presentazione
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PARTE PRIMA
SAGGI Anna Maria Isastia: Il volontariato militare della seconda
guerra d'indipendenza Gianrodolfo Rotasso: La baionetta nella storia delle guerre Dorella Ferrari: Il piano segreto di Balbo Piero Baroni: La guerra psicologica. Linee e tendenze nella storia recente Virgilio Ilari: L'esercito della Repubblica romana 1798-1799 L. Tùccari: Memoria sui principali aspetti tecnico-operativi della lotta al brigantaggio dopo l'unità (1861-1870)
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PARTE SECONDA
TESI DI LAUREA Antonio Brugioni: Piani strategici italiani alla vigilia dell'in-
tervento nel primo conflitto mondiale
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PARTE TERZA
TESTIMONIANZE Giuseppe Adami: Relazione sul ripiegamento del 5° reggimento alpini « Tridentina » dalla linea del Don nel pe-
riodo dal 15 al 31 gennaio 1943 Luigi Weiss: La 2" batteria del CL gruppo da 149/13 alla caduta di Tobruk (gennaio 1941)
pag. 357 »
397
PARTE QUARTA
PROFI L I Oreste Bovio: Luigi Pelloux Aldo Rasero: Giuseppe Domenico Perrucchetti
\ pag. 439 » 477
Antonello F.M. Biagini: Il generale Giovanni Battista Emilio
De Giorgis
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Sommario
PARTE QUINTA
RICERCHE Ennio Calabresi: La medaglia commemorativa dei Mille « Ai
prodi cui fu duce Garibaldi» Fernando Frattolillo: Elenco generale cronologico delle leggi, regolamenti, decreti, disposizioni e circolari relativi allo Stato Maggiore Generale ed allo Stato Maggiore dell'Esercito
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PRESENTAZIONE
Accade spesso che nel fare studi o ricerche storiche s'incontrino documenti che, pur non trovando posto nella trattazione di un avvenimento d'importanza principale, abbiano invece un interesse di curiosità o si prestino ad essere illustrati a parte come episodi secondari. Può anche accadere che, dopo aver compiuto sui documenti disponibili un lavoro organico quale sarebbe la narrazione di un'intiera campagna, altri documenti vengano alla luce, i quali avrebbero, se conosciuti in tempo, rese opportune varianti od aggiunte al lavoro stesso ». Così affermava il Capo dell'Ufficio Storico, colonnello Alberto Cavaciocchi, nel 1909 istituendo la collana delle « Memorie storiche militari », interrotta nel 1915 per eventi bellici, ripresa una prima volta nel 1926 sotto forma di « Bollettino dell'Ufficio Storico» e una seconda voj,ta nel 1977 con il suo titolo originario. «
Ancora oggi gli scopi generali che si riprometteva la « miscellanéa » - accolta sempre con molto favore soprattutto nel mondo accademico ed in quello degli studiosi - sono rimasti pressoché invariati rispetto agli iniziali criteri d'impostazione dell'opera, sia pure con una visione più moderna e allargata, come si conviene alla posizione attuale dell'Esercito nei confronti del Paese, e alla maggior consapevolezza di questi nei riguardi dell'Istituto militare. Alla; pubblicazione annuale ripristinata quindi nel 1977 e che sotto il nome di « Memorie storiche militari » riunì in sette anni di vita quasi un centinaio di monografie, ricerche, saggi, profili
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biografici, testimonianze inedite, l'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito sostituisce ora questi « Studi storico-militari » - il cui titolo è apparso più appropriato al soggetto del precedente - in una veste editoriale migliorata, ma con le stesse finalità delle «Memorie», delle quali ricalca l'impostazione, auspicando per la presente lo stesso interesse suscitato dall'opera che gli « studi » proseguono e dalla quale discendono. IL CAPO DELL'UFFICIO STORICO
PARTE PRIMA
SAGGI
ANNA MARIA ISASTIA
IL VOLONTARIATO MILITARE DELLA SECONDA GUERRA D'INDIPENDENZA Gli avvenimenti del 1859, quegli avvenimenti che determinarono il futuro dell'Italia come nazione, furono resi possibili da tutta una serie di fattori che erano venuti chiarendosi, definendosi e rafforzandosi nel corso degli ultimi anni, ]egando l'iniziativa politica, esplicata dal Piemonte di Cavour e di Vittorio Emanuele Il, alle mire egemoniche di Napoleone III, entrambe favorite dalla crisi politico-economica deJl'Impero asburgico e eia tutto il complesso della situazione internazionale. I fatti del '59 però non coinvolsero soltanto le cancellerie europee, le gerarchie militari e i soldati dei tre eserciti contrapposti. Al contrario, le motivazioni della guerra all'Austria, la spinta all'indipendenza e all'unificazione della penisola, erano condivise da larghi strati della popolazione, unita nella volontà di cooperare attivamente, concorde nei mezzi da usare, concorde nei fini che ci si proponeva. Questo in pratica vuol dire che la spinta rivoluzionaria, nel '59, trovò il modo di manifestarsi vittoriosamente perché poté appoggiarsi ad una dinastia regnante, quella di casa Savoia; perché affiancò la sua azione a quella diplomatica di Cavour; perché ebbe l'aiuto determinante di due eserciti regolari, quello sardo e quello francese. Quello che a noi interessa in questa sede è vedere come si concretizzò l'adesione popolare alla guerra all'Austria in un fenomeno molto particolare: l'emigrazione in Piemonte di migliaia di giovani per prendere parte al conflitto. È però importante per prima cosa cercare di capire con quali mezzi, attraverso quali canali si poterono raggiungere e coinvolgere in un unico disegno politico tanti individui appartenenti a ceti sociali diversi e che vivevano in condizioni politicamente ed economicamente differenziate. Questa azione capillare di coinvolgimento di tutto un popolo fu il grande merito della Società nazionale italiana che
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Anna Maria Isastia
operò con lo scopo di unire tutti i gruppi politici che si proponevano il risorgimento nazionale, di smussare i contrasti esistenti, conciliare le opinioni legandole ad un programma comune da . tutti accettabile, far conoscere agli italiani la realtà politica al di là delle censure della stampa ufficiale, indirizzare l'opinione pubblica verso il Piemonte ( 1). Le due idee forza: · guerra all'Austria e unificazione nazionale, furono propagandate dalla Società nazionale italiana con tenacia e costanza, con ogni mezzo; scrivendo opuscoli, distribuendo fogli volanti in migliaia di copie, mandando lettere e scrivendo articoli per i giornali, utilizzando un proprio organo di stampa, creando e mantenendo intensi rapporti epistolari con aderenti e simpatizzanti in tutta Italia (2). L'azione di propaganda iniziata da Manio e Pallavicino alla metà degli anni cinquanta e intensificata da La Farina nel corso del 1858 diede i risultati sperati. A fronte di situazioni locali politicamente ed economicamente critiche si esaltò e propagandò l'opposta realtà del Regno di Sardegna, Stato che aveva accolto gli esuli politici da tutta Italia, dando loro lavoro e posizione sociale, che vantava, unico in Italia, un regime parlamentare, una economia in sviluppo, libertà di stampa, prestigio sulla scena europea. Al Piemonte gli italiani si abituarono quindi a guardare con crescente speranza e l'adesione alle idee propagandate dalla Società nazionale, finì col fondersi con H consenso più pieno all'azione politica del Governo sardo. Non credo si possano capire gli'avvenimenti del 1859, senza rendersi conto di questa crescente organizzazione del consenso intorno ai grandi concetti di indipendenza e di unificazione ancorati a casa Savoia (scriveva Manin nel 1856: « Accetto la monarchia, purché sia unitaria: accetto la casa di Savoia, purché con(1) RAYMOND GREW, A sterner pian /or Italian Unity. The italian national society in the Risorgimento, Princeton, Pri.nceton University press, 1963. EMILIA MORELLI, 1849-1859. I dieci anni che fecero l'Italia, Firenze, Le Monnier, 1977, pp. 53-57. (2) Per rendersi conto dell'azione indefessa dei primi propugnatori dell'idea di un partito nazionale si veda DAN IELE MANIN e GIORGIO PALLAVICINO, Epistolario politico (1855-1857), a cura di BACCIO E. MAINERI, Milano, Tip. Ed. Bortolotti, 1878; Memorie di Giorgio Pallavicino pubblicate per cura della figlia, voi, 3" (1852-1860), Torino, Roux e Frassati, 1895; ROMANO UGOLINI, La via democratico-moderata all'unità: dal « partito nazionale italiano}> alla « Società nazionale italiana», in Correnti ideali e politiche della sinistra italiana dal 1848 al 1861, Firenze, Olschki, 1978, pp. 185-211.
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corra lealmente ed efficacemente a fare l'Italia, cioè a renderla indipendente ed una. Se no, no ... ») (3) e finalizzati ad un maggior benessere per tutti gli italiani. I pochi simpatizzanti del Partito nazionale di Manin divennero i tanti aderenti alla Società nazionale di La Farina che, con azione veramente indefessa, seppe moltiplicare i Comitati locali sparsi per la penisola mantenendo contatti epistolari con chiunque e dovunque; collegando i Comitati tra di loro; spingendo gli aderenti all'azione e alla propaganda; cercando soprattutto di coinvolgere la gente comune: commercianti, imp iegati etc. 1?. noto quali furono i risultati politici, militari, diplomatici della convergenza tra l'azione di governo di Cavour e l'organizzazione « rivoluzionaria » di La Farina. Mancano al contrario studi specifici su quell'imponente fenomeno che fu il volontariato del 1859, fenomeno migratorio in p arte legato a motivazioni politico-militari, ma, in parte, anche <li tipo occupazionale. Si tratta di un evento pressoché unico nella nostra storia, al quale finora non si è data l'importanza che riteniamo esso meriti. Gli storici hanno infatt i sottovalutato questo complesso fenomeno di massa e gli unici studi ad esso dedicati sono stati quelli volti a porne in luce l'aspetto più specificatamente militare. Con la ricerca in corso, di cui presentiamo qui i primi risultati, ci siamo proposti di esaminare a fondo tutta la questione legata al fenomeno del volontariato militare del 1859 ( 4 ). Cominciamo col dire che, come vedremo, a tutt'oggi non si sa ancora con esattezza quanti furono i volontari arruolati prima e durante la guerra in Piemonte e nelle altre regioni d'Italia (,Lombardia, Toscana, Romagne). Un lavoro globale appare quindi in questa fase improponibile ed evidentemente meno significativo di quanto possa risultare invece l'analisi approfondita, e non meramente quantitativa, di un aspetto specifico del fenomeno, legato ai giovani che, dai diversi Stati italiani, esularono in Piemonte per arruolarsi nell'esercito di Vittorio Emanuele II. In questo contesto sono stati innanzitutto studiati i volontari immessi nei ruoli dei Corpi regolari e si spera di poter successiva(3) Lettera di Daniele Manin da Parigi del 22 gennaio 1856 in D . .MANIN e Epistolario politico cit., p. 505. (4) La ricerca, promossa dal prof. Romano Ugolini, ha per titolo « Emigrazione e partecipazione popolare alla vigilia dell'unità italiana: analisi del volontariato del 1859 ». ~ stata finanziata con 3.000.000 dal Consiglio Nazionale delle Ricecche.
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PALLAVlCINO,
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mente allargare la ricerca ai Cacciatori delle Alpi e ai Cacciatori degli Appennini p er completare l'analisi dell'emigrazione militare in Piemonte. La priorità data allo studio dei volontari inseriti nei ruoli dell'esercito sardo è legata al fatto che, a nostro giudizio, si tratta del campionamento più interessante e rappresentativo sia dal punto di vista politico sia dal punto di vista sociale. Conoscere il numero dei giovani arruolati, la loro provenienza, la loro estrazione sociale significa approfondire le nostre conoscenze sulla penetrazione degli ideali della Società nazionale, sulle classi sociali che erano maggiormente interessate alle modifiche dell'assetto istituzionale del loro paese, sull a efficacia dell'immagine del Regno di Sardegna quale era stata propagandata da esuli e residenti, da uomini politici e diplomatici, dalla stampa, nel resto d'Italia. Guardando al fenomeno del volontariato del 1859 nel suo complesso, credo si possa affermare senz'altro che esso fu il risultato più eclatante e manifesto della collaborazione Cavour-La Farina, congiuntamente alla pacifica liberazione e all'im mediata ristrutturazione politica e militare della Toscana, dei Ducati dell'Emilia e delle Legazioni pontificie. Si pensi soltanto alla grandiosa organizzazione che rese possibile la migrazione interna di non meno di 50.000 persone, anzi quasi certamente di un n umero molto maggiore, anche se difficilmeme stimabile. Era la prima volta che avveniva uno spostamento in massa di tale portata; migrazione interna e non verso l'estero, come era accaduto in passato dopo ogni rivoluzione fallita, organizzata e finalizzata e non spontanea e polverizzata come nel 1848 quando si costituirono più di 300 nuclei di volontari senza disciplina, senza armi, senza condottieri. Migrazione temporanea, per la gran maggioranza dei volontari; fattore questo di estrema importanza in una Italia i cui abitanti non si conoscevano tra di loro e che offerse, forse, la prima vera occasione, ad uomini dei più diversi ceti, di vivere nuove esperienze in un tessuto sociale, estraneo e di riportarne subito le impressioni ricevute nel luogo d'origine. Si avviava così, con questi volontari, che a gruppi p iù o meno nurtterosi viaggiarono per l'Italia centro-settentrionale, percorrendo centinaia di chilometri, ospitati, aiutati, vettovagliati dalla gente dei luoghi che attraversavano, il processo di unificazione nazionale e di integrazione delle diverse realtà preunitarie. Tale organizzazione fu messa in atto dalla Società nazionale attraverso la rete
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dei Comitati locali attivati per lo più nel corso dell'anno precedente. Il piano d'azione programmato da La Farina, d'accordo con Cavour (5), prevedeva che i volontari dovessero arrivare in Piemonte a partire dalla fine di febbraio per non turbare la preparazione diplomatica della campagna militare, e prevedeva anohe che solo giovani coscritti o disertori venissero inviati a Tor ino; cioè solo uomini sicuramente atti alle armi (6). Compito dei volontari doveva essere quello di rafforzare numericamente l'esercito sardo contribuendo inoltre, con la loro presenza, a rendere italiana e non dinastica la guerra all'Austria (7).
(5) Fu lo stesso Cavour a convocare a Torino, nei primi mesi del 1859, i responsabili dei vari Comitati, per approfondire meglio la realtà delle situazioni locali e definire direttamente con loro i piani politici di prossima attuazione e i compiti che i dirigenti dei Comitati delle singole regioni avrebbero dovuto assolvere. Tra questi occupava un posto di rilievo l'organizzazione dei volontari. Si veda SERGIO CAMERANI, La Società nazionale nell'Italia centrale, in Il movimento unitario nelle regioni d'Italia, Atti del Convegno delle Deputazioni e Società di storia patria (Roma 10-12 dicembre 1961), Bari, Laterza, 1963, pp. 21-43; ROMANO UGOLINI, Cavour e Vittorio Emanuele II nell'Italia centrale. Il sacrificio di Perugia, Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1973, p. 62; ANNA MARIA ISASTIA, Roma nel 1859, Roma, Istituto per la Storia del Risorgimento italiano, 1978, pp. 61-62. (6) Epistolario di Giuseppe La .farina, a cura di AUSONIO FRANCHI, tomo secondo, Milano, Treves, 1869, pp. 105-114. (7) Fin dall'ottobre del 1858 Giuseppe La Farina, segretario della Società nazionale italiana, aveva concordato con Cavour un progetto d'insurrezione per la primavera del 1859 nel quale, al punto 4 delle norme generali, si leggeva: « Che l'esercito piemontese si vada rapidamente accrescendo con un modo di coscrizione sommario, e coll'aggregazione di quei soldati di altre parti d'Italia che si uniranno a noi, e non mai con :altri elementi indisciplinati» (Epistolario La Farina cit., tomo secondo, pag. 82) . Con la parola « soldati >> La Farina intendeva parlare di coscritti e di militati degli eserciti degli altri Stati preunitari che ci si proponeva di far disertare in gran numero. Permaneva infatti vivissima la diffidenza di molti per le formazioni volontarie che in passato avevano dato pessima prova di sé. Si veda al riguardo quanto scriveva Alfonso La Marmara, generale piemontese, ministro della guerra e riorganizzatore dell'esercito sardo, contro i volontari, nell'articolo Reclutamento volontario in Rivista militare, a. III (1858), vol. IV, pp. 322-324. Quanto a La Farina, egli, ai primi di gennaio del 1859, ribadiva la sua ostilità alle formazioni volontarie concludendo: « Noi abbiamo bisogno di disciplina, e di ferrea disciplina: qualunque siasi l'origine de' corpi, armati che accorreranno in difesa della patria, è quindi necessità che tutti siano ordinati colle regole della più severa milizia» (Il Piccolo Corriere d'Italia, 3 gennaio 1859). Le dichiarazioni di La Farina suscitarono la reazione di un altro patriota, esule, il generale Girolamo Ulloa che in una lettera da Parigi (del gennaio 1859) a Pallavicino affrontava il problema affrrmando la necessità dei volontari contro le tesi riduttive del La Farina (Memorie di G. Pallavicino cit., vol. 3°, pp. 489-490). In risposta all'Ulloa,
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Il fenomeno del volontariato nel 1859 non si limitò però ai soli giovani arruolati in Piemonte nell'esercito di Vittorio Emanuele II. Il panorama rappresentato dal movimento volontario nel suo complesso è molto più composito e variegato. Tra il mese di gennaio e la tarda estate del 1859 un vasto movimento migratorio interessò diverse regioni del centro nord della penisola e fece rifluire verso l'Italia molte persone, emigrate nel bacino del Mediterraneo e parecchi stranieri. Molti di. questi esuli furono immessi nelle file dell'esercito regolare. Quelli che, pur fisicamente abili al servizio militare, per ragioni di età o di statura o per altri motivi, non potevano essere arruolati nei corpi regolari, furono riuniti verso la fine di febbraio in un deposito a Cuneo. Crescendo ancora il numero dei volontari fu creato il mese dopo un secondo deposito a Savigliano. Con questi uomini il governo, a metà marzo, decise di formare il Corpo dei Cacciatori delle Alpi dandone il comando al generale Garibaldi. Proseguendo l'esodo verso il Piemonte, ad aprile si aprì un nuovo deposito di volontari ad Acqui e coloro che qui vennero concentrati formarono il Corpo dei Cacciatori degli Appennini costituito in buon numero. dai toscani di Vincenzo Malenchini (8). La formazione di questi corpi volontari inquadrati nell'esercito, fu resa possibile da una modi.fica della legge sulla Guardia Nazionale che introdusse, tra le nuove disposizioni, quella relativa alla formazione di « corpi di vòlontari » che era previsto avrebbero fatto parte integrante dell'esercito in caso di guerra (9). sul Piccolo Corriere del 17 gennaio, La Farina tornava sull'argomento chiarendo ulteriormente il suo pensiero: « 11 giorno in cui sarà tirato il primo colpo di cannone è sacro dovere di ogni italiano atto alle armi di accorrere intorno alla bandiera dei tre colori con la gloriosa croce di Savoia [ ... ] ,non vogliamo bande sciolte o indisciplinate ... ». (8) COMANDO DEL CORPO DI STATO MAGGlOlU!. Ufficio stodco. La guerra del 1859 per l'indipendenza d'Italia, val. I, narrazione, Roma, Tip. Soc. Editr. Laz., 1910, pp. 118-122. NICOLA BRANCACCIO, L'esercito del vecchio Piemonte. Gli ordinamenti. Parte II dal 1814 al 1859, Roma, Libreria dello Stato, 1925, pp. 495-498. (9) LUIGI Mussr, La guardia nazionale a Torino (1848-1877), Torino, Arduini Teat, 1977, p. 18. Si ricordi che Cavour per raggiungere il suo intento dovette aggirare sia l'ostacolo rappresentato da una clausola del trattato con Napoleone III (che escludeva formazioni irregolari) sia le vivaci resistenze delle autorità militati, a cominciare dal Ministro della Guerra. Alla fine del 1858, La Marmara come abbiamo già detto, affidava il suo pensiero ad un breve ma succoso articolo dal titolo Reclutamento volontario nel quale sosteneva che « la gran maggioranza dei volontari proviene daJla
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A maggio, tenendo conto del crescente numero di slavi che affluivano nel Regno di Sardegna, fu anche s tabilito di creare nell'esercito piemontese una Legione ungherese che tra la tarda primavera e l'autunno riunì più di 3.000 uomini prima di essere sciolta alla firma della pace di Zurigo (10). Dopo il 27 aprile, una gran parte dei giovani desiderosi di arruolarsi, fu fatta confluire in Toscana, dove il Governo sardo aveva deciso la formazione di una divisione for mata da volontari. A questo scopo furono aper ti depositi di arruolamento ad Arezzo, dove confluirono i volontari romani, umbri e marchigiani, mentre quelli delle Legazioni pontificie venivano riuniti a Modigliana, a Rocca San Casciano e a Marradi. Gli arruolati in questi depositi costituirono il II Corpo dell'Armata dell'Italia Centrale (11) comandato dal generale Luigi Mezzacapo mentre i volontari toscani confluivano nel primo Corpo , sotto il comando di Girolamo Ulloa. Liberata la Lombardia e i Ducati, furono insediate commissioni per · l'arruolamento volontario nell'esercito sar do a Milano e a Piacenza; una terza commissione operava a Bergamo .presso il battaglione bersaglieri, mentre a Varese, Como, Lecco, ancora Bergamo, in Valtellina ed a Brescia venivano istituiti depositi per i volontari che volevano entrare nei Cacciatori delle Alpi (12). Altre formazioni costituite da volontari si vennero creando a Parma, a Modena, nel resto dell'Emilia e in Romagna a partire dalla metà di giugno: dai Cacciatori della Magra, confluiti poi nella Brigata Modena, alle due colonne mobili agli ordini del generale Roselli e del colonnello Masi, ai volontari organizzati a Torino da Massimo d'Azeglio e trasferiti poi a Bologna. Alla fine feccia delle popolazioni delle grandi città» con la conseguenza che « portano nell'esercito le abitudini viziose contratte nelle città popolose». (Rivista militare, a. III (1858), voi. IV, p. 32.3). (10) N. BRANCACCIO, op. cit., p. 498. La Legione ungherese fu istituita con decreto del 24 maggio 1859. (11) La guerra del 1859 cit., vol. Il, narrazione, pp. 20-23. (12) Archivio di Stato di Torino [A.S.T.] , Sezioni Riunite, Ministero della Guerra 1859, Arruolamenti in via straordinaria. Statistica, cat. XVI, specialità n. 3. Minute. LorGI MONDINI, I volontari del 1859, in Atti del XXXVIII Congresso di storia del Risorgimento italiano (Milano 28·5 - 1-6-1959), Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1960, p. 288. Oltre al trasferimento di alcuni depositi in Lombardia, per facilitare l'arruolamento volontario, i cittadini delle provincie lombarde, vennero anche fatti concorrere alla leva. (La guerra del 1859 cit., voi. I, narrazione, p. 114).
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Anna iHaria Isastict
di settembre, tutti i Corpi esistenti in Toscana, nelle ex Legazioni pontificie e negli ex ducati di Modena e Parma furono posti agli ordini del generale Fanti e riuniti nell'esercito della Lega dell'Italia centrale (13). Complessivamente si può ritenere che, nel 1859, ben pm delle 50.000 persone che si arruolarono nelle diverse formazioni costituitesi nel centro e nel nord d'Italia, furono interessate a questo grandioso coinvolgimento popolare (14). Volendo tentare una stima del movimento migratorio complessivo verso il Piemonte, potremmo utilizzare il dato ricavabile da una lettera di Questa, presidente della Commissione d'arruolamento, alle autorità militari, lettera nella quale comunica che in quei giorni passavano davanti alla Commissione circa 500 volontari al giorno ( 15). Nei tre giorni che prendiamo come campione avremmo dunque 1.500 giovani passati al vaglio della Commissione. Rileviamo, dagli elenchi, che, di costoro, furono arruolati in 775 (16); il che significa circa il 52% sul totale giornaliero. Considerando questo unico campione (perché è il solo di cui (13) A .M. IsASTIA, Roma nel 1859 cit., pp. 203-204. Per circa due mesi Fanti fu affiancato nel comando dell'Esercito della Lega da Garibaldi. Al riguardo si veda EMILIA MORELLI, La sinistra rivollezionaria da Villafranca ai Plebisciti, in Atti del XLII Congresso di storia del Risorgimento italiano (Ravenna, 2-5 ottobre 1965), Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1966, pp. 104-110. (14) Circa 24.000 volontari furono arruolati, come vedremo, nell'esercito regolare sardo, nei Cacciatori delle Alpi e nei Cacciatori degli Appennini; altri 25.000 circa nei diversi Corpi che si costituirono nell'Italia Centrale. È comu1~que estremamente problematico azzardare cifre globali. Valga come esempio la situazione numerica dei volontari dell'esercito dell'Italia centrale. Alla fine di settembre, secondo RENATO EUGENIO RIGHI, il contingente toscano annoverava 10.000 uomini, quello romagnolo 7.000, quello parmense 4.000 e quello modenese 4.000 anch'esso, per un totale di 25.000 uomini (La Lega militare ed il Campo trincerato di Bologna (1859-1860), in Bollettino del Museo del Risorgimento di Bologna, a. V, 1960, parte seconda, p. 833). CARLO TrvARONI sosteneva invece che, al momento della creazione della Lega militare, la Toscana si impegnò a fornire 10.000 uomini, Le Romagne 7.000 etc. (L'Italia degli italiani, Torino, Roux, 1896, tomo II (1859-66), p. 126). Secondo i dati pubblicati sul n. 4 del 22 novembre 1859 dc Il Piccolo Corriere d'Italia il totale degli uomini in armi nell'esercito dell'Italia centrale ai primi di novembre ascenderebbe a 50.805 uomini. Non essendo pensabile un raddoppio degli organici nello spazio di un solo mese, dedicato per di più alla riorganizzazione militare di queste forze, lo scarto tra i diversi dati è veramente enorme. (15) A.S.T., Ministero Guerra 1859, cat. XVI, spec. 3, pratica 2•, lettera del 18 aprile 1859. ( 16) Gli arruolati furono 281 il 18 aprile, 244 il 19 aprile, 250 il 20 aprile.
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siamo in possesso) come dato generale, si potrebbe stimare intorno a 18.500 unità il movimento migratorio verso il Regno di Sardegna. Sulla base di questa nostra stima, apparirebbe decisamente «gonfiato» il numero degli emigrati cui fa riferimento la relazione dell'ufficio storico sulla guerra del 1859 e che, secondo Mondini, Cavour avrebbe comunicato a Napoleone III alla fine di marzo, durante il suo improvviso viaggio a Parigi teso a scongiurare la temuta ipotesi di un rinvio della guerra e di una soluzione diplomatica del problema italiano. Il dato in questione sarebbe infatti quello d.i una emigrazione complessiva di 19.656 individui al 25 marzo (17). Alla stessa data, risultano però arruolati 3.384 volontari (18) che rappresenterebbero quindi il 17,3% del totale; troppo pochi rispetto alla nostra stima del 52 % , tenendo anche presen te che, soprattutto nei primi mesi, arrivarono a Torino molti giovani coscritti ed è francamente impensabile una media di quasi 83 inabili al servizio militare ogni 100 emigrati. Prendendo invece in considerazione i 3.384 arruolati, si arriva ad una stima che darebbe al 25 marzo un totale di circa 6.500 uomini arrivati in Piemonte, cifra questa che coincide con quanto Cavour stesso scriveva il 20 marzo riguardo al numero dei volontari accorsi a Torino, stimando il loro totale in 5/6.000 tra arruolati e momentaneamente mandati ai depositi (19). Meno approssimativi sono invece i dati che si possono ricavare dalle carte della polizia ligure, da cui risultano immigrate nello Stato, entrando da quella regione, più di 7.000 persone. Di queste, una gran parte proseguirono per Torino, ma non mancarono quelle che chiesero e ottennero di stabilirsi nella regione rivierasca. Costoro dovrebber o essere almeno un migliaio e, sommati ai precedenti 18.500 circa, p otrebbero portare a circa 20.000 il totale degli immigrati nel Regno di Sardegna nel corso dei primi mesi del 1859 (20). In questa gran massa di giovani, ci sono parsi particolar mente degni di attenzione, senza voler togliere meriti ai tanti che si arruolarono in Toscana, in Lombardia, in Emilia, a guerra iniL. MONDINI, op. cit., p. 286. (18) A.S.T., Ministero Guerra 1859, Statistica cit. (19) LulGI CHIALA, Lettere edite ed inedite di Camilla Cavour, voi. III (18591860), Torino, Roux e Favale, 1884, p. 47. (20) Impossibile, allo stato attuale degli studi, tentare una srjma sul movimento migratorio complessivo nelle altre regioni d'Italia. (lì) La guerra del 1859 cit., p. 117;
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ziata, per combattere gli austriaci o per difendere i confini della loro patria d'origine da un possibile tentativo di reazione dei governi appena caduti, quelli che, fin dal gennaio del 1859, partendo dai loro Stati, si recarono nel Regno di Sardegna per arruolarsi e ad essi è stata circoscritta l'indagine (21). Le domande alle quali cercavamo una risposta erano: 1) quanti volontari sono stati effettivamente immessi nei ruoli dell'esercito sardo (finché i depositi dei reggimenti rimasero in Piemonte); 2) chi sono (nome e cognome, età, provenienza, professione); 3) perché partono; 4) chi li organizza; 5) quanti vengono nel Regno di Sardegna per arruolarsi e quanti invece si trasferiscono per ragioni non direttamente attinenti a questioni militari. Le motivazioni che possiamo supporre sul perché tanti giovani abbandonarono temporaneamente o definitivamente la loro terra di origine sono diverse: , a) motivi ideali e politici suscitati dal pensiero mazziniano e democratico in genere e resi realizzabili dall'avvicinamento di molti democratici al Regno di Sardegna attraverso la Società nazionale italiana, che ebbe un'importanza fondamentale, in quegli a nni, come ispiratrice dell'opinione pubblica; b) motivi politico-economici (la trasformazione politica vista come chiave di volta di uno sviluppo economico la cui necessità era particolarmente avvertita da alcune classi sociali che intendevano partecipare al mutamento per poterne poi godere frutti nel paese d'origine); (21) Un discorso a parte andrebbe fatto per i Veneti e i Trentini. Come vedremo più avanti i volontari di queste due regioni arruolati nei reggimenti dell'esercito sono percentualmente piuttosto pochi. La lontananza dal Piemonte e la difficoltà del viaggio, da compiersi in territorio sorvegliato dagli austriaci, rendevano infatti problematici gli spostamenti. Ma la propaganda della Società nazionale italiana era penetrata a fondo nelle due regioni e non appena la Lombardia fu libera dall'occupazione austriaca molti veneti e trentini emigrarono verso Torino. Coi volontari veneti uniti ai romagnoli doveva formarsi in Piemonte la 12• brigata comandata da Massimo d'Azeglio, Appena iniziata la formazione di questa brigata però i volontari vennero inviati a Bologna, (La guerra del 1859 cit,, voL II narrazione, p. 57, nota I). Quanto ai trentini secondo Il piccolo Corriere d'Italia, da luglio in poi circa 600 di loro si sarebbero arruolati volontari nell'esercito dell'Italia centrale. (N. 6 del 4 dicembre 1859).
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c) motivi esclusivamente economici (ricerca di una migliore sistemazione o di un posto di lavoro). Siamo in pr esenza di una vera e propria migrazione interna da una regione all'altra, da uno Stato ad un altro; emigrazione temporanea per quanti hanno fatto questa scelta per motivi ideali e politici; emigrazione presumibilmente definitiva per quanti si sono messi alla ricerca di un posto di lavoro.
Abbiamo accennato al fatto che, secondo i programmi, i volontari sarebbero dovuti affluire nel Regno di Sardegna a partire dalla fine di febbraio. La situazione invece precipitò anzi tempo per l'eccitazione degli animi da una parte e per l'irr igidimento delle polizie dei diversi Stati dall'altra. Dimostrazioni e disordini in Lombardia, nei Ducati e nelle Legazioni con la conseguente chiw~ura delle università di Pavia, Padova e Bologna; il timore di una coscrizione eccezionale, gli arresti di aderenti e simpatizzanti per la Società nazionale, cioè ,per il Piemonte, furono tutte concause che anticiparono i tempi dell'esodo che' fu, oltretutto, accompagnato da una pubblicità tutt'altro che gradita al Go- ' verno in quei primi mesi dell'anno. Si conservano infatti preoccupati dispacci delle autorità sarde sulle accoglienze troppo calorose riservate dai liguri agli emigrati e su inopportune scaramucce provocate da qualche testa calda al confine con lo Stato estense (22). Si ricordi infine che, se da una parte La Farina esprimeva la speranza che l'esercito sardo, forte dell'apporto dei volontari, potesse raggiungere le 400.000 unità (23), dall'altra parte i programmi preparati dallo stesso segretario della Società nazionale prevedevano che solo una parte dei giovani atti alle armi si recasse in Piemonte, mentre coloro che rimanevano in patria avrebbero cooperato alla riuscita delle insurrezioni locali. All'unisono con La Farina, lo stesso Cavour, scrivendo a Bologna all'inizio di aprile, diceva al Casarini che la venuta dei volontari doveva « esser .fatta in modo che non impoverisca troppo i paesi, e piuttosto come dimostrazione » (24 ).
(22) Archivio di Stato <li Genova [A.S.G.J, Pratiche riservate di Gabinetto e Politiche, 1859, pacco 189. (23) Epistolario La Farina cit., p. 88. (24) L. CHIALA, Lettere di Cavour cit., 56.
p.
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Furono i lombardi a prendere per primi la strada di Tor ino. Per ragioni ideologiche, politiche ed economiche (che risalivano ai primi anni della Restaurazione) essi erano forse i più aperti sostenitori della politica piemontese ed i più direttamente interessati alla guerra all'Austria, come dimostrava del resto la forte influenza della Società nazionale nella regione. La loro partecipazione alla guerra fu infatti cospicua, dando così ragione a La Farina che affermava di fare molto affidamento « su Pavia, su Cremona, e su tutta la bassa Lombardia » (25). I motivi che li spinsero a riparare in Piemonte fin dal mese di gennaio furono però contingenti. Circolavano voci allarmanti di una leva eccezionale da parte del governo austriaco in conseguenza della nuova legge asburgica sul reclutamento che aveva soppresso il pr incipio della surrogazione ed elevato il totale degli uomini da incorporare annualmente nell'esercito (26). Comprensibile che di fronte a tale possibilità i giovani lombardi si affrettassero ad andare a vestire la divisa sarda. Erano stati inoltre operati alcuni arresti politici e molti temevano di poter subire la stessa sorte per le idee che professavano. Da qui la decisione di riparare oltre confine con molto anticipo sui tempi previsti. Gli esuli provenienti dalla Lombardia sconfinavano in Piemonte attraversando il Ticino oppure, e fu questa la strada più seguita - perché il fiume fu presto strettamente sorvegliato dalle truppe d'occupazione -, passando per la Svizzera e raggiungendo il regno sardo sui battelli a vapore che scendevano lungo il lago Maggiore. Veneti e Trentini, per potersi imbarcare su quegli stessi battelli, dopo aver attraversato le Alpi, dovevano percorrere il Cantone dei Grigioni e il Canton Ticino. Meno faticosa e pericolosa la strada seguita dai mantovani e da molti cremonesi che, profittando della scarsa sorveglianza .poliziesca esistente nel ducato di Parma, vi sconfinavano abbastanza facilmente e raggiungevano la Liguria dal passo delle Cento Croci, dalla Parmignola o da qualcun altro dei tanti posti di confine. Era questo il per-
(25) Epistolario La Farina cit., p. 96. (26) Con la nuova legge sul reclutamento (del 1858) l'Austria riduceva ad 8 anni il servizio militare ma introduceva il principio dell'obbligo generale e personale, fino a quel momento escluso, che avrebbe dovuto sopprimere la surrogazione per contratto privato. Con ciò cadeva anche l'esenzione dall'obbligo per le classi abbienti. Si veda PIETRO MAR/I.VIGNA, Storia dell'arte militare moderna, tomo III Dalla Restaurazione alla prima guerra mondiale, Roma, Ufficio storico SME, 1982, pp. 26-27.
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corso normalmente seguito anche dai sudditi del duca di Modena, eccezione fatta, in parte, per gli abitanti delle province di Massa, Carrara e Fivizzano, il cui territorio confìnavq direttamente con la Liguria, regione alla quale approdavano anche i Toscani ed i sudditi del Papa che si imbarcavano a Civitavecchia o a Livorno. Per la via del mare arrivarono anche i pochi, animosi sudditi del Borbone. I comitati locali della Società nazionale dieder o ottima prova di efficienza riunendo i volontar i, organizzando i viaggi e sopperendo autonomamente alle ingenti spese. L'aiuto economico ed organizzativo non era ristretto ai propri concittadini ma a tutti i volontari che ne avessero avuto bisogno, anche se provenien ti da altre regioni. Valga per tutti il caso di Parma e Piacenza il cui ducato, per la sua collocazione geografica e per la profonda incertezza che regnava nella linea politica del governo, divenne luogo di passaggio per quanti venivano da Modena, dal Veneto, da Mantova e da Cremona. I comitati locali furono attivissimi nell'aiutare e sovvenzionare i tanti volontari in transito. I giovani disposti a p artire venivano raccolti in gruppi di 50-100 per volta. Avrebbero dovuto portare con sé tutta una serie di certificati, ma b en pochi erano in condizione di poterseli procurare. Per superare questa difficoltà, alla fine si decise di affidare ai singoli Comitati la responsabilità di accertare l'identità e la posizione penale degli individui che chiedevano di arruolarsi. In mancanza dei certificati richiesti venivano preparati degli elenchi nominativi che facevano fede per quanto riguardava l'età, il nome dei genitori e l'avvenuta vaccinazione dei singoli, accompagnati da u na lettera del Comitato nella quale si davano « positive assicurazioni che i giovani volontari sono onesti, scevri d'ogni macchia di delitti comuni, e tali da non far disonore a chi li raccomanda » (27). Poteva accadere che un Comitato fosse costretto a far partire anche qualche elemento poco degno e sembra che in tal caso si fosse stabilito di apporre un segno convenzionale accanto al nome del soggetto, nelle liste che accompagnavano le spedizioni (28). Alle spese di viaggio di coloro che n on avevano mezzi si sopperiva con una diaria proporzion ata alla (27) A LESSANDRO ALESSANDRINI, I fatti politici delle Marche dal l '' gennaio 1859 all'epoca det plebiscito, vol. II, Macerata, Ed. Marchigiana, 1910, p. 36. (28) UGO P ESCI, Il generale Carlo Mezzacapo e il suo t empo, Bologna, Zanichclli, 1908, p. 67.
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lunghezza del cammino da percorrere. Ogni convoglio aveva un capo cu.i veniva comunicata la via da percorrere ed i nominativi cui indirizzarsi lungo il cammino. A lui erano affidati i documenti di tutto il gruppo ed il denaro per i vettovagliamenti. I mezzi cli trasporto utilizzati furono i più vari: dalle barche dei pescatori, usate per attraversare il Ticino (finché non furono sequestrate), ai battelli di linea, dalla ferrovia alle vetture di piazza. Ma molti tratti del viaggio andavano percorsi a piedi, e spesso tra le montagne, utilizzando i sentieri usati dai contrabbandieri che si trasformarono per l'occasione in preziose guide. E non parliamo solo dell'attraversamento delle Alpi svizzere, ma anche di tratti dell'Appennino come testimonia un gruppo di oltre 60 carraresi giunti a Voghera a metà febbraio dopo aver attraversato tutta la Lunigiana e percorso un tratto dell'Appennino ligure (29). Non de\.'.e stupire la tortuosità del percorso seguito dagli esuli per raggiungere lo Stato sar do; si volevano evitare le zone militarmente più sorvegliate. Si pensi al viaggio di ben ventiquattro giorni compiuto da un agente di commercio cli Venezia, Giovanni Barasciutti di 32 anni, aderente alla Società nazionale, allontanatosi dalla sua città per non essere arrestato. Costui da Venezia si diresse nello Stato pontificio, poi, superando gli Appennini, raggiunse la Toscana e attraversando Garfagnana e Lunigiana entrò finalmente in 'Liguria dalla Parmignola dirigendosi infine a Tor ino (30). Nel Regno di Sardegna, l'organizzazione passava in mano ai vari Comitati di confine, sovvenzionati dal Comitato centrale di Torino, che si occupavano di alloggiare e vettovagliare i volontari. Molti però furono i giovani, soprattutto i più abbienti, che preferirono affrontare il viaggio soli o con pochi amici. Giunti a Torino si presentavano al deputato Sebastiano Tecchio, legato alla Società nazionale, o al conte Giulio Litta Modigliani o direttamente a La Farina, e da costoro venivano indirizzati al colonnello Francesco Monti, capo divisione reclutamento del Ministero della Guerra, per essere arruolati (31). (29) A.S.T., Ministero Guerra 1859, Arruolamenti volontari d'uomini provenienti dal Canton Ticino, pratica prima. (30) A.S.G., Fondo Prefettura italiana, Gabinetto, busta 116, dispaccio da Sarzana del 17 febbraio 1859. (31) A.S.T., Ministero Guerra 1859, Arruolamenti volontari cit., pratica prima. L'ultima lettera di presentazione è datata 17 febbraio 1859; il giorno dopo iniziò i suoi lavori la Commissione speciale.
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Riassumendo quanto precedentemente detto, sappiamo dunque che via terra o via mare arrivarono in Liguria in prevalenza gli emigrati della Toscana, dello Stato pontificio, del ducato di Modena, del Regno di Napoli e buona parte di quelli del ducato di Parma. Dalla provincia di Piacenza invece i volontari passava no direttamente in Piemonte attraverso l'Appennino o per la via di Stradella. Dai territori soggetti all'Austria l'emigrazione era, per la quasi totalità, diretta in Piemonte passando per la Svizzera, tranne che per la zona del Mantovano e del Cremonese. Era questo infatti l'unico punto in cui il confine del Lomb ardo-Veneto non coincideva con il corso del Ticino o del Po, ma si estendeva al di là del fiume rendendo quindi più semplice l'espatrio attraverso i ducati di Modena e Parma (32). A questa diversa provenienza sembrerebbe corrispondere un di verso controllo delle autorità sulla massa degli immigrati. Le perplessità sono dovute alla non omogenea disponibilità documentaria reperita n egli archivi di Genova e di Torino; molto più com pleta la prima, decisamente carente la seconda. Premesso quindi che ci basiamo sui documenti che siamo riusciti a rin tracciare, si può affermare che l'organizzazione creata dalle autorità liguri era piuttosto buona e il controllo sugli emigrati molto stre tto. Tutti gli esuli che entravano nello Stato venivano raccolti a La Spezia o a Chiavari, interrogati, schedati, forniti di foglio di via personale o collettivo più un .franco a persona a titolo di indennità e imbarcati gratuitamente per Genova con l'obbligo di presentarsi alla questura di quella ci ttà. Qui venivano riorgan izzati e mandati a Torino con la ferrovia. Contemporaneamente gli elenchi con i nominativi dei volontari venivano t rasmessi a Genova e da qui al Ministero a Torino che poteva q uindi effettuare un controllo all'arrivo (33). Per il Piemonte invece non si è rintracciato nulla del genere. Sembrerebbe che l'organizzazione e il controllo degli emigrati, p rima del loro arrivo a Torino, fosse tutto in mano alla Società nazionale, anche se invece La Farina parla esplicitamente di fogli (32) A quella data il confine sud occidentale della regione si fermava sulle rive d el Po e del Ticino suo affluente, salvo un tratto in provincia di Mantova dove si allargava a1 di là del fiume. (3.3) Tutta la documentazione delle Intendenze di Chiavari e di La Spezia e quella d ell'Intendenza Generale di Genova si trova in J\.S.G., Fondo Prefettura italiana cit., b. 116.
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di via rilasciati dalle autorità di Mortara, Novara etc. ai « coscritti lombardi» (34). Nei dispacci dell'Intendente generale di Novara (città in posizione strategica di primaria importanza), non c'è traccia di quella pianificazione degli arrivi così evidente in Liguria; al contrario, nei rapporti spediti a Torino, si continuano a privilegiare gli argomenti politici, limitandosi saltuariamente a chiedere o a fornire informazioni sui volontari. Così il 23 gennaìo l'Intendente comunica l'arrivo e l'arruolamento presso il 16° Reggimento di Fanteria (di stanza nella città) di alcuni giovanotti lombardi; il 27 febbraio chiede se si possono fornire agevolazioni ai volontari che arrivavano dalla Svizzera e avrebbero voluto viaggiare sui battelli a vapore nei posti di terza classe (riservati ai braccianti che abitavano lungo le sponde del lago) per spendere meno (35). Par di capire che all'Intendenza di Novara si presentavano solo quelli che avevano bisogno di essere sussidiati. Per il resto nessuna organizzazione, nessun vero controllo. Gli emigrati lombardi, che viaggiavano a spese proprie, potevano indifferentemente recarsi a Torino o presentarsi al comandante di un reggimento per farsi arruolare; solo nel caso di mancato ingaggio si indirizzavano i giovani alla questura di Torino. In contrasto con le deduzioni che si possono ricavare dai dispacci di Novara, ci sono però le richieste di informazioni che pervenivano al Ministero della Guerra dal Ministero dell'Interno sul movimento dei volontari, il cui controllo appariva indispensabile « nell'interesse della sicurezza pubblica», per appurare quanti fossero gli arruolati rispetto al totale di quelli entrati nello Stato e per poter quindi conoscere « a quali occupazioni [fossero] applicati coloro che non sono soldati né ascritti al deposito di Cuneo » (36). Non abbiamo comunque dati' per poter stabilire come veniva ricavato il totale degli immigrati in Piemonte. Strettissimo e documentato era invece il controllo sugli emigrati dopo il lor o arrivo a Torino. Dopo essere passati al vaglio della questura, veniva loro rilasciata una « carta di permanenza», e avviati agli uffici militari per l'arruolamento. Coloro che dovevano essere (34) (35) (36) 1859 del
Epistolario La Farina cit., lettera del 29 gennaio 1859, p. 123. A.S.T., Sez. I, Gabinetto Ministero Interni 1859, cartella 29. A.S.T., 1v!inistero Guerra 1859, Statistica dt., dispacci dell'l l e del 23 marzo Ministero dell'Interno.
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immessi in Corpi stanziati fuori Torino venivano poi nuovamente accompagnati in questura per essere forniti « di foglio di via obbligatorio con indennità » per la destinazione loro assegnata. I comandanti dei Corpi, a loro volta, dovevano segnalare i nominativi di quanti, a qualunque titolo, non venivano effettivamente arruolati (37). Le autorità di pubblica sicurezza erano quindi in grado di seguire i movimenti degli arruolati grazie alla collaborazione del Ministero della Guerra. Più difficile r isultava invece il controllo sui tanti esuli che non si erano arruolati volontari e che pure affluivano numerosi in Piemonte. Si pensi, tra i primi, agli studenti espulsi dall'Università di Pavia e arrivati a Torino dove avevano chiesto ed ottenuto di poter proseguire gli studi nella locale università (38). Per ovviare al disordine e alla mancanza di controllo, il questore di Torino, nel mese di maggio, decise di ordinare a tutti gli emigrati politici che non si fossero potuti arruolare e che non avessero il certificat o di permanenza, di presentarsi in questura per comunicare i p r opri estremi anagrafici e il luogo di residenza. Chiariva inoltre che di qualsiasi loro spostamento all'interno dello Stato andava informata l'autorità di pubblica sicurezza, pena l'espulsione (39). Il reclutamento dei giovani era regolato dall'art. 150 e seguenti della legge sarda del 1854 che poneva tutta una serie di condizioni per l'ammissione all'« assento» volontario: età tra i 17 e 26 anni (i giovani di leva venivano chiamati a 21 anni), stato sociale libero ( né moglie, né figli), costituzione robusta, altezza di 1,60 cm. (contro 1,56 cm. dei militari di leva), nessuna condanna criminale, consenso del padre o della madre se minorenni, a t testazione di buona condotta. La ferma er~ di otto anni, uguale (37) A .S.T., Ministero Guerra 1859, Arruolamenti volontari cit., pratica prima, dispacci della Divisione Reclutamento al questore di Torino del 13, 14 e 18 gennaio 1859. Minute. {38) Il Piccolo Corriere d'Italia, 17 e 24 gennaio 1859. L'Università di Torino, aperta ai Lombardi nel gennaio del 1859, si « italianizzava» ulteriormente nell'autunno dello stesso anno con un decreto regio del 20 novembre che stabiliva « che i giovani emigrati delle provincie venete e del Tirolo italiano, i quali intenderanno di continuare gli studi nelle regie università del Regno e non saranno in grado di sopportarne le spese, verranno ammessi gratuitamente alle iscrizioni ed agli esami» (Il Piccolo Corriere d'Italia, 18 dicembre 1859). (39) Il Diritto, 22 maggio 1859.
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cioè a quella dei militari di leva, ma l'art. 156 recitava: « In tempo di guerra gli arruolamenti volontari possono anche essere contratti per la sola durata di essa ... >>. A questa legge furono fatte delle eccezioni estendendo i limiti di età, non considerando indispensabile la prescritta documentazione e istituendo commissioni speciali che arruolarono per conto dei reggimenti ( 40). Come abbiamo accennato, nel Regno di Sardegna la ferma era di otto anni ed era intenzione del Ministro della Guerra che tale rimanesse. Nei fatti, fin dal 15 gennaio 1859 fu consentito l'arruolamento per un anno a chi ne avesse fatto richiesta (41). I giovani emigrati dalla Lombardia.o dai Ducati non intendevano infatti, tranne poche eccezioni, sottoporsi ad una ferma tanto lunga, e rifiutavano l'arruolamento, oppure non si presentavano ai reggimenti cui erano stati assegnati. La lunga durata del servizio militare (in un primo momento tutti i giovani che non ne fecero esplicita richiesta furono arruolati per otto anni; nel mese di febbraio troviamo arruolamenti fatti per 1, 2, 3, 5, 8 anni e solo a marzo l'arruolamento è portato ad un anno per tutti) che non si riteneva giustificata per volontari provenienti dalle diverse regioni italiane, trovò una vivace eco sulla stampa torinese e vide contrapposti Il Diritto e L'Opinione; fortemente critico il primo per le disposizioni, a suo dire troppo restrittive, relative al reclutamento, schierato a difesa del governo il secondo (42). I volontari arruolati furono eqm~mente distribuiti tra i Corpi dell'esercito e suddivisi tra tutti i reggimenti, con alcune più che comprensibili limitazioni. Al 1° e 2° Reggimento di fanteria, formato da savoiardi di lingua francese, furono assegnati solo coloro che parlavano bene quella lingua .e in cavalleria furono mandati prevalentemente coloro che avevano o erano in grado di acquistare e mantenersi un cavallo. Troviamo dunque volontari nei granatieri, nei bersagliet'i, nel Battaglione Real Navi, in cavalleria e in tutti i reggimenti di fanteria. Diverso il discorso per l'artiglieria e il genio, Corpi che richiedevano un addestramento specialistico, e nei quali furono inseriti infatti solo una decina di volontari. (40) A.S.T., Ministero Guerra 1859, Arruolamenti in via straordinaria. Statistica cit. (41) A.S.T., Ministero Guerra 1589, cat. XVI, spec. 3, Divisione Reclutamento, sez. 3', dispaccio al Comandante del 9° regg. fant., protoc. n. 523. lvlinuta. (42) Il Diritto, 24, 25, 26 febbraio 1859. L'Opinione, 25 febbraio 1859.
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Al 1° gennaio 1859 l'esercito di Vittorio Emanuele II risultava costituito da una forza di 33.641 uomini di truppa cui si aggiunsero, n ei primi mesi dell'anno, circa 40.000 soldati tra giovani di leva e richiamati dal congedo illimitato che portarono l'esercito ad un totale di circa 70.000 uomini contro gli oltre 100-.000 che avrebbero invece dovuto costituirne gli effettivi, secondo le previsioni di La Marmora e gli impegni assunti con Napoleone III (43 ). Risulta chiaro quindi come, oltre alle tante motivazioni politiche, anche da un punto di vista strettamente numerico risultasse indispensabile l'apporto dei volontari italiani nella guerra all'Austria. Il primo volontario fu arruolato il 13 gennaio nel 9° Reggimento di fanteria, aveva 20 anni, veniva da Pavia e si chiamava Nicola Brianza. Con lui se ne arruolarono altri 8. Il giorno dopo gli arruolati furono 15. Secondo i dati desunti dalle tabelle compiiate dal Ministero della Guerra (Tab. 1), t ra il 13 gennaio ed Tab. 1 - Volontari arruolaci a Torino nell'esercito sardo dal 13 gennaio al 27 luglio 1859.
--1=~-=
Volontari Periodi _ _ ----- ~v_a_ l_. _as_s_ .
j
13 gennaio 17 febbraio
425
4,2
18 febbraio 31 marzo
3.618
35,7
1 aprile 3 1 maggio
5.946
.58,8
l
1 giugno 27 luglio
130
l ,3
I
10.119
100,0
J
L____
Totale
I
Fonte: A.S.T., M iti. della Guerra 1859, Arruolamenti in via straordinaria. Statistica. (43) Sulle cause di questa deficienza numerica degli effettivi dell'esercito si veda Problemi della unificazione italiana, Modena, STEM Mucchi, 1963, pp. 92-93. I dati sono ricavati dalle tabelle pubblicate in CoMANDO DEL CORPO DI STATO MAGGIORE. Ufficio storico, La guerra del 1859 per l'indipendenza d'Italia, voi. I , documenti, Roma, S.E.L., 1910, pp. 136-137.
CARLO P ISCHEDDA,
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il 18 febbraio furono arruolati, dalla Divisione Reclutamento, 425 volontari. Considerando che il numero delle reclute cominciava ad avere una sua consistenza numerica, a metà febb raio fu istituita una Commissione speciale per l'ammissione all'arruolamento volontario dei giovani provenienti dal Canton Ticino con sede a Torino, che iniziò la sua attività il 18 febbraio e la proseguì fino a luglio arruolando 9.694 volontari italiani e stranieri ( 44). Le commissioni create a Milano ed a Piacenza dopo la liberazione della Lombardia e dei Ducati arruolarono a loro volta tra giugno e luglio altre 1.941 persone, portando il totale dei volontari arruolati nell'esercito r egolare sardo a 12.149 unità (45). Se a questa cifra noi aggiungiamo i Cacciatori delle Alpi ed i Cacciatori degli Appennini, raggiun giamo un totale di circa 24.000 volontari arruolati sotto le bandiere di Vittorio Emanuele II tra gennaio e luglio 1859 ( 46 ). Un problema a parte è rappresentato dagli a rruolamenti fatti direttamente dai comandanti dei r eggimenti e dei depositi. Il 15 gennaio 1859 infatti, La Marmara emanava una nota ministeriale con la quale autor izzava l'arruolamento volontario presso i Corpi, di quanti, avendone i requisiti, ne avessero fatta r ichiesta, sollevando i Comandanti dall'obbligo di chiedere la prescritta autorizzazione ministeriale ( 47). Risulta chiaramente che molti Comandanti di reggimento, avvalendosi di tale dispensa, accol-
(44) A.S.T., Ministero Guerra 1859, Arruolamenti in via straordinaria. Statistica cit. Per morivi Politici era stato deciso che tutti i volontari dovevano risultare
nativi e domiciliati nel Canton Ticino. Nelle minute della Divisione Reclutamento (Fondo cit., pra tica prima) si patia infatti d i « profughi lombard i » per i non arruolati che si trasformano in volontari provenienti dal, Canton Ticino quando si arruolano. ( 45) Comprendendo in questa cifra anche 89 volontari segnalati come « altri arruolamenti in via eccezionale ». (46) I primi tre reggimenti dei Cacciatoti delle Alpi furono costituiti in Piemonte e comprendevano 4.205 uomini. Nei Cacciatori degli Appennini, che confluirono poi nei Cacciatori delle Alpi, diventandone il 4° reggimento, erano arruolati circa 2.500 volontari. Altri .3 reggimenti di C,cciatori delle Alpi furono formati tra giugno e luglio con circa 4.000 volontari lombardi. Ne La guerra del 1859 cit. (voi. I, narrazione, p. 119) si fa riferimento ad un totale di 9.500 uomini arruolati nei Cacciatori c.lelle Alpi ai primi di luglio comprendendo nel numero un battaglione di valtellinesi ed uno di adolescenti oltre ad un corpa zappatori del genio. Si ricordi che anche la formazione dei Carabinieri Genovesi era stata assorbita nel corpo garibaldino. (47) A.S.T., i\finistero Guerra 1859, Div. Reclut. cit., Minuta.
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sera volontari nei loro Corpi, ma si ignora l'entità di questi arruolamenti (48). Abbiamo detto dunque che, secondo i dati compilati dal Ministero, i volontari arruolati, prima dalla Divisione Reclutamento e, dopo; dalla Commissione speciale sarebbero 10.119. Gli elenchi nominativi che sono alla b ase del nostro lavoro ci danno invece un totale di 9.692 volontari. La differenza di 427 persone potrebbe essere dovuta a vari fatt ori: volontari che risultano arruolati due volte in periodi diversi e in corpi diversi (molti giovani, arruolati per otto anni, non si presentavano ai reggimenti cui erano stati assegnati, ma, trascorso u n po' di tempo, passavano nuovamente al vaglio della Commissione facendosi arruolare per 1 anno), volontari scomparsi o successivamente cancellati dai ruoli perché risultati « inabili », volontari che, dopo l'arruolamento, chiesero di « andare con Garibaldi». L'analisi dei dati ricavati dallo studio di questi 9.692 arruolati, pur non esauren do il discorso sul fenomeno del volontariato nel 1859 che, come abbiamo visto, appare estremamente complesso nelle sue tante configurazioni, riteniamo possa essere considerato tuttavia un campionamento sufficientemente rappresentativo. Cominciamo con il sottolineare un primo dato. Al 15 aprile l'esercito sardo risultava formato da 74.881 uomini di truppa compresi i 4.785 volontari fino a quel momento arruolati, ma il totale degli effettivi portati in linea, a fine aprile, era di 64.421 uomini e scendeva a 55.676 nella prima decade di maggio, attestandosi poi su quella cifra ( 49). Calcolando comunque in circa 74.000 uom ini il totale degli effettivi dell'esercito, i 9.692 volontari ammessi a tutti gli effetti in quei ranghi ne rappresentavano il 13% e questa percentuale sale al 22 % se, ai volontari italiani immessi nei ruoli dell'esercito, si aggiungano i 4.200 uomini arruolatisi in Piemonte nei Cacciatori delle Alpi ed i 2.500 che erano confluiti nei Cacciatori degli Appennini. Queste cifre vanno considera te per difetto te(48) Si vedano al riguatdo i due dispacci dell'Intendente Generale di Novara al Ministto dell'Interno del 23 gennaio 1859 in A.S.T., Gabinetto Ministero Interni, cartella 29 cit. (49) La guerra del 1859 cit., voi. I documenti, n. 173, pp. 136-137; n. 259, p. 219; n. 723, pp. 494-495. Il 31 maggio risultavano presenti nei ranghi 55.805 uomini di truppa (doc. n. 1346, pp. 965-966).
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nuto conto che, riferite agli effettivi in linea ( dato il rapido utilizzo delle forze volon tarie poco adatte alla vita di caserma), il rapporto dovrebbe salire intorno al 25 % . Inoltre va sempre tenuto presente che non sappiamo quanti furono gli arruolamenti fatti dai singoli comandi di Corpi o Depositi senza che occorresse l'autorizzazione del Ministero. Per quanto riguarda poi la distribuzione dei 9.692 arruolati, al 31 maggio, questi costituivano il 29% dei granatieri, il 21 % circa della fanteria di linea, il 18% circa dei cavalleggeri, il 17% dei bersaglieri, il che voleva dire una media di circa 400 giovani immessi nei singoli reggimenti di fanteria, 100 circa in ogni battaglione di bersaglieri e 80 in ogni reggimento di cavalleria (SO). Simbolica invece la loro presenza negli altri cor pi dell'esercito (Tab. 2). Tab. 2 - Incidenza dei volontari arruolati a Torino, secondo il Corpo di destinazione, sul totale degli effettivi al 31 maggio 1859 · -- - - -Volontari
Corpi
--·--1.200 6.947 702 989 ' 151
Granatieri Fanteria Cavalleria Bersaglieri Altro
% sul totale
effettivi
Effettivi
29,0 21,0 18,0 17,5 1,7
4.101 33.536 3.879 5.672 8.617
87,2
55.805
- - - · - ·-·
Totale
9.989
Fatta questa lunga ma indispensabile premessa, necessaria a collocare storicamente e «militarmente», nel contesto politico dell'Italia di quel periodo, il fenomeno del volontariato, e sotto(50) Queste percentuali risultano dai dati del Ministero della Guerra relativi ai volontari arruolati nei singoli corpi al 31 maggio (A.S.T., lv!inistero Guerra 1859, Statistica cit.) confrontati con quelli della situazione numerica della forza presente nei ranghi alla stessa data (La guerra del 1859 cit., pp. 965-966 cit.). Dal 31 maggio al 27 luglio, data nella quale la Commissione speciale di Torino chiuse gli arruolamenti, la situazione numerica variò di poche unità. Mondini (op. cit., p. 286) afferma invece che nei singoli reggimenti dell'esercito mobilitato furono immessi 300 volontari, per quanto riguarda la fanteria, e 160 per la cavalleria.
Il volontariato militare della seconda guerra d'indipendenza
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lineata in particolare l'importanza di quella consistente rappresentanza di italiani che scelsero di vestire la divisa sarda per combattere tutti insieme l'Austria, cerchiamo adesso di approfondire la nostra ricerca su questi uomini. Alla base del nostro lavoro ci sono i fondi del Ministero della Guerra, conservati nell'Archivio di Stato di Torino, che solo la competenza e la disponibilità della dottoressa Isa Ricci ci ha consentito di consultare perché non ancora ordinati, e pertanto, in una prima fase della ricerca, risultati introvabili. Sono le carte della Divisione Reclutamento (Sez. 3") comprendente un primo elenco di volontari arruolati tra il 13 gennaio e il 28 febbraio (51) dei quali abbiamo il nome e cognome, la città di provenienza, la data dell'autorizzazione all'arruolamen to e il Corpo cui furono inviati. Piuttosto alta tra costoro la media di coloro che, di fronte agli otto anni di «ferma», si rifiutarono di vestire la divisa o scomparvero. Il 18 febbraio intanto si era insediata a Torino la Commissione speciale per l'ammissione all'arruolamento volontario di giovani provenienti dal Canton Ticino. Questa Commissione, formata dal maggiore Questa (presidente), dal capitano dei carabinieri reali Massimi, e da un ufficiale con funzione di segretario, si riuniva quotidianamente stilando giorno per giorno l'elenco dei volontari ritenuti abili al servizio militare e dando di costoro, oltre ai dati precedentemente detti, anche l'età, la statura e il periodo di tempo per il quale si erano arruolati. I rapporti giornalieri della Commissione risultano suddivisi in due elenchi, il primo dei quali va dalla seduta del 18 febbraio a quella del 26 aprile; il secondo comprende invece i rapporti dal 27 aprile al 18 luglio. Va detto che la Commissione di Torino, che pure aveva arruolato quotidianamente centinaia di giovani nei mesi di marzo e aprile, vide sensibilmente decrescere il numero degli aspiran'ti fin dai primi di maggio, fino ad arrivare alle poche decine di arruolati tra giugno e luglio quando si sciolse. Del primo elenco esiste anche una rubrica intitolata « Elenco d'uomini provenienti dal Canton Ticino » che raccoglie per lettera alfabetica (non ordinata all'interno) tutti i volontari arruolati dal 13 gennaio al 26 aprile.
(51) Armolame11ti volontari di uomini provenienti dal Canton Ticino dal 13 gennaio al 28 febbraio 1859.
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Oltre ai ruoli matricolari, nell'Archivio di Stato di Torin o sono conservate lettere, circolari, avvisi alle questure, corrispondenza ordinaria legata agli spostamenti dei volontari, lettere di presentazione. Numerose le pratiche relative ad adolescenti fuggiti per andare ad arruolarsi e dei quali i genitori chiedevano, allegando certificati di nascita e certificati medici, il ritorno alla casa paterna. Parecchie anche le mogli che si rivolgevano al Ministero a Torino per lo stesso motivo (52). Assai utili per quan tificare l'inserimento dei volontari italiani nei Cor pi dell'esercito sardo sono i p rospetti, aggiornati quotidianamente, dal 24 febbraio al 17 maggio, e periodicamente da quella data al 27 luglio, quando a Torino vennero definitivamente chiu si gli arruolamenti. In queste tabelle compare il numero globale degli arruolati giorno per giorno o periodo per p eriodo e la loro dis tribuzione n ei diversi reggimenti (53). Notizie utili alla ricerca sono state trovate anche nell'Archivio di Stato di Genova, Fondo Prefettura italiana, Gabinetto. Sono gli Elenchi degli emigrati e volontari italiani ed altri individui venuti per arruolarsi al militare servizio nel regio esercito o in corpi speciali (54). Tra queste carte si conserva tutta la documentazione fra la Regia Intendenza di Levante e l'Intendenza generale della Divisione di Genova relativa al movimento dei volontari dal confine ligure verso Torino. Di estremo interesse risultano gli elenchi nominativi degli emigrati, completi di tutti i dati anagrafici comp reso il mestiere esercitato o la condizione sociale. Questi elenchi, raffrontati con quelli degli arruolati, ci hanno permesso di individuare la professione di tutti i volontari giunti nel Regno di Sardegna dalla Liguria. Premesso che l'acquisizione dei dati non è stata ancora com: pletata per la difficoltà di trovare l'età e la condizione sociale di tutti i volontari, si può tuttavia tentare un primo studio, utilizzando gli elementi già elaborati, per dare consistenza concreta a (52) A.S.T., Ministero Guerra 1859, categoria XVI, specialità n. 3, sezione 3•, Divisione reclutamento. Arruolamenti volontari in via straordinaria, pratica prima, seconda, ter1.a cit. (53) A.S.T., Ministero Guerra 1859, categoria XVI, specialità n. 3, Divisione reclutamento. Arruolamenti in via straordinaria. Statistica cit. (54) La busta 116 è divisa in quattro fascicoli corrispondenti ai mesi di febbtaìomarzo-aprile-maggio.
Il volontariato militare della seconda guerra d'indipendenza
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questi uomini, per ridare loro una patria d'origine, un'età, una posizione nella società. Dalle ricerche fin qui svolte si sono ricavate le provenienze per Stato preunitario, per regione, per zona, del 99,9% dei volontari, le età del 45% e le professioni del 28,6% di loro. Vediamo dunque da dove venivano questi giovani (Tab . 3): 4.250 volontari
Tab. 3 - Distribuzione dei volontari arruolati a Torino secondo lo Stato
di provenienza. Volontari Stato val. ass.
Lombardo-Veneto Parma Modena Toscana Stato pontificio Due Sicilie Sardegna Estero Non indicato To tale
4.250 1.404 1.201 1.523 1.131 20 123 11
43,9 14,5 12,4 15,7 11,7 0,2 0,3 1,2 0,1
9.692
100,0
29
I
---~-----I
~o
su 9.692 vengono dal Regno Lombardo-Veneto e rappresentano il 44% del totale, 1.523 dal Granducato di Toscana (15,7% ), 1.404 dal Ducato di Parma (14,5% ), 1.201 dal Ducato di Modena (12,4%), 1.131 dallo Stato Pontificio (11,7%). Segue, con appena lo 0,2%, rappresentato da un totale di 20 volontari, il Regno delle Due Sicilie. Una nota a parte meritano i 29 sudditi del re Vittorio Emanuele II che appaiono inopinatamente arruolati tra i volontari «esteri» (55). Non è chiaro come mai risultino in questi elenchi considerando che l'arruolamento volontario dei « regnicoli » era mantenuto separato dagli arruolamenti « in via
(55} Ci sono 14 piemontesi, 1 valdostano, 3 liguri e 11 tra nizzardi e savoiardi.
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Anna lvfaria Isastia
straordinaria » dei giovani provenienti dagli altri Stati italiani (56). Molti giunsero anche dall'estero. Erano per lo più italiani emigrati in Francia, in Svizzera, in Turchia o in Egitto ma, una trentina dei 123 che ne furono incorporati nell'esercito (pari al1'1,2% ), erano nativi dei più diversi paesi europei, dalla Spagna alla Russia. Da Parigi, Le Comité ltalien, collegato alla Società nazionale italiana, indirizzò a La Farina nel mese di maggio tre gruppi di volontari italiani per un totale presumibile di circa 150 persone (57). Nell'esercito regolare ne furono incorporati una cinquantina. Una parte degli altri preferirono forse l'immissione nei ruoli dei Cacciatori delle Alpi. Va sottolineato che da Parigi, all'atto della partenza, scrivevano che si trattava « di gente onesta, munita di passaporto regolare e certificati di buona condotta, e atta a portar le armi» (58). Altri 150 giovani circa arrivarono dalla colonia italiana di Costantinopoli, altri ancora da Alessandria d'Egitto (59), ma solo pochissimi risultano arruolati nell'esercito. Se passiamo, adesso, ad analizzare la consistenza dei volontari regione per regione vediamo che il 38 % (pari a 3.689) viene dalla Lombardia, il 33% (pari a 3.232) dall'Emilia Romagna e il 19% (1.847) dalla Toscana. Lombardia, Romagna e Toscana da sole assommano il 90,5 % di tutti i volontari. Segue il Veneto con 4,9% (471 uomini) e, con percentuali minime, Umbria, Friuli Venezia Giulia, Marche, Lazio, Trentino. Un'ulteriore precisazione ci viene dalla zona di provenienza dei volontari. I comuni sono stati suddivisi in agricoli, semi-urbani e di tipo urbano: considerando agricoli quelli in cui il centro principale non raggiungeva i 2.000 abitanti, semi-urbani quelli con un centro tra i 2.000 ed i 6.000 abitanti e di tipo urbano quelli con un centro di p iù di 6.000 abitanti. Siamo in grado di indicare la zona di provenienza di 9.550 volontari su 9.692 cioè del 98,5% ed i risultati ottenuti ci paiono decisamente interessanti. Il 13,9% (pari a 1.325 (56) Alla data del 15 aprile risultavano arruolati come volontad 249 « regn icoli » (La guerra del 1859 cit., doc. cit., pag. 136).
(57) Icalien à (58) (59)
A.S.T., Gabinetto Ministero Intemi 1859, cartella 29 cit. Le ttere del Comité Paris a G. La Farina del 5, 15, 22 maggio 1859. Lettera del 22 maggio cit. L. MoNDINI, op. cit., p. 280.
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uomini) dichiararono di provenire da comuni agricoli, spesso addirittura da frazioni o casali di poche decine di abitanti. Ed è questo un dato che va considerato per difetto, sicuramente non per . eccesso. Abbiamo infatti avuto la precisa sensazione, confrontando i dati ricavati dalla documentazione di Genova con quelli di Torino, che si tendesse a dare il nome di un centro vicino più importante quando si pr oveniva da qualche oscuro villaggio o comunque da una località sconosciuta in Piemonte. Sulla base delle dichiarazioni rese a Torino abbiamo, dunque, il 13,9% di volontari provenienti dalla campagna, il 13,1 % da comuni semi-urbani e il 73% da comuni di tipo urbano (Tab. 4).
Tab. 4 - Distribuzione dei volontari per Stato di provenienza secondo il tipo di comune.
Stati
- - -- - -- -~ -T_i_p_o _d_i~c-omune I totale semidi tipo I agnco . 1o 1
- -- - - - -·Lombardo-Veneto Parma Modena Toscana Stato pontificio Due Sicilie Sardegna Estero Totale
urbano
- - 1- -- -
urbano
j non indicato % (a)
%
val. ass.
1 - -- - '- - -- - -- ·- - - - -·
17,1 13,1 17,5 7,5 6,7 5,0 61,1 14,3
14,0 9,7 24,0 9,5 7,5 5,0 22,2 9,5
-·- - -
- ---
13,9
13,1
68,9 77 ,2 58,5 83,0 85,8 90,0 16,7 76,2
4.242 1.398 1.201 1.518 1. 131 20 18 21
73,0
9.549
I
100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0 100,0
I 1
0,2 0,4 0,0 0,3 0,0 0,0 37,9 82,9 1,5
(a) Percentuale calcolata sul totale dei volontari.
Se appare non sorprendente il fatto che molti volontari siano partiti dalle città e dalle capitali, dove esisteva tutto un movimento d'opinione filo piemontese e anti austriaco e dove era più facile la propaganda della Società nazionale, va sottolineato che più di un quarto degli uomini arrivarono dalle campagne lombarde, romagnole e toscane anche se, come vedremo meglio in seguito, non va dimenticata l'enorme sproporzione tra il nu-
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mero di abitanti delle campagne rispetto a quello degli abitanti dei centri urbani, naturalmente a favore dei primi. Abbiamo visto la provenienza dei volontari per Stato preunitario, per regione, per zona. Esaminiamo adesso la loro età. La conosciamo per il 45% dei giovani arruolati, vale a dire per 4.356 di loro. Di questi, 64 sono fuori, per difetto o per eccesso, dai limiti posti dalla legge sul reclutamento. Abbiamo infatti 8 adolescenti di 15 e 16 anni e 56 uomini tra i 27 ed i 33 anni (60). Più precisamente, raggruppando le età, vediamo che il 41,3% dei volontari si colloca tra i 18 e i 20 anni seguito dal 33,2 % dei giovani tra i 21 e i 23. Meno numerosi i 24-26enni col 20,5 % . Pochi i giovaniss.i mi ( 3 ,7 % ) e ancora meno i più maturi (1,3 % ). Considerando i dati Stato per Stato (Tab. 5) si nota subito che i più giovani sono i volontari provenienti dal ducato di Modena con il 50,1 % di 18-20enni (ci.fra di circa il 9% superiore alla media) e soltanto 1'11,5% di 24-26enni (9% inferiore alla media) seguiti dai sudditi della duchessa di Parma col 44,5% di 18-20enni contro il 16% di 24-26enni.
Tab. S - Distribuzione dei volontari secondo l'età per Stato di provenienza. Classi di età Stati
15-17 18-20
3,9 4,3 4,9 3,5 1,6 I
4,3 5,7
3,7
44,3 26,7 44,5 33,1 50,1 32,1 38,7 36,3 34,6 36,7 9,0 27,3 43,5 , 13,0 31,8 35,2
- oltre 27
va · ass.
1
%
età
'i'v
:_d(iac)._ medr'a
I
100,0 73,o 100,0 1 62,0 100,0 39,3 24,2 100,0 100,0 I 40,9 100,0 45,0 20,7 100,0 100,0 28,5
I
21,2 20,9 .
20,5 21,4 21,6 24,0 21 ,7 21,6
I
-
1
non
-i--~-J l·---I
24,5 0,6 I 1.148 2,1 16,0 534 11,5 1,4 729 20,0 . 1,5 I 1.154 1 25,5 1,6 669 63,7 11 39,2 1 23 27,3 88
-~r;·;-r~
I Totale
e
- - -- I- - - -·
- - - -- - - - LombardoVeneto Parma Modena Toscana Stato pontif. Due Sicilie Sardegna Estero
21-23 24-26
Totale
1.3 - - ~ .35: - __ 1_0_0,_~__ - _;5_,; - - 2- 1-,2-
1
1
(a) Percentuale calcolata sul tota le dei volontari.
(60) Questi 64 volontari furono arruolati tra marzo e aprile. Tre di loro furono però arruolati il 12 febbraio e altri 3 tra il 26 maggio e il 2 giugno in cavalleria.
Tl volontariato militare della seconda guen-(1 d'indipendenza
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- -- - - --
Diversa la posizione dei lombardi anch 'essi con una lar ga percentuale di 18-20enni (44,3%, del 3% superiore alla media), percentuale che scende al di sotto della media tra i 21-23enni (26,7% a fronte di una media del 33,2%) per r isalire tra i 2426enni (24,5% a fronte di una media del 20,5% ). Sensibilmente più alta la media delle età dei sudditi del papa e del granduca arruolatisi volontari. Tra i toscani abbiamo il 36,3% di 18-20enni (- 5%), il 38,7% di 21-23enni ( + 5,5%) e il 20% di 24-26enni; tra i sudditi del papa il 34,6% ha 18-20 anni (- 6,7%), il 36,7% ha 21-23 anni (+3,5%) e il 25,5% ha 24-26 anni ( + 5 % ). Piuttosto alta anche l'età dei volontari provenienti dall'estero, con una percentuale del 31,8% tra i 18-20enni, che sale al 35,2% tra i 21-23enni mantenendosi sensibilmente più alta della media anche tra i 24-26enn i (27,3% ). Irrilevanti i dati riguardanti i sudditi del Borbone dato l'esiguo numero degli stessi. La presenza massiccia di modenesi e lombardi tra i giovani in età di leva si può forse spiegare con le preoccupazioni sollevate dalle voci di una leva eccezionale da parte austriaca. Ad una maggiore consapevolezza politica riteniamo si possa invece riferire la prevalenza dei meno giovani tra i sudditi del papa, ancora i lombardi e i toscani. Se mettiamo a confronto le età per ]a zona di provenienza (T ab. 6) si può notare che sono i 20enni coloro che più numerosi si sono mossi dalle campagne, mentre la punta massima di cittadini si ha tra i 25enni con un aumento graduale che va dal 64,5%
Tab. 6 - Distribuzione dei volontari secondo l'età per tipo di connme di
provenienza. Classi di età
Tipi di comune
15-17
agricolo semi-agricolo urbano
4,0 3,9 3,9
,_ ____,_
val.
27
non indica to
18-20 21 -23 1 24-26 1 e % (a) oltre _ ass. _ __ _ __ ____ _ ___%_ ___ __
--Totale
Totale
3,9
43,7 45,9 43,6
30,7 32,1 37,l
20,2 17,4 13,9
1,4 0,7 1,5
698 591 2 .729
100,0 100,0 100,0
--4- - - - - --- -43,7
35,2
15,9
1,3
(a) lJercentuale calcolata sul totale dei volontari.
4.018
100,0
47,3 52,8 60,9
40
Anna lvfaria Isastia
di 20enni abitanti nelle zone urbane al 72% dei 25enni, per tornare ai minimi tra i 26enni (64,4%). Poco significative invece ci sembrano le differenze di percentuale per le zone rurali e semiurbane che non superano i cinque punti di oscillazione. Per finire intendiamo fare un breve cenno all'ultimo elemento, forse il più interessante, il mestiere esercitato dai volontari. C'è da dire che questo è anche, al momento, il dato più lacunoso. Abbiamo infatti soltanto le professioni di chi raggiunse Torino passando per Genova; mancano completamente quelle di tutti coloro che entrarono in Piemonte per altre strade. Pertanto abbiamo solo il 28,6% dei mestieri sul totale dei volontari. Se consideriamo però che le nostre informazioni sulle professioni si riferiscono, nella assoluta maggioranza, a giovani provenienti dalla Toscana, dall'Emilia e Romagna e da Mantova ci rendiamo conto che i dati in nostro possesso, sul totale dei volontari, diventano significativi per quanto riguarda queste zone. Diciamo per prima cosa che nelle nostre tabelle si ritrovano un po' tutti i mestieri e tutte le professioni. Al primo posto incontriamo gli artigiani, cui appartengono 950 volontari sui 2.767 interrogati e cioè il 34,3%. Seguono i commercianti, 478 pari al 17,3% ; gli operai 477, pari al 16,2%; i lavoratori dipendenti nel commercio e nei servizi 210, pari al 7,6%; gli studenti, 183, pari al 6,6%; i lavoratori nell'agricoltura 151, pari al 5,4%; i possidenti 141 pari al 5,1 % e, in misura, molto minore, professionisti, artisti ed impiegati. Tra gli artigiani i più numerosi sono i calzolai (ben noti a tutta la pubblicistica satirica sul Risorgimento), seguiti dai falegnami, dai tipografi, dai sarti, e dai fabbri. Scalpellini, muratori e imbiancatori predominano tra gli operai. Tra le altre categorie si distinguono scritturali, artisti, negozianti e commessi, vetturali, facchini, domestici. Quantità a parte, la gamma dei mestieri esercitati dai volontari è la più varia che si possa immaginare, allargandosi a ventaglio dalle più umili alle più lucrose attività. In sintesi sono questi i dati ricavati dagli elenchi, compilati quotidianamente dalle autorità liguri, sugli emigrati che furono poi arruolati a Torino. Tra le carte del Ministero della Guerra abbiamo però ritrovato un documento che ci può portare ad un utile raffronto con le precedenti cifre. Si tratta di una statistica sulle condizioni sociali dei 2.365 volontari arruolati da gennaio al 10 marzo (61). Mentre nel caso dei (61) A.S.T., Ministero Guerra 1859, categoria XVI, specialità 3, pratica terza.
Il volontariato militare della seconda guerra d'indipendenza
41
2.767, prima analizzati, si trattava di dati globali che si riferivano quasi completamente a toscani, parmensi, modenesi, mantovani e romagnoli, tra questi 2.365 balzano al primo posto i lombardi con 1.331 volontari, seguiti dai parmensi con 576 e dai modenesi con 408; seguono, molto distaccati, i toscani con 34 volontari e i romagnoli con 8 soltanto. Anche in questo caso i più numerosi risultano gli « addetti alle arti e ai mestieri ,, ossia gli artigiani e gli operai (che qui appaiono sotto un'unica voce con 1.037 volontari pari al 43,8%, percentuale questa inferiore di un 7 % circa alla precedente che raggiungeva il 50 ,5 O/ii). Impossibile operare un raffronto tra i dati elaborati da noi e la statistica del ministero per quanto riguarda i « laureati e studenti », 454, pari al 19,2%, e gli« esercenti professioni liberali», 409, pari al 17,3%. Possiamo invece confrontare le cifre della voce « proprietari » che risultano 264, pari all'll,1 % contro il 5,1 % dei precedenti, con una evidentissima differenza di oltre il 50% in più. Quasi nulla all'opposto la differenza per quanto riguarda i « contadini e braccianti» che risultano 143, cioè 6% contro il 5,4%. L'ultima voce della statistica ministeriale riguarda 58 « disertori, compresa la Guardia di Finanza >> e, in verità, dato il tipo di propaganda fatta dalla Società nazionale e le notizie ricavabili da lettere e dispacci, ci si sarebbe aspettati un numero più alto di disertori ( 62). Questi dati furono resi pubblici e riportati dalla stampa piemontese (63) con un'unica censura riguardante proprio i disertori che si trasformarono in « professioni incerte», per la comprensibile necessità del ministero di non far precipitare anzi tempo i rapporti con gli Stati confinanti con i quali era del resto già vivissima la polemica sul problema dei disertori di cui i secondi chiedevano la restituzione. Le cifre parziali del ministero sul totale dei volontari al 10 marzo e quelle globali nostre sugli emigrati venuti da alcune regioni d'Italia in particolare, ci mettono davanti a due realtà differenziate. Nella statistica compilata a Torino, poco meno della (62) Dagli elenchi di Genova risultano invece soltanto dieci militari disertori nell'arco di quattro mesi. Tenendo presente che la maggior parte di costoro dovrebbero essere sudd iti estensi e quindi dovrebbero aver scelto la Liguria per sconfinare, si deve pensare che le autorità liguri preferirono indicare la professione dei singoli piuttosto che la qualifica di disertore. Non si può escludere però che lo sconfinamento sia avvenuto in dire'l.ione di Piacenza da dove si penetrava direttamente in Piemonte. (63} Si vedano L'Opinione, ll Diritto, La Gazzetta del Popolo del 12 marzo 18.59.
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Anna lvfaria I sastia
metà degli arruolati è formata da studenti e laureati, proprietari ed esercenti professioni liberali; queste stesse categorie non raggiungono neanche il 20% negli elenchi dell'Archivio di Genova. C'è da tenere ben presente che non si tratta di dati omogenei e quindi validamente raffrontabili ed il nostro tentativo appare scientificamente improponibile. Basterebbe a provarlo · il non poter individuare in quale gruppo fossero stati collocati i commercianti ed i lavoratori dipendenti nel comme1~cio e nei servizi; forse tutti raccolti sotto la voce« arti e mestieri », forse divisi tra questa voce e le professioni liberali. Gli unici dati certi sono quelli relativi ai proprietari e ai contadini di cui abbiamo già detto. L'impressione globale è comunque quella di una sensibile differenza nella condizione sociale dei volontari giunti a Torino tra gennaio e marzo (che si può supporre fossero i più impegnati politicamente e quindi i più compromessi), soprattutto dalla Lombardia, e quella dei volontari giunti tra febbraio e maggio soprattutto dai Ducati, dal Granducato e dalle Legazioni pontificie: appartenenti a ceti sociali più abbienti i primi, meno elevati i secondi tra i quali prevalgono artigiani e operai. Riprendendo in mano i dati ricavati dagli elenchi di Genova, abbiamo voluto andare a fondo su quel 5,4% formato da lavoratori nell'agricoltura, poca cosa in proporzione alle cifre della popolazione contadina italiana, ma ugualmente interessante. Il 37% viene dal Granducato di Toscana (sono 56), il 17,9% dalla Romagna (27), il 16,6% dal Ducato di Parma (25), il 14,6% dal Regno Lombardo-Veneto (in realtà quei 22 contadini vengono tutti dal mantovano). Nel complesso i contadini (per lo più piccoli proprietari o fittavoli), sono il 45,03% e provengono per il 60% dalle province di Mantova e Parma; i braccianti sono il 43,71 % e provengono quasi per la metà da Ravenna e Livorno. Il restante 10% circa è formato da altri lavoratori dipendenti quali i risai e gli stallieri. E. interessante notare che la distribuzione dei lavoratori agricoli corrisponde a grandi linee ai dati che si ricavano dall'inchiesta Jacini sulle condizioni della classe contadina. Da sottolineare la situazione della provincia di Livorno che in percentuale ha dato il più alto numero di volontari e che, inoltre, con la più bassa popolazione contadina della Toscana (soltano 2.499 uomini, nella fascia d'età considerata per l'arruolamento, contro la media delle altre province dello Stato che va dalle 12.000 alle 40.000 unità) ha arruolato il più alto numero tra contadini, braccianti e
ll volontariato militare della seconda guerra d'indipendenza
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giornalieri rispetto a tutte le altre province considerate. Incuriositi da questo dato si è pensato di verificarlo sugli elenchi degli emigrati schedati a Genova, che non risultano essersi poi arruolati nell'esercito regolare sardo. Su un totale di 4.243 persone circa, 581 (il 13,6%) vengono dalla provincia di Livorno e di queste 48 (cioè I'8,2% ), sono br accianti, legnaioli e giornalieri. Dal confronto quindi esce confermato sia il dato sull'alta percentuale di livornesi che abbandonarono la loro città sia quello sul numero rilevante tra essi delle categor ie più disagiate (64).
Vediamo adesso come si distribuiscono, nei singoli Stati preunitari, le attività svolte dai volontari. Tra coloro che provengono dal Lombardo-Veneto abbiamo una prevalenza di artigiani e commercianti, seguiti dai possidenti e dagli studenti. Anche dal Ducato di Parma provengono molti artigiani e commercianti, seguiti da operai e studenti. Operai e artigiani in gran numero troviamo tra i modenesi insieme ai commercianti e agli studenti. Similare la stratificazione sociale tra i sudditi del granduca e gli abitanti delle Legazioni pontificie: moltissimi gli artigiani, numerosi i commercianti e gli operai, seguiti, in entrambi i casi, dai lavoratori dipendent i del commercio e dei servizi. Questa la distribuzione delle attività (Tab. 7) Stato per Stato, quale risulta dal nostro campionamento; distribuzione che ripropone l'effettiva realtà sociale dei diversi paesi come si può controllare anche da un altro dato. Dal Regno Lombardo-Veneto proviene il maggior numero di professionisti e possidenti, insieme a Modena che, oltre ai possidenti, ha il più alto numero di studenti e di operai. (64) A metà Ottocento la città di Livorno era molto piccola, limitata in pratica ai due attuali rioni di S. Marco e Venezia. Tutto intorno c'erano terreni coltivati. Le mancava anche un retroterra perché h provincia di Pisa giungeva quasi a ridosso della città portuale, con br.randi tenute dove andavano a lavorare anche i livornesi. È comprensibile allora che una città la cui economia era tutta concentrata sul commercio di transito del porto avesse comunque una parte della popolazione legata alla terra. Un discorso a parte andrebbe fatto per i «giornalieri» (tre di Livorno e uno di Parma) che abbiamo considerato lavoratori della terra a giornata tenendo presente fa nomenclatura riportata dall'Inchiesta }acini, ma che da altre fonti potrebbero apparire collegabili anche all'artigianato. Si veda al riguardo N ICOLA BADALONI, Democratici e socialisti livornesi nell'Ottocento, Roma, Ed. Riuniti, 1966, p . 93. Nella nota a piè pagina si parla di « giornatante » in riferimento ai sarti.
Anna .Maria Isastia
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Tab. 7 - Distribuzione dei volontari secondo le professioni e i mestieri per Stato di provenienza.
l I
I
I
Professioni e mestieri
LomStato Parma Modena Toscana bardo pontif. Veneto
I
Altti Stati
Totale j
I
I agricoltori artigiani operai commerciami servizi professionisti letterati militati impiegati possidenti studenti
6,3 36,0 14,6 20,3 3,7
6,0 28,0 5,2
25,0
I I I
I I
I I I
6,1 4,7 3,3 0,5 4,1 10,5 6,6
0,5 0,2 0,7 1,7 3,5 12,5
3,3 23,5 31,0 14,0 5,8 1,9 3,3 0,2 1,8 6,0 9,2
6,1 41,9 11,4 16,1 10,1 1,4 2,7 0,1 3,4 2,6 4,2
I
Totale
non indicati % (a}
val. ass. %
6,0 38,7 15,0 15,2 9,9 1,5 2,4 0,6 2,2 6,1 2,4
-
364
399
639
905
455
100,0
100,0
100,0
100,0
71,6
46,8
40,6
91,4
I
-
20,0 20,0
20,0
5,4 34,3 16,2 17,3 7,6 1,9
-
2,5
-
0,3 2,8 5,1 6,6
20,0
20,0
5
2.767
100,0
100,0
100,0
59,7
97,0
71,4
(a} .Percentuale calcolata sul totale dei volontari.
Il maggior numero di letterati, impiegati, commercianti, lavoratori dipendenti del commercio e dei servizi, artigiani e contadini proviene invece dal Granducato di Toscana. Anche l'analisi delle attività svolte, viste in rapporto alle età dei volontari, può darci utili indicazioni. Il 27% degli studenti ed il 16,5% degli operai hanno 18 anni, il 17% dei commercianti ed il 15% degli artigiani hanno 19 anni, il 20% dei lavoratori dipendenti del commercio e dei servizi è formato da uomini di 20 anni, il 18,5% dei possidenti e il 15% dei lavoratori dell'agricoltura è dato da 22enni, il 29% dei professionisti ed il 19% dei letterati è formato da uomini di 24 anni. Dopo aver analizzato i dati assoluti, relativi ai volontari arruolati nell'esercito di Vittorio Emanuele II vorremmo, da ultimo, confrontarli con altri più generali.
Il volontariato militare della seconda guerra d'indipendenza
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Cominciamo con quelli relativi alle leve operate presso i diversi eserciti. Nel Lombardo-Veneto erano sottoposti alla coscrizione i cittadini dai 18 ai 25 anni e il contingente annuo era in media di 13.000 uomini; i 4.250 volontari arruolati nell'esercito di Vittorio Emanuele II e provenienti da quello Stato rappresentavano quindi idealmente un terzo dei coscritti per l'Imperatore d'Austria. Questo dato ha però un valore puramente indicativo se teniamo presente che la maggioranza assoluta dei nostri volontari viene in realtà dalla sola Lombardia (3.689 su 4.250) e che anche la composizione sociale dei coscritti rispetto ai volontari risulterebbe presumibilmente diversa. Più pregnante e immediato il confronto tra il numero dei coscritti della città di Milano chiamati a servire nell'esercito austriaco nel 1858 e il numero dei milanesi arruolatisi sotto le bandiere sarde nel 1859: i primi erano stati 140 (65), i secondi furono 924. Più facilmente confrontabili appaiono i dati degli altri Stati. Nel Granducato di Toscana, a fronte dei mille uomini che rappresentavano la media della leva annuale, troviamo 1.523 volontari; cioè il 50% in più. Ancora più alto il divario nel Ducato di Parma tra i 1.404 volontari arruolati e il numero dei coscritti chiamati ogni anno sotto le armi, che era ordinariamente di soli 500 uomini (66). Leggermente inferiore, ma sempre alto, il rapporto coscritti-volontari nel ducato di Modena; i primi assommavano a circa 600 l'anno, i secondi furono 1.201, esattamente il doppio. Impossibile operare questo raffronto per lo Stato Pontificio dove il reclutamento si effettuava per ingaggio e irrilevante nel caso del Regno delle Due Sicilie dato l'esiguo numero dei volontari (67). Un confronto più ampio è quello che si può operare raffrontando le cifre dei volontari con quelle della popolazione maschile della stessa fascia d'età dei diversi Stati preunitari. A tale scopo si sono utilizzati gli elenchi della Commissione speciale di To(65) Il Piccolo Corriere d'Italia, 3 gennaio 1859. (66) Nel 1859 però il contingente di leva sall a 700 uomini come si può leggere su Il Piccolo Corriere d'Italia del 17 gennaio che si affrettò a pubblicare la notizia in questi termini: « Il giomo 7 fu pubblicata la leva, che chiama un contingente di 700 uomini, numero eccessivo, sia relativamente alla nostra popolazione, sia perché soli 13 soldati (sic) compiono in quest'anno il servizio». (67) I dati sono stati ricavati da CARLO .l\frzzACAPO, Stato militare dell'Italia, in Rivista militare, a. III (1858), voi. I, pp. 209-272 e da CESARE CESARI, Milizie estensi (1814-1859), in Memorie storiche militari, f. III (1914), p. 196.
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Anna Maria lsastia
rino e il Censimento generale della popolazione del 1861, non potendosi tenere conto dei precedenti censimenti fatti nei singoli Stati, in un arco di anni tra il 1853 e il 1857, per i criteri profondamente diversi che differenziavano gli uni dagli altri. È stata presa in considerazione la fascia d'età compresa tra i 17/18 anni ed i 25/26, che corrisponde ai limiti d'età previsti dalla legge sarda sul reclutamento e che riguarda il 98,5% dei volon tari. Inoltre si è calcolato il totale della popolazione maschile della stessa età, Stato per Stato, ricavan do le percentuali dai giovani di quella fascia d'età che furono arruolati nell'esercito sardo nei primi mesi del 1859. Volendo operare su dati omogenei, non si sono potute prendere in considerazione che quelle regioni che alla data del censimento facevano già parte del Regno d'Italia, tenendo anche conto della maggiore o minore significatività dei risultati che se ne potevano ricavare. Cominciamo la nostra analisi dalla Lombardia. La popolazione maschile di questa regione tra i 17 ed i 26 anni era, alla data considerata, di 258.429 unità; i volontari lombardi arruolati furono 3.689 e del 25% di loro conosciamo l'età. Prendendo in esame il numero dei volontari, nella fascia considerata, di cui possediamo i dati è possibile determinare con buona approssimazione il numero complessivo degli arruolati di quella fascia sul totale dei volontari lombardi di quella stessa età. Determinato il numero in 3.661 circa sui 3.689, se ne ricava che la percentuale degli arruolati sul totale della popÒlazione è dell'l,4%. Se però approfondiamo ulteriormente la nostra analisi, ci accorgiamo di un grosso divario fra i volontari provenienti dai centri urbani e dalle zone rurali. Mentre infatti il 78,33% della popolazione presa in esame abitava in comuni agricoli o semi urbani e solo il 21,67% nei centri urbani, dai secondi venne il 4,56% della gioventù contro lo 0,55% proveniente da zone rurali. Passando poi ad esaminare i dati delle singole province, si può notare che alla media regionale dell'l,4% si avvicinano molto Como e Cremona; Bergamo, Brescia, Pavia e Sondrio se ne distanziano per difetto mentre Mantova e Milano salgono al 2,2% circa. Una situazione abbastanza simile alla precedente la ritroviamo nel Granducato di Toscana, che abbiamo potuto considedare globalmente come Stato (68), a differenza della Lombardia (68) Ricordarsi che del Granducato non facevano parte le due regioni più a nord, la Lunigiana e la Garfagnana, unite invece al Ducato di Modena.
Il volontarùito militare della seconda guerra d'indipende/1'1.a_
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che era solo una regione del Lombardo-Veneto. Il totale della popolazione maschile tra i 17 ed i 26 anni era di 139.203 unità, i volontari 1.523 e del 76% di essi conosciamo l'età. Fatta una stima, possiamo affermare che 1.495 volontari circa sui 1.523 r ientrano nella fascia d'età considerata. Detto questo ne ricaviamo che l'l ,07% della popolazione del Granducato fu arruolata nelle file dell'esercito sardo. Anche in questo caso però abbiamo un evidentissimo divario tra l'apporto dei centri urbani e quello delle zone di campagna. La popolazione cittadina assommava a 28.876 e diede 1.260 volontari cioè il 4,36%; le campagne avevano 110.023 abitanti e diedero 258 volontari, vale a dire lo 0,23% . Da notare ancora che tutte le province diedero un apporto inferiore all'l % con la sola eccezione di Livorno che raggiunse il 5,7%. I sudditi della duchessa di Parma fu rono quelli che andarono ad arruolarsi nella proporzione più alta. Infatti su un totale di 40.920 giovani ben 1.404 furono gli arruolati provenienti da Parma e da Piacenza, pari al 3,35% del totale. Facendo riferimento alla fascia dei 18enni che maggiormente hanno contribuito, la percentuale sale al 6% circa. Anche qui lo scarto tra le due zone considerate è molto alto. Infatti su una popolazione urbana pari al 31,5% del totale e una popolazione rurale pari al 68,5% abbiamo un 8,5 % che viene arruolato sul totale della popolazione u rbana contro un 1,13 % sul totale della popolazione rurale. Passiamo adesso al vicino ducato di Modena. Il totale della popolazione delle tre province dava 48.798 uomini, gli arruolati fu rono 1.201; di questi, nella fascia d'età considerata, se ne possono stimare 1.183 (conosciamo l'età del 61 % dei volontari), il che dà una p ercentuale del 2,42 % di arruolati sul totale della popolazione. Anche in questo caso, se consideriamo la fascia dei diciottenni, la percentuale sale al 4,87% . Sensibili le differenze t ra le percentuali delle tre province che vanno da un minimo del 2,07% di Modena ad un massimo del 3,83 % di Massa e Carrara. Come per gli altri Stati, la differenza città-campagna si rivela alta. Il rapporto tra p opolazione urbana e popolazione rurale è pari al 18% per la prima contro 1'82% della seconda. Sempre rispetto alla equivalente fas cia d'età,. considerata abbiamo 1'8% della popolazione urbana che parte volontaria contro 1'1,25% della popolazione rurale. Dello Stato Pontificio abbiamo preso in considerazione soltanto l'Emilia e Romagna dato il numero irrilevante di volontari
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venuti dalle altre regioni dello Stato papale. Il totale della popolazione delle quattro Legazioni di Bologna, Ferrara, Ravenna e Forlì (sempre dai 17 ai 26 anni) era di 87.018 abitanti. Di questi se ne arruolarono a Torino 959, vale a dire 1'1,10% della popolazione, con un minimo dello 0,24% di Ferrara (un volontario ogni 400 giovani) e un massimo del 2,24%di Ravenna che pure era la provincia più lontana (9 volontari ogni 400 giovani). Le cifre che riguardano Ferrara, le più basse in assoluto rispetto a tutte le province prese in esame, si possono spiegare col fatto che si trattava di una città dotata di una importante for tezza occupata dagli austriaci; ma contro i 41 volontari ferraresi, ci sono i 555 mantovani, che provenivano anch'essi da una città fortificata sotto governo austriaco. L'enorme differenza potrebbe dipendere da una diversa penetrazione della propaganda della Società nazionale, ma anche la paura di ritrovarsi con una divisa austriaca addosso in una guarnigione lontana potrebbe avere avuto il suo peso per i mantovani, a differ enza dei ferraresi che rimanevano comunque sudditi del Papa.
Scrive Pieri che la guerra del 1859 fu una guerra singolare perché « essa appare come una guerra rivoluzionaria, sebbene sia combattuta [ ... ] da eserciti regolari a lunga ferma ... » (69). Se questa guerra fu sentita come rivoluzionaria questo lo si deve alla forza dei principi ideologici che influirono prepotentemente sia a determinarla sia a guidare il succedersi degli avvenimenti. Lo si deve però anche a quei diecimila volontari provenienti dalle più diverse regioni d'Italia che vollero essere assorbiti nell'esercito sardo spinti da quegli stessi principi che molto concretamente facevano sentire ai singoli che stava no maturando le premesse indispensabili ad una diversa collocazione dell'uomo nella società. Non a caso tra i volontari troviamo rappresentati un po' tutti i ceti sociali, ma sono le cosiddette classi emergenti quelle che hanno dato il contributo di presenze più alto.
(69) PIERO PIER!, La guerra del 1859, in Atti del XXXVIII Congresso di Storia del Risorgimento italiano (Iv1ilano, 28 maggio - 1 giugno 1959), Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1960, p. 240.
GIANRODOLFO ROTASSO
LA BAIONETTA NELLA STORIA DELLE GUERRE Con il progressivo affermarsi delle armi da fuoco, a favore delle quali si veniva modificando l'arte della guerra, anche la fanteria subì delle innovazioni, per adeguarsi alle nuove tecniche del combattimento. Già durante le t ravagliate guerre del Rinascimento fanti con archibugi e pesanti moschetti fecero la loro apparizione sui var i campi di battaglia , dove si cercò soprattutto di sfruttar e il potere di penetrazione dei proiettili contro le armature dei cava lieri. Ben presto i risultati furono sorprendenti: vedasi la battaglia di Pavia del 24 febbraio 1525 dove la cavalleria pesante di Francesco I venne annientata dagli archibugeri di Carlo V. Però queste nuove armi, per quanto foss ero m icidiali, quando restavano scariche potevano essere impiegate unicamente a mò di clava, ed era pertanto necessario proteggerle con le vecchie armi d'asta. In tal modo gli archibugeri furono impiegati m olto spesso insieme con i picchieri e col tempo sostituirono nelle formazioni ad « is trice » (1) i balestrieri, a umentandone la micidialità. In considerazione degli ottimi risultati ottenuti con l'impiego delle armi da fuoco , l'uso delle armi d'asta fu limitato alla protezione delle stesse, quando, giunti al corpo a corpo, non c'era p iù il tempo per ricaricarle. Si manifestò quindi la necessità di trasformare, all'occorrenza, l'archibugere in picchiere, e così, dopo vari tentativi, si trovò la soluzione dota ndo l'archibugere di u na daga con impu(1) Istrice. Denominazione data a formazioni svizzere del sec. XIV. Gli svizzeri, infarti, dovendosi djfendere dalla cavalleria imperiale, neJ1a lorn lotta per l'indipendenza contro l'Austria, avevano adottato uno schieramento in densa falange, con soldati muniti di lunghe alabarde, in modo che sporgevano dalla fronte dcj lo schieramento le armi di parecchie file, formando una selva di punte.
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Gianrodolfo Rotasso
gnatura in legno duro, di forma tronco-conica, che si potesse infilare come un tappo nella canna dell'arma da fuoco. Verso la guardia, ossia alla base maggiore del cono, presentava un rigonfiamento piriforme, o più comunemente sferico, per evitare che si incastrasse troppo nella canna e favorendo nel contempo la presa per una migliore estrazione della daga dalla canna stessa. L'archibugio con la daga inastata si trasformava, per l'occasione, in picca. Nacque così la baionetta, complemento dell'arma da fuoco che ne fa da supporto; il nome sembra derivare dalla città francese di Bayonne dove si costruivano da tempo tali daghe per uso venatorio chiamate per l'appunto « bayonnette ». Sembra anche che il primo corpo militare ad impiegare queste baionette a « tappo » sia stato il Reggimento Reale francese di fucilieri verso la metà del XVII secolo. La soluzione però si dimostrò in alcune occasioni poco funzionale e causò, ad esempio, l'insuccesso, a Killienhranchie (2) nel 1689, delle truppe inglesi sopraffatte mentre, al momento di far fuoco, persero del tempo per togliere le baionette. Perciò successivamente si studiò il sistema di fissare le daghe di fianco alla canna, tramite degli anelli. Ma anche tale espediente 11011 ebbe successo; si pensò allora di modificare le daghe provviste di anello di guardia trasformando l'anello in un corto manicotto da infilare all'esterno della canna del fucile, ma la lama, troppo vicina alla canna, rendeva difficile e pericolosa l'operazione di ricarica. Fu in Francia che si arrivò ad una efficiente soluzione con il Vauban, il geniale costruttore di fortezze, soluzione che con alcune varianti resterà in uso fino ai nostri giorni. (Altre autorevoli fonti accreditano l'idea al generale Hugh Machay, lo sconfitto di Killienhranckie). Si costruirono così delle baionette provviste di un manicotto unito al tallone della lama tramite un braccio di sostegno che le dis tanziava dall'asse della canna per facilitare le operazioni di caricamento. (2) Killienhrankie. Località della Scozia nella contea di Perth, dove il 27 luglio 1689 le milizie irregolari scozzesi di Dundee, furono attaccate da truppe regolari al comando dell'inglese Mackay. Quest'ultimo venne sconfitto e riuscì a stento a salvarsi con pochi dei suoi.
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Poi, per fissare l'arma alla canna del fucile, venne praticato nella parte inferiore del manicotto un taglio angolato entro cui andava ad incastrarsi un blocchetto di arresto che poteva essere anche il mirino. (In Inghilterra si tentò di adottare un manicotto elastico in lamiera di acciaio, ma non ebbe lunga vita). In questo modo si poté finalmente sparare e ricaricare il fucile senza togliere la baionetta alla quale, dato l'ingegnoso innesto, era stata tolta l'impugnatura. Quindi, non potendo più essere usata come daga, la larga lama affilata sopravvisse solo in modelli elaborati per truppe speciali, sostituita da cuspidi a sezione triangolare, con o senza sguscio, simili ai ferri delle vecchie picche e più maneggevoli, inastati sui fucili All'inizio del XVIII secolo buona parte degli eserciti europei aveva dotato i fucili con baionetta alla « Vauban ». L'istrice, con le sue scintillanti ed aggressive armi d'asta, stava scomparendo. Già verso la fine del XVII secolo, infatti, l'impiego in massa delle armi da fuoco aveva suscitato l'interesse di vari condottieri. Le nuove tecniche di combattimento ebbero subito clamorose affermazioni, come, ad esempio, a Fleurus nel 1690 (3) dove alcuni battaglioni di moschettieri tedeschi si opposero con successo alla cavalleria francese. Sempre nel 1690 Catinat (4) prima di invadere la Savoia abbandonò le picche a favore degli archibugi. Ma la picca sopravviverà ancora per t u tto il 700 e l'inizio dell'800 come insegna di comando (ad esempio la sergentina) (5) o come arma di rappresentanza presso i vari palazzi reali e signorili, ingentilendosi nella forma. Con l'epopea napoleonica i campi di battaglia furono dominati da « irte siepi » di baionette saldamente inastate su eccellenti fucili. (3) Fleurus. Città del Belgio, presso la $ambre. Il 1° luglio 1690 i francesi comandati dal conte di Luxembourg vinsero gli alleati della Lega di Augsburg (Augusta), comandati dal principe di Waldeck, in detta località. (4) CATJNAT (Nicola di). Generale Francese (1637-1712). Nel 1690 vinse la battaglia deUa Steffarda. (5) Sergentina. Arma in asta con il ferro il più delle volte a forma di piccola alabarda incisa o ageminata; il tutto misura circa due metri. Fu usata da ufficiali e sottufficiali di fanteria come simbolo di grado nei sec. XVII e XVIII: la si troverà ancora in uso all'inizio del XIX secolo come arma di rappresentanza presso le guardie di palazzo.
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E così tra una guerra e l'altra si apportarono continue migliorie alla nuova arma bianca. Il fissaggio del manicotto alla canna subì parecchie modifiche già iniziate alla metà del '700. Tra i vari modelli, quello a ghiera fu il più usato (es. mod. 1777 francese diventato famoso più tardi come « anno IX ») e lo . si troverà ancora su baionette del nostro secolo. Al posto della ghiera per trattenere il blocchetto d'arresto, fu usata anche una molla a lamina fissata al manicotto, ma non ebbe lungo uso probabilmente per la fragilità della stessa (es. mod. 1795 inglese in dotazione alla East India Company). Quasi simile fu un modello danese dove la molla terminava con grandi alette e recava un foro per la presa del blocchetto d'arresto. Altro sistema abbastanza funzionale fu ottenuto incastrando un risalto del bordo del manicotto a una molla con dente di ritegno, fissata alla canna (es . mod. 1809 prussiano). Gli Austriaci utilizzarono un modello sempre con la molla fissata alla canna ma il dente di ritegno fuoriusciva da una fessura del manicotto e quindi ne arrestava il bordo. Interessante fu anche il modello svedese dove il manicotto veniva fissato alla canna con una vite ad alette. Nella metà dell'800, in alcune carabine del centro Europa, il manicotto fu saldato alla volata della canna e sostituito sulla lama da un codolo munito di dent~ d'arresto elastico. La baionetta veniva inastata infilando il codolo nel manicotto e trattenuta a questo dal dente d'arresto (es. mod. 1851 svizzero). Attraverso continue modifiche si pervenne agli ultimi modelli a pulsante usati per il fucile russo Mosin Nagant mod. 1930 e per l'inglese Enfìeld nr. 4 mark. 1. Addirittura nel secondo dopo guerra il Belgio doterà un fucile automatico destinato all'esportazione con una rudimentale baionetta a manicotto ancora in uso in alcuni stati europei ed africani. Il soldato del primo '800, oltre alla baionetta, era dotato di una corta sciabola che si era sostituita alla spada, utilissima nei corpo a corpo; però col continuo perfezionarsi delle armi da fuoco veniva limitandosi anche il suo uso. Si cercò allora di trasformarla in baionetta creando in tal modo un'arma bivalente, ossia la sciabola-baionetta.
La baionella nella storia delle g11erre
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Ad alcuni corpi speciali che per loro funzione non dovevano essere impiegati in combattimenti ravvicinati, si lasciò p eraltro la vecchia daga o la spada seicen tesca sostituendo l'impugnatura con l'innesto alla Vauban, modificato in modo che esso stesso fungesse da impugnatura (es . mod. 1795 per reparti« Volontari» dell'esercito inglese) o nel cui manicotto se ne potesse inserire una. Questo adattamento sperimentale ebbe buona riuscita già verso la fine del '700 con un incastro a T praticato nell'impugnatura, in cui era inserito un dente di ritegno azionato da un pulsante a molla a lamina. Sulla canna del fucile venne saldata una lamina a T che si incastrava nella impugnatura e trattenuta a questa dal dente di ritegno (es. mod. 1795 austriaca « hirschfanger »). Fu un sistema abbastanza usato in tutta Europa che conseguì una serie di interessanti baionette come quelle italiane per la carabina da bersagliere e per il moschetto d'artiglieria. Più tardi, in certi modelli, per ottenere un migliore fiss aggio, si aggiunse all'elsa u n corto manicotto in cui si infilava il vivo di volata della canna (es. mod. 1862 p er artiglieria del Wi.irttemberg). La sciabola veniva inastata leggermente divaricata di piatto rispetto all'asse della canna p er agevolare le operazioni di caricamento. Tale sistema fu reso più pratico spostando l'incastro a T sulla costola dell'impugnatura ed il manìcotto sull'elsa superiore della guardia. La lama fu leggermente divaricata di taglio rispetto all'asse della canna (es. mod. 1842 fra ncese e mod. 1848 belga per carabina). Con l'apporto di questi successivi miglioramenti la baionetta aveva raggiunto il massimo della funzionalità e cominciò ad essere ànche un elegante complemento dell'uniforme. Si crearono impugnature in bronzo, in corno, in legno pregiato con finiture in ottone oppure in pelle lavorata. La foggia d elle lame fu svar iata: dalla orientaleggiante yatagan alla lanceolata, ricordo del passato. Furono inastate addirittura vere e proprie sciabole (es. mod. 1858 francese da dragone). Anche la daga-sega in dotazione a reparti speciali del genio finì per essere inastata sui moschetti (es. mod. 1865 prussiano).
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Ad alcuni reparti di marina che avevano in dotazione la doppietta fu data una sciabola-baionetta con innesto idoneo a ricevere le canne giustapposte (es. mod. 1866 francese). Anche il ·s istema di ritegno subì alcune variazioni: la molla a lamina del bullone a pressione scomparve sostituita da quella a spirale prima esterna poi interna (es. mod. 1873 e 1886 austriache). Nacquero nuovi incastri: degno di nota il mod. 1886 francese, dove la parte terminale dell'impugnatura arrotondata alloggiava in un apposito alveolo ricavato sulla fascetta della cassa del fucile ed il pulsante d'arresto, spostato all'elsa, impegnava con il dente un risalto posto sulla canne. Ma le antiche baionette alla Vauban, di cui gli eserciti più ricchi già dalla prima metà dell'800 avevano iniziato la sostituzione, continueranno ad esistere, anche dopo la scomparsa dei vecchi fucili trasformati a retrocarica, di fianco alla vasta serie di baionette immanicate e daranno origine a nuovi modelli, tra cui oggetto di curiosità il mod. 1873 per il fucile americano Springfield con la lama a « cazzuola ». Verso la fine dell'800, la baionetta cominciò ad essere inastata dalla parte opposta al mirino e, per quelle immanicate, l'incastro fu spostato dalla canna alla prima fascetta del fucile. La si era inastata in questa posizione anche in vecchie carabine ad avancarica, generalmente sprovviste di bacchetta di caricamento che veniva portata il più delle volte a fianco del fodero della baionetta (es. mod. 1807 « jagerstutzen » austriaco). Con l'adozione della retrocarica, la bacchetta mantenne la sola funzione nettatoia e non essendo più necessario tenerla prontamente impiegabile, si poté inserirle davanti la baionetta; per estrarla occorreva quindi togliere prima la baionetta ( es. mod. 1891 italiano). In vari modelli di fucili Springfield, dal 1880 la bacchetta, irrobustita ed appuntita, si trasformò per l'appunto in « baionetta a bacchetta». Era tenuta inastata fuoriuscente dall'alloggiamento della cassa con un particolare fermo a pulsante. Già circa mezzo secolo prima, d'altronde, con le carabine Hall mod. 1833 e 1837 a retrocarica, era stato usato un sistema analogo e ad un sistema quasi analogo si ritornò per i fucili francesi M.A.S. mod. 1936 e tedeschi F.G. 1942 nei quali la lama a
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sezione cruciforme, quando non serviva, veniva infilata capovolta sotto la canna. Anche la carabina Vetterli della cavalleria italiana alloggiava la lama della baionetta, con innesto alla Vauban, nella cassa; miglioria apportata al vecchio sistema austriaco « Gorla-Crespi » mod. 1771, dove la lunga lama veniva -tenuta all'esterno della cassa e solo la punta era accolta in apposito ritegno metallico situato davanti al ponticello del grilletto. A cavallo del secolo furono costruite per reparti di cavalleria delle baionette con lama a cuspide di varie sezioni, ripiegabili, fis sate alla canna nelle due posizioni con un par ticolare incastro azionato a leva o a pulsante che, ad arma disinastata, andava ad alloggiare in una scanalatura della cassa della carabina (es. mod. 1891 italiano). Sistema ancora in uso ai nostri giorni, con leggere modifiche, specie nelle armi del Patto di Varsavia (es. carabi na russa Simonov). Fin dal XVIII secolo si costruirono anche pistole e tromboni con baionette a stiletto ripiegabili, alcune delle quali azionate a scatto da una molla: armi ricercate soprattutto per la difesa personale. Durante la Grande Guerra furono apportate delle modifiche sostanziali soprattutto alle lame che, dai tempi delle battaglie della Cernaia, di Sadowa e di Sedan, erano in prevalenza molto lunghe e di fogge svariate, a discapito spesso della funzionalità. Con la guerra di trincea le baionette lunghe, infatti, nonostante l'aspetto aggressivo, si dimostrarono di poca utilità. Si rimediò all'inconveniente accorciando la lama e spesso con lo spezzone della punta si costruirono rudimentali baionette « ersatz » e pugnali per truppe d'assalto. Già dopo la guerra franco-prussiana, comunque, i tedeschi avevano dotato alcuni reparti di un pugnale-baionetta, seguiti in ciò dagli austriaci, poiché l'uso della baionetta come sciabola stava diventando sempre più limitato. Si iniziò così una nuova serie di baionette a pugnale che avevano fatto la loro comparsa sperimentale verso la prima metà dell'800 con le carabine inglesi Baker e poi con i « Dahlgren Bowie » per i fucili mod. 1861 della marina americana. Con l'inizio del nostro secolo, nonostante la grande evoluzione delle armi da fuoco dopo la scoperta della polvere « bianca », la baionetta non perse la sua funzione e lo possono testimoniare i sanguinosi assalti all'arma bianca della guerra 1914-18.
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Girmrodolfo Rotasso
La tattica d'impiego delle unità di fanteria era rimasta di stile ottocentesco quasi a dispetto delle armi automatiche. · Tra i due conflitti m ondiali la baionetta continuerà ad avere la sua importanza tanto da essere subito data in dotazione alle nascenti armi automatiche individuali. La Germania, come sempre, fu la maggiore costruttrice e fornitrice di lame anche negli anni della crisi repubblicana post-bellica durante la quale, grazie ad una astuta politica, fece sopravvivere le sue acciaierie invadendo il mercato internazionale con una vastissima serie di modelli, dai più elaborati a lama cesellata agli economici ersatz. In tutti i tempi, per motivi economici, si cercò costantemente di recuperar e vecchie lame immanicandole con incastri di nuovo modello. Questo avvenne soprattutto durante la Grande Guerra, dove si arrivò a costruire grezze lame con attacch i rudimentali (es . ersatz per Mannlicher austriaco mod. 1895 ed italiano mod. 1891). Anche per i foderi si fece altrettanto, specialmente con la nascita dei pugnali-baionetta. Tutti i vecchi foderi in cuoio o in lamiera di acciaio ancora in buone condizioni vennero infatti accorciati per essere adattati alle nuove lame. I sistemi di sospen sione del fodero furono diversi: dalla caratteristica borsa di cuoio a varie fogge usata fino ai nostri giorni e ancora per motivi economici trasformata in tela di canapa; ai ganci metallici incernierati al fodero da infilare in appositi occh ielli del cinturone (sistema americano). Nella seconda guerra mondiale la baionetta ebbe in prevalenza il ruolo di pugnale, ad eccezione di quelle a «machete» da giungla. I modelli a lama lunga superstiti del 1918 saranno accorciati nei p rimi anni di guerra (es. mod. 1905 americano). Probabilmente si era tentato di sfruttare ancora la lunghezza della lama per intimorire il nemico o per dar carica emotiva a chi la portava. Con il secondo dopo guerra la baionetta perderà ogni sua eleganza e diventerà un rozzo pugnale con impugnatura di cuoio o di plastica e spesso u tile a vari servizi, come il mod. KCB 70 tedesco. La lama con la costola dentata diventa una sega ed incastrata ad un perno di acciaio posto sul lato del puntale del fodero può essere usata come tranciafili.
La baionetta nella storia delle guerre
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L'impugnatura ed il fo dero sono in materiale isolante, la piastra del puntale term ina a cacciavite. Sempre i tedeschi, durante la secon da guerra mondiale, avevano del resto già sperimentato un pugnale a baionetta a molteplici impieghi per il Kar . 98 k . L'impugnatura conteneva un utens ile es traibile composto da una serie di attrezzi, dal cacciavite al cavatappi. Il modello ven ne ricostruito quasi uguale per il fucile d 'assalto americano AR 10 in dotazione all'esercito sudanese. Attualmente si può presagire che la baionetta sarà destinata a r imanere ancora per parecchi anni in dotazione ai vari eserciti, se non altro, come coltello « tattico » .
BIBLIO GRAFIA Bayonets of the World - Paul Kiesling - Military Collectors Service, F. van Geldcr, Lingedijk 29, Kedikem, Holland. The German Bayonct - John Walter - Arms and Armour Press, 2-6 lfampstead High Stree t, London N\'v'3 lPR. Baionet te - Frederick J. Stephens - Erman no Albertelli Editore. Armi e Eserciti nella Storia Universale - MCMLXV[ - Editrice Internazionale << Arti e Scienze » Casa Edi trice A. Salani. Le fotografie sono state effettuate presso : -
il 1vluseo Nazionale Militare e d 'Arte di Castel S. Angelo - Roma;
-
Collezioni privare.
L'autore desidera ri12graziare il Sig. Cesare Calamandrei, redattore della rivista Diana Armi, per il prezioso aiuto /ornito[!.li. Mar. Magg. f. alp.
GIANRODOLFO R OTASSO
(Consulente per le armi antiche e moderne al Museo Nazionale Militare e d 'Arte d i Castel S. Angelo)
TRE SECOLI DI BAIONETTE
1700~
L;~.,,._
1800~ . - , ,
Il~
-·
_
1900
J
i ~
NOMENCLATURA
bullone a pressione del dente d i ritegno bullone di fissaggio delle guancette al codolo della lama
baionetta tedesca mod. 1898 per fucile " Ma usec"
o -
bocchetta
A _ fermo l?er la y¡ sospensione del fodero
Sguscio - --tt11 (stozzatura) dorso filo _ _ _ _
1,1
borsa porta fodero
corpo de. fodero
falso filo
- pu ntale
p\lnta _ _ _
Sezioni di lame
EVOLUZIONE DELLA BAIONETTA
= Baionetta a "tappo"
Tentativo di baionetra con anelli
~
T,o<,ii,o di b,io
con manicotto
con incastro sul manicotto
con manicotto elastico
con ghiera di fissaggio
con molla di fissaggio
con risalto al bordo del manicotto
mod. 1851 sviz,.ero
mod. 1930 russo
di
r 3~r<...;
mod. nr. 4 mark 1 inglese
~----=-c::::-===3>
{i:
mod. 1795 per " Volontari" inglesi
mod. con
impugnatura innestabile
~~r:::=-=:::.==--===--==--==--===-mod. 1795 austriaco
mod . 1862 wiirttemberghese
mod. 1842 francese
5 mod. 1848 belga
>
1865 prussiano
::==::------ ->---;:.:;>-r..m=L=~~
~
mod. 1866 francese
e
=-t """'¡
1886 '"'"""
mod. 1873 americano
mod. 1880 americano t;.
• .,.
mod . 1942 tedesco
~
.
mod. 1891 italiano
~ mod. 1861 americano
~
'(
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l
> mod. "ersatz" 1895 austriaco
:,
~
mod. "ersatz" 1891 italiano
Cc9z
~,od. 1905/43 americano
mod. KCB 70 tedesco
ç¾:Q1
~
> .,c..
mod sperimentale ~ t edesc~ per. Kar. 98k
cecoslovacco
I
italiano
americano
americano
prussiano francese
serbo finlandese
Baionetta a «tappo» della fine del XVII sec. La numero «uno», se così la si può definire, di tutta la lunga serie di baionette ad arrivare ai nostri giorni.
La baionetta alla ÂŤ Vauban >> che permise di caricare e sparare senza essere tolta dal fucile.
Baioncua a doppio manicotto per doppietta militare della metĂ '800.
Tre classiche baionette Prussiane. La prima da sinistra è il mod. 1871 per fucile Mauser da fanteria; quella al centro è il mod. 1865 per carabina Drcyse da cacciatore modificata per la carabina Mauser mod. 1871; ultima a destra è il mod. 1865 per moschctco Dreyse da geniere modificata per il moschetto Mauscr mod. 1871.
Panoplia d i eleganti baionette ottocentesce con impugnatura in ottone e lame di varie fogge. Da sinistra: prussiana per fucile Mauser mod. 1871, napoletana per carabina da cacciatore mod. 1849, francese per carabina da cacciacorc mod. 1842, prussiana per moschetto da geniere mod. 1871, papalina per fucile Remington mod. 1868, francese per fucile Chassepot mod. 1866 ed italiana per fucile Vettedi mod . 1870.
Baionetta inglese per moschetto d'artiglieria Martini-Henry mod. 1879. L'uso di questa vera e propria sciabola con il dorso a sega come baionetta lascia un po' a pensare.
Baionetta svizzera « Hirschfanger » per « Jagerbiichse ». Ha tutte le sembian~e di una antica spada.
Baionetta francese per fucile Chassepot mod. 1866. La lama a « Yatagan » introdotta in Francia dall'Oriente negli anni '40 si diffuse in breve in quasi tutta Europa.
La caratteristica ÂŤ shashka Âť cosacca con il fodero predisposto di attacchi per il trasporto della baionetta per il fucile Mosin-Nagant mod. 1891.
Baionetta francese per fucile Lebel mod. 1886/ 15 (la famosa Rosalie) usata durante le due Grandi Guerre, con il suo fodero in lamiera di acciaio e la borsa porta fodero 111 CUOIO.
Moschetto italiano Verterli mod. 1870 per carabinieri con la baionecra a manicotto a lama alloggiata nella cassa. Carabina italiana Jvfo nnlicher-Ca rcano mocl. lungo la cassa.
189 1/38 per cavalleria a lama ripiegata
Baionetta « Ersatz » austriaca per fucile Mannlicher mod. 1895 con rudimentale fodero in lamiera di ferro. Pugnale italiano da ardito ricavato da uno spezzone di lama di baionetta per fucile Vetterli mod. 18ì0. Il fodero è ricavato utilizzando uno spezzone di fodero della stessa baionetta.
L'interessante serie delle baionette d'ordinanza immanicate con i vari tipi di foderi per i famosi fucili italiani rnod. 1891. Da sinistra: 1) 1891/38 a lama ripiegabile; 2) 1891/38 a lama ripiegabile con dente d'anesto per l'innesto azionato a leva; 3) 1891 con impugnatura in ottone in origine verniciata <li nero; 4) la classica 1891; 5) 1891 per T.S.; 6) 1891/41; ì) 1891 per T.S. con impugnatura in ottone in origine verniciata di nero; 8) 1891/38 di transizione con lama fissa; 9) 1891/38 a lama fissa.
Il raro kindjal-baionetta per fucile Mauser mod. 1898/32 deJia guardia reale di Alessandro I di Serbia.
Bella panoplia di baionette del periodo tra le ÂŤ due Grandi GuerreÂť. Da sinistra: 1) polacca per fucile Mauser; 2) giapponese per fucile Arisaka; 3) cecoslovacca per fucile Mauser; 4) americana per fucile Enfield; 5) iugoslava per fucile M.auser; 6) ungherese per fucile Mannlichcr; 7) abissina per fucile Mauser; 8) inglese per fucile Enfidd; 9) olandese per fucile Mannllcher; 10) americana per fucile Springfield; ll.) tedesca per fucile Mauser.
ÂŤ L'attrczzo-baionccra Âť per il fucile d'assalto rnsso Av tomat Kalasnikov.
DORELLO FERRARI
IL PIANO SEGRETO DI BALBO Alle 17,30 del 28 giugno 1940 l'aereo di Italo Balbo fu abbattuto per errore dalla contraerea italiana nel cielo di Tobruk. Balbo portò nella tomba il segreto di un piano per l'invasione dell'Egitto e la conquista del canale di Suez cui aveva accennato varie volte e che sembrava sicuro di poter eseguire « al momento opportuno>>. Il · successore nel comando, Rodolfo Graziani, appena giunto in Libia, chiese al capo di stato maggiore di Balbo, Generale Tellera, quale fosse il piano offensivo verso l'Egitto che Balbo aveva ripetutamente affermato di aver studiato. Tellera gli rispose che « nessun piano esisteva e che si trattava solo di idee che il maresciallo Balbo nutriva, tuttavia mai precisate esattamente. Ad ogni modo, secondo il Tellera, non attuabili per mancanza di mezzi adeguati » (R. Graziani « Africa Settentrionale» - ed. Danesi 1948). A oltre quarant'anni dalla morte di Balbo il mistero non sembra ancora chiarito: tutti gli storici accennano al piano offensivo. Alcuni lo riducono a « propositi offensivi », altri parlano di « velleità offensive». Ma Balbo non era soltanto uno dei quadrumviri della marcia su Roma, non era un fatuo gerarchetto fascista. Come ministro dell'Aeronautica aveva dimostrato di possedere notevoli doti organizzative, dal gennaio 1934 era Governatore della Libia e dall'aprile 1937 comandante superiore delle forze armate in Africa Settentrionale. Come ha scritto Giorgio Rochat « il provvedimento implicava il riconoscimento da parte dell'esercito e della marina della piena validità del suo grado di maresciallo dell'aria» (G. Rochat « Italo Balbo aviatore e ministro» - Italo Bovolenta editore 1979). Aveva dunque delle responsabilità ben precise e sarebbe stato inconcepibile (anche per l'ambiente dirigente italiano dell'epoca, tanto facilone ed esaltato) che Balbo avesse potuto ripetutamente parlare di piani offensivi, e proprio con gli uomini che dovevano esaminare tali
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Dorella Ferrari
piani, come i capi di stato maggiore, senza che ci fosse qualcosa di più consistente di semplici propositi o velleità. Infatti i progetti offensivi di Balbo hanno lasciato ampia traccia nei fondi di archivio. In gran parte sono raccolti, fra l'altro, nel primo dei ventotto volumi di documenti allegati al cosiddetto memoriale Graziani a Mussolini. Dopo la sconfitta dell'inverno '40-'41 in Africa settentrionale, il grande ammiraglio Thaon de Revel era stato incaricato di svolgere una inchiesta sugli avvenimenti e sull'azione di Graziani: questi preparò un documentato memoriale che inoltrò alla segreteria del Duce nell'agosto 1942. La nomina di Balbo a comandante superiore delle FF.AA. in Libia rientrava in un criterio già adottato in Italia: la riunione nella medesima persona delle responsabilità politiche e tecniche. I governatori coloniali erano anche comandanti delle forze dislocate sui territori da loro amministrati. In teoria, il criterio avrebbe dovuto rafforzare l'unità di comando; in pratica accadeva il contrario poiché si sconvolgevano e si complicavano le competenze e le dipendenze. Basti riflettere che il ministro delle colonie - si chiamava dell'Africa italiana - da cui i governatori dipendevano, poteva intromettersi nelle questioni militari. Più grave la cosa diventava al centro, dove il ministro delle forze armate, Mussolini, poteva scavalcare in materia operativa il capo di stato maggiore generale, dando ordini direttamente ai capi di stato maggiore delle tre forze armate che erano contemporaneamente sottosegretari. Come in ogni organizzazione, anche nelle forze armate è necessario che le linee di dipendenza o di comando passino attraverso persone distinte, senza pretendere impossibili sdoppiamenti di personalità: per esempio l'organigramma, come si direbbe oggi, politico-amministrativo, non deve intersecare quello tecnicooperativo, a pena di complicare terribilmente l'azione di comando con inevitabili interferenze. Tanto più quando ai posti di responsabilità c'erano personalità dello stampo di Mussolini, Badoglio, il Duca d'Aosta, Balbo. Nella primavera del '37, dunque, Balbo ebbe il comando militare in Libia e, subito dopo, lo stato maggiore prese alcuni provvedimenti per potenziare la colonia. Il vecchio Regio Corpo delle truppe libiche rimase in qualche modo autonomo rispetto all'esercito metropolitano, ma fu posto alle dipendenze di una intelaiatura di comandi e unità appartenenti all'esercito metro-
Il piano segreto di Balbo
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politano; tutta la Libia fu considerata facente sistema con la madrepatria e l'Egeo. Furono pertanto dislocati in Libia due corpi d'armata per complessive quattro divisioni i cui effettivi, però, rimanevano per due terzi in Italia, pronti a raggiungere la quarta sponda in caso di necessità. I depositi dei reggimenti erano in Libia ove naturalmente non c'erano reclute né complementi sufficienti per le varie unità. Il meccanismo funzionava così: da alcuni distreW italiani le reclute venivano assegnate ai depositi libici dove compivano il servizio di leva; una volta congedati, tornavano in Italia e, in caso di mobilitazione, dovevano nuovamente raggiungere la Libia. Furono fatti inoltre dei reclutamenti volontari, con ferma coloniale di due anni, che dettero alcune migliaia di uomini sui trent'anni - i soliti disoccupati meridionali - spiritualmente e fisicamente poco idonei a un servizio in unità scelte e di frontiera, quali avrebbero dovuto essere le divisioni dislocate in Libia. Furono infine inviati in Libia i materiali di mobilitazione per le unità ivi stanziate e si costruirono caserme e magazzini. È di quest'epoca l'inizio dei lavori di fortificazione permanente in cinque località: Tr ipoli, Zuara e Nalut verso la frontiera tunisina; Bardia e Tobruk verso quella egiziana, questi ultimi già tracciati durante la campagna di Etiopia, in seguito alla tensione con l'Inghilterra. Intanto la situazione europea peggiorava. La crisi del setembre del 1938 per le pretese tedesche sulla Cecoslovacchia, seppur risolta provvisoriamente con gli accordi di Monaco, aveva dimostrato come una grande guerra poteva scoppiare da un momento all'altro. L'improvvisa, parziale mobilitazione italiana si era svolta in maniera caotica e senza direttive precise. Pochi mesi dopo, in una riunione del Consiglio deJ.l'Esercito, 1'8 maggio del 1939, si ammetterà che la mobilitazione del settembre precedente aveva mostrato numerosi «inconvenienti» come il « ritardo nelle affluenze dei richiamati » dovuto al sistema delle cartoline precetto « segreto, ma lento e complesso» anche a causa delle deficienze di personale « nei distretti e negli uffici postali ». Si prenderà atto che c'era insufficienza anche di « scorte di corredo ed equipaggiamento» e che la milizia « ha .trattenuto elementi richiamati nel regio esercito ». Fu dunque sotto lo shock di settembre che il capo di stato maggiore generale, Badoglio, chiese a Balbo, alla fine di ottobre, un piano di operazioni per l'ipotesi di un conflitto contro la
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Francia, l'Inghilterra e l'Egitto. Subito Balbo inviò a Roma il primo dei suoi piani di guerra, PRD (Piano di Radunata) basato su una difensiva a ovest per garantire il possesso di Tripoli e una «travolgente» offensiva a est per occupare Alessandria e raggiungere il canale di Suez. Per attuare il suo piano, Balbo chiedeva in rinforzo una divisione binaria, tre divisioni ternarie, una divisione di camicie nere, ingenti mezzi automobilistici, la cooperazione di una forte massa aerea. Sul 'posto avrebbe mobilitato le quattro divisioni nazionali ivi dislocate e tre libiche, oltre a reparti minori. Quando tutte queste for ze fossero state a pie' d'opera, avrebbe destinato all'offensiva sette divisioni: le due già in Cirenaica, le tre libiche, quella di camice nere e la binaria di rinforzo. Per difendere la Tripolitania da un eventuale attacco francese, sarebbero rimaste cinque divisioni: le due già sul posto e le tre ternarie di rinforzo. Precisiamo la consistenza di queste unità. Con l'adozione proprio in quell'anno della divisione binaria, cioè su due reggimenti di fanteria ( tra le due guerre, le divisioni di quasi tutti gli eserciti, compreso quello italiano, era~o su tre reggimenti e quindi erano dette ternarie) le unità italiane si presentavano ognuna con sei battaglioni cli fanteria, armati di fucili, mitragliatrici e mortai leggeri; un reggimento di artiglieria e altri reparti con un totale cli 36 cannoni di piccolo calibro (75 o 100) risalenti alla prima guerra mondiale, 30 mortai da 81, 8 cannoncini da 65 ex da montagna della prima guerra ma adattati anche al tiro controcarro, 8 cannoni controcarro moderni, ma non autotrainabili, da 47 (venivano trasportati su autocarri e poi trainati a braccia sul campo di battaglia), 8 mitragliere contraeree moderne. Inoltre le divisioni in Libia avevano ognuna un battaglione di 40 carri leggerissimi, armati di due mitragliatrici in casamatta e quindi non girevoli. Per le operazioni, era prevista l'assegnazione degli automezzi necessari al completo autotrasporto, ma poi le unità avrebbero dovuto combattere appiedate. Per la difensiva, Balbo preferiva che le divisioni di rinforzo fossero ternarie, cioè con più fanteria e, in proporzione, con un maggior numero di mitragliatrici. Tali forze erano calcolate in base non soltanto agli obiettivi da raggiungere, ma soprattutto alle forze avversarie supposte. In base alle informazioni disponibili - che erano poi quelle trasmesse. dal SIM (il servizio informazioni militari) e integrate da qualche notizia raccolta oltre la frontiera e da valutazioni in
Il pùtno segreto di Balbo
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loco, Balbo riteneva che i Francesi avrebbero potuto schierare in Tunisia, dopo le prime settimane di guerra, una decina di divisioni di fanteria e tre di cavalleria .. Gli Inglesi avrebbero schierato una divisione parzialmente corazzata e una di fanteria cui si sarebbe aggiunto l'esercito egiziano con due divisioni di fanteria e Lma corazzata e, in un secondo tempo, altre divisioni provenienti dall'India e dal Commonwealth. Le linee operative erano appena accennate. Per la difensiva, siccome le fortificazioni non esistevano ancora (i lavori erano pr evisti in cinque anni con una spesa complessiva di 110 milioni di lire) le forze sarebbero state schierate piut tosto indietro. Balbo scelse una linea congiungente Sorman - a una settantina di chilometri sulla costa a ovest di Tripoli - a Jefren, verso sud, passando per Bir Ghnem. Questa linea, lunga un centinaio di chilometri, aveva un'ala appoggiata al mare e l'altra all'altopiano di Garian. Quindi era aggirabile a sud. Distava però un centinaio di chilometri dalla frontiera. Le forze francesi, per attaccarla, avrebbero dovuto attraversare un terreno completamente scoperto e ar ido, a meno che cominciassero subito l'aggiramento a sud, cosa improbabile dati i mezzi a loro disposizione (nel '38 non erano concepibili né la quantità, né la qualità dei mezzi motocorazzati impiegati poi dagli Anglo-americani nel 1942). Su tale linea, Balbo avrebbe dato battaglia dopo aver prima logorato, soprattutto con l'aviazione, i Francesi. Per l'offensiva, si supponeva che gli Anglo-egiziani avessero schierato alla frontiera solo forze di copertura, concentrando il grosso nel campo trincerato di Marsa Matruk e chiamando nella zona del Delta del Nilo altre forze da tutto il Commonwealth, soprattutto dall'India. Pertanto Balbo progettava un'avanzata senza soste fino al Delta, dove avrebbe dato battaglia puntando, in caso vittorioso, su Suez. Si riservava di travolgere con la superiorità numerica le forze di copertura e di mascherare, cioè limitarsi a circondare, il campo di Marsa Matruk. Per raggiungere celermente i suoi obiettivi, Balbo faceva affidamento sulla sorpresa, sugli autotrasporti, sulla superiorità aerea. Il 26 ottobre 1938 il piano ft.1 trasmesso al capo di stato maggiore dell'esercito, generale Pariani, che lo affidò per l'esame cri_. tico al sottocapo di stato maggiore per le operazioni, generale Soddu. Intanto, fu scartata la richiesta di Balbo di modificare la struttura di alcune delle divisioni di rinforzo: la mobilitazione era prevista su divisioni binarie e non si riteneva possibile cam-
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biare nemmeno parzialmente gli studi fatti: tutto l'esercito sarebbe stato ordinato con il tipo di unità previste. In secondo luogo, la Regia Marina non avrebbe potuto assicurare il trasporto tempestivo dei rinforzi. Dal piano DG 10/A-2, predisposto dallo stato maggiore della marina nel dicembre 1938 (DG significa direttive di guerra) r isultò che il trasporto dalla madrepatria dei soli complementi per i due corpi d'armata già in Libia e per il trasporto di quattro divisioni binarie di rinforzo - che lo stato maggiore aveva comunque deciso di inviare in caso di guerra avrebbe richiesto 20 giorni per la Tripolitania e tre mesi per la Cirenaica, data la deficiente capacità di scarico dei porti di Bengasi e Tobruk. Infine Pariani avrebbe voluto anche lui l'offensiva, ma giudicava le forze richieste da Balbo inferiori alle effettive necessità. Secondo il capo di stato maggiore dell'esercito, sarebber o occorse non meno di diciotto divisioni: sei per la difensiva a ovest e dodici per l'offensiva a est. Posto in questi termini, il problema diventava ancora più difficile, perché il trasporto e l'alimentazione di un simile corpo di spedizione, impiegato in operazioni offensive, non poteva essere assicurato dalla marina e, d'altra parte, non c'erano in Italia le dotazioni - soprattutto automezzi - necessarie. In realtà i mezzi c'erano, ma non ne rimanevano a sufficienza dopo averli distribuiti all'esercito schierato sulle Alpi contro la Francia e la Jugoslavia. Pertanto il 7 gennaio del 1939 Pariani rispondeva a B~lbo invitandolo ad adeguare il piano ai mezzi effettivamente disponibili o a quelli di prevedibile invio, in una cornice strettamente difensiva. Pariani tuttavia non lasciò cadere tutte le speranze di Balbo, ammettendo che il progetto poteva sempre essere considerato uno studio orientativo. Da trasformare in operativo - era sottinteso - quando ci fossero stati i mezzi. Nel frattempo, nuovi impulsi orientavano il vertice militare italiano. Per otto mesi, fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, l'attenzione di Mussolini, di Badoglio e degli altri capi militari era concentrata sull'ipotesi che la Francia potesse improvvisamente attaccare l'Italia e che tale conflitto potesse rimanere isolato in Europa e in Africa. Badoglio stesso prese in mano le redini della preparazione in Libia dove compì due ispezioni, una a .fine febbraio e l'altra all'inizio di giugno. Base di · tutta la preparazione era uno schieramento in Libia di otto divisioni metropolitane (le quattro in loco e quattr o di rinforzo) e forze libiche equivalenti a tre divisioni. La massa delle forze do-
Il piano segreto di Balbo
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veva essere schierata a ovest per respingere l'ipotetico attacco francese. Tutti i materiali dovevano essere accantonati in Libia, insieme ai rifornimenti per almeno un anno di guerra. Si dovevano accelerare i lavori di fortificazione e perfezionare l'addestramento e gli studi di mobilitazione. In caso di guerra si sarebbe trattato soltanto di trasportare gli uomini. Tutta l'attenzione fu concentrata sulla quantità di divisioni e di uomini necessaria e trasportabile, senza un'analisi critica delle possibili operazioni da condurre. Il maresciallo Badoglio mise in questo settore della preparazione un notevole impegno, anche in contrasto con un certo disinteresse che mostrava in quel tempo per altri suoi compiti. Gli effetti non si fecero attendere e la preparazione, pure impostata su obiettivi acriticamente scelti - la pura difensiva in attesa degli eventi - proseguì alacremente. Alla fine di agosto c'erano ormai i materiali, le dotazioni e i rifornimenti per le otto divisioni nazionali, per le truppe libiche e i reparti di supporto previsti. I lavori erano andati avanti, tanto che le piazze di Bardia, Tobruk, Tripoli, Nalut e Zuara avevano già - anche se inéomplete - le loro cinte difensive. A ovest, si sarebbe trattato di incanalare i Francesi fra Zuara a nord, sul mare, e Nalut a sud. A est, di ritardare un'avanzata anglo-egiziana ammassando a Bardia e Tobruk forze tali da non poter essere lasciate alle spalle. Per contromanovrare, il maresciallo Badoglio raccomandava di ricorrere alle truppe libiche, per le quali auspicava la possibilità di dotarle di « automezzi idonei a muovere fuori strada». Come al solito si faceva grande affidamento su una superiorità aerea italiana. Poiché le forze erano ritenute ancora troppo inferiori a quelle dei possibili avversari, fu deciso di trasportare in Libia, in caso di guerra, anche quattro divisioni di camice nere, di composizione analoga a quelle dell'esercito. Sicché sarebbero state disponibili dodici divisioni più le truppe libiche. Ci si rendeva conto che armi e mezzi erano di qualità scadente e che le truppe erano da considerarsi in gran parte appiedate, ma non si vedeva soluzione alcuna, se non attendere un miglioramento dalla futura produzione bellica. D'altra parte - ed è qui tutto il nocciolo della questione - i Francesi e gli AngloEgiziani avevano una schiacciante superiorità, secondo i dati forniti dal nostro servizio informazioni e che nessuno sottoponeva a una vera analisi critica che ne avrebbe facilmente dimostrato l'infondatezza. Secondo tali informazioni, i Francesi avrebbero potuto facilmente radunare alla frontiera tunisina, entro il quin-
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dicesimo giorno dall'inizio delle ostilità, da 15 a 18 divisioni, ognuna delle quali molto più potente delle nostre. In particolare, si trattava di quattro divisioni di fanteria e due di cavalleria algerine. Si prevedeva inoltre l'aggiunta di altre tre divisioni algerine provenienti dalla zona di Orano. Si faceva grazia delle forze marocchine che si supponeva dovessero fronteggiare gli Spagnoli in minacciosq., neutralità. Nell'esame delle forze francesi, si fa. ceva riferimento agli organici di guerra in vigore per quell'esercito. Le divisioni di fanteria erano su nove battaglioni, un gruppo da ricognizione con autoblindo, 36 cannoni di piccolo calibro e 24 di medio calibro, altre a 40 cannoncini anticarro, 36 mortai da 81 e mitragliatrici più numerose, in proporzione, di quelle delle nostre unità. Le divisioni di cavalleria, oltre a quattro reggimenti a cavallo, avevano un reggimento di autoblindo e uno di fanteria autoportata. Inoltre i Francesi avrebbero potuto schierare in Tunisia numerosi reparti di sostegno, fra cui cinque battaglioni corazzati per u n totale di duecento carri leggeri armati di mitragliatrici, ma in torretta girevole, e quaranta carri medi armati di cannone in torretta girevole. Per gli Inglesi, si davano le stesse cifre valutate nell'ottobre del 1938, leggermente aumentate di altri battaglioni di fanteria e ,d i una divisione anglo-indiana. Nel complesso, poiché non si valutava la pericolosità derivante dall a velocità operativa dovuta alla motorizzazione e la sorpresa tecnica che l'impiego britannico dei carri poteva r iservare, le forze inglesi non potevano destare soverchia preoccupazione. Il pericolo veniva da ovest, secondo i capi militari italiani. Costoro, e in particolare il gruppo badogliano, st imavano moltissimo le capacità dello stato maggiore francese e sottovalutavano quelle dei comandi britannici. È appena il caso di accennare all'influenza che il timore di una guerra isolata contro la Francia ebbe nell'indurre il governo italiano a concludere il patto d'acciaio con la Germania nel maggio del 1939. Così, mentre all'opinione pubblica italiana veniva sbandier ata una grande potenza e un'enorme sicurezza, i responsabili militari e diplomatici, nonché Mussolini, vivevano giorni di ansia. In questa atmosfera, lo scoppio della guerra seminò un vero panico negli alti comandi e lo sguardo di molti era fisso alla Libia dove si temeva il peggio. Veramente strana dovette quindi apparire ai destinatari la lettera del 10 settembre (la guerra in Europa era cominciata il primo di quel mese e la non belligeranza italiana appariva an-
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cora estremamente fragile) con cui il maresciallo dell'aria Italo Balbo riproponeva un'offensiva verso l'Egitto. « ... malgrado il prevedibile rapporto delle forze in questo teatro di operazioni non si annunzi favorevole per noi - scriveva Balbo a Pariani non intendo affatto rinunziare al mio disegno offensivo in oriente, per tante ragioni ma soprattutto per mettere la mano su zone ben più ricche della Libia dal punto di vista delle risorse di ogni genere ». Dopo aver accennato allo studio dell'offensiva, che illustreremo ampiamente, Balbo passa allo stato morale delle truppe ai suoi ordin i, questione non secondaria per un comandante alla vigilia di un'impresa. « ... gli ufficiali superiori in genere - scrive Balbo - sono ottimi e con spirito militare elevato; quelli inferiori sembrano buoni, ma difettano di vivacità: in massima parte sono di complemento, quasi tutti senza una sistemazione nella vita civile. La truppa è composta di gente rassegnata e, in complesso, non molto salda spiritualmente ... Ho motivo di ritenere che l'attuale regime disciplinare - assai blando invero - sia la causa di questa decadenza dello spirito militare ... Perché non rimettiamo in vigore - propone il maresciallo dell'aria - il vecchio regolamento di disciplina? Sono del parere che sia ora di dire la verità a tutti, anche al Duce, specialmente se è poco gradita. Non c'è niente di male a confessare di essersi sbagliati ... ». Tale ammissione di incapacità di un'intera classe dirigente politico-militare, che proprio sulle « forze morali » basava una pretesa di supremazia anche in guerra, unitamente alla constatazione del basso morale della t ruppa, gettano una luce sconcertante sulle contraddizioni che dominavano la condotta italiana della preparazione militare e, successivamente, della guerra. Non a caso, la lettera di Balbo del 10 settembre si incrocia con una di Pariani a Balbo, datata 11 settembre, con cui il capo di stato maggiore dell'esercito gli trasmette le « Direttive per la d ifensiva in Africa settentrionale» con l'ordine di aggiornare i conseguenti piani di radunata e copertura. Bisogna premettere che a ogni ipotesi di conflitto corrispondevano dei piani di radunata redatti dai comandanti dei vari scacchieri in base alle direttive dello stato maggiore. Per l'ipotesi di un conflitto contro la Francia e l'Inghilterra (e Egitto), lo stato maggiore generale - Badoglio - chiese a quello dell'esercito di emanare le direttive per la difensiva e questi a sua volta ordinò ai comandi di scacchiere di redigere i piani di copertura
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e radunata. L'insieme dei piani costituì il piano generale di guerra, denominato nella fattispecie P.R. 12 - piano di radunata. 12 con una variante 12 bis includente anche la Jugoslavia fra i nostri futuri avversari (per curiosità aggiungeremo che il piano per l'ipotesi di una guerra contro la Germania si chiamava P.R. 9). Balbo naturalmente compilò lo studio richiestogli e lo inviò a Roma il 25 ottobre, ma riuscì a inserire in un contesto difensivo una iP,otesi offensiva. Infatti nel suo piano di radunata, parlando dello scacchiere libico-egiziano, precisò che scopo delle operazioni era di « stroncare eventuali incursioni avversarie e passare, appena possibile, all'offensiva». Di più non poteva dire in un progetto difensivo. Nel frattempo, la lettera di Balbo del 10 settembre aveva avuto un seguito. Per sventare eventuali manovre di Balbo presso Mussolini, o cedendo a dirette pressioni del quadrumviro, Badoglio chiese a Pariani di emanare anche direttive offensive per la Libia, basandosi sul progetto sintetizzato da Balbo nella sua lettera. Così il 30 ottobre lo stato maggiore dell'esercito - cui spettava l'emanazione delle direttive - inviò a Balbo le « Direttive per l'offensiva » rispecchianti il piano proposto dallo stesso maresciallo dell'aria. Ma con la specifica aggiunta che Balbo avrebbe dovuto redigere i piani conseguenti soltanto qualora le direttive fossero state approvate dal capo di stato maggiore generale. Si tenga presente che, per legge, la preparazione e la condotta della guerra nelle terre d'Oltremare spettava al capo di stato maggiore generale. Questi dava ordini, per l'impiego delle forze e per le operazioni, direttamente ai comandanti degli scacchieri (nel 1940: il Duca d'Aosta in Etiopia, Balbo in Libia e un altro quadrumviro, De Vecchi, a Rodi) mentre la preparazione, gli studi e l'organizzazione rimanevano di competenza dei capi di stato maggiore delle tre forze armate. Il pian'o Balbo-Pariani dell'ottobre 1939, ufficialmente intitolato « direttive per l'offensiva contro l'Egitto », ne subor dinava l'attuazione a una serie di circostanze favorevoli: sicurezza per la difesa della Tripolitania (da un attacco francese), accantonamento prima dell'offensiva degli automezzi e degli altri materiali necessari, largo concorso dell'armata aerea fino al raggiungimento degli obiettivi. Tali obiettivi eranò sintetizzati in uno solo: il Canale di Suez. Le operazioni erano viste in tre fasi. La prima « basata sul segreto» consisteva in un'azione da sferrare di sorpresa con le
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forze già alla mano p er sfondare il più celermente possibile la linea di frontiera e procedere su Marsa Matruk « che non occorre occupare se non viene di getto» . La seconda fase era vista come un rapido avvicinamento, anche mediante trasporti aerei dalla Libia e dall'Italia, di tutte le forze occorrenti nella zona di El Alamein. La terza fase sarebbe consistita in una battaglia manovrata aero-terrestre « intesa a determinare il più rapido crollo della difesa avversaria ed occupare da sud il delta, previo il mascheramento di Alessandria, con obiett ivo il canale di Suez ». Il documento si occupa poi delle forze necessarie per la grande offensiva. Per la prima fase erano considerate disponibili le forze già in Cirenaica: reparti di frontiera, quattro divisioni nazionali, una libica. Dalla Tripolitania dovevano prontamente essere trasferiti « 3-4 battaglioni carri, in aggiunta ai due già in Cirenaica, più qualche battaglione di camice nere equivalenti a una divisione corazzata. Un complesso libico aviotrasportabile di formazione equivalente a circa una divisione». Per il proseguimento delle operazioni e soprattutto per la terza fase si dovevano trasportare dalla Tripolitania una divisione nazionale, una di camice nere e una libica; dalla madrepatria sarebbero dovute sbarcare direttamente in Egitto una divisione corazzata e una aviotrasportabile. Si sarebbe potuto disporre, quindi, per la grande battaglia, dell'equivalente di dodici divisioni contro le cinque o sei che gli anglo-egiziani avrebbero potuto ancora scherare. Nello scacchiere libico tunisino sarebbero r imaste in difens iva sette divisioni: tre nazionali, tre di camice nere e una libica. In sintesi, si pensava di impiegare in Libia b en 19 divisioni: otto nazionali, quattro di camice nere e t re libiche già disponibili (ovviamente da mobilitare); una libica e una corazzata da for mare sul posto riunendo reparti già previsti; una corazzata e una aviotrasportabile da inviare dalla Madrepatria. « Avranno particolare importanza - prosegue lo studio di Balbo i trasporti aerei di uomini e materiali » mentre « sorpresa e distanza rendono necessario e decisivo il più largo concorso del1'armata aerea». La Regia Marina, da parte sua, oltre ad assicurare i trasporti prima dell'offensiva e l'alimentazione della stessa, avrebbe dovuto <( proteggere la litoranea libica e la direttrice costiera (in Egitto)» nonché fare « guerra insidiosa contro eventuali trasporti di truppe in Egitto ». Lo studio si concludeva con una intelligente p roposta: <( particolarmente redditizia potrebbe risultare una concomitante offensiva dall'Africa orientale italiana contro il Sudan » .
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Le forze avversarie sono s timate in « masse franco-coloniali che potrebbero puntare su Tripoli » da ovest, ma - altra intelligente osservazione di Balbo - « tale pericolo tende gradualmente a ridursi col potenziarsi delle nost re fortificazioni e potrebbe sparire per eventi politico-militari sul teatro africano o anche europeo ». Sottolineiamo quest'ultima considerazione perché ci ritorneremo. A est, cioè in Egitto, le forze avversarie sono valutate in « sette divisioni di vario peso. Inoltre l'Inghilterra, date le sue possibilità marittime, potrà, al primo allarme, far affluire, sia pure con difficoltà, altri contingenti di varia provenienza ». Nel dettaglio, le forze b ritanniche sono calcolate in due divisioni di fanteria, una di fanteria anglo-indiana e una corazzata inglese; la divisione corazzata è valutata forte di 6.000 uomini e di 9 squadroni meccanizzati, forza - come vedremo - sorprendentemente vicina alla verità. Le forze egiziane erano valutate in due divisioni di fanter ia e una corazzata, oltre a reparti cammellati e beduini. La valutazione delle forze avversarie si estendeva a quelle aeree: 300 apparecchi in linea e in riserva da parte britannica, con l'avvertimento che « possono intervenire tutte le forze aeree del Medio Oriente: altri 700 apparecchi ». Alla fine di ottobre, il piano offensivo - formalmente, ricordiamo, redatto dallo stato maggiore e firmato da Pariani - viene trasmesso al capo di stato maggiore generale Badoglio, per l'approvazione. Nel frattempo, ai primi di novembre, per ragioni che sarebbe troppo lungo esaminare ma che, sostanzialmente, si riducono alla necessità di trovare capri espiatori per l'impreparazione dell'esercito e dell'aeronautica allo scoppio della guerra europea, i capi di stato maggiore nonché sottosegretari delle due ar mi vengono sostituiti. Per l'esercito, constatati i numerosi inconvenienti, si decide di affidare le cariche a due persone distinte: il maresciallo Rodolfo Graziani è nominato capo di stato maggiore e il generale Soddu, già sottocapo di stato maggiore con Pariani, è nominato sottosegretario alla guerra, in pratica ministro . È quindi a Graziani che Badoglio scrive il 15 novembre restituendogli le direttive per l'offensiva contro l'Egitto che si basano « su u na valutazione della situazione militare in Africa settentrionale, che io giudico non rispondente alla realtà. Prego perciò - conclude il vecchio maresciallo - far riesaminare ex novo il
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problema, sia sotto il punto di vista operativo, sia sotto il punto di vista logistico ». E il 4 dicembre, scrivendo a Balbo intorno a « questioni var ie riguardanti le forze armate dell'Africa settentrionale», Graziani ritorna sull'argomento dell'offensiva precisando: « tranne che si verifich ino circostanze eccezionalmente favorevoli, non si può pensare a imprese offensive. Le unità e i mezzi esistenti sono appena sufficienti per assicurare la difesa della frontiera e una ragionevole e indispensabile riserva. Tanto più che codesto com ando - continua Graziani - non potrebbe contare che sulle sue forze ». Tuttavia, se si producono circostanze eccezionalmente favorevoli, si lascia a Balbo la facoltà di « studiare un piano operativo offensivo verso es t che vorrà ,a momento opportuno, comunicare a questo stato maggiore, significando che H piano offensivo preced entemente studiato non ha avuto la sanzione favorevole di S.E . il capo di stato maggiore generale ». E 1'11 gennaio 1940, avendo esaminato il piano di copertura e radunata di Balbo, dove il quadrumviro era riuscito a inserire l'eventualità di un'offensiva, Graziani gli conferma che ha facoltà di « sviluppare in apposito piano gli accenni a un'offensiva a est, contenuti nel documento in esame, per l'eventualità che circostanze eccezionalmente favorevo li ne consiglino l'attuazione ». Il 13 gennaio 1940, Balbo spende un'ultima parola in difesa dei suoi progetti offensivi e coglie a pretesto la risposta alla lettera di Grazfani del 4 dicembre per precisare il suo pensiero al nuovo capo di stato maggiore dell'esercito . La Libia, dice Balbo, è povera di risorse e non potrebbe alimentare a lungo la lotta dal momento che il tr affico con la madrepatria verrebbe sospeso o gravemente ostacolato dalle flotte franco-inglesi. « I mezzi di vita dovremo conquistarceli, ed altro non v'è a questo scopo, che puntare sull'Egitto ... da anni sto maturando questa idea; l'operazione è meno difficile di quanto non sembri, ed a tempo debito formulerò il piano » . Accenna quindi alla necessità di approntare in Italia una divisione corazzata di rinforzo ed elementi leggeri blindati poiché « saranno assolutamente necessari repar li di carri armati con cannone, dato che gli inglesi ne sono ben provvisti e sono quindi in condizioni di dominare, su l campo di battaglia, i nostri mezzi corazzati. Se carri di questa specie non se ne hanno, occorrerebbe dare la precedenza - sug-
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gerisce Balbo - alla costruzione di un'aliquota di essi, avviandoli appena possibile in Cirenaica». La conclusione della lettera getta il primo fascio di luce realistica su quello che sarà il vero problema operativo in Libia. Non a caso è l'ultima volta che Balbo parla di offensiva. Anche politicamente diventa uno dei più attivi sostenitori della non belligeranza, schierandosi apertamente contro l'intervento italiano in guerra, fino a irritare Mussolini e ad alimentare la diceria di un Balbo filobritannico. Intanto il 29 gennaio, con una con:mnicazione di stile seccamente burocratico, il maresciallo Graziani mette la parola fine ai progetti offensivi in Libia: « con riferimento al foglio di vostra eccellenza del 13 corrente - scrive Graziani a Balbo - confermo quanto ho scritto al n. 4 (piani operativi) del foglio 8282 del 4 dicembre u.s. e la mia lettera 194 dell'll corrente, che esprimeva i medesimi concetti». Insomma: niente offensiva. A fine marzo, Mussolini ha deciso di intervenire in guerra a fianco dei tedeschi riservandosi soltanto il momento opportuno. L'impostazione politico-militare è originale: l'Italia interverrà soltanto nel caso che si profili certa una vittoria tedesca. Con tali premesse politiche, la impreparazione militare conterebbe poco; in realtà non dovremmo - secondo Mussolini - che sfruttare la vittoria tedesca. Ma Balbo non è di questo avvi~o. Vede l'intervento avvicinarsi, vede mancargli i mezzi per quell'offensiva da tempo sognata, vede sfuggire la grande occasione e ora teme per la stessa difesa della Libia. « Non è il numero dei nemici che mi preoccupa - scrive 1'11 maggio a Mussolini - ma il nostro arm"\mento. Oggi la più bella legione di Cesare, soccomberebbe innanzi a una sezione di mitragliatrici. Lasciatemi dire quindi che con grandi unità fornite di limitate e veèchissime artiglierie, prive o quasi di armi anticarro e contraerei, ho assolutamente bisogno di poter contare sugli sbarramenti delle due vie d'accesso alla Tripolitania , sulla cinta di Tripoli e su quelle di Tobruk e Bardia ». Scoppiata la guerra, il maresciallo Balbo sembra ossessionato dalla mancanza di mezzi. A Badoglio che gli consiglia di spostare qualcosa dallo scacchiere libico-tunisino a quello egiziano, risponde il 16 giugno che « ... manovra su larga scala, frontiera distante 1.800 chilometri, est resa difficile da deficienza autocarri et carburanti nonché da crisi idrica in Marmarica ... aviazione può arrivare ultimo momento dall'Italia ... ma senza ali-
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quote mobilitazione per cui est impossibile impiantare nuovi campi et difficilissimo fare vivere ». E, forse sotto l'impressione sgradevole dei primi colpi di mano condot ti impunemente dalle vecchie autoblindo inglesi bene al di quà delle nostre linee, Balbo conclude: « ... la sola divisione inglese che è in linea ha 360 fra autoblindate e carri armati medi. Il che non può competere con fucili et mitragliatrici. Tuttavia non molleremo et faremo miracoli, ma se io fossi il comandante inglese sarei già sotto Tobruk ... ». L'imminente crollo della Francia e la notizia, infondata, di un prossimo sbarco tedesco in Inghilterra, inducono Badoglio a sollecitare un'avanzata, più che un'offensiva, verso l'Egitto. Promette di spedire tutto ciò che è possibile, e non lesina esortazioni e sottovalutazione del nemico: « Le truppe che hai di fronte non sono abituate ai caldi del deserto. Ne avrai certamente ragione» sentenzia Badoglio. Ma Balbo è dell'avviso che con i mezzi che ha « il combattimento assume il carattere della carne contro il ferro ». Cerca di supplire con l'aviazione ordinando ai pesanti bombardieri di dar la caccia alle autoblindo; egli stesso si butta nella mischia, con i sogni infranti. In questo tormento lo coglie la morte. Sui piani offensivi di Balbo, osserviamo subito che essi si basavano su una visione strategica corretta. Infatti, se l'Italia avesse dovuto far guerra alla Francia e all'Inghilterra, sarebbe stato opportuno prendere l'offensiva verso le forze britanniche in Egitto. Un'offensiva contro i francesi in Tunisia sarebbe diventata, anche se avesse avuto successo, un attacco con forze limitate in un teatro di guerra illimitato. Dopo la Tunisia, i francesi avrebbero continuato a far guerra dall'Algeria, e poi dal Marocco e così via. Quale avrebbe potuto essere il nostro obiettivo? L'unico obiettivo redditizio, a Ovest, era Gibilterra, ma questa rocca si conquista dalla Spagna o con il consenso spagnolo; tra l'altro anche le coste dirimpettaie africane erano sotto il dominio spagnolo. Piuttosto, la conquista della Tunisia ci avrebbe assicurato una rotta più breve e più sicura per i traspor ti in Africa settentrionale. Ma la conquista della Tunisia avrebbe assorbito troppe forze. La Francia - nell'autunno del 1938 e anche nel 1939 - avrebbe potuto facilmente rinforzare il suo schieramento non temendo per il momento un'offensiva tedesca (il cui esercito era ancora ben lontano dallo sviluppo che raggiungerà nel 1940, quando in poche settimane travolgerà l'eser-
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cito francese) e noi avremmo perso tem po, esattamente quello che gli inglesi avrebbero guadagnato per rafforzare il loro dispositivo in Egitto. Invece, un'offensiva a oriente, e la conquista di Alessandria e di Suez, ci avrebbe dato il dominio del mediterraneo centroorientale trasformato in u n lago italiano, chi uso ad Ovest dagli sbarramenti fra la Sicilia ·e la Tunisia; avrebbe consentito ulteriori operazioni in medio or iente per conquistare le fonti di petrolio, avrebbe collega to le nostre forze con quelle in Africa orientale. Dentro ques to grande e ricco p erimetro difensivo, avremmo potuto rafforzarci e aspettare gli sviluppi della guerra il cui esito sarebbe dipeso, comunque, dalla Germania e dall'Unione Sovietica e non certo da noi. Nel senso che la Germania avrebbe dovuto battere la Francia e l'Unione Sovietica se voleva costituire q uella fortezza europea, con propagini in Africa e in Asia, capace di resistere - fino a una soluzione politica del conflitto - all'impero britannico, aiutato prima o poi dagli Stati Uuiti (a parte, ovviamente, una soluzione negozia ta immediata). Rimanere in Africa con le armi al piede non avrebbe avuto senso, perché il tempo giocava comunque a favore della coalizione economicamente pit1 for te, e cioè di quella avversaria. Quindi, la scelta di aprire le ostilità con una grande offensiva in Egitto appare corretta e, anzi, l'unica logicamente possibile. Il merito di averla sostenuta fin dal 1938 va indubbiamente a Balbo. I progetti offensivi del maresciallo Balbo si collocano, però, come iniziative a se stanti, avulse da un piano generale di guerra. Tale piano - come abbiamo detto - non poteva non prevedere un esordio offensivo verso l'Egitto, anche a cos to di rimanere sulla più stretta difensiva su t utti gli altri scacchieri. Sarebbe stato compito dello stato maggiore generale, e del suo capo, Badoglio, compilare il piano generale di guerra e su questo informare la preparazione di tutte le forze armate e della stessa economia nazionale. Ciò non accadde per vari motivi la cui analisi r ichiederebbe ben altro spazio, ma che si possono così sintetizzare, anche alla luce di recenti studi sull'argomento. La legge non conferiva al capo di stato maggiore generale effettivi poteri di direzione e coordinamento. Soltanto nell'agosto del 1939 un apposito decreto dava questi poteri per le « Terre italiane d 'Oltremare», fra c ui la Libia. Ma non potendo estendere la sua azione, con la stessa ampiezza di poteri, alla preparazione di tutte le
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forze armate, anche in patria, e soprattu tto all'azione degli organi centrali nelle loro varie attività, il decreto rimaneva let tera morta per quanto r iguardava la preparazione. I nvece, la condotta delle operazioni sarebbe dipesa direttamente dallo stato maggiore generale, a ttraverso i comandanti superiori in loco, come Balbo in Libia. In altre parole, anche se avesse voluto, Badoglio non avrebbe potuto stabilire che in Libia ci volevano tot forze corazzate - per esempio - dal momento che non poteva stabilire la composizione e le caratterist iche dell'esercito nel suo insieme. Lo stesso ragionamento vale ancor di p iù per la marina e l'aeronautica, dove Badoglio non avrebbe potuto nemmeno contare sull'ascendente e il seguito che conservava ancora nell'esercito. Inoltre i singoli capi di stato maggiore e sottosegretari delle tr e armi erano gelosissimi delle loro prerogative, trat tavano direttamente con il capo del governo e questi, per ragioni di equilibrio politico interno al regime, sembrava favorire rivalità e limitazioni di poteri ai capi militari. Infine Badoglio stesso non dimostrò mai un effettivo interesse a pianificare la preparazione coordinata delle tre forze armate. Maggiore responsabilità effettiva ricade sul capo di stato maggiore dell'esercito e sottosegretario alla Guerra, Pariani, tanto pitt che egli stesso caldeggiava un'offensiva in Egitto. Suo principale compito sarebbe stato quello di allestire mezzi e addestrare unità idonee a combattere nel deserto. Dal novembre del '36 - quando assunse la carica - fino al novembre del '39 quando fu sostituito da Graziani, avrebbe avuto tutto il tempo per preparare uno s trumento di guerra piccolo, ma efficiente. Né le limitazioni di bilancio o di capacità industriale giustificano pienamente la sua inerzia. Infatti non si trattava di preparare un numeroso esercito motocorazzato, ma un paio di divis ioni che, al m omento dato, ci avrebbero consentito la prevalenza sul campo di battaglia. Si trattava, in effetti, di allestire trecento carri armati e un centinaio di a utoblindo, riunirli in due divisoni e addestrarle per bene. Invece Parani preventivò l'impiego di una ventina di divisioni per circa duecentomila uomini, malamente armati e da m otorizzare con mezzi che sapeva b en issimo di non avere a disposizione, né nel 1938, né l'anno dopo e nemmeno per alcuni anni a venire. In tale situazione si faceva molto affidamento sulle possibilità offerte dall'arma aerea. Ma in tal caso sarebbe stato doveroso chiedere all'aeronautica u n piano effettivo di intervento, cosa che non fu mai fatta. Lo studio fu fatto invece
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dalla marina con le note conclusioni sulla impossibilità di effettuare i trasporti marittimi e le operazioni navali necessarie per l'offensiva. Se anche l'aeronautica avesse studiato il problema, sarebbe forse giunta alle stesse conclusioni. Quindi il piano del 1938, e anche quello del 1939, e rano basati su ipotesi irrealizzabili : l'afflusso di mezzi e l'appoggio aereo. In effetti, Badoglio e Pariani cercarono di far capire a Balbo che per l'offensiva mancavano i mezzi, ma il maresciallo dell'aria non volle crederci o sperava che la sua insistenza avrebbe indotto i comandi romani a provvedere. Le responsabHità degli organi centrali non si fermano però agli aspetti materiali della pr eparazione. Negli studi, nei piani di mobilitazione, e infine di fatto, in Libia si prevedeva di destinare e fu rono inviate unità di secondo ordine. Le quattro divisioni stanziali erano costituite da reggimenti di nuova formazione, composti in parte da uomini anziani, tenuti sempre al di sotto dell'organico. Fino a guerra inoltrata, gli ufficiali destinati in Libia non erano fra i migliori. L'armamento era perfino inferiore a quello delle unità in Patria. Per esempio, l'artiglieria divisionale aveva in dotazione cannoni Krupp da 75 del 1906, invece dei migliori Déport dello stesso calibro, modello 1911, di cui er ano dotate le batterie divisionali in Italia. Soltanto alla vigilia dell'intervento arriveranno in Libia le mitragliatrici Fiat modello 1935, in sostituzione delle vecchie Scwarzlose tolte agli austriaci nella grande guerra, mentre i reparti nella Valle Padana erano già armati con le moderne Breda 37. E le prime divisioni motorizzate e corazzate - sebbene ancora prive di carri medi e automezzi idonei a marciare fuori strada - erano dislocate in Italia e perfino in Albania, ma non in Libia; dove invece c'erano oltre trentamila soldati libici, in buona parte richiamati, armati con mezzi ancora più scadenti di quelli delle unità italiane. Si trattava di truppe coloniali che non avevano la più pallida idea di quella che avrebbe potuto essere una battaglia moderna, non avevano alcun addestramento aggiornato e soltanto una grande fiducia nell a superiorità italiana. Grande sarebbe stato quindi il loro scoramento se impiegati contro repar ti motocorazzati per fermare i quali non avevano che pochi cannoncini. L'atteggiamen to dello stato m aggiore appare sconcertante, tanto più che le forze avversarie venivano generalmente sopravvalutate. Abbiamo visto la stima che il nostro servizio informa-
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zioni faceva del «nemico>> in determinat i momenti, fra il 1938 e il '40. Le forze che i francesi potevano radunare contro di noi in Tunisia furono valutate nel 1938 a dieci divisioni di fanteria e tre di cavalleria; salirono a quindici di fanteria e tre di cavalleria nell'autunno del 1939 e soltanto nel maggio del 1940, quando la Francia era ormai attaccata dai tedeschi e stava per crollare, si pensò che i francesi non potessero radunare più di sette divisioni. Nel frattempo, però, secondo il nostro SIM (servizio informazioni militari) era sorta in Siria la fantomatica armata del generale Weygand, valutata da centocinquanta a duecentomila uomini, come al solito bene armati e addestrati. In realtà i francesi avrebbero potuto schierare in Tunisia, ma dopo un certo ·periodo dalla mobilitazione, soltanto le sette divisioni di stanza nel Nord Africa. Il generale Weygand, nelle sue memorie, è abbastanza preciso su tali dati, del resto confermat i dalla abbondante pubblicistica francese in materia. Le sette divisioni erano comunque da mobilitare con personale francese e soprattutto africano. Per il primo, non si sapeva se sarebbe stato sufficien te a causa della scarsità di uomini delle classi giovan i, del continuo movimento da e per la metropoli, dei volontari che sarebbero partiti per la Francia e degli esoneri che sa· rebbero aumentati a dismisura, volendo i coloni francesi proteggere innanzi tutto i loro averi e i loro affari. Per il secondo tipo di personale, quello africano, si trattava di una pura incognita . Oltre aH'affiorare continuo di sentimenti e idee indipendentistiche, c'erano preoccupazioni per la propaganda filoaraba fatta dagli italiani e, comunque, si trattava di uomini poco addestrati e riluttanti a combattere una vera guerra (dalle fonti frances i si apprende che le divisioni nordafricante portate in Francia dettero pessima prova ). L'armamento di queste sette divisioni era poi scarso, antiquato e senza pezzi di ricambio e abbondanti rifornimenti. I mezzi di trasporto erano in gran parte a traino animale, e anche i quadrupedi scarseggiavano. L'unico reparto relativamente moderno era un battaglione di carri medi, lenti e addestrati a combattere in appoggio alla fanteria, e non come unità corazzata a se stante. Con il passare del tempo, e se la situazione in Europa lo avesse permesso, l'esercito francese avrebbe potuto mobilitare dagli stessi depositi altre sette divisioni, di seconda linea, a condizioni di fornire dalla madrepatria le armi, i mezzi e i rifornì-
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men ti necessari. In Nord Afr ica non c'erano m agazzini e officine e, a parte forse i fucili, tutto sarebbe dovuto arrivare dalla Francia. Questa era la situazione nel 1938 e nel 1939 quando furono fo rmulati i due piani offensivi. Che un esercito siffatto potesse in poco temp o portarsi al confine con la Libia e prendere l'offensiva, era cosa assur da. Nel maggio d el 1940, davanti all'invasione tedesca, il comando supremo francese richiamò in terri tor io metropolitano le sette divisioni esistenti. Al loro posto ne furono in fretta e furia formate altrettante, di seconda linea, una delle quali fu spedita in Siria, dando vita alla fantomatica armata Weygand. Le d ivisioni di seconda linea erano quanto di peggio si potesse immaginare, mancavano perfino dell'armamento individuale e, a stento, avrebbero potuto tenere per un po' di tempo una linea difensiva abbarbicandosi al terreno. Al m omento del nostro interven to, soltanto quattro di queste divisioni erano schier ate sulla linea del Mareth, b ene addentro alla frontiera tunisina, u na era a difesa di Tunisi e la sesta era ancora in Alger.ia. Per le forze b r itanniche in Egitto, la valu tazione numerica fatta dal comando italiano era abbastanza vicina alla realtà. Non a caso il nostro servizio in formazioni aveva in Egitto qualche base seria e propr io grazie all'esercito egiziano ch e, invece, viene calcolato sempre come « nemico » . Nella storia ufficiale dell'esercito australiano si trova questa illuminante considerazione: « il problema egiziano era complicato dall'esistenza ,d i un esercito egiziano di trentamila uomini che, sebbene m al guidati e scarsi di artiglieria m obile, tuttavia possedevano p iù artiglieria contraerea delle for ze b ritanniche ... » (Gavin Long: To Benghazi, pag. 94, edito dall'Australian War Memoria!). « Conseguentemente - continua la relazione - il generale Wavell (il comandante britannico in medio oriente) doveva essere pronto, al primo allarme, a impiegare parte delle sue forze per man tenere sotto controllo Il Cair o e Alessandria ... il primo ministro egiziano aveva poche simpatie verso i Br itannici e il re era sotto for te influenza italiana }> . E tutto questo accadeva nella primavera del 1940, quando la guerr a in Europa era già scoppiata da parecchi mesi e il governo cli Londra aveva già preso alcun i provvedimenti poli tici e militari per il medio oriente. Immaginarsi quale doveva essere la situazione nell'autunno del 1938, all'epoca della formulazione del primo piano offensivo
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di Balbo. In realtà, a quell'epoca, le uniche forze che gli Inglesj avrebbero potuto impiegare contro gli Italiani consistevano nell'embrione di quella che sarebbe diventata la se ttima divisione corazzata, « Topi del Deserto». A giugno del '38, in seguito alle pressioni del suo consigliere militare, il fam oso esperto e propugnatore della guerra corazzata, capitano Basi! H. Liddcll Hart (che lo riporta nelle sue memorie, edite in Italia da Mondadori con il titolo « L'arte della guerra nel secolo XX ») il ministro inglese della guerra aveva indotto lo stato maggiore imperiale a inviare in Egitto un giovane generale, pioniere ed esperto delle truppe corazzate, Percy Hobart, per costituirvi una divisione meccanizzata. Nell'autunno del '38, Hobart era riuscito a raggranellare un centinaio di carr i leggeri MKB VI, armati di mitragliatrice in torretta girevole e abbastanza veloci; una trentina di carri medi A. 9, armati di cannoncino da 40 millimetri e una quarantina di vecchie autoblindo Rolls Royce costruite nel 1924. Questi mezzi erano in mano, però, al fior fiore dei reggimenti inglesi di cavalleria e del Corpo reale dei carri armali. Appoggiati da poche batterie motorizzate e da alcuni battaglioni di fanteria, costituivano già una forza mobile capace di audaci imprese. D'altra parte, in pochi mesi, qualche altra cosa sarebbe potuta giungere dal medio oriente e dall'India. Infatti nel 1939 sbarcarono in Egitto due brigate indiane, cui si aggiunse nel '40 una b rigata neozelandese, mentre dalla Palestina era stata trasferita una divisione di fan teria. Di fronte alle forze italiane previste per l'ofiensiva erano sempre poca cosa, ma ai nòstri comandi sfuggì per lungo tempo il nocciolo della preparazione britannica che consisteva nell'allestire una piccola forza corazzata. Era quindi inutile - come invece insisteva Pariani - aumentare le nostre divisioni, se non si dava loro la possibilità di combattere contro truppe corazzate estremamente mobili, anche se rimaste - in quanto a mezzi sempre allo stesso livello del '38. Soltanto nell'autunno del 1940, svanita la preoccupazione di uno sbarco tedesco in I nghilterra, lo s tato maggiore imperiale, su decisione personale di Churchill, si deciderà a portare la divisione corazzata in Egitto agli organici previsti, cioè a quei 360 mezzi corazzat i che Balbo già vede a g iugno. La sopravvalutazione delle forze avversarie indusse Balbo e gli stati maggiori romani a preventivare forze enormi per le progettate offensive, tali da far accantonare qualsiasi proposito
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Dorello Ferrari
audace. Né dai progetti di Balbo si prese spunto per un'analisi approfondita delle caratteristiche di eventuali operazioni in Africa settentrionale. In tal caso si sarebbe scoperto che per combattere e vincere nel deserto non occorreva l'esercito di Serse, ma una forza motocorazzata, non grande, ma bene attrezzata. Sembra invece di assistere ad un gioco delle parti, in due tempi. Nel primo tempo, fino alla decisione di intervenire nel conflitto (marzo 1940), Balbo caldeggia l'offensiva; Badoglio dice che non ci sono i mezzi né la situazione è favorevole; Pariani vuole anch'egli l'offensiva, ma ritiene che siano necessari mezzi superiori a quelli richiesti da Balbo. Così non se ne fa niente. I piani non vengono sottoposti a rigoroso vaglio, non si entra nel dettaglio operativo, non ci si sforza di organizzare le forze necessarie. Graziani, intervenuto più tardi, è subito per la più rigorosa difensiva: abituato a operare con una schiacciante superiorità di mezzi contro i patrioti libici e abissini - nelle precedenti campagne coloniali - non concepisce offensiva che non riposi su tale enorme divario di forze. D'altra parte, quando assunse l'incarico di capo di stato maggiore dell'eser cito, non nascose la sua meraviglia e le sue preoccupazioni per lo stato pietoso in cui aveva trovato le nostre forze di terra. Nel secondo tempo, una volta deciso l'intervento e soprattutto alla caduta della Francia, Badoglio spinge per un'avanzata con un presupposto politico (la pace vicina,in ogni caso) ma Balbo è come paralizzato davanti ai mezzi britannici e alla man~ canza di proprie forze corazzate. Per una straneza del destino, fu Graziani che - riluttante venne spinto ad avanzare fino a Sidi el Barrani nel settembre del 1940 dove tre mesi dopo fu travolto dalle forze inglesi nel frattempo aumentate di numero e migliorate di qualità.
PIERO BARONI
LA GUERRA PSICOLOGICA Linee e tendenze nella storia recente Premessa - Il concetto della gtterra psicologica - La dottrina della guerra psicologica - Gli strumenti della sovversione - Dalla guemi anglo-boera alt' affondame11to del Lusitania - Orientamenti negli anni «Trenta» - La fase scientifica e programmata della guerra psicologica - Esempio di permutazione comportamentale La distorsione dette parole e dei concetti - Dalla propaganda alla guerra psicologica - La mani[)olazione delle notizie - La sicurezza e la guerra psicologica . L'offensiva strisciante - Corresponsabilità e impreparazione . Libertà di stampa e guerra psicologica - Gli uomini della guerra psicologica - La questione morale.
SOMMARIO:
Non svargere voci false, non aiutare un colpevole testimoniando in favore di un'ingiustizia. (Esodo 23, 1) Guardati dal parlare menzognero; e non far morire l'innocente e il giusto, poiché io non assolverò il malvagio. (Esodo 23, 7) PREMESSA
L'll giugno 1937 l'agenzia di stampa « Tass » diramò un dispaccio con il quale annunciava al mondo l'arr esto di otto ufficiali generali dell'Armata Rossa, tra i quali il maresciallo dell'Unione Sovietica, già Commissario per la difesa, Michail Nikolajewic Tukacewski. In seguito l'agenzia sovietica diffuse la notizia della confessione clamorosa degli imputati: l'organizzazione di un movimento clandestino antisovietico, i contatti con i capi militari di una n azione nemica, la fornitura di informa zioni segrete suJI'esercito russo. Gli imputati furono condannati a morte dopo un processo a por te chiuse ed immediatamente fucil ati. L'epurazione investì tutto l'esercito, che ne risultò decapitato. I metodi e i sistemi dello stalinismo erano noti, così pure le procedure giudiziarie. Nei circoli ristretti dei governi e degli uffici infor mazione si ebbe m odo di valutare elementi rigorosamente riservati nel tentativo di individuare i retroscena oscuri dell'avvenim ento. Sol-
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tanto nel dopoguerra si conobbe la verità - entro certi limiti, s'intende - di quella vicenda sconvolgente. L'ideatore e l'artefice era stato l'alto esponente delle SS e dei servizi di sicurezza tedeschi Reinhard Heydrich. Egli fabbricò documenti falsi comprovanti il tradimento di Tukacewski e il suo progetto di colpo di stato, facendoli poi pervenire alla polizia segreta russa. I falsi, predisposti da specialisti altamente preparati, sicuramente all'avanguardia in quel periodo, documentavano che il putsch programmato dal maresciallo sovietico godeva dell'appoggio della Wehrmacht. Lettere, documenti, ricevute corredate di timbri, visti, sigle, firme, formarono un dossier esplosivo e il risultato comprovò la loro validità e la loro micidiale efficacia. L'operazione, formidabile quanto a concezione, conduzione e realizzazione, rappresentò il primo esempio di guerra psicologica che si possa indicare come tale. Reinhard Heydrich, il freddo, glaciale specialista dello spionaggio nazista, considerato escJusivamente dal punto di vista tecnico, è di gran lunga il più autorevole esponente della dottrina basata sullo sfruttamento dei sospetti e delle brecce esistenti in campo avverso. La sua era una concezione globale: infatti nessun settore dello stato e della società risultò immune dallo spionaggio. Anche quando venne eletto al rango di protettore della Cecoslovacchia, Heydrich conservò tutti i poteri di generale di polizia e tutte le prerogative di numero tre del Reich ed è falso che egli agisse in modo da suscitare odio nelle popolazioni locali. È vero invece che la sua azione produsse risultati eccellenti al punto che l'attività delle industrie cecke e slovacche risultò in quel periodo sensibilmente superiore a quella germanica e non in forza di una sconsiderata e feroce pressione poliziesca o di una po.litica del terrore, ma di una sottile e penetrante azione psicologica. A parte il giudizio morale sulla sua politica antisemita (Heydrich era di sangue ebreo) non si può non evidenziare che egli abbia rappresentato l'interprete più autentico di una concezione · avanzata della persuasione occulta, se non addirittura il primo, o uno tra i primi unitamente a Goebbels, ad intuire l'importanza e l'efficacia di una organizzazione su vasta scala tendente al condizionamento progressivo dell'atteggiamento delle forze mediante
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un'impercettibile, ma costante pressione utilizzando una somma di mezzi, strumenti, espedienti e metodiche senza remore di alcun genere o natura. Alla decisione del servizio segreto britannico di eliminare Reinhard Heydr ich impiegando un commando formato da paracadutisti cecki, non fu estranea la certezza, documentata, che si trattava del più pericoloso avversario esistente. Quando il 4 giugno 1942 il Reichsprotektor spirò a Praga dopo una lunga agonia (l'attentato ebbe luogo il 27 maggio) a Londra si ebbe, nella misura atroce delle repressioni germaniche, la controprova dell'ineguagliabile livello del successo ottenuto. Si trattava in effetti della sintesi di due aspetti fondamentali della guerra psicologica: il primo, quello perseguito da Heydrich, imperniato sulla individuazione dei canali tramite i quali isolare e neutralizzare a qualunque costo gli oppositori, agendo nel contempo sui tasti più sensibili e reattivi dei destinatari dell'azione persuasiva; il secondo, quello seguito dai britannici, e cioè l'azione terroristica di guerriglia urbana, intesa a colpire il cervello dell'apparato nemico al fine di scardinarne la funzionalità della struttura, neutralizzandone l'efficienza, costringendolo a reagire in modo controproducente scatenandone la reazione brutale e virulenta in una rappresaglia in grado di fare terra bruciata di ogni possibile ripensamento, spazzato via dall'odio, dalla sete inesauribile di vendetta, da un permanente stato di tensione e di sospetto, istituzionalizzando, per così dire, la delazione, la sommarietà dei giudizi e delle valutazioni, tramutando - nello schieramento opposto - la rassegnazione in disponibilità alla lotta clandestina, la collaborazione in fredda esecuzione di ordini con la riserva del sabotaggio e, comunque, della resistenza passiva e attiva. La premessa non è un puro e semplice espediente giornalistico o scenografico con il quale catturare l'attenzione del lettore o, peggio, una soluzione d'effetto per agire sui suoi centri selettivi, stimolandone o solleticandone la sensibilità. Non si intende neppure sollecitarne la curiosità delineando immagini in grado di soddisfare l'innata tendenza umana ad ammirare inconsciamente l'abilità sia essa di segno positivo, sia di segno negativo (ad ammirarla e a temerla) reagendo in genere alla prima con una specie di sorda invidia o con una eccessiva immedesimazione tramite il supporto dell'esaltazione, e alla seconda con una identificazione a stento frenata dalle inibizioni e dal
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substrato di morale religiosa anche quando quest'ultima sia stata relegata ai margini della discrezionalità, oppure con un rifiuto istintivo, segno di sostanziale debolezza e di incapacità critica. Il potere nelle sue multiformi incarnazioni e nelle sue innumerevoli sfaccettature, ha un fascino enorme, una capacità calamitante irresistibile, un'attrazione poderosa, e quale interfaccia, la piaggeria, il servilismo, l'untuosità, null'altro se non soluzioni utilitaristiche tramite le quali vi è chi cerca, tenta, :spera di gravitare comunque nel sistema come un satellite o un semplice, spento, arido, spettrale asteroide, irradiando labile, livida luce riflessa. Il fine di quanto precede è quello di proporre un insieme di posizioni e situazioni dalle quali far emergere la tematica da analizzare. Secondo la definizione usuale (ma piuttosto incompleta e sostanzialmente superata) la guerra psicologica è un procedimento che fa ricorso in forma massiccia alla propaganda per fiaccare il morale della nazione rivale. Con dizione più adeguata, ma sempre perfettibile, la guerra psicologica è una forma di offensiva morbida, complessa, flessibile, fortemente articolata, mediante la quale ci si propone di condizionare progressivamente il giudizio di determinate fasce di soggetti, orientandone gradualmente il procedimento reattivo, indi.rizzandolo verso una posizione - preconfigurata, ri,s pondente agli obiettivi da raggiungere.
IL CONCETTO DELLA GUERRA PSICOLOGICA
Ogni obiettivo strategico o tattico presenta un coefficiente di .resistenza più o meno elevato a seconda della dislocazione, delle difese esterne, della profondità di tali difese, della sofisticazione e ·della qualità dei sistemi d'arma installati, siano essi attivi o passivi. Nella conéezione complessiva, l'obiettivo è costituito dall'insieme dei bersagli e nel caso di una valutazione di strategia globale esso si identifica in uno Stato e in quanto in es,s o è racchiuso: istituzioni, economia, industria, scienza, comunicazioni, informazioni, cultura. Ma il tutto si concretizza in uomini, mezzi, dottrina, convinzioni, ambizioni, finalità. Il disegno aggressivo di chi intenda utilizzare i canoni della gue1~ra psicologica al fine
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di ammorbidire l'obiettivo e successivamente condizionarlo per influenzarne l'orientamento, '1e scelte, le decisioni, si articola su una serie di iniziative e di azioni progressive mediante il ricorso a mezzi di persuasione legittimi e/o fraudolenti se considerati dal punto di vista della liceità dell'uso e dell'accesso, ma tutti perfettamente rispondenti allo scopo in quanto non nella legittimità o illegittimità risiede l'insidia, ma nel modo di impiego e negli scopi che si intende perseguire e concretizzare, Lo scopo, in senso generale, consiste nel piegare, il più docilmente possibile, la volontà degli uomini e per questo è necessario un profondo e particolareggiato studio preventivo onde raccogliere e ordinare sistematicamente tutta una serie di informazioni essenziali dalle quali trarre indicazioni e norme d'azione. Il punto fondamentale è rappresentato dalle convinzioni, dal comportamento. In altri termini, è indispensabile localizzare i soggetti chiave o i gruppi portanti di una determinata società e all'interno dei gruppi individuare il soggetto-perno, dotato di personalità più forte, del carattere più fermo, quindi preponderante rispetto agli altri. Ed è su quello che si dovrà agire scoprendo le falle del car attere, i punti deboli, i lati vulnerabili, se necessario creandoli. Nel contempo con procedura diversa e opportuna si opererà su masse sempre più ampie e complessivamente considerate, con impulsi diretti su sensori comuni, con ciò inviando segnali impersonali in grado di raggiungere quei fattori collettivi, più o meno grandemente sviluppati e sensibilizzati, ma comunque idonei a ritenere aliquote sufficientemente efficaci di messaggi filtrati e miscelati al punto di non ·e ssere avvertiti e individuati nella loro effettiva sostanza, nell'origine e nel fine. L'operazione richiede tempo e ampiezza di risorse nel quadro di un programma di vaste dimensioni, idoneo a raggiungere settori molto vasti di soggetti in una razionale diversificazione cli linguaggio, immagini, strumenti e vettori, con graduazione nel tempo e nello spazio, nell'intensità e nelle sfumature, nel ritmo e nella cadenza. Ruolo di rilevante importanza è da attribuirsi all'insicurezza generata da un diffuso stato di tensione prodotto da un insieme di iniziative rientranti nel quadro di una politica internazionale condotta con spregiudicatezza e facente leva su punti economici di primo piano, ad esempio sulle materie prime strategiche.
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L'onda d'urto genera contraccolpi di lunga gittata e di solida intensità capaci di scuotere pesantemente singole situazioni concatenate e interdipendenti, mettendo alle corde quelle maggiormente tributarie, generando ulteriori e interni ratei di timore e incertezza, oltre che di inquietudine, specialmente negli strati della popolazione meno abbiente e più attiva quanto a ricettività di messaggi lanciati dai var i vettori e proiettati ad acutizzare e mantenere viva la tensione. Da ciò deriva una sensibilità acuita con proporzionale aumento d'effetto positivo dell'azione di guerr a psicologica. L'insicurezza genera sfiducia e sospetto da un lato, indifferenza e negligenza dall'altro. Il tutto su uno sfondo di superficialità, pressapochismo e disinteresse, quando non addirittura di cinismo e ipocrisia, esasperando l'azione utilitaristica, favorendo la corrosione e la disgregazione in forza della lenta, ma costante disidentifìcazione del soggetto dal tessuto sociale. Aumentano l'isolamento, la ricerca di aggregazioni di tipo corporativo, la predisposizione all'inserimento in organizzazioni non propriamente ortodosse e legali, con rinuncia alla competitività, all'inventiva, alla creatività. In effetti si ottiene una riduzione degli spazi di manovra facendo defluire l'immaginazione, frenando i processi intellettuali e penalizzando fortemente la JJleritocrazia con il risultato di mutare i parametri valutativi e la gerarchia dei valori, ponendo quindi le basi di un diverso modo di intendere la vita, la struttura sociale, attaccando violentemente il concetto di nazione e di quel minimo comune multiplo costituit o dalla cultura di base che invece di affinarsi, approfondirsi, arricchirsi, divulgarsi, è vittima di manipolazioni e di distorsioni in forza di un malinteso senso di conservazione o di rinnovamento. Nell'applicazione dei concetti della guerra psicologica, infine, grande cura viene riservata all'individuazione e allo sfruttamento degli alleati, volontari e involontari. I primi sono color o che per oppor tunismo, convenienza, rancore, denaro, libera scelta, convinzione, si pr estano, quali pedine nel processo aggressivo. I secondi sono forse più pericolosi perché per impreparazione, vanità, illusione, fideismo, viscer ale e irrazionale, dettato da usure cerebrali o da frustrazioni di vario genere non temperate e corrette da procedimenti formativi adeguati e tempestivi, agiscono nella presunta convinzione di eser-
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citare un'opera meritoria sostenendo tesi che si allineano perfettamente a . quelle utili all'azione della guerra psicologica. Uno dei punti di forza del processo è dato dal latente spirito di rivalsa, altrimenti definito rivendicazione, derivante dalla mancanza di fermezza e di tenacia nel perseguire gli obiettivi. Gli scontenti, gli insoddisfatti, i mitomani, formano, nell'insieme, anche se inconsciamente, un terreno ideale sul quale disseminare fertilizzanti atti a rinvigorire lo status preesistente da manovrare poi, nei tempi e nei modi opportuni, dirigendolo verso le mete comuni dell'azione intrapresa. In sintesi, costruita e costantemente aggiornata, la mappa socio-economica dell'obiettivo con tutte le più impercettibili sfumature del suo divenire e con il maggior numero possibile di componenti interiori, forma la base di partenza essenziale per l'applicazione della dottrina. I concetti della guerra psicologica, semplici nella loro linearità, ma al tempo stesso complessi per i fattori che possono influenzarli e per la palese e trasparente ricettività, escludono in partenza l'uniformità e l'univocità, richiedendo, ferme restando le impostazioni fondamen tali, costante ricerca e analisi, riscontri e comparazioni, alto indice di adattabilità e spiccata predisposizione all'intercambiabilità in quanto i soggetti sui quali dovranno essere applicati non hanno comportamenti standard e quozienti emotivi e sensitivi uniformi entro date tolleranze. Le variabili sono piuttosto ampie dal che deriva la necessità di un ventaglio di metodologie e la ricerca pressante di ulteriori criteri concettuali e operativi.
L A DOTTRINA DELLA GUERRA PSICOLOGICA
L'azione psicologica è una tecnica raffinata con la quale si modifica la mente ottenendo di far passare da un concetto di uomo ad un altro concetto di uomo. Mescolando il vero al falso, seguendo linee di condotta rigorose, formalmente ancorate ad una correttezza irreprensibile, sviscerando i problemi, corredando lo studio minuzioso dei fatti e degli eventi con documentazioni inoppugnabili, l'azione psicologica tende a presentare situazioni in un'ottica idonea a far scostare il giudizio dei soggetti su posizioni opposte a quelle inizialmente registrate.
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Il punto centrale del procedimento è quello di far apparire credibile e accettabile un concetto considerato perverso e ostile, oppure non accettabile una condizione ritenuta precedentemente valida e pagante. Per ottenere il r isultato si ricorre anche alla emissione di impulsi denigratori e corrosivi proprio da parte delle centrali impegnate nell'operazione contro l'organizzazione stessa, denunciandone i metodi, le finalità, gli obiettivi e nel contempo esaltando gli aspetti utili e latenti o in letargo dei soggetti destinatari del messaggio, con ciò innescando una reazione a catena alla quale si affida l'incarico di insidiare alleanze, programmi, accordi, equilibri, pungolando aspirazioni sopite, speranze umiliate, traguardi spazzati via. Un autentico maestro nel settore fu Goebbels, il quale elaborò tecniche di penetrazione magistrali. I suoi metodi e le sue concezioni sono stati profondamente studiati dai servizi informazione più avanzati e in parte utilizzati e adattati ai più sofisticati strumenti e veicoli disponibili. L'azione psicologica è il primo passo, il più delicato che la guerra psicologica debba compiere al .fine cli creare la testa di ponte nel territorio nemico. Oltre a quanto più sopra indicato, la procedura si spinge sino ad analizzare scientificamente i comportamenti cli gruppo e di massa e le reazioni di fronte a determinati avvenimenti, ma soprattutto fornisce ai soggetti argomenti campione allo scopo di studiarne il contraccolpo. Proponendosi di incrinare alcune certezze più o meno ampie e radicate insinuando dubbi e interrogativi, oppure mirando a colpire il subconscio con input impercettibili al senso critico e quindi inafferrabili al suo schermo e ai suoi automatismi, l'azione psicologica abbraccia tutta la gamma dei sensori e della percezione, compresi la moralità, l'onore, la religiosità, il comune senso dell'onestà e della correttezza, la liceità degli atteggiamenti, aggredendo tutto ciò con azione diluita negli anni, inserendo, via, via, dosi più elevate di elementi idonei a mutare la sostanza dell'obiettivo che reagirà diversamente, non solo in virtù di un processo di evoluzione naturale e logico, ma anche e soprattutto in forza del condizionamento progressivo oper ato dall'esterno e assimilato inconsciamente dai soggetti in quantità non certamente omogenea, ma ,s icuramente sufficiente. L'azione psicologica produce il condizionamento progressivo, quest'ultimo pr ovoca il condizionamento riflesso che si configura
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nell'azione dilatatrice condotta da quanti, convinti in misura maggiore di altri, fanno proprie le tematiche proposte agendo da persuasori indotti. Quanto precede risulterebbe inconcludente e sostanzialmente sterile, seppur pericoloso, senza le successive fasi. La guerra psicologica si avvale, infatti, di una rosa di metodologie alle quali si fa ricorso nel rispetto di tempi non prefissati, ma dipendenti dall'entità dei risultati conseguiti da quella precedente e da valutazioni di natura diversa ( opportunità, tempestività, convenienza, graduazione dei rischi). L'azione psicologica e il condizionamento progressivo sono le premesse della penetrazione che si concretizza nella presenza di elementi operativi all'interno del tessuto sociale aggredito. L'operazione si sviluppa poi con la corruzione, l'arruolamento di volontari, il ricatto e/o le pressioni scandalistiche e morali su soggetti deboli e ambiziosi, manovrati e manovrabili ad hoc, per sfociare neJla -sovversione, fase importante a causa della diversificazione delle iniziative e delJa molteplicità deJle direttrici d'attacco. La sovversione sfrutta la tensione e agisce sulla cosiddetta pubblica opinione puntando alla separazione di essa dalle istituzioni e dai gruppi di potere organizzati. Si tende, pertanto, a sostituire una serie di convinzioni e di scelte con altre fornite appositamente tramite vari canali di cui si dirà più avanti. Nella fattispecie l'obiettivo è la fiducia non solo negli uomini, ma anche nel sistema e nella sua capacità di garantire equità, giustizia, correttezza, rapidità di gestione, equilibrio, intuizione e visione coordinata delle tematiche da affrontare e risolvere. Ulteriore traguardo da raggiungere è quello di ampliare lo spessore del diaframma esistente tra l'immagine dello Stato e la subordinazione passiva e ininfluente dei cittadini, alimentando per quanto possibile, la sensazione di supina accettazione, l'impossibilità di partecipare, l'inutilità dei sacrifici e degli sforzi, dilatando la certezza che si tratti di controprestazioni imposte dal sistema stesso con atto d'imperio, non come esigenza generalizzata e indispensabile in vista del futuro prossimo rilancio, bensì come condizione capestro scaturente dalla struttura statuale in essere e proprio in considerazione di ciò da respingere e da sostituire.
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A· questo punto la proposta sostituiva offerta dagli specialisti della guerra psicologica assume i contorni e la sostanza della gradevolezza e quest'ultima favorisce l'ampliamento della incrinatura che diventando solco o falla spezza e indebolisce sostanzialmente la capacità difensiva dell'obiettivo da condizionare e successivamente da assorbire o fagocitare o comunque da avvolgere e neutralizzare.
GLI
STRUMENTI DELLA SOVVERSIONE
Se l'insurrezione armata è considerata come il risultato fi. nale di ogni guerriglia, non vi è dubbio che la guerra psicologica attualmente non ritiene indispensabile giungere sempre a tanto se non in presenza di condizioni particolari, dipendenti dal livello politico-economico dell'obiettivo e dalla sua collocazione internazionale (geografica e di sistema di alleanze), piuttosto che dall'importanza strategica rivestita. La tecnica degli scioperi, delle dimostrazioni cosiddette spontanee, il ricorso al sabotaggio e alla violenza urbana con il fine di diffondere insicurezza e paura e che successivamente possono esplodere in una sovversione generale, fanno parte della dottrina di questa materia. La demoralizzazione delle forze a~mate, le azioni basate sulla diffusione di insinuazioni, gli attentati, l'uccisione di quanti, avvertito il pericolo, tentano di opporsi, rientrano in una fase più operativa e scoperta come pure la strutturazione di reparti e gruppi armati e ,l'istituzione di contatti per procurare armi, esplosivi, e assicurare l'addestramento. È indispensabile tuttavia premere sulla corruzione e la putrefazione delle istituzioni, attaccando con le tecniche demolitrici dell'azione psicologica i gangli vitali dello Stato, sfruttando il fattore indifferenza e la pa~sività dei più, facendo leva sull'insoddisfazione e sul vuoto spirituale che lascia enormi spazi alla immaginazione, ai sogni, ai desideri inappagati i quali assumono la configurazione di materiale propulsivo da applicare al motore del .presunto riscatto personale e dell'affermazione individuale. L'imperioso bisogno di emergere dal grigiore e dall'anonimato diventa chiave cli lettura nella dimensione r istretta, ma non meno incisiva, cli operazioni specifiche entro ambiti qualificati,
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dove la penetrazione risulta indispensabile e sovente detenninante. Conviene precisare, per semplice utilità espositiva e, forse, superfluo indicatore geografico, che nell'attuale fase storica la sovversione ha le sue massime espressioni nell'America Latina, in Africa, nel Sud-Est asiatico e in certi Paesi europei, mentre l'azione psicologica agisce prevalentemente in Europa e in Asia e in alcuni Paesi musulmani. Comunemente la ·sovversione è definita come azione atta a rovesciare le leggi e le regole note. I mezzi apparentemente sono tutti utili al fine di schiantare le piattaforme sulle quali poggiano le nazioni nemiche provocando orientamenti e organizzando movimenti d'opinione protesi alla formulazione e aJI'affermazione di strutture e apparati diversi nell'area interessata al fenomeno. La guerra r ivoluzionaria ha così lasciato il posto ad operazioni meditate e successive, capaci di conseguire risultati di grosse proporzioni con cambiamenti periodici, con il minimo ricorso alla violenza, con una sorta di permutazione articolata su una particolare educazione e formazione. In presenza di una realtà strategica pericolosa a causa dell'elevata sofisticazione dei sistemi d'arma e della poderosa capacità distruttiva in essi racchiusa; sullo sfondo di offensive e controffensive politiche e diplomatiche di grande risonanza, il potere militare e la tecnologia specifica formano un elemento di pressione a distanza, un deterrente, come si è ormai soliti dire, facente parte della credibilità che tuttavia dipende strettamente dalla volontà politica e dall'abilità negoziale. Di fatto una guerra nucleare pur non venendo esclusa - soprattutto in prospettiva e in presenza di ordigni a limitato rischio di ricaduta delle ceneri radioattive, dotati di elevatissima precisione balistica e addirittura di controllabile raggio distruttivo e di selezione e discrezionalità -del bersaglio (bomba cosidetta ai neutroni o a radiazione limitata) - rimane un pericolo da non sottovalutare, pur non assumendo dimensioni incombenti. Un nuovo tipo di conflitto si è invece imposto negli ultimi trent'anni, raggiungendo il suo perfezionamento negli ultimi dieci, soprattutto in considerazione dell'evoluzione dei mezzi d'informazione e del perfezionamento progressivo dell'elettronica. Si fa riferimento alla guerra strisciante che si propone l'ind ebolimento progressivo, lo svuotamento di energie, l'elimina-
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zione successiva delle motivazioni, l'isolamento dell'obiettivo mediante il ricorso alla persuasione occulta e a più avanzati concetti legati alla dottrina dei riflessi condizionati.
DALLA GUERRA ANGLO-BOERA ALL'AFFONDAMENTO DEL LUSITANIA
La guerra anglo-boer a (1899-1902) fu caratterizzata da feroci combattimenti e da misure punitive che -scossero le coscienze specialmente in Europa e negli Stati Uniti. Il conflitto deformato nella sua rappresentazione dalla lentezza delle comunicazioni e dalla difficoltà di ottenere le notizie fece registrare anche un tipo particolare di condizionamento, quello dei sentimenti più atavici e sensibili: la compassione e la pietà. Le forze inglesi impegnate in Sud-Africa contro i cosiddetti afrikaander di origine olandese, decisi a non sottomettersi alla sovranità britannica, ricorsero, tra I: altro, alla politica dei campi di concentramento dove rinchiusero non solo gli uomini, ma anche le donne, i vecchi, i bambini, sottoponendoli in tal modo a condizioni di vita penose. Polmoniti, febbri enteriche, malattie infettive, particolarmente infantili, scarsa alimentazione, in una parola, gli stenti, decimarono i prigionieri. Le condizioni sanitarie inadeguate e l'organizzazione inefficiente furono all'origine della tragedia. Secondo ]e fonti dell'epoca èirca ventimila boeri perdettero la vita. Ambedue gli avversari furono spietati, la natura stessa della guerra e le motivazioni ideali lo imponevano. Villaggi rasi al suolo e fattorie bruciate divennero una costante nel paesaggio sud-africano. Si aggiunse poi la « morte per esecuzione ». Gli atti di ribellione vennero infatti puniti con la pena capitale. I boeri nell'ultima e più .dura fase della guerra, ormai tramutatasi in guerriglia, escogitarono e applicarono la tattica e la tecnica dei commandos. Le penetrazioni in profondità, gli attacchi repentini e devastanti, la mobilità divennero altrettanti caposaldi della resistenza. Il rapporto di forze (250.000 inglesi contro non più di 30.000 boeri) suscitava nell'opinione pubblica europea e nord-americana forti sentimenti di partecipazione e le corrispondenze così come i racconti ·dei viaggiatori erano al centro dell'attenzione, della cu-
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riosità e delle .conversazioni nei salotti e nei circoli politici, religiosi, economici. Nell'intimo della maggioranza degli uomini è profondamente radicata un'istintiva identificazione nella lotta del più debole contro il più forte, del ribelle contro il tiranno, del succubo contro il prevaricatore. Quando il dramma della popolazione boera fu portato a conoscenza della pubblica opinione internazionale da Emily Hobhouse che visitò i campi di concentramento nel 1901, si registrò un'ondata di sdegno anti-britannico. Sir Henry Campbell-Bannerman, capo dell'opposizione al parlamento di Londra, qualificò « barbari» i metodi impiegati dall'esercito inglese. La Gran Bretagna fu allora investita da una vampata di odio e di disprezzo. La stampa internazionale alimentò quei sentimenti in modo intensivo; ovviamente si distinsero i paesi ostili alla politica espansionistica britannica e insofferenti di fronte a quella che molto unilateralmente veniva definita arroganza. Le vignette divennero un modo ricorrente per attaccare la politica di Londra e nel contempo uno strumento sottile ed efficace di condizionamento. Si era agli inizi del secolo. I mezzi di comunicazione avevano un'immediatezza e una diffusione enormemente inferiore rispetto a quella attuale; la mentalità e il costume erano alquanto diversi; la partecipazione popolare agli avvenimenti non penetrava oltre lo strato superficiale del tessuto connettivo sociale, eppure, anche se limitata alla carta stampata, in particolare a quelli che si definivano gli ebdomadari, l'azione risultò incisiva sia dal punto di vista dell'orientamento, sia dal quello del condizionamento. Si può dire che mentre da parte britannica non si avvertì l'esigenza di giustificare di fronte all'opinione pubblica internazionale l'azione militare in Sud-Africa, da parte dei suoi avversari e di certi amici (in particolare la Francia) le critiche furono durissime, graffianti, corrosive al punto che, di fatto, ci si trovò di fronte ad un'azione di guerra psicologica involontaria, qualcosa che andò oltre gli obiettivi puramente critici e sarcastici degli autori e degli ispiratori. È rimasta celebre una vignetta pubblicata in Francia e dedicata alla « proverbiale cavalleria del soldato britannico ». Si vede un militare che colpisce con un calcio il ventre di una donna boera incinta mentre un gruppo di commilitoni sghignazza.
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Winston Churchill affrontò le prime serie esperienze giornalistiche proprio in quel periodo come corrispondente (oggi si direbbe come inviato speciale) del Morgan Post. Catturato dai boeri, riuscì a fuggire e a rimpatriare. Il futuro premier britannico percepì l'importanza dei mezzi di comunicazione e l'uso che se ne poteva fare in situazioni di emergenza, come poi accadde durante il secondo conflitto mondiale. Le ripercussioni provocate dalla guerra anglo-boera furono attentamente valutate negli ambienti più attenti e preparati degli Stati Maggiori britannico, germanico, americano e giapponese. Forse per la prima volta sj era registrata una reazione di così ampia portata e intensità, almeno in Europa e negli Stati Uniti. Gli osservatori più scrupolosi intuirono · la portata del fenomeno e soprattutto la possibilità di incidere sul morale della popolazione, manovrandolo. Lo studio era ancora a livelli elementari, ben lontano dagli sviluppi scientifici ai quali si sarebbe giunti nei decenni successivi in forza di una ricerca accanita che tuttora prosegue, eppure l'essenza della guerra psicologica era in quelle reazioni emotive e incontrollabili, quasi isteriche e parossistiche. La paura e il terrore, la ripugnanza e il ribrezzo, l'avversione e l'esecrazione ribollivano. Si trattava di saper alimentare, sfruttare e canalizzare quell'energia. Pochi anni più tardi i soldati britannici sarebbero stati applauditi dalla popolazione francese e considerati i salvatori della Repubblica. Le vignette, le caricature, i manifesti, la propaganda si avventarono contro i nuovi nemici. L'avversario di ieri è l'alleato di domani. Con una disinvoltura che può sorprendere solo i moralisti, la pubblica opinione, sopraffatta emotivamente dai nuovi avvenimenti, dimenticò o meglio relegò automaticamente nell'inconscio le precedenti emozioni e si concentrò sull'immediato, identificando nel « barbaro » di ieri il salvatore di oggi. L'istinto di conservazione e l'interesse contingente mescolati all'orgoglio di razza e ai convincimenti morali e religiosi costituivano il quadro entro il quale collocare il comportamento. Gli specialisti osservarono che era possibile e in certi casi indispensabile cancellare situazioni di tensione in via di esaurimento, suscitando sentimenti diversi, anche di tensione maggiore, forzando l'interpretazione di nuovi fatti. Era la tecnica del falso scopo. Un esempio tra i più probanti fu quello del << Lusitania » il grande transatlantico inglese silurato dall'U-20 alle 14 e 10 del
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7 maggio 1915 al largo delle coste sud-orientali dell'Irlanda. Colando a picco il Lusitania trascinò con sé 1.201 passeggeri, la maggioranza dei quali era di nazionalità americana. È nota, nelle sue linee generali, la furibonda campagna scatenata dagli inglesi e dagli americani contro i germanici, accusa ti di pirateria, di terrorismo, di premeditazione, di assassinio. Solo dopo sessant'anni è stato possibile documentare che il Lusitania non era una pacifica nave passeggeri diretta da New York a Liverpool in una innocua traversata di routine, ma un incrociatore ausiliario armato, con le stive colme di materiale bellico anche di natura stra tegica, con a bordo centinaia di passeggeri ignari e sostanzialmente man dati allo sbaraglio come copertura di un'azione militare quale appunto è quella di rifornire truppe impegnate in combattimento e industrie impiegate in produzione militare. Lord Mersey che presiedette all'epoca la commissione d'inchiesta britannica non poté esimersi, molti anni dopo, dall'esprimere un giudizio amaro e al tempo stesso eloquente: « È stata tutta una maledetta sporca faccenda». Al di là degli aspetti umanitari insiti nell'affondamento del Lusitania è da porsi in primo piano il lato speculativo. La freddezza con la quale l'avvenimento venne sfruttato e tutto il contorno di strumentalizzazioni di vario tipo, confer-mavano l'efficacia della guerra psicologica. Il governo britannico riuscì a scuotere l'opinione p ubblica americana, sostanzialmente isolazionista e sottilmente antieuropea, frazionata nelle sue simpatie, utilitaristica e dominata da condizionamenti religiosi e intimisti profondamente radicati e parte stessa della natura di quanti più o meno direttamente avevano in diversa misura contribuito a far lievitare il paese creandolo dal nulla. Autorevoli studiosi anglo-sassoni ammettono che senza l'affondamento del Lusitania difficilmente gli Stati Uniti sarebbero scesi in campo nel 1917 contro le potenze centrali. Forse è più opportuno dire senza quel t ipo di affondamento. L'instabilità, la mutevolezza, l'influenzabilità della pubblica opin ione si erano confermati fattori positivi, validi alleati di una azione a grande respiro tendente a riunire in un d enominatore comune una popolazione sostanzialmente astiosa e rissosa, dura e in certi momenti incontrollabile. Era indispensabile e urgente fare leva su quell'enorme potenziale.
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Colin Simpson nel suo libro « Il Lusitania » scrive: « Ogni discussione di carattere morale è evitata», ma rivela che l'ammiraglio della flotta Lord Fisher e l'ammiraglio germanico von Tirpitz corrispondevano tra loro in segreto. Lord Fisher scriveva a Tirpitz: « Non la biasimo per le imprese dei sottomarini, io avrei fatto esattamente la stessa cosa ». Ci si trova di fronte ad una delle contraddizioni ricorrenti nella Storia. Il giudizio comune, spontaneo e quindi irrazionale, non può accettare una simile logica, così come difficilmente riesce a farsi una ragione delle contrapposizioni esistenti e del loro sfociare in attriti, dispute, crisi e conflitti. Subentra la necessità cli penetrare i processi dai quali presero e prendono origine i contrasti internazionali e gli intrecci lungo i quali si svilupparono e si sviluppano le vicende. Una sorta di filosofia della Storia, un tentativo non episodico di trovare o scoprire le motivazioni che poi si tramutarono e si tramutano in giustificazioni e sovente in alibi. Diventa allora indispensabile, per apprendere qualcosa di valido da utilizzare nel futuro, conoscere i perché del passato recente e meno recente senza manipolazioni, rimuovendo i filtri interposti al fine di dare chiarezza ai problemi. Solo così è possibile opporsi alle interpretazioni speciose o faziose che una volta cristallizzatesi rendono difficilissimo l'accesso alla corretta raffigurazione dei fatti. La ricerca della verità, la disponibilità e rappresentazione di ogni faccia dei problemi in modo contemporaneo e rigoroso permettono di avere il quadro esauriente. Poiché ciò non è possibile, nemmeno allo storico se non in casi eccezionali e a grande distanza di tempo, ne scaturisce una configurazione della realtà internazionale estremamente frammentaria e disarticolata, priva di continuità e anche di logica, risultante di molte versioni incontrollabili e non certamente dirette ad un'informazione obiettiva e razionale. Gli egoismi e le ambizioni sembrano predominare e imporre le proprie regole perverse, mentre al contrario i fenomeni si sviluppano secondo canoni naturali e coerenti anche se i punti di riferimento non sono immediatamente percettibili e classificabili. Da quanto espresso sinteticamente, emerge un quadro formato da soggetti fondamentalmente lontani da interessi conoscitivi autenticamente oggettivi, più attratti dagli episodi che dalle motivazioni, più dalla spettacolarità che dalle finalità.
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La conoscenza costituisce un terreno senza confini nel quale possono prosperare rigogliosamente molte verità. La premessa ·d ella guerra psicologica è da ricercarsi in tale condizione immutabile. Un livello avanzato di concezioni e di applicazioni scientifiche ne domina uno meno avanzato. È una legge elementare, probabilmente cinica e inesorabile, ma ineluttabile. È un fatto matematico e come tale assoluto.
ORIENTAMENTI NEGLt ANNI «TRENTA»
Le radici dei concetti sopraesposti, come si è visto, affondano nel lontano passato, in ogni situazione nel corso della quale una po tenza abbia tentato di instillare debolezza nell'avversario mediante informazioni false e tendenziose. L'applicazione scientifica e razionale di tali tecniche si ebbe a partire dai primissimi anni '30 particolarmente per opera di Reinhard Heydrich, in occasione del « problema cecoslovacco». Non è qui il caso di rievocare l'intera vicenda che certamente meriterebbe uno studio accurato sotto l'ottica indicata; basterà sottolineare gli aspetti che più si attagliano agli obiettivi delle presenti note e alla loro natura schematica ed essenziale, ma non per questo meno rigorosa. Il servizio segreto germanico, complessivamente inteso, si p reoccupò principalmente di infiltrare i suoi uomini particolarmente preparati ed addestrati in tutte le espressioni del tessuto sociale cecoslovacco, dalle associazioni culturali alle imprese commerciali, dalla stampa alle organizzazioni degli ex combattenti, dai circoli sportivi agli ambien ti .professionali e naturalmente, ma ciò rientrava nella prassi consoHdata, nel servizio d'informazione. Ma se quanto precede costituiva già di per sé un grosso risultato, il lavoro svolto dagli agenti infiltrati fornisce l'entità dell'importanza dell'azione psicologica. I servizi di Praga erano legati a doppio filo con quelli francesi. La collaborazione si estrinsecava nello scambio di informazioni e nella conduzione di azioni congiunte. Si può dire che la capitale boema fos se un avamposto francese e un punto d'osservazione di r ilevante valore nel quadro politico-strategico del governo di Parigi.
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Gli agenti germanici infiltrati svolgevano un'efficace attività di destabilizzazione e di propagazione di notizie abilmente manipolate e costruite, oltre ad un'azione di « propaganda subdola» che minava la saldezza della popolazione ingenerando timori, sospetti e dubbi. · In Cecoslovacchia agiva un forte partito filo-nazista, una cosrddetta quinta colonna di Berlino. Tramite cauali complicati, i nazisti facevano pervenire al servizio segreto d i Praga false notizie relative a movimenti di truppe germaniche ai confini. Praga passava immediatamente le informazioni a Parigi (e dalla capitale francese a Londra) che alla verifica riscontrava la sistematica inesattezza delle notizie. I servizi cecoslovacchi e britannici intercettavano i telegrammi germanici relativi all'intera operazione e ciò era a conoscenza dei servizi di sicurezza tedeschi che sfruttarono la situazione in una delle prime operazioni di tale tipo, una delle più rischiose in termini di risultati, ma delle più redditizie. Ma se questo particolare aspetto della vicenda conferma solo la complessità dei meandri entro i quali si muovevano come si muovono e si dipanano certe operazioni ( e quale somma di retroscena si svolge sotto gli occhi di tutti senza essere percepita) non si deve dimenticare che all'origine di tutto vi era stata la penetrazione degli specialisti germanici in moltissimi settori della vita cecoslovacca e che il risultato più rilevante da essi raggiunto non fu tanto l'aver inquinato e screditato i servizi segreti cecki, quanto l'aver raccolto ingente materiale informativo d'ordine psicologico e sociologico. Forse sorprenderà l'apprendere che sin dal 1930 la Germania disponeva di un effidentissimo ufficio segreto adibito al reperimento, alla classificazione, all'analisi delle informazioni di natura psicologica. Gli specialisti erano impegnati in un'azione non certamente facile: intuire, percepire, delineare, configurare l'anima dei popoli dei paesi potenzialmente nemici. Era ritenuto importante conoscere il modo di pensare, di reagire, di sentire, come pure quali fossero i sentimenti, le ·propensioni, le vocazioni, il giudizio sui vari problemi, compreso ovviamente quello dei rapporti con i paesi confinanti e con i presumibili nemici, amici e potenziali alleati. A Berlino si riteneva di fondamentale priorità conoscere tali aspetti dai quali prendere le mosse per prefissare linee di stra-
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tegia diplomatica consona al tipo di interlocutore e in ogni caso per conoscere il clima psicologico che si sarebbe dovuto affrontare in un periodo di crisi acuta o di os.tilità. Non si sottolineerà mai abbastanza la connessione esistente tra la metodologia applicata ,d al servizio informazione germanico e le tecniche utilizzate nell'attuale fase storica a conferma della traslazione dei concetti e della dottrina da una organizzazione all'altra e della continuità riscontrabile non solo come pensiero, ma anche come validità concettuale. La Germania non limitò all'Europa orientale la sua indagine, ma la estese ai tre Paesi più potenti dell'epoca e cioè Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, riuscendo, ad esempio, a collocare uno degli agenti più preparati e accademicamente più qualificati in una università americana quale titolare di cattedra. Da un punto di osservazione privilegiato e dietro una copertura così autorevole, l'agente poté sviluppare in tutta tranquillità e senza correre inutili e controproducenti rischi, una mole di lavoro ragguardevole, prendendo le mosse dall'aralisi del comportamento dei giovani statunitensi. La sintesi della sua osservazione si concretizzò nello sconsigliare un conflitto con gli Stati Uniti. Altri studiosi dopo attenta ricerca espressero parere analogo nei confronti della Gran Bretagna, considerando invece estremamente favorevole il rapporto con la Francia bersaglio molle, privo dell'aggressività e dell'ostinazione tipiche delle popolazioni di estrazione anglo-sassone e soprattutto lontano dai metodi scientifici applicati oltreoceano. Se il servizio segreto germanico perfezionò la tecnica delle notizie false frammiste a informazioni vere (che quindi attribuivano credibilità e forza persuasiva alle menzogne) portando ai massimi livelli dell'epoca l'utilizzo della scienza, non si deve dimenticare la metodologia di penetrazione giapponese, molto più sofisticata, articolata sull'inserimento degli agenti nella società potenzialmente nemica e comunque da controllare e da conoscere sin nei minimi particolari perché inserita nel disegno espansionistico nipponico. In questo senso il Giappone lavorò con grande tempismo e maggiore senso di profondità visiva, dislocando i suoi uomini nelle aree di interesse strategico con vent'anni d'anticipo, facendo ricorso ai matrimoni, alle case da the, al commercio, alla religione, ai traffici marittimi, all'arte, pur di incidere sull'avversario creando punti d'osservazione di estrema efficacia e di contenuta pericolosità.
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La campagna militare del dicembre 1941- febbraio 1942 fu il risultato di un lungo, paziente lavoro preparatorio. Non è questa la sede per un'analisi critica concernente il superiore ruolo militare svolto tra le due guerre dagli uffici informazione e neppure per una individuazione particolareggiata di episodi sconosciuti o quasi dai quali scaturirono clamorose vittorie in battaglia. Si può solo dire che l'azione penetrativa, sia come strumento per carpire informazioni, sia per incidere sulla situazione avversaria, rimane la più efficace anche in presenza dello spionaggio spaziale e degli altri mezzi scientifici attualmente disponibili. Per chiudere questo paragrafo non sarà superfluo un cenno al fatto che già al tempo di Napoleone si era affermato un principio consolidatosi nel tempo : l'esercito fornito del piti forte apparato informativo vince la guerra. Oggi si può sostenere che un sistema d'informazione e controinformazione e di guerra psicologica potentemente strutturato e organizzato, sostenuto da un'azione politica adeguata e supportato da uno strumento militare proporzionale, può imporsi anche senza provocare combattimenti.
LA FASE SCIENTIFICA E PROGRAMMATA DELLA GUERRA PSICOLOGICA
La guerra psicologica si serve dello spionaggio e non viceversa. Gli obiettivi delle due metodologie sono diversi anche se alle volte tramite la guerra psicologica è possibile acquisire un informatore o addirittura un agente di rango. Lo spionaggio nelle sue forme più moderne quindi anche quello elettronico, spaziale,. addirittura con l'olografia (il laser applicato alla scienza fotografica per la realizzazione di ologrammi fatti con un sistema di r ipresa senza obiettivo) fornisce alla guerra psicologica notizie, dati, elementi di valutazione, punti di riferimenti anche didattici utili alla tattica da impiegare in questa o quella occasione. I calcolatori elettronici r appresentano un supporto di grandiosa importanza come pure i satelliti artificiali e i più avanzati metodi di comunicazione, elaborazione e intercettazione, ma non vi è dubbio che nulla può sostituire l'uomo particolarmente quando l'obiettivo sia la penetrazione e la conquista della fiducia.
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Ricordato che il procedimento richiede tempi lunghi e una organizzazione altamente preparata che può scaturire soltanto da una scuola, è opportuno altresì evidenziare una serie di aspetti che per comodità ed efficacia espositiva si enumerano sinteticamente: - La scelta della guerra psicologica a livello di superpotenze e per schieramenti di alleanze e organizzazioni, è stata imposta dall'impossibilità di risolvere le vertenze e i conflitti di interesse con il ricorso alle armi convenzionali in un conflitto diretto. - L'esigenza di possedere un'organizzazione efficiente, funzionale in costante attività, fornita di archivi colossali totalmente microfilmati e computerizzati, quindi fulmineamente consultabili, come pure di sistemi di comunicazioni temporaneamente impenetrabili e indecifrabili o indecrittabili, ha spinto anche le medie potenze esposte ai rischi di penetrazioni politico-economico-militare e dello spionaggio industriale ( oggi più che mai parte integrante del sistema strategico) a realizzare strumenti e contromisure idonei a contenere la minaccia. Il terrorismo e in genere l'eversione sono gli aspetti più dirompenti della sovversione, ma è opportuno rivedere la classificazione delle « cinque fasi » fatta da Lev Trotski sulla guerra rivoluzionaria, rielaborate poi da Mao Tse-tung, e scorporare la guerra psicologica in quanto anche se essa si propone identici fini, rientra in una concezione più avanzata e sottile rispetto all'atto terroristico o alla sovversione ortodossa ancorata alla sommossa di piazza come preludio all'assassinio politico o all'attentato a scopo di strage. - La guerra psicologica rappresenta la minaccia più pericolosa che mai Paese abbia dovuto fronteggiare. Il persuasore occulto non è facilmente individuabile, la molteplicità degli strumenti impiegati e impiegabili rende facilis-· sima la penetrazione di massa, i danni provocati non sono immediatamente percepibili, non è reato sostenere idee contrarie a quelle di una qualsivoglia maggioranza. La fase scientifica e programmata della guerra psicologica non è facilmente collocabile nel tempo. Si può ragionevolmente ritenere che essa abbia fatto registrare la prima attribuzione e definizione quasi impercettibilmente con l'impiego di sistemi più avanzati nel quadro di una razionalizzazione delle sue finalità.
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Che vi fosse la possibilità di manovrare l'opinione pubblica era sin troppo noto; che le sommosse di piazza si potessero preordinare e finanziare era altrettanto noto. Con le soluzioni offerte dalla radio, dal cinema e poi dalla televisione e, in seguito, dall'aumentata diffusione della carta stampata e, nell'insieme, dal potere di penetrazione di tali strumenti, i principi della psicologia applicata asserviti ad azioni condizionanti si tramutarono in uno strumento di micidiale portata. Come sempre, tuttavia, è stato il fattore umano a far scattare la scintilla ed è ad uomini selezionati e freddamente utilizzati che si è demandato il compito di impiegare tale sistema d'arma, perché di questo si tratta. I canoni operativi passano attraverso concezioni collaudate e costantemente controllate. Nulla è lasciato all'improvvisazione. Le procedure sono talmente semplici e sensibili che un mutam ento di rotta si tramuterebbe in un disastro, costringendo a sospendere l'azione e a riprenderla da zero con quali implicazioni è facile intuire. L'incidenza delle varie operazioni sui soggetti non si registra automaticamente e autonomamente, ma necessita di più dosi e particolarmente di un clima favorevole che deve essere mantenuto sempre entro certe temperature, altrimenti l'effetto risulterebbe attenuato. La procedura, pertanto, richiede la concomitanza di più impulsi: - tensione latente e sua graduazione - minaccia potenziale di episodi violenti - insinuazione dei temi dell'operazione - contemporaneo mascheramento e inganno - eventuale simulazione di falso scopo - mobilitazione totale degli strumenti. Alle volte :potrebbe present arsi l'esigenza di agire contemporaneamente su più fonti; in tal caso la flessibilità dell'organizzazione consentirà il superamento dell'emergenza in quanto il ventaglio disponibile prevede il ricorso a canali di pressione alternativi e addirittura facilita il raddoppio della concentrazione. Mentre l'azione procede, si effettua la selezione dei bersagli con la discrezionalità suggerita dal tipo di proposta che si intende privilegiare in forza del suo rateo di efficacia e della capacità
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di fis sare l'attenzione e di plasmare, sempre entro certi limiti, l'orientamento. A questo punto, dopo averne fatto cenno sintetico e puramente applicativo, è opportuno indicare l'insieme degli strumenti a d isposizione e utilizzati dalla guerra psicologica : - agenzie di stampa - quotidiani - emittenti radiofoniche - settimanali e periodici - stazioni televisive - pubblicità - fi lms e documentari - pubblicazioni specializzate e settoriali - libri (narrativa, saggistica, testi scolastici e universitar i) - organizzazioni culturali - teatro e spettacoli in genere - canzoni - associaz.ioni di vario tipo. Ogni mezzo di comunicazione si presta al lancio di messaggi in grado di raggiungere i centri di percezione e di registrazione che si intendono colpire inserendo nel processo cerebrale razionale e in quello inconscio, l'input opportuno, idoneo a produrre in seguito la reazione desiderata. Vediamo ora su quali centri agisce l'azione psicologica. Si è fatto cenno all'insicurezza e all'incertezza. La guerra psicologica punta decisamente su tali obiettivi tramite la sollecitazione di un comportamento riflesso, immettendo nel circuito delle r eazioni istintive ed emotive e in quelle delle constatazioni di fatto, elementi perturbativi (economici, sociali, militari, politici). I soggetti, ovviamente, reagiscono in modo difforme a seconda del livello culturale, dello sviluppo individuale nel settore intellettuale e, infine, del senso di responsabilità raggiunto. Il lato interior e, soprattutto la sensibilità e l'inconscio, capaci <li assorbire ricordi, sensazioni, immagini, risultano particolarmente vulnerabili e le associazioni rifluiscono, in tempi successivi, se riattivate da situazioni analoghe o similari, se ridestate m ediante l'invio di impulsi capaci di rimettere in movimento il meccanismo di identificazione.
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ESEMPIO DI PERMUTAZIONE COl'vlPORTAMENTALE
Uno degli obiettivi essenziali nel disegno della guerra psicologica consiste nello sfruttamento intensivo dei mezzi d'informazione. Il presupposto è dato dal fatto che la cosiddetta pubblica opinione è formata da persone, ognuna alle prese con difficoltà, problemi, situazioni particolari e sovente deboli, in moltissim i casi alla ricerca più o meno accanita, di motiv_azioni e di risposte, quando non a-ddirittura di suggerimenti. Il processo di immedesimazione è uno dei maggiormente produttivi. L'incontenibile desiderio di uscire dall'anonimato attirati dal ruolo del protagonista, pone numerosi soggetti nella condizione di voler assaporar.e, anche in condominio, la notorietà, ponendosi in posizione contrapposta a quella usualmente occupata. Sollecitati opportunamente i soggetti si prestano ottimamente ad essere plasmati e modellati. Fatti, episodi, testimonianze, situazioni, sensazioni, inducono il destinatario del messaggio a sovrapporsi e/o sostituirsi, riconoscendosi in quanto viene proposto e quindi a fare suo l'atteggiamento, il comportamento, la procedura, il punto di vista. I destinatari .dell'immagine e del commento, del titolo di quotidiano o di periodico oppure del linguaggio televisivo e radiofonico, sono pilotati dalla scelta delle parole, dall'aggettivazione e dalle sequenze delle riprese, dall'associazione tra immagini e parole e modo di interpretarle. Lo scopo recondito è quello di infondere e incrementare il senso di fiducia, di autocompiacimento, alimentando la certezza dell'impossibilità ( quindi del rifiuto) di mutamenti repentini o del sorgere di minacce. In effetti si tende a favorire lo slittamento verso una condizione di immobilismo critico. Le scelte operative tengono conto delle sfumature razionali cerebrali ed emotive esistenti ad esempio, tra latini-mediterranei, latino-americani, anglo-sassoni, nordeuropei e nord-americani, etc. Per ciascuno dei gruppi le procedure mutano, attagliandosi al gusto, al modo di affrontare gli argomenti e in ciò si nota quanto fosse importante l'indagine elaborata a suo tempo dai tedeschi. Quanto precede per ottenere che ad un dato modo di essere se ne sostituisca un altro, lentamente, gradualmente, impercettibilmente, modificando la scelta dei valori.
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L'assuefazione ricopre un ruolo non secondario. I manifestini, le locandine, gli slogans opportunamente dosati, filtrati e collocati, colpiscono i soggetti che assorbono, incamerano, registrano il messaggio il p iù delle volte automaticamente, inconsciam ente, senza partecipazione o presenza critica e nemmeno analisi e tutto ciò funge da potenziale richiamo con impulsi inviati al subconscio con la rappresentazione in veste diversa del medesimo argomento, rna, in questo caso, diversamente da quello precedentemente indicato, con alcune parole chiave che riattivino quanto memorizzato o registrato oppure ancora completando il procedimento di sviluppo fotografico mnemonico sollecitato. L'isolamento e la disgregazione rappresentano due momenti essenziali. Si punta in prima istanza al progressivo sfilacciamento del tessuto sociale, alimentando i contrasti e le interpretazioni divergenti con il ricorso alla distorsione delle notizie, all'anacquamento delle informazioni, focalizzando aspetti ad effetto, difficiimente verificabili, puntando sul fatto che i destinatari dell'i nput pur prevenuti in buona misura nei confronti della stampa e della televisione, riservano una preferenza più o meno marcata verso una «testata» e che in ogni caso l'effetto rimbalzo contribuisce quale cassa di risonanza nella diffusione cli quel determinato elemento in funzione di veicolo fuorviante. Nell'operazione è fondamentale che l'impulso appaia del tutto normale, innocuo, una pura e semplice registrazione di fa tti cosicché la sua penetrazione risulti efficace e profonda. Lo scopo è che raggiunga il più direttamente possibile i centri mnemonici inconsci e sia immagazzinato senza fatica e senza sintomi di rigetto, dal cervello del soggetto dove rimarrà in posizione di riposo, ma con forte azione sul processo biochimico della formazione del giudizio e sulle reazioni emotive. Al momento ·O pportuno potrà essere richiamato in forma visiva e l'associazione con il precedente messaggio innescherà il comportamento d esiderato che oltre tutto avrà un rilevante potere di persuasione indotto sui soggetti psicologicamente più deboli e istintivamente inclini ad agire per imitazione. Quanto precede si attua, fra l'altro, manipolando le informazioni ma anche calibrando il modo di porgere la notizia, il taglio che ad esse viene dato con la scelta della fraseologia, dell'aggetti-vazione, dei tempi nei quali si diluisce l'episodio, del metodo seguito nel tratteggiare l'evento.
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Una considerazione esemplificativa forse marginale, ma non meno importante, riguarda i titoli dei quotidiani: partendo dal presupposto che grossa parte dei lettori « scorre i titoli soffermandosi solo su una minima parte dei testi, il titolo, che in prassi ortodossa dovrebbe sintetizzare e comunque dare la notizia nella sua essenza, diventa sovente un mezzo per condizionare o imprimere una traccia non labile nella mente di chi ne è rimasto colpito. Si deve tenere conto di realtà ovvie e immutabili: vi è un riscontro immediato tra condizioni economiche e orientamenti, tra livello culturale e capacità di critica selettiva, tra fragilità caratteriale e inquietudini emotive. L'individuazione dei settori entro i quali proporre un certo tipo di linguaggio e di approccio non dipende soltanto dall'estrazione sociale e dall'entità patrimoniale, bensì dalla collocazione dei soggetti al cospetto delle problematiche sul tappeto. La stratificazione della società occidentale e la mancanza di intercomunicabilità, la diffidenza che permea ogni rapporto e il flusso inesauribile di mutamenti determinati dagli scontri di interessi o dalla ricerca di alleanze contingenti, seziona il corpo sociale in innumerevoli piani dove il tempo, lo spazio, i parametri non hanno punti di contatto, possibilità concrete di comprensione. I soggetti diventan o vulnerabili nell'io oltre la scorza che funge da armatura nei contatti diuturni, quando, abbassata la guardia e allentata l'attenzione, ritengono di non essere esposti al normale rischio. L'ovattato silenzio interiore che avvolge le riflessioni e circoscrive il tumultuare dei pensieri, dei ricordi affioranti, delle sovrapposizioni, dei rimorsi, dei sensi di colpa che spesso si tramutano in angoscia e instabilità, rappresenta l'incubatr ice ideale per il prosperare e il diffondersi dei dubbi e dei ripensamenti e della diversa ottica dalla quale considerare i problemi che scorrono sulla moviola del cervello mescolandosi anche convulsamente con i desideri inappagati e le ombre delle rinunce. La mutazione psicologica si delinea così nel lungo periodo e sostanzialmente appare come appagamento di ansie lontane e superamento definitivo di debolezze, mentre in effetti, in moltissimi casi, .a ltro non è se non condizionamento paludato da adattamento. )>
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Non è segno di consapevolezza e di maturità, ma perdita secca di personalità.
LA DISTORSIONE DELLE PAROLE E DEI CONCETTI
L'utilizzo della parola come strumento di persuasione occulta è un dato di fatto inoppugnabile e ormai assodato.
Appare invece meno ovvia l'intenzionalità della procedura per quanto attiene allo studio accur ato della metodologia al fine di giungere a risultati sfruttabili nel senso in corso di analisi . In termini correnti questo tipo di offensiva si può definire guerra delle parole e consiste nell'imporre gradualmente un significa to a senso unico a determinati concetti, precisi vocaboli e lemmi, ad allocuzioni, con il segreto scopo di tramutarli in postulati tacitamente accettati dagli ascoltatori o dai lettori non sufficientemente critici. L'esempio più immedito è quello della voce, o vocabolo o parola, collettivo che nella lingua italiana significa di tutti insieme, mentre è ben noto il significato che il termine ha acquisito. Accade pertanto che l'uso sistematico, scientifico, della metodologia avente quale obiettivo il condizionamento progressivo dei riflessi e delle associazioni, facendo leva su una scelta ragionata e per approssimazioni successive di un diverso tipo di linguaggio, pervenga al risultato di imporre tale linguaggio, apparentemente per la via dell'accettazione da parte dei destinatari che per emulazione o per imitazione ne fanno proprio l'uso, quasi fosse una conquista o un segno di distinzione, se non proprio un'elevazione di qualità. Un altro esempio è quello del termine libertario dal fra ncese libertaire che significa anarchico. Oggi, comunemente, gli si attribuisce il significato corrente di uomo libero o amante della libertà più completa, mentre è noto che anarchico equivale a senza rfapet to per le leggi e l'autorità. Una terminologia ancora più efficace è quella basata sulla dizione fronte per la liberazione ... o fronte popolare ... e analoghi, dove il termine fro nte unito ai concetti della libertà e del popolo sottintende implicitamente un elemento di lotta alla tirannide, al la sopraffazione, alle prevaricazioni, alla ingiustizia intesa nella sua più vasta e nobile accezione.
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Originariamente puro nel suo significato etimologico, è poi stato piegato a scopi diversi in forza di interpretazioni non sempre autentiche, imposte da scelte di varia natura, al punto che oggi non basta più la term inologia a classificarne la corretta collocazione. Quanto precede rientra in quello che si potrebbe definire un processo di simulazione in quanto i detentori del potere di fare informazione e di gestire uno dei settori più importanti di questo scorcio di secolo, con proiezioni gigantesche nel futuro prossimo e più lontano, dispongono di mezzi praticamente illimitati, mentre i controlli anche di pura etica professionale e di deontologia e il più elementare rispetto della correttezza risentono in forma non marginale di situazioni del tutto estranee all'esercizio dell'attività.
D ALLA PROPAGA:-lD A ALLA GUERRA PSICOLOGICA
Il secolo scorso vide tra le molte innovazioni anche quella della propaganda, intesa a diffondere idee di varia natura, religiose, politiche, sociali, etc. Soltanto con lo scoppio della grande guerra, e dopo aver superato ostilità non secondarie, la propaganda conobbe grande impulso: i giornali, le associazioni, i manifesti sotto la spinta dei governi escogitarono soluzioni a getto continuo. La prima vittima della guerra è la verità e proprio in considerazione di ciò i suoi obiettivi in un periodo di confronto armato non possono essere altri se non quelli di sostenere moralmente lo sforzo della nazione screditando il nemico, esaltando le motivazioni della decisione di combatterlo, presentando l'avversario nella luce peggiore, denunciandone la barbarie, l'avidità, la tracotanza, etc. La propaganda in una condizione del genere è palese, inequivocabile, ma non per questo la sua efficacia risulta m eno incisiva. Le passioni, la tensione frenano la capacità critica ma ad un osservatore meno superficiale appare sin troppo chiaro che l'obiettivo è puramente strumentale e contingente. La propaganda è un forte, ma circoscritto, elemento di sostegno, una dimostrazione di vitalità e di inventiva e solo in determinati e favorevoli casi può tramutarsi in un'arma e cioè quando si tratta di dare la spinta finale al morale già fortemente scosso del nemico,
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facendo leva sui fragili e sui vili al fine di favorire la diserzione, la ribellione, oppure per accelerare la paralisi del fronte interno. Qui intervengono i fat tori del disfattismo sui quali la propaganda cerca, in ogni modo e sempre, di fare leva se non addir ittura di instaurare collegamenti. Il discorso s i sposta quindi su un binario estraneo al tema e conviene abbandonarlo. La propaganda, in estrema s intesi, punta sulla creazione di immagini che colpiscono la fanta sia dei soggetti e questo anche quando viene usata nelle competizioni politiche. E tanto più efficace quanto più tende a persuadere piuttosto che ad imporre ed è ovvio che tenga in massima considerazione la cosiddetta p sicologia delle masse anche se in tale orientamento, che pare prevalente, perde di vista la strategia dell 'azione facendosi dominare dalla tattica. Secondo i teorici, invece, la propaganda sar ebbe la tecnica e il metodo di influenzare e controllare le attitudini le opinioni i comportamenti dei soggetti mediante l'uso delle parole o di altri s imboli . La m assificazione degli individui sarebbe l'obiettivo e le influenze con dizionanti lo strumento. Se Ja propaganda viene u tilizzata in senso positivo viene definita informazione di massa, nel caso opposto m anipolazione. L'incompletezza e la marginalità risultano evidenti; vi sono persino contraddizioni concet tuali dove si vuole contrapporre seccamente Ja propaganda buo na a quella cattiva, quella di sostegno a quella di demolizione. Tutto ciò e quanto altro sarà focalizzato in questo ·paragrafo evidenzierà la superficialità e l'approssimazione con le quali nel nostro Paese si affronta l'argomenlo e la m ancanza di una analisi e di una ricerca scientifica adeguate. Si dimenUca o si sorvola sul fat to che la propaganda per essere tale deve necessariamente nascondere alcune verità e risultare più efficace e massiccia proprio nei periodi critici e non in quelli palesemente favorevoli. La complessa macchina pensante rispondente al nome di uom o difficil mente può essere incapsulabile entro schemi prefissati e rigidamente incasellati. Le reazioni, i pensieri, il sospetto, la diffidenza, come la credulità, l'ignavia, etc. lo rendono imprevedibile ed è proprio per questa caratteristica che diventa difficilmente controllabile e manovrabile se trattato con azioni dirette e palesi. Solo il timore di misure repressive indiscriminate o la paura possono costringer lo ad un atteggiamento remissivo .
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Oppure è indispensabile che egli sia convinto intimamente della giustezza dei principi e degli scopi per assuefarsi al sacrificio e alle relative rinunce. Si entra così nel campo della volontà, cioè della capacità di volere. Una definizione è la seguente: qualità dell'animo umano che, presupponendo la coscienza, ma non identificandovisi, persegue con fermezza i fini che il soggetto si è proposti e accompagna la ragione nella decisione e nella scelta dei mezzi e dei metodi atti al loro raggiungimento. In altri termini, la volontà è una forza (che si identifica nel carattere) utilizzata per conseguire determinati risultati opponendosi (o superando) a quanto di esterno ostacola l'azione. La necessità di condizionare tale forza è uno degli obiettivi della propaganda. I particolari settori verso i quali l'operazione è 'i ndirizzata impongono l'utilizzo di procedure diversificate e certamente meno grossolane rispetto a quelle dei messaggi di massa impiegati dalla propaganda sino agli ultimi anni «trenta». Se al manifesto, al testo radiofonico, al libro bianco ( verde, giallo, blù, etc.) si attribuiva il ruolo d'urto con immediata risonanza interna e internazionale, catturando l'attenzione non solo degli addetti ai lavori, ma anche quella degli strati più sensibi.li delle popolazioni con immediati riscontri sulla stampa, ci si rendeva conto però che il potere di pers]Jasione era alquanto marginale e caduco. Da ciò l'esigenza di azioni sempre più massicce e r oboanti con aumento proporzionale del rischio di caduta della credibilità.. Si imponeva una tattica diversa, più sostanziale e pagante, da affiancare a quellà ormai collaudata ed entro certi limiti efficace della propaganda. Tutto è perfettibile, quindi anche l'azione tendente ad incidere sulle opinioni e sui comportamenti. Il problema di fondo era il condizionamento graduale e impercettibile, silenzioso e insinuante, estremamente vantaggioso in quanto il nemico avrebbe dovuto rispondere con procedura analoga, quindi placando in certa misura la sua aggressività verbale, ponendosi su un piano diverso, più scientifico, con il pericolo di rivelare limiti precisi nelle contr omanovre. Infatti un'azione del genere non s'improvvisa. Il passaggio alla guerra psicologica se non è databile è certamente intuibile nel processo tratteggiato. Se la scuola russa oggi
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è all'avanguardia dipende da una serie di fattori estranei al tema,
ma non p er questo il fat to deve essere sottaciuto. Se si vogliono indicare due esempi ai quali si può attribuire una patente di aristocrazia nel settore concettuale e applicativo della guerra psicologica, è d'obbligo citare « Radio Londra » e « Tokyo Rose » . Il primato britannico nella guerra psicologica tra il 1940 e il 1945 non deriva dal fatto che fu rono gli inglesi a coniare la definizione « Psicological Warfare », ma dalla qualità del .lavoro svolto. La BBC nel corso del conflitto trasm etteva in quarantacinque lingue diverse per cinquantanove ore quotidiane. Un impegno enorme, colossale, che ottenne risultati di primo p iano, sfruttando l'arma della persuasione. Tuttavia è bene precisare che solo nei primi mesi del 1943, quando gli eventi militari volsero in favore degli Alleati, i britannici registrarono tangibilmente i maggiori successi, ma non vi è dubbio che l'attività precedente fu altrettanto utile, un cuneo penetrante, un lavoro a goccia d'acqua, con visione globale. Altri belligeranti, particolarmente i tedeschi, risposero adeguatamente, ma in un dialogo diretto, privo di una visione d'insieme. :È. necessario comunque evidenziare un punto di primaria importanza: la qualità della guerra p sicologica prodotta risente in misura considerevole del livello culturale e della tradizione riscontrabili nel tessuto originario che Ja esprime. Le motivazioni, il tipo di espressione operativa non son o soltanto la manifestazione di una preparazione puramente professionale e di una scuola d'indottrinamento, ma anche, se non soprattutto, l'estrinsecazione di partecipazioni ideali e creative, dove l'ironia, il sarcasmo, l'intuizione, l'abilità dell'improvvisazione ricoprono un ruolo rilevante, in quanto è con la fan tasia e la freschezza delle idee che si delineano le soluzioni più efficaci e non con l'applicazione piatta e un iforme dei criteri burocratici stabiliti dai regolam en ti o dalle circolari. Per quanto riguarda « Tokyo Rose», le sue trasm issioni in lingua inglese rappresentarono quanto di più sofisticato ed efficace sia stato realizzato durante la guerra da una emittente. La donna, che rispondeva al nome di Iva Toguri, basava le sue conversazioni radiofoniche su informazioni del servizio segreto nipponico, dimostrandone indirettamente l'abilità, sottoponendo le truppe americane ad una pressione psicologica crescente mano
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a mano che la minaccia statunitense si avvicinava al territorio metropolitano giapponese. Il solo fatto che gli americani l'abbiano fucilata indica il livello della pericolosità espressa. Ciò conferma chiaramente che la guerra psicologica riflette il livello di preparazione raggiunto dalla cultura accademica di un Paese e che l'elaborazione delle tematiche deve essere affidata non solo agli specialisti delle informazioni, ma anche a scienziati -e studiosi abituati ad osservare, ad analizzare i fenomeni umani e i comportamenti dei soggetti. Un altro riferimento all'ultimo conflitto mondiale consente di riallacciare il discorso con il presente. Le centrali operative dei servizi informazione rappresentano, unitamente agli Stati Maggiori, l'epicentro della forza intellettuale e concettuale di una potenza militare. Nei rapporti internazionali ad alto livello, quelli per intenderci, dove si decidono gli equilibri, il contributo dei servizi segreti è determinante. La conoscenza degli orientamenti è fondamentale. Ne deriva un'azione pervicace intesa a perforare il sipario delle misure protettive. L'inquinamento dei servizi segreti nemici (realizzato, ad esempio, dagli americani in Germania) è un obiettivo privilegiato. L'ultimo esempio cli grande rilevanza risale al caso PenkovskijWynne. Il colonnello sovietico fornì all'agente britannico notizie di eccezionale importanza: il trasferimento a Cuba di sofisticati strumenti di rilevazione elettronica ( oltre ai missili), la mappa del sistema antimissilistico russo. Le informazioni filtrate travolsero la rete di agenti sovietici in Occidente; il contraccolpo .all'interno dell'apparato russo fu tremendo. È un esempio di penetrazione classica, definita all'inizio di queste note, azione in ambiti ristretti e qualificati, una fase sottile della guerra psicologica, qualcosa che sfiora l 'arte, costituendo l'interfaccia dell'azione psicologica a largo respiro, un'operazione che si tende ad attribuire allo spionaggio classico, mentre al contrario pur avendo, come tutte le iniziative in esame, obiettivi riconducibili a tale natura, rientra più esattamente nella persuasione e nella capacità di esercitare attrazione intellettuale, proponendo soluzioni più accettabili nel dialogo delle intelligenze; un gioco intricato e pericoloso, ma costituente il terreno sul quale, di fatto, si registra lo scontro. Negli ultimi anni in considerazione dello sviluppo eccezionale della tecnologia, la penetrazione si è notevolmente affinata
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selezionando gli obiettivi, puntando su quelli particolarmente qualificati onde venire in possesso di informazioni in grado non solo di indebolire l'avversario entran do in possesso di risultati scientifici senza sborsare denaro, se non in minima quantità, guadagnando tempo, ma anche di colpire il suo orgoglio, incrinando la sua credibilità, scuotendone la .fiducia e ridicolizzandone l'efficienza protettiva. Se l'acquiescenza e la pigrizia sono veicoli d'incertezza e di insicurezza e, quindi, vettori di condizionamento, la superficialità è generatrice di pressapochismo. In una condizione del genere si è portati a sottovalutare i pericoli e a perdere il senso delle proporzioni. Quanto precede si tramuta in un piatto d'argento per la guerra psicologica. Smessi i panni della propaganda, il condizionamento progressivo ha indossato quelli impalpabili e sguscianti della persuasione occulta entrando in una dimensione completamente diversa nelle metodologie e nella profondità dell'applicazione, puntando ad esercitare una pressione crescente sui soggetti, oltrepassando gli obiettivi superficiali della rappresentazione di una immagine diversa per entrare nella sfera della mente ricercando il modo di agire sui processi che producono le convinzioni e le idee.
LA MANIPOLAZIONE DELLE NOTIZIE
La tecnica per manipolare le notizie e le informazioni richiede la conoscenza delle metodologie giornalistich e e dei canoni essenziali della psicologia della pubblica opinione. La notizia pu ò pervenire da un'agenzia di stampa o può essere reperita direttamente dalle fonti con procedure diverse che non è qui il caso di precisare, esulando dalla tematica. Sulla materia prima così disponibile si inser iscono le manipolazioni. Il canovaccio può essere arricchito di ipotesi e di particolari sempre usando i verbi al condizionale, ma in grado di modificare notevolmente non solo la natura, ma anche la sostanza della notizia diluendone o accentuandone l'importanza, glissando su aspetti imbarazzanti o acuendone la particolarità per gettare luce nefasta sul soggetto o sulla questione che si intende colpire. Un esempio renderà più palese l'insieme del processo.
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Ipotesi di testo di dispaccio di agenzia di stampa: - « Il ministro degli esteri della Margravia è giunto questa sera a New York con un volo diretto. Domani nella sede delle Nazioni Unite pronuncerà l'atteso discorso nel quale secondo quanto comunicato ufficialmente dal suo governo accuserà di aggressione la Curlandià, considerata responsabile dell'attacco militare di dieci giorni fa. Al suo arrivo all'aeroporto newyorkese, il diplomatico non ha voluto rilasciare dichiarazioni, ma negli ambienti della delegazione traspare un certo scetticismo sulla possibilità di successo della mediazione condotta dai paesi neutrali e non allineati. La crisi permane mentre i combattimenti continuano anche se in fo rma sporadica». La notizia deve essere sezionata nelle sue parti essenziali e più rilevanti e in tali fenditure si inseriranno gli incastri del tipo ritenuto pit1 adatto a seconda del risultato da raggiungere. Un esempio di manipolazione potrebbe essere il seguente: - « E giunto oggi a New York il ministro degli esteri della Margravia preceduto da una serie di dure dichiarazioni verbali contro la Curlandia accusata di avere sferrato il violento, devastante, proditorio attacco, dieci giorni fa, nella zona orientale del Paese. I danni provocati dai velivoli curlandesi nel corso delle reiterate incursioni sono ingenti, come le immagini documentano. Il bilancio delle vittime è ancora provvisorio, ma si parla di decine di morti e feriti. Nessuna comunicazione ufficiale è stata dkamata in proposito, ma si ritiene che nel suo discorso alle Nazioni Unite il ministro fornirà particolari in proposito. · Secondo fonti diplomatiche solitamente bene informate, truppe curlandesi starebbero ammassandosi in una fascia ristretta di confine per spingersi nuovamente all'attacco al fine di risolvere con la forza il contenzioso territoriale che ha portato l'area sull'orlo di una conflagrazione di grosse proporzioni, in grado di riflettersi negativamente· sul processo internazionale di distensione e di consolidamento della pace. Nella capitale della Margravia vi è attesa per l'esito della mediazione condotta dai non allineati. I prossimi incontri delle varie delegazioni, previsti nelle ,prime ore del pomeriggio di domani, dovrebbero fornire alcune indicazioni circa la concreta possibilità di un cessate il fuoco e quindi di una trattativa più distesa. Tuttavia i circoli politici dei due paesi in conflitto manifestano qualche preoccupazione. In particolare la Margravia annette importanza alle pressioni esercitate dalle superpotenze. Al-
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tre fonti sostengono che la Curlandia intenderebbe procrastinare il negoziato, frapponendo ostacoli procedurali, al fine di mettere il mondo politico internazionale di fronte al fatto compiuto di una conquista militare e quindi trattare da una posizione di forza. Un sintomo di tale orientamento potrebbe essere individuato, sostengono sempre fonti qualificate, dalla lentezza con la quale la Curlandia procede nell'aderire alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dopo le prime dichiarazioni fa. vorevoli all'iniziativa di tregua. Le contraddizioni della Curlandia vengono intepretate da diversi osservatori con un rifiuto sostanziale delle proposte avanzate dalla commissione dei non allineati. Tale atteggiamento, secondo fonti ufficiose delle Nazioni Unite, compromette gravemente il lavoro della commissione negoziale e lascerebbe trasparire la presenza di una terza forza intesa a sfruttare la situazione ... ». Da una così forzata interpretazione (meno avventurosa di quanto ·non si possa pensare) si può passare a tutta una vasta gamma di tonalità e sfumature sino a sostenere il contrario. L'esemplificazione potrebbe moltiplicarsi all'infinito: si tratta solo di stabilire se sia opportuno e necessario stroncare, denigrare, ridicolizzare, distorcere, infierire, esaltare, magnificare, ignorare, sminuire, registrare, ingannare, deturpare, etc. e quali miscugli escogitare. Inokre, come nell'esempio volutamente esagerato di cui sopra, è necessario valutare quali insinuazioni, ipotesi, immagini, scenari, soluzioni, interferenze e spiragli porgere e far balenare davanti al lettore o all'ascoltatore, dosando l'effetto con il condizionale, con l'accenno a fonti qualificate e mai citate perché inconsistenti, frutto soltanto dell'esigenza di inquinare la notizia e di non considerare come eventuale ed esplicito il responsabile commento, quindi distaccato dal corpo della notizia che è un fatto, bensì miscelando fatto e commento ponendo il lettore nell'impossibilità di scindere e individuarè l'uno dall'altro ponendolo di fronte ad un servizio costruito per fornirgli interpretazione e considerazioni che si tramutano in condizionamento senza consentirgli spazio critico e discrezionalità di giudizio. Sottoposti per anni a~ un trattamento del genere in ogni settore d'informazione, reso più intenso dall'effetto delle notizie basate sulla costruzione di ipotesi che dilatano eventi di particolare rilevanza, i soggetti, pur mantenendo una certa dose di
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scetticismo e di autodifesa, ne rimangono colpiti più di quanto non vogliano o possano ammettere, giungendo in numerosi casi a prendere le distanze dal sistema in essere, ponendosi in posizione di attesa, rifiutando tutto, assumendo un atteggiamento totalmente passivo. I dubbi infatti assalgono anche i più prevenuti con intenogativi inquietanti relativi ai possibili sviluppi futuri, alle evoluzioni che si propongono in termini che travalicano le ipotesi più ragionevoli o più spregiudicate. Il fattore fiducia rimane alla base della volontà; fiducia in se stessi e in certa parte degli altri. La guerra psicologica è protesa a mettere in crisi questo principio. Infatti la concomitanza degli interessi, il tornaconto, l'avidità, la cupidigia, passano attraverso il filtro della fiducia, di segno negativo, se si vuole, ma sempre fiducia, atto con il quale si dà credito a qualcosa se non a qualcuno. Quando la fiducia crolla o è pregiudicata viene a mancare uno degli elementi fondamentali della vita di uno Stato: la volontà di difendere quella situazione. Di fatto i soggetti si ripiegano su se stessi e si preoccupano quasi esclusivamente dei propri interessi contingenti. La credibilità del Paese è sostanzialmente nulla. Si deve a questo punto sottolineare quanto è già implicito, ma non sufficientemente chiaro: l'azione di guerra psicologica può anche essere innescata da una minaccia interna. Quando la sicurezza è sopraffatta dall'eversione strisciante, quando il cittadino sente le istituzioni come corpi estranei, il coefficiente di sopravvivenza è ridotto al minimo e il risultato della guerra psicologica è stato quasi ragg~unto. Il passo successivo richiede la neutralizzazione dello strumento difensivo.
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SICUREZZA E LA GUERRA PSICOLOGICA
La non conoscenza dei dettami elementari di qualsivoglia dottrina o scienza provoca incredulità, stupore e diffidenza nel momento in cui gli effetti si determinano. Un'indagine circoscritta ad alcune zone montane del nordItalia nei primi anni '50, avente quale oggetto la possibile futura conquista della Luna da parte dell'uomo, fece registrare tra le altre risposte, tutte improntate a sostanziale incredulità, una
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· esclamazione comune a diversi soggetti: « Il Signore non lo permetterà mai». In quelle parole vi era un sottofondo di ingenuità, di superstizione e, se si vuole, di purezza che tuttavia sottolineava drammaticamente una realtà non certo esaltante, configurando nel contempo la mole di lavoro necessaria al fine di elevare, entro almeno una generazione, il livello culturale del Paese per non correre il rischio di essere inesorabilmente tagliati fuori dal processo scientifico in dinamico procedere soprattutto sulla spinta delle soluzioni escogitate e applicate nella seconda parte della seconda guerra mondiale con il radar, gli strumenti di localizzazione subacquea mediante onde elettromagnetiche, la missilistica, l'applicazione di nuove concezioni nella cos,truzione di velivoli ed apparati di navigazione, motori, etc. con il ricorso a nuovi metalli e a macchinari nettamente superiori a quelli degli ultimi anni '30. In molti Paesi si percepì la necessità di realizzare mutamenti sostanziali nell'attività accademica privilegiando la ricerca, effettuando scelte di fondo, avvertendo che i successivi anni del secolo sarebbero stati dominati non dagli studi umanistici bensì da quelli scientifico-tecnologici pur senza umiliare le precedenti esperienze. Non si spiega altrimenti la caccia agli scienziati che scattò sin dal marzo 1945 e che già in precedenza aveva fatto registrare episodi fortemente indicativi. Purtroppo la concatenazione del fenomeno causa-effetto difficilmente viene percepita nei riguardi di situazioni nelle quali il timore e la preoccupazione predominano e condizionano l'attività riflessiva e meditati,va. Quando poi si deve affrontare un problema fondamentale come quello della difesa, l'accavallarsi subitaneo delle tesi e delle soluzioni priva l'analisi di ogni contenuto logico e razionale. Purtroppo non si tiene nel debito conto la realtà oggettiva entro la quale si susseguono gli avvenimenti e, al fondo, si individua la convinzione secondo la quale il negoziato, la ricerca continua di soluzioni e accomodamenti possano consentire l'accordo tra le parti. Si sottovaluta la pericolosità connessa all'atteggiamento s,trumentale al quale fanno ricorso determinati interlocutori, si negano posizioni preconcette, si escludono disegni espansionistici o mire egemoniche, si ignorano le regole fondamentali ,s ulle quali poggiano i rapporti di forza internazionali, lasciandosi corrom-
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pere dalle suggestioni legate alla presunta identità riscontrabile nonostante le diversità, siano esse geo-politiche, socio-economiche, culturali. Le aspirazioni e i momenti evolutivi vengono equiparati, disconoscendo i vari livelli di evoluzione storica e le esperienze totalmente contrastanti, dimenticando l'incidenza derivante da condizioni dipendenti da processi di secoli, a causa delle quali non è possibile escludere o saltare alcune fasi del cammino da percorrere prima di raggiungere posizioni consapevoli ed equilibrate. Se la difficoltà e la mancanza di legami profondi e meditati con un ceppo culturale comune impediscono la coagulazione degli individui e contemporaneamente l'identificazione in un popolo nel quale riconoscersi, è altrettanto vero che la polverizzazione delle tendenze e la contrapposizione aspra e r.uvida degli interessi espropriano di ogni efficacia lo sforzo finalizzato alla creazione di un sottofondo comune, essenziale per dare statura morale ed ideale ad una comunità nazionale. Qualora si intenda demolire, sgretolare, frantumare un sistema difensivo senza ricorrere a procedure dirompenti, si deve necessariamente passare attraverso vari, successivi stadi. La pericolosità dell'azione emerge da quanto si andrà esponendo. È doveroso premettere che l'analisi non ha pretese conclusive in quanto ogni fase potrebbe essere arricchita di ulteriori soluzioni e aggiornamenti. Rimane valido, invece, il filone operativo. Dapprima si tratta di instillare la convinzione dell'inesistenza di un pericolo e di una minaccia e comunque contrasta,re con massiccio ricorso ad ogni mezzo disponibile le affermazioni contrarie. Ma l'azione più subdola ed insinuante è quella diretta contro la pubblica opinione e contemporaneamente contro lo strumento militare. La tesi dell'inutilità delle spese per la difesa, la loro esorbitanza e pericolosità, costituiscono perni fissi sui quali vengono costruite campagne di ogni genere. Puntando su una serie di informazioni distorte tendenti a distogliere l'attenzione dalla realtà strategica entro la quale si sviluppano gli eventi, si accreditano immagini deformate dei rapporti di forza, premendo sul desiderio di pace non correttamente delineato, facendone un simbolo, un chiavistello al fine di scardinare la sostanza stessa delJe motivazioni che formano la ragione
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d'essere della difesa, intesa non solamente come complesso armonico e flessibile di forze armate integrate e cooperanti, ma anche come organizzazione di pensiero militare inquadrato nella sfera della strategia globale. L'indebolimento dei caratteri rientra immediatamente nel disegno da attuare, ricollegandosi con quanto precedentemente esposto. Il legame stretto tra i vari momenti non ha soluzione di continuità in quanto dapprima si agisce sull'insieme dei soggetti fornendo argomentazioni suadenti sulla volontà complessiva di pace, sul rifiuto della forza, sulla superiorità del negoziato, sulla ripartizjone equa delle ricchezze e sull'accesso equilibrato e non meramente speculativo aJJe risorse e alle materie prime, sul riordino sovranazionale dei mercati d'incetta e di sbocco, delineando combinazioni ineccepibili tra capacità e potenzialità, e, in seguito, si rappresentano le forze militari e ]a politica che ]e presiede come minacce potenziali agli equilibri e come ostacoli al perseguimento di finalità costruttive, trovando in consistenti strati cli opinione pubblica favorevole accoglienza in quanto la conoscenza superficiale delJ'argomento non consente la percezione esatta dell'autentica manovra in atto. L'azione psicologica condotta sino a quel punto è già riuscita ad inquinare l'orizzonte. È difficilissimo scindere il vero dal falso. La sovrapposizione delle tematiche è talmente ampia e profonda da impedire ]a subitanea separazione. Diventa indispensabile un'az-ione uguale e contraria con impiego di risorse, tempo, volontà, determinazione e non sempre ciò è possibile quando manchi una sufficiente dose di identificazione psicologica e l'individuazione e la localizzazione della minaccia. Si verifica pertanto una frattura tra soggetti impegnati nell'azione difensiva e soggetti difesi; questi ultimi non avvertono l'esigenza di passare da posizioni passive - e sovente fortemente critiche quando non addirittura ostili, ma quasi mai sufficiente{Dente motivate e sostanzialmente aprioristiche - ad una collaborazione e partecipazione, m~ncando il concetto della concomitanza procedurale. Lo strumen to militare non viene considerato al servizio della comunità nazionale, bensì estraneo, asservito ad altri interessi, divergenti da quello dei soggetti, anzi si tende a raffigurare l'immagine di una pressione in potenza sui soggetti stessi per cristallizzare la situazione esistente, relegando nel limbo delle inten-
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zioni ogni possibile superamento della condizione riscontrabile in un dato momento. Con gli strumenti a disposizione della guerra psicologica, precedentemente elencati, si opera sulla volontà incrinando il carattere, cioè la convinzione e la fermezza, indebolendo la decisione di voler tutelare la condizione esistente, escludendo esplicitamente possibili evoluzioni e miglioramenti, correzioni e perfezionamenti, incentivando la tensione al fine di dimostrare l'impossibilità di inversioni di tendenze se non mediante un cambiamento totale. La linea strategica della guerra psicologica non può ammettere che la piattaforma giuridico-morale sulla quale si basa la società da demolire possa avere in sé i principi idonei a favorire mutamenti di segno positivo e nemmeno postulati irrinunciabili. Se lo facesse annienterebbe istantaneamente l'effetto della sua azione. Quanto precede si realizza in forma morbida, graduando la tattica e l'utilizzo delle tecniche, passando da forme spigolose nel provocare inasprimenti di clima sociale a per iodi di apparente quiete durante i quali la persuasione e la penetrazione diventano più efficaci e risolutive. :i:, sommamente pericoloso illudersi di poter sventare la minaccia con la tolleranza e il confronto in quanto è impossibile individuarne le fonti ed eliminarne le ispirazioni.
L'OFFENSIVA STRI SCI ANTE
Accade che si registri con sempre maggiore frequenza, tale da impedire la percezione corretta delle sollecitazioni, un'accentuata sovrapposizione di tematiche affiancata da una eccessiva commistione di analisi poco rispettose dell'esigenza di suddividere organicamente la complessa materia nelle sue ripartizioni ortodosse e funzjonali. Si assiste allo svilupparsi disarticolato di trattazioni più o meno attendibili senza che esse siano ancorate a postulati. Esigenze informative e contingenze di cronaca soven te sono incasellate come elementi cli dottrina militare e ai lettori non iniziati, quindi alla stragrande maggioranza, manca il già ricordato supporto fondamentale del sia pur sintetico quadro strategico e psicologico d'insieme dal quale scaturiscono le modalità logisti-
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che, addestrative, tecniche, tattiche e, in particolar e ed in primis, i criteri e i concetti posti alla base del pensiero militare. In effetti la guerra psicologica sfrutta tutte le opportunità indicate, e le altre già sottolineate, in.filtrandosi reclclitiziamente nei var chi lasciati aperti dall'impr ovvisazione esistente e dalla mancanza di punti di riferimento precisi, guidati da una scuola di pensiero non esclusivamente militare, sarebbe un errore, ma di difesa, come avviene in diversi Paesi neutrali e di democrazia incorruttibile. Invece persino le riviste cosiddette specializzate e le agenzie di settore sembrano in genere più propense a concentrare la loro attenzione sui prodotti e sulle cosiddette « filosofie operative di comparto », piuttosto che su un'autentica e meditata ricerca scientifica avente quale scintilla la necessità di individuare sempre meglio l'interconnessione tra le varie componenti della difesa, quest'ultima intesa nella sua accezione più completa. Più in generale l'approfondimento, l'analisi, l'informazione risultano, nella quasi totalità dei casi, viziati da interpretazioni pregiudiziali, quasi che la professionalità fosse un attributo negativo e non invece il punto di partenza indispensabile al fine di focalizzare H problema di fondo. Si insiste nel parlare di difesa mentre sarebbe più opportuno porre in primo piano la sicurezza in quanto è l'insieme degli strumenti difensivi che costituisce il bersaglio della guerra psicologica e la prima e più importante contromossa è appunto la sicurezza del proprio apparato in quanto in essa risiede il concetto della difesa. Se manca un dibattito serio e non si avverte in genere una coscienza delle responsabilità connesse, viene da chiedersi in quale misura l'azione psicologica abbia contribuito a ciò e quanto invece dipenda da inerzia autonoma dei soggetti. Ritornano in primo piano l'indifferenza e l'assuefazione in forza delle quali la guerra psicologica concretizza i suoi risultati più clamorosi e devastanti coltivando l'indebolimento morale, il desiderio cli pace snaturato in pacifismo a senso unico, sfruttando quel senso di colpa inconscia insinuato mediante la rappresentazione di condizioni di emergenza provocate artatamente, accusando d.i disinteresse e di egoismo i più fortunati rispetto a chi non avrebbe nemmeno l'essenziale. In questo caso si è di fronte ad una autentica trasposizione di problematica, ad una forma di violenza psicologica.
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Il tutto rientra nei canoni tecnici dell'offensiva, flessibile, paziente, duttile, tenace nell'attuazione delle sue fasi. L'ignavia risulta essere un vettore prezioso; mellifluamente essa viene alimentata sino a concretizzare l'insensibilità nei confronti delle problematiche difensive in quanto si è raggiunta la condizione .per la quale l'identificazione con il proprio tessuto sociale è ormai annullata o ridotta ai minimi termini. La destabilizzazione diventa argomento di attualità, ma solo tale, quando si verificano episodi clamorosi di terrorismo; in effetti l'eversione è solo un aspetto e nemmeno il più pericoloso della guerra psicologica. Si tratta di un'azione palese, di un attacco materiale contro un obiettivo contingente ben individuato, nei confronti del quale, pur nella difficoltà della guerriglia urbana, sono possibili contromanovre. Il pericolo vero contro il quale serve una mentalità particolarmente preparata è quello della sovversione strisciante, a corrosione graduale. La sovversione strisciante è utilizzata nell'attacco agli strumenti militari e della sicurezza, un'edizione attualizzata su livelli scientifici dell'inquinamento impiegato sino alla fine dell'ultimo conflitto mondiale. Episodi di penetrazione con obiettivi meno marginali si erano già verificati nell'ambito dell'operazione tendente a strappare agli americani i segreti atomici (quindi dal 194445), ma era mancata, in~presenza della guerra e delle conseguenze politiche, la possibilità di individuare obiettivi egualmente importanti. Il lungo periodo di presunta pace (meglio definibile come periodo car atterizzato da assenza di guerra guerreggiata) ha generato le dottrine in ar,gomento; tuttavia mentre la guerra psicologica risale come concezione agli anni '30, la sovversione strisciante è più recente, si potrebbe dire in evoluzione. Ed è proprio in tale ottica che la sicurezza travalica il concetto usualmente inteso di difesa, assumendo una dimensione rispondente all'entità della sua portata. Non più, quindi, un frazionamento di procedure analiticamente filtrate da interpretazioni particolari, ma un fattore indiscutibilmente comune, inscindibile dalla natura stessa del soggetto da tutelare e da proteggere. Accade invece, in moltissimi casi, che la ripartizione dominante, l'abitudine, l'inclinazione a ragionare per punti d'osservazione precostituiti e sostanzialmente rigidi, impediscano una cor-
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retta visualizzazione dei fatti e, conseguentemente, una lucida e oggettiva individuazione del tipo d'insidia. Il risultato più appariscente è la fragilità del sistema difensivo isolato di fatto dall'insieme degli elementi costituenti il quadro strategico globale. Il ruolo dissuasivo è quanto mai marginale, reso ancora più permeabile dal progressivo fenomeno di sfaldamento generato dalle aliquote di sfiducia iniettate dalla guerra psicologica mediante il ricorso agli strumenti precedentemente analizzati. Quando l'asservimento raggiunge l'intensità desiderata è il momento opportuno per intervenire sugli aspetti ideologici e funzionali. Un esempio abbastanza indicativo è quello concernente la guerra nucleare. L'esplosione dì un ordigno atomico (immagine di repertorio) si associa al manifesto o alla .manifestazione, la quale, a sua volta, è collegata con opportuni impulsi alla raffigurazione di una parata militare. Automaticamente scatta il meccanismo riflesso, precedentemente attivato e ora richiamato, della lotta agli armamenti per far sfociare, il tutto, nell'ostilità nei confronti delle spese militari per la difesa, considerate l'anticamera della guerra (non della sicurezza) e in effetti chi pilota i persuasori occulti raggiunge l'obiettivo di disarmare moralmente una certa parte dei soggetti, scalzando la consistenza del consenso: Diventa difficile, se non impossibile, costruire il futuro, attribuire concretezza ai programmi intesi alla realizzazione di una condizione meno aleatoria e incerta. La paralisi, se non la regressione, assume rilievi mastodontici. Il potere frenante degli sperperi provocati dalle spese militari diventa incontrollabile: anche in questo caso l'effetto rimbalzo è presente con un ulteriore vantaggio per la guerra psicologica. I soggetti impegnati nella difesa avvertono i riflessi di un crescente sfavore se non proprio di un'aperta avversione. Tutti i pensieri in agguato, lungamente tenuti sotto controllo, con fatica, soprattutto nei momenti di sconforto e di stanchezza, tutti i mormorii della mente proiettati sul buio delle immagini in controluce, si tramutano in domande coinvolgenti non solo la condizione, ma anche la posizione sociale, le prospettive, gli aspetti finanziari dai quali dipende ]a cornice entro la quale va realizzandosi la vita.
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Il dovere e la dignità, gli obblighi morali e materiali, la natura dei compiti e i confini entro i quali il soggetto è tenuto rigorosamente ad operare, costituiscono altrettanti riscontri oggettivi difficilmente eludibili, particolarmente in presenza di una situazione generale che denunci un progressivo scollamento e il mutamento repentino dei criteri di valutazione. L'esodo diventa allora un modo per uscire da una realtà non più rispondente alle motivazioni iniziali e il conflitto intellettuale e spirituale che ne rappresenta il travagliato preludio si riflette negativamente sul soggetto e su quanti sono a conoscenza del problema. La guerra psicologica sfrutta anche le speculazioni sui sentimenti familiari. In questo caso ·vi è una doppia pressione indiretta sul processo analitico e sugli aspetti finanziari. La chiave di lettura del procedimento è strettamente dipendente dall'insoddisfazione latente e dalla presenza di ambizioni di benessere frustrate dalle scelte remote e dal senso del dovere. Si tratta di risvegliarle e di alimentarle puntando su immagini poggianti sulla delusione, sulle rinunce, sui confronti, dando adito all'autocontrollo e al realismo di stemperarsi e di perdere gradualmente il potere frenante lasciando spazio ad attrattive diverse. Il solo fatto che immagini del genere possano acquisire rilevanza attribuisce forza all'azione demolitrice e giustifica la sua scelta quale elemeftto disgregante . . L'appiattimento intellettuale e il rifiuto delle scelte meritocratiche o il loro condizionamento rispetto ad altre esigenze non propriamente funzionali, contribuiscono sostanzialmente ad abbassare l'efficienza della struttura portante, tramutandola in un apparato lento, privo di immaginazione, povero di idee e di intuizioni ,insensibile alle novità, improduttivo di slanci. L'azione psicologica condotta contro lo strumento militare persegue anche tale obiettivo nel quadro di iniziative di più ampio e intenso respiro, delle quali si dirà più oltre. Quando il dubbio penetra e la certezza sull'utilità e la validità del sistema difensivo viene messa in discussione si può dire che la guerra psicologica abbia raggiunto il priino risultato. A quel punto del processo l'efficienza e la prontezza operativa come pure l'affidabilità, risultano fortemente compromesse. Neutralizzare tale insidia significa sensibilizzare tempestivamente i soggetti con una preparazione adeguata, con un'analisi
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particolareggiata e scientifica dei fenomeni, con un insieme articolato di verifiche. La questione diventa allora squisitamente tecnica e richiede l'impiego di specialisti dai quali scaturirà la scuola alla quale si è fatto r iferimento. Le misure difensive devono essere incisive e tempestive altrimenti gli effetti risulterebbero scadenti e in certa misura controproducenti. Se, come da parte di cer tuni si sostiene, l'insidia fosse soltanto apparente, converrebbe affrontare tematiche di natura più riservata e non certamente da pubblicizzare. Il problema investe scelte di fondo, orientamenti decisivi, risvolti sostanziali e richiede una metodologia analitica legata a criteri e concezioni che non si prestano a dubbi, implicando decisioni non solo di ordine morale ed etico, ma anche di vita.
CORRESPONSABI LIT.À. E IMPREPARAZIONE
La saldezza nelle convinzioni, la volontà di conservare, migliorare, affinare la propria condizione, la determinazione di difenderla, sono altrettanti bersagli della guerra psicologica. Il rilassamento morale è lo strumento mediante il quale si sfonda lo schieramento nemico. La differenza sostanziale tra un'azione psicologica condotta in tempo di guerra e una in tempo di pace è enorme. In effetti non è possibile un parallelo. Nel primo caso tutto è legittimo o legittimabile; nel secondo ci si deve muovere con cautela assoluta. Ma, soprattutto, ment re in una situazione di conflitto l'individuazione delle insidie è meno complessa, non escludendosene l'esistenza, l'operatività, la pericolosità anche con penetrazioni consistenti, in tempo di pace le maglie difensive risultano più lente, l'attenzione dei responsabili può essere più labile, le reazioni emotive molto più attenuate. Si giunge addirittura allo stato di euforia, consistente nel ritenere impossibili ed inutili misure di controllo severe e di ampia portata. Eppure anche in tempo di guerra si verificarono episodi di clamorosa/ e colpevole cecità politica. Di eccezionale portata e di consegueqlze imponenti fu quello che vide protagonisti gli americani. Mentre i sovietici agivano dal 1923 sul territorio statuni-
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tense con organizzazioni di spionaggio potenziate sensibilmente allo scoppio della seconda guerra mondiale e ingigantite poi dal 1944, gli Stati Uniti erano totalmente assenti nel campo avverso anche se in possesso di precise informazioni e prove sull'attività dei russi. Quando l'azione dello spionaggio sovietico e la mappa della rete instaurata con arruolamenti e penetrazioni furono scoperte e denunciate nell'immediato dopoguerra, la reazione tra gli americani fu addirittura isterica. Si sentirono traditi da un alleato al quale avevano fornito un aiuto essenziale e vitale senza del quale con assoluta certezza l'Unione Sovietica avrebbe perduto la guerra o sarebbe stata costretta a negoziare con la Germania nazista. Le cifre ufficiali ancorché non rispecchianti l'effettivo invio di mezzi confermano al di là di ogni commento il gigantesco contributo americano alla guerra condotta dai sovietici. Il presidente Roosevelt aveva ispirato la sua politica con Mosca sulla base del seguente postulato: evitando di nascondere qualcosa ai russi, questi avrebbero collaborato. Tale atteggiamento fa il paio con quello di certi autorevoli settori britannici e germanici, inizialmente contrari all'impiego del sommergibile ,p erché ritenuto un'arma sleale. La Storia, comunque, sembra insegnare nulla forse perché in genere lo studio viene concentrato sugli avvenimenti piuttosto che sulla ricerca dell,e motivazioni. Un'analisi meno superficiale e approssimativa con una produzione adeguata agli scopi di una preparazione rigorosa e selezionata, consentirebbe l'introspezione di considerevole e inedita documentazione, preziosa fonte di approfondimento e di ricerca, quindi propedeutica per l'affinamento dei candidati ad una specializzazione di primario interesse e valore. La guerra psicologica, infatti, scaturisce dall'individuazione di nuove metodologie sia di penetrazione, sia di arruolamento, sia di condizionamento, come pure di contr o-penetrazione, etc. Una dimostrazione di quanto si afferma si ha in documenti del 1918, esattamente negli Allegati al Diario storico-militare della 3• armata (SME - Ufficio Storico - Volume 19/F, luglio 1918). Il 7 luglio di quell'anno il Comando Superiore Aeronautica comunicava al Comando Supremo (Ufficio Operazioni e Ufficio Propaganda) una serie di considerazioni: « Le informazioni che pervengono al Comando Supremo sulle condizioni morali e materiali del nemico e sugli effetti della nostra propaganda a mezzo
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del lancio di manifestini stanno a dimostrare l'importanza sempr e crescente di questa e fanno ritenere con fondamento che i risultati con essa conseguiti sono, nell'attuale momento, persino più efficaci di quelli dovuti alle azioni di b ombardamento». Il documento inoltre stabiliva alcune procedure: « L'aviazione da bombar damento eseguirà giornalmente per lancio di m.anifesti, caricando gli apparecchi esclusivamente con questi, ed al massimo» quattordici voli sui fronti delle sei armate schierate in prima linea. « Questo servizio di lancio di manifesti per parte di apparecchi da bombardamento e relative scorte ha la precedenza su ogni altro servizio a meno che non venga diversamente disposto da questo comando ». Una dimostrazione di guerra psicologica involontaria e di incentivazione alla resa morale è fornita dalle lettere scritte dai militari alle famiglie. Le citazioni che si ripor tano (la cui fonte è quella citata) sono stralci di missive trovate addosso ad ufficiali e soldati dell'esercito austro-ungarico catturati; i militari in questione erano austriaci e polacchi. « Dio mio! A quale vita miserabile siamo condannati qui! Chi non l'ha provato non può neanche lontanamente immaginare questa orribile vita! ». « Sono incapace di descrivere le terribili ore colà passate. Eravamo tutti raggomitolati, stretti l'uno all'altro nelle tane malsicure, soffocati dall'angoscia, nell'attesa di essere da un momento all'altro travolti e sepolti dal fuoco infernale scatenatosi. Vivi, morti, feriti, si era tutti ammassati l'uno addosso all'altro. Nessuno poteva curarsi dei feriti. E il peggio era che noi - come truppa di riserva - non potevamo assolutamente allontanarci da quel posto. E intanto gli italiani bombardavano così terribilmente che dappertutto era la stessa scena di morte e di angoscia». « La notte dormivamo allo scoperto sotto ]a pioggia. Non c'era nulla di che coprirci». « I nostri uomini sono così deperiti e soffrono tanto la fame che nell'offensiva (giugno 1918, n.d.a.) vedono la loro salvezza». « Aveva ragione quel tenente ungherese che, al corso allievi ufficiali, ci diceva: Il nostro soldato non combatterebbe così bene se non fosse così ottuso e così simile alle bestie .. Il polacco ad esempio è stupido; il ruteno è invece timido e delatore, sicché i superiori sono sempre informati di ciò che succede nei reparti ». « Da tre giorni i soldati non hanno ricevuto da mangiare; non sono arrivate nemm\ no le munizioni ».
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« Vedo passare prigionieri italiani fra i quali tre czechi della legione czeco-slovacca. Condanna a morte dei tre czechi ». « Le more dei gelsi sono la nostra fortuna. Gli italiani non le mangiano e i nostri ne approfittano per sfamarsi». L'offensiva contro l'immagine della difesa diventa essenziale non solo quando lo spirito difensivo dell'obiettivo sia particolarmente accentuato, ma anche nelle situazioni in cui l'obiettivo sia parte integrante di un'alleanza o settore strategicamente rilevante di uno schieramento contrapposto. Le mosse fondamentali che l'az1one di guerra psicologica tende a compiere prioritariamente sono due: penetrazione o arruolamento nel settore dei mass-media e nel settore industriale avanzato, indebolimento del ruolo difensivo mediante progressivo esaurimento della carica ideale e sostituzione di riferimenti culturali. Quest'ultimo aspetto rientra in una dimensione del tutto particolare nella quale le procedure non lasciano spazio all'articolazione e alla molteplicità delle soluzioni riscontrabili nelle operazioni dirette contro la pubblica opinione intesa nel suo complesso. L'azione contro lo strumento militare si compone di tutta una serie di iniziative tendenti a colpirne l'efficacia e la funzionalità. Innanzitutto si cerca di incrinare il concetto di attualità della difesa convenzionale così come strutturata in quella dimensione, sostenendo la tesi dell'anacronismo, del superamento di determinati concetti, insinuando che si tratti di orpelli .tlel passato remoto, strutture fuori tempo, inefficaci di fronte ad una realtà fatta di missili balistici, di sottomarini nucleari, di catene spaziali composte di satelliti spia con occhio all'infrarosso e dotati di laser. In secondo luogo si mettono in discussione le tradizioni corrodendone la presa spirituale, fornendo interpretazioni particolari, agendo in modo da allentare il rapporto tra i giovani e il significato morale del passato, rendendo difficili i rapporti generazionali. Si prosegue operando sul tema della disciplina e del sacrificio proponendosi di dimostrare, sempre facendo ricorso ai metodi della persuasione indiretta e del condizionamento progressivo, l'improduttività di forze armate gravanti su bilanci pubblici senza contropartite tangibili se non una presunta e tutta da verificare capacità di contribuire al mantenimento della pace.
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Rientrano in gioco l'asservimento, il prezzo pagato, le valutazioni sul prestigio, etc. L'azione psicologica si sforzerà con ogni risorsa di dimostrare l'inconsistenza delle asserzioni nel senso prima indicato, facendo ricorso, ad esempio, a comparazioni statistiche, al primato del neutralismo, alla possibilità di conseguire i medesimi risultati con un impegno più contenuto, sotto certi aspetti simbolico, rilevando che in un quadro strategico globale solo forze convenzionali ad altissimo livello di selezione e preparazione e con armamenti a tecnologia fortemente sofisticata potrebbero essere in condizione di rappresentare un potere dissuasivo credibile. I costi, si dirà inoltre, non possono valicare una certa soglia; l'impossibilità di organizzare uno strumento militare proporzionale alle dimensioni di una difesa interna veramente efficace e di effettivo pronto impiego, induce ad un riesame dell'intero problema e delle sue implicazioni di carattere economico, sociale e politico. Quanto precede anche se condotto con la cautela indispensabile onde non rendere palese la doppiezza della manovra, ha una potente incidenza in quanto impone l'esame critico di una organizzazione che se in termini obiettivi produce sicurezza, sotto l'ottica del soggetto prevenuto rappresenta soltanto una spesa ingiustificabile e ingiustificata e, nei paesi occidentali con eserciti di leva, un'ingerenza sgradita nella sfera privata. L'offensiva si avvale dei vantaggi forniti dall'azione psicologica condotta su dimensioni di scacchiere o addirittura continentale grazie al veicolo della stampa e delle reti e stazioni radiotelevisive che non ignorano e, nella peggiore delle ipotesi, registrano, avvenimenti, episodi significativi, fatti di costume riguardanti il modo di vivere, i cambiamenti, le iniziative, che in tal modo si riflettono .su altri e diversi tessuti sociali, contribuendo a porre interrogativi, ad alimentare .raffronti e comunque inducendo certa parte dei soggetti, alle volte una piccola, ma significativa parte, quella arruolata o penetrata, a riproporre le tematiche in una interpretazione più rispondente al tipo di destinatario. Qui si inserisce un aspetto, quello del livello dei soggetti, che riveste grossa importanza in quanto secondo certa impostazione è indispensabile costruire un giornale scritto o parlato (rispettando le differenze di stile e di spazio tra i due tipi di
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mezzi) tenendo in primo piano le esigenze del lettore medio (soprattutto nella scelta del linguaggio, della titolazione, del modo di porgere la notizia) senza che tale tipo di lettore o di ascoltatore sia stato individuato, nel contempo penalizzando il ruolo formativo e informativo della carta stampata e dell'informazione par lata e per immagini. Si tratta di una discriminazione arbitraria e di una soluzione sospetta. Anche tale forma di indecisione e di impreparazione, non certamente casuale in molti casi, si presta agli obiettivi e ai fini dei persuasori occulti più che mai decisi a non tr ascurare alcuna opportunità pur di colpire l'obiettivo nella sua totalità (clima di pressione e controllo di area) e nei settori chiave (azione diretta) in genere rispettando una metodologia abbastanza consolidata: è il soggetto medio il modello di bersaglio e su di esso si attagliano i messaggi, le interpretazioni, le immagini con ciò accentuando (o provocando) fratture ancora più nette tra i vari strati sociali, costringendo quelli di livello superiore o ad una azione di contenimento, produttrice di ulteriore tensione e instabilità, oppure all'isolamento salvo i rari casi di commistione non sempr e spontanei e in ogni caso sterili di produttività. La guerra psicologica si avvale, quindi, delle impostazioni esistenti nell'organizzazione da neutralizzare, impostazioni alla cui ispirazione non sono estranee le forze· controllate dall'ester no e le penetrazioni (o gli accordi tra gruppi di potere) come pure certi orientamenti. I soggetti facenti parte dello strumento difensivo non sono immuni dagli effetti deJI'azione psicologica e il condizionamento opera quindi anche su di essi con una combinazione di pressioni, con andamento geometrico. Il rapporto tra cittadini e forze armate già di per sé abbastanza delicato, può subire peggioramenti proprio in forza delle tematiche precedentemente affrontate. Non tutti i soggetti, è opportuno precisarlo, subiscono gli effetti del condizionamento progressivo. Alcuni dotati di forte personalità, solida preparazione, fermezza morale e ricchi di ironia e di sarcasmo, usufruiscono di una auto-protezione di tipo magnetico, impenetrabile alla guerra psicologica nel senso che tali soggetti percepiscono gli input, ma sono in grado di neutralizzarne immediatamente l'azione in quanto il senso critico o ipercritico ne analizza istantaneamente
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il significato, le intenzioni, la potenzialità in una sorta di scomposizione elettronica che ne individua l'origine, la direzione, l'intensità, gli obiettivi, le metodologie, etc.
LIBERTÀ DI STAMPA E GUE RRA PSI COLOGI CA
Se in certa misura è comprensibile il disinteresse della più rilevante parte della pubblica opinione, la mancanza di una sufficiente ,i dentificazione nello Stato e nel concetto di effettiva partecipazione alla tutela del patrimonio comune indica con sufficiente chiarezza una condizione di estremo favore nella qua, le la guerra psicologica si trova ad operare. Dalla scuola agli ambienti di lavoro, dallo svago alla cultura, il condizionamento progressivo si annida velenosamente ricorrendo anche alla droga sia come mezzo di speculazione, sia come strumento disgregante. Prima di concludere è necessario sottolineare che la superficialità rappresenta il più efficace alleato dei persuasori occulti. Durante la prima guerra mondiale si coniò la dizione « spie senza saperlo» intendendo con ciò individuare e denunciare l'irresponsabilità e la leggerezza di quanti, appunto per superficialità e mancanza di adeguato rateo di identificazione, favorirono l'azione degli agenti nemici ignorando i canoni elementari della prudenza e della riservatezza. In tempo di pace, ma in effetti in presenza di un tipo diverso di guerra, quella strisciante, le regole non cambiano. Vi sono barriere che non possono essere abbassate indiscriminatamente. I soggetti responsab:ili di comportamenti approssimativi si collocano sul terreno dei mestieranti, umiliando la serietà e il senso del dovere, aprendo varchi alla penetrazione, subendo passivamente l'iniziativa esterna. Una diversa scelta dipende da fattori che esulano da queste note. L'obiettivo del presente studio era quello di delineare in modo essenziale, senza particolari superflui, la dinamica operativa della guerra psicologica al fine di proporre una tematica poco conosciuta nei suoi dettagli e nelle sue metodologie e soprattutto nelle finalità più autentiche. Proprio in considerazione degli scopi si è inteso schematizzare la trattazione limitando all'essenziale l'esemplificazione e
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l'approfondimento delle procedure che semmai potrebbero fare parte di una appendice. In ogni caso nulla si aggiungerebbe alla sostanza dell'argomento e al suo implicito fascino. Non vi è dubbio, in effetti, che la guerra psicologica abbia in sé i contenuti più avanzati della psicologia applicata e costituisca l'estrinsecazione di una ricerca di intensità difficilmente ,e guagliabile. Resta confermato il primato del duello delle intelligenze, alla base di ogni competizione, in particolare nell'ambito internazionale, dove ogni iniziativa dipende dalla qualità delle informazioni disponibili. Se si sarà riusciti a sensibilizzare il lettore, il risultato costituirà un punto di partenza ,i mportante, ,in quanto la cornice entro la quale si va dipanando l'attuale fase storica e si stanno preconfigurando i punti di riferimento sui quali ruoter à il prossimo futuro, vedrà il ruolo dei persuasori occulti e dell'azione psicologica sempre più dilatarsi ed acquisire una maggiore capacità d'influenza. Un punto da chiarire riguarda la linea di demarcazione tra la libertà di stampa e il condizionamento progressivo. Non si tratta di disquisizioni sterili e prive di significato, ma di un aspetto di primo piano che volutamente si è tenuto di riserva per affrontarlo in chiusura in quanto coinvolge una serie di problematiche che mè ritano di essere trattate con adeguata attenzione. Quando si è affrontato l'utilizzo dei mezzi d'informazione da parte della guerra psicologica si è precisato che l'insidia consiste nell'uso che ne viene fatto, negli obiettivi che ci si propone di conseguire e che non sono quelli d'informare e di interpretare, bensì quelli di distorcere e di condizionare. Il confine tra i due metodi è apparentemente difficile da individuare ed è in quel momento che si distingue il professionista corretto dal persuasore occulto, strumentalizzato o involontario. La possibilità di esercitare una professione così delicata come quella del giornalista non autorizza a non rispettare i canoni e le regole fondamentali che presiedono il mondo dell'informazione. Ed è proprio in quel potere discrezionale nel quale nessuno ha la possibilità di intervenire che risiede l'esistenza creativa e il contributo intellettuale, spirituale e tecnico del giornalista sia esso di agenzia, di carta stampata, di radio o di televisione.
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È possibile sostenere tesi contrapposte senza deformare e manipolare le notizie, senza piegarle e snaturarle. L'azione psicologica si palesa nel momento in cui la libertà di stampa e d'informazione sconfina nell'utilizzo del mezzo e della notizia per scopi diversi, quelli indicati nelle pagine precedenti. Proporre ai lettori e agli ascoltatori una interpretazione dei fatti sotto una precisa etichetta è legittimo purché l'orientamento sia chiaro e inequivocabile. In tale caso si è sul terreno della propaganda tradizionale. L'azione fraudolenta dal punto di vista etico e morale, ma legittima nel quadro della guerr a strisciante, scatta quando la man~polazione, la distorsione, la forzatura, etc. si realizzano sotto l'usbergo dell'opinione libera e disancorata da ispirazioni chiaramente classificate. Il problema consiste nel prendere atto dell'esistenza di un conflitto del tipo indicato. Alla luce di tale realtà è possibile comp iere una ricerca particolareggiata per giungere all'individuazione e alla classificazione delle deformazioni e delle distorsioni. Non bisogna dimenticare che gli specialisti del settore si pon~ gono un traguardo ben preciso e non vago e aleatorio. Intendono scatenare gli impulsi meno nobili dell'animo, del carattere, degli istinti, al fine di giungere - nel tempo - a imporre nei soggetti il condizionamento della paura attraverso le fasi dell'apprensione, della preoccupazione, dello sgomento, dello spavento e in certi casi del panico. In altri termini, si intende tramutare in pusillanimi e codardi individui sostanzialmente coraggiosi ed equilibrati ponendoli nella situazione di non sapere affrontare i problemi e le difficoltà, tr asformandoli in docili e passivi strumen ti dì disegni estranei e condizionanti. Un pr ocesso come quello in esame può richiedere anche dieci, quindici anni, ma alla fine, se non intervengono fatti positivi e sostegni morali e materiali di segno positivo, nel soggetto si instaura il terrore psicologico interno, che genera propensione accentuata alla rinuncia ed alla fuga dalle res-ponsabilità, torpore spirituale e sfiducia nei propri mezzi, diffidenza, amarezza, rabbia, rancore. La subordinazione intellettuale diventa allora una posizione dominante e la pavidità il sintomo più evidente. Il rapporto tra esigenze vitali e capacità realizzative muta i suoi valori precipitando a favore del primo termine dell'equazione e da ciò scaturisce implicitamente il condizionamento. Pur di
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sopravvivere il soggetto è disposto a subire sopraffazioni e prevaricazioni e se la ribellione prevale si giunge alla violenza irrazionale e in molti casi all'autodistruzione. La guerra psicologica aggredendo i centri più sensibili e incontrollabili del soggetto rappresenta un'insidia poderosa capace di produrre danni irreparabili con azioni irreversibili in grado di ripercuotersi nel lungo periodo, sconvolgendo i vari livelli di civiltà e sviluppo sociale. Quando l'uomo è nell'impossibilità di esprimere la propria potenzialità spirituale, intellettuale, morale, creativa, diventa fatalmente un oggetto. Quando i meccanismi produttivi di immagini e di idee vengono sabotati o penalizzati, l'uomo cessa di essere se stesso e si richiude in una condizione di vuoto, vagando alla deriva in una attesa senza speranza. Quando la forza d'animo viene incrinata e la paura filtra e poi dilaga come un cancro fulminante, l'azione psicologica rompe gli argini della residua auto-difesa producendo i suoi effetti devastanti. È un processo matematico, programamto e verificato al computer con fredda logica e raggelante distacco. Ma soprattutto è una verità inoppugnabile, una realtà trasparente, una condizione ormai consolidata.
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GLI
UOMINI DELLA GUERRA PSICOLOGICA
Larghezza di vedute, cinismo, disprezzo per le ideologie, mancanza di scrupoli, freddezza di giudizio, capacità di sintesi, fiuto, intuizione. Sono alcuni dei requisiti più importanti richiesti ad uno specialista della guerra psicologica oltre naturalmente ad un rateo di intelligenza molto superiore alla media e ad un autocontrollo ferreo, indispensabile per dominare le emozioni e quindi .p ercepire con lucidità le situazioni e le soluzioni da adottare tempestivamente. L'uso delle informazioni come mezzo di lotta se ebbe nell'ammiraglio Canaris un maestro, ebbe sicuramente Winston Churchill come uno degli ispiratori. Secondo lo statista britannico, protagonista non secondario dell'affare «Lusitania», « in tempo di guerra la verità è così preziosa che bisogna proteggerla sempre con una cortina di bugie».
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E proprio in questo, che può apparire un aforisma, risiede la prima e fondamentale bugia. La verità viene protetta costantemente, senza soluzione di continuità, anche in tempo di guerra non guerreggiata, quella che secondo una certa ottica si definisce pace. La protezione è rigorosa al punto che certi documenti rientranti nella sfera della sicurezza nazionale e dello Stato, qualunque esso sia, rimangono coperti dal segreto anche molti anni dopo la scadenza dei termini fissat i dalle leggi, praticamente per secoli se non per sempre. Esiste pertanto un'organizzazione formata da uomini di livello superiore che controllano le informazioni. Tale organizzazione è in grado di condizionare fortemente le scelte e gli orientamenti in quanto possiede i mezzi e gli strumenti idonei al reperimento delle informazioni e la capacità di usarle. Solitamente uno studio sistematico della materia consente l'accesso ad analisi di fatti, episodi, vicende, cicli all'apparenza ormai conclusi da tempo per quanto attiene alla dinamica degli avvenimenti specifici. In effetti le metodologie concettuali rimangono sostanzialmente stabili incentrandosi sull'esigenza primaria di sapere, di conoscere, di prevenire. È quasi impossibile invece trovare punti di riferimento sulla dottrina. Memoriali, ricerche, ricostruzioni documentate, narrazioni anche ampie e corpose non sono altro se· non esposizioni ordinate e mutilate, anche se brillanti, per via della non completezza delle informazioni. Si potrebbe fare una lunga elencazione di fatti del genere, ma sarebbe puramente didascalica. Il nodo centrale è costituito dalla congiunzione di tre punti vi tali e fissi dai -quali non si può prescindere: 1) la competizione internazionale è unica anche se formata da diverse componenti integrate, quella economica, quella ideologica, quella religiosa; 2) l'aspetto militare tradizionale sta perdendo sempre più di rilevanza di fronte all'imporsi dei nuovi concetti del con trollo a distanza mediante satelliti artificiali e, nel prossimo futuro, di stazioni orbitanti costantemente abitate, ufficialmente con funzioni di .laboratorio, in realtà autentiche centrali di comando e controllo se non addirittura idonee ad assumere il ruolo di e.o.e. (Centrali operative di combattimento) in situazioni di emergenza; 3) la capacità di controllare con immediatezza le informazioni e di conoscere le intenzioni altrui è fondamentale per l'ado-
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zione della tattica opportuna al fine di realizzare il disegno strategico prefissato. L'organizzazione alla quale si è fatto cenno è permanente, totale, senza spazi vuoti. Potrà subire qua e là modifiche più di facciata che di struttura, ma in realtà l'obiettivo rimane costante nella sua eS'senza. La differenza consiste nell'orientamento della manovra e nell'uso delle informazioni le quali rimangono la materia prima fondamentale. Le soluzioni traumatiche sopravvengono in caso di grandi conflitti, di cambiamenti radicali, altrimenti il lavoro procede secondo una routine rigorosa. In caso contrario si verificano falle esiziali. L'obiettivo primario consiste nell'individuazione dei soggetti dotati dei requisiti, precedentemente indicati, e della cultura adeguata. In seguito si procederà all'addestramento, che non ammetterà debolezze o valutazioni influenzate da elementi variabili o suscettibili di modificazioni sensoriali. Infine si passerà gradualmente alla fase operativa, con riscontri costanti e inflessibili. L'entità dei successi conseguiti dipende esclusivamente dal rigore posto alla base della selezione e della preparazione. Il pericolo delle infiltrazioni è costante in ogni fase del lavoro; il logorio nervoso e intellettuale risulta piuttosto accentuato al punto da suggerire contromisure im~ediate da considerarsi parte integrante del programma. L'abitudine all'analisi e ai collegamenti mediante il procedimento dell'analogia pone il soggetto in una condizione favorevole. La costruzione progressiva e praticamente inesauribile di una procedura razionale basata sulla percezione e sulla ricerca, rappresenta la conditio sine qua non per raggiungere il risultato. Paradossalmente è indispensabile creare soggetti con una sempre più elevata capacità di estraniarsi dal contingente e dalla realtà quotidiana, ponendosi invece in una posizione esterna di osservatori estremamente attenti, in una dimensione oltre quella fisicamente occupata, e da quella analizzare determinati aspetti della vita e del divenire nel quadro di un piano preordinato e finalizzato. Tutto ciò richiede una lunga preparazione professionale specifica, svolta senza conoscere preventivamente lo sbocco finale, totalmente disancorata, altrimenti rischierebbe di rimanere condizionata e non idonea ad esprimere liberamente il vero poten-
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ziale. È pertanto indispensabile una ricerca svolta preventivamente p er l'individuazione, in vari tempi, con successive verifiche e comparazioni, dei soggetti idonei a svolgere una attività complessa e delicata come quella imposta dall'azione di guerra psicologica. Oltre agli individui dotati naturalmente, per i quali è sufficiente una programmazione del lavoro, vi sono quelli inclini all'attività, attirati dal particolare tipo cli· esperienza, ma bisognosi di acquisire metodicità e mentalità. L'osservazione sistematica favorisce l'acquisizione di capacità analitiche e intu itive e potenzia il sistema automatico della individuazione delle assonanze con il risultato finale di attribuire al soggetto (con una conoscenza di base idonea) la caratteristica essenziale: la rapidità nel percepire la sostanza dei problemi e il tipo di linguaggio da adattarvi. Si tratta in effetti di individuare e localizzare una particolare atmosfera nella quale si muovono ed operano uomini con una preparazione specifica, praticamente senza esau rimento, uomini sollevati da ogni preoccupazione contingente, esclusivamente dediti all'elaborazione di sistemi idonei al condizionamento progressivo. L'integrazione tra diversi cervel.li (umani ed elettronici) indirizzati su molteplici canali di ricerca e di applicazione, produce l'energia necessaria a muovere il meccanismo e a farlo funzionare. L'affinamento successivo, l'approfondimento, lo studio, sono gJi elementi sui quali si costruisce un modo di operare indirizzato ad un riesame e ad un'applicazione di un tipo più avanzato di concezione operativa e nello stesso tempo all'individuazione e localizzazione di una minaccia che richiede l'utilizzo di contromisure adeguate, impossibili da applicarsi senza quel tipo di organizzazione delineata e operante in più d'un Paese. L'evoluzione, pertanto, richiede il potenziamento dell'attività diretta al1' analisi delle altrui intenzioni globali, analisi che deve necessariamente coprire l'intero ventaglio della minaccia. Si tratta di un tipo di confronto che negli ultimi anni è andato assumendo proporzioni gigantesche eppure è quasi sconosciuto. Ciò evidenzia la capacità del fenomeno di mimetizzarsi e di rendersi praticamente invulnerabile e soprattutto di diffondersi rapidamente là dove le difese siano proporzionali al disinteresse o alla presunzione.
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QUESTIONE MORALE
Al di là delle impostazioni ideologiche, politiche e meramente propagandistiche, vi è una r ealtà concreta e solida ben nota a quanti, ma sono una netta e circoscritta minoranza, studiano il problema e non si fanno fuorviare dagli episodi e dalle emozioni innescate da fatti anche gravi e drammatici. Vi sono, fortunatamente, anche osservatori attenti che denunciano il pericolo - sia pure da un punto di vista di schieramento e di scelta - anche se in m isura contenuta e ne] q uadro di considerazioni più ampie, diluendone, quindi, l'efficacia in un discorso completo e articolato, non idoneo pertanto a conseguire risultati apprezzabili. Sulle colonne di un quotidiano è recentemente apparsa una nota contenente la seguente frase: « L'infiltrazione sovietica in Occidente avviene in molti modi. Accanto allo spionaggio di cui in questi giorni si constata l'ampiezza esiste una colossale o rganizzazione per la penetrazione a livello popolare. La rivista Problems of Communism ha fornito al riguardo dati precisi per quanto r iguarda sia il centro (Minindiel, KGB, Pcus) sia le diramazioni in tutto il mondo (numerosissimi agenti sovietici e comunisti locali, enormi mezzi finanziari, abile uso dei mass-media). Il Times di Londra ha rilevato che..dietro i movimenti per la pace orchestrati da Mosca vi sono professionisti a tempo pieno, stipendiati regolarmente, scelti dai partiti comunisti locali ». « I sovietici, continua il giornale, fanno di t utto per dare ai movimenti per la pace un carattere unitario seguendo i criteri stabiliti a Karlovy Vary e in ciò si avvalgono dei comunisti locali, spede nei paesi in cui esiste un obiettivo preciso ( ... ). In questi casi coloro che affettano una equidistanza privilegiano in pratica l'interesse sovietico. Ciò facilita l'azione di Mosca sempre pilt scoperta. Il pretesto ideologico è utilizzato per rivolgersi direttam ente ai popoli spingendoli contro i loro governi e violando la sovranità dei rispettivi Stati (*) » . Quali che possano essere le convinzioni, le posizioni, i punti di vista, la sintetica analisi del notista rispecchia una r ealtà di fat to, legittima, rientrante in una logica stringente, quella della (*) FEDERJCO SENSI: I movimenti per la pace. « Il Tempo», giovedi 14 aprile 1983, n. 101, pag. 1, 2· colonna.
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guerra non guerreggiata in atto. Dalla Corea al Centro America, nell'arco ormai di trentaquattro anni (e prima ancora in Malesia nell'immediato dopoguerra), il confronto tra Es t e Ovest (o viceversa), meglio tra le due superpotenze, come si usa dire, ha fatto registrare e registra punte di attrito violento: Vietnam, Medio Oriente, Corno d'Africa, Cuba, Libano, Afghanistan, e situazioni latenti di crisi indotte estremamente pericolose: Ungheria, Cecoslovacchia, Polonia, Iran-Iraq, Grecia-Turchia, Cina-Vietnam, J ugoslavia-A lbania, Libia-Egitto, per citare solo le più importanti. Sono episodi di un unico fatto in continua evoluzione, focolai e incendi di un solo, ininterrotto scontro. Per essere in grado di analizzare quanto sta accadendo e intuire quanto accadrà o potrà accader e, è indispensabile distaccarsi totalmente da considerazioni contingenti e immediate, come pure svincolarsi, se necessario, da coinvolgimenti diretti di qualsiasi natura. Si devono scrupolosamente evitare valutazioni morali e considerazione di merito, badando esclusivamente a inquadrare le s ituazioni, i collegamenti, le interconnessioni con assoluta freddezza e totale distacco. Dividere il pretestuoso dal concreto, lo strumentale dall'effettivo non è faci le, ma possibile in presenza di capacità analitiche ancorate solidamente ai procedimenti selettivi della guerra psicologica e della strategia globale e in quest'ultimo caso è utile ricordare la stretta interdipendenza dei fattori economici e industriali da un lato e di quelli politico-ideologici dall'altro, senza sottacere la preminenza dei primi e la loro funzione di ispiratori. Il fatto ideologico è sostanzialmente secondario. Ciò che predomina è il controllo delle materie prime. Il livello scientifico produce la tecnologia indispensabile per dare statura al ruolo internazionale. Ciò che ancora non è stato percepito adeguatamente è il muta mento in essere nelle concezioni fondamentali. Si sta passando rapidamente e ineluttabilmente da una concezione filosofica discendente dall'Umanesimo e dall'Illuminismo, con tutte le derivate conosciute, ad una preminentemente, essenzialmente tecnica e matematica, logica e razionale. Le r esistenze opposte e i freni utilizzati, i tentativi di comprimere lo sviluppo scientifico e le realizzazioni conseguenti contrapponendo esigenze umanitarie e sociali, quali la fame nel mondo, il pericolo di guerra nucleare, etc., sono espedienti, una lotta
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di retroguardia non marginale, ma perdente in quanto nella sostanza ci si trova di fronte all'agonia, lunghissima, di un modo, di più modi di intendere e concepire la vita. Le aspirazioni e le ambizioni, come pure le rivendicazioni, quasi sempre sacrosante nella pura essenza, vengono sfruttate nel più ampio disegno strategico predisposto altrove, dove il quadro generale, planetario e riguardante lo spazio immediatamente circostante la Terra, è ben conosciuto e tenuto costantemente sotto controllo. Le aspirazioni singole e di gruppo fanno parte di un sottobosco uman o puramente tattico entro il quale convogliare energie e risorse marginali, altrimenti non comprimibili, e in tale dimensione si concretizzano le fenomenologie apparentemente predominanti, nel cui ambito si scatenano e si oppongono idee e proposte, in un gioco che sfrutta, con un processo di autocombustione logorante e terribile nella sua inutilità, le illusioni e le utopie. La selezione diventa implacabile e si manifesta non sulla base dei diritti dell'uomo, ma su quella delle conoscenze e delle disponibilità di strumenti avanzati tramite i quali si impone automaticamente il tipo di dialogo, di confronto, di negoziato di equilibrio perseguibile e/o raggiungibile, al di sopra e al di fuori dell'apparente realtà quotidiana che folgora i sentimenti così come intesi, fornendo essenziali valvole di sfogo alle passioni più elementari e sotto certi aspetti primordiali. Le metodologie tradizionali applicate dalla dialettica, dall'introspezione e dall'interpretazione, risultano strumenti arcaici di fronte alla realtà scienti.fica e ingegneristica e alle proiezioni immediate e non fantascientifiche preconfigurate e preconfigurabili. I ruoli e le collocazioni ne derivano con una limpidezza e una trasparenza assolute. Le soluzioni escogitate e quelle delle quali si avverte l'esigenza altro non sono se non la rifrazione dei limiti entro i quali ci si dibatte sovente con angoscia, raramente con sufficiente lucidità, rifiutando di ammettere quanto invece è ormai un dato di fatto inconfutabile. Le soluzioni sono diverse da quelle che sembrano rappresentare i fini e gli obiettivi delle aspirazioni diversamente generate e motivate.
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Non è nella dimension~ attuale che sarà possibile inquadrare le problemat iche e individuarne gli sviluppi. Il punto di partenza potrà essere circoscritto in quello spazio della mente entro il quale la razionalità è in grado di risentire il meno possibile degli influssi dell'emotività istintiva. Non è certo appiatten do il grafico intellettuale e scientifico che si potrà equipa.r are la realtà ad ogni latitudine e neppure creando un sistema di vasi comunicanti . Tutto ciò fa parte degli espedienti e dei falsi scopi.
VIRGILIO ILARI
L'ESERCITO DELLA REPUBBLICA ROMANA 1798 - 1799 Il licenziamento delle trnppe pontificie e la proclamazione della Repubblica - La Repubblica romana e gli eventi politico-militari del 1798-1799 - L'esercito della Repubblica romana e gli ufficiali pontifici - Il Ministero della guerra, marina e relazioni esterne - Il sistema amministrativo e logistico - L'artiglieria Il genio - La marina e gli artiglieri litorali - La Gendarmeria nazionale e la cavalleria - Là fanteria: la Legione Romana, il Battaglione del Circeo, il Battaglione Anconitano - La Guardia Nazionale Sedentaria.
SOMMARIO:
L'aggressione francese allo Stato pontificio iniziò il 17 giugno 1796 con l'occupazione delle Legazioni e di parte della Romagna fino a Rimini, e il disarmo del Reggimento presidiario di Ferrara e Bologna (forte di 13 compagnie). Con i 164 cannoni ed i 7-8 mila fucili catturati a Forte Urbano e Ferrara Na poleone poté formare il parco d'assedio per attaccare Mantova. Il 23 giugno fu conclusa frettolosamente una tregua, ed iniziarono trattative di pace, mentre il pontefice tentava un improvvisato riarmo. Il 1° febb raio 1797 Napoleone denunziò la tregua e fece avanzare 10 mila uomini, tra cui la « Legione Lombarda» comandata da Carlo Lahoz. Il giorno dopo i 3 mila fant i, 150 cavalli e 10 cannoni pontifici del Corpo di R omagna comandato dal colonnello Ancaj ani furono battuti a Faenza, perdendo un migliaio tra morti , feriti e soprattutto prigionieri. L'8 febbraio i francesi entravano quasi senza colpo ferire in Ancona, benché questa contasse un pres idio di 2 mila soldati e 3 mila miliziot ti. L'un ica gloriosa resistenza fu opposta da tre contadini e da un m iliziotto che r ifiuta rono cli arrendersi e seppero morire colle ar m i in pugno, nello s tesso momento in cui il co lonnello Ancajani percorreva Recanati alla ricerca di un ferro per arricciarsi il « toppé » , e il conte Monaldo Leopardi - che pi ù tardi avrebbe ironizzato sulle virtù militari pontifìde - persua-
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deva il comandante della milizia locale a non eseguire l'ordine di resistere per non attirare sulla città il saccheggio francese. La pace fu conclusa a Tolentino il 19 febbraio a condizioni umilianti ed onerose, e l'esercito pontificio fu ricondotto sul piede di pace. Fra il 3 e il 6 dicembre, rompendo il trattato, truppe cisalpine occuparono San Leo e Cattolica: fra il 22 e il 24 francesi e cisalpini occuparono Pesaro, Senigallia e l esi, e più tardi anche Osimo e Macerata, dando man forte ai rivoltosi democratici . Il 28 dicembre una pattuglia pontificia respinse a Roma un tentativo di insurrezione democratica, e uccise il generale francese Duphot che dirigeva gli insorti. Questa uccisione fornì il pretesto per la definitiva liquidazione dello Stato pontificio: il 28 gennaio 1798 il generale Cervoni occupava Loreto e il 10 febbraio il generale Berthier intimava la resa a Castel Sant'Angelo (1).
!L LICENZIAMENTO DELLE TRU PPE PONTIFICIE E LA PROCLAMAZIONE DELLA REPUBBLICA ROMANA.
Alle due del pomeriggio del 10 febbraio la guarnigione pontificia, con le armi e il tamburo battente, evacuò Castel Sant'Angelo, che fu occupato a sera da un distaccamento francese entrato da Porta Angelica. Nell'illusione di salvare lo Stato, il pontefice accettò tutte le umilianti condizioni imposte dai francesi, tra cui la consegna di dodici ostaggi e degli ufficiali responsabili dell'uccisione di Duphot, la rimozione di membri della Congregazione di Stato, solenni atti di riparazione per gli assassinii di Duphot e di Bassville, fornitura di tremila cavalli entro dieci giorni, pagamento entro un mese di sei milioni di piastre, trasporto di tutte le armi in Castel Sant'Angelo e licenziamento delle truppe (con due mesi di paga agli ufficiali) ad eccezione di 500 uomini oltre alla guardia ordinaria (svizzera e dei cavalleggeri) del pontefice. (I) Su questi eventi, cfr. ANDREA DA Mosro, Milizie dello Stato Romano 16001797, in Memorie storiche militari, X (1914), fase. 21-22, pp. 547-563. G10vANNI MESTICA, La battaglia di Faenza e il Generale Colli, in Nuova Antologia, anno 1901, vol. 95, pp. 613-629.
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Al mattino dell'll febbraio l'armata francese occupò Campidoglio, Monte Cavallo (Quirinale), Trinità dei Monti, San ta Maria Maggiore e San Pietro in Montorio, accasermandosi nei conventi, mentre il generale Cervoni, comandante della Piazza, poneva il quartier generale a Palazzo Doria. Allo sfilamento dei francesi fece ala, presentando le armi, la Truppa Civica romana, mentre la truppa pontificia rimaneva consegnata nelle caserme. Il 15 febbraio, in Campidoglio, poche centinaia di « patrioti » proclamavano la repubblica, i cui primi magistrati furono nomina ti con decreto del generale Masséna il 16 marzo successivo. Due giorni più tardi le truppe pontificie venivano licenziate, compresi probabilmente i cinquecento uomini concessi, mentre il Vatican o rimaneva sotto la cus todia degli svizzeri. Il 20 febbraio jl pontefice era trasferito a Siena e di qui alla Certosa di Firenze, sotto scorta francese (2). Il 25 febbraio i trasteverini, esasperati dai saccheggi francesi, disarmarono, fecero a pezzi e gettar ono nel Tevere una pattuglia di dragoni, resistendo poi con le armi in pugno fino all'alba del giorno dopo all'artiglieria e alle cariche di cavalleria del generale ViaJ. I morti furono oltre 300, in gran parte fra ncesi: gli insorti presi con le armi in pugno furono tutti fuci lati sulla Piazza del Popolo. Nel frattempo tumulti antifrancesi al grido di « Viva il Papa » e « Viva Maria» scoppiavano ad Albano, Marino, Velletri e nei Castelli, mentre dal canto loro gli ufficiali francesi si ammutinavano per la mancata corresponsione del soldo. LA REPUBBLICA ROMA NA E GLI EVENTI POLOTICO-MILITARI DEL
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l nstaurata dalle baionette francesi, la Repubblica Romana non fu che la facciata di un regime collaborazionista, privo di ogni legittimazione popolare e di ogni autonomia politica e amministrativa. La vera autorità fu l'esercito di occupazione francese (Armée d'Italie - Corps d'Armée de Rome) che le autorità centrali e perifer iche della Repubblica erano incaricate di riforni re e mantenere. (2) Cfr. ANrox10 CRETONI, Roma giacobina. Storia della Repubblica Romana del 1798-1799, Istituto di studi romani, Ediz. Scientifiche Italiane, Napoli 1971 , pp. .3.3ss.
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Essa tuttavia rappresentava una minaccia permanente nei confronti del Regno di Napoli, che il 20 maggio 1798 (il giorno successivo alla partenza da Tolone della flotta francese destinata in Egitto) concluse un trattato segreto difensivo con l'Austria. Dopo la vittoria di Nelson ad Abukir (1-2 agosto), conosciuta a Napoli solo un mese più tardi, sembrò possibile sferrare il colpo decisivo all'esercito francese in Italia. Il 9 ottobre il generale austriaco Mack assunse il comando dell'esercito napoletano mobilitato, forte di 100 mila uomini, e il 13 novembre passò il confine della Repubblica romana per far cessare l'anarchia, difendere la religione cattolica e ristabilire l'autorità del pontefice. L'esercito francese, comandato dal generale Championnet, si ritirò senza combattere, e la sera del 27 i napoletani entravano in Roma, dove rimanevano solo 400 francesi asserragliati in Castel Sant'Angelo, che si sarebbero arresi pochi giorni dopo. Contemporaneamente una divisione napoletana di 7 mila uomini sbarcava a Livorno. Il governo della Repubblica Romana si rifugiava a Perugia sotto la protezione francese, mentre il 29 novembre Ferdinando IV entrava in Roma. Il 4 dicembre, tuttavia, 40 mila napoletani erano battuti dai 6 mila francesi del generale Macdonald a Civitacastellana, Nepi e Rignano. L'8 dicembre il re di Napoli chiamava alle armi i suoi popoli per difendere il trono, l'altare, le donne e la proprietà: e il 10, scambiata l'uniforme col duca d'Ascoli, fuggiva a sera per Napoli, precedendo le schiere dei suoi soldati che uscivano dalle porte meridionali di Roma proprio mentre i francesi entravano da quelle settentrionali. Il 15 dicembre il governo repubblicano faceva ritorno nella capitale, mentre pochi giorni dopo Championnet inseguiva i napoletani varcando il confine del Regno. La Repubblica romana stentò a ristabilire la propria autorità lungo il litorale mediterraneo. Civitavecchia, proclamatasi in repubblica autonoma, resistette alle truppe romane e francesi, che la bombardarono il 26 febbraio 1799. Nonostante il valore dei suoi difensori, in gran parte marinai e bombardieri pontifici, la città capitolò al generale Merlin il 4 marzo: seguirono spaventosi massacri dei francesi, che fucilarono in piazza
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un centinaio di abitanti della Tolfa, uno degli epicentri della ribellione. La ribellione arse anche nel « Dipartimento del Circeo » (nome repubblicano della provincia di Marittima e Campagna), dove si ebbero violenti combattimenti a Falleri, Castelluccio e Isola di Sora. Si trattò di una vera e propria guerriglia, che i francesi fronteggiarono istituendo « Colonne Mobili » (sono ricordate quelle di Foligno e del Circeo) composte di vari distaccamenti francesi, cisalpini e romani, e fucilando senza pietà chiunque fosse trovato con le armi in pugno. Benché si abbia notizia di fucilazioni di soldati rei di saccheggio (3), e di proteste delle autorità romane per gli eccessi compiuti dai francesi ( 4), il saccheggio e le stragi sembrano essere stati strumenti normali della feroce repressione. Non mancava certo la componente ideologica: vi sono denunce di preti che istigavano le popolazioni all'odio contro i repubblicani (5). Ma gli eventi precipitarono. Nel febbraio 1799 il cardinale Ruffo, già Tesoriere Generale dello Stato pontificio fino al 1793, e ora capo dei sanfedisti napoletani, sbarcava in Calabria: il 26 marzo gli austrorussi al comando di Suworow attaccavano gli eserciti francesi in Svizzera (Masséna) e sull'Adige (Schérer), entrando a Milano il 28 aprile e a Torino il 26 maggio. Ai primi di giugno gli austriaci occupavano Ferrara, Bologna e la Romagna, e il 7 giugno entravano in Firenze preceduti da 5 mila sanfedisti aretini, i quali occuparono anche Cortona, Siena (dove furono massacrati 400 giacobini ed ebrei) e Livorno. (.3) Il capitano Bianchi comandante del distaccamento della 2e Demi Brigade cisalpina facente parte della Colonna Mobile del Circeo denuncia due soldati romani, tra cui Giuseppe Mycher (.30 anni, da Portofranco in Ungheria, soldato della za compagnia del .3° Battaglione della detta mezzabrigata), rei di saccheggio, che vengono fucilati. A.S.R., l'vtiscellanea Repubblica Romana 1798-1799, busta 18. (4) Il 12 aprile 1799 Pianta e i consoli protestano col generale Debast per gli eccessi commessi dai soldati francesi in Castelgandolfo. A.S.R., iHiscellanea, cit., busta 16. (5) Il cittadino Francesco Meda, comandante la Guardia Nazionale di Velletri, denuncia i preti che istigano la gente all'odio conrro la Repubblica. A.S.R., 1'liscellanea, cit., busta 18. Sappiamo però che il cittadino Angelo Salvati di Ascoli, « benché Ecclesiastico, ha servito sempre di guida alle Armi Repubblicane» in occasione dei fatti d'ar.me verificatisi nei dintorni di Ascoli contro i briganti, i quali gli saccheggiarono la casa. In data 1° aprile 1ì99 Pianta chiedeva che gli fosse concessa una razione giornaliera, dal momento « che le critiche circostanze della Sua Patria assediata di nuovo dagl'Insorgenti gli impediscono di ritornarvi». A.S.R., Miscellanea, cit., busta 16.
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Frattanto anche nelle Marche ardeva la rivolta antifrancese, coordinata dal generale cisalpino Lahoz fuggito nel maggio da Pesaro sdegnato per il comportamento dei francesi. Gli insorti raggiunsero rapidamente la cifra di molte migliaia, comandati da Giuseppe Costantini detto «Sciabolane», originario di Lisciano (Ascoli), che sarebbe morto nel 1808 colonnello dì Giuseppe Bonaparte re di Napoli: da Giuseppe Vanni di Caldarola (Macerata), che sarebbe stato fucilato in Piazza del Popolo il 27 dicembre 1808 dopo un vano tentativo di liberare Pio VII: e da Francesco Cagnaroni di Montecosaro fucilato a Macerata il 20 maggio 1809 con altri sei compagni. Il 7 giugno 1799 il generale francese Monnier fu respinto dagli insorti Pesaresi con gravi perdite: il 18 gli insorti scacciarono da Senigallia il battaglione francese di guarnigione: il 10 luglio Urbino capitolò agli insorti e agli austriaci, pochi giorni dopo un orrendo massacro della popolazione civile compiuto dai fran- · cesi a Macerata. Il 1° agosto la Divisione Monnier, forte di 5 mila uomini (5 battaglioni francesi, 4 cisalpini e 1 romano, 1 compagnia di volontari, 3 compagnie di artiglieria, uno squadrone e mezzo di cavalleria) era ridotta con le spalle al mare sulla linea Fiumesino-Osimo-Camerano fronteggiata da 7 mila insorti e 2 mila austroturchi sbarcati il 18 agosto a Pesaro. Nel frattempo l'esercito aretino della Santa Fede, accordatosi con alcuni ufficiali austriaci e ,r ussi da poco giunti in Toscana, si accingeva ad una spedizione contro la Repubblica Romana. Città di Castello, Citerna e Perugia furono occupate dagli aretini: Orvieto, Viterbo e Ronciglione insorsero per vendicare le stragi del dicembre 1798 compiute dai francesi. Ai primi di agosto il generale Monnier era cost,r etto a ritirarsi sugli avamposti avanzati di Ancona (a Monte Pelago e Monte Gardetto) stretto d'assedio dalla parte di terra e di mare dalle bande di insorti e dalla flotta russo-turca. Il 10 agosto i francesi coglievano un successo respingendo a Monterotondo la « Truppa a massa » napoletana comandata dal marchese Rodio (che si firmava « generale dell'esercito della Santa Fede e dottore dell'una e dell'altra legge»): ma erano battuti dagli aretini e costretti a rinchiudersi in Castel Sant'Angelo e nelle fortezze di Corneto, Tolfa e Civitavecchia. Di conseguenza le bande di Rodio e Fra Diavolo poterono occupare Frascati e Velletri, mentre da Napoli giungeva una divi-
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sione borbonica per marciare su Roma, e la flotta inglese poneva il blocco a Civitavecchia. Il 30 settembre i francesi capitolavano, ottenendo di potersi ritirare assieme ai repubblicani romani che intendessero seguirli. Il 3 ottobre si formava un governo provvisorio ( quello pontificio sarebbe stato ristabilito solo il 23 giugno 1800 alla cessazione dell'occupazione napoletana). Il 7 ottobre giungeva davanti ad Ancona la divisione austriaca del .generale Frohlich che assumeva la direzione dell'assedio al posto di Lahoz (ucciso due giorni dopo durante un'audace sortita delle truppe francocisalpine). La piazza cessava l'eroica resistenza il 12 novembre, dopo un intenso bombardamento e un sanguinoso tentativo di attacco alla Cittadella, e anche in questo caso il presidio otteneva di poter rientrare in Francia (6). Il dominio pontificio sarebbe cessato di fatto con l'occupazione francese dello Stato r omano (2 aprile 1808): e anche formalmente il 17 maggio 1809 quando Napoleone dispose l'annessione di Roma, Lazio e Umbria, all'Impero francese e delle Marche al Regno italico.
L'ESERCITO DELLA REPUBBLICA ROMANA E GLI UFFICI ALI PONTIFICI.
Secondo l'ordinamento assunto nel maggio-giugno 1797 l'esercito pontificio contava 9.947 uomini (tra cui 520 di cavalleria, 482 artiglieri, 4 del genio e 6 della « generalità » ). Posto al comando del tenente generale conte Gaddi, contava due generali << legionar i » (contestabile Colonna e brigadiere Gandini) comandanti nominali delle due legioni ia (stanziata nelle Marche) e 2a (stanziata in Roma), in realtà comandate dai colonnelli Luigi Baruichi e Car lo Ancajani. Comprendevano ciascuna due reggimenti di fanteria (Marche e Colonna per la P, e Guardie e Civitavecchia (6) Ancona sarebbe tornata in possesso delle truppe francesi il 27 gennaio 1801, in seguito alle vittorie di Napoleone nella valle del Po. Nel 1808 era incorporata con le Marche nel Regno d'Italia, divenendo capoluogo del dipartimento del Metauro e sede del comando militare dei tre dipartimenti del Metauro, Tronco e Musone (5' Divisione).
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per la 2a), ognuno con due battaglioni composti da una compagnia granatieri, una cacciatori e sei di fucilieri. Esistevano inoltre un battaglione di guarnigione in Castel Sant'Angelo, forte di 1.381 uomini in 8 compagnie, responsabile anche dei presidi delle 34 Torri della .Spiaggia romana, e comandato dal colonnello già in servizio austriaco Francesco Colli: il Corpo d'artiglieria forte di due compagnie comandato dal maggiore Angelo Colli (figlio del precedente): il Corpo di cavalleria forte di tre compagnie di dragoni, comandato dal maggiore Virgilio Crispolti (7). Una parte dei 295 ufficiali e dei 1.183 « bassi uffiziali » del vecchio esercito passò sicuramente al servizio della Repubblica. Non possiamo determinare percentuali precise, perché non al:fbiamo elenchi completi di tutti gli ufficiali in servizio con la Repubblica. Tuttavia almeno 43 ufficiali pontifici risultano aver prestato servizio nell'esercito repubblicano. Il maggiore Oliviero Ronca, comandante della difesa di Terracina nel 1792-93 e poi del corpo di Romagna, inquisito per malversazione dal governo pontificio, comandò il battaglione repubblicano del Musone che, assieme a quello del Tronto, formava la 3a Legione. Il maggiore Carlo Borosini, già capitano dei granatieri del Battaglione delle Guardie del duca di Modena, poi in servizio pontificio, si era arreso 1'8 febbraio 1797 a tre miglia da Ancona nella posizione cli Montagnolo con tutto il suo reparto. Successivamente aveva tenuto il comando del 2° Battaglione della Marca (8): durante la Repubblica fu prima capitano del Battaglione del Circeo e poi membro dello Stato maggiore (9). Il maggiore Francesco Biancoli era probabilmente fratello o parente del capitano Giambattista Biancoli, già comandante dell'artiglieria pontificia a Faenza, il quale era stato accusato di (7) L'ordinamento del maggio-giugno 1797, con i nomi dì tutti i 295 ufficiali in servizio, nonché di quelli del Reggimento presidiario di Ferrara caduti prigionieri nel 1796, è contenuto in A.S.R., Soldatesche e galere, busta 7.34. Cfr. Da Mosto, op. cit., pp. 199, 218-219. (8) Da Mosto, op. cit., p. 556. La carriera di Borosini è integrata da notizie d'archivio. (9) A.S.R., lvfiscellanea, cit., busta 112. I nomi degli ufficiali e funzionari in servizio presso la Repubblica Romana sono indicati, con molte lacune, nella busta 112 di questo fondo. Tutte le altre notizie sulle forze militari repubblicane contenurc in questo articolo e per le quali non è indicata alcuna fonte particolare, sono tratte dai documenti contenuti nelle buste 15 e 16 della Miscellanea, cit.
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tradimento e connivenza coi francesi, e, fatto prigioniero dopo la battaglia, era passato nell'esercito cisalpino. Francesco era stato l'ultimo comandante del 1° Battaglione del Reggimento Guardie, forse il reparto di 500 uomini la cui sopravvivenza era stata prevista dall'armistizio del 10 febbraio 1798. Nell'aprile 1798 egli cercò di farsi nominare comandante ed organizzatore di un Corpo di Guardia Consolare che non si riuscì però mai a formare. Successivamente fu nominato comandante della « 2a Brigata » della Legione Romana, e poi della 5a Legione. Il maggiore Angelo Secondo CoJli, già comandante dell'artiglieria pontificia,. si impiegò, assieme ai tenenti Giuseppe Vaselli e Francesco Penna, presso la P Divisione del nuovo Mini'stero della Guerra. Giùseppe Ignazio de Raxis Hassan, già capitano tenente del Reggimento Guardie, divenne capo battaglione della Legione Romana: Ignazio Decontreras, già foriere del 1° Battaglione del Reggimento Marca, divenne capitano nelJa stessa legione: il capit ano di artiglieria Carlo Lopez d ivenne governatore di dogana: l'aiutante maggiore Francesco Saverio Arrighi (già in servizio col battaglione dei Corsi) divenne « guardamagazzeno degli effetti militari» e « commesso » di Castel Sant'Angelo. Quattro dei commissari d i guerra repubblicani erano stati già in servizio pontificio: il capitano Gaetano Chiorando (che era già stato commissario di guerra pontificio), l'ex-cassiere quartiermastro Orazio Marucchi, il tenente del Reggimento Colonna Vincenzo Grilloni e il marchese Salvatore de Pusignan, già capitano dei granatieri del Reggimento Civitavecchia, che rinunciò al titolo nobiliare. Fra gli ufficiali medici, solo il chirurgo maggiore Santarelli passò al ser vizio repubblicano. Dei 14 ufficiali della cavalleria pontificia, ve ne fu uno solo, il capitano Vincenzo Galassi, ad entrare in quella repubblicana: tuttavia vi prestarono servizio due ufficiali dei Distinti Volontari di Cavalleria e cinque ufficiali provenienti dalla fanteria pontificia. Dei 63 ufficiali inferiori della l" Legione Romana, 19 erano già in servizio pon tificio (10): dei diciassette ufficiali del Batta(10) Oltre il capobatcaglione De Raxis Hassan, risultano essere già stati in servizio pontificio i capitani Fabio Petti (già sottotenente del Reggimento Colonna), Antonio Carini (già tenente del Battaglione di G uarnigione), Cesare Testa (già sottotenente del l " Battaglione della Marca), Cesare Sanzi (già Capitano tenen te del 1° Bat-
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glione del Circeo, solo tre lo erano (il capitano Borosini, il tenente Giulio Vidau e il sottotenente Francesco Graziani). La Repubblica si tenne al servizio anche il castellano di Porto d'Anzio, il« colonnello » Clemente Paluzzi, che era stato nominato venticinque anni prima grazie alla sua amicizia con Pio VI, e che fu sostituito solo dopo una denuncia dei « patrioti » locali i quali lo accusavano di aver esultato all'arrivo delle truppe napoletane, di aver passato in rassegna la piccola guarnigione di artiglieri litorali con addosso la divisa da colonnello pontificio, e di aver fatto abbattere a cannonate l'albero della Libertà (11). Fra gli ufficiali della Repubblica figuravaqo tuttavia anche alcuni militari espulsi dal servizio pontificio sotto l'accusa di cospirazione politica. Così il cadetto di cavalleria Lorenzo Bai e l'artigliere Giuseppe Ammagliani, i quali avevano preso parte alla congiura insurrezionale del Natale 1794: e l'alfiere del battaglione di Castello Giuseppe Ceas condannato a morte il 7 agosto 1795 per aver assaltato con le armi il corpo di guardia di Porta S. Lorenzo assieme ad altri 19 tra caporali e soldati allo scopo di disertare (la condanna era stata in seguito commutata nella detenzione a vita a San Leo) (12). Bai divenne poi tenente colonnello comandante del Battaglione del Circeo, e si distinse durante l'invasione napoletana: Ammagliani divenne tenente del 1° Dragoni, e Ceas capitano della Gendarmeria nazionale nel Dipartimento del Cimino (Viterbo) e poi del 2° Dragoni. taglione della Marca), Tommaso Maffei (già tenente), Francesco Buccella (già sottotenente), Giovanni Bardi (già capitano tenente): i tenenti Carlo Gaudin (già sottotenente), Ignazio De Contreras (già sergente del 1° Battaglione della Marca), Vincenzo Fontana (già tenente), Corrado Amici (già alfiere), Camillo Bernardini (già sottote· nente); sottotenenti Pietro Gentili (già alfiere), Pietro Lelmi (già tenen te), Alessandro Bussi (già capitano delle Guardie), Carlo Massimo Carafa (già capita:10 tenente delle Guardie), Luigi Pesci (già sottotenente); il Chirurgo maggiore Santarelìi (già chirurgo del Battaglione di Guarnigione). (11) A.S.R., Afocellanea, cit., busta 16, cfr. Soldatesche, cit., busta 700. Su Paluzzi cfr. anche il mio Gli antenati delta gendarmeria pontificia: il battaglione de' C6rsi e poi « de' soldati in luogo de' Corsi» (1607-1798), in corso di pubblicazione. (12) Per quanto riguarc.la Bai e i\mmagliani, dr Carmelo Trasselli, Processi politici romani dal •1792 al 1798, in Rassegna Storica del Risorgimento, 25 (1938), fase. 11-12 (Novembre-Dicembre). Per quanto riguarda Ceas cfr. A.S.R., Soldatesche, cit. busta 800 (Registro degli ordini del Comando Generale dal 1" Gennaio anno lì95), 7, 8 e 12 agosto 1795. Sulle carriere dei tre, cfr. lv[iscellanea, cit., buste 19 (Ceas) e 112 (Bai, Ammagliani e Ccas).
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IL MINISTERO DELLA GUERRA, MARINA E RELAZIONI ESTERE.
Il decreto del 26 Ventoso anno VI (16 marzo 1798) prevedeva quattro ministeri: Interno (Camillo Corona), Giustizia e Polizia (Giuseppe Toriglioni), Finanze (Giovanni Bufalini) e « Guerra, marina e relazioni esterne», affidato al francese Jean-FrançoisDominique de Bremond. La legge 2 germile (22 marzo) organizzava il ministero in un Segretariato generale (capo Giuseppe Alborghetti), un Segretariato p,trticolare del ministro e cinque divisioni : la P riguardava l'artiglieria, genio, fortificazioni e piazze di guerra e ]a fabbrica delle polveri: la 2° e la 3" si occupavano del « dipartimento di guerra »: la 4° ( « dipartimento di marina ») dei por ti, arsenali, iscrizione marittima, corpo degli artiglieri litorali: la 7" dei fondi e contabilità. Capidivisione erano: Tommaso Vivaldi (presto sostituito da Saverio Vivaldi) per ]a 1": Lorenzo Mazzagalli, per la 2a: il commissario ordinatore Orsini per la 4a: Loiselet per la 7°. La l" contava originariamente un sottocapo (Angelo Colli) e sei «scrivani» (Isidoro Noccioli, Gaetano Battaglia, Clemente Vallari, Francesco Penna, Giuseppe Vaselli e Girolamo Carminati). Il 4 maggio 1798 vi furono aggiunti l'ingegnere geografico Filippo Benucci e il « garzone di burò » Volponi, ed eliminati Carminati e Noccioli, mentre gli altri, compreso Colli, furono riqualificati « commessi ». Conosciamo i nomi degli altri « garzoni di burò »: Mazza e Ruggeri per il segretariato genera]e: Guidi per quello particolare: Casini, Bianchini, Fatati e Scacchi per le divisioni 2°, 3", 4" e 7°. Nella 4° divisione lavorava anche il commesso Baugean. Un « guardaportone » e due « scopatori » completavano l'organico del ministero, meno numeroso di quello dell'interno (13). L'amministrazione di Bremond fu a dir poco allegra. (13} A.S.R., Miscellanea, cit., busta 112. Dal Ministero di Giustizia e Polizia dipendevano 56 impiegati del burò, 13 del Tribunale temporaneo di appellazione, 22 Commissari di polizia, 1.3 funzionari <lell'Alta Questura e del Prefetto Consiliare, 81 impiegati nei Tribunali del Dipartimento del Tevere e nell'Autorità G iudiziaria. Si susseguirono al ministero Giuseppe Toriglioni (16 marzo 1798), Francesco P ierelli (25 aprile), Giuseppe Rey (8 luglio}, Fabrizio Zanotti (17 settembre), Giuseppe Martelli (18 settembre), Antonio Bassi (16 aprile 1799), Gaetano Piamonti (27 giugno11 luglio 1799}. Gli altri due ministeri della Repubblica erano quelli dell' Interno e de lle Finanze. Cfr. Cretoni, op. cit., pp. lOlss.
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La legge 18 Vendemmiale (9 ottobre 1798) gli aveva concesso 358.378 scudi per le spese militari, anziché i 553 mila richiesti. Il 24 ottobre il ministro chiedeva, senza allegare un progetto di spesa, altri 195 mila scudi, saliti a 257 mila nel sollecito inviato il 3 novembre al Consolato. Nel solo mese di Brumale anno VII (ottobre-novembre 1798) le spese ammontarono a 29.364 scudi, di cui 1.750 per i burò del ministero, 7.200 per il soldo delle truppe di terra, 14.506 per quello della Gendarmeria, 5.402 per la Marina e 500 per spese straordinarie. Il decreto 28 Piovoso anno VII (16 febbraio 1799) disponeva che 30 mila piastre del prestito forzoso dei ricchi possidenti fossero versate al Dipartimento di guerra. Bremond rimase alla guida del ministero fino a tutto febbraio 1799: poi le voci sulla sua cattiva amministrazione divennero troppo insistenti e fu costretto a lasciare l'incarico, rimettendo il 1° mar;zo 1799 un fascio di << informi carte» a mo' di rendiconto. Il Gran Consiglio dei Tribuni avrebbe desiderato (proprio come noi!) uno specchio dell'esercito, col numero delle compagnie, effettivi, armamento; ruoli, magazzini, per poter presentare una legge sull'ordinamento dell'esercito: quanto meno avrebbe desiderato un« ristretto di dare e avere » della cassa e dei magazzini. Nel processo contabile i tribuni rilevavano che dal 24 feb braio al 21 settembre 1798 erano stati messi a disposizione del ministero 432.933 scudi e 50 baiocchi. Le spese effettuate ( di cui Bremond non indicava il dettaglio) ammontavano a 401 .262 scudi e 45 baiocchi, tuttavia solo 32.490 scudi e 86 baiocchi erano disponibili nella Cassa dei Magazzeni Generali. Inoltre una parte notevole (almeno 54 mila scudi) delle somme ricevute in denaro corrente erano state cambiate in cedole: il che lasciava intendere la possibilità che Bremond avesse intascato l'aggio per il cambio delle cedole in denaro corrente (che nel 1795 era del 2,5 per cento). NeJ. suo « rendiconto » Bremond aveva poi asserito che la legge 18 Vendemmiale (9 ottobre) gli aveva concesso gli altri 873.631 scudi e 95 baiocchi successivamente spesi dal suo ministero. Il tribunato notava indignato che la somma stanziata nella legge era notevolmente inferiore: rilevava poi la completa assenza di qualunque inventario e la grande lacunosità e confusione dell'elenco relativo ai beni nazionali alienati a favore di creditori
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arretrati. Osservando che il« rendiconto» presentato dal ministro si limitava ad una mera cronologia all'ingrosso di entrate e uscite, ricor.dava i molti messaggi tribunizi di cui il ministro non si era dato carico e sottolineava gli indizi di dilapidazione e malversazione che gravavano a carico di Bremond, chiedendo al consolato di autorizzare una ispezione contabile dei tre Commissari di Contabilità nei locali del ministero della guerra. Bremond fu sostituito da un altro francese, Sébastien Planta, « incaricato provvisorio» dal 1° marzo al 17 maggio 1799, del quale un memorialista contemporaneo diceva: « era forse l'unico · uomo onesto tra i Francesi impiegati qui» (14). Le carte del ministero rivelano eloquentemente quanto l'amministrazione di Planta fosse migliore di quella del predecessore: compaiono finalmente i famosi specchi organici con effettivi e paghe dei corpi che si sarebbe desiderato costituire per un esercito pianificato di 10 mìla uomini: si rintraccia un tentativo di centralizzare l'amministrazione locale, e di fare un censimento degli ufficiali e funzionari dipendenti dal ministero: compare infine un bilancio di previsione delle spese ordinarie per l'anno VII (1798-1799) ammontanti a 752 mila scudi, più le spese straordinarie (che nel mese di germile - marzo/aprile 1799) ammontarono a 73 mila scudi per ospedali, caserme, artiglierie, fortificazioni di Castel Sant'Angelo ed equipaggi militari. Planta fu sostituito il 17 maggio 1799 da Louis Moutte, rimasto in carica fino all'll luglio 1799, quando il governo della Repubblica romana fu sostituito dal Comitato provvisorio di governo creato dal Gernier: degli affari di guerra e di marina si occupava all'interno del comitato Claude Roize.
IL SISTEMA
AMMINI STRATIVO E LOGISTICO.
Gli ufficiali austriaci assunti al servizio pontificio nel 17921793 con il compito di riorganizzare l'esercito avevano compiuto sforzi davvero encomiabili per introdurre un minimo di regola nell'amministrazione, contabilità e organizzazione dei servizi lo-
(14) G.A. Sala, Diario romano degli anni 1798-1799, Società romana di st0ria patria, a cura di G. Cugnani, Roma 1882-86, vol. III, p. 59 (cit. in Crctoni, op. cit.). Il processo contabile a carico di Bremond è in A.S.R., Afiscellanea, cit., busta 16.
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gistici, pur continuando ad incentrarli essenzialmente sul sistema degli appalti. Si era istituito un servizio sanitario, con ospedali, ufficiali medici e infermieri: si era istituito il rancio in caserma superando il vecchio sistema delle vivanderie e dei bettolini: si era riformata la composizione del soldo, operandovi varie ritenute percentuali per far fronte alle esigenze di commissariato, sanitarie e previdenziali: si era cercato di mediare fra cospicui interessi economici per razionalizzare il sistema degli appalti: era stata uniformata l'amministrazione e la contabilità dei cor pi, stabilendo una rete di forieri, quartiermastri e direttori dei conti e prevedendo una nutrita serie di modelli amministrativi che oggi rappresentano tra l'altro una preziosa fonte di informazione sull'esercito pontificio alla vigilia dell'invasione francese. Secondo l'ordinamento del maggio 1797 il Commissariato militare di guerra comprendeva un capo commissario (Montini), due commissari di guerra (Battaglia e Chiorando) e due sottocommissari (Luchini e Rebsa). La cassa militare comprendeva un cassiere (Marucchi) e un sottocassiere (Bersani): c'erano inoltre un revisore dei conti (Fagiolani) e un sottorevisore (Scifoni), e il provveditore Sabbatini, mentre ai corpi il servizio era curato da sette quartiermastri (Tignani, Torricelli, Varlé, Presottini, D'Alessio, Boccucci e Sorrecino). Completavano gli organi centrali amministrativi la « Segreteria di guerra» (segretario Luchini, sottosegretario Noccioli, sottosegretario per le milizie e archivista Bossi, secondo aiutante Nivelli) e l'« Uditorato generale di guerra» (uditore generale avv. Rufìni, vice uditore Donati, attuario Belli) da cui dipendevano cinque uditori (Santagata, Vallorani, Bianchi, Belloni e Sanni) e cinque attuari ai corpi. Sei cappellani, cinque chirurghi maggiori e altrettanti sottochirurghi completavano il quadro degli ufficiali dei servizi (15). Il ristretto degli appalti di fornitura esistenti nel 1796 ne indicava una cinquantina, senza contare le pigioni delle caserme. Fra i maggiori appaltatori il capitano Bottoni (fornitura del vestiario), il Conte Moroni (foraggi della cavalleria), varie « università » di ebrei (fornitura dei letti), Francesco Palombi (mantenimento dell'artiglieria nel Lazio), Carlo Bartolini ( artiglieria di Ancona e Senigallia), Nicola Giardoni (fusione dell'artiglieria), (15) A.S.R., Soldatesche, cit., busta 734.
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armaioli Sicurani e fratelli Mazzocchi ( custodia e mantenimento delle armi cli varie armerie), Antonio Tartaglioni (fornitore di tutto l'occorrente per la base di Porto d'Anzio), i fratelli Manzi (fornitori di tutto l'occorrente per la base cli Civitavecchia, i forzati, le galere e le barche guardacoste). Gli ospedali di S. Spirito, S. Giacomo e della Consolazione avevano contratti per la cura dei soldati infermi. Appalti minori riguardavano le selle della cavalleria, i berrettoni dei granatieri, il mantenimento delle mura di fortezze minori, lo spurgo dei fossi cli Castel Sant'Angelo e così via (16). Questa situazione fu ereditata dalla Repubblica romana, che vi apportò tuttavia notevoli modifiche. Chiorando fu il primo commissario ordinatore di guerra, sostituito dal francese Eynard iì 22 ottobre 1798 per non aver seguito il governo repubblicano. Quest'ultimo fu sostituito il 15 marzo 1799 da Cicognani. Il commissario di guerra di 2a classe Pusignan, incaricato della requisizione dei cavalli per la gendarmeria del Cir ceo, fu depredato di ogni suo avere dagli insorti, ma fu poi ricompensato con la promozione a commissario di prima classe incaricato del servizio nella Piazza di Roma. Onorato Digne fu nominato commissario nel Clitumno « per mezzo di alcuni generali » francesi amici del padre Francesco, che era espatriato nel 1789 rifugiandosi a Roma. Bremond lo destituì per aver malmenato un 'patriota a Perugia, e Planta, pur confermandogli la sua stima personale e l'apprezzamento della sua onestà, confermò il provvedimento. Fra gli altri commissari ( di 1a e 2a classe e aggiunti) sono r kordati Vezin, De Gregoris, Sciatel (Chatel?), Mutarelli, Anastasio Ottini, Giuseppe De Angelis, Vincenzo Soncino, Giuseppe Pedini, Natalini: inoltre Isidoro Noccioli, Orazio Marucchi e Vincenzo Grilloni già in servizio pontificio. Sull'onestà di questi commissari è illuminante una disposizione di Pianta, secondo la quale il commissario Vezin andava pagato fino al giorno della sua destituzione dalla carica e non fino a quello del suo arresto. Il rango dei commissari era elevato: si criticava l'operato del comandante della piazza di Perugia, Breissand, che pur essendo un semplice « chef de bataillon » si era permesso di arrestare il (16) A.S.R., Soldatesche, cit., busta 734.
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commissario di guerra Chatel accusandolo di aver provocato « du trouble » in un'assemblea cittadina (accusa dalla quale il commissario fu del resto assolto). Il problema principale con cui dovevano fare i conti i commissari era quello delle sussistenze per le due armate, francese e romana. In periferia esistevano ispettori generali delle sussistenze militari (come il cittadino Brel, con giurisdizione sui tre dipartimenti delle Marche). Alcuni cittadini del Dipartimento del Musone (Macerata) erano stati costretti a versare 300 mila piast,r e per le sussistenze dal commissario ordinatore Accambal. Nel marzo-aprile 1799 i beni nazionali ( cioè quelli ecclesiastici confiscati) richiesti dagli agenti generali per conto del governo romano per le sussistenze militari ammontavano a 100 mila scudi: l'ordine del giorno dell'armata francese al quartier generale di Frascati del 1 dicembre 1798 annuncia che la Repubblica romana ha offerto all'armata cinque milioni per le sue sussistenze. Tuttavia le capacità contributive dello Stato romano sembravano essere del tutto insufficienti per il mantenimento delle truppe. I francesi a Civi tacastellana nel dicembre 1798 si agitavano perché erano sprovvisti di viveri e foraggi: il sistema di governo si incentrava ormai sulla politica delle « razioni » in natura da concedere o negare a questa o quella categoria di pubblici dipendenti e cittadini. Il 29 marzo 1799 Pianta chiedeva ai consoli provvedi_m enti a favore degli impiegati del burò e dei giubilati, « padri di famiglia » e non ricchi del proprio, che da tre mesi erano privi di stipendio e sfiniti dal digiuno. Planta proponeva che fra i sette-ottocento dei più bisognosi facessero scegliere 500 cui poter passare la razione facendola distribuire nelle case di soccorso pubblico. Per riportare un po' d'ordine a Civitavecchia dopo l'insurrezione della flotta - che si giudicava provocata dall'estrema indigenza dei marinai, giubilati e pensionati e delle famiglie del personale che si trovava in Egitto con la flotta francese - si proponeva di decretare a loro favore le « razioni » . A tal fine il consolato autorizzava un contratto col cittadino Negroni ( « sebbene comparisca Calabrini » ), per quanto il Commissario ordinatore di Marina avverta che un tal fornitore va controllato e continuamente minacciato di arresto per ogn i mancanza. Il 20 aprile 1798 Bremond aveva deputato come fornitore generale delle truppe la compagnia Terziana, successivamente sostituita dalla compagnia Ardi. Il 10 giugno il governo romanp
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stipulava con la Compagnia Cavagnari (detta anche « dei fornitori » o « dei monizionieri » ), com posta dai quattro azionisti De Geraudo, Cavagnari, Popp e Torlonia, un contratto di forniture generali per la guerra e la marina, che entrò in secuzione il 19 giugno. Fu tuttavia rescisso il 19 settembre 1798 pur continuando ad avere effetto fino al 13 ottobre quando fu organizzata una non meglio conosciuta « Agenzia generale del governo ». :È. chiaro qual era l'intendimento: sostituire gradualmente tutti i vecchi appalti particolari (man mano che venivano alla scadenza) con un appalto generale: e poi sostituire quest'ultimo con l'organizzazione di un servizio centralizzato. Ma era un progetto t roppo ambizioso in quelle circostanze. Localmente i generali francesi continuavano ad appaltare secondo le loro esigenze. Sappiamo che il cittadino Negrelli di Ancona, incaricato delle forniture per le due armate in assenza del cittadino Coen, chiedeva di abbandonare l'incombenza se non gli fosse stato anticipato il denaro necessario per la continuazione. Il 24 marzo 1799 il « capo armarolo nazionale » Gaetano Mazzocchi, retribuito con 15 scudi mensili, era liquidato e sostituito dal capitano Antonio Carini ( della 1a Legione Romana) soprintendente ai lavori dell'armeria vaticana. Planta informava che il capitano era un pessimo amministratore, che i suoi conti non erano affatto chiari e molte partite apparivano dubbie e mal versate: e chiedeva che per lo meno lo si obbligasse a reintegrare ai Beni Nazionali le eventuali scoperture. Il 16 marzo 1799 un rescritto consolare determinava di far acquistare alla Nazione tutte le fabbriche di nitri e polveri di Basilio Salvi: ma nel frattempo si continuava a rifornirsi privatamente, come dimostra la tassa su vescovi, capitoli e conventi istituita dal commissario del potere esecutivo nel dipartimento d el Metauro, Dupont, per comprare 4 mila fucili. Anche l'accaser mamento delle truppe, soprattutto dentro la città di Roma, costituiva un vero problema. Un documento calcolava che 9.950 uomini avrebbero potuto trovare alloggio in edifici pubblici o appartenenti ai beni nazionali (17): ma sappiamo (17) A.S.R., Miscellanea, busta 15. I luoghi consigliati erano i seguenti (tra parentesi il numero dei posti disponibili): Granari alle Terme « ov'è il Quartiere» (150), S. Bernardo (700), S_ Marta al Vaticano (100), Monastero delle Barberine alle Quattro Fontane (800), Quartiere a Ripetta di proprietà del Conservatorio della Divina Provvidenza (150), Quartiere a S. Prassede delle Monache Romite (150), Convento a S. SiI-
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che ci si lamentava che anche i più poveri fossero costretti ad alloggiare i francesi nelle loro case. Nella retribuzione degli ufficiali figurava anche un'indennità di alloggio, che era di 240 scudi annui per il generale di brigata Francesco Santacroce (comandante della Guardia Nazionale Sedentaria) e di 43 scudi e 20 baiocchi per il tenente Alborgetti della 2a Legione del Clitumno. Successivamente l'indennità fu limitata a 2.40 scudi mensili per gli ufficiali inferior-i, a 3.60 per i capitani, 6 per i tenenti colonnelli e il comandante del genio, 10 per colonnelli, i commissari di 1" e 2a classe e l'aiutante generale, 15 per i commissari ordinatori e 20 per il generale .d i brigata. I commissari di guerra avevano retribuzioni molto alte,. ·pari a quelle dei tenenti colonnelli per i commissari di 1a e 2a classe, e intermedie tra quelle dei colonnelli e dell'aiutante generale per i commissari ordinatori: inoltre avevano le cosiddette « spese di burò », pari a 40 scudi mensili per la prima categoria e 60 per la seconda. Gli ufficiali godevano tuttavia, oltre allo stipendio e all'indennità di alloggio, di « grati.fiche» di entità variabile. Il generale Santacroce ne aveva una di 240 scudi annui (in aggiunta ai 2.280 dello stipendio e ai 240 dell'indennità di alloggio): il colonnello Biancoli una di 152 (in aggiunta allo stipendio di 952 scudi), il tenente Alborgetti una di 60.50 (più 237.50 di stipendio e 43.20 di indennità): i capitani del genio Bracci e Legrand ne avevano una di 85 scudi (Legrand aveva anche lo stipendio di 475 scudi annui), il capitano relatore Revelli una di 55.50. Gli elenchi nominativi degli ufficiali e funzionari della repubblica romana contengono i nomi e il soldo del personale in servizio al « Magazzeno degli Effetti Militari » (18), all'ispettorato vestro a Monte Cavallo (200), Quartiere al Popolo dei Frati di S. Maria (300), Monastero delle Convertite al Corso (500), Ospizio dei Catecumeni alla Madonna ai Monti (500), Monastero di S. Silvestro in Capite (1.000), Casa dei Cento Preti a Ponte Sisto (500), Monastero di S. Agosrino (1.000), Monasteri alla Trinità dei Monti (600), di S. Eusebio (500), di S. Calisto (500) e della Trasponcina (200), Fabbricato di San Giovanni in Laterano (1.200) e Castel Sant'Angelo (600). Si noterà come nella casa <lei « cento » preti ci potessero stare 500 soldati! (18) Il personale comprendeva due « guardamagazzeni » a .50 scudi mensili (Verach e Giuseppe Cicognani) e uno a 20 scudi (Arrighi Francesco Saverio, già aiutante maggiore del battaglione dei Corsi pontificio): due « sottoguardamagazzeni \> a 15 scudi mensili (Felice Estouppan e Giuseppe Gombi): un custode con due stipendi, uno di 10 e uno di 6 scudi (Domenico Vanni): un facchino a 6 scudi (Viotti) e una lavandara retribuita a cottimo (Teresa De Angelis).
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dei « Trasporti Militari » (19) e a quello delle Caserme (20), rispettivamente affidati a Giuseppe Cicognani, Francesco Cornacchi e Luigi Cormontagne, con un complesso di trentasei dipendenti. Una certa confusione regna nei documenti r elativi alla struttura del servizio sanitario. In ciascuna delle due divisioni ( 1• Roma e 2a Ancona) esistevano quattro ospedali militari, uno grande con 500 letti e tre piccoli con 200 letti. L'ospedale militare di Roma (n. 1) avrebbe contato, secondo un documento, due economi (Castellan, Chieusse) e 14 impiegati, nonché 34 infermieri maggiori e 164 ordinari. Secondo un altro documento vi sarebbero stati 7 impiegati amministrativi ( tra cui l'amministratore generale degli ospedali retribuito con 100 scudi mensili, un economo e u n commesso per l'ingresso retribuiti con 25 scudi), 8 tra cucinieri, inservienti e portieri, 5 infermieri in capo e 29 ordinari (retribuiti rispettivamente a 6 e 3 scudi mensili), 2 medici, 2 chirurghi e 1 speziale di 1.. classe a 40 scudi; 2 chirurghi e 2 speziali di 2a classe a 30 scudi, e 36 chirurghi e 6 speziali di 3a classe a 20 scudi. L'ospedale militare n. 2 avrebbe contato 4 economi (La Porte, Castellini, Costere, Gasurer ), 9 impiegati amministrativi, 18 inservienti, c ucinieri e lavandaie, 3 infermieri maggiori e 29 ordinari. Conosciamo tuttavia soltanto i nomi di dieci ufficiali di sanità e tre speziali, coordinati dal dottor Solenghi (responsabile del servizio sanitario dell'armata e retribuito con 800 scudi annui) (21). (19) Il personale comprendeva l'ispettore Francesco Cornacchi con uno stipendio mensile di 30 scudi, e otto commessi a 15 scudi (Cesare e Pellegrino Cornacchi, Pietro Forni, Giovanni Antonio Passeri, Giuseppe Bernardini, Gioacchino Rasemini, Alessandro Conventini e Alessandro Gombi). A.S.R., Miscellanea, cit., busta 112. (20) Il personale comprendeva l'ispettore Luigi Cormoncagne a 30 scudi mensili, il guardamagazzeno Luigi De Clusi, il segretario Camillo Lofari (rispettivamente a 20 e 15 scudi mensili), e 18 altri impiegati a 15 sct1di mensili : l'aiutante custode dei prigionieri in Castel S. Angelo (Lotti), i 4 commessi per Castel Sant'Angelo (Arrighi, De Luca, Nicola Reboa e Giuseppe Minolfi), e i 13 Sottoguardamagazzeni per le Caserme d i Roma (Massimiliano i'.vlisani, Gregorio Vitaliano Passeri, Gaetano Riva, Gaetano Todini, Fortunato Brocard, Giovanni Marchionni, Vincenzo Mattei, Ferdinando Petracchi, Luigi Comes, Francesco Biancoli, Antonio Carini, Fioravanti e Cornacchia). A .S.R., Miscellanea, cit., busta 112. (21) Gli ufficiali di sanità erano Solenghi (o Solooghi), il chirurgo in capo Santarelli (della 1• Legione romana e dell 'Ospedale Militare romano), i chirurghi di 1• classe
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L'ARTIGLIERIA.
Gli ufficiali dell'artiglieria pontificia passati in servmo repubblicano furono tutti impiegati, come si è visto, nella 1a Divisione del Ministero, mentre per l'organizzazione del previsto Battaglione furono utilizzati ufficiali di nuova nomina, alcuni dei quali presumibilmente prqvenienti dai sottufficiali o dalla truppa del vecchio Corpo pontificio. Il 2 luglio 1798 si parla di tre allievi d'artiglieria per i quali si spedivano le patenti. Il primo punto da definire riguardava la ripartizione delle competenze f.ra l'esercito francese e la repubblica. L'armata francese contava un « général de division inspecteur général de l'Artillerie, commandant en chef de celle de l'Armée de Rome », il generale Eblé. C'erano inoltre il direttore del Parco d'Artiglieria dell'armata, cittadino Felix (il parco d'artiglieria si trovava a Viterbo nel novembre 1798 agli ordini di MacDonald) e il capo di brigata « directeur des ateliers d'artillerie à Rome », Lobréau. Il 9 novembre 1798 il Consolato incaricava Bremond di persuadere MacDonald che la spesa per le artiglierie del Parco di Viterbo e della piazza di Ancona « non è a carico della Repubblica», pur dichiarandosi disposto ad accogliere le richieste del generale qualora fossero inoltrate attraverso la Commissione francese. Il 15 febbraio 1799 Lobréau informava i consoli del « plus grand dénument » in cui si trovava l'artiglieria, per la mancanza di palle e proiettili per obice nonché dei fer ri necessa,ri alle costruzioni, sollecitando che vi si ponesse rimedio. Francesco Marranelli, Dario Angelucci, Bussan e Malagri<la e Io speziale in capo Michelangelo Valeri, tutti retribuiti con 480 scudi l'anno: i chirurghi di 2" classe Carlo e Paolo Chinozzi e Giuseppe Mulinari, e Io speziale di 2" classe Stefano Casti (retribuiti con 360 scudi l'anno): il chirurgo di 3" classe Francesco Chinozzi e lo speziale di 3• classe Giovanni Morettini, retribuiti a 240 scudi l'anno. Erano tutti in servizio nell'Ospedale lvlilitare di Roma. Oltre a costoro esistevano ufficiali di sanità presso i corpi: De Filippis (2" Reggimento Dragoni), Monosili, Santori e Lima (succedutisi a!Ia l" Legione romana: Monosili anche al 1° Reggimento Dragoni), Costantini (Battaglione del Circeo). Gli economi degli ospedali militari erano Made Fortuné Paia La Porte (0.M. romano), Eustache Gasuier, Castellan, Chieusse:. i « commissaires aux entrées » Jean-Baptiste André, Jean Baptiste Croce, Josep Fauchier, Michel: i « commissaites aux écritures » Duman, Pierre Lorrain, Berthe, Galli: sono ricordati ancora il guardamagazzeno Cambinì, il suo aiutante Ratti, il dispensiere Maggini col suo aiutante Panzelli, il dispensiere Baij col suo aiutante Philippe Tresmond, il sorvegliante Felice Soudre, il guardamagazzino Louis Paterno, Ravasi, Lopez. A.S.R., Miscellanea, cit., busta 112.
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L'organizzazione dell'artiglieria (Direzione e Battaglione) iniziò effettivamente non appena Planta subentrò a Bremond. Il 16 marzo 1799, come si è detto, venivano nazionalizzate le fabbriche delle polveri e dei nitri di cui era appaltatore Basilio Salvi, dopo che uno studio di Angelo Colli aveva dimostrato che nella fabbricazione di 900 mila libbre di polvere, detratti gli interessi per l'investimento del capitale occorrente, vi sarebbe stato un guadagno di oltr e 45 mila piastre (22). Il 19 marzo furono stanziate con legge 41 mila piastre per la costituzione di un reggimento d'artiglieria e altre 25 mila per il restauro delle armi e la fabbricazione delle polveri, olt re alla spesa per il trasporto dell'artiglieria. Il 24 marzo ven iva liquidato il capo armarolo nazionale e sostituito dal capitano relatore Carini (o Carinis ). Quest'ultimo compilava immediatamente un piano « per il legname di costruzione per li travagli d'ar tiglieria », notando la loro scarsità e il loro costo eccessivo, determinato dall'esosità dei commercianti (i quali davano « a loro arbitrio qualità e prezzi») e dalla scarsa cura che l'appaltatore Mazzocchi aveva messo nel provveder e le necessarie scorte di magazzino. Carini proponeva di scegliere « un esperto pratico ed onesto ispettore pagandolo molto bene acciò non abbia motivo di rubare», incar icandolo di provvedere operai per la Fabrica di Castel Sant'Angelo, e vedere quali lavori dare a cottimo e quali a giornata (pagata con 5 paoli di rame al giorno al massimo invece degli 8 paoli più la razione attualmente pagati dalla Repubblica). L'ispettore avrebbe dovuto aver e facoltà di licenziare e assumer e. Secondo Carini si sarebbe dovuto tagliare nelle macchie dei beni ecclesiastici tutto il legname occorrente per un completo magazzino : i 700 noci di Rocca Prior a avrebbero dovuto servire per far casse da fucili: la macchia dei « Frati soppr essi di Mentana » per far raggi e casse dei cannoni: « la galleria di sopra o di sotto Castel Gandolfo » per l'artiglieria. Sar ebbe stato necessario provvedere a tal fine i tagliatori, carreggiatori e « cuocitori » occorrenti per il taglio, traspor to e lavorazione del legname. Il 28 marzo il generale Eblé faceva presente ai Consoli lo stato deprecabile dell'artiglieria sollecitando un provvedimento. (22) Cfr. Carlo Montù, Storia della artiglieria italiana, edito a cura della Rivista d'Artiglieria e Genio, parte I(« dalle origini al 1815 »), Roma 1934-XII, vol. II, p. 1582.
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Seguiva il 3 aprile un'ampia relazione di Pianta, in cui si trasmetteva il piano per la formazione di un reggimento e di una direzione di artiglieria. Pianta affermava che si sarebbe dovuto cominciare riunendo in un solo luogo a Roma i vari distaccamenti esistenti, per provvedere all'istruzione e all'inquadramento: tuttavia, dovendosi provvedere anche con cannonieri romani alle artiglierie di Ancona si sarebbe fatta eccezione per questa piazza. Alcuni ufficiali avrebbero dovuto essere riformati, alcuni « per essere affatto privi delle più elementari cognizioni, ed altri per essere illegittima la loro nomina ». La Fabbrica e Sale d'Armi, le Fonderie, la Fabbricazione delle polveri e nitri, gli Arsenali, dovevano far capo ad un'unica direzione d'artiglieria alle dipendenze di un capo brigata direttore, al tempo stesso capo della P Divisione del ministero, assistito da un ufficiale aggiunto. Per ragioni di economia e di disponibilità gli ufficiali della direzione sarebbero stati i medesimi capitani comandanti di compagnia. Il 7 aprile veniva emanato il decreto del consolato sull'organizzazione del battaglione, articolato per ora su otto compagnie (invece delle dieci che esistevano in quel momento). Il 13 aprile Pianta inviava la lista (purtroppo perduta) degli ufficiali da nominare, lasciando scoperti otto posti in organico « per rimpiazzarli nel caso con dei soggetti, che possano presentarsi in seguito muniti di meriti particolari ». Esiste una lettera di Angelo Colli in data 14 aprile 1799 al cittadino Bernard, segretario generale del Consolato, in cui si afferma: « Non vi raccomando Bernard amabilissimo la mia causa, sapendo che vien protetta dalla vostra incomparabile amicizia. Il vostro raccomandato Salucci è stato posto nella Nota ,di promozione come Sotto tenente. Ho ben tutta la premura di coadiuvare dal mio conto ad ogni vostro desiderio». Non sappiamo quale fosse la « causa » che Colli raccomandava. I documenti relativi al periodo pontificio ce lo descrivono come un intelligente arrivista, molto attento agli aspetti commerciali e finanziari dell'organizzazione dell'artiglieria, valido collaboratore del padre Francesco di Paola nella scalata al potere militare romano a partire dal momento in cui i due, modesti ufficiali austriaci, furono accolti in servizio pontificio con il compito di r iformare l'artiglieria.
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Anche Bremond ne aveva apprezzato le qualità, scrivendo di lui al Consolato, il 26 agosto 1798, che « l'esperto giovane, delli cui servigi e patriottismo non posso che lodarmi, ha corrisposto perfettamente alle mie aspettative» (23). Eppure Colli non figurò nell'organico del battaglione d'artiglieria repubblicano. Fu probabilmente una fortuna, perché ciò non gli impedì di riprendere il servizio pontificio alla restaurazione. Promosso t enente colonnello fra il febbraio e l'agosto 1802, dopo essere stato ripristinato comandante del Corpo e Dipartimento d'Artiglieria dal gennaio 1801, resse la Scuola speciale di artiglieria fra il 1803 e il 1808, dettandone le lezioni. Arrestato dai francesi il 1° marzo 1808, liberato il 5 successivo, fu nominato colonnello dell'esercito francese e fu in Russia nel 1812 come Sottocomandante del Parco d'Artiglieria dell'Armata d'Italia. Riuscì a rientrare in patria, dove morì per malattia alla fine del 1812 (24). Dallo « stato generale degli appuntamenti e gratificazioni» dovuti agli ufficiali del « Primo Regimento d'Artiglieria Romana» dal 22 ottobre 1798 al 19 maggio 1799 risultano in servizio il capitano comandante Antonio Lelievre, i primi tenenti Nicola Guidi, Luigi Palchetti, Vincenzo Badalassi e Luigi Mazzini (questi ultimi nominati il 20 gennaio), i secondi tenenti Giuseppe Pons, Giambattista Floris, Filippo Dorelli e Luigi Montani (pagati in Ancona) e Giuseppe Giroud (nominato il 21 dicembre): nonché gli «alunni» Andrea Staraci (nominato il 20 gennaio), Vincenzo Bartolozzi e Luigi della Gatta (nominati il 21 marzo) e Filippo Merli (nominato il 20 aprile). Il 1° Battaglione d'Artiglieria avrebbe dovuto comprendere 756 effettivi ripartiti in un « grande stato maggiore» (un capo brigata, due capi battaglione, un aiutante maggiore, un quartiermastro e un chirurgo maggiore), un « piccolo stato maggiore» (composto da due aiutanti, un tamburo maggiore, un caporale tamburo, otto « obuisti », e tre capi, sartore, armarolo e calzolaio) e otto compagnie (ciascuna con un capitano comandante, uno in seconda, un tenente, due sottotenenti, un sergente mag-
(2.3) Montù, op. cit., p. 1582. (24) Cfr. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, voi. X, Venezia 1840, pp. 208-209: Monrù, op. cit., pp. 1571-1590. La carriera di Angelo Secondo Colli è integrata da notizie d 'archivio.
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giore, un caporale foriere, un tamburo, cinque sergenti, cinque caporali, 35 « Primi Artiglieri » e 40 « Secondi artiglieri >> ). L'inventario generale dei diversi generi di artiglieria esistenti in Castel Sant'Angelo all'atto del passaggio delle consegne tra il comando napoletano e quello pontificio il 9 febbraio 1801 comprendeva 49 pezzi di artiglieria, di cui solo 16 completi con le rispettive casse (2 obici da campagna da 14 libbre, 4 cannoni da campagna da 16 e 10 da 4), mentre altri 16 (3 obici, 6 cannoni da 16 e 2 da 4) erano «servibili» ma privi della cassa: vi figuravano ancora i cannoni fusi « alla Tedesca » recanti le armi di Pio VI e del Tesoriere Ruffo, che risalivano al 1793. Negli undici « depositori » del Castello era conservato un ingente materiale, tra cui 893 libbre di polvere, 5.450 di mitraglia in parte inscatolata, 6.417 di miccia e 1.692 palle di ferro da 16, 8 e 4 libbre (25). Il « Laborator io di artiglieria » del Castello conteneva 5 tavolini « da travaglio», 6 banchi per sedere, una « mattera » grande per la polvere, un setaccio, un telaio per fare « li stoppini », due cavalletti con cassetta e « strozzatora » per legare le «padrone» (foderi) dei cannoni e varie sagome di legno per tagliare nei vari calibri, nonché un tavolino « con suo ordegno per fare le scoperte di setola e fil d'ottone per i cannoni ». Nel settembre 1799 restavano appena 4 compagnie del battaglione d'artiglieria, forti complessivamente di 223 uomini. L'uniforme dell'artiglieria repubblicana era pressoché uguale a
(25) A.S.R., Soladtesche, cit., busta 74.3. Il materiale contava inoltre 9 mila cartocci di carta vuoti da 4 a 16, più di mille « saccocce di saja » da 4, 2.3 libbre e mezzo di « solfo pisto » semplice o mescolato a salnitro, 16 libbre di bitume incendiario, 98 libbre di pezzi di torce a vento, 25 Ianciafuochi, 2.450 spolette cariche (di canna, di rame e di carta) e .3.740 spolette di latta (vuote o arrugginite). In più 400 fra zappe, zappetti, accette, picconi, vanghe e pale, e circa 200 attrezzi di legno per artiglieria (spatole di legno per maneggiare la polvere, buttafuochi, manici id lanciafuochi da campagna, cunei di mira di varie grandezze, vetti da campagna « alla Francese e alla Tedesca», aste con cavalieri in ferro e con modini: 57 cassette per i cannoni da campagna « alla Francese o alla Tedesca», per i carri da munizione « alla Tedesca», per i ferri di maestranza e per i fuochisti: 10 cassoni e cassoncini, 11 tavole alla Tedesca per soleggiare la polvere. Fra il materiale di scarto, oltre 22 mila libbre di ferro e metallo (di cui 2/.3 costituito da vecchie armature, corazze ed elmi) e .36 rocchi di legname. I pezzi d'artiglieria di scarto comprendevano 8 mezze colubrine da 6; 5 cannoni da batteria da 6,8, 9 e 11 libbre: un cannone di ferro da .32 e 8 di piccoli calibri (7, 6, 4, .3 e 1). Di questi 4 mezze colubrine e un cannone da batteria erano servibili anche se privi di cassa.
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quella dell'artiglieria pontificia: m arsine o casacchini color caffé con mostre e par amani rossi, corpetto e calzoni bianchi, cappello di lana con coccarda e berretto di panno.
IL
GENIO.
Secondo l'ordinamento del 1797 il genio comprendeva quattro ufficiali: il capitano ingegnere Gioacchino Urbani (in Civitavecchia), il tenente Pietro Rossi (già capitano dei « guastatori » in Perugia) e i sottotenenti disegnatori Antonio Sersante e Romanis già dell'artiglieria. Il genio della Repubblica fu affidato al capo battaglione Chabrier, il quale fu però trasferito il 22 marzo 1799 al servizio dell'armata francese: al suo posto fu nominato capitano del genio di ia classe l'architetto romano Virgilio Br acci, con una paga mensile di 71 scudi e 25 baiocchi, una indennità d'alloggio di 6 scudi e una « gratificazione » di 85 scudi. Risultano in servizio anche il capitano del genio Legrand ( 475 scudi di soldo annuo e 85 scudi e mezzo di gratificazione di campagna) e l'ingegnere costruttore navale Biga (che il ministro Pianta trattenne a Civitavecchia « per il bene del servizio»). Come si è detto, nell'organico della ia Divisione del ministero figurava nell'aprile 1799 l' « ingegnere geografico » Filippo Benucci. Nel settembre 1799 risultava in servizio un solo ufficiale del genio. L'unico documento relativo al genio è un programma dei lavori da farsi stilato il 16 ottobre 1798, in cui si prevedeva una spesa complessiva di quasi 129 mila scudi per riattar e le fortezze di Castel Sant'Angelo (13.000), Civitavecchia (16.680), Ancona ( 18.680), Civitacastellana (2.930), Porto d'Anzio (2.600), Porto di Fermo ( 4.020), le tre fortezze del Mediterraneo (Nettuno, Palo, Santa Severa: 6.050), le 34 Torri della Costa del Mediterraneo (6.800) e le quattro alla fron tiera col Regno di Napoli (Sermoneta, Paliano, Collalto e Ascoli: 17.910). Le altre voci di spesa riguardavano la confezione della Carta militare delle frontiere e altre opere topografiche (912 scudi), la riparazione e il mantenimento delle strade m ilitari (7.300), gli attrezzi di una compagnia zappatori e operai (2.000), gli s trumenti matematici all'uso del genio, come grafometro, « planchette » ecc. (780), le spese del B ureau des Fortifìcations ( 4.600). Per le sette caserme (Palazzo Corsini, Gendarmeria a Palazzo Colonna alla Pilotta, Palazzo Bar-
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berini - « où sont les Chasseurs à cheival » -, Trinità dei Monti, Palazzo Salviati, Palazzo Massimi a Termini e del Campidoglio) e i diciannove conventi occupati occorreva una spesa di 11.200 scudi: altri 520 per i corpi di guardia, 350 per gli ospedali militari di Roma (N. 1, 2, 3 e 4 a S. Bartolomeo), 1.600 per i Polverifici, la Fonderia e i Magazzini di Armi e arsenali d'artiglieria, e 1.600 per la panetteria e i forni militari, magazzini viveri e foraggi. Era anche previsto un fondo di 6 mila scudi per le spese impreviste.
LA MARINA E GLI ARTIGLIERI LITORALI
(26).
La marina pontificia dipendeva dal Commissariato del mare, carica di solito cumulata dal Tesoriere generale, responsabile anche del servizio di dogana. Le due basi principali si trovavano a (26) Sulla marina cfr. Padre Maestro Alberto Guglielmotti, Storia della marina pontificia, voi. IX (Gli ultimi fatti della squadra romana da Corfù all'Egitto. Storia dal 1700 al 1807), Tipografia Vaticana, Roma 1893, Libro quinto (pp. 216ss.). Il dettagliato racconto del padre Guglielmotti dev'essere integrato della ricchissima e inedita documentazione contenuta nell'A.S.R., Soldatesche e galere, buste 689-692, 694, 695, 697-701, 704, 706-712, 715-721, 724-730, 733-739, 741-743. Particolarmente interessanti sono i piani di riforma (716), gli stati della marina nel 1792 (699), nell'aprileagosto 1794 (710), nel novembre 1797 (736) e a metà del 1797 (739) e nell'agosto 1800 (741): le costruzioni navali e l'industria (692, 706, 709, 711, 715, 717, 727-729, 737), il Commissariato generale del Mare (717, 734, 735), gli ufficiali di marina (689-692, 694, 699, 704, 709, 710, 712, 718, 719, 720, 727, 738, 739), un giudizio anonimo sulla marina pontificia nel 1795 (719), il processo per viltà contro il tenente Ceccarelli della Barca S. Pio (720), la carriera del capitano Castagnola (715, 727, 712, 737), il « clan dei genovesi» (712, 715). Per guanto riguarda stipendi e reclutamento del personale, dr. buste 689, 700, 718, 738, 739: sui rapporti con Malta, cfr. buste 718, 722, 725, 728, 729, 738: sui forzati e le ciurme delle galere cfr. buste 689, 692, 707, 709, 701, 716, 717, 721, 726, 730, 739, 741-745: sui nomi, tipi e condizioni delle unità navali cfr. buste 695, 699, 708, 715, 725, 730, 738: sull'artiglieria e le armi navali cfr. buste 692, 695, 725: sugli alberi e il legname per le galere cfr. buste 689, 690, 714 e 730: sulle tartane per la guerra di corsa cfr. buste 724-726, 729, 737. Sull'assento delle galere di Civitavecchia ai frateUi Manzi cfr. buste 689, 691, 697, 711, 728, 730 e 736, nonché 773 e 774 (causa della R.C.A. con l'assentista Manzi dal 1804 al 1841). Sull'assento del Porto d'Anzio cfr. buste 689, 691, 698, 699, 700, 721, 731, 741, 743. Sull'assento dei viveri della marina a Nicola Palombi di Civitavecchia cfr. buste 719 e 736. Riguardano la marina anche le buste 807-815, comprendenti i conti di cassa dell'assento delle galere, le paghe del personale delle barche guardacoste (1741-1843 ), le navi dimesse e vendute (1779-1782), le notizie riguardanti gli ancoraggi-(1742-1784), le informazioni sulla carica di Commissario generale del Mare (1784: busta 811), le
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Civitavecchia e ad Anzio, entrambe appaltate a fornitori economicamente molto potenti, cioè, rispettivamente, i fratelli Manzi (succeduti nel 1783 al vecchio << assentista » Denham grazie al diretto intervento di Ruffo, tesoriere generale) e il maggiore Tartaglioni. Gli appaltatori provvedevano al mantenimento, riparazione ed equipaggiamento delle navi (galere e corvette guardacoste) e delle opere a terra (compresi bettolini e ospdali), e all'amministrazione del personale (marinai e forzati). I soldati e lo stato maggiore delle navi erano invece forniti dal Commissario. Comandante nell'ultimo periodo fu il maggiore Andrea Zara. Incaricata di reprimere la guerra da corsa condotta dai barbareschi nel Mediterraneo, la marina pontificia aveva una lunga tradizione di contatti con quella maltese. Nel 1796 l'Ordine di Malta acquistò una galera costruita a Civitavecchia permutandola con due mezze galere costruite a Malta (S. Ferma e S. Lucia), e concesse cento marinai maltesi per equipaggiarle. Non esistevano organici della Marina: si arruolavano marinai e ufficiali ( questi ultimi iscritti in un elenco) a seconda delle necessità. Particolarmente rilevante era l'importanza economica e sociale dell'arsenale di Civitavecchia : gli alfieri Corsiglià, Calamatta, Biga, Castagnola, Urbani, Bartoloni erano direttamente interessati negli affari relativi alle costruzioni e agli acquisti navali, in gran parte controllati da una sorta di « clan dei genovesi » presenti a famiglie intere nella marineria pontificia. Per dare un'idea del clima che regnava nella marina, si può ricordare che le 4 feluchette « battispiaggia » doganali costruite a Castellammare nel 1786 dal fratello di Ruffo, Francesco, per conto della marina pontificia, erano piene di calabresi, « cui si convenne dar lo sfratto con tutta la mandra dei figli, nipoti, cognati ed amici, concorsi con loro ». Con l'armamento del 1792 la marina pontificia contò tre galere di linea (Capitana, Padron.a e San Pietro) e due« di scarto», due corvette guardacoste (S. Pio e S. Giovanni, costruite nel 1779), quattro lancioni (S. Francesco, S. Ferdinando, S. Luigi, S. Ferma) e otto cannoniere (N. 1 - N. 8) sul modello sardo e napoletano (rispettivamente con un cannone da 24 e uno da 12 e con 12 pelettere per il Commissario (1779-1784: buste 812 e 813), lo Stato delle milizie sotto la giurisdizione del Commissario 1764-1784: buste 814 e 815). Le buste 362-373 comprendono la Tassa delle Galere dal 1541 al 1801: le buste 374.379 l'entrata e uscita delle Galere dal 1607 al 1744.
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trieri o 6 tromboncini alle bande): inoltr e una « barca fornella » (con due mortai e un gran fornello a riverbero per le p alle roventi). Le unità ausiliarie comprendevano 5 navi per il trasporto degli scogli a Civitavecchia (due bette, due trabaccoli e una « mariella ») e 4 per lo spurgo del porto ad Anzio ( due bette e due bettar elle ). Le unità doganali comprendevano 4 feluche guardaspiaggia costruite nel 1786, con vela latina, 4 tromboncini e un equipaggio di undici uomini. L'artiglier ia cos tiera comprendeva a Civitavecchia tre batterie (Antemurale, Bicchiere e Lazzaretto), le fortezze di Anzio, Nettuno e Fiumicino e 32 Torri lungo la spiaggia del Mediterraneo, 16 di Levante e 16 di Ponente (27). Nell'estate 1794 la marina ponti.ficia contava 2 Squadre di quattro lancioni (si erano aggiunti i lancioni S. Saverio, S. R omualdo, S. Guglielmo e S. Gregorio), le tre galere, le navi ausiliarie e le 4 feluche doganali, con 176 soldati e quasi 500 m arinai, senza contare i forzati. Le due corvette restavano in disarmo in estate, mentre le tre galer e lo er ano in inverno. Dal 1795 furono inol tre in servizio due tartane noleggiate a Genova e Livorno per la guerra di corsa (La Concezione e Madonna di Montenero ). Nel giugno 1797 la m arina pontificia contava le due mezze galer e costruite a Malta e dieci altri legni ( tra cui una corvetta , (27) Sulle Torri, cfr. Da Mosto, op. cit ., pp. 249-253; A.S.R., Biblioteca, M.S. 169 (« Notizie sulle torri e fortezze del Litorale ecclesiastico 1531-1790 », in 8°, 396 carte): A.S.R ., Soldatesche, cit., buste 695, 690-692, 694, 697, 699, 701, 702, 738, 740. Su Fiumicino dr. buste 699, 705-707: su Palo, buste 697, 699 e 706: su Terracina buste 698, 701, 703, 706, 711, 723, 725, 733, 734: su Montalto e Corneto, buste 694, 699, 700, 716 (Battaglione dei Turchini Clarelli 1792-1793). Dal 22 aprile 1770 le torri erano state ripartite in cinque gruppi, tre di levante e due di ponente, con i comandi a S. Felice Circeo, Nettuno, Fiumicino, Palo e Montalto. Le torri erano, nell'ordine: Gregoriana, Badino, Olevola, Vittoria, del Fico, Cervia, Moresca, Paola e Fogliano: Foceverde, Astura, capo d'Anzio, Nettuno, Caldane, S. Lorenzo e Vaianico: S. Michele e Maccarese: Palidoro, Palo, Flavia, S. Severa, S. Marinella, Chiaruccia, Marangone, Valdalica e Benalda: Corneto, Montalto e Graticciara. Sulla carta il presidio avrebbe dovu to comprendere in tutto 185 uomini (5 sergenti ispettori, 30 capi tone e 150 soldati) distaccati dai presidi della fortezza di Civi tavecchia, d i Porto d'Anzio e (dal 1793) di Terracina. Nel 1793 da Civitavecchia dipendevano 15 Torri (fra Maccarese e Graticciata), con l'aggiunta di S. Agostino (fra Valdalica e Bertalda) e Punta di Spina (tra Corneto e Montalto), ciascuna con un capo e quattro uomini. Altre 15, anch'esse con un capo e quattro soldati, dipendevano da Anzio e Terracina, fra la Gregoriana e San Michele. C'erano 39 uomini a Fiumicino e 21 a Nettuno: in tutto dunque 209 uomini senza comare i presidi di Anzio (39), Terracina (32) e Civitavecchia (930 in città e 834 in fortezza). Cfr. pure Giovanni Maria De Rossi, Le torri costiere del Lazio, Newton Compton, Roma, 1984.
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le guar dacoste, le due tartane corsare e i cinque bastimenti per il trasporto degli scogli). Il 27 maggio 1798 queste unità salparono da Civitavecchia alla volta di Malta, dove il 9 giugno si congiunsero con i convogli di Marsiglia, Genova ed Aiaccio diretti in Egitto assieme al convoglio principa le salpato da Tolone. Il 1° luglio l'esercito francese sbarcava in Egitto: le mezzegalere e la flottiglia del Nilo partecipa rono alla battaglia di Gizeh, e dopo la battaglia di Abukir furono trasferite nell'Alto Egitto, par tendo dal Cairo il 28 agosto. Esse predarono 14 bastimenti e parteciparono alla battaglia di Sedimàn (7 ottobre) contro Murad Bey. Dopo la definitiva vittoria su Murad, a Samahud (21 gennaio 1799) le due mezzegalere furono inviate di guardia a Damietta e Gizeh, e in agosto furono riunite alla foce del Nilo (28). Mentre la flotta ex-pontificia serviva con onore in Egitto, il personale della marina rimasto in patria conduceva una tenace resistenza al nuovo regime repubblicano. La Repubblica aveva ereditato l'ordinamento precedente senza avere all'inizio alcun definito programma di riforma : pertan to, a differenza dell'esercito pontificio, la marina non era s tata sciolta. Nelle basi e nelle torri del Mediterraneo continuava a prestare servizio il vecchio personale, per lo più di sentimenti ostili alla Repubblica. Un rapporto del comandante di una nave mercantile fra ncese, l'Enriette chérie, proveniente da Villafranca (Nizza), informava che il 29-30 giugno 1798 il caporale comandante la Torre di Fiumicino aveva avuto un pessimo comportamento nei confronti dei m arinai francesi sbarcati per chiedergli soccorso a causa delle avar ie subite dalla nave, e si era rifiutato di dare loro la minima assistenza non appena aveva saputo che erno francesi. Si è già visto il comportamento del castellano di Porto d'Anzio Clemente Paluzzi , fedelissimo di Pio VI , che all'arrivo dei nap oletani aveva abbattu to a cannonate l'albero della libertà e aveva elevato pubblici ringraziamenti, e pre tendeva di continuare nella sua carica anche dopo la restaurazione repubblicana. Ad Ostia il cardinale Albani procurava salvacondotti ai « banditi » e « briganti » rifugiatisi sotto la sua protezione per sottrar li alla caccia data loro da francesi e repubblicani.
(28) Guglielmotti, op. cit., Libro quinto.
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Civitavecchia, come si è detto, era insorta e si era eroicamente difesa contro francesi e repubblicani: e la popolazione in armi era stata inquadrata dagli esperti cannonieri della marina pontificia. Dopo la resa, molti insorti (che i repubblicani chiamavano « briganti ») erano riusciti a fuggire via mare rifugiandosi a Port'Ercole, da dove con le « barche in corso » predavano tutti i bastimenti francesi. Dopo che un brigantino inglese aveva predato un trabaccolo romano· all'altezza di Maccarese, nell'ottobre 1798, il ministro Bremond segnalava allarmato il pericolo rappresentato non tanto dalla flotta inglese ( « a cui neppure potremo resistere ») quanto dai corsari che scorrevano il mare da Civitavecchia a Fiumicino. Le condizioni delle basi navali e delle unità rimaste alla fonda erano penose. Nell'estate 1798 lungo la costa del Mediterraneo c'erano 21 cannoni e petrieri e un mortaio e 114 « mortaletti » inservibili, per un totale di 25 mila libbre cli ferro. Dopo la rivolta cli Civitavecchia i cannoni erano stati liquefatti per monetarli nella zecca onde pagare le truppe: perfino gli argenti che ornavano le cappelle delle Galere e che rappresentavano gli ex-voto dei marinai erano stati trasportati alla zecca per essere fusi e monetati. I forzati, privi di sorveglianza soprattutto ad Anzio, fuggivano continuamente: nel giugno 1799 tumultuavano quelli di Civitavecchia, ridotti allo stremo per la fame e le pessime condizioni igieniche e sanitarie (si pensi che su 760 solo 450 erano in qualche modo vestiti, mentre gli altri erano nudi). Il consolato aveva chiesto al tribunato di liberare i forzati arrestati per lievi delitti « o per colpa dell'antica superstizione » e di estradare gli s tranieri, destinando i rimanenti ai lavori agricoli invece di tenerli a bordo delle due galere in disarmo nel porto. Dopo la riconquista di Civitavecchia il generale Merlin aveva nominato Sottocommissario della marina francese in Civitavecchia il cittadino Manzi: il ministro Planta non voleva riconoscere questa nomina, considerandola del tutto provvisoria, e si lamentava con l'ambasciatore francese Bertolio che Manzi si opponeva a tutti gli ordini provenienti dal governo repubblicano. Dopo che Bertolio ebbe convocato Manzi per giustificarsi, approfittando della circostanza che il 3 luglio 1799 scadeva l'assetto stipulato dall'ex-Reverenda Camera Apostolica con i fratelli Manzi, il consolato incaricò il commissario governativo romano in Civitavecchia, cittadino Chiassi, di relazionare sullo stato della marina.
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I fratelli Manzi avevano riconsegnato le galere in pessimo stato, con le ciurme di forzati esposte all'inverno e affamate: la darsena era piena di bastimenti colati a fondo. Per le esigenze difensive contro la guerra di corsa si considerava indispensabile almeno una corvetta. Nell'estate 1798 la Compagnia dei Fornitori generali della guerra e marina aveva incaricato la casa Cini di Livorno di acquistare la corvetta La Sultana, da 24 cannoni. Cini l'aveva pagata interamente, ma trattando in nome proprio, senza dimostrare di essere procuratore della società che gli aveva dato mandato: e dal momento che egli era debitore per cambiali inadempiute nei confronti della società e di altri negozianti di Livorno, i creditori avevano fatto porre sotto sequestro conservativo la corvetta impedendo che fosse consegn ata alla Repubblica. Non è da escludere che vi fosse dietro anéhe una pressione o una ritorsione della società dei fornitori generali alla quale, come si ricorderà, era stato rescisso l'appalto il 19 settembre 1798. Nell'aprile 1799 si progettava di scambiare le due galere expontificie ribattezzate La Legge e Clelia (costruite rispettivamente nel 1787 e 1791) con la corvetta napoletana La Fortuna da 18 cannoni. Si faceva osservare che le due galere avevano b isogno di molti lavori, avevano bisogno di 400 marinai e avevano forza minore della corvetta, la quale poteva essere equipaggiata da soli 220 uomini. In un piano organico si calcolava necessario un equipaggio di 173 uomini, di cui 160 esistenti: si sarebbero dovuti reclutare soltanto gli ufficiali (un capitano comandante retribuito con 55 scudi mensili, due primi tenenti a 40 scudi, 2 secondi tenenti a 25 scudi), due apprendisti e un cappellano (a 5.40 scudi al mese più 3 scudi di indennità nel periodo di armamento) e i cinque provvisionati di 1a classe (nostromo, capo cannoniere, chirurgo, piloto e commesso per le sussistenze) retribuiti a 16 scudi e 20 baiocchi il mese più un'indennità di navigazione di 5.20 scudi. Questo progetto tuttavia non poté trovare esecuzione per il precipitare della situazione politico-militare. Nel porto di Ancona tre vascelli catturati ai Veneziani nel 1797 furono adibiti a batterie galleggianti. Nel febbraio 1799 il generale Duhesne ordinò a Planta di armare in Fermo una Flottiglia composta di 4 barche cannoniere e un legno da trasporto per effettua re incursioni lungo il litorale dell'Abruzzo, Calabria e Sicilia. In marzo mancavano solo 4 cannoni da 18 e 8 cannoncini con le munizioni e i viveri per gli equipaggi, che il commissario
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di guerra Waller si stava sforzando di trovare. Cessata tuttavia la ragione di questo armamento, la flottiglia fu impiegata per la sorveglianza del piccolo commercio tra la foce del Po e gli scali adriatici della Repubblica.
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GENDARMERIA NAZIONALE E LA CAVALLERIA
La cavalleria pontificia comprendeva tre compagnie (Reali nelle Marche: Porti e Galassi a Roma, alle Terme e a Piazza del Popolo), con complessivi 402 cavalli. Esistevano inoltre sulla carta l'antica Compagnia delle Corazze e il Corpo dei Distinti Volontar i di Cavalleria fo rmato nel giugno 1796 e forte di 655 uomini e 551 cavalli con 4 squadroni (il 1°, del capitano Bischi, inviato in Romagna) (29). Questi elementi confluirono nel 1° Reggimento Dragoni repubblicano, al comando del capobrigata Roize e dei due capisquadrone Galassi (già comandante della cavalleria in Romagna) e Charpentier. Fra gli altri ufficiali figuravano l'aiutante maggiore Alessandro Olivieri e il capitano Camillo Borgia già appa,rtenenti ai Distinti Volontari, nonché il tenente Giuseppe Ammagliani, un ex-artigliere coinvolto nella congiura democratica capeggiata dal cadetto Baj. Gli altri 15 ufficiali non risultavano aver a pparten uto alla cavalleria pontificia (30): alcuni forse provenivano dai sottufficiali, come il sottotenente Marco Pasianij già brigadiere nel corpo. Si istituì inoltre la Gendarmeria Nazionale, con 2 Divisioni (la Roma e 2" Ancona) e otto compagnie dipartimentali: Cimino (Viterbo), Circeo (Anagni), Clitumno (Spoleto), Metauro (Ancona), Musone (Macer ata), Tevere (Roma), Trasimeno (Perugia), e Tronto (Fermo). Dei 27 ufficiali della Gendarmeria a noi noti, solo cinque risultano essere stati in servizio pontificio oltre al capitano Ceas, già condannato all'ergastolo per diserzione e complotto: fra i tencn ti figura un Zaccaleoni, forse figlio del console che (29) A.S.R., Soldatesche, cit., buste 633-636, 697, 700, 705, 715, 722, 724, 726, 730, 733, 734, 735 (Cavalleria): 690, 694, 719, 741 (Corazze): 724, 731, 733 (Corpo dei Distinti Volontari di Cavalleria). (30) Quartiermastro tesoriere Sourdìau, chirurgo cli l" classe Monsili, capìcanti comandanti Borgia, Dukinati. Merli: capitani in 2" Dubroca, Ferrari : tenenti Pacini, Riccioli, Ammagliani, Gar-La, Audeval: sottotenenti Rapi, Ansaldi, Ramacci, Ricci, Fabri. A.S.R., Miscellanea, cit., busta 112.
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insieme al collega Dematteis sarebbe stato ricondotto in Roma dai sanfedisti, in catene e a cavallo di un asino, nel settembre 1799 (31). I n ciascun dipartimento la Gendarmeria doveva essere organ izzata attraverso la requisizione dei cavalli e l'imposizione di una tassa straordina,ria. Il commissario Pusignan, incaricato della requisizione nel Dipartimento del Circeo era stato assalito e rapin ato dagli insorti, che lo avevano privato anche dei vestiti. Invece dei 10.700 scudi che avrebero dovuto essere contribuiti dai 16 Cantoni del Dipartimento, Pu signan aveva raccolto appena 5.633 scudi e 41 baiocchi, mentre sei cantoni (Frosinone, Affile, Guercino, Paliano, Segni e Ceprano) si erano rifiutati di p agare alcunché. Il 16 novembre 1798 il generale MacDonald aveva ordinato che con la gendarmeria fossero formati due nuovi reggimenti cli dragoni (il 2° a Roma e il 3° in Ancona), nominando il colonnello Felice Sulpicio Debaste ispettore della cavalleria e successivamente comandante del 2° Dragoni. Nel giugno 1799 Debaste fu r ichiamato a Parigi per affari di famiglia per un periodo di quattro mesi, e il capo squadrone di Perugia Alessandro De Cumis sollecitò di succedergli , affermando di aver condotto cinque mesi di campagna contro i ribelli battendosi a Orvieto e Napoli, senza aver mai avuto disertori o perdite di cavalli se non quelli ammazzati dai «briganti». Del carteggio conservato r isulta che il capitano Serafino Merli era stato nominato dal generale Dufresse « per le sue cogni(31) Ufficiali del 2° Reggimento Dragoni (Roma): capi squadrone Riccardi eNarboni: ufficiale di sanità di 1• classe De Filippis: capitani comandanti Bouchard, Pesci, Ceas (Cimino), Fortunato Schiazzetti: tenenti Lazzarini, Scarponi, Ceas, Fcrrari, Fermi, Zaccaleoni, Casini, Pucitta, Del Re, Salvatore, Mai nardi, Costanzi, Brencoli : maniscalco Rossellfoi: sergente maggiore Curzio Alfieri (Cimino). Vincenzo Casini, Vincenr.o Pucitta, Giuseppe Del Re (o Derré) erano tenenci del Dipartimento del Cimino, comandato dal capitano Giuseppe Ceas e dal tenente colonnello Gi uliano Ca rdinali. Del 3" Reggimento Dragoni (Ancona) facevano parte i tenenti Scipione Barberi e Francesco Holl (Tronto), il capitano Serafino Merli (Tronto), i caposquadroni Alessandro De Cumis (Trasimeno) e Palombini, poi ufficiale del Regno Italico. Cinque ufficiali della cavaller ia e gendarmeria, oltre Ceas, erano in servizio nella fanteria pontificia: Marc'Antonio Brencoli (già sottotenente del Reggimen to Guardie), Camillo Merli (già tenen te), Vi ncenzo Pucitta (già tenente del 2° Battaglione della Marca), Francesco Holl (già alfiere del Reggimento Colonna), Giovanni Mainardj (già capitano del 1° Battaglione della Marca). A.S.R., lvliscellanea, cit., busta ll.2, cfr. Soldatesche, cit., busta 734.
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zioni militari e per la bravura contro i briganti del Tronto », e che il tenente Scipione Barberi (Dipartimento del Musone) si trovava senza paga da sette mesi e aveva subito danni e carcerazioni « per la Democrazia», mentre suo padre era stato assolto da una non meglio specificata « infame calunnia». Il capo squadrone Giannelli era invece scomparso all'arrivo dei napoletani nel novembre 1798 e correva voce che avesse preso servizio a Napoli. Secondo il piano elaborato da Pianta, i tre reggimenti di cavalleria avrebbero dovuto contare complessivamente 105 ufficiali e 1.668 uomini, e ciascuno due squadroni di due compagnie, cioè in tutto 12 compagnie ognuno con sette ufficiali ( un capitano comandante e uno in 2a, due tenenti, due sottotenenti e un portastendar do), sei marescialli d'alloggio (uno capo, quattro ordinari e un foriere), otto brigadieri, due trombettieri, un maniscalco, 100 dragoni a cavallo e 20 a piedi. L'uniforme era costituita da una marsina di panno turchino, camiciola e calzoni color paglia, stivali di vitello, cappello di feltro per i sergenti e di lana per i comuni, con coccarda e pennacchio, cravattino con fibbia, dragona e ferraiolo di panno cinerino. Nel settembre 1799 figuravano in organico soltanto dieci compagnie: 2 del 1° Reggimento Dragoni ( con 224 uomini) e 8 della Gendarmeria nazionale (942 uomini). "
LA FANTERIA: LA L EGIONE ROMANA, IL BATTAGLIONE DEL CIRCEO, IL BATTAGLIONE ANCONITANO.
L'arruolamento di una Legione Romana di volontari iniziò a cura di Filippo Accoramboni, inizialmente con risultati lusinghieri che dipendevano anche dalla buona paga. « È incredibile l'ardore con cui concorre ad iscriversi la gioventù romana, bramosa di risuscitare l'antico valore e coraggio di questo popolo bellicoso: - afferma una cronaca del tempo ed a tal fine si esercitano ogni giorno nelle evoluzioni militari sotto la brava direzione dei nostri liberatori nella villa Bar berini » (32). In realtà alla fine di maggio 1798 la Legione contava solo 1.200 uomini invece dei 14 mila previsti. Per far fronte a questa (.32) Cretoni, op. cii., pp. 1"51-1.5.3.
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imprevista penuria di volontari fu emanata la legge 10 giugno 1798 che imponeva la coscrizione obbligatoria di tutti i giovani celibi dai 18 ai 25 anni per il complemento dell'armata. La legge fu accolta con vivo malcontento, e fu tra le cause dell'insurrezione del dipar timento del Circeo nel luglio 1798: inoltre molti si sposarono per rientrare nei casi di esenzione. Il primo coman dante della Legione fu il cittadino Matera : comandanti di battaglione Ignazio de Raxis già comandante delle Guardie pontificie e il corso Alessandro Ordioni che era al servizio francese da 25 anni e che sarebbe poi diventato colonnello dell'esercito italico. Il 7 giugno Matera era dimesso e sostituito dal capolegione Ladislao Jablonski, trasferito alla cavalleria il 7 settembre e sostituito dal capo legione colonnello Ordioni, ment re gli subentrava al comando del 2° battaglione il capobattaglione Francesco Pignatelli. Conosciamo i nomi di 75 uffici ali della legione (33 ). (.33) Il colonnello Ordioni era al servizio francese da 25 anni. Successivamente Ordioni divenne colonnello del Regno italico. Nella Legione serviva anche un altro ufficiale corso, Orsoni, che nell'insurrezione umbra del febbraio 1799 fu fatto prigioniero a Stroncone e il 27 febbraio fu intermediario per la capitolazione degli insorgenti con la Legione polacca al servizio romano. Cfr. Domenico Spadoni, Il generate Cervoni e i corsi nella R epubblica romana del 1798-1799, in Archivio storico di Corsica, X (1934), n. 4 (ottobre-dicembre). Il generale Cervoni fu aiutante della 2• Divisione militare (Ancona) comandata dal generale corso Giuseppe Mario Casabianca a parcire dal 1, giugno 1798. Fra gli uOiciali della Legione romana, oltre i comandanti, sono ricordati i capibattaglione Giuseppe Ignazio Dc Raxis Hassan, Francesco Pignatd li (cap itano alla formazione, promosso il 22 settembre 1798) e Giuseppe Valory (capitano alla formazione, promosso il 21 marzo 1799) : il quartiermastro tesoriere Francesco Desbrcst: l'aiutante maggiore Orsatti: i chirnrghi Santarelli e Monosili, poi sostitui ti da Santori (dimesso il 10 aprile 1799) e Lima (p romosso il 20 gannaio 1799). C'erano inoltre altri 63 ufficiali (22 capitani, 21 tenenti e 20 sottotenenti). Capitani: Fabio Petti, Antonio Catin i (o Casini), Cesare Tes ta, Luigi Bertoni, Luigi Santacroce, Lorenzo Bai, Camillo Bonelli, Cesare Sanzi, Gaetano Angelelli, P io Baronio, Antonio Luciani, Tommaso Maffei, Cesare Sanracroce, Ferrandi, Carlo Marteini, Filippo Bassi, Vincenzo Casinis, Francesco Buccella, Giuseppe Gentili, Giovanni Bardi, Zucchi e Favalelli; tenenti: Torroni, Luigi Marini, Forni, Castigliani, Gaudin Carlo, Orsoni, Girolamo Asnagos, Benedettini, P inon, Zocchi, I gnazio Decontreras, Vincenzo Fonrana, Mirri, Neri, Romei, Francesco Pantucci, Corrado Amici, Girolamo Giordani, Camilla Bernardini, Giovanni Giustiniani, Vincenzo Carlucci (« giudicato dal Consiglio di Guerra e dimesso dal 6 marzo 1799 »). Sottotenenti: Tommaso Bouchard, Giovanni P ace, Annibale Orsini.Gentili P ietro, Braccelli, Benci, Paradisi, Pietro Lelmi, Cata· belli, Baroncelli, Giorgi, Alessandro Bussi, Piccoli, Del Momc, Sireni, Carlo Massimo Carafa, Luigi Pesci, Ceracchi, Cicuti, Scipione Santarelli . A.S.R., Miscellanea, cit., busta 112. Dei 6.3 uflìciali inferiori 19 erano già in servizio pontificio: cfr. supra, nt. IO.
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Nonostante la legge sulla coscrizione, gli effettivi della Legione diminuivano anziché aumentare, per effetto delle continue diserzioni, che ridùssero il corpo a poche centinaia di uomini durante l'invasione napoletana. Il 2 dicembre 1798 il generale MacDonald informava i consoli rifugiati a Perugia che « votre légion est maintenant reduite à deux cent hommes », pur lodandone costanza e coraggio. Due giorni più ta,rdi, ad Otricoli, la Legione partecipava alla sanguinosa battaglia risoltasi con la fuga di un corpo napoletano forte di 8 mila fanti, 5 mila cavalli e 5 cannoni. Due di quei cannoni furono concessi in premio alla Legione romana per il valore dimostrato. Nel frattempo Championnet, generale in capo, scriveva da Trani al ministro Bremond per chiedergli se egli fosse veramente riuscito a riunire - come si diceva - un corpo di 2 o 3 mila guardie nazionali romane. Tuttavia il 13 dicembre MacDonald scriveva al consolato dal quartier generale di Collevecchio che la legione romana « se foundoit chaque jour par les maladies, les sirouac et la desertion » ed era ridotta a 150 uomini, ragione per cui era sembrato opportuno rispedirla a Foligno o Spoleto agli ordini del capobrigata Jablonski. Nel gennaio-maggio 1799 si distinse il « Battaglione del Circeo » comandato dal tenente colonnello Lorenzo Bai, protagonista della congiura del 1794: conosciamo i nomi di 17 ufficiali, fra cui i capitani Carlo Borosini e Zaccaleoni (34). Col battaglione del Cimino formava la s• Legione (Francesco Biancoli). Nel frattempo il consolato chiedeva ai cittadini di buona volontà di portarsi volontariamente all'assedio di Civitavecchia, promettendo la promozione ai gradi di ufficiale e sottufficiale di coloro che si fossero distinti.
(34) Gli ufficiali che risultarono in servizio col Battaglione del Circeo dal 9 gennaio al 19 maggio 1799 erano: tènente colonnello Lorenzo Bai, quartiermastro tesoriere Francesco Giulio Collin, aiutante maggiore Sclmc, chirurgo maggiore Costantini, capitani Carlo Borosini e Zaccakoni: tenenti Giulio Vidau, Emilio Manucci, Giovanni Balzar, Pietro Spreca, Luigi Semini, Nicola Liva Andreotti, Monniè e Deligny; sottotenenti Mancini, Scipione Sanrarelli e Graziani. Come si noterà alcuni ufficiali (Bai, Santarelli) provenivano dalla Legione Romana. A.S.R., iWiscellanea, cit., busta 112. Provenivano dal servizio pontificio Borosini, Vidau e Graziani.
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A]la fine di febbraio 1799 l'esercito repubblicano contava complessivamente 3.914 uomini. Si trattava di 3 Reggimenti dragoni, 10 compagnie di artiglieria e 10 battaglioni: 1° (Valory) e 2° (Pignatelli) della l" Legione (ex-Romana) e otto btg_ dipartimentali: Clitumno (Turski, poi Merlini), Trasimeno (Farje), Musone (Ronca, poi Nielepix), Tronto (Bonfigli), Metauro, Circeo (Bai), e Cimino, riuniti nelle Legioni 2a (Jaile), 3", 4a (Dubarry) e 5" (Biancoil)_ Inoltre il btg. Anconitano, comandato fino al 9 maggio 1799 da Zanini, successivamente nominato capo dello Stato maggiore. I Il piano di riarmo previsto da Pianta era molto ambizioso: prevedeva la formazione di 5 reggimenti (o Legioni) di fanteria, ciascuno con 2 battaglioni, di 8 compagnie ( una granatieri, una cacciatori e sei fucilieri). Si prevedeva di formare in tutto 80 compagnie di tre ufficiali, tre sottufficiali, un foriere, quattro caporali, due tamburini e 80 soldati, per un totale di 295 ufficiali e 7.275 uomini. Per realizzare questo programma si cercò di incentivare il reclutamento. Il 23 marzo 1799 fu accordato il perdono ai renitenti alla leva che si fossero presentati ai corpi per servire come soldati semplici, escludendo i disertori. Il 6 aprile successivo si progettava una legge per il perdono ai disertori, « per porre un qualche riparo alle tante diserzioni fin qui commesse nella Truppa della Repubblica Romana, e volendosi far calcolo dell'imperizia di essa, e della scarsa e immatura loro militare esperienza ». Si prevedeva dunque di dividere i disertori in due «classi»: dei non contumaci e dei contumaci, entrambe suddivise ulteriormente nei due « casi » che si possedessero o meno giustificazioni per la diserzione. I giustificati avrebbero avuto diritto anche al soldo arretrato: gli altri lo avrebbero perduto, mentre sottufficiali e ufficiali sarebbero stati inoltre puniti rispettivamente con 15 e 30 giorni di carcere, raddoppiati nel caso dei contumaci giustificati: gli ingiustificati, scontata la pena, avrebbero perduto soldo e grado e sarebbero stati inabilitati a servire. Coloro che non si fossero costituiti entro 20 giorni sarebbero stati considerati « emigrati» e puniti con la morte e la confisca dei beni.
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Non sembra che si siano raggiunti risultati molto consistenti per questa via. Nel settembre 1799 esistevano in armi 6 compagnie del Battaglione Anconitano con 322 uomini, e 9 compagnie della 1a Legione Romana (con 1.197 uomini), pari a circa metà dell'intera forza militare della repubblica, che ammontava appena a 2.911 uomini comportanti una spesa di circa 40 mila scudi. Sulla struttura interna della Legione Romana possediamo un solo documento: un rapporto di Planta ai consoli in data 28 marzo 1799 a proposito di un « consiglio di guerra» tenuto dagli ufficia,J,i del corpo incaricato di giudicare il foriere Giambattista Massaf uti, reo di aver ingiustamente accusato di sedizione e sentimenti antirepubblicani il ricco mercante Gregorio Chiesa nei cui confronti l'imputato nutriva « odio intestino ». Il consiglio di guerra, pur riconoscendo innocente il Chiesa, aveva assolto Massaruti, e condannato invece a 5 anni ai ferri (in forza dell'art. 89 dei Bandi Generali) il sergente maggiore Ronchi e il sergente provvisorio Iacomini che avevano testimoniato contro il Massaruti, rivelando il tentativo compiuto dal foriere di indurli a testimoniare falsamente contro il Chiesa. Planta riteneva del tutto infondata questa sentenza e ne aveva disposto l'annullamento. Resta da menzionare il Corpo franco dei Cacciatori comandato dal cittadino Pasquali, il quale prevedeva di formarne otto compagnie. In realtà il corpo aveva raggiunto la forza di 24 ufficiali ( otto capitani, otto tenenti e otto sottotenenti) e appena 119 uomini, per cui fu sciolto e incorporato nella linea: il capitano Bernardini, che vi apparteneva, fu assegnato allo Stato Maggiore. Un cenno meritano anche le due legioni dell'Armée de Rame polacca e campana. La Légion Campanienne fu formata nel dicembre 1798 dalle Compagnie Franches Companiennes: contava un colonnello, un tenente colonnello, un maggiore, un cappellano, un chirurgo maggiore, un tambur maggiore e alcune compagnie di fanteria, oltre a una di cavalleria e mezza di artiglieria. La Légion Polonaise comprendeva inizialmente duecento cavalieri addestrati e armati come gli ulani austriaci; siccome c'erano molti polacchi nei reggimenti di cavalleria napoletana quel corpo avrebbe dovuto formare « un noyau de cavalerie de leur nation a laquelle ils se rallieront avec plaisir ».
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LA G UARDIA NAZIONALE SEDENTARIA.
Le Milizie Urbane dello Stato pontificio contavano sulla carta 90 mila uomini organizzati su base provinciale: ma si trattava di un'istituzione ormai pressoché inutilizzabile. Si era ricorsi ai « miliziotti » nel 1792-93 e nel 1796-97, arruolandone in entrambe le occasioni non più di 3 o 4 mila per completare i reparti di linea. L'Editto della Segreteria di Stato del 27 agosto 1796 ordinava che la Milizia Urbana prestasse la « mano forte» alla linea in caso di bisogno per la tutela dell'ordine pubblico. Il 28 settembre il Cardinal Busca segretario di Stato invitava in nome del Papa bottegai e « artisti » di Roma ad ascriversi nei ruoli della Truppa Civica, considerata « IV Reggimento » del Presidio di Roma. Se ne formarono 5 battaglioni e 31 compagnie sparpagliate in altrettanti corpi di guardia nella città, con gli effettivi teorici di 14 mila uomini, in realtà di soli 1.114 uomini retribuiti con 20 baiocchi a testa per ogni servizio di guardia prestato (e di più proporzionatamente per i caporali, i sergenti e gli ufficiali). Il 27 dicembre il Comando Generale stabilì che di notte i servizi di guardia sarebero stati svolti dalla Civica, mentre di giorno vi avrebbe provveduto la Linea_ Successivamente, con la partenza del grosso del presidio di Roma per le Marche nel febbraio-marzo 1797, la Civica sostituì interamente il servizio prestato in città dalla Linea (35). Fu la Civica a fare ala all'ingresso dell'armata francese in Roma il 10 febbraio 1798: e gli accordi con il governo pontificio non prevedevano il suo scioglimento_ Con la proclamazione della Repubblica, tuttavia, si volle introdurre anche nello Stato romano la Guardia Nazionale sul modello francese, per impiegarla sia nella tutela dell'ordine pubblico sia in guerra in complemento dell'esercito. Il proclama Dallemagne del 2 marzo sull'organizzazione regolare della Guardia Nazionale in ogni comunità della Repubblica (35) A.S.R., Soldatesche, cit., buste 726 (Filza delle Ordinazioni per la Truppa Civica), 729, 731 (Esito dei 5 Reggimenti di Truppa Civica in 31 Quartieri), 733 (ordini del novembre e dicembre 1796 sulla separazione tra Linea e Civica), 736 e 741 (nomi di compagnie della Civica: fazionieri). A.S.R., Archivio della Truppa Civica (IV Reggimento), tre pacchi e quattro volumi, con complessivi 47 fascicoli (inventario di E. Loevison e Amelia Giorgi). Cfr. Moroni, Dizionario, cit., v. Civica, Guardia: lo stato generale della truppa civica al gennaio 1798 è riportato negli Annali, o siano croniche, pp. 73-74, cit. in Cretoni, op. cit.
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prevedeva che tutti i cittadini dai 18 ai 50 anni vi fossero obbligatoriamente registrati. Erano eccettuati preti, frati e cittadini « riconosciuti » per persone che vivevano « alla giornata e col travaglio delle loro mani». Per il servizio non sarebbe stato corrisposto soldo di sorta: gli ufficiali da capitano in giù, i sottufficiali e i caporali dovevano essere eletti dai componenti delle compagnie: i comandanti di battaglione dall'assemblea degli ufficiali. Un elemento per ciascuna compagnia avrebbe dovuto essere presente a Roma il 14 luglio per la « festa della Federazione». Fu nominato « generale comandante» Giuseppe Spada, assistito da sei « aiutanti generali » (Nicola Giannelli, Pietro Piranesi, Francesco Marescotti, Francesco Santacroce, Francesco Borghese e Prospero Bernini). La guardia nazionale di Roma era organizzata in 12 battaglioni (al comando di maggiori fra i quali l'ebreo Barouffel e Nicola Lasagni) corrispondenti alle 12 « sezioni » che avevano sostituito i precedenti 14 rioni; Campidoglio (Ripa e Campitelli), Gianicolo (Trastevere), Vaticano (Borgo), Pompeo (Parione e Regola), Pantheon (Pigna e Sant'Angelo), Bruto (Ponte), Flaminio (S. Eustachio), Marte (Campo Marzio), Quirinale (Trevi), Pincio (Colonna), Terme e Suburra (corrispondenti ai Monti). Il 9 marzo i consoli stabilivano che i preti e i frati (eccettuati quelli mendicanti) avrebbero dovuto pagare 4 paoli a testa per ogni guardia non fatta: due giorni più tardi l'esenzione era estesa a tutti coloro che intendessero pagare la tassa per non fare le guardie. Ma le proteste dei poveri - i quali vedevano in tal modo aumentare il çarico delle guardie - indussero i consoli a ritirare il decreto, confermando che l'esenzione a pagamento riguardava solo preti e frati. Si introduceva però un'esenzione gratuita per servitori, camerieri, pubblici funzionari, infermi e inabili al lavoro, mentre l'età massima era portata a 60 anni. Il 31 marzo 1798 entrava in funzione la Guardia Nazionale. Faceva scandalo che personaggi dai nomi altisonanti comeDoria, Colonna, Barberini militassero come semplici comuni. « I Principi Romani - scriveva una cronaca - furono veduti andar col fucile fino appresso alli carretti degli Ebrei, e fare così qualunque altro officio come farebbe qualunque soldato». Il 14 aprile il generale Spada, sotto specie di revocare « tutte indefinitamente le licenze ed esenzioni», introduceva con un proclama l'esenzione dietro pagamento della tassa di 4 paoli « a chiunque allogasse di non potersi prestare » .
L'esercito della Repubblica romana 1798-1 799
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Ciò suscitò le proteste del tribunato: il consolato fu costretto ad annullare il proclama, invitando il senato e il tribunato a legiferare per organizzare il servizio della Guardia Nazionale (cosa che in realtà non avvenne). In un piano del 25 aprile si annunziava la formazione di una compagnia di « fazionieri » (guardie a pagamento) e volontari « benemeriti della Patria», da retribuire con una tassa variante da 40 baiocchi (il doppio di quella stabilita per la civica) a 10 scudi per «fazione» a seconda della rendita annua e della categoria sociale dei coscritti. A tal fine si doveva formare un ruolo degli iscritti dai 18 ai 60 anni: ed entro 48 ore ciascuno avrebbe dovuto denunciare alla propria sezione generalità, rendita, quali.fica e professione. In un altro registro avrebbero dovuto dichiarare la volontà di prestarsi al servizio o di farsene esentare dietro pagamento della tassa. Era abolita l'esenzione dei giornalieri, ma essi sarebbero stati eccezionalmente retribuiti con 30 baiocchi per guardia. Nel novembre 1798 Nicola Lasagni fu nominato comandante della Guardia Nazionale Secrentaria. Il 15 febbraio 1799, durante la cerimonia in Campidoglio per l'anniversario della Repubblica la Guardia Nazionale fece i « fasci d'arme » sulla piazza e consumò « una refezione democratica» (come disse Lasagni). Ma il suo impiego nella requisizione del grano non la rendeva molto popolare: al. forno di San Carlo al Corso vi fu un tumulto e il picchetto della GuarcUa nazionale che assisteva alla distribuzione del pane fu disarmato. Il ser vizio era poi molto scadente: contro le proteste al riguardo Lasagni scriveva sul Monitore di Roma (luglio 1799): « la malavolontà dei cittadini nel prestarsi alla Guardia è quella che fa che in alcuni Quartieri non vi esista in qualche ora la forza che vi deve essere». Nel settembre 1799 Lasagni fu arrestato dai francesi con l'accusa di aver complottato contro la Repubblica, e fu sostituito da Francesco Santacroce, il quale si era distinto nei combattimenti contro i napoletani (36). (36) Cretoni, op. cil., pp. 145-151. Altri documenti sulla Guardia Nazionale Sedentaria sono in A.S.R., Miscellanea, cit., busta 20, e Soldatesche, cit., busta 741. Risulta da questi documenti che gli 89 « fazionieri » si rifiurnvano di montare di guardia se non avessero ricevuto la paga per le guardie « scorze ». Sono citati i quartieri di Strada Nuova, Trastevere, Piazza Fiammetta, Chiesa N uova, Banco di Santo Spfrito, Cavalletto e Piazza Navona. Esistevano un quartier mastro generale (Antonio Zatlotti) e 12 quar tiermastri di sezione (Emili per la sezione Monte: Vallap~rta per la sezione
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Virgilio Ilari
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Aiutante di Lasagni era un ufficiale già in servizio pontificio, il capitano D'Armis. I battaglioni e le compagnie erano contraddistinte dal nome del comandante (es. Compagnia Francesco Mandelli del battaglione Azzori: compagnia Guerrini del battaglione Silvestri, entrambi della Sezione Pompeo). Non è chiaro se gli otto battaglioni dipartimentali poi riuniti nelle legioni 2•-s• fossero in origine formati di Guar die Nazionali mobilitate oppure, come è più probabile, con soldati di mestiere provenienti anche dall'esercito pontificio. Restano da menzionare alcuni corpi volontari: i « Cacciatori Franchi» del capitano Revelly, il Battaglione Volontari di Ferentino (agosto 1798), i Carabinieri Romani di Valentin e la « Compagnia de' Patriotti Volontari marcianti contro Civitavecchia » (capitano Giorgio Cortenar, 1° tenente Teodoro Cesarini e 2° tenente Alessandro Galizi).
Pompeo). Ogni Sezione o battaglione aveva un capobattaglione (G. Pelucchi per il btg. Terme; Pietro Gentili per il btg. Vaticano; altri capibattaglione Giovanni Seni, Chiassi, Pierardi), un vicecapobattaglione (Antonio Nannini, del quartiere Quattro Capi), un aiutante maggiore (Antonio Bandin: Rossi della sezione Bruto). I quartieri erano spesso al comando di sergenti maggiori (Costanti di Piazza Fiammetta: Carlo Garinei di Piazza Navona). Fra i capitani, Fortuna, Fiorentini (Chiesa Nuova), Michele Pirella,. G iovanni Mit terprocher, Francesco Mondelli, Guerrini, Maivezzi: fra i tenenti, Salvioni, Angelini.
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L'esercito della Repubblica romana 1798-1799
Specchio n. 1
BILANCIO .MILITARE DELLA REPUBBLICA ROMANA (1798-lì99) Stato delle spese ordinarie del Ministero della Guerra, Marina ed Affari Esteri per l'Anno VII (22 settembre 1798 - 22 settembre 1799): scudi
Capitoli 1. 2. .3. 4. 5. 6. ì.
8. 9. 10. 11. 12. 13 . 14 . 15 .
Per li Burò del Ministero Soldo dello Stato Maggiore Generale della Repubblica Idem dei 10 Battaglioni di Fanteria, formandone 5 Reggimenti Idem di 3 Reggimenti di Dragoni, tra quali 2 sostituiti alla Gendarmeria Idem d 'un Reggimento d'Artiglieria Alloggiamento accordato agli Uffiziali Superiori dalla Legge Francese li 23 maggio 1792 Soldo, Spese di Burò, ed Alloggiamenti dei Commissarij di Guerra, conforme alla Legge del 17 Pratile Massa per il mantenimento della Truppa Soldo degli Uffiziali degli Ospedali Militari Idem degl'Impiegl ti alle Caserme e Armerie Mantenimento e riparazoine delle Fortificazioni ed Ospedali Riscaurn delle Armi e fabricazione delle Polveri Spese della Madna Per gli Affari Esteri Spese straordinarie sommano
31.200.9.747.254.907.80 82.856.40 41.003.32 16.704.17.100.54.250.32 65.808.3.540.17.540.25.200.108.390.12 12.000.12.000.752.246.96
Non sono comprese nel presente Stato le spese per le Sussistenze, Vestiario, Equipaggiamento, Attrezzi, Ri monte de' Cavalli, e Trasporti Militari, e delle Artiglierie: come ancora le Gratificazioni di Campagna.
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Specchio n. 2
ORGANICI E PAGHE MENSILI NELL'ESERCITO DELLA REPUBBLICA ROMANA (1799) Paga mensile (scudi)
O rganico
Gradi
Indennità d'alloggio
- --Stato Maggiore Generale Generale di Divisione Generale di Brigata Aiutante Generale Aggiunti all'Aiutante Gen. Aiutante di Campo Capitano Aiutante di Campo Tenente Capo del Genio
285.190.110.83 36.41 36.41 22.95 71.25
1 I
1 2 1 l 1 Commissari <li Guerra
4 '
Fanteria Colonnelli Ten. Colonnelli Aiut. Maggiori Quartiermastri Tesorieri Chirurghi Maggiori Chirurghi di Batt. Capitani Comandanti Capitani in 2· Tenenti Sottotenenti Portastendardi Ufficiali
Cavalletia
5
3 6 3
5
3
5
3 3 12 12 24 24 12
5 10
5 80 80 80
27.5
105
1/3 2/3 2/3 5/6
Spese di burò 100.66. 58.-
3 4
Commissari O rdinatori Commissari Ordinari 1" classe Commissari Ordinari 2' classe
Ar tiglieria 2
1 1 1 8 8 8 16
46
30.20.10.3.60 3.60 3.60 6.-
60.40.40.-
15.l.0.10.-
Fanteria
Cavalleria
Artiglieria
79.16 57.38.19.23.75 19.79 38.-
90.1 7 66.70 41.66 20.25.20.85 41.66 38.33 24.85 15.41 15.41
97.42 71.25 39.58 19.23.75
19.79 15.83
39.58 31.80 23.7.5 20.58
10.6.3.60 2.40 2.40 2.40 3.60 3.60 2.40 2.40 2.40
Aiut. Sottufficiali Serg. Magg. Veterinari Tamburi Maggiori Trombette Maggiori Caporali Tamburi Brigad. Trombetti Mascro Sellaro Capo Armatolo Capo Sartore Capo Calzolaro o Stivalaro Maestro Calzonaro Oboisti Piccolo S.M.
10
6 .3
5
2
9.12
1
4.56
9.70 5.25
5.85 4.70
.3
5
3.13
1
4.48
6
5.10 4.70
.3 5 5 5
.3 .3 3
40 75
20.58
1 l 1
l.ì 1 1.71 1.71
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4.28 1.85 1.85 3..32 3.32
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12 48 12 96 24 12 1200 240
8 40 8 40 8
4.84 4.08 4.08 2.85 2.56
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Serg. Magg. 1 Sergenti2 Cap. Forieri 3 Capot. o brig. Tamburi/Tromb. Maniscalchi Sold. P cl. 4 Sold. 2• cl. 5 Truppa
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Nella Cavalleria denominati Marescialli d'alloggio Capi Nella Cavalleria denomianti Marescialli d'alloggio ordinari Nella Cavalleria denominati Marescialli d'alloggio forieri 800 Granatieri, 1200 Dragoni a cavallo, 280 Pdmi Aniglieri 800 Cacciatori, 4800 Fucilieri, 240 Dragoni a piedi, .320 Secondi i\rtiglieri
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L. TùCCARI
MEMORIA SUI PRINCIPALI ASPETTI TECNICO-OPERATIVI DELLA LOTTA AL BRIGANTAGGIO DOPO L'UNITÀ (1861 -1870) Premessa - I. L'azione delle bande: l. cenni su natura e composizione, 2. armamento ed equipaggiamento, 3. modalità d'azione - Il. L'impiego delle unità
SOMMARIO:
militari: 4. l'armata sarda d'occupazione, 5. l'organizzazione operativa, 6. l'evoluzione delle tecniche d'impiego - III. I riflessi di carattere logistico: 7. vestiario ed equipaggiamento, 8. vettovagliamento, 9. armamento e munizionamento, 10. le condizioni sanitarie delle truppe, 11. l'avvicendamento delle classi di leva. Conclusioni - Appendici: N. 1 Grafico dell'organizzazione operativa; N. 2 Istruzioni alle truppe del gen. Pallavicini (Benevento 24 febbraio 1863); N. 3 Istruzioni alle truppe del gen. Pallavicini (Spinazzola 30 dicembre 1863 ); N. 4 Istruzioni alle truppe del gen. Pallavicini (Caserta 20 giugno 1869); N. 5 Direttive del gen. La Marmora al e.te la Zona lvfilitare di Gaeta (maggio, novembre 1862).
PREMESSA
Un'indagine storico-militare diretta a conoscere i principali aspetti tecnico-operativi della lotta al brigantaggio non può prescindere da un esame preliminare su caratteristiche e modalità d'azione delle bande. Occorre subito precisare che, di massima, l'azione delle bande nel napoletano si manifestò in forme atipiche rispetto ai modelli di guerriglia usciti dalle esperienze rivoluzionarie della prima metà del sec. XIX: quello spagnolo dei liberali cristini contro l'assolutismo di Don Carlos (al quale avevano partecipato con incarichi direttivi Fanti, Durando, Cialdini e, in campo avverso, José Borjes fra il 1834 e il 1840) e quello algerino, al quale il gen. La Marmora aveva dedicato un apposito studio critico (1). Mancò infatti una direzione unitaria nell'impiego di dette forze che, di massima, agirono d'iniziativa, in territori ben circo(1) G. Ferrari, Una memoria inedita dì A.F. della Marmora nel 1844, in Memorie Storiche Militari, Ufficio Storico dello S.M.E.
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scritti e senza un effettivo collegamento fra di loro. Due, tuttavia, furono i poli di maggior virulenza ed espansione del brigantaggio, attorno ai quali il fenomeno riuscì a raggiungere una certa omogeneità e unitarietà: la vasta area operativa che ebbe come epicentro la Basilicata e robuste ramificazioni nelle province limitrofe e l'altra gravitante sulla frontiera pontificia. E ciò spiega perché proprio in queste regioni la lotta assunse aspetti più aspri e persistenti e richiese poi l'impiego di ingenti forze militari per debellare il brigantaggio. Le presenti note si propongono di individuare i fattori positivi e negativi che influenzarono l'azione delle unità militari, nonché l'evoluzione subita dall'apparato militare per adeguare lo strumento al particolare ambiente di lotta.
I - L'AZIONE DELLE BANDE 1.
C ENNI SU NATURA E COMPOSIZIONE
Com'è noto nello sviluppo del fenomeno è possibile individuare tre fasi ben distinte che influenzarono in misura diversa la condotta delle operazioni militari: - una prima fase (grosso modo fra la fine del 1860 e il 1861) caratterizzata da masse brigantesche che assumono il ruolo di unità combattenti di una guerra legittima, diretta ad abbattere il regime unitario e restaurare la deposta dinastia. In questa fase, sotto il profilo ideologico, si realizza la saldatura fra insorgenza sociale e riscossa legittimistica, per cui il brigantaggio riesce a mettere in campo formazioni massicce di armati e insorti con bande che raggiungono e superano la forza di 1.000 uomini. Le grosse formazioni, a struttura spiccatamente militare « con trombe tamburi e bandiere», dispongono di compagnie a piedi inquadrate anche da ex ufficiali, reparti di cavalleria, cannoni di ferro fuso, ospedali da campo, carreggi e servizi; - una seconda fase (fra il 1862 e il 1864) in cui il fenomeno vede restringere le proprie aree di movimento e diminuire l'appoggio delle popolazioni. In questa fase il brigantaggio si manifesta con una proliferazione di bande medie e piccole, in gran parte a cavallo, derivate dalla frantumazione delle grosse formazioni, che operano con una tattica mobilissima e con basi nelle zone più aspre del territorio;
Afemoria sui principali aspetti tecnico-operativi ecc.
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- una terza fase ( dal 1865 in poi) caratterizzata da un brigantaggio progressivamente declinante, costituito da piccole bande attestate in territori ben circoscritti, spesso con agganci alla criminalità comune. Altro aspetto che contraddistingue ]e bande meridionali è rappresentato da una marcata prevalenza del.l'elemento legittimista (napoletano e straniero) nelle formazioni che operano alla frontiera pontificia, contro una più accentuata presenza dell'elemento contadino in quelle operanti nelle altre regioni. Quanto all'apporto legittimista, l'elemento indigeno è in gran parte rappresentato da ex militari del disciolto esercito borbonico, renitenti e disertori di provenienza meridionale (2), elementi della media e piccola burocrazia borbonica; quello straniero (francese, belga, spagnolo, austriaco, svizzero, epirota e qualche inglese) è prevalentemente costituito da nobili, ex ufficiali, avventurieri, mercenari che si arruolano nelle bande per la difesa del trono-altare. In entrambi i casi le bande hanno l'appoggio del clero, di una parte della nobiltà meridionale, della classe dirigente spodestata e anche di sindaci e guardie nazionali. Elevato è anche il sostegno che i briganti ricevono da proprietari terrieri che, come si legge in un rapporto del giugno 1864 (3) « mandano viveri ai briganti e altro, perché hanno paura di vedere manomesse e incendiate le proprietà, derubati e uccisi gli animali, presi in ostaggio i congiunti ». Si legge ancora nella stessa relazione : « Chiunque si è intrattenuto anche per poco, in queste contrade sa che la gente che le abita è divisa in due classi distinte: i ricchi proprietari, che formano il quarantesimo appena della popolazione, e i nullatenenti. . I primi esercitano nei paesi una specie di dominio, di padronanza sopra i secondi, i quali perché ignoranti e bisognosi sogliono guardare i primi come i figli prediletti della natura». Significativa poi la presenza in alcune bande di ex garibaldini e anche di ex guardie nazionali, a dimostrazione delle proporzioni raggiunte dalla protesta napoletana. (2) Il 14 giugno 1861 il gen. C. Della Chiesa, comandante la Divisione Militare di Salerno, segnala che « in Potenza vi sono 1.500 prigionieri da guardare» e il 15 successivo comunica al 6° Gran Comando « eseguito arresto ex giudice Bonchi, il quale aveva tentato di sollevate quelle popolazioni)>, in Archivio Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito (da ora in poi AUSSME), repertorio Gll, 6° Gran Comando (6° G.C.), busta 3 (vol. III, 2° sem. 1861). (3) Da una relazione della colonna mobile di Agri Mediano in Stigliano datata 26 giugno 1864 a firma ten. col. Borghesi, in AUSSME, rep. Gll, 6° G.C., busta 95.
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Sotto il profilo operativo risulta ancora che le bande alla frontiera pontificia sono costituite da personale meglio armato, più aggressivo e combattivo; sotto quello ideologico sono molto indicative alcune testimonianze sullo stato d'animo dei briganti condannati alla fucilazione (4) « ... mi è sempre accaduto di vedere i giustiziati avviarsi con passo sicuro al luogo d'esecuzione; non spavaldi, ma neppure avviliti o dimessi». 2.
ARMAMENTO ED EQUIPAGGIAMENTO
L'armamento presenta una vasta gamma di soluzioni: più abbondante e vario quello dei briganti in frontiera (in gran parte proveniente dai 30.000 fucili, munizioni, artiglierie, quadrupedi trasferiti in territorio pontificio dalle unità ripiegate dalla linea del Garigliano); di minori prestazioni quello a disposizione delle bande in campagna nelle altre regioni e costituito anche da materiale di preda bellica. I rifornimenti di armi e munizioni sono assicurati con modalità diverse da regione a regione: - per le bande operanti in frontiera, mediante il concentramento di materiali in alcuni conventi dislocati in prossimità del confine (Crisulti, Casamari e Scifelli) o presso abitazioni di legittimisti; - per quelle operanti nelle province del Sud (Calabrie, Basilicata, Puglie), con trasporti via mare in partenza dai porti di Malta, Marsiglia e Trieste. Così il 20 settembre 1861 viene segnalato in partenza da Malta « un legno maltese carico di munizioni · che si ritiene destinato a sbarcare in Calabria » (5). Dall'archivio del 6° Gran Comando risulta ancora che le bande alla frontiera pontificia disponevano di armi e munizioni di provenienza spagnola e austriaca. Sull'apporto del legittimismo borbonico in questo particolare settore, di un certo interesse è un rapporto del Comando 65° reggimento fanteria, datato 17 settembre 1861 (6), in cui si segnala il risultato di alcune perquisizioni domiciliari effettuate in Benevento nei confronti delle sottonotate persone indiziate di nascondere armi e munizioni: (4) Cfr. Aldo Brandino Allodi, Reminiscenze di un ufficiale subalterno del 4° f. , Napoli 1911. (5) AUSS.ME, rep. Gll, 6" G.C., busta 3. (6) AUSSME, rep. Gll, 6° G.C., busta 9.
Memoria sui principali aspetti tecnico-operativi ecc.
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- canonico D. Vincenzo Mozzilli << armi nascoste nella chiesa attigua e polvere fulminante»; - ex intendente borbonico Soggio Caraffa « 300 fucili »; - Vincenzo Galilei, ingegnere provinciale « giunto poco innanzi da Roma con carte reazionarie }> ; - Edoardo Re, direttore delle Pos te « 40 fucili, 8 granate a mano» . Il rapporto conclude segnalando che nel corso delle perquisizioni « non venne trovato nulla, perché gli indiziati furono avvertiti a tempo» . L'equipaggiamento dei briganti era leggerissimo e tale da consentire la massima utilizzazione delle peculiari doti di sopravvivenza del contadino meridionale anche in condizioni di estremo disagio: la povertà e l'asprezza del territorio lo rendevano avvezzo al sacrificio, più vigoroso e bellicoso. I rifornimenti erano assicurati da un gran numero di manutengoli e fiancheggiatori. Esistevano poi numerosi informatori, infiltrati anche negli ambienti governativi, che fornivano dati e notizie sui movimenti delle truppe. 3.
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MODALITÀ D AZI0NE
Le bande agivano con i sistemi classici della guerriglia: colpire il nemico dove è più debole, ricercare la sorpresa, condurre l'azione con rapidità, violenza e spregiudicatezza, sfruttando le condizioni favorevoli del terreno e l'appoggio delle popolazioni. Si trattò in effetti di una forma spontanea di lotta da parte di elementi ( contadini, pastori, ex militari di provenienza contadina) abituati a vivere e a muoversi in terreni aspri, coperti di boschi e privi di vie di comunicazione. Operazioni caratteristiche delle bande furono: invasioni di paesi con assalto alle sedi della guardia nazionale per il rifornimento di armi e munizioni, saccheggio delle case dei liberali, ritorsioni nei confronti dei delatori, attacchi a diligenze e corrieri postali, imboscate contro piccoli distaccamenti, attentati, sabotaggi, devastazioni di masserie e proprietà private, requisizioni di cavalli e bestiame. La loro condotta nell'azione era improntata alla massima mobilità, flessibilità ed aggressività: con rapidità si riunivano e si disperdevano secondo le esigenze della lotta; in caso d'insuccesso riuscivano a sottrarsi al contatto, ripiegando su itinerari prestabiliti dove l'inseguimento era praticamente impossibile.
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In effetti, però, la tattica delle bande subì sostanziali modifiche nel tempo: spesso improntata a forme di attacco sistematico nella prima fase insurrezionale ( conquista di Carsoli e Tagliacozzo nel gennaio 1861 da parte delle formazioni del col. Luvarà) secondo gli schemi in vigore nell'esercito napoletano, divenne più elastica e più aderente ai modelli cli guerriglia nelle fasi successive. Si legge infatti in una relazione della 17a Divisione Attiva (gen. Cadorna) del 10 agosto 1861, diretta al 6° Gran Comando (7) con riferimento all'insurrezione in atto nel Teramano: « I briganti manovrano a segnali di tromba degli ex cacciatori napoletani e sono guidati dal famigerato Stamenghi e da certo Brunetti ex capitano borbonico ... a vari morti trovate sciabole del genio napoletano ». Superata la fase insurrezionale, le medie e piccole bande evitavano di impegnarsi con i grossi complessi mobili dell'esercito, ma non esitavano ad attaccare i piccoli distaccamenti con una spietata tattica di annientamento: accerchiati i reparti, li costringevano ad arrendersi e poi li massacravano. Circa le modalità d'azione si legge nel memoriale del capobanda Andreozzi (8): « Nell'attacco i briganti ben appostati assalivano le colonne militari e le squadriglie di carabinieri con una scarica improvvisa su un fianco della colonna, in modo da gettare lo scompiglio, e azione principale da altra direzione». E, inoltre, da un rapporto del Comando della Zona Militare di Benevento, relativo allo scontro di uno squadrone di cavalleria con la banda Caruso nel luglio 1863 risulta (9): « Caruso vistosi perduto ricorse al solito stratagemma: mandò i.m gruppo di briganti a postarsi ben visto su un piccolo promontorio e con il rimanente della banda si appostò dietro un rialzo del terreno vicino al quale bisognava passare per arrivare a quel promontorio. I cavalieri che erano alla testa dello squadrone, appena scorsero quel gruppo si slanciarono verso quel promontorio e tutti li seguirono. Sicché lo squadrone, passando vicino al rialzo ove era appostato il grosso della banda, ricevette in pieno la scarica di moschetteria ». (7) AUSSME, rep. Gll, 6° G.C., busta 10. (8) Cfr. C. Cesari, Il brigantaggio e l'opern dell'esercito italiano, Ed. Ausonia, 1920, pag. 122. (9) AUSS1vlE, rep. Gll, 6" G.C., busta 51/12. Il rapporto è del maggiore dei bersaglieri C. Melegari.
Memoria sui principali aspetti tecnico-operativi ecc.
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La relazione conclude segnalando la perdita di numerosi uomini rimasti feriti o prigionieri, compreso un sergente al quale Caruso chiese di dove fosse. Riferì poi il sergente ai suoi superiori: « Ebbi la buona ispirazione di dire che ero veneziano, per ché se avessi detto che ero piemontese mi avrebbe cer tamente ucciso». In marcia le grosse bande procedevano con una avanguardia e una retroguardia secondo i canoni più rigorosi della tattica militare; in stazione, durante le soste, adottavano rigorose misure di sicurezza. Vedette e informatori, scelti fra contadini e pastori locali, venivano lasciati nei punti di obbligato passaggio, per segnalare l'arrivo delle truppe e deviare le colonne mobili dai loro itinerari. Frequente era anche l'impiego in questi compiti di donne fidate, che sostavano in prossimità degli incroci, intente ai lavori campestri. Per sottrarsi alla caccia delle forze di repressione e provvedere alle esigenze logistiche, le bande disponevano di covi inaccessibili nei boschi e sulle montagne, forniti di scorte e organizzati a caposaldo. Si legge infatti nel memoriale Croceo dell'agosto 1861 (10): « Occupo una posizione costituita da una massa boscosa che sbarra la carrozzabile Melfi-Napoli sulla destra dell'Ofanto. La posizione scelta è tatticamente for te, riparata di fronte e lateralmente a destra dalle rapide sponde di un torrentaccio. La posizione difensiva è stata fortificata costruendo una palafitta di 300 m. di fronte a forma di mezzaluna che copre solide trincee. La mia banda è al completo: vi sono ufficiali, un medico, sergenti, caporali, zappatori, trombettieri, tutti appartenenti al disciolto esercito borbonico. Ho nei ruoli 600 soldati di tutti i corpi: cacciatori, lancieri, artiglieri, volteggatori, minatori, granatieri della guardia». • II - L'IMPIEGO DELLE UNITÀ MILITARI 4 . L'ARMATA SARDA DI OCCUPAZIONE
L'esercito piemontese giunse in territorio napoletano militarmente e psicologicamente impreparato a fronteggiare insurrezioni popolari e brigantaggio. Reazioni diffuse si erano avute, all'atto dell'annessione, anche in altri Stati preunitari (specie (10) Cfr. C. Cesari, Il brigantaggio . .. , cit., p . lll.
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Lom bardia e Toscana), ma sempre contenute nell'ambito della dialettica politica. Nel napoletano invece l'esercito dovette affrontare una vera e propria guerra civile contro masse d'insorti che rifiutavano il regime unitario e grosse formazioni armate che lo combattevano. In un primo tempo il vertice militare ritenne di poter fronteggiare l'emergenza, avocando a sé il controllo della frontiera pontificia e dei maggiori centri urbani e lasciando alle forze di polizia il compito di ristabilire l'ordine nelle province. Ma la portata delle insurrezioni dimostrò ben presto del tutto aleatorio tale indirizzo e obbligò i comandi militari ad intervenire in forze nelle province. Per valutare forme e tempi dell'evoluzione tecnicooperativa, che gradualmente maturò nell'ambito delle forze militari, è necessario ricordare brevemente le principali caratteristiche organico-tattiche dell'armata sarda.
Tecniche d'impiego Nell'esercito piemontese, uscito dalle esperienze delle prime guerre d'indipendenza, le tecniche d'impiego per le varie armi si ispiravano al principio della massa, in auge negli eserciti francese e austriaco, ma già in evoluzione nell'esercito prussiano. Mancava cioè nei Quadri dell'esercito piemontese una visione dinamka del combattimento ed una pratica addestrativa aperta agli imprevisti del campo di battaglia. Per uscire dal generico, negli eserciti francese e piemontese la concezione dell'attacco era rigidamente ancorata all'urto travolgente ( « la furia francese ») di successive colonne di battaglioni che muovevano alla conquista dell'obiettivo; nell'.esercito prussiano invece vigeva la concezione dell'attacco metodico, impostato sul binomio fuoco-movimento e affidato a piccole colonne, di massima a livello compagnia, fra di loro intervallate e sostenute negli intervalli da cacciatori. In sintesi, rigida applicazione del principio della massa nel modello francopiemontese; valorizzazione del combattente e dell'iniziativa individuale in quello prussiano. Questi presupposti di natura concettuale si riflettevano su ordinamento, addestramento e impiego delle unità piemontesi, adatte allo scontro frontale, ma poco idonee alla manovra e meno ancora ad azioni di controguerriglia, forma questa di lotta sconosciuta alla dottrina tattica dell'armata sarda. Infatti la fanteria, lenta nei movimenti e condizionata da un limitato raggio
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lv1emoria sui vrincipali aspetti tecnico-operativi ecc.
d'azione, difficilmente riusciva a prendere contatto con le bande che « dalle favorevoli posizioni che occupano possono vedere l'arrivo delle truppe ed evitare lo scontro, per ricomparire poi più ardite in altri luoghi » ( 11 ). Anche ]a cavalleria, per le limitazioni imposte dal terreno e per la sua pratica addestrativa basata sulla forza d'urto della carica, inizialmente apparve disorientata e incapace di risultati risolutivi (12). La sola specialità che trovò impiego veramente efficace furono i bersaglieri che, addestrati a manovrare in cacciatori e a sfruttare il terreno, costituirono gli avversari più temuti dalle bande. Ma il loro numero (8 battaglioni nel 1861, aumentati progressivamente fino a 18) era decisamente esiguo per le esigenze di un così vasto territorio.
Ordinamento La struttura organica delle unità di fanteria era massiccia, compatta, uniforme (mancanza di specializzati), e perciò poco idonea ad un impiego frazionato delle forze per compiti autonomi.L'esercito piemontese era entrato nel napoletano con l'ordinamento Fanti che prevedeva battaglioni su 6 compagnie di 150 uomini ciascuna per un totale di 900 uomini. Questo complesso pesante e di difficile comando, anche per gli eserciti del tempo, fu poi alleggerito con la riforma Petitti nel 1862 (battaglioni su 4 compagnie), pur rimanendo concettualmente ancorato alle dottrine del tempo. Il reggimento di cavalleria passò da 6 a 4 squadroni di 150 uomini, ma con le remore già indicate.
Addestramento Nessuna esperienza .ispecifica delle truppe al movimento e al combattimento nei boschi e in terreni di montagna e nessuna pratica addestrativa diretta a valorizzare l'iniziativa individuale e l'ordine sparso. La vita dei reparti era regolata da numerosi e complicati regolamenti, intesi ad assicurare la salda disciplina dell'organismo militare e la rigida osservanza degli ordini superiori; come scrive !'Allodi (13) « la massa dei Quadri era sempre in attesa di ordini». In sostanza vigeva nell'esercito del tempo una concezione essenzialmente precettistica della vita militare che (11) Da una relazione del prefetto Mayr di Caserta del settembre 1862. (12} La cavalleria non veniva ancora impiegata in compiti di esplorazione.
(13) Cfr. Allodi, op. cit.
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finiva per rallentare e intralciare ]a vita dei reparti. Diversa era invece la preparazione dei bersaglieri che rappresentarono unità di massimo rendimento nel particolare ambiente operativo, pur rimanendo anch'essi vincolati ad altri fattori. La cultura dei Quadri era in genere scadente: la vita intellettuale degli ufficiali si limitava alla lettura dei regolamenti, fatta dal più esperto dei capitani; « chi studiava era un solitario». A ciò si aggiunga che molti comandanti cli reparto non conoscevano il territorio napoletano; alcuni ufficiali non sapevano distinguere la Basilicata dalla Capitanata e non avevano alcun cognizione degli usi e costumi di quelle popolzioni; la maggior parte di essi poi considerava i briganti alla stregua di criminali comuni.
Organizzazione del comando Il rigido formalismo del tempo vincolava l'azione direttiva dei comandanti di reparto, anche nei servizi di distaccamento. L'importanza attribuita ai regolamenti era tale che durante la Luogotenenza Carignano furono sostituiti alcuni comandanti, anche di grado elevato, « perché vecchi, senza attitudine militare e che per di più non hanno alcuna conoscenza dei regolamenti». Il servizio informativo, altro settore di primaria importanza nella lotta al brigantaggio, era devoluto ai comandi territoriali dei carabinieri nella loro duplice veste di polizia militare e civile. Ma i militari dell'Arma oltre allo scarso numero erano per la maggior parte di provenienza settentrionale e perciò poco inseriti nell'ambiente locale. Da ciò la necessità, per i comandi militari, di appoggiarsi alla guardia nazionale o a liberali locali. I collegamenti con i comandi dipendenti ernno assicurati a mezzo telegrafo (in cifra per i dispacci di una certa segretezza) o a mezzo di corrieri militari o civili; per questi ultimi, forniti dai comuni, era previsto un compenso di L. 10 per servizio di notte e L. 5 per quello di giorno. Mancavano le carte topografiche, sicché era molto arduo avventurarsi nei boschi e in terreni montani salvo ad affidarsi a guide locali, ma con tutti i relativi inconvenienti per la sicurezza e segretezza dei movimenti.
5.
L'ORGANIZZAZIONE OPERATIVA
Per combattere il brigantaggio, l'esercito fu costretto a modificar e progressivamente dispositivi e procedimenti per adeguare
Afeinoria sui principali aspetti tecnico-operativi ecc.
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lo strumento al particolare ambiente di lotta. Pertanto, l'organizzazione delle forze militari subì nel tempo modifiche e adattamenti, le cui tappe più significative sono legate ai nomi dei generali che si avvicendarono al vertice del 6° Gran Comando (Appendice n . 1). GENERALE DELLA ROCCA (da 8 novembre 1861, Comandante Generale della Armi nelle province napoletane; da 13 marzo ad aprile 1861, Comandante 6° G.C.) In questa fase l'organizzazione operativa è prevalentemente òrientata a neutralizzare forme estese di reazione e di guerriglia, poste in atto da grosse formazioni di insorti e sbandati nelle province di confine con lo Stato pontificio. Nell'impiego delle unità militari prevale il criterio del massimo accentramento delle forze e dell'intervento a massa « piombando all'occorrenza ove necessario» con dispositivi a livello reggimento o raggruppamento di armi e specialità diverse per operazioni di rastrellamento. Per fronteggiare la reazione, vengono costituiti r obusti complessi mobili delle tre Armi (fanteria-bersaglieri, cavalleria, artiglieria) che operano nei territori più minacciati con procedimenti tradizionali (attacco sistematico di paesi, conventi o altre località occupate dagli insorti). GENERALE
DURANDO
(maggio - primi luglio 1861)
Nel maggio 1861 entra in funzione l'organizzazione territoriale, articolata in cinque comandi di divisione territoriale e 38 comandi provinciali e di distretto, che assumono la direzione e la responsablità dell'ordine e della sicurezza pubblica nei territori di giurisdizione. • In questa fase l'esigenza primaria è quella di ristabilire l'ordine nelle province e ripristinare l'autorità dello Stato. Nel territorio di ciascuna divisione vengono costituite, compatibilmente con le limitate forze a disposizione, colonne mobili di livello organico variabile che periodicamente visitano masserie e centri rurali nei territori battuti dalle prime bande armate. Ma tali complessi finiscono per assumere una funzione essenzialmente preventiva, intesa cioè a dimostrare alle popolazioni in rivolta la
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forza del nuovo Stato unitario. Infatti, le autorità amministrative e giudiziarie si servono di detti complessi per eseguire sentenze di tribunali, riscuotere tributi e ripristinare l'osservanza della legge. In genere, si tratta di vere e proprie « passeggiate militari », effettuate con r.eparti incolonnati in formazione "di marcia, prive cioè di una effettiva capacità reattiva nei confronti di bande armate aggressive e abituate a muovere rapidamente in terreni aspri e boscosi. Ne consegue che l'organizzazione Durando, anche per la limitata disponibilità delle forze, non è in grado di contrastare l'azione delle bande che si moltiplicano, si ingrossano, occupano paesi e interi territori. Per fronteggiare l'emergenza, i comandi militari sono costretti ad assumere un atteggiamento difensivo che favorisce l'espansione del brigantaggio. GENERALE C I ALDINI
(12 luglio - 31 ottobre 1861)
Nelle province più battute dalle scorrerie delle bande entra in funzione una apposita organizazione operativa, articolata in Zone Militari, indipendente e sovrapposta a que1la territoriale, con esclusivi compiti di ricerca e distruzione delle grosse formazioni di briganti. Per potenziare l'azione delle forze militari, del tutto insufficienti rispetto alle esigenze di un così vasto territorio, Cialdini istituisce in ciascuna provincia compagnie di guardie nazionali mobili (69 compagnie) su basi di volontariato, poste alle dipendenze operative dei comandi militari territoriali. Nel territorio di ciascuna Zona Militare viene realizzata una rete di presidi fissi nei maggiori centri e di colonne mobili per il controllo delle campagne. Nell'ambito di ciascuna Z.M. un'aliquota delle forze viene destinata a servizi di presidio e di scorta (a diligenze, corrieri postali, autorità civili e militari); la rimanente, ripartita in distaccamenti e colonne mobili, provvede giornalmente a perlustrare il territorio assegnato. Se qualche paese si dà alla reazione o viene occupato dalle bande, partono subito in colonna mobile alcuni reparti di consistenza adeguata alla m inaccia segnalata. Le colonne mobili, di livello organico variabile, nei loro itinerari fanno capo ai sindaci e alle .stazioni carabinieri per l'arresto di individui segnalati in stato di brigantaggio o manutengoli, di .cui agli appositi elenchi forniti di volta in volta dai comandi superiori.
J\,femoria sui principali aspetti tecnico-operativi ecc.
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I compiti e le attribuzioni dei comandanti di Zona Militare vengono così definiti in successive circolari del 6° Gran Comando (14): - muovere e dirigere le truppe della Zona Militare; - corrispondere direttamente con il 6° Gran Comando per tutto ciò che ha tratto con il brigantaggio; - dipendenza disciplinare e per gli affari territoriali dalle Divisioni Militari Territoriali nel cui ambito sono costituite_ L'organizzazione Cialdini, pur essendo più articolata e più aderente al territorio, è ancora legata alle concezioni della massa e dell'attacco sistematico che ne condizionano le possibili,tà di successo in una guerra per bande. Infatti, per contrastare l'aumentata aggressività delle grosse formazioni brigantesche, vengono frequentemente costituiti robusti complessi mobili di armi e specialità diverse, anche al comando di un generale, che p ercorrono le campagne con i reparti incolonnati, visitano paesi e masserie alla ricerca dei briganti, ma in pratica senza riuscire a prendere contatto con le bande. Così nell'agosto del 1861, dopo i gravi avvenimenti di Pontelandolfo e Casalduni, il gen. Pinelli muove con un complesso di 5 battaglioni bersaglieri, uno squadrone di cavalleria e una sezione di artiglieria all'inseguimento della banda La Gala, forte di 300 uomini « con trombe e tamburi » . I n alcuni casi seguono rappresaglie nei confronti delle popolazioni che hanno dato aiuto ai briganti. Così fra il 13 settembre e il 17 ottobre 1861 vengono fucilati 34 individui dei comuni di Cerreto, Mercolano, Casalduni, Solopaca, Pontelandolfo, S . Giuliano segnalati « comprovati uccisori di soldati italiani in Casalduni, saccheggiatori, incendiari, presi con la forza mentre erano latitanti (15). Nei casi più eclatanti il 6° G.C. interviene con provvedimen ti di rigore a carico dei. responsabili di palesi illegalità . Questi provvedimenti riescono a contenere l'espansione del grande brigantaggio e costringono le bande ad abbandonare i paesi e trasferirsi sulle montagne. In effetti, però, l'azione delle forze militari si manifesta ancora inadeguata ai fini di una effettiva distruzione (14) AUSSME, rep. Gll, 6° G.C., busta 84/3. (15) AUSSME, rep. Gll, busta 9. Dispaccio cifrato da 6° G.C. a gen. Pinelli datato 24 ottobre 1861 a firma « Brigadiere Piola Caselli. Ricevuto incartamento intorno al distaccamento di Ma .. . (poco leggibile). Il capitano e l'uffìciale saranno oggi chiusi in un forte. Si ricorrerà al Ministero per un consiglio di disciplina onde sia giudicata la condotta loro scandalosa per ogni verso ». ·····-...
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del fenomeno. Pertanto il vertice politico-militare, non riuscendo a battere il brigantaggio sul piano tecnico-oper ativo, cerca di neutralizzarlo sul piano del manutengolismo con provvedimenti intesi a recidere ogni legame fra bande e popolazioni. Circa la costituzione di comandi di Zona Militare per il controllo dei territori più minacciati occorre anche ricordare che l'innovazione, sotto il profilo concettuale, non fu introdotta dal gen. Cialdini, come chiaramente risulta dalla seguente circolare del 6° Gran Comando di Napoli datata 6 luglio 1861, a firma « d'ordine il Capo di S.M. C. Piola Caselli» (16): « Allo scopo di meglio coordinare e rendere più efficace l'azione delle truppe impiegate nella repressione del brigantaggio nel territorio della Division e di Napoli (Terra di Lavoro, Molise, Principato Ultra) il generale Durando determinavasi di dividere in tre Zone quella vastissima estensione di territorio e affidare in ognuna il comando delle truppe mobilizzate ad un ufficiale generale. Ben inteso non doversi questi tre comandanti superiori tenersi assolutamente vincolati dai limiti ... alle loro zone d'azione e portarli anzi sempre ad oltrepassarli per qualunque operazione che tra di loro venisse combinata: - P Zona: dalla frontiera al Volturno al suo affluente Calore. Generale Govone; - 2a Zona: provincia di Molise. Gen. Villarey; - Y Zona: (la più importante) comprendente la rimanente Terra di Lavoro, il Principato Ultra e la provincia di Benevento. Generale Pinelli. Stante l'imminente arrivo del nuovo Comandante Generale del VI Dipartimento, gen. Cialdini (partito ieri da Genova) e non potendo conoscere quali siano le sue pretese intorno al piano di repressione, il Luogotenente Generale Comandante interinale non crede più di dare alla S .V. nuove istruzioni ». In effetti, quindi, il gen. Cialdini non fece che attuare l'organizzazione operativa predisposta dal gen. Durando, istituendo nel mese di luglio 1861 le Zone Militari di Gaeta, con giurisdizione sulla frontiera meridionale, Caserta e Nola-Avellino. Per quest'ultima, con dispaccio del 21 luglio, il 6° Gran Comando di Napoli dispose che « tutta la truppa esistente nei distretti di Nola, provincia di Avellino e distretti di Foggia e S. Severo passi agli ordini del gen. Pinelli ». (16) AUSSME, rep. Gll, 6° G.C., busta 9.
Afemoria sui [Jrincipali aspetti tecnico-operativi ecc. G ENERALE
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LA MARMORA (1° novembre 1861- settembre 1864)
Conferma l'organizzazione operativa esistente, ma la dilata e raffittisce aumentando il numero delle Zone Militari e procedendo al loro ulterior e frazionamento in Sottozone. Pone sotto il controllo militare aree sempre pitt estese del territorio napoletano, per togliere spazio operativo alle bande e recidere ogni legame fra briganti e popolazioni. A tale scopo vengono istituite basi operative di colonne mobili anche in piccoli centri rurali e masserie isolate con il criterio di dislocare le unità d'impiego al centro delle aree più minacciate. Per la copertura di un così vasto territorio le colonne mobili si frazionano in piccoli distaccamenti anche a livello plotone. Inizialmente l'organizzazione La Marmora, non sostenuta da adeguate forze militari, è costretta a subire l'iniziativa delle grosse bande che infliggono dure perdite ai reparti militari (scontri di Masseria Maraldi sul T. Candeloro, Petrulli di Lucera, Lacedonia, Stornarella, Cascina di Francavilla nei pressi di Benevento, Avigliano, S. Croce di Magliano). Nei casi più eclatanti i comandi militari reagiscono con dispositivi e procedimenti tradizionali, consistenti nell'impiego di robuste colonne mobili lanciate all'inseguimento delle bande. Riepilogando: - l'organizzazione Della Rocca è prevalentemente offensiva, ma orientata soprattutto a neutralizzare ogni forma di reazione e di guerriglia nelle province di frontiera con lo Stato pontificio; - l'organizzazione Durando è sostanzialmente difensiva, dovendo frontegg iare con le scarse forze a disposizione focolai di reazione in tutto il territorio napoletano. In questa fase il brigantaggio assume il ruolo di forza trainante delle insurrezioni popolari; - l'organizzazione Cialdini si propone di trasferire al centro delle aree più minacciate consistenti forze militari con il compito di attaccare vigorosamente i briganti, costringer li ad abbandonare i paesi e ritirarsi sulle montagne, rendendo così più difficili i rifornimenti. Ma la condotta delle operazioni rimane ancorata ai procedimenti tradizionali; - con l'avvento di La Marmora l'organizzazione delle forze militari passa gradualmente a soluzioni di largo decentramento.
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Ma la nuova organizzazione, più capillare e più dispendiosa, inizialmente aggrava la sproporzione fra compiti e forze a disposizione e offre nuove occasioni alle bande .per attaccare i piccoli distaccamenti. Il gen. La Marmora interviene con rigorose disposizioni, per impedire l'impiego delle minori unità nei servizi perlustrativi; ma la limitata disponibilità delle forze, aggravata dalle condizioni sanitarie delle truppe, non consente diverse soluzioni. Solo dopo l'arri•v o di consistenti rinforzi (dopo la proclamazione dello stato d'assedio le forze del 6° Gran Comando raggiungeranno gradualmente la forza di circa 120.000 u.) i comandi militar i riescono a superare la situazione di stallo e riprendere l'iniziativa.
6.
L'EVOLUZIONE DELLE TECNI CHE D'IMPIEGO
La necessità di un deciso cambiamento nei criteri d'impiego delle unità militari fu avvertita e sollecitata da numerosi comandanti militari, anche di grado non elevato, che in alcuni casi adottarono d'iniziativa procedure e dispositivi più aderenti al particolare tipo di lotta. Ma fu merito soprattutto di alcuni generali l'aver affrontato il problema con innovazioni radicali che restituirono vigore e successo alle operazioni militari.
GENERALE CADORNA
Fu al comando della Divisione Militare di Chieti dal 20 luglio 1861 al 1863, cioè nel periodo di maggior virulenza delle insurrezioni popolari e del brigantaggio (17). Il gen. Cadorna scrive in una sua « Memoria sulle cause del brigantaggio » ( 18): « si guerreggiavano i briganti con sistemi troppo simili a quelli delle truppe regolari, cioè con operazioni sistematiche quasi avessimo a fronte truppe nelle nostre stesse condizioni ». (17) Il 7 agosto 1861 il Luog. Cialdini così telegrafa al gen. Cadoma <( Nel caso di avvenimenti gravi e imprevisti a Napoli o altrove concentri le sue truppe a Teramo, Aquila, Pescara e agisca secondo le circostanze, se comunicazioni interrotte ». (18) In Luigi Cadoma « Il gen. Raffaele Cadorna nel Risorgimento» MI, Treves 1922, pag. 204 segg.
A[emoria sui principali aspetti tecnico-operativi ecc.
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Dopo aver posto in evidenza l'inefficacia della tattica fino allor a seguita, Cadorna sostiene l'assoluta necessità di contrapporre all'azione delle bande « le stesse pratiche d'infor mazione, di speditezza e secretezza », adottate dai briganti. Fra le innovazioni più significative, introdotte dallo stesso generale, meritano di essere ricordate quelle relative al rastrellamento di zone montane. I relativi procedimenti (impiego di colonne multiple ripartite in settori di competenza e agenti contemporaneamente dal basso verso l'alto « in direzione concentrica » ), descritti nella Memoria con dovizia di particolari, sono di livello tecnico tale, da conservare piena validità anche ai nostri giorni. Le nuove procedure vennero sperimentate in una operazione di rastrellamento di bande annidate sui monti della Maiella, ma non dettero il risultato sperato. Scrive Cadorna nella stessa Memoria « .•. nonostante la bontà del piano, molti briganti riuscirono a guizzare fra un drappello e l'altro », concludendo che « ... nelle regioni montane il combattere da partigiano rende difficile la cattura dei guerriglieri e la loro soppressione ». Per avere successo in queste operazioni, Cadorna suggerisce i seguenti provvedimenti: - impiego di molte forze « ovunque in moto»; - disponibilità di buoni informatori e di fondi adeguati per spese di spionaggio; - concorso delle popolazioni e potenziamento della guardia nazionale. Ma il gen. Cadorna non accenna ad altri fattori che probabilmente costituirono la causa principale dell'insuccesso, e cioè la formazione di una mentalità aperta agli imprevisti e abituata all'iniziativa individuale nonché l'addestramento preventivo dei Quadri e della truppa al combattimento in regioni montane.
GEN ERALE FRANZINI
Fu al comando della Zona Militare di Nola-Avellino in più riprese fra il 1861 e il 1864 con responsabilità sul Principato Ultra e sui circondari di Melfi, Bovino e Rioner o. • Organizzò nei territori di giurisdizione una caccia accanita alle bande più audaci e aggressive (Cr oceo, Ninco Nanco, Cipriano e Giona La Gala), che affrontò con una tattica nuova, caratteriz-
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zata dall'impiego di numerose colonne mobili in costante movimento sui territori più infestati dalle bande. Dette largo impulso al decentramento e al fraz ionamen to dei reparti, per assicurare il controllo di aree sempre più vaste della sua giurisdizione. Particolare interesse rivestono alcu ne tecniche introdotte per
il rastrellamento di boschi. Le relative istruzioni alle truppe prevedono la condotta dell'operazione nei seguenti tempi: - r ipartizione della forza in tre o più colonne; - movimento a ventaglio nell'interno del bosco con le singole colonne « distese in cacciatori», fra di loro intervallate, ma sempre collegate per dare sicurezza e uniformità al movimento; - riunione delle truppe all'uscita del bosco. Ma, come si legge in una relazione del 30 aprile 1864 (19), non sempre questa tattica ebbe successo per l'audacia di alcune bande che riuscivano ad infiltrarsi fra i dis,positivi in movimento, catturando i ritardatari. Così fu nel giugno 1864 in occasione del rastrellamento del bosco Maurelle da parte di una compagnia del 2° di linea, nel corso del quale un caporale e quattro soldati furono sorpresi dalla banda del gendarme di S. Fele, catturati e uccisi. Circa lo spirito delle truppe nel p eriodo in esame particolare interesse riveste una relazione della Divisione Militare di Salerno a firma gen. Avenati in data 11 gennaio 1864 (20) nella quale si segnala al VI Dipartimento Militare che « un reparto del 21° di linea, forte di 25 u. e comandato dal sten. Orsano venne disarmato dalla banda Masini alla masseria Capraro in territorio di Lagonegro ». Nel relativo rapporto si parla di connivenze fra l'ufficiale e il capobanda Masini.
GENERALE PALLAVICINI
Fu certamente il comandante di truppe più prestigioso negli anni del brigantaggio per sagace spirito innovatore, tenace impegno e lunga esperienza maturata in ben cinque successivi comandi , (19) AUSSME, rep. Gll, 6° G.C., busta 95. (20) lbid., busta 95.
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operativi, retti in varie regioni del napoletano. Le tecniche d'impiego da Jui adottate, basate sulla astuzia e sulla sorpresa oltre che su una tattica agile e mobilissima, assicurarono alle forze poste ai suoi ordini una netta superiorità sull'azione delle bande e risultati risolutivi per la loro definitiva distruzione. Ma il suo merito maggiore fu certamente quello di aver saputo infondere nelle unità dipendenti quelle doti di dinamismo, leggerezza, iniziativa, audacia che da sempre costituiscono il patrimonio spirituale e culturale del corpo dei bersaglieri. Con la sua azione dinamica e manovriera non dava tregua alle bande, le cercava nei nascondigli più reconditi, le inseguiva su sentieri aspri e boscosi, le costringeva ad uscire allo scoperto, per farle poi cadere nelle maglie della fitta rete predisposta. Attraverso le tappe della sua lunga attività direttiva in varie regioni del napoletano è possibile ricostruire l'evoluzione della tattica militare negli anni del brigantaggio. a) Comando generale della zona militare di Benevento e Molise
- Q.G.: Benevento. Articolazione della Zona in due Sottozone (Benevento e Campobasso), rispettivamente al comando dei coJonelli Fontana (21) e Galletti; - periodo: dal settembre al dicembre 1863; - forze a disposizione: 9 btg. f. (45° rgt. + i Quarti btg. dei rgt. 19°, 20°, 27°, 39°, 59°) + 4 btg. bers. (6°, 15°, 26°, 29°) + sqd. cavalleria (Monferrato, Lodi, Aosta); - compito principale: distruzione della banda Caruso e di altre minori (Guerrasio, Miseria) operanti nel territorio della Zona; - criteri generali d'impiego delle forze: - istituzione, nel territorio di giurisdizione, di una rete di servizi perlustrativi, svolti da numerose colonne in movimento, collegate fra loro e con il comando superiore; - frazionamento delle forze dei singoli distaccamenti « per non lasciare punti sguarniti e avere il vantaggio delle molte colonne senza abbandonare le antiche posizioni ». Prevista a tale scopo l'istituzione di posti fissi in località di obbligato passaggio (guadi, scafe, nodi stradali);
• (21) Col. Fontana: espertissimo di guerriglia, per aver combattuto m Algeria sotto la bandiera francese contro i beduini.
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- obbligo per le colonne in movimento di eseguire appiattamenti, specie nelle ore notturne, perquisire masserie, grotte, luoghi reconditi. Perquisizione delle stesse masserie anche più volte nello stesso giorno e « chiusura di quelle sospette con ordinanza prefettizia». Incendio di pagliare e ricoveri di campagna, abituali rifugio di briganti; - in caso d'inseguimento di bande, ordine a tutti i distaccamenti di concentrarsi in zona« frazionando le forze onde raffittire il numero delle colonne in perlustrazione ». Nel corso di tali operazioni, prevista la possibilità per le truppe impegnate di sconfinare anche nel territorio delle Zone Militari contermini. Da ciò la necessità di costanti collegamenti con i comandi confinanti per scambio d'informazioni e avvisi di movimenti di bande; - direttive particolari: - per la formazione delle colonne mobili viene sancito il criterio di costituire complessi misti di forze (fanteria o bersagleri + cavalleria) con la partecipazione di militi della guardia nazionale per la particolare conoscenza di luoghi e persone; - per il rastrellamento di boschi da parte di unità di cavalleria, obbligo per i reparti di procedere appiedati con i cavalli a mano. Nella circolare istitutiva della Zona di Benevento e Molise si dispone che i circondari di Melfi e Bovino passino a far parte della Zona Militare di Nola-Avellino (gen. Franzini). Altre importanti innovazioni interessano: - la costituzione di reparti scelti di volontari, tratti dalle varie compagnie, per l'impiego nelle missioni più ardite e pericolose ( « uomini scelti per robustezza, sveltezza e coraggio » ); - in caso di operazioni generali di rastrellamento, costituzione di un comando tattico mobile dislocato al centro della zona di operazioni e collegato con le colonne in movimento a mezzo di corrieri a cavallo. Così il 31 ottobre 1863 il gen. Pallavicini telegrafa al comandante della Sotto.zona di Benevento di aver trasferito il proprio Quartier Generale a Pietralcina e ordina a tutti i distaccamenti che « essi comandanti, uscendo in perlustrazione, dovranno corrispondere direttamente con me». E il successivo 21 novembre telegrafa al 6° Gran Comando di essersi trasferito nel Cerretano « in posizione che mi permetta di portarmi ovunque con rapidita e speditezza. Rimarrò in zona 10 o 12 giorni o più >>.
lvfemoria sui principali aspetti tecnico-operativi ecc.
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Le istruzioni particolareggiate alle truppe sono contenute neHa circolare a stampa del 24 novembre 1863, riportata in Appendice n. 2 (22). Il risultato più importante del nuovo indirizzo operativo fu l'arresto del capobanda Caruso e la distruzione della sua banda (10 ottobre 1863). Distrutte anche numerose bande minori, in una delle quali militavano due militi della guardia nazionale (Raffaele Di Biase, ex tromba della guardia nazionale di Cusano, e Gennaro Cusano di Pietraraja) catturati « con le armi alla mano» e fucilati. L'attività della Zona Militare è oggetto di frequenti dispacci e relazioni al VI Dipartimento Militare di Napoli. Su una cli queste pratiche agli atti del 6° G.C. (23) si legge il seguente appunto: « Queste misure sono da considerarsi uno sforzo straordinario che non potrebbe alla lunga durare. È da sperare che si ottengano risultati positivi, per poter rallentare» . L'elevato impegno delle truppe può esser messo in relazione con un tentativo di suicidio di un ufficiale (magg. Vicarmi), segnalato da Pallavicini in data 21 novembre 1863 al 6° G.C. (24) « per alienazione mentale». L'episodio non è di poco conto, se si considera che negli anni dal 1861 al 1863 si registrarono nei reparti militari circa 50-60 suicidi all 'anno. b) Comando generale della colonna mobile di operazione nella
provincia di Bari - Q.G.: Spinazzola. Articolazione del Comando in tre colonne mobili con sede rispettivamente in Spinazzola, Minervino, Altamura. Territorio d'azione: Alto Ofanto, ai confini col Barese e la Basilicata; - periodo: dal 18 dicembre 1863 al giugno 1864; - forze a disposizione : 3 btg. f. ( del 15° e 56° di linea) 3 btg. bers. (6°, 16°, 36°) + 3 sqd. cavalleggeri (Lodi e Aosta);
+
- compito principale: distruzione delle bande Croceo, Ninco~Nanco e delle altre provenienti dal Melfese, in concorso con le truppe del gen. Franzini. (22) AUSSME, rep. Gll, 6° G.C., busta 51/1. (23) lbid., busta 51. (24) lbid., busca 51.
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I criteri generali d'impiego delle unità militari non presentano sostanziali innovazioni e sono contenuti nella circolare a stampa del 30 dicembre 1863, riportata in Appendice n. 3 (25). Da aggiungere che nel periodo invernale, a causa delle abbondanti nevicate, non fu possibile impiegare la cavalleria iri. zone montane, per cui le operazioni di rastrellamento furono affidate esclusivamente a unità di fanteria e bersaglieri. Braccato da ogni direzione, il 26 dicembre 1863 Ninco Nanco e la sua banda cadono in un'imboscata tesa da un distaccamento misto di carabinieri e guardie nazionali di Avigliano. Ninco-Nanco rimane ucciso insieme ad alcuni suoi gregari. Sulle condizioni del brigantaggio locale un certo interesse presenta una relazione da Spinazzola diretta al 6° Gran Comando, nella quale il gen. Pallavicini attribuisce al fenomeno due periodi ben distinti:
- il primo, durante il quale le bande spadroneggiano nelle campagne, la guardia nazionale è costretta a ritirarsi nei paesi, non esiste lo spionaggio. In quella fase tutto il peso della repressione ricade sulle forze militari; - il secondo (cioè quello della relazione), in cui le bande diminuite di numero perdono l'appoggio delle popolazioni. Scrive il Pallavicini « in questa fase i contadini, sollecitati dalle promesse di premi e non più intimoriti da possibili rappresaglie, collaborano con le autorità, sicché lo spionaggio si attiva». Così conclude la relazione « Dopo l'uccisione di Ninco Nanco il brigantaggio è quasi spento in provincia di Bari e Basilicata. Croceo non ha più una comitiva come all'epoca del mio arrivo. Non restano che le bande Ciucciarello, Tortora, Egidione, Coppolone, Masini, Canosa >>. c) Comando generale della zona di Melfi-Lacedonia e Bovino
- Q.G.: Melfi. Comando tattico mobile a Rionero per un ciclo di operazioni di rastrellamento. Articolazione della Zona in due Sottozone; - periodo: dal 1° luglio 1864 al 18 marzo 1865; - forze a disposizione: (25) AUSSME, rep. Gll, 6° G.C., busta 63.
1'1,femoria sui principali aspetti tecnico-operativi ecc.
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- Sottozona di Melfi: 1 btg. f. + 4 btg. bers. (,6°, 10°, 16°, 35°) 2 sqd. ussari di Piacenza; - Sottozona di Bovino: 1 btg. f. + 2 btg. bers. (11°, 35°) + 1 sqd. cavalleggeri Monferrato;
+
- compito principale: distruzione delle bande Croceo, Sacchitello, Calarullo. Anche per il periodo in esame vengono confermate le precedenti istruzioni alle truppe. Viene introdotto il servizio con travestimento a mezzo di soldati vestiti « da cafone», da impiegare come vedette in postazioni avanzate durante gli appostamenti notturni. Previste n . 3 vedette per compagnia; abiti civili forniti dai comuni, a pagamento. Fra le direttive impartite dal 6° Gran Comando meritano di essere ricordate le seguenti (26): « È fatta facoltà al comandante della Zona Militare di Melfi-Bovino di chiedere la cooperazione delle truppe stanziate nei circondari limitrofi, dirigendosi all'occorrenza direttamente ai comandanti delle singole frazioni. Allorché nell'inseguimento delle bande crederà di uscire dai limiti della propria Zona, egli potrà impiegare tutte le truppe che incontrerà nclla via. Le truppe continueranno a dipendere, per ciò che ha tratto la disciplina e le abituali relazioni di servizio, dai rispettivi comandanti di divisione ». All'inizio del suo mandato il gen. Pallavicini riferisce al 6° Gran Comando « di aver trovato al suo arrìvo tutto il distretto di Melfi in uno stato di mor ale depressione. L'audacia brigantesca si era ingigantita e anche a pochi passi dai paesi si verificava l'apparizione delle bande » (27). Pallavicini applica le tecniche già sperimentate con successo nei precedenti comandi di Zona Militare. Per effetto della sua tattica dinamica, tenace e aggressiva, diretta ad assicurare la copertura totale del territorio, in breve tempo si sciolgono le grosse bande « costringendo i briganti a percorrere le campagne in poccole orde». Ma l'obiettivo principale della sua azione resta la distruzione della banda Croceo. A tale scopo Pallavicini decide di far arrestare il capitano della guardia nazionale di Rionero e alcuni proprietari locali, sospettati di connivenza con Croceo, ma
(26) AUSSME, rep. Gll, 6° G.C., busta 63/4. (27) Ibid., busta 95.
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a tali arresti si oppone il prefetto Veglio. Nel darne notizia al 6° Gran Comando il generale così conclude (28). « È da confessarsi esser difficile cosa lo stabilire un servizio qualunque di spionaggio in mezzo a popolazioni le quali da una parte per il timore del.le vendette brigantesche e dall'altra per spirito di associazione alle imprese dei banditi si negano del tutto a prestare l'opera loro a favore della repressione ». Inseguito da ogni direzione, Croceo decide di costituirsi e a tale scopo invia a Pallavicini un suo messaggero, latore di alcune lettere e di una « caparra » ( un suo portasigari affumicato); nonostante le assicurazioni ricevute dal generale, Croceo interrompe le trattative. Fra i risultati di un certo interesse conseguiti in questo periodo sono da ricordare: - l'uccisione in conflitto di 4 banditi della comitiva Sacchitello, in data 16 agosto 1864; - !'.a rresto di 6 militi della guardia nazionale di Muro Lucano, in data 6 ottobre successivo, perché recidivi al rifiuto di partecipare a servizi perlustrativi con la truppa; - la cattura in Candela nel dicembre successivo, ad opera di un distaccamento misto di bersaglieri e carabinieri, del capobanda Schiavone di S. Agata e di altri briganti, fra i quali i capobanda Petrella di Deliceto. Distrutte anche le bande Totaro, Bellettieri, Ingiungola. Arrestata a Melfi Filomena Pennacchio, druda di Schiavone; - la presentazione di alcuni briganti, fra cui il capobanda Tortora e il brigante Sciacca. A richiesta superiore, Pallavicini assicura il 6° Gran Comando di aver informato di volta in volta l'autorità politica degli arresti effettuati. Fra le carte di questo periodo, di un certo interesse è un esposto, presentato in data 24 settembre 1864, nel quale si lamenta che il gen. Pallavicini « avrebbe proibito di introdurre razze equine nella Zona Militare da lui comandata». Da altro rapporto in data 28 settembre successivo a .firma Pallavicini risulta che nel corso di un conflitto notturno con una banda rimase ucciso il sten. Belcredi del 25° f. Nello stesso rapporto si precisa (29): « Sembra (28) AUSSME, rep. Gll, 6° G.C, busta 95. (29) Ibid., busta 45/4.
Memoria sui principali aspetti tecnico-operativi ecc.
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che il colpo sia stato sparato per disgrazia da qualche soldato appartenente al drappello agli ordini del generale» . La notizia, in se non rilevante, potrebbe dimostrare un certo malcontento nella truppa per l'eccessivo impegno oper ativo, a cui erano sottoposti i reparti. Molto significativo anche un rapporto del 16 agosto '64 a firma dello stesso Pallavicini, nel quale si dà notizia al 6° Gran Comando di un incidente verificatosi in S. Fele (Rionero) fra un medico, autore di un articolo diffamatorio sull'esercito, pubblicato sul giornale locale « Rupe Tarpea», e alcuni ufficiali del 10" bersaglieri che avevano affrontato e schiaffeggiato il giornalista. Pallavicini coll).unica che « gli ufficiali responsabili vennero messi agli arresti di rigore ». Il 18 marzo 1865 il VI Dipartimento Militare con sua circolare a tutti i comandi dipendenti dà notizia dello scioglimento della Zona di Melfi-Lacedonia e Bovino segnalando che« ... mercè l'energica e intelligente direzione impressa dal maggior generale Pallavicini e l'instancabile attività ed abnegazione delle truppe sono state distrutte tutte le bande operanti nel settore ». d) Comando generale della zona militare di Cosenza - Q.G.: Cosenza. Comando tattico mobile in Sila (bosco del Gariglione) per un ciclo di operazioni di r astrellamento. Territorio d'azione: province di Cosenza e Catanzaro; - periodo: dal 18 aprile 1865 ai primi del 1866; - forze a di~posizione: 2 btg. f. (tratti dal 61° e 66° di linea) + 1 rgt. granatieri (2°) + 3 btg. bers. ( 4°, 19°, 36°) + 1 sqd. ussari di Piacenza; - compito principale: distruzione delle bande annidate sulla Sila e di quelle provenienti dalla Basilicata. Nella circolare istitutiva del comando Zona di Cosenza il 6° Gran Comando (18 marzo 1865, a firma Pomaré) precisa che « il raggio d'azione del gen. Pallavicini dovrà o potrà, a seconda delle circostanze, superare i limiti delle contigue province ». La destinazione di Pallavicini a Cosenza è ancora una volta imposta dalla necessità di destinare a comando particolarmente impegnato nella lotta al brigantaggio un comandante abile ed energico. Si legge infatti in un documento delle autorità comunali
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di quella città, diretto al governo e agli organi provinciali « ... lo stato di desolazione e irritazione degli animi generati dal brigantaggio e si chiedono mezzi pronti ed energici per estirparlo o almeno attenuarne l'audacia» . Giunto nella nuova sede, Pallavicini decide di adottare le stesse tecniche e modalità sperimentate nei precedenti comandi. A tale scopo conferma le precedenti istruzioni alle truppe con l'aggiunta dei seguenti criteri d'impiego: - maggior frazionamento dei dispositivi e istituzione di piccoli presidi anche in piccoli centri abitat i, per raffittire la rete di controllo del territorio; - perlustrazioni della durata di tre o più giorni effettuate da drappelli a livello plotone, che si trasferiscono nella zona assegnata, eseguono appiattamenti, ispezionano masserie e poi rient rano in sede. Ma le sue direttive, diramate alle truppe con circolari a stampa, incontrano la decisa ostilità delle autorità politiche e giudiziarie locali (in particolare del prefetto Guicciardi) e provocano un intervento del governo per il tramite del ministro della Guerra. Pallavicini cerca di reagire, facendo presente al VI Dipartimento Militare che « i grandi vantaggi ottenuti nel Melfese furono dovuti al terrore sparso nell'animo dei fautori del brigantaggio all'idea che io fossi investito di pieni poteri », soggiungendo: « La necessità di dover ritirare le mie circolari mi spoglia oggi di quel prestigio che solo può dare forza alla mia azione ... Le misure contenute nelle circolari furono prese d'accordo con il prefetto Homodei e il procuratore generale Longo» (30). A conclusione di questi interventi Pallavicini chiede di esser sostituito nel comando, ma infine è costretto a ri tirare le circolari e modificare le istruzioni impartite. Sul piano militare è da soggiungere che nel periodo in esame l'organizzazione operativa si espande a macchia d'olio nell'intento di assicurare il controllo permanente anche dei più piccoli agglomerati rurali. Ciò comporta la necessità cli ulteriori incrementi di forze, tanto che pit1 volte la Divisione Milita re di Catanzaro insiste presso il VI Dipartimento Militare perché vengano istituiti nella provincia di Cosenza « i già richiesti posti fissi di carabinieri e sq uadriglieri ». (30) AUSSME, rep. Gll, 6" G.C., busta 91.
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i'viemoria sui principali aspetti tecnico-operativi ecc.
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e) Comando generale delle truppe per la repressione del brigan-
taggio in Terra di Lavoro, Aquila, Molise, Benevento. - Q.G.: Caser ta. Articolazione del Comando in Zone, Sottozone, Scompartimenti, Distaccamenti; - periodo: dall'8 marzo 1868 a tutto il 1869; - compito principale: distruzione delle bande Fuoco, Guerra, Pace, Ciccone, Fontana, Cedrone, Garofalo, Pantamello e altre minori che infestano il territorio delle quattro pr ovince sconfinando da una regione all'altra; - criteri generali d'impiego e dispositivi, come da direttive impartite con circolare n . 56 del 15 luglio 1868 (31) che in particolare prevedono: - impiego di distaccamenti della forza di una compagnia nelle zone dove il numero dei briganti in campagna è ancora rilevante, e ciò per consentire la formazione di dr appelli non inferiori alla mezza compagnia. Nelle altre zone, impiego di drappelli della forza di 15 u. per il servizio ordinario di p.s .; - obbligo per il drappello di rimanere in servizio esterno per 24 ore e disporsi stabilmente in punti prestabiliti dell'aperta campagna; - abbandono dei paesi « in modo da coprire con drappelli militari tutto il territorio in cui sogliono aggirarsi le comitive »; - organizzazione del servizio con modalità tali da asscurare alla truppa turni di servizio e di riposo ( di massima, un giorno cli servizio e un giorno di riposo). Così conclude la circolare Pallavicini: « Per lo stare ininterrottamente in campagna, non essendo le truppe costrette a rientrare in paese dopo il giornaJiero servizio di p.s., ma essendo abilitate a vivere dove vivono i briganti, le perlustrazioni e gli a p piattamenti potrebbero succedersi senza interruzione di sorta. E così si tr ae profitto fin dalle ore di riposo, facendole valere per gli agguati »Le nuove procedure, frutto della lunga esperienza ormai acquisita anche dai Quadri e dalle truppe, portarono in breve tempo alla cattura di 74 briganti.
(31) AUSSME, rep. Gll, 6° G.C., busta 128. La circolare in esame richiama e ch iarisce analoghe istruzioni impartite con circ. del 1• maggio 1868.
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Altre direttive particolari vengono diramate con circolare a stampa del 20 giugno 1869, riportata in Appendice n. 4 (32). Riepilogando le innovazioni più significative introdotte dal gen. Pallavicini interessano: a) il personale:
- disposizioni particolareggiate intese ad assicurare alle truppe adeguati turni di riposo commisurati al servizio perlustrativo svolto (di massima, un giorno di servizio e un giorno di riposo); - direttive ai comandanti di distaccamento di « non stancare inutilmente le truppe, metterle al coperto in caso di pioggia, ripararle in capanne o fabbricati durante gli appostamenti notturni», naturalmente senza compromettere il compito assegnato; - concessione di premi in denaro in favore di militari che si sono distinti per particolari servizi resi e proposte di ricompense per atti di valore compiuti; b) il settore ordinativo:
- costituzione di drappelli misti di fanteria o bersaglieri + cavalleria, affiancati sempre da guardia naizonale per la particolare conoscenza di luoghi e persone; - costituzione di reparti di volontari scelti, da impiegare nelle missioni più ardite e pericolose; c) il settore operativo:
- ripartizione del territorio da vigilare in settori di competenza, affidati al controllo di drappelli e colonne mobili di forza variabile, in relazione alla situazione ambientale. Frequenza e intensità dei servizi, tale da coprire permanentemente l'intero territorio. Esecuzione dei servizi perlustrativi prevalentemente di giorno « dall'alba a sera fatta »; di notte, solo se rischiarata da luna; - in caso di avvistamento di bande, concentramento in zona di tutti i drappelli disponibili e ordine agli stessi di muovere frazionando le forze, per raddoppiare le colonne in movimento; - in caso di presa di contatto con bande, orientamento ad « appiattare la fanteria agli sbocchi e far manovrare la cavalleria, in modo da costringere i briganti a passare nei punti <l'imbo(32) AUSSME, rep. Gll, 6° G.C., busta 138.
Aiemoria sui principali aspetti tecnico-operativi ecc.
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scata ». Inoltr e, impiego della cavalleria anche per compiti di sicurezza alle colonne in movimento; - in caso d'inseguimento, ampia facoltà ai distaccamenti di uscire dal territorio assegnato e chiedere il concorso delle truppe stanziate nelle Zone Militari limitrofe. Azioni di rastrellamento affidate all'intuito e all'iniziativa dei comandanti « senza risparmio per uomini e quadrupedi » (molti cavalli soccombevano per l'enorme fatica e venivano abbattuti); - durante il rastrellamento di boschi « fare riposi, mettendosi in appiattamento nei luoghi che lo studio degli stessi additerà opportuni »; - massimo impulso ai servizi di appiattamento notturni con l'impiego, in qualità di vedette, di soldati travestiti da contadini; - blocco di paesi durante le operazioni di rastrellamento, per impedire aiuti alle bande o per ricercare briganti e manutengoli nascosti negli abitati. Operazioni di blocco, effettuate di massima con reparti a livello battaglione; d) l'organizzazione del comando
- in caso di cicli operativi prolungati, condotti con la maggior parte delle forze a disposizione, istituzione di un comando tattico mobile collegato con le colonne in movimento e dislocato al centro della zona di operazione; - ampia libertà ai comandanti di distaccamento nello « stabilire il giro e le operazioni di ciascuna colonna »; - assegnazione ai distaccamenti di drappelli di cavalleggeri, da impiegare come portaordini per la rapida trasmissione di notizie. Servizio di guida alle colonne in movimento fornito, a pagamento, dai comuni, sempre che non siano disponibili in sede reparti di guardia nazionale mobile a cavallo; - intese preventive fra comandanti di Zona, Sottozona e Scompartimento, per assicurare il massimo coordinamento dell'azione. In sintesi, l'organizzazione Pallavicini realizza, nei territori più minacciati, una rete di colonne mobili e posti fissi a maglie molto strette, permanentemente applicata al terreno. Le nuove procedure adottate ebber o anche il grande merito di adeguare di volta in volta lo strumento alla tattica seguita dalle bande. Infatti, negli anni fra il 1863 e il 1864 il brigantaggio
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modificò gradualmente le proprie modalità d'azione, e c10 m relazione alle mutate caratteristiche del fenomeno che da riscossa sociale e legittimistica a larga p'a rtecipazione popolare andò evolvendo verso forme sempre pii:1 accentuate di criminalità organizzata. Alla definitiva estinzione del fenomeno concorsero, in misura determinante, anche i reparti territoriali dei carabinier i con il servizio di squadriglia, svolto secon do tecn iche già sperimentate con successo contro il brigantaggio sardo, rimaste pienamente valide fino ai nostri giorni.
* *
1:
Meritevoli di citazione sono anche alcune tecniche sperimentate dal maggiore dei bersaglieri Melegari Carlo nel breve periodo in cui fu al comando del presidio militare di Benevento (luglio 1863), alla vigilia cioè della costituzione del Comando Generale della Zona Militare di Benevento e Molise (gen. Pallavicini). Da premettere che dopo il massacro di una mezza compagnia di linea in località Francavilla poco distante da Benevento (banda Caruso), il presidio cli q{iel capoluogo era stato rinforzato con 1 battaglione bersaglieri + 2 battaglioni di linea + 2 squadroni cavalleggeri e posto al comando di un colonnello. Ai primi di luglio 1863, in seguito all'aumentata aggressività delle bande locali (Caruso, Schiavone e altre minori), il maggiore Melegari ricevette l'ordine dal gen. La Marmora di raggiungere Benevento ed assumer e il comando di quel presidio in sostituzione del colonnello, esonerato dal comando. La situazione dell'o.p. aveva ormai raggiunto punte di estrema per icolosità. Scrive, infatti, il maggiore Melegari in una sua memoria (33): « Notizie giungevano che molti contadini in connivenza coi briganti si apprestavano a marciare su Benevento, ove un partito si agitava a loro favore. I briganti avevano circondato la città e con m inacce di incendiare le masserie e uccidere i dipeden ti di tre ricchi cittadini avevano imposto una contribuzione di 50.000 ducati da parte delle au torità cittadine». Occorreva agire senza indugi e con la massima energia, per prevenire un attacco in forze alla città. « Esaminato il modo con cui si faceva servizio - così scrive il maggiore Melegari nella sua memoria - non tardai ad accor(.3.3) AUSSME, rep. Gll, 6• G.C., busta 51/12.
Afemoria sui principali aspetti tecnico-operativi ecc.
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germi che il sistema adottato dal colonnello non corrispondeva ai dettami di buona guerra contro briganti a cavallo ». Decide pertanto di adottare una tattica nuova, dir etta a impiegare nei territori più minacciati tutte le forze disponibili, articolate in settori di competenza. A tale scopo Melegari divide il terr itorio della provincia in « quattro piccoli dipartimenti » e assegna a ciascuno di essi un'aliquota delle forze al comando di ufficiale e compito di mantenere sotto costante controllo il territorio assegnato. A suo diretta disposizione tiene una compagnia di linea e uno squadrone di cavalleria. Dopo aver attuato tale schieramento, Melegari decide di « uscire dalla città con la compagnia e lo squadrone e inseguire i briganti, tanto da costringerli ad entrare nel territorio di uno dei quattro dipartimenti». Conclude il maggiore Melegari « Il piano ebbe fortuna. Il 13 luglio ha inizio un'azione vigorosa contro la banda Caruso che attaccata da 2 compagnie del 6° bersaglieri (magg. Giolitti) presso la masser ia Meraviglia, viene messa in fuga, ma intoppa in un'altra compagnia partita da Molinara e si ritira in una masseria ». Il maggiore Melegari raggiunge in forze l'obiettivo, ma alcune vedette danno l'allarme e i briganti riescono a fuggire. Nuovo inseguimento da parte di uno squadrone « con le sciabole sguainate », ma senza risultato. Numerose perdite fra le truppe. Pochi giorni dopo il col. Fontana, nominato comandante della Zona Militare di Benevento, assume il comando del presidio.
III - I RIFLESSI DI CARATTERE LOGISTICO 7.
VESTIARIO ED EQUIPAGGIAMENTO
L'evoluzione dei procedimenti operativi fu accompagnata da sostanziali innovazioni anche nell'organizzazione e funzionamento dei servizi logistici, superando in questo campo radicati pregiudizi di carattere formalistico. Soprattutto si avvertì subito la necessità di sostanziali cambiamenti nel vestiario e nell'equipaggiamento del soldato, in quanto quello sancito dalla regolamentazione in vigore era ingombrante, non confortevole e tale da impedire ogni elasticità di movimento e capacità di immediata reazione. Si tenga infatti presente che la cosiddetta tenuta da brigantaggio, obligatoria nei servizi perlustrativi a mente del Regolamento cli Disciplina e del Regolamento per le truppe in cam-
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pagna, comprendeva tutto l'equipaggiamento di guerra consistente in: Kepy, cappotto, zaino, coperta da campo, fucile, munizionamento, il tutto del peso complessivo di circa 30 Kg. Si legge in un saggio d'epoca (34) « I tormenti maggiori (durante le marce) erano il Kepy, lo zaino, il cinturino e le scarpe». Nelle scarpe venivano usate « pezze unte di sego o calzette. Da preferirsi le pezze, perché le calze fanno pieghe che feriscono dolorosamente. In tempo di pioggia, meglio ingrassare le scarpe dentro e fuori e tenervi nudo il piede». Anche l'uniforme degli ufficiali non era adatta a combattere una« guerra per bande» e a muovere in terreni aspri e boscosi. Nella lotta al brigantaggio gli ufficiali furono dispensati dal portare le spalline, .ma non per un criterio di ordine pratico, bensì per non dare a quelle operazioni H carattere di una campagna nazionale. La necessità di sostanziali cambiamenti ai rigidi regolamenti del tempo fu avvertita da alcuni comandanti che apportarono d'iniziativa gli opportuni temperamenti all'uniforme del soldato. Così fra il 1861 e il 1862 il gen. Govone, comandante delle truppe alla frontiera pontificia, ordinò che durante i servizi esterni il cappotto fosse portato a tracolla anziché indossato e che lo zaino si potesse lasciare agli accantonamenti. Il gen. Pallavicini ·affrontò il problema in termini ancor più radicali diramando nell'agosto 1868 una circolare a stampa di una chiarezza e semplicità esemplari, frutto della sua lunga esperienza in comandi operativi nel napoletano, ma anche di una mentalità più aperta e costruttiva: « Il servizio di p.s. per la natura dei luoghi in cui è eseguito, per il carattere delle varie operazioni, per i disagi ... richiede che per quanto ha rapporto alla tenuta, le truppe si discostino dalle osservanze di prescrizione. Queste tenute in vigore tornerebbero oltremodo pregiudizievoli all'adempimento del servizio di p.s., giacché verrebbe tolta ai soldati l'agilità necessaria per riuscire nei loro movimenti ed agguagliare la celerità brigantesca. Il Kepy, lo zaino, il sacco a tenda vogliono per tale ragione non essere mai usati nella guerra del brigantaggio tutta mobilità e fatiche, perché troppo sovraccaricherebbe il soldato e si opporrebbe che egli stesso potesse sostenere il servizio giornaliero di p.s. Infatti non si potrebbe pretendere che un uomo carico e imbarazzato penetri
(34) Cfr. Giuseppe dal Pozzo « Conferenza sulla scuola di guerriglia per un ufficiale del 2• rgt. granatieri». Ed. Candeletti TO, 1871.
Memoria sui principali aspetti tecnico-operativi ecc.
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celermente nelle boscaglie, si arrampichi su vallonj o esegua lunghe escursioni ... » . Analoghi concetti vengono ripetuti nella circolare a stampa del 20 giugno 1869, riportata in Appendice n . 4. Comunque, si trattò sempre di iniziative singole che non vennero mai sanzionate in regolamenti ufficiali. Da soggiungere che in alcuni casi queste iniziative provocarono polemiche e reazioni e talvolta furono oggetto di severi interventi superiori. È infine da ricordare che il gravoso impegno operativo delle truppe ebbe conseguenze sfavorevoli anche sul consumo degli effetti di vestiario e delle calzature. Ne derivarono aggravi nei rifornimenti e ripercussioni sul debito individuale dei . soldati, strettamente regolato dall'istituto delle masse. Ma l'esperienza di quel periodo sollecitò anche studi e ricerche per l'adozione di uniformi più pratiche e in particolare di calzature più adat te alle lunghe marce, che si realizzarono dopo il 1870 con la distribuzione al soldato di scarpe anatomiche, cioè di costruzione diversa per il piede sinistro e per il piede destro.
8.
VETTOVAGLIA.MENTO
Il servizio di vettovagliamento per i repar ti fuori sede era regolato dalle norme del tempo di guerra. Per le truppe comandate in servizio esterno la sussistenza militare forniva, all'atto deila partenza, viveri al seguito a lunga conservazione integrando il sistema, quando possibile, con rifornimenti sul posto. Ciò comp ortava il trasporto di viveri e materiali da cucina con carreggi che appesantivano il movimento delle truppe. La razione del soldato, prevista dalle apposite tabelle ministeriali comprendeva: pane o galletta, carne di bue salata o carne fresca, pasta o riso, lardo, zucchero, caffé, vino. Di fatto, nei servizi esterni la truppa doveva accontentarsi della galletta e della carne conservata. Per ovviare a questi inconvenienti, il gen. Pallavicini ordinò con successive circolari a stampa (Appendice n . 4, par. 58) che: « La tr uppa che esce per suo turno o straordinariamente in servizio p.s. non farà il rancio ... è espressamente vietato di trasportare viver i freschi, utensili da cucina, facendo seguire i drappelli da bestie da soma ... Alla truppa saranno invece corrisposti viveri in denaro per le 36 ore e per tutti i giorni
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che dovrà star fuori per il servizio stesso. Apparterrà conseguentemente al soldato cli provvedersi nei paesi dove si sofferma il drappello ... ». 9.
ARMAMENTO E MUNIZIONAMENTO
La fanteria era armata di fucile ad avancarica rigato mod. 1860, cal. 17,4, modificato nel 1866 tipo Carcano, a cilindro e con percussione ad ago; portata utile 400 metri. Per i bersaglieri l'armamento era costituito da carabina a retrocarica modello Delvigne, più leggera e di maggiori prestazioni in gittata e precisione. Gli ufficiali erano armati di sciabola. La cavalleria era armata di sciabola (lancia per i reggimenti di cavalleria pesante) e pistola. Solo nel 1863 furono distribuite ai reggimenti operanti nel napoletano le carabine che inizialmente furono accolte con una certa ostilità, in quanto modificavano sostanzialmente l'armamento tradizionale e anche i criteri d'impiego di dette unità. Per assicurare maggiore scioltezza e capacità reattiva alle truppe il gen. Pallavicini dispose con successive circolari: - per gli ufficiali, di sostituire il revolver o il fucile da caccia alla sciabola « arma inutile e incomoda per chi deve perseguire i briganti»; - per la truppa, « di portare al seguito il munizionamento da guerra quanto basta a far fronte a qualsiasi eventualità (20-30 cartucce al massimo) ». Nelle stesse istruzioni si precisa che « non si dovrà far scariche inoffensive né impegnare combattimento fuori tiro, ma senza precipitare eseguire il fuoco a breve distanza. Per le sole colonne volanti ciascun individuo porterà con se 60 cartucce ». Da ricordare ancora che il gravoso servizio affidato alle truppe e l'estremo frazionamento dei reparti non consentivano la regolare manutenzione delle armi che in pratica difficilmente potevano essere sottoposte a revisione. 10.
LE CONDIZIONI SANITARIE DELLE TRUPPE
Oltre a quanto risulta agli atti della Commissione Parlamentare di Inchiesta sul Brigantaggio gioverà ricordare alcuni dati forniti dal gen. Pallavicini al 6° G.C. in una relazione del 14 ago-
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Memoria sui principali aspetti tecnico-operativi ecc.
237
sto 1864 circa le condizioni sanitarie delle truppe nella Zona Militare di Melfi-Bovino (35). In tale rapporto vengono segnalate « febbri perniciose abbattutesi sulle truppe», tanto che « la forza disponibile delle compagnie è ridotta ai minimi termini. Di ogni compagnia appena 14 o 15 uomini sono abilitati a marciare; gli altri sono tutti ammalati. Su 30 uomini spediti in perlustrazione, 15 dovettero tornare in paese sopra carri, compreso l'ufficiale e la guida. Alcuni soldati morirono ... fu necessario adibire bersaglieri al governo dei cavalli, perché su 56 cavalleggeri del 4° squad r one Lodi solo 6 erano disponibili ». Nella stessa relazione Pallavicini segnala che su una forza totale di 1.023 u. nel distretto di Bovino, 451 sono indisponibili per malattia; nella Zona di Melfi e Lacedonia la situazione è peggiore. 11. L'AVVICENDAMENTO DELLE CLASSI DI LEVA
Altro fattore di fondo che periodicamente metteva in crisi i reparti era rappresentato dall'avvicendamento delle classi di leva. Da soggiungere che nei primi anni della lotta al brigantaggio q uesto problema interessò in modo particolare le popolazioni napoletane, come si può dedurre dalla seguente lettera, diretta al VI Dipartimento Militare dal Comando Generale della Divisione Militare delle Calabrie in data 22 ottobre 1864, a firma del luogotenente generale Pernot Augusto (36): « Il congedo illimitato delle classi di 2a categoria 1840-41 e posteriori dei napoletani che furono obbligati a marciare per la leva dell'anno 1858, provocherà una diminuzione di forza che deve essere rimpiazzata». L'argomento, .di carattere ordinativo oltre che amministrativo-logistico, non è di poco conto se si considera che nel periodo in esame i coscritti venivano avviati direttamente ai depositi dei corpi dai consigli di leva; a cura dei depositi venivano poi trasferiti direttamente ai reggimenti dislocati nel napoletano, senza alcuna istruzione. In pratica, l'onere del primo ambientamento e dell'addestramento preliminare rimaneva affidato ai reggimenti con grande intralcio per la condotta delle operazioni. Ma anche in questo campo l'esperienza degli anni del brigantaggio sollecitò la ricerca di soluzioni più snelle e meno onerose per i corpi, che furono (35) AUSSME, rep. Gll, 6° G.C., busta 95. (36) Ibid., busta 63.
238
L. Tùccari
realizzate nel 1870 dal ministro della Guerra Cesare Ricotti Magnani con la istituzione dei distretti militari (G.M. 1870). A detti organi, infatti, che divennero il cardine di tutte le operazioni di reclutamento e mobilitazione, vennero affidate funzioni logistiche e amministrative, ma anche di primo addestramento delle reclute. E ciò con grande vantaggio per i reggimenti che poterono così dedicarsi all'addestramento avanzato e ai rispettivi compiti operativi.
CONCLUSIONI
Sotto il profilo strettamente militare numerose furono le ripercussioni che scaturirono dall'esperienza della lunga lotta al brigantaggio: fra queste, in particolare, il notevole impulso impresso alla circolazione di idee per una più efficace condotta delle operazioni di controguerriglia e proposte di radicali trasformazioni in campo ordinativo, addestrativo e logistico. Sul primo punto va ricordato che gli ammaestramenti tratti dal periodo in esame sollecitarono nei Quadri, anche di rango non elevato, studi e ricerche per l'adozione di nuove tecniche d'impiego delle forze militari, atte a contrastare l'azione offensiva delle bande. Tali infatti si possono considerare i noti saggi di A. Bianco di S. Joroz, quello di A. Allodi e quello meno conosciuto di G. dal Pozzo. Agli atti del carteggio del 6° Gran Comando si può leggere la ·d ettagliata relazione del maggiore Melegari (37), nella quale vengono anticipati criteri e procedimenti poi largamente adottati dal gen. Pallavicini. Di notevole rilievo è anche la Memoria del gen. R. Cadorna che per primo definì il brigantaggio « una guerriglia partigiana » e indicò i procedimenti più idonei, per combattere i guerriglieri in terreni montani. Sul secondo punto sono da rcordare gli interventi in Parlamento del gen. F. Pinelli, eletto deputato nel 1863, che richiamò l'attenzione dell'Assemblea sui principali problemi militari posti dalla lotta al brigantaggio (38): (37) AUSSME, rep. Gll, 6• G.C., busta 51/12. Il magg. Melegari fu al comando della Z.M. di Benevento nel luglio 1863. La relazione è riportata in corrispondenza della nota (33). (38) Gen. F. Pinclli: nel 1860-61 comandante della Brig. Bologna nell'Ascolano. Messo in disponibilità nel febbraio 1861 per un suo proclama disapprovato dal governo, fu poi impiegato al comando della Z.M. di Nola (Luogotenenza Cialdini).
lYfemoria sui principali aspetti tecnico-operativi ecc.
2.39
- numero del tutto insufficiente dei 36 battagUoni bersaglieri esistenti, per combattere le grosse bande nel napoletano, e necessità di istituire, nell'ambito dei reggimenti di fanteria, reparti di « cacciatori reggimentali ». - adozione di nuovi criteri ordinativi, addestrativi e d'impiego per la cavalleria, comprendenti: la sostituzione della cavalleria pesante con reggimenti di cavalleria leggera; l'addestramento del cavaliere ad agire isolato; una più stretta cooperazione fra fanti e cavalieri nelle var ie fasi del combattimento. Ma certamente sotto il profilo operativo e logistico gli insegnamenti di maggior rilievo provengono dal gen. Pallavicini, le cui circolari a stampa conservano tuttora una tale freschezza e attualità da figurare degnamente in un moderno manuale di controguerriglia. Non sappiamo se Pallavicini conobbe e studiò il Clausewitz, ma è certo che le sue istruzioni alle truppe dimostrano un intuito e una profondità di analisi (del fenomeno brigantaggio), che sotto molti aspetti ricordano il famoso storico militare prussiano. In sostanza, sotto il profilo strettamente militare la lotta al brigantaggio rappresentò un insegnamento proficuo per i Quadri e per ]a truppa, perché dimostrò l'importanza dell'iniziativa individuale e dell'ordine sparso, valorizzò il singolo sulla massa e dimostrò la necessità di riforme su criteri di maggior praticità e semplificazione. Anche il settore del governo del p ersonale ne risultò favorevolmente influenzato, perché dimostrò la necessità di un regime disciplinare basato sul rispetto della personalità del singolo e sulla valorizzazione del suo operato. Ma il risultato maggiore fu certamente quello di aver dato uno scossone alla impalcatura eccessivamente formalistica e precettistica ereditata dall'esercito piemontese e di aver gettato le basi di sostanziali trasformazioni che troveranno poi il loro naturale sbocco nelle riforme Ricotti fra il 1870 e il 1876. A conclusione di queste note gioverà ricordare un'acuta osservazione tratta dal già citato saggio dell'Allodi: « Soprattutto la lotta al brigantaggio sollecitò l'iniziativa dall'ufficiale al soldato: questo il grande insegnamento».
APPENDICE N. 1
ORGANIZZAZIONE OPERATIVA
PER IODO
ARTJCOLA Z ION E ~6°G.C
generale DURANDO (maggio · giugno '61)
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Segue: APPENDICE N. 1
SPECCHIO NOMI NATIVO D EI GENERALI E COLONNELLI che si avvicendarono nel napoletano negli anni del brigantaggio C.do retto
Cognome e Nome (grado)
Anno
NOTE
1862-64
assume il e.do l'lel marzo 1862 in sostituzione del gen. Della Chiesa
Avenati Giacinto (ten. gcn.)
Div. Mii. Salerno
Balegno Giovanni (mag. gen.}
Z.M. Nola
l3ariola Pompeo (col.)
Capo S.M. del 6° G.C.
1862-64
Bianchis di Pomaretto Luigi (ten. gen.}
Div. i\.Iil. Napoli
6° Dip. Mii.
1861-64 1864-65
Banardelli Edoardo (magg. gen.)
Z.M. Cosenza
1865
il 18 aprile 1865 cede il e.do a Pallavicini
Bossolo An tonio (magg. gen.)
C.do Mii. Foggia
1862
nel giugno 62 sostituisce Seismit-Doda
Bonvicini Cesare (col.)
Z.M. Cosenza
1862
Bournot Carlo (magg. gen.)
Z.M. Caserta
1866
Brignone Filippo (ten. gen.}
Div. Mil. Chieti
1861
Brunetta d'Usseaux Carlo Augusto (ten. gen.}
Div. Mii. Catanzaro
1861-62
Bandini Foscolo (col.}
46° f. (Brig. Reggio)
1861-62
1864
nei documenti utlidali firma Pornaré
nel giugno cede il comando al gen. Cadorn(1
opera nel Molise
Cognon1e e Nome (grado)
C.do retto
Anno
NOTE assume il e.do a fine giugno 1861, proveniente da Messina
Cadorna Raffaele (ten. gen.)
Div. Mii. Chieti
1861-62
Carcano Giuseppe (col.)
C.do Mii. Reggio
1861-63
Charvets Giovanni Francesco (col.)
C.do Mii. Sora
1862
Chiabrera Emanuele (magg. gen.)
C.do Mil. Aquila
1862
e.te Br. Pistoia
1861
e.te rgt. Montebello
De Chevilly Carlo (col.) De Comè Francesco (col.)
C.do Piazza Taranto
Della Chiesa Camillo (magg. gen.)
Div. Mii. Salerno
Diana Giovanni (magg. gen.)
Z.M. Caserta
1866
Di Cercsole (magg. gen.)
Brigata Cavalleria (Caserta)
1861
Excoffìer Giuseppe (magg. gen.)
C.do Mii. Roccaraso
1867
Federici Alessandro (magg. gen.)
Br. Umbria
1861
1861 1861-62
8 marzo 1862 sostituito dal gen. Avenati
la Br. Umbria è inquadrata nella Div. Mii.
Chieti Ferrero Emilio (magg. gen.)
Terra di Bari
1862
al comando di unità alle dipendenze Div. lvlil. Bari
-
-
Cognome e Nome (gtado)
I
- - -- -- - --- -
C.do retto
-
- --
-
- --
Anno
NOTE
1863 1865
nel 1861 e.te 4.3° f. alla frontiera pontificia
e.te Brig. Casale. Assume il e.do della Zona nel novembre 1861
-
Fontana Ludovico (col. e m.g.)
Sotto Z.M. CB Z.M. Cassino
Franzini TibaJdco Paolo (m.g.)
Z.M. Nola·Avellino
1861-64
Gabet Antonio (magg. gen.)
C.do Ivlil. Potenza
1861-62
Galletti Bartolomeo (col.)
Sotto Z.M. Benevento
1863
assume il comando della Zona dopo il trasferimento del gen. Pallavicini
Garvel (col.)
C.do Mii. Terra d'Otranto
1862
è sostituito dal t. col. Marchetti C.
Govone Giuseppe (magg. gen.)
C.do Truppe alla front. Gaeta
Gori Pannilini Augusto (magg. gen.)
C.do Mil. Reggio Div. Mii. Chieti
1861 186.3
Gozani-Treville Alessandro (magg. gen.)
Frontiera Pontificia
1861
Griffini Saverio (ten. gen.)
Div. Mil. Chieti
1865
Longoni Luigi (magg. gen.)
C.do Mii. Ascoli-Teramo
1861
Lopei Tito (col.)
C.do Mii. Sora
1862
1861-62
I
e.te Brig. Forlì
e.te Brig. Modena
I~
Cognome e Nome (grado)
--1
Mazé de la Roche Gustavo (col. e magg. gen.)
C.do re tto
I' C.do Mi!. CB C.do Mil. FG
Anno 1862 1862-63
Molinati Gaetano (magg. gen.)
C.te Piazza Napoli
1862
Moreno Rodolfo (magg. gen.)
C.do Armi di Terra d'Otranto
1861
Negri Pietro (col.)
C.do Mii. Potenza
62
O rsini Giordano (magg. gen.)
C.do Z.M. Cosenza
1862
Pallavicini di Priola Emilio (magg. gen.)
Z.M. BN e CB Z.M. Melfi e Bovino Z.M. Cosenza
1863 1864-65 186.5-66 1867-69
C.do Truppe Rcpr. Brig. Pinelli Ferdinando ('magg. gen.)
Z.M. Nola-Avellino
1861
Piola Caselli Carlo (magg. gen.)
Capo S.M. 6° G.C.
1861-62
Quin tini Pietro Carlo (magg. gen.)
Z.M. Caserta
1863
Reccagni Silone (ten. gen.)
Div. Mi!. Chieti
1863
NOTE promosso magg. gcn. 20 settembre 1863
e.te Brig. Abruzzi
promosso magg. gen. nel 1863
e.te Brig. Bologna nel 1862 è sostituito dal col. Bariola
C.do retto
Cognome e Nome (grado)
NOTE
Anno 1861-63
Regis Gioachi no (ten. gcn.)
Div. :tvlil. BA
Radicati di Primeglio Carlo (col.)
Z.M. Gaeta
1862
Scano Michele (magg. gen.)
C.te Mii. PZ
1863
Seismit-Do<la Luigi (magg. gen.)
C.do Mii. FG
1861-62
Sirtori Giuseppe ( ten. gen.)
Div. rvlil. CZ
1863
Stefanelli Luigi (ten. gcn.)
Div. Mil. Bi\
1862-63
Testa Luigi (col.)
C.<lo Mil. San Severo
Vialardi di Verrone Augusto (magg. gen.)
Div. Mii. CZ
1862-63
Villarey (Rcy di) Onorato (magg. gen.)
Z .M. Caserta Z.M. Gaeta
186 1-62
e.te Brig. Re
1863-66
il 22 ottobre 1862 assume il comando della Z.M. di Gaeta
sostituisce gen. Govone
I collocato a r iposo nel 1864
1862
246
L. Tùccari APPENDICE N. 2
COMANDO GENERALE DELLA ZONA MILITARE DI BENEVENTO E MOLISE L'assenza della banda Caruso, la quale è ridotta a termini tali da non più ispirare apprensioni, né alle autorità, né alle popolazioni, m'induce a profittare della tranquillità, in cui trovasi la parte orientale e meridionale di questa Provincia, per intraprendere delle generali perlustrmdoni sul Tabumo, nella Valle del Calore e sui monti del Cerretano; a questo scopo mi fo ad emanare la seguente Circolare, la quale altro non addita, che le norme generali, secondo le quali le truppe dovranno agire; s'intende quindi che spetta a ciascun Comandante di forza il riempi re le lacune della stessa, secondo che le località, o le circostanze additeranno al militare criterio d i lui.
I. Ogni distaccamento uscirà giornalmente in perlustrazione dal punto assegnatogli come stanza, partendo la mattina all'alba, e rientrando un'ora dopo tramontato il sole. II. li servizio di perlustrazione verrà in ciascun distaccamento diviso in due mute: cioè, metà dell'intera forza perlustrerà dall'alba al mezzodi, l'altra metà dal mezzodl a sera fatta. III. Nei distaccamenti al disotto dei 70 uomm1 ciascuna metà sarà divisa in due parti, che nell'istessa ora perlustreranno in direzioni diverse; nei distaccamenti al di sopra dei 70 uomini ciascuna metà verrà divisa in tre, o quattro frazioni; cosl si avranno tre o quattro colonne, che contemporaneamente saranno in movimento in sensi diversi. IV. Il numero ristretto dei briganti, infestanti la valle del Calore ed i monti del Taburno e del Cerretano, permettono la prescritta riduzione di forza, la quale (senza pericolo della truppa) offre il vantaggio di moltiplicare le colonne, che sarebbero molto poche, se ad ognuna si volesse assegnare un'intera, o mezza compagnia. V. La perlustrazione, che giornalmente ciascuna colonna eseguirà per sci ore continue, muterà natura a secondo del terreno, delle notizie e dei casi imprevisti: in generale però le colonne in movimento dovranno perquisire le masserie, visitandone le parti le più recondite, perlustrare i boschi e fare riposi, mettendosi in appiattamento in quei punti, che lo studio del luogo additerà opportuni.
VI. Spetta ai comandanti di distaccamento lo stabilire il giro e le operazioni di ciascuna colonna appartenente alla propria truppa; essi le regoleranno in modo che le stesse masserie sieno perquisite anche più volte al giorno. VII. Ogni comandante di colonna è non solo autorizzato, ma ancora nell'obbligo di arrestare tutte le persone, che, incontrate sul suo cammino o nelle masserie, destassero sospetti. Detti arrestati al termine delle sei ore di perlustrazione verranno con-
Memoria rni principali aspetti tecnico-operativi ecc.
247
dotti alla sede del distaccamento, ove dopo la riconoscenza delle autorità Municipali saranno rilasciati, o tradotti in Carcere. VIII. 11 precedente articolo reclama quindi una scrupolosa visita passata ai viandanti, per vedere se portano armi, o carte compromissive. IX. Ho dato ordini acciò le scafe cessassero d i servire al transito del Calore, perciò il passaggio del fiume dovrà solo eseguirsi sui ponti già esistenti. I comandanti <lei distaccamenti, prossimi al Calore, per rendere proficua tale mia determinazione, saranno in dovere di occupare giorno e notte con posti militari detti ponti, non che quei luoghi stimati guadabili. X. Alle guardie ai ponti incombe il dover osservare i passcggieri, arres tando i sospetti cd opponendosi colla forza al transito dei briganti, qualora inseguiti cercassero passare. Sulle guardie alle scafe ed ai guadi pesa la responsabilità di qualsiasi passaggio, che in opposizione degli ordini dati potesse succedere. Xl. Visti a distanza i briganti, il comandante di una colonna dovrà muovere colla massima sollecitudine in persecuzione di essi, e seguirli senza interruzione sino a che gli riesce di stare sulle loro tracce. Cammin facendo egli farà degli spari onde dare l'avviso alle altre colonne e distaccamenti, che disseminati nella zona delle nostre operazioni dovranno accorrere, e cosl possibilmente accerchiarli. XII. Il numero dei briganti che compongono le comitive nel Cerretano e montagne adiacenti è assai limitato; però siccome le operazioni si estendono su tre ordini di montagne, così potrebbe succedere, che due o tre piccole comitive riunite costituissero un numero abbastanza superiore a qualche colonna in movimento; datosi tale caso il comandante la forza prenderà una posizione difensiva, avvisando le vicine colonne a mezzo di spari (anche se non venisse aggredito), cd a mezzo di corrieri i vicini distaccamenti. XIII. Giornalmente tutti gli Ufficiali dovranno uscire, ciascuno alla testa di una colonna, regolandosi questo servizio in modo tale che ad ogni ripresa vi sia almeno un ufficiale. XIV. Mi risulta che sovente i briganti inseguiti nei boschi, nelle montagne e nelle masserie trovano ricovero nei paesi;a riparare a questa possibilità i Signori comandanti di distaccan1enti dovranno stabilire col concorso dei Sindaci e Capitani di G. N. cale una polizia attiva al punto di essere a giorno di tutto nel paese, ove essi hanno stanza. XV. L'associazione della G. N. colla truppa, contro il brigantaggio a piedi, può risultare sommamente utile, mentre essa dà a chi comanda persone conoscitrici dei luoghi e degli abitanti, non che forza maggiore per l'azione: in conseguenza di ciò i Signori comandanti di distaccamento si concerteranno coi Sindaci e Capitani deJJa G . N., acciò in ogni ripresa vi sia per ciascuna colonna un numero d i militi, assieme ai quali deve sempre stare un cittadino intelligente e fidato .
248
L. Tùccari
XVI. Lo stesso paese può accogliere forze diverse; in simile eventualità i comandanti le stesse si metteranno di comune opinione sulla ripartizione del terreno, e quindi ciascuno eseguirà nella zona, che gli spetta, quanto viene prescritto nella presente circolare, dovendo cosl essi riguardarsi come costituenti distaccamenti diversi.
XVIJ. Gli scontri e le novità di urgenza mi verranno im media tamente riferite al mio Quartiere Generale con corrieri. La relazione poi delle operazioni giornaliere e delle notizie generali dovrà spedirmisi ogni mattina all'alba. XVIII. Il rappor to sul servizio di perlustrazione dovrà essere dettagliato; in esso saranno specificare le colonne costituenti le due riprese, il numero dei componenti cd il nome degli Uffiziali e Sotto Uffiziali comandanti le stesse, il cammino fauo, gli agguati, le perquisizioni, gli arresti e le notizie raccolte.
XIX. Sino a nuovo avviso il mio Quartiere Generale è in Cerreto. XX. Non ho bisogno di fare appello all'attività ed all'energia dei Signori Ufficiali, essi nelle ultime operazioni ne fecero prova con somma mia soddisfazione e con grande vantaggio del paese, che oggi gode dei frutti delle loro fatiche e dei loro sacrifici. La durata delle perlustrazioni, che vanno ad intraprendersi, dipende dallo scopo più o meno presto raggiunto; dunque è all'attività spiegata con intelligenza ed energia dai comandanti le diverse colonne che si deve dimandare un po di quiete per queste eruppe da si lungo tempo affaticate. Non fo parola di ricompense e di rigori; ognuno sa che sono oltremodo portato a vedere premiato il valore, l'intelligenza, il buon volere, come pure che non transiggo a fronte dell'inerzia e del difetto d 'iniziativa. Benevento il 24 Novembre 1863. Il Maggiore Generale:
PJ\ LLAVICINI
--- - --
Memoria sui principali aspetti tecnico-operativi ecc.
-- -
- -- - - --
249
- - - - - - -- -- --- ----
APPENDICE N. 3 COMANDO GENERALE DELLA COLONNA DI OPERAZIONE NELLA PROV lNCIA DI BARI Nella persecuzione del brigantaggio, come esso esiste in questa provincia, è forza il mettere da banda i piani prestabiliti; le operazioni di simil fatta sono rese impossibili dal difetto totale di spionaggio, il quale è indispensabile a fronte di un nemico che a mezzo di marce rapidissime e fatte nella none, varia a momenti di posizione; atte ndere questo spionaggio dalla popolazione è una vana speratr?.a; quindi è mia idea, nello stabilire delle norme generali, di lasciare una larga parte all'azzardo, che cercherò non pertanto di provocare a for/.a di attività, moltiplicando cosl le probabilità di scontro. Due mezzi dovranno conconere allo scopo che mi sono prestabili to : Le colonne
mobili, le perlustrazioni dei singoli presidi.
COLONNE :MOBILI 1. Tre saranno le colonne destinate a muovere nella Terra di Bari; Spinazzola, Minervino, ed Altamura, ne saranno le rispettive residenze. Ciascuna di queste colonne si comporrà di due Squadroni di cavalleria, e di un Battaglione di fante ria. Esse staranno agli ordini dell'Ufficiale più elevato in grado. Al primo annunzio dell'apparizione di una comitiva di briganti, o delle bande riunite, ciascun Comandante di colonna mobile si metterà in movimento, operando per proprio conto. Tale forza si avvierà in persecuzione dei malviventi, e rimarrà fuori residenza sino a che i medes imi non si sieno allontana ti dalla provincia; è bene inteso che il Comandanre la colonna mobile sarà libero del tutto nelle sue mosse, e che quindi egli potrà percorrere la Terra di Bari, in quel senso, che le circostanze ed il suo militare criterio gli additeranno. Durante il corso della sua peregrinazione la truppa pernotterà nel paese p iù prossimo al luogo di azione .
2. Il rapporto delle marce fatte, dei motivi delle stesse, ed altro, mi verrà inoltrato quando la colonna sarà rientrata alla propria stanza; non così gli scontri successi; questi scontri dovranno essermi subito riferiti in Spinazzola, o dove trovasi il mio Quartier Generale, a mezzo di dispaccio telegrafico, o di espresso. In ogni modo la prossimi tà dei briganti dovrà essermi notificata, come anche il bisogno ciel concorso delle altre colonne mobili, qualora il Comandante la colonna inseguente lo stimasse opportuno al buon esito delle operazioni. Quando le bande non risultano riunite in un solo corpo, onde moltiplicare le probabilità di scontro, occorre che j Comandanti le colonne mobili dividano le loro forze in due frazioni; la prima sarà comandata da loro stessi; la seconda dall'Ufficiale più elevato in grado dopo di essi. Dette colonne pa rtendo dallo stesso pun to, percorreranno strade diverse, per qu indi riunirsi dopo un giorno o due, ove il Comandante la colonna mobile destinerà .
.3. Trovandosi sop ra un terreno, ove si ha indizio della presenza di una, o più bande, è utile partito lo appiattare la fanteria agli sbocchi cd il fare manovrare la cavalleria in modo da costringere i briganti a passare pei punti d'imboscata.
250
L. J'ùccari
4. Gli appiattamenti m questione dovranno però essere fatti con quella circospezione e con quelle regole prescritte dall'arte militare. Ad oggetto di avere vede tte, che non destino i sospetti dei briganti, e sulla vigilanza delle quali si possa calcolare, è necessario che ogni Compagnia abbia sempre con se tre soldati vestiti da cafone; gli abiti corrispondenti verranno richiesti ai Sindaci, che sono in dovere di somministrarli.
5. I Comandanti delle colonne mobili, quando le bande dei br.iganci saranno lontane dal luogo della loro residenza, disporranno che giornalmente una Compagnia ed un mezzo Squadrone vadano in perlustrazione, ritornando a sera alla propria stanza. Il modo di perlustrazione verrà regolato a norma delle località, perciò appiattamenti e marce, secondo che si stimerà da chi ha il comando. 6. I Comandanti delle colonne mobili in giro hanno facoltà di disporre di tutti i distaccamenti che si trovano in prossimità del teatro delle loro operazioni; essi possono farli concorrere secondo il bisogno. 7. Il Comando delle Guardie Nazionali verrà anche assunto dai Comandanti delle colonne mobili, quando i medesimi ne stimeranno la convenienza; in tali casi la mi.tizia cittadina verrà adibita in quella maniera, che meglio può risultare di vantaggio alle operazioni, senza grave pericolo dei militi che la compongono, dovendosi avere in mente che da cittadini padri di famiglia non si è dritto di pretendere il sangue freddo, . che è naturale nel Soldato. 8. Gli arresti, creduti vantaggiosi alla persecuzione del brigantaggio, sieno fatti dai Comandanti delle Colonne mobili, senza lasciarsi imporre dall'autorità civile; innanzi alla missione di ordine affidata a queste truppe deve cadere qualsiasi riguardo, o considerazione. 9. Le colonne mobili che si troveranno sulle tracce di una banda, non dovranno essere arrestate nel loro insegi.timento dalla frontiera di un'altra provincia, ma invece esse continueranno nella loro persecuzione sino a che sarà possibile.
PR E SIDJ 10. Le Compagnie in distaccamento, o di presidio nei paesi, .nelle loro operazioni dovranno distinguere due casi; quello dell'assenza delle bande, provenienti dal Melfese, e quello del concentramento di una, o varie delle stesse, nella provincia di Bari. 11. Nella prima ipotesi, i malviventi in permanenza, riducendosi a 4 o 5 ladrungoli, l'opera della truppa sarà meno attiva; in conseguenza di che giornalmente la sola quarta parte della forza sarà in perlustrazione se il presidio si compone di due compagnie; non giova spingere dette pattuglie molro oltre; esse invece dovranno appiattarsi ai punti di transito. A sera poi la truppa uscita rientrerà alla propria stanza.
Memoria sui J>rincipali aspetti tecnico-operativi ecc.
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12. Nei d istaccamenti forti di una sola compagnia, la metà del presidio uscirà in perlustrazione, regolandosi tale turno in modo da avere ciascuna frazione due giorni d i riposo. 13. Nella seconda ipotesi, ossia successo l'ingresso di una, o più bande, in Terra di Bari, i d istaccamenti usciranno giornalmente, andandosi ancora ad appiattare. Esclusa la circostanza d'inseguimento, tali forze non dovranno per altro allontanarsi di crop po dalla loro sede. 14. Ciascuna Compagnia dovrà, come quelle in colonna mobile, avere tre dei suoi uomini vestiti da cafone, i quali serviranno come vedette.
NORME GENERALI 15. Sempre quando, sia dall'autorità politica, sia dalle au torità Municipali, si avrà sentore della presenza dei malviventi, o dell'approssimarsi degli stessi, i Comandanti delle colonne mobili e quelli dei presidi sarnnno nell'obbligo di notte tempo, come di giorno, d i avvalersi delle avute notizie, per muovere cont ro i b riganti, regolando l'operazione giusta quanto ho di sopra prescritto. 16. I Comandanti delle colonne mobili e dei presidi dovranno scuotere i Sindaci ed i Delegati di Pubblica Sicurezza, che sono nel bisogno di essere richiamati al dovere : mediante l'attività di questi funzionari pubblici, l'Autorità Militare potrà avere notizie, mercè le quali lo scopo, che ci viene prefisso, non sarà più impossibile a raggiu ngersi. 17. Autorizzo i Comandanti delle colonne mobili, e dei presidi, a promuovere lo spionaggio, nel perimetro della zona da essi occupata, a mezzo di ricompense in denaro: queste ricompense saranno date a quelle persone che somministrano indizi da servire alla persecuzione del brigantaggio. Non bisogna essere avari di denaro; occorre però il saperlo spendere con giudizio. Gli stati delle spese, incontrate per l'oggetto, mi saranno mensilmente spediti. 18. Ogni mese ancora i Comandanti delle colonne mobili, ed i Comandami dei presidi, mi faranno tenere uno staro di quei soldati, che per attività e per serviz1 resi si giudicano degni di particolare considerazione: agli stessi farò corrispondere un pre mio in danaro in proporzione del meri to di ciascun individuo, giusta quanto mi permette il Comandante del VI. Dipartimento Militare. :È bene in teso che agli atti di valore si spettanto sempre le ricompense stabilite dai nostri regolamenti. 19. I Comandanti delle colonne mobili, e dei presidi, faranno in anticipazione destinare dal Sindaco del paese, ove risiedono, un numero di persone ada tte pc! servizio di guida. Per quelle guide che debbono servire alle colonne mobili, il Municip io dovrà tenere in pron to cavalli, onde cosl facilitare nelle marce assieme alla cavalleria. Risulta chi aro che nei paesi ove trovansi G uardie Nazionali mobili a cavallo, le medesime, per la loro conoscenza dei luoghi, dovranno a preferenza adibirsi pc r tale uso.
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20. Una colonna mobile, ovvero un distaccamen to, che insegua i briganti a distanza, dovrà di tratto in trac co fare qualche sparo, abbenché fuori tiro; in tal modo potrà essere richiamata l'attenzione delle altre colonne in giro, e si renderà più probabile il successo. 21. In caso d'attacco, i Comandanti delle forze in azione non dovranno permettere che si faccia fuoco a grandi. distanze, 3.000 metri come sovente successe, ma bensi a tiro, come devesi se si vuole la realtà del combattimento, se si vogliono i suoi reali risultati. 22. I Comandanti delle colonne mobili ed i Comandanti dei presidi corrisponderanno di rettamente con me per tu tto ciò che ha riflesso a persecuzione del brigantaggio, apparizione di bande, arresti ec. Per tutto il resco essi continueranno a corrispondere colle Autorità locali. 23. Tutti i briganti arrestati saranno tradotti al mio Quartiere Generale; per gli altri arresti, i prescritti verbali si spediranno alle Autorità competenti, ed i detenu ti si tratterranno nelle prigioni mandamentali. 24. Volendo io eseguire generali operazioni col concorso di tutte le forze, che da me dipendono, fa rò pervenire ai Comandanti delle colonne e <lei presidi gli analoghi ordini.
Zelo, coraggio, abnegazione, sono le virtù richieste per combattere la guerra, che da tre anni si fa nella provincia di Bari: sotto gli ordini di altro Generale, so che queste eruppe fecero prova di lodevole attività e di non dubbio valore; è superfluo quindi qualsiasi incitamento: agli inerti, ai mancanti d'iniziativa, rigore esemplare; a quelli che sapranno corrispondere alla mia aspettativa, le militari ricompense che i servizi resi avranno loro meritato. Dal Quartier Generale di Spinazzola li 30 dicembre 1863 . Il Maggior Generale : PALLAV LCINI
M.emoria sui principali <1.rpetti tecnico-operativi ecc.
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APPENDICE N. 4 COMANDO GENERALE DELLE TRUPPE PER LA REPRESSIONE DEL BRIGANTAGGIO NELLE PROVINCE DI TERRA DI LAVORO, AQUILA, MOLISE E BENEVENTO C IR COLARE 1.0 L'anno scorso allorché, mettendomi alla dipendenza del Comando Generale della Divisione Militare di Napoli, incaricato de) J'alta direzione delle cose di brigantaggio nelle province meridionali, il Ministero di G uerra si compiacque riunire nelle mie mani il Comando di turre le truppe, che per lo speciale servizio di pubblica sicurezza trovavansi distaccate nelle provincie di Terra di Lavoro, Aquila, Molise e Benevento, io credetti dover dertare e pubblicare per k stampe una istruzione par ticolareggiata che classe norme circa il modo di combanere il brigantaggio.
Oggi non trovo sia della quale debbano le ru aJmente non esistono riuniti in piccoli gruppi
pilt il caso di diramare una nuova teoria, secondo i precetti truppe regolarsi nel loro speciale servizio; in quanto che atpiù grosse bande, ed invece i pochi briganti rimasti vanno di 4, o 5 individui.
Ritengo peraltro che in qu esta nuova fase della malvivenza, fa quale accen na come il brigantaggio volga al suo termine, faccia d'uopo che io deui una istruzione succinta per dare all 'azione del le for~e militari un impulso uniforme, e quindi per impiantare ovunque quella unità cli sistema, sì indispensabilmente richiesta. Tanto maggiormente riconosce l'importanza di una siffatta compilazione di norme, che per la circostanza dei cambi di guarnigione, ora avverarisi, onde gli Uffiziali tutti prepos ti a comandi di truppa potessero uniformarsi alle precedenti prescrizioni, si richiederebbe che essi studiassero non solo i precetti dell'istruzione teorica a stampa, ma ancora le circolari tutte le quali furono emanate da questo Generale Comando man mano che le condizioni della pubblica sicurezza andavano mutandosi. Lo scopo quind i della presente istruzione si è quello di stabilire in massima, come intendo che da ora innanzi sia adempiuto al servizio di brigantaggio dalle truppe, le quali dipendono dai miei ordini. 2. La natura delle operazioni in persecuzione del malandrinaggio, il terreno sul quale esse debbono essere eseguite, la difficoltà degli effetti immediati e l'assoluta necessità in cui si è di non tener conto alcuno dei rigori della stagione, dei tempi dirotti, delle distanze e di tante altre cause di gravi disagi, chiamano a durissime prove le truppe che vi sono destinate. Ciò non pertanto io finora ri nvenni nelle truppe dipendenti una illimitata abnegazione nel sopportare gli stenti inseparabili dal servizio speciale, ed una incrollabile costanza nel perseverare nelle fatiche, le quali, mi è grato il riconoscerlo, avvalora te da unità di sistema fru ttarono a tutt'oggi le migliori e più desiderabili conseguenze. Ed invero en tro il corso di 14 mesi diciassette capi rinomati e non meno di dugento cinquantatre banditi comuni caddero in vario modo in potere della giustizia. Questi risultati onorano altamente le truppe che li conseguirono, e può d irsi che essi sieno stati tan to opera di quelle che ebbero a sostenere scontri ai malviventi, quanto 0
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di quelle che non furono fortunate abbastanza per combatterli; imperocché il brigante non si elimina soltanto cogli scontri, ma col sistema generale di persecuzione costituito dalle operazioni delle singole forze militari. Siffatti precedenti mi danno la persuasione che io non dovrò aspettar meno dal concorso delle truppe nuove giunte, le quali ispirandosi al contegno di quelle che le precedettero, raggiungeranno ne son certo l'intento finale dell'odierna persecuzione, quello cioè di schiacciare completamente gli ultimi residui della malvivenza. 3 .• L'Esercito è tenuto a difendere il proprio paese non solo in battaglia contro il nemico esterno, ma quando trattisi ancora di garentirlo contro i nemici interni, contro quelli che attentano alla pubblica sicurezza. Ritengo perciò voglia essere potente sprone all'ottimo spirito, che già anima le truppe sotto i miei ordini, lo avere oggi esse innanzi uno scopo cosi altamente umanitario, quanto quello di restituire completamente a queste popolazioni la pubblica sicurezza, cui anelano da tanto tempo, ed alla quale hanno il più legittimo diritto. 4. A conseguire l'intento cui debbono tutti gli sfor1.i nostri mirare è necessario, che Ufficiali, Sott'Ufficiali e Soldati non indietreggino a fronte di qualsiasi sagrifìcio; è necessario che i comandanti di truppa mettano in opera tutta la loro intelligente energia ed attività, l'esperienza avendo dimostrato che, ove ebbe ad operare un ufficiale energico e coscienziosamente attivo, le bande tutte si dispersero, o furono distrutte. 0
5. Sarà mia principal cura di assicurarmi del modo in cui i vari distaccamenti corrispondono al proprio mandato; indipendentemente dalle speciali misure, che all'uopo io crederò dovere adottare, assai bene mi varrà d'aiuto la voce pubblica, prima a rendere giustizia in siffatto argomento. Per lo passato e nelle altre provincie, ove io ebbi a dirigere le operazioni ìn persecuzione del malandrinaggio, quante volte non mi avvenne nel transitare or per questo, or per quell'altro paese, di sentire menar vanto dell'energia, dell'intelligenza, dell'operosità sipegata da un comandante di distaccamento; come pure di sentire muover lamenti intomo alla inefficacia del servizio di pubblica sicurezza, addebitata tutta alla poca solerzia, o alla indolenza del comandante la truppa. Ed il più sovente con giustizia apponevansi tali lusinghieri apprezzamenti, tali severe lamentanze, mentre a mio turno io dovetti constatare motivati i primi, giustificate le seconde. 0
6. Perché le truppe possano abbracciare il progresso dell'opera impresa contro il brigantaggio, e perché alle fatiche, ai disagi possa essere compenso la conoscenza dei vantaggi ottenuti, di tratto in tratto e quando ne rileverò la convenienza, verrà da questo Generale Comando emanato apposito ordine del giorno, onde segnalare il numero dei briganti morti, catturati, o costituitisi, ed il nome di quei comandanti d i forza e di quegli individ ui militari, che si fossero particolarmente distinti nella persecuzione dei malfattori. 0
7. Indipendentemente da questa lusinghiera distinzione, io mi riservo di promuovere dal Governo quelle onorifiche ricompense, che potessero essere meritate, sia per atti di valo,e personale, sia pel caso di conseguenze d i una certa entità, a seguito di un contegno, che tra quelle delle altre truppe risul ti più distinto per costante attività 0
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ed energia, e che quindi sia ritenuto avere avuto una parte essenziale nei vanraggi raggiunti da altri distaccamenti. 8.0 Le regioni infestate dal brigantaggio vanno oggidi divise in Zone e Sotto-Zone militari, in Scompartimenti e Distaccamenti; di queste divisioni ciascuna avrà la propria limitazione ed il proprio comandante. I comandanti di Distaccamento, per ciò che concerne brigantaggio, saranno diret· tamence alla dipendenza del comandante del proprio Battaglione, sempre quando questi, come nel fatto suol essere ordinariamente, è comandante di Scompartimento. I comandanti di Scompartimento, per tutto ciò che concerne brigantaggio, dipenderanno direttamente dal comandante della Sotto-Zona di cui fanno parte. I comandanti di Sotto-Zona dovranno in massima dipendere dal comandante della propria Zona. I comandanti di Zona in ultimo dipenderanno immediatamente da questo Comando Generale. 9.0 Il servizio di repressione brigantesca, o di pubblica sicurezza, comprende in se due specie di servizt Quello ordinario, che va fatto per impulso immediato dei comandanti di Discaccamento a norma delle presenti istruzioni; questo servigio mentre risulta generale, pure in se stesso emana dai singoli distaccamenti, operanti ciascuno per proprio conto a seconda dei cri ter1 dei rispettivi comandanti. Lo scopo del servizio ordinario sta nel mantenere costantemente su tutto il vasto terreno affidato alle truppe dipendenti da questo comando drappelli in servizio di perlustrazione, ancorché non sienvi notizie circa apparizioni di bande. Con ciò si solleva lo spirito delle popolazioni delle campagne, che vedono il loro tornaconto nel desistere dall'esser ligie ai malfattori e nel far causa comune coi loro persecutori; nello scesso tempo si crea per la forza pubblica l'occasione di sconrrare i banditi nel caso ad insaputa di essa i medesimi si portassero nel suo raggio di azione. Quello straordinario, del quale l'iniziativa spetta, secondo i casi, ai vari comandanti di truppa. Siffatto servizio vien fatto ogni qualvolta si sappia con certezza, ed anche vagamente, dell'apparizione di malfattori nelle località affidate alla sorveglianza di un distaccamento Militare. 10.0 Il servizio ordinario di pubblica sicurezza avrà una durata di 36 or<::. In tale periodo di tempo le forze adibite a servizio stesso si manterranno in campagna, operando in base alle istruzioni ricevute dai propri comandanti di Distaccamento; questi poi nel determinare, a norma delle proprie vedute, l'operazione da farsi, ne prescriveranno l'esecuzione in conformità dei precetti di massima. Non è detto che per 36 ore continue debba la truppa, uscita in servi.do di pubblica sicurezza, non far sosta alcuna nei suoi movimenti; anzi è da raccomandarsi, che si alterni siffattamente la marcia cd il riposo da non stancare inutilmente il soldato, per non far sciupo delle sue forze, che voglionsi serbare per quando venisse il momento di usufruttarle van taggiosamente. 11.0 Similmente nell'interesse della salute del soldato viene raccomandato di mettere al coperto, allora che durante il tempo del suo servizio piovesse dirottamente; di
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ripararla cli notte tempo entro capanne o fabbricati, facendo però volgere questo soffermarsi della forza anche a vantaggio della persecuzione brigantesca, con prendere rutte le disposizion i volute per gli appiattamenti. Si farà però di meno di tali riguardi laddove si sapesse, o si sospettasse della vicina permanenza di una comitiva, ovvero del probabile transito di essa nella località percorsa dalla truppa in servizio di pubblica sicurezza, od in una località da ques ta non molto discosta. 12 .• Nel servizio ordinario da prestarsi dai singoli distaccamenti va fatta una distinzione in riguardo alla forza di essi. I Distaccamenti inferiori ad una Compagnia nel corso della settimana non usciranno che due sole volte in perlustrazione, facendo la prima volta intervenire solcant0 la metà dell'intera forza e così similmente nella seconda. La durata di ciascuna perlu· strazia ne, siccome precedentemente è detto, ess<;:ndo di 36 ore, ne consegue che ciascun uomo del Distaccamento per effetto del turno ordinario non avrà nell'intera settimana che ore 36 cli servizio, non ostanre che il Distaccamento abbia dato due perlustrazioni settimanali. I Distaccamenti di un'intera Compagnia, o cli forza maggiore, usciranno in perlustrazione tre volte per cadauna settimana, destinando all'uopo per ciascuna volta un drappello che uguagli La terza parte della forza dell'imiero Distaccamenro; per cui ciascun soldato, come nei Distaccamenti inferiori in forza ad una Compagnia, per effetto del tu rno ordinario non avrà nella intiera settimana che 36 ore di servizio.
13. Perché, per il serv1z10 di pubblica sicurezza, possa ciascun Distaccamento 0
essere valutato in corrispondenza della forza effettiva, e non scemato di numero per effetto <legl'individui chiamati ad altri servizi, gli attendenti ed i lavorat0ri dovranno, come tutti gli altri soldati, avere parte nel turno di servizio ordinario. Per i Distaccamenti inferiori ad una Compagnia sarà abolita la guardia al quartiere, mantenendovi però sempre a custodia uno o due piantoni, scelti fra i convalescenti, o fra quei soldati che per una circostanza qualunque non sono atti a marciare. 14.0 L'abolizione delle guardie ai quartieri richiede necessariamente, che presso i piccoli Distaccamenti sia in parte modificato il sistema delle punizioni; quindi debbono alle consegne sostituirsi turni di scrvzio di pubblica sicurezza, e quando l'inLero Distaccamento esca per operazioni di repressione brigantesca, gli uomini alla prigione di rigore debbono associarsi al medesimo, salvo però il rientrare in prigione al loro ritorno in paese. S'intende che spetta agli uomini condannati alla prigione semplice di aver sempre parte nel turno di servizio ordinario, sia presso i piccoli Distaccamenti, sia presso Distaccamenti di una Compagnia, sia presso i Distaccamenti di forza maggiore.
15 . I drappelli in servizio di pubblica sicurezza saranno in genere comandati da Ufliciali; quando però un Distacca mento non fosse al completo di Ufliziali, ovvero quando di questi alcuno si trovasse infermo, od occasionalmente assente, allora potrà dei drappelli anzidetti affidarsi il comando a qualche Sott'Ufliciale , pu rché d 'esperimentata intelÌigenza ed energia. 0
Memoria sui principali aspetti tecnico-operativi ecc.
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16. I comandanti di Distaccamenco non saranno in dovere di prender parte al servizio di pubblica sicurezza, se non quando l'intiero distaccamento vi sia chiamato; essi però, ogni qual volta il credano, potranno mettersi alla testa di quella parte del loro Distaccamento, che esce in servizio ordinario. 0
17.0 Quando un comandante di forza, cui non spetti uscire in serv1zt0 ordinario di pubblica sicurezza, abbia precise notizie intorno ad una banda armata, che stanzi, o che transiti non lungi dalla sede del Distaccamento, dovrà egli tosto assieme alla sua truppa uscire in straordinario servizio di pubblica sicurezza.
18.0 Un comandante di drappello in servizio di pubblica sicurezza che scontn 1 briganti, o che sia informato della prossimità di essi, non terrà conto alcuno delle 36 ore di durata assegnate al proprio servizio, ma invece proseguirà oltre non ritirandosi che dopo d'aver ottenuto un qualche successo, o dopo aver deposta la speranza di poter raggiungere i malviventi. 19.0 Un comandante di frazione di truppa che prende ad inseguire una banda, non sarà trattenuto nelle sue mosse da limiti di Zone, di Sotto-Zone e di distaccamen ti; egli invece potrà oltrepassarli, allontanandosi per più giorni dal proprio terreno, libero di agire come meglio creda opportuno nell'interesse del servizio di pubblica sicurezza. 20.0 I drappelli in servizio di pubblica sicurezza durante le 36 ore assegnate allo adempimento del servizio stesso, eseguiranno perlustrazioni ed appiattamenti. Le perlustrazioni vogliono esser fatte principalmente di giorno ed ancora nelle ore della notte, se questa rischiarata dalla luna; poiché per rovistare convenientemente il terreno, per sorprendere con successo i briganti, o per inseguirli una volta snidati dal loro covo, è mestieri poter distinguere con abbastanza chiarezza; locché certamente non saprebbesi nelle tenebre della notte. Perloppiù di giorno sono necessarie le perlustrazioni, e queste debbono essenzialmente farsi in quei luoghi appartati ed in quei terreni coperti, ove è a supporsi che si ricoverino i malfattori nelle ore diurne, le quali sono quelle che essi prescelgono per nascondersi e riposare. 21.0 Gli appiattamenti invece, per la ragione appunto che le comitive brigantesche soglionsi trasferire da un luogo all'altro di notte tempo, conviene sieno eseguiti nelle ore notturne e nei siti di transito, scegliendo a preferenza quei che le bande più frequentemente percorrono. 22.0 Le perlustrazioni e gli appiattamenti non debbono farsi così uniformemente da permettere che dopo pochi giorni altri possa conoscere in qual epoca la forza si porterà in un dato punto, se di giorno o di notte. All'opposto in siffatte operazioni si deve continuamente variare, per modo che niuno possa giungere ad indovinare anticipatamente i movimenti che sarà per fare il Distaccamento. Così talune volte i comandanti faranno uscire l'altra metà rimasta in quartiere quando quella già uscita non è ancora rientrata, o poco dopo che questa abbia fatto ricorno al proprio alloggiamento; e ciò onde ingannare i briganti e render loro impossibile di capire l'ordine del servizio.
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23 .0 Perché le perlustrazioni dieno utili frutti, è necessario sopra ogni altra cosa eseguirle con raie intelligenza e buon volere, che nessuna contrarietà valga mai a scemare. È a considerarsi che dopo venti perlustrazioni fatte con tutta regolarità, e senza immediata conchiusione, può accadere che afferrasi il destro di cogliere il frutto di tante fatiche, lo si perda per la menoma disattenzione, per la menoma trascuranza di quelle avvertenze, che non debbono mai un istante essere dimenticate dai drappelli in servizio. 24.0 Non vuolsi che i comandanti di drappelli in perlustrazione si prefiggano, o si credano obbligati di percorrere grandi tratti di terreno; ma vuolsi che si limitino a quelle perlustrazioni che senza stancare il soldato, danno il mezzo per visitare minutamente ed attentamente ogni più piccolo riparo offerto dalle accidentalità locali. 25 .0 Incontrando altre colonne di forza in servizio di pubblica sicurezza, il comandante si avvicinerà a quelle, onde conferire coi rispettivi capi, ad averne avvisi o notizie, ed anche se ne fosse il caso per combinare con loro qualche movimento concertato. 26.0 Dei briganti è consuenidine antica quella di far fuoco durante l'inseguimento, cui soggiacciono per parte della truppa, ancorché sieno essi fuori tiro, od a tale distanza che solo per un caso stranissimo potrebbesi colpire. Delle forze militari è stato mal vezzo, troppo invalso finora, quello di soffermarsi per rispondere a tali inoffensive fucilate; così desistono i drappelli in perlustrazione dallo inseguimento, per accettare un innocuo combattimento, il quale non può avere altro risultato che di facilitare ai banditi la fuga, e di dar loro motivo di baldanza. 27.0 Potendosi scegliere l'ora di recarsi al luogo destinato ad un appiattamento, si preferisca sempre la notte; le tenebre permettono ad una colonna di giungere inosservata sino al luogo prescelto per l'imboscata e di mantenervisi celati all'insaputa dei contadini delle circonvicine masserie, o dei pastori, legnaiuoli ecc.; gente da considerarsi tutta come le sentinelle avanzate dei briganti. Gli appiattamenti si facciano peraltro sì di giorno che di notte, e ciò in corrispondenza delle notizie; si ponga peraltro sempre mente a che vi sono maggiori probabilità di successo per un appiattamento fatto di notte tempo, che per quello fatto di giorno. 28.0 Ammessa la favorevole eventualità che la truppa trovisi final mente a fronte di una banda brigantesca ed a distanza bastevole per aggredirla, vogliono le disposizioni di attacco esser date senza ritardo; ritenendosi che una volta a petto di vili ladroni non deve più esservi tattica o strategia che valga, ma prevaler debba soltanto la risolutezza e la violenza dell'assalto. 29.0 Si faccia intesi i soldati che spesso viveri, munizioni, panni laceri ed altra roba di poco momento è abbandonata a bella posta dai banditi, quando scoperti o inseguiti perché prevedono che l 'ingordigia ciel bottino loro darà modo cli scampare dalla morte, perché mentre la truppa è intesa a disputarsi oggetti di poco valore essi possono facilmente darsi alla fuga, e quindi assicurare la propria salvezza.
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A sradicare dall'anima dei soldati la naturale tendenza al bottino (sl pregiudizievole nell'arco dello scontro) sarà utile avvertirli che il bottino dovrà sempre esser rutto consegnato al Comandante della Zona o della Sorto-Zona, perché possa di poi disporsi intorno al medesimo a norma di quanto questo genera! Comando avrà pronunciato. 30.0 La responsabilità delle buone occasioni, perdute in tutto o in parte, quando si addebiti alle anzidette cause, deve tutta gravare sui comandanti dei drappelli in perlustrazione; questi conseguentemente quando trartisi di attaccare una banda, sono in dovere di prendere sollecite disposizioni e di farle eseguire con risolutezza e precisione. Si tenga bene a mente, che non ammetterò giammai mi si possa rapportare di assalti di conflitti di più ore, di grandi battaglie senza altra conseguenza che supposti feriti. 31.0 Il comandante di un drappello che nell'eseguire una perlustrazione cadesse in u n agguato teso dai briganti, non dovrà lasciare che la truppa si scompigli nel ricevere la scarica, e meno ancora che vada disordinatamente in volta; egli invece senza preoccuparsi del numero, cui possono ascendere i bandiri, dovrà risolutamente portare il suo drappello all'assalto della posizione. Questo inatteso contegno, tanto più basterà a sbaragliare la comitiva (sia essa quanto si voglia numerosa) in quanto che la maggior parte dei ladroni sarà .rimasta colle armi scariche, perché soli ti a far fuoco tutti in una volta. Qualora poi la posizione occupata dai briganti in appiattamento fosse inaecessibile, allora il comandante del drappello alla corsa porterà i suoi uomini fuori tiro, onde secondo i casi raggrupparli e disporli alla difesa, o portarli per altra via all'attacco. I fatti lu ttuosi che per lo passato si verificarono nella guerra del brigantaggio, sono da addebitarsi alla circostanza, che sovente i piccoli distaccamenti sorpresi da numerose comitive non seppero mantenersi raggruppati; onde furono soprafatri dalla forza maggiore, che si fece ardimentosa, quando avrebbe mancato di coraggio a fronte di un nucleo di uomini risoluti e ben diretti. 32." I comandanti di distaccamento saranno molto parchi nel concedere scorte, giacché nelle province infestate da malviventi, se si volesse aderire a ciascuna domanda di scorra, converrebbe far di meno del servizio ordinario di pubblica sicurezza. Lascio al criterio dei comandanti stessi il decidere quali sieno quelle richieste di scorta, che debbono sul momento essere prese in considerazione; quali quelle di cui può rita1·dare la concessione; quali quelle infine di cui non sia da tenersi alcun conto. Il servizio di scorta, nel giorno che vien prestato va sostituito al servizio ordinario. 33.0 Quando si avrà sentore della prossimità dei briganti i comandanti di distaccamento non concederanno scorte, dovendo tutta la forza essere impiegata da essi nella persecuzione. 34.0 Per la traduzione dei briganti png1omen viene raccomandato ai comandanti dei drappelli di scorta di usare tutte le possibili accortezze, tutti i mezzi onde renderne impossibile la fuga. La vigilanza sia costante; si marci, o si riposi, sempre si
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abbia l'occhio addosso ai prigionieri, come sopra gen te che sa trarre di ogni cosa partito a mettersi in salvo.
.35." Quando si abbia notizie positive circa lo aggirarsi o il permanere di una banda brigantesca in prossimità del luogo ove stanzia un Distaccamento, il comandante, sia oppur no giorno di riposo, e senza punto tener conto del turno, farà sul momento uscire in servizio straordinario di pubblica sicurezza tutta la forza disponibile per eseguire quelle operazioni che dalle informazioni ricevutesi sieno ritenute pii':1 in corrispondenza del caso. .36.0 La segretezza va considerata come il principal requ1s1to di siffatti servigi straordinari; ed invero per poca riservatezza nel disporre un movimento, i banditi, informati in tempo dell'approssimarsi della truppa, si allontanano prima che questa giunga sul luogo di loro permanenza; locché colpisce d'inefficacia l'operazione, per quanto esatti fossero stati gl'informi . .37.0 Il blocco di un paese è quell'operazione che ha per oggetto di impedire, durante tutto il tempo di un servizio dì pubblica sicurezza, che dall'interno dello stesso possano le spie avere comunicazione coi briganti; ed è quella operazione ancora pel cui mezzo, facendosi visite domiciliarie nell'interno di un paese per rinvenirvi i briganti nascosti, si chiude a questi ogni via di scampo, qualora tentassero di mettersi in salvo fuori dell'abitato . .38.0 A non essere troppo pregiudizievole verso gli abitanti, il blocco di un paese non potrà oltrepassare le ore 24 . .39 ." I blocchi, a potersi convenientemente eseguire, vogliono essere fatti da forti e numerosi drappelli di truppa; quindi è che sono da considerarsi come movimenti che si appartiene a preferenza ai Signori Comandanti di Scompartimento di ordinare, e per la buona condotta dei quali si fa necessario la presenza dei Comandanti sopradetti, mentre por tandosi di persona sul luogo essi possono dare direzione ai molti distaccamenti che vi concorrono. Il servizio di blocco, 11el giorno che è prestato, s'intende sostituito al servizio ordinario. 40.0 Quando il comandante di una Zona, di una Sotto-Zona o di uno Scompartimento, per essere stato informato, ma senza determinazio11e di località, della presenza di una o più comitive brigan tesche nel territorio di suo dipendenza, stimi possa riuscir proficua una maggiore attività nella persecuzione ordinaria, ed un raddoppiamento nel numero dei drappelli in servizio di pubblica sicurezza, egli ordinerà preventivamente e con tutta segretezza che si sospenda in un giorno detenninato il turno ordinario per intraprendersi in quel giorno stesso (in tutto od in parte del territorio dipendente) un movimento generale, del quale sia da lui assegnata la durata. 41.0 Quando l'ordine di un movimen to generale non venisse accompagnato da speciali istruzioni, risguardanti l'intervento di ciascun drappello, i comandanti di distaccamento nel giorno prescritto faranno uscire in servizio di pubblica sicurezza
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t utta la forza da loro dipendente, dividendola in modo che per ogni piccolo distaccamenro sianvi due drappelli; così nella stessa proporzione progressiva pei distaccamenti di una compagnia e per quelli di forza maggiore ; e disporranno che detti drappelli rimangano fuori per tutto il tempo assegnato al movimento generale; occupati ad eseguire, secondo che meglfo suggeriscono le circostanze, perlustrazioni ed appiattamenti nel raggio di azione del proprio distaccamento. 42.0 I movimenti generali avranno sempre pii:1 giorni e più notti di corso non interrotto. Compiuto che sia un movimento generale, le truppe le guaii vi presero par te staranno per due giorni in assoluto riposo; salvo però sempre il caso di· precise notizie, nel quale come è prescritto in massima esse usciranno immantinenti per mettersi in persecuzione dei briganti. 43.0 Un comandante di Scompartimento, che di propria iniziativa dispone un movimento generale nel proprio Scompartimento, dovrà non a servizio eseguito, ma nel momento che si fa ad ordinarlo, informarne per semplice intelligenza servendosi del telegrafo il comandante della propria Zona o Sotto Zona, il quale a sua volta me ne riferirà sommariamente. Q uando non fossevi urgenza, il comandante dello Scompartimento darà siffatte informazioni al comandante della propria Zona, o Sotto Zona, in modo più particolare per la posta; informazioni che dal comandante la Zona o Sotto Zona mi saranno a loro volta trasmesse. Similmente dovrà regolarsi verso questo Comando Generale un comandante di Zona o Sotto Zona che voglia di propria iniziativa fare eseguire un movimento generale in rutta la sua Zona o Sotto Zona, od in uno degli Scompartimenti dipendenti. 44.0 In talune occorrenze mi riserbo di prescrivere io stesso movimenti generali, sia per una o più Zone, sia per tutte le Zone dipendenti da questo Generale Comando, ed in tal caso i comandanti delle medesime, se avrò dato speciali istruzioni pc! movimento in parola, si atterranno a queste nel trasmettere alle truppe dipendenti gli ordini di esecuzione altrimenti essi si limiteranno ad ordinare semplicemente ai comandanti di Distaccamento di iniziare il movimento generale nel giorno prescritto e di far ritorno alla sede del Distaccamento pel dì assegnato. 45.0 Nel corso d'un movimento generale, e per tutti i giorni che dura l'assenza della truppa, si faranno rimaner fisse al loro posto le guardie, che sono abitualmente alle carceri, alla tesoreria ecc. 46.0 Lo scopo cui informasi la formazione delle colonne volanti, che trovansi a prestar servizio di brigantaggio nelle Zone e Sotto Zone dipendenti da questo Generale Comando, è stato quello di venire a rafforzare le truppe qui stanziate pel servizio stesso, senza togliere altri Battaglioni dai propri Reggimenti, od altre Compagnie dai rispettivi Battaglioni mentre per effetto della formazione sopradetta, tanto i Reggimenti quanto i Battaglioni poco si risentono della diminuzione di forza , che loro viene prodotta. Siccome le colonne volanti vanno composte di uomini scelti, presi sulla totalità delle compagnie di un intero Battaglione o di un intero Reggimento, così esse offrono facilità ai Sigg. Comandanti di Zona e di Sotto-Zona di dislocare ove meglio essi
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credono opportuno, e ciò senza riguardo di luogo e di distanza; non essendovi da tenersi conto, come per le Compagnie appartenenti a Batraglioni distaccati, della maggiore o minore distanza dalla sede del proprio comando di Battaglione. Questa circostanza concede alle colonne volanti uno speciale carattere di mobilizzazione, tantoppiii che, formate come abbiamo detto di uomini scelti, esse sono maggiormente adatte a sostenere i disagi della vita della repressione brigantesca. Le colonne volanti dipendono direttamente dal Comandante lo Scompartimento sul territorio del quale esse hanno stanza, conseguentemente per ciò che ba rapporto a servizio di brigantaggio esse non hanno rapporto alcuno di dipendenza col proprio comandante di Battaglione o di Reggimento, ed invece vanno soggette alle stesse osservanze di tutti gli altri d istaccamenti. 47.0 Il servmo di sicurezza per gli stradali dovrà dai distaccamenti che attualmente vi si trovano adibiti, esser fatti secondo le stesse speciali consegne oggi in vigore. Quando in appresso dovessero esser stabiliti altri distaccamenti per la sicurezza delle comunicazioni, per cura di questo Generai Comando verranno date in tempo speciali istrnzioni relative allo scopo. 48.0 Dell'arma dei Reali Carabinieri è costante il concorso in tutte le operazioni del servizio di p ubblica sicurezza; sia per la parte diretta che essa ha, intervenendo alle medesime; sia per le notizie che deve somministrare ai comandanti del Distaccamento intorno al malandrinaggio; sia per le informazioni che deve dare ai comandanti di Zona, di Sotto-Zona e di Scompartimento sullo stesso argomento, e relativamente a quanto può riflettere il buon andamento del servizio giornaliero delle forze militari. In genere tanto più importante è il concorso dell'arma sopradetta, che le sue relazioni col Comando Generale delle truppe per la repressione del brigantaggio dovranno es~ere non d 'occasione, ma costanti e volgere su tutto ciò che può riflettere malviventi, servizio della truppa ecc. All'arma dei Carabinieri, pel suo speciale mandato, si appartengono svariati servizi, i quali non hanno rapporto alcuno immediato col servizio di pubblica sicurezza prestato dalle truppe; come a modo d'esempio arresti per mandati di cattura, visite domiciliarie ecc. Per questi servizi l'arma dei Carabinieri sopradetta non dovrà d ipendere in alcun modo dai comandanti di truppa, e questi in vece le dovranno prestare mano forte, qualora richiesti. 49." Per stabilire maggiore accordo nell'azione delle truppe sarà oltremodo utile, che i vicini comandanti di Zona, di Sotto-Zona, di Scompartimento e perfino di Distaccamento, prendano assieme concerti per reciprocamente coadiuvarsi, sia con notizie, sia ancora concertando di comune accordo i propri movimenti, quando ne sia il caso. 50.0 In occasione di trattative per la p resentazione di una o più comitive, talvolta potrà da questo Comando Geerale darsi ordine di sospendere momentaneamente qua lsiasi operazione militare; quando un tal ordine sia dato i Comandanti di Zona, di Sotto Zona, di Scompartin1ento e di Distaccamento si asterran no da qualsiasi movimento in persecuzione dei malviventi e da qualsiasi altro servizio di pubblica sicurez;:a, anche se informati della vicina permanenza di bande brigantesche.
Memoria sui principali t1spetti tecnico-operativi ecc.
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51." Nei centri montuosi, ove nella stagione estiva convengono per solito gli armenti e la numerosa pastorizia, sogliono i briganti nella stagione istessa portarsi; e ciò, perché loro è facile di provvedersi colà di viveri e di guardarsi contro la persecuzione per effetto della natura boscosa dei luoghi, e per lo spionaggio esercitato a loro vantaggio dalla gente preposta a guardia delle greggi; e perché colà ancora s'offre loro il destro di spedire lettere e biglietti di ricatto ai ricchi proprietari, onde ripetere dai medesimi forti somme di danaro con minaccia dello sgozzamento di animali, qualora non si ottemperasse alle loro richieste. Una tal consuetudine richiamar deve tutta l'attenzione dei Signori Comandanti di Zona e di Sotto Zona, i quali, in base alle proposte dei comandanti locali, dovranno trovar modo perché le truppe, cessando dal permanere nei piani, facciano quei luoghi teatro costante delle loro perlustrazioni. S'intende che al servizio ordinario dovrà essere sostituito quello straordinario ogni qual volta sappiasi, anche vagamente, che comi nciano i malfatcori a farsi vedere in quelle località. Laddove per tale oggetto i Signori Comandanti anzidetti credessero provocare mutament i nella dislocazione delle forze dipendenti, e ciò per maggiormente avvicinarle ai luoghi ove trovasi concentrata la pastorizia, s'intende debbano essi senz'altro inoltrare proposta in riguardo a questo Generale Comando, perché io possa tosto aderii:vi. Pel caso poi giungesse a conoscenza dei Signori Comandanti sopradetti che di siffatti biglietti sia principiata la spedizione ai proprietari per conto dei malviventi, essi saranno in dovere d'impedire con ogni mezzo che le somme e gli oggetti domandati siano riscossi, ed ancor di cercare modo onde la riscossione in parola possa facilitare la sorpresa dei briganti. A tal fine non appena si sarà ricevuta notizia che ad un proprietario sia pervenuto un qualche biglietto di ricatto, tosto si spediranno pattuglie nei siti più sospetti; si metteranno guardie negli stazzi ove stanno riuniti gli armenti, facendovele rimanere financo durante la notte; si disporranno appiattamenti onde sorprendere tanto i malviventi, che gl'intermediari fra questi ed i proprietari; non si tralascerà insomma alcun mezzo onde impedire i ricatti vengano pagati. L'anno scorso, nella stagione estiva, simili provvedimenti raggiunsero il loro intento, e può dirsi rarissimo il caso di qualche ricatto pagato; né perciò dovet tero riscontrarsi sgoz'.l.amenti di animali, uccisione di pastori, incendio delle messi, od altri danni di eguale natu ra. 52." È un fatto incontrastabiJe che nelle province ove ha infierito il brigantaggio ed ove havvene tutrora un residuo, i carbonai, i legnaiuoli e le persone infine che per un commercio o per un altro accedono alla montagna, hanno sempre servito di valido sostegno ai malviventi, fornendoli di viveri, di armi e prevenendoli perfino delle mosse della truppa, che il più delle volte perciò riesce impotente a mettersi sulle loro tracce. Ad opporsi ad un siffatto aiuto è debito dei Signori Comandanti di Zona e di Scompartimento, e per essi di ogni singolo comandante di Distaccamento di esercitare nella sfera del proprio territorio la più rigorosa sorveglianza sulle persone che accedono ai monti sotto pretesto di carboni, di legna o di altro, esigendo che ognuna di esse sia munita del voluto permesso rilasciato dal Sindaco e firmato dall'Autorità locale, o <laU'arma dei Reali Carabinieri.
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Bisognerà inoltre che i comandanti di distaccamento spediscano sovente ed all'improvviso in qualunque ora del giorno e della notte pattuglie nei luoghi ove per solito si riuniscono i carbonai per attendere alla loro industria, e colà richieggano ognuno dei recapiti, constatando per bene la loro identità ed arrestando senz'altro le persone che ne fossero prive e non dassero sufficienti garanzie della loro presenza in quel luogo. Non diversamente intendo si proceda a riguardo dei legnaiuoli (uomini e donne), importando che la sorveglianza verso di questi tenda essenzialmente ad impedire che essi provvedano di vettovaglie i banditi. Egli è con una ben intesa ed attiva sorveglianza sui carbonai e sui legnaiuoli che potrassi troncare una connivenza perniciosissima al servizio di repressione, ed indurli fors'anco ad adoperarsi in pro della pubblica sicurezza. 53.0 Premi in danaro a coloro che si offrono a rendere servizio in vantaggio della pubblica sicurezza, non saranno concessi se non a servizio reso. Le somme relative verranno pagate per cura di questo Comando Generale, oppure dalla Prefettura della provincia ove successe il fatto. Ove però talun comandante di truppa ritenesse conve niente incontrare spese per ricompensare una spia sicura, o per preparare qualche agguato, in tal caso, ancorché il servizio non sia riuscito per cause indipendenti dall'individuo offertosi, detto comandante è facoltato a domandare l'autorizzazione di pagamento. 54.0 Da ora in poi a questo Generale Comando soltanto è devoluta la facoltà di ordinare arresti per ragioni che interessano il servizio di repressione brigantesca, e di mantenere individui incarcerati a disposizione dell'Autorità Militare; i Signori Comandanti di Zona dovranno a me rivolgersi per ottenere una tale autorizzazione. I comandanti di truppa in perlustrazione nel caso di constatata flagranza potranno eseguite arresti, riferendo in proposito per la via gerarchica al comandante dellaZona, che dovrà tosto rapportarne a questo Comando, raccogliendo nel contempo le prove a carico perché gli arresti possono esser.e passati a disposizione del potere giudiziario, o mantenuti a disposizione dell'Autorità Militare, secondo che crederò di decidere in proposito. Mi riservo sul particolare degli arresti di emanare apposite istruzioni, che servano di complemento a quelle qui entro contenute. 55.0 In massima i Distaccamenti non sono autorizzati a prendere guide a pagamento, imperocché dopo pochi giorni di attivo servizio essi debbono riuscire a farsi ben pratici della Zona di terreno compresa nel loro raggio di azione; essi però, qualora risiedano in paesi ove si trova una stazione di Carabinieri Reali, potranno nei primordi rivolgersi al comandante della stessa onde avere qualche carabiniere ben pratico dei luoghi, che unendosi ai drappelli in perlustrazione serva loro di guida; e qualora risiedano in paesi ove non trovansi stazioni dell'arma sopradetta, saranno nei primi tempi di loro permanenza facoltati a dimandare mediante apposita richiesta, che i Sindaci li provvedano d'individui che loro facciano da guida. 56." Laddove un comandante di truppa sia chiamato ad uscire dall'abitato per muovere in persecuzione od a sorpresa di briganti isolati, o riuniti in banda, i quali giusta le precise notizie avute, sieno in un luogo sconosciuto, o conosciuto con poca precisione, dovrà egli tosto provvedersi in paese di più guide fedeli e pratiche al
Memoria sui principali aspetti tecnico-operativi ecc.
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tutto delle varie contrade, ed in ispecial modo del punto, ove convenga sorprendere o dare la caccia ai banditi. In siffatta occorrenza un comandante di forza ha altresì autorità di fare agl'individui prescelti pel servizio di guida promesse di ricompensa, nel caso che conducano la truppa al luogo di permanenza della comitiva, o che la facciano perseguitare a breve distanza. Uguali promesse i comandanti di forza, che trovansi fuori dei paesi m servizio di pubblica sicurezza, sono in facoltà di fare a quelli individui i quali, nell'identico caso di notizie, essi presceglieranno sul momento pel servizio di guardia. Ho avuto spesso da osservare, qui ed in altri luoghi, la difficoltà di trovare indi vidui, che si prestino all'ufficio di guide nei vari servizi che la trnppa fa in campagna. Una tale difficoltà non potrebbe derivare da difetto, o mancanza assoluta di mercede, pe1rciò che le guide sono state sempre largamente compensate dell'opera che si sono indotte a preservare ma invece pare che dipenda dalle gravi minacce, e dai maltrattamenti a cui talvolta i comandanti di truppa hanno subito poste queste guide nel corso del servizio, pei cattivi sentieri e pei luoghi dirupati, che essi sono stati costretti a percorrere. Intendo che siffatto sconcio abbia assolucamente a terminare; dappoiché è necessario che tutti, Ufficiali e Soldati, si persuadano che la guerra del brigantaggio non si fa sulle strade postali, ma per le creste dei monti, nei dirupi e nei burroni, fra le macchie e fra le spine dei boschi; ed in conseguenza quelle guide dimostrano di sapere adempiere con intelligenza e con coscienza al loro ufficio, le quali appunto per quei luoghi difficili conducono le truppe. Si smetta quindi il grave difetto di maltrattare la guida, che per la qualità del servizio che presta, è costretta molte volte a scegliere pessimi e dirupati sentieri. 57.0 Il servizio di pubblica sicurezza per la natura de' luoghi in cm e eseguito, per il carattere delle speciali operazioni, e per i disagi, che delle stesse sono le inevitabili conseguenze, richiede che, per quanto ha rapporto alla tenuta le truppe si d iscostino dalle osservanze di prescrizione. Queste, strettamente tenute in vigore, tornerebbero oltremodo pregiudizievoli all'andamento del servizio di pubblica sicurezza, giacché verrebbe di conseguenza tolta ai soldati l'agilità necessaria per riuscire ne' loro movimenti ad uguagliare la celerità brigantesca. Il keppy, lo zaino, il sacco a tenda vogliono per tal ragione non essere mai usati, come oggetti che nella guerra del brigantaggio, tutta mobilità a tutta fatica, troppo sopraccaricherebbero il soldato; e si opporrebbero a che egli potesse sostenere il gravoso servizio giornaliero e straordinario, al quale nell'interesse della repressione è pur forza sottostia. Ciò che vien detto per la bassa forza si riferisce egualmente alla tenuta degli Ufficiali, la quale serbata quale la vogliono le prescrizioni regolamentari, sarebbe d'impaccio ai comandanti di truppa. In base a questi giudizi vien prescritto, che per gli Ufficiali la tenuta del servizio di pubblica sicurezza sia sempre sciolta; dovendo essi sostituire il revolver od il fucile da caccia alla sciabola, arma inutile ed incomoda per chi deve perseguitar brigami. 58.0 La truppa, che esce per suo turno, o straordinariamente, in servizio di pubblica sicurezza non farà il rancio epperò non solo è inutile, ma bensì è espressamente vietato di trasportare viveri freschi, utensili da cucina, facendo seguire i drappelli da bestie da soma.
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Alla truppa in servizio di pubblica sicurezza saranno invece corrisposti i viveri in danaro per le ore 36, e per i giorni che dovrà star fuori pel servizio istesso. Apparterrà conseguentemente al soldato di provvedersi alla sede del distaccamento prima di mettersi in movimento; e di provvedersi poscia nei paesi ove si sofferma il drappello, qualora il servizio abbia una durata maggiore di 36 ore. Un tal sistema ha il vantaggio di non inceppare il servizio di pubblica sicurezza. 59.0 Per le truppe che trovans1 1n serv1z10 di pubblica sicurezza, vi saranno due specie di segnali; quelli che riflettono quel periodo di servizio nel quale esse non hanno ancora scontrato i banditi; e quelli che si riferiscono al momento della sorpresa di una comitiva, al periodo dell'attacco e dell'insegnamento. I primi (convenzionali) vogliono con forza proporzionata alla profondità ed estensione della colonna esser fatti con fischietto. I secondi segnali (regolamentari) debbono eseguirsi colla tromba non appena stia la truppa a fronte dei briganti o sia cominciata l'azione, od abbia avuto principio l'inseguimento.
60. In massima i Signori Comandanti di Zona si opporranno acché si facciano 0
spari di mortaletti e fuochi pirotecnici nelle località ove aggiransi briganti formati in comitive od isolati, in quanto che i Distaccamenti in perlustrazione potrebbero assai facilmente essere indotti in errore ritenendoli fatti da qualche pattuglia in inseguimento di banditi; errore questo che li farebbe inutilmente accorrere ove non è punto richiesta la loro presenza. Solo a ques to Comando, e per esso ai Signori Comandanti di Zona e di Sotto Zona, appartiene di permettere gli spari quando richiesti per l'oggetto dalle Autorità Muni· dpali locali; coll'avvertenza però, che una tale autorizzazione, non avendo altro significato che il nulla osta da parte dell'Autorità Militare, essa non concede la facoltà di fare i fuochi laddove l'Autorità Politica vi si fosse negata. I Comandanti di truppa, che stanzino in paesi sedi di Prefettura, o di Sotto Pre· fetture, in ciò che concerne persecuzione del malandrinaggio cercheranno di possibil· mente uniformarsi alle vedute di quelle autorità politiche, procedendo con loro nel migliore accordo come con autorità, che mirano ad un medesimo scopo. I comandan ti anzidetti serberanno per altro per se medesimi quella parte tutta speciale, che nella repressione del brigantaggio va loro esclusivamente devoluta; intendo quella relativa alla direzione ed esecuzione dei movimenti militari. Nei paesi ove sonovi Delegati di P. S., i Comandanti di truppa si manterranno con essi in continui rapporti, per ricevere da loro tutte quelle comunicazioni relative alla pubblica sicurezza, ed in base a queste regolare, quando occorra, le operazioni della forza pubblica. Se in talune circostanze saranno i Signori Delegati di P. S. invitati ad intervenire ad un qualche servizio riuniti a distaccamenti militari, bisognerà sempre por mente che essi non debbono giammai avere ingerenza alcuna nella direzione di un movimento, questa essendo di esclusiva spettanza del Comandante la truppa. 61.0 I comandanti di Zona, di -Sotto-Zona e di Scompartimento, che per le numerose esigenze d'ufficio dovessero sottostare a maggiori spese di cancelleria, al di là dei limiti loro fissati dalle amministrazioni dei propr1 corpi, potranno alla fine d 'ogni mese farsi rivalere da questo Comando, trasmettendo le note dello spesato in più.
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Non tralascio peraltro di raccomandare su tal proposito la massima economia, limitando le spese al pii1 stretto indispensabile. 62.0 La corrispondenza fra i vari comandanti di truppa per tutto ciò che concerne rapporti, informazioni, pubblicazione d'ordini ecc., relativi alla repressione del brigantaggio, dovrà farsi, salvo i casi eccezionali per via di posta, seguendosi l'ordine gerarchico qui appresso indicato. Comando Generale delle truppe per la repressione del brigantaggio, Comando di Zona, Comando di Sotto Zona, Comando di Scompartimento, Comando d i Distaccamento, Comando di drappello in servizio di pubblica sicurezza. 63.0 Alla fine di ogni mese ciascun comandante di distaccament0 compendierà in una relazione generale (conforme al modello già diramato) tutti i fatti e le circostanze tutte che hanno riguardo agli eseguiti servizi di pubblica sicurezza, nonché alle condizioni del brigantaggio nel proprio raggio di azione. Per mezzo dei comandanti di Scomparciment0, siffatti rapporti generali perverranno ai comandanti di Sotto Zona o di Zona, i quali riepilogandoli in una sola e generale relazione, si faranno a trasmetterla a questo Comando Generale, non più tardi del giorno 8 di ciascun mese. 64.0 Gli scontri e le notizie tutte, la cui comunicazione importa non sia ritardata, verranno in succinto e per telegrafo riferiti dall'una e all'altra Autorità Militare, e secondo il caso fino a questo Comando Generale seguendosi però sempre la via gerarchica. 65." Siffatta partecipazione non dispensa il Comandante di truppa, che primo si fece a riferire, dal redigere, non appena il possa, un minuto straordi nario rapporto, e di trasmetterlo a seconda dell'importanza per corriere espresso, o per la posta, al1' Autorità Militare dalla quale egli per cose di brigantaggio dipende immediatamente; rapporto, che secondo la natura del suo contenuto; potrà giungere sino al Comando Generale delle truppe. 66.° Sonovi delle circostanze in cui l'importanza stessa delle notlZle da comunicarsi fa risultare la convenienza che io ne sia tosto ragguagliato. 1\mmcsso che dietro qualche fatto di rilievo, o dietro importanti informazioni u na tale convenienza si faccia palese ad un comandante di truppa, questi (siane qualunque il grado) sarà non solo autorizzata, ma sibbene in dovere di rivolgersi sul momento per telegrafo a questo Comando Generale, avvalendosi all'uopo della stazione telegrafica più prossima. Con ciò non intendesi sia il detto comandante di truppa dispensato dal riferire subito e per telegrafo all'Autorità Superiore immediata; anzi dev'egli renderla intesa della partecipazione fattami direttamente. 67." Fuori i casi nei quali trar tisi di cose urgentissime, come a mò di esempio di notizie di sommo r ilievo, delle quali l'importanza dice chiaramente come convenga rivolgersi direttamente cd immediatamente a questo Comando, i Signori Comandanti di Scompartimento si rivolgeranno sempre ai propri Comandanti di Zona o di Sotto Zona, evitando essi per tal modo di discostarsi dalla osservanza della via gerarchica e di dar luogo ad una duplice corrispondenza, la quale non può tornare che pregiudizievole all'andamento del servizio.
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68.0 La diramazione degli ordini, che addimandano sollecita esecuzione, sarà fatta servendosi del telegrafo ove sienvi stazioni, ovvero adoperando cornen espresso ove non sienvi comunicazioni telegrafiche; e ciò mediante apposita richiesta ai Sindaci. 0
69. Nel riferire degli scontri avvenuti (massime se per telegrafo) usino i Signori Comandanti di truppa di temperanza nei giudiz1, e si facciano ben persuasi, che i va11taggi ottenuti saranno da me tenuti in conto, soltanto dopo essersi verificato il numero dei briganti morti o prigionieri trasportati in paese, e non per forza degli ampollosi rapporti, che parlano di morti e di feriti che non si vedano, e che forse nel dl seguente floridi in salute tornano a novelle grassazioni. 70.0 Qualora io mi trovassi in giro i comandanti di truppa in prossimità del luogo di mia temporanea dimora, o di mio momentaneo passaggio, dovranno (indipendentemente dalla corrispondenza diretta) cercare, se possibile, di vedermi; onde meglio che per iscritto riferirmi a voce quelle notizie od informazioni delle quali possa giovare ch'io sia fatto inteso. Caserta, addì 20 Giugno 1869.
Il Comandante Generale:
PALLAVICINI
l'rfemoria sui principali aspetti tecnico-operativi ecc.
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APPENDICE N. 5
C0Iv1AND0 DELLA ZONA CIRCONDARIALE DI SORA -
Copia di circolare del 6° Gran Comando n. 18 del 18 maggio corrente sui briganti arrestati dalle guardie nazionali
« È avvenuto talvolta che qualche drappello d i guardie nazionali, eseguito l'arresto di briganti meritevoli dell'estremo supplizio, li han consegnati direttamente o per mezzo delle autorità civili ai comandanti locali delle truppe, onde a loro cura ne fosse eseguita la fucilazione. L'assenso che i comandanti delle truppe dessero a consimili sollecitazioni, non potrebbe che riprovarsi da questo Comando Generale perché esso, oltre a rigettare sulle truppe l'odiosità di un fatto che per quanto talvolta necessario non riesce mai meno doloroso, sarebbe contrario alle istruzioni a più riprese emanate da questo Comando Generale e segnatamente colla circolare confidenziale n. 416 del 22 aprile 1862, la quale stabilisce che ogni fucilazione abbia luogo per ordine e sulla responsabilità dell'ufficiale che comanda la frazione in cui i briganti furono presi, e ciò appunto onde mai sorgere il dubbio sulla flagranza di brigantaggio per atti commessi a mano armata o di resistenza consumata in armi contro la truppa, soli casi in cui la severa misura della fucilazione possa applicarsi. Voglia la S.V. diramare le occorrenti istruzioni ai suoi dipedenti, affinché tutti gli ufficiali si uniformino allo spirito della presence circolare».
Il Generale d'Armata ALPONSO LA MAR1v10RI\
Sora, 27 maggio 1862 Per copia conforme Il colonnello Comandante
F.
C!·II\RVE1'S
(AUSSi\:1E, rep. Gll, 6° G.C., busta 19/13)
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L. Tùccari Segue: APPENDICE N. 5
7 novembre 1862: Direttive impartite dal 6° Gran Comando al magg. gen. comandante la Zona Militare di Gaeta. OGGETTO: Sulle misure adottate contro il brigantaggio.
« Avendo preso conoscenza della circolare da Lei emanata il 21 ottobre ai comandanti di truppe della Zona non potrei esimermi dal farle notare che le disposizioni contenute nei paragrafi 4 e 5 mi sono apparse alquanto rigorose. Riconoscendo giustissimo il principio che le ha dettate quelle prescrizioni, non posso però nascondermi che la loro applicazione urtando troppo direttamente gli interessi materiali delle popolazioni e particolarmente dei campagnoli, sarebbero causa di grandi malcontenti e di consecutivi reclami, massima poi quando la circolazione nelle campagne venisse impedita a tal punto da rendere malagevole la continuazione degli ordinati lavori agricoli e del pascolo dei bestiami. Mi sembra pertanto opportuno che V.S. senza ricorrere ad ulteriori disposizioni che fossero per annu llare d'un tratto quelle già emanate ... abbia a cogliere secondo le occasioni ... la opportunità di modificare parzialmente queste misme per modo che accordando qualche facilitazione si possano scansare eventuali reclami e malcontenti ».
Il Generale <l'Armata ALFONSO LA MARMORA
(Fra le misure previste nella circ. della Zona di Gaeta erano comprese quelle concernenti il concentramento del bestiame in date località, il divieto di portare viveri al seguito per non più di una giornata).
(AUSSME, rep. Gll, 6° G.C., busta 19/13)
PARTE SECONDA
TESI DI LAUREA
ANTONIO BRUGIONI
PIANI STRATEGICI ITALIANI ALLA VIGILIA DELL'INTERVENTO NEL PRIMO CONFLITTO MONDIALE Introduzione - Cap. I: Ipotesi di guerra e corrispondenti studi esistenti al momento della crisi europea (luglio 1914) - Cap. II: La mobilitazione e la radunata: aspetti e problemi - Cap. III: Lo scoppio della guerra. Le proposte di Cadorna fino alla neutralità - Cap. IV: La dichiarazione di neutralità. Effetti sul piano militare ed i nuovi obiettivi dell'esercito italiano: la memoria riassuntiva del 21 agosto 1914 e le direttive del successivo 1° settembre - Cap. V: Il mancato intervento di settembre e l'ipotesi di campagna invernale ( varianti alle direttive del 1° settembre 1914, in data 15 ottobre 1914) - Cap. VI: Lo slittamento dell'entrata in guerra alla primavera. I nuovi termini del problema: 1) La mobilitazione «rossa»; 2) Le varianti alle direttive del 1• settembre 19.14, in data 1° aprile 1915 Conclusione - Bibliografia: Documentazione d'archivio; Pubblicazioni.
SOMMARIO:
INTRODUZIONE
Nello studio condotto per la presente tesi si sono voluti affrontare i problemi inerenti i piani strategici italiani predisposti in relazione alle varie ipotesi di guerra possibili nel periodo considerato. L'idea iniziale in base alla quale è stata operata la scelta di tale argomento era quella di esaminare i cambiamenti che si verificarono nell'ambito delle direttive strategiche a causa dello scoppio della crisi nel luglio 1914. Da questo limitato scopo iniziale si sono poi dovuti ampliare i confini della trattazione, data l'esigenza di dover esaminare compiutamente sia i piani predisposti prima, che quelli preparati dopo la fatidica linea di demarcazione sopra menzionata. In pratica, quindi, si è partiti dall'esame dei progetti esistenti agli inizi del 1914, fino ad arrivare a quello definitivo emanato subito prima dell'intervento in guerra.
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AnLOf!iO Brugioni
È opportuno precisare che non ci si è prefissa la dimostrazione di qualche particolare ipotesi iniziale, ma soltanto lo studio e l'esposizione critica dell'argomento in questione. Ciò in considerazione anche del fatto che su tale argomento, a dispetto delle numerose trattazioni parziali, tutte indicate nella bibliografia, non esiste alcuno studio organico e completo che abbia la medesima traccia del presente lavoro. Per la realizzazione di questo studio, quindi, si è proceduto al sistematico esame delle fonti edite (libri e riviste) che potevano in qualche modo risultare utili. Parallelamente, si è condotta una personale ricerca presso l'Archivio Centrale dello Stato e soprattutto presso l'Archivio dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito. Al proposito ci sembra opportuno ricordare che il reperimento di materiale documentaristico interessante per la stesura del presente lavoro è stato spesso ostacolato da varie difficoltà come quelle dovute alla irreperibilità di documenti pur catalogati nei repertori d'archivio, alla gran massa di reperti tra i quali rinvenire i pochi utilizzabili ed infine alla loro collocazione, purtroppo ancora disorganica.
CAPITOLO I
IPOTESI DI GUERRA E CORRISPONDENTI STUDI ESISTENTI AL MOMENTO DELLA CRISI EUROPEA (LUGLIO 1914)
Allo scoppio della prima guerra mondiale esistevano due diverse situazioni che condizionavano oggettivamente la politica degli Stati coinvolti nella crisi: una di carattere squisitamente politico e di alleanze; l'altra di tipo tecnico-militare. È evidente che l'aspetto militare del problema non seguiva pedissequamente quello delle alleanze, anche se è altrettanto chiaro che l'azione militare « ufficiale » doveva essere tesa al conseguimento dei fini indicati dalle alleanze politiche. Vi era, dunque, un duplice aspetto della sfera militare, uno per così dire ufficiale ed uno ufficioso, più tecnico. Il fattore comune era la segretezza, anche se è possibile distinguere per il primo un segreto celante gli aspetti pratici con cui realizzare la più ampia alleanza militare, mentre per il secondo la segretezza riguardava l'intera sfera del problema da risolvere militarmente, essendo più libera la scelta delle ipotesi da prendere in considerazione. Esemplificando, nel caso dell'Italia esisteva un trattato con Austria e Germania - la Tr iplice Alleanza - il quale da lunga data legava il governo ad una politica che,· fin dal 1888 e con la sola parentesi del 1913, si avvaleva dello strumento delle convenzioni militari segrete, studiate per il concentramento delle forze armate alleate tedesche ed italiane sul Reno in funzione antifrancese. Parallelamente agli stu di di perfezion amento di questo principale piano erano stati e continuavano ad essere esaminati problemi inerenti altre ipotesi di guerra, prescindenti dalla Triplice Alleanza, se non addirittura opposte ad essa. Per una migliore comprensione di quanto l'Italia aveva preparato nel campo strategico-militare nel periodo considerato, è opportuno dare un rapido sguardo indietro negli anni fino al
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Antonio Brugioni
1873-74. Sono infatti di quel periodo u ndici « Ipo tesi di guerra prevedibili», prese in considerazione dal Corpo di Stato Maggiore (1). E possibile fare una prima riflessione a carattere generale: la stipulazione della Triplice Alleanza costituisce la linea di demarcazione fra due diversi modi di impostare il problema militare. Infatti, prima del 1882, era plausibile ipotizzare guerre fra opposte alleanze che non avrebbero avuto più senso dopo quella data. Entrata in vigore la Triplice il problema si concretizzava nelle due equazioni: Germania - Austria - Italia contro Francia (aspetto ufficiale della politica militare italiana) ed Italia contro Austria (ipotesi comunque prevedibile che rientrava nell'ambito ufficioso degli studi di preparazione m ilitare). In secondo luogo è interessante rilevare come, accanto ad ipotesi alquanto improbabili, furono presi in cons iderazione casi realm ente possibili, come una guerra di Italia, Francia e Russia contro Austria, Germania e Turchia, dove si dava l'indicazione dell'offensiva, con attacco terrestre e marittimo all'Austria. Comunque queste ipotesi non determinarono là formulazione di piani specifici, eccettuate quelle riguardanti la guerra contro la Francia o contro l'Austria e lo studio di queste ultime ipotesi strategiche fu quindi l'obiettivo cui tesero gli sforzi del Corpo di Stato Maggiore nelle proprie attribuzioni di organismo preposto allo studio dei problemi riguardanti la guerra. Allo scoppio della crisi europea del 1914 le uniche ipotesi previste dai vertici militari italiani erano sempre le due suaccennate: guerra della Triplice Alleanza contro la Francia e conflitto isolato con l'Austria-Ungheria. La p rima ipotesi, per la quale esistevano i già ricordati accordi segreti delle convenzioni militari, era legata alla politica estera ufficiale del Regno d'Italia e pertanto era la principale; la seconda, meno probabile n elle previsioni politiche, stanti le alleanze sottoscritte, corrispondeva all'aspetto ufficioso degli studi militari. Nel luglio 1914 il più importante piano militare italiano pre(1) Cfr. M. MAZZETTI: « I piani di guerra contro l'Austria dal 1866 alla prima guerra mondiale», in « L'esercito italiano dall'unità alla grande guerra (1861-1918) », a cura dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, Roma, 1980, pag. 163 ed allegato n. 1, pag. 178-180.
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vedeva l'invio in Germania della 3" Armata· (composta di tre Co,rpi d'Armata) nonché di due divisioni di cavalleria rinforzate. Il trasporto sul Reno sarebbe avvenuto mediante l'attraversamento del territorio austriaco, con l'utilizzazione delle linee ferrate messe a disposizione dal governo di quello Stato, ma con tutte le spese cli trasporto, cli sussistenza, d'ospedale ecc. a carico del governo italiano, come stabilito fin dal promemoria del 28 gennaio 1888 (2). La convenzione militare che stabiliva le linee di questo piano era di recentissima stipulazione, siglata a Berlino 1'11 marzo 1914 dai rappresentanti degli Stati Maggiori italiano (guidati dal Gen. Zuccari) e germanico (con a capo il Gen. Walder see). Gli accordi italo-austriaci relativi al trasporto delle due divisioni di cavalleria sul luogo di radunata (già deciso nella conferenza del 19 e 20 dicembre 1913) furono firmati a Vienna il 4 - 2 - 1914, mentre quelli riguardanti il trasporto dei tre Corpi d'Armata furono conclusi il 10 - 4 - 1914 nella stessa capitale austriaca (3). La stipulazione di queste convenzioni militar i segrete segnò la ripresa dei rapporti di collaborazione fra i tre alleati, dopo il forzato recesso italiano dalle precedenti nel dicembre 1912, causa il grave stato dell'esercito, provato dalla guerra italo-turca. Tale ripresa delle trattative avvenne proprio poco prima dello scoppio della crisi europea, che, anzi, obbligò gli alleati a disdire i successivi appuntamenti già fissati per n perfezionamento dei piani. Infatti, nei citati accordi italo-austriaci per il trasporto della 3a Armata in Germania attraverso l'Austria del 10 apr,ile 1914, al punto 9) fu evidenziata la necessità di ricompilar e « una unica convenzione definitiva», tenuto conto del fat to che le precedenti convenzioni non rispondevano più alle condizioni oggettive e che avevano subito numerose modificazioni. A tale scopo veniva (2) Cfr. M. GABRIELE : « Le convenzioni navali della Triplice », Ufficio Storico della Marina Militare, Roma, 1969, pag. 48. (3) La documentazione relativa alla convenzione militare italo-tedesca del 10-11 marzo 1914, nonché alle condizioni stabilite per il trasporto delle divisioni d i cavalleria e dei corpi d'armata italiani in territorio austriaco proviene dalle << Carte della valigia cli Mussolini» ed è conservata presso l'Archivio Centrale dello Stato (A.C.S.), contenitore 29, f. n. 9. La stessa è stata pubblicata da M. MAZZETTI in « L'Italia e le convenzioni militari segrete della Triplice Alleanza», comparso su « Storia contempo· ranea » del giugno 1970 (doc. nn. 4, 5 e 6, pag. 413-418).
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stabilita una riunione da tenersi a Berlino nell'ottobre 1914, previa approvazione degli Stati Maggiori interessati. Sono anche da segnalare contatti e riunioni tecniche che avvennero tra il marzo ed il luglio 1914 per lo studio di ulteriori utilizzazion.i di contingenti militari italiani, che però non appr odarono ad accordi o convenzioni ( 4 ). I principali p unti concor dati nella convenzione m ilitare segreta del 10-11 marzo 1914 possono essere individuati nei seguenti : 1) le due divisioni di cavalleria avrebbero preceduto a Strasb urgo, in Alsazia, la 3a Armata, alla quale, dopo il suo arrivo ed una per volta, sarebbero state inviate; 2) i tre Corpi d'Armata dovevano raggiungere il confine italo-austriaco il 15° giorno di mobilitazione, termine anticipato di cinque giorni per l'anno di mobilitazione 1915-16; 3) le truppe italiane avrebb ero preso posizione sull'ala sinistra dell'esercito tedesco, dal cui Comando dovevano r icevere le necessarie istruzioni; 4) nel caso di una avanzata italiana attraverso la catena dei Vosgi in direzione degl,i sbarr amenti militari dell'Alta Mosa, sarebbero s tate forn ite dal Comado dell'Armata Tedesca otto batterie di m ortai da 210 mm . L'assegnazione di obici, richiesta espressamente dal Gen. Zuccari, non poteva, per il momento, essere predisposta, tanto che la risoluzione di questo p roblema veniva demandata, ins,i eme agli altri da definir e più comp iutamente ( vitto, trasporti, ecc.), ad una nuova conferenza (5); 5) doveva essere comunque rispettata la neutralità svizzera; 6) era stab ilito l'impegno da
(4) Cfr. G. RoCHAT: « L'esercito italiano nell'estate 1914 », in « Nuova rivista storica», Anno XLV, maggio-agosto 1961, pag. 318, in cui, alla nota 2, l'A. accenna alla possibilità, discussa in quel periodo, di impiego di truppe italiane anche sul fronte russo, che però non si concretizzò nella stipulazione di accordi. Della stessa opinione è !vlAzzcTTI, il quale nell'articolo citato in nota (2), alla pag. 404 rileva come « le proposte del Pollio (Capo di S.M. del Regio Esercito Italiano - n.d.r.) riguardanti l'invio di due corpi d'armata italiani in Galizia non superarono la fase iniziale ». (5) MAzzETTr, nel citato « L'Italia e le convenzioni militari segrete ... » , pag. 403 , al punto d) indica la zona fra Epinal e Belfort come quella dell'eventuale azione offensiva italiana. Questa zona era stata individuata dal Comando tedesco per un proprio attacco oltre l'Alta Mosa, come risultava io un promemoria riservato consegnato al Gen. Zuccari (cfr. A.C.S., contenitore 29, f. n. 9, convenzione italo-tedesca del 10-11 marzo 1914, punto 5) . Evidentemente il Comando tedesco aveva l'intenzione di associare l'Armata italiana in questo suo progettato attacco, avendo anche previsto la prote-.done del fianco meridionale italiano, nonché dei suoi collegamenti con le truppe scaglionate indietro nel territorio tedesco durante l'avanzata verso l'obiettivo francese.
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parte italiana di studiare l'invio di altri corpi d'armata oltre i tre già concordati. In linea generale si può osservare che le caratteristiche fondametali di quest'ultima convenzione della Triplice Alleanza non la facevano discostare molto dalla prima, quale fu concepita dall'allora Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, Generale Enrico Cosenz. L'.idea ispiratrice che lo spinse a proporre l'invio in Germania di tre divisioni di cavalleria e di sei corpi d'armata era sempre la stessa: assodata l'inviolabilità di entrambi i versanti del confine alpino italo-francese, e per le opere di difesa, e per le difficoltà del terreno durante la maggior parte dell'anno ingombro di neve, era evidente che un conflitto contro il comune nemico si sarebbe risolto sul fronte del Reno, verso il quale era quindi d'obbligo il concentramento di tutti .i reparti esuberanti la difesa del territorio nazionale. In questo modo in Alsazia si sarebbe radunato il grosso delle forze alleate per sferrare l'attacco decisivo. Il concetto fondamentale era dunque rimasto immutato, essendo variata, nel tempo, soltanto la consistenza del contingente militare italiano che, infatti, fu ridotto a cinque corpi d 'armata ed a due divisioni di cavalleria ed, infine, ai tre corpi d'armata, ferma restando l'utilizzazione delle divisioni di cavalleria, previsti dalle ultime convenzioni militari. Esaminando più in particolare gli accordi, si può notare come i movimenti delle truppe italiane verso il luogo di radunata avrebbero dovuto essere coordinati con quelli della mobilitazione e radunata austriaca, anche se si può giustamente ritenere che questo problema fosse compreso fra quelli da discutere in quell'ulteriore conferenza già più sopra rkordata. Sembrerebbe, ad ogni modo, che in questi accordi la mobilitazione austriaca venisse data per scontata, dato che le truppe italiane avrebbero dovuto comunque attraversare il territorio di quello Stato e che, conseguentemente, fosse lasciata cadere la riserva di non intervento in caso di guerra circoscritta a Germania ed Italia contro Francia, formulata dall'Austria nella prima convenzione del 1888 e confermata nella successiva del 1891. Tale impressione è confortata anche da quanto dichiarato al punto 6, terzo comma, delle convenzioni, in cui si sanciva solenn emente l'obbligo del rispetto della neutralità svizzera. Per chiarire meglio questo punto è opportuno ricordare che, proprio per superare l'ostacolo rappresentato dall'eventuale di-
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niego austriaco all'attraversamento del proprio territorio da parte dell'armata italiana in viaggio verso la Germania, era stata studiata la possibilità di far giungere le nostre truppe sull'Alto Reno tramite la via della Svizzera (6). Questa ipotesi, chiamata « Seconda», cominciò ad essere studiata dagJ.i Stati Maggiori tedesco ed italiano nel 1898. Nell'anno 1900 fu organizzata dall'Italia una missione di Stato Maggiore nella zona di frontiera italo-svizzera per l'esame di tutti gli aspetti del problema (7). La r elativa relazione è, perciò, estremamente interessante per conoscere la genesi nonché la natura di questa ipotesi « Seconda». La missione italiana si svolse in due periodi: nel primo (3-16 luglio) furono eseguite speciali ricognizioni sul terreno; nel secondo (17-27 luglio) furono svolte due manovre sulla carta. La -d ire;ione era dell'allora Capo di Stato Maggiore dell'Esercito Ten. Gen. Tancredi Saletta, il quale tenne la conferenza iniziale il 3 luglio a Como (8). Nel primo periodo furono studiati alcuni problemi speciali attraverso relazioni di esperti militari. Le più interessanti furo no quelle riguardanti le questioni relative alla seconda manovra. Tra queste ricordiamo la questione terza ( « Studio delle tre linee d'operaz,i oni dello Spluga, del Maloia e del Bernina, sotto il punto di vista di una offensiva italiana dalla Valtellina verso la conca di Coira ... »); la questione quinta ( « La conca di Livigno - Suo (6) Cfr. M. MAZZETTI: « L'Italia e le convenzioni militari segrete ... » citato, pag. 399-400 e documento n. 3, pag. 412. Sulla scort.a di questo documento, conservato presso l'.A.C.S. insieme agli ahri già citati in nota (3), l'A. ritiene di poter svelare in modo inequivocabile quanto il Cadorna lasciò volutamente in sospeso nella versione della « memoria sintetica sulla nostra radunata nord.ovest e sul trasporto in Germania della maggior forza possibile», dallo stesso pubblicata nel libro: « Altre pagine sulla grande guerra », Mondadori, Milano, 1925, pag. 16-17. (7) Archivio dell'Ufficio Storico dello S.M.E. (A.U.S.S.M.E.) « Ordioamento e mobilitazione», contenitore n. 60: « Relazione del viaggio di Stato Maggiore dell'anno 1900 - Zona di frontiera italo·svizzera » (firmata di suo pugno dal Ten. Gen. Saletta e compilata nel dicembre 1900). (8) Nella conferenza iniziale il Ten. Gen. Saletta svolse un rapido esame geografico-militare del territorio svizzero (notevolmente ripreso da Cadoma nel suo « Altre pagine sulla grande guerra ») teso a rilevare quanto fosse difficile arrivare a possedere detto territorio. In particolare dimostrò la difficoltà di una invasione movente dal Canton Ticino. « Meno difficili - a parere del Saletta - , a motivo dell'assenza di opere di fortificazione, si presentano invece le operazioni progredenti dalla Valtellina in Engadina e cia questa nella conca di Coira e nel Landquart, in val del Reno, a monte del Lago di Costanza » A.U.S.S.M.E.: OM/60.
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valor militare nei riguardi di una offensiva italiana verso la Svizzera ») e la questione settima ( « Valor militare del Canton Grigioni, rispetto all'offensiva italiana, movente dalla Valtellina verso il territorfo della Confederazione e rispetto ad un sistema di difesa, appoggiato alla Conca di Coira » ). Nel secondo periodo, come già anticipato, furono fatte due manovre sulla carta. Nei preliminari della prima si legge che « scopo della manovra ... fu di studiare un'offensiva italiana attraverso il Vallese, il Francigny ed il Chiablese, affine di spuntare per la sinistra la linea principale di difesa francese Albertville-Aiton-Grenoble, mentre altre forze avrebbero operato verso la conca di Beaufort, ,in Tarantasia ed in Mariana. L'azione di queste ultime, però, doveva limitarsi a fronteggiare le opere di Val d'Are ed a cercare un collegamento, attraverso al gruppo della Venoise, colle forze operanti contro le fortificazioni di Bourg St. Maurice ». La situazione generale di base era ovviamente quella dello stato di guerra fra la Duplice Intesa e la Triplice Alleanza. Con tale 'manovra si dimostrò l'impossibilità dell'avanzata di un'armata italiana verso ·il fronte francese attraverso la Svizzera occidentale, sia per le enormi difficoltà del terreno, che per la resistenza delle buone fortificazioni poste a sbarramento delle scarsissime e malagevoli vie di accesso (9). La seconda manovra senza dubbio influenzò la predisposizione del piano strategico italiano di attraversamento del territorio svizzero. Scopo della manovra fu infatti « di studiare la marcia offensiva di una armata attraverso ad una regione montuosa di grande estensione. Applicando tale studio al territorio della confederazione elvetica, si ottenne di approfondire la conoscenza di un considerevole tratto della nostra frontiera verso quella regione, nonché delle linee d'operazione che l'attraversano. « Stabilendo, poi, che uno dei due partiti fosse composto di truppe federali, si ebbe campo di studiare l'organizzazione di quelle forze per la difesa nazionale » (10). (9) Di questo avviso era anche Cadorna (cfr.: « La neutralità della Svizzera du· rance la guerra» in « Altre pagine ... », citato, pag. 27-29), il quale sembra aver attinto per le sue asser.:ioni validi argomenti dalla cicata relazione del viaggio di Stato Mag· giorc dell'anno 1900 ed in special modo dallo svolgimenco e relativa negativa conclusione della prima manovra. (10) « Relazione del viaggio di Stato Maggiore ... », citato: « Seconda manovra Preliminari: scopo della mànovra ». A.U.S.S.M.E.: OM/60.
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Anche in questo caso la situazione generale considerata era di guerra fra la Duplice Intesa e la Triplice Alleanza. L'Italia fin dalle prime operazioni aveva saldamente occupato Monte Ceneri e Bellinzona e con le sue forze era a contatto di truppe svizzere che tenevano debolmente il Canton Ticino. Fu quindi supposto che i 'Contingenti italiani il tredicesimo giorno di mobilitazione avessero attaccato con successo i passi dello Spluga, del Maloia e del Bernina, difesi da forze ,i nferiori, e quindi fossero avanzati fino a Sufers, al colle del Septimer, a Sils, a Samedan, a Pont ed a Scanfs, dove avrebbero provveduto a fortificarsi. Il « tema speciale per il partito sud» (cioè per le truppe italiane), dal quale fu ricalcato il piano poi adottato dal Comando di Stato Maggiore, era il seguente: « incominciare al più presto la marcia attraverso il territorio della Confederazione svizzera, colle forze a sua disposizione, sboccando dai passi dello Spluga, del Maloia e del Bernina, già in suo potere, con lo scopo di ,invadere il Canton Grigioni e poi superando la stretta di Thurbach, raggiungere il fronte Eglisan-Zur.igo » (11). Lo studio della manovra fu protratto fino a quando lo svolgimento delle operazioni avrebbe portato alla conquista di Sargans, conquista che sarebbe stata effettuata entro i limiti di tempo prefissati e che autorizzò lo Stato Maggiore a prevedere l'ulter,iore vittoriosa avanzata delle truppe italiane attraverso la Svizzera. Per concludere questo argomento è opportuno ricordare il più importante dei problemi emersi nel corso della manovra. Venne riscontrata, infatti, sopra ogni altra cosa, la gran difficoltà di funzionamento dei servizi a tergo durante tutte le operazioni di montagna del partito sud. Specifica la relazione: « Fu messa in evidenza la quantità grandissima dei mezzi occorrenti e la difficoltà di farli giungere dove dovevano essere impiegati ... » (12). Si può quindi affermare che, probabilmente, dall'immediato riscontro di questi problemi nacque l'esigenza, da parte dello Stato Maggiore italiano, di accordarsi con quello tedesco per ot(I I) « Relazione del viaggio di Stato Maggiore ... i>, citata: « Seconda manovra Tema speciale per il partito sud». A.U.S.S.M.E.: OM/60. (12) « Relazione del viaggio di Stato Maggiore ... », citata: « Osservazioni di carattere generale dedotte dalla seconda manovra». A.U.S.S.M.E. : OM/60.
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tenere una base di rifornimento anche nella Germania meridionale (13). La seconda ipotesi studiata dallo Stato Maggiore italiano era, come più volte ricordato, quella di un conflitto isolato fra Austria-Ungheria ed Italia; anche questa eventualità era compresa nelle già citate « ipotesi di guerra prevedibili >> del periodo 1873-74, dove questa guerra, considerata allora improbabile, era prevista a carattere difensivo, per parare l'attacco austriaco portato dall'Isonzo e dalle Alpi, tranne nel caso in cui l'Ungheria si foss e sollevata contro l'Austria (14). Attraverso gli anni il piano relativo a questa ipotesi aveva subito modi.fiche che trovano il loro fa ttore comune nel progressivo spostamento in avanti della linea di difesa pr incipale. Dall'Adige, scelto come primo fronte difensivo negli anni settanta del secolo scorso, si arrivò alla linea del Tagliamento, con alcune importanti teste di ponte che .facevano gravitare le nostre forze ancora pit1 ad est. La caratteristica essenziale era comunque l'atteggiamento spiccatamente difensivo che ispirò tutti i piani predisposti (15). Allo scoppio della crisi europea del luglio 1914 era in vigore sempre sulla frontiera nord-orientale il progetto di mobilitazione e radunata studiato dal Capo di S.M. Tenente Generale Pallio nel 1912, ma adottato soltanto nel 1913. Sin dall'assunzione dell'alta carica nel 1908, il Generale Pallio prestò molte cure al problema della frontiera orientale; infatti già nel luglio del 1909 fu emanato un nuovo piano di mobilitazione e radunata nord-est. Un miglioramento rispetto al precedente progetto del 1906 era individuabile nella riduzione del tempo occorrente p er la realizzazione della radunata da 25 a 23 giorni, conseguente al potenziamento dei trasporti ferroviari. (13) Cfr. M. M.~ZZETTC: « L'Italia e le convenzioni militari segrete ... », citato, pag. 400. È da no tare però che, secondo il documento citato da M AZZETTI, gli accordi italo-tedeschi sulla costituzione di una base di rifornimento nella Germania meridionale furono stipulati in una conferenza tenuta a Berlino il 5 novembre 1900, mentre la « Relazione del viaggio di Stato Maggiore» reca in calce la data « Dicembre 1900 >>. (14) Cfr. M . .tvlAZ4ETn : « I piani di guerra contro l'Austria», citato, allegato n. I , lettera c), pag. 179. (15) Cfr. Ministero della Guerra - Comando del Corpo di Scaco Maggiore Ufficio Storico: « L'Esercito italiano nella Grande Guerra (1915-1918) », Volume II (Narrazione), Roma, 1929, pag. 3-9.
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Altra notevole innovazione di questo piano era costituita dall'utilizzazione della 4a Armata a difesa del confine orientale del Trentino, dove sul lato occidentale e fino all'altipiano di Asiago veniva schierata la ia Armata (16). Il Piave era sempre il fronte difensivo principale, ma, nel contempo, si cercava di realizzare una più forte occupazione avanzata. La tendenza a spostare la linea del fronte verso est si concretizzò nel nuovo interesse per il Tagliamento che dal dicembre 1909 cominciò ad essere p reparato per fungere da prima linea difensiva, nonché, tramite le due teste di ponte fortificate di Codroipo e Latisana, da base di partenza di una più decisa ed inedita strategia offensiva. La famosa tenaglia difensiva-controffensiva che fu creata sul Tagliamento era -i noltre costituita nella parte sinistra dalle fortificazioni della zona di San Daniele del Friuli. Completava l'opera di rafforzamento, in vista delle più audaci prospettive dei piani del Gen. Pollio, la trasformazione del Cadore in un vero e proprio ridotto fortificato autosufficiente. Fra il 1911 ed il 1912 venne delineandosi il nuovo progetto di mobilitazione e radunata nord-est del Generale Pollio. Già dal gennaio 1911, infatti, il Capo di Stato Maggiore dispose che, dopo la radunata effettuata come al solito sul Piave, la 2" e la 3n armata avrebbero dovuto raggiungere il nuovo fronte del Tagliamento, con la 2a a nord, a rinforzo delle truppe dislocate in occupazione avanzata in Carnia, e la 3" a sud, a dare nerbo alla branca destra della tenaglia. Contemporaneamente venivano (16) A riprova del carattere prettamente difensivo di questo schieramento, nonché delle preoccupazioni che lo ispirarono, si potrebbe portare un'esperienza proprio di quell'anno 1909, cioè le Grandi Manovre, dirette personalmente dal Ten. Gen. Pollio, compiute dal 23 agosto al 2 seuembre in una parte del territorio di pertinenza della P Armata ( « Zona lombardo-veneta, compresa fra il Garda e il Po nelle vicinanze del i\:lincio ». Relazione sulle Grandi Manovre 1909, pag. 6). In <letta Relazione, rinvenuta presso l'A.U.S.S.M.E.: OM/49, come situazione generale si suppose infatti che « un esercito invasore (rosso), superate le resistenze opposte da truppe nazionali (azzurre) in valle Lagarina, sui monti Lessini ed in Val Leogra, avesse respinto verso sud un'armata azzurra, che aveva tentato contrastarne l'avanzata. Quest'ultima armata però, rinforzata in tempo da altre truppe e appoggiata con la sinistra a Mantova e con la destra ad alcune opere di fortificazione semi-permanenti erette presso Ostiglia, era riuscita ad arrestare i progressi dell'armata rossa ed a respingere infine gli attacchi da essa tentati dal 20 al 23 agosto. Le resistenze che gli azzurri opponevano ai rossi nel territorio ad ovest del lago di Garda non erano ancora state superate, né era probabile lo sarebbero state per breve tempo». «Relazione», citata, pag. 13.
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assegnati compiti offensivi alla 1a ed alla 4a armata nelle zone montane del proprio schieramento. Nei mesi successivi il piano allo studio del Corpo di Stato Maggiore si arricchì di altri concetti conformi al nuovo indirizzo difensivo-controffensivo; fra questi l'utilizzazione delle forze in occupazione avanzata in azioni oltre confine di disturbo alla radunata austriaca, nonché in operazioni tendenti ad entrare subito in possesso di posizioni strategicamente notevoli. Era intenzione del Capo di Stato Maggiore di terminare lo studio del nuovo piano entro il 1912, affinché tale progetto fosse entrato in vigore nello stesso anno, ma la guerra di Libia ne provocò lo slittamento al 1913. Nel luglio 1914 era quindi in vigore il nuovo progetto di mobilitazione e radunata nord-est che prevedeva il seguente schieramento: la P Armata (con il I ed il III Corpo d'Armata) dallo Stelvio al M. Lisser incluso; la 4" Armata (con il V, l'VIII ed il IX Corpo d'Armata) dal M. Lisser (escluso) al M. Paralba; la 2' Armata (con il II, il IV ed il X Corpo d'Armata) sul Piave da Serravalle a Candelù, tranne la 7' Divisione dell'VIII Corpo d'Armata, che si sarebbe dovuta radunare sul medio Tagliamento; la 3' Armata (con il VII ed il XII Corpo d'Armata) sul Piave da Candelù al mare, ma col VI Corpo d'Armata che si doveva radunare sul basso Tagliamento. La riserva a disposizione del Comando Supremo avrebbe mantenuto il XIII Corpo d'Armata nella zona Goito-Saronno-Cerlongo ed il XIV nella zona di Padova. La 29" Divisione doveva rimanere a difesa della Capitale, radunan dosi nei dintorni di Frascati e l'XI Corpo d'Armata doveva essere dislocato in Puglia nella zona Gravina-Gioia del Colle-Altamura, per proteggere il sud dall'eventualità di sbarchi austriaci o per essere a sua volta impiegato in operazioni sulla sponda opposta dell'Adriatico. Fino dal 1911 il Capo di Stato Maggiore aveva predisposto la formazione di un « corpo di osservazione alla frontiera nord » per· proteggere la sinistra della 1• Armata da eventuali minacce provenienti dalla Svizzera. Secondo il progetto del 1913 tale grande unità sarebbe stata costituita dalla 3a, 5" e 30· divisione, oltre a 9 compagnie alpine ed alla 4a divisione di cavalleria, la cui radunata sarebbe dovuta avvenire nella zona Como-Varese-Milano, per poi schierarsi fra il M. Dolent e il M. della Disgrazia. La radunata che avrebbe consentito questo schieramento si sarebbe realizzata in 23 giorni
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come quella del precedente progetto, malgrado l'aumento delle forze impiegate. Infine la protezione della mobilitazione e dei movimenti delle unità verso le rispettive sedi sarebbe stata affidata a nuclei di truppe in occupazione avanzata, disposte su due linee parallele. La prima, schierata sul confine, sarebbe stata composta dalle truppe di montagna (52 battaglioni alpini, oltre a compagnie di milizia mobile, reggiment i bersaglieri, R. Guardia di Finanza, squadroni di cavalleria, batterie e compagnie del genio). La seconda linea si sarebbe articolata su quattro divisioni schierate, a rincalzo della prima, dalla zona ad occidente del Garda al M. Paralba, nonché sulle truppe già citate appartenenti alle armate 2a e Y e, per finire, sulle rimanenti tre divisioni di cavalleria poste sulla sinistra del Tagliamento ( 1a ad Udine, 2a a Codroipo e 3a a Latisana) (17).
{17) Per quel che riguarda il complesso dello schieramento previsto dal progetto di mobilitazione e radunata nord-est in vigore nel luglio 1914, cfr. Ministero della Guerra - Comando del Corpo di Stato Maggiore - Ufficio Storico: « L'esercito italiano nella Grande Guerra (1915-1918) », Volume I (Narrazione), Roma, 1927 e 1• Ristampa, 1974, pag. 154-155, nonché C. GELOSO: « Il piano di guerra dell'Italia contro l'Austria», Voghera Editore, Roma, 1931, pag. 16.
CAPITOLO II
LA MOBILITAZIONE E LA RADUNATA: ASPETTI E PROBLEMI
Nella trattazione del primo capitolo, relativa all'esame dei piani di guerra italiani esistenti allo scoppio della prima guerra mondiale, anche se non lo si è esplicitamente rilevato, è emerso come principale il problema della mobilitazione e radunata dell'Esercito ( 1). In effetti si può affermare che l'attuazione pratica dei concetti militari degli alti comandi si risolvesse nella preparazione dei progetti di mobilitazione e radunata. Detti progetti non potevano tracciare fin nelle più lontane linee un piano di guerra, ma è sicuro che, con azione reciproca, ne condizionavano lo svolgimento dopo averne subito l'influenza per la propria genesi. Per meglio chiarire il concetto si prenda ad esempio il progetto di mobilitazione e radunata nord-est del 1913: lo scopo obbligato di una guerra in un primo tempo difensiva e solo in un secondo momento eventualmente offensiva, produsse la redazione (1) A chiarimenco di questi due termini fondamentali è opportuno riportare integralmente un brano esplicativo tratco dal saggio di L. MoNDINJ: « La preparazione dell'Esercito e lo sforzo militare nella prima guerra mondiale», pubblicato nel citato « L'esercito italiano daJl'unità alla grande guerra (1861-1918) }>, pag. 343: « Mobilitazione è il complesso delle operazioni mediante il quale le uni tà vengono completate di uomini, armamento, materiali di vestiario ed equipaggiamento, si costituiscono nuovi Comandi e nuovi reparti, previsti negli appositi progetti, sicché a mobilitazione compiuta, l'esercito dal piede di pace è passato a quello di guerra. Può essere palese, se i richiami sono effettuati mediante manifes ti e tutte le operaiioni vengono eflettuate alla luce del sole o quasi; occulta, se attuate col massimo segreto possibile, ad esempio, i richiamati vengono singolarmente convocati, con cartolina precetto. Con la radunata, l'esercito mobilitato viene riunito in u na determi nata zona, detta appunto sito di radunata, da dove è pronto a muovere verso lo schieramento per difendere i confini o per attraversarli, in caso di guerra offensiva. Richiede grandi trasporti di uomini e di materiali predisposti minuziosamente con « ordini di movimento», che indicano approntamento dei mezzi di trasporto, orari, composizione dei convogli, ecc. ».
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del progetto che conosciamo. Tale progetto, come esposto nel precedente capitolo, prevedeva un particolare schieramento che veniva delineato soltanto nella staticità dell'inizio del conflitto. Lo stesso piano, però, conteneva in fieri ed anzi condizionava l'intera azione militare successiva dell'esercito (2). La dipendenza della condotta bellica dalla mobilitazione si riscontrava, all'epoca, in tutte le nazioni europee -in cui vigevano piani di mobilitazione più o meno rigidi ed in particolar modo in Italia, a causa del sistema ivi adottato, con intreccio di trasporti di mobilitazione e di radunata. È da notare, comunque, che detta rigidità era propria anche dei progetti di altri Stati che, come la Germania, prevedevano la mobilitazione delle singole unità nelle sedi normali ed in un secondo momento il loro trasporto sul sito di radunata (3). Tale sistema di mobilitazione disgiunto dalla radunata era reso possibile dal « reclutamento territoriale » adottato -i ntegralmente dalla sola Germania: sistema che, prevedendo l'alimentazione delle unità con elementi provenienti dal territorio ove le stesse erano stanziate, permetteva una teorica ampia libertà d'impiego dell'esercito, ma richiedeva anche tempi più lunghi per il completamento delle operazioni. In Italia, come accennato, la mobilitazione era strettamente connessa alla radunata, con conseguente complicazione dei progetti relativi ai trasporti, che, d'altronde, dovevano essere tutti preventivamente studiati e codificati fin nei più piccoli particolari. Il tutto, per finire, era ulteriormente aggravato dalla conformazione geografica e, soprattutto, dalla scarsezza e poca efficienza della rete ferroviaria. Il minor tempo occorrente previsto dai progetti del 1909 e del 1913 rispetto ai precedenti fu infatti ottenuto soltanto grazie al miglioramento della potenzialità giornaliera di quella che fu dall'Ufficio Trasporti del Corpo di S.M. de.finita come una << specie di "stretta ferroviaria" costituita da due sole linee indipendenti: Verona-Vicenza a doppio binario e Monselice-Padova a
(2) Cfr. G.
ROCHAT : «
(3) Cfr. L
ALBERTINI: «
L'esercito italiano nell'estate 1914 » , citato, pag. 318-319. Le origini della guerra del 1914 », F.lli Bocca, Milano, 1943, volume III, pag. 223-226.
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semplice binario» (4). Poiché la radunata era sempre prevista sul Piave non era possibile utilizzare altro che i detti due tronchi ferroviari e, quindi, gli sforzi dei responsabili militari e delle ferrovie furono tesi al miglioramento dell'accennata capacità di transito. Ciò anche in considerazione dell'aumento dei convogli occorrenti, dato il costante incremento del numero degli uomini e della quantità di materiale da trasportare. Il .sistema di reclutamento allora in vigore in Italia differiva molto da quello suaccennato tedesco. In obbedienza a varie istanze, anche contrastanti (quali la volontà di rendere impossibile la solidarietà fra le truppe e la popolazione, .in vista dell'utilizzazione dell'esercito nella repressione dei moti popolari; l'aspirazione a realizzare attraverso il servizio militare quella convergenza e unità di ideali, di lingua, di cultura, ancora di là da venire ) ed anche rinunciando ai maggiori vantaggi offerti sul piano dell'efficienza militare dal reclutamento territoriale, il sistema italiano prevedeva che ogni unità, con la sola eccezione di quelle alpine, traesse i propri soldati da due regioni diverse e che inoltre spostasse la propria sede mediamente ogni quattro anni, senza mai poter toccare, comunque, le regioni di provenienza dei propri uomini (5). Al contrario di quanto era possibile allo Stato Maggiore tedesco che, come detto, grazie al reclutamento territoriale poteva prima mobilitare e poi istradare l'esercito verso il sito di radunata, il sistema italiano obbligava le autorità militari alla preparazione di progetti in cui si era costretti a prevedere il simultaneo inizio delle operazioni e di mobilitazione e di radunata. Le singole unità, cioè, venivano avviate verso le stazioni di scarico essendo ancora sul piede di pace, mentre attraverso altre linee ferroviar ie si iniziava il trasporto dei complementi e dei materiali vari che le avrebbero portate sul piede di guerra (6). Tenuto però conto del fatto che i p.iani dei trasporti di mobilitazione dovevano essere tutti minuziosamente preparati fin dal tempo di pace, è possibile affermare che i progetti di mobilitazione e radunata predisposti in Italia erano condizionati oltre (4) A.U.S.S.M.E.: OM/11 : « Relazione intorno al progetto di mobilitazione e radunata verso la frontiera N.E. i>, aprile 1902, del Reparto Intendenza, Ufficio Trasporti, del Corpo di Stato Maggiore, pag. 2. (5) Cfr. G. RocHAT: « L'esercito italiano nell'estate 1914 », citato, pag. 299-300. (6) Cfr. G. RocHAT: « L'esercito italiano nell'estate 1914 », citato, pag. 319-320.
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e più che dal sistema di reclutamento, dallo spostamento di sede di tutte le unità cui già si è accennato. Infatti i termini del problema erano i seguenti: 1. incertezza del momento dell'eventuale entrata in guerra e, quindi, di quello in cui sarebbe stata indetta la mobilitazione che, sola, l'avrebbe permessa; 2. conseguentemente al primo termine, incertezza di quali sarebbero state le sedi in cui si potevano trovare le singole unità da portare dal piede di pace a quello di guerra; 3. tutti i complementi necessari alla mobilitazione dovevano avere precisati la partenza, il percorso e la stazione di scarico presso l'unità da mobilitare e tutto ciò rimaneva codificato nei documenti relativi ai trasporti di mobilitazione sino alla successiva redazione (concretizzantesi nell'aggiornamento, a cura del Reparto Intendenza dello S.M.) degli « ordini di movimento» a seguito, solitamente, dell'ampliamento degli organici di guerra (7). Dati questi fattori il risultato non poteva essere che uno, quello effettivamente ottenuto dal Comando dell'esercito. I progetti di mobilitazione e radunata redatti in tempo di pace avrebbero potuto predeterminare con esattezza un solo luogo dove la mobilitazione si sarebbe potuta completare e cioè quello di radunata. Sarebbe stato possibile ovviare a tutto ciò e prevedere quindi la mobilitazione dei reparti nelle loro sedi normali, solamente modificando i progetti ogni qual volta le singole unità avessero mutato la propria dislocazione di pace, cosa evidentemente impossibile ad attuarsi per difficoltà di carattere tecnico. Ciò che non poteva essere realizzato normalmente in tempo di pace divenne attuabile quando la guerra già divampava e soprattutto quando anche l'Italia scelse, sebbene non con estrema precisione, il momento in cui sarebbe entrata nella lotta. A quel punto, infatti, fu possibile ridisegnare tutto il progetto di mobilitazione e radunata nord-est, adottando iI sistema tipico della Germania, dato che i citati termini del problema erano ormai tutti ben fissati ed essenzialmente le sedi dei reparti ed il momento della proclamazione deila nuova mobilitazione (8). (7) Cfr. R. BENCIVENGA: « Saggio critico sulla nostra guerra», volume I: « Il periodo della neutralità», Tipografia Agostiniana, Roma, 1930, pag. 238. (8) Ci si riferisce alla cosiddetta mobilitazione «rossa», dal colore della carta usata per i documenti del relativo progetto, di cui si tratterà più diffusamente in se· guito. La precedente era denominata, per il medesimo morivo, mobilitazione « camoscio».
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Riallacciandosi al concetto col quale si è iniziato il presente capitolo, è ora opportuno precisare meglio i motivi per cui i piani di guerra dell'Italia dipendevano strettamente dai corr.ispondenti progetti di mobilitazione e radunata. Infatti a questo proposito sorge spontanea la domanda : perché sia all'inizio del conflitto europeo nel luglio 1914 che durante il successivo inverno le direttive del Governo e gli studi del Corpo di S.M. tesero al cambiamento dei piani esistenti? Le risposte a questo quesito sono due, ciascuna corrispondente ad un periodo. La prima, con la quale si anticipa un argomento da affrontare più in là, si riferisce al tempo in cui la guerra era già iniziata da alcuni mesi, quando cioè era ormai scontata l'entrata in campo dell'Italia contro la vecchia a'lleata austriaca: la suaccennata esigenza di cambiamento fu dettata oggettivamente dalla mutata situazione, con l'esercito austriaco mobilitato e pronto ad intervenire nel nostro Paese dopo pochi giorni di manovra. In questo caso i piani predisposti secondo quell'ipotesi di guerra a due, di cui si è già ampiamente parlato, non erano più utilizzabili se non addirittura pericolosi (9). Precedentemente, invece, cioè nell'agosto 1914, la situazione ancora fluida impose al Governo una posizione equidistante dai due schieramenti impegnati nella lotta; atteggiamento concretizza tosi nella dichiarazione di neutralità. In quel momento Salandra, Capo del Governo, non aveva ancora escluso del tutto la possibilità di intervenir e comunque contro la Francia né, d'altro canto, si era già risolto per la guerra all'Austria. Da questa politica possibilistica ed indecisa il Consiglio dei Ministri trasse la conclusione di non indire la mobilitazione generale, ben conoscendo il suo significato provocatorio. Esso adottò invece delle misure rivolte al teorico potenziamento dei reparti nelle proprie sedi, ma che, come vedremo, alterarono i dati numerici su cui si basavano i progetti in vigore. La più importante conseguenza dell'intreccio dei movimenti di mobilitazione e di r'a dunata era rappresentata dal fatto che (9} Cfr. L. CADORNA: « La guerra alla fronte italiana. Fino all'arresto sulla linea della Piave e del Grappa (24 maggio 1915 - 9 novembre 1917} r,, F.lli Treves, Milano, 1923, volume I, pag. 53.
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non era possibHe mobilitare l'esercito prescindendo da dove lo stesso avrebbe dovuto essere rivolto . Infatti i progetti in questione erano due, cos\ come le ipotesi di guerra (contro la Francia o contro l'Austria) su cui si è ampiamente esposto nel primo capitolo. In pratica la decisione di mobilitare doveva essere preceduta da quella ben più gravosa con la quale si stabiliva di intraprendere la guerra contro uno dei possibili nemici. Oltretutto l'esercito che andava mobilitandosi sull'uno o sull'altro schieramento costituiva una chiara minaccia verso quella Nazione presso i confini della quale lo stesso aveva iniziato la radunata (10). Ora è evidente che se il Governo, responsabile politicamente delle proprie scelte, non aveva intenzione, per il primo momento, di entrare in guerra, non doveva prendere altra decisione che quella che effettivamente prese e cioè di respingere le insistenti richieste di Cadorna circa l'immediata proclamazione della momobilitazione generale. Che la mobilitazione portasse inevitabilmente alla guerra è dimostrato dagli avvenimenti di quei giorni, durante i quali nessun contendente si poté permettere di concedere agli avversari anche un solo giorno di vantaggio. Tutto ciò provocò infatti l'automatico inizio delle ostilità (11). (10} Cfr. R. BENCIVENGA: « Saggio muco ... », citato, pag. 68. Il Bencivenga, peraltro sempre acutissimo nonché documentato redattore di un'opera definita dal Pieri « sotto certi rispetti fondamentale per la conoscenza dei precedenti della nostra entrata in guerra» (P. PrnRl: « La prima guerra mondiale 1914-1918. Problemi di storia militare», Gheroni, Torino, 1948, pag. 155) nella stessa pagina e nelle seguenti ha addossato la responsabilità della mancanza di piani di mobilitazione prescindenti dalla radunata, agli « uomini politici responsabili» che mai sollecitarono al Capo di S.M. degli studi inerenti un possibile atteggiamento neutrale. A prescindere dall'esistenza o meno di una tale responsabilità (non risulta neanche, d'altronde, che fosse stata mai ipotizzata dal Governo l'eventualità di una posizione neutrale, in un possibile conflitto europeo), dopo quanto esposto è facile dimostrare che l'accusa del Bencivenga astraeva evidentemente dalla considerazione che i due piani allora in vigore, corrispondenti a due precise ipotesi di guerra, erano gli unici tecnicamente possibili, dato il sistema cli reclutamento nonché il citato frequente spostamento di sede dei reparti. (11) Cfr. C. I3ARDAGALLO: « Come si scatenò la guerra mondiale», Dante Ali· ghieri, Milano - Roma - Napoli, 192.3, pag. 98-99, 101-104 e 156-161.
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Se anche l'Italia avesse mobilitato in quel momento, con ogni probabilità questo periodo pi storia sarebbe stato diverso, come l'esposizione che se ne sta tentando (12).
(12) Cfr. R. BENCIVENGA: « Saggio cntlco ... », citato, pag. 70-71, dove l'A. ha espresso l'opinione che sarebbe stato possibile « arrestare in tempo alcuni trasporti di radunata, in guisa da togliere ad essa quel carattere di minaccia, ... ecc.». SL11la base dell'idea più volte esposta circa il carattere estremamente rigido dei nostri progetti di mobilitazione e radunata, tale possibilità ventilata dal Bencivcnga si può ritenere di difficile attuazione, dato che il grosso dell'esercito avrebbe dovuto completare la mobilitazione dopo essersi rivolto verso i confini austriaci, assumendo quindi un atteggiamento bellicoso. Non è però possibile esaminare con maggior cognizione di causa tale problema, a causa della irreperibilità di documentazione e della mancanza di prove pratiche al riguardo.
CAPITOLO III
LO SCOPPIO DELLA GUERRA LE PROPOSTE DI CADORNA FINO ALLA NEUTRALITÀ
Nel presente capitolo . si esporranno in modo succinto gli atti di carattere militare adottati o proposti in Italia nei giorni immediatamente successivi allo scoppio della guerra europea. Malgrado il fatto che tutto si svolse in un breve lasso di tempo, quanto avvenne è oltremodo istruttivo per comprendere le origini.delle difficoltà che caratterizzarono i rapporti tra vertici militari e politici in. quasi tutto il periodo della neutralità. Per una fatale coincidenza due luttuosi avvenimenti recano Ja stessa data del 28 giugno 1914: l'uccisione a Sarajevo dell'arciduca Francesco Ferdinando e della moglie duchessa di Hohenb erg da parte del bosniaco Gavrilo Princip e ·l 'improvvisa morte del Capo di S.M. Generale Alberto Pollio avvenuta a Torino (1). È noto come il primo di questi due fatti fece precipitare la cr.isi che da decenni serpeggiava nello scacchiere orientale d'Europa, sfociata nello scoppio delle ostilità, ma anche la morte del Capo di S.M. ebbe, per l'Italia, notevole importanza, in quanto lasciò l'esercito senza guida nel momento più delicato degli ultimi anni. Il 6 luglio i Comandanti designati d'armata decisero che il successore di Pollio sarebbe stato il tenente generale Luigi Cadorna, effettivamente nominato all'alta carica con regio decreto
(1) Circa la data della scomparsa del Generale Pollio, è da rilevare che la Relazione Ufficiale del Comando del Corpo di S.M. - Ufficio Storico (il citato « L'esercito italiano nella grande guerra»), volume I , pag. 67, riporta come tale quella del 1° luglio 1914, mentre fonti bibliografiche la fanno risalire al precedente 28 giugno, che qui si accoglie (dr., fra gli altri, G. RocHAT: « L'esercito italiano nell'estate 1914 », citato, pag. 323, nota 2 e L. ALBERTINI: « Le origini della guerra del 1914 », volume III, citato, pag. 298J.
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del 10 luglio 1914 e che entrò nel pieno possesso delle funzioni inerenti il suo ufficio soltanto il successivo 27 luglio (2). Già dal 23 luglio l'Austria-Ungheria aveva presentato alla Serbia un ultimatum di 48 ore che fu comunque accettato tranne che nella parte più profondamente lesiva deHa sovranità di quello Stato (accettazione della « collaborazione » della polizia austriaca con quella serba entro i confini di quest'ultima). Il generale Cadorna assunse la carica in un momento decisivo per le .sorti d'Europa e fu chiamato subito a decisioni di vitale importanza sebbene non avesse avuto il tempo materiale per studiare adeguatamente la situazione che gli si presentava innanzi. Le condizioni dell'esercito gli furono comunque prospettate in un promemoria preparato appositamente per lui dai collaboratori dello Stato Maggiore, dal quale risultava un quadro poco favorevole dell'efficienza dell'apparato militare (3). Intanto il 28 luglio l'Austria dichiarò guerra alla Serbia, fatto al qua-le seguì l'immediata mobilitazione (anche se solo parziale) della Russia. A quel punto intervenne in prima persona la Germania, richieden do alla Russia di revocare il citato provvedimento nonché alla Gran Bretagna di mantenersi neutrale. Era ormai evidente che stesse per esplodere un immane rogo; ma di fronte a questi avvenimenti quali decisioni presero le autorità responsabili italiane? Come si è visto nel primo capitolo, l'Italia era legata agli imperi centrali dalla Triplice Alleanza, trattato a carattere difensivo, prevedendo nelle sue clausole l'entrata in guerra delle contraenti solamente nelle particolari ipotesi di aggressioni subite e non provocate. li giudizio se in quel frangente sussistesse o meno il « casus foederis » spettava evidentemente al Governo che, però, non intervenne fino al 1° agosto. (2) Cfr. Relazione Ufficiale, citata, ibidem. Anche a proposito <lella data ciel decreto col quale Cadorna venne nominato Capo di S.M. c'è discordanza fra quella ivi citata ed un'altra riportata da R. BENCIVENGA nel I volume del suo: « Saggio critico ... », citato, pag. 51, nota 1 (« Il Generale Cadorna elevato a ·questa carica con decreto del 20 luglio ... ecc.»). (3) Per ciò che concerne questo argomento, cioè il testo del documento citato nonché le consi<lenrzioni di Cadorna al riguardo, si rimanda al suo libro: « La guerra alla fronte italiana», citato, pag. 13-22.
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Il Capo di S.M. si trovò quindi da solo a dover decider e i primi provvedimenti militari. Lo stesso Cadorna ci fa conoscere il suo a tteggiamento in presenza di tale vasta crisi. Affermò infatti: « ..• fino al 1° agosto io avevo il dovere di considerare l'eventualità che l'Italia dovesse entrare in. guerra contro la Francia a fianco delle potenze centr ali ... » ( 4 ). La preoccupazione di Cadorna è senza dubbio più che legittima, è però da valutare se i provvedimenti che richiese al ministro della guerra Grandi si possano considerare alla str egua di semplici precauzioni o se ebbero piuttosto il caratter e di una vera e propria mobilitazione. · Il Presidente del Consiglio Salandra accusò più tardi il Capo di S.M. di aver agi to affrettatamente, senza chiedergli istruzioni al riguardo (5). :t. però da rilevare che Cadorna non prese autonomamente decisioni, ma si limitò a chiedere « provvedimenti militari di urgenza imposti dalla situazione internazionale» e, semmai, è inspiegabile come potesse avvenire che di tale problema il ministro Grandi non avesse investito direttamente il Capo del Governo. Nell'incertezza di quel momento i responsabili italiani si mossero ognuno nel proprio settore di competenza, senza scambiarsi informazioni su quanto si anelava preparando. Fra le due autorità, quella che sembrerebbe aver agito maggionnente in modo poco corretto è il titolare del Governo, il cui dovere, fra gli altri, era anche quello di partecipare al Capo di Stato Maggiore l'incertezza circa l'esistenza del « casus foederis » ed il conseguente orientamento politico che si andava delineando (6). Comunque neanche in ciò è possibile vedere colpe gravi, in quanto il succeder si incalzante degli avvenimenti non permise ai politici di informare tempestivamente Je autorità militar.i delle proprie decisioni (7).
(4) L. CADORNA: « Altre pagine sulla grande guerra», citato, pag. 13 . (5) Cfr. A. SALANDRA: « La neutralità italiana», Mondadori , Milano, 1928, pag. 264. (6) Cfr. L. MONDINI: « La condotta militare della guerra italiana 1915-1918 ». Estratto dagli atti del XLI Congresso di storia del Risorgimento italiano, Trento, 9-13 ottobre 1963, pag. 5. (7) Cfr. G. RocHAT: « L'esercito italiano nell'estate 1914 », citato, pag. 325.
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Quello che però lascia alquanto perplessi è la reciproca accusa di disinteresse scambiata fra le dette autorità. Tutto questo, in fondo, non sembrerebbe altro che il riflesso di una grave situazione di fatto che allora effettivamente si verificò: la mancanza di convergenza tra le direttive politiche e lo strumento che, in quella contingenza, le avrebbero dovute realizzare : l'esercito. Tornando all'argomento più prettamente militare della presente trattazione, si debbono ora esaminare i provvedimenti che richiese il Cadorna. Il fine dichiarato che si voleva perseguire con quanto richiesto era quello di « provvedere all'occupazione avanzata ed ai presidi delle fortezze della frontiera N.O. e mettere i Corpi d'Armata destinati all'estero nelle migliori condizioni per mobilitarsi » (8). I mezzi individuati dal Capo di S.M. per ottenere ciò erano essenzialmente questi: richiamo dalla Libia delle truppe non indispensabili; preallarme, con immediata riunione dei distaccamenti, per le grandi unità che avrebbero dovuto difendere i confini occidentali (i primi quattro Corpi d'Armata), ovvero raggiungere la Germania (il V, il VII e l'XI corpo dell'armata del Reno, nonché le prime due divisioni di cavalleria); avviamento agli sbarramenti delle Alpi delle truppe da montagna e dell'artiglieria da fortezza; rifornimento dei magazzini e ricoveri delle Alpi; rinforzamento degli organici mediante il richiamo della rimanenza della classe 1891 (richiamo già iniziato per motivi d'ordine pubhlico ); completamento delle dotazioni di mobilitazione per le truppe interessate mediante l'urgentissimo reintegramento delle 200.000 serie di vestiario mancanti; trasporto delle artiglierie da fortezza dalla frontiera orientale a quella occidentale, lasciando cioè la prima indifesa per armare quella francese (9). Il ministro della guerra Grandi accolse quasi tutte le richieste e difatti diede l'immediato inizio ai moviment i relativi ai trasporti occorrenti. È subito da notare che l'avvio di tali spostamenti e di truppe e di materiali non poteva certo passare inosservato a Salandra, anche nell'ipotesi che ne fosse stato tenuto all'oscuro dal proprio (8) Cfr. la lettera di Cadorna a Grandi del 29-7-1914, tipottata da G. RocHA'r: « L'esercito italiano ... », citato, pag. 324-325.
(9) Cfr. anche L. pag. 299.
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ministro de.Ila guerra. E se li avesse ritenuti pericolosi, inopportuni od addirittur a opposti agli interessi dell'Italia, egli avrebbe potuto benissimo ordinarne la cessazione anche prima della proclamazione della neutralità. A prescindere da questo, si può osservare che i provvedimenti richiesti erano sì di carattere preparatorio alla mobilitazione e non veri e propri primi atti della stessa, però anche di tale portata da essere ritenuti da Salandr a molto compromettenti per l'Italia. Il fine, bene o male accettato da Cadorna, era la guerra alla F rancia e quanto ordinato contribuiva inevitabilmente a ciò. È quindi .innegabile che quello che mancò in tale circostanza fu una netta presa di posizione da parte del capo del governo. La gr avità di quei momenti si evince anche dalle affermazion i dello stesso Cadorna. Mentre tutti gli sforzi militari tendevano ver so la frontiera occidentale, i politici decisero la neutralità, che provocò l'arresto e l'immediato dietro-front delle masse or mai in movimento (10). Con ciò si anticipa però l'argomento del prossimo capitolo. È opportuno quindi tornare a prima della dichiarazione di neutralità, cioè al 31 luglio 1914. Coerentemente alla linea or mai assunta, che tendeva a predisporre le mosse per una guerra contro la Fr ancia, Cadorna sviluppò il concetto che era alla base della convenzione militare allora recentemente ripristinata fra Germania ed Italia (11). Il frutto di tale studio fu la « memoria sintetica sulla nostra radunata nord-ovest e sul trasporto in Germania della maggior forza possibile », inviata al Re il giorno sopracitato (12). In essa Cadorna espresse compiutamente, per la prima volta, i propri concetti strategici che ritroveremo, sull'altro fronte, nel suo piano contro l'Austria. (10) Cfr. la citazione da Cadorna, pubblicata in A. GATTI: « Un italiano a VersaiJies », Ceschina, Milano, 1958, pag. 438, in cui, tra l'altro, si riporta: « Io dovevo far fronte contro la Francia, ed avevo dentro di me quasi la sicurezza che la guerra alla Francia non si sarebbe fatta. Ma tutti gli ordini erano dati in quel senso. Lo sforzo era stato enorme. Tutto l'esercito si avviava verso la Francia ... », il che fa inevitabilmente pensare alla vera e propria mobilitazione e radunata nord-ovest (cfr. capitolo II) . (11) Cfr. capitolo I. (12) Pubblicata, come ricordato nel capitolo I, quasi integralmente - con le cen· sure già rilevate - nel citato libro di Cadorna: « Altre pagine sulla grande guerra», pag. 15-23.
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Egli portò infatti alle estreme conseguenze l'idea di base che, come visto, spinse i suoi predecessori ad offrire l'appoggio militare italiano sul fronte del Reno: la collaborazione portata fino a concepire gli eserciti alleati come un'unica forza da concentrare sul punto più debole della linea avversaria. È opportuno osservare, comunque, che lo stesso generale Pollio aveva in animo di aumentare il contingente italiano da inviare in Germania, aHorquando la preparazione nostra lo avrebbe consentito. Cadorna ritenne che ciò avrebbe potu,to essere realizzato subito, tanto che non solo propose di mandare in Alsazia 5 Corpi d'Armata invece dei 3 previsti dall'ultima convenzione di marzo, ma che ai primi si aggiungessero, per gradi, altri Corpi che fossero risultati esuberanti alla difesa della frontiera francese, valutati in numero di 4. Cadorna riteneva fondamentale non sacrificare nello scacchiere meno importante del conflitto (il confine alpino tra Francia ed Italia) forze sproporzionate sia alla natura del terreno, difficile ed ottimamente difeso da opere permanenti, sia alle unità opposte dal nemico (prudentemente considerate in tutta l'Armée des Alpes). Con tribuivano aHa determinazione del Capo di S.M. anche considerazioni di prestigio con conseguenze politiche, quali il maggior peso sul tavolo delle trattative di pace dato da una massiccia partecipazione italiana alla vittor.iosa battaglia tedesca sul fronte del Reno. Per concludere, si può osservare che, dal punto di vista strettamente militare, in questa pr.ima manifestazione concreta delle proprie idee strategiche, Cadorna già palesò i concetti in base ai quali poi sviluppò le sue direttive di guerra all'Austria: l'offensiva e la guerra di coalizione, costantemente, anche se non sempre felicemente, perseguite nei successivi tragici avvenimenti.
CAPITOLO IV
LA DICHIARAZIONE DI NEUTRALITÀ EFFETTI SUL PIANO MILITARE ED I NUOVI OBIETTIVI DELL'ESERCITO ITALIANO: LA MEMORIA RIASSUNTIVA DEL 21 AGOSTO 1914 E LE DIRETTIVE DEL SUCCESSIVO 1° SETTEMBRE
Come anticipato nel precedente capitolo, la dichiarazione di neutralità italiana nella guerra europea appena scoppiata ( 3 agosto 1914), sconvolse i piani militari ai quali si era dato inizio. I problemi e le difficoltà relativi ai rapporti tra le massime autorità politiche e militari . che, come rilevato, già erano sorti allo scoppio della crisi, da questo momento in poi e fino alla decisione del rinvio dell'intervento alla primavera del 1915, raggiunsero il loro acme. I contrasti e le divergenze fra il Presidente del Consiglio on. Salandra ed il Capo di S.M. gen. Cadorna furono tali da sembrare quasi incredibili. Ma se si esaminano approfonditamente le rispettive posizioni circa i provvedimenti da adottare in quei tragici momenti, è possibile, forse, vedere la causa di tutto ciò più nel carente sistema istituzionale italiano che nelle opinioni manifestate dai singoli protagonisti . Difatti i ruoli assegnati loro e dalle leggi e dalle consuetudini, legavano gli uomini che li incarnavano ad atteggiamenti quasi prefissati e prevedibili. li Capo del Governo rivolto ai problemi generali del Paese, con una visione «politica», interna ed internazionale, della crisi; il Capo di S.M. sensibile solo ai problemi dell'esercito e della sua utilizzazione ottima·l e. Ad entrambi mancò la visione globale delle responsabilità loro incombenti, chiusi come furono nelle funzioni settoriali relative alle cariche ricoperte. Malgrado la sorpresa provocata dall'annuncio della neutralità, Cadorna cambiò l'obiettivo contro cui rivolgersi ma non i
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mezzi atti a raggiungerlo, non appena credette di avere il « via » di Salandra ( 1). I provvedimenti antifrancesi illustrati nel precedente capitolo vennero quindi immediatamente indirizzati contro l'Austria. L'esigenza, per Cadorna, era sempre la stessa e cioè mettere al piLt presto l'esercito nelle condizioni di affrontare con buone probabilità di successo l'avversario, qualunque esso fosse stato. Per ovviare quindi allo svantaggio di dover affrontare subito l'esercito austriaco già mobilitato, furono stabilite misure urgenti per costituire nonché rafforzare la nostra occupazione avanzata, alla quale era affidato il compito di resistere al. primo urto con il nemico, una volta che fossero iniziate le ostilità fra le due potenze durante il periodo della mobilitazione e radunata (2). Questi provvedimenti, negli intendimenti di Cadorna, dovevano essere, come quelli rivolti contro la Francia, il preludio dell'immediato ordine di mobilitazione che, solo, avrebbe permesso all'esercito di entrare armato e completo in campagna. Il Capo di Stato Maggiore, con questa richiesta di mobilitazione formulata a Salandra fin dal loro primo incontro, seguì la logica che guidò tutti gli altri Capi degli eserciti europei, i quali fecero a gara per dare subito il fatidico ordine. Non è possibile credere che dietro queste richieste ci fossero particolari intenti sanguinari, ma, evidentemente, soltanto la necessità - anche se dalle conseg1Jenze tragiche - di colpire per primi l'avversario, ancora in fase di preparazione (3). (1) Continuando nella citazione da Cadorna iniziata nel precedente capitolo, è opportuno riportare il seguente brano: « ... Immediatamen te vado da Salandra. Gli dico: "la neutralità che ha dichiarato significa che la guerra con la Francia non si farà mai pit1 (?)".Mi risponde: "Si". "Allora, dico io, che cosa debbo fare?". Mi guarda. "Debbo preparare la guerra contro l'Austria? Questo è evidente". Mi dice: "Sì. Sta bene". Ma io sono andato a domandare questo, che avrebbe dovuto essermi detto. Il 5 io prendo tutte le misure nuove. Lo sforzo era terribile; tutta la m·assa in movimento doveva essere arrestata. Il 6 un telegramma infatti la fermava, anzi la rimetteva in marcia ad oriente ... » (A. GATTI: << Un italiano ... », citato, pag. 438-439). (2) Cfr. Relazione Ufficiale, volume I (narrazione), citata, pag. 155-156. (3) « ... Importava perciò non solo essere i più forti, ma esser subito i più foni. Di conseguenza, l'importanza grandissima delle operazioni di mobilitazione e di radunata; chi fosse giunto per primo a iniziare in forza le ostilità, avrebbe avuto già un vantaggio forse decisivo. Ma un'altra conseguenza pure: la nervosità degli Stati Mag· giori e la tendenza a mobilitare subito, appena delle nubi sì affacciassero all'orizzonte diplomatico; e mobilitare subito voleva dire trascinare alla guerra. Questa fatale con· catenazione contribui non poco, al di sopra delle singole volontà umane, allo scoppio dell'immane conflitto» (P. PIERI : « La prima guerra mondiale», citato, pag. 153).
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Coerentemente alla determinazione .d i non entrare, per il momento, in guerra, il Capo del Governo invece respinse le richieste di mobilitazione generale più volte formulate da Cadorna ( convegni del 3 e 5 agosto e lettera al ministro Grandi dell'8 agosto). Preoccupato, però, di « .d are, in Italia e fuori, l'impressione di voler(si) preparare a tutto» (4), Salandra dal 3 al 7 agosto adottò una serie di provvedimenti che avrebbero dovuto portare ad una specie di « mobilitazione parziale » e cioè la precettazione di 20.000 quadrupedi e di una parte dei veicoli nonché la chiamata alle armi delle classi 1889, 1890 e 1894, dell'aliquota in congedo del 1891 e della 2" categoria del 1893 (5). Tali provvedimenti con ogni probabilità furono presi dal Presidente del Consiglio senza consultarsi col Capo di Stato Maggiore e senza neanche rendersi conto che, malgrado la propria dichiarata incompetenza per tutto quello che riguardava gli aspetti tecnici della mobilitazione e radunata (6), quei provvedimenti mutavano i dati in base ai quali era stabilito H rigidissimo sistema dei trasporti di mobilitazione. A ragione Cadorna rilevò che, così facendo, « non si erano rafforzate che le singole guarnigioni, e l'esercito, come tale, sarebbe stato più che mai lontano dal potersi mobilitare, radunare ed entrare in azione sulla fronte prestabilita ... » (7). Esula dal tema della presente -trattazione redigere un'accurata cronistoria dell'intreccio di incontri-scontri che avvennero in quei giorni fra Presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri da una parte e Capo di S.M. dall'altra, spettatore neutrale il Re (8). È però possibile tentare alcune considerazioni riguardo agli atteggiamenti tenuti dai due principali protagonisti di tali avvenimenti. (4) A.
SALANDRA:
« La neutralità ... », citato, pag. 261.
(5) Cfr. « Relazione Ufficiale», volume I (narrazione), citata, pag. 153 e nota 307, pag. 193. (6) « ... il Governo, che era rappresentato se non da me, non poteva di certo formulare piani di mobilitazione: esso leggeva, taceva ed imparava, quando vi era da imparare» (A. SALANDRA: « La neutralità ... », citato, pag. 267). (7) L. CADORNA: « La guerra alla fronte italiana ... », citato, pag. 42. (8) Per quel che riguarda tale argomento si rimanda al più volte citato saggio di G. RoCHA'I': « L'esercito italiano nell'estate 1914 », pag. 326-333, ricco di citazioni dagli appunti che Cadorna regolarmente prendeva dopo ogni colloquio coi responsabili politici.
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Accettata l'idea dell'inevitabilità dell'intervento in guerra, il contrasto maggiore avvenne sui tempi di proclamazione della mobilitazione generale. Cadorna sapeva bene che la condizione per poter avere qualche probabilità di successo era quella di scendere subito in campo, allo scoppio stesso della crisi, prescindendo anche dalle deficienze delle dotazioni di mobilitazione a lui già note. Egli preferiva cioè correre il rischio di schierarsi nel campo sbagliato pur di porre subito l'esercito italiano in grado di operare a parità di condizioni contro le forze contrapposte e senza il pericolo di ritorsioni immediate. In pratica, sembra che il generale Cadorna preferisse scegliere la coalizione sbagliata, quella cioè che poi avrebbe perduto, combattendo, che porsi dalla parte destinata a vincere, senza neanche avere la possibilità di battersi. Infatti fin dal primo colloquio col Presidente del Consiglio Salandra il generale Cadorna dimostrò la necessità dell'immediata entrata in guerra contro l'Austria, ben sapendo che lo scoppio delle ostilità sarebbe s.tato la inevitabile conseguenza dell'adozione del provvedimento col quale si sarebbe proclamata la mobilitazione nord-est (9). Da un'angolazione completamente diversa Salandra guardava il problema che gli si pose innanzi in quei giorni. L'esercito era per la classe politica di allora lo strumento atto a raggiungere determinati scopi di potenza o sicurezza. Poteva quindi tale mezzo piegare alle proprie esigenze tecniche una « politica » fatta di meditate e non comp.romettenti scelte? Il contrasto non poteva essere che radicale, accentuato anche dalla difficoltà di adeguare l'esercito, legato al suo rigidissimo (9) G. RocHAT nel citato saggio « L'esercito italiano ... », pag. 329-330, scrisse che Cadorna nei pdmi giorni di crisi propose la mobilitazione immediata « senza chiedersi (almeno a quanto risulta) da che parte convenisse poi volgere le armi». Al riguardo si osserva che, nel momento stesso in rni il problema si poneva dal punto di vista pratico, doveva essere risolto tramite la scelta di quale avrebbe dovuto essere l'avversario. In teoria è anche possibile ammettere che Cadoma chiese una non meglio specificata mobilitazione, ma, all'atto pratico, è giusto pensare che egli propose o la mobilitazione nord-est o la mobilitazione nord-ovest e che, quindi, dovette risolversi subito per la guerra alla Francia oppure all'Austria. È possibile però ritenere con una certa sicurezza .che dopo il primo incontro con Salandra tutti gli sforzi di Cadorna tesero alla guena contro l'Austria.
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sistema di mobilitazione, al tipo di politica che il Governo ritenne opportuno allora di adottare. Salandra, coerentemente alla propria pos1z10ne, non considerò il problema tecnico della immediata mobilitazione e radunata, condizione necessaria per poter avere subito l'esercito pronto, perciò in quel momento credette opportuno affidare le sorti dell'Italia alle trattative diplomatiche. Ed allorquando accettò anch'egli finalmente l'idea dell'intervento, volle che lo stesso avvenisse soltanto quando fosse stato ormai chiaro a quale coalizione la vittoria avrebbe arriso, ovviamente schierandosi nel campo che si avviava ad ottenerla. Da questa visione « diplomatica » dell'intervento italiano scaturì la linea politica del Governo Salandra: fino al momento in cui fosse stata possibile e necessaria, neutralità; dopo, forse, guerra contro chi già stava perdendo. Mano a mano che i giorni passavano tra le dispute sulla necessità o meno della mobilitazione generale, i dati stessi del problema variavano. Se questa, infatti, nei primi giorni di crisi avrebbe avuto un significato di normale misura precauzionale da parte , italiana, contemporanea allo scatenarsi del conflitto, tale non sarebbe più stata quando ormai l'Austria aveva mobilitato tutto il suo esercito. Come anticipato nel capitolo secondo, lo stesso Cadorna dovette cambiare propositi, essendosi reso conto dei gravi pericoli che la nostra tardiva mobilitazione e radunata nord-est avrebbe comportato. Questi sarebbero stati, con molta probabilità, la dichiarazione di guerra dell'Austria con la conseguente aggressione da parte delle sue armate ad un esercito italiano ancora in piena crisi di preparazione, non sufficientemente protetto dalla nostra debole occupazione avanzata. Da ciò il probabile rovescio delle armi italiane sul confine e l'invasione di buona parte del Veneto, che avrebbero costretto l'Italia ad una difficile guerra di difesa sulla linea del Piave (10). Malgrado ciò il Capo di S.M. era ancora stretto dagli obblighi imposti dalle esigenze tecniche della mobilitazione· ed infatti il 13 agosto propose tale provvedimento, facendo osservare che non sarebbe stato possibile rinviare l'intervento oltre i primi di ottobre. (10) Cfr. R.
BENClVENGA:
« Saggio critico ... », citato, pag. 74-76.
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Ma nell'importante incontro del 19 agosto col Presidente del Consiglio ed i Ministri degli Esteri, Marchese di San Giuliano, e della Guerra nonché col Capo di S.M. della Marina, Cadorna sembrò abbandonare infine l'opinione fino allora veementemente sostenuta (11). Constatazione di fondo che emerse nel convegno fu che la proclamazione della mobilitazione generale avrebbe provocato, a quel punto, un attacco austriaco contro l'Italia, cosa che sarebbe potuta non avvenire nei primi giorni di crisi. A questo riguardo si potrebbe però notare che tale pericolo sarebbe esistito anche nel caso in cui la mobilitazione fosse stata ordinata contemporaneamente alla dichiarazione di neutralità, essendo ormai assodato il carattere inevitabilmente bellicoso del nostro sistema di mobilitazione e radunata. La preoccupazione di Cadorna e, in parte, anche di Salandra (provocata però più da considerazioni circa la generica impreparazione dell'esercito), era motivata dal fatto che il piano .di guerra contro l'Austria considerava, come d'altronde quelli di tutti gli altri Stati europei, il contemporaneo inizio delle operazioni di mobilitazione da parte dei contendenti. Tale possibilità non si ebbe che nei primi giorni della crisi, durante i quali infatti Cadorna caldeggiò vivamente, ma invano, il nostro intervento. Il 19 agosto Cadorna non poté far altro che constatare l'inadeguatezza dei nostri piani, non più rispondenti alla situazione oggettiva e ciò lo potrebbe aver indotto a giustificare il punto di vista del Governo. Salandra, infatti, ribadì di volere il nostro intervento solo nel momento in cui « le forze austriache (fossero) fortemente impegnate con i Russi e che la bilancia (pendesse) in loro danno». Conoscere i contenuti discussi in questo incontro è altresì importante perché è possibile da esso dimostrare che esistevano contrasti fra i responsabili politici e militari italiani anche sui fini dell'eventuale prossima nostra guerra all'Austria. Per Salandra gli obiettivi da raggiungere erano Trento e Trieste, cioè prettamente a carattere di conquista, mentre Cadorna già aveva in mente il piano strategico poi effettivamente (11) L'appunto di Cadorna relativo a questo convegno è stato pubblicato da G. ROCHAT in .« L'esercito italiano ... », citato, pag. .3.30-.331, nonché da L. MoNDINI in: « La preparazione dell'esercito ... », citato, pag . .3.39-340.
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delineato e cioè arrivare a combattere e sconfiggere l'esercito austro-ungarico sul suo stesso territorio, stabilendo nello stesso tempo la collaborazione degli alleati (12). Ma ciò anticipa un argomento da trattare più oltre. Tornan do agli avvenimenti della fine cli agosto è da rilevare che da un lato Caclorna, malgrado l'accennata momentanea comprensione delle ragioni anti-mobilitazione di Salanclra, tornò ancora per tre volte a rinnovare la sua proposta al ministro Grandi (il 23, 27 e 28 agosto) (13), mentre dall'altro si ebbe un certo ripensamento da parte dello stesso Ministro circa la convenienza di addivenire ad una mobilitazione. Tale eventualità avrebbe dovuto però tener conto della nuova situazione creata dalla guerra ormai in pieno svolgimento e così Grandi cercò di conciliare il nostro sistema di mobilitazione con le esigenze della politica neutrale dell'Italia, tesa soprat tutto a non provocare l'intervento austriaco ai nostri danni . L'accettazione deJl'idea della mobilitazione generale avvenne gradualmente. Il ministro Grandi infatti propose tre successive soluzioni che mano a mano si avvicinarono al citato concetto. I due primi progetti si muovevano ancora nell'ottica delle soluzioni parziali, prevedendo il primo la mobilitazione soltanto dei 12 Corpi d'Armata permanenti, da radunare nella valle padana, il secondo la mobilitazione, oltre che di questi, anche cli alcune classi di milizia mobile, con l'esclusione però di quelle pitt anziane nonché prevedendo la sola utilizzazione degli elementi indispensabili. Più vicino infine all'idea di mobilitazione generale era H terzo progetto di Grandi. Con esso si sarebbe voluto radunare e mobilitare l'intero esercito in posizione centrale, cioè nella pianura padana, per togliere a queste operazioni quel carattere già più volte rilevato di minaccia rivolta alla Nazione verso la cui frontiera i movimenti di radunata fossero s tati indirizzati. ,
( 12) « (Il Governo) non ha alcuna idea della convenienza di fare la grande guerra nell'intento di andare ad imporre la cessione delle province irridente nel cuore della monarchia austro-ungarica d'accordo con gli alleati». (Appunto di Cadorna del 19-81914, in G. RoCHAT: « L'esercito italiano ... », citato, pag. 331). È impossibile non notare con una certa impressione che Cadorna definl « grande guerra» il conflitto che nel prosieguo degli anni fu denominato proprio in tale modo. (13) Cfr. G . RoCHAl': « L'esercito italiano ... », citatO, pag. 333, nota 1.
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Il più importante dei tre progetti sembrerebbe essere il terzo, poiché esso rappresentò il più valido tentativo di conciliare le esigenze della messa in efficienza dell'esercito ( tramite la mobilitazione generale) con la politica prudente e volutamente non provocatoria del Governo (concretizzantesi nello schieramento « indeciso » dell'esercito in posizione equidistante dalle frontiere francese ed austriaca). Quest'ultimo progetto fu studiato e predisposto, come gli altri, dall'Ufficio Trasporti del Reparto Intendenza del Corpo di Stato Maggiore e comunicato a Cadorna in forma di promemoria riservatissimo datato 24 agosto 1914. Il Capo di Stato Maggiore sotto la stessa data lo trasmise al Ministro della Guerra Grandi tramite una sua missiva contenente le proprie osservazioni e proposte al riguardo (14). Su tutti e tre i progetti Cadorna espresse parere contrario per i motivi che ora si esporranno. Innanzitutto il Capo di S.M. non poté che constatare la mancanza di piani sia per le ipotesi di mobilitazione parziale che per quella di mobilitazione generale con radunata arretrata. Tale mancanza avrebbe costretto il Corpo di S.M., se avesse dovuto attuare subito quello dei piani che fosse stato approvato, ad improvvisare quasi tutti i trasporti di mobilitazione e radunata (15). Conseguentemente alla mancanza di progetti già predisposti, si sarebbe avuto un notevole prolungamento della durata delle (14) Il documento originale cui si accenna (firmato di suo pugno da Cadorna) è conservato presso l'A.U.S.S.M.E. - F.3 (Carteggio sussidiario 1" guerra mondiale), cont. n. 1. La lettera di Cadorna ( « Riservatissima personale al Ministro della G uerra») ha il n. 1094/RS d i protocollo ed è datata 24-8-1914, con all'oggetto: « Eventuale radunata dell'Esercito in zona arretrata». Allegati erano il citato promemoria (n. 989) ed uno schizzo. L'oggetto del promemoria era: « Studio sommario di una radunata in Valle Padana». Lo schizzo della zona di radunata con lo schieramento dell'esercito è stato pubblicato nella citata Relazione Ufficiale, volume I bis, allegato n. 48 (« Radunata dell'esercito italiano in zona arretrata studiata il 24 agosto 1914 » ). Di tale promemoria pada anche RocHA'r nel citato: « L'esercito italiano ... » , pag. .334-3.35, nota 2, avendo preso visione di una copia dello stesso esistente nell'archivio privato di Cadorna, nel quale !'A. effettuò le ricerche per il suo saggio. È infine da notare che, strnnamente, Cadorna nel libro « La guerra alla fronte italiana ... », citato, pag. 43, accenni solamente ai due primi progetti di mobilitazione parziale, tacendo completamente dell'ultimo, che è da ritenere invece pit1 interessante. (15) Nel promemoria citato alla nota (14), l'Ufficio Trasporti prevedeva che avrebbero dovuto essere cambiati gli ordini di movimento di .3.000 convogli su 4.600 occorrenti alla radunata nord-est del progetto del 191.3.
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operazioni necessarie per mobilitare e radunare una parte o tutto l'esercito nella pianura padana. Infatti per il terzo progetto il tempo occorrente sarebbe stato di 35 giorni, ai quali si sarebbero dovuti aggiungere altri 20 per il trasporto dell'esercito mobilitato sullo schieramento veneto, quando invece il progetto del 1913, ancora in vigore, richiedeva solo 23 giorni per l'attuazione di tutti i movimenti ferroviari (16). Mentre ancora erano in corso le dispute fra i responsabili civili e militari circa la convenienza di indire la mobilitazione, Cadorna procedeva comunque alla preparazione del suo piano strategico che, in ogni caso, avrebbe dovuto aver pronto per l'eventualità non remota .d i un'improvvisa, anche se involontaria, entrata in guerra dell'Italia. Egli si. trovò di fronte ad una situazione oggettiva (Austria già completamente mobilitata ma impegnata contemporaneamente su altri due fronti; possibilità di una guerra di coalizione) che l'obbligò a rivedere i concetti stessi che erano alla base dei piani fino ad allora elaborati ( 17). L'inconveniente maggiore da superare era ovviamente quello di non poter utilizzare, in quel momento, altro che il progetto cli mobilitazione e radunata nord-est in vigore, constatata l'impossibilità nonché la pericolosità di predisporre nuovi piani. La preoccupazione prima fu quindi quella di non farsi trovare impreparati di fronte ad un attacco austriaco. Questo problema era legato a quello dell'occupazione avanzata, a cui era (16) Interessanti al riguardo le osservazioni chiarificatrici del Bencivenga, frutto di competenza specifica nonché scevre da valu tazioni politiche. L'A., dopo aver ricordato che « il problema della radunata è un problema di trasporti ferroviari», e che tali movimenti sarebbero stari tanto più veloci e semplici quanto più le eruppe da trasportare si fossero distribuite su vasta zona, osserva che la proposta di radunare tutto o parte dell'esercito nella p ianura padana era un grave errore tecnico. Infatti in tale evenienza sarebbe stato possibile utilizzare u n numero inferiore di linee ferrate e, conseguentemente, una minor quantità di tutto il materiale ferroviario (R. BENCIVENGA: « Saggio critico ... », citato, pag. 72). È però da notare che le critiche di Bencivenga erano giuste nella misura in cui fosse stato dato per scontato (come probabilmente fu, da parte di Grandi e Cadorna) il successivo trasporto dell'esercito verso la frontiera · austriaca dopo scoppiata la guerra. Difatti, l'A., ibidem, alla nota 1 afferma che, effettuata la radunata arretrata, si sarebbe dovuto « provvedere al trasporto di un esercito concentrato, preventivamente, in breve spazio». Il « trasporto» di cui parlava Bencivenga è evidentemente da intendersi come successivo trasporto verso la frontiera austriaca. ( 17) Cfr. capitolo I.
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affidata la difesa delle frontiere durante il periodo critico della mobilitazione, ma che in Italia era particolarmente grave a causa delle poche truppe ad essa destinate e del fatto che nel Friuli erano allora stanziati, normalmente, pochi reparti (18). Inoltre, ad evitare questo stato di cose non erano certo bastati i provvedimenti cui si è già accennato. Ad ogni modo la minaccia costituita da questa « spada di Damocle » era meno pressante di quel che poteva sembrare. Infatti l'Austria era pur sempre impegnata duramente da altre forze. E proprio questa situazione portò al rovesciamento dell'impostazione strategica della guerra all'Austria (19). Cadorna cercò quindi di adeguare il progetto disponibile alle nuove esigenze. I provvedimenti relativi a questo aspetto del problema furono emanati congiuntamente alla esposizione dei nuovi criteri strategici. Tutto questo era infatti contenuto in un documento dal titolo : « Memoria riassuntiva circa un'azione offensiva verso la Monarchia a.u. durante l'attuale conflagrazione europea. Possibili obiettivi. Presumibili operazioni da svolgersi», in data 21-81914, nonché nelle particolari « Direttive per i comandanti di armata durante il periodo della mobilitazione e radunata nella ipotesi offensiva oltre Isonzo», del 1°-9-1914 (20). (18) Cfr. L. MoNDINI: « La preparazione Jell'esercito ... », citato, pag. 34.5. (19) Cadorna, senza molti preamboli, disse che « la guerra doveva, natutalmente, essere offensiva, sia per raggiungere i nostri obbiettivi politici, sia per l'intensità del concorso che dovevamo ricambiare agli alleati ... » (L. CADORNA: « La guerra ... », citato, pag. 87). Non è però possibile credere che l'unica ipotesi di guerra plausibile per Cadorna fosse quella offensiva, anche se il Generalissimo è passato alla storia con la fama di avere sempre cercato l'offensiva a tutti i costi. A questo proposito è interessante l'opinione del Bencivenga: « Il generale Cadorna era Uomo da offensiva. La sua anima ardente, la sua volontà imperiosa, la sua decisione rapida, facevano di lui il condottiero tipico della guerra offensiva ... Da lui non poteva attendersi altra guerra, che quella ch'egli fece» (R. BENCIVENGA: « Saggio critico ... », citato, pag. 262). Lo stesso A. però, ibidem, alla pagina precedente, ha affermato: « ... non bisogna confondere spirito offensivo con testardaggine offensiva (sottolineato nel testo, n.d.r.). È questo l'errore in cui si è caduti spesso nella grande guerra, oltrepassando la misura di ciò che poteva essere chiesto ad esseri umani», dove è forse possibile scorgere una velata critica al Generale dei « furibondi colpi d'ariete sul Carso» (ibidem, pag. 262). (20) I documenci in questione, così come un altro contenente le « Direttive per il Comandante la zona Carnia ... », sono stati pubblicati dall'Ufficio Storico dello S.M.E. nella Relazione Ufficiale, volume II bis, citato, allegati nn. 1, 2 e .3.
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Anticipando un giudizio complessivo, si può affermare che nella « memoria riassuntiva » è possibile scorgere uno sforzo di sintesi delle varie soluzioni strategiche offensive che Cadorna aveva innanzi, in relazione ai rapporti di forza ed al teatro delle operazioni. L'impostazione di una guerra offensiva contro l'Austria era un problema che nella pratica non si presentava ai Capi dell'esercito italiano dai tempi della terza guerra d'indipendenza (1866), ma è opportuno osservare che la questione teorica fu dibattuta an che negli anni successivi (21 ). Comunque, come già detto, dati l'andamento del confine e l'inferiorità delle forze italiane, i piani relativi all'ipotesi in questione furono sempre da allora a carattere difensivo. Ma non per questo fu trascurata di quando in quando l'ipotesi, seppure teorica, di un'eventuale situazione che consigliasse l'offensiva. Ci si riferisce ad esempio ad uno studio sulla carta compiuto dall'allora Capo di S.M. Gen. Cosenz nell'anno 1886 (22). Il Gen. Cosenz affrontò i ·problemi posti da due ipotesi prevedibili relative la prima ad una « guerra localizzata tra l'Italia e l'Austria» e la seconda ad una « guerra dell'Italia, alleata con un'altra potenza, contro l'Austria» (23). (21) Cfr.. R. BENCIVENGA: « Saggio muco ... », citato, pag. 295-297, dove l'A. più volte ricorda, criticandole, le opinioni di due studiosi di cose militari, il Sironi ed il Perrucchctti, che espressero i loro giudizi circa l'offensiva contro il saliente Trentino intorno gli anni settanta del secolo scorso. È da notare che anche Cadorna sposò alcune idee dei due illustri predecessori, relative all'offensiva su Dobbiaco. (22) A.U.S.S.M.E. - OM/11: « Studio circa la difensiva e l'offensiva Nord-Es t)>, datato giugno 1886. È doveroso precisare che di cale documento si fa cenno in M. MAzz1::n1: « I piani di guerra contro l'Austria ... », citato, pag. 166-168. È modestissima opinione di chi scrive che, malgrado l'A. affermi che « lo studio di Cosenz del 1885 (1886 n.d.r .) è di particolare importanza perché fissa i criteri a cui si atterranno i piani italiani in caso di guerra con l'Austria per moltissimo tempo», lo stesso non dia a tale elaborato l'importanza dovuta. Nel brano citato, infatti, l'A. si riferisce ai successivi piani italiani, ma, come rilevato nel I capitolo, l'Italia non predispose che progetti a scopo difensivo, dal che si potrebbe dedurre che il lusinghiero giudizio espresso da Mazzetti è riferito soltanto alla parte dello studio di Cosenz relativa all'ipotesi di guerra a due che ispirò il piano di mobilitazione e radunata nord-est del 1889. D 'altronde questa opinione è suffragata anche dalla constatazione che in seguito l'A. (ibidem, pag. 176), trattando del piano strategico di Cadorna, a carattere spiccatamente offensivo, non abbia p iù ricordato il precedente studio di Coscnz che, d i tale piano, sembra essere invece la fonte pii1 diretta. (23) A.U.S.S.M.E. - OM/11: « Studio circa ... », citato, pag. l.
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Nella prima ipotesi, come più volte affermato, la guerra non avrebbe potuto essere che difensiva. Ora, però, è interessante conoscere le idee di Cosenz circa una guerra di coalizione contro l'Impero Austro-Ungarico. Affermò infatti il Capo di S.M. di allora che se « l'Austria (fosse stata costretta) a far fronte anche su di un'altra fronte, l'Esercito italiano (avrebbe dovuto) prendere fin da principio una decisa offensiva, giacché in questo caso si (sarebbe potuto) fare assegnamento su di una rilevante superiorità numerica» (24). Secondo Cosenz il grosso delle forze austriache si sarebbe concentrato sul basso Isonzo, a protezione della « porta aperta friulana » non coperta da fortificazioni e nella quale trovavasi un primo importante obiettivo per l'Italia, Trieste. È interessante riportare il « concetto generale dell'offensiva»: « l'oggettivo principale ... sarebbe la capitale del nemico. L'occupazione del Tirolo ... sarebbe un oggettivo secondario, ma però necessario. Una nostra marcia su Vienna non potrebbe infatti operarsi senza che il Regio Esercito fosse guarentito contro le conseguenze di un ritorno offensivo del nemico pel Tirolo nella valle del Po» (25). Problemi che, come si può constatare, si presentarono anche a Cadorna. Ma si vedrà in seguito quali soluzioni egli vi diede. Per Cosenz la questione della « spina nel fianco » del nostro schieramento rappresentata dal cuneo trentino era quindi risolvibile tramite la sua occupazione che, sebbene non costituisse un fattore di per sé decisivo per la vittoria, avrebbe sollevato l'esercito operante ad est dalla preoccupazione di tale costante minaccia esistente alle proprie spalle. È però da rilevare che l'occupazione del Tirolo era accettata da Cosenz in quanto non era possibile, allora, difendere adeguatamente i suoi sbocchi nel territorio italiano, poiché non era stato portato ancora a termine il sistema di fortificazioni a cui la difesa si sarebbe dovuta appoggiare. È questo un concetto che ritroveremo in Cadorna, il quale però poté fare assegnamento su dette opere di difesa. Tornando allo studio in questione, Cosenz indicava come prime operazioni contro il Tirolo la « occupazione dell'altipiano (24) Ibidem, pag. 2. (25) Ibidem, pag. 20.
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di Lavarone e del colle di Toblach (Dobbiaco, n.d.r .) ... Dall'altipiano di Toblach si (sarebbe proceduto) poi, all'espugnazione delle fortificazioni di Franzenfes te (Fortezza, n.d.r.) ed alla occupazio ne delle importanti posizioni di Bolzano. Ciò fatto, si (sarebbe passati) all'accerchiamento del campo trincerato di Trento » (26). L'attacco più deciso sarebbe quind i stato portato nell'Alto Adige discendendo prima la Pusteria, lungo la valle del Rienza, e quindi le valli dell'Isarco e de.ll'Adige (27). A sud un attacco di m inore portata avrebbe invece percorso la val d' Astico, al limitare dell'altopiano di Asiago, fino all'ultimo tratto deila val Lagarina in direzione cli Trento. Le intenzioni di Cosenz erano molto ambiziose, date le notevoli fortificazioni che già allora difendevano le ci tate posizioni. Olt retutto su questo fronte non avrebbe operato il grosso dell'Esercito italiano che, invece, avrebbe portato il suo attacco sul fron te principale costituito dalla linea dell'Isonzo dove, come già citato, si sarebbe potuto affrontare e battere il nucleo maggiore delle forze nemiche (28). L'avanzata verso est avrebbe dovuto però essere protetta sul fianco sinistro dalle offensive nemiche provenienti dalla Pontebba ed a ciò si sarebbe provveduto tramite l'occupazione della valle del Fella. Ottenuta la vittoria sull'Isonzo, Cosenz indicava come linee delle successive operazioni quelle che tendevano « da una parte alla conca di Laibacb (Lubiana, n.d.r. ) attraverso il Carso e dall'altra direttamente alla conca di Klagenfurt per le strade della Pontebba e del Predil » (29). Questi due scacchieri erano collegati dalla valle della Sava e dalla catena delle Karavanke; sarebbe stato quindi estremamente necessario far avanzare numerose forze su Tolmino e quindi, per la valle dell'Idria, su Krainburg, movimento questo che avrebbe inoltre fiancheggiato a sinistra quello diretto dalI'Isonzo verso Lubiana per il Carso. Per addentrarsi nella conca di Klagenfurt sarebbe stato però indispensabile espugnare i for ti di Malborghetto e di Predi!, la cui caduta avrebbe potuto essere « agevolata da una parte delle (26} (27) (28) (29}
Ibidem, pag. 22. Vedi schizzo allegato n. 1. Vedi schizzo allegato n. 2. A .U.S.S.M.E. - OM/ 11: « Studio circa ... », citato, pag. 22.
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forze destinate da prima ad operare contro il Tirolo, le quali ... (avrebbero potuto) essere dirette per la strada della Drava verso Tarvis (Tarvisio, n.d.r.). Il collegamento di queste forze con quelle operanti nella valle del Fella si (sarebbe stabilito) per mezzo di una colonna leggera che (avrebbe disceso) la valle del Gail » (30). Come si vedrà, queste linee d'operazione sarebbero state in seguito riprese da Cadorna per il suo piano. E. però possibile anticipare che, fra le altre di carattere più ampiamente strategico, esisteva una differenza circa l'utilizzazione della valle della Sava che per Cosenz avrebbe dovuto essere risalita dalle forze operanti a Krainburg per coadiuvare le operazioni contro Tarvisio, mentre Cadorna indicò l'opposta direzione e cioè da Tarvisiç, per Wurzen verso Krainburg, ovviamente con l'intento opposto. I successivi obiettivi indicati da Cosenz avrebbero dovuto essere Villach (Villaco, n.d.r.) per la sinistra dell'esercito (con il citato aiuto della destra e del distaccamenti dell'alta Drava e del Gall) e Trieste per la destra, operazione importante poiché la città irredenta, importante e ricco porto, avrebbe potuto fornire i generi necessari al vettovagliamento delle truppe impegnate nel Carso. Le successive linee di marcia verso la capitale austriaca avrebbero teso lungo l'asse Klagenfurt-S. Veit e quindi verso la Mur su di un fronte compreso fra Leoben-Bruck-Gratz e Leibnitz, da cui proseguire in direzione di Vienna. La ripartizione delle armate avrebbe dovuto essere la seguente: la l" e la 4" sul basso Isonzo; la seconda verso le strade della Pontebba e del Predii contro la conca di Klagenfurt; Ia terza, infine, opposta al saliente tirolese (31). Sebbene sia necessario ricordare che quanto esposto è relativo ad uno studio teorico delineante il possibile sviluppo di una guerra non circoscritta fra Austria ed Italia, è pur sempre da sottolineare come molti suol punti collimino con i concetti strategici espressi da Cadorna (32). (30) Ibidem, pag. 23. (31) Ibidem, pag. 26. (32) Si notino infatti le corrispondenze (nonché le differenze) grafiche rilevabéli negli schizzi n. J e n. 2. È doveroso precisare che ivi si è voluto indicare tutte le linee di operazioni che si sono potute evincere dai documenti citati, nonché, per quanto
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A questo punto è d'uopo qui ndi tornare alla « memoria riassunt iva » del 21 agosto 1914 ed alle « direttive» del successivo 1° settembre. Non sembra opportuno, però, dilungarsi su una esposizione par t icolareggiata di essi, per la quale si rimanda alla vasta bibliografia esistente (33). Ai nostri fini sarà sufficiente indicare le linee fondamentali stra tegiche che da tali documenti emergono (34). Il primo obiettivo verso cui concentrare gli sforzi del grosso dell'esercito italiano venne individuato da Cadorna, come da Cosenz, nel Friuli sul Goriziano ed il Triestino. Anche Cadorna però aveva di fro nte il problema del Trentino, che costituiva sempre una minaccia posta alle spalle delle nostre operazioni tendenti ad est. Il Capo di S.M., a differenza di Cosenz, repu tò incompatibile un deciso attacco contro tale saliente, con quello da sferrare sull'I sonzo. Nello stesso tempo, però, non escluse una invasione p arziale di esso, subordinata all'esigenza di non sottrarre forze al fron te principale. Riconobbe pure che, comunque, per una azione anche limitata nel set tore tirolese, le forze ivi dislocate sarebbero state insufficienti, da cui l'esigenza, in contraddizione con quella su esposta, di assegnare un ulteriore corpo d'armata all a 4a armata. Nel suo sforzo di sintesi egli individuò quindi i seguenti scopi essenziali: per le armate 1" e 4a (oppos te al saliente trentino-tirolese) compiti di massima difensivi o parzialmente offensivi; per le armate 2a e 3a (che avrebbero operato sull'Isonzo) compiti decisamente offensivi. Delineato a grandissime linee il piano di guerra , Cadorna, come più sopra rilevato, dovette cer-
riguarda Cadorna, dal libro « La guerra alla fronte italiana» (dove lo stesso precisò gli obiettivi più lontani che non compaiono nella documentazione) senza specificazione, però, né dell'ordine cronologico di esecuzione dei movimenti, 11é delle priorità che, se realizzate, li avrebbero permessi. (33) Cfr., ad esempio, L. CADOR.,A: « La guerra ... », citato, pag. 8.5-97; Rei. Uff., volume II (narrazione), citato, pag. 9-11 ; R. BENClVtNGA: « Saggio critico ... », citato, pag. 285-304; C. GELOSO: « Il piano di guerra ... », citato, pag. 19-22; f. SAR· oAGNA: « Il disegno di guerra italiano nell'ultima guerra contro l'Austria », Piero Gobetti Editore, Torino, 1924, pag. 9-29; ecc. (34) Le linee di operazioni del piano di Cadorna sono state riportate, con lo sresso criterio esposto nella nota (32), negli schizzi allegati nn. 1 e 2.
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care di risolvere il problema di adeguare lo schieramento difensivo esistente ai nuovi compiti. Egli stabilì quindi che durante la stessa radunata alcuni scaglioni della 2° e della 3' armata cominciassero il movimento dal Piave al Tagliamento ed inoltre che fosse rinforzata l'occupazione avanzata tramite lo spostamento di truppe alpine dal settore tirolese all'alto Friuli. A tale scopo egli rese disponibili le unità prima destinate al soppresso Corpo di osservazione verso la Svizzera, nonché l'XI Corpo d'Armata di s tanza nelle Puglie. Procedendo nell'esame dei compiti affidati alle singole armate è da notare come Cadorna avesse stabilito per la 4' obiettivi che furono già indicati da Cosenz. L'inizio delle operazioni dall'alto Piave verso la Pusteria, con lo scopo di tagliare le comunicazioni del Tirolo col resto dell'Austria e di quelle attraverso la Drava per concorrere all'azione contro Tarvisio, doveva essere subordinato, per Cadorna, al verificarsi di favorevoli circostanze nonché all'assegnazione di quelle altre forze cui si è fatto cenno e di adeguate artiglierie che avrebbero permesso l'espugnazione dei forti di La Corte, Landro e Sexten (Sesto, n.d.r .). Il concetto era quindi diverso (Cosenz propugnava senz'alt ro l'attacco lungo il Rienza in direzione di Bolzano), ma vedremo che Cadorna in seguito si avvicinò a tale soluzione (con le varianti alle direttive del 1°-9-1914, in data 1°-4-1915). È da notare, però, che già nelle direttive del 1°-9-1 91 4 Cadorna aveva arricchito il compito della 4° Armata (seppure sempre eventuale) degli obiettivi di Fortezza e Bolzano per isolare più efficacemente tale regione. Allo scopo di organizzare meglio la ripartizione delle forze alla front iera orientale, Cadorna determinò la creazione della zona Carnia alle dirette dipendenze del Comando Supremo, con a capo l'Ispettore delle truppe da montagna. Ad essa diede la giurisdizione del fronte compreso fra M. Paralba (limite della 4° Armata) e M. Maggiore, escluso (limite della 2° Armata), con le forze prima appartenenti alla zona alto Tagliamento, But-Degano e Fella. A questo Comando di nuova formazione Cadorna assegnò i comp iti che Cosenz aveva affidato alla sua 2a Armata e cioè: occupazione di Tarvisio tramite l'investimento dei fort i di Malb01·ghetto e delle opere del Predii e di Flitsch (Plezzo, n.d.r.), con 1o scopo, in un primo m omento, di facilitare l'avanzata della 2• Armata.
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L'offensiva principale, come detto, sarebbe stata portata dalle due armate schierate contro l'Isonzo. Per l'ulteriore avanzata verso la Sava allo scopo di r aggiungere il fronte Krainburg-Lubiana, Cadorna indicava a nord, per la 2n Armata, la via di Tolmino ed a sud, per la 3°, quella del Carso, cioè le stesse individuate da Cosenz 28 anni prima. A differenza però di quest'ultimo, Cadorna non si prefisse l'in vestimento della capitale austriaca, o meglio non indicò tale obiettivo come scopo principale dell'offensiva. Egli invece avrebbe voluto incontrare il grosso dell'esercito nemico per batterlo, al fine di addentrarsi poi nel territorio conquistato in direzione della pianura ungherese. Cadorna, così, avrebbe voluto appoggiare sulla destra le operazioni dell'esercito serbo ed, inoltre, tendere al congiungimento con le forze russe, congiungimento che sarebbe potuto avvenire più a Budapest che a Vienna. Le linee di penetrazione di Cadorna (come è possibile rilevare dalla loro trasposizione grafica) tendevano più a sud di quelle di Cosenz che, infatti, da Klagenfurt (come dalle altre posizioni p iù meridionali) s'impennavano per oltrepassare la Mur e p roseguire verso Vienna. Cadorna invece tese le proprie linee verso il fronte Marburg-Varasdin, in direzione della capitale magiara. È quindi difficile dare un giudizio, se pure lecito, su quanto Cadorna fosse debitore di questo precedente studio di Cosenz (35). Si potrebbe sintetizzare, per concludere, che i concetti iniziali deJJ 'azione militare italiana erano i medesimi nei due piani stilati a 28 anni di distanza e cioè: 1) neutralizzazione del Trentino (anche se con so luzioni diverse - imprecise, però, per Cadorna); 2) offensiva dal basso Isonzo verso conca di Lubiana, p revia protezione dalle provenienze da nord (Tarvisio-Pontebba). In Cosenz tali azioni di sostegno a quella principale sembrerebbero pren dere il sopravvento, in considerazione anche del fatto che egli voleva raggiungere Vien na e che la strada sboccante da Tarvisio verso Klagenfurt era la più diretta.
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(35) Altri punti di contatto sono riscontrabili nella prospettata operazione di truppe deJ!a zona Carnia lungo la valle ciel Gail in direzione di Tarvisio, concorrendo :1ll'azione della 4' Armata in val di Drava, già proposta da Cosenz. A differenza però di quest'ultimo Cadorna, ad esempio, indicò l'utilizzazione di altre due strade di penetrazione attraverso la carena delle Karavanke per giungere su KJagenfurt e su Volkcrmakt.
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Al contrario Cadorna, anche se utilizzava le stesse linee di penetrazione, non si lasciò distogliere, in teoria, dal suo concetto di ampia guerra di coalizione, che puntava piÚ all'annientamento delle forze nemiche col concorso degli alleati che alle conquiste territoriali fini a sÊ stesse.
CAPITOLO V
IL MANCATO INTERVENTO DI SETTEMBRE E L'IPOTESI DI CAMPAGNA INVERNALE (VARIANTI ALLE DIRETTIVE DEL 1° SETTEMBRE 1914, IN DATA 15 OTTOBRE 1914)
L'argomento da trattare segue il filo cronologico t racciato neÌ due precedenti capitoli. Ma non è possibile sottolineare la sola successione temporale, dato che anche nella grave decisione presa dal responsabile della politica italiana circa il rinvio dell'intervento alla primavera si può riconoscere lo stesso atteggiamento già evidenziato nelle pagine precedenti. A questo riguardo potrebbe essere mosso un appunto aJ titolo stesso del presente capitolo. Ed in effetti non si può non riconoscere che, parlando di « mancato intervento di settembre», si accoglie un'impostazione critica del problema relativo alla decisione suaccennata (1 ). Tale critica deriva dalla constatazione che proprio alla fine di settembre sui vari fronti si creò una situazione complessivamente favorevole all'intervento italiano. Tale situazione propizia si protrasse per tutto l'autunno per poi scemare gradatamente fino a diventare problematica nel momento in cui l'Italia decise l'entrata in guerra. Ma allora, alla luce di questa constatazione, perché accenna.re solo al mese di settembre e non anche ad ottobre e novembre (2)? Il fatto è che è possibile parlare di concreta possibilità di intervento in guerra solo per tale mese ed anzi solamente per il periodo che arrivò fino al rinvio ufficiale dello stesso alla prima(1) Lo storico che più chiaramente degli altri ha impostato in tale modo lo studio di questo problema è R. BENClVENGA, nel citato: « Saggio critico ... », volume I, pag. 77-79,87-91 e 165-192. (2) Cfr. R. BENCIVENGA, ibidem, pag. 89, 183 e 187.
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vera, esplicitato da Salandra nella Relazione al Re del 30 settembre 1914 (3), mentre nei successivi mesi autunnali venne considerato casuale o meramente teorico. Come si diceva, Salandra confermò ancora una volta la propria politica di attesa prudente. Nella decisione di rinvio dell'intervento sembrarono, però, assumere importanza decisiva le questioni della preparazione materiale e morale dell'esercito e particolarmente le deficienze delle dotazioni di mobilitazione. Effettivamente agli occhi del responsabile della politica italiana, che fino a pochissimo tempo prima mai si era dovuto occupare delle problematiche relative alla sfera militare, l'impreparazione dell'esercito ad affrontare un conflitto che quasi sicuramente si sarebbe prolungato nell'inverno non poté non incoraggiare un comportamento prudenziale. Se si pensa che lo stesso Cadorna, tenace propugnatore dell'intervento italiano, alla fine del mese di settembre « soggiacque all'ondata di sfiducia» (4) ed acconsentì al rinvio, è facile comprendere la decisione presa dal Capo del Governo. Quelle argomentazioni sono state criticate, però, da più di uno studioso, perché ritenute esagerate in relazione alle corrispondenti condizioni dell'esercito austriaco oppure perché debordanti dal problema strategico che sarebbe stato possibile risolvere anche con un esercito non completamente pronto (5). Le considerazioni che i responsabili italiani fecero circa l'incidenza delle suaccennate deficienze di dotazioni sia normali che invernali sulla decisione dell'intervento debbono essere considerate nella loro giusta portata ma non esagerate, in quanto, come si vedrà, i personaggi coinvolti negli avvenimenti qui trattati seguirono comunque la linea di condotta che ormai già conosciamo. Lo stesso Cadorna fino al 24 settembre auspicò il nostro ingresso in guerra, reputando non impossibile la vittoria, ed anche dopo avuta notizia del prolungarsi del tempo occorrente alla costituzione delle dotazioni invernali mise ugualmente allo (3) Cfr. A. SAI.ANDRA: « La neutralità ... », citat0, pag. 330. (4) R. BENCIVENGA: « Saggio critico ... », citato, pag. 191. (5) Oltre che da Bencivenga, un giudizio similmente critico è stato fornito da G. Rocr·IAT nei saggio: « L'esercito italiano ... », citato, pag. 343·346.
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studio soluzioni per mobilitare l'esercito in formazione ridotta, avendo cioè riguardo alle incidenze delle suddette mancanze (6). A questo punto sorge spontanea la domanda: perché furono predisposte le varianti alle direttive del 1°-9-1914, del successivo 15 ottobre (7)? A tale data, infatti, era ufficializzata già da 15 giorni la decisione del rinvio dell'intervento. Va detto, però, che tali varianti non diventarono probabilmente mai operative ma, comunque, sono pur sempre degne di notazione e studio. È infatti proprio dalla stesura di queste varianti che trova conferma quanto si è evidenziato nei precedenti capitoli ci.rea la funzione direttiva dell'esercito affidata al Capo di S.M. Cadorna non poteva ragionare che secondo il punto di vista dell'esercito, per il quale primo obbligo era sempre quello di essere in ogni caso « pronto ». Difatti, sebbene la decisione di rinvio dell'intervento era ormai stata presa, il Capo di S.M. non poteva considerare archiviata tale possibilità. Cioè sarebbe stato inconcepibile « fidarsi » delle assicurazioni di Salandra circa l'immediato futuro della politica estera italiana. Ciò in dipendenza e dai casi imprevedibili relativi ai rapporti di forza internazionali, che avrebbero anche potuto costrinL. CADORNA: « La guerra ... », citato, pag. 47. A questo proposito R. BENnel citato « Saggio critico ... », pag. 77-78, ci ha fatto conoscere quali avrebbero potuto essere tali soluzioni, delle quali egli ebbe conoscenza nella qualità di collaboi:atorc diretto del Capo di S.M. Essenzialmente si trattava della proposta di mobilitazione immediata di 6 o 7 Corpi d'Armata, da effettuare col nuovo sistema di mobilitazione «rossa». Tale proposta era, secondo l'A., il necessario complemento del· l'altra relativa all'adozione del suddetto nuovo sistema. In pratica si sarebbe voluta la mobilita:done di quei Corpi d'Armata per i quali il competente ufficio del Corpo di S.M. aveva avuto il tempo di studiare il nuovo tipo di mobilitazione, mentre si sarebbe proceduto contemporaneamente alla predisposizione dei piani relativi a tutto il resco dell'esercito. A queste forze mobilitabili subito col sistema «rosso» avrebbero potuto essere affidati già compiti offensivi e, sempre secondo l'A., si sarebbero potuti ottenere risultati che non furono raggiunti con tutto l'esercito otto mesi dopo (cfr. ibidem, pag. 183 e 187). Tale proposta fu però scartata proprio da Cadorna che, prima di effettuare qualsiasi mossa, voleva vedere realizzato il nuovo progetto per l'intero esercito. E cosi effettivamente fu: la mobilitazione «rossa» entrò in vigore soltanto il 1° marzo 1915. (7} Il documento relativo è stato pubblicato nella citata Relazione Ufficiale, volume II bis, allegato n . 4, pag. 19-23. Nell'allegato n. 5, pag. 24-26, sono state riprodotte le varianti alle direttive per il Comandante la zona Carnia, sempre in data 1.5-10-1914. (6) Cfr.
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gere ad un immediato intervento, e dall'incertezza che il Presidente del Consiglio ancora manifestava pur nel momento in cui prendeva la decisione citata (8). A conferma dell'atteggiamento prudente di Cadorna è anche il fatto, cui si è già accennato, che egli non solo rinunciò a qualsiasi progetto di mobilitazione parziale, anche se tecnicamente possibile, ma volle anche rimandare fino a marzo il momento in cui iniziare le operazioni segrete previste dalla nuova mobilitazione «rossa», contrariamente a quanto invece av.rebbero voluto i suoi collaboratori del Corpo di $ ;M. Infatti, nel caso in cui una di queste due proposte fosse stata accolta e l'Italia avesse dovuto, per una qualsiasi contingenza, entrare subito in guerra, non lo avrebbe potuto fare per la mancanza di piani, in quanto i vecchi non erano più rispondenti alla consistenza dell'esercito ed i nuovi non erano anco.ra pronti. Per rientrare in un discorso più generale, è possibile vedere le varianti del 15-10-1914 come uno studio strategico di «routine» del Capo di S.M. La guerra nell'inverno avrebbe potuto scoppiare per qualsiasi motivo ed era quindi dovere del responsabile dell'esercito studiare anche un'ipotesi di campagna nella stagione invernale, (8) Nella Relazione al Re del 30·9-1914, Salandra infatti affermava: « ... i capi dell'esercito sono unanimi nel ritenere che a noi converrebbe entrare in campagna in primavera; ma non siamo noi padroni del tempo e degli eventi». I « capi dell'esercito >>, cioè i quattro comandanti designati d'armata (Zuccari, Brusati, Frugoni e Nava) furono interpellati nella riunione del 26 settembre a cui parteciparono anche Cadorna e San Giuliano. L. MONDXNI , nel citato: « La preparazione dell'esercito ... », pag . .341, ha affermato che, a quella data, il Presidente del Consiglio aveva già preso la sua decisione e che, quindi, oltre a Cadorna lo stesso Ministro degli Esteri ne era all'oscuro. Bisogna rilevare, però, che il parere negativo espresso dai responsabili militari, come quello contenuto nella lettera di Cadorna a Grandi del 25 settembre, era funzione della mancanza di assicurazione da parte del Governo riguardo l'adozione del piano relativo all'immediata costituzione delle dotazioni per una campagna invernale. I bilanci governativi invece avevano sempre fino ad allora previsto che a tali deficienze militari « sttaordinarie » si sarebbe dovuto provvedere al momento del bisogno e cioè, in quel caso specifico, solo dopo aver deciso l'intervento in guerra. Si verificò quindi un assurdo rimbalzo di cause ed effetti. Il Governo voleva sapere dai militari se l'esercito poteva entrare in campagna ma questi non potevano che rispondere di no, data la mancanza di piani tempestivi predisposti dal Ministero della Guerra a quel fine, conseguenza questa, d'altronde, del persistente acceggiamento neutrale. A questo proposito cfr: G. ROCHAT: « L'esercito italiano ... », citato, pag. 342-345 e R. BENCI· VENGA: « Saggio critico ... )), citato, pag. 184.
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pur se tale possibilità era lungi dall'accadere, stanti le opposte finalità politiche del momento. Arrivando quindi all'esame di tale documento, è interessante vedere quali cambiamenti Cadorna apportò alle direttive del 1°-9-1914 (9). Constatazione di fondo fu che « la stagione invernale impone( va) limitazioni alle grandi operazioni, in misura maggiore là dove la zona presenta maggiori altitudini ed asprezza» (10). Ma proprio questa considerazione generale rinforzò il concetto strategico già espresso: il fronte dell'attacco decisivo delle forze italiane vieppiù sarebbe stato il Friuli verso il Goriziano, dove« il rilievo alpino presenta la minore profondità e la minore altitudine » ( 11 ). Nel tratto fra lo Stelvio e M. Maggiore non sarebbero state invece più possibili le operazioni previste nelle direttive del 1° settembre. Qui avrebbero potuto infatti operare soltanto le truppe alpine addestrate a quel tipo di guerra oltremodo difficile, mediante coraggiose operazioni limitate. Conseguentemente il saliente tirolese assunse ancor minore importanza nel piano di Cadorna. Egli dovette così cancellare dal suo disegno la linea d'operazione partente dall'alto Piave e diretta al taglio della zona attr averso il Pusterthal. Al posto di questa offensiva Cadorna assegnò alle truppe della 1a e 4" Armata il compito di condurre limitate azioni di attacco rispettivamente in Val Lagarina ed in Val Sugana. Queste due valli erano infatti le uniche a permettere una certa manovra in quel settore durante la stagione invernale. Queste operazion i dirette nel Trentino, però, non avrebbero potuto avere il necessario carattere di decisione e celerità e quindi non assunsero la stessa importanza dell'offensiva prima prevista da Cadorna contro la parte settentrionale del saliente. (9) Malgrado sia innegabile l'opportunità dello stu dio anche di queste varianti alle direttive citate, relative all'ipotesi di una campagna nella stagione invernale, il solo Autore che le ricordi è il PrnRr che, nel citato: « La prima guerra mondiale ... », pag. 186, nota 1, a proposito della condotta delle operazioni nello scacchiere tr.entino <lu· rante il primo anno di guerra, a<l esse risale per cercare la genesi degli attacchi sferrati dalla P Armata, al comando del Generale Bwsati, al fine di investire il campo trincerato di Trento, azione non prevista da Cadorna in quella intensità nelle definitive direttive del 1° aprile 1915, per punrare invece all'offensiva nel Cadore. (10) Relazione Ufficiale, volume II bis, citato, allegato n. 4, pag. 19. (11) I bidem, pag. 20.
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Per quel che attiene al fronte principale, è da notare che Cadorna, sebbene l'inverno avrebbe creato notevoli difficoltà, confermò alla zona Carnia il compito dell'espugnazione del forte di Malborghetto e delle opere di Flitsch e del Predi!, con l'intento di arrivare a Villach attraverso la via pontebbana, dimostrando così di annettere notevole importanza a tale linea d'operazione, come già evidenziato nel precedente capitolo. Altre differenze rispetto al precedente documento non ve ne sono (12). Ed infatti Cadorna non reputò neanche opportuno tornare a precisare i possibili obiettivi già indicati nella memoria riassuntiva del 21 agosto che non potevano, d'altronde, che essere confermati.
(12) Si potrebbe come ultima cosa notare l'inserirnento di un'azione difensiva (attiva però contro le opere più vicine del nemico) partente dall'altipiano dei Sette Comuni ed affidata alla l' Armata. Cadorna la reputò anzi conveniente anche nella buona stagione cd infatti precisò che tale operazione venisse data come stabilita anche nelle direttive del 1° settembre (cfr. Allegato n. 4, pag. 22 ed ibidem, nota 1).
CAPITOLO VI
LO SLITTAMENTO DELL'ENTRATA IN GUERRA ALLA PRIMAVERA I NUOVI TERMINI DEL PROBLEMA: 1° - LA MOBILITAZIONE «ROSSA»; 2° - LE VARIANTI ALLE DIRETTIVE DEL 1° SETTEMBRE 1914, IN DATA 1° APRILE 1915
La decisione di rinvio dell'intervento fu dunque definitivamente presa da Salandra il 30 settembre 1914. Di conseguenza sarà opportuno considerare come dato certo la volontà da parte del Governo di entrare in guerra non prima dell'inizio della buona stagione dell'anno 1915, trascurando di soffermarsi ulteriormente sulle possibilità che pure vi sarebbero state di intervenire prima, nonché sulle relative considerazioni circa la loro opportunità ( 1). Ai fini del presente argomento non si può infatti accennare che di sfuggita ai complessi rapporti esistenti fra gli organi militari e politici, relativamente all'influenza che ebbero nella preparazione del piano di guerra. :È comunque da annotare il cambio al vertice del Minister o della Guerra avvenuto fra il Generale Grandi ed il Generale Zuppelli dopo le dimissioni rassegnate dal primo 1'8 ottobre. Tale avvicendamento è degno di nota in quanto, come già accennato, grande fu il contrasto fra il vecchio Ministro della Guerra ed il Capo di S .M., cui nulla poté opporre Salandra (2). A succedergli venne chiamato un ex collaboratore di Cadorna, dallo stesso indicato dopo la rinuncia del Gen. Dallolio (3). Da (1) Cfr. capitolo V. (2) Lo stesso Capo del Governo d 'altronde affermò che « il Ministero della Guerra (era) intento a preservare la pace piu ttosto che a preparare la guerra! » (A. SALANDRA: « La neutralità ... », citato, p ag. 268). (3 ) Cfr. G. RocHAT: « L'esercito italiano ... », citato, pag. 347 ed ibidem, nota 3, nonché L. MONDINI: « La p reparazione dell'esercito ... », citam, pag. 342.
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quel momento un cambiamento si operò nella conduzione dell'attività di quel Ministero, non tanto per la circostanza sopra ricordata, relativa alla precedente dipendenza di Zuppelli dal Capo di S.M., ma soprattutto perché il nuovo titolare dell'Ufficio, prima di accettare l'incarico offertogli, concordò con Cadorna le provvidenze necessarie ai fabbisogni dell'esercito. Proprio questa convergenza determinò un cambiamento che poté giustificare un certo favore nei giudizi espressi sui successivi mesi di neutralità, spesi nella riorganizzazione e nel rafforzamento dell'apparato militare. Ma non è questa la materia da trattare, quanto piuttosto quella relativa ai problemi più strettamente strategici ai quali proprio allora fu data sistemazione definitiva in vista dell'intervento. Nel capitolo precedente si è accennato agli studi iniziati in settembre per la radicale trasformazione del sistema di mobilitazione e radunata ed anche le ragioni che portarono a tale necessità sono già state illustrate (4). Il nuovo progetto di mobilitazione « rossa » fu quindi la soluzione appositamente studiata per la particolare contingenza che doveva affrontare l'Italia nei mesi invernali della neutralità. Ed infatti il piano in questione ha una originalità che lo fa discostare da tutti quelli adottati dagli altri Paesi europei. Il concetto di mobilitazione disgiunta dalla radunata era accolto anche dalla Germania, come già detto nel capitolo II. Il progetto studiato dal Corpo di S.M., però, intendeva non solo scindere i due termini fino ad allora strettamente connessi, ma anche rendere p iù elastica la radunata, per adeguarla alle esigenze politiche nonché al disegno operativo che il Capo dell'Esercito avesse creduto opportuno adottare all'ultimo momento e cioè, in pratica, si proponeva di avvicinare gradatamente ed in segreto alla .frontiera, prima della proclamazione della mobilitazione generale, tutte le forze che fossero state ritenute necessarie (5). Per realizzare questo scopo sarebbe stato oltremodo utile un lungo periodo di tranquillità, a causa del maggior tempo occorrente per mobilitare i reparti nelle loro sedi normali. (4) Cfr., oltre il capitolo V, anche il capitolo IL (5) Cfr. R. BENCIVENGA : « Saggio critico ... » , citato, pag. 206-208.
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In tutto il lungo periodo di crisi un attacco dell'Austria avrebbe costituito una minaccia pericolosissima e proprio per difendersi da questa eventualità, seppure improbabile, dato l'andamento delle operazioni sugli altri fronti , fu avanzata la proposta di mobilitazione immediata di 6 Corpi d'Armata, cui si è fatto cenno nel capitolo precedente. ' Anche se fu scartata l'idea di costituire una specie di « avanguardia generale», i] problema, però, doveva lo stesso essere affrontato e Cadorna in un primo momento pen5ò di potersi affidare alla sola occupazione avanzata. Cercando ora di individuare sinteticamente il carattere del nuovo progetto, si potrebbe affermare che scopo della mobilitazione « rossa » era quello di mobilitare occultamente l'esercito, per metterlo in grado di operare subito dopo la dichiarazione di guerra che sarebbe stata immediatamente preceduta dalla formale proclamazione della mobilitazione generale (6). Con ciò si sarebbe risolto il pr oblema che assillò fin dal mese di agosto i responsabili italiani, che temevano di essere sopraffatti dall'esercito austriaco, già mobilitato, nel periodo critico dei 23 giorni occorrenti alle operazioni di mobilitazione e radunata. Col nuovo sistema l'esercito avrebbe potuto essere mobilitato del tutto al momento dell'intervento e quindi è evidente che si sarebbe potuto « assegnare subito, sin dalla radunata, alle armate la conquista di obiettivi, il cui preventivo possesso fosse (stato) necessario per l'ulteriore azione da svolgere non appena riunite forze sufficienti » (7). Infatti il formale inizio della radunata avrebbe potuto coincidere con l'ingresso in guerra e si sarebbe quindi potuto dare immediato impulso alle operazioni con le forze già mobilitate (in teoria tutti i reparti) e radunate alla frontiera, senza attendere l'arrivo delle restanti. Ora è chiaro che la condizione per la riuscita di questo piano, teoricamente perfetto, era la sua sollecita attuazione, come propugnato da alcuni degli stessi appartenenti del Corpo di S.M. (8).
(6) Cfr. capitolo Il, nota (1). (7) Relazione Ufficiale, volume I (Narrazione), citato, pag. 157. Importanti notizie sull'argomento di cui si tratta sono anche alle pagg. 158-167. Cfr. anche L. CADORNA : « La guerra ... », citato, pag. 53. (8) Cfr. R. BENCIVENGA: « Saggio critico ... », citato, pag. 80 e pag. 211.
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Come anticipato, il nuovo sistema entrò in vigore solamente il 1° marzo, per ragioni che non è scopo di questo studio andare ad individuare. E: però possibile annotare che tale progetto fu subito disatteso. E, nello sconvolgimento a cui il piano appena adottato fu sottoposto, è possibile scorgere una nuova manifestazione della mancanza di accordo fra l'azione militare e quella politica. Come già detto, la realizzazione dell'ambizioso progetto di mobilitazione occulta sarebbe potuto avvenire solo grazie all'assicurazione di un congruo periodo di sicurezza garantito dalla diplomazia. Ciò non avvenne. Già dal marzo del 1915, infatti, le preoccupazioni politiche, tese sia a sollecitare l'intervento che a prevenire presunte imminenti minacce austriache, costrinsero il Comando dell'Esercito ad ammassare quante più forze possibili alla frontiera nord-orientale. Il 15 aprile l'occupazione avanzata poteva già contare, infatti, su 142.000 uomini, ma non tutti i reparti in cui furono inquadrati erano completamente mobilitati. Il piano di mobilitazione « rossa » aveva predisposto che il trasporto sul luogo di radunata delle unità mobilitate, ancora previsto sul Piave, si sarebbe dovuto realizzare in tre fasi successive, ciascuna corrispondente ad una certa aliquota di forze combattenti. Ma « improvvise ragioni di ordine politico» (9) indussero all'ammassamento di sempre maggiori forze nel Veneto, senza attendere che le stesse avessero completato le operazioni di mobilitazione. In pratica il nuovo concetto in base aJ quale si sarebbe voluta realizzare la scissione fra i movimenti di mobilitazione e radunata non fu attuato che per pochissime unità, tanto che, delle altre, alcune furono trasportate sul luogo di radunata (avanzato, fra l'altro, per il grosso dell'Esercito, sul Tagliamento) prima della mobilitazione e per le restanti si ebbe di nuovo la contemporaneità delle due operazioni. La denuncia del Trattato della Triplice Alleanza avvenuta il 4 maggio provocò l'inizio, a quella data, dei grandi trasporti di radunata, effettuati senza più alcun criterio prestabilito e completati, inoltre, soltanto il 15 giugno. (9) Relazione Ufficiale, volume I (Narrazione), citato, pag. 163.
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Il risultato di tutto questo fu che, all'entrata in guerra dell'Italia il 24 maggio 1915, invece di avere un esercito pronto allo « sbalzo offensivo», si ebbe una folla di 400.000 uomini ammassata nei pressi del confine orientale, ma delle grandi unità erano mobilitati del tutto solo due Corpi d'Armata (10). Non è compito che ci si è prefisso esaminare le conseguenze del mancato funzionamento della mobilitazione <<rossa» sulle operazioni belliche dell'esercito. È invece opportuno tornare al 1° aprile 1915, data sotto la quale furono emanate le Varianti alle Direttive del 1°-9-1914, ciò che ci permetterà di affrontare il secondo termine del problema strategico che costituisce l'argomento del presente capitolo (11). Le varianti in questione delinearono in modo definitivo, insieme con la memoria riassuntiva del 21 agosto 1914, il disegno operativo che il Capo di Stato Maggiore volle adottare per l'Esercito italiano, tanto che dall'insieme logico dei due documenti è possibile evincere il piano strategico col quale l'Italia intervenne nel primo conflitto mondiale (12). L'esame delle varianti non può n on iniziare con la constatazione che, dato il loro carattere di « documento correttivo» di un precedente atto, dovrà tornarsi a fare riferimento anche a quest'ultimo. Innanzi tutto può essere utile cercare di individuare i motivi che provocarono la diramazione delle varianti. Lo stesso documento spiegava la propria genesi, facendo discendere l'esigenza delle modificazioni che apportava, da due diverse situazioni di fondo che erano intervenute dopo l'adozione delle precedenti direttive. Per prima cosa l'entrata in vigore della mobilitazione e radunata « rossa >> che, come già detto, avrebbe permesso l'impiego (10) Cfr. R. BENCIVENGA: « Saggio critico ... », citato, pag. 220 e pag. 226, nonché L. MoNDINI: « La preparazione dell'esercito ... », citato, pag. 354. (11) Le Varianti alle Direttive 1°-9-1914, in data 1°-4-1915, sono state pubblicate nella Relazione Ufficiale, volume II bis, citato, allegato n. 6, pag. 26-31. Nell'allegato n . 7, ibidem, pag. 31-33, sono state riportate le Varianti alle Direttive per il comandante la zona Carnia durante il periodo della mobilicazione e radunata, in data 20-4-1915. (12) Le linee di operazioni tracciate in queste varianti sono essenzialmente le stesse già segnate nelle direttive del 1°-9-1914, differendo quasi soltanto nei tempi e nei modi di attuazione di alcuni movimenti. Sono quindi sempre validi, per una visione immediata delle stesse, gli schizzi allegati nn. 1 e 2, in cui, si ripete, compaiono tutte le direttrici che furono individuate nei vari piani strategici, senza precisazione delle precedenze cronologiche o delle condizioni cui potevano essere sottoposte alcune azioni.
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immediato delle .forze già mobilitate ed avvicinate al confine; in secondo luogo l'accresciuta potenza delle forze avversarie, a cui si era accompagnata un'adeguata sistemazione difensiva di tutta la frontiera ed in special modo di quella friulana, tanto da far temere una paralisi delle operazioni come sul fronte francotedesco. Da queste due mutate situazioni discendevano, però, soluzioni diverse e contrastanti dei relativi problemi militari. Infatti, mettendo in pratica uno degli scopi della mobilitazione « rossa », Cadorna previde una serie di azioni offensive da attuare durante la radunata stessa, .c ontrariamente a quanto predisposto il 1° settembre 1914. Nel momento stesso in cui confermava la vaJidità dei concetti offensivi esposti nelle prime direttive e cioè, quindi, l'assegnazione alla fronte friulana del ruolo di teatro decisivo del conflitto, Cadorna manifestava i propri timori per la riuscita di tale impresa. Difficilmente si sarebbe potuta più attuare l'irruzione nel cuore del territorio austro-ungarico ed anzi vi era la concreta possibilità di dover affrontare linee difese da forze preponderanti rispetto alle nostre. Da questo, oltre che dalle possibilità offerte dal nuovo sistema di mobilitazione, discese la rivalutazione del saliente tirolese, contro il quale Cadorna decise di puntare. A tale scopo egli rivide anche la disposizione delle armate interessate, estendendo la zona assegnata alla 1" Armata fino ai contrafforti della Croda Grande, affidandole cioè la fortezza Brenta-Cismon, con lo scopo di concentrare maggiormente gli sforzi della 4a Armata contro la parte settentrionale del settore. Fu quindi stabilito che le operazioni contro gli sbarramenti di Sesto, Landro e Valparola, che nelle precedenti direttive erano subordinate a determinate condizioni, fossero immediatamente iniziate e ciò allo scopo di irrompere al più presto nella Val Pusteria, sia in direzione dell'Isarco, con l'obiettivo di tagliare il saliente a nord, che verso la Drava ed il Gail, per concorrere alla azione della zona Carnia per la conquista di Villach. Si può osservare che l'azione assegnata alla 4a Armata avrebb e beneficamente inciso, oltre che sulle operazioni del settore in cui si sarebbe dovuta svolgere, anche su quelle del fronte orientale, data l'influenza positiva che vi avrebbe potuto apportare.
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Medesimo scopo aveva inoltre la disposizione data alla zona Carnia di operare, anch'essa già durante la radunata, contro il forte cli Malborghetto e le opere di Raibl, Predil e Flitsch (Plezzo) (13). Ma, accanto alla predisposizione cli queste azioni offensive, nuove per la loro tempestività e collocazione nello scacchiere, Cadorna nel documento del 1° aprile introdusse un concetto difensivo che nel precedente era indicato solo in modo generico. Egli infatti si dilungò nel cercare le linee di difesa su cui. attestare le ar mate che fossero state costrette, in un primo momento, ad indietreggiare di fronte a forze superiori. Tale parte del documento era indubbiamente pervasa dalla preoccupazione cli dover affrontare un esercito austriaco più numeroso e preparato del nostro e non è possibile non notare il contrasto esistente fra questo timore e lo spirito comunque offensivo che animava sempre il disegno cadorniano. L'oscillazione dell'atteggiamento di Cadorna tra la preoccupazione di doversi difendere e la naturale spinta offensiva è riscontrabile anche nella sintetica esposizione dei compiti affidati. alle armate durante il periodo della radunata. Sembra sintomatico il caso della ia Armata, i cui compiti sono stati definiti nei modi più svariati, da pur amente difensivi a parzialmente offensivi (14 ). La 4a Armata avrebbe dovuto puntare con decisione all'espugnazione delle fortificazioni su menzionate, « dando all'azione spiccato carat tere di vigore» (15). Non poteva esserci quindi dubbio sui compiti decisamente offensivi ad essa assegnati, i primi obiettivi dei quali sarebbero stati l'occupazione di Dobbiaco con la destra e del Gruppo di Sella con la sinistra. Per quel che atteneva al fronte orientale, Cadorna ritenne oppor tuno, invece, scindere i compiti da assegnare, a seconda che ci si fosse trovati di fronte a forze superiori o inferiori. Nel (13} Cfr. Relazione Ufficiale, volume II bis, citato, allegato n. 7, pag. 32. (14} Cfr., ad esempio, F. SARDAGNA: « Il disegno di guerra ... », citato, pag. 124· 132, dove l'A. si dilungò in sottili precisazioni di terminologia bellica («difensivo · atteggiamento difensivo » oppure « difensiva strategica · difensiva tattica »). IntereS· santi, comunque, le considerazioni sulle operazioni che avrebbe voluto Cadorna in questo settore del Trentino, giudicate, forse a ragione, non precise nei fini da attuare né nei modi per realizzarle. (15) Relazione Uffìciale, volume II bis, citato, allegato n. 6, pag. 29.
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primo caso l'atteggiamento sarebbe stato ovviamente difensivo, nel secondo offensivo. Tale preoccupazione non si riscontrava invece nelle Direttive del 1° settembre 1914 e ciò dimostra ancora una volta che Cadorna era consapevole dei rischi che l'esercito avrebbe corso proprio nella .z ona dove aveva intenzione di portare l'attacco decisivo. Nel caso in cui le Armate 2a e 3a e la zona Carnia fossero state costrette sulla difensiva, il Capo di Stato Maggiore, come anticipato, reputò opportuno indicare le linee lungo le quali opporre la massima resistenza (16). Circa l'ipotesi offensiva Cadorna, potendosi valere, sulla carta, dei risultati ottenibili nell'impiego iniziale delle forze tramite la mobilitazione «rossa», prescrisse che già durante la radunata le unità interessate effettuassero quegli atti offensivi che sarebbero stati utili per il prosieguo delle operazioni ( 17). Il disegno di guerra di Cadorna risulta quindi del tutto delineato . Non si reputa opportuno avanzare ora riflessioni critiche su di esso, per le quali, perciò, si rimanda alle consiclerazi.o.ni conclusive della tesi.
(16) Per la zona Carnia Cadorna indicò la linea M. Paralba, M. Crostis, M. Paularo, M. Salinchiet, Zuc del Boor; per la 2• Armata quella M. Stol, M. Matajur, M. Mlade· sena, Cividale, Campoformido; infine, per la 3a Armata, la linea Campoformido, mare Adriatico (cfr. Relazione Ufficiale, ibidem, pag. 30). (17) La zona Carnia avrebbe dovuto iniziare subito l'azione tesa a far cadere il · forte di Malborghetto e le opere di Raibl e Predi! e ciò per aprire la linea d'operazione della Pontebba. La seconda Armata ebbe il compito di impossessarsi immediatamente di M. Stol e di M. Matajur, nonché di arrivare ad occupare Caporetto e, possibilmente, il Kolovrat ed il Korada, in vista delle operazioni tendenti alla riva sinistra dell'Isonzo (altopiano di Bainsizza). Infine la terza Armata doveva impossessar.si dell'altura di Medea e dei ponti sull'Isonzo situati fra Cervignano e Monfalcone, per agevolare la successiva offensiva verso l'altopiano di Sagrado (cfr. Relazione Ufficiale, ibidem, pag. 30-31).
CONCLUSIONE
Come già scritto nell'introduzione, in questa tesi di laurea si è voluto esaminare organicamente quanto l'Italia aveva predisposto e preparò nel campo strategico-militare nel periodo di crisi che andò dal luglio 1914 al maggio 1915. Ciò alla luce della documentazione d'archivio che si è riusciti a rintracciare nonché tramite il metodico studio delle pubblicazioni inerenti la materia. In margine allo studio si può tentare ora di esprimere una sintesi critica dei punti salienti dello stesso, alcuni dei quali, oltre che dalla semplice esposizione dei piani strategici, sono già stati via via caratterizzati da considerazioni e riflessioni. Da un punto di vista generale si può ricordare in questa sede che nel periodo considerato furono condotti in Italia notevoli studi finalizzati alla predisposizione di piani militari su prospettive politiche non solo mutate, ma addirittura ribaltate. In quei dieci mesi infatti il Governo di Roma non solo dichiarò la neutralità di fronte al conflitto europeo ma finì poi per rovesciare le proprie mire e, di conseguenza, le alleanze, mentre mutavano contemporaneamente i dati su cui erano basati i progetti di mobilitazione in vigore. Per questo cambiamento dei termini del problema, il responsabile militare, generale Luigi Cadorna, dovette procedere al riesame di tutta la questione da risolvere che, come visto, implicò non soltanto la ridefinizione dei piani prettamente strategici, ma anche lo studio e l'adozione di soluzioni tecniche nuove per la mobilitazione e la radunata. In questo contesto assunse grande rilevanza il problema dei rapporti, spesso difficili, fra polo politico-civile e polo tecnicomilitare ai vertici dirigenziali del nostro Paese. Già la situazione degli studi militari esistenti allo scoppio della crisi nel luglio 1914, da cui è partito questo studio, evidenziava, come rilevato nel capitolo I, i diversi interessi determinati dai differenti ruoli e dalle differenti vedute dei responsabili politici e militari.
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Si può a questo proposito ricordare, infatti, che la linea politica ufficiale italiana era quella della Triplice Alleanza, a cui i militari diedero sostanza tramite le convenzioni militari segrete stipulate fin dal 1888 e ripristinate, dopo breve parentesi, proprio nel marzo 1914. Accanto alle convenzioni, però, il Corpo di Stato Maggiore aveva il dovere di studiare altre ipotesi prevedibili di guerra e predisporre i relativi piani militari (1). Incidentalmente sembra opportuno ricordare che la documentazione relativa alle convenzioni militari segrete della Triplice Alleanza, come detto già rintracciata e pubblicata, è stata citata da chi se.rive nella nuova collocazione dove si è rinvenuta presso l'Archivio Centrale dello Stato (2). Dall'esame di questi documenti si possono fare altre considerazioni conclusive, da aggiungere a quelle già note. Ci sembra ad esempio giusto sottolineare che nella convenzione allora in vigore fosse stata lasciata cadere la riserva austriaca di non intervento nel caso di guerra circoscritta a Germania e Italia contro Francia. Ciò in quanto il trasporto delle truppe italiane sul Reno si sarebbe potuto effettuare solo tramite l'attraversamento del territorio austriaco, dato che fu sancito l'assoluto rispetto della neutralità svizzera. In presenza del rifiuto austriaco alla collaborazione per il suddetto trasporto dell'armata italiana, l'allora capo cli S.M. ten. gen. Saletta aveva difatti previsto il passaggio per la Confederazione elvetica, ovviamente spianandosi la strada con le armi (3). Se questo piano avesse avuto l'approvazione dei Governanti non è possibile saperlo, anche se non è difficile ipotizzare che essi ne fossero quanto meno al corrente, dato che si trattava di un'ipotesi che prevedeva l'invasione del vicino Stato neutrale. In ciò si potrebbe comunque scorgere un pr"imo scollamento fra politica estera « ufficiale » e soluzioni pratiche dei problemi connessi alla realizzazione dei piani militari.
( 1) Cfr. capitolo I. (2) Cfr. ibidem, nota (3). (3) Cfr. ibidem, nota (7). È opportuno ricordare il documento rinvenuto nell'Archivio dell'Ufficio Storico dello S.M.E. (A.U.S.S.M.E.), OM/60, relativo alla « Relazione del viaggio di Stato Maggiore dell'anno 1900 · Zona di frontiera italo-svizzera», perché lo si reputa degno del massimo interesse, in quanto delineava il piano poi effettivamente adottato, oltre al fatto che fino ad ora non era mai stato citato.
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Così potrebbe anche essere considerato il progetto di mobilitazione e radunata nord-est predisposto nel 1912-13 dall'allora Capo di S.M. ten. gen. Pollio, in vi.gore ancora nel 1914. È doveroso riconoscere, però, che compito del responsabile militare era quello di predisporre i piani relativi alle ipotesi di guerra comunque prevedibili, anche se in contrasto con la linea politica del Governo. In tale ottica vanno quindi visti gli studi relativi all'ipotesi di guerra difensiva dell'Italia contro l'Austria. La difficoltà di soluzione del problema dell'adattamento dei piani militari alla situazione oggettivamente mutata dell'estate 1914 era causata in gran parte dal sistema di mobilitazione e radunata adottato in Italia, dove era previsto l'intreccio dei trasporti relativi alle due operazioni. I piani strategici, d'altronde, non potevano prescindere da questi termini fondamentali, in quanto solo la mobilitazione avrebbe consentito la messa in efficienza dell'esercito tramite il passaggio dallo stato di pace a quello di guerra, mentre la radunata, in Italia, condizionava la scelta stessa del campo dove schierarsi. Infatti, i progetti erano due, uno mirante a disporre l'esercito ad ovest (per la guerra alla Francia) e l'altro ad est (guerra all'Austria) (4). Sembra opportuno richiamare un'osservazione fatta a questo proposito. Lo storico Rochat ha rilevato che la mobilitazione e la radunata italiane erano condizionate dal tipo di reclutamento (5). Ciò era verissimo. Però,dallo studio del problema, è sembrato che, per l'adozione di quel particolare sistema di mobilitazione, una influenza ancor più determinante fu esercitata dal fatto che allora le unità venivano continuamente spostate di sede (mediamente ogni quattro anni). Poiché tutti i movimenti dovevano essere minuziosamente predisposti, l'ufficio competente del Corpo di S.M. non poteva indicare il luogo dove i complementi in uomini e materiali avrebbero mobilitato i reparti, se non identificandolo in quello dove gli stessi si sarebbero radunati, senza aver bisogno di sapere quando ciò sarebbe potuto avvenire.
(4) Cfr. capitolo II. (5) Cfr. ibidem, nota (5).
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La conseguenza fu che la mobilitazione e la radunata furono strettamente connesse, tanto che mobilitare voleva dire anche radunare e cioè, dato che la radunata era rivolta minacciosamente contro questa o quella frontiera, anche provocare molto probibilmente una risposta aggressiva e quindi la guerra. Stante tale situazione, è evidente che sarebbe stata più che opportuna una perfetta sintonia tra i fini politici e quelli militari. L'estate del 1914 ed i tre mesi del 1915 precedenti l'intervento furono invece caratterizzati dall'assoluta mancanza di accordo fra i due poli dirigenziali del Paese. Addirittura, allo scoppio della crisi, i fini perseguiti dai responsabili dei due settori in questione furono opposti: Cadorna, infatti, reputando di dover onorare l'alleanza militare in vigore, propose subito l'adozione di provvedimenti antifrancesi (6), mentre Salandra già meditava la proclamazione della neutralità effettivamente esplicitata il successivo 3 agosto. Non solo, ma furono anche iniziati, col consenso del Ministro della Guerra Grandi, i movimenti verso la frontiera francese sotto gli occhi « ignari » del Presidente del Consiglio. Come ciò possa essere avvenuto rimane inspiegabile! Infine, anche quando Cadorna e Salandra furono concordi nel ritenere inevitabile la guerra contro l'Austria-Ungheria, permase vivissimo il contrasto sul momento in cui proclamare la mobilitazione generale. Cadorna, coerente al proprio punto di vista tecnico-militare, mirava ad ottenere l'utilizzazione ottimale dell'esercito, che si sarebbe potuta realizzare mettendo subito le nostre forze nelle condizioni di entrare in campagna, cioè mobilitandolo immediatamente (7). Si può quindi avanzare l'ipotesi che, per Cadorna, il problema della scelta della coalizione con la quale schierarsi era meno importante di quello della messa in efficienza dell'esercito tramite la mobilitazione.
(6) Cfr. la « memoria sintetica sulla nostra radunata nord-ovest e sul trasporto in Germania della maggior forza possibile» inviata al Re il 31-7-1914, di cui al capitolo III, con la quale il Capo di S.M. ampliava di molto il concorso dell'Esercito italiano. (7) Cfr. la citazione riportata in nota (3 ), capitolo IV.
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È opportuno però qui rammentare che tale ipotetica priorità logica e cronologica era del tutto teorica, perché, dato il sistema di mobilitazione e radunata, la scelta di campo si sarebbe dovuta necessariamente effettuare prima dell'ordine di mobilitazione generale (8). ·Salandra scelse, per il primo periodo, una politica strettamente neutrale e, conseguentemente, respinse tutte le richieste di mobilitazione avanzate dal Capo di S.M. Il gen. Cadorna poteva anche avere ragione, ma le esigenze tecniche dell'esercito non avrebbero dovuto piegare quelle della politica! Anche Salandra, come Cadorna, voleva intervenire in guerra per vincere, ovviamente, ma a differenza di quest'ultimo per lui la sicurezza di tale risultato si sarebbe avuta solo quando ormai l'andamento delle operazioni avesse indicato chi sarebbe risultato vincitore. A commento di questa situazione di netto contrasto fra i responsabili italiani, è però da osservare che ciò discendeva non tanto dai rispettivi punti di vista personali sul problema in questione, quanto piuttosto dai ruoli assegnati loro dalle cariche che ricoprivano. Il difetto, cioè, era nelle istituzioni, che mancavano di un organo supremo specificamente preposto al settore tecnico-politico, che decidesse con l'autorità del Governo ma anche con la competenza specifica dei militari (9). È doveroso comunque rammentare anche un tentativo di accordo effettuato tramite la proposta avanzata dal Ministro della Guerra per l'adozione di nuovi sistemi di mobilitazione, parziale o generale con radunata arretrata, scartati, però, dal gen. Cadorna (10). Proprio mentre si assisteva alle dispute fra i maggiori responsabili italiani, Cadorna, ligio al ruolo assegnatogli dalla sua posizione di Capo dell'Esercito, tracciò comunque le linee del suo
(8) Cfr. ibidem, nota (9) dove si prende spunto da un'affermazione di G. RocHAT, relativa a tale argomento per proporre una considerazione critica. (9) Cfr. R. B ENCIVENGA: << Saggio critico ... », citato, pag. 186. (10) Sembra opportuno anche in questo caso richiamare alla mente un documento inedito, citato nel IV capitolo, nota (14), rinvenuto presso l'A.U.S.S.M.E. - F3/1, concernente lo studio relativo ad un'eventuale radunata dell'esercito in zona arretrata, cioè nella valle Padana, provocato da una delle proposte citate. In tale studio emersero chiaramente le difficoltà che sarebbero sorte per la realizzazione del nuovo progetto.
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piano strategico, in considerazione del fatto che si dovesse essere in ogni caso p ronti per l'intervento, a prescindere dalle scelte poli ti che fatte dal Governo (11 ). Il documento fondamentale del piano con cui l'Italia intervenne nella prima guerra mondiale è quindi da considerare la « memoria riassuntiva circa un'azione offensiva verso la Monarchia a.u.... », in data 21 agosto 1914 che, come:! detto, indicò gli obiettivi verso cui tendere e le linee d'operazioni attraverso cui raggiungerli. Le norme esecutive del disegno delineato nella « memoria riassuntiva», furono subito dopo dettate dalle « Direttive per i comandanti di armata durante il periodo della mobilitazione e radunata», del 1° settembre 1914 (12). Cadorna, portato anche dal temperamento (13), rovesciò la precedente impostazione e predispose un piano di guerra decisamente offensivo in considerazione del fatto che l'Austria era impegnata su altri fronti e che si sarebbe potuto contare sulla collaborazione dei potenziali alleati serbi e russi contro il comune nemico austriaco . La base era costituita sempre dal progetto di mobilitazione e radunata nord-est in vigore, al quale Cadorna apportò opportuni ritocchi per adattarlo al nuovo spirito offensivo. Circa il tipo di guerra che Cadorna delineò nei citati docu(11) Sono da ricordare, a questo proposito, le critiche avanzate dal gen. SARDAGNA, che condusse un accurato studio del piano di Cadorna, circa la fretta con la quale il Capo di S.M. predispose il disegno di guerra che, malgrado il cambiamento della situazione generale, rimase nelle sue linee principali sempre il medesimo, avendo previsto soltanto diverse modalità di attuazione dello stesso tramite le Varianti del 1° aprile 1915 alle Direttive del 1° settembre 1914 (cfr. F. SARDAGNA: « Il disegno di guerra ita· liana ... », citato, pag. 16-18). (12) Continuando il discorso iniziato nella nota precedente, è da ricordare che Sardagna, pur ammettendo, ad un certo punto, la legittimità da parte di Cadoma di predisporre così presto il disegno generale delle operazioni, ad ogni modo criticò che fossero state emanate subito delle direttive aventi carattere esecutivo. A questo riguardo è possibile notare che Cadorna molto probabilmente ritenne indispensabile indicare i compiti delle armate per poter entrare nel conflitto preparati, cosa realizzabile solo previa predisposizione dei relativi ordini circa le oper.a-zioni da svolgere. Tale considerazione prescindeva dalla concreta possibilità di entrare in guerra. Questo ragionamento può essere ritenuto valido, anche se la situazione di base del teatro delle operazioni e gli stessi rapporti di forza dei belligeranti mutavano di giorno in giorno. (13) Cfr. capitolo IV, nota (19).
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menti, è necessario ricordare il precedente studio compiuto nel 1886 dall'allora Capo di S.M. gen. Cosenz (14). L'importanza di tale studio risiedeva nel fatto che, oltre ad essere l'u nico del genere compiuto dal Corpo di S.M. prima di Cadorna, in esso fu ipotizzata una guerra sostenuta dall'Austria su più fronti, con caratteri simili a quelli che si sarebbero dovuti affrontare nel 1914-15. Ma, cosa ancora più imp ortante, le linee d'azione che tracciò il gen. Cadorna erano quasi del tutto le stesse indicate dal gen. Cosenz (15). L'esame critico dei due piani strategici è stato già condotto nel capitolo IV della presente trattazione. In questa sede conclusiva sembra però opportuno avanzare altre considerazioni, sottolineandone sia le riscontrabili caratteristiche comuni che le diffo rmità. È possibile rilevare subito, dalla trasposizione grafica dei du e piani, che i primi obiettivi erano i medesimi, mancando in Cadorna soltanto le linee dirette alla conquista del Trentino. Ciò in quanto egli, pur riconoscendo di dover risolvere il problema creato dalla m inaccia costituita da tale saliente, reputò incompatibile con la decisa offensiva sul fronte friulano un contemporaneo attacco alle munitissime difese poste a guardia di Trento. Nella parte nord del settore, cioè in quello . tirolese, i due piani si discostavano per i tempi e le modalità di esecuzione delle azioni offensive. Cadorna, infatti, a differenza di Cosenz, subordinò l'azione tendente a tagliare il Tirolo dal resto dell'Impero a.u. nonché a concorrere alla conquista della zona di Tarvisio-Villach, al verificarsi di « circostanze favorevoli » non meglio specificate. Per il resto del fronte le corrispondenze erano impressionanti. Gli sforzi dell'esercito, nel 1914 come nel 1886, avrebbero dovuto concentrarsi ad oriente, verso la conca di Lubiana, attraverso il Carso e la via Tolmino-valle dell'Idria e previa copertura
(14) Cfr. ibidem, nota (22). Si rammenta che il documento in questione, relativo allo studio dell'ipotesi di guerra sia difensiva che ofiensiva, è conservato presso
l'A.U.S.S.M.E. · OM/11. (15) È opportuno ricordare, a questo proposito, che può essere molto utile seguire l'andamento di tali linee sugli schizzi allegati nn. 1 e 2, dove risulta immediata· mente evidente la loro corrispondenza, nonché le differenze che pure erano presenti.
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dalle provenienze da nord tramite la conquista della zona di Klagenfurt (strade della Pontebba e del Predii). Al di là di queste similitudini di carattere tattico, apparivano però nei due piani differenti obiettivi di carattere strategico. Cosenz si prefisse la conquista di Vienna e quindi avrebbe voluto schierare l'esercito sulla Mu r, verso la capitale austriaca, mentre Cadorna inquadrò le operazioni delle sue armate in un più ampio quadro strategico di coalizione. Infatti, egli tese le s ue linee più a su d, proponendosi di giungere ad affermarsi sulla Sava, quindi sul fronte Marburg-Varasdin, da dove, con la collaborazione dell'esercito ser bo sulla destra, avrebbe cercato di p roseguire verso il cuore del territor io austro-ungarico con l'intento d'incontrare e battere il grosso delle forze avversarie e, infine, di congiungersi coi Russi a Budapest. Non è semplice fare considerazioni critiche su questi due piani strategici. Inoltre è da sottolineare che quello di Cosenz era pur sempre uno studio che, all'atto pratico, avrebbe potuto subire numerose modifiche in relazione alle forze necessarie per tentare di realizzarlo. Cadorna comunicò, invece, il piano strategico che avrebbe dovuto effettivamente guidare le operazioni delle armate italiane. Indubbiamente tale piano era molto ambizioso, ma qualsiasi giudizio negativo può essere facilm ente condizionato dal senno di poi. E così è difficile anche stabilire la dipendenza del piano di Cadorna dallo studio di Cosenz, non tanto per le differenze che sono s tate evidenziate (d'altronde i punti di contatto sembrano essere in numero maggiore) ma soprattutto per la mancanza, sia nelle fonti edite dell'epoca che nella documentazione conosciuta, di qualsiasi riferimento a tale studio, t anto che non è possibile stabilire, a tutt'oggi, se Cadorna vi avesse veramente attinto a piene mani ( 16). Procedendo nelle considerazioni conclusive ci troviamo schierati sulla s tessa posizione critica del gen. Bencivenga circa la
(16) Data la collocazione del relativo documento, qui citato in nota (14), si può però supporre che molto difficilmente lo studio di cui si tratta non fu, a suo tempo, posto dai competenti uffici all'attenzione del Capo di S.M. il quale, è però anche doveroso ricordare, già dal 1912 esaminò il problema deUa guerra offensiva contro l'Austria in un lavoro dal titolo: « Avao7.ata dall'Isonzo alla conca di Laibach (Lubiana, n.d.r.) ». (Cfr. L. MONDINI : « La condotta militare della guerra ... », citato, pag. 12).
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decisione di rinvio dell'intervento presa ufficialmente da Salandra il 30 settembre 1914, a cui si adeguò anche il gen. Caclorna. l:. pure da rimarcare l'opportunità della proposta, caldeggiata sempre da Bencivenga ma respinta da Cadorna, d'immediato passaggio al piede di guerra, col nuovo sistema di mobilitazione «rossa», cli 6 o 7 Corpi d'Armata, che (anche su questo si conviene) avrebbe .permesso la realizzazione di una specie di « avanguardia generale» che avrebbe potuto ben difendere la mobilitazione occulta, nonché, allo scoppio delle ostilità, compiere efficacemente il primo sbalzo offensivo oltre frontiera (17). A conferma di quel che è già stato più sopra sottolineato, si reputa opportuno ricordare la predisposizione, da parte del gen. Cadorna, delle Varianti, in data 15 ottobre 1914, alle Direttive del precedente 1° settembre, relative ad una possibile campagna nella stagione invernale, sebbene di esse non vi sia quasi traccia nella .pur vasta bibliografia (18). Infatti, anche tali Varianti furono il risultato della linea scelta dal Capo di S.M. connessa d'altronde al suo incarico e tendente ad avere l'esercito « pronto » in ogni momento, anche se l'ipotesi di prossimo inizio delle operazioni era lungi dall'accadere. Accanto al grandioso sforzo compiuto nel periodo della neutralità per il rafforzamento di tutto il carente apparato militare, è da segnalare il similmente gravoso lavoro portato a termine dal competente ufficio del Corpo di S.M. per la trasformazione del sistema di mobilitazione e radunata. Il vecchio progetto, dopo le variazioni apportate agli organici cli pace, non era più utilizzabile. A questo riguardo è da osservare che avrebbero potuto essere semplicemente predisposti nuovi ordini di movimento basati sempre sul sistema ancora in vigore. Se non che, i responsabili militari italiani scorsero la possibilità di studiare un progetto che si attagliasse esattamente alle opportunità ed alle esigenze politico-strategiche del momento, che consistevano nella evenienza di disporre di alcuni mesi (quelli invernali) di quasi sicura non belligeranza, e che conducevano con passo finalmente deciso all'obiettivo finale: la guerra contro l'Austria. L'ostacolo che i capi militari si proposero di superare per (17) Cfr. capitolo V, nota (6). (18) Ibidem, nota (9).
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mezzo della mobilitazione « rossa » era quello di dover affrontare un'Austria con l'esercito già da tempo mobilitato e pronto ad invadere il nostro territorio. Il nemico avrebbe potuto cioè facilmente approfittare del periodo critico dell'apertura delle ostilità, dedicato, in situazioni normaJi, ai movimenti di mobilitazione e radunata. Si sarebbe quindi dovuto raggiungere questo risultato: alla proclamazione della mobilitazione generale sarebbe dovuta immediatamente seguire la dichiarazione di guerra che, a sua volta, avrebbe dovuto provocare l'immediato inizio delle operazioni offensive. Per realizzare questo non facile ma indispensabile piano, è evidente che, al momento in cui fosse stato dato l'ordine ufficiale di mobilitazione generale, l'esercito avrebbe dovuto essere già in gran parte mobilitato e radunato presso la frontiera. Ciò avrebbe potuto esse~e ottenuto tramite due mezzi: la separazione delle operazioni di mobilitazione e di radunata e, a sua volta grazie a questo, la mobilitazione occulta, realizzata cioè senza eclatanti provvedimenti direttamente nelle sedi normali di pace. Oltre a tutto, quando lo avesse ritenuto opportuno, il Comandante dell'Esercito avrebbe potuto avvicinare alla frontiera le forze già mobilitate che avesse reputato necessarie. Da quanto si è detto risulta evidente che l'ultima versione del piano strategico di Cadorna, data attraverso le Varianti del 1° aprile 1915 alle Direttive del precedente 1° settembre (che delinearono definitivamente la strategia dell'intervento italiano nella I guerra mondiale) era strettamente connessa all 'adozione del nuovo sistema di mobilitazione. Anzi, la predisposizione di tale documento fu in gran parte provocata proprio dall'anzidetta circostanza. Ma, oltre a questo, è da dire che la positiva riuscita del piano ivi indicato, dipendeva essenzialmente dal corretto sviluppo delle nuove operazioni di mobilitazione e radunata. Dopo questa considerazione, potrebbe essere facile dedurre che il riconosciuto non feli ce esito del « primo sbalzo offensivo » ordinato da Cadorna fosse dipeso solamente dall'assodato cattivo funzionamento della «leggendaria» mobilitazione occulta. Nella realtà il problema è più complesso, in quanto, ad esempio, sull'esito delle primissime operazioni è giusto considerare anche l'influenza delle preoccupazioni difensivistiche presenti nelle stesse Varianti del 1° aprile 1915.
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Cadorna, infatti, sebbene non modificò granché il piano già delineato da mesi, in un certo senso trasfuse in esso una doppia natura. Il precedente disegno era esclusivamente offensivo ( quantunque raccoman dasse contegno difensivo su tutto il fronte durante la radun ata), mentre quello definitivamente adottato conteneva anche precise raccomandazioni di un prudente atteggiamento difensivo (sebbene, al contrario del precedente piano, stab ilisse chiaramente l'effettuazione di operazioni offensive già dalla radunata). Si ha cioè l'impressione che, malgrado le dette preoccupazioni di Cadorna avessero valide giustificazioni nel reale mutato rapporto di forza con l'Austria-Ungheria, l'insuccesso del piano strategico italiano era già determinato dalla sua stessa articolazione. Per spiegarsi meglio, esisteva una palese contraddizione fra la conferma di tutti gli obiettivi offensivi precedentemente indicati (con l'accentuazione, anzi, di quelli contro il Tirolo) e la constatazione di un più che probabile stallo delle operazioni. Nella pratica ciò significò, infatti, che la difesa degli austriaci fu notevolmente aiutata dall'indecisione e dalla preoccupazione dei comandanti delle truppe italiane, che furono ben lungi dal!' ordinare « la rapida irruzione cadorniana », quanto piuttosto propensi ad effettuare una lenta e prudente marcia di avvicinamento alle ben munite posizioni difensive nemiche (19).
(19) Cfr. Relazione Ufficiale, volu me II bis, citato, documenti nn. 38, 40, 41 e 42. A proposito del carattere delle operazioni voluto da Cadorna, di cui, fra l'altro, si tratta nei citati documenti, è possibile fare una considerazione. Leggendo, per esempio, le successive versioni, trasmesse per la via gerarchica, dell'ordine di operazione n. 1 (allegati nn. 38, 40 e 41) sembra che, man mano che detto ordine veniva comunicato alle Grandi Unità gerarchicamente soccoposte, lo stesso, in un certo senso, perdesse d'incisività. I comandanti delle dette G.U., infatti ritennero che « l'energica ed improvvisa irruzione», non meglio specificata dal Comando Supremo, potesse essere reaH.zzata soltanto grazie al tempestivo («entro un'ora dal ricevimento dell'ordine», allegato n. 40, pag. 89) e contempor aneo passaggio del confine di « tutte le tru ppe dislocate lungo la frontiera» (ibidem). A conferma di questo è da ricordare la disposizione del Comandante della I Divisione di cavalleria di « fare il minor uso possibile delle rotabili, procedendo anche guardinghi per il terreno adiacente alle strade » e ciò subito dopo aver confermato « l'energica ed improvvisa irruzione», che sì sarebbe dovu ta realizzare sempre tramite il contemporaneo passaggio del confine da parte delle pattuglie su rutto il fronte (allegato n. 41, pag. 95). Per gli ovvi modesti risultati ottenuti nei primi giorni di guerra, cfr., a titolo di esempio, i relativi rapporti della 1• Divisione e della 1• Brigata di cavalleria, riportati nell'allegato n. 42, pag. 98-103.
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Del resto questo non fu né il primo né purtroppo l'ultimo caso della storia militare italiana in cui ipotesi aggressive d'anteguerra persero di mordente alla vigilia delle operazioni previste o al momento delle effettive scadenze temporali. Il progetto di conquista di Malta e la sua evoluzione tra il 1938 e il 1940 costituisce un altro esempio pit1 vicino a noi. Non rientrando negli scopi del presente lavoro l'indagine cir ca l'effettiva efficacia operativa del siffatto piano di Cadorna duramente m essa in crisi dai successivi avvenimenti bellici sul fronte italo-austriaco, ci sembra opportuno esaminare in questa sede il carattere della guerra vagheggiata da Cadorna. Si è già detto che il Capo di S .M. italiano avrebbe voluto realizzare una guerra di coalizione ed il piano predisposto, anche con le varianti di cui si è t rattato, presupponeva infatti il contemporaneo concorso degli eserciti serbo e r usso sul comune teatro austro-ungarico. Al proposito potrebbe essere utile tener presente, per poter meglio considerare il piano dell'Esercito italiano, che i Russi sub irono il 4 maggio 1915 una pesante sconfitta a Gorlice che li costrinse a ripiegare rinunciando all'avanzata sui Carpazi. L'esito di questa battaglia indubbiamente modificò gli equilibri in cui confidava il responsabile militare italiano per la riuscita del piano strategico. Ciò nonostante, il mutamento della situazione sul fronte austro-russo non provocò alcuna concreta revisione delle direttive emanate dal Capo dell'Esercito e si può solo ipotizzare che il cambiamento prodottosi nel citato scacchiere abbia provocato l'assunzione da parte dei comandanti delle armate di un atteggiamento ancora più prudente di quello che si poteva evincere dalle già ammorbidite Direttive del 1° aprile 1915. Inoltre si può notare brevemente che la r ealizzazione di una gu erra di coalizione avrebbe potuto essere sanzionat a nelle due convenzioni militari sottoscritte a Parigi il 2 maggio 1915 e p resso il Quartier Generale russo il successivo 21, concluse in applicazione dell'art. 1 del Patto di Londra del 26 aprile 1915 (20). (20) Per un esame più approfondito delle convenzioni militar i, si rimanda a M. TosCANO: « Le convenzioni militari concluse fra l'Italia e l'Intesa alla vigilia dell'intervento», Giuffré, Ivlilano, 1936 ed allo studio di G. ROCHAT: « La convenzione militare di Parigi (2 maggio 1915) », apparso su « Il Risorgimento», anno XIII, 1961, fascicolo n. 3, Milano.
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A questo riguardo è però da dire che, sebbene le due citate convenzioni rappresentassero il primo tentativo importante di accordo tra gli eserciti alleati, le stesse non influirono affatto, come forse avrebbero dovuto, sulla stesura del pi ano di guerra italiano. Infatti quest'ultimo fu semplicemente illustrato nel corso delle trattative della prima convenzione e poté trovare favorevole accoglimento solo perché Cadorna, motu proprio, aveva concepito un disegno strategico di ampio respiro che si prefiggeva di realizzare la convergenza delle linee di operazioni allea te, partenti dai rispettivi fronti, sul comune obiettivo austr oungarico (21). Insomma, pur in presenza di apposite convenzioni militari con gli alleati, si partì nel 1915 verso una sostanziale « guerra parallela » .
(21) Cfr. G.
ROCHAT ,
ibidem, pag. 138-140.
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ALLEGATI
PARTE TERZA
TESTIMONIANZE
GIUSEPPE AD.AMI
RELAZIONE SUL RIPIEGAMENTO DEL 5° REGGIMENTO ALPINI « TRIDENTINA » DALLA LINEA DEL DON NEL PERIODO DAL 15 AL 31 GENNAIO 1943
l PRECEDE NTI
La mattina del 20 luglio 1942-XX la pr ima tradotta del 5° alpini col comando di reggimento lascia la stazione di Avigliana, aprendo la serie delle 12 tradotte che, partendo nei due giorni successivi dalla stessa stazione e da quella vicina di Collegno, porteranno il reggimento nella lontana Russia: Alle ore 11.8 del giorno 21 quel primo convoglio passa ]a frontiera al Brennero e gli alpini salutano cantando la Patria. Per Innsbruck, Monaco, Norimberga, Varsavia, Minsk, Gomel, la prima tradotta giunge la sera del 31 alla stazione di Gorlowka ed il Comando con il primo reparto raggiunge Nowo Gorlowka, dove nelle successive giornate affluiscono tutti i repar ti, i servizi e gli automezzi. Dopo un breve per iodo di assestamento il 16 agosto il reggimento riceve l'ordine di partire per v. o. alla volta di Rostow, per proseguire poi verso il Caucaso, zona d'impiego del reggimento. Ma gli avvenimenti impongono un imprevisto mutamento di rotta. Giunti per Mala Orlowka (16 agosto) e Krassnaja (17 agosto) a Ssofjna Broskaja, il movimento in direzione sud-est viene sospeso e perviene l'ordine di riprendere la marcia alla volta di Woroscilowgrad, raggiunta il 24 in tre tappe consecutive attr averso Krasnji Lutsch, Malo Iwanowka e Mentchekur. A Woroscilowgrad viene chiarita la ragione del dir ottamento: il nemico ha rotto la linea del Don presidiata dallo C.S.I.R. penetrando profondamente. In tale settor e vengono urgentemente avviati i nostri battaglioni che autocarrati, coi soli muli di combattimento
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Giuseppe A.dami
al seguito, raggiungono il 25 Moshajewka, il 26 Millerowo donde nella nottata si portano a Kaljnoskaja. Ivi S.E. il Generale Messe Comandante dello C.S.I.R., mi fa presente la situazione: il nemico, sfondando nel tratto presidiato dalla Divisione « Sforzesca », è avanzato per largo tratto nella direzione di Bolschoj; urge contenerlo e ristabilire la continuità della li·nea di difesa. Di conseguenza al mattino del 27, passato il reggimento alle dipendenze tattiche della Divisione « Pasubio », mentre il Btg. « Edolo » è avviato a Werck Tonin, il Btg. « Tirano » e « Morbegno >> si spostano col Comando nella zona di Singin schierandosi sulle q. 206 e 210. Il 28 mattina mi si comunica dal Comando C.S.I.R. che i tre btg. devono considerarsi in istato di allarme, passando nel contempo alle dipendenze tattiche della Divisione « Celere»; ricevo poco dopo disposizioni di trasferire i reparti nella zona di Otbelejze dove,. dal Generale Comandante la Divisione « Celere», mi viene dato l'ordine di predisporre per il giorno successivo l'attacco di q. 224 e 232 con due btg. avanzati - « Tirano » e « Morbegno » - ed « Edolo » in secondo scaglione dietro il «Morbegno», con un btg. carri armati e in unione alle truppe tedesche. Col comandante della «Celere» e coi comandanti di btg. mi reco all'osservatorio per prendere visione del terreno, e sul posto do disposizioni ai comandanti di btg. e dell'artiglieria a mia disposizione per l'azione. In giornata (28 agosto) il Btg. « Edolo » passa al bivio a Nord-Ovest dell'osservatorio Lombardi, il Btg. «Tirano» al lago ad Ovest di q. 204 ed il Btg. « Morbegno » ad Otbelejze. L'azione, in seguito a richiesta del Comando tedesco, viene rimandata al giorno 30, ma due ore prima di essere iniziata nuovamente rimandata al giorno 31 alle ore 3. Trasferitomi il giorno 30 al lago ad Ovest di q. 204 con il comando di reggimento, mi si comunica la morte del Magg. Volpatti comandante il Btg. «Tirano» e di altri ufficiali che, in esplorazione della zona di Jagodnji, sono stati colpiti da mortaio nemico. All'alba del 31, mentre già sto per partire, mi si comunica nuovamente che l'azione su q. 224 e 236 è sospesa. Il 1° settembre si svolge l'attacco del 6° Alpini su q. 209 e 236; il previsto concorso dei Btg. « Tirano » ed « Edolo » ai miei ordini, per un eventuale sviluppo dell'azione, non viene richiesto. Successivamente il Btg. « Morbegno », già portatosi nella zona di Jagodnji il 31 agosto, da il cambio in linea la notte del 3 :a
Relazione sul ripiegamento del J• reggimento alpini ecc.
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reparti del 53° Rgt. Ftr. della Divisione « Sforzesca » e passa alle dipendenze tattiche del Comando settore Ten. Col. D'Adda Comandante il « M. Cervino>>. Il giorno 4 settembre il comando di reggimento col Btg. « Edolo » si trasferisce a Rubaskin ed io assumo il comando della riserva del Corpo d'Armata, costituita dal Btg. «Edolo», « Tirano » e da mezzo battaglione carri armati, avendo a mia disposizione una autocolonna per il trasporto della truppa nel1' eventualità di impiego. Successivamente il Btg. « Tirano >> 1'8 di settembre da il cambio a q. 228 a reparti della « Sforzesca » e del Btg. «Vestone», passando alle dipendenze tattiche del 6° Rgt. Alpini. Tutto il periodo susseguente è caratterizzato dagli intensi lavori compiuti dai btg. «Morbegno» e «Tirano» nelle rispettive linee e dalle vivaci azioni colle quali gli alpini rintuzzano lo spirito aggressivo dei russi. Mentre si vanno sempr e più perfezionando tali lavori di rafforzamento, il Btg. « Edolo » trasforma la balka di Rubaskin in una piccola città sotterranea. Il 29 settembr e il Btg. « Tirano », ricevuto il cambio in linea a q. 228 dal Btg. « Val Chiese», va ad occupare le posizioni di q. 226, già presidiate dalla Divisione « Sforzesca », e passa alle dipendenze tattiche della Divisione « Tridentina » (settore « Reverberi »). Anche nella nuova dislocazione, in terreno piatto e scoperto, il Btg. intensifica i lavori di rafforzamento e in vivaci scontri di pattuglia conferma il gagliardo spirito combattivo dei suoi alpini. Io continuo ad essere il comandante della riserva del C. d'A. composta dal Btg. « Edolo » e da mezzo Btg. di carri armati . Ai primi di ottobre viene comunicato che il reggimento, assolto il compito per il quale era stato urgentemente chiamato nella zona attuale e dirottato dalla sua primitiva destinazione a] Caucaso, deve ricongiungersi al C. d'A. Alpino: il 10 attobre, ricevuto il cambio in linea da reparti romeni, il reggimento inizia per tappe il trasferimento nella nuova zona di Podgornoje. Per Werch Lutchinkij , Klimowski, Popwka, Kaschary, Balabanowka, Kudinowka, i reparti per v. o. e per tappe spesso lunghe e .faticose giungono nella zona di Mancowo. Di lì, mentre la colonna delle salmerie prosegue per v. o., una congrua aliquota dei reparti raggiunge Tscherkowo e per ferrovia Podgornoje. Tra il 22 e .il 28 del mese i Btg. si raccolgono tra Kuleschowka, Ssergeiewka e Ssirotowka, mentre i comandi prendono contatto
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coi reparti ungheresi ai quali il Reggimento deve dare il cambio nelle linee sul Don, e tra il 1° e il 5 novembre, mentre i primi freddi incominciano a farsi sentire, avviene il cambio nelle linee di Belogorje e di Bassowka che sono rispettivamente presidiate dal Btg. «Tirano» e dal Btg. «Edolo», avendo alla sinistra il 6° Rgt. Alpini ed alla destra il 9° Reggimento. Il Btg. « Morbegno » in secondo scaglione accampa nel bosco tra Ssritowka e Bassowka, il comando di Reggimento si stabilisce a Ssir.otowka mentre i servizi vengono scaglionati a Kuleschowka, Ssergeiewka e Morossowka. Alle ore 8 del 6 novembre io assumo il comando del settore. Si inizia così l'intensa attività dei nostri Btg. nelle nuove linee che si distendono per un'estensione enorme in rapporto alle forze che le presidiano, 10 km. complessivamente. Il rapido sopraggiungere del freddo induce a intensificare ogni giorno di più i lavori; al cadere della prima neve (verso il 12 di novembre) interminabili trincee e camminamenti coperti, ricoveri ben attrezzati, apprestamenti difensivi accortamente costruiti hanno ormai trasformato la semplice linea lasciataci in eredità in un solido sistema, che va ogni giorno più perfezionandosi con l'apporto di nuovo materiale e con l'attività e l'ingegno dei nostri reparti. Nel contempo il vivace spirito dei Btg. si manifesta nelle azioni di pattuglia, nella dura e logorante vigilanza che la stagione va rendendo sempre più pesante, nella prontezza colla quale vengono rintuzzate le azioni di numerosi ed agguerriti reparti nemici. Mai il nemico, in tale periodo, ha potuto vantare un successo anche modesto nei nostri riguardi. Verso la metà del mese di dicembre sembra addensarsi sulle nostre linee la minaccia di un attacco su Belogorje; per l'occasione aflluiscono alcuni elementi meccanizzati tedeschi che, concentrati nella zona per breve periodo, vengono però avviati subito in altro settore. Sferratasi verso la metà di dicembre l'offensiva nemica nell'ansa del Don, la Divisione « Julia » deve essere distolta dal suo settore e il Btg. «Morbegno>> il 17 dicembre viene chiamato ad occupare il tratto di linea già presidiato da reparti del 9° alpini passando alle dipendenze del colonnello Leonarduzzi. Lo spirito aggressivo dei nostri si manifesta ancora nella prima decade di gennaio in ·azioni di pattuglia, nella pronta reazione alle puntate del nemico, che, consapevole dei successi a sud, si fa più baldan-
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zoso. Tale nostra aggressività culmina nella notte del 15 gennaio nel colpo di mano che due pattuglie del Btg. Edolo compiono oltre Don, nelle linee nemiche, in zona pericolosa e difficile dove vengono distrutti apprestamenti ed opere campali. A quella data i lavori di rafforzamento in linea avevano raggiunto la massima efficacia, i reticolati e i campi minati (anticarro e contro-uomo) erano stati ultimati su diversi ordini; il fosso anticarro avanti a Belogorje aveva già uno sviluppo di circa 1 km. e chiudeva quasi totalmente l'accesso alla conca; postazioni per mitragliatrici e per cannoni anticarro avevano blindamenti alla prova del medio calibro e così dicasi per i ricoveri degli uomini. I camminamenti profondi e razionalmente tracciati erano tutti coperti, le difese scaglionate in profondità, adeguati rincalzi ben sistemati erano alla mano dei comandanti; posti di comandi e osservatori in perfetta efficienza e sicurezza, uniti da reti multiple telefoniche e radiotelefoniche che ne assicuravano costantemente il collegamento anche nelle giornate di più gelida tormenta e di bombardamenti nemici che venivano eseguiti anche con numerose salve di Katuscia. Ufficiali tedeschi che hanno percorso le linee hanno definito la posizione apprestata a difesa dal 5° alpini una piccola Sigfrido. Tutto questo era costato lavoro, sacrificio e fatica da parte di tutti, ufficiali e alpini; ma in tutti era piena la convinzione che nessun attacco nemico compiuto col più grande sforzo di uomini e di mezzi avrebbe intaccato il nostro dispositivo. Questa fede assoluta nel lavoro comp iuto e nella saldezza delle proprie virtù trovava piena conferma e si rafforzava nei giorni 16 e 17, quando il Btg. «Edolo» subiva per 48 ore di seguito fuori attacchi di forze superiori nemiche e poderosi bombardamenti.
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D'ordine del Comando della Divisione «Tridentina» si inizia lo sgombero e l'avviamento a Podgornoje delle munizioni, dai depositi di linea e dal P.A.M., dei viveri e dei materiali recuperabili. Durante la notte anche il 618° Ospedale da Campo viene trasferito nella stessa località. Essendo il 5° Nucleo di Sussistenza impegnato nel trasporto dei viveri, dispongo che i reparti consumino le razioni di scorta al seguito, per le quali non vi sono mezzi di trasporto sufficienti.
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All'alba, in ottemperanza agli ordini superiori, due pattuglie del Btg. « Edolo», rafforzate da elementi guastatori, da Bassowka effettuano una incursione nelle posizioni del nemico sulla riva sinistra del Don, col compito di distruggere due centri di fuoco e possibilmente catturare prigionieri. Agendo di sorpresa, le due pattuglie riescono· ad attraversare il fiume ed a far saltare in aria con mine i due bunkers, annientandone i difensori. Stante il pieno raggiungimento degli obbiettivi, si attende il rientro delle due pattuglie: ma di queste solo una fa ritorno con un soldato ferito. L'altra, comandata dal S. Ten. Raiteri, sotto la spinta dell'entusiasmo, avanza di iniziativa e penetra nel fitto del bosco antistante, facendosi in parte (l'ufficiale, tre alpini e tre guastatori) catturare dal nemico di gran lunga preponderante. Infatti, l'allarme che ne segue fa accorrere i russi, che tosto occupano trincee e camminamenti nel bosco dell'isola, in massa così imponente che il Gr. « Valcamonica » viene fatto intervenire con efficacissimo fuoco di repressione. Nel pomeriggio ordino di sgombrare la base reggimentale di Ssirotowka in modo che il Maggiore Covi, portandosi l'indomani mattina a Podgornoje col personale dell'uffì.cio di maggiorità, provveda ad organizzare l'afflusso dei materiali provenienti anche dalle basi di Morossowka, Ssergejewka e Kuleschowka. Ordino inoltre al distaccamento di Postojalli di inviare con urgenza ai rispettivi reparti tutti i quadrupedi efficienti e di provvedere, mediante i rimanenti e le slitte disponibili, al trasporto dei materiali da Podgornoje a Postojalli, appena che questi fossero pervenuti in luogo. Ufficiali Sottufficiali e truppa
PERDITE: Morti Feriti e congelati Dispersi
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Alle ore 6,30 il Comandante del Btg. « Edolo » mi informa per telefono che il nemico ha aperto un violentissimo fuoco di artiglieria· e mortai sulle nostre posizioni e che è da attendersi un attacco. in forze. Infatti, dopo circa un'ora e mezza, gli assalitori, a plotoni serrati, si portano audacemente contro le nostre
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Relazione sul ripiegamento del 5" reggimento alpini ecc.
posizioni « Foresto » e « Lovere » accompagnati da nutrito fuoco di armi automatiche e mortai, in parte postati sulla riva del Don fuori dal bosco. Il pronto intervento delle nostre batterie e delle armi di accompagnamento e la energica reazione degli alpini dell'« Edolo » vale ad aprire larghi vuoti nelle file del nemico che, immobilizzato e decimato prima, viene poi ricacciato sulle posizioni di partenza. In questa azione cade eroicamente il Capitano Fannucchi Gino, Comandante della s2• Cp., mentre, confermando le sue ben note qualità di animatore e trascinatore, in primissima posizione, con animo sereno ed incomparabile sprezzo del pericolo, dirige la resistenza. Si ha appena il tempo di ripianare le perdite subite dalla 52° Cp., mediante l'innesto di Ufficiali ed alpini tratti dalla C.C.R. e dal Plotone zappatori, quando il nemico alle ore 9.30 riprende, con immutato furore, l'attacco sotto la protezione di nutrito fuoco delle armi di accompagnamento. Respinto, ripiega di alcune centinaia di metri per poi ripetere il suo vano tentativo verso le ore 11. Dopo nostra viva reazione alle ore 12 i pochi superstiti riparano nelle loro linee, dando l'impressione di voler desistere da ulteriori sforzi. Ma non è così: sopraggiunta l'oscurità l'avversario ripete il tentativo di sorpresa e, senza fuoco di preparazione e di accompagnamento, si porta sotto i reticolati e nuclei di esso, che riescono a penetrare nel punto di sutura tra il Btg. « Edolo» e il Btg. «Vestone», raggiungono le prime case di Bassowka, dove però vengono annientati dal fuoco delle artiglierie e dei mortai e dal contemporaneo impetuoso intervento di un nostro pattugliane. Oltre ai morti lasciano sul terreno due armi automatiche. · Nella notte, perdurando la calma, il nemico provvede a raccogliere con slitte le molte centinaia di morti e feriti che giacciono avanti alle linee. PERDITE: Morti Feriti e congelati Dispersi
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(1) Elementi sgombrati nell'ospedale di Podgornoje e rimasti in mano al nemico perché non vi era possibilità di portarli al seguito.
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Alle ore 7 il nemico attacca nuovamente i capisaldi di « Foresto» e «Tonale», ma deve ancora ripiegare dopo aver subito perdite sanguinose ed aver lasciato in nostre mani due prigionieri. Da essi si apprende che le t ruppe attaccanti nel giorno precedente eran o costituite dal 973° Regg. Fanteria e che in Pawlosk sostavano, pronti ad intervenire ed a sfruttare il successo, una ventina di carri armati. Un nuovo tentativo di attacco, condotto però con minore veemenza - segno che il nemico era stato duramente provato -, viene ancora respinto ed induce finalmente l'avversario alla definitiva rinuncia. Conformemente agli ordini da me impartiti, i reparti del settore del Btg. « Edolo », salvo un terzo della forza lasciatovi con compiti di mascheramento e di protezione, iniziano alle ore 17 il disciplinato ripiegamento. Nello stesso tempo gli altri reparti alle mie dipendenze (Btg. « Tirano », II/278 Btg. Fanteria, Gruppo « Bergamo » del 2° Regg. Artiglieria, 5a Sezione di Sanità, 5° Nucleo Sussistenza, Squadrone a piedi dei Regg. Savoia e Novara Cavalleria) ripiegano su Podgornoje: le truppe in linea nel settore di Belogorje, lungo la direttrice di Morossowka e quelle in linea nel settore di Bassowka, lungo la direttrice di Ssirotowka. Come il Btg. « Edolo » così anche il Btg. « Tirano » e i gruppi « Val Camonica» e « Bergamo » lasciano in linea un terzo della forza rispettiva col compito di pr oteggere in posto il movimento fino alle ore 4 dell'indomani. Comando di Reggimen to, seguito dalla C.C.R., lascia la sede tattica di Nuowo Merano alle ore 19 e per Morossowka si dirige a Podgornoje. Il Btg. «Morbegno» esegue il movimento di ritirata sempre alle dipendenze del Comando della Divisione «Vicenza».
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(2) Ufficiali e soldati delle salmerie di Postojalli e Werklessinskanski.
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Alle primissime ore il nemico effettua un'attacco sulle posizioni di « Foresto » avanti Bassowka. I pochi difensori, per niente intimoriti, reagiscono così efficacemente che gli attaccanti si ritirano dopo aver lasciato morti e feriti. Questo ultimo episodio illustra l'eroico comportamento del Btg. « Edolo» sulla linea di resistenza e la somma utilità dei successi da esso conseguiti: è invero evidente che, in virtù di tali nostri successi, il nemico, sanguinosamente battuto nel corso di 48 ore di duri combattimenti e demoralizzato per la inutilità delle gravi perdite, non ha saputo e potuto minimamente compromettere - come era forse nelle intenzioni dei comandi russi - l'ordinato ripiegamento dei reparti del Reggimento. All'alba i reparti, tosto seguiti dagli elementi di copertura, raggiungono in ordine Podgornoje. Mancano solo il Cap. Spazzi e gran parte degli uomini distaccati a Postojalli, che nel mattino del 17 erano stati attaccati ed annientati da carri armati russi, improvvisamente apparsi in paese. Ottemperando alle disposizioni del Comando di Divisione, faccio sistemare le truppe a Nord della Stazione in modo da sbarrare le vie di accesso da Est. Nel pomeriggio ricevo dal Comandante stesso l'ordine verbale di: 1) assumere il comando di una colonna costituita dal 5° Reggimento Alpini - escluso il «Morbegno» alle dipendenze della Divisione di Fanteria « Vicenza » - dal II/278° Btg. Fanteria, dal Gruppo « Val Camonica», dall'l1° Raggrupp. Artiglieria C.A. (N. 800 uomini senza pezzi ma con mitragliatrici), dal Gruppo app iedato Squadroni Savoia e Novara Cavalleria, da due pezzi da 75/38 trainati da trattori e dalla 82a Cp. Cannoni Divisionale; 2) puntare all'a]ba del 19 su Postojalli per la direttrice di Skororib attaccando ed occupando, a qualunque costo, detta località tenuta dai russi; 3) a tale ultimo scopo far precedere la colonna dal Btg. «Tirano» col compito dell'attacco al paese. Riunisco a tale scopo i comandanti dei reparti per impartire loro le disposizioni del caso ed in particolare ordino al Btg. « Tirano», rinforzato dalla 23a Batteria del Gruppo« Val Camonica»,
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di partire alle ore 19 e di occupare Skororib. Allo stesso assegno per il collegamento una stazione radio. PERDITE: Morti Feriti e congelati Dispersi
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( l ) Salmeristi di Werklessinskanski.
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Alle ore 5 la colonna ai miei ordini inizia il movimento col seguente dispositivo di marcia: avanguardia, costituita dal Btg. «Edolo» coll'apporto di due pezzi da 75/38 controcarro e dalla 29a Btr. del Gruppo « Valcamonica »; grosso, costituito da II/278° Btg. Fanteria, dal Comando Gr. « Valcamonica », dall'll Raggr. Art. di C.A.; retroguardia, costituita dal gruppo Squadroni Savoia e Novara Cavalleria. Le salmerie marciano al seguito dei rispettivi reparti ed i servizi in coda al II/278° Btg. Fanteria. L'autcarreggio segue il movimento sfasato nel tempo ed a sbalzi. L'itinerario si svolge nel primo tratto su una ripida salita che taglia in direzione Sud-Nord il fianco della balka: le difficoltà per le slitte di superare l'ascesa ed il continuo inserirsi nella colonna di truppe, slitte ed automezzi tedeschi, ostacolano fortemente il movimento rendendo quanto mai difficile alla colonna stessa di mantenere la propria omogeneità. Intanto, prima della partenza una comunicazione radio del Btg. « Tirano » mi avverte che il Btg., giunto verso le ore 1 avanti a Skororib, era stato frontalmente investito da violentissimo fuoco di mitragliatrici ed attaccato da pattuglioni, per il che il Comandante, in considerazione della impossibilità di coordfoare l'attacco al buio su terreno non conosciuto, contro non identificato dispositivo nemico e per di più con truppe stanche, aveva ritenuto di retrocedere sulle prime case di Budjenni, di mantenere durante la notte il contatto col nemico mediante pattuglie e di attaccare al mattino successivo. Infatti, alle ore 7.30, osservo il Btg. « Tirano » mentre, adunatosi nella piano di Budjenni, sta assumendo la formazione di attacco. A mezzo di pattuglia sciatori gli ordino di sostare perché 0
Relazione stil ripiegamento del 5° reggimento alpini ecc.
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lo avrei fatto scavalcare dal Btg. « Edolo » i cui uomini, per avere dormito nella notte a Podgonoje, sono più freschi. Al bivio Bujenni-Opijt un ufficiale del C.A. Tedesco, al Comando del Generale Heibel, mi dichiara di avere avuto ordine nel senso di avviare le colonne tedesche a Skororib e quelle italiane ad Opijt. Alle mie obiezioni replica che la conferma del1'ordine mi avrebbe potuto essere data dal suo Comandante di C.A. che si trovava poco lontano da Opijt insieme a S.E. il Comandante del Corpo d'Armata Alpino. Precedendo la colonna mi porto nel luogo indicato, ove, presentatomi al Comandante la mia Divisione, al Comandante del C.A. Alpino ed a quello Tedesco, ricevo conferma dell'ordine di riprendere l'itinerario per Skororib-Postojalli, previa occupazione ad ogni costo dell'abitato di Skororib, tenuto dal nemico. Quanto al contrordine precedente il Comandante del C.A. Tedesco Io attribuisce ad equivoco del suo ufficiale, il quale avrebbe dovuto solo far avviare per Opijt, anziché per Skororib, le salmerie e le impedimenta italiane, non le truppe di forzamento. Chiarita la situazione ed i compiti, ordino al Btg. « Edolo » cli procedere il più rapidamente possibile, scavalcando il Btg. « Tirano » e superando una lunga colonna tedesca composta da un reggimento di artiglieria senza pezzi, da un gruppo di guastatori e da 200 uomini della fanteria d'assalto. Verso le ore 12 il Btg. «Edolo», presso la sella sovrastante l'abitato di Skororib, raggiunge la testa della colonna mentre sta sostenendo un'attacco da parte di 5 carri armati che già le hanno causate perdite. Il Comandante Magg. Belotti, avuta richiesta dal Colonnello della colonna Tedesca di intervenire per una azione comune, me ne avverte. Recatomi subito sul posto ed appresa la situazione, dò disposizioni perché l' « Edolo » concorra nell'attacco secondo le direttive che il predetto ColonneHo, già inquadrato sulla posizione del nemico, avrebbe impartito. Nel frattempo l'avversario con tiri di artiglieria con pezzi da 122 e cannoni controcarri da 75, di mortaio e di mitragliatrice, inizia un'intensa fuoco, causando perdite tanto a noi che ai tedeschi. Quasi immediatamente attacca con tre carri armati T. 34. Il primo carro, arrivato a circa SO m. dal luogo ove mi trovo col comando di Reggimento, investe i nostri pezzi da 75/38 già in posizione, che a causa del gelo non riescono a funzionare. Un sottufficiale puntatore ha la testa asportata da un colpo sparato da pochi metri. La situazione difficile viene felicemente risolta da
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un pezzo da 75 semovente tedesco che, con pochi ed aggiustati tiri, immobilizza e distrugge il carro nemico, immobilizza un secondo carro ed induce il terzo a ritirarsi rapidamente. Il Colonnello tedesco, rimasto ferito al petto, mi si presenta e dichiara di cedere a me il comando anche delle sue truppe, augurandomi il successo per l'avvenire. Questa caratteristica cessione di comando sul campo di battaglia, per le circostanze nelle quali è avvenuta, per la forma rigidamente militare con la quale è stata fatta, per il suo simpatico significato di cameratismo tra alleati, resterà sempre impressa nella mia memoria come uno degli episodi più salienti della mia vita di soldato. Intanto prosegue, condotta con estrema decisione l'azione sull'abitato per opera del Btg. « Edolo» e dei tedeschi. Per imprimere un ritmo più rapido all'avanguardia faccio rinforzare l'ala destra dell'« Edolo» con una Cp. del «Tirano» mentre invio le altre due Cp. sulla sinistra onde neutralizzare l'offesa del nemico che, dal fitto di un bosco estendentesi fino al paese di Skororib, insidia il fianco dei nostri attaccanti. Alle ore 15, nonostante la violenza dei tiri di sbarramento, alpini e fanti tedeschi si lanciano all'assalto del paese che conquistano al grido di « Savoia» annientando gruppi d'uomini asserragliati nelle case, liberando 150 alpini della Divisione « Julia » fatti prigionieri il giorno prima e catturando un certo numero di uomini, cannoni e armi automatiche. Il grosso del nemico si dà a fuga precipitosa coi suoi carri armati (si ritiene due) in direzione di Ssamoilenko. In paese si constata la efficacia dei tiri della 29a Brt. del Gruppo « Valcamonica » che aveva saputo neutralizzare due pezzi da 122 e distruggere una colonna di autocarri. Giunto in Skororib appena ultimata la pulizia delle case, dispongo che i reparti procedano senza indugio per incalzare da vicino il nemico e non dargli tempo di organizzare ulteriori resistenze. Senonché, messomi in collegamento radiotelefonico col comandante della Divisione, al quale comunico la conquista del paese e l'ordine di procedere da me dato e già in attuazione, ricevo invece disposizioni di pernottare in paese in attesa di ulteriori istruzioni. Richiamo i reparti in movimento e coi comandanti riuniti delle unità italiane e tedesche organizzo la difesa dell'abitato per la notte. Alle ore 20, a seguito di personale radio-comunicazione del
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Comandante della Divisione, impartisco gli ordini di partenza per il mattino successivo, avendo come obbiettivi il paese di Wer klessinskanski prima e quello di Postojalli poi. Si tratta più precisamente di occupare il primo paese col concorso della Divisione « Vicenza » pr oveniente sulla sinistra e di appoggiare, subito dopo, l'azione del 6° Alpini contro il presidio russo di Postojalli. L'attacco dovrà essere iniziato alle 9. Gli ordini da me dati per l'indomani sono i seguenti: 1) costituzione di due colonne e cioè colonna di sinistra, da me condotta con obbiettivo Werklessinskanski formata dal Btg. «Tirano» con una batteria, in primo scaglione, e dal Btg. « Edolo », con l'altra batteria, in secondo scaglione; colonna di destra, da me affidata al Colonnello Mai e formata dal II/278° Btg. Fanteria, con una stazione radio per il collegamento con me e con due pezzi da 75 controcarro nonché un semovente tedesco in avanguardia, dal reggimento tedesco di artiglieria, dai servizi slitte e carriaggi di tutti i reparti italiani e tedeschi della colonna, dall'11° Raggr. Art. di C.A. e dalle autocarrette, costituenti il grosso e in retroguardia dal Gruppo Squadroni rafforzati da un semovente. La scissione della colonna in due è stata imposta dalla constatazione che sulla direttrice di Werklessinskanski, non esisteva pista carreggiabile. 2) attacco da parte della colonna di sinistra ed occupazione dell'abitato di Werklessinskanski, eventualmente di Postojalli. PERDITE: Morti Feriti e congelati Dispersi 20
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Verso le ore 2 il Comando del Gruppo Squadroni, sistemato a difesa delle provenienze Est del paese di Skororib, segnala l'avvicinarsi di carri armati e fanterie russe da Budjenni. L'allarme viene confermato poco dopo dal Magg. Di Leo del Comando di Divisione che informa essere Opijt soggetto ad attacco da parte di carri, artiglierie e fanterie. Riunisco i comandanti dei reparti italiani e tedeschi perché provvedano a rinforzare immediatamente lo sbarramento anticarro già predisposto ed a inviare incontro al nemico pattuglie in ricognizione. Ma il temuto attacco si limita
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a raffiche di mitragliatrici per opera di qualche elemento arrestatosi in vista del paese, così che alle ore 7 il prestabilito movimento può aver inizio dalla località designata per il duplice incolonnamento. Procedendo nel suo itinerario, il Btg. « Tirano », di primo scaglione, trova avanti a se altre colonne della Divisione « Vicenza » e della Divisione « Julia » che, occupato dopo breve combattimento (sostenuto dalla stessa Divisione « Vicenza ») il paese di Werklessinskanski, si erano dirette su Postojalli. Conseguentemente faccio affiancare alla destr a del « Tirano» il Btg. « Edolo » e faccio deviare verso Nord l'intiera colonna, in modo da raggiungere rapidamente la grande rotabile Werklessinskanski-Postojalli senza intralciare il movimento degli altri reparti in marcia suJla stessa direttrice. Verso le ore 12 raggiungo la grande str~da. Dopo breve alt proseguo e, riunitomi con la colonna di destra, dopo che la stessa aveva subito perdite da un attacco aereo, arrivo a Postojalli. Presso il Comando del C.A. Alpino, il Generale Reverberi, a mezzo del suo Capo di S.M. Magg. Ambrosiani, mi dà ordini circa il successivo movimento su Nowo Charkowska, ordini che mi vengono poi ribaditi personalmente da S.E. il Generale Nasci nel senso che la colonna avrebbe dovuto muoversi subito dopo la sua partenza. Il Btg. «Morbegno» viene di nuovo posto alle mie dipendenze, mentre il II/278° Btg. Fanteria è restituito al Comando della Divisione «Vicenza». Anche il Btg. «Verona», col compito di attuare in luogo la copertura fino alle ore 24, viene sottoposto al mio Comando. Subito dopo da S.E. ricevo l'ordine di assumere il comando della Divisione Alp. «Tridentina», in temporanea assenza del Generale Reverberi passato a comandare i reparti di avanguardia. Considerata la situazione in atto e la inopportunità di frapporre eccessivo spazio tra noi e il 6° Rgt. Alpini, già da tempo partito in avanguardia, sollecito presso il Comando del C.A. Alpino ed ottengo la autorizzazione a far partire subito almeno due Battaglioni. Dati gli ordini di ragione e partito il Btg. « Edolo », nel momento stesso in cui anche· il Btg. « Tirano » sta iniziando il movimento, ricevo dal Comando di C.A. l'ordine di sospensione. Richiamare indietro i reparti è materialmente impossibile e pertanto mi limito a trattenere la C.C.R., il Gruppo Squadroni, 1'11° Raggi:". Art. e il Btg. «Morbegno».
Relazione sul ripiegamento del 5° reggimento alpini ecc.
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Alle ore 19 giunge l'ordine di riprendere la marcia, salvo che per il Btg. «Verona», come già prestabilito. La colonna, che procede faticosamente a causa della oscurità e del continuo inserirsi di elementi sbandati della «Vicenza», della << Julia », della « Cuneense » e di reparti e salmerie tedesche, subisce continue offese del nemico che, appostato al margine di un bosco e lungo i dossi tra Postojalli e Nowo Charkowska, può impunemente impiegare armi automatiche e mortai e causare dolorose perdite come quelle del Ten. Leoni, aiutante maggiore del Btg. «Morbegno», del Ten. Bosio pure del «Morbegno», e il ferimento di altri ufficiali ed alpini dei battaglioni e della C.C.R. Anche il Generale Heibel Comandante del C.A. Tedesco, mentre viaggia su carro cingolato, resta gravemente feri to per la asportazione di un piede e riceve le prime cure dal S. Ten. Crosta, ufficiale medico della 5a Sezione Sanità. PERDITE: Morti Feriti e congelati Dispersi
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Alle prime luci dell'albp. la testa della colonna raggiunge Nowo Charkowska, dove i reparti si sistemano nelle zone loro assegnate. La truppa, e specialmente i Btg. « Tirano » ed « Edolo » che dal giorno 17 hanno potuto fruire solo di poche ore di sonno in Skororib, si dimostrano assai stanche. Stanchezza e rigore della temperatura provocano gravi casi di congelamento specie agli arti inferiori. La situazione è piuttosto critica perché le slitte al seguito sono g1à insufficienti al trasporto delle munizioni, dei viveri e dei feriti, alcuni dei quali hanno dovuto essere caricati fin da Bassowka. Recatomi a rintracciare i Btg., presso il Comando dell'« Edolo», incontro il Generale Martinat, che mi comunica di aver assunto, per ordine superiore, la direzione del movimento del grosso della colonna e mi avverte di tenermi pronto a partire alle ore 14. Giudico provvidenziale la sosta che consente agli uomini di riposare e di consumare qualche cibo portato al se-
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guito e che dà -modo ai feriti ed ai congelati di ricevere le prime cure. Alle ore 14 riprendo la marcia coi reparti nel seguente ordine: Btg. « Tirano », Btg. « Edolo », Btg. « Morbegno » rispettivamente con le Btr. 29\ 283 del« Valcamonica » e 31" del Gr. « Bergamo», poi la restante parte del Gruppo «Bergamo», in seguito il Gruppo Squadroni e 1'11° Raggr. Art. e in retroguardia il Btg. «Verona» con la sua Batteria e i due pezzi anticarri trainati da trattori. La maggior parte dei congelati, anche di terzo grado, cammina faticosamente a piedi. Poco a poco anche le autocarrette per mancanza di carburante devono essere abbandonate e con esse preziose scorte di viveri, munizioni e materiali. Temperatura rigidissima, certamente inferiore ai gradi -30, e stato della neve, alta e farinosa, concorrono a rendere oltremodo dura la marcia ed a pregiudicare la compattezza dei reparti. Si verificano tra ufficiali e truppa casi di sfinimento e persino di alienazione mentale. Ciònondimeno, verso le ore 20, il grosso della colonna perviene a Krazzowka ove, nella oscurità e nella crescente confusione tra le case, cerco invano il Generale Martinat. Trovo invece il Comandante della mia Divisione che, a tramite di ufficiali da lui dipendenti, mi dà ordine di scavalcare il 6° Regg. Alpini in sosta e di proseguire fino a Limarewka che raggiungo ad ore 22. Durante la notte freddissima non tutti trovano riparo nelle poche case del paes·e. PERDITE: Morti Feriti e congelati Dispersi
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Alle ore 6, subito dopo lo sfilamento del 6° Regg. Alpini, al quale si è riunito il Btg. «Verona», la colonna alle mie dipendenze si rimette in marcia nella seguente successione di reparti: «Edolo» col Gruppo « Valcamonica » «Tirano», servizi, « Morbegno» con la 31a Btr. del Gr. «Bergamo», Gruppo Squadroni e
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11° Raggr. Art. Subito all'uscita del paese, un incontenibile e disordinato afflusso di sbandati, a piedi o montati su quadrupedi o con slitte, provenienti dalle Divisioni «Vicenza», « Julia », « Cuneense » e da reparti di C.A. e Divisionali, nonché di tedeschi e di ungheresi, rende difficilissimo l'incolonnamento. Ai passaggi obbligati di due ponti successivi vengono collocati opportuni sbarramenti che permettono al 5° Regg. Alpini e reparti annessi di portarsi innanzi fino a raggiungere la coda del 6° Regg. Alpini. Ma appena superati gli sbarramenti la incombente marea dilaga ai lati della pista, arranca per superare la colonna tentando poi di inserirsi in essa, oppure procede a distanza per balche e per costoni fino a raggiungere il ridosso della sella di Scheljakino, ivi intasando ed ingombrando i passaggi e le provenienze. Le conseguenze di tale fenomeno - certamente prodotto dal panico che si era diffuso tra gli uomini rimasti senza reparto e senza guida - appaiono di tale evidente gravità agli effetti del movimento e della manovra delle truppe combattenti, che lo stesso Generale Martinat in persona si adopera nel tentativo di arginare il disordinato afflusso. A questo scopo metto a disposizione del Generale il Magg. Covi ed il Magg. Fabrocini. Si fa anche uso delle armi. Intanto, per rendermi conto della situazione, mi reco in avanti presso il comando del Btg. «Vestone», il quale, avendo incontrato resistenze nemiche, sta in quel momento attaccando frontalmente il paese di Sceljakino. Poco dopo mi raggiungono il Generale Reverberi - Comandante della Divisione - ed il Colonnello Signorini - Comandante del 6° Regg. Alpini -, ai quali riferisco di avere scorto sulla sinistra a distanza autoblindo e carri armati che puntavano verso il fianco delle truppe attaccanti. Si decide di inviare in quella direzione il Btg. « Edolo » col compito di proteggere il fianco minacciato, occupando un largo dosso dominante il paese di Lessikoff, l'estremità sinistra di Scheljakino e le provenienze Sud di detto paese. Impartisco personalmente gli ordini al comandante Magg. Belotti che immediatamente, con ordinatissima manovra appoggiata dalla 29a Brt. del Gr. « Valcamonica », senza lasciarsi scompaginare dal nutrito fuoco di mitragliatrici, mortai e pezzi anticarro del nemico, avanza secondo il piano prestabilito, occupando gli obiettivi ed investendo poi con mirabile conversione le case di Lessikoff delle quali prende possesso per indi prose-
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guire, con altra b en eseguita manovra sulla destra, fino al paese di Scheljachino. Quivi, attaccato ripetutamente da tre autoblindo e da un carro armato, reagisce con pronta azione di fuoco della 110a Cp. A.A., mettendo fuori combattimento due dei quattro mezzi corazzati ed inducendo i superstiti ad allontanarsi. È il caso che io ricordi come l'azione del Btg. « Edolo », attuata in modo superbo, riscosse l'ammirazione ed il plauso di tutti gli uffiicali tedeschi che riuniti presso il ponte sottostante al passo attorno a S. E . il Generale Nasci hanno avuto modo di assister vi. Intanto ordino al Btg. « Tirano » di eseguire analogo movimento sulla destra e di serrare sotto il paese nelle balke a questo antistanti. Spedisco verso la coda della colonna il S. Ten. Bonicelli munito di sci e altri ufficiali perché avvertano il Btg. « Morbegno» di seguire il movimento del Btg. «Tirano», ma lo stes so S. Ten. Bonicelli poco dopo ritorna per informarmi che il Btg. «Morbegno» con Ja 3P Btr. del Gr. « Bergamo» trovava grande difficoltà nel procedere perché impeditone dall'eccezionale ammassamento di uomini - almeno 40.000 - e di slitte - circa un migliaio - che aveva invaso la pista e largo tratto delle adiacenze. Non appena il Btg. «Edolo» e «Vestone» raggiungono le case di Scheljakino e col valido concorso dei mezzi anticarro tedeschi inducono i carri russi ad allontanarsi, assieme al Btg. « Tirano » e alla C.C.R. raggiungono la piazza principale del paese. Quivi faccio adunare i due Battaglioni ed il Gr. « Valcamonica >>, ma, nel momento in cui i reparti stanno riordinandosi tra la Sella Scheljakino ed il paese, si verifica altro attacco di autoblindo e carri armati nemici. Tosto faccio sgomberare la piazza e, mentre gli sbandati fuggono da tutte le parti, ottengo che il gruppo « Valcamonica », la 82a Cp. Cannoni Divisionale e la Cp. A.A. del Btg. «Edolo» mettano in postazione le armi. Il nemico, dopo aver perduto per merito della Cp. A.A. dell'« Edolo» un carro armato, sembra voler desistere dall'attacco. Ne approfitto per disporre il proseguimento della colonna il Btg. « Tirano » in testa, seguito dal Gr. << Valcamonica », dall'Edolo e dai Servizi. Manca il Btg. «Morbegno» che ancora non è riuscito a raggiungere il paese. Portandomi a circa due chilometri dall'abitato, oltre la palude, mi arresto onde attendere i Battaglioni e permettere loro quel riordinamento, che gli avvenimenti avevano impedito venisse attuato nella piazza del paese. Vedo sfilare il Btg. « Tirano »,
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il Btg. « Edolo » elementi dei servizi, ma per quanto la sosta si protragga per oltre un'ora e mezza e nel frattempo abbia inviato ufficiali e staffe tte per collegarmi col Btg. « Morbegno » e con la 82" Cp. Cannoni, di questi non r iesco ad avere notizie. B ormai sera inoltrata e l'oscurità piena quando vengo raggiunto dal Generale Martinat e dal Magg. Tessitore del Comando C.A. Alpino, che entrambi mi assicurano di aver visto il « Morbegno » seguire la colonna dopo esser uscito da Scheljakino. Decido allora di rimettermi in marcia seguito dalla C.C.R. dietro la quale non si intravvedono altri repar ti. Alle ore 24 entro nel paese d i Shabskoje quando ormai, approfittando della nostra lunga sosta, diecine di migliaia di sbandati, di tedeschi e di ungheresi ci avevano preceduto occupando intieramente e fino all'inverosimile le poche case abitabili. Ne consegue che la gran maggioranza degli uomini della mia colonna deve durante la notte, r ivelatasi eccezionalmente fredda per il gelo e il vento, r imanere all'addiaccio. I casi più gravi di congelamento e di alienazione mentale si moltiplicano ed io stesso devo personalmente assistere a scene tragiche e pietose. Dal Maggiore Ambrosiani, che nella notte stessa mi raggiunge, apprendo che il Btg. «Morbegno» era stato da lui lasciato dopo che aveva dirottato verso destra e mentre il Comandante Magg. Sarti stava cercando di meglio orientarsi e di decidere la direzione da prendere. Durante tutta la notte si sente in lontananza tuonare il cannone e sparare mortai e mitragliatrici. Un allarme improvviso provoca la solita disordinata fuga degli sbandati e delle slitte tedesche ed ungheresi. Nella confusione creatasi faccio anche personalmente ricerca del Gruppo Squadroni, della 25" Sez. Salmerie, dell'l1° Raggr. Art. e dell'82• Cp. Cannoni, ma invano. PERDITE: Morti Feriti e congelati Dispersi
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Alle ore 5 par to da Shabskoje per riunire il Reggimento, meno il Btg. «Mor begno», nel luogo designato per l'incolonnamento
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presso un gruppo di case a tre Km. di distanza e per ivi attendere lo sfilamento del 6° Rgt. Alpini. È presente il Gruppo « Valcamonica ». I comandanti dei Btg. «Tirano», ed «Edolo» mi comunicano di non essere stati raggiunti dalle salmerie. Sempre in direzione di Warwarowka si ode distintamente il rombo di artiglierie e fuoco di mortai. Poco dopo aver ripreso la marcia faccio ritornare verso Scheljakino una pattuglia sciatori guidata dal Capitano Stucchi, con l'incarico di far ricerche del Btg. « Morbegno » e degli altri reparti del Reggimento mancanti all'appello. Durante il cammino vengo raggiunto dal Colonnello Giua, addetto al Comando di Artiglieria del C.A., che mi riferisce di aver partecipato col B tg. « Morbegno » ad un brillantissimo combattimento sulla strada di Warwarowka nella notte e di aver conferito col Maggiore Sarti a combattimento ultimato, onde decidere quale direzione prendere per raggiungere la colonna divisionale. Aggiunge che tra essi non vi era stata identità di vedute, insistendo il Maggiore Sarti, contro il suo p arere favorevole al dirottamento verso ovest, nell'idea di proseguire in direzione nord verso Warwarowka, cosicché avevano finito per lasciarsi e per agire entrambi di iniziativa. Alle ore 13.30 circa ritorna dalla sua missione il Capitano Stucchi con la pattuglia sciatori riferendomi che sulla pista da noi percorsa il giorno precedente tra Shabskoje e Scheljakino non aveva ravvisato alcuno dei reparti mancanti e che dalle ultime case aveva visto in distanza uscire solo piccoli gruppi di sbandati. Nel frattempo e fino alle ore 11, aveva sentito ininterrottamente il rumore di una battaglia che si combatteva neUa zona di Warwarowka. Infatti, raggiunto senza incidenti il paese di Malakejewka e disposta la sosta per il pernottamento, da informazioni assunte ho la conferma che il Btg. «Morbegno» con la 82a Cp. Cannoni, la 25a Sezione Salmerie e le salmerie del « Tirano » e dell'« Edolo », sulla strada di Wanvarowka aveva subito durante tutta la notte e nelle ore del mattino ripetuti attacchi da parte di numerosi carri armati e fanterie russe, contro i quali aveva reagito con tenacia ed estrema decisione: caduto eroicamente il Comandante, Maggiore Sarti, ed altri ufficiali poco vi era da sperare che i superstiti riuscissero a trovare la strada della salvezza.
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Il ripiegamento viene ripreso alle ore 5, ma subito ci si deve arrestare perché il 6° Alpini, in avanguardia, viene impegnato da reparti nemici che tentano di sbarrargli il passo. Mentre, facendo uso di mezzi energici per aprirmi il varco nella marea compatta di slitte tedesche ed ungheresi e di sbandati di ogni reparto, riesco a raggiungere la avanguardia, questa ha di già risolto la situazione con un combattimento di rapido corso. Aperta la strada e venuti a mancare i rischi del combattimento, subito la massa degli sbandati, di coloro cioè che pensano solo a se stessi, si fa avanti impetuosamente affiancandosi alla colonna su molteplici file laterali e rendendo vani i ripetuti tentativi di mantenere ordine ed omogeneità nei reparti combattenti. Per di più, a rendere difficile la marcia, interviene una gelida tormenta che intirizzisce ed irretische uomini e quadrupedi, già duramente provati e minorati dallo sforzo, dal sonno e dalla fame, essendo state da più giorni esaurite le scorte personali di viveri ed essendo andate perdute le scorte di reparto, caricate su autocarrette e su slitte delle salmerie ormai definitivamente staccate e travolte dal nemico. Si fanno tacere i morsi della fame e della sete con lo inghiottire la neve. Man mano che si procede, i margini della pista appaiono costellati da uomini che non hanno più la forza di rialzarsi e che si rassegnano ad un riposo che sarà per loro fatale. Dappertutto carogne di quadrupedi che hanno generosamente concluso l'estrema fatica. Né la tragica odissea di questa infausta giornata è terminata. Quando il Reggimento perviene a Romankowo verso le ore 20, la truppa non trova alloggio: le case sono già zeppe di tedeschi ed ungheresi e di sbandati italiani che, o perché forniti di più celeri mezzi di trasporto o perché non vincolati dalla disciplina di reparto, avevano potuto precedere e sistemarsi a loro agio.
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Serrata attorno a numerosi fuochi di bivacco ed incendi di isbe la gran parte degli alpini del 5° combatte una dura battaglia contro il gelo - la temperatura è scesa a meno 40 - battaglia datla quale non tutti escono vivi. Tra l'altro in qualche casa incendiata trovano la morte uomini che sorpresi nel sonno non avevano avuto il tempo di mettersi in salvo. I casi di pazzia aumentano. PERDITE:
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La marcia della colonna Reggimentale iniziata alle ore 6, subisce un temporaneo arresto per dar modo al 6° Alpini di riportarsi in avanguardia. I reparti vengono infine avviati nella seguente successione: « Edolo » con rispettiva Batteria, Comando di Reggimento, C.C.R., « Tirano», Gruppo « Valcamonica » e servizi largamente incompleti (5" Sez. Sanità, 5° Nucleo Sussistenza, 618° Ospedale da Campo). Poco dopo, atterra un apparecchio « Cicogna » ed appaiono nel cielo diversi apparecchi tedeschi che lanciano con paracadute munizioni e viveri destinati alle sole truppe tedesche. Comunque la loro presenza è di giovamento morale agli alpini. Concorre a ridare fiducia il sole, la assenza del ven to, la temperatura alquanto mitigatasi, la frequente presenza ai lati della pista di isbe, la possibilità di trovare in esse in abbandanza pane , miele, uova, pollame, patate e rape. Gli uomini dopo tanto digiuno, possono finalmente sfamarsi. Lo spirito si risolleva e le speranze si rinvigoriscono. A Nikitowka, raggiunta nelle primissime ore pomeridiane, il Generale Reverberi, ordina che il 5° Alpini prenda gli alloggiamenti e che il 6° Alpini prosegua fino ad un gruppo di abitati a pochi Km. sulla strada di Nikolajewka. Riunisce inoltre i Comandanti dei due Reggimenti alpini e del 2° Regg. Artiglieria e dispone per l'in domani come segue: a) partenza contemporanea alle ore 6 dai rispettivi alloggiamenti del 6° e del 5° Alpini; b) attacco da parte del 6° Alpini al paese di Nikolajewka;
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c) ordine di marcia del 5° Regg. Alpini e reparti annessi: Btg. «Tirano » . Artiglieria del Gruppo Ficher . Gruppo « Vicenza» · Gruppo « Valcamonica » · Btg. « Edolo » • Servizi; d) sbarramento a cavallo della direttrice di marcia alla uscita nord-ovest di Nikitowka, da attuarsi alle ore 4 per opera di una Cp. del Btg. « Edolo » rinforzata da elementi del 5° Reparto Salmerie, allo scopo di impedire a qualsiasi altro reparto italiano, tedesco, ungherese ed agli sbandati di sopravanzare ai margini della colonna ed ostacolare il libero movimento; e) dispositivo di sicurezza durante la notte dell'abitato di Nikitowka ed in particolare del Comando del C.A. Alpino per opera del 5° Regg. Alpini. In conformità di quanto sopra a mia volta diramo ai comandanti di reparto a me sottoposti le istruzioni del caso. Intanto la truppa trova comodo alloggio nelle numerose e spaziose isbe dove, io penso, possa finalmente trovare alla vigilia di una nuova battaglia, il riposo da tanto tempo desiderato. Ma già verso sera si incominciano a sentire spari di mortai, fuoco di fucileria che, durante la notte, si intensificano accompagnandosi a tiri d'artiglieria. Dal superiore Comando, al quale mi rivolgo per averne spiegazioni, apprendo che il Btg. « Val Chiese » era stato attaccato e che il nemico era stato contenuto. Faccio tosto impiantare una stazione radio, nella speranza che il Comando del 6° Alpini si trovi in radio collegamento, così .da poterne avere dirette notizie, ma invano. Alle ore 1, un porta ordini del « Val Chiese » mi esibisce un dispaccio col quale viene segnalato un altro deciso attacco del nemico sull'abitato di Armautowo, dove « Val Chiese» e 33a Brt. del Gruppo (( Bergamo », si difendono, e la urgenza di rinforzi, dispaccio che subito faccio trasmettere al Comando del 6° Regg. Alpini. PERDITE: Morti Feriti e congelati Dispersi 26
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Circa alle ore 2 elementi sbandati della Divisione (< Cuneeninvadono la strada centrale del paese affermando che verso
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il lato Sud-Ovest del paese stesso, erano stati attaccati da truppe russe e partigiani. La notizia è avvalorata dal fatto che la sparatoria, che aveva cont inuato tutta la notte in direzione di Arnautowo, si era intensificata ed estesa ai margini del bosco proprio a Sud-Ovest dell'abitato; per di più tra le case cadono colpi di mortaio, di cannonci no anticarro e traccianti. Di ciò avuta la diretta percezione dopo di essere uscito all'aperto, comunico l'allarme ai Battaglioni e dispongo la eventuale difesa del posto e lo sbarramento delle vie di accesso. La luna ed il cielo chiarissimo permettono una buona visibilità. Poco dopo arriva H Generale Reverberi che, reso da me edotto delle misure prese, ordina di anticipare la partenza di un'ora e di rafforzare nel frattempo con una compagnia la difesa del quadrivio, p resso il quale si era sistemato il Comando di C.A .: al che provvedo mandando in luogo la 48" Cp. del Btg. « Tirano » rinforzata con pezzi di artiglieria. Contro ogni previsione l'attacco non si sviluppa ed anzi viene a cessare anche l'azione di fuoco nemica. Alle ore 5 il Btg. « Tirano » inizia il movimento, tosto seguito dalle molte slitte del Gruppo Fischer. Esso è appena giunto alle prime case di Arnautowo, quando il Comandante del plotone esploratori informa di aver preso contatto con il nemico che s ta avanzando. Il Maggiore Maccagno, comandante del Btg., si por t a subito avanti per rendersi personalmente conto della situazione mentre mortai e mitragliatrici russe aprono il fuoco sui reparti e può constatare che l'avversario sta premendo sul fianco sinistro della colonna, che la strada oltre la selletta di Arnautowo è potentemente sbarrata da cannoni anticarro, mortai e mitragliatrici e che inoltre grosse pattuglie russe operano sull'alto del costone di destra. Dispone allora per lo spiegamento del Btg. in formazione di combattimento, con la 49• Cp. a sinistra, la 46° Cp. al centro e la C.C.T. sulla destra con compito, quest'ultima, di operare un largo movimento sul fianco del nemico. Fa inoltre piazzare le armi di accompagnamento che aprono subito il fuoco. Sulla indicazione di un ufficiale di cavalleria, pratico del posto, incanalo il movimento della colonna, meno le slitte e gli automezzi del Gruppo Fischer, lungo una strada secondaria che, deviando a destra in basso, porta direttamente alla selletta, mentre
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ordino alle predette slitte ed automezzi di procedere per la strada principale alta, protetti dalla 483 Cp. Alla selletta dal Magg. Maccagno ho relazione dello stato di cose. In quel momento forti nuclei avversari premono al centro e sulla sinistra ed avanzano rapidi cantando. La difficilissima situazione mi induce a far inviare sulla destra una squadra mitraglieri della 43a Cp., per dare maggiore efficacia alla controffesa sul fianco ed a chiedere l'immediato intervento dei Gruppi «Vicenza» e « Valcamonica », onde appoggiare al centro e sulla sinistra l'azione del « Tirano » . Ordino inoltre di far sgombrare con qualunque mezzo la strada invasa di slitte e di salmerie così da permettere alle artiglierie una rapida avanzata. Successivamente ordino al Btg. « Edolo » di por tarsi in testa alla colonna. In attesa dell'arrivo delle richieste batterie, che a fatica procedono verso la seleltta, un pezo da 105 del Gruppo Fischer, appena sopraggiunto, su richiesta del Magg. Maccagno apre il fuoco contro una casa sulla q. 210 a nord-est - dalla quale escono elementi nemici diretti verso la antistante balka - colpendola e demolendola in breve con evidente vantaggio per la C.C.T. ed i mitraglieri che procedono in quella direzione. Anche la Batteria a disposizione del Btg. « Tirano », un mortaio da 81 e due cannoni da 47 anticarro, svolgono efficace azione contro centri di fuoco nemici stando allo scoperto, tanto che due ufficiali, impegnati personalmente a sparare, restano feriti alle braccia e alle mani da pallottole di mitragliatrice. Le tre compagnie fucilieri dèl battaglione a stretto contatto col nemico resistono bravamente e sotto violento fuoco reagiscono a brevissima distanza con lancio di bombe a mano. L'ora eroica del « Tirano » è pagata a duro prezzo: cadono due comandanti di compagnia, cadono numerosi altri ufficiali ed alpini, altri ancora restano feriti pur continuando a combattere. La situazione permane critica finché, a deciderne favorevolmente le sorti, intervengono due fatti : l'azione violenta di fuoco iniziata dalla C.C.T. e dalla squadra mitraglieri della 48" Cp., che dopo aver snidato il nemico dalla casa di quota 210 erano piombati sul fianco ed al tergo e l'entrata in azione di una batteria del Gr. « Valcamonica » che opera efficaci tiri di distruzione dei centri avversari. La batteria del Gr. «Vicenza» non riesce invece a partecipare efficacemente all'azione per l'insufficienza delle sue armi .
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A distruggere un centro avanzato di offesa del nemico concorre arditamente il S. Ten. Garibaldi, ufficiale ai collegamenti del 5° Regg. Alpini, che fa uso di una mitragliatrice lasciata sul posto dalla 33a Batteria del Gr. «Bergamo» attaccata e messa fuori combattimento durante la notte. Lo scontro è ormai sul finire. I russi fuggono abbandonando cannoni, mortai, armi automatiche e lasciando sul terreno numerosi morti. Il Maggiore Fischer, che arriva alla seletta, scende dal carro cingolato per congratularsi con me del magnifico comportamento degli alpini del «Tirano ». Sta di fatto che questo battaglione, chiamato con forze ridotte e stanche dall'estenuante marcia di nove giorni tra stenti di ogni genere e con armi in gran parte inefficenti a cozzare contro un nemico fresco, imbaldanzito dai recenti successi, dotato di armi formidabili, ha saputo - col solo appoggio di pochi pezzi di artiglieria e mediante l'eroico sacrificio di ben 11 suoi ufficiali e di numerosi alpini - volgere al successo una situazione difficilissima che avrebbe potuto compromettere la salvezza di tutta la colonna. Il Btg. « Edolo» non ostante tutti gli sforzi per obbedire al mio ordine di portarsi in testa, non vi è ancora riuscito, chiuso, come si trova, dalla ressa pressante degli automezzi, delle slitte, degli uomini che si accalcano dappertutto : né vi sarebbe riuscito nella ipotesi disgraziata che, sopraffatto il « Tirano », si fosse reso necessario il suo concorso . Le conseguenze che sarebbero derivate in tale eventualità sono facilmente intuibili. Gloria, dunque, al « Tirano» e meritato un segno che ne ricordi l'eroismo ed il sacrificio. Arriva il Generale Reverberi che senz'altro, quando ancora le pattuglie vittoriose inseguono il nemico, dà ordine a tutta la colonna di riprendere la marcia verso Nikolajewka. Intanto vengo a sapere che il Btg., «Edolo » e i servizi mentre tentavano di rimontare la colonna erano stati fatti segno a tiri di mortaio che avevano causato perdite. Dati gli ordini al comandante del Btg. «Tirano » di raccogliere i superstiti e di p roseguire, mi avvio insieme aJla C.C.R. al seguito del Generale Reverberi. Dopo qualche ora di marcia in prossimità di Nikolajewka la colonna si arresta. Le artiglierie del Gruppo Fischer si stanno mettendo in posizione. Dal Comandante della Divisione ho notizia che è in corso un attacco al paese da parte . del Btg. « Vestone» e di elementi
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del « Valchiese » i quali però, portatisi alla ferrovia che limita il lato est del paese, non riescono a procedere oltre per la violenta reazione di fuoco nemica. Pure in posizione trovo una batteria del Gruppo « Bergamo >> mentre il Gruppo « Vicenza » stà affluen do e il Gruppo « Valcamonica » risulta ancora indietro . Resosi conto della situazione, il Comandante della Divisione mi chiese di fare intervenire il Btg. «Tirano », se già arrivato, o altrimenti di sollecitarne l'arrivo. Trasmetto l'ordine al Maggiore Maccagno, sopraggiunto in quel m omento, il quale però mi riferisce che dopo le forti perdite di Ufficiali e di uomini subite dal Battaglione, stava riordinando ed inquadrando alla meglio i reparti. Infatti poco dopo pervengono in luogo il Tenente Piatti ed il Tenente Alessandria, unici superstiti tra i comandanti di Compagnia, con pochi subalterni e circa 150 uomini. Subito, al com ando del Maggiore Maccagno, vengono diretti sulla sinistra con l'ordine di concorrere all'attacco col Btg. << Vestone». Devo intervenire per fermare ed indurre a seguire il Btg. « Tirano » elementi di altri reggimenti che, impressionati dal violento fuoco di sbarramento avversario, accennavano a retrocedere. A questo punto il Ten. Col. Chierici ed il Maggiore Paroldo del 6° Regg. Alpini mi confermano che le poche forze disponibili del loro Reggimento non erano in grado di procedere all'espugnazione del paese fo rtemente presieduto ed accanitamente difeso e mi chiedono il concorso del 5° Alpini. Conseguentemente il Generale Reverberi mi ordina di raccogliere tutti gli elementi presenti del mio Reggimento e di sollecitare il Btg. « Edolo » - ciò che avevo già fatto - per inviarli all'attacco. A mia volta ordino al Capitano Pasini, comandante della C.C.R., di agire alla destra del « Tirano » e mando nuovamente il Capitano Stucchi ed altri Ufficiali ad avvertire il Btg. « Edolo » che la sua presenza è urgente. Subito dopo la partenza della C.C.R. - il cui concorso servirà per prima cosa a rincuorare gli uomini già provati dal combattimento - giungono altri elementi del Btg. « Val Chiese» che, condotti dal Maggiore Paroldo, si avviano verso la sinistra del paese avendo ancora più sulla sinistra il Btg. «Verona».
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Rintracciato dal Capitano Stucchi mi si presenta il S. Ten. Portinari con la C.C.R. che .fin dal mattino si era staccata dal Btg. « Edolo» e si era portata innanzi : gli dò ordine di scendere verso la ferrovia e di costituire rincalzo del Btg. « Val Chiese» da tempo fermo per le perdite subite e per la resistenza del nemico. Partono per l'attacco anche molti Ufficiali del Comando d i Reggimento: il Maggiore Covi, il Maggiore Fabroccini, i Capitani Novello, Stucchi, Gerosa, il S. Ten. Passi, il S. Ten. Sardi, ai quali si aggiunge il Ten. Merlini del Btg. « Morbegno » che, sfuggito alla cattura, ha potuto raggiungere la testa della colonna. Insieme a nuclei di artiglieri scendono numerosi Ufficiali dei Gruppi di artiglieria presenti. Con tutto ciò la situazione in paese rimane ancora indecisa. Due carri armati tedeschi giunti oltre la ferrovia ritengono opportuno, per la scarsità delle m unizioni e per la insufficienza dei reparti di fiancheggiamento, di arr estarsi. Il nemico intanto col fuoco continuo e celere di tutte le sue armi batte i reparti già attestati alla ferrovia e gli elementi che lungo il declivio scoperto scendono a raggiungerli. Uomini cadono a decine anche nelle batterie che, in posizione avanzata, con calma e sprezzo del pericolo, appoggiano l'azione degli alpini. Si va verso il tramonto ed è evidente che i reparti impegnati e la sterminata massa che atten dono indietro, non potranno resistere all'addiaccio nella notte fre dda. Bisogna passare, bisogna occupare il paese a qualunque costo. Tutti quelli che hanno un fucile dovranno combattere. Come dare a loro l'esempio? Come trascinarli? Il Generale Reverberi, Comandante della Divisione, ha pensato tutto ques to. Egli si fa avanti e decide di partecipare con la sua persona all'attacco. Parte dopo avermi invitato a seguirlo; ma io penso che il dovere mi impone di attendere l'arrivo più volte sollecitato del Btg. « Edolo » e del Gruppo « Valcamonica », unici elementi sui quali si può fare ancora affidamento per un ulteriore sviluppo dell'azione per inter venire e risolvere in modo deciso il combattimento a nostro favore, qualora anche l'azione personale del Comandante la Divisione non avesse raggiunto lo scopo. Attraverso la calca dei 40.000 spettatori, gente passiva, inerte e ferma in attesa che il sacrificio degli altri ap ra loro la via della
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salvezza, il Btg. « Edolo» e il Gruppo « Valcamonica » stentatamente e faticosamente procedono urlando, minacciando, menando colpi. Lascio per gli stessi l'ordine di proseguire nella direzione da me presa e, lentamente, mi avvio alla volta del paese. Una scheggia di mortaio mi colpisce alla gamba e finalmente, mentre vengo medicato sotto il tiro implacabile di mitragliatr ice di caccia russi, vedo arrivare il Btg. « Edolo » che decisamente prosegue per l'attacco a cavaliere della strada. Poco prima di arrivare alla ferrovia il Maggiore Belotti conferisce con il Generale Reverberi, venutogli incontro e passa alle dirette dipendenze dello stesso. Spiegata la 51" Cp . a destra e la so• Cp. a sinistra, il Battaglione oltrepassa i binari ed investe impetuosamente l'abitato. Due pezzi delle batterie del Gruppo « Bergamo », spintosi audacemente avanti e le armi della 110a Cp. A.A. piazzate con rapida manovra, danno valido appoggio all'avanzata. Anche i due carri armati tedeschi con il Generale Reverberi riprendono il movimento in avanti. Ai lati, gli alpini espugnano a colpi di fucile e di bombe a mano le prime case annientandone i difensori. Le armi automatiche e i cannoni anticarro non li arrestano. Nel furore della battaglia essi non li temono più. Il nemico rimane disorientato ed intimorito. Indecisione che i nostri intuiscono ·e che rinvigorisce il loro spirito aggressivo. Ormai il paese risuona delle grida e degli spari degli assalitori. I russi lasciano altri morti ·ed i superstiti fuggono rapidamente, mentre dalla chiesa, situata nella parte alta dell'abitato, partono gli ultimi rabbiosi colpi. Appena medicato io proseguo alla volta del paese con la 29a Batteria del Gruppo « Valcamonica » che nel frattempo era sopraggiunta. Dal Capitano Pasini della C.C.R. apprendo l'eroica morte del Generale Martinat, colpito da scarica di arma automatica, mentre a fianco degli alpini, in primissima fila, si lanciava all'attacco. Nel paese il gran numero di cannoni, di mortai, delle mitragliatrici abbandonate dal nemico ed il terreno cosparso di morti italiani e russi stanno a dimostrare l'eccezionale violenza della lotta. Il 26 gennaio 1943 segna una delle giornate più sanguinose ma anche delle più gloriose della Divisione« Tridentina»; più che
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per tutti gloriosa per il 5° Reggimento Alpini, il quale, coi due duri e decisivi combattimenti di Nikitowka e Nikolajewka, sostenuti a poche ore di distanza, in condizioni assolutamente sfavorevoli, ha saputo imporsi al rispetto di un nemico agguerrito e prevalente per uomini e per mezzi e tenere sempre alto il buon nome della Patria e la tradizione della Bandiera. PERDITE: Morti Feriti e congelati Dispersi
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La colonna del 5° Alpini si rimette in marcia alle ore 5. Il Btg. « Edolo», in testa, dovrebbe seguire il 6° Alpini inviato in avanguardia. Esso procede così celermente - anche perché il freddo intenso induce gli uomini ad accelerare il passo - che in breve viene a trovarsi avanti all'intiera colonna, dopo aver superato slitte tedesche ed ungheresi. Alle ultime case del paese un Sottotenente del Btg. « Valchiese » informa il Maggiore Belotti che più avanti non vi sono altre nostre truppe, ma vi sono bensì elementi russi che con due mitragliatrici pesanti ed un cannone anticarro sbarrano la strada. Il Comandante del 6° Alpini, Colonnello Signorini, dopo avere mediante staffette chiamato a se il Maggiore Belotti gli conferma quanto sopra e lo invita ad attaccare col concorso di due o tre semoventi tedeschi. Presi accordi con questi, il Comandante del!'« Edolo» si sposta a destra, percorre una pista parallela alla strada e dopo circa un Km., con una breve e decisa azione di fuoco da parte della sia Cp. e della C.C.R., elimina la resistenza, cattura le due armi automatiche e 'riduce al silenzio il cannone anticarro. Risultando che più avanti aveva appr estato altri focolai di resistenza a sbarramento della strada (forze che in un secondo tempo infatti attaccheranno la coda della colonna causando numerose perdite di uomini e di quadrupedi) i reparti vengono avviati su una pista di fortuna verso destra, pista estremamente faticosa per la quantità e qualità della neve alta e farinosa. Dopo lungo cammino prendo conoscenza di una lettera autografa dell'Ecc. il Comandante dell'VIII Armata che invia il suo affettuoso
Relazione sul ripiegamento del J• reggimento alpini ecc.
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saluto ed annuncia prossimo l'arrivo di rifornimenti e di mezzi di trasporto per i feriti ed i congelati. La necessità di sfuggire a nuovi tentativi di accerchiamento del nemico induce a prolungare la marcia al limite della resistenza umana, cosicché i reparti arrivano stanchissimi ed a tarda sera in Lutowinowo dopo aver lasciato lungo la pista diversi uomini colpiti da sfinimento. Ufficiali Sottufficiali e truppa
PERDITE: Morti Feriti e congelati Dispersi
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Si parte alle ore 6 col Btg. « Tirano » in testa diretti al caposaldo di Nowjoskol presidiato da truppe ungheresi. Al paese intermedio di Olkowirog viene annunciato che il caposaldo era stato occupato dal nemico che pertanto occorre prepararsi per l'attacco. La colonna viene scissa in due: a destra i superstiti della Divisione« Tridentina », a sinistra verso l'abitato tutti gli altri. Ricevo l'ordine di costituire un Battaglione di formazione riunendo element del 5° e del 6° alpini, un gruppo di artiglieria ed elementi meccanizzati tedeschi, ed attaccare il caposaldo di Nowjoskol. Mentre dispongo la composizione di tale assieme, mi si avverte, che, per deficienza di carburante, non posso contare sul concorso dei mezzi tedeschi. Stanti le condizioni generali della truppa e la scarsissima disponibilità di munizioni per arma automatica e d'artiglieria, l'esito di un nuovo combattimento si presenta quanto mai aleatorio. Perciò, di comune accordo, viene deciso di evitare il contatto col nemico mediante un netto dirottamento a sinistra. Si percorre terreno fortemente innevato e non battuto che mette a dura prova la capacità di resistenza degli uomini e dei quadrupedi. Di questi ultimi molti cadono senza possibilità di rialzarsi ed i cannoni, che con tanta fatica e per tanti giorni erano stati trascinati fino a lì, devono essere abbandonati . Verso le ore 20, senza incontrare ostacoli, gli uomini, barcollando per la stanchezza, raggiungono Slonowka, ove si pernotta comodamente.
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Giuseppe Adami
Ufficiali Sottufficiali e truppa
PERDITE: Morti Feriti e congelati Dispersi
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Il riposo della notte in relativa tranquillità ridona forze alla truppa che può compiere abbastanza regolarmente la nuova tappa sino a Bessarab, ove · purtroppo non si trovano nella notte fredda alloggi sufficienti. Ufficiali Sottufficiali e truppa
PERDITE: Morti Feriti e congelati Dispersi
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La colonna effettua la marcia da Sessarab a Bolske Troskoye, dove mi si comunica che al giorno seguente, dopo pochi Km., avremmo trovato una colonna di autoambulanze e di autocarri per lo sgombero dei feriti e dei congelati più gravi, che fino allora per spirito di cameratismo, attraverso stenti e difficoltà di ogni genere erano stati trasportati al seguito, mentre altri meno gravi avevano continuato a piedi. Pochi i fer iti ed i congelati in gravi condizioni, che, per insufficienza di slitte, si erano dovuti lasciare nelle isbe affidati alla pietà ed alla cura degli abitanti. Ufficiali Sottufficiali , e truppa
PERDITE: Morti Feriti e con gelati Dispersi
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Mentre folti gruppi di ritardatari continuano ad affluire durante tutta la giornata a Bolske Troskoye, ove Ufficiali apposita-
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mente a ciò incaricati, li smistano su zone di raccolta a secondo delle Divisioni cui appartenevano, la colonna compie la tappa fino a Wosnessenowka, effettuando durante il percorso il previsto carico di feriti e di congelati alla presenza di S. E. il Generale Garibaldi venuto incontro. Per la prima volta dalla partenza dal Don i reparti compiono regolare prelevamento di viveri e fruiscono di una meritata giornata di riposo. PERDITE: Morti Feriti e congela ti Dispersi
Ufficiali Sottufficiali e truppa 1 6 4
SPECCHIO RIASSUNTIVO DELLE PERDITE Da] 26 Agosto 1942 al 15 Gennaio 1943 Ufficiali Morti Feriti
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Sottufficiali e Truppa 49 180
Dal 15 al 31 Gennaio 1943 Morti Feriti e congelati Dispersi
Ufficiali 20 39 60
Sottufficiali e Truppa 101 1042 2841
Il numero delle perdite subite dal 5° Reggimento Alpini in confronto della sua forza cli n. 194 ufficiali e n. 5588 sottufficiali e truppa, quale era alla data del 15 gennaio 1943, è imponente e sta ad illustrare il sacrificio ed il generoso contributo di sangue degli alpini lombardi per aprire la via della Patria alla Divisione « Tridentina » ed alle molte truppe nostre ed alleate che ad essi affidarono fiduciose la propria sorte. In vero, la cifra rilevantissima dei dispersi è da considerarsi fittizia, mentre nella realtà molti di essi - ritengo circa la metà -
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Giuseppe Adami - -- -- -- - - -- -
sono da considerarsi caduti sul campo dell'onore. L'altra metà è in maggioranza composta di feriti e congelati che non hanno potuto essere raccolti o che non hanno potuto proseguire nella marcia coi propri mezzi. Se vi è una piccola aliquota di uomini caduti illesi nelle mani del nemico questa è quasi intieramente costituita da conducenti delle salmerie di battaglione o della 25• Sezione Salmerie che fin dai giorni 16 e 17 a Postojalli e lungo la pista da Postojalli a Nikitowka e soprattutto nelle azioni successivamente svoltesi a Scebekino e a Warwarowka furono sorpresi e coinvolti dagli attacchi di numerosi carri armati. Ed anche in queste azioni, però, dove carri armati mitragliarono e schiacciarono nel senso letterale della parola intiere colonne di salmerie e di slitte, molti furono i caduti ed i feriti. Così stando le cose, è ovvia la impossibilità di accertare il numero degli uomini messi fuori combattimento dal fuoco nemico e tanto meno di identificarli uno per uno. I superstiti si sono limitati a brevi testimonianze di carattere generico e vago, come quella che carri armati russi avevano schiacciato ed ucciso con le armi di bordo e col proprio peso « molti » o « innumerevoli » uomini e muli. Solo il Btg. « Tirano », il Btg. « Edolo » e la C.C.R. hanno potuto nel corso dei combattimenti procedere alla identificazione di morti e di feriti, ma anche essi in misura molto limitata, perché le circostanze non permettevano di fare di più. Dopo i combattimenti pressava la urgenza di proseguire senza indugio e con la possibile celerità, per evitare di perdere il contatto col reparto, di farsi sommergere dalla marea degli sbandati o di soggiacere addirittura agli effetti mortali della temperatura - molto spesso inferiore ai gradi meno 30 - e della tormenta. Ad elevare in misura così notevole la cifra di quelli che si devono per ora qualificare« dispersi », pur dovendoli logicamente ritenere caduti o feriti sul campo, ha di molto contribuito l'incertezza sulle sorti subite dal Btg. « Morbegno », il quale il giorno 22 marciava con la 31a Brt. del Gruppo« Bergamo» con le salmerie dei Battaglioni e con la 25" Sezione Salmerie, in coda al.la colonna del 5° Reggimento Alpini diretta si.1 Scheljakino. Su quello che di questi reparti è avvenuto in prosieguo di tempo poco si sa. Dalle scarse ed incomplete testimonianze di Ufficiali e di alpini i fatti si possono così ricostruire.
Relazione sul ripiegamento del 5° reggimento alpini ecc.
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Il Btg. « Morbegno » seguito dagli altri reparti, giunto a pochi Km. da Scheljakino e precisamente nelle vicinanze del ponte dove per un certo tempo aveva funzionato un posto di blocco poi tolto, si trovò chiusa la strada dalla massa compatta degli sbandati e delle slitte tedesche ed ungheresi, che per itinerari fiancheggianti e paralleli convergevano al ponte stesso. Il Maggiore Sarti, al quale avevo trasmesso l'ordine di passare avanti a tutti i costi per seguire il movimento del Btg. « Tirano » alle ore 12, non riuscendo a transitare sul ponte, si diresse verso destra, attraversò la balka e risalì il dosso antistante a Scheljackino seguito dalla 45a Cp., dalla C.C.M. e dalla 107" Cp. A.A .. La 47• Cp. e la 44a Cp. insieme a tutte le salmerie del reggimento vennero separate e tagliate fuori dall'afflusso di slitte tedesche ed ungheresi per modo che arrivarono a passare il ponte solo a tardo pomeriggio e pernottarono a Scheljakino. Intanto aJJe ore 15 le tre compagnie di testa subivano un attacco da parte di numerose autoblinde russe, delle quali una venne incendiata da un pezzo anticarro della 107" Cp. A.A. postato con la 45" Cp. ed un'altra distrutta a bombe a mano. Alle ore 16, quando già scendevano le tenebre, il Maggiore Sarti, dopo avere adunato la parte del Btg. al suo seguito, diede ordine di proseguire in direzione di Warwarowka anziché verso Sscheljakino, equivocando per il fatto che in quella direzione si erano avviati avanti a lui altri reparti, che egli riteneva appartenessero alla colonna del 5° Reggimento alpini. Il Battaglione incompleto, così proseguendo, veniva successivamente attaccato da reparti autocarrati nemici che riusciva a sgominare nel corso di un brillantissimo combattimento. Raggiungeva quindi il paese di Warwarowka dove veniva nuovamente attaccato da carri armati e da autoblinde. Tale combattimento fu eccezionalmente duro; la 45a Cp., la C.C.M. e la 107' Cp. A.A. sostennero in contrattacco l'impari lotta durante tutta la notte ed il mattino seguente subendo gravissime perdite ed infliggendone non meno gravi al nemico, che, oltre agli uomini, perdeva ben nove mezzi corazzati. Successivamente, nella stessa mattinata, l'avversario faceva intervenire altri carri armati pesanti i quali, fatti segno e ripetutamente colpiti senza esito dalle rabbiose salve dei cannoni da 47, si facevano addosso schiacciando pezzi, slitte e quadrupedi e provocando larghi vuoti tra gli uomini, mentre i pochi superstiti si disperdevano.
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In queste tragiche circostanze perdeva la vita, colpito in fronte da arma automatica, il Comandante del Battaglione Maggiore Romualdo Sarti ed il comando veniva assunto dal Capitano S.P.E. Emanuelli. Mentre il nuovo comandante si adoperava attivamente per riunire i superstiti delle tre compagnie si sferrava altro violento attacco di carri armati e fanterie russe. Sulla svolgimento, sulla durata e sull'esito di questo ultimo combattimento, non si hanno notizie sicure e non si sa quale sorte abbiano subito il Capitano Emanuelli ed i suoi uomini. Non molte maggiori notizie si hanno circa gli avvenimenti che hanno coinvolto la 44a Cp. e la 47• Cp., dopo chè, al ponte nei pressi di Scheljakirio, erano state tagliate fuori dal resto del battaglione. Si sa solo che esse alla sera del 22 gennaio pernottarono nelle case di Scheljakino disturbate da tentativi notturni di attacco nemici e che, ripartite l'indomani alle ore 4 in direzione di Warwarowka, dopo essersi ridotte ad un centinaio di uomini e ad una dozzina di Ufficiali passati alle dipendenze momentanee del Maggiore Fabrocini, venivano, per ordine della Divisione « Vicenza», inviate in avanguardia. Giunte nei pressi di Ossadisky erano fatti segno a ripetuti assalti di carri armati e di fanterie, assalti che, mediante il concorso di truppa e di artiglieria tedesche, respingevano con la distruzione di numerosi mezzi corazzati avversari. Alle ore 12 circa le due compagnie 44° e 47" largamente incomplete raggiungevano Warwarowka, ove si notavano i segni evidenti della dura lotta già sostenuta dalla 45• Cp., dalla C.C.M. e dalla 107• Cp. A.A. Da questo paese dirottavano in direzione di Tschuprinin-Tscherepoff. A Tschuprinin sostenevano altro sanguinoso combattimento contro carri armati, che facevano strage di uomini e di quadrupedi, finché alle .Prime ore del mattino successivo - rimasto morto il S. Ten. Bogani e feriti otto degli Ufficiali presenti - i superstiti con una sessantina 'di alpini si rimettevano in marcia e raggiungevano Grezzinin. Alle ore 2 del giorno 25 gennaio mentre la ridotta schiera si stava adunando per ripartire veniva ancora coinvolta in un attacco nemico. Da questo uscivano incolumi il Maggiore Fabrocini ed una ventina di uomini, che in giornata stessa raggiungevano la colonna divisionale in Nikitowka. Solo con l'interrogatorio di Ufficiali ed alpini del « Morbegno>>, ricoverati. per ferite all'ospedale di Carkow e subito smistati in Italia, si riuscirà - forse - ad avere ulteriori notizie in
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base alle quali mi riservo di presentare una relazione più dettagliata circa l'operato del Btg. «Morbegno» . Fin d'ora si può con certezza affermare che a Warwarowka il Btg. «Morbegno», con parte della 82" Cp. Cannoni e con la 31 • Btr. del Gruppo « Bergamo », non ha rifiutato il combattimento contro le preponderanti forze corazzate nemiche per cercare la propria salvezza, ma si è gettato col tradizionale spirito aggressivo e con mirabile eroismo contro i carri armati nel disperato tentativo di aprire la strada ad una colonna di diecimila italiani, tedeschi ed ungheresi che si era affidata al valore delle nappine bianche. Ed è altrettanto certo che col loro disperato valore gli alpini del « Morbegno » e gli artiglieri del « Bergamo » impegnando in aspri e lunghissimi combattimenti il nemico, forte di innumerevoli carri armati e dotato di armi formidabili, hanno esercitato di fatto una efficacissima azione di fiancheggiamento, che ha impedito all'avversario di gettarsi sul fianco della colonna principale e di sconvolgerne le file.
Da Wosnessenowka il 5° Reggimento Alpini proseguì sempre a piedi dal giorno 1 febbraio senza soste compiendo le seguenti
tappe : Belgoro.d - Sejetino - Golodscino - Pissarewka - Staraja Riabina - Kutuwsoje - Tschenanchino - Malj Gruni - Stupki - Welka Paulowka - Gladiasch - Lipowaja Dolina - Sassulie - Malj - Bubnj Maloje Sribnoje - Perewolotschna - Priluki. In complesso il Reggimento ha effettuato a piedi, in parte combattendo e sempre in condizioni le più disagiate, un itinerario che supera gli ottocento chilometri.
Giuseppe Adami
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5° REGGIMENTO ALPINI ORDINE DEL GIORNO
31 Marzo 1943 - XXI
ALPINI! Il 5° Alpini, intatto nella sua struttura organica, saldo nello spirito, serrato come non mai con tutte le sue forze morali e materiali attorno alla sua Bandiera, è giunto in Italia pieno di orgoglio per l'epopea di gloria vissuta in Russia. La Bandiera del Reggimento è stata con noi, in testa a noi in ogni momento della tremenda odissea, intatta come nel giorno della grande parata di Torino e splendente della sua medaglia d'oro. ALPINI! Sappiate che io, Vostro Colonnello, non ho mai dubitato un momento, anche nelle ore più tragiche, che gli Alpini del 5° non sapessero a costo di qualunque sacrificio, riportarla in Italia risplendente di nuova gloria. ALPINI! Sono fiero di voi e vi sono grato perèhé sul campo di battaglia mi avete dato le più grandi soddisfazioni che un Colonnello possa avere dai suoi soldati; soddisfazioni dopo le quali potrei chiudere sereno la mia vita di soldato, perché maggior ricompensa non potrei desiderare. È con animo riconoscente e con affetto di padre, che vi auguro una buona licenza ed ogni bene per voi e le vostre famiglie. Desidero che ogni alpino sappia quale è stato il tributo del 5° per l'onore e la grandezza della nostra Patria, tributo generosamente pagato durante otto mesi di campagna russa. Mancanti all'appello: UFFICIALI 82
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Ricoverati in ospedali per ferite e congelamenti: UFFICIALI 39
SOTTUFFICIALI E ALPINI 1220
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Ai nostri compagni che sono rimasti sulle candide nevi della step-
pa, nere pietre miliari sulla via della gloria, a quelli che le hanno arrossate con il loro sangue generoso, vada il nostro pensiero riconoscente; a quelli, che sfiniti e congelati non hanno potuto seguirci nella travolgente durissima marcia, l'augurio di presto rivederli. ALPINI!
Per l'onore del Reggimento non avete badato a sacrifici. ll motto degli alpini dell'Aosta è stato il vostro: « Costi quello che costi ... per l'onore del 5° >> . Molti come il S. Ten. SLATAPER del Tirano colpiti a morte gri· davano ancora, prima di cadere: «
VIVA IL 5° ALPINI - VIVA L'ITALIA>>.
Il Colonnello Comandante del Reggimento ' GIUSEPPE ADAMI
LUIGI WEISS
LA 2• BATTERIA DEL CL GRUPPO DA 149/13 ALLA CADUTA DI TOBRUK (GENNAIO 1941)
PRIMA PARTE 1.
SITUAZIONE GENERALE PRECEDENTE
In Africa Settentrionale, all'inizio delle ostilità, le forze Britanniche erano numericamente inferiori, dal punto di vista degli effettivi, a quelle italiane. Questa apparente inferiorità era compensata dalla netta superiorità del loro armamento e dalla rapidità con cui potevano ricevere rinforzi di uomini e materiali, per via terra e via mare. Sul territorio Libico, non vi era alcun carro armato pesante italiano ma soltanto 270 carri medi e 130 carri leggeri. Questi ultimi, debolmente corazzati, erano armati di una mitragliatrice calibro 13,2 o di un cannone-mitragliera da 20 mm., mentre i carri medi erano dotati di 3 mitragliatrici di calibro 8 e di un cannone da 47. Entrambi i modelli erano largamente superati per mobilità, spessore di .corazza, potenza delle armi in dotazione e, soprattutto, per rapidità di puntamento e tiro poiché le torrette non erano girevoli ma fissate allo scafo. La nostra artiglieria campale, scarsa e poco potente, disponeva di vecchi materiali di preda bellica della guerra '15-'18; l'artiglieria contraerea era costituita, in gran parte, da antiquati cannoni Skoda da 75/27 e da 77 /28 mm., ceduti dalla Germania al termine della 1a guerra mondiale e da alcune unità di mitragliere da 20 mm., per il tiro antiaereo a bassa quota al di sotto dei 2.000 metri. I nostri materiali, nettamente superiori per maneggevolezza, velocità iniziali, celerità di puntamento e tiro e per gittata utile,
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Luigi 1Veiss
non erano affatto in grado di abbattere aerei moderni e veloci come quelli in dotazione alla Royal Air Force. L'artiglieria controcarro non esisteva; la difesa controcarri era affidata alle stesse artiglierie campali, assolutamente inadatte a tale compito per caratteristiche tecnico balistiche e per tipo di munizionamento impiegato. L'unica arma controcarri in dotazione all'esercito italiano era il cannone da 47 /32 che, a causa del basso potere perforante dei suoi proiettili riusciva soltanto a scalfire le corazze dei carri armati britannici. I moschetti erano derivati dal fucile mod. 1891; le armi auto· matiche si inceppavano di frequente perché non adatte all'ambiente del deserto che richiedeva una continua ed accurata manutenzione, a causa della sabbia e delle elevate temperature. Il grosso della fanteria italiana non era motorizzato, essendo gli automezzi in numero insufficiente; per tale motivo, durante l'offensiva di settembre del Gen. Graziani, lunghe file di fanti percorsero a piedi le piste sabbiose del deserto, mentre gli autocarri servivano per il trasporto dei materiali pesanti e dei rifornimenti. L'arma aerea, all'inizio del conflitto, disponeva in Libia di 300 aerei dei quali non tutti avevano filtri antisabbia per cui molti di essi restavano a ]ungo bloccati al suolo. Per contro, gli alleati avevano ricevuto, dopo l'offensiva di Gr aziani, notevoli rinforzi di uomini e materiali. Oltre alle divisioni di fanteria australiane, indiane, neozelandesi, tutte motorizzate, perfettamente addestrate per la guerra nel deserto, bene equipaggiate ed armate con materiali moderni, disponevano di una divisione corazzata inglese, dotata di carri medi e pesanti, di cui 35 del tipo «Matilda», il più p esante carro armato in servizio, a quel tempo. Gli alleati disponevano, inoltre, di un reggimento carri leggeri, di un reggimento autoblinde e di numerose unità di artiglieria potenti e moderne e di consistenti forze aeree, nonché del.l'appoggio della flotta inglese che aveva trasformato, con la sua presenza, il mare « nostrum » in mare « britannicum ». In sintesi, il rapporto tra l'armamento britannico e quello italiano era di 7 a 1. L'impreparazione delle forze italiane dislocate in Libia era dovuta alla precipitosa decisione di Mussolini di entrare in guerra, nonostante che il Maresciallo Badoglio avesse dichiarato in 0
La 2" batteria del CL gruppo da 149/13
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pieno Consiglio dei Minstri che l'Italia non era in grado di intervenire nel conflitto, essendo le nostre divisioni efficienti al 60%, l'aviazione scarsa, l'equipaggiamento insufficiente, le forze corazzate praticamente inesistenti per la mancanza assoluta di carri pesanti e che, nelle migliori ipotesi, il paese poteva essere pronto a sostenere il peso di una guerra non prima del 1942, purché la Germania avesse fornito milioni di tonnellate cli acciaio e di carbone per le nostre industrie ed un notevole quantitativo di armi e mezzi moderni. Mussolini, che vedeva soltanto l'aspetto politico del conflitto e si illudeva che la guerra sarebbe stata di breve durata, in seguito alla rapida conclusione delle campagne di Polonia e di Francia, non prestava la dovuta attenzione alle preminenti esigenze strategiche della guerra e considerava secondario il fronte libico per cui rivolgeva le sue cure al fronte balcanico, ove intendeva condurre una campagna di prestigio nei confronti di Hitler. · Soltanto dopo la perdita di tutta la Cirenaica, Mussolini si rese conto dell'importanza del fronte libico e, per impedire che anche la Tripolitania cadesse in mano nemica, si decise a chiedere, benché a malincuore, l'aiuto della Germania che verso la metà di febbraio 1941 inviò un corpo di spedizione composto di due divisioni corazzate.
2.
SITUAZIONE TATTICA
Il 150° gruppo artiglieria da 149/13, di cui faceva parte la 2a batteria, da me comandata, si era trasferito, al termine del conflitto italo-francese, dal fronte occidentale al fronte libico ed era sbarcato a Tripoli, dopo essere uscito indenne dai bombardamenti della R.A.F. e dai siluri della Royal Navy che, a più riprese, avevano attaccato la nave sulla quale viaggiava. Inizialmente, il gruppo aveva ricevuto il compito di rinforzare il fuoco dei reparti di artiglieria destinati a sostenere l'attacco delle unità italiane contro la piazzaforte di Marsa Matruk, importante centro fortificato inglese in territorio egiziano che, con l'appoggio della flotta e dell'aviazione alleata, avrebbe potuto arrestare l'avanzata italiana verso Alessandria o, per lo meno, disturbare seriamente le linee di rifornimento nel caso in cui la piazzaforte fosse stata aggirata.
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Inaspettatamente, il 9 dicembre il Gen. Wavel, comandante in capo delle forze britanniche del vicino e Medio Oriente, lanciò un'offensiva in grande stile contro le posizioni di Sidi el Barrani, occupate dagli italiani durante l'offensiva di settembre. In seguito all'improvviso capovolgimento della situazione, il nostro gruppo fu assegnato al « Raggruppamento artiglieria di manovra da 149/13 » e destinato al settore marmarico per la difesa di Tobruk, il più importante porto della Cirenaica. In particolare, la 2a e la 3a batteria vennero assegnate al Settore Orientale, mentre la 1a batteria fu posta alle dipendenze del Settore Centrale. Il 150° gruppo era schierato in pieno deserto, << a la belle etoile »e cioè allo scoperto, ad oltre 16 km. dalla città di Tobruk. La zona di schieramento della mia batteria distava un paio di chilometri dalla Balbia, la litoranea che dal confine tunisino giunge sino alla frontiera egiziana, ed era dislocata a circa 2 chilometri dai reparti più avanzati di fanteria posti a difesa della cintura esterna del Settore Orientale di Tobruk. La città di Tobruk era difesa da circa 25.000 uomini (dei quali oltre 5.000 facenti parte dei servizi ausiliari), male equipaggiati ed armati con materiali non idonei alle esigenze di una guerra moderna. Per difendere la piazza di Tobruk, costituita da un rettangolo lungo 27 chilometri, largo 15 e delimitato da una cintura fortificata lunga 54 chilometri, non erano sufficienti 25.000 uomini, sparsi su una superficie così vasta, contro un nemico potentemente armato. In un ambiente pianeggiante come il deserto che non si presta alle operazioni difensive, perché mancante di posizioni forti e di appigli tattici, e che per contro facilita le operazioni offensive, perché consente l'impiego di unità meccanizzate e corazzate, la dispersione delle forze dà all'attaccante la posstbilità di aprire ampi varchi nella organizzazione difensiva nemica e di proseguire celermente in profondità. In compenso, l'esasperato diradamento dei reparti sul terreno, imposto dalla necessità di garantire un minimo di difesa ad una superficie troppo vasta in confronto alle forze disponibili in campo, diminuiva la vulnerabilità delle unità combattenti nei riguardi del fuoco nemico. Ma, per quanto riguarda il nostro gruppo, l'eccessivo diradamento ottenuto intervallando e sfalsando tra loro i singoli
La 2' batteria del CL gruppo dCl 149/13
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pezzi ed i posti comando, oltre i limiti compatibili con l'adempimento del compito, influiva negativamente sulla funzionalità del complesso. Infatti, non consentiva l'utilizzazione immediata dei dati di aggiustamento di una batteria per eseguire tempestivi concentramenti di gruppo su obiettivi mobili e fugaci come le unità meccanizzate e corazzate. L'eccessivo diradamento comportava, inoltre, il prolungamento delle linee telefoniche che collegavano tra loro i vari elementi costitutivi del gruppo. Ciò rendeva più oneroso il compito del personale addetto allo stendimento e all'allacciamento'delle linee stesse, quando venivano distrutte dall'azione di controbatteria nemica o dai bombardamenti aerei. Per tale motivo, le comunicazioni tra il comando di gruppo, i posti comando di batteria e l'osservatorio restavano a lungo interrotti e, di conseguenza, gli interventi delle batterie a favore dei fanti non potevano essere effettuati con la dovuta tempestività. L'esasperato diradamento dei reparti sul terreno costringeva, infine, le batterie ad assumere in proprio l'organizzazione e l'attuazione delle misure di sicurezza previste per la difesa vicina dei reparti stessi. Questa soluzione di ripiego aumentava il carico di lavoro del personale dipendente, impegnato senza posa nelle molteplici attività sorte con il precipitare degli eventi e, nel contempo, esponeva maggiormente i reparti alle offese di elementi nemici poiché le armi in dotazione non erano sufficienti per attuare una difesa a giro di orizzonte.
3.
SITUAZIONE PARTICOLARE DEL
150"
GRUPPO
Sin dall'inizio della controffensiva de] Gen. Wavell, sulle unità schierate a difesa di Tobruk si intensificarono i bombardamenti della flotta inglese che incrociava indisturbata al largo della costa marmarica, e dell'aviazione alleata, che regnava sovrana nel cielo di Tobruk per l'assenza della nostra caccia, impegnata senza posa a protezione dei convogli marittimi provenienti dalla madre patria, e dei bombardieri in missione sulla base navale di Alessandria.
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Dopo la caduta di Bardia, la 7a divisione corazzata inglese aveva occupato, con un movimento ad ampio raggio nel deserto, la Balbia, un centinaio di chilometri ad ovest di Tobruk, tagliando in tal modo l'unica via attraverso la quale giungevano i rinforzi di personale e mezzi ed i rifornimenti di viveri, munizioni e carburanti. A difesa del porto di Tobruk vi era soltanto l'incrociatore San Giorgio il quale non era in grado di proteggere l'afflusso di rifornimenti via mare, per la presenza della flotta inglese, al largo della costa marmarica e, pertanto, restava ancorato nel porto protetto dalle sue artiglierie e da una robusta rete antisiluro. Contemporaneamente all'occupazione della Balbia, da parte della 7a divisione corazzata inglese, ebbe inizio l'accerchiamento di Tobruk, con l'arrivo della 6a divisione australiana. E da quel giorno, i reparti schierati a difesa della cintura esterna furono sottoposti anche al fuoco dell'artiglieria alleata, dotata di moderni e potenti mezzi. I pezzi da campagna inglesi da 88/27 disponevano di gittate superiori (oltre 13 km.) a quelle dei nostri materiali di corpo d'armata da 149/13 (9 km.) e da 105/28 (11 km). Anche le due batterie del nostro gruppo, a causa del loro schieramento piuttosto avanzato per compensare l'insufficienza delle gittate, furono ben presto sottoposte ad intenso fuoco di controbatteria. Inoltre, non essendovi alcuna valida difesa contraerea in atto, le batterie furono sòttoposte al mitragliamento a bassa quota della caccia alleata. L'unica batteria contraerea schierata sul fianco destro del gruppo era stata costretta ad abbandonare la posizione, dopo alcuni giorni di intensa attività, poiché la metà dei suoi pezzi era stata ridotta al silenzio dalla controbatteria nemica. La schiacciante superiorità dell'artiglieria inglese era dovuta, oltre che alle maggiori gittate ed alla maggior potenza, al netto predominio della loro aviazione che consentiva l'impiego continuo ed indisturbato dell'osservazione aerea, unico mezzo idoneo per la ricerca degli obiettivi e per l'osservazione del tiro in un terreno pianeggiante come il deserto. Per l'osservazione del campo di battaglia, i reparti italiani impiegavano altane in legno di circa 10 metri di altezza e collocate a non più di 500 metri dagli elementi avanzati di fonteria. Ogni gruppo disponeva di una altana e per quanto riguarda il nostro gruppo, dall'alto di quella altana il comandante della
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3" batteria ed io svolgevamo a turno, a giorni alterni, le mansioni di ufficiali osservatori con il compito di sorvegliare il campo di battaglia per raccogliere dati informativi, ricercare obiettivi ed, in particolare, aggiustare il tiro del nostro gruppo e, se necessario, anche quello di altre unità di artiglieria. Un giorno in cui svolgevo le mansioni di Ufficiale osservatore, mi fu affidato il compito di aggiustare il tiro dell'incrociatore « S . Giorgio» su elementi corazzati in movimento lungo la Balbia. Tale organizzazione, in un ambiente disperatamente uniforme come il deserto, limitava il campo di osservazione in profondità e metteva in continuo pericolo la vita dell'osservatore il quale, appollaiato sull'altana, veniva sistematicamente investito da violenti tiri di accecamento e di disturbo. Il Comandante di batteria che svolgeva compiti di osservazione, quando non veniva messo fuori combattimento, vedeva grandinare attorno all'altana una gragnuola di colpi che, sollevando spesso nuvole di sabbia, impediva la visione del campo di battaglia, faceva saltare le linee telefoniche o danneggiava gli apparati e, talvolta, metteva fuori uso i mezzi tecnici per l'osservazione e l'aggiustamento del tiro. Durante uno di questi interventi dell'artiglieria inglese, gettandomi sul fondo dell'altana, nell'udire il sibilo dei proiettili in arrivo, mi trovai miracolosamente illeso mentre, sparsi sulla sabbia, giacevano i resti degli apparati di trasmissione e dei mezzi tecnici per l'osservazione del tiro. L'incontrastato impiego dell'osservazione aerea offriva al nemico anche la possibilità di individuare la dislocazione dei reparti schierati a difesa di Tobruk e di tenere sotto controllo i movimenti dei mezzi adibiti ai servizi logistici. Ciò consentiva l'immediato intervento dell'aviazione alleata sulle unità di artiglieria, le sole in grado di ostacolare, almeno in parte, e nel raggio delle loro gittate, l'attività nemica e sulle autocolonne impegnate nell'assolvimento dei compiti logistici. L'osservazione aerea, inoltre, ostacolava le operazioni giornaliere dei reparti più avanzati in quanto provocava il tempestivo intervento dell'artiglieria inglese ogni volta che l'osservatore aereo segnalava movimenti od attività dei reparti stessi. Per tale motivo, il nostro gruppo sul quale l'osservazione aerea aveva aggiustato il tiro di batterie dì calibro diverso era costretto a svolgere le principali operazioni sull'imbrunire. Ma anche durante le ore notturne, le attività delle batterie
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erano ostacolate da brevi e violen ti tiri di disturbo effettuati ad intervalli irregolari dall'artiglieria. A causa delle difficoltà concernenti il rifornimento munizioni, il comando di settore aveva disposto che i gruppi erano autorizzati ad intervenire, tempestivamente, su richiesta dei fanti, oppure dopo aver ottenuto l'autorizzazione del Comando Superiore qualora le richieste d'intervento fossero state inoltrate dagli Ufficiali osservatori. Se i gruppi fossero intervenuti di loro iniziativa, i colpi sarebbero stati addebitati agli Ufficiali osservatori. In seguto a tale ordine, non mi è stato possibile, più volte, far intervenire tempestivamente le batterie su personale e mezzi in azione nel settore di tiro del gruppo, poiché l'autorizzazione d'intervento giungeva quando gli elementi nemici, meccanizzati o corazzati, si erano già dileguati dopo aver assolto indisturbati i loro compiti. Sui reparti più avanzati, posti a difesa del perimetro di Tobruk, incombeva anche la minaccia delle incursioni notturne dei Commandos Australiani i quali, spostandosi silenziosamente nel deserto, attaccavano con audaci colpi di mano e col favore delle tenebre uccidendo e catturando quanto più uomini potevano. A questa minaccia, per il suo schieramento avanzato, era esposto anche il nostro gruppo ed in particolare la mia batteria, schierata a qualche chilometro dal mare, principale via di infiltrazione dei Commandos Australiani. Per fronteggiare queste incursioni, la nostra batteria non disponeva di armi adeguate. Non aveva bombe a mano in dotazione e delle quattro mitragliatr ici in organico, due erano state distrutte dai tiri di controbatteria e le altre due, inviate alla riparazione presso l'officina di Tobruk, erano state restituite senza che fossero state eseguite le necessarie riparazioni per mancanza di pezzi di ricambio. Ai fini della difesa vicina, il deserto non offriva alcun ostacolo naturale e le batterie non disponevano di materiali da utilizzare come ostacoli artificiali e neppure di mine antiuomo o anticar ro. Per la difesa vicina, le batterie dovevano fare ampio ricorso al pattugliamento notturno che influiva negativamente sul rendimento fisico della truppa, alquanto ridotta rispetto agli organici ed impegnata, senza posa, nelle molteplici attività diurne e notturne.
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L'organico della batteria (100 uomini), dopo l'assegnazione del gruppo al settore marmarico, era sceso al 50% per le perdite subite e per il motivo che un certo numero di artiglieri era stato trasferito alle dipendenze del comando della piazza di Tobruk, compresi gli autisti con i loro automezzi, per essere adibiti ai servizi logistici, duramente colpiti dai bombardamenti aerei e navali. In batteria, oltre al sottocomandante ed un comandante di sezione, era rimasto soltanto il personale indispensabile per il funzionamento del posto comando di batteria, della linea pezzi, dei collegamenti e dell'osservatorio di gruppo. Gli artiglieri rimasti in batteria erano, pertanto, sottoposti ad un vero e proprio « tour de force ». Nelle ore notturne, prende.vano parte alle azioni di pattugliamento per la difesa vicina ed al rifornimento munizioni che, normalmente, veniva effettuato a braccia. Durante il giorno, nelle pause del tiro e quando l'attività nemica lo consentiva, erano impegnati nell'esecuzione di lavori campali, alquanto faticosi per l'elevata temperatura dell'ambiente: ricoveri per il personale, postazioni pezzi, riservette munizioni ed, in particolare, nello scavo di un ampio e profondo fosso anticarro attorno alla posizione della batteria. Tutti questi lavori venivano eseguiti con lo scarso personale disponibile e con utensili in pessimo stato d'uso. Gran parte dei badili e delle gravine in dotazione avevano i manici rotti e questi non potevano essere sostituiti con materiale di circostanza per l'assoluta mancanza di vegetazione. Per i motivi sopraddetti, la capacità operativa del gruppo aveva subito una notevole flessione. Sull'efficienza del gruppo influiva anche lo stato di completo isolamento in cui le batterie erano venute a trovarsi in seguito all'esasperato diradamento dei reparti sul terreno, imposto dalla necessità di garantire un minimo di difesa ad una superficie troppo vasta in confronto alle forze disponibili. Ciò costringeva il gruppo a fare affidamento soltanto sulle proprie forze. La drastica riduzione di personale, in quel mare di sabbia così disperatamente vuoto ed uniforme, richiamava alla mente la celebre frase di Virgilio « rari nantes in gurgite vasto ». Anche noi « rari milites in deserto vasto » eravamo in balia di tragici eventi e sottoposti, come Enea ed i suoi compagni di sventura, a disagi e privazioni e condannati ad affrontare tristi e dolorose vicende.
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4.
Luigi \V eiss CONDIZIONI FISICHE DELLA TRUPPA
L'ambiente naturale del deserto influiva negativamente sul fisico dei combattenti per il forte sbalzo di temperatura tra il giorno e la notte e per la sabbia che, sollevata dai ghibli (il vento del Sahara), penetrava dappertutto, persino nelle casse degli orologi; bruciava gli occhi e la gola, rendeva immangiabile il cibo, trasformava in poltiglia la poca acqua disponibile e infiltrandosi tra le superfici mobili delle armi ne provocava l'inceppamento per il maggior attrito. A questi elementi negativi, per quanto riguarda la nostra batteria, si devono aggiungere lo scarso vitto, costituito da tonno in scatola; la mancanza assoluta cli frutta e verdura e, soprattutto, la p enuria di acqua dovuta alla difficoltà dei rifornimenti ed al fatto che alcuni contenitori di quel prezioso liquido erano stati distrutti dall'azione di controbatteria. Inoltre, la mancanza di acqua per l'igiene del corpo e l'indisponibilità di biancheria intima pulita aumentavano il disagio degli artiglieri, per il diffondersi di parassiti di ogni genere, pidocchi e pulci in particolare. Le condizioni fisiche della truppa, debilitata dal vitto insufficiente, spossata dalla frenetica attività svolta di giorno e di notte, dai continui bombardamenti e da una forma di dissenteria, caratteristica delle regioni desertiche, erano alquanto precarie. Malgrado ciò, nel campo disciplinare il comportamento della truppa fu, nel complesso, soddisfacente, nonostante che, alla partenza dall'Italia, l'organico della batteria fosse stato completato con personale proveniente da altri reparti i quali, logicamente, avevano colto l'occasione per allontanare quegli elementi che non davano affidamento per i loro trascorsi.
5.
SVOLGil'v!ENTO DELLA SITUAZIONE
A partire dal 7 gennaio, si ebbero le prime avvisaglie dei preparativi nemici per l'attacco finale. Aumentarono i lanci dei manifestini che invitavano i combattenti di Tobruk alla resa. La R.A.F. intensificò la sua presenza nel cielo marmarico; i bombardamenti di artiglieria ripresero con maggior intensità;
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gli attacchi ed i colpi di mano notturni dei Commandos australiani divennero più frequenti. Questi ultimi, in particolare, contribuirono ad aumentare la tensione nervosa della truppa in quanto provocavano quel senso di smarrimento che suscita un ambiente come il deserto dove il nemico può apparire all'improvviso, in qualunque momento e dalle provenienze più impensate. Anche gli avvenimenti del giorno 8 ebbero un certo effetto sul morale dei soldati. Verso le 5 di quel mattino, il personale della batteria, vedendo avvicinarsi una spessa nuvola di polvere, ebbe la sensazione che gli inglesi stessero già attaccando. Era, invece, una lunga colonna di veicoli militari e civili di ogni tipo, di carri armati, di autoblindo, di cavalli e persino cli cammelli che, nella massima confusione, si dirigeva verso Tobruk. Si trattava dei superstiti della « colonna Maletti », dei reparti libici e delle guarnigioni di Sidi el Barrani e di Bardia che tentavano, con ogni 'mezzo, di sottrarsi alla cattura ed ai mitragliamenti della R.A.F.. Molti di questi sfortunati combattenti sostarono presso la nostra batteria, in cerca di cibo e di acqua. Alcuni di loro portavano bende insanguinate; tutti apparivano in pessime condizioni fisiche e morali, stremati dalla fatica, con lo sguardo lucido per le notti insonni e descrivevano, con espressioni colme di terrore, la schiacciante superiorità dei mezzi alleati ed, in particolare, dell'artiglieria e dei carri armati pesanti contro i quali nulla potevano né i carri italiani, dalla corazza sottile, né i pezzi controcarri da 47 /32. Raccontavano, inoltre, che gli inglesi durante gli attacchi costringevano i prigionieri italiani a marciare davanti ai loro mezzi corazzati. Questa notizia non era vera; era nata dal fatto che, in una guerra come quella del deserto, caratterizzata dal rapido evolversi della situazione, dovuto all'elevato ritmo dei combattimenti per la maggiore mobilità delle unità corazzate, capitasse talvolta che i combattenti perdessero l'orientamento, a causa delle spesse nuvole di fumo e di polvere sollevate dagli scoppi e dai mezzi in movimento, e che, non sapendo dove si trovassero i loro avversari, avanzassero senza rendersene conto davanti ai carri nemici, dando così l'impressione che fossero costretti a marciare sotto la loro minaccia.
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Gli avvenimenti di quel mattino furono per i nostri artiglieri una conferma di quanto temevano e cioè di dover combattere con armi inadeguate e scadenti contro un nemico potentemente armato. Da quel giorno, durante le notti insonni, gli artiglieri volgendo lo sguardo al cielo, solcato dai proiettili traccianti, o scrutando ansiosi l'orizzonte, illuminato dai bagliori dei bombardamenti e dalle vampe delle artiglierie nemiche in azione, si auguravano che i prossimi avvenimenti serbassero loro un destino migliore di quello dei loro sfortunati colleghi. I preparativi alleati per la conquista di Tobruk si protrassero per una quindicina di giorni durante i quali i nostri avversari che avevano il dominio dell'aria e del mare, continuarono a martellare con massicci bombardamenti, le installazioni e le unità schierate a difesa di Tobruk. Fortunatamente, in confronto alle tonnellate di esplosivo rovesciate sulla nostra zona di schieramento, le perdite in vite umane non furono pesanti, grazie ai ricoveri da noi costruiti ed al fatto che non tutti i proiettili esplodevano all'impatto con il terreno sabbioso, oppure esplodevano dopo essere penetrati nella sabbia per cui lo scoppio della carica avveniva sotto la superfice del suolo e, producendo un « effetto mina», colpiva soltanto coloro che si trovavano nel cono di proiezione delle schegge (1). Aumentarono anche le incursioni di pattuglie di combattimento, allo scopo di trovare nel sistema difensivo italiano un punto debole contro il quale esercitare lo sforzo principale e, nel contempo, creare confusione nei comandi costringendoli a trasferire le riserve da un settore all'altro. Durante gli scontri di quei giorni, anche le nostre batterie intervennero, senza posa, su ordine del comando di gruppo od a richiesta dei fanti, per ostacolare o rallentare l'attività operativa del nemico.
6.
MODALITÀ DELLA CATTURA
Il 20 gennaio, verso l'ora del crepuscolo che a quelle latitudini è di breve dur ata, poiché nello spazio di pochi minuti il sole (1) Totale perdite
19%.
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scende sotto l'orizzonte e le stelle cominciano a brillare tra i bagliori r ossastri del tramonto, l'attività nemica diminuì all'improvviso, rispetto a quella dei giorni precedenti, sino a cessare quasi del tutto. Solo verso Or iente l'orizzonte era illuminato, ad intervalli irregolari, dalle vampe dell'artiglieria inglese che stava effettuando sporadici tiri di disturbo. Un silenzio grave e minaccioso precedette la battaglia finale per la conquista di Tobruk. Verso le ore 21, dal comando di gruppo giunse l'ordine di intensificare le misure di vigilanza e di aderire tempestivamente alle richieste di fuoco dei fanti poiché le varie fonti d'informazioni concordavano nel riferire che gli alleati stavano completando la loro organizzazione offensiva. Nel cielo terso di quella limpida notte, la bianca luna a ttirava con il suo argenteo chiarore lo sguardo inquieto degli artiglieri che, inchiodati ai loro pezzi in vigilante attesa, rivolgevano il pensiero ai cari lontani e, consapevoli che il prossimo combattimento sarebbe stato quello decisivo, si chiedevano, come succede alla vigilia di ogni battaglia, quale sarebbe stato il loro domani con un misto di timore e di speranza. E la speranza che il nemico avesse rimandato il giorno dell'attacco continuò ad albergare nell'animo dei soldati fin tanto che gli alleati si limitarono ad effettuare qualche tiro di disturbo. Ma, verso le tre di notte, quel periodo di relativa calma, che sembrava quasi irreale, fu bruscamente interrotto da un rumore sordo, simile al brontolio soffocato del tuono. Era il rombo di centinaia di motori dei mezzi corazzati e dei veicoli blindati che in lontananza stavano muovendo, dalle loro zone di attesa, per il dispositivo di attacco. Ebbe così inizio l'ultimo atto della battaglia per la conquista di Tobruk. Improvvisamente, verso le 4,30, esplosero alti nel cielo i razzi illuminanti che, scendendo lentamente verso terra, resero ancor più visibili, con il loro livido chiarore, i reparti schierati sul deserto. Qualche istante dopo, una luce immensa si propagò per tutta la lunghezza dell'orizzonte, seguita da un tremendo boato che riempì l'aria di quella limpida notte africana. Il nemico iniziava la sua preparazione per l'attacco con l'impiego di artiglieria ed aviazione e con l'appoggio della flotta e della portaerei « Illustrious ».
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Centinaia di bocche da fuoco rovesciavano t onnellate di proiettili di ogni calibro sui reparti posti a difesa del perimetro esterno di Tobruk. Spitfire e bombardieri si alternavano sul deserto mitragliando tutto ciò che poteva costituire un valido bersaglio e seminando grappoli di bombe che, esplodendo all'impatto col terreno, sollevavano alte colonne di sabbia e di polvere. La flotta, dal largo della costa Marmarica, bombardava senza incontrare opposizione la Via Balbia, i depositi munizioni e carburanti, le installazioni militari del porto di Tobruk. Dopo un'intensa preparazione durata alcune ore, le fanterie alleate si lanciarono all'attacco precedute dal fuoco di appoggio dell'artiglieria e sostenute da quello di accompagnamento delle unità corazzate, che seguivano a breve distanza, pronte a schiacciare con il loro peso i centri di resistenza che la fanteria non avrebbe potuto eliminare. La reazione italiana fu immediata; tutte le artiglierie disponibili intervennero a massa, nel tentativo di creare una cortina di fuoco davanti alle posizioni più avanzate per rallentare e, possibilmente, arrestare l'offensiva alleata. Anche il nostr o gruppo intervenne nella lotta sparando, senza interruzione, centinaia di colpi per ostacolare l'attività di fuoco e di movimento delle forze nemiche e svolgendo azioni di sbarramento a protezione delle nostr:e unità impegnate nella difesa del settore orien tale. I miei artiglieri combattevano con tenacia, pur sapendo che l'azione offensiva nemica non poteva essere efficacemente contrastata per la forte disparità di forze impegnate nell'impari lotta. I capi-pezzo, incuranti dei colpi che si abbattevano sulla batteria, ripetevano con voce ferma i dati trasmessi dal sottocomandante; i puntatori collimavano rapidamente ai falsi scopi, dopo aver riportato i dati sulle graduazioni dei cannocchiali panoramici; gli altri serventi porgevano ai caricatori, in rapida successione, i pesanti proiettili che i nostri cannoni ingoiavano ed espellevano con la massima celerità. Purtroppo, la lunga ed intensa preparazione svolta dagli alleati prima dell'attacco si era abbattuta, con estrema violenza, anche sul nostro gruppo schierato a sostegno dei reparti posti a difesa del settore orientale, ove il nemico aveva concentrato la sua potenza offensiva poiché, in quel settore, la vicinanza della Balbia facilitava l'alimentazione dell'attacco.
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Dopo alcune ore di incessanti bombardam enti, la situazione in batteria stava diventando sempre più critica. La valanga di colpi che si abbatteva sullo schieramento dei pezzi, il sibilo dei proiettili in arrivo e, soprattutto, il fragore delle detonazioni stordivano e disorientavano i serventi i quali, pur essendo consapevoli che l'esito del combattimento dipendeva, in gran parte, dal sostegno che l'artiglieria avrebbe dato ai fanti, non riuscivano più a disimpegnare le p roprie mansioni con azioni rapide e concordi. Verso le otto del m attino, la situazione era diventa ta insostenibile. Proiettili di ogni calibro si rovesciavano, sen za posa, sulla zona di schieramen to esplodendo gli u ni accanto agli altri ed ogni esplosione sollevava alte colonne di fumo e di sabbia che bruciavano gli occh i e seccavano la gola, aumentando il tormento della sete e rendendo faticosa la respirazione. La r icezione degli ordini, trasmessi con il m egafono dal posto comando di batteria alla linea pezzi, avveniva con notevole difficoltà per il fragore degli scoppi che si sovrapponeva al rombo dei nostri cannoni. Ancora più difficili erano per puntatori e capipezzo l'esecuzione ed il controllo di tali ordini, a causa della spessa coltre di polvere e di fumo che gravava sulla zona e che, riducendo alquanto la visibilità, ostacolava le operazioni di puntamento. Il grado di efficienza dei pezzi era sceso al disotto del SO% . Il 1° pezzo era stato ridotto al silenzio dal tiro di controbatteria. Il 4° pezzo era, ormai, inefficiente; la sabbia penetrata nei cilindri degli organi elastici impediva il passaggio dell'olio attraverso le luci che consentono il funzionamento del sistema " freno di sparoricuperatore ". La celerità di tiro degli altri due pezzi er a inferiore a quella normale poiché il r itorno in batteria delle masse rinculanti avveniva a scatti, a causa dei prolungati interventi eseguiti senza rispettare i prescritti turni di riposo e per l'insufficiente lubrificazione delle superfici m obili a contatto. Il sistema dei coJ!egamenti r adio e a filo non esisteva più. I bombardamenti avevano reso inefficienti gli apparati, distrutto le linee telefoniche e messo fuori combattimento il personale incaricato di p rovv,edere al loro allacciamento. In quel la disperata situazione, gli artiglieri combattevano una dura lotta anche contro se stessi, per reagire allo sconforto che cominciava ad insinuarsi nei loro animi; la pioggia di bombe
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che si rovesciava sulle loro teste li lasciava inebetiti, appena capaci di eseguire meccanicamente gli ordini impartiti dai capipezzo. Alcuni di essi, giunti al limite del crollo nervoso, avevano perduto « l'animus pugnandi » e, non avendo più la forza di reagire, intralciavano con il loro abulico comportamento le operazioni degli altri serventi; sembrava quasi che il frastuono degli scoppi avesse tolto loro persino l'istinto di conservazione. Non essendo più possibile riprendere i collegamenti con il comando di gruppo e con l'osservatorio per ottenere informazioni sugli sviluppi della situazione, mi resi conto, dal perdurare dei bombardamenti, che la battaglia per la conquista di Tobruk stava volgendo al suo epilogo. Ordinai, pertanto, di continuare il fuoco di sbarramento sui tratti previsti sino all'ultimo colpo esistente in batteria. Verso le ore nove del giorno 21, mentre i serventi consci della gravità del momento si battevano sorretti dalla forza della disperazione, il mio sguardo fu attratto da un folto gruppo di sagome umane che sfilava sul fianco destro della batteria, ad una cinquantina di metri. A causa del polverone che avvolgeva la zona di schieramento, non fui in grado di individuare chi fossero ed a quale reparto appartenessero. Ritenendo che si trattasse di nostri fanti in fase ripiegamento, cercai coadiuvato dal sottocomandante di richiamare la loro attenzione affinché si unissero a noi per rinforzare la difesa vicina della batteria, praticamente inesistente per carenza di personale e per mancanza di armi automatiche e controcarro e di bombe a mano. Ma, con nostra grande sorpresa, ricevemmo in risposta una violenta raffica di mitragliatrice che causò il ferimento di alcuni serventi. Superato il primo attimo di sbigottimento e osservando con maggior attenzione quelle sagome che stavano emergendo dal polverone ci accorgemmo, dalla forma piatta dei loro elmetti, che si trattava di soldati nemici. Le forze alleate, che si erano lanciate all'attacco con quella decisione che solo la consapevolezza della loro superiorità po· teva dare, erano riuscite a sfondare nel nostro settore orientale e quelle sagome emergenti dal polverone erano i fanti di un reparto austrnliano che, con l'appoggio di mezzi corazzati e cingolati, stavano proseguendo l'azione offensiva in profondità.
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Immediatamente, diedi l'ordine di sospendere il fuoco di sbarramento e di puntare i due pezzi ancora efficienti contro gli australiani che, in file compatte baionette in canna, si lanciavano contro la nostra posizione. Mentre incitavo i serventi ad accelerare i tempi di intervento sparando con alzo zero, per bloccare almeno temporaneamente l'avanzata del nemico, vidi apparire sul davanti della batteria, all'altezza del fosso anticarro, tre cingolette ed un carro armato che si accingevano a sostenere con il loro fuoco l'attacco dei fanti australiani. Tentai, allora, di richiamare l'attenzione dei serventi su questa nuova minaccia ma il mio tentativo fu bruscamente interrotto dal grido « hands up>> (mani in alto) urlato ripetutamente alle mie spalle, mentre due soldati mi appoggiavano le canne dei loro fucili alle reni ed altri due mi immobilizzavano afferrandomi alle spalle. Il nemico, favorito dalle condizioni ambientali e dal fattore sorpresa, era riuscito a portare a termine la sua manovra avvolgente. Mentre con tutte le nostre ener gie residue eravamo impegnati a fronteggiare le minacce provenienti dalla fronte e dal fianco destro della batteria, un altro reparto australiano che proveniva dalla Balbia e cioè dal fianco sinistro del nostro schieramento, approfittando della scarsa visibilità, si era furtivamente calato nell'ampio fosso anticarro da noi costruito attorno ai pezzi e, procedendo inosservato lungo il fosso stesso, era riuscito ad aggirare la nostra posizione ed a coglierci alle spalle ( vds. all. 1). L'azione nemica fu così impr ovvisa e rapida che gli artiglieri riuscirono a sparare un solo colpo per pezzo, prima di essere sopraffatti dalle forze australiane e non ebbero neppure il tempo di impugnare le armi individuali che, durante gli interventi, vengono deposte in vicinanza dei pezzi per consentire maggiore libertà di movimento ai serventi. Fu così che gli artiglieri della 2a batteria, ridotti a pochi uomini armati con materiale scadente ed inadeguato alle esigenze di una guerra moderna, a corto di viveri e di munizioni, stanchi per le notti insonni e per la febbrile attività svolta, esausti per la tensione nervosa dovuta ai continui bombardamenti, furono costretti a cedere le armi di fronte a prevalenti forze ne-
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miche, dopo essersi battuti valorosamente in una guerra non vo¡ luta ma accettata come un dovere verso la patria, per la quale molti di essi sacrificarono la loro giovane esistenza ed i superstiti trascorsero lunghi anni di prigionia nei campi di concentramento dell'Egitto, dell'India, dell'Australia, del Kenya e del Sud Africa.
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LEGENDA (1) Posto Comando di Batteria
(2) Linea Pezzi (3) Fosso anticarro (4) Reparti di Fanteria Australiani (5) Mezzi cingolati e corazzati
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SECONDA PARTE
B REVI CENNI S UL PERIODO DI PRI GIONIA
Una battaglia era perduta; ne cominciava un'altra, questa volta non solo contro le privazioni, i disagi, le epidemie, ma anche contro il lento trascorrere del tempo e, soprattutto, contro noi stessi per non cedere alla disperazione e sopravvivere alla tragedia che stavamo vivendo. La battaglia per la conquista di Tobruk si protrasse fino al giorno 23 ed anche per noi prigionieri non ebbe fine con la cattura. Mentr e gli australiani portavano a termine l'operazione di rastrellamento, fummo sottoposti ad un violento fuoco di repressione da parte dell'artiglieria italiana, schierata a sostegno dei nostri reparti posti a difesa della cintura interna di Tobruk. Fortunatamente, i tiri di repressione causarono soltanto alcune perdite tra i militari australiani. In seguito, mentre ci conducevano verso l'interno del deser to, fummo ancora sottoposti al fuoco della nostra artiglieria che, purtroppo, causò il ferimento di nostri soldati appartenenti a reparti di fanteria. Nel tardo pomeriggio, giungemmo nei pressi dell'aer oporto di El Adem dove, tra le macerie delle aviorimesse, giacevano le carcasse dei nostri aerei colpiti al suolo durante le incursioni della Royal Air Force. In mezzo a tante distr uzioni, mi fu di conforto il pensare che mio fratello, ufficiale pilota da caccia, si trovava lontano da El Adem, sua base aerea per oltre un anno, essendo ancora con,valescente per le gravi ferite riportate in un duello aereo nel cielo di Forte Capuzzo, situato alcuni chilometri a Sud¡Est di Tobruk. Ma la speranza di poterlo, un giorno, riabbracciare fu una vana speranza. Purtroppo, al termine del conflitto cadde in combattimento, dopo essersi battuto valorosamente per lunghi 4 anni nei cieli dell'Africa Settentrionale, del Mediterraneo, dell'Italia, della Francia, della Grecia, della Iugoslavia e dell'Albania.
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Verso l'ora del tramonto, dopo lunghe, interminabili ore di marcia, portando a spalla i nostri feriti, gli australiani ci fecero sostare in un punto imprecisato del deserto dove avevano approntato delle vasche di gomma colme di acqua mista a sabbia. Su queste vasche, la massa dei prigionieri in preda al tormento della sete si gettò a capofitto con incontrollata violenza, costringendo i nostri custodi ad intervenire con le armi per ristabilire l'ordine. Al termine di quella tragica giornata, assistemmo con indescrivibile tristezza alla lenta agonia di Tobruk, sottoposta all'incessante martellamento dell'aviazione e della flotta alleate. Alte fiamme, provocate dalle esplosioni dei depositi munizioni, si innalzavano come fuochi d'artificio illuminando a giorno l'orizzonte con il loro livido bagliore seguito dal frastuono lacerante degli scoppi. La nafta, sfuggita dai serbatoi carburanti, bruciava furiosamente creando una pesante cappa di fumo nero sulla zona del porto, inondata da un mare di fiamme. Nel cuore della notte, mentre con la distruzione di Tobruk crollavano le nostre ultime speranze in una controffensiva dell'asse, udimmo in lontananza il ronzio di un aereo che si avvicinava velocemente e, qualche istante dopo, il sibilo delle bombe che piovevano sulle nostre teste. Istintivamente, mi allontanai correndo dalla massa dei prigionieri per sottrarmi all'effetto micidiale degli scoppi. Ma percorsi pochi metri, spinto violentemente alle spalle dall'onda esplosiva, caddi, pesantemente al suolo sotto una pioggia di sabbia, mentre il fragore delle esplosioni lacerava l'aria circostante. Un aereo di nazionalità sconosciuta aveva scambiato per un accampamento nemico i fuochi che alcuni prigionieri avevano acceso per difendersi dal freddo, reso ancor più pungente dalle nostre precarie condizioni fisiche. Oltre 400 morti e alcune centinaia di feriti furono le vittime di quel bombardamento tra i prigionieri italiani, che gli alleati avevano ammassati in uno spazio ristretto per sottoporli a più stretta sorveglianza. Ebbe, così inizio, un'altra notte piena d'angoscia. In mezzo al caos, alla confusione ed alla morte che imperavano nel deserto, le urla dei soldati martoriati dalle schegge delle bombe laceravano l'aria satura dell'odore dei gas prodotti dalle esplosioni.
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Molti di loro, sentendosi morire, cercavano con tutte le forze residue di sopravvivere pregando o chiedendo aiuto con lamentose invocazioni che salivano al cielo sempre più flebili. Altri, invece, consci della gravità delle ferite e in preda allo sconforto, supplicavano con voce fioca i compagni superstiti di por fine alla loro esistenza, non avendo più la forza di sopportare una lunga e penosa agonia. Sul posto non vi era alcuna assistenza medica e, nel buio della notte, nessuno era in grado di portare soccorso ai feriti, che giacevano sulla sabbia accanto ai cadaveri ancora caldi dei loro sfortunati colleghi. E, così, gran parte di loro moriva lentamente invocando i cari lontani e tutti i santi protettori od imprecando contro il crudele destino per tanto inutile scempio di vite umane. Alle prime luci dell'alba, con l'animo angosciato per la strage e la morte che vedevo tutto intorno, mi aggirai tra quei corpi orrendamente mutilati alla ricerca dei miei soldati. In mezzo a quella carneficina, che emanava un fetore nauseante di cadaveri in decomposizione, rintracciai cinque artiglieri della mia batteria che giacevano sul deserto con i lineamenti stravolti dal dolore e con i visi pallidi per il sangue perduto. Tutti chiedevano con accenti disperati qualcosa da bere, ma nessuno poteva esaudire le loro richieste poiché non vi era una sola goccia di acqua per inumidire le loro labbra arse dalla sete e dalla febbre. Tre artiglieri erano in condizioni disperate e benché la natura delle loro ferite fosse tale da non lasciare dubbi in proposito cercai, nei limiti del possibile, di rincuorarli e di ravvivare nei loro animi l'illusione di poter sopravvivere che, ormai, li stava abbandonando. Questo fu l'ultimo atto pietoso che potei compiere per alleviare le sofferenze di quegli sventurati ragazzi ai quali ero legato da stretti vincoli di solidarietà per la comunanza degli ideali, dei sacrifici, dei pericoli e degli eventi prosperi od avversi che aveva unito, come membri di una sola famiglia, gli artiglieri della 2° batteria. Tra i feriti vi era anche il mio autista al quale fu amputato un piede da un ufficiale medico australiano, giunto sul posto nel tardo pomeriggio. Data l'urgenza dell'intervento, l'operazione fu eseguita senza togliere lo scarpone che venne, poi, gettato (arto compreso) tra i cadaveri che giacevano sul deserto.
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Il giorno 23, dopo aver rivolto un ultimo pensiero ai nostri compagni caduti durante il bombardamento notturno e che giacevano ancora insepolti sull'arida sabbia del deserto, riprendemmo la marcia pungolati senza tregua dalle baionette dei militari australiani che, approfittando della nostra condizione di prigionieri, si facevano consegnare quanto era rimasto in nostro possesso ricorrendo anche alla forza, se necessario, come fecero nei miei riguardi per impossessarsi dell'orologio e della catenina che portavo al collo: « Vae Victis». Anche quel giorno, la marcia si svolse in pieno deserto poiché Funica rotabile esistente, la Balbia, era percorsa da lunghe colonne di automezzi impegnati nei rifornimenti delle forze alleate che, dopo la caduta di Tobruk, proseguivano la loro avanzata verso occidente per la conquista di tutta la Cirenaica. Verso le 11 di quel mattino, mentre procedevamo sotto un sole cocente i cui raggi filtravano implacabili attraverso le nuvole di polvere sollevate dalle nostre stanche membra, il mio sguardo fu attratto da un militare che con ampi gesti della mano cercava di richiamare la mia attenzione. Era un artigliere della nostra batteria che mi veniva incontro con mezzo limone in mano, da lui pescato non so dove, e per offrirmelo aveva vagato a lungo tra la folla di prigionieri che, esausti per la fame e la fatica, con le labbra arse dalla sete, le barbe incolte e le divise ormai logore, avanzavano in ordine sparso, come ;,ma tribù di selvaggi alla disperata ricerca di un'oasi nel deserto. Quella dimostrazione di attaccamento al proprio comandante in un momento in cui, venuti meno i vincoli disciplinari, l'istinto di conservazione cominciava a prevalere sullo spirito di corpo e sui rapporti gerarchici, suscitò in me una commozione profonda che, per qualche istante, mi impedì di esternare tutta la gratitudine che sentivo per tanto altruismo. Al termine di quella lunga marcia, giungemmo in un punto imprecisato della Balbia quando il sole era già basso all'orizzonte e, finalmente, gli australiani ci concessero di mitigare la nostra arsura, ricorrendo alle solite vasche di gomma colme di acqua mista alla sabbia portata dal vento. Ancora una volta, i prigionieri provati dalla sete si lanciarono su quel miscuglio di acqua e di sabbia lottando tra loro con tale violenza da costringere i nostri sorveglianti ad intervenire
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con lanci di· bombe a mano che, purtroppo, causarono il ferimento di nostri militari. L'indomani, verso mezzogiorno, ci fecero salire su automezzi le cui pareti metalliche, a lungo esposte al sole martellante di quel mattino, facevano brillare, l'atmosfera circostante di un riverbero che accecava e rendeva irrespirabile l'aria dei cassoni nei quali viaggiavamo. Al calar della sera, dopo un viaggio tra la polvere sollevata da un vento caldo che seccava ]a gola, arrivammo a Sollum in territorio Egiziano. Verso le ore 20, mentre distesi sulla sabbia cercavamo di recuperare le forze perdute nel vagare senza sosta di quei giorni, udimmo in lontananza ]e note di una canzone allora in voga, seguita da acclamazioni e grida di gioia. Erano i m ilitari inglesi addetti alla difesa del porto di Sollum che, con suoni e canti, festeggiavano la conquista di Agedabia. Il triste fascino di quella canzone ci colpì con dolce inaspettata violenza e, portandoci indietro nel tempo, ravvivò il ricordo sempre verde di un mondo lontano, di giorni felici, di voci e di volti amati. Quell'improvviso tuffo nel passato, scuotendoci dal torpore che aveva invaso le nostre membra, ci dchiamò bruscamente alla triste realtà del presente che, troppo stanchi per pensare, non avevamo ancora valutato in tutta la sua gravità. Il mattino seguente, dopo tre giorni di forzato digiuno, il personale incaricato della nostra sorveglianza distribuì una scatola di carne ogni cinque prigionieri. Né io, né gli altri quattro con i quali dovevo spartire il magro p~sto, eravamo in grado di aprire la scatola di carne poiché il nemico si era impadronito di quanto era rimasto in nostro possesso. Un anonimo collega si offrì allora di andare alla ricerca di un utensile idoneo allo scopo. La proposta fu accettata ma, purtroppo, quel gentile collega si allontanò velocemente, portando con se la scatola di carne, e non fece più ritorno. « Mors tua, Vita mea » era la legge che ormai imperava tra noi prigionieri. Il comportamento inqualificabile di quel collega verso i suoi compagni di sventura poneva maggiormente in risalto l'altruistico gesto compiuto dal mio giovane artigliere.
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Durante i trasferimenti di quei giorni, attraversammo le zone in cui, a Bardia e a Sidi el Barrani, i reparti italiani avevano tentato di arrestare l'avanzata delle forze alleate. Come a Tobruk, il paesaggio intorno a noi, piatto ed uniforme, era crivellato dai bombardamenti. Materiali di ogni genere, mezzi e rifornimenti erano disseminati dappertutto; cannoni danneggiati, capovolti, distrutti, qualche volta disintegrati dalle bombe di aereo, carcasse di carri armati trapassate da parte a parte come un colabrodo, masse contorte di autocarri e trattori ridotte in rottami di ferro. Tra i relitti sparsi sulla sabbia, spuntavano, quà e là, cassette d 'ordinanza, ruote di carriaggi, copricapi delle truppe coloniali, teli da tenda, carogne di muli, di cavalli e di cammelli coperte di mosche e, persino, strumenti musicali. Una calma spaventosa regnava sul campo di battaglia; ma non vi era una creatura umana, né un animale e neppure un canto di uccello. Quei cimiteri di materiali e di mezzi bellici erano, in quel mare di sabbia, una conferma della schiacciante superiorità delle forze alleate. Il giorno 26, dopo essere usciti indenni dai mitragliamenti dei piloti italiani che, ignari della nostra presenza, davano la caccia ai mezzi sui quali viaggiavamo, giungemmo verso l'ora del crepuscolo a Marsa Matruh. Il mattino s,e guente ci trasferirono per ferrovia, chiusi in carri bestiame, ad Alessandria, dove sognavamo di entrare da vincitori ed, invece, fummo accolti a sputi e sassate da una folla scatenata di indigeni. Da Alessandria, dopo un giorno di sosta, ci condussero con autocarri al campo di smistamento di Geneifa e, finalmente, ci fu possibile fare una doccia e liberarci dai parassiti che da mesi ci tormentavano. Dopo una permanenza di tre settimane, durante le quali il nostro vitto era costituito unicamente da cipolle lesse, una parte di noi fu trasferita al campo prigionieri di El Kassasin, situato in pieno deserto egiziano, ad est del canale di Suez nella penisola dèl Sinai. Il campo era in via di allestimento; non esistevano servizi igienici ed il rifornimento idrico avveniva una volta al giorno per mezzo di autobotti. La razione viveri, benché scarsa ed impastata di sabbia, era da noi difesa tenacemente dagli assalti dei voraci topi del de-
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serto che, durante la notte, scorazzavano indisturbati per tutto rn campo. La temperatura raggiungeva, fin dalle prime ore del mattino i 50 gradi. Al caldo torrido si aggiungevano spesso le tempeste di sabbia che trasformavano la zona in una fornace. Il caldo torrido, la sete, la penuria di cibo e le interminabili adun ate d.i controllo, alle quali ci sottoponevano più volte al giorno sotto un sole implacabile, provocavano in noi una spossatezza fisica che ci costringeva a trascorrere le giornate distesi sulla nuda sabbia per conservare le poche energie residue. Le nostre divise, già logore al momento della cattura, si erano ridotte a brandelli e fummo costretti a eliminarle restando, così, per diversi mesi, in camicia e mutande. Non potendo disporre di una sola goccia d'acqua per l'igiene della persona, i parassiti avevano ripreso possesso dei nostri corpi. La scarsità di viveri e di mezzi dipendeva dal fatto che la battaglia per la conquista dell'Africa Settentrionale era anche una battaglia di rifornimenti. Il Gen. Wavell, comandante in capo di tutte le forze alleate in Medio Oriente, disponeva di 700.000 uomini dotati di armi moderne, di mezzi corazzati e di potenti forze aeronavali che richiedevano un flusso continuo di viveri, di munizioni e, soprattutto, di carburanti. I rifornimenti giungevano in Egitto via mare, attraverso la lunga rotta del Capo di Buona Speranza su convogli che viaggiavano alla velocità di 15 km/ora, impiegando due mesi da Londra ad Alessandria. Alle difficoltà logistiche si aggiungeva il fatto che un gran numero di navi veniva affondato dalle forze aero-navali dell'Asse durante la traversata del Mediterraneo e durante il periplo Africano. Di conseguenza, ben poco restava per noi prigionieri. Dopo sette mesi trascorsi in quelle disagiate condizioni, un mattino durante la conta, il sottufficiale Polacco, addetto alla sorveglianza del campo ci avvertì, con la solita frase mista di inglese-francese-italiano « To-morrow, tout bagage, partenza » che il giorno seguente saremmo stati trasferiti a Suez. Giunti a Suez ci trasportarono su grosse chiatte, che oscillavano pericolosamente per il carico eccessivo, fino allo scafo di una nave Olandese ancorata al largo del golfo.
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Su quella nave ci trasbordarono per mezzo di reti sollevate da verrricelli, come si usa per il carico delle merci. La nave, che faceva parte di un convoglio diretto in Estremo Oriente, era colma di militari destinati a rinforzare le guarnigioni inglese dell'India e della Birmania ; pertanto, per noi prigionieri restarono disponibili i locali adibiti al ricovero delle merci: le stive. Il primo giorno di navigazione il Comandante della nave ci autorizzò a salire in coperta per respirare una boccata d'aria pura. Purtroppo, la sensazione di benessere che ci procurava quello stato cli semilibertà vigilata durò soltanto « l'espace d'un matin ». Mentre l'ultimo lembo di terra Egiziana scompariva alla nostra vista, un gruppo di prigionieri esasperato dal fatto che il trasferimento in un paese lontano come l'India ci toglieva ogni speranza di essere liberati da una controffensiva dell'Asse, si abbandonò a violente dimostrazioni contro Churchill e le nazioni del Commonwealth. La speranza di essere liberati da una controffensiva dell'Asse non era infondata. La guerra in Africa Settentrionale aveva assunto, fin dall'inizio, un movimento a pendolo e per tale motivo gli alleati l'avevano denominata « ding - dong battle >>. In un primo tempo, Graziani era arrivato fino a Sidi el Barrani, in territorio egiziano. Il Gen. Wavell l'aveva poi respinto fino alla frontiera della Tripolitania occupando tutta la Cirenaica. Giunto Rommel in Africa Settentrionale, le forze corazzate italo-tedesche avevano riconquistato tutta la Cirenaica in soli 12 giorni, ributtando i britannici oltre il confine egiziano. Dopo ogni offensiva, l'esercito attaccante era stato costretto ad arrestarsi; man mano che avanzava, le sue linee di comunicazione si allungavano ed i rifornimenti arrivavano con sempre . maggiore difficoltà, soprattutto, per il massiccio intervento dell'aviazione nemica. Al contrario, l'esercito batt1+to indietreggiando si avvicinava alle proprie basi principali ed ai propri aeroporti creando le premesse per passare dalla difensiva all'offensiva. I nostri « corporis custodes » però non tollerarono quella manifestazione contro Churchill e, dopo vani, ripetuti inviti a desistere, nel timore che la protesta degenerasse in atti inconsulti, ci costrinsero a tornare nelle stive.
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Ebbe così inizio un periodo di tensione crescente poiché, da quel giorno, ci fu consentito di salire in coperta una sola volta per tutta la durata del viaggio. Nel caldo umido di quella estate tropicale, eravamo talmente stipati che non avevamo spazio per muoverci liberamente e, pertanto, trascorrevamo le interminabili giornate seduti o sdraiati sul duro fondo della stiva. La temperatura ambiente oscillava tra i 45 ed i 55 gradi, a seconda che fosse notte oppure giorno. L'aria greve e maleodorante di umidità era irrespirabile, a causa dei nostri corpi grondanti sudore che scivolava freddo e attaccaticcio lungo tutto il corpo. Il vitto, che veniva somministrato due volte al giorno, era costituito da una specie di « sbobba » cioè da una brodaglia di aspetto e sapore sgradevoli e da una fetta di pane raffermo. Le gigantesche onde, sollevate dai monsoni durante la traversata dell'Oceano Indiano, si abbattevano sulla nave con inaudita violenza sottoponendo lo scafo a continui scossoni che producevano sini$tri scricchiolii suscitando in noi il timore che le strutture della stiva stessero cedendo alla furia dell'Oceano. Durante gli attacchi dei sottomarini dell'Asse, il fragore degli scoppi delle bombe di profondità, lanciate dai caccia di scorta, rimbombava cupamente all'interno della stiva seminando panico tra i prigionieri ossessionati dall'idea che la nave, colpita da un siluro, colasse a picco nelle profondità degli abissi. Una notte, dopo aver superato lo stretto di Bab el Mandeb, che unisce il Mar Rosso al Golfo di Aden, il convoglio fu attaccato all'altezza del Capo Guardafui dai sottomarini che avevano le loro basi in Somalia. Alcuni prigionieri, svegliati di soprassalto dagli scoppi delle bombe di profondità, si lanciarono verso la scaletta che conduce in coperta, travolgendo tutto ciò che incontravano sul loro cammino. Facendo ressa in cima alla scaletta, tentarono invano di sollevare il boccaporto per uscire allo scoperto urlando come ossessi che non volevano far la fine dei loro compagni d'armi scomparsi con la nave che li trasportava in Sud Africa. Era sconcertante vedere come quei soldati, che avevano affrontato il nemico in campo aperto, perdessero il controllo dei propri nervi al minimo indizio di un pericolo incombente. Era una paura primordiale non tanto della morte, quanto del modo in cui si poteva morire chiusi in quella prigione di ferro. In quella fornace dall'aria greve che mozzava il fiato, resa più
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pesante dal vomito continuo di coloro che soffrivano il mare, riandavo spesso con il pensiero ai giorni in cui, viaggiando su moderne navi di linea, tornavo a casa libero da ogni vincolo e da ogni costrizione. Il contrasto, fin troppo evidente, tra i ricordi del passato e quella bolgia in cui gli uomini, giunti al limite del crollo nervoso, si azzuffavano per pochi centimetri quadrati di spazio o per un piatto di sbobba in più, suscitava in me sensazioni confuse e contrastanti, soprattutto, disgusto e, per trovare la forza di reagire, cercavo aiuto nella mia solitudine. In quel clima di tensione crescente che seminava tra noi intolleranza e violenza, il rumore cupo delle onde, che si abbattevano sulle pareti della stiva, rintronava le mie orecchie con ritmo martellante, richiamando alla memoria i versi Shakesperiani sul significato della vita. Life but a sorry business, it's a tale told by an idiot, full of sound and fury, signifing nothing. Ma il giorno più triste di tutto il viaggio fu, per me, quello in cui la nave passò al largo della colonia eritrea. Sulla costa africana, ad un centinaio di chilometri, si trovava Massaua il porto più grande del Mar Rosso, dove sbarcavo al termine di ogni anno scolastico. A sud-ovest di Massaua, adagiata sulle propaggini settentrionali dell'altopiano etiopico, si ergeva Asmara, dove sono nato e dove ho trascorso gli anni spensierati della mia giovinezza. Un carosello di ricordi turbinava nella mia mente; erano suoni e scene di vita a me familiari: il fascino sereno della casa paterna coperta di rampicanti sempre verdi e circondata da alti eucalipti sui quali ero solito arrampicarmi da ragazzo; la domestica negra ed i suoi racconti, popolati da stregoni e da spiriti maligni, che avevano turbato i sogni della mia infanzia; i rintocchi delle campane all'ora del Vespro e la voce del Muezzim che invitava i mussulmani alla preghiera; l'ossessionante rullare dei tamburi durante le feste del Mascal e del Ramadan. Il quartiere indigeno con i suoi bazar affollati, dove l'aroma delle essenze di sandalo si mescolava all'odore penetrante di senape e di spezie; le lunghe cavalcate al mattino attraverso i campi coperti di rugiada o nel tardo pomeriggio tra i bagliori del sole morente; i meravigliosi tramonti, le incantevoli notti, le grandi piogge. Mentre il pensiero scorreva rapido da un'immagine ad un'altra, la nostalgia dei miei cari si faceva sempre più struggente nel
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mio animo; non li vedevo da oltre tre anni e, forse, non li avrei mai più visti. In quella terra sarei tornato dopo cinque anni di pr igionia in India. Il mio ritorno in quella terra non più nostra, in quel mondo ormai distrutto dalla guerra, scomparso per sempre con il suo fascino esotico, il suo splendore selvaggio, le sue giornate serene sarebbe stato un triste ritorno. Avrei rivisto mia madre per l'ultima volta poiché il suo cuore, duramente provato dalle dolorose vicende della guerra che avevano coinvolto e disperso tutti i membri della nostra famiglia in tre continenti diversi (Africa, Europa, Asia) non avrebbe sopportato l'immatura scomparsa di mio fratello, avvenuta al termine del conflitto. Ma non era quello il momento di rimpiangere il passato; bisognava avere il coraggio di non vedere il presente, di guardare avanti, di reagire allo sconforto facendo appello soltanto alle proprie forze per poter sopravvivere alle vicende che dovevamo ancora affrontare. Il diciannovesimo giorno di navigazione, nelle prime ore del pomeriggio, ci fecero salire in coperta. Eravamo giunti a Bombay. Un mondo sconosciuto si presentava al nostro sguardo: l'India, con tutta la sua magnificenza, tutta la violenza e lo squallore dell'Oriente. Un paese scosso dai terremoti, spazzato dalle inondazioni, sovrappopolato e fremente di vita nonostante la carestia, il colera, la peste, la lebbra, il tifo e la malaria. Un'ora dopo, sbarcavamo tra una folla silenziosa, calma e passiva, come se avesse speso tutte le forze per arrivare fin là; una folla di indigeni che guardava attonita quegli uomini bianchi scendere dalla nave, alcuni nelle loro lacere divise, la maggior parte in camicia e mutande. Da Bombay ci trasferirono, per ferrovia, nell'Indostan Orientale e, precisamente, nello Stato del Bihar, posto nel bassopiano indogangetico e confinante a Nord con il Nepal e ad Ovest con il Bengala. Mentre il treno, avvolto in una nuvolaglia di fumo, divorava lo spazio mettendo in fuga con il suo sferragliare migliaia di volatili di ogni specie, paesaggi sempre diversi ed affascinanti si presentavano al nostro sguardo.
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Grossi centri industriali intensamente abitati e villaggi circondati da alte palizzate, poste dagli indigeni per proteggersi dalle bestie feroci; vaste pianure coltivate a riso e a frumento dove l'elefante era adibito ai lavori pesanti; piantagioni di thé, di canne da zucchero, di tabacco e di cotone; estese zone di acqua stagnante popolate da marabù, da grossi trampolieri e da bufali che guazzavano, a loro piacimento, nell'acqua melmosa; verdi boscaglie, foreste di tek ed ampie radure percorse da branchi di animali allo stato brado. Osservando il paesaggio circostante subivamo, inconsciamente, il fascino di quella terra ricca di storia e di leggende, di quel paese dai violenti contrasti ove si incontrano e si sovrappongono razze assai diverse tra loro per civiltà, lingua e religione. Il viaggio durò otto giorni. Dopo aver traversato il subcontinente Indiano da ovest a nord-est, giungemmo a Patna, capitale del Bihar, importante nodo ferroviario sul Gange. Da Patna, per mezzo di vecchi sgangherati autocarri, ci portarono nella zona di Ramgarh Bihar. Il campo di concentramento era dislocato a pochi chilometri dalla cittadina di Ramgarh, in un'ampia radura delimitata dalla fitta vegetazione della giungla ed era cinto da alti reticolati di filo spinato, che ostacolavano ogni nostro tentativo di fuga ma consentivano l'entrata nel campo di scorpioni velenosi, di grossi roditori e di rettili di ogni specie. L'organizzazione del campo, dopo le amare esperienze vissute durante la prigionia nel deserto del Sinai e nel viaggio da Suez a Bombay, era nel complesso sufficiente. Trascorrevamo il nostro tempo in baracche in muratura impregnate di umidità e, dopo tanti mesi, dormivamo non più sulla nuda terra ma su un letto costituito da una intelaiatura di corda sostenuta da quattro gambe di legno, che gli Indigeni chiamano « charpoy ». Il vitto, per quanto modesto e sempre uguale, composto da farina di soia e da carne di caprone, che per la sua durezza sembrava carne di sciacallo, non era così sgradevole come il cibo che ci avevano somministrato nei mesi precedenti. Il Bahar, posto a cavallo del tropico del cancro, ha un clima caratterizzato da elevate temperature accompagnate da violenti temporali che generano caldo intenso e forte umidità. La vegetazione della zona era, pertanto, quella caratteristica dei paesi tropicali, banani, eucalipti, sicomori e giganteschi bao-
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bab sui quali gruppi di scimmie si rincorrevano senza posa mettendo in fuga innumerevoli volatili di ogni specie che cercavano, tra i rami, un riparo dal sole rovente. La fauna, la flora e, soprattutto, il clima del Bihar mi ricordavano le terre assolate del bassopiano occidentale eritreo, dove spesso mi recavo durante le vacanze estive. Il clima dell'India, che è condizionato dall'alternarsi dei monsoni, influiva negativamente sul nostro fisico. Nella torrida calura dell'estate indiana, il periodo più sofferto era per noi prigionieri quello che precede la stagione dei monsoni. Il caldo era intensissimo e si faceva sempre più soffocante con il trascorrere dei giorni. Una calma che sembrava irreale gravava su tutte le cose. La natura pareva assopita; soltanto gli avvoltoi volteggiavano sulle nostre teste, sempre più bassi e più lenti, pronti a piombare, come frecce scagliate da un arco, su qualche preda o sui rifiuti del campo. Mentre l'India boccheggiava sotto la morsa del caldo, l'ora da noi attesa con ansia era quella del tramonto; l'ora in cui una lieve brezza, seppure di breve durata, rendeva più tiepida l'aria della sera portando sollievo ai nostri corpi madidi di un sudore umido e attaccaticcio che sgorgava inarrestabile dai pori. L'ora del tramonto era anche l'ora in cui riprendeva la vita notturna dei villaggi vicini e degli animali che popolavano la giungla. Nella luce morente del giorno, si udiva in lontananza il suono dei flauti ed il sordo rullare dei tamburi che davano inizio alle cerimonie nuziali o ai riti funebri, attorno · ai roghi funerari; le coraggiose manguste correvano, qua e là, per il campo a caccia di topi e di serpenti; le iene in cerca di carogne e di rifiuti di ogni genere apparivano al limitar della giungla, mentre sciacalli e cani randagi ululavano alla luna nascente. Nella calma bellezza del tramonto che grava ai tr.o pici quando il sole si tuffa sotto l'orizzonte e l'aria si riempie di suoni e di rumori che spezzano l'incanto della sera, la nostalgia si impossessava di noi prigionieri; una nostalgia resa ancor più struggente dalla assoluta mancanza di notizie dei nostri cari lontani. Il sopraggiungere della notte non portava maggior refrigerio, né quiete.
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L'aria era immobile, sotto un cielo scintillante di stelle, come accade ai tropici nelle notti che precedono le grandi piogge. Al calar del sole, le pareti ed i tetti delle nostre baracche sprigionavano il calore accumulato nelle ore diurne rendendo l'aria umida e soffocante. Per tale motivo, trascorrevamo le notti all'addiaccio senza, tuttavia, poter chiudere occhio a causa delle zanzare, che a migliaia, ci punzecchiavano senza requie' e dei pipistrelli che, attratti dalla luce delle lampade poste lungo i reticolati, eseguivano frenetiche evoluzioni a l di sopra delle nostre teste. Il minimo frusciare dell'erba circostante ci faceva trasalire per timore di un morso di serpente o di una puntura di scorpione. Con l'arrivo dei monsoni, il caldo allentava la sua morsa. Il monsone invernale soffia da Nord Est, dalla terra verso il mare. Il monsone estivo è più violento; soffia da Sud Ovest, dal mare verso terra, e trasporta enormi quantità di vapore acqueo che salendo verso l'alto, per superare la catena himalaiana, si raffredda e si condensa trasformandosi in gocce sempre più .fitte finché la pioggia si rovescia a torrenti accompagnata da tuoni e da lampi che durante la notte, con il loro abbagliante chiarore, illuminano a giorno la zona circostante. Tutta l'India attende con ansia l'arrivo dei monsoni che portano la pioggia, quella pioggia che in pochi giorno trasforma la terra assolata in un verde giardino. L'acqua viene giù così abbondante che gli indigeni, dopo la gioia provocata dalla sua venuta, cominciano a preoccuparsi poiché capita spesso che l'uragano, spinto da un vento furioso, cresca rapidamente di violenza provocando inondazioni, fame, epidemie. Dopo la pioggia, il sole arde implacabile sollevando un denso vapore umido e caldo che provoca sulla pelle dolorose piaghe tropicali. L'umida calura estiva favorisce, inoltre, il diffondersi di malattie infettive, tifo, colera, vaiolo e dissenteria del tipo amebico; purtroppo, per mancanza di cure adeguate, anche tra noi prigionieri si verificarono parecchi casi di tifo e, soprattutto, di dissenteria amebica. Durante la nostra permanenza nel Bihar , il Bengala fu colpito da una grave epidemia di colera, a causa dei pregiudizi della religione Indù e, soprattutto, della sporcizia e dell'ignoranza
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della popolazione indigena. Il colera si diffuse anche negli stati confinanti, favorito dalla carestia e dal fatto che gran parte dei medicinali provenienti dall'Inghilterra veniva destinata alle forze alleate che in Birmania combattevano contro i Giapponesi. Per tale motivo, il nostro detentore non forniva medicinali e specialità neanche ai prigionieri di guerra che venivano ricoverati nel così detto ospedale da campo. Inoltre, confiscava i pochi medicinali inviati, tramite la Croce Rossa Internazionale, dai nostri parenti. L'epidemia di colera fu così grave che a Calcutta, la capitale del Bengala, le persone morivano ogni giorno a centinaia, coricate lungo le strade della città, per mancanza di cure adeguate. Il rapido diffondersi del colera anche nello Stato del Bihar, la scarsità di medicinali e la grave situazione alimentare in tutto l'Indostan Orientale, provocata dalle disastrose inondazioni di quell'anno, indussero la potenza detentrice a trasferirci nell'Indostan Occidentale. Dopo un anno trascorso nel Bihar, riprendemmo il nostro peregrinare attraverso gli stati settentrionali dell'India, questa volta da Est a Nord-Ovest. Il viaggio per ferrovia, durato sei giorni in gran par te lungo la valle del Gange, il fiume sacro degli Indù, ci portò a Nagrota, situata all'estremo Nord del Punjab; la terra dei Sikh. Dopo un'ora di corsa su autocarri, sgangherati per il lungo uso, giungemmo a destinazione. Il campo di concentramento era dislocato nella Valle del Kangra e precisamente nella zona di Yol, confinante a Nord con il Kashmir. Il gruppo campi prigionieri di guerra era composto dai campi 25, 26, 27 e 28 costruiti sulle pendici meridionali del monte Nodrani, su un terreno roccioso, in forte pendio e privo di verde. Ogni campo era suddiviso in recinti separati tra loro da alti reticolati. Ogni recinto comprendeva un insieme di baracche in legno addossate le une alle altre. Ogni baracca era suddivisa in 5 stanze ed ogni stanza ospitava 6 ufficiali che, per m ancanza di spazio, vivevano a contatto di gomito, per cui finivano col darsi fastidio l'un l'altro. Le baracche erano mal costruite; entrava aria attraverso le fessure delle pareti e l'acqua vi penetrava durante la stagione delle piogge. Alle spalle del Nodrani si ergeva la massiccia catena dell'Himalaia, tutta bianca di neve.
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A Sud Ovest del monte, le increspature del terreno si succedevano degradando verso una zona pianeggiante ricoperta da un ammasso di verde che ricordava il p_aesaggio delle nostre contrade. Verso oriente, le risaie si estendevano a perdita d'occhio. L'acqua del campo veniva dai monti soprastanti ed era fredda come i ghiacciai da dove proveniva. Il cibo, costituito dalla solita carne di caprone, farina di soia e fagioli, aveva un odore ed un sapore indefinibili e poco piacevoli; comunque, era ingerito senza tante riserve poiché era appena sufficiente. Il clima del Punjab era, nel complesso, migliore di quello del Bihar. Le grandi piogge, però, erano più violente, più abbondanti e di maggior durata, per la presenza della catena Himalaiana contro la quale andavano ad infrangersi le nubi sospinte dai monsoni. Coloro che avevano trascorso alcuni anni in Etiopia consideravano le grandi piogge dell'Africa Orientale Italiana un evento eccezionale per la loro costante periodicità e per la grande concentrazione di pioggia in un breve periodo di tempo. Anche in Etiopia le piogge sono del tipo orografico, cioè prodotte dalla condensazione del vapore acqueo sospinto dai venti contro le alture dell'altopiano. Ad un'ora, pressoché stabilita, appaiono all'orizzonte le prime nubi che aumentano rapidamente e poi la pioggia viene giù con intensità crescente e con carattere temporalesco. Ma, dopo qualche ora, il cielo si apre rapidamente ed il sole torna a splendere. Spesso la grandine si accompagna alla pioggia che, sulle alture maggiori, prende l'aspetto di una caduta di neve. Nel Punjab e nelle altre province dell'India poste ai piedi della catena Himalaiana, le grandi piogge costituiscono un fenomeno unico e insuperabile per la loro violenza e, soprattutto, per la loro durata. Dalla pianura, dove la terra era arsa dal sole, si sollevava un vapore umido e caldo che avvolgeva ogni ·cosa. La calura si faceva sempre più insopportabile con il trascorrere dei giorni. Il razi_o namento dell'acqua, erogata con parsimonia per mancanza di disinfettanti, rendeva più penosa l'attesa della pioggia.
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Non si aveva la possibilità di bagnarsi per avere un po' di refrigerio e di sollievo. Tutti risentivano il caldo che rendeva stanchi, nervosi, insofferenti. In quella torrida calura d'Oriente, le giornate sembravano interminabili suscitando rimpianti e nostalgie di un mondo lontano. Le notti erano incantevoli per lo sp]endor_e vivissimo delle stelle, ma non spirava un alito di vento. Non si dormiva per il caldo e per )'ossessionante ronzio dei moscerini e degli insetti notturni o per il fruscio di uno scorpione o di una lucertola che si arrampicava lungo una parete della stanza. A metà giugno, il cielo cominciava a coprirsi di nubi che si accavallavano minacciose; in lontananza si udiva il tuono mentre in montagna cominciava a piovere. Le prime nuvole non portavano la pioggia ma rendevano più fresca l'aria della sera. Dopo qualche giorno, il cielo si copriva totalmente, il vento aumentava d'intensità, gli alberi cominciavano a piegarsi e ad ondeggiare, i tuoni si succedevano ai tuoni, poi l'acqua veniva giù abbondante, torrenziale, violenta. In agosto, le precipitazioni raggiungevano ]a massima intensità; il cielo e la terra sembravano congiunti in un mare d'acqua. Il monte Nodrani era solcato in tutte le direzioni da numerosi torrenti che davano l'impressione di tutto travolgere e distruggere. L'acqua dilagava, penetrava ovunque, invadeva ]e baracche depositandovi melma e detriti. La pioggia cessava per qualche ora, poi riprendeva fitta, persistente. Col sopraggiungere delle tenebre, i lampi squarciavano l'oscurità mentre tuoni e fulmini si susseguivano senza interruzione. Gran parte dei prigionieri, a causa della forte umdiità che penetrava ovunque, soffriva di una malattia assai diffusa nei climi tropicali, la sprue, denominata dagli inglesi « hill disease », male delle colline. Il male iniziava con vaghi sintomi di nausea, la lingua diventava sempre più bianca e asciutta; in genere non si aveva febbre alta, il malato dimagriva rapidamente, soffriva di dolori viscerali seguiti da violente scariche diarroiche. Il male durava tutta la stagione delle piogge; per curarlo vi era un solo rimedio: cambiare clima.
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A settembre, le piogge volgevano alla fine ed iniziava il dif fondersi della malaria per la vicinanza delle risaie. Poiché la disponibilità di chinino era esigua ed un alta percentuale di casi si sviluppava con esito mortale, gli Inglesi fecero circolare un libretto intitilato << misure antimalariche » nel quale era scritto che nella zona di Yol erano state identificate sette specie di zanzare di cui due particolarmente pericolose: l'anophelis fluviatis e la anophelis stephensi. Era scritto, inoltre, che le aree più colpite erano il Punjab, il Beluchistan, l'Uttar Pradesh e la parte Nord delle province centrali. A scopo preventivo, gli Inglesi ordinarono ai prigionieri di indossare, dopo il crepuscolo, camice con le maniche e pantaloni lunghi. Troppo poco per combattere un'epidemia. Col cessare delle piogge si verificavano anche diversi casi di colera. In novembre, con l'arrivo della stagione fredda, minacciose nuvole grigie, sospinte dal vento di Nord-Est, coprivano l'orizzonte. Le ultime foglie cadevano dai rami spogli, cessava il cinguettio degli uccelli ed il gracchiare rauco dei corvi, gli sciacalli scorazzavano per il campo in cerca di rifiuti. La pioggia riprendeva fitta e persistente, il freddo umido era intenso e penetrante. La muffa copriva ogni cosa, si soffriva di nausea e di dolori viscerali; di giorno e di notte era un continuo viavai alle latrine, i gabinetti erano sempre occupati e si era costretti a fare lunghe code tra la sofferenza e l'impossibilità di attendere. Una spossatezza generale dominava nei campi. A Natale, uno spesso manto di neve copriva le nostre baracche; gelidi soffi di vento penetravano attraverso le fessure delle pareti. In quel freddo e squallido ambiente, la nostalgia si faceva sempre più struggente, il p ensiero correva lontano ai dolci ricordi di un tempo, rendendo più penosa la lontananza dei nostri cari. A causa delle alterne e dolorose vicende belliche, che suscitavano vane speranze e cocenti delusioni, un gran numero di prigionieri soffriva di psicoastenia. I giorni più cruciali erano quelli in cui gli Inglesi trasmettevano, per mezzo di altoparlanti, i loro bollettini di guerra che, purtroppo, dopo i successi iniziali, volgeva al peggio per noi.
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I piĂš deboli di carattere, alla notizia dei r ovesci subiti dalle forze dell'Asse, perdevano il controllo dei propri nervi; alcuni, non riuscendo a sopportare quel regime di forzata clausura, che durava da qualche anno, ponevano fine alla loro esistenza impiccandosi alle travi dei gabinetti; altri, in preda alla disperazione, davano segni di squilibrio mentale e si abbandonavano a gesti inconsulti contro i loro stessi compagni di sventura; altri, infine, non avendo la forza di reagire, si isolavano per lunghi periodi di tempo chiudendosi in un silenzio ostinato.
PARTE QUARTA
PROFILI
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LUIGI PELLOUX Il sociologo e politologo francese Maurice Duverger ha scritto qualche anno or sono: « L'esercito rappresenta un pericolo permanente in seno allo stato. Sostegno del potere, basta che cessi di obbedirgli per diventare esso stesso il potere» (1). Molto probabilmente per esorcizzare una tale evenienza, nel nostro Paese studiosi e giornalisti hanno sempre proclamato a gran voce che la politica non si addice ai generali. Eppure come non esiste un confine ben delimitato tra strategia militare e strategia politica così non esistono barriere tra il mestiere delle armi e quello della politica. E per dimostrare l'asserto è sufficiente un esempio. Al termine della prima guerra mondiale il generale Guglielmo Pecori-Giraldi dovette assumere le funzioni di goveratore civile dell'Alto Adige (2). Si vide allora come un militare possa rapidam ente trasformarsi, all'occorrenza, in politico senza covare nell'animo ambizioni proconsolari, dando anzi ampia dimostrazione di saper governare senza alcun cipiglio caporalesco, in forza di leggi e non di bandi. Nulla è però più difficile da rimuovere che il luogo comune e così gli stessi storici militari hanno trascurato di occuparsi di quegli ufficiali che, per loro scelta o per casualità di circostanze, hanno ricoperto cariche politiche, mentre gli storici civili ne hanno giudicato spesso l'operato in modo preconcetto. Tra i Presidenti del Consiglio dei Ministri di estrazione mili(1) Maurice Duverger, La dittatura (trad. ical.), Edizioni di Comunità, Milano, 1961, pag. 70. (2) Cfr. Umberto Corsini, Guglielmo Pecori-Giraldi, governatore militare del Trentino, Ampezzano ed Alto Adige, in Memorie Storiche Militari 1979, Ufficio Storico dello Si\:1E, Roma, 1980.
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tare (3), Luigi Pelloux, pur autorevolmente giudicato come « l'antitesi della visione popolare ciel militare che con il tintinnio della sua sciabola terrorizza il parlamcn Lo » ( 4 ), viene ancora ricordato da molti autori come un politico gretto e reazionario nonostante la sua opera sia stata studiata con rigore scientifico e pienamente rivalutata da due s tu diosi di diversissima impostazione metodologica, Gastone Manacorda (5) e Amedeo Moscati (6). Sembra pertanto opportuno ricordarne, con questo br eve profilo, la figura e l'opera.
L 'ADOLESCENZA
Luigi Girolamo Pelloux nacque il 10 marzo 1839 a La Roche, piccola città della Savoia, terzogenito di Giuseppe e di Virg,i nia Laphin. Il padre, medico, aveva partecipato ai moti studenteschi di Torino nel 1821 ed era stato perciò esiliato. Laureatosi a Parigi aveva servito come medico militare nell'esercito spagnolo e solo nel 1828 era dentrato in Savoia. La s ignora Virginia morì nel 1841 e Pelloux fu educato assai amorevolmente dalla nonna paterna insieme ai fratelli, Ernesto e Leone, ed alla sorella, Adele. Giunto all'età scolare fu allievo dei Fratelli Cristiani e poi del Collegio Reale di La Roche, a llora assai reputato in tutta la Savoia. Di pronta intelligenza e dotato di una memor ia prodigiosa il giovane Pelloux si sentì stimolato a raggiungere nei programmi di studio i due fratelli, maggiori rispettivamente di due anni e mezzo e di un anno e mezzo, ed in « questa specie di corsa ad ostacoli egli trovò m odo di intensificare la sua preparazione in tellettuale e di arricchire la sua mente di cognizioni anche superiori (3) Gabriele De Launay, Alfonso La Marmora, Federico Menabrea, No n si considera il Maresciallo Pietro Badoglio che fu chiamato a tale incarico, in tempi eccezionali, dalla corona e non designaco dal voto del Parlamento. (4) Carlo Artu ro }emolo, Un conservatore piemontese, il generale Pelloux, articolo pubblicato su La Stampa del 17-5-1968. (5) Luigi Pelloux, Qualques souvenirs de ma vie, a cura di Gastone Manacorda, I stituto per la storia del Risorgimento Italiano, Roma, 1967. (6) Amedeo Moscati, Pelloux Presidente del Consiglio, in Rassegna Storica del Risorgimento, gennaio-marzo 1968,
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alla sua età, soprattutto in matematica, che fu una delle sue prime e più care e fiere conquiste» (7). Nel 1851 il fratello Leone entrò alla Reale Accademia Militare di Torino ·ed il nostro nel collegio di La Motte Servolex vicino a Chambéry, per frequentare un corso di studi preparatorio agli esami d'ammissione all'Accademia. Sull'entusiasmo per la vita militare del giovanissimo Pelloux non possono esservi dubbi, la seconda domenica del maggio 1852 egli assistette a Chambéry alla sfilata dei reparti militari per la festa dello Statuto e, come scrisse poi, « fui particolarmente colpito dailla sfilata di una bella batteria d'artiglieria, di quell'artiglieria piemontese che si era coperta .d i gloria nel 1848-1849 e che doveva ancora tanto distinguersi nel 1859-1860 prima di diventare l'artiglieria italiana. L'impressione che ne ricevetti fu tale che nel mio intimo decisi che sarei divenuto ufficiale d'artiglieria! » (8). Il suo ingresso affAccademia minacciò però di essere ritardato di un anno ancora. Presentatosi a Torino, l'autorità militare si accorse che a Pelloux m ancavano cinque m esi per raggiungere l'età richiesta di tredici anni e solo per l'intervento di influenti amici savoiardi furono superate le difficoltà opposte dal Ministero della Guerra, che finalmente acconsentì ad ammetterlo agli esami di ammissione. Anche questi furono superati con ottimo risultato, Pelloux si classificò infatti secondo su una trentina di candidati. Cominciò così un nuovo capitolo nella vita del giovane savoiardo, favorito fino ad allora dalla natura e dalla sorte. In realtà, il ritardo di un anno nell'entrare in Accademia avrebbe avuto conseguenze incalcolabili, perché l'essere entrato in Accademia proprio nel 1852 gli permise di fruire, come si vedrà, di eccezionali accelerazioni di carriera.
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PRIMI ANNI DI VITA MILITARE
La disciplina della Reale Accademia Militare era molto rigida, specie per allievi di appena tredici anni : libera uscita una volta al mese, incontro con i parenti in parlatorio una volta la (7) Giuseppe Oreste, Il Generale Luigi Peltoux (1839-1924), in Ferl, ,·ol. XI , Roma, 1939. (8) Luigi Pelloux, op. cit., pagg. 15-16 (traduzione dal francese dell'autore) .
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settimana, per contro moltissime le ore di lezione e quelle dedicate all'addestramento tecnico. Ma il giovane Pelloux, forte fisicamente, dall'intelligenza pronta, già abituato alle restrizioni imposte dalla vita nelle comunità, non ebbe troppe difficoltà ad abituars i anche a quella vita davvero dura: all'atto della promozione a sottotenente avrebbe collezionato ben sette Cifre Reali, lo speciale distintivo concesso agli allievi che per sei mesi non avessero r iportato punizioni disciplinari o votazioni inferiori alla sufficienza nelle discipline scolas tiche. La partecipazione del regno di Sardegna alla guerra di Crimea determinò un insolito bisogno di ufficiali e, per farvi fronte, nel 1856 fu abbreviato di un anno, in via eccezionale, il corso degli studi dell'Accademia e così Pelloux - classificatosi primo del suo corso - fu nominato sottotenente il 1° marzo 1857, lo stesso giorno del suo diciottesimo compleanno. Allievo della Scuola d'Applicazione ne i due anni successivi, ebbe ancora modo di distinguersi negli studi e nelle attività pratiche, soprattutto nell'equitazione, allora tanto importante per u n ufficiale di artiglieria. Egli, comunque, si trovava a proprio agio non solo in maneggio: i salotti della buona società torinese erano sempre aperti ai giovani ufficiali e Pelloux ne approfittò largamente. Una sera del gennaio 1859, al Teatro Regio, durante un ballo in maschera, Luigi Pelloux abbigliato da zuavo con altri commilitoni poté avvicinare il Cavour e conversare con lui « con tutta la deferenza, con tutto il rispetto, ma anche con tu tta la libertà che le circostanze del momento potevano permettere » (9). Subito riconosciuti, con entusiasmo giovanile essi gli offrirono le loro energie, il loro sangue per la guerra sperata imminente. Erano appunto i giorni in cui la guerra era sulla bocca come nel cuore di tutti: il « grido di dolore» aveva .finalmente potuto trovare una eco aperta e chiara nelle parole ufficiali del Sovrano. Ormai si sentiva nell'aria odor di polvere; l'anima di tutti gli Italiani fremeva. Il Cavour, nel congedare quei giovani ufficiali, alle loro pro.fferte rispondeva scrio: << Grazie, miei giovani amici; senza dubbio io conto su di voi» . E ra implicito, nelle parole di un tale personaggio, l'annunzio tanto sospirato.
(9) Luigi Pclloux, op. cit., pag. 36.
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Il 3 aprile, promosso tenente, Luigi Pelloux venne assegnato alla fortezza di Alessandria, base strategica di grande importanza per la guerra con l'Austria. Proprio ad Alessandria, infatti, fu installato inizialmente il Quartiere Gener ale dell'Imperatore francese. Le ostilità iniziarono; ma il giovane lenente Pelloux, destinato allo Stato Maggiore dell'artiglieria, non vi prese parte dir ettamente. Subito dopo l'entrata delle truppe alleate a Milano, nel giugno, egli fu destinato al Parco di Artiglieria per la Lombardia col Maggiore Bonelli. Giornate dense, fat icose, febb r ili, in momenti nei quali gli unici ufficiali di artiglieria a .Mi lano erano appunto Bonclli e Pelloux; anche qui l'energia, la determinazione, Ja competenza del giovane tenente fecero superare difficoltà di ogni genere, mentre dai campi di battaglia giungevano le liete notizie delle nuove v.ittorie e quella, tristissima, dell'armistizio di Villafranca. Terminata la guerra riprese per Pelloux la più tranquilla vita d.i guarnigione. L'll marzo dell'anno seguente, a 21 anni, venne promosso capitano. Ma la gioia per la promozione insperata (10) fu amareggiata dalJa cessione della Savoia alla Francia. Il colpo fu duro, come molte altre anche la famiglia Pelloux si divise: il padre, deputato al Parlamento Subalpino, ed il fra tello Leone optarono per l'Italia e divennero cittadini di Torino, il cui consiglio comunale aveva offerto la cit tadinanza a tutti i savoiardi e nizzardi che avessero optato per l'Italia. Circa i motivi che indussero i due fratelli Pelloux a tale scelta il Manacorda, con equilibrio e perspicacia, scrive: « La scelta fu certo det tata in buona parte da legittime considerazioni sul proprio avvenire: il r egno d'Italia che si andava formando sembr ava offrire a d ue giovani ufficiali appena usciti dall'Accademia di Torino prospettive di carriera più seducenti di quelle che avrebbe potuto offrire loro il passaggio nell'esercito franc ese, come dimos tra anche il numero elevato degli ufficiali dell'esercito e della marina sarda che seguirono la stessa via (circa i due terzi del totale). Gli alti gradi che molti di loro r aggiunsero mostrano che le speran:7.e e le previsioni del 1860 non andarono dc(10) Il Pelloux, ultimo dei promossi per quell'anno e<l il solo promosso del suo corso d'Accademia, beneficiò così di un'ulteriore accelerazione di cal'J'icra.
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luse. E anche i fratelli Pelloux, raggiunsero entrambi il più alto grado nella gerarchia militare e furono senatori. La considerazione utilitaria, che certamente ci fu all'origine della scelta, non esclude tuttavia il peso dei motivi sentimentali: lo spirito di corpo, l'attaccamento all'esercito di cui i due .Pelloux facevano parte, ma soprattutto la fedeltà aUa dinastia, che non era una qualsiasi dinastia italiana ma la casa d i Savoia, parte essenziale della patria d'origine. L'identificazione della patria con l'istituto monarchico impersonato nella dinastia sabauda non è un elemento trascurabile nella mentalità di un Pelloux, anzi rimarrà il nucleo della sua concezione dello Stato italiano, sicché nella giustificazione ideale della scelta del 1860 c'è già in nuce l'ideologia del difensore delle « istituzioni » di quarant'anni dopo» (11).
GLI
ANNI DELLA MATURITÀ
Dal marzo 1860, epoca della sua promozione a capitano, al maggio 1876, quando fu comandato al Ministero della Guerra in qualità di capo divisione, la vita militare e familiare di Luigi Pelloux fu scandita da una serie di eventi che trasformarono gradatamente l'effervescen te subalterno, amante dei cavalli, delle belle divise, dei salotti mondani in un brillante ufficiale superiore, dotato di grande esperienza, di molto equilibrio, di consolidata preparazione. Un quindicennio molto importante, nel guale maturarono ,l e p romesse generose dell'adolescenza! Dal maggio 1861 al marzo 1866 Pelloux tenne ininterrottamente il comando di una batteria, prima del 7° e poi del 6° reggimento artiglieria, trasferendosi a Firenze, a Pisa, a Livorno, a Crema ed acquisendo così ulteriori esperienze professionali ed umane entrando in contatto con ambienti tanto diversi da quelli della nativa Savoia e del Piemonte. A Crema si accasò con Caterina Terni de Gregor j che gli dette tre figli: Alber,to, Riccardo e Umberto (12). Assegnato alla Scuola d'Applicazione d'Artiglieria e Genio di Torino quale aiutante in ia nel marzo 1866, fu nuovamente trasfe-
(11} Luigi Pelloux, op. cit., pagg. X-XI dell'introduzione. (J2) Il primo fu ufficiale di fanteria e poi di Stato Maggiore, il secondo della Marina Militare, il terzo motÌ poco dopo la nascita.
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rito, su sua richiesta, al 6° artiglieria all'inizio della guerra contro l'Austria. Comandante della ia batteria della Y Divisione (Generale Brignone), si ·distinse per coraggio e perizia alla battaglia di Custoza, il 24 giugno 1866. Sottoposta la Divisione all'improvviso fuoco austriaco, Pelloux prese posizione su Monte Croce e vi si sostenne per ore, nonostante perdite dolorose, controbattendo con freddezza e bravura il fuoco di tre batterie austriache. Al proposito scrisse il Pollio: « il generale Brignone ordinò allora al capitano Pelloux di incominciare il fuoco, al quale fu risposto con una tempesta di cannonate. La batteria perdette nella prima mezz'ora quasi metà dei serventi, ma continuò intrepidamente a tirare, col soccorso di alcuni granatieri del 2° reggimento » (13). La motivazione della medaglia d'argento al valor militare, concessagli con regio decreto del 6 dicembre di quell'anno, menziona appunto: « l'intrepidezza ed il sangue freddo veramente esemplari con cui dirigeva il fuoco della sua batteria nel fatto d'armi di Monte Croce». Terminata la guerra, dopo una breve permanenza nel Veneto, il 6° reggimento artiglieria rientrò a Pavia e Pelloux riprese la vita di guarnigione. Alla fine del 1868, promosso maggiore, fu assegnato al 9° reggimento, con sede sempre a Pavia, e nella estate successiva distaccato a Firenze, quale comandante della 2• brigata (14) del reggimento. In quest'ultima città i coniugi Pelloux strinsero cordiali rapporti di amicizia con Benedetto Brin, allora capo divisione al Ministero della Marina. Il Brin sposò poi la sorella della signora Pelloux, Sofia, fatto che, come si vedrà in seguito, determinerà importanti conseguenze nella vita dell'ufficiale savoiardo. La brigata comandata da Pelloux partecipò alla presa di Roma il 20 settembre 1870 ed ebbe il compito di aprire una breccia nel tratto di mura tra Porta Salaria e Porta Pia e, più precisamente nel tratto a destra del torrione di destra di Porta Pia, per consentire il facile superamento della cinta da parte delle fanterie. Pelloux schierò la 6" e 1'8· batteria a ridosso di Villa Macciolini, a circa mille metri dalla cinta, e la s• a Villa Albani a soli (13} Alberto Pollio: Custoza (1866), Roma, 1935, pag. 18l. (14) All'epoca i gruppi d'artiglieria si chiamavano brigate.
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quattrocento metri. Per ordini superiori la brigata adottò una cadenza di fuoco molto lenta, un colpo ogni 5 minuti (15), tanto che le occorsero circa quattro ore per aprire una breccia che permettesse alle truppe italiane, primi fra tutti i fa nti del 39° • reggimento « Bologna», di entrare nella Città Eterna. Dopo la breve campagna Pelloux, decorato con la croce di cavaliere dell'Ordine Militare di Savoia, rientrò con tutto il reggimento a Pavia e, n ell'aprile dell'anno dopo, fu trasferito a Roma perché assegnato al Ministero della Guerra quale capo sezione del personale di artiglieria, incarico che ricopri fino al dicembre 1873. Questo primo periodo romano fu molto importante non solo perché Pelloux ebbe modo di conoscere da vicino il funzionamento della macchina ministeriale ma soprattutto perché gli consentì di farsi conoscere ed apprezzare. Scrisse infatti sulla Rivista Militare, verso la fine del 1872, un ampio ed accuratissimo studio sulla « questione equina in Italia considerata sotto il punto di vista della mobilitazione dell'Esercito », studio che rivelò a tutti la sua intelligenza logica ed il suo modo concreto di affrontare i problemi (16) È necessario ricordare che all'epoca il mezzo animale era l'unico mezzo di trasporto in campo tattico e che l'approvvigionamento dei cavalli e dei muli necessari all'esercito mobilitato era un problema di grande momento. Non è affatto azzar dato ritenere che il ministro Ricotti abbia deciso di presentare al Parlam ento il disegno di legge per la r equisizione di cavalli e muli per l'esercito proprio sulla spinta dei consensi ricevuti dall'arti(15) Il Governo italiano intendeva occupare Roma senza ricorrere alla forza e cercò fino all'ultimo di indurre alla resa il Pontefice. Questo non fu possibile e la resistenza deJJe truppe pontificie causò 32 morti e 143 feriti nelle fila italiane e 29 morti e 68 feriti tra gli stessi pontifici, perdite equivalenti a que lle verificatesi in fatti d'arme molto più studiati dalla storiografia militare come, ad esempio, quello cli Calatafimi (30 morti e circa 150 feriti tra i garibaldini). Anche la brigata di Pelloux ebbe alcuni caduti, tra i quali un ufficiale. Cfr. L'Italia a Roma di Costantino De Franceschi in Rivista delta Guardia di Finanza n. 2/1970 e Piero Pieri, Storia Atilitare del Risorgimento, Einaudi, Torino, 1962. (16) Lo studio, articolato in due parti e ricco di tabelle statistiche elaborate dall'autore stesso, inizia col trattare l'influenza delle risorse equine sulla rapidità della mobilitazione, prosegue con un minuzioso esame degli allevamenti equini nei principali Paesi europei ed in I talla e con un accurato calcolo delle esigenze di mobili razione in fatto di cavalli dei principali eserciti europei e di quello italiano, termina espo· nendo le predisposizioni di mobilitazione previste nei vari Stati e quelle che potrebbero adottarsi in Italia per da.re al problema una risoluzione definitiva.
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colo di Pelloux. L'anno successivo la Rivista Militare ospitò ancora un suo articolo, questa volta un commento sagace e preciso sul << regolamento provvisorio 24 febbraio 1873 per gli esercizi " a piedi ed a cavallo dell'artiglieria francese ».
L'INIZIO DELLA CARRIERA POLITICA
Nel dicembre 1873 Luigi Pelloux fu nominato direttore delle istruzioni pratiche militari» presso l'Accademia Militare d i Torino; nel maggio del 1876, due mesi dopo l'avvento della sinistra al potere, fu chiamato all'importante incarico di direttore della divisione di Stato Maggiore presso il Ministero della Guerra. L'incarico per il pas·s ato era sempre stato assegnato ad un colonnello e, comunque, ad un ufficiale di Stato Maggiore. Ma il Ministro Luigi Mezzacapo risolse il piccolo problema ordinativo trasferendo Pelloux dall'artiglieria allo Stato Maggiore e promuovendolo tenente colonnello. L'incarico, che comportava contatti quasi quotidiani col Ministro, era, dopo quello di segretario generale, il più importante nella scala gerarchica del Ministero. « Il Mezzacapo, che succedeva a un Ministro di grande prestigio e di indiscussa autorità professionale come il Ricotti, aveva bisogno cli rinnovare i collaboratori del ministro, cercandoli fra gli ufficiali giovani e valenti e possibilmente rimasti fino allora estranei alla vita politica, come era il caso, appunto, di Luigi Pelloux. Era questo, del resto, nell'ambito del ministero della Guerra, lo stesso problema che si presentava a tutti gli uomini di sinistra chiamati a succedere nell'amministrazione alla destra. Così, il brillante ufficiale savoiardo venne messo a contatto con l'amministrazione militare centrale e, prima indirettamente poi direttamente, con la vita politica della capitale » ( 17). Luigi Pelloux rimase al Ministero della Guerra per due anni, fino al marzo 1878. La sua amministrazione continuò sostanzialmente gli indirizzi tracciati da Ricotti, portando anzi a termine alcuni progetti di quest'ultimo e rivolgendo l'attenzione particolarmente all'ammodernamento dei materiali ed al miglioramento del sistema di mobilitazione. «
(17) Luigi Pelloux, op. cit., pag. XII dell'introduzione.
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Le divergenze tra destra e sinistra sul problema militare erano, infatti, più di metodo che di sostanza. Ricotti, come tutti gli uomini della destra, era preoccupato soprattutto che il bilancio del giovane Stato si rimettesse in equilibrio, convinto che solo una finanza sana ne avrebbe consentito il consolidamento nel consesso internazionale. Di qui una serie di ripieghi, primo tra tutti il sistematico collocamento io congedo anticipato di 12.000 uomini della prima categoria, che contraddistinsero il suo operato (18). Mezzacapo voleva, invece, « legare finalmente lo sviluppo del potenziale militare italiano a fattori oggettivi, come il rapporto tra popolazione ed esercito, la situazione geografica, la preparazione bellica delle altre nazioni europee, nella convinzione della necessità di un rapporto organico tra elemento politico e militare sul piano di una rinnovata iniziativa di politica estera» (19). Coerentemente con tali principi l'ordinamento dell'Esercito fu modificato dal ministro Mezzacapo in modo che l'organizzazione territoriale di pace rispecchiasse la struttura dell'Esercito mobilitato, per non cambiare, nel delicato momento della mobilitazione, funzioni e responsabilità dei Comandanti. Gli esistenti sette Comandi Generali si trasformarono in dieci comandi di corpo d'armata ed i comandi di divisione territoriale furono portati a venti, raggiungendo il livello previsto in caso di mobilitazione. Anche l'aumento, da 45 a 87, dei distretti militari, destinati a costituire l'ossatura dell'organizzazione militare del territorio in caso di guerra, ebbe lo scopo di facilitare la mobilitazione (20). ( 18) Secondo quanto disposto dalla legge n. 2532 del 1875 tutti i cittadini .fisicamente idonei al servizio militare erano inscritti in tre categorie fino al compimento del 39° anno di età. L'entità del contingente da assegnare alla l ' categoria - quella che svolgeva effettivamente il servizio militare, 5 anni per la cavalleria, 3 anni per tutte le altre armi - era fissata con apposita legge anno per anno. Lo scopo di questa suddivisione in più categorie del contingente incorporabile di ogni anno era quello di non aumentare troppo la forza bilanciata. Cfr. Filippo Stefani, La storia della dottrina e degli ordinamenti dell'esercito italiano, SME - Ufficio Storico, Roma, 1984. (19) Fernando Ventur ini, Militari e politici nell'Italia umbertina, in Storia contemporanea, a. XIII, n. 2, aprile 1982. (20) Con l'ordinamento Mezzacapo i distretti oltre alla funzione di centri di reclutamento ebbero anche quelle di centri di mobilitazione per le unità di fanteria, di depositi di leva dei contingenti di ia categoria, di centri di mobilitazione e di istruzione dei soldati della 2' e 3' categoria, di enti di raccolta e di custodia dell'equipaggiamento delle unità da mobilitare e, infine, furono incaricati di pwvvedere alla disciplina ed all'amministrazione dei militari in licenza.
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Altro notevole provvedimento organico realizzato dal Mezzacapo fu l'ordinamento della milizia mobile, strutturata su 120 battaglioni di fanteria e su aliquote delle altre Armi e dei Servizi sufficienti per costituire dieci divisioni, sostanzialmente identiche a quelle dell'esercito permamente e destinate a rinforzare, all'emergenza, i corpi d'armata (21). Anche il programma di costruzione dei fucili e dei moschetti Wetterly fu notevolmente accelerato, utilizzando al massimo la capacità produttiva delle fabbriche d'armi dell'Esercito, e furono iniziati i lavori per fortificare Roma. Nel complesso l'attività del Mezzacapo fu molto positiva, « senza uscire dalla strada tracciata in precedenza, servì a dare maggior solidità al dispositivo di mobilitazione ed a rafforzare la compagine dell'Esercito con il miglioramento della preparazione culturale dei quadri e con il ripetersi nella stagione estiva di grandi esercitazioni di campagna a partiti contrapposti che vedevano in movimento, in diverse regioni d'Italia, fino a tre Corpi d'Armata » (22). Dopo il Mezzacapo si succedettero al ministero della Guerra, i generali Bruzzo (24 marzo - 19 ottobre 1878), Bonelli (20 ottobre - 19 dicembre 1878), Mazè de la Roche (20dicembre 1878 14 luglio 1879), ancora Bonelli (15 luglio 1879 - 13 luglio 1880), Milan (27 luglio 1880 - 25 marzo 1881) nessuno dei quali poté attuare, o per scarsa volontà o per mancanza di tempo o per carenza di finanziamenti, riforme incisive come quelle compiute nel periodo precedente. Nell'agosto 1881 così La Nazione giudicò l'operato di quei ministeri: « assorbiti nella cura dei rimpasti ministeriali; impastoiati nelle brighe parlamentari, nei progetti finanziari, nei mezzucci; colla mente rivolta più agli interessi del partito ed agli umori della piazza; come mai si poteva attendere seriamente ai più gravi e difficili doveri del governo, fra i quali primissimo quello di tenere alto lo spirito dell'esercito e di provvedere al(21) L'esercito era allora articolato su .3 linee: 1• linea - o esercito attivo o esercito di campagna - costimita dalle classi alle armi e da quelle più recentemente collocate in congedo; 2• linea - o milizia mobile - formata da riservisti di media età e destinata ad operare a ridosso o a rincalzo della 1• linea; 3" linea - o milizia territoriale - costituita dalle classi più anziane della riserva e destinata alla sicurezza interna. (22) Vincenzo Gallinari, La politica militare della sinistra storica (1876-1887), in Memorie Storiche Militari 1979, S.tv1E - Ufficio Storico, Roma, 1980.
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l'educazione militare della nazione? Cominciando dall'alto, nelle combinazioni ministeriali, si pensava da ultimo al Ministero della guerra, e per questa carica importante ci si acconciava al primo generale di buona volontà che per abnegazione acconsentisse di condurre innanzi le cose pur che sia, senza gravi scosse ». Luigi Pelloux, promosso colonnello nel maggio 1878, rimase al suo posto fino al settembre 1880, facendosi sempre apprezzare per l'impegno e per la razionalità del suo lavoro e divenendo in pratica l'elemento garante della continuità della politica militare. Nel gennaio 1878 fu incaricato di organizzare i funerali di Vittorio Emanuele II, incarico non facile perché alla cerimonia intervennero rappresentanze ed inviati da ogni parte d'Europa, con conseguenti delicati problemi per le questioni di precedenza. Il nuovo Re, Umberto I, ne apprezzò le eccellenti capacità organizzative, gli donò uno dei cavalli del padre e lo nominò suo aiutante di campo onorario. L'anno successivo il Pelloux ebbe l'incarico di presiedere la missione militare italiana invitata clal governo russo ad assistere alle grandi manovre. Tra il 18 luglio e il 3 settembre, nei giorni lasciati liberi dalle esercitazioni, ebbe così l'opportunità di ampliare la propria cultura professionale visitando accuratamente le fortezze di Kronstadt e di Petropavlovsk, l'arsenale d'artiglieria e le grandi fonderie di Pietroburgo. Anche l'attività di scrittore di cose militari fu continuata. Sul finire del 1879 apparve anonimo a puntate su l'Italia militare un lungo studio, intitolato Appunti sulle nostre condizioni militari, che riscosse molti consensi e fu raccolto in volume l'anno successivo, notevolmente ampliato e con adeguate risposte alle varie obiezioni pervenute all'autore da molti militari. Lo studio proponeva una serie di provvedimenti organici come l'anticipazione della chiamata di leva a novembre invece che a gennaio dell'anno successivo, il richiamo per addestramento delle classi in congedo, una definitiva sistemazione della milizia mobile e di quella territoriale, il completamento dei Quadri. Naturalmente l'attuazione di quei provvedimenti avrebbe comportato una lievitazione del bilancio ordinario di circa 10 - 15 milioni che Pelloux pensava di r ecuperare, almeno in parte, riducendo da 65.000 a 60.000 uomini il contingente di prima categoria. Non erano proposte avventate, di fatto tendevano al completamento dell'ordinamento Ricotti. Lo stesso Pelloux nella secon-
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da edizione degli Appunti scrisse: « qualche giornale, esaminando i nostri Appunti, ha detto che ci dimostriamo partigiani degli ordinamenti militari stabiliti dalle leggi Ricotti, ma che vogliamo queste leggi applicate nello spirito e nella lettera. Non possiamo dir altro se non che questa è la interpretazione la più chiara, la più semplice e la più esatta del nostro concetto ». Il 30 settembre 1880, dopo aver ricoperto l'incarico interinalmente per qualche mese, Pelloux fu nominato segretario generale del Ministero. A quel tempo non esistevano ancora i Sottosegretari di Stato, il segretario generale era perciò un vero Vice-ministro, svincolato però, in quanto funzionario dello Stato, dalle vicissitudini parlamentari e quindi in grado di rimanere in carica anche se il governo rassegnava le dimissioni. Una fortunata combinazione, peraltro, procurò al brillante colonnello anche l'investitura parlamentare. Era rimasto vacante, infatti, il II Collegio elettorale di Livorno, essendo stata invalidata l'elezione di Benedetto Brin per eccedenza del numero di deputati impiegati, ed il Pelloux, candidatosi al posto del cognato, fu eletto nella votazione del 9 gennaio 1881. Entrò perciò nel Parlamento proprio quando l'insoddisfacente esito del Congresso di Berlino e l'occupazione della Tunisia da parte della Francia avevano richiamato l'attenzione del Paese sulla gravità della impreparazione militare. La necessità di rompere l'isolamento politico, ricercando un'alleanza con gli Imperi Centrali, indusse la classe politica a dimostrarsi più sensibile alle esigenze finanziarie militari perché apparve subito evidente che un'apprezzabile forza militare era il prezzo da pagare per contrarre l'alleanza. Alla fine del 1881 il generale Ferrero, divenuto Ministro della Guerra nel quarto gabinetto Depretis, sicuro di poter ' contare su stanziamenti più cospicui, propose alla Camera un nuovo ordinamento dell'esercito che prevedeva l'aumento dei corpi d'armata da 10 a 12. Pelloux, confermato segretario generale del ministero, appoggiò fervidamente la proposta ed entrò in collisione con il gen. Ricotti, tenacemente contrario ad ogni innovazione, soprattutto per motivi finanziari. Gli intendimenti del Ferrero non erano limitati all'ampliamento organico dell'esercito, è sufficiente ricordare che si deve
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a quel ministro l'istituzione della carica d.i Capo di Stato Maggiore dell'esercito (23) e l'effettuazione dei primi esperimenti di mobilitazione (24), ma fu quello il provvedimento che suscitò la più decisa opposizione nel Parlamento. Il Ricotti, indiscusso capo della destra per i problemi militari, difendeva il principio della « qualità » e riteneva che fosse meglio avere 10 corpi d'armata ben armati, ben equipaggiati e ben istruiti piuttosto che averne 12 a prezzo di deficienze notevoli nell'inquadramento e nell'addestramento. Una l" linea di 400.000 uomini, inoltr e, avrebbe comportato una spesa molto superiore a quella di 200 milioni prevista dal governo. Il Ministro Ferrero sosteneva, invece, che era la stessa configurazione geografica del Paese a richiedere 12 cor pi d'armata. Solo con una 1a linea di 400.000 uomini sarebbe stato possibile (23) La data esatta di nascita dello Stato Maggiore dell'esercito italiano è 1'11 novembre del 1882. La legge istitutiva stabilì che il Capo di Stato Maggiore, alle dipendenze del Ministro, avesse in tempo di pace l'alta direzione degli studi per la preparazione alla guerra ed esercitasse in guerra le attribuzioni previste per la sua carica dal Regolamento del servizio in guerra; avesse il comando del Corpo di Stato .Maggiore e le sue attribuzioni si riferissero « tanto al reclutamento, all'avanzamento ed alla destinazione del personale, quanto all'indiri:tzo dei lavori»; avesse alle dipendenze la Scuola di Guerra « solo per quanto riguarda gli indirìzzo da dare agli studi » e la Brigata Ferrovieri « per qu.anto riflette la parte tecnica del suo speciale servizio »; facesse parte di diritto di tutte le commissioni nominate e convocate dal governo per la consulenza sulle questioni militari, avanzasse al Ministro della Guerra tutte le proposte che ritenesse opportune circa la formazione di guerra dell'esercito, la difesa dello Stato e gli studi per la programmazione della guerra; concretasse, d'accordo con il Ministro, le norme generali per la mobilitazione ed i progetti di radunata « secondo le varie ipotesi ». (24) Il Ferrere negli anni 1881-1884 sviluppò un ampio programma di esperimenti concreti che diedero risultati brillanti sia sotto l'aspetto della rispondenza del sistema di mobilitazione in vigore sia sotco l'aspetto addestrativo. Il primo esperimento di mobilitazione e di costituzione d i unità della milizia mobile ebbe luogo nel 1881 mediante la chiamata alle armi per istruzione, per la durata di circa un mese, di due classi della l' categoria. Nello stesso anno venne realizzato altresì il primo esperimento di mobilitazione e di costituzione di unità della milizia territoriale chiamato alle armi per istruzione, per la durata di 14 giorni, due classi della 3" categoria. Sempre nel 1881 il Ferrero fece partecipare alle grandi manovre nell'Italia centrale (Umbria) 4 reggimenti di milizia mobile - che si comportarono egregiamente, nonostante la mediocrità del personale d'inquadramento (ufficiali e sottufficiali) - e chiamò alle armi 20 mila uomini di 2• categoria per un'istruzione di circa 3 mesi. Tali esperimenti furono ripetllti anche negli anni successivi e così, ad esempio, nel 1884 furono chiamate alle armi per istruzione due classi della l" e della 2" categoria ed 1 della 3". Cfr. Filippo Stefani , op. cit
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presidiare adeguatamente il territorio nazionale e disporre ancora di una sufficiente massa di manovra al confine settentrionale. Sotto il profilo .finanziario le previsioni dell'anziano ex ministro si rivelarono fondate e, pur di realizzare l'ordinamento dell'esercito su 12 corpi d'armata, H Ferrero, con la piena approvazione del suo segretario generale, dovette a sua volta piegarsi ad utilizzare gli espedienti ideati dal Ricotti, primo tra tutti il congedamento anticipato del contingente di 1a categoria. Il fatto che Pelloux approvasse ora quanto aveva duramente deplorato l'anno prima non deve stupire. L'aumento organico proposto dal Ferrero consentiva effettivamente all'esercito di essere più manovriero, di adeguarsi meglio all'assolvimento dei compiti nuovi che la mutata situazione internazionale lasciava intravedere. Il nuovo assetto organico, in definitiva, poneva le basi per un esercito finalmente di livello europeo che in futuro, situazione finanziaria del Paese permettendo, si sarebbe potuto facilmente migliorare aumentando i reparti di artiglieria, di cavalleria e del genio. Con una simile prospettiva era perciò accettabile il ritorno ad una politica di ripieghi. Non è mancato naturalmente chi ha voluto vedere nell'ampliamento del volume organico del corpo ufficiali la vera ragione del nuovo ordinamento (25). L'ordinamento Ferrero ebbe, indubbiamente, anche il risultato di accelerare gli avanzamenti ma ridurre a « spinte di carattere corporativo» le motivazioni di un provvedimento tanto innovativo e tanto impegnativo sembra una vera e propria forzatura. Nel giugno 1884 il dissidio tra Pelloux ed il gen. Ricotti divenne insanabile. A causa di una malattia del ministro, fu il segretario generale, nominato per l'occasione commissario regio, a presentare alla Camera un disegno di legge che prevedeva la costituzione di 24 batterie da campagna e di 2 reggimenti di cavalleria. Si trattava indubbiamente di uno dei tanti perfezionamenti all'ordinamento dell'esercito su 12 corpi d'armata ed il Ricotti non perse l'occasione per attaccare a fondo la politica militare del Governo, soprattutto a causa degli aggravi finanziari che essa com(25) Cfr. Fernando Venturini, op. cit.
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portava. Pelloux rispose con vivacità accusando poco diplomaticamente l'anziano generale di« non avere altra occupazione, altro obiettivo che gettare il discredito su tutto ciò che fa il ministro della guerra». Naturalmente il Ricotti a sua volta reagì con durezza e l'incidente ebbe larga risonanza. Nell'ottobre il generale Ferrero dovette abbandonare la carica a causa delle sue condizioni di salute ed il presidente Depretis chiamò a succedergli proprio il Ricotti, non solo perché contrario alle continue richieste di fondi, che gli sarebbero certamente venute da un ministro favorevole alle riforme iniziate dal Ferrere, ma soprattutto perché desideroso di accentuare il carattere « trasformista » del suo Gabinetto facendovi entrare un qualificato esponente della destra. Pelloux allora rinunciò all'incarico di segretario generale del ministero della Guerra e ritornò in attività di servizio assumendo il comando della b r igata Roma.
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Promosso maggior generale il 5 aprile 1885 Pelloux fu confermato nel comando della brigata Roma: Pur dedicando alla brigata gran parte del suo tempo, non trascurò l'attività parlamentare, anzi si distinse da altri ufficiali, che pure appartenevano alla Camera dei Deputati, perché si interessò sempre anche a problemi che non riguardavano direttamente la difesa dello Stato. Come ha notato Amedeo Moscati, era entrato « a far parte di. quel gruppo di deputati, che veniva qualificato dei dissidenti, in cui si riunivano elementi di diversa origine anche - essi stessi ignorandolo - di diversa fede politica da Villa sino a Giolitti, a Sonnino, a Rudinì, a Chimirri. Un gruppo - per la influenza del quale Pelloux era stato eletto più tardi alla giunta del bilancio ed a relatore del bilancio della Guerra - non di vera e propria opposizione a Depretis e al Ministero suo, ma di aperto dissenso dalla politica finanziaria del Magli ani » (26 ). Divenuto Presidente de] Consiglio Francesco Crispi, al Ricotti subentrò il BertoléViale che riprese con decisione il completamento del disegno organico ideato dal Ferrero. (26) Amedeo Moscati, I ministri del Regno d'Italia (1889-1896), voi. IV, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Roma, 1976, pag. 190.
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Tra le tante innovazioni di grande importanza del nuovo ministro « anche le riforme dell'apparato centrale militare e delle strutture addestrative. Aboliti i Comitati cli artiglieria e genio, cli fanteria e cavalleria e di sanità militare, i loro compiti tecnici vennero assunti, in chiave operativa e non più consultiva, dagli ispettorati generali di artiglieria, del genio e cli sanità, che si aggiunsero al già esistente Ispettorato generale di cavalleria. L'istituzione di un analogo organo per la fanteria, cui era favo revole Bertolé-Viale, non trovò invece il consenso del Parlamento che preferì due ispettorati per gli alpini e per i bersaglier i » (27). Alla nuova carica fu chiamato nell'ottobre 1887 il Pelloux, che vi si impegnò notevolmente, lieto cli poter ritorn are spesso alle sue non dimenticate montagne. Ancora oggi il generale savoiar do è ricordato dagli alpini perché ideatore del loro motto: « Di qui non si passa » (28). Pelloux, che pure aveva appoggiato l'ascesa di Crispi, non ne approvò la politica coloniale, convinto che l'esercito non dovesse disperdere risorse preziose e che il Paese non potesse sostenere spese superflue. E indicativa al riguardo una sua dichiarazione espressa in Parlamento quando, come relatore del bilancio della guerra, aveva detto di credere che « la prima preoccupazione della nuova Camera dovesse essere di mettere in regolare asset to la finanza dello Stato ed il bilancio mediante economie in tutte le amministrazioni, economie che si dovranno spingere sino al punto cui è possibile arrivare senza danno. Nell'amministrazione militare si dovrà tenere le spese a quel punto che corrisponde alle finanze e al riparto de1Ie finanze dello Stato, cercando di trovare in riforme amministrative quel margine necessario, per mantenere la nostra potenza militare all'altezza cui deve stare (27) Vincenzo Gallinari, op. cit. (28) Nel 1888, in occasione deÙa visita a Roma dell'Imperatore di German ia, era stato concentrato nella capitale un corpo d'armata di formazione, di cui facevano parte due reggimenti alpini, passato in rivista il 13 ottobre a Centocelle. Alla fine di un banchetto al quale partecipavano gli ufficiali alpini, il generale Pelloux pronunziò un discorso: riferiti gli apprezzamenti riscossi dai reparti alpini, prosegui: « essi costituiscono per noi tutti un impegno grande e solenne: grande per la missione che ci ricordano essere a noi affidata; solenne per le circostanze. E questo impegno è tanto maggiore per la simpatia generale, per la fiducia, direi quasi illimitata, che accompagnano j nostri soldati, i quali per la popolazione che rappresentano simboleggiano quasi, all'estrema frontieta, alle porte d'Italia, un baluardo sul cui fron te sta scritto: non
si passa».
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ed al di sotto della quale non si potrebbe scendere senza mettere a repentaglio l'indipendenza e l'unità della Patria». Con una votazione rimasta famosa nella storia del Parlamento il 31 gennaio 1891 cadde il ministero CrispL Pelloux, che aveva votato contro lo statista siciliano, entrò nel nuovo ministero presieduto dal Rudinì e naturalmente ebbe il dicastero della Guerra (6 febraio 1891). Nel luglio fu promosso tenente generale. Il programma del nuovo ministero prevedeva il risanamento del bilancio statale attraverso la riduzione della spesa e perciò l'attività del ministro della Guerra fu rivolta in gran parte a mantenere in vita l'ordinamento Ferrero perfezionato dal BertoléViale, pur accettando un bilancio ordinario ridotto di nove milioni rispetto a quello dell'anno precedente. Pelloux conosceva molto bene la struttura ed il funzionamento della macchina militare, era inoltre un amministratore capace e meticoloso. Si buttò nell'impresa con energia ed economizzò su tutto: ridusse le spese per le truppe in Africa, tolse il cavallo ai capitani di fanteria, rinunciò persino ad avere il segretario generale, ritardò Ja chiamata della leva da novembre a marzo, riducendo al minimo la forza dei reparti nei mesi invernali, ma tutti questi provvedimenti non furono sufficienti. Come dice il Manacorda « la sua innegabile buona volontà di armonizzare il bilancio della guerra con il bilancio generale dello Stato nel quadro di una politica di compr essione di spesa, la severità dimostrata nel tosare impietosamente le spese minori, l'abilità nell'escogitare i ripieghi, non valsero, tuttavia, ad evitare che sorgesse nuovamente l'alternativa tra la riduzione delle spese militari e l'imposizione di nuovi oneri ». Nei primi mesi del 1892 fu chiesto, infatti, a Pelloux di rinunciare a 12 milioni di spese straordinarie già promessegli, rin uncia che egli giudicò inaccettabile. Il ministro delle Finanze, on. Colombo, chiese allora il ritorno dell'esercito a 10 corpi d'armata. Coerentemente con le dichiarazioni rese in Parlamento l'anno prima - economie sì, ma non tali da mettere in crisi l'apparato militare - Pelloux tenne duro, sorretto anche dalla fiducia d ella corona. Ruclinì propose allora alla Camera una nuova tassa sugli zolfarelli ma r icevette un voto cli sfiducia e si dimise. Pelloux conser vò l'incar ico anche nel nuovo ministero, presieduto dall'on. Giolitti. Il suo comportamento fu però oggetto
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di molte critiche, soprattutto per aver accettato con Giolitti uno stanziamento annuale di 246 milioni per il dicastero della Guerra, somma che aveva ritenuto insufficiente sotto Rudinì. Anche il passaggio da un ministero di « quasi destra», come quello Rudinì, ad uno di sinistra, così almeno si qualificava quello di Giolitti, fu ritenuto troppo disinvolto. In effetto a Pelloux premeva soltanto di portare all'approvazione parlam entare una nuova legge di avanzamento e di non rimettere in discussione, in alcun modo, l'ordinamento dell'esercito su 12 corpi d'armata. Alle sfumature del colore politico dei ministeri era poco interessato. Giolitti accettò l'ordinamento su 12 corpi d'armata e il consolidamento del bilancio della Guerra in 246 milioni, consentendo così, come desiderava Pelloux, di sottrarre l'amministrazione militare alle oscillazioni della politica finanziaria. Molti studiosi hanno voluto vedere in questa prassi una vittoria del militarismo in quanto, nell'ambito del bilancio consolidato, il ministro della Guerra avrebbe potuto gestire la forza armata senza il controllo del Parlamento. Molto più semplicemente il generale savoiardo mirava ad avere la possibilità di effettuare quella che oggi si definirebbe una sana programmazione della spesa. Pelloux, infatti, fu sempre un convinto sostenitore della sottomissione delle forze armate al potere politico e mai cercò di influire in senso bellicista sulla politica, estera o interna che fosse, dei governi ai quali partecipò. Con la caduta del primo ministero Giolitti, travolto dallo scandalo della Banca Romana nel dicembre 1893, Pelloux ritornò al servizio attivo presso le truppe, destinato al comando della divisione di Roma. L'attività di Pelloux ministro della Guerra non fu indirizzata soltanto ad escogitare quei ripieghi e quelle misure di , economia spicciola cui si è già fatto cenno, egli affrontò con energia e con razionalità anche i grossi problemi. All'epoca, una delle necessità più sentite era la riforma del sistema di mobilitazione, mai voluta affrontare dal predecessore di Pelloux, Bertolé-Viale. Il nocciolo del problema era il seguente: passare da un sistema di mobilitazione nazionale ad uno di carat. tere regionale. Tutti, militari e politici, concordavano sul fatto che la mobilitazione a carattere nazionale fosse eccessivamente lenta e costosa, come del resto era costoso il sistema di recluta-
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mento a carattere nazionale (29), ma non tutti erano concordi sul fatto che le cose potessero cambiare, giudicando molti che i tempi non fossero ancora maturi per attuare un sistema di reclutamento regionale, come già avveniva per le truppe alpine. Si riteneva, in sostanza, che la funzione sociopolitica dell'esercito - punto di incontro e di superamento dei vecchi regionalismi, garanzia dell'ordine pubblico - dovesse essere privilegiata rispetto a quella puramente difensiva. Pelloux ritenne di superare il problema mantenendo il reclutamento a carattere nazionale, ma adottando un sistema di mobilitazione regionale. Gli fu contestato naturalmente che le truppe avrebbero così dovuto prestare servizio in reparti del tutto sconosciuti, con ufficiali e sottufficiali mai visti prima, ma Pelloux era convinto che, fra l'inizio della mobilitazione e l'impiego delle unità in guerra, vi sarebbe stato tempo sufficiente per consentire a ciascuna di esse di acquistare la necessaria integrazione ed il provvedimento fu attuato. Al periodo Pelloux appartengono pure le Norme generali per l'impiego delle tre armi nel combattimento (marzo 1891) ed il Regolamento di servizio in guerra (marzo 1892), pubblicazioni dovute al generale Cosenz, capo di Stato Maggiore, ma che ricevettero la piena approvazione del ministro e che ebbero una grande importanza per l'efficienza dell'esercito in quanto sostituirono, in modo esplicito, nell'azione di comando il principio dell'iniziativa a quello dell'obbedienza rigida e passiva, che ancora permeava gran parte della regolamentazione. L'innovazione non sfuggì ad un critico militare dell'epoca che scrisse: « questi regolamenti possono aver sollevato, ed era da aspettarselo, qualche obiezione in quei vecchi ufficiali che, schivi d'ogni responsabilità, preferivano correre sulla falsariga di disposizioni tassative tracciate per qualsiasi circostanza; ma per gli ufficiali illuminati, invece, segnano un progresso notevole sugli antichi. Vi spira l'alito d'una vita nuova, più conforme allo spirito dei tempi, al livello della coltura generale odierna, all'indole delle guerre moderne. Esse si inspirano ad un concetto fecondo, largo della iniziativa e della responsabilità. Una soverchia paura (29) Con questo sistema ogni reggimento veniva alimentato da reclute provenienti da due regioni, diverse da quella nella quale era dislocato il reggimento. Il progetto <li mobilitazione prevedeva lo stesso schema per completar.e i reparti all'arto del!'emergenza.
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di quest'ultima non di rado tarpava per lo addietro le ali alla prima, soffocata talvolta e costretta da legami regolamentari soverchiamente minuti » (30). Non riuscì, invece, a Pelloux di far approvare al Parlamento una nuova legge per regolare l'avanzamento degli ufficiali, legge che fu approvata soltanto quattro anni dopo. L'esigenza di regolare l'avanzamento in modo tale da premiare i migliori, senza pregiudicare le condizioni di carriera ed economiche della massa, era profondamente sentita da tutti, ma non si era mai riusciti a trovare un accettabile punto di equilibrio. Ci si erano provati il Ferrero nel 1883, il Ricotti nel 1886, il Bertolé-Viale una prima volta nel 1887 ed una seconda nel 1889, tutti senza successo. Ci pr ovò anche Pelloux. I punti fondamentali della sua proposta di legge erano tre: ruolo unico per tutti gli ufficiali superiori; avanzamento a scelta solo per un quinto del ruolo; limiti di età rigidamente fissi, dai 48 anni per gli .ufficiali inferiori ai 68 per i tenenti generali comandanti di corpo d'armata. Il disegno di legge fu bocciato al Senato in seconda lettura, soprattutto per le perplessità di molti senatori generali sull'opportunità di un provvedimento che immetteva nello stesso ruolo ufficiali ·di provenienza diversa (dall'Accad_e mia Militare, dalla Scuola Normale, dai sottufficiali), per i quali un giudizio comparativo sarebe stato poco equo anche in considerazione del diverso tipo di servizio fino ad allora prestato. Anche l'introduzione di un limite di età per i generali rappresentava una novità poco gradita agli interessati. Gli ordinamenti dell'epoca, infatti, non prevedevano limiti di età per i generali, che potevano essere collocati in congedo solo a domanda. Gli alti gradi dell'esercito erano perciò pieni di ufficiali troppo anziani, non più idonei a guidare grandi' unità in guerra. Al riguardo il 23 settembre 1891 Pelloux così aveva scritto al sovrano: « ... Mi sento, lo confesso, non poco preoccupato quando penso alla possibilità di una guerra non lontana e questa mia preoccupazione, di cui ebbi già l'onore di far parte a V.M., si fa più viva oggi appunto che sto preparando il bollettino di mobilitazione ... ». Pelloux credette possibile r isolvere il proble(30) G. Goirnn, Del rinnovamento militare in Italia, Nuova Antologia, 1893.
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ma nel più ampio quadro di una nuova legge di avanzamento, ma la non .facile impresa non riuscì nemmeno a lui. Durante l'amministrazione del generale savoiardo furono portati a compimento anche molti piccoli provvedimenti benefici in tutti i settori dell'organismo militare. Si deve a Pelloux, ad esempio, il decreto del 27 settembre 1891 con il quale si dispose la costituzione della Biblioteca Militare Centrale riunendo, nella nuova sede del Ministero in via XX Settembre, la Biblioteca del Ministero della Guerra e quella del distretto militare di Roma. Successivamente, con decreto del 31 gennaio 1893, anche la biblioteca dell'ispettorato della sanità militare fu annessa a quella Centrale. Così fu ancora opera di Pelloux il decreto che dispose un supplemento di pane ed una quota di miglioramento rancio per le truppe dislocate in montagna, norma che, sostanzialmente, è ancora in vigore oggi. Paragonata all'attività di altri ministri - Ricotti, Mezzacapo, Ferrero, Bertolé-Viale - quella esplicata da Pelloux può quindi apparire meno incisiva, ma è necessario tenere presente che la riduzione delle assegnazioni di bilancio non gli consentì di sviluppare una più dinamica gestione del dicastero. All'epoca l'opera del ministro Pelloux fu duramente criticata da larghissima parte del corpo ufficiali. Gli anziani non gli perdonarono il disegno di legge sull'avanzamento che introduceva il limite di età, i giovani non accettarono la decisione di togliere il cavallo ai capitani di fanteria, tutti poi gli rimproverarono il sistema « forza massima - forza minima >> che di fatto trasformava per i lunghi mesi invernali molti ufficiali in disoccupati. Sulle pagine di un periodico molto diffuso tra i militari, l'Esercito italiano, la polemica arrivò« a giungere ad accuse quasi di tradimento» (31). Nel nuovo ministero, presieduto da Francesco Crispi, il dicastero della Guerra fu assegnato al gen. Mocenni che rinunciò al principio del bilancio consolidato e che accettò una diminuzione del bilancio ordinario, pur perseguendo il presidente Crispi una politica aggressiva in Africa. Naturalmente Pelloux, nella sua veste di deputato, non risparmiò pungenti critiche al Mocenni, che gli inflisse un rimprovero. (31) Lorenzo Strik Lievers, La stampa militare di fronte alla crisi dei fasci siciliani, estratto dal voi. II de I fasci siciliani, Di Donato Editore, Bari.
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Pelloux si rese allora conto di quanto fosse difficile la posizione di un ufficiale-deputato che intendesse opporsi al m inistro della Guerra e ne fu sdegnato. Forse per rendergli p iù difficoltosa la partecipazione ai lavori parlamentari, nel febbraio 1895 fu trasferito a Verona, quale comandante del V corpo d'armata e comandante designato, in caso di guerra, della 3" ar mata che avr ebbe dovuto operare sul Reno contro la Francia, secondo la convenzione militare stipulata con la Germania nel 1888 nell'ambito della Triplice Alleanza. L'incarico era quanto mai appagante per un militare, e Pelloux lo fu sempre. Rinunciò perciò, senza troppi rimpian ti, a r ipr esentarsi nelle elezioni generali del maggio 1895 ai suoi fedelis simi elettor i livornesi (32), dedicandosi « a tempo pieno » a migliorare l'efficienza delle unità che gli erano state affidate. La carriera politica del generale savoiar do non era per ò finita. Il 1° marzo 1896 Baratieri fu battuto ad Adua. Una sconfitta indubbiamente grave ma, altrettanto indubbiamente, non irreparabile, dovuta soprattutto, volendo ricercar ne beninteso solo le cause immediate, alla mancanza di sicure informazioni sul ter reno e sul nemico. Il cor po di spedizione si era battuto bene: due generali, Arimondi e Dabormida, erano caduti sul campo, un terzo, Albertone, era stato ferito; il nemico, pur vittorioso, non aveva osato avanzare impressionato dalle perdite subite; il Paese disponeva delle risorse materiali per ribaltare la situazione, non aveva però quelle morali. « Come nel 1866 una sconfitta in campo militare fu rapidamente trasfor mata in un sciagura nazionale dal pandemonio pubblico che suscitò » (33 ). Tutta l'Italia fu squassata da fremiti rivoluzionari. « L'antimilitarismo minacciava le forze armate, i repubblicani la monarchia, i socialisti i propretari delle fabbriche di Milano, i contadini senza legge i proprietari terrieri del Mezzogiorno » ( 34 ). Naturalmente cadde il governo Crispi ed il re fu costretto ad affidarsi al gen. Ricotti, da sempre contrario alla politica africana ed all'aumento delle spese militari, ma amministratore valido, di grande prestigio nell'esercito e molto stimato nel Parlamento. Il generale non desiderava però la presidenza del consi(32) Il II collegio di Livorno aveva inviato Pelloux in Parlamento nell'82, nell'86, nel '90 e nel '92 (XIV, XV, XVI, XVII e XVIII legislatura). (33) Joho Whittan, Storia dell'esercito italiano, Rizzoli, Milano 1979. (34) John Whittan, op. cit.
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glio, ambiva invece a ritornare al dicastero della Guerra; fu così possibile formare un gabinetto, con alla presidenza il Rudinì e con il gen. Ricotti alla Guerra, con il compito di liquidare in fretta l'eredità crispina. Il Ricotti però era l'uomo dei 10 corpi d'armata e, non potendo più ritornare a quell'ordinamento a causa degli impegni assunti con gli alleati della Triplice, pretese almeno la riduzione da quattr o a tre delle compagnie, degli squadroni e delle batterie nei battaglioni-gruppi per aumentare la forza media delle unità elementari e rendere possibile un migliore addestramento. Il sovrano sul momento acconsentì ma poi, divenuta la situazione meno pericolosa, si accordò con lo stesso presidente Rudinì per impedire al Ricotti di portare a compimento la riduzione organica concordata. Indignato, il gen. Ricotti si dimise nel luglio, il ministero fu rimpastato ed alla Guerra fu chiamato Pelloux, prontamente · nominato senatore dal re. Anche il nuovo ministro subordinò il suo assentimento ad alcune condizioni: il ritorno del bilancio militare ai livelli anteriori al 1893 ed il mantenimento della designazione al comando della 3a armata in caso di guerra. Erano però condizioni gradite al sovrano e Rudinì le accettò senza riserve. Anche se tutta la vicenda fu condotta dalla corona in modo poco rispettoso della volontà del Parlamento, non si può rimproverare il generale savoiardo per aver accettato di subentrare a chi intendeva stravolgere quell'ordinamento dell'esercito che era, da almeno dodici anni, la sua costante preoccupazione. Pelloux fu subito costretto a chiedere le dimissioni a Baratieri, assolto dall'accusa di incapacità dal tribunale militare di Massaua ma ugualmente ritenuto colpevole dall'opinione pubblica, e fu un'incombenza dolorosa perché i due generali erano legati da una vecchia amicizia. Poi, come ministro della Guerra, fece tutto il possibile perché la politica coloniale fosse completamente abbandonata, sostenendo, sulla base di una rigorosa valutazione del problema sotto l'aspetto finanziario (35), che la colonia era soltanto « una causa (35) Nel dicembre 1896 Pelloux, dopo aver consultato anche il nuovo Capo di Stato Maggiore gen. Saletta, inviò al Rudinì uno studio intitolato Considerazioni circa l'occupazione militare della Colonia Eritrea.
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seria di grave indebolimento della nostra influenza in Europa ». Come ha notato con sagacia il Manacorda « nell'antiafricanismo di Pelloux si rivelano, con par ticolare evidenza, le caratteristiche di una concezione politica, la cui ispirazione fondamentale è la conservazione ,all'interno come all'estero, dei risultati del Risor gimento. Lo Stato che Pelloux vuole conservare, come l'optimum raggiunto una volta per sempre, è la monarchia costit uzionale prodotta dal Risorgimento. E se rifiuta, con tanto costante fermezza, la politica coloniale, la rifiuta in ragione dei rischi che essa può far correre alla solidità di quella costruzione. Nella politica internazionale la sua visione non va oltre il quadro classico dell'equilibrio delle potenze in Europa ». Chiusa la questione africana, Pelloux riprese a lavorare di buona lena sul progetto di legge per l'avanzamento degli ufficiali e lo ripresentò al Parlamento. Nel dicembre 1897 però si dimise, amareggiato da alcune decisioni della Camera: l'immediata ·soppressione del tr ibunale supremo di guerra e marina (36) ed alcuni emendamenti al suo prediletto disegno di legge sull'avanzamento, che peraltro fu finalmente approvato. Destinato al comando del corpo d'armata di Firenze fu poi trasferito a quello di Roma, per consentirgli una più attiva partecipazione ai lavori del Senato. Anche la seconda esperienza ministeriale può considerarsi pienamente positiva, Pelloux indirizzò infatti la sua attività alla risoluzione di problemi concreti e vitali, migliorando sensibilmente l'efficienza dell'esercito.
PREFETTO DI BARI
Alla fine dell'aprile 1898 esplosero in molte regioni estesi moti popolari di protesta, originati sostanzialmente dal rincaro del prezzo del grano che aumentava drammaticamente la miseria dei braccianti agricoli e del proletariato urbano. La grande massa dei dimostranti era animata soltanto dal disperato bisogno di ottenere salari più alti, non era intenzionata certo a sovvertire le istituzioni. (36) La decisione della Camera non ebbe poi alcuna p (atica attuazione.
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Ma il governo si impressionò e, nelle regioni dove le manifestazioni erano state più gravi, trasferì i poteri di pubblica sicurezza all'autorità militare. Pelloux fu inviato a Bari per assumere contemporaneamente le funzioni di comandante dell'XI corpo d'armata, di prefetto di Bari e di responsabile dell'ordine pubblicq per la Puglia, la Basilicata e la Calabria. Poteri quindi vastissimi, affidatigli dal governo per « assicurare il completo e soprattutto sollecito ristabilimento dell'ordine pubblico». Il 6 maggio iniziarono a Milano gravi tumulti, il presidente Rudinì si convinse che le agitazioni fossero arrivate ad uno stadio rivoluzionario e proclamò lo stato d'assedio, con le conseguenze ben note. Il provvedimento era in effetto sproporzionato alle reali necessità, come ha scritto uno storico non sospetto: « insomma, i fasti ed i nefasti stessi e maggiori del 1894 in Sicilia. A di Rudinì toccò prendere il volto del suo maggior conterraneo ed emulo Crispi: anche lui ingrandì il pericolo, vide complotti che non c'erano, sospettò di immaginarie complicità straniere, perse di vista o velò d'ombra le cagioni vere dei moti» (37). Il presidente del consiglio delegò anche a Pelloux la facoltà di proclamare lo stato d'assedio nelle province che gli erano state affidate, ma il generale savoiardo non si avvalse di questa possibilità. Anche in quella occasione dimostrò grandi doti di equilibrio e di realismo, non si fece ingannare dalle apparenze, giudicò gli avvenimenti per quelli che erano e rifiutò il ricorso a mezzi eccezionali per ristabilire una situazione che non era eccezionaJ.e. Il comportamento di Pelloux fu, inoltre, rigorosamente coerente con le sue convinzioni. Come è già stato messo in evidenza, Pelloux era un militare dai piedi alla cima dei capelli, per lui l'unico compito dell'esercito era quello di difendere il Paese. Ed a quell'idea aveva informato tutta la sua vita, da quando, giovinetto, aveva chiesto a Cavour di battersi fino a due anni prima, quando aveva preteso di mantenere, in caso di guerra, il comando della 3" armata. Il desiderio di tenere lontani i soldati dalle agitazioni di piazza non derivava dal sospetto che i soldati potessero
(37) Gioacchino Volpe, Italia Moderna, Sansoni, Firenze, 1945, pag. 490.
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solidarizzare con i dimostranti, ma dalla convinzione che l'esercito era il vero cemento della Nazione, non uno strumento di parte. Al termine dell'esigenza Pelloux compilò per il ministro degli Interni un documento, molto illuminante per comprenderne il pensiero, intitolato Relazione sulla mia missione a Bari. Riservatissùna e personale. Dal documento appare, infatti, con tutta evidenza la sua ritrosia ad impiegare l'esercito in compiti di ordine pubblico e la sua profonda fede nella validità delle leggi ordinarie che dovevano essere in grado di risolvere tutte le situazioni. E proprio l'ottima prova fornita come prefetto in condizioni difficili costituì la causa determinante dell'ulteriore promozione politica del generale Pelloux.
PRESIDENTE DEL CONSIGLIO
Il modo con il quale erano stati repressi i moti popolari, specie a Milano, provocò aspri dissensi anche tra i componenti del ministero ed il presidente Rudinì dovette dimettersi. Ottenuto il reincarico, egli si presentò alla Camera con alcuni disegni di legge restrittivi delle libertà individuali e che autorizzavano il governo ad applicare in pace per ragioni di ordine pubblco leggi relative allo stato di guerra. L'opposizione fu molto viva e il Rudinì di dimise nuovamente. Il re designò alla presidenza del consiglio il senatore Gaspare Finali, che rinunciò subito ,al mandato convinto di non poter ottenere una sicura maggiorana zalla Camera. Su indicazione di Zanardelli e degli amici di Giolitti, Umberto I affidò l'incarico al generale Pelloux, esponente della sinistra ma bene accetto al gruppo di centi,:o che faceva capo al Sonnino. Zanardelli spinse tanto avanti la sua tutela nei riguardi di Pelloux che la definizione della struttura del nuovo ministero fu raggiunta, con il suo intervento preponderante, nella sua stessa casa. La scelta del sovrano parve a tutti ottima: il generale senatore garantiva di governare con energia ma senza ricorrere a leggi eccezionali. Pelloux stesso definì alla Camera il suo programma in questi termini « ristabilire l'ordine e giungere alla pacificazione degli animi con una politica conservatrice e liberale nel me-
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desimo tempo: conservatrice per quanto riguarda la salvaguardia dell'ordine e delle istituzioni, liberale in tutto il resto ». Il 29 giugno 1898, quando Pelloux assunse la nuova ed altissima carica, erano all'esame del Parlamento due disegni di legge, presentati dal precedente ministero Rudinì con lo scopo di fornire al governo in via permanente i poteri necessari per impedire gravi turbamenti all'ordine pubblico e che, conseguentemente, contenevano norme limitative delle libertà individuali, di associazione e di stampa. Il primo disegno di legge prevedeva che le misure restrittive ivi contenute avessero una durata limitata ad un anno, il secondo, che si articolava in cinque leggi, prevedeva invece l'emanazione di provvedimenti a carattere permanente. Pelloux, ripresentò subito, peraltro con alcune opportune attenuazioni, la legge a carattere temporaneo, approvata dalla Camera senza difficoltà, con il voto di tutti i deputati ad eccezione di quelli dell'estrema sinistra. Questa legge dava facoltà per un anno al governo di pr oclamare lo stato d'assedio, di militarizzare i ferrovieri e gli impiegati delle poste e dei telegrafi, di inviare al domicilio coatto le persone pericolose per l'ordine pubblico. Intanto, così come aveva dichiarato quando si era presentato alla Camera, il presidente generale r iportò gradualmente il Paese alla normalità: fece cessare lo stato d'assedio nelle province dove era ancora in vigore, permise la pubblicazione dei giornali sospesi, tollerò la ricostituzione delle associazioni disciolte, specie di quelle cattoliche. Tutte queste misure conciliative si conclusero poi nel marzo dell'anno successivo, con la concessione di un indulto per coloro che erano stati condannati dai tribunali militari l'anno prima. Contemporaneamente all'opera di riappacificazione all'interno, Pelloux si dedicò al miglioramento delle relazioni con la Fr ancia, specie di quelle commerciali. La stipulazione del nuovo trattato di commercio, che pose fine a quella guerra doganale che aveva sfiancato l'agricoltura italiana, avvenne a Parigi il 21 novembre 1898 ed entrò in vigore nel febbraio dell'anno successivo. L'avvenimento ebbe anche un notevole rilievo politico, come riconobbe il ministro degli esteri francese Delcassé, e costituì il preludio del riavvicinamento italo-francese sanzionato poi dagli accordi del 1900 e del 1902; al presidente Pelloux, a conferma
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dell'importanza attribuita al trattato, fu conferito il Gran Cordone della Legion d'Onore» (38). Nel febbraio del 1899, in un clima politico e sociale ormai addolcito, Pelloux presentò alla Camera i provvedimenti a carattere permanente già proposti dal Rudinì, anche questi attenuati rispetto alla stesura originaria. In prima lettura la legge fu approvata il 4 marzo con 310 voti, tra cui quello di Giolitti. Come voleva la procedura per l'approvazione delle leggi con il sistema delle tre letture, il disegno di legge fu sottoposto all'esame di una apposita commissione e Pelloux auspicò, tra il generale consenso dei parlamentari, che, una volta rivisto il disegno di legge dalla commissione, il passaggio alla seconda lettura dovesse significare « accettazione completa del concetto informatore dei disegni di legge e della loro necessità», pur essendo il ministero disposto ad accettare « quegli emendamenti che si sarebbero reputati opportuni». Pelloux, vittorioso alla Camera in politica interna, incappò allora in un incidente di politica estera. Nel marzo il governo aveva iniziato con la Cina una trattativa per ottenere, come le altre Grandi Potenze, una base navale nella baia di San Mun. Il momento sembrava favorevole: il decrepito impero cinese, battuto dal Giappone, sembrava ormai sul punto di disgregarsi. Pelloux non era un colonialista, ma riteneva che l'acquisizione di una stazione commerciale in Cina avrebbe rialzato il nostro prestigio in Europa. Purtroppo « la nostra azione diplomatica, male preparata e peggio condotta, contrariata dalla Russia, non sostenuta dall'Inghilterra, resa difficile dallo scarso credito internazionale dell'Italia, fresca ancora di Adua, si risolse in pieno insuccesso » (39). La Cina, infatti, ebbe un soprassalto di vitalità e rifiutò la concessione; l'inabile ministro degli Esteri, Canevaro, volle allora forzare il governo cinese inviandogli un ultimatum, ma l'Inghilterra si oppose all'iniziativa e le unità della flotta inviate nel Mar Giallo dovettero ritornare. Un grosso smacco internazionale, dunque, che poteva essere evitato e che provocò una forte opposizione al governo, non (38) Pelloux era stato anche insignito dal Kaiser Guglielmo II della Gran Croce dell'Aquila Rossa e dal re Umberto I del Gran Cordone dell'Ordine della Corona d'Italia. (39) Gioacchino Volpe, op. cit., pag. 497.
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tanto per la vicenda in se stessa quanto perché offrì l'occasione al coagularsi di un certo malcontento dei deputati, dovuto anche ad alcune misure fiscali proposte dal ministro delle finanze, Carcano, che tendevano a recuperare all'erario le somme che si sarebbero perse rinunciando al dazio comunale sulle farine, una delle cause dei moti dell'anno precedente. Il Moscati ritiene, molto probabilmente cogliendo nel segno, che alla base di tutto ci sia stata l'intenzione di Giolitti di far cadere il governo per succedergli, ad ogni modo Pelloux non aspettò un voto contrario della Camera e si dimise nel maggio 1899. Ottenuto dal re il reincarico, dovette formare il nuovo governo appoggiandosi alla destra guidata da Sonnino, anche perché gli era necessario un esperto ministro degli Esteri come il Visconti-Venosta per chiudere l'incidente di San Mun nel modo migliore ed il Visconti-Venosta apparteneva al gruppo sonniniano. Naturalmente Giolitti con il suo gruppo passò all'opposizione, così fece Zanardelli che ~si dimise dall'incarico di presidente della Camera. Non è possibile stabilire con chiarezza se Pelloux si sia appoggiato a Sonnino convinto di aver perso il sostegno di Giolitti o se Giolitti tolse l'appoggio a Pelloux perché questi si era accordato con Sonnino. Ottenuta comunque la fiducia della Camera con 238 voti favorevoli e 139 contrari, Pelloux ripresentò i famosi provvedimenti sull'ordine pubblico, rivisti dalla commissione parlamentare, per farli approvare in seconda lettura. L'estrema sinistra per impedire che il disegno di legge venisse approvato ricorse allora all'ostruzionismo che l'on. Chinaglia nuovo presidente della Camera, uomo di grande dottrina ma di poca autorevolezza, non seppe contenere entro limiti accetta bili. Pelloux pensò di aggirare l'ostacolo con un espediente costituzionalmente poco ortodosso: stralciò dai provvedimenti le norme relative al diritto di associazione ed alla libertà di stampa e le presentò sotto forma di decreto legge, riservando così alla Camera l'alternativa di approvarle o non approvarle entro venti giorni. Poli ticamente fu una mossa infelice perché offrì alla sinistra giolittiana l'occasione cercata per allearsi con l'estrema socialista e succedere così alla maggioranza nel governo. Persino alcuni deputati che avevano fatto parte del precedente ministero Pelloux passarono ad una aperta opposizione deplorando l'illegalità del decreto.
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L'ostruzionismo continuò arrivando al punto che nella seduta del 30 giugno 1899, prendendo occasione da un incidente di carattere procedurale, mentre si procedeva alla votazione a scrutinio segreto di alcuni decreti riguardanti i bilanci, due deputati dell'estrema sinistra - gli on. De Felice e Prampolini - rompevano ed asportavano dall'aula le urne delle votazioni. Per reazione un gruppo di deputati della maggioranza propose alcune modifiche al regolamento della Camera, la proposta suscitò nuove e più forti proteste. La vicenda è troppo nota per essere qui ripetuta, il nocciolo della questione sta nel fatto che Pelloux, pur disponendo di una maggioranza, non riuscì ad imporsi, soprattutto per l'ormai dichiarata ostilità di Zanardelli e di Giolitti, ma ostinatamente non ritirò le proposte di legge; era convinto, infatti, della necessità di aumentare i poteri dell'esecutivo e della magistratura sul controllo della libertà di stampa e di associazione e di limitare il diritto di sciopero per gli appartenenti ai servizi pubblici, ma era anche convinto che queste misure potessero essere adottate solo con l'approvazione del Parlamento. Pelloux non voleva abolire le libertà, voleva soltanto dare al governo nei casi di emergenza la possibilità, applicando leggi già esistenti, di difendere la libertà e le istituzioni senza ricorrere a tribunali militari, anche perché consapevole che questa prassi alla lunga avrebbe dato voce più consistente all'ostilità verso l'esercito e verso le spese militari. Constatato che ormai non era possibile ottenere dalla Camera non solo l'approvazione dei decreti ma nemmeno un regolare funzionamento Pelloux, molto correttamente, propose al sovrano di indire nuove elezioni. Le elezioni, tenute il 3 giugno del 1900, dettero ancora la maggioranza al generale savoiardo, ma l'estrema si era rinforzata di circa 20 deputati e la Camera si dimostrò subito poco governabile. Pelloux allora si dimise, forse anche perché si era accorto di aver perso l'appoggio della corona, desiderosa che la vita del Parlamento riprendesse il ritmo normale. Un giudizio globale su Pelloux presidente del consiglio non può che essere positivo: chiamato alla presidenza con il preciso mandato di riportare il Paese alla normalità nel rispetto delle leggi - e non con l'occulto scopo di attuare un colpo di stato reazionario - egli assolse compiutamente l'incarico.
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La crescente ostilità dei deputati giolittiani e zanardelliani, l'accanito ostruzionismo dell'estrema sinistra, gli attacchi petulanti di parte della stampa non debbono ingannare : il Paese non era contrario a Pelloux, la maggioranza riportata nelle elezioni del 3 giugno 1900 ne è la prova inconfutabile. Il generale savoiardo cadde proprio perché aveva esaurito il compito affidatogli, una volta ritornata la Nazione ad un clima di ordinata convivenza occorreva qualcuno che la guidasse in quella crescita politica, economica e sociale che il nuovo secolo postulava e Pelloux non aveva la preparazione necessaria per questo nuovo compito. Si possono anche formulare alcune riserve sul modo con il quale l'anziano generale condusse la sua battaglia parlamentare ma quello che perde il politico lo acquista l'uomo. Pelloux era troppo gentiluomo p er concepire e portare a termine astute macchinazioni parlamentari, troppo r ispettoso delle norme per escogitare espedienti che sembrassero legali atti ad eluderle, troppo imbevuto di senso dell'onore e troppo fermo nelle proprie convinzioni per accettare compromissioni. Per quanto le analogie in politica siano sempre approssimat ive forse è possibile stabilirne una tra il binomio D'Azeglio-Cavour e quello Pelloux-Giolitti: in entrambi i casi fu il più gal antuomo a soccombere. Pelloux anche come presidente del consiglio si dimostrò abile amministratore ed onesto ser vitore dello Stato: pacificò, come si è visto, il Paese; migliorò le con dizioni di vita del proletariato; fu forse incauto nel trattare con la Cina ma certamente sagace negli accordi con la Francia; accettò le dimissioni del suo m inistro della Guerra, generale Mirri, pur di non aumentare di cinque milioni le spese militari; non esercitò alcuna influenza sui prefetti - contrariamente alle abitudini dell'epoca - per far eleggere candidati favorevoli al governo nelle elezioni del 1900; passò in consegna al suo successore 330.000 lire di fondi riservati, a testimonianza della sua incapacità di ottenere il consenso con l'imbroglio o con il denaro. Qualche studioso attribuisce soltanto al raccolto eccezionalmente buono del 1898 ed alla favorevole congiuntura dell'economia, che permise di riassorbire molti disoccupati, il relativo benessere del Paese durante i due anni della presidenza Pelloux. Per quanto all'epoca il potere esecutivo avesse limitate possi-
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bilità di gestire l'economia, ci sembra però che un qualche merito per le migliorate condizioni generali debba pur essere attribu ito al governo .in carica! E di questo Pelloux era consapevole se in un discorso elettorale qualche giorno prima delle elezioni disse: « la tranquillità pubblica che due anni or sono era profondamente turbata ora è perfetta in tutto il territorio dello Stato. E questi due anni di assoluta tranquillità, i quali danno sicuro affidamento per l'avvenire, hanno giovato all'economia nazionale assai più di qualunque riforma legislativa. Condizione prima del salutare risveglio della vita economica, dei continui progressi dell'agricoltura e dell'industria, dello incremento e della feconda attività delle libere associazioni a scopo economico, è l'ordine pubblico, che abbiamo mantenuto e manterremo imperturbato. Al paese, noi abbiamo garantito e garantiremo la pace interna, senza la quale i frutti del lavoro sono compromessi ; e l'assistenza del Governo, dovunque essa si dimostri di reale utilità, non gli mancherà. Così abbiamo contribuito, assai più validamente e sinceramente che non con pompose promesse o pericolose lusinghe, al b ene e al miglioramento reale delle classi lavoratrici ». Anche l'ostinazione dimostrata dal generale savoiardo nel voler ottenere dalla Camera l'approvazione dei famosi decreti può essere considerata mancanza di flessibilità e di senso dell'opportunità, ma non può giustificare quella patente di reazionario che ancor oggi qualcuno gli attribuisce. Pelloux era - giova ribadirlo ancora - un uomo d'ordine, un uomo legato alle strutture politiche nate .nel Risorgimento, non certo insensibile alle necessità delle classi più umili anche se persuaso che le gerarchie sociali del suo tempo potessero assicurare a tutti i cittadini un giusto livello di vita. Considerare perciò la sua attività alla presidenza del consiglio come un tentativo di « stroncare l'opposizione politica e, soprattutto, sociale», come mostra di credere il Del Negro (40), ci sembra assolutamente errato. (40) « Alla sconfitta africana scgul una fase quan to mai convulsa, caratterizzata in ogni caso dal tentativo di un blocco reazionario, che faceva perno sulla monarchia, di stroncare l'opposizione politica e, soprattutto, sociale: proprio ad uno dei maggiori leadcrs dell'esercito, Luigi Pelloux, fu affidato il compito · di garantire, gettando sulla bilancia il peso dei militati, il successo dell'operazione». Piero Del Negro, Esercito, Stato, Società. Cappelli, Bologna, 1979.
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GLI
ULTilVII ANNI
Le dimissioni dal governo segnarono in pratica la fine della carrier a politica e militare dell'ormai anziano generale anche perché la tragica scomparsa di re Umberto I, avvenuta poche settimane dopo, gli tolse per sempre l'appoggio della corona. Pelloux non nutriva molta simpatia per Vittorio Emanuele III e quando il nuovo re chiamò al governo Giolitti, dimostrando così di condividere una politica di maggior impegno sociale, la preclusione divenne assoluta. Pelloux, infatti, vide sempre nel socialismo un per icolo per le istituzioni e non comprese quanto fosse utile per tutta la Nazione una politica di graduale avvicinamento delle masse popolari all'azione di governo. Sul finire del 1901 gli fu dato il comando del corpo d'ann ata di Torino, nonostante fosse libero quello di Roma, ma Pelloux non rallentò, come forse aveva sperato il governo, la sua partecipazione ai lavori del Senat o, anzi proprio come senatore ebbe uno scontro violento con Giolitti, al quale non seppe mai perdonare il comportamento ambiguo tenuto durante il suo primo ministero. Nell'aprile del 1902 i gravi disordini verificatisi in diverse città avevano indotto il governo a disporre la militarizzazione dei ferrovieri per impedirne lo sciopero ed il senatore Pelloux fece osservare a Giolitti, presidente del consiglio e ministro degli Interni, che il provvedimento avrebbe dovuto essere preso dal governo in forza di una legge normale e non arbitrariamente, agendo in un regime di pieni poteri. Giolitti, dimenticando volutamente di rispondere in Senato ad una interpellanza, fece mostra di stupirsi che un comandante di corpo di armata criticasse il governo dando così esempio di indisciplina e concluse la discussione affermando che « il giorno in cui si dovessero richiamare alle armi i. ferrovieri e questi. potessero invocare contro il provvedimento l'alta autorità di chi nell'esercito ha la prima delle posizioni, la condizione del ministro dell'Interno diverrebbe intollerabile » . Pelloux rispose che se l'essere un generale in ser vizio doveva limitare la sua attività di senatore, avrebbe chiesto il collocamento a riposo. E così fece, terminando la carriera con quattro anni di anticipo rispetto ai limiti di età. In effetto la sua partecipazione ai lavori del Seanto, sul principio molto attiva, a causa dell'età e della distanza - si era stabilito a Bordighera - si attenuò poi notevolmente. Si possono comunque ricordare alcuni
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episodi che confermano quanto si è detto sulle qualità e sulle convinzioni di Pelloux. Nel 1903, intervenendo in Senato nella discussione sul bilancio del ministero della Guerra, ebbe ancora l'occasione di criticare la politica interna di Giolitti, alla quale rimproverava di distrarre troppo spesso l'esercito dalle sue istituzionali attività addestrative per impiegarlo in servizi di publica sicurezza. Altro intervento notevole fu quello contro il sindaco di Roma, Ernesto Nathan, che il 20 settembre 1910 celebrando l'anniversario dell'unione di Roma all'Italia aveva attaccato con termini vivaci la Chiesa che, « fortilizio del dogma e regno dell'ignoranza», si contrapponeva alla Roma delle scienze e del progresso. Discorso molto poco diplomatico che non poteva passare inosservato, anche perché il Nathan era Gran Maestro della massoneria ed infatti il 22 settembre arrivò una vibrata protesta del papa. Poiché il governo non interveniva né per condannare né per approvare l'operato del Nathan, Pelloux rivolse al presidente del consiglio Luzzatti un'interpellanza, poi sviluppata in una lettera aperta sul Giornale d'Italia, nella quale sostenne con vigore l'ipotesi che il governo, rendendosi complice con il suo silenzio del sindaco di Roma, avesse mancato alla legge delle Guarentigie. L'anziano generale naturalmente partecipò alla solenne seduta del Senato del 21 maggio 1915 per votare la concessione dei pieni poteri al governo in vista della dichiarazione di guerra. L'entusiasmo con il quale seguì le vicende belliche, così come la sua sincera adesione di qualche anno prima alla guerra libica, non possono essere considerati una evoluzione in senso colonialista e militarista del suo pensiero oppure un semplice sentimento di antagonismo nei confronti di Giolitti, strenuo fautore della neutralità italiana. In perfetta coerenza con gli ideali sempre perseguiti) Pelloux vide nella conquista della Libia un'affermazione che rialzava il prestigio dell'Italia in Europa e considerò la grande guerra come il completamento ed il coronamento del Risorgimento. Il destino riserbava ancora a Pelloux una piccola amarezza. Nel settembre del 1919 Nitti, allora presidente del Consiglio, incerto sull'atteggiamento da t enere di fronte alla questione fiumana aveva creduto opportuno proporre al re la convocazione del Consiglio della Corona del quale, per vecchia consuetudine, erano chiamati a far parte, tra gli altri, tutti gli ex presidenti
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del consiglio . CosÏ furono convocati Giolitti, Sonnino, Luzzatti, Salandra, Boselli, Orlando, n on Pelloux. L'anziano statista non accettò l'ipotesi di una banale dimenticanza e scrisse una polemica lettera di protesta al presidente Nitti, ul timo gesto ufficiale di un'intera lunghissima vita spesa al servizio dello Stato. I1 26 ottobre 1924 Luigi Pelloux si spegneva a Bordighera, lasciando un libro inedito di memorie, Quelques souvenirs de ma vie, ed un ricco archivio, entrambi fon damentali per comprendere la personalità .
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GIUSEPPE DOMENICO PERRUCCHETTI Con la cos tituzione del Regno d'Italia il valore strategico delle Alpi nei riguardi della difesa del territorio naziona1e suggerisce agli organi responsabili di creare una Commissione Permanente per la Difesa Generale dello Stato della quale vengono chiamate a far parte le più illustri personalità militari. La Commissione, dopo un profondo e accurato s tudio durato nove anni, il 12 agosto 1871 presenta al Ministro della Guerra, Luogotenente Generale Cesare Ricotti Magnani, un « Piano di difesa » basato su un sistema di fortificazioni delle Alpi e sullo sbarramento delle relative vie di comunicazione. Un giovane capitano di Stato Maggiore, Giuseppe Domenico Perrucchetti, prendendo lo spunto dalla relazione presentata dalla Commissione a corredo del « Piano di difesa», redige uno studio dal titolo: Considerazioni per la difesa di alcuni valichi alpini e proposta di un ordinamento militare territoriale della zona alpina. Perrucchetti, dopo aver preso in esame le possibilità di difesa dei valichi alpini, e in particolare di quelli verso l'Austria e la Svizzera, scrive: « Stato attuale della difesa alpina. Se la storia non fosse là per insegnarlo basterebbe a persuadercene il pensare a quanto potrebbe avvenire nelle condizioni attuali allo scoppiare di una guerra. « Come è naturale, per non essere colta in flagrante mobilitazione, e per dar modo a questa di compiersi, l'Italia non potrebbe, all'aprirsi delle ost ilità, mandare i suoi Corpi attivi a concentramento sulla frontiera, ma dovrebbe riunirli alquanto indietro. « Si troverebbe perciò nell'alternativa o di lasciar sguerniti i p assi delle Alpi e perdere il vantaggio di ritardare per qualche settimana l'invasione nemica, ritardo che, permet tendo alla mo-
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bilitazione di compiersi, potrebbe salvare il paese; oppure di provvedervi, inviando a guardare quei passi parte di quelle forze che, per essere state mobilitate per le prime e già pronte e disponibili, sarebbe tanto più necessario di tenere unite e sottomano. Si parlò, è vero, di sbarrar con forti i passi alpini, ma lo si farà? Si sbarreranno tutti e presto quei passi? Ed in ogni modo chi fornirà i presidii di quei forti? Chi concorrerà alla difesa attiva di quelle valli? « L'istituzione delle milizie provinciali risponde oggidì a questa domanda, e risponde così: all'aprirsi delle ostilità non si manderanno alla frontiera distaccamenti dell'esercito attivo, ma si provvederà alla difesa attiva delle vallate alpine, ai presidii dei forti di sbarramento coll'invio di battaglioni provinciali. << Ma questi battaglioni provinciali devono essere prima mobilitati, e per mobilitarli si dovranno prendere gli uomini ad Aosta e mandarli a Torino, oppure a Sondrio e mandarli a Como, oppure a Pieve di Cadore e mandarli a Padova presso i relativi distretti per armarli e metter.li insieme e rimandarli formati in battaglioni provinciali a difendere il Piccolo San Bernardo, lo Stelvio, la via di Alemagna. « I difensori nati dalle Alpi, dovranno dunque andarsi a riunire ed armare presso i distretti di Udine, Treviso, Padova, Verona, Brescia, Bergamo, Como, Novara, Torino, Cuneo, Genova e vi arriveranno nel momento in cui quei distretti saranno già assai carichi di lavoro per la mobilitazione delle classi da mandare all'esercito attivo . Sarà certamente difficile che ciò non produca ingombro e ritardo, e su qualunque delle classi cada questo ritardo, non potrà a meno di avere delle serie conseguenze». Dopo un riferimento di carattere storico e dopo aver affer mato che non occorre dimostrare che per le guerre di montagna varranno meglio soldati reclutati in montagna anziché in pianura, Perrucchetti dice: « Da quanto detto emergono due necessità: 1°) di poter riunire ed armare i difensori delle Alpi in luoghi più prossimi alle frontiere, di quello che siano le sedi degli attuali distretti; 2°) di poter portare la forza numerica di questi difensori ad un numero più elevato di quello che si otterrebbe destinando a tale ufficio i soli battaglioni formati da montanari provinciali». Dopo alcune considerazioni sul modo di organizzare la difesa alpina Perrucchetti scrive:
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« Io vorrei dunque suddivisa la zona alpina in tanti riparti, ciascuno dei quali dovrebbe, a seconda delle esigenze della difesa, comprendere una o più vallate ed essere per così dire a cavano di una delle linee d'operazione che valicano le Alpi. « Le forze militari reclutate in ciascun riparto formerebberol'unità difensiva del medesimo. Ciascuna unità difensiva sarebbe ordinata su di una legione o battaglione formato da un numero variabile di compagnie. Il comandante della truppa sarebbe ad un tempo comandante del distretto e della difesa locale. Si avrebbero così tante ùnità difensive organizzate quante sono le porte d'Italia che conviene guardare. « Tali unità difensive poi potrebbero venir raggruppate sotto comandi speciali, a due, a tre, a quattro, secondo che le due o tre o quattro vallate rispettive si trovassero così formate da formare sistema e prestarsi mutuo appoggio per azione collettiva o combinata; e questi comandi sarebbero a loro volta raggruppati per modo da costituire una regolare gerarchia su ciascuna frontiera, incaricata di preparare in pace tutto quello che nella rispettiva zona alpina potrà tornare utile in guerra ». Dalle considerazioni riportate emerge la figura di Perrucchetti ideatore degli alpini e in seguito vedremo brevemente in quale modo fortunoso riuscirà a vedere realizzato il suo sogno.
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Giuseppe Domenico Perrucchetti nasce a Cassano d'Adda, in provincia di Milano, dall'ingegnere Giuseppe Perrucchetti e da Margherita Manzoni, il 13 luglio 1839. All'età di sette anni entra nel.le scuole elementari e successivamente studia nel ginnasio privato della sua città. Nel 1856 ·viene promosso alla settima classe dell'Imperia! Regio Ginnasio liceale di Sant'Alessandro presso il quale ottiene nel 1857 l'attestato di maturità. Il 15 dicembre di quell'anno si iscrive al primo corso di matematica all'Università di Pavia; dal 1° settembre 1858 entra a far pratica nello studio dell'ingegnere Giuseppe Legnani e dal 1858 al 1859 frequenta il secondo corso di ingegnere architetto. Perrucchetti ha vent'anni e spunta la grande alba del risorgimento italiano. Senza esitazioni abbandona la calma vita degli studi matematici per quella turbinosa delle armi e fugge dal-
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l'austriaca Lombardia per respirare meglio nel libero Piemonte. Il 3 aprile 1860 viene ammesso al corso supplettivo della Regia Militare Accademia di Ivrea e il 6 marzo del 1861 ne esce con il grado di sottotenente. Lo spirito patriottico era molto radicato nella famiglia Perrucchetti; infatti dei due fratelli di Giuseppe, Carlo è volontario nel 1848 e 1849 e capitano con Garibaldi, ed Emanuele, pure volontario in tutte le guerre compresa quella di Crimea, è tenente con Garibaldi. Giuseppe Domenico Perrucchetti il 20 marzo 1861 viene assegnato al 24° reggimento fanteria e il giorno dopo, valendosi dei suoi studi universitari, supera gli esami di geodesia teoretica e di disegno. 11 26 aprile 1862 viene nominato aiutante maggiore in seconda del suo reggimento, il 20 giugno 1864 promosso tenente e trasferito allo Stato Maggiore e nel 1866 nominato applicato ai lavori di topografia nei distretti di Caltanissetta e di Catania. Richiamato in alta Italia per la guerra contro l'Austria, Perrucchetti prende parte alla battaglia di Custoza e si guadagna una medaglia d'argento al valor militare con la seguente motivazione: « Per il molto coraggio e l'intelligente iniziativa con cui, esponendosi senza riguardo al fuoco, secondava il Capo di Stato Maggiore sul campo di battaglia e riusciva ad incoraggiare i soldati in vari attacchi ». Il 16 agosto 1866 viene nominato capitano di Stato Maggiore e da allora cominciano le sue continue ed anche segrete e pericolose ricognizioni al di là del « iniquo confine » allo scopo di compiere minuziosi studi topografici militari sulla zona alpina. Come lui stesso scriverà « studiare militarmente una regione di frontiera significa studiare i rapporti geografico-militar.i o strategici fra due Stati attraverso quella regione ». E infatti i suoi studi si dimostrano utilissimi in occasione della guerra 1915-1918 tanto che il generale Guglielmo Pecari Giraldi, comandante della P Armata, scriverà allo stesso Perrucchetti: « Quanto avete scritto sul terreno su cui si svolge la nostra guerra, viene ora realmente vissuto dalle nostre truppe». Il 14 agosto 1867 parte per il Tirolo e poco più di un mese dopo, il 29 settembre, viene arrestato dalla Imperial Regia Gendarmeria a Schabs presso Bressanone che lo trasferisce a Innsbruck e lo trattiene in arresto per tre settimane. Liberato il 20 ottobre, due giorni dopo rientra a Milano e il giorno 27 viene
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nominato facente funzione di Capo di Stato Maggiore della Divisione di Milano. L'i 1 dicembre viene trasferito alla Divisione di Bologna e 1'11 febbraio 1868 a quella di Verona. Poco dopo Perrucchetti avvicenda la sua vita di ufficiale con quella di insegnante per la quale ha dimostrato particolare attitudine e infatti dall'aprile 1872 al marzo 1878 insegna geografia militare alla Scuola di Guerra di Torino. Il 26 agosto 1877 viene promosso maggior e di fanteria e il 18 dicembre 1879 viene trasferito allo Stato Maggiore dell'Esercito. Dal luglio 1880 al maggio 1885 riprende il suo insegnamento alla Scuola di Guerra dove ha tra i suoi allievi alcuni di quelli che diventeranno poi mustri Gener ali. Tra questi si può ricordare il Governatore di Tripoli Generale Ameglio, il Sottocapo di Stato Maggiore, Generale Porro e il comandante della 1a Armata Generale Guglielmo Pecori Giraldi che tratterrà e respinger à l'audace assalto austriaco al Vicentino nel maggio 1916. Richiestogli un giudizio su Perrucchetti Pecori Giraldi si esprime in questi termini: « Nella mia azione di comando su questo fronte durante l'offensiva austriaca io mi ispirai agli insegnamenti che da lui avevo ricevuti, e dei quali serberò sempre grata memoria». Lasciata la Scuola di Guerra Perrucchetti diventa maestro di Principi di Casa Reale. Il 27 maggio 1884, mentre il Conte di San Marzano rimane governatore degli altri due figli del Principe Amedeo Duca d'Aosta e cioè del Cont~ di Torino e del Duca degli Abruzzi, a Perrucchetti viene conferito l'alto incarico di governa· tore del giovane Emanuele Filiberto Duca d'Aosta. La profondità e la serietà degli insegnamenti che Perrucchetti impartisce al Duca d'Aosta, che sarà il glorioso comandante della 3" Armata e il conquistatore di Gorizia, scaturiscono dalle lezioni di arte militare che l'allora tenente colonnello dettava al giovane Principe, lezioni che dovrebbero essere conservate presso la Biblioteca Reale di Torino. Il 12 marzo 1890 Perrucchetti viene esonerato dall'incarico di governatore del Duca d'Aosta del quale viene nominato in seguito aiutante di campo e il 30 dello ,stesso mese viene promosso colonnello e destinato a comandare il 61° reggimento fanteria. Il 12 agosto 1891 viene trasferito come colonnello di Stato Maggiore al VII Corpo d'armata e il 16 marzo 1893, con lo stesso grado, al X Corpo d'Armata. Il 1° aprile 1895, promosso Maggior Generale, assume il comando della Brigata Reggio e il 1° novembre 1897 passa al comando della Brigata Alpi. Promosso Tenen te
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Generale il 16 febbraio 1900 assume il comando della Divisione di Firenze e dal 30 marzo 1902 quello della Divisione di Milano. Il 13 luglio 1904 compie 65 anni e viene posto in posizione ausiliaria per limiti di età. Il 6 giugno 1907 viene nominato Commissario del Regio Governo nella Commissione di inchiesta sull'Esercito e vi rimane fino al compimento dei lavori: 30 giugno 1910. Il 16 agosto 1910 viene collocato a riposo per anzianità di servizio e due anni dopo, il 17 marzo 1912, viene nominato Senatore. Il 5 ottobre 1916, a Cuorgnè (Torino) Giuseppe Domenico Perrucchetti si spegne serenamente - colpito da aneurisma dopo essere stato fino a due ore prima al suo tavolo di lavoro a correggere le bozze di un articolo che viene pubblicato dopo la sua morte dal Giornale d'Italia. Chiude così, con tutta serenità, la sua nobile esistenza al cospetto di quelle montagne che ha tanto amato, mentre sulle Alpi le truppe da lui create stanno scrivendo pagine memorabili di valore e di eroismo. Perrucchetti è spirato da poche ore, la sua salma giace ancora sul letto di morte quando giunge una cassa proveniente dal fronte orientale. Quella cassa è piena di armi austriache conquistate sul glorioso campo di battaglia di Gorizia e ogni arma porta una targa con dedica del Duca d'Aosta per Perrucchetti. Il simpatico dono è accompagnato da una lettera: « Al Generale Senatore Perrucchetti, come segno di fede, come prova di costanza, come augurio di vittoria, con omaggio di italiano, con cuore di soldato, con fierezza di sabaudo. In alto i cuori, avanti sempre! Affezionatissimo Emanuele Filiberto di Savoia». In alto i cuori! ». Ma il cuore di Perrucchetti, quel cuore che aveva battuto intensamente per la Patria, si è fermato per sempre e il maestro non avrà la gioia di vedere l'epilogo della vittoriosa guerra nella quale i suoi studi e i suoi insegnamenti sono stati di efficace ausilio. Come abbiamo visto Perrucchetti è decorato di medaglia d'argento al valor militare. È insignito della Gran Croce dell'ordine della Corona d'Italia ed è Grande Ufficiale dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. È decorato altresì della medaglia d'oro sormontata dalla corona reale per i quarant'anni di servizio militare. Perrucchetti non ha mai voluto accettare decorazioni straniere che avrebbe potuto ottenere facilmente in occasione dei numerosi servizi all'estero per accompagnare i giovani Principi sa-
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baudi nei loro viaggi d'istruzione. Solitamente portava solamente la medaglia d'argento al valor militare, un caro ricordo della guerra e della gioventù. Queste le tappe della vita di Giuseppe Domenico Perrucchetti, quasi uno « stato di servizio » con le varie date della sua carriera delle armi. Ma alla sua attività di soldato si affianca quella moÌto più intensa nel campo degli studi militari e di studioso di geografia militare che fanno di lui uno scrittore attento, oculato ed apprezzato per l'efficacia delle sue considerazioni e delle sue proposte. Ho già detto dello studio di Perrucchetti su: La difesa di alcuni valichi alpini e l'ordinamento militare territoriale della zona di frontiera alpina che ha dato origine alla nascita degli alpini. L'idea di Perrucchetti di affidare la difesa de]le Alpi ai nati sulle Alpi e la difesa di ciascuna valle ai nati nella stessa valle, appare oggi a noi semplice e logica. A quei tempi invece è considerata esageratamente innovatrice, anzi rivoluzionaria. E ancor pitt rivoluzionaria appare l'idea di inquadrare i montanari nelle loro vallate adeguandoli alle necessità della difesa in quelle difficili e particolari situazioni di ambiente. Da poco più di un anno si è compiuta l'Unità con Roma capitale e l'Italia si affaccia nell'agone della politica internazionale premuta sulle frontiere terresti dalla Francia diffidente e dalla allora fiorente monarchia Austro-ungarica ancora potenzialmente ostile. La difesa dell'Italia è prevista nella pianura del Po perché le Alpi non sembrano prestarsi ad operazioni di guerra. Ma Perrucchetti è un profondo conoscitore delle operazioni militari compiute dalle Cohortes montanorum, alle quali Roma aveva affidato la difesa delle sue frontiere: Cohors Ligurum e tre Legioni Prima, Secunda et Tertia Julia Alpina. Conosce inoltre le Milizie aostane del secolo XVI, quelle piemontesi che combatterono la Francia nel 1747, i Cacciatori da montagna camuni del tempo della Repubblica Cisalpina, i Cadorini di Pier Fortunato Calvi, i Valtellinesi di Pedrazzini e i garibaldini Cacciatori delle Alpi del 1859. Studiando le varie invasioni avvenute attraverso le Alpi, da quella remota di Annibale a quelle recenti degli austriaci del 1866 per passi indifesi, ne trae le debite conclusioni e formula l'ardita e rivoluzionaria proposta. Questa viene aspramente criticata da eminenti esperti militari, alcuni dei quali, forse, si rammaricano di non aver studiato, essi stessi, un problema così importante.
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L'illustre Generale Guglielmo Salvatore Pianell - dal quale Perrucchetti dipende - nel leggere le sue proposte gli dice, con un sorriso bonario: « Col reclutamento territoriale non potrete ottenere sufficiente disciplina; avrete delle compagnie di contrabbandieri e non di soldati >> . Successivamente, di fronte all'eloquenza dei fatti, il generale Pianell diventa uno dei più entusiasti ammiratori degli alpini, ne riconosce i meriti e ne favorisce Io sviluppo. Deceduto nel 1892, se avesse potuto prolungare la sua esistenza fino al termine della prima o della seconda guerra mondiale avrebbe avuto modo di vedere con quale disciplina quelle compagnie - che lui preconizzava di contrabbandieri - seppero compiere imprese leggendarie. L'idea di Perrucchetti, per trovare attuazione pratica, deve essere compresa ed apprezzata da chi ha il potere di farlo. I generali Parodi e Bariola, che si succedono al comando dello Stato Maggiore, invitano, nel marzo 1872, il giovane capitano a riassumere il suo lavoro che viene presentato al Ministro della Guerra Generale Cesare Ricotti Magnani. Questi, riformatore e organizzatore geniale ed ardito dell'Esercito, esamina il lavoro, lo elogia ed invita l'autore a pubblicarlo sulla Rivista Militare allo scopo di attirare ,s u di esso l'attenzione degli studiosi e di stimolare la libera discussione. E lo studio di Perrucchetti viene infatti pubblicato sulla Rivista Militare del maggio 1872. Il Generale Ricotti Magnani apprezza molto la proposta di Perrucchetti e si dimostra favorevole alla sua realizzazione, ma la creazione di un nuovo Corpo deve essere discussa ed approvata in Parlamento con esito quasi certamente negativo. Siamo ai tempi delle econom ie fino all'osso in quanto le finanze dello Stato non sono molto floride e le prime economie si fanno sull'Esercito, su quelle spese che vengono definite « spese improduttive ». Ricotti Magnani è un ufficiale di acuto intelletto, amante della montagna e appassionato alpinista e nel 1864 a Torino, unitamente a Quintino Sella, aveva fatto parte dello sparuto gruppetto dei fondatori del Club Alpino Italiano quando l'alpinismo era ancora sconosciuto. Ed è lui che trova il modo per superare il grave scoglio rappresentato dalla Camera dei Deputati ricorrendo ad un geniale espediente. Nella relazione che accompagna iJ Decreto Reale che aumenta il numero dei Distretti Militari da 54 a 62 scrive: << E pure alquanto accresciuto il numero delle compagnie distrettuali permanenti, ma essenzialmente perché ai Distretti verrebbe asso~iata un'altra istituzione: la creazione cli
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un certo numero di compagnie cioè reclutate nella regione montana, le quali sarebbero per speciale destinazione la guardia di alcune delle valli della nostra frontiera occidentale ed orientale. Per ora il numero di esse compagnie sarebbe limitato a quindici, ma se ne potranno col tempo formare delle altre, quando se ne manifesti la convenienza e quando, come è a sperarsi, questa prima creazione dimostri col fatto di corrispondere allo scopo». Il Decreto è corredato da due « specchi», uno dei quali precisa la classe ed il numero delle compagnie permanenti di ciascun Distretto e ad un osservatore superficiale sfugge il fatto che tra le compagnie « distrettuali » dei Distretti di Cuneo, Torino, Novara, Como, Brescia, Treviso, Udine, sono celate quindici nuove compagnie alpine. Il Regio Decreto n. 1056 (serie 2°) « concernente il numero dei Distretti Militari, la sede, la circoscrizione territoriale, la classificazione, il quadro organico ed il numero delle compagnie permanenti dei vari Distretti», viene firmato il. 15 ottobre 1872 da Vittorio Emanuele li a Napoli. Ed è singolare il fatto che gli alpini, creati per la difesa delle Alpi, vedano la luce in virtù di un atto di nascita firmato in riva alle magnifiche acque del golfo partenopeo. Questo occasionale accostamento tra le Alpi e il mare legato alla loro nascita forse, fatalmente, costituisce il viatico per cui gli alpini non solo sulle loro montagne, ma oltre le Alpi e oltre il mare sono sempre presenti ovunque i soldati italiani scendano in campo. Ricotti Magnani ha brillantemente superato l'ostacolo parlamentare e Perrucchetti vede realizzata la sua proposta per l'ordinamento militare della zona alpina. Nascono gli alpini! Nascono di straforo, quali distrettuali quasi fossero degli inabili da destinare ai servizi sedentari e molto probabilmente questa nascita dovuta ad un geniale arrangiamento segna il loro destino per il quale, fin dalle origini, devono imparare ad «arrangiarsi» sempre. In quanto alla qualifica di « distrettuali » sono gli stessi alpini che con la loro vitalità e le loro capacità dimostreranno nel tempo che si è trattato semplicemente di uno stratag~mma atto a favorirne la nascita. Nel marzo 1873 le prime quindici compagnie alpine entrano ufficialmente a far parte dell'esercito Italiano e costituiscono la timida, ma promettente avanguardia del Corpo degli alpini.
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Nato il 13 luglio 1839 Perrucchetti il 13 luglio 1904 compie 65 ai;tni ed è raggiunto dai limiti di età. Tre giorni dopo viene
firmato il Decreto che lo pone in posizione ausiliaria. La legge è uguale per tutti e non può quindi fare eccezione per Perrucchetti, ma lui non sa darsene pace. In diversi articoli, che manda a vari giornali senza la sua firma, protesta contro quella che definisce una macchina che sostituisce l'intelletto e contro i decreti causa delle decapitazioni. In un articolo egli si domanda a che cosa si andrebbe incontro lasciando scoperti e inattivi i comandi già retti dai suoi compagni di sventura e cioè dai Generali Fantoni, Ottolenghi, Valles e Pedrotti. Inoltre ricorda che Moltke nel. 1866 aveva 66 anni e nel 1870 ne aveva 70, che gli inglesi per porre fine alla guerra contro i Boeri mandarono il Generale Roberts che contava 66 anni e che nel 1900 il comando delle truppe internazionali in Cina venne affidato al Waldersee che ne contava 68. E scrive: « Noi andiamo sprovvedendo sistematicamente l'Esercito delle teste migliori e proprio ora che l'esperienza di questi intelletti è al loro maggiore sviluppo, perché così vuole una fede cieca, la quale taglia la testa con la inconsapevolezza di una macchina». Anche nel suo volume Questioni militari d'attualità spezza una lancia contro quello che egli chiama il « cieco meccanismo degli otto limiti » ed esprime l'opinione che « per rendere le selezioni più agevoli conciliabilmente col funzionamento di una legge sui limiti di età, parrebbe opportuno dare ad essa la elasticità necessaria perché in ciascuna categoria il limite abbia un minimo ed un massimo, per potere col limite massimo conservare in servizio per due o tre anni di più quegli individui che per qualità fisiche ed attitudini militari veramente superiori fossero giudicati, nell'interesse del servizio, meritevoJi cli un trattamento speciale, mentre col limite minimo si. congederebbero gli altri ». Queste le considerazioni cli Perrucchetti. Ma se è consentita una considerazione a chi scrive queste note, si può dire che, vista - come vedremo - la multiforme attività cli Perrucchetti dal giorno del suo collocamento in posizione ausiliaria alla sua morte, il provvedimento, nei suoi riguardi, è stato benefico. Infatti per ben dodici anni, potendo disporre del suo tempo e della sua libertà d'azione, Perrucchetti può dedicarsi ai suoi studi preferiti e può dare un contributo di azione e di pensiero alla causa per la quale ha speso tutta la sua vita.
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Il suo dolore nel vedersi messo da parte quando sente di poter rendere ancora utili servizi alla Patria, viene attenuato tre anni dopo quando, il 6 giugno 1907 viene nominato Commissario del Regio Governo nella Commissione d'inchiesta sull'Esercito in sostituzione del generale Baldissera dimissionario. Prende parte ai lavori della Commissione dall'inizio fino a quando si esauriscono il 30 giugno 1910 e la rappresenta nel controllo per gli esperimenti di tiro e traino delle artiglierie al Campo di San Martino a Nettuno, sulle Alpi e sull'Appennino aquilano. Per la Commissione redige le relazioni pubbliche dal giugno 1907 al giugno 1910 su vari argomenti : difesa dei confini, Istituti militari, Corpo del servizio sanitario militare, Servizio farmaceutico militare, Istituto geografico militare. Sui risultati della Commissione d'inchiesta, sulle sue proposte e sull'ordinamento dell'Esercito Perrucchetti scrive in quegli anni vari articoli per il Corriere della sera alcuni dei quali senza firma o sotto forma di intervista. Dall'inchiesta appaiono evidenti le molteplici deficienze in materiali, armamenti, dotazioni di reparto, munizionamento. La Commissione mette in risalto le virtù degli ufficiali e dei soldati e conclude che occorre dotare largamente l'esercito dei mezzi necessari. Le proposte della Commissione sono molte, ma in gran parte vengono trascurate per la solita economia ad ogni costo su quelle che vengono definite « spese improduttive ». Perrucchetti, nel corso dell'inchiesta, scrive sul Corriere della sera: « Spendiamo a tempo, per assicurare la pace, la sicurezza e la vittoria quel danaro che potrà parere poco ad 1un novello Brenno ». Fortunatamente non valica le Alpi un novello Brenno, ma la guerra 1915-18 dimostra chiaramente che le spese sostenute per la stessa, se fossero state fatte a tempo debito sarebbero state di gran lunga inferiori ed avrebbero reso ,d i più. A proposito di spese giova ricordare che a Perrucchetti viene offerto per due volte l'incarico di Ministro della Guerra, ma lui lo rifiuta risolutamente proprio perché comprende che non potrà mai ottenere dal Parlamento quei fondi che - secondo lui - sono assolutamente necessari per l'Esercito. Il 16 agosto 1910 Perrucchetti viene collocato a riposo per anzianità di servizio e il 17 marzo 1912 viene nominato Senatore. Prende la parola molte volte nelle Commissioni e una sola volta in seduta pubblica al Senato il 4 marzo 1913. Si sta discutendo la modificazione della legge di avanzamento dell'Esercito e Per-
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rucchetti, con un breve e incisivo discorso, dimostra ch'è « di massima urgenza e massima necessità la questione dei quadri degli ufficiali e della loro preparazione ». Fissata la sua dimora a Milano, il 9 febbraio 1913 viene nominato Presidente ·della benemerita istituzione « Pro Esercito » e come tale coopera alla fondazione della « Casa del Soldato ». A questa dedica cure veramente amorose e paterne perché, potendo rivivere in mezzo ai giovani soldati ha l'impressione di ritornare giovane e di essere ancora soldato.
* * * Nel campo degli studi militari Perrucchetti si fa ben presto conoscere ed apprezzare specie come studioso di geografia militare con minuziosi saggi, frutto .delle sue molteplici, intelligenti ricognizioni all'estero. Altro campo al quale Perr.ucchetti dedica la massima attenzione è quello della difesa dello Stato e i suoi studi in materia hanno inizio proprio con quello sulla difesa di alcuni valichi alpini nel quale sta il germe della costituzione degli alpini. Lo studio approfondito della geografia militare ed in particolare delle nostre frontiere fa sì che daUa penna di Perrucchetti scaturiscano sagge ed oculate proposte, consigli ed avvertimenti che troppo spesso rimangono lettera morta. E spesse volte mette in guardia dai pericoli che possono derivare da uno scarso sistema difensivo delle nostre frontiere ripetendo egli stesso repetita iuvant, repetita che in pratica vengono ignorati o disattesi. Le sue opere principali sono: Il Tirolo, Saggio di geografia militare (Roma, 1874); Esame preliminare del teatro di guerra italo-austro ungarico (Torino, 1878); Dal Friuli al Danubio (Torino, 1878); La pianura lombardo veneta e le coste adriatiche (Torino, 1878); Teatro di guerra italo franco dal Ticino al Rodano (Torino, 1882); Del metodo degli studi per la difesa dello Stato (Roma, 1882); Teatro di guerra italo svizzero (Torino, 1883); La difesa dello Stato (Torino, 1884); La presa di Susa (Roma, 1894); Verona nelle vicende militari d'Italia (Roma, 1897); Guerra alla guerra? (Milano, 1907); Questioni militari di attualità (Torino, 1910). A queste si aggiungono gli innumerevoli articoli scritti per quotidiani e periodici, ventisei monografie inedite su Provenza, Delfino, Savoia, Svizzera, Trentino, Tirolo, Voralberg, Carinzia,
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Stiria e altre regioni e altri studi pubblicati in pochissime copie e distribuiti ai suoi allievi de1la Scuola di Guerra. La principale opera di Perrucchetti nel campo della geografi.a militare è Il Tirolo, saggio di geografia militare, pubblicato per la prima volta nella Rivista Militare Italiana nel 1874 e ripubblicato in volume, terza edizione, riveduta dall'autore e corredata da quattro schizzi, nel 1881. A questa opera Perrucchetti dedica la massima cura presagendo che il giorno in cui l'Italia verrà coinvolta in una guerra non dovrà battersi contro la Francia sorella o contro la Svizzera ... cugina, ma contro l'Austria eterna nemica specie quando simula buoni rapporti. Perrucchetti, dopo aver reso omaggio ai suoi maestri colonnelli cli Stato Maggiore Ricci e Sironi, esamina la configurazione del teatro di operazioni alpine del qm1.le fa parte la regione tirolese e la sua suddivisione in scacchieri. Passando ad un esame particolareggiato dello scacchiere del Tirolo transalpino o tedesco tratta dei rapporti della valle del medio Inn con l'Austria, con la Baviera, con la Svizzera e col Tirolo italiano. Per quanto riguarda il Tirolo italiano e trentino prende in esame il bacino montano dell'Adige e i suoi rapporti con le regioni vicine e particolarmente con la pianura lombardo veneta e descrive poi con ampiezza di particolari l'arteria dell'alto Adige, basso Isarco e basso Rienz, le linee di ostacolo e .le singole comunicazioni dal Tirolo e dal T,rentino alla pianura lombardo veneta. Questi a grandi linee gli argomenti trattati dallo studioso, ma per meglio comprendere quali insegnamenti si possono trarre da questo saggio riporto integralmente le conclusioni formulate dallo stesso Perrucchetti: « Arrivati alla fine di questo nostro studio, rivolgendo lo sguardo al cammino percorso, crediamo di poter formulare alcune conclusioni, le quali, come premettevamo, sono tutt'altro che sconsolanti: 1° Le cattive condizioni di collegamento del Tirolo col rimanente della monarchia austriaca rendono lento e difficile, per questa potenza, lo addensare, nella sua .posizione avanzata del Trentino, una mole d'armi quale è necessaria per trar profitto di quella posizione avanzata; 2° La disposizione e le condizioni individuali delle linee di operazione, corrispondenti a quella posizione avanzata, tendono ad impedire di irrompere da essa con quell'insieme e quella celerità che sono necessari;
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3° Un'offensiva italiana potrebbe facilmente separare dall'impero austriaco la parte meridionale del Tirolo, ma non avrebbe possibilità di proseguire attraverso alla parte nord orientale di esso contro le provincie centrali dell'impero; 4° Un'azione italiana in favore dell'Austria darebbe a questa l'appoggio necessario a conservare e mettere a profitto, in una guerra generale, la posizione importantissima del Tirolo transalpino, posizione non altrimenti tenibile, perché eccentrica senza quell'appoggio; 5° Un serio assetto difensivo della zona montana che, di qua della frontiera, r ecinge il Tirolo ed il Trentino, potrebb e trovar si così favorito dalle condizioni topografiche e dalle tradizioni locali, da paralizzare qualsiasi rapido od improvviso tentativo austriaco da tal parte, e rendere sicuri, in caso cli guerra, l'adunata e gli schieramenti delle nostre forze verso qualsiasi parte della frontiera minacciata. Giunti a questo punto lasciamo al lettore di fare quelle deduzioni che crederà. Noi ci accontentiamo di avere esposte quelle conclusioni, alle quali la pura ragione militare, non akuna idea preconcetta, ci ha condotti».
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Nel 1882 Perrucchetti, che si è dedicato con particolare cura agli studi sulla difesa dello Stato, dà alle stampe la sua prima pubblicazione di notevole importanza, un volume cli 253 pagine dal titolo Del metodo negli studi per la difesa dello Stato: appunti geografico militari. Nello stesso anno viene nominata una Commissione per studiare la difesa dello Stato costituita dai Generali Enrico Cosenz, Giuseppe Salvatore Pianell, Giacomo Antonio Longo, Anton io Brignone, Luigi Mezzacapo, Carlo Mezzacapo, Cesare Ricotti Magnani, Carlo Franco Bertolè Viale, Giovanni Battista Bruzzo, Giacomo Nagle. A questa Commissione Perrucchetti può presentare e far prender e in considerazione la sua proposta per la difesa della frontiera aperta verso il basso Isonzo. Per la difesa dell'assurdo confine orientale, la Commissione citata all'inizio di questa trattazione e costituita nel 1862, aveva proposto nel 1871 la costruzione di forti di sbarramento e, nella
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valle del Fella, qualche cosa era stato fatto. Per quanto •riguardava la porta aperta del basso Isonzo si era limitata a proporre una piazza forte a Sacile e una testa di ponte a Motta di Livenza per appoggiare una nostra controffensiva dalla linea del Livenza quando il nemico dal Friuli fosse penetrato nel basso Isonzo. Più tardi abbandonata l'idea della controffensiva sul Livenza prevale l'idea di portare indietro fino al Piave la preparazione di un fronte difensivo, ma non se ne fa nulla. E così si fa strada l'idea che in caso di guerra con l'Austria si sarebbe dovuto abbandonare al nemico non solo la provincia di Udine, ma tutto il Veneto per attuare la difesa sull'Adige. Altri prevedono la difesa sul Po o a Bologna e altri ancora propongono addirittura di attendere il nemico al di là dell'Appennino, nel bacino dell'Arno per giocare l'ultima carta e, in caso di insuccesso, fare la pace ad ogni costo. Perrucchetti con vari scritti protesta vivacemente contro queste proposte rinunciatarie e sconfortanti che prevedono la ritirata ancora prima della battaglia. Nel 1880 manifesta per la prima volta il concetto di sbarrare la grande porta aperta verso il basso Isonzo con la costruzione di un campo trincerato della lunghezza di una ventina di chilometri e di un canale che lungo lo stesso raccolga le acque del Friuli; un lavoro del costo di un centinaio di milioni. Nel 1882 la proposta viene presa in esame dalla Commissione, ma non viene fatto niente anche in considerazione dell'alto costo del lavoro. Giova qui ricordare che nella guerra 1915-18 .il Generale Cadorna, non esistendo lo sbarramento proposto da Perrucchetti, reagisce agli errori e alle assurde proposte del passato andando a cercare una linea molto più avanti. E così nella Venezia Tridentina conquista le testate delle valli e nella Venezia Giulia .va ad occupare la linea dell'I sonzo.
* * * L'opera principale di Perrucchetti è il grosso volume di 491 pagine pubblicato nel 1884, quando era tenente colonnello di Stato Maggiore, dal titolo La difesa dello Stato. Perrucchetti dedica il volume alla memoria della madre Margherita Manzoni Perrucchetti e definisce le sue « povere pagine ispirate dal più santo fra gli affetti » e cioè dall'amor di Patria.
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Scopo del volume, come di quasi tutti gli altri scritti di Perrucchetti, è quello di rendere popolare il concetto della difesa della patria e vedremo con quanta ironia si rivolge ai profani che vogliono sentenziare in materia di questioni militari. Attraverso le parole di Perrucchetti avremo modo di vedere con quanto entusiasmo, con quanta fede, con quanto spirito patriottico si dedichi a quello che per lui è il problema dei problemi: la difesa della Patria. L'introduzione del volume inizia così: « Sono passati già quasi cinquant'anni dal giorno in cui uno fra i più benemeriti ed illustri soldati d'Italia, ispirato da fede inconcussa nei destini della nazione, meditando nell'esilio gll ordinamenti militari da darsi un giorno alla patria indipendente e libera scriveva: « Cre-
diamo nazione invincibile quella, dove ogni cittadino nella pubblica prosperità rinviene la propria; dove infamia ignota sarebbe il non accorrere alla comune difesa; e dove i legislatori riguardano la militare educazione di tutti, qual base della indipendenza della patria » ( 1). E queste nobili parole, dopo mezzo secolo, sempre più rifulgenti di un'aureola di vero si presentano come fida stella polare a chi deve, in mezzo alle cupe procelle politiche del tempo nostro, serbare incolume e guidare in porto la nave dello Stato. « Oggi invero, più che mai, da ognuno si sente come tutta la nazione debba adoperarsi nella propria difesa, e, come a questa l'intero paese debba offrire valido appoggio. Né può ammettersi che senza il concorso volonter oso ed illuminato di tutti sia dato giungere facilmente alla meta. « Al privilegio di una sola casta, avente un tempo il monopolio della guerra, è succeduto il dovere di tutti, e, con esso, un diritto per tutti ». ( ... ) << In altri tempi, quando la difesa degli Stati era affidata a caste militari ed a piccoli eserciti, i più non erano chiamati ad occuparsene, e le cose ad essa relative potevano impunemente essere monopolio di pochi; ma oggidì l'adozione dell'obbligo generale al servizio militare ha posto quel compito nelle mani di intere popolazioni; gli Stati di Europa possono ormai chiamarsi
(1) L'Italia militare e la guerra di sollevazione, di Guglielmo Pepe, Generale in capo dell'Esercito italiano in Venezia. Venezia 1849.
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vere nazioni armate, e però oggi è veramente tutta una nazione che deve salvare se stessa. « Agli eserciti piccoli, disciplinati dalle lunghe ferme, sono succeduti gli eserciti colossali, meno compatti comecché meno temprati per la brevità delle ferme alle prove della disciplina, composti di elementi quasi improvvisati alla vita delle armi, p iù proclivi, per le tendenze del secolo, all'egoismo ed alla indisciplina, più esposti per la moltiplicata efficacia delle armi ai micidiali e dissolventi effetti del fuoco. « In tali condizioni è di suprema necessità: che la coscienza della forza nazionale rinfranchi gli animi delle masse combattenti; che nessuna falsa idea preconcetta susciti vano timore e sfiducia; che la pubblica opinione, questa nuova potenza, non eserciti alcuna dannosa pressione né sulle popolazioni che sono la vera base delle armate, né sull'animo delle masse combattenti, né su quello di chi comanda; che insomma un armonico accordo diriga ad un unico e supremo scopo tutte le forze vive del.la patria. << Ma questa armonia non può raggiungersi senza la militare educazione di tutti, senza la preparazione degJi animi a sentire quell'ascendente morale che nasconde il segreto delle vittorie, senza la coscienza della forza dello Stato e delle sue attitudini a respingere qualsiasi insulto, senza la salda fede nei destini della patria. In una parola: quella armonia non può raggiungersi ove non sia popolare, e profondamente radicato negli animi di tutti, il concetto della difesa nazionale ». ( ... ) « Lo stato dell'Europa e fatti recentissimi, che non hanno bisogno di essere nominati, dimostrano abbastanza quanto si sia lontani, malgrado i vantati progressi civili del nostro tempo, da quella, così detta, moralità internazionale, che sola potrebbe dare solido fondamento alla pace perpetua. Né altro aggiungerei su questo argomento ormai vecchio, se non mi paresse opportuno di ricordare, almeno ai più giovani fra i miei lettori, come in un libro, scritto or fa un terzo di secolo, e troppo presto dimenticato anche dagli amici del suo autore, si trovino le seguenti parole: « Checché dicasi da alcuni sognatori politici che fanno congressi per lo stabilimento di una pace perpetua, pur troppo le guerre, sino a che uomini vi sono, non cesseranno di rattristare momentaneamente le nazioni. Sono esse in alcune epoche e in certi momenti una imperiosa necessità; ed una delle principali
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cure di chi regge una nazione quella deve essere di stabilire buone basi di organizzazione militare, di nutrire e risvegliare lo spirito e l'entusiasmo marziale, di promuovere una educazione virile e non sciocca, o molle od immorale: senza di che non isperi un popolo né libertà né indipendenza. La guerra è necessaria, indispensabile, e solo col cannone e con la forza delle baionette, ad onta di tutte le tiritere delle assemblee, dei giornali e delta immensa caterva di storici sbocciati a questi tempi d'ignoranza, si possono risolvere le questioni politiche che oggidì agitano profondamente la società europea ». « E queste parole, che ci rammentanp una recente famosa lettera del maresciallo Moltke, e pur ci fanno risovvenire parecchie frasi dei Ricordi di Massimo d'Azeglio e delle elucubrazioni del De Maistre e del Proudhon chi mai le ha scritte? « Le ha scritte Felice Orsini. « Or come mai, essendovi tanto antagonismo d'idee fra uomini di tal fatta, furono tutti in questa concordi? « Qualunque siano dunque le tendenze e la fede politica, monarchici, repubblicani, aristocratici, democratici, spiritualisti, materialisti, autoritari, socialisti, tutti, per toccar la meta a cui aspirano, tutti per procedere al conseguimento di grandi scopi nazionali ed umanitari, debbono accordarsi in questo: essere la guerra una terribile necessità. « Abbandoniamo dunque i visionari alle loro utopie; pensiamo ad essere forti, ad ispirarci a forti propositi, a sostenere con le armi i nostri diritti; e teniamo bene per fermo che: se fu tante volte vero per gli individui, che volere è potere, a maggior ragione deve esserlo per una intera nazione». L'introduzione si conclude con queste parole: « Gli argomenti svolti in questo lavoro furono, in parte, da me già altra volta trattati in una serie di appunti sul metodo negli studi per la difesa dello Stato, inseriti in diversi fascicoli (dal gennaio 1881 al febbraio 1882) della Rivista Militare Italiana; ma spero che il lettore vorrà essermi indulgente se riscontrerà delle ripetizioni, avuto riguardo allo scopo della presente pubblicazione, nella quale ho cercato: di ampliare e chiarire quegli argomenti -rendendoli accessibili ad una più larga cerchia di lettori, militari e non militari; di iniziare allo studio della difesa nazionale specialmente i profani alle cose di guerra; e di dare una guida ai molti che, pur professandosi digiuni nelle cose di guerra, si ere-
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dono tuttavia in debito di parlarne e di scriverne ogni qualvolta sorga qualche questione militare. « Io nutro fiducia che queste pagine varranno ad ispirare, anche nei più timidi, un giusto sentimento della potenza nazionale e persuaderanno tutti che, ove alla concordia dei sentimenti si accompagni la saviezza politica, la nostra Italia può fin d'ora, secondo le memorande parole del padre della patria, farsi rispettare e temere. « Se raggiungerò questo scopo, le mie fatiche saranno largamente compensate, essendo io persuaso che, in questa come in tutte le buone cause, la verità si fa sempre strada. Valet vi sua veritas ». Per riassumere i concetti di Perrucchetti dal Capo I al Capo VII del volume riporterò le notizie essenziali da lui esposte nella conclusione. Ritengo opportuno però proporre integralmente alcuni brani del Capo III che si riferiscono alla « azione militare nei terreni di montagna ». La trattazione di questo argomento comincia così: « Sebbene in questi ultimi anni si siano rese familiari le montagne all'esercito, per lo sviluppo dato alle truppe alpine e per le manovre fatte sulle Alpi e sugli Appennini anche da considerevoli riparti delle diverse armi, sono tuttora un po' divisi i pareri, intorno al modo di utilizzare nella difesa del paese le nostre montagne. E poiché varie e disparate ragioni furono esposte in proposito da persone autorevoli, tanto da chi rifugge dal portare la grossa guerra fra i monti, quanto da chi preferisce svilupparvela al massimo grado, ne tratterò qui brevemente, affinché nello studio del territorio sieno tenute presenti e si veda in quali casi piuttosto le une che le altre possano trovare applicazione. « Secondo uno dei più corretti interpreti (2) della prima fra le accennate maniere: « Le montagne sono l'ostacolo naturale che maggiormente separa gli Stati e ritarda le operazioni 'militari, ma non sono terreni da grandi soluzioni; la loro struttura pone gli eserciti in condizioni opposte a quelle richieste per muoversi con facilità, concentrarsi con rapidità e schierarsi con agevolezza.
(2) Marselli, La guerra e la sua storia. (Generale di Corpo d'Armata Niccola Mar· selli (1832-1899) fu tra i creatori di una cultura militare italiana sia attraverso il suo insegnamento alla Scuola di Guerra, sia con le sue opere monumentali: La guerra e la sua storia e la Scienza della storia).
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Il carattere delle montagne è di obbligare l'offensore ad una separazione di forze che il difensore deve evitare; chi volesse difendere una frontiera montuosa sparpagliando l'esercito in frazioni e cacciandolo in mezzo e su pei monti, affiderebbe all'accidente dei piccoli scontri, alla destrezza dei guerriglieri, quella soluzione che egli deve cercare nelle manovre della massa abilmente condotta. Il sistema di far la difesa montana proprio in mezzo ai monti può essere seguito solo da chi debba per necessità evitare i colpi decisivi; ma quando si ha fondata ,speranza di poter operare con forze riunite contro forze separate, allora fa mestieri pigliare il largo senza lasciarsi scorare dalla superiorità dell'esercito nemico ». «
( ... ) « Io mi permetto di domandare se sia cosa prudente il rinu nziare ai vantaggi positivi che può offerire la difesa attiva di una zona montana di frontiera, quale è quella delle Alpi, quando non si abbia una ben fondata speranza di battere il nemico in aperta pianura, e si abbia invece fondata speranza di ottenere, operando fra i monti, una somma di risultati parziali considerevole, senza incorrere nello sparpagliamento eccessivo delle forze, senza perdere il vantaggio di avere sempre disponibili delle grosse riserve, senza abbandonare la possibilità di farle muovere con rapidità e con agevolezza maggiore che non sia consentito al nemico, e di schierarli per tempo su posizioni ben preparate nella regione montana ». ( ... )
Premesso che la migliore difesa è senza dubbio l'offesa, e che avrà sempre buon giuoco chi lotta con un nemico immobile, non esito a dichiarare essere opportuna e necessaria soprattutto in montagna una larga applicazione delle ora dette massime ». ( .. .) « Se qualche incredulo alla storia del passato vuole coi propri occhi persuadersi di ciò che valga l'ardimento nelle Alpi, non ha che a seguire i riparti delle nostre truppe alpine e della nostra artiglieria da montagna nelle loro escursioni estive, e più ancora in quelle invernali». (. .. ) « Se è lecito dare ,q ualche norma sull'indirizzo speciale che debbono avere le operazioni in montagna, sia che si tratti di contestare all'invasore il territorio nostro sia di invadere quello «
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straniero, un precetto è soprattutto da osservarsi col più grande scrupolo, e cioè: di spiegare nella guerra tra i monti la massima mobilità ed attività ». ( ... ) « Si dovranno esaminare i caratteri di praticabilità e difendibilità del terreno, senza perdere di vista le portate delle armi odierne e gli effetti che, entro i limiti di quelle, si potranno spesso ottenere da siti estesi e praticabili, sebbene dominati, contro posizioni dominanti ma ristrette». « Da questi brevi cenni traspare: come coi mezzi odierni la guerra tenderà sempre più a farsi mobile anche nelle montagne; come l'aforisma « manovrare offensivamente e combattere difensivamente » andrà diventando di applicazione sempre meno determinata, nella sua seconda parte; come insomma le asperità montane dovranno sempre più considerarsi quali ostacoli da utilizzare nei ,rapidi spostamenti laterali, fatti al coperto di essi, anziché quali elementi da occuparsi permanentemente». ( ... ) « Una cosa soprattutto però noi italiani dobbiamo ricordare ed è che il massimo vantaggio che possano offrire le montagne è subordinato alle condizioni seguenti: 1° che debbano essere necessariamente attraversate dal grosso dell'invasione; 2° che obblighino il nemico a dividersi assumendo diverse linee d'operazioni, strategicamente slegate; 3° che tolgano ogni speranza all'invasore di far vivere la guerra colla guerra; 4° che rendano pressoché impossibile la loro completa occupazione e diano modo alle guerriglie paesane di annidarvisi e rimanervi anche dopo che il grosso della invasione le abbia attraversate sfilando per le grandi strade; 5° che presentino, su ciascuna o su parecchie almeno delle .linee d'operazione, località opportune a grandi atti controffensivi, situate a buona portata dalla pianura, sicché le riserve vi accorrano con celerità, possibilmente sussidiate da ferrovie». Giunto alla conclusione Perrucchetti scrive: « Ai vinti gli oltraggi; a non volerli patire bisogna saper vincere. Così scriveva l'Azeglio. Ma per saper vincere bisogna essere forti e. concordi, avere la coscienza della propria forza, e saperla adoperare, non essere traviati da pregiudizi. « Fissata, come cardine, questa verità indiscutibile, ed ammesso che ogni paese il quale voglia essere rispettato, debba mo-
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strare di sapere, di volere e di potere farsi rispettare; che lo stesso spirito militare non può avere salde radici ove manchi la coscienza della forza nazionale: ho creduto opportuno, nell'iniziare il mio lavoro, di combattere taluni concetti che, erroneamente, a mio giudizio, avevano cominciato ad attecchire e potevano affievolire la fede negli sforzi comuni, infiacchire l'idea del resistere ad oltranza ad ogni prepotenza straniera, e far quasi parere meno efficace la solidarietà di tutta Italia nella comune difesa. « Convinto che tutta la nazione deve difendere se stessa, che, come disse Cesare Balbo: « l'indipendenza è per un popolo ciò che è il pudore per una donna, e non ammette dubbi, transazioni o mezzi termini»; cercai di ispirare il mio lavoro a quell'idea largamente italiana che deve essere la stella polare della nostra difesa.
Perciò cominciai nel Capo I a propugnare un metodo largo negli studi riguardanti il territorio, .tale da rendere evidenti i -rapporti del nostro Stato con gli Stati vicini, da abbracciare tutto il paese, da indagare gli appoggi che in ogni parte può dare il terreno alla difesa ed alla controffesa, ed anche alla resistenza più prolungata; ad un sistema di guerra insomma che infonda fiducia e scuota tutte le fibre della nazione, che non ammetta che perduta una linea, una valle, tutto sia perduto, o che ad un dato momento abbiano a venir meno i mezzi e gli animi. (. .. ) «
Cercai all'uopo nel Capo II di dare al lettore una guida che gli permettesse di ponderare coi criteri d'oggi e tenuto conto della forza degli eserciti altrui, il valore difensivo degli elementi geografici, e di applicare ad essi in modo razionale i precetti dell'arte; cosa che, come già dissi, conduce sovente alla conclusione che, in molti casi coi grandi eserciti d'oggidì, si possono direttamente difendere linee che, in altri tempi, riuscivano sproporzionate ad una difesa diretta. «
Ma perché nessuna cosa è più pericolosa alla guerra, che il sentenziare, in modo generico, sul valore militare dei terreni che debbono essere teatro dell'azione militare, ho procurato nel Capo III di lottare contro questa tendenza, dimostrando quanta varietà di condizioni militari possano presentare così i terreni dì montagna come quelli di pianura, a second~ della variatissima «
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gradazione d'ostacoli che, particolarmente in Italia, essi possono opporre allo sviluppo dell'azione militare. ( ... ) « Passando quindi a considerare i mezzi coi quali si possono perfezionare le naturali condizioni difensive del terreno, trovai oppor tuno di esaminare qual compito dovesser o e potessero avere oggidì le fortificazioni nella sistemazione difensiva di un territorio; e credo di avere dimostrato nel Capo IV la parte importante che possono avere le piazze forti, anche in faccia ai nuovi mezzi di attacco, e qual giudizio debba farsi delle molte voci che, come avvenne già in altri tempi ed in altri paesi, furono, or non è molto, sollevate anche in Italia contro l'impiego delle fortificazioni.
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...)
« Nel Capo V, infatti, fu dimostrato come dalle Alpi nostre si possano ricavare coi mezzi d'oggi vantaggi militari di gran lunga più rilevanti di quelli che già, in altra epoca, permisero ad un piccolo Stato, .quale il Piemonte, di resistere per parecchi anni a nemici, relativamente, assai superiori a quelli che oggidì noi potremmo trovarci di fronte. (. .. ) « Nel Capo VI dimostrai che se grandi possono essere le minacce provenienti dal mare,, grandi pure e sufficienti potranno essere i mezzi di difesa, se questa saprà preparare e trarre tutto il pro.fitto, ad un ,tempo, e dal naviglio e dalle difese fisse, e dalle forze di terra di cui disponiamo e che potremo in breve tempo completare, mezzi che armonicamente adoperati, possono essere fattore sicuro di vittoria, mentre separatamente riuscirebbero insufficienti. ( ... ) « Nel Capo VII infine, dopo aver accennato ai COI):Cetti pm salienti della difesa interna, e combattute idee troppo rigide e ristrette, dimostrai in quale alto grado natura ci abbia favoriti, dandoci i mezzi per una preparazione larga, che aiuti la difesa senza incepparla che favorisca il prolungamento della resistenza, che infine permetta di ripetere quelle gesta, per ,le quali, più di una volta, l'Italia uscì vittoriosa contro fortissimi nemici e .fu tomba degli eserciti stranieri ». Perrucchetti così conclude il suo grosso volume: « Ho fatto quanto ho potuto, altri farà assai meglio. A tutti gli onesti però,
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più devoti alla verità, che ostinati attorno a qualche vecchio concetto, apparirà chiaramente che non fui mosso da alcuna pretenzione di dire cose nuove o di criticare cose dette da altri, ma solamente dall'onesto desiderio di far conoscere i'l vero, e, per quanto le mie forze lo hanno consentito, di rendere chiaro ed accessibile ad ogni intelligenza il problema della nostra difesa, di rendere popolari le nostre attitudini militari, di ispirare in ogni italiano un giusto sentimento della potenza nazionale, di far comprendere a tutti: quanto possa valere, sopra un territorio naturalmente forte quale è il nostro, una nazione di ventinove milioni di cittadini militarmente educati, concorde nei sentimenti, non invidiosa del bene degli altri, un'Italia che, giusta le solenni parole del suo Re, rispetta tutti, ma è risoluta ad esigere da lutti un eguale rispetto, a qualunque costo » .
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Altra opera di Perrucchetti di minor mole, ma non di minore interesse è il volumetto: Guerra alla guerra? di 102 pagine redatto da Perrucchetti quando rivestiva il grado di Tenente Generale e dato aUe stampe nel 1907. Nella prima parte dedicata alla situazione politica internazionale Perrucchetti, dopo aver citato i versi del Petrarca: I' vo gridando: pace, pace, pace, inizia così: « Anch'io vecchio soldato, vado gridando pace! Ma pace con giustizia ed onore, la pace di chi rispetta e vuol essere rispettato, di chi vuole, ad ogni costo, per sé e per le generazioni venture, il securo godimento della indipendenza e della libertà, guadagnate dai nostri martiri a prezzo di tanto sangue. « Il desiderio di questo bene, retaggio che tutta la storia dimostra riserbato ai forti e concordi, mentre da tutti gli onesti è egualmente diviso, non tutti comprendono come possa tradursi in atto con sicurezza e decoro, pel nostro ben amato paese. La concordia di tutte le provincie d'Italia, l'eroico altruismo di migliaia di martiri hanno, nell'età nostra, dopo secoli di avvilimento e di servaggio, riunite le membra de1la nazione e sottratte alla dominazione straniera quasi tutte le genti italiche. , « La discordià delle sétte, l'odio di classe e l'egoismo di partito minacciano oggi la compagine di tanto monumento, e mina-
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no, sotto le parvenze pacifiche di una propaganda umanitaria, la saldezza del nostro eser cito, leale personificazione della nostra forza, palladio intemerato dell'indipendenza e dell'unità nazionale. « La nostra gioventù dimentica il mònito di Goffredo Mameli: Noi siamo da secoli / calpesti e derisi / perché non siam
popolo I perché siam divisi ( . . .)
».
« Ma quale eco avrebbe la nostra voce se, in mezzo a Stati fortissimi per armamenti di terra e di mare, ci p resentassimo stremati di forze? Se invece di serbare alti nel morale e pronti all'azione soldati e marinai, seguissimo le tendenze di coloro che, per secondi fini o per economie di corta veduta, gridano aU'immediato disarmo? Se ci rassegnassimo a procedere inermi in mezzo a Stati più forti di noi ed armati di tutto punto? Cosa avverrebbe di noi facili pecore in mezzo a tanti lupi? ». Iniziando a parlare della situazione internazionale Perrucchetti dice: « La storia insegna che molto cammino si è fatto sulla via della pacificazione, ma tuttavia lascia presentire che nuovi secoli passeranno prima che la fraternità dei popoli, e la onestà internazionale, permettano di realizzare il bel sogno della pace universale. ( . .. ) « È follia· sperare e fellonia tentare, per i tortuosi sentieri dell'antimilitarismo e dell'anarchia, di raggiungere risultati di pace minando le istituzioni, che danno al paese colla coscienza della forza queila della dignità o della giustizia. Non è coll'insin uare la viltà nell'animo del coscritto, col predicare alle masse la mancanza ai doveri del servizio militare, e collo spingere l'incoscienza fino a desiderare disastri alle armi nazionali che si elevano i cuori alla fratellanza, che si redime la miseria umana ». Perrucchetti esamina la situazione militare di molte nazioni europee, del Giappone, della Cina, dell'India, parla del pericolo islamico e conclude: « Parrà un paradosso, ma è più facile fare la guerra alla guerra quando si è forti e bene preparati a difendersi, che quando non lo si è ». La seconda parte dove Perrucchetti tratta dell'assetto militare dell'Italia inizia così: « In vista delle incertezze e dei pericoli della situazione generale ed in mezzo ai grandi apprestamenti militari offensivi e difensivi della Francia, della Germania, dell'Austria, della Russia, è ora il caso di domandarsi: può '1'Italia
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trascurare l'assetto delle proprie forze, l'appres tamento delle difese ? « Può l'Italia diminuire oggi le sue unità combattenti, sostitu'ire all'esercito la così detta nazione armata, lasciare incomplete Je sue difese ed aperte le porte di casa? « Può l'Italia dimostrarsi da m eno dei più piccoli Stati d'Europa, quali la Svizzera ed il Belgio, i quali, sebbene garantiti da patti internazionali, danno l'esempio della massima cura nel provvedersi, sempre fra i primi, del migliore armamento, nel preparare e t enere pronta tutta la loro gente a difendere l'integrità nazionale, nell'ordinare grandi r idotti difensivi per resistere ad ogni costo, anche contro le forze soverchianti di una improvvisa invasione, e dar tempo alla situazione di mutarsi, ai soccorsi di arrivare?». Perrucchetti prende poi in esame la situazione militare italiana paragonandola con quella di altri Stati europei e, lamentando gli scarsi provvedimenti attuati, dice: « Il solo passo che da noi si sia fatto, con criterio rispondente alle locali condizioni del suolo, fu l'istituzione degli alpini, ordinati territorialmente; ma anche per questi, dopo un terzo di secolo, non si è ancora giunti ad una organizzazione indipendente, in reparti organici territoriali con complementi delle diverse armi, bat terie da montagna, guide a cavallo, riparti del genio e tutto l'occorrente alla guerra, quale era stato proposto fino dal 1871! » . Perrucchetti esamina l'organico dei reparti, propone modifiche e m iglioramenti e prosegue: « Entrata nel decimo lustro di vita, la nuova I talia può con piena fiducia, in qualsiasi provincia, fare pieno assegnamento sul sentimento del dovere del proprio soldato. « Rammento che non minori diffidenze erano sorte contro la prima proposta di reclutamento territoriale nelle Alpi per le truppe alpine. « Anche allora presso di noi da molti non si apprezzava i:l valore morale di quella molla che, basata sugli affetti domestici, elettrizza il coscritto tedesco, felice di potere rivedere ogni domenica, in compenso del buon volere spiegato, la propria madre, i p ropri cari. « Quante fenomenali prove di spirito di corpo, di allenam ento e di velocità di marcia non hanno poi dato per virtù di quella molla, i nostri soldati alpini!
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Eppure alla prima idea emessa in proposito fu con bonario sorriso risposto da uno dei migliori e dei più compianti fra i miei superiori (il Generale Pianell, n .d.r.): col reclutamento territoriale non potrete ottenere sufficiente disciplina; avrete delle compagnie di contrabbandieri e non di soldati! «
« Fortunatamente i fatti hanno smentiti quei timori, ed i nostri alpini in ogni occasione hanno superata ogni rosea previsione».
Perrucchetti lamenta poi la troppa facilità con la quale vengono spostati i reparti da una sede all'altra e gli ufficiali da un reparto all'altro. Prendendo in esame il problema della difesa dice: « Molti calcoli errati furono ripetuti in passato per far credere che una grande invasione non possa effettuarsi attraverso le Alpi. Ma né i giganti di ghiaccio, né le difficoltà delle strade hanno mai bastato da soli a proteggere il nostro paese, e, secondo un detto antico: Alpibus ruptis penetrabis ad urbem. « Il vero e grande pregio militare della nostra frontiera alpina sta essenzialmente in questo: coi colossali eserciti, oggi necessari per invadere l'Italia (se questa è convenientemente armata e protetta da opportune fortificazioni di frontiera) l'invasore sarà obbligato a frazionarsi, ed a procedere con masse talmente staccate fra loro, nella traversata dei monti, da lasciare al difensore la possibilità di battere, con masse riunite, l'invasione, mentre è ancora divisa ed in flagrante passaggio di Alpi. Cosa che potrà essere agevolata se con apposite strade ferrate ed ordinarie si faciliteranno 'le mosse negli spostamenti alle forze della difesa, e si impediranno quelle dell'invasore per mezzo di sbarramenti. Con tali vantaggi si potrà, anche malgrado l'inferiorità del numero, soverchiare in qualche punto l'invasione stessa e ricacciarla. Rammentiamo l'Assietta! « Questo e non altro può pareggiare la partita fra l'Italia ed un invasore che disponga di forze maggiori ». Perrucchetti descrive poi le fortificazioni di frontiera dei paesi nostri confinanti e, parlando del nostro esercito, dice: « Il nostro esercito ha dato troppe prove nella buona e nella cattiva fortuna. La nazione può confidare nell'esercito come in una torre che non crolla. La nostra razza non cessa per la sua vitalità e vigoria di destare le gelosie d'ogni altra. Dal minatore che ha trionfato nelle lotte del Frejus, del Gottardo, del Sempione, al
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bracciante che lotta in I talia e fuori, senza temer concorrenti, in mezzo alla malaria o nei climi più disparati, al ·giovane Principe ed ai suoi compagni reduci dal Ruvenzori, tutta la nos tra gente ha dato al mondo recentissime prove della fibra italiana». Dopo aver preso in esame la difesa delle frontiere terrestri Per rucchetti passa a parlare della difesa sul m are e cita ad esempio le fortificazioni inglesi. Parlando poi dell'emancipazione dall'industria straniera prosegue: « La preparazione materiale però, per q uanto perfetta, non basta, perché, al di sop ra di tutto, il primo e più potente strumento di guerra è sempre quello che palpita e pensa, l'uomo. Dove si tratta di una nazione che tutta deve difendere sé stessa, è n ecessario che da1 paese si trasfonda al soldato l'alta vir tù del sacrificio, la coscienza della dignità, della forza e del dovere di tutti; è necessario che lo spirito pubblico afferri l'essenza delle istituzioni militari e dia ad esse vita e favore; che mai non intralci con intempest ivi timori e clamori, con diffidenze e discordie, l'opera di chi, in gravi momenti, deve r ispondere della salu te della Patria. « Preparato il terreno alla onesta coscienza dei doveri nazionali, ne sbocceranno, frutto spontaneo, i valorosi soldati » . Da queste considerazioni Perrucchetti p rende lo spunto p er parlare dei quadri, dell'addestramento dei comandanti, del reclutamento, dell'accasermamento, della disciplina e per elogiare il nostro esercito: « La virtù del nos tro esercito r isplende come il sole, ed è cieco chi non la vede. Tutte le insinuazioni maligne ormai sono sfatate, né più si osano chiamar e, come goffamente si è fatto in passato, improdu ttive le spese per questa scuola di altruismo che in ogni calamità ha sempre fa tto m iracoli, che h a data unità ed indipendenza alla patria, che restituisce alle famiglie cittadini educati al lavoro. « Non altrimenti improduttivi sono gli argini che trattengono la piena dei nostri fiumi, il tetto che copre la nostra casa e ci ripara dalle intemperie. « A ch i più grida contr o la enormità delle spese per l'esercito, dipinte come la rovina d'Italia, basta rispondere colle seguenti cifre le quali esprim ono il contributo di ogni cittadino ai bilanci della guerra per il solo esercito negli S tati sotto indicati: Inghilterra L. 17,05 per ogni cittadino; Francia L. 16,60; Germania L. 15,90; Belgio L. 13,55; Svizzera L. 9,86; Austria L. 9,70; Russia L. 7,27; Italia L. 6.50 ».
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La conclusione del volumetto Guerra alla guerra? riassume in breve i concetti espressi: « Senza riassumere le cose dette mi limiterò a ricordare che la situazione del momento nel mondo intero non è tale da ispirare abbastanza fondate speranze di lunghissima pace, mentre nella stessa Europa, per quanto gli animi comincino ad aprirsi a presagi pacifici, non si può dire affermato abbastanza il sentimento della concordia fra tutte le nazioni, né il rispetto ai sentimenti nazionali ». (. .. ) « A voi giovani d'Italia, che dovete rispondere dell'avvenire della patria, della conservazione della unità, della libertà, che tanto sangue hanno costato, raccomando queste pagine dettate da chi, compiuto il suo dovere, dopo nove lustri passati sotto le armi, non è mosso oggi da altro interesse che quello del bene comune. « Amante della pace onorata, della pax in justitia, ho coscienziosamente esposto per quale via e con quali mezzi si possa onestamente scongiurare la guerra; e metto in guardia i giovani contro le fallaci illusioni dei pretesi novator i che attentano, sotto pretesto di pace, alla sola e vera garanzia di pace, la capacità di difenderla. (. .. ) « Le questioni politiche di mezzo secolo fa non si possono dire tutte risolte, ed altre si affacciano ogni giorno. « Finché non sarà spenta fra gli uomini e fra le nazioni la tendenza a soverchiarsi, invano si invocherà l'avvenire di pace vagheggiato dal profeta Isaia e per gli illusi si r innoveranno i casi del popolo d'Israele che scontò con la cattività di Babilonia le pacifiche utopie.
Lasciamo dunque da parte i sofismi ed aspettiamo a torcere le spade in vo1neri e le lance in falci il giorno nel quale, secondo Isaia, il leone si ciberà di paglia ed il lupo e l'agnello pa«
scoleranno insieme nello stesso pascolo. « Fino a quel giorno lasciamo da parte le frasi retoriche, prepariamo la pace con la concordia e la fratellanza fra le classi e fra i popoli, ma non dimentichiamo che la più grande garanzia di pace sta nella vigorosa preparazione a difenderla» .
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Perrucchetti, convinto ed entusiasta alpinista, ricorda che Quintino Sella, il 15 agosto 1863, parlando della prima ascensione compiuta da italiani al Monviso, dopo aver ricordato quanto viene fatto in I nghilter ra e in Austria dal Alpine Club e dall'Alpen Verein, lancia la proposta di un Club Alpino Italiano auspicando che « non ci tocchi più di vedere le cose nostre studiate più dagli stranieri che non dagli italiani » . Perrucchetti cita due « atti notevoli » destinati a far scomparire questa vergogna e dice: « I due atti fu rono: le istituzioni del Club Alpino I taliano e delle compagnie alpine. L'uno servì di preparazione alle altre; confermando la grande verità che le istituzion i militari possono solo raggiungere la massima vitalità e vigoria quando siano illuminate ed animate dalla luce dello spirito pubblico. « Il Club Alpino Italiano, sorto nel 1864 e rapidamente esteso a tu tte le nostre provincie, si votò, con ardore notevole, alla gara de' gagliardi cimenti, allo studio minuto di tutte le nostre m ontagne, e promosse, con la conoscenza de' siti, il culto delle memorie patrie. « Preparando lo spirito pubblico al giusto apprezzamento delle nostre Alpi, destando la coscienza dell'energia della razza, questa provvida istituzione preparò la via a quella delle milizie alpine, che .doveano ben presto personificare tanta parte delle fun zioni e dei doveri della nostra difesa. « Sulle orme di Quintino Sella, promotore del Club Alpino I taliano, i nostri giovani cominciarono ad emulare gli alpinisti stranieri, un tempo der isi dai buontemponi del paese del dolce far niente. « Si incominciò dagli italiani a comprendere che sotto quell'ardore degli stranieri - sman iosi di raggiungere le vette più pericolose, senz'altro apparente risultato, talora, che il vanto di lasciarvi una carta da visita o di registrare la celerità di una ascensione - era qualche cosa di più positivo. Si comprese che non trattavasi di maniaci, ma bensì di uomini pratici, dom inati da un alto ideale, veri pionieri di una nazione calcolatrice ». Perrucchetti continua il suo inno all'alpinismo ricordando l'alto contributo da questo portato alla conoscenza delle Alpi, dei sentieri, dei rifugi, delle vie di comunicazione e dimostra come gli alpini siano nati « facendo affidamento sui montanari »
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Questo concetto viene espresso magistralmente da Marcello Soleri, capitano di complemento degli alpini e Ministro della Guerra, a Trento il 3 settembre 1922 in occasione della celebrazione del cinquantenario della fondazione degli alpini alla presenza del Re Vittorio Emanuele III. Soleri dice, tra l'altro: « Nel 1872. il capitano Perrucchetti, il padre degli alpini, ne divisava la costituzione embrionale con geniale intuizione di elementi psicologici e di fattori militari e con sicura conoscenza di precedenti storici. « L'anima alpina non fu però creata dalla organizzazione militare del Corpo, che invece vi confermò le sue caratteristiche, senza deprimerla o deformarla. « L'anima alpina è rimasta immutata come la plasmò e la martellò la montagna, non spavalda e non pavida, ostinata e risoluta. « La infinita vastità dei panorami, la grandiosità selvaggia dei luoghi, la solennità mistica dei silenzi hanno infusa nell'anima del montanaro la pacata energia e la calma serena dei forti. Le bufere e le folgori, le valanghe e le nebbie gli hanno dato insieme la resistenza fisica e la robustezza spirituale, la percezione razionale e sicura, non deviata da smarrimenti o da panico, delle situazioni, dei loro pericoli e delle vie di scampo, e l'istinto della solidarietà umana nella difesa contro le furie scatenate degli elementi. « La disciplina della montagna e la scuola dell'isolamento hanno dotato J'alpino del senso dell'orientamento, del fiuto della strada, deH'istinto della previdenza, e lo hanno fatto esperto ad ogni bisogna e artigiano di ogni mestiere capace di provvedere da solo a se stesso nelle comuni vicende ma solidale fino al sacrificio nelle estreme contingenze. « Queste preziose qualità naturali il capitano Perrucchetti comprese, ed i fatti confermarono, potere costituire risorse militari di grande rendimento nella difesa del nostro Paese, cinto da frontiere alpine, di cui il montanaro è il presidio più sicuro, sia per il suo addestramento fisico e spirituale, sia perché nei suoi monti egli si sente veramente difensore della sua terra» . Perrucchetti fin dal 1874 è socio della Sezione di Torino del Club Alpino Italiano ed è subito fautore dei rappor.ti di simpatia e di collegamento, che non verranno mai meno, tr a alpini ed alpinisti. Dal 1882 al 1891 viene chiamato a far parte della Direzione
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Centrale, dal 1889 al 1891 è anche vicepresidente e ritorna nel Consiglio dal 1905 al 1907. Pare che l'esclusione dal Consiglio per qualche anno fosse dovuta ad una piccola congiura di corridoio da parte di elementi punti da invidia nei suoi riguardi che lo definivano «vecchio}). Ma quel vecchio ha tante energie da far invidia ai giovani e la sua presenza è sempre proficua ed efficace. Infatti lavora attivamente, nel Club Alpino Italiano, quale presidente della Commissione per le pubblicazioni sociali e quale presidente della Commissione per la toponomastica alpina. 1:. significativo che in alcuni suoi volumi quali Il Tirolo e La difesa dello Stato nel frontespizio, sotto al titolo, fig uri il distintivo del Club Alpino Italiano. Entusiasta deH'alpinismo, non .trascura tutti gli altri mezzi che possono incoraggiare la gioventù alla educazione militare. In un suo articolo elogia e sprona varie Società ginnastiche, i Volontari studenti della Sursum corda, i Volontari ciclisti, i Giovani esploratori, i Volontari alpini, i soci del Tiro a segno e conclude proponendosi di far comprendere « quanto sia necessario ed urgente per l'avvenire d'Italia una preparazione marziale e patriottica diretta ad ispirare le nuove generazioni alle virtù dei martiri del risorgimento nazionale, alle gesta degli antichi e dei nuovi nostri combattenti di terra e di mare, a quelle vigorose attitudini sulle quali l'Italia basa i futuri destini » . E chiude con un ammonimento: « Ogni ritar do sarebbe colpevole». Appassionato alpinista, profondo studioso e conoscitore delle Alpi, Perrucchetti, nella sua multiforme a ttività è anche propugnatore di una marina forte. Questo perché « gli obiettivi di prosperità e di grandezza per l'avvenire della Patria e la protezione dei nostri massimi interessi e di quelli di milioni di fratelli stanno non al di là delle Alpi, ma al di là del mare». E a questo proposito in un articolo Esercito e Marina da lui pubblicato senza firma nel numero del 17 febbraio 1908 del Corriere della sera, scrive: « Basta per correr e il nostro litorale e vedere le nostre fortificazioni da costa, preparate per cura del Ministero della Guerra, per essere colpiti da u no stridente contrasto tra la m iseria dei mezzi terrestri e la modernità dei mezzi marittimi. Mentre le navi nostre e straniere sono armate di artiglierie di acciaio, moderne, potentissime con gittata da 11 a 17 chilometri abbondanti con esplosivi di valore fenomenale, quasi tutte le nostre batterie da terra sono armate da vecchie bocche da fuoco in ghisa, con gittata da 6 a 8 chilometri e anche meno, caricate an-
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cora con polvere nera! Sicché la lotta fra terra e mare avrebbe luogo quasi dappertutto ad armi disuguali, pochissime essendo le località costiere nelle quali si misero in azione artiglierie moderne». I primi giorni delle ostilità e il prosieguo della guerra 1915-18 mettono in risalto quanto Perrucchetti avesse visto e previsto con oculata esattezza. Perrucchetti non rinuncia ad esprimere un suo giudizio quando, all'apparire dei primi velivoli, qualcuno prevede il finimondo, la distruzione dell'Italia e finanche la fine delle guerre. Con la sua consueta calma e senza voler assumere atteggiamenti da profeta scrive nel volume Questioni militari di attualità: « Chiunque si ispiri agli insegnamenti della storia, può confortarsi col pensiero che in tutti i tempi i nuovi mezzi, se poterono sortire gravi effetti dalla sorpresa in animi non preparati, non altrettant_o ottennero quando si contrapposero animi deliberati a resistere ad ogni costo e pronti a valersi degli stessi nuovi mezzi di guerra. Non è coi belati della pecora, ma coi ruggiti del leone che si frenano le voglie dei lupi. Solo col contrapporre armi ad armi, e coll'educare un popolo a virili propositi, si può sperare di scongiurare ogni pericolo. Ed è perciò necessario siano incoraggiate le nobili iniziative tendenti a procurare al nostro paese i migliori dirigibili ed i migliori velivoli, e sia illuminato lo spirito pubblico sulla necessità imposta dai nuovi mezzi di lotta ... Procuriamo che in tutto il Paese il novello sport aeronautico, prepari, sull'esempio patriottico delle nostre società di automobilisti e di ciclisti, novelli ausiliari al nostro esercito e alla nostra flotta. Sarà questa la migliore risposta e la migliore confutazione, a coloro che, in ogni nuovo mezzo di guerra, non sanno vedere che uno spauracchio». Nei suoi vari studi sulla difesa dello Stato Perrucchetti non trascura il problema ferroviario sotto il punto di vista, militare e lo tratta oltreché in tutti i suoi libri in vari articoli scritti nei suoi ultimi anni e pubblicati dal Corriere della sera di Milano, dalla Stampa di Torino e dalla Tribuna di Roma. Perrucchetti difende il progetto della ferrovia dello Spluga contr o i fautori di quella del Greina, mette in risalto quali sono secondo lui le strade ferrate necessarie alla difesa nazionale attraverso l'Appennino e nel Veneto e si pronuncia contro il progetto di ferrovie da Tirano allo Stelvio e da Tirano al Tonale per l'Aprica perché pericolose per la nostra difesa. Inoltre propone la costruzione
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di fasci di strade ferrate di vitale importanza strategica e quella di una ferrovia che permetterebbe di andare da Torino a Savona in poco più di due ore. Molte volte ritorna sui progetti di ferrovie verso la Svizzera facendo capire che di fronte alla Repubblica Elvetica, nonostante la migliore buona volontà, fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio e conclude dicendo: « Tutti possono amare e desiderare la pace, ma nessun cittadino può onestamente insistere nell'invocare ,sia pure per reali interessi locali, che si adottino misure le quali, in caso di guerra, creerebbero al proprio Stato una causa di debolezza e di inferiorità».
* * * L'ultimo volume di Perrucchetti è Questioni milital'i di attualità pubblicato nel 1910. In questo suo accurato studio Pcrrucchetti r iporta e completa alcuni dei suoi scritti precedenti sull'unità di· pensiero e di azione nella preparazione per una eventuale guerra, sull'impiego delle forze di terra e di mare, sui comandi, sulle for tificazioni, s ulle ferrovie e su altre questioni di scottante attualità. Nella eloquente prefazione di questo volume scrive : « Per assicurare alle generazioni venture il retaggio merita to dai martiri del nostro risorgimento, bisogna ritornare all'antico. Bisogna far rifior.ire il culto della concordia, della giustizia, della vigoria, che rese rispettato e temuto il nome romano ». Ed accennando al fascio del littore romano ed alle bandiere di Carlo Alberto e di Giuseppe Garibaldi così prosegue: « Ispi r iamoci a questo simbolo di concordia, ricordiamo che in ogni tempo i popoli dovettero alla concordia, alla perseveranza negli sfqrzi comuni, aJla virtù del sacrificio personale, per un utile generale anche remoto, il conseguimento della indipendenza e della sicurezza, principalissime fonti di pace e di prosperità. Illuminare lo spirito pubblico, elevare il cuore nel culto delle tradizioni marziali e patriottiche, nei ricordi delle resistenze ad ogni costo; dissipare la diffidenza e le cause di sfiducia dei nostri mezzi e in noi stessi; rinvigorire le fibre allevandole nelle fatiche all'aperto, è oggi opera doverosa per tutti, e necessaria a garantire queJia indipendenza che fu sogno di secoli, quella pace con giustizia che è nei voti di tutti gli uomini di buona volontà, quella dignità senza la quale nessuna pace può essere onorata nel consorzio delle nazioni ».
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Fervente ed entusiasta patriota Perrucchetti è strenuo difen. sore del valore italiano e insorge violentemente quando Teodoro Roosevelt nel suo libro Vigor di vita (The strenuous life), alluden· do alla battaglia di Adua ci accomuna ai greci sconfitti dai turchi e agli spagnoli che non seppero vincere i marocchini, dicendo che le potenze dell'Europa meridionale hanno perduto lo spirito bel· licoso. Perrucchetti dimostra che, per quanto riguarda l'Italia, quel giudizio è superficiale ed ingiusto e ricordando una lunga serie di fulgidi esempi del valore italiano, esprime la speranza che quell'uomo politico troverà modo di « rettificare un giudi· zio nel quale la parola ha certamente oltrepassato i confini della erudita coscienza ». Perrucchetti ritorna sull'argomento citando il valoroso com· portamento dei nostri soldati nella campagna di Libia e, addolorato che le sue rimostranze abbiano avuto scarsa eco in Italia, il 16 novembre scriverà al suo amico professor Ottone Brentari: « Pur troppo nel nostro paese l'ignavia e la viltà di parecchi scrittori, che si unirono al coro delle diffamazioni, diede corpo alle ombre; e quando, nel 1905, io rilevai l'ingiuria ... solo uno o due giornali fecero eco al mio grido, sebbene avessi regalato a molti un estratto della rivista che conteneva quell'articolo. Anche nel 1907, sbugiardando Roosevelt, ripetei cose gravi, ma il mio libro non trovò che scarso smercio (malgrado le molte lodi), fra il nostro pubblico, più corrivo a leggere e comperare roba porno· grafica! Speriamo che questa guerraccia (la guerra di Libia, n.d.r.) elevi i cuori alla scuola del dolore, purificando il Paese ». Perrucchetti, con la sua competenza e con il suo patriottismo, segue con particolare attenzione la guerra di Libia e ne illustra i vari aspetti in numerosi articoli su parecchi giornali. Mette in risalto le successive vittorie, tratta dell'assistenza ai combattenti, del soccorso ai feriti e finanche del miglioramento agrtcolo delle nuove provincie africane. Insorge vivamente contro le calunnie diffuse da nemici non solo esterni contro i nostri ufficiali e sol· dati e scrive: « Lungi dalle asserte soperchierie attribuite ad un militarismo fantastico, gli italiani militari e non militari, non hanno che una sola aspirazione verso la nuova colonia: quella di accogliere fraternamente, nella nostra grande famiglia, la nuo· va gente venuta all'ombra della nostra bandiera ». Perru.c chetti, trattando ampiamente di problemi militari, n on si ripromette di creare larghe schiere di gente che parlino, discu·
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tano, giudichino e critichino in materia di cose militari. Anzi, si propone l'opposto e nel far comprendere quali e quante sono la difficoltà della guerra, cerca di persuadere il suo prossimo ad essere prudente nel giudicare e a non « pretendere di dirigere la guerra con quattro segni scarabocchiati colla matita sui tavoli del caffé ». E cerca pure di insegnare ai giornalisti che è prefer ibile saper tacere che saper parlare, dimostrando che anche le notizie in apparenza più insignificanti possono giovare al nemico. Al tempo della guerra di Libia scrive diversi articoli sul Corriere della sera e sulla Tribuna per ribadire che in tempo di guerra: il dovere della stampa è quello di saper tacere sottoponendosi a quella che definisce una disciplina patriottica. I turchi dalla Libia, attraverso l'Egitto, sono in comunicazione telegrafica con Costantinopoli e quindi vengono informati di ogni partenza di soldati dall'Italia per la Libia. Di qui la necessità di tacere, cosa che, per la verità, viene abbastanza rispettata. Rivolgendosi a quei pochi giornalisti che assumono atteggiamenti da generali da tavolino scrive: « Non dimentichiamo che la pretesa dei Consigli Aulici di guidare da lontano le operazioni di guerra, fu sempre causa di grandi disastri anche per gli eserciti più agguerriti. Non ammettiamo le pretese odierne di certi saccenti della stampa, di sostituire i Consigli Aulici con le loro suggestioni fuori di luogo e di tempo». E in un altro articolo precedente pubblicato dal Corriere della sera nel settembre 1908 aveva scritto: « Evitiamo i clamori delle folle, lasciamo a chi nei momenti supremi avrà la responsabilità del comando tutta la serena Iibertà di ispirarsi secondo le circostanze, agli ardimenti di Scipione od alla prudente audacia di Fabio». Si avvicina la guerra 1915-18 e Perrucchetti che predica sempre la pace, ma vigile e armata, a proposito delle discussioni elettorali scrive un articolo pubblicato dalla Tribuna il 6 ottobre 1913 dal titolo: Il pacifismo e gli armamenti nelle discussioni elettorali. Dopo aver esaminato il problema della pace, così conclude: « Lavoriamo tutti per la pace predicando la concordia, ma teniamo asciutte le polveri. Non facciamo le pecore in mezzo ai lupi e rispettiamo il precetto dei nostri padri antichi: Si vis pace para · bellum. Scoppiata la guerra, prima che l'Italia scenda in campo, con articoli pubblicati sul Corriere della sera nel marzo 1915, ram-
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menta che il confine d'Italia è segnato dalle Alpi e ricordando la disastrosa neutralità disarmata che condusse Venezia alla rovina, conclude: « Pensino gli italiani, nella presente ora storica, agli ammaestramenti che sgorgano dalla dura esperienza fatta, nel 1797, dai nostri padri; pensino sempre ai singoli avvenimenti di quell'epoca tumultuosa, che un intemerato patriotta, Alberto Cavalletto, non cessava di riassumere e ripetere col motto: Recordeve de Campoformio! ». Scrive inoltre sulle inutili barbarie della guerra in atto dimostrando che le stesse oltreché immorali e insensate, sono anche inutili. A proposito del sentimento religioso sfruttato dalla politica e del ridicolo abuso del nome di Dio fatto da Guglielmo II scrive: « Le atr ocità germaniche-austriache-turchesche contro gli inermi, commesse nella folle illusione di rendere vili, collo sbigottimento degli imbelli, i popoli e gli eserciti nemici, hanno sollevato l'indignazione di tutto il m:ondo civile. Esso grida vendetta, e l'avrà». Fin dai tempi della guerra di Libia Perrucchetti propone di ricordare i valorosi e i caduti con considerazione e rispetto. In un articolo pubblicato il 2 novembre 1915 sul Corriere della sera ricorda che se per i caduti per la Patria molti comuni hanno avuto qualche iniziativa, più di seimila non hanno fatto niente e propone: « 1° Che presso ogni Comune, che presso ogni reggimento, nella caserma principale di esso, e su ogni nave da guerra, siano esposte le liste dei decorati al valore e dei morti combattendo, appartenenti al Comune od al riparto; e le medaglie d'oro al valore contenenti le motivazioni; 2° che ai promossi per merito di guerra, a qualsiasi grado, sia accordato un distintivo (che potrebbe consistere in due spade intrecciate) applicando sul nastro della medaglia commemorativa; 3° che pei fatti di eccezionale importanza pei quali fu decretata una onorificenza collettiva ad un trebbe consistere in due spade intrecciate) applicato sul nastro commemorativo della campagna, una fascetta ricordante il fatto d'arme; 4° che i soprassoldi per le ricompense al valore, considerati come dono nazionale, non siano falcidiati da tasse». Inoltre Perrucchetti lamenta che in occasione della guerra libica gli Stati che si dichiaravano alleati avessero frapposto difficoltà senza tenere conto che lo scopo degli Stati d'Europa avrebbe dovuto essere quello di « liberare l'Africa dalle barbarie». E prosegue: Anziché dilaniarsi tra loro in lotte egemoniche, pari-
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menti rovinose a vincitori e vinti, gli Stati d'Europa potranno trarre da questa grande opera di civiltà tutti i benefici della pace e del progresso, e, con la concordia (senza rovinarsi, come oggi, in un eccessivo sviluppo di armamenti) scongiurare facilmente i comuni pericoli che si vanno accumulando nelJ'Estremo Oriente». Nelle sue considerazioni politiche Perrucchetti guarda molto lontano e pur sperando che in Europa le tendenze concilianti dei governi possano tenere lontana la guerra, osservando le condizioni nelle quali si trovava nel 1907 la penisola Balcanica, vulcano in continua ebollizione, prevede: « Molto tempo dovrà ancora passare e molto la civiltà lavorare, prima che tutto il terreno d'Europa sia bene preparato a ricevere il seme benedetto della pace perpetua ». Perrucchetti si preoccupa inoltre dei pericoli che potrebbero venire alla vecchia Europa, sconvolta dalle discordie, dal Giappone, dalla Cina e dall'India e « dall'imperialismo della maggiore repubblica americana che, imbaldanzita ... comincia ad espandersi fuori del suo territorio vastissimo ». Quando l'Italia dichiara guerra all'Austria, Perrucchetti abbandona per sempre il suo antico progetto vagheggiato per lunghi anni di un vallo per difendere la porta aperta lungo il basso Isonzo e guarda più ad oriente. L'8 giugno 1915 con un articolo sul Corriere della sera dal titolo Il nostro confine naturale su l'Alpe Giulia si ripromette di studiare questo confine in particolare dove appare più incerto; accetta la proposta di un altro scrittore militare G. Inverardi, che fissa il confine orientale d'Italia alla punta Dubno sullo strettissimo canale del Maltempo posto tra il golfo di Fiume e il grande canale della Morlacca e conclude: « La barriera dell'Alpe Giulia, così individuata, include tutto il territorio Fiumano e si allaccia orograficamente con i rilievi delle maggiori isole del Quarnero (Veglia, Cherso e Lussino) colle quali ha comuni, come osservò il Taramelli, anche i caratteri geologici ». In un altro articolo, parlando dell'Istria e dei suoi venti secoli di costanti tradizioni italiane dice: « Più di tremila volumi dovuti in massima parte a scrittori istriani, basati sullo studio della storia e dei monumenti, confermano l'italianità di quella provincia ». Scrive ancora che il possesso di Trieste è per l'Italia un diritto sacrosanto e non un sogno imperialistico e, accennando
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alla necessità del possesso della Dalmazia dice: « Se l'Italia non domina l'Adriatico, ne è essa stessa pericolosamente dominata». Nei giorni dell'avanzata austriaca nel Trentino dell'estate 1916 Perrucchetti scrive sul Corriere della sera del 22 giugno: « Le invasioni austriache basate sul Trentino e dirette verso la nostra pianura finirono quasi sempre in sconfitte, perché esposero le colonne, sboccanti separatamente dai monti per vie diverse, ad essere soverchiate da chi, manovrando liberamente nel piano, aveva possibilità di fare massa successivamente contro ciascuna di esse. « Oggi, per u n caso che ha del paradossale, gli austriaci si avviano ad un nuovo disastro per avere adottato un sistema diametralmente opposto, sperando con soverchio ammassamento di forze, sopra una parte molto ristretta ·della fronte, di arrivare a sfondare le nostre difese. « Ingolfandosi con forze sproporzionate nel campo angusto dei Sette Comuni, l'esercito austriaco è caduto in una pania dalla quale difficilmente potrà districarsi ». A questo scritto del 22 giugno di Perrucchetti, fa riscontro quanto annunciato il giorno 26 dal Generale Cadorna: « Il nemico impotente a superare le nostre difese, premuto dalla energica spinta offensiva da noi esercitata da più giorni, ha dovuto iniziare il suo ripiegamento. L'avanzata continua vigorosa e incalzante>>. La profezia di Perrucchetti si era avverata.
* * * Scomparso Perrucchetti il professore Ottone Brentari, suo amico ed ammiratore, così conclude la commemorazione tenuta a Milano il 5 gennaio 1917, su invito della Lega Nazionale Italiana, nel terzo trigesimo della morte: « Ebbene, quest'uomo che gridava vendetta, e giusta vendetta, era la bontà personificata; quest'uomo, che era meritatamente circondato di così grande considerazione, era di una modestia francescana; quest'uomo, che aveva in testa idee chiare e salde, era d'una tolleranza ammirevole; questo maestro di guerra era mite come un angelo ... ma come· un angelo che tiene in mano la spada della giustizia, pronto a brandirla contro qualsiasi iniquità, da qualsiasi parte
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essa venga; quest'uomo forte era buono, pur sapendo, forse anche per triste esperienza, che non di rado al mondo la bon tà è una debolezza, come l'ingenuità; questo maestro di Principi, che aveva trascorsi tanti anni della sua vita a Corte e nei più alti ambienti, era felice nella sua modesta casetta, colla sola compagn ia della moglie che formò la gioia di tanti suoi anni, che ancor a lo piange e sempre lo piangerà. « Egli non temeva la morte, non la aspettava; sperava di vivere ancora a lungo ed in ogni modo non sognava neppure di m orire prima della fine della guerra vittoriosa a cui sempre pensava, allietato nei suoi ultimi mesi dalle liete visioni delle fulgide glorie dei suoi alpini, dalle vittorie dei suoi scolari, dalla gioia di veder l'Italia avviata a conquistare, non con contratti indegni o con transazioni vigliacche, ma colla spada, quei suoi confini entro i quali essa saprà prosperare rispettata e temuta. « Morì senza dolori, come un soldato sul campo, d'un colpo. Il 5 ottobre 1916, verso le 14, nella sua villa a Cuorgnè; aveva lavorato sino a mezzogiorno a correggere le bozze dell'ar ticolo che fu pubblicato dopo la sua morte dal Giornale d'Italia; aveva appena fatto colazione, quando si sentì male; salì alla sua stanza; si gettò sul letto; posò la testa suIIa mano della sua donna, a cui volse l'ultimo sguar do di affetto e di conforto; e, colpito da aneurisma, colle labbr a arrossate di sangue, serenamente spirò. « Sia pace alla sua salma, sia gloria alla sua memoria! ». Alla vedova desolata tra le centinaia di telegrammi di condoglianze ne giungono alcuni particolarmente significativi. Quello del Duca d'Aosta dice: « Affettuosamente sono con lei nel suo grande dolore compiangendo e esaltando l'amatissimo maestro. Aosta ». Il Conte di Torino a sua volta telegrafa: « Giunga a lei il sincero cordoglio di un allievo che del valente maestro soldato conserva imperitura memoria. Vittorio Emanuele di Savoia ». Il Tenente Generale Luigi Cadorna, Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, telegrafa: « La prego di accogliere le espressioni del mio sincero e profondo rimpianto per la perdita dell'illustre generale che l'Esercito ricorderà sempre come chiarissimo maestro delle discipline militari e come fondatore delle valorose milizie alpine». La salma del gener ale Perrucchetti viene trasportata da Cuorgnè a Cassano d'Adda dove giunge la sera del 7 ottobre. Durante
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la notte la vegliano in chiesa gli alpini venuti appositamente dal fronte. I funerali vengono celebrati il giorno 8 con grande solennità e in quella occasione pronunciano parole di ammirazione e di rimpianto il Generale Camarana per l'Esercito, il Conte Senatore Resta Pallavicina per il Senato, il dottor G. Marietti per la « Pr:o Esercito», il deputato avvocato Agostino Cameroni per la famiglia. Viene sepolto nella tomba di famiglia del cimitero di Cassano d'Adda e quattro anni dopo la sua morte, il 27 giugno 1920, viene posta sulla tomba, a cura dell'Associazione Nazionale Alpini, una lapide già progettata in passato dal giornale L'Esercito Italiano e poi non attuata a causa della guerra. L'epigrafe della lapide, dettata dal professor Ottone Brentari, dice: SU QUESTE MURA FAMOSE PER TANTE BATTAGLIE SJA RICORDATO IL NOME DEL TENENTE GENERALE E SENATORE GIUSEPPE PERRUCCHETTI NATO A CASSANO D'ADDA IL 13 LUGLIO 1839 MORTO A CUORGNE' IL 5 OTTOBRE 1916 PROFONDO SCRITTORE DI GEOGRAFIA MILITARE SAPIENTE MAESTRO DI PRINCIPI E DI UFFICIALI FELICE IDEATORE NEL 1872 DEGLI i\LPTNI CHE SEMPRE DIFENDERANNO IL RAGGIUNTO CONFINE COLLA PUREZZA DELLA NEVE COLLA FERMEZZA DELLA ROCCIA PER ASSICURARE ALLA PATRIA PACE ED ONORE L'ASSOCIAZIONE NAZIONALE DEGLI ALPINI POSE GIUGNO 1920
Nel sessantesimo anniversarjo della costituzione degli alpini, l'Associazione Nazionale Alpini, per onorare la memoria del « fondatore» erige in Cassano d'Adda un monumento opera del valoroso scultore alpino professor Tino Bortolotti. Il monumento è costituito da tre gradini che rappresentano i tre reggimenti di artiglieria da montagna allora esistenti, da nove colonne che simboleggiano i nove reggimenti alpini, che sorreggono un masso squadrato che rappresenta l'Associazione Nazionale Alpini. Su questo masso campeggia la figura del Generale Perrucchetti a
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significare che « l'ideatore » è vivo e presente nella grande famiglia alpina. Sul monumento sono scolpite queste parole: A GIUSEPPE DOMENICO PERRUCCHETTI GENERALE DI ARMI E DI SCIENZA CHE NEL SOLCO DELLA ROMANA TRADIZIONE IDEO' LE MILIZIE ALPINE L'ASSOCIAZIONE NAZIONALE ALPINI NEL LX ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONE DEL CORPO 2 OTTOBRE 1932
Chiudo questa panoramica sulla vita, il pensiero e le opere di Giuseppe Domenico Perrucchetti con un suo atto di fede: « Passeranno i secoli, scompariranno le iscrizioni monumentali e gli obelischi e gli archi, ma queJJe rupi, nell'austero ammon imento dei siti che furono teatro a gesta gloriose, continueranno a ricordare quelle impr ese fino a che sia caro ed onorato il sangue versato per la Patria».
ANTONELLO F. M. BIAGINI
IL GENERALE GIOVANNI BATTISTA EMILIO DE GIORGIS Giovanni Battista Emilio De Giorgis venne nominato nel 1904 comandante della gendarmeria turca jn Macedonia in ottemperanza degli accordi di Mi.irzsteg dell'ottobre 1903. L'ufficiale italiano, nato a Susa (Torino) il 16 dicembre 1863, era entrato come allievo nella regia accademia militare nel 1863. Sottotenente del Genio nel 1865, nel 1866 partecipò alla terza guerra di indipendenza. Luogotenente nel 1868, nel 1874 venne nominato professore titolare della cattedra di architettura presso l'accademia militare. Promosso capitano nel 1875 percorse i vari gradi della carriera militare comandando, come colonnello, il 46° Reggimento Fanteria (1891) e lo Stato Maggiore del IV Corpo d'Armata (1895). Raggiunto il grado di maggior generale (1898) comandò la Brigata Casale e la Divisione militare di Cagliari (1903) come tenente generale. Con questo grado fu collocato a disposizione del minister o degli Affari Esteri e inviato in Macedonia con l'incarico di dirigere la riorganizzazione della gendarmeria. Questa costituiva, infatti, uno dei punti qualificanti del programma di riforme varato con gli accordi di Milrzsteg (2-3 ottobre 1903) da Austria e Russia e sollecitato, indirettamente, dalle r ivolte del febbraio e del luglio 1903 nella regione macedone. Salutato come un successo politico dal Cantalupi sulla Nuova Antologia (1), l'incarico dato all'ufficiale italiano non mancò di suscitare perplessità negli ambienti militari che non ignoravano le difficoltà connesse alle progettate riforme. Una nota dell'Ufficio coloniale, redatta dal capitano Isidoro Zampolli, sottolineava come il progetto austro-russo non rispondesse « a ciò che pretendevano gli insorti bulgari, i quali volevano essere bulgari, uniti o no alla (1) XXX [A. CANTALUPI], Il Generale De Giorgis in Macedonia, in Nuova Antologia, voi. CXCIII, serie IV, 16 gennaio 1904, pp. 349-.354. Cfr. Appendice, pp. 547-552.
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Bulgaria», e non fosse attuabile nel giro di pochi anni poiché le insurrezioni si sarebbero ripetute a breve scadenza: « la propaganda dei comitati continua, l'organizzazione delle bande si va perfezionando con regolamenti emanati dai comitati e divulgati in tutti i paesi, con coscrizioni, usi militari, con tasse percepite anche dai più poveri per l'armamento e l'arruolamento degli insorti ... » (2). A nulla sarebbe valso l'aver affiancato al governatore della Macedonia, Hilmi pascià, due alti funzionari (uno austriaco e uno russo) che pure avrebbero avuto pieni poteri di controllo su tutto ciò che riguardava l'amministrazione e la giustizia. Le stesse preoccupazioni avrebbe espresso alcuni mesi più tardi il maggiore Gustavo Rubin de Cervin, addetto militare a Sofia e buon esperto di problemi balcanici, in un lungo rapporto inviato al generale Tancredi Saletta, comandante in seconda del Corpo di Stato Maggiore. A giudizio del Rubin, infatti, l'accordo non poggiava su basi solide. Mentre la Russia - impegnata contro il Giappone - aveva tutto l'interesse a mantenere lo statu quo pur vedendo « con rancore svanire il sogno di avere nella Bulgaria uno Stato pressoché vassallo », il comportamento austriaco lasciava trapelare l'intenzione di una consistente penetrazione in Macedonia. « I consoli - scriveva a questo proposito il Rubin vanno propiziandosi le popolazioni mediante protezioni e soccorsi in denaro, vengono sottomano osteggiate le riforme che, quando ottenessero una buona riuscita, allontanerebbero vieppiù il raggiungimento delle note mire su Salonicco. Aiuti sono poi forniti ai comitati perché viva possa essere mantenuta l'agitazione». Citati alcuni fatti a prova di quanto sostenuto, l'addetto militare a Sofia concludeva il suo rapporto affermando che l'Austria avrebbe approfittato dei torbidi - manovrati ad arte nel momento opportuno - per intervenire in Macedonia (3). Compito non facile, quindi, quello che si presentava al generale De Giorgis sia per la situazione internazione che per quella interna. La gendarmeria, infatti, costituiva un corpo tra i meno efficienti dell'apparato militare turco e comprendeva ben 71 reg(2) Note per il generale De Giorgis redatte con il concorso del capitano Zampolli, minuta manoscritta, s.d. ma del gennaio 1904, pp. 6, Stato Maggiore Esercito - Archivio Ufficio Storico (d'ora in avanti SME-AUS), fondo Stati Balcanici (S.B.), busta (b.) 3. (3) G. RusrN OE CERVIN, Questione Balcanica, Torino 28 dicembre 1904, rapporto n. 2, pp. 14, destinatario il generale Tancredi Saletta, SME-AUS, fondo Addetti Militari (A.M.), b. 81.
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gimenti suddivisi in 133 battaglioni ( 4 ). I gendarmi erano reclutati per arruolamento volontario con ferma non minore a due anni, i sottufficiali provenivano dalla truppa mentre gli ufficiali in parte dai sottufficiali promossi e in parte da altre armi. Questi ultimi ricevevano come compenso la promozione ad un grado superiore in quanto entravano a far parte di un Corpo di minor prestigio e di servizio più faticoso. Inesistente l'istruzione militare vera e propria mentre l'amministrazione era caratterizzata dall'incuria nella distribuzione e nel mantenimento dell'equipaggiamento, dalla irregolarità nei pagamenti degli assegni spettanti agli appartenenti al Corpo. I gendarmi turchi « malvestiti, non pagati, strumenti di un governo quanto mai arbitrario », non godevano di alcun prestigio con negative conseguenze sullo spirito e sulla disciplina. Questa situazione trovava il suo naturale riflesso nella esplicazione del servizio quanto mai approssimativo: « nelle campagne - scriveva lo Zampolli - e nei villaggi è ai gendarmi che sono da imputarsi molti dei furti, e non di rado essi si abbandonano, isolati o a gruppi, ad atti di vero brigantaggio ». Il programma di Miirzsteg prevedeva di ristrutturare la gendarmeria aumentando l'organico, migliorando gli elementi, assicurando le paghe ed ammettendo i cristiani. Il governatore generale incaricato dell'applicazione deJle riforme, Hilmi pascià, « sia per la sottile mala volontà in che son maestri i Turchi » che per le difficoltà oggettive, non ottenne altro che l'aumento dei gendarmi da diecimila a circa ventimila, evidente pretesto per armare dei Turchi in funzione anti-bulgara. L'arruolamento di circa sei o settecento cristiani, reclutati tra gli elementi peggiori, era fittizio poiché nessun cristiano che avesse « miglior mestiere>> poteva sentirsi attratto da un lavoro che lo esponeva all'odio e alla vendetta dei colleghi musulmani, in particolare albanesi, e dei correligionari. In verità l'arruolamento dei cristiani, in genere trattenuti nei centri di raccolta di Monastir e Uskiib (Skopje), doveva servire a dimostrare, dal punto di vista formale, che l'applicazione delle riforme procedeva con regolarità. (4) I 133 reggimenti di gendarmi comprendevano 420 compagnie a piedi, 234 a cavallo e due con cammelli. Il numero di battaglioni variabile e la forza media di ogni battaglione di circa 80 uomini. Cfr. La gendarmeria nei tre vilayets di Salonicco , Kosovo e lvfonastir prima delle riforme chieste dall'Austria e dalla Russia, prnmemnria manoscritto s.d. dell'Ufficio Coloniale, SME-AUS, S.B., b. 3.
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I primi due anni di attività furono quindi impiegati dal generale De Giorgis e dai suoi collaboratori a porre le basi .p er un reale funzionamento della gendarmeria: congedo degli elementi peggiori, istituzione di scuole per allievi gendarmi e per ufficiali a Salonicco, Monastir e Uski.ib (Skopje), progetti per la costruzione di nuove e più funzionali caserme, impulso agli arruolamenti, soprattutto degli elementi cristiani. Questo, tuttavia, procedeva lentamente e con insormontabili difficoltà. Alla sotterranea opposizione delle autorità ottomane si aggiungeva l'endemica lotta che opponeva le bande bulgaro-macedoni e quelle greche, spesso incoraggiate in questo dalle stesse autorità turche. Nel 1905 il numero degli ufficiali europei in servizio 'n ella gendarmeria fu portato a sei per l'Austria e la Russia, a cinque per la Francia e l'Italia, ad uno per la Gran Bretagna. Sempre in quell'anno affinché la riforma finanziaria - prevista dagli accordi di Mi.irzsteg e accettata dal governo ottomano - avesse inizio si rese necessaria, da parte delle potenze europee, una dimostrazione navale (26 novembre 1905) e nel dicembre si giunse alla formazione di una commissione finanziaria. Tutto questo e l'impegno degli ufficiali europei non riuscì tuttavia a stemperare la situazione macedone la quale, al contrario, si faceva sempre più critica a causa della costante attività delle bande, favorita dalla compiacenza delle autorità ottomane (5). Il generale De Giorgis doveva quindi ricorrere con frequenza all'appoggio delle ambasciate per ottenere l'essenziale al buon andamento della gendarmeria. Una serie di richieste presentate personalmente dall'ufficiale italiano al governo ottomano e un memorandum del febbraio 1907 testimoniano sufficientemente lo stato di disagio che accompagnava l'attività degli ufficiali europei (6 ). Un altro grave problema era costituito dal fatto che la gendarmeria, da sempre considerata un Corpo al di fuori dell'esercito, e quindi strumento delle autorità locali, doveva -' secondo
(5) Cfr. i rapporti di G . RUBIN DE CERVIN, Ufficiali bulgari che fanno parte di organizzazioni macedoni, Sofia 5 aprile 1905, rapporto n. 8, pp. 4; Io., Bande in Macedonia, Sofia 16 giugno 1905, rapporto n. 10, pp. 5, SME-AUS, A..M., b. 81; Io., Situazione in Aiacedonia, Sofia 27 marzo 1906, rapporto n. 3, pp. 4, SME:-AUS, S.B., b. 34. (6) Requétes présentées par le général De Giorgis, memoriale allegato al rapporto dell'addetto militare a Costantinopoli V. ELIA di Montiglio, Il generale De Giorgis a Costantinopoli, Costantinopoli 5 febbraio 1907, rapporto n. 9, pp. 10, Stv1E-AUS, S.B., b. 31.
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il nuovo regolamento - entrare a farne parte integrante. Questo sconvolgeva una serie di equilibri creatisi da tempo fra le suddette autorità e gli stessi ufficiali della gendarmeria i quali, « ignoranti, privi di senso morale e di amor proprio, invecchiati in un mestiere che teneva del birro e della spia » (7), si prestavano con facilità ai loro mutevoli voleri. Con la riforma gli ufficiali uscivano dalle scuole preparati secondo il costume e lo stile europeo ed erano appoggiati, contro i soprusi delle autorità locali, dallo stesso generale De Giorgis. La nuova dignità produsse effetti diversi: alcuni mantennero comportamenti corretti, altr.i, invece, animati da sentimenti di r ivalsa nei confronti di quelle stesse autorità dalle quali erano stati spesso umiliati, crearono numerosi incidenti che .finirono per far deprecare la presenza europea e mettere in discussione la validitiì stessa delle riforme. Giudizio diffuso a Costantinopoli era quello che una gendarmeria riorganizzata da ufficiali europei costituiva « l'avanguardia di una armata europea che, un giorno o l'altro, poteva essere mandata ad occupare la Macedonia» (8). Questo sospetto procurò difficoltà allo stesso De Giorgis che in alcune occasioni non fu ricevuto dal sultano presso il quale avrebbe invece dovuto avere buona accoglienza proprio per l'onestà e il disinteresse mostrato all'inizio del suo mandato: « ... Sei mesi dopo che il generale De Giorgis, giunto col grado di generale di divisione, era stato promosso biringi ferik, gli venne comunicato che il suo stipendio era aumentato di SO lire turche (in totale 1.150 franchi) e che gli arretrati di sei mesi erano a sua disposizione. Il generale ringraziò ma rispose che, con l'aumento di grado, non intendeva accettare alcun aumento di stipendio» (9). Forte di queste esperienze il De Giorgis chiese, al rinnovo del suo mandato, un ampliamento dei poteri attribuiti agli organismi preposti alle riforme per eliminare l'attività delle bande greche e di quelle bulgare (10). Nell'ottobre 1907 il colonnello Vittorio Trombi in una lettera al generale Ugo Brusati, aiutante di campo del re, sottolineava (7) V . ELIA, Il generale De Giorgis ... , cit., p. 2. (8) V. ELIA, Il generale De Giorgis ... , cit., p. 3. (9) V. ELIA, Il generale De Giorgis ... , cit., p. 7. (10) V. ELIA, Abboccamento del regio ambasciatore con il generale De Giorgis,
Costantinopoli 24 agosto 1907, rapporto n. 79, pp. 3; Io., Bande elleniche in Macedonia, Costantinopoli 30 luglio 1907, rapporto n. 68, pp. 4, StvlE-AUS, S.B., b. 31.
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l'intenzione del generale italiano di rientrare in Italia allo scadere del mandato: « ... il generale De Giorgis, per i suoi continui attriti con Hilmi pascià, governatore della Macedonia, attriti non sempre giustificati, ha finito per lasciare un po' freddi per lui i due ambasciatori che più lo sostennero in passato: l'inglese O'Connor e il russo Zinoviev. Questi anzi gli rimproverano la sua continua immobilità a Salonicco ( ... ) per la quale tratta unicamente per iscritto questioni che de visu potrebbero trovare più facile soluzione ... Infine alcune proposte recenti del generale De Giorgis hanno un po' sorpreso l'ottimsimo dell'ambasciatore [Imperiali] per il generale. Fra le proposte v'è la seguente: che gli aggiunti militari in Macedonia corrispondano direttamente con le autorità locali senza passare per il tramite del generale. Ora, se questo sistema .può alleggerire il generale De Giorgis da una numerosa corrispondenza porta ad una diminutio capitis di prestigio, all'ingerenza e al controllo che le sei Potenze hanno voluto dare al generale organizzatore della gendarmeria macedone ... » ( 11 ). Il marchese Imperiali, plenipotenziario italiano a Costantinopoli, raccpmandava che in caso di sostituzione del generale De Giorgis la scelta cadesse su un ufficiale di carattere egualmente fermo, ma di modi e di forme più consone alla particolare situazione poiché « ai turchi si possono dire le cose più dure, pretendere di imporre molto, ma con i guanti e con le dovute maniere: l'irritarli è peggio » (12). Sei mesi do.po queste parole il generale De Giorgis moriva a Roma e veniva sostituito dal generale Mario Nicolis di Robilant (Torino 1855-1955) in un compito avaro di soddisfazioni e fonte di contrasti e polemiche come quella sostenuta con Ricciotti Garibaldi il quale, sulla stampa romana, Io aveva accusato di favorire l'elemento bulgaro a danno di quello albanese (13).
(11) Vittorio Trombi e Ugo Brnsati, Sanremo 10 ottobre 1907, fogli 17, Archivio Centrale dello Stato - Roma, fondo Ugo Brusati, b. 9, fascicolo V-2-31, foglio 2. (12) Ivi, foglio 5. (13) La vicenda puntualmente ricostruita da E. ìvL\sERATI, Momenti della questione adriatica (196-1914). Albania e Montenegro tra Austria e Italia, Verona 1981, pp. 171, in particolare pp. 69-90.
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APPEND IC E
XXX [A.
CANTALUPI],
Il generale De Giorgis in Macedonia.
« Che quel comandante (della gendarmeria macedone) debba essere italiano, non pare dubbio; e vi sarebbe davvero della mala grazia nel non apprezzare l'onore che ne deriverebbe da questa preferenza». Così scrivevamo alla vigilia della designazione [cfr. La situazione i;ternazionale dell'Italia, in Nuova Antologia, l° gennaio 1904] ed ora che la scelta è caduta sopra un italiano appunto, non ci smentiremo certo. Innegabilmente la preferenza data all'Italia per quell'ufficio importantissimo, è una riparazione, di cui non è il caso di menar vanto, ma di cui potremo, sapendo, valerci pel ristabilimento d i quella influenza italiana in O riente, che, dopo essere andata man mano decadendo, minacciava di estinguersi pel fatto dell'esclusivo accordo austro-russo, a cui tutto il resto d'Europa aveva finito coll'aderire passivamente, in vista di varie ragioni più o meno plausibili per tutti fuor che per noi. Aggiungevamo che, ad onta di tale preferenza, sarà vano sperare in quel ristabilimento, se non si riuscirà ad ottenere che l'Italia entri, parte diretta e principale, nell'una o nell'altra costellazione diplomatica la quale intervenga nell'intimità dell'accordo austro-russo, o gli si contrapponga. Completiamo or qui il ragionamento, osservando che, allo stato delle cose, il mezzo più efficace per giungervi, era, e rimane, giusto la presenza e l'azione di un rappresentante italiano, chiamato a vigilare, a dirigere, a garantire l'applicazione delle riforme a cui bene o male, l'Italia ha dato la sua adesione. E ciò con la Turchia o contro la Turchia, con l'Austria e la Russia o contro di esse. Appena fu data ufficialmente la conferma che a quest'ufficio era stata designata l'Italia, non mancò la voce dello scetticismo a proclamare che si trattava, non già di un favore fatto al nostro Governo, ma di un tranello teso al nostro Paese. A primavera, si disse, la ripresa dell'insurrezione sarà inevitabile. Il comandante la gendarmeria dovrà reprimerla, e la impopolarità personale che si acquisterà così, non potrà a meno di ricadere sulla nazionalità, sullo Stato cui appartiene. L'Italia, verso la quale si volgevano tante simpatie delle popolazioni balcaniche, apparirà in prima linea fra gli oppressori, mentre l'Austria e la Russia avranno l'aria di aver voluto proteggerle e tutelarle. Sicché, politicamente e moralmente, l'Italia avrà tutto da perdere, due Imperi tutto da guadagnare. Il ragionamento non manca di sottigliezza; ma è piuttosto specioso. Anzitutto, è per lo meno dubbio che l'insurrezione macedone sia stata l'espressione spontanea della volontà di tutta la popolazione. Una buona parte di questa altro non avrebbe desiderato che poter vivere meno disumanamente che non le fosse consentito dalle autorità turche locali; ed è appunto questo trattamento umano che il generale De Giorgis è chiamato a procurare, ad assicurare loro. Mancando la prima ragione del malcontento, mancherà la ragione logica dell'insurrezione, e questa potrà almeno in parte essere evitata. Vi saranno insorti, comunque, specialmente bulgari? Molto probabilmente. Ma è ben tempo che questi pensino un po' ai casi propri, sotto al punto cli vista morale, e in rapporto alle simpatie ed alle antipatie che hanno meritato e meriteranno di suscitare. Certo, e dato che in molti casi siasi esagerato, e magari calunniato, sia dalle autorità turche, sia dalle nazionalità rivali, non tutti i metodi della insurrezione sono
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stati sino ad ora plausibili, e troppi dei suoi fatti hanno destato assai più l'orrore che l'entusiasmo. Essi hanno trovato tanto maggior fede, in quanto cerci metodi che i bulgari di Macedonia avrebbero applicato contro i loro avversarii musulmani ed anche cristiani, rispondevano abbastanza a quelli che avevano già adotcato fra loro, quando, nelle loro contestazioni interne, elevano l'assassinio politico ad istituzione di Stato, e si applicavano poi contro certi concorrenti all'esportazione di quell'assassinio. I b ulgari debbono persuadersi che dopo il trattamento fatto ad Alessandro di Battenberg e dopo l'eccidio di Stambuloff, furono troppo concradetti quei sentimenti dell'Europa che erano stati eccitati dalla santa parola di Gladstone si.no a dar luogo alla gue-rra d'Oriente, e che quanto seguì nell'andamento della, diremo, politica nazionale bulgara, non era cerro fatto per riaccendere quei sentimenti in loro favore. Invero, una insurrezione contro i metodi del Governo ottomano era sempre comprensibile e legittima; ma nessuno ha potuto approvare che l'ultima insurrezione macedone si trasformasse in una gara di barbarie, nella quale non si sa ancora con precisione a chi sia rimasta la palma. Sarebbe sopra la con tinuazione di un tal sistema che i capi cli quell'insurrezione conterebbero per avere ragione, di fronte all'Europa, del generale italiano, quando questi fosse costretto ad impedirne l'applicazione? È tanto evidente che essi s'ingannerebbero, e che la repressione di un simile contegno avrebbe il plauso generale, a incominciare da quello delle popolazioni, che Saravoff ed i suoi compagni, i quali girano ora l'Europa, si sono fatti replicatamente intervistare per avere occasione di dire precisamente il contrario. Essi non hanno nessuna fiducia nella reale applicazione delle riforme, perché, dicono, né la Turchia veramente le vuole, né le vogliono per altri fini l 'Austda e la Russia. Ora, che le vogliano sul serio dubitiamo forte anche noi, per ragioni su cui non occorre d'insistere; ma le riforme per sé stesse costituiscono press'a poco il programma minimo degli insorti macedoni. Ebbene, perché j capi non dovrebbero cercar di facilitare il tentativo, invece di renderlo impossibile, dato che l'ufficio di applicarlo è toccato al rappresentante di quello Stato europeo soltanto del quale i bulgari, non più delle altre nazionalità balcaniche, non hanno ragione alcuna di diffidare, e il <:ui disinteresse non può essere dubbio per essi più che per gli altri? Secondare l 'azione del generale italiano, è tanto più nell'interesse dei capi dell'insurrezione, se questi mirano soltanto all'utilità dei loro fratelli, in quanto la lettera e lo spirito del suo ufficio pongono il generale stesso nella condizione di poter giudicare esattamente le vere in tenzioni, sia della Porta, sia dell'Austria e della Russia. Ora, se quelle intenzioni risulteranno sincere, per amore o per forza, l'Italia, secondandole efficacemente, non solo non provocherà l'antipatia delle popolazioni, ma si guadagnerà la loro riconoscenza. Se invece risulteranno subdole, l'Italia avrà avuto ed avrà il modo d i riconoscede per tali, e non dovrà, non potrà mancarle la volontà di proclamarle per quel che saranno. Allora, sia gli insorti, sia le popolazioni tutte balcaniche, avranno, di fronte al resto del mondo, un alleato di cui nessuno potrà porre in dubbio l'autorità, e questo alleato non riuscirà cerco loro inutile, anche se dovesse rimanere solo, di fronte all'indifferenza materialistica della Germania per le cose d'Oriente, ai vincoli dell'alleanza che impedirebbero alla Francia di atteggiarsi contro la Russia, cd alle preoccupazioni che richiamerebbero altrove tutta l'attenzione dell'Inghilterra. Qualunque sia stato dunque il movente da cui Austria e Russia sono state mosse nell'accettare la scelta di un generale italiano come comandante della gendarmeria ma-
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cedone, quell'accettazione, e la nomina che ne è derivata, costituiscono un fatto di cui i capi insorti pei primi debbono essere soddisfatti, perché in nessun miglio1: modo poteva tentarsi la prova della sincerità della Porta e dei due Imperi, quindi della possibilità del mantenimento del Governo turco, debitamente migliorato, in quelle regioni. Ora, da un lato il Governo turco è, se non altro in vista di un avvenire probabile e possibile sino a soluzione definitiva, quel che le popolazioni debbono ancora prefedre all'infiltrazione austriaca o alla conquista russa, che oggi potrebbero sostituirlo; dall'altro, tolta la ispirazione di quel fanatismo che già suggeri ad Yldiz Kiosk le stragi d'Armenia e gli eccidi nella stessa Costantinopoli, persino la Porta avrà interesse di veder succedere la quiete alla terribile condizione di cose troppo a lungo du.r ata sin qui: se non altro, per ciò; che finirà di rimettervi finanziariamente, e ricomincerà a guadagnare, spenderà meno, cioè, in provvedimenti militari, e più regolarmente si produrrà il gettito delle imposte. Ma il comandante della gendarmeria macedone avrà i mezzi per riuscke nel suo compite? Alla lettera, si; dipenderà quindi in parte anche dalla sua capacità, se nel facto lo spirito potrà venirne man mano esplicato. I poteri del generale italiano si fondano sopta due documenti che ora fanno testo: il progetto di riforme del febbraio 1903, consegnato al nostro Governo dagli ambasciatori d'Austria e di Russia il 17 di quel mese, e le istruzioni trasmesse dai loro governi agli ambasciatori d'Austria e di Russia a Costantinopoli, e consegnate il 24 ottobre dello stesso anno al nostro ministro degli Esteri dall'ambasciatore austro-ungarico a Roma. Le riforme - è bene ricordarlo - comprendono: - la nomina dell'Ispettore generale - già avvenuta - per un periodo di tre anni, non revocabile prima di questo termine senza che i due governi d'Austria e di Russia sieno anticipatamente consultati; - l'obbligo nei Valì dei tre vilayet cui le riforme sono applicate, cioè quelli di Salonicco, Kosovo e Monastir, di conformarsi strettamente alle istruzioni dell'Ispettore generale e di secondarlo; - la riorganizzazione della polizia e gendarmeria, comandata da ufficiali europei, e costituita da elementi cristiani e musulmani proporzionalmente alle corrispondenti quantità delle popolazioni; - le guardie campestri scelte fra gli abitanti dei villaggi, sempre in numero proporzionale fra cristiani e musulmani; -
gli arnauti, costretti al rispetto delle leggi;
- l'amnistia, applicata sia agli accusati e condannati per fatti politici, non convinti di partecipazione diretta a delitti comuni, sia a quei sudditi ottomani che hanno emigrato in seguito a quei fatti; - le finanze, regolate secondo un bilancio attivo e passivo stabilito per ogni vilayet, e col prodotto delle imposte dedicato innanzi tutto ai bisogni dell'amministrazione locale, compreso il pagamento dei servizi civile e militare; decime percepite col metodo della ferma aggiudicata all'asta villaggio per villaggio; rendite versare alla cassa del vilayet, tenuta da una agenzia della Banca Imperiale Ottomana. Le istruzioni, da cui più specialmente derivano i poteri del comandante la gendarmeria, cioè del generale e del rappresencante italiano stabiliscono:
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- la nomina per due anni presso Hilmi pascià, Ispettore generale, di agenti civili speciali austro-ungarici e russi per controllare il contegno delle aurorità locali nell'applicazione delle riforme; agenti in rapporto diretto coi rispettivi ambasciatori a Costantinopoli, e coadiuvati da segretarii e dragomanni; - la riorganizzazione urgente della gendarmeria affidata ad un generale di nazionalità straniera al servizio del governo imperiale otcomano, al quale potranno essere - e saranno - aggiunti militari delle grandi potenze, che si suddivideranno le circo· scrizioni in cui spiegheranno la loro autorità di controllori, istruttori e organizzatori, in modo che saranno in grado di sorvegliare il contegno delle truppe verso la popolazione; - quegli ufficiali potranno chiedere, se sembrerà loro necessario, che sia loro aggiunto un certo numero di ufficiali e sottufficiali di nazionalità straniera; - appena la pacificazione del paese sarà compiuta, chiedere al Governo octomano, una modificazione della delimitazione territoriale delle unità amministrative, in vista di un aggruppamento pitt regolare delle diverse nazionalità; - simultaneamente, chiedere la riorganizzazione delle istituzioni amministrative e giudiziarie, di cui aprire l'adito ai cristiani indigeni, e favorire lo sviluppo delle autonomie locali; - istituire immediatamente nei principali centri dei vilayet, commissioni miste formate da egual numero di delegati cristiani e musulmani per l'esame dei reati politici e altri commessi durante i torbidi; commissioni di cui dovranno far parte i rappresentanti consolari d'Austria-Ungheria e di Russia; - esigere dal Governo turco l'assegnazione di somme speciali: per la reintegrazione nei luoghi d'origine delle famiglie cristiane che si sono rifugiate in Bulgaria od altrove; per soccorso ai cristiani che hanno perduto averi e domicilio; pel restauro delle case, delle chiese e delle scuole distrut te dai turchi durante l'insurrezione; - commissioni, di cui faranno parte notabili cristiani, decideranno la ripartizione di quelle somme, che sarà sorvegliata dai consoli d'Austria e di Russia; - nei villaggi cristiani brucìati dalle truppe turche e dai bascibouzouck, gli abitanti cristiani reintegrati saranno per un anno esonerati dal pagamento di ogni imposta;
- il Governo si impegnerà ancora ad introdurre senza il minimo ritardo le riforme menzionate nel progetto del febbraio, come le altre la cui necessità fosse ulteriormente indicata;
- la maggior parte degli eccessi e delle crudeltà essendo state commesse da ilavés (redif di seconda classe) e dai bascibouzouck, è urgente che i primi siano licenziati, e che la formazione di bande dei secondi sia assolutamente impedita. Ora, risulta evidente, sia dal testo delle riforme, sia da quello delle istruzioni, che l'Austria e la Russia hanno una situazione preponderante; ma mentre la prima, per la sua condizione interna, la seconda, per la questione dell'Estremo Oriente, hanno interesse a sopire per ora le complicazioni nell'Oriente europeo, quindi si condurranno momentaneamente senza secondi fini, è pure evidente che tutto quanto è stato chiesto dall'Europa e stabilito, almeno teoricamente, d'accordo con la Turchia, dipende daHa pacificazione del paese, e che la pacificazione del paese dipende in gr.an parte dal comandante la gendarmeria; come dipende anzitutto da lui il riconoscere se, quando, come quella pacificazione sia avvenuta ed avvenga. È qui che diventa, a sua volta,
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preponderante la parte sua; ed è cosl che, il comandance essendo italiano, rientra dalla finestra quella influenza dell'lcalia che s'era fatta uscire dalla por ta. È chiaro dopo ciò che il ristabilimento di una tale influenza sarà maggiore o minore; sostanziale e decisivo o no, a seconda che il generale italiano risponderà o meno alle esigenze del suo compito. Ora, tutto quanto si sa del generale De Giorgis concorda nel far ritenere che il Gabinetto, scegliendolo, abbia avuto la mano felice. Lo si dipinge, infatti, non solo come un soldato altrettanto valido che valoroso, ma come un uomo acuto, intelligente, forte: capace quindi di formarsi prontamente un concetto esatto della situazione e di ciò che si chiede da lui per risolverla, e capace insieme di far rispettare la lettera e lo spirito della sua missione, dalle popolazioni, dalle autorità ottomane ed anche dai rappresentanti dell'Austria-Ungheria e della Russia. I quali - conviene addirittura metterlo in vista - sono bensì chiamati a sorvegliare la condotta di quelle autorità, ma non hanno sopra di lui e verso di lui titolo e mansione di sorta. Egli è da loro del tutto indipendente, mentre essi, invece, nella stessa azione di controllo che è loro affidata, debbono implicitamente dipendere dall'azione e dal criterio del generale italiano. Né tale azione e tale criterio - importa pure di farlo rilevare - dovranno essere esclusivamente polizieschi e militari. Nelle riforme e nelle istruzioni vi è tanto che riguarda i rappoi:ti reciproci delle varie entità etnografiche, da estendere una sua influen:la essenzialmente politica sulla parte pii:1 ardua e complicata del problema balca nico. Ragione per cui sarà bene che il Governo lo conforti, non solo dell'aiuto di altri ufficiali itaiiani, ma della presenza e del consiglio di qualche elemento diplomatico intimamente conoscitore dell'Oriente. Ve n'è fra i nostri giovani su cui si può seriamente contare, tanto sotto al rapporto della competenza, quanto sotto quello dell'interessamento alla questione, della passione per l'argomento. Ed è così chè l'influenza italiana potrà riuscire, non solo ad esercitarsi nel presente, ma ad aprirsi la via dell'avvenire, tenendo conto di quegli elementi e di quelle parti del problema a cui si è sorvolato sin qui, ed anche adesso nell'escogitare le riforme e nel determinare i luoghi ove dovranno essere applicate. È noto, invero, che, se i bulgari sono quelli che fanno la voce grossa, essi sono lungi dal costituire la sola nazionalità cristiana d'Oriente soggetta al dominio turco: vi sono con essi, e spesso di essi più numerosi, romeni, greci, serbi ed albanesi. Così, perché limitare l'applicazione delle riforme ai tre. vilayet di Salonicco, Kosovo e Monastir, ed esc.ludere quelli di Jannina e di Scutari? Forse che veramente esiste una Macedonia etnograficamente e geograficamente determinata da quelle tre province? o forse è vero che gli albanesi, ad esempio, si sono opposti all'introduzione delle riforme? Né l'una cosa, né l'altra. La 1Wacedonia non costituisce oggi che un termine convenzionale, rispondente, pii1 che ad altro, a quella divisione amministrativa che ora si tratta, nello stesso resto delle riforme e delle istruzioni, di modificare secondo la logica geografica ed etnografica; macedoni, non vi sono veramente, bensì, vi sono bulgari, serbi, romeni, greci cd albanesi. Cosl gli albanesi hanno protestato e protestano, non contro le riforme in sé stesse, ma conrw ciò che è parso loro uno smembramento, una suddivisione artificiale della loro terra, di cui essi aJlargano, è vero, esageratamente i confini a tutti e cinque i vilayet, ma della quale non si può ce.r to negare l'esistenza e l'unità territoriale, né la coscienza etnografica.
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Se quella unità sarebbe, del resto, facilmente definibile, tanto gli skipetari differiscono dalle rimanenti popolazioni balcaniche, quella coscienza è, d'altronde, meglio ancora che in formazione, in pieno sviluppo, grazie all'atteggiamento spontaneo delle popolazioni, le quali hanno cessato di considerarsi divise in albanesi-musulmani ed albanesi-cristiani, per ricordarsi di essere tutti ugualmente albanesi, grazie anche all 'azione di uomini s~1periori come Wassa Pascià e come Ismail Kemal Bey. Ora, basta il fatto dell'importanza geografica dell'elemento albanese di fronte all'Italia, della necessità per noi di pacificarlo intieramente coll'elemento montenegrino, degli albanesi d'origine divenuti italiani nel Mezzogiorno d'Italia e in Sicilia, e conservanti lingua, tradizioni e parentele specialmente nella Bassa Albania, a dimostrare che l'Italia non può disinteressarsi di quella nazionalità e trascurare i suoi desideri nell'applicazione delle riforme. Se queste debbono dar pace aU'Ori.ente, nol potranno che a condizione di essere egualmente applicate, non solo a tre, ma ai cinque vilayet, indi a tutta la Turchia europea. È con queste vedute che l'Italia deve inviare in Oriente il pacificatore; è secondo questo criterio che egli deve · condursi.
PARTE QUINTA
RICERCHE
ENNIO CALABRESI
LA MEDAGLIA COMMEMORATIVA DEI MILLE « AI PRODI CUI FU DUCE GARIBALDI » Non essendosi ancora spenta l'eco delle celebrazioni intese a ricordare il centenario della morte di Garibaldi, ci par logico trattare di una medaglia che, legata alla più famosa delle imprese garibaldine, non potrà non destare l'interesse sia del collezionista sia del cultore di curiosità storiche. Sbarcato Garibaldi a Marsala 1'11 Maggio 1860, il 26 dello s tesso mese pone il campo sulle alture che dominano Misilmeri a 15 Km. da Palermo, ed è lì che una tradizione non documentata vuole che dicesse a Bixio: « Nino, domani a Palermo. O qui si fa l'Italia o morire! » (1). Il 27, alle 4 del mattino, si sferra l'attacco contro il Ponte dell'Ammiraglio e subito dopo alla Porta di Termini ed alle 5,30 del pomeriggio Garibaldi entra in Palermo e vi si proclama « Dittatore di Sicilia in nome di Vittorio Emanuele ». Sarà tuttavia solo il 19 Giugno, dopo un alternarsi di resistenze e di trattative, che al Molo dei Quattro Venti si imbarcheranno, su 24 bastimenti, gli ultimi reparti dell'esercito borbonico che avrebbero dovuto difendere Palermo. Già però il 15 Giugno il Civico Consiglio Comunale, dopo un discorso del Pretore Duca della Verdura, vota una serie di risoluzioni quali di chiamare « Porta Garibaldi » quella per la quale il condottiero era entrato in città e « Piazza Vittorio Emanuele » la piazza della Fieravecchia; di scolpire su tavol a di bronzo il nome degli Italiani venuti con Garibaldi in Sicilia; che, infine, si coniassero due medaglie, una delle quali, in argento, avrebbe dovuto essere consegnata a ciascuno dei «Mille» (2). (1) CoMANDtNt: « L'Italia nei cent'anni del secolo XIX» sotto la data del 26 Maggio 1860. (2) CoMANDINI: Op. cit. sotto la data 15 Giugno 1860.
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E qui dobbiamo notare una discrepanza fra il diario del Comandini e i documenti dell'archivio secondo cui il Consiglio Civile di Palermo avrebbe discusso di medaglie solo nella seduta del 21 Giugno (il che è più probabile, se si considera la tranquillità derivante dal fatto ché anche l'ultimo soldato borbonico se n'era andato) (3). In particolare, su proposta del Consigliere Santocanale, fu deliberato all'unanimità che si coniassero due medaglie, una, di bronzo, che dovesse ricordare « la gloriosa rivoluzione cli Sicilia» (4) ed una, d'argento, « ... del diametro di mezzo scudo ... onde decorare que' prodi che concorsero col Generale Giuseppe Garibaldi alla liberazione della Sicilia »; decidendo inoltre che quest'ultima venisse coniata nel numero che avrebbe indicato Garibaldi stesso. Incaricato di disegnare entrambe le medaglie fu il Prof. Gaetano Daita che - per la medaglia di cui trattiamo - realizzò un'insegna con attaccaglio ad anello, avente al recto, nel campo l'aquila palermitana recante fra gli artigli un cartiglio con l'iscrizione « S. P. Q. P. » e contornata dalla legenda << AI PRODI CUI FU DUCE GARIBALDI »; in esergo tre rosette. Al verso, nel campo la legenda « IL MUNICIPIO PALERMITANO RIVENDICATO» contornata da una corona chiusa d'alloro; nel giro l'iscrizione « MARSALA», « CALATAFIMI », «PALERMO», taJi nomi separati da un fregio; in esergo una stelletta a sei punte. La medaglia, incisa da Giuseppe Barone, fu battuta dalla Zecca di Palermo e si stabilì che dovesse essere sospesa ad un nastro di seta di 35 mm. di larghezza, rosso orlato da filetti gialli di 35 mm.; sul nastro l'emblema della Trinacria, del diametro di circa 28 mm. esso pure in argento, con tre anellini saldati sul retro delle estremità mediante i quali era possibile cucir e l'emblema al nastro. Diciamo subito che sull'emblema della Trinacria si sbizzarrì la fantasia di coloro che l'approntarono, specie per la testa centrale, ora semplicissima ora minutamente scolpita e ricca di particolari nella chioma e nell'acconciatura. Ne esiste altresì un tipo tutto particolare che, anziché venire cucito al nastro è ad esso (3) SCA RPA - SEZANNE: « Le decorazioni del Regno di Sardegna e d' Italia. - Le decorazioni commemorative», voi. I , pag. 98. (4) Sarà la medaglia definita talvolta - erroneamente - « di S. Rosalia ».
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sospeso tramite una fascetta saldata a tergo mentre la medaglia, anziché al nastro, viene appesa ad un anello saldato dietro l'estremità inferiore dell'emblema stesso (5). Aggiungiamo che il Municipio di Palermo decretò pure che la medaglia fosse accompagnata da un« attestato nominativo (6) e stabilì che, battuto il numero di medaglie che il Generale Garibaldi avrebbe indicato, il conio venisse distrutto. Il 24 Ottobre del 1860, nella stessa Palermo, ebbe luogo una prima distribuzione di medaglie, che non fu però effettuata dal Generale Garibaldi, allora nel napoletano in procinto di congiungersi con l'esercito di Vittorio Emanuele II, bensì dal Pro-dittatore Antonio Mordini che ne decorò quelli dei Mille che erano rimasti a Palermo perché feriti o malati o convalescenti. Fu poi al 4 Novembre che a Napoli, al Largo d.i Palazzo Reale, Garibaldi pronunciò un infervorato discorso procedendo quindi alla distribuzione di 426 medaglie commemorative ad altrettanti dei Mille (o supposti tali) presenti nella città. A questo punto c'è da pensare che sia il Municipio di Palermo sia il Gen. Garibaldi abbiano cominciato a chiedersi - al fine di sapere quante medaglie in tutto dovessero essere coniate e quindi distribuite - quanti effettivamente fossero i « Mille ,,. Purtroppo una risposta precisa a tale domanda non la ebbe né Garibaldi né il Municipio; si può anzi affermare che già allora si verificò ciò che più volte si sarebbe verificato nella storia del volontarismo del nostro paese: la corsa al «brevetto» da parte di molti che, probabilmente, non avevano neppure sentito il rumore delle schioppettate. Infatti nel Dicembre del 1861 venne costituita una Commissione che compilò un elenco di ben 1328 «Mille», numero che deve aver lasciato perplesso più d'uno se si ritenne opportuno, nel Novembre del 1862, di costituire una nuova Commissione - presieduta dal Gen. Tiirr - che accertò che 244 erano « Mille » fasulli (il 22,50% di quelli veri!) (7) che si erano fatta riconoscere una qualifica cui non avevano nessun diritto; risultava così che gli aventi diritto erano 1084. (5) M. BRIGNOLI: « I Mille di Garibaldi », Rusconì cd. le foto a pag. 65, 68, 119, 169 mostrano decorato con tale tipo di emblema. (6) L'originale è nella raccolta del Museo del Risorgimento di Bergamo. (7) Si ricordi che i Caduti nei fatti d'arme della spedizione furono 78 pari al 7,19%.
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Risultato ancora incerto se dall'elenco annesso al Bollettino delle nomine, promozioni ecc. nr. 21 del Ministero della Guerra in data 6 Aprile 1864, risultano essere stati 1072 coloro che avevano potuto all'epoca documentare di essere sbarcati a Marsala 1'11 Maggio 1860. Se poi consultiamo la curiosa opera del Signor Alessandro Pavia che nel 1867 raccolse in un album le foto dei partecipanti alla famosa spedizione, corredandolo di un « Indice completo dei Mille sbarcati a Marsala, condotti dal prode Generale Giuseppe Garibaldi », i « Mille» risulterebbero essere stati 1072 elencati in rigoroso ordine alfabetico (8) più tredici nomi riportati a stampa, cui si aggiungono sette nomi scritti a penna e numerati e quattro nomi non numerati, per un totale di 1096. Finalmente, e solo nel 1878 e precisamente il 12 Novembre venne pubblicato un Supplemento al nr. 266 della Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia contenente - a seguito di inchiesta informativa condotta nel 1877 e nel 1878 - un nuovo e definitivo ruolo alfabetico dal quale risultò che i Mille furono 1089. Degno di nota ci sembra il fatto che dagli elenchi iniziali fosse escluso il Generale Garibaldi, motivando tale esclusione con il fatto che la medaglia era destinata « Ai prodi cui fu duce 'Garibaldi ». Quindi « ai prodi » sì, al « duce » no: meraviglia delle sottigliezze dialettico-giuridiche. Né il Generale deve essersi agitatò troppo per una tale esclusione se soltanto il 12 Novembre 1878, nel citato Supplemento nr. 266 comparve - fra un « Garibaldi Giovanni Stefano, morto a Palermo il 27 Maggio 1860 per ferite d'arme da fuoco e di bajonetta » ed un « Garibaldi Menotti di Giuseppe» - il nome di « Garibaldi Generale Giuseppe fu Domenico, agricoltore» . Ricorderemo anche che nel Gennaio del 1864, sotto la presidenza del Ten . Gen. Nino Bixio, si riunì un Giurì d'onore che giudicò indegni di essere insigniti della Medaglia dodici dei volontari. Per completare la storia della « Medaglia dei Mille » è ora necessario fare un salto indietro nel tempo e ricordare che, nel corso della navigazione da Quarto a Marsala, un contingente di 64 volontari fu sbarcato a Ta]amone ove sbarcarono successiva(8) M. BRJGNOLI: Op. cit. Evidentemente il Pavia aveva tratto l'elenco alfabetico dal Bollettino del 6 Aprile 1864.
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mente altri 78 volontari partiti da Livorno, per un totale di 142 uomini che, intenzionati tutti a raggiungere la Sicilia, furono invece fatti sbarcare a Talamone per motivi strategico-logistici. Lasciamo al lettore di immaginare la frustrazione di questi garibaldini, specie nel momento in cui vennero raggiunti dalle notizie degli strepitosi successi dei loro compagni di Marsala i cui petti - prescindendo da quelli dei 78 Caduti della spedizione si andavano coprendo di medaglie. Di tale stato d'animo deve essersi reso interprete il Generale Garibaldi che ottenne, il 14 Marzo 1883, che il Municipio di Paler mo concedesse anche ai « Talamonesi » l'ambita medaglia commemorativa con relativo diploma. Però, al momento di consegnare materialmente il tutto, ci si accor se che di diplomi ce n'erano (o che almeno era facile stamparne) ma che non c'erano più medaglie, coniate a suo tempo nell'esatto numero indicato, né conio c'era in quanto distrutto secondo quanto stabilito. La medaglia però era s tata concessa (9) ed i garibaldini tempestavano per averla; così - non sappiamo dove e da chi - fu coniata un'altr a medaglia che ad un'occhiata superficiale può anche essere scambiata per quella originale. Però, a par te una qualche minima differenza nel disegno dell'aquila - suggeriamo al collezionista attento una semplicissima osservazione che gli consentirà di distinguere, al di là di ogni ragionevole dubbio, un pezzo di seconda coniazione da uno di prima. Ponga il nostro lettore un righello tangente le due estremità inferiori del cartiglio con la sigla S.P.Q.P. retto dagli artigli dell'aquila: se la scritta (( AI PRODI CUI FU DUCE GARIBALDI» comincia e finisce al di sopra del borbo del righello, egli ha la fortuna di maneggiare una medaglia di prima coniazione; se invece inizio e fine di quella legenda sono nascosti dal righello egli ha la fort una ridotta di osservar e una medaglia di seconda coniazione. For tuna ridotta poiché sono ]e medaglie di prima coniazione ad essere rare, in quanto, coniate le 1328 che furono distribuite a Palermo, a Napoli o consegnate con cer imonie più semplici altrove, non ne furono prodotte altre per distruzione del conio. (9) In rcalcà solo a quelli partiti da Genova e Quarto; a quelli imbarcaci a Li· vomo il Municipio d i Palermo non decretò né medaglia né diploma, né si è riuscid a scoprirne il motivo.
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Di quelle di seconda coniazione (e saremo grati ai lettori che, potendo, ci faranno partecipi di più precise notizie) non sappiamo praticamente nulla. Possiamo soltanto supporre che se la siano procurata - e con diritto - i 64 di « Genova-Talamone » cui il Municipio di Palermo aveva concesso il Diploma; né saranno stati da meno i 98 di « Livorno-Talamone » anche se il Municipio di Palermo, che solo ne aveva titolo, non l'aveva loro decretata. Possiamo anche essere abbastanza sicuri che i 244 «fasulli» - cui la commissione Tlirr aveva fatto restituire la medaglia originale cui non avevano diritto - si siano procurata quella di seconda coniazione, magari r accontando poi ai figli e ai nipoti di come e qualmente l'avessero avuta dalle mani stesse di Garibaldi; e forse anche i 12 dichiarati «indegni» dal « Giurì Bixio » avranno provveduto a sostituire quella.loro tolta con quella ormai disponibile sul mercato. Certo che se la « coniazione seconda » si fosse limitata a tante medaglie quante risulterebbero dall'elenco sopra citato, una di tali medaglie (valore storico a parte) sarebbe più rara di una originale. Dobbiamo però ricordare, seppure con una certa amarezza, che nel nostro paese il numero di coloro che alla Patria si sono dedicati con entusiasmo e disinteresse è sempre stato largamente soverchiato da quello di coloro che, con entusiasmo ancora maggiore, si sono dedicati semplicemente a se stessi, magari solo per procurarsi una medaglia che non avrebbero mai avuto il coraggio di meritare effettivamente. Non ci si illuda quindi, perché è assai probabile - disponibili com'erano sul mercato - che medaglie di seconda coniazione abbiano brillato sui petti di « garibaldini » che all'epoca dello sbarco a Marsala non erano forse neppure nati! Dissentiamo quindi dall'affermazione - se pure espressa in forma dubitativa - del von Heiden, secondo cui (10) la seconda coniazione sarebbe stata effettuata « a scopo di contraffazione>> : i relativi coni - ripetiamo - furono incisi innanzitutto per consentire di dare medaglia a garibaldini che ne avevano diritto legale; che se poi con quelli stessi coni si è continuato a battere
(10) H . VON HEYDEN : « Segni d'onore del Regno d'Italia». Ristampa Forni Ed. 1980 della edizione di \Xliesbaden 1910, pag. 81, nn. 379 e 380.
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medaglie da distribuire o vendere a dritta e a manca, questa è un'altra faccenda. Vogliamo ancora ricordare che, quando Vittorio Emanuele II istituì la « Medaglia commemorativa delle guerre combattute nel 1848, 1849, 1859, 1860 e 1861 per l'indipendenza e l'unità d'Italia » stabilì che essa non potesse cumularsi con altre medaglie istituite a tale titolo, « .•• eccezione fatta per quella dei Mille ... », il che non mancò di suscitare il «mugugno» di coloro che dovettero riporre nei cassetti le medaglie loro decretate da Milano, da Venezia, da Vicenza o da Roma. Né va infine dimenticato che, con legge 22 Gennaio 1865 n. 2119, ai decorati con la medaglia dei Mille venne concessa una pensione vitalizia di L. 1.000 (mille) annue, il che - se si considera che il soprassoldo per una Medaglia d'Oro al Valor Militare era di L. 100 (cento) annue - non fu cert o cosa da buttare via. Concludiamo queste note informando il lettore di un particolare nel quale ci si è imbattuti nel corso delle nostre ricerche, un particolare che ha colpito la nostra fantasia. Nella ricca raccolta di Medaglie dei Mille del Museo del Risorgimento di Bergamo (11) ne esiste una che porta incisi, uno sul recto e uno sul verso, due nomi : « AT. Po:-lVIANI »e« F.MO NICOL!». Fermo Nicoli è un garibaldino nato a Bergamo il 9 Agosto 1826 e morto in combattimento a Calatafimi il 15 Maggio 1860 a 34 anni di età; il Ponviani, di nome Francesco Attilio, è nato egli pure a Bergamo, il 20 Gennaio 1833. Sopravvissuto alla campagna, nel 1878 risulta « .possidente » ed in godimento della p ensione per decorati della Medaglia. Ci piace pensare che il Ponviani abbia trovato nel Nicoli, di sette anni più anziano, un fratello maggiore che lo avrà aiutato consigliato e protetto nel pericolo, fino al triste giorno in cui quel fratello cadde per l'ideale cui si era votato, e che il superstite abbia voluto incidere sulla propria medaglia il nome del « fratello » caduto a significare forse che quegli l'aveva meritata più di lui stesso.
(11) Bergamo è definita « la città dei Mille»: ben 112 dei Mille erano nati a Bergamo, pari al 10,28%.
Per la cortesia del lvfuseo Naz. d'Artiglieria di Torino.
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FERt~ANDO FRATTOLILLO
ELENCO GENERALE CRONOLOGICO DELLE LEGGI, REGOLAMENTI, DECRETI, DISPOSIZIONI E CIRCOLARI RELATIVI ALLO STATO MAGGIORE GENERALE ED ALLO STATO MAGGIORE DELL'ESERCITO PARTE TERZA: 8 luglio 1925 - 8 maggio 1945
1.
PREMESSA
Questa terza parte segue le precedenti pubblicate nelle « Memorie Storiche Militari» degli anni 1982 e 1983 e persegue il fine per il quale è stata iniziata la ricerca, quello di facilitare lo studioso nel reperire quanto è stato emanato relativamente allo Stato Maggiore Generale ed allo Stato Maggiore dell'Esercito sul« Giornale Militare Ufficiale ». I provvedimenti sono elencati in ordine cronologico con l'indicazione dell'anno e della pagina nel quale compaiono. Un indice alfabetico - analitico completa il lavoro ed il numero riportato accanto alla voce rimanda al provvedimento ( 1). Si è ritenuto opportuno tralasciare la voce « Pubblicazioni » per motivi editoriali, onde non sovracaricare l'elenco cronologico. Esiste all'uopo la pubblicazione edita dal Ministero della Guerra Gabinetto « Pubblicazioni Militari » Catalogo n. 3246 - Roma I.P.S. Edizione 1939, che raccoglie omogeneamente ed analiticamente l'argomento. (1) Sono state usa te le seguenti abbreviazioni: art. = articolo; e.a. = corrente anno; CC.RR. = Carabinieri Reali; Circ. = circolare; D. = decreto; D.M. = decreto ministeriale; G.M. = giornale militare; G.U. = grande unità; L. = legge; R.D. = regio decreto; R.D.L. = regio decreto legge; RR.DD. = regi decreri; RR.DD.LL. = regi decreti legge; s.p.e. = servizio permanente effettivo; u.s. = ultimo scorso.
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2. ELENCO DEI PROVVEDIMENTI 8. 6.1925 Atto n. 299. Legge n. 866 - Ordinamento dell'Alto Co[915] mando dell'Esercito. (G.M. 1925/1276) 18. 6.1925 Atto n. 289. Concorso per la nomina ad insegnante ti[916] talare presso la Scuola di Guerra. (G.M. 1925/1240) 26. 7.1925 Atto n. 397. R.D.L. n. 1319 - Aggiunte e modificazioni [917] alle leggi di ordinamento e avanzamento nel Regio Esercito. (G.M. 1925/1508) 26. 7.1925 Atto n. 444. R.,D. n. 1394 - Attribuzioni particolari de[918] gli uffici dello Stato Maggiore del Regio Esercito. (G.M. 1925/1668) 30. 7.1925 Atto n. 382. Concorso per la nomina ad insegnante [919] titolare presso la Scuola di Guerra. (G.M. 1925/1461) 20. 8.1925 Atto n. 413. Nuova denominazione dello Stato Maggio[920] re Centrale. (G.M. 1925/1603) 25. 8.1925 Atto n. 428. Composizione del Consiglio dell'Esercito [921] per l'anno 1925. (G.M. 1925/1640) 4. 9.1925 Atto n. 508. R.D.L. n. 1576 - Modificazioni al R.D. 30.12. [922] 1923, n. 2982, sull'ordinamento della Scuola di Guerra e sul reclutamento per il servizio di Stato Maggiore. (G.M. 1925/1912) 24. 9.1925 Atto n 524. R.D. n. 1698 - Modificazioni al R.D. 11.1. [923] 1925, n. 26, col quale vengono stabilite le norme per il reclutamento degli ufficiali per il servizio di Stato Maggiore. (G.M. 1925/1944) 10.10.1925- Atto n. 527. Note caratteristiche. [9241 (G.M. 1925/1948)
Eienco generale cronologico delle leggi, regolamenti, ecc.
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15.10.1925 Atto .n. 591. R.D.L. n. 1909 - Unificazione del servizio [925) informazioni militari. (G.M. 1925/2086) 15.10.1925 Atto n. 19. R.D.L. n . 2281 - Modificazioni ai RR.DD. [926) 4 Gennaio 1925, n. 123, sull'ordinamento della Commissione Suprema di Difesa, e 6 Settembre 1923, ¡n. 2009, sul servizio degli osservatori industriali. (G.M. 1926/53) 26.10.1925 Atto n . 598. Commissione di avanzamento di grado [927) superiore per gli ufficjali dello Stato Maggiore del Regio Esercito. (G.M. 1925/2100) 29.10.1925 Atto n. 567. Concorsi per la nomina di insegnante tito[928) lare ed aggiunto presso la Scuola di Guerra. (G.M. 1925/2032) 3.12.1925 Atto n. 632. Concorso per la nomina ad insegnante [929) titolare presso la Scuola di Guerra. (G.M. 1925/2207) 3.12.1925 Atto n. 631. Concorso per l'ammissione al corso della [930) Scuola di Guer ra (1926-29). (G.M. 1925/2194)
13.12.1925 Atto n. 21. R.D. n. 2296 - Esperimenti per l'avanzamen[931) to dei capitani del Regio Esercito. ¡ (G.M. 1926/65) 28. 1.1926 Atto n. 59. Alti studi militari. [932) (G.M. 1926/201) 18. 2.1926 Atto n. 119. Concorsi a premi per lavori su temi mili[ 933) tari tra ufficiali in servizio attivo permanente. (G.M. 1926/403) 18. 2.1926 Atto n. 120. Concorsi a premi per lavori su temi mili[934] tari tra ufficiali delle categorie in congedo. (G.M. 1926/407) 18. 3.1926 Circ. n. 255. Legge n. 562. Conversione in legge, con (935) approvazione complessiva, di decreti luogotenenziali e regi, aventi per oggetto argomenti diversi. (G.M. 1926/932)
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2. 4.1926 Circ. n. 207. Norme esecutive per la prima applica(936] zione della legge 11 Marzo 1926, n. 398 sull'avanzamento degli ufficiali del Regio Esercito. (G.M. 1926/695) 3. 4.1926 Atto n. 223. R.D.L. n. 557, concernente maggiori asse(937 ) gnazioni e diminuzioni di stanziamento agli stati di previsione della spesa dei vari ministeri ed al bilancio della Azienda autonoma delle Poste e dei Telegrafi per l'esercizio finanziario 1925-26; autorizzazione di spese per le colonie della Cirenaica, della Tripolitania e del-¡ l'Africa Orientale, ed aumento del limite d'impegno per la concessione di opere pubbliche straordinarie. (G.M. 1926/810) 15. 4.1926 Atto n. 230. Ufficiali in congedo ed in aspettativa per (938) riduzione di quadri - Destinazione e dipendenza degli ufficiali in congedo e in aspettativa per riduzione di quadri. (G.M. 1926/822) 10. 5.1926 Atto n. 286. D.M. col quale è nominata la Commissione (939] per proporre la sistemazione degli ufficiali che ultimarono, nel dopo guerra, i corsi della Scuola di Guerra, e furono o non trasferiti ip Stato Maggiore. (G.M. 1926/1052) 22. 5.1926 Circ. n . 688. R.D. che approva la tabella graduale e (940] numerica dello Stato Maggiore Generale del Regio Esercito. (G.M. 1926/2501) 3. 6.1926 Atto n. 342. Legge n. 923 concernente lo stato di pre[941) visione della spesa del Ministero della Guerra per l'esercizio finanziario dal 1° Luglio 1926 al 30 Giugno 1927. (G.M. 1926/1261) 3. 7.1926 Circ. n . 368. Norme esecutive per la prima applica[942) zione della legge 11 Marzo 1926, n. 397, sullo stato degli ufficiali del Regio Esercito, della Regia Marina . e della Regia Aeronautica. (G.M. 1926/1341)
Elenco generale cronologico delle leggi, regolamenti, ecc.
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7. 7.1926 Circ. n. 369. Norme esecutive per la prima applica[943] zione della legge 11 Marzo 1926, n. 398 sull'avanzamento degli ufficiali del Regio Esercito. (G.M. 1926/1385)
9. 7.1926 Atto n. 455. R.D. n. 1304. Norme per il reclutamento [944} degli ufficiali di Stato Maggiore. (G.M. 1926/1692) 31. 7.1926 Atto n. 472. D.M. col quale sono sostituiti i compo[945] nenti la segreteria del Comitato superiore tecnico per le armi e munizioni. (G.M. 1926/1752) 5. 8.1926 Atto n. 449. Corso superiore automobilistico per uffi[946J ciali in servizio permanente effettivo. (G.M. 1926/1591) 16. 8.1926 Atto n. 502. R.D.L. n . 1477 recante aggiunte e varianti [ 947] alle leggi sullo stato degli ufficiali del Regio Esercito, della Regia Marina e della Regia Aeronautica, e sull'avanzamento degli ufficiali del Regio Esercito, ed estensione ai comandi militari della Sicilia e della Sardegna delle disposizioni sugli uffici di contabilità e di revisione e sul decentramento amministrativo dei servizi dell'Amministrazione della Guerra. (G.M. 1926/1897)
9. 9.1926 Atto n . 510. Ufficiali ammessi al cor so superiore auto[948] mobilistico. (G.M. 1926/1917) 16. 9.1926 Atto n. 521. Modificazioni alla divisa degli ufficiali. [949J (G.M. 1926/2000) 30. 9.1926 Atto n. 544. Nuovo regolamento per la Scuola di [950] Guerra. Norme transitorie per l'ammissione al 57° corso (1927-1930). (G.M. · 1926/2065) 14.10.1926 ·Atto n. 616: R.D. n . 1819. Dipendenza,. attribuzioni e [951 ] sedi dei generali ispettori di mobilitazione. (G.M. 1926/2312)
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14.10.1926 Atto n. 618. R .D. n. 1821. Dipendenza, attribuzioni e [952 ] sedi dei maggiori generali medici ispettori. (G.M. 1926/2318) 19.10.1926 Atto n . 586. Corsi regolari per ufficiali superiori presso (953 J le scuole centrali. (G.M. 1926/2157) 27.10.1926 Atto n. 632. R.D. n. 1895. Determinazione del numero (954] delle scuole militari del Regno. ( G .M. 1926 /2350) 30.10.1926 Circ. n. 142. D.M. che stabilisce l'assegno per le spese [955] d'ufficio durante l'esercizio 1926-27 per le scuole militari. (G.M. 1927/438) 30.10.1926 Circ. n . 143. D.M. che stabilisce l'assegno per le spese (956] di natura riservata durante l'esercizio 1926-27 per le scuole militari. (G:M. 1927/440) 11.11.1926 Atto n. 624. Concorsi a premio per lavori su temi mi(957] litari tra ufficiali in servizio permanente effettivo. (G.M. 1926/2325) 11.11.1926 Atto n. 626. Memorie storiche. (958] (G.M. 1926/2333) 22.11.1926 Atto n. 646. Norme riguardant i la presentazione e [ 959] l'inoltro delle domande per l'ammissione agli esami per la Scuola di Guerra per l'anno 1927. (G.M. 1926/2394) 25.11.1926 Atto n. 689. R.D. che approva le tabelle graduali e nu(960] meriche di formazione del Regio Esercito e dei servizi dipendenti dall'Amministrazione della Guerra. (G.M. 1926/2504) 26.11.1926 Atto n. 660. Nuova denominazione dello S tato Mag(961] giore del Regio Esercito. (G.M. 1926/2425) 16.12.1926 Atto n . 698. 4° Corso di osservazione aerea per uffÏ(962] ciali inferiori del Regio Esercito. (G.M. 1926/2547)
Elenco generale cronologico delle leggi, regolamenti, ecc.
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30.12.1926 Atto n. 726. Disposizioni riguardanti i cavalli di ser[ 963] vizio degli ufficiali. (G.M. 1926/2615) 2. 1.1927 Atto n. 101. D.M. che nomina, per l'anno 1927, una [964] commissione speciale per giudicare della idoneità all'avanzamento al grado superiore dei colonnelli e dei tenenti colonnelli delle categorie in congedo. (G.M. 1927/317) 12. 1.1927 Circ. n. 24. Concorso per la nomina ad insegnante ag[965] giunto presso la Scuola di Guerra. (G.M. 1927 /79) 17. 1.1927 Circ. n . 56. R.D. n. 10, concernente la 28· prelevazione [966] dal fondo di riser va per le spese impreviste dell'esercizio finanziario 1926-27. (G.M. 1927 /140) 20. 1.1927 Circ. n. 47. Assegnazione gratuita di stampati alle [967] scuole e istituti militari per l'esercizio finanziario 1926-27. (G.M. 1927 /112) 27. 1.1927 Circ. n. 61. Ruolini degli ufficiàli ed elenchi delle va[968] riazioni. (G :M. 1927 / 154) 30. 1.1927 Circ. n. 147. R.D. relativo alla istituzione di una « Ci[969] nemateca militare di propaganda ed istruzione» . (G.M. 1927/445) 3. 2.1927 Circ. n. 77. Ufficiali ammessi alle prove di esame per [970] il 57° corso (1927-1930) presso la Scuola di Guerra. (G.M. 1927/212) 3. 2.1927 Cir c. n. 78. 21° corso regolare per ufficiali superiori [971] presso le scuole centrali. (G.M. 1927 /225) 6. 2.1927 Atto n. 89. R.D.L. n. 68 che istituisce la carica di Capo [972] di Stato Maggiore Generale e ne determina le attribuzioni. (G.M. 1927/273)
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6. 2.1927 Atto n. 90. R.D.L. n. 69 che determina le attribuzion i [973] del Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, del Comandante in 2• del Corpo di Stato Maggiore, dei generali comandanti designati d'armata e del Consiglio d.ell'Esercito e reca alcune particolari disposizioni riguardanti lo stato e l'avanzamento degli ufficiali del Regio Esercito. (G.M. 1927/277) 6. 2.1927 Atto n. 91. R.D. n . 70 che determina l'ordinamento e [974] la ripartizione in uffici del Comando del Corpo di Stato Maggiore e fissa le particolari attribuzioni del Comandante in 2• del Corpo di Stato Maggiore e dei generali comandanti designati d'armata. ¡ (G.M. 1927/289) 17. 2.1927 Atto n. 112. R.D. n. 159 - Dipendenza e attribuzioni [975] dell'Ispettore dei bersaglieri. (G.M. 1927 /333) 17. 2.1927 Atto n. 113. R.D. n. 160 - Dipendenza e attribuzioni [976] dell'Ispettore delle truppe alpine. (G.M. 1927/335) 17. 2.1927 Atto n. 114. R.D. n. 161 - Dipendenza e attribuzioni [ 977] dell'Ispettore della cavalleria. (G.M. 1927 /337) 17. 2.1927 Atto n. 115. R.D. n. 162 - Dipendenza e attribuzioni [978) dell'Ispettore dell'artiglieria. (G.M. 1927/339) 17. 2.1927 Atto n. 116. R.D. n. 163 - Dipendenza e attribuzioni [979] dell'Ispettore del genio. (G.M. 1927/341) 17. 2.1927 Atto n. 117. R.D. n. 164 - Dipendenza e attribuzioni [980] dell'Ispettore tecnico automobilistico. (G.M. 1927/344) 26. 2.1927 Atto n. 159. Giudizi d'avanzamento - Tabelle annesse [981] alle norme esecutive per la prima applicazione della legge 11 Marzo 1926, n. 398. (G.M. 1927/466)
Elenco generale cronologico delle leggi, regolamenti, ecc.
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3 . 3.1927 Atto n. 157. Razioni foraggio. [982) (G.M. 1927/461) 18. 3.1927 Atto n. 187. Corso applicativo per ufficiali superiori [983 J presso la Scuola di Guerra. (G.M. 1927/577) 31. 3.1927 Atto n . 221. Nuovo regolamento sull'uniforme per i [984) militari del Regio Esercito. (G.M. 1927/654) 31. 3.1927 Atto n. 243. Nomina degli ufficiali insegnanti presso [985) le scuole militari. (G.M. 1927/747) 29. 4.1927 Atto n. 291. Legge n. 504 - Stato di prev1s1one della [986) spesa del Ministero della Guerra per l'esercizio finanziario dal 1° Luglio 1927 al 30 Giugno 1928. (G.M. 1927/936) 5. 5.1927 Atto n . 285. Esito degli esami scritti per l'ammissione [987] alla Scuola di Guerra per l'anno scolastico 1927-1928. (G.M. 1927/853) 12. 5.1927 Atto n. 297. Previsione della forza e delle spese per [988] l'esercizio finanziario 1927-1928. (G.M. 1927/960) 12. 5.1927 Atto n. 304. Disposizioni riguardanti i cavalli di ser[989) vizio degli ufficiali. (G.M. 1927/980) 12. 5.1927 Circ. n. 313. R.D.L. n. 693. Variazioni di stanziamento [990) nello stato di previsione dell'entrata ed in quelli della spesa dei diversi Ministeri nonchÊ ai bilanci speciali per l'esercizio finanziario 1926-27, e disposizioni varie di natura finanziaria. (G.M. 1927/1020) 12. 5.1927 Atto n. 429. R.D. n. 1164. Modifiche al R.D. 9 Luglio [991] 1926, n. 1304, contenente norme per il reclutamento degli ufficiali di Stato Maggiore. (G.M. 1927/1347)
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16. 6.1927 Atto n. 394. R.D.L. n. 972. Variazioni di stanziamenti (992) nello stato di previsione dell'entrata ed in quelli della spesa dei diversi Ministeri, nonchĂŠ a bilanci speciali, per l'esercizio finanziario 1926-27, e disposizioni varie di natura finanziaria. (G.M. 1927 /1262) 16. 6.1927 Atto n. 540. R.D. n. 1186 che disciplina le indennitĂ (993) agli ufficiali insegnanti presso le scuole militari. (G.M. 1927/1799) 14. 7.1927 Atto n. 425. Regolamento per la Scuola di Guerra. (994) (G.M. 1927/1332) 26. 7.1927 Atto n. 598. R.D.L. n. 1743. Modificazioni ed aggiunte [995) alle leggi concernenti il reclutamento e l'avanzamento degli ufficiali del Regio Esercito e lo stato degli ufficiali del Regio Esercito, della Regia Marina e della Regia Aeronautica. (G.M. 1927/1941) 28. 7.1927 Atto n. 449. Indirizzi convenzionali per la corrispon[996] <lenza telegrafi.ca diretta a questo Ministero ed al Comando del Corpo di Stato Maggiore. (G.M. 1927/1421) 28. 7.1927 Atto n. 455. Corso superiore automobilistico per uffi[997] ciali in servizio permanente effettivo. (G.M. 1927/1429) 28. 7.1927 Atto n. 541. D.M. col quale si approvano le indennitĂ [998] annuali da corrispondersi agli ufficiali insegnanti presso ciascuna scuola militare. (G.M. 1927/1802) 20.10.1927 Atto n. 678. Note caratteristiche. [999] (G.M. 1927/2152) 3.11.1927 Atto n. 711. Corso applicativo per ufficiali superiori [10001 presso la Scuola di Guerra. (G.M. 1927/2227) 17.11.1927 Atto n. 739. Modificazione alla divisa degli ufficiali. [10011 (G.M. 1927/2300) 17.11.1927 Atto n. 738. Corsi regolari per ufficiali superiori pres[ 1002] so le scuole centrali militari. (G.M. 1927/2298)
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1. 12.1927 Atto n. 765. Ammissiòne ai corsi triennali della Scuo[ 100.3]
la di Guerra. (G.M. 1927/2418)
8.12.1927 Atto n. 769. Disposizioni per le gare militari di adde[1004) stramento ippico. (G.M. 1927/2429) 16.12.1927 Atto n. 799. R.D. n. 2210. Ordine delle precedenze a [1005] Corte e nelle funzioni pubbliche. (G.M. 1927/2510) 22.12.1927 Atto n. 802. Concorsi a premio per lavori su temi mi[1006] ]itari tra ufficiali in servizio permanente effettivo. (G.M. 1927/2531) 22.12.1927 Atto n. 812. Assegnazione gratuita di stampati alle [ 1007] scuole ed istituti militari per l'esercizio finanziario 1927-28. (G.M. 1927 /2549) 29.12.1927 Atto n. 821. Corso applicativo per ufficiali presso la [ 1008) Scuola di Guerra. (G.M. 1927 /2569) 5. 1.1928 Atto n. 50. R.D. col quale sono stabilite le cariche che [1009) corrispondono al comando di reggimento. (G.M. 1928/173) 8. 1.1928 Atto n. 164. R.D. n. 165. Approvazione del testo unico [1010] delle disposizioni riflettenti l'ordinamento della Commissione Suprema di Difesa ed il servizio degli osservatori industriali. (G.M. 1928/426) 26. 1.1928 Atto n. 70. Ufficiali ammessi alle prove d'esame per [1011] il 58° corso (1928-1931)della Scuola di Guerra. (G.M. 1928/206) 16. 2.1928 Atto n . 117. Ufficiali ammessi alle prove d'esame per [1012] il 58° corso (1928-1931) della Scuola di Guerra. (G.M. 1928/309) 23. 2.1928 Atto n . 167. R.D. n. 327. Approvazione del testo unico [101.3] delle leggi sull'ordinamento dell'Amministrazione centrale della Guerra e dei personali civili dipendenti. (G.M. 1928/443)
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15. 3.1928 Atto n . 183. Giudizi d'avanzamento. Aggiunta alle ta[1014] belle annesse alle norme esecutive per la prima applicazione della legge 11 Marzo 1926, n. 398. ¡ (G.M. 1928/557) 18. 3.1928 Atto n. 250. R.D.L. n. 742. Varianti alla legge 11.3.1926, [1015] n. 396, sull'ordinamento del Regio Esercito, disposizioni riguardanti la costituzione del tribunale militare territoriale per il corpo d'armata di Udine e norme integrative della legge 11 Marzo 1926, n. 398 sull'avanzamento degli ufficiali del Regio Esercito. (G.M. 1928/700) 2. 4.1928 Atto n. 219. Corso applicativo per ufficiali superiori [1016] presso la Scuola di Guerra. (G.M. 1928/634) 10. 5.1928 Atto n. 302. Previsione della forza e delle spese per (1017) l'esercizio finanziario 1928-29. (G.M. 1928/849) 10. 5.1928 Atto n. 359. Legge n. 1005. Stato di prev1s1one della [1018] spesa del Ministero della Guerra per l'esercizio finanziario dal 1° Luglio 1928 al 30 Giugno 1929. (G.M. 1928/1038) 31. 5.1928 Atto n. 400. R.D. n. 1224. Dipendenza e atlribuzione (1019] dell'Ispettore delle truppe celeri. (G.M. 1928/1248) 5. 6.1928 Atto n. 420. R.D.L. n. 1211. Variazioni di stanziamento [1020] nello stato di previsione dell'entrata ed in quelli della spesa dei diversi Ministeri, nonchÊ ai bilanci speciali, per l'esercizio finanziario 1927-28, e disposizioni varie di natura finanziaria. (G.M. 1928/1295) 5. 6.1928 Atto n. 421. R.D. n. 1214. Variazioni di stanziamenti (1021] negli stati di previsione della spesa dei Ministeri delle Finanze, degli Esteri, dell'Istruzione Pubblica, dell'Interno, della Guerra e dell'Economia nazionale per .l'esercizio finanziario 1927-28. (G.M. 1928/1298)
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7. 6.1928 Atto n. 463. R.D. n. 1478. Modifiche al R.D. 9 Luglio [ 1022] 1926, n. 1304, contenente norme per il reclutamento degli ufficiali di Stato Maggiore. (G.M. 1928/1456) 21. 6.1928 Atto n. 427. Ruoli degli ufficiali ed elenchi delle varia[1023] zioni. (G.M. 1928/1302) 28. 6.1928 Atto n. 436. Inventario modello 512 A delle opere, per [ 1024] le biblioteche militari di presidio e per le biblioteche dei corpi. (G.M. 1928/1342) 14. 7.1928 Circ. n . 680. R.D. n. 2115 che modifica lo specchio del[1025] le indennità agli ufficiali insegnanti presso le scuole militari. (G.M. 1928/2437) 19. 7.1928 Atto n. 495. Corso applicativo per ufficiali superiori [1026] presso la Scuola di Guerra. (G.M. 1928/1553) 9. 8.1928 Atto n. 533. Concorsi a premio per lavori su temi mi[ 1027] litari tra ufficiali in servizio ¡permanente effettivo. (G.M. 1928/1753) 30. 8.1928 Atto n. 582. Invio di ufficiali all'estero per perfezio[ 1028] narsi nella conoscenza delle lingue. (G.M. 1928/2123) 21. 9.1928 Circ. n. 617. Note caratteristich~. [1029] (G.M. 1928/2189) 4.10.1928 Atto n. 713. R.D. n. 2264. Norme per il reclutamento ( 1030] degli ufficiali di Stato Maggiore. (G.M. 1928/2524) 11.10.1928 Atto n. 679. Corso applicativo per ufficiali superiori [1031] presso la Scuola di Guerra. (G.M. 1928/2430) 17.10.1928 Atto n. 691. D.M. col quale vengono modificate le ta[1032) belle delle indennità annuali da corrispondersi agli ufficiali insegnanti di alcune scuole militari. (G.M. 1928/2452)
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20.11.1928 Atto n. 816. D.M. che stabilisce l'assegno per le spese [103.3] d'ufficio per l'esercizio finanziario 1928-29 per le accademie, scuole e collegi miiltari. (G.M. 1928/2812) 20.11.1928 Atto n. 817. D.M. che stabilisce l'assegno per le spese [1034] di natura riservata per l'esercizio finanziario 1928-29 per le accademie, scuole e collegi militari. (G.M. 1928/2814) 22.11.1928 Atto n. 763. Terzo corso di osservazione lontana per [1035] ufficiali di Stato Maggiore. (G.M. 1928/2626) 27.11.1928 Atto n. 846. Concorso per i testi di insegnamento deHe [10.36] scuole allievi ufficiali di complemento. (G.M. 1928/2900) 24.12.1928 Atto n. 55. Legge n. 3088. Conversione in legge dei [1037] RR.DD.LL. 6 Febbraio 1927, n. 68, che istituisce fa carica di Capo di Stato Maggiore Generale e ne determina le attribuzioni e 6 Febbraio 1927 n. 69, che determina le attribuzioni del Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, del Comandante in 2a del Corpo di Stato Maggiore, dei generali comandanti designati d'armata e del Consiglio dell'Esercito e reca alcune particolari disposizioni riguardanti lo stato e l'avanzamento degli ufficiali del Regio Esercito. (G.M. 1929/129) 27.12.1928 Atto n. 852. Corso applicativo per ufficiali superiori [10.38] presso la Scuola di Guerra. (G.M. 1928/2909) 31.12.1928 Atto n. 219. R.D. n. 3458. Approvazione del testo unico [1039] delle disposizioni concernenti gli stipendi ed assegni fissi per il Regio Esercito. (G.M. 1929/676) 4. 1.1929 Atto n. 19. Ufficiali in congedo e in aspettativa per ridu[1040)
zione di quadri. Destinazione e dipendenza degli ufficiali in congedo e in aspettativa per riduzione di quadri. (G.M. 1929/40)
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21. 1.1929 Atto n. 73. R.D.L. n. 42. Variazioni nei bilanci di diver[1041) se Amministrazioni dello Stato per l'esercizio finanziario 1928-1929. (G.M. 1929/168) 7_ 2.1929 Atto n. 88. Ufficiali ammessi alle prove d'esame per il [1042) 59° corso (1929-32) della Scuola di Guerra. (G.M. 1929/281) 9. 5.1929 Atto n. 292. Uffici statali a totale carico del bilancio [1043] dello Stato aventi titolo alla esenzione dalle tasse postali. (G.M. 1929/1082) 30. 5.1929 Atto n. 317. Indirizzi convenzionali telegrafici. [1044] (G.M. 1929/1177) 13. 6.1929 Atto n. 386. Legge n. 963. Stato di previsione della (1045) spesa del Ministero della Guerra, per l'esercizio finanziario dal 1° Luglio 1929 al 30 Giugno 1930. (G.M. 1929/1515) 17. 6.1929 Atto n . 370. R.D. n. 986. Variazioni agli stati di previ[1046) sione dell'entrata e della spesa dei diversi Ministeri nonchÊ ai bilanci speciali, per l'esercizio finanziario 1928-29 e provvedimenti vari di carattere finanziario. (G.M. 1929/1414) 18. 7.1929 Atto n. 473. D.M. che stabilisce l'assegno per le spese (1047) d'ufficio per l'esercizio finanziario 1929-30 per le accademie, scuole e collegi militari. (G.M. 1929/2037) 18. 7.1929 Atto n. 474. D.M. che stabilisce l'assegno per le spese [1048] di natura riservata, per l'esercizio finanziario 1929-30 per le accademie, scuole e collegi militari. (G.M. 1929/2039) 8. 8.1929 Atto n. 479. Corsi applicativi per ufficiali superiori [1049] presso la Scuola di Guerra. (G.M. 1929/2049) 8. 8.1929 Atto n. 490. Corso superiore automobilistico per uffi[1050] ciali in servizio permanente effettivo. (G:M. 1929/2092)
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19. 9.1929 Atto n. 583. Ufficiali ammessi al corso superiore auto[1051) mobilistico. (G.M. 1929/2435) 26. 9.1929 Atto n. 595. Concorsi a premio per lavori su temi mi[1052) litari tra ufficiali in servizio permanente effettivo. (G.M. 1929/2460) 26. 9.1929 Atto n. 596. Concorsi a premio per lavori su temi mi[1053) litari tra ufficiali in aspettativa per riduzione di quadri ed in congedo. (G.M. 1929/2464) 10.10.1929 Atto n. 614. Norme esecutive per la prima applica[1054) zione della legge 11 Marzo 1926, n. 398, sull'avanzamento degli ufficiali del Regio Esercito. (G.M. 1929/2513) 17.10.1929 Atto n. 634. Norme per la conservazione e l'elimina[ 1055) zione degli atti del carteggio. (G.M. 1929/2550) 17.10.1929 Circ. n. 741. R.D. che approva la tabella graduale nu(1056) merica degli ufficiali generali del Regio Esercito. (G.M. 1929/2833) 31.10.1929 Atto n. 662. Primo corso qi osservazione aerostatica [1057] per ufficiali di Stato Maggiore. (G.M. 1929/2629) 14.11.1929 Atto n. 759. R.D. n. 2048. Norme per il reclutamento [1058) degli ufficiali di Stato Maggiore del Regio Esercito. (G.M. 1929/2950) 21.11.1929 Atto n. 711. Assegnazione gratuita di stampati alle [1059) accademie, scuole e collegi militari per l'esercizio fi. nanziario 1929-30. (G.M. 1929/2746) 23.12.1929 Atto n. 34. Vantaggi d:i carriera agli ufficiali osserva[1060) tori dall'aeroplano. (G.M. 1930/123) 30. 1.1930 Atto n. 74. Ufficiali ammessi alle prove di esame per (1061) i_l 60° corso (1930-1933) della Scuola di Guerra. (G.M. 1930/209)
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24. 3.1930 Circ. n. 301. Legge n. 526. Modi.fica dell'art. 3 del testo [1062] unico delle disposizioni riflettenti l'ordinamento della Commissione Suprema di Difesa ed il servizio degli osservatori industriali approvato con R.D. 8 Gennaio 1928, n. 165. (G.M. 1930/1006) 27 . 3.1930 Atto n. 236. Legge o. 284. Stato di previsione della spe[1063] sa del Ministero della Guerra per l'esercizio finanziario dal 1° Luglio 1930 al 30 Giugno 1931. (G.M. 1930/803) 3. 4.1930 Atto n . 253. R.D. n. 400. Modalità relative all'esperi[1064] mento pratico per il servizio di Stato Maggiore. (G.M. 1930/876) 10. 4.1930 Atto n. 213 . Primo corso di osservazione aerostatica [1065] per ufficiali di Stato Maggiore. (G.M. 1930/734) 17. 4.1930 Atto n. 290. Legge n. 462 . Modifiche alla legge 11 Mar[1066 ] zo 1926, n. 396, sull'ordinamento del Regio Esercito. (G.M. 1930/984) l. 5.1930 Circ. n. 438. R.D. n . 726. Ordinamento delle scuole [1067] militari. (G.M. 1930/1375)
9 . 6.1930 Atto n. 364. Norme esecutive per la prima applica[1068] zione della legge 17 Aprile 1930 n. 458, sul servizio tecnico automobilistico. (G.M. 1930/1143) 23. 6.1930 Circ. n . 458. R.D. n . 967. Modifiche dello specchio delle [ 1069] indennitĂ agli ufficiali insegnanti presso le scuole militari. (G.M. 1930/1453) 10. 7.1930 Circ. n. 548. Legge n . 957. Avanzamento degli ufficiali [1070] in congedo del Regio Esercito. (G.M. 1930/1861) 15. 7.1930 Atto n . 447. Corsi applicativi per ufficiali superiori [ 1071] presso la Scuola di Guerra. (G.M. 1930/1432)
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18. 7.1930 Atto n. 531. R.D. che approva la tabella graduale e nu[1072] merica del Corpo di Stato Maggiore. (G.M. 1930/1764) 21. 7.1930 Atto n. 501. D.M. che stabilisce l'assegno per le spese [1073] di ufficio, per l'esercizio finanziario 1930-31 per le accademie, scuole e collegi militari. (G.M. 1930/1585) 31. 7.1930 Atto n. 474. Corso superiore automobilistico per uffi[ 1074] ciali in s.p.e. (G.M. 1930/1474) 14. 8.1930 Atto n. 507. Biblioteche militari reggimentali e biblio[1075] teche militari di presidio. (G.M. 1930/1589) 25. 9.1930 Atto n. 586. Invio di ufficiali all'estero per perfezio[1076] narsi nella conoscenza delle lingue. (G.M. 1930/2014) 22.12.1930 Circ. n. 1. R.D. concernente il servizio e la contabilità [ 1077] delle biblioteche militari di presidio. (G.M. 1931/2) 29.12.1930 Atto n. 48. R.D.L. n. 1767. Provvedimenti vari per gli [1078] ufficiali del Regio Esercito. (G.M. 1931/135) 22. 1.1931 Atto n. 40. Assegnazione gratuita di stampati alle ac[1079] cademie, scuole e collegi militari per l'esercizio finanziario 1930-1931. (G.M. 1931/116) 29. 1.1931 Atto n. 67. Ufficiali ammessi alle prove d'esame per il [1080) 61° corso (1931-1934) della Scuola di Guerra. (G.M. 1931/177) 31. 1.1931 Atto n. 84. D.M. col quale si approvano le indennità [1081] annuali da corrispondersi agli ufficiali insegnanti presso le scuole militari. (G.M. 1931/202) 26. 3.1931 Atto n. 174. Norme per il servizio e la contabilità delle [ 1082] l:>iblioteche militari di presidio. Edizione 1930. Anno IX. (G.M. 1931/579)
Elenco generale cronologico delle leggi, regolamenti, ecc.
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1. 6.1931 Circ. n . 322. Legge n. 666. Stato di previsione della [1083]
spesa del Ministero della Guerra per l'esercizio finanziario dal 1° Luglio 1931 al 30 Giugno 1932. (G.M. 1931/1309)
18. 6.1931 Atto n. 340. R.D.L. n. 788. Variazioni allo stato di pre[1084] visione dell'entrata ed agli stati di previsione della spesa dei ministeri per l'esercizio finanziario 1930-31, nonchĂŠ ai bilanci speciali di aziende autonome per l'esercizio medesimo. (G.M. 1931/1397) 9. 7.1931 Atto n. 347. Corsi applicativi per ufficiali superiori [ 1085] presso la Scuola di Guerra. (G.M. 1931/1403) 25. 8.1931 Atto n. 453. Istruzione automobilistica per ufficiali di [1086) Stato Maggiore ed ufficiali inferiori in s.p.e. delle armi e corpi che, pur avendo automezzi in dotazione organica, non provvedono direttamente a tale istruzione. (G.M. 1931/1911) 17. 9.1931 Atto n. 485. Disposizioni riguardanti [ 1087] vizio degli ufficiali. (G.M. 1931/2057)
cavalli di ser-
8.10.1931 Atto n. 524. Corsi di istruzione per ufficiali in congedo. [1088] (G.M. 1931/2323) 15.10.1931 Circ. 617. Norme per la compilazione, registrazione, [1089] trasmissione, conservazione del carteggio e per il servizio postale e telegrafico. (G.M. 1931/2631) 27.10.1931 Atto n. 623. D.M. che stabilisce l'assegno per le spese [1090] di natura riservata per l'esercizio finanziario 1931-32 per le accademie, scuole e collegi militari. (G.M. 1931/2784) 27.10.1931 Atto n. 622. D.M. che stabilisce l'assegno per spese [1091] d'ufficio, telegrafiche e telefoniche per l'esercizio finanziario 1931-32 per le accademie, per le scuole e per i collegi militari. (G.M. 1931/2782)
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1.11.1931 Atto n. 576. Concessione del cavallo di carica agli uf[1092] ficiali di fanteria. Varianti alla circolare n. 485 del G.M. e.a. (G.M. 1931/2535) 12.11.1931 Atto n. 577. Quote di ammortamento dei prestiti di [1093] guerra. (G.M. 1931/2543) 19.11.1931 Atto n. 594. Assegnazione gratuita di stampati alle [1094] accademie, scuole, e collegi militari per l'esercizio finanziario 1931-32. (G.M. 1931/2581) 1. 2.1932 Atto n. 74. Ufficiali ammessi alle prove d'esame per [1095] il 62° corso (1932-1935) della Scuola di Guerra. (G.M. 1932/187) 18. 2.1932 Circ. n. 277. R.D. n. 271 relativo alle indennità agli [ 1096] ufficiali insegnanti presso 1e scuole militari. (G.M. 1932/1091) 3. 3.1932 Atto n. 115. Regolamento per la Scuola di Guerra. [1097] Edizione 1928 (Programma di « Costituzione dell'Esercito italiano » ). (G.M. 1932/465) 17. 3.1932 Atto n. 142. Concorsi a premio per lavori su temi mi[1098] litari tra ufficiali in aspettativa per riduzione di quadri e in congedo. (G.M. 1932/515) 15. 5.1932 Circ. n. 281. D.M. col quale si approvano le indennità [1099] da corrispondersi agli ufficiali insegnanti presso le scuole militari per l'anno scolastico 1931-1932. (G.M. 1932/1101) 20. 5.1932 Atto n. 247. Concessione dei motti araldici ai reggi[1100] menti e corpi del Regio Esercito. (G.M. 1932/1005) 26. 5.1932 Atto n. 301. Legge n. 569. Stato di prev1s10ne della [1101] spesa del Ministero della Guerra per l'esercizio finanziario dal 1° Luglio 1932 al 30 Giugno 1933. (G.M. 1932/1191)
Elenco generale cronologico delle leggi, regolamenti, ecc.
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23. 6.1932 Atto n. 324. Corsi applicativi per ufficiali superiori [ 1102] presso la Scuola di Guerra. (G.M. 1932/1248) l. 7.1932 Atto n. 500. Norme esecutive per la prima applicazione [1103] della legge 11 Marzo 1926, n. 398, sull'avanzamento degli ufficiali del Regio Esercito. (G.M. 1932/1843)
7. 7.1932 Atto n. 345. XII corso superiore automobilistico per [1104] ufficiali in s.p.e. (G.M. 1932/1295) 25. 8.1932 Atto n. 425. Concessione del cavallo di carica agli uf[ 1105] ficiali. (G.M. 1932/1619) 1. 9.1932 Atto n. 455. XII Corso superiore automobilistico per [1106]
ufficiali in s.p.e. (G.M. 1932/1707)
27.10.1932 Atto n. 584. R.D.L. n . 1419. Variazioni allo stato di pre[ 1107] visione dell'en trata ed agli stati di previsione della spesa di diversi m inisteri, nonchĂŠ ai bilanci speciali di talune aziende autonome, per l'esercizio finanziario 1932-1933. (G.M. 1932/2174) 20.12.1932 Circ. n. 15. Legge n. 1626. Provvedimenti inerenti ai [1108] quadri del Regio Esercito. (G.M. 1933/47) 31.12.1932 Atto n. 24. Note di qualifica. [1109] (G.M. 1933/91) 28. 1.1933 Circ. n . 56. D.M. col quale si approvano le indennitĂ [1110] da corrispondersi agli ufficiali insegnanti presso le scuole militari, per l'anno scolastico 1932-33. (G.M. 1933/207) 2. 2.1933 Atto n. 58. Ufficiali ammessi alle prove di esame per il [1111]
63° concorso (1933-36) della Scuola di Guerra. (G.M. 1933/218)
20. 4.1933 Atto n . 265. Legge n. 389. Stato di previsione della [ 1112] spesa del Ministero della Guerra per l'esercizio finan-
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ziario dal 1° Luglio 1933 al 30 Giugno 1934. (G.M. 1933/973) 27. 6.1933 Atto n. 374. R.D.L. n. 770. Variazioni allo stato di pre[1113] visione dell'entrata ed a quelli della spesa dei diversi ministeri, nonchÊ ai bilanci di aziende autonome, per l'esercizio finanziario 1932-33, ed altri provvedimenti aventi riflessi finanziari. (G.M. 1933/1399) 13. 7.1933 Atto n . 368. Corsi applicativi per ufficiali superiori [1114] presso la Scuola di Guerra. (G.M. 1933/1370) 9. 8.1933 Atto n. 431. Cor si sulla difesa chimica per ufficiali [ 1115] delle varie armi, corpi e servizi. (G.M. 1933/1606) 9. 8.1933 Atto n. 432. XIII Corso superiore automobilistico per [ 1116] ufficiali in s.p.e. (G.M. 1933/1607) 9. 8.1933 Atto n. 433. Corso d'istruzione automobilistica per uf[1117] ficiali in s.p.e. delle armi e corpi che, pur avendo automezzi in dotazione organica, non provvedono direttamente a tale istruzione. (G.M. 1933/1610) 10. 8.1933 Circ. n. 406. Adozione della grande uniforme estiva [1118] e dell'uniforme ordinaria estiva per montare a cavallo. (G:M. 1933/1507) 7. 9.1933 Atto n. 490. XIII corso superiore automobilistico per [1119] ufficiali in s.p.e. (G.M. 1933/1805) 26. 9.1933 Atto n. 514. Cor si applicativi per ufficiali superiori [1120] presso la Scuola di Guerra e .per capitani presso le scuole centrali. (G.M. 1933/1907) 28. 9.1933 Atto n. 572. R.D. n. 1340. Attribuzioni degli ispettori [1121] della fanteria, dell'artiglieria, del genio, delle truppe celeri e delle truppe alpine. (G.M. 1933/2093)
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5.10.1933 Atto n. 558. Distintivo per gli ufficiali stranieri che [ 1122) hanno frequentato la Scuola di Guerra in Italia. (G.M . 1933/2049) 19.10.1933 Atto n. 560. Distintivo per gli ufficiali che hanno com[1123] piuto con esito favorevole la Scuola di Guerra. (G.M. 1933/2053) 19.10.1933 Circ. n. 607. R.D.L. n. 1404. Modificazioni alla legge sul[ 1124) l'ordinamento del Regio Esercito ed altre disposizioni in vigore. (G.M. 1933/2237) 19.10.1933 Atto n. 632. R.D. n. 1475. Attribuzioni dell'Ispettore [ 1125) dei servizi di commissariato e degli ispettori di commissariato di zona. (G.M. 1933/2311) 9.11.1933 Atto n. 609. Norme circa le assegnazioni degli alloggi [ 1126] demaniali per i personali civili e militari dipendenti dall'amministrazione della guerra. (G.M. 1933/2243) 20.11.1933 Atto n. 689. R.D. n. 1609. Ordinamento del comando [ 112ĂŹ] del Corpo di Stato Maggiore. (G.M. 1933/2511) 23.11.1933 Atto o. 637. Biblioteche militari di presidio. [ 1128) (G.M. 1933/2325) 28.11.1933 Atto n. 722. Attribuzioni dell'Ispe ttore di mobilita[ 1129] zione. (G.M. 1933/2641) 6.12.1933 Atto n. 690. Ufficiali cli Stato Maggiore ed ufficiali im[ 1130] piegati nel servizio di Stato Maggiore. (G.M. 1933/2513) 11.12.1933 Atto n. 12. R.D.L. n . . 1796. Estensione ai capitani in [ 1131] servizio di Stato Maggiore dei vantaggi cli cui alla legge 20 Dicembre 1932, n. 1626. (G.M. 1934/65) 21.12.1933 Atto n. 706. Dipendenze, destinazione e impiego degli [ 1132] ufficiali in aspettativa per riduzione di quadri ed in congedo. (G.M. 1933/2563)
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28.12.1933 Circ. n. 129. Legge n. 1989. Modificazioni al 2째 comma [1133) dell'art. 1 del R.D.L. 6 Febbraio 1927, n . 68, circa la scelta del Capo di Stato Maggiore Generale. (G.M. 1934/435) 18. 1.1934 Atto n. 29. Distintivo degli ufficiali impiegati in ser[1134) vizio di Stato Maggiore . . (G.M. 1934/113) 22. 1.1934 Atto n. 88. Legge n. 85. Nuovi requisiti per l'avanza[1135) mento di talune categorie di ufficiali dell'Esercito e per il loro trasferimento nel Corpo di Stato Maggiore. (G.M. 1934/287) 22. 1.1934 Atto n . 106. Legge n. 106. Varianti all'art. 13 della [1136) legge 11 Marzo 1926, n. 396, sull'ordinamento del Regio Esercito e successive modificazioni. (G.M. 1934/335) 25. 1.1934 Atto n. 55. Ufficiali ammessi alle prove d'esame per il [1137) 64째 concorso (1934-1937) della Scuola di Guerra a norma delle disposizioni di cui all'ultimo capoverso della circolare del Ministero n. 23100 in data 31 Ottobre 1933. (G.M. 1934/168) 25. 1.1934 Atto n. 56. Ufficiali ammessi alle prove d'esame per il [1138] 65째 concorso (1935-1938) della Scuola di Guerra. (G.M. 1934/174) 25. 1.1934 Atto n. 166. Legge n. 248. Conversione in legge del [1139) R.D.L. 11 Dicembre 1933, n. 1796 concernente ]'estensione ai capitani in servizio di Stato Maggiore dei vantaggi di cui alla legge 20 Dicembre 1932, n. 1626. (G.M. 1934/643) 5. 2.1934 Atto n. 157. Legge n. 172. Stato di previsione della [ 1140) spesa del Ministero della Guerra per l'esercizio finanziario dal 1째 Luglio 1934 al 30 Giugno 1935. (G.M. 1934/526) 5. 2.1934 Atto n . 171. R.D.L. n. 255. Modifiche alle vigenti di[1141) sposizioni che regolano i vantaggi delta Sr.uola di Guerra. (G.M. 1934/653)
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8. 2.1934 Atto n. 99. Ufficiali ammessi alle .p rove di esame per [1142) il 64° concorso (1934-1937) della Scuola di Guerra. (G.M. 1934/303) 12. 2.1934 Atto n. 190. R.D. n. 310. Varianti al R.D. 14 Novembre [ 1143] 1929, n. 2048, sul reclutamento degli ufficiali di Stato Maggiore dell'Esercito. (G.M. 1934/753) 22. 2.1934 Atto n. 146: Ufficiali ammessi alle prove d'esame per [ 1144] il 64° concorso (1934-1937) della Scuola di Guerra a norma delle disposizioni di cui all'ultimo capoverso della circolare del Ministero n. 23100 in data 31 Ottobre 1933. (G.M. 1934/479) 22. 2.1934 Atto n. 147. Ufficiali ammessi alle prove d'esame per [1145] il 65° concorso (1935-1938) della Scuola di Guerra. (G.M. 1934/480) 1. 3.1934 Atto n. 175. Fregi per elmetti metallici nuovo tipo. [1146]
(G.M. 1934/665)
15. 3.1934 Atto n. 201. Ufficiali ammessi alle prove d'esame per [ 1147] il 64° concorso (1934-1937) della Scuola di Guerra a norma delle disposizioni di cui all'ultimo capoverso della circolare del Ministero n. 23100 in data 31 Ottobre 1933. (G.M. 1934/771) 22. 3.1934 Atto n. 217. Ufficiali ammessi alle prove di esame per [1148] il 65° concorso (1935-1938) della Scuola di Guerra. (G.M. 1934/797) 5. 4.1934 Atto n. 230. Durata del prestito concesso dalle biblio[1149] teche militari di presidio. (G.M. 1934/831) 5. 4.1934 Atto n. 234. Ufficiali che disimpegnano servizio di [1150] Stato Maggiore. (G.M. 1934/839) 20. 4.1934 Circ. n. 442. D.M. che stabilisce le razioni foraggio [1151] per i cavalli di servizio degli ufficiali del Regio Esercito in servizio permanente effettivo. (G.M. 1934/1821)
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17. 5.1934 Atto n. 358. Ufficiali ammessi alle prove d'esame per [ 1152] il 64° concorso (1934-1937) della Scuola di Guerra a norma delle disposizioni contenute nella circolare ministeriale n. 4150 del 25 Febbraio u .s. (G.M. 1934/1298) 4. 6.1934 Atto n. 463. Legge n. 939. Conversione in legge del [ 1153) R.D.L. 5 Febbraio 1934, n. 255, recante modificazioni alle vigenti disposizioni che regolano i vantaggi della Scuola di Guerra. (G.M. 1934/1913) 7. 6.1934 Circ. n. 437. Legge n. 899. Avanzamento degli ufficiali [1154] del Regio Esercito. (G.M. 1934/1575) 14. 6.1934 Atto n. 433. Ufficiali ammessi alle prove d'esame per [ 1155) il 64° concor so (1934-1937) della Scuola di Guerra a norma delle disposizioni contenute nella circolare 4150 del 25 Febbraio u.s. (G.M. 1934/1553) 14. 6.1934 Atto n. 513. Legge n. 1004. Modificazioni alle norme . [ 1156 ] che disciplinano la scelta del Capo di Stato Maggiore Generale. (G.M. 1934/2319) 21. 6.1934 Atto n. 443. Norme esecutive al D.M. 20 Aprile 1934, [ 1157] che stabilisce le razioni foraggio per i cavalli di servizio degli ufficiali del Regio Esercito in servizio permanente effettivo. (G.M. 1934/1825) 21. 6.1934 Atto n. 493. Relazione e R.D. n. 988. Norme per la va[ 1158] lutazione dei servizi prestati e delle qualità dei tenenti colonnelli, dei maggiori e dei capitani delle varie armi e corpi del Regio Esercito, ai fini dell'avanzamento. (G.M. 1934/2037) 30. 6.1934 Atto n. 533. R.D.L. n. 1059. Variazioni allo stato di pre[ 1159) visione della spesa di diversi ministeri, nonché in alcuni bilanci di aziende autonome, per l'esercizio finanziario 1933-34, ed altri indifferibili provvedimenti. (G.M. 1934/2389)
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6. 7.1934 Circ. n . 510. D.M. Norme per la prima applicazione [1160] della legge 7 Giugno 1934- XII, n. 899, sull'avanzamento degli ufficiali del Regio Esercito. (G.M. 1934/2122) 12. 7.1934 Atto n. 516. Biblioteche militari di presidio. [1161] (G.M. 1934/2325) 19. 7.1934 Atto n. 549. XVI Corso superiore automobilistico per [ 1162] ufficiali in s.p.e. (G.M. 1934/2428) 30. 8.1934 Atto n. 681. XVI corso superiore automobilistico per [1163] ufficiali in s.p.e. (G.M. 1934/3018) 6. 9.1934 Atto n. 710. Ufficiali ammessi alla sessione straordi[ 1164 J naria di esami per il 64° concorso della Scuola di Guerra. (G.M. 1934/3225) 4.10.1934 Atto n. 765. Elenco dei capitoli che si aggiungono allo [ 1165] stato di previsione della spesa del Ministero della Guerra per l'esercizio finanziario 1934-35. (G.M. 1934/3355) 4.10.1934 Atto n. 784. Ammissione al 65° concorso della Scuola [ 1166] di Guerra. (G.M. 1934/3388) 11.10.1934 Atto n. 867. R.D.L. n. 1723. Aggiornamento delle dispo[1167] sizioni concernenti l'ordinamento del Regio Esercito. (G.M. 1934/3765) 18.10.1934 Atto n. 816. Esami di concorso per l'ammissione alla [ 1168] Scuola di Guerra. (G.M. 1934/3517) 8.11.1934 Atto n. 898. R.D. n. 1819. Varianti alle norme sul re[1169] clutamento degli ufficiali di Stato Maggiore. (G.M. 1934/3845) 27.12.1934 Atto n . 999. Designazione dei maggiori per l'ammis[ 1170] sione agli esami per l'avanzamento a scelta speciale ed a quelli di concorso per la Scuola di Guerra per gli anni 1935 e 1936. (G.M. 1934/4136)
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27.12.1934 Atto n . 1000. Limiti di anzianità entro i quali sono (1171] compresi i capitani ed i tenenti in s.p.e. che possono essere designati per l'ammissione agli esami per l'avanzamento a scelta speciale od a quelli di concorso per la Scuola di Guerra per l'anno 1935 e per l'anno 1936. (G.M. 1934/4136) 3.12.1934 Atto n. 20. R.D. che approva la tabella graduale e nu(1172] merica degli ufficiali generali del Regio Esercito. (G.M. 1935/61) 24. 1.1935 Atto n. 55. Esperimenti per l'avanzamento a scelta or[1173] dinaria al grado di colonnello dei ruoli di comando. (G.M. 1935/152) 6. 2.1935 Atto n . 96. Distintivi per gli ufficiali che hanno com(1174] piuto con esito favorevole la Scuola di Guerra o che hanno frequentato in guerra i corsi pratici sul ser vizio di Stato Maggiore. (G.M. 1935/279) 7. 3.1935 Atto n . 171. Ufficiali ammessi alle prove scritte per [1175] il 65° corso (1935-38) e per il 66° corso (1936-39) della Scuola di Guerra. (G.M. 1935/574) 18. 4.1935 Circ. n . 357. Legge n. 542. Stato di prev1s10ne della [ 1176] spesa del Ministero della Guerra per l'esercizio finanziario dal 1° Luglio 1935 al 30 Giugno 1936. (G.M. 1935/1159) 2. 5.1935 Atto n . 318. Indennità agli ufficiali insegnanti presso [ 1177] le scuole militari per l'anno 1934-35. (G.M. 1935/1068) 16. 6.1935 Circ. n. 469. Legge 16 Giugno 1935. Anno XIII, n. 1026, [11781 sullo stato degli ufficiali del Regio Esercito. (G.M. 1935/1551) 11. 7.1935 Atto n. 633 . R.D.L. n . 1419. Nuovo ordinamento dello ( 1179] Stato Maggiore del R. Esercito. (G.M. 1935/2225) 17. 7.1935 Atto n. 554. Ufficiali che hanno ultimato con successo (1180] il 62° corso della Scuola di Guerra. (G.M. 1935/1865)
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9. 8.1935 Atto n. 705. R.D. n. 1530. Validità di taluni servizi per [1181] il trasferimento nel corpo o nel servizio di Stato Maggiore del Regio Esercito. (G.M. 1935/2415) 18. 9.1935 Atto n. 753. Ufficiali ammessi alle prove scritte per [1182] il 65° corso (1935-38) della Scuola di Guerra. (G.M. 1935/2576) 31.10.1935 Circ. n. 33. R.D.L. n. 2233. Varianti alle disposizioni [1183] vigenti sull'ordinamento del Regio Esercito. (G.M. 1936/58) 9.12.1935 Atto n. 58. R.D.L. n. 2343. Determinazione delle attri[1184] buzioni dei generali comandanti designati d'armata. (G.M. 1936/97) 27.12.1935 Atto n. 15. R.D.L. n. 2171. Modificazioni ed aggiunte [1185] alla legge 7 Giugno 1934, n . 899, sull'avanzamento degli ufficiali del Regio Esercito. (G.M. 1936/20) 31.12.1935 Atto n. 2. Designazione dei maggiori per l'ammissione [ 1186] agli esami per l'avanzamento a scelta speciale ed a quelli di concorso per l'Istituto Superiore di Guerra per gli anni 1936 e 1937. (G.M. 1936/2) 6. 1.1936 Atto n. 95. Legge n. 99. Conversione in legge del R.D.L. [1187] 10 Ottobre 1935, n. 1953, concernente gli esami per l'avanzamento anticipato ed a scelta speciale e per l'ammissione alla Scuola di Guerra degli ufficiali del Regio Esercito in servizio nelle colonie dell'Africa Orientale. (G.M. 1936/157) 15. 1.1936 Atto n. 27. Disposizioni riguardanti i cavalli di servizio [1188] degli ufficiali. (G.M. 1936/51) 16. 1.1936 Atto n. 118. Legge n. 135. Conversione in legge del [1189] R.D.L. 11 Luglio 1935, n. 1419, concernente il nuovo ordinamento dello Stato Maggiore del Regio Esercito. (G.M. 1936/208)
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12. 2.1936 Atto n . 104. Indennità agli ufficiali insegnanti presso [ 1190) le scuole militari, per l'anno 1935-1936. (G :M. 1936/168) 24. 2.1936 Atto n . 232. R.D. n. 396; Determinazione dei comandi [ 1191) di truppa metropolitani e coloniali validi agli effetti dell'art. 32 della legge 7 Giugno 1934, n. 899, sull'avanzamento degli ufficiali del Regio Esercito. (G.M. 1936/398 ) 24. 2.1936 Atto n . 251. R.D. n. 432. Modificazioni al R.D. 21 Giu[1192) gno 1934, n. 988, recante norme per la valutazione dei servizi e delle qualità dei tenenti colonnelli, dei maggiori e dei capitani del Regio Esercito, ai fini dell'avanzamento. (G.M. 1936/422) 18. 3.1936 Atto n. 214. Uniforme ufficiali di Stato Maggiore e in [ 1193 J servizio di Stato Maggiore. (G.M. 1936/355) 19. 3.1936 Atto n. 455. R.D.L. n. 701. Aggiunte e varianti alla leg[1194) ge 16 Giugno 1935, n . 1026, suJlo stato degli ufficiali d el Regio Esercito. (G.M. 1936/ 760) 25. 3.1936 Atto n. 240. 15° corso di osservazione aerea per uffi. [1195) ciali del Regio Esercito. (G.M. 1936/ 406) 30. 3.1936 Atto n . 392. Legge n. 806. Modificazioni all'ordinamento [1196) della Commissione Suprema di Difesa. (G.M. 1936/ 653) 8. 4.1936 Atto n. 289. Biblioteca m ilitare del presidio di Rodi. [1197) (G.M. 1936/ 473) 8. 4.1936 Atto n. 290. Varianti alle « Norme per il servizio e la (1198) contabilità delle biblioteche m ilitari di presidio». (G.M. 1936/ 474) 4. 5.1936 Atto n. 483. R.D.L. n. 1045. Validità del servizio pre[1199) stato in Africa Orientale dagli ufficialì del Regio Esercito ai fini dell'avanzamento e del trasferimento in Stato Maggiore. (G.M. 1936/866)
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20. 5.1936 Atto n. 408. 15° corso di osservazione aerea per ufficiali ( 1200] del Regio Esercito. (G.M. 1936/686) 4. 6.1936 Atto n. 513. R.D.L. n . 1078. Variazioni allo stato di (1201] previsione dell'entrata ed a quelli della spesa dei diversi ministeri nonché ai bilanci di talune aziende autonome per l'esercizio finanziario 1935-36 ed altri indifferibili provvedimenti. (G.M. 1936/906) 4. 6.1936 Atto n. 531. R.D.L. n . 1251. Aggiornamento delle dispo(1202] sizioni vigenti sull'ordinamento del Regio Esercito e sulla ripartizione del territorio dello Stato in zone militari. (G.M. 1936/945) 4. 6.1936 Atto n. 532: R.D:L. n. 1250. Aggiornamento delle dispo(1203] sizioni vigenti sull'avanzamento degli ufficiali del Regio Esercito. (G.M. 1936/948) 24. 6.1936 Atto n. 500. Ufficiali ammessi alle prove scritte per [1204] il 66° corso (1936-39) e per il 67° corso (1937-40) dell'Istituto Superiore di Guerra. (G.M. 1936/882) 15. 7.1936 ·Atto n. 566. Concorso per titoli per l'ammissione al [ 1205] corso superiore tecnico armi e munizioni che avrà inizio il 1° ottobre 1936. (G.M. 1936/1014) 25. 7.1936 Atto n. 688. D.M. che stabilisce l'assegno per spese [1206] d'ufficio, telegr afiche e telefoniche per l'esercizio finanziario 1936-1937 per gli istituti militari. (G.M. 1936/1270) 25 . 7.1936 Atto n. 689. D.M. che stabilisce l'assegno per spese di [1207) natura riservata per l'esercizio finanziario 1936-1937, per gli istituti militari. (G.M. 1936/1271) 14. 8.1936 Atto n .. 817. R.D.L. n . 1779. Norme esecutive ed inte[ 1208) grative del R.D.L. 11 Luglio 1935, n. 1419, sul nuovo ordinamento dello Stato Maggiore del Regio Esercito. (G.M. 1936/1478)
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16. 9.1936 Atto n. 731. XV corso. superiore automobilistico per [1209) ufficiali in s.p.e. (G.M. 1936/1356) 28.10.1936 Atto n. 841. Designazione dei maggiori, capitani e te[1210] nenti delle varie armi in s.p.e. per l'ammissione agli esami di concorso per l'Istituto Superiore di Guerra. (G.M. 1936/1512) 21.12.1936 Atto n. 103. R.D.L. n. 2372. Ordinamento del Comando [1211) del Corpo di Stato Maggiore. (G.M. 1937/282) 22.12.1936 Atto n. 6. R.D.L. n . 2154. Aggiornamento delle dispo[1212) sizioni vigenti sull'avanzamento degli ufficiali del Regio Esercito. (G.M. 1937/12) 1. 1.1937 Atto n. 35. Indennità ufficiali insegnanti presso gli isti[1213) tuti militari, per l'anno scolastico 1936-37. (G:M. 1937/l.34) 13. 1.1937 Atto n. 24. Invio di ufficiali all'estero per perfezionarsi [1214) nella conoscenza delle lingue. (G.M. 1937 /81) 10. 2.1937 Atto n. 94 Ufficiali ammessi alle prove scritte per il [1215) 67° corso (1937-40) dell'Istituto Superiore di Guerra. (G.M. 1937 /254) 10. 2.1937 Atto n. 252. Legge n. 325. Conversione in legge del [1216) R.D.L. 4 Maggio 1936, n . 1045, relativo alla validità del servizio prestato in Africa Orientale dagli ufficiali del Regio Esercito ai fini dell'avanzamento e del trasferimento nello Stato Maggiore. (G.M. 1937/661) 10. 2.1937 Atto n. 275. Legge n. 412. Conversione in legge del [ 1217) R.D.L. 14 Agosto 1936, n. 1779, che reca norme esecutive ed integrative del R.D.L. 11 Luglio 1935, n. 1419, sul nuovo ordinamento dello Stato Maggiore del Regio Esercito. (G.M.1937 /750)
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20. 2.1937 Atto n . 347. D.M. Integrazione dell'art. 5 delle norme [1218] esecutive per la prima applicazione della legge 7 Giugno 1934, n. 899, approvate con D.M. 6 Luglio 1934. (G.M. 1937/876) 19. 4.1937 Atto n. 725. Legge n . 1545. Conversione in legge del (1219] R.D.L. 21 Dicembre 1936, n. 2372, concernente l'ordinamento del Comando del Corpo di Stato Maggiore. (G.M. 1937/2305) 19. 5.1937 Atto n. 358. Ufficiali ammessi alle prove scritte per il [1220] 67° corso (1937-40) dell'Istituto Superiore di Guerra. (G.M. 1937/888) 7. 6.1937 Atto n . 443. Legge n. 875. Stato di previsione della [1221] spesa de] Ministero della Guerra per l'esercizio finanziario dal 1° Luglio 1937 al 30 Giugno 1938. (G.M. 1937/1192) 16. 6.1937 Atto n. 408. Ufficiali che hanno compiuto con successo (1222] il 64° corso dell'Istituto Superiore di Guerra. (G.M. 1937/1041) 16. 6.1937 Circ. n. 456. R.D.L. n. 944, recante aggiornamenti alla [1123] legge 7 Giugno 1934, n. 899, e successive modificazioni. ( G.M. 1937/ 1225) 8. 7.1937 Atto n. 633. R.D.L. n. 1395. Trattamento economico de[1224) gli addetti militari, navali ed aeronautici all'estero, degli addetti aggiunti e assistenti addetti navali e degli archivisti in servizio presso i loro uffici. (G.M. 1937/1966) 8. 7.1937 Atto n. 668. R.D. n. 1303. Periodi di servizio prestato [1225] dagli ufficiali del Regio Esercito, validi per l'avanzamento e pel trasferimento nel Servizio o nel Corpo di Stato Maggiore. (G.M. 1937 /2173) 25. 7.1937 Circ. n. 567. Autorità incaricate di esprimere i giudizi (1226] di avanzamento e di procedere all'assegnazione dei punti di classifica. (G.M. 1937 /1621)
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28. 7.1937 Atto n. 534. Esito del concorso a premio per studi su [1227] temi militari tra ufficiali in s.p.e. (G.M. 1937/1527) 28. 7.1937 Atto n. 535. Esito del concorso a premio per studi su [ 1228 ] temi militari tra ufficiali in aspettativa per riduzioni di quadri e in congedo. (G.M. 1937/1530) 12. 8.1937 Atto n. 594. XVI corso superiore automobilistico per [1229] ufficiali in s.p.e. (G.M. . 1937 /1865) 22. 9.1937 Atto n. 709. Ammissione dei capitani all'Istituto Su[1230] periore di Guerra. (G.M. 1937 /2277) 29. 9.1937 Atto n. 717. XVI corso superiore automobilistico per [ 1231] ufficiali in s.p.e. (G.M. 1937/2293) 21.10.1937 Circ. n . 864. R.D.L. n . 1883. Ordinamento del Comando [1232] del Corpo di Stato Maggiore. (G.M. 1937/2615) 1.11.1937 Atto n. 927. Limiti di anzianitĂ entro i quali debbono [1233] essere compresi gli ufficiali dei CC.RR. e dei ruoli comando per essere designati agli esami di concorso per l'ammissione all'Istituto Superiore di Guerra. (G.M. 1937/2880) 17.11.1937 Atto n. 827. Biblioteche militari di prestito. [1234] (G.M. 1937 /2497) 28. 1.1938 Atto n. 64. Ufficiali ammessi agli esami di concorso [1235] per l'ammissione all'Istituto Superiore di Guerra. (G.M. 1938/135) 2. 2.1938 Atto n. 68. IndennitĂ agli ufficiali insegnanti presso gli [1236] istituti militari per l'anno scolastico 1937-38. (G.M. 1938/146) 2. 3.1938 Atto n. 138. Ufficiali ammessi agli esami di concorso [ 1237] per l'ammissione all'Istituto Superiore di Guerra. (G.M. 1938/310)
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3. 3.1938 Atto n. 214. R.D.L. n. 142. Variazioni allo stato di pre[1238) visione dell'entrata ed a quelli della spesa dei diversi ministeri, nonché ai bilanci di talune aziende autonome per l'esercizio finanziario 1937-38 ed altri indifferibili provvedimenti. (G.M. 1938/526) 25. 4.1938 Atto n. 392. R.D.L. n. 699. Norme esecutive ed integra[1239) tive del R.D.L. 11 Luglio 1935, n. 1419, sul nuovo ordinamento dello Stato Maggiore del R. Esercito. (G.M. 1938/474) 25. 4.1938 Atto n. 347. Legge n. 511. Stato di previsione della [1240) spesa del Ministero della Guerra per l'esercizio finanziario dal 1° Luglio 1938 al 30 Giugno 1939. (G.M. 1938/1262) 10. 5.1938 Atto n. 359. R.D.L. n. 571. Variazioni allo stato di pre[ 1241 ) visione dell'entrata ed a quelli della spesa dei diversi ministeri, nonché ai bilanci di talune aziende autonome, per l'esercizio finanziario 1937-38, ed altri indifferibili provvedimenti. (G.M. 1938/1366)
10. 5.1938 Circ. n. 456. R.D.L. n. 920. Variante alla composizione [1242) della commissione centrale di avanzamento degli ufficiali del Regio Esercito. (G.M. 1938/1755) 3. 6.1938 Circ. n. 715. R.D.L. n. 1481. Modificazioni all'ordina[ 1243 J mento della Commissione Suprema di Difesa. (G.M. 1938/2485) 22. 6.1938 Atto n . 395. Distintivi per tenenti colonnelli in servi[ 1244) zio di Stato Maggiore. (G.M. 1938/1478) 29. 6.1938 Atto n. 413. Ufficiali che hanno compiuto con successo (1245) il 65° corso dell'Istituto Superiore di Guerra. (G.M. 1938/1505) 12. 7.1938 Atto n. 485. XVII corso superiore automobilistico per [1246) ufficiali in s.p.e. (G.M. 1938/1828) 14. 9.1938 Atto n. 650. XVII corso superiore automobilistico per [1247) ufficiali in s .p.e. (G.M. 1938/2281)
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15. 9.1938 Atto n. 671. Limiti di anzianitĂ entro i quali debbono (1248] essere compresi gli ufficiali del CC.RR. e dei ruoli comando delle varie armi per essere designati agli esami di concorso per l'ammissione all'Istituto Superiore di Guerra. (G.M. 1938/2373) 21.12.1938 Atto n. 874. IndennitĂ agli ufficiali insegnanti presso (1249] gli istituti militari, per l'anno scolastico 1938-39. (G.M. 1938/3149) 22.12.1938 Atto n . 87. R.D.L. n . 2095, recante aggiornamenti alle [1250] disposizioni vigenti sull'ordinamento del Regio Esercito. (G.M. 1939/87) 22.12.1938 Atto n . 128. Legge n. 2144. Conversione in legge del [ 1251] R .D.L. 25 Aprile 1938 n . 699, r ecante norme esecutive ed integrative del R.D.L. 11 Luglio 1935, n. 1419, sul nuovo ordinamento dello Stato Maggiore del Regio Esercito. (G.M. 1939/352) 25. 1.1939 Atto n. 77. Distintivo per gli ufficiali delle categorie in [ 1252) congedo che hanno .frequentato i corsi per il servizio presso i comandi di Grandi UnitĂ . (G.M. 1939/192) , 16. 2.1939 Atto n. 222. R .D.L. n. 321. Aggiornamento alle vigenti [1253) disposizioni legislative sull'avanzamento degli ufficiali del Regio Esercito. (G.M. 1939/722) 22. 2.1939 Atto n. 146. Ufficiali ammessi agli esami di concorso (1254] per l'ammissione all'Istituto Superiore di Guerra per gli anni 1939 e 1940. (G.M. 1939/376) 1. 3.1939 Atto n. 178. Razioni foraggio . [I255J
(G.M. 1939/462)
4. 4.1939 Atto n . 338. R .D.L. n. 577. Variazioni allo stato di pre(1256] visione della spesa per l'esercizio finanziario 1938-39, ed altri indifferibili provvedimenti di carattere finanziario. (G.M. 1939/1056)
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24. 4.1939 Circ. n. 450. R.D. n. 766. Validità dei periodi di ser[1257] vizio prestato dagli ufficiali del Regio Esercito presso comandi ed enti militari predisposti per esigenze speciali, per l'avanzamento e per il trasferimento nel Servizio o nel Corpo di Stato Maggiore. (G.M. 1939/1629) 5. 6.1939 Atto n. 474. Legge n. 820. Stato di previsione della [1258] spesa del Ministero della Guerra per l'esercizio finanziario dal 1° Luglio 1939 al 30 Giugno 1940. (G.M. 1939/1734) 14. 6.1939 Atto n. 445. Ufficiali che hanno compiuto con successo [1259] il 66° corso dell'Istituto Superiore di Guerra. (G.M. 1939/1620) 20. 6.1939 Atto n. 682. R.D. n. 1099. Abrogazione del R.D. 8 Lu[1260] glio 1937, n. 1303, relativo a periodi di servizio prestato dagli ufficiali del Regio Esercito validi per l'avanzamento e pel trasferimento nel Servizio o nel Corpo di Stato Maggiore. (G.M. 1939/2306) 6. 7.1939 Atto n. 683. R.D. n. 1100. Abrogazione del R.D. 24 Apri[1261 ] le 1939, n. 766, relativo a periodi di servizio prestato dagli ufficiali del Regio Esercito presso Comandi ed Enti militari predisposti per esigenze speciali, validi per l'avanzamento e pel trasferimento nel Servizio o nel Corpo di Stato Maggiore. (G.M. 1939/2307) 19. 7.1939 Atto n. 517. Disposizioni riguardanti i cavalli di ser[ 1262] vizio degli ufficiali. (G.M. 1939/1864) 26. 7.1939 Atto n. 661. Legge n . 1131. Aumento degli organici de[1263] gli ufficiali del Regio Esercito. (G.M. 1939/2252) 26. 7.1939 Atto n. 662. Legge n. 1193. Organizzazione bellica delle [1264] terre oltremare italiane. (G.M. 1939/2271) 8. 8.1939 Atto n. 577. XVIII corso superiore automobilistico per [1265] ufficiali in s.p.e. (G.M. 1939/1994)
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24. 8.1939 Atto 11. 666. Legge 11. 1178. Aggiornamenti al R.D.L. (1266] 6 Febbraio 1927, 11. 68, relativo alle attribuzioni del Capo di Stato Maggiore Generale. (G.M. 1939/2280) 12.10.1939 Circ. n. 925. R.D. n. 1772. Servizio prestato dagli uffi(1267] ciali del Regio Esercito presso comandi o enti approntati per speciali esigenze, valido per l'avanzamento e pel trasferimento nel Servizio o nel Corpo di Stato Maggiore. (G.M. 1939/2888) 18.10.1939 Atto n. 870. Decreto del Duce del Fascismo, Capo del [1268] Governo. Modificazione della costituzione della segreteria della Commissione Suprema di Difesa. (G.M. 1939/2785) 25.10.1939 Atto n . 812. IndennitĂ agli ufficiali insegnanti presso ( 1269 ] gli istituti militari per l'anno scolastico 1939-40. (G.M. 1939/2592) 30.10.1939 Circ. n. 842. Biblioteca militare del presidio di Tirana. [1270] (G.M. 1939/2685) 22.12.1939 Atto n. 34. Legge n. 2038. Aggiornamenti al R.D.L. 11 (1271] Luglio 1935, n. 1419, sul ,nuovo ordinamento dello Stato Maggiore del Regio Esercito. (G.M. 1940/76) 10. 4.1940 Atto n. 223. II corso di osservazione aerea per ufficiali [1272] di complemento del Regio Esercito. (G.M. 1940/565) 24. 4.1940 Atto n. 255. I corso di osservazione aerea per ufficiali [1273] di complemento del Regio Esercito. (G.M. 1940/694) 18. 4.1940 Atto n. 450. Legge n. 457. Sostituzione della tabella gra[1274] duale e numerica degli ufficiali del Corpo di Stato Maggiore annessa al R.D.L. 11 Luglio 1935, n. 1419. (G.M. 1940/1500) 9. 5.1940 Circ. n. 320. Legge n. 368. Ordinamento del Regio Eser(1275] cito. (G.M. 1940/840)
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9. 5.1940 Atto n . 321. Legge n. 369. Stato degli ufficiali del Re[1276] gio Esercito. (G.M. 1940/874) 9. 5.1940 Atto n. 322. Legge n. 370. Avanzamento degli ufficiali [1277] del Regio Esercito. (G.M. 1940/927) 14. 5.1940 Atto n. 508. Limiti di anzianità entr o i quali sono stati [1278] compresi gli ufficiali delle varie armi per essere designati agli esami di concorso degli anni 1940 e 1941 per l'ammissione all'Istituto Superiore di Guerra. (G.M. 1940/1657) 21. 5.1940 Atto n. 415. Legge n. 416. Ordinamen to e compiti del[1279] la Commissione Suprema di Difesa. (G.M. 1940/1403) 22. 5.1940 Atto n. 336. Ufficiali che hanno compiuto con successo [1280] il 67° corso dell'Istituto Superiore di Guerra. (G.M. 1940/1065) 23. 5.1940 Atto n. 488. Legge n . 545. Stato di previsione della [1281] spesa del Ministero della Guerr a per l'esercizio finanziario dal 1° Luglio 1940 al 30 Giugno 1941. (G.M. 1940/1603) 29. 5.1940 Atto n. 351. Indirizzi convenzionali telegrafici. [1282] (G.M. 1940/1146) 14. 6.1940 Atto n. 619. Legge n . 1010. Aggiornamenti alle vigenti [1283] disposizioni sull'ordinamento del Comando del Corpo di S tato Maggiore. (G.M. 1940/2017) 27. 6.1940 Atto n. 513. Decreto del Duce del Fascismo, Capo del [1284] Governo, concernente il .funzionamento della Commissione consultiva per il dir itto di guerra come organo dello Stato Maggiore Generale. (G.M. 1940/1666) 30. 6.1940 Atto n. 516. Ufficiali ammessi agli esami di concor so [ 1285] per l'ammissione al 70° e 71° corso dell'Istituto Superiore di Guerra. (G.M. 1940/1669)
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25. 7.1940 Circ. n. 548. Uniforme di guerra e adeguamento del[ 1286) l'uniforme di pace a quella di guerra. (G.M. 1940/1745) 31. 7.1940 Atto n. 563. 22° corso di osservazione aerea per uffi[1287) ciali del Regio Esercito. (G.M. 1940/1808) 14. 8.1940 Atto n. 642. Indirizzi convenzionali telegrafi.ci. [1288] (G.M. 1940/2058) 21. 8.1940 Atto n. 656. Designazione degli ufficiali delle varie ar[1289] mi in s.p.e. per l'ammissione agli esami di concorso dell'Istituto Superiore di Guerra per gli anni 1941 e 1942. (G.M . 1940/2093) 1. 9.1940 Circ. n. 932. R.D. n. 1602. Determinazione delle attri[1290)
buzioni del generale ispettore dell'aviazione per il Regio Esercito. (G.M. 1940/3280)
5. 9.1940 Atto n. 788. R.D. n. 1409. Fissazione della data di ces[1291 ] sazione del R:D. 12 Ottobre1939, n. 1772, relativo al servizio prestato dagli ufficiali del Regio Esercito presso qualsiasi Comando od Ente dell'Esercito approntato per speciali esigenze, valido per l'avanzamento e pel trasferimento nel Servizio o Corpo di Stato Maggiore. (G.M. 1940/2653) 2.10.1940 Atto n . 757. Legge n. 1369. Norme sulla stato e l'avan(1292] zamento degli ufficiali del Regio Esercito durante l'attuale stato di guerra. (G.M. 1940/2499) 18.10.1940 Atto n. 886. Legge n. 1550. Istituzione delle cariche [ 1293] di Sottocapo di Stato Maggiore Generale e di generale addetto allo Stato Maggiore Generale. (G.M. 1940/3218) 30.10.1940 Atto n. 818. 1° corso straordinario di osservazione [1294) aerea per ufficiali di complemento del Regio Esercito. (G.M. 1940/2757)
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1.11.1940 Atto n. 904. Legge n. 1612. Valutazione del serv1Z10 [1295) prestato in determinate alte cariche militari come servizio trascorso in comando di grandi unità operanti. (G.M. 1940/3252) 13.11.1940 Atto n. 837. Concorso per l'ammissione all'Istituto [1296) Superiore di Guerra. (G.M. 1940/2810) 20.11.1940 Atto n. 853. Indennità agli ufficiali insegnanti presso [ 1297) gli istituti militari per l'anno scolastico 1940-1941. (9.M. 1940/2832) 30.11.1940 Atto n. 922. Designazioni degli ufficiali per l'ammis[1298) sione agli esami di concorso dell'Istituto Superiore di Guerra per gli anni 1941 e 1942. (G.M. 1940/3267) 7. 4.1941 Atto n. 382. Legge 7 Aprile 1941 - XIX, n. 299. Norme [1299] sull'avanzamento degli ufficiali della riserva e sulla composizione della commissione centrale di avanzamento. (G.M. 1941/1253) 11. 4.1941 Atto n. 386. Legge 11 Aprile 1941 - XIX, n. 320. Aggior[1300] namento alle vigenti disposizioni sull'ordinamento del Comando del Corpo di Stato Maggiore. (G.M. 1941/1261)
5. 5.1941 Atto n. 488. Legge 5 Maggio 1941 - XIX, n. 491. Stato [1301]
di previsione della spesa del Ministero della Guerra per l'esercizio finanziario dal 1° Luglio 1941 - anno XIX al 30 Giugno 1942 - anno XX. (G.M. 1941/1472)
9. 5.1941 Atto n. 395. Ufficiali che hanno compiuto con suc[1302] cesso il 68° corso dell'Istituto Superiore di Guerra. (G.M. 1941/1273)
27. 6.1941 Atto n. 576. R.D.L. 27 Giugno 1941 - XIX, n. 661. Modi[1303) ficazioni alle vigenti disposizioni relative alla carica di Capo di Stato Maggiore Generale e alle sue attribuzioni. (G.M. 1941/1738) 22. 5.1941 Atto n. 541. R.D. 22 Maggio 1941 - XIX, n. 585. Modi[1304) fi.cazione del rango già assegnato nell'ordine delle pre-
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cedenze a Corte e nelle funzioni pubbliche al Capo di Stato Maggiore Generale delle Forze Armate. (G.M. 1941/1608) 6. 8.1941 Atto n. 612. Ufficiali ammessi agli esami di concorso [1305] per l'ammissione all'Istituto Superiore di Guerra per l'anno 1941. (G.M. 1941/1902) 27. 8.1941 Atto n. 653. Documenti di guerra e archivi di alte per[1306] sonalità militari. (G.M. 1941/2043) 1.10.1941 Atto n. 740. Designazione degli ufficiali delle varie ar[1307] mi in s.p.e. per l'ammissione agli esami di concorso per l'Istituto Superiore di Guerra per l'anno 1942. (G.M. 1941/2286) 1.10.1941 Atto n. 766. D.M. 1° Ottobre 1941 -XIX. Riduzione, per [ 1308] la durata della guerra, a due anni del corso di studi presso l'Istituto Superiore di Guerra. (G.M. 1941/2384) 1.11.1941 Atto n . 63. R.D. 1° Novembre 1941, n. 1481. Organizza[1309] zione dei servizi statistici in tempo di guerra. (G.M. 1942/184) 14.11.1941 Circ. n. 898. R.D. 14 Novembre 1941 - XX, n. 1328. Vali[1310] dità del servizio prestato dagli ufficiali del Regio Esercito, presso comandi od enti mobilitati, agli effetti dell'avanzamento e del trasferimento nel Servizio o nel Corpo di Stato Maggiore. (G.M. 1941/2860) 5.12.1941 Atto n. 89. Legge 5 Dicembre 1941, n. 1507. Conver[1311] sione in legge, con modificazioni, del R.D.L. 27 Giugno 1941, n. 661, concernente modificazioni alle vigenti disposizioni relative alla carica di Capo di Stato Maggiore Generale e alle sue attribuzioni. (G.M. 1942/237) 19.12.1941 Atto n. 29. D.M. 19 Dicembre 1941. Sospensione, per [1312] tutta la durata della guerra, del corso di studi previsto dal « Regolamento per l'Istituto Superiore di Guerra ». (G.M. 1942/86)
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15. 1.1942 Atto n. 126. Decreto 15 Gennaio 1942, del Duce del Fa[1313] scismo, Capo del Governo. Nomina del presidente del Comitato superiore tecnico per le armi e munizioni. (G.M. 1942/293) 22. 1.1942 Atto n. 194. Legge 22 Gennaio 1942, n . 104. Aggiorna[1314] menti alla legge 9 Maggio 1940, n. 368, sull'ordinamento del Regio Esercito. (G.M. 1942/492) 6. 2.1942 Atto n. 180. Bando, in data 6 Febbraio 1942, del Duce [1315] del Fascismo, Primo Maresciallo dell'Impero, Comandante delle truppe operanti su tutte le fronti. Assunzione di interpreti a seguito delle Forze Armate operanti e loro militarizzazione. (G.M. 1942/469) 17. 2.1942 Atto n. 211. R_.D.L. 17 Febbraio 1942, n. 151. Adegua[13 16) mento alle esigenze dell'attuale stato di guerra delle disposizioni sull'ordinamento del Regio Esercito e sull'avanzamento degli ufficiali del Regio Esercito. (G.M. 1942/530) 4. 3.1942 Atto n. 161. Indennità agli ufficiali insegnanti presso [1317] gli istituti militari per l'anno scolastico 1941-42. (G.M. 1942/410) 9. 3.1942 Atto n. 245. Bando, in data 9 Marzo 1942 - anno XX, del (1318] Duce del Fascismo, Primo Maresciallo dell'Impero, Comandante delle Truppe operanti su tutte le fronti. Norme integrative del bando 26 Febbraio 1942, n. 108, concernente l'assunzione di interpreti al seguito delle Forze Armate operanti. (G.M. 1942/768) 6. 5.1942 Atto n. 342. Corsi, presso l'Istituto Superiore di Guer(1319) ra, per l'abilitazione degli ufficiali in s.p.e. e di complemento al servizio presso comandi di G.U. (G.M. 1942/1026) 28. 5.1942 Circ. n. 460. Legge n. 28 Maggio 1942, n. 657. Stato di (1320] previsione della spesa del Ministero della Guerra per l'esercizio finanziario dal 1° Luglio 1942 al 30 Giugno 1943. (G.M. 1942/1496)
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27. 6.1942 Circ. n. 568. Legge 27 Giugno 1942, n. 842. Recluta[1321] mento degli ufficiali di Stato Maggiore ed ordinamento dello Stato Maggiore del RegioEsercito. (G.M. 1942/1831) 7. 7.1942 Circ. n. 530. Particolari annotazioni da effettuare du[1322] rante l'attuale guerra sui documenti matricolari e caratteristici del Regio Esercito. (G.M. 1942/1723) 11. 8.1942 Atto n. 583. Ufficiali ammessi agli esami di concorso [1323] per l'ammissione al 71° corso dell'Istituto Superiore di Guerra i quali non hanno potuto sostenere le prescritte prove. (G.M. 1942/1866) 10. 9.1942 Atto n. 656. Tenenti colonnelli di complemento abili[1324] tati al servizio presso comandi di grandi unità , aspiranti alla promozione al grado di colonnello in base all'art. 84 della legge sull'avanzamento. (G.M. 1942/2157) 2.10.1942 Atto n. 8. R.D. 2 Ottobre 1942, n. 1453. Conseguimento [1325] del titolo e decorrenza dell'esperimento di Stato Maggiore per gli ufficiali diplomati dei corsi presso l'Istituto Superiore di Guerra. (G.M. 1943/38) 15.10.1942 Atto n. 755. Benefici connessi con l'aver partecipato ad [1326] operazioni di guerra. (G.M. 1942/2507) 4.11.1942 Atto n. 771. Distintivo per gli ufficiali che hanno fre(1327] quentato, presso l'Istituto Superiore di Guerra, i corsi di abilitazione al servizio presso comandi di G.U . (G.M. 1942/2565) 7.11.1942 Atto n. 84. R.D.L. 7 Novembre 1942, n. 1660. Compo[1328] sizione della commissione centrale di avanzamento durante l'attuale stato di guerra. (G.M. 1943/184) 11.11.1942 Atto n . 808. Ufficiali ammessi agli esami di concorso [1329] per il 71° corso dell'Istituto Superiore di Guerra rinviati al concorso successivo. (G.M. 1942/2688)
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11.11.1942 Atto 11. 809. Ufficiali che hanno compiuto con successo [1330] il 69° corso dell'Istituto Superiore di Guerra. (G.M. 1942/2691) 18.11.1942 Atto n . 785. Cartelli didattici. [1331] (G.M. 1942/2597) 2.12.1942 Atto n. 824. Distintivo per gli ufficiali che hanno fre[1332] quentato, presso l'Istituto Superiore cli Guerra, i corsi cli abilitazione al servizio presso comandi di G.U. (G.M. 1942/2731) 14.12.1942 Atto n. 45. R.D.L. 14 Dicembre 1942, n. 1594. Recluta[1333] mento straordinario di ufficiali del Corpo di Stato Maggiore e del Servizio di Stato Maggiore. (G.M. 1943/123) 24.12.1942 Atto n . 26. R.D. 24 Dicembre 1942, n. 1554. Dichiara[1334] zione in stato di guerra delle sedi degli Alti Comandi Militari. (G.M. 1943/77) 6. 2.1943 Atto n. 184. R.D.L. 6 Febbraio 1943, n. 63. Istituzione [1335] della carica di Sottocapo di Stato Maggiore Generale. (G.M. 1943/482) 12. 2.1943 Atto n. 138. R.D. 12 Febbraio 1943, n. 25. Attribuzioni [1336) del Ministero della Produzione Bellica. (G.M. 1943/347) 15. 3.1943 Atto n. 259. Legge 15 Marzo 1943, n . 190. Conversione [1337] in legge del R.D.L. 14 Dicembre 1942, 11. 1594, concernente il reclutamento straordinario di ufficiali del Corpo di Stato Maggiore e del Servizio di Stato Maggiore. (G.M. 1943/832) 5. 5.1943 Atto n. 307. Indennità agli ufficiali insegnanti presso [1338] presso gli istituti militari per l'anno scolastico 19421943. (G.M. 1943/943) 10. 5.1943 Atto n. 442. Legge 10 Maggio 1943, n. 514. Conversione [1339) in legge del R.D. 6 Febbraio 1943, n. 63, concernente la istituzione della carica di Sottocapo di Stato Maggiore Generale. (G.M. 1943/1412)
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17. 5.1943 Atto n. 443. Legge 17 Maggio 1943, n. 473. Stato di pre[1340J sione della spesa del Ministero della Guerra per l'esercizio finanziario dal 1째 Luglio 1943 al 30 Giugno 1944. (G.M. 1943/1413) 18. 5.1943 Atto n. 342. D.M. 18 Maggio 1943. Ripristino dei corsi (1341} di studi presso l'Istituto Superiore di Guerra. (G.M. 1943/1102) 19. 5.1943 Atto n. 343. Esami di concorso per l'ammissione al [ 1342] 72째 corso dell'Istituto Superiore di Guerra. (G.M. 1943/1109) 26. 5.1943 Atto n. 349. Adozione dei distintivi di grado, dei fregi [1343 } per copricapo e dei distintivi vari (per ufficiali, sottufficiali e militari di truppa) costruiti con materiale autarchico. (G.M. 1943/1124) 28. 5.1943 Circ. n. 467. R.D.L. 28 Maggio 1943, n. 587. Composi[1344] zione della commissione centrale di avanzamento durante l'attuale stato di guerra e costituzione di una sezione speciale della commissione stessa. (G.M. 1943/1541) 1. 8.1943 Atto n. 522. Bando, in data 1째 Agosto 1943, del Coman[1345]
dante Supremo delle Forze Armate. Delega di taluni poteri ed attribuzioni. (G.M. 1943/1645)
6. 8.1943 Circ. n. 534. Ufficiali che hanno compiuto con succes[1346J so il 70째 corso dell'Istituto Superiore di Guerra. (G.M. 1943/1658) . 9. 8.1943 Atto n. 546. Bando, in data 9 Agosto 1943, del Coman[1347} dante Supremo delle Forze Armate. Soppressione del Tribunale Speciale per la Dalmazia. (G .M. 1943 / 1688) 9. 8.1943 Atto n. 547. Bando, in data 9 Agosto 1943, del Coman[1348J dante Supremo delle Forze Armate. Rimessione ai tribunali ordinari di procedimenti di competenza dei Tribunali Militari di Guerra. (G.M. 1943/1689)
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11. 8.1943 Atto n. 528. Concorso per l'ammissione al 72° corso [1349] dell'Istituto Superiore di Guerra. (G.M. 1943/1652) 11. 8.1943 Atto n. 529. V corso - presso l'Istituto Superiore di [1350] Guerra - di abilitazione al servizio presso comandi di G.U. (2° per ufficiali in s.p.e.). (G.M. 1943/1652)
1'8. 8.1943 Atto n. 536. Ufficiali ammessi agli esami di concorso [1351]
per l'ammissione al 71° corso dell'Istituto Superiore di Guerra i quali non hanno potuto sostenere le prescritte prove. (G.M. 1943/1665)
25 . 8.1943 Atto n. 555. Adozione delle cordelline e delle trecciole [1352] costruite con materiale autarchico. (G.M. 1943/1715) 18.11.1943 Circolare n. 5. R.D.L. 18 Novembre 1943, n. 10-B. Isti[1353 ] tuzione di un Ispettorato Generale dell'Esercito alle dirette dipendenze del Comandante Supremo delle Forze Armate. (G.M. 1944/9) 31.12.1943 Atto n. 52. Bando del Capo di Stato Maggiore Gene[1354] rale del 31 Dicembre 1943, n. 16. Modificazioni all'ordinamento e alla procedura dei Tribunali Militari di Guerra. (G.M. 1944/146) 3. 1.1944 Atto n. 18. R.D. 3 Gennaio 1944, n. 4. Validità del ser[1355] vizio prestato dagli ufficiali del Regio Esercito presso comandi od enti mobilitati. (G.M. 1944/44) 3. 1.1944 Atto n. 21. R.D.L. 3 Gennaio 1944, n. 7. Composizione [1356] della Commissione Centrale di avanzamento degli ufficiali del Regio Esercito durante le attuali contingenze di guerra. (G.M. 1944/52) 3. 1.1944 Atto n. 23. R.D.L. 3 Gennaio 1944, n. 8. Modifiche al[1357] l'ordinamento dello Stato Maggiore del Regio Esercito. (G.M. 1944/54)
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Fernando Frattolillo
17. 1.1944 Atto n . 22. D.M. 17 Gennaio 1944. Nomina del Presi(1358] dente e dei membri della Commissione Centrale di avanzamento degli ufficiali del Regio Esercito. (G.M. 1944/53) 24. 1.1944 Circ. n. 82. Bando del 24 Gennaio 1944, n. 17 del Capo (1359] di Stato Maggiore Generale. Modificazioni all'ordinamento giudiziario militare di guerra. (G.M. 1944/216) l. 2.1944 Circ. n . 83. Bando del 1° Febbraio 1944, n. 18 del Capo [1360]
di Stato Maggiore Generale. Istituzione di un Tribunale Militare di Guerra in Sicilia. (G.M. 1944/217)
8. 3.1944 Circ. n. 84. Bando dell'8 Marzo 1944, n. 19 del Capo di [1361] Stato Maggiore Generale. Istitu.z ione in Lecce di una sezione autonoma del Tribunale Militare di Guerra di Taranto. (G.M. 1944/219) 14. 4.1944 Circ. n. 108. Distribuzione e prezzo di cessione delle [ 1362] pistole ÂŤ Beretta Âť mod. 34. (G.M. 1944/279) 15. 4.1944 Circ. n. 151. Bando del Capo di Stato Maggiore Gene[1363] rale del 15 Maggio 1944, n. 23. Funzionamento della sezione di Tribunale Supremo Militare per le terre liberate. (G.M. 1944/386) 28. 4.1944 Circ. n. 143. Bando del Capo di Stato Maggiore Gene(1364] rale del 28 Aprile 1944, n. 21. Assegnazione di personale ai Tribunali Militari di Guerra con funzioni giudiziarie o di cancelleria. (G.M. 1944/357) 4. 5.1944 Circ. n. 144. Bando del Capo di Stato Maggiore Gene(1365) rale del 4 Maggio 1944, n. 22. Competenza e funzionamento del Tribunale Militare Territoriale di Guerra di Cosenza. (G.M. 1944/359) 22. 5.1944 Circ. n. 165. Bando del Capo di Stato Maggiore , Gene[1366] ral.e del 22 Maggio 1944, n. 24. Cambiamento di deno-
Elenco generale cronologico delle leggi, regolamenti, ecc.
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minazione del Tribunale Militare Territoriale di Guerra di Cosenza. (G.M. 1944/409) 23. 5.1944 Circ. n. 166. Bando del Capo di Stato Maggiore Gene[ 1367] rale del 23 Maggio 1944, n. 25. Istituzione in Catania di una sezione autonoma del Tribunale Militare di Guerra della Sicilia. (G.M. 1944/410) 26. 5.1944 Circ. n. 180. Bando del Capo di Stato Maggiore Gene[ 1368] rale del 26 Maggio 1944, n. 26. Abrogazione del bando n. 1; differimento e sospensione delle pene; competenze e convocazione dei Tribunali Militari di Guerra straordinari. (G.M. 1944/442) 1. 6.1944 Circ. n. 181. Bando del Capo di Stato Maggiore Gene[1369]
raie del 1° Giugno 1944, n . 27. Abrogazione del bando 29 Marzo 1943. (G.M. 1944/443)
30. 6.1944 Atto n. 196. Bando, in data 30 Giugno 1944, n. 28, del [1370] Comando Supremo. Soppressione del Tribunale Militare di Guerra del VII Corpo d'Armata e istituzione in Sassari di una sezione autonoma del Tribunale Militare Territoriale di Guerra della Sardegna. (G.M. 1944/465) 3. 7.1944 Atto n. 200. Bando, in data 3 Luglio 1944, n. 29, del [1371 ] Comando Supremo. Soppressione del Tribunale Militare di Guerra del LI Corpo d'Armata e istituzione di un Tribunale Militare di Guerra presso il Corpo italiano di Liberazione. (G.M. 1944/472) 27. 7.1944 Atto n. 212. Decreto Legislativo Luogotenenziale 27 Lu[1372] glio 1944, n. 176. Soppressione dell'Ispettorato Generale dell'Esercito. (G.M. 1944/5 14) 18.10.1944 Atto n. 260. Bando 18 Ottobre 1944, n. 30, del Capo di [1373] Stato Maggiore Generale. Competenza del Tribunale Militare di Guerra della Sardegna. (G.M. 1944/630)
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8.11.1944 Atto n. 296. Bando del Capo di Stato Maggiore Gene[1374] rale, 8 novembre 1944. Modifica all'art. 6 del bando .30 Giugno 1944, n. 28, sull'ordinamento giudiziario militare di guerra (Bando n. 31). (G.M. 1944/743) 8.11.1944 Atto n. 297. Bando del Capo di Stato Maggiore Gene[1375] raie 8 Novembre 1944. Disposizioni conseguenti alla soppressione del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato (Bando n. 32). (G.M. 1944/744) 16.11.1944 Atto n. 9. Decreto Legislativo Luogotenenziale 16 No[1376] vembre 1944, n. 398. Cambiamento della denominazione dell'ÂŤ Istituto Superiore di GuerraÂť. (G.M. 1945/69) 16.11.1944 Atto n. 30. Decreto Legislativo Luogotenenziale 16 No[1377] vembre 1944, n. 409. Scioglimento del Corpo di Stato Maggiore e del Servizio di Stato Maggiore. (G.M. 1945/96) 20.11.1944 Atto n . 302. Bando del Capo di Stato Maggiore Gene[1378) rale 20 Novembre 1944, n. 33. Modificazioni all'amministrazione della giustizia penale militare di guerra. (G.M. 1944/757) 17. 1.1945 Atto n. 71. D.M. 17 Gennaio 1945. Costituzione della [1379] Commissione incaricata di esprimere il parere sulla idoneitĂ degli ufficiali delle varie armi, in possesso del titolo della Scuola di Guerra, alle funzioni di Stato Maggiore. (G.M. 1945/384) 14. 3.1945 Atto n. 140. Bando n. 41, in data 14 Marzo 1945, del [1380] Capo di Stato Maggiore Generale. Norme circa il funzionamento dei Tribunali Militari Territoriali di Guerra. (G.M. 1945/563) 29. 3.1945 Atto n. 142. Bando n. 42 in data 29 marzo 1945, del (1381 ] Comando dello Stato Maggiore Generale. Ripresa del funzionamento del Tribunale Militare Territoriale di Guerra di Firenze. (G.M. 1945/568)
Elenco generale cronologico delle leggi, regolamenti, ecc.
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31. 3.1945 Atto n. 196. D.M. 31 Marzo 1945. Stato di previsione [ 1382] della spesa del Ministero della Guerra per l'esercizio finanziario 1944-45 . . (G.M. 1945/731) 13. 4.1945 Atto n. 179. Bando n. 45, in data 13 Aprile 1945, del (1383 ] Capo di Stato Maggiore Generale. Istituzione di un Tribunale Militare di Guerra divisionale presso il gruppo di combattimento « Friuli ». (G.M. 1945/687) 13. 4.1945 Atto n. 180. Bando n. 46, in data 13 Aprile 1945, del (1384] Capo di Stato Maggiore Generale. Istituzione di un Tribunale militare di guerra divisionale presso il gruppo di combattimento « Folgore». (G.M. 1945/689) 15 . 4.1945 Atto n. 170. Bando n. 43, in data 15 Aprile 1945, del (1385) Capo di Stato Maggiore Generale. Abrogazione dei bandi nn. 13 e 14 riguardanti la facoltà di concedere ricompense al valor militare « sul campo ». (G.M. 1945/659) 22. 4.1945 Atto n.185. Bando n . 44, in data 22 Aprile 1945, del (1386) Capo di Stato Maggiore Generale. Istituzione dei Tribunali militari divisionali presso il Comando dei gruppi di combattimento « Cremona » e « Legnano » e presso il Comando della divisione « Piceno » e soppressione della sezione autonoma di Sassari del Tribunale Militare Territoriale di Cagliari. (G.M. 1945/706) 22. 4.1945 Atto n. 186. Bando n. 47, in data 22 Aprile 1945, del [1387] Capo di Stato Maggiore Generale. Assegnazione temporanea di personale di cancelleria al Tribunale Supremo Militare. (G.M. 1945/707) 26. 4.1945 Atto n. 261. Decreto Legislativo Luogotenenziale 26 [1388] Aprile 1945, n. 310. Esercizio dei poteri e delle attribuzioni in materia di giustizia militare sinora devoluti al Capo di Stato Maggiore Generale. (G.M. 1945/1149)
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Fernando Frattolitlo
29. 4.1945 Atto n. 215. Bando n. 48, in data 29 Aprile 1945, del [ 1389] Capo di Stato Maggiore Generale. Modificazione del bando 26 Maggio 1944, n. 26. (G.M. 1945/801)
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Elenco generale cronologico delle leggi, regolamenti, ecc.
3.
INDICE ALFABETICO-ANALITICO
Accademie militari: 1033, 1034, 1047, 1048, 1059, 1073, 1079, Addestramento ippico: 1004 Addetti militari: 1224 Aeronautica: 942, 947, 995 Alloggi: 1126 Alti Comandi militari: 1334 Alti studi militari: 932 Alto Comando dell'Esercito: 915 Amministrazione: 947, 966, 1224 AnzianitĂ : 1171, 1233, 1248, 1278 Araldica: 1100 Archivi: 1306 Archivisti: 1224 Armamento: 1362 Artiglieria: 978, 1121 Aspettativa: 938 Assegni fissi: 1039, 1201 Attribuzioni: 918, 972, 973, 974, 975, 976, 977, 978, 979, 980, 1184, 1266, 1290, 1303, 1311, 1336, 1345 Avanzamento: 917, 927, 931, 936, 943, 947, 964, 973, 981, 995, 1054, 1070, 1103, 1135, 1154, 1158, 1160, 1170, 1186, 1187, 1191, 1192, 1199, 1203, 1212, 1216, 1226, 1242, 1253, 1257, 1260, 1261, 1267, 1277, 1309, 1316, 1324, 1328 Aviazione dell'Esercito: 1290
1090, 1091, 1094
1037, 1121, 1125, 1014, 1171, 1218, 1291,
1015, 1173, 1223, 1292,
1037, 1185, 1225, 1299,
Benefici di guerra: 1326 Bersaglieri: 975 Biblioteche: 1024, 1075, 1077, 1082, 1128, 1149, 1161, 1197, 1198, 1234, 1270 Bilancio: 937, 941, 966, 986, 988, 990, 992, 1017, 1018, 1020, 1021, 1041, 1043, 1045, 1046, 1063, 1083, 1084, 1101, 1107, 1112, 1113, 1140, 1159, 1165, 1176, 1201, 1221, 1238, 1240, 1241, 1256, 1258, 1281, 1301, 1320, 1340, 1382 Calabria: 1365, 1366 Capo di Stato Maggiore dell'Esercito: 973, 1037 Capo di Stato Maggiore Generale: 972, 1037, 1133, 1156, 1266, 1303, 1311, 1388 Cariche: 972, 1009, 1037, 1303, 1313 Carteggio: 1055, 1089 Cartelli didattici: 1331 Cavalleria: 977 Cavalli: 963, 989, 1087, 1092, 1105, 1151, 1157, 1188, 1262 Cinemateca militare: 969 Collegi militari: 1033, 1034, 1047, 1048, 1059, 1073, 1079, 1090, 1091, 1094 Colonie: 937, 1187, 1199, 1216, 1264 Comandante in 2• dello Stato Maggiore dell'Esercito: 973, 974, 1037 Comando del Corpo di Stato Maggiore dell'Esercito: 974, 996, 1127, 1377
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Fernando Frattolillo
Comitato Superiore Tecnico per le armi e le munizioni: 945, 1313 Commissione consultiva per il diritto di guerra: 1284 Commissione Suprema di Difesa: 926, 1010, 1062, 1196, 1243, 1268, 1279 Commissioni varie: 927, 938, 964, 1226, 1242, 1299, 1328, 1344, 1356, 1358, 1379 Concorsi: 916, 919, 928, 929, 930, 933, 934, 957, 965, 1006, 1027, 1036, 1052, 1053, 1098, 1111, 1137, 1138, 1142, 1144, 1145, 1147, 1148, 1152, 1155, 1164, 1166, 1168, 1170, 1171, 1186, 1205, 1210, 1227, 1228, 1233, 1235, 1237, 1248, 1254, 1278, 1285, 1289, 1296, 1298, 1305, 1307, 1323, 1329, 1342, 1351 Consiglio dell'Esercito: 921, 973, 1037 ContabilitĂ : 1077, 1082, 1198 Copricapo: 1343 Corsi: 946, 948, 953, 962, 970, 971, 983, 997, 1000, 1002, 1003, 1008, 1011, 1012, 1016, 1026, 1031, 1035, 1038, 1042, 1049, 1050, 1057, 1065, 1071, 1074, 1080, 1085, 1088, 1095, 1102, 1104, 1106, 1114, 1115, 1116, 1117, 1119, 1120, 1162, 1163, 1174, 1175, 1180, 1182, 1195, 1200, 1204, 1205, 1209, 1215, 1220, 1222, 1229, 1231, 1245, 1246, 1247, 1252, 1259, 1265, 1272, 1273, 1280, 1285, 1287, 1294, 1302, 1308, 1312, 1319, 1323, 1325, 1327, 1329, 1330, 1332, 1341, 1342, 1346, 1349, 1350, 1351 Dalmazia: 1347 Delega di poteri ed attribuzioni: 1345 Denominazioni: 920, 961, 1376 Distintivi: 1036, 1122, 1123, 1134, 1174, 1244, 1252, 1327, 1332, 1343 Documentazione caratteristica: 924, 999, 1029, 1109, 1322 Documenti di guerra: 1306 Equipaggiamento: 1146 Esami: 959, 970, 987, 1011, 1012, 1062, 1111, 1137, 1138, 1142, 1144, 1145, 1147, 1148, 1152, 1155, 1164, 1168, 1170, 1171, 1175, 1182, 1186, 1187, 1204, 1210, 1215, 1220, 1233, 1235, 1237, 1239, 1248, 1256, 1278, 1285, 1289, 1298, 1307, 1323, 1329, 1342, 1351 Esperimenti: 931, 1064, 1129, 1173, 1295, 1309, 1325, 1355 Fanteria: 1121 Foraggio: 982, 1255 Gare: 1004 Genio: 979, 1121 Giustizia militare: 1378, 1388 Impiego: 1129, 1130, 1150 IndennitĂ : 993, 998, 1025, 1032, 1069, 1081, 1096, 1099, 1110, 1177, 1190, 1213, 1224, 1236, 1249, 1269, 1297, 1317, 1338 Insegnanti: 916, 919, 928, 929, 965, 985, 993, 998, 1025, 1032, 1069, 1081, 1096, 1099, 1110, 1177, 1190, 1213, 1236, 1249, 1269, 1297, 1317, 1338 Interpreti: 1315, 1318 Inventario: 1024 Ispettore generale dell'Esercito: 1353, 1372
Elenco generale cronologico delle leggi, regolamenti, ecc.
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Ispettori: 951, 952, 975, 976, 977, 978, 979, 980, 1019, 1121, 1125, 1131, 1290, 1353, 1372 Istituti militari: 967, 1007, 1206, 1207, 1213, 1236, 1249, 1269, 1297, 1317, 1338 Istituto Superiore cli Guerra: 1186, 1204, 1210, 1215, 1220, 1222, 1230, 1233, 1235, 1237, 1245, 1248, 1254, 1259, 1278, 1280, 1285, 1289, 1296, 1298, 1302, 1305, 1307, 1308, 1312, 1319, 1323, 1325, 1327, 1329, 1330, 1332, 1341, 1342, 1346, 1349, 1350, 1351, 1376 Istruzioni: 1086, 1117 Lingue: 1028, 1076, 1214 Marina m ilitare: 942, 947, 995 Memorie storiche: 958 Militarizzazione: 1315 Ministero della Guerra: 941, 986, 996, 1013, 1018, 1101, 1112, 1137, 1140, 1144, 1147, 1165, 1176, 1221, 1240, 1258, 1281, 1301, 1320, 1340, 1382 Ministero della Produzione Bellica: 1336 Mobilitazione: 951, 1131 Nonne di ammissione alla Scuola di Guerra: 950, 959 Norme di servizio: 1198 Ordinamento: 915, 917, 922, 974, 1010, 1013, 1015, 1062, 1066, 1067, 1124, 1127, 1136, 1167, 1179, 1183, 1189, 1196, 1202, 1208, 121.l, 1217, 1219, 1232, 1239, 1243, 1250, 1251, 1271, 1274, 1275, 1279, 1283, 1300, 1314, 1316, 1321, 1357 Ordinamento giudiziario: 1354, 1359, 1374 Ordine delle precedenze: 1005, 1304 Organica: 940, 960, 1056, 1072, 1129, 1172, 1263, 1274 Pensione: 1201 Personale civile: 1013, 1126 Pres titi di guerra: 1093 Propaganda: 969 Provvedimenti vari: 1078, 1108 Puglie: 1361 Reclutamento: 922, 923, 944, 991, 995, 1022, 1030, 1058, 1143, 1169, 1321, 1333, 1337 Reggimenti: 1009 Regolamenti: 950, 994, 1097, 1312 Ricompense al valor militare: 1385 Rimborsi: 1201 Ruolini: 968, 1023 Sardegna : 947, 1370, 1373, 1386
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Fernando Frattolillo
Scuola di Guerra (V. anche Istituto Superiore di Guerra): 916, 919, 922, 928, 929, 930, 939, 950, 959, 965, 970, 983, 987, 994, 1000, 1003, 1008, 1011, 1012, 1016, 1026, 1031, 1038, 1042, 1049, 1061, 1071, 1080, 1085, 1095, 1097, 1102, 1111, 11 14, 1120, 1122, 1123, 1137, 1138, 1141, 1142, 1144, 1145, 1147, 1148, 1152, 1153, 1155, 1164, 1166, 1168, 1170, 1171, 1174, 1175, 1180, 1182, 1187, 1379 Scuole centrali: 953, 971, 1002, 1120 Scuole militari: 954, 955, 956, 967, 985, 998, 1007, 1025, 1032, 1033, 1034, 1036, 1047, 1048, 1059, 1067, 1069, 1073, 1079, 1081 , 1090, 1091, 1094, 1096, 1099, 111 0, 1177, 1190 Servizi : 947, 960 Servizio automobilistico: 946, 948, 980, 997, 1050, 1051, 1068, 1074, 1086, 1104, 1106, 1116, 1117, 1119, 1162, 1163, 1209, 1229, 1231, 1246, 1247, 1265 Servizio degli osservatori industriali: 926, 1010, 1062 Ser vizio di commissariato: 1125 Servizio di sanitĂ : 952 Servizio informazioni militari: 925 Servizio postale e telegrafico: 996, 1043, 1044, 1089, 1091, 1206, 1282, 1288 Ser vizi statistici: 1310 Sicilia: 947 Sottocapo di S tato Maggiore Generale: 1293, 1335, 1339 Spese di ufficio: 955, 956, 1033, 1034, 1047, 1048, 1073, 1090, 1091, 1206, 1207 Stampati: 967, 1007, 1059, 1079, 1094 Stato degli ufficiali: 942, 947, 973, 995, 1037, 1178, 1194, 1276, 1292 Stato di gu erra: 1334 Stato Maggiore Centrale: 920 Stipendi: 1039, 1201 Toscana: 1381 Trasferimento nel Corpo o Servizio di Stato Maggiore: 1135, 1181, 1216, 1225, 1257,, 1260, 1261, 1267, 1291, T ribunal i militari d i guerra: 1347, 1348, 1354, 1360, 1361, 1364, 1365, 1367, 1368, 1370, 1371, 1373, 1380, 1381, 1384, 1386, 1389 Tribunali militari territoriali: 101 5, 1365, 1366, 1367, 1370, 1381 , 1386 T ribunali ordinari: 1347, 1348 Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato: 1375 Tr ibunale Supremo Militare: 1363, 1387 Truppe alpine: 976, 1121 Truppe celeri : 1019, 1121 Ufficia.li all'estero: 1028, 1076, 1214, 1224 Ufficiali coloniali: 1187, 1191, 1199, 1216 Ufficiali della riserva: 1299 Ufficiale generale addetto allo Stato Maggiore Generale: 1293 Ufficiali generali: 951, 952, 973, 974, 1037, 1056, 1172, 11 84, 1293
1199, 1309 1366, 1383,
Elenco generale cronologico delle leggi, regolamenti, ecc.
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Ufficiali in aspettativa: 938, 1040, 1053, 1098, 1130, 1228 Ufficiali in congedo: 934,938,964, 1040, 1053, 1070, 1088, 1098, 1130, 1228, 1252 Ufficiali stranieri: 1122 Uffici di contabilitĂ e revisione: 947 Uniforme: 949, 984, 1001, 1118, 1193, 1286, 1352 Vantaggi di carriera: 1060, 1132, 1139, 1141, 1153 Zon a militare: 1202